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Title: L'uomo delinquente - in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed alla - psichiatria (Cause e rimedi)
Author: Lombroso, Cesare
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'uomo delinquente - in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed alla - psichiatria (Cause e rimedi)" ***

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generously made available by the Bibliothèque nationale
de France (BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr)



                            CESARE LOMBROSO


                           L'UOMO DELINQUENTE

                              IN RAPPORTO
       ALL'ANTROPOLOGIA, ALLA GIURISPRUDENZA ED ALLA PSICHIATRIA

                            (CAUSE E RIMEDI)


                    Edizione di soli 100 esemplari.



                                 TORINO
                         FRATELLI BOCCA EDITORI
                     LIBRAI DI S. M. IL RE D'ITALIA

                               SUCCURSALI

        MILANO                   ROMA                    FIRENZE
  Corso Vittorio Em., 21.   Via del Corso, 216-217    Via Cerretani, 9.

                   Depositi a PALERMO—MESSINA—CATANIA

                                  1897



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                    Torino—Tipografia VINCENZO BONA.



A MAX NORDAU


Benché questo sia veramente il III volume dell'opera che ora esce
in una nuova edizione, ho voluto farne preceder l'uscita, perchè ne
contiene le applicazioni più pratiche, e perché risponde coi fatti,
com'è mio costume, alle accuse di coloro che non avevano fra le mani le
due prime edizioni complete dell'_Uomo delinquente_, nè _l'Incremento
al delitto_ od i 17 volumi dell'_Archivio di Psichiatria ed
Antropologia criminale_—alle accuse, cioè, di non indagare abbastanza
le cause economiche e sociali del delitto e di non saper suggerirvi
alcun rimedio, ribadendo, quasi vittima consacrata, il criminale
per sempre al suo destino e l'umanità alle sue ribalderie; quasi che
coloro, che blateravano tanto contro noi in proposito, avessero saputo
cavare dai loro sdrusciti sistemi qualche migliore provvedimento
che non fossero le torture del carcere, della ammonizione, della
sorveglianza e della deportazione o istituti, che applicati in massa
senza discriminazione, si ritorcevano contro la piaga e ne allargavano
i margini. Ora per i miopi e anche per coloro che, come ben voi dite,
fanno i miopi per non vedere, un volume di 700 pagine che di questo
solo si occupa sarà sufficiente risposta; e benchè il lavoro compìto in
30 anni avesse sempre avuto di mira questo scopo supremo, attingendo
anzi alle stesse forme fatali del delitto i mezzi per neutralizzarlo,
vo lieto che i nuovi suggerimenti, prendendo un aspetto speciale in uno
speciale volume, fissino il carattere pratico di questa intrapresa,
e, finendo colla visione sia pur lontana ed audace della simbiosi,
mostrino come nemmeno più la troppo disumana per quanto necessaria
severità Si può rimproverare alla nuova scuola.

A voi, poi, ho voluto dedicare questo volume con cui chiudo i miei
studi sulla degenerazione umana—come all'amico più sincero nella triste
corsa della vita scientifica—e come a colui che più di tutti ha cavato
frutti fecondi dalle nuove dottrine, che ho tentato introdurre nel
mondo scientifico.

  Torino, Luglio 1896.

                                                         C. LOMBROSO.



PARTE I.

EZIOLOGIA DEL DELITTO



CAPITOLO I.

Meteore e Clima.—Stagioni.—Mesi.—Caldi eccessivi.


Non vi è delitto che non abbia radice in molteplici cause: che se
queste molte volte s'intrecciano e si fondono l'una coll'altra,
ciò non ci impedisce dal considerarle, obbedendo ad una necessità
scolastica o di linguaggio, una per una, come si pratica per tutti
i fenomeni umani, a cui quasi mai si può assegnare una causa sola,
scevra di concomitanze. Nessuno dubita, ormai, che il colèra, il
tifo, la tubercolosi s'originino da cause specifiche; ma pure, chi può
negare che, oltre queste, vi influiscano tante circostanze—meteoriche,
igieniche, individuali, psichiche, da lasciare, sulle prime, nel dubbio
della influenza specifica anche i più provetti osservatori?


1. _Temperature eccessive._—Importantissime fra le cause determinanti
d'ogni atto biologico sono le meteoriche: precipua fra queste è
l'azione del calore: così la Drosera Rotundifolia, esposta all'acqua
a 43°,3″ s'incurva e si fa più sensibile all'azione delle sostanze
azotate (Darwin, _Piante insettivore_): ma a grande temperatura
a 54°,4′ non presenta più alcuna flessione, i suoi tentacoli
temporariamente si paralizzano; lasciati, poi, nell'acqua fredda si
ritendono.

La statistica e la fisiologia dimostrarono che una grande parte delle
funzioni nostre è influenzata dal calore[1].

Quindi si capisce quanto influisca il calore eccessivo sulla psiche
umana.

La storia non segnala alcun esempio d'una regione tropicale, in cui
il popolo siasi sottratto alla servitù; nessun esempio, in cui il
caldo eccessivo non abbia dato luogo ad un'abbondanza di nutrimento,
e l'abbondanza della nutrizione ad una distribuzione ineguale in
principio della ricchezza, e in seguito del potere politico e sociale.

Fra le nazioni soggette a queste condizioni il popolo non conta
nulla, non ha controllo nè voce nel governo del paese.—Se vi ebbero
rivoluzioni nel governo, tutte furono di palazzo, giammai di popolo che
non vi annetteva alcuna importanza (Buckle, op. cit., I, 195-196).

Il Buckle fra le altre ne trova una ragione sulla minore resistenza
che acquista l'uomo alla lotta avendo minor bisogno di combustibile,
di vestiario e di cibo; da questa maggiore facilità l'uomo è tratto
all'inerzia, alla Tapas, al Keff, allo Joga, agli ascetismi della
Tebaide. L'inerzia, resa necessaria dal caldo eccessivo, ed ispirata
dal sentimento abituale di debolezza, rende l'economia più soggetta
alle spasmodie, favorisce le tendenze alla pigra contemplazione,
all'esagerata ammirazione, e quindi al fanatismo religioso e dispotico;
di qui lo esagerato libertinaggio che si alterna coll'eccessiva
superstizione, come l'assolutismo più duro colla sfrenata anarchia.

Nei paesi freddi la resistenza alla vita sarebbe maggiore, per la
maggior difficoltà dell'alimento, del vestiario e del riscaldamento, ma
appunto per questo vi è minore l'idealità e l'instabilità; il freddo
eccessivo rende l'immaginazione assai più lenta e meno irritabili e
meno mutevoli gli animi; d'altronde dovendo l'uomo supplire con molto
combustibile ed enormi dosi d'alimento carbonioso al difetto di calore,
consuma forze che vanno a detrimento della vitalità individuale e
sociale.

Da ciò, e dall'azione diretta depressiva sui centri nervosi, si
originano la maggior calma e dolcezza degli animi. Il dottor Rink ci
dipinge certo tribù degli Esquimesi così pacifiche e calme, da mancare
perfino delle parole corrispondenti all'idea di rissa o di litigio: la
più grande reazione alle offese è in esse il silenzio (_R. Britanniq._,
1876); e Larrey vide, sotto i geli di Russia, diventare deboli e
perfino vigliacchi, quei soldati, che prima nè pericoli, nè ferite, nè
fame avevano fiaccato mai.

Il Bove narra che nei Tschiucki, a -40°, non si notavano mai liti, nè
violenze, nè delitti; essi sedevano apatici e amorosi fra loro.

L'ardito viaggiatore polare Preyer notò come a -40° la sua volontà
fosse paralizzata, i sensi ottusi, la parola inceppata (Petermann,
_Mitth._, 1876).

Ed eccoci spiegato perchè non solo la semibarbara e dispotica Russia,
ma anche le liberalissime terre Scandinave siano state, almeno anni
fa, sì poco rivoluzionarie e ambedue quasi allo stesso livello (V. mio
_Delitto politico e le rivoluzioni_, parte I).


2. _Azione termica moderata._—L'azione termica che, viceversa, spinge
più alle ribellioni ed ai delitti è il calore relativamente moderato.
Ciò ci viene riconfermato dalle osservazioni sulla psicologia dei
popoli meridionali che ci dimostrano tendenze all'instabilità, alla
prevalenza dell'individuo sugli enti sociali, sul comune e lo stato,
sia perchè il calore stesso eccita i centri nervosi a guisa degli
alcoolici, senza giungere mai al grado di provocarvi l'inerzia, sia
perchè, senza annichilarli completamente, ne scema i bisogni aumentando
la produzione agricola, e diminuendo le esigenze di cibo, di vestiario
e di alcoolici: nel gergo Parmigiano il sole è detto il _Padre dei mal
vestiti_.

Daudet, il quale ha fatto tutto un romanzo (_Numa Roumestan_) per
dipingere l'influenza grande dei nostri climi meridionali sulle
tendenze morali, scrive: «Il meridionale non ama i liquori: si sente
ebbro dalla nascita: il sole, il vento gli distillano un terribile
alcool naturale, di cui tutti quelli che nascono laggiù sentono gli
effetti... Gli uni han solo quel caloruccio che scioglie la lingua ed i
gesti, raddoppia l'audacia, fa vedere azzurro per tutto: fa dire delle
menzogne: altri giungono al delirio cieco.... E qual è il meridionale
che non abbia sentito le momentanee prostrazioni degli attossicati,
quell'abbattimento di tutto l'essere, che succede alla collera, agli
entusiasmi?»

A proposito delle regioni meridionali d'Italia, Rocco De Zerbi dettava:

«La debolezza dell'Italia è alle ginocchia, è alle gambe, ai piedi;
il male, il male vero profondo, è qui. A Milano due partiti si
accapigliano, si graffiano, si dilaniano, perchè ciascun d'essi ha una
fede; qui si fa lo stesso, ma senza fede. La fede fra noi è sostituita
dalla _speranza_, speranza di pagar meno, negli onesti; di guadagnar
più, nei meno onesti o nei _bisognosi_....—

«In tutte le rivoluzioni di Palermo, scrive Tommasi-Crudeli, una parte
rilevante è stata rappresentata dalla gente manesca e facinorosa,
spintavi dall'odio dei dominanti, ma più ancora dai suoi istinti
anarchici, e dall'idea che libertà significasse cessazione dell'impero
della legge.

«Nè il loro concorso era rifiutato dagli onesti, tanto più che
l'entusiasmo generale conteneva i più pravi istinti di quella gente ed
eccitava i più nobili, che, in uomini d'una razza così fiera come la
siciliana, non periscono mai. Ma poi la bestia si mostrava. Aprivano
le prigioni, e coi carcerati si ingrossavano le squadre, si imponevano
al governo, facendo più o meno prevalere una bestiale anarchia, di cui
approfittava il Borbone, come avvenne nel 1820, nel 1849»[2].

E Turiello nel suo bel libro (_Governo e Governati_, Bologna,
Zanichelli, 1881-82) nota, fra le cause della maggiore criminalità nei
paesi meridionali, la poca precisione dei concetti causata forse dalla
troppa rapidità con cui essi svolgonsi nei paesi caldi.

«Il napoletano dice: Ho colpito _vicino_ al muro per dire _al muro_;
io voglio _a te_ per dire _voglio te_; e trascurano i piccoli valori;
e nella pittura stessa, anche nella pittura prevale il colorito al
disegno, e da questo al non tener conto di un piccolo furto, a mancare
man mano alla fede, al dovere, di cui i limiti si fanno elastici è un
piccolo passo.

«Il Sud ha più pronte oscillazioni delle passioni del Nord, commette
più crimini, per amore, timore, per impeto, e quindi contro le persone,
mentre nel Nord più per proposito deliberato; il difetto

di freni porta danni più pronti al Sud (brigantaggio), più durevoli al
Nord (sètte).

«Un altro carattere dell'uomo meridionale è l'individualità,
per cui rifuggono da formar corpo, per cui ogni società tende a
disorganizzarsi, il che dipende dal maggior valore individuale, ma
che finisce ad una maggior debolezza; il monello accusa il compagno
al cocchiere, i piccoli possidenti si segnalano fra loro ai briganti
invece di coalizzarsi contro a loro; io osservai che le società
scientifiche in Italia non si formano che fra mediocri, e per mutuo
incensamento; mai vi si riuniscono due belle notabilità, tanto l'una
sdegna l'altra».

Neri Tanfuci (_Napoli a colpo d'occhio_) dà fra i caratteri del popolo
meridionale la instabilità.

«Ci sembrano ingenue creature, quando all'improvviso ti paiono bricconi
matricolati; così sono laboriosi ed oziosi, sobrii ed intemperanti;
insomma la loro indole, ben inteso nella plebe, è anguilliforme,
scivola senza che si possa fissare.

«Il clima favorisce la perdita del pudore.

«Essi sono prolifici, il pensiero dell'avvenire dei figli non li
spaventa.

«Il lazzarone rubacchia all'occasione, non però se vi incorre pericolo:
millantatore, racconta dieci e compie uno. Attaccando lite gestisce e
grida per far paura alla paura che ha, cerca evitare i fatti; però una
volta venuto alle mani si fa feroce.

«Geloso, sfregia la donna di cui dubita: ed essa se ne tiene;
indipendente, non può sopportare ospedali, ricoveri.

«Quando hanno da lavorare, lavorano però ottimamente. Sentono forti gli
affetti di famiglia. Si contentano di poco, non s'ubbriacano.

«Scaltri, bugiardi e timidi, la loro esistenza è una serie di piccole
frodi ed inganni e di accatto. Per aver un soldo di elemosina son
capaci di leccarvi la scarpa, senza sentirsene umiliati.

«La loro scienza è la superstizione: passa un gobbo, un cieco, c'è uno
scongiuro speciale. Le loro idee stanno nel circolo di Dio, di diavolo,
streghe, iettatura, S.ma Trinità, onore, coltello, furto, ornamenti,
e... camorra. La plebaglia ha paura di questa, ma la rispetta, perchè
da questi prepotenti sa di esser difesa contro altri prepotenti; è
l'unica autorità dalla quale possa sperare qualche cosa che somigli
alla giustizia...».


3. _Reati e stagioni._—Dopo ciò facile è capire come il calore
influisca in molti reati. Dalla statistica del Guerry appare che
in Inghilterra ed in Francia i delitti di stupro e di assassinio
prevalgono nei mesi caldi: e altrettanto notò il Curcio fra noi.

                                 Inghilterra     Francia     Italia
                                  (1834-56)     (1829-60)    (1869)
  Sopra 100 stupri in Gennaio       5,25          5,29     26 in tutto
         »         »  Febbraio      7,39          5,67     22    »
         »         »  Marzo         7,75          6,39     16    »
         »         »  Aprile        9,21          8,98     28    »
         »         »  Maggio        9,24         10,91     29    »
         »         »  Giugno       10,72         12,88     29    »
         »         »  Luglio       10,46         12,95     37    »
         »         »  Agosto       10,52         11,52     35    »
         »         »  Settembre    10,29          8,77     29    »
         »         »  Ottobre       8,18          6,71     14    »
         »         »  Novembre      5,91          5,16     12    »
         »         »  Dicembre      3,08          4,97     15    »

Secondo il Guerry, in Inghilterra, e Curcio fra noi il massimo degli
assassinii si nota nei mesi più caldi; ammontarono:

                       In Inghilterra             In Italia
                                        i rei contro le persone (1869)
  in Luglio                1043                     307
  »  Giugno                1071                     301
  »  Agosto                 928                     343
  »  Maggio                 842                     288
  »  Febbraio               701                     254
  »  Marzo                  681                     273
  »  Dicembre               651                     236
  »  Gennaio                605                     237

Anche l'avvelenamento, secondo il Guerry, predomina in maggio.

Lo stesso fenomeno si nota nelle ribellioni: studiando come feci
nel _Delitto politico_ le 836 ribellioni avvenute nel mondo dal 1791
al 1880, trovai che riguardo all'Asia e Africa il maggior numero ne
avvenne nel luglio (13 sopra 53).—Anche per l'Europa e per l'America
il predominio delle ribellioni nei mesi caldi non potrebbe essere più
spiccato. In Europa il massimo numero è dato dal luglio, e in America
dal gennaio, che sono rispettivamente i due mesi più caldi (come ci
mostra per quest'ultima l'Atlante), il minimo numero è dato da novembre
e dicembre in Europa, da maggio e giugno in America: mesi che di fronte
alle rispettive temperature sono corrispondenti (Vedi Atlante).

Che se dal complesso dell'Europa passiamo alle singole nazioni, noi
troviamo ancora il maggior numero di rivoluzioni nei mesi caldi.
Predomina il luglio in Italia, Spagna, Portogallo Francia; l'agosto
in Germania, Turchia, Inghilterra e Scozia, e nella Grecia insieme
al marzo; il marzo in Irlanda e nella Svezia, Norvegia, Danimarca; il
gennaio nella Svizzera; il settembre nel Belgio e Paesi Bassi; l'aprile
in Russia e Polonia, e col maggio nella Bosnia, Erzegovina, Serbia,
Bulgaria. Per cui l'influenza dei mesi caldi sembra maggiore nei paesi
del Sud (Vedi Atlante).


4. _Stagioni._—Raggruppando i dati sulle ribellioni di 100 anni in
Europa troviamo per stagioni:

  Russia d'Europa——————————————————————————————————————————+
  Polonia———————————————————————————————————————————————+  |
  Svezia, Norv., e Danimarca——————————————————————+  |  |  |
  Germania—————————————————————————————————————+  |  |  |  |
  Inghilterra e Scozia——————————————————————+  |  |  |  |  |
  Irlanda————————————————————————————————+  |  |  |  |  |  |
  Bosnia, Erz., Serbia e Bulg.————————+  |  |  |  |  |  |  |
  Svizzera—————————————————————————+  |  |  |  |  |  |  |  |
  Belgio e Paesi Bassi——————————+  |  |  |  |  |  |  |  |  |
  Francia————————————————————+  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
  Grecia——————————————————+  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
  Turchia d'Europa—————+  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
  Portogallo————————+  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
  Italia—————————+  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
  Spagna——————+  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
              |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
              V  V  V  V  V  V  V  V  V  V  V  V  V  V  V  V
  Primavera  28 27  7  9  6 16  7  6  7  6  5  7  3  4  6  3
  Estate     38 29 12 11  7 20  8  5  3  8  9 11  6  4  1  0
  Autunno    18 14  4  5  3 15  6  3  1  3  5  4  7  2  2  2
  Inverno    20 18  6  3  3 10  2 10  4  3  4  3  2  2  1  1

Per lo che in 9 nazioni, fra cui tutte quelle del Sud, il predominio è
nell'estate; in 4, e fra esse le più nordiche, è in primavera; per una
si notò in autunno (Austria-Ungheria) e per una in inverno (Svizzera).
Salvo due eccezioni, la primavera ha sempre più rivoluzioni che
l'autunno; troviamo, poi, che 5 volte, e principalmente nei paesi più
caldi, l'inverno ha più rivoluzioni che l'autunno, 8 volte ne ha meno,
3 volte un numero uguale.

E volendo contarvi l'America specie del Sud, ritenendo che ivi il
gennaio per l'America corrisponda al nostro luglio, il febbraio
all'agosto (v. s.), ecc., abbiamo:

                    America      Europa
  Primavera           76          142
  Estate              92          167
  Autunno             54           94
  Inverno             61           92

Donde si vede che l'estate tiene il primo posto per entrambi gli
emisferi; la primavera poi supera sempre l'autunno e l'inverno, come
nei delitti, forse per i primi caldi, ma anche per le minori provviste;
mentre l'autunno e l'inverno hanno un numero di rivoluzioni poco
differenti fra loro; cioè per l'America l'inverno dà 7 rivoluzioni più
che l'autunno, per l'Europa 2 di meno.

Quanto agli altri delitti, con evidente predominio dell'estate e della
primavera, secondo Guerry abbiamo:

                       In Inghilterra         In Francia
                           delitti contro le persone
  nell'inverno             17,72                15,93
  in primavera             26,20                26,00
  »  estate                31,70                37,31
  »  autunno               24,38                20,60

Benoiston de Chateneuf segnalò la maggior frequenza dei duelli
nell'armata in estate (Corre, _Crimes et Suicides_, 1891, pag. 626).—Ho
dimostrato la stessa influenza pelle produzioni geniali (_Uomo di
genio_, parte I).


5. _Anni caldi._—Ferri nel suo _Das Verbrechen in seiner Abhängigkeit
von dem järhlichen Temperaturwechsel_, 1882 mostrò come dallo studio
sulle statistiche criminali francesi dal 1825 al 1878 si possa
concludere non solo pei mesi, ma per gli anni più o meno freddi, un
parallelismo quasi completo colla criminalità.

L'influenza della temperatura si mostra spiccata e continua dal 1825 al
1848, ed è spesso anche maggiore di quella esercitata dalla produzione
agricola.

Dal 1848 in poi, salvo le perturbazioni più gravi, agricole e
politiche, ritorna di tempo in tempo la coincidenza fra la temperatura
e la criminalità, sebbene in modo meno evidente e sensibile, specie per
gli omicidi e assassini, come negli anni 1826, 1829, 1831-82, 1833,
1837, 1842-43, 1844-45, 1846, 1858, 1865, 1867-68—che per gli stupri
e attentati al pudore, i quali seguono invece assai più esattamente le
variazioni termometriche annuali.—Così:

  gli omicidi
    da 470 nel 1830 salirono nel 1832 a 520 e la temp. da 31°   a 35°
  e da 435  »  1848     »     »  1850 a 560      »     »  31°   a 33°
  gli stupri
    da 380  »  1848     »     »  1852 a 640      »     »  31°   a 35°
  e da 550  »  1871     »     »  1874 a 850      »     »  31°,5 a 38°,5

Pei delitti contro le proprietà abbiamo un predominio notevole
nell'inverno, per es., furto e falso in gennaio, e poca differenza
nelle altre stagioni. Qui l'influenza della meteora è affatto diversa:
aumenta i bisogni, e diminuisce i mezzi di soddisfarli.


6. _Calendario criminale._—Lacassagne e Chaussinaud[3], e Maury
completarono questa dimostrazione costruendo colla statistica dei
singoli delitti, dei veri calendarî criminali a quella guisa con cui i
botanici ci diedero i calendarî di flora.

L'infanticidio occupa il primo posto fra i delitti contro le persone
nel gennaio, febbraio, marzo e aprile (647, 750, 783, 662), il che
corrisponde ed ai maggiori concepimenti dei mesi primaverili, i
quali scemano in maggio, e sopratutto in giugno e luglio, riaumentano
nel novembre e dicembre (carnevale) ed al maggior numero di nascite
illegittime (1100, 1131, 1095, 1134), e press'a poco agli aborti.

Gli omicidi hanno un massimo, come le ferite, nel luglio (716), Invece
i parricidi l'hanno nel gennaio e nell'ottobre.

La temperatura si mostra nel suo massimo d'azione nello stupro sui
fanciulli, che ha il suo massimo nei mesi di giugno, poi di maggio,
luglio e agosto (2671, 2175, 2459, 2238), il minimo in dicembre (993),
seguìto dagli altri mesi freddi, mentre la media mensile è di 1684.
Gli stupri sugli adulti non seguono lo stesso andazzo: dan il massimo
in giugno (1078), il minimo a novembre (534), s'alzano in dicembre
e gennaio (584) (io credo per il carnevale): sono poi stazionari in
febbraio (616), riascendono in marzo e maggio (904): mentre la media
mensile è 698.

Le ferite hanno un andamente irregolare perchè meno influenzato dal
clima: si alzano in febbraio (937), si abbassano nei mesi seguenti
(840-467) per rialzarsi in maggio (983), giugno (958), discendono in
luglio (919), e riprendonsi in agosto (997) e settembre (993), per
riabbassarsi a novembre e dicembre (886).

Invece nei delitti contro le proprietà la variazione non è così
straordinaria, dando una differenza di 3000 in più, è vero, in dicembre
e gennaio (16.879, 16.396), in genere nelle stagioni fredde, e una
decrescenza nell'aprile (13.491) e nelle stagioni calde, evidentemente
non per ragione diretta del freddo, ma perchè nell'inverno aumentano
i bisogni, e scemano i mezzi di ripararli, e si hanno anche maggiori
opportunità del furto (media mensile 14.630).

Finalmente se noi seguiamo i curiosi studî di Maury(_Le mouvement moral
de la société_, 1860) fatti sui ms. di Guerry, mese per mese si può
concludere:

In marzo l'infanticidio tocca, assolutamente, il primo posto; su 10.000
delitti entra con 1193; vengon dopo lo stupro con violenza con 1115, la
supposizione e sparizione di parti, 1019, e il ratto di minori, 1054;
in 3ª fila vengono le minaccie con iscritti 997.

In maggio noi troviamo il vagabondaggio, 1257, fra i primi; vengono poi
lo stupro e l'attentato al pudore, 1150; indi l'avvelenamento, 1144; e
lo stupro su minorenni, 1106: quest'ultimo vi sale bruscamente, grazie
al calore, al 4º dal 35º grado in cui era nel marzo; in aprile scende
già al 10º. In giugno va al 2º con la cifra di 1303.

Il primo posto in giugno, però, tocca ad un crimine assai analogo,
lo stupro su adulti, 1313; il 4º appartiene pure ad un delitto pure
sessuale, l'aborto, 1080, mentre il parricidio occupa il terzo posto
con 1151.

In luglio lo stupro su fanciulle sale al 1º grado, 1330, e gli altri
più numerosi sono della stessa specie; ratto di minori, 1118; attentato
al pudore, 1093. Al 3º posto ascendono le ferite sui consanguinei,
1100.

In agosto, la libidine cala al 3º posto; il 1º tocca agli incendî
rurali; qui non è più la temperatura, ma l'occasione che eccita il
colpevole, essendo l'epoca del raccolto la più propizia alle vendette
sulle proprietà; ma anche a questa tendenza violenta e passionata,
osserva assai bene Maury, la stagione calda non è certo estranea; e
forse perciò le false testimonianze lasciano il posto alle subornazioni
di minori.

In settembre le passioni brutali s'ammorzano; e gli attentati su
fanciulli sono al 15º grado e al 25º quello su adulti; invece i furti,
gli abusi di confidenza toccano il 4º posto.

La concussione, la corruzione vi tiene il primato e così pure in
ottobre, il che devesi all'essere queste l'epoche degli affitti e dei
rendiconti di cassa. Le molte soppressioni e supposizioni di parti
dipendono dalla coincidenza col maggior numero delle nascite.

Da ottobre a gennaio spesseggiano l'assassinio, il parricidio, il furto
sulle pubbliche vie, grazie alle notti lunghe e alla solitudine dei
campi.

In novembre si riprendono gli affari e quindi maggiori i falsi in
scrittura, le corruzioni.

In gennaio, la falsa monetazione, i furti nelle chiese prendono il
primato, certo grazie all'oscurità del giorno.

In febbraio riappare l'infanticidio e la soppressione di parto, perché
corrispondono all'epoca dei maggiori concepimenti.

I delitti di libidine in ottobre avean toccato il 28º posto e il 29º
l'attentato su adulti che in novembre scesero al 24º e al 26º. Ma
che sui delitti d'impeto o di passione predomini sempre l'influenza
del calore, io l'ho potuto dimostrare in un altro modo: da uno
spoglio fatto in 5 case di pena d'Italia[4], comunicatomi, con quella
gentilezza che gli è propria, dal comm. Cardon, e da un altro fatto
per un quinquennio nella casa di pena d'Aversa dal Virgilio, ho potuto
convincermi che le punizioni per atti violenti nelle case di pena sono
numerose assai più nei mesi caldi; per es.:

  Maggio        346
  Giugno        522
  Luglio        503
  Agosto        433
  Settembre     500
  Ottobre       368
  Novembre      364
  Dicembre      352
  Gennaio       362
  Febbraio      361

Gli stessi risultati si ottengono tenendo conto degli accessi degli
alienati, che danno:

                                      (1867)   (1868)
  Il massimo in  Settembre              460      191
        »        Giugno                 452      207
        »        Luglio                 451      294
  Il minimo in   Novembre               206      206
        »        Febbraio               250      121
        »        Dicembre               245       87
        »        Gennaio                222      139


7. _Caldi eccessivi._—Quanto al minore predominio dei caldi eccessivi
e misti all'umido, ora Corre (_Facteurs généraux de la criminalité
dans les pays créoles—Arch. d'anthr. crim.,_ 1889, IV, 20—_Arch. de
psych.,_ X, 3) ci offerse un'altra analogia. Egli osservò nei reati dei
creoli alla Guadalupa che quando vi è il massimo del caldo (5 luglio,
29°,3) si ha il minimo di crimini, specie contro le persone, mentre
nel marzo (con soli 17°) vi è il massimo di rei; un'inversione, quindi
dell'influenza termica, affatto simile a quella che i grandi caldi
esercitano nelle rivoluzioni e ciò perchè il caldo umido eccessivo vi
agisce da deprimente e il freddo leggero da eccitante.

  Nella stagione fresca notaronvisi 53 reati contro le proprietà
          »       »          »      48   »     »       persone
          »      calda       »      23   »     »          »
          »       »          »      51   »     »       proprietà.

Egli notò pure che nei reati contro le persone il giugno dà la quota
massima—il gennaio la minima.


8. _Altre influenze meteoriche ecc._—Sogliono i direttori delle
carceri avvertire come i detenuti siano più irrequieti in vicinanza ai
temporali ed all'approssimarsi del 1º quarto di luna; io non ho dati
sufficienti per dimostrarlo.

Siccome gli alienati che si identificano ai delinquenti quanto al
risentire notevolmente l'influenza termometrica sono pur sensibilissimi
alle variazioni barometriche, è probabile che altrettanto accada dei
criminali[5].

Un fatto, poi, mi ha colpito che dimostra agire nel medesimo tempo
le influenze meteoriche e le organiche: è: che avendo per parecchi
anni notato gli entrati nel carcere giudiziario di Torino, giorno per
giorno, costantemente vidi in alcuni giorni entrare un numero notevole,
fino 10 su 15, di erniosi, o di individui asimmetrici, o biondi, o
neri, spesso anche provenienti da paesi diversi; e nei giorni di una
stessa settimana in cui, dunque, l'influenza della temperatura era
immutata.

L'influenze economiche e politiche degli ultimi anni prevalsero così
da far andare in seconda linea le meteoriche: così è che l'azione del
calore medio dell'anno, evidente nei passati anni in Francia, scema
negli ultimi; così è che l'Europa nordica (Russia, Danimarca) che parea
non desse mai ribellioni, ne dà ora quanto nei paesi del sud: ma non
perciò quelle prime influenze possono disconoscersi.


9. _Delitti e ribellioni nei paesi caldi._—È evidente in tutto ciò il
predominio non esclusivo, ma grande, del fattore termico; e ciò riesce
ancor meglio colla ricerca della distribuzione geografica dei delitti e
delle ribellioni politiche.

Infatti nelle zone meridionali, di Francia e d'Italia, si commettono
delitti contro le persone (meno assai contro le proprietà) più numerosi
d'assai che nelle nordiche e centrali, sul che ritorneremo tosto
parlando della camorra e del brigantaggio.

In Francia, Guerry dimostrò che i reati contro le persone sono al sud
più numerosi del doppio, 4,9, che non al centro ed al nord, 2,7; 2,8.
Viceversa, i delitti contro la proprietà spesseggiano al nord, 4,9, in
confronto del sud e del centro, 2,3.

In Italia:

                                      Omicidi qualif.,
                           Reati      semplici, ecc.,        Furti
                         denunciati   o grassazioni       qualificati
                                      con omicidio
                            Proporzioni su 100,000 abitanti
  Italia settentrionale    746            7,22            143,4
  Italia centrale          862           15,24            174,2
  Italia meridionale      1094           31,00            143,3
  Italia insulare         1141           30,50            195,9

Nella stessa Italia del nord, la Liguria, per ciò solo che gode di un
clima assai più mite, offre in confronto delle altre regioni un maggior
numero di reati contro le persone.

Il massimo numero dei reati denunciati nel 1875-84 fu dato dal Lazio e
poi dalle regioni insulare e meridionale; il minimo dai compartimenti
del nord, con una quota che va da 512 reati su 100,000 abitanti nel
Piemonte, da 689 in Lombardia a 1537 nel Lazio; 1293 in Sardegna, 1287
nelle Calabrie. E le proporzioni più gravi nel numero degli omicidi
troviamo esclusivamente al sud e nelle isole.

In Russia l'infanticidio, insieme al furto nelle chiese, è massimo al
sud-est, mentre l'omicidio, e più il parricidio, crescon dal nord-est
al sud-ovest (Anutschin).

Holtzendorff calcola «che il numero degli assassini degli Stati
Meridionali del Nord America sia di 15 volte superiore a quello dei
Settentrionali; così nella N. Inghilterra, si ha 1 omicidio su 66.000
abitanti; nel Sud se ne ha 1 su 4 a 6000 abitanti; nel Texas, secondo
Redfield, se ne ebbero 7000 su 818.000 abitanti in 15 anni—; fin nelle
scuole vi si trovano fanciulli provvisti d'armi insidiose»[6].

Osservando la distribuzione degli omicidî semplici e qualificati, in
Europa (Atlante), troviamo le cifre maggiori in Italia e negli altri
paesi più meridionali d'Europa: dando le cifre più scarse in alcune
delle terre più nordiche come l'Inghilterra, la Danimarca, la Germania
(vedi Atlante).

Ed altrettanto dicasi per le rivolte politiche in tutta Europa (Vedi
Atlante e mio _Delitto politico_, 1889).

Noi troviamo, infatti, il numero di queste aumentare man mano da nord a
sud, precisamente come aumenta da nord a sud il calore (Vedi Atlante);
vediamo la Grecia darci sulla proporzione di 10 milioni d'abitanti
95 rivoluzioni, cioè il massimo; e 0,8 la Russia, il minimo; vediamo
le più piccole quote nelle regioni nordiche, Inghilterra e Scozia,
Germania, Polonia, Svezia, Norvegia e Danimarca, e le maggiori nelle
regioni meridionali, Portogallo, Spagna, Turchia d'Europa, Italia
meridionale e centrale, ed un numero medio, appunto nelle regioni
centrali.

Complessivamente troviamo nella:

  Europa nordica          12 rivolte circa sopra 10 milioni d'abit.
    »    centrale         25       »            »        »
    »    meridionale      56       »            »        »

Vediamo, poi, considerando solo l'Italia, che 27 rivoluzioni su 10
milioni d'abitanti accaddervi nella regione settentrionale; 32 per
l'Italia centrale, e 33 per l'Italia meridionale (di cui 17 nelle
isole, Sardegna, Corsica, Sicilia).

Una nuova prova per gli omicidi e per le ribellioni ne possiamo trarre
dalla _Statistica decennale della criminalità in Italia_ pubblicata
dal comm. Bodio e dalla _Statistica criminale dell'anno 1884 per la
Spagna_, pubblicata dal Ministero Spagnuolo di Grazia e Giustizia di
quei reati, e proporzionandolo alla popolazione, troviamo:

                     Spagna[7]                   Italia[8]
                             su 100 mila abitanti
                  Nº dei reati commessi      Nº dei reati denunciati

  Gradi di lat.   Rivolta c.   Rivolta c.   Rivolta c.    Omicidi
                  le guardie   le persone   le guardie

  dal 36º al 37º   circa 14         74,3        —          —
   »  37º »  38º     »   12        112,1        36,7        39,9
   »  38º »  39º     »    9         58,5        42,0        32,8
   »  39º »  40º     »    8         48,4        30,6        30,0
   »  40º »  41º     »   11[9]      72,4        37,8[10]     31,9
   »  41º »  42º     »    9[11]      39,7        36,8[12]     28,7
   »  42º »  43º     »    6         31,2        32,7        20,9
   »  43º »  44º     »    5         29,7        18,7        14,1
   »  44º »  45º     »   —         —          19,8        9,2
   »  45º »  46º     »   —         —          19,2        5,8
   »  46º »  47º     »   —         —          16,2        5,8[13]

Da cui l'azione del clima meridionale risulta evidente, e modificata
solo per le ribellioni per influenza della capitale (3) (6) e delle
grandi città (4) (5).

Viceversa in Spagna i furti qualificati si vedono emergere tanto
nelle provincie del Nord, Santander, Leon, come nel Sud a Cadiz, come
nel centro a Badajos, Cacerez e Salamanca, perchè meno dipendono dal
clima—e più dall'occasione: e perciò ivi pure sono più frequenti nelle
provincie del centro (dov'è la capitale) e del nord l'infanticidio ed
il parricidio—come in Europa in genere ed in Italia e Francia.

In Italia vediamo dal grandioso Atlante del Ferri e dalle statistiche
del Bodio prevalere questa influenza del caldo per tutta l'Italia
meridionale e insulare, salvo Sardegna, per gli omicidi semplici, e
nella Sardegna e Forlì per i qualificati: gli assassini pure aumentano
nell'Italia meridionale, ed insulare, salvo la parte colonizzata dai
Greci,—Puglia, Catania, Messina, ecc. I ferimenti volontari aumentano
colla stessa legge, fatta eccezione della Sardegna in cui scemano, e
coll'aggiunta della Liguria in cui compaiono in maggior numero (Vedi
Atlante).

I parricidi assumono un analogo indirizzo: fortissimi, è vero,
nell'Italia meridionale e insulare, salvo nella parte Greca, hanno però
un certo aumento nel cuore del Piemonte. I venefici abbondano pure
nell'Italia insulare e nelle Calabrie, e negli antichi stati romani,
qui evidentemente senza influenza di clima.—Anche l'infanticidio si
vede pur forte in Calabria, Sardegna, ma anche negli Abruzzi, ed in
Piemonte, rendendosi così indipendente quasi dal clima (Atlante).

Più ancora ciò notasi pelle grassazioni con omicidio prevalenti
nell'alto Piemonte, in Massa e Porto Maurizio, oltrechè negli estremi
lembi d'Italia e nell'isole. I furti qualificati poi abbondantissimi
in Sardegna, Calabria, Roma, presentano un altro massimo in Venezia,
Ferrara, Rovigo, Padova, Bologna, Roma, indipendentemente dunque quasi
affatto dal clima (Ferri, _Omicidio_, 1895).

Così anche in Francia: poichè si vedono più frequenti gli assassini e
gli omicidi nella Francia del Sud, con alcune eccezioni che si spiegano
etnicamente: invece i parricidi, gli infanticidi si sparpagliano
al Nord, al centro, al Sud, senza una speciale influenza climatica,
essenzialmente perchè qui le cause occasionali prevalgono (Atlante).



CAPITOLO II.

Influenza dall'orografia nel delitto. Geologia.—Terreni gozzigeni,
malarici, ecc.


Volendo ricercare le altre influenze e specialmente le orografiche
ed etniche mi valgo della distribuzione geologica ed orografica
della Francia di Réclus (_Géographie_), del Chassinaud, _Étude de
la statistique criminelle de France_, Lyon, 1881, di Collignon,
_Contribution à l'étude anthrop. du population française_, 1893;
Idem, _Indice cefalico secondo il delitto in Francia; Archives
d'anthrop. crim._, 1890; del Topinard, _La couleur des yeux et
cheveux (Arch. d'anthr.,_, 1879), e per l'Italia: Livi, _Saggio di
risultati antropometrici_, Roma, 1894; Id., _Sull'indice cefalico
degli italiani_, Roma, 1890, e per la statistica dei condannati in
Francia della _Justice en France_ (1882) colle medie dei condannati
dal 1826 al 1880: e delle belle opere di Socquet, _Contribution à
l'étude statistique de la criminalité en France_, dal 1876 al 1880,
Paris, 1884, del Joly, _La France criminelle,_ 1890, dell'_Atlante_
dell'_Omicidio_ del Ferri, 1895, che supera quanto si è mai fatto in
Italia e Francia su questo argomento, e finalmente delle bellissime
statistiche penali di Bodio.


1. _Geologia._—Uno studio anteriore fatto sulla distribuzione geologica
dei terreni in Francia mi aveva già provata la scarsissima influenza
delle condizioni geologiche sui reati politici, essendo la quota dei
ribelli press'a poco egualmente distribuita nei vari terreni salvo
forse una piccola sproporzione pei terreni giurassici e calcarei (V.
_Delitto politico_, p. 77).

Altrettanto devo ripetere per la distribuzione dei reati contro le
persone per 54 anni in Francia dove troviamo:

  21% pei dipartimenti in prevalenza di terreni giur. calcarei
  19%           »            »            »     granitici
  22%           »            »            »     cretacei
  21%           »            »            »     alluvionali
con differenze quasi nulle; e dicasi altrettanto pei reati contro le
proprietà.


2. _Orografia._—Studiando il rapporto dell'orografia colla quota dei
reati contro le persone, tentati e consumati in 54 anni in Francia,
vediamo come la quota minima di dipartimenti con cifre superiori alla
media della Francia intera:

  la quota minima  20% si trova nei dipartimenti di pianura,
       »   media   33 »  nei colligiani
       »   massima 35 »  nei montani,

certo perchè la montagna offre maggior opportunità agli appostamenti,
perchè alberga popolazioni più attive.

Che vi sia veramente un rapporto colla maggior attività lo sospetto
dall'aver trovato la stessa distribuzione in Francia per la genialità e
per le tendenze rivoluzionarie, massima nei dipartimenti montani, 50%,
minima nei pianigiani (V. _Delitto politico_, cap. IV).

Quanto agli stupri, pari o quasi, nei dipartimenti a terreno
montano—35%—e colligiani—83%—essi sono straordinariamente più numerosi
in quelli in pianura che danno il 70% certo perchè qui la popolazione è
più densa e più abbondanvi le grandi città.

Quanto ai reati contro la proprietà, le differenze sono assai meno
spiccate. Si vedono essi eccedere all'inverso dei reati contro le
persone:

  più        nei distretti pianigiani    fino al   50%
  diminuendo nei     »     colligiani      »       47%
  e          nei     »     montanini       »       43%

In Italia i furti qualificati non mostrano una speciale tendenza verso
il Sud nè un rapporto orografico. Noi li vediamo (Atlante Ferri) dare
i massimi, oltre i 201 per 100,000 abit. nella piana del Po (Nord
d'Italia) in Bologna, Ferrara, Venezia pianigiane; e nella Calabria che
è montuosa e marina, come in tutta la Sardegna pure marina e montanina;
e nella provincia di Livorno, mentre la più meridionale Sicilia ne è
meno colpita.

Nel Tonchino la pirateria è favorita dal sistema d'irrigazione che
facilita l'operazione dei banditi formicolanti nei litorali (Corre,
_Ethnol. Cr._, 43).


_Malaria._—Prendendo i paesi d'Italia che dalla bellissima carta
di Bodio, 1894, appaiono i più colpiti dalla malaria che vi causa
mortalità da 5 a 8 per 1000 abitanti, e sono Grosseto, Ferrara,
Venezia, Crema, Vercelli, Novara, Lanciano, Vasto, S. Severo,
Catanzaro, Lecce, Foggia, S. Bartolomeo in Galdo, Terracina, Sardegna,
vediamo che l'intensità del morbo coincide col maggior numero dei reati
contro le proprietà in 5 su 13—in Grosseto, cioè, Ferrara, Sardegna,
Lecce, Roma.

Quanto agli omicidi ecc. manca completamente ogni rapporto: anzi si
nota che nella Sardegna meridionale, la più colpita dalla malaria,
vi sono meno reati che nella settentrionale: altrettanto dicasi dei
reati contro il buon costume; e così in Francia ove Morbihan e Landes,
Loir-et-Cher ed Ain, malarici, hanno cifre scarse di omicidi e stupri.


_Gozzigeni._—I grandi centri cretinogini e gozzigeni d'Italia che
tanto influiscono sull'igiene e sull'intelligenza degli abitanti[14],
Sondrio, Aosta, Novara, Cuneo, Pavia, non si distinguono per peculiari
intensità nel crimine, son tutti sotto la media nell'omicidio, nei
furti e nei reati contro i costumi solamente. Sondrio contro il buon
costume dà più rei che le vicine Como e Brescia—come 13,2 a 9,5 ed 8,0.

Anche in Francia se Basse ed Alte Alpi, Pirenei orientali dànno cifre
alte di gozzuti e di omicidi, 9,76 per milione di abitanti, viceversa
Lozère, Ariège, Savoia, Doubs, Puy de Dome, Aisne, Alta Vienna hanno
molti gozzi e pochi omicidi, da 1 a 5,7 per un milione di abitanti, e
così pei furti che scarseggiano in tutti i paesi gozzuti meno Doubs,
Vosgi, Ardenne; però è certo che nei paesi dove domina il gozzo si nota
una speciale crudeltà mista a lascivia nei delitti, ma per potersene
accorgere bisognerebbe fare lo studio per circondarii[15].


_Mortalità._—Su 23 dipartimenti francesi che dànno una mortalità
minima[16], 7=30%, superano la media francese pegli assassini; cioè Lot
et Garonne, Aisne, Marne, Côte-d'Or, Eure, Haute-Saône, Aube, dando una
media per gli assassini, di 18,9‰ (Ferri, Atlante).

Su 18 dipartimenti di media mortalità, 6=23%, superano pure la media
degli assassini, cioè Indre et Loire, Aude, Basses Pyrénées, Hérault,
Doubs, Seine et Oise, Vosges. Tutti 18 dànno una media generale di 15,4
di poco, dunque, differente dai primi.

Su 25 dipartimenti di massima mortalità, 7=28%, sorpassano la
media degli assassini; cioè Basses Alpes, Haute Loire, Seine, Seine
Inférieure, Bouches du Rhône, Corse et Var: dando una media generale
di 28%. Però, togliendo i 2 ultimi dipartimenti, esageratissimi, la
differenza è assai minore (20%).

Pei furti su 24 dipartimenti con minima mortalità, 14 superano il 90‰
dando una media di 102,4.

Su 18 dipartimenti di mortalità media, 7 superano di poco il 90‰ dei
furti, dando una media generale di 91‰.

Su 25 dipartimenti con minima mortalità, 8 superano il 90‰ dando una
media di 105.

In complesso può dirsi dunque che manca una corrispondenza pei furti,
mentre per gli assassini vi ha parallelismo colla maggior mortalità e
così in Italia (Sicilia, Sardegna, Basilicata).

Quanto alle ribellioni predominano pure ove è maggiore mortalità:

  Su 27 dipartimenti, con mortalità minima, 15 ribelli, 12 conservatori
   » 27        »            »       massima 21    »      6     »  [17].



CAPITOLO III.

Influenza della razza. Selvaggi onesti.—Centri criminali.—Razze
semitiche, greche in Italia e Francia.—Indice cefalico.—Color dei
capelli. Ebrei.—Zingari.


_Influenza delle razze._—Abbiamo già veduto, e vedremo ancor meglio più
tardi, come la nozione del delitto sia assai poco distinta nell'uomo
selvaggio, tanto da farci sospettare mancasse affatto nell'uomo
primitivo (Vedi Vol. I, Parte I).

Però molte tribù selvaggie mostrano d'aver una morale, relativa,
una morale tutta loro propria, che applicano a loro modo: e di qui
allora comincia il delitto anche fra essi. Nei Yuris d'America il
rispetto alla proprietà è così grande, che un filo basta per tener
luogo di confine. I Coriacchi, i Mbaya puniscono l'omicidio commesso
nelle proprie tribù, benchè non lo riguardino come delitto quando sia
perpetrato nelle altre. Ognuno comprende, che senza una simil legge, la
tribù non avrebbe coesione, verrebbe a disciogliersi.

Però, anche a questa relativa morale vi sono tribù che spiccatamente
ripugnano; così, nella Caramansa, in Africa, accanto ai pacifici ed
onesti selvaggi Bagnous che coltivano il riso, vi sono i Balanti
che vivono solo di caccia e di rapina; uccidono chi ruba nel loro
villaggio, ma non perciò si risparmiano il furto nelle altre tribù
(_Revue d'anthropologie_, 1874). I buoni ladri sonvi i più estimati
e pagati per educare al furto i ragazzi, e scelti a capi delle
spedizioni.

Nel Marocco i Beni Hassan han con essi molta analogia: il latrocinio
è il loro mestiere principale; sono disciplinati, han capi, diritti
riconosciuti dal governo che se ne serve per riavere qualche volta gli
oggetti rubati; si dividono in ladri di biade, di cavalli, da villaggi,
da strada; ci son i ladri che van a rubare a cavallo e così rapidamente
da esser impossibile il seguirli; s'introducono nudi, unguentati,
nelle capanne; o nascosti da fronde onde non spaventare i cavalli;
incominciano i furti ad 8 anni (De Amicis,_Marocco_, p. 205).

Nell'India v'è la tribù Zacka-Khail, che fa professione di rubare, e
quando le nasce un fanciullo maschio, ve lo consacra, facendolo passare
per una breccia praticata nel muro della sua casa, cantandogli tre
volte: Sii un ladro.

Viceversa, i Kourubar sono famosi per sincerità; essi non mentono mai;
piuttosto che rubare, si lasciano morire di fame, per cui sono scelti
alla guardia dei raccolti (Taylor, _Sociétés primitives_, Paris, 1874).

Anche Spencer notava alcuni popoli portati all'onestà come i Todos,
gli Aino, i Bodos, e sono per lo più quelli che meno hanno in onore la
guerra, e più gli scambi.

In genere essi non rissano fra loro, lasciano regolare la questione dai
capi, restituiscono metà di quello che loro offrite negli scambi quando
lor pare sproporzionato. Non hanno la legge del taglione, rifuggono da
ogni atrocità, rispettano le donne, eppure notisi non son religiosi.

Negli Arabi (Beduini), sonvi delle tribù oneste e laboriose, ma ve ne
hanno molte di parassitiche, conosciute pel desiderio di avventure,
pel coraggio imprevidente, per il bisogno di continua mobilità, per
mancanza d'ogni occupazione, e per tendenza al furto.

Nell'Africa centrale Stanley trovò paesi leali, onesti ed altri, i
quali con tendenza al ladroneccio, all'omicidio come Zeghe.

Negli stessi Ottentotti e nei Cafri esistono individui più selvaggi,
incapaci d'ogni lavoro, che vivono sulle fatiche degli altri,
vagabondi; son detti Fingas dai Cafri, Sonquas dagli Ottentotti
(Mayhew, _op. cit._).

Meno incerti sono i documenti che valgono a mostrar l'influenza etnica
sui reati nel mondo incivilito. Noi sappiamo che gran parte dei ladri
di Londra sono figli di Irlandesi o nativi del Lancashire. In Russia,
scrive Anutschine, Bessarabia e Cherson dànno, toltane la capitale, il
massimo di delitti: anzi, in confronto agli accusati, i condannati vi
sono in numero maggiore; la criminalità vi si trasmette di famiglia in
famiglia _(Sitz. d. Geogr. Gesel._, 1868, S. Petersburg).

In Germania i paesi con colonie zingariche si conoscono per la maggiore
tendenza al furto nelle femmine.

In Italia sono tristamente celebri per brigantaggio la colonie albanesi.


_Centri criminali_.—In tutte le regioni d'Italia, e quasi in ogni
provincia, si additano alcuni villaggi per avere somministrato una
serie non interrotta di speciali delinquenti; così in Liguria, Lerici
è proverbiale per le truffe, Campofreddo e Masson per gli omicidî; e
sul Novese, Pozzolo per le grassazioni; nel Lucchese, Capannori per
assassinî; in Piemonte, Cardè (su quel di Saluzzo) pei suoi ladri
campestri e San Giorgio Canavese, Vische, Candia[18]; nel Lodigiano,
Sant'Angelo pei furti, come una volta Guzzola sul Cremonese, Ponteterra
sul Mantovano, Este, Cavarzere, S. Giovanni Ilarione e Montagnana
sul Veneto; altrettanto Pergola nel Pistoiese, sicchè _Pergolino_ vi
è divenuto sinonimo di ladro; nel Pesarese, San Pietro in Calibano è
famigerato per furti campestri, Sant'Andrea in Villis e Ferreto per
l'assassinio negli uomini, e nelle donne per piccoli furti.

Nell'Italia del sud, Sora, Melfi, S. Fele diedero sempre briganti fin
dal 1660, come Partinico e Monreale in Sicilia.

Questo predominio del delitto in alcuni paesi è certo dipendente dalla
razza, come per alcuni ci è rivelato dalla storia. Così Pergola nel
Pistoiese fu popolata da zingari, Masson da assassini portoghesi e
Campofreddo da corsari côrsi, così che ancor il dialetto vi è misto di
côrso e di ligure.

Più famigerato di tutti è il villaggio d'Artena nella provincia di Roma
studiato così da Sighele _(Arch. di Psich._, XI, 1890):

«Situato in cima di una collina, fra una campagna verde e ridente,
con un clima dolcissimo, questo paese ove è sconosciuta la miseria,
dovrebbe essere uno dei più onesti e dei più felici. Invece esso ha
una celebrità infame e i suoi abitanti sono considerati nei dintorni
come dei ladri, dei briganti, degli assassini. Questa nomea non data
da ieri: nelle cronache italiane del Medio-Evo si trova spesso il
nome d'Artena, e la sua storia si può riassumere in una lunga serie di
delitti.

«Si può giudicare della gravità del male dalla seguente tavola
statistica:

                                           Numero annuo dei delitti
                                               (ogni 100.000 ab.).
               DELITTI                    anni 1875-88   Anni 1852-88
                                             ITALIA        ARTENA
  Omicidi, assassinii e furti con omicidio    9,38           57 —
  Ferimenti                                  34,17          205 —
  Grassazioni                                 3,67          113,75
  Furti semplici e qualificati               47,36          177 —

«Da cui appare che si distingue per un numero di ferimenti, omicidi ed
assassinii _sei volte_ maggiore di quello della media dell'Italia e per
un numero di grassazioni _trenta volte_ maggiore di quello della media
dell'Italia. E ancora queste cifre non danno un'idea della ferocia ed
audacia dei delinquenti Artenesi. Per rendersene conto, bisognerebbe
descrivere tutti i delitti, bisognerebbe vedere come si assassina di
pieno giorno sulla pubblica piazza, come si strangolano i testimoni che
osano dire la verità ai giudici!...

«Le cause, secondo il Sighele, sarebbero il carattere degli abitanti
e l'influenza esercitata dai cessati Governi, che produssero altrove
brigantaggio e camorra: l'impotenza dell'autorità a colpire i colpevoli
pel silenzio dei testimoni, comprati o impauriti, ma sopratutto
l'eredità. Studiando, infatti, i processi intentati contro gli Artenesi
dal 1852, Sighele vi ha trovato sempre gli stessi nomi: il padre, il
figlio, il nipote si seguivano a distanza come spinti da una legge
fatale. Montefortino, che è il nome precedente d'Artena, era celebrato
per delitti sino dal 1155. Paolo IV nel 1557 fu condotto a bandirne
dalla vita tutti gli abitanti, e dar facoltà a _chiunque_ d'ucciderli e
distrugger il castello «acciocchè _non abbia esser più nido et recepto_
di tristi ladroni».

Certo è all'influenza di razza che si deve il fatto del predominio di
alcune specie di reati in alcune regioni; così nel Mantovano predomina
il delitto dei furti di polli, e l'incendio.

Udine correrebbe a ferimenti con grassazione per un centesimo, ed è
famigerata pare per le percosse e i ferimenti dei genitori (28 in un
anno)—e così Cilento, provincia di Napoli, assassinii per arma da fuoco
su 200 abitanti 30% in un anno.

Che la razza entri come fattore nella maggiore criminalità di questi
paesi, io lo sospetterei, anco, dall'avere veduto in parecchi dei loro
abitanti, come Sant'Angelo, Pozzolo, S. Pietro, una statura più alta,
che non nei paesi circonvicini.

E giova, a questo proposito, notare, come questi paesi abbiano,
anche, alcuni costumi particolari, superstiziosi in ispecie. Così a
Sant'Angelo il prete è il padrone del paese; guai a chi non gli levi il
cappello o anzi non gli baci le mani e perfino al tocco della campana
non s'inginocchi: prima di ogni loro mala impresa, i Sant'Angelini
vanno a messa e le donne pregano la Madonna perchè l'assassinio ed il
furto vadano impuniti. Esse parlano ad alta voce fra loro dei crimini
dei loro mariti: ma se questi sono imprigionati, per le prime, se
ne maravigliano ed accompagnanli per miglia e miglia, coi bimbi in
braccio, scarmigliate, gridando all'ingiustizia; e anche esse, per
piccole cause, dànno mano ai coltelli; ma peggio fan gli uomini,
inclini a vendetta per le più piccole cause; p. es., due passeggieri
passando a caso dal villaggio rifiutarono di dare un mozzicone ad uno
di loro, ed essi subito accordatisi li rinchiusero in una stanza e
tentarono farveli morire di fame.

Quando si pensa che il malandrinaggio in Sicilia si concentra quasi
tutto in quella famosa valle della Conca d'Oro, dove le rapaci tribù
Berbere e Semite ebbero le prime e più tenaci dimore, e dove il tipo
anatomico, i costumi, la politica e la morale conservano una impronta
araba (e bastino a provarlo le descrizioni di Tommasi Crudeli[19],
quando si pensi che ivi come nelle tribù Arabe l'abigeato è il delitto
più prediletto, resta facile il persuadersi che il sangue di quel
popolo conquistatore e rapace, ospitaliero e crudele, intelligente, ma
superstizioso, mobile sempre ed irrequieto e sdegnoso di freno, deve
avere la sua parte nel fomentare le subitanee ed implacate sedizioni,
e nel perpetuare il malandrinaggio, che, appunto come nei primi Arabi,
vi si confonde non rare volte colla politica, ed anche al di fuori di
questa, non suscita il ribrezzo nè l'avversione che suole in popoli
assai meno intelligenti, ma più ricchi di sangue ariano, anche della
stessa Sicilia, p. es. di Catania, Messina.

Viceversa, va notato il paese di Larderello di Volterra, che da 60
anni a questa parte non contò un omicidio, nè un furto e nemmeno una
contravvenzione.

Anche in Francia in una serie di borgate disposte sul confine delle
foreste della Thierache, prolungamento di quelle delle Ardenne,
Fauvelle (_Bulletin de la Société d'anthropologie_, 1891) ha indicato
esistere una razza delinquente. Dovunque predomina questa razza non
vi sono che risse violente di tutte le specie sulle quali l'autorità
giudiziaria è il più delle volte obbligata di chiudere gli occhi per
non ingombrare le prigioni. Il forestiero che s'arrischia in mezzo a
queste popolazioni si espone agl'insulti tanto delle donne che degli
uomini. Anche nella classe agiata, questa brutalità sovente si rivela
sotto una certa vernice civile. L'alcoolismo frequente, esagera ancora
questa specie di barbarie; vi si nota ripugnanza pei lavori dei campi;
sfrutta le foreste o lavora nell'industria del ferro, ma preferisce
il contrabbando. La statura è un po' al disopra della media, ha
forti muscoli, le mascelle larghe e robuste; naso dritto e gli archi
sopraccigliari accentuati; il sistema pilifero è abbondante e molto
pigmentato, ciò che li distingue subito da un'altra razza dai capelli
biondi giallastri che occupa molti vicini villaggi, a cui non si
associa che raramente.

Queste influenze non sempre si possono precisare colle cifre alla
mano, anche per la ragione che quando ci appoggiamo alle statistiche
criminali, troviamo una serie di cause complesse, che ci impediscono
di cavare una conclusione sicura. Per esempio, la donna in Spagna,
Lombardia, Dalmazia, Voivoidina, Gorizia, darebbe il minimo della
criminalità; ed il massimo nella Slesia austriaca, e nelle provincie
Baltiche della Russia (Messedaglia, _op. cit._).

Ma qui, più che l'influenza di razza, può quella dei costumi; dove
le donne sono istrutte al pari degli uomini, come nella Slesia, nel
Baltico, e prendono parte alle lotte virili, ivi dànno una cifra di
criminalità che più s'avvicina alla virile.

Lo stesso può dirsi della maggiore criminalità che si osservò negli
adolescenti (e quindi nei celibi) dei paesi germanici dell'impero
austriaco, specialmente Salisburgo, Austria, in confronto degli Slavi
ed Italiani, Gorizia, Tirolo, Carinzia (Messedaglia, _op. cit._).

Nell'impero d'Austria, osservava il Messedaglia, prevalere i crimini
per cupidigia in Bukowina, Croazia, Boemia, Ungheria (68 a 76%) in
confronto alla Dalmazia, Tirolo e Lombardia (32 a 45%).

Le grandi lesioni corporali diedero un massimo nella Carniola e Tirolo
(28 a 21%), un minimo in Slesia e Moravia (1,36%).

In Baviera, secondo l'Oettingen, si avrebbe un massimo di furti (42%)
nella Baviera Alta; un massimo di lesioni corporali nella Bassa (41%),
mentre nella Svevia predominano le truffe e nel Pfalz le ribellioni.

In Francia, fra gli abitanti di razza pelasgica (Corsica, Marsiglia)
predominerebbero i rei contro le persone; fra quelli della germanica
(Alsazia) i delitti d'ogni specie, che scarseggerebbero nella celtica
(Quetelet).

Dall'_Omicidio_ di Ferri è nettamente dimostrata, nelle sue grandi
linee, l'influenza etnica sulla distribuzione dell'omicidio in Europa:
vi si vede che i Tedeschi ed i Latini si trovano agli estremi anche
nella tendenza all'omicidio in genere, nella prevalenza degli omicidii
qualificati, nella frequenza dell'infanticidio, come, in senso inverso,
si trovano agli estremi nella tendenza al suicidio ed anche alla
pazzia, più frequenti presso i Tedeschi che presso i Latini.

In Italia rilevando, pel 1880-83, gli omicidii semplici (insieme
ai ferimenti con morte) e gli omicidi qualificati (insieme alla
grassazione con omicidio), denunciati nelle varie provincie, secondo i
dati raccolti nel _Movimento della delinquenza dal 1873 al 1883_, Roma,
1886, noi troviamo:

     REGIONI D'ITALIA     Omicidi denunciati per 1 milione di abitanti
  (e popolazione presente    Omicidi semplici      Omicidi qualif.
    al 31 dicembre 1881)      e ferim. con m.     e grass. con. om.

  Piemonte (3.070.250)              47                    34
  Liguria (892.373)                 40                    29
  Lombardia (3.680.615)             22                    21
  Veneto (2.814.173)                34                    25
  Emilia (1.706.517)                27                    24
  Romagna (476.874)                103                    76
  Umbria (572.060)                 102                    70
  Marche (939.279)                  94                    53
  Toscana (2.208.869)               76                    42
  Lazio (903.472)                  178                    90
  Abruzzi (951.781)                174                    76
  Molise (365.434)                 286                   104
  Campania (2.896.577)             217                    81
  Puglie (1.589.054)               117                    46
  Basilicata (524.504)             214                    86
  Calabrie (1.257.883)             246                   104
  Sicilia (2.927.901)              205                   122
  Sardegna (682.002)               122                   167

con predominio evidente fra le popolazioni a razza Semitica (Sicilia,
Sardegna, Calabria) e Latina (Lazio, Abruzzi) in confronto a quelle di
razze Germaniche, Liguri, Celte (Lombardia, Liguria, Piemonte) e Slave
(Veneto).

Oltre, infatti, ai principali elementi etnici primitivi dei Liguri al
Nord, degli Umbri ed Etruschi al centro, e degli Osci al Sud, oltre
i Siculi, d'origine ligure, in Sicilia, le stirpi che più concorsero
a determinare il carattere etnico delle varie regioni italiane, sono
germaniche, celte e slave al Nord e fenicie, arabe, albanesi e greche
al Sud e nelle isole (Ferri, _op. cit._).

È agli elementi africani ed orientali (meno i Greci), che l'Italia
deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria,
Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi
nordiche (Lombardia): il che riceve la più evidente riprova da talune
oasi o di minore o di maggiore frequenza, che sono in troppo singolare
coincidenza colle specialità etniche di quei paesi (_Id._).

Altra prova: in Toscana alla frequenza minima di Siena (3.9 su 100.000
ab.), Firenze (4.3) e Pisa (6.0) fa contrasto l'intensità press'a poco
doppia di Massa-Carrara (8.3), Grosseto (10.2), Lucca (11.9) e tripla
di Arezzo (13.4) e sopratutto di Livorno (14.0).

Ora, oltre le speciali condizioni di vita che si hanno a Massa-Carrara
per le miniere e a Grosseto per le maremme, è innegabile (scrive Ferri,
_op. cit._) l'influenza etnica[20] nella Lucchesia, cui la statura alta
e la dolicocefalia (prevalente pure a Massa-Carrara) e la maggiore
tendenza all'emigrazione distinguono dal resto della Toscana: ed
aggiungo io l'influenza dei ribelli Liguri antichi che tante volte si
sollevarono all'impero di Roma, ma sopratutto è evidente l'influenza
etnica a Livorno, di cui è nota l'origine. Villaggio paludoso nel
XVI secolo, con 749 abitanti nel 1551, fu popolato prima dai Liburni
«popoli dell'Illirico, inventori delle Galeotte liburne, e insigni
pirati, a cui si aggiunsero saraceni, ebrei, marsigliesi» poi da
avventurieri e pirati, ivi chiamati dai Medici.

E Livorno, che nel 1879-83 diede la proporzione più alta per tutta
Italia del totale dei reati denunciati, dà pure, in confronto alla
Toscana, compreso Arezzo, cifre più alte di omicidii qualificati,
e di ribellioni come di furti qualificati. Il che non può essere
determinato, in prevalenza, dalla grande densità giacchè questa densità
(355 abit. ogni chilom. q.) si ha eguale a Milano (355) e molto
maggiore a Napoli (1149); e non è determinato neppure un maggiore
agglomero della popolazione urbana, perchè questa a Napoli è il 94%
della popolazione del comune, a Milano è il 92% e a Livorno è solo
l'80%. E tuttavia le ribellioni ed i furti qualificati sono molto
meno frequenti a Milano e Napoli, malgrado i climi diversissimi, che a
Livorno (Ferri, _o. c._).

Un altro contrasto spiccato si ha nella parte meridionale della
penisola (Atlante) dove la distribuzione degli omicidii semplici
segna delle oasi d'intensità maggiore nelle provincie di Campobasso,
Avellino, Cosenza e Catanzaro, e delle oasi di minore frequenza in
quelle di Benevento, Salerno, Bari e Lecce, in confronto alle provincie
circostanti di Aquila, Caserta, Potenza, Reggio e sopratutto di Napoli,
dove, al caso, la potenza criminogena dell'ambiente sociale dovrebbe
essere molto più forte (Ferri, _o. c._).

Ora è difficile non rilevare un rapporto di causalità tra la presenza
delle colonie albanesi, come fattore etnico della maggiore criminalità
di sangue nelle provincie di Cosenza, Catanzaro, Campobasso.

Viceversa la minore intensità degli omicidii semplici a Reggio e
soprattutto nelle Puglie (Bari e Lecce) dipende, in gran parte,
dall'elemento greco, se si pensa all'antica Magna Grecia (che concorre
anche a spiegare la minore intensità di Napoli) e poi alle colonie
venute durante la dominazione bizantina e dopo ed alle precedenti
immigrazioni dei Japigi-Messapi e «anche oggi in quelle provincie le
fisonomie della maggior parte dei nativi ricordano quel tipo, da cui
traspare la pacata mitezza del carattere» (Nicolucci): a cui bisogna
pure aggiungere l'influenza nordica dell'occupazione Normanna.

Quanto poi alla spiccatissima intensità minore di omicidii semplici
a Benevento e Salerno non è possibile non ricordare l'elemento
longobardo, che vi ebbe così lungo dominio (ducato di Benevento
e Salerno), da «poter contrastare in alcuni luoghi colla potenza
assimilatrice degli Italiani e conservare fino ad oggi alcune sue
impronte—statura alta, capelli biondi, ecc.—, che ne rivelano ancora la
potenza in mezzo ai tipi indigeni della Penisola» (Ferri).

E la diversa influenza del sangue albanese, ellenico e longobardo in
queste oasi della criminalità si conferma colla distribuzione degli
omicidii qualificati e nelle grassazioni con omicidio. Infatti, meno
per Salerno e per Reggio, che danno cifre relativamente più alte,
abbiamo Napoli, che per il sangue greco, malgrado il grande agglomero
di popolazione e di miseria, dà cifre molto basse, pari a quelle di
Bari e Lecce; permane la minore intensità di Benevento come la maggiore
di Campobasso e Avellino.

La Sicilia offre pure un esempio evidente dell'influenza etnica
sull'omicidio.

Le provincie orientali di Messina, Catania e Siracusa hanno una
intensità di omicidii semplici e qualificati (Atlante) molto inferiore
a quella delle provincie di Caltanisetta, Girgenti, Trapani e Palermo.

Ora è noto che la Sicilia, così diversa pel carattere delle sue
popolazioni dalla vicina penisola meridionale, in gran parte anche per
i molti elementi nordici (Vandali, Normanni, Francesi, Fiamminghi)
che l'hanno invasa e dominata, presenta nelle sue coste orientali
una prevalenza di elementi ellenici, dai Magno-greci in poi, che è
impossibile non mettere in relazione colla minore intensità di omicidii
di quel versante (come per le Puglie); ed una prevalenza nella parte
meridionale e settentrionale, invece di elementi saraceni ed albanesi,
che certamente concorrono a determinare maggiore intensità di omicidi
in quelle provincie.

Il Reclus scrive: «All'assedio di Palermo dai Normanni (1071)
si parlavano cinque lingue in Sicilia; arabo, ebraico, greco,
latino, siciliano volgare. L'arabo rimase la lingua prevalente
anche sotto i Normanni. Più tardi Francesi, Tedeschi, Spagnuoli,
Aragonesi contribuirono a fare dei Siciliani un popolo diverso
dai vicini d'Italia per l'assetto, i costumi, le abitudini, il
sentimento nazionale.... La differenza fra le popolazioni siciliane
è _grandissima_, secondo la prevalenza di questa o quella razza
nell'incrociamento. Così gli abitanti delle provincie etnee, che sono
forse d'origine ellenica più pura degli stessi greci, perchè non sono
mescolati cogli Slavi, hanno un'eccellente rinomanza di buona grazia e
di mitezza. I Palermitani al contrario, presso i quali l'elemento arabo
ebbe maggiore influenza che in qualunque altra parte, hanno in generale
i lineamenti gravi e diversi costumi» (Ferri, _o. c._).

Nè varrebbe il dire che queste contraddizioni potrebbero dipendere
dall'influenza delle grandi città, perchè vediamo la provincia di
Palermo inferiore nei furti qualificati (150 per 100.000 ab.) a quella
di Trapani (168) e Catania (173) e negli altri reati in genere contro
le proprietà la provincia di Palermo (243) inferiore a quelle di
Catania (248) e Caltanisetta (272).

Gli è, invece, che il sangue saraceno e albanese com'è più proclive ai
reati di sangue, meno propende invece ai reati contro la proprietà.

La criminalità della Sardegna è pure caratteristica, sia nel confronto
con quella del continente e soprattutto di Sicilia, sia nel contrasto
quasi costante fra il Nord (provincia di Sassari) ed il Sud (provincia
di Cagliari) nell'isola stessa.

Etnicamente la Sardegna si differenzia dalla Sicilia, perchè fino
dall'antichità remotissima e poi ai tempi di Cartagine, «i Fenici
ebbero in Sardegna più vasto imperio e più lunga dominazione che in
Sicilia», talchè «anche il cranio degli odierni Sardi conserva in parte
l'antico tipo del cranio fenicio (dolicocefalo); ed in Sardegna ebbero
molto minore prevalenza gli elementi saraceni, di cui si hanno le
due colonie dei _Barbaricini_ nelle Barbagie (prov. di Sassari) e dei
_Maureddi_ presso Iglesias (prov. di Cagliari)[21].

Questa differenza etnica, certo concorre a determinare la più intensa
criminalità media contro le persone in Sicilia (malgrado l'inferiorità
delle provincie orientali) e viceversa la maggiore delinquenza media
contro le proprietà in Sardegna. Confrontando, per es., la Sardegna
colla Sicilia, nell'Atlante, si vede lo spiccato contrasto delle due
isole nella intensità degli omicidi semplici che si conferma anche più
per i ferimenti volontari. E se per gli omicidii qualificati la Sicilia
in totale dà una quota alquanto minore, per le basse cifre delle
provincie orientali, la quota totale però di tutti i reati contro le
persone, compresi gli omicidii semplici e qualificati e le grassazioni
con omicidio, è molto superiore nella Sicilia (vedi pag. 29).

Viceversa nei reati contro la proprietà la Sardegna (per la prevalenza
del sangue semita) è molto superiore alla Sicilia, specie per i furti
qualificati, come per i reati contro la fede pubblica, mentre nei reati
violenti contro la proprietà, come grassazioni, estorsioni e ricatti
senza omicidio, la Sicilia riprende una certa prevalenza.

Nella Sardegna poi vi è nella criminalità delle due provincie di
Sassari e Cagliari quel contrasto che già si nota nel tipo degli
abitanti come nelle manifestazioni della loro vita economico-sociale.
Il nord ha l'agricoltura e l'industria più sviluppate, il sud ha le
miniere presso Cagliari, Iglesias, ecc.

Etnicamente si sa che la provincia di Cagliari è più decisamente
fenicia e che in quella di Sassari è pure notevole l'elemento spagnuolo
(colonia d'Alghero); e ciò forse concorre colle condizioni economiche
a determinare la maggior frequenza di furti qualificati e reati contro
la fede pubblica nella provincia di Cagliari e la maggior intensità di
omicidii semplici e qualificati e di grassazioni con omicidio in quella
di Sassari (Ferri, _o. c._).

Viceversa l'infanticidio tutto affatto occasionale dà cifre inferiori o
poco diverse dalla media del Regno (11 reati denunciati per 1 milione
d'abitanti) nelle Corti d'appello di Palermo (8,9) e di Napoli (12),
che negli assassini invece dànno cifre (147 e 61) molto superiori
alla media italiana (36): nelle Corti di Aquila (19) e Torino (15)
l'infanticidio è relativamente molto più frequente che l'assassinio (36
e 7).

Così il parricidio dà, in contraddizione all'assassinio ed al rapporto
etnico, una più alta frequenza nelle Corti di Aquila, Casale, Venezia
ed una minore frequenza in quelle di Palermo e Cagliari.

Un altro esempio spiccato dell'influenza etnica è offerto dalla
criminalità della Corsica, che, com'è noto, segna il massimo in Francia
dei reati di sangue (eccettuati il veneficio e l'infanticidio), mentre
nei furti, per esempio, dà cifre molto più basse.

Confrontando il numero delle persone giudicate nel 1880-83 per omicidii
in Corsica e di quelle giudicate nelle regioni d'Italia che ne dànno
l'intensità maggiore, si ottengono questi dati:

      REATI                     PERSONE GIUDICATE NEL 1880-1888
                          dalle Corti d'Assise e Tribunali Correzionali
                            _Media annua_ per 100.000 abitanti

                         |Corsica|Sardegna|Sicilia|Calabrie|Molise
                                                           (Campobasso)

  _Omicidi semplici_
  e ferim.
  seguiti da morte:         11,2     8,6     14,3    21,5    19,1

  _Omicidi qualificati_
  e grassazioni
  con omicidio:              9,5    19,8      9,6     9,0     5,2

Vale a dire, che la Corsica è italiana così per la razza come per
la criminalità, per quanto politicamente francese; ed anzi, nota il
Reclus «della Sardegna e Corsica, isole gemelle, un tempo unite, è
precisamente la Corsica, ora francese, che è la più italiana per la
posizione geografica come per le tradizioni storiche».

Talchè le spiccate differenze fra la criminalità côrsa e la sarda
si spiegano in gran parte per ragioni etniche, che si riconfermano
poi colla grande somiglianza fra la criminalità della Corsica e
della Sicilia. Infatti, come abbiamo già ricordato, parlando della
Sardegna, questa è in prevalenza di sangue fenicio, e perciò dà una
più alta delinquenza contro la proprietà (comprese le grassazioni con
omicidio) mentre la Sicilia (occidentale e meridionale) subì molto più
gli elementi saraceni, i quali appunto ebbero grande influenza nella
Corsica «che non fu popolata di razze semitiche». Di questa infatti
si sa, che «agli antichi abitatori (Liguri, Iberi o _Sicani_ secondo
altri) succedettero i Focesi ed i Romani, ma soprattutto i Saraceni
fino all'XI secolo, dopo dei quali vennero gl'Italiani ed i Francesi».
È dunque al sangue saraceno che Corsica e Sicilia (ed in parte le
Calabrie) debbono la loro intensa criminalità di sangue congiunta ad
una minore delinquenza contro la proprietà.


_Razze Francesi_.—Un colpo d'occhio alla tavola dell'Atlante, che ci dà
la Francia per razze e per delitti ci apprende che alla distribuzione
delle razze Ligure e Gallica corrisponde il massimo dei reati di
sangue.

Più precisamente si colsero le prove dall'influenza della razza franca
studiando nei citati documenti, i dipartimenti che passano la media
di assassini, ecc., secondo le razze. Troviamo allora che la tendenza
all'assassinio cresce dai dipartimenti con popolazioni di razza
Cimbrica (1 su 18 = 5,5%), a quelli di razza Gallica (8 su 32 = 25%),
razza Iberica (3 su 8 = 35%), razza Belgica (6 su 15 = 40%), e razza
Ligure dove raggiunge il suo massimo assoluto (100%).

Quanto agli stupri, essi van crescendo dai dipartimenti con popolazione
di razza Iberica (2 su 8 ss 25%), a quelli di razza Cimbrica (6 su 18
= 35%), razza Belgica (6 su 15 = 40%), razza Gallica (13 su 32 = 41%) e
razza Ligure (6 su 9 = 66%) dove raggiunge il suo massimo.

Invece nei reati contro la proprietà non vediamo se non la prevalenza
della razza Belgica (la più industriale del resto) 67% e della Ligure e
Iberica 60% e 61%, mentre la Cimbrica e la Gallica danno solo il 30% e
39%.

La maggiore influenza dei Liguri e Gallici dipende dalla loro maggiore
attività come vidimo nel delitto politico; e i popoli Liguri in Francia
diedero il massimo dei ribelli e rivoluzionari, il 100% e il massimo
dei geni il 66%; i Gallici l'82% ed il 19% di geni; i Belgi il 62% e
33% di geni; mentre i Cimbri diedero il 38% e appena il 5% di geni;
gl'Iberici il minimo, il 14% di ribelli e di geni il 5%.


_Doligocefalia e brachicefalia_.—Abbiamo voluto vedere che risultati
dessero i rapporti tra la criminalità e l'indice cefalico, e il colore
dei capelli; persuasi di avere così i documenti più sicuri della
influenza della razza.

In Italia studiando _l'Indice cefalico_ sulle tavole di Livi (_o. c._)
abbiam veduto che nelle 21 provincie con prevalenza doligocefalica (da
77 a 80 inclusi) la media degli omicidi, ferimenti è di 31‰ mentre la
media generale è di 17; in tutte, poi, eccettuate Lucca e Lecce, in 19
cioè su 21 le quote degli omicidi sono superiori alla media.

Le provincie più mesocefaliche (81-82) sono in proporzione inferiori
per omicidi alla media dei doligocefali dando 25‰.

Invece nelle più brachicefaliche (cominciando dall'indice di 83 fino
all'88) la media è di 8‰ dunque di molto inferiore alla media generale.

Però dobbiamo notare come i doligocefali si raggruppano tutti nelle
provincie meridionali, salvo Lucca, che appunto fa eccezione.

Viceversa i brachicefali, salvo gli Abruzzi, sono tutti nell'Alta
Italia, e gli ultrabrachicefali nelle sue regioni montane, che tutte
danno meno reati di sangue.

Quanto ai mesocefali si distribuiscono con prevalenza nell'Italia
meridionale o nelle regioni più calde dell'Alta Italia come Livorno,
Genova, sicchè non si può escludere che l'influenza etnica sul reato
qui si confonda o fonda colla climatica.

Quanto ai furti la differenza è assai minore.

Prevalgono ancora, ma molto meno:

  i doligocefali   con   460 per 1 milione d'abitanti
  i brachicefali    »    360          »
  i mesocefali      »    400          »

In Francia (Vedi _La Justice en France_), i reati contro le persone
darebbero una media di 18 per 100.000 nei brachicefali e di 36
nei doligocefali (Collignon, _o. c._) contando la Corsica e di 24
senza—pari quindi alla media del paese che è appunto da 24 a 33 per
100.000.

Una differenza minore, anzi inversa, abbiamo secondo i dati del Ferri,
dal 1880 al 1884, secondo il quale i delitti di sangue darebbero il 13
per 100.000 (senza la Corsica) nei doligocefali e 19 nei brachicefali.

E questo dimostra quanto sia maggiore pei reati di sangue l'influenza
del clima che della razza, perchè nell'Italia dove i doligocefali erano
radunati nelle provincie meridionali ci davano una enorme differenza in
più pei brachicefali; invece qui che sono tutti sparsi al Sud e al Nord
(Pas de Calais, Nord, Aisne) o al centro H. Vienne e Charente, non ci
dànno alcun dato chiaro, anzi cifre minori.

Quanto ai delitti contro la proprietà (_Justice en France_), e qui la
Corsica non influisce punto, la differenza invece è molto spiccata:
dando i doligocefali 44 per 100.000, mentre i brachicefali dànno 23. In
complesso però è chiara dovunque una certa prevalenza pei reati nelle
provincie più doligocefaliche. E la doligocefalia in Francia dà maggior
numero di rivoluzionari e di geni, e fra i doligocefali Galli e Liguri
trovaronvi i dominatori i popoli più ribelli alla conquista.

Ciò è in perfetta opposizione con quanto abbiam trovato
nell'antropologia del crimine; il che ci è prezioso aiuto a dimostrare
essere la brachicefalia esagerata nei criminali uno spiccato carattere
degenerativo.


_Biondi e neri_.—Volendo vedere le proporzioni dei rei francesi biondi
e neri (Topinard) abbiamo trovato che gli assassini nei dipartimenti
con prevalenti capelli neri diedero 12,6% colla Corsica; 9,2% senza la
Corsica; mentre i biondi danno una cifra notevolmente inferiore, 6,3%.

Però i neri abbondano in modo speciale nei paesi caldi—Vandea, Hérault,
Var, Gers, Lande, Corsica, Bocche del Reno, Basse Alpi, Gironda ecc.
Per cui l'influenza del clima non è esclusa.—E altrettanto dicasi dei
biondi più frequenti di tutti (meno in Vaucluse) dove predomina il
clima nordico: Pas de Calais, Nord, Ardenne, Manica, Eure et Loire, e
che perciò tendono ad avere un minore numero di delitti di sangue.

In Italia la proporzione del tipo biondo in tutta l'Italia meridionale
e insulare è inferiore alla media del regno (V. Livi,_Archivio
d'antrop._, 1894), salvo in Benevento dove tocca la media, e nelle
Puglie, Napoli, Campania, Trapani e parte orientale di Sicilia dove è
inferiore di pochissimo. Ora in tutta l'Italia meridionale i delitti
di sangue sono superiori alla media; e nella provincia di Benevento
dànno una cifra che pur essendo forte, 27,1%, è però inferiore alle
provincie vicine; e così dicasi delle Puglie e della parte orientale
della Sicilia, Siracusa, Catania, che presenta una cifra meno intensa
di criminalità (Siracusa 15, Catania 26, Lecce 10).

Qui il biondo è in rapporto diretto colla razza Longobarda (Benevento)
e Greca (Sicilia), e dà una minore criminalità.

Nessun rapporto trovo però coll'oasi bionda di Perugia, e nè coll'oasi
bruna di Forlì, nell'Italia centrale.

La massa bionda che circonda le Alpi è in rapporto stretto colla
montagna e coincide colla minore criminalità, ma la ragione può qui
essere orografica. Viceversa l'oasi intensamente bruna di Livorno e di
Lucca coincide colla maggiore criminalità di Livorno in tutti i reati
e anche in quelli di sangue; e colla relativa maggiore criminalità di
Lucca in confronto ai vicini paesi toscani: e siccome concorda colla
doligocefalia e non ha rapporti con fenomeni orografici mi pare che
dia una nuova prova dell'influenza etnica spiccata sulla criminalità di
sangue dei due paesi.

Quanto ai reati contro la proprietà non si ha corrispondenza chiara:
la provincia di Treviso, biondissima, dà il più grande massimo di
criminalità, e quasi come essa Ferrara, che è viceversa bruna.


_Ebrei_.—Chiare spiccano le influenze della razza sulla criminalità,
nello studio degli Ebrei e degli Zingari, e ciò nel senso precisamente
opposto.

La statistica avrebbe dimostrato negli Ebrei di alcuni paesi la
criminalità inferiore a quella dei loro concittadini, il che riesce
tanto più notevole inquantochè in grazia alla professione da loro
più esercìta, essi dovrebbero paragonarsi, piuttosto che a tutta la
popolazione in genere, ai commercianti ed ai piccoli industrianti, che
dànno, come vedremo, cifre forti di criminalità.

In Baviera vi sarebbe 1 condannato ebreo ogni 315 abitanti, ed
1 cattolico ogni 265.—Nel Baden, per 100 cristiani, 63,6 ebrei
(Oettingen, p. 844).

In Lombardia, sotto l'Austria, si ebbe in 7 anni 1 condannato ebreo
ogni 2568 abitanti (Messedaglia).—Nel 1865 in Italia contavansi solo
7 ebrei carcerati, 5 maschi e 2 femmine; proporzione inferiore di
molto alla popolazione criminale cattolica.—Nuove indagini del Servi,
nel 1869, avrebbero dato su una popolazione di 17800 ebrei solo 8
condannati.

Però in Prussia si sarebbe notato dall'Hausner una leggiera differenza
in favore degli accusati ebrei, 1 ogni 2600, mentre i cristiani davano
1 ogni 2800, che viene in parte confermata dal Kolb.

Secondo il Kolb, si notò nel 1859 in Prussia:

  1 accusato ebreo     per ogni 2793 abitanti
     »       cattolico      »   2645    »
     »       evangelico     »   2821    »

nel 1862-5:

  1 accusato ebreo     per ogni 2800 abitanti
     »       evangelico     »   3400     »

in Baviera si notò:

  1 accusato ebreo       per ogni 315 abitanti
      »      cattolico      »     265    »

(_Handb. der vergleich. Statistik_, 1875, p. 130).

In Francia dal 1850-60 diedero:

  accusati ebrei     in media di 0,0776  % abitanti maggiorenni
  »        cattolici    »        0,0584  »          »
  »        ebrei        »        0,0111  »  per abitante in genere
  »        cattolici    »        0,0122  »          »

Erano 166 i rei ebrei nel 1854—118 nel 1855—163 nel 1856—142 nel
1858—123 nel 1860—118 nel 1861, con leggero regresso dunque, negli
ultimi anni (Servi, _Gli Israeliti in Europa_, Torino, 1872).

In Austria i maschi ebrei condannati diedero il 3,74% nel 1872; nel
1873 il 4,13, cifra di qualche frazione superiore ai rapporti della
popolazione (_Stat. Uebers. der k. k. österr. Strafanst._, 1875).

Più sicuro della maggiore o minore proporzione dei delinquenti ebrei è
il fatto della loro criminalità specifica; in essi, come negli zingari,
predomina la forma ereditaria del delitto, contandosi in Francia intere
generazioni di traffatori e di ladri nei Cerfbeer, Salomon, Levi, Blum,
Klei; pochissimi sono i condannati per assassinio, e sono, allora,
capi di bande organizzate con abilità non comune, come Graft, Cerfbeer,
Meyer, Dechamp che hanno veri commessi viaggiatori, libri di commercio
e che dispiegano una secretezza, pazienza e tenacia spaventevole,
per il che sfuggirono molti anni alle indagini della giustizia; i
più, almeno in Francia, sono autori di truffe speciali; come quella
dell'anello, in cui fingono di avere trovato un oggetto prezioso, o
quella all'augurio mattutino, col cui pretesto spogliano le stanze
di chi dorme colle porte aperte, o quelle di commercio (Vidocq, Op.
cit,—Du Camp, Paris, 1874).

Gli ebrei di Russia sono specialmente usurai, falsi monetari,
contrabbandieri fin di donne che spediscono in Turchia.

Il contrabbando vi è organizzato come un mezzo governo. Intere città
di confine, come Berdrereff sono popolate quasi tutte da ebrei
contrabbandieri. Spesso il governo fece circondare da un cordone
militare la città, e perquisendola trovava immensi depositi di merce
contrabbandata. Il contrabbando giungeva al punto di ostacolare i
trattati commerciali colla Prussia.

In Prussia erano frequenti, un tempo, le condanne degli ebrei
per falso, per calunnie, ma più ancora quelle per bancarotta,
manutengolismo; il qual reato molte volte si cela alle indagini
giudiziarie, e ci spiega la grande copia di vocaboli ebrei nei gerghi
di Germania e d'Inghilterra, essendo noto che il ladro si ispira come
ad un maestro e ad una guida, al manutengolo: e quindi più facilmente
fa tesoro dei suoi vocaboli.

Ogni grossa impresa della celebre banda di Magonza (Tonnerre) era
preparata da un _kochener_ o manutengolo ebreo. In Francia, un tempo,
quasi tutti i capi delle grosse bande avean per complici ed amasie
delle ebree.

Troppe cause spingevano, un tempo, gli ebrei in braccio a questo
delitto, come ai torbidi lucri dell'usura: l'avidità dell'oro, il
disperato avvilimento, l'esclusione da ogni impiego e da ogni pubblica
assistenza, la reazione contro le razze persecutrici ed armate, contro
le quali nessun altro mezzo d'offesa era loro possibile; fors'anche
loro accadde, più volte, scaraventati dalle violenze delle masnade a
quelle dei feudatari, di essere costretti a farsi complici per non
essere vittime, sicché, se anche di poco la loro criminalità fosse
riuscita superiore, non dovrebbe recare meraviglia, mentre è bello il
notare, che appena all'ebreo si apriva uno spiraglio di vita politica,
scemò la tendenza a questa specifica criminalità.

Se fosse provata negli ebrei la minore criminalità in confronto cogli
altri, sorgerebbe qui una divergenza colla diffusione della pazzia, la
quale è spiccatamente in loro più frequente[22].

Se non che qui assai meno deve essere questione di razza, che non di
occupazioni intellettuali, le quali moltiplicano le cause di emozioni
morali; poiché nelle razze semitiche (Arabi, Beduini) è tutt'altro che
frequente l'alienazione.

E qui si scorge di nuovo quanto difficile torni il concludere sulle
nude cifre nelle quistioni morali e complesse.


_Zingari_.—Non così può dirsi degli Zingari, che sono l'imagine viva
di una razza intera di delinquenti, e ne riproducono tutte le passioni
ed i vizi. Hanno in orrore, dice Grelmann[23], tutto ciò che richiede
il minimo grado di applicazione; sopportano la fame e la miseria
piuttosto che sottoporsi ad un piccolo lavoro continuato; vi attendono
solo quanto basti per poter vivere; sono spergiuri anche tra loro;
ingrati, vili, e nello stesso tempo crudeli, per cui in Transilvania
corre il proverbio, che cinquanta zingari possono esser fugati da un
cencio bagnato; incorporati nell'esercito austriaco, vi fecero pessima
prova. Sono vendicativi all'estremo grado: uno di questi, battuto dal
padrone, per vendicarsene, lo trasportò in una grotta, ne cucì il corpo
in una pelle, alimentandolo colle sostanze più schifose, finché morì
di gangrena. Per poter saccheggiare Lograno avvelenarono le fonti del
_Drao_: e quando li credettero morti i cittadini entrarono in massa nel
paese che fu salvato da uno che l'aveva saputo.

Dediti all'ira, nell'impeto della collera, furono veduti gettare i loro
figli, quasi una pietra da fionda, contro l'avversario; e sono, appunto
come i delinquenti, vanitosi, eppure senza alcuna paura dell'infamia.
Consumano in alcool ed in vestiti quanto guadagnano; sicché se ne
vedono camminare a piedi nudi, ma con abito gallonato od a colori, e
senza calze, ma con stivaletti gialli.

Hanno l'imprevidenza del selvaggio e del delinquente. Si racconta,
come una volta, avendo respinto da una trincea gl'Imperiali, gridassero
loro dietro: «Fuggite, fuggite, chè se non scarseggiassimo in piombo,
avremmo fatto di voi carnificina». E così ne resero edotti i nemici,
che ritornando sulla loro via, ne menarono strage.

Senza morale eppure superstiziosi (Borrow) si crederebbero dannati e
disonorati se mangiassero anguille o scojattoli, eppure mangiano...
carogne quasi putrefatte.

Amanti dell'orgia, del rumore, nei mercati fanno grandi schiamazzi;
feroci, assassinano senza rimorso, a scopo di lucro; si sospettarono,
anni sono, di cannibalismo. Le donne sono più abili al furto, e vi
addestrano i loro bambini; avvelenano con polveri il bestiame, per
darsi poi merito di guarirlo, o per averne a poco prezzo le carni; in
Turchia si danno anche alla prostituzione. Tutte eccellono in certe
truffe speciali, quali il cambio di monete buone contro le false, e
nello spaccio di cavalli malati, raffazzonati per sani, sicché come
fra noi _ebreo_ era, un tempo, sinonimo di usurajo, così, in Spagna,
_gitano_ è sinonimo di truffatore nel commercio di bestiame.

Lo zingaro in qualunque stato o condizione si trovi, conserva la
sua abituale e costante impassibilità, senza sembrar preoccupato
dell'avvenire, vivendo giorno per giorno in una immobilità di pensiero
assoluta, ed abdicando ad ogni previdenza.

«Autorità, leggi, regola, principio, precetto, dovere», sono nozioni e
cose insopportabili a codesta razza stranissima (Colocci).

Obbedire e comandare gli è egualmente odioso, come un peso ed un
fastidio. _Avere_ gli è estraneo quanto _dovere_[24], il seguito, la
conseguenza, la previsione, il legame del passato all'avvenire, gli
sono sconosciuti (Id.).

Colocci crede che essi possedono degli itinerari speciali comuni agli
evasi, ai ladri, ai contrabbandieri internazionali, che si segnalano
con speciali segni simili agli _Zink_ dei Tedeschi (Vedi Vol. I).

Uno dei segni più abituali per tali indicazioni, è il _patterau_ di cui
esistono due tipi: l'antico a tridente; il nuovo a croce latina.

Questi segni, fatti lungo il percorso della strada maestra, e tracciati
col carbone sui muri delle case o incisi con il coltello sulla
corteccia degli alberi, divengono mezzi convenzionali per dire alle
future comitive di confratelli: _Questa è strada da zingaro._ Nel primo
patterau la direzione è data dalle linee laterali, nel secondo dal
braccio più lungo della croce.

I punti di fermata, o stazioni, li indicano collo _Svastika_
misterioso, forse ricordo di antico simbolo indiano, forse embrione
della nostra croce.

Quando vogliono partire dal luogo ove stanno—scriveva Pechon de Ruby
nel XVI secolo—s'incamminano verso il lato opposto e fanno una mezza
lega all'inverso, poi ritornano sulla loro strada.

E come i criminali, e come i Paria (vedi vol. 1) da cui derivano, essi
hanno una letteratura popolare criminale che vanta il delitto, come nel
dialogo seguente fra padre e figlio (Colocci, o. c.).

_Padre_—»Olà, mio Basilio, se tu divieni grande, per la croce di tuo
padre! devi rubare.»

_Figlio_—»E poi, padre, se sono scoperto?»

_Padre_—»Allora raccomandati alla pianta dei piedi, gioia di tuo padre.»

_Figlio_—»Al diavolo la tua croce, padre! Non m'insegni bene.»

E nelle seguenti poesie:

    Da che, cavalluccio,
    Non rubi più,
    Non bevi più acquavite;
    Sì, finché tu rubavi
    Grazioso cavalluccio,
    Buona acquavite bevevi,
    E all'ombra sedevi.
    La tua perdita è certa (_Zingari rumeni_).

    I ragazzi zingari montanari
    Come piccoli cani
    Quando veggono uno zingaro (di pianura)
    Lo spogliano (_Zingari slavi_).

Simili argomenti danno tema a brevi narrazioni in versi, soprattutto
fra gli zingari inglesi e spagnuoli. Per esempio:

    Due giovani zingari furono deportati,
    Furono deportati al di là dell'Oceano;
    Platone per ribellione,
    Luigi per aver rubato
    La borsa d'una gran dama.
    E, quando giunsero in paese straniero,
    Platone fu impiccato
    Subito: ma Luigi
    Fu preso per marito da una gran dama,
    Voi vorreste sapere chi fosse questa gran dama?
    Era la dama, cui esso aveva rubato la borsa;
    Il giovane aveva un nero
    Ed ammaliatore occhio
    Ed essa l'aveva seguito al di là dell'Oceano _(gipso)._

    Un frate
    Stava facendo una predica;
    Ed era stato rubato un presciutto
    Al macellaio di quel paese;
    E quegli sapeva che gli Zingari
    Lo avevano derubato.
    Il frate esclamò: figliolo!
    Vai a casa tua
    E dalla pentola
    Leva fuori il prosciutto
    E mettici invece dentro
    Una pezza del tuo marmocchio,
    Marmocchio,
    Una pezza del tuo marmocchio (_gitano_).

