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Title: Carlo Porta e la sua Milano
Author: Barbiera, Raffaello
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Carlo Porta e la sua Milano" ***

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   [Illustrazione: (Da un pastello del Bruni: 1821.)]


                          RAFFAELLO BARBIERA.


                              CARLO PORTA
                                   E
                             LA SUA MILANO.



                                FIRENZE,
                          G. BARBÈRA, EDITORE.
                                 1921.



               FIRENZE, 33-1921-22. — Tipografia Barbèra
                     ALFANI E VENTURI proprietari.

     Compiute le formalità prescritte dalla Legge, tutti i diritti
              di riproduzione e traduzione sono riservati.



INDICE DEI CAPITOLI.


  I. — Fervore di nuova vita a Milano al tempo di Carlo
      Porta. — Due grandi satirici: Giuseppe Parini e Carlo
      Porta. — La fortuna di Carlo Porta. — Maria Teresa.      Pag. 1

  II. — Clamoroso supplizio a Milano quando nacque Carlo
      Porta. — Masnadieri in campagna e _fermieri_ in
      città. — Pietro Verri combatte le ribalderie dei
      _fermieri_. — Nuovi nobili. — Come si comperavano
      i titoli nobiliari. — Qual era Milano quando nacque
      Carlo Porta. — Le vie, le tenebre, le torcie dei
      lacchè. — L'atto autentico di nascita di Carlo
      Porta. — I genitori e gli antenati del Porta in case
      di nobili. — Presso i Gesuiti di Monza. — Usi barbari
      nelle scuole. — Prime prove poetiche del Porta. — È
      mandato ad Augusta. — Diventa giuocatore. — Sue lettere
      alla madre. — Il padre lo richiama a Milano.                  6

  III. — Morte di Maria Teresa. — Le violente tumultuarie
      innovazioni del figlio Giuseppe II. — Il caso pietoso del
      poeta Passeroni. — Colloqui del poeta affamato col suo
      gallo. — Curiose guardie di polizia. — Minacciosi malumori
      contro Giuseppe II. — La morte e il successore di
      Giuseppe II. — La vita nelle famiglie borghesi. — Religiosità
      singolari. — Il nobile Andreani e il suo pallone
      aereostatico. — Libri, idee, mode francesi. — Discorsi in
      case aristocratiche. — L'ode del Parini sul vestire alla
      ghigliottina. — In che cosa consisteva quella moda
      infame. — Strano difetto di quell'ode. — Sua
      popolarità. — Carlo Porta la traduce in milanese. — Fine
      della parrucca.                                              19

  IV. — La _Gazzetta_ del Veladini. — Manifesti
      incendiari. — Abbaglio del Bonaparte. — In casa di Carlo
      Porta. — Il Porta contro la democrazia francese. — Napoleone
      nella guerra d'Italia. — La battaglia di Lodi. — Un pranzo
      vescovile. — Chiese spogliate. — L'avanguardia dell'esercito
      francese entra in Milano. — Le coccarde d'un frate e il
      grido del general Massena. — Solenne ingresso di Napoleone
      in Milano. — Il comandante austriaco Lamy nel
      castello. — Cede. — Istituzione della Repubblica
      cisalpina. — Ruberie e ruberie. — Estorsioni, imposte, generale
      malcontento. — Tentativo d'insurrezione. — È soffocato nel
      sangue. — Clamorose feste repubblicane. — Eccitamento
      delle donne. — Gli «alberi della Libertà». — Folli
      sfrenatezze. — La gentil mano di sposa della figlia d'un
      chimico. — Gli energumeni di Via Rugabella. — Racconti di
      Alessandro Manzoni: la demagoga Sopransi. — Ire contro la
      guglia del Duomo. — Il buon senso d'un meneghino. — Ancora
      un racconto del Manzoni: Vincenzo Monti tremante alla
      tribuna. — Versi italiani di Carlo Porta sui cisalpini.      32

  V. — Sconce pubblicazioni volanti. — Carlo Salvador e il suo
      _Termometro_. — Vien bastonato e messo in prigione. — Sua
      tragica fine. — L'eteroclita figura del «terrorista»
      Ranza. — Sue gesta, suoi opuscoli, suoi giornali, e il suo
      perfezionamento della ghigliottina. — E anche lui va in
      prigione. — L'economista Pietro Custodi: da demagogo a
      barone. — Melchiorre Gioja qual era. — Il giornale _Senza
      titolo_ e i suoi carnevaleschi collaboratori. — Il
      giornale di Ugo Foscolo. — I due giornali di Napoleone.      49

  VI. — Carlo Porta a Venezia. — Suo impiego, sua miseria, sue
      spensieratezze. — Venezia dopo la caduta della
      Repubblica. — Società gioconde. — Quella di Carlo Porta con
      l'intervento della polizia. — Carlo Porta e i grandi poeti
      dialettali veneziani. — Le voluttà di Antonio Lamberti. — Una
      coraggiosa satira civile del Buratti. — Degenerati e
      degenerate. — Carlo Porta è muto agl'incanti di
      Venezia. — Poesie veneziane del Porta? — Amori d'una patrizia
      veneziana col poeta. — Rivali. — L'abbandono. — Come amava
      Carlo Porta. — Sue drammatiche gelosie. — Sua vita di
      pubblico impiegato. — Un aneddoto.                           60

  VII. — Celebrazione repubblicana in piazza del Duomo. — Ciò
      che portò via e ciò che lasciò Napoleone nel tornare
      in Francia. — La «fiera» dei pubblici saccheggiatori. — Il
      bozzetto storico del Porta: _Desgrazi de Giovannin
      Bongee_. — Documenti che ne provano la verità. — Giudizi
      francesi sulle soperchierie francesi. — Stendhal. — L'irruzione
      degli Austro-Russi. — Suvaroff. — Suoi costumi. — La
      feroce reazione controllata dal Porta. — Il racconto della
      contessa Cicognara. — La battaglia di Marengo. — Napoleone
      di nuovo padrone della Lombardia. — Rialza la Repubblica
      cisalpina.                                                   90

  VIII. — Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del
      Teatro Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti
      signore di Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno
      scialle. — La profonda filosofia d'un marito. — Paolina
      Bonaparte. — Le scatole da tabacco e il giuoco del
      tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e le sue
      recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. — Una
      lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La
      fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea
      Appiani. — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del
      Monti. — Carlo Porta attore drammatico. — Malumori di
      quinte. — Epigramma del Porta. — L'accademia «di sè
      maggiore»!...                                               103

  IX. — Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini
      delle vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora
      il _Ballo del Papa_. — Nefanda celebrazione del
      supplizio di Luigi XVI. — Le fortune dei cantanti
      evirati. — Napoleone ne decora uno! — Motto maligno della
      cantante Grassini. — I fàscini, gli amori e le vicende di
      costei. — Il suo primo protettore difeso dalla storia. — La
      più grande rivale della Grassini. — Il mantello
      fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate
      della libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla
      Scala. — Dove si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti
      delle signore alla Scala.                                   125

  X. — La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua
      finta tomba. — La nuova borghesia e la vecchia
      aristocrazia. — _La preghiera_ e _La nomina del
      cappellan_ di Carlo Porta. — Un'antenata di donna Fabia
      e della marchesa Travasa. — Le commedie del Maggi. — Lady
      Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che cosa diceva del
      Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta. — Eleganze in
      casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i
      nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti» delle
      signore milanesi. — Artefici di grido: Canonica e
      Appiani. — La casa dei Franco-Muratori.                     138

  XI. — Preti indegni. — _El Miserere_ di Carlo Porta e
      l'arcivescovo Gaisruck. — Mercato pretino in piazza del
      Duomo. — Vescovi servili e oppressi. — Il folle eroismo
      d'un oscuro parroco ribelle a Napoleone. — Monache. — Preti
      d'altri tempi. — Il Viatico occulto. — Don Alessandro Bolis,
      modello di don Abbondio del Manzoni. — Un pensiero del
      Tommaseo. — Predicatori buffi.                              155

  XII. — Attraverso le gaie novelle monacali e pretesche di Carlo
      Porta. — Leggende medievali diventate meneghine. — Carlo
      Porta e il poeta americano Longfellow. — Descrizione
      della natura. — La salace avventura di un chierichetto. — Le
      veglie mascherate. — Nascita di Meneghino
      nell'arte. — Il Meneghino del Maggi e il Meneghino
      del Porta. — Interno d'un ricovero di monache
      soppresse. — Storia scandalosa d'un governatore
      pontificio. — Chi era? — Ce lo dice una nota del Porta
      nella Biblioteca nazionale di Parigi. — Le sfuriate morali
      di Meneghino. — Meneghino in una tragicommedia. — Sacrificarsi
      è per lui un bisogno del cuore. — Lo _Sganzerlone_
      del Balestrieri.                                            165

  XIII. — Il capolavoro di Carlo Porta. — Dove la plebe andava
      a ballare. — Un povero storpio innamorato. — Esame del
      _Marchionn di gamb avert_. — Le donne del Goldoni e la
      Tetton di Carlo Porta. — L'umorismo portiano. — Umoristi. —
      Carlo Porta grande stilista. — La _Ninetta del Verzee_. —
      Carlo Porta ed Emilio Zola. — Come nacque la _Ninetta_. —
      Giuseppe Bossi e il suo _Pepp perucchee_. — Giudizio del
      Porta su questa novella. — _Olter desgrazi de Giovannin
      Bongee_. — Postille del poeta.                              183

  XIV. — Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine
      napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini
      Visconti e Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena
      lascia Milano con la borsa ricca. — I Comizi di
      Lione. — Solenne proclamazione della Repubblica italiana:
      Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril
      vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del
      deputato Raffaele Arauco primo marito della moglie di
      Carlo Porta. — Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna
      in ballo la moglie del Cicognara. — Murat contro il
      Melzi. — Una Fossati intrigante politica. — Finte collere
      di Napoleone. — L'ordine è ristabilito. — Grandi
      innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una poesia di Carlo
      Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria dell'Arauco. — Le
      poesie dell'Arauco.                                         195

  XV. — Nozze di Carlo Porta. — La moglie. — I figli. — Lettere
      del poeta alla moglie. — Le feste degli amici Casiraghi
      e Vincenzo Monti. — La versione della _Pulcella d'Orléans_
      del Voltaire compiuta dal Monti. — Il ministro delle finanze
      Prina affida incarichi di fiducia a Carlo Porta. — Il Poeta
      e sua suocera. — Nella pace domestica. — Carattere famigliare
      del Porta descritto da Tommaso Grossi. — I due grandi
      amici. — Espansioni. — Commovente scena in una
      famiglia. — Lettere fra il Grossi e Carlo Porta. — Il
      Porta è proclamato poeta morale. — Giansenisti. — Giovanni
      Torti.                                                      208

  XVI. — Napoleone. — È imperatore in Francia e re in Italia. — Il
      figliastro vicerè. — Apatia politica del Porta e d'altri
      lombardi. — Un sonetto amaro del Porta. — Amenità di
      medici. — Cerimonia dell'auto-incoronazione di Napoleone
      a Milano. — Dietroscena in famiglia. — Il Regno italico e
      le sue feste. — Consigli di Napoleone a Eugenio. — Gli dà
      moglie. — Nozze d'Eugenio con Augusta Amalia di
      Baviera. — Vecchia e nuova aristocrazia. — Il terribile caso
      del conte Archinto. — Folla di Grandi a Milano. — Nuove
      istituzioni civili. — E la libertà politica?                226

  XVII. — La satira politica nel Porta. — Il popolo milanese
      all'epoca della massima potenza di Napoleone. — Una
      ecclissi di sole. — Ironico sonetto del Porta. — Nuove
      vittorie napoleoniche e nuove baldorie. — Il brindisi del
      Porta alla _Cascina dei pomi_. — Il blocco
      continentale e i falò di merci inglesi a Milano. — Spie
      e confische. — La guerra di Russia. — Entusiasmo bellicoso
      dei nostri. — Eugenio Beauharnais a capo dell'esercito
      italiano. — Primi bollettini della guerra. — Buone
      notizie. — I Te Deum e una satira del Porta.                248

  XVIII. — La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali
      e i nostri soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I
      primi eroismi. — Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il
      vicerè Eugenio insulta i nostri soldati. — Vivo alterco
      fra il generale Pino e il vicerè. — Il piano di guerra
      russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla Moscowa. — Scene
      orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul
      campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre
      scene d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti
      grotteschi. — Cinico motto di Napoleone sulla sua
      salute. — Le perdite italiane accertate. — Il ritorno delle
      «aquile» napoleoniche a Milano. — Il generale Lechi.        256

  XIX. — Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri
      desolate. — Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte
      della viceregina. — Una odiosa dama di Corte. — Le figlie
      di Amalia Augusta. — Una mascherata, un funesto
      presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte
      napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle
      truppe francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero
      sonetto contro quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni,
      invasioni nelle case e altre ribalderie. — Ultimi giorni
      di Francesco Melzi. — Come Napoleone lo favorisse. — La
      «Società del Giardino». — Ville e viaggi.                   273

  XX. — Ingrossa la bufera d'odio contro Napoleone. — Il suo
      misero capro espiatorio. — Complotti in favore d'un ritorno
      degli Austriaci. — I partiti. — Le ultime ore del
      Regno italico. — Tumulti. — La plebe armata. — L'atroce
      giornata del 20 aprile 1814 e il giovane conte Federico
      Confalonieri. — L'orrendo martirio del ministro Prina. — Un
      frate, Ugo Foscolo e un servo del Romagnosi. — Neppure
      il sepolcro!... — Il generale austriaco Bellegarde
      e l'arciduca Giovanni a Milano. — Fiera risposta di
      quest'ultimo. — Un sonetto del Porta a questo
      proposito. — Ingresso di Francesco I d'Austria a Milano. — Il
      brindisi del Porta. — Giudizio statario contro i
      malandrini. — La carestia.                                  282

  XXI. — Uno strano giudizio di Alessandro Manzoni. — La
      _Prineide_ di Tommaso Grossi. — È attribuita al
      Porta. — Ire furibonde di questo e pubbliche
      dichiarazioni. — Nobile tratto del Grossi. — La tragi-commedia
      _Giovanni Maria Visconti_ scritta insieme dal Porta
      e dal Grossi. — Esame del manoscritto. — Giudizio di Carlo
      Tenca. — Giuseppe Verdi s'ispirò a un effetto scenico di
      quel dramma.                                                299

  XXII. — Ugo Foscolo in casa Porta. — Sue relazioni con la
      famiglia del poeta. — Lettere sue dagli autografi. — Il
      suo buon umore dall'esilio. — Le avversità di Luigi
      Bossi. — Tratti generosi del Porta e di sua moglie per
      lui. — Il pittore e poeta Giuseppe Bossi in fine di
      vita. — Grande amicizia del Porta anche per lui. — Morte
      di Giuseppe Bossi: suo monumento scolpito dal
      Marchesi. — Lo _Sposalizio_ di Raffaello e il museo
      del gaudente conte Sannazzaro. — Carlo Porta sul Lago di
      Como. — Memorie lariane: a Blevio. — Sonetti del Porta
      contro il favorito della Principessa di Galles.             309

  XXIII. — Nella casa del conte Luigi Porro. — Silvio Pellico
      e il _Conciliatore_. — Carlo Porta in mezzo ai
      Carbonari. — Si accorse egli del suo pericolo? — La
      lotta fra romantici e classicisti. — Perchè Carlo Porta
      la combattesse. — Il suo verismo. — Giovanni Berchet
      portabandiera dei romantici. — Il Manzoni difeso con buon
      umore dal Porta. — Sua lettera da Parigi. — Un giudizio
      del Manzoni riportato da Ruggero Bonghi. — Un giudice in
      tribunale strapazza i romantici: risate del
      Porta. — Giornali in zuffa letteraria. — Le solite soavi
      polemiche letterarie. — Vincenzo Monti contro
      l'Acerbi. — Francesco Cherubini. — Abbattimenti del Porta
      e sgridata del Grossi.                                      328

  XXIV. — Ultimi giorni del Porta. — Il suo amore per
      Milano. — Strali contro il Cicognara. — Un consolatore:
      Gaetano Cattaneo. — Servilismo grottesco di costui. — Ancora
      scherzi ameni del Porta. — Suo testamento morale al
      figlio. — Suoi pensieri religiosi e sue celie
      morendo. — Monsignor Tosi. — Morte. — Un tentato
      assassinio. — Persecuzione contro i Carbonari. — Vincenzo
      Monti vigilato dalla polizia austriaca. — Milano
      contristata. — Elogio del Porta scritto dal Manzoni al
      Fauriel. — L'addio del Grossi sulla tomba del Porta.        343

  XXV. — Lavori del Porta lasciati incompiuti. — _La guerra di
      pret_. — Vena patetica del grande ironista. — _L'apparizion
      del Tass_. — La versione della _Divina Commedia_ in
      meneghino. — Un'iscrizione vessata. — Scoperte funebri che
      fanno ridere. — Monumento a Carlo Porta.                    357

  XXVI. — Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi
      anteriori e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti
      e il Porta. — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese
      odierno. — Modo di composizione del Porta. — Valore del
      Grossi quale poeta dialettale. — Atroce visione risparmiata
      a Carlo Porta.                                              367

  Fonti di questo libro. — Spunti inediti. — Postille.            377

  Indice alfabetico                                               395



I.

 _Fervore di nuova vita a Milano al tempo di Carlo Porta. — Due
   grandi satirici: Giuseppe Parini e Carlo Porta. — La fortuna di
   Carlo Porta. — Maria Teresa._


Carlo Porta, il grande ironista meneghino, nasceva quando nella
sua Milano, pur nella semi-barbarie di tante cose, agitavansi forti
spiriti innovatori. Il Beccaria scriveva ardito contro la tortura e
il patibolo; il Verri suggeriva le case di correzione in luogo delle
prigioni pervertitrici; il Parini scherniva l'aristocrazia fatua e
viziosa; a dispetto di sfringuellanti accademie arcadiche, sorgevano
due associazioni possenti: la Patriottica e la Palatina; la prima
per infondere aliti nuovi alle industrie, la seconda per rifare la
storia italiana cui un dottore dell'Ambrosiana, Antonio Muratori,
consacrò energie più che umane. Le sale del palazzo principesco di
Antonio Tolomeo Trivulzio echeggiavano ancora di scipite pastorellerie
d'Arcadia; ma, per volontà riparatrice dello stesso principe, quelle
sale si aprirono ai vecchi che per le vie fangose trascinavano la
canizie limosinando o venivano gettati a languire in un carcere.
Alessandro Volta medita e prova: fioriscono gli studii matematici
alle cui cime salgono persino menti muliebri, come l'Agnesi la buona e
Clelia Borromeo la bella. La terra si solca di nuove strade e di nuovi
canali: il cielo svela nuovi misteri alle acute pupille degli astronomi
di Brera.

Il Porta, questo sincero poeta, formidabile nemico delle albagie
aristocratiche, del mercimonio pretino, degli ozi frateschi; questo
schernitore della letteratura arcadica, delle decrepite convenzioni
poetiche, implacabile nel perseguitare l'ipocrisia e l'affettazione,
nasce, adunque, quando già intorno a lui fervono idee liberali,
principii fecondi, speranze ardite; arriva a tempo per vibrare il suo
colpo di martello al vecchio edificio che si sfascia e a rallegrare di
celie immortali il popolo suo, che da' rapidi avvenimenti è qua e là
sbattuto, come nave in tempesta.

Nel breve periodo che corre dagli ultimi anni del Settecento, durante
la dominazione austriaca e il ritorno, nel 1814, di quello stesso
dominio, infesto ai liberali, la Lombardia vantò due forti poeti
satirici: Giuseppe Parini e Carlo Porta. La loro poesia, acre fiore
delle rovine, nacque dalle rovine d'una società destinata a scomparire.
Ma il Parini è anche legislatore morale, addita nuove vie di progresso
umano, di civiltà. La sua parola non si arresta nella cerchia della
sua Milano; passa a tutta Italia, a tutto il suo secolo, con le odi,
nelle quali, come in quella terribile del _Bisogno_, vedi la mente
illuminata, senti lo spirito libero talora accorato e intimatore del
filantropo, dell'uomo nuovo. Democratico nel sentimento, il Parini
è aristocratico al sommo nella forma poetica. Egli, cristiano nel
sentire, più di certi scrittori cattolici, è pagano nelle supreme
eleganze oraziane. Nutrito fino al midollo dei classici più eletti,
rimane classicista sovrano. Il Porta, partecipando, con la sua
avversione alle truccature, a quello spirito moderno che vibrava anche
in letteratura al suo tempo, partecipò all'ardente lotta dei Romantici
contro i vecchiumi convenzionali dei classicisti, egli verista persino
spietato, persino scurrile, antecessore d'Emilio Zola e della scuola
zoliana, sommersa poi da altre scuole di moda, ma forte di un fondo
razionale, come quello che rampollò dall'opera sterminata, titanica,
rivelatrice di verità psicologiche umane d'un Balzac.

Al Parini, la lingua aulica; al Porta, il dialetto pittoresco, ch'egli,
pur milanese, anzi meneghino, andava a imparare alla _scœura de lengua
del Verzee_, com'egli stesso dice nel memorando suo _Miserere_, là,
fra le pescivendole, gli ortolani, i carrettieri, penetrando nell'anima
del popolo, e rendendola in guisa che Milano non ha altro poeta _suo_,
tutto _suo_, al pari di Carlo Porta.

Milano fu sempre gelosa del suo poeta e, sino a pochi anni addietro,
quasi si doleva se qualche volenteroso, non nato e cresciuto
all'ombra del _Domm_ (che, come scriveva nell'_Italy_ lady Morgan,
è il suo Campidoglio), mostrasse d'ammirarlo, d'amarlo, e cercasse
d'interpretarne il pensiero con omaggio fervente. Così certe madri,
gelose dei loro figliuoli adorati, patiscono se altri li bacia.

Oggi, Milano è diversa. La vasta, tumultuosa metropoli apre le braccia
a tutt'i _forestee_ che tanto irritavano il Porta; e i _forestee_,
anch'essi, onorano il Porta nel centenario della sua morte, ch'è
centenario di vita.

Milano eresse al Porta due monumenti, l'uno fra i dotti di Brera,
l'altro in mezzo agli alberi e alle anatre dei giardini pubblici; gli
dedicò una via e, più tardi, un teatro, persino un caffè; ma, in una
biografia compiuta del suo poeta, deve rivederlo figlio ed amante,
sposo affettuosissimo, amico a tutta prova, benefattore e uomo di
società, attore comico e poeta, e, nello stesso tempo, fiero contro
i nemici, inquieto e ammalato, malinconico e piangente per pentimenti
profondi, per amarezze ineffabili.

Fa d'uopo soprattutto interrogare le sue opere, le sue Memorie, gli
eredi suoi: fa d'uopo frugare nelle sue lettere, violarne persino i
segreti, perchè egli si palesi intiero. Non ne sarà offesa la sua
memoria, poichè egli fu sempre amante della verità. Non ne uscirà
una figura di Plutarco, un eroe: non una figura da altare; ma un uomo
comune, con debolezze e virtù; soprattutto, un _meneghino_ di genio, e
il più grande poeta, dopo il Manzoni, nato a Milano.

Quando nacque il Porta, l'imperatrice d'Austria Maria Teresa regnava
sulla Lombardia, di cui formò alla fine una specie di vice-regno,
ponendovi a capo il proprio figlio arciduca Ferdinando; e, prima,
al governatore conte di Firmian conferì il titolo di ministro
plenipotenziario. Tutte cose che mostrano come ella volesse rialzare il
livello politico del suo dominio lombardo.



II.

 _Clamoroso supplizio a Milano quando nacque Carlo Porta. —
   Masnadieri in campagna e _fermieri_ in città. — Pietro Verri
   combatte le ribalderie dei _fermieri_. — Nuovi nobili. — Come si
   comperavano i titoli nobiliari. — Qual era Milano quando nacque
   Carlo Porta. — Le vie, le tenebre, le torcie dei lacchè. — L'atto
   autentico di nascita di Carlo Porta. — I genitori e gli antenati
   del Porta in case di nobili. — Presso i Gesuiti di Monza. —
   Usi barbari nelle scuole. — Prime prove poetiche del Porta. —
   È mandato ad Augusta. — Diventa giuocatore. — Sue lettere alla
   madre. — Il padre lo richiama a Milano._


Nell'anno stesso, 1775, in cui Carlo Porta nacque a Milano, venne
soppressa, per volontà assoluta dell'imperatrice Maria Teresa, la
Inquisizione, già cara a san Carlo Borromeo, e seguì un supplizio che
commosse a lungo Milano. Fu giustiziato un frate sfratato e suddiacono,
Carlo Sala di Casletto, già scrivano del Voltaire, reo di furti
in sette chiese campestri. Fu condannato alla tortura, a tre colpi
di tanaglia arroventata, al taglio della mano destra, perchè ladro
sacrilego: quindi fu impiccato e sepolto in terra sconsacrata, sul
bastione. Non aveva voluto confessarsi, nè comunicarsi, nè pentirsi.
Non è possibile dir quanto e preti e frati e prelati e la sacra
compagnia che assisteva i condannati a morte, e autorità e cittadini
fecero e tentarono per costringerlo a pentirsi alla fine! Tutto fiato
sprecato, tutti passi perduti.

Quando nacque Carlo Porta, tutta la campagna era infestata da
masnadieri. Si trattava di disertori delle guerre.... non amnistiati.
Ma altri masnadieri, e tollerati e legali, imperversavano entro
Milano: i così detti _fermieri_, appaltatori del sale, tabacchi,
poste, polveri, dazii, persino dei giuochi che si facevano nelle sere
di spettacoli entro i camerini dei teatri. I _fermieri_ esercitavano
sopraffazioni, truffe. Essi facevano gettare dalla strada, nelle case
private di galantuomini, merci di contrabbando, e poi ordinavano ai
loro cagnotti d'invadere le case, in nome della legge, ed esigevano
multe ingenti. Il popolo imprecava. Ma il Governo proteggeva quei
masnadieri delle _ferme_, per amor del grosso denaro, che ne ritraeva
negli appalti, e di cui aveva bisogno, con quel po' po' di guerre,
nelle quali Maria Teresa era ingolfata. Pietro Verri, a viso aperto, li
combattè.

Carichi dei milioni ammassati con quei metodi, i _fermieri_ domandavano
a Maria Teresa un blasone per essere più potenti in una terra in cui
la nobiltà era la terza dominatrice. Così continuavano l'uso antico;
per il quale, i Silva, panattieri, gli Andreoli, cavallanti, e altri di
simili origini, diventarono marchesi. Gl'Imbonati (cognome immortalato
dal carme del Manzoni), Piantanida, Lattuada, acquistarono il blasone
salendo dal volgo. Un Perini, oste _alli tre scagni_, diventò conte
di Bresso. Gli Omodei ebbero per antenato un _pastaro di grosso_ nel
plebeissimo Carrobbio, a Porta Ticinese. L'elenco sarebbe lungo e
potrebbe recare inutili dispiaceri.[1]

Con duemilacinquecento fiorini, si otteneva il blasone di marchese; con
duemila, quello di conte; con mille e seicento, quello di barone; con
mille e trecento quello di cavaliere; con mille quello di nobile; con
cinquecento si otteneva il semplice _don_.

Quando nacque Carlo Porta, Milano non assomigliava nemmeno a uno
de' suoi inferiori sobborghi d'oggi. La numerazione delle vie non
era ancora cominciata; non erano ancora battezzate con precisione le
strade, le piazze. Le vie assumevano nell'uso il nome da un oratorio,
da una chiesa, da un pantano, da un colatoio d'acque piovane, da un
albero: onde _Via Pantano, Poslaghetto, Via Olmetto_; oppure prendevano
il nome dalle numerose botteghe di questi e quegli artefici e mercanti:
_Via Orefici, Via Spadari, Via Armorari_, o da insegne di osterie:
_Croce Rossa, Tre Re_....

Qualche strada prese il nome da qualcuno dei piccoli villaggi
scomparsi, come _Via Quadronno_; dove vedremo svolgersi il dramma
amoroso dello sventurato _Marchionn di gamb avert_, il capolavoro del
Porta.[2]

Le strade non selciate, o mal selciate, con ciottoli di torrente. Se
ne vedono ancora fra le vecchie vie di Milano, tortuose, semibuie,
malinconiche.

Non avevano fanali, cominciati, a olio, nel novembre del 1788, e che
facilmente si spegnevano; le tenebre più fitte avvolgevano allora
case e mortali, con piacere dei ladri e delle coppie amorose. Chi
voleva camminare con qualche sicurezza, quando dal mezzo del cielo
non risplendeva la compiacente luna, doveva munirsi d'un fanaletto a
mano. Le carrozze dei nobili andavano di volo, accompagnate da lacchè
con torcie fumose; lacchè che erano obbligati a perdere il fiato nella
corsa affannosa a piedi, seguendo la carrozza sino al palazzo, al cui
scalone capovolgevano e spegnevano le torcie entro buchi praticati in
dadi di marmo, come se ne trovano anche oggi in qualche casa di via
Borgonuovo e altrove.

Il Parini, nel _Giorno_, descrive le carrozze patrizie correnti di
notte, nel buio. Al suo «giovin signor» egli rammenta ironico la scena
notturna:

    Tu, tra le veglie e le canore scene
    E il patetico gioco, oltre più assai
    Producesti la notte; e, stanco, alfine,
    In aureo cocchio, col fragor di calde
    Precipitose rote e il calpestio
    Di volanti corsier, lunge agitasti
    Il queto aere notturno; e le tenèbre
    Con fiaccole superbe intorno apristi;
    Siccome allor che il siculo paese
    Dall'uno all'altro mar rimbombar feo
    Pluto col carro, a cui splendeano innanzi
    Le tede de le Furie anguicrinite.

Gli alberghi obbligavano il forestiere che vi prendeva alloggio a
pazienze supreme, per tollerare la sporcizia e gli insetti. L'Albergo
del Pozzo (soppresso solo in questi mesi) accoglieva ospiti cospicui.
Appena una banda di filarmonici erranti lo sapeva, dedicava ai nuovi
arrivati, sotto le finestre dell'albergo privilegiato, un concerto:
chi sa che musica! Carlo Goldoni vi alloggiò, quando venne a Milano: ne
tocca nelle sue _Memorie_. Più antico era forse l'Albergo del Falcone,
e sussiste tuttora. Quali fetori nelle vie, certo non sparse di rose
di Gerico! Nell'ode _La salubrità dell'aria_, il Parini deplora il
fimo che fermentava «fra le alte case». Era il fimo delle stalle che si
usava tener accumulato, con quanta delizia delle nari e dell'igiene si
immagini. Il Parini parla anche di «vaganti latrine». Tiriamo un velo.

Carlo Porta nacque a Milano il 15 giugno 1775. Oltre il nome di Carlo,
gli furono imposti quelli di Antonio, Melchiorre, Filippo.

In un sonetto incompiuto (del quale non mi riuscì di vedere
l'autografo) Carlo Porta si dichiara nato nella parrocchia di San
Bartolommeo il 15 agosto del 1776. Dice precisamente così:

    Sont nassuu sott a Sant Bartolamee,
    In del mila sett cent settanta ses,
    A mezz dì, del dì quindes de quell mes,
    Ch'el sô (_sole_) el riva a quel pont ch'el volta indree
          (_indietro_).

Ebbene: il registro delle nascite di quella parrocchia di San
Bartolommeo (registro passato a San Francesco da Paola, perchè quella
antica parrocchia fu soppressa) reca invece ben chiaramente quello che
abbiamo riferito.

Come combinare date così differenti? A chi credere? È vero che non
pochi svarioni si trovano nei libri delle nascite, dei matrimoni e
delle morti, tenuti dai parroci che godevano funzione e autorità di
ufficiali dello stato civile; ma è possibile che l'attestato ufficiale
di nascita di Carlo Porta fosse sbagliato così? Non è da escludersi
l'abbaglio, l'amnesia nel poeta, che soffriva di nevrosi: non diremo la
lieve vanità di togliersi un anno.

Il padre si chiamava Giuseppe. Gl'inferiori, salutando per via
quell'integro cittadino, e i preti, ne' libri delle loro parrocchie,
gli regalavano tanto di _don_, spagnolesco indizio di nobiltà; ma la
famiglia di Carlo Porta non era nobile.

In uno sferzante sonetto contro un marchese villano che non lo salutava
per via, Carlo Porta si dichiara «senza nanch on strasc (straccio) d'on
don»:

    Sissignur, sur marches, lù l'è marches,
    Marchesazz, marcheson, marchesonon
    E mì sont Carlo Porta milanes,
    E bott lì, senza nanch on strasc d'on _don_.

Come abbiamo visto, il _don_ (che fra i poeti di Milano andava di
diritto al solo Manzoni), era l'ultimo grado di nobiltà. Il _don_
sottentrò nel secolo XVII all'antico _dominus_. Ma ai soli nobili (e
_don_) d'antica data era permesso d'adornare di fiocchi la testa dei
propri cavalli.[3]

Riguardo poi al saluto dei nobili ai non nobili, avveniva questo bel
casetto: che nobili, i quali avessero trattato, pur famigliarmente
in campagna e in villa coi non nobili, non li salutavano quando li
incontravano in città. La villa, adunque, faceva diventare educati, e
la città villani.

Un ritratto dipinto a olio di Giuseppe Porta lo mostra con l'aspetto
d'un pacifico galantuomo, d'uno di quei felici che vivono a lungo fra
il lavoro ordinato e la quiete domestica. Visse la vita de' patriarchi,
morendo nonagenario il 17 febbraio 1822 in mezzo ai fratelli, figli,
nuore, nipoti intorno al suo letto. Fu pubblico impiegato, ragioniere e
amministratore di aziende private. Ai frati della storica chiesa di San
Simpliciano, teneva in ordine i conti. Avea mano nell'amministrazione
della chiesa di San Pietro in Gessate, prima uffiziata già dagli
operosi Umiliati, poi dai Somaschi. Amministrava il collegio di Brera,
dove era stato docile e diligente scolaro. La tesoreria dello Stato
di Milano (si chiamava così) lo ebbe sottocassiere e poi cassiere
generale.

Chi più di Carlo Porta disprezzò i nobili e li derise? Non è senza
curiosità lo scoprire nell'archivio civico di Milano che i suoi avi,
milanesi tutti, servirono in casa di nobili. Suo nonno, Defendente, fu
maestro di casa d'un principe Rasini, che lasciò il proprio nome al
vicolo dove dimorava in sontuoso palazzo: passò al servizio di certi
marchesi Bussetti; quindi si ritrasse in Romagnano, nel Novarese, a
vivere, con le proprie rendite, gli ultimi anni. Il bisnonno Carlo
Francesco, morto il 1737, cassiere dei così detti _perticati_ (tassa
sui valori fondiari), fu anch'esso maggiordomo in una casa piena di
stemmi e di parrucche.

Il domenicano Porta, orientalista, che si occupò d'una Bibbia
poliglotta, non apparteneva alla famiglia del poeta.

C'era bensì a Milano una nobile famiglia Porta. Possedeva il palazzo,
che fu poi degli arricchiti appaltatori, diventati nobili, si sa,
Pezzòli, sulla _Corsia del Giardino_, ora via Alessandro Manzoni. Un
viaggiatore straniero, Carlo De Brosses, che nulla capì del San Marco
di Venezia, nelle sue _Lettres historiques et critiques sur l'Italie_,
pubblicate a Parigi nel 1799, magnificava il giardino di quel palazzo,
ora pubblico museo, perchè quel piccolo giardino aveva una muraglia
dipinta a uso scenario.... Nè quella famiglia Porta ha fila gentilizie
con quella di Carlo Porta, salita dal popolo.

Il cognome Porta è antico. Secondo lo storico Giulini, si diè ad
alcune famiglie che, nel periodo effimero della Repubblica ambrosiana,
abitavano presso qualche _porta_ della città e vi avevano qualche
giurisdizione. Così _Pusterla_, porta minore della città. Tutte
indagini che, scommetterei, Carlo Porta, spregiudicato, non si è mai
sognato di fare.

La madre di Carlo Porta si chiamava Violante Guttieri. Da lettere
giovanili del poeta si rileva quante cure ella prodigasse ai figliuoli,
non ostante che, al pari del marito, fosse travagliata dalla gotta,
malattia passata in eredità a Carlo. Ella ci appare il buon genio, la
consigliera, il conforto di lui.

Carlo fu mandato dal padre al collegio dei Gesuiti di Monza; poi, al
seminario di Milano. Pochi sanno oggi come si educassero i giovani
da quei maestri tabaccosi, pronti a gonfiare con le nerbate le mani
degli alunni, attanagliarli con pizzicotti e obbligarli a pane e acqua,
quando non comandavano loro di tracciare con la lingua ripetute croci
sul pavimento. I maestri dormivano spesso come ghiri, sulla cattedra,
lasciando la scolaresca all'arbitrio di alcuni prediletti discepoli
servili, che non mancavano di denunciare per le inevitabili punizioni
i compagni più vivaci e più odiati. Le aule scolastiche risonavano
di voci irose, di colpi, di strilli; certe camerette anguste, basse,
che il Porta descrive in un sonetto italiano inedito, si aprivano ai
delinquenti come carceri. «Le cose andavano alla pecoresca (narra
Francesco Cherubini). Vorrei pur dire di certi biglietti fattimi
portare talora da chi non doveva a chi non si doveva, profittando della
mia innocenza.»

Alessandro Manzoni, mentre serbava venerazione per il mite padre
Francesco Soave, inorridisce al ricordo d'essere stato discepolo di
tale

    Cui mi saria vergogna esser maestro,

confessava egli nel carme _In morte di Carlo Imbonati_.

Eppure, non ostante i sonni pomeridiani sulle cattedre e il resto,
non s'insegnava male il latino, se devesi giudicare dagli esametri
che Carlo Porta, fra una prigionia e l'altra, confortate dalla madre,
scriveva nella lingua di Virgilio. In un fascicolo di versi latini
composti da lui quand'era scolaro, trovo carmi su città d'Italia,
ch'egli non avea mai visitate e che pur doveva descrivere; sono elegie
al sonno, ad Andromaca, epigrammi sulla madre di Nerone, su Narciso
alla fonte; temi rettorici, alcuni sciocchi addirittura. Fra i temi
imposti dal padre maestro e svolti con ampiezza, trovo persino una
descrizione del pudore, composta appunto dal _Carlin_, che scriverà un
giorno la _Ninetta del Verzee_. Una delle primissime poesie italiane
del Porta è _La penna in mano delle donne_, canzonetta in quartine.
L'alunno dovette recitarla in una pubblica accademia, in cospetto degli
accigliati maestri, de' genitori giubilanti e d'altri invitati in gala.
Non c'erano scrittrici.

A studii severi, il Porta non si sentiva nato, e nemmeno, pare, alla
poesia che trattava alla peggio, di quando in quando, per passatempo.

Il padre, uomo pratico, voleva fare di lui un negoziante. A sedici
anni lo mandò ad Augusta, affidandolo a certo Weith, col desiderio che
v'imparasse la mercatura e il tedesco. Ma le sue previsioni errarono.
Se vi fu soggiorno fuori di patria increscioso per Carlo, fu quello.
Si accese in lui la passione del giuoco; bazzicava, di nascosto,
in qualche caffè di giocatori. Soprattutto, detestava le pratiche
religiose alle quali il Weith voleva condannarlo. Se il mentore lo
vedeva uscire solo di casa, erano sgridate.

Il ragazzo si sfoga con la madre lontana in lettere calde di tenerezza.
«Ho ricevuta la tua carissima (le scrive), dalla quale, con sommo
mio rammarico, ho dovuto rilevare che, per causa mia, la tua gotta
ha notabilmente peggiorato in modo che tu non hai nemmeno di proprio
pugno potuto scrivermi; ma quando sarà che tu mi scriverai d'essere
perfettamente guarita?» E si lagna con lei di malattia che patisce a
un occhio, di tremito ai denti, ed esclama desolato, piccolo Leopardi:
«Pazienza! la natura mi ha destinato ad essere infelice!»

Sono queste le lettere nelle quali vedi come quel cuore materno fosse
buono. Ella gli raccomandava di scrivere con più garbo l'italiano e
d'imparare bene il tedesco. Ed egli: «Non posso impararlo bene, perchè
non ho ancora maestro. Figùrati qual negligenza hanno questi signori!
Sono già più di tre mesi che sono qui, e non ho imparato niente; anzi
no, disimparato.» E finisce: «Addio. Amami, se lo merito.»

Quando il padre venne a conoscere che il figlio giovinetto non
voleva saperne di pratiche religiose e giocava d'azzardo in un caffè
d'Augusta, invece di imparare il commercio del cotone e della lana e
il tedesco, gli tolse l'assegno mensile. E allora il figliuolo ricorre
al grembo materno: «La deve scrivere a mio padre che mi sono adattato
con buona volontà alle cose di Chiesa, che ho abbandonato intieramente
quel caffè che loro non volevano che io ivi andassi, che ho abbandonato
decisamente il giuoco, che io faccio il mio dovere nello scrittorio».

Ma Carlo perdeva il tempo lo stesso, e il padre lo richiamò a Milano.



III.

 _Morte di Maria Teresa. — Le violente tumultuarie innovazioni del
   figlio Giuseppe II. — Il caso pietoso del poeta Passeroni. —
   Colloqui del poeta affamato col suo gallo. — Curiose guardie di
   polizia. — Minacciosi malumori contro Giuseppe II. — La morte e
   il successore di Giuseppe II. — La vita nelle famiglie borghesi.
   — Religiosità singolari. — Il nobile Andreani e il suo pallone
   aereostatico. — Libri, idee, mode francesi. — Discorsi in case
   aristocratiche. — L'ode del Parini sul vestire alla ghigliottina.
   — In che cosa consisteva quella moda infame. — Strano difetto di
   quell'ode. — Sua popolarità. — Carlo Porta la traduce in milanese.
   — Fine della parrucca._


I tempi ingrossavano. Era tramontato il sogno di Pietro Verri e
degli amici di lui che, un bel dì, volevano chiedere a Vienna una
costituzione, non prevedendo, però, nè una rivoluzione, nè un possibile
intervento di nuovi vincitori.

Nel 1780, l'imperatrice Maria Teresa, la guerriera, ricca di figli e
d'amori, moriva quasi sessantatreenne, lasciando al figlio Giuseppe II
lo scettro, e chiudendo una vita di lotte acerbe e di riforme civili
e militari memorabili, che la collocarono in un posto eminente nella
storia.

Giuseppe II può essere chiamato, per certi riflessi, il battistrada di
Napoleone. Pareva che presentisse di non aver lunga vita: per questo
affrettò, condensò innovazioni su innovazioni; e accumulò, anche,
rovine su rovine. Colpi micidiali mena sulle abbazie, sui conventi,
come farà ben presto Napoleone. La Società segreta dei Franco Muratori
è proibita per decreto di Maria Teresa con bando e scomunica, ma
Giuseppe II la riconosce, e vuole che sia ricostruita, perchè fautrice
della filosofia (la gran parola d'allora) e benemerita delle scienze.
Il decreto porta la data del 21 gennaio 1786. Ben presto, sotto la
Repubblica cisalpina, Francesco Palfi, filosofo, giurista, letterato,
uscito da un convento della Calabria, diffonderà i principii della
massoneria e ne spiegherà i riti nel poema _Ivan_, oggi lettura dei
topi.

Giuseppe II soppresse tutte le corporazioni religiose, non utili alla
società. Abolì persino la Congregazione dei Bianchi, il cui ufficio
pietoso era quello di assistere, confortare i giustiziati e seppellirne
le salme. Pubblicò un nuovo sistema giudiziario, solennemente
inaugurato il 1º maggio 1786; ma il codice non corrispondeva ai
principii liberali vantati.

Il barbogio Senato fu soppresso. E quella fu soppressione santissima.
Il Senato, s'era opposto all'abolizione della tortura, come Maria
Teresa comandava da Vienna, per non offendere le vetuste tradizioni.
Durante gli strazii della tortura, inflitti spesso a poveri innocenti,
per istrappare ciò che si voleva, gl'illustri signori giudici bevevano
le loro brave tazze di cioccolata, la quale faceva parte anch'essa
delle auguste tradizioni. Il Senato di Milano a cui appartenne qual
segretario il poeta Carlo Maria Maggi, un antecessore (e lo vedremo) di
Carlo Porta, finiva dopo quasi tre secoli.... non di gloria.

Un ordine dell'imperatore vieta i giuochi d'azzardo. Si giuoca,
infatti, dappertutto a Milano: nei teatri, nelle case, nelle botteghe,
nelle sacristie..... Ma il governatore di Milano, arciduca Ferdinando,
è preso anch'egli dalla fregola dei subiti guadagni: specula in
granaglie come suo padre. Malattia di famiglia.

Giuseppe II abolisce tutte le pensioni. Immaginarsi in quali miserie
piombano poveri vecchi, che non hanno più la forza di lavorare per
vivere.... alla vigilia di morire! Persino all'abate Gian Carlo
Passeroni sono tolte le cinquecento misere lire milanesi annue, che
il conte di Firmian, governatore illuminato e liberale, gli aveva
assegnate sulle sostanze dei marchesi Lucini, antichi mecenati del
povero nizzardo, autore del moralista ma buffoneggiante poema _Il
Cicerone_, lungo centuno canti, nei quali il famoso arpinate è, per
dire la verità,

    Come l'araba fenice:
    Che ci sia ciascun lo dice,
    Dove sia nessun lo sa.

Il Parini, intimo amico del Passeroni, confessa d'avergli «grande
obbligo», perchè lo ha «smagato dal vezzo d'ingemmare di frasi viete e
dimesse i suoi versi».[4]

Il povero nizzardo, costretto a rifugiarsi affamato in una buia,
angusta stamberga di legno, ha per unico compagno un gallo, al
quale tiene lunghi discorsi filosofici sull'avversità dei tempi. E
il consueto andamento di Milano viene sempre più turbato da riforme
violente. V'ha chi pensa persino a una sommossa contro Giuseppe II,
imitando i Paesi Bassi.

L'irritazione è acuita dal brutale contegno d'una nuova istituzione:
della _Police_, squadra di soldati invalidi, che per mostrare autorità
bastonano i cittadini. Qualche cosa di simile, anzi di peggio, vedremo
fra poco, al tempo dell'occupazione demagogica francese, quando Carlo
Porta scriverà uno de' suoi capolavori: _Giovannin Bongee_.

Ma, a placare il malcontento, ecco giunge a Milano la notizia della
morte dell'imperatore. I Paesi Bassi, insorti, avevano già proclamato
la propria indipendenza: l'Ungheria avea respinto minacciosa le
riforme, e Giuseppe II dovette ritirarle, riportando un urto terribile
alla propria autorità. I disagi, sofferti nella guerra contro i Turchi,
contribuirono ad affievolire la fibra già scossa del sovrano. Tutto ciò
affrettò la fine d'una fervida vita, che, assoggettata a maggior freno
e riflessione, poteva essere tutta illustre. Giuseppe II spirò col nome
di Dio sulle labbra, e rassegnato.

Era il 20 febbraio 1790. In quello stesso giorno, il fratello Leopoldo
II saliva al trono.

Il nuovo principe ascoltò i reclami; chiamò a Vienna due deputati
d'ogni città lombarda; ripristinò le istituzioni paesane abolite e rese
gratuite a tutti le scuole pubbliche, dove i ricchi prima pagavano. Le
famiglie patriarcali non temettero più morali rovine.

Nelle famiglie borghesi (si chiamavano cittadine) salite dal popolo,
come quella di Carlo Porta, l'ordine e la quiete, il raccoglimento
patriarcale dominavano. Il padre non era solo il semplice capo della
famiglia; era, anche, un'autorità in tutto e per tutto, che i figli
dovevano riconoscere e riverire in soggezione perenne. Ai genitori,
i figliuoli davano del _lei_, mai del _tu_; nemmeno allora che
diventavano genitori alla loro volta. Non potevano uscire di casa,
senza spiegazioni e regolare permesso. A tavola, tutti dovevano essere
radunati puntualmente all'ora prefissa, e aspettare, in raccolti
silenzi, che il padre dividesse lui le pietanze numerate; ma tutto
questo avveniva pure in altre contrade d'Italia. La madre, nella
gerarchia familiare, occupava invariabilmente il secondo posto. Qualche
volta (il cuore della mamma!) temperava i rigori di prammatica del
genitore, e asciugava col bacio la lagrima del figlio, ma di nascosto.
Alla sera, dopo il parco desinare, si doveva, secondo l'uso antico,
recitare almeno una parte del rosario a suffragio delle anime dei
defunti di famiglia. Talvolta, lo si recitava per liberare dalle
fiamme del Purgatorio qualche anima ignota. Questa specie di suffragi
anonimi era radicata a Milano. Il Purgatorio offriva (avrebbe detto
un moderno), un bel margine per esercitare la pietà religiosa. Alle
porte delle chiese (ce n'erano un dì a ogni passo come i conventi), si
leggeva: «Oggi si libera un'anima dal Purgatorio». Un'anima sola fra
tanti milioni e milioni d'anime purganti, non era gran cosa; ma ciò
che doveva più impressionare i non devoti era l'assoluta certezza e
precisione cronometrica di quelle promesse liberazioni dagli espiatorii
tormenti, dei quali si parlava tanto, nei quaresimali e nelle omelie.
D'inverno, durante i lunghi, tetri inverni di Milano, nelle famiglie
borghesi, padri, madri, figliuoli si raccoglievano davanti ai focolari.
I bambini ballavano a tondo, cantando in coro:

      Ara bell'ara,
    Discesa Cornara,
    Dell'or e del fin — del Cont Marin....

che pareva una filastrocca senza senso; tanto che Carlo Porta
l'adoperò nelle sue frammentarie versioni o, meglio, parodie meneghine,
dell'_Inferno_ di Dante; e precisamente per rendere l'oscuro verso
famoso:

    Pape Satan, pape Satan, Aleppe.

Quella cantilena era eco d'una storia deformata dal volgo; il quale
credeva che Ara, figlia d'un Cornaro, veneziano, fosse stata uccisa da
un conte Marino. L'uccisa era, invece, una spagnuola.

Un avvenimento faceva discorrere Milano per mesi. Chi sa quanto
discorrere si sarà fatto nella famiglia di Carlo Porta, quando il
teatro di Corte, fatto già rinascere dalle ceneri d'un altro incendio,
andò distrutto dalle fiamme verso l'alba del 25 febbraio 1774!

E si pensi quale stupore nella famiglia di Carlo Porta, come
dappertutto, destò l'avvenimento del primo pallone aerostatico che
s'innalzò al cielo portandosi un uomo! Il nobile Paolo Andreani, lo
stesso che aveva introdotto a Milano i parafulmini, si fece costruire,
nella sua principesca villa di Moncucco, un pallone alla Montgolfier, e
vi salì imperterrito: il primo a Milano, il primo in tutta Italia.

I nuovi sbalorditivi trovati di quella Francia, che s'era levata contro
il suo re, e della quale cominciavano a diffondersi nelle famiglie
atterrite le raccapriccianti notizie; quei nuovi trovati non potevano
esser altro che opera del demonio, come i preti predicavano nelle
chiese e a domicilio.

Libri, idee, mode francesi erano già penetrate. Il Parini, in un
mirabile sonetto milanese, che ha la parlata evidenza di quelli
del Porta (e qual poeta vernacolo sarebbe anche divenuto!), coglie
argutamente il discorso che una dama tiene a una signora tenera, a
quanto pare, dei Francesi rivoluzionarii:

    Madàm, gh'hala quaj nœuva de Lion?
    Massacren anc'adess i pret e i fraa
    Quij sœu birboni de' Franzes, ch'an traa
    La lesg, la fed e tutt coss a monton?

    Cossa n'è de colù, de quel Petton,
    Ch'el pretènd cont sta bella libertaa
    De mett insemma de nun nobiltaa
    E de nun Damm, tutt quant i mascalzon?

    A propòsit: che la lassa vedè
    Quel capell là, che gh'a d'intorna on vell!
    Èl staa inventaa dopo ch'han mazzaa el Re?

    L'è el primm ch'è rivaa? Oh bell! oh bell!
    Oh! i gran Franzès! Besogna dill: no gh'è
    Popol, che sappia fa i coss mej de quell![5]

I _bosin_ rozzi, poeti popolari in vernacolo, le cui canzonette si
vendevano a un centesimo per le strade, inveivano intanto contro
l'eccidio dello sventurato Luigi XVI, forse, e senza forse, eccitati
dalle autorità imperanti; e contro la nuova moda che le signore più
imprudenti adottarono nel crudo inverno del 1795, mentre intorno erano
nevi continue e ghiacci. Si trattava

di mostrare nudi il collo, le spalle, il petto, com'erano costrette
ad avere le gentildonne vittime della Rivoluzione francese, mentre
venivano trascinate a soccombere sotto la lama della ghigliottina. Un
nastro rosso, per raffigurare il sangue, girava intorno al collo ed era
condotto sotto le braccia e incrociato sulla schiena, e poi ricondotto
sul petto per formare un nodo. Questa moda, in Francia, si chiamava _à
la victime_, e da noi «vestire alla ghigliottina».

    On vestii che tutt l'han ditt
    Brutt de sangu e de delitt,
    Infamaa per man del boja;

cantava una _bosinada_:

    Sur la moda malandrina
    Del vestir alla ghigliottina.[6]

Ma la tapina musa _bosina_ non bastava. Giuseppe Parini, lo stesso
autore del sonetto vernacolo citato e intitolato ironicamente da lui
_El magon dij damm de Milan per i baronad de Franza_ («magon» vuol dire
dolore che fa nodo alla gola: e si è visto quale angoscia pativano,
poverine!); il grande Parini levò quell'ode meravigliosa _A Silvia_
contro il vestire alla ghigliottina, che si diffuse subito manoscritta
per Milano e fu tradotta da diversi poeti in dialetto milanese.
«Carlo Porta (narrò il Bernardoni, amico del poeta), Carlo Porta, che
aveva cominciato a preludere alla poetica carriera che percorse in
seguito tanto luminosamente.... colpito dalla inarrivabile bellezza
di quell'ode, la stava traducendo egli pure in ottonarii, e già delle
strofe, ch'egli mi aveva mostrate e che la facevano giungere poco meno
che alla metà, poteva giudicarsi bellissimo lavoro; quando si vide
comparire stampata e distribuirsi in gran copia di esemplari e leggersi
pubblicamente quella di Francesco Bellati col titolo:_ Ode a Silvia
molto bella d'un autor di conclusion_, ecc., ch'era stata ordinata
dall'arciduca Ferdinando d'Austria, allora governatore di questa
provincia, con l'idea di rendere intelligibili anche alle basse classi
della popolazione i sublimi concetti pariniani. E il Porta lacerò tutto
quello ch'egli aveva fatto e non ne rimase più alcuna traccia.»[7]

Codesto Bellati non era un poeta volgare. Possedeva un particolare
talento nelle traduzioni, o meglio, parodie dei classici latini e
italiani in vernacolo milanese, con spirito schiettamente ambrosiano.
Il Cherubini lo accolse nella sua _Raccolta dei poeti milanesi_. Il
Porta lo ammirava, e lo seguì nella parodia dell'_Inferno_ di Dante.

Giuseppe Parini si levò fiero e morale anche in quell'ode; ma doveva
mostrarsi ancor più severo su quella moda che rappresentava una cinica
infamia: la moda più scellerata che siasi mai vista.

A «Silvia ingenua» il poeta poteva toccare il cuore, ricordandole tante
giovani vite fiorenti al pari della sua, che erano trascinate a piegare
il collo sotto la lama assassina. Manca la commozione, l'elemento
più vivo, che meglio dei citati Tereo, Atreo e della signora maga
Colchica, doveva vincere la giusta causa. Ma mettiamo pegno che nè i
versi del Parini, nè la versione del Bellati, nè le divulgazioni dei
due componimenti e le _bosinade_ distolsero le belle vanitose dalla
moda-carnefice.

Intanto si cominciava a muover guerra alle parrucche, e i parrucchieri
si schieravano, naturalmente, fra i nemici più acerrimi della
rivoluzione. Quanti prevedevano di rimanere sul lastrico! La parrucca
era un'istituzione che richiedeva molte cure, molto tempo, ogni giorno.
Gli uomini portavano coda, ricci, tupè: i più ricchi e i più eleganti
sfoggiavano capelli finti, che scendevano in «artificiose anella». Le
teste rappresentavano un lavorio architettonico rispettabile, nel quale
apparivano la perizia e il vanto del parrucchiere. Nè minor bravura
d'artefice richiedeva la diffusione della cipria sulle parrucche. La
candidissima polvere di Cipro vi era sparsa con una «volandola». Ma si
faceva scendere anche, come una nevicata, dall'alto d'un gabinetto,
dove la dama o il gentiluomo sedevano ravvolti in un accappatoio
protettore. La morte della parrucca fu la morte di tutto un mondo.

Era nata nel 1629 sulla testa di Luigi XIII, re di Francia.



IV.

 _La Gazzetta del Veladini. — Manifesti incendiarii. — Abbaglio
   del Bonaparte. — In casa di Carlo Porta. — Il Porta contro la
   democrazia francese. — Napoleone nella guerra d'Italia. — La
   battaglia di Lodi. — Un pranzo vescovile. — Chiese spogliate.
   — L'avanguardia dell'esercito francese entra in Milano. — Le
   coccarde d'un frate e il grido del general Massena. — Solenne
   ingresso di Napoleone in Milano. — Il comandante austriaco Lamy
   nel Castello. — Cede. — Istituzione della Repubblica cisalpina. —
   Ruberie e ruberie. — Estorsioni, imposte, generale malcontento. —
   Tentativo d'insurrezione. — È soffocato nel sangue. — Clamorose
   feste repubblicane. — Eccitamento delle donne. — Gli «alberi
   della Libertà». — Folli sfrenatezze. — La gentil mano di sposa
   della figlia d'un chimico. — Gli energumeni di via Rugabella. —
   Racconti di Alessandro Manzoni: la demagoga Sopransi. — Ire contro
   la guglia del Duomo. — Il buon senso d'un meneghino. — Ancora
   un racconto del Manzoni: Vincenzo Monti tremante alla tribuna. —
   Versi italiani di Carlo Porta sui cisalpini._


Il tipografo Veladini pubblicava a Lugano due volte la settimana _La
Gazzetta di Lugano_, ch'era la portabandiera del liberalismo; e i
contrabbandieri, numerosi anche allora, la introducevano a Milano,
dov'era letta avidamente nei circoli impazienti di novità; mentre sulle
cantonate s'incollavano dai rivoluzionari penetrati a Milano stupidi
manifesti incendiari, come questo: «Milanesi, massacrate il Governo,
il ministro, la nobiltà, se volete liberarvi dal dispotismo, dalla
prepotenza, dalle crudeltà, e così godrete la libertà».

La ghigliottina francese aveva fatto dunque proseliti; ma gli
ambrosiani non si sarebbero nemmeno mai sognati di servirsene.
Napoleone credeva di trovare la Lombardia nelle condizioni della
Francia? Ma qui i nobili non erano odiati dal popolo, se anche, come
avveniva talora, in teatro sputavano dalle loggie in platea sulle
teste; nè qui i contadini mangiavano l'erbe dei fossati e dei boschi
per non morire di fame. Innovazioni civili erano cominciate da un
pezzo, come abbiamo visto; il tentativo d'avvicinare le classi non era
mancato da parte dei patrizi più liberali; e non si aveva bisogno dei
Ranza, dei Salvador e degli altri fuorusciti e cialtroni per rialzare
un popolo che aveva veduto un Cesare Beccaria, un Pietro Verri, un
Parini!

Quel Carlo Salvador, amico del Marat e già, a quanto dicevano, falso
testimonio di delitti addossati a innocenti durante le persecuzioni di
Robespierre, e predestinati alla ghigliottina, fu uno dei sobillatori
più perfidi. Lo ritroveremo più innanzi.

Intanto, a Milano, si tremava al minacciato irrompere dell'esercito
rivoluzionario francese.

L'esercito del Bonaparte, passato il Po, s'avanzava. Per ordine del
vicario di provvisione, conte Francesco Nava, è celebrato un triduo a
San Celso per implorare la Divina assistenza. Solenne processione alla
basilica di Sant'Ambrogio, con le più preziose reliquie e al canto
dei salmi penitenziali: le monache cantano le litanie sfilando nei
chiostri: loro terrori, loro pianti disperati, e risa dei giacobini
introdottisi in Milano.

Nella casa di Giuseppe Porta, il disordine non poteva penetrare.
Quell'uomo, circondato dal rispetto e dalla riverenza de' figli,
serbava nel santuario domestico la calma, l'ordine. Il figlio Gaspare
si dava alle operazioni bancarie; e avea quindi d'uopo di testa fredda.
L'altro figlio, Baldassare, era anch'esso savio e serio. Carlo sentiva
bene la necessità di bandire principii liberali, di fondare istituzioni
novelle rovesciando le vecchie, ma odiava le pagliacciate e gli eccessi
demagogici. In una poesia inedita, rimasta incompiuta, _Paricc penser
bislacch d'on Meneghin repubblican_, domanda:

    Santa Democrazia tant decantada
    In stoo secol sapient filosofista,
    Comprada, promettuda e regalada,
    Dove set? Cosse fet? Non t'hoo mai vista.

Carlo Porta aveva ventun anno, quando entrò in Milano l'esercito
francese rivoluzionario. Teniamone nota.

Il Direttorio di Francia scagliava i suoi eserciti contro le vecchie,
irritate monarchie d'Europa, che avean giurato di distruggere
l'improvvisata repubblica sanguinaria di cui temevano il furore di
propaganda e l'esempio sulle masse. Reno ed Alpi dovevano essere
varcati dalle truppe repubblicane, che, lacere, affamate, avevano
bisogno d'allori e di ristoro in terre di conquista, in cui avrebbero
diffuso i proclamati _diritti dell'uomo_, e, tornando in patria, non
dovevano essere apportatrici di malcontento per patite privazioni e
delusioni. Tre eserciti si videro irrompere dalla Francia: due verso la
Germania, il terzo verso l'Italia, assalendo, in tal modo, l'Austria
da due lati; l'Austria, speciale nemica, una cui figlia regale, Maria
Antonietta, aveva lasciata la vita altera e spensierata sotto la
ghigliottina.

Il Bonaparte, capo dell'esercito francese, scese in Italia, da quella
folgore di guerra ch'egli era. Le sue vittorie contro gli Austriaci
a Montenotte, a Millesimo, a Diego, furono voli, quali Ugo Foscolo le
enumerò nella dedica ardente dell'ode a Napoleone. Le truppe imperiali
erano comandate dal settuagenario barone Beaulieu, supremo comandante
austriaco in Italia, nato nel Brabante, che, dinanzi all'avanzata
del ventisettenne Bonaparte, pensò di trincerarsi a Fombio, villaggio
sulla strada maestra fra Piacenza e Lodi. I Francesi non perdono tempo:
s'impadroniscono de' suoi cannoni e li rivoltano contro di lui, mentre
altre divisioni francesi accorrono e compiono in un baleno la vittoria.
In tal modo, la battaglia di Lodi si risolse in un non arduo, per
quanto eroico, assalto. Napoleone disse: Non fu gran cosa. Era l'11
maggio dell'anno 1796.

Le porte di Milano erano così spalancate al pallido chiomato Côrso.
Il vescovo di Lodi, monsignor Della Beretta, s'affrettò ad ossequiare
fervidamente, coi maggiorenti del suo clero, il duce della Rivoluzione
regicida, e lo invitò a pranzo; ma Napoleone non si accontentò
d'andarvi egli solo con qualche suo aiutante: accompagnò con sè
diciotto affamati ufficiali del suo Stato maggiore che non erano
attesi; perciò fu necessario al cuoco vescovile, autentico eroe delle
batterie di cucina, escogitare gastronomici espedienti per soddisfare
tante bocche improvvise. Per ringraziamento, Napoleone mandò il
giorno dopo il commissario generale di guerra Saliceti a spogliare la
cattedrale degli oggetti preziosi, dopo d'aver ricevuto dal vescovo
mille zecchini e tutta la sua argenteria in regalo grazioso.

A che valsero, o monsignore, i tuoi sorrisi e l'elegante tua
conversazione francese? Ma non sapevi che il Bonaparte era stato
inviato in Italia dalla Repubblica della Senna, col mandato supremo di
diffondere i santi principii: la fraternità, la libertà, l'eguaglianza?

Mentre gli avidi saccheggiatori spogliavano la cattedrale di Lodi (le
altre chiese della diocesi ebbero pure lo stesso fraterno trattamento),
comparvero dignitosi davanti al Côrso i decurioni di Milano, Francesco
Melzi e Giuseppe Resta, a rendere omaggio al giovane vincitore.

E il 14 maggio di quel fortunoso anno 1796 il nizzardo generale
Massena, con l'avanguardia dell'esercito francese, entrò da Porta
Romana in Milano, fra due ali di militi della Guardia civica appena
istituita; dopo d'avere ricevute, alla cascina Colombara, le chiavi
della città, dorate per l'occasione, e presentate su un cuscino di
velluto rosso, dal vicario di provvisione, il nominato conte Francesco
Nava. Il governatore austriaco di Milano, il venditore di granaglie
arciduca Ferdinando, invece di battersi, se l'era battuta, riparando
nel territorio veneto, a Bergamo, e di là, a Vienna.

Il Massena, nel prendere le chiavi dorate della città, disse: «Le
prendo da buon repubblicano e desidero restituirle ad un popolo che
abbia aperti gli occhi sopra i suoi veri interessi».

Un frate zoccolante si sbracciava a gettare qua e là, per le vie,
coccarde francesi, gridando: «Viva la libertà!». Qualcuno gridò: «Morte
agli aristocratici!». E il general Massena pronto: «Viva Bonaparte e il
popolo di Milano!».

Il popolo scarsamente rispose.

Il giorno dopo (era una radiosa domenica, di Pentecoste) entrò in
Milano Napoleone. Il sole risplendeva, l'aria era carezzevole, le
campane suonavano a festa. I demagoghi gli andarono incontro gridando
evviva. Il Côrso andò ad alloggiare al palazzo Serbelloni, poi passò
col suo stato maggiore al palazzo di Corte, dove la banda (dice uno
dei narratori del tempo, il Beccatini) suonava la _Marsigliese_ e le
altre arie patriottiche affatto nuove agli orecchi ambrosiani, in mezzo
agli ufficiali superiori dalle divise turchine, dalle fascie rosse
alla cintura, dagli elmi rilucenti, dalle lunghe criniere ondeggianti
e dai cappelli con altissimi pennacchi, fra lo sventolio delle vivaci
bandiere tricolori.

I francesi non erano in gran numero, secondo il Verri nella sua _Storia
dell'invasione_. «Accampavano senza tende, marciavano senza alcuna
compassata forma, erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni
non avevano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi.
Stavano in sentinella sedendo. Avevano, anzichè l'aspetto di un'armata,
quello d'una popolazione arditamente uscita dal suo paese, per invadere
le vicine contrade.»

Nel Castello, il comandante austriaco Lamy s'era asserragliato con
tremila soldati. Aveva inoltre centocinquanta cannoni, seimila fucili,
molto bestiame, gli approvvigionamenti, tutto il materiale da guerra.
Se avesse osato la sortita, avrebbe potuto forse prendere tutti?
Non osò. Cedette ogni cosa ai francesi. E la Lombardia, ricca di
floridissimi pascoli, bella di laghi incantevoli, di verdi colli, di
monti, di fiori, superba di monumenti, splendida per opere di pittura
e scultura, illustre per ingegni altissimi, eccola, in seguito a uno
scontro su un ponte, preda e provincia della Repubblica francese;
trattata come terra di conquista. Napoleone volle battezzarla col nome
di _Repubblica cisalpina_ il 29 giugno là, nella villa di Mombello
sulla pianura milanese, proprio dove errano ora raccolti i pazzi della
provincia. E in quella villa lo stesso Bonaparte ordì l'infame trattato
di Campoformio, che gettò la Venezia, l'Istria, la Dalmazia tra le
braccia dell'Austria; quel trattato cagion di tante guerre nostre, di
tanti lutti; lutti anche di ieri, anche d'oggi.

Pure a Milano, alla quale il generale Despinoy, comandante della
città, ordina d'illuminarsi la sera del 18 maggio per la «festa della
Vittoria» celebrata in quello stesso giorno in tutta la Repubblica
francese; pure a Milano si richiedono aggravii di guerra. L'agenzia
militare francese spoglia il Monte di Pietà di tutti i pegni preziosi
al disopra delle cento lire. Ed ecco requisizione di cavalli; imposta
straordinaria a titolo di prestito di 14 denari per ogni scudo
d'estimo; imposta di venti milioni di Francia, da ripartirsi fra la
provincia di Lombardia, da levarsi principalmente dai ricchi e dai
Corpi ecclesiastici. Una sùbita, nera ondata di malcontento sorge, si
diffonde. Il 23 maggio, si tenta di suonar campana a martello a due
limiti opposti della città per farla insorgere: a Sant'Eustorgio e a
San Gottardo; ma il parroco di quest'ultima chiesa presso il Duomo e
altri cittadini lo impediscono, per evitare l'immancabile sanguinosa
reazione militare. A porta Ticinese, in quel giorno stesso avviene una
sommossa, ma effimera. Un giovane popolano, Domenico Pomi, accusato di
avervi avuto parte e d'«aver voluto assassinare» un sergente francese,
è condannato e fucilato il 26 maggio sulla piazza del Mercato fuori di
porta Ticinese.

Ad alcuni cittadini si strappano le coccarde francesi dal petto, dal
cappello; ma i soci del club repubblicano detto «Società popolare», che
ha sede in via Rugabella, vogliono vendetta e irrompono, si spargono
minacciosi per la città; fanno gridare da cenciosi prezzolati _morte ai
nobili, ai frati, ai re_! Insultano tutti quelli che non sembrano dei
loro. In piazza del Duomo è un pandemonio. Si viene alle percosse, alle
ferite. La notizia del tafferuglio cruento si sparge rapidamente per
la città ed eccita altrove gli animi e le voci. Il comandante Despinoy
corre in piazza a cavallo, scortato da una squadra di dragoni; scorre
al galoppo le strade, ne scaccia i passanti, fa arrestare e percuotere
a piattonate di sciabola i renitenti. Il tafferuglio alla fine è
sedato, ma i soldati francesi hanno bisogno di pipe!... Requisizione,
adunque, di tutte le pipe. E sentono pure il bisogno di misure
vendicative per salvare l'onore della bandiera.

Un pover'uomo, certo Giuseppe Pacciarini, _l'anzian_ (addetto ai
funerali) del Duomo, viene condannato, perchè _reo convinto e confesso_
(così la sentenza) _d'essere capo della rivoluzione che ha avuto luogo
il 4 pratile_ (23 maggio).

Al disgraziato, avvezzo a guidare autorevolmente pomposi funerali
della Metropolitana, toccano ben tristi funerali!... Vien fucilato,
insieme con un assassino, assassino da molti anni!.... «Non pare (dice
un cronista) che il Pacciarini fosse tanto colpevole; e non si sa con
certezza chi abbia tramata e condotta quella rivolta.»[8]

Le feste intanto seguivano alle feste. Il 22 settembre, gran festa
commemorativa per l'anniversario della «Repubblica madre», leggi
Repubblica francese. La prima legione lombarda di truppe cisalpine poco
dopo è passata in rassegna sulla piazza del Duomo; riceve la bandiera
tricolore e muove al campo; cominciando quell'epopea militare italica,
che ci temprò i polsi, è vero, ma seminò i campi di battaglia delle
salme di giovani valorosi, che potevano spezzare le catene della madre,
l'Italia!

E altra festa (il 9 luglio 1797) nel vecchio lazzaretto degli
appestati, convertito in campo di Marte. S'inaugura con fastosa e
clamorosa solennità la Repubblica cisalpina. Quattrocento mila persone
vi si affollano. Nello stesso giorno Napoleone istituisce il Direttorio
esecutivo; tutte cose copiate dalla «Repubblica madre».

La popolazione, sulle prime sbalordita del subitaneo fragoroso
cambiamento, e diffidente, finì con l'accettare il mutamento. Parecchi
ne erano, anzi, beati, esaltati; fra essi il duca Galeazzo Serbelloni,
che diventò presidente della municipalità. Quel duca imbandiva lauti
banchetti a ogni momento. Lo chiamavano il «duca-cuoco». Specialmente
le donne, come avviene nei sùbiti mutamenti politici, si esaltarono.
Si accendevano a quella fantasmagoria di colori, al chiasso dei soldati
francesi, di quei

    Quatter strascion senza camisa,
      Senza sciopp, senza divisa,
      Senza scarp, senza calzett,

ma pieni di vita, di brio indiavolato. Un'altra satira cantava con
verità:

    Esopo dì che, in sto pajes,
      In staa prima i donn
      A portà l'eguaglianza di Franzes.[9]

Le vie, prima tranquille, erano messe a rumore. In piazza del Duomo,
e in altre piazze, al suono delle bande s'inaugurarono gli «alberi
della Libertà», sormontati da un berretto frigio rosso. E allora si
videro le scene più sfrenate, più sconce, che si potessero ideare.
Fratacci e pretacci appesero all'albero le loro lunghe barbe tagliate
e le loro tonache, e, intorno, uomini e donne discinte, in catena,
si trascinavano ballando e urlando: _Viva l'eguaglianza!_ Si videro
signore di liberi costumi, mezzo denudate, ballare trascinate da
demagoghi furibondi: sì, signore, anche belle, formose, che apparivano
pure, mezzo nude, secondo l'ultimo figurino di moda, nelle loro
loggie al teatro della Scala, dove la _Marsigliese_ si suonava e
cantava in coro. In piazza della Rosa si tenevano riunioni demagogiche
clamorosissime, con urli di morte al papa, ai cardinali, ai vescovi
e arcivescovi, preti, frati.... Una ragazza, Sangiorgio, figlia d'un
chimico, offerse la propria mano a chi le avesse portato la testa
del papa. «In quel club (narrava nei suoi tardi anni il Manzoni, nel
crocchio della sera fra intimi amici, alludendo alla Società popolare
di via Rugabella), in quel club se ne dicevano e proponevano delle
belle! C'era, tra gli altri, la demagoga Sopransi, che era brutta e
gobba, ma rivoluzionaria ardente e anzi pazza: e un giorno, in odio
al re, propose che nel mazzo da tarocco la figura della regina non si
chiamasse più la regina, ma.... «_La gobba!_» gridò, interrompendo, una
maschia voce, in buon milanese e con molto buon senso. E la cosa finì
in una risata universale.»[10]

«In uno di quei circoli (racconta alla sua volta Cesare Cantù) un gran
patriotta, gran livellatore, che più tardi fu scudiere di Napoleone,
poi delegato sotto gli Austriaci, poi intendente sotto i Piemontesi,
propose si demolisse la guglia del Duomo. «L'eguaglianza è il primo
diritto; non deve dunque soffrirsi che un edificio si elevi sopra gli
altri della città». Così diceva in tono di puritano e colle dita tese;
e gli ascoltanti ad applaudirlo e gridare: «Abbasso la guglia del
Duomo!»

«Era presente un buon meneghino, che aveva imparato da sua madre a
voler bene, e da suo padre a non opporsi al male: e, chiesta la parola,
lodò il civismo, il patriottismo del preopinante, ma chiese perdono
se osava far un'altra mozione: ed era «di metter a quella guglia il
berretto rosso, e così sarà visibile per estesissimo tratto quale
simbolo della libertà che acquistammo dopo secoli di orribile tirannia»

«Sì, sì! bravo, bravo!» urlarono gli ascoltatori, e la guglia restò
salva, aspettando livellatori più radicali.»[11]

Ma si voleva abbattere addirittura il Duomo! I più miti fra gli
arruffoni, venuti dal di fuori, e che nulla sapevano del sacro amore
degli ambrosiani per il loro tempio, sublime monumento di fede avìta e
di storia, volevano trasformarlo in uffici pubblici; ma compresero che
si andava contro sentimenti, dei quali era imprudente, per lo meno, non
tener conto cauto e rispettoso. Si pensi che, nel Duomo, si affollavano
attoniti ogni giorno densi gruppi di contadini; i quali scendevano
dalla campagna per vedere anch'essi, almeno una volta nella loro misera
vita, _el Domm_ meraviglioso, del quale avevano udito parlare sin
dall'infanzia come d'un portento più che umano. Lady Morgan, nella sua
_Italy_, parla di quei contadini raggruppati in famiglie, seduti in
estasi prolungate.

In piazza del Duomo era stata eretta, accanto all'albero della libertà,
una tribuna con un enorme stendardo nero (roba allegra), nel quale
leggevasi in lettere bianche l'annuncio sintetico di tutti i discorsi
che si dovevano tenere alle turbe: _Diritti dell'uomo_. Ma nel club
in via Rugabella c'era un'altra tribuna; e in quella salì tremando
un grande poeta: Vincenzo Monti. Ma lasciamo narrare ad Alessandro
Manzoni, le cui parole furono religiosamente raccolte anch'esse da uno
dei suoi adoratori devoti:

«Il barone Ferdinando Porro, che fu prefetto sotto Napoleone, e del
quale, non ostante la differenza dell'età, io fui amico (diceva il
Manzoni), mi raccontava che, quando nel 1798 il Monti venne a Milano,
dove prima per mano del boia era stata abbruciata in piazza del Duomo
la sua _Bassvilliana_, si presentò a lui, che era allora uno dei
capi del club repubblicano, pregandolo d'introdurlo in quel club per
leggervi un suo sonetto: e il Porro acconsentì. Io salii sulla tribuna,
egli mi raccontava, e dissi: Cittadini, al piede di questa tribuna vi
è il più gran poeta d'Italia che chiede di recitarvi un suo sonetto:
volete sentirlo? — Sì, sì, si gridò da ogni parte. Allora io scesi
dalla tribuna, e andai a prendere il Monti: la sua mano tremava come
una foglia. Lo trascinai su per la tribuna, ed egli recitò il famoso
sonetto, in cui dice che la Repubblica cisalpina aveva

    Di Sparta il senno col valor di Roma.

Applausi frenetici; e da quel giorno il Monti divenne il poeta della
Rivoluzione.»[12]

Pochi anni dopo, Carlo Porta mandava alla suocera, Camilla Prevosti,
alcune sue sestine italiane non eleganti, — tutt'altro, — ma riflessi
di quella baraonda demagogica:

      E chi lo sa che un giorno non diventi
    Qualche signore anch'io d'importanza?
    A buon conto sto bene assai di denti,
    Ho bastante presenza ed arroganza;
    Malcreato, mendace, sprezzatore
    Mi farò poi col diventar signore.
      Ah! con doti sì belle, egli è un peccato
    Che quel tempo prezioso sia trascorso,
    In cui bastava ad essere ammirato
    Crin mozzo, gran berretto e voce d'orso;
    In cui quanto più eri manigoldo
    Ne ritraevi onor, rispetto e soldo.
      Ah se fosse quel tempo! per Milano
    Mi vederebbe correre severo
    Con tanto d'occhi e la sciabola in mano,
    Gran flagello dei nobili e del clero;
    Ma quel tempo felice oggi è passato,
    E sol oggi il mio spirto è sviluppato.
      Nè oggi mancherebbonmi i talenti
    Di volger per rovescio la medaglia,
    Massime cogli esempi ognor presenti
    D'una quantità simil di canaglia,
    Ch'oggi Gracchi corcârsi, e all'indomani
    Tigellini si alzâr, Planzj, Sejani.

Specchio fedele di quei figuri e di quel tempo rimangono i giornali;
funghi velenosi spuntati da un terreno fracido. Parliamone.



V.

 _Sconce pubblicazioni volanti. — Carlo Salvador e il suo
   _Termometro_. — Vien bastonato e messo in prigione. — Sua tragica
   fine. — L'eteroclita figura del «terrorista» Ranza. — Sue geste,
   suoi opuscoli, suoi giornali, e il suo perfezionamento della
   ghigliottina. — E anche lui va in prigione. — L'economista Pietro
   Custodi: da demagogo a barone. — Melchiorre Gioja qual era. — Il
   giornale _Senza titolo_ e i suoi carnevaleschi collaboratori. — Il
   giornale di Ugo Foscolo. — I due giornali di Napoleone._


Una delle prime libertà portate da Napoleone fu quella di stampa, senza
alcun freno contro gli abusi. Tutti potevano scrivere e pubblicare
tutto, infamie comprese. Si arrivò al punto che, per tre mesi continui,
si vendettero per le strade di sant'Ambrogio e di san Carlo, da
cenciosi strilloni, gl'indirizzi delle pubbliche meretrici «ad uso
della gioventù cisalpina».

