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Title: Memorie - Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Author: Garibaldi, Giuseppe
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Memorie - Edizione diplomatica dall'autografo definitivo" ***

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_Di quest'opera furono stampate quattrocento copie in carta a mano
numerate._


   [Illustrazione: GARIBALDI NEL 1860.]


                           GIUSEPPE GARIBALDI


                                MEMORIE

             EDIZIONE DIPLOMATICA DALL'AUTOGRAFO DEFINITIVO


                               A CURA DI
                             ERNESTO NATHAN



                                 TORINO
                 Società Tipografico-Editrice Nazionale
                         (già ROUX e VIARENGO)
                                  1907



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                                 (2762)



Da quando il bipede umano ha comunicato al suo simile il proprio
pensiero, per desiderio fraterno di illuminarne la buaggine, o per
vanità di sopravvivere a se stesso nell'opera dell'immaginazione,
tracciasse giroglifici, incidesse collo stile sulla cera o scrivesse
colla penna sulla carta, quando da lui qualcosa di luminoso è emanato,
non è mai mancato chi l'abbia rievocato dopo la di lui morte, sia
rabberciandolo ed associandolo all'opera di altri come per la bibbia,
sia commentandolo, spiegandolo, restituendolo alla «corretta lezione»,
come si sta facendo per Dante, sia raffazzonandolo ad uso delle
famiglie, come per Shakespeare, sia divulgandolo e vivificandolo,
come per le ricerche degli scienziati, ridotte ad uso dei profani
dall'ammirevole ingegno volgarizzatore dei Francesi. E cotesti uffici
di elucidare il pensiero denso, talvolta astruso o mistico del poeta,
di rendere i ritrovati della scienza accessibili alle masse, che
non hanno potuto seguire il processo lento attraverso cui si giunge
al risultato finale, di riassumere fatti ed eventi, perchè in breve
sintesi balzi fuori il loro significato, son lodevoli, indispensabili
per la più larga diffusione del sapere.

Dove, peraltro, colle migliori intenzioni, non è lecito la
intromissione della mano altrui — dove nè modificazioni, nè chiose,
nè compendi sono consentiti — dove l'alterazione della forma o di
parte della sostanza assume quasi aspetto di sacrilegio, mancanza di
rispetto alla memoria del pensatore ed a quanti vorrebbero conoscerne
il pensiero, offesa alla accuratezza storica ed all'inviolabile diritto
di autore, è nella pubblicazione di memorie o di autobiografie lasciate
da coloro i quali hanno conquistato il diritto di essere ricordati da'
posteri; sopratutto quando siano tali da appartenere alla storia, e
competa quindi alla storia di giudicarli, non attraverso le chiose,
le manomissioni e le considerazioni dei contemporanei, ma dai loro
atti, dai loro scritti, ove consegnarono il loro pensiero, perchè ai
posteri potesse essere trasmesso. Alterare di una riga quel testamento
in cui il grande dispone della sua eredità morale, equivale e supera
l'alterare o stornare, in tutto od in parte, la erogazione, secondo la
volontà esternata, dei suoi beni materiali.

Le edizioni diplomatiche, ogni giorno più numerose, di memorie e
di autobiografie attestano più generale consapevolezza di queste
evidenti considerazioni, ed hanno inoltre l'enorme vantaggio di dare
allo studioso ed al lettore sicura guarentigia di avere dinanzi a sè
inalterato il pensiero dell'autore, quale da lui venne formolato, e
non quale possa apparire più corretto attraverso l'altrui mentalità,
ritoccato, limato, accorciato od allungato per soddisfare agli scrupoli
dell'altrui coscienza storica o letteraria.

Sopratutto per le memorie di Garibaldi, l'obbligo di seguire quel
sistema s'impose, tanto più quando si ebbe la fortuna singolare
di possedere l'autografo da lui ritenuto ed affermato definitivo;
autografo redatto, rivedendo e correggendo le precedenti sue note e
memorie, poco tempo prima ch'egli scendesse nella tomba. Così scrisse,
come Egli afferma, per la storia, e la storia ha diritto di sapere
quello ch'Egli scrisse.

Un giorno venne a trovarmi un amico con una cartella sotto il braccio.
Era Ferruccio Prina. Mi è grato così ricordarlo, così denominarlo ora,
dopo i tristi rovesci subìti.

Il padre suo, repubblicano genovese del vecchio stampo, di quei che non
conoscevano Mazzini sotto altra denominazione che quella di Pippo, fu
amico fedele di Maurizio Quadrio: del Valtellinese dal carattere forte
come l'intelletto, dal cuore sensibile ad ogni gentile ispirazione, ad
ogni umana pietà, maestro mio, fin da quando, per sbarcare il lunario
magrissimo attraverso stenti e digiuni, mi dava, fanciullo di 11 anni,
a Londra, ripetizioni di latino e di francese.

Veniva dunque il Prina per dirmi di avere acquistato un autografo
di grande valore, nientemeno che quello delle memorie di Garibaldi;
e, aprendo la cartella, mi spiegò sotto agli occhi le 673 pagine
coperte colla nitida e caratteristica calligrafia del Generale,
ereditata fedelmente con altre qualità da Menotti. Assorbito negli
affari, soggiunse, non voleva tenere quel documento; desiderava che
l'accettassi io, che avevo già cominciato a raccogliere manoscritti
riferentisi al Risorgimento. Accettare un dono di tanta importanza, che
costava al donatore una somma ragguardevole, era difficile; rifiutarlo
più difficile ancora. Trovai una via di mezzo: accettai, alla
condizione che il prezioso manoscritto dovesse unirsi agli altri, con
atto regolare da me trasferiti allo Stato e, per esso, al futuro Museo
del Risorgimento Nazionale.

Così fu combinato. M'affrettai a comunicare al ministro l'aggiunta
preziosissima che così s'era fatta alla mia raccolta. Soltanto
pensando, fin d'allora, al vicino centenario della nascita di
Garibaldi, parve a noi opera utile ed omaggio a Lui degno, il
ripubblicare quelle Memorie, offrendone copia alle maggiori biblioteche
d'Italia, a fin che così fossero accessibili a tutti gli studiosi.

Ripubblicare le Memorie; ma ripubblicarle con scrupolosa osservanza del
testo nei più minuti particolari.

Giuseppe Garibaldi, l'Eroe di Due Mondi, era uomo di azione. Dove
v'era da sostenere la causa della nazionalità e della libertà, là
fiammeggiava la sua lucente spada, segnacolo agli oppressi. Egli,
nato alla nobiltà del sentimento, assorto per irresistibile vocazione
all'eroismo, non aveva, da ginnasio a liceo, da liceo a università,
speso la fresca gioventù, d'ideali assetata, a guadagnarsi diploma
da dottore: la laurea l'aveva conseguita a bordo della sua nave, a
cavallo, sulle sponde del Rio de la Plata. Partiva per il glorioso
viaggio attraverso la vita, munito di scarso bagaglio letterario, nè
ebbe tempo ed opportunità di accrescerlo gran fatto per istrada.

Al contrario di tanti compatrioti che, nella breve carriera, seppero
scalare i più alti uffici ed illustrarsi per breve tratto nel mondo del
sapere e della politica; di coloro le cui figure, innalzate su cataste
di carta, spariscono, logorate e disfatte dal tempo, l'azione gli
era spontanea. Consegnarne il ricordo alla stampa in bella e levigata
forma, perchè giganteggiasse dinanzi agli occhi dei contemporanei e
fruttasse plauso e ricompensa, non era nella sua natura, nè nei suoi
mezzi. Lo stile suo, dalle molte mende, è il riflesso dell'uomo: frasi
brevi, dettate militarmente, e secondo le esigenze del momento; un
tratto di penna per separarle, una punteggiatura cacciata lì un po'
all'azzardo; talvolta errori di ortografia, che dimostravano come, tra
libri tascabili, quello a cui meno teneva, era il dizionario.

Chi è occupato a fare la storia, non si preoccupa intorno alle minuzie
per prepararne la lettura agli altri. Così, talvolta, le parole nelle
Memorie non sono le più appropriate ad esprimere la sfumatura del
pensiero; e framezzo a tutto, traspare, deliziosamente ingenua, una
pretesa di letteraria eccellenza. I grandi sono tutti così; e fin da
Salomone emerge cotesta auto-inscienza. Nessuno toglieva dalla mente
di Federico il Grande la persuasione di innalzarsi sui contemporanei,
sopratutto come scrittore e filosofo; nè a Bismarck ch'egli fosse il
più dotto degli agricoltori e uomo di spirito fine e coltivato; nè
a Richelieu che in fatti di strategia avesse l'intuito del genio, lo
sguardo d'aquila: così in Garibaldi era nata e cresciuta la persuasione
di avere singolari attitudini letterarie.

Nella prima edizione del volume, pubblicata dal Barbèra, compilata da
un benemerito patriota, amicissimo del Generale, che da breve tempo,
fra il generale rimpianto, ha raggiunto la forte generazione con cui
a lungo operò, Adriano Lemmi — in quella edizione le Memorie sono, per
così dire, vestite un po' a festa. Dove erano errori furono corretti;
emendata la punteggiatura, raddrizzata la frase, steso un velo sulle
mende di forma che troppo sfacciatamente si facevano innanzi. Non fu,
a mio avviso, velo pietoso, sebbene steso da mano amante ed amica,
e con sincero e riverente pensiero d'affetto: fu errore. La prosa
di Garibaldi, per quanto si voglia pettinare, sarà sempre incolta e
difettosa, sia lodato il Signore! Nè da lui altro era da aspettarsi.
Meglio, dunque, le mille volte, non cercare di mascherarne le mende,
come fa il maestrucolo di disegno colle provucce dei suoi esaminandi:
vada, dinanzi agli occhi dell'Italia, del mondo intero, la prosa
dell'Eroe qual'è, quale sgorgò dalla sua mente, quale tracciò la sua
penna negli intervalli brevi nei quali la spada rimaneva nel fodero o
le gloriose ferite lo confinavano a letto; vada quella prosa, nella
sua rozza semplicità, evocata dal cuore e dalle reminiscenze di una
vita di avventure degna della Tavola Rotonda. Toccarla è alterarne la
poesia; è voler togliere di dosso all'uomo il leggendario poncho, la
camicia rossa e mettergli la marsina e la cravatta bianca delle persone
per bene quando vanno in società. Chi cerca in Giuseppe Garibaldi lo
scrittore, il letterato; chi non capisce che i difetti stessi della
sua penna rialzano la eminenza della sua gloria, non hanno mai visto
o capito di quali foglie, nel Panteon della Storia, s'intrecciano le
corone di lauro che la posterità riconoscente depone sulla fronte
dei grandi benefattori dell'umanità. Essi hanno il gusto pettinato
e profumato dal parrucchiere di moda, ed amano gli elci e le quercie
coltivati in vaso, perchè così possono figurare degnamente fra i mobili
del loro salotto.

Insieme a pochi altri, pochi assai della storia contemporanea,
Giuseppe Garibaldi s'erge sul piedistallo della immortalità, e dinanzi
sfilano le generazioni riverenti, in ammirazione crescente, man mano
che i fatti leggendari s'allontanano. Come per i mezzi toscani che a
preferenza fumava ed offriva a chi gli era vicino, così per la forma
più o meno linda entro cui vestiva il pensiero, la luce radiosa entro
cui risplende la figura leonina non s'altera nè s'attenua; come non
s'attenua, anzi più rifulge, dinanzi alle tristi polemiche che si
accendano intorno al santuario degli affetti suoi più intimi: è la luce
degli atti suoi, dell'eroismo, del magnanimo disinteresse, delle mai
smentite aspirazioni nobili, pure e generose, che lo illumina: nè mende
di stile, nè tampoco mende di uomini valgono ad offuscarla.

Dell'Eroe si riproducono qui tre fotografie. Quella dei tempi del
Rio della Plata, quando sfavillava d'entusiasmo giovanile; quella
del 1849, quando, condottiero delle forze della Repubblica Romana,
nello zenit del suo prestigio virile, condusse i suoi legionari alla
vittoria del 30 aprile, alla difesa eroica, alla ritirata epica; quella
infine della maturità, ad Aspromonte, a Mentana, a Digione, quando
per fede, volontà, entusiasmo sfolgorava di giovane ardore attraverso
il declinare degli anni. In quel ciclo dei quarant'anni, da quelle
fotografie rappresentato, è la vita, son le memorie imperiture del
campione glorioso della libertà.

Le Memorie sono un'opera pensata, l'ultima redatta in forma definitiva
dal Generale. Che fosse in mente sua raccogliere fin dai primi
anni della vita avventurosissima i suoi ricordi, emerge dal lavoro
stesso, dalle note su cui è steso. Talvolta il pensiero primitivo,
registrato sommariamente nei primi anni, subisce variazioni nella
forma: l'appendice ultima porta la data: _Civitavecchia 25 luglio
1875_. Niun dubbio che si tratti, in mente sua, di un testamento
storico e letterario, consegnato ai contemporanei ed alla posterità.
Il manoscritto è tutto a penna, quasi senza una cancellatura od una
correzione, la diligente copia di una minuta; e quella minuta, in
lapis, esiste; è fra i documenti alla biblioteca Vittorio Emanuele,
attestando, nella sua evidenza, tutto l'amore, tutto lo studio posti
da Garibaldi a dare impronta precisa al suo pensiero. Dalle note,
redatte o scarabocchiate nell'uno o nell'altro emisfero, alla minuta,
dalla minuta al manoscritto che serve alla stampa, il processo di
elaborazione si svolge semplice e chiaro sotto gli occhi nostri.

Abbondano i giudizi e le impressioni su di uomini e di eventi; nè
altrimenti poteva essere in chi fra tanti uomini ed eventi aveva
vissuto, cercando di guidarli verso gli alti fini ai quali aveva
consacrato l'esistenza. Coteste personali osservazioni, espresse
attraverso la narrazione, saranno tutte dalla storia convalidate,
ovvero, quando franchi la spesa, da essa subiranno rettifica, laddove
influenze esterne o predisposizioni interne valsero a velare od a
contraffare in parte il vero? Comunque ciò sia; si confermi o si
modifichi questo o quel giudizio, resta e resterà sempre intatto ed
intangibile quanto egli scrive nella prefazione: «Nell'apprezzamento
del merito individuale di ognuno che mi fu compagno — non pretendo
certo all'infallibilità — e se commisi errore — ripeto: fu
involontariamente».

Dissapori, dispareri, malintelligenze non di rado sorsero fra Garibaldi
e Mazzini: sugli eventi, sull'attitudine da assumersi v'era spesso
divergenza di apprezzamento, e il giudizio di quegli su questi,
espresso nelle Memorie, è duro ed ostile. Giustificato? Allo storico
imparziale il pronunciarsi, non all'editore; ma è lecito esprimere
la convinzione che in parte quelle divergenze si sarebbero evitate
o non avrebbero durato qualora i rapporti fra i due fossero stati
sempre diretti e personali, non turbati dall'opera di intermediari
che artatamente od inconsciamente il pensiero dell'uno o dell'altro
coloriva col proprio. E quando, tolte le occasioni di malintesi,
avessero di conserva agito, le sorti d'Italia sarebbero quali oggi
sono?

Così nelle relazioni fra Vittorio Emanuele ed il Generale. Ancor là
le politiche e le politichette, i generali vecchio stile, come il
calendario russo, che potevano invidiare non capire quel fulmine di
guerra, gli uomini di Stato, devoti al Regno piemontese, troppo devoti
perchè il loro sguardo potesse spaziare qua e là, abbracciare l'Italia
tutta: questi e quelli, intromettitori e confidenti, non confusero,
non turbarono, nei momenti più critici, i rapporti fra quei due grandi
fattori della unità? E, se questi rapporti fossero stati limpidi,
diretti, ininterrotti, le sorti delle guerre, le sorti del paese
sarebbero state quali erano, sarebbero quali sono?

L'uno e l'altro sono punti interrogativi su cui noi, della generazione
vicina al tramonto, non possiamo dogmatizzare; sono troppe le
correnti che sviluppa il pieno della vita vissuta, perchè non ne
siano alterati gli strumenti di precisione nell'osservatorio della
nostra intelligenza; sono troppo vicini gli uomini e gli eventi
per poterli dall'alto collocare nel nostro campo visivo e dare ad
ognuno il posto ed il peso che ebbe nel risolvere od attraversare le
battaglie del Risorgimento nostro: è còmpito della storia. Finito il
giuoco, scomparsi per sempre i giuocatori, le simpatie, le antipatie
che le loro personali relazioni svegliavano e determinavano, dirà chi
esaminerà serenamente i ricordi dei tempi e da essi saprà desumere
quali mosse assicurarono agli uni la vittoria, per quali errori od
imprevidenze gli altri furono disfatti.

  _Roma, 20 maggio 1907_.

                                                      ERNESTO NATHAN.



Prefazione alle mie Memorie.


                                                     _3 Luglio 1872._

Vita tempestosa, composta di bene e di male, come credo della maggior
parte delle genti — Coscienza d'aver cercato il bene sempre, per me,
e per i miei simili — E se ho fatto il male qualche volta — certo, lo
feci involontariamente — Odiatore della tirannide e della menzogna —
col profondo convincimento: esser con esse l'origine principale dei
mali, e della corruzione del genere umano.

Republicano quindi — essendo questo il sistema della gente onesta —
sistema normale voluto dai più — e per conseguenza non imposto colla
violenza e coll'impostura.

Tollerante, e non esclusivista — non capace d'imporre per forza il mio
Republicanismo — Per esempio: agli Inglesi — se essi sono contenti col
governo della regina Vittoria — E contenti che siano, Republicano deve
considerarsi il loro governo — Republicano — ma sempre più, convinto
della necessità, d'una Dittatura onesta e temporaria a capo di quelle
nazioni — che come la Francia, la Spagna e l'Italia, sono vittime del
bisantismo il più pernicioso.

Tutto quanto ho narrato nelle mie memorie può servir alla storia —
Della maggior parte dei fatti, io fui testimonio oculare.

Fui largo di lodi ai morti — caduti sui campi di battaglia della
libertà — Lodai meno i vivi — massime i miei congiunti — E quando
spinto da giusto rancore, contro chi m'offese — io ho cercato
di placare il mio rissentimento — pria di parlare dell'offesa e
dell'offensore.

In ogni mio scritto — io ho sempre attacatto il pretismo più
particolarmente — perchè in esso ho sempre creduto trovare il puntello
d'ogni despotismo — d'ogni vizio, d'ogni corruzione.

Il prete è la personificazione della menzogna — il mentitore è ladro
— il ladro è assassino — e potrei trovare al prete una serie d'infami
corollari.

Molta gente, ed io con questa ci figuriamo di poter sanare il mondo
dalla lepra pretina — coll'istruzione. — ¿Ma non sono istruiti gli
uomini del privilegio governanti il mondo, che lo mantengono lupanare?

«Libertà per tutti» si vocifera nel mondo — e si osserva tale massima
anche tra i popoli meglio governati — Quindi libertà per i ladri,
per gli assassini, le zanzare, le vipere, i preti! E cotesta ultima
nera genìa, gramigna contagiosa dell'umanità — Cariatide dei troni,
puzzolenta ancora di carne umana bruciata — ove signoreggia la
tirannide, si siede fra i servi, e conta nella loro affamata turba
— Ma nei paesi liberi — essa presume a libertà — e non vuol altro!
non protezione fuori della legge — non sussidii — la libertà basta
al rettile: dei cretini e delle beghine — non difetta il mondo — dei
birbanti interessati al cretinismo ed alle superstizioni delle masse —
v'è sempre abbondanza!

Sarò accusato di pessimismo — ma mi perdoni chi ha la pazienza
di leggermi — oggi entro ne' miei 65 anni — ed avendo creduto per
la maggior parte della mia vita, ad un miglioramento umano — sono
amareggiato nel veder tanti malanni, e tanta corruzione, in questo
sedicente secolo civile.

Non essendo un fior di memoria — ho forse dimenticato di nominare
alcuni uomini cari, e meritevoli — Fra i chirurghi, che da Montevideo
a Dijon divisero meco le fatiche delle campagne militari io ricorderò i
seguenti — Odicini, chirurgo della legione di Montevideo valse molto ai
militi nostri concittadini — per l'abilità non comune della professione
sua — Ripari, amico mio carissimo — fu mio compagno a Roma (1849), ove
curommi d'una ferita — Chirurgo in capo nella spedizione dei Mille,
adempì col patriotismo e l'abilità che lo distingue al difficile e
nobile incarico — Ad Aspromonte io dovetti la conservazione del mio
piede destro, e forse della vita, alle cure gentili dei chirurghi
Ripari, Basile, ed Albanese.

Bertani fu chirurgo in capo delle forze da me comandate nel '59 e '66 —
e credo incontestabile la somma sua abilità come capo, e come chirurgo
— Anche nel '67 egli si distinse nella sventurata pugna di Mentana
— I distintissimi professori: Partridge, Nelaton, e Pirogoff — col
loro generoso interesse alla pericolosa mia situazione provarono: che
il vero merito la scienza vera, non distingue confini nella famiglia
umana.

Ai cari D.ri Prandina, Cipriani, Riboli, io devo pure una parola di
gratitudine — siccome al D.re Pastore.

Il D.re Riboli in Francia — chirurgo capo dell'esercito dei Vosges — fu
contrariato da indisposizione seria ed accanita — Così stesso, egli non
mancò di prestar opera utilissima.

Nell'apprezzamento del merito individuale d'ognuno che mi fu compagno —
non pretendo certo all'infallibilità — e se commisi errore — ripeto: fu
involontariamente.

Che la società odierna sia in uno stato normale — lo lascio giudicare
agli uomini di senno (4 Luglio 1872). Gli uragani non hanno spazzato
ancora l'atmosfera apestato dal puzzo de' cadavari — e già si pensa
alla _rivincita_ — Le genti sono afflitte da malanni d'ogni specie:
carestie, inondazioni, Cholera — che importa: tutti s'armano sino ai
denti — tutti son soldati! Il prete! Ah! questo è il vero flagello di
Dio! In Italia esso mantiene un governo codardo, in una umiliazione
la più degradante, e si ritempra nella corruzione, e nelle miserie del
popolo! In Francia — esso spinge alla guerra quella sventurata nazione!
Ed in Spagna peggio ancora: spinge alla guerra civile — capitanando
bande di fanatici — e seminando lo sterminio dovunque!

Amanti della pace, del diritto, della giustizia — è forza nonostante
concludere coll'assioma d'un generale Americano:

«_La guerra es la verdadera vida del hombre!_»



                                            _Caprera 7 Decembre 1871_

REVISIONE ALLE MIE MEMORIE



CAPITOLO I.

I miei genitori.


Io non devo dar principio a narrare della mia vita — senza far cenno
de' miei buoni Genitori — il di cui carattere ed amorevolezza — tanto
influirono sull'educazione mia — e sulle disposizioni del mio fisico.

Mio padre figlio di marino, e marino lui stesso dall'età più tenera —
non avea certamente quelle cognizioni di cui sono fregiati gli uomini
del suo ceto — nella generazione nostra.

Giovine aveva servito sui bastimenti di mio avo — più avanti, aveva
comandato bastimenti propri.

Vari erano stati i periodi della di lui fortuna — e non di rado — lo
udï racontare — che più agiati avrebbe potuto lasciarci — Io però li
sono riconoscentissimo, del come mi ha lasciato — ben persuaso, ch'ei
nulla trascurò per educarmi, anche in tempi, ove scaduto di fortuna —
l'educazione dei figli, disagiava certo l'onestissima sua esistenza.

Se mio padre poi, non mi fece dare più colta educazione, esercitare
nella ginnastica, scherma, ed altri esercizi corporei — fu piutosto
colpa dei tempi — in cui grazie agli Istitutori chercuti — propendevano
piutosto a far della gioventù, tanti frati e legali, anzichè buoni
cittadini, capaci di professioni virili ed utili — ed atti a servire il
loro devastato paese.

Daltronde era sviscerato l'amor suo pei figli — e quindi temente: non
si spingessero a bellici divisamenti.

Tale trepidazione dell'amato mio padre — prodotta da soverchio affetto
— è forse l'unico rimprovero da farli — giacchè per timore di espormi
troppo giovane ai disagi, ed ai pericoli del mare — egli mi trattenne
contrariamente all'indole mia — sino verso i quindici anni — senza
permettermi di navigare.

E non fu savia determinazione — essendo io, oggi, persuaso: che un
marino deve cominciare la carriera giovanissimo — se possibile prima
degli otto anni — Essendo in tale pratica: maestri i Genovesi — e
gl'inglesi massime.

Far studiare i giovani destinati al mare, a Torino, o a Parigi — ed
inviarli a bordo oltre i vent'anni — è sistema pessimo — Io credo
meglio: far fare i loro studi a bordo, e la pratica di navigazione
nello stesso tempo.

E mia madre! Io asserisco con orgoglio, poter essa servir di modello
alle madri — E credo, con questo aver detto tutto.

Uno dei rammarichi della mia vita — sarà quello, di non poter far
felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice — la di cui vita ho
seminato di tante amarezze colla mia avventurosa carriera.

Soverchia è forse stata la di lei tenerezza per me ¿Ma non devo io
all'amor suo — all'angelico di lei carattere, il poco di buono che si
rinviene nel mio?

Alla pietà di madre — verso il prossimo — all'indole sua benefica e
caritatevole — alla compassione sua, gentile, per il tapino, per il
sofferente — non devo io forse la poca carità patria, che mi valse la
simpatia e l'affetto de' miei infelici ma buoni concittadini?

Oh! abbenchè non superstizioso certamente — non di rado — nel più arduo
della strepitosa mia esistenza — sorto illeso dai frangenti dell'Oceano
— dalle grandini del campo di battaglia.... mi si presentava:
genuflessa, curva, al cospetto dell'infinito — l'amorevole mia
genitrice — implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere!... Ed
io benchè poco credente all'eficacia della preghiera — n'ero commosso!
felice! o meno sventurato!



CAPITOLO II.

I miei primi anni.


Nacqui il 4 Luglio 1807 in Nizza-marittima — verso il fondo del porto
Olimpio — in una casa sulla sponda del mare.

Io ho passato il periodo dell'infanzia — come tanti fanciulli, tra i
trastulli, le allegrezze ed il pianto — più amico del divertimento che
dello studio.

Non aprofitai il dovuto delle cure, e delle spese in cui s'impegnarono
i miei genitori per educarmi — Nulla di strano nella mia giovinezza
— Io ebbi buon cuore — ed i fatti seguenti, benchè di poca entità lo
provano.

Raccolto un giorno al di fuori un grillo, e portatolo in casa — ruppi
al poveretto una gamba nel maneggiarlo — me ne addolorai talmente — che
rinchiusomi nella mia stanza — io piansi amaramente per più ore.

Un'altra volta, accompagnando un mio cugino a caccia nel Varo —
io m'era fermato sull'orlo d'un fosso profondo — ove costumasi
d'immergervi la canapa — ed ove trovavasi una povera donna lavando
panni.

Non so perchè — quella donna cadette nell'acqua a testa prima, e
pericolava la vita. Io, benchè piccolino ed imbarazzato con un carniere
— mi precipitai, e valsi a trarla in salvo.

Ogni qual volta poi trattossi della vita d'un mio simile — io non fui
restìo giammai — anche a rischio della mia.

I primi miei maestri furon due preti — e credo l'inferiorità fisica e
morale della razza Italica, provenga massime da tale nociva costumanza.
Del Sig.r Arena terzo mio maestro, d'Italiano, calligrafia, e
matematica — conservo cara rimembranza.

Se avessi avuto più discernimento — ed avessi potuto indovinare le
future mie relazioni cogli Inglesi — io avrei potuto studiare più
acuratamente la loro lingua, ciocchè potevo fare col mio secondo
maestro il padre Giaume — prete spregiudicato, e versatissimo nella
bella lingua di Byron.

Io ebbi sempre un rimorso: di non aver studiato dovutamente l'Inglese
— quando lo potevo — rimorso rinnato in ogni circostanza della mia vita
in cui mi son trovato cogli Inglesi.

Al terzo laïco istutore il signor Arena, io devo il poco che so, e
sempre conserverò di lui, cara rimembranza — sopratutto per avermi
iniziato nella lingua patria, e nella storia Romana.

Il difetto di non esser istruiti seriamente nelle cose, e nella storia
patria è generale in Italia ma in particolare a Nizza, città limitrofa,
e sventuratamente tante volte sotto la dominazione Francese.

In cotesta mia città natìa, sino al tempo in cui scrivo (1849) non
molti sapevano d'esser Italiani; la grande affluenza di Francesi,
il dialetto che tanto si somiglia al provenzale; e la noncuranza de'
governanti nostri — del popolo occupandosi solo di due cose: depredarlo
e toglierli i figli per farne dei soldati — tutti motivi da spingere
i Nizzardi all'indifferentismo patriotico assoluto — e finalmente a
facilitare ai preti ed a Buonaparte lo svellere quel bel ramo dalla
madre pianta nel 1860.

Io devo dunque, in parte, a quella prima lettura delle nostra storia —
ed all'incitamento di mio fratello maggiore Angelo — che dall'America
mi raccomandava lo studio della mia — e più bella tra le lingue — quel
poco che sono pervenuto ad acquistarne.

Io terminerò questo primo periodo della mia vita, colla laconica
narrazione d'un fatto — primo saggio dell'avventure avvenire.

Stanco della scuola, ed insofferente d'un'esistenza stanziaria, io
propongo un giorno a certi coetanei compagni miei, di fuggire a Genova
— senza progetto determinato — ma in sostanza per tentare fortuna —
Detto fatto: prendiamo un batello, imbarchiamo alcuni viveri, attrezzi
da pesca — e voga verso levante. Già erimo all'altura di Monaco —
quando un corsaro mandato dal mio buon padre — ci raggiunse, e ci
ricondusse a casa, mortificatissimi.

Un abbate, avea svelato la nostra fuga — Vedete che combinazione: un
abbate l'embrione d'un prete — contribuiva forse a salvarmi — ed io
tanto ingrato da perseguire quei poveri preti — Comunque un prete è un
impostore — ed io mi devo al santo culto del vero.

I miei compagni d'impresa di cui mi sovvengo, erano: Cesare Parodi,
Raffaele Deandreis — e non ricordo gli altri.

Qui mi giova ricordare la gioventù Nizzese: svelta, forte, coraggiosa
— elemento magnifico per disposizioni di genio, sociale e militare.
Ma condotta disgraziatamente su perverso sentiero — prima dai preti
— secondo dalla deprevazione importata dallo straniero, che ha
fatto della bellissima Cimele dei Romani la sede cosmopolita d'ogni
corruzione.



CAPITOLO III.

I miei primi viaggi.


Oh! come tutto è abbellito dalla giovinezza ardente di lanciarsi nelle
avventure dell'incognito! Com'eri bella, o _Costanza_![1], su cui
dovevo solcare il Mediterraneo, quindi il Mar Nero, per la prima volta!

Gli ampi tuoi fianchi, la snella tua alberatura, la spaziosa tua tolda
— e sino il tuo pettoruto busto di donna — rimarranno impressi sempre
nella mia immaginazione.

Come dondolavansi graziosamente quei tuoi marini Sanremesi — vero tipo
de' nostri intrepidi Liguri!

Con che diletto, io mi avventava al balcone per udire i loro
popolari canti — gli armonici loro cori — Essi cantavano d'amore e
m'intenerivano m'innebbriavano, per un affetto allora insignificante
— Oh! se mi avessero cantato di patria, d'Italia! d'insofferenza di
servaggio — ¿E chi aveva insegnato loro: ad esser patriota, Italiani,
militi della dignità umana? Chi ci diceva a noi giovani, che v'era
un'Italia, una patria, da vendicare, da redimere? Chi! I preti, unici
nostri istitutori!

Noi, fummo cresciuti come gli Ebrei! E non ci additarono per premio,
per mèta della vita, che l'oro! Intanto l'addolorata madre mia,
preparavami il necessario per il viaggio a Odessa, col brigantino
_Costanza_, Capitano Angelo Pesante di Sanremo — il miglior Capitano di
mare, ch'io m'abbia conosciuto.

Se la nostra marina da guerra, prendesse l'incremento dovuto, il Cap.no
Angelo Pesante, dovrebbe comandarne uno dei primi legni da guerra
— e certamente non ve ne sarebbe meglio comandato — Pesante[2] non
ha comandato bastimenti da guerra — ma egli creerebbe, inventerebbe
ciocchè abbisogna in un barco qualunque, dal palischermo al vascello
per portarli allo stato d'onorare l'Italia.

E qui devo ricordare: in caso d'una guerra marittima dover il nostro
paese far capitale della sua brava marina mercantile — Semenzaio di
valorosi marinai non solo — ma di prodi ufficiali, capaci del loro
dovere, anche nelle battaglie.

Feci il mio primo viaggio a Odessa — Cotesti viaggi son diventati così
comuni — che inopportuno sarebbe lo scriverne.

Il mio secondo viaggio lo feci a Roma, con mio padre, a bordo della
propria Tartana, _S.ta Reparata_ — Roma! E Roma..... non dovea
sembrarmi se no la capitale d'un mondo! Oggi la capitale della più
odiosa delle Sètte!

La capitale d'un mondo — dalle sue ruine, sublimi, immense — ove si
ritrovano affastellate le reliquie di ciò ch'ebbe di più grande il
passato!

Capitale d'una sètta — un dì, di seguaci del Giusto — liberatore di
servi! Istitutore dell'uguaglianza umana, da lui nobilitata — benedetto
da infinite generazioni — con sacerdoti, apostoli del diritto de'
popoli — Oggi degenerati, trattanti — vero flagello dell'Italia, che
vendettero allo straniero settanta e sette volte!

No! La Roma ch'io scorgeva nel mio giovanile intendimento — era la
Roma dell'avvenire[3] — Roma! di cui giammai ho disperato: naufrago,
moribondo, relegato nel fondo delle foreste Americane!

La Roma dell'idea rigeneratrice d'un gran popolo! Idea dominatrice,
di quanto potevano ispirarmi il presente, ed il passato — siccome
dell'intiera mia vita!

Oh! Roma, mi diventava allora cara, sopra tutte le esistenze mondane
— Ed io l'adoravo con tutto il fervore dell'anima mia! Non solo ne'
superbi propugnacoli della sua grandezza di tanti secoli — ma, nelle
minime sue macerie — e racchiudevo nel mio cuore — preziosissimo
deposito — il mio amore per Roma — E non lo svelavo, senonchè allor
quando, io potevo esaltare ardentemente l'oggetto del mio culto!

Anzichè scemarsi, il mio amore per Roma s'ingagliardì colla lontananza
e coll'esiglio. — Sovente, e ben sovente, io mi beava nell'idea di
rivederla una volta ancora.

Infine, Roma per me è l'Italia — e non vedo Italia possibile, senonchè
nell'Unione compatta, o federata delle sparse sue membra!

Roma è il simbolo dell'Italia una — sotto qualunque forma voi la
vogliate — E l'opera più infernale del papato — era quella di tenerla
divisa, moralmente e materialmente![4].



CAPITOLO IV.

Altri viaggi.


Alcuni viaggi ancora io feci con mio padre — quindi un viaggio a
Cagliari, col Capitano Giuseppe Gervino, brigantino _Enea_.

In quel viaggio fui spettatore d'un tremendo naufragio — la di cui
memoria mi rimane incancellabile.

Al ritorno di Cagliari, erimo giunti sul capo di Noli e come noi, vari
bastimenti, fra i quali un felucio catalano.

Da vari giorni minacciava il Libeccio — e grossissimo n'era il mare —
quindi si scagliò il vento con tanta furia da farci apogiare in Vado
essendo pericoloso di entrare nel porto di Genova con tale uragano.

Il felucio da principio gallegiava mirabilmente, e sostenevasi, da far
dire ai nostri marinari più proveti: esser preferibile trovarsi a bordo
di quello.

Ma dolorosissimo spettacolo, dovea presentarci ben presto, quella
sventurata gente!... Un orrendo maroso rovesciò il loro legno — e non
vidimo più che alcuni individui sul suo fianco superiore — stenderci
le braccia, e sparire travolti nel frangente d'un secondo più terribile
ancora.

Avea luogo, la catastrofe, verso il nostro giardino di destra[5] quindi
impossibile ajutare i miseri naufraghi.

I barchi che dietro di noi venivano, furono pure nell'impossibilità di
soccorrerli — essendo troppa la violenza della bufera, e l'agitazione
del mare — E miseramente perivano nove individui della stessa famiglia
(ciocchè si seppe poi). Alcune lacrime sgorgarono dagli occhi dei
più sensibili, al miserando spettacolo — esauste presto dall'idea del
proprio pericolo.

Da Vado in Genova, quindi in Nizza; ove principiai una serie di viaggi
in Levante ed altrove, con bastimenti della casa Gioan.

Viaggiai a Gibilterra — ed alle Canarie, col _Coromandel_ nave del
Sig.r Giacomo Galleano — comandata da suo nipote Capitan Giuseppe dello
stesso nome di cui conservo grata memoria.

Tornai poi ai viaggi di levante — Ed in uno di quelli col brigantino
_Cortese_, Capitano Carlo Semeria, rimasi ammalato a Costantinopoli —
Il bastimento partì, e prolungandosi la malattia più del creduto — io
mi trovai alle strette.

In qualunque circostanza di strettezze, o di pericolo, mai mi sono
sgomentato.

Io ho avuto molta fortuna nell'incontro d'individui benevoli da
interessarsi alla mia sorte — Tra codesti, mai dimenticherò la signora
Luigia Sauvaige di Nizza, una di quelle donne che mi hanno fatto dire
tante volte: esser la donna, la più perfetta delle creature — chechè ne
presumano gli uomini.

Madre, modello delle madri — essa faceva la felicità del suo eccellente
sposo, e dell'amabile sua prole — che educava con una squisitezza
imparegiabile — La guerra accesa tra la Russia e la Porta, contribuì
a prolungare il mio soggiorno in Costantinopoli — In tale periodo,
mi successe per la prima volta, impiegarmi a precettore di ragazzi —
offertomi dal Sig.r Diego dottore in Medicina — e che mi presentò alla
vedova Timoni che ne abbisognava.

Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi — e profitai di tale
periodo di quiete, per studiare un po' di Greco — dimenticato poi,
siccome il Latino che avevo imparato nei prim'anni.

Ripresi quindi a navigare, imbarcandomi col Cap.no Antonio Casabona —
Brigantino _Nostra Signora delle Grazie_.

Quel bastimento fu il primo ch'io comandai da Capitano, in un viaggio a
Maone, e Gibilterra, di ritorno a Costantinopoli.

Io salterò la narrazione del resto de' miei viaggi, in levante, non
essendomi accaduto in quelli cosa importante.

Amante passionato del mio paese, sin dai prim'anni — e insofferente del
suo servaggio — io bramavo ardentemente iniziarmi nei misteri del suo
risorgimento — Perciò cercavo ovunque libri, scritti che della libertà
Italiana trattassero, ed individui consacrati ad essa.

In un viaggio a Taganrog, m'incontrai con un giovine Ligure — che primo
mi diede alcune notizie dell'andamento delle cose nostre.

Certo non provò Colombo tanta soddisfazione alla scoperta dell'America,
come ne provai io, al ritrovare chi s'occupasse della redenzione patria
— Mi tuffai corpo e anima in quell'elemento, che sentivo esser il mio,
da tanto tempo — ed in Genova il 5 Febbraio 1834 — io sortivo la porta
della lanterna alle 7 p. m., travestito da contadino, e proscritto.

Qui comincia la mia vita pubblica: e pochi giorni dopo, leggevo per la
prima volta, il mio nome su d'un giornale — Era una condanna di morte
al mio indirizzo — raportata dal _Popolo Sovrano_ di Marsiglia.

Stetti inoperoso in Marsiglia alcuni mesi.

Un giorno, imbarcato da secondo a bordo dell'_Unione_ (brigantino
mercantile Francese) Capitano Francesco Gazan — mi trovavo verso sera
nella camera, vestito in galla per scendere a terra[6]. Udimmo un
romore nell'acqua del porto, e ci affaciammo, il Capitano ed io, ad
ambi i balconi — Un individuo si annegava sotto la poppa del brigantino
— tra questa ed il molo — Io mi lanciai, e con molta fortuna e salvai
la vita al Francese — Spettatrice una immensa popolazione plaudente.

Era il salvato: Giuseppe Rambaud quattordicenne.

Io ebbi la guancia bagnata dalle lagrime di gratitudine d'una madre, e
la benedizione d'una famiglia intiera.

Anni prima, sulla rada di Smirne — avevo avuto la stessa fortuna col
mio amico, e compagno d'infanzia Claudio Terese.

Un viaggio ancora coll'_Unione_ nel mar Nero — Uno in Tunis con una
fregata da guerra, costrutta in Marsiglia per il Bey — Quindi, da
Marsiglia a Rio-Janeiro — col _Nautonier_, brigantino di Nantes —
Cap.no Beauregard.

Nel mio ultimo soggiorno in Marsiglia, ov'ero ritornato da Tunis,
con un barco da guerra Tunisino, ferveva in quella città il cholera,
facendo strage grandissima.

Eransi istituite delle ambulanze, in cui si presentavano volonterosi ad
offrire serviggi — Io diedi il mio nome ad una di quelle, e nei pochi
giorni che rimasi in Marsiglia, passai parte delle notti, custodendo
cholerici.



CAPITOLO V.

Rossetti.


Giunto al Rio-Janeiro, non ebbi molto ad impiegare per trovare amici —
Rossetti, che non avevo mai veduto, ma che avrei distinto in qualunque
moltitudine per quell'attrazione reciproca, e benevola della simpatia,
m'incontrò al _Largo do Passo_.

Gli occhi nostri s'incontrarono — e non sembrò per la prima volta —
com'era realmente — Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per
la vita — Per la vita, inseparabili!

¿Non sarà questa, una delle tante emanazioni di quell'intelligenza
Infinita — che può probabilmente animare lo spazio, i mondi, e
gl'insetti che brulicano, sulle loro superficii?

¿Perchè devo io privarmi della voluttà gentile che mi bea, pensando
alla corrispondenza degli affetti materni rientrati nell'infinita
sorgente, da dove scaturirono — ed a quelli del mio carissimo Rossetti.

Io ho descritto altrove l'amorevolezza di quella bell'anima — E morrò
forse privo del contento, di posare un sasso, sulla terra Americana,
nel sito ove giacciono l'ossa del generosissimo, fra i caldi amatori
della nostra bella, e povera patria! Nel camposanto di Viamâo[7] devono
trovarsi gli avanzi del prode Ligure — caduto in una sorpresa di notte,
fatta dagli Imperiali su quel villaggio — ove casualmente trovavasi
Rossetti.

Passati alcuni mesi, in una vita oziosa — eccoci — Rossetti ed io,
ingolfati nel commercio — Ma, al commercio io, e Rossetti non erimo
atti.

Nella guerra sostenuta dalla Repubblica del Rio-grande contro l'impero
del Brasile — fu fatto prigioniero Bento-Gonçales, ed il suo stato
maggiore — e come segretario dello stesso, presidente della Repubblica,
e generale in capo dell'esercito — giunse pure prigioniero Zambeccari,
figlio del famoso aeronauta Bolognese.

Rossetti ottenne lettere di corso dalla Repubblica, ed armammo il
_Mazzini_, piccolissimo legno nel porto stesso di Rio-Janeiro.



CAPITOLO VI.

Corsaro.


Corsaro! lanciato sull'Oceano con dodici compagni a bordo d'una
_Garopera_[8], si sfidava un impero, e si facea sventolare per i primi,
in quelle meridionali coste, una bandiera d'emancipazione! La bandiera
Republicana del Rio-Grande!

Una sumaca carica di cafè, fu incontrata all'altura dell'Isola Grande,
e predata.

Il _Mazzini_ fu messo a pico per non esservi altro pilota da condurlo
per l'alto mare.

Rossetti era con me; ma non tutti i compagni miei eran dei Rossetti
— Voglio dire uomini di costumi puri — Ed alcuni, oltre a fisionomie
non troppo rassicuranti, si facean oltremodo truci, per intimorire
gl'innocenti nostri nemici. Io, mi adoperava naturalmente a reprimerli,
ed a scemare, quanto possibile lo spavento de' prigionieri nostri.

Un passegiero Brasiliano della sumaca, all'imbarcarmi io sulla stessa,
mi si presentò supplichevole, e mi offrì in una scattola, tre preziosi
brillanti — Io glieli rifiutai siccome ordinai non si toccasse agli
effetti individuali dell'equipaggio, e passeggieri.

Tale contegno io serbai in ogni simile circostanza ed i miei ordini,
mai furono trasgrediti — Sicuri, senza dubbio, i miei subordinati —
ch'io ero disposto a non transigere su tale materia.

Furono sbarcati, passeggieri ed equipagio — a tramontana della punta
d'Itapekoroia — dando loro la lancia della _Luisa_ (nome della sumaca),
e permettendo loro d'imbarcare, oltre le proprie suppellettili, ogni
vivere di loro piacimento.

Navigammo a mezzogiorno, e giunsimo dopo alcuni giorni nel porto di
Maldonado, ove la buona accoglienza delle autorità e popolazione ci
furono di buon'augurio.

Maldonado, all'entrata settentrionale del Rio della Plata, è importante
per la sua posizione e per il porto mediocremente buono — Vi trovammo
una nave Francese, destinata alla pesca della balena — e vi passammo da
corsari — festosamente alcuni giorni.

Rossetti partì per Montevideo, onde regolare le cose nostre — Io
rimasi colla sumaca, circa otto giorni — dopo di che l'orizzonte
nostro cominciò ad offuscarsi — e tragicamente potea terminare l'affare
nostro, se men buono fosse stato il capo politico di Maldonado, ed io
men fortunato.

Fui avvertito dallo stesso che non solo (a rovescio delle mie
istruzioni) la bandiera Rio-Grandense non era riconosciuta — ma che
giunto era, per me, e per il bastimento, un sollenne ordine d'arresto
— Eccomi obligato di metter alla vela, con un temporale da Greco, e
dirigermi per l'interno del fiume, della Plata — quasi senza destino
— poichè appena avevo avuto tempo di manifestare ad un conosciuto —
che mi dirigerei, verso la punta di Jesus-Maria, nelle _Barrancas_
di S. Gregorio — al Settentrione di Montevideo — ove aspettare le
deliberazioni di Rossetti coi nostri amici della capitale.

Giunsimo a Jesus-Maria, dopo stentata navigazione, e rischio di
naufragare sulla punta di _Piedras Negras_ — per una di quelle
circostanze impreviste, da cui dipende spesso l'esistenza di molti
individui —:

In Maldonado, colla minaccia dell'arresto, e diffidente anche della
benevolenza del capo politico — io, rimasto in terra, per ultimare
alcuni affari, avevo mandato ordine a bordo di preparare le armi — Ciò
fu eseguito subito — ma successe: che le armi tolte dalla stiva ove
si trovavano, furono collocate — per esser più pronte — in un camerino
confinante alla bittacola.

Messi alla vela, con un po' di precipitazione a nessuno venne in
mente: esser le armi in situazione da poter influire sulle bussole —
Per fortuna — avendo io poca voglia di dormire — ed essendo il vento
cresciuto a bufera — mi tenevo sottovento del timoniere — cioè alla
destra del bastimento — osservando con occhio abituato — la costa che
corre tra Maldonado e Montevideo — assai pericolosa per le scogliere
delle sue punte.

Era la prima guardia — cioè dalle 8 a mezzanotte; la notte era oscura
e tempestosa — Ad un occhio abituato però, a cercar la terra nelle
tenebre — non era difficile di scorgere la costa, tanto più ch'essa mi
appariva sempre più vicina — ad onta d'aver ordinato al timoniere un
rombo, che doveva allontanarci da essa.

«Orza una quarta! orza un'altra quarta!»[9] e credo avevo già fatto
orzare, più d'un intiero vento — (cioè da quattro a cinque quarti) — ed
a mio dispetto la costa era sempre più vicina —

Verso mezzanote la guardia da prua grida: «terra». Altro che terra!
In pochi minuti noi ci trovammo avvolti in orribili frangenti e punte
spaventose di scogli, mostrare le orride e nere loro teste fuori
dell'acqua — senza possibilità di scansarle.

Il pericolo era immenso, ed inevitabile — Altro rimedio non v'era: che
precipitarsi nei vuoti degli scogli, e cercarvi un passaggio.

Io ebbi la fortuna di non confondermi — montai sul pennone di
trinchetto — e raccogliendo quanto avevo di forza nella mia voce di
ventotto anni — diressi la corsa del bastimento — verso i punti che mi
sembravan meno pericolosi — comandando nello stesso tempo le manovre
ch'eran necessarie —

La povera _Luisa_ era sommersa dai colpi di mare, che frangevano sulla
sua tolta con tanto furore, quanto negli scogli —

Uno spettacolo per me nuovo — fu la vista di molti lupi marini — che
senza curarsi della tempesta — attorniavano il bastimento da tutte le
parti e vi trastullavano, come tanti bambini in un campo fiorito —

Le loro nere cervici però, dello stesso colore delle roccie che ci
circondavano — e con un certo contegno minaccioso anche nei loro
trastulli — era robba ben poco rassicurante —

Chi sa non alleggiasse in quelle tetre zucche Africane — il pensiero
d'un pasto saporito delle nostre carni —

Comunque la riflessione del pericolo padroneggiava ogni altra — e fu un
vero caso straordinario: poter uscire da quel labirinto senza toccarli
— La minima scossa a quelle spaventose punte — avrebbe mandato in
frantumi il tempestato legno —

Come già dissi: giunsimo alla punta di Jesus-Maria nelle
_barrancas_[10] di San Gregorio — a circa quaranta miglia da
Montevideo, verso l'interno del Plata —

Solo in quel giorno, giunsi a sapere: essere state le armi tolte dalla
stiva — e collocate in un camerino accanto alle bossole.

Alla punta suddetta, niente di nuovo — ed era naturale: Rossetti
minacciato dal governo di Montevideo, fu obbligato di nascondersi per
non esser arrestato — e non potè quindi occuparsi di noi —

I viveri mancavano — non avevimo lancia da poter sbarcare — eppure,
bisognava soddisfare alla fame di dodici individui —

Avendo io scoperto, alla distanza di circa quattro miglia dalla costa,
una casa, mi decisi di sbarcare su d'una tavola — e portar viveri a
bordo ad ogni costo —

I venti soffiavano dal _Pampero_[11] — ed essendo loro traversia[12]
alla costa, ne facevano l'approdo molto difficile, anche con
palischermi —

Dammo fondo alle due àncore — tanto vicino della costa che possibile
— Ad una distanza che sarebbe stata imprudente in altri tempi — ma
indispensabile per poter riguadagnar il bordo, con un tavolino sorretto
da una botte per ogni estremità —

Eccomi con un marinaro — Maurizio Garibaldi, imbarcati in tavolino
da camera, sorretti da due barili, e coi vestiti nostri appesi come
un trofeo ad un'asta, eretta su quella nave di nuovo modello — non
navigando, ma rotando nei frangenti di quella costa inospitale.

Il Rio de la Plata, circonda lo stato di Montevideo — detto anche
_Banda Oriental_ — alla sua sinistra — e siccome cotesto bellissimo
stato è formato da colline più o meno alte — il fiume ne ha roso la
costa, e vi ha formato delle rupi, quasi informi — in certi luoghi
altissime, e per un lungo spazio —

Lo stesso importantissimo fiume, alla sua destra, lambe lo stato di
Buenos Ayres — e vi depone le sue alluvioni — che formarono coll'andar
dei secoli, le immense pianure _de las Pampas_. Giunsimo felicemente
alla costa — misimo in terra la sconquassata nostra nave — e lasciando
Maurizio a rattoparla, mi avviai io solo verso la casa scoperta —



CAPITOLO VII.


Lo spettacolo che si offrì alla mia vista, per la prima volta —
quando salito sul vertice _de las barrancas_ — è veramente degno di
menzione —

Gl'immensi ed ondulati campi Orientali, presentano una natura affatto
nuova ad un Europeo, e massime ad un Italiano, assuefato e cresciuto,
ove palmo di terra, non si presenta, senonchè coperto di case, sieppi,
opere qualunque di mano d'uomo — Là, nulla di questo: il creolo
conserva la superficie di questo suolo, come gliela lasciarono gli
indigeni, distrutti dagli Spagnuoli[13]. I campi sono coperti di fieno
— e non variano che nelle valli — sulla sponda dell'Arroyo[14] o nella
_cañada_[15] coll'alta _maciega_ —[16].

Il fiume e l'Arroyo, hanno le loro sponde, generalmente coperte
di bellissimi boschi, spesso d'alto fusto — Il cavallo, il bue, la
gazzella, lo struzzo — sono gli abitatori di quelle terre predilette
dalla natura — L'uomo rarissimo — vero centauro — la passeggia
soltanto per anunziare un padrone e ai numerosissimi, ma selvaggi suoi
servi —

Non di rado, il bellicoso stallone, seguito dalla mandra di giumente
— ed il toro, scortato anche lui, si avventano sul suo passaggio,
disprezzandone l'alterigia, con vigorosi, e non equivoci segni —

Io ho veduto nella mia misera patria un Austriaco, solcando e
calpestando le moltitudini — I servi abbassavano lo sguardo per
paura di compromettersi! Non tornino, per Dio, a tanto vilipendio, i
discendenti di Calvi, e di Manara!

Quanto è bello lo stallone della Pampa —! Le sue labbra, sentiranno
giammai il freddo ribrezzo del freno[17] e la lucidissima schiena
giammai calcata dal fetido sedere dell'uomo, brilla allo splendore del
sole, quanto un diamante —

La sua splendida, ma non pettinata criniera — batte i fianchi, quando
il superbo, raccogliendo le sparse giumenta, e fuggendo la presunzione
dell'uomo, avanza la velocità del vento —

Il naturale suo calzare, non mai imbrattato nella stalla dell'uomo — è
più lucido dell'avorio — e la richissima coda, svolazza al soffio del
_pampero_, riparando il generoso animale dal disturbo degli insetti —
Vero Sultano del deserto, ei sceglie la più vaga dell'Odalische — senza
il servile e schifoso ministero, della più degradata delle creature —
l'eunuco!

Chi si farà un'idea dell'emozione, sentita dal Corsaro di 25 anni, in
mezzo a quella terra natura, vista per la prima volta!

Oggi, 20 Decembre 1871 — rannichiato al focolare, ed irrigidito delle
membra — io ricordo commosso — quelle scene d'una vita passata, in cui
tutto sorrideva, al cospetto del più stupendo spettacolo, ch'io m'abbia
veduto —

Io sono decrepito! Ma ove saranno quei superbi stalloni, tori,
gazzelle, struzzi, che tanto abbellivano e vivificavano quelle
amenissime colline? I loro discendenti pascoleranno senza dubbio, quei
ricchissimi fieni, sinchè il vapore ed il ferro — giungano ad acrescer
la richezza del suolo — ma ad impoverire coteste meravigliose scene
della natura — Il cavallo, il toro, non avezzi a veder gente a piedi,
ne rimangono attoniti alla prima vista, e scorgonsi soprafatti da
curiosa stupefazione — quindi disprezzandose forse quei mingherlini
cosi bipedi, che si atteggiano a padroni del mondo, li assalgano
scherzosamente, e li farebbero a pezzi se volessero prender la cosa in
serio, dal lato della giustizia —

Il cavallo scherza, minaccia, ma mai offende — del toro non bisogna
fidarsi — la gazzella e lo struzzo fuggono alla vista dell'uomo colla
velocità del destriero, e si fermano sull'eminenza, girandosi a veder
se sono perseguiti.

In quel tempo, la parte del territorio Orientale di cui narriamo,
era rimasta fuori del teatro della guerra — perciò, trovavansi
numerosissimi gli animali d'ogni specie.



CAPITOLO VIII.


Dopo d'aver fatto circa 4 miglia, tra le commoventissime descritte
scene, io giunsi alla casetta ch'io avevo scoperto dal bordo — ed in
essa io ebbi un piacevolissimo incontro: una giovane e ben graziosa
donna, che mi accolse del modo il più ospitale — Non era forse una
bellezza Raffaelesca — ma era bella, educata, e di più poetessa! ma
guardate combinazione! In quella solitudine — a tanta distanza della
capitale — io trasognavo —

Da essa seppi: esser la moglie del _capataz_ (maggiordomo) della
_Estancia_, che trovavasi a molte miglia lontana — e di cui la casa da
lei abitata — era un semplice posto.

Mi fece gli onori di casa, con una gentilezza, di cui serberò grata
memoria tutta la vita — Mi offrì il classico _mate_[18] — un buon
arrosto — come solo si mangia in quei siti ove la carne è il solo
alimento —

Seduto e confortato — essa mi parlò di Dante, di Petrarca, e dei
massimi de' nostri poeti — volle farmi accettare come memoria, le
belle poesie di Quintana — e finalmente mi contò la storia della sua
vita — Essa, di agiata famiglia Monvideana, era stata obligata da
certe peripezie commerciali — di relegarsi nella campagna, ove avea
conosciuto il presente suo sposo, con cui era felicissima — e colle
sue propensioni romantiche, nemmen per sogno, essa avrebbe cambiato la
condizione presente, colla brillante vita della capitale —

Alla mia richiesta d'un animale vaccino, per provvista di bordo — essa
mi assicurò: che suo marito sarebbe felice di contentarmi — e convenne
quindi aspettarlo — Comunque, era già tardi, ed impossibile d'aver
l'animale alla marina prima del giorno seguente.

Il marito stette un pezzo a giungere — ed io, poco conoscitore della
lingua spagnuola a quell'epoca, parlai poco, ed ebbi tempo a meditare
sulle vicissitudini della vita —

Vi sono delle circostanze nella vita, la di cui memoria è
incancellabile —

Io dovevo incontrare in quel deserto, moglie d'un uomo forse
semi-selvaggio, una bella giovine con regolare educazione, e poetessa!
Nell'età mia, certo, si compiace uno a trovare della poesia ovunque
— e si crederebbe, la circostanza narrata, un parto della fantasia —
anzichè realtà.

Dopo d'avermi presentato le poesie di Quintana, ciocchè servì di
materia a conversazione, la graziosa mia ospite, volle recitarmi,
alcune composizioni sue, e confesso ne fui ammirato!

Mi si obbietterà: ¿Come ammirato, se quasi nulla conoscevi di Spagnuolo
— e pochissimo di poesia? Poco, o nulla so di poesia veramente — il
bello però della poesia — sembravi anche capace di commovere i sordi —
La lingua spagnuola poi ha tanta affinità colla nostra — ch'io non ebbi
molta difficoltà a capirla nemmeno al principio del mio soggiorno, ove
si parlava.

Io godetti la compagnia dell'amabile padrona di casa, sino all'arrivo
dello sposo — non sgarbato, abbenchè di ruvido aspetto — e col quale
restammo convenuti, di farmi trovare una _rez_[19] alla spiaggia nella
mattina seguente.

All'alba mi congedai dall'interessante poetessa del campo — e tornai
ove mi aspettava Maurizio — non senza timore, poichè più pratico di
me, di quella parte d'America — sapeva esistervi tigre — men trattevoli
certamente del toro e del cavallo —

Poco dopo apparve il _capataz_, con un bue nel laccio ed in breve
tempo, lo ebbe morto, scorticato e maccellato — Tale è la destrezza di
quella gente, in codesti esercizi di sangue —

Ora, si trattava di portare un bue in pezzi, dalla costa al legno,
distante circa mille passi — attraverso i frangenti del mare arrabbiato
— ch'era una consolazione per chi doveva attuar l'impresa! —

Eccoci, Maurizio ed io all'arduo travaglio:

I due barrili vuoti, erano già fissati alle estremità del gastronomico
vascello — con molta cura, legati i quarti del bue, all'albero
improvvisato — e con molta cura tenuti fuori del mare — una pertica in
mano a ciascuno, serviva di remo e di bottafuori — l'equipaggio poi,
allegerito di panni il possibile — trovavasi al galleggiare del barco,
coll'acqua sino alla cintura —

E voga la barca! allegrissimi del nuovo modo di navigare — e fieri del
pericolo, alla vista dell'Americano, che ci applaudiva, e de' compagni,
che pregavano, forse più, per la salvezza della carne, che per la
nostra, noi ci avventurammo nell'onda —

Per un tratto non andava male — ma giunti ai più lontani, e più forti
frangenti, erimo alcune volte sommersi da quelli, e rigettatti verso la
costa, ch'era il peggio —

Passammo con serie difficoltà tutti i frangenti — quindi una non
minore, e per noi invincibile, trovavasi fuori de' frangenti — ove in
una profondità di quattro braccia[20] la corrente del fiume era assai
forte, e ci trasportava a scirocco, lungi dalla _Luisa_.

Altro rimedio non vi fu, senon quello di mettersi alla vela la sumacca,
e venire in traccia nostra, sino a poterci gettare una cima — Fummo
salvi allora, e con noi la carne tutta — a cui gli affamati nostri
compagni, diedero dentro maravigliosamente.

Nell'altro giorno, passando una palandra (piccolo barco da fiume)
immaginai comprare da quella, la lancia che si vedeva su coperta —

E realmente misimo alla vela, abordammo la palandra, che donò di buon
grado il richiesto palischermo, col cambio di trenta scudi —

Passammo quel giorno ancora, alla vista della punta di Jesus-Maria —
aspettando vanamente, intelligenze da Montevideo —



CAPITOLO IX.


Nell'altro giorno, trovandoci all'ancora, un poco al mezzogiorno della
punta suddetta, apparirono due lancioni — dalla parte di Montevideo
— che credemmo amici — ma siccome non avevano il segno condizionale
d'una rossa bandiera, io credetti a proposito d'aspettare alla vela — e
salpammo — tenendoci alla capa — colle armi preparate.

La precauzione non fu vana: poichè avvicinatosi il maggiore dei due
lancioni, con sole tre persone in evidenza, c'intimò la resa, in
nome del governo Orientale, quando si trovò a pochi passi da noi, ed
apparirono minacciosamente armati, una trentina d'individui —

Erimo in panna[21] — io comandai immediatamente — «braccia in
vela»[22] —

A quel comando ci fecero una scarica di fucileria — che ci uccise uno
dei migliori compagni Italiani: Fiorentino di nome — era Isolano della
Maddalena —

Io principiai a dar mano ai fucili, che avevo fatto preparare fuori
della cassa d'armi, sul banco di guardia — ed ordinai il fuoco.

Impegnossi un combattimento accanito tra le due parti — Il lancione
aveva attacato il giardino[23] di destra della sumaca, ed alcuni dei
nemici, si preparavano a salire, rampicandosi al bastingagio[24];
ma alcune fucilate, e sciabolate li precipitarono nel lancione o nel
mare —

Tuttociò si passò in breve tempo: siccome non aguerriti i miei non era
mancato di nascere confusione — ed il mio comando di bracciare in vela,
non si eseguiva; — cioè: vari dei nostri — alla voce di comando, eransi
portati ai bracci della sinistra — senza che nessuno, si ricordasse
di mollare quelli di destra[25] quindi inutilmente si affaticavano a
tirare —

Fiorentino, vedendo ciò, abbandonò il timone ove trovavasi e si lanciò,
per effetuare la manovra incompiuta — quando una palla nella testa, lo
rovesciò cadavere —

Il timone rimase abandonato; ed io che mi trovavo a far fuoco vicino
allo stesso — ne presi la barra — In quell'atto una palla nemica mi
colpì nel collo, e stramazzai privo di sensi —

Il resto del combattimento, che durò circa un'ora, fu sostenuto
principalmente dal Nostr'uomo[26] Luigi Carniglia — dal pilotino
Pasquale Lodola, e marinari: Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi, due
Maltesi etc. — Gl'Italiani, meno uno combatterono valorosamente — Gli
stranieri — ed i neri Liberti, in numero di cinque — si salvarono nella
stiva —

Io ero rimasto per mezz'ora disteso sulla tolda quale cadavere — ed
abbenchè dopo, ripresi i sensi a poco a poco, non potevo movermi,
rimasi inutile e fui creduto spacciato —

Staccato il nemico a fucilate — non si pensò più ad assaltar nessuno
in quelle alture — e si proseguì per l'interno del Plata a cercarvi un
asilo e dei viveri —

La mia posizione era ben ardua — Mortalmente ferito, nell'incapacità
di movermi — non avendo a bordo uno solo, che possedesse le minime
nozioni geografiche — e perciò mi trassero davanti la carta idrografica
di bordo, perchè vi gettassi i moribondi miei occhi, per indicare alcun
punto di meta da dirigervi la corsa —

Indicai Santafè, nel fiume Paranà, che vidi scritto in lettere maggiori
sulla carta suddetta — Niuno era stato in quel fiume, tranne Maurizio,
una sola volta nell'Uruguay[27].

I marinari atterriti dalla situazione — Giacchè rigettatti dal
Governo di Montevideo, unico che si credeva amico della Repubblica
Rio-Grandense — si poteva esser considerati quali pirati — I marinari
dico, erano in un avvilimento indescrivibile — Meno gl'italiani — devo
confessar il vero —

Dalla situazione mia, la vista del cadavere di Fiorentino, e come
dissi: il timore d'esser considerati ovunque pirati — essi avevano
lo spavento sul volto, ed alla prima opportuna occasione — realmente
disertarono —

In ogni barca, ogni uccello che scoprivano, quei codardi vedevano
nemici inviati a perseguirci — La salma di Fiorentino fu sepolta
nell'onde — destino solito dei marinari — e colle solite cerimonie
in simili circostanze — cioè: un saluto affetuoso de' suoi
concittadini —

Assicuro per parte mia, che tale classe d'inumazione non mi piacque —
e siccome la stessa sorte m'aspettava probabilmente tra poco — senza
potermi opporre al sistema di sepoltura del mio compagno — mi contentai
di chiamare il mio carissimo Luigi per trattenerlo all'uopo —

Fra i periodi rettorici dell'inchiesta mia naturalmente breve,
all'incomparabile amico mio, io recitavo a lui, i bei versi di Ugo
Foscolo:

    Un sasso! che distingua le mie dall'Infinite
    ossa che in terra e in mar, semina morte!

Ed il mio caro piangeva, promettendomi di non seppellirmi nell'onda
— Chi sa: se lui stesso avrebbe potuto mantener la promessa — ed il
mio cadavere, avria sfamato alcuni lupi marini, o qualche _jakarè_[28]
dell'immenso Plata —

Io non avrei più veduto l'Italia — idolo di tutta la mia vita — è
vero! Non avrei più combattutto per essa! Ma anche non l'avrei veduta
ricadere, nell'ignominia e nella prostituzione!

Chi avrebbe detto all'amorevole, al buono, al valoroso mio Luigi: che
fra un anno — io lo vedrei travolto nei frangenti dell'Oceano, e che
inutilmente io cercherei il suo cadavere, per seppellirlo sulla terra
straniera, e segnarlo al passeggier con un sasso!

Povero Luigi! cura di madre ei m'ebbe, in tutto il viaggio sino
a Gualeguay — e nei tremendi patimenti miei — io non avevo altro
sollievo, che nella vista, e nell'attenzioni di quel generoso quanto
prode.



CAPITOLO X.

Luigi Carniglia.


Io voglio parlare di Luigi — e perchè non dovrò parlarne? Perchè
plebeo? Perchè nato nella moltitudine di coloro che lavorano per tutti?
Perchè non apparteneva all'alta classe — che generalmente lavora per
nessuno e divora per tanti? All'alta classe di cui solo si fa menzione
nelle storie, senza infastidirsi della plebe vile che pur produce i
Colombi, i Volta, i Linnei ed i Franklin? E non era alta l'anima di
Luigi Carniglia? Alta per sostenere dovunque l'onore del nome Italiano!
Alta nello sfidare una tempesta — siccome i pericoli d'ogni genere,
per far bene! Alta infine, nel proteggermi, nel custodirmi come un suo
bambino — nella sventura — quando io incapace di movermi — languente —
nel punto d'esser abbandonato da tutti!

Io, delirante del delirio della morte — mi si sedeva accanto, Luigi
— coll'assiduità, la pazienza d'un angelo! — quindi mi lasciava un
momento per piangere!

O Luigi! le tue ossa, sparse negli abissi dell'Oceano — meritavano
un monumento — ove il proscritto riconoscente — potesse un giorno,
ricambiarti d'una lacrima, sulla sacra terra italiana!

Luigi Carniglia era di Deiva, piccolo paese della Riviera a levante
di Genova — Non aveva avuto istruzione letteraria, nel paese, ove il
governo ed i preti mantengono diciasette millioni d'analfabeti — ma
suppliva alla letteratura, con superiore intelligenza — Senza i nautici
conoscimenti che fanno il pilota, egli condusse la _Luisa_ sino a
Gualeguay, senza esservi mai stato, colla sagacia e la fortuna d'un
pratico —

Nel combattimento contro i lancioni — a lui principalmente dovemmo: non
esser caduti in potere del nemico —

Armato d'un trombone, e posto nel luogo di più pericolo, egli
intimoriva gli assalitori —

Alto della statura, e robustissimo, ei riuniva l'agilità, a
straordinaria forza corporea — dimodocchè potevasi — senza tema di
esagerare — esclamare scorgendolo: «Colui basta per dieci!».

Amenissimo nell'abituale consorzio della vita, egli aveva il dono, di
farsi amare da ognuno che lo trattasse.

Ancora un martire della libertà! dei tanti Italiani destinati a
servirla ovunque — fuori dell'infelice loro terra natia! —



CAPITOLO XI.

Prigioniero.


È singolare — che nella prolissa mia carriera militare — io mai sia
stato fatto prigioniero! ad onta d'essermi trovato tante volte — in
pericolosissimo stato —

Nella circostanza presente — a qualunque terra s'abordasse, dovevasi
esser prigionieri — poichè non riconosciuta l'insurrezionale nostra
bandiera del Rio-Grande del Sud —

Giunsimo a Gualeguay paese della provincia di Entre-Rios — ove
ci valsero moltissimo — il Capitano Luca Tartabull della goletta
_Sintoresca_ di Buenos-Ayres — ed i di lui passegieri, abitatori e
nativi di quei paesi.

Incontrata detta goletta, nelle alture dell'Ibicui — piccolo confluente
del fiume Gualeguay e mandato da Luigi a chiedere alcuni viveri —
quei generosi si offersero di accompagnarci sino a Gualeguay, loro
destino —

Di più: mi raccomandarono al Governatore della provincia, D.r Pasqual
Echague — che si compiacque, lui dovendo partire, di lasciarmi il
proprio chirurgo D.r Ramon dell'Arca — giovine Argentino — che mi
fe' subito l'estrazione della palla, rimastami nel collo — e mi curò
perfettamente —

Io vissi nella casa di D.r Jacinto Andreus, nei sei mesi di soggiorno
in Gualeguay — e dovetti moltissimi riguardi e gentilezze a lui ed alla
famiglia tutta di quel generoso —

Ma non ero libero!... Con tutta la buona volontà di Echague, e
l'interesse che quella buona popolazione mi manifestava — io ero
obligato di non assentarmi — senza previa deliberazione del Dittattore
di Buenos-Ayres, da cui dipendeva il governatore d'Entre-Rios, e che
non deliberava mai.

Sano della ferita — io principiai a passegiare — e mi si permettevano
delle scorrerie a cavallo sino alla distanza di dieci o dodici
miglia —

Mi passavano, più del vito — che dovevo alla generosità di D.r Jacinto
— un pezzo forte al giorno; condizione agiatissima per quei paesi, ove
si trova a spendere poco —

Ma tuttociò non valeva la libertà di cui ero privo —

Mi si fece capire da alcuni di buona fede, o nemici, che al governo non
sarebbe riuscita discara la sparizione mia; e mi decisi, incautamente,
a sgombrare; credendone l'attuazione men ardua, e le conseguenze, non
di tanto momento — credendo non mi si attribuirebbe a gran colpa — da
quanto ho già accennato —

Il Comandante di Gualeguay, era un tale Millan — egli avea proceduto
non male verso di me — poichè tale contegno le fu imposto dal governo
della provincia — e sino a quel punto, non avevo veramente motivi di
lagnanze — abbenchè poco interesse mi avesse egli dimostrato —

Io mi decisi dunque di andarmene — e perciò feci i miei
preparativi —

Una sera, era tempo burrascoso — io mi avviai verso la casa d'un buon
vecchio, che solitavo visitare, alla distanza di circa tre miglia
da Gualeguay — le feci palese il mio divisamente — e lo incaricai
di cercarmi una guida, che coi propri cavalli, mi conducesse sino
all'Ibicuy — ove speravo di trovare legni, da trasportarmi incognito a
Buenos-Ayres, o Montevideo —

Trovansi il guida, i cavalli, e ci poniamo in via attraverso campi, per
non esser scoperti —

Noi dovevimo percorrere cinquanta e quattro miglia, che divorammo nella
notte — quasi sempre a galoppo —

Spuntando l'alba, noi erimo in vista dell'Ibicuy, cioè della
_Estancia_[29] di quel nome; alla distanza di mezzo miglio circa —

L'uomo che mi servì di guida, mi disse allora: d'aspettarlo nel
bosco ove ci trovavamo — e che lui, andrebbe a prender notizie nella
casa —

Così si fece: egli partì solo — Io rimasi, ben contento di poter
riposare un momento le membra sconquassate da tanto galoppo — io,
marino, e quindi non assuefato al cavallo —

Smontai, e legai colla briglia il mio cavallo ad una pianta di
spiniglio, ossia Acacia, di cui sono composti totalmente quei boschi
— rade però le piante, dimodocchè i cavalieri ponno cavalcarvi
liberamente sotto, e tra loro.

In tal guisa, aspettai lunga pezza sdrajato — quindi, vedendo che non
compariva il mio guida, mi avvicinai a piedi verso il confine del bosco
che non era lontano, e procurai di scorgerlo — Quando sento dietro
di me, un calpestio di cavalli, e scorgo un drapello di cavalieri,
che colla sciabola sguainata si avventavano su di me — Essi già si
trovavano tra il mio cavallo ed io — quindi inutile qualunque proposito
di fuga — più inutile ancora ogni resistenza.

Mi legarono colle mani dietro — poi collocato sopra un ronzino,
legaronmi pure i piedi, sotto la pancia del cavallo — ed in tal
guisa fui condotto a Gualeguay, ove mi aspettava trattamento molto
peggiore —

Sentomi raccapricciare ogni volta mi rammento la sventuratissima
circostanza della mia vita — Giunto in presenza di Millan, che mi
aspettava sulla porta della prigione, fui da lui inchiesto: chi mi
avesse somministrato i mezzi d'evasione — ed accertatosi ch'io nulla
gli avrei fatto palese — ei principiò bestialmente a battermi con una
frusta che teneva in mano — quindi, alle reiterate mie negative, ei
fece passare una fune alla trave della prigione — e mi fece sospendere
in aria, legato per le mani!

Due ore di quella tortura mi fece soffrire quel scellerato!!!

Io che avevo consacrato tutta la vita al sollievo dei soffrenti!
Consacrato a far guerra alla tirannide ed ai preti fautori, ed
amministratori di torture!

Il mio corpo ardeva come una fornace, e lo stomacco mio dissecava
l'acqua ch'io trangugiavo senza interruzione, somministratami da un
soldato — come un ferro rovente —

Tali patimenti non si ponno esprimere!

Quando mi sciolsero, io, più non mi lamentavo, ero svenuto — diventato
un cadavere! E così mi incepparono!

Io avevo traversato cinquanta quattro miglia di paese paludoso, ove le
zanzare sono insoffribili nella stagione in cui erimo — Colle mani e
piedi legati, avevo indurato le tremende percosse del moschito — senza
potermi difendere — quindi le torture di Millan —

Oh! io avevo sofferto molto! Ora mi trovavo in ceppi allato d'un
assassino!

Andreus, il mio benefattore, era imprigionato — Gli abitanti tutti del
villaggio erano atterriti — e senza l'anima generosa d'una donna — io
sarei morto —

La Signora Albeman, angelo virtuoso di bontà calpestò il timore,
che tutti aveva invaso — e venne in soccorso del torturato! Io di
nulla mancai nella mia prigione — grazie alla incomparabile mia
benefattrice —

Di lì a pochi giorni, fui condotto alla capitale della Provincia —
Bajada — Stetti due mesi in prigione in quella città — quindi fui
avvertito dal Governatore, che potevo andarmene liberamente —

Abbenchè io appartenessi a principii diversi da quelli di Echague —
e ch'io abbia combattutto per una causa diversa dalla sua — cioè io
servendo la libertà nella Repubblica di Montevideo — e lui luogotenente
del tiranno di Buenos-Ayres, che voleva aggiogarla — ad onta di ciò,
dico: io devo confessare le tante obbligazioni di cui le sono debitore
— e vorrei oggi ancora poterli provare la mia gratitudine d'ogni cosa
— ma massime per la mia libertà, che senza di lui potevo non ricuperare
per un tempo indefinito —



CAPITOLO XII.

Libero.


Dalla Bajada, presi passaggio con un brigantino genovese Capitano
Ventura, uomo superiore alla moltitudine de' concittadini nostri
dati alla nobile nautica professione — in cui primeggia nella gran
maggioranza un interesse vilissimo, grazie all'Israelita educazione
ricevuta nei nostri paesi —

L'interesse a cui accenno non è certo quella indispensabile economia
base del vivere onesto in tutte le condizioni — ove il cittadino
adattandosi alla propria condizione, bilancia le spese sull'entrata —
e potendo spender dieci per esempio, spende otto solo, riserbandosi
così, sempre, un residuo che non solo lo costituisce indipendente
al dominio altrui — ma procura a lui l'impareggiabile voluttà della
beneficenza —

¿Non è forse il lusso, i depravati apetiti, il non sapersi conformare
alla propria condizione, ed ad una vita sobria e laboriosa — che
scaraventa a' piedi dei potenti, tanta massa di lussuriosi infingardi —
e ne fa un semenzajo di birri, di spie, di malviventi d'ogni specie?

Il Capitano Ventura mi trattò con una generosità cavalleresca, e
venni con lui sino al Guassù — ove il Paranà sbocca nel Rio della
Plata — Là m'imbarcai per Montevideo con una calandra[30] il di cui
padrone era Pasquale Carbone anche genovese — che egregiamente pure
trattommi —

Le fortune, come le disgrazie, capitano generalmente accopiate,
ed in tale circostanza, dovevano succedersi le prime senza
interruzione —

In Montevideo trovai una folla di amici, tra cui primeggiavano
Rossetti, Cuneo e Castellini — Il primo di ritorno d'un viaggio al
Rio-Grande — ove era stato accolto con molto favore da tutti quei fieri
Republicani —

In Montevideo però, continuava la proscrizione mia, per l'affare
avuto coi lancioni di codesta Republica — e fui obligato di rimanermi
nascosto in casa del mio amico Pesente, ove soggiornai un mese —

Lo stato mio di reclusione, era abbellito, dal concorso di tanti
conosciuti Italiani — i quali in quei tempi prosperi di Montevideo,
come pure in ogni tempo di pace — erano i nostri conterranei d'una
amenità, ed ospitalità degne di lode —

La guerra, e massime l'ultimo assedio, amareggiarono l'esistenza di
quei buoni, e ne deteriorarono molto la condizione —

Con Rossetti, partimmo verso il Rio-grande dopo un mese di soggiorno
in Montevideo, e feci quel mio primo e lungo viaggio a cavallo, con
grandissimo diletto —

Giunsimo a Piratinim, ove fui accolto vantaggiosamente dal governo
della Republica del Rio-grande — stabilito provisoriamente in codesto
villaggio — per esser un punto centrale, e fuori mano dalle scorrerie
de' nemici imperiali —

Comunque il Governo suddetto, era già stato obligato a metter gli
archivi sui carri, e seguire l'esercito Republicano in campagna,
dividendo coi militi i disagi, ed i pericoli delle battaglie. Così oprò
il Governo Republicano degli Stati Uniti — quando Filadelfia capitale,
trovavasi minacciata dall'esercito Inglese —

E così devono oprare quelle nazioni che preferiscono ogni sacrificio,
disagio, privazioni, pericoli — all'umiliazione di diventar mancipï
dello straniero —

Almeida, ministro delle Finanze — mi fece gli onori dell'ospitalità,
semplicemente, ma con molta grazia — Bento Gonçales presidente della
Republica, e generale in capo dell'Esercito — era marciato alla testa
d'una brigata di cavalleria, per combattere Silva Tavares, generale
dell'impero del Brasile — che avendo passato il canale di S. Gonçales,
infestava la parte orientale della provincia —

Piratinim, sede allora del governo Repubblicano, è un piccolo
villaggio; ma piacevole nella sua situazione alpestre — Capoluogo del
dipartimento di quel nome — è attorniato da popolazioni bellicosissime,
e devotissime al sistema suddetto — Inoperoso in Piratinim, io chiesi
di passare alla collonna d'operazione sul S. Gonçales, e mi venne
concesso —

Fui presentato a Bento Gonçales e ricevuto benone — Passai alcun tempo,
nel consorzio di quell'uomo straordinario, che natura avea veramente
favorito delle sue doti predilette; ma che la fortuna contrariò quasi
sempre, per ventura dell'impero Brasiliano.

Bento Gonçales era il tipo del guerriero brillante e magnanimo — e lo
era ancora, vicino ai sessant'anni — quand'io lo conobbi —

Alto della statura, e svelto — ei cavalcava un focoso destriero, colla
facilità e la destrezza d'un giovine conterraneo suo — E si sa: contare
a Rio-Grandensi tra i primi cavalieri del mondo —

Valorosissimo della persona — egli avrebbe combattutto in singolare
tenzone, e vinto forse — qualunque forte cavaliere — D'animo
generosissimo, e modesto — io credo: non aver esso eccittato i
Rio-Grandensi ad emanciparsi dall'impero, con fine d'ingrandimento
proprio.

Sobrio, come ogni figlio di quella valorosa nazione, il suo vito nel
campo, era un'_açado_ (arrosto) come un semplice milite — Alimento
unico, in quelle campagne richissime di bestiame — ed ove, per far la
guerra, non si usano le ingombranti impedimenta — inciampo principale
degli eserciti Europei —

Io divisi, per la prima volta, allora, i di lui campestri pasti — con
tanta famigliarità — come se compagno d'infanzia, ed uguali —

Con tali doti, fu Bento l'idolo de' suoi concittadini: eppure con
tante doti — egli fu sventurato nelle battaglie — ciocchè mi ha fatto
supporre sempre — contribuire la fortuna, per una gran parte negli
eventi della guerra —

Una qualità poi di cui difettava il prode generale della Republica —
era la costanza nelle battaglie — Ed io lo tengo per grande difetto!
Iniziando una pugna qualunque — devesi riflettervi ben bene prima —
ma principiata, che sia — non si deve desistere dalla vittoria sino
ad aver tentato gli ultimi sforzi — sino ad aver portato in azione le
ultime riserve —

Io seguitai Bento, sino ai _Canudos_ — passo del canale di S. Gonçales,
che unisce le lagune Patos e Merin — Quel passo era stato varcato da
Silva Tavares, pauroso d'incontrarsi colla prima brigata dell'esercito
Republicano — che lo perseguiva da vicino —

Non avendo potuto ragiungere il nemico, retrocesse la brigata, ed io
ripresi la strada di Piratinim, al seguito del Presidente —

Contemporaneamente si ebbe notizie della battaglia del Rio-pardo, ove
l'esercito imperiale fu complettamente sconfitto dal Republicano —



CAPITOLO XIII.

Ancora Corsaro.


Io fui destinato all'armamento di due lancioni, che si trovavano
in Camacuan — confluente della laguna dos Patos — e feci i miei
preparativi per dirigermi a quella volta, con alcuni compagni venuti
meco da Montevideo —

Rossetti rimase a Piratinim, incaricato della redazione del Giornale
_O Povo_ (il popolo) — e certo nessuno meglio di lui era capace di
dirigere un periodico Republicano —

Giunsi sul fiume Camacuan, nella _Estancia_ di Bento Gonçales — ove
si trovavano i lancioni che armammo, chiamandoli: _Republicano_ l'uno
— di cui prese il comando il Nord Americano John Griggs — ch'io avevo
trovato in quel punto — e che assistito avea alla costruzione di detti
— Io, presi il comando del _Rio-Pardo_, il maggiore dei due —

Principiammo a scorrere la laguna dos Patos — e vi predammo una
sumaca assai grande, e riccamente carica, che scariccammo nella costa
Occidentale del lago — vicino a Camacuan — ed a cui diedimo fuoco, dopo
d'averne estratto quanto ci poteva esser utile per il nostro piccolo
arsenale — quella prima preda fecondò alquanto la nostra piccolissima
marina — La gente che sino allora avea avuto pochissimi mezzi,
ricevette una pingue parte di presa — e si pensò nell'istesso tempo a
vestirla.

Gl'imperiali, che disprezzati ci avevano, sin'ora — cominciarono a
sentire la qualche importanza nostra nella Laguna, ed impiegarono i
numerosi loro legni di guerra a perseguirci —

La vita che si faceva, in quella classe di guerra era attivissima —
piena di pericoli — per la superiorità numerica del nemico — e la di
lui potenza in ogni ramo guerresco; ma nello stesso tempo, bella, e
molto conforme all'indole mia propensa all'avventure —

Essa non era limitata alla marina soltanto — noi avevimo a bordo, selle
— cavalli ne trovavimo ovunque, in quei paesi ove sono abbondantissimi
— e tutt'assieme, quando lo richedeva il caso — noi erimo trasformati,
non in brillante, ma temibile, e temuta cavalleria —

Trovavansi sulle coste della laguna, delle _Estancias_, che le vicende
della guerra avevano fatto abbandonare dai loro proprietari — Ivi
trovavasi bestiame d'ogni specie, per mangiare, e per cavalcare —

Di più, in quasi tutti quei stabilimenti eranvi delle _rossas_ (terreni
coltivati), ove si trovavano in abbondanza ogni specie di legumi:
formentone, faggioli, patate dolci — e spesso aranci, bonissimi in
quelle contrade —

La gente che mi accompagnava, era vera ciurma cosmopolita — composto
di tutto, e di tutti colori — come di tutte le nazioni — Gli Americani
per la maggior parte erano liberti — neri o mulati — e generalmente i
migliori e più fidati —

Fra gli Europei — avevo gl'Italiani tra cui il mio Luigi, ed Edoardo
Mutra, mio compagno d'infanzia — in tutto sette, su cui potevo contare
— Il resto era composto di quella classe di marinari avventurieri
conosciuti sulle coste Americane dell'Atlantico e del Pacifico sotto il
nome di: «_Frères de la côte_» classe che aveva fornito certamente gli
equipagi dei Filibustieri, dei Bucanieri, e che oggi ancora dava il suo
contingente alla tratta dei neri —

Io trattavo la mia gente con bontà, forse superflua — ignaro allora
dell'indole umana, un po' propensa alla perversità — quando l'uomo è
educato, e massime poi se ignorante —

Il coraggio non difettava certamente ai miei poco disciplinati compagni
— essi mi ubbidivano puntualmente, e pochi motivi mi davano d'esser con
loro rigoroso — Ciocchè mi facea contento — e devo confessare: di aver
avuto tal sorte tutta la vita, nelle differenti circostanze, in cui mi
son trovato a comandare gente di tal natura —

In Camacuan, ove avevimo il nostro piccolo arsenale; e da dove era
uscita la flottiglia Republicana — abitavano per l'estensione della
maggior parte del fiume — stendendosi sopra una superficie immensa, le
famiglie tutte del presidente Bento Gonçales e dei fratelli di lui, con
numerose famiglie e potenti —

Su quei vasti terreni, e campi bellissimi — pascolava immenso bestiame
— che la guerra avea rispettatto, per trovarsi fuori di mano — Le
produzioni agricole vi eran pure in abbondanza —

Ora si osservi: che in nessuna parte della terra, si può trovare
un'ospitalità più franca, e cordiale, di quella che si trova nella
provincia del Rio-grande.

In quelle case poi, ove incontravasi dovunque l'indole benefica del
patriarca di quelle famiglie, e la maggior simpatia, per uniformità
d'opinioni — noi erimo accolti certamente con affetto inesprimibile.

Le _estancias_, ove per prossimità alla Laguna, e per i comodi,
e per grata accoglienza — noi aprodavamo con più frequenza, eran
quelle di D.a Antonia, e di D.a Ana, ambe sorelle di Bento Gonçales
— situata la prima, nella foce del Camacuan — la seconda in quella
dell'Arroyo-grande[31].

Io non so se influito nella mia immaginazione, abbia l'età mia —
predisponendomi allora all'abbellimento d'ogni cosa — siccome giovane
ed inesperto — Comunque sia — io posso assicurare: che nessuna delle
circostanze della mia vita, mi si presenta al pensiero con più fascino,
con più dolcezza — e più piacevole reminiscenza — di quella passata
nell'amabilissimo consorzio di quelle signore, e delle care loro
famiglie —

In casa di D.na Ana massimamente — era per noi un vero paradiso —
Avanzata di età quella signora, era d'un'indole incantatrice —

Aveva seco, una famiglia emigrata di Pelotas — (paese sulla sponda del
S. Gonçales) il di cui capo era D.r Paolo Ferreira — Tre donzelle, una
più vezzosa dell'altra — facevan l'ornamento di quel sito felice — ed
una di loro Manuela, signoreggiava assolutamente l'anima mia —

Io, mai cessai d'amarla — benchè senza speranza — essendo essa
fidanzata ad un figlio del presidente. Io, adoravo il bello ideale, in
quell'angelica creatura, e nulla avea di profano l'amor mio —

In occasione d'un combattimento — ov'io ero stato creduto morto — io
conobbi non esser indifferente a quell'angelica creatura — e ciò bastò
a consolarmi dell'impossibilità di possederla —

D'altronde, bellissime sono le Rio-Grandensi in generale — come bella
la popolazione.

Non indifferenti erano pure le schiave di colore, che si trovavano in
quei compitissimi stabilimenti —

Come si può capire: ogni qual volta, un vento contrario, una burrasca,
una spedizione qualunque, ci spingeva verso l'Arroyo-grande — era per
noi una vera festa —

Il boschetto di Jirivà (sorte di Palma altissima) che c'indicava
l'entrata del fiumicello — era riveduto sempre, e risalutato con vero
piacere, e fragorosissime grida.

Quando ci toccava poi, a trasportare i gentili e cari nostri ospiti
sino a Camacuan — ove andavamo a visitare D.na Antonia — e l'amabile
di lei compagnia — allora era un ravvolgersi, un'affacendarsi in cure,
in attenzioni, verso le belle viaggiatrici! un pavoneggiarsi a chi più
potea — un certocchè infine d'affetto, di rispetto, di venerazione per
quelle carissime creature!

Esistevano tra l'Arroyo-grande, e Camacuan, alcuni banchi di sabbia
chiamati _puntal_ — e partivano cotesti banchi, dalla costa occidentale
della Laguna, e si stendevano quasi perpendicolarmente alla costa — in
quasi tutta la larghezza della stessa — giungendo colla loro estremità
orientale vicino alla riva opposta — ov'erano terminati dal canale
detto: _dos barcos_ —

Se si fosse dovuto spuntare quei banchi — nel tragitto
dall'Arroyo-grande al Camacuan — sarebbesi prolungato il cammino
moltissimo; ma siccome con qualche fatica potevasi valicare i banchi
— cioè: gettandosi tutti all'acqua — e spingendo i lancioni a forza di
spalle — tale spediente era quasi sempre adottatto — e massime lo fu,
quando onorati i nostri lancioni dalle preziose viaggiatrici —

Con qualunque vento giungevano i lancioni al limitar del banco,
e s'investiva risolutamente — Poi: _all'agua Patos_ (all'acqua
anitre) — era appena pronunciato — che tutti si trovavano al loro
posto nell'onda, gli anfibi e coraggiosi miei compagni — ed io con
loro —

In tale circostanza, era eseguito l'ordine con vero giubilo — comunque
sempre ilaremente anche in altre occasioni. Succedeva qualche volta,
tale manovra, quando perseguiti da nemico, sempre più forte di noi, o
incalzati da temporale — e noi erimo obligati allora, di passare così
nell'acqua, alle volte tutta una notte — non trovando riparo all'acqua
del mare — e sovente nemmeno alla più fredda della pioggia — per essere
lontani dalla costa — Allora era un vero tormento e bisognava certo una
fervida gioventù per sostenervisi e non soccombere —



CAPITOLO XIV.

Quattordici contro cento e cinquanta.


Dopo la presa della sumaca (_Brik Skooner_) i bastimenti mercantili
imperiali, non partivano più senonchè in convoglio scortati da legni da
guerra — quindi difficoltoso il predarli — Le spedizioni dei lancioni,
limitaronsi dunque ad alcune scorrerie nella laguna, con poco successo,
essendo perseguiti dagli imperiali per mare e per terra —

In una sorpresa fattaci dal collonnello nemico Francesco de Abreus,
quasi fu annientata l'esistenza dei corsari e del corso —

Erimo nella foce del Camacuan coi lancioni tirati in terra davanti al
_Galpon da Charqueada_ — (magazzeno di deposito dello stabilimento, ove
salavasi carne, in tempi anteriori) ove raccoglievasi allora, _erba
Matte_ — specie di té dell'America meridionale — Tale stabilimento
apparteneva a D.na Antonia, sorella del presidente —

Per motivo della guerra, allora non salavasi carne — ed il galpon
trovavasi a metà pieno di erba matte — Noi ci servivamo di tale
stabilimento, assai spazioso come arsenale nostro — ed avevamo messi
in terra, tra il magazzeno e la sponda del fiume, i nostri lancioni per
ripararli —

In quel luogo, vi erano falegnami, e fabri dello stabilimento; il
carbone era abbondante, essendo il paese coperto di macchia, e boschi
d'alto fusto — ferro, lo stabilimento, benchè inoperoso, conservava
tutta la fisionomia dell'antica splendidezza — e non mancarono ogni
specie di pezzi d'acciajo e di ferro, suscettibili di servire ai
bisogni dei nostri piccoli legni — Poi, in un galoppo, si visitavano
le _estancias_ amiche a varie distanze — anche quelle provviste
d'ogni cosa, che supplivano graziosamente a qualunque cosa difettasse
l'arsenale —

Col coraggio, la volontà, e la costanza — non v'è impossibile impresa;
ed in ciò devo far giustizia al mio compagno e precursore John Grigg —
che tanti affrontò disagi, e vinse difficoltà, nel condurre l'opera di
costruzione de' due lancioni —

Egli era giovine, d'indole eccellente — d'un coraggio a tutta prova,
e d'immensa costanza — Di famiglia agiata, egli aveva generosamente
consacrato la sua vita alla causa della Repubblica — e quando una
lettera de' suoi parenti Nord-Americani lo chiedevano in patria
annunziandole una colossale eredità, egli avea gloriosamente terminati
i suoi giorni, per un popolo infelice, ma generoso e valente —

Io avevo veduto il tronco dell'amico mio — diviso in due — il busto era
rimasto retto — sulla coperta o tolda della _Cassapava_ (goletta nostra
armata in guerra) apogiato alla murata (baluardo) — colorito l'impavido
volto, come vivente! — ed il resto delle membra infrante erano sparse
attorno, ed a qualche distanza del busto —

Una cannonata a palla e metraglia da vicino sparata — avea colpito
a mezzo corpo il valoroso mio compagno — nel combattimento ultimo di
mare, nella Laguna di S. Caterina —

Ed in quella guisa, mi si presentò in quel giorno — quando io
incendiando la squadriglia per ordine del generale Canabarro —
ascendevo il legno comandato da Grigg, e fulminato ancora dalla squadra
nemica —

Dunque, avevamo i lancioni in terra — e lavoravasi alacremente a
rattopparli — Parte dell'equipagio era impiegata alle manovre, le vele
ecc. — altra, nella macchia a raccoglier legna per far carbone — Ognuno
era occupato — e coloro che non lavoravano — erano alla guardia del
campo — o in esplorazione nei dintorni.

In alcune circostanze, il Francisco de Abreus, detto Moringue,
aveva manifestato il desiderio di sorprenderci — e vi si era provato
inutilmente — non mancando però di cagionarci qualche timore — per
esser uomo coraggioso, intraprendente — e praticissimo del Camacuan
ov'era nato —

E quella volta, ci sorprese, veramente da maestro —

Noi, avevamo percorso la campagna tutta la notte con pattuglie a piedi
ed a cavallo — e tutto il resto della gente, era stato riunito nel
galpon, con armi cariche e pronte —

Era una mattinata di nebbia — quindi, nessuno si mosse sino a vederla
dileguata intieramente; e dopo dileguata, si fecero delle esplorazioni
fuori del campo in tutte le direzioni, colla maggior esatezza — era
circa le 9 a.m., e nulla avendo scoperto — gli esploratori rientrarono
— e s'inviò la gente alle rispettive loro destinazioni — la maggior
parte al taglio della legna per far carbone — che doveva allontanarsi
alquanto nella foresta —

In quel tempo — io avevo una cinquantina d'uomini per i due lancioni
— ed in quel giorno per combinazione e per vari bisogni, erano rimasti
presso ai legni, ben pochi —

Io stavo seduto vicino al fuoco, ove cuccinavasi la collazione, e
prendevo matte, che mi serviva il cuoco, unico rimasto presso di me —
Era cucina di campagna — cioè all'aria aperta — distante circa quaranta
metri dalla porta del galpon —

Quando tutt'assieme — e che mi sembrò sul mio capo — odo un tremendo
tocco di carica, e di _deguello_ (sgozzare) — e vedo irrompere,
girandomi indietro, una folla di cavalieri nemici —

Appena ebbi tempo di alzarmi, e guadagnare l'entrata del galpon, con
tutta l'agilità di cui ero capace — che già una lancia nemica, aveva
forato il mio poncho (capoto Americano o mantello) —

Fortuna nostra! che essendo stati in allarme la notte, trovavansi tutti
i nostri fucili carichi, ed apogiati alla parete, nell'interno del
locale —

Solo, in quel primo momento, io cominciai a scaricar fucili e rovesciar
nemici —

Ignazio Bilbao Biscaino e Lorenzo N. Genovese ambi valorosi ufficiali,
mi furono a fianco in un momento — quindi Edoardo Mutra, Natale,
Raffaele, Procopio — uno mulato, l'altro nero, ambi liberti — ed un
nostruomo mulato chiamato Francisco —

Oh! vorrei ricordare il nome di tutti quei valorosissimi uomini — in
numero di quattordici che combatterono per varie ore, contro cento e
cinquanta nemici — uccidendone, e ferendone molti sino a liberarsene
complettamente —

Fra i nemici vi erano ottanta Austriaci di fanteria, che solevano
accompagnar Moringue, in tali operazioni, ed eran buoni soldati a piedi
ed a cavallo —

Al loro giungere, misero piedi a terra, ed attorniarono la casa,
profitando degli accidenti del terreno — d'alcuni cespugli, e casipole
che circondavano lo stabilimento principale — Tale loro manovra fu la
nostra salvazione —

Fecero contro noi un fuoco terribile da tali posizioni — cioè contro il
portone principale — Ma siccome succede sempre nelle sorprese: che, non
ultimando l'impresa — e fermandosi — essa difficilmente riesce —

Se invece di prender posizione — i nemici avanzano sul galpon, e lo
invadono risolutamente, tutto era finito — non potendo certamente,
uno solo, o pochi, resistere a tanti — tanto più, che da transitar
carri carichi, erano i portoni laterali del galpon — che restarono
e lasciammo aperti sempre, per non manifestar timore — Invano
affolaronsi contro le pareti tutto in giro — invano salirono sul tetto,
distruggendolo — e precipitando sulle nostre teste, rottami, e fascine
incendiarie —

Dal tetto furono slogiati a fucilate e colpi di lancio — da feritoie
praticate da noi nelle mura — se ne uccisero, e ferirono molti —

Poi per fingere molta gente — noi intuonammo l'inno Republicano del
Rio-Grande: «Guerra guerra! Fogo fogo! contro os barbaros tirannos!
e tambem contro os patricios, che non son Republicanos»! sforzando la
voce il possibile —

Due dei nostri, più forti, brandivano una lancia ad ogni portone —
e ne mostravano fuori il ferro — ciocchè certamente rallentava negli
assalitori la voglia di caricarci —

Verso le 3 p.m. ritirossi il nemico, avendo molti feriti tra cui il
capo con un braccio rotto — lasciò sei cadaveri intorno al galpon ed
altri a varie distanze —

Noi ebbimo otto feriti, dei quattordici — Rossetti, Luigi, e gli altri
compagni nostri, non poterono giovarci perchè lontani o disarmati — e
con loro rammarico, parte furono obligati di passare il fiume a nuoto,
perseguiti dai nemici — alcuni s'inselvarono — uno trovato inerme fu
ucciso — Quel combattimento di tanto pericolo — e con sì brillante
risultato — diede molta fiducia alla gente nostra — ed agli abitanti
di quelle coste — esposti da molto tempo alle scorrerie nemiche di
quell'uomo scaltro ed audace —

Moringue fu incontrastabilmente il miglior capo degli imperiali — e
massime in spedizioni di sorpresa — ove riuniva ad un conoscimento
perfetto del paese, e della gente, un'astuzia ed intrepidezza a tutta
prova — Rio-Grandense, ei fece gran danno alla causa Republicana — e
l'impero deve a lui in gran parte la sottomissione della provincia —
Noi, intanto celebravamo la nostra vittoria — godendo d'esser salvi da
una tempesta, di non poco momento —

Alla Estancia di D.na Antonia una vergine — a dodici miglia di distanza
— chiedeva delle mie nuove con molto interesse — ed io n'ero ben
felice —

Sì! bellissima figlia del _Continente_ (nome della Provincia del
Rio-Grande) io ero felice d'appartenerti, comunque fosse — Tu destinata
a donna d'un altro! a me serbava la sorte altra Brasiliana! unica per
me nel mondo — ch'io piango oggi, e che piangerò tutta la vita!

Quella pure, mi conobbe nella sventura — naufrago! e più che del mio
merito forse — della sventura s'invaghì, e me la consacrò per sempre!



CAPITOLO XV.

Spedizione di Santa Caterina.


Poco, o nulla d'importante successe più, nella Laguna de _los Patos_
dopo l'avvenimento suddetto — Due nuovi lancioni, furono posti in
costruzione — e gli elementi necessari per tale opera — si trovarono
nelle reliquie delle nostre prede — e coll'ajuto de' circostanti
abitatori — sempre buoni e volenterosi con noi —

Ultimati i due nuovi lancioni ed armati — noi fummo chiamati presso
Itapuà — a cooperare l'esercito, che assediava allora la capitale della
provincia, Porto Alegre —

Nulla operò l'esercito per mancanza d'artiglieria — e nulla potemmo noi
operare in tutto il tempo che passammo in quella parte del Lago —

Si meditò la spedizione nella provincia di S. Catterina — ed io
fui chiamato a parte di quella — dovendo accompagnarvi il generale
Canavarro, comandante in capo di tutte le forze ivi destinate —

I due minori lancioni rimasero nel Lago — agli ordini di Zeffirino
d'Utra — ed io cogli altri due accompagnai la Divisione Canabarro —
che doveva operare per terra, mentre io opererei per mare — Avevo meco
l'inseparabile Grigg e la parte scelta dei nostri compagni —

Il Lago _dos Patos_ misura una lunghezza di 135 miglia — e una
larghezza media di 15 a 20 miglia — Presso alla foce, che all'oriente
mette nell'Oceano, sulla sponda destra trovasi il Rio-Grande detto
del mezzogiorno — o sud — piazza forte — e tanto importante quanto la
capitale —

Sul latto opposto vi è il Rio-grande del Nord — anche piazza
fortificata — ed ambe in potere degli imperiali — siccome
Porto-Alegre —

Perciò, padrone dell'unica foce della Laguna nel mare — il nemico — era
a noi impossibile di uscirne — e fummo quindi obligati di preparare dei
carri a proposito — ed imbarcarvi la flotta nostra —

Ciò prova la magnitudine dei nostri leggi[32] maggiori —

Nella parte Greco del Lago — havvi un seno profondo, chiamato Capibari
— che prende nome da un fiumicello, con foce nel fondo del seno — il
cui nome poi deriva da Capibari — specie di majale anfibio, comune in
quelle contrade —

Detto fiumicello, fu scelto per l'aprodo, ed operazione dell'imbarco
dei lancioni sui carri — e realmente vi s'effetuò sulla sponda
destra —

Un abitante di quella parte della provincia — nominato de Abreu —
avea preparato otto ruote di maggiore solidità — collegate ogni due
da un asse di forza proporzionata al peso dei legni — Poi, preparati
circa dugento bovi domestici alla fatica del tiro — si avvicinarono i
lancioni alla sponda — si collocarono le ruote dentro l'acqua sotto gli
stessi — ad una distanza proporzionata l'una dall'altra — procurando
di mantenerle combinate col centro di gravità. Assoggettaronsi
lateralmente ai bastimenti gli assi, dimodocchè non turbassero la
libera azione delle ruote; ed attaccati i bovi con forti trascini —
salirono volando per il campo i vascelli Republicani —

Riatatti quindi con più comodo e più esattezza — viaggiarono per lo
spazio di cinquanta quattro miglia — senza veruna difficoltà — e dando
un curioso spettacolo ai pochi abitatori di quelle contrade — sino
sulle sponde del lago di Tramandaï — ove furono scaricati — attrezzati
del bisognevole, ed abilitati alla navigazione —

Il Lago Tramandaï, formato dalle acque scendenti dal pendio orientale
_do Espinasso_[33] — ha foce nell'Atlantico — ma con pochissima
profondità nella foce — dimodocchè solo nelle alte maree, vi sono circa
quattro piedi d'acqua —

Si agiunga: che in quella costa alluvionale, ed inospitale come le
arene del Saara — il mare è eternamente agitato dalle eterne brezze
della zona Torrida — ed i frangenti spaventevoli — percuotendo
l'orecchio dell'abitatore, sino a molte miglia nell'interno — fanno
l'effetto del tuono lontano — Ed una nube di spruzzi marini, e sabbie
mosse dai venti vi abbarbaglia la vista —



CAPITOLO XVI.

Naufragio.


Pronti alla partenza, si aspettò l'ora della piena — ed avventurammo la
partenza alle 4 circa p.m.

In tale circostanza ci valse molto la pratica nostra a spingere le
imbarcazioni tra frangenti — senza di che, non so come avressimo potuto
riescire a metter fuori i lancioni — Abbenchè l'ora propria dell'alto
flusso — si fosse scelta — non bastava la profondità dell'acqua —

Comunque al principio della notte, i nostri sforzi furono coronati
da pieno successo — e gettammo l'ancora nell'Oceano, al di fuori de'
furiosi frangenti — a circa sei cento metri dalla costa — Si osservi:
che barca di nessuna specie era mai uscita dal Tramandaï —

Alle 8 circa p. m. facemmo vela da quel punto con piccola brezza da
mezzogiorno, che venne mano mano crescendo, sino a diventar bufera
— ed alle 3 p.m. del giorno seguente, eravamo naufraghi vicino
all'imboccatura del fiume Averinguà, con sedici compagni perduti
nell'Atlantico — ed infranto il _Rio-pardo_ ch'io comandavo — nei
terribili frangenti di quella costa —

Sino dalle prime ore della sera — alla nostra partenza dal Tramandaï
— mostravasi il vento da mezzogiorno, apparendo minaccioso — e
cominciando a soffiare con violenza — La nostra corsa era parallela
alla costa — Il _Rio-pardo_ con trenta persone a bordo, un cannone
da dodici, nel centro — _rotante_ — cioè da poter essere puntato in
tutte le direzioni — molti attrezzi e proviste per l'equipagio — non
prevedendo certamente un temporale così imprevisto, e subitaneo — e
non sapendo qual sorte ci toccherebbe in paese nemico — ove si doveva
approdare — il _Rio-pardo_ dico: trovavasi imbarazzato, e soperchiato
dal mare — in modo — che qualche volta ci tenne per un pezzo sommersi —
rimanendo per minuti, tuffati sotto i marosi —

La pericolosa situazione in cui trovavasi il piccolo legno — minacciato
d'esser soprafatto dalle onde, e rovesciato da un momento all'altro,
fece concepire la determinazione d'avvicinare la costa, ed approdarla,
comunque fosse — Ma infuriando sempre più la bufera ed il mare — non
ci diedero tempo alla scelta del luogo — e fummo travolti da terribile
maroso —

Io mi trovavo in quel momento alla sommità dell'albero di trinchetto,
sperando di scoprire un punto nella costa, ove aprodare con meno
pericolo — Il legno fu capovolto sulla destra, e fui lanciato per ciò
da quella parte a certa distanza —

Io ricordo bene: che, abbenchè in pericolosissima circostanza — non
pensai alla morte; ma sapendo di aver molti compagni non marini
— e prostratti dal mal di mare — ciò mi martoriava, e cercai di
raccogliere, quanti remi, ed altri galleggianti oggetti — mi fu
possibile — raccoglierli, avvicinarli a bordo — e raccomandare a
tutti di prenderne uno per sorregersi, ed agevolarsi a guadagnar la
costa —

Il primo individuo, che incontrai stretto ad una sartia[34] — dalla
parte sommersa — per ove io potei rientrare a bordo — fu Edoardo Mutra
— mio compagno d'infanzia — a cui rimisi un boccaporto[35] — ed a lui
raccomandai di non lasciarlo a qualunque costo —

Luigi Carniglia, il coraggioso nostr'uomo, che trovavasi al timone
al momento della catastrofe — era rimasto aggrapato al bordo, verso i
giardini[36] della parte sinistra — cioè la parte non sommersa —

Sventuratamente un giacchetone di Calmouk, assai pesante lo serrava
talmente, quando imbevuto d'acqua — ch'egli dovendosi tenere per
non esser portato via dal mare — trovavasi nell'impossibilità di
liberarsene — Me ne fece cenno — ed io corsi in soccorso dell'amico del
cuore —

Avevo nella sacoccia del pantalone, un piccolo coltello di manico
bianco — lo misi alla mano — e cogli sforzi di cui ero capace,
principiai a tagliare il colletto, ch'era di velluto — Avevo finito
di tagliare il colletto — e con uno sforzo ancora, io scucciva,
o stracciava il maledetto! quando un maroso, con orrendo fracasso
— avviluppò, e schiacciò: bastimento, e quanti individui a quello
afferravansi —

Io fui scaraventato nel fondo del mare come un projettile — e quando
ricomparvi, stordito dal colpo e dai vortici che mi soffocavano — era
scomparso lo sfortunato amico mio per sempre![37]

Parte dei compagni, al mio risorgere, comparivano dispersi, e facendo
sforzi ognuno per guadagnar la costa — determinazione ch'io dovetti
prendere, come gli altri per salvar la pelle —

Nuotatore dalla più tenera infanzia, io giunsi tra i primi — e la mia
prima cura, posando i piedi sul fermo, fu di girarmi indietro, per
osservare la sorte dei compagni — ed Odoardo mi si affacciò non lontano
— Egli aveva abbandonato il boccaporto da me raccomandato — o piutosto
la violenza del mare, glielo aveva strappato — Nuotava, sì, ma con uno
stento — una fatica — indicanti lo sfinimento a cui era ridotto! Io
amavo Edoardo, com'un fratello! E mi affannò oltremodo, la disperata
sua condizione — Oh! mi sembrava in quei tempi, esser io, più sensibile
e generoso! Anche il cuore induriscono, ed inaridiscono gli anni ed i
malanni!

Io mi slanciai verso il mio caro, per porgerli un legno che aveva
servito a salvarmi — Già ero giunto vicino a lui — e confortato dalla
grandezza del proposito — io lo avrei salvato quel mio fratello! — E
che fortuna sarebbe stata per me! Troppo grande! Un maroso, ambi ci
sommerse!

Un momento dopo io galleggiai..... chiamai; non vedendolo
ricomparire..... e chiamai disperatamente! ma invano! il mio amico di
infanzia, era rimasto travolto nei gorghi di quell'oceano — che non
avea temuto di varcare per ragiungermi — e per servir la causa d'un
popolo —

Un altro martire della libertà Italiana, privo d'un sasso, che segni
ove furon sepolte le sue ossa nelle arene del nuovo mondo! —

I cadaveri di sedici compagni ebbero la stessa sorte — ingojati dal
mare — essi furono trasportati dalle correnti a trenta miglia di
distanza verso il settentrione — e là sepolti nelle sabbie della costa
— Tra i sedici — trovavansi sei Italiani — io settimo, solo mi era
salvato: Luigi Carniglia, Edoardo Mutru, Luigi Staderini, Giovanni D.
ed altri due che non rammento — tutti forti e prodi giovani —

I superstiti, in numero di quattordici, l'uno dopo l'altro tutti aveano
approdato — Invano, tra loro, cercai un volto Italiano — Morti tutti!
Mi sembravo solo nel mondo! Io vaneggiavo — a quasi mi parea pesante
quell'esistenza salvata con tanta fatica — Molti dei compagni, non
marini, non nuotatori, si salvarono — Commenti chi vuole! Tra i perduti
io contavo altri compagni ben cari: due liberti, un mulato, ed un
nero perfetto — Raffaël e Procopio gente d'un valore e d'una fedeltà a
tutta prova — Con noi approdava alla costa, un barrile d'acquavite, mi
sembrò una fortuna — e dissi a Manuel Rodriguez — ufficiale Catalano
—: procuriamo di aprirlo e rinvigorirci coi compagni che vengono
aprodando —

Si mise mano all'opera di sturare il barrile — ma nel tempo in cui
faticavamo per ottenere l'intento, ci colpì un freddo tale — che fu
fortuna il ricordarsi di prender a correre — senza ciò fare, certo,
saressimo caduti esausti dalla stanchezza e dal freddo — Avendo i
panni bagnati, ed essendo il vento freddissimo — era naturale ciò
accadesse —

Corremmo — corremmo machinalmente lungo la costa verso mezzogiorno —
ed incoraggendoci reciprocamente a correre — La sponda del mare faceva
schiena e ci riparava alquanto dalla violenza del vento — e nel pendio
interno, scorreva l'Areringua, fiume di poca importanza, con direzione
a tramontana, e per un gran pezzo, parallellamente al littorale, per
sboccare poi nell'Oceano a breve distanza —

Seguimmo dunque la sponda destra del fiume — ed alla distanza di circa
quattro miglia, trovammo una casa abitata, ove ricevemmo ospitalità
completta. La casa che ci accolse ospitalmente — era poco internata
in quella maestosa ed immensa foresta del Brasile — certo, una delle
maggiori del mondo — di cui già accennammo.

In un campestre[38] poco spazioso ergevasi quella casupola, i di cui
abitatori erano padre, madre ed un bambino — Intorno ergevansi le
annose secolari piante, stupendamente robuste ed alte — ed in un canto
del campestre, trovavasi un agrumetto con delle piante, come mai vidi
sì belle — e con degli aranci ch'erano una meraviglia — Per naufraghi,
fu una ben grata sorpresa!



CAPITOLO XVII.

Assalto e presa della Laguna di Santa Catterina.


Il _Seival_, l'altro lancione compagno, comandato da Grigg, fu più
fortunato — Di costruzione diversa del _Rio-pardo_ — abbenchè poco
più grande, potè sostenersi contro la violenza del temporale — e seguì
felicemente la sua corsa sino al destino —

La parte della provincia di S. Catterina, ove naufragammo, per
fortuna nostra, erasi sollevata contro l'impero — alla notizia
dell'approssimarsi delle forze Republicane; e perciò vi trovammo amici;
anzi, vi fummo festeggiati — e trovammo subito se no il necessario,
almeno tutto quanto poterono offrire quei generosi abitatori —

Ebbimo subito i mezzi di trasporto per congiungerci alla vanguardia
del generale Canabarro — comandata dal Collonnello Teixeira — che
con marcie rapide, si portava sulla Laguna per sorprenderla[39] —
Realmente, poco ebbimo da soffermarci, davanti a quella piccola città —
La guarnigione ivi esistente, di circa quattro cento uomini, si pose in
ritirata verso tramontana — e tre piccoli legni da guerra, si arresero
dopo poca resistenza.

Io passai coi naufraghi, a bordo della goletta, _Itaparica_ da sette
pezzi di cannoni —

La fortuna sorrise talmente ai Republicani, in quei primi giorni
dell'occupazione — che sembrava si compiacesse a colmarci di benefici.

Non sapendo, e non credendo gl'imperiali ad un'invasione sì subitanea
— ma avendo notizie che meditavasi tale spedizione, fecersi premura
ad inviare nella Laguna — armi, munizioni, e soldati — Ed ogni cosa
giungendo dopo di noi, cadeva conseguentemente in nostro potere.

I Cattarinensi ci accolsero come fratelli e liberatori — caratteri
che non seppimo meritare durante il nostro soggiorno, fra quelle buone
popolazioni —

Il Generale Canabarro stabilì il suo quartier generale nella città
della Laguna, chiamata dai Republicani Villa Giuliana — per esser
nel mese di Luglio l'epoca della conquista — Dico conquista — giacchè
da conquistatori fu il nostro contegno in quei paesi che si dovevan
trattare fraternamente.

Al nostro ingresso, fu eretto un governo provinciale Republicano, di
cui fu primo presidente un sacerdote di molto prestigio tra il popolo —
Rossetti col titolo di Segretario del governo, ne fu veramente l'anima
— e Rossetti era idoneo per tale impiego —

Tutto marciava a meraviglia: il collonnello Teixeira, bravissimo
Ufficiale, colla prode sua collonna di vanguardia, aveva perseguito i
fuggenti nemici, sino a rinchiuderli nella capitale della provincia
— ed erasi impadronito quindi, della maggior parte dei paesi, e
territorio di quella —

In ogni luogo, erano i nostri ricevuti a braccia aperte — e
raccoglievano in quantità, disertori degli imperiali, che passavano al
servizio della Republica —

Mille bellissimi progetti erano fatti dal generale Canabarro, onesto
e prode guerriero Republicano — un po' ruvido — ma buono, massime
in quei tempi di venture — Egli compiacevasi in dire: che dalla
Laguna dovea uscire l'Idra, che divorerebbe l'impero: e forse diceva
vero!.... — Se con più senno e provvedimenti si attendeva alla felice
spedizione —

Ma l'orgoglioso contegno nostro verso i buoni Cattarinensi — amici
nostri da principio — e nemicissimi alla fine — l'insufficienza di
forze, e di mezzi adoperati in tale importantissima spedizione — ed
il mal volere forse, e gelosia verso il nostro generale, da chi dovea
eficacemente sostenerlo, e coadjuvarlo — fecero perdere il frutto
d'una brillantissima campagna — che poteva esser causa della caduta
d'un impero — e del trionfo della Republica su tutto il continente
Americano. —



CAPITOLO XVIII.

Innamorato.


Il Generale Canabarro avea deciso dover io uscire dalla Laguna, con
tre legni armati, per assaltare la bandiera imperiale nelle coste
del Brasile — e mi accinsi all'opera raccogliendo tutti gli elementi
necessari all'armamento —

In questo periodo di tempo, ebbe luogo uno dei fatti primordiali della
mia vita —

Io, giammai avevo pensato al matrimonio — e me ne credevo inadeguato,
per troppa indipendenza d'indole, e propensione a carriera
aventurosa —

Aver una donna, dei figli, sembravami cosa interamente disdicevole
a chi si era consacrato assolutamente ad un principio — che tuttochè
eccellente — non mi avrebbe permesso — propugnandolo col fervore di
cui mi sentivo capace — la quiete e stabilità necessarie ad un padre di
famiglia —

Il destino decideva in altro modo —

Io, colla perdita di Luigi, Edoardo, e gli altri miei conterranei — ero
rimasto in un desolante isolamento — sembravami esser solo nel mondo
— Nessuno più scorgevo dei tanti amici che quasi mi tenevan luogo di
patria, in quelle lontane regioni — Nessuna intimità coi miei nuovi
compagni, che appena conoscevo — e non un amico, di cui ho sempre
sentito il bisogno nella mia vita — Il cambio di condizione poi, erasi
attuato d'un modo sì inaspettato ed orribile — ch'io n'era rimasto
profondamente affetto —

Rossetti, che unico avrebbe potuto riempire il vuoto del mio cuore,
era lontano, occupato nel Governo del nuovo Stato Republicano — mi
era impossibile quindi goderne il fraterno consorzio — Infine, avevo
bisogno d'un essere umano che mi amasse — subito! Averlo vicino, senza
di cui, insopportabile mi diventava l'esistenza —

Benchè non vecchio — io conoscevo abbastanza gli uomini, per sapere:
quanto abbisogna per trovare un vero amico.

Una donna! Sì una donna! giacchè sempre la considerai la più perfetta
delle creature! E chechè ne dicano: infinitamente più facile, di
trovare un cuore amante fra esse.

Io passeggiavo sul cassero della _Itaparica_, ravvolgendomi nei miei
tetri pensieri; e dopo ragionamenti d'ogni specie, conchiusi finalmente
di cercarmi una donna — per trarmi da una noiosa ed insoportabile
condizione —

Gettai a caso, lo sguardo verso le abitazioni della _Barra_ — così
si chiamava una collina piutosto alta, all'entrata della Laguna,
nella parte meridionale — e sulla quale scorgevansi alcune semplici e
pittoresche abitazioni — Là, coll'ajuto del canochiale che abitualmente
tenevo alla mano quando sul cassero d'una nave, scopersi una giovine —
Ordinai mi trasportassero in terra, nella direzione di lei — Sbarcai,
ed avviandomi verso le case ove dovea trovarsi l'oggetto del mio
viaggio — non mi era possibile rinvenirlo — quando m'incontrai con un
individuo del luogo, che avevo conosciuto ai primi momenti dell'arrivo
nostro — Egli invitommi a prender cafè nella di lui casa — Entrammo,
e la prima persona che s'affacciò al mio sguardo, era quella il di cui
aspetto mi aveva fatto sbarcare — Era Anita! La madre dei miei figli!
La compagna della mia vita, nella buona, e cattiva fortuna! La donna,
il di cui coraggio io mi sono desiderato tante volte! Restammo entrambi
estatici, e silenziosi, guardandoci reciprocamente — come due persone
che non si vedono per la prima volta — e che cercano nei lineamenti
l'una dell'altra — qualche cosa che agevoli una reminiscenza —

La salutai finalmente, e le dissi: «tu devi esser mia» Parlavo poco il
Portoghese — ed articolai le proterve parole in Italiano — Comunque,
io fui magnetico nella mia insolenza — avevo stretto un nodo, sancito
una sentenza, che la sola morte, poteva infrangere!..... Io avevo
incontrato un proibito tesoro — ma pure un tesoro di gran prezzo!!!

Se vi fu colpa — io l'ebbi intiera! E.... vi fu colpa! Sì!..... si
rannodavano due cuori con amore immenso — e s'infrangeva l'esistenza
d'un innoccente!..... Essa è morta! Io infelice! E lui vendicato.....
Sì! vendicato! Io, conobbi il gran male che feci, il dì, in cui
sperando ancora di riavverla in vita io, stringeva il polso d'un
cadavere — e piangevo il pianto della disperazione! Io, errai
grandemente ed errai solo!



CAPITOLO XIX.

Ancora Corsaro.


I tre legni armati, e destinati ad un'escursione sull'Atlantico — erano
il _Rio-pardo_ (nuovo legno armato cui si diede il nome del naufrago)
da me comandato — la _Cassapava_ comandata da Grigg — ambe golette — ed
il _Seival_ — lancione portato in carro dalla laguna de los Patos[40] —
e comandato dall'Italiano Lorenzo —

La foce della Laguna di S. Catterina, era bloccata da legni da guerra
Imperiali — Uscimmo di notte, non se n'accorsero, e dirigemmo la corsa
verso tramontana.

Giunti all'altura di Santos, incontrammo una corvetta imperiale che ci
perseguì invano, per due giorni.

I bastimenti da guerra Brasiliani, erano certamente men bene comandati
— che non lo furono nella loro campagna contro il Paraguay — E certo,
con un comandante capace — i poveri piccoli tre legni della Republica,
sarebbero stati frantumati in poche ore — avendo noi in tutto tre
piccoli pezzi — uno per barco — del calibro: due da 9, ed uno da 12 —
Mentre la corvetta aveva venti grandi pezzi in batteria coperta — ed
era una vera nave da guerra.

Nel primo giorno — la minacciammo d'abordagio — e dopo molto
canoneggiamento, prese il largo, e ci lasciò padroni delle acque.

Nel secondo giorno, avendo noi avvicinato la costa più del primo — un
forte nembo da scirocco mise fine al simulacro d'un combattimento — che
per esser combattutto a troppa distanza con il mare grosso — finì per
dar nessun risultato.

Dopo i due fatti narrati, approdammo nell'isola _do Abrigo_ — ove
si presero due sumache (nome che danno i Brasiliani ad una specie di
brigantino goletta) cariche di riso —

Proseguimmo il corso, e fecimo altre prese — tra cui una sumaca — che,
predata da Grigg, e presidiata con pochi uomini suoi — questi uomini
furono assaliti dall'equipaggio Brasiliano, e legati per esser condotti
prigionieri ai nemici — Fu vera sorte, per quei nostri di cader sotto
la nostra prora.

Dopo otto giorni dalla nostra partenza tornammo verso la laguna.

Io avevo un sinistro pressentimento delle cose nostre in quelle parti
— poichè prima di partire, già si manifestava molto malcontento tra
i Cattarinensi verso di noi — e sapevasi ravvicinarsi dalla parte
di tramontana, d'un forte corpo di truppe imperiali, comandate dal
generale Andrea, famoso per la pacificazione del Parà, e per l'atroce
sistema di repressione tenuto in quella provincia — All'altura di
S. Catterina — nel nostro ritorno verso la Laguna, incontrammo un
_Patacho_ da guerra nemico (specie di grande goletta quadrata a prora).
Erimo col _Rio-pardo_ ed il _Seival_ — La _Cassapava_ si era staccata
da noi, da vari giorni, in una oscura notte.

La scoperta del Patacho, fu fatta da prora — mentre con brezza forte
veleggiavamo in poppa verso la Laguna di S. Catterina — Il nemico
incrocciava apparentemente dall'isola dello stesso nome a levante — e
lo scoprimmo colle mura alla sinistra —

Il Patacho portava sette pezzi d'artiglieria — ed era vero legno da
guerra — Il _Rio-pardo_ aveva un solo pezzo da nove nel mezzo — ed era
una piccola goletta mercantile, senza nessuno dei requisiti belligeri —
Comunque conveniva far buona contenenza — E dopo d'aver segnalato alle
prese, ch'erano tre, di dirigersi verso Imbituba — il _Rio-pardo_ si
diresse sul Patacho sino a tiro di moschetto, orzò sulla sinistra, ed
attaccò il nemico a cannonate.

Il Patacho rispose bravamente — il combattimento però, poco o nessun
risultato poteva avere, a motivo del grosso mare — Essendo noi, il più
delle volte colla batteria di destra sott'acqua — ed il nemico, con
molti tiri, apena potè forarci alcune vele.