È importante poi il notare che questa razza così inferiore nella morale
ed anche nella evoluzione civile ed intellettuale, non avendo mai
potuto toccar lo stadio industriale nè, come vedesi, in poesia passare
la lirica più povera, è in Ungheria creatrice d'una vera arte musicale,
sua propria, meravigliosa—nuova prova della neofilia e genialità che si
può trovare mista agli strati atavici nel criminale[25].



CAPITOLO IV.

Civiltà.—Barbarie.—Agglomeramento.—Politica.—Stampa.—Delitto collettivo.


_Civiltà_.—Fra i tanti problemi sociali, uno desta più il desiderio di
una soluzione sicura e precisa: quello della influenza che esercita la
civiltà sul delitto e sulla pazzia.

Se noi ci atteniamo alle nude cifre, certo il problema par bello e
risolto, perché esse ci mostrano un aumento nel numero dei delitti e
delle pazzie, quasi per ogni anno che corre, aumento sproporzionato a
quello della popolazione[26].—Ma molto opportunamente il Messedaglia
fa, in proposito, riflettere la grande probabilità di errore cui va
incontro chi voglia risolvere, su semplici dati numerici, problemi
complessi, in cui entrano parecchi fattori ad un tempo. Potrebbe,
infatti, il maggiore aumento, così dei reati come delle pazzie,
spiegarsi per le modificazioni delle leggi civili e penali, per una
maggiore facilità alla denuncia ed al ricovero, specialmente dei pazzi,
vagabondi e minorenni, e per una maggiore attività della polizia.

Una cosa par certa (e noi ne toccammo a lungo più sopra, p. 253), che
la civiltà abbia la sua, come ben la chiama il Messedaglia, criminalità
specifica, ed una n'abbia, a sua volta, la barbarie. Questa, ottundendo
la sensibilità morale, scemando il ribrezzo agli omicidi—ammirati
spesso come atti d'eroe—considerando la vendetta un dovere, diritto la
forza, aumenta i delitti di sangue, le associazioni dei malfattori,
come fra i pazzi le manie religiose, la demonomania, le follie di
imitazione. Ma i legami domestici sonvi molto più forti, l'eccitamento
sessuale, le smanie dell'ambizione assai minori, e quindi molto meno
frequenti i parricidi, gl'infanticidi ed i furti.

I tipi di civiltà che l'uomo ha finora creato—scriveva Guglielmo
Ferrero—sono due: la civiltà a tipo di violenza, e la civiltà a
tipo di frode. L'una e l'altra differiscono fondamentalmente per
la forma che assume in esse la lotta per l'esistenza. Nella civiltà
a tipo di violenza, la primitiva, la lotta per la vita si combatte
essenzialmente con la forza: il potere politico e la ricchezza sono
conquistati con le armi, sia a danno dei popoli stranieri, sia a danno
dei concittadini più deboli: la concorrenza commerciale tra un popolo
e l'altro è combattuta sopratutto con gli eserciti e le flotte, cioè
con l'espulsione violenta degli antagonisti dai mercati che si vogliono
sfruttare comodamente da soli; le liti giudiziarie sono risolute col
duello. Nella civiltà a tipo di frode, la lotta per l'esistenza è
combattuta invece con l'astuzia e con l'inganno; ai duelli giudiziari
subentra la guerra di cavilli e di raggiri degli avvocati; il potere
politico è conquistato non più con gli scudi di ferro, ma con gli
scudi d'argento; il danaro è attirato dalle tasche altrui con frodi e
con malìe misteriose come i giuochi di borsa; la guerra commerciale è
combattuta con il perfezionamento dei mezzi di produzione e più ancora
dei mezzi di inganno, vale a dire con abili falsificazioni che diano al
compratore l'_illusione_ del buon mercato[27].

Alla civiltà del primo tipo appartengono od appartennero la Corsica,
in parte la Sardegna, il Montenegro, le città italiane del Medio-Evo,
e in genere quasi tutte le civiltà primitive. Alla seconda invece
appartengono tutti i popoli civili moderni, quelli cioè in cui il
regime capitalistico borghese si è interamente sviluppato in tutte le
parti del suo organismo.

La distinzione fra i due tipi—però—non è così assoluta nella realtà
come nella teoria, perchè talora nel seno di una stessa società si
mescolano alcuni caratteri di un tipo e alcuni dell'altro.

E poichè la patologia segue anche nel campo sociale identico processo
della fisiologia, noi ritroviamo questi due mezzi di lotta anche nella
criminalità.

Noi assistiamo infatti al manifestarsi parallelo di due forme di
criminalità: la _criminalità atavica,_ che è un ritorno di alcuni
individui, la cui costituzione fisiologica e psicologica è morbosa,
ha dei mezzi violenti di lotta per l'esistenza che la civiltà ormai
ha soppresso: l'omicidio, il furto e lo stupro; e la _criminalità
evolutiva,_ egualmente perversa nell'intenzione, ma assai più civile
nei mezzi, giacchè ha sostituito alla forza e alla violenza, l'astuzia
e la frode[28].

Nella prima forma di criminalità non cadono che pochi individui
fatalmente predisposti al delitto; nella seconda possono cadere
moltissimi, tutti quelli che non posseggono un carattere adamantino,
capace di resistere alle malsane influenze dell'ambiente esteriore.

Sighele giustamente nota che il fenomeno si riproduce più in grande
nelle due forme di criminalità collettiva, propria, l'una della classe
elevata, l'altra dell'infima classe sociale. Da una parte abbiamo
i ricchi, i borghesi, che nella politica e negli affari vendono il
loro voto, la loro influenza, e per mezzo dell'intrigo, dell'inganno
e della menzogna, rubano il danaro del pubblico; dall'altra parte
abbiamo i poveri, gli ignoranti, che nei complotti di anarchici e nelle
dimostrazioni e nelle sommosse, tentano ribellarsi contro la condizione
che loro vien fatta e protestano contro l'immoralità che scende
dall'alto.

La prima di queste due forme di criminalità è essenzialmente
_evolutiva_ e moderna; la seconda è _atavica_, brutale, violenta.
La prima è tutta di cervello e procede con mezzi d'astuzia, quali
la appropriazione indebita, il falso, la frode: la seconda è in gran
parte di muscoli e procede con mezzi feroci: la rivolta, l'omicidio, la
dinamite.

L'Italia di questi ultimi anni ha pur troppo offerto lo spettacolo
rattristante dello scoppio simultaneo di queste due criminalità.
Abbiamo avuto nello stesso tempo in Sicilia il brigantaggio, le rivolte
delta fame, cui una pietosa o interessata menzogna ha prestato altri
nomi ed altri motivi,—e a Roma, collo scandalo bancario, le grasse
immoralità delle classi ricche.

Noi vedemmo nei vol. I e II gli esempi della criminalità sanguinaria
speciale e associata al Medio Evo.

Perchè, qualcuno chiederà: «Se in tempi antichi le associazioni
criminose esistevano dappertutto, perchè la pratica loro si conservò
solo in alcuni paesi (Napoli), e si spense negli altri?» La risposta è
trovata pensando alle condizioni poco civili del popolo e del governo
soprattutto, che manteneva e faceva ripullulare quella barbarie, prima
e perenne sorgente delle malvagie associazioni.

«Finché i governi si ordinano a sêtte, sentenzia assai bene d'Azeglio,
le sêtte si ordinano a governi». Quando la posta regia frodava sulle
lettere, quando la polizia pensava ad arrestare gli onesti patriotti, e
trafficando coi ladri, lasciava libertà ad ogni eccesso nei postriboli
e nell'interno delle carceri, la necessità delle cose contribuiva
a proteggere nel camorrista chi poteva mandarvi un plico sicuro,
salvarvi da una pugnalata nel carcere, o riscattarvi a buon prezzo un
oggetto rubato, od emettervi, in piccole questioni, dei giudizi forse
altrettanto equi e certo meno costosi e meno ritardati di quelli che
potevano offrire i tribunali.

Era la camorra una specie di adattamento naturale alle condizioni
infelici di un popolo reso barbaro dal suo governo.

Anche il brigantaggio era spesso una specie di selvaggia giustizia
contro gli oppressori. Al tempo della servitù in Russia, i _moujik_,
indifferenti alla vita, provocati da sofferenze continue di cui
niuno si preoccupava, erano pronti a vendicarsi coll'omicidio, come
ben ci mostrò un canto rivelatoci da Dixon. Non v'è (dice il noto
autore dello studio sulle prigioni in Europa) famiglia grande di
Russia che non abbia un massacro dei suoi nella storia di famiglia.
La mancanza di circolazione dei capitali, e l'avarizia, spingevano
i ricchi dell'Italia meridionale ad usure e malversazioni contro i
poveri di campagna, che non sembrano credibili. A Fondi, scrive il
Jorioz, molti divennero briganti in grazia delle angherie del sindaco
Amante.—Coppa, Masini, Tortora, furono spinti al brigantaggio dai
maltrattamenti impuniti dei loro paesani.—I caffoni (diceva alla
Commissione d'inchiesta il Govone) veggono nel brigante il vindice
dei torti che la società loro infligge.—Il sindaco di Traetto, che si
spacciava per liberale, bastonava per istrada i suoi avversari, e non
permetteva loro di uscire alla sera.—Le questioni che nascevano fra i
ricchi ed i poveri, per la divisione di alcune terre appartenenti ad
antichi baroni, il cui possesso era dubbio, ed era stato promesso a
tutti, ed in ispecie ai poveri coloni, gli odi che dividevano i pochi
signorotti dei comuni dell'Italia meridionale, e le vendette esercitate
contro i clienti degli uni e degli altri, furono cause precipue del
brigantaggio. Sopra 124 comuni della Basilicata, 44 soli non diedero
alcun brigante; erano i soli comuni dove l'amministrazione era ben
diretta da sindaci onesti.—Dei due comuni, Bomba e Montazzoli, vicini a
Chieti, il primo, ove i poveri erano ben trattati, non diede briganti;
mentre il secondo, ove erano malmenati, ne fornì moltissimi.—Nelle
piccole terre dell'Italia meridionale, osserva assai bene il Villari,
vi ha il medio-evo in mezzo alla civiltà moderna; solo che invece del
barone despotizza il borghese.—A Partinico, città di 20.000 anime,
si vive in pieno medio-evo, perchè i signorotti tengono aperta una
partita di vendetta che dura da secoli.—A San Flavio due famiglie si
distrussero a vicenda per vendicare l'onore.

«Abbiamo sempre in Sicilia, scrive il Franchetti, una classe di
contadini quasi servi della gleba, una categoria di persone che si
ritiene superiore alla legge, un'altra, e questa è la più numerosa, che
ritiene la legge inefficace ed ha innalzato a dogma la consuetudine di
farsi giustizia da sè. E dove la maestà della legge non è conosciuta nè
rispettata, saranno rispettati i rappresentanti di essa? Il pubblico
impiegato in Sicilia o blandito, accarezzato finchè gli autori dei
soprusi e delle prepotenze sperano di averlo connivente, o almeno
muto spettatore delle loro gesta; è insidiato, avversato, assalito,
combattuto con tutte le armi, non appena si riconosce in lui un uomo
fedele al proprio dovere.

«Dopo l'abolizione della feudalità, continua altrove il Franchetti, se
non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata
la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la
prepotenza dei grandi e i mezzi di sancirla; le giurisdizioni e gli
armigeri baronali. L'istrumento che conveniva adesso di adoperare per
i soprusi era in molti casi l'impiegato governativo o il magistrato. E
ad assicurarsi la loro connivenza non bastava la corruzione, conveniva
inoltre adoperare una certa arte. La stessa doveva adoperarsi per
acquistare o conservare l'influenza su tutti coloro, che la loro
condizione economica non rendeva addirittura schiavi. La violenza
brutale dovette in parte cedere il posto all'abilità ed all'astuzia.

«... Ma non perciò era esclusa la violenza almeno nella maggior parte
dell'isola; nulla era venuto ad interrompere le antiche tradizioni, e
rimanevano sempre gli strumenti per porla in opera.

«Rimanevano gli antichi armigeri baronali mandati a spasso, oltre a
tutti gli uomini che avevano già commesso dei reati, od erano pronti
a commetterne, e che non potevano non essere numerosissimi in un
paese dove era tradizionale la facilità ai delitti di sangue, e la
inefficacia della loro repressione. Se non che adesso, i primi come
i secondi, esercitavano il mestiere per proprio conto, e chi avesse
bisogno dell'opera loro, doveva con loro trattare volta per volta, e da
pari a pari» (Franchetti, _Condizioni politiche e amministrative della
Sicilia._ Firenze, tip. di G. Barbéra).

Un altro esempio ce l'offre la nostra stessa capitale e più la Corsica
e la Romagna.

Roma ci presentava, anni sono, una cifra di criminalità, specialmente
contro le persone, superiore a molte regioni d'Italia; ma, come molto
bene ha mostrato il Gabelli (_Roma ed i Romani_, 1881), essa vi è in
gran parte effetto della tradizione dell'antica impunità e l'atmosfera
morale appunto formatavisi in grazia di questa; l'accorrere e venire
a galla, che succede ad ogni rivoluzione, della popolazione equivoca,
che vuol mettere alla prova il nuovo Governo come i ragazzi il
maestro nuovo; tanto più in Roma dove calarono i guadagni e dove il
malandrinaggio era tollerato paternamente dal Governo antecedente; il
perdurare quell'impeto in cui erompono le anime brutalmente virginee,
a cui una repressione sicura anco non apprese a considerare le
conseguenze dei proprii impeti; onde, una parola sfuggita al gioco, un
sospetto di infedeltà, gelosia di mestiere, specie in campagna, bastano
per produrre un omicidio, spesso così fuori di proporzione con la
causa, che per gli stessi giudici pare un enigma od una pazzia. Mandati
giù alcuni bicchieri di vino, la passione ribolle nell'accesa fantasia
per un'inezia, e il braccio, già armato di coltello, offre così pronto
il servizio, che la testa non ha il tempo di ricusarlo; s'aggiungono
i pregiudizi selvaggi, per cui chi non si vendica di un insulto non è
uomo, la dignità virile impone farsi giustizia da sè e non col mezzo
dell'autorità. È l'eredità della violenza, dell'energia che rimonta
agli antichi Romani.

E pochi anni fa una popolana non sposava volentieri uno a cui non fosse
mai uscito di tasca il coltello, che regalava al suo damo come pegno
di costanza, con incisovi sopra il suo nome, oppure _Amor mio, cuor
mio,_ ecc.; e mentre nell'alta Italia ogni galantuomo crede di aiutare
il Governo a mettere le mani su un ladro, un assassino, il romano
del popolo, che non capisce il Governo che sotto forma di dazi, carta
bollata, ecc., e che ha forte il sentimento della propria personalità,
o l'ucciderà egli stesso, o lo lascierà andare, come cosa che non gli
tocchi, e non vorrà attestare se avrà veduto egli assassinare un altro,
per una vecchia abitudine contratta sotto il Governo papale (Gabelli).

A queste criminalità la corruttela della capitale aggiunse la bruttura
bancaria e giornalistica.

Nella Basilicata, Pani Bossi (op. cit.) sentì spesso chiamare
_brigantiello_ dalle madri il loro figliuolo; Crocco era il
loro Carminuccio; i ricchi soprannominavano _re della campagna_
Ninco-Nanche.

«La parola _malandrino_ perdè in Sicilia perfino il suo significato,
ed invece di un appellativo d'infamia, divenne pel popolo uno di lode,
del quale molti onesti popolani menano vanto. _Io sono malandrino_
significa in fatti, per loro, essere un uomo che non ha paura di nulla,
e specialmente della giustizia, la quale nella loro mente si confonde
col governo, o meglio colla polizia» (Tommasi-Crudeli).

Mancando il concetto vero della morale, ed essendo scemata e quasi
tolta la distanza fra lo strato equivoco e lo strato onesto, è cosa
naturale che il malandrino trovi un complice nel colono ed anche nei
proprietari in mezzo a cui vive, e che riguardano il delitto come
una nuova specie di speculazione. E questo, secondo la relazione dei
Prefetti, è il guaio massimo della Sicilia, dove i veri briganti
che battono la campagna sono pochi, ma si centuplicano, in date
circostanze, coi colleghi avventizii, dove perfino i grossi proprietari
si vedono usufruire dei briganti per imporre ricatti, far cassare
testamenti, acquistare predominio sui loro concittadini.

Da ciò viene anche la mancata denuncia, parendo questa più immorale
che non l'omicidio; sicché si sono veduti moribondi dissimulare, fino
all'ultimo momento, il nome del feritore. Non è l'omicidio, che desta
ribrezzo, bensì la giustizia. Onde è che anche quando il delitto,
per raro caso, è denunciato, non è punito; così su 150 briganti del
Napolitano, presi coll'armi indosso, 107 furono prosciolti dal giurì e
7 soli condannati (S. Jorioz).

Altrettanto ci mostra per le Romagne, Alfredo Comandini (_Le Romagne_,
Verona, 1881) e Bourde e Bournet per la Corsica.

«Le cause di ogni guaio sonvi (scrive egli delle Romagne) l'abuso del
vino, l'uso estesissimo di portar armi, e le associazioni politiche
che là restarono per tradizione dei tempi despotici; tutte le
classi vi prendevano parte, anche a rischio del capo. Esse nutrivano
aspirazioni oneste; ma molte volte favorivano la fuga o l'impunità di
un malfattore, perchè arrestato avrebbe potuto tradirli. Ora, queste
associazioni non hanno più uno scopo politico vero od educativo, anzi,
nemmeno di mutuo soccorso; le più sono occasioni per bere uu bicchiere
insieme, quasi sempre pagato dal più ricco, e che dando alla testa
spesso di qualche membro, facilmente promuove o coltellate, o risse ed
ingiurie, che sono seguite da reazioni non individuali solo, ma spesso
di interi gruppi, pel dovere tradizionale che vi è là di _prender
parte_, di darsi _reciproco appoggio_.

«Queste associazioni, anche in città piccolissime, sono più di una, fin
cinque, dieci, e tutte di un partito, è vero, ma divise secondo i rioni
ed i sobborghi; se il socio di una di queste ha una questione col socio
di un'altra, per donna, denari, la questione si estende a tutto il
gruppo; _il reciproco appoggio_ conduce a considerare come socio chi,
avendo ferito od ucciso per vendicare un punto d'onore, stia per cadere
nelle mani della giustizia.

«Oppure, non avendo fiducia nell'autorità del Governo, le questioni si
risolvono innanzi ai buoni fratelli, ai capi del gruppo, che accomodano
la partita come Dio vuole: il più malvagio viene espulso dalla società,
e tutto finisce lì. Le paci si ottengono col bere insieme, ma le bevute
a loro volta dànno luogo a nuovi conflitti».

Ma meglio ancora della Romagna, la Corsica ci porge un esempio di una
criminalità inconscia, che vien dalla condizione sociale, storica,
oltrechè dell'influenza storica di cui toccammo.

«La frequenza degli assassinii per vendetta, scrive Bournet[29], è
nota dappertutto, ma pochi sanno quanto ne sieno meschine le cause:
un cane ucciso da un Rocchini a un Tafani, fa _undici_ vittime nelle
due famiglie. Nel 1886 ci furono 135 attentati contro le persone, cioè
1 per 200 abitanti: quattro volte più del dipartimento della Senna.
Dei 135 attentati, 52 furono commessi spontaneamente in seguito a
discussioni o a risse. Impossibile far parlare un testimonio; a Palneca
60 persone avevano assistito ad un misfatto, tutte giurarono di non
aver visto nulla».

Bourde, secondo i rapporti della gendarmeria, valuta il numero dei
banditi da 5 a 600.

«Tutto mette capo a questo (egli dice): che i contadini, perduti nei
loro villaggi, nemici al capo del _clan_, son persuasi non esservi
punto giustizia. M. Marras in un suo discorso confessò sentirsi ancora
il grido leggendario; «In Corsica non v'è giustizia».

«I Corsi mostrano grande fierezza. Sdegnano il lavoro manuale e amano
poco la terra; sono più sensibili alle qualità intellettuali che non
alle morali; hanno una maniera speciale d'intendere la felicità e la
coscienza.

«La loro organizzazione somiglia molto a quella del patriziato
romano: quindici o venti famiglie dirigono tutte le altre; alcune
dispongono d'un centinaio di voti soltanto, altre di parecchie migliaia
di elettori che fanno votare a loro modo. Cinquanta famiglie sono
assolutamente devote ad una sola da oltre duecento anni; la vita
indipendente è impossibile, perché chi è solo non riesce a nulla.

«I membri di una famiglia rischiano la vita con sublime abnegazione
per sostenere uno di loro. Due coscienze sono in lotta nell'isola: la
moderna, ispirata ai principii assoluti del diritto e dell'equità, e
la vecchia coscienza côrsa che non sa elevarsi sopra gli interessi
dell'associazione famigliare. Questa prevale quasi sempre, e se ne
videro gli effetti durante le operazioni del Giurì di espropriazione
per le ferrovie.

«Il Giurì, presieduto dal Casabianca, capo del partito più possente
dell'isola, s'illustrò con enormi parzialità; Benedetti, nemico del
partito, ricevette 2000 franchi per una vigna di 16 are e 96 centiare;
una certa Virgitti, ligia ai Casabianca, ebbe 13,000 franchi per
una vigna di 18 are e 90 centiare, e così via. In Corsica queste
ingiustizie sembrano naturali perfino ai nemici, i quali farebbero
appunto lo stesso in favore dei loro clienti, se fossero al potere.

«I giudici di pace sono onnipotenti, ma parzialissimi e devoti al
partito che li ha fatti nominare. Nella compilazione delle liste
elettorali fanno a loro capriccio, togliendo o aggiungendo quei nomi
che possono nuocere o giovare al partito, in barba alla legge e ai
decreti delle Corti d'appello e di cassazione. Ciò è talvolta causa di
gravi delitti. Francesco Ricci, fattorino, era stato cancellato dalle
liste, dietro istigazione della famiglia Moracchini. Alle elezioni
municipali, furibondo perché non poteva votare, Ricci si appostò
dietro una siepe e tirò una fucilata che ferì uno dei Moracchini.
Rimproveratogli il delitto, Ricci rispose: «Se non avessi agito così mi
avrebbero preso per un lucchese».

«Le gherminelle nei giorni di elezioni sono varie e infinite, ma spesse
volte volgono al tragico. A Palneca il _maire_ Bartoli rinviò tre volte
lo scrutinio per aspettare il momento favorevole; la quarta volta (28
settembre 1884) 80 suoi partigiani si chiusero di buon mattino con lui
nella _mairie_ e vi si fortificarono; quando arrivarono gli avversari
non poterono entrare. Esasperati, volevano dare l'assalto, ma furono
respinti a fucilate; per tutto quel giorno si scambiarono colpi da una
casa all'altra e si ebbero a deplorare morti e feriti. Gli avversarii
del Bartoli dichiararono al Prefetto di essere «pronti a morire anziché
vivere in schiavitù».

«In tutta la Francia, nel 1885, si constatarono 42,523 contravvenzioni
rurali. La sola Corsica ne aveva 13,405, quasi il terzo!»[30].

La progredita civiltà, centuplicando i bisogni ed i desiderî e
facilitando con la maggior ricchezza gli eccitamenti dei sensi,
nei manicomi aumenta gli alcoolismi e le paralisi generali[31], e
nelle carceri i rei contro le proprietà e contro il buon costume. La
statistica ci mostra, infatti, che di tal natura è la maggior parte dei
reati commessi nelle capitali e dalle classi côlte, e che sonvi ora in
aumento[32]. E di tal natura Sighele ora dimostra che è la criminalità
collettiva moderna—o quella delle classi borghesi in confronto colla
popolazione.

Constatata l'esistenza di queste due forme di criminalità collettiva,
si chiede: perché la criminalità dei ricchi è frodolenta e quella
dei poveri violenta? Perché, risponde (o. c.), le classi superiori
rappresentano ciò che è veramente moderno, mentre le classi inferiori
rappresentano ancora, nei sentimenti e nei pensieri, un passato
relativamente lontano; ed è perciò logico e naturale che le prime siano
moderne, evolutive nella loro criminalità collettiva, e siano invece
ancora violente, per non dire assolutamente ataviche, le seconde.

Il Bagehot scriveva: «per assicurarci che gli istinti delicati vanno
sempre scemando nella discesa della scala sociale, non è necessario
fare un viaggio tra i selvaggi; basta che parliamo con gli inglesi
della classe povera, con i nostri stessi domestici[33].

In secondo luogo, che la criminalità della classe agiata è un fenomeno
patologico che indica la viziosa organizzazione sociale che oggi
ci regge, e che sta per finire;-la criminalità della classe infima
invece, può rassomigliarsi all'annuncio, patologico anch'esso, di una
nuova êra che sta per cominciare. L'una, insomma, è l'indice di un
tramonto, l'altra di un'alba; la prima è un segno di degenerazione, di
un organismo già vecchio, l'altra è la crisi di un organismo giovane
che cresce e s'avanza. Ed è perciò che la prima ha tutti i caratteri
della sapiente e circospetta prudenza ed astuzia senile; l'altra tutti
i caratteri della incruente e imprudente e sfacciata audacia di chi si
sente giovane e forte.

Infine, la classe ricca, non pel numero, ma per la sua forza e per
le basi su cui si appoggia, rappresenta la maggioranza;—la classe
infima, invece, la minoranza. Ora, è carattere psicologico di tutte le
minoranze d'essere più audaci, più violente della maggioranza. Esse
debbono conquistare, mentre questa non deve che mantenere ciò che ha
conquistato,—si ha più energia per raggiungere un bene o uno scopo
lontano, che non—raggiuntolo—per mantenerlo. La vittoria sfibra, mentre
il desiderio di vincere aumenta il coraggio (Sighele, op. cit).

È la riproduzione collettiva del fatto individuale per cui uno solo
assalito da molti spiega una energia che non avrebbe se altri fossero
insieme a lui. È la necessità della difesa che raddoppia le forze di
chi è solo e più debole; è l'istinto della propria conservazione che si
sveglia più possente dinanzi al pericolo e che dà all'organismo quello
che suol chiamarsi il coraggio della disperazione.

Nel campo criminale questa legge di natura non poteva venir meno e
doveva quindi far sì che la classe infima, avendo a lottare contro
avversari di essa assai più possenti, compensasse la propria debolezza
colla violenza e coll'audacia dei mezzi.

Fino ad un certo punto possiamo averne una dimostrazione anche in
Italia. Nel 1869, la popolazione delle città nostre e grosse borgate,
che non passava i 5 milioni e mezzo, diede una quota pressoché
uguale di delinquenze a quella dei piccoli borghi, che toccava gli 11
milioni; ne' reati contro l'ordine pubblico, contro il buon costume
la sorpassava del doppio, mentre uguagliavala, anzi le era inferiore,
nei delitti contro le persone (Curcio, op. cit. pag. 92), Chi esamina
le belle carte grafiche, pubblicate dal Bodio nell'_Italia Economica_,
trova un parallelismo tra il numero dei delitti contro le proprietà,
la densità della popolazione, e la coltura.—Così Milano, Livorno,
Venezia, Torino offrono un maggior numero di reati contro la proprietà,
uno minore di ferimenti, e presentano la maggiore densità della
popolazione, e più scarso numero di analfabeti.

Le Calabrie, gli Abruzzi, la Sicilia, Roma, con molti analfabeti,
danno le cifre massime di reati contro le persone. Faremo eccezione per
Napoli e Palermo, che con grande densità di popolazione e con un numero
notevole di analfabeti, sono ricche di reati dell'una e dell'altra
classe; e Bari e Lecce, Benevento e Lucca, che con popolazione
abbastanza densa scarseggiano dei reati contro la proprietà, e
Catanzaro e Caltanissetta che sono in condizioni inverse.

Ma le molte eccezioni in Italia, su cui ritorneremo, non fanno
meraviglia, stante che in alcuni paesi non è ancor ben precisato
il limite dove cessava la barbarie, e non si è fermata ancora
l'oscillazione ed il perturbamento indotto dai grandi avvenimenti
politici.

Che la civiltà non possa fare di più, che essa non possa altro che
cambiare l'indole, e forse accrescere il numero dei delitti, per quanto
spiacevole, sarà facile a comprendersi, da chi ha veduto, quanto poco
giovi alla difesa e quanto più all'offesa la progredita istruzione.

Ed alle ragioni toccate qui, vanno aggiunte altre di ordine diverso.

La civiltà, grazie alle ferrovie, alle concentrazioni burocratiche,
commerciali, ecc., tende sempre ad ingrandire i grossi centri, ed
a popolare sempre più i capo-luoghi. E, come è noto, è in questi,
che si condensa la maggior parte dei delinquenti abituali. Questo
malaugurato concorso si spiega per i maggiori profitti o le maggiori
immunità che offrono ai rei i grandi centri. Ma questa causa non
può esser la sola, perché se nella capitale è minore la vigilanza,
più attiva e concentrata è la repressione, e se vi sono maggiori
incentivi alle seduzioni, si aprono anche più larghe le vie al lavoro.
Io credo vi agisca un'altra, un'influenza più potente di tutte,
quella dell'agglomero, il quale spinge da per sè solo al delitto od
all'immoralità.

Chi ha studiato l'uomo, o meglio ancora se stesso, in mezzo ai gruppi
sociali, di qualunque genere siano, avrà osservato come esso sovente
vi si trasforma, e da onesto e pudico che egli era e che è tutt'ora da
solo e tra le pareti domeniche, si fa licenzioso, e fino immorale[34].

Quanti radunati in un club od in un'assemblea, per quanto assennata,
non hanno lasciato, senza ribrezzo, insultare l'amico ed il maestro?
E quanti non hanno gettato vilmente la pietra contro colui, che poco
prima avrebbero sostenuto col massimo ardore! Un passo più in là, e voi
vedrete l'uomo più onesto rubare per parere buon compagnone, giuntare
al giuoco il novizio, o gettarsi nella più immonda libidine.

Questa tendenza si fa maggiore quanto più i gruppi si fanno popolosi;
dai cinque o sei scolari di campagna, alle migliaia d'operai di una
fabbrica (ed ecco perchè i distretti manifatturieri[35] dànno più
delinquenti degli agricoli), fino all'enorme massa d'uomini che la
più lieve causa raggomitola nelle vie di Napoli e di Parigi, ed il cui
grido si trasforma in una sentenza di morte. Una prova quasi diretta ce
ne forniscono i gerghi, che abbiamo veduto assumere organismi sempre
più complicati e tenaci, quanto più dalle associazioni innocenti e
poco popolate si procede alle più fitte e criminose, e che anche nelle
prime accennano pure ad una specie d'ostilità o di congiura verso gli
estranei.

Vi è, dice Bertillon, una specie di tendenza violenta e morbosa,
a riprodurre negli altri i sentimenti ed i moti che vediam sorgere
intorno a noi, e su questo, molto influiscono alcune circostanze,
come: età giovane, sesso femminile e sopratutto l'agglomero di altri
simili, che rende, nota Sarcey, più vive le impressioni naturali, che
ciascun di noi risente in se stesso; l'aria è impregnata dell'opinione
dominante, ne subisce gli effetti come nei contagi, ecc.—Si sarebbe
notato che anche nei cavalli i grossi agglomeramenti sviluppano le
tendenze alla sodomia.

Gli istinti primitivi del furto, dell'omicidio, delle libidini, ecc.,
che esistono appena in embrione in ciascun individuo fino che vive
isolato, massime se temperato dall'educazione, si ingigantiscono, tutto
ad un tratto, al contatto degli altri[36].

Nelle scuole e nei collegi, il più virtuoso impara dall'uno e
dall'altro, e forse pur troppo anche dal maestro, i misteri del vizio.
Tutto ciò, insieme col parallelismo che corre sempre tra lo sviluppo
degli organi sessuali e quello del cervello, e colla migliorata
alimentazione, ci spiega in parte il grande aumento dei reati di
libidine, che è uno dei caratteri speciali della criminalità di questi
ultimi anni, e s'accorda coll'aumento continuo della prostituzione, che
appunto predilige i grandi centri. Ed ecco una delle cause perchè le
donne delinquono di più nei paesi più civili; vi s'aggiunge, allora,
a spingerle in braccio alla colpa, la falsa vergogna della relativa
povertà, il bisogno del lusso, e le occupazioni e l'educazione quasi
virile, che offrono loro i mezzi e l'occasione di delinquere nello
stesso terreno degli uomini, coi delitti di falso, di stampa, di
truffa.

La civiltà aumenta alcuni delitti come alcune pazzie[37] (paralisi,
alcoolismo), perchè aumenta anche l'uso delle sostanze eccitanti,
quasi sconosciuto dal selvaggio, e divenute un vero bisogno nei paesi
più civili; tanto che vediamo adesso in Inghilterra ed in America
aggiungersi all'abuso dell'alcool e del tabacco quello dell'oppio, e
perfino dell'etere, e il consumo dell'acquavite salire in Francia da 8
litri per anno a 30, dal 1840 al 1870.

La civiltà, promuovendo la creazione e diffusione dei giornali, che
hanno sempre una cronaca scandalosa, qualche volta anzi null'altro
che questa, sono una causa di eccitare l'emulazione e l'imitazione
dei criminali.—È triste il pensare come il misfatto di Troppmann fece
salire a 500.000 le copie del _Petit Journal_ e a 210.000 quelle del
_Figaro_; ed ecco forse una ragione perchè si vide quel misfatto
imitato, quasi subito, nel Belgio da Moustier.—Il danno loro fu
provato ivi pure per uno strano reato. Si trovò, mentre era assente
il padrone R..., scassinato il suo banco; si sospetta e si arresta un
agente; e nella sua casa si trova la somma mancante, che egli confessa
subito, piangendo, aver sottratto, ma senza nessuna prava intenzione:
egli poteva, infatti, fruire di somme anche maggiori col consenso del
padrone, in lui fiduciosissimo, e senza scassinare alcun armadio; nè
venne a quel passo che per porre in pratica un colpo letto il giorno
prima in un di quei sciagurati diarii. Il padrone dichiarò credere
verissima questa scusa, sapendonelo lettore infervorato e di fatti lo
riprese appena fu assolto.—Un altro esempio offerse Grimal: nel 73 a
Parigi delibera di commettere un delitto per far parlare di sè, come
nei giornali leggeva dei grandi malfattori; tenta un incendio, e,
suo malgrado, non è creduto reo; maltratta la moglie che poi muore, e
se ne denuncia l'autore, ma anche qui esce con sentenza di non farsi
luogo; allora gli capita sott'occhio il processo della vedova Gras,
e, per imitarla, getta sul viso di uno che gli era amico, dell'acido
nitrico: l'amico muore, ed egli non che nascondersi narra a tutti la
sua bella azione; il dì dopo, corre a leggere il _Petit Journal_, che
raccontava il triste fatto, si costituisce egli stesso alla questura,
dove si appurò che le idee dei suoi delitti gli vennero in capo in
grazia dei romanzi giudiziarii e dei _fatti diversi_ dei giornali
che erano la sola sua prediletta lettura.—E altrettanto dicasi dei
romanzi, di quelli in ispecie, che si intrattengono esclusivamente
di bisogne criminali, come è triste vezzo oggidì nella Francia.—Nel
1866, due giovanotti, Brouiller e Serreau, assassinano una mercantessa
strangolandola; arrestati dichiarano che il delitto fu loro suggerito
dalla lettura di un romanzo di Delmons.—Alcuni, disse assai bene La
Place, sortono dalla natura un organismo incline al male ma non son
determinati all'azione che dal racconto e dalla vista dei misfatti
altrui. Un pacco di 10 cedole rubate si trovò pochi anni sono
avviluppato in una carta ove il ladro avea scritto queste triste linee
di un romanzo di Bourrasque: «La coscienza è una parola inventata per
spaventare i gonzi e costringerli a poltrire nella miseria. I troni e i
milioni si guadagnano solo colla violenza e colla frode».

Nelle grandi città, gli alloggi notturni pei poveri, a scarso
prezzo, sono uno degli incentivi al delitto. Molti, dice Mayhew, sono
trascinati alle _Lodging House_ dallo sciopero; e dalle _Lodging_ al
furto.

Le leggi politiche, e le nuove forme di governo popolare, imposte
dell'irrompere del moderno incivilimento, ed in parte anche da una vera
contraffazione di libertà, favoriscono, in ogni modo la formazione
di sodalizi, sotto specie di comuni tripudi, o di imprese politiche,
amministrative, o di mutuo soccorso. L'esempio di Palermo, di Livorno,
di Ravenna, di Bologna, la storia di Luciani e di Paggi e quella di
Crispi e Nicotera ci mostra quanto breve sia il passo dalle imprese
più generose alla violenza più immorale, e fino, forse, al delitto.
Nell'America del Nord alcune società giunsero al punto di commettere,
impunemente, officialmente, il delitto, in mezzo a due delle più
fiorenti città (New York e S. Francisco), e di farvi quasi legittimare
la truffa.

Le rivoluzioni politiche che in queste forme governative sono più
frequenti, sia perchè agglomerano molte persone, sia perchè destano la
violenza delle passioni, aumentano alcuni delitti. I reati di libidine
che, prima del 1848, in Francia erano da 100 a 200, crebbero a 280 e
poi a 505, ed insieme aumentarono i parti illegittimi.—La Spagna è un
carcere, dice un illustre Spagnuolo (_es un presidio suelto_), dove si
può commettere impunemente qualunque delitto, purchè si gridi in favore
di questo o di quello, o si dia alla colpa un carattere politico.
I graziati, in 5 anni, ammontaronvi a 4065, il quadruplo di Francia
(Armengol, _Estudios penitenciarios_, 1873). Non è meraviglia, dopo
ciò, se in Ispagna i delitti sono, in proporzione, più numerosi che
altrove.—Al pari delle rivoluzioni, le guerre, appunto per l'aumento
dei contatti e degli agglomeri, ingrossano le cifre dei delitti, come
verificammo tra noi nell'anno 1866 (Curcio), ed in America del Nord nel
1862, durante e dopo la guerra (Corre, _op. cit._, pag. 78).

Non occorre aggiungere parole, nè cifre per dimostrare quanto debba
aumentare i reati l'agglomero nelle carceri, dove, come abbiamo
appreso dalle confessioni dei rei medesimi, la maggior perversità è un
titolo di gloria, e la virtù una vergogna. E la civiltà, aumentando i
grandi centri carcerari, specialmente quando non costrutti col sistema
cellulare, dà, per ciò solo, un'esca maggiore al delitto, specialmente
quando, con una non biasimevole sollecitudine, vi porta quelle
delicature caritatevoli e filantropiche (colonie agricole, scuole,
libertà condizionata), che se realmente rialzano la dignità dell'uomo
onesto, non giovano però a migliorare l'animo del colpevole indurito.
Vedremo come in seguito all'applicazione del _ticket of leave_ siasi
notato in Inghilterra un forte aumento di delinquenti nel 1861-62, come
nel 1834, in seguito alla deportazione (B. Scalia, _op. cit._)[38].—Gli
stessi ricoveri dei discoli e dei minorenni e i riformatorî, che
sembrano ispirati dalla più santa carità umana, per il fatto solo
dell'agglomero di individui perversi, esercitano pur troppo un'azione
tutt'altro che salutare, e quasi sempre contraria allo scopo per cui
furono istituiti. E mi giova ricordare come in Isvezia l'illustre
d'Olivecrona attribuisca il gran numero di recidivi svedesi ai vizi
del sistema penitenziario, all'uso di sottoporre i giovani alle stesse
discipline degli adulti[39].

La civiltà introduce ogni giorno nuovi reati, meno atroci degli
antichi, ma non meno dannosi. Così a Londra, il ladro alla violenza
sostituisce l'astuzia; agli scassi, i furti alla pesca; alle scalate,
i ricatti e le truffe col mezzo della stampa (_Quart. rew._, 1871).
L'omicidio allo scopo di approfittare dei diritti d'assicurazione è un
esempio di una nuova forma di delitto commesso, in ispecie, da medici,
che trova pur troppo incremento nelle nuove cognizioni scientifiche:
così la nozione che i sintomi del colera sono simili a quelli
dell'avvelenamento per acido arsenioso, suggerì a due medici l'idea
di avvelenare, dopo assicuratili, molti clienti, durante l'epidemia
colerica a Magdeburg ed a Monaco (Pettenkoffer, _Théorie des Cholera_,
1871).

A Vienna si creò il nuovo crimine, detto _Kratze_, che consiste
nell'appropriazione di merci fatte spedire a ditte immaginarie
_(Rundschau_, Wien, 1876).

Gli anarchici misero di moda la dinamite contro edifici e persone.

Or ora a Chicago si è introdotto l'_assommoir_ elettrico[40] e le
piccole torpedini che messe in tasca alle vittime le fulminano e
mettono a brani.

La civiltà, rallentando i vincoli della famiglia, non solo aumenta
i trovatelli, che sono semenzai di delinquenti, ma anche l'abbandono
degli adulti, e gli stupri, e gli infanticidi.

Ma da tutto ciò noi non possiamo lasciarci trascinare ad una bestemmia,
che del resto sarebbe impotente, contro l'irrompere fecondo della
civiltà, che anche da questo lato non può dirsi affatto dannosa;
poichè, se anche fosse momentaneamente causa di un aumento dei delitti,
certo ne mitiga l'indole, e d'altronde, là dove tocca al suo apogeo,
essa ha già trovato i mezzi di sanare le piaghe onde fu causa, coi
manicomi criminali, col sistema cellulare carcerario, colle case
d'industria, colle casse di risparmio applicate alle Poste ed alle
officine, e specialmente colle società protettrici dei fanciulli
vagabondi, che prevengono, quasi nella culla, il delitto.



CAPITOLO V.

Densità e Natalità.


1. _Densità_.—Meglio si vedrà l'influenza della civiltà, in rapporto
ai delitti, esaminandone a uno a uno i singoli fattori; e prima di
tutti quello della densità, perchè la storia del delitto ci mostrò che
questo non appare veramente come tale, fino che la società umana non
abbia raggiunto una certa densità. La prostituzione, il ferimento,
il furto—come giustamente notarono Reclus, Westermark e Krapotkine,
e ingiustamente se ne fecero un'arma contro noi—poco si manifestano
nella diradata società primitiva, come nei Veddah che solo si radunano
insieme all'epoca delle pioggie; e in certi Australiani che solo
all'epoca della raccolta dell'yam. Ma gli equivalenti del delitto,
perfino negli animali, per le stesse ragioni compaiono di rado quando
questi non sono associati o domestici: agli istinti brutali manca il
modo di porsi in luce; ma fate che il campo meglio si presti, colle
_tribù_, colle _urbs_, coi _clan_, ed il delitto scoppierà come ce lo
dipingono pei nostri proavi Ateneo, Erodoto, Lucrezio: perchè gli manca
l'occasione là dove i contatti sono più scarsi. Anche nelle società
barbare più diradate i reati appaiono relativamente minori benchè più
feroci; mentre si moltiplicano in quantità nelle più civili—e le 5 o
6 forme di reati barbarici diventano centinaia e migliaia nella nostra
epoca.

Un primo sguardo, invero, sui delitti di furto e omicidio e sulle
ribellioni politiche di Europa, in rapporto alla densità ci mostra che,
salvo i risultati contradditorî, effetto dell'influenza termica che
accresce gli omicidi e le rivolte al Sud e i furti al Nord, la densità
va in ragione diretta dei furti, inversa degli omicidi. Infatti da
questa tabella (pag. 68) vediamo su 7 paesi a minima densità 2 soli
(Spagna e Ungheria) con altissime cifre di omicidio e su 8 a massima
densità 1 sola (l'Italia) con molti omicidi. Quanto ai furti avviene il
contrario.

Quanto alle rivolte è impossibile di nulla conchiudere sulle prime;
vediamo paesi, infatti, a egual densità (Polonia, Austria, Svizzera)
con enorme differenza nelle rivolte, mentre paesi a grande e piccola
densità ne sono deficienti come l'Inghilterra, la Russia e l'Ungheria.
Nel medio evo, una popolazione molto rada, la Corsica, ebbe un gran
numero di rivoluzioni (secondo Ferrari ne avrebbe dato 45 in 4 secoli)
in quell'epoca, fino Nonantola e Biandrate ebbero la loro rivoluzione
(Ferrari, _op. cit._).

  _Delitti e densità negli Stati d'Europa._

                 Omicidi[41]          Furti[42] p.   Rivolte politiche[43]
               p. 1.000.000 ab.      100.000 ab.   p. 10.000.000.ab.
  Abitanti
  p. chil. qu.

  18            Russia            14       —           —
  33            Svezia e Norvegia 13       —          13
  33            Danimarca         13       —          13
  33            Spagna[44]         58      52,9        55
  51            Portogallo        25      80          58
  61            Austria           25     103           5
  61            Ungheria          75     103           5
  66            Polonia           10       —          13
  69            Svizzera          16     114          80
  71            Francia           18     116          16
  86            Germania           5     200           5
  100           Italia            96      72          30
  112           Inghilterra        7     136           7
  112           Irlanda            9      91          30
  166           Belgio            18     134           —

Nei nostri paesi, poi, e specificando, ciò che ben più importa, i
delitti secondo i gradi di densità si può ancora più chiaramente
intravvedere queste influenze.

In Italia per es. vediamo[45]:

                                   Violenze
  Abitanti        Omicidi  Furti   contro i    Stupri  Truffe
  p. chilom. qu.                   funzionari
                  0/0000   0/0000   0/0000     0/0000  0/0000

  da 20 a 50       11        199    23,7        18,8    62,6
  50 a 100          6,03     144,4  25,4        16,4    45,0
  100 a 150         6,0      148    23,5        14,5    58,5
  150 a 200         5,1      153    24,6        12,3    54,6
  200 in su         3,5      158    29,5        18,7    50,4

Si vede quindi diminuire l'omicidio, specie nelle capitali, col
crescere della densità, sicché Milano, Napoli, Livorno, Genova, con
razze (Greci, Celti, Liguri) e climi (Nord, Sud), più diversi danno una
diminuzione analoga nella cifra degli omicidi, e viceversa aumentare
regolarmente dove è la minima densità che corrisponde ai paesi più
caldi e insulari, dove è maggiore la barbarie e il delitto associato
più frequente. I furti, gli stupri e le violenze contro i funzionari
diminuiscono anch'essi coll'aumentare della densità, ma rimontano
poi rapidamente col suo eccesso che corrisponde alle grandi capitali
(Padova, Napoli, Milano, Venezia).

La truffa segue un andamento irregolare e quasi sempre in opposizione
alla densità, il che dipende dalle forti cifre insulari, specialmente
Sardegna, e dall'intensità esagerate, per antiche abitudini etniche
nel Forlivese e Bolognese, ove è diffusa proverbialmente la truffa
(_bolognare_ da Bologna), e Dante nell'_Inferno_:

    E non pur io qui piango Bolognese:
      Anzi n'è questo luogo tutto pieno,

               (Cant. XVIII, 58, pei lenocinii).

Così nelle recenti statistiche francesi, troviamo che:

                    Abitanti    Furti      Omicidi[46]   Stupri
                    p.km.qu.    0/0000     0/0000       0/0000
  Nei paesi la cui
  densità è da:     20 a 40       63         4,41         19
                    40 a 60       96         1,42         20,4
                    60 a 80      100         1,40         19
                    80 a 100     116         1,20         30
                   100 in più    196         1,88         34

Vediamo dunque il furto mano a mano più frequente dove la densità si
fa maggiore. Gli omicidi e stupri, invece, danno la quota massima dove
c'è il minimo ed il massimo della densità; contraddizione che si spiega
perché dov'è la massima densità abbondano i grandi centri industriali
(Seine inférieure 92), o politici (Parigi 18) e di immigrazione (Bouche
de Rhône 45), con le grandi occasioni di attriti; dove c'è il minimo
della densità (Corsica 200, Lozère 41, Alte Alpi 24), vi è il massimo
della barbarie, nella quale, come vedemmo, il ferimento e l'uccisione
sono riguardati spesso più come un dovere che come un delitto.

Che delle rivolte politiche accada altrettanto lo provai nel _Delitto
Politico_ collo studio sulle popolazioni rivoluzionarie, e ultra
conservatrici dei dipartimenti francesi, che ci dimostrò come le prime
spesseggino sempre dove è maggiore la densità.

Lo studio sulla relazione tra la densità della popolazione e la
reazione monarchica in Francia ci diede per risultato che nei
dipartimenti dove la popolazione è più agglomerata, lo spirito pubblico
è più incline alle idee rivoluzionarie. Le Basse Alpi, all'inverso,
le Landes, l'Indre, il Cher ed il Lozère, che non oltrepassano i
40 abitanti per chilometro quadrato, nelle elezioni politiche del
1877-81-85 diedero elevati coefficienti di voti al partito monarchico;
egualmente è dei dipartimenti della Vandea, del Nord, degli Alti
Pirenei, del Gers, del Lot e dell'Aveyron, che superano appena i 60
abitanti per chilometro quadrato, e altrettanto accadde nei plebisciti
(Jacoby).

Viceversa, dove la popolazione raggiunge un alto grado di densità come
nel Rodano, nella Loira, nella Senna et Oise, e nella Senna, si vede
lo spirito rivoluzionario raggiungere un maggiore sviluppo. Ciò notava
primo il Jacoby (o. c.).

La proporzione massima di rivoluzionari è data dai dipartimenti a
densità massima e poi da quelli che si avvicinano alla densità media,
benchè ne sieno sotto.—Nei dipartimenti a densità minima prevalgono i
conservatori: nel resto i due partiti si equilibrano.

Si comprende facilmente come, dove la popolazione urbana è più
affollata, le agitazioni politiche avvengano più frequenti. Questo si
vede specialmente a Parigi, dove, come scrive il Viollet-le-Duc[47]:
«tutto il mondo civile travasa la sua schiuma, facendone una città
cosmopolita, che la comanda e la fa assorbire da una folla senza tetto,
nè patria, nè principî, che dispone audacemente delle elezioni e si
vale delle disgrazie del paese per demolirne il governo ed elevare sè
stessa».

Così fu che, dopo la Comune, su 36,309 arrestati, gli stranieri
salirono a 1725, ed i provinciali raggiunsero la cifra di 25,648.

Quest'è il vizio, soggiunge Maxime Du Camp, dei paesi troppo
accentrati, dove la vita provinciale non trova che uno sviluppo
imperfetto (o. c.).

«Le grandi capitali sono pericolose alla calma politica; esse producono
l'effetto d'una pompa aspirante: attirano e trattengono. La Francia
ha la testa troppo grossa, e, come gli idrocefali, è soggetta a veri
accessi di furore maniaco. La Comune fu uno di questi».

In complesso la influenza etnica e climatica fa scomparire l'influenza
della grande densità, ma questa ha un'azione ben chiara e diretta nei
delitti di furto aumentandoli, e di omicidio diminuendoli.


2. _Immigrazione. Emigrazione_.—Vero è che fra l'Italia e la Francia
abbiamo veduto un vero contrasto, una completa contraddizione che
ripullulerà anche per la ricchezza, in quanto che da noi l'omicidio
decresce regolarmente colla densità e in Francia invece si innalza
straordinariamente col massimo della densità, per quanto Parigi
sia alquanto inferiore della Senna Oise che la circonda. Ma questa
contraddizione (oltre che dalla maggiore azione civilizzatrice che i
grandi centri esercitano da noi, scancellando la leggendaria tendenza
alla vendetta che faceva di alcuni omicidi un diritto e un dovere, e
dal grado, come lo chiama Ferri, di saturazione criminosa, dall'eccesso
nostro in omicidi che non poteva omai esser sorpassato), è dovuta
alla speciale condizione in Francia di un elemento nuovo, mancante
fra noi che è la _immigrazione_ che aumentavi, sì, ma sinistramente,
la densità, portandovi più di 1.200.000 stranieri dell'età e delle
condizioni più proclivi al reato,—e ciò in pochi punti. Infatti il
massimo degli omicidi, _45_, vien dato da _Bouches de Rhone_ che
sarebbe uno dei grandi centri di emigrazione, avendo 50.000 italiani.
Cosicchè nella carta che costrusse il Joly della criminalità per paese
di nascita, toltovi dunque l'elemento immigrativo, il dipartimento
Bouches de Rhone dal grado massimo di 86º scende a quello di 62º, e
l'Hérault dall'81º scende al 63º, e così le Alpi Marittime dall'83º
al 45º, pur non toccando della Senna in cui su 40.000 arrestati, solo
13.000 ne sono nativi, perchè la Senna se importa molte birbe, ne
esporta anche molte.

Nell'Hérault, anzi, il circondario sarebbe buono, ma vi è una città
(Cette) che guasta tutto, che dà quasi 7 su 10 accusati, certo la metà
degli affari giudicati dal Tribunale di Montpellier, specialmente per
l'accumularsi di recidivi, che dormono sulle piazze, detti perciò i
_couche-vetus_ e sopratutto per gli stranieri. Nel 1889 vi erano 21
stranieri su 118 abitanti accusati, ossia mentre la proporzione degli
indigeni era 2‰, quella degli stranieri era del 19‰. Altrettanto
avviene a Marsiglia per gli operai lavoranti nel porto. Sono questi
stranieri (scrive Joly, _o. c._) che dànno il maggior contingente ai
furti, agli assassinii, alle sommosse anarchiche, ai ferimenti ecc.

  Nel 1881 i rei di stupro
  si calcolarono 17 su un milione di francesi.
       »         60       »       di stranieri.

  Nel 1872       18       »       di francesi.
       »         46       »       di stranieri.

Era già cosa nota che gli emigranti davano una proporzione massima di
delitti.

Dalla recente statistica degli Stati Uniti[48] risulta che gli Stati
che hanno il massimo dell'immigrazione, sopra tutto Irlandese e
Italiana, dànno il massimo della criminalità.

  Così:     California   0,30 rei  p.‰   abit. 33  %   emigranti
            Nevada       0,31  »     »     »   41  »      »
            Wyomin       0,35  »     »     »   28  »      »
            Montana      0,19  »     »     »   29  »      »
            Arizona      0,16  »     »     »   39  »      »
            New York     0,27  »     »     »   23  »      »
  viceversa New Mexico   0,03  »     »     »    6,7»      »
            Pensilvania  0,11  »     »     »   13  »      »

Ciò che scombuia ogni effetto della densità. Così Montana 0,3 abitanti
per miglio quadrato, Wyomin 0,2, Nevada 0,6, Arizona 0,4, con densità,
dunque, minime si hanno grazie all'emigrazione enormi cifre di reati,
mentre N. York (151 per migl. qu.), Pensilvania con 95 per migl. qu.
con densità grande, ne hanno meno, e relativamente meno ne dà, 0,21 di
reati, District Columbia che raggiunge la densità di 2960 per migl. qu.

Su 49.000 arrestati a New York, 32.000 erano emigranti (Barce, _The
Dangerous Classes_).

Su 38.000 detenuti nell'America del Nord, 20.000 erano figli di
stranieri (Beltrami-Scalia, _op. cit._).

In Francia si era già notato fin dal 1886 che su

  100.000 abitanti stazionari nel loro paese ne andavano 8 alle Assise,
  100.000 dimoranti fuori del proprio paese        »    29       »
  100.000 stranieri abitanti in Francia            »    41       »

Ora in Francia l'immigrazione triplicò dal 1851 al 1886, salendo da
380.381 a 1.126.183.

Giustamente osserva il Joly[49] che quando la corrente che spinge
all'emigrazione da un paese all'altro è debole, vi innesta gli uomini
più energici e intelligenti, ma quando è troppo violenta trascina i
buoni coi tristi; e infatti la maggior parte della criminalità degli
emigranti è data dalle provincie più limitrofe, che dànno il numero
maggiore di emigranti. Così nel 1886 contavanvisi 4 condannati su
100.000 Svizzeri, 18 su 100.000 Spagnuoli, 23 su 100.000 Italiani e
quasi nessuno fra gli Inglesi e Russi. In Parigi stesso, a proporzioni
eguali d'abitanti, le colonie belghe e svizzere dànno 3 volte più
arrestati che gli Inglesi e Americani. La colonia italiana che è
solo quadrupla della Austriaca ha un numero d'arrestati 15 volte
maggiore.

Quanto meno poi l'emigrazione è stabile, tanto più dà delitti. I Belgi
che si naturalizzano in Francia vi commettono molto meno delitti degli
emigranti Spagnuoli che quasi vi sono accampati.

Lo stesso può dirsi dell'emigrazione interna dello stesso paese,
specialmente di quella a destinazione variabile, dei venditori
ambulanti, ecc. Così in uno studio fatto a St-Gaudence donde emigrano
molti venditori ambulanti (circa 7000 su 36.000 abitanti), francesi,
si nota che costoro diedero una cifra fortissima di reati, truffe,
violenze e ferite, che da 41 che erano nei 1831, nel 1869 va a 200, a
290 nel 1881: e frequenti sonvi gli abbandoni dei bambini, gli adulteri
e i divorzi.

«La Sarthe è uno dei migliori dipartimenti quanto alla criminalità,
ma se si tien nota dei delitti commessi dai suoi nativi, emigrano
fuori, s'innalza di 34 gradi nella scala della criminalità. Così
Creuse per ragioni analoghe cambiò dal 3º al 18º rango grazie ai
suoi 45,000 immigranti per lavori instabili. Ve n'ha che giungono
onesti nelle grandi città, ma sempre illudendosi sull'ambiente
nuovo che li attira, e quindi facili agli sbagli che a poco a poco
poi diventano delinquenti: la ragazza che cede alle prime seduzioni
diventa prostituta: l'operaio chiusa la sorgente del lavoro diventa
ozioso, e vicino a persone che lo attirano al male, e avendo davanti
l'amo di mille piaceri di cui gli altri godono diventa ladro. Vi hanno
i criminali che sperano farsi dimenticare e redimersi, ma ricadono
pei nuovi contatti o per rivelazioni imprudenti. Infine vi hanno i
criminali, che vengono nelle grandi città per commettere i crimini.
Nelle piccole città, come dice bene Joly, conviene cercare le occasioni
di fare il male; a Parigi le occasioni vengono a voi, vi strascinano.
Gli stessi gaudenti ricchi sono causa di delitti, specie contro i
costumi, e poi il delitto vi si può commettere con tali fraudi, così da
lontano da non parere quasi delitto (Joly, _o. c._).

«Il Parigino puro sangue non s'è mischiato alle violenze della Comune
(scrive Maxime du Camp) che in iscarsa misura; la schiuma della
provincia fermentava in Parigi; tutti gl'impotenti, i vanitosi e
gl'invidiosi vi approdano gonfi di sè e si credono atti a reggere il
mondo per essere stati esaltati nelle bettole del villaggio. Parigi
deve realizzare il loro sogno o perire; Parigi non sa neppure il loro
nome, e per scontare sì grave delitto deve cadere».

L'emigrante, dettavo già io nella 2ª edizione di questo libro (1876),
rappresenta quella specie di agglomero umano che ha la massima
facilità ed incentivo al delitto associato: maggiori bisogni, minore
sorveglianza, minore vergogna; maggior agio di sfuggire alla giustizia,
maggior uso del gergo; ed i ladri sono quasi sempre nomadi (Vedi
Vol. I, _Sul gergo_). Gli emigranti abbruzzesi formarono il maggior
contingente della banda Mancini (Jorioz). La piccola emigrazione dei
Garfagnini ai lavori delle cave di Carrara dà luogo a delitti, ancora
dopo finita perchè ne tornano dopo bevoni, bestemmiatori e addetti
a società segrete (congiurini), ed erano anche nei secoli addietro
causa di delitti (De Stefani, _Dell'emigrazione di Garfagna_, 1879,
Milano).—La banda di Fiordispini era, in origine, composta tutta di
stagnai, cerretani, mietitori, merciai ambulanti, i quali, già del
resto, si segnalavano pur troppo, anche nel delitto sporadico.

Anche quegli emigranti che più dovrebbero rifuggire dal delitto, come
coloro che pellegrinano, solo per principio religioso, offersero una
cifra notevole alla criminalità associata. Il vocabolo di _mariuolo_
par certo derivasse da quei pellegrini di Loreto o di Assisi, che
usavano gridare in coro: _Viva Maria_, commettendo nel medesimo tempo
stupri e ladronecci, che credevano espiare col pellegrinaggio (Lozzi,
_Dell'ozio in Italia_. Firenze, 1870), il quale riesciva per loro,
così, un comodo mezzo al delitto e un altro ancor più comodo per la
penitenza, una specie di quella famosa lancia che feriva, ma subito
dopo guariva le ferite. Una prova sicura di ciò ho rinvenuta testè in
un curioso decreto del Re di Francia datato dal settembre 1732, che
richiama altri decreti del 1671 e 1686, emanati appunto per impedire
i pellegrinaggi, i quali sono dichiarati causa frequente di gravi
delitti[50].

Forse per ciò i paesi dove hannovi _santuari_ celebri sono, in genere,
più malfamati, come osservava D'Azeglio ne' suoi _Ricordi_.

Ed ecco una nuova causa per cui differisce nel rapporto degli omicidi
colla densità, l'Italia dalla Francia, che ha nell'ultimo undicennio
1880-90 una quota media di soli 11.163 emigrati, mentre l'Italia
giunge, nel 1892, a 246.751 (124.312 permanente) (_Statistica
dell'emigrazione italiana_, Roma, 1894).


3. _Natalità_.—Questi studi sull'emigrazione risolvono in gran parte
un altro problema che appare completamente contraddittorio in Italia
e Francia: parrebbe cioè, che data l'influenza della densità su alcuni
reati, essi dovrebbero variare col variare della natalità—e che p. es.:
i delitti di furto, i quali crescono colla maggiore densità dovrebbero
crescere colla maggiore natalità, eppure in Francia dove vedemmo
gli stupri e gli assassinii crescere col massimo della densità essi
crescono poi in ragione inversa della natalità.

In Francia fu fatta già prima da Corre e di poi da Joly[51]
l'osservazione che la minima natalità è in quei dipartimenti in cui si
ha il massimo di delitti:

                 Delitti
  Natalità    c. le persone    Furti    Stupri
  19,00            64            83       17
  16,47            66            99       26
  14,05            89           186       29

Ma la minima natalità è in Francia in relazione diretta
coll'immigrazione di stranieri, tanto più che, come scoperse Maurel
(_Revue Scientif._, 2 nov. 1895), dove è minore natalità è anche una
minore mascolinità; or come nota il Joly, per Cette e Marsiglia il
vuoto della popolazione per la diminuzione delle nascite è riempito
dagli immigranti esteri, specie Genovesi e Calabresi che vi dànno causa
a un aumento di reati, aumento che non si noterebbe senza essi; vi
sono interferenze date da una parte dalla prolificità degli operai e
dall'altra dall'avarizia e conseguente sterilità del contadino; così
dove v'è agglomero di operai, come nella Senna inferiore, nel Nord, Pas
de Calais in confronto di Chère e Indre, c'è un maggior numero di reati
malgrado la maggior natalità.

Ma nel complesso quell'antagonismo predomina; così il centro di Parigi
con una parte della Champagne e Normandia e tutti i dipartimenti
mediterranei, tolto Gard, offrono un abbassamento brusco di natalità, e
un innalzamento brusco di criminalità (Joly).

Così dice Guy, in Tarn e Garonne senza comunicazioni, poverissimi,
senza risorse, vedi aumento di popolazione e meno delitti, mentre
le comuni ricche e fertili si spopolano rapidamente e hanno più
delinquenti e più immigrazione (Joly).

Viceversa, Bretagna, Cher, Senna, Drôme, Vienna, Vandea hanno più figli
legittimi, e meno delitti e più matrimoni e non tardivi.

Tutto questo è in rapporto non tanto colla natalità, come
coll'emigrazione esterna che ne corregge i vuoti, e, come vedremo fra
poco colla ricchezza, e ancora coll'avarizia che vien dalla ricchezza
(Vedi Cap. VIII).

Ma quanto vi possa l'immigrazione ce lo mostra il fatto che noi
troviamo la legge inversa in Italia che non ha immigrazione, ma anzi
emigrazione nel rapporto del 193 per 100.000 abitanti per anno[52].

Infatti, nei paesi nostri più celebri per criminalità, e anche per
povertà, notasi quasi sempre il massimo della nascite. Difatti,
durante il dodicennio 1876-88, per ogni 1000 abitanti, si sono avute
annualmente, in media, nell'Italia meridionale e insulare 40 nascite, e
solo 36 nelle altre parti d'Italia insieme considerate.

Così in Sicilia, alle 4 provincie più funestate da omicidii[53]:
Girgenti, Trapani, Caltanissetta, Palermo, corrisponde 3 volte il
massimo di nati.

Qui è, oltrecciò, in gioco un'altra causa, la mancanza di inibizione,
dovuta al calore, che fa dimenticare tutte le precauzioni economiche
nel concubito.

Del resto il forte delle nascite nell'Italia meridionale, come ben mi
faceva notare il Del Vecchio, è paralizzato dalla massima mortalità e
dall'emigrazione.

Per cui malgrado il maggior numero delle nascite si trovarono presenti
in ogni focolare nel 1881 in Sicilia 4,10 persone, in Basilicata 4,5,
mentre nel Veneto vivono 5,17 e in Toscana 4,92.

Osservando (_R. scientif._, oct. 1895) i paesi a massima e a minima
natalità in Europa (1871-90):

  Inghilterra     34,0         Germania     38,1
  Italia          37,3         Ungheria     44,0

e quelli a minima:

  Francia 24,6        Irlanda 24,9         Svizzera 29,4

non vediamo una coincidenza parallela per gli omicidi che in Italia e
Ungheria fra i primi, in perfetto contrasto coll'Inghilterra e Germania
con molta natalità e pochi omicidi.

Delle nazioni a minime natalità, solo l'Irlandese ha dato una cifra
minore di omicidi.

Quanto ai furti, se in Italia, Inghilterra e Germania corrisponde un
numero maggiore di furti alla maggiore natalità, non vi corrisponde
nell'Ungheria—e neanche nella Svizzera—; per cui nelle grandi linee
vien meno ogni parallelismo.


4. _Residenza urbana e rurale_.—Un altro lato della influenza della
densità viene illustrato dalla residenza urbana o rurale. Dobbiamo
sopratutto al Fayet, al Socquet ed al Lacassagne delle ricerche
accurate in proposito.

Dai loro studi emerge, che gli accusati in genere rurali, erano più
numerosi dal 1843 al 1856, mentre gli urbani li superano sopratutto dal
1863 in poi[54].

L'emigrazione dalle campagne nelle città è tanta che costituisce
un quinto della popolazione urbana: e vi va la parte migliore, più
intelligente, abbassando il livello delle campagne e riportandone i
vizi e le abitudini cittadine.

In complesso gli accusati di delitto contro la proprietà hanno
diminuito nelle campagne di circa 2/3, nelle città della metà, così:

  nel 1848 accusati rurali 73%; urbani 64%
   »  1878        »        27%    »    36%

Gli accusati di crimini contro le persone sono in maggior numero nei
rurali nel periodo dal 1823 al 1878, però scemando dopo il 1859 e molto
più che non scemino gli urbani.

Nei delitti contro le persone gli accusati infatti erano:

                    rurali          cittadini
                      ‰                ‰
  nel 1850          1819              830
   »  1851          1894              836
   »  1870          1180              732
   »  1871          1239              603

Quanto all'omicidio il Socquet mostrò che nell'epoca più antica, nel
1846-50, gli accusati rurali superavano i cittadini del triplo, come 76
a 20%, mentre nei periodi moderni, 1876-80, solamente del doppio, 63 a
31%: dunque la criminalità diminuì certo nelle campagne e aumentò nelle
città.

Quanto all'assassinio gli accusati erano:

                  rurali        cittadini
                    %               %
  nel 1846-50       72              65
   »  1876-80       26              31

Diminuirono dunque, nei tempi ultimi nelle città e nelle campagne, ma
molto più in queste che in quelle.

Nei delitti contro il pudore sugli adulti, i campagnoli ebbero (certo
per la mancanza della valvola della prostituzione) la proporzione più
grande in addietro, e negli ultimi anni ebbero:

                 rurali     cittadini
                   %           %
  nel 1846-50      74          24
   »  1876-80      67          27

con una diminuzione più grande che non nei cittadini, i quali, anzi
tendono ad aumentare.

Nei delitti contro il pudore sui fanciulli, il numero degli accusati
dal 59% nel 1846-50 calò a 53% nel 1876-80 nei campagnuoli, mentre nei
cittadini da 39% crebbe a 45% (Socquet) perchè favoritovi dall'ozio e
dagli abusi alcoolici e dei raffinamenti della sazietà.

Quanto all'aborto più chiara è la prevalenza urbana pressochè il
doppio, e il triplo anzi negli ultimi anni, mentre è inferiore quasi di
un terzo negli infanticidi, certo per la maggiore facilità di trovare
mezzi e complici che trovano le cittadine e la minor tema di essere
scoperte.

  _Aborto_:         1851-55      1876-80

  accusati campagnuoli      9,3          4,2 p. milione d'abitanti
     »     urbani          19,6         14,5       »         »

  _Infanticidio_:

  accusati campagnuoli     32           35         »         »
     »     urbani          21           22         »         »

(Socquet, _Contribution à l'étude de la criminalité en France 1826-80_).

La curva dei reati contro la proprietà mostra che le crisi economiche
ebbero più eco in campagna che in città (Lacassagne, o. c.).

Le rivoluzioni, le vendemmie hanno un'influenza differente sopra il
numero degli accusati in città ed in campagna: quelli di campagna
crescono, p. es., negli anni di abbondante vendemmia. Ma le rivoluzioni
politiche non si fanno sentire su loro che poco e solo negli anni
seguenti alle crisi rivoluzionarie, mentre nei cittadini subito ed
intensamente (Lacassagne).

I due centri urbano e rurale hanno delitti proprii. I delitti di
campagna sono selvaggi, feroci, di vendetta, di cupidigia ecc.; nelle
città dominano la pigrizia, le passioni carnali, il falso.

Questo fenomeno dell'aumento dei reati di libidine, e diminuzione
relativa di quelli di sangue che è adombrato dalla proporzione fra la
popolazione urbana e la campagnuola, giganteggia quando si studia il
delitto nelle capitali, propriamente dette.

Così in Francia, Parigi, dipartimento della Senna puro, l'omicidio
(19,9) ha già subito una cifra inferiore a quelli dei dipartimenti che
la circondano, Seine et Oise che dà 24,3 ed Oise che dà 25,8 (Ferri),
ed è ancora più inferiore nell'infanticidio; mentre nello stupro sui
fanciulli dà le cifre massime e nei furti dà pure cifre assai più
grandi, 244.

Così in Italia per reati contro la fede pubblica (v. s.), le capitali
Torino, Venezia, Bologna, Roma emergono sulle provincie vicine; e
così pure nei reati contro il buon costume (Torino, Genova, Venezia,
Bologna, Roma, Napoli e Palermo). Invece negli omicidi non si vede
emergere che Roma per le cause che noi toccheremo, e in parte Torino,
essendo tutte le altre città capitali in diminuzione (V. p. 69).

Vienna dà 10,6 omicidi su un milione d'abitanti, mentre l'Austria dà
25, ma dà furti 116, mentre l'Austria 113.

Vero è che a Berlino dal 1818 al 1878 i reati contro la proprietà,
furti e frodi sono diminuiti non ostante la gran fluttuazione della
popolazione; come anche il vagabondaggio; mentre invece i reati contro
le persone sonvi—salvo nell'anno della guerra, il 1870—in aumento
(Starke, _op. cit., Arch. di Psich._, V, 111), pure le sue cifre
d'omicidi sono inferiori a quelle delle provincie; 11,6% su un milione
d'abitanti, mentre in Breslau 18,2, Magdeburg 12, Constanz 16; invece
nei furti, 449, Berlino è superiore a tutte le altre provincie meno
una.

Più spiccato è il fenomeno in Londra dove si notava che attualmente
le persone sospette in libertà si calcolavano, su 100.000 abit., 15 in
Londra, 50 nelle altre città inglesi e 61 nella campagna.

Di case sospette Londra ne ha 3 o 4 su 100.000 abitanti, le campagne
3,9 e le altre città 18.

_Aggiunta_.—A proposito dell'influenza _dell'immigrazione_, troviamo
nella citata opera del Coghlands, come al suo aumento al New South
Wales corrisponde un aumento di reati come nel 1884-86; però anche
gli aumenti delle partenze, 1883-88, si combinano pure con aumenti di
reati, 1884-88.

E ristudiando secondo i nuovi studi di Bosco (_L'omicidio negli Stati
Uniti_, 1895) l'influenza degli emigranti negli Stati Uniti nel 1889
negli omicidi, troviamo che:

  fra i detenuti per omicidio
   95 p. 1 milione erano nati negli S. Uniti
  138   »     »    erano stranieri, così distribuiti:

  Danimarca, Svezia e Norvegia  5,8 per 100.000
  Inghilterra                  10,4        »
  Irlanda                      17,5        »
  Germania                      9,7        »
  Austria                      12,2        »
  Francia                      27,4        »
  Italia                       58,1        »
con proporzioni raddoppiate, salvo per l'Italia e Francia, da quelle
che si notano nei paesi d'origine (v. s.), il che conferma provocare
la emigrazione anche qui come già vidimo in Francia una selezione a
rovescio, salvo che però la differenza provenisse dall'essere l'età
degli emigranti quella che corrisponde in Europa al massimo degli
omicidi.



CAPITOLO VI.

Alimentazione (Carestia, Prezzo dei pane).


1. _Alimentazione_.—Uno dei fattori che complicano, fino a renderle
spesso inestricabili, le influenze di clima, di razza e di densità è
l'alimento.

Confrontando, con Oettingen (o. c.), come nella seguente tabella, le
cifre annue dei delitti in Prussia coi prezzi correnti degli alimenti
indispensabili, noi vediamo che, al pari e forse più della civiltà,
vi ha parte l'alimentazione—poichè col maggior buon mercato del grano
diminuiscono i delitti contro la proprietà, salvo l'incendio, ed
aumentano quelli contro le persone, e fra questi specialmente i reati
di stupro:

        Delitti          Delitti    Delitti    Prezzo corrente
        di               contro la  contro le  del grano, segale,
  Anno  stupro  Incendi  proprietà  persone    patate, ecc.

  1854  2,26     0,43     88,41       8,90         217,1
  1855  2,57     0,46     88,93       8,04         252,3
  1856  2,65     0,43     87,60       9,32         203,3
  1857  4,14     0,53     81,52      13,81         156,3
  1858  4,45     0,60     77,92      17,03         149,3
  1859  4,68     0,52     78,19      16,63         150,6

Nella stessa Prussia, nel 1862, quando il prezzo delle patate,
ecc., era molto elevato, i delitti contro la proprietà erano nelle
proporzioni di 44,38, e quelli contro le persone di 15,8; quando il
loro prezzo calò scemarono a 41 i primi, aumentarono a 18 i secondi.

Il caro del 1847 fece crescere del 24% la media dei delitti contro le
persone (Wappoeus, _Allg. Bewölk._, anno 1861).

Meglio ancora facendo la sintesi delle cifre date dallo Starke
per la Prussia per 24 anni, cioè dal 1854 al 1878 (_Verbrechen und
Verbrecher_, 1884, Berlino).

                          Anni in cui   Anni in cui     Anni in cui
                          il frumento   il frumento     il frumento
                          è caro        costa poco      ha un prezzo
                          (più di 12 m. (meno di 10 m.  medio (da 10
                          p. 50 kg)      p. 50 kg.)     a 12 p. 50kg.)

  Delitti in
    genere        1 su abit.  172,9         190,6          179,8
  Furti                »    1.990         2.645          2.512
  Furti boschivi       »       50,8          48,2           49,5
  Falso                »   76.285        71.787         68.600
  Bancarotta           »   77.600        56.300         56.200
  Contro l'ordine
    pubblico           »    4.282         3.587          3.055
  Incendi              »   68.328        46.960         71.666
  Percosse             »   37.328        54.463         45.933
  Omicidi              »  109.987       118.225         95.900
  Infanticidi          »  230.700       227.000        227.000

Si vede che il prezzo del frumento se qualche poco influisce nei
delitti in genere, non agisce però direttamente che sui furti il cui
massimo corrisponde al massimo del prezzo delle derrate.

È evidente invece che il minimo dei prezzi del frumento che corrisponde
al benessere massimo, corrisponde a un numero un po' maggiore di
incendi, di percosse e di omicidi, il che non può spiegarsi se non
perchè il minor costo del pane permette di comprar più vino.

Il prezzo medio del grano corrisponde alla maggior frequenza di falso,
bancarotta e reati contro l'ordine pubblico.

In Francia dalle tabelle grafiche del Corre (o. c.) dal 1843 al 1883 si
vede la linea della frequenza dei delitti (reati contro le proprietà)
crescere sempre pur mantenendosi quasi parallela alla linea del
prezzo del pane, sin verso il 1865, dalla qual'epoca diverge crescendo
sempreppiù mentre questo ultimo cala, segno che s'inframmezzano altre
cause che la fanno andare in seconda linea.

   [Illustrazione: Fig. 1]

Il diagramma del suicidio segue un andamento parallelo al precedente,
salvo nel 1860 e 1879-83 in cui è in opposizione.

Infine la linea dei crimini che si abbassa costantemente, dopo il
1847, non è vincolata completamente a quella del prezzo del pane,
inquantochè presenta un andamento inegualmente parallelo, non
seguendone soprattutto le grandi saltuarietà, anzi nel 1860-64 essendo
in opposizione (Vedi Fig. 1).

V. Rossi trae analoghe conclusioni da uno studio sulla criminalità
di Roma, Cagliari ecc. pel novennio 1875-1883 in rapporto al calore
atmosferico ed al prezzo del pane (_Arch. di Psich. ed Antrop.
Criminale_, 1884).

Il numero dei reati contro la proprietà (esclusi i furti qualificati
e le grassazioni), subisce l'azione simultanea della temperatura
invernale e del prezzo dell'alimentazione. Infatti, nel novennio
troviamo che il massimo numero di questi reati (70.738) si raggiunse
nel 1880, quando ad un altissimo prezzo del frumento, si aggiunse una
bassa media invernale; mentre nel 1877, in cui col più alto prezzo
del frumento si ha un inverno mite, il numero di tali reati non
arrivò che a 61.498; nel 1881 poi, in cui diminuì sensibilmente il
prezzo del grano e aumentò il calor medio invernale si ebbe nei reati
contro la proprietà una fortissima diminuzione; da 70.730 scesero
a 59.815; la diminuzione continua negli anni 1882 e 1888 appunto,
quando contemporaneamente a diminuzioni nel prezzo del grano, si hanno
diminuzioni nel rigore invernale; nel 1880 poi, anno in cui ad un alto
prezzo del grano corrisponde una bassa media invernale, si ebbe il
più alto numero di furti qualificati del novennio; invece negli anni
successivi, il numero di questi reati venne sempre diminuendo, poichè
diminuì il prezzo del grano e si elevò la temperatura media invernale.

Nulla è l'azione della temperatura sulle ferite, percosse ed altri
reati contro le persone, dal 1875 al 1883, mentre invece ad ogni
aumento nel prezzo del grano, corrisponde diminuzione nel numero di
questi reati, e viceversa.

  Tav. I ITALIA

             Ore di lavoro
         necessarie all'operaio
             per ottenere
           l'equivalente di
        ___________|___________
        1 quintale   1 quintale
         frumento       pane

  1875    146           —
  1876    148           —
  1877    166           —
  1878    154           —
  1879    152           —
  1880    149          207
  1881    122          181
  1882    116          176
  1883    104          167
  1884     96          149
  1885     93          146
  1886     93          145
  1887     93          147
  1888     92          147
  1889     95          149

     Reati denunziati e per i quali provvidero gli uffici del P. M.
                       (sopra 100.000 abitanti)

        Furti       Truffe      Omicidi    Ferite   Reati    Reati
          |           e            |         e      contro   contro
          |         frodi          |      percosse  il       la
          |           |            |          |     buon     sicurezza
          |           |            |          |     costume  dello
          |           |            |          |        |     Stato
  ________|________   |    ________|________  |        |       |
  quali    semplici   |    quali    semplici  |        |       |
  ficati              v    ficati             v        v       v

  137,48      —      —        4,00   10,71    —        —     0,24  1875
  134,06      —      —        4,50   10,45    —        —     0,14  1876
  153,61      —      —        3,49    9,20    —        —     0,25  1877
  184,77      —      —        3,91   10,86    —        —     0,67  1878
  172,10      —      —        6,54   13,79    —       3,45   0,45  1879
  196,84    160,04  49,04     5,87   12,48  147,38    3,11   0,37  1880
  146,46    123,24  43,84     5,35   11,08  151,48    3,95   0,34  1881
  140,98    124,26  43,24     5,54   10,17  157,10    3,76   0,37  1882
  131,07    117,30  41,85     4,98   10,08  165,10    3,66   0,66  1883
  116,77    106,89  39,61     5,02    9,63  167,18    4,12   0,61  1884
  115,25    104,84  40,19     4,72    9,27  145,41    4,29   0,45  1885
  116,73    110,83  43,85     4,52    9,13  158,83    4,56   0,42  1886
  105,91    107,98  40,56     4,11    8,38  180,61    4,41   0,49  1887
  111,44    115,80  42,21     4,26    9,11  192,27    5,25   0,26  1888
  122,19    121,83  45,37     4,19    8,17  178,78    5,62   0,26  1889

   [Illustrazione: Fig. 2]

Ma lo studio più esauriente sull'influenza sopra le varie specie
di reati, in Italia, delle ore di lavoro necessarie per ottenere
l'equivalente di 1 kg. di frumento o di pane con che si conglobano i
prezzi degli alimenti con le variazioni dei salari ci vien rivelato
dall'opera poderosa ed esauriente del Fornasari di Verce (_La
criminalità e le vicende economiche in Italia_, 1895), dalle cui cifre
esposte nella Tav. I e riassunte nella Fig. 2, emerge:

1º Tutti i reati contro la proprietà, ad eccezione degli incendi
e danni e in parte delle grassazioni, specie con omicidio, seguono
parallelamente e con molta fedeltà (quando fattori interferenti troppo
potenti non intervengano), la curva delle ore di lavoro necessarie
agli operai per procurarsi l'equivalente di un quintale di farina o di
pane; i furti aumentano infatti da 137 a 153 durante il periodo 1875-77
coll'aumentare delle ore di lavoro ecc. e diminuirono da 184 a 111 nel
periodo 1879-88 col loro diminuire.

Nessuna influenza ne sentono i reati contro il commercio, i falsi, ecc.

Nei reati, invece, contro le persone, pei quali il fattore principale
è il vino, i prezzi degli alimenti e le variazioni nei salari agiscono
soltanto in via indiretta, nel senso che scemando quelli e crescendo
questi, l'operaio viene ad avere una maggior potenzialità di acquisto
e di consumo di alcoolici, come vidimo per la Prussia (v. s.). Più
particolareggiando troviamo che gli omicidi semplici diminuiscono,
salvo nel 1884, parallelamente al costo del pane (ossia colle ore
ecc.), dando almeno il 2º massimo (5,87) dove c'è il massimo del costo
del pane nel 1880, e cifre sempre più basse negli anni successivi in
cui questo sempre più cala.

Le ferite e percosse seguono invece una linea affatto saltuaria e
indifferente dando il massimo nel 1888 e il minimo nel 1885, mentre
minima in quegli anni è la differenza nel costo del pane, influendovi
invece dunque certo assai il vino.

2º Quanto ai reati contro il buon costume essi crescono mano a mano che
diminuiscono le ore di lavoro; così dal 1881 al 1888, in cui le ore di
lavoro scemano da 122 a 92 essi crescono da 3,11 a 5,25.

3º I reati contro la sicurezza dello stato, come quelli contro la
pubblica amministrazione, la pubblica tranquillità, ecc. non risentono
che pochissimo quest'influenza.

Per le ribellioni e violenze a pubblici ufficiali vale l'osservazione
fatta a proposito dei reati contro le persone[55].

Per il Regno Unito della Gran Brettagna e l'Irlanda le statistiche di
50 anni che Fornasari di Verce mi ha riassunto per quest'opera danno
analoghi rapporti tra i reati e le variazioni del prezzo del grano
cioè:

1º I crimini contro la proprietà senza violenza rincarando il grano
più spesso aumentano, come nel periodo 1845-47, da 19.510 a 29.571, vi
sono però eccezioni (nel periodo 1870-73, in cui malgrado l'aumento
del grano, i delitti diminuiscono; ribassando di prezzo quasi sempre
diminuiscono, come nel periodo 1847-52, in cui il pane diminuisce da 50
a 40 e i delitti da 23.910 a 21.306 e nel 1857-58 in cui diminuisce da
23.917 a 20.619.

2º I crimini contro la proprietà con violenza sono indifferenti al buon
mercato. Infatti diminuiscono nel periodo 1842-45 e nel 1862-68 colla
diminuzione del prezzo del frumento, ma aumentano nel periodo 1881-86
malgrado il buon mercato; però quando rincara il grano più spesso
aumentano, come nel periodo 1845-47 da 1491 a 1732 e nel 1867-68 da
1940 a 2253.

3º I crimini contro la proprietà con distruzione dolosa non sono
in relazione chiara con le variazioni nel costo del grano, infatti,
diminuiscono durante i periodi 1842-45 e 1883-84 che segnano un ribasso
nel prezzo: ma poi malgrado il ribasso aumentano nei periodi 1852-55 e
1862-63.

4º I crimini di falso e contro la circolazione monetaria non ne sono
influenzati. Infatti durante la diminuzione costante del prezzo del
grano nei periodi 1842-45, 1848-52, 1884-88 segnano volta a volta
aumenti e diminuzioni.

5º I crimini contro le persone, gli altri crimini, i reati giudicati
sommariamente, sono indifferenti[56]. Anche per la Nuova Galles del Sud
che ci dà l'idea dell'Europa da qui a cento anni secondo le ricerche di
Fornasari (V. Fig. 3) si hanno analoghe conclusioni:

   [Illustrazione: Fig. 3.]

Incerta o nulla vi è l'influenza dei prezzi alimentari sugli
assassinii. Infatti uno dei massimi di consumo del frumento (nel
1888, 7, 6), corrisponde al massimo di assassini, 31, mentre non
corrispondono al loro minimo i due minimi del consumo nè le cifre
intermedie.

Sugli omicidi poi la influenza esiste ma invertita, tanto che il
massimo del consumo, 7,8 (1887), corrisponde al minimo di omicidi, 7
ed il minimo di consumo, 5,5 (1891), al massimo di omicidi, 25. Nulla
anch'essa o incerta è l'influenza sulle ferite il cui massimo 102
(1886) e minimo 61 (1884) non corrispondono affatto al massimo e minimo
consumo di frumento.

Negli stupri il massimo 41 (1886) corrisponde a uno dei medii 6,1, e il
minimo di stupri 7 (1887) corrisponde al massimo di consumo.

Più spiccata è invece l'influenza nel furto: infatti si vede mano
a mano diminuire o aumentare il furto coll'aumentare o diminuire
del consumo del frumento; non però proporzionalmente: così p.
es. nel 1883-84-85 abbiamo un aumento graduale nel consumo del
frumento—6,0-6,8-7,0—a cui corrisponde una graduale diminuzione
di delitti, cioè 714-583-566, e così nel 1888-89-90 abbiamo un
salto nei consumi, 7,6-5,9-7,2, cui corrisponde un altro nei
furti—529-608-512—(Vedi Fig. 3).

La carestia deprime gli stimoli sessuali, l'abbondanza li eccita,
e mentre nella prima i bisogni alimentari insoddisfatti spingono al
furto, nell'abbondanza essendo meno vivi dissuadono dal crimine.

Le stesse ragioni troveremo per la scarsità del lavoro, o per
l'assottigliamento delle mercedi. Si è notato che le donne ed i
domestici sono più spinti degli altri al delitto dal caro dei viveri,
forse perchè più degli altri ne risentono gli effetti, e gli ultimi
perchè coll'abitudine di un'intermittente agiatezza perdettero la forza
di resistenza alle privazioni.

Nel mentre si riconosce evidente quest'azione dell'alimento
nell'accrescere i delitti di furto quando è troppo scarso, e qualche
volta gli omicidii, i reati di libidine e di ferimento quando è troppo
abbondante, si comprende perchè la criminalità in genere non ne possa
variar molto perchè se un gruppo di reati cresce in una data condizione
alimentare, cala l'altro sotto la condizione opposta, e viceversa.

E nemmeno quando agisce in una data direzione costante modifica
essenzialmente la quota di certi reati: p. es. nei furti qualificati
in Italia l'azione del rincaro dell'alimento è notevole: ma il massimo
divario oscilla fra 184 e 105, ossia con una variabilità di 79/0000.
E quando i reati di libidine crescono per il buon mercato, la massima
differenza è di 2,14/0000, il che si comprende quando si pensa alla
maggior influenza organica ereditaria, alla climatica ed etnica.

Senza poi dire la strana contraddizione che alle volte emerge pel
fatto che quando il pane è caro mancano i denari per gli alcoolici,
e per ciò, in linea regolare, gli omicidi e le ferite diminuiscono;
ma viceversa, qualche volta, si assassina di più (come a N. Galles)
per procurarseli.—Morbihau e Vandea, secondo Joly, figurano fra i
più morali (_France criminelle_, 353), eppure i salari sonvi di poco
aumentati, mentre gli oggetti necessari alla vita vi son raddoppiati di
prezzo, ma vi si abusa meno di alcoolici. Invece a Bouches de Rhône,
i salari accrebbero del 30 e le derrate del 15%; ad Hérault crebbero
i salari dal 60 al 90% e meno assai le derrate, eppure questi due
dipartimenti sono fra i più immorali perchè appunto vi si abusa di più
d'alcoolici e, lì, il _se débaucher_ è sinonimo di sollazzarsi.

È un fatto che le carestie sono rare e vanno scemando, mentre i furti
son costanti e vanno aumentando (Joly, _La France criminelle_, 358).

Quindi comprendiamo perchè la quota dei delitti che si deve alla
privazione di alimenti, alla vera miseria, sia più scarsa di quanto
si immagina dai più: nelle statistiche del Guerry il furto dei
commestibili entra per 1/100, appena, sul totale dei furti; ed anche in
questa quota la fame vi può assai meno della leccornia. Su 43 categorie
di oggetti rubati, a Londra, ha il 13º grado il furto di salciccie,
polli, cacciagioni, il 30º grado quello di zuccheri, carne, vino, e
solo il 43º grado quello del pane.

E bene nota Joly che nella statistica francese dal 1860 al 1890, mentre
i furti di denaro, di biglietti di banca ecc. erano i più numerosi,
396/00, quelli di farina, di biada o di animali domestici non passavano
i 55/00.

Macé diceva (_Un joli monde_): è raro che la fame meni al furto; il
giovinetto ruba coltello e sigari, e, fra i commestibili, l'adulto
ruberà liquori, e la donna dolci e cioccolatta.

Altrettanto dicasi delle meretrici. Se, dice Locatelli, la fame e
l'abbandono fossero per sè sole capaci di spingere una fanciulla al
meretricio, converrebbe decretare dei premi Montyon alle migliaia e
migliaia di onorate figlie del popolo, che non ostante gli stimoli
delle più gravi privazioni e le seduzioni d'ogni natura, si astennero
dal far mercato di se stesse.

Non è difficile che, col tempo, si possa dimostrare l'influenza di
qualche speciale alimento nel favorire alcuni delitti.

È noto come l'alimentazione vegetale, prevalente, tenda a rendere miti
e docili gli animi, mentre crudeli e violenti li rende l'alimentazione
carnea. Potrebbe essere che in parte da ciò dipenda la docilità con cui
il contadino lombardo sopporta i mali trattamenti dei suoi padroni; e
la violenza con cui li vendica il romagnolo, tanto dedito alle carni
porcine. Certo è che appunto nei reati di libidine contro adulti, i
beccai, i salcicciai danno le massime proporzioni, toccando il 6,1% in
confronto del 3,5 su bambini (Fayet, _Séances et travaux de l'Académie,
etc._, 1846). Viceversa, i barcaiuoli e marinai, in Italia, danno il
minimo dei reati in genere (mentre nella popolazione formano il 0,7%,
essi dànno il 0,2 nella delinquenza), nel che parrebbe influire, oltre
l'isolamento, il cibo di pesce; il che sarebbe però contrario all'idea
di Humboldt che notava maggior ferocia nei popoli ittiofagi pel
maggiore stimolo degli alcalini sul sangue (_Correspondance_, tom. VI,
pag. 28).


2. _Rivolte._—Anche l'azione della fame sulle rivolte fu molto
esagerata come ho mostrato nel _Delitto Politico_. Dall'opera preziosa
del Faraglia (_Storia dei prezzi in Napoli_, 1878, Napoli) che ci dà
per quasi nove secoli, anno per anno, il prezzo dei viveri, noi vediamo
46 massime carestie e furono degli anni: 1182, 1192, 1257, 1269, 1342,
1496-97, 1505, 1508, 1534, 1551, 1558, 1562-63, 1565, 1570, 1580,
1586-87, 1591-92, 1595, 1597, 1603, 1621-22, 1623-25, 1646, 1672,
1694-97, 1759-60, 1763, 1790-91, 1802, 1810, 1815-16, 1820-21.

Orbene questi 46 anni di carestia non presentano colle rivolte
coincidenza, che 6 volte, cioè nel 1508, 1580, 1587, 1595, 1621-22,
1820-21; nella sommossa celebre, quella di Masaniello (1647) molte
altre cause s'associano alla questione economica, quali la pazzia di
Masaniello[57], la stagione calda, ed i crudeli trattamenti degli
Spagnuoli, poichè se nel 1646 vi fu carestia, nel 1647, se non di
grano, eravi però abbondanza di frutti, carne, lardo e cacio (Op. cit.,
pag. 155). E non vi fu rivolta, del resto, nella carestia terribile del
1182, che durò 5 anni e nella quale gli uomini a stento si cibavano
d'erbe agresti e non vi fu nella carestia del 1496-97 che giunse a
provocare una crudele moria, e i cittadini dovettero fuggire alla
campagna; nè in quella del 1565 in cui tanta era la miseria che le
foglie fracide di cavolo si vendevano come fossero sane e fresche (op.
cit., pag. 136) e neppure in quella del 1570 nella quale «partivansi
i poveri dalle provincie e movevano alla volta di Napoli a torme,
affamati, laceri, infermi sperando di campare la vita, e le vie ne
furono miserevolmente piene», nè infine in quella del 1586. E qui è
opportuno ripetere per la Francia, che se nel 1827, 1832 e 1847 vi
furono rivolte parallele a crisi economiche ed a carestie, non vi mancò
la temperatura estiva elevatissima; e che in quelle del 1834, 64 e 65
non vi troviamo più chiara l'influenza economica nè la meteorica.

A Strasburgo dalle annate 1451-500 a 1601-1625 crebbe il prezzo del
bue di 134% e del porco del 92%, e per molti decenni decrebbero i
salari degli operai del 10%, eppure non si ebbero rivolte (Martini,
_Preussischer Jahrb._, 1895, nov.).

Nel 1680, causa l'estrema carestia, gli operai di Madrid si
organizzavano in bande, saccheggiavano le case dei ricchi e ne
uccidevano i padroni; non passava un giorno che non si vedesse qualche
ucciso per aver del pane; eppure non vi si notò una vera rivolta
(Bukle, IV).

L'India è un paese, nel quale le conseguenze di carestie terribili
si poterono seguire quasi coi nostri occhi. Quella del 1865-66 fece
perdere ad Orizza il 25%, a Puri il 35% della popolazione, eppure in
quell'anno non vi furono insurrezioni.

Le carestie più celebri di questo centennio, almeno a Nellore, una
delle provincie più esposte per la frequente mancanza di pioggia, e per
l'eccessiva densità della popolazione, accaddero negli anni seguenti:
1769-70, 1780, 1784, 1790-92, 1802, 1806-7, 1812, 1824, 1829, 1830,
1833, 1836-38, 1866, 1876-78 (Hunter, _Imp. Gazette of India_, 1881).


Nella carestia del 1769-70 un terzo della popolazione perì; nel 1877-78
si calcolò che per la carestia morirono, oltre la media normale,
più che 5 milioni d'abitanti sopra 197 milioni (_The Indian Empire_,
Hunter, 1882). Eppure non sappiamo che queste carestie abbiano dato
luogo a sollevazioni e tumulti.

La grande insurrezione indiana del 1857-58 si deve (Hunter, _op. cit._)
in gran parte alle ripugnanze contro le innovazioni (telegrafo, vapore,
ecc.) introdotte dalla civiltà, alle congiure di principi detronizzati
e, almeno secondo Hunter, moltissimo anche all'avere i Cipay del
Bengala sentito o creduto che si volessero ingrassare le cartuccie con
grasso di porco (Kaye, _History of the Sepoi_, 1865). Dunque la fame
prolungata vi potè meno che la superstizione.

Ed anche l'altre rivoluzioni Indiane a noi note non hanno rapporto
col caro dei viveri; così l'insurrezione di Bohilla 1751, quella
della setta dei Sikh nel Ponjab 1710, dei Cipay nel 1764, le piccole
insurrezioni semidinastiche nei Synt 1843, quella dei Sikh nel 1848.

È notevole ancora che la provincia d'Orizza, la più colpita delle
carestie, fu quella che diede il minor numero di sommosse.