_Gli amici della libertà_ fu il primo giornaletto apparso sull'Olona; e
_Il termometro_ di Carlo Salvador fu il secondo.

Costui l'abbiamo già incontrato; ma è necessario tornare ancora su
codesta figura di rivoluzionario nefando e ridicolo.

Era nato a Milano. Per evitare i castighi meritati dalle sue
ribalderie, fuggì a Parigi, dove si cacciò fra i terroristi della Senna
al tempo delle esecuzioni furibonde e sommarie degli aristocratici.
Quali atroci accuse pesassero sopra di lui abbiamo detto più addietro.
Appena Napoleone ebbe l'ordine di conquistare la Lombardia si mosse da
Parigi e, qualche giorno prima dell'ingresso dell'esercito francese,
percorse le strade della sua città eccitando frenetico il popolo a
rendersi libero da nobili, preti, frati, sovrani, e gettando a destra
e a sinistra coccarde tricolori. La conoscenza del dialetto di Carlo
Porta gli agevolava l'ufficio. Si vendette anima e corpo ai comandanti
francesi, e per giustificarne le violente ruberie e iniquità d'ogni
genere fondò _Il termometro_, che faceva spavento ai passeri. Ma era
tale l'eccesso delle parole di quell'eroe della mannaia che, più di
qualche volta, fu battuto come la lana. Gli stessi suoi protettori, che
lo pagavano, furono costretti a strappargli di mano la penna maledetta
e lo cacciarono in prigione.

Ridotto alla miseria più squallida, Carlo Salvador fu visto, più tardi,
errare, come un mendicante reietto, per le vie di Parigi. Disperato,
alla fine, si annegò nella Senna.

Peggiore persino del Salvador, parve un buffo omiciattolo dalla lunga
zazzera rossigna svolazzante, scialbo e magro, mezzo sepolto sotto
un enorme cappellone decorato d'una maiuscola coccarda sfacciata.
Strascinava uno sciabolone più lungo di lui, e, declamando contro
i principi d'Italia, ai quali minacciava coltellate in abbondanza,
agitava le braccia come due fruste da carrettiere irritato. I buoni
ambrosiani, vedendolo sulle piazze dove irruiva contro i «tiranni», lo
stavano a osservare come un «fenomeno» da baracca.

Chi era? Donde veniva? Era il «cittadino» Antonio Ranza, professore
e tipografo. Si chiamava modestamente da sè «capo dei rivoluzionari
piemontesi».

Nato a Vercelli, nella cui agitazione popolare del 1790-91 era sorto
quale «amico del popolo» e nemico dei nobili, avversava con altri
rivoluzionari la Casa Savoia: voleva strapparle il Piemonte per
gettarlo fra le braccia della Francia. Evitò il carcere con la fuga. A
Lugano, in Corsica, a Nizza, continuò l'apostolato; finchè Napoleone
gli aprì con le sue vittorie il varco alla massima scena delle sue
geste clamorose: la Lombardia.

Negli orrendi giorni, quando Binasco e Pavia osarono ribellarsi
all'invasione francese e furono perciò il primo, per cenno del
Bonaparte, orribilmente incendiato, e Pavia abbandonata al saccheggio
e alla strage, il Ranza, che a Pavia aveva piantato l'albero della
libertà, eccitava alle vendette, alle carneficine, vantandosi d'aver
trovato un perfezionamento alla ghigliottina che, secondo lui, doveva
essere il tocca-e-sana dei ribelli lombardi.[13]

Il Ranza stampò giornali sterminatori e opuscoli analoghi; alcuni
de' quali si possono leggere nella raccolta Custodi, nella Biblioteca
Nazionale di Parigi.[14]

Col giornale _Il rivoluzionario_, che il Ranza pubblicò per isfamarsi,
trascese a tali eccessi contro i nuovi magistrati, che non potè
arrivare al terzo numero. E anche il Ranza fu cacciato nel Castello, in
prigione. Morì nell'aprile del 1801.

Ben altro cervello vantava Pietro Custodi, nato nel 1771 a Galliate
Novarese, caro a Pietro Verri per l'amore che portava agli studii
severi. Nella tormenta della Repubblica cisalpina, il Custodi si
esaltò, e unitosi a un chirurgo Buzzi, demagogo da dozzina, fondò
la settimanale _Tribuna del popolo_, dove non esitò a investire lo
stesso Bonaparte. Immaginarsi se il vittorioso permetteva d'essere
vilipeso dalla libera stampa, ch'egli stesso aveva elargita al popolo
redento!... Ordinò che anche il Custodi fosse arrestato e gettato in
un carcere, ma il giovane eroe sfuggì ai gendarmi nascondendosi in un
solaio.

Chi mai gli avrebbe detto allora che, solo pochi anni dopo, sarebbe
stato creato cavaliere della Corona ferrea e barone del Regno italico?
Che sarebbe assunto qual segretario a lato del ministro delle finanze
Prina? E avrebbe lasciato nome chiarissimo per la classica sua raccolta
degli _Economisti italiani_?... Morì nel 1842.

Un altro dotto, celebre economista, Melchiorre Gioja, seguiva la manìa
del giornalismo polemico e del pubblico oltraggio, egli che doveva
comporre più tardi un _Galateo_ delle belle creanze! I suoi giornali
_Il censore, La gazzetta nazionale_ e _Le effemeridi politiche_
morivano anch'essi, strangolati dalle mani delle autorità offese.
Il Gioja subì il carcere a Parma e a Milano, poi l'esilio. La sua
opera _Del merito e delle ricompens_e è una miniera di erudizione. Ma
egli era un'anima ignobile. La rivela nella rivoltante scritturaccia
contro Bianca Milesi, che, illusa e pietosa, lo aveva assistito in
carcere.[15]

Sbocciò anche _Il giornale rivoluzionario_ e _Il conciliatore_; il
primo fu soppresso, il secondo morì d'inedia.

Ma anche un giornale a tratti briosi ebbe l'allegra repubblica:
_Il senza titolo_; anch'esso ampio al pari degli altri.... come un
fazzoletto da naso d'educande.

Un furbo libraio francese, Barelle, lo fondò, rimanendo prudentemente
fra le quinte, nell'ombra, e cacciando, invece, innanzi quale direttore
(_estensore_ dicevasi allora) un suo commesso di negozio, certo Nova,
che andava alla messa ogni mattina e che finì in prigione anche lui,
per le ingiuriose escandescenze dei suoi anonimi collaboratori, fra
i quali (una vera carnevalata!) frati sfratati, preti spretati e
un Calderini di Gallarate, soprannominato il «granatiere teologo».
Molta prosa v'inserì il Bernardoni, il grande amico di Carlo Porta,
propugnandovi persino l'unità d'una Italia repubblicana.

Un avversario detto l'«ulano legislatore» scriveva amabilmente
così: «Sapete in che modo discuto io le mie questioni personali? A
cazzotti!». E lo chiamavano legislatore!

In un certo numero si legge che un tale comasco (e qui è spiattellato
nome e cognome) fa l'incettatore di grano ed è l'amante della moglie
del signor tal'altro pure di Como (e qui ancora nome e cognome: mancava
soltanto il numero della porta). Come mai la faccia dell'ignoto
rivelatore non veniva illustrata da un corteo di pugni? E i pugni
fioccavano fra quei gentiluomini. Niente duelli: fior di cazzotti, come
insegnava l'«ulano legislatore»!

Benchè svillaneggiato e messo in ridicolo dal _Senza titolo_, il Ranza
vi fa allegramente i conti addosso al piacentino Poggi, estensore
dell'_Estensore cisalpino_, sussidiato dal Direttorio; ma è tutta
invidia di quei sussidii!...

Un arguto «associato» domanda al «caro Nova» perchè certo comandante
di certa piazza, mentre qualche giorno fa si lamentava d'avere in
tasca sole cinquanta miserabili lirette, ora esce con tanto di vestito
_nuovo_ e su un cavallo _nuovo_?

Questa l'alba radiosa della libera stampa sull'Olona, promulgata da
Napoleone Bonaparte!

Ma pochi anni passeranno, e nella stessa Milano sorgerà _Il
conciliatore_ di Silvio Pellico, di Luigi Porro, di Federico
Confalonieri, di Giovanni Berchet, a far dimenticare con le gloriose
sue audacie liberali quella effimera, fracida, velenosa fungaia,
spuntata sotto gli scrosci di pioggia delle innovazioni rivoluzionarie
frettolose; e, più tardi ancora, sorgeranno la. _Rivista europea_ del
Battaglia, _Il politecnico_ di Carlo Cattaneo, _Il crepuscolo_ di Carlo
Tenca.

Eppure, dalla baraonda dei gazzettieri cisalpini, spuntava qualche
cosa di lodevole. Il _Monitore italiano_ va, infatti, citato,
a titolo d'onore, a parte. Il manifesto steso da Ugo Foscolo,
e la collaborazione del grande poeta, gl'imprimeva un carattere
d'altera indipendenza. Il Foscolo vi pubblicava i processi verbali
dell'Assemblea legislativa della Repubblica cisalpina; e vi aggiungeva
con tono tribunizio (il tono allora comune) severi commenti.[16] Il
cittadino Somaglia, nel Consiglio dei Seniori perora a favore dei
poveri, dicendo che gli aggravi maggiori dovevano pesare sui ricchi. E
Ugo Foscolo a tal proposito prorompe:

«Legislatori! badate che le tacite orme degli opulenti non vi sbalzino
da quel seggio, ove rappresentate una nazione costretta a comperare
colle proprie sostanze una libertà, che calò dalle Alpi accompagnata
dalle desolazioni e dal terror della guerra e seguìta dall'orgogliosa
avidità della conquista; una nazione, la quale, colpa forse de' tempi,
non peranco ha partecipato dei beni della libertà. Legislatori! mentre
voi ritardate il rimedio, il male va crescendo in ragione progressiva:
l'onnipotenza dei sacerdoti, l'ambizione dei grandi, l'avarizia del
ministero, l'attaccamento alle antiche abitudini, la miseria del
popolo, tutto congiura al soqquadro d'una troppo nuova Costituzione.»

Immaginarsi se tali parole potevano piacere ai dominatori! Ma esse,
meglio di tutte, compendiavano uno stato di cose infermo e malfermo.

Una sera, per le vie di Milano, un vecchio e un figlio giovinetto
cadono travolti sotto una carrozza a due cavalli. Il Foscolo li trae
dalle ruote in istato miserando, arresta il cocchiere che vuol fuggire
coi cavalli spaventati, e pubblica sul _Monitore italiano_ una fiera
lettera al ministro della polizia, Sopransi, invocando provvedimenti e
pene.

Ancora più bello è l'atto (oggi si dice gesto) del Foscolo, quando sul
_Monitore_ si offre spontaneo al Capitano di Giustizia, in luogo del
cittadino Breganza, collaboratore del giornale, assente e inquisito,
autore d'un articolo che feriva il Governo.

Il _Monitore italiano_ fu fondato da giovani patriotti; vi convenivano
verso un'unica meta e settentrionali e meridionali d'Italia; quasi
preludio dell'unità della patria. Vi appartenevano scrittori del
Veneto, di Napoli, del Piemonte, del Piacentino. Tre soli, alla
fine, rimasero redattori: Foscolo, Gioja, Custodi. Al 42mo numero
il giornale, costante censore del Governo, fu soppresso; e sulla sua
tomba precoce, sorse il _Monitore cisalpino_, composto da rifugiati
politici, a capo dei quali stava il romagnolo Giovanni Compagnoni,
politico, giornalista, romanziere, poeta, scienziato, autobiografo,
autore delle _Veglie del Tasso_, stese in italiano e in francese, che
ottennero voga; negazione della verità e del buon gusto. Nel _Monitore
cisalpino_, lavorò un conte, avventuroso giramondo: Bartolomeo
Benincasa di Sassuolo, che servì da spione agli inquisitori di Stato
negli ultimi anni della Repubblica di Venezia. Insieme con l'amica
Giustina Winne, contessa di Rosenberg, il conte Benincasa compose, fra
altro, un romanzo _Les Morlaques_; suonata a quattro mani, che deve
aver divertito solamente i due innamorati suonatori.

Napoleone volle esser tutto; fu anche giornalista. Fondò e ispirò
due giornali: _Le Courrier de l'armée d'Italie_ e _La France vue de
l'armée d'Italie_. Quest'ultimo per preparare l'opinione pubblica
all'assassinio di Campoformio. Lo dirigeva un Jullien; laddove
figurava quale direttore un ignoto presta-nome: Iacopo Rossi; e così il
_Courrier_.

Il Jullien non potè tacere neppur lui davanti all'infamia perpetrata
dal suo padrone col mercato di Campoformio; cagione di tante guerre,
compresa l'ultima nostra. Non con l'asprezza spiegata dal _Monitore
italiano_ del Foscolo, ma non senza coraggio, il Jullien si mostrò
contrario nel _Courrier_ a quell'iniquità; e fu licenziato. Il giornale
passò allora nelle mani dello stato maggiore francese. Si stampava
a Milano, nella così detta patriottica tipografia di Via San Zeno
«dietro al palazzo di giustizia» dove, più tardi, l'Austria alloggiò il
boia.[17]



VI.

 _Carlo Porta a Venezia. — Suo impiego, sua miseria, sue
   spensieratezze. — Venezia dopo la caduta della Repubblica. —
   Società gioconde. — Quella di Carlo Porta con l'intervento della
   Polizia. — Carlo Porta e i grandi poeti dialettali veneziani. —
   Le voluttà di Antonio Lamberti. — Una coraggiosa satira civile
   del Buratti. — Degenerati e degenerate. — Carlo Porta è muto
   agl'incanti di Venezia. — Poesie veneziane del Porta? — Amori
   d'una patrizia veneziana col poeta. — Rivali. — L'abbandono. —
   Come amava Carlo Porta. — Sue drammatiche gelosie. — Sua vita di
   pubblico impiegato. — Un aneddoto._


Al padre di Carlo Porta doleva che questi consumasse i giorni
nell'ozio, e lo consigliò d'andare a Venezia, a quell'archivio delle
finanze, come impiegato.

Era il 1798 quando Carlo lasciava un'altra volta la famiglia per la
città delle lagune dove, giovane e brioso com'era, liete accoglienze
non gli potevano mancare, nè brigate allegre, nè passatempi. Eppure vi
andò di malavoglia, e vi trasse giorni angustiati. Le lettere che manda
da Venezia alla famiglia sono quasi tutte lamentevoli. Uno Zuccoli
assumeva colla Repubblica cisalpina, a nome di certo Gaetano Borella,
un contratto, impiantando a Milano una vasta amministrazione; e Carlo
Porta desidera ottenervi un posto migliore di quello in cui il padre lo
ha collocato a Venezia. È sempre corto a quattrini; e arriva a scrivere
al fratello Gaspare: «Mando al Monte di Pietà il mio tabarro e mi
lusingo che avrò da vivere così un'altra settimana».

La Serenissima Repubblica era caduta: al folle lusso di tante
spensierate famiglie era successa la miseria: eppure il brio, _el
morbin_, degli abitanti non era scomparso. Da una lettera, conservata
alla Quiriniana,[18] veggo la triste pittura che della decaduta Venezia
il poeta della _Tunisiade_ e delle _Perle dell'Antico Testamento_, il
patriarca Pyrker invia all'imperatore Francesco I. In quell'arsenale
glorioso, che ferì un giorno la fantasia di Dante, l'anno stesso
dell'ignominiosa caduta della Repubblica (1797), erano tremila e
trecento gli operai: e in breve ne restarono soli settecento. I
gondolieri presso le famiglie patrizie, in quello stesso anno, erano
millesettecentonovantasette, e in breve ne rimasero dugento e novanta.
La poveraglia tendeva le palme ai passanti. Eppure le sagre erano
ancora numerose, allegre, colle bandiere svolazzanti dai mille colori,
co' fieri ritratti di barcaiuoli vincitori nelle regate, con cembali
e trombe squillanti, e scampanìo festoso. Si proibivano i giuochi
d'azzardo, ma si apriva il teatro La Fenice alle voluttuose veglie
carnevalesche. Le belle figliuole di Canaregio non portavano più
attorno al collo roseo le fini collane d'oro, i manini, ma, sbattendo
sdrucite pianelle, salivano i ponti di pietra con lo stesso sorriso,
col medesimo regale incesso di ieri. Nei luminosi vesperi estivi, sulla
laguna smagliante, si banchettava, si cantava nelle barche adorne di
frasche e di pendule lanterne colorate.

Carlo Porta, in quel carnevale, si trovava nella necessità di
partecipare alle baraonde giulive e sciupava in una sola sera lo
stipendio d'un mese. Voleva mostrarsi generoso con amici e anche con
gente sconosciuta cui pagava all'osteria pranzi e cene: voleva darsi
l'aria d'un signore: confessava al fratello Gaspare che delle tante
lettere raccomandatizie delle quali era fornito non volea servirsi, per
non sembrare pitocco. Divenne persino capo d'una società di capi ameni,
detta della _Ganassa_, perchè avea lo scopo di mettere in moto continuo
le _ganasce_, a mense lautamente imbandite.

La polizia, sospettosa, come tutte le polizie che si rispettano, s'era
fitta in capo che quei buontemponi si raccogliessero a congiurare
contro lo Stato. E un giorno entrò d'improvviso nella sala del cenacolo
della _ganassa_, e la perquisì per ogni buco. Restava da esaminare
l'interno d'un antico armadio; ma era chiuso con doppia chiave. Ciò
accrebbe i sospetti.

— Aprite! — intimò al domestico il capo della pattuglia.

— _No gavemo le ciave, sior_! — gli rispose il servo.

— Non avete le chiavi? Cercatele! —

Alcuni momenti dopo, ecco si presenta Carlo Porta. Cammina lento, con
aria misteriosa. Adagio adagio apre l'armadio entro cui si sospettavano
celati armi ed armati come nel cavallo di Troia; ed: — Esamini pure
l'eccelsa polizia — dice con voce ferma — esamini pure ogni pezzo,
diligentemente. —

Era una collezione di gusci d'ostrica, e un ammasso di ossa di pollo,
tutti avanzi delle mense, ivi raccolti, come in museo. Scoppiò una
risata; la Società della _Ganassa_ festeggiò l'evento con un altro
simposio; e, forse il giorno dopo, Carlo Porta scriveva al fratello
quel biglietto rattristante: «Vessato intanto dalla fame e dalla
paura di fare una trista comparsa col padrone della mia casa per
l'impossibilità di corrispondergli l'altra pigione di fitto....»

Tommaso Grossi, il più intimo e caro amico di Carlo Porta, ci dice
in alcuni cenni biografici che il Porta a Venezia, avendo conosciuto
alcuni poeti dialettali veneziani, «per la prima volta sentissi
bollire fortemente in seno il desiderio di far versi». E noi dobbiamo
credergli. Ma dobbiamo anche ricordare che, prima ancora di ricevere
quelle impressioni determinatrici del suo genio, Carlo Porta aveva
verseggiato a Monza e a Milano; sappiamo che, a vent'anni, aveva
cominciato a tradurre in milanese l'ode del Parini _A Silvia_.

Il Porta aveva conosciuti a Venezia gli almanacchi che Antonio Lamberti
andava pubblicando, ingemmandoli delle sue vernacole _Stagioni
campestri e cittadinesche_, pitture vivide e fedeli dei costumi
veneziani, nelle quali si sente (chi lo crederebbe?) un anticipato
lamento socialista. E, tornato a Milano, Carlo Porta volle pubblicarne
qualcuno anche lui, in milanese.

Allora spirava vento propizio agli almanacchi. Ne uscivano a stormi,
in vernacolo e in lingua, coi titoli più stravaganti, e il pubblico li
comperava perchè conditi di satira. Un almanacco censura le mode di
allora, le vesti muliebri così aderenti alle cosce che un professore
d'anatomia potrebbe rilevare ogni muscolo, quasi ogni fibra; biasima le
nudità dei seni: ride delle scarpe «piccole come un sospiro». Al teatro
alla Scala, le dame calano le cortine misteriose de' loro palchetti
colla scusa di ripararsi dal freddo?... È un almanacco a ricamarvi
su storie maligne. L'_Almanacco degli almanacchi_ li passa tutti in
rassegna. Nella Biblioteca Ambrosiana n'è raccolto un cumulo; ma vi si
trovano forse i due almanacchi che il Porta scrisse in milanese? Non
esistono nemmeno nella libreria lasciata dal poeta; e nelle numerose
sue carte, non ve n'è traccia. Tutte le ricerche mosse per averli
nelle mani riuscirono vane. O rondinelle smarrite, come vi chiamavano
almeno? Forse: _Il Meneghino critico_? Era, è vero, un almanacco in
versi milanesi, ma lo scarabocchiava un Sommaruga, scempiato e stentato
verseggiatore, che volea farla da moralista. _El Lavapiatt de Meneghin
ch'è mort_ era anch'esso del bel numero uno; ma reca la data del
1792, e il Porta non scriveva così male in milanese. _La Gran Torr de
Babilonia_? Oppure _El Verzee de Milan_? Nemmeno. O _Il borgo degli
Ortolani_? Quest'è del '94; e non è del Porta. _L'ombra del Balestrieri
in cerca de la veritaa_, ch'è del 1800? _El servitor de la bon'anema
del pover poeta Balestrieri_, del 1804? _El Caffè de la Reson_, del
1805? Oppure _Meneghin Peccenna_?

Rimane assodato che i primi tentativi del Porta nel patrio dialetto
furono due almanacchi. «Ma (narra il Grossi) essendo stato fieramente
e scurrilmente satirizzato in un altro almanacco scritto pure in
dialetto, e credo da un parrucchiere — almanacco il quale, quantunque
privo affatto d'ogni merito, godeva però a quei tempi qualche favore
a motivo dello sfacciato e plateale ardimento con cui era scritto —
il Porta s'indispettì talmente che depose il pensiero d'esser poeta,
e stette molti anni fermo nel proponimento che aveva fatto di non
prender mai più la penna per scrivere un verso; ed ecco come le goffe
e petulanti contumelie d'un ciarlatano pervengano qualche volta a
soffocare il genio e a stornarlo dalla sua via.»

Più tardi nell'ardore della battaglia a favore del Romanticismo, un
almanacco d'un classicista dottor Paganini, lo attaccava, ma di ciò a
suo luogo.

Nei brillanti bagordi di Venezia d'allora, al _Caffè Florian_, covo
d'implacabili eleganti maldicenti, o alla trattoria del _Salvàdego_,
a San Marco (vi pendeva per insegna un pelosissimo selvaggio dipinto),
Carlo Porta avrà incontrato il maggiore dei poeti veneti dialettali, il
terribile satirico Pietro Buratti, anch'egli giovane allora, elegante
nella veste, mordace nella parola; tanto mordace che pose in satira
persino il proprio padre, commerciante ricchissimo, il quale, irritato,
lo diseredò, privandolo d'una rendita annua di tremila e più ducati e
d'un palazzo a Bologna.

Carlo Porta deve avere conosciuto a Venezia un altro poeta, Camillo
Nalin, ch'era impiegato computista in un ufficio governativo. E vi
conobbe, forse, il patrizio democratico Iacopo Vincenzo Foscarini, che
si firmava _el barcariol_. Il Nalin sereno, scherzoso; il Foscarini
ardente d'affetto per la sua Venezia. E il Porta si sarà incontrato
nell'autore della famosissima _Biondina in gondoleta_ che, musicata dal
maestro Mayr, si cantava al chiaro di luna sotto il ponte di Rialto,
lungo il Canal grande e nelle sale più aristocratiche delle capitali
d'Europa, tanto piacque quella maliziosa, voluttuosa cantilena, scritta
per la briosa corrottissima Marina Querini-Benzon; laddove Antonio
Lamberti compose poesie, se non più graziose, ben più rilevanti di
quella barcarola, che lo rese celebre.

Pietro Buratti, come poi Carlo Porta, compose poesie oscene; ma egli si
servì dell'oscenità per frustare vizi ridicoli, brutture morali. Egli
le recitava in una allegra società detta _Corte busonica_, nella quale
sedette, per qualche tempo acclamatissimo, Gioachino Rossini, vero
re dei buontemponi giocondi. La _Corte busonica_ era sorella maggiore
della portiana _Società della ganassa_; banchetti, e celie sboccate,
e risa, e scherzi pepati la rallegravano. Le studiate, raffinate
corruzioni, i sapienti e complicati piaceri, le aberrazioni, proprie
di questo nostro tempo avido di sensazioni artificiali e perverse,
non solo non erano compiute da quei gaudenti del giorno per giorno e
dell'occasione grossolana e chiassosa; ma il Buratti, che non avea peli
sulla lingua, lanciava le sue impetuose satire atroci contro coloro che
imbestialivansi in immonde aberrazioni. Le sue strofe contro una ebrea
pervertita, contro una cantante degna di lei, contro rammolliti patrizi
degenerati, giravano pei caffè, suscitavano risate, scandali; e intanto
i rei erano inchiodati alla gogna.[19]

Quelle poesie devono essere piaciute, per affinità di gusti, a Carlo
Porta, come piacevano al Rossini, come andavano a sangue allo Stendhal
che loda il Buratti nel volume _Rome, Naples et Florence_.

Ma Pietro Buratti ebbe momenti grandiosi. Spiegò un civile e non immune
coraggio, come poeta satirico, che Carlo Porta, prudente, non ebbe mai;
e in un'ode per la morte d'un suo bambino, tentò nell'angoscia paterna
di scrutare il perchè degli strazi inflitti da un destino crudele a
poveri bambini infermi e morenti: ardita filosofia, alla quale non
arrivò mai Carlo Porta; che tuttavia superava il Buratti nella vivezza
dei profili comici, nell'espressione del linguaggio pittoresco,
nell'arte, soprattutto: arte, che nel poeta milanese sembra la stessa
natura che parla, che agisce.

Il 3 novembre 1813, le lagune erano bloccate dagli Austriaci e
dagl'Inglesi alleati, che prendevano la rivincita su Napoleone, contro
il quale ormai tutta la Germania allora si sollevava. Il principe
Eugenio Beauharnais era respinto dagli Austriaci vittoriosi sino alle
rive dell'Adige. E, intanto, a Venezia, il generale Serras, successogli
al governo, imponeva, con un tratto di penna, ai cittadini un prestito
di due milioni, da pagarsi entro ventiquattro ore. I commerci, già
consunti, precipitavano a rovina, famiglie già agiate erano ridotte a
elemosinare all'ombra, sui ponti; miseria, fame, sete; mancava l'acqua
nei pozzi; il tifo mieteva le vittime a centinaia. Discordie tra il
prefetto di Venezia, barone Francesco Galvagna, col Serras, baruffe
da piazza; per cui le condizioni della città diventavano, se pur era
possibile, più penose. E Pietro Buratti, buon veneziano, ne fremeva.
A un pranzo, dato dal prefetto Galvagna, egli lesse e recitò una sua
ode fulminea contro gli stranieri invasori e ladri, contro la feccia
democratica francese e contro gl'inganni di Napoleone. Il Buratti si
buscò tre mesi d'arresto per quella satira, che rimane la più possente,
la più alta nella letteratura civile dei dialetti d'Italia.

E quel poeta civile e filosofico, e satirico implacabile, componeva
anche canzonette veneziane, piccoli capolavori di malizia sorridente
e di grazia; e riempiva quaderni e quaderni di versi fluenti, sgorgati
da un estro ridanciano inesauribile, saettando contro questo e contro
quello. Il suo crudo poemetto L'omo ha parti mirabili.

Tale il poeta maggiore che il Porta deve avere conosciuto a Venezia
e che, a quanto pare, gli servì d'esempio, come vedremo nei confronti
parziali; eppure nè di lui, nè d'altri poeti veneti nessuna traccia,
nessun ricordo resta nelle carte del poeta milanese.

Nel carteggio colla famiglia, nemmeno una parola sulle singolarità,
sulla magìa di Venezia. Neppur una! E nessun cenno altrove. Come mai
un giovane poeta poteva rimanere insensibile a tanta bellezza? Egli si
abbandonava alla gastronomica società della «ganassa» e mostra di non
accorgersi degl'incanti dell'arte e della natura che lo avvolgeva? Sono
eclissi estetiche, che, nei temperamenti portati alla satira, possono
avvenire. Ma il peggio è che il giovanotto mostra di non accorgersi
delle splendide formosità e delle caratteristiche grazie femminili di
Venezia!

Carlo Porta, giovane, libero, non ebbe per amante a Venezia una giovane
bella; ma una donna matura.

Il Grossi dopo aver detto che l'amico suo fece a Venezia «la conoscenza
di alcuni coltivatori di quel dialetto, ed ebbe occasione frequente
di ascoltare poesie vernacole», soggiunge: «Ivi fu che per la prima
volta sentissi bollire fortemente in seno il desiderio di far versi: ne
scrisse di fatto alcuni in veneziano sopra argomenti festevoli, ma non
furono da lui conservati; egli solea dire che non valevano la pena di
esserlo».

Nei manoscritti di lui non trovo, infatti, traccia di poesie veneziane.
Nemmeno nella raccolta del Cicogna, conservata al Museo Correr di
Venezia, dove quel diligentissimo radunava tutto ciò che di notevole
gli cadeva sotto gli occhi, ho trovato ombra di ricordi portiani.
Venezia non conserva memoria del soggiorno ivi tenuto dal Porta.
Le ricerche, per sapere dove abitasse il poeta lombardo riuscirono
vane. Il registro d'anagrafe non poteva, in quel tempo, che essere
irregolarissimo per i continui mutamenti di governo, per il tumultuario
irrompere e scomparire di gente nuova. D'altra parte, il poeta
milanese, allora giovane oscuro, non attirava la speciale attenzione
de' concittadini del Goldoni.

O povera Andriana Diedo-Corner! Che amore fu il tuo per il bel
giovanotto milanese fiorente nella freschezza de' suoi giovani anni!
Egli aveva aspetto simpatico: i capelli nerissimi, ricciuti, e gli
occhi neri, vivi, sormontati da sopracciglia lunghe e vellutate, e
denti come perle. Al modo dell'Alfieri, del Foscolo e del Manzoni
(il quale, a diciotto anni, per dirla di volo, s'innamorava egli pure
d'una signora veneziana), il Porta cominciò in un sonetto a ritrarre
sè stesso: è un frammento nel quale egli si dipinge qual era, nè troppo
breve di statura, nè tanto sottile, di tinta pallida e delicata:

    Sont on omm nè tropp nan, nè tropp gugella,[20]
    Sto per dì più ben faa, che nò malfaa,
    Sont magher, senza vess ona sardella,[21]
    Sont palid de color, e delicaa.
    Ghoo la faccia bislonga e gho i zij negher,[22]
    E ghoo negher i cavij, la barba negra,
    Negher i œugg anca lor....[23]

La Diedo, vedova d'un patrizio Corner, apparteneva ad una delle
undici nobili famiglie Corner che, al cadere della Repubblica,
erano disseminate in diverse parrocchie di Venezia. Abitava a San
Paterniano, presso la casa che fu poi del glorioso dittatore Daniele
Manin nel 1848. Non ricchissima, viveva peraltro con agiatezza. Non
era più giovane, ma si lasciava corteggiare, e i cavalieri non le
mancavano. Dell'insigne cultura della sua contemporanea Cecilia Corner
non possedeva briciolo: aveva in compenso cuore capace di buoni e
durevoli sentimenti. Ella amava il bel Porta con quella tenace e pur
troppo spesso funesta passione con cui le donne mature, appassionate,
s'avvincono come edere ai giovani.

Ignorasi quale soprannome gli oziosi maldicenti del _Caffè Florian_ le
appioppassero. Un codice della Marciana[24] reca i soprannomi inflitti
a parecchie dame d'allora. Una Romilde Bon era chiamata addirittura «la
fiera di Sinigaglia». Una Fontana Vendramin era detta «lo scheletro
di santa Maria Maddalena». E una Teresa Corner-Duodo «le affumicate
immagini de' suoi maggiori», e via via. La Diedo-Corner è risparmiata.

Questa buona dama veneziana incontrò il Porta in casa dell'amico conte
G. Pozzi, marito d'una contessa Secchi. Al Pozzi cui si doveva, a
Venezia, l'impianto degli uffici delle finanze, fu raccomandato Carlo
Porta, e non invano, poichè questi non tardò a ottenere impiego in
quegli uffici e a frequentare la casa del protettore.

Fu il Pozzi stesso che si affrettò a presentare il simpatico giovane
milanese alla Corner; la quale lo invitò a visitarla, e lo avvolse ben
presto nella sua fiamma amorosa.

Ma questa passione, mentre deliziava i due amanti, irritò al sommo il
povero conte, il quale accampava diritti nel cuore della Corner, e non
soffriva rivali. Ecco ciò che Carlo Porta confidava al fratello Gaspare
in una lettera:

«Pozzi si è avveduto della mia amicizia colla nota dama, ad onta di
tutti i riguardi usati per celargliela; ed è diventato una vera bestia.
Buono per me ch'egli non fu lusingato d'altro dalla medesima che d'una
pura amicizia, e che siamo perciò in grado di riderci delle di lui
insolentissime stravaganze. Egli mi ha scritto una lettera impertinente
con cui, rinfacciandomi le obbligazioni che avevo verso di lui, mi
tacciava d'ineducato sovvertitore della di lui amicizia e m'imponeva di
guardarmi d'ora innanzi dal porre più piede nella di lui casa. L'eguale
intimazione l'ebbe pure la mia compagna; e noi siamo entrambi decaduti
dalla sua grazia per il delitto d'averlo tollerato con mille riguardi
e sacrifizi durante il tempo ch'egli si studiava d'inspirare amore
all'una, col tentare di scacciarne l'altro, che godeva sopra di lui una
simpatica preminenza ed una anteriore amicizia. Martedì vi compiegherò
un plico di lettere dal medesimo dirette alla dama, e viceversa; dal
quale rileverete a chiare note quale animo cattivo egli copra col velo
d'una insinuante bonomia. Io gli ho risposto per le rime.»

Il Pozzi, pover'uomo, avrà capito che compariva ridicolo colle sue
furie da Otello arrivato in ritardo. Deluso, non gli restava che
mostrare indifferenza. Ma andò più in là: si mostrò pentito delle
feroci gelosie, e continuò a invitare a pranzo la Corner e il proprio
rivale, a farli padroni della sua casa e della sua tavola. Non poteva
mostrarsi più celestiale.

Per il Porta, ogni nube non era dissipata. Egli ebbe la debolezza di
confidare i propri amori a un falso amico, a certo F. Busto, il quale
lo rese ridicolo nelle brigate: peggio ancora, arrivò al punto di
calunniarlo, forse per invidia. Sentiamo lo stesso poeta in un'altra
lettera espansiva a Gaspare; lettera che rivela quanto era ingenuo e
poco corretto allora.... anche nello scrivere l'italiano:

  «Carissimo fratello,

Tutti li guai col C. P. (conte Pozzi) sono ottimamente terminati. La
sua condotta presente è quella dell'uomo ravveduto, e per conseguenza
la più consolante tanto per me quanto per la nota dama. Noi siamo
entrambi padroni della sua casa, della sua tavola: ci visita spesso
con la più grande cordialità ed amicizia, ed io vi scriverei forse da
casa sua, se un preventivo impegno non mi avesse fatte rifiutare oggi
le di lui grazie. Credevo insomma il tutto a buon porto, quando invece
mi trovo in faccia a tutto il paese un nemico più feroce nel F. B.
(Busto). Una sincera confessione dell'avvenuto fra me e la dama, che
la mia soverchia delicatezza ha voluto fargli, e che era stata da lui
accolta con una superiorità ed indifferenza estrema, m'aveva lusingato
che non avrei incontrato più alcun ostacolo ne' miei amori, ma mi sono
ingannato: invece che all'uomo di mondo io ho fatte le mie confidenze
al primo minchione, ed alla prima bestia che si possa conoscere. Sono
tre giorni ch'egli parla di me, e della dama in una maniera che non
si parlerebbe di una prostituta a prezzo, e del più vile ruffiano
di questo mondo, ed ha l'impudenza di fare con chiunque li capita un
trionfo del di lui ineducato e mal onesto procedere. Tutte le accuse
che mi fa sono un impasto di menzogne, di contraddizioni e frivolezze.
Fortuna mia che quanto è superiore ad ogni eccezione in paese la dama,
altrettanto è desso conosciuto e distinto in stravaganza di cervello
e di operato; per il resto, guardimi il Cielo, io sarei l'uomo più
infame del mondo, se si badasse alle sue dicerìe. Che volete dippiù?
Protesta e giura che mai più mi vedrà di buon occhio, e che mai mi
sarà amico se campassi cent'anni: diffatti, mi fugge da per tutto, mi
guarda con occhio fiero, e mi fa accorgere che al finire dell'attuale
locazione di questa nostra casa, si determinerà a viver solo. Che il
Cielo lo faccia! Io vi giuro che non mi sento reo di nessun delitto
verso il medesimo, fuorchè di aver avvicinata una dama che merita
tutti i riguardi per tutti i rapporti, e da esso vilmente e fuor di
ragione maltrattata. Se questo è il titolo della nostra dissensione,
io ne sono tranquillissimo, perchè assai vantaggiosamente compensato
dalla amicizia della medesima. Io allora farò più a lungo con essa
la mia vita, e più da vicino, postochè nella di lei casa ho aperta da
un momento all'altro la mia. Questa è tutta la dolorosa istoria mia,
e della dama: esaminatela a fondo; datemi voi quei pareri di cui non
è capace in questo momento la mia testa riscaldata; e vi assicuro
che ne approfitterò con l'istesso trasporto col quale bramo ognora
giustificarmi presso di voi nelle mie vicende.»


La passione, come si vede, accecava il giovanotto; lo traviava, senza
ch'egli in quella calda febbre se n'accorgesse neppure. La Corner lo
invita nella vicina Padova in un'altra sua casa; ed egli vi accorre,
mentre pensa a rompere ogni laccio e a tornarsene a Milano. A Gaspare,
il quale era già entrato in corrispondenza colla Corner avendola
conosciuta in una gita fatta a Venezia, scrive premuroso:

«Favorito dalla dama Corner, mi trovo con essa in Padova da due
giorni.... La dama vi contraccambia i più cordiali saluti. Se le
scrivete, non ditele per carità ch'io bramo di ripatriare!»

A Venezia non celebravasi festa alla quale egli non accompagnasse
l'amica sua. Nella sera dell'8 febbraio 1799, le sale della Società
degli Orfei risonavano di musiche e di canti: qualche giorno dopo,
baldorie a Santa Maria Mater Domini per festeggiare la nomina del
vecchio cavalier Pesaro, commissario straordinario dell'imperatore
austriaco; il re dei coreografi e ballerini, Salvatore Viganò,
deliziava al teatro della Fenice tutti quanti.... Per codesti spassi,
occorrevano quattrini, e il Porta, al verde, si trovava costretto a
ripetere la solita malinconica cantilena:

«Caro Gasparino, nello scorso mese io ho provato la miseria più grande,
e se non avessi fatta la faccia franca coll'approfittare degli amici,
io sarei stato al duro caso di mangiare pane e acqua. Oggi ho scosso
il mio salario, ridotto già alla metà dai debiti pagati e da qualche
effetto disimpegnato. Insomma, credetemi che, anche colla più esatta
economia non mi è assolutamente possibile di vivere col solo mio
soldo.»

E più tardi, collo slancio esclamativo d'un futuro _bohème_ del Murger:
«Oh beati dodici zecchini! con quanta impazienza gli aspetto».

Ma i denari non venivano, la guerra degli Austro-Russi contro i
Francesi (ne parleremo presto) impediva le comunicazioni fra Milano e
Venezia. Le lettere erano violate, i corrieri saccheggiati.

Nel 31 luglio, dopo un lugubre cannoneggiamento che sentivasi in più
parti della vicina terraferma, il giulivo suono delle campane di tutte
le chiese di Venezia annunciava che Mantova «il baluardo d'Italia (così
esprimevasi il servile _Nuovo Postiglione_, giornale di allora) aveva
ormai ceduto all'immortale Kray». E, in quella sera, illuminazione del
teatro a S. Luca; dappertutto luminarie, dappertutto musiche e cene. Al
canto del _Te Deum_, sotto le cupole d'oro di San Marco, assistevano
per ringraziare il Dio degli eserciti austriaci gli ufficiali
dell'ex-esercito veneto! E a tali feste Carlo Porta partecipava colla
Corner a braccetto. «Sabato (scriveva al fratello) vi scriverò per
rapporto a B. Oggi, la festa pubblica per la resa di Mantova non mi
permette estendermi di più, dovendo accompagnare la nota dama a godere
della comune esultanza.»

Avvicinavasi il giorno che Carlo avea fissato di abbandonare Venezia
per Milano, dove lo richiamavano il desiderio di vita più agiata e
gli affetti domestici, e nel cuore della gentildonna tempestano vere
angosce, deliri. Fa pietà.

Ella non può distaccarsi dall'amico, il quale le porta affetto, ma
non così serio che a lei debba sacrificare tutta la propria gioventù
e il proprio avvenire. Nel 10 settembre di quell'anno egli lo confessa
candidamente, a Gaspare, con questa lettera punto sentimentale:

«La Corner, che vi scrive, vi farà abbastanza capire, senza che io
parli, le novità del giorno. Essa ha saputo ch'io devo partire, ed è
nella massima desolazione. Io, per verità, le voglio bene; ma l'amore
anche per questa volta cede al mio interesse. Vorrei tranquillizzarla,
e non posso, e forse voi ne avrete sentita la di lei disperazione....
Io ho finito col prometterle, giurarle e stragiurarle che al morire
di mio padre ritornerò a Venezia per convivere con lei, e che lo
farò poi anche prima.... Voi, nel risponderle, potreste lusingarla
sull'effettuazione del progetto. Così essa non perderebbe la premura
per noi, che ci può essere utile, e non mi darebbe di quei disturbi
che cavano l'anima. Basta, tocca a voi, e mi raccomando. Vi abbraccio.
Addio.»

Ma, al momento del distacco, l'affetto in lui si ravviva; e lo fa
gemere.

«Vi confesso, caro Gasparino, che non mi sarei mai immaginato che il
distacco da Venezia mi dovesse costar tanto. Ogni dì che passo, mi
accorgo sempre più dell'attaccamento non equivoco della dama, per cui
non posso essere indifferente. Essa mi esibisce mantenermi a di lei
spese; vuol fare un testamento a mio favore se mi trattengo; promette
trovarmi impiego, piange, strilla, si dispera, ed io qualche volta, per
dirvi la verità, la imito perfettamente. Nullameno, sono duro nella
mia risoluzione come un marmo, e pretesto doveri imprescindibili per
partire. Infine, per acquietarla, ho dovuto giurarle e prometterle
quello che il tempo le farà dimenticare, ch'io le ho giurato e
promesso. Le ho detto che col diventare io padrone di me ritornerò
senza alcun dubbio da lei; che farò delle scappate di tanto in tanto
a Venezia, e che, in somma non vivrò che per lei. Succederà poi quello
che dovrà succedere.»

Egli illudevasi che «come donna e come veneziana» essa lo pregasse
presto di non mantenerle la promessa. Come si ingannava! Carlo lasciava
sul finire di quell'anno 1799 Venezia, e la infelice nel 17 maggio
scriveva irritata a Gaspare Porta:

  «Signor Gasparo stim.mo,

                                              Padova, 17 maggio 1800.

Rispondo all'istante alla stimatissima sua: s'intende della politica
di lei riposta, come il signor Carlo non vuol farmi tenere il mio
ritratto, e che ricerca le sue lettere. Ella, come organo esatto e
fedele, accetti di risponderle: che le sue lettere sono e saranno
sempre nelle mie mani: che non capisco come si voglia violentarmi di
tal maniera circa il mio ritratto, quando io esattamente le mandai ogni
cosa: che lo suppongo in pezzi, e per questo piglia il mezzo termine di
voler le sue lettere. Io però me ne burlo. Lo tenga, lo fracassi, ma le
sue lettere stanno nelle mani di me, unica vendetta e difesa al caso
di nuove sopraffazioni e vituperi. Mi ha tradito sulla fede in onore,
amicizia e amore. Io sono l'offesa, l'abbandonata, e quella che à
saputo amarlo e che l'amo, benchè meriti il mio odio. Le sue penultime
lettere lo confermano. S'immagini!... troppe cose contengono queste,
perch'io debba privarmene. Piccata di amore, di delicatezza, d'amor
proprio, non ho che il suffragio di queste. E sono certe volte così
romanzesca che non curo nulla che le mie soddisfazioni; e, se ne farò
cattivo uso, sarà sempre minor male di quello che lui fece a me. Venga
lui, parli con me, e le avrà.... Per ora, intanto, mi do il piacere di
rassegnarmi. Di lei sin.

                                              ANDRIANA DIEDO-CORNER».

Più tardi, scrivendo allo stesso, si mostra rappacificata. Gli parla
di alcuni indumenti, e nel chiudere la lettera — proprio come sogliono
certe povere donne innamorate, le quali si struggono d'impazienza per
conoscere ciò che loro preme e si sforzano, nello stesso tempo di non
lasciarlo scorgere, chiedendolo, talchè lo celano quasi, lo soffocano
fra parole di pura convenzione, magari in un poscritto, alla sfuggita
— la povera abbandonata chiede notizie del suo «Carlino». Non poteva
dimenticarlo!

Carlo Porta non frenava, nelle questioni d'amore, certi impeti.
S'indispettiva alle finzioni; non sapeva fingere, benchè talora, come
abbiamo visto, se lo proponesse ingenuamente.

Piuttosto di sottomettersi al capriccio femminile, frangeva con
violenza i legami e per sempre. Volea regnare solo e padrone assoluto
ne' cuori; non tollerava amori in partita doppia. Nella Biblioteca
Ambrosiana, in un volume manoscritto, sta un suo sonetto italiano,
inedito, a una donna, cui dice: «O amate me solo, signora; o addio». E
un'altra delle sue aperte confessioni è diretta a Giuseppina N..., la
stessa del sonetto a una _Sura Peppina_:

    Amo chi m'ama, e chi non m'ama io sprezzo;
    Nè pretendo che alcun m'ami per forza.
    .......................................
      La fedeltade nell'amore apprezzo,
    Anzi con questa più il mio amor s'afforza;
    Non tollero rivali, e i lacci io spezzo
    Con chi più amanti di tener si sforza.

Ecco come esprimevasi quest'uomo, che la rompe risoluto colle amanti
e si studia di mostrarsene indifferente. Eppure si lascia dominare
da strane gelosie. Paolo Mantegazza, in un articolo sul nervosismo
degli uomini grandi, pubblicato in un numero del _Fanfulla della
domenica_ del 1880, dopo aver toccato del temperamento del Porta,
uomo «appassionato, convulsivo, pieno di nervosismi», racconta questo
curioso aneddoto: «So dalle labbra della mia mamma un aneddoto del
poeta, che per via femminile è anche un po' mio parente. Una notte egli
si sveglia ad un tratto tormentato dalla gelosia per una donna adorata,
e che villeggiava in Brianza. Di certo egli è tradito, di certo in
quella notte istessa la donna del suo cuore dorme con un rivale. Balza
dal letto, corre alla porta; domanda con lauta promessa di danaro
i due migliori cavalli delle scuderie pubbliche e via di volo per
Brianza. Era d'autunno inoltrato.... I cavalli volano e il postiglione
interpreta fedelmente la furia del Porta. Si arriva alla villa fra le
tenebre, e il poeta, lasciata la vettura a piccola distanza, a piedi,
come ladro notturno, prende d'assalto muri e cancelli, appoggia una
scala al balcone del primo piano; risveglia i dormienti mette a rumore
cani, servi e ogni cosa. Poi si nasconde non so dove, spaventato
egli stesso per lo spavento di tutti e forse vergognoso della sua
pazza impresa. Riesce però a trovarsi colla donna amata che dorme il
sonno dell'innocenza.... Il resto della scena mi è ignoto, ma sarà
tutto finito, come se non si fosse trattato di uomini di genio o di
nevrosici.»

Dopo l'avventura amorosa con la patrizia veneziana, nulla sappiamo di
quella poveretta, che trovava nel suo cuore ferito accenti di dignità
e di sdegno. Carlo Porta era ancora un ragazzo, non ostante il suo
ingegno naturale e certa penetrazione; era ancora un inesperto, un
egoista, soprattutto. Non comprendeva il male che aveva fatto con
l'accondiscendere a una passione, che sin dalle prime si capiva doveva
finire presto e male. Mai le donne amino uomini più giovani di loro:
non ne ricaveranno che lagrime. Paolo Heyse, il novelliere tedesco
che amò tanto l'Italia, ha una novella su questo soggetto. La sua
protagonista, una signora matura innamorata, scopre il tradimento del
proprio adorato: lo sorprende mentre egli contempla amoroso, estatico,
una giovane bella, di casa, che giace seminuda, addormentata. Ella, nel
vedere la scena, ne riceve tal colpo, che cade ammalata; e poi, guarita
alla meglio, esclama: Come fui sciocca!

Qui dobbiamo un po' considerare la vita di Carlo Porta quale pubblico
impiegato: vita un po' agitata a motivo dei rapidi mutamenti politici:
vera fantasmagoria, lanterna magica tumultuosa.

In una domanda autografa indirizzata, negli anni maturi, a' superiori
d'ufficio e che si conserva nell'Archivio di Milano, il Porta compila
il proprio «stato di servizio» come impiegato pubblico. Trasferito da
Venezia a Milano nel 1799, egli venne conservato nel medesimo impiego
presso la «Intendenza generale delle finanze della Lombardia». Il suo
stipendio limitavasi ad annue milleseicentotrentasette lire milanesi,
e bastavano alla sua vita, considerato come allora, non ostante i
balzelli, tutto costava poco in confronto di adesso, dal vino squisito
col quale si brindava a' nuovi padroni, alle camere dove si dormivano
sonni interrotti da risse di nottambuli e da canzonacce straniere. Ma,
ben presto, impiego e stipendio gli sono tolti. Difatto, non era egli
impiegato per decreto del Governo austriaco? L'arruffata Repubblica
cisalpina crollò al ritorno vittorioso dell'esercito austriaco
fiancheggiato dai russi condotti dal feroce Suvaroff; una reazione
austro-russa imperversante per tredici mesi desolò la Lombardia fino al
14 giugno 1800, giorno della battaglia di Marengo, vinta gloriosamente
da Napoleone che ritornò padrone di Milano e rialzò la Repubblica
cisalpina; e Carlo Porta non avea egli forse continuato nell'impiego di
nomina austriaca durante quella reazione? Ciò formava un'imperdonabile
colpa agli occhi di que' signori della ripristinata Repubblica, ignari
che il Porta avesse maledetto i ladroni che, guidati dal Suvaroff,
s'erano rovesciati sull'infelice Lombardia. L'arcivescovo Filippo
Visconti, patrizio milanese, deturpando la propria canizie venerabile,
incensava il Suvaroff: e il Porta ne scattava di sdegno:

    Con la mitria e 'l puvïaa
    L'è andaa in Domm, el l'ha incensaa;
    Dandegh finna la soa dritta
    A on eretegh moscovitta!...

Ciò non valse a salvarlo. Un decreto di reciso licenziamento
dall'impiego, firmato _Soldini_, diceva: «il cittadino Carlo Porta è
ringraziato».

Ma il Porta non s'abbandona all'ozio. Diviene per tredici mesi «capo
di corrispondenze» presso quel Gaetano Borella fornitore generale
delle «sussistenze militari» nella Repubblica cisalpina, impiego cui
già aveva aspirato. Più tardi, nel 1804, è riammesso nell'impiego
primitivo, quale sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del
Debito pubblico.

Egli fu impiegato diligentissimo; nè mai s'accapigliò co' superiori.
Una volta, uno di costoro gli negò un favore; egli scagliò contro di
lui un paio di sonetti, ma ne tenne il nome segreto.

Durante l'orario d'ufficio, quale cassiere (come poi divenne al Monte
Napoleone), non conversava coi colleghi: se ne stava taciturno; ma
la facezia usciva talvolta brillante dal suo labbro. Un aneddoto: chi
riscoteva le pensioni doveva presentare, come adesso, l'attestato di
vita. Un pensionato non si poteva capacitare di tale formalità:

— Ma lei non mi vede che son vivo? — dice al Porta.

— Sì, — risponde il poeta, aprendo un cassetto; — ma non basta: venga
qui dentro, che la presenterò ai miei superiori. —

Salì poi al posto di cassiere; e, come succede ai burocratici nati, ci
teneva quasi al pari d'un regno.



VII.

 _Celebrazione repubblicana in piazza del Duomo. — Ciò che portò
   via e ciò che lasciò Napoleone nel tornare in Francia. — La
   «fiera» dei pubblici saccheggiatori. — Il bozzetto storico del
   Porta: _Desgrazi de Giovannin Bongee_. — Documenti che ne provano
   la verità. — Giudizi francesi sulle soperchierie francesi.
   — Stendhal. — L'irruzione degli Austro-Russi. — Suvaroff. —
   Suoi costumi. — La feroce reazione controllata dal Porta. — Il
   racconto della contessa Cicognara. — La battaglia di Marengo. —
   Napoleone di nuovo padrone della Lombardia. — Rialza la Repubblica
   cisalpina._


Carlo Porta era, dunque, tornato da Venezia nella sua Milano, e intanto
gli avvenimenti politici incalzavano. Qui bisogna chiarirli.

Dopo che, nel 5 luglio 1797, il ministro della polizia, generale
Porro, ordinava che a tutte le bandiere sparse nel dipartimento
dell'Olona fosse «tolto il color bleu e sostituito il verde» (la
bandiera, che doveva diventare più tardi quella di tutta Italia); dopo
la celebrazione dell'anniversario del quinto anno della Repubblica
francese, celebrazione svoltasi nella piazza del Duomo, con infernale
tuonare d'artiglierie, che infransero molti vetri degli artistici
finestroni colorati del tempio, e con la mostra spettacolosa delle
immagini dei due Bruti (il primo non bastava più!) e di Publicola e di
Catone, buonanime (ritratti, s'intende, tutti dal vero.... e che il
popolo ambrosiano conosceva di vista benissimo); dopo, infine, aver
firmato il trattato di pace di Campoformio, per il quale l'Austria
riconosceva la Repubblica cisalpina, Napoleone tornò rapido in Francia.

E, in Francia, lo avevano preceduto i nostri cimelii più preziosi:
il famoso papiro della _Storia giudaica_ di Giuseppe Flavio, una
_Divina Commedia_, manoscritti figurati di Leonardo da Vinci, e
insigni capolavori d'arte, fra cui il cartone della scuola d'Atene di
Raffaello; ma questo fu il destino di tutte le terre italiane, per le
quali il liberatore passò. L'orgoglio francese veniva accarezzato da
quelle ruberie, gabellate per trofei di vittoria.

Napoleone ci lasciò un Direttorio e due Corpi legislativi, ben lontano
dal riflettere che non erano adatti al carattere, allo spirito, ai
bisogni dei Lombardi.

Il Direttorio cominciò a sopprimere, per volontà di Napoleone, una
folla di monasteri, di monache, di frati. I beni delle mense vescovili
vennero avocati alla nazione. La chiesa votiva di San Sebastiano,
eretta per la cessata peste del 1577, fu trasformata in circolo
politico, assordante.

Ma la Repubblica cisalpina era destinata a non lunga vita, come tutte
le improvvisazioni senza logica base. Invano, fetidi giornali, che già
conosciamo, vomitavano velenose ingiurie e diffamazioni per intimidire
e imperare. Invano, nel detto gran giorno della festa del quinto anno
della Repubblica francese, un carro tirato da sei cavalli inghirlandati
e con piume tricolori in testa, aveva condotto in clamoroso trionfo una
giovane seminuda col berretto frigio in capo, appoggiata a un'asta, che
simboleggiava la Francia; mentre, a' suoi piedi, sei Genii spargevano
rami d'alloro. E ciò per abbagliare il popolo. Ma il popolo milanese ne
aveva abbastanza di quei buffoni e di quelle buffonate. Già Napoleone
aveva frenato più volte gli eccessi dei demagoghi, facendo, ad esempio,
strappare dalle cantonate un proclama del giornalista Lattanzi,
che bestemmiava Cristo e la religione; di quel Lattanzi nato nella
Campagna romana, e che il Monti chiamò nella _Mascheroniana_ «del rubar
maestro....».

Ma non sempre arrivava, o voleva arrivare, per sopprimere gli oltraggi
alla religione e al pontefice, come quando nella sera del 25 febbraio
1797 al teatro della Scala si rappresentò il turpe _Ballo del Papa_,
ove si vide Pio VI gettar via il triregno, mettersi in testa il
berretto frigio, e ballare sconciamente con cardinali, preti, monache,
frati, fra le urla di _Viva!_ e di _Morte!_ dei demagoghi.[25]

Così il Bonaparte sapeva benissimo delle innumerevoli trufferie che
si commettevano nelle pubbliche amministrazioni. Un giorno scrisse al
Direttorio: «Tali orrori fanno arrossire d'essere francese». Ma faceva
capire ch'era inutile sottoporli al Consiglio di guerra, aggiungendo:
«Corrompono i giudici. È una fiera, e tutto si mercanteggia.» Si poteva
continuare così? Il generale Despinoy venne chiamato «il generale delle
ventiquattr'ore», perchè a ogni momento mandava alla Municipalità
l'ordine di consegnargli, «entro ventiquattr'ore», cavalli, buoi,
letti, coperte di lana, tela, stivali, sciabole. Pietro Verri lasciò
scritto ch'era un «saccheggio prolungato». E intanto, i «bosini»
beffardi delle vie cantavano:

    Liberté, Fraternité, Egalité.
    I Franzes in carroccia e nun a pè.

E qui dobbiamo mettere nella sua luce, che è luce storica pur troppo,
uno dei capolavori di Carlo Porta: le sestine _Desgrazi de Giovannin
Bongee._

È un vivo episodio delle brutali violenze che, durante la Repubblica
cisalpina, si commettevano a Milano, a danno de' cittadini pacifici e
troppo inoffensivi. In _Giovannin Bongee_ è rappresentato il popolano
scemo, debole, che mentre ostenta coraggio da leone, per emulare
forse nelle vanterie i demagoghi trionfanti, le piglia sode da quei
«prepotentoni de frances», i quali vanno a godere la moglie di lui
dopo d'averlo ben bene bastonato. E ancor lui fortunato, che è preso a
scappellotti soltanto! I soldati francesi erano avvezzi a ben altro!
Le cronache milanesi del tempo riboccano di furti e d'aggressioni a
mano armata da parte di malviventi fuorusciti, a' quali si mescolavano
quasi sempre soldati cisalpini. Nè i soli furti, ma e le risse che i
soldati accendavano coi cittadini, e gli omicidii. Il Porta scriveva
al fratello Gaspare a Galbiate: «Ieri notte (la lettera è senza data,
ma è di quel tempo) fu compromessa la sicurezza de' cittadini da una
numerosa ciurma di ubbriachi che scorreva armata per le contrade,
e tagliava a fette, bastonava e maltrattava quanti loro succedeva
d'incontrare. Entrarono anche in qualche casa a frastornarvi le
conversazioni ed a commettere degli eguali delitti. Ora tutto è
tranquillo mediante l'arresto che fu fatto di venti e più di questi
scellerati.» Tali le condizioni della pubblica sicurezza d'allora;
e questo il rispetto ai cittadini. Il _Bongee_, da buon meneghino,
servo fedele de' vecchi padroni, versa le proprie querimonie nel
seno di qualcuno di que' parrucconi illustrissimi, i quali odiavano i
rivoluzionari francesi e formavano ardenti voti per il ritorno degli
ordini aristocratici.

_Bongee_, in milanese, significava una volta «buzzone, uomo di gran
pancia», e il Porta ne fa un cognome.

«Questo è il primo lavoro (rammentava Tommaso Grossi) che abbia
acquistato al poeta celebrità durevole. Levò rumore grandissimo in
Milano e in ogni luogo ove il dialetto milanese è inteso. Fu copiato
a mano, più volte, anche dallo stesso Porta, e distribuito agli amici,
e stampato e ristampato.» Quel linguaggio meneghino, misto d'italiano
e di francese storpiati, che il _Bongee_ adopera narrando le proprie
disgrazie; linguaggio che il popolino allora, e in circostanze come
quelle, avrebbe usato, suscitava alte risa. Il Manzoni ammirava
la perfezione artistica del carattere di _Giovannin Bongee_. E Ugo
Foscolo, in una briosa lettera al Porta, che leggeremo più avanti, lo
chiamava scherzosamente «Omero dell'Achille Bongee». Ma nessuno avrebbe
pensato che il popolano milanese, bistrattato così vilmente dallo
straniero invasore, sarebbe divenuto, mezzo secolo più tardi, uno degli
eroi delle barricate nelle «Cinque giornate» contro un altro straniero.
Alte risa, sì, suscitava al suo tempo _Giovannin Bongee_, miserabile,
ignorante, cornuto, bastonato: non oggi, dotati come siamo d'una
coscienza più sensibile, con un sentimento più educato della giustizia,
quell'infelice ci fa ridere. Desta, anzi, sdegno e pietà; sdegno per
le violenze; pietà, per la vittima. Oggi, nel Porta, vediamo balenare
quasi un vendicatore, celato sotto il lepido verso, che mostra di quali
armi gli stranieri si servivano per conculcare ancor più gli oppressi
deboli e inermi. La stessa oppressione e lo strazio quanto ridestarono
il sentimento della dignità! Lo stesso infame bastone austriaco quanto
servì al sacro odio patriottico!

Famosi storici francesi (il Thiers ed altri) confessano le
soperchierie, le ribalderie dei soldati e degli ufficiali francesi,
commesse sugli abitanti di Lombardia, per il solo loro gusto, per il
loro divertimento. Lo Stendhal, nel libro _Rome, Naples et Florence_,
dove parla tanto di Milano, arriva a dire: «Quant à l'insolence du
soldat français, elle était superlative: faites-vous réciter un des
chefs-d'œuvre de notre poésie nationale». E alludeva al _Giovannin
Bongee_ del Porta.[26]

Ma un moscovita, Suvaroff, doveva rovesciare ogni baracca.

L'Austria e la Russia, di concerto con l'Inghilterra e con la Turchia,
nel maggio del 1799, erano pronte a dar guerra alla Francia, che la
prevenne e la intimò. I due eserciti si posero di fronte. Gli Austriaci
erano capitanati dal generale Melas; i Russi dal maresciallo Suvaroff,
che assunse poi il comando di tutti; i Francesi dal generale Schérer,
vecchio e debole.

Suvaroff! Quale tipo di capitano bizzarro, buffo e terribile! Piccolo,
magro, tutto nervi, occhi accesi, bocca enorme, grossi denti, faccia
piena di rughe con certi _tic_ spasmodici. Odia gli specchi, non vuole
carrozze, non letti. Dorme per terra, e, all'alba, emette un acutissimo
chicchirichì, come un gallo, per isvegliare i soldati. Comanda e
combatte in camicia, brandendo uno sciabolone enorme, su un cavallo
indemoniato come lui. Mangia carne cruda. Al campo porta una cappella
ambulante piena di reliquie e prega più volte il giorno, baciando la
terra; e, inginocchiato, bacia la bandiera russa; ma al solo nome di
«francese» balza in piedi tremendo, con gli occhi iniettati di sangue.

— Bajonetta! bajonetta! Carica alla bajonetta! — egli grida. — La
palla? È una vecchia pazza, che non sa quello che si fa. La bajonetta
è giovane, vigorosa, e non sbaglia. — «_En avant et frappe!_» è il suo
motto.

I Francesi non aspettano di essere attaccati. S'impadroniscono dei
forti di Rivoli. Ma lo Schérer viene battuto, e si ritira sbigottito
prima al Mincio, poi all'Oglio, poi all'Adda. Suvaroff passa l'Adda,
piomba sul generale Serurier, fa prigione lui e tutta la sua divisione.
A Cassano, il Melas irrompe contro i Francesi, e ne abbatte l'ala
sinistra. Ormai la via di Milano è aperta ai nuovi barbari.

I notabili austriacanti milanesi sono giubilanti. Muovono incontro
agli Austro-Russi nel villaggio di Crescenzago. L'arcivescovo Filippo
Visconti li guida, s'incontra nel Melas, e, quasi piangendo di
commozione, gli presenta le chiavi della città, quelle famose chiavi
dorate.... E usseri austriaci si schierano in piazza del Duomo,
dove, fra vituperii, si abbatte l'albero della libertà. Alcune dame
inghirlandano le bandiere austro-russe; si grida «evviva i liberatori!
evviva la religione!» Suvaroff è ricevuto in Duomo dall'arcivescovo in
mitria; bacia tre volte il pavimento, quindi l'altare. Il primate lo
incensa, lo benedice. Ed è allora che Carlo Porta vibra il suo verso
contro l'arcivescovo; il quale fa tutto l'opposto di sant'Ambrogio.
Il fiero santo proibì all'imperatore Teodosio di entrare nel tempio,
perchè aveva le mani grondanti di sangue; invece, egli, suo successore
sul soglio ecclesiastico, lo accoglie in festa, dà la diritta a lui,
eretico, e lo incensa. I versi del Porta li abbiamo letti.

I cosacchi, a cavallo, galoppano intanto per le vie di Milano,
lanciando una corda a nodo scorsoio al collo dei supposti repubblicani,
e se li trascinano dietro. Carlo Porta li ricorda in una strofa del
_Brindes per un disnà alla Cassina di pomm_. Egli sogna:

    Me pariva che on ulan
    El me trass la corda al coll,
    Strascinandem per Milan
    A tœu su di brutt paroll.[27]

La contessa Massimiliana Cicognara, nata Cislago, veronese, coltissima,
graziosa, coraggiosa e un po' intrigante, benchè avesse visto i
soldati francesi spogliarle d'ogni ben di Dio il palazzo de' suoi avi,
partecipava alle idee repubblicane del marito, allora tanto famoso
quanto oggi dimenticato, Leopoldo Cicognara, morso dal Porta in un
sonetto.

La contessa Cicognara narrava in lettere confidenziali al marito le
avversioni al passato, da molti ostentate all'estremo, dopo le vittorie
degli Austro-Russi. «Tu non puoi immaginarti sino a che punto si spinga
la ostentazione di sentimenti avversi alle cose passate. I riguardi o
le paure di molti sono spinti all'eccesso, e si manifestano con vili
adulazioni e bassezze più vili. Che sperare da un paese e da una gente
di questa fatta?»

E il 1º febbraio 1800 gli scriveva ancora: «In questo momento, un terzo
di Milano è convulso d'entusiasmo per l'apertura d'un «Casino nobile»,
che fu istituito per espiare tante colpe democratiche; questa sera
dev'essere aperto con una festa di ballo di cui si dicono meraviglie.
Immaginati che sensazione fa codesta risurrezione delle gerarchie,
in questi momenti, a chi s'era abituato a non considerarle più come
il compendio di tutti i meriti! Io non posso proprio simpatizzare con
questi butirrosi semidei.»

E il 22, accennando a quella festa, scrive di bel nuovo al Cicognara:

«M'hanno raccontato cose meravigliose dello sfarzo, della ricchezza di
molte di quelle donne: una aveva intorno per più d'un milione e mezzo
di brillanti; e appena osavano intervenirvi quelle che non possono
tappezzarsene: la magnificenza tien luogo dell'eleganza. Sul corso
poi dei bastioni, non havvi meno di trecento superbe carrozze con
bellissimi cavalli e ricchissime livree: insomma, se il lusso è indizio
di abbondanza, qui v'è di certo più che il superfluo. Vedi che cosa
vuol dire l'essersi conciliati con la Chiesa e con l'Imperio! Gli eroi
repubblicani languiscono nella indigenza, e i «buoni cristiani» godono
di tutte le delizie della vita, a onore e gloria di Dio!»[28]

Qui abbiamo il quadro delle ricchezze che, non ostante i saccheggi
francesi, formavano di Milano, anche allora, una delle città più ricche
d'Italia. Giuseppina Bonaparte soleva dire che le gemme sfoggiate dalle
signore milanesi erano «male legate» e, forse, non aveva torto; ma
erano tante!

La feroce reazione austro-russa durò tredici mesi, nei quali furono
richiamate alcune corporazioni religiose (gli oblati), quand'ecco mutò
d'improvviso ancora la scena.

Napoleone, reduce dalle vittorie d'Egitto, vola verso gli Austriaci;
valica il Gran San Bernardo, fra le nevi, fra difficoltà indicibili;
con 60,000 uomini scende ai piani, piomba il 14 giugno 1800 sugli
Austriaci a Marengo, in una battaglia che lo rende una seconda volta
padrone della Lombardia. La salma dell'eroico generale Desaix, a cui
Napoleone deve quella vittoria, viene imbalsamata a Milano e spedita
in Francia. Le acclamazioni al vincitore vanno al cielo. Milano torna
in festa. Nel teatro «alla Scala», luminarie, inni, evviva. Napoleone
rialzerà la Repubblica cisalpina, ma per poco, volgendo in mente una
più razionale costituzione repubblicana. I poeti dal «servo encomio»
lo chiamano «Giove terreno»: il Cesarotti ed il Monti fra tanti altri
affascinati.



VIII.

 _Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del Teatro
   Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti signore di
   Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno scialle. — La profonda
   filosofia d'un marito. — Paolina Bonaparte. — Le scatole da
   tabacco e il giuoco del tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e
   le sue recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. —
   Una lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La
   fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea Appiani.
   — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del Monti. — Carlo Porta
   attore drammatico. — Malumori di quinte. — Epigramma del Porta. —
   L'accademia «di sè maggiore»!..._


Carlo Porta aveva la passione dei teatri. Volle essere annoverato fra
i fondatori del Teatro Patriottico di Milano, che cambiò poi il nome in
quello di Teatro de' Filodrammatici, tuttora esistente.

Quel teatro ebbe curiose vicende; uomini famosi lo protessero; donne e
madonne famose lo decorarono.

Sulla fine del Settecento, non erano rare a Milano le private società
filodrammatiche. La vita d'allora scorreva semplice; lo sappiamo;
e uno dei prelibati divertimenti era il recitare nelle commedie del
Goldoni; magari nei rustici _Conti d'Agliate_, commedia scritta parte
in milanese e parte in italiano, come Carlo Porta e Tommaso Grossi
composero insieme la loro comitragedia _Giovanni Maria Visconti_,
cavallo di battaglia dell'attore Preda. Il giovanotto milanese voleva
farsi vedere dalla sua bella sul piccolo palcoscenico, vestito da
«lustrissimo» o da «guerriero», presso a poco come adesso vuol farsi
vedere alle corse vestito all'inglese. Le ragazze da marito, le
_popòle_, erano accompagnate dove la «pivelleria», come si chiamano
ancora a Milano gli sbarbatelli, accorreva a inaugurare, prima della
scoperta della pila, un corso completo di telegrafia con le occhiate e
coi gesti più cauti. Le società filodrammatiche si radunavano, stipate
come sardine di Nantes, in afose, anguste sale, al chiarore di lumi a
olio col riverbero di latta che accecava o di candele di sego che dal
soffitto gocciolavano lagrime attaccaticcie sulle teste.

Una di codeste società filodrammatiche ricercate era quella del
«Gambero». Carlo Porta ne lasciò memoria ne' suoi manoscritti inediti:
«Fu nominato «del Gambero» (egli scrive) il teatro di San Pietro
all'Orto, perchè era accessibile dal cortile della trattoria così detta
«del Gambero», che ne mostrava al di fuori una immensissima insegna
coll'effigie in rosso del protagonista». Più tardi, i componenti
dell'artistica società si chiamarono «Filogamberi».

Nell'anno 1796, in cui sulla scena politica milanese comparvero le
pazze mascherate demagogiche che abbiamo incontrate, si pensò da alcuni
_cittadini_ a formare una società più numerosa di quelle che chiamavano
ad ogni recitazione tutt'al più un centinaio di spettatori. Il libraio
Bernardoni ed un Giusti ingegnere, insieme con un computista, con
qualche studente di medicina e qualche dottorino in diritto, chiesero
alla Municipalità l'uso del teatrino del Collegio Longone, detto «dei
Nobili», dal quale i Barnabiti avevano dovuto far fagotto. «L'amour
de la démocratie dont nous brûlons, nous a fait sentir l'utilité
d'un théâtre, où des pièces démocratiques seraient uniquement et
continuellement déclamées.» Così essi enfaticamente scrivevano a quei
messeri della Municipalità, fra i quali sedeva, austero, Giuseppe
Parini, ormai vecchio, vicino alla tomba, pronto sprezzatore di coloro
che il Foscolo chiamò ben presto «incliti ladri». La Municipalità
accordava il teatro col consiglio che vi si dessero rappresentazioni a
pagamento, a favore dei poveri; ma i soci a rispondere: «Il pubblico,
quando paga, è inesorabile, nè bada ai motivi per cui paga; a lui basta
di poter dire: _Ho speso li miei dinari_. Stabilendo un prezzo alto,
il teatro sarà sempre vuoto, e, stabilendolo tenue, potremmo avere gran
folla di spettatori tumultuanti che pretenderebbero tutto da noi.»

Non vollero, in conclusione, recitare a pagamento, per non essere
fischiati dalla folla che, in quei giorni, pareva invasa dal _delirium
tremens_. E cominciarono con un _Guglielmo Tell_, tragico pasticcio
manipolato per la circostanza dal direttore Bernardoni; poi ruggirono
nella _Virginia_ dell'Alfieri. A questa assistette il generale
Napoleone in persona, attorniato da' suoi ufficiali dello stato
maggiore colle scarpe rotte e pieni di boria allegra. Girava intorno
al teatro gli occhi fulminei («i rai fulminei» del _Cinque Maggio_ del
Manzoni); era pallido come lo dipinse l'Appiani, ch'egli s'affrettò
a ringraziare in una lettera, tuttora inedita, e a me mostrata dalla
nipote del famoso pittore. La Società dei filodrammatici, il cui teatro
chiamavasi «Teatro Patriottico» pei dichiarati intenti democratici
ond'era animato, ripetè la _Virginia_ al teatro della Canobbiana, nella
cui platea, dopo la rappresentazione, si ballò la _Carmagnola_, mentre
in piazza del Duomo donne discinte ed ubriache e giovinastri ballarono
fra urli frenetici e suoni di trombe e di clarinetti attorno all'albero
della libertà, guidati dal furibondo demagogo Ranza, nostra conoscenza.

Le donne milanesi della così detta buona società assistevano con
passione alle serate della Società Patriottica, alle quali portavano
le loro nudità ammiratissime. Segnalavasi fra le più invidiate Annetta
Vadori, vantata, dice il Cantù, come l'Aspasia di quel tempo, moglie
prima del medico Butorini, poi del famoso medico Rasori, il quale,
rivoluzionario democratico sfegatato, era tanto fautore del nuovo
teatro filodrammatico, che i soci si credettero in dovere di iscriverlo
nell'album dei «benemeriti» insieme col conte Carlo Imbonati, che venne
poi cantato dal Manzoni; insieme con Giuseppe Parini, col generale
Theulié, con Giovanni Torti, collaboratore del giornale Senza titolo,
e con Francesco Salfi di Cosenza, ex-frate, intimo di Ugo Bassville,
antipapista, che a Pavia, sollevata contro i giacobini, si salvò per
miracolo facendosi credere un Doria di Genova.

Fra le belle, sorgeva la stella di Maddalena Marliani, che nel 1805
sposò il banchiere Paolo Bignami; colei che in una festa patriottica
al teatro della Canobbiana, nella sera del 17 dicembre 1807, Napoleone
ammirò chiamandola «la plus belle parmi tant de belles», colei che Ugo
Foscolo, anche di lei innamoratissimo, immortalò nei divini frammenti
delle _Grazie_ in versi delicatissimi, incantevoli, ricordando «i
grandi occhi fatali» dell'insubre dea.

Un medico decrepito della Brianza, dove la bellissima _Lenin_ (come la
chiamavano) villeggiava nella villa del padre avvocato Rocco Marliani,
mi scriveva un dì con superstite entusiamo di quella donna stupenda,
alla quale una bruna lieve lanugine sopra il labbro aggiungeva acute
attrattive. Ella, coraggiosa, audace, si lanciò nella «Giovane Italia»:
la Sand le fu amica, e ne parla nell'_Histoire de ma vie_. Maria
Castelbarco, «l'inclita Nice» dell'autore del _Giorno_, che palpitò
per lei, tramontava assestando in silenzio e nell'ombra, con oculato
accorgimento, l'avito patrimonio sconnesso.

Imperava, più per le arti seduttrici che per l'autentica beltà, la
contessa Antonietta Arese Fagnani, alla quale Ugo Foscolo stesso
scrisse poi fasci di lettere d'amore rovente sullo stampo di quelle del
suo Jacopo Ortis. A lei consacrò l'ode _All'amica risanata_, una delle
più celebri della letteratura moderna.

Antonietta, figlia del marchese Fagnani e moglie al conte Arese, di
schiatta antichissima, insigne, era solita uscire dai teatri con
la carrozza piena come un uovo d'ufficiali d'ogni arme. Nell'alta
società di Milano rimasero ricordi incredibili di quell'amatrice,
che aveva l'utile capriccio di farsi regalare sempre qualche cosa da'
suoi adoratori. Si parlò per molto tempo a Milano d'un ricco scialle
che un amante le aveva regalato, e ch'ella portò subito alla propria
connivente modista, madama Ribier, eccitando poi abilmente un altro
adoratore a fargliene offerta graziosa.

— Amico mio! Oh, che bello scialle ho visto questa mattina da madama
Ribier! Me lo sono provato! Mi sta d'incanto! Non vi piacerebbe
vedermelo sulle spalle quando venite?

E il cavalleresco adoratore correva a comperare lo scialle e lo
deponeva a' piedi della bruna dea, che lo indossava, lietamente
intascandosi il prezzo. I due amanti, che nulla, si capisce, sapevano
del doppio giuoco, ammiravano sulle rotonde salde spalle dell'idolo lo
stesso omaggio; e chi sa quanto, nel loro segreto, se ne compiacessero
come d'un proprio esclusivo trofeo!

Ne' suoi tardi anni (donne simili vivono molto vecchie: si conservano
nel ghiaccio del cuore), la impenitente Antonietta non faceva mistero
delle sue gherminelle: se ne vantava, anzi, come di briose trovate.

E suo marito? Rappresentava la imperturbabile filosofia coniugale.
Egli andava dicendo: «Nessuno vuole comperare la mia casa, che vorrei
cedere a tutti; e tutti vorrebbero mia moglie, che non avrei coraggio
di cedere a nessuno». Un ritratto di lei, a olio, la rappresenta con
un turbante. I lineamenti sono grossolani, l'espressione volgare; un
insieme di massiccio, di procace e d'ignobile. Ugo Foscolo esagerò nel
decantarne le bellezze; ma ne era sensualmente acceso, ed era lirico,
quel grande lirico, che adoriamo.

Una rivale ammiratissima dell'Arese-Fagnani si additava in Margherita
Ruga, che la vinceva di molto nella bellezza (era magnifica), e la
emulava nello sfoggio delle floride nudità e nelle rapide avventure
civili e militari.

Rimase memoranda la sera del Ballo del Papa alla Scala, di cui abbiamo
toccato; memoranda, anche, per le nudità della Ruga e della Traversi.
Quest'ultima aveva ballato frenetica, insieme con altre consorelle
baccanti, intorno all'albero della Libertà. Donna perfida, nata al
livore, all'intrigo politico e al crimine, lasciò nome vituperevole.
Suo marito era un avvocato famigerato, degnissimo di lei. La Ruga,
collo, braccia, seno avea nudi: si presentò alla Scala, in quella sera
clamorosa, con una semplice veste alla romana, formata di quattro liste
di seta bianca, che a ogni movimento, rivelavano le forme statuarie
appena coperte da una maglia color della carne. Sul capo aveva tanto
di berretto frigio; così la Traversi. Costei, di avvenenza sensuale,
carnosa, e che chiamavano «l'avvocatessa» perchè voleva entrare in
tutte le questioni, di tutto disputare, arbitra, recisa, meritava
meglio il titolo d'«infernal dea» che le appioppò il Rovani ne' suoi
_Cent'anni_, velandola sotto il falso nome di «Falchi». Nata sul Lago
Maggiore da bassa stirpe, sposò l'avvocato Traversi, vedovo d'una
povera gobba, angelica di bontà, ricca, morta presto. Pur troppo
incontreremo ancora quella dea.