L'esito del combattimento fu dunque la perdita di due sumache — una
delle quali diè alla costa — e l'altra, spaventatosi il Capitano di
presa, amainò la bandiera.

Una sola presa fu salva, comandata da Ignazio Bilbao, prode ufficiale
Biscaïno — ed aprodò nel porto d'Imbituba, in nostro potere.

Il piccolo _Seival_, avendo smontato il cannone nel combattimento, per
il mare grosso — prese la stessa direzione —

Fui dunque obligato d'approdare pure in Imbituba, col vento da Greco,
che nella notte variò al mezzogiorno.

Con tale vento, era impossibile di entrare nella Laguna — e certamente
i bastimenti imperiali da guerra, stazionati all'isola di S. Catterina
— informati dall'_Andurinha_ (il patacho con cui avevimo combattuto)
sarebbero venuti ad attacarci — Bisognava quindi prepararsi a
combattere —

Il cannone smontato del _Seival_, fu collocato su d'un promontorio,
che formava la baia dell'Imbituba, dalla parte di levante, e vi si
costrusse un parapetto gabbionato —

Tale lavoro si eseguì di notte — ed appena giorno si scoprirono
tre legni imperiali diretti a noi. Il _Rio-pardo_ fu imbossato nel
fondo della baia — e la pugna ben ineguale, ebbe principio — essendo
gli imperiali incomparabilmente più forti — I nemici favoriti nelle
manovre, da piccolo vento che sortiva dalla baia — mantenevansi alla
vela con brevi bordate, e cannonegiavano furiosamente — potendo in
tal guisa aprire a piacimento, gli angoli di direzione de' loro fuochi
tutti concentrati sul povero e solo _Rio-pardo_ da me comandato —

Nonostante si combatteva da parte nostra, colla massima risoluzione — e
ben da vicino — poichè sino alle carabine erano state poste in opera da
ambe le parti.

In ragione inversa, delle forze, certamente, andavano i danni
— e già la tolda nostra era coperta di cadaveri e di mutilati,
crivellati i fianchi del _Rio-pardo_, e distrutti gli attrezzi
dell'alberatura —

Si era decisi di pugnare sino alla morte, e tal decisione, era
corroborata dall'aspetto imponente, dell'Amazzone Brasiliana — Anita!
Che non solo, non volle sbarcare — ma prese parte gloriosa all'arduo
conflitto —

Se noi combattevimo con decisione, non era poco l'ajuto che il prode
Manuel Rodriguez — comandante il cannone sulla costa — ci dava con
buoni tiri ed eficaci.

Il nemico era impegnatissimo contro il _Rio-pardo_ — e varie volte,
nel vederlo approssimar molto, io mi aspettavo ad un abordagio — e noi,
erimo pronti a tutto, meno a cedere — Infine dopo varie ore di accanito
combattimento, a nostra gran sorpresa egli ritirossi.

Si disse poi: esser il motivo della ritirata del nemico — la morte del
Comandante della _Bella Americana_ (uno dei legni nemici di maggior
forza)

Noi passammo il resto della giornata a seppellire i morti, e raconciare
i danni importanti, sofferti dal povero _Rio-pardo_ —

Nel giorno seguente, il nemico si mantenne lontano a noi a prepararci
per una nuova pugna — quindi più tardi, protetti dall'oscurità
della notte, salpammo per la Laguna, avendo bonacciato il vento da
mezzogiorno.

Di prima notte avevimo silenziosamente imbarcato il cannone che s'era
posto sulla costa — e quando il nemico s'accorse della nostra partenza,
noi erimo alquanto avanzati — e solo nella mattina del giorno seguente,
ci raggiunse, e sparò alcune cannonate senza colpirci.

Noi entrammo nella Laguna di S. Catterina festeggiati dai nostri, che
si stupivano, come avessimo potuto scampare ad un nemico, tanto più
forte di noi —



CAPITOLO XX.

Ritirata.


Altre faccende, e ben serie, ci aspettavano alla Laguna —
Coll'avanzarsi dei nemici, grossissimi per terra — ed il contegno
prepotente, con cui si eran trattati i Cattarinensi, spinsero alcune
popolazioni a sollevarsi contro la Republica — e fra gli altri il paese
d'Imiriù, situato al fondo del Lago verso Libeccio.

Il Generale Canabarro mi diede l'esoso incarico di sottomettere quel
paese, e per castigo saccheggiarlo.

Io fui obligato di adempiere il comando — Ed anche sotto un governo
Republicano, è ben repugnante il dover ciecamente ubbidire —

La guarnigione ed abitanti avevano fatto dei preparativi di difesa
verso il lago — Io sbarcai a tre miglia di distanza a levante — e li
assaltai improvvisamente dalla montagna — cioè alle spalle — Sconfitta
ed in fuga la guarnigione fummo padroni d'Imiriù —

Io desidero per me, ed a chiunque non abbia dimenticato d'esser uomo:
di non esser obligato a dar sacco — Credo: che abbenchè vi sieno
delle prolisse relazioni di tali misfatti — impossibile sia narrarne
minutamente tutte le sozzure, e nefandità — Io mai ho avuto una
giornata di tanto rammarico, e di tanta nausea dell'umana famiglia!

Il mio fastidio e la fatica sofferta, in quel giorno nefasto — per
raffrenare almeno le violenze contro le persone — furono immense —
e vi pervenni, credo, a forza di sciabolate — e noncurante della mia
vita — Ma circa alla roba d'ogni specie, non mi fu possibile evitare un
disordine terribile.

Non valse, l'autorità del comando, nè i ferimenti da me usati, e da
pochi ufficiali non domi dalla sfrenata cupidigia — Non valse, la voce
espressamente sparsa, che il nemico tornasse alla pugna più numeroso di
prima — e sorpresi così sbandati ed ebbri, ne avrebbe fatto un maccello
— se fosse veramente comparso — Ciocchè non tutto era falso, poichè
i nemici vedevansi sulle alture — ma non ardirono attaccarci. Nulla
valeva a trattenere gl'insolenti saccheggiatori — e disgraziatamente,
quel paese, benchè piccolo, era riccamente provvisto d'ogni genere
— massime di bevande spiritose — essendo esso un deposito che
provvedeva parte considerevole degli abitatori de' monti. Dimodocchè
l'ubbriachezza fu generale —

Si noti: che la gente meco sbarcata, io non conoscevo per la maggior
parte di nuova leva, ed indisciplinatissima — Certo, se si presentavano
cinquanta nemici in tale circostanza, ad attacarci, noi erimo perduti.

Infine, con minaccie, percosse, ed uccisioni si pervenne ad imbarcare
quelle fiere scatenate — Imbarcaronsi alcune botti d'acquavite, e
comestibili per la divisione, e ritornossi alla Laguna.

Per dare un altro saggio della classe di genti ch'io comandavo in
quella spedizione — valga il fatto seguente:

Un sargento tedesco, molto stimato dai soldati, era stato ucciso
ad Imiriù — Io ordinai fosse sepellito — ma siccome altro da fare
avevano i militi — e poi col pretesto anche, che il cadavere di quel
prode meritava d'esser portato alla Laguna, ove ricevere un'onorevole
sepoltura — il cadavere del sargento fu imbarcato.

Passeggiando io, sulla tolda del bastimento — e vedendo luce nella
stiva ove allogiava la maggior parte della gente — mentre in viaggio —
io vidi il seguente spettacolo:

Il sargento tedesco, alto e corpulento, disteso nel centro d'una folla
di gente, le di cui fisionomie avvinazzate, eran tutt'altro che gentili
— e su quei ceffi poi, riverberandosi il chiaro d'alcune candelle
di sego, piantate nel collo di bottiglie collocate sulla pancia del
cadavere — facevan l'effetto di certi demoni, rappresentanti giucatori
d'anime a tre sette o a briscola — E tali me li ricordo ancora quei
depredatori dei poveri abitanti d'Imiriù, giuocando sulla pancia del
cadavere d'un loro compagno il prodotto dei loro furti.

Intanto la vanguardia nostra, col collonnello Teixeira, ritiravasi
davanti al nemico, che si avanzava dal Settentrione, celeremente, e
fortissimo.

Nella Laguna principiavasi a passare i bagagli della divisione sulla
sponda destra della Barra — e presto bisognò pensare a passar la
truppa.



CAPITOLO XXI.

Combattimento ed incendio.


Nel giorno della ritirata, e passaggio nostro sulla sponda destra,
di tutta la divisione, con molto materiale, io ebbi il mio da fare
— poichè, se non molta numerosa era la gente — la maggior parte era
cavalleria, e molto spazioso il tratto di mare, che doveva varcarsi, e
correntoso.

Io faticai dunque dalla mattina, sino verso mezzodì — impiegando quanti
palischermi erano a mia disposizione — per passar tutto — E m'avviai
quindi verso l'entrata della Laguna, in alta posizione, per osservare i
legni nemici che s'avanzavano, in combinazione colla truppa di terra, e
carichi essi stessi di molta truppa.

Pria di salire la montagna, io feci avvertire il Generale: che il
nemico si disponeva a forzare l'entrata della Barra — operazione di
cui io non dubitava, avendo veduto le manovre della squadra nemica, dal
punto stesso ove stavo effetuando il passagio — Giunto poi sull'alto,
me ne accertai indubitatamente.

Erano i legni nemici in numero di ventidue — non barchi di grande
portata — ma adeguati alla profondità della foce del lago — Ripetei
quindi immediatamente l'avviso al generale Canabarro — e non v'era
tempo da perdere —

Però, fosse titubanza per parte del Generale, o veramente avesse la
gente, indispensabile bisogno di mangiare, e riposarsi alquanto — il
fatto fu: che nessuno giunse a tempo, per coadjuvare alla difesa della
foce — in un punto, ove se fosse stata collocata la fanteria nostra —
potevasi fare una strage di nemici.

Invece, la resistenza fu eseguita dalla batteria, situata sulla punta
orientale, comandata dal valoroso Capitano Capotto — ma che, per poca
pratica degli artiglieri — e cattivo stato dei cannoni — pochissimo
danno fece —

Lo stesso successe, a bordo dei tre piccoli legni della Republica da me
comandati — ove gli equipagi erano scarsi — ed in quel giorno, molti ed
i migliori, erano rimasti occupati a passare il resto della divisione —
ed altri restii sulla costa, per non esporsi a combattimento tremendo e
disuguale —

Io scesi la montagna, e fui celeremente al mio posto, a bordo del
_Rio-pardo_ — e giunsi, che già l'incomparabile mia Anita, colla solita
intrepidezza, già aveva sparato la prima cannonata, puntata da lei
stessa — ed animando colla voce le ciurme sbigottite —

Il combattimento durò poco, ma fu micidiale — non morì gran numero di
gente — perchè ve n'era poca a bordo — degli ufficiali esistenti nei
tre legni, però, io rimasi solo — in vita —

La squadra nemica, entrò tutta, facendo un fuoco d'inferno con
artiglieria e moschetti — Favorita dal vento e dalla corrente che ne
radoppiava la velocità essa ebbe poco danno — e gettò l'ancora a tiro
di cannone da noi, continuando a cannonegiarci, con pezzi di calibro
superiore ai nostri. Io chiesi della gente al generale Canabarro — per
poter continuare la pugna — ma ebbi in risposta di dar fuoco ai legni
nostri, e ritirarmi colla gente in terra.

In tale missione, avevo mandato Anita — ingiungendole di non tornare
a bordo — ma essa non mandò — tornò colla risposta — E veramente io
dovetti all'ammirabile sangue freddo della giovine eroina — il poter
salvare le munizioni da guerra.

Seguitando il nemico a fulminarci colle sue artiglierie — ed io, quasi
solo, dovendo incendiare la piccola nostra flottiglia, ebbi molto da
faticare per eseguirne l'intento.

Ebbi pure a sopportare il doloroso spettacolo dell'incendio dei
cadaveri de' miei fratelli d'armi, impossibilitato di dar loro altro
genere di sepoltura — o far loro gli onori che meritavano.

Passando successivamente a bordo dei vari legni nostri per incendiarli
— vi era un maccello di cadaveri e di membra sparse — per la tolda — Il
comandante della _Itaparica_ — Juan Enrique del paese della Laguna, lo
trovai tra altri cadaveri passato nel mezzo del petto da un _biscaïno_
(metraglia tonda di ferro) Il Comandante della _Cassapava_ — Giovanni
Grigg — aveva ricevuto tale una mitragliata, e sì da vicino, che il
solo busto rimaneva intiero del suo cadavere — E siccome era rubicondo
di volto ed essendo rimasto apogiato alla murata dalla parte opposta da
dove era stato colpito ei somigliava vivo.

In pochi minuti, le ceneri di quei valorosi compagni eran sommerse
dalle onde!!! e più non esistevano le navi, quei miseri spauracchi
dell'impero — ma terribili, che lo dovean divorare — secondo il detto
del generale Canabarro.

Cadea la notte, quando io riuniva i superstiti compagni, e marciava
alla coda della divisione, in ritirata verso il Rio-grande — per la
stessa strada, che percorremmo pochi mesi prima gonfio il cuore di
speranze, e preceduti dalla vittoria.



CAPITOLO XXII.

Vita militare per terra — Vittoria e sconfitta.


Tra le peripezie non poche della mia vita procellosa — io non ho
mancato d'avere bei momenti — e tale, abbenchè sembra, avrebbe dovuto
esser il contrario — era quello, in cui alla testa di pochi uomini,
avanzo di molte pugne — e che giustamente avean meritato il titolo di
valorosi — Io marciava a cavallo con accanto la donna del mio cuore —
degna dell'universale ammirazione — e lanciandomi in una carriera, che
più ancora di quella del mare, aveva per me attrative immense.

¿E che m'importava il non aver altre vesti, che quelle che mi coprivano
il corpo? E di servire una povera Republica, che a nessuno poteva
dare un soldo? Io, avevo una sciabola ed una carabina, che portavo
attraversata sul davanti della sella.

La mia Anita, era il mio tesoro, non men fervida di me, per la
sacrosanta causa dei popoli — e per una vita avventurosa — Essa si
era figurato le battaglie, come un trastullo — ed i disagi della vita
del campo come un passatempo — Quindi comunque andasse, l'avvenire ci
sorrideva fortunato — e più selvaggi, si presentavano gli spaziosi
Americani deserti — più dilettevoli e più belli ci pareano. Poi
sembravami d'aver fatto il mio dovere, nelle diverse e pericolose
fazioni di guerra in cui m'ero trovato — e d'aver meritato la stima,
dei bellicosi figli del Continente (Rio-grande).

Noi marciammo dunque in ritirata sino a _las Torres_ — limite delle
due provincie — ove stabilimmo il campo — Il nemico contentossi
d'impadronirsi della Laguna, e non c'inseguì.

In combinazione però col corpo di Andrea — avanzavasi per la _Serra_
(monti e foreste) la divisione Acuñha, venuta dalla provincia di
S. Paolo — per tagliarci la ritirata — e dirigendosi per _Cima da
Serra_ (departamento nelle montagne, appartenente alla provincia del
Rio-grande)

I Serrani, soprafatti da forze superiori, chiesero soccorso al generale
Canabarro — ed egli dispose una spedizione agli ordini del Collonnello
Teixeira, in aiuto di quelli — Noi fecimo parte della spedizione
— Riuniti ai Serrani, comandati dal Collonnello Arañha, battemmo
complettamente in Santa Vittoria, la Divisione Acuñha — Morì nel fiume
Pelotas il generale nemico, e la maggior parte di quella truppa rimase
prigioniera.

Tale vittoria, rimise sotto l'autorità della Republica, i tre
dipartamenti di Lages, Vaccaria, e Cima da Serra — Dopo alcuni giorni
entrammo trionfanti in Lages (Gennaio 1840).

Intanto l'invasione imperiale aveva rialzato codesto partito in
Missiones, ed il Collonnello Mêlo, imperiale, aveva accresciuto
in quella provincia il suo corpo — a circa cinquecento uomini di
cavalleria —

Il Generale Bento Manuel destinato a combatterlo s'era contentato
d'inviare il Tenente Collonnello Portiñhos, che per non aver forze
sufficienti limitossi ad osservare Mello, che si diresse verso S.
Paolo.

La posizione nostra e possanza — ci metteva in caso non solo di
opporsi al passaggio di Mello — ma di sconfigerlo — Così non volle la
sorte —

Il collonnello Teixeira incerto: se il nemico verrebbe per Vaccaria —
o per altra via chiamata: i Coritibani, divise in due la forza: mandò
il collonnello Aranha colla miglior parte, e migliore cavalleria della
Serra in Vaccaria — e marciò lui colla fanteria — e parte di cavalleria
composta per la maggior parte di prigionieri di S. Vittoria, verso i
Coritibani — E per questa parte apunto si diresse il nemico.

Il frazionamento delle nostre forze, ci riescì fatale: la recente
nostra vittoria, l'indole ardimentosa del nostro capo, dei Republicani
in generale — e le informazioni avute del nemico, che ne menomavano la
forza, ed il morale, ce lo fecero disprezzare oltremodo — In tre giorni
di marcia fummo ai Coritibani, e campammo a certa distanza del passo
di Maromba, per ove si supponeva dovesse arrivare il nemico — Si posero
guardie in quel passo, ed in altri punti necessari a guardare.

Verso la mezzanotte, la guardia del passo, fu attaccata dal nemico,
con tanta furia, che appena ebbe tempo di ripiegarsi, scambiando alcune
fucilate — Da quel momento sino all'alba stettimo con tutte le forze,
pronte al combattimento —

Non fu tarda l'apparizione del nemico, il quale avendo passato il fiume
con tutta la sua gente — erasi schierato non lungi da noi, in atto pure
di combattere.

Tutt'altro che Teixeira, vedendo la superiorità del nemico, avrebbe
spedito celeremente ad Aranha per richiamarlo a noi — ed intanto
procurato di trattener il nemico sino alla giunzione — Ma l'arditissimo
Republicano, temete non gli sfuggisse il nemico — e perdere l'occasione
di combatterlo.

All'attacco dunque! E non valse la vantaggiosa posizione in cui il
nemico si trovava.

Mello profitando dell'ineguaglianza del terreno — avea formato la sua
linea di battaglia, sopra una collina assai alta, davanti alla quale
trovavasi una valle assai profonda, ed intralciata da folti cespugli —
egli aveva coperti sui suoi fianchi, alcuni plottoni di cavalleria non
veduti da noi.

Teixeira ordinò di attacarlo, con una catena di fanteria, e profitare
per ciò degli ostacoli della valle — Fu eseguito l'attacco, ed il
nemico simulò di ritirarsi — Ma mentre la nostra catena, dopo d'aver
varcato la valle perseguiva il nemico a fucilate — fu essa stessa
caricata di fianco da uno squadrone coperto, dal fianco destro del
nemico, ed obligata di ripiegarsi in disordine, e riconcentrarsi sul
grosso della forza.

Morì, in quell'incontro, uno dei più valorosi ufficiali nostri, Manuel
N. e molto caro al nostro capo.

Riforzata la catena, e riportata avanti, con più risoluzione, il nemico
retrocesse finalmente, e si pose in ritirata, lasciando un cadavere de'
suoi sul campo.

Pochi furono i feriti d'ogni parte — poichè poca gente d'ambi i
lati avea preso parte alla pugna. Intanto ritiravasi il nemico con
precipitazione — e noi lo perseguimmo senza posa —

Ambe le catene di cavalleria, della vanguardia nostra e retroguardia
del nemico — scaramucciavano — e così, per nove miglia circa — essendo
noi obligati di lasciar la fanteria molto addietro — non potendo
certamente tenersi a paro, colla celerità dei cavalli — ad onta d'ogni
sforzo — Di tale circostanza, profittò il nemico, o la suscitò lui
stesso —

Giunta la nostra vanguardia, sull'alto del passo di Maromba — il
comandante della stessa, maggiore Giacinto — mandò un messo al
Collonnello, per avvertirlo, che il nemico passava il guado — e che già
il _ganado_[41] e le _cavalladas_[42] erano dall'altra parte — Indizio:
che il nemico continuava a ritirarsi —

Il valoroso Teixeira, non esitò un momento, e comandò si mettessero i
plottoni nostri di cavalleria al trotto, per poter attaccare il nemico,
dell'atto del passaggio, e sbaragliarlo — Mi ordinò pure: di fare ogni
sforzo colla fanteria per seguirlo.

L'astuto Mello, aveva manovrato per ingannarci: Egli avea fatto
marciare i suoi plottoni, con precipitazione, per toglierli dalla
nostra vista — e giunto nelle vicinanze del fiume Coritibano — fece
bensì passare all'altra sponda, i bovi ed i cavalli — ma la truppa
la schierò dietro certe colline, sulla nostra sinistra, che la
nascondevano intieramente.

Prese tali misure — avendo lasciato un plottone di protezione alla
sua catena di tiratori — e scorto ch'egli ebbe la fanteria nostra a
molta distanza — retrocesse coperto dalle alte colline sulla nostra
sinistra, ed uscendo improvviso, con una conversione a sinistra,
attaccò l'uno dopo l'altro, i nostri plottoni di fianco e li sbaragliò
complettamente.

Il plottone nostro, di sostegno alla nostra catena che incalzavano il
nemico colle lancie nei reni, fu il primo ad avvedersi dell'errore —
ma non avendo nemmeno tempo di convergere — ebbe la sorte di tutti gli
altri.

Lo stesso successe a tutti — Malgrado il coraggio e la risoluzione di
Teixeira — e di alcuni ufficiali Rio-grandensi valorosissimi — Ed in
poco tempo la cavalleria nostra presentava il vergognoso spettacolo
d'un gregge di pecore in fuga.

A me, non era piaciuto il lasciare tanto indietro la nostra fanteria,
essendo la cavalleria composta di elementi poco fidi — per la maggior
parte, uomini stati fatti prigionieri in Santa Vittoria — Perciò io
sforzavo i miei fanti a tutta possa — per inoltrarli al combattimento —
ma invano —

Giunto ad un'altura, io vidi lo strazio dei nostri, e conobbi non esser
più tempo d'influire sulla vittoria — ma procurare di non perder tutto
— Chiamai a voce una dodicina de' più svelti, e più intrepidi de' miei
marini, che presero il trotto alla mia voce — benchè già stanchi dalla
lunga e forzata marcia — e li feci prender posizione in un sito forte
per fanteria — dominante non solo ma irto di roccie e di cespugli — Da
quel punto principiammo a far testa al nemico, ed a insegnarli che non
era vittorioso ovunque.

In quel punto si ripiegò il Collonnello, con alcuni ajutanti, dopo
d'aver tentato ogni sforzo, con indicibile coraggio — per arrestare i
fuggenti.

La fanteria col Maggior Peixotto, che la comandava ai miei ordini — ci
raggiunse, nella stessa posizione, e fu terribile allora la difesa, e
molto micidiale al nemico.

Noi perdemmo molti fanti di coloro che rimasti indietro, furono involti
co' fuggitivi nostri di cavalleria, e quasi tutti uccisi.

Intanto forti del sito, e riuniti in numero di settantatre, noi
combattevamo il nemico con vantaggio — essendo esso privo di fanteria,
e poco avvezzo a combattere tal'arma — Nonostante il vantaggio nostro
— noi ci trovavamo in una posizione isolata — e conveniva di cercare
un ricovero più sicuro, e da dove si potesse imprendere una ritirata
senza esser molestati dal nemico — E sopratutto non dare al nemico
vittorioso, il tempo di rannodare tutte le sue forze, ed ai nostri
quello di raffredarsi.

Un _capon_ (Isola d'alberi e folta) trovavasi alla nostra vista,
distante circa un miglio — noi imprendemmo la ritirata alla direzione
di quello.

Il nemico procurava di avviluparci nel transito, e ci caricava
a scaglioni, ogni volta il terreno glielo permetteva — In tale
circostanza ci valse moltissimo: esser gli ufficiali armati di carabina
— e siccome tutti aguerriti, respingevansi le cariche del nemico, a piè
fermo, con impavida intrepidezza — In tal modo, giunsimo a ricoverarci
nel _capon_, ove non ci molestò più il nemico —

Internati alquanto nel bosco, noi scelsimo un sito chiaro di piante, e
riuniti, colle armi pronte, stettimo riposando, ed aspettando la notte.

Il nemico fece alcune intimazioni di resa, dal di fuori — a cui non
rispondemmo —



CAPITOLO XXIII.

Ritorno in Lages.


Giunta la notte fecimo alcuni preparativi per la partenza — La maggior
difficoltà fu per i feriti — tra cui il maggior Peixotto, con una
palla in un piede — Verso le 10 di sera, accomodati nel miglior modo i
feriti, s'incominciò la marcia costeggiando il _capon_, che si lasciava
a destra — e cercando di guadagnar la costa del _Mato_ (foresta) —
quella foresta forse la maggiore del mondo, stendesi dagli alluvioni
del Plata, sino a quelli dell'Amazzone[43] coronando le creste _da
Serra do Espinasso_ (Spina dorsale del Brasile), in una estensione di
circa trenta quattro gradi di latitudine — Non conosco l'estensione sua
in longitudine, probabilmente immensa —

I tre dipartimenti di Cima da Serra, Vaccaria, e Lages, sono
_campestres_ in mezzo alla foresta, cioè campi attorniati da quella
— Coritibanos, situato nel dipartimento di Lages, provincia di Santa
Catterina — era il teatro del mio raconto — così chiamato dagli
abitanti venuti da Coritiba, paese nella provincia di S. Paolo.

Dunque noi costeggiavimo il _capon_, per avvicinarci alla Selva
suddescritta, cercando la direzione di Lages, per riunirci al corpo
d'Aranha — da noi sventuratamente staccato —

Successe all'uscita nostra dal _capon_, uno di quei casi — che provano
quanto l'uomo è figlio delle circostanze, e quanto può il terror panico
sugli uomini anche i più intrepidi —

Si marciava in silenzio — e com'era naturale, disposti a combattere se
s'incontrava il nemico — Ebbene — un cavallo, che probabilmente avea
perduto il cavaliere nella giornata — e che trovavasi colle redini,
morso, e sella, procurando di malamente pascolare — al poco rumore da
noi fatto quell'animale si spaventò e prese a fuggire.

Odesi una voce che dice «il nemico» e tutti assieme, vidersi
precipitarsi nel più folto del bosco, quegli stessi settantatre
uomini — che per più ore s'erano battutti contro cinquecento nemici!
e precipitarsi in tal modo, che ad onta di perder molte ore per
raccoglierli — fu impossibile, di riunirli tutti — e se ne perdettero
vari —

Raccolti alla meglio, ripresimo strada; ed allo spuntar dell'alba,
erimo sull'orlo desiato della grande foresta — costeggiando alla
direzione di Lages —

Il nemico ci cercò il giorno seguente — ma non ci rinvenne — essendo
noi già lontani.

Il giorno del combattimento fu terribile per operosità, privazioni, e
disagi — ma si combatteva — e quell'idea soverchiava ogni altra — ma
nella foresta ove mancava il consueto alimento — la carne — ed ove,
altro da mangiare non si trovava — era un affare serio — Stettimo
quattro giorni, senza provare altro cibo, che radici di piante.

Sono indescrivibili poi, le fatiche da noi provate per tracciarci una
via, ove non esistevano sentieri; ed ove la natura, incomparabilmente
prolissa, e gagliarda, ammontichia sotto pini collossali dell'immensa
selva, la gigantesca _taquara_ — (canna o bamboù) le di cui reliquie,
ammassate su quelle delle altre piante — formano insuperabile strame,
suscettibile d'inghiottire, e seppellire un individuo, che incautamente
vi affidasse il piede — Molti dei compagni, scoraggiavansi — alcuni
disertarono — e fu mestieri riunirli, ed energicamente imporre loro:
che meglio era manifestarsi apertamente sulla volontà di accompagnarci
— e che liberi si lasciavan coloro, che volessero andarsene —

Tale risoluzione fu eficacissima — da quel momento, non ci furon più
diserzioni — ed entrò la fiducia di salvezza —

Il quinto giorno, da quello del combattimento — giunsimo all'entrata
della _piccada_ (sentiero tagliato nella selva, e che conduceva a
Lages) — ove incontrammo una casa — ed ove ci sfamammo maccellando due
bovi — Fecimo due prigionieri in detta casa — appartenenti allo stesso
nemico che ci avea battuti — Seguimmo quindi per Lages, ove arrivammo
in un giorno di pioggia —



CAPITOLO XXIV.

Soggiorno in Lages — Discesa della Serra — e combattimento.


Il paese di Lages, che festeggiato ci aveva al nostro arrivo — quando
vittoriosi — aveva alla notizia del nostro rovescio ai Coritibani
— voltato bandiera; ed alcuni più risoluti, avevano ristabilito il
sistema imperiale —

Quegli ultimi, fuggirono all'apparizione nostra, e siccome erano
mercanti la maggior parte — ed i più ricchi — essi ci lasciarono i
loro magazzeni provvisti d'ogni ben di Dio — Ciò valse a provvederci
del bisognevole, e migliorare la condizione nostra — Intanto Teixeira
scrisse ad Aranha, ordinandoli di riconcentrarsi — ed ebbesi, circa in
quei giorni, notizie della venuta del Tenente Col.llo Portinhos — che
colla sua collonna — era stato inviato dal generale Bento Manuel,[44]
in seguimento della forza stessa di Mello incontrata da noi,
infelicemente ai Coritibanos —

Ho servito in America la causa dei popoli, e l'ho sinceramente servita
— siccome ovunque ho combattutto il despotismo — Amante del sistema
Republicano idoneo alle mie condizioni — io fui contrario per le
stesse al sistema opposto — Gli uomini!...... gli ho piutosto compianti
che odiati — rimontando alle cause del male — cioè all'egoismo della
sciagurata nostra natura — Lontano poi — oggi (1850) — dal teatro,
ove compironsi i fatti ch'io sono a descrivere — posso narrarli con
pacatezza ed esser creduto imparziale —

Voglio dunque asserire: che arditissimi, eran codesti prodi figli
del Continente[45] ed audacissima fu l'occupazione nostra di Lages —
occupazione che tenemmo per vari giorni — disposti a difenderci contro
un nemico dieci volte superiore, vittorioso, e divisi da lui dal solo
fiume Canoas, che non potevimo difendere — Con gli ausiliari nostri ben
lontani —

Molti giorni passarono, pria dell'arrivo di Aranha, e Portinhos —
ed in tutto quel periodo fu tenuto a bada il nemico con un pugno
d'uomini —

Appena giunti i rinforzi suddetti — si marciò risolutamente al nemico
— che non accettò di combattere, ma ritiravasi quando incalzato —
apogiandosi sulla provincia di S. Paolo, da dove dovevano giungerli
considerevoli ajuti di fanteria e cavalleria —

Qui sentimmo il difetto, che sentiva generalmente l'esercito
Republicano — cioè, il non voler permanere i militi sotto le bandiere,
quando non si trattava di combattimenti immediati — Vizio sentito anche
nell'esercito di Washington — ed in qualunque esercito, in cui la vera
disciplina del milite della libertà non è apprezzata — Disciplina che
deve nascere nel milite dal convincimento del dovere — e molto diversa
dalla disciplina forzata del soldato del despotismo — In questo caso
il soldato — o è tolto per forza da' suoi focolari, ed obligato di
ubbidire ad un padrone — a qualunque atto malvagio egli sia comandato —
oppure è un soldato mercenario, venduto corpo e anima a chi lo paga, e
disposto per indole a commettere atti, di cui si vergognerebbe un lupo.

Il milite cittadino appartenente a nazione libera — va sotto
le bandiere, quando chiamato — perchè la patria è minacciata da
prepondenti — Egli dà volenteroso la sua vita in difesa del suo paese
e de' suoi cari — e non abbandona l'esercito nazionale, senonchè quando
il pericolo è passato, e quando congedato dai suoi capi.

L'esercito Republicano del Rio-grande, composto per la maggior
di militi cittadini valorosi — che però non intendevano rimanere
alle bandiere — quando nel loro criterio pensavano non esser tempo
di combattere, ed essere il pericolo della patria passato — si
allontanavano dalle fila, senza aspettare l'ordine dei capi —

Tale vizio, fu quasi rovina nostra in tale circostanza — ove un più
intraprendente nemico, avrebbe potuto schiacciarci, profitando di quel
disordine, e della nostra debolezza —

Principiarono i Serrani — gente delle montagne circonvicine — ad
abbandonare le fila — e condurre seco loro non solo i propri cavalli,
ma pure quelli appartenenti alla divisione —

Quei di Portinho, gente della provincia di Missiones — seguirono
l'esempio — E presto si diradò la forza nostra in tal modo — che
fummo obligati di abbandonare Lages, e ripiegarsi sulla provincia
del Rio-grande, temendo l'avvicinamento del nemico, contro cui non
avressimo potuto sostenerci —

Il resto della forza — così menomata — mancante del necessario,
particolarmente di vestimenta in un paese di montagna, ove il freddo,
cominciava a divenir insopportabile — stava demoralizzandosi, e ad
alta voce si chiedeva di tornare ai focolari — cioè nella parte bassa,
ed aprica della provincia — La provincia del Rio-grande è divisa in
due regioni: la bassa limitata a levante dall'Atlantico, ed a ponente
e maestro della _Serra do Espinasso_ — è regione quasi tropicale,
per mite temperatura; il cafè, il zucchero, gli aranci, ecc. — beano
quella felice contrada — che ha di più il vantaggio d'immensa quantità
di bestiame — ed una bellissima popolazione forte a cavallo quanto
i figli delle provincie del Plata; l'alta regione — della Serra —
con un temperatura assai più fredda — possiede le frutta tutte, che
appartengono a clima più rigido — cioè: pomi, pere, pesche, ecc. —
ed è coronata dall'estremità meridionale dell'immensa foresta, di
cui accennai antecedentemente — ed i cui pini giganteschi vi fanno
l'effetto di collonne di templi.

Il collonnello Teixeira, fu dunque obligato di cedere a tali esigenze
— e mi ordinò di scendere la Serra cogli avanzi della fanteria, e
della marina — e di riunirmi all'Esercito — preparandosi, esso pure a
seguirci colla cavalleria —

Quella discesa fu ardua, per le difficoltà della strada, e le
ostilità accanite degli abitanti della contrada, nemici accerrimi dei
Republicani — Cosa strana, eppur verissima: la classe dei contadini —
che più d'ogni altra, dovrebbe amare un reggimento libero — lo detesta,
e lo combatte!

Noi scesimo per la _piccada_ (sentiero nella foresta) di Peluffo —
erimo in sessanta circa — ed ebbimo ad affrontare terribili imboscate
— oltrepassate con incredibile fortuna, grazie alla risolutezza degli
uomini ch'io comandavo — ed alla poca pratica di combattimenti de'
nostri nemici —

Siccome il sentiero che si percorreva era strettissimo, e tagliato in
foltissima selva — il nemico, indigeno, e perciò peritissimo dei luoghi
— sceglieva i siti più scabrosi per imboscarsi — irrompeva con furia,
e grida tremende su di noi — mentre dalle parti più folte ci fulminava
a fucilate — Eppure, tanta paura incutì in quei montanari, l'intrepido
contegno nostro — che un solo cavallo morto noi ebbimo, e varie, ma
leggiere ferite agli individui —

Giunsimo al quartier generale in _Malacara_ — distante 12 miglia da
Porto-Alegre ove si trovava il Presidente Bento Gonçales — allora
Generale in capo —



CAPITOLO XXV.

Combattimento di fanteria.


L'esercito Republicano era in preparativi di marcia quando noi lo
ragiungemmo — Il nemico, dopo la perdita della battaglia di Rio-pardo
— rifatosi in Porto-Alegre, n'era uscito agli ordini del vecchio
generale Giorgio, ed aveva preso stanza sulle sponde del fiume Cahò —
protetto da' suoi legni da guerra, con numerosa artiglieria, riforzato
di buon nerbo di fanteria — ed aspettando la giunzione del generale
Calderon, che avea riuniti nella campagna un numero di cavalleria, non
indifferente — venendo dal Rio-grande —

L'impero con tutti i mezzi di corruzione, di cui poteva disporre —
non mancava d'aderenti nella provincia del Rio-grande — paese, ove si
può dire come nel Rio della Plata: che gli uomini nascono a cavallo —
ed ove lo stesso spirito cavalleresco — fa bellicosi gli abitanti —
Ma non tutti gli uomini per cavallereschi che sieno, resistono alle
indorature, ai titoli, ai ciondoli, e sopratutto all'onnipossente
metallo.

Lo stesso difetto, che abbiam notato sopra — cioè la repugnanza dei
Republicani, di star riuniti alle bandiere, quando non era presente il
nemico — facilitava tali mosse allo stesso — E quando il Generale Netto
— che comandava le forze Republicane della campagna — ebbe riunito
gente sufficiente per battere Calderon — questo già erano riunito
all'esercito grande nel Cahò, dopo d'aver riuniti molti cavalli di cui
tanto abbisognavano gl'imperiali — E quindi con grande superiorità, il
Generale Giorgio minacciava gli assedianti la capitale, e li obligava a
levar l'assedio —

Era indispensabile, per il presidente della Republica, congiungere la
divisione Netto — per esser in istato di combattere l'esercito nemico
— e tale giunzione condotta a buon'esito, onora moltissimo la capacità
militare di Bento Gonçales —

Ad un esercito Europeo, per motivo delle impedimenta sarebbe stata
impossibile tale manovra —

Noi, marciammo coll'esercito da Malacara — prendendo la direzione
di S. Leopoldo (colonia Tedesca) — passammo di notte a due miglia
dell'esercito nemico — ed in due giorni e due notti di marcia continua
quasi senza mangiare, giungemmo nelle vicinanze di Taquary, ove
incontrammo il generale Netto — che ci veniva incontro.

Dissi: quasi senza mangiare — e realmente — Subito che il nemico ebbe
sentito il movimento nostro — marciò forzatamente per combatterci —
e ad onta d'esser molto più pesante di noi, perchè con artiglierie
e bagagli — per varie volte ci ragiunse, mentre noi riposavamo dalle
lunghe marcie — ed erimo occupati ad arrostir la carne — unico alimento
nostro — e per varie volte ci obbligò di metter gli arrosti[46] in
spalla, e partire con precipitazione — per ragiungere la meta —

Nel Piñheiriño, a sei miglia di Taquary, si fece alto — e si presero
tutte le disposizioni per combattere —

L'esercito Republicano forte di cinque milla uomini di cavalleria, e
mille di fanteria — occupava le alture de Piñheiriño — piccolo monte
semi-coperto di pini — l'infanteria nel centro, comandata del vecchio
Collonnello Crescenzio — l'ala destra comandata dal generale Netto; e
la sinistra dal generale Canabarro — Ambe le ali erano composte di pura
cavalleria — e senza esagerazione, della migliore del mondo — abbenchè
Farrapa[47] —

La nostra fanteria, composta in totalità d'uomini di colore — meno
gli ufficiali, — era pure eccellente — e la brama di combattere
generale —

Il collonnello Joân Antonio formava la riserva con un corpo di
cavalleria —

Il nemico avea quattro milla fanti, tre milla di cavalleria, ed alcuni
pezzi d'artiglieria — Egli avea preso posizione dall'altra parte del
letto d'un piccolo torrente, che divideva i due eserciti — ed il suo
contegno non era disprezzevole — Eranvi le migliori truppe dell'impero
— ed il vecchio generale Giorgio che le comandava era tenuto per il più
capace —

Il general nemico, aveva sino a quel punto, marciato arditamente su
di noi, e già avea preso tutte le disposizioni — per un attacco in
regola —

Egli avea fatto passare il letto asciuto del torrente, da due
battaglioni di fanteria — che formaron quadrato, subito passati — Due
pezzi collocati in posizione vantaggiosa sull'altra sponda, fulminavano
le nostre catene di cavalleria, ed i loro sostegni.

Già i valorosi della prima brigata di cavalleria agli ordini del
generale Netto avevano sguainato la sciabola, e non aspettavano che il
suono di carica, per lanciarsi sui due battaglioni passati — Codesti
bellicosi figli del Continente, avevan la coscienza della vittoria —
Netto, e loro, non erano mai stati battuti —

La fanteria nostra, con bandiere spiegate — scaglionata per divisioni,
sul più alto della collina, e coperta dal ciglione di quella, fremeva
di combattere.

Già i terribili lancieri di Canabarro — tutti liberti, e tutti domatori
di cavalli — avean fatto un movimento avanti — avvilupando il fianco
destro del nemico — obligato perciò di far fronte anche a destra — e
disordinatamente —

I coraggiosi liberti — fieri della loro imponenza diventavano più
soldi — e vera selva di lancie somigliava quell'incomparabile corpo
— composto di schiavi, liberati dalla Republica, e scelti tra i
migliori domatori della provincia — tutti neri tranne gli ufficiali
superiori —

Il nemico non aveva mai veduto le spalle di cotesti veri figli
della libertà — che certo combattevan per essa — Le loro lancie, più
lunghe della misura ordinaria — i loro nerissimi volti — le robuste
membra, indurite a perenne, e faticoso esercizio — e la loro perfetta
disciplina, incutevano terrore ai nemici —

Già la voce animatrice del generale in capo — aveva percorso le fila —
«Oggi ognun di noi combatterà per quattro» erano state le poche parole
di quel Sommo — dottatto di tutte le qualità del gran Capitano, meno la
fortuna!

L'anime nostre, sentivano il palpito delle battaglie, e la fiducia
della vittoria — Giorno più bello, e più magnifico spettacolo non erami
capitato mai![48] Collocato al centro della fanteria nostra nel sito
più alto — io scopriva l'uno e l'altro esercito — I campi sottoposti,
seminati da poche e basse piante nessun ostacolo ponevano all'occhio —
e si potevano scorgere i benchè minimi movimenti.

Lì, sotto ai miei piedi.... tra pochi minuti, sarà decisa la sorte del
maggior pezzo del continente Americano — il Brasile! Deciso il destino
d'un popolo! Codesti corpi, sì compatti, sì floridi, sì brillanti
— a momenti saranno sciolti, disfatti, orribilmente amalgamati, e
respiranti libidine di distruzione! Tra poco — il sangue, l'infrante
membra, i cadaveri, di tanta superba gioventù — brutteranno i
bellissimi e vergini campi! Eppure si aspettò, si anelava il segno
della battaglia...... Ma invano!....... quello non doveva essere il
campo della strage!

Il generale nemico, intimorito dal fiero contegno dei Republicani —
e dalla fortissima posizione da noi occupata — esitò nell'attacco
anteriormente divisato — fece ripassare i due battaglioni — e
dall'offensiva che aveva mostrato sin lì — passò alla difensiva.

Il generale Calderon fu ucciso in una ricognizione — quello fu forse
uno dei motivi dell'irresoluzione di Giorgio.

Non attaccandoci, noi dovevimo attaccarlo — Tale era l'opinione di
molti — Ma avressimo ben fatto? Attaccati nelle superiori posizioni del
Piñheiriño — eravi molta probabilità di vittoria — ma lasciandole — e
per incalzare il nemico, bisognava traversare il letto del torrente —
alquanto scabroso, benchè asciuto — poi la superiorità numerica della
fanteria nemica, non era poca — Esso con artiglieria — noi senza un
solo pezzo —

Infine non si combattè, e si stette l'intiero giorno in presenza, con
piccole scaramuccie —

È uno dei vizi delle posizioni troppo forti, e sovente anche del
comodo delle piazze di guerra — che fanno propendere al riposo,
ed all'inazione — quando si potrebbe trar molto vantaggio dalla
risoluzione d'una battaglia. Tanti sono gli esempi che si potrebbero
adurre in apogio di tale ragione — ed è da deplorare l'avviso dei
mastri di guerra Italiani (1872) — che vogliono seminare la penisola di
fortezze — per la paura d'armare due millioni di cittadini — ed inviare
i preti, alle bonifiche delle paludi Pontine —

Nel nostro campo, scarseggiava la carne — e massime la fanteria
era famelica — Più insoportabile era la sete — non trovandosi acqua
nei siti da noi occupati — Ma, quella gente era fatta alla vita di
privazioni — e non udivasi: senonchè il lamento di non combattere!

Concittadini miei! il giorno, in cui voi sarete uniti (un po' lontano
sventuratamente), e sobri come i figli del Continente — lo straniero
non calpesterà il vostro suolo! Non contaminerà i vostri talami!
L'Italia avrà ripreso il suo posto, tra le prime nazioni del mondo!

Nella notte il vecchio generale Giorgio — era sparito, e nella
mattina non scorgevasi il nemico da nessuna parte — e per motivo della
nebbia, sino verso le 10 a.m. fummo ignari delle sue nuove posizioni
— Verso quell'ora alfine si scorse — occupando le forti posizioni di
Taquarì —

Io sono certo: la sagace manovra del nemico, non mancò di cagionare
cordoglio nel nobile cuore del capo della Republica — Ma non v'era
rimedio — Egli avea perduto una splendida occasione di rovinare
l'impero, e probabilmente assicurare il trionfo del suo paese —

Poco dopo, ebbesi notizia: passare la cavalleria nemica il fiume
Taquarì, coadjuvata dalla squadra imperiale — Il nemico era dunque in
ritirata, e bisognava attaccarlo in coda nel suo passaggio — In ciò
non titubò il nostro generale — Marciammo dunque risolutamente alla
battaglia —

La cavalleria nemica, avea bensì passato il fiume ajutata in quel
passaggio da vari legni imperiali, ma la fanteria era rimasta tutta
sulla sponda sinistra, in forti posizioni, protetta da bastimenti da
guerra, da un bosco d'alto fusto foltissimo —

La seconda nostra brigata di fanteria, composta dal terzo e dal secondo
battaglione, era destinata ad iniziare l'attacco. Essa caricò con tutta
la bravura possibile — ma il numero dei nemici era soverchiamente
superiore — ed i nostri coraggiosi militi dopo d'aver fatto dei
prodigi di valore — furono obligati di ritirarsi, sostenuti dalla prima
brigata, composta del 1º battaglione, della marina — e degli artiglieri
senza cannoni.

Tremendo fu quel combattimento di fanteria nel bosco, ove il frastuono
delle fucilate e dei rami infranti — tra densissimo fumo — somigliava
ad infernale tempesta — Non meno di cinquecento d'ambo i lati fu la
perdita tra morti, e feriti — I cadaveri dei valorosi Republicani,
furon trovati sino sulla sponda del fiume — ove avevano impetuosamente
bajonettatto il nemico — ma per sventura, senza risultato, e senza
profito, fu tanta prodezza — poichè, soperchiata la 2ª brigata da forze
molto superiori — ed obligata a ritirarsi, si sospese il conflitto.

Giunta la notte, il nemico potè liberamente ultimare il suo passaggio
sulla sponda destra del Taquary —

Tra le brillanti qualità del generale Bento Gonçales, molti notavano
il difetto d'irresolutezza — origine dei disastrosi successi delle sue
operazioni — ed avrebbero creduto meglio: impegnando una brigata di
fanteria sproporzionatamente debole a petto d'un nemico sì numeroso;
cioè: uno contro sei almeno; che si avesse dovuto complettar l'attacco
— lanciandovi la prima brigata, e quanta cavalleria armata di carabine,
trovavasi nell'esercito nostro.

Io giudico nello stesso modo: che quando si sta iniziando un'attacco
— vi si deve ponderatamente riflettere; ma una volta deciso — vi si
deve impegnare ogni forza disponibile — sino alle ultime riserve — A
meno, che non sia una ricognizione — cioè attaccare il nemico, fingendo
d'impiegarvi tutte le forze — e quando riconosciuto, o riconosciute le
sue posizioni, ed il suo numero — obligandolo di metterlo in evidenza —
ripigliar allora le proprie posizioni — In tal caso da parte nostra —
abbiamo eseguito una semplice ricognizione — bisogna però star sempre
pronti a respingere un'attacco vero del nemico — Un attacco generale,
poteva veramente darci una brillante vittoria — se facendo perder
piede al nemico lo precipitavamo nel fiume — Egli certamente trovavasi
in condizione di timore per l'atto d'esser da noi perseguito nella
sua ritirata — e forse, non difettava di probabilità di riuscita — il
lanciar tutte le forze all'assalto —

Il Generale in capo credè bene di non avventurare una generale
battaglia — e la totalità d'una fanteria, unica che possedeva la
Republica —

Egli senza dubbio si pentì: di non aver dato battaglia il giorno
antecedente — in cui i suoi militi tutti, in campo aperto avrebbero
operato miracoli — Il fatto sta: che una vera perdita, fu quel
conflitto per noi — non avendo come supplire alla perdita di circa la
metà de' nostri prodi fanti — quando per il nemico la perdita di cinque
cento uomini di fanteria era insignificante —

Il nemico rimase sulla sponda destra del Taquary — e perciò quasi
totalmente padrone della campagna — Noi ripresimo la strada di
Porto-Alegre per ricominciare l'assedio.

Le condizioni della Republica avevano alquanto peggiorato — ripassammo
a S. Leopoldo, alla Settembrina — quindi a Malacara nell'antico
campo —

Di lì a pochi giorni cambiossi il campamento a Bella-vista, posizione
più vicina a la Laguna de los Patos verso Greco da quella di Malacara —
Nello stesso tempo il Generale Bento Gonçales ideò altra operazione, il
di cui risultato, se felice, poteva migliorare d'assai lo stato degli
affari nostri —



CAPITOLO XXVI.

Spedizione del Nord.


Il nemico con motivo delle sue escursioni nella campagna — avea
sguarnito alquanto di fanteria le sue piazze forti — _S. Jozè do
Nord_ — trovavasi in quel caso — Quella piazza situata sulla sponda
settentrionale dell'imboccatura della _Laguna de los Patos_ n'era una
delle chiavi, ed il suo possesso, ed il suo possesso avrebbe potuto
cambiare la faccia delle cose; l'utile principale da ricavarne erano:
vettovaglie d'ogni specie, armi e munizioni —

La gente nostra trovavasi in miserabilissimo stato — e là anche poteva
vestirsi, e provveddersi d'ogni utile cosa —

Quel punto poi, era non solo importantissimo, come dominante l'entrata
della Laguna, unico porto della provincia — ma eravvi da quella parte —
l'Atalaya — cioè l'albero dei segnali per i bastimenti, a cui indicava
la profondità delle acque, nella _barra_ (foce).

Sventuratamente successe in questa spedizione, lo stesso che in
Taquary: Portata l'impresa colla maggior sagacia e segretezza, sino
vicino ad ultimarla — se ne perdette il frutto intieramente, per non
agiungere l'ultimo colpo —

Una marcia continua di otto giorni — a non meno di 25 miglia al giorno
— ci mise, inaspettatti, sotto le trincee della piazza —

Era una di quelle notti d'inverno, in cui un ricovero ed un po' di
fuoco è una vera fortuna — ed i poveri militi della libertà laceri ed
affamati — colle membra intrise dal freddo — esposti a fitta pioggia
di tempestoso diluvio che ci avea accompagnato in tutta la marcia —
avanzavansi silenziosi ed intrepidi contro i forti e le mura guarnite
di sentinelle —

A poca distanza eransi lasciati i cavalli, sotto la custodia d'uno
squadrone di cavalleria — e ciascuno rotolando i miseri cenci,
preparavasi all'assalto che doveva aver luogo al primo «chi va là»
delle sentinelle —

I militi della Republica assalirono quelle mura come lo avrebbero
potuto eseguire i primi soldati del mondo — Pochi furono i tiri
d'artiglieria e di moschetteria del nemico — poca la resistenza sulle
mura — ed i nostri montando sulle spalle l'uno dell'altro — in poco
tempo furon nell'interno della piazza.

Alcuna resistenza di più, fecero i quattro forti che dominavano la
trincea — A 1 ora dopo mezzanote principiò l'attacco, ed alle 2 erimo
padroni della trincea e di tre forti — con perdite relativamente
indifferenti — e senza aver sparato un tiro da parte nostra.

In potere delle trincee, di tre forti su quattro, e tutti dentro
della città — sembrava impossibile, non dovessimo rimanerne padroni —
Eppure!... anche questa volta si doveva aver la peggio!

La stella della Republica tramontava — e la fortuna era nemica al Duce
nostro —

Trovandosi dentro la città, i militi nostri — affamati e cenciosi —
credettero altro non vi fosse da fare; che mangiar bene, bever meglio
— vestirsi — e depredare — La maggior parte quindi, si dispersero
coll'idea del saccheggio.

Intanto rinvenuti dalla sorpresa — rannodaronsi gl'imperiali in un
forte quartiere, e fecero testa, in numero d'alcune migliaja — Li
assalimmo, e ci respinsero — Cercavansi i nostri militi per rinnovare
gli attacchi, e non si trovavano — o se s'incontravano, erano carchi di
bottino, ebbri, e senza volontà di rischiar la vita — essendo divenuti
ricchi — Parte di loro avean danneggiato i fucili servendosene per
abbatter le porte delle case, e negozi che volevano depredare — altri
li avevano senza pietre focaje che avevano perdute —

Il nemico da parte sua, non perdeva tempo: vari legni da guerra che
si trovavano nel porto, presero posizione infilando le strade da noi
occupate — giacchè il paese era proprio edificato sulla sponda del
lago —

Dal Rio-grande del Sud che si trovava a poche miglia sull'altra sponda,
mandarono soccorsi di truppe; ed il forte unico, che noi avevimo
trascurato di occupare, fu occupato dai nemici.

Il forte maggiore dei quattro, detto Imperiale — da noi assaltato
e conquistato nella notte — e che trovavasi dominante nel centro
della linea di trincee, la di cui possessione era importantissima, fu
inutilizzato da un'esplosione terribile delle polveri, che ci ammazzò e
ferì molta gente —

Io ricordo sempre — non era ben chiaro ancora, nella mattina — quando
successe la catastrofe — ricordo dico: d'aver veduti i nostri uomini,
che occupavano quel forte, scaraventati nell'aria come lucciole —
accesi dall'incendio delle vestimenta e gettatti sul suolo orribilmente
mutilati —

Infine il più glorioso dei trionfi, cambiossi verso mezzogiorno, in una
vergognosa ritirata — quasi una fuga —

I buoni, in pochi che aveano sostenuto il combattimento sino alla
fine — piangevano dalla rabbia, e dal dispetto — La nostra perdita fu
comparativamente immensa — Da quel giorno la nostra fiera fanteria di
liberti divenne uno schelettro —

Poca cavalleria era venuta alla spedizione, e valse a proteggere la
ritirata — La divisione marciò ai suoi allogiamenti di Bella-vista,
ed io rimasi colle reliquie della Marina, in S. Simon — stabilimento
situato sulla sponda della _Laguna de los Patos_ —

La Marina era ridotta ad una quarantina d'individui tra Ufficiali e
militi —



CAPITOLO XXVII.

Invernata e preparazione di canoe.


Nell'emisfero meridionale — già si sa — l'inverno succede nei mesi in
cui noi — nel nostro — abbiamo la state — e dagli abitanti dicevasi
inverno rigido — quello — e ci sembrava tanto più tale — che tutti ci
trovavamo sprovvisti di vestimenta, e nell'impossibilitato di rimediare
alla mancanza —

Il motivo della nostra permanenza in S. Simon, fu per regolarvi alcune
_canoe_ (specie d'imbarcazioni fatte d'un sol albero, di cui si scava
la parte interna) ed aprire le comunicazioni coll'altra parte del Lago
— Ma in vari mesi, ch'io stetti in quel punto, non apparvero mai le
canoe — e perciò nulla si fece, di quanto s'era ideato.

In luogo di barche, quindi, noi ci occupammo di cavalli — essendovi
dei puledri in quantità, in quel sito — abandonato da vari mesi dai
proprietari che appartenevano al partito imperiale — Quei puledri
servirono per fare de' miei marinari, altretanti cavalieri — ed alcuni
anche, malamente, domavano cavalli —

È, S. Simon, un bellissimo e spaziosissimo feudo benchè, allora
distrutto ed abbandonato — e credo era proprietà d'un conte dello
stesso nome, esule o i di cui eredi erano esuli, per diversità
d'opinione dalla dominante Republicana —

Non essendovi padroni, e quelli essendo avversari, noi facevamo da
padroni in quel luogo — La padronanza nostra però, consisteva di
servirsi degli animali del feudo per alimento — non avendo altro — e
di divertirci a domar poledri — In quel tempo (16 settembre 1840) la
mia Anita ebbe il suo primo nato — Menotti, la di cui esistenza era un
vero miracolo — poichè nel decorso della gravidanza, la coraggiosissima
donna avea assistito a molte pugne, sopportate molte privazioni e
disagi — ed una caduta da cavallo, per cui nacque il bambino, con una
ammacatura nella testa —

Anita partorì in casa d'un abitante di quella campagna, nelle vicinanze
d'un piccolo villagio chiamato Mustarda — ed ebbe tutte le cure,
immaginabili da codesta generosissima famiglia per nome Costa — Io sarò
riconoscente a quella buona gente tutta la vita —

Ben valsa alla mia buona consorte trovarsi in quella casa — poichè le
miserie che si pativano allora nel nostro esercito — erano giunte al
colmo — e certo io non avevo come regalare la mia cara partoriente, ed
il mio bambino, con un solo fazzoletto —

Mi decisi, per assistere i miei cari con alcuni panni, a fare un
viaggio alla Settembrina[49] ove alcuni amici — massime l'eccellente
Blingini, mi avrebbero sovvenuto di qualche cosa[50] —

In conseguenza — mi misi in viaggio, attraverso le inondate campagne,
di quella parte tutta alluvionale della provincia — ove per giorni
intieri, io viaggiava, con acqua sino alla pancia del cavallo —

Passai nella _Rossa Velha_ (vecchio campo coltivato) ove incontrai il
Capitano Massimo dei lancieri liberti, il quale mi accolse da vero e
generoso compagno. Egli era stato preposto, con un distaccamento dei
suoi militi, alla custodia delle _cavalladas_ — (cavalli di riserva) in
quelli eccellenti pascoli —

Giunsi in quella località di sera, con forte pioggia — vi passai la
notte — ed all'alba dell'altro giorno — essendo anche maggiore, mi
rimisi in viaggio — contrariamente al parere del buon Capitano, che
voleva fermarmi per aspettare tempo migliore —

Premevami troppo la mia missione, per diferirla, e mi avventurai
nuovamente in quel diluvio di inondazioni —

Alla distanza d'alcune miglia — udii delle fucilate dalla parte da dove
ero partito — mi nacque alcun sospetto, ma non potevo far altro che
proseguire.

Arrivai alla Settembrina — comprai alcune cosarelle di panni — e mi
avviai nuovamente verso S. Simon —

Nel ripassare alla Rossa Velha, seppi la causa delle fucilate, ed il
tristissimo caso accaduto al Capitano Massimo, ed ai suoi bravi liberti
— subito dopo la mia partenza da quella casa —

Moringue (quello stesso che mi sorprese in Camacuan) aveva sorpreso il
Capitano Massimo — e dopo una difesa disperata di quel prode ufficiale
coi suoi lancieri, era pervenuto ad ucciderli quasi tutti —

I migliori cavalli erano stati imbarcati ed inviati a Porto-Alegre
— ed i men buoni uccisi tutti — I nemici avevano eseguito l'impresa
con legni da guerra, e fanteria — quindi rimbarcati i fanti — s'eran
diretti per terra, colla cavalleria verso il Rio-grande del Nord,
sbaragliando tutte le piccole forze Republicane, che trovavansi sparse
su quel territorio — o spaventandole —

Tra quelle trovavansi i miei pochi marini, che furono obligati di
abbandonare la loro posizione e cercare rifugio nella foresta — essendo
il nemico troppo numeroso per loro —

Anche alla mia povera Anita — a dodici giorni di parto — toccò di
fuggire, col suo pargolo sul davanti della sella — affrontando tempi
tempestosi — Io non trovai più la mia gente, e la famiglia al mio
ritorno in S. Simon — e fui obligato di rintracciarli nell'orlo d'una
selva — ove soggiornavano ancora, quando li trovai, non avendo notizie
esatte del nemico —

Tornammo in S. Simon, e vi stettimo qualche tempo ancora — quindi
cambiammo stanza — e la stabilimmo sulla sponda sinistra del fiume
Capivari — Cotesto fiume, è formato dai differenti scoli — dei vari
laghi che guarniscono la parte settentrionale della provincia del
Rio-grande, tra la costa dell'Atlantico, ed il versante orientale della
catena _do_ Espinasso — Esso prende il suo nome dalla _Capivara_,
specie di majale anfibio, molto comune nei fiumi dell'America
meridionale —

Dal Capivari, e dal Sangrador do Abreu (Sangrador è un canale che
serve di veicolo, tra una palude, ed un lago o fiume ove avevimo
potuto ottenere e regolare due canoe) fecimo alcuni viaggi — alla
costa occidentale della Laguna _dos Patos_ — trasportando gente e
comunicazioni —



CAPITOLO XXVIII.

Ritirata disastrosa per la Serra.


Intanto la situazione dell'esercito Repubblicano peggiorava — ogni dì
le urgenze erano maggiori — e maggiori le difficoltà di soddisfarle
— I due combattimenti di Taquary e Nord — avevano scemato talmente
il numero della fanteria — che i battaglioni erano diventati
schelettri — I soverchi bisogni, generavano il malcontento — questo la
diserzione —

Le popolazioni, siccome succede nelle guerre lunghe, si stancavano,
e si ammorbavano d'indifferentismo — coll'alternare del passaggio, e
delle esigenze delle forze d'ambe le parti —

In tale stato di cose, gl'imperiali fecero delle proposte
d'accomodamento — che abbenchè vantaggiose, considerando le circostanze
in cui si trovavano i Repubblicani, non furono accettate, e respinte
con alterigia, dalla parte più generosa dell'Esercito — Tale
rifiuto però, acrebbe il malcontento, nella parte più transigente e
stanca —

Infine l'abbandono dell'assedio della Capitale, e la ritirata furono
decisi —

La divisione Canabarro, di cui faceva parte la Marina, doveva
principiare il movimento, e sgombrare i passi della Serra, occupati dal
generale nemico Labattue — francese al servizio dell'impero — Bento
Gonçales col resto dell'esercito marcerebbe in seguito, coprendo il
movimento —

In questo tempo morì il nostro Rossetti — irreparabile perdita! Rimasto
colla guarnigione Republicana della Settembrina, che doveva marciare
ultima, quella gente fu sorpresa dal famoso Moringue divenuto l'incubo
dei Republicani — e perì in quella sorpresa l'incomparabile Italiano,
combattendo valorosamente —

Caduto da cavallo — ferito — le fu imposto d'arrendersi — egli rispose
a sciabolate, e vendè caramente una vita — ben preziosa all'Italia!

Non v'è un angolo della terra, ove non biancheggiano l'ossa d'un
Italiano generoso! E l'Italia li scorda! — Essa si occupa di comprar
delle isole per formar dei penitenzari[51] Essa, vezzeggia la
compassione dei Potenti, per riabilitar le sue membra e costituirsi
«del non suo ferro cinta» plaudendo ai suoi governanti che la
prostituiscono! Essa amoreggia oggi coll'idra sacerdotale, e la lecca,
l'accarezza, supplicandola genuflessa — acciò le mantenga i suoi
figli nell'ignoranza, e nell'abbrutimento! — chiamando l'atto sudicio,
infame! garanzie!

Ed essa scorda..... coloro che fecero bello il suo nome nel nuovo
mondo! In tutte le contrade del mondo! Essa!...... ne sentirà la
mancanza, nel giorno, in cui vorrà sollevarsi sui cadaveri de' corvi
che la divorano!

L'impresa ritirata, nell'invernale stagione fra i dirupi delle
montagne, e con pioggie quasi continue — fu la più disagiata e
terribile ch'io m'abbia veduto mai —

Noi conducevamo per tutta provvista, alcune vacche a capestro — non
trovandosi animali nell'ardui sentieri che dovevamo percorrere, dalle
pioggie impraticabili —

I numerosi fiumi della Ser[r]a, gonfi oltremodo, capovolgevano gente,
animali, e bagagli — Si marciava con pioggia, e senza alimento —
Accampavasi, senza alimento e con pioggia —

Tra un torrente e l'altro — coloro a cui era toccato di rimanere
vicini alle disgraziatissime vacche avevano carne — e gli altri nulla!
Massime la povera fanteria[52] trovossi in tremendo conflitto, mancando
anche di carne cavallina, di cui facevano uso i cavalieri a difetto
d'altra —

Furonvi scene da inorridire!! Molte donne — com'è uso in quei paesi
accompagnavano l'esercito — e non mancavano d'esser utili, impiegate
alla conduzione delle _cavalladas_, che eseguivano a cavallo —
essendo esse molto pratiche in tale esercizio — Colle donne v'erano
naturalmente dei bambini d'ogni età — Pochi bambini dell'età più tenera
— uscirono dalla foresta! — Alcuni pochi furono raccolti da cavalieri —
giacchè pochi cavalli si salvarono — e molte madri pure, rimasero morte
o morenti di fame di disagio e di freddo —!!!

Vi sono foreste nella parte bassa della provincia — ove il clima è
quasi tropicale — ed in cui si trovano in abbondanza frutta selvaggie,
ma buone e nutritive — come la _guayaba_, l'_arassa_ ecc. ma nelle
selve dell'alta serra, ove ci erimo inoltrati — non si trovano tali
frutta — ed apena trovansi foglie di _Taquara_ (canne grossissime)
alimento insufficiente per animali; e che non valse a salvarmi due muli
che portavano il mio povero bagaglio[53] Anita abbrivvidiva all'idea di
perdere il nostro Menotti, che salvammo per un miracolo —!

Nel più arduo della strada, ed al passo dei torrenti io portavo il mio
caro figlio di tre mesi, in un fazzoletto a tracollo, procurando di
riscaldarmelo al seno, e coll'alito —

D'una dodicina d'animali di mia proprietà, che con me, entrarono nella
foresta — tra cavalli, e muli, parte da sella, ed altri da bagagli —
con due cavalli, e due muli, erimo rimasti — Il resto stanchi, erano
stati abbandonati —

I pratici, per colmo di sventura, avevano sbagliato la _piccada_
(sentiero tagliato nella foresta), e quello fu uno dei motivi, che
sì difficilmente, ci fece varcare quella terribile selva de las Antas
(Anta è una belva che mi dissero somigliarsi all'asino, inoffensiva —
la di cui carne è squisita, ed il cuojo serve a molti forti ed eleganti
lavori — Io ho veduto il cuojo — mai l'animale)

Siccome, più si procedeva avanti — non trovavasi mai la fine della
_piccada_ — io rimasi nella selva coi due muli, che pure si stancarono
— e mandai Anita col mio assistente, ed il bambino — acciocchè
alternando i due cavalli che ci rimanevano — essa procurasse di uscire
al chiaro — cioè fuori della foresta, ove trovare alcuni alimenti per
essa, e per il pargoletto —

I due cavalli che alternativamente portavano Anita, ed il coraggio
sublime di quella valorosa mia compagna, salvaronmi ciocchè di più caro
io avevo nella vita — Essa giunse fuori della _piccada_, e per fortuna
vi trovò alcuni de' miei militi con un fuoco acceso — cosa, che non
sempre poteva ottenersi, per la continuazione della pioggia a diluvio —
e la povera condizione a cui erimo ridotti —

I miei compagni a cui era riuscito d'asciugare alcuni cenci — presero
il bambino che tutti amavano — l'involsero, lo riscaldarono, e lo
tornarono in vita — quando la povera madre, già poco sperava di quella
tenera esistenza —

Essi, con amorevolissima sollecitudine — procurarono, quei buoni
militi, di cercare alcuni alimenti — coi quali ristaurossi la cara mia
donna, e potè allattare il mio primo nato!

Io faticai invano per salvare i muli — Rimasto con quelle spossate
bestie — tagliai loro, quanto mi fu possibile, delle foglie di canne
per alimentarli — ma non mi valse — fui obligato di abbandonarle — e
cercare d'uscir io pure dalla foresta, a piedi, ed affamato —

Ai nove giorni, dalla nostra entrata — apena trovavasi fuori della
_piccada_, la coda della divisione — e pochissimi cavalli d'ufficiali
eransi potuti salvare —

Il generale Labattue che ci aveva preceduti fuggendo, avea lasciato
nella stessa selva _de las Antas_ alcune artiglierie, che per mancanza
di mezzi, non potemmo trasportare, e rimasero sepolte in quelle
spelonche — chi sa per quanto tempo —

I temporali sembravano star di casa nella selva suddetta — poichè
usciti nei campi dell'alti-piano — in _Cima de Serra_, noi trovammo
dei tempi bellissimi — e vi trovammo pure, per noi preziosissimi come
alimento, degli animali bovini — Dimodocchè si dimenticarono alquanto i
disagi passati —

Entrammo quindi nel dipartimento di Vaccaria ove permanemmo alcuni
giorni — per aspettare il corpo di Bento Gonçales, che ci giungeva
frazionato ed assai malconcio —

L'infaticabile Moringues, informato della ritirata, erasi messo alla
retroguardia di codesto corpo — incomodandone la marcia in ogni modo —
coadjuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Republicani.

Tuttociò diede al Labattue, tutto il tempo necessario per la sua
ritirata e giunzione al grosso dell'esercito imperiale — Vi giunse però
quasi senza gente, per motivo delle diserzioni, cagionate da forzate
marcie, e le stesse privazioni, e disagi da noi sofferti —

Accade di più al generale Francese, uno di quelli incidenti — ch'io
narrerò per la natura sua straordinaria —

Dovendo Labattue varcar nel suo cammino, i due boschi conosciuti col
nome: di Mattos (bosco o selva) _Portoghez e Castellano_ — trovavansi
in quei dintorni alcune tribù d'indigeni selvaggi, chiamati _Bugre_
delle più feroci che si conoscono nel Brasile — esse sapendo del
passaggio degl'imperiali, li assalirono in varie imboscate della
macchia, e ne fecero strage; facendo sapere nello stesso tempo
al generale Canabarro, ch'essi erano amici dei Republicani; e
veramente nel nostro transito per le loro selve, nessun disturbo ci
cagionarono —

Vidimo però i loro _foge_ (buchi profondi, ricoperti accuratamente con
delle zole — nei quali si precipita l'incauto viandante — e profitano
i selvaggi del suo inciampo per assalirlo) — Per noi, nessuno di quei
buchi però, era coperto, e le formidabili barricate d'alberi, innalzate
lateralmente al sentiero da dove colpiscono i passeggieri con dardi e
frecce — erano sguarnite —

In quei medesimi giorni, comparì, fuori della foresta, una donna —
rubata nella sua giovinezza dai selvaggi, in una casa della Vaccaria —
Essa profitò in detta occasione, della vicinanza nostra per salvarsi —
Era quella poverina in una condizione ben deplorabile —

Non avendo noi, nemici da fuggire, nè da perseguire, in quelle alte
regioni, procedevamo nelle nostre marcie con lentezza — mancanti quasi
totalmente di cavalli — ed obligati di domare, cammin facendo, alcuni
poledri che si trovavano dispersi in quei campi —

Il corpo dei lancieri liberti, rimasto intieramente smontato, fu
obligati di rifare le sue cavalcature con poledri —

Era bel vedere allora — quasi ogni giorno — una moltitudine di
quei giovani e robusti neri, tutti domatori, lanciarsi sul dosso
dei selvaggi corsieri, e tempestare per la campagna — montonando
prima — facendo il bruto ogni sforzo per sbarazzarsi del suo carico
e scaraventarlo a gambe all'aria lontano — l'uomo ammirabile di
destrezza, di forza, di coraggio, inforcarsi siccome tanaglia —
battere, spingere, e domare infine il superbo figlio del deserto —
che come saetta parte finalmente, quando conscio della superiorità
del dominatore che lo cavalca, e divora in pochi momenti uno spazio
immenso — per ritornare colla velocità stessa, anelante e grondante di
sudore —

In quella parte dell'America, il puledro giunge dal campo, si laccia,
si sella, imbrigliasi, e senz'altre disposizioni, è cavalcato dal
domatore a campo aperto — L'esercizio ha luogo, generalmente varie
volte nella settimana — ed in pochi giorni è capace di ricevere il
morso — Anche i più renitenti, riescono così, famosi cavalli in alcuni
mesi — Difficilmente però sortono ben domati da' soldati nelle marcie —
ove non ponno avere il comodo, la cura, e massime il riposo necessario
per ben formarsi —

Passati i Mattos Portoghez e Castellano — scendemmo nella provincia
di Missiones, dirigendosi sopra Cruz-alta, capoluogo di detta piccola
cittadina su d'un altipiano, ben costrutta ed in bellissima posizione —
siccome bella, e tutta quella parte dello Stato Rio-grandense —

Da Cruz-alta, marciammo a S. Gabriel, ove si stabilì il quartier
generale, e si costrussero baracconi per il campamento dell'esercito.

Io pure, vi costrussi una capanna, e vi passai alcun tempo colla
famigliuola —

Sei anni però, d'una vita di disagi e di privazioni — lontano dal
consorzio delle mie relazioni antiche, e dei parenti — di cui ignoravo
assolutamente la sorte, per l'isolamento in cui avevo vissuto, e
l'impossibilità d'aver di loro notizie — essendo lontano da qualunque
porto di mare — mi fecero nascere il desiderio di riavicinarmi ad un
punto — ove poter sapere qualche cosa de' miei genitori — il di cui
affetto, avevo potuto conculcare nella foga delle avventure — ma che
vivamente sussisteva nell'anima mia —

Poi, abbisognavo provvedermi di tante cose — la di cui necessità,
non avevo sentito sino allora, per me stesso — ma che diventavano
indispensabili per la mia donna ed il mio bambino —

Mi decisi adunque di passare a Montevideo, temporariamente — ne chiesi
il permesso al presidente che me lo concesse — e col permesso del
viaggio — ebbi pure quello di fare una piccola truppa di bovini, per
poter far fronte alle spese —



CAPITOLO XXIX.

Montevideo.


Eccomi dunque _truppiere_ cioè condottore di bovi —

In una Estancia chiamata del _Corral de Pedras_ — coll'autorizzazione
del ministro delle finanze — mi riescì riunire, in una ventina di
giorni, circa novecento animali — con indicibile fatica, e con maggior
fatica ancora, condurli a Montevideo — ove, non dovevo giungere colla
truppa di bovi — ma bensì con circa trecento cuoja degli stessi —

Ostacoli insuperabili, mi si presentarono nella via — e più di tutti
il traboccante Rio-Negro, ove mancai di perdere il mio capitale quasi
intiero —

Dal fiume, dalla mia imperizia in quella classe di mestiere, e dalla
furfanteria di certi mercenari, che avevo assoldato per la conduzione
del bestiame — io, apena potei far passare il Rio-Negro a circa
cinquecento animali — che per la lunga strada, poco cibo, e strapazzi
nei passaggi dei fiumi, furon giudicati incapaci di giungere a
Montevideo.

Fu deciso, in conseguenza di _cuerear_ (ammazzare per toglier le cuoja,
e lasciare la carne ai corvi) e così si fece — non essendovi altro
modo, per poter salvare qualche cosa —

Si osservi: che quando qualcheduno di quei poveri animali si stancava
— io ero obligato di venderlo — e per grazie ne ricavavo uno scudo
— Infine — dopo d'aver passato indescrivibili incomodi, freddi, e
dispiaceri, per lo spazio d'una cinquantina di giorni — giunsi a
Montevideo con poche cuoja — risultanti dai miei novecento bovi — dalle
quali ritrassi poche centinaja di scudi — che apena servironmi per
scarsamente vestire la famiglia, e due miei compagni —

Riparai in Montevideo in casa dell'amico mio Napoleone Castellini alle
di cui gentilezze, e della moglie io devo molti riguardi — e passai
qualche tempo nella di lui casa —

Avevo famiglia, esausti i mezzi — era quindi necessario procacciar
l'esistenza di tre individui — e d'un modo indipendente — Il pane
altrui mi è sempre sembrato amaro — e pur troppo nella mia vita
piena di peripezie — sovente ho avuto bisogno d'un amico, che per mia
fortuna, mai mi è mancato.

Due occupazioni, di poco prodotto veramente — ma che servirono
all'alimento — io assunsi fratanto, e furono quella di sensale
mercantile; ed alcune lezioni di Matematiche, date nell'istituto dello
stimabile istitutore Sig. Paolo Semidei[54].

Tal genere di vita durò sino al mio impiego nella Squadra Orientale
(cioè di Montevideo) —

La quistione Rio-grandense, incamminavasi verso un accomodamento —
ed Anzani, ch'io avevo lasciato al comando delle poche forze da me
comandate in quella Republica — ritiravasi — e mi scriveva: che nulla
più v'era da fare in quel paese —

La Repubblica di Montevideo mi offrì ben presto occupazioni — Mi
fu offerto, e lo accettai, il comando della corvetta da guerra
_Costituzione_ di 18 pezzi — La Squadra Orientale era comandata dal
collonnello Cohe, Americano — e quello di Buenos-Ayres, dal generale
Brown, Inglese —

Alcuni combattimenti di mare, avevano avuto luogo, ma con risultati di
poco momento.

Contemporaneamente era stato incaricato del ministero della guerra
della Repubblica un certo Vidal, d'infausta e dispregevole memoria —
Uno dei primi e sciagurati pensieri di quell'uomo, fu di togliersi il
fastidio della squadra, che diceva molto onerosa allo stato, ed inutile
— quella squadra, che immense somme avea costato alla Repubblica, e
che fomentata, siccome potevasi allora, e ben diretta, avrebbe potuto
costituire una preminenza marcata nel fiume della Plata — senza di
cui, Montevideo non sarebbe mai sortita dallo stato di mancipia di
Buenos-Ayres, e peggio ancora dell'allora suo tiranno.

All'incontro la squadra di Montevideo, fu intieramente annientata
dall'imbecille perversità del ministro suddetto — vendendosene i legni,
a vergognosi prezzi, e dilapidandosene i materiali —

Per complettare l'opera di distruzione — io fui destinato ad una
spedizione, il di cui risultato — altro non poteva essere: che la
perdizione dei legni da me comandati —



CAPITOLO XXX.

Comando la squadra di Montevideo — combattimenti nei fiumi.


Colla corvetta _Costituzione_ di 18 pezzi, il brigantino _Pereira_ con
due _culisse_ (rotatori) da 18, ed un trasporto, goletta _Procida_,
io fui destinato a Corrientes, provincia alleata, per coadjuvarla,
nelle sue operazioni di guerra, contro le forze di Rosas — tiranno di
Buenos-Ayres — V'era anche il motivo, od il pretesto di portar delle
munizioni in quella provincia —

Darò un piccolo cenno, sulla nuova guerra, a cui, io mi accingevo a
prender parte —

Trovavasi la Republica Orientale dell'Uruguay — così chiamata, per
trovarsi veramente sulla sinistra sponda di detto fiume — e di cui,
Montevideo è capitale — Trovavasi dico: siccome la maggior parte delle
Republiche dell'America meridionale, in quello stato di guerra civile —
la di cui quasi perenne durata — forma il maggior inciampo al progresso
di cui è suscettibile — codesta splendida parte del mondo — certo non
seconda a nessun'altra, per ogni naturale ricchezza —

E la cagione delle intestine discordie, era allora la pretensione alla
presidenza della Repubblica dei due generali Fruttuoso Rivera, e Manuel
Ourives —

Rivera più felice, da principio, pervenne, dopo varie vittorie a
cacciarne Ourives — e s'impadronì del potere occupato da quello —
L'altro cacciato, si rifuggì a Buenos-Ayres, ove Rosas lo accolse,
assieme agli emigrati orientali, e se ne servì contro i propri nemici,
capitanati allora dal generale Lavalle — i quali nemici chiamavansi
Unitari — mentre il partito di Rosas era chiamato Federale —

Vinto Lavalle, il feroce ex-presidente di Montevideo, si accinse a
riacquistare la perduta potestà del suo paese — e trovava in ciò, Rosas
la più dilettevole lusinga alle sue mire — cioè la finale distruzione
degli Unitari suoi mortali nemici, il di cui ultimo ricovero era
Montevideo — e di più l'abassamento d'una Republica vicina, rivale,
che le disputava la supremazia dell'immenso fiume — spingendo in seno
della stessa i più accaniti e formidabili elementi di tremenda guerra
civile —

Al tempo della mia partenza da Montevideo, ed entrata nel fiume —
trovavasi l'esercito Orientale in S. Josè dell'Uruguay, e quello
d'Ourives alla Capitale della provincia d'Entre-Rios-Bajada —
preparandosi ambi ad una decisiva battaglia —

L'esercito Correntino disponevasi di riunirsi all'Orientale — Io dovevo
rimontare il Paranà sino a Corrientes — percorrere uno spazio di più
di seicento miglia, tra due sponde nemiche — ove, non avrei potuto
aprodare, senonchè nell'isole, e nelle coste deserte —

Partito da Montevideo coi tre legni suddetti, ebbi da sostenere un
primo combattimento contro le batterie dell'isola di Martin Garcia
— isola che comanda il fiume, verso il confluente dell'Uruguay col
Paranà, d'un'altezza considerevole — e dalla quale bisogna passare
vicino, non essendovi altri canali più lontani, adequati per bastimenti
grandi — Èbbi alcuni morti, e feriti in quel primo conflitto, e passai
oltre[55]

A tre miglia da Martin Garcia, arenammo colla _Costituzione_, e
disgraziatamente in tempo che la marea bassava, dimodocchè immensa
fatica ci costò il poterla rimettere [a] nuoto — e grazie a molta
risoluzione ed energia da parte di tutti — ufficiali e marini, non fu
perduta in quella circostanza la nostra flottiglia —

Mentre occupati a trasbordare gli oggetti di peso, sulla _Procida_,
comparve la squadra nemica, dall'altra parte dell'Isola, avanzandosi
a piene vele, e vento favorevole su di noi, con sette legni — La
_Costituzione_ era arenata circa tre piedi, e priva de' suoi principali
cannoni, ammonticchiati sulla piccola _Procida_ —

Era veramente una terribile situazione quella per me — La _Procida_
complettamente inutile — la _Costituzione_ più inutile ancora — e non
rimanevami senonchè il brigantino _Pereira_, il di cui coraggiosissimo
Comandante trovavasi vicino a me, colla maggior parte del suo
equipaggio, ajutandoci nei nostri lavori —

Intanto il nemico procedeva superbo, alla vista, ed alle acclamazioni
delle truppe dell'isola — sicurissimo della vittoria, con sette
forti legni da guerra — e noi rimasti con uno solo disponibile, e
debole —

Il mio animo non era dato alla disperazione — ciocchè mai mi è
succeduto — ma lascio all'altrui sagacia il figurarsi lo stato mio
— Non si trattava della vita sola, di cui poco m'importavo in quei
momenti — ma, benchè fosse forza d'imprevisti e fatali avvenimenti —
anche morendo, difficilmente si salvava l'onore, poichè impossibile,
era di combattere, nelle condizioni nostre — La fortuna anche questa
volta, stese la sua mano potente e protettrice sul mio destino — e non
ci voleva altro che un colpo della sua ruota —

Il legno ammiraglio del nemico, il _Belgrano_, arenò! ed arenò pure
nelle vicinanze dell'isola, a circa due tiri di cannone da noi — e
fummo salvi!

Il contratempo del nemico, aumentò l'alacrità nostra — in poche ore
galleggiò la _Costituzione_ — e ricevette nuovamente la batteria
e tutto il materiale suo, trasbordato — «Le fortune siccome
le disgrazie non arrivano sole» si dice volgarmente — ed in quella
circostanza successe proprio così —

Una nebbia foltissima caduta come per incanto — coprì tutto — e ci
favorì grandemente — nascondendo al nemico la direzione nostra — Tale
circostanza ci valse sommamente — poichè quando il nemico terminò per
far galleggiare il _Belgrano_ — ignorando la direzione nostra — prese a
perseguirci nell'Uruguay, ove non erimo entrati — e perdete così molti
giorni, pria di conoscere la vera nostra destinazione —

Intanto noi entravamo nel Paranà coperti dalla nebbia, e favoriti dal
vento — Io avevo la coscienza dell'impresa, certo, una delle più ardue
della mia vita —

In quel giorno stesso, il piacere di scampare ad imminente pericolo,
ed il sollettico provato all'idea della grandezza dell'impresa —
furonmi amareggiati dallo stupore, paura, e renitenza dei pratici,
che sino a quel momento avean creduto dirigersi all'Uruguay — ove la
sponda sinistra almeno era in potere dei nostri — mentre le due sponde
del Paranà erano assolutamente in potere di nemici formidabili quali
Ourives alla sinistra sponda e Rosas alla destra —

Tutti i pratici allegarono non conoscere il Paranà — e veramente, per
ingannare il nemico — io avevo chiesto e trovato pratici dell'Uruguay —
Essi, da quell'istante rinunziarono a qualunque responsabilità —

Della responsabilità, io poco m'importavo — abbisognavo d'un pratico
comunque fosse — In conseguenza di molte indagini, seppesi: uno di
loro, aver alcune cognizioni del fiume, ma tacerle per timore — La mia
sciabola spianò bentosto le difficoltà — ed ebbimo un pratico —

Il vento favorevole ci portò nella notte nelle vicinanze di S. Nicolas
— primo paese Argentino, che s'incontra sulla sponda destra del fiume —
Eranvi alcuni legni mercantili — noi avevimo bisogno di trasporti e di
pratici — Una spedizione notturna coi palischermi ci procurò una cosa e
l'altra —

Erimo obligati ad usar di prepotenza: la posizione nostra delicata
lo esigeva — Un Antonio Austriaco, che da molto tempo navigava nel
Paranà — cadette fra i prigionieri, e ci rese importanti servigi nel
viaggio —

Procedendo verso la parte superiore del fiume — non ebbimo ostacoli,
sino alla Bajada — capitale della provincia d'Entre-rios — ove
trovavasi l'esercito d'Ourives —

Operammo nel transito alcuni sbarchi, per acquistare carne fresca,
d'animali bovini, che ci venivano contestati dagli abitanti, e
dalle truppe di cavalleria vigilanti la costa — Alcuni parziali
combattimenti avevano luogo, per tal motivo, con vantaggi e perdite
alternativamente —

In una di quelle pugne, ebbi la sensibilissima perdita, dell'ufficiale
Italiano Vallerga, da Loano — giovine di sorprendente valore, e d'un
genio che prometteva assaissimo — Egli era profondo Matematico —
Un'altra croce... sulle ossa d'un figlio della sventurata nostra terra
— perduto per una causa giusta è vero — ma che, come tanti altri,
sperava di poter dare la vita al suo paese! —

Alla Bajada, ove Ourives avea il suo quartier generale, trovammo
formidabili preparativi per riceverci — Ivi, affrontammo un
combattimento, le di cui apparenze, nel principio mostravano, dover
dare più importanti risultati — ma il vento favorevole, e la distanza
in cui potemmo passare dalle batterie nemiche ci lasciarono sfuggire
anche in questa circostanza, a pericoli, che potevano esser assai più
dannosi — Vi fu un forte cannoneggiamento d'ambe le parti, con perdite
insignificanti —

A _las Conchas_, alcune miglia sopra la Bajada operammo uno sbarco
di notte — che ci diede — ad onta di forte resistenza del nemico —
quattordici bovi —

I nostri pugnarono in quella occasione, con un valore sommo — e vi si
distinsero sopra tutti il Vallerga, di cui già feci cenno, e Battaglia
domatore da cavalli —

Le artiglierie nemiche seguivano la costa — e profitando della
circostanza del vento contrario, e della strettezza ci cannoneggiavano
ove potevano con vantaggio — ed ove potevano ci fulminavano anche con
moschetteria —

Nel _Cerrito_, posizione forte, sulla sponda sinistra del Paranà, vi
stabilì il nemico una batteria di sei cannoni — Il vento era favorevole
ma poco; ed in quel punto stesso per le tortuosità del fiume, ci dava
in faccia — dimodocchè dovemmo fare un traggito di circa due miglia, a
tonneggio — cioè portando ancorotti (piccole ancore) avanti, con lunghe
alzane — e tirando sopra le stesse, a suono di tamburo, ed a passo di
carica — procedendo così a piccola velocità per esser forte la corrente
contraria in siti stretti —

Per fortuna nostra, la batteria nemica, era troppo alta, e troppo
vicina — sembrando sospesa sulla nostra testa — Cotesto combattimento
fu brillante: La maggior parte della gente nostra, era destinata
alle alzane, ed ai palischermi — il resto ai cannoni, e fucili —
Combattevasi e si lavorava con alacrità grandissima — le pugne eran
diventate giuoco — per i miei valorosi compagni — Si osservi, che il
nostro nemico apparteneva ad un esercito esaltato, e superbo da recenti
vittorie — Lo stesso esercito che poco dopo, sbaragliava il nostro
complettamente all'_Arroyo-grande_ — assieme all'esercito di Corrientes
riunito al nostro —

Ogni ostacolo fu superato con poca perdita — e questa cagionata dai
moschetti nemici — giacchè i pezzi troppo alti, e troppo vicini,
passavano sulle nostre teste, danneggiando appena l'alberatura — E
dopo d'aver smorzato i fuochi del nemico, e smontati alquanti de' suoi
pezzi, noi giungemmo con tutti i legni in salvo — in una posizione
spaziosa, fuori d'ogni pericolo —

Vari legni mercantili provenienti da Corrientes, e dal Paraguay, eransi
posti sotto la protezione della batteria nemica — essi cadettero in
nostro potere con poca fatica — Tali acquisti ci provvedevano, di
vettovaglie — e di mezzi d'ogni genere —



CAPITOLO XXXI.

Combattimento di due giorni con Brown.


Noi procedevamo quindi nell'arduo nostro viaggio nel fiume — Il nemico
svogliossi di mettere ostacoli — e giunsimo dopo alcuni arenamenti,
massime della _Costituzione_ — sino a _Cavallo Guatià_ (cavallo bianco)
— ove si congiunse la flottiglia Correntina — composta di due lancioni,
ed una calandra armati in guerra — Essa ci traeva alcuni viveri
freschi — e la nostra condizione era perciò, alquanto migliorata —
Avevimo buoni, e fidati pratici — ed un riforzo, benchè piccolo — assai
giovevole, massime sul morale della gente —

Pervenuti così sino alla costa Brava — fummo obligati di fermarsi,
per motivo della mancanza di profondità nel fiume — la cui differenza
col pescante della _Costituzione_ — era di quattro palmi — e tale
inconveniente, principiò ad insospettirmi alquanto sull'esito della
spedizione —

Io non potevo ignorare che il nemico, avrebbe tentato il possibile
per inutilizzar l'ardito, e temerario tentativo — poichè giunti noi a
Corrientes — immenso sarebbe stato il pregiudizio recato al nemico, col
dominio d'un fiume come l'alto Paranà — in una posizione intermedia tra
le provincie dell'interno della Republica Argentina, il Paraguay e la
grande capitale di quella — Sarebbe stato pure un foco da corsari, da
infestare e distruggere molta parte del commercio nemico —

A tal uopo, nulla si trascurò per la perdizione nostra — ed in ciò,
non poco, contribuì la scarsezza d'acqua nel fiume — che a detto dei
pratici, non s'era veduta tale da mezzo secolo — Relazione confermatami
dallo stesso Perrè governatore di Corrientes —

Non essendo possibile d'oltrepassare — io decisi: metter la flottiglia
in istato della maggior resistenza — aspettandomi un giorno o l'altro
alla comparsa dell'ammiraglio Brown, il di cui inganno, non poteva poi
durar tanto tempo —

Dalla sponda sinistra del Paranà, al disotto del banco che c'impediva
di progredire avanti — in un angolo ove esisteva sufficiente
profondità dell'acqua vicino alla costa — io tirai una linea di legni,
principiando da un yacht mercantile — su cui feci collocare quattro
cannoni — Il _Pereira_ in mezzo — e la _Costituzione_ all'ala destra —
formando così una perpendicolare alla direzione del fiume — infilandolo
colla batteria sinistra della corvetta, che montava più pezzi e di
maggior portata — ed opponendo verso il nemico che doveva comparire
d'avalle — tutta la forza possibile —

Tale disposizione ci costò fatica, per motivo della corrente —
che, benchè poca in quel punto da noi scelto — non mancava di farci
impiegare tutte le catene ancore, e gomine per ormeggiarvi i legni —
massime la _Costituzione_ che calava diciotto piedi —

Non terminati ancora, erano i nostri lavori d'imbossaggio, che comparve
il nemico in numero di sette legni —

Era superiore d'assai alle forze nostre — ed in situazione da poter
ricevere a piacimento, ogni qualunque riforzo e vettovaglie — Noi, non
solo lontani da Corrientes, unico paese che ci poteva soccorrere — ma
nella quasi certezza del nessun ausilio, come lo proveranno i fatti.
Eppure bisognava combattere, anche colla certezza di soccombere —
almeno per l'onore delle armi — E combattemmo!

Il nemico capitanato dal generale Brown — la prima celebrità maritima
dell'America meridionale — ed a giusto titolo: avendo comandato la
squadra di Buenos Ayres — sino dal tempo della guerra d'indipendenza
contro la dominazione spagnuola — il generale Brown dico: procedeva
contro di noi, colla fiducia della sua potenza (Mi pare fosse il 15
Giugno 1842) — Il vento era favorevole al nemico, in quel giorno — ma
poco — ed abbisognava egli di tonneggi per venire avanti — seguendo
la sponda sinistra del fiume — La destra era impraticabile a legni
grandi per bassi fondi — Siccome noi dominavamo la sinistra sponda
— sulla quale apogiavamo il fianco sinistro della nostra linea — si
sbarcarono parte degli equipagi, e truppa di marina non necessari a
bordo — per disputare palmo a palmo il tonneggio, a cui era obligato il
nemico —

I nostri di terra, si batterono valorosamente in quel conflitto, e
ritardarono di molto il suo progresso — ma il nemico — avendo sbarcato
sulla stessa sponda cinquecento uomini di fanteria — la superiorità
del numero prevalse — e furono obligati i nostri a ripiegarsi sotto la
protezione della flottiglia —

Il maggiore Pedro Rodriguez, che comandava la forza nostra di sbarco,
pugnò in quel giorno, con tutta la perizia, e valore immaginabili —
Egli collocò gli antiposti verso sera, sulla costa — e così si rimase
tutta la notte, preparandosi d'ambe le parti al combattimento per il
giorno seguente —

Il sole del giorno 16, non s'era alzato ancora — che il nemico
principiava il cannoneggiamento su di noi — con tutte le forze che avea
potuto collocare al fronte in tutta la notte —

Io avrei desiderato: si fosse — il nemico — maggiormente avvicinato —
poichè, solo i nostri pezzi del centro erano di lunga portata, e capaci
di danneggiarlo — il resto, ed eran la maggior parte — eran pezzi
corti, ed incapaci di ragiungerlo alla distanza in cui s'era tenuto — e
si lasciavano quindi inoperosi —

Il vecchio ammiraglio Inglese, conosceva benissimo la portata delle
nostre artiglierie, e l'inferiorità marcata che avevano a paragone
delle sue — Egli perciò, sacrificando il brillante d'un combattimento
a metraglie, e corpo a corpo — si attenne al sodo — profitando della
superiorità di portata de' suoi cannoni — e rimase perciò in grande
distanza, a noi poco conveniente —

Si combattè senza interruzione sino a notte chiusa, e da ambe le parti
col maggiore accanimento —

La prima vittima a bordo della _Costituzione_, fu ancora un ufficiale
Italiano di molto valore — Giuseppe Borzone — di bellissime speranze
— Io non potei occuparmi de' suoi resti, per l'infierire della
pugna —

Non furono pochi i danni d'ambe le parti — i nostri legni erano ridotti
a carcasse — La corvetta, ad onta di non tralasciarsi di turare i buchi
delle palle — aveva aperto acqua al punto — che difficilmente poteva
vincersi, pompando senza posa, ed impiegandovi per torno, tutta la
gente —

Il comandante del _Pereira_, era morto in un'arditissima impresa per
terra, contro i legni nemici — Io perdevo in lui, il migliore, e più
valoroso dei compagni —

Molti erano i morti, più assai i feriti — il rimanente della gente,
spossatissima — non poteva aver riposo, per l'acqua soverchiante nella
stiva — Eppure v'era polvere ancora — v'erano projettili a bordo e
bisognava combattere — non per vincere — non per salvarci — ma per
l'onore —

L'onore! mi vien da ridere — quando io penso all'onore del soldato —
ma di disprezzo! massime nel genere dell'onore dei Borbonici, degli
Spagnuoli, Austriaci, Francesi, quando assaltavano — come assaltano gli
assassini sulla strada, i poveri viandanti — L'onore di sgozzare dei
conterranei gli uni — dei correligionari politici gli altri — mentre
un mostro — una prostituta, un discolo scettratto, se la godono e se
la ridono sotto baffi — tra le luride gozzoviglie di Napoli, Vienna,
Madrid e Parigi —

Noi dunque, combattevamo per l'onor solo — e codesto era almeno
conforme ai dettami della coscienza — giacchè si pugnava per un popolo
contro due tiranni — e si combatteva per l'onore — a seicento miglia
da Montevideo — con nemici da tutte le parti — dopo una quantità
di combattimenti, privazioni, disagi — quasi certezza di perderci
tutti —

Intanto Vidal, ministro generale della Republica — accumulava dobloni,
per servirsene a delle carozzate — e splendide comparse nelle prime
capitali d'Europa — ¿Ed il popolo? Pare creato a pascolo di tanta
canaglia!

Malatesta Baglioni, ed imperatori o re — per comandarlo o reggerlo!
Preti o dottrinari per ingannarlo!

Ecco l'onore, la libertà, la giustizia, le leggi! Ecco il mondo —

Ecco, a profito di chi suda, e muore di fame la plebe!

Ecco, a profito di chi sprecano la vita — innumerevoli generosi
Italiani — gettatti sulla terra straniera — dalle sciagure della patria
nostra!

Colombo inceppato!... Castelli decapitato sulla piazza di Buenos-Ayres!
Borso di Carminati fucilato in Spagna! Che uomini! che servigi resi
allo straniero! e con che ingratitudine pagati! Lo straniero, le di cui
_simpatie_, si sono manifestate or ora (1849) O Roma! — allorquando la
veneranda tua cervice — innalzavasi un momento dal letame obbrobrioso
— ove ti mantengono le sconoscenti tue alunne — dopo d'esser state
da te strappate dalla barbarie delle foreste..... O madre, o grande,
istitutrice e donna delle Nazioni!

Eppur tremarono — allo scuoterti le chiome — e fu loro d'uopo, la
frode, le zizzanie, lo spionaggio sfrontato dei sacerdoti dell'inferno
— per abbassarti — Dunque sei grande ancora Italia! Dunque, il giorno
che una voce gagliarda di redenzione, possa percuotere l'orecchio
dei tuoi figli.... In quel giorno sfumeranno gli affamati e codardi
avvoltoj che ti divoran le viscere! —

Nella notte del 16 al 17 — tutta la gente fu occupata a preparare i
cartucci tutti consumati — tagliare catene per supplire alle mancanti
palle — e continuamente pompare l'acqua soverchiante

Manuel Rodriguez — quello stesso ufficiale Catalano, salvatosi
meco dal naufragio del _Rio-pardo_ sulla costa di S. Catarina, fu
occupato assieme ad un pugno dei migliori — ad assestare alcuni legni
mercantili a guisa di brulotti — colla maggior quantità possibile di
materie combustibili — e quando furono pronti — circa la mezzanotte,
si rimorchiarono alla direzione del nemico — Tale espediente non
mancò d'incomodarlo tutta la notte — ma non ebbe l'effetto che me ne
aspettavo — era la gente, sommamente stanca — e ciò fu il principale
motivo del poco successo —

Tra i contrattempi di quella sventurata notte — il più che mi afflisse,
fu la diserzione della squadriglia Correntina — Villegas il comandante
di quella — simile a tanti altri milantatori, da me riconosciuti per
tali nella calma e nell'orgia — s'intimorì talmente all'avvicinarsi del
pericolo — da risolversi al più degradante ed ignominioso dei delitti:
la diserzione in presenza, e nell'impegno del nemico —

Egli poco potea servirmi in un combattimento a lunga portata — essendo
i suoi pezzi troppo piccoli — ma il suo ajuto poteva esser grande:
dovendo ricevere, o dar un arembaggio — giacchè il suo equipaggio era
composto di gioventù animosa — Poi, pratico egli stesso, ed avendo
buoni pratici del fiume a bordo — mi era molto giovevole — Prezioso
infine mi sarebbe stato, dopo la catastrofe per salvare i feriti — e
fare una ritirata men disastrosa —

Dal principio del combattimento — io avevo veduto il Villegas impaurito
— e gli ordinai perciò di collocarsi dietro la nostra linea — in
posizione, da non poter esser colpito dai projettili nemici — e sotto
la di lui vigilanza, avevo fatto collocare un legno mercantile che dove
servir di ospedale —

Verso sera mi fece dire: che cambiava di posizione — non ricordo per
qual motivo, o pretesto — Abbisognando nella notte della cooperazione
sua nel lavoro dei brulotti — io lo feci chiamare — ed ebbi la
desolante notizia, che in nessuna parte si trovava — Non volli crederlo
capace di tanto tradimento — ed andai io stesso con leggero palischermo
per assicurarmi del fatto — Non trovandolo — mi avanzai alcune miglia
verso Corrientes, ma indarno — il codardo avea fuggito, e tradito — Me
ne tornai coll'anima rammaricata!

Ben giusto era il mio rammarico: poichè, la maggior parte delle
piccole barche nostre erano state distrute nel servizio durante
il combattimento — Io contavo quindi sui legni Correntini, per
l'inevitabile ritirata, onde poter salvare i molti nostri feriti — ed
imbarcarvi i viveri necessari per tutti — trovandoci molto distanti
ancora, dall'abitata frontiera di Corrientes —

L'ultime speranze mi svanivano colla miserabile defezione di quei
nostri alleati! La defezione all'ora del pericolo, è il più nefando di
tutti i delitti!

Io tornavo a bordo, e non era lontana l'alba — Bisognava combattere,
e non vedevo intorno a me — altro che gente sdrajata e soprafatta
dalle fatiche — non udivo altro suono — altro romore, che le
lamentazioni strazianti dei disgraziati feriti — non ancora trasportati
all'ospedale, incapace di contenerne tanti!

Io davo la sveglia ed ordinavo: si riunisse la gente — e dall'alto
d'una pompa, dirigevo ad essa, alcune parole di conforto e di
eccitamento — Non furon vane le mie parole — e trovai nell'animo
de' miei sfiniti compagni — tanta risoluzione da edificarmi — e
persuadermi: che l'onore almeno, si voleva salvo —

Unanime grido di battaglia, fu ripetuto da quei generosi — ed ognuno fu
al suo posto —

Non era ancor ben chiaro — che già ricominciava la pugna — ma, se
nel giorno anteriore, sembrava il vantaggio da parte nostra — nel
secondo — scorgevasi indubitamente, con noi la peggio — I nuovi nostri
cartucci erano di polvere inferiore — le palle di calibro, terminate
— e supplite da altre minori — e perciò inesattezza nei tiri — massime
nei pezzi da 18, di lunga portata, collocati nel centro della Batteria
della _Costituzione_ — e due rotatori a bordo al _Pereira_ —

Si erano bensì tagliate delle catene nella notte, per servir da
projetti — ma anche questi — che avrebbero potuto servire da vicino —
erano inutile da lontano —

Il nemico scorgeva più scemi d'assai, i nostri tiri — poi, era
informato della situazione nostra dai disertori, che non avean mancato,
profitando del nostro contatto colla sponda — quindi egli era sempre
più imbaldanzito, ed aveva, per gli stessi motivi, portato tutti i
suoi legni in linea — ciocchè non avea potuto eseguire nel giorno
antecedente — impedito dai superiori nostri fuochi —

Migliorava ad ogni momento la condizione del nemico — e peggiorava la
nostra —

Infine, bisognava pensare alla ritirata — non dei legni — era
impossibile moverli dal punto — perchè in sfasciume, mancanza d'acqua
nel fiume — e la maggior parte dei cordami in pezzi — Il _Pereira_,
fu un momento oggetto d'investigazione, per conoscere se sarebbe
atto a metter a la vela — ma fu riconosciuto incapacissimo — La
sola goletta _Procida_, potè salvarsi con parte dei feriti e qualche
materiale —

Conveniva quindi limitarsi a salvare le reliquie del personale, ed
incendiare la flottiglia — A tal uopo, ordinai si sbarcasse il resto
dei feriti — in alcune piccole rimanenti barche — le armi minute —
munizioni ed i viveri che capir potevano in quelle — Intanto continuava
il combattimento — abbenchè affievolito di molto per parte nostra — e
più gagliardo assai, dalla parte contraria —

Preparavansi pure, nello stesso tempo i fuochi, ed i conduttori per
l'incendio dei legni —

Qui, mi convien narrare un episodio ben desolante — cagionate
dall'eccesso delle bevande spiritose — Negli equipaggi da me comandati
— vi era gente d'ogni nazionalità — Gli stranieri eran per la maggior
parte marini, e quasi tutti disertori da bastimenti da guerra — E
questi devo confessarlo: erano i meno discoli — Circa agli Americani
— tutti quanti, quasi, erano stati cacciati dall'esercito di terra per
misfatti e massime per omicidio — Dimodocchè, essi erano veri cavalli
sfrenati — e vi voleva tutto il rigore di cui era capace un legno da
guerra per mantenerli all'ordine.

Solo in un giorno di pugna, tutto codesto miscuglio di gente, erano
disciplinati — e si battevano come leoni —

Ora per far l'incendio più eficace — eransi riuniti nella stiva,
mucchi di oggetti combustibili — e su di questi spargevansi una
quantità di botti d'acquavita che avean fatto parte delle provviste —
Ma sventuratamente quegli uomini assuefatti a vivere con una piccola
razione spiritosa — trovandosi con un'abondanza spropositata di tali
spiriti — vi si ubbriacarono d'un modo, da esser impossibilitati a
moversi —

Fu quello uno spettacolo ben doloroso — trovarsi nell'imperiosa
necessità di dover abbandonare dei prodi e sventurati uomini, in preda
delle fiamme! Io feci il possibile — impegnando i loro compagni — un
po' meno ebbri, a non abbandonarli — io stesso sino all'ultimo momento
ne colsi quanto potei, e li caricai sulle mie spalle ponendoli in salvo
— sventuratamente però, alcuni, volarono coi frantumi delle navi —

In tali conflitti, ebbi il disgusto di vedere anche degli ufficiali in
ebbrezza, probabilmente per farsi coraggio

E se tale stato degradante nausea in un individuo qualunque di bassa
forza — in un ufficiale, tale stato, è veramente ignominioso!

Tutto preparato, si appicò il fuoco, e sbarcai accompagnato dai pochi
individui rimasti meco sino all'ultimo —

Il nemico si accorse, com'era naturale, dello sbarco nostro — e del
nostro movimento in ritirata — Egli fece marciare ad inseguirci tutta
la sua fanteria, in numero di circa cinquecento uomini — Noi, erimo
disposti a combattere comunque — ma ormai disugualissima sarebbe
riuscita la pugna — sia per l'inferiorità nostra numerica — sia per la
maggior pratica della fanteria nemica — sia infine per lo stato nostro
delle armi, e della gente — Un inconveniente poi grandissimo era: esser
la nostra linea di ritirata, tagliata a poca distanza, da un fiume
importante — confluente del Paranà.

Noi fummo salvi dallo scopio delle Sante Barbere della flottiglia —
che effetuossi d'un modo imponente, e terribile — percui s'intimorì il
nemico e le vietò l'inseguimento —

Fu uno spettacolo sorprendente il volare dei legni, nel sito ove
permanevano, rimase il fiume lisso, com'un cristallo — ed in ambe le
sponde dell'ampio fiume, cadevano i frantumi con spaventevole fracasso.



CAPITOLO XXXII.

Ritirata su Corrientes — Battaglia del Arroyo-grande.


Noi passammo, nella notte, il fiume Espinello, e campammo sulla sponda
destra dello stesso —

Nel viaggio, sino alla Esquina, primo paese di Corrientes, impiegammo
tre giorni, camminando penosamente, tra isole e paludi — e ridotti alla
meschina razione diaria d'un piccolo biscotto, senz'altro —

Giunti alla Esquina, migliorammo alquanto di condizione: i nostri
feriti furono al coperto — ebbimo carne in abbondanza, ed ospitalità
completta dalla buona popolazione di quel paese —

Vari mesi passati nella provincia di Corrientes, nulla presentarono
d'interessante — Il governo della provincia progettò di armare una
piccola flottiglia — ma altro non riuscì, che a farmi perdere del
tempo, inutilmente —

Ebbi ordine, poi, dal governo di Montevideo, di marciare alla volta
di S. Francisco, nell'Uruguay, e mettermi colla forza, agli ordini del
generale Rivera — che stanziava coll'esercito in quelle vicinanze.

Traversammo dunque, tutto il territorio di Corrientes, da S. Lucia sino
al passo _de Higos_ sopra l'Uruguay — Varcammo quel passo, e scesimo
sino a S. Francisco, parte per fiume, e parte per terra —

Al Salto ebbi il bene d'incontrare Anzani — fatto mercante allora —
o piutosto commesso del Bresciano Rini — stabilito in quel paese da
qualche tempo —

Giunto a S. Francisco, vi trovai alcuni legni da guerra nostri, di cui
presi il comando —

Il generale Ribera presidente della Republica di Montevideo — era
passato in Entre-rios, con tutto l'esercito nostro — ed in cotesta
provincia doveva riunirvisi l'esercito Correntino — ed attaccare
giuntamente l'esercito di Ourives —

Il giorno 6 Decembre 1842 — ebbe luogo nell'Arroyo-grande — la famosa
battaglia, ove soccombettero i nostri — cioè tre popoli combattenti per
i sacri loro diritti contro un tiranno —

Io non commenterò le cause di quella sventura — perchè troppe, e
lunghe a descriversi — Sicuramente però, le discordie, fomentate
dall'ambizione ed egoismo di pochi aspiranti, precipitarono in
sciagure immense, ed offrirono inermi, all'esterminio dell'implacabile
vincitore, popolazioni intiere, e generose!

Successe all'Italia più tardi — lo succeduto alle provincie del Plata —
e per li stessi elementi scaturiti dall'inferno —

In S. Francisco, ove trovai il generale Aguiar — rimasto per motivi di
salute, soggiornai poco — ed ebbi presto l'ordine da quel generale — di
recarmi con tutte le forze disponibili — agiungendomi alcune centinaja
di militi, chiamati _aguerridos_ — capitanati dal Collonnello Guerra
— di recarmi dico: al passo di Vissillac, per cooperare all'azione
dell'esercito nostro —

Giunsi coi legni a Vissillac, e vi trovai alcuni avanzi dell'esercito —
cioè, materiale — ma nè un solo individuo —

Mandai alcuni esploratori, battere il campo — niente!

Era il fatale giorno 6 Decembre — sino all'ultimo uomo tutti erano
stati chiamati alla battaglia — che si decideva a diciotto miglia di
distanza sulle sponde dell'Arroyo-grande[56] —

Vi è qualche cosa, oltre l'intelligenza nell'essere nostro — non si
sa discernere, non si può spiegare; ma esiste — ed i suoi effetti,
benchè confusi — sono un vaticinio — intendasi come si vuole tale
parola — Un vaticinio, che vi reca contento od amarezza — Forse
quella scintilla infinitesima — emanata dall'Infinito — e che risiede
nella misera nostra scorza — ma immortale come l'Infinito pressente
oltre il contatto dei nostri sensi — ed oltre la portata della nostra
vista —

Nulla si scorgeva in quelle deserte campagne — quel giorno però, avea
alquanto di solenne, di tetro! di desolato! — come il cuore di coloro,
che spiravano, o languivano, sul campo di battaglia — calpestati dal
soldato insolente! dall'ugne del destriero del truce, dell'implacabile
vincitore — giubilante, per i patimenti, per le torture, per la morte
del vinto! Gloria! eroïsmo! vittoria! si chiamano cotesti macelli!
Ed inni e _tedeum_ si fanno cantare da alcuni mercenari chercuti!
Pochissimi, furono i risparmiati in quella terribile pugna — ed il
pressentimento d'un fiero disastro, da noi sentito — nulla di esagerato
aveva —

Nessuno trovando, che ci dasse notizia dell'esercito — quindi nessun
ordine dal capo supremo — come mi avea fatto sperare il generale Aguiar
— fu deciso di sbarcare le forze tutte — lasciando piccola guarnigione
nei legni — e marciare in cerca dei nostri —

Un piccolo corpo intiero, giungendo nelle vicinanze d'un esercito
disfatto — può sempre essere di grande utilità ed io — ne ho fatto
tante volte l'esperienza — Esso non cambierà la sconfitta in vittoria
— ma potrà sempre salvare del materiale — e degli individui feriti o no
che senza sostegno cadrebbero in potere del nemico —

Sovente anche — vedendo un piccolo corpo, con contegno ordinato ed
impavido — benchè vittorioso il nemico — ma necessariamente anche lui
disordinato dopo una battaglia è molto probabile ch'ei si fermi — e
lasci ai vinti una più comoda, e men faticosa ritirata —

Tale certamente, fu il risultato del contegno dei volontari nella
campagna del 1866 — alla battaglia di Custosa — Formando essi l'estrema
sinistra dell'Esercito Italiano, ed incaricati della custodia del
lago di Garda — alla ritirata dell'esercito, dopo la battaglia — i
volontari, che in pochi occupavano la sponda occidentale del Lago —
si spinsero in avanti, verso Lonato, e Rivertella — e facilitarono
con tale mossa, la salvazione di materiale e di alcuni feriti, e
traviati —

Io osserverò, passando, che seguendo il prediletto mio sistema del
Rio-grande — non marciavo mai, in terra — senza un contingente di
cavalleria — estratto dagli anfibi miei compagni di ventura — tra i
quali avevo famosi cavalieri — espulsi dall'esercito di cavalleria —
per irregolarità di condotta — forse per delitti — ma gente — che in
generale battevasi egregiamente — e che naturalmente castigavasi quando
lo meritava —

Abbenchè non trovassimo gente in quel punto — vi trovammo alcuni
abbandonati cavalli — e con quelli, i miei scapestrati militi — non
mancarono di riunire bentosto le sufficienti monture per il servizio
d'esplorazione — l'abondanza di cavalli in quei paesi, facilita molto
tale operazione —

Erimo pronti — e già si era in moto per la marcia — ma un ordine
del generale Aguiar ci richiamava in S. Francisco — Noi saressimo
certamente rimasti vittime — trovandoci il nemico in piena campagna
dell'Entre-rios — giacchè il nostro esercito rotto in quel giorno
complettamente — era introvabile, ed avressimo invece trovato ruina, da
cui difficilmente si sarebbe potuto scampare.

Rimbarcammo dunque, senza saperne il motivo, e senza aver potuto
ottener veruna notizia degli avvenimenti —

Giunti a S. Francisco, ebbi dal Collonnello Esteves, un biglietto
che principiava colle seguenti desolanti parole: «Il nostro esercito
ha sofferto un contrasto» Il generale Aguiar era marciato lungo la
sponda sinistra dell'Uruguay per raccogliere fuggiaschi — A me si
chiedeva rimanere in S. Francisco, a proteggere il molto materiale ivi
rimasto —

Nel periodo trascorso tra la battaglia dell'Arroyo-grande, ed il
principio dell'assedio di Montevideo — successe quella confusione,
quel prendere, lasciare, riprendere, di progetti, che accade in
simili circostanze — cioè: dopo le grandi sconfitte — E fu veramente
grande, intiera quasi la catastrofe dell'esercito nostro — poichè
per molto tempo — non potè più ragranellarsi dello stesso, nulla
che somigliasse ad un corpo di truppa — Quando si considera: che
l'esercito di Montevideo andava attacare il più forte esercito, che
mai si fosse veduto nell'America meridionale — insuperbito da molte e
recenti vittorie — attaccarlo nella svantaggiosa posizione di trovarsi
il grande fiume Uruguay alle spalle — si capisce: come i frantumi del
nostro esercito, furono schiacciati, o prigionieri —

Furonvi molte paure da parte nostra, delle irresolutezze e molte
defezioni individuali — come doveva necessariamente succedere, in una
guerra, in cui da ambe le parti si parlava lo stesso idioma — ed i
maggiori nuclei, eran della stessa terra —

Il popolo però, rispose con fermezza, con eroïsmo, all'energica voce
dei generosi che lo chiamavano alla riscossa, proclamando la patria in
pericolo, e chiamando tutti sotto le armi!

In breve vi fu un nuovo esercito — non così numeroso, non tanto
disciplinato — ma almeno, assai più, pieno di slancio e d'entusiasmo
— più penetrato dalla causa sacrosanta del dovere, che lo spingeva
— Non era più, la causa d'un uomo che lo stimolava — che spingeva
le moltitudini sui campi di battaglia — l'astro di quell'uomo avea
tramontato nell'ultimo conflitto — ed invano sforzavasi in seguito di
rialzarsi — ma era la causa nazionale, davanti cui tacevano gli odi, le
personalità, le miserabili dissenzioni —

Lo straniero preparavasi ad invadere il territorio della Republica
— Ogni cittadino correva con armi e cavalli ad allignarsi sotto le
bandiere per respingerlo — Il pericolo cresceva coll'approssimarsi
dell'Esercito formidabile di Rosas, comandato dal tremendo suo
luogotenente Ourives — ebbene, cresceva il brio, la devozione alla
patria, di quelle popolazioni generose — Non una voce di transazione,
di patteggio, coll'invasore! e già d'allora potevasi congetturare
cosa era capace di costanza, di privazioni, d'eroïsmo, la nazione che
sostenne nella sua capitale un assedio di nove anni — per vincere alla
fine!

Io arrossisco, pensando a ciò che abbian fatto in Italia, dopo la
battaglia di Novarra — Eppure l'Italia tutta bramava non soggiacere
allo straniero dominio — ed anelava di combattere — ed io ho la
coscienza: sia il nostro popolo suscettibile di costanza e di slancio
generoso! Ma le cause!...... Oh! le cause delle nostre sciagure, sono
tante!......

E tanti, sono i traditori neri neri, e moltiformi che feconda la nostra
bella — e ben sventurata terra!



CAPITOLO XXXIII.

Preparativi di resistenza.


Fratanto, io ebbi ordine di mettere a pico nei canali del fiume[57]
— per ove poteva ascendere la flotta nemica — i maggiori legni della
flottiglia nostra — Quindi, non più a pico, ma bruciati. Ed eccomi
dunque nell'obligo d'incendiare una terza flotta — Almeno, nei due
primi casi — avevamo potuto combattere a dovere! Fatti nuovamente
pedoni, stettimo alcuni giorni ancora a S. Francisco — per dar tempo di
evacuare per Montevideo, il restante materiale dell'esercito — Quindi,
marciammo noi pure sulla capitale — nei di cui dintorni dovevansi
riunire tutte le forze della Republica, che mano mano, si stavano
organizzando.

Poco, o nulla d'importante, occorse nel nostro viaggio — eccetto il
conoscimento del generale Pacheco (allora collonnello in Mercedes)
Quest'illustre orientale, principiò in quelle circostanze di pericolo,
a far mostra d'una superiorità distinta, di coraggio, d'energia, e di
capacità. Egli senza dubbio, fu il principale campione del suo paese
— nella lotta da gigante, sostenuta da Montevideo — contro l'invasione
straniera — Lotta!..... che servirà d'esempio alle generazioni venture
di tutte i popoli che non vorranno soggiacere alle prepotenze!

Io vado superbo, d'aver diviso con quella prode popolazione, vari anni
della sua immortale difesa —

Montevideo presentava in quei giorni, sorprendente spettacolo — Ourives
aveva vinto — e si avanzava implacabile alla testa d'un esercito, che
passegiato avea sulle provincie Argentine dissidenti dai governo di
Rosas, com'una tempesta — com'un fulmine!

Al Coriolano di Montevideo, non avrebbero valso, le prostrazioni dei
sacerdoti, delle mogli, delle madri per blandirlo — l'idea di castigare
la città proterva, che lo avea cacciato, per proclamarvi un odioso
rivale — che lo vide fuggire — dileggiandolo — quell'idea sorrideva
al truce vincitore del generale Lavalle[58] come l'amplesso d'una
vergine —

L'esercito di Montevideo era stato distrutto — come forse mai successe
ad altro esercito — e non esistevano sul territorio della Republica
— altro che piccoli, e sconnessi frammenti di forze, sparsi a grandi
distanze l'uno dall'altro —

La squadra era annientata — armi e munizioni pochissime — nullo
l'erario! se lo figurino con uomini come Vidal — non intento ad altro,
che alla ricerca d'oncie d'oro più portatili — per la meditata fuga —
Ed era il ministro generale, quel ladro!

Eppure bisognava difendersi! Tale era la volontà generale, in quel
magnifico popolo!

Molti eran gli uomini, puramente del partito di Ribera, per cui non
v'era scampo, coll'entrata di Ourives, l'antagonista del primo —
e per cui la difesa era indispensabile condizione — ma impotenti e
tremuli perchè la maggior parte, individui attaccati alla greppia
dell'impiego —

Ma la nazione, il vero popolo, non considerava in Ourives,
l'antagonista di Ribera, ma bensì il condottiero d'un esercito
d'estranei — soldati d'un tiranno, che procedeva coll'invasione, il
servaggio, la morte! Ed il popolo corse alla difesa colla coscienza del
sacro suo diritto —

In poco tempo, vari corpi di cavalleria si formarono nella campagna
— Un esercito di quasi tutta fanteria, si organizzava in Montevideo,
palladio della libertà orientale, sotto gli auspici dell'uomo delle
vittorie, il generale Paz — certo uno dei migliori, e più onesti capi
dell'America meridionale —

Il generale Paz, che l'invidia e la nullità avevano allontanato dal
comando, rispose alla chiamata della patria in pericolo — comparì
alla testa delle forze della capitale — ed organizzò con reclute, e
liberti, emancipati allora dalla Republica, quell'esercito, che durante
sette anni, è stato il baluardo del paese — e che tuttora si mantiene
impavido in presenza dell'oste più formidabile, che mai abbiano veduto
quei paesi (1849)

Molti capi illustri, dimenticati o noncuranti guerre ove primeggiava
l'individuale interesse — comparivano nelle fila dei difensori, ed
aumentavano l'entusiasmo e la fiducia —

Una linea di fortificazioni fu tracciata intorno alla città — e verso
la campagna nell'istmo — ed alacremente vi lavorò la popolazione
intiera — sino ad ultimarla, pria della comparsa del nemico —

Fabriche d'armi, e munizioni, fonderie di cannoni, laboratori di
vestimenta ed attrezzi per i militi — tutto s'improvisò come per
miracolo — I cannoni, che dal tempo delli Spagnuoli, furono giudicati
inutili e collocati a guisa di steccato sui limiti dei marciapiedi
delle strade — eran dissoterrati, e montati per la difesa — La
venuta poi, del generale Pacheco da Mercedes e la sua collocazione
al ministero della guerra, diede l'ultima mano ai preparativi della
piazza —

Io fui destinato alla organizzazione d'una flottiglia, non esistendo
più nemmeno i vestigi dell'antico, per cura e conto del ministro
traditore già sopra accennato — Si affitarono alcuni piccoli barchi
mercantili, che si armarono come si poteva — ed un'incidente fortunato
mi valse molto per poter proseguire con qualche successo a tale
armamento —

L'_Oscar_ brigantino nemico, veleggiando di notte nelle vicinanze della
costa, investì sulla punta del _Cerro_ (monte a ponente di Montevideo,
alla distanza di circa sei miglia — e formando colla sua base nel
fiume, la parte occidentale del porto), e ad onta de' moltissimi
sforzi per farlo galleggiare fatti dal nemico — esso fu obligato di
abbandonarlo.

Noi profitammo assai di tale naufragio — Da principio, voleva il nemico
impedirci di avvicinare il naufrago — e mandò la _Palmar_, goletta
da guerra a cannonegiarci — ma vedendo il poco frutto de' suoi tiri —
e l'ostinazione nostra a ricuperar la preda degli scogli — ci lasciò
liberamente all'opera —

Tra i molti oggetti ricuperati dall'_Oscar_ — eranvi cinque cannoni,
per noi preziosissimi — e che ci servirono per armare tre piccole legni
— primi, nella nuova flottiglia — e che ci servirono immediatamente a
coprire la sinistra della linea di fortificazioni —

Il caso della perdita dell'_Oscar_, mi sembrò di buon augurio, per
l'ardua difesa che si preparava, e fu un nuovo stimolo alla generale
fiducia —



CAPITOLO XXXIV.

Principio dell'assedio di Montevideo.


Era il 16 febbraio 1843 — apena le fortificazioni della città,
avevano avuto tempo di ultimarsi — pochi cannoni da collocarvisi — che
comparve sulle alture circonvicine la vanguardia dell'esercito nemico
— Il generale Ribera alla testa delle forze di cavalleria, troppo
debole per poterlo combattere aveva aperto varco, e preso la campagna
— contornando il fianco sinistro del nemico — e ponendovisi alla
retroguardia —

Tale manovra riesce facile in un paese — ove ogni uomo è compiuto
cavaliere — ed ove essendo l'unico alimento della campagna — la carne
— non sono necessarie le fastidiose impedimenta — indispensabili nelle
guerre Europee — Ribera poi, se non era un gran generale da battaglie
campali — era maestro negli stratagemmi propri della piccola guerra —
e tale manovra operata con maestria — lo poneva nuovamente in istato
d'incomodare grandemente il nemico —

Il generale Paz rimaneva al comando delle forze della capitale — Tali
forze eran numerose — comparativamente all'estensione di mura, che si
dovevano difendere — ma se si considera che tutte erano nuove reclute
e che non tutti gli individui che le componevano, eran fior di roba —
cioè penetrati da vero amor di patria — non si può altro che ammirare
la sagacia, il coraggio, e la costanza dell'illustre generale — che
dopo d'averle organizzate e disciplinate, sostenne con esse — i primi
conflitti dell'assedio, ed i più pericolosi —

Ad onta dello slancio generoso delle popolazioni — non mancavano i
dissidenti i codardi ed i traditori: Un Vidal, ministro generale, aveva
rubato l'erario e fatto fagotto — Un Antuña, collonnello d'un corpo e
capo di polizia, era passato al nemico, con molti altri ufficiali, ed
impiegati — Un corpo detto _Aguerridos_, di stranieri al soldo della
Republica — avean defezionato, in varie riprese quasi intieramente non
solo — ma una notte che detto corpo occupava i posti avanzati della
città ne compromise molto la sicurezza col suo tradimento.