Tutto ciò si può spiegare dal fatto, cui anche gli studi sulle azioni
dei climi tropicali e polari ci confermeranno, che l'uomo prostrato
nelle forze non ha abbastanza energia per reagire, sicchè il massimo
della sventura umana, almeno quanto alle rivoluzioni, ha quasi una
influenza più favorevole che non il massimo della felicità. Ciò è
poi consono a quanto si osserva nella statistica criminale, come che
nell'epoche di carestie e nei grandi freddi scemano in genere tutti i
reati contro le persone, specie gli stupri e assassinii[58].



CAPITOLO VII.

Alcoolismo.


Ma, come abbiamo veduto nel capitolo antecedente, l'influenza
dell'alimentazione non si può scindere da quella dell'alcool, anzi
questa è così grave che ne assorbe quasi sempre gli effetti pur
troppo prepotenti nel campo dell'eziologia criminale, come in tutta la
patologia umana.

1. _Tradizione_.—Ho dimostrato già altrove che la leggenda del pomo
d'Eva, come una quantità di altre leggende medioevali semitiche ed
egizie, alludono alle prime ebbrezze ad ai primi malanni provocati
sotto gli eccitamenti alcoolici, e che si ripetono nell'altra leggenda
del peccato di Cam[59].

I Semiti, che, come ci apprendono già le leggende di Noè, e più tardi
le imprecazioni dei profeti Elia, Davide, Isaja, di Maometto, poterono
forse, grazie al clima, prima degli altri, avvertire come gli effetti
benefici delle bevande alcooliche erano sorpassati, troppo spesso,
dai tristi (Salomone nei proverbi attribuisce all'ebbrezza la miseria
dei popoli ebrei); conformandosi alle abitudini dei popoli primitivi
che personificano e plasmano i fenomeni così buoni che tristi della
natura, ce lo formularono e scolpirono in quella singolare leggenda
dell'albero della scienza del bene e del male, che, collo stesso nome,
compare in India fra i prodotti singolari scaturiti durante la fabbrica
dell'Amrita, ed è accennata nella leggenda prearia di Yma (Harley,
_Zend-Avesta_, 89), ed è scolpita in quel bassorilievo di Ninive, in
cui un serpe offre al primo uomo il frutto di una palma (Layard, _Mem.
of Niniveh_, p. 70; Lenormant, _op. cit._).

Secondo un'altra leggenda arabica il primo a piantar la vite fu non
Noè, ma Adamo, e il diavolo l'inaffiò col sangue di una scimmia, di un
leone e di un porco[60], allusione ai vizi che più suscita l'alcool;
infatti in un _fabliau_ francese, che con quella si collega, si legge
che il diavolo, dopo aver lungamente tentato un romito senza poterne
vincere la virtù, gli promise di volerlo lasciare in pace, a patto
che gli desse questa soddisfazione di commettere una sola volta un
peccato, scegliendo tra il vino, la lussuria, l'omicidio. Il romito
per liberarsi accetta, e sceglie il più piccol peccato, del bere,
pensando di poterne poi con poco far penitenza; va a pranzo da un
mugnaio suo vicino e s'ubbriaca; rimasto solo con la moglie di costui
casca nel secondo peccato e finisce per uccidere il mugnaio da cui è
sorpreso[61].

Gli effetti criminosi del vino adombrati in queste leggende, ci
spiegano perchè in Zendha la parola _Madhu_ valga per vino e anche
per dolore, e _Kan_, chinese, per albero e peccato,—e come i Caldei
adorassero insieme al _Setarvan_ (la vigna profumata), il _Sam Gafno_,
sopra cui aleggia la vita suprema, e gli Indi il _Kalkavir-Keha_,
l'albero dei _desideri_, e forse così spiegasi l'analogia di _malum_,
pomo e _malum_, male—in latino.


2. _Danni del vino_.—È troppo noto come l'alcool, lungi dal rendere più
tollerabile il freddo, aumenti i danni così dei grandi freddi, come dei
grandi caldi, cosicchè si videro, nelle regioni polari e nelle Russie,
e nelle Indie, aggravati quei soldati e marinai, che credendo meglio
sopportare, così, le fatiche, ne usavano più volte nel giorno; e forse
è questa la ragione che i latini nella campagna di Russia soffersero
meno dei nordici. E si constatò, nelle epidemie coleriche, che i
beoni, anzi, anche solo i bevitori, erano più colpiti dal morbo degli
astemi[62]; e come gli aborti sieno in maggior numero fra le bevitrici,
perfino nelle mogli di alcolizzati, le quali offersero, d'altronde[63]
una fecondità da due a quattro volte minore delle coppie temperanti;
cosicchè questo fatale liquore ben può stimolare le passioni carnali
sino alla violenza ed al delitto, ma senza pur crescerne la fecondità.

L'alcool è causa precipua delle riforme per debolezza e per gracilità
nelle truppe di Svezia, che si videro salire fin al 32% nel 1867
e calare al 28 nel 1868, dopo le buone leggi sull'alcool; nei
dipartimenti francesi, che, per scarsezza di vino, abusan più di
alcool, come Finistere, la gracilità dei coscritti da 32 sale a 155
(Lunier).

L'alcool agisce sulla statura. I grandi Wotjak, dopo l'uso della
acquavita, son calati al disotto della media. E sotto i nostri occhi le
bellissime valligiane di Viù perdettero dell'avvenenza e dell'imponente
statura dopochè contrassero l'abitudine dell'acquavite.

Dopo ciò, non è meraviglia se esso abbia avuto un'influenza sulla
vita media; sicchè invece d'esser l'acqua della vita, possa ben dirsi
l'acqua della morte. I calcoli di Neison dimostrano che i bevitori
hanno una mortalità almeno 3,25 maggiore degli astemi[64].


3. _Pauperismo._—Tutto questo ci spiega, già in parte, come uno degli
effetti più evidenti e fatali dell'alcool sia il pauperismo, ed in
parte lo spiega il veder come da un padre alcoolista si dirama una
progenie cieca, paralitica, zoppa, impotente, e che di necessità, se
ricca, finisce ad impoverire, e, se povera, trova chiusa ogni fonte
del lavoro. Peggio accade a coloro cui, direttamente, l'alcool rende
paralitici, cirrotici, ciechi.

Vero è, convien subito confessarlo, che negli accrescimenti di salario
(quando nel Lancashire crebbe il salario dei minatori da 5 a 8 e 11
lire, le morti per ubbriachezza da 495 salivano a 1304 e 2605; ed i
delitti da 1335 a 2878 e 4402) crescono a dismisura gli ubbriachi,
e quindi le loro male opere. Ma assai peggio accade quando cala il
salario. Si beve alcool allora per sopperire alla mancanza di vesti
e di cibo, per cacciare la sete, la fame ed il freddo; e l'alcool a
sua volta rende sempre più impotente e più povero colui che lo usa e
insieme sempre più avvinto al suo carro fatale. Sicchè l'alcoolismo
è prodotto or dalla troppa or dalla poca ricchezza; ciò si vide ad
Aquisgrana in cui crebbe l'alcoolismo quando s'elevarono a più di
1,25 i salari dal 1850 al 1860, ma più ancora dopo il 1874 quando la
crisi americana fecevi chiudere 80 fabbriche e ridurvi il salario di
un terzo; le famiglie povere crebbero da 1364 a 2255 (nel 1877), e le
bettole da 183 a 305, le prostitute da 37 a 101, i matrimoni scemarono
da 785 a 630 e crebbero i furti e gli incendi (Thun, _Die Indust. in
Nieder Rhein_, 1870).

Nelle carestie del 1860 e 1861 in Londra si osservò che non uno dei
7900 membri della Società di temperanza aveva chiesto un sussidio[65].
Huisch osservò che ogni 100 sterline d'elemosina 30 passavano in
acquavite; e Bertrand e Lee: che i comuni più decaduti erano quelli in
cui crebbe smisuratamente l'uso dell'alcool, e in cui si aumentarono
le osterie; una prova ne è pure la Slesia superiore, dove la miseria
giunse fino alla morte per fame; e dove l'ubbriachezza imperversava
fino a trascinare vacillanti gli sposi innanzi l'altare, ed i parenti
dei neonati innanzi al battesimo, così da comprometterne fra i lazzi la
vita. «Dove, scriveva un predicatore della Slesia, dove è intemperanza,
segue, come l'ombra il corpo, la miseria e il delitto» (Baer, _op.
c._).

Già era stato notato come una delle cause delle divisioni coniugali
e dei divorzi in Germania fosse l'ubbriachezza, che per lo meno vi
conta nelle proporzioni di 2 a 6 per 100; ed è notorio come i figli dei
divorziati e di secondo letto diano un forte contingente al delitto ed
alla prostituzione.

4. _Alcoolismo e crimine. Statistiche._—Dopociò è facile afferrare
lo stretto nesso tra l'alcool e il crimine anche dal lato sociale
come lo vidimo dal patologico (v. s.). Una prima prova ce ne offrono
quelle statistiche che ci mostrano un continuo incremento del delitto
nei paesi civili, incremento che il crescere delle popolazioni potrà
giustificare solo per una quota del 18 al 16%, e che invece è troppo
bene spiegato in certe direzioni dallo aumentato abuso degli alcoolici,
salito appunto, in proporzioni analoghe a quelle del delitto.

In Inghilterra si consumavano:

  nel 1790 galloni d'alcool         5.526.890
   »  1866    »        »           12.200.000

  Gli ubbriachi arrestativi:

  nel 1857 erano                       75.859
   »  1875   »                        203.989

  A Milano le osterie da 1120 nel 1865
              salirono a 2140  »  1875 (Verga)
                  »      2272  »  1878 (Sighele).

Nel Belgio si calcolava l'alcoolismo provocare il delitto nel rapporto
del 25 al 27%.

A New-York, su 49.423 accusati, 30.509 erano ubbriachi di professione.

Nel 1890 agli Stati Uniti su 100 omicidi 20 erano dediti alla
ubbriachezza, 60 bevevano moderatamente e 20 erano astemi (Bosco,
_L'omicidio negli Stati Uniti d'America, Rivista penale,_ nov. 1893).

In Olanda si attribuiscono al vino 4/5 delle cause di crimini e
precisamente 7/8 delle risse e contravvenzioni, 3/4 degli attentati
contro le persone, 1/4 di quelli contro le proprietà (Bertrand, _Essai
sur l'intemp._, Paris, 1871).

Tre quarti dei delitti di Svezia si attribuiscono all'alcoolismo
e propriamente gli assassinii ed altri delitti di sangue all'abuso
dell'alcool; i furti e le truffe all'eredità dei parenti alcoolisti.

Sopra 29.752 condannati in Inghilterra dalle Assise, 10.000 erano
venuti a tal passo per la troppa frequenza dell'osteria, e 50.000 sopra
i 90.903 condannati sommariamente (Baer, op. c. p. 343).

In Francia il Guillemin calcola al 50% i rei in seguito all'abuso
dell'alcool, e in Germania, il Baer al 41%.

La più grande proporzione di ubbriachi è data da quei dipartimenti in
cui, per scarsa produzione di vino, sono consumati in più gran quantità
gli alcools artificiali.

Il 73% dei rei italiani osservati da Marro, abusava dell'eccitamento
alcoolico, e solo il 10% era normale.

Nella mia _Centuria_, il Rossi trovò l'ubbriachezza salire all'81% dei
rei di cui il 23% l'erano fino da bambini 2 a 5 anni).

Vi è solo una differenza del 10% nella frequenza dell'ubbriachezza fra
giovani ed adulti; su 100 ragazzi al disotto dei 20 anni, il 64% era
già dato al bere, onde si scorge che il marcio data dall'infanzia.

Ma una prova più chiara ce ne diè il Ferri in questa tavola (V.
Atlante) della criminalità in Francia in rapporto al vino ed all'alcool
consumato.

È evidente come tra la linea del vino e del delitto corra un
completo parallelismo, in quanto almeno concerne le grandi salienze
(1850-58-65-69-75) e decrescenze (1851-53-54-66-67-73), salvo, come è
naturale, il 1870, anno eccezionale di guerra, e in cui tacciono gli
atti giudiziarî non militari, e salve parziali discordanze del 1876,
che non saprei spiegare, non avendo ora le statistiche successive, e
nel 1860-61, in cui per altro l'effetto del raccolto vinicolo sembra
soltanto spostato di un anno.

Il parallelismo riesce tanto più curioso e singolare, poichè gli
autori francesi ed inglesi pretendevano addossare questa influenza
fatale solo all'alcool e non al vino, tanto che, come vedremo, si
propose di facilitare la diffusione maggiore del vino nei paesi resi
da quello più proclivi al delitto. Ora dalla nostra tavola grafica e
dalle statistiche si deduce che il rapporto dell'alcool consumato cogli
omicidi e ferite non è così evidente come quello del vino, se non negli
anni 1855 al 1858 e 1873 al 1876. E ciò ben si comprende, perchè le
risse nascono più facili nelle osterie che dagli acquavitai, dove la
dimora è troppo breve per dar luogo a litigi.—Un'altra prova di ciò
ci offre l'osservazione del giorno e del mese in cui più spesseggiano
i delitti, e son quelli in cui più si abusa del vino. Così Schroeter
(_Jahrb. des Westph. Gefangnissen_, 1871) ci rivela come in Germania:
su 2178 delitti, il 58% avveniva il sabbato sera, la domenica 3%, e il
lunedì 1%; prevaleva in quei giorni, nella proporzione dell'82% i rei
contro il buon costume, ribellione e incendi; e in quelli del 50% i rei
di destrezza.

Anche in Italia, nel solo anno 1870, in cui se ne tenne nota, si
riscontrava altrettanto[66].

E quel che è più curioso, in Francia, il Ferri trovò che mentre i
reati in genere contro le persone dal 1827 al 1869 calano rapidamente
dopo l'agosto fino al dicembre, le ferite e percosse gravi, invece,
mostrano una recrudescenza ben spiccata nel novembre, epoca vicina alla
confezione del vino nuovo, e notisi che si tratta delle sole ferite
gravi giudicate nell'Assise (Vedi Atlante) e non di quei ferimenti
che si giudicano dai tribunali, e sono i più frequenti risultati delle
risse d'osteria.

Dixon trovò un solo paese in America che da anni va esente da crimini,
S. Johnsbury, malgrado sia popolatissimo di operai; ma questo paese
adottò per legge la proibizione assoluta delle sostanze fermentate,
birra, vino, che vengono somministrate, come i veleni, dal farmacista,
dietro domanda in iscritto del consumatore e con assenso del sindaco,
che però appende il nome del reprobo in pubblico albo.


5. _Azione._—E ciò è naturale, perchè tutte le sostanze che hanno virtù
d'irritarci in modo anomalo il cervello, ci spingono più facilmente
al delitto ed al suicidio come alla pazzia, con cui assai spesso si
confondono in un inestricabile intreccio.

Si è notato, persino, questa tendenza nei Medggidub e Aissaoui,
i quali, non avendo narcotici, si procuravano l'ubbriachezza col
continuato movimento del capo. Son uomini, dice il Berbrugger
(_Algérie_, 1860), pericolosi, feroci e con tendenze al furto.—Anche
i fumatori d'oppio sono presi spesso da furore omicida; sotto l'uso
dell'_haschisch_ Moreau si sentì attratto al furto.

E peggio fa il vino; e ancor peggio l'alcool, che si può dire vino
concentrato, quanto all'attività venefica: e peggio ancora quei liquori
d'assenzio, di _vermouth_, che, oltre all'alcool puro, contengono
droghe intossicanti i centri nervosi.

Neuman nel 1879 mostrò come l'alcool agisca, alterando l'emoglobina,
e diminuendo di 1/4 nei globuli la capacità per l'ossigeno, provocando
afflusso attivo delle membrane e della corteccia cerebrale; donde una
dilatazione vagale, una paralisi delle fibre muscolari delle pareti
vasali ed edema; ed infine degenerazione grassa delle cellule nervose
irritate.

Kräpelin[67] dimostrava che da 30 a 45 grammi d'alcool etilico
assoluto rallentano e paralizzano dal più al meno tutte le funzioni
mentali: lo intorpidimento—che rassomiglia nei suoi effetti alla fatica
fisiologica—va aumentando col crescere della dose d'alcool assorbita:
cioè dura da 40 a 50 minuti per piccole quantità—da 1 a 2 ore per
quantità più forti: nelle dosi minime, il rilassamento paralitico
delle funzioni mentali è preceduto da un periodo maggiore di attività
o di accelerazione, che dura al massimo dai 20 ai 30'. Ma egli ha
inoltre dimostrato che l'azione dell'alcool non è la stessa su tutte
le funzioni psichiche: che se si ha un passeggero acceleramento nella
innervazione motrice, le funzioni intellettuali, quali l'appercezione,
la concezione delle idee, le loro associazioni, ed il lavoro
intellettuale di combinazione, sono rallentate e sulle prime, anzi,
arrestate, anche dalle dosi più piccole d'alcool. Altrettanto dicasi
per ciò che riguarda le sensazioni. Ne segue che il periodo iniziale
di eccitamento prodotto dalle piccole dosi di alcool non è che una
specie di fuoco d'artificio, dovuto al concorso di parecchi fattori;
specie dall'aumento delle associazioni esterne di idee—(associazioni
di parole, di sensazioni, ecc.) a danno delle associazioni
interne—associazioni logiche e più profonde.

Sotto l'azione delle grandi quantità (ubbriachezza) l'eccitamento
dell'innervazione motrice è causa dell'illusione di forza che hanno
tutti gli ubbriachi e di tutte le loro azioni brutali e sconsiderate.
L'alterazione portata all'associazione delle idee spiega la volgarità
dei loro discorsi, le ripetizioni continue di triviali banalità, gli
alterchi, gli scherzi sciocchi. L'effetto esilarante dell'alcool si
spiega esso pure coll'accelerazione psico-motrice iniziale che arresta
le inibizioni mentali dolorose; ma rimane pur sempre che esso, anche
nelle dosi più piccole, paralizza od indebolisce immediatamente le
funzioni intellettuali superiori.

L'alcool, dopo aver perciò eccitato, indirizzato nella via del delitto
la sciagurata sua vittima con atti istantanei ed automatici, ve la
mantiene ed inchioda, per sempre, quando, rendendola un bevitore
abituale, ne paralizza, narcotizza i sentimenti più nobili, e
trasforma in morbosa anche la compage cerebrale più sana: dando una
dimostrazione, pur troppo sicura, sperimentale, dell'assioma che il
delitto è un effetto di una speciale, morbosa condizione del nostro
organismo; tale è, in questi infelici, quella sclerosi (_ispessimento
del connettivo_) che colpisce il cervello, il midollo ed i gangli,
come ed insieme a quella che colpisce il rene ed il fegato, ed in essi
si esplica col delitto, come negli altri, colla demenza o coll'uremia
o coll'ictero, e ciò secondo che colpisce più un organo che l'altro,
o più una parte che l'altra dell'organo stesso. E qui le prove
sovrabbondano. Non è molto rinvenni alle carceri un singolarissimo
ladro, P..., che si vanta con tutti di esserlo, ed anzi, non sa più
parlare se non nel gergo dei ladri, suoi degni maestri; eppure, nè
l'educazione, nè la forma cranica ci dava l'indizio della causa che
ve lo spinse; ma noi presto ne fummo in chiaro, quando ci narrò che
egli ed il padre suo erano bevoni. «Vedano: io fin da giovinetto
mi innamorai dell'acquavite, ed ora ne bevo 40 od 80 bicchierini, e
l'ebbrezza di questa mi passa bevendo due o tre bottiglie di vino»;
come si vede nella storia che ne pubblicò nel mio _Archivio_ il Collino
(_Archivio di psichiatria e scienze penali_, 1880).

E non solo i beoni abituali sono immorali e generano figli pazzi, o
delinquenti, o con precoci libidini (_Ann. Méd-Psyc._, 1877), il che
ci verrà dimostrato dalla storia degli Juke; ma l'ubbriachezza acuta,
isolata, dà luogo a delitti. Gall narra di un brigante, Petri, che,
appena beveva, sentiva nascersi le tendenze omicide; e di una donna di
Berlino, a cui l'ubbriachezza suscitava tendenze sanguinarie.

L'alcool è causa di delitti, perchè molti delinquono per poter
ubbriacarsi; perchè molti sono tratti dall'ubriachezza al delitto,
oppure nell'inebbriamento si procurano prima, i vigliacchi, il coraggio
necessario alle nefande imprese, e poi l'amminicolo ad una futura
giustificazione, e colle precoci ebbrezze seduconsi i giovinetti
al crimine; ma più di tutto perchè l'osteria è il punto di ritrovo
dei complici, il sito dove non solo si medita, ma si usufrutta il
delitto, e per molti questa è abitazione e banco pur troppo fedele. In
Londra nel 1880 si contavano 4938 osterie ove entravano solo ladri e
prostitute.

Finalmente l'alcool ha una connessione inversa col crimine, o meglio
col carcere; nel senso che dopo le prime prigionie il reo liberato,
perduto ogni vincolo di famiglia, ogni punto d'onore, trova nell'alcool
di che dimenticarli e supplirli; perciò tanto spesso l'alcoolismo si
offerse nei recidivi; e perciò si comprende come Mayhew trovasse quasi
tutti i ladri di Londra ubbriachi dopo mezzodì, così da morirne tra
i 30 ai 40 anni per alcoolismo, e come fra i deportati dalla Noumea,
che bevono, oltre che per la vecchia abitudine, anche per dimenticare
il disonore, la lontananza della famiglia, della patria, le torture
degli aguzzini e dei compagni e forse i rimorsi, tanto che il vino vi
si convertiva in moneta; sicchè una camicia valeva un litro, un abito
due litri, un pantalone due litri, e perfino il bacio della donna si
saldava con litri (Simon Meyer, _Souvenirs d'un déporté_, pag. 376,
Paris, 1880).


6. _Criminalità specifica_.—E qui gioverà conoscere in quali reati più
specialmente si senta la sua influenza.

Dalle tabelle del Baer (pag. 351 della sua opera _Der Alcoholismus und
seine Verbreitung, ecc._, Berlin, 1878) ricavasi come in Germania si
notassero su un totale:

  I.—_Nell'ergastolo per uomini_:

                             A           B          C           D
                                              REI ALCOOLISTI
                                    ——————————————————————————————————
                          Totale    in genere   d'occasione   abituali
                                           %           %           %
  1. Ferite e percosse      773     575 » 74,5  418 » 72,7  157 » 27,3
  2. Rapina e assassinio    898     618 » 68,8  353 » 57,1  265 » 42,9
  3. Omicidio semplice      348     220 » 63,2  129 » 58,6   91 » 41,4
  4. Impudicizia e stupro   954     575 » 60,2  352 » 61,2  223 » 38,8
  5. Furto                10033    5212 » 51,9 2513 » 48,2 2699 » 51,8
  6. Omicidio tentato       252     128 » 50,8   78 » 60,9   50 » 39,1
  7. Incendio               304     383 » 47,6  184 » 48,0  199 » 52,0
  8. Omicidio premeditato   514     237 » 46,1  139 » 58,6   98 » 41,4
  9. Spergiuro              590     157 » 26,6   82 » 52,2   75 » 47,8

  II.—_Nelle prigioni per uomini:_

  1. Offese contro la
     moralità               209     154 » 77,0  113 » 73,3   41 » 26,7
  2. Resistenza alla forza
     pubblica               652     499 » 76,5  445 » 89,0   54 » 11,0
  3. Ferite e percosse     1130     716 » 63,4  581 » 81,1  135 » 18,9
  4. Incendio                23      11 » 48,0    5 » 45,4    6 » 54,6
  5. Furto                 3282    1048 » 32,0  666 » 63,5  382 » 36,5
  6. Frode, falso, ecc.     786     194 » 24,7  111 » 57,2   83 » 42,8

Sarebbe evidente una frequenza maggiore nelle ferite e percosse e
nelle offese al pudore e ribellione; venendo poi in seconda linea gli
assassini e gli omicidi; in ultimo gli incendiari ed i ladri (i rei
dunque, contro la proprietà), che però sono più abbondanti dei primi
fra i beoni abituali. Un _minimum_ degli uni e degli altri si ha nei
falsi e nelle truffe e _pour cause_; perchè, com'essi mi dicevano; «Ci
vuol la testa a posto per commettere le truffe».

Però una notevole differenza darebbe in queste proporzioni il Marambat,
il quale comunicò all'Accademia di Parigi _(Revue scientifique_, 1888)
alcune osservazioni statistiche fatte sulla frequenza dell'alcoolismo
nei criminali. Sui 2950 condannati da lui esaminati, 78% erano
ubbriaconi; emergerebbero i vagabondi e mendicanti che ne dànno il
79%; gli assassini e gli incendiari darebbero il 50 e 57%; i colpevoli
di attentati al buon costume il 63%; i ladri, i truffatori, ecc., il
71%; però, nel complesso, egli notò nei reati contro le persone l'88%
d'ebbri; il 77% in quelli contro la proprietà; nei recidivi il 78,5%.

Anche Marro trovò in 1ª lista, fra i suoi beoni, i grassatori, 82%;
i feritori, 77%; i ladri, 78%; venendo poi i truffatori, 66%; gli
assassini, 62%; e gli stupratori, 61%.

Vétault (op. cit.) in 41 alcoolisti delinquenti trovò:

  15 omicidi
   8 ladri
   5 truffatori
   4 attentati al pudore
   4 feritori
   2 oltraggi in offesa al pudore
   2 vagabondi
  di cui 13 soli furono tenuti responsabili.

Può ben dirsi in complesso che i grandi reati contro le persone
(ferimenti in ispecie) e la proprietà (furti e grassazioni) sieno i più
infetti d'alcoolismo ed in complesso più quelli che questi.

Rispetto all'influenza del vino sulla criminalità in Italia possiamo
trarre dall'opera del Fornasari questi dati riflettenti i più
importanti reati. Vedi Tav. II e Fig. 3.

Tav. II. ITALIA

             Valore stabilito           Raccolto
        per le statistiche doganali     annuale
            all'esportazione            del vino

           Vino        Spirito puro     migliaia di
        all'ettolitro  all'ettolitro    ettolitri

  1879      25              80         }
  1880      30              70         }
  1881      35              65         } 36.760
  1882      33              65         }
  1883      30              70         }
  1884      33              60           20.723
  1885      38              50           24.918
  1886      36              46           38.227
  1887      30              44           34.532
  1888      30              44           32.846
  1889      34              38           21.757

      Reati denunziati e per i quali provvidero gli uffici del P. M.
                          (sopra 100.000 abit.)

        Furti       Truffe     Omicidi    Ferite   Reati    Reati
          |           e           |         e      contro   contro
          |         frodi         |      percosse  il       la
          |           |           |          |     buon     sicurezza
          |           |           |          |     costume  dello
          |           |           |          |        |     Stato
  ________|________   |   ________|________  |        |       |
  quali    semplici   |   quali    semplici  |        |       |
  ficati              v   ficati             v        v       v

  172,10      —      —      6,54    13,79    —       3,45    0,45  1879
  196,84    160,04  49,04   5,7     12,48  147,38    3,11    0,37  1880
  146,46    123,24  43,84   5,35    11,08  151,48    3,95    0,34  1881
  140,98    124,26  43,24   5,54    10,17  157,10    3,76    0,37  1882
  131,07    117,30  41,85   4,98    10,08  165,10    3,66    0,66  1883
  116,77    106,89  39,61   5,02     9,68  167,18    4,12    0,61  1884
  115,25    104,84  40,19   4,72     9,27  145,41    4,29    0,45  1885
  116,73    110,83  43,85   4,52     9,13  158,83    4,56    0,42  1886
  105,91    107,98  40,56   4,11     8,38  180,61    4,41    0,49  1887
  111,44    115,80  42,21   4,26     9,11  192,27    5,25    0,26  1888
  122,19    121,83  45,37   4,19     8,17  178,78    5,62    0,26  1889

   [Illustrazione: Fig 4.]

Egli servendosi, oltrechè dei dati riportati nella detta tavola,
anche del movimento dei prezzi medi annuali di cinque mercati: Milano,
Firenze, Roma, Avellino e Cagliari, giunge a queste deduzioni:

1º Un rincaro del vino porta sempre una diminuzione di grassazioni,
molto spesso anche d'incendi e danni; talvolta però porta un aumento
negli altri reati contro la proprietà, in modo simile a quanto avviene
quando rialza il prezzo dei cereali: viceversa pei ribassi. I reati
contro il commercio e i falsi non se ne risentono.

2º Il furto, tanto semplice che qualificato, va gradatamente diminuendo
da 196 e 160 nel 1880; a 105 e 107 nel 1887, mentre il valore e il
consumo dell'alcool diminuisce; però i furti crescono mentre l'alcool
continua a diminuire.

3º Il vino è il fattore principale e più potente nella determinazione
dei reati contro le persone: tutte le varie specie di tali reati
risentono in generale l'influenza delle variazioni che si verificano
nel prezzo di esso; particolarmente variano inversamente al variar del
costo del vino le ferite e percosse e i reati di competenza pretoriale
quasi senza eccezioni, sufficientemente pure gli omicidi e ferimenti
con morte. Così le ferite e percosse, nel 1887-88, col calar del
prezzo del vino, crescono, da 158 ch'erano nel 1886, a 180 e a 192, e
calano subito a 178 crescendo, nel 1889, il prezzo del vino. Invece le
diffamazioni e ingiurie sono affatto indipendenti dal costo del vino.

Tutti gli altri reati ne risentono alcuni poco, altri nulla; quelli
però contro la pubblica amministrazione e in particolare le ribellioni
e violenze a pubblici ufficiali, 1881-88, ne risentono moltissimo[68].

Per l'influenza dell'alcool sulla criminalità del Regno Unito della
Gran Brettagna e Irlanda lo stesso autore trovò:

1º Agli aumenti nel consumo dell'alcool corrispondono con sufficiente
ma non precisa frequenza[69], diminuzioni nei crimini contro la
proprietà senza violenza, e quando esso scema si hanno quasi del
pari aumenti e cali; ma un po' più spesso aumenti di detti reati: nel
1875-76, p. es., aumentano mentre il consumo d'alcool cresce, ma poi
nel 1877-78 crescono quando questo cala.

2º Sui crimini contro la proprietà _con violenza_ il consumo
dell'alcool non ha chiara influenza.

3º I crimini contro la proprietà con distruzione dolosa a preferenza
calano col maggior consumo dell'alcool; infatti dal 1870 al 1875 e
dal 1863 al 1865, mentre il consumo dell'alcool va aumentando, questi
perciò diminuirono da 276 a 260 e da 519 a 238, con eccezione però
del periodo 1848-55, in cui il consumo dell'alcool e quello dei reati
va aumentando di pari passo; diminuendo poi il consumo dell'alcool,
questi delitti; aumentano o diminuiscono indifferentemente; così alla
diminuzione costante del consumo durante il quattordicennio 1875-89,
corrisponde ora aumento ora diminuzione di reati.

4º I crimini di falso e contro la circolazione monetaria scemano
anch'essi collo scemare del prezzo del vino fino al 1884, ma poi
rimontano indipendentemente da esso.

5º I crimini contro le persone mostrano di essere legati al consumo
dell'alcool e degli alcoolici aumentando gradatamente coll'aumentare
del prezzo dell'alcool, come nel periodo 1848-57, ma non diminuiscono
col diminuire di esso nel periodo 1873-89[70].

6º Gli altri crimini non hanno un rapporto troppo chiaro, i delitti
e le contravvenzioni scemano a preferenza quando scema il consumo
dell'alcool[71].

Circa l'influenza del vino nella Nuova Galles del Sud non troviamo
chiara corrispondenza che coi furti e le ricettazioni di _res furtivae_
e i furti di cavalli e gli incendii, i quali quando aumenta il consumo
dell'alcool (1884, 1891) o sono ad una cifra alta o aumentano; per
bere molto se mancano denari si ricorre al furto. Non risentono alcuna
influenza invece gli altri reati contro la proprietà. E neppure gli
stupri e poco chiaramente gli assassini e tentati assassini e gli
omicidi e i ferimenti; meno netto ancora è il rapporto per i reati di
competenza inferiore.

Infatti i furti danvi il massimo 737 p. 100.000 nel 1882, quando è
massimo il consumo del vino (0,85), diminuendo con esso fino al 1885 a
583 (consumo 0,65), e risalendo col risalire del consumo fino al 1889
in cui dànno un massimo 608 (0,83 di consumo).

Quanto agli assassinii invece e ai loro tentativi dànno il massimo
31 (1888) e il minimo 14 (1876) con cifre medie quanto al consumo del
vino (0,82, 0,76). E viceversa al minimo e al massimo di consumo (1882,
1886) corrisponde una cifra media di assassinii[72].

Anche qui devesi notare che per quanto l'alcoolismo sia un fattore
influentissimo, pure, anche dove più flagella non colpisce al di là del
77%, e che vi hanno reati come lo spergiuro, il falso, la bancarotta
ecc. che non ne sono minimamente influiti.


7. _Alcoolismo in antagonismo col crimine._—Anche ci deve colpire il
fatto che nei paesi più civilizzati e che pure abusano di alcoolismo,
come la Nuova Galles del Sud e anche l'Inghilterra, l'azione sua va
facendosi sempre più incerta e lieve.

Ed ora Bosco ci mostra che negli Stati Uniti solo il 20% degli omicidi
è dedito all'ubbriachezza, mentre il 70% è anzi temperante (op. cit.).

E già dal bel lavoro di Colaianni, dal mio (_Alcoolismo_, 1892),
sopratutto dalla bellissima monografia dello Zerboglio[73], ciò si
tentava spiegare (come si spiega quell'altro fatto contraddittorio
che dove è il maggior consumo degli alcoolici, è spesso minor numero
di delitti), non perchè l'alcool non porti i suoi terribili effetti
sugli individui, ma perchè non se ne abusa che quando la civiltà
assai progredita ha dato i suoi frutti, proteggendoci colla maggiore
inibizione e attività psichica dai grandi reati; infatti l'Inghilterra,
Norvegia, Germania, paesi di massimo consumo d'alcool, dànno come
dimostra Zerboglio minori reati della Spagna e Italia che bevono assai
meno.

E nella tabella più recente dell'alcoolismo in Europa si vede che
alcuni dei paesi che dànno maggior consumo di alcool come, p. es.,
Inghilterra, Francia e Belgio dànno cifre minori di omicidi.

Consumo di alcoolici (equivalente in alcool puro per abitante
(galloni)):

                                        Omicidi
                                     p. 100.000 ab.
  Austria                 2,80            25
  Spagna                  2,85            74
  Germania                3,08             5,7
  Italia                  3,40            96
  Inghilterra e Galles. }
  Irlanda               } 3,57             5,6
  Scozia                }
  Belgio                  4,00            18
  Francia                 5,10            18

(Coghlan, _The wealt and progress etc._, Sydney, 1893) con scala
inversa dell'omicidio.

E così spiegasi quanto nota giustamente il Colaianni (_Arch. di
Psich._, VII), come dal 1861 al 1870 e probabilmente anche dal 1880 in
Francia, il numero dei delitti gravi provocati dall'alcoolismo, dal 7%
e dall'11% che erano nel periodo 1826-40 calò nel periodo 1861-80 al
5% e al 3%.—L'alcoolismo sussiste dunque e anche aumenta ma insieme
aumenta la forza di inibizione che dà la civiltà, e per questa causa
calano alcuni delitti; senza dire che nei paesi del Nord, predomina
anche l'influenza climatica che se aumenta il bisogno dell'alcool,
diminuisce però l'impulsività e quindi gli omicidi.


8. _Ribellioni politiche._—L'alcoolismo è un fattore potente nelle
rivolte. Questo non isfuggì ai capi delle rivolte, che spesso cercarono
di giovarsene per le loro mire: ed è così che nell'Argentina, Don
Giovanni Manuel, alcoolista egli stesso, trovava un efficace aiuto alla
sua politica nelle esplosioni del furore popolare, dovuto all'abuso
degli alcoolici e che a Buenos-Ayres questi furono armi politiche in
mano di Quiroga, di Francia, di Artigas e dei suoi feroci satelliti,
non pochi dei quali, come Blacito e Ortoguez, erano essi stessi in
preda al _Delirium tremens_ (Ramos-Mejia)[74].

È incredibile l'abuso degli alcoolici che si fece p. e. a Buenos-Ayres
nel 1839: in quell'anno si consumarono, oltre a centinaia di botti
d'acquavite, 3836 _frasqueras_ di ginepro, 262 botti e 2182 damigiane
della stessa bevanda, oltre 2246 botti di vino, 246 barili di birra ed
altri di _cognac_ e di Oporto (Id.).

Durante la Rivoluzione francese fu l'alcoolismo che attizzò gli istinti
sanguinari della plebe e dei rappresentanti del Governo rivoluzionario;
fra questi ricordiamo Monastier che, ubbriaco, faceva ghigliottinare
Lassalles, e all'indomani non si ricordava più dell'ordine dato; gli
inviati nella Vandea che vuotarono, in tre mesi, 1974 bottiglie, e
che contavano nel loro seno Rossignol, un operaio orefice, divenuto
generale in capo, tutta la vita dedito alle crapule, e Vacheron
che violava le donne e le fucilava allorchè si rifiutavano alle sue
libidini accese dall'alcool.

La Francia gode, tuttora, un triste primato nel consumo dell'alcool:
secondo il Rochard[75] la produzione dell'alcool in Francia, che nel
1788 si calcolava a 369,000 ettol. nel 1850 saliva a 891,500 e nel 1881
a 1,821,287 ettol.—È naturale, pertanto che essa più ne risenta gli
effetti nel campo politico, e che, come disse il Caro[76], l'assenzio
faccia degli oratori e dei politici a Parigi, come l'oppio crea in
China ed in India gli estatici.

Fu affermato che anche nel colpo di Stato del 2 dicembre si siano usate
enormi distribuzioni di vino alle truppe: certamente l'alcoolismo, come
non era stato prima estraneo ai moti del 1846 (fra i cui capi, secondo
l'attestazione del Chenu[77], si notavano due beoni, Caussidière e
Grandmesnil), ripullulò colla Comune, per la grande quantità d'alcool
che si trovava nella città assediata e quindi alla portata di coloro
che vi erano rinchiusi.

Despine[78] nota, a questo proposito, che la dipsomania reclutò il
maggior numero dei soldati della Comune, attrattivi per soddisfare le
tristi passioni colla paga e col saccheggio: e che l'alcoolismo rendeva
sprezzanti del pericolo, e non curanti delle ferite.

Il generale comunardo Cluseret, stesso, non ne fa mistero nelle sue
_Memorie_.—«Mai, come a quel tempo, egli scrive, i vinai possono
vantare d'aver fatto quattrini». Egli stesso dovette spesso arrestare
dei capi di battaglione briachi, non soltanto dalla sera alla mattina,
ma ben anco... dalla mattina alla sera.

«Quando le cose volgevano a male per gli insorti assediati; quando i
Versagliesi minacciavano da vicino il forte d'Issy, che cosa facevano i
difensori? Le taverne e le bettolaccie di quella borgata rigurgitavano
di avventori rimbamboliti dall'ubbriachezza. Dentro Asnières, e proprio
alla vigilia della sua capitolazione, la guardia nazionale, seguendo la
sua lodevole consuetudine, fumava, dormiva, mangiava e beveva».

Laborde cita due veri dipsomani fra i principali comunardi: L...
irascibile e vano, condannato più volte per violenze ed oltraggi, e già
sospetto d'alienazione; R... membro della Corte marziale e alcoolista,
con antecedenze ereditarie; e insieme Genton, già falegname, che
presiedette la stessa Corte allorchè giudicò gli ostaggi, rozzo colla
fisionomia brutale del beone; Dardelle, governatore militare delle
Tuileries, la cui voce era roca per l'alcool, e Protot, delegato al
Ministero della giustizia, che del gabinetto del guardasigilli aveva
fatto una bettola.

Eguali cause, eguali effetti:—non è guari, l'anniversario della
Comune segnava, in una regione del Belgio, il principio di un
movimento anarchico, con lontane parvenze politiche, che distruggeva
col saccheggio e coll'incendio quelle grandiose fabbriche di vetri,
da cui parecchie migliaia di operai ritraevano il sostentamento.
Orbene: da calcoli fatti risultò che appunto quella regione partecipò
più largamente all'enorme consumo dell'alcool fatto nel Belgio
in quell'anno (1884), accertato dalle cifre ufficiali in 500 mila
ettolitri, ma probabilmente superiore ai 600 mila ettolitri, cifra che
corrisponde al consumo dell'alcool in Italia, che ha una popolazione
cinque volte maggiore.


9. _L'alcoolismo nell'evoluzione._—Nell'_Homme de génie_ ho dimostrato
che una piccola quota di genii e dei loro genitori è alcoolista
(Baethoven, Byron, Avicenna, Alessandro Murger), ma questa, più che
causa, può dirsi triste complicazione e concomitanza del genio, la cui
vasta ed eccitabile corteccia abbisogna di sempre nuovi eccitanti.
E fatto parallelo a quello dei popoli che, quanto più civili,
specialmente se nordici, più sono preda dell'alcoolismo: che, anche
qui, però, non è causa, ma complicazione sventuratamente necessaria
della maggiore eccitabilità corticale.


10. _Tabacco._—Secondo Venturi i delinquenti offrono il maggior
numero di fiutatori di tabacco non solo in confronto de' sani, ma anche
de' pazzi stessi (delinquenti 45,80%; pazzi 25,88%; sani 14,32%); e tra
i delinquenti le proporzioni crescono tra sanguinari (48%) e assassini
rispetto a briganti ladri e falsari (43%).

Tanto nei criminali come ne' pazzi tale uso si inizia—al contrario
de' sani—sin nella gioventù; ma mentre nei pazzi esso aumenta nel
manicomio—invece nei deliquenti tale uso è antecedente alla detenzione
nè viene accresciuto da essa.

Le prostitute di Verona e Capua pigliano tabacco quasi tutte e quelle
che non tabaccano fumano[79].

Marambat[80] ha stabilito che la passione del fanciullo per il
tabacco lo trascina alla pigrizia, all'ubbriachezza e poi al
delitto. Su 603 fanciulli da 8 a 15 anni, 51% avevano le abitudini
del tabacco prima della loro detenzione; su 103 giovani dai 16 ai
20 anni questa proporzione è dell'84%; su 850 individui maturi
il 78% avevano contratto quest'abitudine prima dei 20 anni. Di
questi ultimi—516—individui il 57% entrava in prigione per la prima
volta prima di raggiungere i 20 anni, mentre tra gli individui
che non avevano mai usato tabacco questa proporzione è solo del
17%. La proporzione degli abituati al tabacco tra gli imputati di
vagabondaggio, mendicità, ladroneggio, truffa, ecc. è dell'89%.

Tra gli ubbriachi condannati gli individui dediti al tabacco danno il
74%, mentre gli altri il 43%. E tra i fumatori il numero dei recidivi
è 79%—mentre fra quelli che non fanno uso del tabacco è dell'55%. I
detenuti sobri che non usano tabacco dànno recidive nel 18%, mentre gli
altri, quantunque pure sobri, forniscono il 62%.

È evidente dunque che vi è un rapporto eziologico tra il tabacco ed
il delitto, che perfettamente collima con quello dell'alcoolismo;
perocchè è un fatto curioso che nei paesi dove è massimo il consumo del
tabacco[81] si ha il minimo della criminalità. Contraddizione frequente
in tutte queste ricerche, ma che presto si elide, perchè i fatti
restano sempre, anche quando pare si contraddicono ricordando come già
per l'alcoolismo che queste sostanze eccitanti del sistema nervoso sono
più frequentemente abusate nei popoli quanto più civili.


11. _Canapa._—Lo Stanley, or ora, in Africa trovò una specie di banditi
detti Ruga-Ruga, che erano i soli indigeni che abusassero della canapa;
secondo le tradizioni dell'Uganda il delitto apparve nei figli di Kinto
dopo che adottarono la birra (Stanley).


12. _Morfina._—A queste intossicazioni si potrebbero aggiungere una
quantità di altre. L'Hamook è un'ebbrezza da oppio che spinge i Malesi
all'omicidio; l'oppiofago chinese è apatico e insieme impulsivo,
omicida, suicida. Parecchie truffatrici ladre mostrano una isteria
mischiata a morfinomania, e i morfinomani in genere mostrano una
diminuzione notevole di senso morale, che più specialmente spinge
alla truffa, come qualche volta all'omicidio e all'oscenità criminose
(Charcot, op. cit.).

Un dottore aveva perduto così il senso morale, da farsi rubare dalle
amanti il denaro pel giuoco. Quando l'amante adultera entrò in convento
diede in ismanie tali, rotolandosi per terra, mordendo i tappeti, che
la moglie gli ricondusse essa stessa l'amante.

Una donna per le atroci sofferenze della astinenza morfinica fu
obbligata a prostituirsi per procacciarsene.

Una donna perversa fin da bambina divenata morfinomane, assassinò
una sua bimba di 5 anni e sostenne che era trascinata agli impulsi
sanguinosi della morfina (Guimbail, _Annale d'hygiène publique_, 1891).
Il morfinomane perde per gradi il potere di reagire, alle tendenze
impulsive finchè eguaglia e quasi supera il fumatore d'Haschisch in cui
le tendenze criminali sono così frequenti.

Un chinese per procurarsi il denaro per fumare, giuoca perfino le
proprie dita falange per falange, di cui stacca con un'ascia una
falange ogni volta che perde.

Il dott. Lamson, morfinomane, avvelenò con morfina un suo cognato,
senza comprenderne la gravità.

Nell'astinenza forzata, si hanno insieme alle manie e alle melanconie,
una tendenza al suicidio, omicidio, ma sopratutto al furto per
procurarsi il veleno (V. Guimbail, o. c.).

Marandon de Montijel riferisce il caso di un avvocato che vedendosi
rifiutata la morfina, in un bastimento, ne rubò con iscasso la
provvisione di bordo.

Una isterica morfinomane, di 28 anni, truffa, dando un falso nome,
e compra per un valore di 120 lire di merci in un magazzino, e con
imprevidenza strana ritorna nel magazzino pochi giorni dopo riportando
una parte degli oggetti rubati dicendo che non le convenivano: aveva
venduto tutto, argenteria, libri, per comperarsi morfina, e doveva
ancora 1600 lire per questa al farmacista: e quando egli si rifiutò di
dargliene altra commise il reato.

I morfinomani in complesso hanno la perdita del senso morale; tanto più
viva quanto maggiore è la dose. Possono avere allucinazione e pazzia
ma soprattutto hanno tendenze impulsive. Così uno taglia il capo di un
compagno credendo di ferire un porco.

14. _Mais guasto._—Anche il maiz guasto può considerarsi come
criminogeno.

Già le osservazioni esperimentali mi avevano mostrato che i polli, i
cani, docili e buoni, nutriti a maiz guasto diventavano dopo qualche
tempo feroci. Ma già nei miei _Studi clinici sulla pellagra_ (1872)
e nel _Trattato sulla pellagra_ (Torino, 1890) ho esposto le storie
di rei il cui movente risaliva alla pellagra ossia all'uso del maiz
guasto. Così uno affamava i figli per avarizia, e ne uccise uno perchè
per sfamarsi gli rubava alcune patate nel suo campo; ed una donna
gettava nel pozzo quasi pubblicamente il proprio neonato. Un altro
rubava per sfogare l'enorme voracità, per cui dicevami: «Sarei capace
di mangiare un uomo». In ambedue la pazzia morale era acquisita in età
matura, dall'avvelenamento maidico.



CAPITOLO VIII.

Istruzione media, diffusa e scarsa nella criminalità.


La corrispondenza assoluta, come era compresa dai più, pochi anni
sono, della criminalità coll'istruzione è dimostrata ormai un errore. È
noto purtroppo come il delitto in Europa aumenti malgrado che certo vi
aumenti l'istruzione.

Le tre provincie di Torino, Genova, Milano, che diedero il minimo di
analfabeti in Italia, un scolaro sopra 7 a 14 abitanti, videro negli
ultimi anni aumentarsi di un terzo i reati, da 6983 a 9884 (Sacchi,
_Studi intorno all'indirizzo educativo_, 1874).

Marro trovò su 500 rei e 500 onesti di Torino:

                                rei       onesti
  Analfabeti                    12%        6%
  Che sanno leggere e scrivere  75%       67%
  Istrutti                      12%       27%

con prevalenza è vero di analfabeti, ma anche di gente che sapevano
leggere e scrivere nei rei.

Moreno a Palermo nel 1878 constata che 53 reati furono commessi
alla scuola, 34 da scolari e 19 da maestri, a cui pare dunque che
l'istruzione non potesse mancare (Lombroso, _L'Incremento al delitto_,
pag. 80).

Il Curcio conta fra noi 1 condannato sopra 333 letterati, 1 sopra 484
analfabeti; ma poi, facendo molte giuste esclusioni, riesce a cambiare
le proporzioni in 1 ogni 284 illetterati, 1 ogni 292 letterati; cifre
che si equilibrano con un lieve aumento di colti fra i rei. E queste
assai scarse differenze si fanno in alcune categorie ancor meno
salienti. Tre settimi dei condannati ebbero un'istruzione elementare;
metà dei rei contro il buon costume, metà dei rei di contravvenzione,
10/25 dei rei contro le persone, e di quelli contro le proprietà,
ebbero una qualche istruzione (S. Curcio, o. c.).

E qui pure, insieme accrebbe il numero dei condannati fra gli individui
di istruzione superiore: nel 1826 erano 3,1‰ e nel 1860 erano 6,2 e gli
accusati da 2 al 1830-40 saliva a 4 nel 1878.

Mentre i delinquenti, in genere, dànno una media da 75 a 50 di
analfabeti, i rei minorenni ne diedero solo il 42%, ed in alcune
provincie, come nella Lombardia il 5, nel Piemonte il 17. E già nel
1872 se ne contarono, per 453 illetterati, 51 che sapevano leggere,
368 leggere e scrivere, 401 leggere e scrivere e conteggiare; 5 con
istruzione superiore (Vedi Cardon, _Statist. carceraria_, Roma, 1872).
Secondo un'osservazione importante dello Joly, Herault che nel 1886
dava il minimo degli analfabeti 1% dei coscritti, e che ha ora una
grande quantità di scuole, dalla più bassa scala nella criminalità
quando era illetterato, salì ora alla massima, e così il Doubs e il
Rodano.

Viceversa, Deux Sèvres, Vandea, Lot con 12; Vienne con 14; Indre con
17; Côtes du Nord con 24 e Morbihan con 35 illetterati dànno la cifra
minima di criminalità.

Secondo Guillot in Francia si contano 3000 condanne di letterati contro
1000 illetterati.

Levasseur calcola che su 100 accusati in Francia erano:

                  1830-40  1840-50  1850-60  1860-70  1875  1878
  Alfabeti           38       41       48       55     60    65
  Di alta coltura     2        3        3        5      4     4
con un raddoppiamento di gente alfabetica e colta fra i rei in men di
30 anni.

Tocqueville dimostra che nel Connecticut la delinquenza crebbe
coll'aumentare dell'istruzione.

Negli Stati Uniti le cifre massime di criminalità (0,35, 0,30, 0,37
per 1000) si notarono in Wyomin, California, Nevada che dànno il minimo
di illetterati (3,4, 7,7 e 8,0%) e viceversa le minime di criminalità
si notano in N. Messico 0,03, S. Carolina 0,06%, Alabama, Mississipi,
Georgia, Luisiana che diedero cifre massime d'analfabeti (65,0, 55% e
le 3 ultime da 49,1 a 50,9%); facendo eccezione Nebraska, Jowa, Maine,
Dakosta con scarse cifre di rei e di analbeti, e ciò per altre cause
che vedremo fra poco.

In Inghilterra e isole, i distretti Sorrey, Kent, Glocester, Middlesex
presentano la massima criminalità e sono i più colti, mentre i meno
colti North Wales, Essex, Cornwall, offrono la minima[82].

Nella stessa Russia tanto meno colta Oettingen (3ª ed. p. 597), calcola
fra i condannati il 25% che sa leggere, anzi degli uomini il 29%,
mentre la proporzione della popolazione onesta letterata l'8%.

In Scozia i delinquenti presentano, quanto al numero di analfabeti, un
progresso maggiore che nel resto della popolazione (_ibid._).

«Compulsate, dice Lauvergne, gli annali della giustizia, e troverete
che i delinquenti più indomabili e recidivi sono letterati» (_Les
forçats_, pag. 207).

Ma la prova migliore ce la dà il N. South Galles studiato da Fornasari
sui documenti del Coghlan (_The Wealth ecc._, Sydney, 1895):

Gli analf. onesti sonvi al 12% nel 1880, gli arrest. analf. 5,5, i
colti 6,2.

Gli analf. onesti sonvi al 7% nel 1891, gli arrest. analf. 4,1, i colti
4,7.

Tanto assolutamente quanto relativamente i colti delinquono più che gli
analfabeti.

Dal 1881 al 1891 gli scolari crebbervi da 197.412 a 252.940 e gli
arrestati da 39,758 a 44.851.

Per ogni nuova scuola aperta 1 arrestato di più. Per ogni 10 nuove
scuole aperte 5 arrestati in più e ciò in tutti i varii rami della
delinquenza:

                                                      Sapevano
                             arrestati  analfab.  leggere  legg. e
                                                            scriv.
  Contro le persone            3.355     222       39        3.094
   » la proprietà con violenza   990      60       14          916
   »        »    senza    »    4.878     331       69        4.473
  Ribellioni, ubbriachezza    32.878    2348      473       30.057
  Falsi monetari                 157       3        4          150


_Istruzione diffusa, suoi vantaggi._—Tuttavia, chi imparzialmente
perscruta entro le cifre degli ultimi anni, s'abbatte in un fatto
consolante, che dimostra non essere l'istruzione così fatale, come a
tutta prima parrebbe; esservi un punto in cui l'istruzione favorisce
il delitto, passato il quale l'istruzione invece serve d'antidoto.
Dove l'istruzione ha preso una grande diffusione, cresce la cifra dei
delinquenti a coltura superiore, ma ancor più quella dei delinquenti
analfabeti; il che vuol dire, che la delinquenza scema nelle classi
a coltura media. Così, a New-York mentre la popolazione dava, nel
1870, il 6,08% di analfabeti, e anzi, escludendone gli emigrati,
che forniscono il più gran contingente alle carceri, solo 1,83%; i
delinquenti dànno la quota di 31% di analfabeti[83].

Fra gli omicidi condannati or ora nell'America del Nord[84], 33% erano
completamente analfabeti, 64% sapevano leggere e scrivere, 3% avevano
istruzione superiore, mentre nei normali l'analfabetismo è solo nel
10%.

Nell'Austria, mentre la popolazione giovane, morale, di Salisburgo,
del Tirolo, non ha analfabeti, la criminale ne ha dal 16 al 20%
(Messedaglia).

Costruendo, coi lavori del Cardon, del Torre, del Bargoni, una tabella
comparativa degli analfabeti soldati e delinquenti, troviamo:

  Anni
  1862 delinquenti analf. 60,57 soldati analf. 64,32 leva del 42
  1863         »          62,50        »       65,46     »    43
  1864         »          58,20        »       65,10     »    44
  1865         »          56,38        »       64,27     »    45
  1869         »          64,00        »       60,49     »    49
  1871    case di pena    75,00        »       56,74     »    51
  1871       bagni        50,00        »       56,74     »    51
  1872    case di pena    79,00        »       56,53     »    52
  1872       bagni        78,00        »       56,53     »    5[85]

Dal 1862 sino al 1869, dunque, la proporzione degli analfabeti onesti
(soldati) fu superiore a quella dei delinquenti, come lo fu dal 1821 al
1829 in Francia (Oettingen, o. c.): ma i delinquenti analfabeti, più
scarsi dei soldati nei primi anni, si fanno assai più numerosi negli
ultimi; il che è tanto più notevole, perchè la cifra sempre più grossa
dei recidivi, nei quali preabbonda l'istruzione, dovrebbe aumentare
negli ultimi anni la quota degli istrutti fra i delinquenti.

Lo stesso può dirsi in Austria, ove

  Nel 1856 i condannati analfabeti davano il 54,90%
   »  1857      »          »          »      58,90%
   »  1858      »          »          »      60,80%
   »  1859      »          »          »      61,43%

nel qual anno, all'aumento della criminalità degli analfabeti
corrispose un aumento in quella delle classi più colte (Messedaglia, o.
c.).

Anche in Francia negli anni:

                                     %                     %
  1827-28 i soldati analf. davano il 56 i condannati analf. 62
  1831-32         »         »        49       »       »     59
  1835-36         »         »        47       »       »     57
  1836-50         »         »        47       »       »     48
  1863-64         »         »        28       »       »     52
  1865-66         »         »        25       »       »     36
  1871-72         »         »        20       »       »     37
  1874-75         »         »        18       »       »     36
  1875-76         »         »        17       »       »     34
  1876-77         »         »        16       »       »     31[86]

Decrebbero, dunque, anche là, ogni anno, gli analfabeti di ambe le
categorie, ma assai più lentamente quelle dei condannati, e si aggiunga
che là i rei sotto i 21 anni scemarono dal 1828 al 1863 di 4152
individui (Legoyt).

Più spiccato ancora risulta tal fatto, studiando in Europa dietro le
ricerche di Levasseur (_Bulletin de la Société Statistique_, 1895)
il numero degli scolari, e con quello di Bodio (_Di alcuni indici
misuratori del movimento economico_, 1891) le proporzioni degli allievi
delle scuole private e pubbliche, per abitanti, e le statistiche degli
omicidi e dei furti del Ferri e delle rivoluzioni nel mio _Delitto
Politico_: noi abbiamo questi dati:

               Scolari   Omicidi (1880-2)   Furti        Rivoluzioni
              p. 100 ab.  p. 100.000 ab. p. 100.000 ab. p. 10 milioni
                                                              ab.
  Prussia         17,8          5,7           246              5
  Svizzera        16,1         16,4           114             80
  Inghilterra[87] 16,4          5,6           163              7
  Paesi Bassi(87) 14,3          5,6            —               —
  Svezia(87)      13,6         13,0            —              13
  Austria         12,5         25,0           103              5
  Francia         14,5         18,0           103             16
  Belgio(87)      10,9         18,0           134              —
  Spagna           9,1         74,0            52,9           55
  Italia           7,6         96,0           150             30
  Russia           2,4         14,0             ?              —

Donde si vede che col crescere degli scolari in massima diminuiscono
gli omicidi, fatta eccezione per la Russia (con 14 di omicidi malgrado
un minimo di scolari, 2,4) e per la Svizzera che ha una forte cifra di
scolari e di omicidi.

Quanto ai furti seguono la linea inversa, si elevano in Inghilterra,
Belgio, Prussia, col maggior numero degli scolari, e diminuiscono in
Spagna col loro minor numero.

Quanto alle tendenze rivoluzionarie dànno risultati contradditorii.

Il rapporto si conserva fino a un certo punto studiando le singole
nazioni.

In Italia completo è il parallelismo tra l'omicidio, lo stupro e
l'analfabetismo, la cui quota minima, media e massima, corrisponde a
quella dei due citati reati, come dalla seguente Tavola:

                                           Analfabeti
                            da 80 a 86%   da 80 a 50%   da 50 a 0%
  Omicidi[88] p. 100.000 abit.   32,3           22,9            6,6
  Stupri[89]      »       »      23,6           11,3           10,2
  Truffe[90]      »       »      41             63             50
  Furti[91]       »       »     141            160            119

Se si passa a maggiori dettagli vediamo però per gli omicidi che in
Sardegna, Cagliari, con 82% d'analfabeti, ha 21 0/0000 d'omicidi,
la metà di Sassari—42—che pure ha un minor numero —76—di analfabeti;
Torino, la prima per coltura (25% di analfabeti), dà 7 omicidi, mentre
Brescia, Cremona, Verona con molto più analfabeti (44-45-46) danno meno
omicidi!—3,4-4,8-2,8— influendo in Torino forse il vino e la razza e
le abitudini guerriere. Reggio Emilia che ha il minimo di stupri, ha il
62% di analfabeti; vi sono dunque numerose e gravi interferenze.

Quanto alle truffe, minime dove è massimo l'analfabetismo (Cosenza,
Benevento, Caltanissetta), crescono collo scemare di questo (Macerata,
Sassari, Venezia), ma diminuiscono notevolmente quando l'analfabetismo
è al minimo (Milano, Torino, Belluno), non però tanto da raggiungere la
quota del massimo analfabetismo.

Anche il furto aumenta colla media istruzione (Treviso, Venezia,
Lecce) e diminuisce colla maggior diffusione di questa (Alessandria,
Novara, Como) mostrando un calo ben maggiore che non desse il massimo
analfabetismo.

In Italia, Livorno che dà una delle cifre più basse d'analfabeti (44%,
mentre Reggio il 61%, Firenze 59%, Pisa 62,3%), dà una criminalità
maggiore che in tutti i reati della regione.

Nelle recenti statistiche di Francia portate da Joly (op. c.).

                      p. 100.000 ab.         p. 100.000 ab.
  Nei 6 dipartimenti con  7 a 10 illetterati =  9      accusati
     13      »        »  11 a 20      »      = 13         »
      3      »        »  20 a 50      »      = 13 a 11    »
     11      »        »  50 a 61      »      =  8         »

Qui il delitto aumenta con una media istruzione e cala colla massima.

Noi abbiamo poco sopra notato, come in Francia ed in Inghilterra i
delitti di sangue si fanno rarissimi nelle grandi città, ove sono quasi
sempre opera di campagnuoli, o montanari, mentre prevalgonvi quelli
contro le proprietà; e che così accade fra noi dei recidivi, appunto
perché più istrutti. Nel Belgio, i grandi delitti scemarono ogni anno
dal 1832 in poi—erano 1 ogni 83,572, calarono ad 1 ogni 90,220 nel
1855. In Svezia dal 1852 in poi i grandi delitti scemarono del 40%.

Anche nell'America del Sud, a Mendoza, un rapporto ufficiale dice, che
si avevano:

359 condanne quando vi era 1 scolaro ogni 27 abitanti e 127 condanne
quando vi era 1 scolaro ogni 8 abitanti

(_Congresso di Stokolma_, 1889).


_Criminalità speciali dei colti ed incolti._—Tutto ciò ci spiega il
fenomeno contradditorio sulle prime, e che Joly non seppe spiegare, che
l'istruzione ora aumenti ora diminuisca il delitto. Dapprima, quando
non è diffusa, quando non è maturata in un paese, aumenta tutti i
delitti salvo l'omicidio: quando invece è diffusissima fa calare tutti
i reati più feroci, non però, come vedremo, i reati minori, o quelli
politici e i commerciali, o di libidine, perché essi aumentano col
naturale aumento degli attriti umani, e degli affari e della attività
cerebrale.

Dove, insomma incontrastabilmente influisce l'istruzione sulla
criminalità, è nel mutarne l'indole, nel renderla meno feroce.

Fayet e Lacassagne mostrarono che:

1º negli analfabeti predominano gli infanticidi, la soppressione di
parto, i furti, l'associazione di malfattori, saccheggi, incendi;

2º in quelli che san leggere e scrivere imperfettamente prevalgono
l'estorsione di cambiali, minaccie per iscritto, ricatti, saccheggi,
guasti di proprietà, ferimenti;

3º negli istrutti a leggere e scrivere prevalgono concussione,
corruzione, falsi in iscritto, minaccie per iscritto;

4º negli istrutti con coltura elevata, falsi in scrittura di commercio,
estorsione di fondi dei funzionari pubblici, falso in scrittura
autentica, sottrazione d'atti, delitti politici (o. c.).

Insomma vi è una criminalità specifica per gli illetterati, è la più
feroce ed una per i letterati, ed è la più astuta, ma più mite.

Il minimo del falso—107‰—ed il massimo degli infanticidi 705‰,
si trovano fra gli illetterati: invece nei condannati con coltura
superiore prevalsero i falsi di carte pubbliche, abuso di ufficio,
infedeltà e truffa, mancando gl'infanticidi e i reati di violenza.

In Austria tra gli analfabeti prevalsero ratti, rapine, infanticidi,
aborti, uccisioni, furti, bigamie, omicidi, danneggiamenti, ferite (o.
c.).

In Francia pure dagli studi più recenti di Socquet (_Contribution a
l'étude de la criminalité en France_) si vedono man mano diminuire
i rei illetterati al 1876-80 in confronto al 1831-35: gli omicidi e
gli assassini della 1/2, gli infanticidi e gli aborti di 1/3; i reati
contro i costumi quasi di 1/3; i rei coltissimi poi scemano di 1/2
negli assassini e omicidi; mentre sono quasi stazionari negli altri
reati[92].

Quanto ai delitti politici essi aumentano costantemente colla maggior
istruzione. Già la storia ci mostrò che le città più colte (Atene,
Ginevra, Firenze) diedero il massimo delle rivoluzioni; e non è certo
negli analfabeti, ma in quelli a coltura superiore che si trovano i
nihilisti e gli anarchici, del che addussi abbondanti prove nel mio
_Crime Politique_.

In Italia, dal bellissimo studio di Amati (_Istruzione e delinquenza in
Italia_, 1886):

  Anni 1881-83                 Analfabeti  Sap. scriv. e legg.  Colti
                                  %              %               %
  Delitti politici                54             36              10
  Truffe                          38             55               7
  Omicidi                         62             37               0,12
  Furti                           65             34               1,7
  Stupri                          48             44               8
  Ribellioni                      49             48               3,1
  Contro l'ordine delle famiglie  61             38               0,8

Nei 503 più colti si notavano nel 1881-83:

  Falsi              76-152  ‰
  Omicidi            44-88   »
  Furti              40-80   »
  Truffe             57-114  »
  Concussioni        38-76   »
  Grassazioni        22-44   »
  Reati di lascivia  34-68   »
  Bancarotta         33-66   »
  Spergiuri           2-4    »
  Ferite             13-26   »
  Parricidi           2-4    »
  Delitti politici   14-28   »
  Religione           1-2    »
  Distruz d'oggetti   4-8    »
  Incendii            9-18   »
  Istigazione a reati 6-12   »
  Aborto              1-2    »

con cifre massime dunque di falsi, truffe, reati di lascivia,
bancarotta, furti, concussioni, omicidi; e minime di ferite,
grassazioni, parricidi, incendii.

In complesso si vede che se gli omicidi e i furti prevalgono negli
analfabeti; unendo insieme i più colti e gli istrutti prevalgonvi
specialmente i delitti politici, gli stupri e le truffe, nelle quali
ultime sono in minoranza assoluta gli analfabeti e in maggioranza i
colti e i semicolti.

E notisi che pei delitti politici, si trattava di un'epoca in cui
essendo completamente libero fra noi il pensiero, ben pochi, e non i
migliori erano i ribelli politici, ciò che spiega la cifra pur grossa
di analfabeti, mentre ora i puniti per delitto politico son certo
il fiore della coltura nazionale. Altrettanto accade in Russia dove
il massimo contingente, nei reati politici è dato dall'istruzione
superiore. Anche dal 1827 al 1846 i nobili esiliati in Siberia per
politica erano 120 volte più numerosi dei contadini.

Su 100 donne condannate per delitto politico in Russia, 75 erano colte,
12 sapevano leggere e scrivere e 7 analfabete[93].

In Francia calarono i delitti più gravi che si portavano alle Assise
per cui da 40 0/0000 che si portavano alle Assise nel 1825, scesero
a 11 0/0000 nel 1881, ma aumentarono gli accusati portati davanti al
ministero pubblico da 48.000 a 205.000.

In complesso la criminalità aumentò del 133%; ma scemava quella di
sangue ed aumentò quella contro i costumi, specie contro i fanciulli,
che da 83 nel 1825 saliva a 615 nel 1881; oltraggio al pudore che da
302 nel 1875 saliva a 2592 nel 1880; i furti aumentarono dal 1826 al
1880 del 238%, le truffe del 323%, gli abusi di confidenza del 630%, i
delitti contro i costumi del 700%.

Il vagabondaggio quadruplicò, gli oltraggi alle guardie
quintuplicarono, il vagabondaggio ottuplicò; i fallimenti salirono da
2000 a 8000, mentre i commercianti accrebbero sì, ma non del quadruplo.

Questi aumenti esprimono l'influsso della coltura.

Più bella e più benefica è questa influenza nell'Inghilterra[94]: dal
1868 al 1892 calarono i prigionieri da 87.000 a 50.000 ed i criminali
liberi da 31.295 a 29.825; i rei minorenni da 10.000 a 4.000; dagli
ultimi 10 anni—1892—le offese contro le persone scemarono dell'8%,
i furti e borseggi del 30%, i falsi monetari del 34%, i reati contro
l'ordine pubblico del 35%; crebbero solo i reati contro la proprietà
con violenza del 27% e per vendetta del 18%; mentre poi dal 1874 al
1894 crebbero le bancherotte da 28,7 a 36%. Crebbero insomma alcuni,
non tutti i reati più gravi.

Eppure nello stesso tempo la popolazione aumentò del 12%; e ora non
vi si contan più che 21 illetterati su 100 accusati: e il decremento
si ebbe sopratutto su Londra, che è la città più ricca e ha scuole più
diffuse.

Non si può dire, adunque, che l'istruzione sia sempre un freno al
delitto, ma nemmeno che sia sempre uno sprono. Quando essa è veramente
diffusa su tutte le classi, la si mostra, anzi, benefica, scemando i
delitti fra gl'individui mediocremente colti e sempre raddolcendone
l'indole.


_Istruzione carceraria._—Tuttavia, se questo va inteso per la
popolazione, in genere, non deve estendersi alla carceraria, dove una
coltura elementare, che non si possa accompagnare con una educazione
speciale, la quale prenda di mira le passioni e gli istinti piuttosto
che l'intelligenza, è assolutamente dannosa, è un'arma di più che
si somministra al reo per acuirsi nel crimine, per divenir recidivo.
Sicchè, se deve darsi opera a estendere l'istruzione alfabetica, anche
forzatamente, fra il popolo, non deve incoraggiarsi, punto, nelle
case penali, dalle quali converrebbe pure togliere l'apprendimento
di quelle arti, p. es., del fabbro, del litografo, del muratore, che
possono favorire alcune delinquenze (Vedi vol. I, pag. 478).

Senza dubbio la istruzione alfabetica che si dà nelle carceri di
Francia, Sassonia, Svezia spiega le cifre notevoli di falsi che si
commettono dai recidivi.

Nè io saprei spiegarmi se non colla introduzione delle scuole
carcerarie, che aumentano i contatti fra i discoli, ne acuiscono
le menti e raddoppiano le forze e tolgono i vantaggi del silenzio e
dell'isolamento, il gran numero dei nostri recidivi istrutti, tanto
più che la statistica ci rivelò nei recidivi una cifra quasi doppia
(67,40) di reati contro la proprietà, in confronto dei delinquenti
non recidivi (28,47%), e inferiore di un quarto circa (40,13 per
32,54) di delitti contro le persone; aumentarono, dunque, fra essi
probabilmente i delitti in cui occorre la cultura, e di altrettanto
scemarono quelli, dove entra la violenza. Oserei dire perciò che, in
buona parte, la scuola carceraria entra a fattore nell'accrescimento
della criminalità—almeno fra i recidivi—che si osserva in molte regioni
civili[95].

E qui mi farò forte della opinione di Dante:

    Che dove l'argomento della mente
    S'aggiunge al mal voler ed alla possa,
    Nessun riparo vi può far la gente.

                               (_Inf._, XXXI).

e d'un altro grande osservatore dallo sguardo felice:

    Chi nun sa scrive' in oggi fa poino...
    Ma se sapevo scrive', 'r mi' Pasquale,
    Dove ci ho 'alli, c'era 'n pal di guanti.
    Belle mi' filme farse alle 'ambiale!
    Che scoti 'r capo? l'anno fatto tanti;
    Dunque vòr di' che 'un c'è nulla di male.

        (NERI TANFUCCIO, _Sonetto_, XCVIII, pag. 124).

Versi questi due ultimi che ci dipingono come e perchè il male impunito
diventa epidemico.

«Sono stato a scuola, scrive Passanante, nel mio paese nell'anno 1864
o 1865, frequentando la scuola elementare del municipio. In seguito ho
letto la Bibbia che acquistai e poi perdetti, e qualche altro libro che
per caso mi è riuscito aver tra le mani, sopra svariate materie».

E aggiungerò come Caruso fosse solito a dire, che se avesse conosciuto
l'alfabeto, avrebbe potuto conquistare il mondo; e come l'assassino
Delpero a pie' del patibolo dichiarasse che causa della sua disgrazia
fu l'istruzione, procuratagli dai parenti, che lo fece invanire e
quindi preferir l'ozio al lavoro mal ricompensato.

«Gli è che, nota assai bene il Messedaglia, l'istruzione va considerata
più come una forza che come una ragione morale, forza che indirizza
più al bene che al male, ma che può altresì essere abusata, ed anche
in alcuni casi tornare indifferente. Ed altra cosa è saper leggere
e scrivere, altro il possedere il grado necessario di moralità».
«Le cognizioni, dice assai bene il Seymour, il presidente delle
Associazioni carcerarie d'America, sono una potenza, non una virtù,
e possono servire al bene, ma anche al male».—Gli è, ripeterò io, in
altre parole, che la semplice cognizione sensoria della forma delle
lettere o del suono onde s'intitola un oggetto, e anche le nozioni
dei grandi progressi tecnologici e scientifici, non accrescono di
una linea il peculio della morale, e possono, alla lor volta, invece,
essere un valido strumento del maleficio, creando nuovi crimini, che
più facilmente possono sfuggire ai colpi della legge, rendendo più
affilate e più micidiali le armi onde si servono i rei; per esempio,
insegnando a servirsi delle ferrovie, come appresero nel 1845 per
la prima volta a Tiebert; o del petrolio, come accadde a quei della
Comune; o della dinamite, come or ora a Thomas; o del telegrafo e delle
lettere in cifra, come usava il veneto Fangin, che con questo mezzo
segnalava ai seguaci la corriera da svaligiare; e tutti i delinquenti,
poi, addottrinando colla lettura dei processi, di cui sono avidissimi,
sulle arti dei loro predecessori. Così è che, su 150 vagabondi, Mayhew
ne rinvenne 63 che sapevano leggere e scrivere, quasi tutti ladri; e di
questi, 50 avevano letto il _Jack Sheppart_ ed altri romanzi criminali,
oltre al Calendario di Newgate; gl'illetterati se l'erano fatto leggere
in casa; molti dichiararono che da queste letture avevano avuto il
primo impulso alla loro vita sregolata.


_Danni speciali dell'istruzione._—Gli è certo che la scuola non è
un centro di moralità. È giusto quanto predica ai borghesi istrutti
Joly: «Voi contate sulla scuola per supplire alla lacuna ed assenza
dei genitori—che devono accudire i loro lavori o che non sanno e non
possono fare il loro dovere—e poi contate sulla famiglia per supplire
alla lacuna morale della scuola. Ma mentre uno attende tutto dall'altro
tutti e due vi vengono meno».

E fin l'istruzione superiore che si appresta, almeno a noi Latini,
fra cui il delitto è in aumento, aumenta spesso invece di medicare le
piaghe: viviamo in un'epoca in cui i giorni son anni e gli anni secoli,
e vogliamo far vivere i giovani in un'atmosfera di migliaia d'anni fa.

Non hanno nemmeno gli ingegni più forti tempo che basti per abbracciare
quella parte di scibile che è necessaria a tutti (come la storia
naturale, l'igiene, le lingue vive, la statistica, ecc.) e vogliamo che
la consumino per imparare a balbettare malamente delle lingue e delle
scienze morte: e tuttociò: per... raffinarci il buon gusto, mentre
tutti noi troveremmo ridicolo che si insegnasse per dieci o dodici anni
a fare dei fiori o dei solfeggi?

La fiumana della vita moderna, tutta impregnata di fatti, ci passa
avanti, e noi non ce ne avvediamo.

Quanto dovranno sorridere i nostri nipoti pensando che migliaia e
migliaia di uomini hanno creduto sul serio che qualche frammento
di classico, studiato sbadigliando e per forza, e dimenticato
più facilmente che non appreso, e peggio ancora, le aride regole
grammaticali di una lingua antica, siansi credute lo strumento più
prezioso per acuire l'ingegno ed il carattere del giovane, più che non
l'esposizione dei fatti che più lo dovrebbero interessare e più della
ragione dei fatti stessi. Ma intanto si fabbricano generazioni, il
cui cervello s'imbeve, per molto tempo, solo della forma e non della
sostanza, anzi, più che della forma (che almeno potrebbe tradursi in
qualche capolavoro estetico) di un'adorazione feticcia di quella, e
tanto più inesatta, tanto più sterile e cieca, quanto maggiore fu il
tempo che inutilmente vi si consumava.

E quando crediamo di avere ingoffati a sufficienza quei poveri cervelli
di questa classica stoppa, li rinzeppiamo, per soprassello, di vacuità
metafisiche od archeologiche.

Da ciò l'incapacità di capire il nostro tempo, da ciò l'esagerata
importanza data a pezzi di carta che si chiaman progetti di legge, da
ciò la degenerazione del carattere.

Quella menzogna perpetua verniciata di retorica in cui viviamo, che ci
rende la penultima delle nazioni latine, oltre che dall'imbeverci di
una vita la quale non è la nostra, dipende dall'abito di correr dietro
alla forma, al suono delle cose più che alla sostanza e dalla lunga
abitudine, continuata per tanti anni della giovinezza, di ingannarci
e ingannare gli altri nell'apprendimento di una lingua alla quale non
ci interessiamo punto; di supplire alle inutili fatiche colle arti
dell'adulazione, dei falsi. Poi l'abitudine fatta si estende alla vita
di studente, di dottore, di deputato, di ministro.

Ecco perchè, mancando così di una solida base, il giovine si getta
in braccio alla prima novazione, anche la più errata, la più discorde
dai tempi, quando questa gli ricorda la male intravveduta antichità.
Chi ne dubitasse, ricordi il classicismo dei rivoluzionari dell'89 e
legga Vallès: _Le bachelier et l'insurgé_, e vedrà quanto contribuisca
quell'educazione discorde dal tempo a farne uno spostato ed un ribelle.

E da quell'educazione dipende quell'adorazione della violenza che fu
il punto di partenza di tutti i nostri rivoluzionari, da Cola da Rienzi
fino a Robespierre.

«..... Tutta L'educazione classica, scrive Guglielmo Ferrero (_Riforma
sociale_, 1894), che altro è se non una glorificazione continuata
della violenza, in tutte le sue forme? che comincia dalla apoteosi
degli assassinii commessi da Codro o da Aristogitone, per arrivare ai
regicidi di Bruto. E tutta la storia del Medio Evo, e tutta la storia
moderna, e la storia stessa del nostro risorgimento, come la insegnano
oggi, quasi dovunque, che altro è se non la glorificazione, fatta da
un punto di vista speciale, di atti brutali e violenti? Non ha forse
potuto un poeta, che tutti considerano come il rappresentante morale
dell'Italia nuova, scrivere tra gli applausi generali:

    «Ferro e vino voglio io...
    . . . . . . . . . . . .
    Il ferro per uccidere i tiranni,
    Il vin per celebrarne il funeral»?

«In questo punto, tanto il vizio è profondo, tutti i partiti sono
d'accordo: i clericali grideranno urrah alla pugnalata di Ravaillac;
i conservatori alle fucilazioni in massa dei comunardi del 1871; i
repubblicani alle bombe di Orsini; ma tutti sono d'un pensiero, nel
celebrare la santità della violenza, quando torna utile ad essi.
Il nuovo eroe di questi ultimi anni del secolo non è nè un grande
scienziato, nè un grande artista, ma Napoleone I.

«Chi può meravigliarsi, dopo ciò, se in una società così satura di
violenza, la violenza scoppia fuori di tempo in tempo, da ogni parte,
in lampi e tempeste? Non si può impunemente dichiarare santa la
violenza, con il sottinteso che essa debba essere applicata solo in un
modo determinato; presto o tardi arriva chi trasporta il Vangelo della
forza da un credo politico ad un altro.

«L'istruzione ci favorisce dunque la simulazione e la violenza—peggio
ci rende inerti ed inetti e quindi mendaci—o quel che è lo stesso
politicamente malvagi».

Son lieto di essere in questa stato preceduto dal grande maestro mio
Taine in queste sue ultime pagine quasi monito sacro alle nostre razze
latine così tenaci e gloriose di quello che è la massima loro ruina.

«La vera istruzione, la vera educazione, scrive Taine[96], si ha
al contatto delle cose, alle innumerevoli impressioni sensibili e
che l'uomo riceve tutto il giorno nel laboratorio, nella miniera,
nel tribunale, nell'ospedale, davanti agli strumenti, al materiale,
che entrano per gli orecchi, pel naso, per l'odorato, e che
sordamente elaborate, si organizzano in lui per suggerirgli prima
o dopo una combinazione nuova, una semplificazione, un'economia, un
perfezionamento, un'invenzione. Di tutti questi contatti preziosi,
di tutti questi elementi assimilabili e indispensabili, il giovane
francese è privato, e appunto nell'età più feconda. Per 7 o 8 anni
è chiuso in una scuola, lontano dall'esperienza personale, che gli
avrebbe data una nozione giusta e reale delle cose, degli uomini, e
della maniera di armeggiarsi nella vita.

«È troppo esigere dai giovani che un giorno determinato, davanti a una
seggiola, siano in possesso di tutto lo scibile; infatti due mesi dopo
gli esami non ne sanno più niente: ma intanto il loro vigore mentale
declina; i succhi fecondi sonsi inariditi; l'uomo fatto o meglio colui
che non subisce più alcun cambiamento, diviene etichettato, rassegnato
a tirar in lungo, a girar indefinitamente la stessa ruota.

«Viceversa gli anglosassoni i soli in Europa, nei quali, come vedremo,
ci sia la minima criminalità, non hanno le nostre innumerevoli scuole
speciali; da loro, l'insegnamento non è dato dal libro, ma dalla cosa
stessa. L'ingegnere per esempio si forma in una officina, e non in una
scuola; il che permette a ciascuno di giungere esattamente al grado che
comporta la sua intelligenza, operaio o capomastro, se non può andar
più in su, ingegnere se le sue attitudini glie lo additano. Invece da
noi coi tre piani dell'istruzione per l'infanzia, l'adolescenza e la
giovinezza; colla preparazione teorica e scolastica sui banchi e sui
libri, si è prolungata e si è aumentata sempre più in vista dell'esame,
del grado, del diploma, del brevetto, la tensione della mente, mentre
le nostre scuole non dànno mai quel corredo indispensabile che è la
solidità del buon senso, della volontà, e dei nervi. Così la entrata
nel mondo dello studente e i suoi primi passi nel campo d'azione
pratico, non sono per lo più che una serie di cadute dolorose; sicché
ne resta indolenzito, e, qualche volta, addirittura stroppiato. È una
prova rude e pericolosa; l'equilibrio mentale gli si altera e corre
rischio di non potersi più ristabilire; la disillusione è stata troppo
rude e troppo forte».

L'istruzione è infine spesso un incentivo del male, promovendo, senza
le forze di soddisfarli, nuovi bisogni, nuovi desideri, e soprattutto
nelle scuole, nuovi contatti, tra gli onesti e gl'inonesti, resi
vieppiù perniciosi laddove l'istruttore stesso diviene l'apostolo
del male, in ispecie pei delitti di libidine, come si nota qui ed in
Germania (Oettingen, o. c.).



CAPITOLO IX.

Influenza economica—Ricchezza.


L'influenza della ricchezza è certo più controversa di quella della
istruzione. Nè l'esame più spassionato dei fatti, riesce a darne una
soluzione completa. E bisogna dire che sono i termini anche che spesso
sfuggono al ricercatore. Lo stesso Bodio nella sua classica opera:
_Di alcuni indici numeratori del movimento economico in Italia_, 1890,
dimostra che la domanda—quale sia la ricchezza d'Italia—è una domanda
la cui risposta è impossibile. Fare il computo di tutte le fonti
di ricchezza agraria e mineraria è impossibile perchè non abbiamo
statistiche chiare delle industrie estrattive; far la statistica di
tutte le proprietà individuali è impossibile per la mancanza di un
catasto simultaneo di tutte le ricchezze mobili e immobili; e bisogna
ricorrere alle denuncie private sulle donazioni e testamenti. Il medio
salario bisogna basarlo per via di ipotesi, sopra il minimo necessario
alla vita, che è pure esso un dato congetturale. Basarsi per la
ricchezza sulle tasse, soltanto, pare affatto erroneo, quando sappiamo
come gli errori catastali soli bastano per scombuiare ogni calcolo,
senza contare che molti affaristi e banchieri e molti professionisti
vi sfuggono più o meno completamente. Ed ecco infatti come i risultati
da questo lato comunque si prendano mostrano difficile il cogliere un
rapporto esatto tra la ricchezza e i delitti più importanti.


1. _Tasse e imposte riunite_.—Confrontando la ricchezza in Italia,
calcolata dalle cifre rappresentanti la _somma_ delle quote individuali
per abitante delle tasse di consumo (dazi interni di consumo, tabacchi,
sali), delle imposte dirette (sui fondi rustici, sui fabbricati e di
ricchezza mobile sopra ruoli) e delle tasse degli affari[97]—colle
cifre dei reati principali[98] abbiamo:

                    _Ricchezza massima_, 1885-86
            (Quota pagata da ogni abitante: da L. 33 a L. 74):

                                 Reati contro
                               il            la
  Ricchezza   Provincia    Buon costume   Fede pubbl.  Furti  Omicidi
  L. 74,9     Livorno         26,4           76         224    21,3
  »  71,3     Roma            22,1           65         329    27,8
  »  55,1     Napoli          20,7           48         161    26,7
  »  54,5     Milano          11,7           47         157     3,4
  »  45,6     Firenze         12,6           48         120     9,9
  »  42,5     Genova          17,2           59         147     7,8
  »  41,4     Venezia         14,3          138         246     6,5
  »  38,4     Torino          17,9          103         121     9,1
  »  33,3     Bologna         11,3          104         216     7,6
  »  33,0     Cremona          6,8           59         134     2,3
  »  31,7     Ferrara          7,2           33         367     6,1
  »  31,4     Mantova         15,6           88         254     7,8
                              ————          —————       ———    ————
                              15,6           70,6       206    11,3

                  _Ricchezza media_ (da L. 20 a L. 26):

  L. 26,9     Porto Maurizio  10,1           94         135     6,2
  »  25,4     Novara           8,1           34         100     6,3
  »  25,1     Grosseto        22,4           50         105    15,4
  »  24,6     Caserta         17,0           44         189    31,2
  »  24,4     Cuneo            6,9           52          87     8,8
  »  24,1     Ancona          11,7          128         100    19,0
  »  23,5     Palermo         21,8           35         150    42,5
  »  23,3     Lecce           16,7           52         126    10,3
  »  23,0     Bergamo          9,5           38         115     4,0
  »  22,5     Forlì            7,4          172         174    21,5
  »  20,4     Cagliari        17,2           68         296    21,8
  »  20,3     Perugia         12,7           32         140    15,9
                              ————          ———         ———    ————
                              13,4           66         143    17,0

                   _Ricchezza minima_ (da L. 10 a L. 18):

                                 Reati contro
                               il            la
  Ricchezza   Provincia    Buon costume   Fede publ.   Furti  Omicidi
  L. 10,5     Belluno          6,3           25         108     5,1
  »  13,6     Sondrio         13,0           31         120     5,4
  »  14,0     Teramo          14,7           37         108    20,4
  »  14,7     Cosenza         34,8           30         125    38,2
  »  15,0     Campobasso      22,2           42         190    41,2
  »  15,4     Aquila          18,5           44         118    31,1
  »  15,8     Chieti          31,1           76         119    25,7
  »  16,3     Reggio Calab.   30,5           26         214    30,5
  »  16,4     Messina         17,9           29         148    19,2
  »  16,5     Ascoli          13,3           40          82    11,9
  »  16,6     Avellino        23,3           42         179    45,4
  »  18,3     Macerata         9,8          102         273    13,0
                              ————          ———         ———    ————
                              19,6           43         148    23,0

Che riassunte in gruppi ed aggiungendovi le cifre del periodo 1890-93
forniteci dal Bodio, nelle quali, oltre ai furti denunciati al P. M.,
si tien calcolo anche di quelli di competenza dei pretori, dànno:

                                 Ricchezza            1890-93 (Bodio)
                           massima media minima   massima  media  minima

  Reati c. la fede pubblica  70,6   66,0   43,0    55,13   39,45   37,39
  Reati c. il buon costume   15,6   13,4   19,6    16,15   15,28   21,49
  Furti                     206,0  143,0  148,0   361,28  329,51  419,05
  Omicidi                    11,3   17,0   23,0     8,34   13,39   15,40
  Truffe, frodi, bancherotte                       81,39   53,27   46,53

Da cui si vede che: le truffe e in genere i reati contro la fede
pubblica vanno decisamente aumentando coll'aumentare della ricchezza;
che i furti sono massimi dove questa è massima; ma se vi si aggiungano
anche quelli di competenza dei pretori, di poca entità e per lo più
campestri, se ne ha il massimo dove la ricchezza è minima, come del
resto si ha sempre per gli omicidi.

Questa differenza dimostra ancor meglio la influenza assolutamente
occasionale della pura miseria sui minimi reati per lo più boschivi:
l'abbiamo veduto anche nel capitolo dell'Alimentazione, nel fatto che
mentre i furti in genere crescono in Germania negli anni in cui il
frumento costa meno—e calano quando questo cresce di prezzo—invece i
furti boschivi hanno un comportamento affatto inverso. Ma questi furti,
che ricordano ancora l'antica usanza della comunione delle terre e
dei pascoli, si legano a vecchie tradizioni e non rappresentano che in
piccolissima parte l'immoralità d'un paese.

Il comm. Bodio ci fa notare la necessità anche per ragioni psicologiche
di studiare a parte le truffe (frodi e bancherotte) e i falsi in
monete ed in atti: ma noi, coi dati che egli ci somministra, troviamo
che, tanto nelle medie quanto nell'ordine sociale, questi reati si
comportano come i reati contro la fede pubblica da noi studiati sugli
anni 1878-83, andando cioè paralleli colla ricchezza.

Quanto ai reati contro il buon costume i risultati sono più inattesi;
essi presenterebbero, cioè, il loro minimo dove la ricchezza è media,
e il loro massimo dove la ricchezza è minima. Ciò è in evidente
contraddizione con quanto si conosce sull'andamento solito dei
reati contro il buon costume che sempre crescono col crescere della
ricchezza.

Tuttavia queste conclusioni subiscono numerose eccezioni, anche le
quali si mantengono pressochè tutte nel periodo 1890-93.

Così vediamo tre provincie che hanno una ricchezza minima e press'a
poco eguale, Sondrio, Reggio Calabria ed Aquila, offrire una metà di
furti e quasi il terzo di falsi di Macerata (102), senza che della
differenza si possa trovare alcuna spiegazione.

Quanto qui il fattore di razza e di clima abbia su quell'economico
il sopravvento appare dalle cifre maggiori dei reati contro il buon
costume date da provincie meridionali ed insulari, Potenza (32),
Cosenza (34), Chieti (31), Reggio Calabria (30), Campobasso (22) e
Avellino (23), mentre Belluno, Sondrio e Udine, con ricchezza pari, ma
nordiche e di razza celtica o slava, non ne hanno che 6, 13,2 e 7,93;
e dalle variazioni quasi del quadruplo: Macerata con 9 in confronto a
Cosenza e Reggio Calabria che pure hanno ricchezza quasi uguale.

Lo stesso rapporto si trova per gli omicidi, il cui numero è veramente
maggiore nelle provincie che hanno minore ricchezza; se non che anche
per essi emergono le grandi cifre di Girgenti (70), di Campobasso
(41), di Cosenza (38) e di Avellino (45), meridionali, sopra quelle
minime delle nordiche Sondrio (5,48), Belluno (5,17), ed Udine (7,17),
di cui la ricchezza è pressochè uguale alle prime, ma diverse sono la
posizione geografica, l'etnologia ecc.

E così si spiega anche perchè i massimi ed i minimi delle ricchezza
non corrispondano sempre nelle singole provincie alle risultanze che
emergono dalle medie.

Così Venezia e Torino, che non son tra le prime delle provincie ricche,
hanno invece il massimo di reati contro la fede pubblica: certo un
simile fatto avviene in Bologna, come abbiamo già accennato, per la
speciale tendenza etnica (_bolognare_).

Livorno, Roma e Napoli, pur essendo le più ricche, dànno cifre massime
di omicidi e di reati contro il buon costume, mentre questi, in Italia,
scemano colla maggiore ricchezza: ma qui esercitano la loro influenza
l'alcool per Roma e la condizione sua di capitale, per Napoli il
clima e l'agglomero e per Livorno la razza (v. s.); e infatti, come
controprova, vediamo due dei paesi più poveri, ma nordici, Belluno
e Sondrio, dare il minimo di omicidii e stupri, mentre Campobasso,
Reggio, Palermo, Cosenza, con ricchezza press'a poco uguale, ma
semitiche, meridionali od insulari, dànno le cifre massime. Cosicchè le
eccezioni sono così grandi da inforsare le conclusioni sintetiche certo
anche perchè nemmeno la somma delle tasse e delle imposte rispecchia il
decorso della ricchezza.


2. _Lotto. Imposte dirette ecc._—Ma assai peggio vi si riuscirebbe
studiando le singole tasse e i singoli proventi in rapporto alla
criminalità.

Non conto nemmeno i proventi del lotto perchè non solo non crescono nel
senso della ricchezza, ma segnalano, anzi, l'incremento della miseria
e dell'imprevidenza. Ora sommare quelli coi contributi delle industrie
era come sommare insieme i gradi di calore di un liquido al di sotto
di 0° e d'un altro al di sopra dell'ebollizione; verrebbero fuori
delle medie che non hanno nessun rapporto col vero, anzi che gli sono
contrarie.

Prendendo dunque a considerare, nel 1885-86, la media della tassa
di ricchezza mobile secondo il reddito privato di ogni abitante,
troviamo fra le provincie che pagano di più (da L. 52 a 18), dopo
Livorno, che è il primo come lo è nei delitti, tutte le provincie e
delle città principali e insieme Porto Maurizio, Novara, Alessandria,
Pavia, Piacenza, Cremona, che non sono le più criminose, e fra quelle
che pagano meno da L. 5 a L. 9, oltre Macerata, Belluno, Arezzo,
Perugia poco criminose—Cagliari, Sassari, Avellino, Chieti, Salerno,
Campobasso, Messina, che lo sono moltissimo, certo perchè meridionali.

Altrettanto dicasi per le altre imposte dirette in cui ancora eccellono
le provincie delle città principali e poi Livorno, e ultime sono
Sondrio e a poca distanza Campobasso.

Nelle imposte sui fondi rustici emergono Cremona, così scevra di
delitti gravi, e Mantova che ne è carica: ultime sono Sondrio pure
scevra, e Livorno che ne è insozzata. È però da tener presente la
enorme sperequazione che più ancora che nel resto esiste per tale
tributo tra una provincia e l'altra.


3. _Tasse di consumo._—Tenendo nota delle tasse di consumo (tasse di
fabbricazione, dazi interni, tabacchi e sale), 1885-6, troviamo ancora
Livorno in prima linea, e poi subito le città principali ed insieme, da
48 a 12 per abitante, Cremona, Grosseto, Pisa poco spiccate nel reato,
e fra le minime, da 5 a 7, Belluno, Sondrio, Arezzo insieme con Reggio
Calabria, Sassari, Cosenza, Trapani.


4. _Tasse di successione._—De Foville ha creduto possa farsi un
calcolo della ricchezza privata d'un popolo in base alle denuncie della
trasmissione delle proprietà[99]. Ma se noi studiamo le statistiche
molto apprezzate, ma che non sono se non regionali, usufruite per
l'Italia dal Pantaleoni[100], difficilmente potremo farci un'idea
chiara dei rapporti positivi o negativi dei reati colla ricchezza.

Infatti studiando questa sua tabella (v. pag. seg.) si conclude che le
regioni più ricche, Piemonte-Liguria, Lombardia e Toscana hanno una
quota di crimini, contro la proprietà, minore della media del Regno:
e così le regioni che per ricchezza stanno presso la media del Regno,
il Veneto e l'Emilia. Le regioni più povere, la Sardegna, la Sicilia
e il Napoletano hanno una cifra elevata di criminalità; però una
lievissima ne hanno le Marche-Umbria, che son povere; e poi i furti
avvengono nelle proporzioni più piccole in Toscana, Lombardia, Emilia,
Piemonte-Liguria, regioni più ricche e in una delle povere (Marche);
ed avvengono in proporzioni medie nella Sicilia, un po' più elevate
nel Veneto, in relazione alla miseria intensissima degli agricoltori
in quella regione, poi nel Napoletano. La regione più ricca (Lazio)
e la più povera (Sardegna) presentano il massimo numero di furti,
cosicchè non vi è nessun preciso parallelo. Per il Lazio, avverte
giustamente Bodio, bisogna tener conto dell'influenza perturbatrice
che vi esercita, così per la ricchezza, come per la delinquenza,
l'esistenza della capitale. Le tasse di successione sono in questo caso
un indice fallace della ricchezza, essendo qui concentrati dei capitali
che appartengono ad altre regioni. Inoltre a Roma, per le condizioni
speciali della proprietà rurale e del sistema di cultura in uso, vi è
un numero ristretto di persone che hanno grandissime proprietà, e ciò
ha molta importanza per le tasse di successione.