Ma con le mode francesi d'allora le nudità formavano parte del
programma rivoluzionario. La bellissima Paolina dagli occhi stellanti,
sorella di Napoleone, ritratta dal Canova nella ben nota scultura che
si ammira a Roma, è un nudo immortale e un documento del tempo. Il
pittore Bossi, amico di Carlo Porta, la ritrasse col pennello, e senza
veli anch'egli, com'ella volle; e il pover'uomo vestito com'era in una
stanza caldissima dove dipingeva dal vero la dolcissima Venere côrsa,
mollemente sdraiata, si buscò un'infermità. Dove è andata a finire
quella pittura? Un amico mi introdusse, anni or sono, in un gabinetto
segreto della sua casa, e, tolto un panno verde, che la copriva, mi
mostrò una giovane formosa signora tutta nuda, nell'atto d'entrare nel
bagno. Era sua nonna.

Ma non tutte le signore si bagnavano. Molte ne avevano persino paura.
S'impiastravano il viso di cosmetici e belletti, e consideravano
l'acqua e il sapone nemici.

Tabaccare era moda anche nell'alta società. Pensiamo alle conseguenze
della lurida polvere, bruna, fetente, nelle rosee nari delle belle e
lungo i veli delle loro vesti.... e nel fazzoletto di batista ricamato,
che stringevano fra le dita ingioiellate.

Ma le lucide tabacchiere, dipinte talora da finissimi pennelli,
presentavano signore vezzose, quando non erano impudiche ed oscene.
Quest'ultime venivano mostrate di nascosto nelle conversazioni e
ai teatri, con sorrisi analoghi; i più audaci possessori di quelle
pitturette le mettevano sotto gli occhi delle più timide e delle
ritrose....

Fra le più giovani dee, graziosissima, brillava Bibin Catena,
congiunta d'un illuminato, venerando sacerdote, degno della porpora ed
epigrafista eletto, che a Milano molti ricordano ancora con venerazione
e che mi riferì particolari curiosi della morte di Carlo Porta: li
leggeremo a suo tempo.

Lo Stendhal parla con garbo di Bibin Catena nel _Rome, Naples et
Florence_; racconta ch'ella gl'insegnò il tarocco. Guai a chi, nel
bel mondo, non sapeva giuocare il tarocco! E il giuoco imperversava:
si giuocava anche in teatro, mentre, sul palcoscenico, le ballerine
sgambettavano e i cantanti si sfiatavano sudati per farsi applaudire.

Le beltà femminili, le donne di spirito si contavano a diecine.
Circondate da letterati, da poeti, da artisti, da ufficiali, si
abbandonavano a gaiezze, a pompe, a eccitazioni piacevoli; e non
potevano farne senza in quelle settimane di generale delirio. La
donna nei rivolgimenti politici si eccita: figurarsi in quelli della
Repubblica cisalpina!

Ma le signore più intellettuali, come si direbbe oggi, preferivano
recitare.

Anche la bellissima Teresa Pikler, moglie a Vincenzo Monti e madre di
Costanza Perticari, di colei che fu chiamata la «divina Costanza», era
appassionata dell'arte filodrammatica. Al suo desiderio l'eccelso poeta
non si opponeva, lasciandole libertà di vita. Esaminando l'archivio del
Teatro Filodrammatico trovo che, nella sera d'un 10 brumajo, recitò la
Monti.

Una delle più solenni rappresentazioni degli animosi filodrammatici
fu data per onorare i patriotti reduci di Cattaro e di Sebenico.
Abbandonando Milano per l'imminente ritorno dei Francesi vittoriosi e
spavaldi, i governanti austriaci avevano mandati i patriotti accusati
di fellonìa a Verona. Di là, quaranta furono spediti a Venezia e
imbarcati per la Dalmazia; altri vennero cacciati prigioni nelle
isole della laguna veneta. Dopo la battaglia di Marengo, centotrentuno
di loro, ammucchiati nella stiva d'un trabaccolo, furono da Venezia
trasferiti a Cattaro e a Sebenico, e chiusi in sotterranei, cinti di
catene. Li mandarono poi alla fortezza di Petervaradino, come un branco
di pecore. Ma trovarono colà un po' di clemenza, mercè un generale
sassone e un capitano ungherese che concessero loro locali salubri,
pasti copiosi, liberi passeggi in ampii cortili; ogni ben di Dio.
Appena furono liberati, Milano si commosse: li invitò a pranzi, li
festeggiò in tutti i modi. I soci del Teatro Patriottico li vollero a
una rappresentazione allestita in loro onore. Fra un atto e l'altro,
si gridò a squarciagola: Viva Robespierre! Morte ai tiranni! con
battimani infiniti. Le spettatrici guardavano curiose quei reduci dalle
fortezze, quei martiri, come si diceva, e li trovavano «abbastanza bene
conservati». Carlo Porta, in una lettera al fratello Gaspare, scriveva:

«L'altro ieri sono qui giunti i nostri concittadini deportati, per la
maggior parte in buonissimo stato di salute, di modo che pare piuttosto
siano stati legati con della salciccia di Monza, che con delle catene
di sessanta libbre di peso. Furono trattati ad un pranzo di trecento
coperti, che fu dato dal Governo in casa Clerici, ed alla sera
intervennero tutti al nostro Teatro Patriottico alla rappresentazione
dell'_Antigone_, che fu data per loro espressamente dalla Società,
con illuminazione esterna ed interna del teatro medesimo. Furono
continue le grida di gioia, che empivano i vuoti fra un atto e l'altro
della tragedia, fra le quali si udirono pure quelle solite di viva
Robespierre e morte a Tizio, morte a Sempronio.»

Intanto, il Ministro degli affari esteri della Repubblica cisalpina,
«unica ed indivisibile», mostrava la propria simpatia alla Società del
Teatro Patriottico regalandole un ricco abito, che la Cicognara aveva
indossato alla Corte di Torino; il dono era accompagnato da una lettera
curiosa, conservata nell'Archivio di Stato di Milano. È tutta da
godere.

  «Cittadini,

»Il Direttorio governativo m'incarica di presentarvi un ricco abito,
che potrà servire in molte occasioni alle decorazioni del vostro
Teatro. Le circostanze lo hanno fatto servir prima ad una cerimonia
diplomatica presso una Corte vana e corrotta, che sdegnava l'esterior
semplice e franco della virtù e del merito.

»Nelle vostre mani esso avrà un uso ben più utile, e sotto questo
rapporto io mi lusingo che vogliate gradire il pensiero di offrirvelo.

»Gradite pure in simile occasione l'espressione sincera della mia
perfetta stima.

»Salute repubblicana!»


Gli attori del Teatro Patriottico ricevettero l'abito incriminato con
molto giubilo. Intanto, recitavano a tutto spiano il Bruto e l'Antigone
dell'Alfieri. Questo conte repubblicano non si sarebbe mai immaginato
che le sue tragedie dovessero alimentare in Italia i furori de' suoi
«cari» Francesi! Un bel giorno, la Società avvertiva il Prefetto
dipartimentale d'Olona che essa si era «organizzata sotto il nome di
Accademia dei Filodrammatici». Essa entrava, adunque, in una nuova
fase; ed ecco come.

Una sera, in casa del medico rivoluzionario Giovanni Rasori, si
tenne una seduta dei nostri filodrammatici fervorosi. Avevano dovuto
lasciare in quei giorni la sala del Collegio Longone perchè riaperto
ai giovani, e, non avendo più un teatro dove recitare, ne cercavano un
altro, pronti anche a fabbricarselo: s'erano perciò raccolti in casa
del Rasori che, tutto fuoco per l'arte e per la libertà, aveva promesso
d'aiutarli, volendo che si continuassero le interrotte rappresentazioni
a pro delle idee repubblicane, del «civismo».

Il Gran Consiglio dei Seniori, trasferito altrove, aveva lasciata
libera la propria aula nella soppressa antica chiesa dei Santi Cosma e
Damiano alla Scala; una chiesa dalla soffitta di legno, che avea visti
molti monaci, i Gerolimini; ed ecco i filodrammatici a chiederla, per
erigervi un teatro più comodo del primo, e il Direttorio esecutivo a
concederla.

Ma i denari per la fabbrica? Non c'erano. I giovani repubblicani le
tiravano verdi; e non sapevano a qual santo.... repubblicano votarsi.
Però niente paura! Sulla torre della vecchia chiesa abolita, erano
rimaste, raccolte in silenzio, quattro piccole campane. Che cosa
facevano là le derelitte? Bisognava assolutamente farsele regalare dal
Direttorio, e venderle, e ricavarne quattrini. Così fecero quei bravi
giovani, con orrore e scandalo dei vecchi. Intanto si raccoglievano
quattromila ottocento lire milanesi in sottoscrizioni: il governo
cedette, per pochi soldi, pietre e legnami, e il famoso folignate
Piermarini, l'architetto che aveva innalzata la Villa Reale di Monza,
i teatri della Scala e della Canobbiana, il palazzo Belgioioso, ed
altri, fu chiamato a erigere il teatro, o a dir meglio, a compiere
un miracolo, costruendo con pochi denari, sul vecchio tempio di Dio,
un nuovo tempio del diavolo, perchè l'arte teatrale era ancora dai
torcicollo giudicata arte di perdizione.

Se non che, cambia la scena: cambia d'improvviso la fortuna francese,
e si rovescia su Milano la valanga austro-russa col nuovo Attila,
Suvaroff, che per tredici mesi si diverte a derubare, a offendere i
cittadini spaventati, con le violenze più selvaggie. I lavori per il
teatro rimangono interrotti: ma anche la reazione feroce, quando Dio
vuole, cessa: e, come baleno, ritorna Napoleone, quell'«omett del
cappellin», come lo chiama il Porta in un brindisi, e i lavori del
teatro si compiono presto.

Se dobbiamo badare al _Poligrafo_, giornale letterario di quel tempo,
si spesero più di centomila lire per la riduzione dell'edificio a
teatro. Rimase, per altro, qual era, la rozza facciata dell'antica
chiesa, molto brutta, e, in compenso, fu conservata una magnifica
porta dello stile del periodo sforzesco, che in mezzo alla volgare
manìa di cattivi restauri e di vendite ancor più volgari, fu lasciata
anche oggi qual era. Il teatro fu costruito a quattr'ordini di loggie:
nessuna divisione di palchi, nessuna distinzione pei posti. Fratellanza
repubblicana anche in teatro, fratellanza perfetta, nei posti come nei
soci. Andrea Appiani, il pittore principe del tempo, classicista del
pennello elegante, regalò il sipario, da lui dipinto, rappresentante
la _Virtù_ che saetta e pone in fuga i _Vizi_. Il Vaccani dipinse
i parapetti delle loggie a finto bassorilievo; buoni scenografi
approntarono gli scenari.

E seguì la prima solenne rappresentazione dell'Accademia, la quale
contava la bellezza di sessanta accademici attori e di venticinque
«iniziati» (si chiamavano proprio così!), mentre le piovevano
continue protezioni dall'alto e incoraggiamenti d'ogni dove. Nella
sera del 30 dicembre 1800, colla tragedia dell'Alfieri, _Filippo_,
si ricominciarono le recite. Fu una sera memorabile; il successo fu
lietissimo. La sempre corteggiata moglie del Monti, la sempre avvenente
Teresa Pikler, che sosteneva la parte d'Isabella, fu incensata d'elogi.
L'autorità aveva predisposto, per tempo, all'ordine con un manifesto
affisso al teatro e che cominciava con questo profondo pensiero: «Senza
istruzione non vi è libertà; senza buon ordine e tranquillità non vi è
istruzione».

E il buon ordine venne indetto così:

«Nessuno degli spettatori potrà introdurre nel teatro, nè colà (_sic_)
tenere cani, lucerne accese, scaldiglie, o vasi di fuoco di qualunque
sorta, nè fumare tabacco, nè stare in piedi, nè tenere il cappello
in testa durante la rappresentazione per non impedire la vista ai
posteriori (_sic_), nè fischiare, schiamazzare con battimani, o bastoni
od altro. Nè far replicare alcun pezzo di suono, canto, recita, o
pantomima; nè obbligare gli attori a sortire per ricevere applausi, nè
fermarsi nell'andito in mezzo alla platea, nè offendere la decenza con
pubblicità di atteggiamenti o clamori osceni, nè finalmente disturbare
in altra simile guisa gli attori o l'uditorio.»

«Atteggiamenti osceni!» Si può dare di peggio? Le belle, vestite
alla greca o alla romana, davano, è vero, agio alle satire sul gusto
di quelle dell'almanacco intitolato: _Le galanti scarselle della
cortigiana Frine_; ma speriamo che non avessero atteggiamenti osceni in
teatro.

Le società filodrammatiche recitavano, in quel tempo, con ispaventevoli
cantilene e latrati. Il carattere delle tragedie alfieriane spingeva
anche gli attori più provetti all'enfasi declamatoria. Nell'articolo
X d'un Regolamento, le cui prove di stampa leggo fra le curiosità
bibliografiche della Biblioteca Ambrosiana, sta scritto che «oggetto
primario dell'istruzione sarà d'animare il dialogo; d'ispirare agli
attori il sentimento delle cose che recitano; di addestrarli al
linguaggio muto degli occhi e della figura; e di togliere qualunque
cantilena o vizio nel declamare». Notevolissime parole che provano
come la buona recitazione si volesse coltivare al Filodrammatico, dal
quale uscirono infatti attori valorosi; basti citare Giuseppe Moncalvo
che fu poi il famoso Meneghino così comicamente dipinto dal Brofferio
ne' _Miei tempi_. Il Porta voleva scrivere un dramma per il Teatro
Patriottico, come ne scrisse uno (e l'abbiamo accennato) per il teatro
La Canobbiana. Certo, Ugo Foscolo promise a quegli attori una tragedia,
Timocrate, come rilevo da una lettera autografa nell'archivio di quel
teatro; ma non mantenne la promessa. Bensì mantenne la sua Vincenzo
Monti, che concesse l'_Aristodemo_. Voleva il Monti stesso sostenere
la parte di protagonista nella propria tragedia; ma, alle prove,
s'ingarbugliò, si riconobbe impari al compito e cedette in fretta la
parte a un altro dilettante cui, a rappresentazione finita, buttò le
braccia al collo, ringraziandolo commosso.

Il Porta recitava con passione. Non sappiamo come quell'autentico
ambrosiano pronunciasse la lingua di Dante. S'immaginano quali lutti
per l'ortoepia! Il Porta preferiva le parti comiche alle tragiche,
e vi riusciva con lieto successo, spargendo il buon umore in tutto
il teatro. Ma non sempre poteva sbizzarrirsi in commedie di proprio
gusto. Continuava in quel tempo l'andazzo del dramma piagnucoloso, e
anche il Porta dovea seguire la corrente. Egli recita nella commedia
_Teresa la Vedova_ accanto all'ammirata Teresa Monti Pikler. E recita
nel _Ciarlatano maldicente_, nell'_Abate de l'Epée_ del Bouilly, e
nella parte di Mastro Burbero nel _Ciabattino_. Ed eccolo nelle vesti
di Pietro in _Misantropia e pentimento_, dramma del Kotzebue allora in
voga, e nella farsa _Casa da vendere_; poi si tramuta in don Ciccio
nell'_Amor platonico_. E non basta: nella farsa _I due prigionieri_
si fa applaudire senza fine. L'ultima volta che il pubblico dovette
battergli le mani fu il 5 maggio 1804: egli sosteneva la parte di
Ambrogio nel lugubre dramma _Carlotta e Werther_ del Sografi. D'allora
in poi non recitò più; ma rimase «attore accademico», elevato titolo
per quella scena, dove essere ammessi era onore.

Nell'archivio di quel teatro si trovano le vestigia d'una battaglia di
quinte. Carlo Porta voleva sostenere la parte dell'altero spiantato
marchese di Forlimpopoli nella _Locandiera_ del Goldoni; e gli era
contesa da un altro attore. Ne nacquero disgusti, collere. Il poeta,
infuriato, presenta le proprie dimissioni; e quei signori a scrivergli
che non si accettano affatto, infiorandolo di elogi. E allora il Porta
ad assicurare «ch'esso, sopprimendo volentieri quanto ha sofferto di
disgustoso, si restituiva di buon grado alla qualità prima di attore
ed offriva interamente i di lui scarsi talenti alle provvide mire
dell'Istituto».

Oltre l'_Aristodemo_ con quel po' po' di scena allegra delle «fumanti
viscere» della squarciata figlia innocente, Vincenzo Monti fece
rappresentare al teatro repubblicano per eccellenza il _Cajo Gracco_,
che, appena composto, volle leggere egli stesso agli amici entusiasti
che l'attorniavano.

Intanto, avveniva in città un fatterello abbastanza comico. Nelle sue
carte inedite Carlo Porta racconta che, avendo il Teatro Patriottico
assunto il nome di Filodrammatico, il popolo, per derisione, chiamò
_filo_ anche le altre Società filodrammatiche. Così il teatrino del
«Gambero» fu battezzato «Teatro dei Filogamberi»; e i poveri dilettanti
a riderne di malavoglia, a promettere rappresentazioni, alla Scala, a
pagamento, per comperare dei cavalli e fornirne l'esercito napoleonico;
a farsi in cento, in mille pezzi pur di segnalarsi. Si trattava di una
gara d'emulazione e di gelosia filodrammatica. E il Porta li bollava
colla sua ironia così:

    Bravi, sciur rezitant! Se Dio 'l v'ha daa
    La deslippa de vess curt de danee,
    A tuttamanca el v'ha pœu compensaa
    Con fior de tolla che la var pussee!...[29]

Il figliastro di Napoleone, Eugenio Beauharnais, proteggeva
l'Accademia, di cui era socio. Volle compensarne con tremilacinquecento
lire l'istruttore artistico, certo Andolfati, e volle assistere
all'_Antigone_: serata degna di storia.

Una cantata del Monti, posta in musica dal maestro Gnecco, esaltava in
Eugenio «il valoroso figlio del maggior de' mortali». Sul palcoscenico
troneggiava, inghirlandato di fiori, il busto dell'Alfieri; busto
che, pochi giorni prima, veniva decorato nello stesso teatro di corone
con recitazioni del Torti e del conte Giovanni Paradisi, armeggione,
adulatore, che seppe salire a presidente del Senato del Regno italico,
e segno all'ira del Foscolo nell'_Ipercalissi_.

Non si lasciava trascorrere occasione per onorare in quel teatro i
dominatori: oggi Napoleone, domani Francesco I. Per l'onomastico di
Napoleone si preparò una serata, con isfoggio di lumi e di epigrafi
sbalorditoie. Sulla porta del teatro leggevasi: _Al nome del grande
— dei principi — dei popoli — delle arti — proteggitore — l'Accademia
Filo-drammatica di sè maggiore_ (sic!) _per Eugenio — primogenito al
cuore di Napoleone — socio auspice presente._



IX.

 _Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini delle
   vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora il _Ballo
   del Papa_. — Nefanda celebrazione del supplizio di Luigi XVI.
   — Le fortune dei cantanti evirati. — Napoleone ne decora uno!
   — Motto maligno della cantante Grassini. — I fàscini, gli amori
   e le vicende di costei. — Il suo primo protettore difeso dalla
   storia. — La più grande rivale della Grassini. — Il mantello
   fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate della
   libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla Scala. — Dove
   si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti delle signore alla
   Scala._


Ma il teatro che assurgeva al grado di teatro ufficiale, per tutti gli
avvenimenti politici, era il teatro «alla Scala», eretto dopo che il
Regio Ducale Teatro andò distrutto da un incendio, divampato appena
finito il veglione del sabato grasso del 1776, all'alba. Il teatro
alla Scala fu rapidamente costruito, a spese dei ricchi proprietari
dei palchi di quel teatro incendiato. Sul disegno dell'architetto
Piermarini, sorse sull'area della chiesa soppressa di Santa Maria
alla Scala, e venne inaugurato la sera del 3 agosto 1778 con l'opera
seria in due atti _L'Europa riconosciuta_, musica di Antonio Salieri,
di Legnano, allora alla moda, autore d'una cinquantina di opere, oggi
tutte dimenticate. Vi si aggiunse un balletto: _Paffio e Mirra, ossia I
prigionieri di Cipro_; perchè allora cominciava nei cartelloni teatrali
l'andazzo degli «ossia», durata sino ai nostri giorni.

Le «strepitose vittorie» (così i manifesti ufficiali) riportate da
Napoleone venivano celebrate appunto là, alla Scala, aprendola a
quanti volevano godersi _gratis_ «illuminazioni a giorno», fremebonde
tragedie repubblicane (l'Alfieri era sempre il preferito), opere,
balli sul palcoscenico, e sbrigliatissime feste di balli popolari in
platea. Si accennò in queste pagine al vituperoso _Ballo del Papa_.
Fu rappresentato la sera del 25 febbraio 1797, in odio e disprezzo
del vecchio pontefice Pio VI. Il vero titolo dell'azione coreografica
era _Il generale Colli a Roma_; ma il popolo lo chiamò con quel nome,
ch'è rimasto. Un ignobilissimo maestro di ballo, il Lefévre, per
obbedire all'invito dei nuovi padroni, impasticciò un'azione d'intrighi
politici e amorosi. Si videro in scena il cardinale segretario Busca,
il senatore Rezzonico, generale delle truppe papali, il Generale dei
padri domenicani, le principesse Santa Croce e Braschi, nipoti entrambe
del papa, e il papa stesso, il canuto Pio VI, che ballò sconciamente
col berretto frigio in capo, dopo aver buttato in aria il triregno, fra
gli applausi deliranti dei demagoghi. Sì, così si volle raffigurare
quell'infelice pontefice, già malato, che doveva morire, prigioniero
del Direttorio francese, a Valenza nel Delfinato. L'azione coreografica
rappresentava il popolo sollevato contro il generale Colli; e
cardinali, teologhi, preti, monache, frati, guardie, dame romane e
meretrici ballavano, alla fine, tutti insieme col papa.

La principessa Braschi sveniva fra le braccia del Generale dei
domenicani; il generale Colli, mandato dall'Austria, per essere il
campione del papa, ne baciava la pantofola; il ballerino, in costume
d'eunuco, saltava come il turacciolo d'una bottiglia di vino spiritoso;
in platea un declamatore, mentre parlava di Costantino il Grande,
vincitore del tiranno Massenzio, fu colpito in fronte da un nocciolo
al grido: _Abbasso Costantino_! Il libretto del ballo fu immaginato
e scritto dal «cittadino» Salfi dietro suggerimento del prevosto
Lattuada, prete indegno. La musica era del maestro Pontelibero,
giacobino rabbioso come la sua musica.

Il delicatissimo capolavoro si ammannì per undici sere di seguito.
Sfarzosi i costumi; d'effetto gli scenari d'una sala del Concistoro,
dell'appartamento della principessa Braschi, della piazza San Pietro,
dipinti da un Landriani, che non si vergognò di prostituire l'arte a
quelle sconcezze. Analogo si mostrò il contegno dei demagoghi, ululanti
di tripudio.

Quella fu la sera più turpemente memorabile. Altra nefanda serata segnò
il 21 gennaio 1799, nella quale si volle celebrare l'anniversario
del supplizio di Luigi XVI. Si eseguì una «cantata» scritta apposta
da Vincenzo Monti, che oltraggiava la memoria di quello sventurato,
chiamandolo «vile e spergiuro Capeto». E dire che lo stesso Monti,
nella _Bassvilliana_, l'aveva glorificato come vittima sacra! La
musica era d'un maestro Minoja, un altro miserabile di quel tempo, nel
quale le deboli coscienze venivano rovesciate dai mutevoli avvenimenti
come rachitici comignoli dai turbini. Di vivissimo entusiasmo fu
accesa al teatro alla Scala la sera del 15 giugno 1800, quando un
ufficiale francese annunciò agli spettatori la vittoria di Marengo,
avvenuta il giorno prima. Un immenso applauso, un grido frenetico
accolsero l'annuncio improvviso. E i maestri? Quelli le cui opere si
rappresentavano in quel periodo formavano bella corona: il Cimarosa, il
Paisiello, lo Zingarelli, il Fioravanti, il Mayr, il Salieri.... Opere
quasi tutte buffe, allora, poichè, in teatro, bastavano le tragedie
repubblicane a ricordare che a questo mondo ci furono anche dei mostri
incoronati che fecero piangere.

S'era nel tempo dei cantanti evirati; e, fra i primissimi, Luigi
Marchesi, detto anche Marchesini, del quale la satira disse:

    Quel cappon colla vôs de canarin,
    Che a ogni trill el ciappava en marenghin.

Un altro evirato ammiratissimo era Gerolamo Crescentini, nato a
Urbania, villaggio presso Urbino, morto ottantenne nel 1846. Nell'aria
_Ombra adorata_, nell'opera _Romeo e Giulietta_ dello Zingarelli,
metteva brividi di commozione. Ma le più vive simpatie dei milanesi
andavano al Marchesi, perchè nato all'ombra del Duomo. Quand'egli morì,
a Inzago, più che settuagenario, nel 1829, fu pianto da tutta Milano
per la sua grande, generosa bontà. Egli fondò a Milano, con le sue
elargizioni, il Pio Istituto filarmonico e soccorse quello tipografico.
Non ostante che, fanciullo, fosse stato vittima, al pari d'altri
infelici, del ferro barbarico, esecrato dal Parini nell'ode altamente
umana e fremente _La Musica_, il Marchesi aveva sentimenti non solo
pietosi verso i miseri, ma virili, coraggiosi, verso i prepotenti.
Al burbanzoso generale francese Mioillis, che una sera pretendeva di
costringerlo a cantare, il Marchesi rispose: «Ella può farmi piangere,
ma non farmi cantare». Conobbe Ugo Foscolo questa risposta? Se l'avesse
conosciuta non avrebbe alluso a lui, col noto ma velato disprezzo e
sdegno nei _Sepolcri_, là dove biasima la città di Milano «d'evirati
cantori allettatrice».

Ma il Foscolo alludeva, forse, anche al Crescentini. Costui, veramente,
più che da Milano fu «allettato» da Napoleone, il quale, caso unico
allora, lo decorò della Croce di Ferro, attirandosi biasimi e ironie.

Un giorno, la cantante Grassini, maligna quanto avvenente e quanto
celestiale nel canto, dopo d'aver ascoltata l'indignazione di chi non
approvava quell'onorificenza messa sul petto d'un evirato, non avendo
il Crescentini, infine (diceva colui), nessun merito, esclamò: _Et sa
blessure, donc?

_La Grassini! Passò nella storia sopratutto perchè fu una delle amanti
di Napoleone. Il pittore Bossi, in un suo diario erotico, lasciò
scritto: «Esco adesso dalle stanze della Grassini divina. Chi me lo
avesse detto! Ed ora sono cognato di Sua Maestà!»

Di recente, alcuni ricercatori si arrovellarono per istabilire la
data precisa del primo incontro amoroso fra il celebre guerriero e la
celebre cantante. Nella partita volle entrare persino un avvocato, a
corto, sembra, di cause più nobili.

«Qui, su questo petto, Napoleone posò la sua testa!»

Così diceva la Grassini, per vanto. E aggiungeva volentieri che,
nell'amplesso, il gran Côrso sveniva. Egli, infatti, pativa d'«aura
epilettica» come Giulio Cesare. Conobbe la Grassini a Milano, nei
giorni de' suoi trionfi militari, e ne ottenne le intime grazie,
destando gelosie nella moglie Giuseppina Beauharnais, la quale si
lagnava delle infedeltà del grande marito perchè non poteva soffocare
la sua natura — ci racconta madamigella Avrillion, che le stava sempre
vicina.[30]

Lineamenti decisi, sopracciglia imperiose nere, neri gli occhi
balenanti, nero il volume della chioma opulenta avea la Grassini, e
magnifica, statuaria, la figura, nata pei trionfi della scena e....
d'un talamo imperiale. La chiamavano «la decima Musa», ed ella credeva
di esserla.

Giuseppina Grassini era nata a Varese l'8 aprile 1773, non da «poveri
contadini» come si legge nelle biografie. Suo padre, che procreò la
bellezza di diciotto figliuoli, era un ragioniere di conventi; fu
anche impiegato governativo a Milano. La madre aveva passione per la
musica, e suonava ad orecchio. E Giuseppina cantava come un usignolo
innamorato. Il vaiuolo, così diffuso a quel tempo, devastò il viso di
tutta quanta la famiglia Grassini, ma risparmiò il volto di Giuseppina.

Il conte generale Alberico Barbiano di Belgioioso di Milano fu il
suo primo protettore, che la fece perfezionare nell'arte canora.
Si vuole ravvisare in quel patrizio l'eroe del _Giorno_ del Parini;
ma è un abbaglio. «La vita di quel sontuoso cavaliere non fu tanto
disperatamente frivola, quanto la pretende una tradizione digiuna
di sana critica.»[31] Il conte Alberico Barbiano di Belgioioso
era generale degli eserciti imperiali, capo della Casa militare
dell'arciduca Ferdinando d'Austria, uno dei decurioni della città,
presidente dell'Accademia di belle arti. «Non fu vero che trascorresse
la vita in ignobili passatempi.»[32]

Giuseppina Grassini si _rivelò_ alla Scala.

Nel 1796, ella vi sostenne la dolce parte di Giulietta nell'opera del
Zingarelli, _Giulietta e Romeo_; e tutti l'ammirarono. Il conte Carlo
Leoni, il pittoresco epigrafista padovano, la dice, nel suo _Teatro
nuovo di Padova_, soffusa di «voluttuoso e magnetico languore», e
riferisce il particolare dello svenimento napoleonico.

Nel vedere nel Museo teatrale della Scala una miniatura della Grassini,
opera del Quaglia (molto rara, ma pagata salatissima), si pensa alle
vicende di quella vita fortunosa e fortunata, che ebbe per intermezzo
un'avventura di briganti. Ella stessa raccontava che, in Francia, era
stata presa dai masnadieri, i quali la condussero in un antro ch'ella
fece echeggiare della sua voce deliziosa, immergendo i suoi tiranni
nell'estasi.

L'aggressione dei briganti è storica. Avvenne sulla strada presso
Rouvres (Dijon). La Grassini fu malmenata e derubata, ma poi fu
trattata con riguardo. Perciò quando vecchia riandava i suoi ricordi,
ella non diceva male di quei malandrini: tutt'altro! Li chiamava: _Ces
chères assassins_!... È pure storico che certo Durandeau affrontò i
briganti; ne uccise due e ne arrestò un terzo. Napoleone fregiò il
bravo Durandeau della croce della Legion d'onore, ma la Grassini non si
mostrò molto grata a Napoleone. Quando poteva tradirlo era felice. Ella
non lo amò. Amò il violinista Rode, di Bordeaux, quel Rode per il quale
il Beethoven creò una ben nota romanza.

Napoleone nominò la Grassini cantante di camera, con 51,000 lire di
stipendio all'anno, e la coprì di alti favori, di doni, con quella
munificenza liberale e spettacolosa ch'era uno degli elementi della sua
arte sovrana, insuperabile, d'imperare.

Furibondo di gelosia bestiale per lei si mostrò il principe Augusto
duca di Sussex, figlio di re Giorgio d'Inghilterra, avendo fra i
cospicui rivali il marchese di Caltanissetta, figlio del principe
di Paternò. Il critico musicale della _Revue des Deux Mondes_, il
veneziano Scudo, raccontò un bel giorno del 1852, nella sua celebre
rivista, che il principe britannico, in un accesso di geloso furore,
attentò persino alla vita di lei. Una sera d'estate, il principe e la
sirena incantatrice si cullavano in una barca, sulle onde del golfo di
Napoli, al chiaro di luna. Ella cantava.... D'un tratto, il principe
Augusto la fece afferrare e prendere di peso da due barcaiuoli e
gittar nel mare. «Quel demonio di donna (disse poi il principe al buffo
napoletano Lablache) sapeva nuotare, e il giorno dopo mi fece pagare
ben caro il bagno involontario!» Con qual prezzo? Non sappiamo. Quel
«demonio» con la voce di angelo era capace di tutto.

Voce, veramente, di contralto e di soprano insieme. E vero «demonio»
nella rivalità con la Billington, che partecipò, ella così pia,
alla scellerata cantata del Monti nell'anniversario del supplizio di
Luigi XVI alla Scala. La Billington rapiva per la bellezza e per la
voce. Lo Scudo narra che la Grassini, «scattando come un leone còlto
di sorpresa», assalisse la rivale con certi colpi di voce da farla
sgomentare. Era donna maschia, nonostante il «magnetico languore» del
volto. E, nonostante i mille corteggiatori, la viragine inclinava
ad acri amori speciali.... A Venezia, quand'ella vi cantò nelle
opere _Issipile_ del Farinelli, _Giulietta e Romeo_ del Zingarelli
e _Telemaco_ del Mayr, volavano di bocca in bocca salaci aneddoti su
quegli amori.

Giuseppina Grassini visse sino i settantasette anni. A Milano potè
assistere alla lotta popolare delle Cinque giornate contro gli
Austriaci. Guardando dalla finestra della sua dimora, a San Babila,
vide una grossa barricata improvvisata laggiù sulla via; barricata
costrutta con tutto ciò che gl'insorti potevano trovare a portata
di mano in quei frangenti. E, fra tavole e botti e persino stie, la
Grassini scorse una grande carrozza: era la sua, quella che l'aveva
condotta di trionfo in trionfo attraverso l'Europa.

Morì la sera del 3 gennaio 1850, a Milano, in quella casa Arese dove
teneva spesso conversazione parlando un linguaggio curiosissimo: un
miscuglio d'italiano, di francese e di lombardo. Veniva corretta, di
tanto in tanto, da Carlo, suo fratello. Costui, a soli sedici anni,
seguì, come semplice tamburino, Napoleone nella campagna di Russia,
e fu dei pochissimi che ritornarono da quelle stragi. Si pose poi a
comporre novelle e romanzi, che Dio glieli perdoni!, e una grammatica
francese, sulla quale molti di noi abbiamo studiato ragazzi.

Il ritratto in miniatura della Grassini, che ora si ammira nel Museo
teatrale della Scala a Milano, dipinto dal Quaglia, ella lo lasciò
in legato ai «suoi distinti amici Pacchierotti». A suo marito Cesare
Ragani (poichè, e pochi lo sapevano, aveva persino un marito!...) la
Grassini lasciò il capitale corrispondente a 4000 franchi di rendita
all'anno. Sì, a quel marito «residente (ella così dichiarava nel
testamento) da tanti anni in Francia, a Vincennes».

Nel Museo potrebbero figurare le due liste superstiti d'un ampio
mantello rosso fiammeggiante, ricamato d'oro, regalato da Napoleone
alla sublime, che ne andava superba mostrandolo a' suoi visitatori,
alle sue favorite come una bandiera di vittoria.

Quando la Grassini moriva, naufragava alla Scala _Cellini a Parigi_,
opera semiseria di Lauro Rossi, un giovane ch'ella voleva proteggere.

Fu sepolta a Milano, nel cimitero di San Gregorio, oggi distrutto. E le
sue ossa, che portarono in giro per il mondo una delle più affascinanti
vite italiane, andarono disperse.

Carlo Porta, elegantemente abbigliato alla moda, frequentava anche il
teatro alla Scala, dove s'incontrava con gli amici romantici dei quali
doveva essere il caustico paladino vernacolo. Nel palco del marchese
de Breme, gran signore, che appunto in quel palco accolse lord Byron
quando, nel 1816, il bellissimo bardo, tutto bollore carbonaro, venne
a Milano,[33] anche il Porta aveva accesso. Là il poeta del _Bongee_
vedeva lo Stendhal, il suo più fervido ammiratore straniero.

Lo Stendhal ricorda che l'atrio della Scala era il quartier generale
dei fatti del giorno: ivi si fabbricava l'opinione pubblica sulle
signore, ivi si attribuiva per amico a ciascuno d'esse l'uomo che dava
loro il braccio per salire nel loro palchetto:

«C'est surtout les jours de première représentation que cette démarche
est décisive. Une femme est déshonorée quand on la soupçonne d'avoir un
ami qu'elle ne peut pas engager à lui donner le bras à huit heures et
demi, lorsqu'elle monte dans sa loge.»[34]

Ma degli amici delle signore d'allora, dei «patiti», come si diceva,
parleremo più innanzi.



X.

 _La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua finta
   tomba. — La nuova borghesia e la vecchia aristocrazia. — La
   _preghiera_ e _La nomina del cappellan_ di Carlo Porta. —
   Un'antenata di donna Fabia e della marchesa Travasa. — Le commedie
   del Maggi. — Lady Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che
   cosa diceva del Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta.
   — Eleganze in casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i
   nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti delle signore
   milanesi». — Artefici di grido: Canonica e Appiani. — La casa dei
   Franco-Muratori._


Nel frattempo il Parini, irato contro i demagoghi e contro i predatori,
era morto a settant'anni, in una camera a pianterreno del palazzo di
Brera. Il Parini non morì così povero, come si disse; ma certo non
ricco. Alessandro Manzoni raccontava, nelle veglie, a' suoi intimi
amici, che quando dopo la morte del Parini, furono venduti all'asta i
suoi libri e i suoi manoscritti, fra i quali ancora inediti il _Vespro_
e la _Notte_, i congiunti del poeta, che erano contadini di Bosisio,
accorsi a Milano, per raccoglierne la eredità, vedendo salire ad alto
prezzo semplici manoscritti, li presero in mano e li scossero, credendo
che vi fosse dentro denaro.[35]

Le ossa di Giuseppe Parini andarono disperse, al pari di quelle di
Cesare Beccaria, sepolto nello stesso cimitero di Porta Comàsina; la
lapide che, in memoria del Parini, vi pose l'amico Calimero Cattaneo,
disparve anch'essa, e il cimitero fu trasformato, non ha guari, in un
orto.

Più tardi, i demagoghi in una festa popolare all'aperto, eressero varie
finte tombe d'illustri; fra esse, una col nome di Giuseppe Parini.
Goffa profanazione.

Saliva una nuova borghesia; arricchita borghesia di signore milanesi, i
cui allegri, liberi costumi, i cui gesti imitati sui modelli di Francia
potevano offrir tema a satira saporita; ad esempio, le loro pose
sentimentali adottate prima ancora del Romanticismo, ma derivazioni
della _Nuova Eloisa_ del Rousseau, e i nervosismi, e i languori
e i _fumi_, come dicevano: poichè _aver i fumi_ era un rendersi
interessanti come più tardi (ahimè, chi potrebbe crederlo oggi)
l'etisia, idealizzata nella _Dame aux camélias_ da Alessandro Dumas
figlio.

Carlo Porta, borghese, non toccò quella borghesia nuova. Rivolse il
suo dardo contro la vecchia aristocrazia, gonfia dei propri titoli
nobiliari, albagiosa, che il Parini aveva già deriso, con insuperabile
finezza, nel _Giorno_.

Ne _La preghiera_ e ne _La nomina del cappellan_, del Porta, siamo
al cospetto di due vecchie dame della superstite aristocrazia
spagnuolo-lombarda, superbissima del proprio inclito sangue, e la cui
razza, nella tormenta giacobina, andò travolta, non distrutta; chè
anzi, poi, ottenne dall'Austria l'imperiale riconoscimento de' suoi
vantati diritti.

Ne _La preghiera_ udiamo le sdegnose recriminazioni di donna Fabia
Fabron de Fabrian contro i nuovi tempi diabolici. Un ex-francescano,
uno dei tanti licenziati dal Bonaparte quando (come dice il Porta
stesso in un sonetto caudato) diede _ona sopressada ai fratarij_,
invitato a pranzo da donna Fabia, l'ascolta, mentre in cucina
cuoce il riso. Ella gli parla concitata e irata in quel linguaggio
italo-milanese, assai buffo, che si usava dalle dame dell'antico
stampo; le quali volevano accrescere col linguaggio pretenzioso il
sussiego di prammatica.

Il racconto di donna Fabia, piena di dignità nello sdegno, si svolge
intorno a un capitombolo fatto da lei, sulla strada, mentre, scendendo
di carrozza, voleva evitare l'urto d'un prete sporco e bisunto, che le
passava accanto in quel momento. I monelli, il popolino si mettono a
ridere alla caduta spettacolosa, a motteggiare.... Ma ella è gran dama,
non risponde; è devota, ed entra in chiesa, dove innalza al suo «caro e
buon Gesù» una _preghiera_, per raccomandare alla divina clemenza gli
«eccessi», le «colpe», i «delitti» di quei «delinquenti» rallegrati
dalla sua disgrazia; pensando che

                       l'offendesser
    Senza conoscer cosa si facesser,

e sperando che la propria rassegnazione possa «condurli al ben».

In quella preghiera, donna Fabia rappresenta e sostiene il diritto
divino; crede che le nobili gerarchie terrestri, alle quali ella
appartiene per nascita, siano simbolo delle gerarchie che «fan corona»
a Gesù in cielo. Crede che il disgraziato, il quale non nasce nobile,
sia fango....

Giuseppe Ferrari, nel suo studio sulla poesia popolare in Italia,
pubblicato nella _Revue des Deux Mondes_ del 1839-40 (e il Rovani gli
fa eco nelle _Tre arti_, a proposito del Porta), nota che donna Fabia
è la donna Quinzia del Maggi, arguto, sereno commediografo milanese
del Seicento, così superiore al suo secolo. È la dama italo-spagnuola
tipica.

Ma se il tipo comico nell'essenza è lo stesso, ben più espressiva,
più incisiva è l'arte con cui è rappresentato dal Porta: sopra tutto
è diverso l'«ambiente». È questo che fa spiccare al vivo il tipo di
donna Fabia. Dal contrasto, dall'urto fra l'albagia aristocratica
rappresentata, affermata da donna Fabia, e le beffe irriverenti del
popolino, che l'accolgono, sfavilla il comico. È la lotta fra il
vecchiume e il nuovo. È l'irritazione di chi si vede strappato il
terreno, creduto legittimo, sacrosanto, sotto i piedi. E a donna
Fabia è tolto ormai quasi tutto, poichè le è tolto il rispetto degli
inferiori. Non le resta che di sfogarsi, prima del pranzo, mentre cuoce
il riso, con un ex-francescano, il quale considerando le tante rovine
del giorno vede, al pari di lei, «prossima assai la fin del mondo». Non
le resta che sapere di non essere, per grazia speciale del suo «caro
e buon Gesù», nata plebea, «un verme vile, un mostro». E le resta il
cielo.

A donna Quinzia del Maggi non vien meno il rispetto degl'inferiori;
a donna Fabia i monelli della strada hanno il coraggio di fischiarle
il beffardo _va-via-veh_! È la democrazia che irrompe e beffa
l'aristocrazia che cade.

Ma donna Fabia Fabron de Fabrian (anche il cognome è spagnolescamente
rimbombante) non è cristiana e non è gran dama per nulla. Vuol
perdonare agli offensori; vuol essere generosa con essi. Uscita
di chiesa, domanda ella stessa a loro medesimi quanti sono
quegl'insolenti, in luogo di farli chiedere dal proprio domestico
Anselmo:

    Siamo _vent'un_, responden, Eccellenza!

E donna Fabia:

    Caspita! molti, replicò.... Vent'un?
    Non serve, Anselm, degh un quattrin per un!

Occorre dire che il quattrino era l'infima fra le piccole monete di
rame? Anche qui un buffo contrasto: fra la boria e la spilorceria.

_La nomina del cappellan_ non è meno significante della _Preghiera_
nel senso sociale; è persino più comica, ha più elementi comici, è più
mossa, più viva.

Ci porta nell'interno di quei palazzi nobileschi all'antica, la cui
dispotica padrona, una vetusta dama, la marchesa Travasa,

    Vuna di primm damazz de Lombardia,

concentra le sue tenerezze su una brutta bestia, una cagna _inviziada_.
Ci par di vederla, la vecchia marchesa Travasa, in gran cuffione alla
Pompadour _cont i fioritt_, decorata di due baffi sporchi di tabacco.
Ella s'avanza pomposa nella sala, dove stanno raccolti numerosi
pretonzoli aspiranti alla cappellania della sua casa e siede con la
cagna maltese accanto, la Lilla,

    Tutta pel, tutta goss', e tutta lard;

la Lilla, che, dopo di lei, in cà Travasa, è «la bestia di maggior
riguardo». Tutti devono rispettare la Lilla: guai a farla guaire, guai
a beffeggiarla; e guai a darle del _tu_. La Lilla è parente della
«vergine cuccia» del Parini. Ma, mentre questa toglie il pane a un
servo, che si è permesso di tirarle un calcio, la «cagna maltesa»
della marchesa Travasa procura pane, companatico e cappellania a un
orribile don Ventura. E perchè? Costui, nel clamoroso ricevimento di
preti, fatto in cà Travasa per la nomina appunto del cappellano in
sostituzione del defunto don Glicerio, _prè de cà_, si è messo in dosso
tre, quattro fette di salame gramo; e la Lilla, attirata dall'odore
di quel _salamm de basletta_, comincia ad arrampicarsi sulle gambe
istecchite di don Ventura e a raspargli i già logori calzetti; quindi è
ben chiaro, agli occhi della padrona, che quelli sono segni infallibili
di simpatia, di predilezione: sono una proposta di nomina in piena
regola, che deve essere accolta. E così don Ventura diventa cappellano
di cà Travasa.

Si ride per la _Nomina del cappellan_, satira lanciata contro il
vecchio nobilume grottesco; si ride per il comico di quel ricevimento
pretino, in cà Travasa, di tutti quei famelici, luridi concorrenti alla
vacante cappellania resi con pochi tocchi di grande caricaturista;
con quel maggiordomo «dolz come on ôrs» che, accogliendo i reverendi
e istruendoli sui loro doveri in cà Travasa, usa con loro gli stessi
modi sprezzanti, lo stesso linguaggio altezzoso della padrona. Ma quel
comico sarebbe stato ancor più vivo, se il Porta si fosse ricordato
d'uno dei principali doveri che incombevano al cappellano nei palazzi
dei nobili: quello di pettinare ogni mattina il cagnolino, la cagna,
appunto le _Lille_.

Il Porta, per bocca dell'iracondo maggiordomo della marchesa, da lui
chiamato l'_ambassador del temporal_, snocciola gli altri doveri del
cappellano: portar biglietti, qualche fagotto e pacco; correre dal
sarto, dalla modista, dal parrucchiere; condurre la Lilla a spasso;
scrivere qualche conto, qualche lettera al fattore; sopra tutto, saper
giocare al tarocco. E messa breve, si badi!...

    On quardoretta, vint minut al pù.

Ma non una parola, neppur una di carità cristiana verso i poverelli,
verso i vecchi mendicanti, che si trascinavano alle soglie dei palazzi,
per implorare dalla pietà dei servi pasciuti qualche rilievo del loro
desinare o della mensa dei padroni. Della religione non si parla.
Nulla! Non occorre.... s'intende.

La Lilla regina è

    Quattada giò (_coperta_) cont on sciall nœuv de Franza.

E qui notisi come la marchesa, tenacissima nelle antiche usanze per sè
stessa, si piega alla novità di Francia solo per amore della Lilla.

La sorella di donna Fabia meglio si manifesta nella marchesa Travasa,
quando costei s'inalbera e tempesta all'improvvido atto d'impazienza
d'un malaccorto don Malachia, uno degli aspiranti al posto di
cappellano, mentre la brutta bestia ringhiosa gli abbaia, strozzandogli
in gola un bel complimento preparato per la illustrissima.... Don
Malachia fa per misurare una pedata irreverente all'importuna. La
marchesa si alza inviperita; ma, nel sedersi di bel nuovo sul sofà,
schiaccia la Lilla che strilla; e allora i pretucoli a ridere e la
marchesa a investirli nel linguaggio italo-milanese stesso di donna
Fabia così:

      Avria suppost ch'essendo sacerdott
    Avesser on poo più d'educazion,
    O che i modi, al pu pesg, le fosser nott
    De trattar con i damm de condizion:
    M'accorgo invece in questa circonstanza
    Che non han garbo, modi, nè creanza.
      Però, da che l'Altissim el ci ha post
    In questo grado, e siamo ciò che siamm,
    Certississimament l'è dover nost
    Di farci rispettar come dobbiamm:
    Saria mancar a noi, poi al Signor,
    Passarci sopra, e specialment con lor.

Si veda come la boria feudale arrivi nella Travasa al punto da posporre
Iddio a sè stessa. Questo è uno dei tratti più fini del Porta, che ne
abbonda in tutta la sua produzione poetica, pur in mezzo a espressioni
grossolane, che ne scemano il pregio squisito; espressioni portavoce
del volgo. Da queste il grande poeta non seppe liberarsi; ma non
erano forse allora adoperate pur nei discorsi della così detta _buona
società_, la quale, anche nelle consuetudini della vita intima, era
tutt'altro che raffinata?

Ma anche la Lilla vanta un confratello in un epigramma del Porta
stesso: _Epitaffi per on can d'ona sciora Marchesa_:

      Chì ghè on can, che l'è mort negaa in la grassa
    A furia de paccià di bon boccon:
    Poveritt, che passee, tegnivv de bon,
    Che de stoo maa no vee mai pu su l'assa.

Versi terribili d'anticipato socialismo che vogliono dire: «Qui giace
un cane, che morì affogato nella pinguedine, a furia di papparsi
saporiti bocconi. Poverelli, che passate, consolatevi: che di questa
malattia non morirete» (_Andà su l'assa_ era frase del popolino, per
«morire», dall'uso di porre i cadaveri dei poveri, morti all'ospedale,
sopra un tavolato, prima di portarli alla fossa).

La _Nomina del cappellan_ circolò manoscritta pei crocchi che se ne
deliziarono; e nelle copie si leggeva _Marchesa Paola Cambiasa_, in
luogo di Paola Travasa. Il casato Cambiasi esisteva, e il mutamento in
Travasa, quando si trattò di pubblicare per le stampe l'incomparabile
lavoro, fu senza dubbio suggerito da convenienze, cui il poeta si
piegava.

La _Nomina del cappellan_ pare di un solo getto. Invece, fu composta
a più riprese. Carlo Porta scriveva all'amico Grossi: «Mi domandi
se tiro avanti la faccenda del Cappellano della marchesa Cambiasi.
No, ti rispondo, non so più nulla. Sono ricaduto nel mio proposito
di abbandonare affatto la poesia, dacchè ella, per esperienza, non
mi ha mai fruttato mezza oncia di bene, e poi, e poi.... a dirtela
in confidenza, mi vado sempre più accorgendo che quel poco calore di
cervello che mi aiutava a' tempi passati, al giorno d'oggi è affatto,
affatto svanito. Ogni cosa deve essere alla propria stagione....».

Lady Morgan, la celebre viaggiatrice e scrittrice, cara al nostro
Risorgimento ch'ella ci augurò mentre detestava di gran cuore il
dominio austriaco, quando venne a Milano al principio del secolo
passato, toccò anche dei costumi milanesi nell'acclamatissimo suo libro
_Italy_, così improntato a spiriti sereni e liberali; e in esso accenna
alla popolarità che la _Nomina del cappellan_ godeva a' suoi dì.

Con qualche inesattezza ne tocca pure lo Stendhal nel _Rome, Naples et
Florence_; chiama quella caustica poesia sociale «un charmant poeme
milanais de Carlin Porta» (e _Carlin_ veniva infatti chiamato da
tutti), e ne cita i primi versi.

Lo s'immagina il tripudio delle novelle dee borghesi nel veder tanto
ridicolo gettato sulle dame dagli impolverati blasoni; le quali
non si degnavano neppur di guardarle, e faceano deviare la propria
carrozza, se si trovavano per caso vicine alle loro prive di uno stemma
nobiliare?

Una casa patrizia si manteneva, sopra tutto, superbamente rigida
alle formali tradizioni blasoniche, non ostante le urlanti raffiche
giacobine che passavano sui suoi maestosi finestroni. Era la casa
ducale dei Litta, grandi di Spagna.

Il popolo ne parlava come d'una reggia sfolgorante d'oro; e, infatti,
le molte ricchezze di casa Litta superavano tutte le altre allora.

Lady Morgan riferiva nell'_Italy_ un aneddoto appunto di casa Litta,
che dimostra fino a quale eccesso i fumi aristocratici oscuravano la
ragione e la creanza. Un ricco negoziante milanese (regnava ancora
Maria Teresa) aveva ottenuto un titolo nobiliare; e il primo suo
desiderio fu quello d'essere ammesso in casa Litta, per ricevere la
consacrazione della sua nobiltà; e, siccome era stato presentato
alla Corte e all'imperatrice stessa a Vienna (Maria Teresa non fu
mai a Milano) potè alla fine appagare il suo assillante desiderio.
Fu ricevuto, ma quando entrò nelle superbe sale, tutti i patrizi in
massa gli voltarono le spalle. Una persona della famiglia imperiale
rimproverò la duchessa Litta della sua insolenza aristocratica verso
un uomo, che aveva avuto l'onore di baciare la mano all'imperatrice,
e la duchessa replicò: «Tutti possono andare a Corte; ma, per essere
ricevuti in casa Litta, bisogna essere muniti dell'albero genealogico».

Quel pover'uomo aveva quattrini, aveva anche uno stemma, ma non
aveva alberi, neppure un cespuglio: non gli restò che accontentarsi
dell'onore d'aver salite, per una volta tanto, le scale di casa Litta e
vedersi accolto da tutta una fila di nobili schiene.

Questo aneddoto fa capire donna Fabia e la marchesa Travasa del Porta,
più del ricordo e del confronto di donna Quinzia del Maggi; la quale
era tutta vanti: vantava le proprie grandigie, le proprie carrozze nere
e quelle dorate, tutt'i vantaggi e privilegi, nella gustosa commedia _I
consigli di Meneghino_.[36]

Il sangue nobile non doveva imbrattarsi col sangue plebeo, in matrimoni
di convenienza; guai! Eppure, anche al tempo del Porta una donna
Quinzia, costretta da forza maggiore, come dicono i giuristi, poteva
sospirare in questi versi caratteristici che non hanno bisogno di
traduzione pei non lombardi:

      Don Lell! che la sorte
    Sia tanto inviperida
    Contro la nostra casa,
    Ch'el noster sangu, tant limpid sin adess,
    S'abbia da intorbidar con altra sfera,
    L'è dura!... Ma, giacchè col fier destino
    Contrastar non si può
    Convien, stringend i occ, mandarla giò![37]

E questi versi del Maggi, nei quali donna Quinzia s'apre col figlio
don Lelio, e che segnano la decadenza della stirpe patrizia, pur fra
i collari inamidati e le borie, fanno ricordar bene donna Fabia e la
marchesa Travasa.

Tuttavia, nel delirio demagogico, si vide un nobile, Gaetano Porro,
bandire una crociata contro gli stemmi. Ministro di polizia, si tenne
a fianco un Caccianini per distruggere i blasoni e gli stemmi patrizii
sin nelle antiche tombe nelle chiese. Si vedevano scamiciati col
martello in pugno penetrare nelle chiese, nei cimiteri, e distruggere a
martellate tutte le insegne araldiche, e il Porro li eccitava: dissero
persino che una volta li guidasse lui. Il cieco fanatismo del Porro
restò in questo editto: «Gli antichi titoli e stemmi, di qualunque
genere siano ed in qualunque modo esposti al pubblico, debbono essere
distrutti senza risparmio, senza eccezione, senza misericordia. Purgate
il territorio d'un veleno che merita i più pronti rimedii e la più
efficace resistenza per sollevare il pubblico da sì crudeli e antiche
scioperataggini.»[38]

Un altro Porro, l'illustre Pietro, disse invece: tolgo lo stemma, resta
il nome.

Il Casino dei nobili dovette ribattezzarsi in «Società filarmonica» se
volle vivere. In una festa di ballo sontuosa, il Massena v'intervenne
con la propria amante a braccio, la _cittadina_ Frapolli, ch'egli aveva
conosciuta a Genova. Con lei andava dappertutto. E nessuno ci trovava
da ridire, nè da ridere.[39]

«A Milano i costumi sono più che facili: ogni signora ha il suo
_patito_ dichiarato. Costui è una specie di secondo marito, ma non ha
alcuna responsabilità di paternità», registra madamigella d'Avrillon,
nelle sue Mémoires.[40] E continua: «Les _patito_ sont des complaisans,
que les maris en titre souffrent sans s'en plaindre, et que souvent ils
choisissent eux-mêmes».

Non si poteva andare più in là con la accondiscendenza e bontà dei
mariti; i quali, alla loro volta, diventavano i _patiti_ d'altre
signore, forse strette congiunte della moglie.

Le signore uscivano poco di casa, e andavano sempre in carrozza;
solo la povera gente andava a piedi. Più tardi, il fastosissimo conte
Archinto si vantava di non aver mai toccato il suolo della sua Milano.
E quali eleganze nei palazzi! L'esterno alquanto semplice dei palazzi
eretti nel Settecento, non faceva indovinare il lusso e il buon gusto
signorile dell'interno, delizia della vita. Lady Morgan trovava in casa
Visconti le squisitezze di Parigi.

Nell'Ottocento, i palazzi e le ville assunsero anche all'esterno
un decoro architettonico, che s'accordava col grandioso impulso
impresso da Napoleone in Milano, quando la volle capitale del Regno
d'Italia, come vedremo seguendo le poesie di Carlo Porta. Il ticinese
Luigi Canonica, al quale si deve il monumentale «Arco della pace»
fu l'architetto di quell'epoca, che prese il nome dall'impero. Il
pittore Andrea Appiani ne fu il decoratore. Se ne servì la Repubblica
cisalpina, se ne servì il Regno d'Italia e una serie di ricchi
proprietarii che vollero il cielo delle loro sale dipinto da colui che
fu chiamato «il pittor delle _Grazie_».

Una casa era guardata con misteriosa paura dal popolino: quella, nel
_vicolo Pusterla_, dove si raccoglievano i Franco-Muratori. Apparteneva
all'evirato soprano Marchesi. Ma erano tanto franchi quei muratori,
che non gli pagavano l'affitto. Nel 1800 una Commissione di polizia,
durante la reazione, la invase; ma inutilmente. I capi erano fuggiti, e
le carte scomparse.



XI.

 _Preti indegni. — _El Miserere_ di Carlo Porta e l'arcivescovo
   Gaisruck. — Mercato pretino in piazza del Duomo. — Vescovi servili
   e oppressi. — Il folle eroismo d'un oscuro parroco ribelle a
   Napoleone. — Monache. — Preti d'altri tempi. — Il Viatico occulto.
   — Don Alessandro Bolis, modello di don Abbondio del Manzoni. — Un
   pensiero del Tommaseo. — Predicatori buffi._


Carlo Porta colse il ridicolo e l'immoralità di tutta una caterva di
preti, che con la loro bassezza di sentimenti e venalità, disonoravano
la religione di Cristo. Non già ch'egli volesse punire quegl'indegni
servi dell'altare, con lo scopo di difenderne la religione. La fede de'
suoi avi viveva solinga, e negletta, in un angolo della sua coscienza.
In un sonetto, rimasto interrotto, che a me parve pietosa postuma opera
di riabilitazione religiosa del premuroso delicatissimo amico Grossi,
ma che viene tuttavia attribuito a Carlo Porta (non potei vederne
l'autografo), l'autore di scandalose satire volterriane come _On
miracol_, sospirava accorato così:

    Religion santa di mee vicc de cà,
    Che in mezz al tribuleri di passion
    No te fet olter che tiratt in là,
    In fond al cœur, scrusciada in d'on canton...[41]

Carlo Porta non era religioso, nel senso in cui s'intende questa
parola; no. Nè ebbe scopo religioso nel deridere e flagellare in tutto
un ciclo di poesie infuocate di satira implacabile il mercimonio, le
viltà dei preti indegni. Ma, quello scopo, egli senza saperlo e senza
volerlo, lo raggiunse. Egli fu spinto da un senso morale, di decoro
offeso, d'umanità offesa. I suoi preti venderecci profanavano infatti
persino la morte, come si vede nella satira _El Miserere_.

È la più fiera satira del Porta contro il mercimonio dei preti
scagnozzi, i quali, con indecente contegno alle esequie, profanavano
una religione che non può avere atei: la religione della morte.
Quei preti, recitando la _venal prece_, cui Ugo Foscolo alludeva nei
_Sepolcri_, fermavano il pensiero nelle idee più volgari: parlavano di
osterie, di osti, del caro de' vini.... Il caustico satirico coglie
un loro dialogo grottesco e beffardo, mentre cantano un _Miserere_
in suffragio dell'anima di un ricco trapassato, nella chiesa di San
Fedele, una delle principali di Milano; lo coglie e lo riproduce con
la solita sua arte tutta evidenza nei particolari e nell'insieme. Gli
episodi della funebre funzione, fra' quali la comparsa d'un soldato
francese, che suscita col solo suo aspetto i livori, la bile degli
officianti, nemici naturali di coloro che li perseguitavano, dànno
forte sapore di comicità al componimento, il cui fondo è serio e
lugubre. Versi che furono ispirati al poeta da viva indignazione. È
il caso di ripetere il motto di Giovenale e ridirlo con Victor Hugo:_
C'est la sainte indignation qui fait poète!_ Il cardinale conte Carlo
Gaetano Gaisruck, arcivescovo di Milano dal 1818 al 1847, diceva a
Tommaso Grossi, a proposito di quella satira: «Innalzerei un monumento
a Carlo Porta».

Da Pontremoli, circondario della provincia di Massa e Carrara, e dalla
Corsica piovevano a Milano, come cavallette, preti sporchi e affamati.
Poichè la loro diocesi non offriva a loro da vivere, correvano a
Milano e dintorni, dove le messe erano ben pagate, dove ai funerali si
davano in dono grosse torce, dove alle frequenti funzioni sacre non
mancavano le buone tazze di cioccolata e altri regali a' celebranti.
Questi preti _scagnozzi_, come si chiamano in Toscana, stavano di
giorno sulla piazza del Duomo ad aspettare le offerte di messe e di
funerali; e quivi ne facevano mercato. Si vendevano le messe come i
polli. E i sagrestani erano i sensali. Preti _vicciurinn, vicciuritt,
vicciurinatt_; così essi venivano battezzati per dispregio, sia
perchè mescolati ai fiaccherai della piazza, sia perchè come quelli
mercanteggiassero i noli. Sagrestani, sensali, si presentavano a loro,
per venire a' contratti; quindi turpi gare, gelosie, baruffe. Per lo
più codesti poco degni sacerdoti, senza loco nè foco, erano ricercati
per i sacri uffici nei paesi circostanti, in occasioni di sagre od
altro; e allora vi si recavano a piedi o su qualche umile cavalcatura.
A Carlo Porta non isfuggirono i loro tipi grotteschi, nè il comico
delle loro consuetudini venderecce; e in più satire li flagellò con lo
scherno. Il ricordato arcivescovo Gaetano Gaisruck, della Carinzia,
figlio illegittimo di sangue imperiale, bizzarro tipo di cardinale
autoritario, nemico dei conventi, amico delle pipe e delle signorili
feste di ballo, alle quali interveniva, gran consumatore di stivaloni
alla scudiera, ebbe il merito di purgare Milano dai _vicciuritt_: li
bandì.

Quale abiezione in molti sacerdoti del tempo sconvolto e inquinato del
Porta! Cominciavano i vescovi a offrire il più basso esempio. Non solo
cantavano il _Te Deum_, oggi per uno e domani per altro invasore, e
padrone straniero: si lasciavano trattare da Napoleone con disprezzo,
come suoi impiegati. E dovevano chinarsi a' suoi cenni, spesso in
aperto contrasto con la religione, se volevano mangiare il loro pane in
pace. Chi mai osava levare una voce di energica protesta? Un solitario
parroco di montagna osò elevarla ed eccitare montanari e valligiani
a scagliarsi in frotta, armati di falce, di roncole, nientemeno che
contro l'onnipotenza di Napoleone. Non si può immaginare niente di
più folle; folle, considerando la gigantesca possa del dominatore e
l'infima debolezza dell'oscurissimo eroe. Ma quanto, per coraggio
e svegliata coscienza, quel povero Passerini, curato d'un misero
villaggio sperduto nella valle d'Intelvi, Ramponio, si elevava d'un
tratto sui mitrati che incensavano il carceriere del loro pontefice!
Fra tanti preti, che inneggiavano al despota côrso, nessuno sacrò
mai un verso al prete Passerini di Ramponio. Se fosse stato vivo
Vittorio Alfieri, lo avrebbe forse, e senza forse, esaltato; egli,
che nel Misogallo esaltò il musico Marchesi per il fiero contegno che
sappiamo.[42] Il povero Passerini fu decapitato, insieme con un illuso
seguace, il giovane agrimensore Molciani, a Como.

Fu quello del Porta un brutto periodo per la Chiesa. Si udì persino,
nella prima domenica di quaresima, un Besozzi, arciprete di San
Lorenzo, eccitare dal pulpito i fedeli ad accorrere al teatro alla
Scala, per ammirarvi il sacrilego, osceno _Ballo del Papa_, ch'egli
aveva veduto e ammirato la sera avanti, e che gli era parso onesto
e decente.[43] Peggio ancora: monsignor Dolfini, vescovo di Bergamo,
incitava fra i plausi dei demagoghi, i sacerdoti a smettere la veste
talare, quando non ufficiavano in chiesa, per avere agio a vita libera.
L'autorità ecclesiastica non si era mostrata punto energica, ma vile,
quando i Cisalpini distrussero furibondi tutte le immagini sacre, che
da secoli si veneravano a ogni angolo di strada; mentre il Viatico
veniva portato ai moribondi, paurosamente, di nascosto, quasi si
volesse occultare un reato. Avverte il Tommaseo nel _Secondo esilio_:
«Il prete è pianta anch'esso del suolo ove siamo cresciuti tutti. Siamo
migliori e avremo preti migliori».[44] E quei preti erano spuntati da
un terreno fracido.

Quando mai Milano aveva veduto qualche cosa di simile? Eppure,
s'erano viste ben altre brutture. Nel Seicento, il clero lombardo alla
ignoranza più crassa, univa la viltà più abbietta. I preti delle classi
nobili venivano dalle campagne, come mendichi in cerca d'un tozzo di
pane per isfamarsi e fungevano anche da servitori, in quelle case,
come il _pret de cà_ della marchesa Travasa. Erano più gli umilissimi
servi dei potenti e dei prepotenti, che i servi di Dio, ch'era cacciato
all'ultimo posto. Si pensi a Don Abbondio del Manzoni, creazione che
appartiene alla famiglia dei preti del gran Meneghino. Di recente un
vecchio rigido parroco della campagna bergamasca, a chi gli magnificava
i _Promessi Sposi_, dopo cupo silenzio si risolse a rispondere così:
— Sarà un bel romanzo, non lo nego.... Anzi.... sì, è un bel romanzo;
se vogliamo. Ma quel Manzoni fa fare a Don Abbondio una gran brutta
figura!... Il ceto dei parroci non è contento. —

Il Manzoni, nel creare il suo Don Abbondio, non prese lo spunto dai
tanti preti pusilli e indegni dell'amico suo Carlo Porta. Non ne
aveva bisogno. Egli dipinse un ritratto dal vero. Ritrasse, passandolo
nell'interpretazione creatrice del genio, un parroco vero e vivo: il
parroco di Germanèdo, presso Lecco, don Alessandro Bolis, il quale
abitava poco lontano dalla villa paterna del Manzoni, il _Caleotto_.
Don Bolis morì nel 1832, quindi cinque anni dopo la pubblicazione
dei _Promessi Sposi_. Poco amico dei libri qual era, non avrà forse
conosciuto, neanche di vista, il romanzo che lo rendeva immortale nei
secoli.

Un'altra osservazione. Le monache del Porta non presentano nulla di
peccaminoso sul genere della Monaca di Monza dei _Promessi Sposi_.
Il Porta non parla mai, neppure in iscorcio, di passioni, di colpe
d'amore che alcune di quelle religiose, spesso monacate a forza dagli
avari parenti, dovevano pur, nell'ombra del chiostro, avere provato; e
ch'egli, vivendo a frequente contatto con ecclesiastici, negli uffici
pubblici, nella società, doveva conoscere. Nulla, neppure sul gusto dei
peccati viziosi della _Religieuse_ del Diderot.

Bensì il Maggi ci apre uno spiraglio nella occulta vita dei monasteri
del suo corrottissimo Seicento. Una Tarlesca, servente delle monache,
ingiustamente maltrattata da una giovane suora, arriva a questa estrema
rivelazione, nel querelarsi con lei:

«Guardi un po', se sono cose da fare con una donna fedele di questa
sorte; chè io so cose che, soltanto le bisbigliassi, farebbero oscurare
il sole».[45]

Il Manzoni non ebbe bisogno d'andar lontano: trovò una specie di Monaca
di Monza in famiglia: nella zia Teresa, monaca fra quelle soppresse
da Giuseppe II, e che si chiamavano _monache giuseppine_. Il sommo
scrittore spesso confidava agl'intimi amici che qualche cosa egli aveva
preso dalla vita di quella sua zia nel parlar di Gertrude, la monaca di
Monza. Avrebbe fatto meglio a non dirlo. Ma quando mai il Manzoni non
fu sincero?

Leggendo le poesie del Porta, che mostrano nell'autore perfetta
conoscenza non solo degli ordinamenti e delle condizioni della diocesi,
ma anche del frasario ecclesiastico, della nomenclatura minuziosa di
oggetti appartenenti a chiese, vien voglia di domandare: Dove diavolo
andò a pescare tutta questa roba?

Ma la meraviglia cessa apprendendo che l'autore di tante poesie
anti-pretine era anche amministratore di chiese! Dal _Milano Sacro_
del 1814 si rileva che Carlo Porta amministrava la chiesa di Santa
Prassede; si legge il suo nome anche fra quelli degli amministratori di
Santa Maria della Pietà, detta la Guastalla.

E assisteva alle prediche dei così detti sacri oratori.

Carlo Porta racconta, in una delle sue lettere al Grossi, come
rimanesse stomacato della ciurmeria d'un frate predicatore che, in
Duomo, implorando la solita elemosina, disse ai devoti: «Ve la domando
straordinariamente abbondante, trattandosi che la è destinata a
beneficio d'una povera madre che per colmo di sua disgrazia ha veduto
perire su di un patibolo l'unico suo figliuolo». E intendeva, il frate,
parlare della Vergine.

Ma non era più goffo ancora il frate zoccolante che, all'ingresso
di Massena a Milano, si sbracciava a gettare per ogni dove coccarde
francesi?



XII.

 _Attraverso le gaie novelle monacali e pretesche di Carlo Porta. —
   Leggende medievali diventate meneghine. — Carlo Porta e il poeta
   americano Longfellow. — Descrizione della natura. — La salace
   avventura di un chierichetto. — Le veglie mascherate. — Nascita
   di Meneghino nell'arte. — Il Meneghino del Maggi e il Meneghino
   del Porta. — Interno d'un ricovero di monache soppresse. — Storia
   scandalosa d'un governatore pontificio. — Chi era? — Ce lo dice
   una nota del Porta nella Biblioteca nazionale di Parigi. — Le
   sfuriate morali di Meneghino. — Meneghino in una tragi-commedia.
   — Sacrificarsi è per lui un bisogno del cuore. — Lo _Sganzerlone_
   del Balestrieri._


Una novella del Porta, _Ona Vision_, ci conduce fra dame bigotte, nella
loro vita intima, circondata da preti.

Un dopo pranzo, certo reverendo fra Pasquale, pieno di cibo, si
addormenta al tepore del camino, e sogna; sogna mentre le dame, che si
onorano di ospitarlo quale confidente del cielo, gli stanno d'intorno
pregando a bassa voce, affine di non turbargli il santo chilo. Sono
rigidissime dame, cattoliche, apostoliche, romane; socie della Pia
Unione fondata nel 1802 dai padri De Vecchi.

La Pia Unione confortava con le buone parole, coi dolci, coi
biscottini, i malati all'ospedale, e, più tardi, fondava scuole
gratuite, pei due sessi, e serali e domenicali; oratorii per le
ricreazioni festive, ricoveri per le pericolanti, le pericolate, le
ravvedute, e soccorsi a domicilio. Era assai benemerita. Ma amava i
liberali come il fumo negli occhi e si perdeva in puerilità, onde
le baie degli sfaccendati burloni e miscredenti. Le dame di _Ona
Vision_ giuravano sulle parole dei padri De Vecchi; li nominavano ad
ogni momento; seguivano i loro amori, le loro antipatie. Se badiamo
al Porta, si scandalizzavano persino al solo nome del Metastasio, il
galante abate, le cui strofette si canticchiavano volentieri ancora
dalle belle mondane davanti agli specchi nelle ore degli abbigliamenti.
È ameno il sogno che fra Pasquale racconta con gli occhi torbidi,
imbambolati dal sonno, col cervello confuso dai fumi del pranzo; amene
le loro inquietudini per le cose madornali, per le robaccie addirittura
che quell'imbecille, ancora intontito, si lascia uscire di bocca; è
amenissima la difesa che don Diego teologo, per ispirito di colleganza,
sente il preciso dovere di prendere del momentaneo traviato. Le sottili
distinzioni, che da sofista consumato don Diego mette fuori, salvano
a fra Pasquale il beneficio pericolante della mensa quotidiana presso
le dame. Le quali, nonostante la loro posizione sociale, parlano
spropositando, come donna Fabia, come la marchesa Travasa.

_Ona Vision_ è notevole sopra tutto per questo: dimostra quanto i preti
spadroneggiassero nelle case delle dame spigolistre, mentre presso
una marchesa Paola Travasa erano trattati come servi. Quelle dame
e questa appartengono alla medesima casta aristocratica; ma le loro
tendenze sono diverse, diversi i loro umori. Le une lavorano ostinate
per il trionfo assoluto della Chiesa e de' principii del passato;
sentono quindi il bisogno d'essere aiutate e guidate dagli uomini
della Chiesa; l'altra si appaga delle sue borie spagnolesche, della
sua etichetta, della sua Lilla; ha solo bisogno d'essere ossequiata;
sostiene l'altare, ma per tradizione di razza, non già per religione,
chè ne ha ben poca se umilia al grado di lacchè il sacerdote, e se, pur
invocandolo, pospone l'«Altissimo» a sè stessa. Le seguaci de' padri
De Vecchi obbediscono; le marchese Travase comandano. Il prete, presso
queste, è un uomo del seguito; presso quelle, è ciecamente considerato
come un araldo celeste, ed egli allegramente ne abusa.

Ad _Ona Vision_, così pervasa da ironia, si collega un'altra satira,
ancor più rilevante: _Meneghin birœu di ex monegh_. Ma, prima di
parlarne, tocchiamo di quattro altre saporite novelle: _Fraa Zenever,
Fraa Diodatt, El viagg de fraa Condutt_, e _I sett desgrazi_.

_Fraa Zenever_: «Questa novella (lasciava scritto il Porta) è tratta
dal libro intitolato: _Le meraviglie di Dio ne' suoi Santi_, opera del
R. P. Gregorio Rossignoli, della Compagnia di Gesù. Vedine l'edizione
milanese fattane dal Malatesta nell'anno 1708, parte II, meraviglia
XXII, pag. 245». Il Porta derideva quel gesuita Carlo Gregorio
Rossignoli, popolarissimo, le cui panzane si ripetevano dai padri «ai
figli intenti».

Il Rossignoli predicava nella chiesa di San Fedele, attirando tanta
folla quanta più tardi il bello ed eloquente bassanese Giuseppe
Barbieri. Le sue prediche duravano appena venti minuti, e consistevano
in novellette di miracoli a' quali nessuno credeva, tanto erano
grottesche, ma alla cui esposizione tutti si divertivano. Emulo del
Rossignoli era il padre Ambrogio Cattaneo; e superiore d'assai, a
questi due, per eloquenza, fu il padre Quirico Rossi, gesuita, veneto
di Lonigo.

Il Rossignoli è autore del libro _Le meraviglie della natura_, dove,
col suo stile grossolano, narra, fra tante altre, della «antipatia
dei cavoli, delle canne colle felci», di frutti che si «convertono
in uccelli e in pesci». Cose dell'altro mondo, insomma. Compose pei
devoti le _Meraviglie della Vergine_, le _Meraviglie del Purgatorio_,
e non so quante altre meraviglie. Non vedeva che meraviglie. Per
lungo tempo, continuò a meditare sugli argomenti preferiti, come sugli
adulatori «simili al polpo», sulle «aringhe che per un'offesa ricevuta
abbandonano un tratto di mare», ecc. Ma pazienza le sue fiabe fossero
originali: sono brutte copie. La storia di _Fraa Zenever_, il Porta
poteva pigliarla addirittura dai _Fioretti di San Francesco_, dove si
narra appunto «come frate Ginepro tagliò il piede ad un porco, solo per
darlo a un infermo». È la stessa novelletta; e chi volesse confrontare
la prosa ingenua del trecentista colla poesia del satirico ambrosiano
penserebbe a due epoche d'illusioni e d'errori diverse. _Fraa Zenever_
significa Fra Ginepro, un frate che sa benissimo uscire dai gineprai.

_Fraa Diodatt_ è una nota leggenda. Carlo Porta cita il Pratofiorito,
da cui disse aver preso il tema. Ma ben prima che frate Ugone _de Prato
Florido_, come si legge ne' suoi _Sermones dominicales_ (Parigi, 1541),
narrasse l'estasi centenaria del frate rapito in Dio, ripetevasi,
con alcune modificazioni, la stessa leggenda, che è una delle tante
medievali. Nei _Fioretti di San Francesco_ si racconta già «d'uno
rapimento che venne a frate Bernardo onde gli istette dalla mattina
infino a nona ch'egli non si sentì». E si aggiunge: «A questo tesoro
celestiale agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato
colla mente che per quindici anni continui sempre andò colla mente e
colla faccia elevata in cielo; e in quel tempo mai si tolse fame alla
mensa», ecc.

Tra i moderni che s'impadronirono della leggenda del monaco, il
quale partito dal convento vi ritorna dopo cento anni e non vi è
riconosciuto, brillano Carlo Porta ed Enrico Longfellow. Nel Porta, la
celia volteriana; nel Longfellow, la sentimentalità. Il _Fraa Diodatt_
dell'uno e il _Fra Felice_ dell'altro si rassomigliano come un'aria
buffa del Rossini e una melodia del Bellini. _Fraa Diodatt_ è fratello
di _Fraa Zenever_, benchè questi rimanga in terra e quegli voli al
cielo: lo stesso ambiente, lo stesso spirito demolitore, la stessa
amenità.

La terza novella, _El viagg de fraa Condutt_, ci esilara di più. Si
tratta d'uno di quei frati che, sfratati per decreto napoleonico,
indossavano l'abito da prete, e venivano chiamati, al pari di tanti
loro compagni fuori di Milano, per celebrare qualche messa o per
figurare in qualche processione di qualche sagra di villaggio.

Anche _Fraa Condutt_, travestito da prete, come la Chiesa permetteva,
esercita quel mestiere randagio. Il Porta lo dipinge orrido, sudicio,
vestito al pari dell'ultimo pezzente, e preso da

                    quella gran golascia
    Del dinar, che el le rod e el le sassina.

Sin dal tempo delle innovazioni anticlericali di Giuseppe II,
si stampavano a Milano opuscoli virulenti contro i frati. Tra le
pubblicazioni curiose del genere, v'ha: _«Leggi la storia naturale
novissima del fratismo.... del P. Ignazio Lojola frusta cocolle»_, ecc.
_«Nell'Austria; a spese degli sfratati l'anno del lume 1786»_. Vi si
legge fra altro: «Il frate: una bestia in forma d'uomo provveduta d'un
cappuccio, urlante di notte, sempre assetata».

Per oltraggio, Carlo Porta chiama _Fraa Condutt_ il suo lurido eroe,
perchè riceve tutto.... come una gola d'acquaio. Il Porta pone a
Bovisa, villaggio presso Milano, la scena delle buffe contrarietà
che deve subire. La breve descrizione d'una mattina fresca e limpida
pareggia uno dei tocchi più magistrali dell'Ariosto:

      L'eva on'ora o pocch pu de la mattina,
    E 'l ciel luster e bell come on cristall:
    Tirava on'aria sana remondina....[46]

Il Porta, da vero poeta, sentiva vivamente le bellezze della Natura
e le rendeva con esattezza netta, evidente; ma soltanto di volo. Per
descrivere la serenità del cielo lombardo, _ch'è così bello quand'è
bello_, come dice il Manzoni, egli nella volteriana satira _On
miracol_, mirabilmente dice:

    L'aria l'è lustra che la par de râs.