Tali esempi erano seguiti naturalmente da singoli individui — che
credendo tutto perduto — con un pretesto o coll'altro, abbandonavano le
fila dei difensori per passare al nemico —

Gli affari andavano a rompicollo da principio, e non seppi mai capire:
perchè Ourives, informato minutamente di tutto dai suoi aderenti
interni — non profitò dello scompiglio, e dell'insufficienza delle
fortificazioni, per attaccare vigorosamente la piazza. Egli altro
non fece: che dei riconoscimenti, e dei falsi attacchi di notte, che
aguerrivano gl'inesperti militi di Montevideo —

Intanto si armavano, e si organizzavano le legioni straniere — e
comunque si sia interpretato lo spirito dell'armamento delle legioni
Francese, ed Italiana — non può negarsi — che fu l'effetto d'uno
slancio generoso, il preludio della prima chiamata all'armi, e per
respingere l'invasione dall'ospitale terra d'asilo — Che in seguito
vi si sieno introdotti degl'individui collo scopo interessato
di speculazioni — egli è pur vero — comunque sia: l'armamento ed
organizzazione di quei corpi, se non furono decisivi — valsero almeno a
garantire la sicurezza della città.

I Francesi più di noi numerosi, e più esaltati dal prestigio militare,
ebbero, in poco tempo, da due milla e sei cento uomini sotto le armi —
Gl'Italiani riunironsi in numero di circa cinquecento — e benchè sembri
poco a proporzione de' nazionali nostri in quel paese — io avrei mai
sperato tanto considerando le odierne consuetudini nostre, e la nostra
educazione — Quel numero si aumentò in seguito — ma mai oltrepassò i
settecento.

Il generale Paz, profitando dell'aumento di forze stabilì una linea
esterna alla distanza d'un tiro di cannone dalle mura —

D'allora in poi, il sistema di difesa fu regolato ed il nemico non fu
più capace d'avvicinare la città.

Essendo io al carico della flottiglia, che andava pure organizzandosi,
io proposi al comando della legione, un certo Angelo Mancini — d'infame
memoria — e quello venne accettatto dal governo —



CAPITOLO XXXV.

Primi fatti della Legione Italiana.


La legione fece il suo primo servizio in una sortita, — e siccome poco
poteva sperarsi da gente nuova alle pugne — non fece buona figura —
Si moteggiò, mettendo in dubbio il valore Italiano in Montevideo — io
arrossivo di vergogna — e bisognava rintuzzare i moteggi —

Toccava alla Legione, un'altra volta, far parte d'una spedizione
al Cerro — io dovevo trovarmi con essa — In quel giorno, comandava
la spedizione suddetta il generale Bauzà — buon soldato ma molto
vecchio — Si stette in presenza del nemico facendo delle marcie, e
contromarcie, ma senza risultato — Era forse prudente non attaccare
un nemico, se no più numeroso — certo dei nostri più aguerrito — Io
impaziente di provare i miei concittadini — stuzzicavo — ma invano il
vecchio generale — quando la fortuna ci mandò da Montevideo il generale
Pacheco, allora ministro della guerra — Mi confortai alla vista di
quello, che sapevo intraprendente e prode — Mi avvicinai a lui — e
colla fiducia e familiarità concessemi — chiesi di cacciare il nemico
da una posizione dietro un parapetto che dominava un fosso dalla parte
nostra, e dove quello si teneva come al sicuro —

Non solo il Ministro assentì alla mia richiesta, ma ordinò al generale
Bauzà di apogiare il movimento della Legione Italiana —

Io feci schierare la legione in collonna per sezioni al coperto d'un
numeroso di case semidistrutte, si spiegarono due compagnie in collonna
al fronte, e dopo d'aver ricordato qualche cosa che alludeva all'onore
della nostra terra noi attaccammo l'ala sinistra del nemico, che
consueto a non temerci, ci aspettò di piè fermo, e ci ricevette con
terribile fucilata —

Ma la legione Italiana doveva vincere in quel giorno — essa lo aveva
giurato ed attenne il giuro — Invano caddero feriti molti dei nostri
— si procedeva impavidi sinchè giunti a tratto di baionetta del
nemico, quegli prese la fuga — e fu inseguito non poco — Il centro, e
l'ala sinistra nostra furono pure vittoriosi — sicchè quaranta e due
prigionieri nemici rimasero in nostro potere —

Quel fatto d'armi abbenchè di poco momento, valse sommamente — rilevò
il morale dell'esercito nostro, menomando quello del nemico — E da
quel giorno la legione Italiana seguì la sua carriera gloriosa facendo
l'ammirazione di tutti —

Quel giorno fu il precursore di mille prodezze operate dai concittadini
nostri, mai più vinti! E sul campo stesso del Cerro, la Legione
Italiana con uno squadrone di cavalleria, ed alcuna fanteria indigena
— riportarono — vari mesi dopo — il giorno 28 di Marzo — non ricordo
di che anno — uno splendido trionfo, ove lasciò la vita un famigerato
generale nemico — Nuñez —

Il giorno seguente alla prima piccola vittoria — la Legione Italiana
schieravasi sulla piazza della _Matrix_, la principale di Montevideo
— al cospetto d'un intiero popolo, ricevendo le lodi e felicitazioni
del Ministro della guerra — ed acclamata universalmente — La parola
potente del generale Pacheco — aveva risuonato tra le moltitudini —
Io, mai, ho udito parola più commovente nè più atta a risvegliare una
nazione —

Colla Legione Italiana avea combattuto per la prima volta, in quel
giorno, e distintamente — quel Giacomo Minuto — detto Brusco — capitano
di cavalleria in Roma nel 49 — ferito di palla nel petto — e morto in
conseguenza d'essersi stracciato le fascie della ferita, alla notizia
dell'entrata dei soldati di Bonaparte —

Il maggiore Pedro Rodriguez di Montevideo ufficiale di fanteria di
marina pugnò pure valorosamente. Da quel giorno, sino all'apparizione
d'Anzani nella legione — io poco m'allontanai dal corpo abbenchè
occupato il più del tempo in mare —

Anzani trovavasi verso quel tempo a Buenos-Ayres, ove ricevendo
l'invito mio, recossi a Montevideo — L'acquisto d'Anzani nella Legione
Italiana, valse sommamente — in tutto — ma massime nell'istruzione e
disciplina — Provetto nella milizia, avendo fatto le guerre di Grecia
e di Spagna — io mai ho conosciuto un'ufficiale con più coraggio, più
sangue freddo e più istruzione d'Anzani — Ripeto: fu un vero tesoro per
la Legione — ed io pochissimo organizzatore fui ben fortunato d'aver
presso di me quell'amico e fratello d'armi imparegiabile — Con lui,
alla direzione del corpo, io ero certo del buon andamento d'ogni cosa
— essendo di più, Anzani, d'una modestia e d'un'onestà a tutta prova —
Dimodocchè io potei occuparmi della flottiglia —

Anzani fu molto contrariato da Mancini, e da Danus — uno collllo
titolare — ed il secondo maggiore ambi pessima roba, come provarono in
seguito — Essi non potevano conformarsi alla superiorità del merito
d'Anzani — il quale, ad onta di mille miserie suscitate dai due
suddetti — colmo di cognizioni militari, ed amministrative com'era —
sistemò il corpo sopra un piede tanto regolare, quanto le circostanze
potevano permetterlo —



CAPITOLO XXXVI.

Flottiglia — Fatti di questa.


La flottiglia ai miei ordini, benchè di poca importanza, non mancava
d'esser utile alla difesa della piazza — Collocata sull'estrema
sinistra della linea che varcava l'istmo da un'acqua all'altra, non
solo la copriva perfettamente schierata a martello della stessa — ma
minacciava il fianco destro del nemico qualora questo attentasse di
assaltare —

Essa serviva di anello tra le importanti posizioni del Cerro, e
dell'isola della Libertà — detta anche dei Ratti — Facilitando sopra
tutto e cooperando nei tentativi che si attuavano continuamente sopra
l'estrema destra del nemico — che assediava il Cerro.

L'isola della Libertà era stata adochiata dal nemico, che progettò
d'impadronirsene — La squadra di Buenos-Ayres, sotto gli ordini pel
generale Brown, preparavasi ad impadronirsene — fu deciso quindi dal
governo nostro di prevenire l'occupazione nemica colla nostra — ed io
fui incaricato di trasportarvi due pezzi da 18, ed una compagnia di
guardie nazionali —

Tale operazione fu fatta di notte — e verso le 10 p.m. tutto era
sbarcato nell'isola, ed io tornavo verso Montevideo — col lancione che
m'avea servito per i pezzi, a rimorchio —

Successe qui, uno di quei fatti, che l'immaginazione dei Romanzieri
partoriscono qualche volta — e che devono lasciar loro col cuor
contento, quando concepiti.

L'isola della Libertà staccata dalla costa del Cerro, da una distanza
d'un piccolo tiro di cannone — è distante da Montevideo circa tre
miglia — Il vento soffiava da mezzogiorno — che cagiona in quel porto
agitazione di mare, proporzionata alla forza del vento — e massime nel
tragitto dall'isola al molo della metropoli —

Imbarcato io in una di quelle lancie di bastimenti mercantili, e che
servono principalmente, colla loro larga poppa a salpar le ancore —
imbarcazione, che fu comprata in quei giorni dal governo — avevo meco,
i marinai adequati all'operazione effetuata, ed avevimo a rimorchio
la stessa barcaccia, o lancione, su cui s'erano trasportati i pezzi
d'artiglieria all'isola —

Tra il mare da mezzogiorno, e la gravità della barcaccia — di forma
quasi cubica, e molto alta sull'onda, per nulla aver dentro di peso —
marciavasi lentamente, e con molta deriva verso l'interno della baia
a settentrione — quando tutt'assieme, scorgonsi legni da guerra sotto
vento a noi, verso maestro, tanto vicini che la sentinella da prora
d'uno di quelli ci gridò: «Chi viva!» «Zitti!» io dissi alla gente: Era
senza dubbio la squadra nemica — Sommessamente parlando, io eccitai
a radoppiar la voga, e far sui remi meno rumore possibile — Io mi
aspettavo ad una grandine di fucilate — dopo l'intimazione fatta dalla
sentinella — ma miracolosamente, scassammo, passando quasi sotto il
pompresso del _Belgrano_ — ch'io riconobbi — e senz'altra molestia,
potemmo seguire il nostro viaggio per Montevideo.

La causa della salvezza nostra fu: che in quell'ora stessa, le minute
imbarcazioni della squadra nemica, cariche di truppa, erano state
mandate ad assaltar l'isola della libertà — Dunque per tal motivo —
fu spiegato poco dopo — il silenzio del nemico, che voleva sorprender
l'isola coi palischermi, e perciò ordinato silenzio — ed il motivo
pure che non inviò gli stessi a predarci — ciocchè potevano facilmente
eseguire —

Ma che fortuna! noi giunsimo in salvamento al molo — da dove si
cominciò ad udire tremenda fucilata nell'isola in quel momento
assaltata —

Io diedi immediatamente parte dell'occorso al governo — e m'incamminai
a bordo, per preparare i nostri piccoli legni alla partenza — ove
sussidiare l'isola, se v'era ancor tempo —

Sessanta circa uomini erano i nostri dell'isola della libertà — non ben
armati, e con poche munizioni — All'alba io veleggiavo da Montevideo,
con soli due legni, dei tre che ne avevimo, non essendo il terzo atto a
far fuoco per non esser finito ancora il suo armamento.

Coi due legnetti, armati ognuno d'una caronata da dodici, di quelle
prese al naufrago _Oscar_ — noi ci collocammo tra il Cerro e l'isola,
bordeggiando; e per uscire dall'incertezza: se l'isola si trovasse in
nostro potere o del nemico io fui obligato di mandare a riconoscerla
l'ufficiale Clavelli con un piccolo canoto —

Io ebbi la fausta notizia: esser l'isola, nostra, ed il nemico esser
stato respinto nel suo attacco di notte —

I bravi nazionali nostri, abbenchè nuovi alle armi, avevano combattuto
da valorosi — Non solo avevano respinto il nemico — ma cagionato
allo [stesso gravi perdite][59] ed i cadaveri dei soldato di Rosas —
galleggiarono per vari giorni nell'acque del porto —

Feci sbarcare subito le munizioni dei due pezzi da 18 — ed un ufficiale
con vari artiglieri per il servizio degli stessi —

L'alba stava rischiarando, ed appena terminata l'operazione suddetta
— il nemico ruppe il fuoco, e l'isola vi rispose alacremente — Coi
nostri legni, io presi il vento alla squadra nemica e l'attaccai pure
d'infilata co' miei due cannoncini —

Era però inegualissimo il combattimento — Aveano i contrari due
brigantini, e due golette — Tra i primi uno di sedici pezzi di forte
calibro — I cannoni dell'isola, che più danno potevano cagionare, non
avevano piattaforma — e per fortuna un antico parapetto, semi distrutto
— Essi erano malissimo acconciati d'accessori, per esser stati montati
in fretta — e peggio di tutto poche munizioni —

Abbenchè non molto grosso il mare, i tiri nostri di bordo erano resi
incerti, dal rollare dei piccoli legni — Infine, l'Ufficiale Raffaele,
Italiano, — ch'io avevo destinato alla direzione dei due pezzi
dell'isola — dopo d'aver esaurite le poche munizioni, s'era coricato
coi suoi artiglieri, ed i nazionali, dietro il piccolo e rovinato
parapeto, che il nemico fulminava con tutte le sue artiglierie —

I fuochi dell'isola cessati — ed i nostri di bordo, insignificanti —
il nemico incominciò a girare i suoi fianchi verso di noi imbossandosi
— e già la _Palmar_ con una mitragliata d'un pezzo di lunga portata —
m'avea ferito vari uomini sulla tolda, e fra loro il mio assistente
Francisco — un bravo mulato — ferito mortalmente nella pancia da un
biscaino — ossia palla rotonda di ferro, da metraglie.

Una volta ancora, la fortuna provvide!... Il comodoro Purvis comandante
allora la stazione Britannica, in Montevideo, mandò, o venne lui
stesso, con una _aïola_ — palischermo — e con una di quelle bandiere,
che fermano le tempeste — cioè l'Inglese — Si frammise, e fermò
il conflitto — come se avesse toccato i combattenti colla magica
bacchetta! Per me e per la Repubblica fu grande ventura!

Da quel momento principiarono le negozazioni, uscì dal porto la squadra
nemica — e non più cadette l'isola in potere altrui —

Che magnifico impiego della forza! quando tal contegno, si paragona
a quello di certi miserabili potenti, che con un sol cenno avrebbero
potuto — o potrebbero fermare fiumi di sangue — Con un sol cenno —
potrebbero rialzare popoli caduti, e rintuzzare la mania d'opprimere
di prepotenti! Qualunque fossero le ragioni del comodoro Purvis, è
innegabile: che vi fu molta generosità cavalleresca da parte sua — per
un popolo sventurato, ma prode, ma che, senza dubbio, entrava nella
simpatia gentile del filantropo ed onesto figlio d'Albione!

Da quel momento Montevideo conobbe: avere nel Comodoro Inglese,
un'amico non solo, ma un protettore.

Il fatto dell'Isola della libertà — il di cui felice risultato, più
doveasi alla sorte che al merito nostro — abbenchè nulla si fosse
trascurato per difenderla — acrebbe fama, ed importanza alle armi della
Republica — comunque insignificante fosse stato il conflitto.

In quella guisa, cioè: con piccole e favorevoli imprese, rilevavasi una
causa, già considerata perduta da molti — E ciò prova bene: che mai,
si deve disperare nelle battaglie, e nella politica particolarmente,
quando si propugna la causa della giustizia —

Patriottica ed eccellente amministrazione del governo, la di cui testa
era Pacheco — La direzione della guerra all'integro ed imparegiabile
generale Paz — l'impavido ed imponente contegno della popolazione —
già scevra da pochi traditori o codardi. L'armamento delle Legioni
straniere — Infine tutto, poco a poco vaticinava un esito felice —



CAPITOLO XXXVII.

Pugne brillanti della Legione Italiana.


La legione Italiana — la di cui nascita, era stata beffegiata da taluni
— massime dai Francesi — che le nostre discordie, hanno assuefato da
molto tempo a disprezzarci — giungeva a tal fama da destare invidia
alle migliori truppe; non mai vinta — essa aveva parteggiato alle
imprese più difficili — ai più ardui combattimenti —

Alle _Tres Cruces_ — tre cruci — ove l'intemerato Collonnello Neira
— per un eccesso di bravura, era caduto nelle linee nemiche — la
Legione — che in quel giorno stava di vanguardia ai di lui ordini —
sostenne una lotta Omerica — corpo a corpo — cacciando gli Orivisti
dalle fortissime posizioni — sino all'acquisto del cadavere del capo di
linea —

Le perdite della legione in quel giorno, furono considerevoli — a
proporzione del piccolo numero de' suoi combattenti — ma altretanto
gloriose — Quel successo che sembrava doverla esaurire, la fomentò
oltremodo — crescendo in numero con nuove reclute — soldati d'un
giorno, che combattevano come veterani! Tale, è il soldato Italiano —
tali i figli della nazione disprezzata — quando fuori dalla corrutrice
influenza del prete e di reggitori codardi — essi sono stimolati dal
bello, e dal generoso —

Il _Passo della Boyada_ (24 Aprile 184.....) fu pure un serio conflitto
— Un corpo d'esercito, agli ordini dello stesso generale Paz — era
sortito da Montevideo, passando all'ala destra del nemico — costeggiò
il littorale tramontana della baia, sino al Pantanoso — piccolo e
fangoso fiumicello a due tiri di cannone del Cerro — e doveasi riunire
alle forze nostre stanziate in quella fortezza — per dare un colpo —
forse decisivo all'esercito nemico — tratto così, fuori dalle forti
posizioni del Cerrito — quartier generale d'Ourives — e per lo meno
doveasi sorprendere due battaglioni situati sulle sponde del paludoso
fiumicello, già accennato —

A poco, o nulla riuscì tale impresa, che dovea dare dei risultati
importanti — e ciò per mancanza di concerto — Ciocchè succede spesso,
nelle operazioni combinate —

Fummo impegnati — nel passo suddetto — in acanitissimo combattimento —
Delle tre divisioni, con cui si formava il nostro corpo di circa sette
milla uomini — quella che faceva la retroguardia, fu accossata talmente
dai nemici che ingrossavano rinfrancatisi dalla sorpresa — che per
motivo, sopratutto, del difficoltosissimo passo — essa a gran stento
poteva salvarsi, o salvare parte della sua gente —

Io comandavo la divisione del centro, che già trovavasi sulla sponda
destra del Pantanoso, il di cui nome non era esagerato — avendo nel
suo letto un pantano che sommergeva nel passo uomini e cavalli — e
che conveniva passare su d'una gettata di grandi sassi sconnessi ed
ineguali —

Diemmi ordine, il generale, di ripassare in sostegno dei pericolanti
— e naturalmente fu forza ubbidire — quantunque a malincuore, certo di
perdervi molta gente — e difficilmente potervi far buona figura —

I nostri della retroguardia combattevano valorosamente; ma il nemico,
sempre crescente, li aveva involti, e già occupava un fortissimo
stabilimento (saladero) dietro loro — cioè: sulla loro linea di
ritirata — Di più esausti di munizioni trovavansi i nostri — La testa
della legione Italiana, entrava nel sala[dero] — mentre una testa di
collonna nemica era già entrata, e spuntava dalla parte nostra — Ivi
impegnavasi accanita pugna, corpo a corpo, a bajonettatte, e finalmente
trionfava il valore Italiano —

In quel punto, era il terreno ingombro di cadaveri — e tra i nostri
caduti, ebbimo a deplorare la morte d'un prode ligure, il Capitano
Molinari — Ma i compagni della retroguardia erano salvi — ed il
combattimento ristabilito a vantaggio nostro —

Giungevano altri corpi in sostegno, ed operavasi la ritirata
mirabilmente[60].

La legione Francese, nello stesso giorno, dovendo simultaneamente
operare sulla linea della città — ebbe un rovescio — e così fu da noi,
risposto degnamente ai moteggi di codesti nostri vicini.

Il 28 di Marzo — fu pure giorno gloriosissimo per le armi della
Republica, e per la Legione Italiana —

In quel giorno l'impresa era diretta dal generale Pacheco — il nemico
che assediava il Cerro, agli ordini del generale Nuñez — uno dei capi
più famigerati di quei paesi — passato però vergognosamente dalle
nostre, alle fila nemiche — nel principio dell'assedio — Il nemico,
dico: mostrava molta baldanza in quella parte — e non poche volte era
giunto, sin sotto i baluardi della fortezza — minacciando di tagliare
le comunicazioni della stessa colla città — e distruggendo a fucilate
il Faro eretto sulla parte superiore degli edifizi —

Il generale Pacheco ordinò la traslazione di alcuni corpi al Cerro —
tra cui la legione nostra — Il movimento ebbe luogo durante la notte —
ed all'alba erimo, colla legione, imboscati in una vecchia polveriera,
attorniata da ruinati edifizi — ad un miglio circa a tramontana della
fortezza —

Tali edifizi, abbenchè in macerie, conservavano delle mura erette — e
capacità sufficiente da nascondere tutta la gente Italiana, quantunque
alle strette —

Dal Cerro incominciossi a scaramucciare — e quindi poco a poco, si
andava, la pugna riscaldando — Il generale nemico di natura focoso —
spingeva baldanzosamente contro i nostri — sino ad impossessarsi d'una
forte posizione chiamata _quadrado_ — a piccolo tratto di cannone dalla
vecchia polveriera —

Già contavano tra i feriti nostri, due dei migliori tra i capi — i
Collonnelli Tajes e Estivao — quando il segnale che doveva ordinare
la sortita della legione, non comparendo dall'alto del Cerro[61] e
facendosi serio l'affare — fummo chiamati alla riscossa dal collonnello
Caceres — incaricato della forza combattente.

Io sarò fiero sempre — d'aver appartenuto a quel pugno di prodi, che
si chiamò: legione Italiana di Montevideo — che ho veduto sempre sul
cammino della vittoria!

Ma in quel giorno erano i nostri Italiani — belli!..... di sangue
freddo e di valore. Essi fecero l'ammirazione degli orgogliosi
Americani, che a giusto titolo, pretendono ad una bravura eccezionale.

Trattavasi di attaccare il nemico su d'un'eminenza — dietro un
riparo di fosso e parapetto — Lo spazio che si doveva percorrere per
assalirlo, era sgombro d'ogni minimo ostacolo; dimodocchè difficile
era l'impresa, dovendo marciare scoperti — verso il nemico coperto
— Ma la legione in quel giorno avrebbe affrontato il diavolo! Essa
ricordava che sullo stesso terreno acquistò il suo diploma di valore
— All'orecchio de' suoi militi risuonavano ancora le benedizioni d'un
popolo grato! Il plauso delle bellezze della capitale!

Essa marciò contro il nemico senza fare un sol tiro — e senza fermarsi
— sino a precipitarlo nel Pantanoso a tre miglia del campo di battaglia
— Morì Nuñez, e molti prigionieri si fecero —

I corpi Orientali, compagni nostri — combatterono pure con molto valore
— e se ritardato, fosse stato alquanto il movimento suddetto — e dato
tempo alla collonna nostra di destra — comandata dal bravo Collonnello
Diaz, di avanzarsi, e frammettersi tra il fiumicello ed il nemico —
certo non salvavasi uno solo della sua fanteria —

Quel fatto d'armi onora molto il genio militare del generale Pacheco —
ed obligò l'estrema destra del nemico a rimanersi guardinga — lontana
dal Cerro, al di là del Pantanoso —



CAPITOLO XXXVIII.

Spedizione del Salto.


Innumerevoli furono i fatti d'armi sostenuti dalla Legione Italiana,
durante i primi anni dell'assedio — numerosi furono i morti e feriti —
ma in nessuno scontro risultò disdoro a quella brava gente — e l'Italia
può andarne superba!

Noi pure, nei primi calamitosi tempi, ebbimo qualche traditore: quel
Mancini, di cui già feci cenno — un Danus, un Giovanni N. ed alcuni
poveri diavoli trascinati dagli stessi, defezionarono — Fu vicenda
dolorosa quella — ma che presto sommerse nell'Oceano glorioso, in cui
veleggiò la superba Legione —

Nell'_India muerta_ — fu battutto il generale Rivera — ma perciò non
scemò la difesa della capitale —

I capi dell'esercito di questa, aguerriti da perenni pugne cogli
assedianti, vi avean guadagnato una superiorità morale, che aumentava
tutti i giorni — Giunse l'intervenzione Anglo-Francese, ed allora tutto
vaticinava un esito felice della guerra —

Ogni paese nel mondo, starà sempre meglio, senza intervenzioni
straniere — e così sia, nell'avvenire, per la nostra povera Italia,
vittima di tanti di quei malanni — Per Montevideo, le condizioni erano
diverse: essendo codesta capitale un vero emporio cosmopolita, ove gli
stranieri d'ogni nazione, sono sempre, per lo meno, uguali in numero
agli indigeni. Gl'interessi stranieri poi sono quasi sempre a quelli
degli indigeni superiori —

Se l'Italia diplomatica, avesse contato per qualche cosa nel Rio della
Plata — essa avrebbe dovuto far parte dell'intervento Anglo-Francese
— essendo gli Italiani non inferiori in numero — a nessuna delle
nazioni intervenenti — Ma nel 1842, in cui principiò l'assedio, il
rappresentante del governo Italiano a Montevideo, era tenuto per ben
poca cosa, ed un solo piccolo legno da guerra, facea sventolare la
bandiera Italiana su codesta rada —

Nei progetti di operazioni, combinati tra il governo della Republica,
e gli ammiragli delle due alleate nazioni — vi entrava una spedizione
nell'Uruguay — ed io ne fui incaricato —

Nel periodo trascorso, la flottiglia nostra, s'era aumentata di vari
legni: gli uni presi in affitto, siccome i primi; altri sequestrati
ai nemici della Republica — ed altri predati sul nemico, che inviava i
mercantili suoi legni nel Buceo — porto immediato al quartier generale
di Ourives — ed in altri porti in potere delle sue forze —

Dunque tra l'accrescimento di detti legni, e di altri due della Squadra
Argentina, sequestrata dagli Anglo-Francesi, e messi a disposizione
del governo Orientale — la spedizione nell'Uruguay, si compose di
circa quindici bastimenti — il maggiore dei quali era il _Cagancha_,
brigantino di sedici pezzi — ed i minori alcune baleniere —

La truppa di sbarco, componevasi: della legione Italiana, 200 — dugento
uomini circa, di nazionali, agli ordini del Collonnello Battlle — oggi
(1872), generale e Presidente della Repubblica — e circa cento uomini
di cavalleria, due pezzi da 4, e sei cavalli in tutto —

Era verso la fine del 1845 quando partì la spedizione da Montevideo per
l'Uruguay — dando principio alla gloriosa campagna, con fatti brillanti
ma infruttuosi per l'infelice e generosa nazione Orientale[62].

Giunsimo alla Colonia — città situata sopra un alto promontorio —
sulla sponda sinistra del Plata, — ove le squadre Anglo-Francesi ci
aspettavano, per espugnare la posizione —

Non fu ardua l'impresa — sotto la protezione dei superflui fuochi dei
legni di tre squadre — Io sbarcai co' miei legionari — ed i nazionali
in seguito — Il nemico non oppose resistenza tra le mura — ma usciti
al di fuori, lo trovammo disposto a combatterci. Dopo noi, sbarcarono
gli alleati — Io chiesi agli Ammiragli di farmi sostenere, mentre io
procurerei di allontanare il nemico — ed una forza d'ambe le nazioni
uscì in nostro apogio — Ma impegnati che fummo in campo aperto,
con un nemico superiore — ed ottenuto alcun vantaggio — gli alleati
ritiraronsi intramuros — non so per qual motivo — e ci obligarono a far
lo stesso — essendo noi soli, di molto inferiori al nemico —

Pria del nostro sbarco — quando i contrari, davanti all'imponenza
delle forze navali — avean progettatto di abbandonare la città — essi
obligarono gli abitanti a sgombrarla — quindi tentarono di darla alle
fiamme — Dimodocchè molte case, presentavano il triste spettacolo
dell'incendio — e per ottenerne un'effetto più pronto, avevano infranto
la mobilia, e sconquassato ogni cosa —

Allo sbarcare nostro, cioè della legione, e dei Nazionali di Battlle
— noi avevimo immediatamente, seguito il nemico in ritirata — e gli
alleati sbarcati dopo, occuparono la sgombra città — mandando, come
abbiam veduto, a sostenerci, parte della loro truppa — Ora tra il
soqquadro delle ruine e dell'incendio, era difficile di mantenere tale
una disciplina, da impedire qualunque depredazione — ed i soldati
Anglo-Francesi, ad onta delle ingiunzioni severe degli ammiragli —
non mancarono di servirsi a piacimento della roba abbandonata nelle
case, e per le strade — I nostri rientrati seguirono — in parte —
l'esempio, ad onta di fare noi — cioè gli ufficiali, il possibile per
reprimerli —

La repressione dei disordini era difficile — considerando: esser la
Colonia paese ben fornito d'ogni cosa per provvedimento della campagna,
e massime di liquidi spiritosi — che esaltavano le velleità poco oneste
dei depredatori —

D'altronde il più importante delle cose tolte dai nostri, furono
comestibili, e materazzi portati nella chiesa ov'erimo accampati per
coricarsi — suppelletili, che naturalmente furono abbandonate dopo
pochi giorni alla nostra partenza — Comunque, senza l'esempio dei
nostri alleati che solletticò — com'era naturale i nostri militi — tali
eccessi si sarebbero scansati —

Io mi sono dilungato alquanto sui dettagli di cotesto avvenimento
— descrivendoli con scrupolosità veridica — per rintuzzare certe
descrizioni fatte da un _Chauvin_ — certo Mr. Page — comandante allora
del brigantino da guerra Francese — il _Ducouadic_ — Uomo detto dai
concittadini suoi: una creatura di Guizot, mandato da quel ministro di
Luigi Filippo — in qualità di emissario segreto —

Descrivendo i fatti occorsi nella Colonia — cotesta spia diplomatica
— diceva peste dei _Brigands Italiens_ — e per effetto della di lui
Gallica simpatia io fui obligato — all'iniziativa, da noi operata,
dello sbarco — di far mettere la mia gente al coperto — non dai
fuochi del nemico: perchè il nemico fuggiva senza sparare al nostro
approssimarsi — ma da quelli del _Ducouadic_ — che avendo la sua
batteria proprio di fronte alla mia gente, la fulminava a cannonate, in
modo scandaloso —

Alcuni uomini della mia gente, furono contusi dai frantumi di macerie e
dalle schegge, che i tiri di cotesto nostro alleato c'inviava —

Io ricordo che fra gli altri titoli con cui ci onorava nelle sue
stravagganti narrative, vi era quello di _Condottieri_ con cui quel
signore affettava di spruzzare di disprezzo gente che più di lui
valeva —



CAPITOLO XXXIX.

Il Matrero.


Nella Colonia avevimo dovuto cooperare alla presa di quella città — ma
il nostro destino era di seguire oltre, e ristabilire l'autorità della
Republica sulla sponda sinistra dell'Uruguay —

L'isola di Martin Garcia — ove anticipai Anzani con una piccola
spedizione — si rese senza resistenza — Acquistammo in quell'isola,
qualche bestiame, ed alcuni cavalli —

Ebbimo nella stessa il primo _matrero_, un certo Vivorigna, di quelli
che tenevano per noi — ed io devo dire una parola su questa classe di
valorosi avventurieri — i di cui serviggi tanto ci valsero nell'ardua
nostra e gloriosa spedizione —

Il Matrero, è il vero tipo dell'uomo indipendente —

¿E perchè dovrà egli viver tra una società corrotta nella dipendenza
d'un prete che l'inganna, e d'un tiranno che gavazza nel lusso e nella
gozzoviglie col frutto delle sue fatiche — quando può sussistere nei
campi vergini e sterminati d'un nuovo mondo, libero come l'aquila od
il leone — riposando la chiomata sua testa in grembo alla donna del
suo cuore quando stanco — o volando col selvaggio suo destriero nelle
pampas immense in cerca d'uno squisito alimento per lui e per la sua
cara?[63].

Il matrero non riconosce governo — ¿E questi Europei, tanto governati
sono essi forse più felici? Tante pessime prove si fecero, e si
fanno su tale materia da fare la quistione ben ardua a risolversi!
Indipendente — il matrero — ei signoreggia quell'immensa estensione
di paese colla stessa autorità d'un governo. Non pone imposte — non
tributi — non toglie al povero, l'unica sua speranza — il figlio per
farne uno sgherro — Egli chiede dall'abitante come dono spontaneo il
necessario all'errante sua esistenza — e le necessità del matrero sono
limitatissime — e ricambia il donatore coi suoi lavori a cavallo —
preziosissimi in quelle contrade —

Un buon cavallo è il primo elemento del matrero — le sue armi,
composte ordinariamente d'una carabina, una pistola, una sciabola, e
l'inseparabile coltello per aver carne e mangiarla —

Se si considera: che dal bue, egli ritrae i fornimenti della Sella, il
mancador, per legare al pascolo il suo compagno cavallo, las _maneas_
per accostumarlo a rimanersi fermo, e non vagare, las _bolas_ che
ragiungano il _bagual_ (cavallo selvaggio) quando sfida la velocità
dell'uragano — e lo rovesciano — avvitichiandosi nelle gambe del
fuggente —

Se non le più utili, _las bolas_ sono le armi più terribili del
_gauccio_ (uomo della campagna) — Egli colle bolas, colpisce come
abbiam detto il _bagual_, lo struzzo — uccello che non vola — ma che
colle gambe, non la cede in velocità al corsiero — e l'uomo quando dopo
la battaglia, egli fugge davanti al nemico che la vinse —

Guai! se il fuggente non cavalca un buon destriero, o non stanco — egli
se perseguitato dal boleador — sentirà mancarsi sotto e stramazzare
il compagno — senza potersene liberare — a meno: che col poncho
trascinando, non raccolga destramente las bolas — e così liberi le
posteriori gambe del suo cavallo —

È uno spettacolo sorprendente per noi Europei: il veder una forza di
cavalleria, fuggendo davanti altra forza vincitrice — Una nube di bolas
s'innalza dalla truppa perseguente, e va a colpire i perseguitati —
che sono sovente sgozzati dai primi cammin facendo — e perseguendo
alternativamente altri —

Il laccio — il non men utile ausiliario del gauccio, o matrero — che
sono quasi sinonimi — essendo il primo non come il secondo — sempre
indipendente da ciò che si chiama governo — e che sovente, altro non
è che l'amalgama d'alcuni prepotenti — Il laccio, che pende perenne
sull'anca destra del corsiero, in un modo che sembra negletto, ma molto
accurato — e che serve all'americano del Sud per procurarsi alimento,
e per guadagnarsi la vita — quand'egli si trovi in condizione — cosa
rara — di dover lavorar per vivere — Infine la carne — generalmente di
vaccina — unico alimento del matrero —

Se si considera dico: tutte queste cose, alla costruzione delle quali
ed all'uso continuo — è indispensabile il coltello — si avrà un'idea,
del conto che il matrero deve fare di quell'arma — della quale, egli
mirabilmente si serve pure per tagliar la faccia, o la gola d'un
nemico —

Egli giammai rifiuterà di divider con voi, il suo _açado_ (arrosto),
ma voi dovete avere un coltello, per non rischiare d'aver il rifiuto
di prestarvelo, da lui che lo stima sopra ogni cosa — e che perdendolo
avrebbe molta difficoltà di trovarne un altro nel deserto —

Il matrero come abbiam detto — e lo stesso del gauccio de _Las
Pampas_ — del monarca _de la cuchilla_ (collina) del Rio-grande; ma
più illegale, più indipendente — Egli ubbidirà, quando il governo,
sia conforme alle proprie credenze, alle di lui simpatie — Se no, il
campo e la selva sono le sue stanze — il suo domicilio — ed il cielo
il suo tetto — per la maggior parte del tempo — Egli però costruisce
qualche volta capanne nelle foreste — Poco egli comparisce inutilmente
nell'abitato; e per lo più ne sarà il motivo l'amante — Il matrero
ha un'amante, da cui è generalmente adorato — che divide i suoi
disagi, i suoi pericoli, con ugual coraggio. Oh! la donna! che essere
straordinario! Essa più perfetta, dell'uomo — è pure d'indole più
avventurosa, più cavalleresca di lui! E l'educazione servile, a cui è
dannata — fa sì, che meno frequente ne siano gli esempi —

Vivorigna fu dunque il primo dei matreri che ci raggiunse — trovato in
Martin Garcia dal Collonnello Anzani — e non era certamente il migliore
— Egli, sulle sponde del canale dell'Inferno — tra Martin Garcia, e la
costa del continente — aveva guatato una barca — e messa una pistola al
petto del barcajuolo, lo avea costretto a trasportarlo nell'isola — ove
veniva a presentarmisi.

Altri molti matreri mi si presentarono, e come già dissi: mi servirono
immensamente nelle ulteriori operazioni — Ma l'uomo ch'io vorrei
fregiare, con un titolo più decoroso — e che riuniva al coraggio, ed
all'audacia del matrero — il valore, il sangue freddo, e l'illibatezza
del gentiluomo — era il capitano Juan de la Cruz Ledesma — di cui io
farò menzione molte volte nel decorso del racconto della Spedizione del
Salto —

Juan de la Cruz, alla nera capigliatura — all'occhio d'aquila — al
nobile portamento della bella persona — riuniva un cuore d'angelo e
di leone — Egli mi fu compagno intrepido e fedele in tutta la campagna
dell'Uruguay, ch'io considero la più brillante della mia vita — Lui, e
Jozè Mundell figlio di Scozzese, e giunto bambino tra quei coraggiosi
ed indipendenti figli d'una vergine natura — mi saranno scolpiti
nell'anima tutta la vita —

Mundell non ariegiava tanto il matrero quanto Juan de la Cruz — e d'un
tipo diverso — cioè: simile ai concittadini di Wallace — era come lui
valoroso e più istruito —

Nella Colonia era rimaso il Collonnello Battlle (oggi presidente della
Republica) co' suoi nazionali di guarnigione — e Battlle — era uomo da
qualunque impresa delle più ardue — Compagni d'armi sin da principio
dell'assedio — noi ci dividemmo da quel prode e gentile ufficiale,
con vero rincrescimento. A Martin Garcia lasciammo pure alcuni uomini,
innalzandovi lo stendardo Orientale — e la spedizione continuò il suo
viaggio progredendo nel fiume. Anzani faceva la vanguardia con alcuni
legni minori nostri — e s'impadronì di varie imbarcazioni mercantili
con bandiera nemica — Giunsimo in tal modo sino al Jaguary confluente
del Rio-negro coll'Uruguay —



CAPITOLO XL.

Jaguary.


Il Rio-negro sboccando in quel punto nell'Uruguay, forma varie isole
assai estese, coperte di boschi, e di pascoli nei tempi ordinari
— Nell'inverno poi, crescendo i fiumi colle pioggie, le allagano
quasi intieramente — dimodocchè, pochi sono gli animali che vi ponno
stanziare — e la maggior parte degli stessi traversano l'acqua — e
passano sul continente — ove pure trovano pascoli richissimi — Così
stesso, noi trovammo in quell'isole — assai vaccine per non diffettare
di carne — e pure alcune giumenta selvaggie, e puledri —

Il maggior benefizio poi, fu quello di potervi sbarcare i pochi nostri
cavalli, e ristorarli dal disagio della navigazione —

Oltre le isole suddette, verso levante, bagnato dal Rio-negro a
mezzogiorno e dall'Uruguay a tramontana — havvi il _Rincon de las
gallinas_ (canto o gomito delle galline) — Cotale Rincon, è un pezzo
di continente magnifico ed ubertoso — riunito al gran continente da
un istmo. In quel territorio trovavansi numerosissimi animali d'ogni
specie, senza eccettuarne i cavalli e perciò, era una delle predilette
stazioni dei matreros —

Una delle prime mie cure, fu quella di marciare con parte della forza
di sbarco, e stabilirsi sulla sponda del Rincon — da dove facendo
partire in esplorazione il Vivorigna, col il compagno Miranda, a
cavallo — non tardarono a ricomparire con vari dei matreri del luogo
— Quei nuovi acquisti furono seguiti da altri, e d'allora in poi,
potemmo sistemare un principio di cavalleria, che progredì a vista
d'occhio —

Colla cavalleria ebbimo in abbondanza della carne — e quella notte
stessa s'imprese un'operazione su d'una partita nemica — che ebbe il
più felice risultato —

Un tenente Gallegos, partito con noi da Montevideo, fu incaricato
dell'impresa — Egli sorprese i nemici in numero di ventina, e pochi
poterono scaparsi — ne trasse sei prigionieri de' quali, alcuni
feriti — Cotesto nostro ufficiale, era d'un valore brillante —
ma sventuratamente troppo sanguinario. Quel fatto ci valse alcuni
eccellenti cavalli — interessantissimi nella situazione nostra —

Il sistema adottatto dal nemico d'internare gli abitanti del littorale,
per toglierli dalle comunicazioni nostre — ci fece giungere gran
parte di quelli infelici — a cui noi offrimmo l'isola maggiore come
domicilio — e passammo nella stessa, una buona quantità di bestiame per
alimentarli — massime alcune bande di pecore —

La spedizione andava prendendo incremento di numero e d'importanza,
aumentata vieppiù dalla venuta del nostro Juan de la Cruz tra noi
— Individuo, che con Mundell — meritavano il titolo di principi dei
matreros e la di cui scoperta, merita d'esser menzionata —

I matreros del Rincon mi diedero notizie: che Juan de la Cruz, alla
testa di varie partite de' suoi, aveva — giorni prima — battute altre
partite nemiche, ma che poi soperchiato dal numero — era stato obligato
di sciogliere la sua gente — ed inselvarsi solo nei boschi più folti;
quindi abbandonare il suo cavallo — e con una leggerissima canoa —
vagare per le isole dell'Uruguay, le più recondite; oggetto della
maggior vigilanza del nemico — il quale, dopo la battaglia dell'_India
Muerta_, massimamente, non essendovi più corpi nostri di cavalleria
nella campagna, impiegava ogni sforzo, per preseguire i matreros che
non volevan sapere del suo governo —

In tali strette circostanze trovavasi il nostro amico allora — quando
mi fu suggerito di mandare alla di lui ricerca.

Incaricai quindi, un comandante Saldaña — vecchio amico di Juan de la
Cruz, con alguni matreros, in un palischermo nostro, per trovare il di
lui nascondiglio e condurlo nosco —

La comitiva sortì con esito fortunato; e dopo alcuni giorni d'indagini
incontrarono Juan de la Cruz, in un'isola, sopra un albero, e la di
lui canoa nascosta in un cespuglio a piè dello stesso — essendo stata,
in quei giorni, inondata l'isoletta — E lo incontrarono, certamente,
pronto a rinselvarsi se gli investigatori fossero stati nemici — poichè
dal posto suo, egli poteva scoprire chi lo cercava ad una distanza
sufficiente per aver tempo di mettersi in salvo —

Imparino i nostri giovani Italiani una lezione della vita, che siam
chiamati a sostenere, quando vorremo veramente redimere la patria
nostra — È una fatalità — ma pur vera! che l'indipendenza, e la
libertà, debbasi acquistare a furia di disagi, di sacrifizio, e di
coraggio —

Fu Juan de la Cruz, per noi, un prezioso acquisto — d'allora in poi,
ebbimo con noi tutti i matreri dei contorni — ed una eccellente forza
di cavalleria — senza di cui è impossibile nulla imprendere, in quei
paesi essenzialmente cavallereschi.



CAPITOLO XLI.

Spedizione a Gualeguaychù — Hervidero — Anzani.


L'isola del Biscaïno, la principale di quelle del Jaguary — divenne
ben presto una colonia, popolata dalle famiglie fuggenti le barbarie
nemiche, e da varie delle povere famiglie della capitale, che la
miseria spingeva sulle nostre traccia, sicure di trovare almeno della
carne — Quivi passammo molto bestiame — lasciammo alcuni cavalli, ed un
ufficiale superiore incaricato di tutto —

La spedizione progredì pel fiume — e quindi in un punto di
quello chiamato Fray Bento — nella costa opposta, sulla provincia
d'Entre-rios, si gettò l'ancora —

Abbasso circa otto miglia da Fray Bento — nella stessa parte
dell'Entre-rios — esiste la bocca del fiume di Gualeguaychù confluente
dell'Uruguay — Il paese è distante circa sei miglia dalla foce.

La provincia d'Entre-rios, era nemica, noi abbisognavamo di cavalli
per le nostre operazioni — e lì ve n'erano degli eccellenti — Il paese
di Gualeguaychù poi — ci allettava, per esser un emporio richissimo —
capace di vestire i nostri pezzenti militi — e provvederci di arnesi
per i cavalli — e d'ogni cosa necessaria — Fu dunque deciso di farvi
una toccata —

Noi avevamo, espressamente, rimontato più insù il fiume, a circa sei
miglia, per non ispirare verun sospetto — Nella notte, nei nostri
piccoli legni e palischermi — imbarcaronsi i nostri buoni legionari
— la gente di cavalleria, con pochi cavalli — e vogammo verso la meta
nostra —

Nell'imboccatura del fiumicello, eravi una famiglia stabilita — e
sapevasi esservi vari barchi mercantili — ed una ballenera da guerra —
Bisognava tutto sorprendere, e veramente tutto sorpresimo —

Noi fummo sì fortunati in quell'impresa, che di sorprese, in sorprese
— fummo sino alla casa del comandante di Gualeguaychù — che fu trovato
in letto dormendo — Villagra era il Collonnello comandante militare
del paese — Tutte le autorità, e guardie nazionali, rimasero in nostro
potere —

Si guarnirono colla truppa nostra i punti più forti — si stabilirono
dei posti avanzati a certa distanza sulle vie ove potevano comparire
nemici — e si procedette a reclutare cavalli, e requisire dal paese,
tutti gli oggetti, per noi, di prima necessità. Acquistammo in
Gualeguaychù, molti buoni cavalli, la roba necessaria per vestire
tutta la gente, gli arnesi per la cavalleria — ed alcuna moneta, che
si distribuì ai poverissimi nostri marini e militi — da tanto tempo
nelle miserie e privazioni. I prigionieri furono rilasciati tutti alla
partenza nostra — generoso procedimento che non avrebbero imitato i
feroci fautori di Rosas, se vincenti —

Una partita di cavalleria nemica, erasi trovata assente dal paese
al nostro ingresso — ed appartenendo alla guarnigione, essa tornava
durante l'occupazione nostra — Vista dalle nostre sentinelle vi si
mandò alcuni nostri cavalieri — già meglio montati, ed equipaggiati —
Fuvvi uno scontro in cui i nostri fuggarono i nemici —

Quel primo fattarello d'armi — rallegrò molto la nostra gente — e
solleticò il prurito per le avventure tanto più, che fu combattutto
in modo brillante in presenza di tutti — Ebbimo un ferito assai
grave —

Eravi nell'imboccatura del fiumicello una penisola, formata
dall'Uruguay e dallo stesso — ove dimorava la famiglia anzidetta — Tale
penisola ci servì mirabilmente per compire l'operazione indisturbati
— giacchè in cotesti paesi di gente bellicosa — in poco tempo si
riuniscono forze di cavalleria delli stessi abitanti d'una mobilità e
d'un'audacia sorprendenti — La gente di fanteria nostra, imbarcossi
nei piccoli legni, che ci avean condotti — La cavalleria marciò sui
buoni cavalli predati, e conducendone molti — Ed ivi ci riunimmo
nuovamente —

Il lavoro d'imbarcare, e sbarcar cavalli, non c'era nuovo — ed in pochi
giorni, tutti furono trasportati fuori: parte nell'isola del Biscaïno
— e parte in altre isole nella parte superiore del fiume per servirci
alle imprese ulteriori —

Procedemmo nell'interno — e sino a Paysandù — poco, o nulla accadde
da meritar menzione — In quella città eravi un presidio assai
considerevole — vi aveva, il nemico, costrutte alcune batterie —
poi, messi a pico una quantità di barchi, in vari punti del canale
del fiume, per ostruire il passaggio — Tutto fu superato — e poche
palle nei legni, con alcuni feriti, furono le conseguenze d'un gran
cannoneggiamento sostenuto contro coteste batterie —

Io devo far menzione di due ufficiali: Francese l'uno, Inglese l'altro
— che comandando due piccoli legni da guerra della loro nazione,
ci accompagnarono in quasi tutta quella spedizione — e mi valsero
molto, abbenchè le loro istruzioni fossero di non combattere — Dench,
era il nome del tenente Inglese — che rimase poco tempo con noi —
Hypolite Morier — comandante la goletta l'_Eclair_, era il Francese
— quest'ultimo essendo rimasto con noi — tutto il tempo che durò
l'impresa, ci era diventato carissimo — ed era ufficiale di molto
merito —

Giunsimo all'Hervidero — stabilimento bellissimo, anticamente, ma
allora abbandonato e deserto — richissimo ancora, in quelle circostanze
di bestiame, che ci valse in tutto il tempo del nostro soggiorno —

Cotesto punto, sulla sponda sinistra dell'Uruguay, chiamasi Hervidero,
dallo spagnuolo Herver — bollire — E veramente, — ivi, quando il
fiume è basso, sembra una caldaja bollente, dai vortici, cagionati
da una quantità di scogli che si trovano sott'acqua — che battutti
perennemente da corrente velocissima — fanno molto pericoloso quel
passo —

Una casa spaziosa di _azotea_, cioè con terrazza per tetto — ergesi
sull'eminenza che domina la sponda sinistra del fiume, ed intorno a
quella, una moltitudine di ranchos (barracche col tetto di paglia)
attestano la molta servitù di cui disponevano i padroni della famosa
Estancia, in tempi più quieti.

Giungeva ancora, intorno alle case, il _ganado manso_ (gli animali
vaccini mansuefatti) — in cerca degli esuli abitatori e con loro una
_majada_ (grege di pecore) che avvicinava in numero le quaranta milla
— Coteste pecore, non tose, trascinavan la lana per terra, e quando
movevano per le colline — esse somigliavano alle onde del mare —

Non meno, certo, saranno state le vaccine — compresovi il _ganado
chuero o alzado_ (non domestico).

Agiungansi innumerevoli giumente, e puledri — per lo più selvatici
— ed altre qualità di quadrupedi — majali, somari, gazzelle, ecc. —
e si avrà un'idea di quelle immense campestri proprietà — chiamate
_estancias_ — ove potrebbero vivere agiatamente molte famiglie — ed ove
non abita un solo individuo — Tutto ciò frutto delle guerre intestine,
a cui è dannato cotesto bellissimo e sventurato paese —

L'Hervidero era pure un _saladero_, a tempi floridi — cioè: sito, ove
si salava carne — maccellando centinaja d'animali ogni giorno — ¿E le
sventure sofferte da codeste popolazioni — saranno esse una vendetta
per i gran patimenti inflitti alle altre razze animali?

Io credo: la morte una semplice transizione della materia, a cui
conviene conformarsi pacatamente — anzi famigliarizzarsi con essa
— Ma i patimenti, inflitti da un essere all'altro! — Oh! io credo:
che esistendo una vendetta nella natura, essa dev'esser applicata ai
ministri del rogo, delle torture, e di qualunque sofferenza inflitta ad
animale qualunque!

Esistevano pure gli edifizi, atti a tutte le differenti faccende di
quel grandioso stabilimento — dimodocchè, più ad un villaggio, col
suo feodale castello, somigliava che a particolare stabilimento di
campagna —

All'Hervidero, si fermò la spedizione — presimo possesso delle case, e
si fecero alcune fortificazioni provvisorie — La profondità del fiume,
non permetteva di seguire oltre co' barchi maggiori —

Anzani colla legione Italiana — dugento uomini circa di fanteria —
allogiò nello stabilimento, occupandolo militarmente — come già dissi —
e ben valsero, tali misure di precauzione, a respingere un inaspettatto
attacco combinato — tra i nemici d'Entre-rios, comandati dal Generale
Garzon, e quelli dello Stato Orientale, dal collonnello Lavalleja —
Successe tal fatto, mentre io era assente dallo Hervidero — e narrerò
prima: del motivo della mia assenza —

Tra le cure di Juan de la Cruz — egli aveva assunto quella: di far
avvisare — da alcuni de' suoi — tutti i matreri che si trovavano nella
spaziosa campagna, sulla sponda sinistra del fiume Uruguay, e massime
quelli del Queguay — assai numerosi —

Un Magallanes, ed un Josè Dominguez, capi secondari, erano tra i più
famigerati — e tutti obbedendo volontariamente al loro capo principale
José Mundell, di cui già abbiam parlato — Mundell, inglese, ma giunto
in quei paesi da bambino, s'era immedesimato cogli abitanti, e le loro
consuetudini — Egli aveva regolato una estancia, delle migliori dei
dintorni — ed era uno di quei pochi privilegiati, venuti al mondo per
dominar, senza violenze, quanti li avvicinano. Senza nulla aver di
straordinario nel fisico — era però forte e svelto —

Franco cavaliere, e generosissimo, egli avea guadagnato il cuore di
tutti — e massime dei matreros — che beneficava in ogni loro bisogno —
temprandone l'indole soverchiamente avventuriera e talvolta sanguinaria
— Mundell, ad onta d'aver passato la maggior parte di sua vita nel
deserto — aveva, per propensione propria, coltivato lo spirito — ed
acquistato collo studio, non mediocri conoscimenti —

Egli mai s'era mischiato in affari politici, sintanto che quelli
avevano per motore gare individuali per gelosia d'autorità di
presidente, ecc. — ma quando lo straniero agli ordini di Ourives,
invadeva il territorio della Republica — Mundell credè delitto
l'indifferenza, e si lanciò nelle fila dei difensori della terra che lo
aveva accolto infante, e lo ospitava —

Col prestigio acquistato tra i bravi suoi circonvicini egli ebbe
riunito, ben presto, un numero di alcune centinaja d'uomini — coi
quali, in quelli stessi giorni, mi aveva fatto avvertire, che voleva
accompagnarmi — I bravi ragazzi, mandati da Juan de la Cruz, presso
Mundell erano giunti all'Hervidero con tale notizia — ed io decisi,
immediatamente, di abboccarmi con Mundell nell'_Arroyo Malo_ — a una
trentina di miglia abbasso del Salto — secondo il suo desiderio —

Nella prima notte dell'assenza mia, era stato attaccato l'Hervidero —
ed udite da noi le cannonate dalle vicinanze dell'Arroyo Malo — io ero
rimasto in forte anzietà — com'era naturale — benchè fidente nel valore
e capacità d'Anzani, che di tutto era rimasto incaricato —

L'attacco contro l'Hervidero, era stato immaginato, e disposto di
modo — che se l'esecuzione vi avesse corrisposto, ci poteva riescire
fatale —

Garzon le di cui forze ascendevano almeno a due milla uomini, la
maggior parte infanteria — doveva approssimarsi alla sponda destra
dell'Uruguay — mentre Lavalleja attaccherebbe l'Hervidero dalla sponda
sinistra, con cinquecento uomini —

Due brulotti costrutti nel _Juy_ fiumicello a monte di noi — erano
stati spinti simultaneamente, verso la squadra per impedirla di dare
ajuto a quei di terra —

Il coraggio, il sangue freddo d'Anzani, e la bravura dei dugento —
resero inutili tutti gli sforzi, e le astuzie del nemico —

Garzon nulla ottenne, co' suoi fuochi serrati di fanteria — perchè
troppo distante — e dominata quella sponda dalle artiglierie de' nostri
legni — che la fulminavano — I brulotti abbandonati in balìa della
corrente, passarono distanti dai barchi, o furono distrutti dal cannone
— Lavalleja spinse inutilmente i suoi contro i prodi nostri legionari,
che trincerati negli edifizi — spaventavano i nemici col loro silenzio,
e fiero contegno —

Anzani aveva ordinato: non si facesse una sola fucilata, sinchè il
nemico fosse a brucia panno, e ben valse: poichè credendo avessero
i nostri evacuato le case — i contrari giunsero vicinissimi — e
scopiando allora una generale scarica da tutti i punti — essi si
diedero a precipitosa fuga — perdendo intieramente la voglia di tornare
all'assalto —

Avendo combinato con Mundell, circa l'entrata sua nel Salto — quando da
noi occupato — io ritornai all'Hervidero —

In quel tempo, ebbi, dall'Uruguayana, notizie: che il Collonnello
Baez, si disponeva di raggiungermi con alcuni uomini — E l'unico legno
da guerra del nemico, stanziato nel _Juy_, defezionò a noi con parte
dell'equipagio — Tutto quindi arrideva alla impresa nostra —



CAPITOLO XLII.

Arrivo al Salto — Vittoria del Tapeby.


La provincia di Corrientes, dopo la battaglia dell'Arroyo-grande, era
ricaduta sotto la dominazione di Rosas; ma la resistenza ammirabile
di Montevideo — ed alcune altre favorevoli circostanze — la chiamarono
nuovamente all'indipendenza —

I fratelli Madariaga, principali autori di quella bella rivoluzione,
avevano chiamato il generale Paz da Montevideo preponendolo al comando
dell'esercito — Il vecchio, e virtuoso generale, colla propria fama
e capacità avea indotto il Paraguay — ad un'alleanza offensiva e
difensiva; e quello Stato avea riunito a Corrientes, un contingente
d'esercito rispettabile —

Le cose, dunque, andavano pure a meraviglia da quella parte — e
non era il minore ogetto della spedizione nostra, quello di aprire
le comunicazioni, con quelle interne provincie — e di riunire nel
dipartimento del Salto, gli emigrati orientali, che si trovavano in
Corrientes e nel Brasile —

Dall'Hervidero, io mandai dunque una ballenera — (barca leggera) con
missione per il generale Paz — Ma essendo stata scoperta, e perseguita
dal nemico furono obligati gl'individui che ne componevano la ciurma
— di rifuggiarsi nella selva, ed abbandonar la barca — Sino a tre
volte, fui obligato di ripetere tale tentativo — sinchè un bravo de'
nostri ufficiali Italiani — Giacomo Casella — aprofitando d'una forte
crescente del fiume — pervenne a superare tutti gli ostacoli — e giunse
nella provincia di Corrientes —

Colla stessa crescente — io giunsi colla flottiglia al Salto —
quella città era presidiata da quello stesso Lavalleja che attaccò
l'Hervidero — e da una forza di circa trecento uomini, tra cavalleria
ed infanteria —

Egli da vari giorni, erasi occupato a far evacuare la città dagli
abitanti — per cui, e per la propria forza, stabilì un campo, sulla
sponda sinistra del Tapeby, alla distanza di 21 miglia circa dal
Salto — Noi occupammo la città, quindi, senza resistenza, e trattammo
di stabilirvi alcune fortificazioni, che come vedremo ci servirono
egregiamente —

Occupato quel punto, noi rimasimo, com'era conseguente, assediati dalla
parte di terra — essendo tutta la campagna orientale in potere del
nemico — ed uno dei principali inconvenienti nostri, era naturalmente
la mancanza di carne — essendo pure, stato ritirato tutto il bestiame
nell'interno — Non restammo però molto tempo, in tale situazione —

Mundell, avendo riunito circa 150 uomini, diede addosso ad un corpo
nemico che lo incomodava, ed a noi si ricongiunse nel Salto[64]. Da
quel momento principiammo a fare alcune sortite — e raccogliere il
bestiame di cui si abbisognava —

Colle cavallerie di Mundell e Juan de la Cruz — fummo capaci di tener
la campagna — ed un bel giorno — di andar a cercare Lavalleja nel suo
proprio campo —

Alcuni disertori del nemico, mi avevano raguagliato esattamente
della di lui posizione, — e del numero delle sue forze — ed io decisi
d'attaccarlo —

Una sera, messi insieme dugento uomini di cavalleria, e cento dei
nostri legionari — mossimo dal Salto al principio della notte —
coll'intenzione di sorprendere il nemico prima del giorno —

Le guide nostre erano i disertori sumentovati; ed abbenchè fossero
pratici — siccome non esistevano strade battute, nella direzione da noi
presa, ci straviarono, ed il giorno ci colse alla distanza di circa tre
miglia dal campo cercato —

Non era forse prudente, attaccare un nemico — almeno quanto noi forte
— trincerato nel suo campo — e che d'un momento all'altro doveva
ricevere riforzi, che aveva chiesto — Ma tornare indietro, non solo
vergognoso sarebbe stato — ma molto influito avrebbe sulla nuova truppa
ch'io guidavo, e che aveva concepito grande stima del valore Italiano
— Poco, mi molestarono, veramente, le idee retrograde — e decisi
d'attaccare senza fermare il movimento in avanti per profitare della
sorpresa —

Giunti sopra un'eminenza, ove il nemico aveva un posto avanzato, che
si ritirò all'avvicinarsi nostro — io scopersi il campo nemico, e mi
capacitai della sua posizione — Vidi vari gruppi di cavalleria, che si
riconcentravano verso il campo, da varie direzioni —

Erano distaccamenti, mandati nella notte, su differenti punti per
spiarci — avendo avuto, il nemico, sentore della nostra sortita — ad
onta d'ogni segretezza usata in ogni disposizione —

Riconcentravansi pure sul campo varie truppe di cavalli, e di buoi —
animali importantissimi: i primi come rimonte per cavalleria — ed i
secondi — alimento unico di quelle campagne —

Ordinai subito a Mundell, che faceva la vanguardia, di staccare una
metà de' suoi plottoni — acciò tentassero d'impedire il concentramento
— Fece lo stesso il nemico — scorgendo il movimento nostro, per
proteggere i suoi —

Mundell, con molta bravura, aveva eseguito il suo movimento apogiando
lui stesso col resto della sua forza i plottoni mandati avanti — ed
aveva incalzato e disperso vari distaccamenti nemici — ma nel bollore
della pugna — non considerando la gran distanza che lo divideva dalla
fanteria nostra — erasi troppo avanzato — dimodocchè trovavasi colla
sola sua forza involto da tutta la cavalleria nemica, che rivenuta dal
primo sgomento, lo rincalzava colle lancie nei reni — minacciando di
dividerlo dal grosso nostro, che tuttora ben distante procedeva alla
battaglia — coi nostri fanti — fortunatamente giovani — che correvano
colla lingua fuori —

Io non perdevo di vista nulla, certamente — essendo il campo sgombro, e
noi discendendo — Pria, desiderando di portar in massa la piccola forza
nostra — per eseguire un colpo di mano decisivo — acceleravo bensì la
marcia della fanteria — ma tenevo però — la forza di Juan de la Cruz,
che marciava alla retroguardia, intera come riserva —

Vedendo la situazione di Mundell, che non permetteva dilazioni —
lasciai la fanteria indietro agli ordini del prode Marrocchetti — e
spinsi avanti le riserve di cavalleria scaglionate —

Il primo scaglione nostro comandato dal Tenente Gallegos, diede
bravamente dentro, e ristabilì alquanto la pugna di cavalleria — Alla
carica di Juan de la Cruz, il nemico retrocesse, ripiegandosi verso
il campo — e schierandosi dietro la linea di fanteria — coperta da una
barricata di carri —

Io avevo ordinato, agli ultimi scaglioni di cavalleria nostra di
caricare compatti, senza perder l'ordinanza — dimodocchè al coperto di
questi, i matreros di Mundell, che valorosamente avean combattutto — si
riordinarono in un momento —

Procedemmo allora, verso il campo nemico, in vero ordine di battaglia:
La fanteria nel centro, in massa per sezioni — e con ordine di non fare
un tiro — Mundell alla destra, e Juan de la Cruz alla sinistra — ed
alcuni plottoni di cavalleria seguendo in riserva —

La cavalleria nemica — come abbiam detto — dopo il primo scontro, erasi
rifatta dietro la fanteria — coperta questa pure da una linea di carri
— Ma il contegno impavido della nostra gente — e il suo procedere
compatto, e silenzioso — intimorì il nemico talmente che poca fu la
resistenza — In un attimo, non vi fu più pugna — ma una sconfitta
completta, ed un fuggire disordinato dei nemici verso il passo del
fiume Tapebì.

In quel passo, alcuni de' più coraggiosi — dopo aver passato —
vollero far testa — e lo avrebbero potuto essendo esso assai arduo — e
fermarono la cavalleria nostra — Ma i nostri legionari alla voce: «di
cartucciere al collo, e avanti» si precipitarono nell'acqua come tanti
demoni, e non vi fu più resistenza —

Io mai, mi son potuto spiegare: perchè il Colonnello Lavalleja, avea
stabilito il suo campo, sulla sponda sinistra del Tapebì — invece della
destra — ove, certo, avrebbe potuto fare molto maggior resistenza —
massime costruendo alcune opere volanti sul passo stesso —

La sponda sinistra era verso il Salto — e probabilmente non entrò nel
criterio del vecchio e bravo colonnello, che pochi marini, e militi
nuovi, potessero fare una marcia di venti miglia in una notte — e
giunger a combatterlo — Oppure, conscio dell'avvicinarsi dell'esercito
vittorioso d'Urquiza — non supponeva che fossimo capaci d'abbandonar il
Salto — Il fatto sta: che in guerra le precauzioni son sempre poche. Il
trionfo fu completto — la fanteria tutta, in numero di circa dugento —
rimase in potere nostro — ed alcuni di cavalleria — Tutte le famiglie
del Salto, trascinate fuori dei loro focolari — con numeroso treno
d'ogni specie di vettovaglie in 34 carri — estratti pure dalla città —
Infine gran numero di cavalli, per noi preziosissimi —

Fra le prede, la più rara, e stimabile fu un cannone di bronzo da sei,
fuso a Firenze nel medio evo da un certo Cenni — e che probabilmente
era giunto nel Rio della Plata, coi primi spagnuoli al tempo della
scoperta — o coi Portoghesi —

Era lo stesso cannone, che avea fatto fuoco all'Hervidero contro noi,
e che smontatosi in quella notte di conflitto trovavasi in reparazione
nel campo —

Il nostro ritorno al Salto fu una marcia trionfale —

Ci benediva la popolazione, reintegrata nelle proprie case, e tale
vittoria ci acquistò meritata reputazione, costituendo il nostro
piccolo corpo di sbarco: forza delle tre armi capace di tener la
campagna —



CAPITOLO XLIII.

Arrivo d'Urquiza.


L'impresa del Tapebì, era stata eseguita colla prontezza possibile —
dopo il fatto d'armi, e dopo di aver raccolto quanto fu possibile, di
ogetti utili, cavalli, armi, ecc. — si riprese la direzione del Salto
— e ben valse tale celerità — Siccome, ho già accennato: il nemico
aspettava riforzo; e tale riforzo, era niente meno; che l'esercito
vittorioso del generale Urquiza — che tornava da sbaragliare quello
del Generale Rivera all'_India muerta_, e che s'incamminava verso
Corrientes per combatterne l'esercito —

Vergara che ne facea la vanguardia, comparse alla vista del Salto, il
giorno seguente al nostro ritorno, e ci tolse alcuni cavalli sparsi nel
pascolo dei dintorni.

Pressentendo la tempesta, che ci sovrastava, si fece ogni sforzo per
resisterla — Una batteria tracciata da Anzani, nel centro della città,
s'innalzava come per incanto — militi e popolo lavorando ad essa
alacremente —

Le case atte alla difesa, furono fortificate — e tutta la gente:
militi, marini, cavalieria — furono ripartiti sulla linea ognuno al suo
posto di battaglia —

Sbarcammo alcuni cannoni di marina, e prepararonsi con affusti di
posizione nella batteria —

In quel tempo, giunse nel Salto, il Collonnello Baes, con una
sessantina d'uomini di cavalleria. Non tardò a comparire Urquiza,
col suo esercito composto delle tre armi — e molto borioso — Egli
aveva assicurato i suoi amici: che avrebbe passato l'Uruguay al
Salto, coll'ajuto della flottiglia nostra predata — Ma a lui fallì il
vaticinio —

L'attacco del nemico, fu simultaneo all'apparizione del grosso delle
sue forze —

Havvi dalla parte orientale del Salto, una collina a tiro di fucile
dalle prime case, che intieramente domina la città — Noi, non avevimo
fortificato tale collina per il motivo della poca forza a nostra
disposizione, e per cui la linea di difesa, avrebbe avuto un'estensione
troppo grande — quindi per guarnirli male preferimmo abbandonarla, e
concentrare tutte le nostre milizie nella batteria, e nelle prime case,
destra e sinistra della stessa —

Com'era naturale — Urquiza prese posizione su quella collina — e vi
collocò sei pezzi d'artiglieria — Nello stesso tempo, spinse la sua
fanteria a passo di carica sulla nostra destra, mentre ci fulminava a
cannonate —

Quasi nello stesso tempo, noi avevamo terminato di stabilire due pezzi
sulla batteria — ma piattaforma e parapetto non esistevano — ed i
cannoni nel far fuoco, sprofondavano nel terrapieno, non consolidato
ancora —

La destra nostra, era veramente la più vulnerabile potendovi giungere
il nemico, coperto per la concavità d'una valle — e realmente
dall'impetto e subitaneo apparire di quello, in numero considerevole,
si sbigottì la gente nostra dell'ala destra; ed abbandonando le
_azoteas_ (case con terrazzo) fuggiva verso il fiume, coll'intenzione,
naturalmente, d'imbarcarsi e ricoverarsi a bordo dei legni — Non
vi riuscì però essendo state, preventivamente, allontanate tutte le
piccole barche — misura che riescì efficacissima —

Io stavo sulla batteria, e nella disposizione della gente, avevo
riserbato una compagnia della legione in riserba, dentro della stessa —
Feci subito caricare la metà di quella compagnia — comandata dal prode
Tenente Zaccarello — contro l'irrompente nemico —

Dopo la prima, la seconda metà — e sì valorosamente, furono eseguite
quelle cariche — che, a suo torno, fu posto il nemico in precipitosa
fuga —

La compagnia di cui parlo — era comandata dal Capitano Carone —
numerando appena cinquanta uomini; i due plottoni erano agli ordini di
Ramorino, e Zaccarello — tutti bravi ufficiali ed eccellenti militi
— Il nostro successo sull'ala destra, dissuase il nemico da ogni
tentativo d'assalto, ed il combattimento fu limitato a cannonate —

In quest'ultimo genere di pugna — benchè il nemico ci avesse colti non
preparati, per non averne avuto il tempo — non si mancò di far buona
figura —

Avevo io fatto sbarcare i cannoni di bordo — agli ordini di tre
ufficiali di marina — Suzini Antonio, e Cogliolo Leggiero — ambi
dell'isola Maddalena — ed un terzo Josè Maria — tutti prodi ufficiali
— dimodocchè l'artiglieria nemica, benchè superiore in numero e di
posizione, era regolarmente mal menata, ed obligata di nascondersi ogni
tanto dietro la collina —

Le perdite d'una parte e dall'altra non furono serie per non esservi
stato un assalto generale su tutta la linea — Perdetimo la maggior
parte del bestiame bovino, che trovavasi in un corral (recinto) — e
siccome era selvatico — aperto il cancello dal nemico, tempestò fuori
com'un torrente, e si dileguò per la campagna —

Per tre giorni, continuò Urquiza, i suoi tentativi — ed ogni giorno
c'incontrava meglio preparati, poichè anche di notte, non si perdeva un
momento, per ultimare i lavori della batteria — innalzare barricate — e
riparare i danni ricevuti di giorno — Si collocarono cinque pezzi nella
batteria — si ultimò la piatta-forma, il parapetto, e la Santa Barbera
— Infine, vedendo egli, che nulla avanzava cogli assalti e le cannonate
— adottò il sistema di blocco — e ci rinchiuse ermeticamente dalla
parte di terra — Ma anche in quel modo, riusciva deluso — essendo noi
padroni del fiume — e potendo da quella parte ricevere le necessarie
vettovaglie —

Ne' diciotto giorni, che durò l'assedio, non si stette oziosi — dovendo
provvederci di fieno per gli animali — si veniva alle mani ogni giorno
col nemico — Poi siccome per restringerci, egli avea dovuto formare una
catena circolare di posti — noi, profittavamo della trascuranza degli
stessi, per assaltarli di sorpresa — e spesso con vantaggio —

Infine dopo diciotto giorni d'assedio — stancatosi, o forse chiamato
dall'altra parte dello Uruguay, per affari più urgenti — Urquiza ci
lasciò — e fu a passare il fiume al dissopra del Salto — non coi legni
della flottiglia nostra però, com'egli avea promesso —

   [Illustrazione: GARIBALDI NEL 1846.]



CAPITOLO XLIV.

Assediati nel Salto da Lamas e Vergara.


Rimasero ad assediarci, le due divisioni di cavalleria Lamas, e Vergara
— con circa settecento uomini —

D'allora in poi non potè il nemico, tenerci assediati senonchè a
grande distanza — e noi fecimo quindi alcune sortite, ora raccogliendo
bovi, ed ora puledri, coi quali si rimise in regolare stato la
cavalleria nostra — esausta quasi di cavalli dalla strettezza sofferta
dell'assedio —

Si osservi: che i cavalli di quei paesi, si nutriscono generalmente a
solo fieno, pascolato al campo — e pochissimi quelli che si mantengono
a biade — In quei giorni ebbe luogo un'operazione nostra assai bella, e
singolare per noi Europei —

Il corpo d'esercito di Garzon, stanziato alla Concordia dirimpetto
al Salto — era marciato a riunirsi con Urquiza, per dirigersi agli
ordini di quest'ultimo sopra Corrientes — Era rimasto alla Concordia,
un corpo di cavalleria d'osservazione — Dal Salto vedevansi le
sentinelle di quella gente, e la _cavallada_ (truppa di cavalli) che,
per esser migliori i pascoli nelle vicinanze del fiume, e più comodo
per abbevverarli — di giorno l'approssimavano alla sponda — ritirandoli
nell'interno di notte —

Il collonnello Baez, mi propose d'impadronirmi di tal cavallada —

Un bel giorno, prepararonsi una ventina di cavalieri scelti, e nudi,
con arma unica, la sciabola; ed una compagnia di legionari, divisi tra
i legni della flottiglia, pronti ad imbarcarsi nei palischermi — Era
verso il meriggio, quando più caldo il sole — Le sentinelle nemiche,
colla lancia fitta nel suolo — e fatta barracca del poncho (mantello),
stavano sonnacchiando, o giuocando a carte — Il fiume, nel punto in cui
dovea passarsi — avrà un cinque cento metri di largo e molto profondo e
correntoso —

Diedesi il segnale convenuto: I cavalieri escono da dietro le frasche
della sponda del fiume, ov'eran nascosti, e si precipitano nell'onda
coi loro corsieri, senza sella, e colle sole redini — I legionari — che
uno ad uno eran già discesi nelle barche dalla parte nostra, ove non
potevano esser scoperti dai nemici, vogavano nei palischermi, a tutta
voga — E quando le sentinelle nemiche si accorgono del movimento già le
fucilate dei nostri svelti giovinotti, fischiano alle loro orecchie — e
gli anfibi centauri giunti alla sponda, le perseguono per la collina.
La prode cavalleria Americana, è unica capace di tali operazioni — e
nuotatori eccellenti, uomini e cavalli, assuefatti ambi al passagio
di grandi fiumi — essi traversano facilmente le maggiori distanze —
tenuti generalmente alla criniera del cavallo, con una mano, nuotano
coll'altra — trascinando armi e bagagli nella _pelota_ fatta con la
_carona_[65] —

Parte dei nudi cavalieri, restano in osservazione sulla collina —
mentre gli altri raccolgono i dispersi cavalli, e li conducono o
spingono alla sponda — ove precipitati nel fiume, al punto chiamato
porto — ove gli stessi animali sono assuefatti ad abbeverarsi — passano
la maggior parte; ed alcuni, più renitenti o più apprezzati, si legano,
e si trascinano colle barche — Intanto, i legionari, cambiano alcune
fucilate col nemico che va ingrossando — ma non bastantemente per osare
di caricarci — e tenendosi a rispettosa distanza, in ossequio di alcune
cannonate sparate dalla flottiglia —

In sostanza, in poche ore, sono in potere nostro, cento e tanti buoni
cavalli, senza avere un sol'uomo ferito —

Fu curioso avvenimento quello per la sua singolarità e perchè operato
su d'un campo d'azione, in piena perspettiva della città del Salto — I
cavalli d'Entre-rios poi, sono universalmente stimati, e con ragione
— Tale preda di cavalli, fece nascere, naturalmente, il desiderio di
tastare un po' i nostri assediatori —

Vergara, colla sua divisione, ci serrava da vicino — Noi, mandammo
alcuni pratici del paese a _bombearlo_ (spiarlo), e seppimo da loro
la posizione che occupava — Di giorno, sarebbe stato impossibile di
sorprenderlo — bisognava attaccarlo di notte —

Io avevo incaricato del comando della nostra cavalleria il collonnello
Baez — Anzani comandava la fanteria — e così uscimmo dal Salto al
principio della notte, e ci dirigemmo verso il campo nemico, situato a
circa otto miglia di distanza — Per silenziosa, e diligente che fosse
la marcia, fummo sentiti dalle sentinelle avanzate — e perciò ebbe
tempo Vergara di far montar a cavallo, e mettersi in ritirata.

Assalimmo comunque senza ritardo — e la sola cavalleria nostra pugnò
essendo impossibile alla fanteria di seguirne il movimento, per quanti
sforzi essa facesse per ragiungere la pugna —

Il nemico combattè accanitamente — ma alla voce di: «avanza la
fanteria» che si esclamava a proposito, cedeva terreno — e finì per
sbandarsi e mettersi in fuga — Tale era il prestigio acquistato da
cotesti pochi ma valorosissimi fanti —

Si perseguì il nemico per alcune miglia — ma a cagione della notte,
poco vantaggio ci recò il trionfo —

Fecimo alcuni prigionieri, e presimo alquanti cavalli — pochi [morti] e
feriti vi furono d'ambe le parti —

Al giorno chiaro, apena si conosceva campo di battaglia erasi
pugnato marciando — e dei nemici, soli alcuni gruppi si scorgevano
in lontananza — Il collonnello Baez, rimase colla cavalleria per
perseguirli, e riunire una truppa di vaccine — Noi tornammo al
Salto —



CAPITOLO XLV.

S. Antonio.


Verso quel tempo (principio del 1846) ebbimo notizie, che il generale
Medina — nominato generale in capo dal governo — delle truppe della
campagna, in assenza del generale Rivera — che il generale Medina dico:
con alcuni emigrati orientali, dal Brasile e da Corrientes, ove stavano
dopo la sconfitta dell'_India muerta_ dovevano riunirsi a noi nel
Salto —

La sconfitta di Vergara, ci aveva bensì vantaggiato, ma non dato
quei risultati che se ne potevano aspettare se l'avessimo sorpreso
— Lamas non molto distante occupato a far domare puledri, accorse
alla notizia del rovescio, ed agevolò al collega, la riunione della
gente — Ambi stabilirono il campo, ad alcune miglia dal Salto — e
ricominciarono l'assedio — che consisteva per lo più ad allontanarci il
bestiame ciocchè potevan fare agevolmente in considerazione della loro
superiorità in cavalleria —

Nominato il generale Medina a capo dell'esercito — conveniva proteggere
la sua entrata nel Salto — Il collonnello Baez, come già dissi: avea
assunto il comando della cavalleria nostra, e l'aveva regolarmente
organizzata, perito com'era in quell'arma — d'un attività non comune
— egli aumentò il numero dei cavalli, e provvedeva la città e milizia
di bestiame. Mundell, e Juan de la Cruz, trovavansi ai di lui ordini —
ed in quei giorni trovavansi distaccati ambi, in commissione di domar
puledri.

Il colonnello Baez, più noto al generale Medina, era in diretta
relazione con quel generale — seppi da Baez dunque, che Medina,
colla sua piccola truppa, doveva comparire alla vista del Salto, nel
giorno 8 Febbraio — combinammo dunque, che lo accompagnerei colla
fanteria —

All'alba del giorno 8 febbraio 1846, uscimmo dal Salto, dirigendoci
verso il fiumicello di S. Antonio — sulla sponda sinistra del
quale, dovevimo aspettare l'apparizione del generale Medina, e del
suo seguito — Anzani, per fortuna nostra, rimase nel Salto, un po'
indisposto —

Il nemico, come soleva farlo, quando si usciva a tale direzione
— mostrò sulle alture di destra, alcuni gruppi di cavalleria, che
si approssimavano a vicenda, come per osservare, se si raccoglieva
bestiame, e disturbarci — contro tali osservatori staccò il collonnello
Baez, una catena di tiratori di cavalleria, e si stette per alcune ore
_guerrigliando_ (fuochi da volteggiatori) colla catena nemica —

La fanteria avea fatto alto, e formato i fasci, nelle vicinanze del
fiumicello, su d'una eminenza chiamata: tapera de D.o Venanzio — ove
rimanevano pochi avanzi d'un posto di estancia o di saladero —

Io mi ero staccato dalla fanteria, e contemplavo le guerriglie —
Assuefati a quel genere di guerra — ove la perizia, l'agilità ed
il valore del milite Americano risplendano brillantemente — ciò era
per noi, un divertimento — Ma il nemico, con tali finte nascondeva
l'avvicinamento del Vespajo — dietro il suo trastullo di guerriglieri —
che spingeva d'un modo debole e non curante, per meglio ingannarci — e
dar tempo alle formidabili forze che venivano indietro, di avvicinarvi.

Il terreno, in tutto il dipartimento del Salto, è formato di colline,
e tali sono i campi di S. Antonio. — Cosicchè l'imponente forza che
marciava contro di noi, potè approssimarsi, dietro la cortina, formata
dalla cavalleria di Lamas e Vergara, sino a piccola distanza. Mentre
giunto alla descrita posizione, io stavo gettando la vista dall'altra
parte di S. Antonio — io scorgo, con stupore, comparire sul vertice
della prima collina, a noi dirimpetto — ove pochi nemici s'eran veduti
sino a quel momento — una foresta di lancie — fitti squadroni di
cavalleria con bandiera spiegata, ed un corpo di fanteria, doppia della
nostra in numero; che venuta a cavallo sino a due tratti di fucile;
mise piede a terra, si ordinò in battaglia ed a passo di carica,
suonata da un tamburo, marciò sulla nostra alla bajonetta —

Baez fu sconvolto — e mi disse «ritiriamoci» — Io, vedendone
l'impossibilità, dissi: «non è più tempo e bisogna combattere». Così
ai legionari, per distruggere o mitigare l'impressione — che loro
farebbe l'apparizione d'un nemico sì formidabile, dissi loro: «noi
pugneremo» (era voce grata, a quei valorosi Italiani) — «la cavalleria
siamo assuefati a vincerla — oggi, vi abbiamo anche un po' di
fanteria» —

Si poteva fuggire, farsi maccellare, sino all'ultimo — ma non ritirarsi
— Con 180 fanti non è possibile una ritirata di sei miglia, con 300
di buona fanteria nemica colle bajonette nelle reni, e circondati
da 900 a 1200 de' primi cavalieri del mondo — La voce di ritirata in
tale impegno, è condannabile — è codarda! Bisognava combattere, e si
combattè come uomini che preferivano morte onorata — alla vergogna!

La tapera, in cui ci trovavamo, conservava vari travicelli, che avevano
servito alla parete d'antico edifizio di legno — Ad ogni travicello in
piede, dunque si pose un legionario — Il restante, formando tre piccole
sezioni, fu collocato in collonna, dietro l'edifizio, e coperto dalle
mura in mattoni, della testa settentrionale dello stesso edifizio,
a guisa di stanza, capace di contenere una trentina d'individui
— e coprendo quasi intieramente, la testa della piccola nostra
collonna —

Alla destra della fanteria, si collocò Baez, colla cavalleria —
mettendo a piedi gli armati di carabina — e rimanendo a cavallo i
lancieri — Avevimo circa cent'uomini di cavalleria, e cento ottanta sei
legionari — Il nemico aveva novecento uomini di cavalleria (vi fu chi
assicurava: esser la cavalleria nemica, in numero di 1200), e trecento
di fanteria —

Uno scampo solo v'era per noi: respingere, e debellare la fanteria
nemica, — Io me ne persuasi, ed a tale intento volsi ogni sforzo
nostro —

Se quella fanteria nemica, invece di caricare in linea di battaglia,
formando una linea estesa — carica in collonna d'attacco con una linea
di tiratori avanti — e senza far un tiro — io credo: irresistibile
sarebbe riuscito il suo assalto — Noi ci saressimo battutti corpo a
corpo giacchè quartiere non v'era da sperare da tale nemico — ma una
volta mischiati, l'enorme massa di cavalleria che veniva dietro — ci
avrebbe calpestati sotto le ugne dei cavalli —

I campi di S. Antonio, oggi ancora biancheggierebbero, d'ossa Italiane
— e la patria nostra avrebbe plorato l'eccidio d'un pugno di prodi suoi
figli — senza che un solo di loro, fosse sortito a contarlo —

La fanteria nemica, avanzò invece bravamente, battendo la carica, su
d'una sola linea — senza sparare, sino a pochi metri di distanza — in
cui si fermarono e fecero una generale scarica — Ciò fu la salvazione
nostra!

I legionari avevan ordine d'aspettare il nemico a bruciapelo — e
così fecero. Tale scarica nostra fa decisiva, — Caddero molti dei
nostri bensì — alla scarica del nemico, ma pochi dei nostri tiri
furono perduti — E quando il prode Marrocchetti, che comandava le tre
sezioni in riserva, uscì da dietro il riparo, e caricò in massa, la
già decimata fanteria nemica — che volse le spalle e si pose in fuga
bajonettata dai nostri — Anche tra noi, vi fu un momento di titubanza,
e di disordine alla vista di tanti nemici — Vi erano alcuni neri con
noi, prigionieri del Tapebì — e forse altri, che non credendo alla
possibilità di difendersi — cercavano coll'occhio una vana via di
scampo — Ma, quei prodi, che si lanciarono sul nemico — come leoni —
Oh! quelli, furon belli di valore e di gloria!

Dal momento in cui fissai tutta la mia attenzione alla fanteria nemica
— io non avevo più osservato, nè veduto il collonnello Baez e la
cavalleria nostra — Eran fuggiti! Ed anche quella circostanza avea
sconcertato non poco i deboli — Cinque o sei cavalieri eran rimasti
con noi — ed io ne incaricai un valoroso ufficiale orientale — Josè
Maria —

Colla sconfitta della fanteria nemica, io mi confortai nella speranza
di salvezza — Profitammo del momento di calma, che ci lasciava la
stupefazione del nemico, per alquanto riordinarci — Egli avea contato
giustamente di annientarci sino all'ultimo uomo — e si trovò ben
deluso —

Sui cadaveri nemici rimasti tra noi — e massime sulla linea, ove s'era
fermato per far fuoco — trovammo abondante provvista di cartuccie —
Molti fucili migliori dei nostri lasciati dai morti o dai morenti
servirono ad armare i mancanti militi ed ufficiali — Non essendo
riuscito nel primo tentativo — reiterò ripetutamente il nemico, le
sue cariche — Mise a piedi, molti de' suoi dragoni — con quelli, coi
pochi avanzi de' suoi fanti, e con masse di cavalleria, da far tremar
il terreno — ci assaliva, procurando in ogni modo di farci perdere
contenenza — Ma, non le fu più possibile — I nostri s'eran penetrati
del santo dovere di combattere per l'onore del nome — e s'eran
persuasi, che con coraggio, e sangue freddo, si può combattere un
nemico, senza contarne il numero — A misura che il nemico ci caricava —
io tenevo sempre pronti, alcuni scelti legionari — ed i pochi cavalieri
che ci rimanevano — e con quelli, facevo io pure caricare il nemico
ogni volta —

Tentò pure, di far avvicinare a noi, per varie volte, un parlamentare
con bandiera bianca — a provare naturalmente, s'erimo disposti alla
resa — Io allora, sceglievo tra i nostri i migliori tiratori, e facevo
sparare sino a fugare il messo —

Sin verso le 9 della sera durammo in quel modo — e verso un'ora p.m.
era cominciata la pugna — Noi stavamo in mezzo ad una barricata
di cadaveri — Verso le 9 si fecero i preparativi per la ritirata
— Molti erano i feriti nostri, e più dei sani — quasi tutti gli
ufficiali feriti — Marrocchetti, Casana, Sacchi, Ramorino, Rodi,
Berutti, Zaccarello, Amero, ecc. — Carone, e Traverso soli rimanevano
illesi —

Fu ardua e dolorosa impresa, il rimore [rimovere] quei giacenti —
collocandoli parte sugli abandonati cavalli, o feriti — altri, che
potevano trascinarsi, a piedi sostenuti da compagni — Terminato
l'accomodamento dei feriti — si dispose il rimanente in quattro
sezioni; ed a misura che si ordinavano in rango, si facevan coricare,
per meno esporli al continuo fulminare dei tiri del nemico — Alcune
ammonizioni sul modo di condursi — e s'imprese la ritirata —

Fu pur bella, la ritirata di quel pugno d'uomini! in collonna serrata,
tra una nube densa, de' primi cavalieri del mondo — l'ordine era di
non scaricare un solo fucile, seno a bruciapelo, sino a ragiungere il
limitar del bosco che guarnisce la sponda del fiume Uruguay — Avevo
ordinato pure prendessero i feriti la vanguardia — certo, che le
cariche del nemico, sarebbero sulla nostra retroguardia, e sui fianchi
— Ma come regolare i poveri soffrenti — Essi si disordinarono alquanto,
ed alcuni ne furon vittime: uno o due io credo — Il resto fu salvo — ed
eran molti —

La piccolla collonna!..... oh! lo ricordo con orgoglio!..... fu
ammirabile! Essa armò le bajonette al moversi e serrata, siccome era
partita, giunse al determinato punto! — Invano fece il nemico tutti li
sforzi possibili, per sconvolgerci, caricando in ogni direzione, con
tutta possa — Invano! Giungevano i lancieri nemici, a ferire i nostri
nei ranghi — Non vi si rispondeva senonchè colle bajonette — e più
compatti si procedeva —

Alto! e dietro fronte, si fece qualche volta, quando troppo incalzati
dal nemico che si respingeva con pochi tiri — Giunti poi al limitare
del bosco — potemmo più agiatamente, tempestarlo di fucilate ed
allontanarlo —

Uno dei patimenti maggiori della giornata, era stata la sete — massime
per i feriti, che avevano bevuto la propria urina — Giunti sulla sponda
del fiume, lascio pensare con che brama, si corse all'acqua — Parte
bevevano, e gli altri tenevano il nemico lontano —

Il successo brillante del nostro primo movimento in ritirata — ci
valse: esser meno molestati in seguito — Formammo una catena di
bersaglieri, a coprire il nostro fianco sinistro, sempre minacciato dal
nemico, sin dentro la città del Salto — e costegiammo così la sponda
del fiume —

Alle cariche del nemico, che non le cessò indispettitto com'era di
vedersi fuggir una preda ch'ei credeva sicura — si faceva alto! poi
rinfrancati i nostri intieramente, e boriosi dell'ottenuto successo
— gridavano in spagnuolo, all'indirizzo di quello: «Ah che no!»
(cioè: a che non venite!) — e mettendolo in fuga a fucilate — lo
burlavano —

Anzani ci aspettava, all'entrata della città — e volle abbracciarci
tutti, commosso sino al pianto — Il modesto ed incomparabile guerriero
— non avea disperato! Egli stesso me lo assicurava — Ma sì ardua, era
stata la pugna! e sì sproporzionato il numero dei nemici! Egli avea
riunito nella fortezza i pochi rimasti — la maggior parte feriti in
convalescenza — ed aveva risposto alle intimazioni di resa — come
Pietro Micca all'assedio di Torino — e come Pietro Micca, egli avrebbe
mandato in aria il mondo, piutosto che arrendersi!

Durante il conflitto — contando sull'imponenza delle sue forze, avea
il nemico, intimato la resa a noi, ed a Anzani nel Salto — Già vedemmo
la risposta ch'ebbe da noi nel campo — Ma più importante ancora fu la
risposta d'Anzani: colla miccia alla mano — Chiunque più debole di
lui — alle assicurazioni del nemico non solo — ma a quelle di Baez
stesso, e della di lui gente: che tutto era perduto al di fuori — e
che mi avean veduto cadere (ciò era vero ma soltanto ebbi il cavallo
morto) —

Ma Anzani non disperava! Ed io lo accenno..... lo grido a quelli
de' miei concittadini, che disperarono qualche volta per la salvezza
d'Italia!..... È vero, che sono pochi gli Anzani!..... Ma chi dispera
è un codardo! Ed abbiam provato abbastanza: che mai disperiamo
della completta redenzione della patria nostra — a dispetto dei neri
traditori, sempre disposti a venderla — e dei boriosi vicini tante
volte assuefatti a comprarla!

Anzano col suo atto eroico, avea salvato tutto, e noi potemmo, grazie a
lui, rientrare nel Salto in trionfo.

A mezzanotte circa, entrammo nella città — Del presidio o della
popolazione, certo, nessuno dormiva in quell'ora — ed i generosi
abitanti si affollavano, per richiedere dei feriti, soccorrerli, e
condurli nelle loro case, ov'ebbero ogni gentile assistenza —

Povero popolo! Che tanto hai sofferto nelle varie vicende della guerra!
Io ti rammenterò sempre con un senso di profonda gratitudine —

Noi ebbimo delle sensibili perdite in quel fatto d'armi — e
sensibilissime le toccò il nemico — Il generale Servando Gomez, capo
supremo delle forze nemiche, che sì maestrevolmente ci avea sorpresi
— e quasi annientati — sparì nel 9, trascinando la sconquassata
divisione, verso Paysandù da dove era partito —

Egli condusse gran numero di feriti, e lasciò il campo di S. Antonio
coperto di cadaveri —

Il giorno 9, s'impiegò totalmente all'accomodamento e cura dei feriti
nostri, o nemici ch'erano rimasti —

Due chirurghi Francesi, ci valsero sommamente nella pietosa cura —
Il medico dell'_Eclair_ giovine zelante e di capacità (non ricordo
il nome) e Desroseaux altro giovane facoltativo della stessa nazione
— addetto da qualche tempo alla legione, e che avea combattutto in
quel giorno da milite — prestarono validamente l'opera loro presso
gl'infermi —

Più d'ogni cosa poi, valse ai nostri sofferenti, la delicata assistenza
delle gentilissime _Saltegne_ —

I giorni seguenti furono impiegati alla raccolta e sepoltura dei
morti —

Siccome straordinario era stato il combattimento, solenne, mi sembrò
dover essere l'inumazione dei cadaveri — Mi ricordai allora d'aver
veduto i tumuli dei campi di battaglia nell'Oriente — e sulla collina
che domina il Salto, e già era stato teatro di pugne gloriose, si scavò
una fossa per tutte le salme indistintamente — quindi una cestella di
terra per ogni individuo, coperse le reliquie degli amici e nemici —
ed innalzò il tumulo che ognor si scerne — signoreggiato da una croce,
sulla quale legonsi le seguenti parole:

«Legione Italiana, Marina, e cavalleria orientale» dall'altra parte: «8
Febbraio 1846»

I nomi dei valorosi, morti o feriti, nel conflitto glorioso, esistono
nel giornale della legione tenuto da Anzani.

Il generale Medina, potè liberamente entrare nel Salto col suo seguito
— e vi mantenne il comando superiore, sino alla rivoluzione eseguita
dai Riverista in Montevideo — In tutto quel periodo nulla d'importante
successe —



CAPITOLO XLVI.

Rivoluzione a Montevideo e Corrientes — Combattimento del Dayman (20
Maggio 1846).


La rivoluzione a Montevideo in favore di Rivera, diede un crollo
tremendo agli affari della Republica — La guerra cessò d'esser
nazionale, e si tornò alle meschine fazioni, capitanate da un uomo
qualunque, generalmente senza merito, perchè un uomo di merito per
interesse individuale, non trascina il suo paese in guerre intestine,
le più durevoli, e più micidiali —

Circa nello stesso tempo accadeva la rivoluzione di Corrientes, fatta
dai fratelli Madariaga, contro il venerando, e virtuoso generale Paz
— Quei giovani capi, che s'erano illustrati, con fatti sorprendenti,
strappando la loro patria all'esoso dominio di Rosas; per gelosia,
e sete di comando, imbrattaronsi colla più sozza delle congiure, e
precipitarono, così, la causa del loro paese —

Il generale Paz, fu obligato di abbandonare l'esercito Correntino, e
ritirarsi nel Brasile — Il Paraguay richiamò il suo esercito dopo la
partenza del generale in cui aveva fiducia — ed i Madariaga ridotti
alle proprie risorse — furono battutti complettamente da Urquiza — e
ricaduta quindi Corrientes, in potere del feroce Dittattore di Buenos
Ayres —

Le cose di Montevideo andavan niente meglio — Rivera riposto al potere
dai partitanti suoi — ne allontanò chiunque, per lui non parteggiava
— In bando, andarono la maggior parte di coloro che con tanto valore
avevano assunto la bella difesa — e con disinteressato amore di patria
— altri staccati dagli impieghi, che onorevolmente avevan coperto —
eran sostituiti da inetti devoti —

Egli trovava a Montevideo, città dei miracoli — i nuovi elementi
d'un esercito — dopo d'averne perduto due — e li trasportava a _las
Vaccas_, sulla sponda sinistra dell'Uruguay — I soldati di Montevideo
erano assuefatti a vincere — e lo provarono nei primi incontri col
nemico, nella campagna — A Mercedes particolarmente facevan prodigi di
valore — Ma il cattivo genio che trascinava Rivera all'Arroyo-grande,
e all'India muerta — lo condusse a Paysandù — ove dopo d'una vittoria
— egli ebbe il suo esercito disfatto intieramente — A Maldonado, egli
imbarcavasi nuovamente per l'esiglio, alla volta del Brasile — non so
se più disgraziato che colpevole —

Caduto il governo di Montevideo in potere di Rivera — io ne rimasi
dolente prevedendo sciagure —

Il vecchio general Medina — nominato dal governo generale in capo,
nell'assenza di Rivera — non solo si piegò agli eventi — ma per
maggiormente rimettersi nelle grazie del nuovo padrone, tramava contro
il mio povero individuo — forse per il poco da noi compito — favoriti
dalla fortuna — e ci preparava nel campo nostro stesso una rivoluzione
contro _los gringos_ (gl'italiani) coll'intento di distruggerci sino
all'ultimo — Ma ingannossi —

Italiani ed Orientali, lo dico con orgoglio: mi amavano — ed io avrei
potuto senza tema di nessuno erigermi indipendente, dal nuovo ed
illegale potere — ma, troppo santa, mi era la causa di quel popolo
sventurato — ma buono — ma generoso! perchè io lo affligessi ancora con
interni dissidi.

A Montevideo per l'ascensione di Rivera al potere, s'erano insanguinate
le piazze — Al Salto s'ideò la stessa farsa — ma invano — Io mi
contentai in rapresaglia di assumere come prima, il comando delle
forze —

Ebbe luogo allora il bel combattimento contro le divisioni[66] di Lamas
e Vergara — i nostri perenni assediatori da lontano —

Il 20 Maggio 1846 — noi sorprendemmo — al solito con una marcia di
notte — quelle forze, sulla sponda del Dayman, uno dei confluenti
dell'Uruguay — Esse dopo l'affare di S. Antonio, ove avean combattutto
agli ordini di Servando Gomez — s'eran rifate — riforzate in uomini e
cavalli — e riocuparono le posizioni antiche, circonvicine al Salto —
variando gli accampamenti — ma mantenendoli sempre, ad una marcia di
distanza, circa, per la fanteria — che sola quasi incuteva loro timore
— essendo la cavalleria troppo poca, e mal montata —

I nemici non mancavano di molestarci, tutte le volte che lo potevano
— massime quando si usciva per riunire del bestiame — che cercavano
d'allontanare quanto loro era possibile —

Un maggiore Dominguez mandato dal generale Medina per riunire una
truppa di vaccine, era stato intieramente sconfitto, perdendo tutti i
cavalli, alcuna gente, ed obligato il resto di salvarsi nei boschi —
della sponda sinistra del fiume.

Io feci spiare la posizione del campo nemico, e nella notte del 19
Maggio, marciammo per combatterlo — Avevo cerca trecento uomini di
cavalleria, e circa cento legionari (Il battaglione sacro, poveri
giovani, erano stati ben decimati!) —

L'oggetto mio, era di sorprendere il campo nemico all'albeggiare — e vi
riuscimmo questa volta perfettamente — Il mio _bagueano_ (pratico) era
un capitano Paolo, Americano indigeno — cioè di quella razza infelice
— donna del nuovo mondo, pria dell'invasione dei predoni Europei —
gente che conserva sempre una peculiare pratica dei suoi campi nativi
— La fanteria nostra marciò a cavallo — Marciammo tutta la notte, per
venti e più miglia, e pria dell'alba, si giunse alla vista dei fuochi
del campo nemico, sulla sponda destra del Dayman — Piede a terra
alla fanteria, e si attaccò risolutamente in collonna senza fare un
tiro —

Fu facilissima la vittoria — e la gente di Vergara nel di cui campo
avevimo dato, fu precipitata nel fiume, lasciando armi, cavalli, ed
alcuni prigionieri — Era però lungi dall'esser compiuto il trionfo — e
me ne accorsi col chiaror del giorno —

Il campo di Lamas era diviso da quello di Vergara da un fiumicello,
che avea foce nello stesso Dayman — e sentito l'attacco nel campo
di questo, Lamas avea ordinato la sua gente, e preso posizione su
d'una collina, che dominava i campi — Vergara colla maggior parte
della gente, per il fiume avea potuto riunirsi a Lamas — Erano gente
aguerrita, brava — e perciò fatta alle vicende della guerra, buone o
cattive —

Dopo d'aver raccolto negli accampamenti abbandonati, tutti i cavalli
servibili, perseguimmo i nemici; ma vano riuscì il proseguimento nostro
— La maggior parte dei nostri cavalieri erano montati su _Rodomons_
cavalli domati di fresco — Assai meglio montati erano i nemici, e più
numerosi — Non volevo quindi arrischiare la mia giovane cavalleria —
senza il sostegno dei superbi militi della legione —

Bisognò quindi desistere dal correre inutilmente dietro al nemico — e
limitandosi ai vantaggi avuti, ripigliare la via del Salto — La fortuna
però, volle in quel giorno favorirci maggiormente —

Noi marciavamo verso il Salto, ordinati nel seguente modo:

Uno squadrone di cavalleria, per plottoni alla testa, l'infanteria in
quattro sezioni, in collonna nel centro — il resto della cavalleria
alla retroguardia nella stessa guisa.

La vanguardia era comandata dal Collonnello Centurion, il centro dal
maggiore Carone, e la retroguardia dal collonnello Garcia —

Due forti catene di cavalleria, comandate dai maggiori Carvallo, e
N. Fausto, coprivano il nostro fianco destro — su cui si trovava il
nemico — La cavallada, ed i cavalli della fanteria, marciavano alla
sinistra —

Il nemico, — riordinatosi, come già dissi, e riconcentrati tutti
i distaccamenti, assai numerosi, considerando che cogli stessi
ci assediava, benchè lontani — ammontava in numero, a circa
cinquecento uomini di cavalleria. Egli riconosciuta la forza nostra,
ci fiancheggiava alla destra, non lontano, tenendo una direzione
parallella alla nostra — e dal suo contegno — sembrava aver
l'intenzione di vendicarsi dall'insulto ricevuto di notte —

Avevo io incaricato del comando della cavalleria, il collonnello
Centurione, pieno di bravura —

Comandava la fanteria il nostro Carone — a cui avevo raccomandato di
tenerla intiera a qualunque costo, e sempre in collonna serrata nel
conflitto — Che i movimenti, giammai fossero per conversione — ma di
fianco: con un'a destra, a sinistra, o dietro fronte. A Centurion,
servisse la fanteria di punto d'apogio non solo, ma di riparo, onde
rifarsi a qualunque evento. Il nemico imbaldanziva — a misura che
ingrossava coll'arrivo dei distaccamenti —

Noi percorrevamo amenissime colline, circa a due miglia dalle
sponde del Dayman — Eravi l'erba sporgente appena, verdissima, dalla
superficie del terreno, ondulato come l'Oceano, in tutta la pacifica
maestà, quando non sconvolto dalle tempeste. Una sola pianta, un
arbusto solo non presentava ostacolo in quei bellissimi campi — Sarebbe
stato un sito ameno per un banchetto — ma in quel giorno lo fu di
strage —

Giunti al limitar d'un ruscello — ove la _maciega_ (erba indurita)
era all'altezza d'uomo — non mi piacque passarlo — poichè era forza
disordinarsi la piccola collonna nel passarlo uno ad uno — poi, la
collina di destra copriva il grosso del nemico, e non si vedeva sul suo
vertice altrochè la sua catena di volteggiatori —

Pensai giustamente, esser attaccato in quel punto, e feci fare alto —
Ordinai ai maggiori Carvallo, e Fausto — ambi valorosi ufficiali — di
caricare la catena nemica, respingerla oltre la collina — ed avvisarmi
delle disposizioni del nemico —

E realmente — caricata bravamente la catena nemica sino al di là
dell'eminenza — si fermarono i nostri — e da un ajutante al galoppo,
fui avvisato che il nemico convergeva a sinistra, e marciava su
di noi con tutte le sue forze al trotto, ed in disposizione di
battaglia —

Non v'era tempo da perdere — I plottoni della cavalleria nostra delle
ale, eseguirono la loro conversione a destra — e furono riforzati
subito dalle catene nostre riconcentrate —

L'infanteria fece per il fianco destro — ed in buon [ordine] si marciò
sul nemico —

Quando la linea nostra di battaglia, si presentò sul vertice
dell'eminenza — la linea del nemico spuntò a tiro di pistola, marciando
su di noi —

Qui devo confessare: io vidi far al nemico un movimento dal centro alle
ali, di cui la sola cavalleria Americana credo capace — e che prova con
qual gente aguerrita noi avevimo da fare — Egli non volendo cozzare
contro la fanteria che temeva — si aprì dal centro, e convergendo
i suoi plottoni: quei di destra a destra — di sinistra a sinistra,
eseguendo così un semicircolo; piombarono sulle nostre due ali, sempre
a galopo — e le avrebbero distrutte — senza il convergere, e la carica
simultanea dei plottoni nostri —

Subito ch'io avevo scoperto il nemico — per profitar dell'impeto,
ordinai la carica di fronte — Ma dai movimenti suddetti, risultò il
primo cozzo di sola cavalleria, e com'era da prevedersi con la peggio
dei nostri inferiori di numero e di bontà dei cavalli —

La fanteria rimase per un pezzo inutile ed isolata — Comunque restata
nel centro del conflitto — or ferma e compatta com'un fortino — ed ora
movente a tutta possibile celerità ove la mischia più ferveva — servì
molte volte a riordinar al coperto del suo palladio — i dispersi nostri
cavalieri — che benchè rotti dal nemico, pugnavan come leoni e si
riformavan poi dietro di noi.

Una piccola riserva di cavalleria nostra — rimasta alla custodia
della cavallada — concentrandosi sulla fanteria, servì pure molto al
riordinamento dei rotti nostri plottoni.

Varie furon le cariche di cavalleria d'ambe le parti — e varia la
fortuna — Era un oscillare di plottoni, or compatti, or disfatti — Non
so da che parte vi era più valore —

Il nemico superiore in numero, ed in bontà di cavalli — cacciava i
nostri sulla fanteria — e spesso misurava le sue lancie colle bajonette
— I nostri rifatti coll'apogio dei fanti — rintuzzavano quello lontano
— combattendo corpo a corpo —

I giovani Italiani poi — com'eran belli in quel giorno! compatti com'un
baluardo, ed agilissimi accorrevano ovunque li richiedeva il bisogno
— naturalmente, sempre al più folto della mischia — fugando sempre
i persecutori dei compagni cavalieri — Pochissime le fucilate, ma
misurate e certe — diradavano e sconvolgevano i nemici —

Infine dalla moltiplicità delle cariche — perdendo il nemico
l'ordinanza, non era più che una massa informe — Al contrario sostenuti
dalla fanteria — potevano sempre i nostri facilmente riordinarsi.

Circa una mezz'ora avea durato il conflitto in quella guisa — quando
non più acozzati da forze ordinate — rifacendosi i nostri in alcuni
plottoni compatti — si lanciarono ad una carica decisiva — Piegò il
nemico, si sbandò del tutto — e principiò a fuggire — Una nube di
bollas[67] solcò l'aria allora, e formava curioso spettacolo — se
oggetto di curiosità possa esser la strage sotto qualunque forma —

Io conto il soldato Americano di cavalleria, non secondo a nessuno,
in ogni specie di combattimento — In una sconfitta poi, credo non vi
sia l'uguale, per perseguire un nemico e catturarlo — Vero centauro,
nessun'ostacolo del campo ferma la sua corsa — Un albero non permette
di passare diritto, esso si piega sul dorso del destriero — e
scomparisce confuso colla sua schiena — Se un fiume — l'Americano
vi si precipita coll'arma ai denti, e va a ferire il nemico nel bel
mezzo dell'onde — Oltre alle bollas poi, il terribile ed indivisibile
coltello — istromento compagno di tutta la vita — che maneggiano con
destrezza unica — e forse un po' troppo —

Sventurato quel nemico, il di cui cavallo stanco e _bolleado_ — non può
sottrarsi al coltello del persecutore — Scendere da cavallo — passare
il coltello alla gola d'un caduto — e rimontare per ragiungerne altri
— io impiego più tempo a descriverlo — Il costume costante di solo
alimento carnivoro — e l'abitudine di spargere sangue vaccino ogni
giorno — è probabilmente causa di tale facilità all'omicidio —

Tali consuetudini e con gente coraggiosa senza esagerazione — fa sì —
che s'impegnano alcune volte anche dopo la vittoria — pugne singolari
da inorridire — Una di quelle risse, erasi impegnata, non lontano da
me tra un nemico a cui era stato ammazzato il cavallo ed i nostri —
Caduto egli combattè a piedi contro chi lo avea rovesciato — e mal
governo ne faceva — quando giunse un altro dei vincitori — poi un altro
— finalmente contro sei pugnava quel prode — ed in ginocchio, perchè
ferito in una coscia quando io giunsi — e tardi giunsi per salvare la
vita d'un tanto uomo —

Il trionfo fu completto, e rotto intieramente il nemico — si perseguì
per varie miglie — Il risultato immediato di quella vittoria, non fu
quale doveva essere — per non aver noi migliori cavalli — e perciò
molti de' nemici si salvarono — Ciononostante, per tutto il tempo
che rimasimo nel Salto, ebbimo la soddisfazione di veder quel bel
dipartimento libero da' nemici —

Mi sono disteso alquanto nella narrazione del fatto d'armi del 20
Maggio — per esser stato quello veramente un bel fatto ed onorevole
— combattutto in magnifico terreno e sgombro da ogni ostacolo — in
un clima e sotto un cielo, che ci ricordava la bella patria nostra —
Qualunque mossa — qualunque gesta era all'evidenza — Contro un nemico
aguerrito, e superiore in numero, e nella qualità de' suoi cavalli —
principale elemento di quel genere di guerra — Varie, e singolari pugne
a cavallo, con pari valore —

La cavalleria nostra, per le condizioni d'inferiorità suddette — fece
veramente miracoli in quel giorno — Circa alla fanteria, io rapporterò
il detto del maggiore Carvallo — il quale compagno nostro in S.
Antonio, e nel Dayman, — in ambi conflitti avea pugnato da prode qual
era — ed in ambi avea toccato una palla nel volto — sotto gli occhi,
alla distanza di due ditta, e nella prominenza della guancia — una a
destra — a sinistra l'altra — formando perfetta simmetria —

Egli fu ferito al principio della pugna — e non volle abbandonare
il campo di battaglia — Mi chiese poi, al termine della stessa — di
recarsi al Salto, onde potersi far medicare.

Passando sotto la batteria della città — le fu chiesto dell'esito della
giornata — Egli rispose: (e poteva parlar poco) «La fanteria Italiana è
più solida della vostra batteria» —

Io bramo: ciò resti ben impresso nella mente dei nostri giovani
Italiani — cui, credo: toccherà sventuratamente ancora — misurarsi
coi boriosi nostri vicini — e che comunque sia — e comunque si voglia
presumere — per colpo di governo, e di preti, noi siamo ben lontani
dal possedere i requisiti morali e materiali — necessari per combattere
dovutamente i prepotenti invasori —

«Cavalleria! Cavalleria!» io ho udito gridare dai nostri ragazzi — e
vergogna a dirlo — gettar le armi e fuggire — sovente davanti ad un
immaginario pericolo — Cavalleria!... ma gl'italiani di S. Antonio e
del Dayman ridevano della prima cavalleria del mondo — E ciò in tempi
— ove possedevano cattivi fucili a pietra — Che sarà oggi — con armi
cotanto perfette!

Noi siamo inferiori in cavalleria a tutte le nazioni vicine, solite a
calpestare i nostri diritti e che potrebbero ancora usare contro di noi
delle prepotenti velleità — Senza disprezzare la cavalleria utilissima
in certe circostanze di guerra — conviene assuefare i nostri giovani
militi, e famigliarizzarli all'idea: che la fanteria deve non mai
temere la cavalleria —

Io suppongo una compagnia di cento uomini — come si trovava al Dayman
— serrata in massa — occupando uno spazio di dieci metri quadrati —
Per numerosa che sia la cavalleria nemica — appena cinque cavalieri di
fronte potranno caricare uno dei lati della massa, che potrà far fuoco
su due ranghi — cioè venti militi — Lascio pensare: se, ove la fanteria
non si sgomenti, i cinque o dieci cavalieri caricanti giungeranno mai
ad incrociare i loro ferri colle bajonette — al punto di perfezione in
cui sono giunte le odierne armi della fanteria —



CAPITOLO XLVII.

Alcuni morti e feriti della Legione.


Io già dissi: trovarsi nel giornale della legione Italiana in
Montevideo — tenuto da Anzani — i nomi de' morti, feriti, e distinti,
nei diversi fatti d'armi, sostenuti dalla stessa — nonostante non
crederò superfluo nominare alcuno di quei miei prodi fratelli d'armi
ch'io posso ricordare —

Morti in diversi combattimenti della legione Italiana nella campagna
dell'Uruguay.

Badano (sargente Ligure) il più bello, il più prode tra i militi della
legione. Nessuno più di lui, si distinse nei vari fatti d'armi massime
in S. Antonio — Al nostro ritorno in Montevideo, egli chiese di tornare
al Salto temporaneamente — e trovossi ad un nuovo attacco di quella
città — da Servando Gomez, generale d'Ourives —

Non era Badano da rimanersi inerte, quando si pugnava — Dopo d'aver
combattutto dall'uomo ch'era — cadeva vendendo caramente la vita.

Santo N. caporale piemontese — prode come Badano — Nel principio
del combattimento di S. Antonio fu colpito da tre palle, ebbe le due
gambe rotte — ed una nel volto che lo sfigurava — Lo ajutai a metter a
cavallo nella ritirata, con un custode; ma non giunse al Salto — Il suo
cadavere fu ritrovato nel giorno seguente nell'Uruguay.

Alessandro — Veneto — buon soldato e marino, morto in S. Antonio.

Rebella — Ligure — prode milite, morto in S. Antonio —

Azzalino — Ligure prode sargente — morto nel Salto, in conseguenza di
ferite ricevute in S. Antonio —

Beruti — Ligure prode sargente — morto nella Salto, in conseguenza di
ferite ricevute in S. Antonio —

Luigi Vicente — Ligure — (tutti eran prodi) Moriva nel Salto per ferita
ricevuta in S. Antonio —

Antonio — detto _trentuno_ — ligure — avea pugnato in S. Antonio —
toccate alcune ferite, di cui era sanato, morì di palla, fuori delle
mura di Montevideo —

Tortarello — Ligure — tromba — era al mio lato in S. Antonio — e nel 20
Maggio nel Dayman — Le pugne eran per lui una festa — Avendo ricevuto
una ferita nel braccio destro per cui soffrì l'amputazione — egli passò
la tromba alla sinistra e continuò a suonar la carica — Morì pure a
Montevideo —


Feriti gravemente

Vittorio Richieri — di Nizza — sargento — Una tremenda ferita di
palla in un ginocchio — per cui vi si doveva amputare la gamba — ed
una non men lieve sciabolata in una mano — Valse alla guarigione,
l'imperturbabile suo coraggio —

Callegari — Bergamasco — sargento — La ferita la più straordinaria
ch'io m'abbia veduto — egli toccò nel ventre — Ebbe gl'intestini forati
— ed operò le funzioni naturali, per quattordici giorni, dagli orifizi
delle ferite non dai naturali — Il di lui straordinario stoïcismo —
certamente — influì moltissimo la miracolosa sua guarigione —

Marrocchetti Giuseppe — Capitano — ferito di palla in una coscia al
principio della pugna — in S. Antonio —

Casanna — Ligure — Capitano — ferito di palla in una coscia al
principio della pugna — in S. Antonio —

Sacchi — pavese — 1º Tenente, oggi generale — ferito di palla nel
principio della pugna in S. Antonio —

Ramorino — piemontese — 2º Tenente — ferito di palla in S.
Antonio —

Rodi — Piemontese — 2º Tenente ferito di palla nella testa, in S.
Antonio —

Amero, detto Graffigna, da Costigliuole d'Asti, 2º Tenente, ferito di
palla in S. Antonio —

Zaccarello, il minor fratello — Ligure — ferito di palla in S. Antonio.

Beruti G. Batt. — Ligure Capitano — ferito di palla in S. Antonio —

Paggi Natale — Ufficiale Ligure — ferito di palla in un combattimento
nel fiume Uruguay —

Pateta — Ligure, ferito di palla e di sciabolate in S. Antonio —

Gismondi — Ligure — ferito da sciabolate, e lanciate in S.
Antonio —

Ferrandin — Ligure — giovinotto di quattordici anni ebbe, traversato il
petto da una palla sotto Montevideo —

Juancito Otero — Gallego — ajutante in S. Antonio — moriva nel Rio
della plata — da prode — in combattimento di mare —

Josè Maria Villega — comandava la poca cavalleria che ci rimase, dopo
la fuga di Baez in S. Antonio — e combattè da prode —

Avrei tenuto come dovere sacro: il ricordare i nomi tutti, di quei
valorosi Italiani — che tanto bella, e venerata resero la nostra patria
in quelle lontane contrade — e per cui l'Italiano che approda oggi
in quella importantissima parte del nuovo mondo — è considerato quasi
cittadino dai buoni — e rispettatto da coloro, che sogliono veder un
nemico in ogni straniero —

Nel giornale della Legione Italiana, tenuto da Anzani, e che non saprei
ritrovare oggi — vi sono certamente i nomi, e le gesta di quei prodi —
Io, consultando la povera mia memoria — ho potuto rammentare alcuni —
ma il maggior numero certamente — mi è impossibile ricordarlo —



CAPITOLO XLVIII.

Ritorno a Montevideo.


Dopo il combattimento del 20 Maggio 1846 nel Dayman — non occorse più
cosa d'importanza nella nostra campagna dell'Uruguay.

Ebbi ordine dal governo di ritornare in Montevideo, con i legni della
flottiglia, ed il distaccamento della Legione Italiana — Rimasero nel
Salto, alcuni barchi minori dei nostri — La piazza rimase agli ordini
del Comandante Artigas — bravo ufficiale distintosi nel fatto del 20
Maggio —

A pochi giorni dalla mia partenza del Salto — vi giunse il collonnello
Blanco — e prese per ordine del generale Rivera il comando della
piazza —

Cogli errori commessi in Corrientes, ed a Montevideo, la causa di Rosas
risorgeva potentissima — e quella dei popoli del Plata, ricadeva in
ben misera condizione — Corrientes vide il suo esercito annientato da
Urquiza, in una battaglia — e quel povero popolo dopo d'aver nuotato in
un mare di sangue languiva sotto il despotismo più esecrato.

Rivera non profitando delle lezioni della sventura — finiva, siccome
aveva cominciato — allontanando dagli impieghi, gli uomini, che
onestamente li avevano disimpegnati — e sostituendovi i suoi adetti —
Distruggendo i materiali d'un esercito d'operazione — che il coraggio e
la costanza del popolo avevano creato — e mantenuto con incomparabile
eroïsmo — terminando col sacrifizio delle reliquie dello stesso —
e finalmente spinto all'espatriazione dallo sdegno e maledizione di
tutti.

Avvenga tal fine, ed avverrà, a chiunque considera le nazioni come
un apannaggio venuto al mondo soltanto per soddisfare alle libidini
di lussuria, di richezze, e di potere che signoreggiano quell'infima
classe d'uomini chiamati Monarchi — e certi Presidenti di Republica —
peggiori ancora di quelli.

L'Intervenzione Anglo-Francese, svogliata dalle nostre sciagure, e
sfiduciata da sì deplorevole contegno ci abbandonava: intieramente
l'Inghilterra — la Francia, tratenuta per un filo dalla responsabilità
della perdita di numerosi suoi nazionali — più che dall'interesse d'una
causa precipitante.

Le posizioni nostre nell'interno cadevano quindi, una ad una in potere
del nemico — Il Salto sì gloriosamente acquistato, e mantenuto da noi —
soggiaceva all'assalto di Servando Gomez — e vi perivano nella difesa
il collonnello Blanco — vecchio e prode soldato con non pochi de'
suoi difensori, tra cui contava quel tenente Gallegos da me accennato
— bravo, ma sanguinario, e che perciò, caduto nelle mani del nemico
fu massacrato. Infine a Montevideo solo, ultimo baluardo del generoso
popolo Orientale, si riduceva ancora la difesa —

A Montevideo, si rannodavano ancora tutti quegli uomini affratellati
da sei anni di disagi, di pericoli, di glorie, di sventure! E
ricominciavano impavidi a rialzare un'edifizio, che la malvagia avea
distrutto, sin quasi alle fondamenta —

Il collonnello Villagram — veterano di quarant'anni di guerra — il più
prode, il più virtuoso — ringiovinito nelle pugne — ed i Collonnelli
Diaz, Tajes — valorosissimi capi — villanamente allontanati da Rivera
— perchè non lui servivano ma la loro patria — Altri molti giovani
capi destituiti da quello, ripigliavano il loro posto colla coscienza
e la rassegnazione del giusto — e con loro ritornavano nelle fila dei
difensori, la risoluzione e la fiducia —

Orientali, Francesi, Italiani, ricominciavano, sotto lo stimolo della
salute pubblica — a marciare colla passata alacrità alla difesa della
patria comune — giacchè quale patria era considerata da noi, la città
ospitale che ci avea generosamente dato un asilo — Infine, da nessuno
più si udiva una parola di scoraggimento — l'assedio di Montevideo,
quando meglio conosciuto ne' suoi dettagli — non ultimo, conterà — per
le belle difese sostenute da un popolo che combatte per l'indipendenza
— per coraggio, costanza, e sacrifizi d'ogni specie — Proverà il potere
d'una nazione che non vuol piegare il ginocchio davanti alle prepotenze
d'un tiranno — e qualunque ne sia la sorte — essa, merita il plauso e
l'ammirazione del mondo —

Dal nostro ritorno dall'Uruguay, alla partenza per l'Italia, media un
periodo di pochi successi — La Legione Italiana giustamente stimata per
le sue gloriose gesta, avea ripreso il consueto servizio di linea agli
antiposti — alternando cogli altri corpi della capitale — Anzani usciva
con essa — e benchè non accadessero più fatti d'armi importanti, essa
non mancava in ogni scontro, d'esser degna della sua fama —

Io mi occupavo più della Marina — riponendo in istato alcuni dei legni
che più ne abbisognavano, ed incrociando colla goletta _Maipù_ nel
Plata —

In quel tempo fui chiamato all'onore di comandar l'esercito della
Republica, e nulla d'importante successe durante il mio comando — che
lasciai al vecchio e prode Villagram —

Intanto l'intervento Francese, affievoliva ogni giorno — non più mezzi
di guerra, esso voleva impiegare per la soluzione del problema, ma
diplomatici — e Rosas se ne beffava — Vari inviati a negoziare, non
avevano ottenuto dal Dittatore, senonchè insignificanti armistizi — che
non valevano ad altro, che a far consumare alla povera città assediata,
gli scarzi mezzi, raccolti stentatamente —

Col cambiamento di politica, avea la Francia, cambiato i suoi agenti.
Agli uomini, come Deffaudis, Ouseley — ambasciatori — Lainé, Inglefield
— ammiragli — degni di sostenere una politica generosa; e cari
alle popolazioni — eransi sostituiti uomini di transazioni, e d'una
politica, che voleva finirla ad ogni costo.

Il governo Orientale, impotente per mancanza di mezzi doveva
conformarsi al dettatto dall'Intervento.

Situazione deplorabile! Infelici i popoli, che aspettano il
loro benessere dallo straniero! Ed ogni volta che si deve fare
l'applicazione di queste desolanti verità...... il pensiero si rivolge
malinconico alla nostra povera Italia!

In quei giorni, (credo: principio del 1848) la notizia delle riforme
pontificie, era giunta sino a noi, e l'insofferenza delle popolazioni
Italiane al dominio straniero — che fosse al colmo, già era manifesto,
in tutte le corrispondenze che giungevano nel Plata —

L'idea del ritorno in patria — e la speranza di poter offrire il nostro
braccio alla sua redenzione da molto tempo facevan palpitar l'anime
nostre — Era doloroso abbandonare il paese d'asilo, la patria adottiva
i fratelli d'armi — è vero; ma la quistione di Montevideo, era divenuta
meramente una transazione diplomatica — e per noi, altro non rimaneva:
che tedio, e mortificazioni — se non peggio — ciocchè ben si poteva
congetturare: avendo da fare col governo Francese sempre ostile alla
nazionalità nostra.

In tale stato di cose, si decise: di riunire un pugno dei nostri
migliori, i mezzi di trasporto, e veleggiare per l'Italia.



SECONDO PERIODO



CAPITOLO I.

Viaggio in Italia.


Sessantrè lasciammo le sponde del Plata per recarci sulla terra
Italiana a combattere la guerra di redenzione — Giacchè non solamente
v'eran molti indizi di movimenti insurrezionali nella penisola — ma,
in caso contrario, si era decisi di tentare la fortuna, e procurar di
promoverli, sbarcando nelle coste boschive della Toscana, o dove la
nostra presenza potesse essere più accetta, ed adeguata —

Imbarcati sul brigantino _Speranza_, il di cui noleggiamento potemmo
effetuare, grazie all'economie nostre, al generoso patriotismo di
alcuni nostri conterranei, tra i quali si distinsero — G. Batta,
Capurro, Gianello, Dellazoppa, Massera, G.ppe Avegno, e sopratutti
l'eccellente nostro Stefano Antonini, su di cui pesò la maggior parte
del nolo, e le provviste tutte, necessarie al viaggio —

Noi marciavamo al conseguimento della brama, del desiderio di tutta
la vita — quell'armi, gloriosamente brandite, alla difesa d'oppressi
d'altre contrade, noi, volavamo ad offrirle alla veneranda patria
nostra!

Oh! quell'idea, era soverchio compenso ai pericoli, disagi, patimenti
— che incontrar si potevano sulla via, d'una vita intiera di
tribolazioni.

I nostri cuori battevano di sublime palpito — E se la destra incallita
alle pugne di lontane contrade, fu forte in difesa altrui, che non sarà
per l'Italia!