Per ciò che riguarda la delinquenza occorre aver presente l'influenza
che per il compartimento del Lazio esercita la grande agglomerazione
urbana della capitale.

Il minimo numero di truffe avviene nelle Marche-Umbria; vengono poi
la Toscana, l'Emilia, il Veneto, il Piemonte-Liguria e la Lombardia,
regioni ricche. Il Napoletano dà meno truffe di quello che dovrebbe
dare in relazione alla sua ricchezza.

  ——————————+—————————+————————————————————————————————————————————————+
            |         |    Reati denunciati al P. M. e ai Pretori      |
            |Ricchezza|      (media 1887-89 sopra 100.000 ab.)         |
            |  media  |—————————+—————————+—————————+————————+—————————|
            |         |  Furti  | Truffe  | Grassa- |Omicidi | Ferite  |
            |         |         |         |  zioni  |        |         |
  ——————————+—————————+—————————+—————————+—————————+————————+—————————|
  Lazio     |  3.333  |639 (IX) |116(X)   |18 (X)   |25 (IX) |519 (IX) |
  Piemonte\ |         |         |         |         |        |         |
           >|  2.746  |267 (V)  | 44(V)   | 7 (VII) | 7 (IV) |164 (IV) |
  Liguria / |         |         |         |         |        |         |
  Lombardia |  2.400  |227 (III)| 44(VI)  | 3 (III) | 3 (I)  |124 (II) |
  Toscana   |  2.164  |211 (I)  | 34(II)  | 6 (IV)  | 7 (V)  |165 (V)  |
  Veneto    |  1.935  |389 (VII)| 43(IV)  | 3 (I)   | 4 (II) | 98 (I)  |
  Regno     |  1.870  |320      | 49      |13       |13      |287      |
    «       |         |   (Vbis)| (VIIbis)|  (VIbis)| (VIbis)|(VIIbis) |
  Emilia    |  1.762  |260 (IV) | 38(III) | 6 (V)   | 6 (III)|130 (III)|
  Sicilia   |  1.471  |346 (VI) | 65(VIII)|16 (IX)  |26 (X)  |410(VIII)|
  Napoletano|  1.338  |435(VIII)| 47(VII) | 6 (VI)  |21(VIII)|531 (X)  |
  Marche \  |         |         |         |         |        |         |
          > |  1.227  |222 (II) | 33(I)   | 3 (II)  |10 (VI) |239 (VI) |
  Umbria /  |         |         |         |         |        |         |
  Sardegna  |    ——   |670 (X)  |113(IX)  |14 (VIII)|20 (VII)|277 (VII)|
  ——————————+—————————+—————————+—————————+—————————+————————+—————————+

Il minimo di grassazioni è dato dal Veneto e Lombardia (ricche) e dalle
Marche-Umbria (povere). Stanno presso la media la Toscana, l'Emilia, il
Napoletano, il Piemonte-Liguria. Sardegna, Sicilia povere e Lazio ricca
dànno le quote massime.

Solo gli omicidii presentano le minime quote in Lombardia, Veneto,
Emilia, Piemonte-Liguria, Toscana, ossia nelle regioni più ricche. Le
Marche-Umbria s'avvicinano alla media. Sardegna e Napoletano ne dànno
una cifra elevata; mentre al massimo giungono il Lazio e la Sicilia.

Anche i ferimenti hanno un minimo nel Veneto, al quale seguono la
Lombardia, l'Emilia, il Piemonte-Liguria e la Toscana. Le Marche-Umbria
hanno una quota relativamente piccola; media la Sardegna; alta la
Sicilia; massima il Lazio e il Napoletano.

Il Lazio, ricchissimo, presentando il massimo come le Marche povere il
minimo di furti, omicidi, grassazioni e ferimenti, parlerebbero chiaro
per l'azione corruttrice della ricchezza e della capitale. Se non che
associandosi ora la razza, ora il clima alla miseria, aumentano i furti
in Sardegna e i ferimenti in Sicilia ed in ambedue le grassazioni,
offrendo una completa contraddizione coi primi.

Nè può tacersi che i calcoli di Pantaleoni sono insufficienti non
bastando le successioni a darci un'idea della ricchezza nazionale;
sapendosi che la più grande parte delle successioni si basa su un
catasto antiquato, che l'aggiunta di 1/4 per le correzioni in più
per le donazioni _inter vivos_ è ipotetica per non dire aprioristica
e che egli segue i calcoli di De Foville i quali nulla prova siano
applicabili in Italia.


5. _Crisi._—Prenderemo noi per punto di partenza le crisi? Il Fornasari
(o. c.) l'ha fatto mirabilmente, ma il rapporto delle crisi economiche,
commerciali e industriali colla criminalità non risulta chiaro,
come già il Bodio aveva fatto temere, mostrandoci le difficoltà e la
complessità dei rapporti[101], salvo che per i fallimenti, i delitti
politici e i delitti contro il buon costume.

Riassumendo sintenticamente le sue numerose ricerche troviamo:

1º Mentre in corrispondenza al maggior sviluppo industriale si nota
un miglioramento della criminalità più grave contro la proprietà,
quando si cominciano a verificare delle crisi, la delinquenza contro la
proprietà diventa in certo modo stazionaria aumentando nelle sue forme
più lievi. Alla crisi, fattasi acuta specie nelle regioni minerarie
nel 1885, segue un aumento di grassazioni, di furti qualificati e di
quasi tutti gli altri reati contro la proprietà. I falsi però e i reati
contro il commercio non risentono nulla delle crisi industriali.

Le crisi commerciali del pari che le prospere vicende non fanno sentire
la propria influenza altro che su i reati contro il commercio, escluse
le bancherotte fraudolente che sembrano indipendenti affatto dalle
vicende economiche.

Infatti le vicende cattive del commercio delle annate 1875, 1877, 1878,
1879, 1880, 1884, 1885, 1886, 1888, 1889, non esercitano una influenza
certa sul furto, sia semplice che qualificato, il quale ultimo si vede
aumentare da 134 a 153, 184, 172, 196 nelle cattive annate dal 1876
al 1880, da 105 a 111, 122, nelle cattive annate dal 1887 al 1889;
ma diminuire da 131 a 116, 115, 116, durante le crisi del 1884, 1885,
1886, senza dar poi mai una coincidenza di massimi e minimi.

Incerta anche è l'influenza sugli omicidi in cui vediamo corrispondere
nel 1875, annata cattiva, un minimo di omicidi qualificati 4,00, e nel
1879 annata pure cattiva, un massimo di omicidi qualificati 6,54. Però
in linea generale c'è costantemente una diminuzione di reati nell'anno
susseguente alla crisi, cioè nella ripresa dei commerci. Così, nel 1880
gli omicidi qualificati scendono da 6,54 a 5,87 e nel 1887 da 4,52 a
4,11, e i semplici scendono da 13,79 a 12,48 nel 1880 e da 9,13 a 8,38
nel 1887; però sono oscillazioni di troppo poca entità.

Nulla affatto è l'influenza nei reati di ferite e di percosse che dànno
a vicenda il massimo e il minimo, 167, 145, in due anni successivi di
crisi, 1884, 1885.

Notevole invece è l'influenza nei reati contro il buon costume che
aumentano da 3,66 a 4,12, 4,29, 4,56 nella crisi 1884, 1885, 1886, e da
4,41 a 5,25, 5,62 nel 1888, 1889, dando in quest'ultimo una coincidenza
nei due massimi della crisi e della criminalità.

Notevole anche è l'influenza nei reati contro la sicurezza dello stato
che diminuiscono regolarmente da 0,66 a 0,61, 0,45, 0,42 nel 1884,
1885, 1886 e da 0,49 a 0,26 nel 1888-89, dando anche qui nel 1889 una
coincidenza inversa di massimo di crisi e minimo di delitti.

Quanto alla frequenza dei fallimenti non vi è alcuna corrispondenza tra
essa ed i furti, le truffe, gli omicidi e i reati contro la sicurezza
pubblica. Incerta è la sua influenza sui delitti contro il buon
costume i quali hanno tendenza ad aumentare parallelamente sebbene non
proporzionalmente.

Più decisiva è tale influenza sui reati di ferite e percosse che
dànno il loro massimo nel 1888 (192) e il minimo nel 1880 (147)
corrispondentemente al massimo dei fallimenti, 2200, e a uno dei
minori, 749, col quale ha comune l'andamento ascendente.

Diretta è invece la sua influenza sui reati contro il commercio che
seguono perfettamente la stessa curva in tutte le sue sinuosità.

Quanto alle crisi agricole, che si fecero acute nel 1885, 1888 e 1889,
esse non esercitarono alcun'influenza sui furti: i furti qualificati
che diminuirono da 116 a 115 nella crisi del 1885, aumentarono da
105 a 111, 122 nella crisi del 1888, 1889, non esercitarono alcuna
influenza neppure sugli omicidi, sia semplici che qualificati, che
diminuirono da 5,02 e 9,68 a 4,72 e 9,27 durante la crisi del 1885, e
aumentarono da 4,11 e 8,38 a 4,26 e 9,11 durante le crisi del 1888-89;
nè sulle percosse e ferimenti che diminuirono da 167 a 145 nel 1885 e
aumentarono da 180 a 192 nel 1888.

Esercitarono invece una certa influenza sulle truffe che aumentarono
da 39,61 a 40,19 durante la crisi del 1885; e da 40,56 a 42,31 e 45,37
nelle crisi del 1888, 1889, ma però senza coincidenza tra il massimo
dei reati e l'acme della crisi; e sui reati contro la sicurezza dello
stato che diminuirono da 0,61 a 0,45 nella crisi del 1885, e da 0,49 a
0,26 durante la crisi del 1888-89, anche qui però senza coincidenza del
massimo e del minimo 0,14, il quale ultimo cade invece nel 1876.

Le crisi hanno una influenza più decisiva nei reati contro il buon
costume che dànno il loro massimo, 5,62, durante la crisi del 1889,
e una cifra, 4,29, forte relativamente alle anteriori, e anche per sè
stessa, durante la crisi del 1885.

Riassumendo le crisi del credito e le conseguenti restrizioni degli
affari vengono risentite oltre che dai reati contro il commercio, anche
da quelli contro la proprietà e in ispecial modo dai furti qualificati.

2º I reati contro le persone, quando le industrie sono in crisi
aumentano celeremente e gli omicidi scemano in ragione minore di quello
che non facciano negli anni prosperi. Le crisi commerciali non sono
risentite e quelle del credito neppure.

3º I reati contro il buon costume mentre crescono col progredire delle
industrie non risentono affatto le crisi economiche.

4º Gli attentati alla sicurezza dello stato e i reati contro la
pubblica amministrazione, in particolare le ribellioni e violenze a
pubblici ufficiali, subiscono forse una certa influenza delle crisi
delle industrie; ma sono affatto indipendenti dalle altre crisi
economiche.

Quanto all'influenza delle crisi sulla criminalità del Regno Unito
della Gran Bretagna e Irlanda dalle ricerche del Fornasari[102]
risulterebbe:

1º I crimini contro la proprietà non risentono o ben poco delle crisi
economiche; soltanto quelli contro la proprietà con distruzione dolosa
dànno il loro minimo, 161 e 186 (Inghilterra e Galles), durante le
crisi del 1873 e 1847, e diminuiscono sempre negli anni delle altre
crisi; e così quelli senza violenza benchè meno parallelamente e con
eccezione della crisi del 1847, in cui aumentano da 20.035 a 23.571.

Tendono invece ad aumentare durante la crisi i delitti contro la
proprietà con violenza (dando il loro massimo, 2286, durante la crisi
del 1857), con eccezione però della crisi del 1864-66, durante la
quale i furti in Inghilterra rimasero quasi stazionari con tendenza a
diminuire.

2º I crimini di falso e contro la circolazione monetaria e quelli
contro le persone sono indifferenti alle crisi. Infatti i falsi in atto
e moneta se aumentano in Inghilterra e Galles da 406 a 525 e da 911 a
959 durante le crisi del 1847 e 1857, diminuiscono poi da 717 a 587 e
da 577 a 504 durante le crisi del 1864 e 1866.

3º Gli omicidi aumentano e diminuiscono affatto indipendentemente
dalle crisi, diminuendo da 2249 a 2023 durante la crisi del 1847; e
aumentando da 1903 a 2158 durante quella del 1857.

4º Gli altri crimini quasi sempre scemano negli anni di crisi.

5º Invece i delitti e le contravvenzioni crescono sempre in
corrispondenza delle crisi[103].


6. _Disoccupati._—Parrebbe da questi dati che la disoccupazione
dovrebbe influire notevolmente sulla criminalità, eppure l'influenza
sua non è grande.

Nel South-Wales scarsissima apparve (Coghlan, o. c.) l'influenza della
disoccupazione sulla criminalità degli operai.

Negli Stati Uniti degli omicidi, pei quali si potè aver questa notizia,
82% erano occupati quando commisero il delitto, e 18% soltanto erano
senza impiego.

La proporzione degli omicidi disoccupati varia nelle diverse parti
degli Stati Uniti, da 20% negli Stati del Nord, dove la popolazione è
più densa, a 11% in quelli del Sud, dove prevale l'elemento agricolo,
e tocca il massimo—41%—negli Stati occidentali, grazie alle crisi
minerarie e alla emigrazione cinese; è meno intensa fra i neri, che
pure prevalgono nella cifra degli omicidi (BOSCO, _L'omicidio negli
Stati Uniti d'America_, 1895).

Sembra quindi che la disoccupazione non sia una causa prevalente dei
reati di sangue[104]; ciò che non contraddice, però, al fatto che i più
dei rei non hanno quasi mai un mestiere stabile: ma essi non l'hanno
perchè non l'ebbero mai e non vogliono averlo—mentre i disoccupati
l'ebbero e lo perdettero per circostanze da loro affatto indipendenti
o quasi, se si eccettuano gli scioperi. Wright (nell'opuscolo _The
relations of economic conditions to the causes of crime_, Philadelphia,
1891) pretende che nelle depressioni industriali tutti i delitti
crescono, ma non ne dà la prova; quando dice che su 220 condannati del
Massachusset 147 erano senza lavoro regolare e che il 68% dei rei non
avevano occupazione, non fa che attestare, che i criminali non amano il
lavoro assiduo e lo sfuggono, come meglio vedremo poi.


7. _Giornate di salario._—Forse un criterio migliore è dato dalle
giornate di salario equivalenti al costo annuale degli alimenti di un
individuo, il che però rasenta di molto quello studio che abbiam già
fatto nell'alimentazione (Vedi Tav. pag. 153)[105].

  ——————————————————————————————————————————————————————————————————————
   Giornate di  |            | Condannati   |Condannati p.| Condannati
     salario    |  Condannati| per ferite   |reati contro |    per
  equivalenti al|per omicidio| e percosse   | i costumi   |   furto
  costo annuale |(su 100.000 |(su 100.000   |(su 100.000  |(su 100.000
  degli alimenti|   abitanti)|  abitanti)   |  abitanti)  |   abitanti)
  ——————————————+————————————+——————————————+—————————————+—————————————
        1       |      2     |      3       |      4      |      5
  ——————————————+————————————+——————————————+—————————————+—————————————
  Inghilt.}    |Scozia   0,51|Inghilt.      |Spagna   1,03|Spagna  59,63
  e Galles}    |Inghilt.     |e Galles  2,67|Irlanda  0,85|Belgio 110,44
  Irlanda } 127|e Galles 0,56|Irlanda   6,24|Scozia   1,41|Franc  110,95
  Scozia  }    |Irlanda  1,06|Scozia   11,59|Inghilt.     |Italia 165,89
  Belgio    130|Germania 1,11|Spagna   43,17|e Galles 1,66|Irlan.  65,81
  Francia   132|Belgio   1,44|Francia  63,40|Italia   4,01|Inghilt. e
  Germania  148|Francia  1,53|Germ.   126,40|Austria  9,33|Galles 165,63
  Austria   152|Austria  2,43|Italia  155,35|Francia 10,26|Scozia 268,39
  Italia    153|Spagna   8,25|Belgio  175,39|Belgio  13.83|Germ.  226,02
  Spagna    154|Italia   9,53|Austria 230,45|Germ.   14,07| ——
  ——————————————————————————————————————————————————————————————————————

NOTA.—La colonna 1 è tratta da MULHALL'S, _Dictionary of Statistics_
(riportato in COGHLAN'S, _The Wealth and Progress of New South Wales_,
Sidney 1893).—Le colonne 2-5 sono calcolate sui dati riportati a pag.
XLI-XLVIII del _Movimento della delinquenza secondo le statistiche
degli anni 1873-83_, Roma 1886 (pubbl. dalla Dir. Gen. della Stat.).

1º Vi si vede che l'aumento dei giorni di lavoro (cioè la maggiore
denutrizione e il sopralavoro) ha una corrispondenza sicura
coll'omicidio. Infatti la Scozia, Inghilterra e Irlanda che dànno il
minimo dei giorni, 127, hanno il minimo di omicidi, 0,51, 0,56, 1,06.
E la Spagna e l'Italia che dànno il massimo dei giorni di lavoro, 153,
154, dànno il massimo anche di omicidi, 8,25, 9,53.

2º Vi ha ancora una certa corrispondenza per le ferite e percosse: la
Gran Bretagna, Irlanda e Scozia che hanno il minimo delle giornate di
salario, 127, dànno anche il minimo delle percosse, 2,67, 6,24, 11,59;
l'Austria e l'Italia hanno un massimo di giornate di salario, 152, 153,
e dànno anche il massimo delle percosse, 155, 230. Ma si ha subito
un'eccezione nella Spagna che presenta un minimo di reati, 43,17,
rispetto a un massimo di giorni di lavoro, 154, e nel Belgio che ci dà
un massimo di reati, 175,39, con un minimo di giornate di lavoro, 136,
certo per influenza dell'uso dell'alcool.

3º Nei reati contro i costumi vi ha inversione di influenza,
osservandosene più spesso il minimo ove è il massimo delle giornate
di lavoro; così la Spagna che ha un massimo di giorni di lavoro, 154,
ha un minimo di reati contro i costumi, 1,03; e il Belgio che ha un
2º minimo di giornate di lavoro, 130, ha un massimo di quei reati,
13,83. Però la Gran Bretagna presenta un 2º minimo di tali reati, 1,41,
malgrado che abbia il minimo di giornate di lavoro, 127.

4º Nulla affatto è l'influenza sui furti pei quali vediamo alternarsi
in gradazione di reato i paesi a massimo e minimo di giornate di
lavoro, quali Spagna, Belgio, Francia, Italia, ecc.


8. _Casse di risparmio._—Ho pensato che la cifra dei depositanti
nelle Casse di risparmio potesse offrire dati più sicuri sulla vera
ricchezza, perchè dà la misura di quello che ne è la fonte precipua,
la previdenza e la parsimonia: di quanto, cioè, e come prevalgono in un
popolo le forze inibitrici del vizio e del delitto.

Infatti abbiamo visto che essa va, in Francia, in rapporto diretto
colla minore natalità, il che in fondo vuol dire con una maggior
previdenza e forza di inibizione: ed in Europa (Coghlan, op. cit.)
troviamo:

                                                    0/0000     0/0000
  Svizzera      1 libretto ogni  4,5 persone, omicidi 16  furti 114
  Danimarca     1     »     »    5      »       »     13    »   114
  Svezia        1     »     »    7      »       »     13    »   —
  Inghilterra   1     »     »   10      »       »      5,6  »   163
  Prussia       1     »     »   10      »       »      5,7  »   246
  Francia       1     »     »   12      »       »     18    »   103
  Austria       1     »     »   14      »       »     25    »   103
  Italia        1     »     »   25      »       »     96    »   150

cifre che mostrano come almeno gli omicidi vanno in linea inversa del
numero dei libretti mentre il contrario accade pei furti.

Ora in Italia dai dati che noi possediamo, scarsi in vero sulle
Casse di risparmio, vediamo che la maggior proporzione dei libretti
corrisponde alla minor quota di omicidi e di furti[106].

Calcolando, infatti, in Italia il numero dei libretti in proporzione al
numero degli abitanti, il credito totale dei depositanti a risparmio
o meglio, il credito medio di ogni libretto nelle singole provincie,
cifre che ci paion più adatte a darci uno specchio per lo meno della
previdenza di un paese, vediamo che:

LE PROVINCIE D'ITALIA

in ordine al _Nº d'abitanti per ogni libretto in corso_ (al 31 dicembre
1891) presso le Casse di risparmio ordinarie, le Casse di risparmio
di Società cooperative di credito, di Banche popolari e di Società
ordinarie di credito e presso le Casse di risparmio postali.

  ————————————————————————————————————————————————————————————————
                      | Abitanti ||                    | Abitanti
       PROVINCIE      |    per   ||     PROVINCIE      |    per
                      |1 libretto||                    |1 libretto
  ————————————————————————————————————————————————————————————————
  Ancona              |     3    ||Alessandria         |     9
  Bologna             |     »    ||Caserta             |    10
  Como                |     »    ||Cuneo               |     »
  Livorno             |     »    ||Piacenza            |     »
  Milano              |     »    ||Reggio Emilia       |     »
  Roma                |     »    ||Palermo             |     »
  Firenze             |     4    ||Massa e Carrara     |    11
  Genova              |     »    ||Vicenza             |    12
  Lucca               |     »    ||Belluno(1)          |    13
  Novara              |     »    ||Messina             |     »
  Ravenna             |     »    ||Padova              |     »
  Torino              |     »    ||Trapani(1)          |     »
  Brescia             |     5    ||Girgenti(1)         |    14
  Cremona             |     »    ||Catania             |    15
  Macerata            |     »    ||Rovigo              |     »
  Napoli(1)           |     »    ||Siracusa            |     »
  Pesaro ed Urbino    |     »    ||Udine               |     »
  Porto Maurizio(1)   |     »    ||Potenza             |    16
  Siena               |     »    ||Treviso             |     »
  Ascoli Piceno       |     6    ||Avellino            |    17
  Modena              |     »    ||Caltanissetta(1)    |     »
  Pavia               |     »    ||Campobasso          |     »
  Perugia             |     »    ||Catanzaro(1)        |     »
  Bergamo             |     7    ||Chieti              |     »
  Ferrara             |     »    ||Bari                |    18
  Forlì               |     »    ||Cagliari(3)         |     »
  Mantova             |     »    ||Cosenza             |     »
  Parma               |     »    ||Reggio Calabria(1)  |     »
  Pisa                |     »    ||Sassari             |     »
  Arezzo              |     8    ||Teramo              |     »
  Grosseto(2)         |     »    ||Benevento(1)        |    19
  Palermo             |     »    ||Foggia              |     »
  Sondrio             |     »    ||Aquila              |    21
  Venezia             |     »    ||Lecce(1)            |    24
  Verona              |     »    ||                    |
  ————————————————————————————————————————————————————————————————

(1) Questa provincia non ha Cassa di risparmio ordinaria.

(2) Questa provincia non ha Società cooperative di credito, Banche
popolari o Società ordinarie di credito che raccolgano risparmii.

(3) La Cassa di risparmio ordinaria di questa provincia essendo
fallita, non si è più tenuto conto dei libretti a risparmio presso di
essa.

LE PROVINCIE D'ITALIA

in ordine al _Credito dei depositanti a risparmio_ (al 31 dicembre
1891) presso le Casse di risparmio ordinario, le Casse di risparmio
di società cooperative di credito, di Banche popolari e di Società
ordinarie di credito, e presso le Casse di risparmio postali.

  ———————————————————————————————————————————————————————————————————
  Nº|                 |            |Nº|                  |           |
  or|   Provincie     |  Credito   |or|   Provincie      |  Credito  |
  di|                 |  in Lire   |di|                  |  in Lire  |
  ne|                 |            |ne|                  |           |
  ——+—————————————————+————————————+——+——————————————————+———————————|
  1 | Milano          |304 199 621 |36| Pisa             |13 389 184 |
  2 | Roma            |112 164 686 |37| Ferrara          |12 876 939 |
  3 | Como            | 92 410 904 |38| Livorno          |12 624 575 |
  4 | Firenze         | 91 502 775 |39| Salerno          |12 004 758 |
  5 | Torino          | 84 047 610 |40| Cagliari(1)      |11 701 424 |
  6 | Napoli          | 80 300 729 |41| Caserta          |10 779 640 |
  7 | Genova          | 75 085 002 |42| Messina          | 9 854 643 |
  8 | Verona          | 58 610 973 |43| Siena            | 9 850 583 |
  9 | Bologna         | 54 320 870 |44| Cosenza          | 9 073 701 |
  10| Pavia           | 52 607 231 |45| Catania(1)       | 8 954 540 |
  11| Brescia         | 47 771 887 |46| Sondrio          | 8 290 759 |
  12| Novara          | 47 736 771 |47| Arezzo           | 7 725 527 |
  13| Cremona         | 38 018 846 |48| Aquila           | 7 318 834 |
  14| Bergamo         | 36 144 823 |49| Porto Maurizio   | 7 046 931 |
  15| Alessandria     | 31 421 509 |50| Foggia           | 7 000 710 |
  16| Lucca           | 30 745 396 |51| Potenza          | 6 914 112 |
  17| Perugia         | 25 155 393 |52| Treviso          | 6 863 585 |
  18| Forlì           | 23 512 308 |53| Lecce            | 6 010 886 |
  19| Cuneo           | 22 501 270 |54| Siracusa         | 5 466 883 |
  20| Modena          | 22 316 276 |55| Trapani          | 5 023 083 |
  21| Palermo         | 22 016 582 |56| Chieti           | 4 637 547 |
  22| Ravenna         | 20 985 211 |57| Rovigo           | 4 619 652 |
  23| Piacenza        | 19 348 088 |58| Girgenti         | 4 092 671 |
  24| Mantova         | 18 662 890 |59| Catanzaro        | 3 813 196 |
  25| Ancona          | 18 592 964 |60| Campobasso       | 3 769 273 |
  26| Parma           | 17 577 277 |61| Reggio Calabria  | 3 669 547 |
  27| Macerata        | 16 997 384 |62| Sassari          | 3 606 251 |
  28| Venezia         | 15 687 243 |63| Avellino         | 3 394 231 |
  29| Padova          | 15 263 830 |64| Massa e Carrara  | 2 896 371 |
  30| Ascoli Piceno   | 14 772 395 |65| Caltanissetta    | 2 741 545 |
  31| Reggio Emilia   | 14 687 274 |66| Belluno          | 2 312 221 |
  32| Pesaro ed Urbino| 14 456 258 |67| Grosseto         | 2 269 706 |
  33| Vicenza         | 14 432 020 |68| Teramo           | 2 210 164 |
  34| Bari            | 14 364 149 |69| Benevento        | 1 316 378 |
  35| Udine           | 13 827 709 |  |                  |
  ———————————————————————————————————————————————————————————————————

(1) Il credito di _Cagliari_ è in parte fittizio, perchè sono state
calcolate L. 7.090.909, dovute ancora ai depositanti dalla fallita
Cassa di risparmio, in liquidazione. Così dicasi di _Catania_ per L
620.983.

Fonte: _Annuario Statistico Italiano_, 1892, pag 745-750.

Nota—Le provincie di Napoli, Porto Maurizio, Belluno, Benevento, Lecce,
Catanzaro, Reggio Calabria, Caltanissetta, Girgenti, Trapani, non
hanno Cassa di risparmio ordinaria.—La provincia di Grosseto non ha
società cooperative di credito, o Banche popolari o Società ordinarie
di credito che raccolgano depositi a risparmio.—La Cassa di risparmio
di Catania ha (vedi nota a pag. preced.) ancora 295 libretti in corso,
che qui sono stati messi in conto, i quali sono fittizii, essendo essa
fallita.

La media dei vari reati nelle 20 provincie che hanno il maggior numero
di libretti per abit. (1 libretto ogni 3-6 abitanti); e nelle 20
provincie che ne hanno il minor numero (1 libretto ogni 15-24 abitanti)
e nelle 20 che hanno un numero intermedio (1 libretto ogni 8-13
abitanti) è la seguente:

                                  Media di 20 provincie con ricchezza
                                 massima         media         minima
                                      secondo il  Nº dei libretti

  Reati contro la fede pubblica    57             45             45
    »     »    il buon costume     11             12,6           20
  Furti                           132            133            160
  Omicidi                          10             12,6           27,4

Distribuzione questa di reati solo in parte analoga a quella che
offrono: le 20 provincie in cui il credito medio d'ogni libretto è
massimo—di L. 1227 a L. 448: le 20 provincie in cui esso è minimo
(da L. 126 a L. 234) e le 20 altre provincie in cui detto credito è
intermedio a questi estremi (da L. 426 a L. 243).

                                 Media di 20 provincie con ricchezza
                                 massima         media         minima
                              secondo il credito medio d'ogni libretto

  Reati contro la fede pubblica    54             60             42,5
    »     »    il buon costume      9,3           13,6           20
  Furti                           143            158            154
  Omicidi                           8,7           14,8           29,7

Il numero dei libretti (1ª tabellina) risponde meglio alla condizione
della ricchezza che non le cifre del credito totale, sia perchè
queste come vidimo per Cagliari sono in parte fittizie, in parte
perchè Napoli, Reggio Calabria, Trapani, Porto Maurizio ecc. non hanno
casse di risparmio ordinarie, e perchè infine una gran quota ne può
provenire—quando non si tratta di casse postali—da uno o da due soli
depositanti, con mancanza di una corrispondenza colla reale ricchezza
del paese.

Dalla prima delle due tabelle, riescono meglio confermate le stesse
leggi sul rapporto tra criminalità e ricchezza che furono già
determinate prendendo ad indice della ricchezza le varie tasse ed
imposte riunite: ossia: che in Italia, dove c'è una minima previdenza e
minimo risparmio calcolato dal minor numero dei libretti per abitante,
c'è una massima criminalità di delitti di sangue, di furti e di stupri
e minima di truffe: e viceversa dove vi è la ricchezza media e la
massima (che danno gli stessi risultati), vi è il massimo di truffe
e il minimo d'omicidi, furti e stupri, il che non vuol dire in fondo
se non che il paese selvaggio è più incline al delitto che non sia
d'astuzia. Anche qui troviamo ripetersi, come già vidimo per le tasse,
il fatto che gli stupri, all'inverso di quando accade dovunque, sono
più frequenti nelle provincie nostre più povere.

Però dove la razza e il clima trascinano al male, la ricchezza, come
ho già osservato prima (pag. 144), nulla vi può. Così troviamo, è
vero, un numero elevato di _omicidi_ nelle provincie più ricche come
Palermo che ne ha 42: Roma con 27, Napoli con 26, Livorno 21: ma queste
eccezioni sono spiegate dalla posizione geografica per Palermo e per
Napoli, dalla razza per Livorno, dalla razza e dall'abuso dell'alcool e
dalla condizione politica per Roma. Inversamente tra le provincie più
povere (in cui la posizione geografica, il clima e la razza esagerano
certamente l'influenza della minor ricchezza perchè le cifre maggiori
le presentano le provincie meridionali ed insulari—Girgenti 70,
Sassari 46, Caltanissetta 46, Avellino 45, Campobasso 41) accadono pure
eccezioni perché vi sono provincie che malgrado la triste condizione
economica hanno uno scarso numero di omicidi come Bari (14), Lecce
(16), Treviso (11), Udine (7), Rovigo (5). Se la condizione etnica ed
il clima bastano a spiegare l'eccezione delle tre ultime provincie—per
le due prime, provincie meridionali, il fatto resta inesplicato, se pur
non vi si voglia vedere l'influenza della razza greca che vi domina.

Anche per gli _stupri_ si hanno eccezioni e spiegazioni analoghe:
in quanto che tra le provincie ricche ne presentano un numero molto
alto, Livorno 26 e Roma 22, e tra le provincie povere ne presentano
un numero molto scarso, Reggio Emilia e Vicenza con 4, Belluno e
Rovigo con 5, Udine con 7 ecc., evidentemente per la condizione etnica
e geografica. Il che conferma indirettamente che le grandi cifre
presentate da provincie, con ricchezza egualmente scarsa, ma poste
tutte o nell'Italia meridionale o nella insulare son dovute oltre che
alla condizione economica anche alla razza ed al clima ecc. E si spiega
così l'andamento degli stupri che noi abbiamo già constatato scemare
colla somma delle tasse e che contrasta colla legge sino ad ora accolta
che essi crescono coll'aumentare della ricchezza.

Quant'ai _furti_ fanno eccezione dalla regola generale presentandone
un gran numero contemporaneamente alla loro notevole ricchezza
Bologna (216) e Ferrara (367), in cui s'è già notato l'importanza per
questo reato del fattore etnico, Roma (329) per l'abuso dell'alcool e
l'agglomero politico. Non si spiegano invece nè colle nostre risultanze
nè coll'intervento della razza, del clima o d'altro le eccezioni di
Venezia e Macerata che ne hanno un gran numero (rispettivamente 207 e
273), pur essendo provincie ricche, e tra le provincie povere Cuneo che
ne possiede una cifra assai più piccola (87) di tutte le sue compagne
pur avendo una ricchezza press'a poco uguale ad esse.

Finalmente quant'ai _reati contro la fede pubblica_ l'esposizione
più fredda e la razza celto-lombarda spiegano il loro minor numero in
provincie ricche come Como (21), Lucca (22), Siena (25), Sondrio (31).
Vi è invece una contraddizione che non sappiamo spiegare nel numero
maggiore di tali reati a Sassari (102), a Padova (100), a Chieti (76)
ove pure è una ricchezza assai piccola.


_Risparmio in Francia._—Quanto alla Francia, in cui però non abbiam
potuto avere la cifra dei risparmi, ma solo il numero dei depositanti
per abitante, pigliando per dato di ricchezza la cifra dei libretti
della cassa di risparmio, su 1000 abitanti, dal 1884-85, abbiamo che i
delitti crescono sempre in ragione diretta della ricchezza, cioè:

                                               assassinii furti stupri

  Nei paesi a ricchezza infima si ha una media di    64     83    17[107]
      »           »     media      »      »          66     99    26
      »           »     massima    »      »          89    186    29[108]

E non solo: ma i delitti crescono appunto nelle regioni che più si
arricchiscono, dove quindi è più intensa la attività industriale; qui
la criminalità tanto di sangue che di truffa, di stupro, è in rapporto
diretto coll'aumento esagerato delle ricchezze, salvo che nella Corsica
dove vi è il minimo della ricchezza, e dove, anche qui, come in Italia,
vi ha grande il numero dei reati di sangue e non così grande quello
contro alla proprietà.

La contraddizione così spiccata dell'influenza del risparmio fra
Francia e Italia—fino a un certo punto—si può spiegare allo stesso modo
che abbiam potuto spiegare la opposizione stessa che ci si mostrò tra
i reati e la densità (vedi pag. 73-77), perciò che là dove è maggiore
la ricchezza e l'industria in Francia accorrono gli emigranti che
dànno in genere il quadruplo di criminalità, e per gli stupri anche il
sestuplo di quella dei francesi. Ora l'emigrazione dal 1851 al 1886
vi triplicò, e la qualità degli emigrati peggiorava mano mano che ne
aumentava la quantità, perchè dapprima accorrono i migliori elementi,
poi i peggiori. Il Nord ha 4 volte più stranieri che Bouches-de-Rhone
e 19 volte più che Hérault, ma ha 9 volte più naturalizzazioni ossia
elementi più stabili e più assimilabili del primo, e 75 più del
secondo, frequentato da spagnuoli, mentre i primi sono belgi (Joly, op.
c.).

Gli emigranti sonvi attirati pure dalla scarsezza delle nascite e dalla
frequenza degli scioperi che lasciano speranza di trovare lavoro (Joly,
_France criminelle_).

S'aggiunga l'interferenza provocata dalla razza semita e clima caldo
nell'Italia meridionale, che abbiam veduto aumentare tutti i delitti
contro le persone e in parte contro le proprietà e che coincidendo in
Italia con scarso risparmio ne confondono l'influenza, facendo prendere
il fattore climatico ed etnico per l'economico.

Ma sarebbe una grande illusione il credere che queste spiegazioni
bastassero. Vi deve essere una causa ancora più grave. Infatti se noi
confrontiamo paesi nostri che hanno molta analogia di razza e di clima
colla Francia come Piemonte e Lombardia, troviamo in condizioni molto
più identiche perdurare il fenomeno opposto: ivi pure il risparmio
maggiore coincide col minor delitto, mentre in Francia si ha il
contrario: qui la ragione è data da tre altri fattori: la ricchezza
enormemente maggiore, per lo meno quadrupla, secondo i calcoli di Bodio
(op. c.), della Francia in confronto all'Italia, fatto questo che
si aggrava dall'essere in molti siti quella una ricchezza subitanea
che spinge alle massime orgie (sicchè _débaucher_ vi è sinonimo di
divertimento), a ciò s'aggiunga la maggior miseria d'Italia. È in
Italia che, secondo l'inchiesta fatta nel 1885[109], si contavano 999
comuni con acqua cattiva e scarsa; 6804 che non hanno fogne, e 24.158
abitazioni sotterranee con 37.203 stanze e con 100 mila e più abitanti;
1178 comuni dove di rado si mangia pane di frumento, se non per
malattia o nei giorni festivi prevalendo l'uso del granturco e delle
castagne; 4974 che fanno raramente uso della carne; 2037 che mantengono
l'abusivo esercizio dell'arte salutare o non hanno medico residente
per i poveri e 421 non provvedono affatto al servizio sanitario; 274
che mancano di cimiteri, seppellendo nelle chiese; 194 circondari che
sono infestati dalla malaria, la quale si estende a 90 mila chilometri
quadrati, popolati da 6 milioni di abitanti; e lì si contano infine
annualmente 100 mila pellagrosi, che si nutrirono di mais guasto.

Una riprova diretta troviamo nel fatto che da noi la ricchezza media
e la massima si confondono negli effetti, appunto perchè sono quasi
analoghe e tra loro assai vicine (vedi pag. 158, 159); mentre il
contrario ha luogo per la Francia dove la ricchezza massima dista assai
più dalla media, e dà risultati suoi proprii (pag. 161).

Dove in Italia abbonda il risparmio non si nota dunque tanto una vera
ricchezza quanto economia e inibizione, mentre in Francia, in molte
almeno delle regioni industriali, specialmente Hérault, Bouches de
Rhone, esso è un indice di ricchezza così rigogliosa che deborda, e che
fra i modi di sfogo ha anche il risparmio, ma che sopratutto si getta
nella rapida speculazione. Per cui per uno stesso indice in un luogo
abbiamo i vantaggi e nell'altro il danno della ricchezza. La piccola
ricchezza lentamente accumulata frena il delitto: la rigogliosa e
debordante, non è più un freno, ma anzi uno stimolo, un incitatore del
crimine.


_Regioni agricole, industriali._—Infatti, dove l'attività industriale
rapidamente si mescola, peggio se succedendo all'agricola, essa
richiama un agglomero maggiore di immigranti e operai e insieme a loro
l'abuso dell'alcool; ed ivi subito s'innalza la cifra di delitti.

Ed invero, dividendo la Francia come dallo studio sulla sua
_Criminalità per 50 anni_ (o. c.), in regioni _Agricole—Agricole
industriali—Industriali_, vediamo che il delitto cresce quasi sempre,
dalle prime venendo alle ultime: come si vede da questo diagramma, che
ci mostra come su 42 dipartimenti agricoli solo 11, il 26%, superano
la media degli assassini in Francia, mentre la superano 10 su 26, il
38%, nei dipartimenti Agricolo-Industriali e 7 su 17, il 41%, negli
Industriali. Quanto agli stupri su adulti e nei delitti contro le
persone vediamo quella media:

                                                           R. contro
                                                  Stupri   le persone
  nei 42 dipartimenti agricoli       superata nel   33%   e    48%
   »  20       »      agric.-industr.    »          39%   e    39%
   »  17       »      industriali        »          52%   e    59%

certo per l'agglomero maggiore e per l'aumentata immigrazione.

Ed anche nei paesi agricoli quando cause speciali portino una troppo
rapida ricchezza abbiamo dei delitti dipendenti direttamente da questa.

   [Illustrazione: Grafico]

«Nell'Hérault venendo la ricchezza si ebbe la frode in permanenza.
Nessun altro luogo ebbe più tentativi di corruzione sugli impiegati,
sui municipii: uno di questi giunse a frodare il proprio dazio e il
giurì lo mise in libertà.

«Questa demoralizzazione parve prodotta o aggravata dalla crisi
vinicola che offerse a loro, fin dal 1874, il modo di guadagnare
enormemente coi loro vini: infatti, è nel 1874 che Hérault passò dal
5º al 61º posto di gravità della criminalità e più tardi, nel 1884,
all'81º» (Joly, _La France criminelle_, pag. 110).

«Dal giorno, scrive ancora Joly, in cui i contadini più poveri poterono
trasformare i terreni incolti in vigna, e raddoppiare colla ferrovia
il prezzo dei prodotti divennero avidi del denaro degli altri, come
chi ha giuocato alla borsa non pensa più che al modo di procurarsi
nuovo denaro. Ogni ricchezza ottenuta senza sforzo somiglia al denaro
ottenuto col giuoco e fa nascere i medesimi sentimenti. _È la fortuna_,
diceva il commissario di Cette, _che ha rovinato questo paese_.

Il Bocage quand'era povero era più onesto. «Ici les gens qui volent
possèdent tous quelque chose eux mêmes; et les paysans aisés commettent
plus de crimes que les vagabonds» (Joly).

Nell'Est di Eure e nell'ovest di Calvados industrie e agricoltura sono
in regresso, e vi è poca criminalità.

A Vire vivono del lavoro della terra e non vi è quasi criminalità.


_Ricchezza causa di reati._—Quelli, adunque, che affermano esser il
delitto sempre effetto della miseria non vanno a ricercare invece
l'altro lato della questione, quando il delitto è effetto della
ricchezza.

La ricchezza che si è acquistata rapidamente e non è corretta da un
elevato carattere, da larghi ideali religiosi, politici ecc., provoca
danni invece che vantaggi. Anche Spencer aveva detto della ricchezza
che secondo la bontà o la tristizia del carattere d'un popolo conduce
al vizio o alla virtù; e questo sopratutto si deve intendere della
ricchezza eccessiva che è come l'eccessiva potenza, la eccessiva
istruzione, un naturale fomite di prepotenza, di abusi sessuali,
alcoolici ecc., e quindi di delitti.

La ricchezza, insomma, è a sua volta impedimento al delitto ed anche
sua eccitatrice, come del resto abbiam visto per l'istruzione, per la
densità, per la civiltà ecc., e come vedremo per la religione. Questo
è il criterio nuovo che bisogna introdurre nell'eziologia dei reati
ammettendone ed esplicandone le contraddizioni, poichè la stessa fonte,
a seconda le fasi e i caratteri, ora ci avvelena, ora ci preserva: e
allora si vedono appianarsi le contraddizioni che son pur fatti come i
fatti positivi e giovare alla spiegazione completa.

Questo che pare un assurdo, poichè la ricchezza diminuendo i bisogni
più urgenti dovrebbe togliere molte occasioni dei delitti, è poi
comprovato da altri dati.

Nell'America del Nord gli stati che sono più colpiti da criminalità
dànno ora il minimo ora il massimo della ricchezza, calcolata questa
direttamente dai dati chiesti agli individui pel censimento[110].

Noi vi vediamo il paese più ricco, Rhode Island (913 lire per
individuo) che dà una proporzione debole di criminalità, 0,11; ma
Massachusset con una ricchezza quasi uguale (888) ne dà il doppio,
0,20; press'a poco la stessa cifra che la Colombia, 0,21, che ha una
ricchezza media (559); come Wyoming che dà il doppio, 0,35 di reati;
alcuni paesi poveri come Dakota (150), Alabama (97), New Messico (95)
dànno le cifre più basse di criminalità, da 0,04 a 0,08; ma subito
spicca la contraddizione, perchè troviamo Delaware con 0,05 e una cifra
media di ricchezza (408).

In Italia abbiamo veduto (v. sopra) che è simultaneo al progredire
delle industrie nazionali un aumento nella criminalità in genere, quale
ci viene mostrata dal numero dei condannati, unico indice misuratore
del movimento della delinquenza che noi possediamo dal 1873 in poi,
salvo che ciò non è dovuto alla grande delinquenza: e abbiam veduto che
Artena dà il massimo della criminalità in Italia, eppure, nota Sighele,
nessuno vi è veramente povero, tutti sono piccoli proprietari ecc.; ma
meglio lo dimostra, per la Normandia, lo Joly, anche cronologicamente,
che è prova più importante. Nell'Hérault (scrive egli, pag. 112) la
frode è in permanenza: i furti, e perfin gli incendi vi aumentarono per
le assicurazioni, ed è il dipartimento che ebbe più intenso e rapido
commercio: prima di arricchire, nella crisi vinaria, era il 5º nella
serie della criminalità; ed ora giunse all'81º. L'Eure, accrescendo in
ricchezza da 2 a 11 milioni, aumentava la sua criminalità.

Anche Marsiglia, ricchissima, dà ora un massimo di criminalità.

Nelle vallate d'Ange e di Presle la ricchezza è aumentata, ed aumentata
è pure la criminalità e così in Pas de Calais et Nord.

Ciò non toglie che quando ci sia estrema selvatichezza e barbarie
come in Corsica, i delitti contro le persone crescano, come nei paesi
e negli anni in cui estrema è la povertà aumentano i furti semplici:
ma in fondo la ricchezza è causa di delitto quanto e forse più che la
povertà.


_Spiegazione._—E la causa di tutto ciò è troppo chiara: da una parte
la povertà e la mancanza dello stretto necessario spingono a carpire i
beni atti alla soddisfazione dei proprii bisogni[111].

Ecco il primo legame tra la miseria e gli attentati alla proprietà. Per
di più la miseria rende l'uomo impulsivo per l'irritazione corticale
che segue all'intossicazione alcoolica ed alla nutrizione deficiente;
ora spinto il bisogno a un più alto grado, e quando trovi un fondo
degenerato più fortemente, un terreno meglio concimato sul quale
germogliare, naturalmente spinge ad alcune forme di omicidio, a quelle
dovute, come dice Colaianni, all'applicazione pratica di quella specie
di legge del taglione che dice «A chi ti leva il pane, levaci la vita»
ed è pure incentivo a quelle brutali eliminazioni di individui che sono
di peso alle famiglie, e ricordano i parricidii e gli infanticidii dei
selvaggi per cause analoghe che vedemmo nel volume I.

In questi reati influisce direttamente la miseria; indirettamente poi
essa deve esser causa di _reati contro i costumi_, per la difficoltà
di accedere alla prostituzione, per le mescolanze precoci nelle
fabbriche e nelle miniere, per la frequenza dell'_infantilismo_ o del
femminilismo nei figli (V. Vol. I); ed anche di _reati di sangue_,
grazie al vino e agli alcoolici, il terribile veleno cui ricorrono
molti proletari per passar meno male le poche ore di riposo concesse, e
per assopire i dolori e la fame; e soprattutto per la degenerazione che
lo scorbuto, la scrofola, l'anemia, l'alcoolismo dei genitori producono
nei discendenti, e che in luogo di tisi si converte spesso in epilessia
e in pazzia morale (v. s.).

Viceversa, allorquando si presenti una debole occasione, l'individuo
agiato, reso e mantenuto fisicamente e moralmente più forte da
sufficiente nutrimento e da sana disciplina educativa, meno spinto dal
bisogno, pur sentendo un malo stimolo, può meglio resistervi.

Ma, a sua volta, la ricchezza è sorgente di altrettante degenerazione
(sifilide, esaurimento dell'orgia, ecc.) per altre cause; e spinge al
delitto per vanità, per superar gli altri, per quel terribile _figurar
nel mondo_ che abbiamo visto esser una delle cause maggiori dei reati
contro la proprietà; e poi, come ben nota Fornasari, dove è maggiore la
ricchezza assoluta, questa è sempre accumulata in poche mani, sicchè
ivi è pure grande povertà resa più sensibile dal contrasto che essa
desta; ora ciò deve favorire una forte tendenza a delinquere da un
lato, una facile occasione dall'altro, che venendo a combinarsi insieme
debbono dare un rilevante numero di reati.

Si noti inoltre[112] che dove è minore la ricchezza è minore
l'agglomero di persone, e specialmente di individui pericolosi,
che accorrono altrove, e precisamente nelle regioni più ricche, per
delinquere meglio. Che se è vero che alcuni urgenti bisogni spingono i
poveri al male, lo spingono a pochi, per quanto più feroci, delitti;
mentre fra i ricchi i bisogni fittizi benchè meno urgenti sono più
numerosi, ed infinitamente più numerose le specie dei delitti—ed anche
dei mezzi per impunemente eseguirli; come li offrono purtroppo le
professioni e le alte posizioni politiche: sicchè si son visti nelle
razze latine parecchi ministri rei di delitto comune restare al potere
dopo scoperto il delitto, anzi cavarne un'arma per consolidarvisi:
nè v'è che la Francia in cui il popolo si rifiuti ad esser comandato
da delinquenti comuni. Questo pei reati di cupidigia: quanto poi ai
reati ispirati dalla Venere e dall'alcool il primo soddisfacimento
raggiunto colla ricchezza non appaga mai a sufficienza il _blasé_ e
lo spinge alla ricerca di nuovi stimoli, come, per es., agli stupri
sui bambini[113] e agli eccessi omosessuali; come alle orgie collo
sciampagna, coll'etere, e agli abusi della morfina, della coca, della
cocaina; dunque la ricchezza invece che uno sfogo e un preventivo
spesso è uno stimolo, una scala a nuovi reati. «Vi son molti (nota
Joly) che nulla hanno e nulla desiderano e molti che hanno troppo
ed agognano aver sempre di più; e poi come in guerra l'uccidersi da
lontano ed in massa toglie l'idea dell'omicidio, così nei grandi centri
il rovinar da lontano con truffa o con bancarotta un'enorme massa di
persone, non pare un vero reato nemmeno a molti onesti» (Joly). Il
reo-nato trova, insomma, occasione al delitto nella ricchezza più che
non ne trova nella miseria: ma anche e peggio il reo d'occasione. Certo
chi ha osservato (vedi vol. II) la fisionomia di Baihaut, di De Ze...,
di Tanlongo ecc., si persuade che non erano criminali nati, che senza
la politica non sarebbero divenuti criminali.


9. _Prevalenza di rei poveri._—Ma perchè (ci si obietterà) vediamo
noi che i condannati son quasi tutti poveri? Noi p. es. vediamo dalla
_Statistica penale per il 1889_, che sopra 100 imputati condannati in
Italia, dei quali si potè, sebbene con qualche incertezza, conoscere la
condizione economica, si avevano negli anni

  1887         1888          1889
  56,34        57,45         56,00 indigenti;
  29,99        30,77         32,15 col solo necessario per vivere;
  11,54         9,98         10,13 mezzanamente agiati;
   2,13         1,80          1,72 agiati e ricchi;

dati che si accordano con quelli pubblicati da altre statistiche
attendibilissime, dal dott. Guillaume, dallo Stevens, dal Marro[114],
ecc. ecc. e che mostrerebbero un'enorme sproporzione del delitto nei
poveri in confronto ai ricchi.

Prima di lasciarsi trascinare da queste cifre che sembrano esser
recisamente contrarie all'influenza malefica della ricchezza bisogna
ricordare, che, come giustamente osservava il Marro, in carcere non
giungono con eguale facilità tutti coloro che offendono le leggi
sociali, perchè a favore del ricco stanno l'influenza delle sue
ricchezze, le aderenze di famiglia, le relazioni sociali e l'elevata
cultura mentale, le quali spesso riescono a salvarlo dalla prigione, o
almeno gli procurano validissimi mezzi di difesa; ed abbiamo già veduto
come nei manicomi privati (_dove vanno solo i ricchi_) abbondano quei
pazzi morali che mancano nei manicomii pubblici e nelle carceri—ciò
che vuol dire che la ricchezza aiuta a mettere in chiaro la patologia
del reo-nato, mentre la povertà l'abbuia. E nella lotta secolare di
classe la giustizia è adoperata dal ricco come stromento di potere
e di dominazione contro il povero che è già a priori condannato e
condannabile solo come tale: poichè le classi elevate sogliono usare
il proverbio: _Povero come un ladro_, e ahi! quel ch'è peggio, spesso
invertirlo.

«Se, come dice Colajanni, alcuni casi della delinquenza dei poveri
rimangono ignoti, o perché il senso morale deficiente tra loro non li
fa rivelare, com'è il caso dei reati di libidine, o perché avvengono in
condizioni da non poter essere scoperti, come molti furti campestri,
e forsechè tutte le libidini dei ricchi son messe in chiaro? Forsechè
per i reati dei ricchi vi è un corpo speciale d'armata per iscoprirli
come v'è pei reati campestri e boschivi». E non vi è, al contrario,
nelle immunità palesi e segrete, parlamentari e politiche, una specie
d'enormemente esteso diritto d'asilo per tutti i delinquenti ch'abbiano
un potere politico, ministri, deputati, grandi elettori, giornalisti;
diritto d'asilo che servì a coprire per venti o trenta anni enormi
delitti; e non vediamo ancora dopo morte N. e De Z. apoteosizzati
malgrado l'evidenza dei loro reati.

Un grande poeta lasciò detto: «I cenci lasciano scoprire tra le
loro maglie subito il delitto, mentre l'oro lo copre e lo difende»
(Shakspeare, _Re Lear_).

Ed è un Procuratore generale italiano (Lozzi) che scriveva (_La
giustizia in Romagna_, Bologna, 1894): «Nella corte d'Assise sta
scritto a lettere cubitali la felice formola della Rivoluzione
francese: _L'eguaglianza di tutti in faccia alla legge_; ma se questo
è nei codici, eguale per tutti, può dirsi lo stesso della effettuata
giustizia? Chi non vede e non deplora i continui strappi che avanti
le corti d'Assise si fanno nell'applicazione sua ai singoli casi, alle
singole persone? Può dirsi che i poveri e i deboli vi trovino lo stesso
favore, la stessa assistenza, gli stessi maneggi che non mancano mai
a pro dei ricchi e dei potenti? Siamo giusti, e confessiamo una volta
che certe istituzioni che si vantano le più liberali, le più provvide e
democratiche, tornano troppo spesso a danno del popolo, e si direbbero,
guardando agli effetti, escogitati a favore della borghesia.

«Ricordiamo il Verlicchi, ricco proprietario, che con un colpo di
fucile uccise il colono mentre lavorava nel suo cortile, e i giurati
assolsero come affetto da momentanea pazzia; e il Muratori omicida
del suo cocchiere, condannato una prima volta alle Assise, e la cui
pena fu ridotta quasi ridicolmente in un secondo giudizio, grazie alla
difesa di un collegio di avvocati e di periti. Ben altra sarebbe stata
la sorte del cocchiere, se invece di essere restato vittima avesse
ammazzato il prepotente padrone.

«E ancora nel richiedere la condanna di ladruncoli non può non
lacrimarci il cuore a confronto della criminalità spudorata e impunita
degli svaligiatori della Banca Romana».

Parole sante ma che pronunciate da un altro potrebbero esser scontate
col carcere, tanto ahi! è giusta la giustizia d'Italia!

S'aggiunga che molti reati oggidì eziandio non vengono denunziati
se commessi in talune classi pericolose ma potenti: tra camorristi,
mafiosi, barabba. E basta esser camorrista per non esser più indigente.

Riassumendoci: il fattore economico ha una grande influenza sulla
criminalità, non già perché la miseria ne sia la causa precipua,
influendovi quanto questa la ricchezza eccessiva o troppo rapidamente
acquistata, o quando, subendo crisi, espone doppiamente alle tentazioni
del bisogno chi s'era abituato al benessere. Però e miseria e ricchezza
sono spesso paralizzate dall'azione etnica e climatica.

Ad ogni modo, come dimostrò Fornasari, restano completamente
indipendenti dal fattore economico gli incendi e danni, i reati contro
la religione e i culti, le diffamazioni e ingiurie, le bancherotte
fraudolenti, ed in gran parte le false testimonianze, calunnie, ecc.,
i reati contro la sicurezza dello stato, i falsi in atti e monete
(Fornasari, o. c.)[115].



CAPITOLO X.

Religione.


L'influenza della religione è così complessa, come e più della civiltà
e della ricchezza.

E noi abbiam visto criminali religiosissimi (specialmente nella
campagna e nei paesi poco civili) e criminali irreligiosi ed atei.
Abbiam visto che fra i frequentatori delle chiese, criminali ed onesti
quasi si equilibrano nelle proporzioni[116], se spesso i primi non li
superano (V. vol. I).

Su 700 esaminati da Ferri uno solo era ateo, uno era indifferente,
7 erano devoti, e trovavano perfino nel sentimento religioso una
scusa al loro delitto; uno diceva: _È Dio che ci dà questo istinto di
rubare_; un altro: _I delitti non son peccati perchè anche i preti
ne commettono_, oppure: _Ho peccato è vero ma colla confessione il
prete mi perdona_. I più erano imprevidenti delle pene future come lo
erano delle umane.—Così un assassino rispondeva a Ferri che gli aveva
chiesto se non temesse il castigo divino...—_Mah! Dio non mi ha ancora
castigato_.—Ma voi andrete all'inferno...—_Oh! potrei andarvi, e non
andarvi_...—E un terzo: _Noi lo vedremo se saremo puniti, quando saremo
morti_.

Reclus (_Géographie universelle_, II, 618) scrive che in Tregnier
(Brettagna) havvi una cappella ove vanno ad invocare dalla _Madonne de
la haine_ (dell'odio) la morte della persona odiata.

Se si stesse ad alcune statistiche, a dir vero scarsissime, là
dove abbondano gli atei si avrebbero meno rei che a pari condizioni
dove spesseggiano i cattolici e protestanti, il che però potrebbe
confondersi colla loro maggior coltura essendo che gli atei in Europa
abbondano solo fra i cittadini più colti.

Ricordiamo, infatti, che in Prussia (_Friedr. Arch. f. Strafsrech._,
1884) si notarono:

  0,87 criminali cattolici %
  0,65      »    ebrei
  0,37      »    atei.

E come, del resto, concludere ad un'uniforme influenza della religione
quando si sa che se gli Alfourus ed i Santala, popoli quasi selvaggi
e di un'onestà meticolosa, non hanno religione e al più adorano gli
Spiriti, mentre gli ebrei con 3000 anni di monoteismo furono spesso
dediti se non ai delitti, a mestieri equivoci e all'usura, prova
che l'onestà può esistere senza credenze teistiche (Spencer, _Revue
Philosophique_, 1881), e viceversa? D'altronde è noto che i cattolici
in Baviera e in Prussia dànno un numero maggiore di delinquenti dei
concittadini protestanti[117], mentre, invece, nell'Annover, nella
Svizzera, nei Paesi Bassi, dànno cifre minori; e nella stessa Prussia
si vedono i divari rimpicciolirsi ogni anno, anzi, nell'ultimo
quinquennio farsi quasi nulli (v. s.).

Ricordiamo come Joly che pure invoca l'azione moralizzatrice delle
«pratiche esterne della religione» e ci addita la Normandia, in
cui il rispetto alla religione rituale è diffuso e la criminalità è
elevatissima; e riferendoci il motto proverbiale sugli abitanti della
Lozère: _Losérien, le chapelet d'une main et le couteau de l'autre_;
riporta questo fatto avvenuto nell'Ardèche.—Due gruppi d'uomini
litigavano con calore in un mercato, e già avevano alzato gli uni
sugli altri i loro grossi bastoni ferrati, quando, ad un tratto,
suona _l'Angelus_; le due parti nemiche abbassano tosto i bastoni, si
scoprono il capo, fanno il segno della croce, recitano _l'Angelus_...
ma, finita la preghiera, afferrano di nuovo l'arme e la battaglia
ricomincia più fiera di prima! e, per finire, nota che in Francia
l'istruzione religiosa è data con maggior cura alle femmine che non
ai maschi; tuttavia non è punto diminuito il numero delle minorenni
colpevoli, anzi, se si verificò una leggera diminuzione proporzionale
nei minorenni, fu nei maschi _(France Criminelle_, 1894).

Parlando della Sicilia (scrive l'avv. Locatelli), «È impossibile
immaginare l'immoralità che dovevano spargere nelle classi povere
quelle parecchie migliaia di religiosi, provvisti di ricchezze,
di influenza, oziosissimi, e dotati dello spirito ardente e della
vivissima sensualità dei popoli meridionali. Per essi erano peccati
perdonabili la seduzione, l'adulterio, e persino anche l'incesto.
L'assassino, che rivelava al confessionale il proprio misfatto, e
che cercava scusarsi adducendo l'offesa ricevuta, il danno patito,
la estrema sua miseria, veniva non solo assolto, ma per di più
esonerato dal darne scarico alla giustizia umana, quand'anche questa
avesse colpito per isbaglio un innocente invece sua. Il testimone
che taceva al giudice la verità, per evitarsi un pericolo, per non
compromettere il prossimo, era del pari sicuro di riconciliarsi con Dio
coll'intermezzo del confessore. Il ricco, che teneva le proprie donne
in continua clausura per una gelosia veramente turca, era compatito
se attentava alla onestà della figlia del popolo. Un uomo infine potea
francare la coscienza di un falso, di un peculato, pagando alla chiesa
32 lire e 80 cent.

Pochi secoli sono i grandi vicari generali delle più cospicue città
concedevano il permesso di commettere adulteri per un anno intero: in
altre si potea aver licenza di fornicare impunemente per tutta la vita:
pagando un quarto di vino all'officiale vescovile, che ne attingeva il
diritto nelle decretali del papa: nel canone _De Dilectissimis_. Si
ebbe l'audacia di presentare supplica a papa Sisto IV per ottener la
permissione di commettere l'infame peccato nei mesi canicolari.

Nei nostri tempi, a Palermo—e propriamente fino all'anno 1868—vigeva
pubblicamente una _bolla di composizione_, annullata con decreto
del Proc. del Re Tajani, 23 dic. 1368, con cui si era assoluti dalla
restituzione di crediti di un male guadagno in qualsivoglia maniera con
falso, o scritto, con corruzione di ufficio, pagando determinate somme
alla Chiesa ecc.[118]

Dupin di St. André ripubblicò, nel 1879, _Les Taxes de la pénitencerie
apostolique_ (edizione già stampata, nel 1520 da Toussaint Denis e
nel 1741 a Roma), in cui sono lo tariffe pei reati stabilite da papa
Giovanni XII e Leone X. Così, per es., un laico che avesse ucciso
un prete era assolto pagando 7 grossi, e 5 se avesse ucciso un altro
laico.

«Se un chierico fornicasse con monache nel monastero o fuori, quanto
con nipoti, cugini o figliocci, non verrebbe assolto che mediante la
pena di 67 lire, 11 soldi e 6 denari.»

«Se contro natura 219 lire e 14 soldi.»

«Una monaca che avesse fornicato con molti uomini, dentro o fuori del
monastero 131 lira, 14 s. e 6 d.»

«L'adultera viene assolta con lire 87,3. Un laico, per adulterio, solo
con 4, però, per adulterio e incesto 10.»

«Sotto Giovanni XII l'incesto colle sorelle e colla madre costava 40
soldi»[119].

Chi non conosce le massime dei Gesuiti del secolo passato, del Lacroix
(1775), p. e., in cui si dichiara che «quantunque la legge naturale
vieti la bugia e l'uccisione, tuttavia, in date circostanze, sono
permesse» e del Buzenbraun «Colui che è estremamente povero può
prendere ciò che gli occorre. Un povero può anche uccidere chi gli
impedisca di prendere le somme che gli sono necessarie». E di Maiorca
che autorizzava il regicidio.

E del Padre Longuet: «Non si pecca contro giustizia e non si è
obbligati a restituire quando si riceve danaro per uccidere o per
ferire».

Però due fatti mi paiono sicuri che la civiltà avanzandosi appiani e
scancelli tutte le influenze religiose, e che quanto più le religioni
sono fresche e in istato nascente, esercitano un potere moralizzatore
molto maggiore perchè allora la lettera non invade lo spirito e perchè
l'ebbrezza delle nuove idee preoccupa il sentimento e lo distrae dal
delitto; e perchè qualunque siane la derivazione, l'organismo allora
è più sciolto dai simboli e dalle formole che ne arrugginiscono e
irrigidiscono l'attività.

Ciò si notò col Savonarola, coi Valdesi fra noi: e fin i negri degli
Stati Uniti quando si convertono al metodismo abbandonano l'ozio,
l'infanticidio, sicchè in quei distretti ove avviene la conversione ne
aumenta notevolmente la popolazione. È un fatto curioso che perfino le
nuove sêtte religiose create da puri paranoici, come i Lazzarettisti
in Italia, i Quaccheri in Inghilterra, irradiarono un miglioramento nei
costumi e una diminuzione nel delitto.

Così gli Skopzi che hanno per religione la castrazione reciproca sono
celebrati per onestà. Nella Russia settentrionale pure i Bialoriztzi
(_Revue des Revues_, 15 ottobre 1895) non bevono alcool, non fumano, si
vestono di abiti bianchi da loro tessuti, non praticano che la virtù,
e così i Soutasewtzy, che rigettano i preti, le immagini, le servitù
militari: soffrendo perciò fin il martirio; essi predicano la guerra
alla violenza; uno giunse a perseguire i ladri per cambiar loro in
buona la farina cattiva rubatagli.

I Figli di Dio credono che ognuno essendo il proprio Dio, basti offrir
preghiere a un qualunque vicino: si riuniscono e ballano furiosamente,
in onore del Dio, finché cadono estenuati e sono onestissimi.

I Weriginski o Tolstoiani non vivono che di tè e spesso si lasciano
battere dai conterranei senza dir altro che «_Dio aiutami_«, finchè i
persecutori cadono ai loro piedi ammirati.

Sono dunque queste nuove sette, vere epidemie di santità e di virtù.

Anzi è curioso che nella Russia del Sud dove nascono (certo per effetto
del clima caldo che, come sappiamo, fa più incline l'uomo all'omicidio)
delle sette sanguinarie, anch'esse in mezzo ai più feroci costumi
hanno degli scopi altamente morali; così i Douchobortzi uccidevano
tutti i fanciulli anormali di corpo o di spirito per rispetto allo
spirito divino che li dovrebbe abitare: un loro capo, Kapoustine,
faceva seppellire vivi tutti quelli che tradivano i dogmi della setta,
e in un processo intentatogli si rivelarono a suo carico 21 omicidi
religiosi. Tuttociò parrebbe più che criminale; eppure questa setta è
contraria alla guerra e predica: lo czar non regnare che sui tristi e
sui criminali, sicchè le genti oneste, i veri _Douchobortzi_ non sanno
che farsi delle sue leggi e della sua autorità.—E da essi pullularono i
Molokani, bevitori di latte, nemici dei preti, dei riti inutili, degli
ornamenti; tutti colti, onestissimi, che si aiutano fra loro, non hanno
alcun povero, alcun mendicante, e ovunque vengon deportati trasformano
in giardini i luoghi più inospitali (_Revue des Revues_, 1895).

E i Mormoni in America erano notorî per l'attività e probità. Gli è
che i nuovi settari, sien pure pazzi e fanatici, sono monoteizzati
da un'idea che fa loro da inibitrice da vaccino dalle passioni più
ignobili.

Ma sopra tutto influisce favorevolmente la religione che più si spoglia
delle forme e bada alla morale.

La contraddizione, insomma, dell'influenza, ora grande ora nulla,
della religione si toglie se concludesi che la religione è utile, e
quando si fonde veramente colla morale, e abbandona il culto delle
formule, il che ora non può darsi che nelle religioni nuove, perchè
tutte in principio sono morali, e poi a poco a poco si cristallizzano,
e le pratiche rituali sopranuotano e annebbiano il nucleo morale, meno
facile a concepirsi e ritenersi dal volgo: quindi si nota una minore
propensione al crimine, anche là dove solo il senso etico e non il
religioso è in onore come fra gli uomini atei ma colti, perchè ci vuole
un'energia intellettuale per resistere al consenso universale, una
forza inibitrice, che come resiste all'imitazione, resiste anche agli
impulsi istintivi; ragione questa forse unica dei vantaggi dell'alta
coltura.

Analogamente si spiega perchè certi popoli protestanti in cui il
fervore religioso è più caldo e più ardente, come Ginevra e Londra,
sono i soli in cui malgrado la aumentata civiltà, e la popolazione
addensata (Londra da sola è più popolata di una intera regione
italiana), il delitto sia in ribasso.

Qui, non è in giuoco l'inibizione, ma invece una grande passione
religiosa, che neutralizza e doma gli istinti più ignobili, e combatte
con tanto accanimento i vizi e le tendenze immorali, da debellarle.

In Inghilterra la religione recluta migliaia di fanatici, che sotto
i nomi e le teorie più diverse si agitano febbrilmente per salvare
le anime umane dalla perdizione. Essi hanno un campo immenso in cui
agitarsi, organizzando chiese, processioni, opere pie, predicazioni,
ecc., ecc. Nei paesi latini, invece, dove la chiesa cattolica stende
la sua dominazione, la religione non può che molto meno essere un
parafulmine del vizio; e ciò non tanto in ragione della irreligiosità
e dello scetticismo del popolo—molto minore di quanto si crede, anche
nella patria di Voltaire—ma per l'organizzazione stessa della sua
chiesa. La chiesa cattolica è una grande istituzione disciplinare e
quasi un esercito fondato sulla obbedienza e subordinazione; in cui
ogni uomo ha il suo posto, la sua linea di condotta, le sue idee già
fissate da leggi fortissime. I fanatici attivi, come il Bernardo, che
sono naturalmente indipendenti e un po' rivoltosi, non possono quindi
trovarcisi che a disagio; salvo nelle missioni l'unico dipartimento
della chiesa che ridona all'individuo una certa indipendenza e
autonomia (Ferrero); mentre si trovano benissimo tra la indipendenza un
po' anarchica delle varie sêtte protestanti, libere ed autonome come
tanti piccoli _clans_ di tribù barbare, quali p. es. la _Salvation
Army_, i _Baptisti_[120].

«Un altro sfogo al fanatismo, potentissimo nelle nazioni germaniche e
specialmente in Inghilterra, ma che manca quasi del tutto nelle nazioni
latine è la filantropia. Londra è la capitale di questi fanatici della
filantropia; sono uomini o donne di tutte le classi e le posizioni
sociali, ricchi o poveri, istruiti o ignoranti, normali o matti, che si
sono fitti in mente di guarire la malattia sociale e di sradicare dalla
società una forma speciale di miseria e dolore. Uno si è preso a cuore
i bambini torturati dai genitori; l'altro i vecchi diventati ciechi; un
terzo i pazzi maltrattati nei manicomii; un quarto i prigionieri usciti
dal carcere; e tutti lavorano senza requie, stampano giornali, tengono
discorsi, organizzano società e talora riescono a promuovere grandiose
epidemie sentimentali e movimenti dell'opinione pubblica intensissimi,
che conducono a qualche importante riforma umanitaria. Questo genere
di attività può essere un succedaneo eccellente di quel fanatismo
politico, che finisce agli attentati dinamitardi.

«Ma nei paesi latini queste agitazioni non sono promosse perchè
cadrebbero nel vuoto; la tradizione della carità amministrativa ed
esercitata per mezzo dell'autorità pubblica o della chiesa è così
forte profonda che nessuno vuole occuparsi personalmente delle miserie
sociali. Se i bambini sono spesso maltrattati nelle grandi città e
se i giornali protestano energicamente scuotendo un poco l'opinione
pubblica, questa domanda una legge dello Stato, che non sarà nemmeno
applicata e se ne contenta; ma nessuno penserà a fondare società
private, come ce ne sono tante in Inghilterra, che spiino i genitori
crudeli e giungano in tempo a strappar loro di mano le piccole vittime»
(Ferrero).

E ciò è naturale. Nelle religioni che sopravvissero molti secoli
l'elemento morale svanisce perchè meno adatto al sentimento delle
masse e sopravvive e sempre sovrabbonda il cerimoniale; su 73 norme
capitali delle regole di S. Benedetto, 9 sole appartengono alla morale;
nelle regole di S. Colombano 1 anno di penitenza è indetto a chi perde
un'ostia e 6 mesi a chi lascia mangiare due ostie.

Le sole religioni, insomma, che ponno impedire il delitto sono le
fanaticamente, passionatamente, morali o le nuovissime; le altre
giovano forse tanto quanto o meno dell'ateismo.



CAPITOLO XI.

Educazione.—Illegittimi.—Orfani.


_Illegittimi._—Quanto l'educazione entri come fattore del delitto, ci è
dimostrato indirettamente dalla quota (che si fa sempre più grossa, pur
troppo, nelle nazioni più civili e nelle epoche più recenti) dei rei
illegittimi.

In Prussia i delinquenti illegittimi, che costituivano nel 1858 il
3% del totale, crebbero al 6, e le donne dal 5 all'8. In Francia gli
8006 minorenni arrestati nel 1864 contavano un 60% tra bastardi ed
orfani, il 38% di figli di prostitute o di delinquenti. In Austria
nel 1873 gli illegittimi delinquenti sommavano: i maschi al 10 e le
donne al 21% (Oettingen, o. c.); In Amburgo il 30% delle prostitute era
fornito dalle bastarde (Hugel, op. cit.); ed a Parigi il quinto delle
cittadine, l'ottavo delle campagnuole (Parent-du-Chatelet, op. cit.). A
Nuova-York in un anno si arrestarono 534 figli naturali, 222 esposti.

I bastardi erano nelle carceri del Würtemberg: nel 1884-85 il 14,3%;
nel 1885-86 il 16,7%; nel 1886-87 il 15,3%; mentre sono negli onesti
l'8,76%. Sichart anzi[121] sui 3181 esaminativi ne trovò la cifra
elevarsi al 27%, quasi al doppio, così diviso:

  Su 100 ladri               32,4
     »   truffatori          23,1
     »   rei di libidine     21,0
     »   spergiuri           13,0
     »   incendiarii         12,9

  E trovò 30,6% di illegittimi nei rei d'abitudine, il doppio, dunque,
          17,5%         »      dei rei d'occasione.

Egli pure nota:

                           Ribrezzo del lavoro    Mendicanti    Vagabondi
  Su 1248 ladri legittimi          52  %            32%          42%
   »  600   »   illegittimi        52,3%            39%          49%

Tutti avran notato come gran parte dei camorristi di Napoli ha nome di
_Esposito_, come molti grassatori lombardi e bolognesi di _Colombo_;
tale essendo il soprannome che si usa dare ai trovatelli.

In Italia la statistica carceraria ci dà dal 3 al 5% di illegittimi fra
i minorenni maschi, dal 7 al 9 nelle femmine minorenni[122].

S'aggiunga che un 36% dei recidivi in Italia è fornito da figli
naturali ed esposti.

Per comprendere il grande significato di queste cifre bisogna
ricordare, che una gran parte degli illegittimi soccombe nei primi mesi
o nei primi 18 anni, per lo meno il 60, e spesso l'89%[123], per cui
si può benissimo non trovare esagerata la espressione di Marbeau, che
sopra 4 trovatelli, 3 muoiono avanti 12 anni, ed il quarto è sacrato
alla colpa.

Per meglio assicurarmi dell'importanza di quella quota, ho fatto fare
ricerche sopra 3787 entrati, quasi tutti maggiorenni, nei manicomi di
Imola (dott. Lolli), di Padova (prof. Tebaldi), di Pavia, e sopra 1059
entrati nell'Ospedale Civico di Pavia nel 1871, ed ho rinvenuto una
proporzione di esposti pei primi di 1,5, pei secondi di 2,7%. Eppure
la mortalità fra gl'illegittimi di Pavia è minore di molti altri
paesi[124].—A pari età e condizione, dunque gli esposti dànno venti
volte più delinquenti che pazzi.

Si può, dunque, con tutta certezza, assicurare, che la maggior parte
dei trovatelli che sfuggono alla morte, si abbandona al delitto. Forse
in ciò entra, per buona parte, anche l'influenza ereditaria; perchè
nascono i più da una colpa; e vi si aggiungono, certo, la difficoltà
di trovar un mezzo di sussistenza, e più di tutto l'abbandono. Senza
un nome da difendere, senza un freno che li arresti nel pendio delle
passioni, senza una guida che con cura diligente e con un tesoro di
affetti e di sacrifici faccia sviluppare i nobili istinti e contenere i
selvaggi, questi prendono facilmente il sopravvento.

Forse, anche, quelli che non hanno tendenze malvagie vi sono tratti per
imitazione; e probabilmente vi influisce sinistramente anche quello
stesso benefico ricovero dell'orfanotrofio, e del brefotrofio per la
ragione già sopra citata della maggior criminalità nelle occasioni di
maggiori contatti.

_Orfani._—Che l'abbandono, che la mancanza di ogni educazione vi
influiscano di molto, lo dimostrerebbe, secondo alcuni, anche il
notevole numero di orfani e di figli di secondo letto che si rinvengono
nelle carceri. In Italia si contarono fra i rei minorenni nel 1871-72
dall'8 al 13% i figli di secondo letto. Il Barce (op. cit.), narra che
a New-York vennero arrestati 1542 ragazzi orfani e 504 figli di seeondo
letto; aggiunge che il 55% dei degenti nei penitenziari era dato da
orfani di padre e di madre; il 60% dei ragazzi arrestati aveva perduto
uno dei genitori, o ne era stato separato. Secondo il Marbeau, su 100
minorenni carcerati, 15 erano stati abbandonati dalle loro madri.—Per
amore del vero, devo però fare notare che molti statisti esagerano la
portata di questi fatti, del resto innegabili, per aver ommesso il
confronto colla popolazione onesta, e per non aver considerato che
l'età media non sorpassando i 32 anni, pochi possono essere i rei
adulti che abbiano vivi ambedue i genitori.

In Italia noi ebbimo in 10 anni fra i delinquenti una media di 33 a
35% di orfani; ma sopra 580 alienati della mia clinica, gli orfani
fornirono il 47% ed il 78% ne offersero 1059 entrati nell'Ospedale
di Pavia, sicché la proporzione degli orfani rei viene ad essere
inferiore, probabilmente, alla normale.

Più importante, forse, è il trovare una media dell'8 al 12% di orfani
fra i minorenni, poiché la popolazione libera minorenne è, con tutta
probabilità, in proporzioni inferiori; e ciò vale anche per i minorenni
rei (23 a 30%) che perdettero od il padre o la madre (18%).

Non posso parlare, con certezza, degli orfani di padre, che avrebbero
dato nelle statistiche italiane circa il 26 di delinquenti, mentre
davano il 23% quelli di madre; poichè negli alienati notammo 51 dei
primi e 10 dei secondi.

Certo è invece, che fra gli orfani e gli esposti condannati si vede
predominare il sesso femminile, ma sopratutto fra gli esposti. E ciò
anche al difuori di quella subcriminalità che è la prostituzione;
cosicchè Oettingen riesce a questo calcolo singolare: che mentre
ogni 5 maschi si trova una femmina delinquente, invece per 3 esposte
delinquenti si trova un maschio.

_Educazione._—La femmina, più debole e più passionata degli uomini,
ha più bisogno dell'appoggio e del freno della famiglia per durare
nel retto sentiero, da cui la devia più facilmente che negli uomini
la sempre aperta e lubrica strada del meretricio; e in ciò entra
essenzialmente l'influenza ereditaria; chè le figlie di un traviamento
sessuale più facilmente vi sono trascinate esse medesime, e da quello,
alle colpe più gravi.

La maggior frequenza degli esposti fra delinquenti, spiega la
prevalenza de' minorenni delinquenti fra le popolazioni urbane che
si nota da noi (Cardon, op. cit.), essa ci dà la misura dell'azione,
massime dell'abbandono e del danno della mancata educazione.

_Parenti viziosi._—È cosa naturale che, ancor più dell'abbandono, debba
influirvi sinistramente l'educazione malvagia.

Ricordiamo qui quell'eredità morbosa che secondo Sichart va fino al
36% e secondo Marro al 90%, il 6,7% di parenti epilettici, il 4,3% di
suicidi, il 16% di beoni[125], il 6,7 di pazzi (vedi cap. seguente),
cifre che s'elevano nei parenti dei rei più gravi a 27% di beoni
secondo Penta, di 41% secondo Marro, e di 27% di criminali o viziosi
secondo Virgilio, di 45% secondo Marro.

Come può l'infelice ragazzo difendersi dal male, quando questo gli
venga rappresentato con rosei colori e, peggio, imposto coll'autorità e
coll'esempio dai parenti od istruttori?

La V. era sorella di ladri; fu educata dai suoi come un maschio;
vestita da maschio, prese aspetto virile e maneggia coltelli con
vigore; ruba per istrada un mantello ed arrestata ne incolpa i suoi
parenti.

La famiglia Cornu era composta di assassini e di ladri, abituati al
delitto dai parenti fino dalla più tenera infanzia. Di cinque fratelli
e sorelle, una sola avea mostrato ripugnanza invincibile al crimine:
era la più piccola; ma essi ve la iniziarono, facendole portare, per
due leghe, nel grembiale la testa di una loro vittima; scorso breve
tempo ella si era così spogliata d'ogni rimorso, da mostrarsi la
più feroce nella masnada, da volere praticare le torture più crudeli
ai passeggieri. Crocco, che a tre anni colpiva a sassi i compagni e
spennava gli uccelli, era stato dal padre lasciato quasi sempre solo
in mezzo ai boschi fino a diciannove anni.—Il Fregier racconta di un
ragazzo che era l'orgoglio del padre ladro, perchè a tre anni sapeva
cavare in cera l'impronta delle serrature.—Le mogli degli assassini,
scrive Vidocq, sono più pericolose dei mariti. Esse avvezzano i bimbi
al delitto, dando loro regali per ogni assassinio che si commette.

Noi abbiamo visto, e vedremo nel capitolo seguente, la quota
approssimativa dei genitori e delle famiglie immorali dei rei, azione
ereditaria che non può disgiungersi dalla educativa.

Anche qui, come nell'abbandono, e per la solita ragione della
prostituzione e della maggiore tenacità al delitto nelle donne, appare
assai più grande il numero delle femmine soggette a questa influenza,
che non dei maschi.

A molti parrà ancora scarsa l'influenza dell'educazione, come ci
viene rapportata da queste cifre. Ma, oltre che vi dobbiamo aggiungere
quelle quote surriferite di figli esposti, bisogna però ricordare che
moltissimi delitti hanno origine autonoma; che molti tristi nascono e
si conservano tali, malgrado gli sforzi ed i tentativi disperati delle
loro famiglie. Dei nostri delinquenti minorenni dell'anno 1871-72[126],
l'84% dei maschi avrebbe avuto famiglie morali, e il 60 delle femmine.
Questa contraddizione si spiega colle prime debolezze dei parenti
onesti, i quali, quando più tardi vogliono farsi ubbidire sul serio,
non riescono più, si trovano impotenti. È il caso che accade, come
da relazioni ufficiali, in non meno del 20% delle persone benestanti
che ricoverano i figli nei riformatori; vedremo, più sotto, quanto
sinistramente influiscano, su questo proposito, le associazioni
infantili.

Noel, Vidocq, Donon, Demarsilly, Lacenaire, Abbado, Hessel,
Fra Diavolo, Cartouche, Trossarello, Troppman, Anzalone, Demme
appartenevano a famiglie moralissime. Rosati raccontavami essere stato
più volte battuto dal padre dopo i primi suoi furti, e di avere visto
piangere dirottamente la madre, e di avere loro promesso sempre, ben
inteso, senza mantenerla, la restituzione delle somme che rubava.

Ed è noto, d'altronde, dalle rivelazioni di Parent-du-Chatelet e di
Mayhew, che molti ladri e prostitute arricchiti cercano ogni via per
educare sulla strada della virtù i loro figliuoli.



CAPITOLO XII.

Eredità.


_Statistica dell'influenza ereditaria._—Su 104 rei da me esaminati

  71 avevano fenomeni ereditarii
  20     »      padre alcoolista
  11     »      madre   »
   8     »      padre criminale
   2     »      madre   »
   3     »  padre pazzo o meningit.
   5     »  madre   »   od epilettica
   3 avevano madre prostituta
   6     »   fratelli e sorelle pazzi
  14     »          »       rei
   4     »          »       epilettici
   2     »          »       suicidi
  10     »   sorelle prostitute.

Tuttavia, non avendo mezzi ufficiali d'indagini, e dovendomi
accontentare delle asserzioni dei condannati, io era nelle peggiori
circostanze.

Il Virgilio, che si trovava in condizioni ben più favorevoli, trovò
il crimine nei parenti nei rapporto del 26,80%, quasi sempre, come
l'alcoolismo (21,77), dal lato paterno, senza contare un 6% di
collaterali[127].

Meglio di tutti Penta[128] su 184 criminali-nati di S. Stefano notò:

  Età avanzata dei genitori               29 volte, cioè 16,0%
  Ubbriachezza           id.              50  »       »  27,0%
  Tisi                   id.              17  »       »   9,2%
  Apoplessia cerebrale   id.              20  »       »  11,0%
  Pellagra               id.               3  »       »   1,6%
  Pazzia                 id.              12  »       »   6,5%
  Pazzia (negli ascendenti e collaterali) 27  »       »  14,5%
  Isterismo              id.              25  »       »  13,5%
  Epilessia              id.              17  »       »   9,2%
  Emicrania              id.              17  »       »   9,2%

Solo nel 4 a 5% i genitori erano perfettamente sani. Più tardi ci diede
una nuova statistica dell'eredità morbosa in altri 447 casi distinti in
2 serie:

                                     1ª serie          2ª serie
                                     su 232 casi       su 215 casi

  Criminalità                            30              58
  Isterismo                              17              38
  Epilessia                              11              22
  Altre neuropatie                       20              65
  Alcoolismo                             40              95
  Pazzia                                 35              50
  Tubercolosi polmonari                  25              80
  Età avanzata dei genitori              23              55
  Apoplessia cerebrale                   10              20
  Diatesi gravi                          12              20
  Malaria cronica                         5              20

Marro trovò nelle cause di morte di 230 genitori di rei e di 100 onesti:

                                 nel padre             nella madre
                                 rei    onesti         rei    onesti
  Alcoolismo                     7,2    2,4            2,1     —
  Suicidio                       1,4     —              —     3,7
  Pazzia                         6,5    2,4            5,3     —
  Malattie cerebrospinali       21,1   14,6           18,2    7,4
     »     di cuore              6,5   14,6            3,2   18,5
  Idropisia                      4,3    2,4            6,4    3,7
  Tisi                           5,1    2,4           10,7     —
  Dispiaceri o scosse nervose    2,1    2,4            4,3     —

Se poi, invece di esaminare separatamente i singoli gruppi, si
riuniscono insieme le morti per alcoolismo, suicidio, alienazione
mentale e malattie cerebrali, troviamo che fra i delinquenti queste
cause contano fra le morti dei 230 genitori nella proporzione del 32,1%
mentre fra i normali esse stanno nel rapporto di 16,1; circa la metà.

Se il numero degli ascendenti delinquenti è scarso anzichè no molto più
considerevole è il numero dei fratelli delinquenti.

Marro trovò 68 su 500 i delinquenti con uno o più fratelli rei essi
pure; di questi ebbero

  Parenti  alienati         Nº 17
    Id.    epilettici       »   4
    Id.    delinquenti      »   6
    Id.    alcoolisti       »  34 (4 anche la madre)
    Id.    invecchiati      »  33 (4 entrambi i genitori)

Studiando poi i parenti vivi di 500 criminali Marro trovò nel 41%
l'alcoolismo nel padre, il 5% nella madre, mentre nei normali si ha
solo il 16% nel padre; la pazzia fra gli ascendenti o collaterali nei
genitori nel 42,6% dei criminali (13% dei normali); l'epilessia nel
5,3% (2%); la delinquenza 19,7% (1%); carattere immorale e violento
33,6%; computando nell'eredità morbosa la discendenza da genitori
alienati, apopletici, alcoolisti, epilettici, isterici e delinquenti,
la trovò nel 77%, e nel 90% comprendendo ancora le anomalie del
carattere e dell'età dei genitori (o. c.).

Sichart studiò nelle prigioni del Wurtemberg (Liszt, _Archiv f.
Rechtw._, 1890) 3881 carcerati per furti e truffe confrontandoli colla
popolazione onesta dello stesso paese.

Il complesso dell'azione ereditaria, secondo Sichart, secondo i reati
darebbe:

  negli incendiarii il 36,8%
  nei ladri          » 32,2%
  nei libidinosi     » 28,7%
  nei truffatori     » 23,6%
  negli spergiuri    » 20,5%   col massimo nei ladri ed incendiarii.

Tenendo conto del solo alcoolismo, pazzia, epilessia e suicidio negli
ascendenti diretti, l'eredità morbosa gli risultava del 71% negli
incendiarii; del 55% nei ladri; del 43% nei libidinosi, e del 37% nei
truffatori.

Sichart e Marro trovarono:

                                     Suicidio
                              (Sichart)       (Marro)
                                  %             %
  Ladri                          5,0           —
  Incendiarii                    8,2           —
  Libidinosi                     3,9           5,1
  Spergiuri                      2,1           —
  Truffatori                     1,5           —
  Omicidi                         —            —
                 Totale 4,3%

Studiando la quota dei parenti viziosi nei 3000 rei di Sichart e
confrontandola con quelli di Marro così appaiono ripartiti:

                               Parenti viziosi
                            (Sichart)     (Marro)
                               %             %
  Ladri                       20,9          45,0
  Incendiarii                 11,0          14,2
  Truffatori                  10,8          32,4
  Rei contro il buon costume   9,4          28,2
  Spergiuri                    6,0           —
  Falso giuramento            12,0           —

con cifre massime in ambedue pei ladri e grandi pei falsari e
truffatori, minime per gli incendiari e spergiuri.

Su 3580 rei minorenni di Mettray, 707 erano figli di condannati, 308
figli di viventi in concubinato (Barce, Op. cit.).

I detenuti al riformatorio di Elmira, avevano un 13,7% i cui parenti
erano pazzi o epilettici, un 38,7% con parenti ubbriaconi.

Le nostre statistiche ufficiali ci dànno su 2800 rei minorenni del
1871-72 un 3% di genitori carcerati. Anche qui il padre rappresenta
la peggiore influenza (2,4), in confronto alla madre (0,5): il che si
spiega per la minore criminalità, apparente almeno, delle donne. Si
notò pure il 7% di genitori alcoolici, di cui il 5,3% il padre e 1,7 la
madre e pochi amendue.

La statistica medesima ci insegna, ancora, che un 28% delle famiglie
dei condannati minorenni aveva fama dubbia, e 26 cattiva, rapporti
questi ultimi che vengono a coincidere, con molta esattezza, coi dati
del Virgilio.

Thompson, sopra 109 condannati, ne trovò 50 imparentati, 8, fra gli
altri, membri di una stessa famiglia, che discendevano da un condannato
recidivo; egli osservò pure 3 fratelli e 2 sorelle ladre, il cui padre
era un assassino, e assassini erano altresì gli zii, le zie, i cugini;
in una famiglia di 15 membri di cui 14 falsi monetari, il 15º parve
onesto, ma alla fine mise il fuoco alla propria casa dopo averla 4
volte assicurata.

Mayhew ne notò, su 175, ben 10 che avevano il padre, e 6 che avevano la
madre, e 53 che avevano i fratelli condannati.

La stessa influenza si avvera nelle prostitute. Su 5583, Parent D.
ne avrebbe trovato 252 sorelle, 16 madre e figlia, 22 cugine, 4 zie e
nipoti. Nè senza ribrezzo si può leggere in Lacour un discorso che gli
teneva una di queste sciagurate: «Mio padre è in prigione, mia madre
vive con colui che mi sedusse, e n'ebbe un figliuolo che io e mio
fratello manteniamo».

                                                DONNE
                        criminali  criminali  prostitute  ladre prostitute
                           di         di         di           di
                        Salsotto     Marro    Grimaldi      Tarnowsky
                            %          %          %        %        %
  Padre alcoolista         6,6        40         4,23     49       82
  Alienazione del padre    6,6         7,6        —        —        3
  Genitori vecchi         17          26          —        —        8
  Parenti epilettici       2,6         —          —        —        6
  Genitori tubercolotici   —           —          —       19       44
  Parenti delinquenti      ?          19,7        —        —        —

Nelle oneste la Tarnowsky trovò solo il 10% di genitori tubercolitici.


_Prove cliniche._—A Pavia studiai, nelle carceri, un ragazzo, con
prognatismo enorme, con capelli folti, sguardo strabico, fisionomia
femminea; egli ch'era stato a 12 anni assassino, indi per 6 volte
imprigionato per furto, aveva 2 fratelli ladri, una madre manutengola,
2 sorelle prostitute.

Sei dei Fossay furono condannati per associazione brigantesca, erano 5
fratelli e un cognato; essi aveano avuto il nonno e il padre appiccati;
due zii ed un nipote nei bagni.

Una prova più curiosa dell'influenza ereditaria è offerta dall'Harvis
che osservando ad Hudson i crimini spesseggiarvi e quasi tutti gli
arrestati esservi omonimi, consultò i registri e vide che una gran
parte degli abitanti derivava da certa Motgare, donna di pessima fama
vissuta due secoli sono, che contava, su 900 suoi discendenti, 200
malfattori e 200 altri tra alienati e vagabondi (_Atl. Monthl._, 1875).

E un'altra prova ne l'offre il Despine riportando la genealogia
dei Lemaire e Chretien che io ora riassumerò qui graficamente
perchè d'un colpo si possa abbracciare.

                          G. CHRETIEN
     __________________________|___________________________
    |                          |                           |
  Pietro                    Tommaso                       G. B.
  condannato               uxoricida                       |
  p assassinio        _________|_________              Francesco
       |             |                   |             ammogliato
      A. F.       Martino            Francesco        in P. Tanre
    ladro e      assassino           uxoricida       pessima donna
   assassino         |                               ______|______
   morto in         E. X.                           |             |
     galera     ladro e zio                      M. Rosa     S. F. ladro
                di Lemaire                        ladra           |
                                                condannata      C. ladro
                                                11 volte       morto in
                                              maritata in:     carcere
                         ___________________________|             |
                        |                                    Maria ladra
                    A. TANRE                                      |
            ____________|_____________                       Benedetto
           |                 _________|________             ladro, morto
         Andrea             |  |   |   |   |   |           mentre scalava
        assassino         lad.ass.lad.lad.ass.lad.                |
      (di 1º letto)   (di 2º letto con Rosa Chretien)       Victor ladro
                                                          morto in carcere
                                                                  |
                                                              Victorina
                                                          onesta, maritata
                                                             in Lemaire
                                         _________________________|
                                        |
                                   C. LEMAIRE
                          ______________|_____________
                         |                            |
                      Augusto                   A. Francesco
          _______________|______________
         |               |              |
      T. Sposo        Augusto      Vic. Lemaire
    di Victorina         |
         |            P. ladro
      Lemaire
  ass. incendiario

Anche i Fieschi erano assassini ereditari.

                      FIESCHI bisavolo
        _____________________|__________________________
       |                     |                          |
  G. Antonio            G. Domenico       Luigi sposo a sorella di gal.
   assassino           ______|______           _________|_________
       |              |             |         |         |         |
   2 onesti     2 figli ladri   1 brigant.  1 onesto  Fieschi   Sordom.
                                                    assass.   onesto

Straham (_Instinctive criminality_, Londra, 1892) ci dà la prova
dell'eredità criminale colla storia di una famiglia criminale. I
capostipiti di questa famiglia sono due sorelle, la prima delle quali
morì nel 1825. La loro progenie consta di 834 individui, di 709 dei
quali è stata tracciata una storia abbastanza accurata.

Fra questi 709 vi sono 106 figli illegittimi, 164 prostitute, 17
ruffiani, 142 mendicanti, 64 ricoverati per malattie croniche, 76
criminali i quali insieme hanno passato 166 anni di prigione.

Aubry (_Annales médico psycologiques_, 1892) ci diede uno studio
curiosissimo su una famiglia di criminali.

La famiglia K..... occupava, nei secoli scorsi, un posto elevato
nella società: ma già al principio di questo secolo era completamente
decaduta; oramai non si componeva più che dei figli di due fratelli,
Lu... e Ren...: Ren... aveva passato tutta la vita in contatto coi
criminali, senza essere egli stesso mai stato condannato: era molto
originale, appassionatissimo pei combattimenti dei galli, gran
donnaiuolo, con un numero infinito di amanti e di figli, tanto che
tutti i bambini del quartiere lo chiamavano _papà_; da una delle sue
amanti nacque un gran numero di criminali. La famiglia di suo fratello
Lu... non presenta nulla di notevole, salvochè suo figlio, il giorno
dopo della morte dello zio Ren..., saputosi diseredato da questo, si
uccise, lasciando un testamento dove scriveva: «Non si accusi nessuno
della mia morte; io mi uccido per fuggire i nemici insopportabili,
procacciatimi dalla mia sciocchezza, e per non essere stato abbastanza
in guardia contro la furberia di certa gente.

Le due amanti di Ren..., che gli diedero una prole di degenerati, erano
Z..., moglie d'un carnefice, da cui nacque una femmina morta tisica
a 24 anni e F...., pure maritata, cui l'opinione pubblica accusava di
avere avvelenato il marito!