La quarta novella è più breve; s'intitola I sett desgrazi, ci porta
in carnevale, ed è salace. Si tratta d'un chierichetto miseruzzo del
Seminario, il quale si traveste da tacchino e va a teatro, al veglione.
Ma il demonio, nemico nato e giurato di tutti i cristiani, specialmente
di quelli che hanno sulla testa _quell'O pelaa_, lo tenta. Passa una
procace mascherina, e il chierichetto, vinto da _forza irresistibile_,
la tocca: la tocca là ove non dovrebbe essere toccata. Le guardie
lo scoprono, l'arrestano, lo conducono in gattabuia. E basta quella
fuggevole audacia carnevalesca per vedersi bell'e rovinata la carriera,
povero chierichetto! Ma chi non lo assolverebbe? Lo giustifica, non lo
assolve la musa del poeta implacabile nel pubblicare ai quattro venti
gli scappucci dei tonsurati. La scappatella del povero seminarista ci
ricorda una serie d'ottave vernacole inedite, attribuite a Carlo Porta,
conservate, fra altre poesie oscene manoscritte, nell'Archivio di Stato
di Milano, e s'intitolano: _I donn de Milan ricorren al sur Maresciall
Bellegard contra el decret miss fœura al Teatrin della Canobbiana che
no se possa palpignà i c...._ Questo scherzo basta col solo titolo a
darci un'idea della serafica compostezza di quelle veglie. Le licenze
di simili veglioni teatrali erano flagellate da un curioso almanacco,
che porta per titolo: _Le galanti scarselle della cortigiana Frine_. È
roba d'un anonimo, nemico giurato della moda: e fa parte della raccolta
dell'Ambrosiana.

Ed ora largo, o monache e religiosi poco religiosi: largo a Meneghino
che irrompe fra voi con la voce del popolo giudice.

Carlo Maria Maggi, già nostra conoscenza, è colui che il Redi chiamava

    Lo splendor di Milano, il savio Maggi,

e al quale dobbiamo il saporito principio d'una vera letteratura
popolare milanese, in pieno dominio spagnuolo tirannico, cupo, tutto
gelido sussiego. Eppure il Maggi era segretario del solenne Senato e
illustre professore di eloquenza greca e latina; il che contrastava
con quel suo spirito famigliare, vivace, precursore dei nuovi tempi.
Carlo Maria Maggi fu il creatore di Meneghino. Ne fece un figlio
sviscerato di Milano sua, come si può vederlo nel bell'addio a Milano
nelle commedie _Il barone di Birbanza_ che fa pensare al Mercadet
del Balzac. Il Maggi eternò Meneghino in tutte le quattro commedie
che gli dobbiamo: _I consigli di Meneghin, Il barone di Birbanza, Il
manco male_ e _Il falso filosofo_. E di Meneghino egli fa sempre un
servitore.

Però Carlo Porta, nel _Meneghin birœu di ex monegh_ (eccoci arrivati),
lo rinnova: gli affida una parte ardita: quella di flagellatore dei
costumi del suo tempo, nientemeno!

Anche in quella poesia, il Porta fa indossare, è vero, a Meneghino
l'antica livrea del servitore. Egli non serve più i potenti in soglio:
serve quattro monacone soppresse dall'inesorabile decreto napoleonico;
monache, che vivono insieme, in una famiglia, raccolte da un baciapile
in una sua casa; e là convengono ex frati, preti, teologhi, confessori.
Esse pagano il fitto sì, ma.... _a furia di rosari_.

Potrebbero vivere contente, quelle quattro monacone; poichè due
converse le servono senza salario; poichè, fra altri vantaggi, e
comodi, riscuotono le brave rendite dei loro possessi; poichè infine
ricevono (quando la ricevono) la pensione governativa. In seguito alla
soppressione dei conventi fatta da Napoleone, ai religiosi di ambo
i sessi era fissata infatti una pensione di cinquanta lire milanesi
circa: ma la si lasciava sempre arretrata di mesi e mesi, non ostante
i reclami; lamenti al deserto. Non pochi monaci e monache, vecchi
e acciaccosi, senza sostegni languivano in miseria. Ma le quattro
monacone, ricche del proprio, potevano vivere mille volte meglio
_ch'el Papa a Romma_; invece, ecco, esse si crucciano, si macerano
per questo, per quello. Ora, s'inquietano perchè nel sabato grasso,
si balla oltre la mezzanotte, quand'è cominciata la quaresima; ora si
stizziscono per le donne che vanno a passeggio, col collo e le braccia
e il seno nudo (se vedessero un po' oggi!...), o con le vesti, secondo
la moda, aderenti alle anche e ad altre curve; ora s'inquietano perchè
a monsignor Cerina (costui era un frate francescano fatto vescovo
da Napoleone) fu tolto l'ufficio d'amministrare la cresima; e si
arrabbiano perchè si permettono spettacoli teatrali in Quaresima, e
perchè a Monza (questa è graziosa) vogliono nominare arciprete un nano,
per il quale bisognerà accorciare tutte le pianete (si trattava d'un
prete Bussola piccolissimo) e via via.[47]

La vita pettegola, astiosa del convento rivive in quel ricovero
sussidiario. Ma la scena piega verso la satira, allorchè da una lettera
strabiliante venuta da Roma, si apprende la storia scandalosa d'un
Governatore pontificio, del quale la satira del Porta non fa il nome.
Chi era?

Fra i manoscritti del Porta, che nella vasta collezione delle carte
italiane, trovai alla Biblioteca Nazionale di Parigi, lessi questa
risposta autografa del poeta stesso:

«Il nipote del cardinale Pacca, giovane prelato, che rappresentava il
governo papale nella commissione diplomatica di Milano; poi governatore
di Roma; fuggito in America per debiti, con manomissione del denaro
pontificio». Nella sua satira, Carlo Porta lo fa fuggire fra i Turchi;
lo fa diventar turco.

Gli ex frati e preti, tutti quanti raccolti presso le quattro ex
monache, vogliono cercare l'arcana ragione del criminoso procedere
dell'illustre prelato governatore. Ed ecco un ex domenicano, don
Samuele, vi vede la mano di Dio che punisce la stessa sua Chiesa,
perchè ha abolita la Santa Inquisizione (con relativa tortura,
s'intende):

    El giurava che l'eva per reson
    D'avè abolii la Santa Inquisizion!

Chi fra que' preti ed ex frati afferma che simili scandali sono
conseguenza dei peccati che si commettono; altri pensano che la vera
causa risieda nelle candele _magre_, sottili sottili, offerte ai
sacerdoti nei battesimi e nei funerali. Ma un pretaccione si alza
e, guardando di tanto in tanto fisso Meneghino, spiffera tutta una
filippica sulla cagion vera degli scandali; e la cagione (egli dice, o
meglio tuona) sono gli operai, col loro biasimevole contegno: i beoni,
gli oziosi, i mariti imbecilli che lasciano ogni libertà e licenza alle
mogli, e via via.... Una requisitoria in piena regola sui mancamenti,
sui vizi del popolo. E il terribile censore finisce col vibrare
un'occhiataccia a Meneghino, che pare voglia avvelenarlo. Ma Meneghino
gli risponde fierissimo per le rime, enumerando tutti i vili mercimoni
dei preti; fra altri i prezzi pei rintocchi delle campane che suonano
l'agonia dei morenti.

I rintocchi di campane per accompagnare un agonizzante all'altro
mondo valevano, infatti, tanti soldi per ciascuno. Non tutte le chiese
potevano però sonare le agonie. Nello almanacco _Milano sacro_ erano
segnate quelle che godevano del lugubre e lucroso privilegio.

Peccato che Meneghino, in un'altra poesia del Porta, faccia sì
deplorevole figura! Nel _Brindes de Meneghin a l'ostaria_ egli
inneggia, col bicchiere in mano, all'imperatore d'Austria, Francesco I,
il nuovo padrone dispotico di Milano, gridando a squarciagola:

    Viva semper Franzesch nost patron!

E arriva a chiamarlo:

    Quel patron caregh râs de vertù (_colmo di virtù_).

Ma egli è all'osteria, si badi. Dev'essere brillo per lo meno, con
tutti quei vini che ingolla. Manco male che egli, sopra tutti i vini
stranieri, esalta, con patriotico slancio, i vini nostrani; nel suo
indiavolato ditirambo, che per vivezza pittoresca di frasi e impeto e
furor bacchico e loquacità allegra, propria dei beoni di buon cuore,
si lascia indietro lo stesso modello classico, _Bacco in Toscana_ del
Redi, e, più ancora, _El vin friularo_, ditirambo del poeta veneto
Pastò, probabilmente letto dal Porta durante il suo soggiorno a
Venezia; quel Lodovico Pastò, al quale si deve una piccante satira di
depravati costumi femminili: _Le smanie de Ninetta in morte de Lesbin_;
la quale, per il soggetto canino (_Lesbin_ è un cagnetto....) si può
mettere accosto alle tenerezze della marchesa Travasa per la famosa
Lilla. Ma il Porta non discende sino alla malizia del Pastò.[48]

Meneghino, che Cesare Cantù riconosce sotto le vesti del povero
operaio, goffo, spavaldo, ben bastonato _Bongee_, comparisce nel _birœu
di ex monegh_, ardito, vivacissimo polemista. Non le piglia più, le
dà. Sono botte morali, poichè sono ancora lontane le Cinque Giornate.
Egli è ancora servitore, semplice servitore, come una volta; ma in
mezzo alle monache cui serve, in mezzo ai preti, alza la testa, la
fa da padrone; di più, è quasi rivoluzionario. In un conciliabolo di
religiosi che rappresentano il passato, egli rappresenta i nuovi tempi.

_Birœu_ non significa altro che servitore; peggio, servitoraccio. E
_birœu de la festa_ era il nome che si appioppava a que' servitori
che certe signore di poco conto o dame gonfie di fumo prendevano a
pagamento solo la domenica (onde _Domenichino, Meneghino, Meneghin_)
per condurselo dietro e comparire da qualche cosa.

La voce _birœu_ in significato di _domenichino_ viene da ciò,
che siccome il pirolo (_birœu_) tira su le corde del violino od
altro strumento a corda, così quel servitore tirava su e sosteneva
lo strascico della veste della padrona, quando questa scendeva
pomposamente lo scalone del palazzo o passeggiava riverita, inchinata
dai parrucconi suoi pari. Ed era comico il vederlo con tanto di livrea
e di spadino e di tricorno succedere al goffo campagnuolo Baltramm de
Gaggian: comico il sentirlo cicaleggiare coll'alta dama sua padrona,
riportando a lei i pettegolezzi del popolo e al popolo quelli della
società titolata, egli, come i trovatori del medioevo, intermediario e
anello di congiunzione fra chi splende in alto e chi fatica oscuro al
basso.

Ma un'altra volta ancora Carlo Porta fa parlare Meneghino: nella
«comi-tragedia» _Giovanni Maria Visconti_, composta insieme con Tommaso
Grossi. Gli muta il nome: lo chiama Biagio da Viggiuto.

Meneghino, cioè Biagio da Viggiuto, è «uomeno d'arme» di Lucchino del
Maino, e gli è fedel servitore. Il suo massimo piacere è quello di
giovare, sia pur menando le mani, al suo padrone. È pronto a tutto lui,
oggi, come nel passato. Il suo padrone può confidargli ogni segreto, e
non permette che egli ne dubiti.

E Lucchino del Maino (congiurato con due Trivulzi contro il crudele
Giovanni Maria Visconti duca di Milano), dopo di avergli domandato
perdono del dubbio, lo rassicura così: «Non sarà mai ch'io ti manchi di
gratitudine; ma appunto perchè sono grandi i sacrifici ch'io ho finora
da te ottenuti, non sapeva chiedertene uno nuovo, senza tentare in
prima le presenti disposizioni dell'animo tuo».

E Biagio, nel suo rustico linguaggio, pronto (si confronti il modo di
pensare dei domestici d'oggi):

«_Sacrifizi el ghe dis? Scior no. Quist hin paroll de lor sciori, e nun
poveritt noj capissem. Nun femm i coss a la materiala, e no femm tante
reson._»[49]

E ricorda ch'egli e i suoi nacquero in casa del Maino; ch'egli fu
_tiraa su grand e gross, mantegnu, soccorruu_, e prorompe con impeto
generoso:

«_E mi aveva di far nagott per lor? Sta vitta, sto sangu, sto fiaa
che respiri, hin robba sova, e ne hoo de spendi per lu, de dovraj a on
besogn?_»[50]

Così parla Meneghino al suo padrone. È una perfetta dedizione la sua.
Sacrificarsi è un bisogno del suo cuore.

Ma della comi-tragedia, che si toglieva dal convenzionale, e degli
altri personaggi, c'intratterremo meglio nel momento più opportuno.

Il carattere di Meneghino, attraverso le commedie e le poesie milanesi,
non rimase sempre lo stesso: ogni autore volle aggiungergli qualche
cosa di suo.

Domenico Balestrieri, del Settecento, inventò un personaggio,
_Sganzerlone_, un sopracciò dal toscano spropositato, in contrasto
con Meneghino, del quale affetta di non sopportare le trivialità. Ma
Sganzerlone è un'ombra passata; Meneghino vive e vivrà, mercè il Maggi
e il Porta.



XIII.

 _Il capolavoro di Carlo Porta. — Dove la plebe andava a ballare.
   — Un povero storpio innamorato. — Esame del _Marchionn di gamb
   avert_. — Le donne del Goldoni e la _Tetton_ di Carlo Porta. —
   L'umorismo portiano. — Umoristi. — Carlo Porta grande stilista.
   — La _Ninetta del Verzee_. — Carlo Porta ed Emilio Zola. — Come
   nacque la _Ninetta_. — Giuseppe Bossi e il suo _Pepp perucchee_.
   — Giudizio del Porta su questa novella. — _Olter desgrazi de
   Giovannin Bongee._ — Postille del poeta._


Ma eccoci al massimo capolavoro del Porta: _Lament del Marchionn di
gamb avert_ (Lamento di Melchiorre dalle gambe arcuate).

Nelle sere di carnevale, ne' primi anni del secolo passato, in una via
remota e deserta, detta Via Quadronno, infimi operai e sfaccendati
volgari si radunavano presso un certo Battista, che apriva una
sala, a ballare, a ridere. Il signor Battista era il _deus loci_,
il conduttore, direbbero oggi, di quei _festin de rœuda_ (dal nome
_rœuda_, capriola), dove, per una misera moneta, ognuno aveva diritto
di entrare e ballare anche in maniche di camicia, col berretto in testa
e magari con tanto di zoccoli infangati. Niente di più plebeo di quelle
riunioni. Certe femmine da strapazzo v'erano collocate fin dalle prime
ore della sera per attirare gli allocchi e farli saltare come dannati.
Le chiamavano _stellônn_, per somiglianza ai zimbelli (in milanese
_stellônn_) che chiamano gli uccelli al paretaio. I suoni d'una misera
orchestrina accompagnavano quei balli confondendosi alle risate,
agli strilli di gioia e, spesso, agli alterchi iracondi, vivacissimi,
per gelosie, pretese mancanze di riguardi (caspita! in quella Corte
dei Valois!) che finivano con le botte, con le coltellate e con gli
arresti.

Povero _Marchionn di gamb avert!_ Nato forse in una di quelle tane,
buie, umide, senz'aria, dove la rachitide e la scrofola deformavano
la creatura umana, quando non la spegnevano; costretto a vivere nel
bugigattolo d'un ciabattino dove rattoppa scarpacce, va la sera,
dopo il lavoro, barcollando sulle gambe arcuate, nella sala di quel
Battista, là, in quel luogo di delizie, a sonare il mandolino nella
piccola orchestra; poichè, nei ritagli di tempo, il disgraziato coltiva
con passione, unico suo conforto, la musica. Per la sua breve statura,
lo chiamano il _nano_; è brutto, ha il viso bucherellato dal vaiuolo,
che a quel tempo imperversava diffuso, specialmente fra il popolo
ribelle all'innesto di Jenner, che, d'altra parte, le autorità non
si curavano d'imporgli, trattandolo da armento o quasi. _Marchionn_
è un povero scemo; e, fra le altre disgrazie, lo coglie la peggiore:
d'innamorarsi di una di quelle gemme di bellezza e di virtù, certa
_Tetton_, così chiamata dal seno colmo ch'ella ad arte sporge in
mezzo agli adoratori del lubrico festino. Egli stesso racconta le
proprie sventure, non dissimile in questo da _Giovannin Bongee_; le
racconta per isfogare la piena del dolore: dolore per gli inganni e il
tradimento infame del quale cade vittima in una trappola tesagli dalla
_Tetton_, dalla madre di lei e complici. Anche qui c'incontriamo ne'
soldatacci francesi, lesti nell'impossessarsi tutti quanti di quella
facilissima _Tetton_; più lesti di quell'infelice Melchiorre dalle
gambe ad arco, che arriva sempre in ritardo, in mal punto, e che, _pien
de lœuj_ (svogliataggine) _de fastidi e pien de corna_, finisce in
rovina e in pianto.

Nelle commedie del Goldoni è la donna, sempre la donna, colei che
impera sull'uomo, sia con le grazie ritrose e pudiche di Mirandolina,
sia con l'astuta padronanza delle serve, delle donne inferiori. Il
raggiro, l'intrigo femminile è uno degli elementi delle commedie del
Goldoni, che il Manzoni metteva al di sopra del Molière.[51]

Ma gl'intrighi delle donne del Goldoni non sono mai scellerati: quelli
della _Tetton_ del Porta rivelano un cuore cattivo e fanno meglio
risplendere l'ingenuità sempliciona del _Marchionn_, ch'ella avvince a
sè e inganna nel modo più vituperevole. Si sorride quando _Marchionn_,
il nano, si vanta d'essere stato un giorno lui il capo delle gaie
brigate, il beniamino di tutta Milano; non si sorride più pensando ai
grossi guai che ingoia, vittima d'una passione e per una donnaccia che,
bella e seducente in vista, adopera il filtro della _stria_ (strega),
come _Marchionn_ la chiama nella sua disperata confessione, nel suo
_lament_, che desta pietà.

L'Italia vanta capolavori imperituri dell'arte buffa: bastino il
_Matrimonio segreto_ del Cimarosa, il _Barbiere di Siviglia_ del
Rossini, il _Don Pasquale_ del Donizetti; ma difetta di romanzi comici.
Il _Lament del Marchionn di gamb avert_ è un piccolo romanzo comico
irrorato di lagrime. È il primo modello d'umorismo in Italia, nel senso
vero della parola, che include riso e dolori, qual'è la vita. Nella
prosa fiorisce mestamente, più tardi, il _Manoscritto d'un prigioniero_
del livornese Carlo Bini; emette pruni e spine l'_Asino_ del Guerrazzi;
ma, sopra tutti, giganteggiano i _Promessi sposi_, che, sotto
l'irradiazione religiosa trionfale, nascondono un sentimento così amaro
della vita, che si rimane talora sbigottiti quanto, quasi, il verso
funereo del Leopardi. Anche in Carlo Porta il senso della vita è amaro.
Così doveva avvenire in una società di mutamenti rapidi e profondi che,
come le guerre, mandavano a galla il peggio. La passione di _Marchionn_
è descritta in tutto il suo svolgimento fatale. La psicologia che il
disgraziato fa di sè stesso ci mostra che la sventura gli ha dato, come
talora succede, una chiaroveggenza tarda sì, ma precisa e inesorabile.
La _Tetton_, sua madre, i suoi ganzi, i luoghi dove si svolgono le
svariate vicende, persino le figurine secondarie, tutto appare vivo.
Quando _Marchionn_, attanagliato dalla gelosia, corre al veglione
del teatro La Cannobbiana, vestito da turco, per iscoprire la temuta
infedeltà della _Tetton_, e sfoga la sua ira su gente mascherata
che balla allegra per proprio conto, e che non è, no, quella ch'egli
suppone (non è, infatti, la _Tetton_, nè il sarto, nè il sargente suoi
rivali, bensì persone a lui sconosciute); quando poi s'incontra davvero
nella _Tetton_ e compagni, il comico, sorto dall'equivoco cresce,
scintilla.

Quale ritrattista il Porta!

Basterebbe la pittura delle bellezze della _Tetton_, di codesta Alcina
di Via Quadronno, per riconoscere un artista finissimo. Si pensa al
ritratto d'Alcina nel settimo canto dell'_Orlando furioso_. Il Porta
gareggia con l'Ariosto.

Il veneziano Pietro Buratti fu de' primi a trattare con artistico
vigore la novella in versi vernacoli; ma Carlo Porta lo vince
nella sobrietà dell'arte narrativa, nella finezza dei particolari
psicologici, nella profondità dell'ironia.

Grande stilista è il Porta. Il dialetto nativo non ha segreti per
lui; egli ne possiede le espressioni caratteristiche, gli scorci
pittoreschi, le maliziose acutezze, nella varietà dei metri; laddove il
romanesco Gioachino Belli non tratta che la forma del sonetto, il solo
sonetto, arma corta, nella quale il Porta resta, a dir vero, inferiore
al Belli.

Il verso del Porta parla. Tutto il suo è un discorso parlato. Marchionn
chiama in cerchio tutti, ad ascoltare il suo dolente discorso:
ha irresistibile bisogno d'un libero sfogo nella sua desolazione,
pover'uomo!, e quel discorso è espresso con tal naturalezza e verità
che nulla più.

La _Ninetta del Verzee_, in ottave fluenti al pari delle strofe in
endecasillabi e settenarii del _Lament del Marchionn di gamb avert_,
s'accoppia a questo capolavoro per l'argomento e per l'effetto
sentimentale.

È anch'essa una storia di tradimento amoroso. Ma la vittima, questa
volta, non è l'uomo; è la donna, una pescivendola del _Verzee_
(mercato); il traditore è un parrucchiere. Costui abusa della passione
che accese nella Ninetta, la sfrutta, la spoglia di tutto, la spinge a
una vita di miseria, d'abbiezione, e la infama per giunta.

La passione della sventurata per quel farabutto arriva al tragico.
Ninetta si sa ingannata, si vede spogliata d'ogni suo avere, e non può
rompere la catena fatale che la serra, la stringe, la strugge.

Ci fa pensare all'arricchita mercantessa di _Monsieur Alphonse_,
commedia di Alessandro Dumas figlio. Colei, quando si scopre tradita da
Alfonso (che ha pure sedotto una signorina di buona famiglia rendendola
madre), ha un lampo rivelatore. S'accorge, benchè troppo tardi, che il
suo viso volgare e brutto non poteva piacere al figuro elegante, che
l'ha sfruttata e ingannata, ed esclama: «Ma il cuore non sa com'è fatto
il viso!»

Ninetta racconta la propria storia a un cliente, che va a trovarla....
Il suo linguaggio è osceno. Ma ella, la pescivendola, doveva forse
adoperare il linguaggio della romantica Margherita Gauthier, vissuta
fra amanti signorili?

Anche dalla _Ninetta del Verzee_ sgorga la pietà.

Carlo Porta, nel _Giovannin Bongee_, nel _Marchionn_, nella _Ninetta_,
ci rappresenta tre creature del popolo oppresso e calpestato. La
semplice e sola narrazione delle loro sciagure è una fiera condanna
degli scellerati; è più eloquente d'ogni espressa morale. Ivi risplende
più che un poeta: balena un vendicatore.

Prima che apparissero l'_Assommoir_ e _Nanà_, Milano aveva adunque
il suo Zola nel Porta. Anche allora che soggetti osceni lo trascinano
al basso, il Porta, somigliante all'Anteo della favola, attinge forza
dalla terra e solidifica la strofa col contesto ben equilibrato delle
frasi, dei versi pittoreschi, nei quali parla la stessa Natura.

Ma come nacque la _Ninetta del Verzee?_... Nacque da un'altra novella
in ottave milanesi: da _El Pepp perucchee_ del pittore-poeta Giuseppe
Bossi, grande amico del Porta; ma è il rovescio della medaglia. Nel
_Pepp_ è lui, Giuseppe, l'ingannato; Ninetta è l'ingannatrice.

Il Bossi fa del _Pepp_ una specie di funebre Jacopo Ortis del pettine,
cospargendo di patetica rugiada le ottave, come quando accenna alle
campane dell'_Avemmaria_ all'alba:

    Quand i campann fan tucc on cert lament
    Che streng al cœur de la malinconia.

Fra le carte lasciate inedite dal Porta, trovo queste parole di
prefazione alla _Ninetta del Verzee_, parole che ne spiegano l'origine,
e che mostrano in qual modo l'occasione possa suscitare un'opera
d'arte; e poi si disprezza la poesia d'occasione come l'infima moneta
della poesia!

«Le seguenti stanze furono da me scritte in disinganno di chi aveva
attribuito a me la composizione di alcune ottave che furono da
ignota mano spedite al mio cugino Baldassare Maderni col mezzo della
posta. Con questo componimento l'autore incognito imita il famoso
e notissimo lamento di Cecco di Varlugo, e pone a posto di Cecco il
_Pepp_ parrucchiere che si duole della infedeltà della Ninetta del
Verzaro sua bella. — Se non vi fossero state nominate con disprezzo
delle persone viventi e dei corpi troppo rispettabili per episodio
di questa composizione, non avrei avuto a male di esserne io creduto
l'autore, nè mi sarei trovato nella necessità, replicando, di trattare
un argomento che per natura sua non poteva contenersi nei limiti della
riservatezza.»

Vi è, infatti, nominato un marchese Villani, giocato da una baldracca.
Ma i «corpi troppo rispettabili» dove sono?... Sono evaporati?... Il
Porta non sapeva che il _Pepp perucchee_ fosse del Bossi.

Il bellissimo successo suscitato da _Desgrazi de Giovannin Bongee_
eccitò il Porta a continuare il racconto di quelle disgrazie, che si
tirano l'una coll'altra, come le famose ciliegie di cui discorre in una
letterina il padre Cesari; e intitolò il suo componimento in rapide
ottave _Olter desgrazi de Giovannin Bongee_. A rovescio di quegli
scrittori che non riescono troppo felicemente nel dare continuazioni
a' propri capolavori acclamati, come F. A. Bon al suo _Ludro_, o
Vittorio Bersezio alle _Miserie d'Monsù Travet_, il poeta milanese
riuscì felicissimo nell'iliade del malcapitato panciuto che, stavolta,
è protagonista d'un'azione più vasta, e non è solo, chè la sua florida
metà, _Barborin_, esce in luce. Anche stavolta, il _Bongee_ si sfoga
con il _lustrissem scior_, che noi non vediamo e che non gli risponde.
È un'altra pagina della brutta cronaca milanese e de' costumi del 1813,
anno in cui il poeta la ideò questa poesia. Nessun altro scritto del
Porta fu da lui annotato più di questo: le sue postille illustrano la
cronaca minima di quel tempo, che qui riassumiamo.

Nella primavera e nell'autunno del 1813 si rappresentò al teatro della
Scala, con clamoroso successo, un nuovo ballo spettacoloso intitolato
_Prometeo_, del famoso coreografo Salvatore Viganò; e nelle _Olter
desgrazi_ esso è descritto nel linguaggio del _Bongee_, che ci esilara
scambiando egli cose e persone. Nel ballo, un mimo vestito da avvoltoio
— e il _Bongee_ lo scambia per un tacchino (_pollin_)! — compariva
sul Caucaso e andava a rodere regolarmente il cuore dell'incatenato
Giapetide, ch'era rappresentato dal primo ballerino Chouhous. E Carlo
Porta nota: «In questo ballo vedevansi rappresentati i segni dello
Zodiaco e lo stesso Carro del Sole con figure vive e naturali».
E quante altre cose mirabolanti! Nell'opera cantava una Correa,
tarchiata, tozza e smorfiosa, che _Giovannin Bongee_ chiama l'«occa».
E Carlo Porta annota: «La signora Correa, espertissima cantante, ma
quanto abile nella sua professione altrettanto soggetta alle malattie
dell'arte. In quell'anno (1813) stancò veramente la sofferenza del
pubblico, al quale alcuna sera pareva cantare per far grazia ed
alcun'altra per far dispetto.»

Ma alla povera moglie del _Bongee_, alla Barborin, che osservava col
marito dal loggione lo spettacolo, toccò una bene spiacente avventura!
Uno de' lumai, che stavano là di servizio, si permise un pizzicotto
sulle curve più procaci di lei. E intorno a questa audace vicenda
è tessuta tutta una farsa da ridere. _Giovannin_, il marito offeso,
finisce alla polizia e messo sotto chiave, peggio che non fosse Giacomo
Legorin. E il Porta spiega: «_Legorin_, famoso assassino, che, in
compagnia di parecchi malviventi, infestava i contorni del Milanese nel
secolo XVII».

Comiche scenette, figure buffe; un'altra pagina della Milano d'allora;
un'altra scena della vita popolare.

Se il Porta avesse frequentato la così detta alta società, chi sa quali
vive scene avrebbe copiate! Non fa motto nemmen di quelle che, senza
dubbio, deve aver conosciute per sentite dire.

Il cicisbeismo, putrefazione della cavalleria, non era spento del
tutto quando Carlo Porta satireggiava, e l'abbiam visto. Ma egli
non lo toccò. Ne resta, adunque, la gloria ad un altro Carlo, a
Carlo Goldoni, e al Parini. Il Goldoni, senza la satira che esagera,
rappresenta i cicisbei nella coraggiosa commedia _Il Cavaliere e la
Dama_, quattordici anni prima del _Mattino_ e sedici anni prima del
_Mezzogiorno_ del Parini.



XIV.

 _Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine
   napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini Visconti e
   Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena lascia Milano con la
   borsa ricca. — I Comizi di Lione. — Solenne proclamazione della
   Repubblica italiana: Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril
   vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del deputato
   Raffaele Arauco primo marito della moglie di Carlo Porta. —
   Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna in ballo la moglie
   del Cicognara. — Murat contro il Melzi. — Una Fossati intrigante
   politica. — Finte collere di Napoleone. — L'ordine è ristabilito.
   — Grandi innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una poesia di
   Carlo Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria dell'Arauco. — Le
   poesie dell'Arauco._


Per illustrare l'opera poetica di Carlo Porta, che respira dell'aura
del suo tempo, dobbiamo ripigliare il filo degli avvenimenti che
trasformarono di nuovo Milano.

Napoleone, che, alla vigilia d'invadere Venezia e di rovesciarne la
secolare gloriosa Repubblica, aveva brutalmente minacciato d'essere un
Attila pei Veneziani, che allora non potevano difendersi perchè inermi,
non eseguì alla lettera gli ordini infami del Direttorio francese, il
quale lo eccitava a infliggere al territorio milanese il maggior male
possibile, col «guastare anche i canali e le altre opere pubbliche».

Ritornato padrone del Milanese mercè la portentosa vittoria di
Marengo, Napoleone, trovando necessario restaurare la Repubblica
cisalpina, sorresse la parte onesta e moderata contro gli esaltati e
i facinorosi, che avevano oppressa, oltraggiata la Repubblica, con
lo spogliarla da quei ladroni che erano: _gatt in grand_ li chiamò
il Porta; _incliti ladri_ li chiamò il Foscolo. Giovanni Battista
Sommariva, prima segretario, poi membro, quindi presidente del
Direttorio, fu escluso con suo pubblico disdoro dal secondo Direttorio;
ma egli, da umile stato, s'era ormai formato, con le ruberie,
enormi ricchezze; parte delle quali spese (manco male) nell'acquisto
d'opere d'arte per adornarne la sontuosa villa dei Clerici, da lui
comperata nell'incantevole Cadenabbia sul lago di Como, e caduta più
tardi in mani tedesche. I soli accademici bassorilievi del _Trionfo
d'Alessandro_ del Thorvaldsen, che fasciano le pareti d'una sala della
villa, il Sommariva li pagò mezzo milione, cifra maiuscola allora!

Napoleone, non ostante la ben nota mediocre intelligenza del leguleio
Sommariva, lo aveva nominato, non si sa perchè, insieme col marchese
Visconti e con l'avvocato Ruga, marito della stupenda, procace dea
che abbiamo trovato alla Scala, a membro del Comitato che concentrava
le attribuzioni d'una disciolta Commissione di nove membri, fra i
quali Raffaele Arauco, primo consorte della moglie di Carlo Porta; ma
non tardò a conoscere quella buona lana del Sommariva e lo colmò di
sommo disprezzo. A dir vero, le male lingue si esercitarono anche sul
conto del Visconti e del Ruga: dicevano che i due «cittadini» avevano
ottenuto quei posti in grazia delle loro mogli troppo sorridenti ai
primari generali francesi.... Notissimo che la Visconti era l'amante
del generale Berthier; ma era uomo di probità specchiata; e l'avvocato
Ruga aveva spiegata virile, oculata fermezza nella questione della
vendita dei beni nazionali. Intanto, il generale Massena se n'era
andato da Milano, non senza aver prima costretto la Municipalità a
sborsargli 300,000 lire; e fu sostituito da un Brune, che lasciò
bastonare dai profughi cisalpini, rientrati, preti e frati sugli
scalini del Duomo.

Ma la seconda Repubblica cisalpina non finiva di piacere allo stesso
Napoleone, che rivolgeva nella mente vastissima innovazioni più ampie.

Da questo momento, il Grande spiega meglio la sua prodigiosa potenza di
statista e di legislatore.

Per formare una seria repubblica, Napoleone, che intanto, per le
strepitose vittorie riportate, da generale era salito a primo console
in Francia, convocò a Lione una _Consulta straordinaria di 452
notabili_ (notabili moderati, si noti) dei ventiquattro dipartimenti
onde la Cisalpina era composta: Milano capitale.

La scelta stessa di Lione a sede della Consulta rassicurava. Lione, nel
1793, non era insorta contro la Convenzione nazionale, ligia qual era
alla monarchia?

Ma la stagione volgeva rigidissima. Nevi e nevi. Pure tutti mossero
al convegno solenne; tanta era la sete di uno stabile riordinamento.
L'arcivescovo di Milano, Filippo Visconti, colui che aveva incensato
l'eretico Suvaroff nel Duomo, rispose, benchè ottuagenario, anch'egli
alla chiamata. Giunse a metà dicembre a Lione; ma il povero vecchio
soccombette ai disagi del viaggio, al rigore dei geli, alla grave età,
alle vive emozioni. E, a Lione, morì un altro deputato, e dei migliori,
l'accennato Raffaele Arauco, poeta ed ex-ministro della Cisalpina.

I _Comizi di Lione_ (così li chiamarono), furono preseduti dallo stesso
altero Napoleone; e non fecero che approvare, quasi senza discussione,
lo statuto che il Bonaparte aveva bell'e preparato e portato con sè.

Un presidente elettivo, decennale, a cui spetta la nomina dei ministri;
tre Collegi elettorali, composti uno di possidenti, il secondo
di dotti, il terzo di commercianti; una Consulta di Stato di otto
cittadini, che eleggono il presidente, vigilano all'ordine interno e
curano le relazioni diplomatiche; una Commissione di Censura composta
di 21 cittadini, nominati in egual proporzione dai Collegi elettorali,
la quale deve eleggere i membri della Consulta, del Corpo legislativo
e dei Tribunali supremi; un Corpo legislativo formato di 75 cittadini,
cui spetta di fissare le proposte di legge; un Consiglio legislativo,
composto almeno di dieci cittadini, il cui compito è quello di
compilare le proposte di legge e sostenerne la difesa di fronte al
Corpo legislativo; ecco qual era la nuova Costituzione. A presidente fu
eletto dai Comizi, quasi unanimi, Napoleone. E, per volontà di questo,
a vicepresidente Francesco Melzi «il Giusto».

Così la Repubblica si spogliò del nome screditato e restrittivo di
Cisalpina, e assunse quello di _Repubblica Italiana_.

Era il 26 gennaio 1802.[52]

E ora un aneddoto, che dimostra l'abilità astuta e pieghevole, in certi
casi, dell'uomo più dispotico e indomabile autoidolatra insieme, che
sia comparso nella storia moderna.

Leopoldo Cicognara, già membro del Gran Consiglio della Cisalpina,
ambasciatore della stessa a Torino, e deputato ai Comizi di Lione per
Ferrara, aveva negato il proprio voto a Napoleone quale presidente
della Repubblica. Napoleone lo seppe e, nell'uscire dal Consesso, gli
disse sorridendo: «Ah! Cicognara!... Vi ho nominato consigliere di
Stato».

Più tardi, Napoleone gli dirà:

«Cicognara! Non badate ai consigli di vostra moglie, altrimenti cadrete
nella mia disgrazia per sempre».

Noi conosciamo, e abbiamo già sentita la contessa Cicognara.

Dieci nazioni (come Napoleone chiamava le regioni italiane....)
formavano la Repubblica italiana: milanesi, mantovani, bolognesi,
novaresi, valtellinesi, romagnoli, bergamaschi, cremaschi, bresciani
e veneziani; ma anche i suoi giorni erano contati; giorni, peraltro,
pieni di febbrile lavoro civile.

Il Melzi, dopo quattro anni d'esilio, rivide il 7 febbraio la sua
Milano, che lo accolse con onore. Alla sera, quando al teatro alla
Scala s'affacciò a un palco fra i generali Pino e Murat (che, geloso di
lui, gli minava sotto il terreno), una salva d'applausi lo accolse. Una
clamorosa festa di ballo, gratuita (figurarsi quali coppie squisite!),
seguì allo spettacolo.

Solenne l'inaugurazione della Repubblica italiana. Si svolse il 14
febbraio, con altosonanti versi del Monti, che si leggevano sotto
improvvisati e simbolici bassorilievi. Napoleone vi era chiamato
«gallico eroe».

Furono nominati i ministri. Giuseppe Prina, novarese, forte finanziere,
venne chiamato alle finanze per volontà dello stesso Napoleone, che lo
aveva udito parlare saggiamente nei Comizi di Lione. Chi mai avrebbe
profetato all'infelice che, dodici anni dopo, sulle vie di Milano....!?

Il Melzi si circondò d'uomini valenti e retti. Sfollò gli uffici
pubblici da orde d'impiegati accolti per favori, non per merito, e
premiò il merito. Il ladro Sommariva, rovesciato, tentava, sorretto
dal Murat e da una signora Fossati, con arti subdole, di rovesciare
il Melzi, che nel _Moniteur_ svelò alla fine le sue ribalderie nella
pubblica amministrazione, e lo bollò per sempre con marchio di fuoco.

Quella signora Fossati, una intrigante sullo stampo della famigerata
moglie del famigerato avvocato Traversi, teneva conciliaboli contro
il «sistema francese». Napoleone lo seppe, e accusò i ministri di
trascurare il loro dovere, perchè non sopprimevano quei convegni, e
trascese in oltraggiosi dubbi sulle sorti della Repubblica. Ma era
facile capire che quelle sfuriate non si risolvevano che in un astuto
pretesto, per preparare la distruzione della Repubblica, pur fresca
creatura sua, e aprirsi la via al trono, come fu.

Intanto, l'ordine a poco a poco fu ristabilito. La religione, il culto
e i suoi ministri riebbero il pubblico rispetto. Rialzàti in onore
gli studi e gli studiosi; fondate nuove istituzioni civili; abolito
il calendario repubblicano francese, che imbrogliava cominciando col
22 settembre, e faceva ridere i buoni ambrosiani con quel _brumaio,
nevoso, piovoso_.... anche quando risplendeva il più bel sole d'Italia.

Un atto politico-religioso rilevantissimo non va pretermesso: il
concordato col papa. Lo volle Napoleone, che alla fine dichiarò la
religione cattolica religione dello Stato, e liberi gli ecclesiastici
di possedere. Ma, nel promulgare il concordato, Napoleone, obbedendo
alla voce imperiosa dell'innato dispotismo, ne fece una delle
sue: v'aggiunse alcuni capitoli che menomavano le prerogative
ecclesiastiche. Il papa, ch'era Pio VII (Chiaramonti), successo allo
straziato Pio VI, del quale doveva seguire la sorte con la violenta
deposizione dal potere temporale, non volle, per quel motivo,
pubblicarlo; e in quel momento (non poi) fu degno del suo soglio.

La Repubblica italiana pensò alla salute pubblica. Il vaiuolo
faceva strage ogni anno. Fu quindi emanato l'ordine sull'innesto
obbligatorio, con pene ai medici che si fossero rifiutati a praticarlo,
gratuitamente, a tutti coloro che lo richiedevano.

Milano non fu tra le prime città che accogliessero l'innesto del
vaiuolo. Non ostante l'apostolato del dottor Sacco, le pubblicazioni di
Emanuele Timone (1713), di Giovanni Calvi (1762), di Giammaria Bicetti
de' Buttinoni (1765), dei versi del Parini sull'innesto indirizzati
appunto al dottor Bicetti e a' quali il Manzoni, da giovane, voleva far
seguire un poema rimato, _L'innesto del vaiuolo_, di cui si conoscono
solo due mirabili versi; non ostante gli sforzi di altri che cercavano
di vincere i pregiudizi contro l'invenzione benefica, questi duravano.
Anche più tardi, e per un bel pezzo, le madri si mostravano restie a
concedere i propri bambini ai vaccinatori. Carlo Porta trovò il punto
comico di codeste titubanze delle madri, e, come spirito liberale,
cercò di dissipare i pregiudizi ridicoli col ridicolo. Un suo sonetto
si finge diretto a un pezzo grosso, al solito _illustrissimo_. È
malizioso, salace, arguto:

      A proposet, lustrissem, de vaccinna,[53]
    Ch'el senta, s'el vœur rid, questa ch'è chì,
    Ch'el sarà on mês che la m'è occorsa a mì
    In del fà vaccinnà la Barborinna.
      Gh'era in cà del dottor ona mamminna
    Che l'eva in d'on fastidi de no dì
    Per scernì fœura el sit de fà insedì
    I varœul a ona sova piscininna.
      Minga chì, perchè chì el dà tropp in l'œucc,
    Minga là, perchè là se vedarà,
    Chì nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
      Tira, bestira on mondo de reson;
    Fin ch'el medegh, per falla quïettà,
    Femmegh l'inest, el dis, in sui garon?
      Oh, che tocc de mincion!
    (La sclama sta sciorinna a l'improvvista),
    Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!

E Milano si divertiva. Nella sera del 3 marzo il Melzi diede un
ballo ufficiale, con tremila invitati. Quale sfoggio di sfolgoranti,
affollate uniformi militari, e abbigliamenti femminili, bianchi, rosei,
procaci; quali bellezze e brio!

Si proclamavano le benemerenze acquistate verso la patria. Si
assegnavano pensioni ad artisti, a figli di militari, a vedove di
cittadini benemeriti. E altre feste allora!

Fra le benemerenze proclamate dal vicepresidente Melzi, vi fu quella in
nome di Raffaele Arauco, morto a Lione. Il Melzi lo dichiarò benemerito
della patria, e assegnò una pensione, non piccola per quel tempo,
con decreto del 30 novembre 1802, alla graziosa vedovella Vincenza
Prevosti:

  «Alla cittadina Vincenza Prevosti vedova di Raffaele Arauco, membro
  della Commissione di Governo, deputato ai Comizi di Lione, ed ivi
  mancato di vita, lasciando di sè alla patria, dopo lunghi servigi,
  nella sua povertà, onorata memoria, il Governo italiano accorda la
  pensione annua di lire tremilacinquecento.

                                                        MELZI».[54]

Raffaele Arauco era verseggiatore applaudito, e improvvisava volenteri
nelle brigate eleganti. Una sera, Napoleone volle che improvvisasse
davanti a lui un sonetto e gli fissò le rime tutte bizzarre e tutte
tronche.

Da' versi inediti dell'Arauco, che trovo fra vecchie carte, rilevo
come cantasse facilmente a Clori, a Mirtillo, a Cloe, a tutti quelli
idoletti arcadici, insomma, che Carlo Porta derise con la satira contro
un poetino bergamasco, il conte Suardi:

    Puresin (_pulcino_) che in Parnassin
    Pien d'estrin fa frin frin col ghittarin.

In una sola poesia l'Arauco tocca il cuore, quando deplora la morte del
Parini.

Ma l'Arauco, meglio che nei versi, si segnalò nel governo della cosa
pubblica. Questo arcade era uomo politico non volgare. Sedette ministro
della Cisalpina, poi fu de' nove componenti della accennata Commissione
di governo, e deputato ai Comizi di Lione. Il Melzi nutriva di lui
alta stima per il suo carattere e per lo zelo nel compiere il proprio
mandato. Mentre altri rubava a man salva, l'Arauco seguiva rigido i
dettami dell'onestà.

Nel 1802, appena giunto a Lione per assistere ai Comizi, il povero
deputato moriva, nella casa d'un negoziante, a soli quarantacinque
anni, lasciando la terza parte de' propri beni al padre e il resto
alla moglie Vincenza; il che prova che egli non era in «povertà», come
diceva il decreto del Melzi.



XV.

 _Nozze di Carlo Porta. — La moglie. — I figli. — Lettere del poeta
   alla moglie. — Le feste degli amici Casiraghi e Vincenzo Monti.
   — La versione della _Pulcella d'Orléans_ del Voltaire compiuta
   dal Monti. — Il ministro delle finanze Prina affida incarichi
   di fiducia a Carlo Porta. — Il poeta e sua suocera. — Nella pace
   domestica. — Carattere famigliare del Porta descritto da Tommaso
   Grossi. — I due grandi amici. — Espansioni. — Commovente scena in
   una famiglia. — Lettere fra il Grossi e Carlo Porta. — Il Porta è
   proclamato poeta morale. — Giansenisti. — Giovanni Torti._


Nel 29 agosto 1806 rispuntava il sorriso sulle labbra della vedova
Arauco.

In una silenziosa cappelletta a Torricella presso Carpèsino, paesello
della Brianza, si celebravano le seconde nozze di lei, che contava
ventinove anni, con Carlo Porta di trentuno. Una colta vecchietta,
madre del venerato Adalberto Catena, prete ricco di Dio, la quale
abitava in quei luoghi, si ricordava di quegli sponsali modesti, quasi
romiti, e ne riferiva, ne' suoi ultimi anni, i particolari: la villa di
Torricella era di proprietà del poeta.

La Prevosti-Arauco-Porta poteva vantare illustri amicizie per parte del
primo marito conosceva gli usi della buona società; eppure non amava il
fasto, non imitava altre milanesi smaniose di emozioni sino al punto
di giocare la propria onestà. Vera madre di famiglia, attese, umile e
buona, alla casa, al marito e ai figliuoli. Ne ebbe tre dal Porta: due
femmine, Anna Alessandrina, e Maria Carolina Violante, e un maschio,
Giuseppe, avvocato, banchiere e paesista, morto nel carnevale del
1872, proprio nell'ora in cui si trascinava per i _corsi_ di Milano, in
mezzo al generale baccano, un carro addobbato a festa che rappresentava
l'apoteosi del padre suo!

Scrivendo alla moglie, che nei mesi caldi villeggiava a Borgomanero,
ovvero a Monza o a Senago, o nella memore villa di Torricella, il Porta
usava il frasario allegro. Si firmava: «Carolus magnus».

Le scriveva da Genova: «Oh, che popolata città che è questa Genova!
Ella è piena di gente, colma come un uovo fresco. Credo che per
ogni uomo vi siano dieci donne, tre frati e un mulo». Le conduceva
comitive briose, perchè non si annoiasse. Anche dopo parecchi anni
di matrimonio, la trattava con ogni riguardo. «Fa' ciò che meglio ti
conviene, le diceva, poichè io dichiaro a lettere di scatola che ho
gusto di tutto quello che ti fa gusto».

Egli si lasciava vincere qualche volta da svogliatezza: la penna gli
pesava fra le dita, e la lasciava volentieri da parte. «Oh, io non
iscrivo a nessuno (mandava a dire alla moglie impensierita del suo
silenzio) perchè mi è caro il far nulla, e procuro di coltivarmi più
ch'è possibile questa nobile passione». Ma guai se Vincenzina tardava a
scrivergli! Si adirava.... e scherzava così:

  «Carissima moglie,

Finalmente ho ricevuto tue lettere; ed ho avuto il conforto di sapere
da te che ti trovavi ancora a questo mondo. Per la mia parte ero
certamente scusabile se mi esibivo per marito a qualche bella ragazza.
Basta: lasciamola lì. Certo è che mi consola non poco il conoscere che
tu stia meglio, e che la mamma si vada anch'essa ricuperando. Quanto
alla mamma poi provo un altro gusto dippiù, dacchè non ho saputo
che era ammalata, se non quando fu giudicata fuori di pericolo di
far l'ultima corbelleria. Insomma me ne rallegro, ma proprio proprio
davvero. Salutamela, e dille che la raccomanderò ancor io al Signore, e
che ho fiducia che Dio mi conceda la grazia che gli domando per ragione
anche ch'io sono uno che lo incomoda assai rare volte.

Speravo che fosti in grado di restituirti a Milano per queste feste,
e di venire a Torricella con me e coi signori Casiraghi, ma vedo ora
che ciò è impossibile, e per conseguenza il tuo posto sarà occupato
da qualcun altro. Sappi intanto che per la prima volta avremo là il
Gaspare. Oh che miracolo!

Qui le cose di famiglia vanno benone. Io col gennaio passerò al Monte
Napoleone, con qualche sacrificio di borsa sì, ma con minori dolori di
stomaco. Oh sta bene! Addio: salutami tutti, ma in particolare, come ti
dissi, la mamma. Sono tuo aff.mo marito

                                                              CARLO».

I Casiraghi, cui allude, formavano una famiglia, il capo della quale
soleva bandire splendidi festini, rallegrati da bellissime donne
onde andava superba Milano. Una volta, il Porta fu pregato da lui di
schiccherare un gaio sonettino, perchè Vincenzo Monti onorasse della
sua illustre presenza quelle veglie; e il poeta milanese a infilzare
quattordici versetti ottonari, ne' quali al celebre collega di Parnaso
dice con grazia: «Per oggi riponi pur le tue rime, i tuoi concetti,
e vieni qui a godere in mia casa una delle solite festicciuole. Ti
offro volti che mettono allegria, e tali floride beltà femminili da
imbrogliare chiunque dovesse gettare il fazzoletto. Sono sicuro tu
dirai che sono le Grazie e le Muse che ballano sui bei prati di Pegaso.
Ma forse lo dirò meglio io nel vedere che non manca neppure il loro
Apollo, che sei tu»:

      Per incœu guarna pur via
    I tœu rimm, i tò conzett,
    E ven chì a godè in cà mia
    Vun du solett festinett.
      Te doo facc che mett legria....

e parla di floridezze audaci immancabili.

A un poeta pagano, come il Monti, le curve giunoniche non dispiacevano;
a lui, che, al domani della battaglia di Marengo, aveva portata a
Milano la versione del poema _La Pulcella d'Orléans_ del Voltaire;
versione da lui compiuta in veloci, smaglianti, meravigliose ottave
eroicomiche, quasi superiori a quelle stesse dell'Ariosto; scritte a
Parigi nei tedii malaugurati dell'esilio, che lo salvò dalla reazione
austro-russa; e nelle quali nulla, proprio nulla, velò delle continue
audacie libertine, oscene del cinico iconoclasta francese.

Riguardo al nuovo impiego cui il Porta allude nella lettera alla
moglie, ecco ciò che apparisce da mie ricerche negli Archivi di Stato
di Milano e da memorie autografe del poeta:

Nel 1804 egli fu riammesso, come fu detto, negli uffici governativi,
col titolo di sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del Debito
pubblico. Nel 1808 gli piovve la manna d'un aumento di stipendio e un
elogio per la sua attività e perizia. Nel dicembre 1810 il ministro
delle finanze, Prina, lo volle ispettore aggiunto del pubblico tesoro
e, nel 1812, lo inviò a Mantova per rivedere i conti arruffati d'un
certo Malacarne ricevitore del dipartimento del Mincio. Ma, l'anno
dopo, l'impiegato poeta s'accorge che le mansioni di aggiunto al tesoro
pubblico gli pesano come catene, benchè dorate da quattromila lire
all'anno; chiede di ritornare all'ufficio primitivo di sottocassiere
e l'ottiene senza contrasto. Cassiere generale era Carlo Casiraghi,
quello stesso così amante delle gaie veglie. Al suo posto, nel 1814,
salì quindi il Porta, che, come cassiere, rimase al Monte Napoleone
sino agli ultimi giorni di vita.

Risiedeva quell'ufficio del Monte in un palazzo ornato di resti
d'architettura bramantesca. Ogni mattina, il Porta, che abitava colla
famiglia in quella stessa via, detta appunto anche oggidì del Monte
Napoleone, si recava all'ufficio lento lento, per la podagra che lo
tormentava.

Da una miniatura della famiglia Porta, la moglie del poeta si mostra
simpatica per quella sua aria d'onestà e ingenuità che doveva renderla
cara a tutti. La carnagione è lattea, la bocca vermiglia e piccola.
Gli occhi «color della buccia di castagna alpina», direbbe lo Aleardi,
e tagliati a mandorla, ti guardano con espressione affabile. Lunghe
le brune sopracciglia, la punta del naso leggermente rivolta all'in
su. I capelli bruni le disegnano due curve graziose sulla fronte e le
scendono folti sulle spalle arricciandosi all'estremità. Attorno al
collo, sotto il mento morbido, le gira un velo bianco, alto. L'abito è
azzurro, semplice, con una fascia bianca che la stringe sotto il seno
ricolmo. Un piccolo medaglione le pende dal collo: è il ritratto del
primo marito, Arauco? Sì, e con tanto di parrucca incipriata.

Una rarità: la buona armonia tra suocera e genero. A lei, signora
Camilla, il poeta dedicò versi più che cordiali e pare li meritasse
davvero:

    .... E le dica (_il cuore_) che l'amo di maniera
    Da correr per giovarle se abbisogna
    A vendermi al lavor della galera,
    A chiedere e accettar posto in Bologna,
    Od anche a rimanermene in eterno,
    Come adesso, impiegato subalterno.

E via via.

«Quanta fosse la bontà non solo, ma la candidezza mirabile e la
semplicità dell'animo del Porta, e quanto egli fosse lontano dall'avere
quel carattere d'alterigia e di scherno, che i suoi scritti ponno
far sospettare, tutti quelli che l'hanno conosciuto nelle sociali
relazioni, e più di tutti gli amici intimi del suo cuore lo ponno
testificare», affermava il Grossi nei cenni biografici premessi
all'edizione delle poesie del grande amico suo dopo la morte. Ma
ch'egli fosse turbato e triste, specialmente per la podagra, malattia
di famiglia, che lo tormentava, è vero.

Eppure, c'è una poesiola che ci fa vedere il poeta nella calma della
sua casa. Una breve poesia. Ce lo mostra tranquillo, alla fiamma del
caminetto, con un bicchere di buon vino che assapora; apprendiamo i
suoi gusti e troviamo in lui quel sentimento d'amicizia che lo nobilita
anche agli occhi di chi non sa perdonargli i difetti. Il poeta odia il
cattivo caffè e adora il buon vino.

Egli li scrisse, quei versi, sopra uno de' suoi tanti fogli volanti,
che, nei ritagli di tempo, riempiva di poesie frammentarie appena
cominciate:

      Andee pur, la mia gent,[55]
    Ai dò Colonn, o ai Serv,[56]
    A tœù on cafè che ve sassina i nerv.[57]
      Mì, inscambi, son content
    De stà chì al me camin[58]
    A fà l'amor cont on bicer de vin,[59]
      E savorill e usmall;[60]
    E se se pò toccall cont quai amis,[61]
    Rides adree guardandes i barbis.[62]
      E pœu d'estaa? voo al Gall,[63]
    Voo alla Scala, voo al Gamber, voo ai Tri Re.[64]
    Voo in l'Oronna putost che no a on cafè![65]

L'amico più caro, col quale il Porta avrebbe voluto toccare il
bicchere, sarebbe stato Tommaso Grossi, il suo buon Grossi, ch'egli
aveva conosciuto poco più che giovanetto, avendo l'autore del _Marco
Visconti_ sedici anni meno di lui, essendo nato nel 1791 a Bellano, là,
in quel grazioso paesello del lago di Como che gl'ispirò belle pagine,
e sopra tutto quella commovente della morte del barcaiolo Arrigozzo
annegato durante una notturna bufera nel lago: pagina eterna.

Non avevano segreti quei due amici: si dicevano tutto; si consigliavano
fraternamente di tutto.

Tommaso Grossi dimorava a Treviglio, città tranquilla, nel Bergamasco,
in casa d'uno zio canonico liberale. Quando veniva a Milano assisteva
alle riunioni letterarie che alla domenica si tenevano in casa del
Porta; riunioni che si chiamavano «la Cameretta». Con questo nome
designavasi, una volta, una riunione di sessanta decurioni scelti dalle
famiglie patrizie milanesi, i quali nelle loro assemblee trattavano
i pubblici affari: e la frase _fà cameretta_ esprimeva far crocchio,
tenere seduta, per lo più ristretta e segreta. In quelle domenicali
riunioni gli amici leggevano i propri lavori in piena intimità, senza
pubblico, senza pompa.

Appena Tommaso Grossi lasciava gli amici e ripartiva per Treviglio,
sentivasi svogliato e triste; provava «un vuoto infernale nel cervello
e in tutto il corpo fuorchè nel cuore che, non essendo posseduto da
nessuna femminina contagione, è tutto vostro, tutto quanto», scrive
al Porta, cui ben presto confesserà le proprie pene amorose. Quando
non può partecipare alle riunioni presedute dal Porta, si consola
coll'assistervi in ispirito: «Tutte le volte che arriva la domenica,
io volo col pensiero in casa tua, là, in quella sala, a mano dritta
entrando per l'anticamera, e sto seduto in mezzo a tanto senno, gonfio
e pettoruto del titolo, scroccato immeritamente, di membro della
«Cameretta», e veggo te che sei il presidente, e mi par di sentirti
leggere qualche tua poesia, e gongolo».

Il Porta recitava mirabilmente i propri scherzi, rimanendo serio, il
che dava maggior risalto al comico delle sue poetiche creazioni. Nessun
sorriso su quel volto, che assumeva l'aspetto d'un grand'inquisitore; e
gli ascoltanti a prorompere allora in fragorosa ilarità.

Non usciva verso dalla penna dell'autore del _Bongee_ che il Grossi
non lo vedesse fra' primi. La _Nomina del cappellan_ accrebbe più che
altra poesia gli entusiasmi dell'amico che gli scriveva rapito della
«squisita, amenissima cosa». E ancora: «Non ti so dire quanto sia
piaciuta a tutti quelli cui l'ho fatta sentire: se ne fecero tre copie,
ed anche attualmente l'originale non l'ho io, e gira attorno a delizia
degli orecchi trevigliesi».

Una delle dolci espansioni del Grossi è: «Ti prego, in nome di quella
tenera amicizia che mi accordi e di cui vado superbo, di scrivermi
tosto e di scriver molto».

La gentilezza fiorisce nel Grossi, anche quando non parla dell'amico
all'amico. Gli narra le vicende d'una buona famiglia così:

«Caro Porta, che delizioso spettacolo quello d'una madre che rivede
suo figlio dopo una lontananza di tanto tempo!... Io ho partecipato
alla gioia di quella buona famiglia ed ho passato una giornata delle
più belle di mia vita: che contento! che effusione di cuore! Le parole
non vi arrivavano; bisogna piangere del piacere; e, difatti, ho pianto
anch'io con loro, ma d'un pianto deliziosissimo!...»

Nel _Politecnico_, periodico di scienze ed arti (annata 1866), si
legge una amena lettera di Carlo Porta a Tommaso Grossi; lettera
autobiografica. La vita di pubblico impiegato del poeta v'è dipinta, e
vi batte il suo cuore d'amico fedele:

  «Amico carissimo,

    Barbaro traditore,
    Mandar lettere chiuse?
    Non ti allattâr le muse,
    Non ti fu padre Appol.

»C'è mancato proprio proprio un cece che la vincesse sopra di me la
tentazione di alzare adagio adagio quel tantino di ostia, e mi mettessi
a leggere quelle due letterine che mi hai compiegate. La tua crudeltà
meritava questa soperchieria, ma la religione mia ha trionfato, e
mi ha fatto rispettare, come rispetto, quell'invido azimo che mi
nasconde tanto tesoro. Dio me ne rimuneri! A quest'ora avrai avuto una
lunghissima mia, scritta un po' di notte alle spese del sonno, ed un
po' di giorno tra lo strepito del denaro, e le querimonie dei creditori
di S. M. che mal soffrono la mia vacanza del mercoledì e del sabato. Nè
questa circostanza io l'accenno perchè dalla bontà tua mi si conceda
un passaporto a tutti i maccheroni che avrò stampati in essa lettera,
ma perchè ti piaccia incolpare tutt'altri che me, e la volontà mia
se lascio sfuggire qualcuna delle ordinarie occasioni che mi offre
san Paolo (_sic_) per codesto paese. Anche oggi scrivo nel mio modo
solito, nel tiretto cioè del mio bancone di ufficio, e tratto tratto
conviene che lasci la penna per servire i bravi e buoni reverendoni
della campagna che vengono a truppe a riscuotere le loro congrue ed i
redditi de' loro benefizi. Stamattina alle ore cinque e mezzo è partito
il nostro amatissimo Tacchini, che speriamo di ritorno fra tre mesi.
Io l'ho posto in carrozza, e siccome mi ha caldamente raccomandato
di salutare per lui tutti gli amici comuni, così saluto te per primo,
che occupi uno de' posti più distinti nel suo cuore. Partito Tacchini,
corsi per isbalordirmi al Duomo e salii in fretta in fretta fino alla
loggia ultima, quella che gira in cerchio sotto i piedi della Madonna,
e lassù mi gustai un eccellente caffè che il pietosissimo don Camillo,
altro degli ostiari, ebbe la degnazione di recarmi sotto la veste
talare pel solo magro compenso di goderne gli avanzi. Di là spinsi un
paio d'occhioni anche verso codesto Treviglio, ma non potei fissarne
che il meridiano, ossia il luogo ove dovrebbe essere verosimilmente
piantato, e sarà miracolo se vi sarà giunto qualche pezzo di quella
benedizione papale, che ho tagliata giù senza economia e diretta con
tutto l'animo a codesto paese. Mi fa gratissima sensazione quanto
mi dici di tuo zio, così pel cangiamento a riguardo tuo, come per la
soddisfazione che egli ha della nostra amicizia. Io pure desidero di
conoscerlo personalmente e l'avrò per un regalo squisito di conoscerlo
presto. Quanto a' miei strambotti, tu mi conti cosa da farmi ....
sotto dal gusto, poichè finora ho sempre tremato per la mia gloria
poetica, tuttevolte che passarono per le orecchie dei preti. Io non mi
sono mai accorto d'essere poeta morale, e ciò sarà forse uno di quei
doni di Iddio che ci entrano in corpo per afflato e di cui ci si trova
al possesso senza avvedersene. Per di meglio, io sono il bue che non
conosce la propria forza. Rossari non l'ho più visto da sabato a questa
parte, e credo che non lo potrò vedere prima di domattina, dunque le
commissioni tue per lui rimangono per forza aggiornate. Mi spiace che
l'appetito ti giovi meno costà che in Milano. Credo anch'io che il
caldo ne avrà in parte la colpa, ma guàrdati che l'applicar troppo
colla mente non faccia il resto. Caro amico, poni mente ai precetti
dello zio che sono santissimi e godi in santa pace quel buontempone che
ti prepara, il quale goduto colla mia ricetta è il ristoro specifico
del corpo e dell'anima. Oh caro quel far nulla! non vorrei essere il
duca Litta per altra cosa, che per dormire un mese di seguito e farmi
fare intorno ogni faccenda dalle altrui mani. Anche delle tempeste mi
sono tolto la mia parte di cruccio e mi spiacquero le notizie che mi
sono venute da te, quelle che mi arrivarono da altri amici ma più di
tutto quelle che mi pervennero da Torricella, ove in quelle mie poche
badilate di terra la Provvidenza ha lavorato di gragnuola una mezz'ora
dippiù del bisogno per dissetarle. Non farò per questo la buggera del
nostro celebre Ceriani, che si accorò tanto della stessa disgrazia che
sta ora per riconsegnarsi al seno di Abramo.

»Non dirai che non t'abbia seccato quanto che basti. Addio; ricòrdati
del Ceriani, e tollera in pace questa tempesta che ti porto io.

  »Milano, 15 luglio 1817.

                                               »Sono tutto tuo affez.

                                                        »CARLO PORTA.

»_Al signor Tommaso Grossi_

»_Treviglio_».

Il Porta si congratula per il cambiamento dello zio del Grossi. Quale
cambiamento?

Ecco: il Grossi era protetto dallo zio canonico, che gli faceva da
padre e voleva guidargli l'ingegno. Allo zio non garbava che il nipote
si consacrasse alla poesia: non voleva che fosse uno del cenacolo della
«Cameretta». Carlo Porta inviava allo stesso Grossi undici quartine
italiane, colle quali si congratulava con lui perchè lo zio canonico
gli permetteva alla fine d'occuparsi di poesia. Le quartine del Porta
cominciano burlescamente:

      Ha fatto bene il zïo a ravvedersi
    Di quel suo odio contro le Camene,
    Ch'era un peccato il non piacergli i versi.
    E però a ravvedersi ha fatto bene.

Egli stesso li chiama «orribilissimi e tristi versacci», buttati giù
per ridere. E soggiunge:

«So bene che a me Carlo Porta la virtù di far versi toscani che valgano
a foderare li tuoi _Non homines, non Dii, non concessere columnæ_.
D'altronde poi, in queste quartine leggivi un sentimento del cuore, il
piacere cioè che tuo zio s'accontenti che tu rimanga dei nostri e che
ti prometta di beatificarci co' tuoi mirabili versi.»

Un altro passo della lettera del Porta vuole una spiegazione: «Io non
mi sono mai accorto d'essere poeta morale....»

«Tutte le sere (scrive il Grossi all'amico) leggo a questi nostri
preti, che si riuniscono in casa di mio zio, qualcuna delle tue poesie:
a quest'ora ho letto _I disgrazi de Giovannin Bongee, El viagg de Fraa
Condutt, Fraa Zenever_, tutti i sonetti: mi mancano propriamente le
parole per descriverti le smanie che fanno tutti questi miei uditori:
chi si sdraia colla pancia contro il tavolo, chi si rovescia sur una
sedia, chi si tiene stretti i fianchi colle mani. Bisogna che tu sappi
che mio zio, come mi par d'avertelo detto, è giansenista, e quelli che
frequentano la sua casa, se nol sono nel modo risoluto e deciso con
cui lo dichiara egli, vi pizzicano però tutti un poco, e così accolgono
collo zelo cristiano d'un fedele che cerca di riformare gli abusi della
Chiesa tutte le tue satire contro i preti ed i frati; e v'ha chi ti
paragona al grande Erasmo di Rotterdam, il quale non con tutto il tuo
vigore, perchè trattenuto dai tempi, ma però con molta libertà, dà la
berta come fai tu ai preti e ai frati, che strapazzano la religione
facendola ridicola agli occhi degl'increduli....»

Ecco lo spirito morale che si scopriva nelle satire del Porta dai preti
liberali della campagna. Nella città non ne mancavano.

«Addio il mio caro Porta, onore e gloria della lingua nostra!» Così lo
salutava il Grossi.

Il Torti, che formò poi a Milano, col Manzoni e col Grossi, la
«trinità» che al giovane Giovanni Prati «novo catecumeno — covò le
prime rose» — quando venne a Milano con la sua «_Edmenegarda_ in seno»
— il Torti, ch'era d'un solo anno più anziano del Porta, gli fu amico;
e anche con lui il poeta del _Bongee_ si trovava nelle fide riunioni
poetiche. Al Torti il Porta indirizzò un sonetto durante l'ardore della
lotta fra classicisti e romantici; un sonetto maccheronico. Giovanni
Torti era bellissimo, d'alta statura, tipo del poeta che una volta
piaceva alle ragazze. Nato a Milano, fu il più diletto discepolo del
Parini. Vestito l'abito del chierico, lo lasciò al sopravvenire de'
Francesi, e salutò in un inno l'albero della Libertà, che vide cadere.
Il Comitato della pubblica istruzione l'ebbe suo segretario; posto che
mantenne a lungo: attraverso varie fortunose vicende milanesi, si salvò
in quella navicella. Chi non conosce la sua epistola Sui _Sepolcri
d'Ugo Foscolo e d'Ippolito Pindemonte_, che fu ritoccata dallo
stesso Foscolo? I suoi sciolti _In morte della moglie_ sono un grido
angoscioso del cuore. È la sua «pagina eterna».



XVI.

 _Napoleone. — È imperatore in Francia e re in Italia. — Il
   figliastro vicerè. — Apatia politica del Porta e d'altri lombardi.
   — Un sonetto amaro del Porta. — Amenità di medici. — Cerimonia
   dell'autoincoronazione di Napoleone a Milano. — Dietroscena
   in famiglia. — Il Regno italico e le sue feste. — Consigli di
   Napoleone a Eugenio. — Gli dà moglie. — Nozze d'Eugenio con
   Augusta Amalia di Baviera. — Vecchia e nuova aristocrazia. — Il
   terribile caso del conte Archinto. — Folla di Grandi a Milano. —
   Nuove istituzioni civili. — E la libertà politica?_


La sterminata ambizione di Napoleone Bonaparte, che si sentiva mandato
sulla terra a compiervi grandi cose, di questo Nabucco di genio dal
satanico orgoglio, arbitro di popoli, di sovrani, di papi tremanti
dinanzi alle sue brutali minaccie, non poteva appagarsi d'un Consolato
a vita fattosi conferire in Francia e d'una parziale repubblica fattasi
conferire in Italia. In Francia egli voleva esser imperatore e in
Italia re. Ma le due corone sarebbero bastate alla sua inestinguibile
sete d'impero?.... Arrivato alla sommità, si lasciò cogliere dalle
vertigini, passò d'errore in errore, di delitto in delitto verso
la creatura umana calpestata per il proprio trionfo, e precipitò
nell'abisso, morendo, meteora di sangue, in un'isola, fra le malinconie
dell'oceano.

Uno storiografo di questa Lombardia, che pure ottenne da Napoleone
beneficii non dimenticabili, lo giudica con severa, ma serena equità:

«Era nel giugno 1813, prima della battaglia di Lipsia, dopo le
vittorie di Lutzen e di Bautzen; e la pace, che avrebbe potuto allora
concludere, gli avrebbe lasciata una Francia circoscritta dal Reno,
dalle Alpi, dai Pirenei, vale a dire la maggior Francia che sia lecito
di immaginare duratura. Non gli bastava ancora; e, dopo aver lasciato
quattrocentomila uomini nelle steppe gelate della Moscovia, dopo avere
strappato dai focolari di mezza Europa due generazioni di fanciulli, —
dichiarati adulti per necessità di guerra, — al principe di Metternich,
che gliene faceva l'osservazione, rispose, scagliando irosamente a
terra il cappello: «J'ai grandi sur les champs de bataille, et un homme
comme moi se soucie peu de la vie d'un million d'hommes!» L'uomo che
ha osato pronunciare queste due frasi è, nei rispetti della morale
politica, un uomo giudicato. Sulla sua tomba possono assidersi, vindici
generose, la pietà e il perdono; ma egli non ha diritto di usurpare
ai posteri quel sentimento di leale ammirazione che le coscienze
oneste debbono riservare agli eroismi del sacrificio, ai benefattori
dell'umana famiglia».[66]

Nel maggio del 1804, un decreto del Senato francese conferì a Napoleone
l'impero. Egli costrinse allora il vecchio titubante Pio VII a
varcare le Alpi, a portarsi a Parigi e a consacrarlo imperatore. La
consacrazione del novello Carlo Magno avvenne nella gotica chiesa di
_Nôtre Dame_, che Victor Hugo doveva magnificare, e fu _Napoleone I_. E
fu imperatrice di Francia Giuseppina Tascher de la Pagerie, sua moglie,
vedova del generale Beauharnais, morto nel 1794 sulla ghigliottina.
Così la rivoluzione francese, divampata sotto lo scettro d'un povero
imbelle re per diritto divino, fabbricatore dilettante di serrature,
dopo d'avere annientati per sempre iniqui privilegi feudali, e dopo
d'avere attraversato un mare di sangue e di scelleraggini, in dodici
anni di repubblica, finiva in un impero militare assoluto.

La Repubblica italiana aveva spianato a Napoleone la via del trono
fra noi. Napoleone mandò a Milano due suoi fidi emissari, Cambacérés
e Marescalchi, a preparare gli animi al regno: il primo, già membro
del Comitato di Salute pubblica a Parigi, fu creato poi duca di Parma;
il Marescalchi, bolognese, già membro del Direttorio della Repubblica
cisalpina, era allora ministro della Repubblica italiana a Parigi, e
doveva diventarlo, per volere di Napoleone, anche del Regno italico.

Il primo effetto della missione fu l'atterramento dell'albero della
Libertà in piazza del Duomo e in altre piazze, fra gli sdegni veementi
dei repubblicani puri, alcuni dei quali vennero incarcerati. O poco
illustre, disgraziato albero! Eri stato eretto e adorato dai fanatici
come l'albero eccelso del bene universale. Guai all'infelice che non
si chinava al tuo sacro legno taumaturgo! E così presto cadevi, a
colpi di vili scuri, come l'albero del male. Il berretto frigio, che
ti sormontava, cambiò forma e colore: si trasmutò in corona, aborrita
ieri, imposta oggi.

Il Melzi, d'un tratto scomparve. Dov'era andato? Napoleone lo aveva
chiamato a Parigi, tenendolo in segreto colloquio per più di quattro
ore. La Consulta si recò a offrire pomposamente la corona d'Italia
a Napoleone e a votargli un monumento; ma quando il Melzi uscì dal
gabinetto dell'imperatore, il Regno d'Italia era bell'e decretato.[67]

Il 16 marzo 1805 arrivò a Milano Eugenio Beauharnais, figlio
venticinquenne di Giuseppina, valoroso soldato in Egitto e a Marengo,
gran cacciatore, gran ballerino, dedito ai bassi amori, di modi
burberi, smanioso di pompe e d'omaggi; destinato a essere il vicerè del
nuovo regno; egli, che, all'epoca del Terrore, al domani del supplizio
del padre, era stato inscritto fra i più umili operai.

Giunse a Milano; ma non raccolse alcun segno di simpatia. Silenzio
glaciale.

E, il 31 marzo, la voce del cannone (trecento colpi) annunzia a
Milano l'istituzione del Regno. Ma le finestre del palazzo di Luciano
Bonaparte restano chiuse. A tutti è nota l'avversione di lui per il
tremendo fratello, ch'egli aveva pur validamente aiutato nel colpo di
Stato del 18 brumaio a Parigi.

Un'altra voce ora, quella dell'ufficiale banditore, s'intende: legge,
nei vari quartieri di Milano, l'atto d'inaugurazione di quello che Ugo
Foscolo chiamerà, ironico, nei _Sepolcri_ «il bell'italo regno». Il
popolo s'affolla, ascolta, ma non applaude.

Passa di mano in mano un fierissimo sonetto contro Napoleone, mentitore
di libertà. Di chi è? Si sussurra un nome: il nome del veronese
Giuseppe Giulio Ceroni, soldato e poeta alfieriano.

Carlo Porta non si unisce a chi discute sul nuovo mutamento, dopo
tante trasformazioni subìte. Battagliero per indole, caustico, pungente
contro la vecchia aristocrazia dal ridicolo sussiego spagnolo; contro
i nobili villani e proni agl'idoli coronati; contro gli stessi
arcivescovi privi di dignità; contro i preti venali e i monaci
parassiti; contro la letteratura fatua, convenzionale, ammuffita;
contro francesi e italiani che osano sparlare della sua diletta Milano,
ora si rassegna al giogo politico, pur di godere la pace. Nessun grido
di vero italiano vibra dal suo verso, dal suo cuore. Quanto differente,
anche in questo, il Maggi, che in pieno dominio spagnolo, con un
sonetto invocava nientemeno che l'unità italiana, rivolgendosi alla
Repubblica di Venezia, la sola libera allora e guerriera impavida sul
mare d'Oriente contro i Turchi barbari! Il Maggi domandava:

    Unita or che saria l'inclita gente
    Per la difesa almen della sua pace?

Carlo Porta è persino corrucciato contro chi parla d'indipendenza, e
prorompe:

«Al diavolo i politicanti seccatori! A che tanti discorsi e tanti
ragionamenti? Già, un basto, alla fin dei conti, bisogna portarlo; ed
è inutile pensare di farla da padroni. E quando questo basto dobbiamo
averlo sulle spalle, eternamente e senza remissione, che importa a
noi che sia d'un gallo, d'un'aquila, d'un'oca o d'un cappone? (_Qui il
Porta col ‘gallo’ allude, si capisce subito, alla dominazione francese,
e con la parola ‘aquila’ all'Austria_). Per conto mio, credo che il
meglio possa essere il partito di far finta di nulla, e pregare di non
cambiare tanto spesso di basto. Se no, col portar da un posto all'altro
le durezze delle traverse del basto, avremo uno spelamento maledetto e
nient'altro». Ma ecco il sonetto:

      Marcanagg i politegh seccaball!
    Cossa serv tant descors e tant reson?
    Già on bast infin di fatt bœugna portall
    E l'è inutil pensà de fà el patron.
      E quand sto bast ghe l'emm d'avè sui spall
    Eternament e senza remission,
    Cossa ne importa a nun ch'el sia d'on gall,
    D'on'aquila, d'on'oca, o d'on cappon?
      Per mì credi ch'el mej el possa vess
    El partii de fà el quoniam, e pregà
    De no barattà tant el bast de spess.
      Se de nò, col portà d'on sit a l'olter
    I durezz di travers, rëussirà
    On spelament puttasca e nagott d'olter.

Ben altro linguaggio tennero sempre due illustri amici di Carlo Porta:
Ugo Foscolo e Giovanni Berchet! E quanti altri mai, per fortuna nostra!

Ma l'apatia del Porta si notava allora in molti. La stessa Consulta
dovette umilmente confessarlo in un suo rapporto ufficiale.[68]

Ma ecco si annuncia, fra la grande emozione, che Napoleone sta per
arrivare ed essere incoronato re nel Duomo. La notte sopra il 9 maggio
1805, infuria un turbine, che rovescia l'arco di trionfo eretto davanti
al palazzo reale. Il novello sovrano ha voluto sostare a Pavia, dove
all'avvocato Camillo Campari, con la perfida sua impudenza, ricordava:
«Siamo vecchi conoscenti». E alludeva a un giorno orribile, il 25
maggio 1796, quand'egli, sfondata col cannone la porta della città
decisa a non riceverlo, l'aveva abbandonata al saccheggio. Entrando
nell'aula dell'Università, inchinato dai professori, Napoleone chiese
al medico Carminati qual differenza trovasse «fra la morte e il
_someglio_». Il professore, che non conosceva il francese, non capì
che Napoleone aveva tradotto in quel bel modo il vocabolo _sommeil_, e
improvvisò una dissertazione fra la morte e il _suo meglio_.[69]

Più ameno un altro medico demagogo, poi diventato preclaro, e conte e
senatore del Regno italico, Pietro Moscati, che sosteneva essere l'uomo
creato per camminare con le mani e coi piedi insieme.

«Da che porta entrerà Napoleone?» domandavano i Milanesi.

Neppure le autorità lo sapevano. Quando si seppe ch'egli giungeva da
Pavia, si eresse a Porta Ticinese, ribattezzata poi Porta Marengo,
un arco trionfale. Tutto il 9 maggio gran folla sulle vie, le case
addobbate. Alle sei della sera, Napoleone entra alla fine in Milano, in
un corteggio fantasmagorico interminabile.[70] Precedono i consultori,
in mantello di seta verde e cappello con piume bianche; i consiglieri
di Stato e i membri del Corpo legislativo vestiti pure in verde e
oro; i membri dei Collegi elettorali con tanto di ciarpa dalle frangie
d'oro; i funzionari pubblici in vesti dorate; i possidenti con ciarpa
bianca, turchina i dotti, rossa i commercianti; e seicento corazzieri;
e Napoleone Bonaparte in sontuoso cocchio, con Giuseppina, tirato da
otto cavalli, seguito da quindici altri cocchi a sei. Davanti alla
scalinata del Duomo, il regale cocchio si ferma. Sugli scalini sta ad
attenderlo, in alta pompa, il nuovo arcivescovo Caprara con sedici
vescovi in mitria e dieci vicari, e tutti discendono. Il Caprara
pronuncia augurii devoti, ardenti, incensa il «Giove terreno» e
l'imperatrice beata.

Ma la moltitudine non accoglie Giove con manifestazioni di giubilo
verace. Mademoiselle d'Avrillion lo confessa nei suoi _Mémoires_:

  Tous les services étaient réunis et formaient un magnifique
  cortège; la population garnissait les fenêtres des maisons et
  affluait dans les rues. Néanmoins, nous remarquâmes je ne sais quoi
  de contraint dans les acclamations qui saluèrent leurs majestés;
  les cris furent plus populaciers que populaires;_ enfin, il n'y
  eut point de joie réelle_; je ne sus à quoi l'attribuer: je sais
  seulement que l'empereur en parla à l'impératrice, mais je n'en
  appris pas davantage, sa majesté ayant gardé avec moi le plus
  profond secret à cet égard.[71]

Ma arriva il 26 maggio, il gran giorno dell'incoronazione a re d'Italia.