Davanti a noi schiudevasi l'Eden della nostra immaginazione — E se
l'idea di quanto rimaneva dietro a noi, non l'avesse offuscata alquanto
— completta sarebbe stata la felicità nostra —

Dietro a noi rimaneva il popolo del nostro affetto — poichè un ben
caro popolo è l'Orientale! — E noi avevamo diviso per tanto tempo — le
poche sue gioie ed i molti dolori — Ed ora, lo lasciavamo non vinto,
non abbatutto nel sublime coraggio — ma in preda al più malvagio dei
concepimenti umani — alla diplomazia Francese!

Noi lasciavamo i nostri fratelli d'armi — senza aver combattutto
l'ultima battaglia! Ed è ben doloroso, qualunque ne sia la cagione!

Quel popolo festante all'aspetto nostro — fiducioso e tranquillo sulla
bravura dei nostri militi — dava in ogni occasione, segni manifesti del
suo affetto e della sua gratitudine — E quella terra, che noi amavamo
da figli, racchiudeva l'ossa di tanti nostri Italiani, generosamente
caduti per redimerla!.....

Il 15 Aprile 1848, era la partenza — Usciti dal porto di Montevideo,
con favorevole brezza — abbenchè minaccioso il tempo — erimo verso
sera, tra la costa di Maldonado e l'isola di Lobos — Alla mattina del
seguente giorno, appena le sommità della _Sierra de las animas_, si
distinguevano — poi si sommersero e solo gli spazi dell'Atlantico —
si offrivano alla vista nostra — e davanti a noi, la più bella, la più
sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria —

Sessantatre, tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia — Egri
due: Anzani affralita oltremodo, la salute, nelle sante crociate della
causa dei popoli languiva sotto il peso di dolorosa consunzione —
Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare
— ma la fede, e le cure fraterne, valsero a depositarlo non sano, ma
salvo sul lido Italiano — Anzani non doveva trovare in Italia, che una
sepoltura, accanto a quella de' suoi parenti —

Fu il nostro viaggio, felicissimo e breve — Gli ozi della navigazione,
si passavano per lo più in trattenimenti proficui — Gli illiterati
erano insegnati da chi sapeva — e non pochi, erano i ginnastici
esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro
Coccelli — era la preghiera di tutte le sere — Noi, lo cantavamo in
crocchio sulla tolda della _Speranza_ — Intuonato da Coccelli, era
accompagnato — e ripetuto il coro, da sessanta voci, con entusiasmo
sommo —

Varcammo così l'Oceano, incerti, sulle sorti d'Italia, altro non
sapendo, oltre alle riforme promesse da Pio IX — Il punto indicato da
approdare in Italia era la Toscana — ove si doveva sbarcare, comunque
ne fosse stata la situazione politica — incontrando amici, o dovendo
combattere nemici — Un aprodo in Santa Pola, nella costa di Spagna —
modificò le nostre risoluzioni — e fissò la metà nostra: Nizza —

La malattia d'Anzani aggravavasi — I pochi viveri, adeguati alla
sua situazione, erano esausti — bisognava aprodare la costa per
provvedersene — Giungemmo in Santa Pola — Andato in terra il Capitano
Gazzolo, comandante la _Speranza_ — ritornò celeremente a bordo con
notizie tali da far impazzire uomini assai meno esaltati di noi.

Palermo, Milano, Venezia, e le cento città sorelle — avevano operato la
portentosa rivoluzione — l'esercito Piemontese perseguiva l'Austriaco
sbaragliato — e l'Italia tutta rispondeva all'appello all'armi
come un sol uomo, e mandava i suoi contingenti di prodi alla guerra
Santa —

Lascio pensare all'effetto prodotto su noi tutti — a tali notizie: era
un correre sulla tolda della _Speranza_ — abbracciandoci l'uno l'altro
— fantasticando — piangendo di gioia!

Anzani balzava in piedi superando l'orrendo suo stato di distruzione
— Sacchi, volea ad ogni costo esser tolto dal suo giaciglio — ed esser
trasportato su coperta —

Alla vela! Alla vela! era il grido di tutti — e certamente, se non si
fosse eseguito subito tal'atto, ne sarebbero risultati dei disordini —
In un lampo fu salpata l'ancora — ed era il brigantino alla vela — Il
vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, all'impazienza nostra
— In pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia, e giungemmo alla
vista dell'Italia — della terra promessa! non più proscritti — non
più obligati di pugnare per scendere sul lido della patria nostra — E
perciò, cambiato il divisamento di approdare in Toscana — Nizza primo
porto Italiano[68] fu scelto, e vi sbarcammo verso il 23 di Giugno
1848.

Nelle sventure, per cui avevo passato nelle mia vita tempestosa, io
avevo sempre sperato in giorni migliori. Lì, a Nizza v'era un complesso
di felicità per me, come a nessun uomo è concesso di pretender maggiore
— Troppa felicità veramente! ed ebbi un quasi pressentimento di
sciagure non lontane —

Anita mia, ed i miei bimbi, partiti d'America, alcuni mesi prima, erano
lì, riuniti alla vecchia mia genitrice ch'io idolatravo, e che non
vedevo da quattordici anni —

Parenti cari, e preziosi amici dell'infanzia — io, riabbraciavo
giubilanti di vedermi, ed in un'epoca così fortunata!

Quella popolazione di concittadini miei, sì buona sì esaltata dalla
sorte sublime, che brillava sull'orizzonte dell'avvenire Italiano — e
fiera del poco da me operato nel nuovo mondo!

Oh! certo — era la posizione mia invidiabile! Intenerito... io rammento
quelle tante dolci emozioni! Che sì presto..... e sì dolorosamente
dovean terminare! —

Non giunti ancora all'entrata del porto — già la cara mia consorte
apparivami in una barchetta, tripudiando d'allegrezza — Una popolazione
immensa mostravasi da tutte le parti — accorrendo al ricevimento del
pugno di prodi, che disprezzando lontananza e pericoli — traversavano
l'Oceano, per venir offrire il sangue loro alla patria —

Buoni, e valorosi compagni miei! Quanti di voi, dovean cadere sulla
terra natale — coll'amara disperazione di non vederla redenta!

Eran pur belli, di virtù, di bravura, di gloria..... quei giovani miei
compagni!..... E se degni della loro missione, lo provarono sui campi
delle patrie battaglie!..... Ove le loro ossa biancheggiano, forse
insepolte, e senza un sasso che ricordi a codeste nuove generazioni,
che fecero indipendenti dallo straniero — tanto valore e tanto
sacrificio!

Montaldi, Ramorino, Peralta, Minuto, Carbone — sullo stesso sito ove
cadeste, coi vostri fratelli di gloria — il prete ha innalzato un
monumento agli sgherri del Bonaparte che fuggirono davanti a voi — e
che soverchianti di numero poi, vi sgozzarono sotto le benedizioni dei
traditori d'Italia!

In Nizza dovevansi attendere alcune formalità di quarantina ecc. ma
tutto fu ovviato dalla voce del popolo, coscienzioso allora della
propria onnipotenza — E per farsi un'idea dello stato, in cui si
trovavano le nostre finanze — basta dire: che non potemmo pagare il
pratico — un tal Cevasco — che ci pilotò nel porto —

Ormeggiato il brigantino — provvisto allo sbarco d'Anzani, e di Sacchi
— scese tutta la gente nostra anelante di passeggiare sulla terra
Italiana —

Io corsi ad abbracciare i miei bimbi — e colei, ch'io avevo afflitto
tanto, coll'avventurosa mia vita — Povera madre! La più calda delle mie
brame fu certamente quella d'abbellire, e consolare i vostri ultimi
giorni — La più calda delle vostre — era, naturalmente di vedermi
tranquillo accanto a voi — Ma come, si può sperare in un periodo di
quiete — e goder del bene di consolarvi nella cadente, e dolorosa
vecchiaja, in questa terra di preti e di ladri!

Fu festa continua, i pochi giorni passati a Nizza — ma si combatteva
sul Mincio — e l'ozio era per noi delitto quando i fratelli nostri
pugnavano contro lo straniero —

Partimmo per Genova — ove, non men desioso di farci amorevole
accoglienza, era quel bravo popolo — Un vapore spedito di là, doveva
accelerare il nostro arrivo — Non trovandoci a Nizza, detto vapore, ci
cercò invano sulle coste della Liguria — Noi erimo stati spinti verso
la Corsica, dalle correnti, e piccoli venti contrari.

Giunsimo infine, e con noi alcuni giovani Nizzesi, che avean voluto
accompagnarci, coll'entusiasmo proprio della loro età — e della
fiamma di vita che bruciava allora tutte le animose popolazioni della
penisola —

Il popolo di Genova, ci accolse, palpitante di gioia e di affetto; le
autorità colla freddezza di coscienza mal sicura; e preludiarono in
quella serie di smorfie, e temporeggiamenti — che ci accompagnarono nel
nostro paese — ovunque ritrovavansi i patteggianti addetti alle idee di
mezzo — trascinati al libero reggimento, più dalla paura del popolo che
dalla fede e dall'indole dell'anima per il miglioramento umano.

Anzani ch'io avevo lasciato presso mia madre — impaziente, e spinto dal
proprio genio di fuoco — ci aveva preceduti in Genova, imbarcandosi col
vapore; ad onta della spossatezza, e debilità, a cui lo avea ridotto la
mortale sua malattia —

Qui comincia l'ostracismo, a cui mi condannarono gli amici di Mazzini
(1848) — e che dura oggi — (1872), più ostinato che mai — il di cui
motivo o pretesto, fu senza dubbio — per voler io marciare coi miei
compagni, sul campo di battaglia, allora sul Mincio e nel Tirolo; e
ciò perchè era un esercito reggio, quello che stava alle mani cogli
Austriaci —

E si osservi: che i capi allora, che tormentavano il povero moribondo
Anzani, chiedendoli mi ammonisse — sono gli stessi che formano oggi la
falange dei servi più fedeli alla monarchia!

Quando io intesi il mio amato fratello d'armi, di tante gloriose pugne
— raccomandarmi: «di non abbandonare la causa del popolo»! io confesso:
ne fui profondamente amareggiato — forse più che non lo fui in questi
giorni, nell'udirmi chiedere: «di dichiararmi apertamente Republicano»!

In pochi giorni cessò di vivere quel veramente Grande Italiano, in casa
dell'amico Gaetano Gallino — per cui l'Italia tutta avrebbe dovuto
vestirsi a lutto — e s'egli, per fortuna nostra — fosse stato alla
testa del nostro esercito — certo da molto, la penisola sarebbe sgombra
da qualunque dominatore straniero — Io certo, non ho conosciuto un uomo
più compito, più onesto, e più altamente militare d'Anzani —

La salma dell'illustre guerriero, traversava modestamente la Liguria e
la Lombardia, per esser sepolta nella tomba dei suoi padri in Alzate,
luogo della sua nascita —



                                                           2º Periodo

CAPITOLO II.

A Milano.


Il proposito nostro: dalla partenza d'America, era stato di servire
l'Italia, e combattere i nemici di lei, comunque fossero i colori
politici, che guidassero i nostri alla guerra d'emancipazione —

La maggioranza dei concittadini, manifestava lo stesso voto — ed io
dovevo riunire il piccolo nostro contingente a chi combatteva la guerra
Santa — Era Carlo Alberto il condottiero di chi pugnava per l'Italia —
ed io mi dirigevo a Roverbella — quartier generale principale allora —
ad offrire senza rancori il mio braccio, e quello de' compagni, a colui
che mi condannava a morte nel 34 —

Lo vidi, conobbi diffidenza nell'accogliermi, e deplorai nelle
titubanze ed incertezze di quell'uomo — il destino male affidato della
nostra povera patria.

Io avrei servito l'Italia agli ordini di quel re — collo stesso
fervore, come se Republicana fosse; ed avrei trascinato sullo
stesso sentiero di abnegazione quella gioventù, che mi concedeva
fiducia —

Far l'Italia una e libera dalle pestilenze straniere era la meta mia —
e credo lo fosse dei più in quell'epoca — L'Italia non avrebbe pagato
d'ingratitudine, chi la liberava —

Io non solleverò la lapide di quel defunto — per pronunziarmi sul
suo contegno — ne lascio alla storia il giudizio — dirò soltanto; che
chiamato dalla posizione, dalle circostanze, e dalla generalità degli
Italiani, a guida, nella guerra di redenzione — ei non corrispose alla
concepita fiducia e non solo, non seppe adoperare gli elementi immensi,
di cui poteva disporre — ma ne fu l'oggetto principale di ruina.

Da Genova marciavano i miei compagni verso Milano, sotto l'infausta
impressione generalmente prevalsa, e senza dubbio suscitata da nemici —
dell'inutilità, e perniciosa influenza dei corpi volontari —

Mentre io correvo da codesta città a Roverbella, da Roverbella a Torino
— e quindi a Milano, senza poter ottenere di servire il mio paese,
sotto nessun titolo —

Casati, del governo provvisorio di Lombardia, fu l'unico, che credete
potersi valere dell'opera nostra, agregandoci all'esercito Lombardo
— Collo stabilirmi in Milano, terminai dunque le mie scorrerie da
vagabondo —

In Milano, il governo provvisorio, incaricavami dell'organizzazione di
vari frammenti di corpi includendovi i pochi miei compagni d'America
— e le cose non sarebbero andate male, senza l'ingerenza malefica d'un
ministro reggio, Sobrero — le di cui mene, ed indefinibili procedimenti
mi racapricciano tuttora —

I membri del governo provvisorio collocati dalle circostanze, in
quella posizione — eran dabbene io credo, ad onta di manifestate
opinioni politiche contrarie alle mie — ma certamente mancavano
d'esperienza, e non erano gli uomini adeguati a quei tempi d'urgenza e
di convulsioni —

Sobrero aprofittavasi della loro debolezza, e li trascinava a
sua voglia — e padroneggiata da Sobrero quella buona gente senza
esperienza, camminava verso il precipizio senza accorgersene —

La febbre acquistata nel mio viaggio a Roverbella, e le conferenze
con Sobrero — che fra le altre antipatie avea quella della camicia
rossa — che diceva: troppo apparente alle fucilate nemiche — mi resero
il soggiorno della bella e patriotica città delle cinque giornate —
insoportabile — e respirai giubilante, il giorno in cui sortivo dalla
capitale della Lombardia, diretto su Bergamo con un pugno di gente
nuda, e mal'armata — un'altra volta per organizzare — destino niente
adeguato all'indole mia — ed alle scarse mie cognizioni di teorie
militari —

Si osservi: che tale mia gente, componevansi per la maggior parte di
depositi, o di scarti, dei corpi volontari che militavano nel Tirolo —
viziati da lunga dimora nella capitale —

Fu brevissimo il nostro soggiorno in Bergamo —

Mentre si erano prese alcune misure, ed osservazioni di difesa — mentre
si trattava — con ogni mezzo possibile di chiamare alle armi quelle
brave popolazioni — e si spedivano agenti nelle valli, e montagne a
riunirne i robusti abitatori — per mezzo principalmente, dei nostri
incomparabili Davide e Camuzzi, la di cui influenza era somma — e le
di cui opere faticose, finirono per riuscire intieramente nulle dalla
precipitata partenza — ordine perentorio da Milano ci richiamava, ove
ragiungere l'esercito nostro in ritirata davanti agli Austriaci — e
per prender parte alla gran battaglia, che doveva aver luogo presso
quella città Sotto buoni o cattivi auspici — si trattava finalmente di
combattere — e non vi fu tempo perduto —

Vari depositi di battaglioni Piemontesi — ed altri che si stavano
formando sotto la direzione del prode Gabriele Camuzzi — con due
piccoli pezzi d'artiglieria, ben disposti appartenenti allo stesso
— e la piccola collonna, formata con il nome di Legione Italiana, e
guidata dai veterani di Montevideo — in tutto più di tre milla uomini,
marciavano ardentemente per cooperare alla decisione delle sorti della
patria —

In Trecate, si lasciarono bagagli e sacchi, per poter marciare più
celeremente — Vicini a Monza, si ebbe l'ordine di operare sulla destra
del nemico — e già si pigliavano le disposizioni all'uopo mandando
esploratori a cavallo per saperne i movimenti e le disposizioni —
Ma giunti a Monza, vi giungeva contemporaneamente la notizia della
capitolazione e dell'armistizio; e torrenti di fuggitivi non tardarono
ad ingombrar le strade —

Io avevo veduto poco tempo prima l'esercito piemontese sul Mincio — e
l'anima mia avea palpitato d'orgogliosa fiducia, alla vista di quella
bella gioventù impaziente di trovare il nemico — Io convissi tra vari
ufficiali di quell'esercito alcuni giorni — già fatti alle fatiche del
campo — coll'ilarità del guerriero sospirando battaglie — Oh! certo,
io avrei speso la mia vita con giubilo al lato di codesti prodi — se un
conflitto vi fosse accaduto, co' nemici dell'Italia —

Oggi, si diceva quell'esercito in rotta, senza sconfitte, morendo
di fame nella pingue Lombardia, col Piemonte e la Liguria alle
spalle; e senza munizioni, con Torino, Milano, Alessandria, Genova
intatte, ed una nazione intiera, volenterosa e pronta ad ogni chiesto
sacrificio —

Eppure ricadeva nel servaggio, l'Italia! Disfatta a brani — e non
apparì la mano capace di raccoglierli, e spingerli in fascio contro i
nemici ed i traditori! Essi riuniti e ben guidati, erano bastanti per
traditori e nemici!

Armistizio, capitolazione, fuga, furon notizie che ci colpiron come
fulmine l'una dopo l'altra — e con esse la paura e la demoralizzazione
— tra popolo, nelle fila e dovunque —

Certi codardi, che sventuratamente trovavansi tra la mia gente,
abbandonarono i fucili sulla stessa piazza di Monza — e cominciarono
a fuggire in tutte le direzioni — i buoni adirati, e scandalizzati
a tanta vergogna, puntavan le armi per fucilarli; e per fortuna io e
gli ufficiali, potemmo prevenire l'eccidio, ed impedire un completto
scompiglio — Castigaronsi alcuni dei fuggenti — altri furono degradati
e cacciati —

Tale stato di cose mi decise ad allontanarmi da quel teatro di
sciagure — e dirigermi verso Como, coll'intenzione di trattenermi in
quell'alpestre paese, aspettando il risultato degli eventi — e deciso a
far la guerra di bande se altro non si poteva —

Da Monza a Como, mi comparì Mazzini[69] colla sua bandiera «Dio e
popolo» — Egli si riunì a noi in marcia, e seguì a noi riunito sino a
Como — Da Como passò in Svizzera — mentre io mi disponevo di tener la
campagna nei monti Comaschi — Molti dei suoi aderenti, o supposti, lo
accompagnarono e lo seguirono sulla terra straniera — Ciò naturalmente
servì di stimolo ad altri, per abbandonarci — e si diradarono quindi le
nostre fila —

A Milano io avevo commesso l'errore, che Mazzini mai mi ha perdonato,
di suggerirli: non esser bene il trattenere una quantità di giovani —
colla promessa di poter proclamare la Repubblica — mentre esercito e
volontari combattevano gli Austriaci —

Giunti in Como vi trovammo meno disordine — però non meno lo sgomento
cagionato dai successi funesti di Milano e dell'esercito —



                                                          2º periodo.

CAPITOLO III.

A Como, Sesto Calende, Castelletto.


Giunti in Como fummo bene accolti da quella buona popolazione — che
anteriormente già aveva manifestato per noi molta simpatia — essendo,
la loro brama, stata manifestata sino dal nostro primo arrivo in Milano
— cioè: che noi fossimo destinati a Como piutosto che in altro luogo
per organizzarci —

Le autorità municipali pure — ci accolsero bene, e ci provviddero di
quanto potevano — massime di vestimenta di cui mancava molto la mia
gente —

Circa a metter la città in istato di difesa, e tenere contro gli
Austriaci; — non fu del loro assentimento — e realmente codesta città
abbisognerebbe di molte opere di fortificazioni esterne — e di molta
gente per difendersi da un nemico superiore — Essa ha molte eminenze
che la dominano — e trovassi nel basso, edificata sulla sponda del
lago —

Nel secondo giorno del nostro arrivo in Como — vi giunse il generale
Zucchi in vettura — tragittando per la Svizzera — Quando la popolazione
conobbe il suo arrivo — e la di lui intenzione di abbandonare l'Italia
— si accese di sdegno — corse all'albergo ove aveva smontato — ed
affollatta, manifestava l'intenzione di trarlo fuori, e malmenarlo.

Io fui avvisato a tempo, mi recai sul luogo, e pervenni a calmare
il popolo — osservando l'età, e le glorie passate del vecchio
generale —

Nella sera dello stesso giorno, sgombrammo Como — e dopo breve marcia,
campammo a ponente della città sulla strada di S. Fermo.

In Como disertarono molti dei nostri — passando nella vicina Svizzera
— e credo molti altri non fecero lo stesso, per vergogna di quel bravo
popolo — caldo sempre per la causa patria — ma aspettarono di esser
fuori della città per abbandonar le fila dei prodi che si disponevano a
difender l'ultimo lembo della terra Italiana —

Nella prima notte di accampamento all'aria aperta la diserzione fu
molta — e mucchi di fucili abandonati comparivano all'alba nel campo —
Abbenchè in onore del vero — ed acciò i miei concittadini, coll'esempio
del passato, imparino a non abbandonare sì leggermente il bellissimo
lor paese al vorace straniero — io racconto come furono le nostre
vergogne — In onore del vero, però, devo pur dire: che trovavansi i
miei militi — massime un battaglione Vicentino — per la maggior parte
vestiti di tela, e senza capoti — ad onta della generosità dei Comaschi
— che fecero per noi quanto poterono — I commissari regi, che in Milano
trovavano la camicia rossa troppo apparente alla vista del nemico — non
curaronsi però di fornirci di un capotto — destino dei miei volontari
in tante circostanze. La vicinanza della Svizzera, acresceva poi, la
voglia di defezione — e certo la maggior parte preferivano di andare
raccontando i loro fasti gloriosi, nei cafè, e negli alberghi di Lugano
— che di rimanere ai disagi ed ai pericoli del campo —

Pochi giorni vagammo per quelle montagne — raccogliendo le armi dei
nostri disertori — caricandole su carri requisiti, che marciavano colla
collonna — Ma tale soverchiante impedimenta cresceva ogni giorno, e
somigliavamo piutosto ad una caravana di beduini — che a gente disposta
a combattere per la sua terra — mi determinai quindi ad abbandonare
provvisoriamente la Lombardia e passare in Piemonte — Ci dirigemmo per
Varese, e di là a Sesto Calende — ove passammo il Ticino — avendo già
sulle nostre traccia, un corpo di Austriaci —

A Castelletto, sulla sponda destra del Ticino, io divisai di fermarmi
— e consultai le autorità di quel piccolo paese, ma eccellente:
se concorrerebbero alla difesa in caso fossimo lì attacati dal
nemico —

Assentirono volenterosamente tutti — autorità civili e popolo — e
si principiò un lavoro di fortificazioni volanti, che non avrebbero
mancato di attuare valida resistenza — essendo il sito assai
difendibile —

Il morale della gente erasi pure rinfrancato —

Il Capitano Ramorino, mandato sulla sponda opposta del fiume, ov'eran
comparsi i nemici, aveva fugato un loro posto avanzato, feriti alcuni,
e portato come trofei nel campo nostro, alcune lancie ed attrezzi di
cavalleria —

Passammo alcuni giorni in Castelletto; il nemico mi significò la
sospensione d'armi — ch'io feci osservare — ma non convenni sulla
scambievolezza propostami, di visite reciproche dall'uno all'altro
campo —

Giunse l'armistizio Salasco, e tutti fummo sdegnati dalle degradanti
condizioni — Si suggellava il servaggio, della, povera Lombardia — e
noi eravamo venuti per difenderla — acclamati campioni di quel popolo
infelice — e nemmen sguainammo le nostre sciabole per esso! Vi era da
morire dalla vergogna!



                                                          2º periodo.

CAPITOLO IV.

Ritorno in Lombardia.


Un proclama di reprobazione all'infame patto, era emesso
immediatamente, e non ad altro si pensò più, che a ripassare
sulla terra Lombarda — per combattere i suoi oppressori — comunque
fosse —

Da Lugano, alla notizia dell'armistizio, ci giunse Daverio, inviato da
Mazzini, con promesse d'assisterci in uomini e mezzi, per ritentar la
prova — e fu formaggio sui maccheroni —

Eranvi, sul lago Maggiore, due vapori — impiegati per commercio
e passeggieri, tra l'Italia e la Svizzera — e la prima idea fu
naturalmente d'impossessarsi di quei vapori per agevolarci il traslato
— Ad Arona aprodavano periodicamente, ed era il punto più prossimo a
noi; in una marcia di notte fummo in Arona — e padroni d'uno di quei
piroscafi, l'altro giunse nella giornata ed ebbe la stessa sorte — Un
numero proporzionato di barche, ricevette cavalli, materiali, e parte
della fanteria; i due piccoli cannoni furono collocati a bordo dei
vapori — Diede la municipalità d'Arona, il richiesto, in fondi e viveri
— e presimo la direzione per Luino, trascinando coi piroscafi tutte le
barche cariche —

Fu pure commovente spettacolo la marcia nostra, lunghesso la costa
occidentale del magnifico lago —: Una gran parte delle famiglie
Lombarde, emigrate dalle loro case, avevano scelto la loro residenza
su cotesta pittoresca sponda, una delle più belle del mondo — Conscie
del nostro proposito, ci salutavano dovunque, con bandiere, fazzoletti,
panni, ed evviva di giubilo —

Scorgevansi quelle bellissime nostre donne — sporgenti dai balconi
delle case — con quei volti graziosissimi — così animate — come se
avessero voluto volare per ragiungere i prodi che non disperavano di
strappare all'oppressore i focolari loro —

Noi rispondevamo agli evviva degli amati concittadini ed erimo
orgogliosi certamente del loro plauso — e della risoluzione nostra.

Traversammo il lago, e giunsimo a Luino — ove sbarcammo in numero di
ottocento uomini circa, pochi cavalli, e lasciando a bordo dei vapori
comandati da Tommaso Risso i due cannoni.

All'altro giorno, mentre eravamo in disposizione di moversi dalla
Becaccia (Albergo in Luino), per internarsi nel Varesotto — seppi che
una collonna Austriaca si avanzava verso di noi, per la strada maggiore
da mezzogiorno.

Essendo già, la collonna nostra, internata in un sentiero che conduce
pure a Varese per scorciatoja, feci retrocedere immediatamente la
coda della collonna, ed ordinai ad una compagnia di retroguardia,
che riprendesse la suddetta posizione della Becaccia — co' circuiti
per impedirne la possessione al nemico — Ma fu tardi; già giunti in
forze a quel punto — se ne impadronirono, e facilmente respinsero i
pochi nostri — Divisa in tre corpi era la piccola nostra collonna — e
ristretta nell'angosto sentiero — nell'impossibilità di spiegarsi, ed
aver altra ordinanza, senonchè quella di fianco; per esser lo stesso
incassato tra alte rupi — ma ritornando verso la Becaccia, eravi più
spazio — e vi si potevano schierare in collonna per sezioni, il terzo
ed il secondo corpo —

Io consideravo l'Albergo, qual chiave della posizione, e quindi
obbiettivo del campo di battaglia — di cui bisognava impadronirsi — o
se no, abbandonare il campo coll'apparenza d'una sconfitta —

La Becaccia aveva una forte casa, vari recinti, ed attorniata da una
quantità di siepi, e pile di legna tuttociò in potere del nemico,
e che bisognava conquistare. Era d'uopo quindi caricar la posizione
risolutamente ed il terzo corpo assaltò per scaglioni — che ad onta
degli sforzi del maggiore Marrocchetti che lo comandava, e dei suoi
ufficiali — fu respinto —

Il secondo corpo, de' bersaglieri Pavesi, comandato del Maggiore Angelo
Pegurini, ebbe ordine di caricare — e fratanto il Capitano Coccelli,
arrampicandosi colla sua compagnia, sopra un muro alla sinistra nostra
— appariva sul fianco destro del nemico —

I Pavesi, caricavano coll'intrepidezza di vecchi soldati — era il primo
combattimento a cui assistevano — e ad onta di cadere vari di loro —
pervennero a bajonettare gli Austriaci — che stupiti da tanto valore,
e dall'apparizione di Coccelli sulla loro destra volsero in completta
fuga —

Con cinquanta cavalieri per perseguirli — pochi o nessuno si sarebbero
salvati, di quei nemici d'Italia — I pochi uomini a cavallo ch'io avevo
— tra loro gli ufficiali Bueno e Giacomo Minuto d'alto valore — erano
occupati come esploratori o vedette —

Morirono alquanti Austriaci, e 37 rimasero prigionieri, con un
medico[70]

Il risultato di quella vittoria, ci lasciò padroni del Varesotto,
che percorremmo in ogni senso senza ostacoli — Le popolazioni di quei
paesi, rialzaronsi dall'abattimento loro. ed entrammo in Varese, alle
acclamazioni entusiastiche di quella buona gente —

In tale occasione, rinatami era la speranza, nutrita da tant'anni, di
portare i concittadini nostri, a quella guerra di bande, che a difetto
d'esercito organizzato — potrebbe preludiare all'emancipazione della
patria — promovendo l'armamento generale della nazione — quando questa,
avesse avuto veramente l'intima e risoluta volontà di redimersi —
Distaccai perciò la compagnia del capitano Medici, composta di gioventù
scelta, e varie altre, ad operare separatamente.

Ma in Luino dovevan terminarsi i successi della campagna — La
capitolazione di Milano, la ritirata dell'esercito Piemontese — e
l'abbandono del territorio Lombardo, dei numerosi corpi di volontari
di Durando, Griffini, ecc. — avevano scoraggito le popolazioni, vi era
stato bensì un barlume d'entusiasmo al nostro riaparire e colla pugna
felice di Luino — ma lo sconforto ripigliava alla vista del piccolo
nostro numero — ed alla diserzione dei nostri militi, fomentata da
coloro stessi che da Lugano ci avean promesso sussidi e gente!

Medici dopo d'aver fatto il possibile, e battuttossi coraggiosamente
con un corpo superiore di nemici, era stato obligato di passare in
Svizzera — Degli altri distaccamenti non merita far menzione —

Fratanto ingrossavano gli Austriaci in ogni direzione — e non
vergognavansi di mandar forze imponenti, contro un pugno di volontari
Italiani — Stettimo poco in Varese, e vari giorni nelle vicinanze —
gambettando per non incontrare i nemici, sempre a noi superiori — e
giornalmente aumentando —

Nei dintorni di Sesto Calende, ci si riunirono un Capitano Napoletano
della collonna di Durando, con alcuni uomini, e due pezzi d'artiglieria
di grosso calibro, che in altra circostanza, ci sarebbero stati
preziosi — ma nella presente ci riuscirono di vero imbarazzo — non
potendo noi misurarsi a campo aperto con sì numerosi nemici —

Feci riprender la via del Ticino al Capitano coi pezzi, e rimasero con
noi, i militi pochi ma buona gente — Era necessario moversi, e cambiar
di posizione, quasi ogni notte, per ingannare i nemici — che per
sventura d'Italia — massime in quei tempi — trovavan sempre una massa
di traditori, disposti a far loro la spia — mentre per noi, anche con
pugni d'oro, era difficile sapere esattamente del nemico — Qui facevo
le prime esperienze — del poco affetto della gente della campagna, per
la causa nazionale. Sia per esser essa creatura e pasto di preti — sia
per esser generalmente nemica dei propri padroni — che coll'invasione
straniera, eran, per la maggior parte obligati ad emigrare — lasciando
così i contadini ad ingrassare a loro spese —

Quindi altre fermate non si facevano — che per lasciar riposare i
militi — e per raccogliere i viveri sufficienti —

Si passò, in tal guisa, alcun tempo — aspettando i nemici di giorno, in
forte posizione — ove non ardivano attaccarci — E quando ingrossando,
cercavano di attorniarci — si marciava di notte per altre tali
posizioni — ove ordinariamente succedeva lo stesso —

In quei movimenti, che certamente richiedevano non poca pratica del
paese — mi valeva immensamente il nostro Daverio — altro Anzani —
nativo di quelle contrade — amato generalmente da tutte le classi —
e con un'anima imperturbabile — e valorosissimo — egli qualunque cosa
trovava facile, ed agevolava — Anche nel fisico, Daverio somigliava a
quell'incomparabile mio fratello d'armi di Montevideo — ed avea di più,
salute ferrea —

L'imponenza delle numerose truppe Austriache atterrava le popolazioni
— Un abitante solo, di qualunque classe, non si riuniva a noi — e
difficilmente incontravansi guide — Dalla Svizzera — da dove si sperava
corressero i giovani emigrati ad incorporarsi a noi — e ci venissero
somministrati dei mezzi, da chi poteva — non solo nessuno si moveva ad
ingrossar la piccola nostra collonna — ma di là stesso, ci giungevano
voci d'alte imprese — preparate nel quartier generale di Mazzini — che
cagionavano la diserzione tra i nostri militi — quindi scoramento tra i
pochi che rimanevano —

Verso Ternate, fummo rinchiusi talmente tra le collonne nemiche — che
ben difficile riuscì lo scansarle — ed impossibile sarebbe stato in un
terreno piano — ma la montuosità del paese ci favorì ancora, e ci salvò
da certa perdita — Qui valse ancora sommamente Daverio, con alcune
guide da lui trovate —

Noi marciammo verso quella collonna nemica, che più vicina ci sembrava
— e risolutamente — Tra noi, e la stessa, era una valle profonda —
giunta la nostra testa al basso — mentre il nemico credeva d'esser
attaccato dall'altra parte — si converse a sinistra — ed un po'
precipitosamente, bisogna confessarlo — ci dirigemmo verso Morazzone
— lasciando il nemico alcune miglia dietro di noi — Cammin facendo si
riuniva il pane, ch'era possibile trovare nei paesi circonvicini, e sul
[dorso] di fachini, in gerle seguiva la collonna.

Giunti a Morazzone verso le cinque pomeridiane, si schierò la gente
nella strada principale — ove doveva star di fianco per la strettezza
di quella, e vi si divisero i viveri, e la paga competente, con ordine
di non moversi dalle fila, e di non lasciar i fucili —

Era terminata la distribuzione — e già si era data la disposizione di
marcia — Io avevo preso un pezzo di pane ed un bicchier di vino, sullo
stesso banco ove si faceva la distribuzione — quando alcuni de' miei
ufficiali che avevano fatto preparare del brodo vennero ad invitarmi di
condividere la loro mensa — Eravamo presso porta Varese nel pianterreno
d'una casa, quando repentemente si odono grida al di fuori — e
precisamente nella porta suddetta — Erano gli Austriaci che entravano
frammisti alle guardie nostre — che per fame o per stanchezza s'erano
lasciate sorprendere — Io non so tuttora di chi fosse il tradimento
o la colpa, ma certo — se non fu tradimento — fu colpa di chi doveva
vigilare — Comunque, erano i nemici dentro e non distavano cinquanta
passi dal sito, ove mi trovavo con una mano d'ufficiali, gli stessi che
mi avevano invitato.

Cadeva la notte, e lascio pensare qual confusione nacque nella gente
nostra — milizia di pochi giorni — e non troppo superiore in morale —
Metter mano alla sciabola, ed uscire alla riscossa, fu mestieri, farlo
in un punto e senza più riflessioni — coi pochi ma prodi ufficiali che
mi accompagnavano — Tra quelli Daverio, Fabrizi, Bueno, Cogliolo, un
Giusti, giovane Milanese ajutante mio, mortalmente ferito nel conflitto
e poi morto — Giovane d'un valore incomparabile, e la di cui memoria,
io raccomando ai miei conterranei —

Alla voce nostra fermaronsi i fuggenti — e si rivolsero a chi li
perseguiva cozzandosi corpo a corpo — Vi furono alcuni momenti di
mischia, di flusso e di riflusso; ma finalmente il valore Italiano la
vinse — e fu respinto il nemico fuori di Morazzone — Si presero delle
misure di difesa, barricando le avvenute — ed impossessandosi d'alcune
case sul limitare del villaggio atte all'offesa —

Io devo menzionare un Capitano Pollaco, che con noi trovavasi con
pochi suoi concittadini — e che fecero prodigi di valore — Duolmi
non ricordare i nomi di quei bravi compagni — che sì brillantemente
sostennero la riputazione di bravura della loro nazione —

I nemici messi fuori di Morazzone, eseguivano intanto le atroci
pratiche da loro usate sempre — e particolarmente in Italia, la terra
delle espiazioni, e del martirio — cioè: l'incendio — ed incendiarono
senza misericordia, tutte le case intorno al paese — mentre
cannonegiavano indistintamente nell'interno — l'incendio comunicavasi
dall'una all'altra casa, con spaventoso frastuono e progresso — mentre
le fucilate d'ambe le parti ne aumentavano il rumore —

Respinti una volta gli Austriaci — non tentarono più d'assaltarci — A
noi, era impossibile d'attaccarli nelle loro posizioni; ma considerando
ogni circostanza altro da fare non rimaneva che ritirarsi e tentarlo
ad ogni costo — certi d'esser acerchiati da forze preponderanti nella
mattina —

Il nemico già numeroso riceveva gradatamente rinforzi — Noi, pochi, —
col morale scosso[71], e soperchiati da un incendio che guadagnava mano
mano, l'interno del villagio — eravamo ridotti come la salamandra — e
non rimaneva per salvezza: che una ritirata — e la effetuammo verso le
11 della notte —

Dopo d'aver ordinato la gente — medicati — come si poteva, i feriti, e
posti alcuni di loro a cavallo, s'incominciò a difilare, per una delle
stradelle non osservate dal nemico — e che già era stata barricata
da noi — Guide non se ne poteva trovare — e fummo obligati di far
marciare un curato, che ci accompagnò colla maggior renitenza — Ed era
naturale quella classe di vampiri stanno in Italia per far i mezzani
allo straniero — Codesto prete — consegnato a due dei nostri che lo
conducevano in mezzo — ci servì poco — e potè fuggire a poca distanza
ad onta della possibile vigilanza —

Era oscura la notte, ed illuminata solo dall'incendio — La marcia si
cominciò in ordine, e durò così per un pezzo; si chiedeva sempre e
si raccomandava di far passare la voce: «se giungeva la coda della
collonna» — Sì risposero alcune volte: «giunge, giunge» — Una volta
poi, si rispose: «non giunge» e ad onta di fare una lunga fermata — far
tornare quanti ajutanti si trovavano ancora vicini a me — tra i quali
Aroldi e Cogliuolo — e quindi tornare io stesso sino vicino a Morazzone
— non mi fu più possibile di riunire la gente — Erimo rimasti circa una
sessantina —

Tale avvenimento mi cagionò molto rammarico — tanto più, che tra i
separati, v'erano i nostri poveri feriti — Coccelli, un bravo milite
Polacco — Demaestri, ch'ebbe poi il braccio destro amputato — ed altri
di cui non rammento i nomi —

La mutilazione del prode Demaestri, non lo impedì poscia di combattere
da valoroso qual'era stato sempre, alla difesa di Roma, a Palestrina,
a Vellettri — e lasciar tra gli ultimi la nobile contesa Italiana
verso S. Marino — ove congedato, lo arrestarono gli Austriaci, e lo
malmenarono con atroce bastonatura — Chiedasi se tale trattamento fu
mai operato ai nostri Austriaci prigionieri — e lo ricordino bene i
nostri Italiani — quanto fecero a danno ed a vergogna nostra — cotesta
peste, che per tanto tempo afflisse la bella penisola e che tuttora ne
insudicia le frontiere —

Dopo alquanto dimora, fu d'uopo seguire, ed allontanarsi dal grosso de'
nemici durante la notte —

In quella faticosa marcia di notte — per sentieri quasi impraticabili
— circa una metà de' compagni si divise ancora — e si raggiunse la
frontiera svizzera all'altra sera, in numero di circa una trentina
— Frazionati a piccoli gruppi — guadagnarono la Svizzera tutti gli
altri —



                                                          2º Periodo.

CAPITOLO V.

Inazione, e tedio.


Le febbri acquistate a Roverbella mi continuavano — io avevo fatto
tutta la campagna tormentato da esse — e giunsi quindi in Svizzera
spossato —

Comunque, io non disperavo: si potesse ritentare alcuna impresa sul
territorio Lombardo — La gioventù era molta in Svizzera — la quale
dopo d'aver tastato le primizie dell'esiglio — era volonterosa di
ripigliare la campagna a qualunque costo. Il governo Svizzero non
era disposto certamente a cimentarsi coll'Austria, proteggendo
l'insurrezione Italiana — La popolazione Italiana però del Canton
Ticino — simpatizzava naturalmente con noi, e si potevano sperare dei
sussidï — dai singoli individui di cotesta parte della Svizzera — ove
s'era raccolta la massa dell'emigrazione —

Io ero obligato a letto in Lugano — quando un colonnello federale mi
propose — che se fossimo disposti a ritentar la sorte — egli — non
come appartenente al governo Svizzero — ma come Luini — (era il suo
nome) coi suoi amici, ci avrebbero favoriti ed ajutati in qualunque
modo possibile — Feci parte di tale proposta a Medici — allora il
più influente nello stato maggiore di Mazzini — e Medici mi rispose:
«Noi faremo meglio» — Dalla risposta di Medici — che capivo venire
dall'alto — mi persuasi: esser la mia presenza in Lugano — inutile — e
dalla Svizzera passai con tre compagni — per la Francia — per recarmi
a Nizza, ove curarmi, a casa mia, delle febbri che continuavano ad
assalirmi —

Giunsi a Nizza, e vi passai alcuni giorni colla famiglia procurando
di curarmi — Essendo però più ammalato ancora, d'anima che di corpo
— il tranquillo soggiorno della mia casa — non mi convenne e passai
a Genova — ove più romoreggiava l'insofferenza publica, per la patria
umiliazione — ed ivi terminai di curarmi.

La marcia degli avvenimenti in Italia, non minacciava ruina ancora —
ma ispirava diffidenze fondate — La Lombardia era ricaduta sotto il
tiranno — L'esercito piemontese che ne avea impugnato la difesa, era
scomparso; non distrutto ma colla coscienza in cui stavano i suoi capi
— della sua impotenza —

Quell'esercito, con gloriose tradizioni, e composto di personale
brillante — era sotto l'influenza d'un incubo; d'una fatalità
inesplicabile — ma desolante ma terribile! Sia, chi si fosse: il
genio della frodde, del mercimonio — della maledizione! delle nostre
sciagure! ne presiedeva il destino, e ne incatenava l'azione — Esso
non avea perduto battaglie — ma chi sa perchè? s'era ritirato davanti
al nemico disfatto! Sotto il pretesto di premunirsi dalle trame degli
esaltati — che fecondavano in Italia, naturalmente, per la fredezza
e duplicità dei principi — s'infievoliva l'entusiasmo Italico nelle
milizie — e si paralizzavano —

Codesto esercito — che sostenuto dall'intiera nazione com'era — avrebbe
fatto miracoli, sotto la direzione d'un uomo che avesse calpestato le
paure e le differenze — marciando diritto alla meta — era all'incontro
ridotto al nulla —

Dalla Lombardia si ritirava l'esercito — sbandato, non vinto —
Dall'Adriatico la squadra, men vinta ancora — Alla mercede del barbaro
dominatore giacevano i popoli — che scossero con tanta gagliardia ed
eroismo, il giogo infame — senza l'ajuto di nessuno! Che cacciarono,
quando soli, in cinque memorabili giornate — gli aguerriti mercenari
dell'Austria, come gregge —!

Nei ducati — in potere ancora del nostro esercito, fermentava la
reazione — ed in Toscana, retta da un dittattore che giudicherà la
storia — In ambi i paesi, si armavano i contadini — che si armeranno
sempre contro libero reggimento, fomentati da preti, spie e fautori
dello straniero —

Negli Stati Romani — eran chiamati Rossi e Zucchi alla direzione delle
cose politiche e dell'esercito — per coprire sotto quelle vecchie
reputazioni, i progetti retrogradi, che già dominavano —

Le popolazioni ingannate, dopo d'aver contemplato l'aurora del
risorgimento — infuriavano — Bologna nell'immortale 8 Agosto — riceveva
il primo regalo d'Austriaci, chiamati da' preti, a fucilate, e li
fugava spaventati fino al di là del Po —

Il popolo di Napoli, faceva pure di magnanimi sforzi, contro il suo
carnefice — ma era meno felice —

La Sicilia che si presentava quale baluardo, e sostegno della libertà
Italiana — dopo eroïci sforzi fluttuava nella scelta d'istituzioni
politiche, per difetto d'un uomo che ne dirigesse i destini —

Infine l'Italia tutta, piena d'entusiasmo, e d'elementi d'azione —
capaci non solo di resistere, ma d'assalire il nemico sul suo terreno
— era ridotta alla prostrazione ed all'inerzia, per l'imbecillità e la
perfidia de' reggitori: — re, dottori, e preti —

Giungeva, mentre io mi trovavo in Genova, Paolo Fabrizi, e m'invitava
per parte del governo di Sicilia a passare in quell'isola — Io
acconsentiva contento — e con 72 de' vecchi e nuovi compagni, la
maggior parte buoni ufficiali — c'imbarcammo a bordo d'un vapore
Francese a quella via —

Toccammo Livorno — io contavo non sbarcare; ma saputo il nostro
arrivo da quel popolo generoso ed esaltato — fu forza cambiare di
proposito —

Sbarcammo: io piegai forse indebitamente alle sollecitudini di quella
popolazione, — che frenetica pensò: noi allontanarsi forse troppo
dal campo d'azione principale — Mi si promise, che dalla Toscana si
formerebbe una forte collonna, e che accresciuta di volontari sul
transito, si poteva, per terra, marciare sullo stato Napoletano,
e coadjuvare così, più eficacemente alla causa Italiana, ed alla
Sicilia —

Mi conformai a tali proposte — ma mi avvidi ben presto dello sbaglio
— Si telegrafò a Firenze, e le risposte, circa ai progetti menzionati,
erano evasive.

Non si contrariava apertamente il voto emesso dal popolo Livornese,
perchè se ne avea timore — ma da chi capiva qualche cosa, si poteva
dedurne il dispiacimento del governo — Comunque fosse era la fermata
decisa, e partito il vapore —

Il nostro soggiorno in Livorno fu breve; si ricevettero alcuni fucili
— ottenuti più dalla buona volontà di Petracchi, capo popolano e dagli
altri amici, che da quella del Governo — L'aumento del numerico della
nostra forza era insignificante — Si disse di marciare a Firenze, ove
si farebbe di più; ma peggio —

In Firenze, accoglienza magnifica del popolo — ma indifferenza, e fame
per parte del governo — e fui obligato d'impegnare alcuni amici per
alimentare la gente —

Era il duca nella capitale della Toscana — Si diceva però, la somma
delle cose — nelle mani di Guerrazzi — Io scrivo la storia — e spero
non offendere il grande Italiano, se dico il vero —

Montanelli, acclamato meritamente dalla generale opinione, lo trovai
quale me l'ero immaginato: leale, franco, modesto, volente il bene
dell'Italia, col cuore fervido d'un martire — ma l'antagonismo
d'altri neutralizzava qualunque buona determinazione; e poco valse
perciò, la breve permanenza al potere del milite prode e virtuoso di
Cortatone —

Da Firenze, ove stimai, inutile e tedioso il nostro soggiorno, divisai
passare in Romagna, ove si sperava far meglio — e da dove, all'ultimo,
sarebbe stato più facile di recarci a Venezia per la via di Ravenna.
Però, nuovi guai, e più aspri, ci aspettavano sull'Apennino.

Sulla strada, ove dovevimo avere i necessari sussidi, per provvedimento
del governo Toscano — altro non trovammo, che la benevolenza degli
abitanti — volonterosi ma insufficienti ai bisogni nostri — Una lettera
del governo suddetto ad un sindaco della frontiera — limitava la
sussistenza, ed ordinava lo sgombro agli importuni avventurieri —

In tale situazione, giunsimo alle Filigari, e vi trovammo il divieto
per parte del governo pontificio, di varcar la frontiera — Almeno i
preti eran conseguenti — trattavano da nemici!

Zucchi, lo stesso da noi salvato a Como — allora ministro della guerra,
accorreva da Roma, per far eseguire gli ordini — E da Bologna marciavan
un corpo di Svizzeri papalini, e due pezzi d'artiglieria, per opporsi
all'ingresso nostro nello Stato.

Intanto, imperversava la stagione in quelle montagne, e la neve
giungeva al ginocchio sulle strade. Erimo in Novembre — Valeva
veramente la pena: venire dall'America meridionale, per combattere le
nevi dell'Apennino — I Governi Italiani, che avevo avuto l'onore di
servire — ed i di cui territori avevo percorso — non erano stati capaci
di dare un capotto ai poveri, e prodi miei compagni — Era lamentevole
cosa, il vedere quei bravi giovani — in quella rigorosa stagione,
nei monti, vestiti la maggior parte di tela, alcuni di cenci — e
mancando del necessario alimento — sulla loro terra, consueta a nutrire
grassamente tutti i ladri, e mascalzoni del mondo.

Riunironsi tutti i mezzi pecuniari, posseduti per la maggior parte
dagli ufficiali — se ne formò una cassa comune, ed ajutati dal buon
albergatore delle Filigari, passaronsi miseramente alcuni giorni.

Intanto gli Svizzeri pontifici prendevano posizioni militari sulla
frontiera opposta — con tutte le misure di resistenza contro un
tentato passaggio — ma umiliati dall'atto vergognoso del loro governo
imbecille. La situazione nostra nelle Filigari, non era tenibile per
molti giorni — non v'era altro rimedio che mutarla — Tornare indietro
sulla Toscana, io avevo letto la comunicazione di quel Governo al
Sindaco — nella quale si raccomandava di liberarsi di noi, al più
presto — e sarebbe stato d'uopo: umiliarsi, od ostilizzare. Proseguire
sul territorio Romano, bisognava combattere chi era lì preparato per
vietarcelo — A che scellerata perplessità ci tenevano i governanti su
cui speravano gl'italiani la loro liberazione! Eppure — noi avevimo
varcato l'Atlantico — poveri sì, perchè avevamo rifiutato le richezze
—[72] — ma col solo oggetto di offrire la nostra vita all'Italia! —
Scevri da qualunque interessato proposito — pronti a sacrificare al
nostro paese, anche i principï politici — e servire, per servirlo,
anche chi non meritava la fiducia nostra, per antecedenti infami!

I nomi di Guerrazzi, di Pio, erano venerati allora nell'anima nostra —
eppure lì, nella neve — privi d'alimento — essi tenevano nell'angoscia,
quel pugno di giovani veterani — le di cui ossa dovevano ben presto
seminarsi, sulla terra delle sventure! alla difesa di Roma contro lo
straniero — colla disperazione — morendo — di poterla redimere!

Il popolo di Bologna seppe di noi — e sdegnossi per i scellerati
procedimenti — Bologna è città che non si sdegna invano — e ben lo
sanno gli Austriaci e se ne spaventarono i papalini governanti — Mi fu
quindi concesso di giungere in quella città per abboccarmi col generale
Latour comandante delle forze Svizzere al servizio del papa — Ed al
generale Latour — mentre stava al balcone del suo palazzo, i Bolognesi
gridarono: «O i nostri fratelli qui — o voi giù da quel balcone»

Io giungeva a Bologna, tra le acclamazioni di quel generoso popolo —
ch'ero obbligato a calmare perchè deciso di disfarsi da stranieri e
retrogradi —

Si patteggiava con Latour in Bologna, il passaggio nostro per le
Romagne verso Ravenna — ove dovevamo imbarcarci per Venezia —

Io raccomandavo a Latour di accelerare, e prestar sussidi ad una
compagnia Mantovana partita da Genova coll'intenzione di riunirsi a
noi. In un abboccamento con Zucchi, avevo ottenuto pure di aumentare
la forza con volontari Romagnoli — e partirono alcuni comandati da un
capitano Bazzani, Modenese, per ragiungerci a Ravenna —

In tale circostanza vidi a Bologna, per la prima volta, il
valorosissimo Angelo Masina, il quale bisognava vedere una volta sola
per amare ed apprezzarlo — Masina, dopo la ritirata della divisione
Romana dalla Lombardia, ove aveva combattutto da prode, era rimasto a
Bologna, o nelle vicinanze — Ora, egli trovavasi alla testa di quei
popolani Bolognesi, che avevano liberata, eroïcamente la loro città
dagli Austriaci, nel passato 8 Agosto — e ne temperava lo sdegno
eccitatto dalla viltà e tradimento dei preti e retrogradi —

Egli, nello stesso tempo, dando sfogo all'ardentissimo genio, riuniva
cavalli ed uomini — parte a proprie spese — ed organizzava una
compagnia di lancieri — che potevano eccitar l'invidia di qualunque
milizia, per la bellezza del personale, l'elegante uniforme, ed il
valore.

Potente d'individuale prestigio, egli infiammava o conteneva il popolo
— Certo, lui ed il padre Gavazzi avevano influito assai sui Bolognesi,
ed avean contribuito alla nostra liberazione dalle Filigari — Masina,
era, in quell'epoca, destinato lui pure per Venezia — stanco d'inerte
esistenza — e spinto in parte da' fautori dello straniero, e dai preti
— Ed in Comacchio, egli faceva i suoi preparativi di passaggio verso la
regina dell'Adriatico.

Intanto colla gente, in numero di circa cento e cinquanta, io giungevo
in Ravenna — e mi si riuniva Bazzani con cinquanta reclute —

In Ravenna ebbimo nuovamente da altercare col governo prete — Le
convenzioni passate in Bologna con Zucchi, erano state di aspettare
nella prima città l'arrivo de' Mantovani — per di lì imbarcarsi tutti
per Venezia — ma la diffidenza e la paura ch'eccitavano i miei pochi
compagni male armati, e peggio vestiti, era tale da ispirare l'ardente
desiderio nei preti, di sbarazzarsi di noi al più presto.

Latour dopo alcune raggiri di parole, mi significò d'imbarcarmi
immediatamente — Io risposi: che non m'imbarcherei senonchè, quando
sarebbe arrivata la gente che aspettavo... Si fecero delle minaccie per
parte dei papalini — e siccome i Ravennati come i Bolognesi — è certa
gente — cui le minaccie impongono poco — quella coraggiosa popolazione
preparò armi e munizioni, per riunirsi a noi, in caso di violenze.

«La paura reciproca governa il mondo» diceva un amico mio con molto
buon senso: E comunque sia i popoli che hanno meno paura — sono
generalmente i meno malmenati — Così successe a Ravenna — ed i
prepotenti trascinatori di sciabole e di cannoni, non ardirono — con
un migliajo di aguerriti soldati — misurarsi con pochi poveri e quasi
inermi amatori d'Italia —

La situazione di Masina in Comacchio, era consimile — La forza del papa
voleva obligarlo, ad imbarcarsi precipitosamente; e lui, per poterlo
fare a suo agio — e combinare la sua marcia con noi, resisteva alle
intimazioni violenti, e coll'ajuto della popolazione capitanata dal
prode Nino Bonnet si poneva in istato di difesa imponente — E così
anche a Comacchio trionfò la giustizia giusta[73] «Ajutati, che Dio
ti ajuterà» Oggi, fo pompa di proverbi — me la perdoneranno, coloro
che avranno la pazienza di leggermi. E qui per dovere storico mi tocca
accennare ad uno di quegli uomini — cui l'Italia della monarchia e dei
preti, innalza monumenti — Erano le cose, nello stato su descritto —
quando una daga Romana, cambiava il nostro destino — da proscritti, ci
faceva acquistare il diritto di cittadinanza, e ci apriva un asilo sul
continente —

Discepolo di Beccaria io sono nemico della pena di morte — e biasimo
quindi, la daga di Bruto — il patibolo, che in luogo di mostrare
penzolone il Nano ministro di Luigi Filippo — che ben lo meriterebbe
— ci presenta il modesto cadavere d'un figlio di Parigi — che anelava
i suoi diritti — ed infine il terribile rogo — che per se solo basta a
provare esser il prete emanazione dell'Inferno —

Comunque, gli Armodi, i Pelopidas, ed i Bruti che liberarono la loro
patria da tiranni — non sono poi mostrati dalla storia antica, con
colori sì sudici — come i moderni mangiatori di popoli — vorrebbero
far comparire, chi tastò le coste al Duca di Parma — Borbone di Napoli,
ecc.

Erano dunque le cose nostre deplorevoli — siccome le abbiamo
anteriormente descritte — ed una daga Romana ci fece degni — non più di
proscrizione — ma di appartenere all'esercito di Roma —

La vecchia metropoli del mondo — degna in quel giorno della gloria
antica, si liberava d'un satellite della tirannide — il più temibile, e
bagnava del suo sangue i marmorei gradini del Campidoglio — Un giovine
Romano avea ritrovato il ferro di Marco Bruto!

Lo spavento della morte di Rossi[74] aveva annientato i nostri
persecutori — e non si fece più parola della nostra partenza —

Roma, l'Italia non ottenevano lo stato politico desiderato colla morte
del ministro del papa; ma si migliorava almeno la condizione di Roma —
al punto di vista della libertà Italiana — di cui il papato, spogliato
della sua maschera di riformatore — fu, è, e ne sarà sempre il mortale
nemico — Per noi poi — oggetto spaventoso di repulsione alla corte
Romana — comunque fosse — per paura di chi restava dopo la morte di
Rossi — soffribile diventò la nostra presenza nella penisola —

Quel colpo di daga, annunziava ai patteggiatori collo straniero, che il
popolo li conosceva — e che non voleva ritornare al servaggio — ove gli
stessi tentavano di ricondurlo, con menzogne e con tradimenti —



CAPITOLO VI.

Nello Stato Romano, ed arrivo in Roma.


Colla morte di Rossi, capirono i governanti di Roma, che non
impunemente, si calpesterebbero i diritti, e la volontà della
nazione —

Chiamaronsi uomini meno impopolari al ministero — e fu concessa la
permanenza nostra sul territorio Romano — Non cessò però la stessa
diffidenza in cui eravamo tenuti — e quantunque annessi all'esercito
Romano — tardamente si provvedeva al nostro sussidio, al destino
nostro, e massime al nostro armamento, ed ai capoti, indispensabili nel
forte dell'inverno già ben vicino —

In Ravenna erano giunti gli aspettatti Mantovani — Masina erasi riunito
a noi, colla poca ma bella sua cavalleria — e formavano un personale di
circa quattrocento uomini — non complettamente armati, la maggior parte
senza uniformi — e malvestiti, o pochissimo —

Il municipio di Ravenna da cui eravamo mantenuti, mi fece sentire:
che sarebbe meglio, dividere tale carico con altre città, e perciò
cambiare alternativamente di soggiorno — Così successe — e lasciammo,
dopo una permanenza di venti giorni circa, quella simpatica e generosa
popolazione —

Io testimoniai in Ravenna, nel mio breve soggiorno, uno spettacolo
unico e ben consolante — ciocchè non avea veduto in nessuna delle
città nostre percorse antecedentemente — Vidi, nell'antica capitale
dell'Esarcato, una concordia fra le classi diverse dei cittadini —
veramente incantevole — La concordia perfetta fra i ceti diversi
d'una città Italiana è la Fenice! è il perno della libertà e
dell'indipendenza della patria, quando estesa generalmente — ed il suo
difetto, non dubito: sia l'origine delle sventure e dell'abbassamento
nostro —

Essa mi sembrava, per ventura di cotesti cittadini — annidata accanto
al mausoleo di Dante — sotto l'egide del collosso dei nostri grandi!
Là non v'era un circolo popolare, uno Italiano — nazionale l'altro —
una società di qui, ed una società di là avendo tutte e tutti, la loro
chiesetta — il loro stato maggiore — interessati tutti a primeggiare,
ed a non intendersi cogli altri — No! vi era un circolo solo, di tutti
i cittadini composto; un'opinione sola dal nobile al plebeo — dal
ricco al povero — Anelavano tutti la redenzione della patria — dallo
straniero, senza occuparsi momentaneamente della forma di governo —
quistione che avrebbe potuto complicare in quei giorni la situazione e
distogliere l'attenzione generale dalla meta principale —

Ho sperimentato i Ravennati — esser gente di poche parole — ma di fatti
— e credo possibile il fatto seguente narratomi nella loro città:

Appariva una spia in Ravenna — in pien meriggio, in mezzo alla folla,
lo colpiva una fucilata — il feritore ritiravasi tranquillamente —
non fuggiva, poichè altra spia non si sarebbe trovata — ed il cadavere
maledetto rimaneva d'esempio alle moltitudini —

Lasciammo Ravenna e soggiornammo in varie città delle Romagne ben
accolti dal popolo e mantenuti dai municipï —

In Cesena lasciai la gente, e mi diressi a Roma per abboccarmi col
ministro della guerra — onde sistemare l'esistenza nostra vagabonda ed
importuna —

Seppi allora la fuga del papa — e col ministro Campello, si regolò:
che la legione Italiana (questo fu il nome del corpo da me comandato in
America, ed in Italia), apparterrebbe all'esercito Romano — che sarebbe
perciò provveduto del necessario e diretto su Roma — onde complettarsi
ed ultimare la sua organizzazione — Scrissi quindi al maggiore
Marrocchetti, che avevo lasciato al comando del corpo, che procedesse
verso Roma, ed io marciai al suo incontro —

Dalla mia separazione dal corpo in Cesena — era successa una catastrofe
nello stesso: La morte di Tommaso Risso — sensibilissima perdita —
tanto più, perchè cagionata dalla discordia tra valorosi Italiani, ed
eseguita dalla mano d'un fratello!

In un alterco, Risso avea battutto Ramorino di frusta — ed un duello
era divenuto inevitabile — Io, certo, avrei cacciato dalla legione,
l'ufficiale che si fosse lasciato battere da chicchessia — e Ramorino,
non era giovane da sopportare un insulto come quello ricevuto —
Conosciuto il fatto, io rimasi freddo con ambi — ma col presentimento
di sciagure — Avrei cancellato col mio sangue, la vergogna del compagno
valoroso, ma non era fattibile!

Partivo da Cesena per Roma — e Tommaso Risso ch'io avevo freddamente
tratatto contro il mio solito — si avvicinò alla vettura e mi
strinse la mano... mi sembrò di stringere la mano d'un cadavere! Il
pressentimento della morte del mio amico — non mi abbandonò durante il
viaggio — e quella notizia inviatami, mi addolorò, ma non mi sorprese —
Si erano battutti fuori di Cesena — e Ramorino aveva ucciso Risso.

Era Tommaso Risso una di quelle nature predilette, «Fiera natura»
dicea una donna Italiana, innamorata di lui: — Nella infanzia
avea abbracciato la carriera della marina, e giunto nel Rio della
Plata — sbarcossi in Montevideo, prese la campagna — e vi trovò
dell'occupazione, in uno stabilimento, di quelle contrade chiamato
_Estancia_, assolutamente pastorizio — ed ove l'intiera vita si
passa a cavallo — Egli s'era assuefatto intieramente agli usi di quel
popolo cavalleresco — e di costituzione svelta e robusta — egli domava
un puledro, a pari del _gauccio_, e si batteva con qualunque degli
indigeni _coltello alla mano_ — come il primo di loro — ed il suo nome
era pronunciato con rispetto tra i forti figli delle _Pampas_ —

Nelle guerre perenni tra i popoli del Plata, aveva Risso combattutto
nelle fila dei Montevideani, e creato ufficiale per la di lui
bravura — servì valorosamente nella legione Italiana — e tra i molti
combattimenti sostenuti — in uno delli stessi ricevette tale ferita
nel collo da ammazzare un rinoceronte — Sanò miracolosamente di quella
ferita; ma dal risultato della stessa, e di tante altre di cui aveva il
corpo solcato — era rimasto colle braccia, quasi paralizzate —

Poco o nulla era l'istruzione letteraria di Tommaso — ma supplivalo
tale intelligenza naturale, da farlo capace di qualunque carica —
Egli avea comandato i vapori sul Lago Maggiore, e disimpegnatosi a
meraviglia della difficile incombenza — Gelosissimo dell'onore Italiano
— egli si sarebbe battutto col diavolo, se questo lo avesse voluto
macchiare — Era con tutte le qualità che fanno il capopopolo: forte,
ben disposto, generoso, le moltitudini erano il suo elemento — ed era
capace di quietarle — quando esaltate — o di suscitarle e condurle
all'eroïsmo col gesto, ed il maschio suono della sua voce —

Fu la morte di Risso, un doloroso avvenimento per i suoi compagni, e
dolorosissimo per lui, di non poter spargere il suo sangue sui campi di
battaglia per l'Italia ch'egli avea idolatrato.

Serbi Cesena i resti del prode campione della libertà patria, e lo
ricordino qualche volta i suoi cittadini, coll'affetto e la stima che
meritava!

Giunsi a Fuligno, e vi trovai la legione — ma nello stesso tempo
ricevetti ordine dal governo di marciare con essa al porto di Fermo
onde guarnire quel punto — che nessuno minacciava — e ciò mi provò non
cessate le diffidenze dei nuovi governanti — e la volontà di questi di
tenerci lontani da Roma —

Le mie osservazioni: che la gente mancava di capotti indispensabili
per ripassare gli Apennini coperti di neve — non valsero, e fu forza
tornare indietro, ripassare il Colfierito, e recarsi verso Fermo.

Io mi capacitai, naturalmente dell'intenzione del governo — ed
il motivo del nostro invio al punto suddetto, altro non era, che
allontanarci dalla capitale, ove si temeva il contatto, di gente,
tenuta per essenzialmente rivoluzionaria, colla popolazione Romana
allora disposta di far valere i suoi diritti — Mi corroborava in tale
opinione l'ingiunzione del ministro della guerra: di non oltrepassare
nella legione, il numero di 500 —

In Roma dominava sempre lo stesso spirito, che avea retto Milano, e che
reggeva Firenze — l'Italia non avea bisogno di militi, ma di oratori
e patteggiatori — dei quali si poteva dire, ciocchè Alfieri diceva
degli aristocrati: «Or superbi, or umili, infami sempre» — e di cotesti
oratori massime — il nostro povero paese, non ne difetta in nessun
tempo — Ed il despotismo avea cesso, per un momento, le redini della
cosa publica, ai ciarloni per uccellare, ed addormentare il popolo
colla quasi certezza che cotesti papagalli faciliterebbe la via alla
tremenda reazione — che si preparava in tutta la penisola —

Rivalicavasi dunque l'Apennino per la terza volta, sprovvisti i miei
poveri compagni d'un capotto nel forte dell'inverno — in dicembre
— 1848 — e tra i mali che infierirono contro di noi — e che ci
tormentavano nel nostro povero paese — non i minori furono le calunnie
della parte prete — di cui il veleno nascosto come quello del rettile,
come quello mortale — s'era propagato tra le popolazioni ignoranti — e
ci avea dipinti coi colori i più orribili — Secondo i negromanti, noi
erimo gente capaci d'ogni specie di violenze, sulle proprietà, sulle
famiglie — scapestrati senza ombra di disciplina — e perciò temuto il
nostro avvicinamento, come quello dei lupi — o degli assassini —

L'impressione però era sempre cambiata alla vista della bella gioventù
educata che mi accompagnava — quasi tutto elemento cittadino e culto
— poichè ben si conosce: che tra i corpo volontari ch'ebbi l'onore di
comandare in Italia, l'elemento contadino è mancato sempre, per cura
dei reverendi ministri della menzogna — I miei militi appartenevano
quasi tutti a famiglie distinte delle diverse provincie Italiane.

È vero che non mancarono tra i miei volontari, alcuni malandrini
in tutte le epoche, intrusi furtivamente, o tra noi mandati dalle
polizie o dai preti — per suscitarvi dei disordini e delitti — e così
screditare il corpo — ma, questi difficilmente duravano — e sfuggivano
al castigo che li colpiva subito — Cotesti malfattori erano svelati
dagli stessi volontari — gelosi dell'onore della legione —

Nel transito della legione dalle Romagne nell'Umbria, erasi saputo che
i Maceratesi, temendo il nostro passagio per la loro città, avevano
significato: che chiuderebbero le porte — ma nel ritorno — cioè nella
marcia per porto di Fermo — meglio informati e pentiti della loro
ingiusta risoluzione — mi fecero avvertito, che bramavano una nostra
visita, per provarci l'inganno in cui furono trascinati la prima
volta —

Fu rigorosissimo il tempo nel nostro passaggio sull'Apennino — e molto
vi sofferse la gente — ma l'accoglienza ricevuta in Macerata, fu una
festa che ci risarcì dalle pene sofferte —

I Maceratesi non solo ci accolsero come fratelli — ma ci supplicarono
a rimanere nella loro città — sino a nuova disposizione del governo; e
siccome il nostro destino a porto di Fermo — non avea altro oggetto,
che lo allontanarci da Roma — Ora che ci trovavamo coll'Apennino tra
noi e la metropoli — non fu difficile al popolo di Macerata, l'ottenere
la permanenza nostra in quella città.

In Macerata si trattò di vestire la gente — e grazie alla buona volontà
degli abitanti, ed alle somministrazioni del ministero — vi si pervenne
quasi complettamente — In quello stesso tempo, si procedette alle
elezioni dei deputati alla Costituente — ed i nostri militi furono
chiamati al voto —

I deputati alla Costituente!..... E fu spettacolo imponente quello
dei figli di Roma, chiamati nuovamente ai Comizi — dopo tanti secoli
di servaggio e di prostrazione, sotto il giogo nefando dell'impero, e
del più vergognoso ancora della teocrazia papale! Senza tumulti, senza
passioni, fuori di quelle per la libertà — per la patria redenta! Senza
venalità — senza prefetti o birri che violentassero la libera votazione
delle genti — si eseguì la sacra funzione del plebiscito — e non vi
fu l'esempio nello stato di un voto compro — di un cittadino che si
prostituisse al padronaggio del potente —

I discendenti del gran popolo, mostrarono il discernimento degli avi,
sulla scelta dei loro rappresentanti — ed elessero tali uomini da
onorare l'umanità in qualunque parte del mondo! Uomini il coraggio
dei quali non cedeva a quello del senato antico — o dei moderni
dell'Elvezia, e della terra di Washington! Ma l'odio, la gelosia, la
paura della moderna canaglia dei potentati e dei preti, non dormivano
— e spaventati dal rinascimento della temibile, rossa dominatrice —
essi si collegarono subito per recidere i ricomparsi germogli di lei —
quando teneri ancora ed incapaci di seria resistenza —

Abbi speranza Italia! e nel periodo di afflizioni, ove codardamente
t'han tenuto, e ti tengono tuffata — i prepotenti di fuori ed i ladri
di dentro — non perderti di fiducia — non è tutta morta la bella
gioventù che ti adornava sulle barricate di Brescia, Milano, Casale —
al ponte del Mincio — sui baluardi di Venezia — di Bologna, d'Ancona,
di Palermo — nelle strade di Napoli, di Messina, di Livorno — là sul
Gianicolo, e nel Foro della vecchia capitale del mondo!

Essa è sparsa sulla superficie del globo — dall'uno all'altro
emisfero — ma tutta palpitante d'un amore per te, che non ha uguale
— e per la redenzione tua — che non capiscono, i freddi speculatori,
e patteggiatori delle tue membra e del tuo sangue — e che non
capiranno senonchè il giorno del lavacro delle sozzure con cui t'hanno
contaminato!

Non perderti di fiducia! Essa incanutita oggi sotto il sole cocente
delle battaglie — apparirà alla vanguardia della tua nuova generazione
— cresciuta all'odio, ed alle fucilate del prete e dello straniero —
ringagliardita dal ricordo di tanti oltraggi — e dalla vendetta dei
tanti patimenti sofferti nel carcere e nell'esiglio —

L'Italiano non si alletta nel bel clima straniero — coi vezzi della
gentile straniera — non si trapianta per sempre in altra terra, come
i figli del Settentrione — Egli vegeta, passeggia, tetro meditabondo
sulla terra altrui — ma giammai l'abbandona la brama di rivedere il suo
paese bellissimo — e di combattere per redimerlo!

Nessuno sa la durata del periodo di degradazione in cui ti ravvolgi
Italia! Ma tutti ben sanno: che non lontana è l'ora solenne del
risorgimento!



                                                                1849.

CAPITOLO VII.

Proclamazione della Republica, e marcia su Roma.


Soggiornammo in Macerata, sin verso la fine di Gennajo — da dove
partimmo per Rieti, con ordine di guarnire quella città; la legione
marciò a quella volta per il Colfiorito; ed io per la via di Ascoli, e
la valle del Tronto, con tre compagni per percorrere ed osservare, la
frontiera Napoletana —

Valicammo gli Apennini, per le scoscese alture della Sibilla — la neve
imperversava — e mi assalirono i dolori reumatici, che scemarono tutto
il pittoresco del mio viaggio —

Vidi le robuste popolazioni della montagna, e fummo bene accolti,
festeggiati dovunque — e scortati da loro con entusiasmo — Quei dirupi
risuonavano dagli evviva alla libertà Italiana — e da lì a pochi
giorni — quel forte ed energico popolo — corrotto, e messo su dai
preti sollevavasi contro la Republica Romana — ed armavasi colle armi
somministrate dai neri traditori per combatterla —

Giunsi in Rieti, ove si ultimò di vestire la legione; ma fu impossibile
ottenere i fucili per complettare il suo armamento — ed io vedendo
inutile qualunque richiesta — mi decisi a far fabbricare lancie, per
provvederne i disarmati.

In Rieti si riunirono a noi, Daverio, Ugo Bassi, ed alcuni buoni
militi, tra cui i due fratelli Molina, e Ruggiero, che tanto si
distinsero poi, come ufficiali nei vari combattimenti sostenuti dalla
legione —

Aumentava il corpo, mentre organizzavasi alla meglio; ma il ministero
di Roma non voleva militi; e nella stessa guisa, con cui avea limitato
il numero dei legionari a 500 — ora m'intimava di non oltrepassare i
1000 — dimodocchè, avendone già alcuni di più, fui obligato di menomare
il misero soldo — compresi anche gli ufficiali — per mantenere tutti —
Un solo lamento per ciò non s'intese nelle fila dei prodi miei fratelli
d'armi.

Si approfittò della stazione in Rieti per l'istruzione dei legionari
— e si presero alcune misure di difesa alla frontiera, per guardarla
contro i tentativi del Borbone, già smascherato, ed in aperta reazione
contro la libertà Italiana —

Eletto dai Maceratesi a deputato, fui chiamato a Roma, per far parte
dell'assemblea costituente — ed il dì otto febbrajo 1849 — ebbi la
fortuna, uno dei primi — alle 11 della sera, di proclamare colla
quasi unanimità, quella Republica di sì gloriosa memoria, e che sì
presto dovea essere schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre
all'Autocrazia Europea —

Era l'8 febbrajo 1849 — ed io, addolorato dai reumatismi, ero
trasportato sulle spalle del mio ajutante Bueno — nelle sale della
assemblea Romana — l'8 di febbrajo 1846 quasi alla stess'ora, passavano
sulle mie spalle, non pochi feriti, dei prodi nostri legionari, sul
glorioso campo di battaglia di S. Antonio — e si adagiavano a cavallo
per imprendere l'ardua, ma bella ritirata verso il Salto.

Ora assistevo alla rinascita del gigante delle Republiche! la Romana!
Sul teatro delle maggiori grandezze del mondo! Nell'Urbe! Che speranze,
che avvenire! Non eran dunque sogni, quella folla d'idee, di vaticini,
che avean fantasticato nella mia mente dall'infanzia — nella mia
immaginazione di diciotto anni — quando per la prima volta, vagai tra
le macerie dei superbi monumenti della Città eterna — quelle speranze
di risorgimento patrio — che mi fecero palpitare nel folto delle
foreste Americane e nelle tempeste degli Oceani — che mi guidarono al
compimento de' miei doveri, verso i popoli oppressi — soffrenti!

Lì — liberamente, nell'aula stessa ove si adunavano i vecchi tribuni
della Roma dei Grandi — eravamo adunati noi — non indegni forse degli
antichi padri nostri — se presieduti dal genio — ch'essi ebbero la
fortuna di conoscere, e di acclamare sommo! E la fatidica voce di
Republica risuonava nell'augusto recinto — come nel dì che ne furono
cacciati i re per sempre!

Domani dal Campidoglio — nel Foro — sarà acclamata la Republica, dal
popolo soffrente per tanti secoli — ma che non dimenticò: esser egli il
discendente del grandissimo popolo!

Fratanto i millantatori _Chauvins_ d'oltr'Alpe — aveano assicurato:
che gl'italiani non si battono — che non meritano d'esser liberi — e
marciavano guidati dai preti, ad ingannare e distruggere la Republica
Romana —

L'unione Italiana spaventa l'Europa autocratica, e gesuita — massime
i nostri occidentali vicini — i di cui dottrinari predicano come
incontestabile, e leggitima dominazione, quella del Mediterraneo —
non considerando: che tante sono le nazioni affluenti — che di loro vi
hanno più diritto —

Per le sciagurate nostre discordie, toglier ci ponno dal seno delle
nostre famiglie, e dilapidare le sostanze nostre — colla ipocrisia
del gesuita a cui si sono legati — ma non ci torranno il diritto
di scaraventar loro in faccia il fallace procedere — e di far loro
confessare almeno: che han paura di vederci stringere l'antico e
terribile fascio!

Oggi, essi sono, come noi, vassalli di quella parodia d'imperatore
che li governa — che s'impone a tutti cotesti nostri Signorotti, e la
di cui dominazione scellerata, sarà finalmente rovesciata nella polve
dalla spada dell'eterna giustizia —

Da Roma ritornai a Rieti, dopo la proclamazione della Republica Romana,
e verso la fine di Marzo ebbi ordine di marciare per Anagni colla
legione — In Aprile si seppe: esser i Francesi in Civitavecchia; e dopo
aver occupato quella città marittima — che si poteva difendere senza
l'inganno degli uni — e l'imbecillità degli altri — si conobbe la loro
intenzione di marciar su Roma.

Verso quel tempo era giunto nella capitale il generale Avezzana, ed
assunse il Ministero della guerra — Io non conoscevo personalmente
Avezzana, ma dalle informazioni avute sul suo carattere, e la sua vita
militare, in Spagna, ed in America, io ne avea concepito alta stima
— e la sua comparsa alla direzione di quel dipartimento, mi colmò di
speranze e non m'ero ingannato — La prima prova l'ebbi, nell'invio
di cinquanta fucili nuovi — non avendo, sino a quel momento, potuto
ottenerne un solo — ad onta di reiterate domande —

Non tardò a giungere l'ordine di marciare su Roma — minacciata dai
soldati di Bonaparte —

Inutile dire: se si marciava volentieri, alla difesa della città a
grandi memorie — La legione era di circa mille duegento uomini — noi
eravamo partiti da Genova in sessanta — È vero che avevamo percorso
un buon tratto d'Italia — ma se si osserva: che ovunque erimo stati
rigettatti dai governi — calunniati, come solo sanno calunniare i
preti — miseri..... sino agli estremi bisogni — e per la maggior
parte del tempo senz'armi — tutte mancanze, che disgustano certo i
volontari — e ne ritardavano l'organizzazione — Con tante contrarietà
si poteva quindi esser soddisfatti del numero raggiunto — Giunsimo in
Roma, ed ebbimo quartiere in S. Silvestro — convento abbandonato, da
monache —



                                                     2º periodo 1849.

CAPITOLO VIII.

Difesa di Roma.


La permanenza della Legione in S. Silvestro — fu di breve durata —
ed ebbimo, all'altro giorno, l'ordine di accampare sulla piazza del
Vaticano — e quindi di guarnire le mura da Porta S. Pancrazio a porta
Portese — Era imminente l'avvicinamento dei Francesi, e bisognava
prepararsi a riceverli.

Il 30 Aprile doveva illuminare la gloria dei giovani ed inesperti
difensori di Roma — e la fuga vergognosa dei soldati dei preti e della
reazione —

Il sistema di difesa del generale Avezzana, era degno di quel veterano
della libertà — Egli con attività instancabile, avea proveduto ad ogni
cosa, e trovavasi su tutti i punti, che potevano abbisognare della di
lui presenza —

Incaricato della difesa da S. Pancrazio e Portese — io avevo stabilito
fuori di quelle porte — dei forti posti avanzati — aprofitando perciò
dei dominanti palazzi di Villa Corsini (quattro venti), Vascello — ed
altri punti adeguati alla difesa —

Osservando le imponenti posizioni di quei fabricati, era facile
dedurne: che conveniva non permetterne il possesso al nemico — e che
una volta perduti — difficile, ed impossibile sarebbe riuscita la
difesa di Roma —

Nella notte che precedeva il 30 Aprile — io, non solo mandai
esploratori sulle due strade, che conducevano alle porte da noi
guardate — ma due piccoli distaccamenti ebbero ordine d'imboscarsi
— sull'orlo della via — in distanza da poter cogliere almeno, alcuni
esploratori nemici —

Al far del giorno, io avevo davanti a me, in ginocchio, un soldato
nemico di cavalleria, chiedendomi la vita. Io confesso: che per
insignificante che fosse, l'acquisto d'un prigioniero — me ne allegrai,
ed augurai bene della giornata — Era la Francia inginocchiata, facendo
ammenda onorevole per la vergognosa ed indegna condotta de' suoi
governanti —

Il prigioniero era stato fatto dal distaccamento, agli ordini del
giovane Nicese, Ricchieri — con molta bravura e sangue freddo — Una
squadra di esploratori nemici, era stata posta in fuga dai nostri —
ed i fuggenti, benchè superiori in numero — abbandonarono anche alcune
armi —

Conoscendo l'avvicinamento d'un nemico, è sempre proficuo eseguire
alcune imboscate sulle strade ch'egli deve percorrere per avvicinarsi
— Vi sono due vantaggi quasi sicuri: il primo di conoscere ove ha
raggiunto la testa di collonna nemica; il secondo, di acquistare alcuni
prigionieri —

Intanto dalle dominanti alture di Roma, scoprivasi l'esercito nemico
che si avvicinava con precauzioni e lentamente — Seguiva la via che
viene da Civitavecchia a Porta Cavalleggieri — marciando in collonna
— Giunto a tiro di cannoni, stabilì alcuni pezzi di artiglieria in
punti dominanti — e spiegò alcuni corpi che marciarono risolutamente
all'assa[l]to delle mura —

Era veramente disprezzante il modo d'attaccare del generale nemico: don
Quisciotte all'assalto dei molini a vento — Egli attaccò non in altra
guisa — che se non vi fossero stati baluardi — o se questi fossero
stati guerniti con bimbi — Veramente per sbaragliare quattro _brigands
d'Italiens_ — il generale Oudinot virgulto d'un maresciallo del primo
impero — non avea creduto necessario: procurarsi una carta di Roma.
Egli però, s'accorse ben presto ch'erano uomini che difendevano la loro
città contro mercenari — che avevano il solo nome di Republicani — e
cotesti prodi figli d'Italia, dopo d'aver lasciato, con molta calma,
avvicinar il nemico — lo fulminarono con fuoco di moschetti, di cannoni
— e ne distesero non pochi, di coloro che più s'erano avanzati —

Dall'alto dei Quattro venti, io avevo osservato l'attacco del nemico —
ed il bel ricevimento fatto dai nostri di porta Cavalleggieri — e dalle
mura attigue — Un attacco sul fianco destro nemico, mi sembrò cosa da
non disprezzarsi — e vi spinsi due compagnie che lo posero in molta
confusione — Sopraffatte però da un numero assai superiore di nemici —
esse furono obligate di ripiegarsi sulle posizioni di sostegno — cioè
dei casini esterni di quella parte di Roma —

In quel primo incontro, ebbimo a deplorare la perdita del prode
Capitano Montaldi —

Chi ha conosciuto Goffredo Mameli, ed il Capitano De Cristoforis —
si farà un'idea di Montaldi — Lo stesso fisico, e l'anima stessa —
Montaldi assisteva ad un combattimento, comandando i suoi militi
— collo stesso sangue freddo che al campo di manovra — od in una
conversazione, con un crocchio di amici —

Egli non avea forse, tanta istruzione — quanto i due prodi campioni
della libertà Italiana summentovati — ma la stessa intrepidezza, lo
stesso valore — e lo stesso genio — Che stoffa da generale! Di cui
l'Italia conserva sempre la stampa — ed a cui essa deve affidare i suoi
figli — nel giorno del giudizio di alcuni prepotenti — o del lavacro
d'alcun oltraggio.

Egli fece parte della legione Italiana di Montevideo — dal principio
della sua formazione — essendo giovanissimo allora — ma partecipò ad
innumerevoli combattimenti, colla consueta bravura — e fu dei primi ad
iscriversi tra coloro che da Montevideo — varcavano l'Oceano per venir
a servire la causa patria — Genova può con orgoglio incidere il nome di
Montaldi, accanto a quello del suo vate guerriero: Mameli —

I Francesi giunti sotto le nostre posizioni dei Casini — furono
ricevuti dai fuochi incrociati dei nostri posti — e si fermarono
coprendosi dietro le accidentalità del terreno — e dietro ai muri delle
numerose ville dei dintorni — e di là sparando a tutta possa —

In tale stato durò alquanto il combattimento; ma giunti, a noi rinforzi
da dentro, si caricò il nemico con vigore, che perdette mano mano
terreno — sinchè volto in precipitosa ritirata — Il cannone dalle
mura ed una sortita dei nostri da porta Cavalleggieri, complottarono
la vittoria — Il nemico lasciò alquanti morti — e varie centinaja di
prigionieri — ritirandosi sconquassato, e senza fermarsi sino a Castel
Guido —

Al prode generale Avezzana, che avea organizzata la difesa si deve il
principale onore della giornata — Egli instancabile mostravasi durante
la pugna — ovunque più ferveva — ed animava colla voce, e colla maschia
sua presenza, i nostri giovani militi —

Il generale Bartolomeo Galletti, colla sua legione Romana — ci furon
compagni durante l'azione — e contribuirono assai alla vittoria — così
il generale Arcioni con un corpo da lui comandato — benchè giunti
tardi, cooperarono alla sconfitta del nemico — e fecero pure buon
numero di prigionieri —

Un battaglione di giovani Universitari, ed altre frazioni di
corpi, agregati alla legione durante la pugna si comportarono pure
egregiamente —

Un collonnello Haug Prussiano — lo stesso che fu generale con noi
nel 66 — mi servì in tutta la fazione, da ajutante di campo, con
molto valore, e sangue freddo — Marrocchetti, Ramorino, Franchi,
Coccelli, Brusco (Minuto), Peralta — e tutti i miei compagni di
Montevideo — sostennero la loro riputazione di bravura — sì giustamente
acquistata —

I valorosi Masina, Daverio, Nino Bonnet — ed altri prodi, di cui vorrei
ricordare i nomi — ebbero un contegno brillante —

Questo primo fatto d'armi, contro truppe aguerrite — rialzò molto il
morale dei nostri legionari — e ben lo provarono nei susseguenti —

Il giorno che seguì l'attacco dei Francesi — io ebbi ordine di
osservarli — e mossi colla legione, ed alcuna cavalleria verso Castel
Guido — ove stettimo parte della giornata in vista del nemico —

Verso il pomeriggio giunse un medico Francese parlamentare — e lo
inviai al governo —

Il generale Oudinot sentendosi debole per l'attacco di Roma, cercò di
temporeggiare con trattative diplomatiche — aspettando intanto rinforzi
dalla Francia — Noi avressimo potuto, profittando della sua debolezza
e della sua paura, riccacciarlo in mare — e poi avressimo fatto i
conti —

In Maggio ebbero luogo i due fatti d'armi di Palestrina, e di Velletri
— In ambi la legione si coprì di gloria —

Giunti in Palestrina i soldati del Borbone di Napoli — che da tempo
avevano invaso il territorio Romano — in combinazione con Francesi,
Austriaci, e Spagnuoli — ci attaccarono, e furono complettamente
respinti — Vi si distinsero Manara co' suoi prodi bersaglieri —
Zambianchi, Marrocchetti, Masina, Bixio, Daverio, Sacchi, Coccelli,
ecc. — A Vellettri, ove comandava il generale in capo Roselli, fu
alquanto più serio il combattimento, per trovarsi il re di Napoli in
persona con tutte le forze del suo esercito — e noi con circa otto
milla uomini d'ogni arma —

   [Illustrazione: GARIBALDI NEL 1849.]

Partiti da Roma per porsi alle spalle dell'esercito Napoletano —
seguimmo la via di Zaccarolo a Monte Fortino — Io ero destinato dal
generale Roselli, al comando del corpo di battaglia — ma trovandosi
di vanguardia il collonnello Marrocchetti, colla legione Italiana —
a me specialmente attacata, sin dal principio della sua formazione —
e composta per la maggior parte de' miei vecchi fratelli d'armi — e
marciai quindi colla vanguardia — raccogliendo, dagli abitanti, notizie
del nemico, che facevo pervenire al quartier generale principale —

Dalle notizie raccolte con cura, io potei dedurre: esser il nemico
in via di ritirata, e non m'ingannai — Giunto colla vanguardia sulle
alture che dominano Vellettri verso Monte Fortino, feci fare alto, e
riconoscendo il terreno — feci spiegare la legione a destra e sinistra
della strada che conduceva a Vellettri — Il terzo reggimento di linea
appartenente anche alla vanguardia — rimase parte in collonna di
riserva sulla strada, ed alcune compagnie scaglionate destra e sinistra
nelle vigne laterali che dominavano la stessa strada incassata — Due
pezzi d'artiglieria furon collocati in dietro del terzo reggimento, su
d'una posizione dominante — e che infilava la strada — La cavalleria di
Masina, parte in avanti come esploratori, e parte in riserva —

Il nemico avea fatto marciare verso Napoli, per la via Appia, i
bagagli, e la grossa artiglieria — ma avendo ancora la maggior parte
delle sue forze in Vellettri — e informato del piccolo numero delle
nostre che le stavano a fronte — volle almeno tentare una riconoscenza
— Fece avanzare quindi una collonna sulla strada, alla nostra
direzione, sostenuta e coadjuvata da forti linee di tiratori sui
fianchi nelle vigne — ed attaccò i nostri avamposti — che spinse con
molta furia, e rovesciò sul grosso nostro —

Una vanguardia della sua cavalleria, aveva caricato, per la strada, i
pochi cavalieri nostri che si trovavano sulla stessa in esploratori — e
per sostenerli io feci caricare i cavalieri nemici dalla piccola nostra
riserva di cavalleria — che bravamente li rispinsero — Ma giunta questa
sul ciglione della collina, nella stessa strada, s'incontrò colla
testa di collonna principale, che spuntava marciando contro di noi; e
naturalmente retrocesse ricaricata dai cavalieri Borbonici — Siccome
i nostri cavalli eran per la maggior parte giovani, e non aguerriti
essi vennero in dietro in tutta furia; ciocchè sembrandomi poco
decente, in presenza di tanti amici e nemici — io commisi l'imprudenza
d'attraversar il mio cavallo per frenar la carriera dei nostri — e
così fecero alcuni ajutanti miei ed il mio prode nero assistente Andrea
Aguiar —

In un momento nel sito da me occupato — si vide un mucchio d'uomini e
cavalli rovesciati — Incapaci di frenare i loro cavalli, i cavalieri
nostri — diedero con tanta furia su di noi, che ci rovesciarono, e
caddero loro stessi, formando così un monticino informe in quella
strada incassata — ove sarebbe stato impossibile ad un solo fante di
transitare — tanto era ingombra —

I cavalieri nemici giunsero a sciabolarci — e fummo salvati dalla
confusione in cui ci trovavamo — Subito dopo poi, i legionari nostri
schierati nelle vigne destra e sinistra della strada — alla voce dei
loro ufficiali — caricarono energicamente il nemico, lo respinsero, e
ci tolsero da quel desolante impiccio — Una compagnia di ragazzi che
avevo alla mia destra — vedendomi caduto, si scagliarono sui nemici da
furibondi — Io credo: dovetti, principalmente, la mia salvezza a quei
valorosi giovani — poichè, essendomi passati, cavalieri e cavalli sul
corpo, io n'ero rimasto contuso al punto di non potermi movere —

Rialzato finalmente con molta fatica, io mi tastavo le membra per
sentire, se ve n'era alcuno rotto —

La carica dei nostri, sulla destra ch'era la dominante — e quindi
la chiave della posizione — condotta dai prodi Masina e Daverio —
fu spinta con tanto impeto, che poco mancò, non entrassero i nostri
mischiati ai nemici dentro Vellettri —

Più vicini alla città, io potei assicurarmi vieppiù, che le
disposizioni del nemico, erano per la ritirata — Oltre alle notizie
ch'io avevo raccolto — della marcia del bagaglio e grossa artiglieria
— vedevo chiaramente la cavalleria nemica, ordinata in scaglioni — al
di là di Vellettri, lateralmente alla via Appia — cioè su di quella per
cui doveva ritirarsi.

Fratanto io inviavo rapporto d'ogni cosa al generale in capo — ma
sventuratamente trovavasi il corpo d'esercito nostro, trattenuto
in dietro, verso Zaccarolo — aspettando i viveri che tardavano
a giungere da Roma — Io all'incontro — avevo fatto mangiar la
gente, cammin facendo — avendo fatto ammazzare dei bovi — che si
trovavano in abbondanza, nelle ricche tenute contigue appartenenti a
cardinali[75] —

Finalmente il generale in capo — e le prime teste di collonne nostre,
giunsero verso le 4 p.m. — avendo noi combattutto nelle prime ore del
giorno —

Molto durai a far credere alla ritirata del nemico — ma invano —
Nonostante il generale Roselli — ordinò al suo arrivo un attacco di
riconoscenza — e fece, dopo, prendere alla truppa, le disposizioni
idonee per l'assalto nella mattina seguente — Ma il nemico trovò a
proposito di non aspettare il nostro comodo — e sgombrò Vellettri nella
notte — facendo scalzare i soldati — e fasciare le ruote dei cannoni —
per poter ritirarsi con più silenzio —

All'alba si seppe: esser la città sgombra — e dalle alture di questa
— scoprivasi il nemico ritirandosi velocemente per la via Appia verso
Terracina e Napoli — Da Vellettri il corpo nostro principale si ritirò
a Roma — col generale in capo — ed io ebbi ordine da questo d'invadere
lo Stato Napoletano, per la via d'Anagni, Frosinone, Ceprano, e Rocca
d'Arce, ove giunsi coi bersaglieri Manara che facevano la vanguardia —
Il reggimento Masi, la legione Italiana, e poca cavalleria seguivano il
movimento —

Il prode collonnello Manara, che faceva la vanguardia co' suoi
bersaglieri, perseguì il generai Viale che comandava un corpo di nemici
— e che non si fermò un sol momento, per riconoscere chi lo perseguiva.
A Rocca d'Arce, ci giunsero varie deputazioni de' paesi circonvicini —
che venivano a salutarci quali liberatori — ed a sollecitare l'entrata
nostra nel regno, ove promettevano generale simpatia ed adesione.

Vi sono dei momenti decisivi nella vita de' popoli — come in
quella degli individui — e codesta fu occasione solenne e decisiva — Vi
voleva del genio —

Io opinavo, e mi preparavo a seguire per S. Germano, ove saressimo
giunti con poca fatica, e nessun ostacolo — Là nel cuore degli Stati
borbonici — alle spalle degli Abruzzi — le di cui forti popolazioni —
erano dispostissime a pronunciarsi per noi —

La buona volontà delle popolazioni — la demoralizzazione dell'esercito
nemico, battutto in due incontri — e che sapevo in disposizione
di scioglimento — desiderando i soldati tornare alle loro case —
l'ardore de' miei giovani militi, vittoriosi in tutte le pugne sin
lì combattutte — e disposti perciò a battersi come leoni, senza
contare il numero de' nemici — la Sicilia non doma ancora — incorata
dalle sconfitte de' suoi oppressori — Tutto infine, presagiva molta
probabilità di successo, nello spingersi audacemente avanti — Ebbene un
ordine del governo Romano ci richiamava a Roma — minacciata nuovamente
dai Francesi — Per palliare tale atto d'intempestiva debolezza — e tale
errore — mi si lasciava l'arbitrio, tornando a Roma di costeggiare gli
Abruzzi —!

Se chi mi chiamava a ripassare il Ticino in 1848, dopo la capitolazione
di Milano — e che non solo mi tratteneva i volontari in Svizzera — ma
me li faceva disertare, anche dopo la vittoria di Luino — facendomi
dire da Medici: che loro avrebbero fatto meglio! Se colui che dietro il
mio parere, mi lasciava marciare e vincere a Palestrina — Se egli, poi,
non so per qual motivo, mi facea marciare a Vellettri — agli ordine
del generale in capo Roselli — Se Mazzini infine, il di cui voto era
assolutamente incontestabile — nel Triumvirato — avesse voluto capire:
che anch'io dovevo sapere qualche cosa di guerra — avrebbe potuto
lasciarlo il generale in capo a Roma, incaricarmi solo dell'impresa
seconda, come lo era stato della prima — e lasciarmi invadere il regno
Napoletano il di cui esercito sconfitto trovavasi nell'impossibilità
di rifarsi — e le di cui popolazioni ci aspettavano a braccia aperte
— Che cambiamento di condizioni! Che avvenire — presentavansi davanti
all'Italia, non ancora scoraggita dall'invasione straniera!

In vece di ciò, egli chiama le forze tutte dello stato, dalla frontiera
borbonica a Bologna — e le riconcentra su Roma, per presentarle così in
un solo boccone al tiranno della Senna — a cui se non bastavano i suoi
quaranta milla uomini ne avrebbe mandato cento milla, per annientarci
in una volta sola —

Chi conosce Roma, e le sue diciotto miglia di mura, sa molto bene:
esser impossibile difenderla con poche forze, contro un esercito
superiore in numero ed in ogni specie di materiale di guerra —
com'erano i Francesi nel 1849 —

Non, tutte alla difesa della capitale — dovevano dunque impiegarsi
le forze dell'esercito Romano — ma internarne la maggior parte
nelle posizioni inespugnabili di cui abbonda lo stato — chiamare le
popolazioni tutte alle armi — lasciarmi continuare la mia marcia
vittoriosa nel cuore del regno — e finalmente dopo d'aver mandato
fuori, quanto si poteva — i mezzi di difesa — uscire lo stesso governo,
e stabilirsi in situazione centrale, e difendibile —

È vero: che nello stesso tempo dovevansi prendere alcune misure di
salute publica contro l'elemento prete — che non si presero — e che si
lasciò, per dei riguardi malintesi, onnipotente a congiurare, tramare,
e finalmente contribuire alla caduta della Republica — ed alle sventure
d'Italia —

¿Chi sa quali sarebbero stati i risultati delle misure salvatrici
suddette? Cadendo, se cader si doveva — saressimo caduti almeno, dopo
d'aver fatto il possibile, il dovere — e certamente dopo l'Ungheria e
Venezia!

Giunto a Roma, al ritorno di Rocca d'Arce, vedendo di che modo si
maneggiava la causa nazionale — e prevedendo inevitabile rovina —
io chiesi la dittattura — e chiesi la dittattura, come in certi casi
della mia vita, avevo chiesto il timone d'una barca — che la tempesta
spingeva contro i frangenti —

Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati! Però, il 3 giugno cioè pochi
giorni dopo — quando il nemico che li aveva illusi — s'era impadronito
delle posizioni dominanti la città — e che noi tentavamo — ma
inutilmente — di riprendere, a costo di prezioso sangue — allora dico:
il capo dei triumviri — mi scriveva: offrendomi il posto di generale in
capo — Io ero impegnato al posto d'onore, e trovai bene di ringraziarlo
— e continuare nella sanguinosa bisogna di quell'infausta giornata.

Oudinot avendo ricevuto quanti rinforzi abbisognava, dalle trattative
con cui aveva addormentato il governo della Republica — si dispose a
passare ai fatti — ed anunciò a Roma, ch'egli ripiglierebbe le ostilità
il 4 di giugno — ed il governo fidò alla parola del fedifrago soldato
di Bonaparte —

Da Aprile che durava il pericolo sino a giugno — a nessun opera di
difesa s'era pensato — massime nei posti importanti e dominanti di
fuori — che sono la chiave di Roma — Ed io ricordo: che il 30 Aprile
dopo la vittoria — il generale Avezzana ed io — in una conferenza
ai _quattro venti_ — avevamo deciso di fortificare cotesta eminente
posizione — ed alcune altre laterali poco meno importanti — Ma il
generale Avezzana, era stato mandato ad Ancona — ed io occupato ad
altre faccende —

Poche compagnie, trovavansi fuori porta S. Pancrazio, e porta
Cavalleggeri — come posti avanzati, essendo il nemico da quella parte
verso Castel Guido e Civitavecchia — Io ero tornato da Vellettri — e
lo confesso: addolorato per l'andamento rovinoso della causa del mio
povero paese — La legione occupava S. Silvestro e non si pensava che a
lasciar riposare i militi, dalle fatiche della campagna —

Oudinot che avea fatto l'intimazione per il 4 Giugno — trovò meglio di
attaccare per sorpresa nella notte del 2 al 3 — Le ore antimeridiane di
quella notte — ci svegliarono al suono di fucilate e cannonate verso
porta S. Pancrazio — Si battè l'allarme, e benchè molto stanchi — i
legionari furono in un momento sotto le armi — ed in marcia verso il
rumore del combattimento — I nostri che guarnivano i posti esterni,
erano stati vigliacamente sorpresi, massacrati o prigionieri; ed il
nemico era già padrone, delle dominanti posizioni dei Quattro venti ed
altre — quando noi giunsimo a Porta S. Pancrazio —

Senza indugio — sperando: non fosse ancora fortemente occupato —
io feci attaccare il casino dei Quattro venti — Là sentivo esser la
salvezza — se nostro — o la perdita di Roma, se rimaneva in potere del
nemico — e fu attaccato quel punto — non con bravura — ma con eroïsmo,
dalla prima legione Italiana al principio — dai bersaglieri di Manara
poi — e finalmente da vari altri corpi, successivamente, e sempre
sostenuti dalle artiglierie delle mura — sino a notte chiusa —

Il nemico conoscendo l'importanza della posizione suddetta —
l'avea occupato con forte nerbo delle migliori sue truppe — ed
invano noi tentammo con molti assalti de' nostri migliori per
impadronirsene —

Gl'Italiani condotti dal valoroso Masina — entrarono nello stesso
Casino, e vi combatterono corpo a corpo coi Francesi — facendo piegare
a molte riprese gli aguerriti soldati d'Africa — Vi s'impegnò una
mischia tremenda — ma la superiorità numerica del nemico, era troppo
forte — e forze imponenti fresche alternandosi successivamente,
facevano inutili gli eroici sforzi dei nostri —

Mandai in sostegno della legione Italiana il corpo di Manara, compagno
nostro di gloria in tutte le pugne — poco numeroso, ma valorosissimo,
ed il meglio organizzato e disciplinato di Roma — La lotta durò un
pezzo nella posizione — ma finalmente soprafatti dal numero, sempre
crescente — i nostri furono obligati alla ritirata —

Quel combattimento del 3 Giugno 1849 — uno de' più gloriosi per le armi
Italiane, durò dall'aurora alle ore prime della notte — Vari furono
i tentativi per riprendere il casino dei Quattro venti — e micidiali
tutti — Nella sera al bujo, io feci tentare l'assalto da alcune
compagnie fresche del Reggimento Unione, sostenute da altre — Esse, con
molta intrepidezza giunsero al casino — e v'impegnarono zuffa terribile
— ma troppa era la calca del nemico — e quei prodi dopo d'aver perduto
il loro comandante — e gran parte della gente, furon pure obligati
di retrocedere — Masina, Daverio, Peralta, Mameli, Dandolo, Ramorino,
Morosini, Panizzi, Davide, Melara, Minuto! che nomi!..... e tanti altri
eroi che non ricordo — furon le vittime dei preti, e dei soldati d'una
Republica fratricida — ¿Roma libera dalla negromanzia e dai ladri — lo
erigerà un monumento a cotesti superbi figli d'Italia sui frantumi del
mausoleo eretto dai preti allo straniero depredatore ed assassino?

La prima legione Italiana che contava apena mille uomini, perdette
ventitrè ufficiali — quasi tutti morti — Molti il corpo di Manara, ed
il reggimento Unione — che avevano combattutto con pari valore — senza
contare ufficiali d'altri corpi ch'io non ricordo —

Il 3 giugno decise della sorte di Roma — I migliori ufficiali, e
sott'ufficiali eran morti o feriti — Il nemico era rimasto padrone
della chiave di tutte le posizioni dominanti — e fortissimo com'era
di numero e d'artiglierie — vi si stabilì solidamente — siccome nei
punti forti laterali, ottenuti per sorpresa e tradimento — e cominciò
i suoi lavori regolari d'assedio — come se avesse avuto da fare con una
piazza forte di prim'ordine — Ciocchè prova: aver egli incontrato degli
Italiani che si battevano —

Passerò sopra i lavori d'assedio, parallelle, batterie di breccia
— bombardamento co' mortaj, ecc. — Tuttociò, lo credo assai
minuziosamente raccontato da molti e non potrei io farlo con molta
esatezza, mancando in questo momento di dati, e documenti, che
potrebbero servirmi a tale narrazione —

Ciocchè posso assicurare però, si è: che contro un esercito aguerrito,
d'assai superiore in numero — meglio organizzato, e con immensi mezzi —
i nostri giovani militi, hanno combattutto molto lodevolmente da Aprile
a Luglio —

Il terreno fu difeso palmo a palmo — in ogni posizione — e non vi fu un
solo esempio di fuga davanti a sì formidabile nemico, nè uno scontro,
in cui si cedesse alla forza ed al numero — senza combattimenti
omerici —

Come dissi: i corpi eran menomati dei migliori ufficiali e militi
— Nei corpi di linea — cioè antichi papalini — alcuni s'eran ben
comportati da principio — ora, vedendo andare a rompicollo ogni cosa
— presentavano quell'aspetto inerte e di mala voglia, che precede la
diffidenza od il tradimento — ciocchè manifestavano gesuiticamente,
secondo la scuola dei preti — colla resistenza ai servizi loro
comandati —

Ufficiali superiori, particolarmente, che speravano nella ristaurazione
papale — e che il governo della Republica non avea voluto o saputo
eliminare — non solo opponevano resistenza ai comandi — ma suscitavano
la svogliatezza in tutti gli ordini delle loro milizie — ciocchè al
prode e bravo Manara, mio capo di Stato maggiore, cagionava degli
immensi dissapori — ed era nello stesso tempo precursore non dubbio di
rovina —

Si tentò una sortita di notte — ma un panico tra coloro che marciavano
in testa — comunicandosi in tutta la collonna annullò intieramente
l'impresa — Dei punti esterni se ne tenevan più pochi — per mancanza
di forze sufficienti a guarnirli — Il Vascello solo si sostenne fino
all'ultimo per la bravura di Medici e della sua gente — e quando si
abbandonò alla fine, non rimaneva di quell'esteso edifizio, che un
mucchio di macerie —

La situazione si faceva più difficile ogni giorno — Il nostro valoroso
Manara incontrava sempre maggiori difficoltà per ottenere il servizio
di posti e di linea — indispensabile per la sicurezza comune — ed il
difetto di tale servizio contribuì certamente, alla facile entrata
delle breccie, già praticate coi cannoni dai mercenari di Bonaparte
— Esse furono superate di notte, e con pochissime perdite, perchè mal
guardate —

Se Mazzini — e non si deve incolpare ad altri — avesse avuto la
capacità pratica — com'era prolisso nel progettare movimenti ed imprese
— e se avesse poi ciocchè pretese sempre di avere, il genio di dirigere
le cose di guerra — se di più, egli si fosse tenuto ad ascoltare alcuni
de' suoi, che dai loro antecedenti, si potevan supporre conoscitori di
qualche cosa — egli avrebbe commesso meno errori — e nella circostanza
che sto narrando, avrebbe potuto senò salvare l'Italia almeno ritardare
la catastrofe Romana indefinitamente — e ripeto forse: avrebbe potuto
lasciar Roma, fregiata dell'onore d'esser caduta l'ultima, cioè: dopo
Venezia e l'Ungheria —

Il giorno prima della sua morte gloriosa — Manara era stato mandato da
me a Mazzini, per suggerirli di sortire da Roma — e marciare con tutte
le forze disponibili — materiali, e mezzi che non eran pochi — verso
le forti posizioni degli Apennini — E non so perchè ciò non si fece!
La storia non manca di antecedenti di tali risoluzioni salvatrici —
Una, l'ho testimoniata io, nella Republica del Rio-grande — Un'altra
degli Stati-Uniti d'America — e di non lontana data — Che non fosse
possibile, non è esatto — giacchè io sono uscito da Roma pochi giorni
dopo — con circa quattro milla uomini, senza incontrare ostacoli — I
rappresentanti del popolo — per la maggior parte giovani ed energici
patriota — amati nei loro dipartimenti — potevano inviarsi negli stessi
— suscitare il patriottismo delle popolazioni — e così tentare ancora
la fortuna —

Invece si disse: che la difesa diventava impossibile e i rappresentanti
rimanevano al loro posto —

Risoluzione coraggiosa che onorava gli individui; ma mediocre per il
decoro e l'interesse della patria — non lodevole, quando rimanevano
ancora molti armati per combattere — e che tuttora pugnavano contro i
nemici dell'Italia, l'Ungheria e Venezia —

Intanto si aspettava l'ingresso dei Francesi, per consegnar loro le
armi — che dovevano servire a prolongar un doloroso, e vergognoso
periodo di servaggio — Io contando su d'un pugno di compagni — pensai
di non sottomettermi, prender la campagna — e tentare ancora la
sorte —

Il Sig. Cass Ambasciatore Americano (2 Luglio 1849) conoscendo lo stato
delle cose — mi fece dire: che desiderava parlarmi — Io fui da lui che
trovai in istrada — Egli, gentilmente mi disse: esservi una corvetta
Americana in Civitavecchia a mia disposizione, se desideravo imbarcarmi
con quei compagni che potevano esser compromessi —

Io risposi a lui: ringraziare il generoso rappresentante della grande
Republica — ma esser disposto di sortire da Roma, con coloro che
volevano seguirmi — e tentare ancora la sorte del mio paese ch'io non
credevo disperata — Mi avviai in seguito verso piazza S. Giovanni, per
ragiungere la mia gente, cui avevo dato ordine di marciare a quella
direzione, e prepararsi alla sortita —

Giunto su quella piazza trovai la maggior parte dei miei, ed il resto
veniva arrivando — Molti individui di differenti corpi, indovinando
il divisamento nostro, ed altri avvertiti, giungevano pure a riunirsi
— per non sottomettersi all'umiliazione di depor le armi a' piedi dei
soldati di Bonaparte, guidati dai preti —



                                                          2º periodo.

CAPITOLO IX.

Ritirata.


La mia buona Anita, ad onta delle mie raccomandazioni per farla
rimanere — avea deciso d'accompagnarmi —

L'osservazione ch'io avrei da affrontare una vita tremenda di disagi,
di privazioni, e di pericoli — frammezzo a tanti nemici — era piutosto
di stimolo alla coraggiosa donna — ed invano osservare ad essa, il
trovarsi in istato di gravidanza —

Essa giunse in una prima casa, e pregò una donna di reciderli i
capelli, si vestì da uomo, e montò a cavallo —

Dopo d'aver investigato dall'alto delle mura — per vedere se alcun
corpo nemico, si trovava sulla strada da percorrersi, io davo l'ordine
di marcia per la via di Tivoli — disposti a combattere qualunque nemico
che avesse voluto fermarci —

La marcia seguì senza ostacoli — e si giunse a Tivoli la mattina
del 3 Luglio — A Tivoli si pensò di organizzare alla meglio, tutti i
frammenti di corpi, che componevano la mia piccola brigata —

Sin qui le cose non andavano tanto male — La maggior parte de' migliori
miei ufficiali mi mancava — morti o feriti: Masina, Daverio, Manara,
Mameli, Bixio, Peralta, Montaldi, Ramorino, e tanti altri — ma alcuni
rimanevano ancora: Marrocchetti, Sacchi, Cenni, Coccelli, Isnardi —
e se lo spirito della generalità: popolo e militi, non fosse stato
tanto depresso — avrei potuto per molto tempo fare una bella guerra
— e porger occasione alle genti Italiane, rivenute dalla sorpresa e
dall'abbattimento, di scuotere il giogo di depredatori stranieri; ma
così non fu sventuratamente!

Io m'accorsi ben presto che non c'era voglia di continuare nella
gloriosa e magnifica impresa che la sorte porgeva davanti a noi —
Mossomi da Tivoli, verso tramontana per gettarmi tra popolazioni
energiche, e suscitarne il patriotismo — non solo, non mi fu possibile
riunire un sol uomo — ma ogni notte — come se avessero bisogno di
coprire l'atto vergognoso colle sue tenebre — disertavano coloro che mi
avean seguito da Roma.

Quando con me stesso, paragonavo la costanza e l'abnegazione di quelli
Americani, con cui avevo vissuto — che privi d'ogni agio della vita,
contentandosi d'ogni specie d'alimento — e sovente privi dello stesso
— sostenevansi per molti anni nei deserti o nei boschi — facendo una
guerra d'esterminio, piutosto che di piegar il ginocchio davanti alle
prepotenze d'un despota, o d'uno straniero — Paragonando dico: quei
forti figli di Colombo, cogli imbelli, ed effeminati miei concittadini
— mi vergognavo di appartenere a questi degeneri nipoti del grandissimo
popolo — incapaci di tener un mese la campagna — senza la cittadina
consuetudine di tre pasti al giorno —

A Terni si riunì a noi il prode collonnello Forbes — Inglese,
amante della causa Italiana, come il primo di noi — coraggioso ed
onestissimo milite — egli ci ragiunse con alcune centinaja d'uomini ben
organizzati —

Da Terni, seguimmo verso tramontana ancora — traversando l'Apennino,
or da una parte, e poi dall'altra — ma nessuna popolazione rispondeva
all'apello —

Per motivo delle frequenti diserzioni, rimanevano molte armi
abbandonate — che si caricavano su muli — ma il numero strabocchevole
delle stesse — e la difficoltà di trasporto — ci obligarono di
lasciarle colle monizioni alla discrezione di quelli abitanti che si
credevan migliori, acciò le nascondessero — e le serbassero per il
giorno in cui essi sarebbero stanchi di vergogne e di battitture —

Nella poco brillante nostra situazione — v'era nonostante di che
andar superbi — Noi, avevamo lasciato le vicinanze di Roma e de'
corpi Francesi, che inutilmente c'inseguirono per un pezzo — e ci
trovammo poi impegnati tra corpi Austriaci, Spagnuoli, e Napoletani —
quest'ultimi eran pure rimasti indietro —

Gli Austriaci ci cercavano dovunque — conoscendo senza dubbio lo stato
nostro poco florido — e bramosi senza dubbio di accrescere la gloria
acquistata a poco costo nel settentrione — e gelosi pure delle glorie
Francesi — Che la nostra collonna, menomavasi ogni giorno, lo sapevano
perfettamente dalle numerose spie — pretti — traditori indefessi di
questa terra, che per sua sventura li tolera! I preti poi, padroni dei
contadini e gente tutta della campagna — la più pratica, ed idonea per
transitare di notte tempo — informavano minutamente i nostri nemici
d'ogni cosa nostra, della situazione occupata — e d'ogni impreso
movimento nostro —

Io all'incontro poco sapevo dei nemici — poichè la parte buona della
popolazione era demoralizzata, impaurita, temente di compromettersi
— dimodocchè, anche con oro, mi era impossibile di ottenere delle
guide —

Guidati dovunque da esperti conduttori (ed ho veduto i preti stessi,
col crucifisso alla mano, condurre contro di noi, i nemici del mio
paese) — essi sempre ci trovavano, ad una cert'ora del giorno —
essendo sempre di notte le nostre mosse — Ma ci trovavano generalmente
in forti posizioni, e non ardivano di attaccarci — Ma ci stancavano
e suscitavano la diserzione. Così durò per un pezzo — senza che il
nemico, immensamente superiore di forze — fosse capace di attaccare e
sconfiggere la piccola nostra collonna —

E ciò prova: quanto noi avressimo potuto oprare in vantaggio del
nostro paese — se in luogo d'aver come sempre, i preti, e quindi i
contadini nemici della causa nazionale, li avessimo avuti favorevoli
— e suscitanti il patriotismo generale, contro stranieri dominatori e
ladri —

Corpi di truppe come gli Austriaci, vittoriosi allora di fresco
dalla battaglia di Novarra — e che avevano riconquistata tutta la
parte settentrionale della penisola con sole marcie — quei corpi,
più numerosi assai di noi, noi tenevamo a bada senza che osassero
attaccarci —

Non si lusinghino i nostri concittadini sul conto degli uomini della
campagna — Mentre essi saranno dominati dal prete, sorretti da un
governo immorale — i contadini, come i preti saranno sempre disposti
a tradire la causa nazionale — Il governo Italiano carico d'ogni colpa
— più dei dottrinari — positivo pressente la situazione instabile del
paese — e piutosto che apogiarsi sullo stesso ch'egli mal governa
e ruba — e che potrebbe darli ad esuberanza uomini, e mezzi per
combattere qualunque prepotente — il governo Italiano dico: si umilia
a cercare alleanze al di fuori, ch'è sempre impossibile a trovar
disinteressate —

Collo stato depresso dei cittadini come dissi: e quello ostile della
campagna in mano ai preti — ben precaria diventava la condizione nostra
— e presto noi sentimmo gli effetti della reazione rinascente, in tutte
le provincie Italiane —

Nella notte io ero obligato di cambiar posizione — poichè era molto
naturale che fermandomi più d'un giorno in quelle occupate — mi si
agglomeravano i nemici — informatissimi d'ogni cosa — e più difficili
diventavano i miei movimenti — Ed io non poteva ottenere una guida in
Italia — mentre gli Austriaci ne abbondavano! Ciò serva agl'italiani
che vanno a messa, ed a confessarsi — da quella bella roba nera che si
chiaman scarafaggi!

Pochi — per conseguenza — episodi importanti succedettero sino a S.
Marino — e non vi furono che alcune insignificanti scaramuccie cogli
Austriaci —

Due prigionieri della cavaleria nostra, che andavano in esploratori
— furon catturati dai contadini del vescovo di Chiusi — Da un vescovo
capite bene — e se non erro: Chiusi ha ancora un vescovo oggi (1872) —
Io reclamai quei miei prigionieri, che certamente credevo in pericolo,
nelle ugna dei discendenti di Torquemada — e mi furon negati — Feci
marciar allora, per rappresaglia, tutti i frati d'un convento alla
testa della collonna — minacciando di farli fucilare, ma l'arcivescovo
duro — fece sapere: che molta stoffa v'era in Italia per far dei frati
— e non volle restituirmi i prigionieri — Credo poi di più: ch'egli
desiderava l'eccidio di quei suoi soldati — per spacciarli poi alla
canaglia — come tanti santi martiri — Io sciolsi i fratti allora —

Uno dei fatti più dispiacenti per me, in quella ritirata, erano le
diserzioni, massime degli ufficiali — alcuni pure de' miei antichi
compagni — I gruppi dei disertori, scioglievansi sfrenati per le
campagne, e commettevano violenze d'ogni specie..... Eran soldati di
Garibaldi!... Codardi nell'abbandonare vilmente la causa santa del
loro paese — essi naturalmente scendevano ad atti osceni e crudeli
cogli abitanti — ciò sommamente mi straziava, peggiorava ed umiliava
non poco la già sventurata posizione nostra! ¿Come potevo io mandare
dietro a quelle scellerate masnade — attorniato come mi trovavo
dai nemici! Alcuni colti in flagranti erano fucilati — ma ciò poco
rimediava — andando la maggior parte impuniti — La situazione divenuta
disperata, io cercai d'arrivare a S. Marino — Avvicinatomi alla sede
di quelli eccellenti Repubblicani, giunsemi una loro deputazione, ed
avvendone avuto notizie, mi avanzai per conferire con essa — E mentre
io mi trovavo conferendo colla deputazione di S. Marino — un corpo di
Austriaci comparì nella nostra retroguardia — e vi cagionò confusione
tale, che tutti presero a fuggire — quasi senza veder nemici — almeno
la maggior parte —

Avvertito di tal contratempo — retrocessi, trovai la gente fuggendo
— e la mia valorosa Anita, che col collonnello Forbes, facevano ogni
sforzo per trattenere i fuggenti — Quella incomparabile donna incapace
di qualunque timore, aveva lo sdegno dipinto sul volto — e non poteva
darsi pace di tanto spavento, in uomini che poco tempo prima s'eran
battuti valorosamente —

Qui io devo far menzione d'un piccolo pezzo nostro, d'artiglieria — che
alcuni de' nostri prodi artiglieri di Roma, che tanto s'eran distinti
nell'assedio — avean trascinato sin dal principio della nostra ritirata
— Essi, con una costanza impareggiabile, senza cavalli ed attrezzi
— con molta fatica, lo aveano condotto — per sentieri impraticabili
e per montagne — In cotesto giorno di fuga, lo difesero per un pezzo
da soli — perlasciati dagli altri — e non lo abbandonarono senonchè
dopo d'averlo difeso sino all'estremo soccombendo la maggior parte di
loro —

Quegli Austriaci assuefatti a spaventar gli Italiani fecero anche
uso di quei famosi razzi — arma lor prediletta — che ci scagliavano
con meravigliosa profusione — e che non ho mai veduto ferir un solo
individuo — Spero: i miei giovani concittadini sapranno trattare col
disprezzo che meritano, quei tali giocatoli, nel giorno, forse non
lontano — in cui insegneremo a quei nostri padroni del Tirolo — che
l'aria meridionale delle Alpi è loro micidiale —

Giunti a S. Marino — io scrissi sul gradino d'una chiesa al di fuori
della città l'ordine del giorno — espresso circa nei termini seguenti:
«Militi, io vi sciolgo dall'impegno d'accompagnarmi — Tornate alle
vostre case; ma ricordatevi che l'Italia non deve rimanere nel
servaggio, e nella vergogna!»

Un'intimazione era giunta al governo della Republica di S. Marino da
parte del generale Austriaco — con condizioni per noi inamissibili,
e ciò cagionò una reazione benefica nello spirito dei nostri militi —
che si decisero di combattere a tutt'oltranza piutosto di discendere a
patti ignominiosi —

Il convenuto col governo della Republica: era di deporre le armi
su quel territorio neutro — e che ognuno avrebbe potuto tornare
liberamente a casa sua — Tale fu il patto conchiuso con codesto governo
— e nulla si volle patteggiare coi nemici dell'Italia —

Per parte mia, però, non avevo idea di depor le armi — Con un pugno
di compagni — io sapevo, non impossibile, aprirsi strada e guadagnar
Venezia — E così s'era deciso — Un carissimo e ben doloroso impiccio
era la mia Anita — avanzata in gravidanza, ed inferma, io la supplicavo
di rimanere in quella terra di rifugio — ove un asilo almen per lei,
poteva credersi assicurato — ed ove gli abitanti ci avevan mostrato
molta amorevolezza — Invano! quel cuore virile e generoso si sdegnava
a qualunque delle mie ammonizioni su tale assunto — e m'imponeva
silenzio, colle parole: «tu vuoi lasciarmi» —

Io determinai di sortire da S. Marino, verso la metà della notte, e
di guadagnare qualche porto dell'Adriatico, ove potersi imbarcare per
Venezia —

Siccome molti de' miei compagni, avevano divisato di accompagnarmi, a
qualunque costo — massime poi alcuni prodi Lombardi e Veneti disertori
dell'Austria — Io andai fuori della città, con pochi, aspettando
gli altri in un punto determinato — Tale combinazione cagionò alcun
ritardo — e fui obligato d'aspettare un pezzo prima di riunire gli
aspettatti —

Nella giornata stetti vagando per la campagna, a prendervi informazioni
sui punti della costa più abordabili —

La fortuna in cui non ho mancato d'aver sempre qualche fede, m'inviò un
individuo che mi servì moltissimo in tale ardua circostanza — Galapini,
giovane coraggioso di Forlì, mi si presentò in un biroccio — e mi servì
di guida, e d'esploratore, correndo colla velocità del lampo, dalla
parte ove si trovavano gli Austriaci — raccogliendo informazioni dagli
abitanti e raguagliandomi d'ogni cosa — Dalle sue esplorazioni, io
mi decisi a prender la via di Cesenatico — e Galapini mi trovò delle
guide che mi accompagnarono a quella volta — Noi giunsimo a Cesenatico
verso mezzanote — all'entrata del paese trovammo una guardia Austriaca
— rimasero gli uomini di quella guardia stupiti dall'improvviso nostro
apparire — e profitando di quel momento di esitazione, dissi ad alcuni
circostanti de' miei a cavallo: «Scendete e disarmateli» — Fu l'affare
d'un momento — ed entrammo quindi nel paese del quale rimasimo padroni
— avendo pure arrestati alcuni gendarmi, che certo non ci aspettavano
in quella notte —

Una delle prime misure — fu quella d'intimare alle autorità municipali
di dar ordine: fossero messe a mia disposizione, quel numero di barche
che mi abbisognavano per il trasporto della gente —

La fortuna, però, avea cessato di favorirmi in quella notte — Una
burrasca innalzatasi dalla parte del mare, lo aveva agitato in modo
— ed i frangenti — erano così forti nella bocca del porto — che la
sortita era diventata quasi impossibile —

Qui mi valse assai l'arte mia marinaresca — Era necessario,
indispensabile uscire dal porto — il giorno si avvicinava, i nemici
erano vicini — e per ritirata, non restava altro che il mare —

Io andai a bordo dei _bragozzi_ — barche peschereccie — feci giuntare
alcune alzane a due ferri impennellati[76] e provai di uscire fuori
del porto con una barchetta, dar fondo ai ferri, per tonneggiare i
bragozzi[77] —

I primi tentativi furono infruttuosi — Invano si saltò in mare
per spingere la barcata contro i frangenti — Invano si animavano,
colla voce, e con molte promesse i rematori — Solo dopo ripetute e
faticosissime prove, si pervenne a portare i ferri, alla distanza
dovuta, e si diedero fondo —

Tornando in porto di _rebuffo_ — cioè: mollando le alzane, dopo d'aver
dato fondo ai ferri — e giunti all'ultima alzana — questa, per esser
sottile e non buona — si ruppe e tutto il lavoro perduto, si dovè
ricominciarlo —

Era affare da impazzire simile contrarietà — Infine fui obligato di
tornare a bordo ai bragozzi — cercare altre alzane, altri ferri — con
gente sonnolenta e di mala voglia — che si doveva spingere a piatonate,
per farla movere, ed ottenerne il necessario — Si ritentò finalmente
la prova — e questa volta fummo più felici — e potemmo stendere i ferri
quanto abbisognava —

S'imbarcò la gente divisa in tredici bragozzi[78] — Il colonnello
Forbes s'imbarcò per l'ultimo — essendo rimasto tutto il tempo
che durarono i preparativi, all'entrata esterna del paese, facendo
barricate, per respingere i nemici, se si fossero presentati —

Messi fuori tutti i bragozzi, tonneggiandoli uno dopo l'altro — con
tutta la gente a bordo — Si distribuì a ciascun di loro, una parte dei
viveri ch'erano stati requisiti dalle autorità municipali — Si diedero
alcune istruzioni verbali a tutti, raccomandando di navigare più uniti
che possibile — e si salpò alla via di Venezia —

Il giorno era già avanzato quando salpammo da Cesenatico — il
tempo s'era abbellito e il vento favorevole — S'io non fossi stato
addolorato dalla situazione della mia Anita, che trovavasi in uno
stato deplorabile — soffrendo immensamente — io, avrei potuto dire; che
superate tante difficoltà, e sulla via di salvazione — la condizione
nostra — poteva chiamarsi fortunata; ma, i patimenti della cara
mia compagna — erano troppo forti — e più forte era tuttora il mio
rammarico di non poter sollevarla —

Colla strettezza del tempo e le difficoltà incontrate per uscire
da Cesenatico — io non m'ero potuto occupare di viveri — Ne avevo
incaricato un ufficiale — e quegli avea raccolto il possibile — Con
tutto ciò, di notte, in un paesetto sconosciuto — assalito di sorpresa
— solo poche provviste aveva potuto procurarsi — quelle stesse che
erano state divise fra i bragozzi —

Delle mancanze, la principale era l'acqua — e la mia soffrente donna,
aveva una sete divorante — indizio non dubbio dell'interno suo male!
Avevo sete, io pure, affannato dalle fatiche, e l'acqua da bere era
pochissima!