F..... ebbe 5 figli, dei quali 2 dal marito e 3 dall'amante. I figli
avuti dal marito furono:

1. Z..., che visse separata dal marito, era una mattoide querulante;
tutto era per essa occasione di far questioni: ma perdeva regolarmente
i suoi processi; ebbe parecchi amanti, un oratore, tra gli altri,
di gran talento da cui ebbe parecchi figli, uno dei quali poeta, un
pittore, ecc., celebri. 2. Fi..., proprietaria d'un postribolo; ha due
figli, di cui uno cieco e affetto da paralisi del Parkinson.

Tra i figli, che F... ebbe dall'amante Ren..., sono da notarsi:

1. Em..., che, vegliando il cadavere del padre, si ubbriacava colla
cognata, e ch'ebbe una figlia di condotta immorale; una nipote
prostituta (a 15 anni) e ladra.

2. Em..., contadino, tentò di suicidarsi strozzandosi; sposò una Fe...,
donna estremamente dissoluta, nota per rapporti incestuosi col figlio
maggiore, ladra in complicità con sua figlia, sospettata gravemente
di aver ucciso il genero, ubbriacona; sua figlia la chiamava: _Vecchia
carica di delitti._

Da questo triste matrimonio nacquero due figli:

1. Maria, che in un periodo mestruale uccide il marito aiutata dalla
madre, benché al Tribunale siano state assolte entrambe; la Maria,
che aveva parecchie relazioni adultere si mostrò molto allegra dopo la
morte del marito, e dopo quella dell'unica bambina morta di difterite.

2, Am..., che ebbe rapporti colla madre, ed uccise il marito della
amante.

In uno dei rami collaterali della Fl... (figlia di F...), si trovavano:
molti negozianti falliti; una madre, con prole numerosa, che fuggì,
portando via la cassa, coll'ultimo amante; un marito che consuma,
lontano dalla famiglia, le risorse della casa, e che quando non
possiede più nulla, vive a carico della moglie; un fratello del secondo
marito di Maria che si uccide dopo assassinata la moglie adultera.

In questa famiglia, adunque, quasi tutti i membri, hanno commesso uno
o più delitti; quelli che non sono criminali sono suicidi; ma un ramo
collaterale, quello di Ze..., è formato da persone che occupano un
posto elevato nell'arte, e che hanno realmente un grande ingegno.

Questa famiglia costituisce anche una conferma dell'intimo rapporto che
esiste tra il genio e il delitto.

Laurent _(Les habitudes des prisons)_, ci fa la storia di tutta una
famiglia di delinquenti-nati che conferma a meraviglia i dati di Marro,
di Aubry e di Sichart.

«Il nonno paterno morto di affezione cardiaca a 67 anni, era di
carattere debole completamente dominato dalla moglie: la quale nervosa
e strana, batteva il marito ad ogni occasione. Irascibilissima, provava
piacere a sferzare la sorella quand'era ammalata.

«Il padre era nervosissimo, violento, ma poltrone, e quantunque
conoscesse la vita disordinata della moglie, non aveva il coraggio
d'intervenire. Morì di un'insufficienza aortica.

«Uno zio paterno viziosissimo e violento percuoteva i suoi parenti per
avere denaro. Approffittò della loro assenza per vendere una parte dei
mobili, tentò uccidere suo fratello per gelosia. Un cugino germano dei
due precedenti si abbandonò alla pederastia.

«Il nonno materno era intelligente, ma ubbriacone, subì due anni di
prigione per furto. Capitano sotto la Comune, fu ancora punito per
cattiva condotta. Egli era disquilibrato, brutale e grossolano. Nel
primo matrimonio ebbe 4 figlie delle quali descriveremo lo stato
mentale più sotto. La nonna materna abbandonava i bimbi e sprecava in
compagnia del marito la paga settimanale. Morì di cancro uterino.

«La madre viziosissima, pigra, impetuosa si marita a venti anni ed ha
due figliuoli; a 23 anni abbandona il marito, si unisce con un giovane
e dà alla luce una bimba. In seguito ritorna al letto maritale ed ha un
quarto bimbo, durante questo tempo è l'amante di un negoziante di vino.

«A quest'amante ne succedono altri. A 35 anni partorisce un quinto
bimbo. Lasciando la famiglia ed i fanciulli senza cura ella passa la
vita nelle stamberghe (_bouges_) giuocando alle carte e disputando
cogli ubbriachi. Tentò più volte in stato di ubbriachezza d'uccidere
il marito. A 37 anni ha da un suo amante un sesto figlio che muore di
meningite. Resta incinta un'altra volta ed abbandona allora decisamente
il tetto maritale attirando con sè le figlie, che poi lascia in balia
del primo capitato mentre ella si ubbriaca. A 39 anni è incinta per la
nona volta, e dal suo amante essa si lascia maltrattare.

«Questa donna aveva tre sorelle.

«La prima era viziosa fin dall'infanzia. Corrotta, a 16 anni si dà
alla prostituzione. Irascibile, ella in un momento di gelosia strappò
un'orecchia ad una donna. La seconda sorella ha 38 anni, è maritata;
alcoolista lasciva et ottusa. Ha tre fanciulli dei quali uno all'età di
nove anni per un futile motivo si precipitò dalla finestra ed un'altra
volta senza ragione apparente si gettò sotto una vettura.

«Soffrì di meningite e guarì.

«La terza sorella, ottusa e lussuriosa, si ubbriaca in compagnia del
marito.

«Passiamo ora all'esame della 3ª generazione, che comprende otto
fanciulli.

«1º Una giovane di diciannove anni, poco intelligente, capelli
biondissimi, ha volta palatina ogivale e sviluppo esagerato delle
protuberanze frontali. Il sistema pilifero è sviluppatissimo sul corpo
e di un color nero carico. Cattiva, gelosa, ella metteva delle spine
nella minestra del fratello. A 10 anni la si trovava nelle cantine
con dei giovinetti abbandonandosi ad una crapula precoce. Ha sempre
rifiutato l'unione sessuale coi componenti la famiglia. «Io non ne so
il perchè, diceva, vorrei, ma non posso, ciò è più forte di me, e mi
ripugna».

«A quindici anni si dà alla prostituzione pubblica ed è incarcerata
a S. Lazare, poi nel convento delle Dame di S. Michele: ma quindici
giorni dopo l'uscita ricomincia la vita disordinata prostituendosi e
vivendo in compagnia dei _souteneurs_.

«2º Un giovane di 18 anni, lavoratore, economo, onesto, ma nervoso e
caparbio e di carattere debole come il padre.

«3º Una figlia adulterina di 15 anni, viziosa, beona e ghiotta.
Frequenta gli spacci di vino e s'ubbriaca spesso. Ruba nelle vetrine
dei droghieri.

«4º Una giovane di 14 anni pigra, bugiarda, ladra, irascibile, ha la
faccia costantemente contratta da un _tic_ nervoso e la fisonomia non
è che una smorfia continua. Senz'alcun rispetto per la famiglia, ella
approfitta di notte del sonno della nonna per pizzicarle le gambe e
vendicarsi in questo modo delle punizioni avute. È egoista, civetta,
lasciva.

«5º Un ragazzo di 8 anni, rachitico, scrofoloso, nervosissimo,
irascibile. Prepotente, ha degli accessi con tendenza a rompere
qualsiasi oggetto. È dolicocefalo e d'intelligenza comune.

«6º Una figlia adulterina, morta a 16 anni di meningite.

«7º e 8º Due ragazzi in tenera età».

Il Sighele ha studiato tutti i processi intentati contro gli Artenesi
dal 1852, e vi ha trovato sempre gli stessi nomi; il padre, il figlio,
il nipote si seguivano a distanza come spinti da una legge fatale.
Nell'ultimo processo v'erano due famiglie, già celebri negli annali
giudiziari: l'una di 7 persone, l'altra di 6: padre, madre e figli;
non uno mancava. Sighele notava come si potessero ben ripetere a questo
proposito le parole di Vidocq: «Il existe des familles dans lesquelles
le crime se transmet de génération en génération, et qui ne paraissent
exister que pour prouver la vérité du vieux proverbe: _Bon chien chasse
de race_« (_Arch. di psich._, 1894).

Mai—io credo—la legge d'eredità ebbe una conferma più splendida.

Nel 1846 si condannarono in Francia per 45 furti due famiglie che
erano legate insieme per parentela e per tendenza al brigantaggio: C.
Iegl capo della prima avea sposata la figlia di Ruch... capo della 2ª;
dell'uno si condannarono il padre, la madre, il figlio, i generi, e
dell'altro il padre e il figlio.

_Affinità elettive._—Il Locatelli ci spiega come questi fatali
intrecci che dànno luogo alle bande e sono il sustrato più saldo del
brigantaggio—prova ne siano il Chretien e Lemaire—nascano per una
specie di affinità elettiva che spinge la donna delinquente a scegliere
l'amante e lo sposo tra i più inclini allo stesso delitto.

È da ricordarsi nella famiglia K... sopra studiata l'affinità
elettiva che spinse Renato a scegliere le amanti tra le prostitute
e le delinquenti, e che rende possibile la esistenza di criminali
e di persone immorali anche nei rami solo indirettamente legati al
principale.

La famosa ladra Sans Refus era figlia di un ladro Comtois, morto, nel
1788, sulla ruota, e della ladra Lempave.

La Marianna, la complice più abile della banda Thiebert, nacque da una
ladra e un ladro recidivo cinque volte e nacque anzi sulla pubblica
strada entro un carretto rubato (Lucas, _De l'hérédité naturelle_, pag.
487).

Virginia P., amante di un beccaio tratto in giudizio per aver
assassinato una bambina, saputone l'arresto, rimase un giorno intero
sulla porta del carcere per aver sue notizie, e naturalmente invano;
tornatasene a casa ad ora tarda della sera, col cuore in tempesta,
sentendosi rimproverare dalla madre, le balzò al collo come una tigre
ferita, e l'avrebbe indubbiamente strangolata, senza il pronto aiuto
del vicinato, accorso alle grida della povera donna (Locatelli, p. 18).

Un esempio più celebre l'offrono le simpatie fatali della marchesa
di Brinvilliers col S. Croix, e della Pochon e della Catella, ladra,
truffatrice e prostituta con Rossignol, la prima delle quali si sentì,
quando era in carcere, attratta a lui, solo al racconto delle sue
imprese fattole dalla rivale; notisi che quest'ultima, nata da una
famiglia nobilissima, già perduta a 14 anni, a 15 anni avea commesso i
delitti di grassazione appunto in complicità con Rossignol. A Torino,
la Camburzano, quasi impubere, si dà prima ad un ladro, e messa,
perciò, in un riformatorio ne fugge, e nel giorno stesso che n'esce si
innamora e si unisce col sicario Tomo e se ne fa complice e istigatrice
di feroce omicidio e ride quando se ne sente rimproverare; liberata,
ruba di nuovo ad un amante e si riprostituisce.

_Eredità ataviche di Juke._—Ma la prova più importante della
ereditarietà del delitto e dei suoi rapporti colle malattie mentali
e colla prostituzione viene offerta da quel singolare studio fatto or
ora da Dugdale nella famiglia Juke[129] divenuta in America sinonima di
_criminale_.

I capi stipite di questa sciagurata progenie sono Ada Yallkes nata
nel 1740, ladra e beona, e Max Juke cacciatore e pescatore, beone e
donnaiuolo, che in tarda età divenne cieco, e nacque circa nel 1720,
lasciando numerosa discendenza legittima, 540, ed illegittima, 169; non
tutte le diramazioni di questa si poterono seguire fino ai dì nostri;
sì bene quella di 5 figlie, 3 delle quali eran prostitute prima di
maritarsi, e di alcuni rami collaterali, il tutto per 7 generazioni—Le
riassumeremo in questa tabella:

  ————————————————————————————————————————————————————————————————————————
                               |           |      PARENTELA PER SESSO
                               |  Numero   |——————————————————————————————
                               |  totale   | Totale |           |
                               |  nella    | d'ogni | Legittimi | Illegit.
                               |generazione| sesso  |           |
  —————————————————————————————+———————————+————————+———————————+—————————
  II GENERAZIONE  |Juke donne  |      5    |    5   |       1   |     —
                  |X uomini    |      5    |    5   |       2   |     —
                               |           |        |           |
  III GENERAZIONE |Juke donne  |     34    |   16   |      15   |     1
                  |X donne     |     16    |    7   |       3   |     —
                  |Juke uomini |      —    |   18   |      12   |     6
                  |X uomini    |      —    |    9   |       —   |     2
                               |           |        |           |
  IV GENERAZIONE  |Juke donne  |    117    |   46   |      38   |     —
                  |X donne     |      —    |   25   |       6   |     1
                  |Juke uomini |      —    |   57   |      46   |     3
                  |X uomini    |     59    |   34   |       5   |     1
                               |           |        |           |
  V GENERAZIONE   |Juke donne  |    224    |  119   |      94   |    17
                  |X donne     |      —    |   33   |       4   |     2
                  |Juke uomini |      —    |  102   |      70   |    20
                  |X uomini    |     84    |   51   |      11   |     3
                               |           |        |           |
  VI GENERAZIONE  |Juke donne  |    152    |   63   |      33   |    13
                  |X donne     |      —    |    2   |       —   |     —
                  |Juke uomini |      —    |   48   |      27   |    20
                  |X uomini    |      5    |    3   |       —   |     —
                               |           |        |           |
  VII GENERAZIONE |Juke donne  |      8    |    3   |       1   |     2
                  |Juke uomini |      —    |    —   |       —   |     —
                               |———————————+————————+———————————+—————————
  TOTALE          |Juke donne  |      —    |  252   |     182   |    33
  GENERAZIONE     |X donne     |      —    |   67   |      13   |     3
                  |Juke uomini |      —    |  225   |     155   |    49
                  |X uomini    |      —    |  102   |      18   |     6
                               |———————————+————————+———————————+—————————
  Sangue di Juke               |    540    |  477   |     337   |    82
    Id.  di X                  |    169    |  169   |      31   |     9
                               |———————————+————————+———————————+—————————
  TOTALE GENERALE              |    709    |  645   |     368   |    91
  ————————————————————————————————————————————————————————————————————————
  _NB._—Per X si intendono i collaterali o imparentati coi JUKE
  ma non derivati originalmente da questo.

      RELAZIONI                           PAUPERISMO         DELITTI
     MATRIMONIALI                          E MALATI
   \————————v————————/                \————————v—————————/  \—————v—————/
    Maritati—
    |
    |  Bastardi prima  Sterili        Senza       Anni di   Nº degli
    |  del matrimonio  |              domicilio   spedalità incriminati
    |  |               |  Tenenti     |                |    |
    |  | Bastardi dopo |  postriboli  |  Anni          |    |  Anni di
    |  | il matrimonio |  |           |  |             |    |  carcere
    |  | |             |  |Sifilitici |  | Ricoverati  |    |   |
    |  | |  Prostitute |  |    |      |  | in ospedali.|    |   |  Numero
    |  | |       |     |  |    |      |  | impotenti   |    |   |    dei
    |  | |       |     |  |    |      |  |     |       |    |   |  delitti
    |  | |       |     |  |    |      |  |     |       |    |   |      |
  ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+—————
    5| 3| — |   —  |  — |  —|  — |  — |  —|   — |    — |  —|   —    |  —
    5| —| — |   —  |  — |  —|  — |  — |  —|   — |    — |  —|   —    |  —
     |  |   |      |    |   |    |    |   |     |      |   |        |
   13| 1|  1|   3  |  5 |  —|  — |  3 | 20|   2 |    2 |  —|   —    |  —
    4| —| — |   3  |  — |  —|  — |  1 | 23|   — |    — |  —|   —    |  —
   11| —| — |   4  |  4 |  —|  1 |  6 | 54|   3 |    6 |  1|   —    |  1
    5| —| — |   4  |  — |  —|  1 |  2 | 14|   3 |    5 |  2|   3    |  2
     |  |   |      |    |   |    |    |   |     |      |   |        |
   26| 6|  8|  12  |  3 |  5| 12 | 18 |122|   7 |    7 |  5|   1    |  7
   15| 3| — |   4  |  4 |  1|  7 |  8 | 53|   3 |    3 |  2|     1/2|  2
   22| —| — |   4  |  7 |  1|  6 | 19 |129|   8 |   12 | 12|  11    | 15
   19| —| — |  15  |  1 |  3|  2 | 11 | 50|   3 |    3 | 10|  13    | 11
     |  |   |      |    |   |    |    |   |     |      |   |        |
   37| 6|  3|  36  |  5 |  5| 25 | 24 |100|  12 |   18 |  9|     1/4| 15
   15| 2|  1|  14  |  4 |  —|  2 | 11 | 49|   2 |    4 |  1|     1/4|  1
   21| —| — |  12  |  7 |  —|  7 | 25 | 87|  11 |   21 | 18|  72    | 41
   26| —| — |  14  |  6 |  2|  4 | 14 | 33|   — |    — | 12|   8    | 16
     |  |   |      |    |   |    |    |   |     |      |   |        |
    2| 2| — |   2  |  — |  1|  — |  — |  —|   3 |    8 |  2|     1/2|  2
    1| 1| — |   —  |  — |  —|  — |  — |  —|   — |    — |  —|   —    |  —
    1| —| — |   —  |  — |  —|  — |  — |  —|   7 |    7 |  2|   6-1/2|  2
    2| —| — |   1  |  — |  —|  — |  — |  —|   — |    — |  —|   —    |  —
     |  |   |      |    |   |    |    |   |     |      |   |        |
    —| —| — |   —  |  — |  —|  — |  — |  —|   — |    — |  —|   —    |  —
    —| —| — |   —  |  — |  —|  — |  — |  —|   — |    — |  —|   —    |  —
  ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+—————
   83|18| 12|  53  | 13 | 11| 37 | 45 |242|  24 |   35 | 16|   1-3/4| 24
   35| 6|  1|  21  |  8 |  1|  9 | 20 |125|   5 |    7 |  3|     3/4|  3
   55| —| — |  20  | 18 |  1| 14 | 50 |270|  29 |   46 | 33|  89-1/2| 59
   57| —| — |  34  |  7 |  5|  7 | 27 | 97|   6 |    7 | 24|  24    | 29
  ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+—————
  138|18| 12|  73  | 31 | 12| 51 | 95 |512|  53 |   81 | 49|  91-1/4| 83
   92| 6|  1|  55  | 15 |  6| 16 | 47 |222|  11 |   15 | 27|  24-3/4| 32
  ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+—————
  230|24| 13| 128  | 46 | 18| 67 |142 |734|  64 |   96 | 76| 116    |115

Vedesi già da questo prospetto la singolare connessione della
prostituzione, del delitto e della malattia, perché per le stesse cause
ereditarie si hanno:

                          1º ceppo MAX
          ______________________|________________________
         |                      |                        |
   76 delinquenti         181 prostitute           181 impotenti,
  e 142 vagabondi,     18 tenenti postribolo    idioti o sifilitici
    mendicanti,            91 illegittimi            46 sterili
     64 poveri


Con istrana progressione vediamo i delinquenti appena rappresentati
nella 2ª generazione, moltiplicarsi a 29 nella 4ª, a 60 nella 5ª[130],
precisamente come le prostitute, da 14 crescono a 35, ad 80, ed i
vagabondi da 11 a 56, a 74; nè scemano nella 6ª e 7ª, se non perchè
la natura, che si direbbe provvida anche nel delitto come nelle
mostruosità, ponvi termine colla sterilità delle madri, che da 9 della
3ª generazione aumenta a 22 nella 5ª generazione, e colle morti precoci
dei bimbi che aumentano a 300 negli ultimi anni.

Passarono tutti insieme in carcere 116 anni; furono intrattenuti 734
individui a spese dello Stato.—Alla 5ª generazione, tutte le femmine
erano prostitute e gli uomini rei. Alla 6ª l'anziano dei discendenti
aveva solo 7 anni, eppure 6 individui erano stati raccolti all'asilo
degli indigenti.

In 85 anni la manutenzione loro costò allo Stato 5 milioni di dollari.

Si osservò che in tutti o quasi tutti i rami la tendenza al delitto,
all'inverso di quella al pauperismo, si presentava più intensa nel
figlio più anziano, seguendo, poi, sempre la linea maschile più che la
femminile; e si accompagnava ad eccessi di vitalità, di fecondità e di
vigore; che essa si sviluppava assai più nelle linee illegittime che
non nelle legittime, il che si ripete anche in tutte le altre note di
immoralità.

Così confrontando i 38 illegittimi sorti dalla 5ª generazione e dalle
primogenite delle 5 sorelle con gli 85 legittimi, troviamo nei:

               38 illegittimi
        ——————————————+———————————————
        |             |              |
  4 ubbriaconi  11 mendicanti,  16 condannati
                   idioti o      di cui 6 per
                 prostitute      gravi delitti

               85 legittimi
            ——————————+————————
            |                 |
      5 condannati      13 mendicanti
                         o prostitute

E la cifra della prostituzione qui accennata non è che una sottile
quota in confronto alle risultanze di altre indagini che mostrano
l'irruenza degli accessi venerei come il numero enorme di illegittimi,
91: di bastardi, 38; in totale 21% dei maschi e 13 delle femmine;
delle sifilitiche, 67, e specialmente delle donne immorali, che dal
60% ch'erano nella 1ª generazione e dal 37 ch'erano nella 2ª crebbero
a 69 nella 3ª, a 48 nella 5ª, a 38% nella 6ª, in totale al 52,40% e ciò
nella generazione diretta, toccando al 42% nelle collaterali.

I dati della fecondità eccessiva e della prostituzione dimostrerebbero
come gli eccessi sessuali siano una delle cause più gravi del
pauperismo, che par anch'esso d'indole ereditaria specialmente nella
donna, e che coglie di preferenza il più giovane. Il pauperismo si lega
poi al delitto ed al morbo pei molti casi d'individui che sono ad un
tempo colpiti da sifilide, o da deformazione degli arti e da tendenze
al delitto, al vagabondaggio.

Nelle tavole parziali si osserva poi che nelle famiglie, ove i
fratelli si dànno al delitto le sorelle si dànno alla prostituzione,
essendo arrestate solo per delitti contro al pudore. Una nuova prova,
dice Dugdale (p. 152), che l'una carriera è nel sesso femminile il
corrispettivo dell'altra—avendo origine comune.

La prostituzione si vede sorgere per causa ereditaria, senza che si
possa spiegare colla miseria, nè con speciali accidenti, nè si arresta
che quando avvenga un matrimonio in età precocissima.

I bastardi ammontarono al 21% dei maschi e 13% delle femmine: questo
indica una prevalenza nel sesso maschile, che è curiosa perchè accade
il contrario per i legittimi; esaminando i primogeniti di queste razze
si osserva che nei maritati predominano le femmine, nei bastardi i
maschi.

La cifra del pauperismo ci mostra il legame del delitto e della
prostituzione colle malattie del sistema nervoso e colle mostruosità;
essa ci viene assai bene spiegata da questa tabella[131], che ci mostra
la tisi, l'epilessia, alternarsi colla cecità e pazzia e sifilide.

Facendo poi il riassunto complessivo del risultato di questi dati,
Dugdale trova che furono 200 i ladri e criminali; 280 i poveri o
malati; 90 le prostitute o donne infette discendenti da un solo
ubbriacone; e che senza contare i 800 ragazzi morti precocemente, i
400 uomini contaminati da sifilide, e le 7 vittime degli assassini, lo
Stato in 75 anni, per cotesta infame famiglia, perdette un milione e
più di dollari.

Nè questi casi sono i soli.

Il feroce Galetto di Marsiglia era nipote di Orsolano, lo stupratore
antropofago; Dumollard era figlio di un assassino; Patetot aveva il
nonno ed il bisnonno assassini; i Papa ed i Crocco, Serravalle, avevano
avuto il nonno nelle carceri, Cavalante il nonno e il padre. I Cornu
erano assassini di padre in figlio, come i Verdure, i Cerfbeer, i
Nathan, ch'ebbero in un giorno 14 membri della famiglia accolti nello
stesso carcere. La Mocc..., avvelenatrice del marito e sfacciatamente
adultera, discende da un incesto, e le meretrici sono figlie di
delinquenti o di beoni; prime fra esse Mad. di Pompadour figlia di
ubbriacone e ladro graziato.

L'influenza ereditaria del delitto ha lasciato traccia nella storia
umana; e basterebbe a provarlo la storia dei Cesari.

La storia orientale, scrive de Hammer, ci mostra che nella medesima
generazione l'infanticidio segue dappresso al parricidio e che lo stilo
del nipote vendica sul padre l'assassinio dell'avo. Kosru e Mastantfzer
parricidi sono uccisi dai figliuoli, Hasan II fu ucciso dal figlio
Mohamed che fu avvelenato dal figlio (_Hist. des Assass._ 1833).

I papi Giovanni XI e XII e Benedetto IX, figli di cortigiane, portarono
sulla cattedra di San Pietro il sacrilegio, lo stupro e l'omicidio. La
lasciva Poppea era figlia di una donna ancor più lasciva; la madre di
Messalina fu accusata d'incesto col fratello.

_Pazzia dei parenti_.—Come già ci provano queste lugubri genealogie,
e quella della Motgare e dei K..., un certo numero dei parenti dei
criminali è colpito da alienazione mentale. Noi su 314 ne abbiamo
trovato 7 che avevano il padre alienato, 2 epilettici, 3 il fratello,
4 la madre e 4 gli zii, 1 il cugino oltre 2 padri e 2 zii cretini, ed 1
fratello ed 1 padre convulsionari e 2 bevitori: su altri 100 rei 5 che
avean la madre, 3 il padre, 6 i fratelli pazzi, 4 i fratelli epiletici;
consimile mi apparve la genealogia di una famiglia ch'ebbi a curare a
Pavia e che di generazione in generazione alternava pazzi e delinquenti
e meretrici.

                Fe...ri pazza ad 80 anni con allucinazioni erotiche
                 _______________________|____________________
                |                                            |
    L. matto e già incestuoso                       Pazzo e feritore
                |                                            |
     ___________|____________                              ladro
    |     |     |      |     |                               |
  ladr.  ladr. suic. mere- mere-                         meretrice
  a 9      e         trice trice
  anni  incest.

Bono nella discendenza di un Ala... avvelenatore della moglie ch'era a
sua volta epilettico, trovava:

       ________________________________________________________
      |         |          |          |          |             |
      G.        D.      A. ucciso     P.      A. a 15 anni     F.
  assassino  suicida     in rissa   maniaco     beone       prostituta

Moeli trovò 41 volte la pazzia e l'epilessia nei parenti di 67 rei
pazzi ladri, e cioè nel 15% suicidio e delitto nei parenti, 21%
pazzia nei fratelli, 23% pazzia ed epilessia nei parenti (_Ueber Irren
Verbrecher_, 1888).

Il Kock[132], lasciando in disparte gli incerti, aveva trovato il 46%
di ascendenza morbosa diretta nei suoi criminali.

Il dottor Virgilio, che studiava 266 condannati, affetti però da
malattie croniche, fra cui 10 alienati e 13 epilettici, riscontrò la
pazzia nella proporzione del 12% nei genitori, predominando sempre
anche qui (8,8) il padre. Riscontrava l'epilessia in una frequenza
ancora maggiore, 14,1%, senza contare il 0,8 di collaterali, e senza
contare un sordo-muto ch'era padre ad uno stupratore, 6 padri ed una
madre affetti da eccentricità, ed un padre semi-imbecille.

L'egregio dott. Penta trovò la pazzia nel 16% dei suoi criminali nati.
Ad Elmira su 6800 rei, dal 1886 al 1890, i genitori pazzi ed epilettici
ammontano da 13 a 127.

Marro e Sichart trovarono:

                  Pazzia dei parenti
                  (Sichart)   (Marro)
                       %         %
  Incendiarii       11,0        28,5
  Libidinosi         3,5        10,2
  Ladri              6,4        14,5
  Truffatori         5,5        10,3
  Spergiuri          3,1         —
  Omicidi             —         17,0
  Feritori            —         14,0

Gottin, che appiccò il fuoco alla casa del suo benefattore, aveva il
nonno pazzo; Mio, il nonno ed il padre; Giovanni di Agordo, parricida,
i fratelli; Costa e Militello, gli zii ed il nonno; Martinati aveva
una sorella cretina; Vizzocaro il parricida e fratricida, Palmerini
l'assassino, ebbero alienati zio e fratelli; Bussi il padre e la
madre; Alberti l'avo ed il padre; Faella padre pazzo; Guiteau padre,
zii e cugini; Perussi falsario, macrocefalo e già omicida, nacque in
un manicomio da madre suicida e pazza e da padre megalomane; Verger
la madre ed i fratelli suicidi; Goudfroy, che uccise moglie, madre e
fratelli, speculando sull'assicurazione della loro vita, aveva la nonna
materna e lo zio pazzi; Didier parricida, ebbe il padre pazzo; Luigia
Brienz uxoricida, ebbe la madre epilettica,la sorella pazza; Ceresa,
Abbado e Kulmann ebbero parenti alienati.

Per questo rapporto, come per quello dell'alcoolismo, gli alienati
sono quasi alle stesse condizioni dei delinquenti.—Anche la maggiore
frequenza dell'eredità paterna in confronto alla materna è stata
osservata prevalere, negli alienati maschi, dal Golgi, dallo Stewart e
dal Tigges, benché in proporzioni assai minori[133].

Tuttavia importerà molto al medico legale il notare che la pazzia
dei genitori si ritrova molto meno frequentemente nei delinquenti. E
basterebbe solo a dimostrarlo la proporzione trovata dal Virgilio, che
non passava il 12%, mentre su 3115 alienati il Tigges trovò il 28%, e
lo Stewart il 49 ed il Golgi il 53%.

Zillman trovò che nei paesi ove domina endemico il cretinismo è
frequente l'ozio, la tendenza ai litigi e ai delitti atroci, che son
più numerosi di 5 volte tanto nelle donne che negli uomini (_Ueber die
Cretinimus in Salzburg_, 1868).

Che se vogliamo considerare l'influenza ereditaria anche dell'epilessia
e di altre nevrosi, noi troviamo che il Golgi giungerebbe al 78%.


_Epilessia nei parenti_.—Il Knecht trova 60 epilettici tra i parenti
di 400 criminali. Brancaleone Ribaudo su 559 soldati delinquenti trova
l'epilessia dei genitori nel 10,1%. Il Penta su 184 rei nati, nel 9,2%.
Clarcke trova nel 46% dei parenti di epilettici delinquenti l'epilessia
con sicurezza constatata; mentre negli epilettici non delinquenti il
rapporto è solo del 21%.

Dejerine negli epilettici delinquenti trova che l'epilessia dei parenti
si può riconoscere nel 74,6%: pei non rei nel 34,6% l'epilessia dei
parenti e nel 16,5% le psicosi.

Marro e Sichart trovarono:

                    Epilessia
              (Sichart)     (Marro)
                 %            %
  Ladri         2,1          3,3
  Truffatori    2,0          1,3
  Incendiarii   1,8           —
  Libidinosi    1,2           —
  Spergiuri      —            —
  Omicidi        —           7,0
  Totale 6,7% (Vedi per altre prove il vol. II, parte I).


_Eredità di alcoolismo_.—Penta trovò (v. s.) l'alcoolismo nel 27% e nel
33% dei genitori grandi criminali, io nel 20%. Ad Elmira su 6500 rei i
genitori beoni erano da 37,5 a 38,4%.

L'alcoolismo, secondo un calcolo fatto in 50 famiglie alcooliste da
Legrain[134] con 157 discendenti, diede per eredità:

  54% di alienati
  62% di alcoolisti
  61% di epilettici
  29% di convulsionari
  14% pazzi morali (o rei-nati)
   6,5% meningitici.

Egli osservò che nell'alcoolismo ereditario, il primo carattere è
la precocità; vi trovò degli alcoolisti perfino di 4 anni; l'altro
carattere è di essere di una suscettibilità speciale per l'alcool;
mentre un padre per 7 anni beone pure non sragiona ancora, il figlio
dopo due giorni di orgia ha già il delirio; e la sua ebbrezza è già una
specie di delirio; il padre può non avere il delirio, il figlio sempre,
perché ha già il delirio in potenza.—Un altro carattere è il bisogno di
alcoolici sempre più forti; son caratteri frequentissimi nei criminali.

  In Sassonia[135] il  10,5% dei rei è nato da ubbriachi
     Baden           19,5%        »           »
     Wurtemberg      19,8%        »           »
     Alsazia         22,0%        »           »
     Prussia         22,1%        »           »
     Baviera         34,6%        »           » (Baer,1882).

Sichart e Marro trovarono;

                      Parenti alcoolisti
                    (Sichart)       (Marro)
                        %             %
  Ladri                14,3          46,6
  Truffatori           13,3          32,4
  Incendiarii          13,3          42,8
  Falso giuramento     11,1           —
  Libidinosi           14,2          43,5
  Omicidi               —            49,0
  Feritori              —            50,0

con cifre massime nei rei di sangue e nei furti.

Nell'Italia, l'alcoolismo dei genitori influisce assai meno a provocare
l'alienazione che non il delitto, non avendo dato nei nostri alienati
più del 17%, mentre sorpasserebbe il 20 nei detenuti cronici di Aversa.

_Età dei parenti_.—Venne questa studiata nelle varie classi di
criminali dal Marro.

Una prima indagine fece egli rispetto all'età a cui morirono. Pare che
fra i genitori dei criminali non solo la fecondità ma anche la vita si
protragga oltre i limiti cui generalmente tocca fra i normali; il che
lascierebbe supporre, che in essi, come già rilevò il Ball sui genitori
dei paralitici generali e dei dipsomani, la longevità tenda ad esser
maggiore.

Molto più significativi furono i suoi studi sull'età dei genitori in
rapporto alle tendenze dei delinquenti. «Nei rei contro la proprietà,
scrive egli[136], noi troviamo abbondare i figli di genitori giovani,
salvo nei truffatori, fra i quali sono invece scarsi i figli di padre
giovane: la truffa suppone, infatti, più la simulazione e la doppiezza,
che non le forze fisiche, l'agilità, la destrezza e la violenza: e sono
quelli appunto i caratteri più proprii della vecchiaia, mentre questi
sono più particolarmente la dote della gioventù».

Però se nei truffatori trovò egli la proporzione dei figli di genitori
invecchiati salire al 37%; nei delinquenti contro le persone prevalse
però ancor più il numero dei figli di genitori invecchiati. Gli
assassini, gli omicidi ne diedero l'enorme proporzione del 52,9%,
proporzione di gran lunga superiore a quella offerta da tutte le altre
categorie di delinquenti: e la proporzione si conserva alta sia per
i padri che per le madri invecchiate, le quali figurano nella loro
ascendenza nella proporzione del 38% contro il 17% presentato dai 100
normali.

I figli di padri giovani vi stanno invece nella minima proporzione, non
più del 3%.

La proporzione dei padri vecchi è ancora abbastanza notevole nei
feritori, pari al 40%; ma contemporaneamente vi crescono i discendenti
da genitori giovani, che superano la proporzione dei normali, salendo
al 13,5%.

Ed anche ciò è naturale, perchè quando si tratta di ferimenti semplici
o di ribellioni, tanto può aver agito la mancanza di affettività, come
la troppa vivacità.

Negli stupratori, invece, la proporzione dei padri vecchi scende al
30%: abbiamo però in compenso un numero maggiore di madri vecchie.

Marro esaminava poi l'età della madre (vedi Atlante).

Adottando lo stesso criterio che per i maschi, ne fissò il limite della
immaturità agli anni 21, e di decadenza ai 37 anni e trovò:

_Proporzionalità delle madri dei normali, delinquenti ed alienati nei
vari periodi di età all'epoca della loro nascita_ (Vedi Atl.).

  Categorie    Periodo di   Periodo di pieno   Periodo di
               immaturità    sviluppo           decadenza
  Assassini     6,4          54,8               38,7
  Feritori      27,2         57,5               15,1
  Stupratori    15,6         59,8               25,0
  Grassatori    27,2         63,6               9,0
  Truffatori    12,1         74,2               13,6
  Ladri con
    scasso      19,4         61,1               19,4
  Borsaiuoli    22,5         64,5               12,9
  Ladri
    domestici   20,0         62,5               17,5
  Ladri di furto
    semplice    17,9         64,1               17,9
  Media
    generale    18,2         63,7               17,9
  Normali esaminati
    1301        12,8         76,4               10,7
  Alienati
    N. 85       20,0         58,8               21,1

La legge, osservata per i padri nelle varie classi di delinquenze,
riapparve ancora per le madri. Fra queste, spicca pure la proporzione
delle invecchiate per gli assassini e, più limitatamente però, per gli
stupratori; il che spiegherebbe in parte l'apparente anomalia per cui
questi ultimi non presentavano preponderanza di padri invecchiati.
Anche la proporzione di madri giovanissime si mantiene in forte
prevalenza nelle classi dei ladri e dei feritori, in cui prevalevano
i padri giovani, e tocca il massimo nella classe dei grassatori, fra
i quali è pure forte, sebbene con minor prevalenza, la proporzione dei
padri giovani.

Per confrontare questi dati coi normali Marro studiò la condotta nella
scuola, e il carattere ivi spiegato da 917 allievi, in rapporto all'età
dei genitori: eccone il risultato:

_Condotta in iscuola degli allievi._

  Età del padre       Buona       Mediocre       Cattiva
  fino a 25 anni      42 = 44%    30 = 31%       22 = 23%
  Da 26 a 40         304 = 47%   216 = 34%      113 = 17%
  Oltre 41 anni       97 = 51%    60 = 31%       32 = 16%

Fra i ragazzi il cui padre aveva un'età minima, sotto i 26 anni,
abbiamo il massimo delle condotte cattive ed il minimo delle buone.

_Condotta in iscuola degli allievi in rapporto all'età della madre._

  Età della madre        Buona       Mediocre       Cattiva
  fino a 21 anni         53,9        28,3           17,7
  Da 22 a 36 anni        48,3        32,2           18,4
  Oltre 37 anni          41,3        41,3           17,2

La dolcezza di carattere e l'arrendevolezza propria alla donna,
specialmente in gioventù, dà la massima proporzione di buone condotte
ai figli nati dalle più giovani; e tal qualità va via declinando
col crescere dell'età della madre che genera, sebbene nelle condotte
cattive non si noti quasi differenza di proporzione per le varie età
della madre. Scendendo però agli scuolari, in numero di 59, nei quali
vennero notate qualità morali tristi, questi si mostrano ripartiti in
proporzione che salgono dalla più giovane alla più vecchia: vale a dire
nelle rispettive proporzioni di

  4,4% fra i nati da madri giovani,
  6,4% fra i nati da madri in età media,
  9,1% fra i nati da madre nel periodo di decadimento.

Da ultimo giova considerare i casi in cui i genitori si trovano
entrambi nella stessa condizione d'immaturità, di sviluppo completo o
di decadimento.

Fra gli scuolari studiati nella condotta in iscuola e nel grado di
intelligenza dimostrata, l'unione di padri e madri, che si trovavano
entrambi nello stesso periodo d'immaturità, di completo sviluppo o di
decadimento, diede luogo alle seguenti proporzioni:

_Condotta._

                            Buona      Mediocre     Cattiva
  Periodo di immaturità      15 = 39%   15 = 39%     8 = 21%
     »    di compl. svil.   268 = 40%  194 = 35%    84 = 15%
     »    di decadimento     26 = 41%   26 = 41%    10 = 16%

Confrontando i delinquenti coi normali, Marro notava la minor frequenza
dei matrimoni corrispondenti per età fra ambi i genitori, mentre negli
scuolari il 70% avvengono fra genitori che si trovano nello stesso
periodo di sviluppo, nei criminali non ne vide invece che il 63%.

Maggiore ancora gli risultò la sproporzione relativa dei matrimoni
nelle tre fasi dello sviluppo dei genitori; trovò infatti:

                                               Scuolari    Delinquenti
  Genitori entrambi nel periodo di maturità      5,8%         11,5%
     »         »          »  di svil. completo  84,5%         67,4%
     »         »          »  di decadimento      9,5%         21,0%

Scendendo ad esaminare le varie classi di delinquenti ne trovò tre,
quella degli assassini, degli stupratori e degli incendiarii, in cui
mancano affatto genitori entrambi al periodo d'immaturità; e scarsi
parimenti si trovano nei feritori e nei truffatori, abbondano invece
nella classe dei grassatori e dei ladri ed oziosi.

I genitori entrambi vecchi si trovano invece nella massima proporzione
fra gli assassini e stupratori, ed, eccezione fatta degli incendiarii
in tutte le classi supera la media dei normali.

Rispetto agli scuolari notava che coll'età bassa di entrambi i genitori
si combina il minimo delle condotte buone ed il massimo delle buone
intelligenze.

L'età dello sviluppo completo porta un massimo di condotte buone
ed un minimo di cattive, e conserva la stessa proporzione di figli
intelligenti, ottenuta per lo sviluppo completo della madre. Nel
periodo di decadimento di entrambi i genitori, le condotte buone stanno
in proporzione più bassa che nel periodo precedente; ed in proporzione
minima le buone intelligenze.

_Leggi sintetiche._—Studiando le cifre di Marro e Sichart si trova
l'epilessia dei genitori prevalere nei ladri, il suicidio negli
incendiarii, e meno nei ladri, i parenti alcoolisti nei libidinosi e
nei ladri e meno nei truffatori e incendiarii, i parenti pazzi negli
incendiarii.

Ma va notato che Sichart non tien conto delle forme più gravi di
criminalità: gli omicidi. I truffatori, falsari e spergiuri sono i meno
affetti da ereditarietà nevropatica.

Abbiamo veduto che l'eredità paterna prevale assai sulla materna, così
negli onesti come nei rei.

  Così nell'alcoolismo      per  7,0% di padre si ha 2,1% di madre
       nella pazzia          »   6,5%      »      »  5,0%      »
       nelle malatt. spinali »  21,0%      »      » 18,0%      »
       nelle mal. di cuore   »   6,5%      »      »  3,2%      »
  solo prevalendo la madre nelle tisi 10% padre 5%
                    e nei dispiaceri 4,3%  »  2,2% (Marro).

Anche nelle tendenze al vizio si nota il 25% nei padri degli omicidi e
solo il 7% nelle madri, e nel 20% dei padri di feritori e nel 16% delle
madri; il delitto anzi solo nel padre 7%.

Quanto all'età dei parenti i due sessi si ravvicinano salvo una
minor proporzione nelle madri vecchie dei truffatori. Di modo che,
se fosse lecito da un numero così ristretto di osservazioni dedurre
leggi generali, si potrebbe ammettere che la madre goda in maggior
grado la potestà di trasmettere ai figli le facoltà emotive che non le
intellettuali (Marro, op. c.).

Ma a questo proposito meglio qui giova compendiare le leggi ereditarie
così mirabilmente illustrate ora da Orchanski.

Orchanski[137] dimostra che l'eredità essendo una funzione
dell'organismo dei produttori, corrisponde ad ogni momento dato
all'energia delle altre funzioni dei parenti ed al loro stato generale
e segue parallelamente l'evoluzione generale dell'individuo. Ognuno dei
parenti manifesta la tendenza a trasmettere il proprio sesso; e fra
i due prevale quello che si trova più vicino all'epoca della propria
maturità. Per ciò e pel principio d'interferenza, determinata dalla
prevalenza dell'energia specifica di uno dei parenti, prevalgono di
numero in ogni famiglia i figli del sesso del primogenito.

Quanto alla rassomiglianza prevale quella col padre: ma però i maschi
assomigliano più al padre, le figlie alla madre. Lo stesso principio
regola, generalmente parlando, la trasmissione della struttura, con
questa particolarità però, che gli uomini offrono nella struttura
maggiore variabilità delle donne, le quali per contro presentano nello
scheletro una maggiore stabilità.

Egli estese questo studio sull'eredità morbosa sopra famiglie in cui
uno almeno dei membri era affetto da tubercolosi o da sifilide o da
alcoolismo o da alienazione mentale o da altra nevrosi: e trovò che
quello dei genitori che era malato, specialmente se era il padre,
mostrava una tendenza maggiore a trasmettere il proprio sesso e
prevalentemente ai figli malati: tutto ciò poi specialmente quando
i genitori erano nevropatici, perchè quelli tisici presentavano il
rapporto inverso (non può dir nulla di altrettanto certo a proposito
dei genitori alcoolisti). Dividendo poi i malati neuropatici in malati
organici e funzionali trovò che dal padre neuropatico nascon figli
con nevrosi solo funzionale. L'eredità morbosa è quindi progressiva
nel padre, regressiva nella madre. Lo stato morboso del padre
tende a rinvigorirsi nei figli, specie nelle femmine; nelle madri
invece s'indebolisce, sopratutto riguardo alle figlie. Quanto alla
rassomiglianza, nelle famiglie malate essa presenta una prevalenza
verso il padre, specie pei figli sani, sopratutto se maschi, mentre
la somiglianza dei figli malati segue in genere fedelmente la
distribuzione sopra accennata.

L'eredità morbosa dipende quindi da due fattori: il sesso del genitore
malato e l'intensità dello stato morboso. I maschi ereditano da
ambedue i genitori una maggior dose di eredità morbosa, ed hanno poi
la tendenza a trasformare l'eredità funzionale in organica, mentre
le femmine mostrano la tendenza opposta. Quest'influenza dei figli
nell'assimilazione dello stato morboso, chiamato opportunamente da
lui eredità passiva (per contrapposto alla eredità attiva, che sarebbe
quella dei parenti), è pur'essa in stretto rapporto col sesso ed ha per
ciascuno uno speciale carattere.

Concludendo: il tipo di sviluppo dell'organismo è costantemente
fissato dall'eredità, nel dominio della quale entra pure il fenomeno
della sessualità. I figli stessi hanno una funzione notevole nella
manifestazione dell'eredità, in quanto che possono accettare più o meno
attivamente la trasmissione dei caratteri ereditarii. L'eredità non si
realizza a un momento dato e una volta per tutta la vita: essa si trova
allo stato latente e si manifesta gradatamente durante tutto il periodo
dello sviluppo. Ciò che si trasmette per eredità: sesso, costituzione,
ecc., è soggetto alle leggi generali dell'eredità; così la
manifestazione dell'eredità di una parte dell'organismo segue il corso
generale di sviluppo di questa parte e raggiunge un valore massimo
quando quest'organo si trova nella fase di sviluppo più energica. Fra
le condizioni interne che più influiscono sulla manifestazione della
eredità si deve annoverare il funzionamento, a cui probabilmente si
riducono tutti gli altri fattori esterni. L'antagonismo fra l'influenza
del padre, che favorisce la variabilità e l'individualità, e quella
della madre, che tende a conservare il tipo medio, si può già rilevare
nell'origine del sesso sotto forma di periodicità che tende ad
uguagliare la distribuzione dei sessi. Lo stesso principio vale per
l'eredità morbosa che la madre attenua sempre, riducendo di grado la
propria e combattendo energicamente quella del padre. I figli poi si
distinguono, nell'ufficio che hanno nell'eredità, nello stesso senso
dei parenti di sesso corrispondente.

Di tutte le nevrosi però, la più degenerativa, la più tipica, anzi
pei caratteri degenerativi è certo, dopo la geniale e la cretinica,
la criminosa; e per questo giova ben ricordare quel carattere tipico
datoci dalla storia degli Juke della gran fecondità che si associa a
gran morti-natalità, e infine alla sterilità completa come appunto
nella discendenza dei mostri o degli accoppiamenti tra specie poco
affini. Anche il Penta che vide quasi tutte le principali anomalie
somatiche che man mano si scopersero nel reo-nato, intravvide pure
questa dell'inutile fecondità.

Su 104 fratelli di rei, da lui studiati, 70 erano morti in tenera età;
su 100 parenti di rei la fecondità era esagerata in 53, scarsa in 23;
su 46 rei in 10 era esagerata, in 31 scarsa.



CAPITOLO XIII.

Età—Precocità.


_Età. Precocità._—L'influenza dell'età sul delitto offre una delle
poche linee spiccate che lo differenzino dalla pazzia. Chi confronta
la seguente tabella, costrutta su un numero presso a poco eguale
d'individui pazzi, delinquenti e sani, vede subito come la cifra
maggiore dei delinquenti si raccoglie fra i 20 ed i 30 anni, età in
cui più scarsa è la cifra dei liberi, ed anche dei pazzi, che invece
eccedono tra i 30 ed i 40.

  ___________________________________________________________________
                                |           |          |
             ITALIANI           | INGLESI   |AUSTRIACI |
   _____________/\_____________ |           |          |
  /                            \|           |          |    ETÀ
   Sopra    | Sopra   | Sopra   |  Sopra    |  Sopra   |
   20.011   | 20.011  | 26.590  |  23.768   |  12.788  |
   liberi   | pazzi   |  rei    |   rei     |    rei   |
   _________|_________|_________|___________|__________|_____________
            |         |         |           |          |Dalla nascita
    43,55   |  6,18   | 12,9    |  25,10    |  10,4    |  a 20 anni
    17,01   |  2,34   | 45,7    |  42,40    |  42,6    | da 20 a 30
    14,32   | 26,21   | 28,8    |  16,80    |  27,07   | da 30 a 40
    10,67   | 22,91   | 11,6    |   8,40    |  12,1    | da 40 a 50
     7,89   | 14,02   |  3,8    |   4,20    |   5,9    | da 50 a 60
     6,56   |  9,34   |  0,9    |   2,0     |   1,24   | da 60 in su
  __________|__[138]__|__[139]__|___[140]___|__[141]___|_____________

E mentre gli alienati, dai 40 anni in poi, offrono una quota notevole,
il doppio o più, dei liberi e dei rei, questi ultimi dopo i 40 anni
dànno cifre minori; anzi dai 50 in giù, pressochè la metà, e anche
meno, degli uni e degli altri.

Con confronti ancora più minuti si ha che la cifra massima della
delinquenza oscilla fra i 15 ed i 25 anni; ora in Inghilterra che la
quota dei rei giovani di 12 ai 21 anno vi va diminuendo, vi sta ancora
in confronto agli onesti, come 22 a 45[142], mentre da 50 in giù stanvi
come 23,5 a 24,8.

In Austria 1/6 dei condannati oscilla tra i 14 e i 20 anni, 4/6 tra
i 21 ed i 40; mentre 3/6 della popolazione onesta appena toccano
quell'età (Messedaglia).

In Francia su 1477 omicidi condannati a morte

  107 dai 16 ai 30
  534  »  30 »  40
  180 dai 40 ai 60
   69  »  60 in su.

Nella nostra centuria di rei[143] ne trovammo di bevitori il 35%
tra 2 e 10 anni, e di questi 5 prima degli 8 anni; il 25% dedite
all'acquavite; 6 su 21 eransi masturbati prima dei 6 anni, e 13 su
21 prima dei 14 anni si diedero alla Venere, ciò che mostra l'enorme
precocità loro nel vizio.

Nel delitto iniziarono la loro carriera, su 46 rei interrogati da me:

  1 a 4 anni
  2 a 7  »
  6 a 8  »[144]
  1 a 9  »
  5 a 10 »
  4 a 11 »
  3 a 12 »
  3 a 13 »
  3 a 14 »
  7 a 15 »

Più 12 dissero ch'eran fuggiti dalla casa paterna per evitare le
punizioni od il lavoro.

Marro in 462 criminali (o. c.) constatava che: 86 erano già delinquenti
ai 15 anni, 9 anzi prima degli 11, in complesso dunque il 18,6% prima
dei 16 anni, anzi cogli inviati alla casa di correzione il 21,7%.

Tale precocità del delitto, maggiore senza alcun dubbio di quella
dell'alienazione, è un'altra prova che esso, ben più di questa, procede
da cause congenite: ed a chi ricordi come la precocità è uno dei
caratteri del selvaggio (Spencer, _Princ. di Sociol._, 1879) fornisce
un'altra prova dell'origine atavica del delitto.

Nei Vanica i giovani giunti all'età maggiore vanno nudi in una
foresta e non ne escono finchè non abbiano ucciso un uomo (Barth,
_Afrique orientale_, 1876); e similmente, certo, per influsso atavico
in questi ultimi anni a Napoli moltissima gioventù si proposero per
tipo di perfezione lo _scuonceco_ o _la mala vita_ che vuol dir far
il prepotente, andare armati di revolver e mazze, di far all'amore,
mettere a posto i genitori e le guardie, e tutto questo dai 15 anni
in su, ed anche prima. Questo _scuonceco_ è una specie di camorra
infantile il cui primo vanto è aver ferito o ucciso qualcuno.

Ciò viene pure provato da quella fatale parola siciliana _omertà_, che
ad un tempo accenna alla virilità ed al malandrinaggio.

V'è, sul finire della giovinezza, una specie di tendenza istintiva
verso il delitto, che, dalle menti immature, si prende per una prova di
virilità. Ciò molto bene espresse Manzoni nel suo romanzo: «Gervaso «a
cui, per aver tenuto mano ad una cosa che puzzava di criminale, «pareva
d'essere diventato un uomo come gli altri...» (Cap. XI).

Marra saggiò collo studio degli onesti questa recrudescenza degli
impulsi atavici nella pubertà: egli su 917 scolari dai 6 ai 10 anni
trovò: condotte buone 48,3%—mediocri 33,3%—cattive 18,21%.

Studiando poi 3012 individui tra gli 11 e i 18 anni trovò: condotta
buona 64%—mediocre 46%—cattiva 9,2%.

Però discriminandola nelle varie età egli ottenne:

             cattiva condotta    buona condotta
  a 11 anni       69%                6,0%
  a 12   »        62%               10,2%
  a 13   »        63%               11,1%
  a 14   »        58%               10,1%
  a 15   »        60%               11,7%
  a 16   »        62%                7,0%
  a 17   »        68%                8,6%
  a 18   »        74%                7,8%[145]

il che risponde aritmeticamente, se si tien conto della prima
esacerbazione—tra 11 e 13 anni—a quella quota di pazzia morale che
abbiamo trovato nella infanzia e—verso a 16 ai 17 anni—a quell'altra
esacerbazione col 2º massimo della condotta cattiva e il 2º minimo
della buona che ripullula all'avvicinarsi della pubertà.

Il 10% dei reclusi della Generala mi confessò francamente di
essersi dato al ladroneccio prima dei 12 anni, per istigazione ed
ammaestramento di compagni più che per vero bisogno.

_Pretesa scala del delitto_.—In un caso potei constatare una vera
graduazione nell'entità del furto, avendo il ragazzo rubato prima
4 soldi per comperarsi una trottola, poi 8 soldi, poi 1 franco, poi
3. Ma in genere la pretesa scala del delitto è immaginaria, e molti
incominciano ad entrare nel crimine per la porta massima dell'omicidio
e dello stupro,—ed i delitti più atroci sono spesso i più precoci.
Si trovò un giorno a Milano un vecchio crivellato di 82 ferite; lo
si credette vittima di atroce vendetta; ma il processo provò che gli
autori erano 5 giovanetti da 15 a 19 anni che l'aveano voluto uccidere
per spogliarlo e col bottino scialare in postribolo: tutti vollero
contribuire con parecchi colpi all'eccidio (Locatelli, op. c.).

I grandi delinquenti cominciarono, tutti a mostrarsi tali nell'età
giovanile, specialmente allo sviluppo della pubertà, qualche volta
anche prima. Bousegni a 18 anni, Boulot a 17, La Brinvilliers a
18 anni, Boulot a 12, Dombey a 7 1/2 anni era ladro, a 12 ladro e
sacrilego. Salvatore B., che mi scrisse la sua vita, confessa che a
nove anni aveva tentato furti e stupri.—Crocco a 3 anni spennava gli
uccelli; Lasagna, d'Alessandria, a 11 anni tagliava la lingua ai buoi e
la inchiodava sui banchi. Verzeni era omicida e stupratore a 17 anni.
Cartouche a 11 anni derubava i condiscepoli. Lemaire, a 19 anni era
di una perspicacia e di una sveltezza tale, sia nell'ideare come nel
commettere un delitto, da superare l'abilità del complice Avinain che
ne aveva 60: del resto, tutti due avevano un eguale istinto feroce e
perverso. La Lafargue a 10 anni strozza i polli. Feuerbach narra di un
parricida come prendesse diletto da bimbo nel far saltare e svolazzare
i polli da lui accecati.

«La tendenza al furto (continua il Locatelli) si manifesta nell'età
più tenera—comincia con piccole sottrazioni domestiche e progredisce
man mano. Invece gli assassini diventano tali tutto in un tratto ed
anche in età giovanissima. Quindi si troveranno molto più facilmente
degli assassini impuberi che non dei ladri novellini colti a scalare
finestre».

Nelle carceri di Parigi non sonvi meno di 2000 minorenni, da 16 ai 21
anni. 996 per assassinio e furto, metà dei quali minori dei 16 anni.
Gli assassinii commessi da questi giovani sono segnalati dalle ferocie
più orribili. Maillot e Gille coi loro compagni uccisero la loro
benefattrice, strapparonle coi denti le dita per averne gli anelli; in
questa banda il più giovane aveva 15 anni, il più vecchio 18, in ognuna
di queste bande vi era una ragazza appena nubile (D'Haussonville,
_L'enfance à Paris,_ 1876).

Vincent fino a 22 anni era onestissimo: a 22 vede l'orologio di un suo
compagno e subito l'adesca a una passegiata e l'uccide e poi ritorna al
giuoco dei dadi.

Pipino, Bagnis, Quarteri, Verzeni, Moro, Prevost cominciarono
coll'assassinio. Prevost durante 21 anni fece servizio inappuntabile
come guardia. Martin uccise la propria moglie, era sempre stato onesto.
Carlo IX fu re crudele fin da bambino.

_Criminalità, specifica_.—Ogni età, però, come ben dimostrarono
Quetelet, Guerry, Messedaglia, ha la sua criminalità specifica. La
giovinezza e la decrepitezza in Austria dava il massimo della libidine,
il 33%; anche il Guerry segna i due massimi della libidine fra i 16
e 25 anni, e fra i 65 e i 70. In Inghilterra il massimo dei crimini
contro natura è tra i 50 e 60 anni. E qui certo, chi conosce come la
demenza senile e la paralitica, che comunemente scoppiano dopo i 50
anni, s'accompagnano spesso a delirio satiriaco, deve dubitare che non
rare volte in questo caso siasi presa la pazzia pel delitto.

Un'altra tendenza dell'età giovanile è quella dell'appiccato incendio
(30,8 in Austria, secondo Messedaglia); anche qui alla mente soccorre
il fatto, che la mania degli impuberi si associa con singolare
persistenza alla piromania; altrettanto, potrebbesi dire del furto.
Ma il Quetelet fa osservare che la tendenza al furto, se è una delle
prime a manifestarsi, pur domina in qualche modo in tutta la nostra
esistenza, è comune a tutte le età[146].

Nell'età virile prevalgono le uccisioni e gli omicidi, gl'infanticidi,
gli aborti provocati, i ratti, 78 e 82% (Austria).

Nell'età matura ingrossano le calunnie, le truffe, le infedeltà, le
estorsioni, l'aiuto ai rei, e la libidine.

Nella vecchiaia, oltre quest'ultima, si notò l'aiuto ai rei,
l'infedeltà, la truffa, e, nuova analogia coll'età giovanile,
l'appiccato incendio, e il furto d'oggetti consegnati.

Per farsi un'idea completa della distribuzione del delitto secondo
l'età, gioverà questa tabella degli accusati e condannati sopra 1000
abitanti coetanei in Francia, dal 1826-40[147].

  _____________________________________________________________________
            |    |      |    |     |     |       |      |       |
     Età    |Fur-|Stupro|Fe- |Ucci-|Omi- |Avvele-|Truffa|Calunn.|Totale
            |to  |      |rite|sione|cidio|namento|      |       |
  __________|____|______|____|_____|_____|_______|______|_______|______
  sotto i   |    |      |    |     |     |       |      |       |
     16 anni| 0,4|  0,1 | 0,1|  0,2|  0,1|   0,3 |  0,1 |   0,1 |  0,3
  da 16 a 21|16,0| 14,1 |10,9|  7,3|  6,0|   3,4 |  3,8 |   4,6 | 12,2
   » 21 » 25|18,4| 14,3 |13,5| 15,3| 14,2|   9,5 | 10,1 |   9,1 | 15,8
   » 25 » 30|14,7| 12,6 |20,1| 16,6| 14,1|  13,9 | 11,8 |   8,8 | 14,6
   » 30 » 35|13,7| 11,1 |10,7| 14,0| 15,3|  12,2 | 13,4 |  11,0 | 13,3
   » 35 » 40|10,7|  8,8 |11,8| 11,1| 10,8|  11,3 | 12,8 |  11,7 | 10,8
   » 40 » 45| 6,6|  7,5 | 5,8|  8,3|  9,7|  13,0 | 11,5 |  11,0 |  8,9
   » 45 » 50| 6,4|  6,4 | 8,8|  7,3|  8,2|   9,4 |  9,7 |  10,0 |  7,0
   » 50 » 55| 4,5|  4,1 | 4,7|  5,8|  6,3|   6,5 |  7,6 |   9,3 |  5,1
   » 55 » 60| 3,1|  4,4 | 3,3|  4,5|  5,2|   4,8 |  5,5 |   8,3 |  3,9
   » 60 » 65| 2,6|  4,8 | 2,9|  4,0|  4,3|   4,8 |  5,4 |   6,9 |  3,4
   » 65 » 70| 1,8|  5,2 | 1,6|  3,0|  3,2|   5,1 |  3,9 |   5,4 |  2,5
   » 70 » 80| 1,2|  4,5 | 0,8|  1,7|  1,7|   3,0 |  3,0 |   3,8 |  1,6
  al di so- |    |      |    |     |     |       |      |       |
  pra de' 80| 0,4|  2,1 | 0,5|  0,9|  0,6|   2,8 |  1,4 |     — |  0,6
  __________|____|______|____|_____|_____|_______|______|_______|______

Per l'Italia tolgo da Marro questa statistica nella quale 500
delinquenti sono distribuiti nelle varie età che avevano all'epoca
della prima delinquenza.

Età in cui i rei incominciarono a delinquere[148].

                                       MEDIA————————————————————+
                                       TOTALE———————————————+   |
  Oziosi e contravventori all'amm. e sorv.——————————————+   |   |
  Ladri di furto sempl.—————————————————————————————+   |   |   |
  Ladri domestici———————————————————————————————+   |   |   |   |
  Borsaiuoli————————————————————————————————+   |   |   |   |   |
  Ladri con scasso——————————————————————+   |   |   |   |   |   |
  Truffatori————————————————————————+   |   |   |   |   |   |   |
  Incendiari————————————————————+   |   |   |   |   |   |   |   |
  Grassatori————————————————+   |   |   |   |   |   |   |   |   |
  Stupratori————————————+   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |
  Feritori——————————+   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |
  Assassini—————+   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |
                |   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |   |
      Età     V   V   V   V   V   V   V   V   V   V   V   V   V
  ——————————+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+————
   0-10 anni| - | - | - | - | 1 | - | 1 | 1 | 2 | 1 | 1 | 7 | 1,5
  11-15  »  | 1 | 4 | - | 6 | 2 | 9 | 9 | 9 |13 |10 |16 |79 |17,0
  16-20  »  |11 |16 | 7 |22 | - | 9 |19 |22 |11 |16 |34 |167|36,1
  21-25  »  |12 |16 | 8 | 3 | 1 |13 | 7 | 4 |14 | 5 |10 |93 |20,1
  26-30  »  | 3 | 2 | 3 | 1 | 1 |12 | 1 | 1 | 3 | 2 | 6 |35 | 7,1
  31-35  »  | 5 | 2 | 4 | - | 1 | 5 | 1 | 1 | - | 4 | 1 |24 | 5,1
  36-40  »  | 2 | 1 | 4 | - | 1 | 8 | - | - | - | - | 1 |17 | 3,6
  41-45  »  | 1 | 1 | 1 | - | - | 4 | - | - | 1 | 1 | 1 |10 | 2,1
  46-50  »  | 1 | - | 3 | - | - | 4 | - | - | 2 | - | 1 |11 | 2,3
  51-55  »  | 2 | - | 1 | - | - | 3 | - | - | 1 | 3 | - |10 | 2,1
  56-60  »  | - | - | 3 | - | - | - | - | - | - | - | - | 4 | 0,8
  61-65  »  | - | - | 4 | - | - | - | - | - | - | - | - | 4 | 0,8
  66-70  »  | - | - | 1 | - | - | - | - | - | - | - | - | 1 | 0,2
  71-75  »  | - | - | - | - | - | - | - | - | - | - | - | - |  -
  Ignoti    | 2 | 9 | - | 7 | - |10 | 3 | 2 | - | 7 | 5 |45 |  -
  ——————————+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+————

«Anche da questo studio chiaramente risulta come da noi le tendenze
ostili alla proprietà, prime a manifestarsi sotto la forma del
furto, perdurano per quasi tutta la vita dell'uomo, tendendo però col
progredire negli anni ad assumere la forma della truffa. Le tendenze
contro le persone si manifestano, invece, dapprima a preferenza nella
forma mista delle grassazioni, e poi coi ferimenti, colle ribellioni
e cogli omicidi, e verso il declinare della vita più particolarmente
collo stupro su bambine» (Marro, o. c.).

«La massima precocità si osserva nei ladri; vengono quindi i
grassatori, i feritori, e poi gli omicidi ed i truffatori. La massima
tardività è propria degli stupratori, che chiudono la carriera del
delitto, il quale comincia già allora ad apparire effetto frequente
della demenza senile».



CAPITOLO XIV

Sesso—Prostituzione.


_Sesso_.—Tutte le statistiche s'accordano nel dimostrare quanto scarsa
sia la quota che dà il sesso femminile in confronto al virile nella
delinquenza grave: e la quota s'assottiglierebbe ancor più se, come
mostrano indirettamente le statistiche delle molte assoluzioni, noi
escludiamo dalla delinquenza abituale le infanticide.

In Austria le donne ree non giungono al 14% del totale; in Spagna
all'11; in Italia all'8,2.

Riassumendo, ecco la proporzione della criminalità femminile e maschile
in varii paesi d'Europa[149]:

                             Uomini     Donne       Rapporto
  Italia (1885-89)            100         19         5,2: 1
  Gran Brettagna (1858-64)     79         21         3,8: 1
  Danimarca e Norvegia         80         20         4,0: 1
  Olanda                       81         19         4,5: 1
  Belgio                       82         18         4,5: 1
  Francia                      83         17         4,8: 1
  Austria                      83         17         4,8: 1
  Baden                        84         16         5,8: 1
  Prussia                      85         15         5,7: 1
  Russia                       91          9        10,1: 1
  Buenos-Ayres (1892)          96,44       3,56     27,1: 1
  Algeria (1876-80)           100          4,1      25,0: 1
  Vittoria (1890)             100          9        11,1: 1
  New-South-Wales             100         17,4       5,8: 1

Raggruppando insieme tutte le specie di delinquenti condannati, per le
annate dal 1885-89 in Italia, si ha la seguente media annua:

  Per gli uomini        Per le donne
     286,825               54,837

Tenuto conto che i delitti giudicati dai pretori sono i meno gravi,
quelli dalle Corti d'Assise i più gravi, e quelli dei Tribunali
presentano media gravità, abbiamo (media annua) in Italia per ogni 100
condannati maschi, le femmine ree così distribuite:

  21,8 condannate dai pretori
   9,2      »     dai Tribunali
   6,0      »     dalle Corti d'Assise.


_Età per sesso_.—E l'analogia comincia a trovarsi anche per l'età. Si
era detto da quasi tutti gli statisti, che la donna entra assai più
tardi dell'uomo nella via del delitto. L'Oettingen fissa il massimo
della sua criminalità tra il 25º ed 27º anno; Quetelet, in un passo,
che poco dopo viene a contraddire, lo fisserebbe perfino al 30º
anno[150], mentre nell'uomo il massimo sarebbe nel 24º.

In Italia nelle medie annue dal 1885 al 1889 le donne dànno, per
rispetto all'età delle condannate e per ogni 100 delitti commessi da
uomini, nelle singole categorie[151]:

                    Pretori  Tribunali  Corti d'Assise
  Fino a 14 anni     22,5       10,1        0,0
  Da 14 a 21 »       22,2        9,0        3,3
  Da 21 a 50 »       21,6        8,4        5,5
  Da 50 in su        23,1       10,5       11,1

Da cui si ricava che in tutte le categorie dei reati, leggieri, gravi,
gravissimi, la criminalità femminile, confrontata alla maschile,
raggiunge le più alte proporzioni nell'età più avanzata, vale a dire
quando i caratteri speciali del sesso sono come soffocati dall'età.
Infatti fra i condannati dalla Corte d'Assise, le donne sopra i 50 anni
rappresentano l'11,1 per 100 uomini, mentre da 21 a 50 solo il 5,5%.

Subito dopo l'età matura la criminalità femminile raggiunge le più
alte proporzioni nell'età infantile (fino a 14 anni), nell'età in cui i
caratteri sessuali non si sono ancora del tutto sviluppati[152]. Ma non
però per i reati più gravi; infatti, delle fanciulle minori di 14 anni
nemmeno una venne condannata dalle Corti d'Assise, mentre nei maschi
4650 su 10 milioni (4 su 10,000).

Anche in Germania, mentre i condannati maschi al disopra dei 60 anni
formano il 2,6% del totale, le femmine nel medesimo periodo formano il
3,8%. Su 100 uomini rei si hanno 25,4 donne ree sopra i 60 anni, e solo
19,61 tra i 20 e i 40.

In Germania si avevano da 12 a 21 anni, su 100 uomini, 19,63 rei;
mentre da 21 a 40 anni, su 100 uomini, 19,61 donne ree, cifre che
provano esistere anche qui una quota piuttosto alta di criminalità
giovanile nella donna.

In Francia, dal 1876 al 1880, per 100 rei maschi minori di 16 anni,
si avevano 16,3 donne; e per 100 rei maschi al disopra di 21 anni, la
cifra delle donne saliva a 17,7.

La forte quota di minorenni ree viene confermata da quella delle
minorenni prostitute. In Francia, secondo il Parent-du-Chatelet, se
ne trovava al disotto dei 17 anni il 15%; secondo Guerry, il 24% delle
prostitute di Londra era inferiore ai 20 anni.


_Criminalità specifica_.—La donna ha naturalmente una criminalità
specifica, diversa da quella virile; nell'impero d'Austria
(Messedaglia) commette più spesso aborto, bigamia, calunnia, aiuto ai
rei (7,28), appiccato incendio, furto (24,18); più di raro omicidi e
contraffazioni di carte. In Francia predominano fra esse l'infanticidio
(94), l'aborto (75), l'avvelenamento (45), l'uccisione dei parenti e il
maltrattamento dei bimbi (50), i furti domestici (40), gl'incendi (30).
In Inghilterra cominciano a mostrarsi frequenti, le false monetarie,
le spergiure, le calunniatrici, ed aumentano alcun poco le omicide
(Guerry, Quetelet).

Studiando, in Italia, i delitti a seconda della loro specie, Roncoroni
(o. c.) ottenne i seguenti risultati:

                             Media di 3 anni   Per milione   Ogni 100
      Reati (Corti d'Assise)  U       D         U       D     uomini
  Delitti politici e
    contro l'Amministra-
    zione dello Stato        91,2     0,6     5,472   0,036    0,5
  Delitti di falso e
  contro il commercio       345,8    24,0    22,822   1,440    6,9
  Ozio, vagabondaggio,
    contravvenzioni         114,6     1,0     6,876   0,066    0,8
  Contro i costumi          251,0    15,6    17,6     1,16     5,16
  Aborti, infanticidi        10,8    51,6     0,618   3,086  476,8
  Assassini, omicidi        144,0    49,2    75,504   2,952    3,4
  Avvelenamenti               4,4     5,4     0,264   0,324  122,7
  Ferimenti                 899,2    34,2    59,346   2,052    3,8
  Grassazioni              473,2      5,8    35,630   0,348    1,2
  Furti                    910,8     60,8    60,060   4,012    6,6
  Truffe                    22,8      1,4     1,368   0,084    6,3
  Ricettazioni              92,2     18,6     5,520   1,116   20,2
  Incendi                   44,2      3,8     2,652   0,228    8,6

Sappiamo già che la media della compartecipazione delle donne ai reati
giudicati dalla Corte d'Assise è di 6 ogni 100 uomini.

Nei seguenti reati la superano di assai:

  Ricettazioni             20,2
  Avvelenamenti           122,7
  Aborti, infanticidi     476,8
  Incendi                   8,6

Questi ultimi si possono ritenere dunque come delitti più proprii alla
natura femminile (Roncoroni, o. c.).

La scarsità dei delitti contro l'Amministrazione dello Stato si spiega
facilmente considerando che, relativamente agli uomini, sono pochissime
le donne.

La minima partecipazione della donna alla grassazione, all'assassinio,
omicidio e ferimento, si deve alla natura stessa della costituzione
femminile: l'immaginare un assassinio, il prepararlo, l'attuarlo
richiedono almeno in un gran numero di casi, non soltanto forza fisica,
ma una certa forza e complicazione delle funzioni intellettuali, anzi
più queste che quella. E un tal grado di sviluppo fisico e mentale è
di regola deficiente—in confronto all'uomo—nella donna. Ci sembra che
invece i reati relativamente all'uomo più frequenti nella donna, siano
quelli che richiedono minore forza fisica e intellettuale, e ciò valga
sopratutto per le ricettazioni, per gli avvelenamenti, per gli aborti
e gl'infanticidi. E dico forza intellettuale, e non coltura, in quanto
che è noto che gli avvelenamenti vengono commessi con frequenza anche
da persone colte.

Quetelet già aveva fatto osservare che queste differenze dipendono,
assai più che non da una minore pravità dell'animo, dalla vita più
ritirata, la quale porge minori occasioni alle aggressioni, alle
mancanze al pudore; dalla minor forza, quindi minori assassini; dalla
minore istruzione, quindi minori delitti di stampa.

Difatti, nei delitti domestici esse uguagliano, e qualche volta
superano i maschi. Negli avvelenamenti dànno una cifra di 91%, e nei
furti domestici del 60, senza dire che negli aborti e negl'infanticidi
stanno come 1250 a 260 dei maschi.

Se aggiungiamo che l'abbondanza maggiore dei delitti nei maschi
per mancanza al pudore viene, più che eguagliata, superata, almeno
davanti allo psicologo, dal meretricio, e che nei paesi e nelle epoche
più civili la criminalità della donna aumenta, e quindi tende ad
avvicinarsi alla virile, troviamo che le analogie sono molto maggiori
di quanto si potrebbe aspettare.


_Prostituzione._—La scarsità delle condanne per ozio, vagabondaggio
e contravvenzioni deriva da molte circostanze, tra le quali possiamo
enumerare la molto minor tendenza della donna all'alcoolismo e
quindi alla serie di mali che ne seguono; il partecipare in minor
grado al commercio; al fatto che nell'età giovine le prostitute
sostituiscono qui completamente e assolutamente la criminalità,
facendo il vagabondaggio e l'ozio, parte, si può dire, della ignobile
professione[153].

Poichè se non davanti al giurista, certo davanti alla pubblica
opinione, le prostitute dovrebbero contarsi fra la popolazione
criminale, ed allora le partite fra i due sessi sarebbero pareggiate,
e forse il sesso debole avrebbe una prevalenza. Secondo Ryan e Talbot,
ogni 7 donne di Londra, e ad Amburgo ogni 9 ragazze, si conterebbe una
prostituta.—Noi in Italia n'abbiamo 9000 di riconosciute; e nei grossi
centri 18, e fino 33‰ abitanti (Castiglioni, _Sulla prostituzione_,
Roma, 1871).

E la triste quota si è raddoppiata, decuplata in alcuni paesi. A
Berlino, da 600 che erano nel 1845, crebbero a 9653 nel 1863. Du Camp
calcola a 120,000 le sole clandestine di Parigi negli ultimi anni
(Paris, 1876).

Un egregio statista scriveva: «La prostituzione è alle donne quello
che il delitto è agli uomini» (Corné, _Journ. des Économistes_, 1868,
p. 89). Altrettanto vedemmo ripetuto, e quel che è meglio provato,
dal Dugdale colla genealogia degli Juke (v. s.). Anch'essa è causata
dalla miseria e dalla pigrizia; ma soprattutto dall'alcoolismo, dalla
eredità e dalla speciale tendenza dell'organismo. E noi abbiamo veduto
e vedremo sempre più come gli stessi caratteri fisici e morali del
delinquente si possono applicare alle prostitute, e quanta sia la loro
reciproca simpatia.

«Confrontando i dati raccolti nelle opere (scrive Locatelli, p. 178)
colle risultanze della mia esperienza, ho potuto convincermi che
i pubblicisti caddero tutti, dal più al meno, nello stesso errore,
assegnando a causa principalissima del meretricio l'abbandono e la
miseria in cui versano molte giovinette del proletariato.

«La prostituzione, secondo me, ripete la sua origine, in principal
modo, dalle viziate tendenze naturali di alcune individualità del
sesso gentile, come la tendenza al furto, ecc., nel sesso mascolino; e
ciò ne rende impossibile la cura radicale. Il difetto di educazione,
l'abbandono, la miseria, i cattivi esempi possono essere considerati
tutto al più quali _cause secondarie_, come le cure della famiglia e
l'istruzione possono servire di freno salutare alle cattive tendenze.

«La tendenza al meretricio è la mancanza istintiva del sentimento del
pudore, che bene spesso si manifesta contemporaneamente alla mancanza
di ogni sensibilità sessuale, dappoichè molte di quelle infelici sono
di un temperamento apatico.

«Questa specie di automi di nulla si curano, e molto meno si
commuovono; nei fugaci e molteplici loro rapporti esse non dimostrano
preferenza di sorta. Se poi concedono i loro favori ad un amante lo
fanno non già per simpatia, ma per pura ostentazione e per seguire
l'usanza delle loro pari, mostrandosi indifferentissime tanto agli
omaggi come agli atti del più brutale disprezzo».

Noi vedemmo, è vero, che quest'apatia è interrotta da violenti ma
fugacissimi tratti[154], ma anche in questo quanta somiglianza col
delinquente di cui l'apatia, l'insensibilità e le violente, ma fugaci
passioni e la pigrizia sono i caratteri predominanti (V. pag. 89,
ecc.).

Ma anche a rigore di legge e di cifre, una parte delle prostitute
va compresa fra le delinquenti. Il Guerry osservò che a Londra le
prostitute fino a 30 anni davano un contingente di criminali dell'80,
e dai 30 in su, del 7%. Ed appunto come la prostituzione, così anche la
delinquenza va crescendo nella donna in ragione della maggiore civiltà,
e quindi va tendendo ad equipararsi alla virile.—Davano le ree il 18,8
nel 1834 in Londra ogni 100 maschi; il 25,7 nel 1853; e mentre nella
Spagna scendono all'11, in Francia salgono al 20; in Prussia toccano
al 22; in Inghilterra al 23. Nell'Austria mentre il totale della
criminalità delle donne è di 14%, nella capitale giunge a 25, e nella
Slesia a 26[155].

Ma oltre a questi ultimi, molti altri e gravi argomenti ci movono a
sospettare maggiore, che non appaia dalle statistiche, la criminalità
delle donne.

Infatti i reati, cui più facilmente la donna si abbandona, come
manutengolismo, aborto, avvelenamento, furto domestico, sono fra quelli
che meno facilmente si rivelano o si denunciano. S'aggiunga il fatto,
ormai notorio, della maggiore loro intensità e tenacità nel delinquere.
Noi abbiamo veduto, poco sopra, come nelle donne la perversità, quando
esiste, sia in grado maggiore degli uomini, e come le ragazze in
America abbiano mostrato minor correggibilità dei maschi.

Ad ogni modo il fatto della minor criminalità (e se la prostituzione
fosse un equivalente sarebbe ad ogni modo da equipararsi alla minore
criminalità) si accorda col minor numero di segni degenerativi delle
donne criminali.


_Civiltà._—Se consideriamo l'influenza della civiltà sui singoli
delitti, troviamo che tanto nell'uno come nell'altro sesso, ma più
nel femminile, vanno aumentando in Italia regolarmente, col diminuire
della civiltà, i seguenti delitti: gli assassini, i ferimenti,
le grassazioni, gli avvelenamenti, ossia i delitti più gravi. Il
sopradetto aumento è irregolare per i reati d'ozio, vagabondaggio e
contravvenzioni e pei reati contro i costumi.

Per mostrare quanto la meno avanzata civiltà aumenti alcuni delitti,
noto che, in confronto all'Italia Settentrionale, la quota di ciascuno
dei seguenti delitti per milione d'abitanti è:

                          _Nell'Italia centrale._
                                    Uomini              Donne
  Per gli assassini, omicidi   5 volte più grande  4 volte più grande
  Per i ferimenti              3        »          2        »
  Per le grassazioni          1/3       »          5        »
  Per i furti                 1/4       »         2/3       »
  Per gli incendi             1/3       »          2        »

                          _Nell'Italia meridionale._
                                    Uomini              Donne
  Per gli assassini, omicidi  12 volte più grande 24 volte più grande
  Per i ferimenti              6        »         11        »
  Per le grassazioni           4        »          5        »
  Per i furti                 1/3       »         3/5       »
  Per gli incendi              3        »          6        »

Quanto agli aborti e infanticidi, va osservato che, quanto più il
paese è civile, tanto più tendono a verificarsi in età precoce; quanto
meno è civile, tanto più tendono a manifestarsi in età avanzata. Il
che, mi sembra debba attribuirsi al fatto che nei paesi più civili
il sentimento d'onore delle fanciulle rese gravide è più sviluppato,
o almeno le trascina a liberarsi dall'onta inflitta dal triste
pregiudizio sociale con maggiore energia nei paesi meno colti. La
maggiore frequenza di questi reati dai 21 ai 50 anni e che non dai
14 ai 21 indica influirvi assai meno il sentimento d'onore che una
triste usanza. E qui ricordo l'uso generalizzato dall'aborto nei paesi
selvaggi.

La civiltà e l'istruzione sembra facciano aumentare il delitto più
rapidamente nel sesso maschile che non nel femminile.

In Francia i Tribunali Correzionali condannavano per delitti commessi
dal 1831 al 1835, uomini 52.514 e donne 11,941; dal 1851 al 1855,
uomini 128.589 e donne 26.747; dal 1876 al 1880, uomini 146.210 e
donne 25.035: così che dal 1831 al 1880 l'aumento è per gli uomini di
2,8, per le donne di 2,1. L'accrescersi dell'istruzione tende a tenere
in Francia la cifra della criminalità meno alta nelle donne che non
negli uomini. Mentre infatti su 1006 uomini e 125 donne recidivi nel
1888, si avevano l'1% di maschi con istruzione superiore e il 9% con
istruzione elementare, nel sesso femminile le cifre rispettive erano
del 0% e 5%; invece gl'illetterati formavano il 30% dei maschi e il 47%
delle femmine. E nel 1887-88, su 244 relegati, il 30% degli uomini e
il 39% delle donne erano illetterati; il 53% (uomini) e il 51% (donne)
sapevano leggere e scrivere; il 15% (uomini) e il 10% (donne) avevano
un'istruzione elementare; il 2% (uomini) e il 0% (donne) avevano
un'istruzione superiore.

Anche in Germania, mentre nel 1854 su 100 delitti, 77 erano commessi
da uomini e 23 da donne, nel 1875 le cifre rispettive erano 83 e 16,
così che dal 1854 al 1878 si ebbe una progressiva diminuzione della
partecipazione del sesso femminile al delitto. Va notato però che
questa diminuzione non è che relativa al numero dei delitti commessi
dal sesso maschile; considerate in sè anche le cifre riferentisi al
sesso femminile, presentano un aumento, minore però di quello del sesso
maschile.

Gli infanticidi sono commessi più frequentemente nelle campagne, gli
aborti nelle città; in Germania nel 1888, su 172 infanticidi, 1 solo
era commesso a Berlino, mentre su 216 aborti, 23 a Berlino. E in
Francia il 75% degli infanticidi sono commessi nelle campagne, e il 60%
degli aborti nelle città.

In alcuni paesi più civili (Inghilterra, Australia) la criminalità
femminile pare avvicinarsi alquanto alla maschile, ma ciò è dovuto
all'influenza delle piccole offese alla legge (ubbriachezza, ozio),
mentre per le forme gravi di reati (omicidi, truffe), anche in essi la
criminalità femminile è di gran lunga inferiore alla maschile, e par
diminuire più che avanzare.

Nei paesi barbari la delinquenza femminile è infinitamente più bassa
sicchè in Bulgaria Laveleye non trovava quasi donne in carcere: il che
si spiega per i minori attriti che dan minori occasioni a delinquere: e
così relativamente in Italia.

Considerando l'influenza delle grandi città nei singoli delitti,
si vede che sopratutto i ferimenti, le grassazioni e i furti sono
notevolmente maggiori nelle grandi città che non nelle piccole e nella
campagna: a Berlino, per es., è molto manifesta l'influenza del grande
agglomeramento di persone come causa di aumento di delitti del sesso
femminile; infatti si hanno 26,6 donne condannate su 100 condannati
maschi, mentre nel Regno tutto non passano il 19,7%.

E mentre in Inghilterra dal 1859 al 1864 nei delitti di competenza
delle Assise si notarono 35, 36, 38, 33, 31, 32 donne delinquenti su
100 uomini, a Londra, negli arresti operati dalla polizia metropolitana
dal 1854 al 1862, su 100 uomini si annoverarono 57 donne; a Liverpool
69; a Dublino 84.

Pei delitti contro la proprietà tanto la donna maritata come l'uomo
ammogliato delinquono meno dei celibi, ma pei delitti in genere, da
30 anni in su la donna maritata delinque di più della nubile, mentre
pei maschi solo da 70 in su, il che è dovuto all'influenza dei delitti
contro la persona, contro lo Stato, ecc.


_Recidivi._—In Francia si ebbero recidivi:

                  Uomini          Donne
  1851-55          36%             16%
  1856-60          40%             16%
  1861-65          42%             17%
  1866-70          45%             17%
  1871-75          51%             19%
  1876-80          53%             21%

Il sesso maschile recidiva dunque con molto maggior frequenza del
femminile e tende a recidivare molto di più col progredire della
civiltà, come queste cifre dimostrano, anche malgrado la probabile
causa d'errore che i recidivi siano meglio riconosciuti ora che non una
volta.

Considerando gli individui stati reclusi nelle «maisons centrales»,
commisero reati quasi immediatamente dopo, ossia nel rispettivo periodo
di anni, nel:

                      Uomini          Donne
  1851-55              37%             26%
  1856-60              34%             23%
  1861-65              37%             24%
  1866-70              40%             25%
  1871-75              39%             22%
  1876                 40%             26%
  1877                 39%             23%
  1878                 45%             24%

In Germania i risultati sono un po' differenti (Starke). Mentre
anche in quella nazione nel 1869 le recidive erano minori nel sesso
femminile, esse andarono man mano aumentando fino a raggiungere il
numero delle recidive del sesso maschile; si ha infatti:

                Uomini         Donne         Totale
  1869          71,44          64,98            —
  1870          74,00          74,22            —
  1871          80,38          78,35            —
  1872          77,29          74,16          76,74
  1873          80,66          77,46          80,13
  1874          77,98          77,16          77,84
  1875          79,03          84,26          79,85
  1876          79,66          78,17          79,42
  1877-78       78,47          76,76          78,25
  1878-79       79,13          75,80          78,61
  1879-80       77,13          75,19          76,84
  1880-81       76,42          77,77          76,47
  1881-82       78,76          78,86          78,87

Il Messedaglia dimostrava che le recidive ripetute sono nelle donne
austriache più frequenti delle semplici, mentre nei maschi esse si
pareggiano.

Lo stesso verificavasi in Prussia, dove, mentre le arrestate per la
prima volta formavano il 16%, le recidive di una volta formavano il
17%, quelle della sesta volta il 24, e della settima o più, il 30%.
Anche in Sassonia le femmine recidive di cinque volte sono in maggior
numero proporzionalmente che negli uomini (3,14; uomini 2,30), ed esse
crescono ogni anno; davano solo il 3% dal 1840 al 1854: salirono al 6%
nel 1857, al 7% nel 1858, all'8% nel 1859 (Oettingen, op. c.).

In conclusione: 1º La delinquenza femminile è 4-5 volte inferiore alla
maschile. I delitti gravi sono commessi dalla donna in proporzione 16
volte minore.

2º La delinquenza femminile raggiunge, confrontata alla maschile
(ogni 100 maschi), le più alte proporzioni nell'età più avanzata,
poi nell'età infantile, poi nell'età media; se si considera la
delinquenza femminile senza confrontarla alla maschile, si trova che
le alte proporzioni del delitto in età avanzata si hanno specialmente
per i gravi reati, meno per i leggieri[156]. In entrambi i sessi la
proporzione dei delitti commessi in età giovanile è altissima;

3º Confrontando la delinquenza femminile colla maschile si nota che
la partecipazione della donna al delitto è tanto minore quanto meno il
delitto richieda forza fisica e coltura ed energie intellettuali;

4º Nell'età giovanile predominano in entrambi i sessi, in confronto
all'avanzata, i reati d'impeto, e nell'avanzata, in confronto alla
giovanile, i premeditati. Tuttavia nel sesso femminile l'età più
avanzata supera la giovanile anche negli assassini, omicidi e incendi.
Ma l'età media (dai 21 ai 50) la vince sulle altre nel numero dei reati
d'ogni natura;

5º Le cifre tanto dei delitti complessivi, come di ciascun delitto, per
ciascun sesso e pei vari paesi, sono in generale grandemente costanti
nei vari anni. In Italia però sembra che nel sesso maschile vadano
diminuendo i reati più gravi e aumentando i più leggieri in ambedue i
sessi; pare invece che la criminalità più grave aumenti nella donna;

6º Gli aborti e gli infanticidi sembrano essere nel sesso femminile
commessi tanto più per un sentimento d'onore e tanto meno per una
specie di costume, quanto più il paese è civile; infatti nell'Italia
Settentrionale predominano nell'età più giovane, nella Meridionale
invece nell'età più avanzata;

7º L'influenza delle grandi città nel senso di aumentare il delitto è
maggiore pel sesso femminile, e si fa sentire specialmente coll'aumento
dei ferimenti, delle grassazioni e dei furti;

8º La prostituzione spiega e supplisce la deficienza della criminalità
femminile in confronto alla maschile.



CAPITOLO XV.

Stato civile.—Professionisti.—Ozio.


_Stato civile._—Sapendo che la cifra maggiore dei delinquenti oscilla
tra i 15 ed i 25 anni, e che nelle donne la maggior quota è fornita
dalle prostitute e dalle minorenni, resta ovvio il presumere che i
celibi offrano una cifra massima al delitto in confronto dei coniugati.

Difatti, facendo le debite deduzioni dei celibi impuberi, troviamo:

  in Italia (1869) 1  condannato ogni   77 celibi adulti (Curcio)
                   1     »         »  1211   »   adulte
                   1     »         »   256 maritati
                   1     »         »  2073 maritate
                   1     »         »   195 vedovi
                   1     »         »  2034 vedove.

In Austria la popolazione criminale celibe eccede la onesta, come 50 su
37, e la coniugata è inferiore a quella della popolazione come 45 a 52;
i vedovi condannati starebbero agli onesti come 4 a 9 (Messedaglia, op.
cit.).

Una distribuzione, per analoghe ragioni, assai somigliante, si
noterebbe negli alienati; solo i celibi vi sarebbero in minor numero.
Così il Verga avrebbe rilevato:

  1 pazzo ogni  474 celibi tra i 20 e i 60 anni
  1       »    1418 maritati.

  Girard ne trovava, dal 1841-57:   1 ogni 2169 celibi
       »                   »        1  »  7049 maritati
       »                   »        1  »  4572 vedovi,

e quanto al sesso, Lunier, dal 1856-62:

  1 ogni 2629 maschi, 2931 femmine
  1 »    4754  »      5454    »
  1 »    3421  »      3259    »

I pazzi celibi spesseggiano assai più dei rei celibi, perchè essi
entrano in età assai più tarda nei manicomi che non i secondi nelle
case di pena.

Si noti che tanto nella via del crimine come della pazzia, in confronto
ai vedovi le vedove hanno sempre una grande prevalenza, la quale in
Austria però viene spiegata dal Messedaglia, e in Italia dal Lolli (op.
cit.), per la maggior proporzione delle vedove nella popolazione.

Si è notato in Austria, Italia e Francia[157], che i coniugati e vedovi
senza figli peccano più di quelli che hanno figli; per gli alienati,
invece accadrebbe l'opposto, giusta Guislain e Castiglioni; il che,
secondo Verga, spiegherebbesi per le gravi preoccupazioni e dolori che
destano le cure della grossa figliuolanza (Verga, _Se il matrimonio_,
ecc. Milano, 1870).


_Professioni._—L'influenza delle professioni è alquanto difficile
a cogliersi, per la disparità che si trova nella distribuzione e
nella nomenclatura di alcune che possono offrire una giusta ragione
di raggruppamento all'economista, quando non ne hanno alcuna davanti
all'antropologo, come quando, per esempio si sommano gli osti insieme
cogli altri commercianti, i militari cogli agricoltori, gli artisti
metallurgici coi falegnami, o le professioni liberali colle arti belle.
Impossibile poi riesce il confronto quando nelle statistiche delle leve
o del censimento si trovano distribuiti gli uni in un modo, e gli altri
in un altro.

Secondo le indagini del Curcio (o. c.) per es., le proporzioni dei
delinquenti, per professione, da noi sarebbero le seguenti:

  Esercenti professioni liberali      1 condannato  ogni  345
  Impiegati civili e militari         1      »       »    428
  Ecclesiastici                       1      »       »   1047
  Contadini                           1      »       »    419
  Giornalieri, domestici, operai      1      »       »    183

Dalle quali cifre, se risulta ben chiara la maggiore immunità dei
contadini, e la più facile criminalità degli operai di città e delle
professioni liberali, esclusane l'ecclesiastica, non ispicca però così
come gioverebbe all'antropologo, l'influenza dei singoli mestieri.

Per riuscirvi, almeno in parte, ho cercato come meglio potei di
ravvicinare i dati della statistica carceraria d'Italia, 1871 e 1872,
a quella dei mestieri esercitati da 185,491 coscritti, di anni 20,
fornitici dal generale Torre, in quel suo prezioso _Rendiconto sulle
leve del 1870-71_.

Dai risultati di tale comparazione, che riassumo in questa tabella:

                                   Popolazione onesta   Delinquenti
               Professioni              d'anni 20     d'anni 18 in su
  Magistrati, impiegati o professioni
    liberali                             3,6              2,3
  Cuochi                                 3,0             11,1
  Calzolai                               3,8             12,2
  Agricoltori e boari                   59,0             52,0
  Lavoratori in metallo                  2,2              3,7
  Muratori                               4,0              7,5
  Barcaiuoli                             0,7              0,2
  Servi                                  1,3              7,9
  Operai in legno                        3,6              2,9

parrebbe che i calzolai, gli osti o cuochi, ed i servitori diano
il massimo di delinquenti in confronto alla popolazione; quasi il
quadruplo ed il sestuplo, e peggio se recidivi; pressochè il doppio
i muratori; verrebbero poi i lavoranti in metallo, i quali darebbero
cifre maggiori degli operai in legno. Questi, i barcaiuoli e gli
agricoltori darebbero le cifre minime, come pure le professioni
liberali, le quali, però, siccome a 20 anni difficilmente sono comprese
nella statistica, non possono giustamente compararsi, e dagli studi del
Curcio vedemmo, anzi essere fra le più feconde in delitti (v. s.).

Marro (o. c., p. 350) ne trovò il minimo, a Torino, 1 su 500, fra i
cacciatori, ombrellai, preti, studenti, maestri, pescatori.

Un piccolo numero, 4, fra i litografi, marmorini, carrozzieri,
giardinieri, muratori, conciatori (3 omicidi).

Un numero maggiore, 7, nei sensali, scrittori, tessitori: nei
parrucchieri (quasi tutti rei di libidine).

  I muratori, poi, diedero l'11% mentre nella popol. libera il 2,5%
  i panattieri      »       6,9%        »              »       1,6%

ambedue perchè ricevono paga giorno per giorno e non han bisogno di
lungo tirocinio.

  I fabbriferrai diedero l'8,3%   nella popolazione libera    2,3%
    calzolai        »      7,3%        »               »      3,2%
    studenti        »      0,33%       »               »      3,1%

Le professioni che s'esercitano in città, che più espongono
all'alcoolismo (cuochi, calzolai, osti), che mettono il povero a troppo
continuo contatto coi ricchi (camerieri e servitori), o che facilitano
i mezzi pei malefici (muratori, ferrai), dànno una quota notevole alla
delinquenza, e più alle recidive (cuochi e calzolai, 6-20), il che
è illustrato dalla filologia poichè _coquin_ viene da _coquus_ e poi
_coquinus_.

Le professioni che espongono a minori contatti, come i barcaiuoli ed
i contadini, dànno le quote minime della delinquenza, e le minime dei
recidivi (barcaiuoli).

Dopo i professionisti i più inclini ai reati di libidine su bambini
furono in Francia i calzolai, al che deve contribuire, oltre
l'alcoolismo, l'atteggiamento della persona che eccita gli organi
genitali, e infatti i calzolai dànno anche un _maximum_ di venerei
(Descuret, o. c.).