L'aurora spunta radiosa. Milano è tutta in curiosità, in aspettazione,
e in festa almeno apparente.

Nel Duomo, sfarzosamente parato di diffusa seta vermiglia, irradiato
da mille lumi, risonante di musiche e di canti, alla presenza
degli ambasciatori inviati dalle potenze straniere, il piccolo,
esile, livido eroe, nell'ampio mantello di velluto verde dal lungo
strascico, sostenuto dai grandi scudieri di Francia e d'Italia, in
uniforme di gala; seguìto dai ministri, dai consiglieri, da ufficiali,
decoratissimi, da araldi, dalle dame che portano doni, e da paggi
all'uso medievale, incede rigido, altero, girando qua e là «i rai
fulminei», stringendo, nella destra, lo scettro e, nella sinistra, la
mano della Giustizia. Dal Castello tuonano le artiglierie; suonano,
conclamanti, le campane di tutte le chiese.

L'imperatrice, giunta a mezzogiorno nel tempio, è ritta, già nella
tribuna a lei destinata, con la cognata Elisa. Napoleone a passo
sicuro, superbamente, attraversa la cattedrale, sotto un ricco
baldacchino dorato, sorretto dai canonici, e sale sul trono rialzato
nel coro. Squilla ora una marcia trionfale; echeggiano applausi; e
l'arcivescovo Caprara intuona il _Veni, Creator_....

Sull'altar maggiore, posa la «Corona ferrea», venerata da dodici
secoli nella basilica di Monza. Si dice formata da un chiodo della
Croce; ma è leggenda non antica.[72] Il pontefice san Gregorio Magno
la diè, secondo una non immutata tradizione, alla pia regina longobarda
Teodolinda, perchè servisse a incoronare i re d'Italia. La prima certa
incoronazione fatta con quel cimelio, è del 1081, sulla testa d'Enrico
IV. Napoleone l'aveva predata nel 1796 (cosa che nessun conquistatore
aveva osato) e portata a Parigi; poi la restituì.... per incoronarsi di
propria mano.

Infatti, l'arcivescovo Caprara la prende, e fa atto di porla sul capo
di Bonaparte, ma questi l'afferra con ambe le mani, se la calca sulla
testa, e, nel silenzio profondo del solenne momento, con la sua voce
stridula ma terribile, grida: «Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!»
Poi la colloca un istante sulla testa di Giuseppina e la rimette
sull'altare. Consegna al figliastro Eugenio la spada, e, durante la
messa cantata, al _Credo_, pronuncia ad alta voce il giuramento «di
mantenere l'integrità del regno, di rispettare e far rispettare la
religione dello Stato, l'eguaglianza dei diritti, la libertà politica e
civile, l'inviolabilità delle vendite dei beni nazionali, di non levare
alcuna imposta, di non stabilire veruna tassa che in virtù della legge,
di governare con la sola mira dell'interesse, della felicità e della
gloria del popolo italiano».

Si fa profondo silenzio. Il capo degli araldi d'arme s'avanza e
proclama a voce sonora: «Il gloriosissimo e augustissimo imperatore
Napoleone è incoronato e intronizzato. Viva l'imperatore e re!» E mille
voci ripetono: «Viva l'imperatore e re!»

Il giorno dopo, Napoleone nomina il principe Eugenio vicerè del Regno
italico, serbando a sè le sovrane attribuzioni in tutto e per tutto.

Quando Napoleone si calcò con tutt'e due le mani sulla testa la Corona
di ferro era raggiante di gioia, narra nei _Mémoires_ mademoiselle
Avrillion, la quale assisteva alla cerimonia, e soggiunge queste
veridiche parole:

  Lorsque l'on fut de retour au palais, j'étais occupée dans la
  chambre de l'impératrice, quand l'empereur y vint: il était d'un
  gaîté folle; il riait, il se frottait les mains, et dans sa bonne
  humeur il m'adressa la parole: «Eh bien! mademoiselle, me dit-il,
  avez-vous bien vu la cérémonie? Avez-vous bien entendu ce que j'ai
  dit, en posant la couronne sur ma tête?» Il répéta alors, presque
  du même ton qu'il l'avait prononcé dans la cathédrale: _Dieu me l'a
  donnée, gare à qui y touche_!

Napoleone, assistito dalla sua stella, si avviava felicemente verso il
culmine della potenza, e poteva ridere.

Fu dato un gran ballo, in onore delle loro maestà. Molte signore;
ma i loro vestiti erano meschini e non freschi, dice mademoiselle
d'Avrillion parlando delle milanesi. Molti diamanti antichi di
famiglia, ma male legati, soggiunge; e dello stesso parere era
Giuseppina, che ne possedeva soltanto di moderni, acquistati di
fresco....

  .... Ce qui nous divertit beaucoup, habituées que nous étians a
  préférer l'élégance et le bon goût à la richesse....

Il ballo si protrasse a lungo nella notte. Si ballarono le contraddanze
francesi, valzer e la monferrina, danza nazionale in tutta l'Italia
settentrionale. Il principe Eugenio ballò molto ammirato dalle dame
della Corte. La duchessa di Rovigo brillò su tutte le dame per la
grazia della svelta persona e della sua danza.

Il grande imperatore e re sfoggiava, anche nella reggia di Milano,
le sue abitudini domestiche detestabili. Menava scapaccioni e tirava
le orecchie alle cameriere per sollazzo: andava di frequente nel
gabinetto di Giuseppina, e si divertiva a darle delle botte con le
palme delle mani sulle spalle nude. Ella aveva un bel dire: _Finis
donc! finis donc!_ Bonaparte continuava, tanto prendeva gusto a quel
giuoco villano. Giuseppina si sforzava a ridere, «ma io più d'una
volta le sorpresi le lagrime», ricorda pure nei _Mémoires_ la sua fida
d'Avrillion.

A dir vero, Giuseppina piangeva con facilità. Quando lasciava Milano
per gl'incanti del lago di Como e del lago Maggiore, l'Aldini, già
presidente del Consiglio di Stato della Repubblica italiana, le disse
cosuccie graziose, che la commossero sino al pianto. Povera donna!
L'imperiale marito doveva farle spremere, più tardi, ben altre lagrime!

In memoria della sua solenne incoronazione a re d'Italia, Napoleone
istituì l'ordine cavalleresco della Corona ferrea, oggi sparito con
l'annientamento dell'Austria compiuto dalle nostre armi gloriose, e
ordinò che fosse ultimata la facciata del Duomo, dove la memoranda
cerimonia si svolse. Volle ricevere i ricchi della città; volle
informarsi di tutto e sapere di tutti; voleva conoscerli per
isfruttarli a lor tempo; ma degli italiani non professava molta stima,
e lo diceva a Eugenio mettendolo in guardia.

Gli ammonimenti e le istruzioni che il grande patrigno lasciò per
iscritto al figliastro, inesperto e ignorante, rivelano la mente
poderosa e acuta dell'astuto e formidabile reggitore. Bastino queste:

  — All'età vostra non si conosce la perversità del cuore umano;
  per lo che non sapremmo abbastanza raccomandarvi circospezione e
  prudenza.

  — Non accordate piena fiducia ad alcuno: non esternate la vostra
  opinione sui ministri e sui grandi ufficiali che vi circondano.

  — Parlate il meno possibile, perchè non abbastanza istrutto per
  sostenere una conversazione. Ascoltate e persuadetevi che sovente
  il silenzio vale la scienza.

  — Presiedete di rado il Consiglio di Stato; il non conoscere
  la lingua e la legislazione del paese vi forniranno una scusa
  plausibile.

  — Non fidatevi delle spie: l'averne è più dannoso che utile.

  — Studiate la storia di ciascuna città del mio regno d'Italia, e
  visitate le fortezze e i luoghi più celebri per combattimenti. È
  probabile che, prima di trent'anni, dobbiate guerreggiarvi; e la
  conoscenza del territorio è prezioso acquisto.

  — Supremo interesse per voi è di ben trattare gli Italiani,
  conoscerne i nomi e le famiglie.

  — Siate grandioso coi rappresentanti delle potenze estere, i quali,
  a rigor di termine, sono spioni titolati.

  — Siate inflessibile coi furfanti: la scoperta d'un truffatore è
  una vittoria per l'amministrazione pubblica.

Non per il solo Eugenio, ma per ogni principe tali precetti potevano
tornare preziosi, e ancor oggi conservano il loro forte aroma. Ma la
mente del vicerè non era da tanto: il patrigno lo sapeva; tuttavia lo
adottò come figlio.

Più amata di Eugenio sul vicetrono d'Italia si mostrò la consorte
che l'imperatore gli scelse: la principessa Augusta Amalia, figlia
del re Massimiliano di Baviera; soave bellezza, d'illibati costumi,
degna del canto immortale che Ugo Foscolo le consacrò nelle _Grazie_
quando nessun favore poteva il grande poeta attendersi dal suo liberale
omaggio. Carlo Porta non poteva consacrare ad Amelia festive ottave
come quelle dettate per l'arciduchessa Beatrice Ricciarda d'Este
protettrice del poeta milanese Domenico Balestrieri? Le meritava.

Quando Eugenio condusse la bellissima sposa a Milano si rinnovarono le
feste dell'incoronazione. Il teatro alla Scala, illuminato a giorno,
accolse la coppia vicereale fra le mille ghirlande di fiori ond'erano
rivestite le pareti della sala; e si era in febbraio! Le serre furono
spogliate.

Vestito da semplice cacciatore della guardia, in mezzo a generali
sfolgoranti di decorazioni e d'oro, Napoleone assisteva attento alle
rassegne militari, imponendo una coscrizione di seimila uomini per
l'esercito, chè voleva ritemprare, e lo disse, nella gioventù italiana
l'amor delle armi. Già avendo inviato nostre truppe lungo la spiaggia
di Calais aveva fatto osservare che la bandiera italica sventolava
per la prima volta, dall'epoca dei Romani, sulle rive dell'Oceano. E a
noi, nel suo infrancesato italiano, aveva detto: «Voi non sarete _ni_
francesi, _ni_ tedeschi, ma italiani».

Intanto, ordinava che le nostre scuole fossero modellate sulle
francesi; e imponeva il Codice francese. Deputava peraltro un'eletta
di giuristi nostri a compilare un Codice di procedura criminale e un
Codice penale. Inoltre riordinava il debito pubblico sotto il nome di
«Monte Napoleone»; fissava le spese in 88,660,000 lire all'anno; voleva
che si compisse il Naviglio di Pavia (arduo lavoro); e accordava la
libertà di stampa. Ma volle che si scemasse il numero dei birri; e ne
avvenne che i furti e le aggressioni sulle strade imperversarono ancor
più. Si era ritornati ai tempi peggiori di Maria Teresa.

Ben presto, un ordine ristabilì una commissione militare condannante
senza revisione. I condannati erano puniti con la morte entro
ventiquattro ore. E bisognava ben pulire Milano, perchè ella era
chiamata a essere la capitale d'un regno; focolare e centro di una
vita nuova, di cultura, di legislazione. A un grande compito la città
di Milano era chiamata da Napoleone: a mettersi a capo della civiltà
italiana; e Milano, allora, arricchita d'uomini sommi, in essa chiamati
o convenuti, rispose magnificamente all'appello inusitato.

Milano, co' suoi nuovi istituti, con le nuove riforme, divenne una
metropoli animatissima, florida, invidiata. Il denaro correva. «Essa
è la sola città, scriveva Napoleone, che abbia tutto guadagnato in sì
breve tempo e con sì scarsi sacrifici».[73]

Sì; ma il donatore rinfacciava il dono. E ad Eugenio scriveva da Saint
Cloud: «Non lasciate dimenticare agl'Italiani che io sono padrone
di fare quello ch'io voglio.... La vostra divisa è semplicissima:
_l'imperatore vuole così!_, ed essi sanno ch'io non muto voleri».

E ciò poco tempo dopo il solenne giuramento in Duomo, che conosciamo!...

Ma l'inflessibile dispotismo napoleonico, larvato di crescenti fulgori,
imprimeva la sua grandiosità in tutta la vita di Milano. Ricevimenti
fastosi a Corte, feste e feste dappertutto, e continue; spettacoli,
musiche, canti, balli, intrecci d'amori: una vertigine gioconda.
Nella immensa Arena, costruita su disegno dell'architetto Luigi
Cagnòla per cenno di Napoleone, s'imbandì, nel 1809, un banchetto
a tremila soldati, presieduti dal generale Pino. Immaginarsi quale
frastuono assordante di voci, d'evviva, quale cozzo di bicchieri, quale
acciottolìo di piatti e di scodelle! Tutti mangiavano con le mani,
s'intende, come usava Napoleone.

La vecchia aristocrazia aveva rimessi alla luce tutti i suoi titoli; e
la nuova aristocrazia, creata dal Bonaparte in barba alla Rivoluzione
francese dalla quale era sorto, gareggiava con la vecchia nello sfoggio
delle novelle corone. Le decorazioni imperiali piovevano abbondanti.
Non se n'erano mai viste in sì gran numero, e si ambivano, si
sfoggiavano spesso in occasioni di visite principesche, di ricevimenti
a Corte, di spettacoli eccezionali alla Scala.

Alcuni dell'antica arcigna aristocrazia affettavano di rimanere
sdegnosi in disparte dal fastoso, allegro bailamme. Recentissima
era la tomba del conte Carlo Archinto, grande di Spagna, tenace ai
propri ricchissimi forzieri, ma più ai titoli avìti. Un giorno, per
un malaugurato accidente, rimase rinchiuso entro la cripta nella quale
nascondeva mucchi di monete d'oro. Solo dopo parecchie ore di mortali
angoscie fu scoperto dal fido cameriere. Per lo spavento di rimanere
sepolto colà si ebbe, vecchio qual era, una scossa sì forte che in
breve uscì di vita. Lasciò larghe dovizie all'Ospedale.

Milano, divenuta capitale del Regno italico, comprendeva 24
dipartimenti, che si estendevano sino a Fermo e Macerata, con 2155
comuni e 6,700,000 abitanti. Milano contava 146,780 abitanti, compresi
i sobborghi (_Corpi Santi_).

Eccelsi, forti ingegni illustrarono, come si è detto, il Regno
italico: Ugo Foscolo, il fulvo indemoniato Ugo, che diè di «liberal
carme l'esempio», appassionato, stupendo poeta di sepolcri, di eroi,
di grazie e femminili bellezze; Vincenzo Monti, che parve esprimere
nella sua sonante magniloquenza la grandiosità del frastuono e bagliore
napoleonico; in luogo dell'invano desiderato Antonio Canova, statuario
innovatore divino della classica purezza, splende il Pacetti statuario
del Duomo; e Andrea Appiani, nobilissimo classicista del pennello, di
gentil volo. L'astronomo abate Oriani, figlio di poveri contadini, che
aveva negato il giuramento alla Repubblica; l'astronomo Piazzi, che
scoprì _Cerere_; Alessandro Volta, il cui nome resta congiunto per
sempre a quello di Galileo e del Newton, sommo e nuovo in ogni ramo
di scienza trattato dal suo genio, grandeggiano. E Angelo Mai («italo
ardito» lo saluta il Leopardi in una famosa canzone), scopritore di
classici antichi; e gli anatomici Paletta e Scarpa; il Moscati medico,
fisico; il Monteggia chirurgo; e il Cicognara storico della scultura;
e Giuseppe Bossi pittore e poeta; e Lorenzo Mascheroni, matematico,
ellenista e poeta; e lo Zanoia architetto e poeta pariniano; e gli
altri architetti Canonica, Cagnòla, Antolini, che rinnovano quasi
mezza Milano nel vertiginoso periodo di nuovi palazzi e nuove ville;
e l'ingiustamente dimenticato Augusto Bellani, di Monza, chimico e
fisico; e il Paradisi geometra; e quali giuristi! e quali ingegneri
stradali e idraulici portentosi! Ecco: Domenico Romagnosi manda alla
luce, a soli ventisette anni, l'imperitura _Genesi del diritto penale_.
E quanti altri mai ingegni più o meno preclari, come Melchiorre Gioja
statistico, Giuseppe Prina e Giuseppe Pecchio finanzieri, Pietro
Custodi economista, il Landriani scenografo di magico effetto, il
Viganò coreografo. Giuseppe Longhi, maestro del bulino, fonda una
scuola. Non «organo della vulgarità», come lo chiamerà il Cantù, ma
voce aperta del suo tempo, fiorisce Carlo Porta. E sorge il Manzoni.

Qui s'apre l'Istituto italiano di scienze e lettere, celebre per le
ammissioni, più celebre per le volute esclusioni (Ugo Foscolo viene
escluso e accolto invece il padre Francesco Soave!...); qui si forma
l'Accademia di belle arti e una pinacoteca; qui si istituisce la
Società d'incoraggiamento alle scienze ed arti; e il Conservatorio
di musica, e la Scuola di ballo, nido di ammirate, bramate popolane
bellezze e di danze leggiadre, aeree....

Ma in tanto centro di vita italiana, la mano straniera, francese, non
rimane sempre nascosta; e l'enorme ombra del Despota titano si proietta
dappertutto: manca ciò ch'è vita della vita civile; manca la libertà
politica, nientemeno! Dov'è la libertà?



XVII.

 _La satira politica nel Porta. — Il popolo milanese all'epoca
   della massima potenza di Napoleone. — Una eclissi di sole. —
   Ironico sonetto del Porta. — Nuove vittorie napoleoniche e nuove
   baldorie. — Il brindisi del Porta alla _Cascina dei pomi_. — Il
   blocco continentale e i falò di merci inglesi a Milano. — Spie
   e confische. — La guerra di Russia. — Entusiasmo bellicoso dei
   nostri. — Eugenio Beauharnais a capo dell'esercito italiano. —
   Primi bollettini della guerra. — Buone notizie. — I _Te Deum_ e
   una satira del Porta._


Carlo Porta, come il veneziano Pietro Buratti e il romanesco Gioachino
Belli, riunì in sè due generi di satira, che in altri satirici, Orazio,
Persio, Giovenale, Giusti, Barbier, Zorutti, vanno dissociate: la
satira dei costumi e la satira politica.

La satira dei costumi precede solitamente quella politica. Nel Porta,
nel Buratti, nel Belli, procedono insieme.

Carlo Porta visse in un'epoca così feconda di satira politica, che
la sua opera rimane molto al di sotto di quella. La sua prudenza,
la sua paura di perdere il posto d'impiegato governativo, al quale
teneva assai, gli fa seguire meno che gli è possibile con la Musa
gli avvenimenti storici: meno che gli è possibile ne coglie il lato
satirico.

Napoleone grandeggiava: la sua epopea meravigliava tutti. Quelle
vittorie strepitose, quei rapidi cambiamenti, quelle pompe sbalordivano
il popolo. Si diceva da' poeti cortigiani che Napoleone era un dio,
e da lui si attendevano, ogni giorno, nuovi miracoli. Qualunque
avvenimento soprannaturale sarebbe stato attribuito a chi tutto osava
e tutto poteva. Si annunciava per isbaglio una eclissi? e tutti a
guardare inutilmente il cielo. Si pensava, quasi, che lui, Napoleone,
l'avesse sospesa. È questo appunto il soggetto d'un sonetto del Porta
che esprime al vivo la superstizione onde la gente minuta era invasa,
e quello sbalordimento. Una vera eclissi di sole, l'11 febbraio
1804, aveva spaventato il popolino: le chiese si riempirono di donne
atterrite e preganti, e, qualche giorno dopo, le vie di canzonette.
Il Porta usò in quel sonetto versi italiani e milanesi alternati, come
un sonetto di Giuseppe Parini in morte del benefico curato Ciocca. Ma
il poeta meneghino se ne serve per meglio colorire il ridicolo della
scena:

      Stavan le genti stupide ed intente
    Con tant de bocca averta in su a vardà[74]
    Onde veder quel nume onnipotente
    Ch'el fa la luna innanz al sô passa.[75]
      Chi i lumi armati avea di fosca lente,
    Chi on véder rott de fumm fava sporcà;[76]
    Chi salìa l'alte torri impazïente.
    Chi faseva i segg d'acqua in cort portà.[77]
      L'opra ammiranda incominciar dovea,
    Quand a vegnì on trombetta s'è veduu[78]
    Che sì gridando al popolo dicea:
       — El governo l'ecliss l'ha sospenduu! —
    Mesto il popolo allor ritorno fea
    Disend: — L'è Bonapart che inscì ha voluu.[79]

L'Austria, nel 1809, pretese di sorprendere Napoleone, movendogli
d'improvviso duplice guerra: sul Danubio e sull'Isonzo. E il Bonaparte,
che aveva preveduto l'assalto della nemica, volò al Danubio in persona
contro l'arciduca austriaco Carlo, e spedì il vicerè del Regno italico,
Eugenio Beauharnais, sull'Isonzo contro l'arciduca Giovanni. Impaziente
di segnalarsi, Eugenio attaccò il nemico sulla pianura di Sacile,
ed ebbe la peggio. Già i fautori dell'Austria a Milano ne gioivano;
quand'ecco, per le rapide vittorie di Napoleone, l'arciduca Giovanni ha
ordine di ritirarsi; ed Eugenio allora a inseguirlo, mercè il Macdonald
che Napoleone, per riparare al mal fatto di lui, gli pose a' fianchi.
L'abbattimento che aveva invaso i Milanesi, e specialmente gl'impiegati
napoleonici, all'annuncio delle batoste d'Eugenio, si mutò in gioia,
che crebbe quando si seppe che a Wagram le forze unite di Napoleone
menarono strage e operarono miracoli. S'improvvisarono banchetti,
feste. A un pranzo alla _Cascina dei pomi_, nel sobborgo di Milano,
allora famosa per le gite amorose ed epicuree, Carlo Porta lesse un
brindisi che ritrae quelle paure, quegli sbigottimenti all'idea di
ritornare alle sevizie già patite sotto gli Austro-Russi vittoriosi dei
Francesi, ed è ebbro di giubilo, per la vittoria. Il brindisi finisce
con un evviva a Napoleone.

La rotta degli Austriaci ispirò anche un felice sonetto, in cui è
riprodotto il duro caratteristico linguaggio italo-teutonico che gli
Austriaci balbettavano fra noi. Comincia: _Ti, povera Franzisch, granta
balocch_: ma, benchè esso vada sotto il nome del Porta, di cui è degno,
non è certo del Porta. Fra gli autografi del poeta da me esaminati non
lo trovo: lo trovo invece nell'Archivio di Stato di Milano (busta:
_Poesie vernacole_), ma è scritto da mano altrui. Francesco Cusani
crede che sia di Giuseppe Bernardoni, e non erra.

Napoleone alla fine del 1806 giunse al vertice più raggiante della
sua potenza in Europa. Domata l'Austria, annichilita la Prussia,
vinta la Russia ad Austerlitz; e Germania, Spagna, Italia, Olanda
soggette a lui; chi più lo affrontava?... Ma se Napoleone dominava
la terra, gl'Inglesi dominavano il mare. Gli avevano distrutta la
flotta a Trafalgar; perciò dovette abbandonare l'idea d'uno sbarco in
Inghilterra.

L'odio che Napoleone aveva giurato agl'Inglesi, gl'inspirò quel blocco
continentale che gli economisti deplorarono come follia. Nessuna
manifattura inglese, nessuno de' generi coloniali che dall'Inghilterra
si diffondevano in tutta Europa, poteva entrare ne' mercati europei.
Così rovinava il commercio che rendeva potente quell'isola, e, nello
stesso tempo, rovinava gl'interessi de' propri sudditi. Le merci
inglesi, che per contrabbando audacissimo scendevano a Milano per la
via della Svizzera, venivano, se scoperte, rumorosamente sequestrate e
bruciate in falò spettacolosi davanti alla popolazione sulle piazze.
Il sacerdote Luigi Mantovani, autore d'un minuzioso diario di que'
tempi conservato nella Biblioteca ambrosiana, narra: «Il 19 novembre
1810, in Piazza dei Mercanti, verso mezzogiorno, furono bruciate varie
manifatture inglesi, gilè, fazzoletti, percalli, che giacevano da anni
nei magazzini dei negozianti Perlasca e Milius. Il popolo parte rideva
e parte cospettava (_sic_)....» Carlo Porta, in un sonetto, dipinge
appunto quei falò della Piazza dei Mercanti di Milano, e allude anche
al caffè che pure si bruciava sulle piazze e a quello che, non ostante
i fulmini napoleonici, si assaporava nelle case degli agiati col gusto
de' frutti proibiti. Fra i numerosi frammenti inediti di poesie del
Porta trovo allusioni al caso del caffè e dello zucchero ben più fiere
di quel sonetto di carattere politico. Il poeta, nell'autografo, pose
questa postilla: «All'epoca ch'io scriveva questo sonetto, Napoleone
era in furore cogli Inglesi, e non voleva alcuna cosa da loro, tampoco
zuccaro, tampoco caffè. Quindi il prezzo di questi due generi era
salito a lire 6 il primo e a lire 5 e 5,10 il secondo, per ogni piccola
libbra».

Napoleone, come abbiam visto, aveva consigliato al figliastro Eugenio,
quando lo nominò suo vicerè, di non servirsi delle spie. Ma, a
soffocare il contrabbando delle manifatture e dei coloniali inglesi,
si sguinzagliarono dappertutto guardie daziarie e spioni. Lo spionaggio
era incoraggiato dal governo col premio d'un terzo delle multe e delle
confische.

Ma il fulmine di guerra non posa. È ancora verso la Russia ch'egli
librerà a volo la sua aquila.

Napoleone ordina d'allestire nel Regno italico trentamila soldati
con cento pezzi d'artiglieria per la spedizione nel 1812, che vuole
sferrare contro la Russia; e molti giovani milanesi, accesi dal
desiderio di gloria, affascinati dal genio del duce sempre vittorioso,
corrono al Castello a farsi soldati napoleonici. I racconti esagerati
de' veterani sui sicuri trionfi accrescono il loro entusiasmo. Quanti
giovani, trattati finora dagli stessi loro parenti come bietoloni,
corrono, pieni d'ardore marziale, a vestire l'assisa del soldato!

Siamo giunti ormai al memorando 1812. I soldati del Regno italico,
comandati dal vicerè Eugenio Beauharnais, già si battono da eroi
negli scontri coi Russi. Già l'annuncio delle vittorie napoleoniche a
Ostrowno, a Polotzk, a Mohilow, a Smolensck, alla Moscowa, giungono
a Milano; e nell'aria è uno scampanìo festoso, e nelle chiese un
echeggiare di _Te Deum_, mentre le madri palpitano pei figli lontani,
non ostante che al conte Paradisi, presidente del Senato, e ai ministri
arrivino, sull'ottimo stato delle truppe, lettere che si leggono ne'
crocchi e il cui contenuto consolante si diffonde per la città....

I preti, che tacitamente odiano Napoleone, cantano adesso il _Te Deum_
per ringraziare il cielo di quelle vittorie e d'aver salvato Napoleone.

Carlo Porta staffila quei preti mendaci, e fa parlare Gesù, in una
breve satira, dalla chiusa beffarda, che ha riscontro nella conclusione
con qualche satira romanesca del Belli. Appena Gesù in cielo s'accorge
che i preti cantano a tutto spiano per ringraziarlo d'aver salvato
Napoleone nella guerra, mentre poc'anzi lo pregavano in segreto di
fargli mandar l'ultimo fiato, si sdegna ed esclama:

    E adess canten per lù! birbi impostor!
    E me serven inscì?[80] Pocch pocch me call[81]
    A brusaj tucc[82] con la livreja in spalla.
    Infin, pensandeg sù,
    El repìa:[83] — Convien che ghe perdonna.
    Se sa che, dal più al men, la servitù
    Già l'è tutta canaja bozzaronna.

Ma le rosee notizie diffuse dai primi bollettini a Milano diventarono
orrende quando arrivò il terribile 29mo bollettino, che annunciò
la disfatta. Noi dobbiamo ricordarla, per dar giusto risalto agli
avvenimenti posteriori, che ne furono conseguenza anche in Italia e
specialmente a Milano.



XVIII.

 _La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali e i nostri
   soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I primi eroismi. —
   Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il vicerè Eugenio insulta i
   nostri soldati. — Vivo alterco fra il generale Pino e il vicerè.
   — Il piano di guerra russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla
   Moscowa. — Scene orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul
   campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre scene
   d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti grotteschi. —
   Cinico motto di Napoleone sulla sua salute. — Le perdite italiane
   accertate. — Il ritorno delle «aquile» napoleoniche a Milano. — Il
   generale Lechi._


Di notte, le fessure delle capanne russe, dove i soldati francesi
assiderati riparavano confusi alla peggio, come belve, venivano
otturate con pezzi di cadaveri gelati.... Questo ricordo d'un cieco
ammiratore di Napoleone I, Stendhal, è appena un languido tocco degli
orrori nei quali l'egoismo del condottiero côrso gettò l'esercito suo
in Russia: il più vasto esercito che fino allora il sole avesse visto.

Napoleone aveva svelato al conte di Narbonne il disegno non solo di
abbattere lo czar Alessandro e di conquistare un nuovo trono, ma di
rovesciarsi sull'India e impadronirsi anche di quella. Sogno titanico,
ingoiato da un abisso spaventevole di vittime umane, non compiante dal
Despota.

Ah, il giovane czar Alessandro di Russia, il suo amico di ieri, da
lui abbagliato di lusinghe nei congressi di Tilsitt e di Erfurt, non
gli era più amico? Sì, è vero: lo czar, per piacere a Napoleone, aveva
chiuso i porti russi all'Inghilterra; e poi li riaperse. Ma Napoleone
non occupava forse, contro i patti, la città di Danzica, prossima alle
frontiere russe? Non aveva egli ristabilito il ducato di Varsavia,
volendo quasi ricostituire il regno della misera Polonia?... Non si era
appropriati gli Stati del duca d'Oldemburgo?.... Begli alleati davvero!
E poi.... se Alessandro s'era innamorato per un giorno di Napoleone,
lo detestavano i Boiari, coi quali lo czar doveva pur fare i conti:
e i Boiari obbligarono lo czar a gravare di nuova tariffa le merci
francesi!...

Oltre mezzo milione di soldati Napoleone radunò intorno al fulgore
delle sue aquile dorate, copiate da quella d'Aquileia. Ma i Francesi,
quasi presaghi del disastro, balbettavano, atterriti, parole amare
contro la nuova coscrizione. I soldati francesi erano 250,000 e 60,000
i polacchi col principe Poniatowski, il Baiardo polacco, a capo,
anelanti di meritare l'indipendenza nazionale, ahimè! fatta sperare
e non concessa. Gli altri soldati erano sassoni, bavaresi, austriaci,
prussiani (l'Austria e la Prussia si erano confederate con Napoleone)
e spagnoli, portoghesi, svizzeri, westfalici, wirtemburghesi; e poi
soldati di Baden, di Darmstadt, di Gotha e Weimar, di Würtzburg, della
Franconia, del Meklemburg e d'altri minuscoli principati, soggiogati
dal prepotere del Despota; e italiani, sì, italiani, che al rullo del
tamburo, sfilavano al comando di Eugenio, vicerè del Regno d'Italia,
che pretendeva rifare i gesti e le collere del padrone, come succede
spesso ai servi; e al comando dei generali Teodoro Lechi, bresciano,
e Domenico Pino, milanese. La cavalleria, 60,000 cavalli, galoppava
dietro il bianco cavallo impennacchiato del formoso Murat, re di
Napoli, figlio d'un oste, che la comandava. Austriaci e Prussiani
odiavano nel fondo del cuore Napoleone e lo combatteranno domani, e
come!, ma intanto, per necessità, erano stati gettati ai piedi del
dominatore da Federigo Guglielmo e da Francesco I, coi cavalli e
coi buoi. E donne, molte donne, seguivano insieme con le salmerie
i guerrieri napoleonici: vivandiere, mogli, serve e amanti. Dalle
sponde dell'Oceano e dell'Adriatico, dalle sponde del Mediterraneo e
del Baltico, i corpi della Grande Armata conversero, svariate falangi
votate alla morte, nel suolo tedesco per raccogliersi lungo l'Elba,
l'Oder, la Vistola.

E l'oro?... Un enorme tesoro il Bonaparte si tirava dietro; ma anche
(come narra lo stesso Thiers) un'enorme quantità di biglietti falsi, di
dieci, cento, cinquecento rubli.... Un Napoleone alla pari dei falsari
smascherati della Rivoluzione?... Ma il buffo, nell'epopea napoleonica,
si mescola al tragico.

Sì. Quali buffe mascherate carnevalesche volle offrire ai milanesi
Eugenio, alla vigilia di partire con 27,000 uomini, 7700 cavalli, 58
cannoni, 702 carriaggi per trasporti militari voluti da Napoleone! Il
giovedì grasso, 13 febbraio 1812, sul corso di _Porta Riconoscenza_
(già Porta Orientale), lanciò sedici fragorosi e spettacolosi carri
rappresentanti, non sappiamo perchè, le Stagioni; li lanciò pure il
sabato grasso con una mascherata di Corte raffigurante in due barche la
conquista del vello d'oro; e il popolino guardava a bocca aperta; non
sapeva nulla del vello.

Le truppe napoletane, che, avvezze al mite clima nativo, tanto
soffersero nei geli della Russia, vedevano nello stato maggiore i loro
Florestano Pepe e Giuseppe Rossaroll, nomi poi cari dell'indipendenza
italiana. Il 111º fanteria, l'eroico reggimento piemontese, era
comandato dal Davoût, il vittorioso d'Abukir. Appartenevano a quel
reggimento Pietro Arnisano, che, a Mosca, ebbe quattordici ferite
di sciabola, e Michele Chiabotto, crivellato anch'esso di ferite
spietate. E forse era di quello stesso reggimento l'italiano di cui
parla Alberto Sorel nelle _Notes sur la campagne de Russie_, Arnisano,
lui, il più allegro dei soldati. Questi ebbe, come tanti e tanti, i
pollici dei piedi gelati, in Russia; preso dalla cancrena, non poteva
sopportare calzature, e ogni sera si tagliava con un coltello la carne
incancrenita, poi avvolgeva di stracci ciò che rimaneva de' suoi piedi,
e andava! A Wilna, non gli rimasero più che i talloni.... E scherzava,
rideva.... Morì ridendo.

Tutte le lingue, tutti i dialetti s'incrociavano. Il prode colonnello
Gaspare di Bellegarde, piemontese, capo di stato maggiore della
divisione Compans, incitava i compatriotti col dialetto natìo. Egli
scoprì che, al suo fianco, combatteva un suo fratello di latte, certo
Pralavario di Almese, semplice fantaccino del 111º.

Infinite le scene di affetto, di eroismo e di atroce barbarie in quella
spaventevole e stolta campagna, nella quale il freddo giunse a 27
gradi; freddo cominciato fin dagli ultimi di giugno e cresciuto il 1º
luglio, quando gli Italiani avevano già passato il Niemen, e il vicerè
Eugenio (narra il barone Alessandro Zanòli nell'opera _Sulla milizia
cisalpino-italiana_, vol. II, pag. 193) provò «grande soddisfazione
vedendo questa schiera da lui creata entrare nel territorio nemico
a 600 leghe dal proprio paese, osservando il medesimo ordine e la
medesima disciplina come se operasse evoluzioni sulla piazza davanti al
regio palazzo della capitale, Milano».

Varcando il Niemen le truppe italiane gittavano alte grida di
gioia. Gli Italiani, riscossi dalle mollezze, dal torpore secolare,
rinascevano adunque al valore delle armi, invocate un dì da Nicolò
Machiavelli per la forza e per il decoro d'Italia! Ma non combattevano
per l'Italia.

Eugenio, il vicerè, istigato dal generale Anthourd, suo aiutante,
il quale disprezzava tutti coloro che non erano francesi, si mostrò
talvolta ben ingiusto e mascalzone verso i nostri!... Il 19 luglio
1812, a Dokchsizy, per una questione di biscotti (la fame infieriva),
osò dire agli Italiani: «Se non siete contenti, ritornate pure in
Italia, chè nulla m'importa di voi; nè temo le vostre spade più dei
vostri stili!»

A Malo-Jaroslawetz le truppe italiane combatterono con valore, con
gloria. «È una giornata che l'esercito d'Italia deve inscrivere nei
suoi fasti», scrisse un prode: il generale francese Rapp, aiutante
di campo di Napoleone, i cui _Mémoires_ (1832) meriterebbero d'essere
meglio conosciuti. Lo stesso Napoleone, nel suo 27º bollettino, lodò
gl'italiani in quella giornata.

Accanto al castello dove stava il principe Eugenio scoppiò un incendio.
Alcuni maligni lo attribuirono a vendetta degli Italiani.

Fra Eugenio e il general Pino sorse fierissimo alterco. Il Pino disse:
«Poichè Vostra Altezza non vuol rendere agli Italiani la giustizia
che meritano, corro ad ottenerla dall'imperatore». E depose la spada.
Eugenio tentò di addolcirlo; gli rese la spada. S'accorse poi che gli
Italiani, lungi dal serbargli rancore per gli stupidi oltraggi, lo
seguirono con fedeltà e con eroismo continuo.

Era placidamente terribile il piano di battaglia seguìto dai russi. Lo
czar si trovava a una festa di ballo, nel castello di Zakret presso
Wilna, quando apprese che le truppe napoleoniche avevano varcato il
Niemen. E subito ordinò di sgombrare la Lituania. I combattenti russi
erano meno numerosi dei francesi e volevano stancare il nemico con lo
sfuggire, più che era possibile, gli scontri, col lasciare abbandonati
villaggi e città. Il conte di Maistre attribuisce a un ufficiale
prussiano, certo Pruhl, il piano di stancare e affamare i francesi
senza dare loro battaglia. La cavalleria dei selvaggi cosacchi, che
Napoleone disprezzava (_cette méprisable cavalerie_, come la definì
nel suo famoso 29º bollettino della Grande Armata), appariva, come
una torma di mostri, e scompariva. Ma aspre battaglie s'ingaggiarono,
battaglie macelli.

I russi si appiattavano nelle foreste e di là sparavano i loro cannoni.
Un italiano, il comandante Scipione Della Torre, compì allora atti di
audacia, a capo de' suoi cavalleggeri; così il colonnello Peraldi. Si
era a Ostrowno, e qui fu combattuta aspra battaglia. I russi avevano
20,000 fanti e 6000 cavalli e sembrava avessero il sopravvento. Eugenio
si rivolse ai nostri ed esclamò: «Ora confido nella mia brava Guardia!»
Risposero i nostri con grida generose di plauso al loro offensore di
ieri, con grida di gioia. I due battaglioni dei coscritti della Guardia
reale, comandati dal colonnello Peraldi, scacciarono dalla foresta quei
russi, che li cannoneggiavano nella loro direzione. Giunse sul campo,
ammirato come un dio, Napoleone, e ordinò di respingere l'attacco. I
nostri cannonieri si illuminarono allora di esultanza, di valore e di
gloria: così la brigata di cavalleria leggera italiana comandata dal
Viilata. Il colonnello Antonio Banco, comandante il secondo reggimento
di cacciatori, da Sourai inseguì un convoglio russo ben scortato; e,
dopo accanito conflitto, fece cinquecento prigionieri e sequestrò i
bagagli. A Viliz i nostri vinsero ancora i cosacchi. Benedetto Giovio
di Como fu ferito da tre colpi di baionetta ed ebbe il cavallo ucciso.
Quell'eroe, atteso dal vecchio padre, superbo di lui, morì poi di
stenti; non così sfortunato fu il fratello Paolo, che meritò la croce
della Legione d'onore.

A Luzos i cosacchi sbucarono ancora sui loro cavalli e con le loro
lunghe picche urlando _urrà! urrà!_ Ma i cacciatori italiani, calmi, li
rigettarono. Il capo squadrone Giulini spiegò valore ammirabile.

Durò tre giorni, dal 4 al 7 settembre, la sanguinosa battaglia alla
Moscowa. Ma gli Italiani non vi presero tutta la parte che si dice.
Tennero in freno il nemico e facilitarono la vittoria fra indicibili
fatiche, sofferenze, privazioni, marciando per venti giorni in terreni
paludosi, in paesi deserti, saccheggiati dai corpi che li avevano
preceduti.

A Borodino, villaggio occupato da un reggimento di cacciatori della
Guardia russa, Eugenio dà l'attacco. Gl'Italiani del glorioso 111º e
del 66º lo seguono. In pochi momenti, il capitano Arnaudi e il tenente
Morelli cadono uccisi, mortalmente feriti i luogotenenti Tuerti e
Campana. È colpito a una spalla il generale Compans. Molti i feriti,
molti i morti. Presso Borodino, una formidabile ridotta russa deve
essere presa dai cannonieri italiani, comandati dal colonnello Millo,
che il toscano De Laugier, testimonio oculare, nella sua storia _Gli
Italiani in Russia_ (1826), giustamente loda. Essi fanno fuoco sulla
fronte; nello stesso tempo, si difendono alle spalle. Il De Laugier e
Gerolamo Cappello, nel volume documentato uscito per cura dell'Ufficio
storico presso il Comando del nostro Stato maggiore, descrivono al vivo
quei fatti grandiosamente epici, di veri giganti delle battaglie, fra
i quali brillò di gran luce l'eroismo del livornese Cosimo Del Fante,
ufficiale d'ordinanza del vicerè Eugenio, eternato dalle stupende
pagine del Guerrazzi. Il Del Fante salì per il primo, di corsa, l'erta
della ridotta, l'arduo punto tattico, ne scalò i parapetti e vi entrò,
disarmando un vecchio generale, il Likatcheff. Cosimo Del Fante morì
poi, da eroe, a Krasuoi.

A Semenoffskoie, il 111º fu assalito, ma il superbo reggimento nostro
non indietreggiò; la lotta arse a corpo a corpo. Eroiche pure le masse
russe, accese dalla santità della loro causa patriottica e dalle parole
animatrici dello Czar.

La neve cadeva a falde immense sulle pianure funeree. Il numero dei
morti di gelo cresceva, cresceva. D'un tratto, si vede una vettura
chiusa, nera, aprirsi a stento la via fra la neve alta. Attraverso
ai cristalli, alcuni soldati, tremanti di freddo, credono di scorgere
il profilo tagliente di Napoleone. «È lui! — Non è lui! — Sì, è lui!»
gridano, e lo vedono mezzo sepolto in una folta pelliccia. Altre volte
sarebbe stato un urlo d'entusiasmo nel vedere il glorioso. Ora è un
urlo di sdegno. Napoleone non si turba; ma discende dalla vettura e va
a piedi.

Il gelo segna 28 gradi. Una notte, trentadue granatieri d'una schiera
stramazzarono morti gelati, mentre aspettavano l'ordine di marciare,
narra il capitano dei veliti De Laugier, nella citata sua storia _Gli
Italiani in Russia_. I cadaveri lasciavano la traccia del cammino
degl'inutili eroi: la neve li seppelliva. E fame, fame....

Il medico capo degli ospedali militari prussiani, De Kirckhoff, che
seguì la Grande Armata, in un libro ormai raro diffusamente descrive,
con osservazioni originali, le mortali malattie che miseramente
decimavano le schiere napoleoniche: ha parole affannose, insolitamente
affannose in un medico (ma egli era anche un filantropo vero), sullo
stato miserando dei feriti. «Quanti infelici feriti vagavano pei campi
devastati, egli scrive, e invano cercavano un asilo o un aiuto! Una
folla di feriti giacevano abbandonati sul campo, privi d'ogni soccorso,
esposti al rigore della stagione, estenuati dalla fame, dai tormenti
e dalla perdita del sangue, che sgorgava dalle loro lacere membra,
mancanti pur d'acqua per estinguere la sete, mandando spaventevoli
urli, le più strazianti grida e implorando la morte, sola consolazione
che mai potessero sperare. La chiesa di Borodino e il vasto convento di
Kolotsköe e gli edifici sorgenti in giro al campo di battaglia erano
pieni zeppi di feriti; ivi gli infelici giacevano ammonticchiati sul
suolo e la maggior parte senza paglia, in preda alle privazioni d'ogni
genere e senza il menomo modo di attenuare i loro mali; e dappertutto
dov'erano relegati non si vedeva che terrore e disperazione. Parecchi
di essi, trattenuti negli edifici invasi dal fuoco, perivano fra le
fiamme».

E, intanto, Napoleone si adirava perchè, per un raffreddore, aveva
perduta la voce ed era costretto a scrivere lui stesso, anzi che
dettare, gli ordini di nuove inutili stragi!

Una data particolare nella storia è il 15 settembre 1812. Giorno
dell'incendio e del saccheggio di Mosca, l'antica venerata capitale:
incendio appiccato dai russi, per comando del governatore Rastopcin,
alle case di legno, di cui era quasi tutta formata la vasta città; e
saccheggio, al quale le truppe napoleoniche s'abbandonarono affamate.
Napoleone lasciò in fretta il Kremlino e ordinò al maresciallo Mortier,
duca di Treviso (ucciso poi nel 1835 dalla macchina infernale del côrso
Fieschi contro re Luigi Filippo), di farlo saltar in aria nel timore
di essere accerchiato dalle fiamme, che già distruggevano con stridii
e tuoni i depositi di combustibile e gli edifici vicini. Le case
divennero fornaci.

«Qual mai aspetto d'orrori! — esclama il De Kirckoff. — Il fuoco è
ai quattro angoli di quell'antica città, culla dell'impero russo.
L'incendio, aiutato da impetuoso vento, estende il furore suo con una
spaventevole rapidità ai quartieri, che presto son cenere.»

Gli abitanti erano fuggiti; non rimanevano che alcuni moscoviti
spaventati, nascosti nelle case che ardevano. Al sepolcrale silenzio
nel quale era immersa la città all'entrare baldanzoso dei francesi,
seguirono lunghi lamenti, urli di terrore. E i soldati napoleonici,
affamati, entravano nelle case per saccheggiarle, e si trovavano
di fronte ad altri saccheggiatori, ceffi da galera: i condannati,
i malfattori, ai quali Rastopcin aveva aperte le carceri col patto
che abbruciassero tutte le case di Mosca; a tal fine aveva fatto
distribuire a loro miccie impeciate. Avvenivano conflitti da belve. Gli
ospedali in fiamme, i malati carbonizzati. Quadri e mobili preziosi in
cenere. Fra le vampe, i soldati scendono nelle cantine dei ricchi, le
spogliano dei vini, s'ubriacano. Così gli ufficiali. La grandezza epica
di prima diventa abbiettezza.

Il colonnello Pion des Loges, in certe sue Memorie, racconta
particolari che farebbero ridere se non avessero per isfondo il
quadro più tragico. Artiglieri, avvezzi all'inferno delle scariche,
saccheggiarono allegramente una bottega.... di confetti; e ne uscirono
con ceste colme di dolciumi....

«I reggimenti (racconta quel francese) erano totalmente sbandati; si
vedevano da tutte le parti ufficiali e soldati ubriachi, carichi di
provviste rubate dalle case in fiamme. Le strade erano ingombre di
libri, carte, stoviglie rotte, mobili e abiti di tutte le foggie. Le
numerose donne che avevano seguito la Grande Armata facevano bottino
con avidità incredibile, per prepararsi una scorta che ci avrebbero
fatta pagar cara nella ritirata. Le si vedevano cariche di recipienti
colmi di vino, liquori, zucchero, caffè; altre ammassavano ricche
pelliccie, sulle quali dovevano poi fare così lauti guadagni durante il
tragico ritorno».

E la ritirata, che il 30 ottobre fu generale, si risolse nella più
disordinata e lagrimevole tragedia che la storia ricordi: orribile
e grottesca. La contessa di Choiseul-Gouffier, che si trovava a
Wilna quando ai primi del dicembre 1812 entravano gli avanzi del
distrutto esercito imperiale, e altri scrittori del tempo raccontano
le mostruose carnevalesche foggie con cui si erano camuffati i
fuggiaschi, avvolgendosi delle vesti rubate a Mosca dalle case e dalle
chiese. Alcuni erano avviluppati in piviali, altri in vesti da camera
imbottite, con cappelli da signora sul capo; alcuni brancolavano
o cavalcavano come gli spettri della nordica leggenda, avvolti in
lunghi neri mantelli funebri. Napoleone era tutto infagottato in una
ricchissima pelliccia e celava la fronte con un colossale, teatrale
berretto di pelo. Egli fuggì, quasi di nascosto, sotto il nome di «Duca
di Vicenza», in slitta, verso Parigi, mentre avveniva il micidialissimo
passaggio de' suoi sulla Beresina, nella quale annegarono 136,000
infelici.

Il 3 dicembre Napoleone lanciava il 29º bollettino della Grande Armata,
spietato bollettino che narrava lo sterminio, e che a Milano e in tutti
i punti d'Europa strappò le più atroci maledizioni!... Dopo di avere
accusati come deboli e inetti gli sventurati caduti per lui e che pur
l'adoravano, terminava con le parole: «La salute di Sua Maestà non
è mai stata migliore», — e ciò per ismentire la voce corsa della sua
morte in battaglia.

Fu ben diverso il principe Poniatowski. L'anno dopo, al domani della
battaglia di Lipsia, incaricato di proteggere l'esercito, si slanciò
nell'Elster e scomparve nelle onde, piuttosto che arrendersi.

I Russi, secondo i loro scrittori, perdettero centomila uomini durante
la loro ritirata da Mosca.

Dell'enorme intero esercito, formato con 613,600 uomini, se ne
contavano 94,000 superstiti, dei quali soli 30,000 validi; gli
altri rimasti senza piedi per il gelo, per la cancrena, o infermi;
vite spezzate. I reduci narravano ancora esterrefatti particolari
abbominevoli o macabri. Di notte dormivano spesso abbracciati l'un
l'altro per riscaldarsi, e, svegliandosi, più d'uno trovava avvinto a
sè un cadavere. I cavalli caduti (di 176,850 cavalli solo un migliaio
salvi) venivano sbranati, e s'immergevano piedi e mani nelle viscere
sanguinose per riscaldarsi alla peggio. I mille cannoni rimasero
sulle nevi della Russia, tutti; e i 15,000 carri tutti perduti. E
intorno alle schiere italiane, che in ogni combattimento spiegarono sì
magnanimo valore, il barone Zanòli, segretario generale del ministro
della guerra del regno d'Italia, accuratissimo, segna nella sua storia
questi funebri dati: «Uomini partiti, 27,397; ritornati, 1000. Tutti
gli altri, morti e prigionieri in Russia.»

Ma i pochi italiani compirono un gesto bellissimo. Ritornati,
riportarono a Milano incolumi le aquile dorate, che Napoleone aveva
affidate nel 1805, con giuramento, al generale Lechi, allora comandante
dei granatieri della Guardia reale. E il Lechi, nel 1848, offerse con
eloquente discorso le aquile a re Carlo Alberto, perchè le custodisse
nell'Armeria reale di Torino, a perenne testimonianza della fede
italica, del cuore dei soldati degni di combattere per la patria.



XIX.

 _Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri desolate. —
   Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte della viceregina. —
   Una odiosa dama di Corte. — Le figlie di Amalia Augusta. — Una
   mascherata, un funesto presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte
   napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle truppe
   francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero sonetto contro
   quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni, invasioni nelle
   case e altre ribalderie. — Ultimi giorni di Francesco Melzi. —
   Come Napoleone lo favorisse. — La «Società del Giardino». — Ville
   e viaggi._


Milano, appreso lo spaventoso disastro di Russia, piombò nel lutto.
Per le vie s'incontravano volti pallidi di dolore e d'ira. Nelle case,
donde, ebbri di ardore guerriero e di balde speranze eran partiti
giovani fiorenti, rimasti, pur troppo, vittime oscure della catastrofe
immane, piangevano madri desolate, padri, famiglie intere. Lampi di
false lusinghe, speranze di prossimi, o pur remoti ritorni dei loro
cari, creduti prigionieri o dispersi nelle solitudini russe desolate,
avvivavano ad ora ad ora i cuori angosciati; poi ritornavano le
angoscie, le tenebre.

Gran numero di famiglie del popolo operoso, di famiglie borghesi e
nobili sentivano ormai avversione profonda, odio verso Napoleone. I
commerci erano interrotti, le tariffe onerose, le imposte esacerbate,
le sopraffazioni innumerevoli.

Eugenio, non ostante il suo iniquo contegno verso gl'Italiani che
eroicamente avevano combattuto al suo comando e serenamente erano morti
gridando (testimonianze lo affermano) «Viva l'Italia!», ritornava con
nuova aureola di gloria, specie per aver guidato la più ardua delle
ritirate con le picche dei diabolici cosacchi inseguitori alle reni.
Era ammirato dai competenti nell'arte del combattere; ma, nemmeno per
lui, simpatia; simpatia rimasta quasi incolume, invece, per la consorte
Amalia Augusta, figlia del re di Baviera, benchè adesso biasimata
perchè a Corte si lascia guidare sempre più dai cenni della propria
dama di compagnia, donna senza cultura, rozza, tedescamente pedante,
nobilitata col titolo di baronessa di Wurbms e arricchitasi fuor
di misura, non si sa come. I ritrovi vicereali si svolgevano sempre
compassati, freddi, in causa dell'inevitabile presenza di lei;[84] poi
divennero cupi; quindi furono sospesi del tutto.

Amalia Augusta era madre di tre leggiadre fanciulle, suo conforto nella
caduta che l'attendeva.

Alla maggiore, Giuseppina Massimiliana, Napoleone conferì il titolo di
principessa di Bologna, e le regalò in più il ducato di Galliera con la
mira palese di premiare il padre suo della costante, piena devozione.

Ma come mutano le sorti! Chi ricorda più ora le acclamazioni al
«successore di Carlo Magno», come Napoleone si vantava di essere?
E chi, a Milano, ricorda più il sabato grasso del 1812, quando gli
ufficiali della Guardia reale apparvero in una mascherata di vari
carri, sull'ultimo dei quali sorgeva un'altissima torre, in cui un
soldato, camuffato da chinese, sventolava una bandiera tricolore?
Presso la piazza de' Mercanti, quel disgraziato precipitò e rimase
cadavere. Parve un presagio. Il popolo lo diceva allora: lo rammentò
poi.

Napoleone, dinanzi ai rovesci, non posava: al contrario, raddoppiava
di energie. Dopo tanta ecatombe d'uomini, indisse nuove leve ed ebbe
nuovi soldati quanti ne volle; e raccolse a forza laute oblazioni,
segnatamente nel dipartimento dell'Olona, dove i nomi dei ricchi che
potevano offrirle sarebbero stati pubblicati, e li pubblicò il ministro
della guerra e della marina, generale Fontanelli.

Ma le infedeltà micidiali eran previste, e non tardarono a scatenarsi.

La Prussia piantò Napoleone alleandosi con gl'Inglesi, che occuparono
l'Olanda, e con la Russia. La Svezia la seguì. La Baviera si unì
all'Austria. Nella sanguinosa battaglia di Lipsia, detta la «battaglia
delle Nazioni», durata tre giorni 16, 18, 19 ottobre 1813 contro il
giogo napoleonico, i Sassoni e i Würtemburghesi passarono dal campo
francese al nemico. Napoleone rimase sconfitto e, intanto, in Italia,
il principe Eugenio veniva respinto dagli Austriaci sull'Adige. Tutta,
tutta la Germania sorse, allora, in nome dell'indipendenza contro
il Despota invasore; e fu allora che vibrò il _Canto della spada_ di
Teodoro Körner, il Tirteo tedesco, la cui eroica memoria fu onorata poi
dal Manzoni con la dedica dell'insuperata ode storica _Marzo 1821_.

I collegati si divisero in tre vasti eserciti. Napoleone, volando or
qua or là, battè ora questo, ora quello; e non fu mai così grande
soldato. Ma dove non piombava quel fulmine di guerra, i nemici
avanzavano. Gl'Inglesi entrarono a Bordeaux, gli Austriaci in Lione,
e tutti marciavano contro Parigi, che aperse le porte. Il Senato di
Francia, scossa alfine la servile livrea, proclamò Napoleone _tiranno_
e gli strappò il trono di Francia; proclamò re Luigi XVIII, fratello
dello sventurato Luigi XVI. Cose ben note; ed è ben nota la tragica
scena shakesperiana di Fontainebleu dove Napoleone rinunciò alle corone
di Francia e d'Italia, serbando pel proprio esilio un'isola italiana:
l'isola d'Elba. Nel viaggio dovette subìre volgari oltraggi dal popolo.
Ad Orgon la popolazione aveva preparato un fantoccio imbrattato
di sangue fornito da un macellaio con al collo un cartello su cui
era scritto: «Bonaparte». E, quando la vettura dell'ex-imperatore
giunse, lo si issò ad un ramo d'un albero della piazza. Napoleone
fu costretto dalla folla a scendere dalla vettura e assistere alla
propria impiccagione in effigie, mentre la turba attorno a lui gridava,
fischiava, batteva le mani.

Un contadino tarchiato, osò prendere Napoleone pel bavero, scrollarlo
e gridargli in faccia: «Viva il Re». La cronaca del tempo raccolse il
nome di colui: si chiamava Durel.

Le truppe francesi, che si trovavano nel Regno italico, vennero
richiamate in Francia; e fu allora che un veemente sonetto di Carlo
Porta parve il compendio di tutti gli odii suscitati in tanti anni di
dominazione dai Francesi, specialmente per il loro superbo disprezzo
verso Milano; disprezzo rintuzzato, in altro sonetto, dallo stesso
poeta.

Quel sonetto sulla partenza dei Francesi è il più fiero che il Porta
abbia mai scritto fra i sonetti politici.

I soldati francesi se n'andavano; quei soldati, che dal popolo venivano
chiamati _paracar_ perchè somigliavano ai paracarri, quando, in
occasione di feste pubbliche, venivano allineati sulle strade.

      Paracar, che scappee de Lombardia,
    Se ve dan quaj moment de vardà indree,
    Dee on'oggiada e fee a ment con che legria
    Se festeggia sto voster san Michee.
      E sì che tutt el mond sa che vee via
    Per lassà el post a di olter forestee,
    Che per quant fussen pien de cortesia
    Vorraran anca lor robba e danee.
      Ma n'havii faa mo tant violter balloss,
    Col ladrann e copann gent sora gent,
    Col pelann, tribolann, c..... adoss,
      Che infin n'havii redutt al pònt p.......
    De podè nanca vess indiferent
    Sulla scerna del boja che ne scanna.

(«O _paracarri_, che scappate dalla Lombardia, se potete rivolgervi un
momento, date un'occhiata, e notate con quanta allegria si festeggia
questo vostro trasloco di casa!

»Eppure tutti sanno che voi ve n'andate per far posto ad altri
stranieri; i quali, per quanto cortesi, vorranno anch'essi roba e
denari.

«Ma voi, birbe, ce n'avete fatte tante, col derubarci e ammazzarci a
migliaia; col pelarci, tribolarci e vituperarci a vostro piacere;

«da averci persino ridotti a questo punto: di non poter neanche essere
indifferenti sulla scelta del boia che deve scannarci!»).

Larga eco destò questo sonetto, che girò manoscritto per Milano.
Si narravano fatti incredibili sulle ultime ruberie francesi; e
si mescolavano con le prime. Basti il dire che il generale Varrin
si faceva sborsare quattrocentoquaranta lire al giorno per il suo
pranzo. E si assicurava che il direttore delle poste, Antonio Darnay,
apriva allegramente le lettere dei cittadini. La pubblica sicurezza
era.... un sogno. Fin dal 1811, più di dugentocinquanta aggressioni
a mano armata sulle vie pubbliche; più di cento invasioni nelle case
private; assassinii, ferimenti, oltraggi a donne. Eppure in Milano
viveva onorato da tutti un savio, capace di purificare l'atmosfera;
capace, se ne avesse avuta la forza, di dirigere con buon successo gli
avvenimenti.

Era vecchio, infermo di gotta (tanto che non poteva nemmeno firmare
una lettera), ma lucido di mente: copriva nel Regno italico la carica
di Gran Cancelliere Guardasigilli. Francesco Melzi, in una parola. Era
quel savio. Napoleone lo aveva elevato all'alto posto donandogli uno
dei grandi feudi della Corona e un appannaggio di dugentomila lire
annue col titolo di Duca di Lodi. Aveva nel Melzi scoperto un uomo
sinceramente devoto, fido, un uomo di Stato, e un uomo singolarmente
onesto in mezzo a tanti ladri. Gli aveva persino proposto in moglie
la sorella Paolina, vedova del generale Leclerc, bellissima, cara,
adorabile creatura, ma un po' troppo corriva ai capricci.... Il duca
Melzi ringraziò per la nuziale proposta; ma, considerata la propria
gotta e le poco assicuranti inclinazioni di Paolina, la rifiutò.

Carlo Porta, stanco dei monotoni doveri quotidiani del suo ufficio,
delle cure che consacrava all'agenzia bancaria del fratello e ad
altre, come sappiamo da sue stesse parole, trovava alla sera geniale
distrazione in una società di commercianti, di cui faceva parte,
e che si radunava, per amichevoli ritrovi e divertimenti, prima in
via Clerici, poi nel palazzo Spinola in via San Paolo, dove nel 1818
trasferiva la sua sede, e dove fiorisce tutt'ora col nome di «Società
del Giardino». Le feste della simpatica società ammaliavano per la
bellezza delle signore che v'intervenivano. Lo Stendhal, nel libro
più volte citato, parla a più riprese di quelle riunioni festose.
Egli, che a Milano trovava tutto bello, tutto bellissimo (perchè vi
viveva la dolce Matilde Dembowsky, della quale era follemente e ahimè!
inutilmente invaghito), arriva a scrivere così: «Je sors du casin de
_San Paolo_. De ma vie, je n'ai vu la réunion d'aussi belles femmes:
leur beauté fait baisser les yeux». Effetto che Ugo Foscolo certo non
provava.

A sollievo dei trambusti cittadini, i Milanesi si spargevano per le
ville. I nobili vi andavano, nel giorno di san Martino, facesse bel
tempo o no; e vi soggiornavano per regolare i conti degli affittaiuoli.
Nelle ville si davano feste campestri, con inviti. La vendemmia
era essa sola una festa, e le laute imbandigioni non mancavano. E a
Parigi? Almeno un viaggio a Parigi era d'obbligo per il patrizio. Da
Milano partiva per il Sempione, e di là per Parigi, una «diligenza»,
due volte la settimana, il martedì e il sabato, e ne ritornava negli
stessi giorni. Ma gli assalti alle «diligenze» talora interrompevano il
viaggio. Mai come allora l'augurio «buon viaggio!» era sentito.



XX.

 _Ingrossa la bufera d'odio contro Napoleone. — Il suo misero capro
   espiatorio. — Complotti in favore d'un ritorno degli Austriaci.
   — I partiti. — Le ultime ore del Regno italico. — Tumulti. — La
   plebe armata. — L'atroce giornata del 20 aprile 1814 e il giovane
   conte Federico Confalonieri. — L'orrendo martirio del ministro
   Prina. — Un frate, Ugo Foscolo e un servo del Romagnosi. — Neppure
   il sepolcro!... — Il generale austriaco Bellegarde e l'arciduca
   Giovanni a Milano. — Fiera risposta di quest'ultimo. — Un sonetto
   del Porta a questo proposito. — Ingresso di Francesco I d'Austria
   a Milano. — Il brindisi del Porta. — Giudizio statario contro i
   malandrini. — La carestia._


Eugenio ambiva la corona d'Italia. L'esercito, dimenticando le offese
di Russia, lo invitava a prenderla. Così egli si sarebbe promosso da
sè stesso.... Ma non lo volevano i più. Non era egli forse il figlio
adottivo dell'uomo fatale?... Non era egli di quella Francia che
ormai troppo, troppo pesava sull'Italia? E non proteggeva gl'impiegati
francesi sopra gl'italiani? E que' suoi modacci, quel suo sfacciato
corteggiare le dame che, invitate, andavano a Corte, e le sue borie?...

Ma lo volevano re alcuni senatori. Non i nobili e clero partitanti
dell'Austria: lo odiavano. Ma oggetto di maggior astio, d'odio, anzi,
generale, era il ministro delle finanze conte Giuseppe Prina, il quale,
per comando di Napoleone, sempre bisognoso di denaro per le sue guerre,
aveva imposto tasse gravi.

Il Prina sapeva dell'odio di cui era circondato e delle minaccie di
morte scritte sulle muraglie della sua casa; ma sarebbe stata una
fortuna per lui se, in tempo, lo avesse saputo anche il duca Melzi.
Questo vecchio infermo non usciva mai, non udiva tutte le voci
minacciose, non conosceva bene le fila della congiura, anzi delle
congiure, perchè erano due, contro Eugenio Beauharnais e contro il
Regno italico, il cui capro espiatorio doveva essere il misero Prina.

V'erano, infatti, i partigiani dell'Austria, la quale spiava tutte
le vie per ritornare dominatrice nella Lombardia, e v'erano quelli
che si chiamavano da sè «italici puri». Costoro volevano cacciare via
il vicerè Eugenio Beauharnais e i suoi, salvando, peraltro, il Regno
italico, sul cui trono volevano mettere.... chi?... non lo sapevano
nemmeno essi!...

Fin dagli ultimi mesi del 1813, i partigiani dell'Austria a Milano
avevano segrete corrispondenze col maresciallo Bellegarde, un savoiardo
al soldo degli Absburgo, e supremo comandante dell'esercito austriaco.
Intermediario degli occulti maneggi era un bolognese, il conte Filippo
Ghislieri. Questi era il vero caporione dei cospiratori austriacanti.
A Milano passava per il più velenoso nemico di Napoleone, del quale
voleva vendicarsi per una prigionia sofferta e per alcuni suoi beni
confiscati. Egli s'introdusse in molte case patrizie milanesi per
ispiarne le opinioni e per seminare odio. Più volte, con un coraggio
che poteva costargli la vita, si recò travestito al quartier generale
austriaco per intendersi col Bellegarde, accampato sull'Adige e
pronto ad entrare in Milano. Il suo più fervido adepto era il milanese
conte Alfonso Castiglioni (che per quarant'anni non volle vedere suo
fratello), e il braccio più saldo del Ghislieri era il conte Giuseppe
Gambarana, che aveva la passione dei foschi raggiri. Il Rosales, il
Mellerio, il consigliere Freganeschi ed altri ancora formavano il
nucleo principale dei congiurati, i quali dovevano cacciare dal cielo
lombardo l'aquila napoleonica per chiamarvi l'aquila austriaca.

L'altro partito, quello degl'«italici puri», era anch'esso composto
di nobili, fra i quali primeggiava il conte Federico Confalonieri,
l'orgogliosissimo, che fu poi condannato a morte dall'Austria, e,
graziato,.... alle catene dello Spielberg, sopportate con fierezza
sublime. Vi partecipava lo stesso podestà di Milano, il conte Antonio
Durini, della famiglia del cardinale cantato da Giuseppe Parini
in un'ode famosa. Ma vi facevano parte anche banchieri, mercanti,
impiegati, professionisti, fra i quali l'avvocato Traversa e sua
moglie. La scaltra Traversa seppe attirare nella propria casa parecchi
degli «italici puri» e anche gli austriaci; ma l'accordo generale
per disfarsi del vicerè, del Prina, degli altri ministri del servile
Senato, l'accordo per suscitare una sommossa popolare, fu stretto
in casa del consigliere Freganeschi, che sturava molte bottiglie per
accendere forse meglio i sangui.

E il vicerè Eugenio si trovava, intanto, a Mantova, dove aspettava un
parto della viceregina, e gli eventi.

Gli austriacanti furono lieti di cominciare l'agitazione.... con le
loro firme. Accordarono le loro firme ad una protesta degli «italici»
contro il Senato, al quale portarono un primo colpo violento,
domandandogli la immediata convocazione dei _collegi elettorali_,
dimostrando così di non fidarsi di esso. La protesta portava per primo
il nome del generale napoleonico Domenico Pino, cui si attribuiva la
smania di essere eletto lui a re del nuovo Regno italico.

Il Senato era stato convocato il 17 aprile, perchè il suo presidente,
il retto Antonio Veneri di Reggio Emilia, doveva leggere un «messaggio»
del duca Melzi. Messaggio recante una proposta che tornava improvvisa,
nuova per tutti. Il Melzi proponeva al Senato la nomina d'una
deputazione senatoriale presso l'imperatore d'Austria, Francesco
I. Sua Maestà fosse supplicata di riconoscere da' propri alleati
l'indipendenza del Regno italico con un re libero, e che questo
re legittimo fosse riconosciuto in Eugenio. Ben strana proposta!
L'imperatore austriaco, infatti, mai avrebbe rinunziato al riacquisto
della Lombardia; mai avrebbe protetto il figlio adottivo del suo più
odiato nemico. Il principe di Metternich, che gli era a lato, non
pensava altrimenti.

I senatori rimasero stupefatti: si guardarono l'un l'altro. Chiesero
più volte la lettura del messaggio.... Il senatore Diego Guicciardi,
che non aveva buon sangue col Melzi, contestò la facoltà del duca di
convocare in seduta straordinaria il Senato; gli contestò il diritto di
presentare quella proposta e di parlare in nome dello Stato. E invece
quei diritti il Melzi li aveva. Napoleone, con decreto di vecchia data,
gli conferiva autorità di radunare il Senato, e ampi poteri in assenza
del vicerè.

Il ministro conte Prina si alzò. Il morituro propose un nuovo articolo
sul «diritto eventuale acquistato dal vicerè alla Corona d'Italia in
forza della costituzione». Ma il Guicciardi dimostrò non essere lecito
mettere in campo un diritto eventuale, finchè non fosse escluso il
diritto positivo. E alludeva al figlio di Napoleone, nato a Roma il 20
marzo 1811 e perciò chiamato il «re di Roma» (infelice re!); Napoleone
lo ebbe dall'arciduchessa d'Austria Maria Luisa, sposata dopo aver
ripudiata la povera infeconda Giuseppina, già amata tanto e abbandonata
all'avvilimento e alle lagrime.

Il senatore Massari redarguì con forza il Prina: «Perchè parlate voi in
nome della nazione? Il Senato non può esprimere che il proprio voto»!

Era tardi. I senatori si dichiaravano stanchi. Si venne a una votazione
notturna, tumultuosa. Si mandasse pure la Deputazione.

Gli «italici» non ne erano contenti, e dovettero unirsi agli
«austriaci» anco nell'agitazione torbida della plebe, che i caporioni
avevano già bell'e preparata facendo venire dal Pavese e dal Novarese
uomini pronti ad ogni eccesso: sicari assoldati.

Spuntò la mattina del tragico 20 aprile 1814.

Il presidente del Senato, Veneri, visto il minaccioso fermento, lo
aveva convocato per leggere un indirizzo chiedente il richiamo dei
deputati, ch'erano due: l'austriacante valtellinese Diego Guicciardi,
rotto nei maneggi e intrighi politici ed esuberante in tutto (aveva
quattordici figli), cancelliere del Senato, e il senatore Luigi
Castiglioni dotto botanico.

Il cielo era fosco. Pioveva. Davanti al palazzo del Senato vi erano
giovani nobili fermi sotto gli ombrelli, e uomini plebei dall'aria
truce, e ceffi da galera, e popolani, e persino alcune dame di Corte
avide d'assistere a qualche scena nuova pei loro occhi sazi di feste
comuni. A mano a mano che arrivavano le carrozze dei senatori, questi
erano applauditi o fischiati, secondo le loro tendenze. Un giovane,
distinto fra tutti, dava alla plebaglia il segnale dei fischi o degli
applausi: era il conte Federico Confalonieri. Nella sala del Senato,
il presidente Veneri lesse l'indirizzo. Mentre egli legge, entra un
araldo. «Gli ufficiali della guardia civica (egli dice) chiedono ad
alta voce di voler difendere il Senato». Il conte Carlo Verri (fratello
del grande Pietro e d'Alessandro, autore delle declamatorie _Notti
romane_) scende le scale e fa un discorso pacificatore. Silenzio.

Ma la scena, d'un tratto, cambia. La turba è ingrossata, urla, invade
il portico del palazzo. Il conte Verri agita un fazzoletto bianco,
perchè, in quel frastuono, parlare è impossibile. Scorge il conte
Confalonieri e lo chiama ad alta voce. Il Confalonieri ottiene un
po' di silenzio, ma il tumulto aumenta, e si grida: _«Non vogliamo
il vicerè e il Senato suo adulatore! Vogliamo che si richiami la
Deputazione del Senato! Vogliamo l'immediata convocazione dei Collegi
elettorali!»_

I senatori sono spaventati. Scrivono subito su numerosi pezzi di carta:
«Il Senato richiama la Deputazione, riunisce i Collegi elettorali»,
e la seduta è tolta. E i pezzi di carta sono gettati alla folla,
che ingrossa ancor più e urla ancor più. Non è un subbuglio; è una
rivoluzione. I senatori scendono sfilando pallidi, più morti che vivi.
Al conte Verri un uomo alto dice: «Ora vogliamo il Prina». — «Non
c'è!» risponde il Verri. — «Ma io l'ho visto entrare». — «No, non
c'è» (aveva scambiato il Veneri per il Prina). Partiti i senatori tra
fischi assordanti e urli, la plebaglia salì a saccheggiare il palazzo.
Il ritratto di Napoleone, dipinto da Andrea Appiani con le insegne
sovrane, fu lanciato dal balcone sulla strada. Tavole, poltrone, usci,
specchi, stufe, persiane, libri, carte, calamai, tutto fu strappato,
rovesciato e buttato dal balcone, dalle finestre.

Gl'«italici» potevano per tanto chiamarsi contenti; ma gli «austriaci»
volevano un tumulto maggiore, una scena di violenza più terribile,
per chiamare il maresciallo Bellegarde a ristabilire l'ordine.... e il
resto.

Ora l'atroce folla si muove e va, va, va. Si comprende che corre a
cercare una vittima umana. Si volge per andare verso la dimora del
Melzi. Una voce lancia un nome: _Prina! _

È un muggito; e la masnada nera, compatta allora cambia strada e
s'avvia all'angusta piazza di San Fedele, dove, massiccia, austera,
con un giardino pensile sul tetto, sorge la casa del Prina; quella
casa, nella quale le esaltate fantasie popolari hanno creduto che
fossero celati immensi tesori, accumulati dalla insaziabile rapacità
del ministro delle finanze per suo uso e piacere. Quella casa, per
cancellare una vergognosa memoria, verrà poi demolita.

Il ministro Prina non è fuggito. È in casa. L'abate Prina, suo cugino,
lo prega, lo scongiura di mettersi in salvo: da Pavia, nella cui
Università insegna Diritto, egli è venuto apposta per condurlo via
con sè; ha una carrozza pronta a porta Ticinese: «Faccia presto, per
carità». Il parroco dell'attigua chiesa di San Fedele gli offre il
«sotterraneo» della chiesa qual sicuro rifugio.... «Bisogna fuggire,
presto!» La moltitudine s'avanza tumultuando; ed è già sera. Ma il
ministro Prina non si muove: non vuol fuggire, ed esclama (a quanto si
racconta): _I saria nen Piemonteis!_

In questo momento, le belve sono arrivate in piazza San Fedele;
ruggono, imprecano, gridano: _morte! morte!_, e incessanti colpi
rintronano: si sta abbattendo il portone chiuso del palazzo. L'abate
Prina, aiutato da servi, spinge il ministro in una stanzuccia
dell'ultimo piano e discende, sparisce. Qualcuno porge in fretta gli
abiti d'un prete, perchè il ministro si travesta. Ma il parroco di San
Fedele non potrebbe ora uscire col Santissimo Sacramento, come alcuni
pietosi lo scongiurano?... E non potrebbe ammansare, innalzando l'ostia
sacra, con le croci, questa folla di contadini, di manigoldi?...
Glielo dicono, sì; ma egli, don Del Maino, ha paura, e non lo fa. E Sua
Eccellenza il generale Pino non potrebbe mandare la truppa a disperdere
gli assassini?... Glielo dicono, sì; ma non lo fa. E il portone, ai
colpi tremendi dei muratori, dei fabbri, accenna a cedere....

L'aria intanto si è fatta scura.... E le furie ululanti hanno ora
accese torcie di bitume; e alla luce sinistra luccicano coltelli,
tridenti, falci; si scorgono corde e sacchi per rubare. E la pioggia
scende, scende.... Il portone, strappato dai gangheri, precipita
alfine, e la folla entra furibonda, sale, saccheggia, rompe, frantuma,
e cerca.... Un uomo, che all'abito appare di civile condizione, si
è cacciato fra la ciurmaglia, penetra con sicurezza nello studio
abbandonato dal ministro; qualcuno lo vede rompere la serratura dello
scrittoio, afferrare un fascio di carte, e scomparire.... È egli forse
l'avvocato Traversa?... Quelle carte sono titoli di credito?... Lo
dicono, lo ripetono, lo diranno; e lo diranno meglio quando si vedrà
quell'uomo vivere con la moglie fra stragrandi ricchezze improvvise.

I cavalli della scuderia, quelli sui quali il ministro cavalcava
impavido per le vie di Milano, vengono strappati e rubati. Le
argenterie scompaiono. Si rubano persino i vasi del giardino
pensile.... perchè i saccheggiatori sono arrivati fin là, al tetto; e
il ministro Prina, dal suo nascondiglio in alto, li deve ben sentire:
deve sentire le voci orrende di chi lo cerca, di chi lo vuole.... «Ma
dov'è? Dov'è?...» Un tristo, unitosi ai sicari, alfine lo scopre, e
grida trionfante: «È qui! è qui!...» Egli lo ha scoperto mentre il
ministro sta travestendosi da prete e ha infilata una calza nera.... I
sicari salgono, afferrano lo sventurato, lo trascinano giù per le scale
facendogli sbattere la testa sui gradini, e lo calano da una finestra
del piano terreno sulla strada; e allora quel misero corpo, già pesto,
è accerchiato fra oltraggi, è colpito con mazze, con ombrelli; è
coperto di sputi. Alcuni generosi, per salvarlo, fingono d'essere i più
accaniti di tutti, e lo tirano nell'interno della casa Imbonati; ma i
sicari lo vogliono loro, nelle loro unghie, e lo trascinano fra altri
colpi più spietati sulla via, sul fango. Col puntale d'un ombrello gli
è strappato un occhio. Un frate Orioli, che diventerà cardinale, il
cantante Galli dal suo balcone, il poeta Ugo Foscolo pregano, gridano,
impongono che si abbandoni la vittima. Invano! I generosi, fra i quali
un servo di Gian Domenico Romagnosi, con un supremo sforzo, riescono
a nascondere il Prina sotto un mucchio di assi d'un falegname, in
un cortile.... Ma gli assassini irrompono nella casa e, non trovando
il Prina, ammucchiano in fretta fascine su fascine per incendiarla.
Agli urli di «fuoco! e morte!» il Prina esce sanguinolento dal suo
nascondiglio; con un colpo di martello sulla faccia lo atterrano; lo
legano pei piedi sopra un asse, e lo trascinano per le vie della città:
la testa dell'infelice rimbalza sul selciato sconnesso delle strade; ed
è già notte nera; piove ora a dirotto; e il generale Pino ha terminato
appena d'arringare, con certe chiacchiere sue, certi mucchi di stupido
volgo attirato dal suo alto grado militare; e il fiacco podestà Antonio
Durini ha appena finito di far incollare sulle cantonate un pacifico
manifesto. Ma più si lacera quel misero corpo di martire, e più i
malvagi raddoppiano le torture. Ora lo trascinano davanti all'ufficio
del Demanio, l'ufficio della carta bollata istituita dal ministro; un
mascalzone gliene sbatte sul viso un foglio, glielo caccia in gola,
gridandogli: «Eccoti la tua carta bollata!» Altri, al lume delle torcie
lo denudano, e vogliono bruciarlo con l'acqua ragia; e, per questo,
minacciano di sfondare la porta d'una drogheria se non s'apre al loro
comando. Alla fine, un drappello di guardie civiche, con la baionetta
si scaglia sui carnefici, che fuggono. Il Prina è tratto nel cortile
del palazzo del Broletto; ma è deposto al buio, sotto una grondaia, la
cui acqua inonda quegli avanzi miserandi. E, nella notte, il cadavere
viene sepolto nel cimitero suburbano di Porta Comàsina, in un luogo
segreto, senza segno alcuno, perchè non si debba mai sapere dov'è
stata nascosta la vittima della scelleraggine, non si debba mai dargli
onorata sepoltura! Mai! Suo cugino, l'abate Prina, ha potuto salvarsi.
Non basta?