Noi seguimmo tutto quel resto della giornata, la costa Italiana
dell'Adriatico — ad una certa distanza, con vento favorevole — La
notte pure, si presentò bellissima — Era plenilunio — ed io vidi
alzare con un senso dispiacevole, la compagna dei naviganti, ch'io
avevo contemplato tante volte col culto d'un adoratore! Bella come non
l'avevo veduta mai — ma per noi sventuratamente troppo bella! E la luna
ci fu fatale in quella notte!

A levante della punta di Goro — trovavasi la squadra Austriaca — che
i patriotici governi, sardo e borbonico — avevano lasciata intatta e
padrona dell'Adriatico — Dai raguagli avuti da pescatori — io sapevo
dell'esistenza di detta squadra — forse ancorata dietro cotesta punta —
ma incerte erano le mie informazioni —

Seguendo la nostra via per Venezia, il primo legno che scoprimmo, fu
un brigantino — credo l'_Oreste_ — e questo scoprì noi al tramonto —
Scoperti che fummo, il brigantino manovrò in modo da avvicinarci — Io
procurai di far intendere ai bragozzi compagni, di obliquare alquanto
a sinistra verso la costa — ed uscire quindi, quanto possibile, dalla
linea della luna — nel chiarore della quale, era più facile al nemico
di scoprire i nostri piccoli legni — Non valse tale precauzione essendo
la notte chiara, come non l'avevo mai veduta — ed il nemico non solo ci
tenne alla vista — ma cominciò da lontano con cannonate e razzi — per
dar segno alla squadra di noi, e del nostro avvicinare —

Io tentai di passare tra i bastimenti nemici, e la costa facendo
il sordo alle cannonate a noi dirette — Ma i compagni bragozzi —
intimoriti dal fracasso dei tiri, e dal numero crescente dei nemici —
retrocessero, ed io con loro, non volendo abbandonarli —

Spuntò il giorno, e ci trovammo nell'insenata della punta di Goro,
acerchiati da legni nemici — essi continuavano a cannonegiarci —
e m'accorsi con dolore che già alcuni bragozzi s'erano arresi —
Retrocedere od avanzare era divenuto impossibile, essendo i legni
nemici, più assai velieri, dei nostri — e non vi fu altro rimedio,
che di dirigersi alla costa, ove giungemmo perseguiti dalle lancie —
palischermi — e cannoneggiati — in numero di quattro soli bragozzi —
Tutti gli altri erano in potere del nemico —

Io lascio pensare: qual'era la mia posizione in quei sciagurati
momenti: La donna mia infelice — moribonda! — Il nemico perseguendo
dal mare, con quella alacrità che da una vittoria facile — Aprodando
ad una costa, ove tutte le probabilità di trovarvi altri, e numerosi
nemici — non solamente Austriaci — ma papalini — allora in fiera
reazione — Comunque fosse — noi aprodammo — Io presi la mia preziosa
compagna nelle braccia, sbarcai e la deposi sulla sponda — Dissi
ai miei compagni, che collo sguardo mi chiedevano ciocchè dovevano
fare: d'incamminarsi alla spicciolata, e di cercar rifugio, ove
potrebbero trovarlo — In ogni modo d'allontanarsi dal punto ove ci
trovavamo, essendo imminente l'arrivo dei palischermi nemici — Per
esser impossibile seguitar oltre — non potendo abbandonare mia moglie
moribonda —

Gli uomini a cui mi dirigevo, mi erano pure molto cari: Ugo Bassi, e
Ciceroacchio coi due figli!

Bassi mi disse: io vado cercando qualche casolare, ove trovarvi un
pantalone da cambiarmi questo, certamente troppo sospetto — Egli
vestiva un pantalone rosso — credo tolto al cadavere d'un soldato
Francese a Roma da uno dei nostri, e regalato alcuni giorni prima ad
Ugo Bassi dallo stesso — per sostituirlo ad uno cencioso — Ciceroacchio
mi diede un addio affetuoso, e si allontanò coi figli —

Ci dividemmo con quei virtuosissimi Italiani per non più rivederci —
La ferocia Austriaca e pretina satollava la sua sete di sangue, colla
fucilazione di quei generosi — e si vendicava così — dopo pochi giorni
delle passate paure —

Con Ciceroacchio eran nove compreso lui e i due figli — un capitano
Parodi — de' miei prodi compagni di Montevideo — e un Ramorino
sacerdote Genovese — degli Altri non ricordo —

«Cavate nove fosse» ordinò un Capitano Austriaco agli ordini d'un
principe Austriaco — che comandava in quella parte d'Italia — e che
avea arrestato i nove miei commilitoni — «Cavate nove fosse» diceva
imperiosamente quel capitano austriaco ad una folla di contadini — che
grazie ai preti — avean paura dei liberali Italiani — dipinti a loro
come tanti assassini — e non dei soldati Austriaci — E le fosse furon
cavate in pochi minuti, in quel terreno sabbioso e leggiero!

Povero vecchio! Ciceroacchio! Il vero tipo dell'onesto popolano! Lì,
con davanti a lui le fosse cavate che dovean racchiudere lui, i suoi
compagni, ed i suoi figli! Un figlio di 13 anni!.....

Pronte le fosse — furon tutti moschettatti — e sepolti da mani Italiane
s'intende — Il soldato straniero era padrone — comandava ai servi
— e l'ubbidienza doveva esser immediata — senò verghe! Ugo Bassi fu
arrestato pure — e fucilato con Levrè — uno pure dei miei di Montevideo
— prode e simpatico Milanese —

Ugo Bassi fu torturato dai preti prima di fucilarlo — essendo stato
prete — maggiore era la loro rabbia! Io rimasi nella vicinanza del
mare in un campo di melica, colla mia Anita, e col tenente Leggiero —
indivisibile mio compagno — che mi era rimasto pure in Svizzera, l'anno
antecedente, dopo il fatto di Morazzone — Le ultime parole della donna
del mio cuore erano state per i suoi figli! ch'essa pressentì di non
più rivedere!

Stettimo un pezzo i tre in quel campo di melica alquanto indecisi
sul da farsi — Finalmente io dissi a Leggiero d'avanzarsi un po'
nell'interno per scoprire qualche cosa nelle vicinanze — Egli da
quell'ardito ch'era stato sempre — si mosse subito — Io rimasi un
pezzo in aspettativa — ma tra non molto udii gente che si avvicinava
— mi spinsi fuori del ricovero, e vidi Leggiero accompagnato da
un'individuo, che riconobbi subito, e la di cui vista mi fu molto
consolante —

Era il collonnello Nino Bonnet, uno dei miei più distinti ufficiali
— ferito a Roma nell'assedio — ed ove egli avea perduto un valoroso
fratello — S'era ritirato a casa per curarsi — Nulla di più fortunato
poteva accadermi che l'incontro di cotesto mio fratello d'armi —
Domiciliato e possidente in quei dintorni — egli avea inteso le
cannonate, e pressentito quindi il nostro aprodo — S'era avvicinato
alla sponda del mare per trovarci e soccorerci —

Coraggioso ed intelligente, Bonnet con gran pericolo di se stesso,
cercò e trovò chi cercava — Ed una volta trovato tale ausiliario — io
mi rimisi intieramente all'arbitrio suo — e ciò fu naturalmente, la
salvezza nostra — Egli propose subito di avvicinare una casipola, che
si trovava nelle vicinanze, per trovarvi qualche ristoro all'infelice
mia compagna —

Ci avvicinammo sostenendo Anita in due — ed a stento giungemmo a
quella casa di povera gente — ove trovammo acqua, necessità prima della
soffrente — e non so che altro —

Passammo da questa ad una casa della sorella di Bonnet, che fu
gentilissima — Di lì traversammo parte delle valli di Comacchio — ed
avvicinammo la Mandriola, ove si dovea trovare un medico —

Giunsimo alla Mandriola — e stava Anita coricata su d'un materazzo, nel
biroccio che l'avea condotta — Dissi allora, al dottor Zannini — giunto
pure in quel momento: «guardate di salvare questa donna!» Il D.re a me:
«procuriamo di trasportarla in letto» — Noi allora presimo, in quattro,
ognuno un'angolo del materazzo, e la trasportammo in letto d'una stanza
della casa, che si trovava a capo di una scaletta della stessa —

Nel posare la mia donna in letto — mi sembrò di scoprire sul suo volto,
la fisionomia della morte — Le presi il polzo... più non batteva!
Avevo davanti a me la madre de' miei figli — ch'io tanto amava!
cadavere!..... Essi mi chiederanno della loro genitrice — al primo
incontro!...

Io piansi amaramente la perdita della mia Anita! di colei che mi fu
compagna inseparabile — nelle più avventurose circostanze della mia
vita!

Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dar sepoltura a quel
cadavere! E m'allontanai sollecitato dalla stessa gente di casa, ch'io
compromettevo rimanendo più tempo —

M'avviai brancolando per S. Alberto, con una guida che mi condusse, in
casa d'un sarto — povero — ma onesto e generoso —

Con Bonnet, a cui confesso di dover la vita, cominciò la serie de' miei
protettori — senza di cui, non avrei potuto peregrinare per trenta e
sette giorni — dalle Foci del Po, al golfo di Sterlino, ove m'imbarcai
per la Liguria —

Dalla finestra della casa, ov'io mi trovavo in S. Alberto — vedevo
passeggiare i soldati Austriaci — padroni ed insolenti come sempre!
Abitai due case, in codesto piccolo ma eccellente paese — ed in
ambe fui custodito, salvo, e trattatto con una generosità superiore
alla condizione economica di tale buona gente — Da S. Alberto i miei
amici trovarono bene di trasportarmi nella vicina Pineta — ove
soggiornai qualche tempo — cambiando di luogo per maggior sicurezza
— Eran vari i confidenti del segreto, che mi occultava come in magica
nube alle ricerche de' miei persecutori — non solamente Austriaci, ma
papalini peggiori ancora — E giovani la maggior parte, erano cotesti
coraggiosi Romagnoli — Bisognava veder con che cura, essi attendevano
alla mia salvazione — quando mi credevano in pericolo, in un punto —
li vedevo giungere di notte con un biroccio..... e generalmente per
imbarcarmi — e trasportarmi a molte miglia di distanza — in altre
situazioni più sicure

Gli Austriaci da parte loro, ed i preti, non mancavano di far
le indagini possibili per scoprirmi — I primi avevano diviso un
battaglione in sezioni, che percorrevano la Pineta in tutte le
direzioni — I preti poi, dal pergamo e dal confessionale suscitavano le
contadine ignoranti, a far la spia, per la maggior gloria di Dio —

I miei giovani protettori, avevano combinato i loro segnali di notte,
con una maestria ammirabile — per movermi da un punto all'altro
— e per dar l'allarme quando si conosceva un pericolo — quando si
sapeva esistere qualche pericolo, iscorgendo un fuoco in un sito
determinato — si passava oltre — all'incontro, non si scorgeva fuoco,
in quell'assegnato sito — si tornava indietro, o si prendeva un'altra
direzione — qualche volta temendo di equivoci — il conduttore fermava
il barroccio — scendeva, e si avanzava lui stesso per riconoscere
— oppure senza scendere trovava subito chi lo informava d'ogni
cosa —

Tali misure, eran così esattamente prese, da eccittare l'ammirazione
— Si osservi: che qualunque cosa fosse traspirato — qualunque cenno
avessero avuto di quanto accadeva, i miei persecutori — essi avrebbero
— senza processo, e senza misericordia — fucilato sino ai bambini della
gente che mi favoriva — con tanta devozione —

Quanto mi duole: non poter consacrare alla storia, i nomi di quei
generosi Romagnoli, a cui certamente io devo la vita — S'io non fossi
deditto alla santa causa del mio paese — quella sola circostanza
certamente — me n'imporrebbe l'obligo —

Così passai vari giorni nella bella Pineta di Ravenna — Un po' alla
capanna d'un caro, onesto, e generoso popolano nominato Savini — Altre
volte coperti dai cespugli di cui non difetta il bosco —

In coteste ultime situazioni, succedette una volta, che mentre
sdrajati, col mio compagno Leggiero, da una parte d'un cespuglio
— passavano dall'altra gli Austriaci, e le loro voci, certo poco
piacevoli, disturbarono alquanto la quiete della foresta, e le
pacate nostre riflessioni — Essi passavano a poca distanza da noi
— e l'oggetto della loro conversazione, un po' animata erimo noi
certamente —

Dalla Pineta, fummo trasportati a Ravenna, in una casa, fuori di Porta
(di cui non ricordo il nome) ed ove fummo accolti, colla stessa cura, e
la medesima amorevolezza, come sempre —

Da Ravenna fummo trasportati verso Cervia, nello stabilimento agricolo
d'un altro caro individuo, di cui ricordo perfettamente la benevola
fisionomia, ma non il nome — Stettimo lì un pajo di giorni, e presimo
quindi la direzione di Forlì —

Da Forlì, ove passammo una notte, ospitati in casa di brava gente —
seguimmo poi per l'Apennino con guide —

Giova osservare, passando, che niuno tra quelle popolazioni generose,
è capace di scendere alla delazione; e che raccogliendo un proscritto
— essi lo custodiscono come cosa sacra — Lo salvano, lo mantengono,
lo guidano con una benevolenza incomparabile — La lunga dominazione
del più perverso, del più coruttore dei governi, non è stato capace
di ammolire, e depravare il carattere di quelle maschie e generose
popolazioni —

Il governo di ladri (1872) succeduto al pessimo governo dei preti,
non la conosce cotesta gente, per sventura caduta sotto la sua
amministrazione — e la martoria senza considerazioni — Se ne accorgerà
egli nel giorno in cui dalla terra dei Vespri, e dalle Romagne alle
Alpi — si chiederà conto della sua gestione —

Passammo la frontiera delle Romagne, ed entrammo in Toscana — lo stesso
interesse, la stessa amorevolezza incontrammo in questa colta parte
d'Italia — divisa dai preti e da lunghe sciagure, ma destinata per
formare un popolo solo —

Un Anastasio, tra gli altri, ci accolse, e ci custodì in una sua casa
dei monti —

Poi, un prete! Vero angelo custode del proscritto — ci cercò, ci trovò,
e ci condusse in casa sua, in Modigliana —

Rammenterò qui — a chi ha la pazienza di leggere queste memorie — ch'io
dissi già molte volte: odiare il falso, perverso carattere del prete —
ma tolto l'individuo alla sua qualità d'impostore — e tornando uomo —
io lo considero come un altro —

Il padre Giovanni Verità di Modigliana — vero sacerto del Cristo —
E qui per Cristo m'intendo l'uomo virtuoso e legislatore — non quel
Cristo fatto Dio dai preti, e che se ne servano per coprire l'oscenità
e la fallacia della loro esistenza —

Il padre Giovanni Verità — dacchè un perseguito dai preti per amore
d'Italia, si avvicinava a coteste contrade — era il fatto suo: di
proteggerlo, di nutrirlo, e farlo condurre, o condurlo lui stesso al
sicuro dalle persecuzioni —

Egli avea salvato, così, a centinaja, i Romagnoli proscritti, che
si rifuggivano sul territorio Toscano — Condannati dall'inesorabile
rabbia del clero — essi procuravano di passare in Toscana, ove se non
buono, il governo — era almeno men scellerato di quello dei preti — Le
proscrizioni poi, fra quelle sventurate — e coraggiose popolazioni,
erano frequenti — ed ovunque nelle mie peregrinazioni, ne avevo
incontrato molti dei Romagnoli proscritti — e da tutti avevo inteso
benedire il nome del veramente pio sacerdote —

Stettimo un par di giorni in casa di D.n Giovanni, nel proprio
suo paese di Modigliana — ove la stima e l'affetto di cui godeva
generalmente servivan di palladio all'ospitale suo domicilio — Fummo
condotti poi dallo stesso a traverso l'Apennino — col divisamente di
seguirne le vette, per passare negli Stati Sardi —

Giunti nelle vicinanze delle Filigari, una sera — il nostro generoso
conduttore — ci lasciò in luogo apartato — e si spinse verso coteste
abitazioni per cercare una guida — Nacque un equivoco in questa
circostanza, che ci deviò dalla cara compagnia del nostro prottettore
— Una guida mandata da lui — presa forse dal sonno, essendo la notte
avanzata — si smarrì e giunse da noi tardi — Entrammo nel paesello; e
D.n Giovanni n'era uscito per ragiungerci — impaziente per il ritardo,
non nostro, ma della guida — ed avea preso strada diversa —

Faceva l'alba — ci trovavamo sullo stradale che conduce da Bologna
a Firenze — e non potevamo più rimanere in una posizione sì
esposta —

Presimo la determinazione allora di cercare un biroccio, ed
incamminarci per lo stradale verso Firenze — stacandoci, con
grandissimo rincrescimento dall'uomo generoso che ci avea guidati e
protetti sino allora —

Seguimmo dunque lo stradale, verso la capitale della Toscana — e
già era gran giorno — Noi c'intoppammo in un corpo d'Austriaci —
che da Firenze marciava su Bologna — Fecimo buon contegno — per
forza, e continuammo così un pezzo avanti verso la china Occidentale
dell'Apennino —

Pervenuti ad una osteria, a sinistra della strada che si percorreva
— il condottore si fermò — e fu conveniente rimanere in quel punto —
Entrammo nell'osteria, congedammo il vetturale, e chiesimo una tazza di
cafè dall'oste —

Mentre s'aspettava il cafè, io m'ero seduto a sinistra entrando, sopra
una panca, accanto ad una lunga tavola — solita a trovarsi in tali
stabilimenti — Seduto, ed un po' stanco, io m'apogiai sonnacchiando,
sulle braccia distese sulla tavola — Leggiero toccandomi nella spalla
con un dito — mi destò, e m'incontrai collo sguardo, nel volto poco
piacevole di certi Croati che avevano invaso l'osteria — Era un altro,
o forse parte dello stesso corpo nemico, che già avevamo incontrato più
sopra —

Riabassai il capo sulle braccia e feci conto di non aver veduto nessuno
— Sgombra che fu l'osteria, e preso il nostro — dopo che furon serviti
i padroni — noi traversammo lo stradale — e sulla parte destra dello
stesso, noi cercammo, e trovammo asilo in una casa di contadini —

Dopo aver riposato alquanto, e prese le necessarie informazioni — noi
ci avviammo verso Prato, coll'intendimento di guadagnare la frontiera
Ligure — Dopo d'aver marciato la maggior parte della giornata, si
arrivò in una valle — ove trovammo una specie d'albergo di campagna —
ed ove chiedemmo allogio per la notte —

Trovavasi nello stesso albergo — un giovane cacciatore di Prato —
che sembrava famigliare del luogo — e nell'intimità colla gente di
casa — L'aspetto del giovane era decente, liberi i suoi modi — e
con una di quelle fisionomie di onesta franchezza, che difficilmente
ingannano — Io stetti ad osservarlo per qualche tempo, con significato
esprimente il desiderio di conferire con lui — e lo avvicinai — Dopo
poche interlocuzioni, diedi il mio nome — e vidi subito che non m'ero
ingannato —

Il giovane Pratese si commosse al mio nome — e vidi brillare negli
occhi suoi la gentil voluttà di far bene — Egli mi disse: vado a Prato,
che dista poche miglia — parlerò co' miei amici, e tornerò da voi in
breve —

Fu molto esatto l'eccellente Pratese — Tornò presto, e noi lo seguimmo
a Prato, ove gli amici con a capo l'Avvocato Martini, avevano fatto
preparare un legno, che doveva condurci per la strada d'Empoli, Colle
ecc. — verso le maremme Toscane, ove raccomandati ad altri buoni
Italiani — noi avressimo con molta probabilità trovato barche — per
esser condotti in qualche punto del territorio Ligure —

La determinazione, presa dai bravi patrioti Pratesi, di avviarci verso
le Maremme, era motivata dalle molte e rigorose osservazioni, tenute
dal governo del Duca sulla frontiera Sarda — per impedire il transito
dei compromessi politici — allora numerosi, che cercavano salvezza
al di là del limite occidentale — su quella terra Italiana — ove la
prepotenza Austriaca giammai dovea trovar campo alle sue libidini di
depredazioni e di assassinï.

L'avvocato Martini di Prato — tra tutti i nostri benefattori e
liberatori — meritò illimitata la vostra gratitudine — Egli non
solamente si adoprò per facilitare il nostro viaggio — ma ci raccomandò
caldamente ai suoi amici, e congiunti delle Maremme — che ci valsero
sommamente — Mi duole assai, non ricordare il nome del bravo giovine —
che primo, e tanto contribuì alla nostra salvazione — ed al quale, io
lasciai un piccolo anello — di poco valore — per ricordo e per segno
d'affetto —

Il nostro viaggio da Prato alle Maremme — fu veramente singolare — Noi
percorremmo gran tratto di paese in un legno chiuso — fermandoci per
cambiar cavalli di tapa in tapa — ed in vari paesi le nostre fermate
erano oltremodo lunghe — avendo, i cocchieri che ci guidavano, molto
meno premura di noi di procedere avanti — Dimodocchè si dava agio
ai curiosi di circondare la vettura — ed alcune volte, erimo pure
obligati discendere per mangiare od altro — dovendo coprire alquanto e
dissimulare, l'eccezionale condizione dei nostri individui —

Nei piccoli paesi, erimo naturalmente alla berlina degli oziosi, che
congetturavano in mille modi sull'esser nostro — disposti al cicaleccio
sopra individui che non conoscevano — e che i tempi difficili d'una
terribile reazione attorniavano di dubbï —

A Colle, particolarmente, oggi paese patriotico ed avanzato — fummo
attorniati da una folla — che non mancò darci segni manifesti di
sospetto, e di avversione alle nostre fisionomie tutt'altro che, di
pacifici, ed indifferenti viaggiatori — Non altro successe però —
oltre a qualche parolaccia indecorosa — e che noi dissimulammo com'era
naturale —

Erimo, sventuratamente, ancora ai tempi, in cui i preti dicevano alla
gente: esser i liberali una massa d'assassini (1849) — Alcuni anni
dopo però io fui ricevuto nello stesso paese, con tanta entusiastica
gentilezza — ch'io certamente ricorderò tutta la vita. Passammo sotto
le mura di Volterra — ove trovavasi allora Guerrazzi, con parte dei
compromessi politici della Toscana — e ci limitammo di calcare il
cappello negli occhi, passando —

Il primo sito di sicuro rifugio — ove giungemmo nelle vicinanze delle
Maremme — fu S. Dalmazio, in casa del D.r Camillo Serafini — uomo
generoso, vero patriota Italiano, e dotato d'un coraggio, e d'una
fermezza non comune — Deputato Toscano al parlamento in 1859 — dopo
l'emancipazione del suo nobile paese, egli certamente come il bravo
Giovanni Verità — partecipò a qualunque coraggiosa deliberazione di
quell'assemblea — e mi figuro: si sia ritirato in disgusto come tanti,
per non trovarsi al contatto di gente che non meritano di rappresentare
l'Italia — Soggiornammo vari giorni, in casa di Serafini — e fummo
condotti in seguito in uno stabilimento di bagni, appartenente ad un
altro Martini, parente del primo — e come questo benefico —

Di lì, in casa d'un Guelfi, più vicino al mare — ed in ogni luogo,
ricevemmo un'ospitalità degna della maggior gratitudine —

Fratanto si trattava da quei generosi amici — con un pescatore
Genovese — per esser portati nella Liguria — Un bel giorno vari
giovinotti Maremmani, di quei dintorni, armati coi loro fucili a due
colpi — come i cacciatori di Ravenna — e come questi svelti, forti, e
coraggiosi — vennero a cercarmi in casa del bravo Guelfi — ci diedero
ad ambi un'arma uguale alla loro — e ci condussero attraverso boschi,
sulla sponda del mare, a poche miglia a levante di Follonica — porto
caricatore di carbone, nel golfo di Sterlino —

Là trovavasi la barca peschereccia, che ci aspettava — Noi c'imbarcammo
commossi dalle prove d'affetto, che ci prodigarono i nostri giovani
liberatori —

Com'ero fiero d'esser nato in Italia! — In questa terra di morti! Fra
questa gente che non si batte — dicono i nostri vicini: ove da molti
secoli — perchè caduti dal trono da cui i nostri padri dominavano
il mondo — pur ricordandosi dell'indole nostra — cotesti protervi
limitrofi — c'imponevano il rettile nero della teocrazia — per
umiliarci — depravarci — corromperci d'anima e di corpo — acciochè
curvi, cretini non udissimo più il fischio della verga — a cui ci
avevano dannato in eterno — Come se il loro regno di pigmei — fosse per
durar sempre — mentre il tempo _con sue fredd'ali_, spazzava anche il
gigante di tutte le grandezze umane, passate, presenti, e future — le
di cui macerie risorgono oggi sui sette colli —

Fiero d'esser nato in Italia, dico: ove ad onta di star sotto il
dominio di preti e di ladri — sorge, una gioventù, che disprezzando i
pericoli, le torture, e la morte — marcia impavida al compimento del
dovere — all'emancipazione dello schiavo!

Imbarcati nel golfo di Sterlino — a bordo d'un pescatore Ligure —
veleggiammo verso l'isola d'Elba — ove si dovevano imbarcare attrezzi,
ed alcune provviste — Passammo parte del giorno ed una notte a porto
Longone — Di là, costeggiando la Toscana, giunsimo sulla rada di
Livorno — e senza fermarci continuammo verso ponente —

Io non dubitavo della sfavorevole accoglienza, che per parte del
governo — m'aspettava negli Stati Sardi — e mi venne l'idea, sulla rada
di Livorno, di chiedere asilo a bordo d'un vascello Inglese, che vi si
trovava ancorato — Il desiderio, però, di veder i miei figli, prima di
lasciar l'Italia — ove sapevo di non poter stare — prevalse — e verso
settembre sbarcammo in salvo a Porto Venere —

Da porto Venere a Chiavari, nulla di nuovo — e fummo ospitati in
quest'ultima città, in casa di mio cugino Bartolomeo Pucci, di
carissima memoria —

Fummo festeggiati dalla buona famiglia di mio parente come pure da
cotesta cara popolazione di Chiavari — e dai numerosi Lombardi che vi
si trovavano rifuggiati dopo la battaglia di Novarra —

Ma il generale Lamarmora, allora commissario regio a Genova, sapendo
del mio arrivo — ordinò fossi trasferito in quella capitale — scortato
da un Capitano di carabinieri travestito —

Io non trovai, affatto strano il procedimento del generale Lamarmora —
Egli era istromento della politica, prevalente allora nel nostro paese;
ed istromento intimo — nemico poi per propensione di chiunque, fosse
come me, macchiato del suggello Republicano —

Fui rinchiuso in una segreta del palazzo ducale di Genova — e quindi
trasportato di notte, a bordo della fregata da guerra il _S. Michele_
— In ambi luoghi, però, trattatto con deferenza, sia da Lamarmora, come
a bordo dal cavalleresco comandante Persano — Io, altro non chiesi, che
24 ore per andare a Nizza ad abbracciare i miei figli — e tornare poi a
prendere il mio posto di reclusione — Sulla mia parola mi permise ogni
cosa il generale Lamarmora —

Non so, se vi furono — a bordo del piroscafo _S. Giorgio_ che mi
condusse — altri travestiti — ma sicuramente al mio arrivo in Nizza,
vi si trovavano avvisi preventivi, ed i carabinieri in alerta — che
secondo le consuetudini delle autorità regie — mi fecero ritardare
varie ore per sbarcare — e quindi non ebbi altro tempo, che di giungere
a Caras, ove si trovavano i miei figli, passarvi la notte, e ripartirne
subito —

La vista de' miei figli, ch'io ero obligato di abbandonare chi sa per
quanto — mi addolorò sommamente — Essi rimanevano in mano amiche è
vero: i due maschi con mio cugino Augusto Garibaldi — e la mia Teresa
con i conjughi Deidery, che ad essa servirono di genitori — Ed io
dovevo allontanarmi indefinitamente! Sì, indefinitamente — poichè mi si
propose di scegliere un luogo d'esiglio!

Qui, non devo passare sotto silenzio, la maschia difesa che presero
della mia causa, i deputati della sinistra nel parlamento Piemontese
— Baralis, Borella, Valerio, Brofferio, alzaron potentemente la voce
in mio favore — e se non pervennero a sottrarmi all'esiglio — mi
sottrarono certamente ad alcunchè di peggio —

V'era, come sempre, insaziabile sete di sangue nel partito Austro-prete
— ed era stato vittorioso dovunque nella penisola —

Richiesto di scegliere un luogo d'esiglio — io scelsi Tunis —

La mia speranza su migliori destini del mio paese — mi facea preferire
un sito vicino — A Tunis trovavasi un Castelli di Nizza amico mio
d'infanzia — ed un Fedriani amicissimo mio dal 34 — e compagno della
prima mia proscrizione —

M'imbarcai dunque per Tunis sul vapore da guerra il _Tripoli_ — A
Tunis, il governo, subordinato alle ispirazioni della Francia — non
mi volle — e fui trasportato indietro, e depositato nell'isola della
Maddalena — ove stetti una ventina di giorni — Cosa ridicola! Non mancò
chi m'accusasse al governo Sardo — o lo stesso governo lo finse: ch'io
tramavo rivoluzioni — In quell'isola, ove la metà della popolazione —
era in quel tempo a servizio regio — o pensionata — Buona popolazione
d'altronde — che mi trattò molto bene —

Dalla Maddalena, fui imbarcato per Gibilterra sul brigantino da
guerra _Colombo_ — Il governatore Inglese di cotesta piazza — mi
diede sei giorni di tempo per evacuarla — Con tanto affetto — e con
ragione — com'ebbi sempre per quella nazione generosa — non posso
dissimulare: che molto scortese, futile, ed indegno mi sembrò tale
procedimento —



                                                          2º Periodo.

CAPITOLO X.

Esiglio.


Se quel calcio al caduto — fosse stato dato da un vile, da un debole
— pazienza! Ma da un rapresentante dell'Inghilterra — terra d'asilo
universale! Ciò mi colpì sensibilmente!

Bisognò sgombrare — però — anche che avessi dovuto gettarmi in mare
— e dal consiglio d'alcuni amici io mi decisi di passar lo stretto —
e cercare un rifugio in Africa, dal Sig. G. Batta Carpeneto — console
Sardo a Tanger — che mi accolse e mi ospitò in casa sua per sei mesi —
coi miei due compagni ufficiali Leggiero e Coccelli —

A Modigliana io avevo trovato un prete benefico —

A Tanger vi trovai un console regio, generoso ed onestissimo — Ad ambi
io sono debitore della maggior gratitudine — E ciò prova bene: esser
giusto il vecchio proverbio «l'abito non fa il monaco» — E ciò prova
pure: esser l'esclusivismo, professato da certa gente, un'errore —
ed esser ben difficile di trovare la perfezione nell'umana famiglia —
Procuriamo d'esser buoni — inculchiamo, quanto è possibile, le massime
del giusto e del vero — nelle moltitudini — combattiamo ad oltranza la
teocrazia e la tirannide sotto qualunque forza — perchè rappresentanti
della menzogna e del male; ma..... siamo indulgenti con questa nostra
ferina razza — che fra gli altri titoli a benemerenza, ha pur quello di
generar sempre una metà di sè stessa — composta d'imperatori, re, birri
di tante denominazioni — e preti — che sembrano proprio tagliati con
tutti i più scelti attributi di scorticatori — per maggior gloria, e
benefizio del resto —

A Tanger col generoso mio ospite Carpeneto — io passai vita tranquilla
e felice — quanto lo può esser quella d'un esule Italiano, lontano
da' suoi cari, e dalla patria sua — Almeno due volte la settimana, si
andava a caccia, e si cacciava abondantemente — Poi, un amico mise un
guzzetto (piccola barca) a mia disposizione — e si fecero anche delle
partite di pesca — abondante pure in quelle coste —

L'ospitalità gentile ricevuta in casa del Sig. Murray, Vice-console
Inglese — mi toglieva qualche volta dalla solitaria e selvaggia mia
consuetudine —

Sei mesi dunque — passarono in quella vita — che mi sembrò tanto più
fortunata — quanto era stato terribile il periodo anteriore —

Nella mia relegazione, però, non ero dimenticato da tutti i miei amici
Italiani — Carpanetto Francesco — a cui dovevo, sino dal principio del
mio arrivo in Italia in 48, un'infinità di favori, e gentilezze — aveva
ideato di raccogliere, per mezzo de' miei conosciuti, e suoi, una somma
sufficiente da costruire un bastimento, destinato ad esser comandato da
me per guadagnar la vita —

Tale progetto mi sorrideva: Nulla potendo fare per l'adempimento
della politica mia missione; mi sarei almeno occupato, lavorando
mercantilmente, d'acquistare un'esistenza indipendente — e non più star
a carico dell'uomo generoso che mi avea ospitato —

Io accettai immediatamente il progetto dell'amico mio Francesco — e mi
disposi a partire per gli Stati Uniti ove doveva effetuarsi la compra
del legno — Verso giugno del 1850, m'imbarcai per Gibilterra, di là a
Liverpool, e da Liverpool a New-York —

Nella traversata per l'America, fui assalito da dolori reumatici,
che mi tormentarono durante gran parte del viaggio — e fui finalmente
sbarcato com'un baule — non potendo movermi — a Staten Island — nel
porto di New York —

I dolori mi durarono un par di mesi, passati parte in Staten Island, e
parte nella città stessa di New York, in casa del mio caro e prezioso
amico Michele Pastacaldi, ove godevo l'amabile compagnia dell'illustre
Foresti — uno dei martiri dello Spielberg —

Il progetto del Carpanetto, non poteva intanto attuarsi per mancanza
di contribuenti — Egli avea raccolto tre azioni di dieci milla lire
ognuna, dai fratelli Camozzi di Bergamo — e da Piazzoni; ma che
bastimento si poteva comprare in America con trenta milla lire?
Un piccolo barco per il cabotaggio — ma non essendo io cittadino
Americano, sarei stato obligato di prendere un Capitano di codesta
nazione — e non conveniva —

Infine, qualche cosa bisognava fare — Un mio amico, Antonio Meucci,
Fiorentino — e brav'uomo — si decide a stabilire una fabrica di
candelle, e mi offre di ajutarlo nello stabilimento —

Detto, fatto — Interessarmi nella speculazione, non lo potevo — per
ragione di mancare i fondi; (giacchè le trenta milla lire suddette, non
essendo state sufficienti per la compra del legno — erano rimaste in
Italia) mi addatai quindi al lavoro colla condizione: di fare quanto
potevo —

Lavorai per alcuni mesi, con Meucci — che, benchè lavorante suo, mi
trattò come della famiglia, e con molta amorevolezza —

Un giorno però, stanco di far candele — e spinto forse da irrequietezza
naturale ed abituale — uscï di casa, col proposito di mutar
mestiere —

Mi rammentavo d'esser stato marino — conoscevo qualche parola d'inglese
— e mi avviai sul littorale dell'isola, ove scorgevo alcuni barchi di
cabotaggio occupati a caricare e scaricar merci —

Giunsi al primo, e chiesi d'esser imbarcato come marinaio — Apena mi
diedero retta — tutti quanti scorgevo sul bastimento — e continuarono i
loro lavori — Feci lo stesso, avvicinando un secondo legno — Medesima
risposta — Infine ad un altro, ove si stava lavorando a scaricare — e
dimando: mi si permetta di ajutare al lavoro — e n'ebbi in risposta
che non ne abbisognavano — «Ma non vi chiedo mercede» io insisteva:
e nulla. «Voglio lavorare per passare il freddo» (vi era veramente la
neve) meno ancora. Io rimasi mortificato!

Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandar la
squadra di Montevideo — di comandarne il bellicoso ed immortale
esercito! A che serviva tuttociò — non mi volevano!

Rintuzai infine la mortificazione, e tornai al lavoro del sego —
Fortuna ch'io non avevo palesato la mia risoluzione all'eccellente
Meucci — e quindi concentrato in me stesso, il dispetto fu minore —
Devo confessar di più: non esser il contegno del mio buon principale
verso di me, che mi avesse obligato alla intempestiva mia risoluzione
— egli mi era prodigo di benevolenza e d'amicizia — siccome lo era la
Signora Ester di lui sposa —

La mia condizione non era dunque deplorabile — in casa di Meucci — e
fu proprio un'accesso di malinconia, che m'avea spinto ad allontanarmi
da quella casa — In essa, io ero liberissimo: potevo lavorare se mi
piaceva — e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque altra
occupazione — ma potevo andare a caccia qualche volta — e spesso si
andava anche a pesca, collo stesso principale, e con vari altri amici
di Staten Island, e di New York, che spesso ci favorivano colle loro
visite —

In casa poi, non v'era lusso — ma nulla mancava delle principali
necessità della vita — tanto per l'alogio che per il vito —

Io devo qui menzionare il maggiore Bovi — il mutilato alla difesa di
Roma — e che fu mio fratello d'armi in varie campagne — Egli m'avea
raggiunto a Tanger in casa del Sig. Carpeneto — nell'ultimo tempo da
me passato in quella casa d'asilo — e quando mi decisi di passare in
America — non permettendo i miei mezzi di condurre meco tutti i miei
compagni, lasciai Leggiero e Coccelli a Tanger raccomandati — e scelsi
per accompagnarmi Bovi, incapace di lavoro perchè mancante della mano
destra —

Coccelli! Perchè non accennerò io ad un ricordo di cotesto mio giovine,
bello, e valoroso compagno?

Coccelli era entrato bambino nella legione di Montevideo, e con molta
propensione alla musica, egli suona la tromba a chiave nella superba
banda della legione — e la tromba di guerra, nelle famose cariche,
con cui quel valoroso corpo fece rispettatto il nome Italiano in
America —

Coccelli seguì la Legione in tutte le sue campagne — e seguì la
spedizione nostra del 48 in Italia — Fece con onore — come ufficiale
le campagne della Lombardia e di Roma — e venne meco, quando proscritto
dal governo sardo nel 49 — mi recai a Tanger —

Alla mia partenza da Tanger per l'America — io lasciai a Coccelli il
mio fucile, ed ogni mio attrezzo da caccia — Egli morì, ben giovane
ancora, colpito dal sole Africano nella testa —

Il mio cane da caccia, _Castore_, fui pure obligato di lasciarlo in
Tanger al mio amico Sig. Murray — e quel mio fedele compagno, ne morì
di disgusto!

Finalmente giunse l'amico mio Francesco Carpanetto — a New York —
Egli avea da Genova, iniziato una specolazione in grande per l'America
centrale — Il _S. Giorgio_, nave a lui appartenente — era partita da
Genova, con parte del carico — e lui stesso era passato in Inghilterra,
a preparare il resto, ed inviarlo in Gibilterra ove la nave doveva
prenderlo —

Si decise: ch'io l'accompagnerei nell'America centrale — e fecimo i
preparativi di partenza — e nel 51 dunque con Carpanetto effetuai un
viaggio per Chagres, con un vapore Americano — capitano Johnson —

Da Chagres passammo in un Jacht della stessa nazione in S. Juan del
Nord — e di là presimo una piragua — rimontando lo stesso fiume di
S. Juan, sino al lago di Nicaragua — Traversammo il lago, e giunsimo
finalmente a Granada, porto e paese più commerciale del lago.

In Granada stettimo pochi giorni — e vi fummo accolti gentilmente da
alcuni Italiani ivi stabiliti —

In Granada principiarono le operazioni commerciali dell'amico
Carpanetto — e di là visitammo allo stesso oggetto, molte parti
dell'America centrale, traversando varie volte l'Istmo di Panama —

Io accompagnavo il mio amico in quelle escursioni, più come compagno
di viaggio, che come collaboratore di commercio — in cui mi confesso
novizio — ma tale non era Carpanetto — ed io ammiravo l'attività,
e l'intelligenza con cui egli maneggiava ogni negozio, che poteva
produrre dei vantaggi —

Viaggiavo in quell'epoca sotto il nome di Giuseppe Pane, che già avevo
assunto nel 34 — per scansare curiosi, e molestie poliziesche —

Alle combinazioni commerciali del Carpanetto serviva di base, l'arrivo
della nave _S. Giorgio_ a Lima — ed egli avea progettatto di recarsi
in detta città per aspettarla — Tornammo quindi a S. Juan, del Nord,
ripassammo a Chagres, e di lì rimontammo il fiume Cruz, per giungere a
Panama —

In codesto ultimo viaggio, io fui assalito dalle terribili febbri
endemiche in quel clima ed in quel paese seminato da paludi — Esse mi
colpirono come un fulmine e mi prostrarono — Io, non fui mai, così
abatutto dal male come in quell'epoca — e se non avessi avuto la
fortuna di trovare degli eccellenti Italiani — tra cui due fratelli
Monti — a Panama — e vari buoni Americani — io credo non mi sarei
liberato dal morbo —

Il mio caro Carpanetto, poi in quella pericolosa circostanza, ebbe per
me delle cure fraterne —

M'imbarcai a Panama col vapore Inglese — che doveva condurci a Lima —
L'aria del mare fu per me un balsamo — e ne fui sommamente rinfrancato.

Nella traversata passammo a Guayaquil da dove cercai invano di scoprire
la cima del Cimboraço — quasi sempre nascosto dalle nubi — A Païta
sbarcammo, ci fermammo un giorno — e vi fui ospiziato in casa d'una
generosa Signora del paese — che trovavasi in letto da anni — essendo
stata colpita da un'attacco apopletico nelle gambe — Passai parte di
quella giornata, accanto al letto della Signora — Io sopra un sofà
— e benchè alquanto migliorato in salute, ero obligato di rimanermi
sdrajato e senza moto —

Doña Manuelita di Saenz, era la più graziosa, e gentile matrona, ch'io
m'abbia veduto — Essa era stata l'amica di Bolivar, e conosceva le
più minute circostanze della vita, del grande Liberatore dell'America
centrale — la di cui vita intiera, consacrata all'emancipazione del
suo paese, e le virtù somme che lo adornavano, non valsero a sottrarlo
al veleno della lingua mordace dell'invidia, e del gesuitismo, che ne
amareggiarono gli ultimi giorni —

E sembra la storia di Socrate, di Cristo, di Colombo!

Ed il mondo rimane sempre preda delle miserabili nullità che lo sanno
ingannare!

Dopo quella giornata ch'io chiamerò deliziosa — dopo tante angosciose
— passata nella cara compagnia dell'interessante invalida — io la
lasciai veramente commosso — Ambi cogli occhi umidi — pressentendo
senza dubbio: esser cotesto — per ambi — l'estremo addio su questa
terra — M'imbarcai nuovamente col vapore — e giunsi a Lima lunghesso la
bellissima costa del Pacifico —

Ho detto bellissima, parlando del littorale occidentale dell'America,
da Panama a Lima — ed avrei dovuto dire pittoresca — giacchè quella
costa se eccetuati i punti di Panama, Guayaquil, Païta e Lima — offre
nella maggior sua estensione, dei tratti che somigliano alle aride
arene dell'Africa — Comunque la parte verde, somiglia agli Oasis
— e cosa stupenda: in quel paese ove rarissime sono le pioggie ed
insignificanti — l'acqua dolce zampilla vicinissima all'Oceano — e
basta dovunque cavar pochi palmi, per trovarla abondantissima — Le
Ande veri giganti della terra — poco distanti dal littorale, sono
il serbatojo di quelle acque purissime tesoro del paese — forse più
prezioso dei ricchi metalli che vi abbondano tanto —

Io mi aspettavo di trovare — in quel versante della grande catena
Americana — più animata vegetazione — e meno desolanti deserti di
sabbia — e me lo era ideato più bello assai il paese alle falde delle
alte Cordigliere — Nato io stesso alle faldi delle Alpi, cercavo,
invano, dal mare, una vallata deliziosa, da poter paragonare a quella
della bella mia Nizza!

Comunque, assai pittoresca, è quell'interessante costa — non tutta
bella — ma con pezzi bellissimi — come Lima — e la Valle del Paradiso —
Valparaiso!

A Lima ove trovammo il _S. Giorgio_ — io ebbi splendida accoglienza da
cotesta ricca e generosa colonia Italiana — e massime dalle famiglie
Sciutto, Denegri, e Malagrida — Il Sig. Pietro Denegri mi diede il
comando della _Carmen_, barca di 400 tonnellate, e mi preparai per un
viaggio in China —

Il mio amico Carpanetto partì da Lima col _S. Giorgio_ per recarsi
nell'America centrale — a prendervi il carico da lui preparato — Io
non dovevo più rivedere quel carissimo uomo — a cui io andavo debitore
di tanto affetto, tante gentilezze, e forse della vita — Egli moriva
alcuni anni dopo di cholera, senza aver potuto ultimare le spedizioni
che avea iniziato con tanta speranza e tanta sagacia — e che non
fruttarono che amare delusioni, e la morte — in contrade tanto lontane
dall'Italia sua ch'egli idolatrava —

Mi successe a Lima un fatto dispiacevole — prima d'imprendere viaggio
— Io abitava nel principio del mio soggiorno a Lima in casa del
Malagrida — ove convalescente ancora dalle febbri, io ebbi una cura
ed assistenza veramente gentili da lui, e dalla cortese sua signora
— In quella casa giungeva qualche volta uno di quei Francesi che
professano il _chauvinisme_ — Io, poco accostevole di natura — e
scorgendo cotesto individuo molto propenso a parlare — scansavo di
legar conversazione con lui — quanto possibile — Un giorno però giunse
a pigliarmi — e mi portò mio malgrado sul tema della spedizione Romana
eseguita dall'esercito Bonapartesco — Tale argomento mi riusciva
naturalmente tedioso — e procuravo di cambiarlo — ma inutilmente — ed
egli non solamente si ostinò a continuarlo — ma straripò in termini
poco decorosi agli Italiani — Io risposi con parole un po' aspre —
trattenendomi nei limiti della decenza convenevole alla casa in cui io
mi trovavo, e lì finì l'incidente —

Pochi giorni dopo — trovandomi al Callao — porto di Lima — a bordo
della _Carmen_, occupato ai preparativi del mio viaggio — mi giunse un
giornale di Lima in cui quel _Chauvin_ m'insultava —

Non feci parola — ma alla sera del Sabbato, in cui terminavano i miei
lavori — me ne andai a Lima, cercai della casa sua — era un gran
magazzeno — vi entrai — chiesi a lui se mi conosceva — ed alla sua
risposta affermativa li diedi quattro bastonate con una canna leggiera
che portavo di solito — siccome nel calore della cosa però, non mi ero
curato s'egli fosse accompagnato o solo — mi trovai ad aver da fare
con due antagonisti più robusti di me — Il nuovo arrivato vedendomi
impegnato col suo compagno, mi amministrò una bastonata per di dietro
sulla testa che mi coprì il volto di sangue, e nello stesso tempo
cercava di ferirmi con uno stocco da tergo —

Io vacillai per un pezzo — stordito — e fui sul punto di cadere —
cadendo io ero morto — ed i miei avversari erano giustificati dall'atto
mio d'averli assaliti in casa propria.

Non cadetti per fortuna! E riscaldato dal sangue mio che m'inondava
il volto — diventai furente — disarmai uno dei due — il più forte
avversario — l'altro cominciò a fuggire nell'interno — certo più
spaventato dello stato mio d'eccittamento — che dalla mia forza —
e subito fu seguito dal secondo — Io rimasi padrone del campo di
battaglia — in uno spazioso magazzeno di merci che non mi appartenevano
— e cercai ricovero altrove —

Degno di menzione, è l'amore dei miei concittadini, manifestatosi in
tale circostanza — verso di me. La polizia di Lima eccitata da un
furibondo console Francese — voleva violentemente arrestarmi ma il
contegno degli Italiani le tolse tale voglia — Essi si mantennero
dignitosi — ma v'eran tutti — e Lima li contava a migliaja — tutta
gente forte, e ben disposta — Tutti vennero alla riscossa — e dissero
rispettosamente al commissario di polizia che non m'arrestasse — Il
commissario fece molto schiamazzo, ma non mi arrestò — attorniato
com'era, da quella folla d'uomini — tranquilli, ma risoluti nel loro
proposito —

Il console Francese esigette da principio, una soddisfazione dal
governo Peruano — che si formolava nientemeno: che in una multa, ed
in parole di scusa da parte mia — Il console sardo Canevarro, era
l'intermediario di quelle trattative — e non mancò d'interessarsi
a me — Infine si conchiuse la cosa, senza multa, e senza parole di
scusa —

Quando io penso alle nostre colonie Italiane dell'America meridionale —
vi è veramente da andarne superbi — Quei nostri conterranei sulla terra
libera di quelle Republiche — mi sembrano, valer più assai che nelle
nostre contrade — Il prete sotto codesto cielo benedetto — striscia da
rettile, come dovunque — ma sui nostri non ha dominio — e pochissimo
sui figli di quel paese prediletto — I governi, non sempre son buoni
— ma interessati come sono a fomentare l'immigrazione straniera — la
proteggono, massime d'Italiani, che tanta affinità hanno colla razza
Iberica —

Nell'America meridionale l'Italiano è generalmente laborioso ed onesto
— quando qualche perverso si presenta, i nostri lo tengan d'occhio —
e se fallisce non son tranquilli — finchè non sia cacciato dal loro
consorzio —

La parte marina poi, di codesta nostra emigrazione, è poco conosciuta,
massime dal governo Italiano — ma certo, essa si compone della frazione
più energica dell'immensa marina nazionale — massime Ligure — di cui
detto governo non ha saputo trar partito sin'ora — e che in nessun
tempo — dev'essere inferiore alle marine mercantili o da guerra dei
nostri vicini —

Veleggiai poco dopo, colla _Carmen_ — verso le isole di Cincia, a
mezzogiorno di Lima — ove si caricò guano — destinato per la China — e
tornai al Callao per le ultime disposizioni del lungo viaggio —

Il 10 gennaio 1852 salpai dal Callao per Canton —

Impiegammo circa 93 giorni nel viaggio — sempre con vento favorevole —
Passammo alla vista delle Isole di Sandwich — ed entrammo nel mare di
China tra Luzon e Formosa nelle Filipine —

Giunto a Canton, il mio consegnatario mi mandò a Amoy — non trovandosi
a vendere il carico guano nella prima piazza —

Da Amoy tornai a Canton — e non essendo pronto il carico di ritorno —
caricai per Manilla differenti generi —

Da Manilla tornai a Canton — ove si cambiarono gli alberi della
_Carmen_, trovati guasti — ed il rame. Pronto il carico — lasciammo
Canton per Lima —

Dagli studi fatti dei venti regnanti — sulle due linee da percorrere
per tornare a Lima — l'una al nord in cerca dei venti variabili di
quell'emisfero — l'altro al sud, passando fuori dell'Australia — io
scelsi la seconda —

Nella zona torrida, che sarebbe di 46° 56′ coll'equatore in mezzo
— e che più generalmente si può calcolare sino a 60° — poichè le
brezze per lo più si estendono a 30° di latitudine d'ogni lato
dell'equatore —

Nella zona torrida dico — ove le brezze soffiando da levante a ponente,
con eterna costanza — chi tentasse di traversare diritto da Canton a
Lima — non ultimerebbe il viaggio nemmen se fosse carico di viveri,
poichè avrebbe sempre contrari, venti e maree —

Allontanandosi invece da cotesta zona verso i poli, si va colla quasi
certezza di trovarvi dei venti variabili — e che generalmente soffiano
da ponente a levante — massime se si oltrepassano i 50° gradi di
latitudine in un emisfero o nell'altro —

Veleggiammo verso il mare d'India — ed uscimmo dall'arcipelago
Indiano per lo stretto di Lombok — dopo d'aver bordeggiato con alcune
difficoltà in quelli stretti, avendo trovato la Monsoon[79] del Sud
Ouest, ancora attiva —

Nel mare Indiano — fuori di quello stretto, trovammo le brezze
costanti da levante — a pochi gradi di distanza — Presimo le mura a
sinistra,[80] e continuammo così, sino verso i 40° gradi di latitudine
meridionale — ove trovati i venti da ponente, seguimmo per lo stretto
di Bass — tra l'Australia e Van-Diemen — In codesto stretto, aprodammo
in una delle Hunter Islands, per avere dell'acqua.

Vi trovammo uno stabilimento, lasciato di fresco da un Inglese colla
moglie — per motivo d'esservi morto il compagno — notizia, che ci diede
una tavola eretta sulla di lui tomba — ed ove era scritta sommariamente
la storia della colonia — «I conjughi» diceva la iscrizione;
«intimoriti di trovarsi soli in quell'isola deserta, l'abbandonavano
per passare a Vandiemen» —

Il più importante dello stabilimento era una casetta rozza — ma comoda
— d'un piano — industriosamente costrutta, ove si trovavano tavole,
letti, sedie, ecc., non di lusso certamente, ma con quell'impronta
d'agiatezza, così naturale agl'inglesi —

Un orto, per noi, il più utile ritrovato — poichè, vi trovammo
delle patate fresche — ed altra ortaglia, di cui fecimo abbondante
provvista —

Isola deserta dell'Hunter Islands — quante volte tu m'hai
deliziosamente solleticato l'immaginazione — quando stuffo di questa
civilizzata società — sì ben fregiata da preti e da birri — io mi
trasportavo coll'idea verso quel tuo grazioso seno — ove aprodando
per la prima volta fui ricevuto da uno stormo di bellissime pernici
— ed ove tra secolari piante d'alto fusto — mormorava il più limpido,
e più poetico ruscello — in cui ci dissettammo piacevolmente — e con
abbondanza fecimo la necessaria provvista d'acqua per il viaggio —

Dallo stretto di Bass, veleggiammo tra la nuova Zelanda, e _Lord
Aukland land_, mettendosi poi a cavaliere del 52º di latitudine
meridionale, e su cui spinti da forti venti da ponente, ci dirigemmo
verso la costa occidentale dell'America —

Avvicinando quindi detta costa — dopo molti giorni di prospera
navigazione — obliquammo a sinistra verso la zona torrida, cercando
i venti generali, che soffiano eternamente dal Sud-Est — e che ci
condussero a Lima, dopo una traversata di circa 100 giorni —

Negli ultimi giorni si scarseggiò di viveri, per cui si mise la gente
alla razione per previdenza — Si sbarcò il carico a Lima, e si partì
in zavorra per Valparaiso — ove giungendo, si noleggiò la _Carmen_ per
un viaggio dal Chilì a Boston con rame. Aprodammo in vari porti della
costa di Chilì: Coquimbo, Guasco, Herradura — e si terminò il carico
con lana sopra il Rame, a Islay (Perù).

Partimmo da Islay, veleggiammo a mezzogiorno per il capo di Horn, e
dopo una traversata molto tempestosa nelle alte latitudini giunsimo
a Boston — Da Boston ebbi ordine di andare a New York — ove giunto
ricevetti una lettera, con alcuni rimproveri dal proprietario della
_Carmen_ — che mi sembrò, non meritare — e per cui lasciai il comando
di detto legno —

Io devo agiungere, sul conto di D.n Pedro Denegri padrone della
_Carmen_: esserne stato trattatto con molta gentilezza, in tutto il
tempo ch'ebbi la fortuna di servirlo — Ma un Tersito — parasita, che
s'era introdotto in casa sua, era pervenuto a mettermi in sospetto col
principale.

Rimasi alcuni giorni ancora a New York, godendo la cara compagnia
dei miei preziosi amici Foresti, Avezzana, e Pastacaldi — ed in quel
mentre, essendo giunto nel porto, il Capitano Figari, con intenzione
di comprare un bastimento — mi propose di comandarlo per condurlo in
Europa —

Io accettai, e fummo col Capitano Figari a Baltimore, ove si acquistò
la nave _Commonwealth_ — si caricò di farina e grano — e veleggiai per
Londra, ove giunsi in Febbraio del 54 —

Da Londra andai a Newcastle ove caricammo carbon fossile per Genova — e
giunsimo in quest'ultimo porto il 10 Maggio dello stesso anno —

Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio
amico, Capitano G. Paolo Augier — ove ricevetti ospitalità gentile per
15 giorni — Da Genova passai a Nizza, ove ebbi finalmente la fortuna di
stringere al seno i miei figli — dopo un esiglio di cinque anni —

Il periodo decorso, dal mio arrivo a Genova in Maggio del 54 — sino
alla mia partenza da Caprera in Febbrajo 1859 — è di nessun interesse —
Io lo passai: parte navigando — e parte coltivando un piccolo possesso
— da me acquistato nell'isola di Caprera —



                                                          2º Periodo.

CAPITOLO XI.

Ritorno alla vita politica.


In febbrajo 1859 — io fui chiamato in Torino dal conte di Cavour, col
mezzo di Lafarina —

Entrava nella politica del gabinetto Sardo, allora in trattative colla
Francia — e disposti a far la guerra all'Austria — di accarezzare
il popolo Italiano — Manin, Pallavicino, ed altri distinti Italiani,
cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla dinastia Sabauda —
per giungere, col concorso della maggior parte di forze nazionali —
all'adempimento di quell'unificazione Italica — sogno di tanti secoli
delle menti elette della penisola —

Credendo: io avessi conservato alcun prestigio nel popolo — il conte
di Cavour onnipossente allora mi chiamò nella capitale — e mi trovò
certamente docile all'idea sua, di far la guerra alla secolare nemica
d'Italia — Non m'ispirava fiducia il suo alleato — è vero — ma come
fare: bisognava subirlo —

Pesa sull'Italia — come un incubo — una terribile coscienza di
debolezza — frutto, certo delle discordie, e dell'educazione pretina —
che non manca di padroneggiare, anche oggi — ultimi giorni del 59 — un
gran numero degli ammoliti figli dell'Ausonia — massime nelle classi
assuefate agli agi della vita —

Bisogna arrossire, ma pur confessarlo: colla Francia per alleata,
si faceva la guerra allegramente — senza di essa — nemmen per sogno!
Tale era l'opinione della maggioranza di codesti degeneri figli del
grandissimo popolo — E tuttociò per non sapere — o non volere — far uso
degli elementi nazionali a disposizione — e d'esser sempre la causa del
nostro povero paese — in mano, a malvagi — o della casta delle dottrine
— assuefata ad argomentare con lunghe ciarle — ma non ad oprare
gagliardamente —

Un popolo disposto a non piegar il ginocchio davanti allo straniero è
invincibile — e non abbiam bisogno di andar lontani per cercar degli
esempi che lo provino: Roma dopo la perdita di tre grandi battaglie — e
col terribile suo vincitore alle porte — faceva sfilare le sue legioni
alla vista d'Annibale — e le mandava in Spagna! Si trovi un esempio
simile in qualunque storia del mondo! E quando si è nati sulla terra
di tali portenti — colla fronte alta si ponno sprezzare le tracotanze
straniere!

Del governo, vedevo il solo Cavour, a Torino — L'idea di far la guerra
col Piemonte all'Austria, non era nuova per me — nè quella di far
tacere qualunque convincimento politico — allo scopo di far l'Italia
comunque sia —

Era quel programma — lo stesso, che fu adottatto alla nostra partenza
da Montevideo per Italia; e quando la bella risoluzione di Manin e
Pallavicino — di unificare la patria Italiana con Vittorio Emanuele,
mi fu comunicata a Caprera — essa mi trovò collo stesso credo
politico —

¿E non fu tale il concetto di Dante, Macchiavelli, Petrarca — e tanti
altri nostri grandi?

Io posso con orgoglio dire: fui, e sono Republicano; ma nello stesso
tempo — non ho creduto il popolare sistema, esclusivo al punto, da
imporsi colla violenza — alla maggioranza d'una nazione —

In un paese libero — ove la maggioranza virtuosa del popolo — senza
pressione — vuole la Republica — il sistema Republicano è certamente il
migliore.

Trovandomi dunque nel caso, di dover dare il mio voto — come
mi successe a Roma in 1849 — a tale sistema — lo darei sempre;
e procurerei sempre di convincere nella mia opinione le
moltitudini —

Non essendo possibile la Republica — almeno per ora (1859) sia per la
corruzione che domina la società presente — sia per la solidarietà in
cui si mantengono le monarchie moderne — e presentandosi l'opportunità
di unificare la penisola colla combinazione delle forze dinastiche
colle nazionali — io vi ho aderito assolutamente —

Dopo pochi giorni della mia permanenza a Torino — ove dovevo servire di
richiamo ai volontari Italiani — io m'accorsi subito con chi avevo da
fare — e cosa da me si voleva — Me ne addolorai — ma che fare: accettai
il minore dei mali — e non potendo oprare tutto il bene — ottenerne il
poco che si poteva — per il nostro paese infelice —

Garibaldi dovea far capolino — comparire, e non comparire — sapessero
i volontari ch'egli si trovava a Torino per riunirli — ma nello stesso
tempo, chiedendo a Garibaldi di nascondersi per non dare ombra alla
diplomazia — Che condizione!

Chiamar i volontari — e molti — per comandarne poi il minor numero
possibile — e di questi coloro che si trovavano meno atti alle
armi —

I volontari accorrevano — ma non dovevano vedermi —

Si formarono i due depositi di Cuneo e Savigliano, ed io fui relegato a
Rivoli — verso Suza —

La direzione e l'organizzazione dei corpi, fu affidata al generale
Cialdini — Di Cuneo ebbe il comando Cosenz — di Savigliano Medici —
ambi egregi ufficiali — che formarono il primo e secondo reggimento
— base ed orgoglio dei cacciatori delle Alpi — Un terzo reggimento
si formò pure a Savigliano con Arduino — composto anche questo delli
stessi elementi — ma che non fece la buona figura dei primi per colpa
del capo —

Una commissione d'arruolamento, istituita a Torino sceglieva la
gioventù più forte e meglio conformata — dell'età da 18 a 26 anni per
i corpi di linea — I troppo giovani — troppo vecchi — o difettosi — ai
corpi volontari —

Nell'ufficialità si fu più corrivi — e si ebbe il buon senso
d'accettare la maggior parte degli ufficiali da me proposti — Non tutti
erano academici — ma quasi tutti furono secondo le mie speranze — degni
della santa causa che si propugnava —

Formai il mio Stato Maggiore, con Carrano, Corte, Cenni, ecc. — Come
ho detto: l'organizzazione era intieramente a carico del generale
Cialdini —

Vari progetti, furono sbozzati dal governo, in quei primi tempi — Il
primo fu: di operare io, verso il confino dei Ducati — avrebbe avuto
quello — immensi risultati — ma fu presto cambiato — per timore, senza
dubbio, di mandarmi a contatto di popolazioni che potevano aumentar
troppo i corpi volontari — e si preferì destinarmi all'estrema sinistra
degli eserciti — Cara, mi era pure, l'idea di rivedere la terra
Lombarda — e quelle belle popolazioni così malmenate dalla tirannide
straniera —

Mi si promise da principio la truppa di finanza, e credo non passò
loro per la mente i guardaciurma — Promessi pure alcuni battaglioni di
bersaglieri — era troppa gente — e non ebbi mai gli uni nè gli altri —
Anzi affluendo oltremodo i volontari — per paura che ne avessi troppi,
si chiamò il generale Ulloa a formare i cacciatori degli Apennini —
che dovean ragiungermi — e che giammai vidi — sino alla fine della
guerra —

Il generale Lamarmora — ministro della guerra — che sempre avea
avversato l'istituzione dei volontari — si rifiutò a riconoscere i
gradi de' miei ufficiali — dimodocchè vi fu l'obligo, per dare alcune
legalità a quei rejetti, di ricorrere al sutterfugio di dar brevetti
firmati dal Ministro dell'Interno — e non dall'eccellenza della
guerra —

Tutto — comunque — si soffriva in silenzio: trattavasi di far la guerra
per l'Italia — e combattere gli oppressori dei fratelli nostri —

Le cose politiche incalzavano — e le jattanze dell'Austria, mostravan
prossimi i desiderati conflitti. Ciò, attivava alquanto l'armamento dei
corpi volontari, e la loro organizzazione era spinta dall'attività del
generale Cialdini —

L'invasione degli Austriaci sul territorio Piemontese, non ci trovò
pronti — ma disposti però sempre, a marciare comunque fosse —

Fummo destinati sulla sponda destra del Po, a Brusasco — sulla estrema
destra della divisione Cialdini destinata a difendere la linea della
Dora Baltea — e coll'intento di coprire — lo stradale che da Brusasco
conduce a Torino —

Il ministero avea mandato alcuni cannoni, al vecchio Castello di
Varrene — per dominare dicevasi: la strada da Vercelli a Torino — Io
ricevetti ordine di occupare e difendere cotesta posizione — ciocchè
avrebbe inceppato i miei movimenti, in caso il nemico si fosse
avanzato —

Comunque fosse — noi erimo lanciati alla liberazione della nostra
Italia! sogno di tutta la vita!... Io, ed i miei giovani compagni,
anelavamo l'ora della pugna — come il fidanzato quella di congiungersi
a colei ch'egli idolatra —

Puri di qualunque bruttura d'oro, di ciondoli, di grandezze — noi ci
spingevamo: avanti — accarezzando i disagi, i pericoli, i soprusi......
ed anche gli oltraggi delle sette — che per inimicizia, o per
invidia — ci insidiavano — seminando di spine il nostro sentiero — e
c'insidiavano, sino a voler annientare l'assisa — il nome glorioso
— acquistato su cento campi di battaglia! Sì! sino agli oltraggi,
eravam decisi di tolerare, mediante ci lasciassero combattere i nemici
dell'idolo nostro!

Passaronsi alcuni giorni a Brusasco, a Brozolo, a Pontestura — quelle
prime marcie cominciarono ad assuefarvi i militi — Si approfittava
delle fermate nei vari paesi per esercitarli — assuefarli ai differenti
servizi d'avamposti, di pattuglie, ecc.

Essendo stato chiamato il generale Cialdini, alla difesa di Casale —
noi fummo destinati ai suoi ordini. Si fece una sortita di ricognizione
da quella piazza, e si videro gli Austriaci per la prima volta.

In un finto attacco, fatto dai nemici sulle posizioni esterne della
piazza, il secondo Reggimento agli ordini di Medici, diede prova
di quanto sarebbero capaci i Cacciatori delle Alpi — caricando
valorosamente gli Austriaci, e cacciandoli davanti a loro — Si
distinsero in quella occasione il Capitano Decristoforis ed il sargento
Guerzoni, poi sottotenente —

Lo stesso giorno di quell'attacco, e poco prima che succedesse — io ero
stato chiamato dal re al suo quartier generale di S. Salvatore.

Egli mi ricevette benevolmente — mi diede delle istruzioni, e delle
facoltà larghissime — per recarmi a coprire la capitale, mentre vi
potesse esser pericolo d'un assalto imprevisto del nemico — e portarmi
una volta quel pericolo svanito — sulla destra dell'esercito Austriaco
per incomodarlo —

Ritornai dunque verso Torino sino a Chivasso — Là trovai l'ordine,
di mettermi a disposizione del generale Sonnaz, colla brigata — Ebbi
occasione in quella circostanza di ammirare il valore, e sangue freddo,
di quel bravo vecchio generale — in una riconoscenza, spinta sino nelle
vicinanze di Vercelli — Il nemico in forte numero, usciva da cotesta
città, faceva delle scorrerie, toglieva, e depredava, quanto si trovava
davanti — gettando lo spavento e la desolazione, tra le popolazioni
circonvicine.

Negli ordini; in scritto, avuti dal re — v'era quello di chiamare a
me, tutti i volontari rimasti nei vari depositi — ed il reggimento
dei Cacciatori degli Apennini, composto dei giovani, venuti dalle
differenti provincie Italiane, per servire ai miei ordini —

Per l'invio dei Cacciatori degli Apennini — ne scrissi a Cavour — e
sotto un pretesto od altro — mai volle mandarmeli, ad onta del ordine
suddetto — dimodocchè, mi persuasi: che non si voleva crescere il
numero de' miei militi — Vecchia rogna, cominciato a Milano in 1848 da
Sobrero, seguita a Roma da Campello — quando decretava: che il corpo da
me comandato, non potrebbe oltrepassare il numero di cinquecento uomini
— e continuato da Cavour nel limitarmi ai tre milla —

La composizione dei tre reggimenti, era di sei battaglioni, ciascuno di
600, formante un totale di 3600 — ma i depositi, e la poca assuefazione
alle marcie dei miei giovani militi, li aveva ridotti, prima di passare
il Ticino a tre milla —

Il Re, che se non avesse il difetto d'esserlo — ciocchè lo spinge e lo
tuffa in molte più colpe — ma che, di coloro che lo attorniavano nel
59 — non era certo il peggiore — il re dico: inviò un second'ordine di
marcia verso il lago Maggiore per operare sulla destra dell'esercito
Austriaco — Ciò non piacque forse alla camarilla — ma a me moltissimo —
e mi trovavo quindi libero nelle mie manovre — posizione che mi valeva
un tesoro —

Mi congedai dunque, dal prode mio vecchio generale — a cui già mi
legava un vero affetto — e marciai a Chivasso e di là a Biella —

L'accoglienza brillante e simpatica, fatta dai Biellesi alla mia gente,
fu di buon augurio — Soggiornammo un giorno o due in quella cara città
— e seguimmo poscia per Gattinara —

I nemici da Novarra — avendo sentito che mi dirigevo a quella volta —
mandarono una ventina di soldati per tagliar la corda del Porto della
Sesia — ma una guardia nostra, situata in quel porto ne impedito l'atto
a fucilate —

Qui non è fuori di proposito, accennare ad un fatto ben vergognoso
per noi Italiani — e che le popolazioni non devono permettere — perchè
disonorevolissimo — nei paesi ove ciò succede —

È vero che il sistema di terrore adottatto dagli Austriaci in
Italia — aveva intimorito le popolazioni sommamente — e quello di
Cavour: d'ordinare il disarmo delle guardie nazionali ai confini era
inqualificabile — Non era quindi straordinario di veder commettere:
atti di debolezza dai nostri paesani — e di prepotenza da cotesti
signori ultramontani — che per tanto tempo si son creduti padroni delle
case nostre, nostre sostanze, e di noi stessi —

Preceduti dalla paura che avevano saputo incutere i dominatori
dell'Italia, estorcevano dagli abitanti quanto volevano — ed il fatto
seguente per noi, ben umiliante lo prova abbastanza — e fa tanto
più stupire: che ciò succedeva fra le forti popolazioni subalpine —
di tradizioni militari, ricche, e che da molto tempo possedevano un
brillante esercito —

La stessa ventina d'Austriaci mandati a tagliar la corda del Porto[81],
non potendovi riuscire, se ne tornarono a Novara da dove erano
partiti — e per non perder intieramente il frutto delle loro fatiche
— requisirono, non so quanti viveri — carri per trasportarli; e
s'incamminarono quindi sui carri, ubbriacchi, verso il loro quartiere
— percorrendo uno spazio di quindici miglia almeno, in un paese nemico,
ove le abitazioni sono agglomerate e numerose — e la gente forte e ben
disposta quanto ne' più favoriti paesi del mondo — senza che venisse
l'estro ad un solo Italiano — di tirare una pietrata a quell'ebbra
masnada —

¡Ma questo non dovrebbe più succedere nel nostro paese perchè troppo
degradante!

Eppure succede: perchè il prete ha insegnato ai contadini — che non son
gli Austriaci i nemici d'Italia — ma noi liberali scomunicati! Ed il
governo per la _grazia di Dio_ protegge i preti!

Dieci giovani di quei dintorni, che avessero deciso: di assalire quei
trionfatori a bastonate — gli disarmavano, o gli uccidevano —

Tanto però, può lo sconforto e l'inganno, seminati tra le popolazioni
— che ne rimangono snervate, per forti e bellicose che sieno — E quelle
stesse poi — all'uopo — vi danno dei militi — che ben guidati — valgono
i primi del mondo —

Passammo la Sesia, e marciammo su Borgomanero —

Giunto in cotesto ultimo paese — io presi le mie disposizioni per
passare il Ticino — A Biella già avevo conferito col prode Capitano
Francesco Simonetta — sul modo di passare quel fiume — e lo aveva
mandato avanti con alcuni de' suoi cavalieri — per prendervi le
disposizioni necessarie a tale operazione[82] —

Cotesto prode ed intelligente ufficiale, aveva uno stabilimento a
Varallo Pombia — era quindi praticissimo dei luoghi che avvicinavano
le sponde del Ticino — ed amato dalle popolazioni — dimodocchè egli
preparò qualunque cosa per il passaggio, con una sagacia veramente
ammirabile —

Io conferï con pochi de' miei più distinti ufficiali sulla mia
determinazione, ed in termini da far capire ch'ero risoluto a tentare
senza esitazione —

La mia paura — francamente — era: d'esser richiamato indietro — o
d'aver qualche contr'ordine —

Da Borgomanero io ordinai i viveri ad Arona — e gli alogi — persuaso,
che in quel paese, non mancherebbero spie Austriache da informarne il
nemico —

Giunsi ad Arona colla brigata al principio della notte — entrai
nel paese con alcuni cavalieri — fingendo di volervi prendere
stanza — ciocchè facevano pure gli Ufficiali d'allogio, comissari e
forieri —

Ordinai segretamente che si prendessero tutte le precauzioni, nelle
differenti avvenute del paese, acciocchè la truppa non entrasse — e la
feci incamminare verso Castelletto —

Giunti a Castelletto vi trovai le barche pronte al dissotto del paese
— feci passare il secondo reggimento col Collonnello Medici — Tutto
il resto, rimase sulla sponda destra — Il passaggio si effettuò in
buon ordine — solamente siccome le barche erano un po pesanti, e molto
cariche — non potendosi maneggiare facilmente, non approdavano allo
stesso luogo — alcune era trasportate alquanto abbasso dalla corrente —
e ciò cagionò alcun ritardo per la riunione del reggimento sulla sponda
Lombarda —

Finalmente, si marciò su Sesto Calende — si fecero prigionieri alcuni
preposti e gendarmi — e si stabilì subito il porto, su cui continuò a
passare il resto della brigata — Credo il 17 Maggio 1859 —

Erimo sulla terra Lombarda! Al cospetto della potente dominatrice
che da dieci anni preparava il suo esercito vittorioso — ch'essa ora
credeva invincibile — a compiere ciocchè le avea mancato Novara — Forse
sognando piacevolmente — di metter le ugne dell'aquila sua su l'intiera
penisola —

Erimo tre milla — il bagaglio era poco, giacchè avevimo lasciato il
sacco della gente a Biella — I carri avevano avuto ordine di fermarsi
in Piemonte — meno pochi destinati alle munizioni — Alcuni muli per
le stesse, e per l'ambulanza — s'erano provveduti — dall'egregio ed
instancabile Bertani, capo-chirurgo —

Da Sesto Calende marciai colla brigata a Varese nella notte — Bixio
col suo battaglione prese per la sponda del lago Maggiore verso Laveno
— con ordine di fermarsi sullo stradale, che da quel punto mette a
Varese —

Decristoforis rimase a Sesto colla sua compagnia, per tenerci le
comunicazioni aperte col Piemonte — questo valoroso ufficiale, fu il
primo, come lo era stato a Casale, ad impegnarsi col nemico —

Gli Austriaci sapendoci a Sesto Calende — mandarono una forte
ricognizione — e vi trovarono Decristoforis colla sola sua compagnia
— Quel prode non contò il nemico, si battè risolutamente, e dopo una
onorevole pugna, ripiegò sul distaccamento di Bixio — Tale era stato il
concerto — perchè, io era ben persuaso, di non poter con sì poca forza
— tenere l'importantissimo punto di Sesto Calende —

Gli Austriaci però — con quella loro caratteristica prudenza, non lo
tennero nemmeno — e si ritirarono su Milano —

Fratanto le popolazioni Lombarde si animavano — non v'era da sperare da
questo buon popolo una di quelle insurrezioni decisive — terminanti — I
disinganni erano stati molti, e molti i patimenti —

La gioventù più animosa trovavasi la maggior parte nell'esercito
Austriaco, nel nostro, in esiglio — o con noi — Ciononostante io ero
ben contento della loro cara accoglienza — della premura usata per
provederci i bisogni e quella di darci notizie delle mosse dei nemici,
e servirci di guide, ove abbisognava —

Sopratutto poi, per le cure ai nostri feriti, prodigate da quelle care
donne Lombarde —

L'accoglienza ricevuta a Varese, nella notte che seguì quella del
nostro passaggio — è qualche cosa di ben difficile a descriversi —
Pioveva dirottamente — ciononostante, io sono sicuro — che non mancava
uno solo della popolazione — uomo, donna, o ragazzo — che non fosse
fuori a riceverci — Era spettacolo commovente! il veder popolo e militi
confusi in abbracciamenti di delirio!

Le donne, le vergini, lasciando da parte, la naturale pudicizia si
lanciavano al collo de' rozzi militi con effervescenza febbrile! Non
eran però tutti rozzi i miei compagni — poichè molti appartenevano a
distinte famiglie della Lombardia, e di altre provincie Italiane — Ma
Italiani tutti — legati al patto santo dell'emancipazione patria, come
a Pontida —

La manifestazione d'affetto del caro popolo di Varese per il primo in
quel periodo — era tanto più soddisfacente: che si era certi, non vi si
trovavano persone compre — vociferazioni ufficiali, o birresche!

E cosa sono i disagi, le privazioni, i pericoli — quando sono
compensati così — dall'affetuosa gratitudine d'un popolo che si redime!
Contemplino, per un momento, questo spettacolo, i freddi, egoisti,
insaziabili mercanti di popoli — e se non si commovono — rinunzino essi
a far parte dell'umana famiglia a cui non son degni di appartenere!

Varese avea rovesciato lo stemma imperiale — sostituendovi il vessillo
nazionale, pria del nostro arrivo — avea disarmato alcuni gendarmi, e
preposti imperiali — Noi erimo in una città amica, piena d'entusiasmo
— e che compromessa, com'era, ci trovavamo nell'obligo di difendere
— E con tre milla uomini al cospetto dell'immenso esercito Austriaco
— si può difender poco — Di più dovendo stare alla difesa d'una città
— si perdeva quella mobilità indeterminata, occulta — che costituiva
la parte più preziosa della nostra esistenza su d'un fianco del
nemico —

Varese ha delle posizioni forti, come Bium, per esempio e potrebbe
esser difesa da forze superiori — mediante alcune fortificazioni che
non v'erano — S'innalzarono delle barricate, nelle principali entrate
della città — e si cominciò ad armare alcuni cittadini, colle armi da
loro stessi prese ai nemici —

Urban, generale Austriaco, era il destinato all'esterminio nostro — Le
prime notizie ch'io ebbi di quel feroce nemico, venendo dalle parti di
Brescia — erano nientemeno ch'egli comandava a quaranta milla uomini —
V'erano nemici a Laveno — e s'avanzava un corpo dalla parte di Milano —
V'era proprio da aver i brividi —

L'obligo di difendere la città di Varese, per non esporla al castigo
di Urban — che si diceva inesorabile — mi poneva in qualche aprensione
— Libero di movermi in qualunque senso, fuori della città — io, poco
avrei temuto i numerosi nemici — ma nell'obligo di aspettarli a punto
fisso, in una città non fortificata e senza un cannone — quindi poco o
niente preparati a seria difesa, era cosa poco tranquillante —

Però non v'era rimedio — per tanti motivi, non si poteva abbandonare
Varese — e conveniva decidersi ad aspettarvi il nemico a qualunque
costo — Una volta decisi, poi, ogni timore era scomparso —

Il collonnello Medici col secondo reggimento, occupava lo sbocco della
strada di Como, cioè la nostra Sinistra — Il collonnello Arduino, il
centro, col terzo — Ed il collonnello Cosenz col primo la destra —
cioè: lo stradale che viene da Milano — Io era sulle alture di Bium
superiore colle riserve —

Si conosceva l'arrivo d'Urban a Como — ed altri movimenti di truppe
dalla parte di Milano — che senza dubbio, dovevano esser combinati con
quelli del primo —

Medici che ad un valore a tutta pruova — riunisce molta sagacia
militare, aveva coperto l'ala sua, con quante opere, si poterono
effetuare in quei pochi giorni — e ben valsero — giacchè quel punto, fu
veramente l'obbiettivo su cui Urban venne a cozzare, con tutta la sua
potenza —

Nella mattina del 25 Maggio, apena giorno — si scoprì la collonna
nemica, che si avanzava su Varese dallo stradale di Como —

Il Capitano Nicolò Suzini, che colla sua compagnia era stato mandato
in imboscata, alla distanza di circa un miglio dalla città — in un
caseggiato di campagna dominante lo stradale — ricevette per il primo
il nemico, e con molta bravura — Dopo d'averlo fucilato per un pezzo, a
poca distanza, si ritirò sulla nostra destra —

Dopo quel primo ostacolo — Urban formò la sua collonna d'attacco per lo
stradale — e preceduta d'alcune linee di tiratori — la lanciò contro
la nostra sinistra, che la riceveva dalle posizioni antecedentemente
preparate — col sangue freddo da veterani — Io feci sostenere quell'ala
da due compagnie del primo reggimento, battaglione Marrocchetti —

Il conflitto durò poco — dopo d'averli ricevuti a brucia pelo — i prodi
cacciatori del secondo reggimento animati dai valorosi Medici e Sacchi
— saltaron fuori dei ripari — e caricarono i soldati dell'Austria alla
bajonetta — facendo loro rifare la strada da dove eran venuti — assai
più celeremente —

Io mi ero figurato: che l'attacco non si sarebbe limitato al fronte
solo della nostra sinistra — e che secondo tutte le regole per
assaltare una posizione come quella di Varese — si avrebbe dovuto:
simulare se si voleva sulla strada principale della sinistra — ma
portare le massime forze a rovescio — ossia al nord di Bium — ove il
terreno è dominante —

Urban invece attaccò il toro per le corna — e tanto meglio per noi —
che pochi come eravamo — avevam bisogno di non esser distratti con
combinazioni d'assalti su vari punti — e dalla parte di Milano ove
esistevano delle forze nemiche considerevoli —

Dall'alto di Bium — ove avevo posto il mio quartier generale —
posizione dominante — e preziosa per padroneggiare un campo di
battaglia — io scoprivo perfettamente ogni mossa del nemico, e nostra —
e la parte posteriore — cioè la settentrionale che non potevo scoprire
— la feci esplorare dal capitano Simonetta colle sue guide — servizio
di cui ero perfettamente sicuro —

Assicuratomi, che di nient'altro si trattava, che dell'attacco di
fronte sulla nostra sinistra — io scesi da Bium, e feci seguire le
persecuzioni del nemico — dando ordine al resto della brigata di
continuare in buon'ordine il movimento —

I nemici co' due pezzi d'artiglieria di cui s'eran serviti all'attacco
di Varese — ed un plottone di cavalleria di scorta agli stessi — si
fermavano ad ogni conveniente posizione — ma continuavano a ritirarsi
al primo aparire dei nostri — quantunque male si perseguita un nemico
che possiede le tre armi — senza cannoni e cavaleria —

Solo nella posizione di S. Salvatore, passato Malnate, gli Austriaci
fecero testa — In quel punto, successe un combattimento accanito a
fucilate — ove si distinsero i prodi carabinieri Genovesi — I nemici
da una parte d'un burrone perpendicolare alla strada, ed i nostri
dall'altra.

Noi ebbimo più feriti in quest'ultimo, che nel primo combattimento
— essendo la posizione del nemico dominante, e coperta da folto
bosco —

Il nemico, borioso di quel vantaggio — procurato dai cannoni, e da
moschetti superiori ai nostri — fece avanzare, sulla nostra sinistra,
un corpo di fanti — che ci caricò energicamente — e la fece ripiegare
alquanto — Ma essendo stata occupata dai nostri una cascina — che
dominava quella parte del campo di battaglia — e codesti vedendosi
sostenuti da riserve che marciavano in soccorso — caricarono con tanto
vigore il nemico, che lo precipitarono nel burrone, da dove non si vide
più comparire —

La posizione occupata dagli Austriaci, dall'altra parte del burrone
suddetto, era formidabile, e dominava la strada — Di fronte, era
temerario attaccarla — ed io meditavo il modo di poterla girare —
ciocchè non era impossibile — essendo rimasti tranquillamente padroni
della cascina descritta, dominante la nostra sinistra — e da cui
quasi coperti, potevimo varcare la parte superiore del burrone, e
fiancheggiare il nemico per la sua destra, senza che ce lo potesse
impedire —

Ero deciso a quest'ultimo espediente — quando mi giunse come un
fulmine, la notizia, che una forte collonna nemica, sulla sinistra
nostra, marciava su Varese —

Io rimasi veramente mortificato — e dicevo tra me stesso: possibile
che la fuga di Urban, altro non sia stato che uno stratagemma!
N'ero indispettito oltremodo — ed immediatamente, mandai ordine al
collonnello Cosenz, che formava la riserva, di marciare su Varese —
occuparlo militarmente e difenderlo a tutt'oltranza —

Io feci colla brigata, una marcia di fianco sulle alture di sinistra
per ingannare il nemico — che non poteva conoscere: se tale marcia era
eseguita per girarlo — e quando giunto al coperto della montagna, si
obliquò a sinistra per un sentiero che conduceva a Malnate — ove si
riunì la gente per marciare su Varese, senza perdita di tempo —

La notizia della collonna nemica, marciando su Varese esistendo
sempre — io n'ero un po sorpreso — tale collonna, non solamente era
stata veduta dai contadini, e da militi — ma da ufficiali superiori
— Finalmente si giunse a Varese — e non se ne parlò più — quell'idea
svanì tra le acclamazioni del buon popolo — e fu come una nube nera
cacciata dall'entusiasmo cittadino —

Io mi figuro: che veramente aveva esistito tale collonna, e credo in
questo modo:

Attaccando Urban, col grosso delle sue forze, la nostra sinistra a
Varese — doveva aver mandato, per girarci — come attacco combinato, la
forza che s'era veduta, e di cui avevo avuto notizie da S. Salvatore
— Tale combinazione riuscì, come molte combinazioni di notte — o come
certe di giorno — in luoghi ove non si conosce bene il terreno — cioè:
di molto difficile riuscita —

Una combinazione d'attacchi di notte — con varie collonne — per
riuscire, abbisogna di molte circostanze favorevoli — e gran pratica
del terreno con buone guide — una perizia a tutta prova, per chi
conduce le collonne — una milizia che non sia molto novizia — e
finalmente un terreno con meno ostacoli di quello che da Varese conduce
a Como — o alle Alpi — Poichè, allontanandosi destra o sinistra dalle
strade, si cade in sentieri difficilissimi — Tale, credo, fu il motivo
dell'apparizione della strana collonna — altro che una forza traviata
— forza ch'era stata destinata a girarci per la nostra sinistra — e che
vedendosi ingolfata in burroni sconosciuti — avea procurato di uscirne
— movendosi in varie direzioni — e finalmente spossata — s'era gettatta
in alcuna valle recondita per riposarsi —

Questa fu la conclusione da me dedotta — dai vari rapporti avuti su
questa forza nemica — e se la gente nostra non fosse stata stanca —
io avrei inseguito certamente quei traviati — con molta probabilità di
catturarli —

Codesti fatti succedono nel nostro paese — ove i preti insegnano ai
contadini: esser la loro patria il cielo — non l'Italia — che insegnano
ad odiare! e gli eretici liberali che insegnano a maledire — ed a
benedire i liberatori Chauvins od Austriaci!

E lo dico con anima amareggiata: «anche oggi — sventuratamente,
succederà lo stesso — perchè il prete non si mette al suo posto —
ed oggi, come sempre — egli insegna ad amar lo straniero ed odiar
l'Italia!

Se quella masnada Austriaca — si fosse trovata invece, in un paese —
ove s'insegna al contadino d'amare una patria che lo fa prospero — essa
sarebbe stata certamente distrutta, od obligata di posar le armi —

Si raccolsero tutti i feriti nostri ed Austriaci — e s'inviarono a
Varese — I prigionieri — che giustamente potevano pagare col loro
sangue — quello dei nostri preziosi — assassinati dall'Austria —
Ciceroacchio — Ugo Bassi — e tanti — furono invece trattatti con cure —
forse più gentili ancora — dei nostri stessi.

Ciò non monta! Italia ben fa d'esser umana co' suoi carnefici! Il
perdono è l'apannagio dei grandi — e la nostra bella patria — lo sarà
grande — quando sanata dalla nera, scrofolosa genia — dei gesuiti e
gesuitanti —

Marciammo quindi su Varese, con tutta la brigata, per lasciar riposare
la gente — che molto abbisognavano di riposo —

Era questo, il primo combattimento per i nostri cacciatori delle Alpi —
ed essi vi avevano spiegato un valore al dissopra d'ogni aspettazione
— Militi giovani e nuovi alla pugna per la maggior parte — avevano
combattutto con truppe regolari — ed educate a disprezzar gl'italiani
— e le avevan fugate in ogni incontro — Io augurai bene da questa prima
vittoria —

Le nostre perdite erano state comparativamente insignificanti, — per
ciò che riguarda il numero — ma importanti, sensibili...! considerando
la classe d'individui, che si perdevano — poichè la maggior parte
degli uomini che mi ubbidivano — erano — non solo giovani di famiglie
distinte ed educati — ciò era il meno — poichè gli educati ed i
distinti — come i proletari — devono pagare il loro tributo alla patria
— ma vi si trovavano nelle fila — come semplici militi, delle celebrità
artistiche distintissime —

Bella e cara gioventù speranza dell'Italia — e che dovea nella ventura
epopea del suo risorgimento — dar gli uomini che compirono Calatafimi —
Monterotondo, e Dijon —

Tra i feriti non s'udiva un lamento — e se qualche grida si udivano
— tra gli operati dal ferro chirurgico — quello era il grido di:
«Viva l'Italia!» E quando un popolo giunge a questo punto: le tiare
— le prepotenze dello straniero — e la tirannide domestica ponno far
fagotto —

Tra i morti v'era pure un figlio — il suo primo perduto — di
quella donna — per cui la posterità, confonderà questo periodo di
miserie — coi giorni più gloriosi di Sparta e di Roma! — Un figlio
dell'incomparabile madre dei Cairoli — la matrona Pavese —

Il più giovane dei tre ch'essa aveva mandato — Ernesto — cadeva —
combattendo, rotto il petto da piombo Austriaco — sul cadavere d'un
tamburino nemico ch'egli aveva ucciso di bajonetta!

Mi passò per la mente tutta l'afflizione di quella madre, sì buona! si
affetuosa per i suoi figli — e per chi aveva la fortuna di avvicinarla!
Io m'incontrai lo stesso giorno, collo sguardo del maggior fratello...
Benedetto — valoroso e modesto ufficiale!... caro, come tutta quella
cara famiglia — I suoi occhi si fissaron nei miei — ma... una sola
parola non usci da ambedue — solo io lessi in quel malinconico sguardo
— «mia madre!....» e pensai io pure a tutta la somma di dolori che si
preparavano a quella generosa!

E quanti altri di cui non conoscevo le madri — giacevano su quel campo
di strage — o mutilati e morenti, col desiderio di veder ancor una
volta la desolata genitrice!

Poveri giovani! O piutosto felici giovani! il di cui sangue riscattava
l'Italia da lungo servaggio — e per sempre!

Le generose donne di Varese — supplivano all'assenza dei parenti! Donne
Italiane!... io scrivo commosso vedete: e lo credereste: ho pianto
nel narrarvi della Cairoli — sarà debolezza — prendetela come volete
— eppure ne ho già veduto dei campi di battaglia e feriti, e morenti,
e cadaveri — e mi sento ancora, permettetene la presunzione, non più
forte come lo ero a vent'anni — ma fervido d'anima, come lo ero allora
— ove si tratti di tempestare per questa sacra terra! Dio mi conceda di
chiuder gli occhi pronunciando l'ultimo accento: «Essa è libera tutta!»

Sì! le donne di Varese, supplivano alle madri dei nostri feriti — e
bisogna confessarlo — anche i feriti nemici, dividevano le cure di
quelle sante donne —

Io sono in dubbio: se fu il 25, o il 26 Maggio — il giorno del
combattimento di Varese — pare certo però: che il 27 si marciò su
Como —

Io sapevo quanto vale: attaccare un nemico sconquassato da una
prima batosta — per forte ch'egli sia — e non ne volevo perder
l'occasione —

Marciammo dunque per Como da Varese, nella mattina del 27 Maggio, per
la strada di Cavallasca — e giunsimo in cotesto paese dopo mezzogiorno
— La gente avea marciato molto ed era stanca — Ma l'ora era propizia:
all'avvicinar della notte si può attacare anche una forza superiore,
con meno pericolo — massime in posizioni montane, come quelle che
dovevan servir di teatro alle nostre imprese — ed ove la cavalleria, ed
artiglieria, possedute dal nemico avevan poca eficacia.

Lasciai dunque riposare la gente — e cominciai a prendere tutte le
informazioni possibili, sulle posizioni occupate dal nemico, la sua
forza, ecc. — ed avendo notizie ch'egli occupava in numero, la forte
posizione di S. Fermo, ch'io stimai subito esser la chiave di tutte le
altre — destinai alcune compagnie agli ordini del bravo capitano Cenni
— per girare tale posizione sulla sua destra — Il secondo reggimento
attaccherebbe di fronte — subito che le compagnie fiancheggiatrici,
avessero avuto tempo di portarsi sul fianco nemico —

Passato il tempo determinato — il collonnello Medici fece attaccare
colla solita bravura la fronte della posizione — mentre Cenni colle
compagnie suddette l'attaccava di fianco —

Il nemico sostenne intrepidamente il nostro attacco — e si battè
con ostinatezza e valore — La posizione era forte — dominante, e con
fortissimo recinto — ed il combattimento durò accanito per circa un'ora
— Finalmente, avvolti da tutte le parti, gli Austriaci cominciarono a
cedere, fuggire ed una parte arrendersi —

Questo primo sollecito successo — ci rese padroni di tutte le posizioni
dominanti — e ben valse — perchè gli Austriaci si avanzavano grossi
dalla Camerlatta e da Como — in soccorso dei loro distaccamenti nelle
alte posizioni —

Medici alla destra, Cosenz alla sinistra — apogiati da alcune compagnie
del terzo reggimento guidate dai prodi maggiori Bixio e Quintini —
respinsero il nemico su tutti i punti —

Il fuoco dei bravi carabinieri Genovesi — colle loro armi di precisione
— contribuirono molto al successo della giornata —

I nemici eran molti — ed i nostri valorosi cacciatori, non ebbero che
la superiorità del terreno, guadagnato col loro primitivo slancio —
Eran respinti gli Austriaci — però con un terreno montano come quello
su cui si combatteva — essi trovavan sempre una posizione da tenersi
fermi — e qualche volta da respingere i nostri militi, che da troppo
vicino li incalzavano.

La stessa configurazione del terreno, impediva di poter scorgere uno
spazio grande del teatro della pugna — e spesso si aveva notizia d'un
impegno parziale dalle fucilate che si udivano —

Dall'alto si vedevan le forti riserve del nemico, schierate in buon
ordine, nel piano sottostante — e le sue artiglierie — 12 pezzi — che a
nulla li servirono —

Dopo i combattimenti narrati, e venendo la notte, io procurai di
riunire le nostre forze, molto sparse e divise dalle ineguaglianze del
terreno — e dalla moltiplicità delle pugne —

Riunita la brigata, si marciò immediatamente per lo stradale che scende
a Como in zig-zag — ed nemico retrocedeva — mentre noi avanzavamo — Nel
borgo S. Vito si fece alto per prendervi notizie — ma era difficile
trovare abitanti — scomparsi dal timore d'esser maltratatti — E
finalmente fu deciso l'ingresso nella città —

La popolazione impaurita — da principio — e non sapendo che truppa
fosse l'invadente — giacchè oscura era la notte — si manteneva, porte
e finestre chiuse — e non si vedeva una sola persona — Ma quando
conobbero — all'accento della favella: esser noi! Gl'Italiani! I
fratelli! Allora successe una scena — impossibile a descriversi — e
che meritava esser illuminata dal sole — Fu lo scopiare di una mina —
In un lampo la città fu illuminata — le finestre ghermite di popolo —
e le strade ingombre — Le campane tutte tempestarono a stormo — e non
contribuirono poco, io credo, a spaventare i fuggenti nemici —

¿Chi può descrivere la scena commovente di Como in quella notte — e chi
può ricordarla senza esserne commosso?

La popolazione era frenetica! Uomini, donne, bambini, s'erano
impadroniti dei miei militi — Abbracciamenti, pianti, grida, pazzie!
erano all'ordine della notte! I pochi a cavallo che con me marciavano
alla testa della collonna — duravan fatica, per non esser rovesciati —
e tirati giù per le gambe — massime dalle ragazze la di cui bellezza,
sembrava autorizzarle a padroneggiare i concittadini liberatori!

De' nemici, non si sapevan notizie certe — Chi diceva: ch'erano in
tale, od in tal'altro quartiere — Chi diceva: fossero marciando verso
la Camerlata — Il fatto che mentre noi entravamo da una parte — loro
uscivano dall'altra — e che non trovandosi sicuri alla Camerlata,
proseguirono in confusione verso Milano — lasciando dietro loro, nei
depositi della Camerlatta molte vettovaglie ed armi —

I poveri, valorosi Cacciatori delle Alpi — bivacarono per le vie,
e piazze della città di Como — ed avevan ragione d'esser stanchi —
Partiti la mattina da Varese — avevan marciato tutto il giorno — e poi
combattutto, e marciato ancora la metà della notte — Ed era un prodigio
per giovani non fatti alla fatica delle marcie —

L'amor sacro di patria, poteva solo sostenere in piedi quella magnifica
gioventù Italiana —

Io la feci da veterano: dopo d'aver combinato la formazione d'alcune
barricate — allo sbocco di strada verso la Camerlatta — e d'aver
contemplato commosso d'affetto, i miei stanchi compagni — sdrajati
nelle strade e sulle piazze, io accettai per un momento un'asilo
offertomi, credo: in casa Rovelli —

Il nemico aveva ricevuto un forte colpo — Dalla natura del terreno,
dai vari combattimenti, e dalla sovrastante notte — v'era da suporre
ch'egli aveva molti dispersi — e quindi fosse demoralizzato — Così
succedette veramente —

Però, persuaso ch'egli contava circa 9000 uomini — 12 pezzi
d'Artiglieria, e un bel po di cavalleria — e noi meno di 3000, con
poche guide a cavallo — senza un sol cannone — e pensando: che
la posizione di Como, in un fosso dominato da tutte le parti da
formidabili alture — tuttociò mi teneva all'erta su quanto poteva
succedere il giorno seguente — se avessimo avuto da fare con un nemico
intraprendente — Tutti codesti pensieri turbarono il brevissimo mio
riposo — e l'alba mi trovò a cavallo, marciando verso la Camerlata,
per prender notizie del nemico — Egli aveva evacuato quel punto
importante... fu il sommario delle notizie raccolte — e ne fui ben
contento — I miei bravi militi erano spossati, al punto, da non augurar
loro un combattimento per quella giornata — Si prese possesso della
Camerlatta — e si occupò militarmente — I cacciatori riposarono — tutto
il giorno — a loro grandissima soddisfazione —

La vittoria era stata compra con alcune perdite ben sensibili! Non
eran molti, i morti e feriti nostri ma di vaglia — Il prode Capitano
Decristoforis, avea pagato colla vita, l'intrepidezza e lo slancio
generoso — con cui avea portato la sua compagnia all'attacco di
fronte della posizione di S. Fermo — ed era sensibilissima perdita
questa —

Giovane, bello, modesto com'una fanciulla — egli aveva tutte le doti
che fanno gli eroi — ed i gran Capitani — Decristoforis era della terra
degli Anzani, dei Daverio, e dei Manara — era come loro nato in terra
serva — ma avea provato come loro: che un popolo generatore d'uomini di
quella tempra — deve servir a nessuno!

Come loro: eran poca cosa la bravura, il valor personale, accanto
alle brillanti qualità dell'anima, che lo adornavano — e la patria
dei Scipioni, e dei Gracchi — la nazione che conta i Vespri e Legnano
— ponno esser deviate compresse per un momento — per un momento
calpestate dalla prepotenza straniera — o prostratte dal contagio
corrutore degli impostori — ma non esauste giammai, di figli tali, da
far stupire il mondo —

Pedotti! non della statura di Decristoforis, ch'era piccolo — ma della
stessa bravura — aveva pur pagato il suo tributo alla patria — giacendo
cadavere tra i valorosi che avevano assalito di fronte —

Pedotti, apparteneva pure alla schiera eletta dei giovani Lombardi
delle prime famiglie — che vennero al principio dell'armamento dei
volontari — ad ingrossarne le fila — Egli avea largito il suo oro per
la compra d'armi — e dava la vita al suo paese! Cartellieri prode come
i primi della stessa schiera — s'era trovato anche lui dal 48 avanti —
ovunque si pugnava per l'Italia —

Giovani coraggiosi! le vostre ossa serviranno di fondamento eterno
all'edifizio di questa patria — che voi avete idolatrata — e le donne
delle venture generazioni Italiane, insegneranno ai loro bimbi le
vostre gesta gloriose — ed a benedire i santi vostri nomi! Io non
ricordo i nomi dei tanti miei fratelli d'armi — in quella veramente
grandiosa fazione — caduti — ove pochi ed inesperti giovani —
sbaragliavano, collo slancio del patriotismo — le falangi più numerose
assai del feroce Urban — che sino a Monza fuggiva, senza girarsi
indietro per vedere chi l'avea sconfitto —

Il possesso di Como, ingigantiva la situazione nostra di mezzi d'ogni
specie, di credito, e di riforzi d'uomini e d'armi — I piroscafi,
grazie alla buona volontà dell'amministrazione — e de' loro comandanti,
erano nostri — e quindi noi padroni del Verbano — Tutt'i paesi del
lago — la Valtellina, Lecce, ecc. — s'eran pronunciati a favore nostro
— Dovunque si chiedevano armi, per contribuire all'impresa patria —
Si difettava d'armi però — e massime di munizioni — già consumate
nelle pugne antecedenti — E non solamente lontani dalla nostra
base il Piemonte ma quasi intieramente interrote le comunicazioni
— Il patriotismo d'alcuni individui — suppliva alcune volte alle
comunicazioni — col Piemonte riguardo alle notizie — ma armi e
munizioni era difficile od impossibile d'averne —

Ciò mi fece nascere l'idea di riavicinarmi al lago Maggiore — e tentare
nello stesso tempo un colpo di mano su Laveno — Ecco dunque nuovamente
i cacciatori delle Alpi sulla strada da Como a Varese —

Il maggiore Bixio, distinto e risoluto ufficiale — uno di quelli come
Cosenz e Medici — a cui si può affidare la direzione di qualunque
impresa — ove certamente faranno il loro dovere — Bixio, dunque lo
destinai ad avanzarsi, per osservare Laveno — Ma a lui non toccò
l'assalto meditato — perchè nell'avvicinarmi a quel punto — mi venne
suggerito: l'operazione potersi coadjuvare dal lago — e Bixio era il
migliore che poteva incaricarsi d'un'impresa acquatica — perchè alla
dote d'esser un bravo militare riunisce quella d'esser un esperto
Capitano di mare —

Si stette poco in Varese, e si marciò a Gavirate — scaglionando poi la
brigata da Gavirate a Laveno — Avrei potuto tentare un'assalto serio di
notte su Laveno con tutta la brigata — però da notizie ricevute sapevo
Urban in traccia nostra, molto ingrossato — e non mettevo dubbio quindi
— a non impegnarmi con tutte le forze — avendo un formidabile nemico
alle spalle — non lontano —

Mi limitai dunque ad un colpo di mano parziale — e ne incaricai due
compagnie del primo reggimento — I capitani Bronzetti, e Landi — Il
maggiore Marrocchetti doveva sostenerli col resto del battaglione — ed
il collonnello Cosenz col resto del reggimento —

Fratanto mi erano arrivati due piccoli obici di montagna — e due
cannoncini con alcune munizioni — condotti dal prode Capitano
Griziotti —

L'operazione su Laveno non riuscì: il capitano Landi che assaltò per
il primo — entrò nel forte verso la una della mattina, con una ventina
di uomini — e non seguito dal resto della compagnia fu obligato di
evacuarlo, essendo lui stesso gravemente ferito —

Il Capitano Bronzetti fu traviato dalle guide, e non giunse a tempo per
cooperare all'assalto — dimodocchè, respinti, i nostri furono obligati
di prender posizioni scoperte; ed ai nemici da dietro a' ripari dei
parapeti riescì facile il ferirne alcuni —

Se col Capitano Landi, fosse entrato il resto della compagnia — e fosse
stato seguito dall'altra compagnia di Bronzetti — il forte occupato da
un'ottantina di nemici — sarebbe certamente rimasto in nostro potere —
Preso quel forte, dominante tutte le altre posizioni, ed i vapori — io
avrei potuto facilmente occupare Laveno — e tenermi così — aperte le
comunicazioni col Piemonte —

Mancò l'assalto del forte, e mancò quello del lago sui vapori — non
avendo potuto il maggiore Bixio indurre le barche di finanza della riva
Piemontese ad accompagnarlo — Bisognò quindi pensare alla ritirata
— Quando il nemico s'accorse — all'alba — che il nostro assalto
era stato mancato — cominciò un fuoco tremendo, contro le compagnie
che si ritiravano e le riserve — I forti ed i vapori canoneggiavano
disperatamente, come s'avessero voluto vendicarsi della paura ricevuta
nella notte — Essi tiravano dei razzi — trastullo favorito degli
Austriaci — in quantità strabocchevole — Vero trastullo: giacchè mai ho
veduto un'uomo od animale ferito da quella specie di spauracchi —

Volendo l'Austria — colla spavento massime — dominare in Italia —
essa si è servita con molta compiacenza dei descritti razzi — che
intimorivano senza ferire — e degli incendi che impaurivano e ferivano
— Se ne ricordino bene i nostri concittadini! Io spero: le popolazioni
che per loro sventura, l'hanno ancora sul collo, se ne sbarazzeranno
presto — e più non vedremo i suoi razzi ed i suoi incendi — Ma se a
caso — andasse diversamente la cosa — ricordiamoci dei razzi, degli
incendi, e degli assassinï!

A mezzogiorno di Laveno, vi è un'altura coronata da boschi — dalla
quale si domina perfettamente tutte le posizioni di Laveno ed il porto
— Io avevo inviato la nostra piccola artiglieria su quella posizione —
Essa servì ad allontanare alquanto i vapori — e la ritirata si fece in
assai buon'ordine —

Il Capitano Landi si condusse da prode — avendo condotto sino dentro la
fortezza la testa della sua compagnia — Forse l'oscurità della notte
fu causa del traviamento del resto — Egli vi fu gravemente ferito —
Se tanta fortuna avesse avuto il Bronzetti — anche valorosissimo — la
riuscita dell'impresa era sicura — I tenenti Spegazzini, e Sparvieri,
vi furono pure feriti combattendo egregiamente —

La sera dello stesso giorno, io ebbi avviso: che Urban era entrato in
Varese — Ciò mi contrariava alquanto — io ero tagliato da Como — e non
c'era tempo da perdere —

Ci gettammo in Val Curia colla brigata — ed attraversammo Val Gana
— per questa valle scesimo alla vista di Varese — e giunsi colla
vanguardia sino sotto Bium superiore —

Cominciava la notte — si poteva attaccare il nemico con poco rischio
— colla ritirata sicura in caso avverso, nelle forti posizioni di Val
Gana —

Dalle alture che dominano Varese dal settentrione, io avevo
perfettamente osservato tutte le posizioni occupate dal nemico — e
dal numero che ne scorgevo mi sembrava numeroso — abbenchè non tanto
quanto lo dicevano gli abitanti — Niente meno però di 12 a 15 milla —
L'artiglieria la vidi — e vidi pure occupate le posizioni dominanti —
com'era naturale —

Era grande la mia voglia di attaccare Urban e liberare Varese — Ma
sapevo: il generale Austriaco: voler vendicare sui poveri abitanti le
sue sconfitte — e sapevo pure: quanto era capace di farlo —

Contuttociò io non attaccai — e mi decisi di ricondurre la brigata a
Como —

A Malnate v'era pure un corpo Austriaco — e non si poteva però seguire
lo stradale — che da Varese conduce a Como — Fui obligato quindi,
di seguire più alpestri vie — che grazie alle buone guide datemi dal
podestà di Arcisate — noi potemmo percorrere, ad onta d'un diluvio di
pioggia — che continuò senza interuzzione d'un solo minuto — per tutta
la strada —

Fu questa una nuova prova di costanza, e di coraggio per i miei giovani
compagni — Noi passammo a poca distanza da Malnate — ma era tanto il
temporale — che non v'era pericolo di trovarvi esploratori Austriaci
— La collonna s'era fatta lunghissima — ed una volta, io tentai di
fermarne la testa, ma impossibile — solo marciando si poteva tener
contro il temporale — ed il freddo — che colpiva i poveri militi — Fu
quella, una marcia lunga e disagiata — Alcuni fiumicelli, e torrenti
ingrossati ci diedero molta fatica a passarli — massime la coda della
collonna ed i carri —

Giunsimo a Como, e quella buona popolazione, accolse i nostri
cacciatori colla solita amorevolezza — presto, furono dimenticati
i pericoli e le fatiche passate — Era ben tempo però, di giungere a
Como — alquanto sconforto s'era manifestato nel paese — per la nostra
lontananza — Gli Austriaci, ed i preti amici loro — maestri di menzogne
— ne avevano inventato d'ogni genere — ed avevano massime: un talento
singolare, per fare aparire masse, e corpi nemici in ogni punto e
direzione —

Le autorità s'eran ritirate sul lago — ed alcune compagnie ch'io avevo
lasciato pria di partire per Laveno — s'eran pure ritirate — I feriti —
cosa inconveniente — furon pure trasportati a Menaggio —

Tutto ciò aveva sgomentato la popolazione — e se qualunque forse nemica
fosse comparsa su Como, in quel poco tempo della nostra assenza — tutto
sarebbe ritornato agli Austriaci —

Chi mi aveva poi informato di tutto questo fu una coraggiosa ed
avvenente fanciulla — che mi comparse — in un legno, sulla strada da
Rubarolo a Varese — come una visione — mentre io marciavo colla brigata
su quella città per attaccarvi Urban — Quella bella fanciulla, si
era partita da Como, per annunciarmi lo stato deplorabile in cui si
trovava, e sollecitare il mio ritorno —

A Como si pensò a qualche opera di difesa — su tutti i punti dominanti
ed importanti dei dintorni — La popolazione si prestò alacremente a
tali opere — La battaglia di Magenta però succeduta in quei giorni
cambiò la faccia delle cose — Quella battaglia, com'era ben naturale,
elettrizzò lo spirito publico — e fece più facile la condizione nostra
— mentre quella del nostro avversario Urban a Varese — era divenuta
ben critica — e non sarebbe stato difficile di farli metter giù le
armi, se avessimo avuto alcune migliaja d'uomini di più — Considerando
però: esser la mia brigata in quei giorni di circa due milla uomini —
capaci di combattere — io non potevo certamente rischiarmi ad esser
schiacciato, gettandomi attraverso la strada che doveva seguire il
nemico tanto superiore in numero —

Io così stesso — avevo deciso una mattina di spingermi a cavaliere,
sulle strade che Urban doveva percorrere per Monza — e ne fui distolto
da varie ragioni — massime da quella che Urban sapendoci sulla strada
di Monza — avrebbe preso quella di Como — per noi più importante e più
sicura — sotto tutti gli aspetti —

Padroni del lago di Como coi vapori — non v'era più un solo punto sul
lago — che non avesse abbassato le abborrite insegne dell'Austria —
ed innalzato il tricolore — La importante città di Lecco — ci apriva
pure la gran strada della Valtellina — e quella dell'Oriente, che va
a Bergamo e Brescia — con cui era già in relazioni strette il nostro
prode Gabriele Camozzi —

Gabriele Camozzi — è uno di bei caratteri — di cui fu ricca l'Italia
nell'epoca del suo risorgimento — caratteri ch'è sempre una fortuna
trovare, e che vi appariscono proprio nelle ore solenni d'un modo
interessante — Io l'avevo veduto per la prima volta a Bergamo — ed
avevo amato quella fisionomia simpatica — modesta e risoluta — La
simpatia suscitatami era corrisposta — poichè all'atto del bisogno —
io trovai le dieci milla lire del Camozzi — pronti a migliorare la mia
condizione —

Verso l'epoca della battaglia di Novara — noi troviamo Camozzi —
riunendo verso Bergamo, tre o quattro cento compagni — tra loro molti
de' propri contadini — e marciando al soccorso di Brescia — la città
eroïca — i di cui cittadini pugnavan col coltello, contro i numerosi
ed aguerriti soldati dell'Austria — e si sostenevano per vari giorni —
esempio sublime! Che seguito da tutte le città Italiane — insegnerebbe
ai tracotanti vicini — che questa terra non è più vileggiatura per loro
— e che non v'è potenza sulla terra che potrebbe dominare l'Italia con
tali figli!

Sì! Il Camozzi marciava unico coi suoi compagni, in sostegno del
valoroso popolo di Brescia — e fu bello quell'atto di coraggio e di
slancio — per animare, per proteggere i combattenti, e pericolanti
fratelli — o almeno per dividerne la sorte infelice!

Io ero lontano quando seppi tanto del Camozzi — e ne fui commosso
d'ammirazione e di rispetto!

Oggi (1872) l'Italia non deve più temere: invasioni straniere —
Una nazione che può armare più di due millioni di cittadini — chi
diavolo potrà domarla! Ma perciò si dovrà seguire l'esempio de' prodi
Bergamaschi — Gabriele Camozzi — come già dissi: era in corrispondenza
con Bergamo, e co' paesi circonvicini — è superfluo il dire, quanto
valevole mi era la cooperazione di quell'egregio compagno —

Ho già accennato, più sopra, i motivi che m'impedivano di gettarmi
sulla linea di ritirata di Urban — Non abbracciando tale determinazione
— e non volendo rimanere ozioso — divisai di operare sulla linea di
Lecco, Bergamo e Brescia — linea più consentanea al genere nostro di
operazioni — ed alle esigue forze a cui era ridotta la brigata —

Si continuava a suscitare l'insurrezione di coteste città e paesi
importanti — conservando sempre la nostra libertà d'azione — Deciso
dunque a quest'ultimo partito — cominciai ad imbarcare sui vapori parte
della brigata per Lecco —

In quel tempo ricevetti una comunicazione del generale Fanti — ove
mi diceva: se mi sembrava possibile, di operare in combinazione colle
forze da lui comandate, contro Urban — Io non so da chi fu rimessa tale
comunicazione — ma siccome non vidi il messo — ne fui richiesto da lui
di risposta — io continuai la mia mossa verso Bergamo — lasciando agli
alleati, la cura di perseguire Urban — allora in ritirata su Monza e
l'Adda —

Da Lecco seguimmo la marcia su Bergamo — ove si trovavano gli Austriaci
— si fece prigioniero un ufficiale nemico — che girava nei dintorni —
imponendo una contribuzione di dodici milla svanziche — sotto minaccia
in caso di rifiuto — della distruzione del paese — soliti complimenti
di quei gentili padroni — consueti a metter subito in opera le loro
minaccie — Questa volta — essi furon pagati con moneta simile a quella
con cui Camillo pagò in Roma i Galli — cioè: con ferro.

Nell'avvicinarsi a Bergamo di mattina a buon'ora — seppimo dagli
abitanti — che i nemici evacuavano la città — e per celere che fosse la
nostra marcia, non fu possibile ragiungerli —

Noi occupammo Bergamo — ove trovammo cannoni e molte munizioni — ad
onta d'aver il nemico procurato di distruggere ogni cosa —

Successe in Bergamo un fatto curioso — Al principio della nostra
occupazione — dalla stazione della strada ferrata ci venne la notizia
— che un corpo di mille uomini — partiva da Milano in soccorso del
presidio di cotesta città —

Io radunai la brigata in detta stazione — occultandola nei fossi e
nei caseggiati — e nei punti dei dintorni vantaggiosi ad occuparsi —
Veramente il treno colla truppa Austriaca avvicinava; ma un cantoniere
di codesta nazione che si trovava a Seriate — alla distanza di due
miglia circa — avvertì il nemico della nostra presenza in Bergamo — Il
nemico avvertito non proseguì il suo cammino, e si fermò a Seriate —
indeciso probabilmente sul da farsi —

Il capitano Bronzetti, colla sua compagnia — inviato a quella
direzione, in riconoscenza, caricò risolutamente il nemico, dieci volte
più numeroso, e lo pose in fuga.

Quando io giunsi con alcuna forza per sostener Bronzetti il nemico
era già scomparso — Ciò serva d'esempio ai nostri concittadini: Che
tali padroni non meritavano, certo, d'averci per servi — e ciò prova a
qual punto di demoralizzazione eran giunti i fucilatori di Ugo Bassi e
Ciceroacchio —

Ebbimo alcuni feriti in quell'incontro veramente straordinario — ed
il valoroso tenente Gualdo — fu malamente ferito in una gamba — che
le venne amputata — Poco stettimo in Bergamo, sapendo: che il nemico
metteva a contribuzione i paesi della Bassa — Marciammo in giù colla
brigata — e si riparmiarono molte depredazioni ai poveri abitatori
delle campagne —

Ci avviamo dopo verso Palazzolo — ove avevo fatto precedere il Cosenz
col suo reggimento — Giunti a Palazzolo e sapendo il nemico sulla
strada di Brescia — divisai di accelerare la marcia verso l'egregia
città — che già era stata evacuata — ma che temeva una ricomparsa de'
vicini nemici — alcuni messi della stessa eran venuti a raguagliarmi
d'ogni cosa — e sollecitarmi a nome dei Bresciani —

I miei poveri cacciatori eran giunti a Palazzolo spossati da
forzate marcie — ma contavo sullo slancio della prode gioventù che
mi accompagnava — e non m'ingannai! Feci sondare dai comandanti di
corpi: se non si sentirebbero capaci di proseguire nella stessa notte
sino a Brescia: ed una sola voce si alzò tra quei valorosi campioni
dell'Italia! A Brescia! A Brescia! e verso le 11 della sera, eccoli
ancora avviati per quella città — colla stessa alegria e disinvoltura —
dimentichi come sempre — di disagi e stanchezza.

Cacciatori delle Alpi! Miei giovani e coraggiosi compagni! Nel momento
in cui scrivo di voi — unico pegno ch'io possa consacrarvi dell'affetto
mio — in questo momento voi siete perseguiti, dalla pedanteria e
dall'invidia — di chi fece nulla, o poco per l'Italia — mentre voi
opraste quanto un patriota può per il suo paese!

In questo momento, i vostri prodi ufficiali, sono supplantati dai
Tersiti dell'Illiade Italiana — che gozzovigliano lautamente — e la
maggior parte dei nostri — i migliori — respinti, come se fossero
nemici — vagando, elemosinando, per le stesse contrade — ove con voi
debellarono i depredatori delle nostre terre — Ebbene, Cacciatori delle
Alpi — poveri e generosi miei fratelli d'armi! il nostro paese non
potrà rifiutarvi un plauso — per le tante gloriose fatiche sopportate
— ed egli spera, che nell'ora del pericolo, benchè repulsi — maltrati
dai malvagi — voi, tornerete ancora, collo stesso slancio, e la stessa
ilarità — a combattere i suoi nemici —

Coloro, che tanto si mostrano interessati ad abbassarvi — e far
sparire l'assisa gloriosa — che li abbarbaglia — e che poveramente vi
adornava a Varese, a Como, a Seriate, non potranno negarvi un senso
d'ammirazione per le vostre gesta — e sopratutto per la vostra costanza
a supportare i disagi, e le fatiche delle marcie straordinarie da
Varese a Como — da Palazzuolo a Brescia!

A mezza strada da Palazzuolo a Brescia — in un punto che non ricordo —
si trovava il nemico — non si doveva attaccare, ma evitarlo — giacchè
l'impresa ne sarebbe stata ritardata — e poca v'era — probabilità di
successo nell'attacare un nemico superiore — Si prese quindi una strada
a sinistra — assai buona e non molto più lunga —

I Bresciani avvisati mandarono ad incontrarci una quantità di vetture,
per gli stanchi — e nella mattina seguente, si giunse a Brescia, ove si
trovò quella popolazione, riunita tutta ad accoglierci — come avevan
fatto a Bergamo — ma qualche cosa più d'entusiasmo — che si potrebbe
chiamare Bresciano — cioè unico!

Palermo — Genova — Milano — Brescia — Messina — Bologna — Casale!
Quando le città Italiane, saran tutte decise, di trattare i nemici del
nostro paese — come voi avete fatto — Oh! Non più terra di padroni
e di servi — sarà questa nostra — ma di libera gente e da tutti
rispettatta —

Nella rocca di Brescia, come in quella di Bergamo si trovarono molti
cannoni, e munizioni — Si passò in quella città alcuni giorni, per
lasciar riposare la gente — quindi si marciò verso Rezzate ed il Chiese
— ove si credeva: il nemico passasse in ritirata —

Egli, però, trovavasi ancora in forze a Castenedolo — e ciò indicavano
le pattuglie, che numerose, si avvicinavano alla strada principale —
che da Brescia mette a ponte S. Marco — da noi percorsa —

Essendo a Rezzate, io ricevetti — dal quartiere generale del re —
l'ordine di occupare Lonato — e che mi si manderebbe, per cooperare
a tale operazione, due reggimenti di cavalleria, ed una batteria
d'artiglieria — agli ordini del generale Sambuy —

Coi nemici in forza a Castenedolo — io non potevo certamente passare
il Chiese a ponte S. Marco — e cercai informazioni per poter passare
più sopra — dalle notizie raccolte, mi decisi: di rifare il ponte del
Bettolletto, distruto dagli Austriaci alcuni giorni prima —

L'ordine del re, quantunque accolto con gioja, da principio — mi poneva
in imbarazzo — per i reggimenti di cavalleria, e l'artiglieria che
doveva ragiungerci e cooperare —

Marciare con tutta la brigata — al Chiese — io lasciavo lo stradale
scoperto — ove artiglieria e cavalleria — senza il nostro sostegno
avrebbero corso un rischio sicuro —

Mi decisi dunque di lasciare il primo, e secondo reggimento,
scaglionati sullo stradale — facendo fronte al nemico di Castenedolo,
ed osservandolo — ed io con parte del terzo, la compagnia dei
bersaglieri Genovesi, i quattro pezzi e le guide — mi portai sul Chiese
per la costruzione del ponte a Bettolletto.

Era quasi terminato il ponte — quando mi venne la notizia: il nemico
aver attaccatto i due reggimenti nostri lasciati sullo stradale —
Abbandonai i lavori del ponte, ed a galoppo mi recai sul luogo della
pugna —

Il primo reggimento ch'era stato attaccatto — condotto da' prodi
collonnelli Cosenz e Türr, aveva respinto il nemico con molta bravura,
sino sul grosso delle sue forze a Castenedolo — ma soprafatto dal
numero — era stato obligato di battere in ritirata — e fu in tale
stato, un po disordinato, ch'io lo trovai quando giunsi sul campo di
battaglia —

Il collonnello Türr che si trovava alla sinistra, ov'io giungevo, era
stato ferito — e portato fuori del campo — Io, ed i miei bravi ajutanti
— Cenni, Trecchi, Meryweather riordinammo alquanto, i valorosi nostri
cacciatori che nuovamente fecero testa — ma che furono obligati di
ripiegare ancora, davanti all'imponenza delle forze nemiche, assai
superiori — e che, non solamente incalzavano di fronte — ma cercavano
di girare i nostri, ed avviluparli —

La ritirata — comunque — ebbe luogo in buon ordine protetta dal
secondo reggimento — avvertito dal maggiore Carrano mio capo di stato
maggiore —

Tra i prodi Ufficiali caduti nella pugna — noi ebbimo a deplorare la
perdita del maggiore Bronzetti, che s'era meritato il titolo di _prode
dei prodi_ — in tutti i nostri scontri — Egli fu trasportato dal
campo con tre ferite di palla — e morì pochi giorni dopo — Gradenigo
discendente dai famosi patrizi Veneti — ufficiale pieno di bravura —
e d'un sangue freddo ammirabile — era morto alla testa dei suoi militi
caricando il nemico —

Aporti — antico mio compagno di Roma — e di Lombardia — tanto valoroso
nella pugna, come caro e gentile, nell'ordinario consorzio della vita
— era caduto tra i nemici — e nella ritirata non potendo moversi per
avere una coscia rotta — fu lasciato ed amputato poco dopo —

Io non so: se potrò palesare col tempo, i nomi dei tanti miei
fratelli d'armi — martiri dell'Italia — che non ricordo — e che sì
brillantemente pugnarono e cadettero sul campo di battaglia, in quel
giorno ben memorabile per i cacciatori delle Alpi — Codesta giornata
detta dei Treponti — fu la più contrastata e la più micidiale, in cui
si trovassero i nostri del primo reggimento — ch'ebbero l'onore della
giornata — Il secondo sostenne la gloria acquistata nei combattimenti
anteriori — E le compagnie del terzo comandate dal bravo maggiore
Croce — mostrarono ch'eran degne di combattere accanto ai valorosi loro
compagni —

Il tenente Specchi fu ferito in un braccio — da quel valoroso che fu
sempre — sostenendo la ritirata — Un distaccamento della compagnia
Genovese — ch'io avevo condotto dal Chiese — giunse a tempo per
sostenere i nostri — e segnalare la bravura di quella gente scelta —
Stallo, Burlando, Canzio, Mosto, Rosaguti, Lipari — si distinsero come
sempre —

Gli Austriaci cessarono di avanzare — ed i corpi de' cacciatori delle
Alpi — che avean preso parte al combattimento — si riconcentravano
sullo stradale presso i Treponti — raccogliendo i feriti — e ben
stanchi dalla marcia, e pugna sostenuta —

Questo combattimento ebbe luogo sotto condizioni sì sfavorevoli — per
aver avuto l'onore di trovarci agli ordini immediati del quartier
generale principale — e quindi esser stato obligato di divider la
brigata, lasciandone due terzi in protezione di quelle cavallerie ed
artiglierie, che dovevano avanzare — e che mai si videro —

Per la prima volta — nella campagna — che mi trovavo a contatto
del quartier generale del re — non avevo certamente motivo di
lodarmene —

¿Si sapeva, o no: esser, il quartier generale dell'imperatore d'Austria
a Lonato — centro di un'esercito di dugento milla uomini? — E se si
sapeva, perchè mandarmi a Lonato con mille e otto cento uomini? Che
non si sapesse — sarebbe aver un concetto poco favorevole allo stato
maggiore del re di Sardegna — che d'altro poteva esser colpevole — non
di mancar di spie —

¿E perchè promettere d'inviarmi due reggimenti di cavalleria, e una
batteria d'artiglieria — per la salvezza delle quali, la mia piccola
brigata fu sul punto d'essere intieramente distrutta — mentre non solo
— nulla si mandava — ma nulla ho mai più saputo di tale batteria e tale
cavalleria?