Queste proporzioni trovano un riscontro in quasi tutti gli altri paesi.

In Austria su 1 milione di abitanti furono condannati per reato di
sangue secondo le professioni[158]:

             Persone dedite all'agricoltura.
  Possidenti e fittabili                    46,8 \
  Castaldi                                  53,2  > 49,3
  Operai                                    51,6 /

       Persone dedite all'industria o commercio.
  Intraprenditori                           23,8 \
  Impiegati                                 13,0  > 37,7
  Operai                                    45,5 /
  Possidenti e _rentiers_                      15,9
  Professioni liberali                               6,1
  Persone di servizio                              133,6
  Altre professioni                                 26,0
  Persone senza professione                          4,8
  Tutta la popolazione d'Austria, eccettuate le
    persone senza professioni che comprendono le
    donne ed i bambini                              49,6

Il coefficiente minimo di delinquenza, fatta astrazione delle
persone senza professione, trattandosi di donne e bambini, è dato dai
possidenti e dalle professioni liberali.

Considerando in essi i delitti di sangue, secondo che premeditati o
non, le varie professioni sono distribuite in guisa, che su 1 milione
d'abitanti si trova:

      Condannati         Con premedit.   Senza  Con e senza  Infanticidio

  Possidenti agricoli         17,8       25,3       42,6        4,2
  Operai                      14,4       26,2       40,6       11,0
  Capitalisti                  8,9       12,7       21,6        2,2
  Operai                      18,2       24,3       42,5        3,0
  Possidenti e _rentiers_ 8,2        6,3       14,5        1,4
  Professioni liberali         3,3        1,4        4,7        1,4
  Persone di servizio         24,7       11,2       35,9       97,7

In Francia i gruppi professionali nelle statistiche criminali sono
disposti diversamente dagli austriaci, e sono anche meno dettagliati.
Nel gruppo delle professioni liberali sono compresi l'esercito,
i capitalisti e _rentiers_ (classe numerosissima in Francia); la
categoria degli industriali non è notata; possidenti agricoli ed operai
agricoli formano una categoria sola.

Su 1 milione d'abitanti furono per ogni gruppo condannati per reati di
sangue alle Assisie negli anni 1876-80:

  Persone senza professione, mendicanti,
    vagabondi, prostitute, ricoverati               59,2
  Persone di servizio                               25,9
  Classe agricola                                   24,3
  Classe industriale e commerciale                  18,1
  Professioni liberali                              10,6

In tutti gli altri gruppi meno quello senza professione v'ha piena
analogia colle statistiche austriache quanto alle persone di servizio,
delle classi agricole, industriali e professioni liberali; onde
si argomenta che le condizioni sociali analoghe nei diversi paesi
producono analoghi risultati.

Secondo Ivernes (Joly, _France criminelle_) nel 1882 su 100 individui
maschi accusati in genere in Francia:

                                           %
  i proprietari                  ne davano 6
  gli agenti di campagna           »      12
  i coltivatori                    »       6
  i servitori                      »      24
  le industrie                     »      25
  le professioni libere            »      28
  i trasporti e marina             »      35
  il commercio                     »      38
  i domestici                      »      49
  professioni non classificate     »      54

In cui è spiccato il fatto della differenza enorme degli agrari in
confronto agli urbani, certo perchè questi hanno un ambiente assai più
fatale (v. s.).

In Francia gli agricoltori che costituiscono il 53% della popolazione,
dànno il 32% della criminalità[159]. Ed è bello il notare a questo
proposito, che mentre i servitori della campagna vi dànno appena il 4
al 5%, malgrado siano esposti alle maggiori miserie, quelli di città
salgono al 7%, certo grazie ai troppi contatti colle ricchezze e cogli
uomini; fornendo cogli albergatori 1/3 degli infanticidi, 1/6 dei
furti, 1/9 degli avvelenamenti; forse anche vi contribuisce la perdita
d'ogni senso di dignità personale che induce lo stato di dipendenza,
essendosi notato, p. es., negli schiavi d'America una scostumatezza
ben maggiore che non dimostrassero nella vita selvaggia, ma libera.
Insisto su ciò, perchè nei domestici è scarso l'alcoolismo, e quindi
mancherebbe in essi uno dei fattori precipui della criminalità.

Il Fayet avrebbe però notato come la cifra massima dei parricidi, 108
su 164 del totale, si raccoglie fra i contadini.

Egli avrebbe trovato una cifra notevole di attentati al pudore nei
muratori e pittori; di stupri nei vetturali, come di infanticidio nella
classe dei cappellai e lavandai (pel predominio delle femmine).

Nei commercianti abbondano i delitti contro la proprietà.

Ma dove più quest'ultimi spesseggiano è nelle classi liberali, e, quel
che è peggio, sonvi in continuo aumento, specialmente nei notai ed
avvocati, meno nei proprietari.

Nel 1833-39 in Francia rapportando a 100 la criminalità dei maschi di
più di 26 anni contro la proprietà,

  la criminalità specifica dei preti       ammonta a    10
          »                 »  procuratori    »         52
          »                 »  avvocati       »         74
          »                 »  notai          »        145
          »                 »  uscieri        »        162

Joly giustamente nota che la conoscenza della legge, i privilegi,
l'istruzione, il benessere dovrebbero assicurare ai professionisti il
minimo di criminalità, ma viceversa essi sono corrotti dal successo o
da un lavoro parassitario, atto meno a stimolar la professione che a
sfruttarla ed egli osserva che i notai:

  nel 1881 diedero 18 a 25 condannati
   »  1882    »         40     »
   »  1884    »         58     »
   »  1885    »         75     »

il che mostra una progressione continua nel delitto.

E notai e uscieri darebbero un numero superiore a tutte le proporzioni
della stessa età e sesso; 1/10 degli assassini, 1/7 degli omicidi,
1/16 parricidii, 1/8 stupri violenti su fanciulle minori di 15
anni, 1/13 dei delitti contro le persone, 1/16 dei parricidi, 1/18
del totale degli altri delitti sarebbe commesso da gente ricca o
di professione civile il cui totale puro non passa il 1/18 della
popolazione totale (Fayet, _Journ. des écon._, 1847); il che prova
meglio la dannosa influenza dell'istruzione e prova, anche, quanto poco
serva l'intimidazione contro le tentazioni del delinquente; poiché gli
avvocati e gli uscieri hanno più degli altri presenti le punizioni, che
ai rei infligge la legge (Fayet, op. c.).

In Prussia le professioni liberali dànno il 2,2% della popolazione, e
il 4,0% delle criminali. I servi che formano il 3% della popolazione,
entrano pel 12 su cento nella criminalità (Oettingen, pag. 730).

I dati che riguardano la Russia si riferiscono a 9229 persone
condannate per reato di sangue, delle quali è rimasta ignota la
professione per 225 persone, e riflettono il periodo 1875-79.

Su 100 condannati di varie professioni in:

                               Russia       Austria      Francia

  Industria agricola } padroni 47,5 }       18,4 }       — }
                     }              } 60,3       } 50,0    } 50,1
    e agricoltura    } operai  12,8 }       31,6 }       — }

     Industria       } padroni  7,5 }        3,3 }       — }
                     }              } 16,8       } 30,0    } 30,0
    e commercio      } operai   9,3 }       13,6 }       — }
  Giornalieri                   7,7           —          —
  Professioni liberali          1,8          0,2        5,0
  Persone di servizio           4,9         19,6        8,1
  Occupazioni indeterminate     0,7          8,8         —
  Prostituzione e persone
    senza occupazione           2,0          4,9        6,0

Mentre dunque in Austria in tre anni furono condannate per reati
di sangue solo 4 persone di professioni liberali, in Russia, nel
periodo di 5 anni, furono condannati pei medesimi delitti 165 persone,
delle quali 88 impiegati governativi, 59 della classe ecclesiastica,
avvocati, medici e tecnici, 19 letterati, studenti e pittori.
La spiegazione di questa prevalenza di delitti di sangue fra le
professioni liberali in Russia in paragone con altri paesi europei si
trova nelle persecuzioni politiche, nei fanatismi settari che or le
provocano or loro tengono dietro.

Venendo alle donne ree, fra noi: quelle addette alla domesticità
darebbero una cifra tripla dei maschi, come pure quelle addette alle
arti sedentarie mentre le campagnuole darebbero la metà[160]. Ma qui le
cifre sono troppe scarse per dar conclusioni sicure, e, ad ogni modo,
il gran numero delle prostitute scombuia e confonde ogni indagine,
poichè è certo che una parte delle campagnuole passa al crimine
per la strada della prostituzione, aperta o velata sotto il nome di
domesticità cittadina. Il contatto, osserva Parent-du-Chatelet, delle
grandi città è dannoso alle donne di campagna, che dalle statistiche
appariscono darsi alla prostituzione in ragione diretta della vicinanza
alle medesime. Una metà delle prostitute parigine è fornita dalle
cucitrici, stiratrici; 1/3 dalle merciaie, modiste, pettinatrici; 1/20
dalle lavandaie e lavoranti in fabbriche; poche altre (16) comiche, 3
sole agiate.


_Militari._—Importa studiare a parte la maggiore criminalità militare,
che, secondo Hausner, supererebbe di 25 volte la civile[161]; ma qui
vi è confusione poichè certamente egli non escluse dalle proporzioni
dei civili, i vecchi, i fanciulli e le femmine. Certo in Italia
troviamo delle cifre affatto differenti. Se noi contiamo la popolazione
militare[162] entrata nelle Case di Pena e Bagni nel 1872, e vi
aggiungiamo quella delle compagnie disciplinari, che costituisce, per
1/5 almeno, un duplicato di una pena già in corso, e quella della
militare reclusione, anche se di condannati per azioni che non si
potrebbero dire veramente criminose al di fuori della milizia, come
propositi sovversivi, infermità simulate, indelicatezze, e che pure
vanvi accomunate alla camorra, al furto, ed alla pederastia—troviamo 1
condannato ogni 112 militari in servizio attivo.

Ora, confrontando questa proporzione a quella dei condannati
coetanei (tra i 21 e 31 anni), ci si manifesta peggiore sì ma non
esageratamente, essendo quest'ultima 1 ogni 172 (Curcio); ma siccome in
questo calcolo sono comprese anche le donne, che legalmente dànno una
criminalità minore dell'80%, la differenza scema.

Che se anche vi fosse realmente un grande divario (come pare siavi in
Germania), esso verrebbe spiegato dalla facilità di aver strumenti atti
a delinquere, dalla età più incline alla delinquenza, dal celibato,
dall'ozio e dai maggiori e più stretti contatti (onde la grossa cifra
dei crimini di stupro, di pederastia, camorra); ed in tempi di guerra
dall'abitudine del sangue. Holtzendorff narra (op. cit., p. 12) di un
assassino che essendo stato soldato si scusava col dire, che avea, nei
campi di Boemia visto nel 1866 morire tanta gente, che uno più uno meno
non gli parea più gran cosa.

Vedremo più sotto come la guerra non sia che un gran delitto, ed è
naturale che chi vi esplica la sua attività sia più criminale degli
altri. Già disse Lucano: _Nulla fides pietasque viris qui castra
sequuntur_.

Ed è curioso, in proposito, il fatto rivelatoci anche dalla filologia
che molti uffici militari erano tanto criminosamente esercitati in
addietro che assunsero la sinonimia, e il significato di delitto: così
i _latrones_ erano una specie d'_ad latus_, d'aiutanti di campo del re,
che pare, invece di gingillarsi come ora colle dame, si occupassero
a predare tanto da restarne fuso il nome coi ladri: così è successo
ai nostri giorni pei _pirati_, che niuno crederebbe essere stati
marinai da guerra; così _masnada_, in origine non era che una truppa:
così _brigante_ era una specie di bersagliere a cui davasi a cottimo
l'assalto di una città.

Quanto fra i popoli guerrieri spicchi specialmente la crudeltà, lo si
può vedere anche ai nostri tempi dal fatto che, come dimostrò l'Hammon
in quel suo bellissimo studio sulla _Psicologia militare_, la crudeltà
propria del soldato gli è resa più facile dal disprezzo delle altre
caste non armate, che deriva forse dalle epoche antiche delle caste
guerriere dominatrici, e dall'impunità. Furono innumerevoli i fatti
di crudeltà specie in Germania e in Russia e da noi passate quasi
impunite.

A Coblenz, un tenente uccide a sciabolate un commerciante che passava
per la via, è condannato a un anno e poi graziato; e quando la madre
del morto se ne lagnò con una lettera violenta, fu essa condannata ad
ammenda.

A Berlino, il soldato Laerke essendo di fazione, ferisce gravemente 2
operai, i suoi superiori lo colmano di lodi, gli danno avanzamenti.

A Bologna, a Monteleone, ad Aquila, gli ufficiali assaltano a mano
armata i pacifici cittadini. E questi esempi si potrebbero prolungare
all'infinito.

Perfino la generosità, che si dice cavalleresca e che pretendesi
propria dei militari, vi è così poco comune, come era veramente scarsa
nel Medio evo, in cui se la foggiò tale solo la fantasia della scuola
romantica.

Basterà a provarlo riportare il giudizio imparziale di un'osservatrice
di genio, la Ouida (_Fortnightly Review_, août, 1852). «Dall'alcoolismo
e dalla sifilide che hanno e ebbero sede e punto di partenza nelle
armate, alla corruzione che prende anche i giovani onesti cacciativi
dentro, sicché contadini ingenui ne escono pervertiti, il male vi
predomina sempre». Io ho osservato a Torino una criminalità speciale in
coloro che escono dalla milizia, e di cui la milizia è causa.

E vi hanno eccezioni, ma non meno funeste anche queste. Si tratta di
individui, cui il _servizio_ (lo si dice tale per antonomasia) colla
sua obbedienza classica rende _servili_, incapaci di vita propria,
senza individualità, senza originalità, bisognosi di inchinarsi a
chicchessia, e ciò mentre le terre da cui escono hanno bisogno di
braccia e di lavoro, e di cuori liberi e forti.

Ma più di tutto influirebbe sulla sproporzione dei rei militari
la minore distanza tra la criminalità, come la chiama Messedaglia,
apparente, e la reale, la facilità con cui la disciplina militare mette
in luce e colpisce qualunque reato; mentre è noto come nel civile i
reati denunciati o commessi non toccano alla metà degli scoperti e
puniti[163].

La scarsa proporzione, poi, della criminalità militare nel nostro
paese, è un fatto di cui dobbiamo andare orgogliosi.


_Pazzi._—Men chiara che nei delinquenti spicca l'influenza delle
professioni nei pazzi, perchè non è facile trovare statistiche che
s'occupino contemporaneamente dei ricchi e dei poveri, ricoverati quasi
sempre in istituti diversi. Da quelle, però, eseguite recentemente
in Francia, che forse sono le più complete, vi intravvediamo[164]
parecchie singolari analogie colla criminalità. Gli alienati di città
vi sommano al triplo che nelle campagne, 323 a 100, e più di frequente
ne sono colpiti gli uomini delle donne, 132 a 100. Gli agricoltori
darebbero il minimo degli alienati, ed un massimo le professioni
liberali; fra queste gli artisti, i giuristi darebbero cifre assai più
grosse che gli impiegati e gli ecclesiastici.

Gli studi di Girard ci mostrerebbero assai frequenti le alienazioni
nei domestici, nei lavoranti fabbrili, nei minatori; secondo quelli
del Bini e Golgi, grande sarebbene la frequenza dei calzolai, dall'1,2
all'8% dei ricoverati, e dei cuochi, 1,3%. Zani avrebbe anch'egli
notata la frequenza dei domestici dal 2 al 5%, e la cifra grossa data
dalle professioni liberali, 5%.

I militari pazzi, a quanto risulta dal Girard e dal Baroffio, darebbero
una delle cifre più forti, 1,40% sani, e del 4 all'8% dei pazzi.
Dagli studi del Lolli, gli unici comparativi su grande scala che io
conosca in Italia, risulterebbe una maggior frequenza di pazzi fra i
possidenti, benestanti e commercianti, che non fra le classi agricole,
le quali sarebbero anche inferiori agli artigiani.

Devo infine far notare che le professioni, le quali abituano alla
vista del sangue o al maneggio di strumenti micidiali, come quelle di
beccai, militari, ecc. (Lasagna, Bertrand, Avinain, Legier), o ad una
vita d'isolamento sociale o, sessuale, pastori, campagnuoli, preti
(Dumollard, Grass, Mingrat, Leotard, Berthet, Frylay, Lacollange,
Carpinteri, Crocco), specialmente se inacerbite da forzata castità,
provocano tanto nei pazzi che nei delinquenti una smisurata ferocia
negli atti, mista, soventi volte, a mostruosa libidine; che gli
avvelenamenti si trovarono più frequentemente fra i chimici e medici,
ecc. (Tayllor, La Pommerais, Demme, Palmer, Desrués, Moreau, Laserre,
Buchillot).


_Orrore del lavoro_.—Ma quello che più importa in queste ricerche è che
le professioni dei criminali sono molte volte nominali e che la vera
loro professione è l'ozio.

In Torino abbiamo trovato una stranissima industria speciale ai
criminali, quella del finto lavoro di falegname, di fabbro. Parecchi
ammoniti cioè avevan aperto botteghe di falegname, fabbro, ecc.,
fornite di tutti gli attrezzi, per poter dimostrare alla questura la
propria attività mentre, invece, il lavoro non era che simulato, quanto
bastava per sfuggire all'ammonizione per ozio; non eran qui i mezzi e
l'occasione che mancassero al lavoro, ma proprio la volontà.

Sichart[165] su 3181 prigionieri ne trovò 1347, cioè 42,3%, che avevano
orrore al lavoro. Divisi per reati le cifre si ripartiscono così:

  Su 1848 ladri              961 cioè 52   %
   »  381 truffatori         172   »  45   »
   »  155 incendiati          48   »  31   »
   »  542 criminali sessuali 145   »  26,7 »
   »  255 spergiuri           21   »   8,2 »

Anche più chiara parrà l'importanza di queste cifre quando si osservi
come esse si ripartono tra quelli che il Sichart chiama _criminali
d'occasione_ e _criminali d'abitudine_, questi ultimi corrispondendo
nella gran maggioranza a quelli che noi chiamiamo criminali-nati.
L'orrore del lavoro fu trovato complessivamente in 1347 o 42,3%, di
cui:

  Delinquenti d'occasione       170 o 19,2 %
       »      d'abitudine      1177 o 51,7 »

con una prevalenza più che dupla dunque tra i criminali-nati.

Da recenti statistiche del Wright (o. c.) sul Massachussetts si rileva
che su 4340 condannati, 2991 ossia il 68% non avevano professione; e da
altre della Pennsylvania che quasi l'88% dei condannati ai penitenziari
non avevano mai avuto un mestiere; come non l'avevano il 68 1/2% dei
condannati ai «countes jails» e alle case di lavoro. Riguardo più
specialmente agli omicidi, risulta dalle ricerche di Federico Wines
che nel 1890 su 6958 omicidi condannati, 5175 ossia più che il 74% non
avevano arte o professione (Bosco).

Anche risulta questo ribrezzo del lavoro dalla specie di professione
ch'essi adottano. Marro, infatti, avendo notato che i muratori davano
la massima quota tra i casi dei suoi criminali, cioè l'11%, mentre il
numero totale dei muratori, secondo il censimento del 1881, in Torino,
non sommava che al 2,56% della popolazione si sentì spiegare questa
frequenza dagli stessi delinquenti, perché, «molti di essi affermarono
di avere _abbandonato_ altre professioni prima esercitate e perchè ai
muratori solamente si dà la paga giornalmente senza aspettare la fine
della settimana o della quindicina», che è come dire adottavano quella
professione saltuariamente quando loro ne veniva il capriccio.

E lo prova la grande loro mutabilità nelle professioni. Difatti, mentre
su 100 normali 86 avevano sempre esercitata la stessa professione;
13 avevano cambiato una volta, 1 ne aveva esercitate tre; tra i
delinquenti, invece, cambiarono la professione da 2 a 4 e più volte:

  27 su 40 assassini
  31 »  40 borsaiuoli
  60 »  77 truffatori
  30 »  39 stupratori
  22 »  39 grassatori
  28 »  51 feritori
  60 »  97 ladri
  23 »  41 viziosi

col massimo negli stupratori e truffatori.

Dai resoconti del Riformatorio di Elmira si rileva che 6635 ricoverati
si dividevano così riguardo alle loro professioni:

  Servi                        1694 o 25,5%
  Lavoratori comuni            3651 o 55,0%
  Esercenti mestieri meccanici  974 o 14,7%
  Oziosi                        320 o  4,8%

La cifra degli oziosi vi sarebbe dunque piccolissima, ma il relatore
si affretta ad aggiungere: «bisogna notare che coloro che affermavano
di avere una occupazione non erano quasi mai occupati regolarmente,
nè lavoratori fissi su cui si potesse contare»[166]. Il numero quindi
degli uomini male adatti al lavoro che entra nel Riformatorio è molto
grande; e considerevole sempre resta quello di coloro che, inadatti,
rimangono non ostante tutti i complessi sistemi di eccitazione morale
perché—come afferma il _General superintendent_ Z. R. Brockway—sul 34%
dei ricoverati nessuna suggestione morale riesce a attivare il loro
lavoro... e nemmeno la loro attenzione»[167]. Per questo il signor
Brockway patrocina l'uso della frusta e in generale delle punizioni
corporali, inflitte con metodo e cura, ma con rigore; affermando così
senza accorgesene e con il fatto medesimo della sua proposta che questi
criminali irriducibili rassomigliano proprio al selvaggio primitivo,
che non si induce a lavorare se non forzato dalla violenza fisica e
qualche volta ci muore sotto.

La volubilità dei mestieri da un lato, la preferenza a scegliere
quelli in cui il salario è pagato giornalmente, e quindi la propria
libertà è legata per un tempo minimo, ci confermano che l'orrore del
criminale al lavoro non è un'assoluta incapacità di ogni genere di
attività, ma un ribrezzo per ogni occupazione regolare, metodica, a
periodi rigorosamente fissati. Ciò che ripugna loro è la regolarità di
congegno meccanico della società moderna, quella combinazione immensa
e ingegnosa per cui ogni essere umano, ad ogni momento, ha fissato il
suo moto da compiere, come è fissato per le ruote dell'orologio l'urto
che ad ogni istante dànno o ricevono. Essi non sono capaci di resistere
ai capricci intermittenti del loro carattere inerte e impulsivo, e per
questo dichiarano guerra alla società che non è fatta per l'indole loro
(Ferrero, _Arch. di psich._, XVIII, 1896).

Ma per comprendere più precisamente in che cosa consista questa
incapacità al lavoro dei criminali, sono di una grande eloquenza
le cifre del Marro. Incapacità al lavoro, difatti, non significa
incapacità ad ogni genere di attività, inerzia assoluta. Il criminale
è capace di spiegare, a certi momenti, un'attività intensa, tanto è
vero che certi generi di reato, come il furto e la truffa, richiedono
molto spesso una laboriosità grande, perchè devono essere preparati di
lunga mano, e mettendo in opera complessi artifici. Ciò che ripugna al
criminale è il lavoro regolare e metodico, prolungato per molte ore,
monotonamente ripetuto ogni giorno; onde se egli è capace di spiegare
ad un dato momento, per compiere un delitto qualsiasi, uno sforzo
straordinariamente intenso, si rivolta contro ogni occupazione che lo
riconduca ogni giorno, alla stessa ora, al medesimo banco, innanzi allo
stesso strumento a compiere, per un numero di ore eguale, la stessa
operazione. Egli è un irregolare del lavoro; un capriccioso della
fatica, che vuole addossarsi quando piaccia a lui e non quando piaccia
ad altri, alternando gli sforzi intensi con lunghe oziosità. In questo,
il suo carattere è perfettamente identico al carattere del selvaggio
che di solito inerte si scuote, di tempo in tempo, per compiere i
faticosi esercizi della caccia e della guerra; al carattere degli
indigeni d'America, di cui scrive Robertson: «quando intraprendono una
spedizione di caccia, escono da quella indolenza che è loro abituale
e spiegano facoltà intellettuali, che restavano quasi sempre latenti,
diventando attivi, perseveranti, instancabili» (Vol. II, p. 559); o al
Gaucho, di cui Mac Coll notò l'incapacità a lavori duri, aggiungendo
però: «metteteli in sella a un cavallo e la loro resistenza alla fatica
sarà senza limiti» (Ferrero, o. c.).

Noi abbiamo visto più sopra (Vol. I) che il ladro chiama sè il _pegre_,
il pigro: che nella vita dei più grandi criminali Lacenaire, Lemaire,
Chretien, l'orrore del lavoro era maggiore dell'amore alla vita.

Più analiticamente si può studiare questo stato d'anima nelle
_tavole psicologiche_ comprese nell'atlante antropologico-statistico
dell'_Omicidio_ di E. Ferri, dove la psicologia dell'ozio è spesso
accennata. Un omicida recidivo (n. 37) alla domanda «lavorate?»
risponde «no, perchè il lavoro raccorcia la vita». Il n. 46 spiega i
suoi delitti dicendo: «cosa vuole? voglia di lavorare, poca». Il n.
432 più francamente confessa: «lavoravo, ma poco, perchè si fa fatica
a lavorare». Il 467, domandato perchè non lavori, si scusa dicendo:
«non sono buono». Il 481: «voglia di lavorare non ce ne ho; dove devo
prendere i denari se non li rubo?».

E Marro (_Annali di Freniatria_, vol. IV) giustamente notava: «Nei
popoli non civilizzati si constata l'incapacità assoluta di ogni sforzo
perseverante. Il lavoro continuato, duraturo, è la caratteristica
dell'uomo civilizzato. Più viene egli a conservare la sua forza fisica,
meglio sa renderla proficua colla sua intelligenza, e più sa egli
adoperarla a benefizio comune suo e della società, meglio si accosta
alla perfezione.

«Ogni progresso nell'istruzione, nella educazione, nelle leggi, nelle
misure igieniche, mira a guidare l'uomo in questa direzione.

«Abbiamo per contro un'altra serie di cause che tendono ad un effetto
opposto.

«Ogni lavoro regolare deve naturalmente soddisfare ai due requisiti, di
riuscire cioè utile all'individuo che lo eseguisce, ed alla società in
cui viene compiuto. Ogni lavoro che manca di un tale requisito segna un
grado più o meno profondo di degenerazione.

«Un primo grado di questa noi l'abbiamo nei lavori semplicemente
improduttivi per la società. Il vagabondaggio, la questua fra le classi
povere, l'abitudine al giuoco in queste e nelle classi elevate segnano
un primo grado di degenerazione in chi se ne compiace e ne vive; essi
segnano al tempo stesso il passaggio alla criminalità in quanto che
rendono chi li esercita veri parassiti che sottraggono altrui senza
profitto alcuno i prodotti del lavoro utile.

«La criminalità consiste essenzialmente nella produzione di un lavoro
che può fruttare all'individuo, ma torna nocivo alla società. La sua
gravità cresce col crescere del danno che questa riceve.

«Il carattere della degenerazione pazzesca è la produzione di un lavoro
inutile o dannoso alla società, senza neppure vantaggio allo individuo;
e si arriva all'ultimo limite in questa degenerazione quando viene a
mancare persino la possibilità del lavoro, coll'impotenza assoluta del
cretino dell'idiota».

E altrettanto nota il Sergi nella sua bella _Degenerazione_.



CAPITOLO XVI.

Carcere—Altre cause.


_Carcere_.—La causa maggiore d'ogni delitto è il carcere. Noi,
precisamente quando crediamo vendicare e difendere la società, colla
carcere somministriamo ai delinquenti i mezzi di conoscersi, di
istruirsi e di associarsi nel male.

Ma vi ha, se è possibile, di peggio: la carcere è una causa diretta
di delitti per sè stessa, perchè diventata un comodo albergo, stante
all'esagerata mitezza riesce la mira di alcuni che delinquono per
ottenerla.

«Io farei a fette il viso a chi sparla (cantava un prigioniero di
Palermo; della Vicaria. Chi dice che la carcere castiga, oh! come si
sbaglia il poveretto; la carcere è una fortuna che vi tocca, poichè vi
insegna i ripostigli (porteddu) e i modi del furto».

Questi fatti ci spiegano come le nostre statistiche e le statistiche
inglesi ci diano così spesso degli individui entrati nel carcere fino a
50 a 60 volte, e ci spiegano il caso di quel tale di cui narra Breton
che commetteva furti solo per farsi ricoverare in prigione e che alla
50ª volta condannato alla cella disse: _La giustizia questa volta mi ha
frodato, ma non mi ci corranno un'altra volta_; ed il caso ripetutosi
nel maggio del 1878 a Milano da quel Zucchi chè rubò alle Assise per
farsi porre in prigione. «Dal 1852 in poi, diceva egli, ho passato in
carcere 20 anni: l'amnistia mi ha fatto escire, ma non posso vivere
con una lira al giorno; ho pensato di farmi mettere in prigione per
poter mangiare, bere e dormire. Sig. Presidente, calchi la penna,
perché tanto e tanto in carcere non si sta male (_Rivista di discipline
carcerarie_, 1878); e nel 1879 a Roma un vecchio di 80 anni che ne era
stato 47 in prigione, dove si era trovato benissimo, in ispecie sotto
il papa, strepitava presso il questore per rientrare in carcere: «Io
non vi chieggo un impiego, ma un carcere qualunque pur che possa vivere
tranquillo; ho oramai 80 anni e non vivrò tanto da rovinare il vostro
governo che è già male in gamba».

Che questa esagerata mitezza sia deplorata anche altrove lo dimostrano
le parole di Tallack e di D'Olivecrona.

«I delinquenti, dice il Tallack (_Difetti nell'amministrazione della
giustizia penale d'Inghilterra e d'Irlanda_. Londra, 1872, pag. 71, fra
noi si avvezzano a riguardare la prigione come alcun che di fruttifero
e di attraente: se non altro li assolve dalle spese di tavola, di
alloggio e di vestiario, e li dispensa dal troppo affaticarsi».

«Mentre il forzato, scrive D'Olivecrona, nel volgere dell'anno, consuma
33 chilogrammi di carne, il bracciante stabile di campagna non ha, di
solito, in forza del contratto locativo, se non chilogrammi 25 e 1/2
di bue salato, 25 e 1/2 di maiale salato, che è quanto dire, in tutto,
chilogrammi 51: assegno che deve bastare per lui, per la donna e pei
figli (_De la récidive_, 1812).

«All'ultima ora del suo gastigo (in Svezia), un forzato rese vivissimi
grazie al direttore, dichiarando che, prima dell'arresto, non aveva
mai gustato cibarie tanto sapide e sostanziose. In altro stabilimento,
una femmina aveva fatto considerevoli risparmi sulla razione del pane,
affinchè, diceva essa, i miei figli, quando sarò a casa, dividano con
me il buon pane dello Stato (Id.).

«Io non esito, continua egli, a porre fra le cause della recidiva
l'indulgente trattamento che si usa ai forzati».

Oltre a tutti questi difetti, generali a tutta l'Europa, il carcere
d'Italia ne ha anche di tutti suoi, o meglio di quelli che solo la
Spagna può vantare comuni—ha la mala struttura che permette la facile
evasione come in Girgenti e Caltanissetta, e forse in quasi tutte le
carceri mandamentali—ha l'insufficienza, la sproporzione dei locali
alle singole condanne. La legge commina la custodia, l'arresto, la
carcere, la cella, la relegazione, ma tutto ciò resta lettera morta,
perchè le celle non bastano non che pei minorenni, nemmeno per il
decimo dei soggetti a giudizi, per cui, se si vuole un buon processo,
sarebbero più necessarie.


_Rachitide_.—Fra le cause che spingono al delitto, ve ne hanno
alcune troppo accidentali o troppo rare per poter figurare davanti
allo statista, ma che non meritano perciò meno d'essere studiate
dall'antropologo. Chi può sapere fino a qual punto la scrofola,
l'arresto di sviluppo e la rachitide possono aver influito a provocare
o modificare le tendenze criminali?

Noi abbiamo rinvenuti 11 gobbi sopra 882 delinquenti, quasi tutti
ladri o stupratori. Virgilio trovò 3 rachitici ed 1 con arresto di
sviluppo dello scheletro su 266 condannati da lui presi in esame, e 6
con balbuzie, 1 con labro leporino, 5 con strabismo, 45 scrofolosi e 24
colpiti da carie. Secondo lui, 143 sopra 266 di costoro portano traccie
di impronte fisiche degenerative (op. cit, p. 22).

Vidocq osservava, che tutti i grandi assassini capitatigli fra le mani
avevano le gambe arcuate.

Thompson rilevò nei delinquenti di Scozia una grande quantità di piedi
vari, di labbri leporini, di rachitici e di scrofolosi.


_Cranio_.—E chi può dirci fino a qual punto abbia influito allo
sviluppo della delinquenza la diminuita capacità cranica, che nell'uomo
libero non passa l'11%, e che noi abbiamo rinvenuto in un rapporto
del 18 nei delinquenti vivi, in ispecie ladri e incendiari, e nei
morti fino del 59%? E quelle deformazioni craniche (Plagiocefalia,
Oxicefalia, Trococefalia) che nei vivi ci apparvero in una frequenza
dell'8, e nei morti del 9%, non possono esse aver influito di molto?
Non dobbiamo noi tenerne conto pel crimine tanto almeno come per
l'eziologia dell'alienazione?


_Fegato, Genitali_.—E così dicasi pure dell'ipertrofia di fegato,
che pare abbia una certa influenza nei reati di vendetta; e di quella
degli organi genitali, che conta fra le probabili cause di stupri, di
assassinio e d'incendi, e che il Virgilio rinvenne frequente 1,3%.
In una condannata per violenze sul marito che costringeva ad esser
testimonio delle sue libidini si rinvenne una clitoride ingrossata
del doppio. In tutti i delinquenti, specialmente ladri e assassini, lo
sviluppo dei genitali è assai precoce e specialmente nelle ladre, dove
ci occorse trovare tendenze alla prostituzione fino in età di 6 a 8
anni.

Boggia a 62 anni avea spermatozoi numerosi e vivacissimi (Mantegazza,
_Sui testicoli_, 1863). Ho notato che le grandi avvelenatrici furono
tutte assai feconde o libidinosissime, e tali furono gli assassini e
tali erano i criminali fra gli Juke.

Casper trovò in un pederasta abituale (200) completa ipospadia e
stortilatura del membro; quest'ultimo carattere fu trovato in un
altro pederasta da Hoffmann. Secondo Tardieu, gli anorchidi e gli
ermafroditi dànno un numeroso contingente ai delitti contro natura
(_Sur l'identité_, 1870). Evidentemente per essi è questo un fenomeno
fisiologico. Ora in coloro che Westphal definisce affetti da pazzia
per appetenze sessuali contro natura, vi è se non una materiale certo
una vera femminilità morale per cui sentono gli stimoli del sesso in
senso inverso della natura. Chi può dire in questo caso dove comincia
la colpa?—Forse l'ermafroditismo e l'ipospadia, il femminalismo
appunto perchè, come la microcefalia, sono effetto di un arresto
parziale di sviluppo, più facilmente si connettono ad arresti di
sviluppo dei centri nervosi e quindi a mancanza del senso morale, e
perciò forniscono al crimine, relativamente al loro numero, una quota
molto maggiore di delitti degli altri uomini; Hoffmann narra di un
pseudoermafrodita levatrice, che eseguendo l'esplorazione stuprava
le sue clienti. Io so di una pseudoermafrodita, la cui gelosia
per l'amasia, era così violenta da rasentare il delitto; e di un
ipospadico completo, creduto donna fino a 24 anni, Raffaella Amato,
che uccise uno, perchè rivelò i suoi impuri amori con una donna e il
suo vero sesso. E qui giova notare collo stesso Hoffmann (_Ein Fall
v. Pseudoermafroditismus_, 1877, Wien), che forse a questa legge si
connette quell'altro fenomeno della comune mancanza di barba e della
ricchezza dei capelli, delle apparenze femminee, insomma, che noi
avvertimmo in tutti i veri delinquenti. E, in parte, a questa stessa
legge si collega la frequenza della precoce pederastia nelle case di
pena.

L'amore, dice Courtelles, per il patico è alle volte sì grande nei
carcerati da spingerli alla recidiva per poter riprendere la diletta
compagnia; altrettanto vedemmo accadere nelle donne prostitute.


_Traumi_.—Gall narro di due fratelli danesi, che caddero da una
scala battendo del capo; l'uno divenne di grande ingegno e l'altro,
da gentile, illibato e virtuoso che era, si fece vizioso e dedito al
crimine. Ora, fra 290 studiati da me, non meno di 20 avevano toccato
ferite al cranio fino della tenera età. Del Bruck ne osservò 21 su 58
rei alienati. Spurzheim osservò un fanciullo, in cui dopo un colpo al
capo si cangiò il carattere morale, sicchè da dolce divenne irascibile
e cupo. Acrell ne notò un altro, in cui l'osso temporale si fratturava,
sicchè dovette trapanarsi; guariva l'infermo, ma dopo d'allora mostrò
un inclinazione irresistibile al furto (Fantonetti, _Della pazzia_.
Milano 1830).


_Concepimento_.—Nessuno può decidere fino a qual punto possano avere
influito sull'indole del reo le circostanze, in cui si trovavano i
parenti nel momento della fecondazione e della gravidanza. Si narra
che Robespierre nascesse nell'anno in cui si squartava Damiens, anno di
fame e di guerra; Pietro il crudele e Militello nacquero in mezzo alle
stragi.


_Sensazioni_.—Un'altra causa del delitto, potentissima, ma che pure
mal si saprebbe precisare o dimostrare, se non forse coll'aumento
di alcuni delitti per alcune professioni e pei maggiori contatti, è
l'influenza di una data impressione sensoria. V'hanno ladri che non
possono resistere alla vista di un oggetto d'oro. Troppmann e Costo
dichiararono essere stati trascinati al delitto dalla lettura d'un
dato libro; l'uno di un romanzo, l'altro di un autore greco.—Un ricco
banchiere, Downer, entra ubbriaco nella bottega del suo barbiere; il
sedicenne garzoncello di questo, fino allora onesto, gli sente suonar
delle monete in saccoccia, e subito è preso dall'idea di ucciderlo;
ed abbassatogli il capo, con una corda lo strozza. Poco dopo fugge
inorridito, e confessa che se non avesse udito quel suono, non si
sarebbe sognato di commettere l'orrendo misfatto.—Maria Frank, d'anni
38, bevitrice ostinata, già pazza, battuta dal marito continuamente, un
giorno vede un grande incendio; tosto nasce in lei desiderio vivessimo
di appiccar il fuoco, e incendiava dodici case. Fu condannata a
morte.—Adele Strohm assistette al supplizio di due condannati, e subito
dopo viene colpita dall'idea di uccidere la sua più cara amica, onde
morire in grazia di Dio e confessata (Despine, op. cit.).


_Imitazione_.—In questi casi entra, e per molto, anche la follia, ma
più di tutto vi influisce l'imitazione, che è principalissima causa,
così dei delitti, come delle pazzie. Nel 1868 e nel 1872 appena
i giornali cominciarono a raccontare di abbandono di fanciulli, a
Marsiglia si ripeterono i reati fino ad 8 in un sol giorno (Despine).
La notizia dell'assassinio dell'arcivescovo Sibour spinse un prete
a ferire il vescovo di Matera, col quale non aveva alcuna causa di
odio. Dufresne avversava un tale Delauchx, ma senza pensare a fargli
del male; legge il processo di Verger, s'esalta, e gridando: _Anch'io
farò come Verger_ ed uccide quell'infelice.—Si è notato che a Bergamo,
poco tempo dopo il processo Verzeni, avvennero altri due casi di
strangolamento di donne; e altrettanto accadde a Parigi poco dopo il
processo di Philippe, di Billoir, di Moyaux, ed a Firenze dopo quello
di Martinati. Al tempo del processo di Roux vi furono due domestici
che simularono esser stati garottati dal padrone dopo averlo derubato:
l'avvelenamento di La Pommerais fu seguito da quello di Pritchard; e
peggio va la cosa col sorgere adesso in Italia di quei diari, veramente
criminali, che intingono la penna nel putridume più fetido delle
piaghe sociali e non per altro se non per cavarne un triste guadagno,
titillano i malsani appetiti e la più malsana curiosità delle basse
classi sociali sì, che io li vorrei paragonare a quei vermi, che,
sorti dalla putredine, l'aumentano colla loro presenza. Questi diari
pur troppo in una sola città nostra toccano la cifra enorme di 28 mila
lettori.

Il danno loro fu provato ivi pure per uno strano reato. Si trovò,
mentre era assente il padrone R..., scassinato il suo banco; si
sospetta e si arresta un agente; e nella sua casa si trova la somma
mancante, che egli confessa dubito, piangendo, aver sottratto, ma
senza nessuna prava intenzione: egli poteva, infatti, fruire di somme
anche maggiori col consenso del padrone, in lui fiduciosissimo, e
senza scassinare alcun armadio; nè venne a quel passo che per porre in
pratica un colpo letto il giorno prima in un di quei sciagurati diarii.
Il padrone dichiarò credere verissima questa scusa, sapendonelo lettore
infervorato e difatti lo riprese appena fu assolto.—Un altro esempio
offerse Grimal; nel 73 a Parigi delibera di commettere un delitto per
far parlare di sè, come nei giornali leggeva dei grandi malfattori;
tenta un incendio, e, suo malgrado, non è creduto reo; maltratta la
moglie che poi muore, e se ne denuncia l'autore, ma anche qui esce con
sentenza di non farsi luogo; allora gli capita sottocchio il processo
della vedova Gras, e, per imitarla, getta sul viso di uno che gli era
amico, dell'acido nitrico: l'amico muore, ed egli non che nascondersi
narra a tutti la sua bella azione; il dì dopo, corre a leggere il
_Petit Journal_, che raccontava il triste fatto, si costituisce egli
stesso alla questura, dove si appurò che le idee dei suoi delitti gli
vennero in capo in grazia dei romanzi giudiziarii e dei _fatti diversi_
dei giornali che erano la sola sua prediletta lettura.

Nel 1851, una donna assassinava, a New-York, suo marito, e pochi
giorni dopo, tre altre donne fanno altrettanto.—Corridori uccide il
preside del Liceo, che lo rimproverava per una giusta mancanza, e prima
dichiara: «Ripeterò il fatto del preside di Catanzaro», che anch'egli
fu ucciso per simile causa.—L'assassinio tentato sul D. James nella
ferrovia fu seguito da un altro nella stessa linea e nello stesso modo
(Montel).

E quanti splendidi esempi non addusse in proposito Holtzendorff nella
sua stupenda opera: _Das Verbrechen des Mordes und die Todestrafe_,
1875, Berlino!



CAPITOLO XVII.

Cause del delitto associato.


L'eziologia del delitto associato che è il più importante come il più
dannoso merita un apposito studio.

Una prima causa ne è la _tradizione_.—La maggior persistenza, infatti,
tenacia di alcune associazioni malvagie come la mafia, la camorra e il
brigantaggio, parmi dipendere, in primo luogo, dall'antichità della
loro esistenza, poichè la lunga ripetizione trasforma i nostri atti
in abitudine, e quindi in leggi: e la storia ci addita come tutti i
fenomeni etnici che ebbero una lunga durata difficilmente spariscono
tutto ad un tratto.

Fino dal 1568 esisteva in Napoli la camorra, conoscendosi delle
Prammatiche del 1568, del 1572, del 1597, e del 1610, in cui i vicerè
spagnuoli, conte di Miranda, duca d'Alcalà, ecc., cercavano di punire
«con pene straordinarie, colla galera, il giuocatore e tenitore di
case da giuoco, o meglio di baratteria, che cavava illecite esazioni su
dette case, ed i carcerati, che, ora sotto colore di devozione a sacre
imagini, ora per altra diversa figurata causa, imponevano pagamento
agli altri, in poca o molta quantità, commettendo per tal modo crudeli
estorsioni»[168].

Certo il Gueltrini trovò la parola _camorra_, in riguardo alle minute
contrattazioni sui mercati, usata in un sonetto del 1712.

Il Monnier osserva, assai bene, che l'etimologia della camorra dimostra
la sua origine dalla Spagna e forse dagli Arabi. _Camorra_ in spagnuolo
equivale a querela, rissa o disputa; e _camorrista_ a cattivo soggetto;
in arabo _kumar_ significa giuoco d'azzardo. Una novella del Cervantes
ci mostra aver esistito in Siviglia, fin da quei tempi, una setta
affatto simile ai camorristi. Anch'essi prelevavano su ogni furto
un'elemosina per la lampada di una santa imagine da loro venerata;
anch'essi davano alla polizia una parte dei prodotti; s'incaricavano
delle vendette private, non escluso lo sfregio col rasoio; anche fra
essi vi erano i novizi, che si chiamavano fratelli minori, e dovevano
pagare una mezza annata sul primo loro furto, portare ambasciate
ai fratelli maggiori, sia nelle prigioni, sia nelle carceri, ed
adempiere agli altri uffici subalterni. I fratelli maggiori avevano
un soprannome, e si dividevano, in giusta quota, le somme che gli
applicati versavano alla massa comune.

Anche i ladri del Marocco (Arabi e Betari) prelevavano un tanto sulle
prostitute.

Associazioni affatto simili alla camorra ed al brigantaggio esistettero
in tutti i tempi poco civili; così nel medio-evo, nei _Regolamenti
delle Stinche_ ed in quello delle carceri di Parma, B. Scalia trovò
accennato a soprusi simili a quelli dei camorristi, specialmente in
occasione dei giuochi, e vi si legge come ogni camerata di prigionieri
aveva un suo capo, che si faceva chiamare _capitaneo_ o _podestà_,
precisamente come dai moderni camorristi _priore_; e tanto in queste
come nelle carceri di Venezia esisteva l'uso di tassare i nuovi
entrati[169].

Il Don Chisciotte ci dipinge alcuni oziosi che esigono una
gratificazione dai giuocatori fortunati, per aver presenziato
ai cattivi e ai buoni colpi.—È la missione comune del moderno
camorrista.—Ed è curioso il notare che quella mancia viene chiamata
_barato_, precisamente come intitolano le loro equivoche imposte i
camorristi.

Anche il brigantaggio, che pure persiste tanto nelle provincie del
sud, ha una probabile causa nella tradizione storica, essendosi esso
radicato fino da' tempi antichissimi nell'Italia media e del sud.

Gabriele Rosa l'attribuisce all'antica guerra sociale, che costrinse i
nostri agricoltori a farsi pastori nomadi (_Su Ascoli Piceno_. Brescia,
1869). Nel 1108 in Roma si contavano ogni giorno a centinaia i furti e
gli omicidi, nel 1137 delle città intere erano preda di assassini, p.
es. Palestrina.

«Banditi nel Napoletano ci furono sempre, scrive Giannone(Lib. IV, cap.
10), in coda agl'invasori greci, longobardi, svevi, saraceni, angioini,
albanesi, ladroni gli uni degli altri, crudeli e rapaci del pari».

Nel 1458, i mercenari stranieri espulsi da Giovanna I divennero
briganti, rubando e penetrando fino in Melfi; di poi si posero al
servizio dei Baroni del Regno, che se ne servirono come di ordinaria
milizia.


_Religione, morale, politica._—Dove la civiltà non ha ancora ben
penetrato, anche le idee di giustizia e di morale non sono abbastanza
chiare; quindi si vede la religione farsi alle volte partecipe,
istigatrice al delitto (Vedi Cap. X).

Abbiam veduto che, in grazia di una bolla antica, or è pochi anni, il
clero di Sicilia componeva a denaro i delitti. Quindi, all'inverso
di quanto accade ordinariamente, i preti sonvi spesso complici di
delinquenti.—L'avv. Locatelli, in Sicilia, deplora d'avervi veduto,
in due anni, ben 8 preti condannati per assassinio: due preti, p. es.,
uccisero un servo perchè denunziava al vescovo le loro oscenità.

Il Pugliese fu condotto da un prete al saccheggio di S. Giovanni.

A Bari veniva, a spese del brigante Pasquale, celebrata ogni giorno
regolarmente la messa dei briganti.

_Noi siamo_ (ripetevano costoro ad un amico di Pitrè) _benedetti
da Dio: lo dicono li Vangelii de la Missa_ (_Fiabe_, III, 1875, p.
50).—Per altri esempi si vedano le pag. 172 e segg.

La morale tien bordone ad una simile religione.

Nella Basilicata, Pani Rossi (op. cit.) sentì spesso chiamare
_brigantiello_ dalle madri il loro figliuolo; Crocco era il
loro Carminuccio; i ricchi soprannominavano _re della campagna_
Ninco-Nanche.

«La parola _malandrino_ perdè in Sicilia perfino il suo significato,
ed invece di un appellativo d'infamia, divenne pel popolo uno di lode,
del quale molti onesti popolani menano vanto. _Io sono malandrino_
significa infatti, per loro, essere un uomo che non ha paura di nulla,
e specialmente della giustizia, la quale nella loro mente si confonde
col governo, o meglio colla polizia» (Tommasi-Crudeli).

Mancando il concetto vero della morale, ed essendo scemata e quasi
tolta la distanza fra lo strato equivoco e lo strato onesto, è cosa
naturale che il malandrino trovi un complice nel colono ed anche nei
proprietari in mezzo a cui vive, e che riguardano il delitto come
una nuova specie di speculazione. E questo, secondo le relazioni dei
Prefetti, è il guaio massimo della Sicilia, dove i veri briganti
che battono la campagna sono pochi, ma si centuplicano, in date
circostanze, coi colleghi avventizii, dove perfino i grossi proprietari
si vedono usufruire dei briganti per imporre ricatti, far cassare
testamenti, acquistare predominio sui loro concittadini.

Da ciò viene anche la mancata denuncia, parendo questa più immorale
che non l'omicidio; sicchè si sono veduti moribondi dissimulare, fino
all'ultimo momento, il nome del feritore. Non è l'omicidio che desta
ribrezzo, bensì la giustizia. Onde è che anche quando il delitto,
per raro caso, è denunciato, non è punito; così su 150 briganti del
Napolitano, presi coll'arme indosso, 107 furono prosciolti dal giurì e
7 soli condannati (S. Jorioz).

Così a Trapani si lamenta ancora la solenne assoluzione dei
40 malfattori messinesi; e nel 1874 si assolsero gli uccisori
dell'ispettore finanziario Manfroni, malgrado le testimonianze di molti
e la confessione degli stessi rei.

«Nel 1877, a Napoli, un Esposito, che, dopo aver assassinato per ordine
del capo un ex-camorrista, si consegnò e denunciò alla giustizia (onde
stornare dal capo l'accusa), fu accompagnato alle carceri dai battimani
della folla che lo coperse di fiori come un eroe. Oso supporre che gli
applaudenti fossero commossi tutti, per lo meno la plebe camorrista»
(Onofrio).

Riuscendo la giustizia impotente, l'offeso ricorreva necessariamente
alla forza del proprio braccio o a quella dei compagni, alla vendetta,
quando era questione di onore; o ad una composizione propria, come
nelle epoche medio-evali, quando si trattava di oggetti rubati. In
Sicilia si paga un tanto, come si vede nel processo del Lombardo, per
riavere il cavallo o la pecora rubata; o viceversa, il ladro paga
un tanto alla vittima, perchè si accontenti, o non si vendichi, o
non reclami il furto; il che dà proprio l'immagine della giustizia
primitiva[170].

Una causa principalissima, che nei popoli poco civili favorisce le
associazioni malvagie, è lo straordinario prestigio che ispira ai
deboli la forza brutale.

Chi ha veduto una volta un vero camorrista dai muscoli di ferro, dal
cipiglio più che marziale, dalla pronuncia con _rr_ raddoppiate,
in mezzo alle popolazioni dalle molli carni, dalla pronuncia
vocalizzata, dall'indole mite, comprende subito, come se anche non
fosse stato importato, qualche morbo simile alla camorra avrebbe
dovuto sorgere dalla troppa sproporzione fra quelle individualità
energiche, robustissime, e le moltitudini docili e molli. Lo stesso
camorrista, involontariamente, cede a questa legge; figlio della forza
e della prepotenza, si inchina davanti ad una forza maggiore della
sua. Una prova curiosissima di questa influenza si ha in un fatto
raccolto dal Monnier. Un prete calabrese, cacciato in prigione per
avventure galanti, fu richiesto al suo ingresso della solita tassa
dal camorrista; rifiutò, ed alle minaccie del settario rispose che, se
avesse un'arme in mano, niuno avrebbe avuto il coraggio di minacciarlo
a quel modo. «_Non c'è difficoltà_, rispose il camorrista», e in un
batter d'occhio gli offerse due coltelli: ma dopo pochi colpi egli era
freddato: alla sera, il quasi involontario uccisore, che tremava della
vendetta settaria più assai che della giustizia borbonica, con sua
grande sorpresa si trovò in vece offerto il _barattolo_ della camorra.
Era, senza volerlo, stato ammesso fra i camorristi. E così accadde ad
un Calabrese che si rifiutò di pagare la tassa, e minacciò di coltello
il camorrista (Monnier, pag. 28).

Onofrio: «_In Sicilia_, scrive, _si dice mafioso chi ha del coraggio_«.

La camorra è dunque l'espressione della naturale prepotenza di chi si
sente forte in mezzo a moltissimi che si sentono deboli.

Ma non è solo la forza dei pochi che la mantiene, è sopra tutto la
paura dei molti. Il brigante Lombardo propalava, come i più caldi
partigiani delle sue imprese fossero gli onesti proprietari, che
per paura di averselo nemico, gli additavano le case dei vicini da
derubare: «e non pensavano, continuava egli, che essi alla lor volta
sarebbero stati additati da altri; sicchè in complesso ci rimettevano
molto di più che se si fossero associati tutti insieme contro di me».
Un solo camorrista inerme si presenta, scrive Monnier, in mezzo ad una
folla di parecchie migliaia di individui ad esigere il suo barattolo,
ed è docilmente ubbidito, più che se fosse un regolare agente delle
tasse.—Lo spirito della camorra, scrive Mordini (op. cit.), persiste
in Napoli; persiste cioè l'intimidazione davanti ai più sfacciati od ai
più procaccianti.

Monnier spiega la grande tenacità della camorra e del brigantaggio
nell'Italia meridionale pel predominio della paura; la religione,
inspirata dai preti, null'altro era che la paura del diavolo; la
politica, null'altro che la paura del re, il quale teneva la borghesia
oppressa colla minaccia dei lazzaroni, e gli uni e gli altri, colla
paura di una polizia e di una soldataglia spietata. La paura teneva il
luogo della coscienza e dell'amore al dovere; si otteneva l'ordine,
non rialzando l'uomo, ma deprimendolo. Che ne avvenne?—La paura fu
industriosamente usata dai violenti.


_Barbarie._—Vi sono poi molte altre piccole circostanze, le quali
tutte mettono capo allo stato poco civile degli abitanti, che possono
influire di molto sul malandrinaggio, perchè offrono maggiori facilità
agli agguati ed ai ricoveri; tale è, per es., l'abbondanza delle
foreste: così le foreste di Sora, Pizzuto, S. Elia, della Faiola, della
Sila, furono sempre il centro del brigantaggio, come in Francia quelle
d'Osgier, Rouvray, ecc. Per ragioni, press'a poco analoghe, le località
deserte di abitanti e non rannodate tra loro da buona viabilità, vi
influiscono assai. Nella nostra Italia vediamo il brigantaggio sfuggire
innanzi alle ferrovie, e non aver mai perdurato dove sono molte e
buone strade, e dove spesseggino le borgate; per es., la provincia
di Siracusa, che è la più ricca di strade della Sicilia, non ha
malandrini; la Basilicata, che ha la peggiore viabilità del Napoletano,
dove 91 Comuni su 124 erano privi di strade, nel 1870, era la più
infestata dai briganti (V. Pani Rossi, op. cit).


_Cattivi governi, ecc._ Anche nel Veneto, fino ai tempi napoleonici
braveggiavano i così detti _buli_, che disponevano a loro grado della
volontà degli altri, pel solo terrore che sapevano diffondere fra i
più.

Nel Messico pochi anni fa i figli di famiglie nobili non credevano
derogare facendosi aggressori di strada, come nel 1400 in Parigi e nel
1600 nel Veneto.

Negli ultimi anni del papato di Clemente XIV si registrarono 12.000
omicidi di cui 4000 nella capitale.

Per conoscere a quali tristi condizioni fosse scesa la società di
questi tempi, basterà notare come i più gloriosi nomi della Repubblica
Veneta fossero pubblicamente banditi, per colpe ignominiose. Ne citerò
solo alcuni. Morosini, Corner, Falier, Mocenigo[171].

«In un reclamo all'imperatore delle comunità di Castiglione, Medole e
Solferino contro Ferdinando II Gonzaga, si prova con testimonianze come
i sicari del principe assassinassero poveri contadini, ne spiccassero
la testa dal busto, esponendola in una gabbia di ferro sulle mura
di Castiglione; come gli arcieri gonzagheschi appiccassero il fuoco
alle cascine ed ai fienili, saccheggiassero case, derubassero denari,
animali, masserizie, tagliassero e sbarbicassero filari di viti, gelsi
e altre piante.

«Nella stessa Repubblica di San Marco, che, pur senilmente infiacchita,
conservava riputazione di severità, erano frequenti le iniquità dei
banditi e, specie nei due ultimi secoli, riuscivano molte volte vani
i provvedimenti, le leggi, le minaccie, i gastighi. Nella città, ove
risiedeva il governo, le violenze poteano reprimersi con sufficiente
energia, ma in terraferma la vigilanza dei Rettori era meno efficace,
e l'impunità avea radici, che i decreti, per quanto severi, del governo
non poteano estirpare.

«Nel Veneto se un nobile commetteva qualche delitto, la giustizia,
chiamiamola pure così, mandava subito fuori bandi contro i riottosi,
che turbavano la quiete della città, ma il popolo, eludendo le leggi,
teneva i banditi in conto e li proteggeva, e il nobile soverchiatore
trovava un rifugio sicuro nel suo castello, ridendosi della forza
pubblica, dileggiando, tra il clamor delle orgie, ordini e magistrati.
I quali magistrati poi, nobili quasi tutti, dopo aver snocciolato
decreti e sentenze contro una sequela di delitti, dopo un gran fracasso
di minaccie, mettevano ogni cosa nel dimenticatoio, giacchè la stessa
forza legale finiva col riconoscere le impunità, gli asili, i privilegi
di alcune classi. Non avea forse affermato colle armi il diritto di
asilo, lo stesso Residente della Repubblica veneta a Milano? Difatti
una mattina il bargello di Milano co' suoi sbirri era passato dinanzi
alla casa del Residente veneto, il quale, per punire tanto ardimento,
fece scaricar fucilate, da cui parecchi sbirri rimasero feriti o
uccisi»[172].

Finalmente, qualche cosa di affatto simile, se non alla camorra,
certo alla mafia siciliana, esisteva pochi secoli sono, al tempo di
Cartouche, a Parigi. I ladri vi si erano organizzati in bande, che
avevano dei centri d'azione nelle stesse guardie di polizia; contavano
i loro pseudo-uscieri, le loro spie; si erano affigliati tutta una
popolazione di osti, facchini, orologiai, sarti, armaiuoli, perfino di
medici.

Nel 1500 in Francia, i _mazzuolatori_, i _Borgognoni_, gli _Zingari_,
erano delle vere sêtte brigantesche, composte di antichi soldati
di ventura, di vagabondi, i quali, a mano a mano che la società si
raffinava, che le strade si aprivano nei centri grossi di Parigi, si
ritiravano ai boschi di Rouvray, Estrellère, ove i fuggiaschi alla
guerra civile andavano ad ingrossarli (Vedi Vol. II, pag. 494).

Ma perchè, qualcuno chiederà: «Se in tempi antichi queste associazioni
criminose esistevano dappertutto, perchè la pratica loro si conservò
solo in alcuni paesi (Napoli), e si spense negli altri?». La risposta è
trovata pensando alle condizioni poco civili del popolo e del governo
sopratutto, che manteneva e faceva ripullulare quella barbarie, che è
prima e perenne sorgente delle malvagie associazioni.

«Finchè i governi si ordinano a sêtte, sentenzia assai bene d'Azeglio,
le sêtte si ordinano a governi». Quando la posta regia frodava sulle
lettere; quando la polizia pensava ad arrestare gli onesti patriotti, e
trafficando coi ladri, lasciava libertà ad ogni eccesso nei postriboli
e nell'interno delle carceri la necessità delle cose contribuiva
a proteggere nel camorrista chi poteva mandarvi un plico sicuro,
salvarvi da una pugnalata nel carcere, o riscattarvi a buon prezzo un
oggetto rubato, od emettervi, in piccole questioni, dei giudizi forse
altrettanto equi e certo meno costosi e meno ritardati di quelli che
potevano offrire i tribunali.

Era la camorra una specie di adattamento naturale alle condizioni
infelici di un popolo reso barbaro dal suo governo.

Anche il brigantaggio era spesso una specie di selvaggia giustizia
contro gli oppressori. Al tempo della servitù in Russia, i _moujik_,
indifferenti alla vita, provocati da sofferenze continue di cui niuno
si preoccupava, eran pronti a vendicarsi coll'omicidio, come ben ci
mostrò già il canto rivelatoci da Dunon. Non v'è (dice il noto autore
dello studio sulle prigioni in Europa) famiglia grande di Russia che
non abbia un massacro dei suoi nella sua storia di famiglia.

La mancanza di circolazione dei capitali, e l'avarizia, spingevano
i ricchi dell'Italia meridionale ad usure e malversazioni contro
i poveri di campagna, che non sembrano credibili. A Fondi, scrive
il Jorioz, molti divennero briganti in grazia delle angherie del
sindaco Amante.—Coppa, Masini, Tortora furono spinti al brigantaggio
dai maltrattamenti impuniti dei loro paesani.—I caffoni (diceva alla
Commissione d'inchiesta il Govone) veggono nel brigante il vindice
dei torti che la società loro infligge.—Il sindaco di Traetto, che si
spacciava per liberale, bastonava per istrada i suoi avversari, e non
permetteva loro di uscire alla sera.—Le questioni che nascevano fra
i ricchi e i poveri, per la divisione di alcune terre appartenenti
ad antichi baroni, il cui possesso era dubbio ed era stato promesso a
tutti, ed in ispecie ai poveri coloni, gli odi che dividevano i pochi
signorotti dei comuni dell'Italia meridionale, e le vendette esercitate
contro i clienti degli uni e degli altri, furono cause precipue del
brigantaggio. Sopra 124 comuni della Basilicata, 44 soli non diedero
alcun brigante; erano i soli comuni, dove l'amministrazione era ben
diretta da sindaci onesti.—Dei due comuni, Bomba e Montazzoli, vicini a
Chieti, il primo, ove i poveri erano ben trattati, non diede briganti;
mentre il secondo, ove erano malmenati, ne fornì moltissimi.—Nelle
piccole terre dell'Italia meridionale, osserva assai bene Villari, vi
ha il medio-evo in mezzo alla civiltà moderna; solo che invece del
barone despotizza il borghese.—A Partinico, città di 20,000 anime,
si vive in pieno medio-evo, perchè i signorotti tengono aperta una
partita di vendetta che dura da secoli.—a San Flavio due famiglie si
distrussero a vicenda per vendicare l'onore.

«Abbiamo sempre in Sicilia, scrive il Franchetti, una classe di
contadini quasi servi della gleba, una categoria di persone che si
ritiene superiore alla legge, un'altra, e questa è la più numerosa, che
ritiene la legge inefficace ed ha innalzato a dogma la consuetudine di
farsi giustizia da sè. E dove la maestà della legge non è conosciuta nè
rispettata, saranno rispettati i rappresentanti di essa? Il pubblico
impiegato in Sicilia è blandito, accarezzato finchè gli autori dei
soprusi e delle prepotenze sperano di averlo connivente, o almeno
muto spettatore delle loro gesta; è insidiato, avversato, assalito,
combattuto con tutte le armi, non appena si riconosce in lui un uomo
fedele al proprio dovere.

«Dopo l'abolizione della feudalità, continua altrove il Franchetti, se
non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata
la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la
prepotenza dei grandi ed i mezzi di sancirla; le giurisdizioni e gli
armigeri baronali. L'istrumento che conveniva adesso di adoperare per
i soprusi era in molti casi l'impiegato governativo o il magistrato. E
ad assicurarsi la loro connivenza non bastava la corruzione, conveniva
inoltre adoperare una certa arte. La stessa doveva adoperarsi per
acquistare o conservare l'influenza su tutti coloro, che la loro
condizione economica non rendeva addirittura schiavi. La violenza
brutale dovette in parte cedere il posto all'abilità e all'astuzia.

«... Ma non perciò era esclusa la violenza almeno nella maggior parte
dell'isola; nulla era venuto ad interrompere le antiche tradizioni, e
rimanevano sempre gl'istrumenti per porla in opera.

«Rimanevano gli antichi armigeri baronali mandati a spasso, oltre
a tutti gli uomini che avevano già commesso reati, od eran pronti
a commetterne, e che non potevano non essere numerosissimi in un
paese dove era tradizionale la facilità ai delitti di sangue, e la
inefficacia della loro repressione. Se non che adesso, i primi come
i secondi, esercitavano il mestiere per proprio conto, e chi avesse
bisogno dell'opera loro, doveva con loro trattar volta per volta e da
pari a pari» (Franchetti, _Condizioni politiche e amministrative della
Sicilia_. Firenze, tip. di G. Barbèra).


_Armi._—Un'altra circostanza è la facilità di portare e maneggiare
armi. I gladiatori, sotto i Romani, furono i più terribili capi
briganti; giunsero a convertire le masnade in vere armate. È da notare
che «in tutto il mezzogiorno d'Italia, dice Tommasi-Crudeli (pag. 73),
cominciando dalla campagna di Roma, il coltello, piuttosto che un'arma
proditoria, è la spada del popolo. Quasi sempre, infatti, l'uso del
coltello è preceduto da una sfida formale. L'abitudine di questi duelli
è così radicata, che durante il rigorosissimo disarmo della popolazione
siciliana, operato dal Maniscalco, in ogni quartiere di Palermo v'erano
dei ripostigli praticati nei muri e conosciuti da tutti i popolani del
quartiere, nei quali erano nascosti due coltelli, a cui si andava a dar
piglio in occasione di rissa. Veramente il coltello non viene adoperato
in Sicilia per ferimenti proditori; ordinariamente per questi vengono
riserbati i rasoi e le armi da fuoco».


_Ozio._—E, figli più spesso della barbarie, vi possono molto l'ozio
e la miseria, che sono pure le cause di tanti crimini comuni. Tutti
convengono, che l'infierire della mafia in Sicilia, sia dovuto,
specialmente, all'influenza dei conventi, che distribuendo le zuppe,
favorivano il pullulare dell'ozio. Cessate le zuppe, i neghittosi
divennero mafiosi. La mafia, dicono tutti i prefetti, è un prodotto
dell'ozio; dove si trovano oziosi, che vogliono vivere senza lavorare,
ivi è la mafia. A Palermo non esisteva pochi anni fa alcun opificio,
tranne la fonderia Orotea e la fabbrica di tabacchi. I ricchi non
mettono in circolazione i loro capitali; il popolo non trova da
impiegarsi, e quando è arrivato a prendere un piccolo posto, ne
è geloso, per tema che qualcuno gli venga a prendere _lo panuzzo_
(Locatelli, op. cit.).

Certo in grazia dell'ozio, preti e frati entrano sempre come parte
e causa di malandrinaggio; il Napoletano, nel XVIII secolo, contava,
su 4 milioni d'abitanti, 115,000 ecclesiastici, di cui quasi la metà
frati; ogni villaggio di 3000 abitanti avea almeno 50 preti. Noto che
nel gergo dei camorristi l'ordine era detto _ubbidienza_, proprio come
nel gergo dei conventi. I preti faceano dell'accattonaggio un mestiere,
spesso un'opera meritoria.

Una delle cause maggiori del brigantaggio e della camorra, dice assai
bene Monnier, era l'abitudine diffusa fra i popolani di Napoli di far
crescere i figli fino dal terzo anno in mezzo alle vie, accattonando
e giurando per tutti i santi di esser orfani e di morire di fame: il
mendicante si trasformava presto in borsaiuolo; cacciato in prigione,
se vile, diventava una vittima; se forte, un affigliato della camorra.

E certo complice dell'ozio era il dolce e fecondo clima di Napoli,
e più, di Palermo, istigatore alla quiete ed alla dimora sulle vie,
che fornendo a poco prezzo i viveri (anche ora a Palermo con pochi
centesimi si hanno tanti fichi d'India da saziare la fame di un
adulto), con faceva sentire il bisogno e il dovere di lavorare.

Ed ecco una delle ragioni perchè nelle capitali tutte, e più in quelle
dei paesi meridionali, vediamo più frequenti le associazioni malvagie,
senza dire che in queste le passioni più violente vi rendono, come
altrove vedemmo, più frequente una data serie di crimini[173].

Ricordiamo ancora, quanto a proposito delle ambizioni ignobili,
dell'avidità poltrone, favorite dal clima, ci additava Rocco De Zerbi.

«La debolezza dell'Italia è alle ginocchia, è alle gambe, ai piedi;
il male, il male vero e profondo è qui. L'idealismo ha poca presa
dove fioriscono gli aranci; e non dobbiamo dimenticare che in questo
paese degli aranci non è mai nato alcun poeta (il Tasso avea sangue
bergamasco). L'idealismo rimane sulle onde e sotto il zeffiro del
firmamento, in queste provincie di pseudometafisici, dove ciascuno,
appena si è infarinato di quattro vecchie e astruse formule Vichiane,
corre di galoppo verso la laurea o l'impiego. L'idealismo non ha
presa in questo paese di avvocati, dove s'apprende fin dalle scuole
a riscaldarsi a freddo ed a rendere gli argomenti e la splendida
intelligenza così elastici da poterli far servire a ogni tesi.
L'idealismo, contrariamente al pregiudizio comune, è vasto patrimonio
dei forti popoli settentrionali, che si strema e si rimpicciolisce a
misura che s'avvicina al dilettuoso suolo del dattero e del banano.

«La tendenza nostra ereditaria non è già l'entusiasmo per un
principio, per un programma, per un'idea, per un'opera d'ingegno;
no; la tendenza nostra ereditaria è il materialismo politico. E non
un materialismo politico grande, magnifico, che mostri la forza di
chi lo concepì, nelle sue proporzioni; non il _tammany-ring_, non
il _mob_, non la vasta e tempestosa corruzione americana; non il Rio
grande non il Mississipi, non il Savannah, non James, non il Potomak,
non il Delaware..., no—il nostro materialismo è un Sabato; il nostro
materialismo è il voler pagare dieci lire di meno l'anno all'agente
delle tasse, o avere un posto nei R. Lotti, o una tabaccheria, o un
impiego al Banco di Napoli, o una croce di cavaliere della Corona
d'Italia, o qualche migliaio di lire con nessun rischio o poca fatica,
e, pei più rispettabili e delicati, il non aver fastidi e l'essere
riveriti e rispettati da tutti. Non siamo di altro capaci che di
piccoli guadagni, di meschini desideri, di ridicole vanità. La nostra è
la corruzione per cinque lire o per la croce di cavaliere che valgono
lo stesso,—in mezzo ad una mollezza generale e ad un'assenza completa
d'attenzione e di precisione.

«Questo è pur troppo l'ambiente: cuore senza calore, cuore di
lucertola; popolo senza tribuni, popolo mussulmano; aristocrazia senza
superbia, senza forza—ed ora senza danaro—aristocrazia dell'ebetismo;
uomini che fanno il mestiere d'aver ingegno; pianeta spento che
percorre la sua orbita per forza d'inerzia;—siamo, in una parola,
_oves_-gregge».

«Oves: è un male; ma non è il peggio; e potrebb'essere un bene. Il vero
e il più grande male è: essere _oves non habentes pastorem_.

Queste medesime greggi apparvero Titani, appena pochi uomini le
spinsero innanzi e fecero la rivoluzione del 1860.

Le moltitudini sono eserciti di zeri; nulla, se manca l'unità—l'uomo o
la classe dirigente degna di governare—»l'uomo nel Cesarismo, la classe
nel governo libero».

Una prova, pur troppo evidente, che la formazione delle associazioni
malvagie dipende dall'adattamento all'indole od alle condizioni di
un paese, l'abbiamo nel vedere ripullulare spontanea la mafia e la
camorra, anche dopo la distruzione od il sequestro dei suoi membri.

Nel 1860-61 a Napoli si inviarono a domicilio coatto molti camorristi;
malgrado ciò, la camorra, per un momento domata, ripullula, ora, più
fiera che prima, minaccia i consigli elettorali, l'_arbor vitæ_ del
nostro paese.

La mafia annientata nel 1860 in Palermo, nel 1866 ritornò armata e
potente.—La camorra annientata nel 1874 dal Mordini, ritornò nel 1877
sotto il regime di Nicotera, e forse si installava negli uffici più
elevati della città—certo ne fu la grande elettrice.

V'ha di più; a Messina nel 1866 la camorra fu distrutta letteralmente,
coll'uccisione di ciascuno de' suoi membri, non meno di 29; ma gli
uccisori stessi, dopo quell'eccidio, entrati in fama di forti, se ne
prevalsero per camorreggiare peggio dei primi, arrolando fra le proprie
schiere i pochi sfuggiti alla morte.


_Miseria._—Si è parlato molto dell'influenza della miseria. Le
dipinture, che ci ha dato il Villari sulle miserie del nostro popolo
del sud, sono tali da farci terrore.

«In Sicilia, scrive egli, altra relazione tra i contadini e i loro
padroni non v'è che quella dell'usura e della spogliazione, di
oppressi ed oppressori. Se viene l'annata cattiva, il contadino torna
dall'aia piangendo, colla sola vanga sulle spalle. E quando l'annata
è buona, gli usurai suppliscono alla grandine, alle cavallette,
alle tempeste, agli uragani. I contadini sono un esercito di barbari
nel cuore dell'isola, e più che contro il governo, insorgono sempre
per vendicarsi di tutte le soperchierie e le usure che soffrono, ed
odiano ogni governo, perchè credono che ogni governo puntelli i loro
oppressori.

Negli Abruzzi vi è il sistema di mezzeria, ma nei tempi di cattivo
raccolto, il contadino si sottomette all'usura del 12%. S. Jorioz
racconta di una donna che pagava al suo padrone per ogni scudo
imprestato 5 grani, ossia il 240%.

«Nelle Puglie i contadini stanno quasi tutto l'anno nei campi, venendo
chi ogni quindici, chi ogni ventidue giorni a rivedere in città la
moglie. In campagna vivono in cameroni a terreno, dormendo in nicchie
scavate nel muro intorno intorno, sopra un sacco di paglia. Li
comanda un _massaro_, che somministra ogni giorno a ciascuno un pane
nerastro, del peso di un chilogramma, che si chiama _panrozzo_. Questo
contadino lavora dall'alba fino al tramonto; alle 10 del mattino riposa
mezz'ora e mangia un po' del suo pane. Alla sera, cessato il lavoro,
il _massaro_ mette sopra un gran fuoco, che è in fondo al camerone,
una gran caldaia, in cui fa bollire dell'acqua con pochissimo sale.
In questo mezzo i contadini si dispongono in fila, affettano il pane,
che mettono in scodelle di legno, in cui il _massaro_ versa un po'
dell'acqua salata con qualche goccia d'olio. Questa è la zuppa di tutto
l'anno, che chiamano _acqua-sale_. Nè altro cibo hanno mai, salvo nel
tempo della mietitura, quando s'aggiungono da uno a due litri e mezzo
di vinello, per metterli in grado di sostenere le più dure fatiche. E
questi contadini serbano ogni giorno un pezzo del loro chilogramma di
_panrozzo_, che vendono o portano a casa per mantenere la famiglia,
insieme con lo stipendio di circa 132 lire all'anno, con di più un
mezzo tomolo di grano e mezzo tomolo di fave, che loro spetta, secondo
il raccolto. Questi sono i contadini che più facilmente si danno al
furto ed alle grassazioni» (Villari).

Che, tuttavia, la miseria non abbia tutte quella importanza che vi
volle attribuire il Villari (molta ne ha certo), spicca subito, dal
pensare che il circondario di Palermo, di Monreale è certo uno dei
meno poveri della Sicilia; che ivi, anzi, i mafiosi più colpevoli
spesseggiano fra le persone benestanti[174]; che Napoli, ove ha
sede esclusiva la camorra, non è certo in peggiori condizioni della
Calabria, della Capitanata. Ed Artena è uno dei paesi poveri della
provincia di Roma.—Quanta miseria non domina nelle infelicissime
campagne della Lombardia, dove il pane del campagnuolo non è solamente
acre, come quello di Foggia, ma putrefatto, e contiene un veleno
peggiore forse della segale cornuta; e, pure, è spesso il suo solo
compenso che, anzi, gli è tolto il giorno in cui cada ammalato?[175]
D'altronde la camorra, come sopra vedemmo, coglie più vittime che
complici fra i poveri di Napoli, e la miseria a pari condizione deve
essere ben minore, dove l'uomo è vestito, si può dire, e nutrito di
sole, che non laddove alle necessità del cibo s'aggiungono quelle del
riparato abituro e del vestiario.


_Ibridismi sociali._—Ma più ancora che la scarsa civiltà di un paese,
vi influisce, sinistramente il cozzo contraddittorio, le mescolanze
della poca o della troppa civiltà; come, p. es., in alcune regioni
d'Italia ed in molte dell'America, dove si vedono popoli tutt'altro
che appieno inciviliti, sotto un reggimento, il cui modello è preso a
prestito dai popoli più civili. Da questa assurda mescolanza, proprio
come da quella delle acque dolci colle salse, sorge un gravissimo
danno, in ispecie quanto alla criminalità, poichè, al pari che
nell'esempio citato, mentre mancano i vantaggi delle due condizioni,
se ne hanno i danni moltiplicati. Così i grandi agglomeri, le maggiori
ricchezze, l'alimentazione più lauta aumentano i vagabondaggi, gli
stupri ed i furti, e ne rendono men facile la rivelazione; mentre
la giurìa, il rispetto alla libertà personale, la facilità delle
grazie rendono, spesse volte, quasi impunito il delitto; e le leggi
elettorali, in ispecie, quando, come in America si estendono fino
all'ordine giudiziario, gli offrono un nuovo strumento di potenza e
di disonesti guadagni. Così si è veduto, ora, la camorra estendere
le sue fila sulla stampa, sulle elezioni dei consiglieri provinciali,
forse anche dei deputati, ed in America dei giudici; col che i tristi
ottenevano, pur troppo, un doppio vantaggio, l'immediato guadagno
prima, e l'affidamento della propria immunità dopo.


_Guerre_.—Vi hanno causa grandissima i perturbamenti politici, le
guerre e le sedizioni. In queste circostanze, gli agglomeri aumentati,
le passioni eccitate, la facilità di avere armi, la minor vigilanza
od energia del governo, sono cause naturali alle associazioni del
mal fare, le quali si ingrossano o diventano audaci a tal punto da
convertirsi in veri avvenimenti politici; come sono le stragi di
Alcolea e delle Comuni di Parigi, quelle attuali del Messico, o della
Nuova Orleans, di S. Miguel, e, fra noi, gli eccidi di Pontelandolfo
e di Palermo. Questi avvenimenti, diventati ora straordinari, erano i
fatti più comuni dell'epoca antica.

Nel medioevo le oppressioni dei baroni avevano dato al brigantaggio il
colore di istituzione sociale, in una difesa o vendetta dei vassalli
contro i padroni, i quali alla loro volta riguardavano la rapina un
nobile mestiere.

Il decennio dopo la restaurazione di Silla fu l'età d'oro dei ladri e
dei pirati in Italia (Mommsen, _R. Geschichte_, 3-53).

Nel 1793, a Parigi in occasione della distribuzione gratuita di pane,
s'agglomerarono tanti vagabondi e malfattori, che si dovette pubblicare
un avviso ai forastieri, perchè non uscissero di notte, se non volevano
essere derubati. I ladri giungevano all'audacia di asserragliare le
strade maestre con corde. Carlo di Rouge era capo di una banda che
saccheggiava le grandi cascine presentandosi come commissario della
repubblica e vestito del suo uniforme.

Durante la guerra napoleonica, vicino ai paesi invasi, eravi un'armata
brigantesca, l'_armata della luna_, composta di falsi soldati e
falsi ufficiali, che saccheggiavano i vinti e i vincitori (Vidocq).
Altrettanto avvenne, qui, al tempo delle invasioni degli Unni, dei Goti
e dei Vandali. Recentemente, quando il Borbone ritiravasi a Roma, il
brigantaggio infierì negli Abruzzi; come quando esso erasi rintanato
in Sicilia, nel 1806, infierì nelle Calabrie; e quando, sotto Murat,
il mestiere del brigante era divenuto pericoloso, i Borboni sbarcarono
nelle Calabrie i galeotti di Sicilia. Chi più rubava era il più ben
accolto dal re. «Gli atti nefandi, scrive il Colletta, perdendo così
la loro natura, e il delitto divenendo una sorgente d'industria, se ne
infestò tutto il reame». Anche nell'alta Italia, molte erano le bande
sorto sotto il dominio di Napoleone, in parte per causa delle leve.

E ciò non parrà strano a chi sappia l'indole immorale della guerra.

Non so quale stupida leggenda fa credere anche ai più o meno serii
pensatori che la guerra sia moralizzatrice, e ve n'hanno molti che nel
vedere la corrente di corruzione che va innalzandosi ogni giorno più,
fino ad affogarci, invocano la guerra a suprema moralizzatrice come
un uragano che spazzerà il sudiciume morale che ci inquina, ma essa
appunto come l'uragano sarà ben facile che esso ci faccia del male, ma
non è possibile che ci faccia del bene.

Lo Spencer in quel bellissimo studio sulla _Morale_ in cui tanti dei
portati della nuova scuola sono intravveduti, mostra che i popoli
bellicosi furono e sono i più immorali.

«I Carens (pag. 121), egli scrive, popolo in perpetuo antagonismo con
tutte le altre tribù sono crudelissimi». Gli Afridi, altra razza Indou
guerriera di cui si dice: «Un Afrido è di solito in lite coi nove
decimi dei suoi parenti», ha mancanza assoluta di senso morale. I furti
vigliacchi, gli omicidi commessi a tradimento e a sangue freddo, sono
per lui il sale della vita.

Fra i Fidii, dice Williams[176], se si dà un rimedio a un indigeno
malato, egli si crede in diritto di reclamare dei viveri, e se gli si
dànno i viveri di reclamare dei vestiti, e così tutto quello che a lui
viene in mente; e se non gli si concede qualcosa si crede in diritto di
ingiuriarie e far violenza: è un popolo guerriero.

Ecco gli effetti della guerra per quanto riguarda l'umanità. Vediamo
ora quella sulla generosità.

«I Fidii, dicono i viaggiatori, non conoscono che la generosità
ispirata dalla vanità».

I Dacota sono interessati, avari, non dànno niente se non sanno di
ricavarne il doppio.

I Nagua, poi, non hanno una scintilla di generosità, sono vili,
traditori, assassini—e son tutti popoli guerrieri.

I popoli pacifici invece sono ospitali, dolci. Passando dagli Annamiti
cristiani e guerrieri, alle tribù pacifiche della montagna[177],
ci sentiamo riconfortati: lo straniero è sicuro di trovarvi larga
ospitalità; subito ammazzano in suo onore un porco e gli presentano la
coppa dell'amicizia. La stessa differenza trovò fra i Malesi e i Fakun.

Quanto alla giustizia è naturale che debba scarseggiare in costoro, in
cui tutto sta nella forza del pugno, e il duello al più era il miglior
giudice.

Dai primordi della civiltà, è solo man mano che il regime militare
ha cessato di predominare, che i rapporti fra i cittadini sono andati
conformandosi all'equità e alla giustizia: i popoli guerrieri, i Fidii,
i Dacota, i Negritos, non ne hanno idea; questi ultimi, se è loro
ammazzato un uomo, ne uccidono un altro di una tribù vicina, anche se
non ha niente a che fare coll'omicida. I Todas, invece, gli Has, tribù
ancora allo stato primitivo, ma pacifiche e laboriose, sono piene di
rispetto per le donne, onesti, veritieri. Un Wedda (tribù pacifica
dell'India) non sa neanche concepire che un uomo si impadronisca di
qualcosa che sia d'altri.

Fra gli Hos e i Lethos l'individuo provato reo di furto, si uccide da
sè.

«Di tutti i flagelli, scriveva Erasmo, la guerra è il peggiore, perchè
ha sui costumi degli uomini un'influenza più dannosa che sulle loro
persone ed averi».

«La guerra, scrive Franklin, riunisce le più grandi truffe nelle
forniture, le gesta più triste dei briganti, col furto, collo stupro,
colla devastazione e l'incendio. Salvo gli antichi Romani, nessun
popolo s'arricchì colla guerra. Nelle guerre tutte, principiando
da Troia, il furto è il grande scopo. Gli orrori più grandi vi si
commettono senza rimorsi; niuno arrossisce di commettere i più comuni
delitti: si gioca, infatti, a chi più brucia ed uccide».

È dunque provato che la crudeltà, la ingiustizia, la mancanza di senso
morale, la tendenza al furto vanno per lo più (vi è qualche eccezione,
gli Spartani, p. es., i Germani antichi) incontrandosi nei popoli
più dediti alla guerra, mentre le migliori virtù, la giustizia e la
moralità, s'incontrano, fino dai tempi antichi, fino tra i selvaggi,
nelle tribù pacifiche.

Ciò è naturale perchè gli istinti messi in giuoco dalla guerra non sono
che quelli della prepotenza, della cupidigia, della ferocia. Sono tutti
gli istinti più egoistici e più bestiali, e guerre infatti si dànno,
non solo nei popoli primitivi, ma più nelle bestie. Ora, come possono
le risultanze e gli sfoghi cumulati degli istinti più tristi, dare
risultanze morali? Sarebbe come dire che a furia di fare il brigante
l'uomo divenisse morale, più morale del pacifico lavoratore, o meglio
ancora di colui che consuma parte del proprio a pro degli infelici.

La storia naturale ci insegna che anche sugli infimi strati zoologici
ove si andarono formando le istituzioni militari, si andò comprendendo
il danno immenso di queste caste immobilizzate, a non altro pronte
che a ferire: nelle termiti, il nostro Grassi, un geniale zoologo,
ha osservato che esse hanno bene una casta di soldati, i quali non
hanno altra occupazione che di proteggere colla forza gli operai della
tribù, ma, prima di tutto, questi li mantengono assai male, colle loro
feci (e a simile prezzo manterrei io pure 20 corpi d'armata): ma non
contenti di ciò, quando essi sorpassano un certo numero determinato, 1
soldato su 14 operai, poco fraternamente li uccidono nella notte, non
conservando che quegli indispensabili alla difesa.

Non sarebbe il caso che le razze europee andassero a scuola dalle
termiti?


_Partiti e dissenzioni civili._—E naturalmente più sinistramente
influiscono quelle vere guerre intestine che provocano le lotte troppo
vive di classe, o di partiti.

Lo spirito settario, benchè animato dalle più pure intenzioni, converte
spesso in nucleo malvagio l'associazione; lo vedemmo pei frati in
genere, lo vedemmo testè in Ravenna, e più ancora, assai addietro nel
Napoletano, dove la camorra certo ha preso piede anche in grazia della
diffusione straordinaria che v'ebbero sul principio del secolo le sêtte
dei Carbonari e dei Calderai in cui eran divise quasi tutte le classi
colte; e ciò direttamente, quando armavano la mano (come nel 1828 a
Salerno) di sicari comuni per iscopi politici, e più, indirettamente,
promovendo l'andazzo ad associazioni segrete.

Recentemente, in Sicilia, la reazione borbonica si serviva della mafia,
come i rivoluzionari tentarono servirsi della camorra.

«In tutte le rivoluzioni di Palermo, scrive Tommasi-Crudeli, una parte
rilevante è stata rappresentata dalla gente manesca e facinorosa,
spintavi dall'odio ai dominanti, ma più ancora dai suoi istinti
anarchici, e dall'idea che libertà significasse cessazione dell'impero
della legge.

«Nè il loro concorso era rifiutato dagli onesti, tanto più che
l'entusiasmo generale conteneva i pravi istinti di quella gente ed
eccitava i più nobili, che, in uomini d'una razza così fiera come la
siciliana, non periscono mai. Ma poi la bestia si mostrava. Aprivano
le prigioni, e coi carcerati si ingrossavano le squadre, si imponevano
al governo, facendo più o meno prevalere una bestiale anarchia, di
cui approfittava il Borbone, come avvenne nel 1820, nel 1849. Nel 1860
avvenne pure egualmente, e la mafia, sollevatasi con Garibaldi, formò
squadre, aprì le prigioni, passeggiò armata, e compì efferate vendette
per entro Palermo. Ma il prestigio di Garibaldi fu più forte di essa, e
furono disciolti. Tentava poco dopo, gittarsi al partito d'azione, ma
ne venne respinta, e nel 1866 essa compare armata, e domina per sette
giorni in Palermo, come reazionaria, in occasione dell'abolizione delle
corporazioni religiose» (Op. cit.).

I camorristi nel 1860 salvarono Napoli dal saccheggio; impedirono,
quando furono trasformati da Liborio in poliziotti, i piccoli delitti,
assai più che l'antica sbirraglia borbonica; ma a poco a poco divennero
alla lor volta i soli malfattori; organizzarono il contrabbando per
terra e per mare, sotto apposito capo; con un tributo ai camorristi, i
carrettieri non pagavano più nulla ai gabellieri. Fuvvi un giorno, in
cui le gabelle delle porte di Napoli non produssero al municipio che
25 soldi. E quando e' si videro spodestati e decimati da Spaventa, si
diedero all'opposizione, minacciarono rivoluzioni in Napoli, iniziarono
(1862) aggressioni, rivolte audacissime nelle città.


_Emigrazione_. E non poco sfavorevolmente vi influisce L'emigrazione
che abbiamo visto causa sì grave della criminalità sporadica.
L'emigrante rappresenta quella specie di agglomero umano che ha
la massima facilità ed incentivo al delitto associato: maggiori
bisogni, minore sorveglianza, minore vergogna; maggior agio di
sfuggire alla giustizia, uso del gergo; ed i ladri sono quasi sempre
nomadi. A Nuova-York il contingente massimo della delinquenza è dato
dall'emigrazione, e l'Italia non vi fa la migliore figura[178]. Gli
emigranti abbruzzesi formarono il maggior contingente della banda
Mancini (Jorioz).—La banda di Fiordispine era in origine composta tutta
di stagnai, cerretani, mietitori, merciai ambulanti, i quali, già del
resto, si segnalano, pur troppo, anche nel delitto sporadico.

Anche quegli emigranti che più dovrebbero rifuggire dal delitto, come
coloro che pellegrinano, solo, per principio religioso, offersero una
cifra notevole alla criminalità associata. Il vocabolo di _mariuolo_
par certo derivasse da quei pellegrini di Loreto o di Assisi, che
usavano gridare in coro: _Viva Maria_, commettendo nel medesimo tempo
stupri e ladronecci che credevano espiare col pellegrinaggio (Lozzi,
_Dell'ozio in Italia_. Firenze, 1870), il quale riesciva per loro,
così, un comodo mezzo al delitto e un altro ancor più comodo per la
penitenza, una specie di quella famosa lancia che feriva, ma subito
dopo guariva le ferite. Una prova sicura di ciò ho rinvenuta testè in
un curioso decreto del Re di Francia datato dal settembre 1732, che
richiama altri decreti del 1671 e 1686, emanati appunto per impedire
i pellegrinaggi, i quali sono dichiarati causa frequente di gravi
delitti[179].

Forse per ciò i paesi dove hannovi _santuari_ celebri sono in genere,
più malfamati, come osservava D'Azeglio ne' suoi _Ricordi_.


_Capi_.—Il trovarsi, in un dato momento e paese dove abbondino gli
elementi del delitto, un malfattore di genio, o di grande audacia,
oppure di influente posizione sociale, è una delle cause più favorevoli
alle associazioni al mal fare. Così le bande di Lacenaire, Lombardo,
Strattmatter, Hessel, Maino, Mottino, La Gala, e Tweed devono l'origine
e la lunga impunità alla grande intelligenza dei capi.

Il Cavalcanti era un brigante di tanto genio che quasi tutti i suoi
gregari, più fortunati dei generali d'Alessandro, divennero terribili
capi briganti; come Canosa, Egidione, ecc.

La banda di assassini ed incendiarî di Longepierre sfuggiva ad ogni
indagine, perchè era organata e protetta dallo stesso sindaco del
paese. Il Gallemand, cogli incendî si vendicava degli avversari
amministrativi, o rinviliva il prezzo dei beni, di cui voleva far
acquisto.


_Carceri_.—Ma la principalissima fra le cause è la degenza nelle
carceri che non siano costrutte a sistema cellulare. Quasi tutti i capi
malfattori: Maino, Lombardo, La Gala, Lacenaire, Souffard, Harduin,
eran fuggiaschi dalla galera, e scelsero i loro complici fra quei
compagni che vi avevan dato prova di audacia o di ferocia.

La prima origine della camorra è nelle carceri. Essa dapprima non
padroneggiava che colà; ma quando, sotto il re Ferdinando, nel 1830,
molti galeotti, per grazia regia, vennero posti in libertà, pensarono
di trasportare i guadagni ed il costume delle carceri, a cui si erano
abituati, anche nella vita libera (Monnier, pag. 58). E pochi anni
sono, la camorra sceglieva i suoi capi fra i carcerati della Vicaria,
ed i camorristi liberi non prendevano deliberazione importante senza
essersi intesi con questi.—La camorra, distrutta dovunque in Napoli
dalla mano potente del Mordini, pur perdura ancora nelle carceri che
furono la sua prima culla.—La stessa parola _mafia_ è un prodotto delle
prigioni. A Palermo, scrive un acuto osservatore[180], i malfattori
d'azione si fanno nelle carceri giovandosi di elementi nuovi solo
quando non ne possano fare a meno per date imprese. La maggior parte
degli affigliati alla banda che derubò il Monte di Pietà di Palermo
proveniva dalle carceri. Il vecchio brigantaggio napolitano si reclutò
fra i molti galeotti messi in libertà dalle frequenti grazie regie, non
meno di 19 in 30 anni (1760 al 1790).—Le analogie singolari negli usi
ed anche nelle denominazioni dei gradi fra gli accoltellatori Ravennati
ed i camorristi mi fanno credere che i riti di quelli sieno stati
ricopiati da questi, che certo li appresero nelle carceri, come i riti
dei malandrini siciliani furono importati dal Lombardo, sulla falsariga
della camorra carceraria di Calabria.

E tutto ciò è naturale a chi ricordi i lugubri versi dei malfattori
Palermitani (V. sopra): _la carcere è una fortuna che il cielo vi
invia, perchè vi insegna il luogo e i compagni del furto_. Noi,
precisamente quando crediamo vendicare e difendere la società colla
carcere, somministriamo ai delinquenti i mezzi di conoscersi, di
istruirsi e di associarsi nel male.


_Influenza della razza_.—Più sopra abbiamo toccato della grande
influenza della razza sul delitto; è quindi naturale che debba influire
sulle associazioni (V. vol. II).

Gli Zingari si potrebbero chiamare, in genere, come i Beduini, una
razza di malfattori associati.—Negli Stati Uniti il negro (secondo A.
Maury), nell'Italia meridionale l'Albanese ed il Greco pare influiscano
in un senso analogo, e, qualche volta, anche l'indigeno; St. Jorioz
scriveva, per esempio, parlando di Sora: «Di ladri formicola questo bel
paese; ve ne sono tanti quanti sono gli abitanti.» (V. sopra), il che
spiegherebbe come riuscissero eletti dei briganti a consiglieri del
comune.—Gli abitanti di Castelforte e di Spigno proteggono i ladri,
col patto che rubino fuori del loro paese.—Gli abitanti dei dintorni
di Palermo, fra cui formicolano i mafiosi, discendono dagli antichi
_bravi_ dei baroni (Villari); e rimontando più in su, dai rapaci arabi
conquistatori, confratelli dei Beduini (V. s.). —Ho osservato, scrive
D'Azeglio parlando dei Romani, che negli antichi feudi del medio-evo
(Colonna, Orsini, Savello) è rimasta nella popolazione l'impronta
di quella vita di odio, di guerre, di parteggiare continuo, che era
vita normale di tutto l'anno in quei felici secoli; vi si trova fra i
giovani quasi generale il vero tipo del _bravo_ (_Bozzetti della vita
italiana_, pag. 187).


_Eredità_.—Codeste questioni di razze, è facile a capirsi, si risolvono
in una questione di eredità.