Il Regno italico, dopo nove anni di vita, cadde così: su un assassinio
infame. Quel Regno, illustrato da tanti alti ingegni civili, finì con
un delitto selvaggio. Gli successe una «reggenza» provvisoria, che
volle coprire di oblio i promotori, gli autori, i complici del delitto,
e lasciò impunemente, al domani del 20 aprile, diffondersi sozze stampe
e poesie in odio del Prina. Il maresciallo Bellegarde, il 28 aprile,
entrava in Milano a capo delle truppe austriache, per mettere la catena
ai polsi degli stolti illusi che lo avevano chiamato, sopra una via
insanguinata dal delitto.

Dopo l'eccidio miserando del ministro Prina, consumato da ribaldaglia
forese e da fautori dell'Austria, questi s'affrettarono, sì, a
supplicare il generale austriaco accampato sul Mincio di venire a
Milano a difenderli da quella stessa bordaglia sanguinaria che avevano
accozzata e aizzata al delitto. E il generale austriaco Bellegarde non
si fece supplicare due volte.

E venne poscia a Milano (nel maggio 1815), inviato dall'imperatore
Francesco I, il fratello di questo, l'arciduca Giovanni, per ricevere
il giuramento di fedeltà dei nuovi sudditi all'impero. Una guardia
d'onore d'ottanta giovani, a piedi e a cavallo, lo accolse. Te Deum nel
Duomo, luminarie, spettacolo al teatro alla Scala, con una inevitabile
cantata di Vincenzo Monti, rivolto ora verso i nuovi padroni; solenni
ricevimenti, pranzo e ballo di gala a corte.

Alcuni fanatici reazionari eccitano l'Arciduca a far cancellare nel
salone delle Cariatidi, a corte, gli affreschi di Andrea Appiani,
rappresentanti le geste militari di Napoleone; ma egli sa severamente
redarguirli. È questi l'arciduca del quale Carlo Porta tocca in un
sonetto caudato, che non si può riferire per la terribile volgarità
della chiusa. Il poeta finge che un nobile reazionario parli al
Principe, raccomandandogli i monumenti religiosi di Milano; e il
Principe gli risponde durissime parole, e lo fa tacere.

Bisogna notarlo: il ritorno del regno dei bacchettoni e degli Austriaci
bastonatori fu salutato dal Porta con versi ironici e dolorosi. Il
Porta vedeva rifiorire la reazione; vedeva ormai imporre alla sua città
il bigottismo, il silenzio. Gli Austriaci, che ritornavano chiamati
dai loro fautori nell'aprile del 1814, gli rammentavano le violenze
feroci dell'irruzione austro-russa che atterrì Milano nel 1799-1800
per tredici mesi, quando gli ufficiali austriaci facevano bastonare i
sindaci che non potevano eseguire i loro ordini. Egli prevedeva nuovi
avvilimenti dello spirito, nuove bastonature. Si ascolti:

      Catolegh, apostolegh e roman,[85]
    Gent che cred in del papa e in di convent,
    Slarghev el cœur che l'è rivaa el moment,[86]
    Hin chì i Todisch,[87] hin chì qui car Pattan.[88]
      Adess sì che Milan l'è ben Milan:
    Predegh, mess,[89] indulgenz, perdon a brent:[90]
    Emm de andà in Paradis anca indorment,
    Anca a no veghen vœuja meneman.[91]
      E senza _meneman_ ch'el var nagott,[92]
    Vœuja o no vœuja, tucc, no gh'è rason,[93]
    Devem andà su tucc, o crud o cott;[94]
      Chè n'han miss tucc[95] in stat de perfezion
    Col digiun, col silenzi, col trann biott,[96]
    E col beato _asperges_ del baston.

Terribile verso, quest'ultimo, rimasto proverbiale nella Lombardia per
le bastonature austriache, comandate nel 1848 dal Radetzky!

Eppure lo stesso Porta sciolse l'effervescente, sbrigliato _Brindes de
Meneghin all'ostaria_ per la venuta dei sovrani austriaci, chiamando
l'imperatore Francesco I: _Quel patron càregh ras de vertù_. Ma
Meneghino, come abbiam già detto, era brillo.

Il Béranger, nella canzone _Le violon brisè_, fa cantare un povero
suonatore di villaggio, il quale rifiuta di accompagnare col suono del
suo violino il ballo degl'invasori stranieri, e uno d'essi gli spezza
il violino.

Carlo Porta, in quel brindisi, non rassomigliava a quell'eroico
violinista.

L'imperatore d'Austria Francesco I entrò, di nuovo padrone assoluto, in
Milano l'ultimo del 1814. Nello stesso giorno, l'arco a Porta Ticinese,
eretto, su disegno del Cagnola, per rammentare la battaglia di Marengo,
venne dedicato _Alla pace dei popoli_.

Milano e la campagna viveano intanto nello sgomento. Molti i furti,
molte le aggressioni dei masnadieri moltiplicatisi: solito residuo
delle guerre. Il tribunale d'appello emanò nell'estate un editto, nel
quale, contro gli aggressori a mano armata, era attivato il giudizio
statario.

L'anno dopo cominciò un altro flagello: la carestia.



XXI.

 _Uno strano giudizio di Alessandro Manzoni. — La _Prineide_ di
   Tommaso Grossi. — È attribuita al Porta. — Ire furibonde di
   questo e pubbliche dichiarazioni. — Nobile tratto del Grossi. — La
   tragicommedia _Giovanni Maria Visconti_ scritta insieme dal Porta
   e dal Grossi. — Esame del manoscritto. — Giudizio di Carlo Tenca.
   — Giuseppe Verdi s'ispirò a un effetto scenico di quel dramma._


È strano che il Manzoni, così cauto e sereno giudice di fatti storici,
abbia potuto chiamare «saggia e pura» la rivoluzione dell'aprile 1814.
Al suo amico Carlo Fauriel, a Parigi, quattro giorni dopo l'eccidio
scellerato del Prina, osava scrivere queste testuali parole dalla città
dove il delitto era stato consumato:

  Mon cousin vous racontera _la révolution_ qui s'est opérée chez
  nous. Elle a été unanime, _et j'ose l'appeler sage et pure_,
  quoiqu'elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car
  il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c'est la plus
  grande et la meilleure partie de la ville) n'y ont point trempé:
  rien n'est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui
  ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un homme
  chargé de la haine publique, le Ministre des finances, qu'ils ont
  massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait
  pour le leur arracher.

  Vous savez d'ailleurs que le peuple est partout un bon jury et
  un mauvais tribunal; malgré cela, vous pouvez croire que tous les
  honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance.[97]

Lette queste parole, abbiamo diritto di domandare: in quale mondo
viveva allora Alessandro Manzoni? Forse, chi sa?, egli volle presentare
a ogni costo, per affetto al _natìo loco_, sotto una luce benigna la
propria città nativa; forse voleva difendere gli antinapoleonici.

Si narrò che il Manzoni, dalle finestre della casa Imbonati, dove
si trovava (ora là s'erge il teatro Manzoni), aveva assistito
all'esecrabile assalto della folla omicida, e ne raccontava più tardi,
a' suoi intimi, pietosi particolari: è certo che l'urlo della folla
s'udiva nella casa materna del Manzoni in via Morone.[98]

Il Manzoni aveva partecipato alla levata di scudi contro il regime
napoleonico firmando, insieme con numerosi nobili milanesi, la
petizione per ottenere la convocazione dei Collegi elettorali. Egli non
aveva mai amato Napoleone!

Un giovane solo, inerme, povero, d'umile origine, senza protettori,
quasi senza eco, e ancora oscuro, osò rimproverare apertamente i
congiurati del delitto consumato sull'infelicissimo Prina; al quale
Milano doveva una riparazione allorchè, libera, poteva compierle tutte,
e la deve ancora. Quel giovane era ignoto, ma doveva divenire il poeta
delle tenere commozioni, degli affetti purissimi e gentili, delle
lacrime pie, del dolore.

Quel giovane era il più diletto amico di Carlo Porta, Tommaso Grossi;
e la sua arma, audace e solitaria, era una satira, la sola satira
politica ch'egli scrisse: _La Prineide_.

È in dialetto milanese e in sestine. Vi manca il nerbo, l'ironia
tagliente, percotitrice del Porta; eppure fu creduta opera del Porta
appena si diffuse per Milano. Non nerbo, no, ma sdegno, figlio di alta
pietà per lo strazio del misero martire dell'avidità napoleonica e
della scelleraggine d'un volgo bestiale; volgo bestiale anche quello
che, in quell'esecrabile 20 aprile, spiegava sotto la pioggia gli
ombrelli di seta e ne volgeva le punte contro la vittima designata
della più cieca delle passioni, quale è la passione politica. La
pittura dello stato miserando, nel quale fu ridotto dalla lunga tortura
per le vie di Milano, nel fango, il corpo del Prina, è commovente nelle
sestine milanesi del Grossi: si rabbrividisce.

Quel poemetto, dice il Cantù, «ebbe tutto il successo della proibizione
e del mistero». Si mossero indagini per iscoprire il colpevole: il
nuovo governatore austriaco, il manesco Saurau, infuriato, voleva
conoscerlo a ogni costo. E intanto Carlo Porta a stampare in propria
difesa un sonetto:

    Gh'hoo miee, gh'hoo fiœu, sont impiegaa
    Et _quidem_ anch a caregh del sovran,

«O che volete che io, impiegato, padre di famiglia, possidente,
e malaticcio per giunta, col padre pensionato dal Governo, vada a
pigliarla contro Sua Maestà, padrone del mio pane? Bell'onore fate al
mio ingegno credendolo capace di trascendere a simili bricconate! Non
mi aspettavo questo compenso: non mi credevo degno d'andare in galera!»
Così egli si querelava in quell'infelice sonetto.

Ah no! egli ignorava che la _Prineide_ fosse dell'amico Grossi.
Altrimenti non avrebbe offeso lui per difendere sè. Appena pubblicata
la suddetta difesa, gli capitarono, per la posta, tre sonetti milanesi
anonimi in cui, confermandolo autore della _Prineide_, era bistrattato
quale vigliacco. Furono diffusi; ma, dice il Porta in una sua nota
manoscritta, «non ebbero fortunatamente assai spaccio». Non reputando
bastante la prima difesa, ne bandì un'altra. Pare veramente un bando il
sonetto:

      Carlo Porta, poetta ambrosïan.
    No vorend vess credun per on baloss,[99]
    Prima perchè a sto mond el gh'ha quaj coss
    E pœù perchè el gh'ha minga el coo balzan,
      El protesta e el dichiara a tutt Milan
    Che tucc quij vers che gira e che dà adoss
    A re, governa, prenzep e pess gross
    No hin farina fada col sò gran.

«O cari anonimi amici», pregava; «non attribuitemi tutto ciò che
in versi milanesi va girando per la città». Ma inutilmente, chè,
dall'ombra, qualche malevolo gli lancia altre accuse, altri insulti.
«Ebbi lo sconforto», egli lasciò scritto in un libro autografo, «di
suscitarmi contro un malevolo, che, di mano in mano ch'io tentava
d'emergere dal naufragio, mi sommergeva di nuovo». E crede che sia uno
della combriccola anti-italica. «Chiunque sia», egli soggiunge, «è uno
sciocco sempre, in quanto a lettere».

Aveva cominciato un altro sonetto più energico (il frammento è alla
Biblioteca Ambrosiana) ove prorompe stizzito: «Vogliono capirla o no
questi dottoracci che blaterano su tutto e non sanno niente, che io non
sono un imbecille il quale venga alle prese coi re?»

Il Grossi non si tenne paurosamente nascosto. Non attese che
l'innocente fosse colpito; spontaneo si presentò al Saurau
confessandosi autore della _Prineide_. Eravamo ancora lontani dalle
sevizie del Ventuno. La dominazione austriaca era nella luna di miele;
facile quindi la clemenza. Il Saurau tenne due giorni prigioniero
il poeta esordiente; quindi lo licenziò ammonendolo di adoperare in
migliori usi l'ingegno.

Il Grossi fu costretto a distruggere parecchie carte, fra cui versi
del Porta, ch'egli giudicava compromettenti. Di ciò diceva all'amico
in una lettera: «.... Mi scrivesti tante e sì belle cose, che serbava
come reliquie nel cuore del mio scrittoio, e che il diavolo mi fece
abbruciare in occasione delle mie note vicende (e ti assicuro che
vorrei piuttosto aver perduto un dente); basta.... riparerò per
l'avvenire a questa disgrazia!...»

Anche dopo il baccano della _Prineide_, quell'amicizia rimase
inalterata. Il Porta scriveva al Grossi: «Oh i begl'ingegni che siete
voialtri! Non v'è nulla che non vi riesca meraviglioso in verso e in
prosa, ancorchè fatta così su due piedi; e io scrivo a voialtri di
questa prosaccia. Addio, addio. Guardami il cuore. Questo viscere te
lo prometto migliore assai del cervello». E un'altra volta allo stesso
Grossi: «Ti voglio tutto il bene che vorrei alla più bella e brava
ragazza del mondo». E ancora: «Ti ammiro, ti guardo come si guarda il
sole».

I due amici lasciarono la prova più bella della loro concordia nella
collaborazione della comi-tragedia _Giovanni Maria Visconti duca di
Milano_, notevolissima nel Teatro italiano perchè si eleva da ogni
convenzione.

Al Porta era stato commesso «di scrivere un'azione drammatica da
rappresentarsi al teatro della Canobbiana, e, trovandosi stretto dal
tempo, chè la si doveva porre in iscena non più tardi di quindici
giorni dopo la sua promessa, propose a Tommaso Grossi di far questo
lavoro insieme».

Così nel proemio della comi-tragedia stampata. E si aggiunge che i
due collaboratori si unirono «a scegliere l'argomento, a stabilire
la disposizione degli atti e delle scene: si divisero fra loro
l'esecuzione, rivedendo poi insieme il complesso del lavoro, e
stendendo anche alcune scene in compagnia».

In pochi giorni l'opera fu compiuta; ma per «imprevedute circostanze»,
non fu rappresentata.

È il primo esempio in Italia di collaborazione teatrale a due. Sono
cinque atti. Il dialogo procede parte in italiano ampolloso, che
mirava «a far colpo», e parte in un pittoresco milanese campagnuolo,
sull'esempio della commedia _I conti d'Agliate_ (rappresentata nel
1785) del monaco olivetano Francesco Molina, autore d'un'altra commedia
di argomento patrio _La caccia de Barnabò Visconti_.

Silvio Pellico, nel _Conciliatore_ (pag. 470), eccitava con coraggiose
parole a trattare sul teatro drammi d'argomento patrio; e già sin dal
Settecento un monaco ne componeva.

Col _Giovanni Maria Visconti_, i due geniali autori rispondevano ai
concetti del Pellico.

L'azione si volge al tempo di Giovanni Maria Visconti, il crudelissimo
figlio di quello splendido Gian Galeazzo, che innalzò Milano e la rese
una città doviziosa, culta, illustre, potente. Giovanni Maria Visconti
ebbe la bravura di perdere, in un decennio (1402-1412) a una a una,
quasi tutte le città comprese nel vasto dominio visconteo, lasciatogli
dal padre.

I due autori rappresentano, a tinte cupe, un tiranno efferato. Come
mai certe frasi potevano piacere ai dominatori austriaci?... Si parla
subito di congiurati, fra i quali due fratelli Trivulzio, «caldi tutti
di patrio amor», e uno di loro esclama: «Povera patria nostra, in quali
mani caduta!» Un altro dice perfino: «Abbiamo deciso di strappare la
corona dal capo d'un usurpatore, d'un mostro, per riporla su quello dei
legittimi nostri sovrani».

La comi-tragedia fu vietata per molto tempo dai proconsoli d'Austria, e
si comprende perchè. «Questo dramma, che scostavasi dalle solite norme
convenzionali della scena, e che univa l'elemento tragico coll'elemento
popolare e grottesco, prima assai che Victor Hugo pensasse ad erigerlo
in teoria letteraria, non è forse che uno sbozzo, e risente della
precipitazione con cui fu scritto. Ma v'hanno in esso alcune scene
bellissime per vigoria d'affetto e per comica vena; e se nella mirabile
creazione di Biagio di Viggiuto, il buon pastricciano milanese, tutto
cuore e bontà, manesco e furbo alla sua maniera, si scorge la mano
maestra del Porta, coloritore insuperabile di caratteri; nei personaggi
dei due Trivulzio, di Luchino Del Maino e sopratutto in quella casta e
amorosa figura della Violante Pusterla, si ravvisa la fantasia mesta
e soave del Grossi che anche di mezzo alle tristizie di un'epoca
corrotta, sapeva trarre imagini belle e nobili».

Così un fine critico, Carlo Tenca, in quell'animoso _Crepuscolo_, che
fu il legittimo erede del _Conciliatore_.[100]

Il Tenca non potè vedere il manoscritto; ma se lo avesse veduto,
avrebbe trovato che il Grossi trattò anche qualche parte comi-tragica,
ad esempio tutto il principio del terzo atto, quando Biagio è
atterrito per aver visto divorare dai cani del Visconti un infelice,
condannato a quell'orribile fine. Ma appartiene al Porta il soliloquio
di Biagio nella sesta scena del primo atto. Par di sentir parlare
_Giovannin Bongee_ in quel dialogo che Biagio finge di sostenere con
Squarcia-Giovanni, confidente del duca.

La seconda scena del quarto atto si presenta a due piani. Il piano
superiore è una stanza da letto; l'inferiore è una prigione, dove
Violante Pusterla, amante e cugina di Luchino Del Maino, incatenata,
prega in ginocchio.

Ebbene: questa scena a due piani suggerì a Giuseppe Verdi l'ultima
tragica scena a due piani dell'_Aida_.



XXII.

 _Ugo Foscolo in casa Porta. — Sue relazioni con la famiglia
   del poeta. — Lettere sue dagli autografi. — Il suo buon umore
   dall'esilio. — Le avversità di Luigi Bossi. — Tratti generosi
   del Porta e di sua moglie per lui. — Il pittore e poeta Giuseppe
   Bossi in fine di vita. — Grande amicizia del Porta anche per lui.
   — Morte di Giuseppe Bossi: suo monumento scolpito dal Marchesi.
   — Lo _Sposalizio_ di Raffaello e il museo del gaudente conte
   Sannazzaro. — Carlo Porta sul Lago di Como. — Memorie lariane: a
   Blevio. — Sonetti del Porta contro il favorito della Principessa
   di Galles._


E Ugo Foscolo?

Ugo Foscolo conosceva la famiglia Porta. Vi era accolto con benevolenza
e con espansione d'affetto, laddove in altre famiglie trovava rivali e
ostilità. A Milano si burlavano di lui per le sue spacconate, e i più
lo detestavano calunniandolo: i Porta gli elargivano consolazioni e
amorevolezze.

Da lettere di lui, conservate oggi nel Museo Portiano a Milano, si
rileva come, oltre l'affetto, certi interessi di denaro lo legassero a
quella famiglia. Difatto, egli si serviva della banca di Gaspare Porta,
fratello di Carlo, per ritirarne gli zecchini necessari ad esulare in
Inghilterra, non volendo, come ne era richiesto, giurare fedeltà al
Governo austriaco. Il fratello di Ugo, Giulio Foscolo (lo stesso che
lo difese poi nella _Biblioteca italiana_ dalle malignità biografiche
del Pecchio), con un tratto generoso, gli cedette un capitaletto
fruttifero, formato da' propri risparmi; e il banchiere, scelto da
Ugo Foscolo per compiere le necessarie operazioni, fu appunto Gaspare
Porta.

Lasciata l'Italia, il Foscolo, fra tante tumultuose vicende, manda a
Gaspare proprie informazioni da Zurigo. Il 6 luglio 1816, dopo avergli
confidato l'itinerario che avrebbe seguito per passare a Londra, lo
prega di baciare Carlo:

«Date un bacio a quel poeta gaudente di vostro fratello; ditegli, a
quattr'occhi, che nell'albergo ove in questi giorni, per non pagare
un lungo affitto di casa in campagna, sono disceso ad alloggiare in
Zurigo, ho veduto a tavola rotonda il povero Bossi, che fece le viste
di non conoscermi, ed io ho rispettato la sua riservatezza. Seppi poi
che cadde malato, e, ristabilitosi alquanto, pigliò casa in città:
non ne ho più udito parlare: vive sotto il nome di Bellinzaghi; vorrei
andare a offerirgli cordialmente, da italiano a italiano, da povero a
povero, da esule a esule, e anche da malato a malato, i miei servigi,
ma non ardisco presentarmi a chi crede d'avere ragioni di star meco
così celato. Se Carlino lo desidera, anderò e farò tutto quello che
potrò».

La lettera è di pugno del Foscolo. Il Bossi di cui parla con affetto
era Luigi, fratello del pittore e poeta Giuseppe. Per dolorose
circostanze, ad alleviare le quali vedremo quanto cuore ponesse Carlo
Porta, Luigi Bossi riparava col pseudonimo di Paoliniano Bellinzaghi a
Zurigo, gran rifugio di perseguitati, di peccatori e d'infelici. Anche
Ugo Foscolo si faceva chiamare colà col falso nome di Lorenzo Alderani.
E il Bossi lo confidava a Carlo, informandolo del fuggiasco cantor dei
_Sepolcri_ e d'una acerbissima satira scritta da lui.

Il Porta gli rispondeva da Milano: «Del costì misterioso soggiorno del
noto letterato ne avevo da lungo tempo qualche sentore, per voci vaghe
ed incidenti di piazza, quantunque la mia ditta sia quella di cui egli
si servì per il passaggio de' suoi fondi. Mi è pur nota la satira di
cui mi parli, che riguarda tutta una adunanza nostra letteraria, che
negli anni decorsi praticava in casa di certa signora Vadori. Questa
satira, modellata quanto al ritmo ed alle tracce sull'_Apocalisse_ di
san Giovanni, è da lui intitolata: _Visione di Didimo Chierico_. Io la
lessi due anni sono, datami da lui medesimo, e colla chiave necessaria
per interpretarla. Non la stamperà, ne son certo. Primo, perchè la
natural vendetta delle persone offese avrebbe un campo più lauto nelle
avventure sue per rifarsi con di lui maggior danno e vergogna. Secondo,
perchè da questa mercanzia non potrebbe ritrarre quanto sarebbe
obbligato di spendere per la stampa e la carta....»

In quale rete d'imbrogli economici Ugo Foscolo si dibattesse, a Londra,
lo mostra un'altra lettera di lui, datata 20 settembre 1816 da quella
città, e diretta: _Al signor Giuseppe Porta per Gaspero Porta; Milano._
È d'affari. Egli parla del viaggio costoso, del caro de' viveri a
Londra, di lire sterline, di cambialette, d'impegni, di rimborsi; ma
d'un tratto esce dalle aridità finanziarie: «Malgrado la carezza del
vivere, io benedico l'ora che sono venuto in Londra. Mi veggo accolto
quasi fossi Catone in esilio volontario, e veggo che agl'Italiani basta
l'essere onesti e l'avere un po' d'ingegno per essere ben veduti.... Ho
ancora, e gli avrò finchè vivo, i pensieri in Italia». E infine: «Che
fa il poeta cassiere?»

Una lettera bellissima, e rara per umorismo, insolito nel Foscolo,
che ama piuttosto colorire di tinte tragiche, alla _Ortis_, il proprio
epistolario, fu inviata direttamente a Carlo Porta. Essa ci introduce
nell'interno della ospitale famiglia del poeta milanese; parla della
moglie e de' figli di lui, e persino delle donne di servizio. Ah!
col poeta del _Bongee_ non ci vogliono fremiti (pare abbia detto fra
sè quel Grande), non lugubri parole, ma piacevolezze: asciughiamo le
lagrime, procuriamo di mostrarci allegri. Ecco la bellissima lettera
tutta intera come l'ho ricavata dall'originale; è scritta di pugno
dell'autore e non ha data:


«Carlo Porta fratello, e voi Vincenzina sorella, e voi Violantina, ed
Annetta e Peppino figliuoli miei; e voi esemplarissime serve matronali
di casa Porta, madri mie dilettissime in Cristo; io Meneghino Fenestra,
_girovago_, stando oggi in Bologna, nè sapendo domani dove sarò, vi
saluto con tenerezza e desiderio di cuore, e v'abbraccio tutti e tutte
con castissima ed apostolica carità. Sappiate ch'io sono partito senza
volervi dire addio, perchè a quella parola le lagrime mi gocciavano
giù per le guance mentr'io tentava di proferirla dal secreto dell'anima
mia: però non vogliate stimarmi villano, nè freddo e ingrato di cuore
verso voi tutti ch'io amo, invece, e bramo di rivedere, poichè la
vostra casa fu asilo cordialissimo a me in tutte quelle mie tristissime
sere, e le vostre seggiole basse m'erano quieto riposo, e il vostro
focolare mi riscaldava senz'abbruciarmi, e le vostre mele cotte mi
risanarono gli occhi, e le vostre mele crude mi davano tutte le sere
una cena salubre e squisita, la quale non mi costava se non un cordiale
ringraziamento: — per queste gentilezze, e perchè tutti voi padroni
e servi, giovani e vecchi e bambini, uomini e donne — specialmente
le donne — siete ottime persone, ed aliene dalle fazioni Francescane,
Austriache, Napolitane, Napoleoniche, Eugeniche, municipali, etc. etc.:
— Io, dilettissimi, vi amo, e spero di rivedervi, ed abbracciarvi tutti
— fuorchè la Vincenzina e la Violantina — all'una delle quali, invece
d'abbracciarla, bacio in ispirito e bacierò in persona la mano destra;
ed all'altra un guanto, purchè non abbia mozze inelegantemente le dita
— che è la più brutta di tutte le mode di portar guanti. — Or addio; ed
un saluto al signor Nava, al quale direte che ho scritto e che attendo
impazientemente risposta, e i miei rispetti a don Giuseppe, al filosofo
Gaspare e a don Alessandro. Cristo vi guardi, fratelli e sorelle e
padri, e madri mie matronali, e figli e figliuole mie dilettissime.
Tu, Carlino, rinfrescati gli occhi con l'acqua di rosa, perchè questi
miei scarabocchi arabeschi t'accecheranno leggendoli. Addio, Omero
dell'_Achille Bongee_. Addio.

                                                    «U. F....ENESTRA.

    »_Al signor Carlo Porta,
  presso il signor Porta, banchiere.
              Milano._»

Non isfuggirà la freddura di quel _Fenestra_, trattandosi d'una lettera
a _Porta_. Ugo Foscolo freddurista!... Ma alle freddure inclinavano
allora altri grandi. Alessandro Volta non teneva tanto della sua pila,
quanto delle sue freddure.

Un altro ameno ricordo foscoliano sta in un esemplare del _Misogallo_,
posseduto già dal Porta. Vi è una nota con queste gaie parole, le quali
mostrano il Foscolo scherzoso con una bambina: «Nota scritta il dì 10
ottobre 1814 a Milano in casa Porta, nel gabinetto di Carlo Porta,
presente la bella Annetta detta _Strofei_, d'anni due, mesi dieci,
giorni cinque, castissima, innamorata di me scrittore Didimo Chierico
discepolo del Reverendo Jacopo Annoni, curato, di buona memoria....»

Questa graziosa Annetta, prima delle due amate figliuole di Carlo
Porta, non ebbe lunga vita: morì a trentun anno, il 1842. Ma non doveva
essere detta _Strofei_, bensì _Strafùi_, nome scherzoso che vorrebbe
dire coso, cosuccia. Le mamme milanesi dicono affettuosamente al loro
bambino: _Car el mè strafùi!_

A motivo, forse, delle fisiche sofferenze, Carlo Porta si mostrava
burbero. Ma era burbero benefico. Nessuno più di lui avea pietà per
il povero. Soccorreva con liberalità delicata. Fra' suoi manoscritti
v'ha questo pensiero: «Pur troppo, è vero, gli uomini in generale
non si meritano la fiducia dei disgraziati; ma le disgrazie servono
almeno alla decomposizione di questa massa, e servono mirabilmente
a farci ravvedere de' nostri errori». E ancora: «Il cuor mio corre
spontaneamente in soccorso di chi soffre, e con facilità sa investirsi
della situazione di un disgraziato, e trasportarsi in esso, e
desiderare per lui ciò che vorrebbe per sè medesimo». Ecco come
quest'uomo, volteriano in religione, parla da perfetto cristiano. E
come cristianamente operasse lo seppe Luigi Bossi, piombato d'un tratto
nella sventura. A lui, che, come fu detto, s'era rifugiato a Zurigo,
Carlo scrive con islancio magnanimo:

«Io mi sarei creduto la più infame persona del mondo se non fossi con
tutte le mie forze, comunque esse siano, concorso al sollievo della
tua famiglia in tanta penosa circostanza, nè miglior compenso io potrei
ottenere di quello che tu mi dài, trovandomi degno della tua amicizia.
Ora, giacchè ti può servire al tuo spirito, sappi che la tua famiglia
tutta è divenuta mia, ch'io le ho di già procurato casa e comodità,
ch'io mi sono già posto alla testa della sua piccola amministrazione, e
che sorveglierò da padre l'educazione de' tuoi figli, che non faranno
un passo senza di me. Io penso, inoltre, fin d'oggi, a procurar loro
un collocamento, e spero trovarlo per uno d'essi nel mio studio, e per
l'altro forse, a suo tempo, nel mio stesso Ufficio del Monte.»

Il fratello di Luigi Bossi, Giuseppe, non mancava d'aiutarlo: ma,
travagliatissimo com'era per la malattia che lo struggeva, e ridottosi
già a vendere persino qualche oggetto prezioso per condurre innanzi
l'opera magistrale sul _Cenacolo_ di Leonardo da Vinci, che gli
stava tanto a cuore, non poteva prestare a lui e a' nipoti soccorsi
adeguati al bisogno. Carlo Porta prese, adunque, il posto di fratello
verso Luigi Bossi. La moglie sua, l'ottima Vincenzina, univasi a
lui nell'opera pietosa e gentile. Ella prendeva cura, sopratutto, di
confortare la moglie del Bossi lontano, l'Annettina, che coi figli
abitava presso di lei. Leggiamo quest'altra lettera affettuosissima del
Porta all'amico infelice:

  «Mio carissimo Luigi,

Dalla Annettina mi fu comunicato il paragrafo della tua lettera, ad
essa diretta, che riguarda la mia persona e la mia famiglia. Egli
ha prodotto nel mio cuore la più viva e la più tenera sensazione,
perchè io amo te, l'Annetta e i tuoi figli non altrimenti che se ti
fossi fratello. Non credere a me, Luigi; ma domanda a tanti che mi
hanno veduto piangere sulla tua disgrazia s'io non ho anticipatamente
giustificata la confidenza che mi dimostri. Mia moglie, mio fratello,
mio padre, hanno fatto a gara per offerire alla tua buona Annettina
quel qualunque conforto che per lor si poteva nella di lei spinosa
vicenda. Io vorrei che non si frapponessero tante circostanze, e così
delicate in faccia al mondo ed alla parentela tua, per aver coraggio ad
offerirle dippiù; ma ciò che non mi è permesso di fare con lei, mi fo
ardito di farlo con te, e ti esibisco tutto me stesso e quanto tengo di
mio.

«Luigi, non sono parole: ti scongiuro in nome della amicizia a pormi
alle prove. Se per la tua somma onoratezza ti trovassi mai in qualche
angustia; se la fortuna che per l'ordinario è la persecutrice de'
buoni ti abbandonasse, ricòrdati che le mie esibizioni sono sincere,
ricòrdati che mi farai beato dandomi una testimonianza dell'amicizia
tua col confidar nella mia, nè ti spaventi lo stato mio di figlio di
famiglia, perchè ciò nondimeno io sono sufficientemente provvisto e
per me e per l'amico. Mille volte ti avrei scritto se non avessi temuto
di riuscirti importuno, ma io ho finora rispettato la tua situazione,
parendomi che, nel tuo ritiro, fosse maggior pietà mia il risparmiare
al tuo cuore una sì vicina rimembranza di tante e commoventi affezioni.
Ora però che me lo permetti, io sarò ben contento di poterti qualche
volta confermare che sono e sarò sempre finchè avrò vita

                                                         «il tuo vero
                                            ed affezionatissimo amico

                                                           «C. PORTA.

_PS._ — Mia moglie, che vede che ti scrivo, mi incombenza di salutarti
e di dirti che la tua Annetta avrà sempre in lei una svisceratissima
amica».


La frase «figlio di famiglia» ci ricorda che il padre del Porta,
Giuseppe, era vivo ancora, vegeto, e vegliava sempre sull'andamento
della famiglia.

E ora Giuseppe Bossi versa in grave pericolo di vita. Carlo Porta
invia pronto, allora, una lettera a Zurigo, perchè Luigi vigili su
certi parenti, i quali parevano trarre profitto «della sua natural
debolezza». Armato di quello scetticismo che l'amara esperienza degli
uomini gli aveva radicato nell'animo, si affretta a soggiungergli:

«Compatiscimi s'io azzardo de' sospetti su persone che ti appartengono;
ma io temo di tutti gli uomini indistintamente; e se non calcolo
talvolta sugli effetti della consanguineità, ossia sull'amore che
da questo titolo ne dovrebbe risultare, non è che per quella fatale
esperienza che io ne ho avuta sul particolar mio, e che potrebbe però
essere tutta affatto disgrazia mia».

Nato il 1777 nella grossa borgata di Busto Arsizio presso Milano,
Giuseppe Bossi, che a soli venticinque anni era levato a capo
dell'Accademia di belle arti in Brera, morì giovane il 9 dicembre 1815
dopo lunga malattia nella quale sputava sangue di continuo: eppure,
come lasciò scritto egli stesso nelle sue note autobiografiche che si
conservano autografe alla Braidense, subì in pochi giorni nientemeno
che ventuna cavata di sangue! Ma era il tempo dei feroci salassatori,
il tempo del sangue, si spargesse da Napoleone o dai medici della nuova
scuola medica capitanata dal Rasori! Come ricorda un sonetto del Porta,
l'ultima ora gli fu affrettata dal lavoro. Il Bossi era operosissimo;
non poteva stare un momento in ozio. Viaggiò molto, insegnò pittura; la
vastissima tela in cui copiò il _Cenacolo_ di Leonardo e il sontuoso
libro in folio dove illustrò quel capolavoro con varie tavole tratte
dai disegni di quel sommo, gli costarono fatiche indicibili. E alle
fatiche si aggiunsero le spese. Lavorando intorno a quell'illustrazione
di critica e d'arte, scriveva a un amico: «Esausto per infinite spese
d'ogni genere, sto alla vigilia di fallire, la qual parola per me
vuol dire vendere qualche preziosa cosa, e ciò per cavarne un cattivo
libro». Aveva molti invidiosi e nemici, anche perchè avvenente e le
donne lo amavano; si potrebbe dire lo adoravano. Era il più bell'uomo
di Milano. Ugo Foscolo lo maltrattò nell'_Ipercalisse_ e gli scagliò
questo epigramma:

      Se fredde come son le tue pitture
    Fosser le tue censure,
    O calde come son le tue censure
    Fosser le tue pitture,
    Saresti buon censore
    E forse buon pittore.

Si racconta che la stupenda Paolina, sorella di Napoleone, volle farsi
ritrarre in pittura dal Bossi, tutta nuda, come aveva fatto in scultura
dal Canova; e che quel povero artista, in una stanza molto riscaldata e
infagottato negli abiti di panno, che per l'etichetta non potè levarsi,
mentre ritraeva la dea, si buscò un bel malanno, trasformatosi in
polmonite, causa prima della sua morte precoce.

Antonio Canova, reduce dai memorandi colloqui con Napoleone a Parigi
sull'arte italica e sui capolavori artistici rubati dal Despota, e che
il Canova voleva fossero restituiti all'Italia, fu ospite più giorni
dell'amico suo Bossi. Si sedeva nel giardino, sotto un antico tiglio,
che spandeva larga ombra e profumi soavissimi coi mille suoi fiori;
tiglio che vigoreggiava ancora, quand'io dimoravo in quella stessa casa
di via Santa Maria Valle, che vide il Porta e altri grandi.

Le pitture, del Bossi, fredde come malignava il Foscolo, meschinamente
accademiche, non seducono i più. Graziosissime, invece, le sue poesie
erotiche dall'aroma oraziano; e ragguardevole la sua ode _Adrezz de
Meneghin al prenzep Eugenio_. Il Bossi non si curva, come il Monti,
davanti al principe potente, davanti al sole che splende, ma sta
diritto e parla da uomo libero: sembra un artista indipendente del
Cinquecento. Carlo Porta, che, come abbiamo visto, sentiva fortemente
l'amicizia, questo etereo soffio della vita, lo difese dopo morto dalle
censure.

È indicibile com'egli soffrisse alla morte del caro Bossi. Soffriva
alle arti dei maligni che tentavano di sminuire il merito e la fama
di quell'artista appassionato, di _spiscinigh el nomm_, ed esclamava
amaramente: «Mondo imbecille!» — In quella dolorosa circostanza si
sfogava col fratello Luigi così: «Il Peppo ha fatto male a morire.
Egli si sarebbe fatto largo in mezzo alla nebbia dei tempi, ed avrebbe
almeno colla sua presenza fatto tacere i maligni». E li smaschera;
sono tutti professori di Brera, colleghi del defunto: «Zanoia, Longhi e
l'ingratissimo Albertolli sono i principali nemici di tuo fratello e si
dibattono come energumeni per nuocere alla di lui riputazione ed agli
interessi di chi gli succede» (lettera 24 aprile 1816).

All'eredità di Giuseppe Bossi volle attendere egli stesso, occupandosi
per appianarne tutte le difficoltà presso i tribunali. «Gli affari
Bossi mi occupano non rare volte intiera la festa», scrive al Grossi.

In una sala della Biblioteca ambrosiana fu eretto, in onore di Giuseppe
Bossi, un grandioso monumento, dovuto allo scalpello di Pompeo
Marchesi; ma il busto fu scolpito amorosamente dall'amico Antonio
Canova. Al Bossi fu fatto merito d'aver decorata l'Accademia di Brera
dello _Sposalizio_ di Raffaello; ma bisogna ricordare un altro nome:
quello d'un avvenente, gaudente, epicureo, innamorato del bello, e
ricchissimo, il conte Giacomo Sannazzari, il cui palazzo a San Fedele
(scrive Francesco Cusani) fu da lui trasformato in un meraviglioso
museo di quadri, marmi, antichità, convegno d'artisti, di gentiluomini.
Le pingui dovizie del conte derivavano dall'eredità lasciatagli da un
Pezzòli; uno dei pubblici appaltatori (_fermieri_) flagellati da Pietro
Verri. Quel Pezzòli era amico della famiglia Sannazzari.

Ebbene, lo _Sposalizio_ di Raffaello, che si ammira a Brera, fu
comperato dal munifico Sannazzari assicurandolo a Milano. Era stato
rapito dai Francesi all'Italia nel 1797.

Intanto la salute di Carlo Porta vacillava per nuovi malanni.

Pareva che i dolori della podagra lo lasciassero un po' in pace; ma
ecco a infastidirlo il mal d'occhi che lo aveva afflitto da ragazzo.

«Quanto a me, non me la passo male, e non mi resterebbe altro a
desiderare fuorchè d'essere lasciato in pace da una flussione d'occhi,
che ogni due o tre dì ricompare, e non si lascia vincere dalla
cura.... _Deus providebit_. In casa mia vi è scuola piantata, e quasi
centenaria, dell'arte di condurre a spasso e conversar cogli orbi, e
quindi non dispero di trovarmi bene anche nello stato di fringuello da
moda». Così a Luigi Bossi.

Ciò nonostante, lavora di continuo: e, quando giunge il dì del
riposo, ne informa subito l'amico: «Oggi leggo, e sto tutto il giorno
godendomela colla pancia all'aria, sdraiato come le lucertole al sole.
Questo è il vero gusto».

Ma sollievo più dolce Carlo Porta trovava a Blevio, paesello sul lago
di Como; lago che il Balestrieri aveva cantato, e che Ugo Foscolo
prediligeva per le emozioni de' suoi procellosi amori con la _Cecchina_
Giovio, a Como, e con la _Lenin_ Bignami nella villa rossa di
Cernobbio.

A Blevio, la villa Belvedere era posseduta dalla marchesa Imbonati,
sorella di Carlo immortalato dal Manzoni nel noto carme; la quale
pietosamente aiutò negli studi un povero ragazzo di Perlasca, frazione
di Blevio: quel Tommaso Bianchi, che, prete, e poeta romantico, alto,
dalle bionde chiome inanellate alla nazzarena, entrò ardente nella
_Giovine Italia_, e, arrestato, fu trovato una mattina morto nelle
carceri di Milano. Sembra che nella notte, in delirio, lo sventurato
siasi ucciso.[101]

E a Blevio ebbero le loro ville la celebre cantante Giuditta Pasta,
l'angelica interprete del Bellini, nemica dell'acqua e del sapone;
l'adorata ballerina Maria Taglioni, che acquistò la villa della
crestaia Ribier (già nostra conoscenza) arricchitasi assai a spese
delle dame milanesi. E a Blevio s'era eretta con architettura russa una
villa graziosa il principe Schuwaloff, che la abbandonò per convertirsi
al cattolicismo e farsi frate barnabita; a Parigi raccontò poi in un
libro la sua conversione. A Blevio, la portentosa principessa Cristina
Belgioioso, vi trovò l'ultimo suo rifugio di pace, dopo una vita
tempestosamente patriottica e avventurosa.

Alessandro Manzoni scrisse a Blevio la faceta _Ira d'Apollo_, che fece
parte dell'arsenale guerresco contro i classicisti, contro i quali
Carlo Porta si lanciò, come vedremo fra poco.

E da Blevio Carlo Porta scorgeva di fronte, sul lago, la grandiosa
villa che Carolina Amelia Elisabetta di Brunswich, principessa di
Galles, tramutò nel teatro de' suoi turpi amori. Quando l'erculeo
favorito della sciagurata, Bartolommeo Pergami, già corriere del
generale Pino e al servizio di lei, venne nominato cavaliere della
Croce di Malta, Carlo Porta gli scaraventò contro quattro roventi
sonetti. Li compose sul lago di Como, forse a Blevio o a Moltrasio,
nella villa dei conti Lucini-Passalacqua, dei quali era amicissimo, e
dove pure soggiornò.[102] Molto si scrisse di quella principessa: non
tutto. Gli atti segreti di Stato a Milano recano ignoti particolari
che non solo lumeggiano episodi occulti di depravate passioni, ma
personaggi aulici, e il tempo.[103]



XXIII.

 _Nella casa del conte Luigi Porro. — Silvio Pellico e il
   _Conciliatore_. — Carlo Porta in mezzo ai Carbonari. — Si accorse
   egli del suo pericolo? — La lotta fra romantici e classicisti. —
   Perchè Carlo Porta la combattesse. — Il suo verismo. — Giovanni
   Berchet portabandiera dei romantici. — Il Manzoni difeso con
   buon umore dal Porta. — Sua lettera da Parigi. — Un giudizio del
   Manzoni riportato da Ruggero Bonghi. — Un giudice in tribunale
   strapazza i romantici: risate del Porta. — Giornali in zuffa
   letteraria. — Le solite soavi polemiche letterarie. — Vincenzo
   Monti contro l'Acerbi. — Francesco Cherubini. — Abbattimenti del
   Porta e sgridata del Grossi._


La bella casa del conte Luigi Porro in _Via dei tre monasteri_,
detta poi _Via di Pietà_, ricca di oggetti d'arte rarissimi, talchè
i forestieri di buon gusto si facevano premura di visitarla, non si
apriva soltanto ad ospiti stranieri celeberrimi di passaggio per Milano
come Lord Byron, il grande poeta della passione dolorosa e ardente
carbonaro; accoglieva anche altri carbonari e romantici d'azione, sì
lombardi che d'altre terre.

La polizia austriaca, onnipotente, e il governatore austriaco (che
talvolta doveva obbedirle) vigilavano attentissimi quel focolaio di
idee sovversive.

Il conte Porro teneva seco in casa, com'è notissimo, Silvio Pellico,
istitutore de' suoi figliuoli e compilatore indefesso d'un periodico
che, nella storia del giornalismo italiano, rifulge di splendore
imperituro: _Il Conciliatore_, fondato e mantenuto specialmente
coi denari del ricchissimo conte. La lotta del _Conciliatore_ e del
cenacolo che vi scriveva (Berchet, Pellico, Federico Confalonieri,
Porro....) non mirava soltanto a combattere i classicisti
convenzionali, freddi, verbosi; mirava a ben altro: a combattere
il Governo austriaco e a sostituirsi ad esso con tutto un programma
di governo liberale e innovatore; programma pubblicato, quale prima
sinfonia orchestrale, nel periodico animoso. L'ufficio austriaco di
censura fu allora raddoppiato di forze e di forbici. Tagliava, mutilava
implacabile gli articoli. Alla fine, il _Conciliatore_, che veramente
non poteva conciliare l'irriducibile, venne soppresso.

Ora, come possiamo figurarci il prudente Carlo Porta nel ribelle
cenacolo dei carbonari e dei romantici del _Conciliatore_?

Bisogna dire che egli non ebbe sentore di ciò che fremeva sotto la
lotta anti-classicista, alla quale prese sì fervida parte con la sua
irridente musa meneghina. Quel giorno in cui egli si fosse accorto
d'essere cascato fra quei nemici giurati dell'impero d'Austria, che lo
compensava puntuale ogni mese del suo lavoro d'impiegato, avrebbe certo
abbandonati quei contatti pericolosi.

Fortuna per lui che i romantici d'azione subodorarono facilmente
l'amico del quieto vivere, e non tentarono (ci sembra) d'avvolgerlo
nelle spire della loro cospirazione carbonara, che, scoperta, finì con
le atroci condanne e con gli orrori dello Spielberg.

Un bel giorno, a Carlo Porta e a Tommaso Grossi arriva questo biglietto:

«Luigi Porro celebra domani romanticamente la festa del suo santo
pranzando cogli estensori del _Conciliatore_. Sarebbe gratissimo ai
dottori Porta e Grossi, autori della bella poesia per le nozze Verri
e Borromeo, se volessero fargli il favore di venire a pranzo coi
romantici».

Il Porta, come sappiamo, non era dottore: il Grossi sì, laureato in
legge. Quella poesia nuziale era una canzonatura del vecchio dio
Apollo, del rancido convenzionalismo dei classicisti di mestiere;
pungeva gli anti-romantici rabbiosi, li derideva. Sestine, delle quali
quelle auspicate nozze servivano di comodo pretesto, sestine polemiche,
oggi foglie inaridite.

Lo s'immagina Carlo Porta là, nel vivo, ribelle cenacolo dei
carbonari-romantici, col calice in mano per brindare a uno de' suoi
capi più possenti?

Egli non fu carbonaro, sicuramente; abbracciò la causa dei romantici
per uno spirito di gusto innovatore, per un sentimento d'estetica.
Notiamo, peraltro, che egli fu, in realtà, con l'esempio, un verista,
come quasi tutt'i poeti vernacoli d'Italia; sovranamente verista.

Il Porta, il Grossi, il Manzoni combatterono il Classicismo a puro
scopo d'arte, e lo combatterono col ridicolo: il Porta con tutta
una corona di sonetti contro l'anti-romantico arrabbiato Francesco
Pezzi (direttore dell'ufficiale _Gazzetta di Milano_ e portavoce
ubbidientissimo del Governo), con le sestine _El Romanticismo_ e ben
altre satire frizzanti; il Grossi col poemetto milanese _La pioggia
d'oro_, dove gli eroi mitologici sono derisi; il Manzoni con _L'ira
d'Apollo_.

I classicisti si radunavano in casa delle corteggiatissime sorelle
Londonio; là dominava il maestoso Vincenzo Monti, turbato dalla nuova
scuola, contro la quale sciolse l'immaginoso eloquente sermone _Audace
scuola boreal_, in difesa dei classicisti, egli, che talvolta attingeva
ai romantici con la facilità del suo magnifico estro assimilatore.

Il Porta si rivolse a una di quelle sorelle per sostenere i diritti
del Romanticismo sopra il Classicismo. La poesia _El Romanticismo_ è
un discorso a _madamm Bibin_, ch'era l'ammirata Angelina Londonio,
avversa ai romantici. Quella poesia si può chiamarla il programma
dei romantici, in meneghino. Le scurrilità l'offendono; e dànno più
fastidio pensando che il poeta parla a una signora «bella, graziosa,
delicada». Aveva ragione di dire che la poesia doveva abbandonare, alla
fine, le finzioni mitologiche, e che

      .... st'arte la stà tutta in la magìa
    De mœuv, de messedà come se vœur[104]
    Tutt i passion, che gh'emm sconduu[105] in del cœur;

ma aveva torto d'affermare

    Che la forma no fà el bon del pastizz;[106]

egli squisito maestro della forma, da nessuno superato.

Eppure, prima di lanciare il razzo incendiario nel campo dei
classicisti, il Porta ebbe un momento di perplessità. Il senso che si
dava alla parola di romantico era (come scrive il Grossi al Porta)
di «stravagante, di matto, di bestiale, di sciocco», e a lui, regio
impiegato e quindi uomo serio e partigiano dell'ordine, garbavano poco,
s'immagina, tali titoli! «Coi fatti eri già romantico, arciromantico»,
gli dice il Berchet in una lettera del luglio 1817. E chi meglio del
Porta rispondeva a uno dei principii del Berchet e dei romantici?
Coll'esempio più splendido non dimostrava egli forse ciò che il
Berchet, seguendo la scuola germanica, predicava: che la _sola vera
poesia è la popolare_? Ma il Porta fu più conseguente de' suoi amici.
«Come! — sembra egli dica — voi disprezzate l'antico perchè non vi
commuove; affermate anzi (vedi _Conciliatore_ del 4 aprile 1819) che vi
commuovono assai più le ricordanze moderne e vi gettate nel medio evo?
Io sono moderno: nelle satire, nelle novelle ritraggo la vita moderna.
E sono un verista!»

Un altro suo carattere lo segnala fra i romantici lombardi. Questi,
con le loro vergini invano innamorate, moribonde, coi loro gementi
trovatori cacciati in bando, coi loro mendichi, volevano strappare
i sospiri. Si cominciava già il culto patologico del dolore e la
cascaggine patetica; ma nella poesia del Porta nulla di ammalato: tutto
è sano e vigoroso come in un umanista.

Pensando forse che la vita è già troppo amara perchè l'arte con le
dolorose sue rappresentazioni l'amareggi di più, egli preferiva l'arte
lieta all'arte malinconica; e lo confessa in uno de' sonetti contro il
Giordani, l'_Abaa Giavan_, che disprezzava tanto i dialetti e le poesie
dialettali, in un articolo della _Biblioteca Italiana_, a proposito
della _Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese_,
curata dal Cherubini. Carlo Porta gli rispose pronto con una corona di
sonetti, vera corona di spine, chiamandolo ironicamente:

    .... el Papa del gran tempio della Gloria,
    L'Imperator di articol letterari,
    .... el gran Kan de l'onor, del disonor:
    Per donna de servizi el gh'ha l'Istoria,
    E i poster tucc dedree per servitor.

Eppure il Porta si commoveva facilmente sino alle lagrime quando
leggeva libri patetici. Narra il Grossi ch'e' toglievasi «spesso cogli
occhi bagnati di lagrime dalla lettura dell'_Eloisa_ di Rousseau o
dalla _Delfina_ di madama di Staël». E il Porta confida candidamente
all'amico: «A proposito di Schiller, ieri l'altro mi hanno portato il
_Don Carlo_. L'ho letto subito, e gli ho pagato il tributo d'un otre di
lagrime».

Le teorie bandite dal Berchet (che fu il primo, com'è noto, a levare lo
stendardo romantico in Italia) erano a ogni modo sostenute con vigoria
dal Porta. Egli s'infervorava nella mischia; e contro l'anti-romantico
giornale _L'Accattabrighe_, contro la _Biblioteca Italiana_, ma più
contro Carlo Gherardini fratello del dotto Giovanni, e contro il
gazzettiere Pezzi, combatteva coll'arme che gli era naturale, il
ridicolo, a pro del Manzoni, Berchet, Ermes Visconti, Torti. Il ciclo
letterario delle poesie portiane risuona tutto de' suoi colpi.

Il Manzoni, pago della serena canzonatura argutissima _L'ira d'Apollo_,
non si mescolò nella scompigliata zuffa letteraria; egli che, in tutta
la lunga sua vita, mai rispose a' suoi critici; segno anche questo
d'una superiorità che non si può non ammirare. Inoltre, egli stava
lontano: dimorava allora a Parigi. Ma non era malcontento che un Porta
e un Grossi lo difendessero dai colpi dei gazzettieri al soldo del
Governo e dei seguaci inviperiti del vecchio _credo_ mitologico.

I buffi sonetti che il Porta compose, spropositando nei vocaboli, nel
numero delle sillabe, nelle rime, al modo d'un esilarante poetastro
avvocato Pietro Stoppani, che allora faceva ridere tutta Milano,
cominciano con quello, amenissimo, dedicato al Manzoni, a proposito
della tragedia _Il Carmagnola_, pubblicata allora di fresco:

      Noi tutti letterati di Milano,
    Che siamo quelli che dan legge al mondo,
    Abbiam letto con sdegno inumano
    La tua tragedia senza il giusto pondo.
      E per fermare il torrente malsano
    Che vuol mandare il buon gusto in profondo,
    Gli andiamo incontro con armata mano
    Coll'articolo primo e col secondo,
      E col terzo della vera e gran _Gazzetta_
    Che fa il Pezzi, quell'uom così famoso,
    Di cui la fama il gran nome trombetta.
      Leggili tutti e due, e trema e sappia
    Che ci vuol altro che un bue romanticoso
    Per sconvolger la nostra poetica prosapia.

Il _bue_ era, naturalmente, il Manzoni. Il quale, da Parigi, scrive al
Grossi amabilmente così:

«Un poetucolo fa una tragedia: è criticato: tutto questo è in regola:
degli amici prendono le sue difese, anzi si mettono molto bene
sull'offensiva; e il poetucolo farà il dottore a questi amici per
ringraziamento? E chi sono questi amici? _On trattin_[107]: Porta e
Grossi. Qual è l'uomo in Milano che, vedendosi attaccato e malconcio,
se gli si annunziasse che Porta e Grossi prendono le sue parti, non si
sentirebbe proprio a risuscitare?»[108]

E il Manzoni diceva ancora: «Quell'uomo dai sonetti (il Porta) ha tanto
ingegno, che non ha luogo per la superbia, e tanta malizia (nel senso
francese di _malice_), che non vi resta spazio per la malignità».[109]

I bracchi dell'imperatore austriaco fiutavano già nel Romanticismo,
nelle imboscate del _Conciliatore_, la selvaggina, il liberalismo,
e tentavano tutto per soffocarlo. Carlo Porta (come quello che non
seguiva i romantici nella lotta che movevano contro lo straniero) non
ebbe a subire fastidi da parte delle autorità, tranne una volta, e in
pieno tribunale. L'aneddoto è da lui medesimo narrato al Grossi in una
lettera del 17 luglio 1819: «Sabato scorso fui alla Corte di giustizia
criminale, per subirvi un esame intorno alle faccende dell'eredità
Bossi. Il processo fu dimezzato dal giudice, e di' mo' perchè?... Per
incastrarvi, così per _transenna_,[110] una strapazzata a' romantici
ed al Romanticismo. Per fortuna che il giudice si è lasciato fuggire
di bocca tante e sì ridicole bestialità e castronerie, che, ben
lungi dall'adirarmi e compromettermi, finii la questione col ridere a
crepapancia.»

Il _Poligrafo_, dell'ex-chierico Lampredi; l'_Antipoligrafo_ che lo
contraffaceva; lo sguaiatissimo _Accattabrighe_, fondato dal governo
austriaco per combattere il _Conciliatore_; e quindi le appendici
della _Gazzetta di Milano_, dove il citato Pezzi loda un almanacco
per le ballerine della Scala e manda l'autore del _Carmagnola_ a
imparare l'abbiccì; la _Biblioteca Italiana_, classicista sfegatata;
e persino il _Corriere delle dame_; e opuscoli, opuscoletti, volumi,
fogli volanti a stampa e manoscritti mettevano il campo letterario a
rumore: rumore da trivio, frastuono d'improperi, di basse ingiurie.
Gli epigrammi infuriavano; si distribuivano titoli di prezzolato e di
ladro.

Fra i compilatori d'uno stesso giornale scoppiavano talvolta discordie
rabbiose. Nella _Biblioteca Italiana_, il Monti accapigliavasi
coll'Acerbi che la dirigeva. Nell'esaminare un volume di scritti
inediti, della Biblioteca Quiriniana di Venezia, trovo una nota
autografa del Monti tutta stillante veleno contro quel direttore
odiato: «_Biblioteca Italiana._ Questo giornale costa al governo il
sussidio di seimila franchi l'anno e non gli frutta che malcontenti
e nemici. Il suo direttore, uomo nullo nelle arti della penna, per
alimentarlo e tenerlo in vita è costretto a pagare danaro contante
tutti gli articoli, e, incapace per sè di giudicare della bontà o
reità degli scritti, insacca nel giornale tutto quello che compra
senza la minima distinzione, e parzialmente gli estratti che mordono
e calpestano la riputazione degli scrittori. Per questa via anche
gli uomini di maggior fama e i più stimati, onorati ed amati dalla
nazione sono giuoco e trastullo alle basse passioni del direttore. Il
suo giornale insomma è tutto mercenario, e non avendo chi lo dirigge
(_sic_) alcuna riputazione da perdere, impunemente attenta l'altrui,
e rende mal servizio al governo inimicandogli gli scrittori di maggior
nome, de' quali torna più conto il guadagnar l'opinione.»

Carlo Porta non si dava arie di letterato, come l'Acerbi, conoscendosi
privo di vasta e seria cultura per usurparne il nome. Tuttavia, come
indignavasi nel vedere che scurrili opuscoli letterari si ricercavano
con avidità!

Vedevasi per le vie camminare un po' barcollante, e talora discorrere
con fuoco un uomo macilento, dallo sguardo vibratissimo: era Francesco
Cherubini, amico di Giovanni Gherardini, che soleva chiamarlo il
Magliabechi milanese. Al Porta premeva ch'egli pure entrasse nella
compagnia romantica, ma quel dotto, nutrito di classici fino al
midollo, non voleva saperne. Il 10 luglio 1819 il Porta ne informava,
deluso, il Grossi: «Credevo che il nostro Cherubini fosse romantico
marcio, nè mi aspettava mai di sentire ch'egli avesse bisogno della
grazia efficace per ridursi alla verità della fede».

Il Grossi, da Treviglio, desiderava essere informato dall'amico
dell'andamento della guerra romantico-classicista, di cui più tardi,
col poema _I Lombardi alla prima crociata_, doveva ravvivare le fiamme.
E il Porta a rispondergli il 9 aprile 1819: «La guerra fra i romantici
e i classicisti s'è ristretta tutta a delle piccole scaramucce fra
gli avamposti, nè pare per ora che i due eserciti minaccino di venire
a giornata. A buon conto, l'eroe del quartiere color di rosa[111]
ha piegato bandiera e si è solennemente congedato dal campo, in cui
protestava non rimanere per lui a far altro dacchè nessun romantico
ardiva più di alzar la testa».

I classicisti opponevano alla _Eleonora_ del Bürger, lanciato nel campo
come campione romantico da Giovanni Berchet, la _Feroniade_ del Monti.
Non opportuna scelta la prima, gelida funerea fantasia tutta nordica,
un'intrusa nella nostra terra della luce e dei fiori; inopportuna
scelta la seconda, ch'è un'insulsa favola degli amori di Giove con la
ninfa Feronia, in tre canti: anfora artisticamente niellata, ma vuota:
giustifica la beffa del _Testament d'Apoll_ del Porta.

Carlo Gherardini stava per morire, consunto. E il Porta: «Non so nulla
del Gherardini, toltone ch'egli è ai conti con Domenedio, e non pel
comune dovere di cristiani in questa stagione,[112] ma perchè è affetto
da un'etisia che lo incalza ad occhio veggente. Dio gli perdoni, com'io
gli perdono di cuore le molte ingiurie che mi ha stampato, e la gloria
del cielo lo accompagni per tutti i secoli». Carlo Gherardini, in
risposta al vivace _El Romanticismo_ portiano, aveva pubblicato, pure
in versi milanesi, un opuscolo _Risposta di madama Bibin alle sestine
del signor Carlo Porta_, molto insolente. Si congedava dal Porta,
esortandolo così:

    Scriv di cialad, come t'è semper faa,
    E sta cert de no vess mai superaa.

«Scrivi delle sciocchezze come hai sempre fatto e sta' certo di non
essere mai superato».

Non è a dirsi quanto queste parole amareggiassero il Porta. Nonostante
gli applausi universali, sentiva umilmente del proprio merito;
ma se altri lo disprezzava in modo così aperto, non c'era verso
di persuaderlo dell'altrui stolta malignità e rimaneva abbattuto,
lasciavasi vincere dall'avvilimento. Dopo d'essersi detto che non
valeva più nulla, che quel «poco calore di cervello» che lo aiutava
ai tempi passati era «affatto svanito», sospira: «Io che poteva forse
essere qualche cosa al tempo mio, ora non conto più un cavolo; ed in
questo il Gherardini non parla già da par suo, ma parla da filosofo,
e come potrebbe parlare suo fratello Giovanni». E il Grossi a dargli
sulla voce: «Cessa un po' una volta dall'essere sconoscente verso Dio,
che ti ha data una delle prime teste (lettera 8 aprile 1819). E se ti
sento un'altra volta a dire che hai perduto il vigor giovanile, che
ormai non hai più lena di scrivere, e somiglianti bestemmie, ti voglio
denunciare all'Inquisizione di Spagna come eretico, bugiardo, ingrato
ai doni che Domeneiddio ti ha compartiti».



XXIV.

 _Ultimi giorni del Porta. — Il suo amore per Milano. — Strali contro
   il Cicognara. — Un consolatore: Gaetano Cattaneo. — Servilismo
   grottesco di costui. — Ancora scherzi ameni del Porta. — Suo
   testamento morale al figlio. — Suoi pensieri religiosi e sue celie
   morendo. — Monsignor Tosi. — Morte. — Un tentato assassinio. —
   Persecuzione contro i Carbonari. — Vincenzo Monti vigilato dalla
   polizia austriaca. — Milano contristata. — Elogio del Porta
   scritto dal Manzoni al Fauriel. — L'addio del Grossi sulla tomba
   del Porta._


Ma Carlo Porta volgeva alla fossa.

Un primo insulto della gotta ereditaria lo assaliva, quando contava
diciassette anni: e continuò, almeno una volta l'anno, a tormentarlo.
Al mal d'occhi aggiungevansi emicranie dolorose: «Io non sono per
anco guarito dal mio mal di capo.... A certe ore del giorno io darei
il capo nei muri» (lettera al Grossi). E, come ciò non bastasse,
tetre ipocondrie lo rendevano inaccessibile persino alle consolazioni
della sua buona moglie. I medici gli raccomandavano di distrarsi; ma
l'impiego lo teneva incatenato a consuetudini uniformi, dalle quali
ben difficilmente si toglieva. Era attaccatissimo alla sua Milano, che
nessuno poteva toccargli. Non solo in un caustico sonetto inveì contro
i Francesi, che la disprezzavano vantando sempre la superiorità della
Francia; ma rosolò il Cicognara, ch'ebbe il cattivo gusto di esporre
a Venezia un suo brutto quadro satirico, rappresentante il Duomo di
Milano con un asino davanti. Il Porta, vindice della sua Milano, gli
scaraventò addosso un sonetto.[113]

Fra gli amici intimi che andavano a confortare con buone parole il
Porta, si notava lo spropositante numismatico Gaetano Cattaneo, ch'era
tanto ossequioso, intimo del Manzoni. Il Cattaneo studiò pittura a
Roma (fu anche pittore infelice), e rammentava che, nella scuola,
gli facevano copiare fette circolari di zucche. Aveva immaginato di
erigere, in mezzo alla piazza del Duomo, una torre colossale figurante
l'erma di Napoleone, sulla cui testa enorme la Corona ferrea formasse
un terrazzo accessibile per una scala interna. Quando mai l'adulazione
ai potenti suggerì un'idea più sciocca e grottesca?

Esaminando gli atti d'ufficio che riguardano nell'Archivio di Stato
Carlo Porta, trovo che nel maggio 1818 gli erano accordate quattro
settimane di permesso perchè malandato in salute, e, più tardi, nuovi
permessi per guarire della ipocondria. Passando alla propria villa che
possedeva presso Torricella, sotto il cielo ridente della Brianza, o
a quella d'un Siro De Petri, ricco epicureo amantissimo delle matte
brigate, l'animo suo rasserenavasi, poi si rinchiudeva ancora nella più
buia tristezza.

Pure fra i dolori della gotta ritrovava, di tanto in tanto, il suo brio
istintivo. In un'epistola a Luigi Rossari, infarcita burlescamente di
latino, lo ringraziava dei voti che formava per la sua salute:

      Grazie ti rendo, o figlio, della devota prece
    Che per me innalzi al cielo benchè non valga un cece,
      Chè della gotta il male al suon de' preghi vani
    Senza lasciare i piedi m'offese ambo le mani,
      Sicchè non ti potendo io stesso benedire
    Ti mando invece a farti.... per tutti i dì a venire.

La matta epistola, improvvisata, finisce colla bizzarra firma:
«_Carolus janua cœli_». È inedita.

A motivo de' suoi dolori fisici ed altro.... mancò un giorno a una
promessa fatta alla suocera Camilla Prevosti; ed ecco, per ripararvi,
le manda quattordici sestine italiane bernesche, che trovo pure fra le
sue carte inedite:

      Orsù via, dunque, i miei clamori ascolta,
    _Meas omnesque iniquitates dele;_
    E s'io torno a mancarti un'altra volta
    S'estingua per me il sole e le candele:
    O se il ciel mi concede di guardare,
    Mi mostri sol dei conti da pagare.

Ma negli ultimi anni un cruccio più forte delle malattie lo angustiava:
d'aver lasciate troppo libere le briglie al collo della musa
vernacola, che lo aveva trascinato nel laidume. Volle giustificarsi
davanti al figlio Giuseppe della sua _Ninetta del Verzee_ e di altri
lubrici componimenti. In un volume manoscritto di suoi versi inediti
(celati oggi scrupolosamente nell'Ambrosiana) inseriva, all'indirizzo
del figlio, una lettera finora sconosciuta, colla quale invoca le
attenuanti dai giudici che lo gridavano corruttore. Potei vedere
quel volume proibito, e a me pare ben fatto pubblicare il brano più
importante della notevolissima lettera, tanto più che tuttora si
appuntano contro di lui le armi de' più severi.

«Alcuni di questi componimenti di genere erotico griderebbero
altamente contro di me se io avessi permesso che venissero colle stampe
divulgati, o se fossi stato meno circospetto nell'esporgli alla lettura
di chi bramava conoscere le cose mie. Questa prudente circospezione
io la raccomando a te pure, figliuol mio, e sappi che non mi spinse
a tentar questo genere amor di lascivia o turpitudine di mente e di
cuore, ma curiosità e brama soltanto di provare se il dialetto nostro
poteva esso pure far mostra di alcune di quelle Veneri che furono
finora credute intangibile patrimonio di linguaggi più generali ed
accetti. Ho io così fabbricato quell'appuntato coltello, che sarebbe
male affidato nelle mani dell'inesperto fanciullo e tu custodirai,
figlio mio, con gelosia. Se tuttavia qualche accigliato ipocrita
alzasse la voce contro tuo padre e gridasse all'empio! al libertino!
al lascivo!, di' francamente a costui che a favor di tuo padre stava a'
suoi giorni la pubblica opinione, ch'esso fu intemerato amministratore
del denaro del Principe, che nessun operaio ha mai frustraneamente
reclamata da lui la meritata mercede: ch'egli non fu mai contaminatore
degli altrui talami, ch'egli non ha mai turbato la pace santa delle
famiglie, mai blandito con adulazioni le ribalderie e l'ambizion
de' potenti, mai chiuse le orecchie ai clamori dell'indigenza, e che
infine egli è vissuto cittadino, figlio, marito, padre e fratello senza
che l'infuggibil rimorso o la legge abbia mai un istante percossa la
tranquillità de' suoi sonni».

Il pentimento d'avere scritti versi erotici senza il _candidissimo
velo_ petrarchesco si fece sempre più acuto, amarissimo in lui.
Prorompeva in lagrime, si gettava in un angolo della propria stanza
o colla faccia riversa sul letto, singhiozzando. Aveva cominciato
uno de' suoi caustici componimenti sulla confessione (il Grossi nelle
lettere ne lo richiede di frequente), ma fra le sue carte non ne scorgo
traccia. Sembra che negli ultimi istanti, sopraffatto da pensieri
religiosi, egli abbia pregato il Grossi di distruggerlo.

Sulla fine del 1820, quale trepidazione in casa Porta! Il poeta
languiva più che mai. Sentiva d'essere prossimo alla fine. Pensieri
religiosi sorgevano nel suo cervello turbato, il suo sguardo volgevasi
al cielo; senonchè l'innato spirito satirico rompeva sovente la
preghiera, e il motto volteriano, irrefrenabile, sibilava sulle sue
labbra morenti. Monsignor Tosi, giansenista, cui devesi, secondo alcuni
biografi, la conversione del Manzoni, avvicinandosi al letto, gli disse
con voce amorevole:

— Don Carlino, coraggio! Si prepari a un gran passo. Pensi ch'ella sta
per entrare trionfante come Gesù in Gerusalemme....

— Me ne accorgo dalla cavalcatura! — esclamò il Porta, alludendo a un
povero prete che lo aveva allora confessato.

Tutti sanno che Gesù entrò in Gerusalemme a cavallo d'un asino....

Gli posero in mano un crocifisso: egli lo baciò. Qualche ora dopo
riceveva l'Eucarestia. Gli amici più intimi lo confortavano con parole
affettuose, e un d'essi gli chiese:

— Come stai, caro Porta? —

Ed egli, mostrandogli il crocifisso che teneva sempre in mano:

— Come si può stare con questi _belee_! (balocchi).

Intorno al letto di Carlo Porta fu intonato, a bassa voce, un
_Miserere_. E allora, chissà!, egli avrà pensato alla traduzione del
funebre salmo fatta da lui un giorno in milanese, tuttora inedita:

    Mi, Signor, buttaa in genœucc,
    Me magòni, me disperi.[114]

Il passo dell'_amplius lava me_ fu da lui così parodiato:

    No stracchév de lavamm giò
    Con lessiva e savonada,
    Ingegnév come se pò
    A famm proppi la bugada;
    Giacchè hii fà tanti mestee,
    Fée anca quel del lavandee.

Cioè: «Non istancatevi (o Signore) di lavarmi con liscivia e saponata.
Ingegnatevi, come si può, a farmi proprio il bucato. Giacchè avete
fatto tanti mestieri, fate anche quello del lavandaio».

Così Enrico Heine morente bisbigliava: «Iddio mi perdonerà. È il suo
mestiere».

Il 4 gennaio 1821, dopo settimane nebbiose, il cielo si rasserenò. Si
sperava che il bel tempo protraesse almeno di qualche giorno ancora la
vita all'infermo; ma il dì 5 (era un venerdì) ritornarono le piogge e
le nebbie, e il gran poeta milanese, travagliatissimo, spirava fra il
pianto de' suoi. Intanto, accadevano gravi fatti.

La sera del 6, quando il cadavere non era ancora sepolto, accanto alla
casa dell'estinto in via Monte Napoleone, avvenne (narra il diarista
Mantovani) un tentato assassinio su personaggio ragguardevole: il
colonnello inglese Brown, venuto a Milano per levare testimoni contro
la scandalosa condotta di Carolina di Brunswick, principessa di Galles,
a Cernobbio sul lago di Como: fra que' testimoni, un Maiocchi, già
servo del generale Pino, doveva sostenere a Londra la parte principale
dell'accusa.

Il colonnello fu assalito, nell'oscurità e fra la nebbia fittissima,
dal coltello di due ignoti, che fuggirono: uno d'essi lasciò sulla
strada una scarpa. La vittima tentò di difendersi con le mani.
Riportò quattro ferite, una sola pericolosa. Raccontò che un biglietto
anonimo, ricevuto qualche giorno prima, l'avvertiva di quanto doveva
succedere.[115]

La polizia si pose subito tutta in moto per cercare i malfattori. Ma
aveva ben altri malfattori da scovare! Da molto tempo, spargeva il
terrore nella campagna un assassino chiamato _Anima lunga_, invano
ricercato nonostante la taglia che lo colpiva. E un ladro _Fatutto_,
saccheggiava case e chiese. Di notte, nella cattedrale di Pavia, con
l'olio acceso delle lampade, i ladri incendiarono gli sportelli degli
armadi della sagristia e ne rubarono tutti i sacri arredi d'argento.
In soli cinque giorni, a Milano, si perpetrarono quarantadue reati
d'aggressioni pubbliche e furti. I ladri rubavano a tutto andare gli
orologi dei devoti nelle chiese. Violenti giovani figuri della così
detta _Compagnia della Teppa_, banda di malviventi, assaltavano di
sera pacifici ambrosiani, li schiaffeggiavano, li buttavano a terra,
e li inondavano d'un liquido che non era acqua di Colonia; tutto ciò
per malvagità: non rubavano. Tredici di quei giovinastri, quando
morì Carlo Porta, furono acciuffati, incorporati in una compagnia
di disciplina per sei anni, e mandati in Ungheria. Per diffamare i
patriotti Carbonari, la polizia austriaca spargeva la calunnia che quei
_teppisti_ facevano parte della setta temuta.

Il 31 ottobre 1820 fu pubblicato un editto che condannava a morte chi
facesse parte della setta dei Carbonari; ma sin dal 15 settembre di
quell'anno fu diramato ai parroci l'obbligo di leggere dal pulpito
una «notificazione» sul dovere di denunciare i Carbonari sotto le pene
comminate ai delinquenti. E col Codice penale austriaco d'allora non
si scherzava. Nel 1819 un giovane conte Trivulzio, per essersi battuto
in duello con un colonnello austriaco, fu condannato a cinque anni di
carcere duro. Così il Mantovani.

Silvio Pellico era stato arrestato come carbonaro, in casa del conte
Luigi Porro, il 13 ottobre 1820. Carlo Porta certo lo sapeva. Che ne
avrà pensato? Avrà avuto un brivido, riflettendo che avrebbe potuto
essere anch'egli sospettato di Carboneria, egli che aveva messo piede
nella Massoneria? I Frammassoni di Milano avevano fatto parlare molto
di sè.[116]

Vincenzo Monti stesso, che pur aveva inneggiato al nuovo padrone
Francesco I col _Ritorno d'Astrea_, e aveva tentato di conciliare la
pubblica opinione col reduce dominatore straniero, componendo nel 1815
_Il mistico omaggio_, quando l'arciduca Giovanni d'Austria venne a
ricevere il giuramento dai sudditi — giuramento che Ugo Foscolo non
volle prestare, preferendo l'esilio volontario, — Vincenzo Monti,
che bazzicava col Pellico, con Luigi Porro, ed era suocero di Giulio
Perticari, segnato anch'esso come liberale e carbonaro, veniva (chi lo
avrebbe detto?) pedinato dalla polizia.

La città era contristata per la leva di novemila coscritti, obbligati
al servizio militare per otto anni, in regioni, forse e senza forse,
lontane da Milano. In molte case si piangeva.

La morte di Carlo Porta addolorò sopratutti gli amici di lui. Il
Manzoni scriveva a Claudio Fauriel:

«Son talent admirable, et qui se perfectionnait de jour en jour, et à
qui il n'a manqué que de l'exercer dans une langue cultivée pour placer
celui qui le possédait absolument dans les premiers rangs, le fait
regretter par tous ses concitoyens; le souvenir de ses qualités est
pour ses amis une cause de regrets encore plus douloureux».[117]

Nei registri ufficiali di morte della parrocchia di San Babila, nella
quale abitava il poeta, sta scritto che «don Carlo Porta» (ancora quel
_strasc d'on don!_) moriva d'anni quarantacinque «per febbre gastrica».
La lunga malattia parve prodotta dall'umore gottoso ch'erasi gettato
negl'intestini: la morte ne fu la conseguenza.

Nella domenica 7 gennaio la secolare artistica chiesa di San Babila,
parata a lutto, risonava d'esequie che si cantavano a quel Carlo Porta,
il quale le aveva messe potentemente in burla nel _Miserere_. Un corteo
d'amici poeti e d'impiegati del Monte di Stato accompagnò la salma sino
al cimitero di San Gregorio fuori Porta Venezia, e là venne sepolta. Il
Grossi, piangendo, pronunciò queste parole:

«Uno spontaneo senso di cordoglio ci ha raccolti intorno a questo
feretro, su cui posano le spoglie mortali di Carlo Porta, a cercare
un qualche conforto al dolore coll'unirci alla Chiesa, che prega pace
all'anima dell'amico nostro, e col partecipare ai riti santi con che
questa pietosa Madre consacra la via del sepolcro.

»In questo solenne momento della separazione, a tutti parla in cuore la
voce che ci avverte di quanta perdita siamo stati afflitti.

»Da chiunque intende il dialetto della nostra città fu ammirato il
trascendente genio poetico di Porta: nessuno ardisce di contendergli
il primato fra quanti hanno scritto nel vernacolo milanese; nè sarebbe
forse troppo ardita lode l'affermare che, nei generi da lui trattati,
alcun poeta, anche di lingua, sia mai giunto all'altezza a cui egli
pervenne.

»Ma noi non compiangiamo nell'estinto amico nostro la sola perdita
d'un raro ingegno: il genere di poesia da lui scelto a trattare non
gli diede campo di manifestare in essa il lato più bello, più distinto
dell'anima sua. Tutti quelli però che hanno conosciuto Carlo Porta
nelle intime relazioni dell'amicizia possono attestare com'egli fosse
modesto, candido, semplice nelle maniere, pronto ai più delicati
sentimenti della compassione, ai moti più liberali della misericordia.
Un fondo abituale di malinconia lo dominava; ed in mezzo ai lepori
ingenui di che il suo discorso era brillante, si scopriva in lui un
facile ritorno sopra sè medesimo, che lo portava a riflettere su quanto
v'ha di più serio e di più importante nella vita. Negli ultimi tempi
specialmente, quasi sempre travagliato dalla podagra, egli si era
andato sempre più familiarizzando con tal sorta d'idee, ed avremmo
veduto in una parte d'un lavoro poetico che egli stava preparando
questa tinta patetica che ebbe pur sempre nell'anima, e di cui i suoi
scritti anteriori non avevano reso mai testimonianza.

»Ma i giorni che gli erano numerati correvano al loro termine: dopo
le angosce d'una lunga insuperabile malattia, rassegnato, Carlo Porta
chiuse gli occhi all'eterno riposo la mattina del 5 gennaio.

»La religione, che addita una speranza al di là del sepolcro, lo
sostenne nel tremendo passaggio; questa sola può confortarci nel nostro
dolore».



XXV.

 _Lavori del Porta lasciati incompiuti. — _La guerra di pret._ —
   Vena patetica del grande ironista. — _L'apparizion del Tass._ —
   La versione della _Divina Commedia_ in meneghino. — Un'iscrizione
   vessata. — Scoperte funebri che fanno ridere. — Monumento a Carlo
   Porta._


Il lavoro poetico cui il Grossi alludeva è _La guerra di pret_, che
rimase incompiuta.

È una storia di persecuzione contro un povero prete onesto; storia
dove il poeta rivela una nuova maestria: quella di trattare il genere
patetico. L'episodio del buono e calunniato prete Ovina può mettersi a
paro, per affetto, per verità di descrizione e spontaneità d'accento,
a parecchie ottave del Grossi nella _Fuggitiva_ vernacola. Il Porta
voleva scrivere un lungo lavoro, in quattro parti: la morte gli gelò
la mano. Il frammento che ci rimane è una sfilata di tipi di preti
l'uno diverso dall'altro. Nessun altro lavoro del Porta è così fitto di
vivaci macchiette; nessuno presenta un contrasto così vivo, e passaggio
naturale dal burlesco al patetico. Questa volta ci consoliamo alla
vista di un prete caritatevole e galantuomo, e all'omaggio che gli
rende il poeta. Prima del Porta, il Parini, in un sonetto milanese,
aveva dipinto il prete benefattore che dona fardelli di robe ai
poverelli salendo premuroso _su per i scal de legn fina al quart pian_.

Buone ragioni fanno ritenere che la mesta istoria del perseguitato
e innocente prete Ovina sia ispirata dalla verità. Nel 1821, quando,
appena morto il poeta, se ne raccolsero le poesie in due volumetti, si
inserì _La guerra di pret_, ma si soppresse quell'episodio che rivelava
le infamie d'un seduttore e gli strazi di due vittime.