Fu dunque un tranello in cui si voleva avvolgermi — e perdere un pugno
di valorosi — che davan sui nervi a certi grandi mastri da guerra!

Mi andai finalmente persuadendo: aver voluto burlare con noi — il
quartier generale del re — e burlare un pò tragicamente — e ciò mi fece
capire: non esser seria l'idea di voler occupar Lonato — e dovermi
occupare dei fatti nostri — senza aspettare gli oracoli superiori —
Tanto più: che partecipando — la sera — al Generale Cialdini — gli
avvenimenti della giornata — egli mi fece la seguente risposta: «Mi
stato fresco se vi fidate a tale gente» Io, quindi dovevo contare
su me stesso, e sui miei compagni per ulteriori disposizioni — e
procurare di non cader nelle ugne dell'esercito nemico — ancora intiero
e poco distante da me — come lo provarono i fatti che seguirono da
vicino —

Durante il combattimento già descritto — avendo osservato, che il
nemico guadagnava terreno sulla sua destra — io pensai con fondamento,
ch'egli tentasse di tagliar fuori la forza nostra — che si trovava sul
Chiese — Per tal motivo, io mandai ordine al collonnello Arduino, che
abbandonasse il ponte già costrutto — e che si ritirasse verso i monti
poco distanti di Nuvolento —

Quel collonnello dando una interpretazione troppo spinta all'ordine
mio — non solamente si ritirò su Novolento — ma avendo diretto
l'artiglieria per Gavardo su Brescia — prese lui stesso, colla
fanteria, i sentieri della montagna, e si ritirava alla stessa
direzione —

Avendo dato le disposizioni di concentramento in punti determinati ai
Collonnelli Cosenz e Medici — io galopai verso Arduino — per metterlo
a contatto degli altri corpi alle falde dei monti — posizioni adeguate
per poter sostenersi contro forze superiori — Privo d'ajutanti perchè
Cenni col cavallo morto, e gli altri con cavalli stanchi — od in
missione — io avanzavo solo — chiedendo notizie a chi incontrava —
ed eran pochissimi gli abitanti che non fossero fuggiti o nascosti —
per salvarsi dalle angherie o depredazioni, a cui li assoggettavano
i soldati — amici o nemici — Poi, le _gloriose battaglie_ — hanno
naturalmente poco interesse per gli indifferenti — E la gente della
campagna — sin'ora almeno — è sempre stata indifferente alle pugne
Italiane — quando non è stata nemica nostra —

Ogni notizia raccolta da me — facea lontana, la gente ch'io cercavo
— dimodocchè alla bontà della mia cavalla — che avea galopato tutto
il giorno — io dovetti di poterla raggiungere — Senza essa — io avrei
dovuto nell'altro giorno, cercare quella frazione della brigata,
nelle montagne verso Brescia — od in cotesta città stessa — con non
poca mortificazione — La brigata rimase scaglionata — nella sera —
da Rezzate a Nuvolera, Nuvolenta ecc. — Intanto l'esercito del re
s'avanzava per la strada di Brescia — Il generale Cialdini — a cui
ero vincolato d'amicizia — all'annunzio del nostro impegno dei Tre
ponti — aveva fatto il possibile, per spingersi avanti — facendo
lui la vanguardia dell'esercito reggio — ed alcuni de' corpi suoi
leggieri — diceva: averli mandati in sostegno nostro comunque essi non
giunsero — perchè spossati dalle lunghe marcie — o giunsero a pugna
terminata —

Rimanemmo alcuni giorni scaglionati nelle posizioni suddette — La
presenza nostra — ed il progresso del nostro esercito — tenevano le
popolazioni di Gavardo, Salò ecc. — in eccellenti disposizioni — e di
più: quei di Gavardo — avendo ristabilito il ponte sul Chiese — ch'era
pure stato distrutto dagli Austriaci — io divisai di spingermi sino a
Salò — passando su detto ponte —

Si riunì quindi tutta la brigata a Gavardo — e nella notte passammo il
Chiese dirigendoci su Salò — Il maggiore Bixio ebbe ordine di occupare
cotesta città sul lago di Garda — nella notte col suo battaglione — e
la brigata rimase sulle alture, dominanti lo stradale che va al nord
per quella notte — facendo il nostro ingresso a Salò, nella mattina del
giorno seguente —

Contemporaneamente al progetto, di marciare sul lago di Garda, io avevo
commissionato alcune barche dei laghi di Como ed Iseo — che arrivarono
con noi a Salò —

Io avevo procurato delle barche, pensando naturalmente: che il nemico
abbandonando la sponda occidentale del lago — avrebbe ritirato, o
distrutto le barche — Esse però non furono ritirate nè distrutte —

Occupammo Salò per alcuni giorni — e l'episodio il più importante
della nostra presenza in quella città — fu la distruzione d'un vapore
nemico —

Essendo noi in Salò — un vapore Austriaco veniva ogni giorno a
spiarci — e perciò entrava sino nel fondo del porto — _sciando_[83] e
presentando sempre la prora alla bocca del porto per esser pronto alla
ritirata in caso di bisogno —

Avendo osservato tale giornaliera manovra — io chiesi — al comandante
d'un forte distaccamento dell'esercito, che si trovava a Gavardo, una
mezza batteria di campagna, tra cui due obici —

Giunta la mezza batteria, la feci collocare all'entrata del porto,
alla destra entrando, in una posizione — che costrutta a proposito, non
poteva riuscire più idonea —

Erano i pezzi perfettamente collocati alla sponda del lago — e
coperti da piante, che li nascondevano intieramente guardando di
fuori — ma che li lasciavano liberi di far fuoco sul lago in qualunque
direzione —

Sulla sinistra, entrando nel porto, avevo mandato i bersaglieri
Genovesi, col Capitano Paggi, ad imboscarsi tra piante situate da
quella parte —

Il vapore giunse nel porto, al solito — vogando indietro — e venne
a portata da bersaglieri, che cominciarono a fucilarlo colle loro
carabine di precisione —

Il fuoco dei bersaglieri fece sì, che il vapore si allontanasse da
loro, e si avvicinasse alla parte opposta, ove si trovava la mezza
batteria imboscata — Ai pochi tiri di cotesti bravi artiglieri —
si manifestò il fuoco a bordo del vapore — che non fu più possibile
di estinguersi — Esso tentò di guadagnare — a tutta velocità, — la
sponda opposta del lago — ma non vi riuscì — e si sommerse a poca
distanza da quella — Duolmi non ricordare il nome, del bravo ufficiale
d'artiglieria, che diresse quei pezzi —

E qui mi è caro: inviare una parola d'encomio alla nostra artiglieria
Italiana — certo non seconda a nessuna nel mondo!

Il generale Cialdini — ai di cui ordini — ero stato posto dal re —
mi ordinò di marciare in Valtellina colla brigata — Io anticipai il
collonnello Medici a quella volta — che riunì tutti i distaccamenti
nostri, che si trovavano a portata di quella valle — e spinse gli
Austriaci verso lo Stelvio —

Seguitai colla brigata in Valtellina — traversando il lago di Como — da
Lecco a Colico coi vapori — Occupammo la valle sino a Bormio — da dove
Medici, spingendosi verso lo Stelvio, obligò i nemici a sgombrare il
territorio Lombardo —

I nostri giovani cacciatori delle Alpi — condotti da Medici, Bixio,
Sacchi ecc. — diedero nuove prove di valore e di costanza in tale
nuovo genere di guerra, tra le gole, e ruppi delle Alpi — coperte da
neve eterna — ed ove i nemici avevan la pratica dei luoghi — ed erano
acclimati — essendo quasi tutti Tirolesi.

Erimo dunque padroni della Valtellina — ed il generale Cialdini,
occupava colla quarta divisione dell'esercito — la Val Camonica, Val
Trompia — sino al lago di Garda —

Il colonnello Brignone della stessa divisione occupava Val
Camonica —

Non credo fuori di proposito — dire, qui, una parola sul destino
di questa quarta divisione — senza dubbio, una delle migliori
dell'esercito Italiano — comandata da ufficiali distintissimi —

¿Fu essa, staccata dal nostro esercito — perchè realmente si temeva
la comparsa d'un grande corpo Austriaco da quella parte del Tirolo?
O fu per diminuire il nostro esercito — e farle fare una men bella
figura — nella battaglia decisiva che indispensabilmente doveva
darsi sul Mincio? O fu per custodire il corpo cacciatori delle
Alpi, che ingrossava spaventosamente in quei giorni — e toglierli
quell'Indipendenza — che sembrava non dispiacere del re — ma che non
piaceva a certa gente alto locata?

A quel volpone di Bonaparte, credo non fosse estranea la prima
ipotesi — e fu un mero pretesto lo allontanare la divisione suddetta
dall'esercito — e privarlo così d'un capo valoroso — e d'una eccellente
divisione —

Poi, i cacciatori delle Alpi — che da mille otto cento uomini, a cui
eran stati ridotti dopo l'affare dei Treponti — s'eran aumentati —
quasi per incanto — in poco più d'un mese a circa dodici milla — e
crescevano ogni giorno — non mancavano di dar ombra alla gente a coda
di paglia — che, nonostante aver predicato: a nulla servire i volontari
— questi avevan la debolezza di incutere spavento a tale gente —

Quella gente stracarica di colpe — à paura di noi — e ne ha ben
donde — Ci chiama rivoluzionari — e ci onora — non rinunciando noi,
all'onorevole titolo — finchè vi sia canaglia sulla terra — che per
gozzovigliare nelle lussurie — mantengono la parte migliore delle
nazioni nel servaggio, e nella miseria — Cotesto stolto modo di
procedere — poteva aver origini dallo spirito tortuoso del terzo
Napoleone — e riflettersi nell'anima del re — e de' piccini suoi
cortiggiani — Il fatto sta: che la battaglia di S. Martino ebbe luogo
— e l'esercito Italiano composto di cinque divisioni in tutto — mancò
della quarta — che poteva: dar un brillante colpo di mano ai nostri —
ed agevolare l'ardua battaglia ch'essi ebbero a sostenere —

La paura di corpi Austriaci, scendendo dal Tirolo — finta, o reale
— mi fu manifesta, sino dal mio arrivo a Lecco — ov'io trovai un
distaccamento del genio Francese, con un'ufficiale superiore, occupati
a minare la strada maestra che da Lecco conduce in Valtellina —

È vero: che tale ufficiale aveva ordine d'intendersi con me sul da
farsi — ed io nessuna notizia avendo di corpi nemici avanzandosi
da quella parte — lo pregai di desistere nell'opera sua di
distruzione —

Io credo: il generale Cialdini, aveva ordini, emanati — senza dubbio
— dalla stessa sorgente — di distruggere nelle valli superiori, strade
e ponti — e tali ordini furono trasmessi al Collonnello Brignone, che
occupava Val Camonica ed a me in Valtellina.

Il collonnello, a malincuore, fece distruggere qualche cosa — ed io
feci studiare da alcuni ingegneri i punti più idonei ad esser distrutti
in caso di bisogno — ma nulla feci distruggere — sembrandomi un'atto di
timore intempestivo: rovinare ponti e strade di una necessità assoluta
ai miseri valiggiani — senza che vi fossero notizie di nemici — almeno
in gran numero —

Intanto accadevano le grandi battaglie di Solferino, e S. Martino — e
poco dopo la pace di Villafranca — che molti tennero qual calamità, ed
io come una fortuna.

All'armistizio, e poi pace di Villafranca — i Cacciatori delle Alpi,
passavano i dodici milla uomini, in cinque reggimenti — ed occupavano
le quattro vallate: Valtellina — Camonica — Sabbia — e Trompia — sino
alla frontiera del Tirolo — Il generale Cialdini s'era ritirato colla
sua divisione su a Brescia —

Di più dei cinque reggimenti — Cacciatori delle Alpi — era giunto
finalmente il reggimento: Cacciatori degli Apennini — che Cavour ad
onta degli ordini del re — ricevuti sin dal principio della campagna —
non volle mandarci — sotto differenti pretesti — e che ci mandò poi a
guerra finita —

Coll'arrivo dei Cacciatori degli Apennini — giunse pure il Collonnello
Malenchini — quello stesso, che al principio dell'emigrazione della
gioventù Italiana, nelle fila dell'esercito in Piemonte — se ne
venne dalla Toscana con nove cento giovani — Il Malenchini fu per me
un'acquisto — sia per l'affetto ch'egli aveva dai suoi militi — quanto
per l'amicizia, veramente gentile a me prodigata.

Poco dopo, venne pure Montanelli — uomo, per cui avevo conservato
affetto, dal momento che lo avevo conosciuto a Firenze nel 48 — e che
meritava la stima di tutti per la sua abnegazione veramente esemplare!
Egli era semplice milite nel corpo Cacciatori degli Apennini —
quest'uomo, con Filopanti e Massimo d'Azeglio — m'hanno sempre ispirato
un vero rispetto — Uomini sommi! per coraggio e superiore intelligenza
— Io venero in loro l'ideale del gran cittadino! Due di loro, hanno
potuto esser dottrinari per un momento — ma pagarono della persona nel
giorno del pericolo —

A Curtatone ed a Vicenza furon feriti quei due illustri capi di governo
— pugnando da semplici militi a fronte dei patrioti Italiani! Filopanti
il grande Astronomo — l'intemerato deputato alla Costituente Romana —
l'ho veduto io, col suo moschetto, combattendo alla difesa di Roma —
Italia, può ben andar superba d'aver generato tali grandi! Montanelli
frammezzo alla gioventù Toscana a Curtatone — e Massimo nei ranghi de'
combattenti a Vicenza — sono figure che giganteggiano — e l'onorevoli
cicatrici segnate sui campi di battaglia — adornano con aureola di
gloria eterna — gli autori della Costituente Italiana — e del Nicolò
dei Lapi —

Quando Malenchini marciò in Piemonte colla gioventù Toscana — egli avea
lasciato il posto di ministro della guerra a Firenze — che l'opinione
publica, onnipotente in quei tempi, aveale giustamente assegnato —
Avvicinandosi l'ora delle pugne in Lombardia — egli piantò il ministero
— e corse ove si trattava di combattere —

Tale abnegazione è sovente portata troppo oltre dai modesti patrioti di
merito — poichè, i posti superiori da loro generosamente abbandonati —
sono generalmente coperti da intriganti, che contribuiscono al male del
paese —

L'armistizio di Villafranca, che tutti capirono esser preliminare di
pace — lasciava i Cacciatori delle Alpi in uno stato inadeguato alla
loro natura. Giovani generosi — avendo abandonato arti, e comodi della
vita per giungere ove si pugnava per l'Italia — non erano certamente
idonei alla pacatezza delle guarnigioni, del quartiere, e sopratutto
alle esuberanti discipline della monarchia in tempo di pace —

Sin dal principio dell'armistizio, quindi, si capì: i Cacciatori
delle Alpi, diventerebbero pianta esottica — in mezzo dell'esercito
permanente — e sotto la perenne ed antipatica amministrazione del
ministero Lamarmora —

Le notizie dell'Italia centrale all'incontro presentavano alcunchè di
bellicoso — Si diceva: il Duca di Modena, pronto ad invadere il ducato
— e gli Svizzeri del Papa — dopo l'eccidio di Perugia — esser avidi di
gittarsi sulle Romagne —



                                                     2º Periodo 1859.

CAPITOLO XII.

Nell'Italia Centrale.


Un desiderio naturale — manifestavasi nell'Italia del centro — allora
in piena ostilità contro i suoi padroni — di avere i Cacciatori delle
Alpi —

Cotesto corpo godeva meritamente la stima del paese — d'indole
indipendente — com'erano gli elementi che lo componevano — si poteva
pensare con probabilità di non ingannarsi — ch'esso non fosse vincolato
indefinitamente agli ordini monarchici — Non abbisognava quindi,
stimolarlo molto — per spingerlo contro tirannelli e preti —

Montanelli e Malenchini me ne parlarono — anzi ambedue fecero un giro
nel centro, e tornarono, sollecitandomi — ed esternandomi il desiderio
dei governi di Firenze, Modena, e Bologna — cioè: ch'io mi recassi
nell'Italia centrale — ove mi sarebbe stato dato il comando di coteste
truppe —

Quando io risposi a Montanelli, che marcerei senza indugio — chiedendo
la mia demissione — egli m'abbracciò commosso — Malenchini poi giunse
con una lettera di Ricasoli — che mi chiamava nell'Italia centrale
per comandarne l'esercito — o _parte di esso_ — In questa espressione
io cominciai a capire che v'era qualche diffidenza — ma siccome, mai
ho servito la causa dei popoli con condizioni — e massime quella del
mio paese — io non feci parola — Il buon Malenchini però, mi diceva:
che Farini con cui aveva parlato a Modena — e Pepoli che aveva veduto
a Torino — lo assicurarono: che mi darebbero il comando di tutte le
truppe colà esistenti —

Chiesi la mia demissione, e m'incamminai per la via di Genova a Firenze
— Nella capitale della Toscana principiai a realizzare il mio dubbio —
e capire che avevo da fare colla stessa gente, con cui mi era toccato
di trattare dal mio primo arrivo in Italia — Lasciato in Montevideo il
comando in capo d'un esercito che si batteva eroïcamente da sei anni —
e giunto in Italia, coi miei poveri e valorosi settanta tre compagni —
dopo vari mesi di girovagare da Nizza a Torino, da Torino a Milano — di
là a Roverbella — e poi ancora a Torino, ero pervenuto ad ottenere il
comando, d'alcuni resti di quartieri — poco prima della capitolazione
di Milano — col grado di Collonnello — E tale comando lo ottenni quando
le cose della guerra già andavano a rompicollo — e perchè a rompicollo
andavano —

Io ero venuto dall'America per servire il mio paese — anche da semplice
milite — e del resto poco m'importava — M'importava però assai: veder
l'Italia decorosamente servita — e non lasciata in preda a certe
masnade che non ci valgono — A Roma un Ministro Campello, tenendomi co'
miei lontani della capitale — con sospetti meschini, m'imponeva di non
superare il numero di cinquecento militi —

In Piemonte al principio del 1859 — mi tenevano come una bandiera
per chiamare i volontari — i volontari accorrevano — ma da 18 a 26
anni eran destinati ai corpi di linea — I troppo giovani i troppo
vecchi — ed i difettosi, erano destinati a me — a cui s'imponeva
di non comparire in publico — per non spaventare la diplomazia (si
diceva:) —

Una volta poi sui campi di battaglia, ove avrei potuto fare qualche
cosa — mi si negavano quei volontari — ch'erano accorsi alla mia
chiamata —

A Firenze non mi fu difficile capire: che avevo da fare cogli stessi
uomini — e si cominciò a parlarmi della possibilità dell'accettazione
del generale Fanti al comando supremo, con cui avean creduto di
lusingarmi — Poverissimi furbi!

Avrei dovuto forse accettar nulla — e tornarmene alla vita privata —
ma, come dissi prima: il paese era minacciato — E poi? Avevo io per
costume di chiedere alcuna cosa trattandosi d'una causa sì bella!
Accettai dunque il comando della divisione Toscana. Il buon popolo
di Firenze, mi acclamò, mentre io entravo in palazzo vecchio — ed i
governanti, com'era naturale, gradivano poco tali acclamazioni — e mi
chiesero di calmare il popolo — e partire al più presto per Modena —
ove si trovava il quartier generale della divisione —

A Modena vidi Farini — egli m'accolse assai bene — e mise ai miei
ordini le forze organizzate di Modena e Parma —

Farini, uomo d'intelligenza superiore — assai scaltro — Egli, come
tutti i governanti dell'Italia centrale, era molto ben seduto sul
seggio dittattoriale di quelle belle provincie — ed un'uomo popolare
accanto a lui, non lo garbava molto — Ricasoli da principio sembrommi
più franco di Farini — non così astuto — ma sventuratamente collo
stesso senso repulsivo verso di me — che si copriva colla mia troppa
temerità ecc.

Cipriani poi, governatore di Bologna — era un Napoleonico sfegatato — e
come tale, poca lega con me poteva fare —

Con quest'ultimo quindi, una franca antipatia reciproca fu manifestata,
sino dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale — e non v'era
pericolo ch'egli trattasse di pormi al comando delle truppe delle
Romagne ch'egli governava — La mia chiamata da parte di quei signori —
era stato dunque stimolata da quella poca popolarità di cui godevo — e
di cui essi volevan servirsi per popolarizzare essi stessi — Non altro,
e presto ne vedremo le prove —

Farini..... così per _celia_ — era espressione sua — un giorno
scrivendo a Fanti, le aveva proposto il comando delle truppe
dell'Italia centrale — Fanti con quella sua propria pacatezza — non
aveva accettatto risolutamente — ma faceva sperare: che accetterebbe,
una volta regolata la sua posizione col governo Sardo —

Il fatto sta: che la mia presenza nel centro — era accettattissima
dalle popolazioni e dall'esercito — e quanto più tale sentimento
era manifesto — tanto più diventava insopportabile ai governanti —
quindi questi animosi a sollecitare l'arrivo del generale Fanti —
che collocato militarmente come mio superiore — poteva solo frenare
l'ardore mio di far bene — e tranquillare i nuovi regnanti — come gli
antichi gelosissimi dell'aure popolari —

Abbenchè nato rivoluzionario — perchè non quieto, non stabile, può
rimanersi chi soffre. ¿E chi non soffre vedendo la sua patria serva
e depredata? Cio nonostante, io non ho mancato, quando necessario,
di sottopormi a quella disciplina necessaria — indispensabile alla
buona riuscita di qualunque impresa — e sino dal tempo ch'io m'ero
convinto: dover l'Italia marciare con Vittorio Emanuele — per liberarsi
dal dominio straniero — io ho creduto un dovere sottomettermi agli
ordini suoi a qualunque costo — anche facendo tacere la coscienza mia
Republicana —

Ho creduto di più: qualunque sia la capacità sua — che l'Italia doveva
concederli la Dittattura, sinchè il suo territorio fosse complettamente
sgombro dallo straniero — Tale fu il mio convincimento nel 1859 — oggi
modificato, perchè le colpe della monarchia sono molte — perchè poteva
farsi un mondo da noi soli — e si è sempre preferito inginocchiarsi
or a' piedi dell'uno — ed ora dell'altro, implorando miseramente, e
vergognosamente il nostro —

Ciò premesso — Nell'Italia centrale — agli ultimi mesi del 59 — cento
milla giovani si sarebbero serrati intorno a me — e con loro — si
volgeva certo, favorevole la diplomazia Europea — oppure coi soli
trenta milla allora riuniti nei ducati, e nelle Romagne potevasi
decidere in quindici giorni la sorte dell'Italia meridionale — Fare
infine, ciocchè si fece coi Mille un'anno dopo —

I governanti sarebbero rimasti ai loro posti — frattanto — avrebbero
amministrato le loro provincie — ed avrebbero fatto una figura
secondaria — è vero — ma gloriosa — coadjuvando le nostre operazioni
— Essi così non stimarono — quindi si collegarono ad abbassarmi, ed
annientare l'azione mia — due di loro per meschine considerazioni —
il Cipriani in ubbidienza, probabilmente, agli ordini di colui — che —
potrei ingannarmi — vuole tutt'altro — che l'Unione dell'Italia (1859)

Intanto io trascinai una ben deplorabile esistenza per alcuni mesi
— facendo poco o nulla — in un paese ove si poteva, e si doveva far
tanto!

Organizzare della truppa — tediosissima occupazione per me — con
un'antipatia nata per il mestiere di soldato! Per me, fatto milite
qualche volta, perchè nato in paese schiavo — ma sempre con repugnanza
— convinto: sia un delitto doversi maccellare reciprocamente per
intendersi!

Obligato di limitarmi alla divisione Toscana — io m'occupai a
migliorarne la condizione —

Venne Fanti — vi furono alcune panzane, verso il tempo del suo arrivo
— per esempio: Farini mi assicurava, dover Fanti assumere il Ministero
della guerra — ed io terrei il comando delle truppe —

Giunse Valerio, mandato dal ministero Piemontese, e mi disse: «guarda
che se tu non sei contento, Fanti non vuol accettare» ed io risposi a
Valerio: «non sono contento» e così stesso Fanti accettò —

Infine, l'interessante per quei signori — era di sbarazzarsi del
mio individuo — senza eliminare intieramente il mio nome — di cui
abbisognavano per farsene belli colle plebi — A loro sembrò di aver
trovato un'espediente a tante miserie — nominandomi: secondo capo
delle truppe della lega — Questa lega — poi, erano tre provincie della
penisola — i di cui forti governi — per non dispiacere a certi padroni
— non ardivano di chiamarsi Italia! Ecco in che modo si va costituendo
— questo umile, e vergognato nostro paese!

Qui, cominciarono i bassi intrighi per disgustarmi — Fanti ricusava
di accettare i miei prodi ufficiali dei Cacciatori delle Alpi —
chiamati da me col consenso del governo di Modena — ed accoglieva
qualunque altra classe di ufficiali — I miei poveri Cacciatori venuti
in folla — sin dal principio, che mi seppero nell'Italia centrale — ad
accrescere i corpi esistenti e formarne dei nuovi — erano maltrattatti
— Giungevano per esempio: dalle più remote parti della Lombardia —
scalzi, colla loro giacchettina di tela — stanchi, affranti dal viaggio
— e per qualunque piccola mancanza di età, di costituzione fisica, di
statura, ecc. erano repulsi — E credete: si domandasse loro, se avevan
mangiato — e se avevan mezzi per mangiare, e tornare alle loro case?
Nemmen per sogno!

Il governatore Cipriani, d'intelligenza con Fanti mi manda a Rimini per
armare due legni mercantili con cannoni — e mi fa scortare da un suo
fratello, portatore della cifra d'intelligenza — con cui corrispondeva
col primo senza ch'io nulla sapessi —

Ero a Rimini — e qualunque ordine, parole ecc. si davano al generale
Mezzacapo — che trovavasi esser mio subordinato —

Io apprezzavo tutta la difficoltà della mia posizione — e mi toccava
ad inghiottir veleno — colla speranza di poter giovare a questa
sventurata mia terra — Per fortuna, ero alquanto compensato dei soprusi
d'una codarda consorteria — dall'affetto delle popolazioni e dei miei
militi —

Un tempo — io mi lusingai di modificare l'ingrata situazione — e poter
fare qualche cosa d'utile — cercando di guadagnare Fanti con amicizia
— e feci ogni sforzo per acquistarla — ma si vedrà ben presto come
m'ingannavo — e come si giuocò la mia buona fede —

Ancona, le Marche, l'Umbria — erano insofferenti del giogo papale — e
prima del mio arrivo — erano d'intelligenza con Cipriani per sollevarsi
— L'armamento dei due bastimenti a Rimini, era stato motivato da quella
circostanza — ed io avevo avuto istruzioni, per coadjuvare un movimento
in quei paesi —

La mia presenza a Rimini, esaltava quelle buone popolazioni — Ma
francamente: massime per parte di Cipriani — si voleva aver l'apparenza
di fare — e non solamente, si voleva non fare — ma inceppare l'azione e
farla retrocedere — Con me, intanto, si usavano astuzie: un'idea non so
se di Cipriani o di Fanti — era suggerita: di far giurare i volontari
per 18 mesi. I volontari, sin dal principio degli avvenimenti, che ci
avean portati al nuovo stato di cose — erano colla ferma: di _sei mesi
dopo la guerra_ — Tutta quella brava gioventù serviva volenterosa,
e non avrebbe fiatatto, anche se avesse dovuto servire per 10 anni —
guerra durante — I diciotto mesi però di ferma fissa, non piacevano
— io lo sapevo — e l'osservai prima a Cipriani, poi al generale in
capo. Le mie osservazioni non valsero — e poco mancò: non perdessimo
l'intiera divisione Mezzacapo, per tale intempestiva misura —

Essendo a Bologna, io fui chiamato dall'Intendente Mayer di Forlì, e
dal Collonnello Malenchini — Spaventati dalla diserzione, e dai congedi
richiesti, nei corpi stanziati sulla linea della Cattolica. Io corsi, e
pervenni a fermare in parte la dissoluzione di quei corpi — ma mentre
faticavo in tale lavoro, Mezzacapo impiegava ogni sforzo per ottenere
il contrario — cioè: far giurare per 18 mesi, con ordine forse di Fanti
— e lo faceva colla compiacenza di contrariarmi — e forse anche di
farmi scomparire, dagli occhi di chi non mi conosceva —

Invano, io avevo chiesto di sospendere temporariamente il
giuramento —

Intanto le popolazioni delle Marche, e dell'Umbria, continuavano
ad agitarsi — Il vecchio, e prode brigadiere Pichi — veterano
della libertà Italiana — nativo d'Ancona, mantenevasi in costante
corrispondenza colle oppresse popolazioni — Pratiche erano aperte pure
col regno di Napoli — e con la Sicilia —

Con meno opposizione per parte dei governanti, e dei loro generali
— che se fossero stati pagati dai nostri nemici, per far male, non
potevano far peggio — noi potevamo tentare ogni cosa — e seguire una
marcia trionfale, verso il mezzogiorno dell'Italia — più facilmente, e
più complettamente, che non si eseguì un anno dopo —

Io avevo bensì delle istruzioni dal generale Fanti, espresse circa nei
termini seguenti:

«Essendo attacatto dalle truppe pontificie, respingerle — ed invadere
il loro territorio — oppure, in caso d'insurrezione d'una città come
Ancona — o d'un intiera comarca — invadere in ajuto dell'insurrezione»
La prima ipotesi, era impossibile, perchè certamente i pontifici non
pensavano ad attacarci —

La seconda, era diventata difficilissima pure — essendo gli avversari
nostri molto vigilanti — ed avendo aumentato i presidï d'Ancona,
Pesaro, ecc.

Nonostante s'introducevano armi in Ancona, nelle Marche, e si tenevano
di buon animo quelle popolazioni — I giovani militi che componevano i
corpi di vanguardia avrebbero risposto ad un ordine di marciare avanti
con grida frenetiche di gioja — tale era l'entusiasmo generale, per
correre a liberare i fratelli —

Ma pesava sulla nostra povera patria quella fatalità, che da tanti
secoli, la tiene incatenata indietro — sotto una forma, o sotto
un'altra — essa trova sempre in se stessa quel germe maledetto — che ne
contraria il progresso —

Sempre — sono sono le sue discordie — che la martoriano — oggi poi,
vi si agiunge tale stormo di dottrinari — che impossessati del timore
della cosa publica — e sostenuti da chi non vuole l'Italia grande
(1859) ne addormentano gli slanci generosi —

Mentre io preparavo tutto per agire — di dietro si mandavano ordini ai
miei subordinati, di non ubbidirmi —

Il generale Mezzacapo per esempio: aveva un dispaccio, in cui il
generale Fanti diceva: «Nessuno si mova, senza mio ordine — e questo
trasmettetelo al generale Roselli» —

Non solo i miei subordinati generali Mezzacapo e Roselli, avevano
ordine di non ubbidirmi — ma lo stesso mio stato maggiore, aveva
ordine, di andare a mettersi, a disposizione del collonnello Stefanelli
preposto al comando della divisione Toscana —

Tale era la mia condizione nell'Italia centrale quando giunse a Rimini
il generale Sanfront inviato dal re — Egli mi trovò molto perplesso, e
sdegnato contro la condotta sleale de' miei avversari, e senza il suo
arrivo non so: a quel disperato partito, io mi sarei deciso —

Accompagnai il generale Sanfront a Torino, ed ebbi una conferenza
con Vittorio Emanuele — la conseguenza della quale fu: ch'egli
consiglierebbe al generale Fanti d'accettare la demissione offertali
dai governi di Firenze e Bologna — che la presenza di Cipriani nelle
Romagne, era divenuta nociva — e che io alla testa delle forze del
centro, avrei operato per il bene della causa comune, come avrei
trovato a proposito — non dandomi però il suo consentimento — per
l'invasione del territorio pontificio —

Solite reticenze molto naturali nella sua posizione al cospetto d'un
rivoluzionario: come non consentì un'anno dopo alla spedizione di
Sicilia — al passaggio dello stretto di Messina — e finalmente alla
marcia su Roma che finì ad Aspromonte. Io partivo da Torino — contento
— e non perdevo tempo certamente nel recarmi a Modena — ove trovai
Farini e Fanti, a cui spiegai francamente il risultato della mia
missione —

I miei oppositori, però, non dormivano: un telegrafo del Ministero
della guerra, diceva a Fanti: di non accettare la demissione — e
fratanto si lavorava presso Vittorio Emanuele, per cambiare le sue
disposizioni a mio riguardo —

La prima misura da prendersi nell'Italia centrale: era quella di far
discendere Cipriani, dal governo di Bologna — Egli doveva scendere
colle buone, o colle cattive: io lo significai a quei Signori — In
caso, avessimo dovuto operare nello stato pontificio, non si poteva
lasciare, dietro di noi un governatore contrario — che ad altro non
tendeva — che ad inceppare l'armamento nazionale —

La misura Cipriani, fu accolta favorevolmente da tutti —

Tutti erano interessati all'allontanamento di quell'uomo — Farini e
Fanti sopratutti —

Fanti prevenuto da me sulla risoluzione del re, non era uomo da
resistervi — ma Napoleone, Cavour, Farini, Minghetti, ecc. — erano
troppo interessati a sostenerlo —

Rattazzi — forse l'unico, fra i mestatori politici, che avrebbe
dovuto apogiarmi — era debole, irresoluto — e forse anche lui alquanto
Napoleonizzato —

Ecco dunque Vittorio Emanuele — contrastato (se tuttociò non era un
tranello) nelle sue buone intenzioni — e piegando ancora davanti alle
prepotenze Cavouriane, come l'aveva fatto al principio della guerra,
quando aveva dato l'ordine d'acrescere la mia forza col reggimento
dei Cacciatori degli Appennini — che mi furono mandati poi a guerra
finita —

Farini — volpe vecchia — barcheggiava — Io, all'interpellanza di
Minghetti: ¿Chi succederebbe a Cipriani? risposi: Farini. E veramente
con ciò, si ottenevano due vantaggi — Il primo: era quello dell'unione
delle Romagne ai ducati di Parma e Modena — con un governo solo — Il
secondo: con Farini, uomo d'intelligenza superiore e di cuore Italiano
— si otteneva: ciocchè non s'era mai potuto ottenere coll'altro — cioè
spingere all'armamento ed all'unificazione —

Sin dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale, io avevo capito
Farini — e s'egli non m'ispirava diffidenza come Italiano — non molta
fiducia m'avea ispirato come amico personale — ed all'ultimo poi,
m'ero accorto: ch'egli non agiva meco di buona fede. L'ultime mie
parole a Farini, nel palazzo di Bologna furono le seguenti: «voi non
foste schietto con me» e siccome lui mi rispondeva alquanto alterato
— io aggiunsi ancora: «Sì! voi avete la principale colpa di questo
pasticcio!»

Devo confessare però, che a Modena, Farini avea fatto molto bene
durante la sua dittattura — e che a Bologna — egli continuò a fare lo
stesso — A Modena, lui e Frapolli fecero ciò, che nessuno ha potuto
uguagliare nelle altre parti d'Italia — in misure energiche, armamenti,
organizzazione ecc.

Tutto questo però, non deviava il dittattore, dalla sua condotta poco
schietta con me — e mentre egli rimaneva d'accordo sul da farsi a
Bologna — lui al governo amministrativo ed io alle armi — scorgevo
nel contegno della sua pallida faccia — ch'egli riceveva impressioni
avverse dal di fuori — e ch'era disposto ad agire secondo l'aura
che soffierebbe dal Piemonte — E l'aura aveva cessato di soffiare
favorevolmente per me da Torino — I miei avversari avevano avuto il
dissopra sullo spirito del re, influenzato senza dubbio, anche da
Parigi — ove la discesa di Cipriani dal seggio di Bologna, e la mia
comparsa al comando delle truppe del centro — non piacevano certamente
— Io in luogo de' miei avversari — avrei detto: «Garibaldi ritirati!»
ma cotesta gente, non era capace di tanta franchezza e cercava invece
di allontanarmi — con ogni specie di contrarietà — e miserabili
stratagemmi —

Il prestigio mio nei militi, e nelle popolazioni — (sembravami almeno)
mi poneva nel caso: di poter operare, anche a dispetto de' miei
avversari — Io, non temevo certamente di lanciarmi una volta ancora
nel vortice rivoluzionario — ove non mancava d'esservi probabilità
di riuscita — ma era una rivoluzione ch'io dovevo iniziare — dovevo
sciogliere nella milizia, e nel popolo ogni vincolo di disciplina — Vi
era davanti e dietro a me l'intervento Francese: a Roma, a Piacenza,
ecc. — Infine la sacra causa del mio paese, ch'io potevo compromettere
mi trattennero dal fare. Io aspettavo dal re, qualche cosa — come fummo
d'accordo — che doveva: se non autorizzare il mio operato — almeno
implicitamente condiscendere — lasciandomene tutta la responsabilità
— e pronto a reprimermi — anche se fosse occorso — A tutto io mi
sottomettevo — ed a qualunque evento ero disposto — Ma nulla giunse!

Io mandai finalmente il maggiore Corte da Vittorio Emanuele — e fui
chiamato a Torino — Giunto nella capitale — mi presentai al re — e
m'accorsi subito del cambiamento in lui operatosi dalla mia ultima
conferenza — Egli mi ricevette colla solita bontà — ma mi fece capire
in poche parole: che le esigenze del di fuori lo obligavano allo Statu
quo — e che credeva meglio: tenermi da parte per qualche tempo —

Il re desiderava ch'io accettassi un grado nell'esercito — non accettai
ringraziandolo — ma accettai un bel fucile da caccia, ch'egli volle
regalarmi — e che m'inviò per il Capitano Trecchi — del mio stato
maggiore, mentre io era già in un vagone del treno per Genova — Giunsi
a Genova, da Genova a Nizza — ove passai tre giorni coi miei figli
— e tornai a Genova per trovarmi pronto al vapore che partiva per la
Maddalena — il 28 Novembre 1859 —

Ero pronto alla partenza — avevo il mio bagaglio a bordo — quando
trovandomi in casa del mio amico Coltelletti — mi giunse una
deputazione di distinti Genovesi — col sindaco della città il Sig.r
Moro — Quei signori, mi significarono: che il mio allontanamento
sarebbe stato un male in quelle circostanze: io mi conformai a rimanere
— ed accettai l'ospitalità offertami dal mio amico Signor Leonardo
Gastaldi — in una sua villa di Sestri — ove passai pochi giorni — In
quel tempo parlavasi di guardie nazionali mobili — ed il Collonnello
Turr — mi disse che il re desiderava di vedermi per combinare qualche
cosa a tale proposito —

Giunto a Torino vidi il re — con me sempre buono — vidi Ratazzi
ministro, ed assicuro che m'ispirò poca fiducia — Con ambi, rimasi
d'accordo, ch'io sarei incaricato dell'organizzazione, della guardia
Nazionale mobile della Lombardia — ed io mi contentai di tale
disposizione per due motivi — Il primo era quello di poter preparare
un buon contingente per l'esercito nella guerra indispensabile, in
cui l'Italia dovrebbe necessariamente tuffarsi ancora — Il secondo,
di poter collocare in quelle guardie mobili — tanti, de' miei poveri
fratelli d'armi, raminghi e senza pane — una gran parte —

Mentre a Torino, io aspettavo la nomina che dovea prepormi alla
suddetta organizzazione — e fui visitato dagli egregi patrioti
Brofferio, Sineo, Asproni — ed altri deputati liberali — che mi
manifestarono voler profitare del mio soggiorno nella capitale per
conciliare le diverse frazioni del partito avanzato — scisse da qualche
tempo, e che si facevano una guerra indecorosa e nociva alla causa
Italiana — solite magagne del nostro povero paese!

Da principio dubitando di poter riuscire all'intento propostomi — ed
avversando un po', qualunque associazione, che non sia quella della
nazione intiera — io ricusai di accettare — e sarebbe stato meglio:
avessi perseverato in tale risoluzione — Ma sollecitato ancora, e
facendomi capire: che si poteva fare gran bene, riuscendo, io accettai
finalmente — e si combinò d'istituire una Società, che sotto il nome
di _nazione armata_ — accoglierebbe tutte le altre[84]. Sin lì —
tutto andava perfettamente — e tutti gl'individui appartenenti alle
differenti società — che si presentavano a me — aderivano all'idea
della fusione, e se ne mostravano contenti —

Una riunione della Società: _Libera Unione_ — doveva sancire l'atto
conciliativo — ma all'opposto quelli stessi che con me s'eran mostrati
soddisfatti dell'avvicinamento proposto — propugnarono idee affatto
contrarie, e con un pretesto o coll'altro — dissero: essere la
conciliazione impossibile —

Era idea mia antica — e me ne persuasi sempre più: che per metter
d'accordo noi Italiani — vi voglion le stangate — e niente meno.

Fu tutta fatica perduta — e peggio poi: gli ambasciatori stranieri,
forti della debolezza governativa — e come si disse: eccitatti da
Cavour e da Bonaparte allora onnipotente — chiesero delle spiegazioni
— e per corollario, il ministero in massa — meno Ratazzi, chiese la
demissione —

Il pretesto fu la nazione armata — la mobilizzazione della guardia
nazionale — e se mi è permesso tanta presunzione: il mio povero
individuo, implicato in tutto ciò —

La _Nazione armata_ — fu cotesto un fulmine per quella miserabile
diplomazia che vuole l'Italia debole — Diplomazia _chauvine_,
Bonapartesca, e che ha per continuatore il piccolo monarca della
Republica Francese[85].

Ciò serva ai miei concittadini: e sappiano dunque, che per passare
dallo stato di conigli, come siamo stati sin'ora a quello di leoni da
spaventare i prepotenti nostri vicini, vi vuole la _nazione armata_
— cioè due millioni di militi — ed i preti, onestamente occupati alle
bonifiche delle paludi Pontine —

Il re mi fece chiamare, e mi disse: che bisognava desistere da
qualunque delle idee progettatte —


_P. S._ Per dimenticanza io non ho forse menzionato il collonnello
Peard — chiamato volgarmente:

«L'Inglese di Garibaldi»

Questo valoroso figlio della Britannia, comparì nel 59 tra i nostri
volontari, armato di tutto punto, con una preziosa carabina — e facendo
l'ammirazione di tutti per la precisione dei suoi tiri, e per lo
straordinario sangue freddo — ove maggiore era il pericolo —

Il collonnello Peard — modesto e senza pretese — giacchè egli non
voleva soldo — compariva ogni volta che i nostri volontari entravano in
campo —

Si distinse molto nel 59 — e nel 60 egli contribuì molto alla venuta
di quel bellissimo contingente Inglese — che quantunque giunto tardi
— fece eccellente prova — negli ultimi fatti d'armi combattutti nelle
pianure di Capua —

Se Bonaparte, e la monarchia Sarda — non ci avessero vietato di marciar
su Roma, dopo la battaglia del Volturno — il contingente Inglese — che
si aumentava ogni giorno — ci avrebbero giovato sommamente all'acquisto
dell'immortale capitale d'Italia —

Il maggiore d'artiglieria Dawling — ed il cap.no Forbes — ambi Inglesi
— pugnarono da valorosi nelle fila dei volontari — Come loro, io vorrei
poter segnalare alla gratitudine della mia patria tutti quei prodi e
valorosi che la servirono colla vita —

Deflotte — che dobbiamo considerare martire nostro — e Bordone — oggi
generale — meritarono pure tutta la riconoscenza nostra —



TERZO PERIODO



CAPITOLO I.

Campagna di Sicilia — Maggio 1860.


Sicilia! Un filiale, e ben meritato affetto mi fa consacrarti queste
prime parole d'un periodo glorioso — terra di prodigi e d'uomini
prodigiosi!

Tu genitrice degli Archimedi — porti nella luminosa tua storia — due
impronte — che si cercano invano nella storia dei più grandi popoli
della terra — Due impronte del valore e del genio — che provano: la
prima, che non v'è tirannide per fortemente costituita essa sia — che
non possa esser rovesciata nella polve, nel nulla — dallo slancio,
dall'eroismo d'un popolo — come il tuo insofferente d'oltraggi —

Questa prima: sono i sublimi — gl'immortali tuoi Vespri!

La seconda appartiene al genio di due fanciulli — che fanno
probabili le scoperte della mente umana nelle sterminate regioni
dell'Infinito[86].

Anche una volta — Sicilia! Ti toccava di svegliare i sonnolenti! Di
strappare dal letargo, gli addormentati dalla diplomazia, e dalla
dottrina — Coloro, che non del proprio ferro armati — confidano ad
altri, la salvezza della patria, e così la mantengono nella dipendenza,
e nell'umiliazione —

L'Austria è potente — i suoi eserciti sono numerosi; alcuni formidabili
vicini — sono contrari per miserabili mire dinastiche al risorgimento
d'Italia — il Borbone ha cento milla soldati! E che monta! Il cuore
di 25 millioni, palpita, freme d'amor di patria! La Sicilia che lo
riassume tutto — insoffrente di servaggio, ha gettatto il guanto alla
tirannide —

Essa la sfida dovunque: la combatte tra le mura del monastero — e sulle
cime de' suoi estinti volcani — Ma son pochi! Le falangi del tiranno
sono numerosissime — ed i patrioti sono schiacciati, rigettatti dalla
capitale — ed obligati di ricoverarsi nei monti — ¿E non sono i monti,
l'albergo, il santuario della libertà dei popoli? Gli Americani, gli
Svizzeri, i Greci — tennero i monti, quando soverchiati dalle ordinate
coorte dei dominatori —

«Libertà non fallisce ai volenti»

E ben lo provarono cotesti fieri isolani — cacciati dalle città, e
mantenendo il fuoco sacro nelle montagne! Fatiche, disagi, privazioni
— che importa! quando si pugna per la causa santa del proprio paese, e
dell'umanità!

O Mille!..... In questi tempi di vergognose miserie, giova
ricordarvi — l'anima rivolta a voi — si sente sollevata dal mefìte
di quest'atmosfera da ladri, e da prostituti — pensando: che non
tutti — perchè la maggior parte di voi, ha seminato l'ossa su tutti
i campi di battaglia della libertà — non tutti ma bastanti ancora
per rappresentare la gloriosa schiera — restate, avanzo superbo ed
invidiato — pronti sempre a provare ai boriosi vostri detrattori — che
tutti non son traditori e codardi — non tutti spudorati sacerdoti del
ventre — in questa terra dominatrice e serva!

«Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libertà Italiana, là
bisogna accorrere» voi diceste: ed accorreste, senza chiedere s'eran
molti i nemici da combattere — se sufficiente il numero de' volenterosi
— se bastanti i mezzi per l'ardua impresa — Voi, accorreste sfidando
gli elementi, i disagi, i pericoli — con cui vi attraversaron la
via, nemici, e sedicenti amici — Invano il Borbone col numeroso
naviglio, incrociava, stringendo in un cerchio di ferro la Trinacria,
insofferente di giogo — e solcava in tutti i sensi il Tirreno — per
profondarvi ne' suoi abissi — Invano! Vogate! vogate pure, Argonauti
della libertà! Là, sull'estremo orizzonte dell'Ostro, splende un'astro
che non vi lascerà smarrire la via — che vi condurrà al compimento
della grande impresa — l'astro che scorgeva il grandissimo cantore di
Beatrice — e che scorgevano i grandi che lo successero, nel più cupo
della tempesta — la stella d'Italia! ¿Ove sono i piroscafi, che vi
presero a Villa Spinola, e vi condussero attraverso il Tirreno, nel
piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse essi, nuovi Argo — gelosamente
conservati — e segnati all'ammirazione dello straniero, e dei posteri
— simulacro della più grande e più onorevole delle imprese Italiane?
Tutt'altro — essi sono scomparsi! L'invidia, e la dapoccagine di chi
regge l'Italia, hanno voluto distruggere quei testimoni delle loro
vergogne!

Chi dice: essi furono distrutti in premeditati naufragi — Chi: li
suppone a marcire nel più recondito d'un arsenale — E chi: venduti agli
ebrei — come veste sdruscite —

Vogate però! Vogate impavidi: _Piemonte e Lombardo_[87] nobili
veicoli d'una nobilissima schiera — la storia rammenterà i vostri nomi
illustri, a dispetto della calunnia — E quando l'avanzo dei Mille, che
la falce del tempo avrà risparmiato per gli ultimi, seduti al focolare
domestico, racconteranno ai nipoti, la quasi favolosa impresa — a
cui ebber l'onore di partecipare — Oh! essi ben ricorderanno, alla
gioventù attonita, i nomi gloriosi che componevano l'intrepidissimo
naviglio —

Vogate! Vogate! Voi portate i Mille — a cui s'agregherà il millione
— il giorno in cui queste masse ingannate capiranno: esser un prete
un'impostore, e le tirannidi un mostruoso anacronismo —

Com'eran belli, i tuoi Mille, Italia! Pugnando contro i piumati
indorati sgherri — spingendoli davanti a loro, come se fosse gregge —
Belli! Belli! e variovestiti — come si trovavano nelle loro officine —
quando chiamati dalla tromba del dovere — Belli! Belli erano coll'abito
ed il capello dello studente — colla veste più modesta del muratore,
del carpentiere, del fabbro[88].

Io ero in Caprera quando mi giunsero le prime notizie d'un movimento
in Palermo — Notizie incerte — or di propagante insurrezione, ora
annientata alle prime manifestazioni — Le voci continuavano però
a mormorare d'un moto — e questo soffocato o no, — aveva avuto
luogo —

Ebbi avviso dell'accaduto dagli amici del continente — Mi si chiedevano
le armi ed i mezzi del _millione di fucili_ — Titolo che s'era dato ad
una sottoscrizione per l'acquisto d'armi —

Rosolino Pilo, con Corrao, si disponevano a partire per la Sicilia
— Io conoscendo lo spirito di chi reggeva le sorti dell'Italia
settentrionale — e non ancora desto dal scetticismo in cui m'avevano
precipitato i fatti recenti degli ultimi mesi del 59 — sconsigliavo dal
fare, se non si avevano nuove più positive dell'insurrezione — Gettavo
il mio ghiaccio di mezzo secolo nella fervida, potente risoluzione
di 25 anni — Ma era scritto sul libro del destino! Il ghiaccio, la
dottrina, il pedantismo — seminavano in vano di ostacoli la marcia
incalzante delle sorti Italiane!

Io consigliavo di non fare — ma per Dio! Si faceva — ed un barlume di
notizie, anunciava che l'insurrezione della Sicilia, non era spenta. Io
consigliavo di non fare? Ma l'Italiano, non dev'essere, ove l'Italiano
combatte per la causa nazionale contro la tirannide?

Lasciai la Caprera per Genova — e nelle case de' miei amici Augier e
Coltelletti — si cominciò a ciarlare della Sicilia e delle cose nostre
— A Villa Spinola poi, in casa dell'amico Augusto Vecchi — si principiò
a fare dei preparativi per una spedizione —

Bixio è certamente il principale attore della spedizione sorprendente —
Il suo coraggio, la sua attività — la pratica sua nelle cose di mare —
e massime di Genova suo paese natio — valsero immensamente ad agevolare
ogni cosa —

Crispi, Lamasa, Orsini, Calvino, Castiglia, gli Orlandi, Carini, ecc.
tra i Siciliani, furono fervidissimi per l'impresa — così Stocco,
Plutino, ecc. Calabresi —

Si era tra tutti, stabilito, che comunque fosse: battendosi i Siciliani
bisognava andare — probabile, o no — la riuscita —

Alcuni voci di sconforto — mancarono però di poco, a distruggere la
bella spedizione — Un telegramma da Malta, mandato da un amico degno di
fede — anunciava tutto perduto — e ricoverati in quell'isola, i reduci
della rivoluzione Siciliana —

Si desistè quasi intieramente dall'impresa — Bisogna però confessare:
che nei Siciliani suddetti — mai venne meno la fede — e che guidati dal
bravo Bixio, essi erano ancora decisi di tentare la sorte — almeno per
verificare la cosa sul terreno stesso della Sicilia.

Intanto il governo di Cavour — cominciava a gettare quella rete
d'insidie, e di miserabili contrarietà, che perseguirono la nostra
spedizione sino all'ultimo —

Gli uomini di Cavour non potevano dire: «non vogliamo una spedizione in
Sicilia» l'opinione generale dei nostri popoli, li avrebbe dichiarati
reprobi — e quella popolarità fittizia — guadagnata col denaro
della nazione — comprando uomini e giornali sarebbe stata scossa
probabilmente —

Io potevo dunque, preparare qualche cosa — per i fratelli militanti
della Sicilia — temendo poco d'esser arrestato da cotesti Signori
— e sorretto dal generoso sentimento delle popolazioni — commosse
fortemente dalla maschia risoluzione dei coraggiosi Isolani —

La disperazione, ed il forte proposito degli uomini del Vespro potevano
soli spingere avanti tale insurrezione — Lafarina delegato da Cavour
per sorvegliarci — mostrava non aver fede nell'impresa — e valevasi
per dissuadermi della sua conoscenza del popolo Siciliano — essendo lui
stesso nativo di quell'isola — e mi alegava: che avendo perduto Palermo
— gl'insorgenti comunque essi fossero, erano perduti — Una notizia
governativa però, data da lui stesso contribuì a corroborarci nella
risoluzione d'agire —

A Milano esistevano una quindicina di milla fucili buoni — e di più,
mezzi pecuniari di cui si poteva disporre — A capo della direzione:
_Millione di fucili_ — stavano Besana e Finzi — su cui si poteva
contare pure —

Besana giunto a Genova, da me chiamato, con fondi — ed avendo lasciato
l'ordine alla sua partenza da Milano: che ci fossero inviati fucili,
munizioni, ed agli [altri] oggetti militari che vi si trovavano — Nello
stesso tempo Bixio, trattava con Fauché dell'amministrazione dei vapori
Rubattino — per poterci recare in Sicilia — La cosa non marciava male —
e grazie all'attività di Fauché e Bixio — e lo slancio generoso della
gioventù Italiana, che accorreva da ogni parte — noi ci trovavamo in
pochi giorni atti a prendere il mare — quando un'incidente inaspettato,
nonchè ritardarci, quasi impossibile rendeva la nostra impresa —

I mandati, per ricevere i fucili a Milano, trovarono alla porta del
deposito, carabinieri reali, che intimarono di non pigliare un solo
fucile! Cavour aveva dato tal ordine — Cotesto ostacolo non mancò di
contrariarci ed indispettirci — non però di farci desistere dal nostro
proposito — e siccome non potendo avere le armi nostre, noi tentavamo
d'acquistarne altrove — e ne avressimo trovato certamente — allora
Lafarina offrì mille fucili, ed otto milla lire — ch'io accettai senza
rancore — Liberalità pelosa delle volpi alto-locate — E realmente: noi
fummo privi dei buoni fucili nostri che restarono in Milano, e fummo
obligati di servirci dei cattivissimi fucili Lafarina —

I miei compagni di Catalafimi, racconteranno con che armi pessime, essi
ebbero a combattere — contro le buone carabine Borboniche — in quella
pugna gloriosa —

Tutto ciò ritardò la nostra partenza — e fummo quindi in dovere di
rimandare a casa molti volontari — il cui numero diventava superfluo —
per l'insufficienza dei trasporti — e per non insospettire inutilmente
le polizie — non eccetuate la Francese e la Sarda —

La ferma volontà di fare, però, e di non abbandonare i nostri fratelli
della Sicilia, vinse ogni ostacolo —

Si richiamarono i volontari ch'eran stati destinati alla spedizione
— che accorsero immediatamente, massime dalla Lombardia — I Genovesi
erano rimasti pronti — Le armi, le munizioni, i viveri, i pochi bagagli
— s'imbarcarono a bordo di piccole barche —

Due vapori: il _Lombardo_ ed il _Piemonte_ — comandati il primo da
Bixio ed il secondo da Castiglia — furono fissati — e nella notte del 5
al 6 maggio — uscirono dal porto di Genova — per imbarcare la gente che
aspettava, divisa tra la Foce e Villa Spinola —

Alcune difficoltà inevitabili, in tale genere d'imprese, non mancarono
di contrariarci — Giungere a bordo di due vapori nel porto di
Genova, ormeggiati sotto la darsena — impadronirsi degli equipaggi, e
costringerli ad ajutare i predoni — Accendere i fuochi — prendere il
_Lombardo_ a rimorchio del _Piemonte_ — che si trovò pronto — mentre
non lo era l'altro — e tutto ciò con uno splendido chiaro di luna;
son tutti fatti più facili a descriversi, che ad eseguire — e vi fa
mestieri molto sangue freddo, capacità, e fortuna —

I due Siciliani Orlando, e Campo, della spedizione — ed ambi
macchinisti ci valsero sommamente in tale circostanza —

All'alba tutto era a bordo — L'ilarità del pericolo, delle venture — e
della coscienza di servire la causa santa della patria — era impronta
sulla fronte dei Mille — Erano Mille, quasi tutti Cacciatori delle
Alpi — quelli stessi che Cavour abbandonava alcuni mesi prima nel fondo
della Lombardia alle spalle degli Austriaci — e che rifiutava di mandar
loro il rinforzo ordinato dal re — quelli stessi cacciatori delle Alpi,
che si ricevevano nel ministero di Torino — quando disgraziatamente ne
abbisognavano — come se fossero apestati — e come tali si cacciavano —
gli stessi mille, che si presentavano due volte in Genova per correre
un pericolo certo — e che si presenteranno sempre, ove si tratta di dar
la vita all'Italia — non aspettando altro guiderdone che quello della
loro coscienza —

Belli! eran quei miei giovani veterani della Libertà Italiana —
ed io superbo della loro fiducia mi sentivo capace di tentare ogni
cosa —



                                                    3º Periodo, 1860.

CAPITOLO II.

Il cinque Maggio.


O notte del 5 Maggio — rischiarata dal fuoco di mille luminari, con cui
l'Onnipotente adornò lo spazio! L'Infinito!

Bella, tranquilla solenne — di quella sollennità che fa palpitare le
anime generose, che si lanciano all'emancipazione degli schiavi!

Tali, erano i mille — adunati e silenziosi, sulle spiaggie
dell'orientale Liguria — raccolti in gruppi, cupi — penetrati dalla
grande impresa — ma fieri d'esservi caduti in sorte — succedan pure i
disagi o il martirio!

Bella, la notte del gran concetto! Tu romoreggiavi nelle fibra di quei
superbi — con quell'armonia indefinita, sublime, con cui gli eletti
sono beati contemplando, nello spazio sterminato, l'Infinito! Io l'ho
sentita quell'armonia, in tutte le notti che si somigliano alla notte
di Quarto — di Reggio, di Palermo, del Volturno — ¿E chi dubita della
vittoria quando portato sulle ali del dovere e della coscienza — tu sei
sospinto ad affrontare i perigli, la morte — siccome il bacio delizio
della tua donna?

I Mille battono il piede sulla roccia — come il corsiero generoso
impaziente della battaglia — ¿E dove vanno essi a battagliare in
pochi — contro numerose ed aguerrite soldatesche? Han forse ricevuto
l'ordine d'un sovrano — per invadere, conquistare una povera infelice
popolazione — che rovinata dalle imposte di delapidatori ha rifiutato
di pagarle? No! essi corrono verso la Trinacria — ove i Picciotti,
insofferenti del giogo d'un tiranno — si son sollevati — ed han giurato
di morire — piutosto che rimanere schiavi —

¿E chi sono i Picciotti? Con quel modestissimo titolo, essi altro non
sono: che i discendenti del grandissimo popolo dei Vespri — che in
un'ora sola trucidò un'intiero esercito di sgherri — senza lasciarne
vestigio!

I due piroscafi giunsero sulla rada di Quarto — e l'imbarco dei Mille
fu eseguito celeremente — essendo stati preventivamente preparati tutti
i gozzi[89] necessari all'uopo —



                                                    3º periodo, 1860.

CAPITOLO III.

Da Quarto a Marsala.


Tutti imbarcati, e pronti a proseguire verso Sicilia nuovo incidente,
fece rabbrividire i più risoluti — e poco mancò non giungesse ad
annientare l'impresa.

Due barche appartenenti a certi contrabandieri, eran state caricate
colle munizioni, capsule, ed armi minute — Quelle barche dovevano
trovarsi sulla direzione del monte di Portofino e la lanterna di Genova
— Si cercarono per più ore in quella direzione e fu impossibile di
trovarle —

Importantissima mancanza: munizioni da guerra con capellozzi — ¿E chi
ardisce avventurarsi ad un'impresa ove bisogna combattere — senza
munizioni? Eppure dopo d'aver cercato tutta la mattina — in ogni
direzione — e dopo d'aver preso olio e sego a Camugli, per la macchina
— i due piroscafi si dirigevano a Scirocco — fidando nella fortuna
d'Italia — Per aver munizioni conveniva toccare un porto della Toscana
— e si scelse Talamone —

Io devo encomiare le autorità tutte di Talamone, e di Orbitello,
per la cordiale e generosa accoglienza — ma particolarmente il
tenente collonnello Giorgini comandante militare principale — senza
il di cui concorso, non avressimo certamente potuto provvederci del
necessario —

Non solamente trovammo munizioni a Talamone, ed Orbitello, ma carbon
fossile e cannoni — ciocchè facilitò molto e confortò la spedizione
nostra —

Dovendo agire in Sicilia, non era male apparire — anche con una
diversione nello stato pontificio — minacciando cotesto stato e quello
del Borbone verso tramontana — con cui si otteneva almeno: di ocupare
l'attenzione del nemico — o dei nemici — per alcuni giorni — verso
quella parte — ed ingannarli sul vero obbiettivo dell'impresa —

Lo proposi a Zambianchi, ed accettò risolutamente —

Egli avrebbe fatto certamente di più — s'io avessi potuto lasciarli più
uomini e mezzi — e s'accinse all'opera difficoltosa con una sessantina
d'uomini — Infine da S. Stefano, ove si caricò un po di carbon fossile,
noi salpammo direttamente per la Sicilia — con prora al Marettimo —
nelle ore pomeridiane del 9 Maggio —

La navigazione fu felice — ebbimo però due incidenti dispiacevoli
prodotti dallo stesso individuo — che aveva la mania di volersi
annegare — ma che per due volte, ci diede molto disturbo, senza poter
ottenere l'intento —

Egli s'era gettatto in mare dal _Piemonte_ — e lo salvammo malgrado
tutta la velocità del vapore — con uno di quei colpi di mano che tanto
onorano l'uomo di mare —

Fermare il piroscafo — metter un canoto in acqua — e precipitarsi
nello stesso con tutta la velocità, di cui è capace il marino — senza
misurare il pericolo — e vogare verso il pericolante, alla direzione
indicata da quei di bordo — fu tanto presto fatto quanto si descrive —
Il marino Italiano, non è secondo a nessuno, in quei momenti, che molto
abbisognano di sveltezza e coraggio —

Eppure tale individuo che sembrava così deciso a morire, cambiava
divisamento colla freschezza dell'acqua — e colla prossimità della
morte — giacchè una volta in mare, egli nuotava com'un pesce — e faceva
ogni sforzo per ragiungere i suoi salvatori —

Lo stesso successe al _Lombardo_, e questa volta, quasi diveniva fatale
alla spedizione, la pazzia del preteso suicida —

Quell'individuo aveva fatto la prima prova col _Piemonte_ a Talamone —
In quel porto, ove sbarcammo la gente in terra — per meglio adagiarsi
che a bordo ove necessariamente era ristretta — egli s'imbarcò sul
_Lombardo_, di contrabbando; poichè tenuto per pazzo — s'era sbarcato
dal primo — e s'era raccomandato al comandante di Talamone — Non si sa
come però — egli s'era trovato nuovamente sul _Piemonte_ — e col canoto
che lo salvò s'era rimesso al _Lombardo_. Da questo fece l'ultima prova
d'annegamento nella sera del giorno 10 — vigilia del nostro aprodo in
Sicilia —

In quella sera del 10, lusingandomi di poter scoprire il Marettimo
— io avevo fatto fare grande sforzo di macchina al _Piemonte_, di
marcia superiore — E quindi per tale motivo — e per la caduta in mare
dell'individuo suddetto dal _Lombardo_ — questo nostro compagno era
rimasto indietro fuori di vista —

Non avendo potuto scoprire il Marettimo — io pensai subito al compagno
— che avevo rilevato al tramonto e che compariva una nuvoletta
sull'orizzonte —

Mi nacque subito un senso di pentimento — di timore, aumentato dalla
caduta della notte — Staccarci dal _Lombardo_, e per colpa mia —
era spiacevolissima cosa — ed un contratempo alla già ben ardua
impresa —

Feci perciò, diriger subito la prora alla direzione del compagno —
Aumentandosi l'oscurità della notte cresceva il mio timore — ogni
minuto sembravami un'ora — l'incidente poi dell'uomo in mare — non
saputo e ch'era causa del ritardo — io stetti per un momento in dubbio
di smarrire il _Lombardo_ — È indicibile, ciocchè io soffersi in quel
breve tempo — e qual rimprovero facevo a me stesso — per la folle
impazienza di spingermi alla scoperta del Marettimo —

Finalmente comparve il _Lombardo_ — ed era naturale il non perderlo,
navigando l'uno sull'altro — eppure io avevo avuto una paura maledetta!

Ora, per compimento ne accadde una più bella —: Nella posizione,
ove noi avevamo fatto notte col _Piemonte_ v'erano vari bastimenti
sconosciuti, in vista — Bixio li avea veduti — e non avea potuto
riconoscerli, per la gran distanza — Dimodocchè scorgendo noi — che
in luogo di aspettarlo — com'era successo avanti — vogavimo con tutta
velocità alla sua direzione — ci prese per un gran piroscafo nemico,
e cercò di allontanarsi da noi, dirigendosi a tutta forza verso
Libeccio —

Vera disperazione! Io m'accorsi dell'errore — e feci fare ogni
segnale — convenuto — e non convenuto — giacchè si adoperarono fanali,
ch'eravamo convenuti di non usare — per non suscitar sospetti — ma non
valendo questi, corsimo dietro il compagno, prima di perderlo di vista
nell'oscurità.

Lo ragiungemmo felicemente — e ad onta del romore delle ruote, la mia
voce fu conosciuta, e tutto fu riparato — Navigammo vicini il resto
della notte — e nella mattina scoprimmo il Marettimo, e ci dirigemmo a
mezzogiorno di quell'isola —

Durante il viaggio s'erano formate otto compagnie di tutta la gente,
con a capo d'ogni compagnia, gli ufficiali i più distinti della
spedizione — Sirtori era nominato capo di Stato Maggiore — Acerbi
Intendente — Türr ajutante di campo — S'erano distribuite le armi,
e le poche vestimenta, che si poterono raccogliere prima della
partenza —

Il primo progetto di sbarco, fu per Sciacca — ma il giorno essendo
avanzato — e temendo d'incontrare incrociatori nemici — si prese la
determinazione di sbarcare nel porto più vicino di Marsala — 11 Maggio
1860 —

Avvicinando la costa occidentale della Sicilia — si cominciò a scoprire
legni a vela, e vapori — Sulla rada di Marsala, erano alla fonda due
legni da guerra, che si scoprirono esser Inglesi —

Deciso lo sbarco a Marsala ci dirigemmo verso quel porto — ove
approdammo verso il meriggio — Entrando nel porto vi trovammo legni
mercantili di diverse nazioni —

La fortuna aveva veramente favorito e guidato la spedizione nostra — e
non si poteva giungere più felicemente —

Gli incrociatori borbonici da guerra — avevano lasciato il porto
di Marsala nella mattina — s'eran diretti a levante — mentre noi
giungevamo da Ponente e si trovavano alla vista verso capo S. Marco —
quando noi entrammo —

Dimodocchè quando essi giunsero a tiro di cannone, noi avevamo già
sbarcato tutta la gente dal _Piemonte_ — e si principiava lo sbarco del
_Lombardo_ —

La presenza dei due legni da guerra Inglesi, influì alquanto sulla
determinazione dei comandanti de' legni nemici — naturalmente
impazienti di fulminarci — e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco
nostro — La nobile bandiera di Albione, contribuì anche questa volta
— a risparmiare lo spargimento di sangue umano — ed io, beniamino
di cotesti Signori degli Oceani — fui per la centesima volta il loro
protetto —

Fu però inesatta la notizia data da nemici nostri: che gl'Inglesi
avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente, e coi loro mezzi
— I rispettatti, ed imponenti colori della Gran Brettagna — sventolando
su due legni di guerra della potentissima marina — e sullo stabilimento
Ingham — imposero titubanza, ai mercenari del Borbone — e dirò anche
vergogna — dovendo essi far fuoco, con imponenti batterie, contro un
pugno d'uomini armati di quei tali fucili — con cui la Monarchia suole
far combattere i volontari Italiani —

Ciò nonostante i tre quarti dei volontari, trovavansi ancora sul molo,
quando i Borbonici cominciarono la loro pioggia di ferro — sparando con
granate e mitraglie — che felicemente nessuno ferirono —

Il _Piemonte_ abbandonato da noi fu portato via dai nemici — Lasciarono
il _Lombardo_ perchè arenato —

La popolazione di Marsala, attonita dall'inaspettato evento non ci
accolse male — Il popolo ci festeggiò — I magnati fecero le smorfie
— Io trovai tutto ciò molto naturale — Chi si assuefa a calcolare
ogni cosa al tanto per cento — non è certo tranquillo alla vista di
pochi disperati — che vogliono sradicare il cancro del privilegio e
della menzogna da una società corrotta per migliorarla — Massime poi,
quando cotesti disperati — in pochi — senza cannoni da trecento e senza
corazzate — si avventano contro una potenza creduta gigante — come
quella del Borbone —

I magnatti, ossia gli uomini del privilegio — pria di avventurarsi in
un'impresa — vogliono assicurarsi da che parte soffia il vento della
fortuna — e dei grossi battaglioni — ed allora i trionfatori ponno
esser certi di trovarli docili — senza smorfie — ed esaltati se occorre
— ¿Non è questa la storia dell'egoïsmo umano in tutti i paesi?

Il povero popolo all'incontro ci accolse plaudente — e con segni
manifesti d'affetto — Egli ad altro non pensò che alla santità del
sacrificio — all'ardua e generosa impresa, a cui s'accingeva quel pugno
di prodi giovani venuti da lontano in soccorso dei fratelli —

Passammo il resto dell'11, e la notte a Marsala — qui, cominciai a
valermi di Crispi — Siciliano onesto — e di molta capacità — e che
mi giovò sommamente negli affari governativi — e nelle indispensabili
relazioni col paese, ch'io non conoscevo —

Si cominciò a parlare di Dittattura, ch'io accettai senza replica —
poichè l'ho sempre creduta la tavola di salvezza, nei casi d'urgenza —
e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli —

La mattina del 12, partirono i Mille per Salemi — ma essendo la
distanza troppa per una tappa — ci fermammo allo stabilimento agricolo
di Mistretta, ove passammo la notte — Non vi trovammo il principale
dello stabilimento — ma un giovinetto fratello di quello, fece gli
onori dell'ospitalità — con modo gentile e generoso — A Mistretta si
formò una nuova compagnia con Griziotti —

Il 13 marciammo a Salemi — ove fummo bene accolti dalla popolazione —
ed ove cominciarono a riunirsi a noi le squadre dei S. Anna d'Alcamo,
ed alcuni altri volontari dell'isola.

Il 14 occupammo Vita o S. Vito — ed il 15 cominciammo a vedere il
nemico, che occupando Calatafimi, e sapendo del nostro approssimarsi
a quella volta — aveva spiegato la maggior parte delle sue forze sulle
alture, chiamate: «il pianto dei Romani»[90].



                                                          3º periodo.

CAPITOLO IV.

Calatafimi — 15 Maggio 1860.


L'alba del 15 Maggio — ci trovò in buon ordine sulle alture di Vita —
e dopo poco, il nemico ch'io sapevo in Calatafimi — usciva in collonna
dalla città alla direzione nostra —

I colli di Vita, sono fronteggiati, dalle alture suddette «del pianto
dei Romani» ove il nemico spiegò le sue collonne — Dalla parte di
Calatafimi, coteste alture hanno un dolce declivio — Il nemico le
ascese facilmente, e ne coronò tutti i vertici — che dalla parte di
Vita sono formidabilmente scoscesi —

Occupando noi le alture opposte ad ostro — io avevo potuto scoprire
esattamente tutte le posizioni tenute dai Borbonici — mentre questi,
appena potevano vedere la catena di tiratori formata dai carabinieri
Genovesi alli ordini di Mosto — e che coprivano la fronte nostra —
essendo tutte le compagnie indietro coperte, e formate in scaglioni —
La nostra povera artiglieria era collocata alla sinistra nostra, sullo
stradale, agli ordini di Orsini — che fece alcuni buoni tiri — comunque
— Dimodocchè tanto noi, che i nemici occupavamo fortissime posizioni,
di fronte le une delle altre — e divise da uno spazioso terreno, con
pianure ondulate e poche cascine di campagna — Era quindi vantaggioso:
aspettare il nemico nelle posizioni proprie.

I borbonici, in numero di circa due milla uomini con alcuni pezzi
d'artiglieria — scoprendo poca gente dei nostri, non uniformati,
e frammisti a dei villici — avanzarono baldanzosi alcune catene di
bersaglieri, con sostegni, e due pezzi d'artiglieria —

Giunti a tiro — essi cominciarono il fuoco: di carabine e cannoni —
continuando ad avanzare su di noi —

L'ordine tra i Mille, era di non sparare, e di aspettare il nemico
vicino — Comunque — già i prodi Liguri, avendo un morto, e vari feriti
— uno squillo di tromba, suonando una sveglia Americana — fermò il
nemico — come per incanto — Esso capì: che non aveva da fare colle sole
squadre dei Picciotti — e le sue catene coi pezzi — accennarono ad un
movimento retrogrado — Fu questa la prima paura che sentirono i soldati
del despotismo al cospetto dei Flibustieri[91].

I Mille toccarono allora la carica: i Carabinieri Genovesi in testa
— e con loro un'eletta schiera di giovani, impazienti di venir alle
mani —

L'intenzione della carica: era di fugare la vanguardia nemica e
d'impossessarsi dei due pezzi — ciocchè fu eseguito con un impeto degno
dei campioni della libertà Italiana — non però di attacar di fronte, le
formidabili posizioni occupate dai borbonici — con molte forze — Però,
chi fermava più, quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul
nemico? Invano le trombe toccarono «alto» — i nostri non le udirono — o
fecero come Nelson alla battaglia di Copenhaguen[92] —

I nostri fecero i sordi al tocco d'_alto_ delle trombe — e portarono a
bajonettatte la vanguardia nemica, sino a mischiarla col grosso delle
sue forze —

Non v'era tempo da perdere — o perduto sarebbe stato quel pugno di
prodi — Subito dunque, si toccò a carica generale — e l'intiero corpo
dei Mille — accompagnato da alcuni coraggiosi Siciliani e Calabresi —
mosse a passo celere alla riscossa —

Il nemico avea abandonato il piano — ma ripiegato sulle alture, ove
trovavansi le sue riserve — tenne fermo — e difese le sue posizioni,
con una tenacità ed un valore degni d'una causa migliore —

La parte più pericolosa dello spazio che si doveva percorrere, era
nella vallata piana, che ci divideva dal nemico — Ivi piovevano
projetti d'artiglieria e di moschetteria, che ci ferirono un bel po' di
gente — Giunti poi al piede del monte Romano — si era quasi al coperto
delle offese — ed in quel punto, i Mille — alquanto diminuiti di
numero, si aggruparono alla loro vanguardia —

La situazione era suprema: bisognava vincere — e con tale risoluzione,
si cominciò ad ascendere la prima banchina del monte — sotto una
grandine di fucilate — Non ricordo il numero — ma certo eran varie le
banchine da superare prima di giungere al vertice delle alture — ed
ogni volta che si saliva da una banchina all'altra — ciocchè si doveva
fare allo scoperto — era sempre sotto un fuoco tremendo. L'ordine di
far pochi tiri fra i nostri — era consentaneo al genere di catenacci —
con cui ci avea regalati il governo sardo — quasi tutti ci mancavano
fuoco — Qui pure, fu grande il servizio reso dai prodi figli di
Genova — che armati delle loro buone carabine, ed esercitati al tiro,
sostenevano l'onore delle armi — E ciò serva di stimolo alla gioventù
Italiana per esercitarsi — e si persuada che non basta il valore sui
campi odierni di battaglia — bisogna esser destri nel maneggio delle
armi — e molto —

Calatafimi! Avanzo di cento pugne — io, se all'ultimo mio respiro — io
miei amici mi vedranno sorridere, per l'ultima volta, d'orgoglio — sarà
ricordandoti — Poichè, io non rammento una pugna più gloriosa! I Mille,
vestiti in borghese — degni rappresentanti del popolo — assaltavano con
eroïco sangue freddo, di posizione in posizione, tutte formidabili,
i soldati della tirannide — brillanti di pistagne, di galloni, di
spalline, e li fugavano!

¿Come potrò io scordare: quel gruppo di giovani che tementi di vedermi
ferito, mi attorniavano, serrandosi, e facendomi del loro prezioso
corpo, un baluardo impenetrabile?

Se io scrivo commosso a tante memorie — ne ho ben donde! E non è forse
dover mio rammentare all'Italia, almeno i nomi di quei suoi valorosi
caduti? Montanari, Schiaffino, Sertorio, Nullo, Vigo, Tuckeri, Tadei —
e tanti ch'io sono ben dolente di non ricordare?

Come ho già detto: il pendio meridionale, che noi dovevamo salire — del
monte Romano — era formato di quelle banchine usate dagli agricoltori
nei paesi montani — Si giungeva celeremente sotto la ripa d'una
banchina cacciando avanti il nemico e posavamo per prender fiatto — e
preparsi all'assalto — coperti dalla ripa stessa —

Così procedendo, si guadagnava una banchina dopo l'altra, sino all'alta
cima, ove i borbonici fecero un'ultimo sforzo, e la difesero con molta
intrepidezza — al punto che molti cacciatori nemici — avendo terminato
le munizioni — ci scaraventavano delle pietre —

Si diede finalmente l'ultima carica — I più prodi dei Mille serrati
in massa sotto l'ultimo riparo — dopo d'aver preso fiatto — misurando
coll'occhio lo spazio da percorrere ancora — per incrociare i ferri col
nemico — si avventarono come leoni — colla coscienza della vittoria, e
della santissima causa per cui pugnavano —

I borbonici non sostennero la terribile spinta dei maschi campioni
della libertà — fuggirono, e non si fermarono che nella città di
Calatafimi — distante alcune miglia dal campo di battaglia —

Noi cessammo di perseguirli, a poca distanza dell'entrata della città,
situata in posizione fortissima — Combattendo, bisogna vincere —
quest'assioma è verissimo in tutte le circostanze — ma massime, quando
s'inizia una campagna —

La vittoria di Calatafimi, benchè di poca importanza per ciò che
riguarda gli acquisti — avendo noi conquistato un cannone, pochi
fucili, e pochi prigionieri fu d'un risultato immenso per l'effetto
morale, incoraggiando le popolazioni, e demoralizzando l'esercito
nemico —

I pochi flibustieri, senza galloni o spalline, e di cui si parlava con
solenne disprezzo — avevano sbaragliato più migliaja delle migliori
truppe del Borbone, con artiglieria ecc. — e comandate da un generale
di quelli — che come Lucullo — mangiano il prodotto d'una provincia in
una cena —

Un corpo di borghesi — ancorchè flibustieri — animati da amor di
patria — ponno dunque vincere anch'essi — senza bisogno di tante
dorature —

Il primo risultato importante, fu la ritirata del nemico da Calatafimi,
che noi occupammo nella mattina seguente — 16 Maggio 1860 —

Il secondo risultato, molto valevole, fu l'assalto dato delle
popolazioni di Partinico, Borgetto, Montelepre ed altre, sul nemico che
si ritirava —

In ogni parte poi, si formarono squadre, si riunirono a noi — e
l'entusiasmo in tutti i paesi circonvicini giunse veramente al colmo.

Il nemico sbandato, non si fermò sino a Palermo — ove portò lo sgomento
nei borbonici — e la fiducia nei patriotti —

I nostri feriti e del nemico furono raccolti in Vita e Calatafimi — Noi
contammo tra i nostri delle perdite ben preziose:

Montanari, compagno mio di Roma e di Lombardia, ferito gravemente,
morì dopo pochi giorni — Egli era uno di quelli, che i dottrinari
chiamano demagoghi, perchè insofferenti di servaggio — amano la patria
— e non vogliono piegare il ginocchio alle adulazioni, ed ai capricci
dei grandi — Montanari era di Modena — Schiaffino giovine Ligure, di
Camogli — anch'egli dei Cacciatori delle Alpi, e delle guide — morì
sul campo tra i primi — vedovando l'Italia d'uno dei migliori e più
valorosi militi — Egli lavorò molto, nella notte della partenza da
Genova ed ajutò Bixio in quella delicata impresa —

De Amici — anch'egli dei cacciatori delle Alpi e delle guide — da
valoroso morì tra i primi sul campo di battaglia —

Non pochi dell'eletta schiera dei Mille, caddero a Calatafimi, come
cadevano i nostri padri di Roma — incalzando i nemici a ferro freddo
— e colpiti per davanti — senza un lamento — senza un grido, che non
fosse quello di _viva l'Italia!_

Ho già veduto alcune pugne, forse più accanite, e più disperate — ma in
nessuna, ho veduto militi più brillanti, dei miei borghesi flibustieri
di Calatafimi —

La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la
brillante campagna del 60 — Era un vero bisogno: iniziare la spedizione
con uno strepitoso fatto d'armi — Esso demoralizzò gli avversari —
che colla loro fervida immaginazione meridionale, raccontavan portenti
sul valore dei Mille — V'erano tra loro quei che avean veduto le palle
delle loro carabine, — dai petti dei militi della libertà — repulse —
come se avessero colpito una lastra di bronzo — e rinfrancò i prodi
Siciliani — anteriormente scossi dall'imponenza degli armamenti
borbonici, e dal gran numero delle loro truppe — Palermo, Melazzo il
Volturno, videro molti più feriti e cadaveri — Secondo me, però, la
pugna decisiva fu Calatafimi — Dopo un combattimento come cotesto, i
nostri sapevano che dovevano vincere — E quando s'inizia una pugna con
quel prestigio, con quel vaticinio — si vince!

Novara, Custoza, Lissa, e forse anche Mentana — ad onta di tanta
disparità di mezzi e di forze — sono una sventura per l'Italia — non
tanto per le perdite nostre d'uomini e di mezzi — come per la boria de'
nostri nemici, che certamente non valgono più degli Italiani — ma che
dovendo combatterci, verranno a noi, come su preda facile — su gente...
che si spinge avanti col calcio del fucile. Alle prime, e solenni prove
dell'Italia, vi vorrà un Fabio, che sappia temporeggiare occorendo — ed
il nostro paese è tale, da poter guerreggiare come si vuole — accettare
o no una battaglia — E quando le posizioni, e circostanze sieno
convenienti — lanciare gl'italiani che saranno divenuti impazienti di
pugna — e che per natura sono suscettibili di slancio — Verrà poi Zama
— ove un Scipione, senza chiedere il numero dei nemici — li cercherà, e
li porrà in fuga.

Anche in questo — io devo esser tormentato dall'idea del prete — che
vuol fare degl'Itali tanti sagristani — E se l'Italia non vi rimedia
è un affare serio — I gesuiti, altro non ponno fare: che ipocriti
mentitori e codardi! Vi pensi chi deve — e sopratutto: che per marciare
e dar delle splendide bajonetatte — vi vogliono uomini forti —



                                                    3º periodo, 1860.

CAPITOLO V.

Da Calatafimi a Palermo.


Calatafimi sgombro da' nemici fu da noi occupato — 16 Maggio 1860 —
La maggior parte de' nostri feriti, era stata trasportata a Vita — A
Calatafimi trovammo i più gravi feriti del nemico, e furon trattati da
fratelli —

¿Avevano alcun rimorso coteste dominatrici famiglie d'Italia,
nell'aizzare queste nostre popolazioni infelici — siccome mastini — le
une contro le altre? Rimorsi! Ma che rimorsi! Tutto il loro studio,
non è stato forse d'inimicarle — per puro interesse individuale o
dinastico? Ed il _monticino di fimo e di sangue_ — come Guerrazzi
chiama il papato — non è forse lì, in Roma — nel cuore d'Italia — per
venderla al maggiore offerente — e per tenerla perennemente divisa?

Sarebbe lunga e tediosa la storia di tutti cotesti signorotti — oggi
per fortuna del nostro paese — per la maggior parte mendicanti — E se
no, tuttora traditori e pervertitori delle nazioni —

Il 17 giungemmo ad Alcamo, città importante — e vi fummo accolti con
molto entusiasmo —

A Partinico il popolo era frenetico — Molto maltrattato dai soldati
borbonici, anteriormente alla pugna di Calatafimi — quando questi
tornarono fuggendo e sbandati, la popolazione di Partinico diede loro
adosso — massacrando quanti potevano, e perseguendo il resto verso
Palermo —

Miserabile spettacolo! noi trovammo i cadaveri dei soldati borbonici,
per le vie, divorati dai cani!

Eran cadaveri d'Italiani — da Italiani sgozzati — che se cresciuti
alla vita dei liberi cittadini, avrebbero servito eficacemente la causa
del loro oppresso paese — ed invece: come frutto dell'odio, suscitato
dai loro perversi padroni — essi finivano straziati, sbranati dai loro
proprï fratelli, con tal rabbia da far inorridire le jene!

Dalle belle pianure d'Alcamo e di Partinico, la collonna ascendeva per
Borgetto sull'alti-piano di Renne — da dove dominava la Conca d'oro[93]
e la vezzosa Regina dei Vespri — che se Italia, fra le sue cento città,
avesse una mezza dozzina di Palermo — da molto tempo lo straniero,
non calpesterebbe questa nostra terra — e certo, i governi dei birri
e delle spie — o marcerebbero diritto, o il diavolo se li porterebbe
via —

Renne, sarebbe una posizione formidabile, se, nello stesso tempo che
domina lo stradale da Palermo a Partinico — essa non fosse dominata
dalle alture immediate ad ostro e tramontana — che appartengono ai
monti irregolari, che circondano la ricca vallata della capitale.

Renne è famosa nella campagna dei Mille, per due giorni di copiosa
pioggia, passati senza il necessario per affrontare le intemperie — Ove
fu assai incomodata la gente — ed ove quel pugno di prodi, provò: esser
disposto ai disagi — siccome a sanguinose battaglie —



                                                    3º Periodo, 1860.

CAPITOLO VI.

Rosolino Pilo e Carrao.


Prima del cinque Maggio, partivano da Genova due giovani Siciliani, con
destinazione alla Trinacria —

L'uno, bellissimo, e castagno di capigliatura, apparteneva ai principi
di Capace — ed aveva quella delicatezza di forme, che sembrano una
specialità dell'agiatezza —

L'altro aveva la bellezza del plebeo meridionale con una capigliatura
d'ebano — un volto regolare ma bronzato — tarchiato della persona
— e robusto — Egli era, a non ingannarsi, uno di quella casta — che
la fortuna ha condannato a menar le braccia per la sussistenza — e
che qualche volta, stimolati dall'ambizione, si lanciano al di fuori
della loro orbite, e se coadjuvati dal genio, si vedono transitare
dall'infimo della condizione umana, ai gradini superiori — Tali i
Cincinnati, i Mario, ed i Colombi —

Ambi poi, Rosolino Pilo e Corrao — a cuore di Leone — E i Mille, li
trovarono in Sicilia, dopo di una traversata portentosa — facendo
propaganda emancipatrice — e solleticando i coraggiosi figli dell'Etna
a sollevarsi — colla speranza di pronti soccorsi dal continente —

Due individui e non più, sbarcavano sulla loro terra, proscritti,
condannati a morte — e correvano l'isola intiera — compiendo il loro
santo apostolato. E senza esitare dirò: con tanta sicurezza — come
sulla terra d'asilo — Sappilo tirannide! E sappi: che questa non è
contrada da spie! Tu hai perduto il tuo tempo, prodigando ogni specie
di corruzione! Qui, su questa lava del padre dei Volcani — il tuo
potere brutto di sangue — e di vergogne — è efemero!

Butta giù: quella tua maschera di Statuto, a cui nessuno più crede, e
mostrati col tuo ceffo deforme da Eliogabalo, o da Caracalla — qui,
altro non è — che quistione di tempo — d'anni — forse di giorni —
Che s'intendano questi ringhiosi discendenti delle discordie e della
grandezza — ed in poche ore — come nei Vespri — verun vestigio resterà
più del Maniscalchi, e simile sudiciume —

Rosolino Pilo, in una scaramuccia, con i borbonici, mentre i Mille
facevano alcune fucilate nelle vicinanze di Renne, fu colpito da piombo
nemico — mentre si accingeva a scrivermi, dalle alture di S. Martino —
e stramazzò cadavere —

Italia, perdeva uno de' più prodi di quella brillante schiera — che col
nobile contegno — fa obliare — o sentir meno le sue umiliazioni, e le
sue miserie —

Corrao men fortunato di Rosolino — dopo d'aver pugnato valorosamente,
in ogni combattimento del 60 — morì di piombo Italiano per gare
individuali —

Sicilia — non dimenticherà certamente quei due eroïci suoi figli — veri
precursori dei Mille —



                                                    3º periodo, 1860.

CAPITOLO VII.

Continua da Calatafimi a Palermo.


Dopo d'aver passato due giorni a Renne — con forti piogge — senza
ricoveri — e poca legna — per cui fummo obligati, bruciare anche i pali
da telegrafo — scesimo sino al villagio di Pioppo — sopra Monreale;
ma non era quella, posizione conveniente, per la pochezza delle nostre
forze —

Verso il 21 — una ricognizione del nemico — ove vi furono poche
fucilate — mi fece determinare di ripigliar posizioni più forti — al
dissopra dell'incrocicchio delle strade che confluiscono a Renne —
tenendo così, libere le comunicazioni, per la via di Partinico che
avevamo percorso — e per S. Giuseppe più ad Ostro —

La posizione suddetta era conveniente, come punto tattico — ed
avressimo potuto ricevervi il nemico con vantaggio — Ma la strada, che
da Palermo va a Corleone — mi sembrò più conveniente — a noi — sotto
la doppia considerazione: di presentarci un teatro d'operazioni più
vasto assai — e per metterci a contatto colle bande più numerose — che
trovavansi dalla parte di Misilmeri, Mezzojuso e Corleone — ove mandato
Lamasa per riunirle —

Mi decisi dunque, di traversare di notte — dallo stradale che
occupavamo, a Parco, che si trova su quello di Corleone a Palermo.

Il movimento si principiò prima di notte — ma le difficoltà del
sentiero, per ove dovettimo passare a spalla d'uomini — cannoni e
materiale — e la dirottissima pioggia che durò tutta la notte — con
folta nebbia — resero quella marcia la più disagiata ch'io m'abbia
eseguito — ed era già gran giorno quando la testa della collonna, alla
spicciolata giungeva in Parco —

I cannoni poi, appena verso sera terminarono d'arrivare con grandissimo
stento —

La stessa pioggia, con nebbia folta, fu causa che il nemico, non ebbe
conoscimento della nostra marcia — senonchè molto dopo il nostro arrivo
a Parco —

Parco è dominato da posizioni forti — che noi occupammo — e sulle quali
fecimo alcune opere di difesa collocandovi i nostri cannoni — Coteste
posizioni però sono dominate da alti monti — e quindi girabili —

Il 24 Maggio, il nemico uscì da Palermo, con forze considerevoli,
divise in due collonne — La prima veniva per la gran via, che dalla
capitale va a Corleone, e nell'interno dell'isola — passando a Parco —
La seconda dopo d'aver seguito per un pezzo, la strada di Monreale —
traversò la vallata — e minacciò le nostre spalle — fiancheggiandoci
alla sinistra — ed avviandosi verso le Portelle di Piana dei
Greci —

Io non avrei temuto l'attacco di fronte — ad onta d'esser il nemico
assai superiore in forze — ma il movimento alle spalle, per i monti che
ci dominavano — mi fece disporre alla ritirata — prima dell'arrivo del
nemico —

Ordinai, dunque, la marcia immediata dei cannoni e bagagli per la
strada maestra — ed io con un pugno di Picciotti — e la compagnia
Cairoli — mi recai ad incontrare per le Portelle, quella seconda
collonna, che tentava di tagliarci la ritirata —

Il movimento nostro riuscì a meraviglia — Io giunsi sulle alture, prima
che il nemico se ne impadronisse — ed alcune fucilate lo fecero fermare
— Dimodocchè io mi trovai con tutte le mie forze a Piana — avendo per
lo stradale di Corleone, libero tutto l'interno dell'Isola — e potendo
movermi a piacimento —

Le popolazioni di Piana e Parco — ci giovarono moltissimo come
ausiliari, e come pratici — massime un Barone Peta del primo
paese —

A Piana dei Greci passammo tutto il resto della giornata — lasciando
riposare la gente — In quel giorno ebbimo a deplorare la morte del
prode giovane Mosto, fratello del Maggiore comandante della compagnia
carabinieri Genovesi — che col solito valore, avea ritardato il
procedere dei borbonici —

A Piana io mi decisi di sbarazzarmi dei cannoni e del bagaglio — per
poter operare più liberamente su Palermo — congiungendomi colle squadre
di Lamasa che si trovavano allora a Gibilrossa —

Al far della notte — quindi, io feci seguire cannoni, e bagagli, sulla
strada di Corleone agli ordini di Orsini. Io colla gente, dopo d'aver
preso la stessa via per un pezzo — obliquai a sinistra nella direzione
di Misilmeri — per un sentiero boschivo non molto disagiato —

Il movimento dei cannoni sulla via di Corleone, ingannò il nemico,
siccome io l'avevo sperato — Egli il 25, continuò la marcia verso
quella città — credendo di perseguire tutta la forza nostra — ma non
seguiva altro che Orsini — quasi senza gente —

Io traversai colla collonna il bosco Cianeto, ove dormimmo — il giorno
seguente si raggiunse Misilmeri, ove la popolazione ci accolse con
grande entusiasmo — ed il 26 a Gibilrossa — ove si trovava il nostro
Lamasa con varie squadre riunite —

Dopo d'aver conferito con Lamasa, e cogli altri capi Siciliani, di
fuori e dentro Palermo — si decise d'attaccare il nemico nella capitale
della Sicilia —

In quel giorno 26 — vi furono vari stranieri, nel nostro campo —
massime Inglesi ed Americani — manifestando molta simpatia per la
bella causa dell'Italia — Un giovane ufficiale americano, si staccò
un revolver dal cinturone e me l'offerse gentilmente come pegno
dell'interesse che prendeva a noi —

Van Meckel e Bosco, comandavano la collonna borbonica che seguiva
per Corleone dietro la nostra artiglieria — ed ignorando il nostro
movimento su Gibilrossa — E bisogna confessare ad onore del bravo
popolo Siciliano — che solamente in Sicilia, era ciò eseguibile — Sì!
e solamente dopo due giorni, della nostra entrata in Palermo — seppero
quei capi nemici: d'esser stati da noi ingannati — e giunti nella
capitale, mentre ci credevano a Corleone —

La sera del 26, al principio della notte — s'iniziò la nostra marcia
su Palermo, scendendo per un sentiero coperto, ed assai difficile, che
conduce da Gibilrossa, sullo stradale di Porta Termini —

Alcuni incidenti successero nella notte — e ritardarono alquanto la
nostra marcia — La nostra collonna composta di circa tre milla uomini,
dovendo seguire un sentiero angusto e disagiato — formava una striscia
estesissima — Per lo stesso motivo era impossibile: percorrere avanti
e indietro la collonna per rannodarla — Poi un cavallo sciolto cagionò
alcune fucilate, che bastante allarmarono — Infine la testa avendo
preso una strada che non era la buona, fummo obligati fermarci — per
rimetter la gente sulla buona via — Dimodocchè quando giunsimo agli
avamposti nemici di Porta Termini — era gran giorno —



                                                          3º periodo.

CAPITOLO VIII.

Assalto di Palermo — 27 Maggio 1860.


Un nucleo di valorosi, condotti da Tuckery e Missori — marciavano
di vanguardia — Tra essi, contavano: Nullo, Enrico Cairoli, Vigo
Pelizzari, Tadei, Poggi, Scopini, Uziel, Perla, Gnecco — ed altri
valorosissimi, i cui nomi son dolente di non poter ricordare[94] —

Cotesta schiera, scelta fra i Mille — non contava il numero, le
barricate, i cannoni, che i mercenari del Borbone avevano assiepato
fuori di Porta Termini — Essa tempestava e fugava — gli avamposti
nemici, al ponte dell'Ammiraglio — e proseguiva —

Le barricate di Porta Termini, furono superate volando, e le collonne
dei Mille, e le squadre dei Picciotti, calpestavano le calcagna della
superba vanguardia e gareggiavano d'eroïsmo —

Non valse una vigorosa resistenza di numerosi nemici su tutti i punti
— il fulminare delle artiglierie di terra e di mare — e massime un
battaglione di cacciatori, collocati nel dominante convento di S.
Antonino, che fiancheggiava sulla loro sinistra gli assalitori — a
mezzo tiro di carabina —

Nulla valse: la vittoria sorrise al coraggio ed alla giustizia — ed in
poco tempo, il centro di Palermo, fu invaso dai militi della libertà
Italiana —

Trovandosi la popolazione della capitale, complettamente inerme — essa
non poteva da principio esporsi ai fuochi tremendi, che avevan luogo,
per le strade — giacchè non solo sparavano le artiglierie della truppa
e dei forti — ma la flotta borbonica infilando le strade principali,
le spazzava coi suoi forti projetti — Ed ognuno sa: che quando i
bombardatori, ponno bombardare una povera città senza esserne molestati
— la loro bravura da cannibali s'acresce sommamente —

Ben presto, però, il popolo di Palermo, accorse all'erezione di
quei propugnacoli cittadini, che fanno impallidire i mercenari
della tirannide — le barricate! e vi si distinse come direttore il
collonnello Acerbi dei Mille — milite valoroso di tutte le battaglie
Italiane —

I popolani armati d'un ferro in qualunque guisa, dal coltello alla
scure — presentavano nei giorni susseguenti, quelle masse imponenti —
irresistibili — in una città, a qualunque truppa, per ben organizzata
che sia —

Da Porta Termini, a Fiera Vecchia, e da questa, io giunsi a Piazza
Bologna — ove — vedendo difficile di poter concentrare un forte nucleo
dei nostri, sparsi nella grande Metropoli — scesi da cavallo e presi
stanza in un portone —

Posando la sella della mia _Marsala_ (cavalla) per terra — e le
pistoliere — una pistola percuotendo nel suolo — prese fuoco — e la
palla mi sfiorò il piede destro, portando via un pezzo della parte
inferiore del pantalone —

«Le felicità — mai giungo sole» dissi tra me —

Col comitato rivoluzionario di Palermo, composto di caldi patrioti, si
risolvette di stabilire il mio quartier generale al palazzo Pretorio —
punto centrale della città —

Non gran contingente di armati, ci diede la città di Palermo — giacchè
i borbonici aveano avuto gran cura di tenerla assolutamente inerme —
ma convien confessare: l'entusiasmo di quei bravi cittadini mai venne
meno — ne per i sanguinosi combattimenti delle vie — ne per il feroce
bombardamento della flotta nemica — del forte di Castellemare, e del
palazzo reale — Anzi molti, per mancanza di fucili, si presentavano
a noi armati di pugnali coltelli spiedi — e ferri di qualunque
specie —

I picciotti[95] delle squadre[96], si battevano anche loro con bravura,
e supplivano al decimato numero dei Mille.

Anche le donne furono sublimi di patriotico slancio — frammezzo a
quell'inferno di bombe e di fucilate esse animavano i nostri, coi
plausi, colle gesta, cogli evviva — Precipitavano dalle finestre,
sedie, matterazzi, suppelletili d'ogni genere per il servizio delle
barricate — e molte, si vedevano scendere nelle strade per ajutare ad
innalzarle — La popolazione era rimasta sorpresa dall'ardito ingresso
— ma passati i primi momenti di stupore, essa crebbe ogni giorno di
coraggio e d'intrepidezza.

Le barricate uscivano da terra come per incanto — e Palermo diventò
assiepato di barricate — Il loro gran numero, era forse esorbitante —
ma senza dubbio ciò influì moltissimo ad animare il popolo, e gettar lo
spavento nelle truppe borboniche — Poi, quel lavoro continuo, manteneva
tutta la gente in moto, e serviva di pascolo all'entusiasmo —

Una delle difficoltà maggiori della situazione, era la mancanza di
munizioni — Si trovarono però fabbriche di polvere — notte e giorno
si lavorò a far cartuccie — ma la quantità era insufficiente per il
battagliare incessante continuo contro le numerose truppe borboniche,
occupanti i punti principali della città — Quindi i militi e
particolarmente i Picciotti che tiravano molto — mancavano di munizioni
— e mi mettevano in croce per averne —

Nonostante, i borbonici, erano stati ridotti nel forte di Castellamare,
palazzo di finanze, e palazzo reale, con alcune case adjacenti — e noi
erimo padroni dell'intiera città.

Il forte numero di nemici stanziava al palazzo reale, ove si trovava
il generale in capo Lanza — e privi di comunicazioni col mare e colle
altre loro posizioni —

Varie squadre nostre, occupavano gli sbocchi che dalla città mettono
alla campagna — dimodocchè la truppa del palazzo reale col suo
generale in capo — trovavansi assolutamente isolati — e cominciarono
dopo i primi giorni a sentir penuria di viveri, e ad esser ingombri
di feriti — Ciò decise il Lanza a far delle proposizioni — la di cui
base — era la sepoltura dei morti, che cominciavano ad imputridire,
ed il trasporto dei feriti a bordo della flotta — per esser condotti a
Napoli —

Ciò richiese un'armistizio di 24 ore — e Dio sa: se noi ne avevimo
bisogno — obligati com'eravamo di fabricar polvere e cartucci — che si
tiravano appena fabricati —

E qui giova ricordare: che nessun soccorso d'armi, o di munizioni ci
venne dai legni da guerra ancorati nel porto e sulla rada — compresa
una fregata Italiana — in cui giorni solenni, in cui avressimo pagato
a peso di sangue, alcuni mazzi di cartuccie — Se ben ricordo: si comprò
un vecchio cannone in ferro da un bastimento Greco —

L'apparizione delle collonne borboniche Van Meckel e Bosco, — che dopo
d'aver proseguito verso Corleone in traccia di noi — tornavano sulla
capitale — quasi fece cambiare di risoluzione il generale nemico —

Realmente, i due capi suddetti alla testa di cinque a sei milla
uomini di truppe scelte — era fatto di molta importanza e che poteva
riuscir fatale a noi — Essi delusi nella speranza d'averci sorpresi e
dispersi — ed informati all'opposto della nostra entrata in Palermo
— ingannandoli — arrivarono bollenti di dispetto — ed assaltarono
risolutamente Porta Termini —

Le poche mie forze, e spiegate su tutta la superficie della città —
potevano difficilmente presentare il contingente bastevole, per opporsi
all'irrompente nemico — Nonostante i pochi nostri che si trovavano
verso Porta Termini, si difesero bravamente — ed il terreno ceduto sino
a Fieravecchia, fu disputato palmo a palmo —

Avvertito del progresso del nemico da quella parte, io raccolsi alcune
compagnie dei nostri — e mi spinsi a quella via —

Cammin facendo, io fui avvertito che il generale Lanza desiderava
continuare le trattative a bordo dell'_Annibale_ vascello ammiraglio
Inglese — che si trovava sulla rada di Palermo — comandato
dall'ammiraglio Mundy —

Io lasciai il comando della città al generale Sirtori mio capo di Stato
Maggiore, e mi recai sul vascello suddetto, ove trovai i generali
Letizia e Chretien, che venivano per conferire con me, da parte del
generale in capo dell'esercito nemico —

Io non ho ora presenti le proposizioni fattemi dal generale Letizia
— Ma ben ricordo: trattarsi di cambio di prigionieri, d'imbarco dei
feriti sui bastimenti della flotta — permesso di viveri a quelli del
palazzo reale — di concentramento delle forze nemiche ai quattro venti
— posizione con grandi stabilimenti a contatto col mare — e finalmente
un presentazione di rispetto e d'ubbidienza per parte della città di
Palermo — a S. M. Francesco II —

Io udï con pazienza la lettura dei primi articoli della proposta —
ma quando il lettore giunse all'articolo umiliante per la città di
Palermo — mi alzai sdegnato, e dissi al generale Letizia — ch'egli ben
conosceva: aver da fare con gente che sapeva battersi, e che non avevo
altra risposta —

Mi chiese egli una tregua di 24 ore per imbarcare i feriti, ch'io
accordai, e così fini la conferenza —

Qui v'è da osservare passando, che il capo dei Mille trattatto da
Flibustiere, sino a questo punto, divenne a un tratto Eccelenza —
titolo con cui egli fu nojato in tutte le transazioni seguenti — e
sempre disprezzato — Tale è la bassezza dei potenti della terra, quando
colpiti dalla sventura —

La situazione comunque, era tutt'altro che bella — Palermo mancava
d'armi, e di munizioni — Le bombe avevano smantellato parte della città
— Il nemico stava dentro colle sue migliori truppe — e ne occupava col
resto le posizioni più forti — La flotta infilava le strade colle sue
artiglierie — ed i cannoni di palazzo reale, e Castellamare l'ajutavano
nell'opera di distruzione —

Io rientrai nel palazzo Pretorio, ove trovai i principali cittadini
che mi aspettavano — e che coll'acuto sguardo meridionale, cercavano
di leggere negli occhi miei le mie impressioni sui risultati delle
conferenze —

Esposi francamente le condizioni proposte dal nemico, e non trovai
dell'abbattimento — Essi mi dissero di parlare al popolo, assembrato
sotto i balconi — e lo feci —

Io lo confesso: non ero scoraggito — e non lo fui, in circostanze forse
più ardue — ma considerando la potenza ed il numero del nemico — e
la pochezza dei nostri mezzi — mi nacque un po' d'indecisione sulla
risoluzione da prendersi — cioè: se convenisse continuare la difesa
della città — oppure, rannodare tutte le nostre forze e ripigliare la
campagna —

Quest'ultima idea mi passò per la mente come un'incubo — e con dispetto
l'allontanai da me — trattavasi d'abbandonare la città di Palermo —
alle devastazioni d'una soldatesca sfrenata!

Mi presentai quindi — quasi indispettitto con me stesso — al bravo
popolo dei Vespri — e palesai la mia condiscendenza, per tutte le
condizioni chieste dal nemico — quando venni però, all'ultima — io
dissi: che l'aveva rigettatta con disprezzo!

Un ruggito di sdegno e d'approvazione — surse unanime da quella folla
di generosi! E quel ruggito decise della sorte dei millioni! della
libertà di due popoli — e decretò la caduta d'un tiranno!

Io ne fui ritemprato — e da quel momento ogni sintomo di timore
— di titubanza, d'indecisione — sparve — militi e cittadini, a
gara, rivaleggiavano d'attività, e di risoluzione — Le barricate
moltiplicavansi — Ogni balcone — ogni poggiuolo, si copriva di
materazzi per la difesa — di sassi, e di projetti d'ogni specie, per
schiacciare il nemico —

L'elaborazione della polvere, e la costruzione di cartuccie, si
attivavano febbrilmente — Alcuni vecchi cannoni, dissoterrati — non
so da dove — apparirono, si montarono, e furono collocati in posizioni
convenienti — altri, si comprarono da bastimenti mercantili — Le donne
d'ogni ceto aparivano nelle strade ad animare i lavoratori, e coloro
che si preparavano alla pugna —

Gli ufficiali Inglesi ed Americani che si trovavano in rada, regalavano
i nostri coi loro revolver e fucili da caccia — Alcuni degli ufficiali
sardi manifestarono pure della simpatia per la santa causa del popolo
— e i marinari della fregata Italiana, bruciavano di divedere il
pericolo dei fratelli e minacciavano di disertare — Solo, chi ubbidiva
ai freddi calcolatori del ministero di Torino, non si commoveva a tanto
spettacolo — e restavano impassibili spettattori della distruzione
d'una delle più nobili città Italiane — ed aspettavan ordini! Ossia:
già avevan ordini di darci il calcio dell'asino se vinti — e farla da
amiconi — se vincitori!

Un giovane Siciliano di famiglia decente — mandato da me a bordo della
fregata Sarda — e che vi riuscì con molto pericolo — si udì rispondere:
«voi potete esser una spia» in luogo di ottenere alcune munizioni, per
cui io lo avevo incaricato —

Comunque, il nemico si avvide della risoluzione nostra e della città...
e non si sfida un popolo impunemente — quando deciso di combattere
a tutta oltranza — Il despotismo poi, s'inganna molto — ingrassando
i suoi proconsoli — che naturalmente, non sanno decidersi ad esporre
l'epa in pericolo tra le barricate della canaglia —

Pria di spirare le 24 ore d'armistizio — un nuovo parlamentare mi
annunziò il generale Letizia —

Egli mi chiese tre giorni di tregua — non essendo sufficienti le 24 ore
per il trasporto dei feriti a bordo — Anche i tre giorni io concessi —
ed intanto non si perdeva un secondo all'attivo lavoro della polvere e
delle cartuccie — Si continuava il lavoro delle barricate — Le squadre
vicine alla capitale ingrossavano le nostre forze — e minacciavano le
spalle del nemico — Orsini, coi cannoni rimasti, era giunto pure — e
con lui altre squadre — La condizione nostra migliorava ogni giorno — e
dava meno voglia ai borbonici di attaccarci —

In una nuova conferenza col generale Letizia — si stipulò la ritirata
delle truppe che si trovavano a palazzo reale, ed a Porta Termini, per
riconcentrarle tutte ai quattro venti e sul molo — Era per noi tanto di
guadagnato —

La sospensione delle ostilità, e la ritirata dei borbonici verso il
mare — riempì la popolazione di fiducia, e baldanza — talchè fummo
obligati di collocare ai posti avanzati delle camicie rosse[97] per
evitare la collisione dei Siciliani colle truppe borboniche — essendo
l'odio immenso per quest'ultime —

Si trattò infine della partenza della truppa — non potendo essa
certamente rimanere per molti giorni, nelle anguste posizioni occupate
— e dello sgombro completto della città e dei forti —

Il valore dei Mille, ed in generale dei difensori di Palermo — era
stato grande — Il loro contegno, e quello della popolazione, non
s'erano smentiti un momento — Si era disposti, in fatto, di seppellirsi
sotto le ruine della bellissima capitale — E conviene confessare: il
risultato fu magnifico — e non si poteva sperare di più —

Quando si videro capitolare quei venti milla soldati del despotismo —
davanti ad un pugno di cittadini votati al sacrificio, ed al martirio,
se abbisognava — sembrò proprio un portento — poichè, era superba
truppa — quella — e che si batteva bene —

Giubilate pure — uomini, donne, fanciulli — che contribuiste alla
liberazione della patria! Palermo libera, e cacciando i tiranni, vale
ben la pena d'esser fieri — di giubilare!

La superba capitale dei Vespri — come i suoi volcani manda ben lungi
le sue scosse — e crollano al gagliardo suo ruggito, i troni mal fermi
della menzogna e della tirannide!

Perdemmo in Palermo il valoroso Tuckery — Ungherese — e ricorderò
quando informato le altre preziose perdite —

Tra i prodi nostri feriti — contavano: Bixio, i due Cairoli Benedetto
ed Enrico, Cucchi, Canzio, Carini, Bezzi —



                                                          3º periodo.

CAPITOLO IX.

Melazzo.


La partenza dei borbonici da Palermo, fu una vera festa nazionale
— tanto più che secondo condizioni stipulate, essi lasciavano in
libertà tutti i prigionieri politici, delle principali famiglie che si
trovavano detenuti in Castellamare —

La vista dei cari condannati dal Borbone — che tanto avevan sofferto
in orride carceri — riempì di giubilo la popolazione intiera — e
l'accoglienza da essa fatta a quei generosi, era commovente —

Io avevo stabilito il mio quartier generale ad un padiglione del
palazzo reale, da dove si scopre tutta la via Toledo, e dall'altra
parte il prolongamento della stessa sino a Monreale — Di là potei
bearmi nello spettacolo, che presenta un grande e fervidissimo popolo
nelle sue emozioni — I liberati eran portati in trionfo verso la mia
abitazione, da una folla immensa — frenetica per la libertà acquistata
dei suoi carissimi — Io m'ebbi un tesoro di gratitudine da loro — ed
una lagrima inumidì la mia guancia —

Allora cominciò un periodo di riposo — e ne avean bisogno — massime
i Mille — Poveri giovani! la parte eletta di tutte le popolazioni
Italiane — non avezzi ai disagi, alle privazioni — gran parte studenti,
e molti laureati — E tutti con poche eccezioni — consacrati all'eroïsmo
ed al martirio — per la liberazione di questa nostra terra — avversata
dallo straniero — e forse meritamente schiava — perchè un dì padrona
del mondo — E fu gran colpa la conquista del Mondo conosciuto — che
dovea necessariamente aver per conseguenza: depredare e fare dei servi
— e quindi raccogliere l'odio universale —

I Mille per la maggior parte non marini — avean lasciato le nausee del
mare, per ingolfarsi nelle stragi delle battaglie — e per sentieri
quasi impraticabili — eran pervenuti in Palermo — ove cacciando
davanti a loro un'esercito di venti milla soldati delle migliori truppe
borboniche — coll'ajuto della popolazione liberavano la Sicilia intiera
in venti giorni —

Il nemico si allontanava da noi per prepararsi a nuove battaglie — e
noi dovevimo pure metterci in istato d'incontrarlo ancora — Si aprirono
dunque degli arruolamenti, in Palermo — ed in ogni parte dell'isola,
sgombra dai Borbonici — Si contrattarono delle armi al di fuori — Si
stabilì una fonderia nella capitale — e si lavorò indefessamente a far
polvere ed a costruire cartuccie —

Palermo, piazza d'armi del despotismo divenne in pochi giorni
un semenzajo di militi della libertà — Che bel vedere: nelle ore
fresche della giornata — quei vispi giovani figli della Trinacria
— all'esercitazioni militari — con uno slancio — una volontà — da
consolar l'anima del veterano, per cui l'Italia redenta fu sogno di
tutta la vita —

E l'Italia avrebbe potuto redimersi intieramente, se l'inerzia degli
uni, e la malizia degli altri, non avessero conculcato l'eroïsmo
nazionale in quell'epoca gloriosa —

La sosta in Palermo, dopo l'evacuazione dei nemici fu pure impiegata
ad opere giovevoli — Il gran numero di ragazzi vagando per le strade
— ove, per lo più essi trovano una scuola di corruzione — furono
raccolti, riuniti in stabilimenti idonei — ed educati per la vita
dell'onesto cittadino e milite —

Si migliorò la condizione dei stabilimenti di beneficenza — e si
supplì di viveri tutta la parte indigente della popolazione — e
quella danneggiata dal bombardamento e dalla guerra in generale —
l'organizzazione del governo dittattoriale fu pure attuata — e vi
contribuirono vari egregi patriotti della Sicilia — tra cui primeggiava
l'illustre avvocato Francesco Crispi — uno dei Mille —

Distribuite le forze nazionali in tre Divisioni, esse presero il nome
d'esercito meridionale, che mosse poi verso l'oriente al compimento
dell'assunta missione emancipatrice —

Durante i giorni di combattimento in Palermo, era giunto l'_Utile_,
piccolo piroscafo Italiano — con un centinajo dei nostri dal continente
— che da Marsala ove sbarcarono felicemente — arrivarono nella capitale
— ancora in tempo a prendere parte alle ultime pugne —

La spedizione Medici con tre vapori, e circa due milla uomini, arrivò
a Castellamare — poche miglia a Ponente di Palermo — che non tutte
le truppe borboniche s'erano imbarcate ancora — Altri contingenti di
tutte le provincie Italiane seguivano — ed in poco tempo ci trovammo
in bellissima condizione — e capaci di staccare delle collonne
spedizionarie su differenti punti dell'isola per far riconoscere il
nuovo governo — cosa ben facile perchè già acclamato dovunque — o per
cercare il nemico ove si trovava ancora —

Una divisione comandata dal generale Türr — s'incamminò per il centro
dell'isola — La divisione di destra comandata dal generale Bixio —
per il littorale a mezzogiorno della Sicilia — e quella di sinistra
comandata dal generale Medici — per il littorale del settentrione —
con ordine di riunire quanti volontari si sarebbero presentati — e
finalmente di concentrarsi tutti nello stretto di Messina —

Giunse pure in Palermo il generale Cosenz — con due milla uomini — che
furono seguiti da altri mandati dai vari comitati di _provvedimento per
soccorsi alla Sicilia_, che s'eran formati nelle diverse provincie — e
che facevan centro a Genova sotto la direzione del D.re Bertani —

La collonna Cosenz, seguì pure per Messina, in sostegno di Medici,
minacciato da un forte corpo di borbonici comandati da Bosco — che da
quella città per Spadafora s'avviavano in cerca dei nostri — Bosco
alla testa di circa 4 milla uomini di buona truppa, con artiglieria
— era uscito da Messina — coll'oggetto di mantenere le comunicazioni
tra Melazzo e quella città — e di tentare un colpo di mano sul corpo
di Medici, che occupava Barcellona, Santa Lucia, ed alcuni villagi
circonvicini —

Egli lo attaccò realmente — ed essendo respinto — si ripiegò su
Melazzo — occupandone le pianure meridionali — ed infestando quelle
contrade —

Conveniva sbarazzarsi di quella forza nemica, che unica teneva ancora
la campagna —

Avvisato dal generale Medici, sui movimenti e forze del nemico — io
profitai dell'arrivo a Palermo del Colonnello Corte con circa due milla
uomini — e senza permettere che sbarcassero — ne feci trasbordare una
parte sul piroscafo _City of Aberdeen_, ove m'imbarcai io stesso — e
giungemmo il giorno seguente a Patti —

Riunitomi ai generali Medici, e Cosenz — a cui non era giunta ancora
la brigata, che marciava per il littorale — decidemmo di attaccare i
borbonici all'alba del giorno dopo il mio arrivo —



                                                          3º periodo.

CAPITOLO X.

Combattimento a Melazzo.


Fu ben malizioso, e non veritiero, colui che trattò di _facili
vittorie_, quelle del 60 — vinte dai liberi Italiani sulle truppe
borboniche — Io, ho vedute alcune pugne nella mia vita — e devo
confessare: che le battaglie di Calatafimi, Palermo, Melazzo e Volturno
— fanno onore ai militi, e soldati che vi presero parte —

Quando su cinque o sei milla uomini nostri, che pugnarono a Melazzo,
circa mille furon posti fuori di combattimento — ciò prova: che non fu
tanto facile la vittoria —

Il generale Medici, come abbiam detto, era marciato per la costa
settentrionale della Sicilia, verso lo stretto di Messina — colla sua
divisione; ed il generale borbonico Bosco, con uno scelto corpo delle
tre armi — superiore al nostro in numero — intercettava la strada
principale che mette a Messina — apogiandosi alla fortezza e città
di Melazzo — Già alcuni piccoli scontri erano accaduti tra un corpo e
l'altro — ed i nostri vi si eran condotti colla solita bravura — avendo
da fare coi cacciatori di Bosco, bella truppa, ed armata d'eccellenti
carabine —

Giunti i due milla uomini di Corte — ed imminente l'arrivo del corpo di
Cosenz — si decise d'attaccare il nemico —

L'alba del 20 Luglio trovò i figli della libertà Italiana, impegnati
coi borbonici, ad ostro di Melazzo, ed impegnati in modo, molto
favorevole ai mercenari — per le forti loro posizioni —

Praticissimi del terreno, i nemici, aveano con molta sagacia,
profitato di qualunque naturale, od artificiale ostacolo di quella
campagna —

La loro destra, scaglionata davanti alla formidabile fortezza di
Melazzo — n'era protetta dalle sue grosse artiglierie — ed aveva
la fronte coperta da varie linee di fichi d'India — trincee non
indifferenti — da dietro alle quali i cacciatori di Bosco — colle loro
buone carabine potevano fulminare i male armati nostri militi —

Il centro colle sue rispettive riserve, sullo stradale che conduce in
Melazzo — seguendo il littorale — avea la fronte coperta da un muro di
cinta fortissimo — a cui s'eran praticate molte feritoje — Lo stesso
muro poi, era coperto da foltissimo cannetto — che ne rendeva l'assalto
di fronte impraticabile — Dimodocchè il nemico ben riparato, con armi
buone — osservava, e fucilava i nostri poveri militi, fallacemente
coperti dai suaccennati cannetti —

La loro sinistra, in possesso d'una linea di case, a levante di
Melazzo, formava martello — e quindi fiancheggiava con fuoco micidiale
chi assaltava il centro — l'ignoranza del terreno su cui si pugnava, fu
la causa principale di perdite considerevoli per parte nostra — e molte
cariche che si fecero sul centro nemico, potevano risparmiarsi —

La mia prima idea d'attacco — era stata di assaltare il nemico, prima
di giorno, rompendone il centro con una forte collonna in massa —
coll'oggetto di dividerlo, separar la sua sinistra — farla prigioniera
se possibile — e menomare così la sua superiorità in artiglieria e
cavalleria —

Non fu però possibile l'esecuzione di tal piano, per esser giunti a
riunirsi tardi i corpi nostri sparsi in diverse posizioni — ed era gran
giorno quando s'iniziò il combattimento generale —

L'oggetto mio principale — essendo stato pure: di chiudere il centro e
la destra nemica in Melazzo — ove non avrebbero potuto sostenersi molto
tempo — tanta gente e la guarnigione della piazza — feci perciò portare
la maggior parte delle nostre forze sul centro e la sinistra del nemico
— ove si attaccò vigorosamente —

Essendo il campo di battaglia, una pianura perfetta, coperta d'alberi,
vigne, e cannetti — non si potevano scoprire le posizioni del
nemico —

Invano io ero salito sul tetto d'una casa per poter discernere qualche
cosa — Invano, avevo fatto caricare sullo stradale per lo stesso
motivo —

Molti morti, e molti feriti, erano il risultato delle nostre cariche
sul centro — ed i nostri poveri giovani erano respinti, senza aver
potuto scoprire il nemico, che da dietro il terribile riparo — dalle
feritoje li fulminava —

Si durò così, in una pugna ineguale ed accanita sino dopo il meriggio
— A quell'ora la nostra sinistra avea ripiegato alcune miglia — e si
rimaneva scoperti da quella parte —

La nostra destra e centro — che s'erano riunite al comun
pericolo — tenevano — ma con molta difficoltà — e con perdite ben
considerevoli —

Bisognava però vincere: e tale era il fatale animatore di quella
stupenda campagna — ove nei più serii dei nostri combattimenti — come
Melazzo ed il Volturno — fummo perdenti per più di metà della giornata
— ed ove a forza di costanza — e di non disperar giammai — si pervenne
a sconfiggere un nemico superiore in tutto — Servan gli esempi di
coteste _facili vittorie_ ai nostri figli che dopo di noi saranno
obligati di sostenere l'onore Italiano sui campi di battaglia —

Bisognava vincere! Le nostre perdite eran maggiori, di quante lo furono
nelle varie pugne dell'Italia meridionale — La gente era stanca — Il
nemico aveva comparativamente perduto nulla — I suoi soldati freschi,
intatti — e le sue posizioni formidabili — Eppure bisognava vincere!

E gl'italiani devono vincere — sinchè duri sotto il talone straniero —
la benchè minima parte della terra — che dia vita ai Bronzetti[98] ed
ai Monti[99] —

Come già dissi: tutte le condizioni della battaglia erano in favore
del nemico sino verso il pomeriggio — ed i nostri prodi, non solo, non
avevano avanzato un passo — ma avevan perduto terreno — massime sulla
nostra sinistra —

«Procura di sostenerti come puoi, dissi io al generale Medici — che
comandava nel centro: — io raccolgo alcune frazioni dei nostri, e
cercherò di portarmi con esse sul fianco sinistro del nemico»

Tale risoluzione fu la chiave della giornata — Il nemico incalzato
di fianco dietro ai suoi ripari, cominciò a piegare — si caricò
francamente — e vi si tolse un cannone che ci aveva danneggiato molto
tirando a mitraglia di rimbalzo lungo lo stradale —

Una carica della cavalleria, che si trovava di sostegno al pezzo
catturato — fu eseguita dai borbonici d'un modo brillante — e ricacciò
i nostri un pezzo indietro — dimodocchè io stesso rimasi oltrepassato
dai caricanti cavalieri, ed obligato di gettarmi in un fosso laterale
alla strada — ove difendermi colla sciabola alla mano —

Tale circostanza durò poco — Il collonnello Missori colla solita
sua bravura — mi apparve alla testa dei vari distaccamenti nostri —
che antecedentemente avean conquistato il cannone — e mi disimpegnò
— e sbarazzò col suo revolver del mio antagonista di cavaleria
nemica —

I distaccamenti suddetti erano: la compagnia Bronzetti — e siciliani di
nuova formazione — comandati dal prode collonnello Dunne — Non ricordo
gli altri —

Rincalzato il nemico da cotesti valorosi — piegò finalmente, e
ritirossi precipitosamente verso Melazzo, spinto dall'intiera
assalitrice nostra linea —

La vittoria fu completta — Invano le forti artiglierie della piazza
proteggevano la ritirata dei borbonici —

I nostri militi disprezzando il grandinare della metraglia, e dei
moschetti — assaltarono Melazzo, e prima di notte, erano padroni della
città — avevano circondato il forte da tutti i lati — ed innalzato
barricate nelle strade esposte ai tiri della fortezza —

Il trionfo di Melazzo fu comprato a ben caro prezzo il numero de' morti
e feriti nostri, fu immensamente superiore a quello dei nemici — E qui,
è nuovamente il caso di ricordare le armi pessime con cui hanno dovuto
combatter sempre — i nostri poveri volontari[100] —

Quella giornata, se non fu delle più brillanti, fu certo delle
più micidiali — I borbonici vi combatterono — e sostennero le loro
posizioni bravamente per più ore —

Comunque il destino del Borbone era segnato —

I risultati ne furono stupendi — Il nemico rinchiuso in Melazzo,
fu presto obligato di ritirarsi nella cittadella — ove fu cinto di
barricate, erette da noi stessi — ed ove trovandosi calcato, per
mancanza di spazio a tanta gente, fu obligato di capitolare, il 23
Luglio 1860 — rendendo fortezza, artiglieria, munizioni — ed una
quantità di muli per i cannoni —

Padroni di Melazzo, e di tutta l'isola — meno le fortezze di Messina,
Agosta, e Siracusa — portammo subito le nostre forze sullo stretto —
Il generale Medici, occupò Messina, senza resistenza — fortificammo la
punta del Faro; ed i nostri vapori poterono liberamente trafficare da
Palermo alle posizioni del littorale da noi occupate —

Dall'occupazione di Palermo — si erano acquistati altri piroscafi
mercantili — e coll'acquisto poi del _Veloce_[101] vapore da guerra
borbonico, che ci condusse il bravo comandante Anguissola — ci trovammo
con una piccola marina, che ci servì ottimamente in tutti i nostri
bisogni —

Occupammo dunque lo stretto di Messina dal Faro, a quella città —

Le collonne Bixio, ed Eber[102] ci ragiungevano per le vie di Girgenti
e Caltanisetta — e si formò una quarta divisione Cosenz — Dimodocchè
ci trovammo ben presto, con una forza imponente, per noi assuefatti a
vederne ben poca —



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XI.