Fra i moderni briganti meridionali ve n'erano alcuni che discendevano
dal terribile Fra Diavolo. Molti tra i famosi camorristi sono fratelli,
come per es., i Borelli, e sono noti i sette fratelli Mazzardi di
Cannero, i fratelli Manzi da Cerro, i Vadarelli, i La Gala, ed in
Nord-America i fratelli Youngas che giunsero a svaligiare in pieno
giorno le banche pubbliche del Minnesote. La banda di Cuccito, quella
di Nathan erano tutte composte di parenti, fratelli, cognati. Qui oltre
l'influenza dell'eredità, che può raffinare nell'arte del male come in
quella del bene, oltre l'influenza della tradizione, dell'educazione,
si aggiunge, anche, l'aiuto materiale del numero. Una famiglia di
malfattori è una masnada già bella e formata, e che ha, col mezzo delle
parentele, il modo di ingrossare e di eternarsi nei figli (V. sopra).

Nel 1821, le comuni di Vrely e di Rosières erano funestate da furti
e assassinî, che mostravano una conoscenza del luogo ed una audacia
non comune. Il terrore impediva le denuncie; finalmente la giustizia
colpiva i colpevoli, che appartenevano tutti ad una famiglia. Nel
1832, vi si ripeterono i furti; ne erano autori i nipoti dei primi
arrestati.—Nel 1852 e fino al 1855 si rinnovarono continui assassini
nelle stesse comuni. Gli autori n'erano sempre i pronipoti dei primi,
che mettevano capo a quei Chretien, Lemaire e Tanre di cui demmo sopra
a pag. 191 lo strano albero genealogico.

Questo ci mostra assai bene perché in un dato villaggio troviamo
un continuo risorgere e raggrupparsi di delinquenti. Basta colà sia
sorvissuta una sola di queste famiglie malvagie perfezionatasi nel male
per l'affinità elettiva che i criminali hanno fra loro (v. s.), per
corrompere, in breve, tutto il paese; ed ecco giustificata, fino ad un
certo punto, la barbarie degli antichi e dei selvaggi, che punivano,
insieme ai colpevoli, anche gli innocenti loro congiunti.


_Altre cause_.—I delinquenti si associano, spesso, per necessità,
per poter reagire alla forza armata, o per sottrarsi alle indagini
poliziesche, portandosi in punti lontani dal loro soggiorno, benchè
siasi notata costante, in quasi tutti i malfattori associati, la
tendenza a compiere le loro gesta intorno alla zona del proprio paese.

Si associano, anche, per completarsi a vicenda nelle speciali
attitudini, come Lacenaire che era vile, con Avril feroce e
sanguinario; e Maino e La Gala che erano coraggiosi, ma ignoranti,
con Ferraris e Davanzo che sapevan di lettere.—La maggior parte
essendo vigliacchi, cercano nel compagno quel coraggio che manca loro
naturalmente.

Si aggiunga, che per molti il delitto è una specie di partita di
piacere, che mal si può godere da soli.

Alle volte l'associazione ha origine da un puro accidente: p. es.,
Teppas uscendo dalle carceri, si dà a svaligiare un ubbriaco; ma appena
iniziata l'impresa, si sente chiamare da Faurier, che vuol dividere il
bottino;—da quel momento nacque la banda Teppas.

I più piccoli accidenti, dice Mayhew, sono cause del formarsi delle
bande di ladruncoli in Londra; p. es., il trovarsi nello stesso
quartiere, nella stessa contrada, il portare il medesimo nome;
l'essersi incontrati, all'uscir dalle carceri.

L'abate Spagliardi ben giustamente fa avvertire, che precipua causa dei
malandrinaggi lombardi sono i ritrovi dei monelli in dati siti; p. es.,
in Milano, in piazza Castello, all'Incoronata, ritrovi spensieratamente
tollerati come innocui dalla polizia; ed ecco un'altra delle cause per
cui la camorra domina solo in Napoli e cessa fuor delle sue porte.



CAPITOLO XVIII.

Cause di delitti politici.


Abbiamo visto che il delitto politico è una specie di reato per
passione che intanto è dannoso e punibile in quanto porta offesa al
sentimento della conservazione, all'odio del novo, proprio della razza
umana, specialmente nella religione e nella politica[181]. E abbiam
visto che qui i giovani pigliano una parte maggiore (V. vol. II) ed i
popoli più intelligenti e più colti, ed abitanti dei paesi caldi.


_Orografia._—E grande vi è l'azione orografica. Si può dire che i
principali conati per la libertà e le ultime resistenze alla servitù
si notarono sempre fra gli abitanti delle montagne; tali i Sanniti,
i Marsi, i Liguri, i Cantabri, i Bruzzi contro i Romani; gli Asturii
contro i Goti ed i Saraceni; gli Albanesi, i Transilvani, i Drusi,
i Maroniti, i Mainotti[182] contro i Turchi; i Tlascalisi ed i
Chileni nelle Americhe; i montanari di Schwitz-Uri ed Unterwald
contro l'Austria e la Borgogna. Così nelle Cevenne in Francia ed in
Valtellina e Pinerolo da noi, malgrado le _dragonnades_ ed i supplizi
dell'Inquisizione, sorsero i primi conati a favore della libertà
religiosa.

Così avvenne più recentemente dei popoli del Caucaso.

In Inghilterra, nella regione montuosa del paese di Galles, fu
difficile stabilire la dominazione d'un solo capo e più ancora il far
riconoscere quella del potere centrale.

Secondo Plutarco, Atene dopo la sedizione di Cimone si divise in tre
partiti corrispondenti alla varia configurazione geografica del paese:
gli abitanti della montagna volevano ad ogni costo il Governo popolare,
quelli della pianura chiedevano un Governo oligarchico, e coloro che
abitavano presso il mare stavano per un Governo misto.


_Luoghi concentrici._—Nei punti ove convergono le valli, e perciò
si agglomerano le popolazioni per i loro bisogni morali, politici e
industriali, queste son più novatrici e ribelli.

La Polonia, forse, dovette la precocità della sua civiltà e delle sue
rivolte, come poi le sue sventure, alla sua posizione di cuneo o di
ponte fra gli Slavi, i Tedeschi ed i Bizantini.

I dipartimenti di Francia lungo i grandi fiumi, Senna, Rodano, Loira, o
con grandi porti, diedero, indipendentemente da altre cause, il maggior
numero di voti rivoluzionari[183].


_Densità._—Altrettanto si dica della maggior densità demografica e
della maggiore attività industriale che sono in rapporto al maggior
spirito ribelle ed evolutivo, mentre le popolazioni agricole e a minima
densità sono più spesso le più conservatrici[184].


_Salubrità e genialità._—E la salubrità e fertilità della terra hanno
pure una forte influenza, come ho dimostrato con lunghe serie di cifre,
fra noi, e moltissimo vi può la genialità maggiore, per cui Firenze,
Atene e Ginevra furono le più geniali e le più ribelli; e i genii e le
rivoluzioni fioriscono nelle Romagne e nella Liguria, che sono fra le
terre più salubri d'Italia[185].

In Francia si mostra il parallelismo ancor più chiaro, essendovi—in
75 su 86 dipartimenti—contemporaneo predominio del genio e dell'alta
statura e dei partiti antimonarchici[186].


_Razze._—E molto vi può l'influenza etnica. Dallo studio delle
votazioni e delle rivoluzioni di Francia io ho potuto dimostrare che i
dipartimenti con prevalente razza Ligure o Gallica diedero il _massimo_
dei ribelli, mentre quelli con razza Iberica e Cimbrica ne diedero il
minimo. E v'hanno paeselli e città, come Arluno, Livorno,—con notoria
costante tendenza ribelle[187].

L'indole ribelle degli antichi Romagnoli (_Romagna tua non fu mai
senza guerra_), l'origine e la storia dei Livornesi e dei Liguri
Apuani ci può giovare a spiegarci il divamparvi anche ora così spesso
dell'anarchia e della ribellione[188].


_Innesti._—Un'azione etnica più chiara si sorprende nell'innesto
reciproco di razze, che può farle divenire tutte più rivoluzionarie,
più progressive: è un fenomeno che si collega a quello scoperto nel
mondo vegetale da Darwin, secondo cui la fertilizzazione anche nelle
piante ermafrodite deve essere incrociata; e colla legge di Romanes,
secondo cui prima causa delle evoluzioni sarebbe la variazione
indipendente.

Ne abbiamo un esempio negli Jonii, che pur essendo affini ai Dori,
furono rivoluzionari e diedero i maggiori genii (Atene), certo
anche perchè, precocemente mescolati coi Lidii e coi Persiani nelle
colonie dell'Asia minore e nelle isole loro, subirono un doppio
incrociamento—di razza e di clima.

L'innesto colla razza Germanica, reso più potente perchè in istato
nascente, spiega il fenomeno della coltura della Polonia venuta in
breve tempo gigante in mezzo agli altri Slavi ancora rozzi, e quando
non erano molto civili quegli stessi Tedeschi che le importarono i
primi semi di civiltà[189], e ci dà in parte la ragione delle sue
continue ribellioni successe.

L'innesto climatico ed etnico degli indigeni coi coloni Europei nelle
Repubbliche spagnuole fa che esse siano molto più attive nei commerci e
perfino negli studi;—e più ribelli. La Spagna non conta un Ramos-Mejas,
nè un Roca, nè un Mitré.

Ed è senza dubbio alla mistione di sangue tedesco che si deve la strana
frequenza nella Franca Contea, negli ultimi tempi, dei più grandi
rivoluzionari scientifici (Nodier, Fourrier, Proudhoe, Cuvier)[190].

In Sicilia vi ha maggior tendenza evolutiva e ribelle che nel
Napoletano, perchè il sangue vi è più misto; e ciò si nota specialmente
in Palermo, dove la mescolanza di sangue normanno e saraceno fu più
intensa.


_Cattivi governi._—Un Governo, in cui il benessere pubblico
sia negletto e gli onesti perseguitati, è causa di rivolte e
di rivoluzioni. Le persecuzioni vi mutano le idee in sentimento
(Machiavelli).

Beniamino Franklin, alla vigilia della Rivoluzione americana, in un
opuscolo intitolato: _Regole per fare di un grande impero uno piccolo_,
così riassume le cause di mal governo che, infatti, trascinarono poi il
suo paese alla rivolta:

«Volete voi, scriveva rivolgendosi alla metropoli, irritare le vostre
colonie e spingerle alla ribellione? Ecco un mezzo infallibile:
Supponetele sempre disposte alla rivolta e trattatele di conseguenza:
ponete presso di loro dei soldati che, per la loro insolenza,
provochino alla rivolta e la reprimano con delle palle e delle
baionette».

In un paese, in cui le riforme politiche vanno di pari passo colle
aspirazioni del popolo, le sommosse sono poche o nulle, come lo prova
l'Italia, in cui, per quanto imperfetto, pure il regime attuale segna
un indiscutibile progresso sugli anteriori, quantunque il desiderio
della unificazione politica e legislativa, soverchiamente spinto, non
tenga nel dovuto calcolo le differenze di clima e di costumi delle
varie regioni[191].

In Francia un regime adatto per le classi colte, ma non per le infime,
come quello degli Orléans, moltiplicò le rivolte ed i reati politici;
che scomparvero invece sotto il Governo cesareo-democratico di
Napoleone III, che più confortava le plebi col fasto e col tentativo
di riforme sociali. Ciò appare dalla statistica degli accusati e
delle accuse in cause politiche dal 1826 al 1880 (compresi i reati di
stampa), dalla quale si rileva, infatti, come il periodo napoleonico
(1851-1870) corrisponda al minimo dei processi politici:

                     In contradditorio      Contumaci
  Medie annuali             Cause             Cause
  1826-30                    13                284
  1831-35                    90                406
  1836-40                    13                 63
  1841-45                     4                 41
  1846-50                     9                271
  1851-55                     4                 —
  1856-60                     1                 —
  1861-65                     1                 —
  1866-70                     1                 —
  1871-75                    10                 64
  1876-80                     —                  6
                            ———               ————
                            146               1185


_La lotta per la supremazia fra le varie classi sociali_ è un effetto
di quell'ineguaglianza, che Aristotile chiama fonte di tutte le
rivoluzioni[192]. «Da una parte, egli scrive, vi sono coloro che
vogliono l'eguaglianza e che insorgono, se credono di aver meno degli
altri, anche se sono eguali a coloro che hanno di più: dall'altra
parte coloro che aspirano al potere, si sollevano, se essendo ineguali,
pensano che non vi ha giusta ragione dell'ineguaglianza».

Basta che una classe dominante abusi del potere perchè susciti la
reazione; e già Aristotile ebbe a dire (_Politicon_, VIII) che: «da
qualunque lato penda un governo, esso degenera sempre, per l'esagerarsi
dei principi su cui è fondato».

In Francia la Rivoluzione dell'89 che sembrava dovesse spegnere il
principio monarchico nel sangue d'un re, degenerata in anarchia,
preparò l'Impero, che risorse di nuovo dopo i torbidi anarchici
della Repubblica del 1849. Le torture che infliggevano Demofilo e sua
moglie ai loro servi furono (insieme alle abitudini di un autorizzato
brigantaggio) causa della grande rivolta dei servi in Sicilia.


_Prevalenza esclusiva di una classe. Preti._—Indipendentemente da
ogni forma di governo, il solo prevalere di una classe, di una casta
sull'altra, fu sempre pericoloso, arrestando lo svolgimento organico
di un paese e predisponendolo per questo prima all'atrofia, poi
all'anarchia, con un processo opposto, ma egualmente fatale, delle
violente rivolte.

Così la preponderanza del clero in Spagna, in Iscozia, da noi nello
Stato Pontificio e nel Napoletano, ritardò lungamente quei paesi sulla
via del progresso e li spinse a rivolte.

Così la tirannia dei patrizi a Roma, per quanto sconfitta, condusse
prima a Saturnino, a Catilina, poi alla dittatura di Cesare; e questa
produsse a sua volta il tentativo di Bruto, che fallì al suo scopo,
perchè gli Imperatori incarnavano una giusta reazione delle classi
umili contro le oligarchiche.

E non di rado gli oligarchi, come a Cnido, rivaleggiando fra loro, per
il potere ristretto a troppo pochi, lasciarono il varco al popolo che
li abbatte. Questa volta sono essi stessi che si fan demagoghi, per
vincere i compagni (Aristotile, o. c.).

Nel medio Evo, a Firenze, la tirannia dei nobili preparò il trionfo
dei popolani grassi: e gli abusi di questi provocarono, a loro volta,
la chiamata del Duca d'Atene, il quale per quanto poi cercasse di
reprimere le prepotenze, finì coll'inimicarsi anche la plebe, che lo
cacciò.


_Classi equilibrate._—Dove invece le classi sociali e i poteri che ne
derivano, si equilibrano, la libertà si mantiene e le rivoluzioni si
fanno rarissime: così la durata di Sparta secondo Aristotile derivò
dall'equa distribuzione dei poteri tra le classi alte, rappresentate
dal Senato, le basse dalla Eforia che si eleggeva per suffragio, ad
alta voce, nelle piazze, ed i re, le cui attribuzioni erano limitate e
che per essere in due, e quindi facilmente discordi, raramente potevano
divenire tiranni.


_Partiti e sêtte_.—I partiti e le sêtte, a volta utili nella lotta dei
deboli contro i forti, furono spesso, come li chiama il Coco, _mezzi di
corruzione dell'uomo che a sua volta corrompe la nazione_.

Se ne può trovare evidente conferma nello spettacolo che offrirono i
nostri Comuni medioevali e specialmente Firenze, in cui l'intolleranza
e l'esagerazione dei partiti portarono, secondo il Perreus[193], il
completo esaurimento politico ed intellettuale.

Peggio è poi quando i partiti cadono nell'esagerazione: lo prova il
Sarmiento per la Repubblica Argentina, dove alla reazione di Rosas
contribuirono appunto le esagerazioni degli Unitari di Buenos-Ayres,
costituito da veri tipi di utopisti rivoluzionari ideologici come i
nostri Mazziniani, che procedevano diritti col capo alto, senza deviare
mai, adoperando sempre certe loro frasi sdegnose; alla vigilia di una
battaglia si occupavano di un regolamento, di una formula, di una frase
pomposa: impossibile trovare uomini più ragionanti, più intraprendenti
e più... privi di senso pratico[194].

Quanto più progredirono i partiti nell'influenza politica, scemò
invece collo sviluppo della libertà l'importanza delle sêtte, che erano
appunto frutto dell'oppressione, perchè, come ben scrisse il Coco, la
persecuzione muta le idee in sentimenti e questi in sêtte; per questa
stessa loro origine, forse, la civiltà moderna va loro debitrice di
non pochi servigi e riforme nel campo politico: basti ricordare i
Carbonari in Italia, i Cartisti in Irlanda, le Eterie in Grecia e gli
stessi Nichilisti in Russia, per quanto i loro ideali non sembrino
corrispondere ai desideri della gran maggioranza della Russia attuale,
di cui si può dire, come dell'antica scrive lo Stepniaek, che Czar e
Dio siano fusi insieme nell'idea popolare[195].

Da noi la _Mano fraterna_ in Girgenti, scoperta nel 1883, era, in
origine, una specie di società di mutuo soccorso nelle infermità, nelle
morti. Ma subito degenerò. Alcuni doveri davan luogo ad alcuni delitti.
Tutti dovevano farsi rispettare per onore del corpo, proteggere le
donne, vendicare le offese dei compagni come fatte a loro, cooperare
per salvarli, se imputati; però finirono con l'assassinio, che si
ordinava ed eseguiva, come fra cacciatori l'inseguimento e la morte di
una lepre: e con l'intimidamento sui giurati, sugli emuli ai pubblici
incanti. Sicchè gli onesti si dovevano affigliare e pagare altri
criminali per difendersene[196].

In Irlanda la Lega agraria, di cui è noto l'alto ed onesto patriottismo
nella lotta a favore della libertà politica ed economica di quel paese,
vide non è guari sorgersi al fianco la setta degli _Invincibili_,
composta di non più che duecento individui, ma che si affermò ben
presto con ogni sorta di delitti, cosidetti _agrari_.


_Imitazione_.—Noi vedemmo la criminalità, la pazzia, l'allucinazione
farsi epidemiche per vera imitazione nelle plebi sommosse, ed essere
da questo lato l'imitazione una causa e un fattore potente della
rivolta.—Ciò può vedersi in grande scala fra i popoli, per modo
da sembrare una epidemia rivoluzionaria; avvenne così, secondo il
Ferrari[197] nel periodo dal 1378 al 1494, in cui le plebi europee
imitarono le moltitudini italiane rivoltate contro gli antichi signori
a Roma con Cola, a Genova con Adorno, Doge plebeo, a Firenze coi
Ciompi, a Palermo con Alessi, a Napoli coi Lazzari.

E si ebbero, in quel periodo quasi contemporaneamente, l'insurrezione
in Boemia degli Ussiti contro i Lussemburgo; le rivolte degli operai
e dei contadini delle città libere di Germania (Worms, Hall, Lubecca,
Aquisgrana), il rifiuto dei borghesi di Gand di pagare le imposte,
la guerra d'indipendenza della Svizzera, le insurrezioni dei paesani
Svedesi con Inglebert, dei Croati con Harvat, e in Inghilterra il
movimento religioso iniziato da Viclef.

Gli uomini del 93 imitarono, o meglio scimmieggiarono gli eroi di
Plutarco (Buckle), come i Napoleonidi imitarono i Cesari.

Tutti quasi i dipartimenti nell '89 in Francia imitarono le stragi
settembristiche di Parigi, e più tardi quelle del terrore Bianco.

E Aristotile nota come causa di rivolta la vicinanza di paesi governati
diversamente. La vicinanza dell'oligarchica Sparta facea spesso cadere
la democrazia di Atene e viceversa.


_Ideali epidemici._—E vi influisce il dominare quasi epidemico di certi
ideali: una volta era l'ideale monarchico—la gloria del proprio re;
poi la sovranità popolare (1789); poi il principio della nazionalità;
ora il miglioramento nelle condizioni economiche: non già che veramente
esse siano peggiori di quelle dei nostri padri; le carestie, anzi, che
mietevano a milioni le vittime, ora non ne mietono che poche centinaia,
e le nostre operaie han più camicie delle più superbe castellane
antiche. Ma sono aumentati in isproporzione ai guadagni i bisogni e
la repugnanza contro il modo di soddisfarli: la carità conventuale,
monastica, è ancora il modo più esteso che ci si offra a medicare le
troppe miserie, nè essa appaga tanto le prime necessità, quanto irrita
la naturale alterigia dell'uomo moderno; quanto alla cooperazione,
essa ha una zona di azione troppo limitata: anzi, nelle campagne nostre
manca quasi affatto.


_Tradizione storica.—Ogni rivoluzione_, lasciò scritto Machiavelli,
_lascia un addentellato per un'altra_; si videro, infatti, certe
rivoluzioni riprodurre le forme di altre, succedute in epoche anche
remotissime: come il Tribunato, che dopo tanti secoli rivisse in Roma
con Cola e Baroncelli, e ultimamente con Ciceruacchio e Coccapieller,
malgrado tanta diversità di istituzioni e di individui.

Le tendenze rivoluzionarie della Romagna si connettono colla loro
storia medioevale:

    «Romagna tua non è nè sarà mai
    «Senza guerra nel cuor dei tuoi tiranni».
                                     (DANTE).

Egualmente la Comune di Parigi si atteggiò all'89: e questo alle
Jacqueries, mentre l'Assemblea nazionale di Parigi si foggiava sulle
Assemblee provinciali di Francia; si può dire che a Parigi le barricate
sieno divenute quasi una decennale abitudine, come già in Spagna le
rivoluzioni militari, in Russia l'uccisione degli czar, in Macedonia ed
in Grecia il brigantaggio, ecc.

Un'ultima prova di questa influenza delle tradizioni è che le
rivoluzioni, le quali non sappiano mantenere le tradizioni in onore,
periscono; e quanto maggiore è la diversità tra la forma del Governo
abbattuto e quella del nuovo, più instabile è l'adesione del popolo.

Miglior fine ebbero perciò le rivoluzioni i cui autori si attaccavano
ad un diritto anteriore, come Bruto 1 che conservò alla plebe il suo
re sotto il nome di re sacrificulo, come i Cesari che conservarono i
tribuni, il Senato ed anzi la stessa forma repubblicana assumendo solo
il nome di generali: e gl'Inglesi, che colla _Magna Charta_ s'attennero
al diritto anteriore, come da noi i Guelfi, che pur rappresentando la
plebe, per conservare il potere, scelsero il capitano del popolo fra i
nobili, come già avevano fatto i Ghibellini per il loro podestà.

Ciò non isfuggì all'acuta mente del Segretario Fiorentino, che lasciò
scritto: «Chi vuol riformare uno Stato libero ritenga l'ombra dei
modi antichi, perchè alterando le cose nuove, le menti degli uomini si
devono ingegnare che quelle alterazioni ritengano dell'antico più che
sia possibile».


_Riforme politiche inadatte_.—Solo uomini ignoranti della natura umana,
od eccessivamente prepotenti, possono decretare misure non rispondenti
alle condizioni del momento, distruggendo istituzioni antiche per
sostituirvene delle nuove, non perchè siano richieste, ma perchè
le videro applicate da altri ed in altri organismi sociali. In tal
modo destano il malumore che porta ogni riforma, e non addentellando
il nuovo col vecchio, creano un vero equilibrio instabile, la cui
risultante è il disperdimento delle forze dello Stato, e quindi un
continuo rinnovarsi di rivoluzioni. Così avvenne delle riforme di
Arnaldo e di Savonarola; così di Cola da Rienzi, che voleva tentare
in Italia una riforma politica quale soltanto Cavour potè attuare e
non completamente; ed altrettanto successe in Francia di Marcel, che
tentava di fondare una federazione repubblicana, quando forse non
era possibile neppure una costituzione: e di introdurvi (ciò ch'era
un sogno in quel tempo) la tassa proporzionale, l'unità sociale ed
amministrativa, i diritti politici estesi come i civili, l'autorità
nazionale sostituita alla regia, e Parigi a capo di tutta la
Francia[198].

_Voler tutto riformare è voler tutto distruggere_, scrive il Coco a
proposito della Rivoluzione napoletana del 1799.

In Ispagna Carlo III potè, col prestigio dell'ingegno e dell'autorità,
reprimere il clero e migliorare le condizioni del paese; ma oltrechè il
popolo unanime richiese in piazza il ristabilimento dei gesuiti, appena
caduto lui, tutte le riforme cessarono senza lasciare un rimpianto,
perchè non erano mature. Nel 1812, nel 1820 e nel 1836, vi furono pur
colà al Governo dei riformatori ardenti, ma caddero perchè non erano in
corrispondenza coi sentimenti del popolo: nel 1814 e nel 1823, scrive
Walton[199], _l'indignazione pubblica_ cacciò le Cortes (liberali).
Quin racconta che dovunque passava il re, la folla gittava insulti ai
liberali, alla Costituzione ed alle Cortes[200].


_Religione_.—Le religioni, nei paesi asiatici, africani, non solo si
mescolarono colla politica, ma ne furono la sola politica, qualche
volta rivoluzionaria, più spesso reazionaria, com'è nell'indole stessa
della religione.

Nell'India, Nanak (1469) facendo _miracoli_, fondò la religione dei
Sikhs (Vinson, _Les religione actuelles_, 1888), che aveva per base
l'unità di Dio, l'abrogazione delle caste, suprema gioia il Nirvana:
ebbe pochi proseliti; ma i Sikhs, sotto uno de' suoi successori,
Hagovind, presero le armi contro il fanatismo musulmano e così più
tardi sotto Banda: furono ancora vinti; ma quando avvenne la rivolta
dei Maratti ripresero forza e si costituirono in una specie di
repubblica e toccano ora quasi a due milioni.

Maometto fece cessare il feticismo, conquistò l'Arabia, e benchè
ignorante egli stesso (si potrebbe sfidare chiunque a trovare un
senso in quasi tutte le _surate_ del suo _Corano_), pure diede luogo
a una rivoluzione fin nel campo scientifico, poichè dal 750 al 1250,
sempre col lo scopo, o, meglio, colla scusa di spiegare il _Corano_,
si tradussero dagli Arabi i Greci, si fecero immense raccolte
lessicografiche, che si propagarono in Europa.

E quasi per suggellare un'altra volta il parallelismo della religione
colla politica, la Convenzione decretò l'adorazione dell'Essere
Supremo, organizzò le _Cene_: e la plebaglia si mise a capo la
pazza Caterina Théot, la madre di Dio, che aveva già prima predicato
l'immortalità del corpo e che pretendeva—a 70 anni—dover fra poco
ringiovanire: la Convenzione favorì la società dei _Teofilantropi_,
che occuparono Nôtre-Dame, divenuto il tempio della Ragione, S. Rocco
quello del Genio, dove sugli altari si cantavano dei versi sentimentali
dei classici, si ponevano frutta e fiori, e si celebravano, in quattro
feste, Socrate, S. Vincenzo, Rousseau, Washington (Vinson, p. 127).

Nei tempi antichi la controrivoluzione di Geroboamo successe al
governo di Salomone, perchè questi, rivoluzionario almeno nell'arte
e nell'industria, aveva avanzato di parecchi secoli le inclinazioni
popolari[201].

Così la reazione si manifestò ogniqualvolta si volle andar contro gli
usi ed anche contro le superstizioni di un paese: ad esempio, una delle
cause della ribellione degli Annamiti contro i Francesi fu attribuita
al mal uso che fanno gli Europei delle vecchie carte scritte, venerate
così fra coloro, che vi sono delle società colla speciale missione
di raccoglierle e tenerle in onore, probabilmente perchè si credono
investite di un potere magico (_Revue politique_, 1888).

Tutte le rivolte dell'India contro l'Inghilterra furono occasionate da
violazioni dei costumi e della religione del popolo: così la rivolta
dei Cipays del 1857, non fu provocata tanto dall'occupazione violenta,
da parte della Compagnia delle Indie, del regno d'Auda, quanto dalle
predicazioni dei ministri protestanti e dai loro eccessivi tentativi
di proselitismo, che aizzarono contro l'Inghilterra i bramini e
i mussulmani; nonchè dall'obbligo fatto ai Cipays (o meglio dalla
voce còrsane) di servirsi delle cartuccie unte con grasso di porco.
Nell'Africa la rivoluzione reazionaria è opera dell'ordine dei Senussi,
una specie di gesuiti mussulmani, il cui primo scopo è di far rivivere
la purezza dei costumi antichi, il secondo di stabilire sotto una forma
nuova l'autorità canonica.

Ed anche oggidì vediamo le sêtte religiose in Russia che, secondo
recenti calcoli[202] raggiungerebbero l'enorme cifra di 13 milioni di
credenti, concludere alla negazione assoluta dello Stato, della società
e della famiglia—un vero ritorno adamitico.


_Influenze economiche._—L'influenza delle cause economiche fu
dimostrata dal Loria[203] con prove incontestabili in molti dei più
grandi moti rivoluzionari degli ultimi secoli.

Le lotte di classi in Inghilterra scoppiarono quando la nobiltà
cominciò a votar leggi che favorivano la proprietà fondiaria,
danneggiando le industrie; fu allora che la borghesia si strinse
attorno ad Elisabetta, e prima trionfò con essa contro i nobili
aggruppati intorno a Maria Stuarda; poi con Cromwell e finalmente
elevando al trono Guglielmo d'Orange.

Similmente avvenne in Germania nel XVI secolo, dove la nobiltà,
rappresentata dai principi elettori, avendo esclusivamente nelle mani
il potere politico, potè emanare delle leggi ostili al capitale ed al
commercio, imponendo dei dazi sulle importazioni ed esportazioni.

Anche in Italia le contese dei Guelfi e Ghibellini mascheravano
(almeno secondo Loria) la lotta fra la proprietà mobile e la fondiaria,
rappresentate dagli industriali e dai feudatari[204].

A sua volta in Francia fu la borghesia, che vistasi per lungo
tempo impotente contro la Corona e la nobiltà e per di più esclusa
dall'Assemblea Nazionale, eccitò il popolo alla rivolta, sconfiggendo
al suo fianco le Corti e l'aristocrazia.

Anche l'odierno nichilismo, secondo il Roscher, sarebbe originato dal
conflitto tra la proprietà mobile e quella fondiaria e specialmente dal
favore accordato dalle classi commercianti e dai piccoli proprietari al
riscatto dei coloni, a svantaggio della nobiltà, che reagì alleandosi
con tutti i diseredati e tutti i nemici della borghesia (Loria).

Tschen notò che la prosperità della China è legata e deriva dalla
diffusione dei canali d'acqua che la fertilizzano, e ogni imperatore
che trascurò i canali decadde e fu sostituito (_Revue scient._, 1889).


_Imposte e alterazioni delle monete_.—Non di rado poi sono gli stessi
governi, che colla sconoscenza delle leggi economiche, aggravando lo
squilibrio già esistente provocano le rivolte, come in Francia, dove
una delle cause della rivoluzione del 1860 fu l'essersi sotto i Valois
mutato 26 volte in un anno il valore dell'oro; e in Sicilia, dove ai
Vespri, secondo l'Amari, non fu estraneo il malcontento portato dagli
abusi del Governo nell'alterare il valore della moneta (Loria).

Nel 1531 a Parigi il dazio sui legumi originò la spaventosa sommossa
dei _Mallottins_.

Nel 1548, i villici si ribellano in numero di circa 50 mila, si
rifiutano al pagamento dell'imposta sul sale. I Commissari ed i
Regi delegati non sono risparmiati più che i signori ed i vescovi
medesimi. Ma De-Moneins tradisce e vende gli insorti, i quali finiscono
coll'essere sterminati a Bordeaux.

Nel 1638 le milizie di Luigi XIII e gli esattori di Richelieu,
sguinzagliati nelle campagne, diedero luogo alla sommossa e all'eccidio
dei Va-nuds-pieds.

Nel 1640 Mazzarino raddoppia a Parigi i dazi sui commestibili. Il
popolo inalza le barricate del 26 agosto: assedia ed espugna le
prigioni, da dove libera e porta in trionfo Potier di Blancmesnil,
presidente del Parlamento ed il consigliere Brouselle, che vi erano
stati rinchiusi per ordine del ministro stesso. La Corte si sgomenta:
viene a patti col popolo, il quale ottiene uno sgravio nelle imposte di
oltre 12 milioni.

Nel 1639, il popolo insorge a Rouen al grido di: «Morte agli esattori
delle Gabelle!» Ma la sommossa viene spenta nel sangue degli insorti
medesimi. L'odio popolare contro gli agenti delle gabelle si mantiene
però sempre palese ed attivo. Per il che il Governo pubblica un
decreto (17 gennaio 1640) con cui, pena la vita, proibisce gli epiteti
di gabellieri, spogliatori, monopolisti (_gabelleurs, maltôtiers,
monopoliers_) verso gli esattori.

Nel 1649 il popolo di nuovo si rifiuta a pagare le eccessive gabelle.
Altra insurrezione. 1200 barcaiuoli della Loira si portano a Nantes
dove si provvedono in abbondanza di sale, che poi vendono nei villaggi,
alle porte delle chiese, sulle piazze e sui mercati, come una merce
usuale esente da tasse. L'odio contro il fisco si spinge a tanto,
che al solo grido di «abbasso la _maltolta_« emesso da un inseguito
qualunque dagli agenti del Governo, bastava per assicurarlo del
concorso del popolo in suo favore, e toglierlo dalle mani della forza.

Nel 1789 il primo passo compiutosi dalla Rivoluzione francese, non
fu già la presa della Bastiglia, ma bensì la distruzione e l'incendio
delle barriere.

Da noi la popolazione di Napoli, sofferente per lunghi anni del giogo
spagnuolo, insorse con Masianello in parte perchè alle tasse esagerate
che avevano stremate tutte le sue risorse si era aggiunta l'imposta
sul sale: nel 1767 un'altra sommossa vi si verificò per un'imposta sui
fichi, mentre lo stesso accadeva in Olanda per una imposta sul pesce.

Anche quando un'imposta ha una base giusta, solo che colpisca più
direttamente una classe di un'altra e ne turbi troppo gli interessi,
provoca delle sommosse: esempio, il macinato a Pavia, nell'Emilia ed il
catasto a Firenze, che appena applicato produssero delle rivolte nelle
provincie sobillate dalla aristocrazia borghese.


_Crisi economiche._—Le crisi industriali e commerciali, però[205], non
hanno tanto un'influenza sui moti rivoluzionari, quanto nelle rivolte,
nei tumulti locali. Così in Roma dove pure, secondo Carle[206], le
grandi agitazioni avevano per movente principale o i debiti di cui
la plebe era gravata, o le leggi agrarie, durante le contese feroci
tra Consolato e Tribunato, la prosperità economica era tutt'altro che
deficiente; Spurio Cassio anzi, che proponeva una legge agraria, per
la quale i beni comunali dovevano essere in parte divisi tra cittadini
poveri, non solo non fu appoggiato dal popolo, ma fu ucciso, solo
perchè voleva che nella divisione avessero parte anche i federati
latini[207].

È inutile, del resto, contestare oggidì l'importanza del fattore
economico sulle sorti politiche d'un paese; si può dire che il problema
è ancora alle stesse condizioni in cui lo poneva Aristotile, mostrando
come i governi aristocratici sono minacciati da rivoluzione quando gli
uni sono ricchi e gli altri poveri; e che anche nei governi democratici
o repubblicani, quando la classe povera aumenta smisuratamente, il
corpo politico deve subire una rivoluzione (_Politicon_, libro V).


_Pauperismo. Scioperi._—Nei nostri tempi le più grandi fonti alle
rivolte politiche e sociali rimontano alle nozioni affatto teoriche e
dottrinarie che l'economia politica classica, auspice A. Smith, aveva
fatto passare come assiomatiche, per ciò che concerne i rapporti tra il
capitale ed il lavoro.

L'enorme sproporzione fra questi due fattori, resa sempre maggiore
dalle nuove speculazioni, specie bancarie, ha messo in chiaro
una lacuna che i dottrinari liberali vorrebbero colmare troppo
precipitosamente, ma che esiste senza dubbio e che si impone sovrana.

Le stesse teorie Darwiniane ammettono, è vero, la sproporzione fra gli
individui e quindi anche una necessaria disuguaglianza nella ricchezza.

Ma fosse anche contro la teoria di Darwin, quel sentimento di umanità
che ebbe il primo spiro da Cristo e che non deve essersi svigorito col
tempo, non può permettere che un uomo, pur lavorando, muoia di fame e
che volendo e potendo esser utile, non possa trovar lavoro.

Quando si vedono migliaia di campagnuoli costretti a vivere di
maiz guasto, senza che per molto tempo si sia pensato al mezzo di
difenderneli: e, pensatovi, non si trovi chi in Parlamento lo sostenga;
quando si vedono nelle regioni alpine il gozzo ed il cretinismo
deformare intere popolazioni, oltre che produrre altre infermità, come
sordità, sordomutismo, albinismo, ecc., solo perchè non si spende una
centesima parte di quelle somme, che si perdono in inutili monumenti,
per il trasporto d'acque sane; quando si pensa che in tante pianure
d'Italia—alle porte delle due maggiori città—abbiamo la malaria che
decima le popolazioni[208], si deve pur convenire che se il contadino
protesta colle dimostrazioni e cogli scioperi, come non è guari tra noi
nel Pavese, nel Mantovano, nel Polesine, la responsabilità ricade su
chi non ha saputo mai provvedervi.

In Francia gli scioperi del 1882 di Roanne, di Bessège, di Molière
e di altri centri industriali del Mezzodì, e i torbidi più gravi
di Montceau-les-Mines e di Lione furono effetto di una agitazione
socialista avente un carattere eminentemente politico, i cui sintomi
si fecero sentire fino da quando dopo l'attentato di Pietroburgo, in
un _meeting_, presieduto da Rissakoff, si proclamava: «I tiranni si
uniscono per tiranneggiare i popoli: bisogna che questi si uniscano per
distruggere i tiranni, i re, e gli stessi borghesi».

Nella stessa America, la frazione socialista rivoluzionaria che fa
centro a Chicago ed è organizzata in federazione, tende a conquistare
sempre maggiore importanza in causa delle crisi economiche, prodotte
specialmente dalle esagerate speculazioni sulle strade ferrate, e per
il fatto che i partiti politici sembrano sdegnare una politica operaia.
Ora è a questo partito rivoluzionario che va attribuita molta parte
dei numerosi scioperi che vi scoppiano ogni anno (160 nello spazio di 2
anni).

Di 16 sommosse sopra 142, avvenute in questo secolo, ossia per l'11,2%,
furono causa le carestie; motivo che scema d'importanza, però, pensando
che la metà di queste avvennero nel 1847, in cui, notoriamente, altre
cause politiche si complicarono al caro dei viveri ed il numero
maggiore scoppiò nel Belgio (4) e poi in Francia (3), in nazioni,
cioè, in cui le condizioni economiche sono tutt'altro che le più misere
d'Europa.

Quanto alle altre cause economiche troviamo 19 sommosse operaie, cioè
il 13,4 p.%; e 13, cioè il 9,1 p.%, provocate da leggi di carattere
finanziario; un totale adunque di ben 48 rivolte aventi un substrato
economico, il che vuoi dire il 29,58%, un terzo del totale.

Di quelle contro leggi economico-finanziarie, il numero maggiore (6)
scoppiò nei paesi meridionali d'Europa.

L'incremento delle sommosse per cause economiche nella nostra epoca in
confronto all'antica, ed in ragione inversa delle sommosse militari,
è mostrato chiaramente dalla storia e dal fatto che esse spesseggiano
nelle nazioni più civili (Francia, Inghilterra, Belgio), che ci
rappresentano l'età moderna: mentre l'inverso accade della Turchia
e della Spagna, che sono ancora, può dirsi, un frammento vivo della
storia antica[209].


_Cause militari._—Vi si vede infatti che

  su  19 ribellioni la Spagna n'ebbe 5 militari, 3 solo economiche ed
                                                        operaie
   »  24      »     la Turchia    »  9      »    1          »
   »  16      »     il Belgio     »  8 economiche ed operaie e nessuna
                                       militare
   »  13      »     l'Inghilterra »  8      »           »         »

Le rivolte militari furono 26, il 18,3%; ed è d'uopo subito avvertire
che per le nazioni del Nord se ne conta una sola in Russia; 4 nei paesi
del centro; mentre ben 21 scoppiarono nelle regioni meridionali; e di
queste 12 nella Penisola Iberica; 7 poi di giannizzeri in Turchia nel
breve periodo di 20 anni (1807-1826).

La più gran parte di queste sommosse militari scoppiò nei paesi caldi e
nelle calde stagioni (11), come, del resto, le religiose (7 su 15).

Solo Italia, Germania, Austria e Russia ebbero rivolte di studenti.

Il 26% ebbe origine da cause politiche (34), predominando in Svizzera,
3 su 5, Italia, 13 su 22, Spagna, 5 su 19, Turchia, 4 su 14: nei paesi,
cioè, più mal governati e nei governati a repubblica: 14 avvennero
contro re, capi e tra partiti politici: 23 per l'indipendenza, contro
occupazioni straniere, o per ottenere una costituzione od una revisione
di costituzione. Sia geograficamente che di fronte alle stagioni,
troviamo una diversa distribuzione specifica di queste due categorie di
motivi politici.


_Mutazioni esterne._—Lo stesso Spencer, così partigiano convinto
dell'evoluzione, ammette che molte volte mutando le azioni esterne,
la specie muta e spesso retrocede. «Così accade in molte specie di
parassiti che perdettero per un moto retrogrado la struttura primitiva.
Qualche volta il progresso di certi tipi, porta ed implica il regresso
di altri tipi ch'esso ricaccia in climi meno favorevoli e costringe a
modi di vita disagiati».

Il clima caldissimo e piano rende antirivoluzionari i Semiti, i Fellah
ed i Berberi dell'Egitto; viceversa, gli affini Berberi montanari
dell'Algeria danno luogo a continue rivoluzioni contro la Francia, come
prima erano ribelli al proprio Governo, tanto che ad Algeri si mostrano
i sepolcri di sette Bey, nominati ed uccisi in un sol giorno. Ma le
nuove condizioni civili favorite dal Tewfick vi iniziarono or ora un
germe di rivoluzione.

Sotto i nuovi ambienti ed i nuovi incrociamenti gli agricoltori
Olandesi divennero i nomadi pastori d'Africa (Boeri), i cacciatori
Normanni divennero audaci navigatori, gli Ebrei pastori divennero
commercianti, il rigido conservatore Anglo-Sassone il libero novatore e
rivoluzionario Nord-Americano.


_Stato nascente._—Il predominare di alcune cause in modo assoluto in
alcuni tempi, e non più in altri, specialmente nei tempi moderni, si
spiega anche abbastanza facilmente col fatto che, come nella chimica,
così nella sociologia, l'influenza di alcuni agenti in istato nascente
è assai più potente e più netta e lascia traccie più durature, il che
può comprovarsi anche colla fisiologia umana dal fatto che gli stimoli
primi, anche se più deboli, son più avvertiti dei secondi, e che nelle
ulteriori fecondazioni l'influenza del primo fecondante si fa sentire
in proporzioni relativamente maggiori: quindi l'influenza del clima
perdurò anche quando ve l'ostacolava e lo interferiva l'influenza della
razza.

Ed ecco nuove ragioni perchè in parecchi siti, p. es., Firenze, la
collina non è più così favorevole al genio come in altri tempi.

Attualmente una religione ben poco influisce sulla civiltà e sulla
evoluzione, ma quando era in istato nascente, e il moto che induceva
l'aumento, diremo, della circolazione sanguigna che da quella derivava,
favoriva di molto le rivolte e la rivoluzione: e le nuove religioni
quasi sempre sono accompagnate da una vera rivoluzione progressiva
nella morale, nel miglioramento del carattere, quando sono in istato
nascente—il che le aiuta a far proseliti fra gli onesti: e ben ne è
esempio il Babismo in Persia, il Buddismo in Asia, il Cristianesimo e
il Luteranismo in Europa—e anche ciò notasi al sorgere di alcune sêtte,
come dei Lazzarettisti, dei Quaqueri, e dei settari Russi (v. s.),
ma dopo qualche tempo il fenomeno scompare e perfino si hanno nelle
religioni delle nuove fonti d'immoralità.

Noi vediamo, infatti, i Sardi assolutamente disaffini dai Piemontesi,
ed i Côrsi, così differenti dai Francesi, vissero con loro d'accordo:
tutta Europa ci offre il fenomeno del sovrapporsi e mescolarsi di razze
le più disaffini, mentre altre, quantunque affini, non si fondono fra
loro, per l'influenza d'altre cause disassimilatrici; così i Polacchi
odiano i Russi, con cui pure hanno comunanza di sangue Slavo, perchè
intolleranti del loro dispotismo, spinto sino a sopprimerne la lingua,
mentre si vanno assimilando invece cogli Austriaci, coi quali avrebbero
minore affinità di sangue.

Viceversa le popolazioni del Reno, Tedesche in maggioranza, si
accostano più volentieri alle Francesi che alle proprie consanguinee;
perchè le tradizioni della buona amministrazione Francese, gl'interessi
commerciali e le abitudini vincono l'attrazione etnica.

Così la sola disaffinità di razza non basta a dar ragione degli odii
Irlandesi contro l'Inghilterra, certo più affini a loro dei Francesi,
che tanto spesso invocarono; ma ben li spiegano le antiche violenze,
le negate franchigie e i danni economici; infatti il paese di Galles,
altrettanto Celto quanto l'Irlanda, si fuse invece completamente
coll'Inghilterra e ciò avvenne pure della Scozia, anch'essa Celta in
gran parte.

A favorire la fusione delle razze, il buon governo, poi, giova
specialmente quando vi si aggiunga la causa fisica della attrazione
delle grandi colle piccole masse, causa massima della fusione delle
razze Semitiche, Sarde, colle Celte Piemontesi, e delle Côrse,
perfettamente Italiche, colle Francesi.

La fede immensa del nomade vinse due volte il mondo. Il suo genere di
vita nomade, l'impossibilità di trasportare monumenti, statue (ed io
aggiungo la grande uniformità della natura nella steppa e del deserto,
e la mancanza di immaginazione, che ne fu l'effetto), lo allontanarono
dall'idea dei templi e delle statue; l'assenza di queste tolse una
delle cause dell'idolatria; e questo abito a sua volta gli fece amare
la semplicità e quindi semplificare il culto».

«Il nomade era un protestante nato, continua Rénan. La pioggia,
rappresentata dall'Indo Europeo come l'effetto degli abbracci del
cielo e della terra, lo è dal Semita come un effetto della volontà di
Dio: questa a lui tutto spiega, gli spiega il fulmine, l'aurora, le
vittorie, le sconfitte, ecc.».


_Piccole cause_.—Infine vi hanno le piccole cause, di cui centinaia
sfuggono alla nostra attenzione. Così, nota Spencer, che le sorgenti
calde furono la fonte delle vaste fabbricazioni di ceramiche nelle
tribù Americane:—d'altra parte la possibilità di avere animali da soma,
facilitando i trasporti dell'Indo Europeo, ne aumentò l'evoluzione:
e così la molteplicità dei prodotti minerali o vegetali che rendano
facile a fabbricare barche, case, stoffe. Una foresta, invece,
troppo spessa, inaccessibile, delle abbondanti bestie feroci, possono
inceppare una evoluzione. Così la laguna isolando Venezia, ed i suoi
canali rendendone difficile la insurrezione in massa, fu una causa
della sua stabilità politica.

L'Olanda è paese freddo, piano, antirivoluzionario, dunque, per
eccellenza, specie poi in epoche anteriori, in cui la coltura era pure
assai poco diffusa; ma la lotta col mare e coll'oppressione straniera
ne acuivano la tendenza evolutiva.


_Cause occasionali_.—Aristotile (o. c.) ricorda che le oligarchie
rovinano quando qualche suo membro vi emerga troppo, ed all'inverso
cadute al basso tentano rifarsi colle rivoluzioni. A Siracusa (egli
continua) la costituzione si mutò per una querela amorosa che spinse
all'insurrezione due giovani altolocati e i loro seguaci: e parlando
dei tirannicidi egli trova che essi sorgono per lo più da offese
personali.

A Mitilene le liti di due eredi e a Delfo una mancata promessa
di matrimonio causarono torbidi per lunghi anni; come a Firenze
pretendevasi, ma non è certo, che lo sfregio a Buondelmonti agli Amedei
originasse le sanguinose contese dei Guelfi e Ghibellini[210]. Certo,
però, un asino, appartenente agli Albizzi, che urtava un Ricci per via,
fu causa di una mezza battaglia (Sacchetti, II, 159-160).

Osserva Bacone[211] che persino delle frasi o risposte vivaci di alcuni
principi furono talora scintille di sedizione: Galba si perdette per
aver detto: _Legi a se militem non emi_; non sperando più in tal modo i
soldati di far pagare i loro voti. Probo, egualmente, per aver detto:
_Si vixero, non opus erit amplius Romano imperio militibus_, rivoltò
contro a sè la soldatesca.

Anche nel nostro secolo, sommosse non lievi ebbero un motivo assai
futile. Così: nell'aprile 1821 scoppiò una rivolta a Madrid, perchè il
re non volle o non potè intervenire ad una processione religiosa; nel
luglio 1867, Bukarest insorse contro il monopolio dei tabacchi; nel
settembre 1867, Manchester, per l'arresto di due Feniani; nel settembre
1876, Amsterdam, per l'abolizione d'una delle fiere annuali.


_Guerre_.—Occasioni di sommosse sono pure le guerre.

Così a Tebe, dopo perduta la battaglia degli Enofiti, il Governo
democratico fu rovesciato: ad Atene le classi ricche perdettero
il primato, dopo che per le perdite fatte in guerra contro Sparta
dovettero andare in fanteria. Ad Argo, dopo la perduta battaglia
contro Cleomene, tutta l'armata dovette dare la cittadinanza ai
servi: a Taranto prevalse la demagogia, dopo vinta in una battaglia
la maggioranza dei cittadini: Siracusa, dopo che il popolo vinse gli
Ateniesi, sostituì la democrazia alla repubblica.

«Spesso gli Oligarchi (scrive Aristotile) in tempo di guerra, per mutua
diffidenza, rimettono la guardia della città a soldati, il cui capo
diventa poi il padrone di tutti, così a Samo, a Larissa, ad Abido, e
noi diremo, anni sono, in Francia».

Viceversa, le vittorie Polacche dal 1587 al 1795, secondo Soltyk,
aggravando le classi povere senza compensi e aumentando l'operosità
dei popoli vinti, sarebbero state una delle cause della rovina della
Polonia.

La guerra Franco-Prussiana creò o meglio cementò l'Impero in Germania,
quantunque prima lo popolazioni vi si mostrassero avverse: e lo prova
la statistica dei reati politici in Germania, da cui si rileva che
i processi per offese contro l'Imperatore, dopo essere saliti da 76
(1846) a 242 nel 1848 ed a 362 nel 1849, avevano a poco a poco ripreso
il corso normale, prima della guerra del 1866; salendo poi nuovamente a
375, per calare nel 1879-81 a 132 e 193[212].

A sua volta, Sédan, segnò la caduta dell'Impero Napoleonico, come ora
la battaglia di Adua segnò la fine della dittatura di Crispi in Italia.

Secondo Rénan, le due grandi evoluzioni ebree del Giudaismo e del
Cristianesimo, si dovettero, oltrechè ai Profeti (v. s.), alla grande
perturbazione realmente provocata fra gli Ebrei dalle vittorie degli
Assiri e dei Romani.

Ben inteso che le occasioni, se influiscono nelle rivolte, non sono
che un pretesto, un determinante nelle rivoluzioni, fanno cioè che un
popolo predispostovi vi si precipiti.

La brutalità d'un soldato e la libidine di un principe furono
l'occasione allo scoppio dei Vespri e alla cacciata dei Tarquinii. Ma
chi può credere, ricordando di quante infamie si resero, impunemente,
colpevoli e re e popoli conquistatori fra noi, che quella, sola, ne
fosse la vera causa o non meglio l'occasione, il pretesto?



PARTE II

PROFILASSI E TERAPIA DEL DELITTO



CAPITOLO I.

Sostitutivi penali.—Climi.—Civiltà.—Densità.—Polizia
scientifica.—Fotografie.—Identificazioni.


Se vi ha una necessità nel delitto, se il delitto dipende, in gran
parte, dall'organismo o dall'educazione o da circostanze esterne, se,
una volta cresciuto è immedicabile, cessa, è vero, l'illusione che
l'istruzione e la carcere ne siano la sola panacèa; ma ci accostiamo
ben più alla realtà che ci mostra costanti sotto tutti i sistemi
penitenziarî le recidive; e quel che più importa, ci si offrono dei
punti di ritrovo per la nuova terapia criminale: piuttosto che curare
il delitto quando è già adulto, noi dobbiamo tentare di prevenirlo,
se non togliendo, che sarebbe impossibile, rintuzzando almeno nei rei
d'occasione, nei giovanotti e nei criminaloidi l'influenza delle cause
sopra studiate.

E a questo soccorrono quelli che il Ferri con una felice trovata
battezzava _Sostitutivi penali_ (_Sociologie criminelle_, Paris, 1890,
pag. 240).

Il concetto dei sostitutivi penali parte dall'idea che il legislatore
conoscendo e studiando le cause dei crimini, cerchi con provvedimenti
preventivi di scemarne o sventarne gli effetti.

«Così nell'ordine _economico_, il libero scambio scemando le carestie
previene molte rivolte e molti furti, la diminuzione delle tariffe
doganali, e meglio la loro abolizione previene i contrabbandi: una
distribuzione più equa delle imposte previene le frodi contro lo stato:
la sostituzione della moneta metallica sopprime il falso nummario
che resiste al massimo dei lavori forzati, perchè tutti riescono
a riconoscere più facilmente il falso in una moneta che non in un
biglietto. Gli stipendi più lauti ai pubblici funzionari ostacoleranno
le concussioni e corruzioni. E, come notava un procuratore del re di
Bergamo, la distribuzione di legna ai poveri impedisce assai più i
furti campestri di molti RR. carabinieri» (Ferri, o. c.).

Così la illuminazione elettrica e le strade larghe prevengono furti,
grassazioni, e stupri meglio che le guardie di pubblica sicurezza.

La limitazione dell'orario dei fanciulli e delle donne previene molti
attentati al pudore.

Le case di operai a buon mercato, le casse per gli invalidi al lavoro,
la responsabilità civile dell'impresario impediranno molti vagabondaggi
e scioperi.

Nell'ordine _politico_, un governo veramente liberale, come vedemmo,
previene le insurrezioni e le vendette anarchiche, come una piena
libertà d'opinione e di stampa impedisce la corruzione dei governanti e
le ribellioni dei governati.

Nell'ordine _scientifico_ i medici necroscopi prevengono i venefici;
come l'apparecchio di Marsh ha fatto sparire l'avvelenamento per
arsenico, come i battelli a vapore fecero sparire la pirateria.

Nell'ordine _legislativo_, opportune leggi sul riconoscimento dei figli
naturali, sulla ricerca della paternità, nel risarcimento alle promesse
di matrimonio, diminuiranno i procurati aborti, infanticidi, omicidi
per vendetta, come la giustizia civile a buon mercato preverrebbe reati
contro l'ordine pubblico, i giurì d'onore, i duelli; i brefotrofi, gli
infanticidi.

Nell'ordine _religioso_ il matrimonio degli ecclesiastici come
l'abolizione dei pellegrinaggi scemerebbero molti reati contro il buon
costume.

Nell'ordine _educativo_, l'abolizione degli spettacoli atroci, e dei
giuochi d'azzardo, sarà mezzo preventivo contro le risse, e i reati di
sangue, e così le assise (Ferri, _Sociologie criminelle_, 1890).


_Climi e razze_.—Ed ora facciamo un'applicazione sistematica di questi
sostitutivi penali secondo le cause esposte.

Noi non potremo impedire certo l'azione perniciosa dei climi troppo
caldi, ma dobbiamo cercare di adattarvi possibilmente le leggi, così
da temperarne gli effetti; p. es., regolarizzando meglio, in quelli,
la prostituzione, onde scemare gli effetti degli eccessi sessuali,
rendendo la giustizia punitiva più spiccia, meglio adatta a colpire
le menti più facilmente impressionabili, guardandoci dall'estendere,
per vezzo di pedantesca uniformità, ai paesi del sud le stesse leggi,
che convengono ai climi del nord, specialmente per quanto concerne i
delitti contro le persone, specie sessuali: diffondendo gli usi dei
bagni, nel mare, nei fiumi, ad intere popolazioni, come s'usava colle
terme nell'antica Roma, e come s'usa ancora in Calabria, sapendosi
ch'essi scemano l'azione della temperatura calda.

L'egregio promotore del nuovo Codice italiano[213] lamentava come
inconveniente grandissimo la disparità di trattamento giuridico
che esisteva fra i cittadini delle diverse parti del Regno; ma
egli che perciò s'armeggiò tanto all'unificazione del Codice penale
non avvertiva che quel trattamento disforme, se non ci fosse stato
nella legge sarebbe egualmente esistito in qualche cosa di ben più
sostanziale: «nella opinione pubblica che interpreta a Mazara un
omicidio in ben diverso modo che non ad Aosta», per usare le precise
parole del Procuratore del Re Morana, e che colle Assise trova una
sanzione effettiva.

Nè era nel vero quando affermava, che, l'unificazione d'Italia si sia
affrettata tanto da esigere l'unificazione del Codice.—Noi abbiamo,
almeno di nome, l'unità, non certo l'unificazione[214].

Dalla statistica criminale italiana di 20 anni, se una cosa risulta
sicura è che la divisione per regioni e per grandi zone che sussiste
per i dialetti, per la stampa, per la fisonomia, pei costumi, per la
razza, in Italia, vive ancora più evidente quanto alla criminalità.
Ricordinsi le grassazioni a guisa dei _clan_ medioevali o delle tribù
arabe della Sardegna!

I matrimoni precoci e più numerosi e la più frequente e precoce
prostituzione, si notano là dove il clima è più caldo, col massimo
nelle Calabrie, Basilicata e Sicilia; minimo nelle regioni centrali
(Umbro Etrusche). La massima mortalità ed il maggior numero dei vecchi
son dati dalle provincie meridionali ed insulari, e la minima dalle
settentrionali.

Nella quota di tasse di consumo[215], le quote minime sono pagate
dall'Italia insulare e poi dalla meridionale, che dànno invece la quota
massima nel gioco del lotto[216].

Infine troviamo il massimo dei reati denunciati nelle regioni insulari
e nell'Italia meridionale, con predominio speciale dei reati contro le
persone.

Quanto ai reati contro la proprietà, il massimo spicca in Roma e
Sardegna, cui subito dopo tengono dietro l'Emilia, il Veneto e la
Lombardia.

Nè questa regionalità tende a scomparire. Gli studi di 30 anni fa sulla
forma del cranio e sulla statura, dai quali mi risultò predominare
la doligocefalia in Garfagnana, Calabria, parte della Sicilia e nella
Sardegna, e la brachicefalia nel Piemonte, Veneto, Toscana e Abbruzzi,
e la statura alta nel Lucchese, Veneto, ecc., furono recentemente
confermati da nuovi studi del Livi (V. _Studi di Antropometria militare
italiana_, Roma, 1896).

Una sola tendenza alla fusione delle varie regioni esiste, pur
troppo..., nelle assoluzioni dei giurati, che sono in grande aumento
dal periodo 1876-80 al 1881-85: ciò che aggrava il significato
dell'aumento della criminalità per condanne che abbiam visto avvenire
malgrado suo.

Però è notevole che nemmeno questo fa sparire il regionalismo; abbiamo
sempre in entrambi i periodi il massimo di assoluzioni in Sardegna,
poscia nell'Emilia un secondo massimo; e in genere, tolta l'Emilia, il
minimo numero ne troviamo nell'Italia centrale: e badando alle varie
categorie di reati, la Sardegna assolve, si può dire, tutti i reati,
meno alcuni contro la proprietà, quelli contro l'ordine della famiglia
e contro la pubblica tranquillità; la Sicilia, la Calabria e in gran
parte le Puglie assolvono tutti i reati contro la sicurezza dello
Stato, e in forti proporzioni quelli contro il commercio, le ribellioni
ed i reati di stampa, contro i costumi e la pubblica tranquillità; il
Piemonte assolve sempre i reati di stampa e in forte numero i reati
contro la pubblica amministrazione e contro l'ordine della famiglia;
il Veneto è benigno per tutti i reati di stampa e per quelli contro le
persone.

È evidente, dopo ciò, che data la precocità sessuale di alcune regioni,
non solo si deve condannare diversamente in una regione lo stupro
su una dodicenne da quello che in un'altra: ma anche il limite d'età
per la responsabilità deve mutarsi nelle zone nordiche ed in quelle
meridionali ed insulari; ad ogni modo non si può nè si deve fissare
al tavolo, ma dopo un esame pratico, che ci dimostri se la precocità
sessuale non vi è seguita, anche, dalla psichica, e fino a quali
limiti.

Abbiamo veduto come non è solo la statistica dell'omicidio che si
centuplicava da una all'altra regione d'Italia: ma, quel ch'è più
grave, la statistica delle assoluzioni ti fa vedere come lo stesso
reato sia considerato in diverso modo nell'uno e nell'altro paese.

L'unità della legge in questi casi pur troppo si possede ora, ma non
vale certo a scemare i reati, nè le assoluzioni; non vale che a rendere
irrita e irrisoria la legge.

Se si fosse in quelle date regioni adattata la pena all'opinione
pubblica, mitigandola pei reati da essa meno abborriti, certo ciò non
sarebbe avvenuto; e dopo ciò vuolsi egli sperare un vantaggio quando si
modificheranno le leggi per reati che non appaiono nemmeno tali davanti
l'opinione dei più, come il duello, l'adulterio ecc.?

Per unificare la legge, veramente, e non sulla carta, bisognerebbe
livellare i costumi, la natalità, la sessualità, anzi livellare
addirittura i climi, il suolo, le coltivazioni; se no, la legge
inventata resta simile a quell'_ukase_ che ordinava ai Polacchi il
mutamento di lingua. Si potrà straziarlo, tormentarlo un popolo, ma
non gli si potrà far cambiare la lingua, finchè non avrà cambiato
di clima, d'aria, di laringe e di nervi, d'onde sorgono necessarie
le modificazioni glottologiche: e quell'_ukase_ resta solo una prova
dell'inutile barbarie dei despoti e dell'ignoranza umana.

Nè ci si obbietti che altri paesi senza essere unificati hanno leggi
uniformi.—Ciò, si è verissimo: e basti citare la Corsica con costumi e
reati così differenti dalla Francia: ma appunto in questi casi la legge
unificata vi resta, assolutamente, grazie al giurì, lettera morta[217].

Viceversa, ogni Cantone in Isvizzera ha un proprio Codice, eppure non
se ne è mai sentito alcun inconveniente.

In Inghilterra v'ha di più: non esiste un Codice, ma c'è una serie di
leggi speciali che variano nei tre grandi regni: e così in America,
negli Stati Uniti, salvo New-York. E sono i paesi più liberi e, almeno
nella prima il reato è in diminuzione.

Certo non intendiamo che queste misure si adottino alle suddivisioni
provinciali o comunali, nè ve ne sarebbe bisogno perchè si fondono
per clima e razze in grandi gruppi. Tuttavia eccezione dovrebbe farsi
per paesi anche piccoli come Artena (v. s.), dove la criminalità è
endemica, e dove si dovrebbero adottare misure eccezionali preventive e
curative, non ultima l'emigrazione forzata delle popolazioni sospette.

E così dove fossevi per es. un numero enorme di Zingari, che sarebbe
assurdo voler trattare giuridicamente come i cittadini di Parigi, di
Londra e sottoporli p. es. al Giurì, ecc.


_Barbarie._—Far sparire le barbarie non si può tutto ad un tratto, ma
ben si può scemarne i danni, col diradar le foreste, fortezze naturali
dei malfattori; coll'aprir nuove vie; col fondare città e villaggi nei
siti più mal famati, come praticò, per esempio, Liutprando con successo
nel 734, per estirpare il brigantaggio che infieriva nelle campagne
deserte del Modenese (Muratori); col completo disarmo; con una rapida
ed energica repressione, che prevenga o colpisca, così le prepotenze
dei forti, e dei ricchi, come la conseguente vendetta dei deboli,
grandissima causa questa dei nostri brigantaggi (v, s.); col diradare,
grazie ad una buona istruzione, la superstizione ed i pregiudizi, o
coll'usufruttarli, come Garibaldi e Napoleone tentarono, più volte,
contro il delitto; coll'abolire certe istituzioni, che del resto si
mostrano poco utili anche per le colte nazioni, come la Giurìa, la
Guardia Nazionale[218], l'elezione popolare dei Giudici, e le Società
tutte, quando tendano ad essere segrete, ed in ispecie le comunioni
fratesche, sì facilmente inclini all'ozio ed al mal fare (p. 174); col
sorvegliare e regolare le emigrazioni (v. p. 71, 75 e 161); col rompere
e distruggere le associazioni dei malvagi, appena spuntate, incitando
con premi le mutue denuncie, a cui sono, come vedemmo, i loro membri
tanto inclinati (era uno dei metodi di Sisto V); col colpire, con
abile polizia, i manutengoli, e quindi i parenti e famigliari, che noi
mostrammo essere il punto di partenza, fisiologico, dei rei associati
(v. s.), ed il loro appoggio continuo; coll'incoraggiare, infine, o
alla peggio terrorizzare, i cittadini onesti, ma deboli, così che,
posti fra le due paure dei criminali e della legge, siano costretti
a preferire la seconda alla prima, al qual metodo Manhès deve d'aver
distrutto 4000 briganti in poco meno di quattro mesi.

E, quando il delitto, se ben inteso non abbia indole economica,
politica o religiosa e sia di pura indole etica, vi ripulluli sotto
l'egida di alcune libere istituzioni, come, p. e., la inviolabilità
del domicilio, l'abolizione dell'arresto preventivo, il permesso delle
associazioni, la giurìa, è forza sospendere, come appunto praticano
le nazioni più libere, Inghilterra, America e Portogallo, per un
breve tempo, fino al raggiungimento dello scopo, queste istituzioni.
Molto giustamente, dunque, l'egregio statista Cognetti[219] propose,
in tali casi, piuttosto che compilare ogni volta dei progetti di
legge eccezionali, che o naufragano o s'impelagano contro le giuste
suscettibilità regionali, si chiedesse al Parlamento la sospensione
degli articoli 26, 27 e 32 dello Statuto, per tutto lo Stato, o per
alcuna parte di esso, a seconda dei casi e per un tempo preciso,
coll'obbligo ai ministri di presentarsi al Parlamento, alla scadenza
del termine per chiedere un bill d'indennità a favore proprio e dei
pubblici funzionari e magistrati loro soggetti.

La libertà è, come l'oro, cara a tutti, perchè e finchè è fonte di
gioia, ma appunto come l'oro nelle mani di Mida si fa aborrire e
spregiare quando diventa una sorgente di mali: di lì le reazioni
tiranniche che menano poi agli eccessi demagogici. È dunque
nell'interesse della civiltà di evitare tutto quanto può rendercela
meno cara.

E così dove la camorra o la maffia o il brigantaggio prendono figura
politica, ivi leggi severissime dovrebbero prevenire ogni possibilità
della loro influenza sul suffragio: ogni uomo politico, che venga solo
sospettato di aver parte in queste associazioni, dovrebbe perdere ogni
diritto politico: e i carcerati per camorra dovrebbero esser mandati
in luoghi lontani, ed immuni dall'endemia criminosa e sparpagliati in
modo da non essere mai più di due nella stessa camerata, possibilmente
in isole. Pubblicazioni forse anche gioverebbero, che rendessero
ridicole presso il popolo o sprezzate o mal famate queste associazioni.
Il tribunato politico di cui parleremo, dovrebbe avere una speciale
sorveglianza ed azione sull'applicazione di queste misure.

E giova abolire le grazie regie massime pei delinquenti comuni
associati, difficoltandone ad ogni modo il ritorno nel paese nativo,
dove hanno il loro campo naturale d'azione.


_Civiltà._—I danni dei grandi accentramenti, della troppo rigogliosa
civiltà, si possono prevenire coll'opporre nuove difese alle nuove armi
del crimine.


_Densità._—Contro l'influsso malefico dell'eccessiva densità,
sarebbe p. es. bene che tutti i governi, liberatisi dalla frenesia
dell'accentramento, lasciassero distribuirsi anche nei più piccoli
centri tanti istituti che adesso richiamano allo città, già
soverchiamente popolose, troppo folta falange di persone (Zerboglio,
_Alcoolismo_, 1892), come Università, Accademie, laboratorii
scientifici, collegi militari ed istituti educativi, e anche
ricreatori, intorno a cui si potrebbero raggruppare molte industrie,
commerci, ecc., che impedirebbero alle capitali di ipertrofizzarsi come
fanno adesso esageratamente.

È in America del Nord che gli eccessi degli accentramenti si vanno ora
modificando col render più ridenti, più desiderabili i centri rurali
diffondendovi passeggiate, club, luci, teatri e biblioteche che vi
attirano i ricchi e rendono più felici i non agiati, onde meno sentono
il bisogno di agglomerarsi nelle capitali.

Certo questi agglomeri non possono sciogliersi d'un tratto, ma possono
depurarsi di ogni fermento criminoso e possono scemarsi per es. col
favorire l'emigrazione dei lavoratori disoccupati dando loro anche
trasporti gratis.

Quando poi la densità sia in esagerata isproporzione coll'alimentazione
la diffusione dei metodi e liquidi Malthusiani è il solo preventivo
possibile.

Or ora l'inglese Hill (_Criminal capitalist_, 1872) propone, egli,
il concittadino del paese più scrupoloso delle libertà personali, di
spiare, sorvegliare, ed al caso sopprimere, nelle grandi città, quelle
case che servono di ricetto ai delinquenti abituali, i quali, così,
oltre al non potersi associare, stenterebbero a vivere anche isolati. E
propone pure di colpire con gravi pene il così detto _capitalista_ del
delitto, o manutengolo quasi sempre impunito, il quale, essendo della
buona società, ha o dovrebbe avere più terrore della legge.

Per tentar poi d'impedire che dove è utile economicamente (Australia
e Stati Uniti), l'emigrazione non vi aumenti, però, i reati, giova
selezionarla, come ora si fa negli Stati Uniti, non accettando che
emigranti validi, onesti, dotati di qualche peculio, e di uu'abilità
manuale incontrastata.

Con simili selezioni fatte mediante persecuzioni giudiziarie negli
ultimi anni la Francia depurava la sua immigrazione—e ne ebbe un
decremento nel crimine (Joly, o. c.).


_La polizia scientifica. Elettricità. Fotografia. Identificazione._—Noi
abbiamo fatto finora la polizia così come si faceva la guerra,
nei tempi eroici, tutta a casaccio, ad empirismo, dove il merito
individuale di alcuni pochi in astuzia ed in forza muscolare, decideva
solo della vittoria.

Abbiamo dei questori che sono assai abili, come l'erano Ulisse ed
Achille; non ne abbiamo nessuno, però, che, non dico come Moltke, ma
nemmeno come un ufficiale qualunque di stato maggiore si serva per
le sue indagini delle risorse scientifiche offerte dagli studi di
statistica, di antropologia criminale, che moltiplichi, insomma il
proprio ingegno, colle forze enormi, e, quel che è più, esattamente
governabili, dalla scienza.

Il telegrafo, in ispecie se applicato ai vagoni delle ferrovie,
le ferrovie stesse, ecco nuovi mezzi atti a neutralizzare i nuovi
stromenti del male introdotti dalla civiltà e così la fotografia
dei carcerati, distribuita alfabeticamente e con annessa la loro
biografia[220].

In America le società di sicurezza contro il delitto introdussero
il _telegrafo_ d'allarme che, per mezzo d'un registro posto a
capo del vostro letto, segnala l'ingresso del malvenuto, e con un
altro movimento di chiave vi mette in comunicazione con un ufficio
telegrafico, che immediatamente manda il soccorso.

Un'altra applicazione dell'elettricità è stata introdotta nel servizio
di polizia di New York. Di notte, ogni _policeman_ deve custodire
un certo spazio (_beat_ o battuta) assegnato. Lungo questo spazio
è una specie di colonna di ferro vuota, che oltre una cassetta di
medicinali contiene una macchinetta telegrafica, sistema Morse,
con cui il _policeman_ senza muoversi dal posto, può comunicare con
tutto il dipartimento di polizia della città, e riceverne l'aiuto
senza perdita di tempo. Se, per esempio, parecchi ladri sono entrati
in una casa e vi stanno facendo bottino, e non è prudente per il
_policeman_ affrontarli, egli ne dà avviso al soprintendente, il quale
subito avverte tutti i _policeman_ del vicinato di accorrere al luogo
necessario. Ma come fa il soprintendente o altro superiore a mettersi
in comunicazione, dal suo ufficio, con _policeman_ che spesso sono
lontani parecchie miglia? Alcune colonne sono provvedute di campanelle
le quali, toccate telegraficamente dal soprintendente, si mettono
a suonare e non ismettono finchè il _policeman_ a cui la colonna
appartiene non corre a fermarle, e nello stesso tempo, a ricevere gli
ordini del suo superiore.

Guillar saviamente propone l'associazione di tutte le nazioni
per l'arresto del reo—rendendo comuni i trattati di estradizione:
organizzando una specie di polizia internazionale che ne comunicasse le
fotografie e segnalasse quelli che commettono all'estero i delitti—o
che allo spirar della pena emigrassero nel paese vicino, o quelli che
vi furono trasportati, in genere difficoltandone l'emigrazione, salvo
i casi rari che abbiano imparato ad esercitare un lucroso mestiere.—Vi
dovrebbe essere un casellario internazionale giudiziario, un ufficio
d'indicazione generale (_Rev. de Disc. Carcer. Bullet. Internation._,
1876).

In Austria e in Inghilterra si sono introdotte quelle compagnie di
_Detective_, di _Vertraute_, che sono dei veri bersaglieri del crimine.
Alcuni, isolati, nascondono la loro missione sotto nomi e professioni
diverse, altri divisi in piccoli gruppi, ignoti gli uni agli altri,
tutti ricompensati lautamente, a seconda dell'importanza dell'arresto,
fanno una vera caccia al delinquente e spesso lo colgono in flagrante,
servendosi delle ferrovie, del telegrafo, dello studio minuto, fatto
nelle carceri, delle fisionomie[221] e soprattutto del non mutabile
sguardo dei malfattori e delle raccolte fotografiche cui accennammo.


_Metodi d'identificazione._—Un buon questore si giova, per porre le
mani sull'ignoto autore di qualche reato, della sua memoria anche,
mettiamo, del grossolano casellario che da pochi anni si è istituito,
e della fotografia. Ma in un regno così vasto come quello d'Italia
con comunicazioni così rapide, migliaia e migliaia di individui sono
sottratti alle sue osservazioni; e la memoria più felice non potrebbe
approdare a gran che.

Il nostro delinquente con tutta facilità riesce a sottrarsi alle
ricerche della polizia mutando le proprie generalità ed in caso
d'arresto, se recidivo, riesce facilmente ad ingannare l'autorità sui
proprii precedenti assumendo le generalità di qualche altra persona
magari onesta.

Da ciò si vede la necessità di una scientifica identificazione degli
imputati.

Tra tutti i sistemi escogitati per questa quello di Bertillon è il più
geniale, e fu preceduto da molti anni dal nostro Bonomi e superato ora
dal nostro Anfosso[222].

Nella Prefettura della Polizia di Parigi cui egli era addetto si
trovavano conservate migliaia di fotografie di delinquenti, che si
mostrarono utilizzabili facilmente finchè il numero n'era minimo, non
più però quando queste troppo aumentarono. Bertillon propose allora
di classificarle secondo le misure di alcune parti del corpo che si
possono ritenere come invariabili. E sono: la statura, la lunghezza e
la larghezza massima della testa, la lunghezza del dito medio sinistro,
la lunghezza massima del piede sinistro, l'apertura delle braccia e la
lunghezza dell'avambraccio sinistro.

Supponendo che tutte queste misure vengano divise in parecchie serie
è evidente che il confronto si dovrà fare solo più colle fotografie
di una serie, estendendo, tutto al più, le ricerche alle due serie
confinanti, poichè l'errore di misurazione è ristretto in confini ben
limitati.

Il suo sistema posa sul dato che il corpo umano raggiunto il suo
sviluppo si mantiene pressochè invariabile e che non si possano trovare
due uomini perfettamente identici: con questi dati dal 1883 sino al
1890 le identificazioni ottenute da lui raggiunsero il numero di 3017.

Questo fu il primo stadio del Bertillonage.

Dopo un certo tempo si constatò che le misure potevano bastare esse
sole, senza d'uopo della fotografia ad identificare i prevenuti.

Fin qui l'identificazione aveva carattere essenzialmente giudiziario,
serviva cioè a garantire ai magistrati l'identità ed i precedenti
dell'individuo inquisito.

A questo punto sopravviene un altro stadio in cui la identificazione
serve non solo alla magistratura, ma anche alla polizia. Si tratta cioè
di aver sottomano tutti i dati per poter riconoscere chi allo stato
di libertà si cela sotto finto nome. E questo il Bertillon lo ottiene
colle fotografie parlanti, accompagnate da una descrizione minuziosa
dell'individuo, dai suoi contrassegni personali.

Anfosso andò più in là, ideò un apparecchio (o. c.), detto da me _Tachi
antropometro_, col quale in pochi minuti si possono ottenere non solo
tutte queste misure, ma molte altre e dal primo venuto (Vedi fig. 1),
salvo però l'inconveniente comune a tutte le misure, di prestarsi cioè
ad errori, se la misurazione non sia fatta con diligenza.

   [Illustrazione: Fig. 1.]

Quegl'inconvenienti ora però furono ovviati aggiungendo un sistema di
identificazione craniografica (vedi fig. 2) consistente in due regoli
metallici portanti una listarella di piombo. Questa viene appoggiata
sul capo lungo la curva antero-posteriore, a partire dalla base
del naso fino al punto inferiore della nuca, ed è sostenuta dai due
regoli che, essendo mobili su un perno, la trasportano sovra un piano
verticale sul quale poggia un foglio di carta preparata al picrato di
potassa. Allorquando la listarella tocca la carta stessa, interviene
il passaggio di una corrente elettrica, la quale, decomponendovi la
soluzione nei punti di contatto, determina una linea colorata che
riproduce le curve della listarella e conseguentemente quelle del capo,
potendosi la stessa operazione ripetere per la norma orizzontale e per
la trasversale. Intagliando poi la carta lungo la linea segnatavi si
ottiene un diagramma che combacia perfettamente colle curve craniche:
notisi che questa linea scompare dopo cinque minuti; cosicchè chi
fa l'operazione è costretto a proceder subito all'intaglio, il che
garantisce che verificherà subito sulla persona se il rilievo e se
l'intaglio siano stati eseguiti fedelmente.

   [Illustrazione: Fig. 2.]

Questo sistema ha il vantaggio incontestabile su quello del Bertillon
che il rilievo richiede molta minor intelligenza e meno attenzione
della misura, l'errore di qualche millimetro in questa potendo spostare
in modo pericoloso la classifica dell'individuo studiato, mentre lo
stesso errore nel rilievo cranico non ha importanza.

Più: l'operazione essendo puramente meccanica si diminuiscono i
coefficienti d'errore, e mentre colle misure millimetriche l'unico modo
di verificare l'esattezza sta nel ripeterle, nel rilievo cranico la
sovrapposizione diretta del diagramma sul capo del soggetto garantisce
la precisione.

Nè bisogna dimenticare che nelle misurazioni si ricorre a pochi
punti di differenziazione tra individuo ed individuo, mentre nel
nuovo sistema questi punti sono numerosissimi. E si ha il vantaggio
di giovare non solo alla identificazione giudiziaria, ma anche nello
stesso tempo a quella della polizia.

Se sovra un passaporto indichiamo, infatti, la statura, i diametri
cranici, l'apertura delle braccia, ecc. di un individuo, è ovvio che
quando costui vuole provare la sua identità deve sottoporsi ad una
nuova misurazione. Questa non può farsi che in determinati locali,
poichè non è supponibile che gli agenti portino seco gl'istrumenti
per misurare gl'individui. Invece il craniogramma può essere unito al
documento personale, portarne lo stesso numero ed allora il cittadino
porta seco una vera carta personale che—meglio della fotografia—ne
garantisce la identità.


_Stampa._—E così la polizia dovrebbe giovarsi sistematicamente della
stampa.

La stampa è tanto uno stromento di civiltà quanto di criminalità; ma
noi non possiamo sopprimerla, nè, senza lesione alla vera libertà,
reprimerla: meglio giova usufruttuarla alla difesa sociale.

In Isvizzera l'Autorità governativa ha una specie di manuale colle
figure e biografie dei criminali svizzeri più conosciuti.

Or ora in Germania si iniziava la pratica di inserire nella 4ª
pagina dei giornali più popolari le segnalazioni, le taglie e fino le
fotografie dei delinquenti, di cui più preme l'arresto.

A Magonza (Germania) si pubblica un giornale in tre lingue: francese,
tedesco e inglese, _Internationale Criminal Polizeiblatt. Moniteur
International de Police Criminelle. International Criminal Police
Times_, che esce settimanalmente ed è redatto dal consigliere di
polizia, il _Polizeirath_, e stampato a cura dell'Ufficio di polizia,
_Polizeiarahos-Vorstand in Mainz_, coi ritratti e le indicazioni dei
delinquenti ricercati; che al Cairo in Egitto si pubblica un giornale
settimanale in arabo: _Vagái'u 'bubúlìs_ ossia _Avvenimenti di polizia_
diretto dall'Ufficio pubblico di polizia, che esce ogni mercoledì, coi
ritratti e le indicazioni degli omicidi e falsari arrestati, coi loro
reati e la loro descrizione minuta.

Ed ecco come la stampa, ed in ispecie quella della 4ª pagina, che
fin'ora era tanto spesso fonte a ricatti, truffe, calunnie, diventa un
amminicolo per la difesa sociale.


_Nuovi indizii. Pletismografia ecc._—Ma vi ha ben altro. Noi abbiamo
abolito, nelle indagini indiziali, la tortura; ed è una vera nostra
gloria; ma a questo mezzo brutale di indagini, che spesso poteva fare
la luce, ma più spesso fuorviarci, nulla abbiamo saputo sostituire, e
questo è male.

Ora la cognizione delle anomalie craniche e fisionomiche,
dell'assimetrie, sclerosi, stenocrotafie ecc., biologiche (anestesia,
analgesia, mancinismo, campimetria anomala), e psicologiche, crudeltà,
vanità del delitto, imprevidenza, possono riempire questa lacuna: e
così parecchi altri dati, p. es. dei tatuaggi osceni, vendicativi.
Già Despine proponeva il sequestro dei delinquenti abituali, quando
in libertà siansi vantati di commettere un delitto; sapendosi che in
tali casi troppo bene mantengono la data parola. Io ho osservato ora,
per es., dopo più di 11.000 esami, che i tatuaggi coloriti a miniatura
sono speciali ai criminali francesi, o ai nostri che dimorarono nelle
carceri, o nelle navi di Francia.

Noi abbiamo veduto nel primo volume come il pletismografo di Mosso,
può senza alcuna alterazione della salute, senza dolore entrare nei
penetrali dell'animo del criminale con un esattezza matematica.

Non è molto che io ne potei farne un'applicazione curiosa in un
processo assai complicato. Si trattava di un famoso malfattore il quale
da relazioni della questura, si riteneva autore di un borseggio di
forte somma sopra tal Dell'Ac..., mentre erano ambidue in un vagone di
1ª classe, e ciò col così detto metodo del manicotto—false mani che si
tengono sollevate e si mettono in mostra, mentre le vere praticano il
furto.

Il sospettato era certo un uomo abile nei reati di questo genere;
gli si eran trovati nel domicilio 7 passaporti con nomi diversi, fra
cui quelli di un tal Red...—Ma una volta messo in carcere, egli si
diede per pazzo, rifiutò ostinatamente di farsi fotografare, si mostrò
agitato ogni volta che il giudice voleva interrogarlo, e poi cominciò a
pretendersi avvelenato, rifiutare i cibi, a veder per tutto nemici.

Richiesto di una perizia in proposito dal giudice istruttore grazie
alla nessuna reazione al pletismografo, quando io gli presentavo dei
veri veleni, potei dimostrare la insussistenza, e la simulazione della
pazzia, ma vedendo che mancava ogni oscillazione segnalatrice, anche
quando gli parlava di quel famoso borseggio, mentre vi era una enorme
discesa al pletismografo quando si intratteneva del furto Red... potei
dire al giudice, essere quello sciagurato, con grande probabilità
innocente del furto, di cui incolpavalo il questore, e reo di un furto
che prima era ignorato e sulle cui traccie era stato messo sopratutto
dal pletismografo, il che poi venne confermato da nuova indagine
giudiziaria.



CAPITOLO II.

Prevenzione dei reati sessuali e di truffa.


I reati sessuali[223] e i bancarii sono i reati specifici della civiltà
avanzata. Come rimediarvi?


_Prevenzione di eccessi sessuali_.—Il divorzio è un preventivo potente
contro molti adulteri: e contro molti di quei reati di libidine che
formano una delle tristi note della più moderna criminalità.

Dalle statistiche portate dal Ferri[224] è dimostrato come in Francia
i condannati per adulterio aumentavano continuamente dal 1864 al 1867,
mentre in Sassonia dove il divorzio era ammesso diminuivano nella
stessa epoca: e nei distretti tedeschi di razza dove vigeva il diritto
francese, si notavano maggiori processi e separazioni che negli altri,
e i delitti sessuali vi erano più numerosi.

E ancora nell'epoca in cui non era ammesso il divorzio in Francia 1874
a 1878—i maritati rei di veneficio, dànno una proporzione maggiore
dei celibi 45:30, mentre nelle successive sono inferiori; e ciò solo
per i molti avvelenamenti dei coniugi: più del 15% delle uccisioni
dei coniugi erano determinate in Francia dall'adulterio e dai litigi
domestici. In Italia non meno di 46 omicidi per anno vengono perpetrati
per rompere un legame divenuto insopportabile.

Tutti i giorni noi abbiamo sotto agli occhi madri spinte alla pazzia
o al delitto per la tortura del coniuge; così la Vigna, donna debole
e prima onestissima, uccise il marito chiamando in aiuto la Madonna,
perchè esso la minacciava non come donna solo, ma anche come madre.

Pochi mesi fa in Francia la Godefroy, d'anni 43, s'era conciliata la
stima e l'amore di tutto il paese per il coraggio con cui da sola educò
9 figli e sopportò 15 anni la tortura del marito beone; ma un giorno
non ne potè più: minacciata col coltello dal marito, nascose sotto al
camino una pala di ferro, e alla nuova minaccia l'uccise; si denunciò;
fu assolta.

Gulinelli, giovane scultore, dapprima onestissimo, dichiarava che, se
fosse esistito il divorzio, non sarebbe stato trascinato ad uccidere la
moglie; e noi vidimo (Vol. II) il caso dei figli e moglie Kleinroth,
condotti ad essere complici del parricidio e mariticidio dai continui
maltrattamenti che quel padre brutale infliggeva loro, specialmente
alla madre che batteva e metteva al disotto di molte sue serve
adultere, cui teneva in casa insieme ai bastardi.

Quanto agli attentati al pudore, una quota rimonta alle tendenze
congenite—stupratori-nati—e forse qui influisce la diatesi cretinica
che stimola elettivamente i genitali od una forma di follia, come
colui che colpiva le ragazze per strappar loro le ciabatte e farne una
raccolta (v. s.).

Un'altra parte certamente, e forse la più grande, entra nella cerchia
dei delitti d'occasione per influenza della barbarie campagnuola, per
mancanza di sfogo, di prostituzione e per la maggior difficoltà ai
connubii, come ci rivelano le statistiche esposte (Parte I) in cui si
vedono predominare alcuni paesi di montagna, dove la prostituzione non
venne introdotta, notandosi di più nei soldati, pastori, costretti
cioè ad un forzato celibato, d'onde uno stato di violento erotismo
insoddisfatto e l'abitudine alla masturbazione; ed è noto che questa
(Emminghaus, _Allgemeine psycopathologie_, 1878), eccitata prima dalla
fantasia, l'irrita poi ed eccita, e ne è a sua volta di nuovo eccitata.

Nei paesi barbari[225] e purtroppo anche in qualche altro civile
guastato dalle istituzioni religiose, cattolica, p. e., vi possono i
sacerdoti dannati al celibato, specie se col confessionale hanno una
seconda occasione potente ed insieme uno stromento al delitto. Infatti
la statistica, che pur dichiara il sacerdozio una delle professioni
meno macchiate dai delitti, quanto ai reati contro il costume, specie
pederastici, dà ai preti cattolici una quota relativamente alta, benchè
sia inferiore agli altri celibi, che nella criminalità in genere non
passano il 5%, nei reati sugli impuberi toccano il 12, sugli adulti il
4 (Fayet).

Ma i più nascono dalle influenze della civiltà. Ciò è provato dal
vederli crescere in Prussia nella provincie occidentali, che sono le
più colte, e dal vedere i delitti di libidine su bambini crescere in
50 anni fino a quintuplicarsi, scemando sugli adulti (Ferri, _Sulla
criminalità in Francia_, 1880).

In Francia i reati contro la morale erano 805 nel 1826 e crebbero a 932
nel 1882; gli stupri su fanciulli da 136 a 791, cioè quintuplicaronsi.
In Inghilterra erano 167 nel 1830-34, 972 nel 1835-39, 1395 nel
1851-55.

Nella stessa Prussia, secondo l'Oettingen, i delitti di libidine
crebbero dal 1855 al 1869, come 225 a 925, ed i crimini di libidine
come 1477 a 2945.

Nella Sassonia l'aumento sarebbevi enorme, 190, 255, 321, 421, 434,
531, 778.

E notisi che nelle statistiche germaniche non si tien nota dei singoli
delitti contro la moralità in quanto sieno commessi contro fanciulli o
contro adulti—ora questi ultimi scemano probabilmente anche in Germania
come in Francia, sicchè l'accrescimento si deve ai crimini più gravi,
quelli, cioè, sui fanciulli.

La civiltà moderna v'influisce in un modo più diretto promovendo
l'istruzione, aumentando quindi l'eretismo del sistema nervoso, che
a sua volta richiede stimoli, piaceri sempre più nuovi ed acuti:
poichè pare che quanto più l'uomo s'eleva nell'attività psichica, più
s'aumenta il numero de' suoi bisogni e piaceri quando l'animo non sia
rivolto a grandi idealità scientifiche, umanitarie, ecc., e quando la
ricchezza permetta una lauta alimentazione. Fra i bisogni e piaceri
aumentati primeggia il sessuale che anche in tutto il mondo animale si
vede in stretta connessione e dipendenza dal cerebrale e in rapporto
continuo ora di antagonismo (fecondità grande dei pesci ed insetti meno
intelligenti, ecc., scarsa degli animali superiori, sterilità delle
formiche, api operaie, e, pare, dei grandi uomini), ora di parallelismo
(come prova il maggior ingegno nella virilità e negli uomini casti),
col rigoglio della salute, della vita e dell'intelligenza, e ciò
viene provato anche dalla statistica: così in Francia nel 1874 i
professionisti che formano il 5,0 della popolazione diedero 6,7 di rei
contro le persone, 9,2 di stupri su fanciulli, il _maximum_ dopo gli
operai, e 3,4 sugli adulti.

Questa insaziabilità dei piaceri nelle persone più civili, insieme
anche alle occasioni assai più frequenti, spiega pure perchè codesta
criminalità vada aumentando (v. s.) nei rei sui fanciulli, in ragione
inversa di quella sugli adulti; e insieme alla mancanza di leggi sul
divorzio ed al maggior numero di maritati tra i vecchi, spiega quel
fatto in apparenza sì strano e così contraddittorio alle leggi della
criminalità per cui questo speciale delitto, all'inverso degli altri,
prepondererebbe fra i maritati, precisamente come vediamo pei venefici
per cause d'amore.

In Francia negli stupri su fanciulli i celibi dànno 41,5, i maritati
45,9: i celibi dànno 35,9, i maritati 47,6, mentre nei delitti contro
le persone i celibi dànno 48,1, i maritati 40,4, e negli stupri
su adulti 61, appunto perchè i piaceri colti con questi ultimi più
differenziano da quelli che si fruiscono già nel matrimonio.

Vi s'aggiunga, infine, come, per uno sviluppo continuo della previdenza
(nota bene il Ferri nel suo _Socialismo e criminalità_, 1883), i popoli
più accorti cercano di generare il meno figliuoli che sia possibile,
e quindi pencolano verso la pederastia. Così io vidi fra i montanari
più intelligenti, a Ceresole, per es., ritardati—appunto per aver
meno prole—i matrimoni fin a 40 anni: mentre nei montanari, dove più
abbondano i cretini, nella Valle d'Aosta, i matrimoni dànno, per es.,
a Donnaz, 6,5 figli; a Châtillon, 5,1, quasi il doppio della media
(_Inchiesta agraria_, VIII, p. 160).

Non è azzardata dopo ciò l'ipotesi che il matrimonio, contraendosi
come un affare in cui le scelte si fanno contro le leggi della natura,
preferendo la ricchezza e la potenza alla bellezza ed alla salute,
e diventando poi uggioso anche per la sua indissolubilità, spinga
non solo all'abbandono del talamo, ma perfino ad odio, a nausea
dell'intero sesso, e quindi a ricerca di amori contro natura, i quali
non crescerebbero almeno a sì grande stregua, se i bisogni sessuali
si potessero soddisfare con una persona cara, del sesso femmineo, alla
faccia del mondo.

La civiltà, poi, influisce all'aumento dei reati sugli impuberi,
materialmente coll'aumento maggiore o col maggiore agglomero delle
scuole, collegi, perchè fornisce un'occasione facile ai maggiori
contatti coi maestri spesso celibi, per povertà, ed agli scolari, dove
un solo giovinetto immorale può corromperne centinaia; e vi possono
di molto le agglomerazioni delle grandi capitali in piccoli spazi,
gli opifici, specie ove siano numerosi gli impuberi e misti cogli
adulti e costretti a lavorare seminudi in camere scure, come accade
in certe fabbriche e nelle miniere; più di tutto poi i mestieri, per
esempio: di calzolai, sarti e pittori, che, oltre al triste stimolo
degli alcoolici, abbiano nell'esercizio loro una causa eccitante nella
posizione del corpo o nella copia dei modelli.

Ed ecco la causa per cui gli operai in genere che dànno, secondo il
Fayet, il 30% della criminalità generica, ne danno il 35% per stupri su
bambini.


_Misure legislative ed amministrative_.—È molto facile il seguire il
vecchio indirizzo militare col dire: Se aumentano i delitti aumentiamo
le pene e li faremo cessare.—È una esagerazione.

L'illustre Ferri, con una statistica di 53 anni in Francia[226]

(Liszt, _Archiv f. Strafsrecht_, 1882), ci tenta mostrare che
quasi nullo è l'effetto delle pene, perchè le continue condanne
coincidono con continuo aumento nei reati. Ma anche qui vi è alquanto
di esagerazione. Perchè, esaminando queste tabelle, noi vediamo
che, se contro i rei di stupro sugli adulti le pene correzionali
hanno aumentato a spese delle più severe, come 56,4:32,2 = 1,75, la
prevalenza, invece, delle condanne al carcere, su quelle ai lavori
forzati è discesa di molto più, come 56,7/10,2: 30,6/12,9 = 2,34, ciò
che, infine, proverebbe una aumentata severità della pena; e siccome i
reati contro gli adulti hanno diminuito, ciò proverebbe esercitar essa
qualche influenza. Un'altra prova se ne ha nella tabella pegli stupri
dei fanciulli. Qui appare che le pene più lievi delle carceri, sono
accresciute a spese delle più severe, in confronto ai lavori forzati;
è cioè, scemata la severità; eppure è aumentato in Francia il numero di
quei delitti.

Quindi non poco influisce anche la pena, ma perciò appunto occorre che
sia giusta e sicura, e quindi non affidata all'aleatorio intervento dei
giurati.

È appunto perciò che non sarebbe impossibile che all'aumento apparente
della quota di tali delitti contribuisse in parte la calunnia, il
ricatto, che si è veramente organizzato nelle capitali, specie per i
reati contro gli impuberi. Casper già racconta di donne che giunsero
a infettare, a bella posta, le loro figliuoline per poterne accusare
innocenti. Or ora Fournier narra aver visto 5 casi di vulvite associata
ad enormi lacerazioni, prodotte con scopa da terrazzi in bambine da
madri, per poter avere un fondamento ed accuse di stupro sulle loro
figlie (_Ann. d'hygiène_, 1880).

Ma certamente più che le pene qui giovan le misure preventive.

Occorrerebbe sorvegliare le scuole e gli opifici ove sono accolti gli
impuberi; il scegliere solo donne per maestre sarebbe già un eccellente
sostitutivo penale contro la pederastia dei maestri, e altrettanto
il mettere delle sorveglianti femmine maritate negli opifici ove
lavorano impuberi di notte o in luoghi scuri; misura tanto più facile
inquantochè è economica e nello stesso tempo più adatta, e così diradar
i collegi.

S'aggiunga l'escludere i fanciulli fino ad una certa età dal lavoro
delle miniere, come porta la legge francese del 1874 sul lavoro dei
fanciulli applicata dal 1875, legge che è in coincidenza con una
diminuzione di stupri sui fanciulli del 1876.