Carlo Porta descrive così quel buon prete:

      Sostegn di fiacc, confort di disgraziaa,
    Franch, tolerant, discrett, giojal, sincer,
    Caritatevol senza vanità,
    Prodigh pù de danee che de parer;

insomma, un degno sacerdote, che fa pensare alle parole del Manzoni:
«Se un prete, in funzione di prete, non ha un po' di carità, un po'
d'amore e di buona grazia, bisogna dire che non ce ne sia più in questo
mondo».[118]

L'ultima sestina descrive il

    .... tremendo viacc de l'alter mondo,

e fu l'ultima che il poeta scrisse.

Lasciò incompiuta anche _L'apparizion del Tass_. In questo frammento,
che non manca pur esso d'una vena patetica, finge che gli apparisca
Torquato senza corona d'alloro sulla fronte. «Dov'è, signor Tasso, gli
chiede il Porta genuflesso, dov'è quella corona che le stava così bene
sulla fronte?» — «Ah! Carlo, egli risponde,

    Cavand sù dai polmon
    On sospiron patetegh e profond,
    Ah! Carlo, la coronna desgraziada
    No la ghè pù per mi.... che on tal Manzon
    On tal Ermes Viscont
    Me l'han tolta del coo, me l'han strasciada».

Nessuno ignora che Alessandro Manzoni, anima candidamente cristiana
al pari di quella del poeta della _Gerusalemme liberata_, disprezzava
ingiustamente questo sublime poema cristiano e appassionato, che anche
lord Byron ammirava tanto. Sembra che il Porta volesse far pronunziare
dal Tasso una specie di difesa, ma, dopo i versi citati, il poeta
milanese non scrisse altro. Solo, in un foglio a parte, leggonsi
alcuni pensieri di continuazione a quel frammento. Al Grossi, che lo
sollecitava di finire il componimento, scriveva con manifesto malumore:
«I versi sul Tasso non hanno voluto venire. Mi sono posto sul serio: ho
voluto tentare un patetico da idillio; e la lingua mi ha abbandonato.
Ho però imbrattato della molta carta, e quanta non ne ho usato mai
per veruna stramberia che ho fin oggi scritta, e quel ch'è più bello
ho fatto un gran nulla. Mi sono sta volta convinto in pratica che il
dialetto nostro manca assai assai per questo genere di descrizione, e
strabilio pensando come tu abbia cavato tante belle cose e sì vive da
una povertà immensurabile».

A un vasto lavoro attendeva amoroso anche ne' suoi ultimi dì: la
versione in milanese della _Divina Commedia_. Domenico Balestrieri
(nato il 1714, morto il 1780) aveva tradotto in ottave milanesi la
_Gerusalemme liberata_; Francesco Bollati aveva lasciato, manoscritti,
a Carlo Porta il _canto II e canto III de l'Orland furios de l'Ariost
travestii_: il padre Alessandro Garioni avea parafrasato in milanese
la _Batracomiomachia_; ed ecco il Porta cimentarsi, alla sua volta,
colla terribilità di Dante! Scelse l'ottava, e giunse a scrivere tutto
il primo canto dell'_Inferno_ e vari frammenti degli altri primi sette.
Dante non è più Dante: è Carlo Porta. L'austera serietà del sacro poema
si tramuta in facezia: ma non è profanazione, badiamo. Alcuni passi gli
riescono meravigliosi per trovate felicissime. Nel canto di Francesca,
quel verso della lettura sospesa:

    Quel giorno più non vi leggemmo avante,

egli lo traduce così:

    Per tutt quel dì gh'emm miss el segn'e s'ciavo!

Nel secondo canto, i versi scultòri:

      Lo giorno se n'andava e l'aer bruno,
    Toglieva gli animai, che sono in terra.
    Dalle fatiche loro....

egli li tramuta comicamente in questi altri:

    Tucc dormiven; no gh'era in tutt Milan
    Fors nanch cent lengu de donn che se movess.

Dopo quante prove e riprove gli riuscivano questi versi! Lasciò fasci
di frammenti di Dante sepolti sotto cancellature infinite. Raro gli
scaturiva dalla penna una bella strofa di getto. Non si accontentava
mai del proprio lavoro, e consumava ore ed ore sopra una quartina,
talvolta sopra un verso. Si tormentava per la rima, e lo si capisce
dalla litania di rime che scrive negli angoli de' fogli. I primi
manoscritti del _Bongee_, del _Marchionn_, sono una selva inestricabile
di pentimenti; gli ultimi, invece, nitidissimi. La sua scrittura è per
solito regolare; par quella d'un frate.

Un giorno, in cui credevasi quasi guarito, Carlo Porta promise agli
amici rallegrati che, appena alzatosi dal letto, avrebbe composto uno
scherzo sulla propria malattia....

Dopo morto si trovò che a un volume autografo di versi di lui mancavano
molte pagine: alcune strofe erano raschiate e qualche nome di persona
colpita da satira soppresso. Aveva fatto egli stesso tutto questo? O
aveva (come sembra) pregato il Grossi di cancellare quelle strofe e
lacerare quelle pagine? Nell'esaminare quel volume, trovo tracce palesi
della mano del Grossi. Sul principio dell'amena novella _Fraa Zenever_
si legge, scritto di sua mano: «Novella stampata, ma certamente
meritevole di molte correzioni». È fama che monsignor Tosi stesso, che
confortò il Porta in punto di morte, abbia presieduto alla distruzione
di parecchie poesie di lui, che gli parevano contrarie alla religione e
al buon costume: egli medesimo, forse, avrà suggerita quella postilla.

La famiglia volle che un'iscrizione, nel cimitero di San Gregorio,
ricordasse il principe de' poeti milanesi. Il De Cristoforis, un mite
romantico, la compose; ma quando si trattò di chiedere all'autorità
municipale d'inciderla, questa la trasmise all'abate Robustiano
Gironi, censore, per la sua approvazione; ma il Gironi, direttore della
Biblioteca di Brera, uno de' compilatori della _Biblioteca Italiana_,
consigliere reale e dichiarato nemico de' romantici, de' loro
sostenitori, e quindi del Porta, non volle accordarla. Vi trovò cento
difetti; vi sofisticò in tutti i modi per non farla passare. Il De
Cristoforis perdette la pazienza, se ne lagnò coll'autorità municipale,
e il Gironi dovette piegare la testa. L'iscrizione fu scolpita:

                          CARLO PORTA MILANESE
                 CONDUSSE LA POESIA DEL PATRIO DIALETTO
                 AD UNA PERFEZIONE NON PRIMA CONOSCIUTA
           CUSTODÌ IL PUBBLICO DENARO CON CHIARA ILLIBATEZZA
                 DEL PROPRIO FU LIBERALE AGLI INDIGENTI
                          NEL XLV DELL'ETÀ SUA
                   LA MATTINA DEL V GENNAIO MDCCCXXI
                       PLACIDO CONFIDENTE IN DIO
          LASCIÒ IL PADRE, LA MOGLIE, I FIGLIUOLI, I FRATELLI
                      I CONCITTADINI DOLENTISSIMI.

                     PREGHIAMOGLI L'ETERNO RIPOSO!

Quest'epigrafe si leggeva nel camposanto, ora soppresso, di San
Gregorio; le ossa del poeta non si trovarono più. Lo stato deplorevole
de' cimiteri, lamentato dal Foscolo, giungeva a tal segno che nel
muro de' pii recinti si collocava la lapide ricordante il defunto,
e a venti, cento, dugento passi di distanza si seppelliva la salma
di lui.... Solo un lurido custode sapeva dove, press'a poco, il tal
cadavere stava sepolto: un chiodo spesso lo indicava, null'altro che un
chiodo confitto.

In occasione del centenario della nascita del Porta, si cercò di
raccoglierne le ossa; ma ogni indagine riuscì inutile. Nella primavera
del 1884, da parte della Giunta municipale di Milano, fui pregato di
ricercare, insieme con la famiglia Porta, dove mai le reliquie del
poeta potevano essere andate a finire, per collocarle, possibilmente,
accanto all'urna granitica del Manzoni, nel Pantheon de' Milanesi
illustri. Ma nemmeno le nuove ricerche approdarono a qualcosa.
L'antico cimitero subì in tanti anni molte manomissioni. Anche le
ossa di Vincenzo Monti non furono più ritrovate. La vedova, Teresa
Pickler, e la sventurata figlia Costanza Perticari avevano eretta una
lapide all'illustre estinto col verso di Dante: _Onorate l'altissimo
poeta!_ Ma quando le autorità milanesi, in grave corteo, si recarono
nel cimitero della _Mojazza_ per esumare le reliquie del cantore di
Bassville, sotto la lapide ch'era confitta nel muro, invece del grande
scheletro del vate, scopersero tre scheletrini di bambini e un uomo
ignoto, quasi intatto, con tanto di parrucca. Anche quel cimitero di
Porta Garibaldi fu distrutto. Ora vi sorgono case e osterie.

Non pago delle infruttuose ricerche, per rinvenire le reliquie del
Porta, un assessore municipale, professore di belle lettere, volle
risollevare le zolle del cimitero di San Gregorio. E s'affisò in uno
scheletro, ch'egli dichiarò doveva essere assolutamente quello del
poeta del _Marchionn_. Nella dentatura, un dente della quale era legato
in oro (e il Porta ne' suoi versi parla d'un atroce cavadenti che gli
aveva strappato mezza mascella), e anche nella mascella, larga e forte,
l'egregio professore, infiammato da funebre entusiasmo, scorse persino
il «ghigno» dell'implacabile satirico. Ma un insigne ginecologo, il
senatore Edoardo Porro, s'accorse subito, con una semplice occhiata,
dal bacino, che si trattava dello scheletro d'una donna. Fu una risata
per tutta Milano.

Appena morto Carlo Porta, si raccolsero offerte per un ricordo marmoreo
di lui, e nel 1822, nel palazzo di Brera, gli si elevò un severo
monumento: lo scultore Pompeo Marchesi, allora in fama, ne scolpì il
busto; ma non è rassomigliante. Nemmeno la statua, erettagli nel 1862,
in un ombroso laghetto nei giardini pubblici fra i cigni veleggianti,
ricorda il cigno del _Bongee_. Egli è rappresentato con una
convenzionalissima _posa_ accademica, egli che non _posò_ mai. Scultore
ne fu Alessandro Puttinati, ch'emergeva nelle statuine da caminetti,
veramente graziose, amico del Balzac. Un terzo monumento fu decretato
al Porta, ma non venne ancora eretto. E non bastano gli altri?... Non
basta il monumento, che Carlo Porta lasciò a sè stesso, nelle poesie?



XXVI.

 _Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori
   e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta.
   — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo
   di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta
   dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta._


Il carattere predominante della poesia milanese è l'osservazione delle
cose esteriori, e una simpatica, lucida bonarietà nel considerarle. Il
carattere ambrosiano retto, onesto, senza finzioni, che non esclude la
finezza dei particolari nelle sintetiche, geniali, pronte impressioni,
si riflette nella sua poesia come i colli ammantati di verzura sui
laghi lombardi. Ma a mano a mano che la coscienza umana si sviluppa
e si affina sino a torturarsi, anche la poesia milanese si affina,
s'impietosisce. Il dialetto, che par creato allo sdegnoso comando,
emana un profumo di gentilezza che avvolge il dolore. E qual divario
dai diffusi incensi a' piedi dei potenti fortunati, alle carezze
pietose sugl'infelici percossi dalla sorte avversa, dalle ingiustizie
umane! Noi veniamo a trovarci, nei tempi più prossimi a noi, anzi ai
tempi nostri, alle effusioni del sentimento, e ne salutiamo maestri
Tommaso Grossi, Emilio De Marchi, Piero Preda. Il formidabile realismo
di Carlo Porta fa sembrare foglie di rose volanti una quantità di
poesie graziose perchè, ispirate dal vero, dalla realtà della vita,
come ne scrissero, per citare altri nomi, Antonio Picozzi, Giovanni
Ventura, Ferdinando Fontana, Angelo Trezzini e il Tenca.

Anche i versi milanesi, come quelli di tutte le letterature dialettali
che sgorgano dal vero, lontane dalle tradizioni auliche, non cantano,
parlano. Amabili discorsi, care favelle che ci fanno sentire la poesia
sacra, rimasta incolume fra tanti tumulti spesso odiosi, dei nostri
focolari, delle nostre famiglie adorate.

I quattro maggiori poeti milanesi si chiamano Carlo Maria Maggi,
Carlo Porta, Tommaso Grossi, Giovanni Raiberti; ma a tutti sovrasta
l'autore del _Marchionn_, per la creazione e vivezza dei caratteri,
per la ricchezza pittoresca del linguaggio, pei riflessi storici; ma,
fuori d'Italia, il Belli lo supera nell'assalto politico. Il romanesco
satirico menò in Roma, sotto gli occhi del papa, tali colpi al poter
temporale, da innalzarsi a poeta civile, al pari, in questo, con
l'autore dell'_Arnaldo da Brescia_, Giambattista Niccolini.

E poeta civile fu il Giusti, che nella satira adoperò, anch'egli, il
linguaggio còlto dalla bocca del popolo. Fu messo il Porta di fronte
al Giusti. E certo la _Vestizione_, che non ismarrì col tempo il colore
dell'attualità, bensì, al contrario, oggi lo ravviva con lo spettacolo
di certi arricchiti-decorati, è animata d'una tal vita ed evidenza,
che gareggia con quella dei bozzetti più mossi e più vivaci del grande
poeta milanese.

Il Manzoni chiamava il Giusti «il Porta toscano». E il Giusti, al
Grossi che ne lo ragguagliava: «Tutt'altro che avermi a male d'essere
messo accanto al Porta; anzi, beato se gli legassi le scarpe».

Dal Lomazzo, che scrisse particolarmente nel dialetto della valle di
Bregno (Lago Maggiore); dai sonetti di Fabio Varese, che sulla fine
del Cinquecento flagella sdegnato gli sciocchi insuperbiti, come
più tardi farà il Porta; dallo stesso innovatore Carlo Maria Maggi,
creatore di Meneghino, il quale, nelle proprie ingegnose commedie,
proclama principii democratici che meravigliano in un segretario
del retrivo Senato di Milano, anticipando la vindice democrazia del
Parini e del Porta; da Girolamo Corio, che con la _Istoriella d'on
fraa Cercott_ preludia il portiano _Fraa Condutt_; dal Tanzi; dal
verboso Balestrieri, creatore o rifacitore, che sia, dello spropositato
Sganzerlone; dal Pertusati; da tutti questi al nostro poeta, quale
progresso fa lo stile poetico milanese!

Il vernacolo, questo oggetto di vivacissime lotte nel 1760 fra il padre
Branda che lo disprezzava e cento altri, fra cui il Parini, che lo
difendevano a spada tratta, diventa, nelle mani del Porta, ricchissimo
come qualsiasi lingua illustre. Egli lo attinge, sull'esempio del
Maggi, dalla classe più umile, fra la quale serbasi genuino assai più
che fra le persone civili. Nel _Miserere_ avverte egli stesso (non
bisogna dimenticarlo) che la sua scuola è il mercato.

È inestimabile la dovizia di vocaboli efficaci, di frasi immaginose
nel Porta. Giuseppe Ferrari, in un esteso studio sulla letteratura
dialettale (_Revue des Deux Mondes_, 1839 e 40), nota che sotto la
penna del Porta il dialetto, già pesante e stentato, si fa vivo,
mordente, incisivo. Giuseppe Rovani, in uno studio somigliante,
inserito nelle _Tre Arti_ (vol. I, pagine 227-244), ricalca il giudizio
del filosofo concittadino, e ne traduce (facendola passare per propria)
questa giusta osservazione: «Nessuno meglio di lui ha saputo trar
partito da certi vocaboli in cui sono consegnate, come a dire, le
tradizioni di paese e certe intraducibili gradazioni, che pur sono una
così gran parte del nostro dialetto, e in generale di tutti i dialetti
del mondo».

Non pochi vocaboli, usati dal Porta, oggi non si usano più. Alcuni
sono tuttora rilegati nel volgo, il quale non se li lascia rapire
dall'uso dominatore, che a poco a poco italianizza tutto il dialetto
e, col pretesto d'incivilirlo, lo snatura. Nel Porta troviamo modi
che vivono nella Brianza, e ignoti in città. Nemmeno al suo tempo
tutti i modi usati da lui s'intendevano dalla società civile, appunto
perchè propri del ceto inferiore. Chi più del Cherubini appassionato
studioso del dialetto milanese? Ed era contemporaneo al poeta, e
editore delle sue poesie. Eppure, registrando nel proprio vocabolario
milanese qualche modo portiano, per lui nuovo, si esprime così: «Credo
che Carlo Porta abbia voluto dire con questo....». Crede; non n'è ben
sicuro. Ma v'ha di più: il poeta stesso sapeva che tutta la lingua da
lui usata non poteva essere compresa dagli stessi Milanesi, giacchè,
ricopiando i propri versi, cominciò con ordine a spiegare le voci
proprie dell'oscuro volgo che aveva adoperate, e che col succedersi
degli avvenimenti cittadini, col mutarsi de' costumi avevano perduto
significato. Lo stesso aveva fatto il Balestrieri postillando la sua
versione del poema del Tasso. In una novella il Porta adopera, ad
esempio, la voce _ratton_: in linguaggio scherzevole significava laico
converso, e anche, secondo il Cherubini, fratacchione. Ed egli nota:
«Voce caduta con la soppressione degli ordini religiosi».

In uno de' tanti frammenti inediti, intitolato _Ugo ed Opizia_, dice

    Che la lengua busecconna
    No l'è minga ona giambella
    De biasass inscì alla bonna
    Spasseggiand coi man sott sella.

No: la lingua milanese non è un panetto dolce (_giambella_) da
mangiucchiarsi così, alla buona, passeggiando, con le mani sotto le
ascelle. Egli stesso lottava colle difficoltà del suo idioma; e lo
provano i pentimenti, le correzioni, che riguardano rare volte il
concetto, quasi sempre l'espressione, ch'egli cerca esatta e viva, come
il Manzoni, come il Giusti.

Oggi il dialetto milanese subisce la sorte d'altri dialetti della
penisola; si va mescolando di parole italiane; tanto più che oggi
Milano non è più la caratteristica e singolare città di quarant'anni
fa, raccolta nelle sue antiche tradizioni, nelle sue costumanze
casalinghe, ne' suoi discernimenti di buon gusto, nella sua espansiva
serenità.

Il Porta, nell'ultimo tempo della sua vita, raccolse e copiò di propria
mano in due volumi le poesie che aveva scritte e sparse qua e là.
Desiderava egli stesso approntare un'edizione di suo gusto; desiderio
che la malattia gli spense colla vita. Ma la censura austriaca poteva
lasciar passare certe audacie portiane? Menò le forbici in alcuni
componimenti; altri lasciò passare, tollerando. Francesco Cherubini
stesso recò alcuni mutamenti nella prima edizione del 1817. È curioso
un foglio volante del filologo milanese, che trovo fra le carte del
Porta, dove gli nota una litania di parole da cambiare. Il poeta
gli diè carta bianca con una graziosa letterina pubblicata da un De
Capitani, uno dei mille pedanti balordi, di questa valle di lacrime e
d'inchiostro, che il Porta bollò in un verso non pulito ma rovente e
giusto, nel _Romanticismo_.

Giovanni Raiberti, di Monza, aveva sedici anni quando moriva il Porta.
Cominciò a farsi notare non già con un'opera originale, come sogliono
i giovani ingegni, ma con una traduzione da Orazio. Fu medico; ma i
suoi versi valevano più delle sue ricette. Usò la satira personale e
la impersonale. Ritrasse i costumi del suo tempo (_I fest de Natal_,
ecc.), ma è prolisso. Vive una patriottica vibrata sua sestina
sull'Italia al tempo del Rossini; vive un suo verso su Maria Stuarda,

    «Piena de religion e de moros»;

vivono quattro suoi versi sul cane, nei quali dice che l'amore d'un
povero cane è un argomento così serio da pensarci su con la testa
fra le mani; il che ci fa rammentare la tragica ultima strofa della
_Ballade du désespéré_ di Enrico Murger. Il Raiberti, in una prosa
più bolsa che arguta, pubblicò _Il viaggio d'un ignorante_, che al
suo tempo divertì i lettori, e _L'arte di convitare_. E trattò la
fisiologia d'una bestia cara a Teofilo Gautier: _Il gatto_. È il suo
miglior libro in prosa.

Flebile, tenero il Ventura, che seguiva il Grossi; ma questi, nel
sentimento pietoso e grave, vince tutti. Che sono mai le centotrentadue
poesie del poeta laureato Alfredo Tennyson, _In memoriam_, per
la morte d'un amico, in confronto delle sedici sestine di Tommaso
Grossi in morte di Carlo Porta? Qui, il sentimento non degenera in
sentimentalismo: è religione. V'è un passo d'una commozione profonda.
Dopo d'essere stato in punto di morte, Carlo Porta migliorava un po'.
Con un cenno del capo chiamò a sè il Grossi e, dopo d'aver sospirato,
gli disse:

«Ho grandi cose, caro il mio Grossi; ho grandi notizie, che ti voglio
raccontare!» E più non disse. E il Grossi esclama:

    «Oh che consolazion, se avess poduu
    Vedé el cœur d'on amis de quella sort,
    Che l'eva tornaa indree del pont de mort!...»

Il Grossi non la udì, non lo vide più. Sbalordito, domanda all'eterno
enigma:

    «L'è mort? L'è propri mort? Cossa vœur dì
    Sta gran parolla, che fa tant spavent?...

».... Se non c'è più nulla di lui, com'è che gli voglio ancora bene?»
Ma la speranza di rivederlo, un giorno o l'altro, lo conforta.

Alessandro Manzoni, che voleva scrivere in dialetto milanese _I
promessi sposi_, perchè la lingua non gli sembrava che potesse
rendere tutte le precise proprietà e sfumature ch'egli sentiva di
dover esprimere; il Manzoni, che accoglieva festoso il Porta nella
sua fida conversazione, chiamata dagli amici l'_Isola di Giava_, per
i gran _giavanadd_ (balordaggini) ch'essi stessi dicevano di sballare
chiacchierando; il Manzoni ricordò per tutta la vita l'autore del
_Marchionn_: ne parlava spesso con gl'intimi amici che lo visitavano
nella sua biblioteca a pianterreno della sua casa in Via Morone.

Carlo Porta moriva quando cominciavano i processi contro i Carbonari;
quei processi che rivelarono al mondo quali magnanini sogni per
l'indipendenza d'Italia infiammavano spiriti alti e puri in un tempo
d'animosi, infausti fermenti.

A Carlo Porta fu risparmiato un gran dolore: l'annuncio delle nefande
condanne; poichè, onesto e sensibile qual'era, specialmente pei
romantici, coi quali aveva combattuto una battaglia vivace di vita
artistica, avrebbe pianto sulla loro sventura.



FONTI DI QUESTO LIBRO.

SPUNTI INEDITI. — POSTILLE.


Riguardo a Carlo Porta, l'autore ebbe la fortuna d'ottenere dal nipote
del grande poeta, dottor Carlo Porta, di Milano, tutte le carte
autografe, le antiche bozze di stampa, poesie, lettere, documenti
diversi: un insieme vitale. L'ingegnere Giuseppe Grossi gli affidò
le lettere del Porta a suo padre Tommaso. L'autore, inoltre, consultò
i manoscritti portiani della Biblioteca Ambrosiana, della Biblioteca
Trivulziana e della Biblioteca Nazionale di Parigi, nonchè le carte
dell'Archivio di Stato di Milano, per le poesie del Porta che conserva,
e pei dati ufficiali che porge, negli atti, sulla carriera d'impiegato
governativo di lui. Intorno alla vita del Porta gli tornarono preziosi
i ragguagli forniti dal dottor Porta e dalla matrigna, che sposò
Giuseppe, figlio di Carlo Porta; le notizie favoritegli dal comm.
Guglielmo Berchet, segretario perpetuo del R. Istituto Veneto di
scienze, lettere ed arti, nipote del celebre poeta nazionale (amico
del Porta) e marito d'una signora Londonio, nella cui famiglia Carlo
Porta praticava. Altre notizie, ancora, gli furono comunicate dal
venerato abate Adalberto Catena, di Milano, che dalla madre, amica del
Porta e della famiglia di lui, e dalle tradizioni orali della Diocesi
milanese apprese caratteristici particolari, fedelmente riferiti in
questo volume. A ciò si aggiunga l'esame di archivi ecclesiastici e
delle lettere del dottor Aquanio, morto vecchissimo, che lucidamente
ricordava assai cose del tempo e delle vicende del Porta. Furono
esplorati, ma invano, gli archivi di Venezia, dove il Porta passò parte
della sua giovinezza.

La prima edizione del Porta è quella che comprende il volume VII della
_Collezione delle migliori opere scelte in dialetto milanese_, curata
da Francesco Cherubini (Milano, G. Pirola, 1817). La prima edizione
critica del Porta, illustrata su carteggi inediti, storicamente, ecc.,
è quella curata dall'autore del presente volume (Firenze, G. Barbèra
editore) nel 1884, e della quale si è qui ora in parte servito.


CARLO PORTA SCOLARO E NOBILI BALLERINI (pag. 15). — Non sappiamo se il
Porta avesse, nel collegio di Monza, un soprannome ufficiale come era
uso d'altri collegi. I convittori del Collegio dei nobili lo avevano
tutti, e talora abbastanza comico. Alessandro Verri era chiamato
_l'industrioso_; Carlo Verri, _il voglioso_; Giovanni Borromeo,
_il composto_; Alessandro Rovida, _l'avventuroso_; Giambattista
Lampugnani, _l'indifferente_. Altri si chiamavano _il sollecito,
l'agile, il riflettente_.... perchè forse era il solo che rifletteva
(Miscellanea: _Ex laboribus_ del padre Benvenuto milanese, del convento
di Sant'Ambrogio _ad Nemus_, Biblioteca di Brera). Le accademie del
Collegio dei nobili comprendevano giuochi, partite d'armi, recitazioni,
danze. Il ballare era una passione. Il cavaliere Carlo Castiglioni,
figlio della marchesa Paola Litta-Castiglioni, la nobile amica del
Parini, vestì l'abito d'un mimo grottesco in un balletto del Ferlotti e
danzò alla Scala (_Memorie del tempo_).


UN SONETTO INEDITO O RARO DEL PORTA. — Si legge alla Trivulziana. Ma
è del Porta? Tutto fa credere di sì. Ê inedito? Non appare in nessuna
edizione portiana o foglio stampato volante.

    _Hoo faa un sogn curios. S'eva in d'on praa._
      _Dove tresent somar, de cent color,_
      _Staven, segond i regol, radunaa,_
      _Per daa alla società un Superior._
    _Gh'eva un creusch[119] de trenta separaa:_
      _El rest, intorna all'asen direttor,_
      _Faseva, in quel degnissim convocaa,_
      _Un bordell maladett, un gran sussor._[120]
    _L'eva colù un bellissim somaron,_
      _Intendevel al pari d'un pattan_[121]
      _Avend con poch'ingegn gran presunzion:_
    — _Tornée a caa vostra, el dis, o tannanan!_[122]
      _Che nomina d'Egitt; sont mi el padron,_ —
      _E tutti respondevan:_ Ih han, ih han![123]

Fu attribuita al Porta una boccaccesca novella, pubblicata circa
mezzo secolo fa col titolo: _I bragh del confessor salven la monega_,
in ottave; ma, invece, è del Grossi. Infatti, all'Ambrosiana, c'è
l'autografo. Nella Trivulziana si legge una copia manoscritta.

In dieci sestine italiane Carlo Porta compose un vivacissimo scherzo
osceno e volteriano, sulla creazione degli organi vitali dell'uomo.
Impossibile riferirlo. L'originale si conserva o, meglio, si nasconde
nel Museo Portiano nel Castello, a Milano.


LA RELIGIONE DEL PORTA. — I versi citati alla pag. 155 sul
negletto sentimento religioso del poeta, sono completati così in un
aggrovigliato autografo del Porta stesso, e che il compianto prof.
Carlo Salvioni potè trovare e decifrare:

    _Religion santa di mee vicc de cà,_
      _Che, in mez al cattabuj di mee passion._
      _No t'ee faa olter che tiratt in là._
      _In fond in fond, scrusciada in d'on canton:_
      _A speccià i temp mior col to bell trà_
      _De tornà voltra a repià reson._
      _No te offend, no, se in sui vintiquattr'or,_
      _Ghoo faccia anmò de fa di vers d'amor._

Ma codesti versi d'amore non si trovano (ved. _Lettere di Tommaso
Grossi e d'altri amici a Carlo Porta e del Porta a vari amici,
raccolte e illustrate da Carlo Salvioni_, in _Giornale storico della
Letteratura_, vol. XXXVII, pag. 273).


L'ODE «A SILVIA» DEL PARINI, fu tradotta, come abbiamo detto, pag.
29, dal Bellati, quando il Porta ne aveva già cominciata la versione.
Veramente, quella del Bellati è piuttosto una parafrasi; parafrasi
pittoresca. Il dialetto milanese presta al soggetto alcune espressioni
vivissime, che la lingua aulica contegnosa del grande poeta non offre.
L'ode del Parini ha trenta quartine settenarie; quella del Bellati ha
trenta sestine ottonarie. Fu stampata in un opuscoletto (conservato
all'Ambrosiana) con questo titolo, a uso _bosinada_:

    _Ode a Silvia molto bella_
    _D'on Autor de conclusion,_
    _Staa tradotta in manch de quella_
    _In lenguagg de buseccon (milanese)_
    _Par amor de quella gent,_
    _Che 'l Toscan ghe liga i dent._

E comincia:

    _Cosse l'è sta novitaa,_
    _La mia Sura Regolizia?_
    _Gh'è pù vell inamedaa,_
    _Coss'ett fa, brutta sporchizia?_
    _T'ee scovert i spall, e 'l sen_
    _Mostrand quell che no stà ben?_
    . . . . . . . . . . . . . . .
    _Con sta moda i tò bei grazi_
    _Paren propri in man di strij (streghe):_
    _No minaccien che disgrazi_
    _Baronad, e porcarij;_
    _E la toa figura bella_
    _La deventa ona porscella._

La fine ha un tocco religioso, anzi cristiano, che l'abate poeta non ha:

    _Sia modesta, e pensa a viv_
    _Del guadagn di to fadigh:_
    _Cerca d'ess graziosa e umana,_
    _E ona bonna cristiana._

Ma, contro il Parini, un poeta anonimo milanese lanciò una satira
in 28 ottave, che si legge manoscritta all'Ambrosiana, unita a una
delle prime edizioni del Parini: _La Donzella_ (cameriera) _della Sura
Silvia che porta la resposta all'Autor della Canzon sora el vestij alla
Ghillottina_, 1795, Milan, _Con so permess_.

Le ottave hanno mosse portiane tali da crederle quasi del Porta....
Parla una giovane signora, infuriata, offesa, contro il Parini. Ella
manda all'abate la propria cameriera per insolentirlo e dirgli che
quella moda non è, no, _alla ghigliottina_ com'egli, ignorante di moda,
suppone e crede; ma bensì _alla greca_:

    _Cominciarij peu a dì, ch'el me vestij_
    _L'è a la Grèch, a la Grèch, e poeu a la Grèch._
    _Gh'è che fina i fieu cont i dandinn_ (i bambini con le dande)
    _Sann ch'hijn i Grecci, i Grecci, i primm autor_
    _De quel vestij, che al dì d'incoeu se porta;_
    _E se peu nol le creed, no me ne importa!_

E l'inviperita signora spiega perchè sia una moda alla «greca antica»
chiamando in ballo persino l'incisore Raffaele Morghen.

Pare che sia stato il generale austriaco, conte Stein, colui che una
sera, a un pranzo, chiamò per primo quella moda _alla ghigliottina_. A
Parigi, come abbiamo detto, si chiamava _à la victime_. Se non è zuppa,
è pan bagnato!

La suddetta Furia si scaglia contro il Parini anche per insegnargli che
le atrocità ch'egli teme, quali conseguenze di quella moda deplorata,
non possono nascere, no, da una moda femminile:

    _Mussolina, nè vell no forma esempi_
    _Per tajà el coo, per fà rovina e scempi._

A Milano, nel 1786, uscita _Il giornale delle Dame e delle mode
di Francia_. Era quindicinale, con figurini di mode. Il _Corriere
delle Dame_, uscì più tardi. Lo dirigeva, con la moglie Carolina,
il versipelle Giuseppe Lattanzi, nato a Nemi, condannato dal governo
pontificio a sette anni di galera (_Archivio di Stato_; protocolli di
governo del 1817, n. 3007; citati dal Cantù nel _Monti e l'età che fu
sua_). Il _Corriere delle Dame_ visse oltre la metà del secolo XIX;
in gioventù, lo diresse Carlo Tenca. Al famoso comizio di Lione un Ugo
Foscolo non potè andarvi! Vi andò il Lattanzi. L'_Orazione_ del Foscolo
fu quindi non _al_ ma _per il_ Comizio di Lione.


UNA PAGINA INEDITA DI VINCENZO MONTI. — Per illustrare i ricordi
del Manzoni sulle mutevolezze politiche del Monti (pag. 46), giova
quanto si legge fra i manoscritti della Braidense. Sotto la Repubblica
Cisalpina, il cantore di Bassville fu segretario di Giuseppe Luosi di
Mirandola, presidente del Direttorio della Repubblica Cisalpina, poi
Gran Giudice e Ministro di grazia e giustizia del Regno italico, fatto
conte da Napoleone che gli pagava i debiti contratti per l'amor dei
piaceri e del lusso che lo dominava. Il Luosi compilò un regolamento
organico della giustizia civile e punitiva, diresse i lavori pel Codice
penale del Regno italico e un progetto di Codice di commercio. Morì
a Milano nel 1830. Il Monti lo serviva, scrivendo per lui indirizzi
e relazioni. Ne compose una sui padri di famiglia, che abbandonavano
spose e figli per lanciarsi nelle avventure delle guerre. Una
«relazione» letta dal Luosi ai colleghi del Direttorio, il 29 piovoso,
anno V, e scritta appunto dal Monti, è questa:

«Eccovi, cittadini legislatori, un nuovo tratto di sublime eroismo
repubblicano, che noi presentiamo alla vostra tenerezza ed ammirazione.

»Avete gli scorsi giorni veduto nel cittadino Tiraboschi l'amor della
patria trionfare dell'amor paterno, e staccarsi dal seno tre figli
per sacrificarli tutti alla salute della Repubblica. Vedrete ora
questo amor medesimo della patria strappare un intrepido cittadino
dalle braccia d'una dolce sposa e d'una tenera figlia, e trionfare
tutti ad un tempo dei due più sacri e irresistibili sentimenti che la
natura abbia posti nel cuor dell'uomo. Ciò non è tutto. Questo sforzo
magnanimo di virtù è stato coronato dall'imitazione di altri sei
generosi repubblicani.

»Ma voi sospendete, cittadini legislatori, la vostra esultanza sino
all'intiera lettura dell'annesso rapporto del quale si è da noi fatta
nei nostri atti la dovuta menzione onorevole. Noi non faremmo che
scemarvene l'effetto coll'anticiparvene il contenuto».

È firmata dal Luosi «presidente» e dal Monti «segretario». L'«annesso
rapporto» non c'è.


I DIRITTI DELL'UOMO E I GIORNALI (pag. 35). — Non era certo una novità
il bandire e il proclamare tutti eguali i diritti degli uomini! Nella
parte letteraria del n. 23 del dicembre 1786 del giornale _Il Corriere
di gabinetto, Gazzetta di Milano_, che usciva dai torchi dei fratelli
Pirola, erano già state bandite quelle stesse novità contraddicendo a
un marchese di Chastellux, il quale in quell'anno a Parigi pretendeva
di sostenere che «la dignità dell'uomo era una cosa comparativa»
e quasi approvava la schiavitù dei negri. L'anonimo contraddittore
conchiudeva: «Gli uomini son tutti eguali. Son le virtù quelle che li
distinguono». E continuava:

«La dignità dell'uomo è riposta nella sua uguaglianza di diritto,
nella sua indipendenza, nel potere sviluppare le sue facoltà morali
e intellettuali, negli sforzi ch'egli fa per iscoprire la verità,
nelle sue grandi idee, in un voler fermo, costante, indeclinabile. Se
vuolsi con energia tutto ciò ch'è buono, tutto quello ch'è sublime,
ecco la dignità dell'uomo in teoria. Volete vederla nei fatti?» (E
qui si citano fatti e personaggi della storia, come il cancelliere
d'Inghilterra, Tommaso Moro).


L'ALBERO DELLA LIBERTÀ IN PIAZZA DEL DUOMO (pag. 43). — La piazza
del Duomo fu campo, in epoca antecedente, a ben altre costruzioni di
giubilo. Va notato.... un monte! Nel 1618, per festeggiare la nascita
del «Serenissimo Principe di Spagna Filippo Prospero», secondogenito
del re Filippo IV, si eresse un mostruoso monte ed impasti di figure
allegoriche, aquile, chimere, cinto da una balaustrata circolare, dalla
quale si ergevano contorte figure pure simboliche e urne dalle quali
s'innalzavano nuvole di fumo (Miscellanea _ex laboribus_ del padre
Benvenuto del convento di Sant'Ambrogio _ad Nemus_, nella Biblioteca
nazionale di Brera).

Il primo che piantò un albero della libertà in piazza del Duomo
s'ignora chi fosse: il secondo fu un prete côrso: lo piantò vicino al
caffè detto del Veronese «a vista del palazzo ove abitava il tiranno»
(giornale _Il termometro politico_ di Carlo Salvador, n. 1, giugno
1796)


I TRE COLORI NAZIONALI (pag. 90). — In una lettera del 1796 al
Direttorio della Cisalpina, Bonaparte scrive: «Les couleurs nationales,
que les patriotes ont adoptées, sont le vert, le blanc et le rouge».
Quest'è il primo cenno ufficiale della bandiera italiana. Poi,
Napoleone, nel gennaio del 1797, ordinò che la guardia nazionale
milanese portasse i colori nazionali _verde, bianco, rosso_ (Cantù,
_Monti e l'età che fu sua_, Milano, 1879, pag. 8).


CAPOLAVORI RUBATI E MAI RESTITUITI (pag. 91). — I demagoghi francesi
di Napoleone rubarono dalla chiesa delle Grazie l'_Incoronazione di
spine_, stupenda opera di Tiziano, e il _San Paolo_ di Gaudenzio;
da San Celso il _San Sebastiano_ del Procaccini, ecc. Non furono mai
restituiti. Non fu reso un vaso etrusco antichissimo e dipinto, e via
via.


CANTORI EVIRATI. — Oltre quelli, famosi, citati alle pagine 129 e 130,
a Milano cantavano altri evirati soprani. Nelle funzioni religiose,
si ammiravano le voci dei disgraziati Francesco Bonagazzi, Giovanni
Berardi, Antonio Pirona, Luigi Del Moro (da _Memorie del tempo_ e dal
_Milano Sacro_ del 1792).


LA REPUBBLICA ITALIANA (pag. 201). — L'Archivio lombardo di Stato
conserva l'atto della Costituzione della Repubblica Italiana, con le
correzioni e la firma del Bonaparte.

È curiosa l'enfatica circolare con la quale il «cittadino» Pelagatti,
commissario del governo presso i tribunali e giudici del dipartimento
dell'Olona, comunicava il grande avvenimento della Repubblica Italiana.
Dice fra l'altro: «Era riservato ad un Italiano (_Napoleone allora
era considerato italiano_), ad un Uom straordinario e nato per fissare
il Destino delle Nazioni e l'ammirazione dell'Europa, il sorprendere
la comune aspettazione coll'estrarre dalla Cisalpina la Repubblica
Italiana, proclamandola tale sotto il giorno 6 corrente piovoso, nella
Dieta di Lione» (_Biblioteca Ambrosiana_).

Vedi anche: F. MELZI, «Proclama ai concittadini in occasione
dell'installamento del Governo della Repubblica Italiana» (16 febbraio
1802).


IL DIRETTORE DEL TEATRO ALLA SCALA, durante il periodo rivoluzionario
repubblicano era il filosofo Francesco Salfi, calabrese, al quale
abbiamo accennato. Suo merito maggiore è d'avere continuata la _Storia
della letteratura italiana_ del Ginguené. Nacque a Cosenza, nel 1759;
nel 1814 esulò a Parigi; morì nel 1832. Egli ritrasse assai bene
Napoleone in un sonetto. Fu egli, il Salfi, l'ispiratore e l'autore
del soggetto della sconcia pantomima _Il ballo del papa_, del quale si
è parlato a più riprese in questo libro. Dal palcoscenico salì a una
cattedra pubblica: insegnò diritto pubblico e commerciale.


IL DEMAGOGO CONTE PORRO (pag. 152). — Nel teatro alla Scala, la sera
del 23 maggio 1796, il furibondo Porro (ch'era detto il Porrino) al
vedere sull'imposta d'un palco chiuso, nella prima fila, lo stemma del
proprietario, balzò per abbatterlo, chiamando con quanta voce aveva in
corpo i repubblicani in aiuto della distruzione. Un ufficiale francese,
ch'era seduto nel palco attiguo a quello incriminato, si fece incontro
all'esaltato «cittadino» e, non giovando le parole, snudò la sciabola,
lo fermò. Nella platea si levò tumulto: il disordine continuò e si
sfogò nel _Caffè Cambiagio_, ch'era di fronte al teatro alla Scala (da
_Memorie del tempo_).


EUGENIO BEAUHARNAIS. — Su questo principe, vicerè del Regno d'Italia,
che aspirava alla corona, tanto protetto quanto strapazzato dal potente
padrigno, v. A. DU CASSET, _Mémoires et correspondance politique et
militaire du Prince Eugène_ (Paris, 1860).


LEOPOLDO CICOGNARA. — Si difese dall'accusa d'avere dileggiati i
Milanesi esponendo all'Accademia di Belle Arti a Venezia un quadretto
rappresentante _un asino davanti al Duomo_; quadretto per il quale
Carlo Porta gli lanciò contro un sonetto acerbo. Questo fu pubblicato
dal Cantù insieme con l'auto-difesa del Cicognara al Ministro
dell'interno del Regno italico, conte di Brême, nel 2º fascicolo (pag.
65), delle _Corrispondenze di diplomatici della Repubblica e del Regno
d'Italia_ (Milano, 1884), collezione preziosa e interessantissima,
rimasta incompiuta, perchè il pubblico leggente non ne volle sapere.


IL CONTE FEDERICO CONFALONIERI (pag. 288). — Il capo della cospirazione
contro il governo d'Austria nel '21, come già in quella contro
il governo di Napoleone nel 1814, è additato nel conte Federico
Confalonieri. Ma la mente più equilibrata, più vasta, più ricca di
cultura, più atta al governo non era quella del Confalonieri. No.
Bisogna affermarlo una buona volta! Era il conte Luigi Porro, che fu
poi l'anima del _Conciliatore_ e delle innovazioni civili escogitate
per dimostrare come l'Austria fosse alla coda della civiltà e non
sapesse governare; come fu provato dall'autore di questo volume, coi
documenti alla mano, nel suo libro _Voci e volti del passato_ (Milano,
1920, Treves, ed.). Il Confalonieri, col suo orgoglio di Lucifero,
col suo temperamento impulsivo, eccessivo in tutto, avrebbe guastato
ogni cosa. Lo immaginiamo, per esempio, ministro degli affari esteri?
Eppure, come tale, appariva in quell'abbozzo di governo provvisorio,
che i magnanimi ribelli del '21 avevano ideato. La gloria verace
del Confalonieri è il suo martirio, fieramente sopportato; figura di
Plutarco in questo! Il suo monumento è lo Spielberg.


PER STENDHAL (Henry Beyle), troppo oggi esaltato, come ieri troppo
negletto, oltre il libro aneddotico citato, vedi: _Revue de Paris_
dell'11 marzo 1832, dove egli tratta della _Prineide_ del Grossi;
poichè l'articolo è indubbiamente suo; come ben nota C. Stryienski,
nelle _Soirées du Stendhal_, la più lodevole di tutte le pubblicazioni
stendhaliane uscite sinora. A C. Stryienski e a R. Colomb dobbiamo
le opere postume di colui che voleva chiamarsi «milanese». Quelle
opere lo rivelano meglio, benchè non si deva trascurare ciò che delle
volgari beffe irreligiose e anti-italiane dello Stendhal scrive la Sand
nell'_Histoire de ma vie_ (vol. IX, cap. III, Lipsia, 1855): «Il se
moqua de mes illusions sur l'Italie.... Il railla, d'une manière très
amusant, le type italien, qu'il ne pouvait souffrir et envers lequel
il était fort injuste». Così la Sand. Eppure, a Milano, gli abbiamo
dedicata una via!


GUERRA DI RUSSIA. — Il citato libro del medico descrittore delle stragi
e delle malattie nella campagna di Russia nel 1812 e di Germania nel
1813 s'intitola: _Storia delle malattie osservate alla Grande Armata
francese_, del dott. G. R. L. de Kerckhove (detto Kirkhoff). Ne uscì
una versione italiana, con note, di O. B. Fontanetti (Milano, 1834),
presso la Società degli Annali di medicina. Il Kirkhoff, che studiò
sopratutto il tifo diffuso in quella orribile spedizione, godeva di
gran fama. Superfluo ripetere le altre fonti autorevoli: Laugier,
Zanòli, ecc.


ECCIDIO DEL MINISTRO PRINA (pag. 298). — Fra le molte pubblicazioni su
codesto nefando delitto, che il general Pino, per le torve sue mire,
scelleratamente lasciò compiere, mentre avrebbe potuto con un solo suo
ordine impedirlo, veggansi le più recenti: LEMMI, _La restaurazione
austriaca a Milano nel 1816_ (Bologna, 1902); PELLINI, _Il general
Pino e l'eccidio del ministro Prina_ (Novara, 1906). Fra le memorie
contemporanee non vanno dimenticate le pagine del Maroncelli nelle
_Addizioni_ alle _Mie prigioni_ di Silvio Pellico.


CARTEGGIO DI ALESSANDRO MANZONI, a cura di G. Sforza e G. Gallavresi
(Milano). — Il sommo scrittore, che, com'è notissimo, prima di
pubblicare una riga ci pensava su cento volte, e poi novantanove
su cento non ne faceva nulla, che dirà mai nella «Città superna» di
questa raccolta che raduna tutto ciò che scrisse per l'intimità e pel
silenzio? La riluttanza, persino morbosa, nell'espandersi, propria
del Manzoni, ci rende questo carteggio (con ogni rispetto verso il
sommo) spesso poco interessante: è talora esangue. Il raccoglitore, G.
Gallavresi, badi a non accusare altri di ciò che non si è mai sognato
di scrivere (vol. I, pag. 74), e, prima di sentenziare su qualche
libro, lo apra, almeno! (_passim_) Egli pone la lariana Torno sul Lago
Maggiore (_Carteggio Confalonieri_, vol. II, pag. 36); fa morire il
Manzoni verso il 1870 (_Ricerche intorno alla rivoluzione milanese del
1814_, pag. 1); codeste, e altre ancora, sono sviste che facilmente si
correggono. Non così si sorvola facilmente sulla omissione di qualche
lettera del Manzoni, rilevantissima, ben nota, pubblicata per la prima
volta dall'autografo nelle _Passioni del Risorgimento_ di Raffaello
Barbiera (Milano, Treves, pag. 41).


ALMANACCHI MILANESI (pag. 65). — Ricco e amante del lieto vivere era il
nobile Giuseppe Brentano Grianta, che, ogni anno, stampava un almanacco
in quartine settenarie, passando in rassegna casi bizzarri. Morì a 65
anni, il 4 ottobre 1819, lasciando erede l'Ospedale Maggiore di Milano
(CUSANI, _Benefattori dell'Ospedale di Milano_).


NOBILI STRAVAGANTI suscitavano anche nel Settecento viva ilarità nella
Lombardia. Il più buffo era forse il marchese Francesco Origoni. Costui
faceva venire i tacchini carichi di lumache e, sempre a piedi, niente
meno che dalla sua villa di Valmadrera (Lecco) fino a Milano, per
gustarne poi la carne frollata dalla stanchezza e perciò più prelibata.
Il peggio è che si stancavano, sino a caderne spossati e infermi,
i poveri pazienti conduttori. Quel bel matto era nonno della eroica
contessa Teresa Casati, moglie di Federico Confalonieri.


ARA BELL'ARA, DISCESA CORNARA, ecc. (pag. 25). — Su questa antica nenia
infantile, tuttora popolarissima a Milano, parla Tullo Massarani nei
_Ricordi cittadini e patriottici_, raccolti e postillati da Raffaello
Barbiera (Firenze, Succ. Le Monnier, 1908, pag. 320 a 325). Ne parla su
quanto reca un manoscritto genovese di Giacomo Giscardi: _Dell'origine
e fasti delle nobili famiglie di Genova_. Il conte Tommaso Marino,
genovese, venuto a Milano nel 1525 e arricchitosi rapidamente con le
_ferme_ (pubblici appalti) del sale, e divenuto potentissimo, aveva
un figlio, Niccolosio, e costui uccise per gelosia la propria moglie
ch'era d'alto lignaggio spagnuolo. Questo appartiene alla storia; il
resto appartiene alla leggenda. Il palazzo Marino a Milano, dove ha
sede il Municipio, fu eretto per ordine del conte Marino predetto.


MENEGHINO. — Dopo due secoli di sua vita (pag. 173), manca d'una
compiuta monografia. Dopo i disastri del '48, Meneghino, per bocca del
suo popolo, cantava di notte per le vie ben altre parole che quelle
messegli in bocca dal Maggi:

    _E nun semm semper nun;_
    _E s'emm ciappaa la ciocca_ (ubriacatura)
    _Se l'emm pagada nun!_

Siamo, dunque, lontani dal tempo nel quale il contadino lombardo,
quando incontrava il cane del padrone, si levava il berretto
curvandosi, e gli diceva premuroso: _Reverissi, sur can!_


LA TRAGEDIA «ARISTODEMO», del Monti (pag. 121), fu rappresentata per la
prima volta a Roma (teatro Valle), nel gennaio del 1786: fu ispirata da
quelle omonime di Carlo Dottori e dell'Arnaud.


MOTTO SUPERBO (pag. 152). — Invece di: «Un altro Porro, l'illustre
Pietro, disse....», leggi: «Un altro patrizio, l'illustre Pietro Verri,
disse....».


ABITANTI DI MILANO (pag. 245). — La cifra è così indicata nel _Milano
Sacro_ del 1810, e comprende la popolazione di tutte le parrocchie,
porte e sobborghi. Porta Orientale (ora Venezia) comprendeva da sola
35,950 abitanti. Le altre porte si chiamavano Romana, Marengo (ora
Ticinese), Vercellina, Comàsina e Nuova.


LAPIDE DELLA TOMBA DI V. MONTI (pag. 364). — Fu trasportata e
collocata, in segno di onore, nella cripta della nuova chiesa di San
Gregorio.


ORTOGRAFIA MILANESE. — È la più arbitraria e incerta. Non solo varia da
secolo a secolo, da autore ad autore, ma anche nello stesso poeta, come
nel Porta. Quando sarà autorevolmente fissata? Sarebbe ora.



INDICE ALFABETICO.


=Accattabrighe (L').= Giornale contro il Romanticismo, 335. — Contro
_Il Conciliatore_, 338.

=Acerbi Giuseppe.= Si accapiglia col Monti nella _Biblioteca Italiana_,
338.

=Agnesi Maria Gaetana.= Fa rifiorire gli studi matematici, 2.

=Albergo del Falcone.= Il più antico di Milano, 10.

=Albergo del Pozzo.= Vi alloggia Carlo Goldoni, 10.

=Albero della Libertà.= È piantato sulla piazza del Duomo e in altre
piazze di Milano, 43. — Chi furono i primi a piantarlo, 387.

=Albertolli Giocondo.= Detrattore della fama di Giuseppe Bossi, 323.

=Alderani Lorenzo.= Falso nome assunto da Ugo Foscolo a Zurigo, dove si
era rifugiato, 311.

=Aldini Antonio.= Consola l'imperatrice Giuseppina, 240.

=Alessandro I=, Czar di Russia, 257. — Suo piano di battaglia contro
l'esercito francese, 262.

=Almanacco degli Almanacchi.= Ricama storie maligne al teatro della
Scala, 65.

=Almanacchi milanesi.= Pubblicati sulla fine del 1700 e ai primi del
1800, 65. — Almanacco di Brentano Grianta, 392.

=Amici (Gli) della Libertà.= Primo giornale repubblicano in Milano, 49.

=Andreani Paolo.= È il primo ad introdurre i parafulmini in Milano, 26.
— Il primo a salire in pallone alla Montgofier in Milano e in Italia,
26.

=Andreoli (Famiglia).= Da cavallanti divengono marchesi, 8.

=Antipoligrafo.= Giornale letterario di Milano, 338.

=Antolini Giovanni.= Edifica ville e palazzi in Milano, 246.

=Appiani Andrea.= Sue pitture in Milano, 154. — Sua arte, 246.
— Ritratto di Napoleone I, 289. — Gli affreschi del salone delle
Cariatidi, 295.

=Aquanio (Dottor) Giuseppe.= Lettere e ricordi sul Porta, 380.

=Aquile Napoleoniche.= Copiate da quelle di Aquileia, 257. — Gli
Italiani reduci dall'infausta campagna di Russia le riportano a Milano,
272. — Sono mandate a Torino nel 1848, 272.

=Arauco Raffaele.= Membro del Comitato della Repubblica Cisalpina,
197. — Marito di Vincenza Prevosti, poi moglie di Carlo Porta, 205.
— Proclamato benemerito della patria, 205. — Sua attività poetica e
politica, 206. — Muore a Lione, 207.

=Archinto Carlo.= Suo fasto, 153. — Sue ricchezze e aneddoto relativo,
245.

=Arco di Porta Ticinese.= Eretto dal Cagnola per rammentare la
battaglia di Marengo, è dagli Austriaci dedicato _Alla pace dei
popoli_, 298.

=Arnaud Francesco.= Il suo _Aristodemo_ e quello del Monti, 394.

=Arnisano Pietro.= Suo eroico contegno nella campagna di Russia, 260.

=Augusta.= Città della Baviera. Vi soggiorna Carlo Porta, 17.

=Augusta Amalia=, Principessa di Baviera. Sposa il Principe Eugenio
vicerè d'Italia, 241. — Sua bellezza; suo dolce carattere, 241. — Ugo
Foscolo la eterna nelle _Grazie_, 241. — È amata dai Milanesi, 274. —
Le sue figlie, 275.

=Augusto=, Duca di Sussex. Sue gelosie per la cantante Giuseppina
Grassini, 134.

=Avrillon (Mademoiselle d').= I «patiti» delle signore milanesi,
153. — Sull'ingresso di Napoleone in Milano, 235. — Descrizione
dell'incoronazione di Napoleone a Re d'Italia, 238.


=Balestrieri Domenico.= Almanacchi in dialetto milanese, che prendono
da lui il nome, 65. — Crea il personaggio detto «Sganzerlone», 182. —
Ottave per l'Arciduchessa Beatrice Ricciarda d'Este, 242. — Traduzione
in ottave milanesi della _Gerusalemme liberata_, 360. — Vocaboli
milanesi da lui usati 371.

=Ballo (Il) del Papa.= Rappresentato al teatro della Scala, 92. —
Lodato e esaltato da un arciprete di S. Lorenzo, 160. — È autore del
soggetto di esso Francesco Salfi, 389.

=Balzac Onorato.= Sue opere, 3.

=Banco Antonio.= Suo eroismo nella campagna di Russia, 263.

=Bandiera tricolore.= — Il generale Porro ordina che a tutte le
bandiere francesi del dipartimento dell'Olona sia tolto il color
bleu e sostituito col verde: il tricolore, bandiera della Repubblica
Cisalpina, 90. — La bandiera tricolore italica sventola per la prima
volta sulle rive dell'Oceano, 242. — Sventola gloriosa sugli infausti
campi russi con le truppe italiane, 254. — Lettera di Napoleone al
Direttorio della Repubblica Cisalpina, 387.

=Barbiano di Belgioioso Alberico.= Protegge la cantante Giuseppina
Grassini, 132.

=Barbiera Raffaello.= Pubblica la prima edizione critica delle poesie
del Porta, 380. — Il suo libro _Voci e volti del passato_, 390. —
Lettera del Manzoni, da lui per la prima volta pubblicata, nelle sue
_Passioni del Risorgimento_, 392. — La sua opera _Ricordi cittadini e
patriottici_, 393.

=Barbieri Giuseppe=, abate, oratore, poeta. Predica nella Chiesa di S.
Fedele, 168.

=Barodino= (Russia). Valoroso combattimento sostenuto dagli Italiani
contro i Russi, 264.

=Battaglia Gaetano=, direttore della Rivista Europea, 55.

=Beauharnais Eugenio.= È respinto con le sue truppe fino alle rive
dell'Adige, 69. — Suo soggiorno a Milano, 124. — Protegge l'Accademia
del Teatro Filodrammatico, e ne è socio, 124. — Assiste all'_Antigone_,
124. — Torna a Milano nel 1805, 230. — Vicerè del Regno italico, 238.
— Sposa la principessa Augusta Amalia di Baviera, 241. — Battaglia di
Sacile, 250. — Comanda i soldati del Regno italico nella campagna di
Russia, 254. — Insulta i soldati italiani, 261. — Attacca con truppe
italiane il villaggio di Barodino, 264. — Ritorna a Milano, 274. —
Sconfitta presso l'Adige, 276. — Ambisce la corona di re d'Italia, 282.
— Soggiorna a Mantova, 285. — Fine del Regno italico, 294. — Le sue
memorie pubblicate dal Du Casset, 389.

=Beauharnais Giuseppina=, moglie di Napoleone. È incoronata Imperatrice
dei Francesi in Parigi, 228. — Sua incoronazione, come Regina d'Italia,
in Milano, 236. — Le sue lacrime, 239.

=Beauharnais Giuseppina, Massimiliana, Napoleone=. — Figlia del
Principe Eugenio, 273. — Principessa di Bologna e Duchessa di Galliera,
273.

=Beaulieu Gio. Pietro=, comandante supremo delle truppe austriache in
Italia; è sconfitto da Bonaparte a Lodi, 36.

=Beccaria Cesare=. Suoi scritti contro la pena di morte, 1. — È sepolto
nel Cimitero di Porta Comàsina, 139.

=Belgioioso Trivulzio Cristina=. A Blevio, sul lago di Como, 326.

=Bellacci Angelo=. Chimico e fisico, 247.

=Bellano=. Paesetto del lago di Como. Vi vede la luce Tommaso Grossi,
216.

=Bellati Francesco=. Traduce in milanese l'_Ode a Silvia_ del Parini,
29, 382.

=Bellegarde Enrico (Conte di)=. Sue segrete corrispondenze coi
partigiani dell'Austria in Milano, 283. — Entra in Milano alla testa
delle truppe austriache (28 aprile 1814), 295.

=Belli Giovacchino=. Confrontato col Porta, 188. — Si innalza a poeta
civile, 368.

=Bellington Elisabetta=, di Londra (nata Weichsell). Canta alla Scala,
134. — Sua rivalità colla Grassini, 134. = Benincasa Bartolomeo di
Sassuolo=. Collabora nel _Monitore Cisalpino_, 58. — Suo romanzo _Les
Morlaques_, 58.

=Benvenuto (Padre)=. La sua miscellanea _ex laboribus_ della Nazionale
di Brera, 380 e 387. = Béranger Pietro Giovanni=. La canzone _Le violon
brisè_, 298.

=Berchet Giovanni=. Fonda il _Conciliatore_, 55. — Sua amicizia col
Porta, 232. — Il Romanticismo, 335. — La _Eleonora_ del Bürger, 340.

=Berchet Guglielmo=. Fornisce notizie sul Porta, 379.

=Berardi Giovanni=. Soprano evirato, 388.

=Beresina= (Russia). Tragico passaggio del fiume da parte dei Francesi
e degli Italiani in ritirata, 270.

=Bernardoni Giuseppe=. Dà varie notizie sulla traduzione in milanese
della _Ode a Silvia_ del Parini fatta dal Porta, 29. — Collabora
nel giornale _Il Senza Titolo_, 54. — Il suo sonetto _Ti povera
Franzisch...._, 251.

=Bersezio Vittorio=. Le _Miserie d'Monsù Travet_, 192.

=Bianchi Tommaso=. Poeta, cospiratore e martire della _Giovine Italia_,
325.

=Biblioteca Italiana=, periodico antiromantico, 335. — Articolo sulla
Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese, 334. —
Baruffe letterarie, 338.

=Bicetti de' Buttinoni Giammaria=. Sull'innesto del vaiuolo e versi
indirizzatigli dal Parini, 203.

=Bignami Paolo=. Banchiere e marito di Maddalena Marliani detta Lenin,
307.

=Bini Carlo=. Suo umorismo; _Il manoscritto d'un prigioniero_, 186.

=Bolis Alessandro=, prete. Serve di modello al Don Abbondio del
Manzoni, 161.

=Blevio= (Como). Soggiorno del Porta, 325.

=Bon F. A.= Il suo _Ludro_ 192.

=Bonfadini Romualdo=. Suo giudizio storico su Napoleone, 227.

=Bollati Francesco=. L'_Orland Furioso de l'Ariost travestii_, 360.

=Bon Romilde=, veneziana, soprannominata «la Fiera di Sinigaglia», 73.

=Bonagazzi Francesco=. Cantore evirato, 388.

=Bonaparte Luciano=. Sua avversione per il fratello Napoleone, 230.

=Bonaparte Paolina=, sorella di Napoleone. Suoi ritratti al nudo, 111.
— Napoleone vuol darla in moglie al Duca Melzi, 280.

=Borella Gaetano=. Prende il Porta come suo impiegato, 88.

=Borgo (Il) degli Ortolani=. Almanacco del 1794, falsamente attribuito
al Porta, 65.

=Borromeo Clelia=. Avversaria di Maria Teresa: coltiva gli studi
matematici, 2.

=Borromeo (San Carlo)=. Protegge la Santa Inquisizione, 6.

=Borromeo Giovanni=. Suo soprannome nel Collegio dei Nobili, 380.

=Bosin(I) e le bosinade=, 27.

=Bossi Annetta=. Moglie di Luigi Bossi soccorsa amorosamente dalla
famiglia Porta, 317.

=Bossi Giuseppe=, pittore e poeta. Eseguisce il ritratto di Paolina
Bonaparte, 111. — La sua novella oscena _El Bepp perucchee_, 190. — Sua
opera sul Cenacolo di Leonardo da Vinci, 317. — Sua morte, 320. — Suoi
nemici e suoi amori, 321. — Le sue pitture e le sue poesie, 246, 322.
— Accademici detrattori di lui, 323. — Lo _Sposalizio_ di Raffaello
nell'Accademia di Brera, 323.

=Bossi Luigi=. Dà ospitalità al Foscolo in Zurigo, 311. — È soccorso
generosamente dal Porta, 316.

=Bourget Paul=. Soggiorna a Cernobbio sul lago di Como, 327.

=Bovisa= (presso Milano). Scena delle geste di _Fraa Condutt_ del
Porta, 171.

=Brême (De) Lodovico Giuseppe=. Circa l'auto-difesa inviatagli dal
Cicognara, 390.

=Brentano Grianta Giuseppe=. Il suo almanacco in quartine settenarie,
392. — Lascia i suoi averi all'Ospedale Maggiore, 393. = Brera
(Accademia di)=. Astronomi, 2. — Monumento a Carlo Porta, 8. — Lo
_Sposalizio_ di Raffaello, 323.

=Brown= (Colonnello inglese). Compie una inchiesta in Milano sulla
scandalosa condotta di Carolina di Brunswich, 350. — È aggredito e
ferito, 351.

=Brune Goffredo Augusto=. Sostituisce il generale Massena nel comando
delle truppe francesi in Milano, 197.

=Bürger Guglielmo=. La sua _Eleonora_, campione del Romanticismo, 340.

=Buratti Pietro=. Sue poesie dialettali veneziane 66, 68, 188. —
La _Corte busonica_ e le sue adunanze, 67. — Suo arresto, 70. — Suo
confronto col Porta, 248.

=Busto Arsizio=. Vi nasce il pittore e poeta Giuseppe Bossi nel 1777,
320.

=Busto F.= Falso amico del Porta in Venezia, 75.

=Byron Giorgio=. Suo soggiorno in Milano, 137. — Frequenta la casa
Porro, 328.


=Cadenabbia= (Lago di Como). Villa dei Clerici acquistata dal
Sommariva, 196. — Bassorilievi del Thorvaldsen, 196.

=Caffè Cambiagio=. Situato una volta di fronte al Teatro alla Scala,
389.

=Caffè (El) de la Reson=. Almanacco milanese dell'anno 1805, 65.

=Caffè del Veronese= a Milano. Vi è piantato vicino il primo albero
della Libertà, 387.

=Cagnola Luigi=. Costruisce l'Arena per ordine di Napoleone, 244. —
Costruisce l'arco di Porta Ticinese, 298. — Abbellisce Milano di altri
edifici e costruisce suntuose ville, 246.

=Calvi Giovanni=. Sue pubblicazioni sul vaiuolo (1762), 203.

=Cambacérés Gian Giacomo=. È inviato a Milano da Napoleone, 228.

=Cameretta=. Riunione dei Decurioni milanesi, 217. — Così pure fu
denominata la riunione letteraria del Porta, 217-18.

=Campari Camillo=. Sua risposta a Napoleone I, 233.

=Campoformio=. Napoleone cede all'Austria il Veneto, l'Istria e la
Dalmazia, 39.

=Canonica Luigi= (architetto). Suo arco, 154. — Altri suoi notevoli
edifici in Milano, 246.

=Canova Antonio=. Eseguisce la celebre statua riproducente Paolina
Bonaparte nuda, 111. — Suo genio nella scultura, 246. — Amicizia col
poeta e pittore Giuseppe Bossi, 322. — Ne scolpisce il busto, 323.

=Cantù Cesare=. Narra la proposta, fatta da un patriotta fanatico,
di demolire la guglia del Duomo, 45. — Suo giudizio su Meneghino e
Giovannin Bongee, 179. — Suo errato giudizio sul Porta, 247. — Della
_Prineide_ del Grossi, 301. — Pubblica un sonetto del Porta contro il
Cicognara, 390.

=Capolavori= e cimeli rubati da Napoleone e mai restituiti. Quadri,
statue, manoscritti, ecc., inviati in Francia, 91. — Altri capolavori
rubati, 388.

=Cappello Girolamo=. Suo libro sulla campagna di Russia, 265.

=Caprara Gio. Batta=, Cardinale e Arcivescovo di Milano. Accoglie ed
incensa Napoleone Imperatore nel Duomo, 235; lo incorona Re d'Italia,
236.

=Carbonari=. Si adunano in casa del conte Luigi Porro, 328. —
Vigilanza della polizia austriaca, 329. — Carlo Porta nel cenacolo
dei carbonari-romantici, 330. — Editto contro di loro del governo
austriaco, 352. — Sospetti della polizia 353. — Processi contro i
Carbonari, 375.

=Carlo=, Arciduca d'Austria. È sconfitto da Napoleone I al Danubio, 250.

=Carminati Bassiano= (medico). Sua dissertazione _sulla morte e il suo
meglio_ avanti a Napoleone, 233.

=Càrpesino= (Brianza). Vi segue il matrimonio del Porta con Vincenza
Prevosti vedova di Raffaele Arauco, nella villa di Torricella, 208.

=Cascina (La) dei Pomi= (Sobborgo di Milano). Carlo Porta vi legge un
brindisi inneggiante a Napoleone, 251.

=Casiraghi= (Famiglia). Amica del Porta, 211. — Festini ai quali
intervengono il Porta e il Monti, 211. — Sonetto del Porta al Monti,
212.

=Casiraghi Carlo=. Cassiere generale al Monte Napoleone; gli succede il
Porta, 213.

=Castelbarco Maria= (nata Litta). «L'inclita Nice» del Parini, 108.

=Castiglioni Adolfo=. Cospira per il ritorno degli Austriaci in Milano,
284. — È eletto deputato per presentare un indirizzo all'Imperatore
d'Austria, 288.

=Castiglioni Carlo=, e il Collegio dei Nobili, 380.

=Castiglioni Luigi=. Membro della deputazione da inviarsi
all'Imperatore d'Austria, 288.

=Catena (Ab.) Adalberto=. Sue notizie sulla Diocesi milanese ai tempi
del Porta, 379.

=Catena Bibin=. Vedi «Stendhal», 112.

=Cattaneo (P.) Ambrogio=. Sue prediche, 168.

=Cattaneo Calimero=. Pone una lapide alla memoria del Parini, 139.

=Cattaneo Carlo=. Fonda il _Politecnico_, 55.

=Cattaneo Gaetano= (Numismatico). Amico intimo del Porta, 344. — Suo
progetto di una torre monumentale in onore di Napoleone, 344.

=Censore (Il)=. Giornale fondato da Melchiorre Gioia, 53.

=Ceriani Giuseppe Cesare=. Sua amicizia col Porta e col Grossi, 222.

=Ceroni Giuseppe Giulio=. Suo sonetto contro Napoleone, 230.

=Cherubini Francesco=. Narra come si educava ai tempi del Porta, 15. —
Ricusa di far parte dei Romantici, 339. — Sui vocaboli usati dal Porta,
371. — Pubblica la prima edizione delle poesie del Porta nel 1817, 373.
— Cura la prima edizione delle opere del Porta, 380.

=Chiabotto Michele=, valoroso soldato nella campagna di Russia, 260.

=Choiseul-Gouffier= (Contessa di). Sue memorie sulla ritirata di
Russia, 270.

=Cicognara Leopoldo=. Nega il voto a Napoleone, 200. — Quadro satirico
esposto da lui a Venezia, 99, 344. — Si difende dall'aver dileggiato i
Milanesi, 389.

=Cicognara Massimiliana= nata =Cislago=. Partecipa alle idee
repubblicane del marito Leopoldo, 99.

=Classicisti=. Lotta fra Romantici e Classicisti, 3. — Combattuti
dal _Conciliatore_, 329. — Si adunano in casa Londonio, 331. —
L'_Accattabrighe_ e la _Biblioteca italiana_, 335. — Giornali pro
e contro il classicismo, 338. — La _Biblioteca Italiana_, 338. — La
_Feroniade_ del Monti, 340.

=Collegio Longone=, detto dei Nobili. Ne sono espulsi i Barnabiti, 105.
— Uso del suo teatrino, 105. — Soprannomi dei convittori, 380.

=Colomb R.= Pubblicazioni su Stendhal, 391.

=Compagnia della Teppa=. Oltraggia e commette violenze contro i
pacifici ambrosiani, 351.

=Compagnoni Giovanni=. Scrive nel _Monitore Cisalpino_, 58.

=Compans Gian Domenico= (Generale). È ferito alla battaglia di
Barodino, 264.

=Conciliatore (Il)=. Giornale fondato da Silvio Pellico, da Luigi
Porro, da Federico Confalonieri e da Giovanni Berchet, 55. — Combatte i
classicisti e il governo austriaco, 329. — È soppresso, 329.

=Confalonieri Federico.= Fonda con altri il _Conciliatore_, 55. — Si
pone a capo del partito degli italici puri, 284. — Sua ostilità contro
il Senato napoleonico 288. — Arringa il popolo, 289. — Sue cospirazioni
e suo martirio, 390.

=Confalonieri Teresa.= Moglie di Federico Confalonieri, 393.

=Congregazione dei Bianchi.= Abolita da Giuseppe II, 20.

=Conservatorio di musica.= Istituito da Napoleone I, 247.

=Convento di Sant'Ambrogio= _ad Nemus_. Miscellanea del P. Benvenuto,
380 e 387.

=Corio Girolamo=, poeta dialettale milanese. La sua _Istoriella d'on
fraa Cercott_, 369.

=Cornara Ara.= Eco popolare di un delitto del Cinquecento, 25.

=Corner Cecilia.= Sua vasta coltura, 73.

=Corner-Diedo Andriana.= Suo amore per C. Porta, 72 e seg. — È
abbandonata dal Porta, 80. — Sua lettera al fratello del Porta, 82.

=Corner-Duodo Teresa.= Le viene attribuito il soprannome «le affumicate
immagini de' suoi maggiori», 74.

=Corona Ferrea.= Venerata nella basilica di Monza, 236. — Serve per
l'incoronazione di Napoleone a Re d'Italia, 237. — Ordine cavalleresco
fondato da Napoleone I, 240.

=Corriere (Il) delle Dame.= Le sue baruffe letterarie, 338. — È diretto
da Giuseppe Lattanzi, 384.

=Corriere (Il) di Gabinetto.= Gazzetta di Milano. Bandisce nel 1786,
prima della rivoluzione francese, i diritti dell'uomo, 386.

=Corsia del Giardino:= ora Via Alessandro Manzoni, 14.

=Corte Busonica.= Allegra società di Venezia, alla quale appartenne G.
Rossini, 67.

=Courrier (Le) de l'armée d'Italie.= È fondato da Napoleone Bonaparte,
58.

=Crepuscolo (Il)=, giornale. È fondato da Carlo Tenca, 55, 307.

=Crescentini Gerolamo.= Celebre soprano, 129.

=Cusani Francesco.= Suo opuscolo sui Benefattori dell'Ospedale di
Milano, 393.

=Custodi Pietro.= Fonda il giornale la _Tribuna del popolo_, 52. —
Inizia pure la classica raccolta degli _Economisti italiani_, 55. —
Acclamato economista, 247.


=Darnay Antonio.= Direttore delle poste milanesi, viola il segreto
epistolare dei cittadini, 279.

=Davoût.= Comanda il 111º regg. fanteria, piemontese, nella campagna di
Russia, 259.

=De Brosses Carlo.= Sua dimora in Milano, 14.

=De Castro Giovanni.= Suo libro su Milano durante la dominazione
napoleonica citato, 244.

=De Cristoforis Gio. Battista.= Compone l'epigrafe per la tomba di C.
Porta, 362. — Sua disputa coll'ab. Robustino Gironi, 363.

=De Laugier Cesare.= Il suo libro _Gli Italiani in Russia_, 265 e 291.

=Del Fante Cosimo.= Suo eroismo nella campagna di Russia eternato dal
Guerrazzi, 265.

=Della Berretta=, Vescovo di Lodi. Ossequia Napoleone e lo invita a
pranzo, 36.

=Della Torre Scipione.= Comanda i cavalleggeri alla battaglia di
Ostrowno, 263.

=Del Moro Luigi.= Cantore ecclesiastico evirato, 388.

=De Marchi Emilio.= Poeta milanese, 368.

=Dembowsky Matilde.= È corteggiata dallo Stendhal, 281.

=De Petri Siro.= Ospita il Porta nella sua villa in Brianza. 345.

=Desaix Luigi=, l'eroe di Marengo. La sua salma viene da Milano inviata
in Francia, 102.

=Despinoy Giacinto=, generale. Assume il comando della città di Milano,
40. — Reprime la sommossa del 23 maggio 1786, 41.

=Di Bellegarde Gaspare.= Suo eroico contegno nella campagna di Russia,
260.

=Di Brunswick Carolina, Amelia, Elisabetta=, Principessa di Galles.
Suoi scandalosi amori a Cernobbio(lago di Como), 326. — Processo contro
di lei a Londra, 350.

=Diocesi milanese.= Sue tradizioni orali e caratteristici particolari,
379.

=Dipartimento dell'Olona.= Le bandiere sostituiscono, al color bleu, il
verde, 90. — Comunicato del commissario Pelagatti, 388.

=Diritti (I) dell'uomo.= Sono diffusi in Italia dalle truppe
repubblicane francesi, 35. — Erano stati banditi prima, nel 1786, da un
giornale di Milano, 386.

=Dolfini=, Vescovo di Bergamo. Incitamenti ai suoi sacerdoti, 160.

=Dottori Carlo.= Il suo _Aristodemo_ e quello del Monti, 394.

=Du Casset A.= I _Mémoires du prince Eugène_, 389.

=Dumas Alessandro= (figlio). La mercantessa nel suo _Monsieur
Alphonse_, 189.

=Durini Antonio.= Fa parte del partito degli Italici puri, 285. —
Podestà di Milano all'epoca dell'eccidio del ministro Prina, 293.


=Economisti (Gli) italiani.= Classica raccolta iniziata da Pietro
Custodi, 53.

=Effemeridi (Le) politiche.= Periodico fondato da Melchiorre Gioia, 53.

=Enrico IV.= È il primo, per certezza storica, ad essere incoronato
colla Corona Ferrea (1081), 237.

=Estensore (L') Cisalpino.= Fondato dal piacentino Poggi e sussidiato
dal Direttorio, 55.


=Fagnani Arese Antonietta.= È amata dal Foscolo, 108. — Gherminelle di
lei, 109.

=Fauriel Carlo.= Lettera direttagli dal Manzoni sui tragici fatti del
20 aprile 1814, 299. — Il Manzoni gli comunica la morte dell'amico
Porta, 353.

=Federigo Guglielmo=, Re di Prussia. Si allea a Napoleone nella
campagna di Russia, 258.

=Fenice= (Teatro di Venezia). Le rappresentazioni del coreografo e
ballerino Salvatore Viganò, 79.

=Ferdinando=, Arciduca d'Austria. Fa tradurre in milanese dal Bellati
l'_Ode a Silvia_ del Parini, 29. — Governatore di Milano e provincia,
29. — Fugge a Bergamo e di là a Vienna, 37.

=Fermieri.= Così erano chiamati gli appaltatori del sale, dei tabacchi,
delle poste, ecc.; loro malefatte, 11.

=Ferrari Giuseppe.= La _Donna Fabia_ del Porta, 141. Studio sulla
letteratura dialettale e sul Porta, 370.

=Filippo Prospero=, Principe di Spagna. Come fu festeggiata nel 1618 in
Milano la nascita di lui, 387.

=Firmian Carlo Giuseppe=, Governatore di Milano. È da Maria Teresa
nominato ministro plenipotenziario, 5. — Suo assegno all'abate
Passeroni, 21.

=Fombio.= Villaggio presso Lodi, dove si trincera il Bonaparte, 36.

=Fontainebleau.= Napoleone rinuncia alle corone di Francia e d'Italia e
parte per l'isola d'Elba, 277.

=Fontana Ferdinando.= Poesie in dialetto milanese, 368.

=Foscarini Iacopo Vincenzo.= Sue poesie dialettali veneziane, 67. — È
conosciuto dal Porta, 67.

=Foscolo Giulio.= Cede al fratello Ugo un capitaletto, 310. — Lo
difende dalle malignità biografiche del Pecchio, 310.

=Foscolo Ugo.= Ode a Napoleone 35. — Collabora nel _Monitore italiano_,
56. — Loda il _Giovannin Bongee_, 95. — Suoi amori colla Bignami, 107.
— Suoi amori colla Fagnani, 108. — Promette una tragedia per il Teatro
Patriottico, 121. — Il _bell'italo regno_, 230, 245. — La viceregina
d'Italia e il carme delle _Grazie_, 241. — È escluso dall'Istituto di
scienze e lettere, 247. — Tenta di salvare il ministro Prina, 293. —
Suo affetto alla famiglia Porta, 309. — Lettere a Gaspare Porta, 310. —
Sua corrispondenza con Carlo Porta, 311. — L'_Ipercalisse_, 311. — Suo
soggiorno a Londra, 312. — La sua più allegra lettera, 313. — Epigramma
contro Giuseppe Bossi, 321. — Suo soggiorno a Blevio, 325. — L'orazione
per il Comizio di Lione, 385.

=France (La) vue de l'armée d'Italie.= Giornale fondato da Napoleone
per preparare l'opinione pubblica all'assassinio di Campoformio 58. —
Dove si stampava in Milano, 59.

=Francesco I=, Imperatore d'Austria. Brindisi di Meneghino
all'imperatore, 178. — Alleato di Napoleone contro la Russia, 258.
— Vuole riacquistare la Lombardia, 286. — Invia l'arciduca Giovanni
a prendere possesso della Lombardia in Milano, 295. — Suo solenne
ingresso in Milano, 298. — Il Monti inneggia al nuovo padrone col
_Ritorno di Astrea_, 353.

=Franco-Muratori.= Associazione sciolta da Maria Teresa, 20. —
Riconosciuta da Giuseppe II, 20. — Sua sede nel vicolo Pusterla, 154.

=Freganeschi= (consigliere). Congiura contro Napoleone I, 284. — In sua
casa si prepara una sommossa popolare, 285.