Nello stretto di Messina.


Giunti allo stretto — bisognava passarlo — Sicilia reintegrata nella
grande famiglia Italiana — era certo un bellissimo acquisto ¿Ma che?
Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompletta,
monca, la patria nostra? E le Calabrie, e Partenope, che ci aspettavano
a braccia aperte? Ed il resto d'Italia, ancora servo dello straniero
o del prete? Bisognava passarlo — a dispetto della vigilanza somma dei
Borbonici — e di chi per loro!

Un giorno, si potè, per mezzo d'un parteggiante nostro Calabrese,
aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza
d'Alta fiumara — molto importante punto, della costa orientale dello
Stretto — Incaricai i colonnelli Missori, e Mussolino di passare con
dugento uomini nella notte — e procurare d'impadronirsi del forte
suddetto —

Ma sia per difetto d'intelligenza — per paura della guida — o per
altri motivi, l'impresa fallì — La gente sbarcata s'incontrò con una
pattuglia nemica, che sconfisse — ma che, dando l'allarme furono i
nostri obligati di prender le montagne —

Il preludio dell'impresa non era favorevole — e convenne abandonare
il progetto di passare lo stretto a Faro e cercare di eseguire il
passaggio in altra parte —

In quei giorni, giunse da Genova, Bertani e mi annunciò: che dovevano
riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna — circa
cinque milla uomini dei nostri, da lui riuniti a Genova — e spediti
a quella via pria della sua partenza di là — Tale determinazione
di fermare cotesta gente agli Aranci, aveva origine da chi: come
Mazzini, Bertani, Nicotera, ecc. — senza disapprovare le operazioni
nostre nell'Italia meridionale, opinavano per diversioni nello stato
pontificio o Napoli — o forse ancora, repugnavano di sottomettersi
all'ubbidienza della Dittatura —

Per non urtare intieramente coll'idea strategica di quei Signori — mi
nacque il pensiero di ragiungere io stesso cotesti cinque milla uomini,
e con essi tentare un colpo di mano su Napoli —

M'imbarcai dunque con Bertani, a bordo del _Washington_, dirigendoci
per gli Aranci (golfo) —

Giunti in quel porto — trovammo parte soltanto della spedizione — il
maggior numero s'era già diretto per Palermo — Tale circostanza mi fece
cambiar d'opinione sul progetto per Napoli —

Imbarcammo parte della gente sul _Washington_ perchè fosse più comoda —
passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo,
a Melazzo, e tornammo a punta di Faro — ove il generale Sirtori avea
già disposto: due piroscafi nostri, il _Torino_ ed il _Franklin_ —
facessero il giro della Sicilia, da Settentrione, ad occidente, e ostro
sino nella parte orientale dell'isola a Taormina —

Fu cotesta: savia e felice risoluzione — I due piroscafi suddetti —
giunsero a Giardini — porto di Taormina, v'imbarcarono la divisione
Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria —

Dovendo la spedizione de' due piroscafi colla divisione Bixio partire
da Giardini per Calabria — lo stesso giorno del mio arrivo a Faro — io
m'imbarcai per Messina — vi presi una vettura — e giunsi a tempo per
imbarcarmi col _Franklin_, e passare anch'io in Calabria —

Io voglio narrare un'incidente curioso successo a Giardini pria della
nostra partenza per Calabria —

Giunto in quel punto della costa orientale Siciliana, vi trovai
il generale Bixio, occupato ad imbarcare parte della sua gente
e la brigata Eberard — a bordo dei due piroscafi _Torino_ e
_Franklin_ —

Il magnifico _Torino_ aveva già molta gente a bordo, ed era in
buonissimo stato — Il _Franklin_ all'incontro andava a pico, era quasi
pieno d'acqua — ed il macchinista, protestava che non poteva seguire
viaggio in tale stato —

Da ciò Bixio si trovava molto contrariato — e si disponeva a partire
col _Torino_ solo — Io però, essendo stato a bordo al _Franklin_ —
ed avendo fatto gettar in mare quasi tutti gli ufficiali di bordo —
sommergersi e cercare se potevano trovare la falla[103]. Mandai — nello
stesso tempo — sulla costa per avere degli escrementi di animali
erbivori — e con quelli fare della purina[104] — ciocchè stagnò
alquanto il legno — radolcì il macchinista — e sapendosi che io stesso
andrei col _Franklin_ — si cominciò ad imbarcare il resto della gente
— e verso le 10 p. m. navigammo verso la costa di Calabria — ove si
giunse felicemente —



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XII.

Sul continente Napoletano.


Circa alla fine d'Agosto 1860 — e verso le 3 a. m. d'una bella giornata
aprodammo sulla spiaggia di Melito — All'alba era tutta la gente in
terra con armi e bagagli — e senza l'arenamento del _Torino_ — che
non potè uscire, ad onta degli sforzi fatti dal _Franklin_ per tirarlo
fuori — potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio —

Alle 3 p. m. comparvero tre vapori borbonici capitanati dal
_Fulminante_ — e cominciarono a cannonegiare, gente, vapore, ed
ogni cosa — Provarono di metter fuori il _Torino_ — ma non potendovi
riuscire lo incendiarono — Il _Franklin_ era partito e fu salvo —

Verso le 3 della mattina, del giorno seguente lo sbarco, noi marciammo
su Reggio — Passammo il capo dell'Armi, per lo stradale, e meriggiammo
vicino un villagio, che si trova tra quel capo — e la bella sorella di
Messina — La squadra nemica osservava i nostri movimenti —

Verso sera, ripresimo la marcia su Reggio — e giunti ad una certa
distanza della città — obliquammo a destra per sentieri remoti,
evitando così, gli avamposti nemici, che ci aspettavano sullo stradale.

Il collonnello Antonino Plutino, e vari patriotti Reggiani erano con
noi — dimodocchè avevamo delle buone guide. Fecimo varie fermate,
durante la notte, per lasciare riposare la gente, e per riunirla — ed
alle due della mattina — assaltammo Reggio —



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XIII.

Assalto di Reggio.


L'assalto di Reggio, si eseguì dalla parte delle colline, cioè
dall'oriente — ove trovammo poco resistenza per non essere aspettatti
da quella parte — Le truppe borboniche si rinchiusero nei forti — dopo
d'averci scaricato le loro armi — per cui ebbimo feriti il generale
Bixio, il collonnello Pluttino e pochi altri ufficiali e militi — Gli
avamposti nemici furono tagliati e parte fatti prigionieri — In quella
notte successe uno di quei fatti, che può servire di norma ai giovani
militi — e che si deve scansare inesorabilmente.

Io raccomando sempre: nelle operazioni di notte, di non sparare — e
non mancai di ripeterlo varie volte in quella stessa notte — prima, e
durante la marcia — Ma ad onta delle mie ammonizioni, i miei giovani
compagni — mentre erano schierati sulla piazza di Reggio — dopo d'aver
fugato il nemico nei forti — un tiro che partì dalle file — e chi dice
da una finestra — forse involontariamente — fece sparare i fucili a
tutta la collonna, composta di circa due milla uomini, senza vedere un
solo nemico.

Io, che mi trovavo a cavallo, in mezzo a quel quadrato di tempesta —
l'ordinanza della gente era in quadrato come la piazza — mi gettai giù,
con una sola venturosa palla nel capello.

Non è la prima volta ch'io vedo tale sconcio, veramente vergognoso per
dei militi — che al coraggio devono sempre aggiungere il sangue freddo
— Sconci, che quando non sono accompagnati dalla fuga sono rimediabili
— come successe in questa circostanza — Ma quando il panico si complica
colla fuga — e qualche volta da certi codardi — col «salva chi può»
allora ciò diventa proprio roba disonorevolissima — non da castigarsi
colla fucilazione, ma a legnate ed a calci!

«Cavalleria! Cavalleria!» io ho udito gridare dalla canaglia — e quel
grido aver per conseguenza la fuga di giovani militi non sperimentati —
che trascina poi sovente i provetti con loro — Ed uomini cui succedono
tali vergogne — devono desiderare naturalmente: sia la codardia loro,
coperta dalle tenebre della notte — perchè, se di giorno — essi avranno
il soghigno — il disprezzo — anche delle abitatrici di lupanari.

Ma stolti che sono! Se vi fosse realmente della cavalleria — ciocchè
non succede generalmente nei panici — cagionati per lo più da cause
frivole — ¿Non sarebbe meglio ricevere tale cavalleria, alla punta
del moschetto — che col piatto delle spalle — essendo la cavalleria —
veramente temibile per la gente che fugge?

Una carica di cavalleria, per le strade, o piazze d'una città — con cui
una ventina d'uomini a cavallo, disperdono moltitudini di migliaia —
Ma un individuo solo a piedi, col suo fucile, mettendosi lateralmente
alla strada, alla piazza — in una porta — o dietro un pilastro — punta
un cavaliere qualunque — e li porta via la punta del naso — in caso
non abbia voglia di rovesciarlo — In ogni modo i panici — a cui vanno
soggetti, massime i meridionali — sono disonorevoli a qualunque classe
di militi — e l'unico miglior rimedio: si è di procurare non sparino i
militi — cioè: sparino poco di giorno — e meno ancora di notte.

Padroni della città, al far del giorno, io dissi al generale Bixio:
«Io, salgo sulle alture per scoprire, e vi lascio». Due erano i motivi,
che mi spingevano a tale determinazione. Il primo: era di osservare,
se rimanevano forze nemiche fuori di Reggio — Il secondo: veder
se arrivava la collonna Eberard ch'era rimasta in dietro, e doveva
giungere nella mattina —

Appena giunto sulle alture che dominano Reggio, io vidi una collonna
nemica, forte di due milla uomini circa — che veniva da tramontana,
avanzandosi sulle alture ch'io occupavo — Nel muovermi da Reggio —
avevo fatto marciare meco una piccola compagnia di fanteria — e mi
accompagnavan pure i tre ajutanti miei: Bezzi, Basso, e Canzio — che
tutti furono obligati di moltiplicarsi in quel giorno, per la pocchezza
del nostro numero, a proporzione di quello del nemico —

Io avevo collocato la mia piccola forza, sul punto culminante delle
colline — ove si trovava la casa d'un colono — ch'io feci ritirare
prevedendo un combattimento.

La mia previsione non andò errata: la collonna del generale Ghio,
comandante in capo le forze di Reggio — s'avanzava realmente ed era
vicinissima. Io posi in situazione di difesa la compagnia suddetta — e
mandai per rinforzi nella città.

La posizione era delicata: i nemici eran molti — i miei pochi — e se i
borbonici, in luogo di seguire il loro metodo prediletto: di far fuoco
avanzando — caricano a dirittura i miei pochi militi — era impossibile
di resister loro — ed incerto, l'esito della giornata — Giacchè essendo
la città di Reggio, sulla sponda del mare — le colline circostanti
la coronano da quasi ogni parte, meno da quella dello stretto — ed
essendo i borbonici padroni di tali alture dominanti, e dei forti che
si trovavano tuttora in loro potere — facilmente diventava per noi
un rovescio — Ma anche questa volta la vittoria doveva sorriderci:
giungendo in pochi — ma solleciti, i rinforzi inviati dal generale
Bixio — si tennero le alte posizioni, da prima occupate — ed essendo
accresciuti i nostri, in numero sufficiente — si caricò il nemico,
che abbandonò il campo di battaglia — e si pose in ritirata verso
settentrione.

I risultati dei combattimenti di Reggio — furono d'un'importanza
somma — Si arresero i forti dopo alcuna difesa — Si rimase padroni
d'un enorme materiale, da bocca e da guerra — ed ebbimo come base
d'operazione sul continente una piazza, per noi, ben importante.

Nella mattina si perseguì il corpo di Ghio — che capitolò il giorno
dopo — lasciando in nostro potere, molte armi minute — ed alcune
batterie di campagna.

Si arresero tutti i forti che dominano lo stretto di Messina —
compresovi Scilla — nelle vicinanze del quale era sbarcata la divisione
Cosenz — che riunita alla divisione Bixio, contribuì alla capitolazione
di Ghio.

Qui, devo menzionare una perdita preziosa per la democrazia mondiale —
Deflotte, rappresentante del popolo a Parigi nel tempo della Republica
— proscritto dal Bonaparte — s'era riunito ai Mille in Sicilia — e
passò lo stretto colla divisione Cosenz.

I borbonici, all'annunzio dello sbarco di detta divisione, giunsero
al littorale per attaccarla — e si contentarono però: di molestarla
con alcune scaramuccie — In una di queste, il nostro Deflotte con
un contegno d'intrepidezza ammirabile — fu ferito a morte da piombo
nemico.

La nostra marcia lungo le Calabrie, fu un vero, e splendido trionfo,
progredendo celeremente, tra marziali e fervidissime popolazioni, una
gran parte di loro in armi, contro l'oppressore borbonico.

A Soveria mise abasso le armi, la divisione Vial, forte di circa otto
milla uomini — dandoci un materiale immenso, in cannoni, moschetti, e
munizioni — La brigata Caldarelli, capitolò colla collonna Calabrese di
Morelli a Cosenza.

Infine dopo una corsa celere, di pochi giorni da Reggio a Napoli —
precedendo sempre le mie collonne che non potevan ragiungermi, ad onta
di marcie forzate — io giunsi nella bella Partenope.



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XIV.

Ingresso a Napoli — 7 Settembre 1860.


L'ingresso nella grande capitale — ha più del portento, che della
realtà — Accompagnato da pochi ajutanti — io passai frammezzo alle
truppe borboniche, ancor padrone, e mi presentavano l'armi, con
ossequio più rispettoso certamente — che non lo facevano in quei tempi
ai loro generali.

Il 7 settembre 1860! E chi dei figli di Partenope, non ricorderà il
gloriosissimo giorno? Il 7 settembre cadeva l'aborrita dinastia, che un
grande statista Inglese, avea chiamato «Maledizione di Dio!» e sorgeva
sulle sue ruine, la sovranità del popolo — che una sventurata fatalità,
fa sempre poco duratura.

Il 7 settembre, un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici,
che si chiamavano ajutanti[105], entrava nella superba capitale dal
focoso destriero[106] acclamato, e sorretto dai cinque cento milla
abitatori, la di cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando
un'esercito intiero — li spingeva alla demolizione d'una tirannide —
all'emancipazione dei sacri loro diritti — la di cui scossa, avrebbe
potuto movere l'intiera Italia, e portarla sulla via del dovere — il
di cui ruggito, basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed
insaziabili — ed a rovesciarli nella polve!

Eppure il plauso, ed il contegno imponente del grande popolo, valsero
nel 7 settembre 1860 a mantenere innocuo l'esercito borbonico, padrone
ancora dei forti, e dei punti principali della città — da dove avrebbe
potuto distruggerla.

Io entrava in Napoli — mentre tutto l'esercito meridionale, trovavasi
ancora ben distante verso lo stretto di Messina — ed il re di Napoli —
avea abandonato, il giorno antecedente, il suo seggio per ritirarsi a
Capua.

Il nido monarchico, ancor caldo, venne occupato dagli emancipatori
popolani — ed i ricchi tapeti delle reggie, furon calpestati dal rozzo
calzare del proletario.

Esempi questi, che dovrebbero servire — a qualche cosa, anche
per i governi — che falsamente si titolano riparatori — almeno
al miglioramento della condizione umana — ma che non servono per
l'egoïsmo, l'albagìa, la cocciutaggine degli uomini del privilegio —
che non si correggono nemmeno quando il leone popolare, spinto alla
disperazione, rugge alle loro porte, per sbranarli con ira selvaggia,
ma giusta, ma figlia dell'odio seminato dalla tirannide —

A Napoli, come in tutti i paesi percorsi dallo stretto di Messina —
le popolazioni furono sublimi d'esaltazione e d'amor patrio — ed il
loro imponente contegno — contribuì certo moltissimo, a sì brillanti
risultati.

Altra circostanza ben favorevole alla causa nazionale — fu il tacito
consenso, della marina militare borbonica — che avrebbe potuto: se
intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la
capitale — E veramente i nostri piroscafi trasportavano liberamente i
corpi dell'esercito meridionale, lungo tutto il littorale Napoletano,
senza ostacoli — ciocchè non avrebbero potuto eseguire con una marina
assolutamente contraria.

In Napoli più potente che a Palermo, aveva il Cavourismo lavorato
indefessamente — e vi trovai non piccoli ostacoli — Corroborato poi
dalla notizia: che l'esercito Sardo invadeva lo stato pontificio, esso
diventava insolente.

Quel partito basato sulla corruzione — nulla avea lasciato d'intentato
— Esso s'era lusingato pria, di fermarci al di là dello stretto —
e circoscrivere l'azione nostra nella sola Sicilia — Perciò aveva
chiamato in sussidio il magnanimo padrone — per cui già un vascello
della marina militare Francese era comparso nel Faro — Qui ci valse
immensamente il veto di Lord John Russel — che in nome d'Albion
imponeva al sire di Francia: di non mischiarsi delle cose nostre.

Ciocchè più mi urtava nei maneggi di cotesto partito — era di trovarne
le traccia in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei
dubitato. Gli uomini incorrutibili, erano dominati coll'ipocrita, ma
terribile pretesto della necessità! La necessità d'esser codardi! La
necessità di ravvolgersi nel fango, davanti ad un simulacro di effemera
potenza — e non sentire, non capire, la robusta, imponente, maschia
volontà d'un popolo che volendo _essere_ ad ogni costo — si dispone a
frangere cotesti simulacri insettivori, e disperderli ne letamajo da
dove scaturirono.

Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli, e
di parassiti d'ogni genere — sempre pronti a servire — con ogni specie
d'abbassamento e di prostituzione — chi lo paga — e pronto sempre a
tradire il padrone quando questi minaccia di crollare — quel partito
dico: mi fa l'effetto dei vermi sul cadavere — il loro numero ne segna
il grado di putridume! In ragion diretta del numero di questi vermi —
si può valutare la corruzione d'un popolo!

Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori, che da
protettori la facean, dopo le nostre vittorie — e che il calcio
dell'asino, ci avrebbero dato — come lo diero a Francesco II — se
sconfitti — mortificazioni ch'io certo, non avrei tolerato — se d'altro
trattatto si fosse, che della causa santa dell'Italia.

Per esempio, giungono due battaglioni dell'esercito Sardo, non
dimandati — Il di cui scopo reale, era: il non lasciar fuggire la preda
della ricca Partenope, ed assicurarla — col pretesto però di porli
ai miei ordini — se richiesti — Io li chiedo — e mi si risponde: che
devesi ottenere il beneplacito dell'ambasciatore — questo, consultato —
risponde: che si deve chiedere il permesso a Torino!...

Ed i miei prodi compagni — si battevano, e vincevano sul Volturno — Non
solamente senza il concorso di un solo soldato di truppa regolare — ma
privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia, voleva
inviarci — e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano.

I pochi giorni passati in Napoli — dopo l'accoglienza gentile, fatami
da quel popolo generoso — furon piutosto di nausea — giustamente per
le mene e sollecitudini, dei sedicenti cagnotti delle monarchie —
che altro non sono in sostanza, che sacerdoti del ventre — Aspiranti
immorali e ridicoli — che usarono i più ignobili espedienti per
rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello — colpevole solo
d'esser nato sui marciapiedi d'un trono — rovesciarlo, per sostituirlo
del modo che tutti sanno.

Tutti sanno le trame d'una tentata insurrezione — che doveva aver luogo
prima dell'arrivo dei Mille — e per toglier loro il merito di cacciar
il Borbone — e farsene belli poi, presso l'Italia — con poca fatica e
merito — Ciò poteva benissimo eseguirsi — se coi grassi stipendi, la
monarchia sapesse infondere nei suoi agenti — un po più di coraggio —
e meno amor per la pelle — Non ebbero il coraggio di una rivoluzione,
i fautori Sabaudi — ed era allora tanto facile di edificare sulle
fondamenta altrui — eppure sono maestri in tali apropriazioni — ma ne
avevan molto per intrigare — tramare — sovvertire l'ordine publico
— e quando nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione — oggi,
che poco rimaneva da fare — ed era divenuto il compimento facile
— la smargiassavano da protettori ed alleati nostri — sbarcando
truppe dell'esercito sardo in Napoli — (per assicurare la gran preda
s'intende) e giunsero al punto di protezionismo — da inviarci due
compagnie dello stesso esercito, il giorno dopo la battaglia del
Volturno, il 20 ottobre —

Sempre il calcio dell'Asino!

Trattavasi di rovesciare una monarchia per sostituirla — senza volontà,
o capacità di far meglio per quei poveri popoli — ed era bello, veder
quei magnati di tutti i despotismi — usar ogni specie di malefica
influenza — corrompendo l'esercito, la marina, la corte, i ministeri
— servendosi di tutti i mezzi i più subduli — per ottenere l'intento
indecoroso.

Sì! era bello il barcamenare di tutti cotesti satelliti, facendola
da alleati del re di Napoli consigliandolo — cercando di condurlo a
trattative _fraterne_ ed attorniandolo d'insidie, e di tradimenti — E
se non avessero tanto temuto per la brutta loro pelle — essi potevano
presentarsi all'Italia come liberatori.

Che bello! se potevano far stare con tanto di naso, i Mille, e tutta
la democrazia Italiana — Ma sì! sono i bocconi fatti che piacciono a
cotesti liberatori dell'Italia, a grandi livree.

Anche a Palermo — com'era naturale — tramavano i fautori Cavouriani — e
gettavano contro i Mille la diffidenza tra la popolazione — spingendola
ad un'annessione intempestiva.

Essi mi obligarono di lasciare l'esercito sul Volturno — alla vigilia
di una battaglia — per recarmi a Palermo — e placare quel bravo popolo,
suscitato da loro — Assenza che costò all'esercito meridionale — la
sconfitta di Cajazzo — unica, in tutta quella gloriosa campagna.



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XV.

Preludi della battaglia del Volturno — 1º Ottobre 1860.


Obligato di lasciare l'esercito sul Volturno — e di recarmi a Palermo
— io avea raccomandato al generale Sirtori degno capo dello stato
maggiore — di lanciare delle bande nostre, sulle comunicazioni del
nemico — Ciò fu fatto — ma pare, chi ne avea l'incarico — trovò
opportuno di fare qualche cosa di più serio — e col prestigio delle
precedenti vittorie — non dubitò: qualunque impresa esser possibile, ai
nostri prodi militi.

Fu decisa l'occupazione di Cajazzo — villagio all'oriente di Capua
sulla sponda destra del Volturno — Tale posizione piutosto difendibile,
distava però, dal grosso dell'esercito borbonico, accampato a levante
di Capua, di poche miglia — Tale esercito contava circa una quarantina
di milla uomini, ed ingrossava ogni giorno.

Per occupare Cajazzo, si fece una dimostrazione sulla sponda sinistra
del Volturno — ove perdemmo alcuni buoni militi — massime per la
superiorità delle carabine borboniche, e per essere i nostri allo
scoperto.

Il 19 settembre ebbe luogo l'operazione — si occupò Cajazzo — ed io
giunsi nello stesso giorno da Palermo, per assistere al deplorevole
spettacolo, del sacrifizio dei nostri militi — che avendo marciato —
secondo il costume dei volontari, con impetto verso la sponda del fiume
— furono poi obligati, non trovandovi ricovero, contro la grandine
di palle nemiche — di retrocedere fuggendo, fulminati nella schiena.
Questo fu il risultato della dimostrazione sul fiume per chiamar
l'attenzione del nemico, ed occupar Cajazzo — Il giorno seguente poi
— attaccato Cajazzo da forze borboniche preponderanti — i pochi nostri
furono obligati di evacuarlo, e ritirarsi precipitosamente sul Volturno
— ove si perdettero non pochi militi, fucilati, ed affogati nel
passagio del fiume — l'operazione di Cajazzo, fu più che un'imprudenza
— fu una mancanza di tatto militare — da parte di chi la comandava.

Fra i perduti nostri, contammo il prode collonnello Tita Cattabene,
coperto di ferite e prigioniero — ed il valoroso Bovi, figlio del
maggiore Paolo Bovi — anche ferito e prigioniero — Non ricordo gli
altri — Intanto l'impresa infelice di Cajazzo — una d'Isernia, ed il
risveglio dell'Idra pretina, nelle campagne a tramontana del Volturno
— risveglio, che aumentava in ragion diretta del concentramento ed
acrescimento dell'esercito borbonico a Capua — Non poco anche: le
astute mene dei Cavouriani — che lavoravano a tutt'uomo per screditarci
— Tutto ciò demoralizzò alquanto parte nostra — rialzò il morale dei
borbonici — e fu per loro, fortunato preludio, della gran battaglia
meditata, che ebbe luogo poco dopo: il 1º e 2º Ottobre.

L'esercito borbonico, sconquassato in Sicilia, nelle Calabrie, ed a
Napoli, da tante perdite — si ritirava dietro il Volturno, facendo
centro a Capua — che provvedeva e fortificava.

Le prime collonne dell'esercito meridionale — arrivate appena nelle
vicinanze di Napoli — furono dirette verso Avellino ed Ariano, a sedare
alcuni moti reazionari, suscitati da preti e da borbonici — Il generale
Türr ne fu incaricato — ed adempì perfettamente.

Sedati che furono i torbidi d'Avellino, Türr ebbe ordine di occupare
Caserta colla sua divisione — e S.ta Maria, e gli altri corpi erano
avviati a quella direzione, a misura che arrivavano su Napoli —
lasciandoli soggiornare, meno tempo possibile in quella capitale — La
divisione Bixio occupò Maddaloni, coprendo la strada principale, che
mette a Campobasso ed Abruzzi e formando la destra del nostro piccolo
esercito.

La Divisione Medici occupò monte S. Angelo — che domina Capua ed il
Volturno — e fu rinforzato poi, da corpi di nuova formazione comandati
dal generale Avezzana — Una brigata della Divisione Medici comandata
dal generale Sacchi, occupava il pendìo settentrionale del monte Tifate
che mette nel Volturno — Tutte quelle forze formavano il nostro centro
— La divisione Türr occupò S.ta Maria — formando la nostra sinistra.

Le riserve agli ordini del capo di Stato Maggiore generale Sirtori,
stazionarono in Caserta.



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XVI.

Battaglia del Volturno.


L'aurora del 1º Ottobre, illuminava — nelle pianure della vecchia
capitale della Campania — un'atroce mischia — una battaglia fratricida!

Dalla parte dei borbonici — è vero — eran molti i mercenari stranieri:
Bavaresi, Svizzeri, ed altri che da vari secoli, sono assuefatti a
considerare questa nostra Italia, come una villeggiatura od un lupanare
— E cotesta ciurmaglia, sotto la guida e la benedizione del prete —
ha sempre sgozzato — di preferenza — gl'italiani, dal prete educati a
piegar il ginocchio — Ma pur troppo: la maggior parte dei combattenti
alle falde della Tifate[107] eran _figli_ di questa terra infelice —
spinti a maccellarsi reciprocamente — gli uni condotti da un giovine
re, figlio del delitto — gli altri propugnando la causa santa del
loro paese — Da Annibale, vincitore delle superbe legioni — ai giorni
nostri, le campagne Campane — non avean certo veduto, più fiero
conflitto — ed il bifolco passando l'aratro su quelle zolle ubertose,
urterà, per molto tempo ancora, nei teschi, dalla rabbia umana
seminati.

Tornato da Palermo, e visitando ogni giorno la posizione dominante di
S. Angelo — da dove scorgevasi bene il campo nemico — a levante della
città di Capua — e sulla sponda destra del Volturno — io congetturai:
esser i borbonici in preparativi di battaglia — Essi si disponevano di
passare all'offensiva — acresciuti — quanto potevano — di numero — e
baldanzosi per pochi parziali vantaggi, ottenuti su di noi.

Da parte nostra, si fecero alcune opere di difesa — che molto valsero —
a Maddaloni, a S. Angelo, e massime a S. Maria — che più ne abbisognava
per esser in pianura, e la più esposta — senza ostacoli naturali.

La nostra linea di battaglia era difettosa — Essa era troppo estesa
da Maddaloni a S. Maria — Il centro nemico che dovevasi considerare la
massa più forte — era in Capua, da dove poteva sboccare a qualunque ora
della notte, e sorprendere a circa tre miglia di distanza, l'ala nostra
sinistra — schiacciarla pria di poter essere sostenuta dalle altre
parti — e dalle riserve.

S. Angelo centro della nostra linea, è posizione forte per natura — ma
avressimo dovuto aver più tempo, per eseguirvi le opere, di difesa,
necessarie — e più gente per difenderne la vasta sua area — È, poi,
dominata dall'altissimo Tifate — che la padroneggia assolutamente, se
in mano del nemico — Maddaloni, posizione importantissima — che doveasi
pure, tenere con tutta la divisione Bixio — poichè passando il nemico
nell'alto Volturno — e prendendo la via di Maddaloni per Napoli con
molta forza, sarebbe stato in poche ore nella capitale, lasciandoci noi
sul Volturno Capuano.

Le riserve tenevansi a Caserta — e non eran numerose — certamente,
dovendo noi occupare una linea sì estesa — Eravamo, di più, obligati
di tenere alcuni corpi di concatenazione al fronte, tra monte S.
Angelo e Caserta sul Volturno, a S. Leucio per impedire al nemico di
frammettersi tra le nostre ali.

S.ta Maria era la più difettosa delle nostre posizioni: per esser in
pianura — colle poche opere di difesa da noi innalzate in pochi giorni
— per prestarsi favorevole alla numerosa cavalleria nemica — ed alla
sua artiglieria, anche più numerosa e meglio servita — Essa era stata
occupata, in ossequio della buona sua popolazione — che avendo avuto
alcune velleità liberali, alla ritirata dei borbonici — era tremante
all'idea di rivedere i suoi antichi padroni.

La forza nostra di S. Maria, collocata in riserva di monte S. Angelo,
alle falde del Tifate — avrebbe reso la nostra linea assai più forte.

Occupata S. Maria, conveniva occupare Santammero come suo posto
di sinistra — e mantener una forza sulla strada di S. Maria a
S. Angelo — per tenere le comunicazioni aperte tra i due punti.
Tuttociò era debole, e consiglio i miei giovani concittadini, che
potrebbero trovarsi nello stesso caso — a non rischiare la sicurezza
dell'esercito, in considerazione del pericolo d'un paese — di cui ponno
ritirarsi gli abitanti in luogo sicuro.

E veramente: il difetto della nostra linea — non mi lasciava tranquillo
— siccome i preparativi d'una imminente battaglia — a cui preparavasi
l'esercito borbonico, più numeroso e meglio fornito d'ogni cosa del
nostro.

Circa alle 3 del mattino del 1º Ottobre — io montavo in via ferrata
a Caserta, ove tenevo il mio quartier generale — seguito da parte del
mio stato maggiore — e giungevo in S. Maria prima dell'alba — Montavo
in carrozza per recarmi a S. Angelo — ed in quel momento udivasi la
fucilata verso la sinistra nostra — Il generale Milbitz che comandava
le forze ivi riunite — venne a me, e mi disse: «Siamo attaccati verso
Santammaro — e vado a vedere ciocchè v'è di nuovo» Io ordinai di
marciare, con tutta velocità, alla carrozza —

Il romore delle fucilate ingrossava — e si estese poco a poco su tutta
la fronte sino a S. Angelo — Al primo albore, io giunsi sulla strada,
a sinistra delle nostre forze di S. Angelo — già impegnate — e giugendo
mi accolse una grandine di palle nemiche —

Il mio cucchiere fu ucciso — la carozza fu crivellata di palle — e con
me, i miei ajutanti, fummo obligati di scendere e sguainar le sciabole
per aprirsi cammino — Io mi trovai presto, in mezzo ai Genovesi di
Mosto — ed ai Lombardi di Simonetta — quindi, non fu necessario di
difenderci noi stessi — quei prodi militi, vedendoci in pericolo,
caricarono i borbonici con tant'impetto — che li respinsero un buon
pezzo distanti — e ci facilitarono la via per S. Angelo — L'addentrarsi
del nemico nelle nostre linee, ed alle spalle — movimento d'altronde
ben eseguito — con molta sagacia, e di notte naturalmente — provava
esser egli ben pratico del paese —

Tra le strade che dal Tifate, e da monte S. Angelo mettono verso Capua,
ve ne sono incassate nel terreno che posa sul tufo volcanico — alla
profondità di più metri — Tali strade furon forse praticate in tempi
antichi — come comunicazioni tatiche d'un campo di battaglia — e le
acque piovane scendendo dai monti circostanti — hanno senza dubbio
influito a scavarne maggiormente il fondo.

Il fatto sta: che in una di quelle strade — ponno transitarvi forze
considerevoli, anche delle tre armi — ed assolutamente al coperto.

I Generali borbonici, nel loro meditatissimo piano di battaglia,
aveano accortamente profitato di tali strade per far passare alcuni
battaglioni alle spalle della nostra linea — e collocarsi sulle
formidabili alture del Tifate — nella notte.

Disimpegnatomi dalla mischia in cui m'ero trovato per un momento — io
m'incamminai coi miei ajutanti verso S. Angelo — credendo: esser il
nemico solo alla sinistra nostra — ma procedendo verso le alture mi
accorsi presto esserne il nemico padrone — ed alle spalle della nostra
linea — Erano certamente i battaglioni borbonici — che di notte —
per le strade coperte — di cui ho già fatto cenno — avean tagliato la
nostra linea, e s'eran portati dietro di noi nell'alto. Senza perder
tempo, raccolsi quanti militi mi cadettero sottomano, e ponendomi per
le vie della montagna, cercai di girarlo al dissopra —

Mandai nello stesso tempo una compagnia Milanese ad occupare la
sommità del Tifate — o S. Nicola che domina tutte le colline di S.
Angelo —

Detta compagnia, e due compagnie della brigata Sacchi, ch'io avevo
chiesto, e che comparirono opportunamente — fermarono il nemico —
che si disperse, e di cui si fece una quantità di prigionieri — Io
potei allora salire sul monte S. Angelo — da dove vidi la pugna,
fervere energicamente su tutta la linea da S. Maria a S. Angelo — ora
favorevole a noi — ed ora i nostri piegando davanti all'impulso delle
masse nemiche —

Da vari giorni — da monte S. Angelo — ove tutto potevo discernere nel
campo nemico — molti indizi mi anunziavano un'attacco; e perciò io
non mi ero lasciato allettare, dalle differenti dimostrazioni fatte
dal nemico sulla destra, e sulla sinistra nostra — il di cui motivo
principale, era quello di obligarci ad allontanare delle forze nostre
dal centro — ove esso pensava dirigere, i maggiori suoi sforzi —

E ben ci valse — poichè i borbonici, impiegarono contro di noi nel
1º Ottobre, quanta forza disponibile ancora — avevano in campo e
nelle fortezze — e per fortuna ci attaccarono simultaneamente su
tutte le posizioni — nell'estensione della linea nostra — Dovunque si
combatteva, e con molta ostinazione da Maddaloni a S. Maria —

A Maddaloni, dopo varia fortuna — il generale Bixio — avea respinto
vittoriosamente il nemico. A S. Maria, ove il generale Milbitz fu
ferito — fu pure respinto — ed in ambi i punti lasciò prigionieri, e
cannoni —

A S. Angelo successe lo stesso dopo un combattimento di più di sei ore
— ma essendo le forze nemiche tanto imponenti in quel punto — esse eran
rimaste con una forte collonna, padrone delle comunicazioni tra cotesto
punto e S. Maria — dimodocchè, per portarmi alle riserve, ch'io avevo
chiesto al generale Sirtori — e che colla via ferrata dovevano giungere
da Caserta a S. Maria — io fui obligato di fare un giro a levante dello
stradale e giunsi in S. Maria dopo le 2 p. m.

Le riserve da Caserta, giungevano in quel momento — e le feci schierare
in collonna d'attacco sullo stradale che mette a S. Angelo — La brigata
Milano in testa, sostenuta dalla brigata Eber — ed ordinai in riserva
parte della brigata Assanti — Spinsi pure all'attacco i prodi Calabresi
di Pace, che trovai tra le piante sulla mia destra — e che combatterono
pure splendidamente —

Appena uscita la testa di collonna dal folto — che copre lo stradale
vicino S. Maria — verso le 3 p. m., essa fu scoperta dal nemico, che
cominciò a tirarci delle granate — ciocchè cagionò un po di confusione
tra i nostri — ma per un momento — ed i giovani bersaglieri Milanesi,
che marciavano avanti — al tocco di carica, si precipitarono sul
nemico —

Le catene dei bersaglieri Milanesi furon tosto seguite da un
battaglione della stessa brigata — che caricò impavidamente il nemico,
senza fare un tiro come aveva l'ordine.

Lo stradale che da S. Maria va a S. Angelo — è a destra di quello
da S. Maria a Capua — e forma con questo, un'angolo di circa 40
gradi — dimodocchè procedendo la collonna nostra per lo stradale,
lo spiegamento della stessa doveva esser sempre sulla sinistra —
ove si trovava il nemico in gran numero dietro a ripari naturali —
Impegnati che furono i Milanesi e Calabresi — io spinsi al nemico la
brigata Eber, sulla destra dei primi — Ed era bel vedere i veterani
dell'Ungheria[108] coi loro compagni dei Mille — marciare al fuoco
colla tranquillità, col sangue freddo — con cui si passeggia in
un campo di manovre, e collo stesso ordine — La brigata Assanti,
seguì il movimento in avanti — e la ritirata del nemico tardò poco a
manifestarsi verso Capua.

Il movimento di cotesta collonna d'attacco sul nemico del centro —
fu quasi simultaneamente seguito a destra dalle divisioni Medici ed
Avezzana — e sulla sinistra dal resto della divisione Türr — sullo
stradale di Capua.

Il nemico dopo d'aver combattutto ostinatamente fu sbaragliato su tutta
la linea — e si ritirò in disordine dentro Capua, protetto dal cannone
della piazza — verso le cinque p. m. — Circa a quell'ora il generale
Bixio, mi annunciava la sua vittoria dell'ala destra sui borbonici —
Per cui, io potei telegrafare a Napoli:

«Vittoria su tutta la linea».

Il fatto del 1º Ottobre al Volturno — fu una vera battaglia
campale —

Ho già detto: esser la nostra linea difettosa, per irregolarità, e per
troppa estensione — Ebbene, per fortuna nostra, fu pur difettoso, il
piano di battaglia dei generali borbonici.

Essi ci diedero una battaglia parallella, potendo darcela obliqua — con
cui avrebbero inutilizzato le opere nostre di difesa — e ricavato dei
vantaggi immensi.

Essi ci attaccarono con forze considerevoli, su tutta la linea — in
sei punti diversi — A Maddaloni — a Castel Morrone — a S. Angelo — a S.
Maria — a S. Tammaro, ed a S. Leucio[109] —

Diedero così una battaglia parallella — cozzando con posizioni e forze
preparate a riceverli — Se avessero, invece, preferito una battaglia
obliqua, ciocchè stava in loro potere — avendo essi l'iniziativa
dell'attacco — facilitata dalla forte posizione di Capua — a cavallo
— e con ponti sul Volturno — minacciando con avvisaglie di notte —
cinque dei punti sumentovati — e nella notte stessa portare quaranta
milla uomini — sulla nostra sinistra a Santammaro — io non dubito:
essi potevano giungere a Napoli, con poche perdite. Non sarebbe stato
— perciò — perduto l'esercito meridionale — ma un grande scompiglio
ce lo avrebbero cagionato — massime tra le impressionabili popolazioni
Partenopee —

Un'altro motivo d'inferiorità borbonica — era pure: «il far fuoco
avanzando» prediletto sistema dei nostri nemici — a cui fu fatale, in
tutti gli incontri coi volontari nostri — che all'incontro li vinsero
sempre — colle loro cariche a fondo e senza fare un tiro —

Mi si obbietterà: tale nostro sistema esser nocivo, colle nuove armi di
precisione — ed io dico con convincimento: esser più necessario ancora
con tali armi —

Supponiamo un campo di battaglia piano, e sprovvisto d'ostacoli — Due
linee di bersaglieri stanno in presenza — l'una marciando, e facendo
fuoco sull'altra, ferma e rispondendo ai tiri nemici —

Io dico: il vantaggio esser per la linea ferma — poichè questa, carica
l'arma e fa fuoco con più sangue freddo e meno spossatezza — Il milite
obliqua meglio il corpo — per presentare meno superficie possibile ai
projetti nemici — Mentre quello che avanza, deve essere più agitato
— quindi meno precisi i suoi colpi — e sopratutto è impossibile,
ch'egli possa andare avanti senza esporre il suo corpo, più di quello
che aspetta — Colle armi odierne — se una catena di bersaglieri ha
il sangue freddo d'aspettarne una nemica che venga, facendo fuoco
avanzando — essa perderà certamente molti uomini — ma certo dei nemici
non ne giungerà uno illeso — Poi, son pochi i paesi — e pochi i casi —
ove una linea di bersaglieri, dovendo aspettare il nemico in posizione
— non trovi nella stessa, alcun'ostacolo da coprire in parte, od in
totale i suoi militi — In quest'ultimo caso — a parità di numero — non
vi sarà un solo soldato — della catena avanzando, che possa giungere a
quella che aspetta in posizione. O non si deve caricare il nemico nelle
sue posizioni — o conviene caricarlo sino alla mischia — senza di che,
si perderà molta gente — e non si giungerà alla meta —

Uno dei grandi vantaggi nostri alla battaglia del Volturno — fu
pure la bravura dei nostri ufficiali — Quando si ha dei luogotenenti
come Avezzana, Medici, Bixio, Sirtori, Türr, Eber, Sacchi, Milbitz,
Simonetta, Missori, Nullo ecc. — è ben difficile: veder la vittoria,
disertar le bandiere della libertà e della giustizia —



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XVII.

Bronzetti a Castel Morrone — 1º ottobre 1860.


Accanto alle immortali famiglie dei Cairoli, Debenedetti — e di tante
altre — per cui veste lutto l'Italia — posiamo alla venerazione di
tutti quella dei Bronzetti —

Il maggiore fratello — caduto contro gli Austriaci a Seriate — Il
secondo, non meno eroïcamente a Castel Morrone — Resta un terzo ai
vecchi genitori — ed anche questo col consenso degli incomparabili
vegliardi — pronto a dar la sua vita all'Italia — Servano tali esempi
d'eroïsmo alle generazioni venture — Mentre la pugna ferveva nelle
pianure Capuane — il maggiore Bronzetti, alla testa di circa dugento
uomini, sosteneva l'urto di quattro milla borbonici — e li respingeva
a varie riprese dalle posizioni da lui occupate — Invano il nemico, per
tante volte, intimò la resa, a qualunque patto — meravigliato da tanta
bravura — Invano! Il prode Lombardo, avea deciso di morire co' suoi
compagni — ma non arrendersi —

Avanzo di dieci assalti pochi restavano del piccolo suo battaglione
— la maggior parte giacevano morti, o morenti sul campo della
strage —

I pochi restanti però — non vollero udire di resa — trincierati
nell'alto del rovinato castello — ed animati dall'esempio del
loro valoroso capo — «Arrendetevi ragazzi» gridavano gli ufficiali
borbonici: Arrendetevi — non vi sarà torto un capello — e già faceste
abbastanza per l'onore»

«Che arrendersi!» gridavano quei superbi, e gloriosi figli d'Italia:
«Fatevi avanti — se avete animo!»

Essi terminarono sino all'ultimo cartuccio — sostennero l'urto finale
colla bajonetta — e caddero tutti! Soli, alcuni pochi, gravemente
feriti, furono trasportati a Capua —

¿Ed ove giacciono le ossa di cotesti eroi, dell'eroïco Bronzetti?
Italia! Terra di monumenti — Le ricorderai?



                                                          3º periodo.

CAPITOLO XVIII.

Combattimento di Caserta Vecchia — 2 ottobre 1860.


Reduce la sera del 1º — in S. Angelo — stanco ed affamato, per nulla
aver preso nella giornata — io ebbi la fortuna di trovarvi i miei prodi
carabinieri Genovesi — in casa del parrocco — Fu quella una venturosa
scoperta: ebbi un lauto pranzo, il cafè dopo quello — e mi sdrajai
saporitamente — non ricordo ove —

Comunque: nemmen quella notte, ero destinato a riposare.

Appena sdrajato, ebbi notizie: che una collonna nemica di 4 a 5 milla
uomini — trovavasi a Caserta Vecchia — minacciando di scendere a
Caserta —

Era notizia da non disprezzarsi — e diedi ordine: per le due della
mattina, ai Carabinieri Genovesi di trovarsi pronti, con 350 uomini del
corpo di Spangaro — ed una sessantina di montanari del Vesuvio —

Con tale forza — marciai all'ora suddetta su Caserta, per la via della
montagna e S. Leucio — Prima di giungere a Caserta — il collonnello
Missori, ch'io avevo incaricato di scoprire il nemico — con alcune
delle valorose sue guide — mi avvertì: trovarsi il nemico, schierato,
sulle alture di Caserta Vecchia — stendendosi verso Caserta — ciocchè
potei verificare io stesso, poco dopo —

Mi recai a Caserta, per concertare col generale Sirtori il modo
d'attaccare quel nemico — che non credetti sì ardito, d'attaccare il
quartier generale nostro — e che m'ingannai in tale apprezzamento, come
si vedrà presto —

Combinai col generale suddetto di riunire tutte le forze che si
trovavano alla mano, e di marciare al nemico per il suo fianco destro,
cioè: attaccandolo per le alture del parco di Caserta — mettendolo
così tra noi, la brigata Sacchi di S. Leucio, e la divisione Bixio,
a cui avevo mandato ordine di attaccare il nemico dalla parte di
Maddaloni —

I borbonici, dalle alture, scoprendo poca gente in Caserta, proposero
d'impadronirsene — non conoscendo probabilmente il risultato della
battaglia del giorno antecedente — e quindi lanciarono circa la
metà delle loro forze su cotesta città assaltandola vigorosamente —
Dimodocchè mentre io mi trovavo marciando al coperto — girando il loro
fianco destro — due milla di loro scendevano dalle alture piombando
sul nostro quartier generale — e se ne sarebbero forse impadroniti
— se il generale Sirtori — colla solita bravura, con una mano di
prodi che si trovavano nella città — non li avessero respinti — Io
procedevo intanto, coi Calabresi del generale Stocco, quattro compagnie
dell'esercito regolare nostro[110] ed alcune altre frazioni di corpi
— verso la destra del nemico — che trovammo schierato in battaglia
nell'alto — servendo di riserva, a coloro che stavano attaccando
Caserta — e che senza dubbio non s'aspettava l'improvisa apparizione
nostra —

I borbonici sorpresi resistettero poco — e furono spinti quasi alla
corsa — perseguiti dai coraggiosi Calabresi ecc. — sino a Caserta
Vecchia — Alcuni si sostennero un momento, in cotesto villaggio,
facendo fuoco dalle finestre, e da certe macerie, che loro servivano
di riparo — ma presto furono circondati e fatti prigionieri — quei che
fuggirono verso ostro, caddero in potere dei corpi di Bixio — che dopo
d'aver combattutto e vinto, valorosamente il 1º a Maddaloni — giungeva
come un lampo, sul nuovo campo di battaglia —

Quei che presero verso tramontana, capitolarono col generale Sacchi
— a cui avevo ordinato di seguire il movimento della mia collonna
— Dimodocchè di tutto il corpo nemico — che giustamente, ci aveva
alquanto sgomentati — pochi furono quelli che poterono salvarsi —

Tale corpo era lo stesso, che aveva attaccato, e distrutto il piccolo
battaglione del Maggiore Bronzetti, a Castel Morrone — e che l'eroïca
difesa di quel valoroso, col suo pugno di prodi — aveva trattenuto
la maggiore parte del giorno 1º Ottobre, ed impedito quindi, che ci
giungesse alle spalle nella fiera battaglia — Chi sa: il sacrificio dei
dugento martiri — non fosse la salvazione dell'esercito nostro.

Come si è veduto durante la battaglia del Volturno chi la decise furono
le riserve giunte sul campo di battaglia, verso le 3 p. m. E se coteste
riserve fossero state trattenute a Caserta da un corpo nemico — la
giornata risultava almeno indecisa — Ciò prova pure: esser state le
disposizioni dei generali borbonici — non tanto cattive — e che nelle
combinazioni di guerra — bisogna esser secondati dalla fortuna, o da un
genio, molto superiore —

Il corpo di Sacchi, contribuì non poco — a trattenere la collonna
nemica suddetta — al di là del parco di Caserta, nella giornata del 1º
respingendola valorosamente —

Colla vittoria di Caserta Vecchia — 2 Ottobre 1860 si chiude il
glorioso periodo delle nostre battaglie nella campagna del 60 —

L'esercito Italiano del settentrione che Farini e compagni, inviavano
per combatter noi, personificazione della rivoluzione[111], ci
trovò frattelli — ed a cotesto esercito toccò la cura di ultimare
l'annientamento del borbonismo nelle due Sicilie — Per sistemare la
condizione de' prodi miei commilitoni — io chiesi il riconoscimento
dell'esercito meridionale — siccome parte dell'esercito nazionale —
e fu un'ingiustizia non concederlo — Si voleva godere il frutto della
conquista — ma cacciarne i conquistatori —

Ciò inteso: io deposi a mano di Vittorio Emanuele,[112] la Dittattura,
che m'era stata conferita dal popolo — proclamandolo re d'Italia — A
lui raccomandavo i miei valorosi fratelli d'armi — e questa era la sola
parte sensibile del mio abbandono — desïoso com'ero di ripigliare la
mia solitudine —

Io lasciavo quella gioventù generosa — che s'era lanciata attraverso il
mediterraneo, fidente in me — disprezzando ogni genere di contrarietà,
di disagi, di pericoli — affrontando la morte, in dieci accaniti
combattimenti, colla sola speranza dello stesso guiderdone, ottenuto
in Lombardia, e nell'Italia centrale: nel plauso dell'angelica loro
coscienza — e in quello del mondo, testimone di fatti stupendi —

Con tali compagni — alla di cui bravura — io devo la maggior parte de'
miei successi — io affronterei certo volentieri — qualunque più ardua
impresa!



QUARTO PERIODO

Dal 1860 al 1870.



CAPITOLO I.

1862 Campagna di Aspromonte.


Una pianta vale in ragion diretta — del suo prodotto — E così
l'individuo: vale, secondo il prodotto benefico — ch'egli può donare
al suo simile — Nascere, vivere, mangiar e bere — e morire poi — è
apannagio anche dell'insetto.

In un periodo come quello del 1860 — nell'Italia meridionale — un'uomo
vive: e vive di vita utile per le moltitudini — Cotesta è la vera vita
dell'anima!

«Lasciate fare a chi tocca»! dicevano generalmente coloro — che col
muso nella greppia dell'erario publico — eran disposti a far nulla,
o far male — In conseguenza di tale teoria, la monarchia Sabauda —
per tre volte lanciava il suo veto — alla Spedizione dei Mille: la
prima volta non voleva che si partisse per Sicilia — la seconda che si
passasse il Faro — e la terza, che si passasse il Volturno —

Si partì per Sicilia — si passò il Faro ed il Volturno — e perciò le
cose d'Italia non andarono peggio —

«Voi dovevate proclamare la Republica» gridarono i Mazziniani, e
gridano anche oggi — come se cotesti dottori, assuefati a legislare
il mondo dal fondo delle loro scrivanie — dovessero conoscere lo stato
morale e materiale de' popoli — meglio di noi, ch'ebbimo la fortuna di
capitanarli e guidarli alla vittoria —

Che le monarchie, come i preti, provino ogni giorno più: che nulla
di buono, si può sperare da loro — è cosa patente — Ma che si dovesse
proclamare la Republica, da Palermo a Napoli nel 1860 — ciò è _falso_!
E coloro che vogliono persuader del contrario — lo fanno per quell'odio
di parte che hanno manifestato dal 48 in quà, in ogni occasione — e
non, per esser convinti di quanto asseriscono —

Ebbimo il veto della monarchia nel 1860 — e l'ebbimo nel 1862
— Rovesciare il papato — credo tanto valesse — e qualche cosa
di più — che rovesciare il borbone — E nel 1862 — ciocchè si
proponevano le solite camicie rosse — era di buttar giù il papato —
incontestabilmente, il più fiero ed accanito nemico dell'Italia — ed
acquistare la naturale capitale nostra — senz'altra meta, senz'altra
ambizione — che quelle di fare il bene della patria —

La missione era santa, le condizioni erano le stesse — e la generosa
Sicilia — meno alcuni che già stavano comodamente seduti, alla mensa da
noi preparata nel 60 — rispondeva col solito suo slancio, al grido di
«Roma o morte» da noi proclamato a Marsala —

E qui, giova ripetere — ciocchè già dissi altra volta: «Se Italia
avesse posseduto due Palermo — noi avressimo potuto ragiunger Roma, non
disturbati»

Il venerando martire dello Spielberg — Pallavicino, governava a Palermo
— A me certo repugnava: cagionar alcun disturbo a quel mio vecchio
amico — Io però, ero convinto: esser colpa «il lasciar fare a chi
tocca» sicuro che nulla, si tentava di fare, senonchè colla spinta — di
chi non voleva rimaner pianta inutile —

Quindi: il grido: «Roma o morte» a Marsala, seguito dalla raccolta
de' miei prodi alla Ficuzza — tenuta, e selva a poche miglia da
Palermo —

Quivi si riuniva un'eletta schiera della gioventù Palermitana — e poi
dalle provincie —

Corrao, il valoroso compagno di Rosolino _Pilo_, ed altri egregi,
procuravano armi — Bagnasco, Capello, ed altri illustri patrioti
— formavano un comitato di provvedimento — Dimodocchè co' miei
inseparabili fratelli d'armi del continente Nullo, Missori, Cairoli,
Manci, Piccinini, ecc. — presto nuovi Mille — si trovavano in campo
— disposti come i primi ad affrontare la tirannide sacerdotale,
certamente assai più nociva della borbonica —

Ma colla monarchia, noi avevimo il delitto di dieci vittorie, e
l'insulto d'aver aggrandito i suoi apannagi — tutte cose che i re non
perdonano —

Una gran parte di coloro, che vociferarono con entusiasmo
l'unificazione patria, nel 60 — ora ben seduti e soddisfatti —
o biasimavano l'impresa nostra — o si tenevano da parte — per
non appestarsi al contatto di rivoluzionari, incontentabili ed
irrequieti —

Comunque, grazie alla fiera attitudine di Palermo — ed alle vive
simpatie della Sicilia tutta — noi potemmo percorrer l'isola sino a
Catania — senza ostacoli serï —

La brava popolazione di Catania — non fu da meno — ed il suo contegno
— trattenne nei limiti dell'inazione — chi, certamente, aveva voglia di
fermare l'impresa nostra. —

Due piroscafi — uno Francese — e l'altro della compagnia Florio —
capitati nel porto di Catania fornirono il mezzo di trasporto per il
continente — Alcune fregate della marina militare Italiana incrociavano
davanti al porto — ed avrebbero potuto impedire l'imbarco ed il
passaggio — Esse — senza dubbio ne avevano l'ordine — Ma, sia detto ad
onore di chi le comandava — ostilità non ve ne furono da parte loro
— Ed io invio un plauso a quei comandanti — E credendo di conoscer
anch'io l'onor militare — dirò con coscienza del vero: che in casi
simili, un'uomo d'onore deve fare a pezzi la sua sciabola —

Il modo in cui si passò lo stretto di Messina — fu molto pericoloso,
per esser stracarichi di gente — i piroscafi, ad onta che molti de'
nostri militi, non poterono imbarcarsi per mancanza di spazio — Nella
mia vita da marino — ne ho già veduto dei bastimenti molto carichi
— Mai però, come in detta circostanza — Essendo la maggior parte dei
nostri militi — nuovi arrivati — non contati ancora nelle compagnie —
quindi non conosciuti dagli ufficiali — essi si affollarono talmente a
bordo di quei poveri piroscafi sommergendoli —

Inutile era pregarli di sbarcare — nemmeno per sogno — e si correva a
pericolo sommo — forse alla morte — Io rimasi per un pezzo in dubbio —:
se si doveva partire in tal modo — Che perplessità, che responsabilità
era la mia!

Dalla risoluzione d'un momento, dipendeva chi sa chè — per il mio
paese —

Come dar ordini? Mentre ognuno che si trovava sui piroscafi, era
impossibilitato di moversi dal suo posto, ed anche di girarsi —

Già la notte cadeva colle sue tenebre — bisognava decidersi — a metter
in moto — o rimanere lì — serrati come sardelle — in una posizione
intenibile — aspettando il giorno ad illuminar un fiasco —

Si mise in moto — e la fortuna, anche questa volta parteggiò per il
diritto e la giustizia — Il vento ed il mare furon proporzionati alla
situazione dei veïcoli — V'era come nella prima traversata del 60 — un
po' di vento al Faro — e fortunatamente poco mare —

Verso l'alba, dopo d'aver felicemente traversato lo stretto —
approdammo nella spiaggia di Melitto, ove si sbarcò tutta la
gente —

Come nel 60, si prese la strada del littorale verso il capo dell'Arma
— con direzione a Reggio — Allora avevamo per avversari i borbonici —
che si cercavano per combatterli — Oggi stava davanti a noi l'esercito
Italiano, che si voleva evitare a qualunque costo — ma che pure a
qualunque costo ci cercava per annientarci —

Le prime ostilità contro di noi, furono commesse, da una corazzata
Italiana — che costeggiando il littorale parallellamente alla direzione
nostra, ci regalò d'alcuni tiri di moschetteria, obligandoci ad
internar la gente per metterla al coperto —

Alcuni distaccamenti inviati da Reggio — con ordini ostili — assalirono
alcuni dei nostri che marciavano di vanguardia; invano si fece sapere
loro, che non si voleva combattere — invano — la loro intimazione era
di arrenderci — e non volendolo com'era naturale — conveniva fuggire
alle loro scariche fratricide —

A tale stato di cose — e per scansare un'inutile spargimento di sangue
— io ordinai di obliquare a destra, e prendere la via dell'Aspromonte
— Le ostilità dell'esercito Italiano contro di noi — ebbero la
naturale conseguenza di spaventare le popolazioni — e renderci gli
approvigionamenti molto difficili — I miei poveri volontari mancavano
d'ogni cosa, anche del più necessario: l'alimento — e quando si poteva,
per miracolo, incontrar qualche pastore — con gregge — questi non
voleva con noi trattare — peggio che se fossimo stati briganti —

Infine, noi erimo tenuti per scomunicati, e fuori legge — i preti, ed
i retrogradi — avendo poca difficoltà, a persuaderne, quelle buone ma
rozze popolazioni —

Noi erimo però la stessa gente del 60 — e la nostra meta era tanto
nobile, quanto quella di prima — Eravam certo meno favoriti dalla
fortuna — e non fu la prima volta — ch'io vidi le popolazioni Italiane
inerte — ed indifferenti per chi le voleva redente —

Non così la Sicilia — io devo confessarlo — e quel popolo generoso
— fu fervido nel 62 come avanti — Egli ci diede i migliori della
sua gioventù — e fra i provetti, il venerando barone Avizzani, di
Castrogiovanni, che sopportò come un giovinotto le grandi privazioni e
disagi della campagna — E furon molti i disagi e le privazioni! — Io,
vi ho sofferto la fame — e mi figuro: molti dei miei compagni, più di
me la soffersero —

Infine dopo marcie disastrose, per sentieri quasi impraticabili —
l'alba del 29 Agosto 1862 — ci trovò sull'altipiano di Aspromonte,
stanchi ed affamati — Alcune patate mal mature, furono raccolte, e
servirono d'alimento — prima crude — passato poi il primo orgasmo della
fame — se ne mangiarono arrostite.

E qui devo far giustizia alle buone popolazioni montane di quella parte
della Calabria — Esse non comparirono subito, per i disagiati sentieri,
e le difficoltà di comunicazioni — ma nel pomeriggio, comparvero
cotesti generosi abitanti — con abbondanti provviste — di frutta
pane ed altro — L'imminente catastrofe però ci diede poco tempo per
profitare di tanta benevolenza —

A Ponente, alla distanza d'alcune miglia — si cominciò a scoprire,
verso le 3 p. m. la testa della collonna Pallavicini, destinata ad
attaccarci — Ed io, considerando la posizione piana, ove avevamo
riposato nella giornata — troppo debole, ed esposta ad esser
accerchiata — ordinai un cambiamento di campo verso la montagna — e
si giunse al limitare della bellissima foresta di pini, che corona
l'Aspromonte — ove accampammo, colle spalle alla stessa, e la fronte
verso i nostri assalitori —

E veramente: nel 60 fummo minacciati d'esser attaccati dall'esercito
sardo — e vi volle molto amore del proprio paese — per non entrare in
una guerra fraticida — Nel 62 però, l'esercito Italiano, perchè più
forte, e noi più deboli assai — ci votò all'esterminio — ed alacremente
corse su di noi — come su briganti — e forse più volontieri.
Intimazioni, non ve ne furono di sorta — Giunsero i nostri avversari —
e ci caricarono, con una disinvoltura sorprendente — Tali, certamente
erano gli ordini: si trattava d'esterminio — e siccome tra figli della
stessa madre — potevasi temare titubanza — cotesti ordini, furono
senza dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione — Giunto a
lungo tiro di fucile, il corpo Pallavicini formò le sue catene — avanzò
risolutamente su di noi, e cominciò il solito «fuoco avanzando» sistema
adottatto anche dai borbonici, e che ho già descritto difettoso —

Noi, non rispondemmo — Terribile fu per me quel momento! Gettatto
nell'alternativa di deporre le armi come pecore — o di bruttarmi di
sangue fraterno! Tale scrupolo, non ebbero certamente i soldati della
monarchia — o dirò meglio: i capi che comandavano quei soldati — ¿Che
contassero sul mio orrore per la guerra civile? Anche ciò è probabile
— e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia che lo facea
supporre —

Io ordinai: non si facesse fuoco — e tale ordine fu ubbidito —
meno da poca gioventù bollente — alla nostra destra, agli ordini di
Menotti — che vedendosi caricati un po sfacciatamente, caricarono, e
respinsero —

La posizione nostra nell'alto — colle spalle alla selva — era di quelle
da poter, tenere dieci contro cento — Ma che serve, non difendendosi,
era certo che gli assalitori dovevano presto ragiungerci — E siccome
succede quasi sempre: esser fiero chi assale, in ragion diretta della
poca resistenza dell'avverso — i bersaglieri che chi marciavano sopra,
spesseggiavano maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le
due linee, per risparmiare la strage — fui regalato con due palle di
carabina — l'una all'anca sinistra — e l'altra al maleolo interno del
piede destro —

Anche Menotti fu ferito nello stesso tempo — Coll'ordine di non sparare
— quasi tutta la gente nostra ritirossi nella foresta — rimanendo
presso di me tutti i miei prodi ufficiali — fra cui i tre egregi
chirurghi nostri — Ripari, Basile, ed Albanese — alla cura gentile dei
quali, io devo certamente la vita —

Mi repugna, raccontar miserie! — Ma tante furono, manifestate in
quella circostanza — dai miei contemporanei — da nauseare anche i
frequentatori di cloache! —

Vi fu: chi si fregò le mani, al fausto per lui anunzio, delle mie
ferite — che si credettero mortali — Vi fu: chi sconfessò l'amicizia
mia — e vi fu: chi disse, essersi ingannato cantando qualche merito
mio —

Però in onore dell'umana famiglia — devo confessare che anche i buoni,
vi furono che ebbero per me cura di madre — che mi custodirono con cure
veramente amorevoli — filiali! — E fra i primi, io devo rammentare
il mio caro Cencio — Cattabene — tolto prematuramente all'Italia —
La monarchia Sabauda — avea ottenuto la gran preda — ed ottenuta come
la volea — cioè: in uno stato — che il diavolo probabilmente — se la
porterebbe via —

Si usarono veramente quelle civiltà banali — comuni, che si costumano
anche per i grandi delinquenti, quando si conducono al patibolo — ma,
per esempio — invece di lasciarmi in un ospedale di Reggio o di Messina
— fui imbarcato a bordo d'una fregata — e condotto al Varignano —
facendomi così transitare tutto il Tirreno — con immenso tormento alla
mia ferita del piede destro — Giacchè — se non delle più mortali —
essa era certamente delle più dolorose — Ma la preda si voleva vicina,
ed al sicuro — Ripeto: mi ripugna di narrar miserie — e mi fastidia
di tediare chi ha la pazienza di leggermi — con ferite, ospedali,
prigioni, e carezze di reggi avvoltoj —

Fui dunque condotto al Varignano — alla Spezia, Pisa e quindi a Caprera
— Molti furono i patimenti — e le cure gentili degli amici miei — molte
— Al decano dei chirurghi Italiani — all'illustre professore Zanetti —
toccò l'onore di operar l'estrazione della palla —

Finalmente dopo tredici mesi — cicatrizzò la mia ferita del piede
destro — e sino al 66 — condussi vita inerte ed inutile —



                                                     4º periodo 1866.

CAPITOLO II.

Campagna del Tirolo.


Circa quattr'anni, eran passati dal giorno in cui fu fucilato in
Aspromonte — Io dimentico presto le ingiurie — e così credettero gli
opportunisti — Coloro, per cui, più l'utilità, che la moralità dei
mezzi, serve di bussola —

Già da giorni si vociferava d'alleanza colla Prussia contro l'Austria
— ed il 10 Giugno 1866 — giungeva in Caprera — il mio amico Generale
Fabrizi — ad invitarmi per parte del governo, e dei nostri a prendere
il comando dei volontari, che numerosi si riunivano in ogni parte
d'Italia —

Lo stesso giorno si partì con un piroscafo per il continente —
e si marciò subito verso Como, ove doveva aver luogo la maggiore
concentrazione di volontari —

I volontari eran veramente molti — la solita bella e focosa gioventù
— sempre pronta a combattere per l'Italia — senza chieder mercede —
Con essa, brillavano per condurla — i coraggiosi veterani di cento
pugne —

Comunque: non cannoni — i volontari ponno perderli — catenacci al
solito, e non buone carabine di cui già era fornito l'esercito —
Parcimonia miserabile nel vestiario ecc. — per cui molti militi
andarono al nemico vestiti da borghesi — Infine le solite miserie,
a cui hanno assuefatto i nostri volontari — le cariatidi della
monarchia —

Gli auspici sotto i quali, s'iniziava la campagna del 66 — promettevano
all'Italia un risultato brillante — e quel risultato fu meschino —
vergognoso!

Il pessimo sistema, con cui si governa questo paese — ove il denaro
publico, serve a corrompere quella parte della nazione — che dovrebbe
essere incorruttibile — cioè gli uomini del parlamento, i militari,
e gli impiegati d'ogni specie — tutta gente, sventuratamente, che con
poca fatica si fa inginocchiare ai piedi del Dio Ventre —

La corruzione portata da Buonaparte, o moltiplicata in Francia, colla
distribuzione del salame e del vino alle truppe, da cui egli voleva
il 2 Decembre, si estese massime in questo nostro povero paese, che è
condannato a scimiottare sempre i nostri vicini —

Corruzione, certo non ne mancava in Italia — ed i corrutori vi si
trovavano abili come dovunque; ma coi successi dell'impero — col suo
avvenimento fatale — Impero menzogna — sin dal suo nascere — poichè
esso nacque coll'epigrafe della pace — e fu un continuo fomite di
guerra — senza la quale sapeva di non poter vivere — In tutte le
epoche rivolgendo i suoi sforzi, ad abbattere la libertà, dovunque, e
dovunque sostituirvi il despotismo — Con tale corrutore, per modelo,
dico: la società Italiana più intimamente si pervertiva, e contaminava
l'esercito nostro, chiamato ad esser uno dei migliori del mondo — Si
complettava il quadro di corruzione coll'elemento contadino, il più
numeroso del nostro esercito, ed il più forte — che il prete mantiene
nell'ignoranza — e nell'odio della causa nazionale, percui in Italia,
come in Francia, si son vedute le famose sbandate di Novara e di
Custosa —

Per un momento noi fummo sottratti all'ignominioso protettorato del
Buonaparte — e non sapendo far da noi, mai, gettatti in altra alleanza,
meno antipatica almeno — quella della Prussia — che certo ci valse
molto al dissopra dei meriti nostri —

Comunque fosse: la campagna del 66 — si apriva con un'orizzonte
brillante — La nazione, benchè esausta da un governo predone, si
mostrava ricca d'entusiasmo e di sacrifizi — La flotta numerosa, doveva
misurarsi con un nemico inferiore — e che si teneva per vinto — e per
la prima volta, il nostro esercito, quasi doppio dell'Austriaco in
Italia — vedeva sotto i suoi vessilli i figli tutti della penisola dal
Lilibeo a Cenisio — vogliosi, e gareggianti di combattere il secolare
nemico — e che sola la boriosa ignoranza, ed incapacità di chi lo
guidava, poteva condurre a Custosa —

I volontari che potevano ammontare a cento milla con un mediocre
governo, per la solita paura, furono limitati circa a un terzo di quel
numero — e al solito trattatti in armamento vestiario ecc. — E quando
la catastrofe di Custosa ebbe luogo — poche migliaia trovavansi a Salò,
Lonato e Lago di Garda — mentre i loro reggimenti di coda, erano ancora
nell'Italia meridionale aspettando scarpe, armi, ecc. —

Tutto prometteva una campagna brillante — nonostante tanti ostacoli
— e che doveva annoverare la nostra nazione tra le prime dell'Europa
— ringiovinire questa vecchia matrona e ricondurla ai tempi primitivi
della vita Romana — Ma non fu così: condotta dal gesuitismo, in vesta
marziale, essa fu trascinata in una cloaca d'umiliazioni!

Il governo spinto dall'opinione publica — ma sempre nemico dei
volontari — di cui diffida e teme — perchè rappresentanti dei diritti,
e della libertà dell'Italia — ne arma alquanti, ma il loro armamento,
organizzazione e bisogni — si rissentono dell'antipatia e della
malevolenza con cui furono accolti —

E così stesso essi sono spinti alla frontiera, ove tra due giorni deve
ruggire la battaglia! La precipitazione, con cui furono accelerate le
mosse dell'esercito — e gli eventi sfortunati che seguirono subito
— favorirono la concentrazione dei volontari — Giacchè — solite
gesuitiche corbellerie — era intenzione nell'alte sfere — per non
metter tanti volontari insieme — di dividerli in due e lasciarne la
metà nell'Italia meridionale con certi pretesti divolgati per mascherar
la magagna — ma ch'eran soli pretesti —

Qui, io devo fare giustizia al re: sino dai primi momenti, in cui mi
comunicava la sua intenzione di propormi al comando dei volontari, per
via del dottore Albanese — egli mi partecipava l'idea di gettarci sulle
coste Dalmate per cui mi sarei inteso coll'ammiraglio Persano — e si
disse che tale determinazione, fu assolutamente combattutta dai suoi
generali, e in particolare dal generale Lamarmora —

La risoluzione di spingerci verso l'Adriatico, mi piacque talmente
ch'io ne feci fare a Vittorio Emanuele, i miei complimenti per il
concetto proficuo e grandioso — Era veramente troppo bello il concetto,
perchè potesse capere in certi cervelli del consiglio Aulico Italiano
— ed io presto potei pesuadermi — che il trattenere cinque reggimenti
di volontari ad ostro — altro non era che diffidenza — volendoli
togliere dai miei ordini — e fare circa: ciò che s'era fatto nel 59 col
reggimento degli Apennini —

Ebbi dunque per campo d'azione, le sponde del lago di Garda —
contrariamente alle prime proposte fattami: ove si diceva di lasciarmi
la scelta delle operazioni —

Che magnifico orizzonte si presentava all'oriente per noi — Sulle
coste Dalmate con trenta milla uomini — v'era proprio da sconvolgere la
monarchia Austriaca — quanti elementi simpatici ed amici — trovavamo
noi in quella parte dell'Europa Orientale, dalla Grecia all'Ungaria!
Tutte popolazioni bellicose, nemiche dell'Austria e della Turchia — e
che poca spinta abbisognano per sollevarle contro i loro dominatori —
Noi avressimo occupato certamente il nemico, da obligarlo ad inviare un
potente esercito contro di noi — diminuire le sue armate dell'occidente
e del Settentrione — e se no internarci nel cuore dell'Austria —
e gettare il tizzone del risorgimento alle dieci nazionalità — che
compongono, quel corpo eterogeneo e mostruoso — Dovendo operare sul
lago di Garda, io chiesi di porre sotto il mio comando la flottiglia
esistente a Salò, ciocchè facilmente ottenni — Ma, se si osserva
il misero stato, in cui si trovava quella flottiglia — si vedrà
facilmente, com'essa riuscì di mero imbarazzo — e di non poco fastidio
per salvarla dalla flottiglia nemica più numerosa, e molto meglio
organizzata. I volontari dovettero fornire la maggiore parte della
gente — massime di marini — per equipaggiar la flottiglia, e guarnir il
littorale per proteggerla, massime dopo l'infausta giornata di Custoza
— e la ritirata dell'esercito nostro —

Un reggimento intero dovette rimanere a Salò col solo intento di dare
il servizio di vigilanza in quel porto, ed in tutta la costa contigua —
e forti che si eressero man mano, per proteggerlo —

Il generale Avezzana, con un numero adeguato di ufficiali — compresovi
un forte distaccamento di volontari marini, venuti da Ancona, Livorno
e da altri porti di mare — dovettero pure rimanere in Salò allo stesso
oggetto —

La flottiglia Austriaca contava sul lago di Garda otto piroscafi da
guerra, armati di 48 cannoni — con equipaggi proporzionati — e forniti
d'ogni bisogno — La flottiglia Italiana — al mio arrivo in Salò —
non aveva pronta che una sola cannoniera da un cannone — le altre
cinque, come la prima, a vapore e collo stesso armamento — una era in
terra — inutile — e le altre quattro colle macchine non in ordine — È
vero: che si lavorò subito, a metter in istato di muoversi le quattro
galleggianti — ma appena verso la fine della guerra, si ebbero in
pronto cinque cannoniere, con un cannone da 24 ciascuna, cioè cinque
cannoni da 24 — mentre il nemico contava 48 cannoni del calibro da
80 in giù. Si lavorò pure alla costruzione ed armamento di zattere —
che avrebbero potuto essere di non poca utilità — ma la mancanza del
necessario — e la lentezza del lavoro — fecero sì: che non si pervenne
mai, a poterne avere una sola, pronta da trascinarsi sul lago —



                                                     4º periodo 1866.

CAPITOLO III.

Battaglie, combattimenti.


Chiamati sulla sponda occidentale del lago di Garda, tutt'i reggimenti
nostri — ed avendo l'ordine di operare nel Tirolo — io spinsi il 2º
reggimento ed il 2º bersaglieri verso il Caffaro, per impadronirsi
di quel ponte e della forte posizione di Monte Suello — ciò che fu
eseguito con celerità e bravura — cacciandone gli Austriaci in un
combattimento glorioso —

L'iniziativa della nostra campagna, cominciava bene, e col resto dei
reggimenti disponibili, io mi accingevo a seguir da vicino nel Tirolo,
quella prode nostra vanguardia — quando accade la fatale battaglia del
24 Giugno —

Comunicatomi dal generale Lamarmora, l'esito infelice di quella
giornata — coll'ordine di coprire Brescia — e di non contare
sull'apogio dell'esercito nostro che si ritirava dietro l'Oglio
— io richiamai dal Tirolo la vanguardia — e pensai subito ad un
concentramento, di quante forze potevo riunire, su Lonato — Punto che
soddisfava il triplice obbietivo di coprire Brescia, Salò, e che poteva
giovare a raccogliere alcuni dispersi e materiali dell'esercito —
Ciòcche ebbe luogo realmente —

I nostri prodi volontari, ricchi solo di patriotismo e di entusiasmo
— all'ordine mio venivano avanti a marcie forzate — verso Lonato — ma
armati di fucilacci, e privi de' principali oggetti di corredo — che
si provvedevano marciando — era difficile, potessero arrivare presto —
massime i reggimenti del mezzogiorno —

Nei giorni che seguirono lo sventurato 24 — noi occupammo Lonato e
Desenzano, con posti avanzati a Rivertella — prima con uno, poi con
vari reggimenti, che prendevano il loro posto di battaglia, mentre
arrivavano — Essendo da suppore con probabilità: che gli Austriaci non
resterebbero inerti, dopo la ritirata dell'esercito nostro —

I Reggimenti dell'Italia meridionale, nonostante, ad onta di ogni
sforzo per venire avanti — non sarebbero stati a tempo per coadiuvarci
— se il nemico, profitando de' suoi vantaggi — si fosse spinto su di
noi — E mi pare, che verso il 26 — giorno probabile dell'apparizione
del nemico — noi non avressimo potuto opporre — al dissopra di otto
milla uomini — con una batteria di montagna — ed un pezzo da 24 della
flottiglia — collocato sull'altura di Lonato — Da tutto ciò si deduce:
che la risoluzione di tener Lonato contro l'esercito nemico vittorioso
— se fosse marciato avanti — era un pò arrischiata nondimeno essa fu
ben proficua — I volontari Italiani, ne ponno andare superbi — ed i
giovani ponno ritrarne l'ammaestramento: che prima di ritirarsi davanti
a un nemico — per forte che sia — conviene almeno vederlo, assaggiarlo
— e calcolare freddamente il danno, e la vergogna che può risultare da
una ritirata precipitosa —

Tenendo Lonato, Desenzano — e gli avamposti nostri a Rivoltella —
e sulla destra della nostra fronte sino a Pozzolengo — noi coprimmo
veramente Brescia — come ci veniva ordinato — Salò col suo arsenale,
depositi e flottiglia — e potemmo con grande soddisfazione raccogliere
dispersi dell'esercito e convogli dello stesso —

A me rincresce di calpestare i caduti — e non vorrei che si
considerasse il mio dire, sulla direzione dell'esercito — come una
rapresaglia per i molti torti ricevuti, da chi allora dirigeva — Ma
bisogna pur confessare — che aspettando tutti dei risultati brillanti
— da un brillante esercito, il doppio in numero del nemico — con mezzi
immensi — la prima artiglieria del mondo — molto entusiasmo nella
truppa — e molta bravura — e trovarsi in un momento delusi — con quel
bell'esercito in confusione — ritirandosi senza essere perseguito dal
nemico — dietro un fiume alla distanza di trenta miglia — e lasciando
scoperta la quasi intiera Lombardia — bisogna confessare — lo ripeto:
che fu un terribile colpo per tutti —

L'esercito principale, si ritirava dal Mincio all'Oglio — e si ritirava
dopo d'essersi battutto — E l'esercito di destra — cioè del Po — perchè
si ritirava? Con novanta milla nomini — ed un fiume come il Po davanti
al naso — quell'esercito si ritirava — inseguito da chi? Il nemico
avea ottanta milla uomini sul Mincio — e benchè vittorioso — dopo
una battaglia con un'esercito superiore — quegli ottanta milla uomini
dovevano esser almeno menomati e stanchi. ¿E perchè ritirarsi dal Po,
sino all'Apennino? Io non me ne posso dar ragione —

Non conosco il generale Austriaco che comandava i nostri nemici nel
1866 — comunque — egli dev'esser un generale di genio — avendo vinto
un'esercito più numeroso del doppio — e composto di militi, che
certamente valevano i suoi —

Le vittorie dei Prussiani al settentrione — influirono certamente
a fermarlo — Egli però con un poco più di risoluzione — poteva
schiacciare i miei ottomilla uomini senza artiglieria — e venirsene
a villeggiare nel cuore della Lombardia e del Piemonte — con molta
probabilità di ottenere una pace a condizioni per lui favorevoli —

Tra i volontari però non vi fu confusione — non timore — non sconcerto
— Tutti afflisse cotesta sciagura nazionale — ma a nessuno nacque un
senso di diffidenza, sui destini del paese — e lo stesso entusiasmo con
cui quella brava gioventù, avea lasciato i suoi focolari, durava — anzi
cresceva per la delicata, e temeraria posizione nostra —

Guerra! combattere! chiedevan tutti — E se avessero avuto, almeno, un
mese d'organizzazione — di scuola da campo — ed armati dovutamente
essi avrebbero operati miracoli — Meditando pacatamente sulle cause
del rovescio del nostro esercito — e lasciando da parte l'incapacità
di certi comandi e la poca affezione dell'elemento contadino alla
causa nazionale — coll'imparzialità della storia — si può arditamente
stabilire: esser difettoso il piano di campagna adottatto sino dal
principio —

È sempre: voler battere il nemico tutto — colla metà sola del
nostr'esercito —

Mentre il generale Austriaco batte la metà del nostro esercito
coll'intiero suo — sistema che generalmente da la vittoria a
chi l'adotta — e di cui vi sono tanti esempi nella storia delle
battaglie —

L'esercito Italiano dividevasi in due: il primo di cento venti milla
uomini sul Mincio — ed il secondo di novanta milla sul Po — Ambi come
si vede, superiori all'esercito nemico — che contava circa ottanta
milla uomini fuori delle sue fortezze —

Minacciare su vari punti, con divisioni, o al più con corpi d'esercito
— poi con una massa di circa cento ottanta milla uomini dar il colpo
decisivo al forte dell'esercito nemico — questo sembrami il primo
errore commesso dal nostro generale in capo —

Le foci del Po — io credo fosse il punto più adeguato per il passaggio
del nostro grande esercito — ove si potevano avere quanti se ne
volevano — piroscafi e barche per facilitarlo — E padroni poi delle
due sponde del gran fiume — potevasi subito dopo passare il resto delle
forze nostre e tutto il materiale in poco tempo —

Accorrendo il nemico per combatterci — egli non avrebbe avuto almeno il
sostegno del terribile quadrilatero.

Il generale Austriaco profitando degli errori nostri — concentrava
saviamente, quante forze aveva disponibili nei dintorni di Verona — e
cadeva sull'esercito nostro del Mincio dimezzato — che prima iniziava
l'offensiva —

Napoleone il 1º non eran molti anni, che avea manovrato in modo simile
— ed avea battutto lasciando l'assedio di Mantova — le due metà
dell'esercito Austriaco l'una dopo l'altra — su ambe le sponde del
Garda — Esse avevano commesso l'errore di dividersi per attaccarlo —
mettendo il grande lago tra esse — e il gran capitano le prevenne e le
distrusse —

Dopo la grande battaglia di Custosa, noi tenemmo le posizioni di Lonato
e Desenzano — sinchè un ordine dal comando supremo — ci ordinava di
ripigliare le operazioni nel Tirolo — essendo l'esercito nuovamente in
istato da tornare all'offensiva —

Lasciando il 2º Reggimento a coprire Salò — la flottiglia, ed i punti
più importanti del lago sino a Gargnano — Il tutto agli ordini del
generale Avezzana — ed avendo ultimato le batterie di difesa della
costa occidentale — noi ripigliammo la via del Caffaro col 1º, 3º
reggimenti — e 1º battaglione bersaglieri —

Il nemico intanto dopo il nostro abbandono del Caffaro — e gonfio della
vittoria di Custosa — avanzò guarnito fortemente cotesto punto, e Monte
Suello — io decisi con un colpo di mano di cacciarnelo, per aprire la
via del Tirolo —

Partito il 3 luglio da Salò — all'alba — io giunsi a Rocca d'Anfo verso
il meriggio — e trovai il colonnello Corte, allora al comando della
vanguardia, composta dei tre corpi suddetti — che aveva già preso le
sue disposizioni, per sloggiare il nemico dalla nostra frontiera —

Egli aveva spedito il maggiore Mosto, verso Bagolino, con 500 uomini,
per la via montana — e per le valli a ponente di Rocca d'Anfo —
coll'oggetto di operare una diversione sulla destra, ed alle spalle del
nemico —

Scoprendo da Rocca d'Anfo, un'avamposto Austriaco, a S. Antonio —
circa ad un tiro di cannone dalla fortezza, si cercò pure di girarlo,
inviando un distaccamento del 1º bersaglieri, agli ordini del Cap.o
Bezzi, per la montagna —

Nessuno dei due distaccamenti diversivi, riuscì nell'impresa, per la
difficoltà delle strade, e per la pioggia dirotta —

Io forse, contai troppo sullo slancio dei prodi volontari — ed avrei
dovuto differire l'attacco all'altro giorno, essendo i militi stanchi
e fradici dalla pioggia — colle loro armi, e munizioni in deplorevole
stato —

Ma contando sull'effetto di un brusco inaspetato attacco — e sopratutto
sull'entusiasmo d'uomini, che aveva veduto superare ostacoli ben
maggiori — mi decisi alla pugna —

Verso le 3 p. m. essendo giunto il Capitano Bezzi, per la montagna di
sinistra, al punto convenuto, fece un segnale — ed io ordinai alla
collonna d'attacco — rimasta sin'allora coperta dalla fortezza — di
marciare avanti a passo celere — e di assaltare il nemico —

Il colonnello Corte, marciava alla testa della collonna, coi suoi
aiutanti, e disponeva — con quel sangue freddo che lo distingue
— l'attacco in buon ordine — e collo slancio degno dei volontari
Italiani —

Per un pezzo, tutto andava bene, ed il nemico ripiegava davanti alla
bravura dei nostri — ma rinforzato dalle riserve, che coronavano le
alture di Monte Suello — ed i nostri militi trovando sempre posizioni
più formidabili — essi furono alla fine fermati nel loro slancio,
ed un numero grande di feriti, venendo indietro per lo stradale,
sostenuti dai loro compagni, alcuna confusione comunicarono nella
collonna — Perdemmo uno dei nostri migliori ufficiali — in quell'affare
— il Capitano Bottino — e tanti altri prodi militi — Il numero de'
feriti nostri, fu certo molto maggiore di quello dei nemici — Solito
apannaggio conferito ai volontari Italiani dal solito consiglio Aulico
— dovendo loro combattere sempre con catenacci — contro armi superiori
— E quì trattavasi di carabine Tirolesi, essendo i nostri nemici tutti
di quei montanari. Fuga non vi fu veramente — il timore non invase i
nostri giovani militi — ma erano affranti dalla fatica delle marcie
anteriori alla pugna, e dall'assalto in posizioni così difficili — La
maggiore parte — e massime il 3º reggimento — sprovvisto di giberne,
non avevano un solo cartuccio asciutto — Dei fucili pessimi che non
facevano fuoco, o se lo facevano, non arrivavano il nemico — che armato
di superbe carabine ci fulminava.

Infine la giornata restò indecisa, e si rimase nelle posizioni occupate
sotto Monte Suello — Ferito alla coscia sinistra, io fui obligato di
ritirarmi — lasciando il comando al colonnello Corte, che si sostenne
bravamente, tutto il resto della giornata nelle posizioni acquistate —
Il colonnello Bruzzesi del 3º lo coadiuvò valorosamente —

All'alba del 4, essendosi ritirato il nemico da Monte Suello, noi
l'occupammo col battaglione Cairoli del 9º reggimento — al quale —
avendolo trovato sulla strada verso Barghe — avevo ordinato di marciare
avanti nel giorno antecedente. Nello stesso giorno, si occupò Bagolino
ed il Caffaro —

Il resto dei corpi volontari, ancora sprovvisti del necessario —
venivano avanti, ma lentamente — verso il Tirolo — per essere obligati
di provvedersi cammin facendo —

Lodrone e Darzo, furono occupati con poca resistenza, e finalmente si
occupò ponte Dazio, e Storo, ove si stabilì il mio quartier generale
— Storo piccolo villaggio al confluente delle due valli Giudicaria
e d'Ampola — era per noi importante — ma per esserlo veramente: si
dovevano occupare le alture che lo dominano — massime Rocca Pagana —
altissimo pico che lo minaccia quasi verticalmente —

Dovendo penetrare nella Giudicaria poi, conveniva, indispensabilmente,
impadronirsi prima del forte d'Ampola, che padroneggia la valle dello
stesso nome, e che mette nella val di Ledro, da dove il nemico poteva
sboccare, e tagliarci, — impadronendosi di Storo e ponte Dazio — dalla
nostra base d'operazione, Brescia —

Avendo coperto la nostra sinistra, coll'occupazione di Condino, e
le alture di ponente tutta la nostra cura, fu rivolta nel dominare e
circuire il forte d'Ampola —

In quei giorni ci giunse la famosa 18ª brigata comandata dal maggiore
Dogliotti — con 18 magnifici pezzi da 12 —

Con tale brillante artiglieria, io ho potuto formarmi una idea esatta
— di ciò che vale la nostra artiglieria Italiana — ch'io stimo con
orgoglio, non seconda a nessuna nel mondo — Il 16 luglio, il nemico
tentò di cacciarci da Condino — I nostri contrariamente agli ordini
miei, si erano spinti da Condino sino a Cimego — ed occuparono il
ponte, ivi esistente sul Chiese — senza provvedere di guarnir le alture
— indispensabili in quel paese scoscese — per proteggere la forza che
si trova nella valle —

Il nemico con forze superiori delle tre armi — respinse i nostri da
Cimego — e senza alcuni pezzi della nostra eccellente artiglieria
— giunta in quei giorni — la giornata poteva costarci molto.
Fortunatamente le perdite non furono grandi e quivi come sempre,
l'inferiorità dei nostri fucili fu causa delle perdite nostre —
maggiori di quelle del nemico —

Il maggiore Lombardi, uno dei prodi, di tutte le pugne Italiane, e dei
migliori ufficiali nostri, morì in quel giorno sul campo —

Lo stesso giorno tornando da Condino a Storo in carozza — un'imboscata
nemica su Rocca Pagana — ci fulminò per un pezzo — ma senza
ferimenti. In tale giorno a Condino, si distinse molto il collonnello
Guastalla —

I prodi generali Haug, e maggiore Dogliotti incaricati dell'assedio
del forte d'Ampola — lo condussero presto a buon segno — I volontari
arrampicati sulle scoscesissime montagne, che lo dominano, ridussero
gli assediati a non potere mostrare la faccia all'aperto in nessuna
parte, e lo circuirono complettamente —

I pezzi portati a spalla dai volontari ed artiglieri — o tirati con
corde fra i dirupi sulle alture, fecero ben presto un mucchio di
macerie — non delle casamatte, di grande solidità, ma di tutti gli
edifizi attigui a quelle —

Molte granate tirate dai bravi artiglieri nostri penetrarono per le
canoniere e fecero stragi — Un pezzo nostro collocato sulla strada
dal valoroso tenente Alasia — che vi perdè la vita — contribuì molto a
sconcertare il nemico —

Infine, dopo pochi giorni d'assedio, di canoneggiamento, e di fucilate
— si arrese quel piccolo — ma per noi importantissimo forte —

La guerra del Tirolo, come in tutti i paesi di montagne — non può
essere condotta, senonchè col possesso delle alture — Invano si
tenterebbe anche con forze formidabili, contro minori d'inseguire il
nemico nelle valli — Questo coi suoi eccellenti tiratori sulle vette
dei monti, e sui pendii — farebbe sempre una strage delle truppe,
avanzando per le strade delle vallate —

Perciò ad eccezione del monte Suello — ove, forse per impazienza — non
ci attennemmo esattamente a tale massima — tutte le nostre operazioni
in avanti, furono sempre precedute dall'occupazione dei monti
circostanti — e quantunque i cacciatori Tirolesi, sieno pratici di
quel genere di guerra — armati di eccellenti carabine — che maneggiano
con una maestria stupenda — e che sono anche soldati valorosi — se si
arriva a dominarli dalle creste — essi cedono — e la tenacità nostra
nel procedere avanti — fu sempre coronata dal successo, ad onta di
perdite ben considerevoli — Successo dovuto all'occupazione delle
alture particolarmente —

«Fare l'aquila» era quindi il motto prevalso tra i volontari — a cui si
raccomandava particolarmente — «Fare l'aquila» cioè impadronirsi delle
alture — pria di qualunque marcia avanti per le vallate — Tale massima
deve osservarsi anche nelle ritirate — ove il terreno e le circostanze
lo permettano —

La resa del forte d'Ampola, e l'occupazione della catena di monti che
stendonsi da Rocca Pagana, sino alle sommità del Burelli, Giovio,
Cadrè, ecc. — dominando le due valli di Ledro, e Giudicaria — ci
apersero facile la via in val di Ledro — e potemmo stendere la testa
della nostra collonna di destra, sino a Tiarno e Bezzeca —

Il nostro movimento per la destra, in val di Ledro — era tanto più
importante — poichè si doveva da quella parte, proteggere la giunzione
del 2º reggimento, ingolfato per il Monte Nota, verso Pieve Molina, ed
il lago di Garda — contrariamente ai miei ordini che lo chiamavano per
la val Lorina su Ampola — a coadjuvarvi l'assedio — Quel reggimento
si era disordinatamente portato troppo a destra — ed esposto ad esser
distrutto dal nemico — ad onta, che le sue singole compagnie, si erano
valorosamente battutte contro nemici superiori —

Io dissi anteriormente: aver lasciato il 2º reggimento a Salò, in
protezione della flottiglia arsenale e forti — Lo stesso era stato
cambiato dal 10º reggimento — ed ebbe ordine di marciare per val
Vestina sulla destra nostra, salir quella giogaja, e discendere per val
Lorina su Ampola —

Molti furono i disagi e fatiche sofferti in quella marcia dal 2º e non
pochi gli errori commessi — E se la resa d'Ampola avesse tardato un
giorno solo — o noi ritardato l'occupazione di Bezzeca — certo, quel
reggimento era perduto, come si vedrà da quanto segue —

Premendomi l'occupazione di val di Ledro — massime per assicurare
la giunzione del 2º reggimento — io avevo ordinato al generale Haug,
di lasciare al maggiore Dogliotti, la cura dell'assedio d'Ampola — e
di portarsi nella valle suddetta, con quanta forza poteva prelevare
dall'assedio.

Era impresa ardua — pria della resa del forte — e non potè eseguirsi
— È vero: che la brigata Haug componendosi del 7º e del 2º — il primo
quasi tutto occupato — ai lavori d'assedio — e del 2º essendovi poche
compagnie su Ampola — era ben arduo eseguire l'ordine mio —

Comunque io ero inquieto sulle sorte del 2º reggimento — e subito la
resa effetuata — non perdei un momento a spingere sulla val di Ledro
— il quinto reggimento — unico rimasto in riserva — le compagnie dei
diversi reggimenti, che avean contribuito alla capitolazione d'Ampola
— e due battaglioni del 9º reggimento — che occupava le alture di monte
Giovio, ecc. —

Il movimento per val di Ledro, fu fatto a tempo, poichè il nemico
avendo riunito nella valle di Conzei, sei milla de' suoi migliori
soldati — scendeva per quella valle su Bezzeca coll'intenzione
di separare i distaccamenti del 2º reggimento da noi — e farli a
pezzi —

La valle di Conzei, scendendo da tramontana, giunge perpendicolarmente
nella valle di Ledro, a Bezzeca —

Il 20 — essendo la strada d'Ampola libera — dopo la reddizione del
forte — la nostra testa di collonna di destra aveva occupato quel
villagio — e nella notte fu mandato un battaglione del 5º reggimento —
comandante Martinelli — in ricognizione sulle alture orientali —

Cotesto battaglione — non so di chi la colpa — o per caso — trovossi,
all'alba, avvilupato da forze nemiche considerevoli — e fu obligato
di retrocedere con perdite considerevoli — Gli avanzi di detto
battaglione, perseguiti dal nemico, si ripiegarono sulla collonna
principale, che occupava Bezzeca, ed i villagi attigui a tramontana di
quello — ed ivi s'impegnò un serio combattimento —



                                                          4º periodo.

CAPITOLO IV.

Combattimenti di Bezzeca — 21 luglio.


Il nemico gonfio de' suoi primi successi — venne avanti, con
un'intrepidezza, alla quale erimo poco assuefatti — e successivamente
cacciò da tutta la valle di Conzei, i nostri — Invano si era collocato
una batteria da 8, in avanti di Bezzeca, che lo fulminò per un pezzo
— Invano i capi, e gli ufficiali nostri, alla testa dei volontari
— pagando di persona, si precipitarono alla carica per arrestarlo —
Invano! Sino a Bezzeca, tutte le posizioni nostre, furono guadagnate
dal nemico — ed egli, non solo occupò quel villagio — ma si spinse
avanti dallo stesso, e portò un distaccamento sulla destra nostra — ad
Ostro della val di Ledro — ad attaccarci di fianco —

Io ero partito all'alba da Storo in carozza — essendo fresca ancora la
mia ferita del 3 Giugno — e dalle notizie avute — non mi aspettavo a
trovar la mia gente impegnata in sì fiero combattimento — Avevo però —
lasciando Storo — dato ordine di marciare avanti alla mia direzione —
per le 3 p. m. al 7º reggimento — ed al 1º bersaglieri —

Giunto nelle vicinanze di Bezzeca, il cannone e le fucilate — mi
avvisarono della pugna impegnata — Feci chiamare il generale Haug per
averne contesa — e dai raguagli, vidi che si trattava di un affare
serio —

Ambi convenimmo di far occupare le alture di Sinistra, coi battaglioni
del 9º reggimento che cominciavano ad arrivare — E ben ci valsero,
poichè la salvazione prima della giornata, furono quelle posizioni —
occupate dai prodi di quel reggimento — e lo dico con vero orgoglio:
capitanati da mio figlio Menotti — I due battaglioni del 9º eran
comandati da Cossovich e Vigo Pelizzari — ambi dei Mille, e ben degni
d'esserlo —

Nel centro e sulla destra nostra, i volontari venivano indietro — e lo
stesso la batteria suddetta, facendo fuoco in ritirata e comportandosi
valorosamente —

Un cannone di cotesta batteria, ebbe tutti i cavalli morti, e i
serventi morti o feriti — meno uno — Questo prode, dopo d'aver mandato
l'ultimo projetto al nemico, montò a cavallo del suo pezzo, con tanto
sangue feddo — come se si fosse trovato su d'un campo di manovre —

In quel mentre, il maggiore Dogliotti mi avvisò tenere indietro una
batteria fresca — Avanti! io gridai; e quella brava gente — in pochi
minuti — giungeva al galoppo — obliquava a destra, collocava i suoi sei
pezzi, sopra un terreno, gentilmente elevato — e fulminava il nemico,
con tiri tali, che più sembravano fuoco di moschetteria — anzichè di
cannone — tale era la lor celerità —

De' sei pezzi in ritirata se ne agiunsero tre alla batteria fresca —
ciocchè formò un insieme di 9 bocche a fuoco formidabili —

Tutti gli ufficiali del mio quartier generale, e quanti mi capitavano
a portata della voce — ebbero da me incarico, di ragranellar gente,
e spingerla avanti — Canzio, Ricciotti, Cariolatti, Damiani, Ravini,
ed altri, si precipitarono alla testa di un nucleo di valorosi — e
coadiuvati dall'intrepido 9º sulla sinistra — fugarono il nemico già
scosso dal fulminar della nostra artiglieria — oltre Bezzeca ed i
villagi attigui —

Il nemico non resse più e si diede, ad una ritirata completta,
abandonando tutte le posizioni acquistate, sino ben in su nella valle
di Conzei, e per i monti da levante —

Cotesto combattimento del 21 Agosto, il più serio e micidiale di tutta
la campagna, ci costò un gran numero di morti e feriti. Tra i primi,
cadeva l'eroico collonnello Chiassi, alla testa del suo reggimento —
Furon feriti: i prodi maggiori Pessina, Tanara, Martinelli — i capitani
Bezzi, Pastore, Antongina — e tanti altri dei migliori —

Il nemico pure, ebbe tali perdite — che da quel giorno abbandonò ogni
idea di difendere il Tirolo Italiano — e prese disposizioni di ritirata
sul Tirolo Tedesco —

Il 22, io passeggiai in carozza sino a Pieve di Ledro — ove trovai il
collonnello Spinazzi, con parte del suo 2º Reggimento — Si osservi che
Pieve, era a un tiro di carabina da Bezzeca —

Chiesi a quel collonnello: da quanto tempo si trovava in quella
posizione — e mi rispose da tre giorni — Io rimasi confuso, e dimandai:
perchè non avea preso parte al combattimento del giorno antecedente
— Mi disse: per mancanza di munizione — Lo lasciai — ed ordinai al
generale Haug, che lo arrestasse, subito dopo aver riunito il suo
reggimento —

Nel contegno del collonnello Spinazzi — pare vi fossero sintomi di
demenza — poichè la condotta antecedente di quel capo per quanto
sapessi — non era stato da vigliaco — poi, per codardo che possa
essere un'uomo, quell'uomo — con parte d'un reggimento, che avea
valorosamente combattutto, colle sue singole compagnie — non poteva
rimanersi indifferente, ad un chilometro di Bezzeca, ove la pugna durò
dall'alba sino alle 2 p. m. — ove il cannone avea ruggito per 9 ore —
ed ove erano accanitamente impegnati dodici milla uomini da una parte e
dall'altra —

Dal suo processo però, pare ch'egli non si trovasse il 21 a Pieve
di Ledro — ma bensì sul monte Nota, che domina ad ostro quel paese —
(ciocchè mi conferma nella mia opinione di demenza in quello sventurato
ufficiale) che sul monte Nota riunì un consiglio de' suoi ufficiali,
che decisero di marciare verso il campo di battaglia ove finalmente,
per troppo lentezza, giunsero tardi —

Il 2º reggimento con un capo attivo poteva compiere una parte ben
gloriosa in quella giornata — Esso si trovava giustamente alle spalle
del nemico, quando questo occupava Bezzeca — ed impadronendosi delle
alture a levante — che dominano cotesto villagio — esso, complettava
un trionfo che avrebbe costatto agli Austriaci, la lor artiglieria, e
molti prigionieri —

Basta portarsi sul luogo, per capacitarsi della verità della mia
asserzione — Al contrario quel bel reggimento, per la salvezza del
quale, si combatteva a Bezzeca, con tanto spargimento di sangue,
rimaneva inoperoso, senza giovarci menomamente —

Serva tale fatto, ad esempio dei giovani ufficiali — Ove il cannone
rugge — e che si sa esservi i compagni impegnati — non v'è scusa che
tenga — là si deve marciare — Vi mancano munizioni — ebbene — i feriti
ed i cadaveri ponno provvedervele — Là si deve marciare, ripeto: almeno
che non abbiate altra missione, od ordini contrari ben espressi —

Io non narrerò i combattimenti parziali — eseguiti nei monti, e ve ne
furono dei ben gloriosi, a cui certamente non ho potuto assistere —
Dirò soltanto che nel 21, il nemico, per mascherare il serio movimento
su Bezzeca, aveva accennato con una forza rispettabile, anche su
Condino — ove il prode generale Fabrizi — capo di Stato Maggiore
lo respinse colla brigate Nicotera e Corte — ed alcuni pezzi di
artiglieria —

Anche su Molina, verso il lago di Garda — vi furono due impegni
col nemico — in varie circostanze, in cui alcune compagnie del 2º
reggimento combatterono valorosamente —

Dopo il 21 — non comparì più il nemico — ed avendo spinto il colonnello
Missori, colle sue guide — in avanti di Condino in esplorazione —
seppi esser disoccupata tutta la valle sino ai forti di Lardaro —
Lo accennare, ed operare, verso la nostra sinistra — per la valle
Giudicaria — come si fece — avea per oggetto la congiunzione della
collonna Cadolini — che lasciando val Camonica, si dirigeva verso noi,
per le valli di Fumo, e di Daone —

Contemporaneamente ai combattimenti di Bezzeca e Condino — ne avveniva
uno alla nostra sinistra — nei monti — ove il maggiore Erba — con
distaccamento — credo del primo reggimento — si era sostenuto contro
una forza superiore di nemici — Ciocchè prova — esser molto numerosi
gli Austriaci che ci stavano di fronte —

Sgombra di nemici, la valle Giudicaria — la giunzione con Cadolini fu
facile — e riconosciuti i forti di Lardaro — io decisi un movimento
per la destra su Riva ed Arco — e già si prendevano disposizioni,
per rinforzare il generale Haug, incaricato di quell'ala, e di tale
operazione — Ma l'ordine del 25 Agosto, di sospendere le ostilità,
ci colpì al principiare di quella mossa — La campagna del 66 — è così
impronta di eventi sciagurati — che non si dire: se si debba imprecare
alla fatalità — o alla malevolenza di chi la dirigeva — Il fatto sta:
che dopo d'aver faticato tanto, e sparso tanto sangue prezioso, per
giungere a dominare le valli del Tirolo — al momento di raccogliere il
frutto delle nostre fatiche — noi fummo arrestati, nella marcia nostra
vittoriosa — Non si terrà tale asserzione per esagerata — quando si
sappia: che il 25 Agosto — giorno in cui ci fu imposta la sospensione
d'armi — non si trovavan più nemici sino a Trento — che Riva si
abbandonava, gettando i cannoni della fortezza nel lago — che per
due giorni, non si potè trovare il generale nemico — a cui si doveva
partecipare la sospensione — che il 9º reggimento nostro, già scendeva
dai monti, alle spalle dei forti di Lardaro, senza nessun ostacolo —
naturalmente — giacchè tutta la guarnigione di quei forti, consisteva
in meno di una compagnia — Infine, che il generale Khun comandante
supremo delle forze Austriache nel Tirolo — in un'ordine del giorno,
anunciava: che non potendo difendere il Tirolo Italiano si ripiegava
alla difesa del Tirolo Tedesco —

In quel giorno il generale Medici, dopo i suoi brillanti fatti d'armi
nella val Sugana — trovavasi a pochi chilometri da Trento — Il generale
Cosenz lo seguiva colla sua divisione — e certo in due giorni — noi
potevamo effetuare la nostra giunzione sulla capitale del Tirolo con 50
milla uomini — Insuperbiti dai nostri vantaggi — ed ingrossati dalle
numerose bande, che già si formavano nel Cadore, Friuli ecc. — cosa
non avressimo potuto tentare! Invece, io sono qui ad insudiciar carta
perchè i venturi sappino delle nostre miserie. Un'ordine del comando
supremo dell'esercito — intimava la ritirata, e lo sgombro del Tirolo —
Io rispondevo: «Ubbidisco» parola che servì poi alle solite querimonie
della Mazzineria — che come sempre: voleva ch'io proclamassi la
Repubblica — marciando su Viena, o su Firenze —

In tutta la campagna del 66 — io fui molto secondato dai miei ufficiali
superiori — non potendo io stesso, dovutamente assistere, ai movimenti
ed operazioni di guerra — per essere obligato in carozza — Chiassi,
Lombardi, Castellini, e i tanti prodi caduti in quella campagna —
riscattarono, col loro nobile sangue, i nostri fratelli schiavi — che
l'Italia, certamente non abbandonerà più allo straniero fosse egli il
diavolo! —

Anche in questa — alcune buone carabine — ci giunsero a guerra finita —
e fermo il dire!

Dal Tirolo ci ritirammo a Brescia — ov'ebbe luogo il scioglimento dei
volontari — e quindi il mio ritiro a Caprera —

_P. S._ Qui pure io devo ricordare alla gratitudine de' miei
concittadini il collonnello Chambers — Inglese, che mi servì d'ajutante
di campo nella campagna del 66 —

Egli al combattimento di Bezzeca, fu a mio fianco durante tutto il
conflitto, con un contegno intrepido — e sarebbe stato veramente più
valevole se conoscitore della lingua Italiana — considerando: esser
tutti i miei ajutanti occupati in diverse missioni —

Anche la sua signora, rese segnalati servigi ai nostri feriti, con cure
personali — e colle sue generose oblazioni, in tutte le epoche —

Una febbre intermittente terribile mi privò per qualche tempo della
cara compagnia del collonnello Chambers —



                                                     4º periodo 1867.

CAPITOLO V.

Agro Romano.


La breve campagna del 67 nell'agro Romano — fu da me preparata, in una
escursione sul continente Italiano ed in Svizzera — ove assistetti al
congresso della _lega della pace e della libertà_ — Io ne assumo quindi
la maggior parte della responsabilità —

Generale della Republica Romana — investito di poteri straordinari,
da quel governo, il più leggittimo, che mai abbia esistito in Italia
— vivendo in un'ozio ch'io ho creduto sempre colpevole, quando tanto
resta ancora da fare per il nostro paese — io mi figuravo con ragione:
esser giunto il tempo di dare il crollo alla barracca pontificia — ed
acquistar all'Italia l'illustre sua capitale —

Aspettare l'iniziativa da «chi tocca» era una speranza come quella
scritta sulle porte dell'inferno — I soldati di Buonaparte non eran più
a Roma — e poche migliaia di mercenari — scoria di tutte le cloache
Europee — dovevano tener a bada una grande nazione — ed impedirla di
far uso de' suoi diritti i più sacri —

Io mi accinsi alla crociata — Pria nel Veneto — e poi nelle altre
provincie nostre, che avvicinano Roma — I due governi di Parigi e
di Firenze — coi loro segugi, mi tenevano dietro — com'era naturale
— Molti furono i buoni che mi coadjuvarono nell'impresa — e non
pochi coloro che la contrariarono massime la Mazzineria, che si
dice indebitamente partito d'azione — e che non tolera iniziativa
emancipatrice a chicchessia —

Infine dopo d'aver girovagato per l'Italia — ed al mio ritorno della
Svizzera — credendo non dover più indugiare — mi decisi all'azione —
verso settembre —

Nello stesso tempo che si preparava il moto al settentrione —
chiedevasi il concorso degli amici dell'Italia meridionale — per
operare simultaneamente su Roma —

Io avea però fatto il conto senza l'oste — ed una bella notte —
giunto a Sinalunga, ove fui gentilmente accolto ed ospitato — venni
arrestato per ordine del governo Italiano, e condotto nella cittadella
d'Alessandria —

Da Alessandria — ove mi lasciarono alcuni giorni — fui condotto a
Genova, e da questa a Caprera — attorniando l'isola con bastimenti da
guerra — Eccomi prigioniero nella mia dimora — guardato a vista e ben
da vicino — da fregate corazzate minori piroscafi — ed alcuni legni
mercantili, che il governo avea noleggiati a tale proposito — La spinta
data al movimento sul continente, e ch'io stesso non avevo potuto
iniziare per i motivi suddetti — non avea mancato di aver effetto tra i
nostri amici, che non si scoraggirono per la mia detenzione —

Il generale Fabrizi mio capo di Stato maggiore con altri generosi —
formarono un comitato di provvedimento a Firenze — Il generale Acerbi
entrò con una collonna di volontari nel Viterbese; Menotti con altra,
entrò per Corese, anche sul territorio Pontificio — e l'eroico Enrico
Cairoli, con suo fratello Giovanni, ed una settantina di coraggiosi,
gettandosi in barca nel Tevere — portavan armi ai Romani che ne
mancavano —

Dentro Roma pure il prode maggiore Cucchi, con un pugno di valorosi —
entrato con molto rischio della vita — organizzavano la rivoluzione
interna — che combinata cogli assalitori di fuori doveva finalmente
rovesciare quel mostruoso potere del papato — che come un canchero
posa nel cuore dell'infelice nostro paese. Io non ero esattamente
informato d'ogni cosa nella mia prigionia di Caprera — ma, da quanto
avevo lasciato ne supponevo lo svolgimento — e poi, dai giornali, e
dalla voce publica — qualche cosa si udiva — e di certo: che i miei
figli ed i miei amici, erano sulla terra Romana alle mani coi mercenari
pretini —

Lascio pensare: s'io potevo rimanermi ozioso — mentre quei miei cari,
per istigazione mia, trovavansi pugnando per la liberazione di Roma
— il bello ideale di tutta la mia vita! — Grande era la vigilanza di
coloro, che avean per missione di guardarmi — e molti i bastimenti e
mezzi, di cui potevan disporre — ma maggiore era il mio desiderio di
compiere il mio dovere, ragiungendo i coraggiosi che pugnavano per la
libertà Italiana —

Il 14 Ottobre 1867 — alle 6 p.m. io abbandonavo casa mia, dirigendomi
verso il mare a settentrione — Giunsi alla spiaggia — e vi trovai
il _beccaccino_ — piccolo legno comprato nell'Arno — e capace di
trasportare due sole persone —

Il beccaccino, trovavasi casualmente — a pochi metri della spiaggia —
e dalla parte di levante d'un piccolo magazzino che serve a metter le
imbarcazioni al coperto — Nella stessa parte trovavasi una pianta di
lentisco che copriva quasi intieramente il minuto schifo — dimodocchè i
miei regi guardiani non avean potuto scoprirlo —

Giovanni, un giovane Sardo, custode della Goletta — dono generoso
de' miei amici Inglesi — che si trovava nel porto dello stagnatello
— Giovanni dico: stava nella spiagia aspettandomi — Col suo ajuto,
posi il beccaccino in acqua, e m'imbarcai — Egli partì col palischermo
della goletta cantarellando — Io costeggiai a sinistra la spiaggia
della Caprera — facendo meno romore d'un'anitra — ed uscì in mare per
la punta dell'Arcaccio — ove Frosciante altro mio fido — e Barberini
ingegnere di Caprera avevano esplorato il terreno per timore di alcuna
imboscata —

I miei custodi erano molti — Essi occupavano le isolette del porto
dello Stagnatello — ove tenevano una barcaccia da guerra, con altre
minori, pattugliando in ogni direzione, tutta la notte — meno nella
direzione da me scelta, per uscire dalle loro unghie —

Era plenilunio, circostanza, che rendeva più difficile assai la mia
impresa — e secondo i miei calcoli: la luna dovea uscire dal Teggialone
(montagna che domina la Caprera) — un'ora circa, dopo il tramontar del
sole — Io dovevo quindi profitare di quell'ora per il mio passaggio
alla Maddalena — non prima ne più tardi: prima mi avrebbe tradito
il sole — e più tardi la luna — Una circostanza imprevista che mi
favorì molto fu la seguente: Maurizio, assistente mio, era andato
alla Maddalena in quel giorno — e verso quell'ora tornava in Caprera
— Un po allegro forse, non badò al «chi viva» delle barche da guerra
che incrociavano numerose nel canale della Moneta che separa la
Maddalena dalla Caprera — e coteste barche lo fulminarono di fucilate,
che felicemente non lo colpirono — Per combinazione ciò succedeva,
mentre io stava operando la mia traversata, favorito pure dal vento di
scirocco, le di cui piccole ondate servivano mirabilmente a nascondere
il beccaccino, che apena usciva d'un palmo dalla superficie del
mare —

La mia pratica — acquistata nei fiumi dell'America, nelle canoe
Indiane, che si governano con un remo solo — mi valse sommamente — Io
avevo un remo, o pala di circa un metro, con cui potevo remare, con
tanto romore quanto ne fanno gli acquatici —

Dunque, mentre la maggiore parte de' miei custodi si precipitavano su
Maurizio — io tranquillamente, traversavo lo stretto della Moneta, ed
approdavo nell'Isolella, divisa dalla Maddalena da un piccolo canale
guadabile —

Giunsi a Greco dell'Isolella, e vi approdai fra i numerosi scogli che
la circondano — quando il disco della luna, spuntava dal Teggiolone
— tirai il beccaccino in terra, e lo nascosi nella macchia — poi, mi
diressi ad ostro, per passare il canale guadabile, e dirigermi verso la
casa della Signora Collins —

Nel canale suddetto, mi avevano aspettatto il Maggiore Basso, ed il
capitano Cuneo amico mio — che avean supposto il mio passaggio in
quella parte — ma il cataclisma Mauriziano — e la quantità di fucilate
che credettero sparate contro di me — li persuase esser affare finito
— ed io morto o almeno prigioniero — Presero quindi la decisione di
ritirarsi alla Maddalena —

Indebolito dagli anni e dai malanni — l'agilità mia era poca — tra
gli scogli e cespugli dell'isola della Maddalena — Per fortuna ero
illuminato dalla luna, che avrei temuto sul mare — ma che benedivo in
quel mio difficile transito — tanto più difficile: che avendo dovuto
passare il canale guadabile senza scalzarmi, per essere irto di punte
granitiche, avevo gli stivali pieni d'acqua — e quindi il canticchiare
dei miei piedi nel bagno — cosa ben dispiacevole camminando — In tale
stato, giunsi con tutte le precauzioni possibili in casa della Signora
Collins — e vi fui accolto generosamente —



                                                          4º periodo.

CAPITOLO VI.

Sardegna — Traversato sul mare — Continente.


In casa della Signora Collins — ove ricevetti la più gentile, ed
amichevole ospitalità — io rimasi sino alle 7 p.m. del 15 Ottobre
1867 —

A quell'ora giunse in casa della Signora suddetta il mio amico Pietro
Susini col suo cavallo — Montai — e con quella guida praticissima
— attraversai l'isola della Maddalena, e giunsi a calla Francese, a
ponente dell'isola — ove m'aspettavano Basso ed il capitano Cuneo — con
uno schifo ed un marinaro —

M'imbarcai, ed attraversammo in sei lo stretto che divide la Maddalena
dalla Sardegna — Giunti sul territorio della Sardegna, e rimandata
la barca alla Maddalena — vi passammo il resto della notte in una
Conca,[113] vicino allo stazzo[114] di Domenico N. e verso le 6 p.
m. del 16 — dopo d'aver riuniti tre cavalli — c'incamminammo — metà a
piedi in principio, e tutti a cavallo poi — traversammo i monti della
Gallura, il golfo ed il paese di Terranova — ed all'albeggiare del 17,
ci trovammo sulle alture che dominano il porto di S. Paolo —

Non trovando in Porto di S. Paolo, il legno — che Canzio e Vigiani vi
dovevano tenere — passammo la mattinata nello stazzo di Nicola — ed il
capitano Cuneo, ad onta della stanchezza di quindici ore di cavallo,
si spinse verso ostro a porto Prandinga — ove ci aspettavano i nostri
amici — colà giunti felicemente dopo molte peripezie — colla paranzella
_S. Francesco_ —

Prima di lasciare la Sardegna, io devo una parola di lode e di
gratitudine, ai buoni amici che mi facilitarono la liberazione —

I capitani Giuseppe Cuneo e Pietro Suzini si adoperarono a mio favore
d'un modo veramente lodevolissimo — Buoni, coraggiosi e molto pratici,
essi ci servirono di guida, di consiglio — ed affrontando con noi, i
disagi, le fatiche, ed il rischio — non ci vollero lasciare, senonchè
dopo d'averci accompagnati sul _S. Francesco_ —

Domenico N. del primo stazzo — tolse il solo materazzo che aveva
dal letto ove giaceva la moglie inferma — e lo portò nella Conca per
accomodarvi il mio letto — con alcuni cussini — Tale è l'ospitalità
Sarda — Egli fu operosissimo nel procurarci tutti i cavalli necessari
— senza i quali, sarebbe stato quasi impossibile il nostro viaggio
attraverso i monti della Gallura — Nicola dello stazzo di porto S.
Paolo — subito che m'ebbe conosciuto, ad onta del mio travestimento,
e della barba e capelli tinti — mi accolse con quella franchezza, e
benevolenza — che distingue il ruvido, ma generoso e fiero pastore
Sardo — Io sono innamorato del popolo Sardo in generale — ad onta di
difetti che le si attribuiscono e sono certo — che con un buon governo
— che volesse veramente occuparsi della prosperità, e progresso di
cotesto buona, ma poverissima popolazione — si potrebbe fare di essa,
una delle prime — ricca com'è d'intelligenza e di coraggio —

Grande ed ubertosissima terra — un vero Eden, si farebbe della Sardegna
— oggi un deserto — ove la miseria, lo squallore, la mal'aria sono
impronte sulle caratteristiche fisionomie degli abitatori — Il governo
che per disgrazia di tutti, regge la penisola, appena sa se esiste
una Sardegna — occupato com'è a preparare una schifosa reazione, e ad
impiegare i tesori dell'Italia — a comprare spie, poliziotti, preti, e
simile canaglia — demoralizzando e rovinando l'esercito, per compiere
le voglie libidinose del Buonaparte — di cui non è che una miserabile
prefettura (1867) —

Il 17 Ottobre 1867, alle 2 p. m. circa, io abbracciavo affetuosamente,
i cari Canzio e Vigiani, a bordo della paranza _S. Francesco_ — Essi
aveano compiuto una difficilissima missione — affrontando disagi e
perigli per liberarmi —

Alle 3 p. m. dello stesso giorno, si salpava, e con vento da Scirocco,
mediocre — dopo una bordata, la paranza navigava fuori di Tavolara, con
prora a Tramontana quarta a Greco —

Il 18 verso i meriggio, avvistammo Monte Cristo, e nella notte stessa
entrammo nello stretto di Piombino —

Il 19 albeggiò minaccioso, con vento forte da Ostro e Libeccio con
pioggia — Tale circostanze favorirono il nostro approdo a Vado — tra il
canale di Piombino e Livorno —

Il resto del giorno 19, si passò in Vado, aspettando la notte per
sbarcare — Verso le 7 p. m. sbarcammo sulla spiaggia algosa ad Ostro di
Vado — in cinque: Canzio, Vigiani, Basso, Maurizio ed io —

Vagammo per un pezzo a trovar la strada — essendo quella spiaggia assai
paludosa — ma ajutato nei passi più difficili dai miei compagni — potei
giungere con loro, nel villagio di Vado — ove per fortuna Canzio e
Vigiani trovarono subito due biroccini, e via per Livorno — A Livorno
si giunse in casa Sgarellino — ove trovammo le sole donne, che ci
accolsero con molta benevolenza — Ivi, venne Lemmi, che da vari giorni
ci aspettava con una carozza, per condurci a Firenze — Montammo, e si
giunse nella capitale verso la mattina — accolti con gentile ospitalità
in casa della famiglia Lemmi —

Il 20 — in Firenze, fui accolto dagli amici, e dalla popolazione, a
cui non si potè nascondere il mio arrivo — Accolto con dimostrazioni
di gioia — eppure trattavasi di acquistar Roma capitale d'Italia — e
togliere il primato alla metropoli madre di Galileo, e di Michelangelo
— Ed il generoso popolo di Firenze, giubilava — Grande e vera
manifestazione di patriotismo — di cui l'Italia — come a Torino, in
pari circostanza — deve tener conto —

Ragiungere i miei fratelli d'armi — ed i miei figli, che si trovavano
al campo in presenza dei nemici — era il mio gran desiderio e quindi fu
breve la mia permanenza nella capitale — Passai a Firenze il resto del
giorno 20 e tutto il 21 Ottobre — Il 22 con un convoglio speciale, mi
avviai verso la frontiera Romana sino a Terni, e di là in carozza per
il campo di Menotti — che raggiunsi il 23, al passo di Corese —

Essendo la posizione di Corese, poco idonea ad una difesa, per truppe
in pessima condizione — com'erano i nostri poveri volontari — marciammo
per monte Maggiore — e da questa posizione, nella notte dal 23 al 24
— ci dirigemmo in diverse collonne su Monterotondo — ove si sapeva
trovarsi circa 400 nemici con due pezzi d'artiglieria —

La collonna comandata dai maggiori Caldesi, e Valsania, doveva
principiare il suo movimento alle 8 p.m. del 23 — giungere a
Monterotondo verso mezzanote — e procurare d'introdursi nella città con
un'assalto dalla parte di ponente, che si credeva, ed era veramente la
parte più debole — ove le mura di cinta rovinate, erano state supplite
da case, con porte esterne, e quindi di non difficile accesso —

Questa collonna di destra, composta per la maggiore parte di coraggiosi
Romagnoli — per gli inconvenienti inseparabili ad un corpo, non
organizzato — mancante di tutto — stanco — e senza poter trovare guide
pratiche del paese — arrivò di giorno sotto la cinta di Monterotondo
— e fu per conseguenza fallitto l'attacco di notte — È incredibile lo
stato di cretinismo, e di timore in cui il prete, ha ridotto cotesti
discendenti delle antiche legioni di Mario e di Scipione! Io già lo
avevo provato nella mia ritirata da Roma nel 49 — ove con oro alla
mano — non mi era possibile di trovare una guida — E così successe nel
67 —

Quando si pensa: in una città Italiana come Monterotondo — colle porte
di casa — a ponente — che mettevan fuori della cinta — non trovarsi un
solo individuo — capace di darci relazione, su ciò che esisteva dentro
— Mentre noi erimo Italiani per Dio! pugnando per la liberazione patria
— mentre dentro — v'era la più vile ciurmaglia di mercenari stranieri,
al servizio dell'impostura — «Libera chiesa in libero Stato» ha detto
un grande ma volpone statista: Sì! ebben lasciatela libera cotesta nera
gramigna — ed avrete i risultati ch'ebbero la Francia e la Spagna —
oggi, per i preti cadute all'ultimo gradino delle nazioni —

La collonna di sinistra comandata da Frigezy, giunse fuori di
Monterotondo a Levante, occupò il convento dei Capuccini verso le 10
a.m. colle posizioni adjacenti — e spinse alla sua sinistra alcune
compagnie, per darsi la mano coi corpi nostri di destra — ciocchè fu
impossibile per tutto il giorno 24 — essendo tremendo il fuoco nemico
da quella parte — La collonna del centro — guidata da Menotti — con
cui mi trovavo — avendo marciato da Monte Maggiore, direttamente
all'obbiettivo, fu pure arrestato da' passi disagevoli della strada
Moletta — e nonostante giunse la prima all'albeggiare, sotto le
posizioni che contornano Monterotondo da Tramontana —

Io ordinai a questa collonna, comandata da Menotti — e composta per la
maggiore parte dai prodi bersaglieri Genovesi di Mosto e Burlando — di
occupare le forti posizioni settentrionali, già accennate — ma di non
assaltare — pensando poter combinare l'attacco colle altre collonne
che dovevano giungere a poca distanza di tempo — Ma lo slancio dei
volontari non potè trattenersi — ed invece di limitarsi ad occupare le
posizioni suddette — essi si lanciarono all'assalto di porta S. Rocco
— affrontando un fuoco micidialissimo — che da tutte le finestre del
paese — in quella parte — li fulminava —

Essendomi allontanato dalla collonna del centro sulla sinistra, per
potere scoprire la collonna di Frigezy, che doveva giungere da quella
parte — io mi accorsi con pena e stupore dell'impegno in cui s'eran
avventati i bersaglieri Genovesi per troppo coraggio — Quell'attacco
prematuro ci costò una quantità di morti e feriti — valse però a
stabilire nelle case adjacenti a porta S. Rocco, alcune centinaia di
volontari — che più tardi, sostenuti e coadjuvati da compagnie fresche
d'altri corpi — poterono incendiare la porta suddetta — ciocchè ci
valse l'entrata e presa del paese —

Tutto il 24 Ottobre, fu dunque occupato a cingere colle forze
nostre la città di Monterotondo, e la guarnigione composta di zuavi
papalini, per la maggiore parte, armati d'eccellenti carabine, e due
pezzi d'artiglieria — ci fulminava — senza che si potesse rispondere
dovutamente, coi soliti nostri catenacci — e per trovarsi i nemici al
riparo, da non poterne scoprire uno solo —

Monterotondo è dominato dal palazzo dei principi di Piombino — di cui
un giovane di quella famiglia militava con noi — Cotesto palazzo, o
piutosto castello è spaziosissimo e fortissimo — Il nemico ne avea
fatto una fortezza, con delle feritoie tutto attorno ed un parapetto
sulla piattaforma orientale ove teneva i due pezzi — uno da 12 e
l'altro da 9 — Tra i caduti all'attacco di porta S. Rocco — contavano i
prodi maggiore Mosto, gravemente ferito, il capitano Uziel mortalmente
— il mio caro e buon Vigiani che tanto avea contribuito alla mia
liberazione da Caprera — a cui dovevo tante gentilezze — morto! e tanti
altri valorosi! —

Io ricorderò nella pagina seguente i nomi di coloro che cadettero
valorosamente per la liberazione di Roma nel 67 — e non rammentandoli
tutti, certamente, incarico il mio stato maggiore di compiere a quel
sacro dovere:

MORTI

  Achille Cantoni — maggiore
  Vigo Pelizzari — idem
  Martino Franchi — idem
  Martinelli — idem
  Testori Luigi — idem
  Defranchis — idem
  De Benedetti
  Uziel — capitano
  Vigiani Antonio — 1º tenente
  Latini Ercole
  Achille Borghi
  Annighini Antonio
  Lombardi Pio
  Permi Giuseppe
  Conte Bolis di Lugo
  Andreuzzi Silvio — T.te
  Ettore Morasini
  Bovi figlio del maggiore
  Bortulacci Gironimo
  Lenari Sante               } Trovati feriti alla stazione
  Giordano Ettore            } di Monterotondo, dai zuavi
  Scholey Giovanni di Londra } del papa — e massacrati

FERITI

  Bezzi Egisto — maggiore
  Mosto Antonio — idem
  Stallo Luigi — idem
  Gavitani Vincenzo
  Galliani Giacomo
  Manara Domenico
  Sgarbi Antonio
  Mayer di Livorno
  Sgarellino Pasquale
  Capuani Paolo
  Galliani Giacomo



                                            4º periodo, Ottobre 1867.

CAPITOLO VII.

Assalto di Monterotondo.


Cotesto assalto prova abbastanza: a qual punto trovavasi il morale
della gente ch'io comandava — pria della propaganda Mazziniana
che invitava i volontari a tornare a casa per proclamare la
Republica —

Passammo il giorno 24 Ottobre — come abbiamo detto — a cingere
Monterotondo — preparare fascine e zolfo per incendiare la porta di
S. Rocco — e prendere tutte quelle disposizioni d'assalto, che si
poterono —

Le tre collonne comandate da Salomone, Caldesi, Valsania e Menotti —
meno alcune osservazioni verso la via Romana, da dove potevano giungere
soccorsi ai nemici — s'erano massate per l'assalto decisivo di porta S.
Rocco —

Frigezy doveva attaccare simultaneamente la città, da levante — e
possibilmente incendiarvi pure la porta del castello —

L'attacco era deciso per le 4 a.m. del 25 — I nostri poveri volontari,
nudi, affamati, e bagnate le poche vesta si erano sdrajati sull'orlo
delle strade, che le dirotte pioggie dei giorni antecedenti aveano
colme di fango — e rese quasi impraticabili — Pure spossati dalla
stanchezza anche nel fango si sdrajavano quei bravi giovani! Io
confesso: ero quasi disperato di poter far rialzare quei soffrenti per
l'ora dell'assalto — e volli dividere la loro miserabile situazione
sino verso le 3 a.m. seduto tra loro —

A quell'ora, gli amici che mi attorniavano, mi chiesero: ch'io entrassi
un momento nel convento di S. Maria, distante pochi passi, per sedermi
all'asciuto — e mi condussero, unico sedile, in un confessionale — ove
stetti pochi minuti.

Non appena seduto, ed apogiate le spalle addolorate dal star molto
tempo in piedi — quando un rumore come di tempesta — un grido solenne
d'una moltitudine dei nostri, che si precipitavano nell'uscio della
porta ardente mi fece risaltare, e correre con quanta celerità potevo
verso la scena d'azione — gridando anch'io: «Avanti!» —

Incendiata intieramente la porta, colpita da due piccoli nostri
cannoncini, che sembravan due canocchiali — e non presentando più, che
un mucchio di rovine ardenti — di cui si aspettava l'estinzione — i
nemici ritentavano di barricadarla nuovamente — e perciò cominciavano
ad avvicinarvi, carri, tavole, ed altri oggetti d'ostruzione — Ciò
però non garbava ai nostri, cui tanta fatica e pericolo avea costato
lo incendiarlo — Il primo oggetto che si presentò alla porta spintovi
dai zuavi, fu un carro — ma non ebbero tempo di metterlo a posto —
Una scintilla elettrica, eroica, si sparse come il fulmine nelle fila
dei patriotti — e furibondi, si precipitarono nell'uscio ardente come
energumeni —

Altro che stanchi, spossati, e affamati! — Non avevo forse già visto
operar dei miracoli a cotesta gioventù Italiana! Diffidarne era un
delitto — roba da vecchio decrepito!

Non valsero ad arrestarli, il carro attraversatto — i rottami ardenti,
ammonticchiati sulla soglia — una grandine di fucilate, che pioveva
da tutte le direzioni — Essi mi facevano l'effetto d'un torrente, che
rotti gli argini ed i ripari — si precipita nella campagna —

In pochi minuti la città fu inondata dai nostri, e tutta la guarnigione
rinchiusa nel castello — Alle 6 p.m. si cominciò l'attacco del
castello, essendo i nostri, già padroni di tutti gli sbocchi di strade,
che conducevano a quello — ed avendoli barricati tutti si mise il
fuoco alle scuderie, con fascine, paglie, carri, e quanti oggetti
combustibili vi si trovavano —

Alle 10 a.m. si respinsero con poche fucilate circa due milla uomini —
che da Roma, avanzavano al soccorso degli assediati —

Alle 11, la guarnigione affumicata, e temente di saltare in aria, col
fuoco alle polveri, che tenevan di sotto — alzò bandiera bianca, e si
arrese a discrezione —

Il prode maggiore Testori, poco prima della resa dei nemici, aveva
preso la determinazione di mettersi allo scoperto, alzando una bandiera
bianca, per intimar loro di arrendersi — ma quei mercenari, violando
ogni diritto di guerra, lo fucilarono con vari colpi, e lo lasciaron
cadavere — Ebbi un'immensa fatica, dopo tanti e siffatti atti di
barberie di cotesti sgherri dell'inquisizione — per salvar loro la vita
— essendo i nostri irritatissimi contro di loro.

Io stesso fui obligato di condurli fuori di Monterotondo, e farli
scortare al passo di Correse — da quaranta uomini, agli ordini del
maggiore Marrani —

Successe in Monterotondo, ciocchè succede in una città presa d'assalto
— e che poca simpatia s'era meritata, per il mutismo e l'indifferenza,
quasi avversione — manifestata verso di noi — E devo confessare: che
disordini non ne mancarono — E tali disordini impedirono pure, di poter
organizzare dovutamente la milizia nostra — quindi, poco si potè fare
in quel senso, nei pochi giorni che vi soggiornammo —

Colla speranza, di meglio poter organizzare la gente fuori, tenendola
in moto — toglierla ai disordini della città — ed avvicinarci a Roma
— uscimmo da Monterotondo il 28 ottobre, ed occupammo le colline di S.
Colomba — Frigezy, facendo la vanguardia occupò Marcigliana — e spinse
i suoi avamposti sino a Castel Giubileo, e Villa Spada —

Nella sera del 29, trovandomi a Castel Giubileo, mi giunse un messo
da Roma, che avea parenti nella collonna e quindi conosciuto — egli
mi assicurò esser i Romani decisi a fare un tentativo, d'insurrezione
nella notte stessa — Ciò m'imbarazzò alquanto — non avendo tutta la
gente a mano — Nonostante mi decisi io stesso, di spingermi coi due
battaglioni dei bersaglieri Genovesi — sino al casino dei Pazzi, a due
tiri di fucile dal ponte Nomentana — nell'alba del 30 —

Una guida nostra, con un'ufficiale, che giunsero primi nel casino
stesso, v'incontrarono un picchetto nemico, e vennero con quello a
colpi di revolver — La guida fu ferita leggiermente nel petto — e
siccome era maggiore il numero di nemici — i nostri si ritirarono,
avvisandomi con altri tiri della presenza dei papalini — Ma fecero
tutto ciò con sangue freddo e da valorosi —

Retrocedemmo da quel punto, all'incontro dei due battaglioni in marcia
— e subito ch'essi arrivarono, si occupò il casino dei Pazzi, le case
della Cecchina — ch'è uno stabilimento pastorizio, ad un lungo tiro di
carabina a tramontana dal primo — e la strada, fiancheggiata da un muro
a secco, che va dal casino alle case — Rimanemmo tutto il giorno 30,
in cotesta posizione aspettando di udire qualche movimento in Roma — o
qualche avviso dagli amici di dentro — ma inutilmente —

Verso le 10 a.m. uscirono due collonne nemiche in ricognizione — una
dal ponte Nomentano — l'altra alquanto dopo, dal ponte Mammolo — I
soldati del papa, sulla destra nostra, avanzando in tiratori, a portata
di carabina — ci fecero fuoco tutto il giorno — ma i nostri, ubbedendo
agli ordini, non rispondevano — giacchè sarebbe stato inutile, coi
nostri fucili pessimi — sprovvisti com'erano i Genovesi delle loro
buone carabine — Solamente, quando baldanzosi, o irritati dal nostro
silenzio, i zuavi si avanzarono più vicini — i nostri imboscati al
casino dei Pazzi — ne uccisero quattro — e ne ferirono alquanti —

La nostra posizione, a pochi passi da Roma — ove s'era concentrato
tutto l'esercito papale — era arrischiata — e quando io vidi uscirne
le due collonne, di cui non si poteva precisare il numero chiesi a
Menotti, che si trovava indietro: che ci facesse sostenere da alcuni
battaglioni, ch'egli stesso portò immediatamente —

Persuaso che nulla si faceva in Roma — e meno si sarebbe fatto,
coll'arrivo dei Francesi già anunciato, e realizzato in quei giorni —
io disposi la ritirata su Monterotondo — lasciando molti fuochi accesi,
in tutte le posizioni da noi occupate — per ingannare il nemico —

Qui, la Mazzineria profitò della circostanza per fare il broncio —
e seminare il malcontento tra i volontari — «Se non si va a Roma,
dicevano essi: — meglio tornare a casa —».

E veramente: a casa, si mangia bene, si beve meglio, si dorme caldi — e
poi, anche... la pelle è più sicura.

Le posizioni da noi occupate: Castel de' Pazzi — Cecchina, Castel
Giubileo, ecc. — eran troppo vicini a Roma, e non difendibili contro
forze superiori — convenivano quindi, altre posizioni più forti, e più
lontane — Monterotondo ci offriva tali condizioni, e più facilità per
vivere —



                                         4º periodo, 3 Novembre 1867.

CAPITOLO VIII.

Mentana — 3 novembre 1867.


Il 31 ottobre era tutta la forza dei volontari rientrata in
Monterotondo — e vi rimase sino al 3 novembre —

Tutto quel tempo fu impiegato a vestire alcuni militi, i più bisognosi,
calzarli, armarli organizzarli come si poteva —

Si fecero occupare da tre battaglioni, le forti posizioni di S. Angelo,
Monticelli, e Palombara — comandati dal colonnello Paggi — Tivoli fu
occupato dal collonnello Pianciani, con un battaglione — Il generale
Acerbi, occupava Viterbo con un migliaio d'uomini — il generale
Nicotera occupava Vellettri con un altro migliaio —

Ed il maggiore Andreuzzi operava sulla sponda destra del Tevere con
dugento uomini —

Prima del 31 Ottobre, molti volontari accorrevano ad ingrossare le
collonne comandate da Menotti dimodocchè esse ascendevano già al numero
di circa 6000 uomini —

La situazione dei corpi volontari, quindi, se non era brillante, non
era deplorabile — se avessimo coll'ajuto del paese, potuto complettare
l'armamento, il vestiario, e quanto abbisognavano i nostri poveri
militi —

L'esercito papalino era demoralizzato, ne avevimo battutto una parte
a Monterotondo, ed il resto s'era concentrato in Roma — ove sfidato da
noi non aveva osato di uscirne —

Il popolo Romano, oppresso, massacrato ne' suoi tentativi
insurrezionali — gridava vendetta — e si preparava con nuovo animo —
capitanato da Cucchi ed altri prodi — a cooperare co' suoi liberatori
di fuori, a farla finita con preti e mercenari —

Tutto prometteva infine, la caduta del prete nemico del genere
umano —

Ma il genio del male vegliava ancora sulla conservazione del principale
suo sostegno: il pontefice della menzogna! Dalle sponde della Senna
— ov'egli impera, per la disgrazia della Francia e del Mondo — esso
minacciava sull'Arno, accusava di codardia i conigli — e suscitava
il coraggio della paura, e della malafede — Alla voce del padrone
gli uomini che sì indegnamente governano l'Italia — coprendosi il
volto, colla solita maschera del patriotismo — ingannavano la nazione,
invadendo il territorio Romano — e dicevano: «Eccocci! noi abbiamo
tenuto parola — Alle prime fucilate di Roma, noi corriamo all'ajuto dei
fratelli!» —

Menzogna! Menzogna! Voi correste: ma per l'eccidio dei fratelli, in
caso essi fossero stati fregiati dalla vittoria finale — E correste,
quando eravate sicuri: che i patrioti di Roma, erano schiacciati!
Morti! —

Menzogna! Menzogna! Voi, ed il magnanimo alleato, occupaste Roma ed
il suo territorio, per lasciare l'esercito dei mercenari del Papa,
libero, intiero, risollevato dalle sue sconfitte — pesare con tutte
le sue forze — la superiorità delle sue armi, e dei suoi mezzi — sopra
un pugno di volontari, malissimamente armati — e privi d'ogni cosa più
necessaria — coll'oggetto di vederli soccombere —

E se l'esercito papalino — non era suffiente — come non lo fu — lì,
stavano loro tutti: i soldati del Bonaparte — e, mi fa orrore il
pensarlo — anche quelli che hanno la disgrazia di ubbidirvi! —

¿Nel 60, non si marciava su di noi per combatterci? E perchè non si
doveva fare lo stesso nel 67? (Dispaccio di Farini a Bonaparte) —

Le colline di Mentana furono coperte di misti cadaveri de' prodi figli
d'Italia, e di mercenari stranieri — come lo furono le pianure di
Capua, sette anni prima — E la causa per cui pugnavano i militi che
avevo l'onore di comandare — era sacra nell'Italia meridionale — quanto
quella che ci aveva spinti sotto le mura della vecchia metropoli del
mondo! —

Qui con dolore, devo ricordare un'altra delle cause della sventura di
Mentana —

Già dissi: i Mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente
— dacchè cominciò la nostra ritirata dal casino dei Pazzi — e il motivo
della loro propaganda era falso — senza ragione alcuna —

Per chi ha senno, è ben facile concepire: non esser tennibile la
posizione nostra sotto le mura di Roma — all'arrivo dei Francesi — e
per la composizione delle forze che comandavo — In uno stato d'ogni
bisogno — senza artiglieria, ne cavalleria — Infine incapaci di
poter far fronte a una seria sortita — anche dei soli papalini — e
senza mezzi — se pure non ci avessero attaccati — di sussistervi due
giorni —

Padroni invece di Monterotondo — che trovasi anche alla vista di Roma —
eravamo nel centro dei piccoli nostri mezzi — con posizioni dominanti
— e ad una distanza da potere pressentire il nemico — quando ci fosse
venuto sopra —

Tuttociò, però dalla parte dei Mazziniani erano pretesti — e non
bastava: l'opposizione sleale ed accanita del governo — la potenza del
pretismo, ed il sostegno del Bonaparte — No! anche loro, come sempre,
dovevano giungere a dare il calcio dell'asino — a chi non aveva altra
aspirazione: che la liberazione degli schiavi nostri fratelli. «Noi
faremo meglio» mi dicevano gli uomini della setta, che oggi, sono
uomini della Monarchia — a Lugano nel 1848 — E vedete che data da molto
tempo la guerra a me fatta, a punta di _spillo_ dai Mazziniani —

«Andiamo a casa a proclamar la Republica — e far le barricate» dicevano
ai miei militi nell'agro Romano nel 1867 — E veramente, era molto più
comodo, per quei poveri ragazzi che mi accompagnavano — di tornarsene
a casa, che di rimaner meco in novembre, senza il necessario per
coprirsi — mancanti di molte cose necessarie — con, contro di noi
l'esercito nostro — ed i papalini e Francesi che bisognava combattere.
Il risultato di queste mene Mazziniane, fu: la diserzione di circa
tre milla giovani, dalla nostra ritirata dal Casino de' Pazzi sino a
Mentana — e lascio pensare: quando in una milizia di circa sei milla
uomini — vi ha la diserzione motivata, come la palesavano apertamente —
di una metà della gente — lascio pensare dico: a che punto di moralità,
e di fiducia nel compimento dell'impresa, potevano trovarsi i rimanenti
volontari —

Immensi sono i danni a me cagionati da cotesta gente Mazziniana — e
potrei dimenticarli, se a me personalmente fossero stati inflitti — Ma
è alla causa nazionale che lo furono! E come posso dimenticarli — come
non devo accennarli a quella parte eletta della gioventù nostra da loro
traviata! —

Mazzini era certo migliore dei suoi seguaci — ed in una sua lettera a
me diretta, in data dell'11 Febbraio 1870 — relativamente al fatto di
Mentana, egli mi scriveva:

«Voi sapete ch'io non credevo nel successo — ed ero convinto,
esser meglio concentrare tutti i mezzi, sopra un forte movimento in
Roma[115], che non irrompere nella provincia — ma una volta la impresa
iniziata giovai quanto potei» —

Io non dubito dell'asserzione di Mazzini — ma il danno era fatto:
O egli non fu a tempo di avvisare i suoi fautori — o questi vollero
continuare nel danno —

Ricciotti non trovò in Inghilterra, i mezzi che si potevano sperare
— perchè tra cotesti nostri amici, s'era fatta pure circolare la voce
seguente: «perchè» si diceva: «rovesciare il papato per sostituirvi un
governo peggiore».

E nell'Agro Romano — i suoi — come già dissi: disseminavano lo
sconforto tra i miei militi, e cagionarono l'enorme diserzione
già narrata — e senza dubbio, motivo principale del rovescio di
Mentana —

Dall'alto della torre del palazzo Piombino, a Monterotondo — ove
passavo la maggiore parte della giornata — osservando Roma, gli
esercizi dei giovani nostri militi nel piano — ed ogni movimento
nella campagna — io la vedevo la processione di gente nostra, che
s'incamminava verso passo di Correse — cioè: che se ne andavano alle
loro case — Ed ai compagni, che me ne avvertivano, io rispondevo:
«Oibò! cotesti non sono nostri che se ne vanno, saran campagnoli che
vanno o vengono dal lavoro» — Ma nell'anima mia sentivo il rancore
dell'atto perverso — e tentatavo di nasconderlo — o di menomarlo ai
circostanti — solito contegno, nelle circostanze urgenti —

In conseguenza dello stato morale della gente — sopra descritto — e
trovandosi per noi — ermeticamente chiusa la frontiera settentrionale
dai corpi dell'esercito Italiano — e quindi nell'impossibilità di
procacciare il necessario oltre quella frontiera — Noi dovevamo cercare
altro campo d'azione ed altra base — per poter vivere, mantenersi, ed
aspettare gli eventi, che dovevano finalmente sciogliere la quistione
Romana. Per tuttociò, fu deciso di marciar per il fianco sinistro verso
Tivoli, onde metter l'Apennino alle spalle — ed avvicinare le provincie
meridionali —

La marcia fu decisa per il 3 Novembre mattina ma per motivi d'aspettare
e distribuire scarpa — non si potè esser pronti a movere senonchè verso
il meriggio — di quel giorno —

Noi uscimmo da Monterotondo sulla via di Tivoli. L'ordine di marcia era
circa il seguente:

Le collonne agli ordini di Menotti marceranno in buon ordine con
una vanguardia di bersaglieri in avanti — da circa mille passi a due
milla —

In avanti della vanguardia, marceranno esploratori a piedi, preceduti
da guide a cavallo —

Su tutte le strade che vengono da Roma, sulla nostra destra — si
spingeranno dei fiancheggiatori a piedi ed a cavallo — più verso Roma
che possibile, sulla stessa destra; e sulle alture che dominano il
paese, si collocheranno delle vedette — che ci possono avvisare a
tempo, di qualunque movimento nemico —

Una retroguardia si occuperà di spingere avanti i restii, e lascierà
nessuno indietro —

L'artiglieria marcerà al centro delle collonne —

I bagagli seguiranno in coda delle collonne rispettive — Con questo
— più o meno — ordine di marcia, c'incamminammo da Monterotondo per
Tivoli —

Sventuratamente però — pare: cadessero nelle mani dei nemici — i pochi
nostri esploratori a cavallo — e ne avevimo pochissimi — dimodocchè
i papalini, giungendo per la via Nomentana — quasi sorpresero la
vanguardia nostra e l'impegnarono — Passato il villaggio di Mentana,
le fucilate mi avvisarono della presenza del nemico. Retrocedere in
tale contingenza, e già impegnati coi nemici — valeva una fuga — e non
v'era altro espediente: che di accettare il combattimento — occupando
le forti posizioni che ci stavano a mano — Io mandai dunque a Menotti —
che marciava alla vanguardia — l'ordine di occupare le forti posizioni
suddette — e di far testa. Feci successivamente seguire avanti il
resto delle collonne, spiegandole destra e sinistra in sostegno delle
prime — ed alcune compagnie, rimasero in collonna sulla destra di
riserva —

La strada che da Mentana va a Monterotondo — linea d'operazione
nostra in quel giorno — è una strada buona, ma incassata e bassa —
Fui obligato quindi di cercare sulla nostra destra, una posizione
adeguata, per collocarvi i due pezzi nostri presi ai nemici nel giorno
25 Ottobre. Ciò si eseguì con molta difficoltà, per mancanza di gente e
cavalli pratici, e per essere il terreno frastagliato di sieppi, vigne
— e molto ineguale —

In tanto il combattimento ferveva micidiale su tutta la linea — Noi
avevamo occupato posizioni che valevano quelle del nemico — anzi
migliori — poichè egli non potè mostrare la sua artiglieria durante
il giorno — e per un pezzo le posizioni nostre si sostennero, ad onta
dell'immensa superiorità delle armi dei contrari — siccome del maggior
numero di loro — Devo però confessare: I volontari, demoralizzati
com'erano, per il gran numero di disertori nostri già accennato —
non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama. Distinti
ufficiali, ed un pugno di prodi che li seguivano, spargevano il lor
sangue prezioso, senza cedere un palmo di terreno — ma la massa non era
dei soliti nostri intemerati — Essa cedeva superbe posizioni — senza
opporvi quella resistenza, ch'io mi potevo aspettare —

All'1 p.m. circa ebbe principio il combattimento — e verso le 3,
di posizione in posizione, il nemico ci avea cacciati mille metri
indietro sul villagio di Mentana — Alle 3 i nostri pezzi poterono esser
collocati in posizione vantaggiosa sulla nostra destra — e cominciarono
a sparare con effetto sul nemico — Una carica alla baionetta da tutta
la nostra linea — ed i tiri a bruciapelo dei nostri collocati nelle
finestre delle case di Mentana, avevano seminato il terreno di cadaveri
papalini — Noi erimo vittoriosi — il nemico fuggiva, si riocuperavano
le posizioni perdute — e sino alle 4 p.m. la vittoria sorrideva
ai figli della libertà Italiana — ed eravamo padroni del campo di
battaglia —

Ma lo ripeto: un infausta demoralizzazione serpeggiava nelle nostre
fila — Si era vittoriosi — e non si voleva complettar la vittoria,
perseguendo un nemico che aveva abbandonato il campo — Voci di collonne
Francesi — marcianti su di noi — circolavano fra i volontari — e non
v'era tempo di trovarne l'origine — naturalmente proveniente da nemici
nostri — neri o diavoli — Si sapeva l'esercito Italiano contro di noi
— arrestando i nostri alla frontiera — ed intercettando qualunque roba
a noi destinata — siccome ogni comunicazione. Infine, governo Italiano,
preti, e Mazziniani erano pervenuti a gettar lo sconforto nelle nostre
fila — E non è per la tempra d'ogni uomo — resistere allo sconforto — e
marciare quantunque, risolutamente al compimento del suo dovere —

Verso le 4 p.m. la voce che una collonna di due milla soldati del
Bonaparte — ci attaccava in coda — diede l'ultimo crollo alla costanza
dei volontari, ed era falsa — Ciocchè era vero però era: il corpo
spedizionario de Failly — che giungeva sul campo di battaglia — in
sostegno dei soldati del papa sconquassati —

Le posizioni riacquistate con tanto valore — si lasciano nuovamente
— ed una folla di fuggenti, si ammassa sullo stradale — Invano la mia
voce e quella di molti prodi ufficiali, tenta riordinarli — Invano! Si
perde la voce a gridare a rimproverare — Invano! Tutti si avviano verso
Monterotondo — lasciando un pezzo abbandonato — che solo il giorno
seguente rimase in potere del nemico — ed abbandonando un pugno di
valorosi, che dalle case di Mentana, fanno strage dello stesso —

Ognuno è valoroso, quando il nemico si ritira — e naturalmente così
successe ai nostri avversari — quei papalini ch'erano scapati davanti a
noi — ora sostenuti dalle collonne Francesi, vengono avanti baldanzosi
— Essi ci incalzano nella nostra ritirata, e colle loro armi superiori
— ci cagionano molte perdite, tra morti e feriti — I Francesi, da
principio, creduti da noi papalini — vengono avanti coi loro tremendi
chassepots, grandinando projetti — ma fortunatamente cagionando
più timore, che eccidio — Ah! se i nostri giovani, docili alla mia
voce avessero tenuto — e si poteva con poco pericolo — le posizioni
riconquistate di Mentana — e limitarsi a difenderle — forse il 3
Novembre andrebbe annoverato tra le giornate gloriose della democrazia
Italiana — anche con tante mancanze — e tanta inferiorità di numero
come ci trovammo a Mentana —

In molte delle nostre antecedenti pugne — noi eravamo stati perdenti,
sino verso la fine della giornata — ed un'aura favorevole ci avea
rigettatti sulla via della vittoria — In Mentana padroni, alle 4 p.m.
del 3 Novembre, del campo di battaglia — con un'ora più di costanza
cadeva la notte — e fors'essa consigliava ai nostri nemici una ritirata
su Roma — essendo poco tenibile la lor posizione al di fuori contro
gente che non avrebbero loro lasciato riposo nella notte —

Verso le cinque p.m. — meno i pochi difensori di Mentana collocati
nelle case — tutte le nostre collonne erano in ritirata su
Monterotondo, ed in disordine — Appena si potè occupare la forte
posizione dei Capuccini — con alcune centinaia di militi — Munizioni
da cannoni non ce n'erano più — pochissime le munizioni da fucile — E
l'opinione di una ritirata sul passo di Correse era generale —

Dall'alto della torre del castello, in Monterotondo, m'ero assicurato,
ch'era falsa la notizia dei due milla Francesi sulla via Romana — che
dovevano attaccarci in coda — Notizia che fu data a me stesso, da molti
durante il combattimento — Sembra impossibile, che tali cose possano
succedere — eppure succedono: Vari, tra i miei stessi ufficiali, di cui
la fede era indubitata mi asserivano averla udita — E nella peripezia
della pugna — _si diceva_: Ora in tali frangenti andatemi a cercare
l'origine d'una notizia, che implica un nerissimo tradimento — Fratanto
tale voce circolava fra i militi, e li sconfortava, — e tra loro si
propagava colla velocità del lampo — Malvagia umana! io esclamerò — E
quanti malvagi non vi sono da purgare in questa società Italiana, tanto
corrotta dai preti, e dagli amici dei preti! —

Una polizia di campo è indispensabile, in ogni corpo di milizia — E tra
i volontari, tanta è la ripugnanza delle polizie — che sempre difficile
riesce — od impossibile d'istituirla —

Nel principio della notte del 3 Novembre — ci ritirammo sul passo di
Correse[116], e passammo il resto della stessa sul territorio Romano,
dentro e nei dintorni dell'osteria — Alcuni comandanti mi fecero
sapere: che parte dei militi, erano disposti di non abbandonar le armi,
e ritentare la fortuna — ma nella mattina io mi persuasi, che tali
disposti, o non avean mai esistito — o più non esistevano —

Nella mattina del 4 Novembre, si deposero le armi sul ponte — ed i
militi disarmati passarono sul territorio non papale —

Io devo una parola di lode al Generale Fabrizi, mio capo di Stato
Maggiore e che lasciai incaricato per le ulteriori disposizioni del
disarmo. Cotesto prode veterano dell'Indipendenza Italiana, comportossi
colla solita bravura, sul campo di battaglia di Mentana — e spossato
dalla fatica e dagli anni, fu trasportato in Monterotondo accompagnato
da' militi — dopo d'aver animato colla parola e colla sua presenza, la
gente nostra a far il dovere —

Il collonnello Caravà, che comandava a Correse un reggimento Italiano
— e che era stato ufficiale ai miei ordini in anteriori campagna — ebbe
con noi un contegno veramente lodevole, in tutte le circostanze —

Egli mi accolse, molto amichevolmente, fece per me e per i volontari
quanto poteva — e mise ai miei ordini un convoglio della strada
ferratta per recarmi a Firenze —

Ma tali, non erano le disposizioni governative: Il deputato Crispi,
ch'era con me nel convoglio, opinava: non esservi motivi ad arresto
— Io ero di contraria opinione, conoscendo con chi avevo da fare —
Conformandovi però all'avviso dell'amico — e non essendovi altro da
fare — continai col convoglio verso la capitale —

Nel viaggio le solite miserie governative: di carabinieri, bersaglieri,
paure ecc. — viaggiando a tutta velocità — fui finalmente depositato
all'antico mio domicilio del Varignano — da mi lasciarono poi tornare
alla mia Caprera —



QUINTO PERIODO



                                                           1870-1871.

CAPITOLO I.

Campagna di Francia.


A chi ha la pazienza di leggermi — io accennerò una circostanza,
che sembrerà straordinaria — ma che pure è verissima — e sulla quale
preferisco lasciare i commenti al lettore —

Ch'io non sia entrato nelle buone grazie della Monarchia Sabauda al mio
arrivo in Italia dall'America nel 1848 — è cosa naturale — Ch'io abbia
suscitato delle antipatie fra i suoi servitori, dal primo Ministro ai
generali dell'esercito — e da questi agli ultimi uscieri — innestati
all'esistenza del governo reggio — era pure conseguenza normale degli
uomini e delle cose —

Ciocchè non posso esattamente spiegarmi — si è: la sfavorevole
accoglienza fattami da quegli uomini, che ponno chiamarsi giustamente,
i luminari del moderno periodo di risorgimento nazionale, e che ne
furono tanto benemeriti — come per esempio Mazzini, Manin, Guerrazzi,
ed alcuni de' loro amici —

La stessa sorte toccommi in Francia nel 1870 e 1871 — Eppure in
Francia come in Italia, io ho trovato una simpatia entusiastica tra le
popolazioni — certamente molto superiore al mio merito —

Il governo della difesa nazionale, composto di tre onesti individui,
e che meritavano la fiducia del paese — mi accolsero imposto dagli
avvenimenti — ma con freddezza — Coll'intenzione manifesta — come certe
volte m'era succeduto in Italia — di volersi servire del mio povero
nome — ma non altro — ed in sostanza privandomi dei mezzi necessari,
per cui la cooperazione mia poteva riuscir utile.

Gambetta, Cremieux, Glais-Bisoin — individualmente furono con me
gentili — ma, il primo più di tutti, su cui avrei dovuto aspettarmi
— se no, sua simpatia individuale — almeno su d'un concorso attivo ed
energico — mi lasciò in abbandono per un tempo prezioso —

Nei primi di Settembre 1870 fu proclamato il governo provvisorio in
Francia — ed io il 6 offrì i miei servigi a quel governo — che ebbe
sempre vergogna di proclamarsi Republicano —

Il governo Francese stette un mese, senza rispondermi — tempo prezioso,
in cui si poteva far molto — e che fu perduto o pochissimo si fece —
E qui giova ripetere: esser grande errore dei popoli, che rimangono
padroni di loro stessi — come successe alla Francia ed alla Spagna
in due settembre consecutivi — di non eleggere il governo di un solo
Onesto col nome di Dittattore od altro — ma d'un solo! Non ricorrere
ai governi molteplici, generalmente di dottori, che passano la maggior
parte del tempo a deliberare, invece di agire celeremente, come esigono
le urgenti circostanze —

In Francia, anche peggio fecero — in luogo d'uno molteplice,
ve ne furono due — E tutti conoscono il risultato del difettoso
sistema —

Invece, eletto un solo — quel desso — avrebbe probabilmente,
identificato la sede del Governo col suo quartier generale — ciocchè in
sostanza ebbero i Prussiani — e che diede loro tanto immenso vantaggio
sui loro avversari — Ed in luogo d'una Babele, la Francia avrebbe avuto
un governo forte —

Solo in principio di ottobre, seppi che sarei accolto in Francia — ed
il generale Bordone, a cui solo si deve la mia accettazione — venne
a cercarmi in Caprera — col piroscafo la _Ville de Paris_ capitano
Coudray — e collo stesso giunsi a Marsiglia il 7 ottobre 1870 —
Esquiros prefetto dell'illustre città — e la popolazione entusiasmata,
mi accolsero festosamente — ed ivi un telegramma del governo di Tours
mi chiamava immediatamente presso dello stesso — Giunsi a Tours ove
trovai Cremieux, e Glais-Bisoin, ambo uomini simpatici, e che credo
onestissimi — non sufficienti però a sollevare la Francia dalla
tremenda sventura, in cui l'avea precipitata il Buonaparte — Essi poi
appartenevano ad un sistema di governo vizioso — in cui, anche colla
capacità di fare il bene, non lo potevano —

Gambetta giunto in pallone il giorno dopo — scosse alquanto l'inerte
macchina governativa, la galvanizzò, improvvisò dei mezzi immensi;
ma fu da meno lui stesso, delle circostanze, sia per il motivo del
difettoso governo — per l'erronea disposizione di affidare il nascente
esercito agli stessi uomini dell'impero, che avevano perduto il
primo — sia per mancanza dell'esperienza necessaria in tali terribili
frangenti. A Tours perdetti vari giorni, per l'indecisione del governo
— e mi trovai sul punto di dovermene tornare a casa — perchè compresi:
volersi, come già dissi, servirsi del mio povero nome — e non altro
— L'incarico che si voleva darmi era quello di organizzare alcune
centinaia di volontari Italiani che si trovavano a Chambery, ed a
Marsiglia — Dopo varie controversie con cotesti Signori — mi recai
finalmente a Dole per raccogliere quelli elementi d'ogni nazionalità,
che dovevano servire di nucleo al futuro esercito dei Vosges —

I Prussiani marciavano su Parigi — dopo Sedan — e naturalmente sul loro
fianco sinistro — ove s'addensavano le nuove reclute della Francia essi
dovevano tenere dei fiancheggiatori — e questi stessi fiancheggiatori
comparvero alcune volte sino nei dintorni di Dole — ove tenevo i pochi
uomini da me riuniti, in via d'organizzazione — poco equipaggiati e
male armati per molto tempo. Il nostro contegno comunque fu energico
— prendendo posizione a Mont Rolland prima e poi nella _foret de la
Serre_ — dimodocchè Dole fu inviolato in tutto il tempo che noi vi
soggiornammo — Marciando l'esercito nemico su Parigi, era naturale,
si dovesse minacciare almeno la sua linea di operazione, dal Reno
alla capitale della Francia — e tale necessità fu sentita dal governo
della difesa — che inviava nei Vosges, la maggiore parte dei corpi dei
Franchi-tiratori — ed il generale Cambriels, con una trentina di milla
uomini, delle nuove leve dei mobili — alcuni battaglioni del vecchio
esercito, e qualche pezzi d'artiglieria — Tutte quelle forze, furono
respinte dai Vosges su Besançon, dal preponderante nemico, mentre ci
trovavamo ancora a Dole — ed il prefetto Ordinaire di Besançon, mi
telegrafò per due volte, acciò mi recassi da lui, per provvedere ai
mezzi d'impedire lo sbandamento delle forze suddette —

Il Sig. Ordinaire avea ideato di ragranellare sotto il mio comando
tutte le frazioni di corpi esistenti nel dipartimento — ed io ero
stato accolto da tutte quelle truppe e dalla popolazione di Besançon,
collo stesso entusiasmo come se trovato mi fossi in Italia. Ma il
Sig. Gambetta, giunto poco dopo, trovò bene di conciliare ogni cosa,
e rimettere agli ordini del generale Cambriers, tutte le forze riunite
dell'Est —

Si osservi che il generale Cambriers, alegava: d'aver bisogno di riposo
per curare una ferita alla testa, che assai lo incomodava —

Da Dole, ebbi ordine in Novembre, di portarmi colla gente nel Morvan,
minacciato dal nemico, e minacciato lo importante stabillimento
metallurgico del Creusot — Io scelsi Autun per porvi il mio quartier
generale — Ivi trovammo la popolazione alquanto intimorita per
l'avvicinarsi dei Prussiani — per cui s'erano gettarti nel fiumicello
Arroux, i soli due piccoli pezzi esistenti —

L'arrivo degli Italiani di Tanara, quei di Ravelli, alcuni Spagnuoli
greci e Pollacchi, ed alcuni battaglioni di mobili — cominciarono a
rialzare un po' l'effettivo del nostro nucleo d'esercito —

Con alcuni pezzi di montagna cominciò la nostra artiglieria — che
furono seguiti, da due batterie da 4 rigate di campagna —

Alcune guide a cavallo, composte per la maggiore parte d'Italiani, e
che divennero due squadroni completti, verso la fine della campagna —
così successe colla cavalleria di linea Francese che cominciò con un
distaccamento di trenta uomini di cacciatori a cavallo — e verso il
termine della guerra, s'acrebbe sino a un reggimento completto.

Si organizzarono tre brigate: la prima comandata dal generale Bosak —
la seconda dal colonnello Delpech, che poi passò sotto gli ordini del
colonnello Lobbia — e la terza comandata da Menotti —

Alcune compagnie di Franchi-tiratori — comandate: una dal Tenente
Colonnello Odoline, altra dal T.te col.o Braün — una terza dal Tte
Col.o Grouchy — la quarta dal Tte Col.o Loste — una quinta dal Maggiore
Ordinaire — e tutte meno Braün, operando agli ordini di Menotti, e
facendo parte della sua 3ª brigata — Tutte queste compagnie operarono
durante l'organizzazione — come truppe attive tra le collonne del
nemico che incomodavano assai —

La 4ª brigata, sotto il comando di Ricciotti — si componeva da
principio, di sole compagnie di Franchi-tiratori — operando in collonne
volanti, come gli altri — e nell'ultimo della campagna la stessa quarta
brigata venne accresciuta con alcuni battaglioni di mobilizzati —

Capo di Stato maggiore dell'Esercito il generale Bordone — quest'uomo
che più fece per la mia andata in Francia — e che tanto fu avversato
— io lo credo tutt'altro che perfetto — e poco conosco dei suoi
antecedenti — se non sia nella campagna del 60 nell'Italia meridionale,
ove venne col bravo Deflotte — ed ove servì meritamente — Comunque,
in onore del vero, io devo confessare ch'egli giovò sommamente
all'organizzazione dell'esercito — all'acquisto di ogni cosa necessaria
e ch'ebbe un contegno da prode sui campi di battaglia —

Nello stato mio infermo — egli poi, supplì a me stesso in ogni
circostanza —

Come secondo capo di Stato Maggiore, il collonnello Lobbia fu pure
molto utile —

Mio capo del quartiere generale il collonnello Canzio — sinchè egli
prese il comando della 5ª brigata, a cui agiunse la 1ª dopo la morte
del generale Bosak.

Canzio fu surrogato al comando del quartier generale dal Maggiore
Fontana —

Il comandante dell'artiglieria dell'esercito fu il collonnello
Olivier —

Il comandante Bondet, che chiamato all'esercito della Loire, vi morì —
comandò il primo nostro distaccamento di trenta uomini di cavalleria —
Il reggimento di cavalleria, alla fine della campagna, venne comandato
dal maggiore d'uno squadrone d'Ussari, di cui non ricordo il nome.

I due nostri squadroni di guide, furono organizzati dal comandante
Parlatti —

Il D.re Timoteo Riboli fu capo dell'ambulanza — Il sott'intendente
Beaumés — servì da intendente sino all'arrivo d'uno di questi — il di
cui nome non ricordo —

Il pagatore fu il Collonnello Martinet —

Capo del Telegrafo il collonnello Loir —

Capo del genio — collonnello Gauklair —

Comandante di piazza, presso il quartier generale il T.te Col.o
Demay —

Non ricordo il nome del presidente della corte marziale.

Con tale organizzazione un po improvvisata, noi movemmo verso la metà
di Novembre per Arnay le Duc, e la valle _de l'Ouche_ che scende a
Dijon, ove si trovava l'esercito Prussiano di Werden, che minacciava
la vallata del Rodano — e che teneva i suoi avamposti verso Dole,
Nuits, Sombernon ecc. — taglieggiando con delle scorrerie, tutt'i paesi
circonvicini —

Il sedicente esercito dei Vosges, in numero dai sei agli agli otto
milla uomini tutto compreso — marciava dunque contro l'esercito
vittorioso di Werden di circa venti milla uomini, con molta artiglieria
e cavalleria.

Ebbero luogo alcune scaramuccie coi nostri Franchi-tiratori di poco
conto — se si eccetua la brillante impresa di Ricciotti su _Chatillon
sur Seine_ e quella di Ordinaire.

Nella prima massime, i Franchi-tiratori della 4ª brigata, eseguirono
una magnifica sorpresa — Essa è narrata nell'ordine del giorno
seguente:

  ORDINE DEL GIORNO.

  I Franchi-tiratori dei Vosges, i cacciatori _de l'Isére_, i
  cacciatori delle Alpi (Savoiardi), il battaglione del Doubs, ed
  i cacciatori dell'Havre, che sotto la direzione di Ricciotti
  Garibaldi, han preso parte all'affare di Chatillon, hanno ben
  meritato della Republica.

  In numero di 400, essi assalirono circa 1000 uomini — li
  sconfissero, fecero loro 167 prigionieri tra cui 13 ufficiali —
  presero 82 cavalli sellati, 4 vetture d'armi e munizioni — ed il
  carro della posta — I nostri ebbero 6 morti e 12 feriti — più i
  nemici — Raccomando i prigionieri alla generosità Francese. Arnay
  le Duc 21 Novembre 1870

                                                       G. GARIBALDI

Si può dire: che in generale tutti i nostri franchi-tiratori,
diventavano ogni giorno, più temibili al nemico —

Nella prima occupazione di Dijon per i Prussiani, mentre noi erimo
ancora tra Dole, e la _forêt de la Serre_ — si tentò un'attacco di
notte su quel nemico, pensando — come si diceva: esser la popolazione
di Dijon, disposta a difendersi. E considerando lo stato, in cui
si trovava la gente ch'io comandava — era veramente una temerità,
la risoluzione nostra: voler andare a misurarsi con un nemico
tanto superiore di numero — vincitore di tante battaglie, e quindi
aguerritissimo — Ma si trovava — dicevano: la popolazione Digionese
combattendo e noi andavamo volentieri a dividerne i pericoli —

Già erimo a poche miglia della capitale di Borgogna — quando un
messo della città ci anunziava: essersi Dijon arreso, e proibita la
resistenza dalle autorità municipali — Retrocedemmo allora verso le
nostre posizioni —

Giunti circa alla metà di Novembre — ora — nulla ancora s'era da noi
operato, tranne i nostri franchi-tiratori — e non mancavano alcune voci
d'impazienza, tra i nostri, bramosi al solito di misurarsi col nemico —
e forse alcuni lamenti sulla nostra inazione, da parte di coloro stessi
che ci negavano i mezzi per un'azione energica — quindi qualche cosa
conveniva fare —

Misurarsi in un'attacco di giorno, contro l'esercito di Werden, che
occupava Dijon — sarebbe stato stoltizia, e ve n'era proprio da non
tornar più indietro — Si poteva fare una prova di notte — Di notte la
diversità delle armi, spariva — Giacchè anche in Francia c'eran toccati
i soliti ferracci — e questi, nelle tenebre, potevano sembrare i fucili
ad ago, con cui erano armati i nemici nostri — Poi, io sono persuaso:
che non si deve sparare in un'attacco di notte — massime da militi
nuovi — Mentre il piccolo esercito dei Vosges — marciava verso Dijon
per la vallata dell'Ouche — tutti i corpi di Franchi-tiratori nostri,
per la maggior parte trovavansi sulla nostra sinistra, colla 1ª brigata
— e convergevano tutti su di noi, per prender parte all'impresa —

La mattina del 26 novembre, essendo io montato a cavallo a Lentenay,
per riconoscerne l'altipiano — trovavomi collo Stato Maggiore e
quartier generale su quelle alture — quando una collonna d'alcune
migliaia di Prussiani, colle tre armi — uscita da Dijon, avanzavasi per
la strada maestra verso noi —

La posizione di Lentenay è formidabile, verso il fiume Ouche —
Dalla parte dell'altipiano però, verso Paques, e Prenois, essa è
complettamente dominata, e intenibile contro forze superiori — Io
feci in conseguenza, salire da Lentenay, sull'altipiano, tutte le
forze nostre, che si trovavan nel villagio, e collocarle a misura che
arrivavano, nei loro posti di battaglia, destra e sinistra della strada
per cui giungevano — e lasciando sulla stessa strada alcuni battaglioni
in collonna, come riserve — e per una carica decisiva, in caso il
nemico si spingesse sino nelle nostre linee —

La maggior parte della 3ª Brigata, che formava il nerbo delle forze
nostre — occupava la sinistra schierata nell'orlo del bosco, ed avendo
le sue linee di tiratori in fronte, sul ciglione della collina, che
dominava il bosco suddetto — Le riserve nella strada appartenevano pure
alla 3ª Brigata.

I carabinieri Genovesi, eran collocati all'estrema sinistra, e la
nostra artiglieria, composta d'una batteria di campagna da 4 rigata,
e da due batterie di montagna, si era collocata alla sinistra dei
Genovesi — per esser la posizione dominante tutte le altre —

Sulla nostra destra, eranvi i franchi-tiratori di Loste — che furono
poi rinforzati da quei di Ricciotti e da altri —

La poca cavalleria, formata da trenta cacciatori, e da alcune guide
— s'era collocata in fronte del centro nostro, in una depressione
del terreno — Si vede quindi: consistere la forza principale nostra,
della 3ª brigata — formando da essa sola, centro, sinistra, e riserva
— in tutto 3 milla uomini circa — E la sedicente 4ª brigata, tutta
di franchi-tiratori — non contando più di 4 o 5 cento uomini in quel
giorno — e che con tutti gli altri franchi-tiratori, potevano ascendere
a circa due milla uomini — In tutto dunque non più di 5 milla —

Nel combattimento di Lentenay — 26 Novembre 1870 non presero parte
la 1ª e la 2a brigata — La 1ª impegnatasi nel giorno anteriore verso
Fleury, — ed erasi in conseguenza di quella pugna, ritirata verso Pont
de Pany — La 2ª era in marcia, ed arrivò il 27 a Lentenay —

Il reggimento Ravelli della 3ª brigata composto d'italiani, era pure
assente verso l'Ouche —



                                                     5º periodo 1870.

CAPITOLO II.

Combattimenti di Lentenay e Autun.


La nostra linea di battaglia, sull'altipiano di Lentenay, nell'orlo
del bosco, era quasi intieramente nascosta al nemico, che non poteva
distinguere altro che i Franchi-tiratori di Loste, sulla nostra estrema
destra —

Ciò fu il motivo, forse, ch'esso mandò un battaglione ad occupare il
villagio di Paques — vicino alla nostra sinistra, mentre il grosso
delle sue forze, occupava Prénois — e si scorgeva in ordine di
battaglia sulle alture di cotesto villaggio — Il battaglione inviato a
Paques, sarebbe rimasto prigioniero, se avessimo avuto soltanto, cento
uomini di cavalleria —

Occupato Paques dal nemico, io feci avanzare due pezzi della nostra
artiglieria, sostenuti da alcune linee di tiratori, che cacciarono, con
pochi tiri, il nemico dal villagio —

I Prussiani, mentre ciò succedeva, avean fatto gran mostra della loro
forza schierandola pomposamente sulle dominanti alture di Prénois
— Il loro battaglione si ritirò con precipitazione, e loro apena
lo sostennero con alcuni pezzi — senza avanzare la superba linea —
che stava in riserva — «Dunque essi non sono in gran forza» Ecco il
ragionamento ch'io mi feci subito — «Non vengono» io dissi ancora:
«ebbene noi andremo a trovarli» — Mi decisi quindi di attaccare, e
marciammo risolutamente al nemico, colla stessa ordinanza di battaglia,
con cui lo avevimo aspettatto nelle posizioni nostre —

I nostri Franchi-tiratori di destra, caricarono la sinistra nemica
bravamente, minacciando di avvolgerla.

La 3ª brigata avanzava in ordine perfetto — colle sue linee di
bersaglieri al fronte, seguite da collonne serrate di battaglioni — da
destare invidia a' soldati più aguerriti —

Io andavo superbo di comandare tale gente — e mi pavoneggiavo
contemplando tale bell'ordinanza su d'un campo di battaglia senza
ostacoli — e tanta intrepidezza da parte de' miei giovani fratelli
d'arme.

L'artiglierie nemiche collocate sulle alture di Prénois, fulminavano
le nostre linee nel loro progresso — e fulminavano come sanno farlo
i pezzi dei Prussiani — eppure non si scorgeva nei nostri la minima
esitazione; veruna ondulazione nelle linee — ammirabile era il contegno
dei nostri militi —

L'energia, la fermezza, e la fredda bravura dei Republicani —
scosse l'impassibile intrepidezza, dei superbi vincitori di Sedan; e
quando essi si avvidero, che non si temevano le loro granate; ma si
avanzava coraggiosamente, e celeremente alla carica, cominciarono la
lor ritirata verso Dijon. La fronte del villagio di Prénois da noi
assalita, aveva una strada che piegava a sinistra, nell'entrata del
paese — per motivo d'esser questo situato su d'una eminenza — e quindi
la strada a zig-zag — I nostri caricanti il villagio, ove si trovava
ancora un battaglione nemico — non s'accorsero di tale sinuosità della
strada — oppure non vollero occuparsene — e marciando direttamente, e
velocemente sulle case — incontraronsi con un muro altissimo di un orto
adiacente al paese — che molta difficoltà e perdita di tempo cagionò
loro per superarlo —

Una sola compagnia nostra fiancheggiò il villagio sulla destra,
proteggendo la nostra poca cavalleria — e con questa caricarono, un
battaglione di riserva Prussiano, che con due pezzi d'artiglieria,
erano rimasti indietro per proteggere la ritirata — vi si distinsero in
quella carica, il collonnello Canzio ed il Comandante Bondet, che ambi
ebbero morti i cavalli — E la maggiore parte dei cavalieri perdettero
pure i cavalli, morti o feriti —

Duolmi non ricordare il nome del capitano della compagnia di fanti —
ch'ebbero un contegno magnifico pure, in quella carica —

L'alto muro che incontrò la nostra carica di fronte, e che tanta
perdita di tempo cagionò — ed uno men alto, che trovavasi sul nostro
attacco di fianco, a destra, furono la salvezza del nemico — senza dei
quali, un battaglione Prussiano ed i due pezzi, cadevano certamente in
nostro potere —

Il combattimento del 26 Novembre, sull'altipiano di Lentenay non fu
gran cosa per i risultati — ma per il contegno dei nostri militi
— al cospetto degli aguerriti soldati della Prussia — esso fu
brillantissimo —

Dopo l'impegno dell'altipiano, il nemico, cessò ogni resistenza,
e continuò la sua ritirata verso Dijon — noi sino a Dijon lo
perseguimmo —

Con circa cinque milla uomini, e deboli d'artiglieria attaccare
il corpo di Werden, trincerato nella capitale della Borgogna, era
temerità, lo confesso: e certo non mi sarei esposto di giorno ad
un'impresa si formidabile — Ma tale era il concepito progetto: un colpo
di mano! E poi erimo stati sì felici nella giornata! —

E veramente, solo un disperato colpo di mano ben riuscito poteva
rialzar la causa della sventurata Republica in quella parte della
Francia — e forse obbligare il nemico, ad abbandonare l'assedio di
Parigi minacciando sulla principale sua linea di comunicazioni!

¿Ma quali mezzi, avea posto in mia mano — il governo della difesa?
Io rabbrividisco pensandovi! Lo spirito de' miei poveri militi, era
stupendo — e tutti marciarono all'assalto della città con ammirabile
slancio —

Era molta presumere lo sperare una vittoria. Però, in una notte di
Novembre, e piovosa, v'è molto tempo per ritirarsi, in caso di non
riuscita — Ho già veduto il panico, impadronirsi di truppe numerose e
aguerrite — e da quanto seppi poi dagli stessi abitanti di Dijon — in
quella notte, vi fu molta confusione tra i vincitori di Buonaparte. La
numerosa artiglieria corse per le contrade, quà e là, senza direzione,
e finì per esser collocata in nessuna parte — La frazione _impedimenta_
del corpo d'esercito di Werden, benchè assai meglio regolata della
Francese — non mancò di precipitarsi sulle vie di ritirata — Gli
uni, col pretesto di salvar la cassa — altri col pretesto di salvar
munizioni ecc. Il fatto sta vi fu confusione grande —

Comunque, sia detto in onore della Germania: i numerosi corpi di
fanteria, stanziati in Dijon, scaglionaronsi nelle forti posizioni
di Talant, Pontaine, Hauteville, Daix ecc. — e ci ricevettero con
una grandinata tale di fucilate — come non vidi l'uguale mai — e vi
voleva qualche cosa più che intrepidezza, per presentare il muso a tale
tempesta — I miei giovani militi, compirono quanto si poteva compiere
in tale circostanza — I posti esterni dei Prussiani furono assaliti
l'uno dopo l'altro, e distrutti ad onta di una fiera difesa — La
mattina i nostri cadaveri trovavansi ammontichiati su quelli del nemico
— la maggiore parte, forati di baionette — giacchè l'ordine era di non
sparare — Giunti nel forte del vespaio sotto Talant — il fuoco nemico
era troppo formidabile da poterlo superare, e si cominciò a ripiegare
destra e sinistra della strada maestra — per scansare i tiri diretti,
che la solcavano orribilmente —

Il nostro assalto delle posizioni di Dijon, cominciò verso le 7 p.m. —
era oscurissimo, e piovigginava — tutte circostanze molto favorevoli a
tal genere d'imprese — Io, sino alle 10, ebbi molta fiducia di riuscire
— i corpi nostri marciavano alacremente, e serrati quanto si poteva,
l'uno dietro l'altro — sistema ch'io credo sempre preferibile negli
attacchi di notte — a meno: che sia possibile inviare delle avvisaglie
su altri punti dell'obbiettivo, per chiamarvi l'attenzione del nemico
— E ciò mi era impossibile: considerando il piccolo numero delle nostre
forze, e la natura del terreno —

Verso le 10, i capi della mia vanguardia — mi fecero sapere: esser
inutile il persistere nell'assalto, essendo spaventosa la resistenza
del nemico, ed impossibile far più avanzare la gente nostra — che
guadagnava la campagna lateralmente alla strada —

Con reluttanza, mi conformai alle asserzioni de' miei fidi — e pensai
subito alle sfavorevoli, e repugnanti circostanze d'una ritirata —

Per fortuna era di notte, e di novembre — Il nemico non si
mosse dalle sue posizioni, e potemmo eseguire la nostra ritirata
indisturbati —

Una ritirata, dopo un combattimento vittorioso, ed un'assalto fallitto
— cioè camminando dalla mattina alle 10 di sera — per gente nuova come
quella da me comandata — non poteva eseguirsi con ordine — massime che
si era affamati e stanchi — quindi l'ordine di ritirarsi su Lentenay,
fu inesattamente eseguito —

Alcuni presero la via di Sombernon, Arnay le Duc — e sino ad Autun non
si fermarono — La maggior parte però giunsero a Lentenay — ed essendovi
già giunti in quel punto, un reggimento di mobili, il reggimento
Ravelli, e la maggior parte della 2ª Brigata, ci trovammo ancora in
numero da far qualche cosa —

Il 27 di Novembre, i prussiani, dopo il meriggio, giunsero sulle
alture di Lentenay, in numero più considerevole del giorno antecedente
— ciocchè prova esser essi molto numerosi in Dijon — e che Werder
avendoci respinti da quella capitale — voleva naturalmente profitare
del suo vantaggio — Chi sostenne le prime scosse del nemico, furono i
corpi nuovi — trovandosi spossati, quelli che avean combattutto tutto
il giorno antecedente — Le forze Prussiane però, essendo imponenti,
e la ritirata per i boschi, facile — non s'impegnò un combattimento
serio — e si continuò la ritirata verso Autun — ove si sperava pure di
riunire quella gente, che s'era ritirata per diverse vie —

Fra le nostre perdite in quel fatto del 27 — se ne contò una ben
sensibile: quella del comandante Chapeau, Marsigliese — un'eccellente e
prode ufficiale —

In certi casi, conviene agire coll'animale uomo, come si agisce
coll'animale bue — Rompe! lasciatelo rompere, correre a sua voglia
— Guai a voi, se commettette l'imprudenza d'attraversare la sua
via — egli vi rovescierà cavalli e cavalieri — come mi successe a
Vellettri nel 1849 — Ove salvai la mia pelle, nera di contusioni per un
miracolo —

Rompe! — lasciatelo rompere, fuggire, e contentatevi di tenervi su
d'un fianco, o alla coda — egli troverà un'ostacolo — _non te ne
incaricare_: lo fermerà un fiume, una montagna, la fame, la sete —
od una nuova paura, più prossima o maggiore di quella che lo fece
fuggire —

Allora è tempo: riordina come puoi gli animali uomini — procura di
trovar per loro da mangiare, da bere, e del riposo; e quando satulli,
riposati e rialzati di morale — essi si ricorderanno d'una vergognosa
fugga — di dovere calpestato — e di gloria! — La peggiore d'ogni pazzia
umana! Meno la gloria, a cui credo, non pensano i bovi per fortuna
nostra — succede lo stesso a cotesti bruti — Per esempio: guidati
da più cavalieri, si spaventano per una qualunque causa: un tuono,
un lampo, una bufera, od altro — e cominciano a correre, con quella
velocità, di cui sono capaci animali selvaggi — Il savio conduttore,
non è sì stupido di comandare ai suoi uomini, di fermarli attraversando
loro la via — sarebbe rovina certa — Ma egli li seguita ponendosi
su d'un fianco, o di dietro — e li seguita senza perderli di vista
— sinchè un'ostacolo qualunque si presenti ai fuggenti: un fiume, un
bosco, un monte — ed allora la testa di collonna si ferma, raggira —
e tutto il resto raggira e si ferma — I bruti, sono ritornati sotto
il dominio del loro tiranno, l'uomo — che non so: se più di loro
valga —

In quel punto ravveduto conduttore ordina ai suoi cavalieri, di
circondare la truppa di bovi — ridivenuti docili come agnelli —

In Autun concentraronsi quasi tutti i corpi ritiranti, del sedicente
esercito dei Vosges — meno alcuni che corsero più lontani, per diversi
motivi — Corpi intieri ed individui sbandati — certamente per nessuna
voglia di combattere — Con questi ultimi, si trovava un collonnello
Chenet, comandante della guerriglia d'Oriente che i preti collocarono
tra i santi martiri, come S. Domenico, Arbuès, e simile canaglia —
e più martire l'avrebbero fatto — s'io avessi lasciato eseguire la
sentenza di morte contro lui — pronunziata dalla Corte marziale d'Autun
— E Chenet, avea commesso tale militare delitto, tale codardia, da
meritare cento volte la morte —

A mezzogiorno, Chenet doveva esser fucilato, ed io lo graziai verso
le 11 a.m. in seguito d'intercessione d'alcuni ufficiali — colla
condizione però di publica degradazione — ch'io considero certamente,
peggiore della morte —

In Autun, quartier generale di predilezione, ove il prefetto Marais,
ci avea benevolmente accolti — ed aiutati nella nostra organizzazione —
In Autun, dico: si riformò l'esercito dei Vosges — e s'acrebbe massime
di cannoni, di cui tanto abbisognava. Il 1º Decembre però il nemico
imbaldanzito dalla nostra ritirata, ci cercò nelle nostre posizioni
d'Autun, e ci comparve inaspettatto. Dico inaspettatto — e potrò anche
dire ci sorprese — e non vi sarebbero certo, esagerazioni —

Era verso la metà della giornata — ed io usciva come al solito,
in carozza, per fare una passegiata — Ogni mattina si lanciavano,
esploratori a cavallo in tutte le direzioni — e tutti i nostri posti
verso il nemico erano occupati da forti distaccamenti — Io avevo
visitato, in una mia prima passeggiata di mattino a buon ora — cotesti
avamposti, m'ero assicurato della loro esistenza, ed avevo ammonito gli
ufficiali di questi, di tener esatta vigilanza —

Gli avamposti suddetti si componevano: della guerriglia d'Oriente
comandata da Chenet — dalla guerriglia Marsigliese, comandata, dopo la
morte di Chapeau, da un bravo ufficiale di cui non ricordo il nome —
questa guerriglia giungeva al convento di S. Martino, centro dei nostri
avamposti quando io ne partiva — e finalmente dal battaglione dei Bassi
Pirenei alla sinistra, nel convento di S. Jean. Gli avamposti di destra
erano collocati in un altro convento: S. Pierre (por la gracia di
Dios!) Nella mia passeggiata di mezzogiorno — fidente d'aver i nostri
avamposti ben custoditi — non mancai però di puntare il canochiale,
dalle ruine d'un tempio di Giuno, Romano, che domina Autun — ov'ero
salito — verso le pianure circostanti — Ma le mie osservazioni pare
fossero troppo lontane, e nulla vidi —

Nulla scoprendo, dal sito ov'ero disceso per osservare — tornai verso
la carozza — ed i miei aiutanti — come al solito — mi sorreggevano
gentilmente per ajutarmi a montare —

Avevo un piede sul gradino della carozza, e stavo per sedermivi —
quando l'occhio rivolto ad Autun, scorsi nel basso della città — nel
borgo di S. Martino, una testa di collonna nemica, che s'avanzava
lentamente — e se avesse continuato a progredire — certo la città
d'Autun diventava facilissima preda dei Prussiani, e l'esercito dei
Vosges; io arrossisco al rammentarlo, avrebbe subìto una di quelle
sconfitte da far paura —

«Subito» ai miei ajutanti a cavallo: «correte da Bordone, a Menotti,
a tutti — che prendan le armi e si pugni» Io ero più schiacciato dalla
vergogna, e dal dispetto — che dal timore — Dati gli ordini, la carozza
con tutta sollecitudine, scendeva ad Autun — attraversava la città, e
portavasi, con quanta celerità era possibile, al piccolo seminario, ove
stava collocata la nostra artiglieria, in una piattaforma di cotesto
stabilimento clericale — in posizione dominante — per fortuna — la
collonna nemica —

L'artiglieria nostra componevasi allora: in due batterie da quattro
rigate di campagna — ed una di montagna — in tutto diciotto pezzi —
Ma non v'erano artiglieri — Canzio e Basso, misero il primo pezzo
in batteria — quei miei prodi, uno per ruota d'un pezzo, l'ebbero
presto puntato all'obbiettivo — furon presto coadiuvati dagli altri
miei ajutanti che giungevano successivamente, e finalmente dagli
artiglieri rispettivi che precipitatisi fuori dei loro allogiamenti —
si comportarono egregiamente —

La sorte nostra — fu: non essere il nemico conscio dello stato di
sorpresa in cui ci trovavamo — e dal silenzio e deserto ch'egli
osservava dovunque, sospettò probabilmente alcuna imboscata — Che se
in luogo di fermarsi colla sua testa di collonna a S. Martin — egli
entra celeramente in Autun — certo, non trovava affatto resistenza — ed
avrebbe sorpreso le genti nostre nei loro quartieri.

I Prussiani invece collocarono le loro artiglierie sulle alture di S.
Martin, e cominciarono a trarre contro le posizioni nostre —

Da tale disposizione del nemico, noi fummo salvi — I nostri diciotto
pezzi concentrati in posizione dominante quello del nemico — e serviti
con ardore dai nostri giovani artiglieri, mortificati d'esser stati
sorpresi, tempestarono di proietti l'avversario, e lo obligarono dopo
varie ore di combattimento, a ritirare in dietro i suoi pezzi.

Alcune compagnie di Franchi-tiratori, ed alcuni battaglioni di mobili,
lanciati sul fianco sinistro dei Prussiani — complettarono la giornata
ed il nemico fu obligato di ritirarsi —

Le perdite più sensibili nostre furono quelle dell'artiglieria, tra
ufficiali e soldati — e che ricordi un maggior Nizzardo — Guido —
ferito ed amputato d'una coscia —

I Franchi-tiratori, ebbero il solito valoroso contegno —

I due reggimenti Italiani, furono tenuti in riserva nella città — e
pochi presero parte all'azione — se non sia, i carabinieri Genovesi che
marciarono al centro — e contribuirono valorosamente alla ritirata del
nemico —

Le tre posizioni di avamposti, che dovevano coprire il nostro piccolo
esercito, e che non lo coprirono, in Autun, erano: S. Martin al centro,
S. Jean a sinistra, e S. Pierre a destra — (anche i Francesi non
burlano per abbondanza di santi, che sembrano, come a noi, poco atti a
proteggerli) S. Jean era guarnito da un battaglione di mobili dei Bassi
Pirenei — della 3ª brigata, che aveva tutte le simpatie di Menotti, e
le mie — e che ne fu ben degno — sempre — e massime in tale circostanza
— comportandosi valorosamente — ed imponendo rispetto al nemico —

Alcuni distaccamenti di mobili, tennero pure a S. Pierre — Nel centro
però la forte posizione di S. Martin, venne abbandonata dalle due
guerriglie d'Oriente e Marsigliese, circa 700 uomini, per ordine e
codardia del coll.o Chenet — e tale abbandono, pare: ebbe luogo prima
dell'arrivo del nemico — per cui questo a suo bell'agio potè occupare
l'importante posizione — Se questo non sia un tradimento per parte del
suddetto collonnello — io non saprei trovarvi altro titolo —

Comunque sia — e comunque, voglia egli giustificarsi — sostenuto dai
clericali in Francia — la condotta di tale ufficiale — che senz'ordine
abbandonò la più importante delle nostre posizioni, ponendo così
l'esercito al rischio d'esser distrutto — e la città saccheggiata
— conducendo nella sua fuga, il corpo che comandava — ed un altro
corpo, che ubbidì alle sue insinuazioni per imperizia degli ufficiali
— fuggendo in dietro per 40 o 50 Kilometri — è qualche cosa che non
ha nome! qualche cosa, che non ricordo d'aver udito succeder giammai
nella mia vita militare! Una colpa, che non ha castigo sufficiente per
reprimerla! —

Ebbene quel collonnello Chenet, ch'io ebbi la dabbenaggine di strappare
alla morte — cui lo avea condannato la corte marziale — quel vigliaco
dico: diventò il sommo eroe dei preti, e della chauvinerie — da cui
poco mancò non venisse beatificato — e che ebbe dai giornali reazionari
sperticate biografie, e lodi per l'azione la più scellerata del
mondo —

Tale è questo secolo civilizzato — la di cui base principale di
civiltà, è la corruzione, e la menzogna! —

Io non voglio terminar quest'articolo, senza ricordare il simpatico e
coraggioso corrispondente del Daily News — il giovin Zicchitelli — Egli
non combattè contro i Prussiani — no! la sua missione non era quella
— ma mi servì stupendamente d'ajutante, nel tempo ch'ebbi la fortuna
d'averlo in compagnia —

Al combattimento di Lentenay, io passai varie ore a cavallo — e siccome
non avevo cavalli propri — mi si era offerto un cavallo qualunque
— Cotesto povero animale, al principio della pugna, non so per qual
motivo, si lasciò andare sui quattro piedi, e stramazzò — ponendomi
dolorosamente sotto, colla mia coscia sinistra —

Grazie agli amici miei che mi attorniavano, fui subitamente tolto
d'impaccio, e Zicchitelli che si trovava al mio fianco, mi offrì
gentilmente, ed io accettai un eccellente suo cavallo bianco, che
cavalcai il resto della giornata —

Marais, sotto-prefetto d'Autun, è pure un nome che gli Italiani
dell'esercito dei Vosges, ricorderanno, con amore e gratitudine —

Quell'onesto Republicano — ci accolse con benevolenza e simpatia al
nostro arrivo in Autun — e nel soggiorno nostro in quella città — mai
egli cessò di esserci benevole —

Il 1º Decembre in cui fummo attaccati dai Prussiani il sotto-prefetto
Marais, lasciò la prefettura — e col suo fucile — presentossi
valorosamente, in fronte dei combattenti, facendo la sua fucilata quale
semplice gregario —



                                                          5º periodo.

CAPITOLO III.

21, 22 e 23 gennaio 1871.


La vittoria di Autun, rimontò il morale un po scosso dei nostri giovani
militi — e quei Prussiani che ci avean respinti a Dijon — erano a loro
volta da noi respinti, e cacciati in disordine —

Un corpo fresco, benchè non numeroso — avrebbe bastato a precipitar
la ritirata del nemico, e lo avrebbe obligato almeno di abbandonarci i
suoi cannoni; e buon numero di prigionieri — Lo cercai invano — E ciò
che noi non eseguimmo, fu operato dal generale Cremer — che trovandosi
presso Beaune, con alcune migliaia d'uomini — buona truppa — varcò
i monti da Beaune a Bligny — ed attaccando il nemico di fianco verso
Vendenesse — lo mise in rotta completta —

La maggiore parte di Decembre fu passata a Autun, in organizzazione
di nuovi corpi, qualche artiglieria di più — ed alcuni squadroni di
cavalleria — In aspettattiva sempre di capotti, indispensabili per la
rigidità della stagione — ed altri oggetti di vestiario — e fucili per
rimpiazzare il nostro vecchio e pessimo armamento —

Il fatto d'armi d'Autun, acrebbe pure il prestigio del nostro piccolo
corpo, e le popolazioni che furono salvate da quella vittoria ci
benedicevano ed a gara c'inviavano, molti oggetti di lana per i nostri
militi — e somme di denaro per i nostri feriti —

A Autun, servimmo di cortina, e protezione, ai due movimenti di
fianco, che si operarono da Chagny a Orleans, dal generale Crousat
— e dal grande esercito della Loire, verso l'Est, comandato dal
generale Bourbaki — Tutto il paese coperto di neve e ghiaccio, faceva
ben penibili cotesti movimenti, e micidiali per cavalli ed uomini
— In conseguenza del movimento del generale Bourbaki, i Prussiani
abbandonarono Dijon, e noi l'occupammo con alcune compagnie di
Franchi-tiratori — e l'avressimo occupato subito, con tutte le forze
nostre, se i treni della strada ferrata non fossero stati impiegati al
servizio del generale suddetto —

Tra la fine di Decembre, ed il principio di Gennaio, la temperatura era
divenuta rigidissima — la neve s'era consolidata in ghiaccio, ed il
transito diventato difficilissimo, massime per cannoni, e cavalleria
— I nemici, con truppe aguerrite — equipagiate di tutto punto — col
prestigio della vittoria — e colla presunzione del soldato vincitore
in paese straniero — ove si fa lecito — siccome facevano — non solo
di spogliare di ogni vivanda e suppelletili i poveri abitanti — ma di
cacciarli da letto per porvisi — I nemici dico: avevan molti vantaggi
sugli inesperti soldati Francesi — di nuova formazione — e mancanti
delle cose più necessarie —

Il movimento del generale Bourbaki, ben ideato, era di difficile
esecuzione, per i motivi accennati — e per tanti altri: particolarmente
il pessimo congegno degli Intendenti —

Un generale di cavalleria dell'esercito di Bourbaki, che passò
ad Autun, colla sua divisione, e visitommi — mi assicurò esser
quell'esercito, in uno stato ben deplorabile — «Io, mi disse: — posso
far fare ai miei cavalli in marcia pochi kilometri — ma certamente,
essi sono nella incapacità di combattere — e deteriorano ogni giorno
—» Così succedeva ai cavalli dell'artiglieria, e dei treni — e così
succedeva in ogni arma — e potevasi sin d'allora vaticinar sventure a
cotesto esercito —

Quel numeroso e giovane esercito — con quindici giorni più
d'organizzazione e di riposo — passato il terribile periodo dei
ghiacci di gennaio — avrebbe potuto ravvivare le speranze della Francia
esausta e prostrata — Invece esso fu sprecato e distrutto d'un orribile
modo —

Il movimento di Manteuffell, parallello a quello di Bourbaki, per
ingrossare le forze di Werden, e degli assediati a Belfort — mi era
noto, e secondando il desiderio del governo, io avrei certamente
fatto il possibile per arrestarlo nella sua marcia di fianco — Dio sa,
quanto io ero dolente di non poter eseguire tale operazione — che tanto
avrebbe giovato all'esercito dell'Est — Mi vi provai una volta — ed ero
uscito di Dijon col nerbo delle mie forze — per attaccare il nemico a
Is-sur-Till — lasciando al comando della città il generale Pelissier,
con una quindicina di milla mobilizzati — Ma fui indotto dalle forti
collonne nemiche, che mi stavano a fronte — di ripigliare le primitive
posizioni — Comunque, due delle mie quattro brigate: la seconda e la
quarta, operavano sulle comunicazioni del nemico — congiuntamente a
tutte le compagnie dei miei Franchi-tiratori —

Deciso di difendere Dijon, la mia prima cura fu di continuare le opere
di fortificazione — che già erano state cominciate dai Prussiani, e dal
generale Pelissier —

Le posizioni di Talant e Fontaine, che dominano la strada principale
che va a Parigi — e che sono nello stesso tempo, le più eminenti, ed
importanti, a due kilometri a ponente della città — furono le prime ad
esser coronate da alcune opere volanti — e vi si collocò: a Talant due
batterie di campagna da 12, e due da 4 — e nella seconda una battaria
da 4 rigata di campagna, ed una di montagna dello stesso calibro —

Alcune batterie da 12, che il governo mandava successivamente al
generale Pelissier — si collocavano in altre opere, innalzate a
Montmuzard, Mont Chapé — a Bellain — e nelle altre posizioni, le più
indicate nella cinta di Dijon — per tener lontani i fuochi del nemico
dalla città — in caso di un attacco; ciocchè si doveva aspettare da un
giorno all'altro —

Nella guerra — domina Signora la Fortuna — e fummo veramente favoriti
da essa — attacandoci il nemico nel 21 Gennaio dalla parte di ponente —
e si può dire: ch'egli attaccò il toro per le corna —

Studiato, da noi il terreno, acuratamente, da quella parte, con forti
posizioni coperte di muri e ripe, per linee di tiratori — destra
e sinistra della strada maestra — e con 36 pezzi di artiglieria,
collocati sulle formidabili posizioni di Talant e Fontaine — che
dominano tutto — la nostra difesa riuscì brillante —

E ve n'era ben donde: poichè la formidabile collonna che ci venne
dalla strada di Parigi — poteva ben chiamarsi: collonna d'acciaio! —
Ed appena furono bastanti i nostri 36 pezzi, infilanti la strada — e
varie migliaia dei nostri migliori distesi dietro ripari — per fermarla
— Accertato l'attacco da quella parte, vi si concentrò buon nerbo delle
nostre truppe — senza il bisogno di sguarnire il settentrione, e la
parte da levante, della cinta di difesa — ov'io supposi sempre, che
vi sarebbe il principale attaco — e da ponente — solo un'attacco finto
— Non fu così: l'attacco fu da ponente — per sorte nostra — e solo da
quella parte — con attacchi simultanei però di corpi fiancheggiatori,
alla sinistra del nemico, verso Hauteville e Daix — e per la sua
destra, verso Plombière nella vallata dell'Ouche —

L'attacco fu formidabile: io vidi in quel giorno soldati nemici — come
mai avevo veduto migliori — La collonna che marciava sulle nostre
posizioni del centro, era ammirabile di valore e di sangue freddo —
Essa ci giungeva sopra compatta come un nembo — a passo non celere, ma
con una uniformità — un ordine, ed una pacatezza spaventevoli —

Quella collonna battutta da tutte le nostre artiglierie in infilata,
e da tutte le linee di fanteria in avanti di Talant e Fontaine,
lateralmente alla strada, lasciò il campo coperto di cadaveri — e
per varie volte riordinandosi nelle depressioni del terreno, essa
ripigliava il suo contegno ed il suo progresso — collo stesso ordine e
pacatezza — Eran famosi soldati! —

Un solo istante furono i nostri sconcertati da un terribile attacco di
fianco sulla destra nostra dalla parte di Daix, che ci costò un buon
numero di prodi — questi, respinti i nemici, sin dentro un cimitero
del villagio — si vedevano arrampicarsi per il muro e stringersi alle
baionette Prussiane per strapparle —

Sulla nostra sinistra invece il nemico era avvilupato da forti linee di
tiratori nostri a martello — e minacciato d'aver tagliata la sua destra
di Plombieres —

Cotesta destra nemica fu pure assalita a fucilate dalle genti del
collonnello Pelletier, e franchi tiratori di Braün, che scese
da Bellair sulla valle dell'Ouche — l'obligaron a precipitosa
ritirata —

Così durò la battaglia dalla mattina sino al tramonto — con quanto
accanimento fosse possibile, da una parte e dall'altra — e senza un
vantaggio marcato da nessuno — Al tramonto noi erimo padroni delle
posizioni tenute nella giornata ed il nemico stava sulle sue —

Ma qui successe ciocche ho veduto succedere in altre simili
circostanze, tra truppe nuove, e soldati aguerriti — questi stanno
agli ordini — e gli altri col pretesto delle munizioni, della fame
della sete od altro — cercano di lasciar i loro posti, per andare a
rifocilarsi — oppure a raccontare le glorie della giornata — E ciò
succede particolarmente se vicini ad una città —

Io non cesserò quindi di raccomandare ai miei giovani concittadini, la
maggior costanza e pertinacia nei combattimenti[117] —

A misura che giungevano le tenebre della notte, i nostri militi, che
avrebbero potuto molto bene tener le posizioni, sì valorosamente difese
nella giornata — con un pretesto o coll'altro — ritiravansi verso
la città, e s'agglomeravano sullo stradale sotto Talant — Dimodocche
vi formarono una confusione, da non potersi più intendere — ne dare,
ne ricevere ordini — ed io stesso che discendevo da Talant — ov'ero
in tutta la durata della pugna — mi trovai ingombrato in una folla
densissima da non poter più governare il mio cavallo —

Il nemico all'incontro più astutto ed aguerrito, esplorando le
posizioni nostre avanzate, e trovandole sgombre, venne avanti — e
ci fulminò con orrenda scarica, mentre ci trovavamo nella confusione
suddetta — e per fortuna ci trovavamo in una depressione di terreno
— e fra il nemico e noi, una marcata eminenza — per cui le palle
passarono per la maggior parte sulla testa — E lì, la folla mi spinse
sì brutalmete — che poco mancai di andar gambe all'aria col mio
cavallo —

La ritirata dei nostri posti avanzati — ed il procedere avanti del
nemico mi fecero passare una brutta nottatta — peggiorata poi assai
dalla circostanza seguente —

Eran le 11 p.m. Io m'ero sdraiato — stanchissimo — sul mio lettuccio
nella prefettura di Dijon — quando una comitiva, composta: dal generale
Pelissier — dal Maire della città — parte del consiglio municipale, e
della magistratura — venne a parteciparmi: che il nemico era in dentro
delle nostre linee — in possesso di Talant, e forse di Fontaine — e
che un colonnello nemico — per parte del generale, comandante le forze
Prussiane — avea significato ad un magistrato, lì presente: che se
all'alba Dijon non capitolava — egli l'avrebbe bombardata —

A 64 anni — ed avendo veduto un po di mondo — non è poi tanto facile
d'esser corbellati — ed io concepï all'istante: esser una corbelleria
del generale nemico, innalzato alle rodomontate dalle strepitose
vittorie degli eserciti Prussiani — Comunque, tale notizia comunicatami
da persone autorevoli, non era da disprezzare — Giacchè il magistrato
presente che la comunicava — era uscito verso il campo di battaglia, la
sera, in cerca d'un figlio che temeva ferito — e là s'era incontratto
col collonnello Prussiano suddetto — Fu quindi terminato il mio riposo
— e diedi ordine di attaccare subito i cavalli alla mia carozza — dando
quante disposizioni mi furono possibili, per l'invio di esploratori,
alla rettificazione dell'annunzio —

Le vie erano cristallizzate dal ghiaccio, e nevicava — per un invalido
come son'io era ardua l'impresa di riccorrere gli avamposti — Ma non
v'era altra via. Come si poteva rimanere in casa a tale notizia — colla
gente spossata, e con un nemico sì intraprendente e valoroso? —

Dopo d'aver ordinato, un buon nucleo della miglior gente — ciocchè
abbisognò di varie ore — e d'aver comandato, che tutti si trovassero
pronti a combattere prima di giorno — io m'incamminai nelle prime ore
antimeridiane, verso Montchappé, prima delle nostre posizioni verso il
nemico — ove eran collocati due pezzi da 12, protetti da un battaglione
di mobilizzati — Nulla trovai di nuovo in quel punto — e tutto in
buon'ordine —

Mi recai in seguito a Fontaine — e finalmente a Talant, ove nessuna
traccia si trovò del nemico — Era stata una mera Gradassata dei
Prussiani la minaccia del bombardamento — ed invece nel giorno 22 non
fummo bombardati da loro — ma verso sera, ebbimo la fortuna — dopo
un'altra giornata di combattimento — di cacciarli dalle posizioni
occupate la vigilia e metterli in fuga —

Pertinaccia e costanza nelle battaglie: Ecco una delle chiavi della
vittoria! «Ma la gente è stanca — siamo stanchi ed affamati! Sì!
ebbene, andate in cerca di cibo e riposo — Il nemico verrà avanti —
vi mangierà i viveri raccolti, e riposo... ve lo darà col calcio del
fucile» —

Pertinaccia, costanza, e vigilanza sopratutto — questo poi, mai è
abbastanza — quanti generali si conoscono fra gli odierni — che per
esser generali, generalissimi, o più alti ancora, credono d'essere
dispensati d'assistere da vicino, nelle battaglie — e si contentano
da lontano, di ricevere delle informazioni, e dare degli ordini ai
comandanti di corpi loro subordinati —

Errore! Il comandante supremo — senza esporsi inutilmente — deve
assistere tanto vicino che possibile, al centro od obbiettivo del
campo di battaglia — In alto — ove lo possa, da poter scoprire più
terreno — e da imprimere una preziosa celerità: agli ordini inviati,
ed alle informazioni da ricevere — Il colpo d'occhio dell'uomo che deve
dirigere — poi — vale sempre assai più delle informazioni —

Il 22 Gennaio 1871 — provò: che se noi erimo stanchi della battaglia
del 21 — i Prussiani eran più stanchi, e più sgangherati di noi —
poichè valorosi ed intrepidi come s'erano mostrati nel primo giorno —
lo furono ancora nel secondo — ma tennero meno — e ciò mi fece sperare:
che nel 23, avressimo tempo di riposare dalle fatiche dei due giorni
antecedenti —

Il 22 Gennaio perdevamo tra gli altri, un'ufficiale di molto merito
— il comandante Loste, dei franchi-tiratori riuniti — corpo dagli
ottocento e tanti uomini — che molto contribuì a respingere il nemico,
attaccandolo vigorosamente sul fianco destro nel giorno antecedente, e
che coadjuvò molto alla vittoria del 22 — Egli fu sorrogato nel comando
di quel bravo corpo — dal Ten. collonnello Baghino ufficiale di belle
speranze —

La _valanga_ dei Prussiani (per servirmi del moto d'un mio ufficiale di
merito) era sì grande — che fummo minacciati d'esser sepolti anche nel
giorno 23 —

Essi verso la metà della giornata, ci minacciarono d'un attacco su
Fontaine — e v'inviarono alcuni battaglioni — fingendovi un'assalto
— ma subito dopo comparvero a settentrione sullo stradale di Langre —
in dense collonne, e con collonne di fiancheggiatori, da levante verso
Montmuzard, e S.t Apollinaire —

L'attacco sulla via di Langre fu formidabile, e degno del terribile
esercito che ci stava di fronte — quasi tutti i nostri corpi piegavano
— meno la 4ª brigata che si sostenne in una fabrica di nero animale,
munita per fortuna d'un chiuso, ove s'erano praticate delle feritoje
— alla sinistra della strada. Alcune centinaia di militi, della
5ª brigata, in formazione, e decimata nel combattimento del 21 —
sostennero pure l'urto, in uno stabilimento contiguo indietro, e
si riunirono poi alla quarta — Questi corpi, rimasero per un pezzo,
avvilupati dal nemico, per la ritirata dell'ala destra nostra — Avendo
il nemico collocato le sue artiglierie, sulla prima collina che domina
Pouilly e Dijon, a tramontana — e tirando con quella maestria a cui
ci aveano assuefatto i Prussiani — ci smontarono in poco tempo tutti
i nostri pezzi del centro collocato sullo stradale, e lateralmente —
sostenendo alcun tiro da parte nostra, 2 pezzi di Montmuzard, 2 del
Montchappé ed altri due che si collocarono su d'una strada obliqua allo
stradale, e sulla destra dello stesso — quando si vide l'impossibilità
di tenerli nella prima posizione — fulminata dalle artiglierie
nemiche —

Verso il tramonto, la nostra situazione era critica, ed i Prussiani
padroni del campo — minacciavano d'assaltare la città — Ai nostri
corpi ritirati si procurava di assegnare posizioni indietro presso la
stessa cinta — ove vi sono buona mano di recinti, ed alcuni muniti di
feritoie —

Alcuni codardi disertati dai loro posti — o che avevano moneta da
metter in salvo, già avean sparso l'allarme in città — e lo spavento
dovunque, sollecitando treni alla stazione della ferrovia per esser
trasportati in salvo, presto —

La nostra estrema sinistra formata per la maggior parte della 3ª
brigata — e situata a Talant, e Fontaine — alla vista della ritirata
del centro — aveva spinto i suoi franchi-tiratori sulla destra nemica
— e marciava risolutamente per sostenerlo — e sull'imbrunire alcuni
corpi di mobilizzati sulla destra nostra — spingendosi energicamente su
Pouilly — obbiettivo principale del campo di battaglia — ricacciarono
il nemico dal terreno conquistato, e lo respinsero sino al di là di
quel castello[118] —

In tal modo, la 4ª brigata, cui si doveva il primo onore della pugna,
venne rischiarata dal nembo nemico, che l'avea avvolta per un pezzo
— e nel respingere i reiterati assalti del 61 reggimento Prussiano,
e combattendo corpo a corpo — essa pervenne a toglierli la bandiera —
lasciata sepolta sotto un monte di cadaveri —

Io ho già veduto alcune pugne ben micidiali — e certamente ho
contemplato poche volte, sì gran numero di cadaveri, ammotichiati su
piccolo spazio, a tramontana dell'edifizio suddetto — come vidi in
quella posizione, occupata dalla 4ª brigata, e da parte della 5ª —

Narrando della 4ª e 5ª brigate, opposte ad un reggimento Prussiano —
non si creda: fossero esse brigate complette — ma nuclei di brigate in
formazione esse erano; contando la 4ª circa mille uomini — e meno di
300 la 5ª.

Nelle prime ore della notte, il nemico era in piena ritirata — e per
vari giorni, ci lasciò tranquilli in Dijon — Sgombrò pure i villagi
circostanti che noi occupammo —

La maggiore parte dei nostri Franchi-tiratori, che onorevolmente, avean
partecipato ai tre giorni di pugna, furono nuovamente lanciati su tutte
le direzioni verso le comunicazioni del nemico — da Sombernon a Dole
ecc. — E la 2ª brigata staccata dal corpo principale da più giorni,
guerreggiava splendidamente a tramontana nei dintorni di Langre —

Io non darò termine alla narrazione della gloriosa battaglia di Dijon,
senza un ricordo al mio diletto amico e valorosissimo fratello d'armi,
il generale Bosak —

Cotesto eroe della Polonia, m'avvisò nella mattina del 21 Gennaio —
che siccome correvano voci dell'approssimarsi dei Prussiani venendo
da val Suzon — egli stesso pensava di scoprirli — Alla testa di pochi
uomini, egli s'avanzò verso il nemico, per riconoscerlo e riconoscerne
il numero — Ma spinto da indomito coraggio — egli freddamente s'impegnò
nella vanguardia nemica, e volle assicurarsi se stesso di quanto
occorreva, per dare un esatto raguaglio — e s'impegnò talmente, che
sdegnando di fuggire — egli cade vittima della sua bravura —

Io stetti molti giorni senza saper di lui — e si credette, che
fosse rimasto ferito in qualche casa di campagna — Anzi, allo Stato
Maggiore si conosceva la preziosa perdita — e mi si nascondeva per
delicatezza —

Io confido: quando la Francia abbia un governo migliore — essa
adotterà, ne sono certo, gli orfani del prodissimo Bosak che morì per
essa —



                                                          5º periodo.

CAPITOLO IV.

1871 — Ritirata — Bordeux — Caprera.


Le notizie dell'armistizio prima — della capitolazione di Parigi
poi, e finalmente l'emigrazione dell'esercito di Bourbaki in
Svizzera — cambiarono l'aspetto delle cose — ed un certo panico, ed
incertezze, s'impadronirono delle popolazioni, che avean sperato in
un miglioramento nelle condizioni della Francia, coi vantaggi da noi
ottenuti — Nella maggior parte l'effetto fu favorevole — sperando
prossimo il termine di quella terribile guerra —

Come m'era successo sempre in Italia — approssimandosi la fine, il
governo della difesa largheggiava per noi, in mezzi d'ogni specie, ed
in accrescimento di forze d'ogni arma — Il nostro piccolo esercito,
coll'agregazione d'una quindicina di milla uomini dei mobilizzati
del generale Pelissier, ascendeva a circa 40 milla — Comunque, il
nemico libero di Parigi, e dell'esercito dell'Est passato in Svizzera;
cominciava ad ammassare su di noi, forze imponenti — e malgrado tutte
le opere di difesa da noi eseguite, e l'aumentazione nostra numerica
— esso avrebbe finito per schiacciarci, od attorniarci come avea fatto
degli eserciti Francesi — a Metz, a Sedan, ed a Parigi —

I Prussiani coi loro strepitosi vantaggi, facean naturalmente la parte
del lupo — e mentre avea luogo l'armistizio a Parigi, ed in tutta la
Francia, per noi non era valevole —

Una delimitazione poi, male accennata, che diceva di traversare la
Borgogna — spiegava malissimo il terreno neutro, tra le linee nemiche,
e le nostre — ma ci cacciava in ogni modo da Dijon, e da tutte le
posizioni occupate sin'ora — rigettandoci verso ostro —

Facendo, ripeto: la parte del lupo — il nemico insolentiva, a misura
che riceva rinforzi — ed ogni giorno li riceveva considerevoli — E con
uno od altro pretesto, egli tentò varie volte di avviluppare i nostri
avamposti e farli prigionieri — A ciò non riuscì però, avendo da fare
con gente che di lui non si fidava —

Per ordine del governo di Bordeaux, dovevasi trattare coi Prussiani,
per armistizio delimitazione ecc. — ed il generale Bordone, capo di
Stato Maggiore, recossi varie volte nel campo nemico a tale oggetto —
Siccome dissi però: il risultato della sua missione fu: che per noi non
v'era armistizio —

Dal 23 Gennaio al 1º Febbraio, si tenne come si potè nella capitale
della Borgogna — in tutte le nostre posizioni — contro l'incalzante
avversario — Esso, certamente, colle lezioni ricevute nei tre giorni
di combattimento — capiva che non bastavano poche forze per scuoterci
— e ne accumulava — alla sordina sì — ma molte — e verso la fine
di Gennaio, le sue collonne occupavano in forza la nostra fronte, e
cominciavano a stendersi per avvilupare i fianchi nostri — l'esercito
di Manteuffell libero dal nostro dell'Est, scendeva verso la vallata
del Rodano, e minacciava la nostra linea di ritirata —

Il 31 Gennaio si cominciò a combattere, verso la sinistra nostra —
dalla mattina, e si continuò sino a notte avanzata — Il nemico ci
tastava su vari punti, prendendo posizioni al di fuori di Dijon,
per un'attacco generale — Alcuni corpi Prussiani, mostravansi nella
valle della Saone, minacciando di prenderci a rovescio per la nostra
destra —

Non v'era tempo da perdere — Noi erimo l'ultimo boccone, che avidamente
solletticava il grande esercito vincitore della Francia — e senza
dubbio esso voleva farci pagare la temerità d'aver contestato per un
momento la vittoria —

Si ordinò la ritirata su tre collonne: La prima brigata — comandata
da Canzio dopo la morte del generale Bosak — a cui s'era agregata
la 5ª doveva scendere parallellamente alla strada ferrata di Lione
— proteggendo l'artiglieria pesante e tutto il nostro materiale che
marciavano in vagoni — La 3ª brigata con Menotti s'incamminò nella
vallata dell'Ouche, verso Autun — La 4ª prese la via di S. Jean de
Losne, per la sponda destra della Saone verso Verdun —

Il quartier generale, marciò in via ferrata — e fu fissato a Chagny,
punto centrale della riunione dell'esercito — e vari altri corpi, e
compagnie di Franchi-tiratori distaccati dalle brigate si diressero
pure sulla nuova base — Tutto fu eseguito col miglior ordine possibile
grazie all'attività del capo di stato maggiore, del comandante generale
d'artiglieria collonnello Olivier — e dei comandanti dei corpi in
generale — senza esser molestati dal nemico — e con minor confusione,
di ciò che si poteva aspettare da truppe nuove, in una ritirata
notturna —

La ritirata ebbe luogo nella notte del 31 Gennaio al 1º Febbraio — ed
il nemico occupò Dijon, verso le 8 a.m. del 1º —

Da Chagny il quartier generale passò a Chalons-sur-Saone — poi
a Courcelles, in un castello nelle vicinanze di quella città. La
capitolazione di Parigi, essendo un fatto compiuto, e l'armistizio
ridottosi a preliminari di pace — io eletto fra i deputati
all'assemblea nell'8 febbraio, decisi di recarmi a Bordeaux, ove
quella doveva riunirsi, coll'unico intento di portare il mio voto
all'infelice Republica — e lasciai Menotti provisoriamente al comando
dell'esercito —

Tutti sanno, com'io fui ricevuto dalla maggioranza dei deputati
all'assemblea — e certo di nulla più potere per lo sventurato paese
ch'ero venuto a servire nella sciagura — mi decisi di recarmi a
Marsiglia, e di là a Caprera, ove giunsi il 16 Febbraio 1871 —

L'esercito dei Vosges, composto di elementi troppo Republicani,
dovea naturalmente godere dell'antipatia del governo di Thiers — e fu
sciolto —



                                      _Civitavecchia 15 Luglio 1875._

APPENDICE ALLE MIE MEMORIE


La battaglia di Custoza, di cui ho la pianta qui presente — somiglia
a tutte le battaglie antiche, e moderne ove il genio ha prevalso da
una parte — Da Epaminondas — alle battaglie di Leuctro e di Mantinea —
sino ai generali prussiani del 70 — la regola delle battaglie oblique
è stato incontestabile ed ha prodotto vittorie sempre — A Rosbach
Federico secondo — con tutta la massa delle sue forze — e colla
celerità delle sue manovre prendeva l'esercito Francese di Fianco, e lo
schiacciava —

A Mantova Napoleone 1º sentendo gli Austriaci che scendevano dalle due
sponde del Garda — abbandonava le sue grosse artiglierie — e marciava
con tutto il suo esercito a battere seperatamente i due corpi nemici
rifiutando una delle sue ale —

In America il generale Paz — sapendo il generale Echague, schierato in
battaglia dietro un cappao (isola d'alberi) — presentò al nemico una
linea parallella — coll'ordine però di rifiutare la destra e rinforzare
la sinistra — In tal modo: la sinistra d'Echague, trovò soltanto pochi
squadroni di cavalleria alla destra del nemico, che si ritirarono
al galoppo — Intanto la sinistra di Paz rinforzata dalle migliori
truppe, sconfisse la destra nemica ed ottenne così una splendida
vittoria —

A me duole di dover fare l'elogio d'un generale Austriaco — comunque
ad edificazione della gioventù nostra — che avrà forse bisogno ancora
di combattere soldati stranieri — io devo narrare il vero — l'Arciduca
Alberto fu il solo e vero generale della battaglia di Custoza —
Profitando dell'errore commesso dai nostri — di passare il Mincio sulla
grande estensione da Mantova a Peschiera — egli, simulò attacchi sulla
destra nostra, e sul centro, e massando i suoi tre corpi d'esercito
sulla nostra sinistra — egli schiacciò cogli ottanta milla uomini che
comandava, il solo corpo di Durando —

I nostri corpi del centro e della destra — divertiti con alcune finte
cariche di cavaleria — seppero tardi la sconfitta della nostra sinistra
— e conseguentemente agli errori commessi sino dal principio della
campagna — sei o sette brillanti divisioni si ritirarono mordendosi
le labbra per non poter combattere. Ho detto errori commessi sino dal
principio della campagna — e fu veramente così —

¿Perchè dividere l'esercito in due? — Errore condannato in ogni tempo —
Forse per compiacere il brillante generale Cialdini — che ripugnava di
ubbidire al generale Lamarmora capo di stato maggiore? —

¿Non bastava una divisione per minacciare il passaggio del Po — senza
impiegarvi 90 milla uomini delle migliori truppe — che, ad altro non
servirono, che a dar un impronta vergognosa di ritirata al nostro prode
esercito —

E narro del nostro prode esercito con orgoglio — Duolmi veramente:
manchino a noi quei superbi generali Govone, Bixio, Cuggia,
Sirtori, che tanto oprarono in quella giornata — alla testa di quei
valorosissimi nostri militi — e che se fossero stati sostenuti come
si doveva — avrebbero glorificato quel campo di battaglia con inni di
trionfo — Ecco dunque, giovani ufficiali — che forse dovrete ancora
affrontare prepontanti[119] sui campi di battaglia — Ecco gli errori
commessi dai nostri: Tutto il corpo di Cucchiari, tre divisioni, la
divisione Bixio, la divisione Umberto, la divisione Pianell, e la
divisione Cosenz — cioè sette divisioni — non entrano in battaglia —
mentre i tre corpi d'esercito nemici, combattono la nostra sinistra e
la schiacciano —

Tuttociò è dovuto alla sagacia del generale nemico —

Di più delle sette divisioni non impegnate — oltre a trenta batterie
della riserva, rimasero inattive, e si ritirarono senza fare un
tiro! —

Tutte coteste forze intatte — bastavano da sole se impiegate a tempo
— per sbaragliare un nemico scosso e disordinato da una giornata di
battaglia —



INDICE


  Avvertenze                                              _Pag._  VII
  Prefazione alle mie Memorie                               »       1

  PRIMO PERIODO

  CAPITOLO    I. — I miei genitori                        _Pag._    7
      »      II. — I miei primi anni                        »       9
      »     III. — I miei primi viaggi                      »      11
      »      IV. — Altri viaggi                             »      13
      »       V. — Rossetti                                 »      16
      »      VI. — Corsaro                                  »      17
      »     VII. —                                          »      21
      »    VIII. —                                          »      23
      »      IX. —                                          »      26
      »       X. — Luigi Carniglia                          »      29
      »      XI. — Prigioniero                              »      30
      »     XII. — Libero                                   »      33
      »    XIII. — Ancora Corsaro                           »      36
      »     XIV. — Quattordici contro cento e cinquanta     »      40
      »      XV. — Spedizione di Santa Caterina             »      44
      »     XVI. — Naufragio                                »      46
      »    XVII. — Assalto e presa della Laguna di Santa
                     Catterina                              »      50
      »   XVIII. — Innamorato                               »      52
      »     XIX. — Ancora Corsaro                           »      54
      »      XX. — Ritirata                                 »      57
      »     XXI. — Combattimento ed incendio                »      59
      »    XXII. — Vita militare per terra — Vittoria e
                     sconfitta                              »      61
      »   XXIII. — Ritorno in Lages                         »      66
      »    XXIV. — Soggiorno in Lages — Discesa della
                     Serra — e combattimento                »      68
      »     XXV. — Combattimento di fanteria                »      72
      »    XXVI. — Spedizione del Nord                      »      78
      »   XXVII. — Invernata e preparazione di canoe        »      80
      »  XXVIII. — Ritirata disastrosa per la Serra         »      83
      »    XXIX. — Montevideo                               »      89
      »     XXX. — Comando la squadra di Montevideo —
                     combattimenti nei fiumi                »      91
      »    XXXI. — Combattimento di due giorni con Brown    »      96
      »   XXXII. — Ritirata su Corrientes — Battaglia del
                     Arroyo-grande                          »     104
      »  XXXIII. — Preparativi di resistenza                »     108
      »   XXXIV. — Principio dell'assedio di Montevideo     »     111
      »    XXXV. — Primi fatti della Legione Italiana       »     113
      »   XXXVI. — Flottiglia — Fatti di questa             »     115
      »  XXXVII. — Pugne brillanti della Legione Italiana   »     119
      » XXXVIII. — Spedizione del Salto                     »     123
      »   XXXIX. — Il Matrero                               »     126
      »      XL. — Jaguary                                  »     130
      »     XLI. — Spedizione a Gualeguaychù — Hervidero —
                     Anzani                                 »     132
      »    XLII. — Arrivo al Salto — Vittoria del Tapeby    »     138
      »   XLIII. — Arrivo d'Urquiza                         »     142
      »    XLIV. — Assediati nel Salto da Lamas e Vergara   »     145
      »     XLV. — S. Antonio                               »     147
      »    XLVI. — Rivoluzione a Montevideo e Corrientes —
                     Combattimento del Dayman (20 Maggio
                     1846)                                  »     154
      »   XLVII. — Alcuni morti e feriti della Legione      »     163
      »  XLVIII. — Ritorno a Montevideo                     »     165

  SECONDO PERIODO

  CAPITOLO    I. — Viaggio in Italia                      _Pag._  169
      »      II. — A Milano                                 »     174
      »     III. — A Como, Sesto Calende, Castelletto       »     178
      »      IV. — Ritorno in Lombardia                     »     180
      »       V. — Inazione, e tedio                        »     187
      »      VI. — Nello Stato Romano, ed arrivo in Roma    »     195
      »     VII. — Proclamazione della Repubblica, e
                     marcia su Roma                         »     202
      »    VIII. — Difesa di Roma                           »     205
      »      IX. — Ritirata                                 »     218
      »       X. — Esiglio                                  »     238
      »      XI. — Ritorno alla vita politica               »     250
      »     XII. — Nell'Italia Centrale                     »     286

  TERZO PERIODO

  CAPITOLO    I. — Campagna di Sicilia — Maggio 1860      _Pag._  301
      »      II. — Il cinque Maggio                         »     307
      »     III. — Da Quarto a Marsala                      »     308
      »      IV. — Calatafimi — 15 Maggio 1860              »     313
      »       V. — Da Calatafimi a Palermo                  »     319
      »      VI. — Rosolino Pilo e Carrao                   »     320
      »     VII. — Continua da Calatafimi a Palermo         »     322
      »    VIII. — Assalto di Palermo — 27 Maggio 1860      »     325
      »      IX. — Melazzo                                  »     332
      »       X. — Combattimento a Melazzo                  »     335
      »      XI. — Nello stretto di Messina                 »     339
      »     XII. — Sul continente Napoletano                »     342
      »    XIII. — Assalto di Reggio                        »   _ivi_
      »     XIV. — Ingresso a Napoli — 7 Settembre 1860     »     346
      »      XV. — Preludi della battaglia del Volturno —
                     1º Ottobre 1860                        »     350
      »     XVI. — Battaglia del Volturno                   »     352
      »    XVII. — Bronzetti a Castel Morrone —
                     1º ottobre 1860                        »     359
      »   XVIII. — Combattimento di Caserta Vecchia —
                     2 ottobre 1860                         »     360

  QUARTO PERIODO
  Dal 1860 al 1870.

  CAPITOLO    I. — 1862 Campagna di Aspromonte            _Pag._  363
      »      II. — Campagna del Tirolo                      »     369
      »     III. — Battaglie, combattimenti                 »     373
      »      IV. — Combattimenti di Bezzecca — 21 luglio    »     382
      »       V. — Agro Romano                              »     387
      »      VI. — Sardegna — Traversato sul mare —
                       Continente                           »     391
      »     VII. — Assalto di Monterotondo                  »     396
      »    VIII. — Mentana — 3 novembre 1867                »     400

  QUINTO PERIODO

  CAPITOLO    I. — Campagna di Francia                    _Pag._  409
      »      II. — Combattimenti di Lentenay e Autun        »     416
      »     III. — 21, 22 e 23 gennaio 1871                 »     425
      »      IV. — 1871 — Ritirata — Bordeaux — Caprera     »     434

  Appendice alle mie memorie                                »     437



NOTE:


[1] Nome del primo bastimento con cui ho navigato.

[2] Morto da vari anni — ma vivente quando principiai le mie memorie.

[3] Scriveva nel 1849.

[4] Tali furono sempre le mie idee — scritte nel 1849 e copiate oggi
1871.

[5] Giardino di destra — angolo destro alla poppa della nave.

[6] In quell'epoca, era proibito a Marsiglia di tener lumi, anche di
notte a bordo ai bastimenti.

[7] Viamâo, villagio fuori di Porto-Alegre, a poche miglia — nella
provincia del Rio Grande del Sud — I Republicani avean chiamato quel
villaggio Settembrina — in onore d'una vittoria in settembre.

[8] _Garopera_, barca destinata alla pesca delle _garope_ pesce
squisito del Brasile.

[9] Una quarta: la trentaduesima parte di tutta la circonferenza della
bussola — E _orza_, significa andar più verso l'origine del vento — che
ci spingeva verso la costa a destra —

[10] _Barrancas_ — rupi — in Francese _falaise_ —

[11] _Pampero_ — vento il più formidabile per la costa sinistra del Rio
de la Plata — e che prende il suo nome dalle _Pampas_ — pianure immense
alluvionali nella costa destra —

[12] Traversia — vento che soffia sulla costa, e fa una perpendicolare
con essa —

[13] Ho veduto l'ultima famiglia dei Chanuas-aborrigeni abitatori di
quelle contrade — mendicando un pezzo di carne nei nostri campamenti —

[14] Fiumicello.

[15] Bassa tra una collina e l'altra.

[16] Erba alta e dura.

[17] Lo stallone mai è domato in quei paesi.

[18] Infusione di foglie d'albero dello stesso nome, che supplisce
nell'America meridionale al cafè, e the.

[19] Rez: vaccina ammazzata per maccellare.

[20] Si ricorda il lettore: che il Rio della Plata, ha un'imboccatura
di cento miglia di largo —

[21] In panna: disposizione delle vele, acciò il bastimento resti
ancora immobile —

[22] Manovra per spingere il bastimento avanti —

[23] Giardino: angolo nella poppa della nave.

[24] Orlo superiore dei bordi o ripari della tolda.

[25] Bracci — corde che servono a manovrare i pennoni —

[26] Nostr'uomo — capo dei marinari dopo il Capitano ed Ufficiali —

[27] Confluente del Rio della Plata.

[28] _Jakarè_ — Cocodrillo.

[29] _Estancia_ — che corrisponde allo stazzo sardo — cioè stabilimento
pastorizio.

[30] Barco di fiume di mediocre grandezza —

[31] Arroyo — fiumicello —

[32] Evidentemente una svista, invece di _legni_ (N. dell'Ed.).

[33] _Serra do Espinasso_ — Spina dorsale del Brasile — parallella alla
sua costa orientale — su cui verdeggia una delle più belle e delle più
grandi foreste del mondo —

[34] Sartia — cordame che tiene gli alberi lateralmente —

[35] Boccaporto — porta che chiude la stiva della nave —

[36] Giardini — angoli nella poppa delle navi —

[37] L'opera mia durante la catastrofe, può sembrare straordinaria
ai non pratici del mare — ad un marino però — comparirà praticabile —
considerando: che generalmente, nelle tempeste, dopo tre forti marosi,
succede un momento di calma — E fu in tale periodo ch'io potei ajutare
i compagni —

[38] Campestre — campo senza piante nella foresta —

[39] Nella Laguna di S. Catterina, anche la città chiamasi Laguna —

[40] I tre nomi dei piccoli legni da guerra, provenivano da località,
ove i Republicani furono vittoriosi —

[41] _Ganado_ truppa di bovi o vacche — che devono servire d'alimento
alla gente — che non porta altre impedimenta —

[42] _Cavalladas_ — cavalli di riserva, indispensabili in quei paesi,
ove la maggior parte della forza è cavalleria nutrita sui propri campi
— per cui ogni milite, è obligato d'aver tre cavalli — uno montato, e
gli altri alla riserva —

[43] Dal prezioso trattatto l'_Universo_, del professore Filopanti —
vedo oggi esser codesti i fiumi maggiori — mentre credevo prima: il
Mississipì il più grande del mondo —

[44] Quel generale Bento Manuel — tradì poi la Republica e passò agli
imperiali —

[45] Continente — nome probabilmente dato dagli scopritori — alla vasta
e bella provincia del Rio-grande del Sud — essendovi un'altra provincia
dello stesso nome al nord del Brasile —

[46] L'arrosto di vaccina, principale alimento dei militi Americani —
si cuoce infilzato ad un ramo verde degli alberi della foresta — quindi
facile da portarsi in spalla.

[47] Gli imperiali chiamavano Farrapos (cenciosi) i Republicani — e
questi Caramurù, gli altri (uomini di fuoco, nel dialetto indigeno).

[48] Che gusto per un discepolo di Beccaria nemico della guerra. Ma che
volete: ho trovato sul sentiero della mia vita gli Austriaci, i preti,
ed il despotismo —

[49] Settembrina, nome d'un villagio vicino a Porto-Alegre nominato
così dai Republicani, in onore del mese in cui fu proclamata la
Republica — Prima chiamavasi Viamâo (Vidi la mano) perchè da quel punto
vedevansi i cinque fiumi che formano il Rio-grande —

[50] La Republica non pagava i suoi militi — e perciò non era peggio
servita —

[51] Tratta perciò coll'Inghilterra —

[52] In quei paesi — ove si mangia sola carne, e la carne è acquistata
col cavallo e col laccio — si capisce che sola la cavalleria trovasi
nell'abbondanza — in tempo di carestia — e la fanteria spesso patisce
la fame —

[53] Si osservi: che con moglie e bambino — ero stato obligato di
provvedermi d'una tenda e poco bagaglio —

[54] Io ricordo con affetto e gratitudine — di quell'epoca — la
generosa amicizia di G. B.ta Cuneo — invariabile amico di tutta la vita
— dei Fratelli Antonini — e Giovanni Risso —

[55] Perdetti un ufficiale Italiano di molto valore in quella pugna —
per nome Pocaroba di Genova — Ebbe la testa portata via da una palla di
cannone —

[56] Arroyo, fiumicello —

[57] I fiumi grandi e piccoli hanno nel loro letto dei canali ove
l'acqua è più profonda, e più forte la corrente —

[58] Lavalle fa uno dei più prodi dei generali Argentino nemico
accerrimo del tiranno Rosas —

[59] Evidentemente una dimenticanza nel manoscritto — (Nota
dell'Editore).

[60] Dopo la battaglia, il generale Paz mi strinse la destra — e mi
disse: Oggi ho veduto, che gl'italiani sono veramente valorosi!

[61] La fortezza del Cerro è altissima, edificata su quel pan di
zucchero — che scorto dal mozzo Portoghese — dalla punta dell'albero
del barco scopritore — esclamò: «Monte vide eu» che in Italiano
significa: «Monte vidi io» — e che diede il nome a Montevideo —

[62] Si ricordi il lettore: che la Republica di Montevideo, si chiama:
Republica Oriental dell'Uruguay per trovarsi sulla sponda Orientale di
quel fiume — e quindi il titolo _Oriental_ del popolo —

[63] Ad uno di quelli uomini del campo, dell'America meridionale,
l'arrosto di giovenca scelto e cotto da lui, è il primo ed il più
saporito alimento — Io l'ho veduto sorridere di compassione vedendomi
mangiar pernici —

[64] Già si sà: chiamano gli Spagnoli _Salto_ — una cattarata di fiume
— essendo frequenti tali cascate nelle vicinanze di cotesta città —
dall'Hervidero al Salto grande nella parte superiore del fiume —

[65] Carona cuojo crudo che va sotto la sella — Ora legando i quattro
canti di tale cuojo si forma una barchetta capace di portare le armi
e vestimenta — e tale barchetta si lega alla coda del cavallo, a
rimorchio dello stesso — e si chiama _pelota_ —

[66] Queste divisioni sono molto inferiori alle Europee, in numero e si
compongono generalmente di sola cavalleria —

[67] Bollas — una delle armi più terribili della cavalleria Americana
— Costrutte con tre palle — di ferro generalmente fasciate di cuojo,
e legate a tre gambe di fune, anche di cuojo — quei veri centauri
dell'America del Sud — le maneggiano, tenendone una nella mano — e
rotando le altre due nell'aria — al dissopra della testa — con il
cavallo lanciato a carriera — Avvinghiate, che sian le bollas, nelle
gambe d'un animale fuggente — è forza per esso fermarsi — e per lo più
cadere — Tale è il modo con cui si fanno molti prigioni — Guai! a chi
ha il cavallo stanco dopo la pugna — Io ho veduto fermare anche gli
struzzi — colle bollas —

[68] Nizza che i nostri odierni uomini grandi hanno venduto allo
straniero — come un cencio! Un cencio — che non apparteneva al
miserabile loro corredo!!!

[69] 28 di Marzo 1872 — Oggi egli è morto — All'individuo io sono
solito non portare odio — massime quando morto — Scrivendo la storia
però, io mi trovo in dovere di palesare pacatamente i torti ch'egli con
me ebbe — in varie circostanze —

[70] Io devo qui una parola di lode all'egregia sig.ra Laura Mantegazza
— Codesta generosa — non eran terminate ancora le fucilate — ch'essa
apparve in una barca attraversando il Lago — e raccolse indistintamente
tutti i feriti — che condusse e curò in casa sua — Sia essa benedetta
da tutti!

[71] Uno dei grandi inconvenienti di tal guerra — in un paese poco
consueto — come vi era la Lombardia di quei giorni — erano le grandi
masse di nemici che gli abitanti vedevano in ogni direzione e con cui
spaventavano i nostri giovani militi —

[72] Noi non avevamo accettatto terreni offerti dal presidente della
Republica di Montevideo —

[73] parole con cui converrà fregiare il nuovo vocabolario — in questo
secolo di ladri — e metterle accanto alla Republica Republicana di
Francia —

[74] Un figlio di Rossi ha servito meco in Lombardia — ed è un distinto
e valoroso ufficiale — Il di lui padre sarà stato un genio — come
alcuni voglion descriverlo — Ma un genio od un uomo onesto devono
servir la causa del proprio paese — ed il papato in quei giorni la
tradiva —

[75] Io scriverò pacatamente di Mazzini — non voglio però mentire alla
mia coscienza — e quando dico Mazzini — intendo il governo Romano —
giacchè egli era in fatto il dittatore di Roma — titolo di cui non
voleva assumere la responsabilità — ma di cui si sa aveva il potere —
conoscendo il carattere onesto e docile dei triumviri Saffi e Armellini
— Dunque il Dittatore Mazzini — cui facevano ombra, Avezzana ed io —
relegò il primo ad Ancona — ed io, fui lasciato alla difesa di porta
S. Pancrazio — Generale in capo fu nominato il Collonnello Roselli —
che credo avrebbe fatto molto bene il suo dovere alla testa del suo
reggimento: ma che non aveva sufficiente esperienza per comandare in
capo l'esercito della Republica —

[76] ferri — piccole ancore di bastimenti — impennellati, cioè legato
uno in coda all'altro — Alzane — lunghe corde di bordo —

[77] tonneggiare — spingersi avanti tirando sulle alzane —

[78] Si vede: che molti ancora erano quelli che vollero accompagnarmi —
circa 200 — e ben pressentivano: giacchè molti dei nostri caduti nelle
mani degli Austriaci — furon bastonati, oltre quei che fucilarono — Se
ne ricordino gli Italiani!

[79] Monsoon — venti che soffiano sei mesi da una parte — e sei
dall'opposta —

[80] Mura a sinistra — cioè: ricevendo il vento dalla parte sinistra
— mentre si tiene la prora, quanto possibile, vicina all'origine del
vento —

[81] Si chiama così il punto di un fiume ove si trova una barca grande
che passa uomini, animali, ed arnesi —

[82] Il Capitano Francesco Simonetta, comandava le poche guide a
cavallo, che s'eran potute riunire — e come ogni cosa nostra, erano
ancora vestite in borghese e mancavano di tutto. Simonetta non morì
generale per trascuranza mia —

[83] _Sciando_ — camminar colla poppa avanti — si cammina in tale
direzione colle ruote a rovescio in un vapore — o coi remi a rovescio
in un palischermo —

[84] Non so quando si attuerà cotesto sogno della mia vita — che con
meno i preti — farebbe dell'Italia una potenza di prim'ordine —

[85] Thiers, Bonaparte, _Chauvinisme_ — tutti titoli che riassumano
le ridicole pretenzioni — della Francia clericale e dominatrice —
sull'Italia — e che senza dubbio — sarà un perenne motivo di rancori
fra due nazioni che potrebbero — convenientemente ad ambi — vivere
amiche.

Non voglio passare questo secondo periodo delle mie memorie senza
palesare due fatti che mi concernono — e che provano la malizia
dell'uomo del 2 Decembre — de' suoi complici — e l'ingerenza che lo
stesso, aveva sulle cose nostre —

A Gavardo — ov'io passai il Chiese per recarmi a Salò nella campagna
descritta — mi giunse un conosciuto N. A. inviato dal quartier generale
dell'imperatore colla missione seguente —

«Io sono incaricato» mi disse: «di offrirvi quanto abbisognate per voi,
e per la vostra gente: denaro, oggetti di qualunque specie, saranno
messi — a vostra disposizione — Chiedete pure — l'imperatore conosce i
molti vostri bisogni — dei vostri militi — e vuol rimediarli — Egli non
può tolerare l'abbandono, e lo stato miserabile in cui siete lasciato».

Io risposi: «Di nulla abbisogno» — Era un mercato bell'e buono: Si
stava trattando di vendere Nizza — anzi era già venduta — e si voleva
un complice di più: un Nizzardo —!

A 52 anni — corpo di Dio! e quando si ha veduto un po di mondo — non
è poi tanto facile d'esser canzonato — Tanto però, era il cinismo
corrutore dell'uomo dei Versanti — e tanti erano stati i codardi che
sperano prostrati davanti a quel simulacro di putredine!

Il secondo fatto è il seguente:

Dopo i fatti dell'Italia centrale narrati antecedentemente — io avevo
chiesto la demissione dal comando di coteste truppe — e se Bonaparte
aveva la mano — in tutti quei maneggi — lo dice la seguente sua lettera
al papa —

Lettera di Napoleone al papa:

«I miei conati non riuscirono che ad impedire il propagarsi
dell'insurrezione — e la demissione di Garibaldi, ha preservato le
Marche d'Ancona — da una sicura invasione».

[86] Due fanciulli Siciliani, — negli ultimi tempi — dell'età non
superiore ai quattordici anni — estraevano una radice algebrica
del grado 32º — a mente, ed in pochi minuti — operazione veramente
portentosa —

[87] I due piroscafi che trasportarono i Mille a Marsala —

[88] Di cuore avrei voluto agiungere: e del contadino — ma non voglio
alterare il vero — Cotesta classe robusta, e laboriosa, appartiene
ai preti — che se la mantengono nell'ignoranza — E non v'è esempio
d'averne veduto uno tra i volontari — Essi servono nell'esercito, ma
per forza — e sono i più eficaci istromenti del despotismo e del clero
—

[89] gozzi — nome dei palischermi usati a Genova per trasporto di gente
e merci —

[90] Si conta che vi furono distrutti i Romani dagli indigeni, in una
grande battaglia, nei primi tempi dell'occupazione dell'isola per i
primi —

[91] Titolo con cui ci onoravano i nostri nemici —

[92] A la battaglia di Copenhaguen — Parker, ammiraglio supremo Inglese
— fece il segnale di ritirata a Nelson impegnato nel combattimento
— Il vincitore del Nilo — avvisato dall'Ufficiale ai segnali — mise
il canochiale all'occhio orbato — e disse: non lo vedo! La battaglia
continuò e fu vittorioso. (Nelson aveva un occhio solo) —

[93] Nome della Valle di Palermo — che sembra indorata dalle sue
superbe piante d'aranci — quanto maturi —

[94] Non potendo ricordare i nomi di coloro, che fecero parte di quella
sacra schiera, ho pensato d'introdurvi i suddetti gloriosi martiri
dei Mille — che mi si presentano alla memoria, abbenchè non tutti
appartenenti a detta schiera —

[95] Picciotti — uomini della campagna —

[96] Squadre — compagnie formate dai Picciotti —

[97] Le camicie rosse, poche, al principio della spedizione — avevano
acquistato molta importanza — ed ispiravano fiducia e rispetto agli
amici — siccome ai nemici terrore — I parlamentari borbonici chiedevano
delle camicie rosse per esser scortati nelle vie di Palermo — Io ne
avevo ordinato quanto era possibile di farne e fatte distribuire per
acrescere l'imponenza di quel colore —

[98] Trentino.

[99] Romano.

[100] Fra i morti in questa gloriosa pugna — contano: Poggi,
ufficiale nei carabinieri Genovesi — dei Mille che tanto si distinse a
Calatafimi —

Migliavacca del corpo di Medici anche valorosissimo —

Vi furono feriti Cosenz e Corte —

[101] A cui diedimo il nome di _Tuckery_ — il valoroso comandante della
nostra vanguardia all'entrata di Palermo — ove morì eroicamente —

[102] Il generale Türr era passato sul continente per motivo di salute,
ed avea lasciato il comando della brigata ad Eber —

[103] falla — apertura, buco, o fessura per ove entra acqua nel
bastimento —

[104] purina — escrementi di vaccina, ecc. — o qualunque altro sudiciume,
che con cesta in punta di pertica si sommerge sotto il bastimento,
verso il punto in cui si crede esistere la falla — la quale
naturalmente: attraendo l'acqua — attrae pure qualunque pagliuzza — e
tura, almeno in parte, la falla —

[105] Missori, Nullo, Basso, Mario, Stagnetti, Canzio.

[106] Emblema di Napoli.

[107] Monte che domina le pianure di Capua.

[108] Türr, Tuckery, Eber, Dunyow — erano Ungheresi — ed in detta
brigata vi eran molti, di quei valorosi nostri fratelli d'armi — a
piedi ed a cavallo.

[109] Io credo: saranno i Meridionali — degni d'esser liberi e prosperi
— quando avran cancellato cotesti brutissimi nomi — Si osservi che
anche la posizione migliore di Maddaloni — si chiama S. Michele (quindi
tutti santi) —

[110] Il maggiore di cotesti prodi militi — si offrì di accompagnarmi —
ed io accettai volontieri l'offerta —

[111] Si allude alla lettera di Farini al Bonaparte —

[112] In altri tempi si sarebbe potuto riunire una costituente — in
quell'epoca era impossibile — ed altro non si sarebbe ottenuto che
perdita di tempo ed uno svolgimento ridicolo della questione — Allora
eran di moda le annessioni coi plebisciti — I popoli ingannati dalle
consorterie — tutto speravano dal governo riparatore —

[113] Conca — grotta formata da un masso di granito — ove i Sardi
spesso si allogiano — e sovente serve di rifugio ai banditi.

[114] Stazzo, stabilimento pastorizio.

[115] Piano intieramente disapprovato dai nostri amici di Roma.

[116] Il ponte di Correse divideva in quell'epoca il territorio Romano
dall'Italiano.

[117] Due eserciti in America — dopo d'aver combattutto valorosamente
di giorno — giunse la notte — ed ambi abbandonarono il campo di
battaglia — Uno dei due generali lo seppe — tornò sul campo, e si
proclamò vincitore.

[118] Castello di Pouilly a un tiro di cannone di Dijon, ch'era stato
abbandonato dai nostri al principio della battaglia.

[119] Probabilmente «_forze preponderanti_». L'appendice è scritta
affrettatamente, colla gloriosa mano rattrappita dall'artrite. (_Nota
dell'Edit._).



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
le numerose grafie alternative, correggendo senza annotazione minimi
errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Memorie - Edizione diplomatica dall'autografo definitivo" ***

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