=Gaisruck Carlo Gaetano=, Cardinale e Arcivescovo di Milano. Suo
giudizio sul _Miserere_ del Porta, 157. — Bandisce i preti scagnozzi da
Milano, 158.

=Galvagna Francesco=, Prefetto di Venezia. Sue discordie col generale
francese Serras, 69.

=Gambarana Giuseppe.= Cospira per il ritorno degli Austriaci in Milano,
284.

=Garioni P. Alessandro.= Parafrasa in milanese la _Batracomiomachia_,
360.

=Gazzetta (La) di Lugano.= Pubblicata dal Veladini, 32.

=Gazzetta (La) di Milano.= Organo ufficiale del governo austriaco, 331.
— Baruffe letterarie, 338.

=Gazzetta (La) Nazionale.= Fondata da Melchiorre Gioja, 53.

=Genova.= Soggiorno del Porta e suo giudizio sulla città, 209.

=Gherardini Carlo.= Combatte il Romanticismo, 335. — Suo insolente
opuscolo in versi contro il Porta, 341.

=Ghislieri Domenico.= Suoi oscuri maneggi per il ritorno degli
Austriaci in Milano, 284.

=Giansenismo.= Preti giansenisti nelle campagne milanesi, 224.

=Gioja Melchiorre.= Dirige in Milano vari giornali, 56. — Sue opere
statistiche, 247.

=Giordani Pietro.= Sul sonetto del Porta _L'abbaa Giovan_, 334. —
Disprezza i poeti dialettali e i dialetti, 334.

=Giornale delle Dame e delle mode di Francia=, del 1786, in Milano, 384.

=Giornale (Il) rivoluzionario.= Sorge ed è subito soppresso, 54.

=Giornali= della Repubblica Cisalpina, 49 e seg.

=Giornali (I)= di Milano all'epoca della invasione francese, 49 e seg.

=Giovanni=, Arciduca d'Austria. Sconfigge il principe Eugenio nel 1809
sull'Isonzo, 250. — Viene a Milano a ricevere il giuramento di fedeltà
(maggio 1815) per incarico di Francesco I, 295. — Il Monti scrive per
lui _Il mistico omaggio_, 353.

=Giovio Benedetto.= Suo contegno eroico nella campagna di Russia, 264.

=Giovio Cecchina.= Suo procelloso amore col Foscolo, 325.

=Giovio Paolo.= È decorato della croce della Legione d'onore nella
campagna di Russia, 264.

=Gironi Robustino=, anti-romantico. Non approva, come censore,
l'epigrafe del De Cristoforis per la tomba del Porta, 363.

=Giscardi Giacomo.= Suo manoscritto sull'_Origine e fasti delle nobili
famiglie di Genova_, 393.

=Giuseppe II=, Imperatore d'Austria. Succede alla madre Maria Teresa,
19. — Sue innovazioni nello Stato di Milano, 20. — Abolisce le
pensioni, 21. — Sua morte, 23.

=Giusti Giuseppe.= Gareggia col Porta nella _Vestizione_, 369. — Dal
Manzoni è chiamato «il Porta toscano», e il Giusti se ne dice indegno,
369.

=Goldoni Carlo.= Alloggia in Milano all'albergo del Pozzo, 10. —
La donna nelle sue commedie, 185. — I cicisbei nella commedia _Il
Cavaliere e la Dama_, 194.

=Grande (La) Armata.= Campagna di Russia, 258.

=Gran (La) Torr de Babilonia.= Almanacco in dialetto milanese, 65.

=Grassini Giuseppina=, celebre cantante. Nasce a Varese, 131. — È
protetta dal conte Alberico Barbiano di Belgioioso, 132. — Si rivela
alla Scala nell'opera _Giulietta e Romeo_, 132. — Suo motto contro un
evirato fatto cavaliere da Napoleone, 130. — Sue vicende drammatiche:
è presa dai briganti ch'ella chiama _ces chères assassins_, 133. —
Suo amorazzo con Napoleone I, 133. — Altri ancora, 134. — Rivale della
Bellington, 134. — Canta a Venezia, dove si narrano suoi amori lesbici
135. — Assiste da vecchia alle epiche Cinque giornate di Milano, 135.
— Sua madre, 131. — Suo ritratto in miniatura, 133. — Dono fattole da
Napoleone I, 133. — È sepolta nel cimitero di S. Gregorio, 136.

=Gregorio (San) Magno.= Dona la Corona Ferrea, che si venera a Monza,
alla Regina Teodolinda, 236.

=Grossi Giuseppe.= Concede le lettere del Porta dirette al padre suo
Tommaso, 379.

=Grossi Tommaso.= Loda il _Giovannin Bongee_, 95. — Sonetto del Porta
a lui attribuito, 155. — Ritrae il carattere del Porta, 215. — Amicizia
col Porta, 216. — Riunioni letterarie alla _Cameretta_, 217. — Lettera
al Porta, 219. — Lettera amena indirizzatagli dal Porta, 219. — Suo zio
nemico dei versi, 223. — Giansenismo in campagna, 224. — Leva la voce
contro l'eccidio del Prina, 300. — La _Prineide_, 301. — Si confessa
autore della _Prineide_, 303. — È posto in prigione, 304. — Nuove
testimonianze di affetto al Porta, 304. — La comi-tragedia _Giovanni
Maria Visconti_ in collaborazione col Porta, 104, 305. — Pranzo
dei romantici, 330. — Combatte il classicismo, 331. — Il poemetto
la _Pioggia d'oro_, 331. — Corrispondenza col Porta sulla guerra
romantico-classicista, 340. — Affettuoso incoraggiamento al Porta, 342.
— Suo dolore per la morte dell'amico Porta e parole pronunziate sul
feretro di lui, 354. — I manoscritti del Porta raschiati, 362. — Posto
del Grossi fra i poeti milanesi, 368. — Le sestine in morte del Porta,
374. — Novella boccaccesca _I bragh del confessor_, 381.

=Guardia civica.= Domanda di difendere il Senato, 288. — Interviene
tardi nell'eccidio del Prina, 294.

=Guerrazzi Domenico.= Suo elogio di Cosimo del Fante, 265. — _L'Asino_,
186.

=Guicciardi Diego.= Fa parte della deputazione senatoriale inviata
all'imperatore d'Austria, 286. — Sua contestazione in Senato, 286. —
Deputato all'imperatore d'Austria è richiamato, 288.

=Guttieri Violante.= La buona madre del Porta travagliata dalla gotta,
15.


=Heyse Paolo.= Sua novella sugli amori delle donne mature con amanti
giovani, 86.

=Heine Enrico.= Sue parole in punto di morte, 350.

=Hugo Victor.= A proposito del dramma _Giovanni Maria Visconti_, 307.


=Il Senza titolo.= Giornale repubblicano, fondato dal libraio Barelle,
54.

=Imbonati Carlo.= Si fa socio della Patriottica, 107. — Immortalato dal
Manzoni nel noto carme, 20, 325. — Bassa origine degl'Imbonati, 12.

=Imbonati Sannazzari Maddalena.= Aiuta negli studi Tommaso Bianchi,
patriotta della _Giovane Italia_, 325.

=Inzago.= Vi muore settuagenario il cantante evirato Luigi Marchesi, il
fondatore del Pio Istituto Filarmonico, 129 (V. anche a pag. 154).

=Istituto= di scienze e lettere, fondato da Napoleone I, 247.

=Istituto (Pio) Filarmonico=, fondato e dotato dal cantante Luigi
Marchesi, 129.

=Italiani (Gli) nella guerra di Russia.= Sono comandati da Eugenio
Beauharnais, 254. — Loro eroiche geste, 259 — Loro sofferenze, 260.
— Il 111º reggimento composto di Piemontesi, 260. — La battaglia di
Malo-Jaroslawetz, 261. — Nuovi eroismi italiani, 263. — La battaglia
della Moscowa, 264. — La disastrosa ritirata, 269. — I nostri riportano
a Milano incolumi le aquile imperiali loro affidate nel 1805, 272.


=Jullien Gio. Francesco.= Dirige il giornale _La France vue de l'armée
d'Italie_, 58. — Il trattato di Campoformio, 59.


=Kirkhoff (De) G. R. L.= Orrori della campagna di Russia, 266. —
L'incendio di Mosca, 268. — La sua storia delle malattie osservate alla
Grande Armata francese, 391.

=Körner Teodoro.= Il «Canto della Spada», 276.


=Lamberti Antonio=, poeta vernacolo veneziano. Le «Stagioni campestri e
cittadinesche» negli almanacchi veneti, 64. — La sua celebre _Biondina
in gondoleta_, musicata da S. Mayr, 67.

=Lampugnani Giambattista.= Suo soprannome nel Collegio dei nobili, 380.

=Lamy=, generale austriaco. Abbandona con le sue truppe Milano, 39.

=Landriani Paolo.= Sue opere scenografiche, 247.

=Lattanzi Giuseppe e Carolina.= Dirigono il giornale milanese _Il
Corriere delle Dame_, 384.

=Lattuada (Famiglia).= Acquista il blasone salendo dal volgo, 8

=Lavapiatt (El) de Meneghin ch'è mort.= Almanacco del 1792, in dialetto
milanese, 65.

=Lechi Teodoro.= Comanda parte dell'esercito italiano in Russia, 258.

=Legorin Giacomo=, brigante. Citato nelle _Olter disgrazi de Giovannin
Bongee_, 193.

=Lemmi Francesco.= L'eccidio del Prina nel suo libro _La restaurazione
austriaca a Milano nel 1816_, 391.

=Lenin.= Vezzeggiativo dato alla bellissima Maddalena Bignami Marliani,
108.

=Leoni Carlo=, letterato di Padova, Suo giudizio sulla cantante
Grassini, 132.

=Leopoldo II=, Imperatore d'Austria. Sale al trono, 23. — Ripristina le
istituzioni paesane, abolite da Giuseppe II, 23.

=Likatcheff=, generale russo. È disarmato dal livornese Cosimo Del
Fante a Barodino, 265.

=Lione.= Sede della Consulta straordinaria di 452 notabili italiani
convocati da Napoleone, 198.

=Lipsia.= Teatro della sanguinosa battaglia, detta la battaglia delle
nazioni (16-19 ottobre 1813), 276.

=Litta (Famiglia).= Aneddoto di casa Litta, 150.

=Litta-Castiglioni Paola.= Nobile amica del Parini, 380.

=Lodi.= Battaglia vinta da Napoleone al ponte di Lodi, 36.

=Lomazzo Giovanni Paolo.= Sue poesie in dialetto della Val di Bregno,
369.

=Londonio (Sorelle).= Nella loro casa si radunano i classicisti e vi
domina Vincenzo Monti, 331. — Vi si reca in conversazione anche il
Porta, 379. — Ad Angiolina Londonio, il Porta dirige la poesia _El
Romanticismo_, 332.

=Londra.= Vi dimora il Foscolo: suoi imbarazzi economici, 312.

=Longfellow Enrico.= La leggenda di _Fra Felice_, 170.

=Longhi Giuseppe=, celebre incisore. Sue ostilità contro il pittore
Giuseppe Bossi, 323.

=Luigi XIII=, Re di Francia, Introduce l'uso delle parrucche, 31.

=Luigi XVI=, Re di Francia. Suo supplizio, 27. — Nel teatro alla Scala
si festeggia l'anniversario del supplizio del Re, 128.

=Luigi XVIII.= È proclamato re di Francia dal Senato, 277.

=Luosi Giuseppe.= Eletto presidente del Direttorio della Repubblica
Cisalpina, 385.


=Macdonal Giacomo.= Napoleone lo mette al fianco del principe Eugenio
dopo la sconfitta di Sacile, 251.

=Maggi Carlo Maria.= Uno dei maggiori poeti milanesi, 368. — È eletto
segretario del Senato 21. — La donna Quinzia, 141. — La commedia _I
consigli di Meneghino_, 151. — La vita nei monasteri, 162. — Crea
la maschera di Meneghino, 173. — Italianità dei Maggi, 231. — Le sue
commedie e i suoi principii democratici, 174, 369.

=Mai Angelo=, Cardinale. Scopre cimelii di classici antichi, 214.

=Malo-Jaroslawetz= (Russia). Gloriosa giornata campale dell'esercito
d'Italia, 261.

=Mantegazza Paolo.= Sul carattere e sulla gelosia del Porta, 85.

=Mantova.= Vi soggiorna il Porta per una ispezione al dipartimento del
Mincio, 213.

=Mantovani Luigi=, canonico, diarista. Suo diario manoscritto
nell'Ambrosiana, 351. — Notizie sul Blocco continentale, 252. —
Ferimento del colonnello inglese Brown, 351. — Le condanne contro i
Carbonari, 352.

=Manzoni Alessandro.= Suo titolo nobiliare, 12. — Narra la demagogia di
Vincenzo Monti, 64. — Sue lodi del _Giovannin Bongee_ del Porta, 95. —
Ricordi sulla società demagogica di Via Rugabella, 44. — La morte del
Parini e la vendita dei manoscritti e dei libri di lui, 138. — I «preti
di casa» e Don Abbondio, 161. — La Monaca di Monza, 162. — Senso amaro
dei _Promessi Sposi_, 186. — Il poema rimato _L'innesto del vaiuolo_,
203. — Dedica a Tommaso Körner l'ode storica _Marzo 1821_, 276. — Suo
strano giudizio sulla rivoluzione dell'aprile 1814, 299. — Suo ricordo
sull'assalto del palazzo Prina, 300. — Soggiorna a Blevio e vi scrive
l'_Ira di Apollo_, 326. — Combatte il classicismo, 331. — È difeso
dal Porta e dal Grossi contro gli anti-romantici, 335. — Sua dimora a
Parigi e sua amicizia con Carlo Fauriel, 336. — Suo giudizio sul Porta.
337. — Suo dolore per la morte del poeta, 353. — Suo disprezzo per
la _Gerusalemme liberata_ del Tasso, 359. — Sua urna nel Pantheon dei
milanesi illustri, 364. — Ricorda per tutta la vita il suo Carlo Porta,
375. — Il suo carteggio pubblicato a cura di G. Sforza e G. Gallavresi,
392. — Lettera pubblicata da R. Barbiera, 392.

=Marchesi Luigi=, celebre cantante soprano. Sua generosità e sua fiera
risposta al generale Mioillis, 129. — La sua casa nel vicolo Pusterla,
154.

=Marchesi Pompeo=, scultore. Suo monumento a Giuseppe Bossi nella
Biblioteca Ambrosiana, 323. — Scolpisce il busto di Carlo Porta, 365.

=Marengo.= Il Bonaparte vi sconfigge gli Austriaci il 14 giugno 1800,
101.

=Marescalchi Ferdinando.= È inviato a Milano da Napoleone I, come suo
emissario, 228.

=Maria Luisa=, Arciduchessa d'Austria, Imperatrice di Francia. Moglie
di Napoleone I e madre del re di Roma, 287.

=Maria Teresa=, Imperatrice d'Austria. Regna sulla Lombardia, 5. —
Sopprime l'Inquisizione, 6. — Blasone domandatole dai _fermieri_, 7. —
Sua morte, 19. — Un borghese creato nobile da lei e accoglienza in casa
Litta a costui, 150.

=Marino Niccolosio.= Uccide la moglie per gelosia, 25.

=Marino Tommaso.= Viene a Milano da Genova, 393. — Fa costruire il
palazzo attualmente sede del Comune di Milano, 393.

=Marliani Maddalena=, chiamata Lenin. Sposa il ricco banchiere Paolo
Bignami, 107. — È ammirata da Napoleone al Teatro della Canobbiana,
107. — Suo amore col Foscolo, 325.

=Marliani Rocco=, padre della predetta, 108.

=Maroncelli Pietro.= Pagine sull'eccidio del Prina, nelle _Addizioni_
alle _Mie prigioni_ del Pellico, 392.

=Mascheroni Lorenzo=, matematico, ellenista e poeta, 246.

=Masnadieri.= Infestano le campagne milanesi e Milano, 7, 351.

=Massarani Tullo.= Sulla antica nenia popolare «Ara bell'Ara», 393.

=Massena Andrea.= Entra in Milano con l'avanguardia dell'esercito
francese e fa un discorso, 41. — Interviene alla festa di ballo data
dalla Società filarmonica insieme con la propria amante, 152. — Parte
da Milano, arricchito, 197.

=Massoneria.= I frammassoni a Milano, 353. Vedi anche: Carbonari;
Franco-Muratori.

=Mellerio Giacomo.= Arrabbiato partigiano dell'Austria contro Napoleone
I, 284.

=Melzi (Duca) Francesco.= Va incontro al Bonaparte vincitore, 37.
— È eletto vice-presidente della Repubblica italiana, 199. — Torna
dall'esilio a Milano festosamente accolto, 200. — Dà un ballo
ufficiale, 205. — Suo decreto sull'Arauco, 207. — Va a Parigi invitato
da Napoleone, 229. — Gran cancelliere, guardasigilli del Regno italico,
280. — Napoleone vorrebbe dargli in moglie la sorella Paolina, 280.
— Ignora tutto l'odio dei milanesi per il Prina, 283 — Sua grave
malattia, 283. — Messaggio al Senato, 286. — Sua notizia sulla
proclamazione della Repubblica italiana, 388.

=Meneghin Peccenna.= Almanacco in dialetto milanese, 65.

=Meneghino.= Maschera creata dal poeta Carlo Maria Maggi, 173. — Donde
ne viene il nome, 179. — Come parlava ai suoi padroni, 181. — Mancanza
di una compiuta monografia su di lui, 393.

=Meneghino (Il) critico.= Almanacco in versi milanesi del Sommaruga, 65.

=Metastasio Pietro.= Le dame milanesi cantano le sue poesie, 166.

=Metternich Clemente (Principe di).= Suo memorando colloquio con
Napoleone, 227.

=Milano.= Fervore di nuova vita al tempo di Carlo Porta, 1. — È gelosa
del suo poeta, 4. — Monumenti al Porta, 4. — Clamoroso supplizio,
6. — I _fermieri_, 7. — I masnadieri, 7, 351. — Vie e piazze, 8. —
Illuminazione, 8. — Alberghi, 10. — Parrocchia di San Bartolommeo, 11.
— Morte di Maria Teresa, 19. — I giuochi d'azzardo, 21. — Lo riforme
di Giuseppe II e malcontento che suscitano in Milano, 22. — Morte di
Giuseppe II, 23. — Leopoldo II accoglie i reclami dei Milanesi, 24. —
Interno delle famiglie milanesi, 24. — Incendio del teatro di Corte,
25. — Prima ascensione aerostatica, 26. — I cantastorie, 27. — Libri
e mode francesi, 28. — Abolizione delle parrucche, 30. — La _Gazzetta
di Lugano_, 32. — Manifesti incendiari contro i nobili, 33. — Terrori
per l'annunciata invasione francese, 34. — Ingresso dei Francesi, 36. —
Napoleone entra trionfalmente in Milano, 38. — La Repubblica Cisalpina,
39. — Spogliazioni, 40. — Tentativo di sommossa, 40. — Supplizi di
cittadini, 40 — Feste repubblicane, 42. — Alberi della libertà, 43.
— Il club di piazza della Rosa, 44. — La guglia del Duomo, 45. —
Giornali e sconce pubblicazioni volanti, 49. — Almanacchi milanesi,
65. — Celebrazione repubblicana in piazza del Duomo, 90. — La bandiera
tricolore, 5 luglio 1797, 90. — Saccheggi di cimelii ed opere d'arte,
91. — Soprusi militari sui cittadini, 94. — L'invasione austro-russa
e il generale Suvaroff, 97. — I cosacchi per le vie, 99. — Quadro
delle ricchezze milanesi, 101. — Glorioso ritorno di Napoleone, 101.
— Il teatro Patriottico, poi dei Filodrammatici, 103. — Le società
filodrammatiche, 104. — Il teatro Repubblicano, 105. — I reduci dalla
prigionia austriaca accolti festosamente, 114. — La chiesa dei Santi
Cosma e Damiano diventa un teatro, 117. — Il teatrino del Gambero, 123.
— Il teatro ufficiale: alla Scala, 125. — La nefanda serata alla Scala
del 21 gennaio 1799, 128. — I cantanti evirati, 129. — Il Pio Istituto
Filarmonico, 129. — Lady Morgan a Milano, 149. — Le case patrizie,
150. — Le signore milanesi e i _patiti_, 153. — I preti scagnozzi,
157. — La chiesa di Santa Prassede, 163. — Santa Maria della Pietà,
detta la Guastalla, 163. — Via Quadronno, 183. — Milano nell'anno
1813, 192. — Trasformazione della città, 195. — Stragi del vaiuolo e
la vaccinazione, 203. — Milano si diverte, 205. — Il Monte Napoleone,
213. — Abbattimento degli alberi della libertà, 229. — Istituzione del
Regno d'Italia, 230. — Ingresso solenne di Napoleone I, 234. — Contegno
poco espansivo dei milanesi, 235. — Solenne incoronazione nel Duomo,
236. — Ballo in onore del re e della regina d'Italia, 238. — Feste per
la coppia vicereale, 242. — Milano è a capo della civiltà italiana,
e capitale del Regno italico, 243, 244. — Costruzione dell'Arena e
banchetto a 3000 soldati, 244. — Uomini illustri del periodo del Regno
italico, 245. — Nuovi istituti ed accademie, 247. — Il popolo milanese
all'epoca della massima potenza di Napoleone, 249. — Eclisse di sole
dell'11 febbraio 1804, 249. — La _Cascina dei pomi_, 251. — Il blocco
continentale contro l'Inghilterra, 252. — Milanesi nell'esercito
napoleonico per la campagna di Russia, 254. — Feste in Milano per le
vittorie napoleoniche in Russia, 254. — Nostri eroi nella guerra di
Russia, 259. — Gli italiani riportano incolumi le aquile dorate loro
affidate da Napoleone I, 272. — Al domani del disastro di Russia,
273. — Ritorno di Eugenio a Milano, 274. — Condizioni della sicurezza
pubblica ed estorsioni francesi, 279. — Villeggiature dei nobili e dei
cittadini, 281. — La casa del Prina in Piazza S. Fedele, 290. — Tragica
giornata del 20 aprile 1814, 288. — Ritorno degli Austriaci a Milano,
295. — Ingresso dell'arciduca Giovanni, 295. — Francesco I a Milano,
298. — Soggiorno di Antonio Canova, 322. — La casa del conte Porro in
Via dei tre Monasteri, 328. — Giornali pro e contro il Romanticismo e
il Classicismo, 338. — Progetto di torre monumentale a Napoleone, 344.
— Gravi fatti del 6 gennaio 1821, 350. — La Compagnia della Teppa, 382.
— Leva militare, 353. — Stato deplorevole dei cimiteri, 363. — Pantheon
dei Milanesi illustri, 364. — Statua del Porta ai giardini pubblici,
366. — Poeti milanesi antichi e moderni, 367. — Il dialetto milanese
odierno, 370. — Trasformazione del dialetto milanese, 372. — Abitanti
di Milano al tempo del Regno italico, 394. — Ortografia milanese, 394.

=Milano=, _Archivio di Stato_: Documenti riguardanti gl'impieghi
del Porta, 345. — Atto originale della costituzione della Repubblica
italiana, 388. — _Biblioteca Ambrosiana_: Raccolta degli almanacchi
milanesi, 65. — Curiosità bibliografiche, 120. — Il diario del Canon.
Mantovani, 252, 351. — Monumento di Giuseppe Bossi, 323. — Manoscritto
di versi inediti del Porta, 346. — I manoscritti Portiani, 379. —
Satira manoscritta contro il Parini, di anonimo, 383. — _Biblioteca
Braidense_: Le note autobiografiche di Giuseppe Bossi, 320. — La
sala manzoniana, 337. — Manoscritti del Porta, 379. — La miscellanea,
_ex laboribus_, di Padre Benvenuto, 380. — _Biblioteca Trivulziana_:
Manoscritti Portiani, 379. — Sonetto inedito o raro del Porta, 380. —
_Chiesa delle Grazie_: Quadri di Tiziano e di Gaudenzio Ferrari spediti
dai Francesi a Parigi, 388. — _Chiesa di San Babila_: Parrocchia
nella quale morì il Porta, e funerale celebratovi in suffragio di
lui, 354. — _Chiesa di San Bartolommeo_: Parrocchia nella quale
nacque il Porta, 11. — _Chiesa di S. Celso_: Quadro del Procaccini
rubatovi dai Francesi, 388. — _Museo Portiano_: Lettere del Foscolo
ivi conservate, 309. — Sua sede, 381. — _Porta Comàsina_: Cimitero
dove furono sepolti G. Parini e C. Beccaria, 139. — Vi fu sepolto
anche lo sventurato ministro Prina, 294. — Abitanti di Milano, 394.
— _Porta Garibaldi_: Cimitero della _Moiazza_ dove fu sepolto V.
Monti, 364. — _Porta Marengo_ (ora Ticinese): Fu così denominata per
l'ingresso di Napoleone I, 234. — _Porta Nuova_: I suoi abitanti nel
1810, 394. — _Porta Riconoscenza_ (già Porta Orientale), 259. — _Porta
Romana_: Ingresso dell'avanguardia dell'esercito francese comandato dal
Massena, 37. — _Porta Ticinese_ (già Marengo): Vi fu fucilato Domenico
Pomi, 40. — Ingresso in Milano di Napoleone, 394. — _Porta Venezia_
(già Orientale): Il cimitero di San Gregorio dove furono sepolte e
invano cercate le ossa di Carlo Porta, 384. — _Porta Vercellina_: Sua
popolazione nel 1810, 394. — _Teatro alla Scala_: Festa per il ritorno
di Napoleone, 102. — Il _Ballo del Papa_, 110, 126. — È il teatro
ufficiale di Milano, 125. — Costruito sul disegno dell'architetto
Piermarini, 125. — La nefanda serata del 21 gennaio 1799, 128. — La
vittoria di Marengo alla Scala il 15 giugno 1800, 128. — Giuseppina
Grassini canta nella _Giulietta e Romeo_, 132. — Il Museo teatrale,
133 e 136. — La Scala e Carlo Porta, 137. — Quartiere generale dei
fatti del giorno, 137. — Festa di ballo in onore del Melzi, 201. —
Rappresentazione in onore della coppia vicereale, 242. — È diretto
durante il periodo repubblicano da Franceso Salfi, 389. — Uno stemma e
il conte Porro, 389. — _Teatro Patriottico_ (poi dei Filodrammatici):
Carlo Porta è accettato e annoverato fra i fondatori, 103. — Sue
vicende, 103. — Rappresentazione della _Virginia_ dell'Alfieri, 106. —
Album dei benemeriti, 107. — Vi recita Teresa Pikler moglie del Monti,
113. — Rappresentazione in onore dei patriotti reduci dalla prigionia
di Sebenico e di Cattaro, 113. — Abito della Cicognara donato dal
Direttorio, 115. — Prende il nome di Accademia dei Filodrammatici, 116.
— _Teatro dei Filodrammatici_, o _Filodrammatico_: Sorge sull'area
occupata dalla soppressa chiesa dei Santi Cosma e Damiano, 117. —
Ne è architetto il folignate Piermarini, 117. — Sospensione della
costruzione, 118. — Ripresa dei lavori, 118. — Sipario dell'Appiani,
119. — Parapetti delle loggie del Vaccani, 119. — Prima recita col
_Filippo_ dell'Alfieri la sera del 30 dicembre 1800, 119. — Vi recita
la Pikler, 119. — Un curioso manifesto, 120. — Eugenio Beauharnais si
fa socio dell'Accademia, 124. — La storica serata dell'_Antigone_, 124.
— _Teatro della Canobbiana_: Recita della _Virginia_ dell'Alfieri, 106.
— I veglioni, 173. — Scena di gelosia di _Marchionn_ di Carlo Porta,
187. — La comi-tragedia _Giovanni Maria Visconti_, 305. — _Teatro di S.
Pietro all'Orto_: Vi ha sede la Società Filodrammatica «Il Gambero»,
104. — _Teatro Manzoni_: È costruito sul luogo dove esisteva la casa
Imbonati, 300. — _Teatro Repubblicano_: Sua sede nel Teatrino del
Collegio Longone, 105. — Napoleone assiste alla rappresentazione della
_Virginia_ dell'Alfieri, 106.

=Milano Sacro.= Il Porta amministratore di chiese, 163. — La tariffa
sui rintocchi dell'agonia, 177. — La popolazione di Milano nel 1810,
394.

=Mode: à la victime.= Moda infame introdotta a Milano, 28. — Ode del
Parini contro quella moda, 29.

=Molina Francesco.= La sua commedia _I conti d'Agliate_, 305.

=Moltrasio.= La villa dei conti Lucini-Passalacqua, dove soggiornò il
Porta, 326.

=Mombello (Villa di).= Napoleone vi fonda la Repubblica Cisalpina, 39.
— Vi ordisce il trattato di Campoformio, 39.

=Monache.= Interno di una casa di monache soppresse, 174. — Vita da
loro condotta, 175. — Lo scandalo di un governatore pontificio, 176.

=Monache Giuseppine.= La zia Teresa del Manzoni e la monaca di Monza,
163.

=Moncalvo Giuseppe.= Sostiene al Filodrammatico la Maschera di
Meneghino, 121.

=Monitore (Il) Cisalpino.= Vi collaborano i rifugiati politici di
Milano, 58.

=Monitore (Il) italiano.= Vi collabora Ugo Foscolo, 56. — Aneddoto sul
Foscolo, 57. — Nomi di scrittori del giornale, 58. — È soppresso, 59.

=Monteggia Giambattista.= Sua celebrità nella chirurgia, 246.

=Monte Napoleone (Debito pubblico).= Ufficio nel quale era impiegato il
Porta, 213. — È riordinato da Napoleone I, 243.

=Monti Vincenzo.= Recita un sonetto al Club demagogico di via
Rugabella, 46. — La _Bassvilliana_, 47. — L'_Aristodemo_ concesso al
teatro Patriottico, 121. — Il «gallico eroe», 201. — La versione della
_Pulcella d'Orléans_, 212. — Illustra il Regno italico, 246. — Inneggia
agli austriaci, 295. — Contro i romantici scrive il sermone _Audace
scuola boreal_, 331. — Polemica coll'Acerbi, 338. — _La Feroniade_,
340. — È sospettato di carboneria, 353. — Vane ricerche delle sue
ossa, 364. — Suoi vari uffici e sue mutevolezze politiche, 385. — Prima
rappresentazione dell'_Aristodemo_ a Roma, 394.

=Monza.= Collegio dei Gesuiti dove fu educato il Porta, 15. — La Corona
Ferrea, 236.

=Morgan (Lady) Sidney Owenson.= Del duomo di Milano, 4. — Dei contadini
estatici nel visitarlo, 46. — Costumi milanesi, 149. — Aneddotto di
casa Litta, 150. — La casa Visconti, 153.

=Moro Tommaso.= Cancelliere d'Inghilterra, citato nei Diritti
dell'uomo, 387.

=Mortier Edoardo.= Fa saltare in aria il Kremlino a Mosca, 268.

=Moscati Pietro.= Sua curiosa definizione dell'uomo, 233. — Grandeggia
durante il periodo del Regno italico, 246.

=Mosca.= È incendiata dai Russi, 267. — Saccheggiata dalle truppe
francesi, 268.

=Moscowa.= Tre giorni di battaglia degli Italo-Francesi contro
l'esercito russo, 264.

=Murat Giovacchino.= Interviene ad una rappresentazione alla Scala,
201. — Suoi intrighi, 201. — Comanda la cavalleria francese nella
campagna di Russia, 258.

=Muratori Lodovico Antonio.= Si accinge a rifare la Storia italiana, 1.

=Murger Enrico.= _Ballade du désespéré_, 79, 374.


=Nalin Camillo.= Poeta dialettale veneziano, 67.

=Napoleone I.= Passa il Po, 34. — Sue vittorie a Montenotte, a
Millesimo, a Diego, 35. — Battaglia di Lodi, 36. — Suo ingresso in
Milano, 38. — Costituisce la Repubblica Cisalpina, 39. — Alloggia nel
palazzo Serbelloni, poi in quello di Corte, 39. — Promulga la libertà
della stampa, 49. — Fonda in Milano due giornali, 58. — Battaglia di
Marengo, 87 e 101. — Saccheggi di opere d'arte e di cimeli, 91. — Frena
la demagogia milanese, 92. — Il Direttorio milanese, 93. — Napoleone
ritorna dall'Egitto e gl'invasori austro-russi fuggono, 101. — Rialza
la Repubblica Cisalpina, 102. — Assiste ad una tragedia dell'Alfieri,
106. — Sua sorella Paolina, 111. — Festa al Teatro Patriottico per il
suo onomastico, 124. — Altre vittorie napoleoniche, 126. — La vittoria
di Marengo, 128. — Suoi amori colla Grassini, 130. — Vorrebbe essere
l'Attila dei Veneziani, 195. — Ritorna padrone del Milanese, 196. —
Convoca i Comizi di Lione, 198. — Fonda la Repubblica Italiana, 199.
— Abile suo tratto, 200. — Rimette in onore la religione, 202. — Sua
ambizione, 226. — Risposta al Metternich, 227. — È dal Senato francese
eletto Imperatore, 228. — Sua incoronazione, 228. — Viene in Italia e
sosta a Pavia, 233. — Suo solenne ingresso a Milano, 234. — Incoronasi
Re d'Italia nel Duomo, 236. — Suo giubilo, 238. — Fonda l'ordine
cavalleresco della Corona ferrea, 240. — Ordina che sia ultimata la
facciata del Duomo, 240. — Suoi consigli ad Eugenio Beauharnais, 240. —
Riforme e nuovi ordinamenti in Milano, 242. — Ordina la compilazione di
nuovi Codici, 243. — Fonda in Milano Accademie, Istituti scientifici,
il Conservatorio, la Scuola di ballo, 247. — Sua potenza, 249. — Nuova
guerra e vittorie, 250. — Blocco continentale contro l'Inghilterra,
253. — Guerra di Russia, 254. — Prime vittorie, 255. — Suo disegno di
abbattere lo Czar Alessandro, 256. — Come era formato l'esercito contro
la Russia, 257. — La disastrosa campagna di Russia, 258 e seg. — La
terribile ritirata, 269. — Napoleone raddoppia le sue energie dopo il
disastro, 275. — Sconfitta di Lipsia, 276. — Nuove vittorie, 276. — Il
primo esilio, 277. — Oltraggi durante il viaggio per l'Elba, 277.

=Nava Francesco.= Vicario di provvisione, ordina un triduo in S. Celso,
34. — Presenta al General Massena le chiavi di Milano, 37.

=Niccolini Giambattista.= L'_Arnaldo da Brescia_, 368.

=Nobiltà.= A quanto si comperava, 8. — Nobili-plebei, 8.


=Ombra (L') del Balestrieri in cerca de la verità.= Almanacco del 1800
in dialetto milanese, 65.

=Omodei (Famiglia).= Trae la sua origine da un pastaro di grosso, 8.

=Oriani Barnaba=, astronomo. Sua umile origine, 246. — Rifiuta il
giuramento alla Repubblica, 246.

=Origoni Francesco.= Sua originalità, 393.

=Ortografia milanese.= Varia nei diversi poeti dialettali, 394.

=Ovina=, buono e calunniato prete, nel lavoro poetico del Porta _La
guerra di pret_, 357.


=Pacciarini Giuseppe=, l'_anzian_ del Duomo. È fucilato dai Francesi,
41.

=Pacetti Camillo.= Sue statue nel Duomo, 246.

=Padova.= Vi soggiorna Carlo Porta colla Corner, 78.

=Palatina (La).= Possente associazione sorta per rifare la storia
d'Italia, 1.

=Paletta Giov. Battista.= Suoi studi anatomici, 246.

=Paradisi Giovanni.= Sua recitazione al Teatro Filodrammatico in onore
di Eugenio Beauharnais, 124.

=Parigi (Biblioteca Nazionale di).= Manoscritti del Porta, 176 e 379.

=Parini Giuseppe.= Schernisce l'aristocrazia decadente, 1. — Sue
poesie, 2. — Legislatore morale, 3. — L'ode del _Bisogno_, 3.
— Descrizione delle carrozze nel _Giorno_, 10. — _La salubrità
dell'aria_, ode, 11. — Amicizia col Passeroni, 22. — Suo sonetto
milanese _El magon dii damm de Milan_, 26 e 28. — _Ode a Silvia_,
29-30. — Socio della Patriottica, 107. — L'inclita Nice, 108. — Sua
morte, 138. — Dispersione delle sue ossa, 139. — Il _Mezzogiorno_, 194.
— Versi al dott. Bicetti sull'innesto del vaiuolo, 203. — Sonetto in
morte del curato Ciocca, 249. — Di nuovo dell'_Ode a Silvia_, 382. —
Satira contro di lui, 384.

=Parrucche (Abolizione delle)=, 31.

=Passerini=, curato di Ramponio. Si ribella a Napoleone ed è
decapitato, 159.

=Passeroni Gian Carlo=, poeta. Giuseppe II gli toglie la pensione, 21.
— Il suo poema _Il Cicerone_, 22. — Sua amicizia col Parini, 22. — Il
suo gallo, 22.

=Pasta Giuditta.= Possiede una villa a Blevio sul lago di Como, 325.

=Pastò Lodovico=, poeta veneziano. Sua satira sui costumi femminili,
178.

=Patriottica (La).= Forte associazione sorta per infondere aliti nuovi
alle industrie, 1.

=Pecchio Giuseppe.= Finanziere del periodo del Regno italico, 247.

=Pelagatti Cesare.= Comunica la costituzione della Repubblica italiana,
388.

=Pellico Silvio.= Fonda il _Conciliatore_, 55. — Consiglia drammi
di argomento patrio, 305. — In casa Porro, 329. — È arrestato come
carbonaro, 352.

=Pellini Silvio.= La sua opera _Il general Pino e l'eccidio del
ministro Prina_, 392.

=Pepe Florestano.= Prende parte alla campagna di Russia, 259.

=Peraldi=, Colonnello. Suo valore nella campagna di Russia, 263.

=Perini=, Conti di Bresso. Derivano dall'oste _alli tre Scagni_, 8.

=Pergami Bartolommeo.= Amorazzi colla Principessa di Galles a
Cernobbio, sul lago di Como, 326.

=Perticari Costanza.= Lapide alla memoria del padre suo Vincenzo Monti,
364.

=Perticari Giulio.= Suocero del Monti, 353.

=Pertusati Francesco.= Poeta dialettale milanese, 370.

=Pezzi Francesco.= Direttore della _Gazzetta di Milano_, 331. — Difende
i classicisti contro i romantici che ingiuria, 335.

=Pezzoli (Famiglia).= Suo palazzo in Milano, 14. — Suo erede il conte
Sannazzari, 323.

=Piantanida (Famiglia).= Acquista il blasone salendo dal volgo, 8.

=Piazza dei Mercanti.= Vi ha luogo un falò di merci inglesi all'epoca
del blocco continentale, 253.

=Piazza S. Fedele.= Vi sorgeva la casa del Ministro Prina, 290. —
Assalto della plebe, 291.

=Picozzi Antonio.= Poeta in dialetto milanese, 368.

=Piermarini Francesco=, architetto. Costruisce il teatro della
Canobbiana, la Villa reale di Monza, il Palazzo Belgioioso e il teatro
alla Scala, 117 e 125.

=Pikler Teresa=, moglie a Vincenzo Monti. Recita al Filodrammatico,
113. — Sostiene la parte di Isabella nel _Filippo_ dell'Alfieri la sera
del 30 dicembre 1800, 119. — Recita nella _Teresa la Vedova_, 122. —
Lapide alla memoria del marito Vincenzo Monti, 364.

=Pino Domenico=, Generale. Comanda una parte dell'esercito italiano in
Russia, 258. — Suo alterco col vicerè Eugenio, 262. — Protesta contro
il Senato, 285. — Sua scellerata inerzia durante l'eccidio del Prina,
291.

=Pio VI (Braschi).= Turpitudini contro di lui, 127.

=Pio VII (Chiaramonti).= Accetta il concordato con Napoleone, 202. —
Incorona Napoleone Imperatore dei Francesi, 228.

=Pion des Loges.= Narrazione del saccheggio di Mosca, 269.

=Pirola (Fratelli).= Stampano il giornale _Il Corriere di gabinetto_,
386.

=Pirona Antonio.= Cantore evirato, 388.

=Pivelleria.= Etimologia della parola, 104. — Accorre alle
rappresentazioni delle società filodrammatiche, 104.

=Poligrafo (Il).= Giornale fondato dall'ex-chierico Lampredi, 338.

=Politecnico=, periodico di scienze. Fondato da Carlo Cattaneo, 51. —
Lettera amena del Porta a Tommaso Grossi, 219.

=Pomi Domenico.= È fucilato dai Francesi il 26 maggio 1796, 10.

=Poniatowski (Principe) Giuseppe.= Alleato di Napoleone nella campagna
di Russia, 257.

=Pontremoli.= I suoi preti _scagnozzi_, 157.

=Porro Edoardo=, illustre ginecologo. Esamina il presunto scheletro di
Carlo Porta, 365.

=Porro Ferdinando=, Prefetto sotto Napoleone I. Narra al Manzoni la
venuta del Monti a Milano, 50.

=Porro Gaetano=, Ministro di Polizia. Istituisce la bandiera tricolore,
90. — Crociata contro gli stemmi, 152. — Uno stemma in un palco al
teatro della Scala e analogo tafferuglio, 389.

=Porro Luigi.= È uno dei fondatori del _Conciliatore_, 55. — La sua
casa in Via dei tre Monasteri, 328. — Un banchetto romantico, 330. —
Arresto di Silvio Pellico in sua casa, 352. — Per mente equilibrata e
coltura supera Federico Confalonieri, 390.

=Porta=, Padre Domenicano. Dotto orientalista, non apparteneva alla
famiglia di Carlo Porta, 14.

=Porta Anna Alessandrina.= Figlia di Carlo Porta, 209. — È prediletta
dal Foscolo, 315.

=Porta Baldassarre.= Fratello di Carlo e suo compagno in famiglia, 34.

=Porta Carlo.= Carattere della sua poesia, 2. — Confronto col Parini,
3. — Culto di Milano per il Porta, 4. — Memorie, 5. — Atto autentico di
nascita, 11. — Non era nobile, 12. — Sua famiglia, 13. — Suoi studi,
15. — Prime poesie, 16. — Va ad Augusta, 17. — Suo ritorno a Milano,
18. — Comincia la traduzione in dialetto milanese dell'_Ode a Silvia_
del Parini, 29. — Versi sui demagoghi, 47. — Va a Venezia, 60. — Suo
impiego e sue sofferenze, 61. — Influenza dei poeti veneziani, 64. —
Amici del poeta, 66. — Nessuna memoria di lui a Venezia, 71. — Amore
con Adriana Diedo-Corner, 72. — Auto-ritratto del poeta, 72. — Un
rivale, 74. — Imprudenti confidenze, 76. — Traviamenti, 78. — Stato
finanziario del Porta, 79. — Abbandona la Diedo-Corner, 81. — Come
amava il Porta, 84. — Un'avventura di gelosia, 85. — Impieghi pubblici
tenuti dal Porta, 87. — Sue vicende burocratiche, 88. — Aneddoto, 89.
— Torna da Venezia a Milano, 90. — _Giovannin Bongee_, 93. — È uno
dei fondatori del Teatro Patriottico e di quello dei Filodrammatici,
103. — Lettera del poeta sui reduci dall'Austria, 115. — Il Porta
attore, 121. — Carlo Porta alla Scala, 137. — La sua _Donna Fabia_,
140. — La «Lilla», 144. — Come fu composta la _Nomina del Cappellan_,
143. — Satire contro i preti, 155. — _El Miserere_, 156. — Le sue
monache, 162. — Amministratore di chiese, 163. — Ciurmería di un
frate, 164. — La novella _Ona vision_, 165. — Altre quattro saporite
novelle, 168. — _Fraa Zenever_, 168. — _Fraa Diodat_, 169. — _El
viagg de Fraa Condutt_, 170. — _I sett desgrazi_, 172. — _Meneghin
biroeu di ex monegh_, 174. — _Brindes de Meneghin a l'ostaria_, 177.
— La comi-tragedia _Giovanni Maria Visconti_ e Meneghino. 180. — Il
capolavoro del Porta: _Lament del Marchionn di gamb avert_, 183. — La
_Ninetta del Verzee_, 188. — Le _Olter desgrazi de Giovannin Bongee_,
192. — Salace sonetto sull'innesto del vaiuolo, 203. — Suo matrimonio,
208. — I figli del Porta, 209. — Sua moglie e vita familiare, 209. —
Villeggiature, 209. — Viaggio a Genova, 209. — Lettere alla moglie,
210. — Sonetto al Monti, 211. — Suo nuovo impiego, 212. — Altri
uffici, 213. — Cassiere al Monte Napoleone, 213. — Sua suocera, 214.
— Carattere del poeta, 215. — Amicizia col Grossi, 216. — Riunioni
letterarie dette «la Cameretta» 217. — Come recitava i propri versi,
218. — Sulla cima del Duomo, 221. — Poeta morale, 223. — Il sonetto
della remissione, 232. — Sua apatia, 233. — Giudizio del Cantù sul
Porta, 247. — La satira politica, 248. — Sonetto sull'eclisse del sole,
249. — Inneggia a Napoleone, 251. — Sonetto sul blocco continentale,
253. — Satira contro i facili _Te Deum_, 255. — Fiero sonetto contro i
Francesi, 278. — Membro della «Società del Giardino», 280. — Sonetto
caudato contro l'arciduca Giovanni, 296. — _Brindisi de Meneghin
all'ostaria_, 297. — È creduto autore della _Prineide_ del Grossi,
302. — Scrive un sonetto in sua difesa, 302. — Testimonianza di
affetto al Grossi, 304. — La comi-tragedia _Giovanni Maria Visconti_,
305. — Lettera al Foscolo, 311. — L'_Ipercalisse_ del Foscolo,
311. — Lettera da Londra del Foscolo, 313. — Generosità del nostro
poeta, 316. — Dolore per la morte di Giuseppe Bossi, 322. — Lettera
a Luigi Bossi, 323. — Malanni del Porta, 324. — Sul lago di Como,
325. — Sonetti contro Bartolommeo Pergami, ex corriere, drudo della
principessa di Galles, 326. — Nel cenacolo del _Conciliatore_, 329. —
Pranzo dei romantici in casa Porro, 330. — Combatte il classicismo,
331. — _El romanticismo_, sestine, 331. — Le sorelle Londonio e i
classicisti, 332. — Carattere realista della poesia del Porta, 333.
— Sua semplicità, 334. — Sonetto contro il Giordani, 334. — Battaglie
letterarie contro gli anti-romantici, 335. — Buffi sonetti spropositati
contro i classicisti, 336. — In tribunale, 337. — Amicizia con
Francesco Cherubini, 339. — Informa il Grossi delle fasi della guerra
romantico-classicista, 340. — Il _Testament d'Apoll_, 341. — Opuscolo
insolente in versi contro di lui del Gherardini, 341. — Scoramento
del Porta, 342. — È di nuovo assalito dalla gotta ereditaria, 343. —
Sonetto contro il Cicognara in difesa della sua Milano, 344. — Va alla
sua villa in Brianza, 345. — Epistola in versi a Luigi Rossari, 345.
— Sestine alla suocera, 346. — Il _Confiteor_ del poeta al figlio,
346. — Ultimi giorni del poeta, 348. — Sue ultime celie volteriane,
349. — Muore il 5 gennaio 1821, 350. — Esequie in San Babila, 354.
— Sua sepoltura nel camposanto di San Gregorio fuori Porta Venezia,
354. — Lavori poetici lasciati incompiuti, 355. — La _Guerra di pret_
e l'episodio del prete Ovina, 357. — L'_Apparizion del Tass_, 593. —
La versione in milanese della _Divina Commedia_, 360. — Manoscritti
del poeta raschiati, 362. — Epigrafe del De Cristoforis sulla tomba
del Porta, 363. — Ricerche infruttuose delle ossa del poeta, 364. —
Macabra scoperta che fa ridere, 365. — Monumento a lui eretto in Brera,
365. — Statua del poeta nei Giardini Pubblici, 366. — Poeti milanesi
anteriori al Porta, 367. — Confronto del Porta col Giusti, 369. — Il
dialetto milanese e il Porta, 370. — Vocaboli usati dal Porta, 371. —
Frammento di _Ugo ed Opizia_, 372. — Due volumi manoscritti delle sue
poesie, 373. — Prima edizione delle poesie nel 1817, 373. — Le sestine
del Grossi in morte del Porta, 374. — Il Manzoni ricorda il Porta per
tutta la sua vita, 374. — Lacrime risparmiate al nostro poeta, 376. —
Manoscritti e ricordi portiani, 379. — Carlo Porta scolaro e nobili
ballerini, 380. — Un sonetto inedito o raro del Porta, 380. — Suo
scherzo osceno in versi, 381. — Il Museo Portiano, 381. — La religione
del Porta, 382.

=Porta Carlo=, nipote del poeta. Concede tutte le carte autografe del
suo grande congiunto per la compilazione del presente lavoro, 379.

=Porta Carlo Francesco.= Bisnonno del nostro poeta, 14. — Maggiordomo e
cassiere, 14.

=Porta Defendente.= Nonno del poeta, 13. — Muore a Romagnano nel
Novarese, 14.

=Porta Gaspare=, fratello del poeta Carlo. Si occupa di affari bancari,
34. — È il banchiere di Ugo Foscolo, 310. — Lettere del Foscolo a lui,
310. — Imbarazzi finanziari del Foscolo a Londra, 312.

=Porta Giuseppe.= Padre del nostro poeta, 12. — Suo ritratto ad olio,
13. — Suoi uffici, 13. — Sua famiglia, 14.

=Porta Giuseppe.= Figlio del poeta. Avvocato, banchiere e paesista;
muore nel 1872 a Milano, 209.

=Porta Maria, Carolina, Violante.= Figlia del nostro Carlo Porta, 209.

=Pozzi (Conte) G.= Amico in Venezia del Porta, 74.

=Prati Giovanni.= Quando giunse a Milano con la sua _Edmenegarda_, 225.

=Pratofiorito Ugone.= Ispira al Porta la novella _Fraa Diodatt_, 169.

=Pralavario=, di Almese. Combatte in Russia valorosamente a fianco di
Gaspare di Bellegarde, 260.

=Preda Piero.= Uno dei più delicati poeti milanesi, 368.

=Preti= _vicciurinn, vicciuritt, vicciurinatt_. Emigrano da Pontremoli
a Milano, 157. — Mercimonio delle messe, 158. — Sono flagellati dal
Porta nelle sue satire, 158. — Sono banditi da Milano, 158.

=Prevosti Camilla.= Suocera del Porta, 47. — Sestine italiane bernesche
composte per lei dal Porta, 346.

=Prevosti Vincenza.= Pensione accordatale come vedova di Raffaele
Arauco, 205. — Sposa Carlo Porta, 208. — Ha tre figli da questo, 209. —
Suo ritratto, 213. — Conforta ed aiuta generosamente la infelice moglie
di Luigi Bossi, 317.

=Prina Giuseppe.= Ministro delle Finanze della Repubblica Italiana,
201. — Conferisce un impiego al Porta, 213. — Eccelle nelle scienze
finanziarie, 247. — Odio dei Milanesi contro di lui, 283. — Sua
proposta al Senato, 287. — Assalto della plebaglia alla sua casa in
Piazza S. Fedele, 290. — Saccheggio della sua casa, 292. — Strazio del
misero Ministro, 293. — L'assassinio è consumato, 294. — È sepolto nel
cimitero di Porta Comàsina, 294. — Pubblicazioni sul suo eccidio, 392.

=Prina Giuseppe=, Abate, cugino del Ministro Prina. Viene da Pavia per
salvare il cugino Ministro, 290. — Fugge e si salva, 294.

=Puttinati Alessandro.= Scolpisce la statua del Porta per i Giardini
Pubblici, 366.

=Pyrker Giovanni Ladislao=, Patriarca di Venezia. Autore della
_Tunisiade_ e delle _Perle dell'Antico Testamento_, 61.


=Ragani Cesare.= Marito della cantante Giuseppina Grassini, 136.

=Rajberti Giovanni.= Uno dei maggiori poeti milanesi, 368. — I _fest
de Natal_ ed altre sue poesie, 373. — Suoi libri in prosa: _Il viaggio
d'un ignorante_, _Il gatto_, 374.

=Ranza Antonio.= Chi era e donde veniva, 51. — Stampa giornali
ed opuscoli incendiari, 52. — Il suo _Rivoluzionario_, 52. — È
imprigionato nel Castello e vi muore, 52.

=Rapp Giovanni.= I suoi _Mémoires_ sulla campagna di Russia, 262.

=Rasori Giovanni=, medico, demagogo. È socio del Teatro Patriottico,
107. — Seduta in sua casa, 116. — Capo di un'assurda scuola medica,
320.

=Rastopcin=, Generale. Ordina di incendiare Mosca, 267.

=Reggimento (Il 111º) Fanteria piemontese.= Suo comandante 259. — Sue
eroche geste, 260. Battaglia di Barodino, 264. — A Semenoffskoie, 265.

=Regno d'Italia.= Proclamato da Napoleone I, il 31 marzo 1805, in
Milano, 230. — Uomini grandi che lo illustrarono, 246. — L'esercito
italiano in Russia, 254. — Tempestose sedute del Senato, 286, 288. — Il
Regno cade dopo nove anni di vita (20 aprile 1814), 294.

=Repubblica Cisalpina.= Sua costituzione, 39. — Solennità della sua
proclamazione, 42. — Sua effimera vita, 92. — Simpatia per la società
del Teatro Patriottico, 115. — Sua restaurazione, 196. — È trasformata
da Napoleone in Repubblica Italiana, 199.

=Repubblica Italiana.= Succede per ordine di Napoleone alla Cisalpina,
il 26 gennaio 1802, 199. — Come era formata, 200. — Sua solenne
inaugurazione il 14 febbraio 1802, 201. — Ordine sull'innesto del
vaiuolo, 203. — Le succede il Regno Italico, 230. — Documenti sull'atto
di costituzione, 388.

=Resta Giuseppe.= Rende omaggio al giovane Bonaparte, 37.

=Rivista Europea.= Periodico fondato dal Battaglia, 55.

=Rivoluzionario (Il).= Giornale fondato da Antonio Ranza, 52.

=Rode Pierre=, di Bordeaux. Amante della cantante Giuseppina Grassini,
133.

=Roma (Teatro Valle).= Prima rappresentazione dell'_Aristodemo_ del
Monti, 394.

=Romagnosi Domenico.= La sua opera _Genesi del diritto penale_, 247.

=Romantici.= Lotta coi Classicisti, 3. — Si adunano in casa Porro,
329. — Un banchetto romantico, 330. — Scritti contro il classicismo,
331. — Sono difesi dal Porta, 332. — L'_Accattabrighe_ e la _Biblioteca
Italiana_ contro il romanticismo, 335. — In tribunale, 337. — Polemiche
fra Romantici e Classicisti, 338.

=Rossari Luigi.= Epistola in versi direttagli dal Porta infermo, 345.

=Rossaroll Giuseppe.= Prende parte alla campagna di Russia, 259.

=Rossi P. Quirico=, gesuita. Sua predicazione, 168.

=Rossignoli P. Gregorio=, gesuita. Autore dell'opera _Le meraviglie di
Dio ne' suoi Santi_, 168. — Da detta opera il Porta trae la sua novella
_Fraa Zenever_, 168.

=Rossini Gioacchino.= Caporione della allegra società veneziana la
«Corte busonica», 68.

=Rovani Giuseppe.= A proposito del Porta, 141. — La letteratura
dialettale e il Porta, 370.

=Rovida Alessandro.= Suo soprannome nel Collegio dei Nobili, 380.

=Ruga=, Avvocato. Nominato da Napoleone membro del Comitato della
Repubblica, 197. — Amori di sua moglie, 110. — È notata alla
rappresentazione del turpe _Ballo del Papa_, 110.


=Sala Carlo=, frate sfratato, già scrivano del Voltaire. Suo supplizio,
10.

=Salfi Francesco.= Intimo di Ugo Bassville, e socio della Patriottica,
107. — Ha la direzione del Teatro alla Scala, 389.

=Saliceti Cristoforo.= È inviato da Napoleone a spogliare la cattedrale
e il vescovado di Lodi, 36.

=Salvador Carlo.= Amico di Marat, 33. — Il suo giornale _Il
Termometro_, 49. — Vien bastonato e messo in prigione; sua misera fine,
50.

=Salvioni Carlo.= Studioso del Porta, 382.

=Sand George.= Sua amicizia con Maddalena Bignami, 108. — Suo giudizio
sullo Stendhal, 391.

=Sannazzari Giacomo.= Il museo nel suo palazzo a S. Fedele, 324. —
Compra il quadro _Lo Sposalizio_ di Raffaello, 324.

=Saurau Francesco.= Governatore austriaco a Milano, 301. — Vuol
conoscere l'autore della _Prineide_, 302. — Tiene prigioniero il Grossi
due giorni, 304.

=Scarpa Antonio.= Suoi studi anatomici, 246.

=Scherer Bartolomeo.= È a capo delle truppe francesi contro gli
Austro-Russi, 97. — Vien battuto e si ritira all'Adda, 98.

=Schuwaloff=, principe russo. Si converte al cattolicismo e si fa
barnabita, 326.

=Scuola di ballo.= È fondata da Napoleone I, 247.

=Senato di Milano= soppresso da Giuseppe II, 20. — Napoleone
costituisce il Senato del Regno Italico, 226. — È preseduto da Antonio
Veneri, 286. — Gli austriacanti ne vogliono l'abolizione, 285. —
Adunanza del 17 aprile 1814 e proposta del Melzi, 286. — Votazione
tumultuosa, 287. — Tragica seduta del 20 aprile 1814, 288. — Atti
ostili della folla ai senatori, 288. — Il palazzo del Senato è invaso
dal popolo tumultuante, devastato e saccheggiato, 289.

=Serbelloni Galeazzo=, Duca, viene eletto presidente della
municipalità, 42.

=Serras=, Generale. Sue discordie col Prefetto di Venezia barone
Galvagna, 69.

=Servitor (El) de la bon'ànema del pover poeta Balestrieri.= Almanacco
milanese del 1804, 65.

=Silva (Famiglia).= Sua umile origine, 8.

=Soave Francesco.= Maestro di Alessandro Manzoni, 20. — Fa parte
dell'Istituto di Scienze e lettere, 247.

=Società del biscottino.= Confortatrice degli ammalati, 166.

=Società della ganassa.= Gaia società gastronomica veneziana: Carlo
Porta la frequenta, 68.

=Società (Le)= filodrammatiche di Milano al tempo di C. Porta, 103.

=Società Filodrammatica del Gambero=, 104.

=Società (La) popolare di Via Rugabella=, 44.

=Società degli Orfei in Venezia.= Festa dell'8 febbraio 1799, alla
quale interviene il Porta con l'amante, 78.

=Società d'incoraggiamento alle scienze ed alle arti.= Sua
costituzione, 247.

=Società del Giardino.= Ha sede prima in Via Clerici, poi in Via S.
Paolo nel Palazzo Spinola, 280. — Annovera il Porta fra i suoi soci,
281. — Feste alle quali intervengono il Porta e lo Stendhal, 201.

=Sorel Alberto.= Il suo libro _Notes sur la campagne de Russie_, 260.

=Somaglia Giovanni Luca.= Perora nel Consiglio dei Seniori a favore dei
poveri contro gli aggravi, 56.

=Sommariva Giovanni Battista.= È escluso dal secondo Direttorio, 196. —
Sue ruberie svelate, 201.

=Stein=, Generale austriaco. Dà il nome al vestito _à la victime_, 384.

=Stendhal (Henry Beyle).= Loda le poesie del Buratti, 68. — Confessa i
soprusi delle truppe francesi, 96. — Bibin Catena gli insegna il giuoco
dei tarocchi, 112. — Fervido ammiratore del Porta, 137. — La _Nomina
del cappellan_, da lui citata, 149. — Orrori della guerra di Russia,
256. — Interviene alle feste della Società del Giardino, 281. — Suo
amore per Matilde Dembowsky, 281. — Pubblicazioni sulla vita e i tempi
di lui, 391. — La _Prineide_, 391.

=Stoppani Pietro.= Sue ridicole poesie, 335.

=Stryienski C.= Le sue _Soirées du Stendhal_, 391.

=Suwaroff Alessandro=, Generale russo. Invade la Lombardia
coll'esercito austro-russo, 87. — Suo bizzarrissimo carattere, 97. —
Entra in Milano ed è ricevuto in Duomo dall'Arcivescovo Visconti, 98.


=Taglioni Maria=, ballerina. La sua villa di Blevio, 326.

=Tanzi Carlo Antonio=, poeta dialettale milanese, 369.

=Tenca Carlo.= Direttore del _Crepuscolo_, 55. — Suo giudizio sulla
comi-tragedia _Giovanni Maria Visconti_, 307. — Sue poesie dialettali,
368. — Direttore del _Corriere delle Dame_, 385.

=Tennyson Alfredo.= Confronto delle sue poesie _In Memoriam_ d'un
amico, con le sedici sestine del Grossi in morte del Porta, 374.

=Teodolinda=, Regina dei Longobardi. La Corona Ferrea donatale da san
Gregorio Magno, 236.

=Termometro (Il).= Giornale fondato da Carlo Salvador, 49.

=Thiers Adolfo.= La campagna di Russia, 259.

=Thorvaldsen Alberto.= Bassorilievi del _Trionfo d'Alessandro_, 196.

=Timone Emanuele.= Pubblicazioni sul vaiuolo (1713), 203.

=Tipografia patriottica.= Stampa il giornale _La France vue de l'Armée
d'Italie_, 59.

=Tommaseo Niccolò.= Sua sentenza sui preti, 160.

=Torino (Armeria Reale).= Vi sono conservate le «aquile» dell'esercito
italiano della campagna di Russia, 272.

=Torti Giovanni.= Collabora nel giornale _Il senza titolo_, 107. —
Socio della Patriottica, 107. — Sua amicizia col Porta, 225.

=Tosi (Monsignore).= Conforta il Porta in punto di morte, 348. — Fa lo
spoglio delle poesie di lui contrarie alla religione e al buon costume,
362.

=Treviglio.= Dimora di Tommaso Grossi, 217.

=Trezzini Angelo.= Suoi versi in dialetto milanese, 368.

=Tribuna del Popolo.= Giornale settimanale, 52.

=Trivulzio Antonio Tolomeo.= Apre le sale del suo palazzo per
accogliervi i poveri vecchi indigenti, 1-2.


=Unione (Pia) De Vecchi.= Società di dame bigotte, 165.


=Vadori Annetta=, soprannominata l'_Aspasietta_. Assiste alle serate
della Società Patriottica, 107.

=Varese Fabio=, poeta dialettale milanese. Suoi sonetti contro gli
sciocchi insuperbiti, 369.

=Varrin=, Generale francese. Sue estorsioni in Milano, 279.

=Veladini=, tipografo. Pubblica a Lugano la _Gazzetta di Lugano_,
organo del liberalismo, 32.

=Vendramin Fontana=, denominata «lo scheletro di Santa Maria
Maddalena», 74.

=Veneri Antonio.= Presidente del Senato del Regno Italico, 286. — Aduna
il Senato nel tragico giorno 20 aprile 1814, 287, 288.

=Venezia.= Vi soggiorna il Porta, 60. — Suo impiego, sue ristrettezze
economiche e sue spensieratezze, 60. — Società gioconde, 62. —
Decadimento di Venezia, 61. — L'arsenale, 61. — I gondolieri, 61. —
Carnevale del 1798, 62. — La Società della «Ganassa», 62. — Influenza
dei poeti dialettali veneziani sul Porta, 63. — Almanacchi veneziani,
64. — Il Caffè Florian e la trattoria del Salvàdego, 66. — La «Corte
busonica», 67. — Blocco degli Austriaci, 69. — Feste veneziane nel
1799, 78. — Il teatro della Fenice, 79. — Mancanza di documenti e
notizie negli Archivi veneziani sul soggiorno del Porta, 380. — Il
Cicognara vi espone un suo quadro, che si crede dileggi i Milanesi,
389.

=Venezia= (Biblioteca Quirini-Stampalia). Nota autografa del Monti sul
giornale _La Biblioteca Italiana_, 338.

=Ventura Giovanni.= Sue poesie in dialetto milanese, 368. — Segue le
orme di Tommaso Grossi, 374.

=Verdi Giuseppe.= Trae una scena della sua _Aida_ dalla tragicommedia
del Porta _Giovanni Maria Visconti_, 308.

=Verri Alessandro.= Suo soprannome nel Collegio dei Nobili, 380.

=Verri Carlo.= Parla al popolo il 30 aprile 1814, 288. — Cerca di
salvare il Ministro Prina, 289. — Suo soprannome nel Collegio dei
Nobili, 380.

=Verri Pietro.= Suoi suggerimenti, 1. — Combatte le ribalderie dei
_fermieri_, 6. — Suo sogno politico, 19. — Suo motto superbo, 152 e
394.

=Verzee (El) de Milan.= Almanacco in dialetto milanese, 65.

=Vestire alla ghigliottina.= Moda introdotta in Milano sulla fine del
1795 e _bosinada_ relativa, 27. — Il Parini leva la sua musa contro
l'infame moda, 29.

=Via Monte Napoleone.= Vi stava di casa e vi aveva il suo ufficio il
Porta, 213.

=Via S. Zeno.= Vi era la tipografia Patriottica, 59.

=Vie di Milano nel 1775.= Nomi che assumevano da oratorii, chiese,
botteghe, ecc., 8-9.

=Viganò Salvatore=, coreografo. Balla alla Fenice di Venezia, 79. —
Compone per la Scala il ballo _Prometeo_, rappresentato nel 1813, 192.
— Sua eccellenza nella coreografia, 247.

=Viliz= (Russia). Gli Italiani vi vincono i Cosacchi, 264.

=Visconti Ermes=, uno dei capi romantici. Difeso da Carlo Porta contro
i classicisti, 336.

=Visconti Filippo=, Arcivescovo di Milano. Incensa il generale eretico
Suwaroff, 88. — Lo riceve e benedice in Duomo, 98. — Va a Lione pei
Comizi e vi muore, 198.

=Visconti Giovanni Maria.= Dà il titolo ad una comi-tragedia del Porta
in collaborazione col Grossi, 305. — Rende Milano prospera e grande,
306. — Perde varie città del suo vasto dominio, 306.

=Volta Alessandro.= I suoi studi, 2. — Grandeggia ai tempi del Porta,
246. — Le sue freddure, 315.


=Wagram.= Feste e banchetti in Milano per la vittoria di Napoleone (6
luglio 1809), 251.

=Weith=, commerciante. Riceve dal padre il giovane Porta per
indirizzarlo alla mercatura, 17.

=Winne Giustina=, contessa di Rosenberg. Scrive insieme con B.
Benincasa il romanzo _Les Morlaques_, 58.

=Wurbms (Baronessa di).= Sua influenza alla Corte vicereale, 274.


=Zanoja Giuseppe=, Abate. Architetto, poeta pariniano e segretario
all'Accademia di Brera, 246. — Detrattore della fama di Giuseppe Bossi,
323.

=Zanòli Alessandro.= Il suo libro _Sulla milizia cisalpino-italiana_,
261. — Cita le perdite dell'esercito italiano in Russia, 271. — Le sue
memorie sulla campagna di Russia, 391.

=Zola Emilio.= La sua scuola, 3. — L'_Assommoir_ e _Nanà_, 190.

=Zurigo.= Rifugio dei patriotti italiani vessati dall'Austria, 311.



NOTE:


[1] _La nobiltà smascherata_, presso il CALVI (_Il patriziato
milanese_), pag. 70-71.

[2] _Archivio storico lombardo_ (quaderno di giugno 1920).

[3] CALVI, _Il patriziato milanese_, pag. 77 e 81.

[4] SCOTTI, _Elogio dell'abate Passeroni_.

[5] Madama, ha qualche novità da Lione? Massacrano anche adesso i preti
e i frati que' suoi birboni di Francesi che hanno buttato la legge, la
religione e ogni cosa giù in un fascio?

Che cosa n'è di colui, di Pétion, che pretende, con questa bella
libertà, di mettere insieme con noi nobiltà e con noi dame tutti quanti
i mascalzoni? (_Péthion era presidente della Convenzione, massacratore
di nobili, idolo del popolo. Perseguitato poi dai rivoluzionari, fu
trovato mezzo divorato dai lupi nelle lande di Bordeaux_.)

A proposito: mi lasci veder quel cappello là, che ha d'intorno un velo.
È stato inventato dopo che hanno ammazzato il re?

È il primo ch'è arrivato? Oh bello! oh, bello! Oh, i gran Francesi!
Bisogna dirlo: non c'è popolo che sappia fare le cose meglio di quello!

[6] Biblioteca ambrosiana, Raccolta, 227. (Milano, tip. Bolzani, 1795).

[7] Ved. l'edizione pariniana curata da M. Scherillo (Milano, 1906, a
pag. 197).

[Footnote 8:GARGANTINI, _Cronologia di Milano_, pag. 284.]

[9] Esopo dice che, in questo paese, sono state prime le donne a
portare l'eguaglianza dei Francesi. — Almanacco _La piazza de Mercand_
(Milano, 1797).

[10] _Memorie Manzoniane_ del prof. CRISTOFORO FABRIS, Milano, 1901,
pag. 82.

[11] C. Cantù, _Milano. Storia del popolo per il popolo_ (1871), pag.
285.

[12] _Memorie Manzoniane_ citate, pag. 81.

[13] GIUSEPPE ROBERTI, _Il cittadino Ranza_ (Torino, 1890).

[14] Fra i manoscritti e stampe della raccolta Custodi, nella
Biblioteca Nazionale di Parigi (dal numero 1545 al 1566).

[15] Si può leggere il copioso manoscritto nel riparto «Risorgimento»
della Biblioteca Nazionale di Roma.

[16] FOSCOLO, _Prose politiche_ (Firenze, Le Monnier, 1856), pag. 1-15.

[17] Giornali della Cisalpina nella _Biblioteca Ambrosiana_: LUIGI
RAVA, _Il giornale di Bonaparte in Italia «Le Courrier de l'armée
d'Italie»_ (Roma, 1919); SORIGA, _Giornali e spirito pubblico in Milano
sulla fine del secolo XVII_ (articolo nella _Rivista d'Italia_, 1916);
A. PÉRIVIER, _Napoléon journaliste_, ecc.; F. CUSANI, Due appendici
sulla _Perseveranza_, ecc.

[18] Codice DCXI, classe V.

[19] _Poesie satiriche_ di PIETRO BURATTI, _viniziano, con note
dell'autore ad «usum delphini»_, Amsterdam, presso S. Locke e figlio.

[20] Lungo (_gugella_ è l'ago lungo per infilar fettuccie nelle guaine).

[21] Sono magro senza essere una sardina.

[22] Ho le ciglia nere.

[23] Neri gli occhi anch'essi. Ved.: RAFFAELLO BARBIERA, _Il libro
delle curiosità_ (Bergamo, 1893), pag. 23.

[24] Il codice CCCLXXXII.

[25] BECATTINI, _Storia degli anni dal 1796 al 1800_ (Amsterdam), tomo
I, pag. 194; CUSANI, _Storia di Milano_, vol. V, pag. 52.

[26] Pagina 67 della edizione 1888.

[27] Mi pareva che un ulano mi gettasse la corda al collo,
strascinandomi per Milano a ricevere brutte parole.

[28] MALAMANI, _Memorie del conte Leopoldo Cicognara_ (Venezia, 1888),
vol. I, pag. 165.

[29] Bravi signori recitanti! Se Iddio vi ha data la disgrazia d'essere
corti a quattrini, vi ha compensato per altro con una bellissima
sfacciataggine, che vale di più.

[30] _Mémoires de mademoiselle_ AVRILLION, _sur la vie privée de
Joséphine_ (Paris, 1833), vol. I, pag. 205.

[31] CALVI, _Il patriziato milanese_, pag. 218.

[32] Id., pag. 219.

[33] Lettera di Lord Byron al Murray, del novembre 1816.

[34] STENDHAL, _Rome, Naples et Florence_ (Parigi, 1888), pagina 60.

[35] C. FABRIS, _Memorie Manzoniane_ (Milano, 1901), pagina 87.

[36] Atto I, scena IV.

[37] MAGGI, _I consigli di Meneghino_, atto I, scena I.

[38] Atti ufficiali: 21 vendemmiale, anno VI (12 ottobre 1797).

[39] _Giornale storico_, vol. XXI.

[40] Tomo I, pag. 222.

[41] Religione santa de' miei vecchi di famiglia — che in mezzo ai
triboli delle passioni — non fai altro che tirarti indietro — in fondo
al cuore, rannicchiata in un angolo....

[42] Epigramma XXIII.

[43] MANTOVANI, _Diario manoscritto_, vol. I, pag. 29.

[44] Vol. I, pag. 54.

[45] Che la guarda s'hin coss — De fa cont ona donna — Fedele de sta
sort, che soo di coss — Che domà che zittis — Fareven scurì el sò.

[46] Aria purissima, sottile, frizzante.

[47] CUSANI, _Storia di Milano_, cap. XIX.

[48] Vedi: RAFFAELLO BARBIERA, _Poesie Veneziane illustrate_ (Firenze,
Barbèra, 1888), pag. 86.

[49] Sacrifici li chiama? Signor no. Queste sono parole di lor signori,
e noi poverelli non le comprendiamo. Noi facciamo le cose alla buona,
senza ragionarci su tanto.

[50] E io non dovevo far nulla per loro? Questa vita, questo sangue,
questo fiato che respiro sono cose sue; e io non devo spenderle per
lei, e adoperarle a un bisogno? (atto I, scena V).

[51] C. Fabris, _Memorie Manzoniane_ (Milano, 1901), pagina 92.

[52] _Raccolta di Costituzioni italiane,_ volume II (Torino, 1852).

[53]

      A proposito, illustrissimo, di vaccinazione,
    Senta un po', se vuol ridere, questa che le racconto adesso;
    Sarà un mese che mi è capitata,
    Nel far vaccinare la Barberina.
      C'era in casa del medico una mammina,
    Che si trovava in un impaccio da non dirsi
    Per scegliere il posto dove far inoculare
    L'innesto del vaiuolo a una sua piccina.
      Non qui, perchè qui dà troppo nell'occhio,
    Non qui, perchè si vedrà,
    Qui nemmeno, perchè le rimarrebbe la cicatrice.
      Tira qua e tira là, un mondo di ragionamenti;
    Finchè il medico, per calmarla:
    — Facciamole l'innesto, dice egli, sulle cosce?
      Oh, che pezzo di minchione!
    Esclama questa signoretta all'improvviso:
    Sulle cosce? Proprio!... più ancora in vista!

[54] _Foglio ufficiale della Repubblica italiana_, anno I.

[55] Andate pure, gente mia.

[56] Alle due Colonne o ai Servi (nomi di due botteghe da caffè di
Milano, oggi sparite).

[57] A prendere un caffè che vi assassina i nervi.

[58] Io, invece, sono contento di starmene qui seduto al mio caminetto.

[59] Ad amoreggiare con un bicchiere di vino.

[60] Ad assaporarlo e a odorarlo.

[61] E se si può toccarlo con qualche amico.

[62] Burlarsi guardandosi i baffi.

[63] E poi d'estate? vo al Gallo (osteria, presso la Piazza del Duomo,
ora sparita; già famosa).

[64] Vo alla Scala, vo al Gambero, vado ai Tre Re (altre osterie
scomparse).

[65] Vado nel fiume Olona piuttosto che a un caffè.

[66] R. BONFADINI, nella _Perseveranza_, 7 marzo 1880.

[67] CALVI, _Francesco Melzi_ (nelle _Famiglie notabili milanesi_),
disp. VII.

[68] Rapporto del 15 aprile 1805 (in Cantù, Cronistoria, vol. I, pag.
278).

[69] Cusani, Storia di Milano, vol. VI, pag. 151.

[70] _Bollettino delle leggi_, 1805, vol. I, pag. 49; _Giornale
storico_, 2ª serie, vol. I, maggio 1805.

[71] _Mémoires_, vol. I, pag. 189.

[72] CANTÙ, _Storia di Milano_, pag. 292.

[73] DE CASTRO, _Milano durante la dominazione napoleonica_ (Milano,
1880), pag. 230.

[74] A guardare.

[75] Che fa passare la luna davanti al sole.

[76] Chi faceva affumicare un pezzo di vetro.

[77] Chi faceva portare nel cortile della casa i secchi d'acqua per
vedervi riflessa l'eclissi.

[78] Quando si è visto venire un trombettiere.

[79] Ha voluto così.

[80] Mi servono così.

[81] Assai poco mi manca.

[82] A bruciarli tutti.

[83] Ripiglia.

[84] _Biografia degl'Italiani viventi_ (Lugano, 1819), volume I, pag.
163.

[85] Cattolici, apostolici e romani.

[86] Slargatevi il cuore, ch'è arrivato il sospirato momento.

[87] Sono qui i Tedeschi.

[88] _Pattan_, per ischerno, venivano chiamati gli Austriaci; li
dicevano anche _Pattatucch_ (vedi GROSSI, _Prineide_), e non solo a
Milano, ma in tutto il regno Lombardo-Veneto.

[89] Prediche, messe.

[90] _Perdon a brent_, indulgenze a botti (ricorda il «Chi manna fôra
l'indurgenze à bbòtte?» di GIOACHINO BELLI, nel sonetto _L'uccupazione
der Papa_).

[91] C'è da andare in Paradiso anche addormentati, anche a non averne
voglia.

[92] E senza il quasi che non val niente.

[93] Voglia o non voglia, tutti, non c'è caso.

[94] Dobbiamo andare tutti su, in cielo, o crudi o cotti.

[95] Chè ci hanno messi tutti.

[96] Con lo spogliarci nudi.

[97] _Carteggio di_ A. MANZONI (Milano, 1912), vol. I, pagina 342.

[98] Lettera, a pag. 345, ivi.

[99] Briccone.

[100] _Prose e poesie scelte_ di CARLO TENCA, edizione postuma per cura
di Tullo Massarani (Milano, 1888), vol. I, pag. 125.

[101] _Atti segreti_, nell'Archivio di Stato di Milano (Busta CXX).
Vedi tutto il cap. XIII delle _Passioni del Risorgimento_, di RAFFAELLO
BARBIERA (Milano, Treves).

[102] Due sonetti sono tuttora inediti, perchè troppo osceni. Due altri
furono pubblicati nel 1903 (ved. RAFFAELLO BARBIERA, _Passioni del
Risorgimento_; Milano, Treves, 4ª edizione, pagg. 434-35).

[103] La villa della principessa di Galles fu trasformata in _Grand
Hôtel Villa d'Este_, dove il Bourget pose la scena d'un suo romanzo,
non peraltro intorno alla famigerata e infelice principessa, il cui
processo riempì il mondo di scandalo.

[104] Di muovere, di mescolare come si vuole.

[105] Nascoste.

[106] Il gusto del pasticcio.

[107] Nientemeno.

[108] _Carteggio_, vol. I, pag. 478.

[109] Dal discorso di Ruggero Bonghi sul Manzoni, in occasione
dell'inaugurazione della _Sala manzoniana_ nella Biblioteca nazionale
di Milano (6 novembre 1886).

[110] Di passaggio.

[111] L'_Accattabrighe_, che si stampava su carta color di rosa.

[112] Ricorrevano i giorni della Settimana santa.

[113] Lo pubblicò il Cantù nelle _Corrispondenze di diplomatici_ della
Repubblica e del Regno d'Italia (Milano, 1886). — Ved. le «postille» in
fondo di questo libro.

[114] Io, Signore, gettato in ginocchio, mi angoscio, mi dispero.

[115] MANTOVANI, _Diario_ manoscritto nella _Biblioteca Ambrosiana_
(vol. VI, anno 1821).

[116] Sui _Frammassoni a Milano_, ved. _Archivio storico lombardo_,
vol. XV, pag. 625, e vol. XVIII, pag. 703.

[117] _Carteggio_, vol. I, pag. 516.

[118] _I Promessi Sposi_, capitolo XXXIV.

[119] Mucchio.

[120] Susurrio.

[121] Il popolo milanese designava col nome di _pattan_ il soldato
austriaco.

[122] Genterella (_tananan_ è lo scricciolo, uccelletto piccolissimo
detto anche forasiepi, e si applica a cose piccole: _Pover tananan d'ón
fieu!_).

[123] Strana coincidenza! Simigliante è la chiusa del sonetto del Belli
_Er dispotismo_: «È arisposero tutti: _è vvero! è vvero!_



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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