Un altro rimedio è certamente la diffusione della prostituzione nei
paesi agricoli, specie là dove spesseggino marinai, soldati ed operai;
il render più accessibile l'amore nella pubertà a tutti i giovani.

Nessuna legge potrà ostare ai matrimoni interessati e quindi facili
a divenire antipatici, ma almeno la massima facilità di un divorzio
impedisca che l'antipatia (_nitimur in vetitum_) spinga alla nausea e
al delitto.

È evidente che il divorzio è destinato a scemare il delitto
d'adulterio, quando permette un soddisfacimento sessuale legittimo
ai coniugi che separati certo, se giovani, se ne procurerebbero
uno illegittimo; e quando minaccia al celibe adultero, che corre al
più il pericolo di un duello, quello più serio d'un matrimonio con
donna tutt'altro che castigata com'egli stesso ebbe ad accertare
personalmente; mentre, ora, col ricorrere ai Tribunali, il coniuge
offeso, per la pubblicità, pel ridicolo e (trattandosi dei giurati)
per le assoluzioni, corre incontro a più pericoli e fastidi del vero
colpevole: ed ecco che esso previene anche i reati d'impeto per parte
del coniuge offeso, sì frequenti nei drammi e sì rari nella vita, ed
ora il nuovo rimedio francese del vetriolo; il divorzio ne sarebbe un
sostitutivo penale ben più utile e ben più adottabile, chè, per quanto
l'autore a sua volta sia assolto dal pubblico e dai tribunali, è sempre
un reo; e quello dell'uccisione dell'adultero è pur sempre una specie
di feroce _jus necis_ lasciato da un costume veramente selvaggio in
mano all'offeso; ora notisi, che secondo il Dumas, che se ne dovrebbe
intendere, questa uccisione accadrebbe più di frequente nei matrimoni
legittimi che nei concubinati, perchè appunto specialmente in quelli
si sente anche il bisogno di vendicare la violazione della proprietà
legittima. E perciò un passaggio graduato al libero amore darebbe il
più radicale dei preventivi.

Certo mi direte: Queste uccisioni è la cieca passione che le provoca; e
niuna istituzione civile potrebbe soffocare la passione. È verissimo,
ma certo, data una valvola di sicurezza, essa proromperà assai meno
spesso.

Io ho dimostrato che i padri alcoolisti dan luogo a figli idioti,
epilettici e più spesso ancora criminali; e quindi il divorzio che ne
impedisca la nascita è un vero preventivo dei delitti, ben più sicuro
del carcere.

Che se i figli di seconde nozze dànno luogo a un maggior numero di
criminali, e non dànno altrettanto i figli dei separati?

Io ho dimostrato come vi hanno delle nature perverse che si sentono
attratte l'una all'altra, e allora sono matrimoni felici per sè e non
per gli altri: ma che uno di costoro s'accoppi ad un carattere onesto o
che una tempra di satiro, come era il francese Ferlin, che da 7 serve,
oltrecchè della moglie, ebbe 54 figli e che finì collo stuprare una
figliuola, si leghi ad una casta od astemia, noi avremo nuove forme e
cause di delitti.

V'hanno i casi di mariti che torturano le mogli finché sono loro
vicine, salvo a rimpiangerle e fino ad ucciderle per una ravvivata
passione quando forzate si allontanarono da loro: e questi reati
potrebbero porsi nel bilancio passivo del divorzio, se altrettanto non
accadesse anche per la separazione; d'altronde il divorzio non si può
dire impedisca per sempre il ravvicinamento col coniuge.

Trovo nel De Foresta (_L'adulterio_, 1881), che gli antichi giuristi,
gente tutt'altro che tenera per le donne, riconoscevano che la
moglie battuta dal marito non poteva essere accusata se dopo davasi
all'adulterio.

_Si vir uxorem atrocius verberaverit atque uxor aufugiat et
adulterium committat non poterit eam maritus accusare_ (Tiraqueau,
_In leg. connub._).—Evidentemente gli antichi avevano intravveduto
nell'adulterio un sostitutivo penale contro le sevizie maritali; e non
sarebbe miglior preventivo o sostitutivo di tutti e due il divorzio?—Ma
questo solo non basta.

Vi si deve in più rendere obbligatoria la ricerca della paternità e
sopratutto la riparazione alla donna sedotta.

Se noi diamo uno sguardo alla società nostra, per quanto riguarda
l'amore, vi vediamo spiccare due opposte correnti: da una parte quanto
più cresce l'intelletto e la civiltà, più crescono i desideri e la
potenza d'amore—onde il gran numero di letterati colpevoli—dall'altra
si fan sempre più difficili i mezzi per soddisfarli.

Il matrimonio che dovrebbe essere la meta più alta, si rende sempre più
difficile, o si compie, preferendo, all'inverso delle leggi di elezione
naturale, la ricchezza e la potenza alla bellezza ed alla salute, e
quindi rendendosi più disaffine colle proibizioni del divorzio, collo
studio dell'infecondità.

Da questa doppia fatale corrente, che contrasta a quella dell'amore
sessuale, emergono in parte quei delitti, e dicasi pure anche una
volta, smettendo le ipocrite reticenze, anche dal pregiudizio che
ci fa reputare colpevole per un sesso quello che per l'altro non è
nemmeno una contravvenzione e che fa dell'atto venereo quasi una colpa
pel giovane, sicchè la mancanza di sfogo nei momenti più erotici lo
trascina ad amori contro natura.

Quando si faccia un equilibrio fra il grido della natura e quelli del
dovere e della morale, noi vedremo scemare rapidamente quei reati,
dimostrando così che possono dipendere oltrechè dall'eccesso, anche
dalla mancanza d'amore.

Occorrerebbe quindi, perciò, rendere non solo più facile il divorzio,
ma meno bottegaie le nozze, meno difficili gli amori e sempre
rispettata la maternità e sopratutto obbligatoria la riparazione che la
legge or più non contempla, e direi anzi quasi escluda quando vieta la
ricerca della paternità. Occorrerebbe che la società non riguardasse
solo la vittima come la colpevole, ma ben anche il suo seduttore,
su cui si stendono sì facilmente i sorrisi e i veli non lasciando
alla sola infamata altro sfogo che quello di farsi giustizia colle
proprie mani o di far scomparire, in un disperato delirio, le traccie
di un'immensa gioia, che si convertirono per lei sola in un'immensa
sventura.

E questi sarebbero i veri preventivi non solo dei reati sessuali, ma
degli infanticidi, e anche dei suicidi, omicidi, dei delitti insomma
per amore puro, i più degni dell'umana compassione, in cui vittime ed
autori son più spesso uomini onesti.


_Truffa bancaria. Influenza politica_.—La truffa e l'abuso di pubblica
fiducia sono i reati più moderni, che non possono venir commessi che da
persone colte e simpatiche. Gli è: che la truffa è una trasformazione
evolutiva, civile, se si vuole, del delitto, che ha perduta tutta
la crudeltà, la durezza dell'uomo primitivo di cui il reo-nato è
l'immagine, sostituendovi quell'avidità, quell'abito della menzogna,
che vanno sventuratamente diventando un costume, una tendenza generale,
salvo che in costoro è più concentrata e con intenti più dannosi.

Invero se passiamo dalle vallate remote alle città e dalle città
piccole alle capitali, vediamo, dal più piccolo al più grande, farsi
sempre più gigante la menzogna commerciale, la truffa, insomma, in
piccola scala; e nelle società più elevate, sotto forma di Banche
per azioni, la truffa vera, gigantesca, è in permanenza alle spalle
dei gonzi, garantita coi nomi più altisonanti e più venerati se non
venerabili.

Posto ciò, è naturale che il truffatore comune ed il politico non sia
un criminale-nato, ma un criminaloide che ha i caratteri dell'uomo
comune e che, senza un'occasione propizia, e mettiamo pure un po' meno
forte di quella che trascinerebbe l'uomo quasi integro, non cadrebbe in
colpa (Vedi voi. II).

Il rimedio più urgente qui, perciò, è il preventivo, tanto più che
avvenuto il reato la punizione poco giova a scemare il danno: ed i
preventivi sono facili se si popolarizzano le nuove idee economiche
che mostrano la banca che specula solo sul frutto del denaro essere un
congegno di truffe—non potendo per sè moltiplicarsi il denaro—e se si
esigano anche nelle banche per azioni a scopo agricolo, industriale
dagli amministratori garanzie effettive, preventive, con obbligo
d'indennizzo anche se l'operazione sia stata approvata dagli azionisti:
sapendosi quanto questi sian facile strumento in mano agli ingannatori,
così da diventarne complici involontari ed incoscienti.

Per la scoperta dei truffatori e borsaiuoli che si presentano sotto
veste di gran signori per ingannare banchieri e gioiellieri, questi
a Londra e a Parigi hanno trovato utile adoperare dei cani drizzati
a scoprire dall'odor delle secrezioni questi pretesi ricchi, che
si lavano assai meno dei veri, ed il servirsi del telefono e della
fotografia istantanea e dei nuovi meccanismi che trasmettono a distanze
l'immagine dei sospettati clienti come la voce; sicchè essi rischiano
di esser arrestati prima d'uscire dal teatro del tentato crimine.

Nei grandi magazzini ci sono i sorvegliatori speciali che usano,
quando si tratta di ladre ricche di frugarle in uffici appositi e
farsene indennizzare, il che hanno trovato assai più vantaggioso che la
denunzia e le problematiche pene.

Vi è poi il sistema parlamentare che spesso eccita al delitto. Essere
truffatori in favore dello Stato, anche di denari sacrosanti, non pare
un delitto adesso a molti, come non è parso un delitto il propinare il
veleno nel medio evo, quando non solo i Borgia lo adoperavano per arma
politica, ma perfino i Dieci di Venezia. Ora da questo a favorire un
giornale, e poi un amico col denaro pubblico (_denaro del comun, denaro
di nessun_), e poi sè stessi, il passo non è lungo, specie per quelli
che tentano supplire alla mancanza del genio colla mancanza d'onestà.

Ma il parlamentarismo influisce sopratutto qui per la più estesa
irresponsabilità.

Di crimini simili ne successero in tutti i tempi.

Per gravi che siano i fatti attuali, sono un nulla rispetto a quelli
che si verificavano nelle civiltà passate; a Roma, per esempio, un
appaltatore poteva, corrompendo il Senato, far decidere di una guerra
che sarebbe costata allo Stato immense somme e centinaia di migliaia
di uomini, ma che doveva servire a lui a realizzare un credito che
aveva con un re dell'Asia; nè molte delle guerre più sanguinose ebbero
altra causa che l'avidità depredatrice di una piccola aristocrazia
finanziaria: in Inghilterra, in Francia, era due o tre secoli fa un
fatto normale che il primo ministro, e, qualche volta, lo stesso re,
ricevessero pensioni di Stati stranieri: i ministri e le amanti dei re
in pochi anni di governo o di amore ammucchiavano enormi somme, spesso
in mezzo a una miseria così diffusa, che toccava quasi la Corte. Sono
storia così recente, che non v'è bisogno di ricordarla a nessuno. Per
questo lato, le democrazie parlamentari d'oggidì, pur essendosi un po'
migliorate, non sfuggono alla legge comune; e dimostrano come, almeno
per ora, un Governo interamente onesto sia ancora, vuoi per le sue
origini, vuoi per le sue funzioni, un fatto quasi impossibile.

Quando il Governo era dispotico, erano le regie concubine o i favoriti
dei re che intascavano i milioni delle Banche o del Panama; adesso
forse questi non vi entreranno più, ma vi entrano (ed il cambio non
è migliore) i deputati; poichè una volta che costoro, al pari dei
re, si considerino inviolabili e più di questi siano irresponsabili
col pretesto che non sieno funzionari pubblici, potendo al più cadere
dal seggio ed impunemente godere del denaro pubblico carpito mediante
il pubblico ufficio, è naturale che non si risparmino, per poco che
abbiano debole il senso morale; mentre i poveri re, se facessero
altrettanto, prima cadrebbero dall'estimazione pubblica, e poi
finirebbero per perdere il trono e forse i beni e la vita.

Fate che fra le mani di uomini irresponsabili ed inviolabili quasi, si
pongano immensi tesori senza nessun pericolo a prenderseli; e provatevi
un po' a dire che non li tocchino!

Ma il male ora è peggiore anche perchè i re sono pochi, mentre i
deputati e senatori sono molti e più pericolosi.

Perchè questi sien più pericolosi è facile il capirlo.

Nella lotta elettorale non sono le qualità intellettuali e ancor meno
le morali che decidono della vittoria; anzi, l'uomo che ha molte idee
originali, urta il misoneismo della massa; l'uomo che ha coscienza
franca e dice i mali e propone i rimedi, urta gli interessi dei grandi
elettori; l'uomo onesto, che non vuol mercanteggiare così, non urta
nulla, ma non conquista nulla; e tutti rischiano di essere battuti
dal mediocre, che contenta tutti con un programma insignificante,
dallo sfacciato e dal corrotto che si adattano a comprare suffragi o
a mettersi a servizio dei potenti del luogo. Come potrebbe del resto
il pubblico meravigliarsi di trovare deputati corrotti e venali nei
Parlamenti, se non fosse così ingenuo innanzi allo spettacolo che gli
si svolge dinanzi in tempo di elezioni? Gli uomini non amano mai di
lavorare troppo; e, quando lavorano, vogliono essere pagati; invece,
per il lavoro politico, che è spesso uno dei più gravosi, si presentano
in folla i richiedenti, che si offrono di compierlo _gratis_. Per
un certo numero, il lavoro sarà compensato dalle soddisfazioni della
vanità; ma si vorrà credere che tutti gli altri si sobbarchino al grave
peso per alto e puro amore della felicità pubblica? Bisognerebbe che
gli eroi ed i Santi si trovassero ad ogni canto di strada, numerosi
come i venditori di fiammiferi. Se tanti deputati vanno e vengono da
Roma ai capi estremi della penisola, se salgono e scendono infaticati
le scale dei Ministeri, se pronunciano discorsi, scrivono relazioni,
spendono tremila lire all'anno in posta e telegrafo, non è per
devozione all'interesse del paese, ma perchè, in un modo o nell'altro,
questo lavoro deve finire a trovare una retribuzione che solo pei più
onesti non è che morale (Ferrero).

E da qui la necessità di diminuire il numero di costoro, di limitarne
il mandato e di escluderli da ogni privilegio per i reati comuni, anzi
di esporli a maggiore responsabilità degli altri, come in Inghilterra
ove il solo sospetto di adulterio, che pur per molti non è delitto,
bastò a detronizzare Parnell.

Abbiamo, perdio! lottato per secoli onde impedire i privilegi dei
preti, dei guerrieri, dei re, ed ora manterremo, sotto la fisima di una
pretesa libertà, i privilegi più straordinari a più di settecento re?

E conviene dare perciò una maggiore libertà alla stampa; ora, grazie
al nuovo Codice, il colpevole non solo non può venir denunciato, ma
se lo sia, trova anzi una nuova risorsa dai proprii reati: può, alle
spalle degli onesti e collo strumento delle leggi, operare quello
che chiamerei un vero ricatto alla rovescia, facendosi indennizzare
nuovamente sugli sforzi che fanno gli onesti per avvisare il pubblico
dei suoi misfatti. E altrettanto avviene in Francia dove Baihaut
ottenne una condanna fortissima di quel giornalista che osò solo
denunciarlo—anni sono—e propalare una piccola parte di quello ch'era
vero.

Qui bisogna ricordare che in questi casi il mettere a nudo le piaghe
non aumenta, come si crede dai deboli di spirito, i mali, ma li medica.
E, un paese in cui si sia voluto andare a fondo, come in Francia, a
coteste sozzure, per sradicarle, riprende la sua stima nel mondo e
nell'opinione popolare, per quanto numerosi e altolocati ne fossero i
colpevoli.

Una delle riforme che meglio arresterebbe la corruzione politica
sarebbe anche un largo decentramento. Quando a un Governo così
accentrato come il nostro e il francese è dato l'incarico di
amministrare somme enormi, di combinare affari per miliardi e miliardi,
come per molti dei nostri lavori pubblici, la corruzione si forma
subito intorno, perchè il controllo del pubblico vi è meno diretto e
più fiacco, la speranza della impunità, maggiore. Mettete invece gli
amministratori ad agire sotto gli occhi di una cittadinanza, e il
controllo diventa assai più efficace; e il ritegno dei deboli, che
il denaro potrebbe affascinare o perdere, maggiore. Tutti avranno
potuto constatare che i Panama accadono tutti intorno alle grandi
amministrazioni centrali, mai, o in proporzioni ridottissime, nelle
Comunali.


_La Concussione_, l'abuso di pubblici ufficiali, anch'esso un delitto
della più avanzata civiltà, sarà pure frenata col restringere il numero
e la prepotenza dei deputati e senatori—che sono i naturali protettori
dei peggiori impiegati; e col decentramento che ne aumenti i punti di
vigilanza e scemi i monopolii—ma sopratutto colla loro diminuzione
effettiva. Russia ed Italia sono un vero governo di impiegati che
assorbono e aduggiano quanto vi è di vivo e vitale sulla superficie del
suolo e per proteggerne meglio la vita... l'uccidono.

Sostituendovi gli uffici collettivi, per es. nei tribunali col giudice
unico, si aumenterebbe il senso della responsabilità—si designerebbero
meglio i casi di corruzione; si potrebbe diminuire il numero degli
impiegati e pagarli e sceglierli meglio; io ho proposto, per es.,
si dovesse servire a criterio delle scelte[227] dei giudici, prima,
degli esami e poi del numero delle sentenze revocate pei magistrati
inferiori, infine per questi e pei procuratori del re, dal numero delle
cause trattate per citazioni dirette, corretto e controllato dagli
esiti in appello, che sarebbe criterio esattissimo e nello stesso tempo
stimolo stupendo a ben fare. Le statistiche ci rivelano, come dove vi
hanno magistrati assai attivi, la citazione diretta raggiunge una cifra
che è singolarmente diversa da quella che si nota, nel più dei casi.
Così, mentre a Napoli se ne è notato solo il 30% e in Italia in genere
il 48% (Costa, _Relaz. statist._, 1879, Genova, pag. 46), noi vediamo
in Genova nel 1878 essersene avuto il 57%, in Venezia (Torti) il 53%,
in Milano nel 1878 il 60% (Sighele, op. cit.).

Così si approfitterebbe di miglioramenti nella giustizia per migliorare
la scelta dei magistrati?



CAPITOLO III.

Contro le influenze alcooliche[228].


Gioverà, poi, molto a diminuire quella che vedemmo (pag. 97 e seg.)
fra le cause precipue del crimine nelle grandi città[229], l'uso degli
alcoolici, il tassarli con dazi elevati, che sarebbero ben più morali e
salutari di quelli del sale e del macinato.

Mentre si aggravano le tasse sugli alcoolici si dovrebbe, come ben
giustamente proponevano il Fiorelli e Magnan sgravare quelle dei
coloniali, il the, il caffè, che hanno effetti opposti a quelle
dell'alcool; nè si escluda, lo zuccaro, perchè il soddisfacimento che
può portare al gusto in molte bevande può prevenire direttamente il
ricorso agli alcoolici; e da questo lato l'Italia che va sempre più
aggravandolo col solo pretesto che sia un cibo dei ricchi, mentre lo
rende tale, favorisce indirettamente l'abuso degli alcoolici.

Sono, in vero, straordinari, e fino anche bizzarri, gli sforzi fatti in
proposito dalle razze Anglo-Sassoni. Le società di temperanza istituite
in Inghilterra e in America, non si ridussero ad un circolo di Arcadi,
riuniti per far pompeggiare i proprii discorsi in armonica cadenza;
ma sono così numerose, così attive e dispongono di così formidabili
capitali da riescire una vera potenza; esse, in Inghilterra, nel 1867
salivano già a 3 milioni di membri, con tre giornali settimanali e tre
mensili. A Glasgow spendevano 2000 sterline per erigere caffè là dove
gli operai si agglomeravano di più nelle bettole; a Londra aprivano
sale da the e da spettacoli, nei giorni di festa, capaci di più di
4500 persone. A Baltimora, in America, i soli membri rappresentati al
congresso superavano i 350.000, nel 1875 essi avevano già superato
i 2 milioni ed in 5 anni si vantavano di aver fatto chiudere 4 mila
distillerie e soppresse 8 mila osterie.—Nella Svezia la Società di
Bolag radunò un tal capitale da poter acquistare tutte le osterie di un
distretto, e obbligare gli osti, diventati suoi garzoni, a cavare il
guadagno dal the e dal caffè e dai cibi, e non dal vino, escludendone
quelli che si volevano sottrarre a quest'obbligo; ed essa trovò degni
imitatori in ben 147 città di Svezia.

In America, le donne divennero un potente alleato a questi fieri nemici
degli alcoolici; esse avendo alle spalle i fratelli e i mariti, colle
preghiere prima, coi sermoni, ripetuti al caso fino a inebetirlo,
costringevano l'acquavitaio a chiudere bottega. Qualcheduno resistette
e minacciò marchiarle col ferro, o le inondò colle pompe o ricorse ai
tribunali, e mandò contro loro coppie di orsi, ma esse erano protette
dalla loro stessa debolezza, dalla loro tenacia e dalla santità della
loro causa, e quand'anche condannate dal giurì, trovavano giudici
che non facevano eseguire il verdetto; quando anche messe in fuga
un giorno, ritornavano da capo il giorno appresso, sicchè a molti fu
giocoforza di cedere.

In Germania, in Isvizzera, auspice Forel, sorsero giornali e
biblioteche a solo scopo di combattere l'uso degli alcoolici.

Tanti sforzi riuniti delle Società giunsero a modificare in proposito
profondamente le leggi. Si cominciò in America del Nord fin dal 1832 a
ordinare un supplemento di paga ad ogni marinaio che rinunciasse alla
sua razione di grog; nelle truppe di terra si tolsero i liquori forti
alla razione (proibendo anche persino di venderne alle vivandiere),
compensandoli in caffè e zucchero, misura imitatasi poi dalle grandi
società industriali.

Nel 1845 lo stato di New York si dichiarò contrario alla vendita
dell'alcool; altrettanto si fece nel Mayne; ma siccome questo nei
magazzeni si rivendeva egualmente in segreto, si passò dopo molte lotte
alla famosa legge del _Mayne_, che proibiva assolutamente la fabbrica
e perfino la vendita di liquori spiritosi, tranne per l'uso igienico,
e pur ne difficoltava ed assai il trasporto; proibiva di tenerne nelle
proprie case più di un gallone, autorizzava perfino le perquisizioni
domiciliari per scoprirne i depositi nelle case private[230]. Questa
legge fu adottata anche dagli Stati vicini di Michigan, Connecticut,
Indiana, Delavare, ecc.: ma fu in gran parte neutralizzata dagli
stranieri e dalla facoltà che aveva il potere centrale di dare
concessioni di osterie.

In tutti poi gli Stati Uniti, con leggi parlamentari 1841 e 1875,
si proibì all'oste di dar da bere agli scolari, ai minorenni, agli
alienati ed ai selvaggi (legge imitata poi dalla Prussia e dalla
Svizzera); si rese responsale l'oste dei danni o lesioni che potesse
recare l'ubbriaco, per il che nell'Illinese deve fare un deposito
da 4 a 5000 dollari; anzi in alcuni Stati esso deve rispondere anche
pei danni che reca alla famiglia stessa del beone abituale coll'ozio
e colle malattie procurate dalle sue bevande. Anche le concessioni
vennero limitate e gli osti assoggettati a forti tasse annue, da 200
fino a 1000 dollari.

In Inghilterra fin dal 1656 si proibì la vendita di spiritosi alle
feste, più tardi con legge 1854 e 1872 se ne limitarono a poche ore gli
spacci.

In Iscozia, anzi, dopo la legge Forbes Mackenzie, si chiusero del
tutto nelle feste le osterie, e d'allora in poi gli arrestati per
ubbriachezza decrebbero da 6367 a 1317 e quelli in domenica da 729 a
164; meglio a Glasgow da 23.785 a 16.466.

Una misura più pratica e più semplice in proposito è la multa inflitta
dalla legge inglese (Vict. VIII) e dalla scozzese (1862), da 40
scellini a 7, o ad un giorno di carcere per chiunque sia trovato
pubblicamente in istato di ubriachezza.

Nel 1871, auspice Gladstone (che ne restò vittima), si limitò con legge
apposita il numero dell'osterie, cioè:

  Nelle città 1 ogni 1500 abit.—nelle campagne 1 ogni  900 abit.
              2   »  3000   »  —        »      2   »  1200   »
              3   »  4000   »  —        »      3   »  1800   »

salvo quelle modificazioni che volessero indicare i singoli municipi;
si istituirono ispettori speciali per controllare le osterie
clandestine e le sofisticazioni dei vini, che furono punite con multe
progressive seguite dalla chiusura dell'esercizio.

Colla legge 1873 si ordinò di non concedere licenza di osterie finchè
non fossero morti i titolari degl'esistenti; dal fondo delle licenze si
prelevarono somme per acquistare le vecchie osterie e chiuderle.

A tutto ciò s'aggiunsero le prediche de' pastori, per es., del padre
Mathiew che, nel 1838-40, influiva colla sola sua eloquenza, in
Irlanda, a scemare della metà il consumo degli alcoolici e di un quarto
le cifre dei delitti (6400 a 4100), e sopratutto la tassa sulle bevande
i cui proventi sommano a circa 1/3 di tutte le imposte; altrettanto
dicasi negli Stati Uniti dove essa ammonta a 110 dollari per ettolitro;
in Francia dà quella tassa allo Stato più di 500 milioni (e si tratta
di accrescerla), nel Belgio più di 13.000.000 di lire.

Secondo il codice penale olandese, sanzionato il 2 marzo 1881, art.
453: L'ubbriaco trovato sopra una strada pubblica è punito con la
multa maggiore di 15 fiorini; se recidivo colla detenzione semplice
non maggiore di tre giorni; ed in caso di una seconda recidiva entro
un anno successivo alla prima condanna, può essere elevato a due
settimane, e nelle successive può estendersi oltre al massimo di tre
settimane e può inoltre, se è in grado di lavorare, essere condannato
all'invio in un istituto pubblico di lavoro per un anno al più.

L'oste poi che somministri tali bevande ad un ragazzo minore di sedici
anni, è punito con la detenzione non maggiore di tre settimane e con la
multa non maggiore di 100 fiorini.

Recentemente dopo un voto popolare favorevole che ebbe luogo il
25 ottobre 1885 nella Svizzera, il Consiglio Federale nominò una
commissione per elaborare la nuova legge organica contro l'alcoolismo,
che proponeva:

1º che la fabbricazione dell'alcool, pure restando nel dominio
dell'industria privata, sia concessa solo a case che possiedano gli
apparecchi necessari per separare l'alcool etilico puro dall'amilico
che è velenoso; e sieno organizzate in modo da produrre due ettolitri
d'alcool a 80° per giorno. L'alcool puro poi sarebbe colpito da
un'imposta federale da 61 a 85 franchi per ettolitro, e la sua quantità
dovrebbe essere determinata da contatori speciali designati dalla
Confederazione.

Gli alcoli esteri pagherebbero una sopratassa equivalente.

Siccome la Svizzera consuma annualmente 120.000 ettolitri di acquavite,
il reddito della nuova imposta ascenderebbe in media a circa 9 milioni
di franchi. Questo reddito verrebbe ripartito fra i Cantoni a titoli di
compenso per le imposte regionali di consumo soppresse.

Il 2º progetto dispone che i distillatori di alcool dovranno vendere i
loro prodotti greggi al governo federale al prezzo di 60, 70 franchi
l'ettolitro a 80°. Questo prezzo viene fissato per un anno e la
confederazione si riserva il diritto di limitare la produzione delle
fabbriche. Il Governo venderà questo alcool in ragione di 160 a 170
franchi l'ettolitro a distillatori. Questi ultimi lo trasformeranno
in liquori e lo venderanno per il consumo secondo una tabella fissata
dall'autorità.

Secondo il 2º progetto la Confederazione avrebbe il monopolio
dell'alcool, sia che lo faccia produrre da stabilimenti dello Stato o
ne dia la fabbricazione in appalto.

In questo progetto resta inteso che i piccoli distillatori, la cui
industria verrebbe soppressa colla nuova legge, riceverebbero un equo
compenso dei danni.

Dalla Commissione del Consiglio nazionale è stato adottato il seguente
regime misto: il privilegio di comperare all'estero, di fabbricare e
vendere all'ingrosso l'alcool, apparterrà al governo: i due terzi della
quantità consumata in Isvizzera saranno presi all'estero; dell'altro
terzo, una metà sarà fabbricata dallo Stato, che esproprierà, a questo
scopo, le grandi distillerie, e l'altra metà verrà venduta dalle
100 o 200 distillerie secondarie del paese. Le materie prime saranno
acquistate in Isvizzera.

In Isvizzera pure in certi cantoni il nome del bevone abituale è
affisso dalla questura in tutte le osterie che han proibizione di
accettarlo (Tissot, o. c., 571).

Nella Svezia dove l'alcoolismo s'era trasformato in malattia endemica,
si accrebbero nel 1855-56-64, con leggi successive, da 2 e 27 a 32
lire, per ettolitro, le tasse sulla distillazione dell'acquavite, si
proibì l'applicazione del vapore alle distillerie, si limitò a non più
di 2610 litri al giorno la distillazione, e a due mesi soli dell'anno
il tempo di questa. Più tardi si estese a sette, ma solo per le grandi
distillerie, onde soffocare le piccole, riconosciute più dannose al
popolo minuto, che infatti da 35.100 calarono a 4091; la produzione
dell'alcool diminuì di due terzi in dieci anni, e il prezzo accrebbe da
0,50 a 1,30 al litro.

Un sistema che vi ha fatto ottima prova, per rispetto alla
regolamentazione delle vendite, è il così detto sistema di Gothemburg,
pel quale si affidava ad una società di temperanza lo spaccio degli
spiritosi[231].

La società non avendo alcun interesse, non speculando in alcun modo,
vendeva bevande non manipolate e non stimolava alcuno ad acquistarle,
opponendosi alla distribuzione a minori e ad ubbriachi.

Ivi fin dal 1813 vige una legge che commina una multa di 3 dollari a
chi sia stato trovato ubbriaco la 1ª volta; al doppio se una 2ª, e così
via via; per la 3ª e 4ª con perdita del diritto di voto e di nomina a
rappresentante; alla 5ª carceri o case di correzione fino a 6 mesi di
lavori forzati, e alla 6ª per 1 anno.

E vi si proibì pure (almeno in Norvegia) di vendere alcool di festa
e nella sera della vigilia festiva e nelle ore mattutine prima delle
8 (_Ann. di Stat._, 1880). Ed ottimo è il consiglio della commissione
di Gothemburg di impedire che i vini e gli alcoolici sieno venduti a
credito e di dichiarare non validi i contratti sottoscritti in cantina
e di aumentare e non scemare la penalità nell'alcoolista specialmente
se abituale. Sopratutto pratica ci pare la misura di far pagare il
salario in mano alla famiglia dell'operaio ed al mattino in luogo della
sera, e mai nel giorno di festa o in quello che lo precede[232].

Ora è notevole che i crimini gravi scemavanvi dal 1851 al 1857 del 40%,
e del 30% le condanne piccole, e che questa diminuzione procede sempre:
erano 40.621 nel 1865, calarono a 25.277 nel 1868 (Bertrand, _Essai
sur l'intempérance_, 1875). E nello stesso tempo la statura e la vita
media si rialzò (Baer); e calò il numero dei suicidi alcoolici da 46
nel 1861 a 11 nel 1869 e benchè di poco e saltuariamente, quello degli
ubbriachi: a Gothemburg, per esempio

  nel  1851 si calcolava 1 ubbriaco su 19 abitanti
   »   1855       »      1      »       9      »
   »   1860       »      1      »      12      »
   »   1865       »      1      »      22      »
   »   1866       »      1      »      33      »
   »   1870       »      1      »      38      »
   »   1872       »      1      »      35      »
   »   1873       »      1      »      31      »
   »   1874       »      1      »      28      »

Quale di tutti questi rimedi ha prodotto il miglior frutto? Certamente
che molte delle misure più energiche, specie delle repressive, non
riuscirono tutte all'intento desiderato salvo in Isvizzera, Inghilterra
e Svezia; certo in America e in Francia, malgrado le leggi draconiane,
son cresciuti gli alcoolisti: anzi da alcuni si afferma essere stata
quella del Mayne più un'arma politica che una misura d'igiene; e che
il contrabbando degli alcoolici, di cui si fanno rei spesso perfino
gli stessi legislatori, che la comminarono, vi mantiene, con una nuova
vergogna per giunta, l'incremento dell'ubbriachezza.

Nella stessa Gothemburg il nostro collega Brusa si incontrò in due
ubbriaconi lo stesso giorno festivo che vi entrò, eppure per preghiere
che facesse non potè ottenere una goccia di vino; e noi vedemmo nella
statistica degli ubbriachi svedesi di questi ultimi anni un decremento
dagli anni antecedenti, ma con una strana saltuarietà.

Gli è che, nessuna legge repressiva può riuscire completamente, quando
vada contro alla corrente dei nostri istinti fra cui tanto primeggia
l'eccitamento psichico che attingesi dal vino.

A Glasgow quando i poveri minatori non hanno denari sufficienti a
comperare acquavita, comperano laudano, e così i poveri di Londra
quando han fame[233]: e nell'Irlanda quando le prediche del padre
Mathiew dissuasero i popoli dagli alcoolici, essi si diedero
improvvisamente all'abuso dell'etere, a cui il buon padre non aveva
pensato. «Questo, dicevano, non è vino, questo non è _gin_, questo
non ci fu proibito dal padre Mathiew e ci mette in allegria con
pochi centesimi, dunque di questo possiamo usarne». E ne usavano fino
all'ebbrezza[234]. La quantità che ingoiavano in media era dai 7 ai
14 grammi, ma ve n'erano degli ostinati che si spingevano fino a 90.
Dopo le prime dosi la faccia si colorava, il cuore batteva più forte,
si esaltava la psiche, e quindi si osservava un chiaccherio interrotto
da risa smodate, isteriche e non di rado anche da tendenze alla rissa,
ma il tutto svaniva con una straordinaria rapidità, lasciando posto ad
una calma beata, cosicchè uno poteva ubbriacarsi 6 volte in 24 ore, e
ricominciare il dì dopo colla stessa facilità, il tutto per 3 pence. Ma
notisi che qualche volta la cosa non andava così liscia e dalla calma
dell'etere si passava all'insensibilità e fino alla morte apparente
prima, reale poi, se non si ricorreva alla respirazione artificiale;
in altri casi il vapor d'etere prese foco mentre il bevitore voleva
accendere la pipa (_Revue Britann._, 1871).

Tuttavia se non crediamo che tutte queste misure abbiano approdato,
esse giovarono ad arrestare il maggiore incremento dell'ubbriachezza,
che, senza quelle, chi sa a qual grado sarebbe salito.

In Inghilterra i molti sforzi dello stato e delle società private
giunsero a mantenere il consumo dell'alcool a litri 2,67 per abitante,
mentre in Russia tale consumo è di litri 3,5, in Francia di litri 4, e
nel Belgio di 18 (Joly, o. c.).

Ed appunto per ciò alcune di queste, specialmente le preventive, si
devono cercare d'introdurre da noi.

Siccome l'ozio e le feste sono, come ci mostra la statistica, i
grandi fautori dei delitti alcoolistici, e siccome eccitare nobilmente
l'intelletto sarebbe il vero sostitutivo dell'eccitamento alcoolico
così è giusto consiglio di scemare le feste e in quelle che restano,
istituire palestre ginnastiche, rappresentazioni di poca spesa, come
si pratica in Inghilterra. Noi udimmo, precisamente a Torino, in una
radunanza popolare contro l'ubbriachezza sorgere un operaio a chiedere
che nei giorni festivi venissero i teatri aperti anche nelle ore
diurne, se si voleva che gli operai non accorressero alle osterie; e ci
parve la sola proposta giusta che si emettesse in quella poco veneranda
assemblea.

Forni ci racconta come in un paesello del Napoletano, l'oste fece
bastonare un capo-comico perchè dopo la sua venuta (i suoi spettacoli
erano a 3 soldi) spacciava appena la metà del vino di prima (Lombroso,
_Incremento al delitto_, p. 81).

Fornire un eccitamento intellettuale al povero popolo che ne abbisogna,
ma fornirlo di tal guisa che non gli guasti la mente ed il corpo, ecco
il vero ideale di un previdente legislatore, filantropo.

Si discutono spesso, dice Zerboglio (o. c.) le dotazioni pei grandi
teatri, che non si frequentano che dai ricchi, e, perchè, non si
discuterebbero le dotazioni per gli spettacoli a prò del popolino?

Quello è giusto che si rifiutino, e non queste, giacchè le prime sono
il favoreggiamento dei già favoriti e, le seconde, non sono che un
minuscolo tentativo di riparazione alle ingiustizie del caso o della
natura.

Poichè le abitazioni malsane, oscure, rintanate in viottoli osceni,
dove vengono ora costretti ad annidarsi i miseri respingono l'operaio
da casa sua, invitandolo alla bettola, così, coi rimaneggiamenti
edilizi, l'allargamento delle vie, i quartieri operai all'aperto, si
renda anche il focolare domestico del povero, un luogo di dolce ed
onesto riposo, da preferirsi sempre all'osteria.

Ebbene in Italia solo i clericali con don Bosco e coi frati di
San Filippo seguendo la parola di S. Filippo Neri, che divinava i
ricreatori come moralizzatori, hanno attuato in una certa larga scala
dei ricreatori festivi, in cui, fra una preghiera o l'altra, il povero
può passare allegramente la festa con qualche sollazzo, senza ricorrere
all'osteria. Nessun'altra casta fece altrettanto.

E credo indispensabile scemare quanto sia possibile le tasse sul caffè
e sul thè, in confronto del vino e sopratutto degli alcoli, facendo
un'eccezione a favore del primo, solo alla peggio, nei paesi dove di
questi ultimi si tenda ad abusare.

Non già che anche il vino non avveleni, a sua volta, ma assai meno
rapidamente e meno facilmente dei liquori; specie di quelli più fatali
che contengono, oltre il veleno alcoolico più concentrato, anche altre
droghe altrettanto venefiche; come l'absinth, il vermout: ben inteso
che certi vini tristi (_bleu_) artificiati con tinture, alcool e
droghe, vanno contati come pessimi liquori, e devono essere, più ancora
di questi, presi di mira, dal tassatore, appunto pel maggiore spaccio
che segue al buon prezzo.

Sopratutto conviene colpire, inesorabilmente, con restrizioni dell'ore
notturne, dei giorni festivi e delle licenze, e coll'obbligo di vendere
anche caffè ed alimenti, gli spacciatori al minuto di alcoolici,
specialmente in vicinanza alle fabbriche e peggio se dentro di esse
e delle miniere, e se, come ci rivelò il Ciccone, il padrone stesso
vi fosse interessato, potendo contribuire così coll'autorità propria,
anzi, colla stessa paga, a corrompere e ad avvelenare anche il più
sobrio operaio.

E non si venga fuori colla solita, avvocatesca, gherminella della
libertà, sotto cui a poco a poco ci vediamo stringere i polsi e
atrofizzare il cervello peggio che un tempo sotto le panie dei frati
di S. Ignazio.—Quando vedo il più puro, il più democratico fra il
purissimo sangue anglo-sassone, come lo stato del Mayne, limitare
perfino la quantità d'alcool che un cittadino può tenere in sua casa
e rendere responsale l'oste dei danni di ciascun suo cliente ubbriaco
e limitate in certi giorni le ore dell'apertura, e dappertutto nei
paesi civili d'Europa, limitato il numero degli esercizi e istituiti in
alcuni, per ciò, appositi ispettori di controllo, e quando vedo farsi
di tali misure, promotore, apostolo, ed anzi, quasi martire, Gladstone,
mentre da noi si vocia a tutta gola come a despoti o socialisti
dottrinari contro coloro che, come Minghetti, Luzzati, A. Mario e
Sperino, invocano l'intervento dello stato a tutela dell'igiene, e
quando vedo anzi sempre più allargate e libere le licenze, ed aumentate
le ore d'apertura dell'osterie, e quando vedo non una voce sorgere
perchè si sostituisca alle fatali tasse sul sale e sui grani, quelle
dell'alcool od almeno sugli esercizi degli acquavitai, che sarebbero
tanto più moralizzanti, io mi domando se codesta libertà di cui
facciamo tanta pompa, non copra, invece, col suo splendido nome, una
merce avariata, o, quel che è peggio, non ci dissimuli, sotto fragile
orpello, un vicino e grave pericolo.


_Cure._—Nei nostri tempi, Forel, Kowalevsky, Ladame, Legrain, Magnan,
hanno introdotta la cura razionale del bevone, coll'isolamento,
colla astinenza assoluta da qualunque alcoolico, per un tempo la cui
durata, Mason, Crother, il padre Hirsch, ritengono che debba essere
di un anno, Drysdale, Kraepelin di 9 mesi, Forel (Zurigo) da 4 mesi
ad 1 anno. Magnan consiglia in più una dieta leggiera e corroborante:
latte, uova, brodo, carne, legumi, frutta e cibi zuccherati, e
per bibita infusi amari (luppolo, quassia), brodi, limonee, thè,
caffè[235]. S'aggiunga il lavoro muscolare, specie agricolo, anche
nell'individuo non abituato, ma sopratutto, come ben dice Magnan,
occorre la rieducazione morale (_La médecine moderne_, nov. 1893) con
conferenze, con letture adatte ai vari individui che loro mostrino
i pericoli e i danni dell'alcool, che risveglino gli affetti e il
senso morale nell'ammalato. Quanto alla cura diretta, gli omeopatici
consigliano la _nux vomica_e l'_opium_, gli allopatici la stricnina,
il bromuro, anch'essi la tintura di noce vomica, 20 goccie al giorno,
l'idropatia, docce fredde, impacco freddo (Kowalevsky), bagni d'aria
calda impregnati di vapori di trementina, i bagni solforosi, a seconda
delle singole indicazioni (artritismo, nevrosi, neurastenia, squilibrio
mentale, gastrite, cirrosi, anoressia, anemia, cachessia, ecc.), e così
il massaggio e la ginnastica. Anche l'ipnotismo, negli individui che ne
sieno suscettibili, ha dato buoni effetti al Forel, Seppilli, Ladame,
Buchnill.

Il Magnan giustamente propone di far entrare in speciale asilo gli
individui con accessi di delirio alcoolico, anche dopo la cessazione
del delirio, come anche i bevitori abitudinarii almeno per 17 o 18
mesi, e per epoca indeterminata gli incurabili come prescrive già una
legge nel Cantone di S. Gallo in Isvizzera.

Gli ospedali per gli alcoolisti, come esistono in America, Inghilterra,
Germania, hanno un duplice effetto buono, quello di ritirare a garanzia
sociale i beoni, e di porli nella miglior condizione onde guariscano, e
si correggano.

L'ospizio accoglierà poi colui che ha commesso un delitto in un
eccesso alcoolico; colui che si è messo a sperperare per l'abitudine
intemperante gli averi suoi e delle famiglie; colui che è stato
raccolto parecchie volte ubbriaco sulla pubblica via, ecc., ecc., e per
gli uni sarà come un sostituitivo del carcere o del manicomio, per gli
altri un momentaneo rifugio, una specie di istituto di correzione.

Colui che avrà perpetrato un crimine in istato di ebrietà o di
alcoolismo, verrà dietro giudizio di periti medico-legali, che ne
constatino la ulteriore temibilità, confinato negli ospedali già
indicati senza determinazione preventiva di tempo.

Ove il reato sia stato commesso da un ubbriaco accidentale, e
l'individuo si trovi dopo perfettamente sano, avanti di rilasciarlo
bisognerà indagare se egli presenti le stigmati antropologiche
e psichiche appartenenti a coloro, pei quali, l'alcool non è che
la scintilla, determinante l'esplosione di latenti attitudini al
delitto[236].

Nel caso che il colpevole sia fra questi, ne sarà tenuta nota
particolare perché, ricadendo ubbriaco, abbia una punizione speciale.

Ove, poi, prima del reato commesso in istato di ubriachezza
accidentale, egli ne abbia compiuti altri rivelando col fatto la
grande capacità criminosa, lo si internerà in un ospizio mantenendolo
a tempo o sempre, conforme alla gravità dei reati da sano e da ubbriaco
eseguiti.



CAPITOLO IV.

Mezzi preventivi contro l'influenza della ricchezza e della povertà
eccessive.


Noi abbiamo veduto che non è la povertà sola, come pretendevano molti,
che può fomentare i delitti, ma anche la ricchezza: sopratutto se
rapida ed eccessiva.

Questo, per quanto contrario ai dettami della scuola socialista, che
con passionata esagerazione mette tutti i delitti a carico della
povertà e non della ricchezza, finisce ad esserle consono nelle
applicazioni preventive, efficaci solo quando riescano a scemare gli
eccessi dell'una e dell'altra.

E prima si presenta la necessità di disposizioni legislative sociali,
che, introducendo una maggiore equità nei compensi al lavoro, lo
rendano accessibile a chiunque ne sia atto, e che col diminuirne
le ore secondo l'età e secondo la qualità, riducendolo, p. es., a
un minimo nelle miniere, e nelle lavorazioni malsane, escludendone
sempre i bambini e nelle notti le donne, ne tuteli la salute, e
prevenga i reati sessuali; aumentando, insieme, i mezzi di guadagno
e quindi di benessere a un maggior numero di lavoratori. Ma per
venire a ciò bisogna permettere non solo teoricamente gli scioperi,
ma sì praticamente, non reprimendo gli sforzi degli scioperanti, i
boicottaggi, le coalizioni, e le associazioni, senza che la libertà
degli scioperi riesce una vana parola, un'ipocrisia legale.

L'abolizione del lotto, di molte feste, la facilitazione degli
atti civili (Ferri, o. c.), l'aumento delle aziende pubbliche per
l'illuminazione, viabilità, scuole, per l'acqua potabile, che ha già
un precedente in servizi affidati ai municipi, impediranno truffe,
risse, permetteranno di estendere i benefici del massimo buon prezzo
e della maggior salubrità nelle cose più necessarie alla vita, e tutto
ciò senza scosse e scemando così senza perdite per chi è più ricco, gli
eccessi ed i danni della povertà.

Gli eccessi della ricchezza, dannosi sempre, devono venir ovviati colla
partecipazione dei lavoratori negli utili, colle tasse progressive,
specie sui testamenti che gravino od anche annullino le eredità nei
parenti lontani; e che devolvano allo Stato e agl'invalidi il massimo
dei guadagni dei giuochi d'azzardo e di borsa.

Allo stesso modo che abbiamo fatto un passo così grande nella
espropriazione e suddivisione della proprietà coll'abolizione dei
benefici ecclesiastici, e dei maggioraschi (e anche allora parve
il finimondo), così credo che senza gravi turbamenti si potrebbe
provocarne una maggiore suddivisione con quelle tasse. E se veramente
i grandi latifondi, quali quelli della campagna Romana e Sicula,
assicurando la ricchezza di pochi, perpetuano la miseria e la malattia
di moltissimi, non vedo quale difficoltà vi debba essere a quella
espropriazione forzata in favore dello Stato, che, se si trattasse di
un'inutile o dannosa fortezza, nessuno troverebbe strana o violenta: nè
vedo che difficoltà s'opponga almeno al mutamento dei più perniciosi
contratti agrari, e alla più ampia cointeressanza negli utili dei
contadini; e già questo è venuto in mente a molti nostri eminenti
politici, niente rivoluzionari, come Jacini, ecc. E perchè ciò non si
potrà fare anche per gli zolfi in Sicilia, pei marmi in Lunigiana? E se
la carestia del carbone è uno degli ostacoli maggiori allo espandersi
di certe industrie in Italia, non vedo perchè non dovrebbe il paese
spendere, ad agevolare il trasporto a distanza delle forze idrauliche,
di cui abbondiamo, almeno un centesimo di quelle somme ch'egli sperpera
stolidamente in lussi soldateschi o cortigiani.

In Inghilterra non occorse a ciò neppure la formola socialistica:
quell'unico Governo savio che abbia l'Europa, nella questione Irlandese
prima, nella operaia poi (questione dei minatori, degli scaricatori
di carbone), colla libertà completa degli scioperi, colla concessione
spontanea delle otto ore in tutti gli opifici governativi, cogli
accordi arbitrali in cui i padroni ed operai avevano pari voti,
prevenne ogni eccesso delle opposte classi, e va ora, auspice un
vero Lord (Lord Rosebery), accostandosi alla completa soluzione della
questione sociale senza scosse nè violenze. Ed è là che l'anarchia è
completamente impotente e senza presa, disprezzata da quelli stessi a
cui vorrebbe portare soccorso, e che comprendono non sarebbe loro che
di puro danno.

Noi dobbiamo rammentare il detto del grande Cavour: «_O le alte
classi si occuperanno delle classi diseredate, o la guerra civile sarà
inevitabile_«.

Perchè permettiamo che il contadino dell'Alta Italia continui a
mangiare un pane avvelenato che produce la pellagra,—quando le
leggi che applichiamo sì bene in città ci darebbero il modo di
vietarlo?—Perchè permettiamo che il miasma febbrigeno dei campi lo
uccida, quando una spesa leggiera in opportuni ricoveri e una facile
rivendita del chinino lo salverebbero? Perchè permettiamo, nel
Gargano e nella Sardegna, che popolazioni intere dimorino in caverne
sotto terra come ai primi tempi dell'umanità, e si dilaniino per la
rivendicazione delle terre comunali?

Testè il procuratore del Re a Lucera diceva: «A far diminuire i reati
sul Gargano, ad impedire gli ammutinamenti popolari in Montesantangelo,
ove il popolo in più migliaia corse le vie gridando:—Abbasso il
Municipio!—a prevenire novelle invasioni popolari sul lago di Lesina
e Carpino e Castelluccio, che già diedero origine a molti processi,
con centinaia d'imputati, occorre procedere alla rivendicazione dei
demanii ed alla quotizzazione suggerita a piccoli lotti dei patrimonii
comunali», o meglio devonsi assistere i lavoratori, favorendone le
associazioni, così che possano aver una mercede rimunerativa dei lavori
e trovare nella cooperazione mezzi per resistere ai disastri agrari
ed iniziare colture più intensive e più adatte ai mercati quando le
colture solite vengono svalutate dalla concorrenza estera—come fa la
Liguria che cava dai fiori ed olivi guadagni che il grano non poteva
più dare.

Siccome una grande causa della miseria degli operai è il diminuito
consumo in confronto all'eccesso di produzione, d'onde un decremento
necessario nei salari, fenomeni che andranno sempre più innanzi per la
concorrenza sui mercati del Giappone, China, America, così noi dobbiamo
favorire l'assorbimento della produzione facilitando il consumo al
maggior numero col diminuire i dazi, le dogane, sopratutto le tasse
indirette che ci opprimono più che in ogni altra parte del mondo.

«Mentre in tutto il mondo civile le farine, le carni, il sale, o non
sono gravati o lo sono insensibilmente, in Italia sopportano un peso
di quasi duecento milioni. In Inghilterra non esiste alcun dazio
sulle materie alimentarie. L'operaio in Francia non paga che novanta
centesimi pel sale. In Italia ogni cittadino paga oltre sette lire di
gabella sul sale, sul pane e sulle carni, e più pei fabbricati. In
Bologna, p. e., l'imposta sui fabbricati raggiunge il 41%» (Pepoli,
_Journ. des Économ._, 1878).

Bisognerà, dunque, abbassare le imposte che più colpiscono le
industrie, e ne impediscono lo sviluppo, e che gravano sui poveri, e
sostituirvene di tali che meno danneggino la salute, ed anzi ritemprino
la morale, come quelle sugli alcoolici e sul tabacco, le quali non
saranno risentite che dai viziosi, e dai ricchi; e cavarne le economie
(_Journ. des Économ._) dalla diminuzione delle armate di terra e di
mare, che oltre ad esser improduttive sono anche, come vedemmo, veri
centri criminali (v. s.).

Siccome una grande causa della miseria e dei delitti è l'eccesso della
popolazione, dobbiamo organizzare e dirigere saviamente l'emigrazione
dalle terre più popolate alle meno d'Italia.

L'immensa miseria nel Baden del 1850, dopo i fallimenti dei grandi
fabbricatori, s'alleviò coll'emigrazione di più di 12.000 artigiani dal
1851 al 1858 (Carpi, _Delle Colonie_, op. cit.).

Lord Derby diceva:

«Io ebbi sempre la convinzione che se nel nostro paese fummo liberi
dai maggiori mali che affliggono la società, il merito va attribuito
al fatto che sempre avemmo al di là dei mari sfoghi per le nostre
popolazioni e per le nostre industrie». Pur troppo l'Inghilterra
ha l'immensità dell'Oceano, il mondo, per valvola di sicurezza, e
il vapore per usufruirlo; l'America ha ancora deserte regioni da
coltivare; noi non possiamo giovarci che delle terre malariche delle
coste, del cabotaggio e di quelle colonie, dove ci attira la tradizione
o la vicinanza.

La colonia più ricca e quella ove più la tradizione ci trascina è
l'America del Sud, ma già qui il terreno comincia a sfuggirci. Perciò
la necessità che rivolgiamo l'emigrazione nei terreni nostri rendendoli
più fruttiferi colla coltura intensiva e anticipando perciò ai meno
abbienti i capitali pei lavori.

Facciamo dell'Italia intiera quello che erano una volta Pisa e Venezia
ed ora Genova; facciamo che le abitudini delle spiaggie liguri e dei
monti biellesi e valtellinesi si estendano alla Toscana, alla Sicilia,
ecc., e avremo anche lì la stessa ricchezza.

Lo Stato dovrebbe fondare degli stabilimenti di lavoro, lontani dai
maggiori centri di popolazione e segnatamente delle colonie agricole,
nelle provincie meno avanzate in questo ramo e più bisognose di
dissodamento e di braccia, ed inviarvi, a tempo determinato, i
condannati per oziosità e vagabondaggio, vincolandoli alla rigorosa
sorveglianza della polizia, come lo sono attualmente i condannati a
domicilio coatto[237]; dal prodotto del lavoro potrebbe detrarre la
quota occorrente al loro sostentamento ed alloggio, non che alle spese
del trasporto (Locatelli, o. c.). L'ozio non può essere vinto che dal
lavoro obbligatorio, come l'inerzia muscolare di un membro da lungo
tempo rimasto in forzato riposo non può essere superata che dal moto
continuato, violento, e bene spesso anche doloroso del membro stesso
(Id.).

In Westfalia, dopo che il pastore Badelschwing ha introdotto, come
misure preventive della mendicità e del vagabondaggio, una colonia di
lavoratori liberi che coltivarono terre sterili, 12 altre provincie
ne seguirono l'esempio, e si ebbero 15000 lavoratori liberi, in più:
e dopo d'allora le cifre delle prime condanne per vagabondaggio e
mendicità diminuirono di un terzo in queste 13 provincie, in alcune
scomparvero.

Anche nel Cantone di Vaud, una simile istituzione diminuì della metà le
condanne per vagabondaggio. In Olanda 1800 persone che coltivano colle
loro famiglie le frontiere del Drenta costano in tutto lire 24 all'anno
per ogni persona ospitalizzata ed hanno fatto sparire la mendicità;
i ricoveri di Amsterdam portano per insegna: _Entrino qui i poveri e
avranno pane e lavoro, ma non si accetta chi rifiuta di lavorare_.


_Cooperazione_.—In Italia purtroppo il primo e più grande aiuto bisogna
che parta dal governo e dalle classi dirigenti, perchè non siamo
abituati a salvarci da soli; ma dopo il primo aiuto dato dalle classi
dirigenti dobbiamo cercare che anche le classi più bisognose trovino il
concorso in sè stesse—nella cooperazione e nel mutuo soccorso—facendo
che quel vantaggio enorme che esse portano allo stato finanziariamente,
coi contributi, lo portino a sè, sostituendo il capitale collettivo a
quello del capitalista e così trovando il soccorso in sè stesse e in se
stesse il mezzo per ovviare alle esorbitanze dei padroni. Qui sarebbe
veramente feconda la istituzione che anche in Italia per mezzo del
prete e prima di Wollemborg va diffondendosi nei comuni rurali, delle
banche di Reifeisen, il migliore strumento contro l'usura agraria.


_Carità. Beneficenza.—_Però vi è ancora oggidì un grado di miseria che
non può attendere l'opera lenta della cooperazione, del collettivismo e
delle misure dello stato, che per quanto solleciti giungerebbero solo a
coronare un cadavere.

Così da un'inchiesta aperta e verificata sul sito dalle mie figliuole
mi risulta che sopra un centinaio di famiglie operaie le quali sono
pure tutte occupate in Torino, ben 50% sono sempre caricate di debiti,
e il 25% sono iscritte alla beneficenza parrocchiale, senza la quale
sarebbero esposte addirittura a morire di fame.

Qui vuolsi, finchè la civiltà l'abbia reso superfluo, quell'ausilio
della carità che era una volta il solo soccorso contro la miseria e ne
resta ancora il più immediato e quindi il più indispensabile.

Solo ora noi dobbiamo volere che anche la carità si spogli dell'antica
corteccia conventuale e fratesca e spiri le nuove aure, modellandosi,
mano a mano che i tempi procedono, sulle orme della trasformazione
economica, della previdenza cioè, della cooperazione e infine del
collettivismo.

In ciò eccellono le nazioni anglosassoni e quelle in cui le
religioni protestanti, calviniste, ecc. volgarizzarono la carità
facendo accomunare al prete, che ne aveva un rispettabile e
santo, ma circoscritto monopolio, il cuore del pubblico, il cui
fanatismo religioso trova sfogo nelle più sbrigliate, ma feconde
fantasie, che giungono a toccare i lati più lontani e più remoti del
bisogno, armonizzando così la carità antica colle norme più moderne
dell'economia.

Noi vedremo come in Inghilterra e in Svizzera la carità ingegnosamente
fa servire l'indigente a favore dell'indigente, per es., le madri
disoccupate a raccogliere i bambini di quelle occupate; e organizza una
quantità di opere utilissime, alberghi e asili temporanei per le serve,
pei disoccupati, agenzie di lavoro, ecc., così ingegnosamente ingranate
l'una nell'altra che una contribuzione minima da parte del beneficato
basta a mantenere l'istituzione salvaguardando intanto la giusta
fierezza dell'onesto indigente.

A Ginevra[238], p. es., nella piccola capitale dei calvinisti, una
delle poche di Europa dove il delitto è in decremento, abbiamo l'enorme
quota di 400 istituti di beneficenza o religiosi—di cui: 35 _pei
bambini_ (12 per gli orfani, 7 per portarli ai bagni, 5 ospedali, 5
per protezione dei bambini a domicilio, 1 di ricreazione, 2 scuole
per gli apprendisti, 1 industriale, 1 musicale)—16 _pei vecchi_, di
cui: 5 asili, 1 per pensioni a domicilio, 10 assicurazioni—48 _per
le donne_, di cui: 4 asili per ragazze, 1 per donne cadute, 4 per
operaie disoccupate, 5 per serve, 8 ospedali di cui: 5 per le serve e
3 per le ragazze, 1 ricreatorio, 1 società contro la prostituzione,
1 per la difesa, 4 per agenzie di collocamento, 7 per procurar
lavoro a domicilio, 8 patronati per istitutrici, ragazzi, ecc.—46
_per gli uomini_, di cui: 11 per gli accidenti del lavoro, 8 di
varie nazionalità per facilitare l'occupazione agli emigrati, 2 per
organizzare gli emigranti, 3 pei disoccupati, 4 pei ricreatorî e sale
di lettura, 4 per conferenze, 1 contro i giuochi d'azzardo, 1 per
comperar gli strumenti di lavoro, 1 per collocamento di apprendisti, 9
società di temperanza, 9 cucine popolari, ecc. ecc.

Le istituzioni più speciali sono: le società per il miglioramento degli
alloggi, per gli alloggi igienici a buon mercato; le casse di risparmio
speciali che raccolgono i denari al minuto per restituirli in merce
acquistata all'ingrosso; alberghi di famiglia per i forestieri poveri,
operai in cerca di lavoro.

Una delle società più caratteristiche è quella delle vecchie carte;
distribuisce a molte famiglie dei sacchi: ogni dato tempo li ritira
pieni di carte vecchie, col cui prezzo paga un locale ed un'agenzia;
questa ritira i vestiti e oggetti raccolti dai ricchi, e dopo averli,
per opera di indigenti, lavati, ricuciti, verniciati, trasformati,
li vende poi a prezzi ridottissimi, o regala ai bisognosi. Vengon
sollevate così molte miserie, senza che nessuno ne abbia l'onere.

Altre agenzie procurano lavoro alle donne povere e si incaricano di
venderlo; altre pagano delle disoccupate che attendano alle famiglie
degli operai occupati che non possono accudire la casa.

E, nota caratteristica, tutto vi si regge da sè, senza bisogno di
mecenati. Gli asili, gli alberghi di famiglia per le serve, e le
istitutrici, ecc. non sono mai gratuiti: si paga poco, il minimo
possibile, in posticipazione, a tarda scadenza, ma infine la società e
l'asilo son mantenuti da quelli che se ne giovano. È questa una specie
di evoluzione della carità che le toglie tutto ciò che ha di umiliante
e la trasforma in aiuto valido e efficace per riuscir definitivamente
nella vita più che a cavarsi d'impaccio per un momento.

Ed altrettanto e più vedesi a Londra, la sola capitale grande col
delitto in decremento.


_Asili, Ricoveri, Pensionati, soccorsi ai poveri_.—Anche a Londra
l'aiuto diretto alla miseria[239] è fatto nelle maniere più
specializzate, in circa 120 istituzioni che nel 1894 beneficarono
più di 18.000 individui con una spesa di 173.000 sterline. I vecchi
indigenti hanno naturalmente il maggior numero di ricoveri—20—e così
pure le vedove—12—: e vi è un ricovero, si può dire, per ogni singolo
mestiere: per le vedove, p. es., e i figli dei mercanti di vino o di
birra, dei legatori di libri, dei librai, dei soldati, dei fabbricanti
di vele, di marinai, di artisti drammatici, fabbri ferrai, architetti,
maestri di scuola ccc.: pegli addetti a singole compagnie industriali e
commerciali: per individui di singole nazionalità e religione. Vi sono
anche rifugi per coppie di sposi vecchi e poveri, larghe distribuzioni,
d'inverno, di carbone e di pane, società per prestiti agli operai,
moltissime istituzioni—10—per visitare i poveri a domicilio e
soccorrerli così direttamente e persino per provvedere i marinai che
sbarcano nel porto di Londra di impiego, scali, asili notturni; società
per la prevenzione della crudeltà nei fanciulli inducendo nei parenti
il sentimento della propria responsabilità verso di loro; società di
temperanza potenti, tra cui alcune speciali pei singoli mestieri come,
p. es., per i marinai; ospedali per le malattie prodotte dall'alcool, e
uno speciale per le donne alcooliste; società per aiutare i forestieri
in Londra, i figli dei prigionieri e i prigionieri stessi poveri mentre
sono ancora in prigione. E poi istituzioni che hanno carattere più
largo per il miglioramento morale e intellettuale dei giovani ecc.
Tutte queste istituzioni sono collegate e dirette da Comitati centrali
per le opere penitenziarie e di prevenzione e in genere per tutto
quanto concerne i carcerati.


_Società d'emigrazione_.—All'incremento della criminalità si oppongono
anche, aprendole delle vie di scarico, le numerose società—14—per
l'emigrazione, per la più gran parte al Canadà, ma anche ad Edgworth, a
Milton ecc.: servono a dare informazioni, aiuti e anche ad organizzare
le spedizioni sia di adulti, sia di fanciulli, come quelle fondate
da Barnardo: ve n'è una speciale per gli ebrei: esse nel 1894 fecero
emigrare 7565 individui (quelle di Barnardo non sono calcolate),
spendendo oltre L. 30.000.


_Società di collocamento_.—Vi sono 21 società che hanno per unico
scopo il procurare impieghi ed occupazioni: moltissime per impiegare
i fanciulli come lustrascarpe, o in marina, o le cucitrici ad ago,
o le serve, addestrandole prima nel servizio: ve n'è persino una
che provvede al collocamento dei pensionati dell'armata. Nel 1894
provvidero al collocamento di 4840 individui con una spesa di L.
26.000.


_Orfanotrofi._—Le cure ai fanciulli per impedirne il cattivo sviluppo
morale si rivelano anzitutto in 60 ricoveri con 20.199 orfani, con
una spesa complessiva di L. 172.341. Ve ne sono per gli orfani dei
maestri, dei militari, degli impiegati postali o ferroviari, dei sarti,
degli stampatori, dei giardinieri e di molti altri mestieri speciali;
e ancora per gli orfani i cui genitori furono astinenti—premiando
così indirettamente la temperanza—e finalmente considerando, con una
logica larghezza di idee, come orfani quei fanciulli i cui genitori
sono ambedue malati. Vi sono anche società per il ricovero degli
orfani dei loro soci, e istituzioni fondate da compagnie commerciali ed
industriali per gli orfani dei loro operai.


_Istituzioni pei fanciulli abbandonati._—Più direttamente profilattiche
contro il delitto sono tutte le istituzioni pei fanciulli abbandonati:
per la loro protezione, il ricovero, l'istruzione, l'addestramento
ai mestieri, per farli divagare in ricreatorî, per dar loro casa,
per mandare i più delicati di essi per quindici o trenta giorni in
campagna—4—o solo per dar loro vitto o vestiti, o per accoglierli
nelle ore in cui essendo i loro genitori al lavoro essi resterebbero
abbandonati a se stessi. Tali istituzioni salgono circa ad una
sessantina, per quanto sia naturalmente difficile il separarle da
altre di natura affine; e nel 1894 esse ricoverarono e protessero,
sottraendoli alle tentazioni ed ai pericoli della vita delle strade,
32.300 fanciulli, con una spesa di L. 119.246.


_Istituzioni d'istruzione._—Si connettono con le precedenti le
istituzioni puramente educative, cioè scuole gratuite, serali e
festive, ecc., talvolta anche con vitto e vestiti e spesso destinate
esclusivamente a date categorie della popolazione—come, per es., ai
fanciulli ebrei, ai figli dei marinai, dei negozianti piccoli, dei
protestanti francesi, ecc.—Vi è una società che ha l'unico scopo di
utilizzare per palestre, per luoghi di giuochi e di ricreazione certi
luoghi di Londra abbandonati, vecchie chiese, ecc. Esse sono circa 40
ed istruirono gratuitamente nel 1894 oltre 16.000 fanciulli, con una
spesa di L. 108.261.


_Istituzioni penitenziarie, di previdenza e di soccorso ai
criminali._—Tra le numerosissime Istituzioni di beneficenza di Londra,
alcune sono volte a scemare direttamente la criminalità, come società
di patronato per liberati dal carcere, come società di protezione
per le donne pericolanti o che sono state una volta in carcere, o
come società di temperanza, ritiri per alcoolisti; ricreatorî festivi
ed invernali; società di propaganda morale, ecc. In complesso esse
sono circa 84 e si può calcolare che nel solo anno 1894 esse abbiano
beneficato più di 67.000 individui, con l'impiego di circa L. 176.000.

Tra esse abbondano—ve ne sono 36—specialmente le società per le donne
sole e liberate dal carcere, cadute o criminali, ma non recidive,
o semplicemente in pericolo; come, per es., per proteggere le
serve contro i pericoli della loro posizione; e anche istituzioni
disciplinari per la loro punizione.

Scuole industriali son riservate (v. s.) ai fanciulli criminali, con
l'aggiunzione di ricreatorî per fanciulli e per adulti sia festivi, sia
invernali.


_Società di mutuo soccorso._—Finalmente una simile specializzazione per
mestieri, per nazionalità e per religione ecc., si trova nelle Società
di mutuo soccorso, che sono complessivamente 68 e che nel 1894 poterono
aiutare 33.340 individui, con una somma di L. 218.796.

Riassumendo:

TABELLA RIASSUNTIVA

_delle istituzioni londinesi di carità che possono influire sulla
criminalità._

                                                       Anno 1894
                                               individui         Spesa
                                               beneficati        Lire
  a) istituzioni penitenziarie di previdenza
     e di soccorso ai criminali                  67.577        176.030
  b) Società per l'emigrazione                    7.565         30.627
  c) Società di collocamento                      4.840         26.290
  d) Orfanotrofi                                 20.199        172.341
  e) Istituzioni pei fanciulli poveri
     o abbandonati                               32.354        119.246
  f) Istituzioni d'educazione                    16.019        108.261
  g) Asili, ricoveri, soccorsi ecc.              18.057        172.999
  h) Società di mutuo soccorso                   33.340        218.796

  Totale                                        199.951      1.024.590

Meritano sopratutto considerazione le società che hanno lo scopo
di proteggere i diritti del fanciullo. La _National Society for the
prevention of cruelty to children_ d'Inghilterra (imitata e organizzata
in maggior scala a New York) non si limitò, come si farebbe da noi, a
reclamare una circolare od un testo di legge. Essa volle introdurre
l'idea e la pratica della giustizia verso i fanciulli in tutte le
classi sociali; dopo trascorsi parecchi anni nella preparazione
e nello studio dei suoi mezzi d'adozione, si diede a tutt'uomo ad
applicarli. Qual è ora il risultato di codesti sforzi? Anzitutto 25.437
fanciulli, vittime di violenze, percosse, martirizzati in tutti i
modi, vennero sottratti ai loro carnefici; poi 62.887 vittime della
negligenza, sofferenti per fame, per freddo e per mancanza di pulizia,
ricevettero le cure necessaria; ben 603 fanciulli vennero sottratti
alla pigra e crudele carità della strada ed al pericolo di diventare
alcoolisti o vagabondi. Se ne strapparono 4460 all'ignobile sessualità
che li adocchiava; si costrinsero gli acrobati ed i saltimbanchi a
restituire 3105 piccoli schiavi storpiati per far loro acquistare
maggiore agilità. In 712 casi soltanto la _National Society for the
prevention of cruelty to children_ giunse troppo tardi per prevenire
la conseguenza fatale di queste varie specie di crudeltà e dovette
limitarsi a constatare il decesso, di cui almeno i parenti ed i
colpevoli dovettero penalmente rispondere.

La Società esiste da 10 anni, benchè da 5 soltanto sia solidamente
costituita, ed in questo tempo essa potè togliere al vizio, alla fame,
al delitto 109.364 fanciulli.

Ma la potenza tutelare di questa Società doveva essere tanto più
efficace quanto più forte era la sua forza d'intimidazione ed il suo
diritto di perseguitare i colpevoli. Mentre proteggeva più di 100.000
fanciulli, essa riceveva più di 47.220 querele contro coloro che li
tormentavano: di questi 5313 rimanevano ignoti; a 28.895 persone la
società si limitò a dare una riprensione; invece perseguitò in giudizio
5792 con sempre crescente successo, poichè dal primo al secondo periodo
della sua esistenza, la proporzione delle assoluzioni nelle cause
da essa patrocinate scese da 10,2 a 5,5%. Inoltre dei 47.320 casi,
7320 diedero luogo a misure di carità, come intervento dell'ufficiale
d'assistenza, collocamento in una scuola industriale, ecc.

Dalle ricerche e dagli studi eseguiti dalla società risulta che una
delle principali cause di maltrattamenti di fanciulli è l'ubbriachezza
dei genitori (30% dei casi denunciati in Londra; in altri distretti la
proporzione va fino al 50%). Tuttavia, dappertutto, il salario medio
delle famiglie che diedero motivo a procedimenti era superiore a quello
degli abitanti del distretto.

È stata anche fatta questa curiosa osservazione: che più il delitto
era grave e provocava una condanna severa, maggiori erano i mezzi di
sussistenza del condannato: nei condannati alla servitù penale si
aveva la cifra più elevata, ciò che coincide e spiegasi coll'abuso
dell'alcool.

Altre osservazioni dimostrarono che i fanciulli che si trovano
in condizioni più sfavorevoli per il loro sviluppo, sono quelli
i cui genitori sono meno flagellati dalla vera povertà: poichè lo
zelo della Società stessa riuscì a smascherare un nuovo genere di
industria criminosa per cui i padri abbisognavano di fondi preventivi,
e che è causata da quella sete di facili e sùbiti guadagni di cui
son tormentate soltanto le persone meno povere. Intendiamo parlare
dell'assicurazione sulla vita del fanciullo la cui morte è attesa,
sperata e finalmente affrettata dai criminosi beneficiari. Secondo
l'orribile confessione di un accusato, tali fanciulli _valgono più
morti che vivi_. In cinque anni la Società s'occupò di circa 19.000
casi di fanciulli tormentati, che rappresentavano pei genitori un
valore di 95.000 lire sterline, cioè una media di 5 lire sterline o 125
franchi per fanciullo.

Per riuscire a tal punto e penetrare in tal modo negli intimi recessi
del mondo criminale, generalmente nascosto all'occhio della polizia
ufficiale, fu d'uopo che la Società si servisse degli aiuti di tutti.
Infatti essa si giovò del Parlamento che la costituì in ente morale,
degli amministratori delle tasse dei poveri, i quali compresero che
far conoscere ai genitori tutta la loro responsabilità voleva dire
far diminuire l'oziosità, la prodigalità, la negligenza. Essa ottenne
l'aiuto dei magistrati (giudici di pace) o dei giudici propriamente
detti che vedendola all'opera e riconoscendone la competenza, finirono
per attribuire ai suoi ispettori una carica quasi ufficiale—ricevette
l'aiuto delle società locali cui dimostrò che le crudeltà verso i
fanciulli erano più frequenti di quanto lo si credesse e che avvenivano
tanto in campagna quanto in città: e finalmente essa ottenne la
cooperazione delle masse, poiché nei 10 anni della sua esistenza potè
assicurarsi il concorso di più di 100.000 cittadini delle classi
laboriose che prestarono la loro testimonianza, e resero con ciò
possibile l'opera dell'autorità giudiziaria.

Gli sforzi così collegati condussero a risultati singolarmente felici;
ben rare volte fu necessario un secondo processo. Delle 7398 persone
giudicate, 6700 vivono oggidì coi loro figli e solo 100 fra queste
provocarono un secondo processo.

Nè la condotta dei genitori uscenti dal carcere è ignorata dalla
Società che moltiplica le precauzioni affinchè i casi di recidiva siano
prontamente denunciati ed istruiti.

A che attribuire tale meraviglioso mutamento? In gran parte a questo
ultime precauzioni, poi ad altre cause che ci indica la Società stessa;
in primo luogo la pena, la cui efficacia è in ragione diretta della sua
durata; poichè i gradi nel miglioramento della condotta dei parenti
verso i figli corrispondono generalmente al numero dei mesi durante
i quali essi furon privati della libertà. Si aggiunga che durante
il periodo in cui genitori sono in carcere la Società non trascura
i figli, i quali da pallidi, laceri e macilenti che erano, sono
restituiti floridi e robusti ai genitori che escono dal carcere e che
sono fieri di vederli così bene in carne. Si risveglia in essi, pare,
l'amor paterno ed anche un certo orgoglio naturale e spontaneo al cuore
d'un padre. E così dalla persona stessa del fanciullo emana un fascino
indistinto che contribuisce all'emenda del colpevole.

Strane contraddizioni dell'egoismo umano! Il padre imputava prima alla
sua vittima le malattie di cui egli solo era causa ed ora è fiero di
un florido aspetto alla cui costituzione egli non ha in alcun modo
contribuito!


_Carità Latina_.—Quanto più circoscritta è in confronto la carità
latina mi risulta dalle informazioni che ho attinto all'illustre Bodio
per quanto appunto riguarda il soccorso e ricovero ai fanciulli e bimbi
nella capitale latina, in Roma.

Qui primeggia per orfani romani, da 8 a 10 anni, l'Ospizio di San
Michele con 158 nel 1870, 197 nel 1874, 372 nel 1879 e con 263 nel
1885.

Nell'Orfanotrofio Comunale (Ospizio di Termini) erano, sotto il Governo
Pontificio, ricoverati e mantenuti da 600 a 650 individui, cioè 400
femmine, fra giovani ed anziane, e 225 maschi, di cui 80 vecchi. Ora
soli maschi con 225 alunni ed 80 con scuola d'arte.

L'Ospizio Tata Giovanni (fondato nel 1733) per circa 85 (140 nel
1867) fanciulli poveri che sono senza tetto. L'istituto vive con mezzi
forniti dalla Camera Apostolica e dalla carità privata e col prodotto
del lavoro dei giovanotti ricoverati.

Nell'Ospizio detto Vigna Pia, 100 fanciulli per lo più orfani ricevono
istruzione agraria.

L'Asilo Savoia per istruzione nell'arte con 100 fanciulli.

L'Ospizio S. Margherita per riabilitazione di 200 cadute o pericolanti.

L'Ospizio del Sacro Cuore di D. Bosco per avviare all'esercizio di
un'arte giovanetti poveri e derelitti, con circa 100 ricoverati.

L'Orfanotrofio del Protettorato di S. Giuseppe, fondato nel 1882 per
giovani poveri, orfani ed abbandonati.

Il Ricovero del Circolo della Sacra Famiglia, fondato nel 1833;
l'Ospizio di S. Girolamo Emiliani nel 1885, l'Istituto Pio IX
degli artigianelli di S. Giuseppe, il Conservatorio Villa Lante, il
Conservatorio del Divino Amore, il Conservatorio della S. Concezione
fondato nel 1855, l'Istituto di S. Caterina da Siena, tutti a favore di
fanciulli poveri, orfani od abbandonati dell'uno o dell'altro sesso.

L'Istituto di S. Zita per le serve disoccupate (1869).

Il Riformatorio di Tivoli con 249 giovani.

Il Riformatorio del Buon Pastore con 121 giovani.

Il Ricovero della Maddalena a S. Francesco di Sales fondato nel 1865
per giovani ravveduti uscenti dall'Ospedale di S. Giovanni, con 225
alunni, che vi ricevono un'istruzione professionale (oltre un riparto
per circa 80 vecchie).

L'Orfanotrofio è diviso in tre sezioni, cioè asilo pei bambini, sezione
adolescenti, che frequentano una scuola elementare fino a 12 anni, e
sezione artieri da 12 anni in su. Quest'ultima sezione, in ciascuno
degli anni dal 1875 al 1885, era oscillante tra 85 ricoverati (1885),
91 (1875) a 113 (1876).

È evidente che la carità non segue qui nelle sue urgenze il bisogno,
certo non segue nella via illuminata dell'anglo-sassone.

A Torino, una città certo più grande di Ginevra, oltre 159 Società di
mutuo soccorso, operaie, ecc., ci sono 147 istituzioni caritatevoli, di
cui 21 ospitaliere.

Ai bambini si è provvisto con 43 istituzioni, di cui pei criminali 2,
asili pei bambini, compresi i lattanti, 23, orfanotrofi 6, ricreatori
3, scuole industriali 6.

Per le donne vi sono 22 istituzioni, di cui per le pericolanti 11,
ospitaliere 2, scuole professionali 9.

Fra le istituzioni speciali più moderne, c'è 1 patronato per gli
infortuni sul lavoro, 1 segretariato del popolo, pensioni a pagamento
per operai senza famiglia, 2 colonie alpine e marine per mandare i
bambini in campagna.

Uno stabilimento specialissimo è il Cottolengo che accoglie tutti i
malati, i deboli, infermicci che si presentano fino a 2000 o 3000.

Nell'Italia del Sud, Bartolo Longo, in omaggio alla Madonna e del
Santuario di Pompei, seppe raccogliere 135 orfanelle e 70 figli dei
carcerati addestrandoli in arti loro conformi e nell'agricoltura,
mescolando all'ascetismo e al feticismo per la Madonna, la modernità
nell'ampio uso di pubblicità e rendiconti[240] e fotografie, e
riescendo così a collocare anche alcune orfanelle in famiglie benevole
ed oneste.

Mancano tutte quelle istituzioni dei piccoli risparmi, dei
miglioramenti degli alloggi, del collocamento degli operai, degli
alberghi per le serve, che portano un reale vantaggio senza che nessuno
debba sostenere l'onere. E mancano quasi completamente le istituzioni
per prevenire il delitto, perchè salvo negli orfanotrofi, gli altri
istituti maschili non accettano ragazzi prima dei 10 o 12 anni, e
perchè non abbiano qui nè le cantine scolari, nè le _ragged school_ che
provvedono veramente ai bimbi completamente abbandonati.

Un'altra caratteristica di queste istituzioni è che per una umiltà
esagerata nessuna cerca il sole della pubblicità e io queste cifre non
le ho potuto raccogliere che a grande fatica, e di molte non ho potuto
saper nulla di preciso.


_D. Bosco_.—Da noi la carità è veramente meravigliosa solo quando
s'incarna in un santo che sia ad un tempo un gran cuore ed una mente
lucida, come avvenne in questi ultimi tempi nel giustamente celebrato
Don Bosco.

Don Bosco[241] fu a 26 anni, nel 1841, nel convitto di S. Francesco
d'Assisi; sotto la guida di don Cafasso, visitando le carceri di
Torino, cominciò ad interessarsi della sorte dei giovani delinquenti,
a riflettere che se in tempo si fosse presa cura di loro, almeno una
parte di essi avrebbe potuto essere salvata, e a pensare che questo
deve essere un altissimo ufficio per la religione e per la società.
Fin d'allora egli raccolse in quel convitto non soltanto i giovanetti
più pericolanti, ma anche quelli di buona condotta e già istrutti,
che nel 1842 sommavano già a 20 (scalpellini, stuccatori, selciatori,
e sopratutto muratori). Quando sapeva che qualcuno era disimpiegato,
o stava presso un cattivo padrone, si adoperava per affidarlo a
padrone onesto, e visitavalo in mezzo ai lavori, nelle officine e
nelle fabbriche, volgendo una parola ad uno, una domanda ad un altro,
facendo un regalo a quello, e lasciando tutti contentissimi, anche i
padroni presso i quali i ragazzi lavoravano. Un giorno, in un negozio,
uno di questi ultimi, vedendo passare D. Bosco, corre per andarlo a
riverire, ma dà di capo nella vetrata e la fa a pezzi:—Che cosa hai
fatto? gli domanda D. Bosco.—Ho veduto lei a passare, risponde, e pel
gran desiderio di riverirla, non ho più badato che doveva aprire la
vetrina.—Ebbene la pagherò io.—No, disse il padrone; il buon cuore di
questo fanciullo e la carità di D. Bosco non devono soffrirne. —Questo
aneddoto dà la misura di quanto il geniale sacerdote fosse amato dai
giovani e rispettato dai padroni.

Terminato il corso di studi a S. Francesco d'Assisi, D. Bosco non potè
più raccogliervi i giovinetti, e dovette continuamente emigrare di
luogo in luogo, sempre licenziato, subendo ogni sorta di amarezze; si
tacciò l'opera sua di immorale, di turbolenta, lo si accusò di avere
scopi politici; perfino i suoi colleghi lo facevano passare per pazzo.

D. Bosco si recava spesso alla Generala, casa di correzione per
giovani discoli, e si intratteneva con essi amichevolmente; un giorno
egli chiese al direttore che gli permettesse di farli uscir tutti
per qualche ora e condurli a Stupinigi. Ne fu riferito al Ministro
Urbano Rattazzi che, pur acconsentendo, voleva mandare dei carabinieri
travestiti per aiutarlo in caso di bisogno, e colla forza mantenere
l'ordine. Ma D. Bosco rispose che avrebbe messo in atto il suo
disegno, solo alla condizione che potesse rimanere tutto solo coi suoi
giovani. E come D. Bosco volle, fu fatto. Preparati convenientemente i
giovani, la loro condotta fa inappuntabile, e al ritorno nessuno mancò
all'appello.

È notevole, perchè rivela la condotta dei _convertiti_, che quando
D. Bosco domandò ai giovani se poteva fidarsi di loro, i più adulti
rispondevano: «Se mai qualcuno cercasse di fuggire, gli correrò dietro
e lo squarterò come un pollo; ma io con una pietra spaccherò la testa
a chiunque le desse un dispiacere;... non verrà più a casa vivo quel
furfante che disonorasse la nostra partita».

Nel 1850 fondò la Società di Mutuo Soccorso, allo scopo di prestare
soccorso ai compagni che cadessero infermi, o si trovassero nel bisogno
perchè involontariamente privi di lavoro. Ciascun socio paga un soldo
ogni domenica, e non può godere dei vantaggi della Società che 6 mesi
dopo la sua accettazione, salvo che paghi subito all'entrata L. 1,50,
e non sia allora nè infermo nè disoccupato. Il soccorso per ciascun
ammalato è di 80 cent. al giorno.

Un'altra prova della bontà dei risultati ottenuti si ebbe nel 1854,
quando il colèra scoppiò in Torino; riusciva allora difficilissimo
trovare delle persone che volessero prestarsi a servire gli ammalati
nei lazzaretti e nelle case private. Don Bosco trovò tra i suoi giovani
facilmente 44 volontari che egli istruì intorno a quello che dovevano
fare. E l'opera prestata da loro fu utilissima.

Una sera nel 1847, vicino al corso Valdocco, si trovò circondato da una
ventina di giovinastri, che lo beffeggiavano. Don Bosco non si perdette
d'animo, e quando questi per burla gli proposero di pagar loro una
pinta—_Volentieri, ma voglio bere anch'io_. E mantenne la parola. Ma
quando li vide alquanto esilarati, e fattisi più mansueti, egli disse
loro: Ora voi dovete farmi un piacere: domenica dovete venire con me
all'Oratorio, e quelli che adesso non sanno dove andare a dormire,
vengano con me. Dieci o dodici lo seguirono; giunti all'Oratorio, li
condusse al fienile, diede a ciascuno un lenzuolo ed una coperta. Al
mattino appena giorno, esce di camera per vedere i suoi giovinotti; ma
essi se l'erano svignata, portando via lenzuola e coperte, per andarli
a vendere. Il primo tentativo d'un Ospizio andava dunque fallito. Ma
presentatosi più tardi in una sera piovosa un giovinetto a chiedere
ricovero, egli, aiutato dalla madre, raccolse alcune teste di mattoni,
ne fece quattro pilastrini in mezzo alla cucina, vi adagiò due o tre
assi, vi sovrappose un pagliericcio con due lenzuola ed una coperta.
Questo fu il primo letto e il primo dormitorio dell'Ospizio Salesiano,
che contiene oggidì circa mille ricoverati, diviso in quaranta e più
cameroni: più tardi Don Bosco affittò, poi adattandola, una tettoia
prolungata a piano inclinato, sicchè da un lato aveva poco più di un
metro di altezza, e una striscia di terreno vicino per la ricreazione,
e qui ricoverò i primi giovanetti (1845).

Negli stabilimenti di D. Bosco vengono ricoverati i giovinetti di
ogni classe, compresi gli abbandonati, non i viziosi e condannati.
Malgrado ciò, D. Bosco stesso riteneva che 1/15 dei suoi giovani
fossero di indole cattiva. I Salesiani ritengono che il sistema della
casa eserciti una benefica influenza anche su di essi; ed è possibile,
ma non poterono fornirmene una prova diretta. Anzi mi dichiararono che
respingono gli incorreggibili e così i corrigendi che raggiungano già i
14-15 anni e gli epilettici.

L'età in cui sono ammessi gli interni è per le scuole a 9 anni, pei
laboratori a 12; gli esterni non sono ammessi nei laboratori. Rimangono
negl'istituti gli studenti fino al termine delle scuole; gli artigiani
fino a 18 anni, ma possono rimanere di più, se non hanno trovato lavoro
in altro modo, o se vogliono farsi Salesiani.

Appena entrati i giovani nell'Istituto vengono messi in osservazione
in camera a parte, per le ore dei pasti e del riposo, non però durante
il lavoro: non li obbligano direttamente a pratiche religiose, ma
solo le raccomandano; la confessione è _ad aurem_ in pubblica chiesa:
i sacerdoti stessi ne dànno l'esempio; chi è assiduo alle pratiche
religiose, alla confessione, ecc., non riceve però punti di merito
superiore agli altri.

L'orario del lavoro è dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 19; alle 16 hanno
1/2 ora di ricreazione.

Ogni laboratorio ha un maestro laico ed uno prete; gli attrezzi pei
laboratorii, e i disegni per le costruzioni edilizie sono fatti dai
Salesiani stessi, sotto la direzione del compianto D. Antonio Sala, ora
sostituito da un economo generale.

Nei giorni festivi, di buon mattino, si apriva la Chiesa e si dava
cominciamento alle confessioni, che duravano sino al tempo della Messa
(ore 8); dopo questa, D. Bosco saliva sopra una bassa cattedra, e
faceva un po' di predica, raccontando anche aneddoti della storia sacra
e della vita comune. Dopo un po' di ricreazione, cominciava la scuola
di lettura e di canto che durava sino a mezzogiorno.

A 1 ora pomeridiana, ricominciavano i divertimenti colle bocce,
stampelle, fucili e spade di legno e con altri giuochi di destrezza
e di ginnastica. Alle 2-1/2 catechismo. Nè D. Bosco dimenticava di
istrurre i giovanetti: per essi scriveva una «Storia sacra ad uso
delle Scuole» e «Il sistema metrico decimale ridotto a semplicità».
Promosse, oltre le domenicali, anche le scuole serali di cui egli è il
vero creatore in Italia. Egli si plasmava perfino i maestri: tra quelli
che frequentavano l'Oratorio, alcuni ve n'erano di molto ingegno:
D. Bosco somministrò loro gratuito insegnamento di lingua italiana,
latina, francese e di aritmetica; ma col patto che essi alla loro
volta venissero ad aiutarlo nell'insegnare il Catechismo, e nel fare la
scuola domenicale e serale ai compagni. La prova riuscì magnificamente.
Così s'aggiunse all'Oratorio la categoria degli studenti.

I Salesiani laici e sacerdoti (con vincoli semplici) sono circa 3000; e
le suore di Maria Ausiliatrice 1500.

Gli istituti salesiani per giovinetti sono circa 200, nei 2 mondi, dei
quali 1/6 circa sono professionali; salvo in America, dove ne formano
la metà. La metà degli istituti sono d'istruzione; il terzo rimanente
è misto: d'istruzione e professionali. In media si trovano 150 interni
per ciascuna casa: in totale quindi circa 30.000; ai quali bisogna
aggiungere 200 esterni allievi delle scuole, quindi circa altri 20.000
giovinetti; finalmente bisogna aggiungere gli esterni dei ricreatori
festivi, i quali in parte sono formati dagli stessi studenti esterni;
calcolando in media circa 100 per ciascun istituto, si hanno altri
20.000 giovinetti sottoposti all'influenza dei Salesiani.

Si devono aggiungere circa 50 case per giovinette, con una media di 100
interne per ciascuna (totale 5000) e di 250 esterne (totale 12.500).

Non esistono case speciali per semplice ricovero o per malattia, salvo
nell'America del Sud, dove si hanno orfanotrofi ed ospedali; ad Agua de
Dios (Columbia) esiste un lazzaretto, con 800 e più lebbrosi, assistito
da Salesiani.

Le case per giovinette sono esclusivamente dedicate all'istruzione, e
ai lavori famigliari.

Gli istituti salesiani seguono anche la fatale china dello spirito
pubblico italiano, coll'ammettere un numero eccessivo di giovani agli
studii ginnasiali (più di 500 nel solo istituto di Torino), come se
il paese avesse bisogno di stentati decifratori di classici e non di
energiche braccia lavoratrici. Ma certo in Italia rappresentano uno
sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto.
Niun dubbio che chi visita gli istituti di D. Bosco vi vede dei
fanciulli dal viso ridente, liberi nei movimenti, ma disciplinati, e
una buona parte di essi, qualora perdessero la guida e l'appoggio dei
Salesiani, si riverserebbero per le vie e vi diverrebbero dei barabba e
dei delinquenti, prima d'occasione, poi d'abitudine.

È notevole, per noi, benchè i Salesiani non lo accennino, che le
autorità ecclesiastiche non solo nol favorirono, ma più volte lo
ostacolarono fino a che il conflitto venne appianato dalla corte di
Roma, che avocò a sè la direzione suprema.

Ed ora vediamo i miracoli del santo protestante[242].


_Dott. Barnardo_.—In una rigida sera d'inverno del 1866 il dottor
Barnardo, che era allora studente di medicina e dirigeva nelle sue
serate libere una _Ragged School_, fu colpito da un fatto tale che lo
determinò a darsi anima e corpo all'opera cui va ora congiunto il suo
nome.

Mentre stava per uscire dalla scuola, vide che un ragazzo era rimasto
nella stanza e stava ritto presso il camino senza dar segno di pur
pensare ad andarsene, e invitato ad andarsene cominciò a pregare il
dottore che lo lasciasse star lì, che non ci sarebbe nulla di male.
A forza di domande Barnardo riuscì a sapere dal ragazzo, che si
mostrava cupo e sospettoso, esser egli senza padre, senza madre, senza
amici, senza ricovero, dormire qua e là all'aperto, nei luoghi meno
frequentati dalla polizia e che come lui vivevano molti altri ragazzi.
Questo eccesso di miseria parve troppo a Barnardo che volle accertarsi
del fatto e pregò il ragazzo di fargli conoscere il ricovero di quei
ragazzi. Circa un'ora dopo mezzanotte uscì colla sua guida: dopo aver
percorso uno dei peggiori quartieri di Londra, i due volsero finalmente
entro un angusto cortiletto, passarono sotto una lunga tettoia e si
trovarono dinanzi un muro assai alto. Su per quel muro s'arrampicò
il ragazzo e dietro lui il dottore. Uno strano spettacolo fu quello
ch'egli vide. Sul tetto a forte pendio, colla testa verso il comignolo,
i piedi appoggiati alla grondaia, in posizioni variate, giacevano
dieci o dodici ragazzi, tra i dieci e i diciott'anni, liberi almeno dal
timore di essere scoperti dal loro naturale nemico: la polizia.

Là, in mezzo a quelle giacenti figure di miseria, il D.r Barnardo fece
voto di darsi tutto all'opera di salvezza che fu da quella notte il
compito della sua vita. Egli riuscì, povero e sconosciuto studente,
a raccogliere da persone caritatevoli tanto da affittare in una
stradicciola una casetta capace di contenere una ventina di ragazzi.
Appena, lavorando colle sue mani, l'alberghetto fu pronto, spese due
nottate a pescare nelle strade questa ventina di ragazzi.

«Non saprei, dice egli, immaginare o dipingere una scena più
lieta di quella della prima serata nella vecchia casupola, quando
inginocchiandosi prima di andare a dormire, la mia prima famiglia
di 25 figliuoli lodò meco la bontà del Padre nostro e pregò che non
venisse loro mai meno l'aiuto di colui che provvede di cibo anche gli
uccelletti».

Questa casa aperta con 25 ragazzi prosperò e si moltiplicò
rapidamente e il numero delle case è salito in meno di 30 anni a 87,
di tutte le specie, che han dato ricovero stabile a più di 50.000
bambini, dal bambino di poche settimane a quello di 17-20 anni,
e nello stesso tempo—sempre a protezione dei bambini, miserabili,
_destitute_—l'istituzione si è ramificata in una quantità d'istituti
affini, dispensari medici gratuiti, scuole, cucine gratuite, asili
notturni, agenzie per condurre i bambini in campagna, ospedali, agenzie
di collocamento, ecc., come basterà a dimostrare il suo programma che è
veramente grandioso nel suo schematismo.

_Obbietto_.—Raccogliere, educare, intrenare al lavoro, e trovare un
collocamento nella vita ai bambini orfani o abbandonati. Portar il
vangelo tra le masse dell'East End, Curare i malati e portar soccorsi
ai miserabili.

_Mezzi_.—1º a) Organizzare agenzie per scoprire i bambini orfani o
vagabondi; b) Asili notturni gratuiti; c) Grandi case industriali; d)
Piccole case di famiglia; e) Case di campagna; f) Emigrazione;

2º a) Case missionarie; b) Conventi; c) Diffusione della propaganda per
la temperanza; d) Scuole domenicali e scuole per gli stracciati;

3º a) Dispensari medici; b) Minestre gratuite; c) Emigrazione e
migrazione.

_Principii_.—I bambini abbandonati sono ricoverati:

1º Senza restrizione di età, di sesso, di religione, di nazionalità;

2º Affetti da qualsiasi infermità, bambini rachitici, sordo-muti,
ciechi, incurabili, che vengono anche solo per morire, possono entrare
se son veramente abbandonati;

3º A qualunque ora del giorno o della notte.

È caratteristico poi il vedere da quale strana mescolanza d'idealismo
e spirito pratico, d'intuizione energica, di cieca fidanza in Dio sia
uscita quest'opera colossale.

_Dio e le sterline_ sono le sue due leve!... È come se Barnardo
credesse fermamente di aver credito aperto nella banca dei cieli. E che
cosa non può fare un uomo convinto di aver credito aperto in una tal
banca?

Nell'anno 1888 gli morirono 31 bambini (compresi 13 _babies_), cioè
il 10%. «Quando si pensa che io accolgo ogni anno bambini che entrano
in condizioni disperate, solo per morire, si concederà che la quota
di mortalità è minima! Certo questo dipende anche dalle cure e dalle
condizioni sanitarie eccellenti in cui è tenuta la mia grande famiglia,
ma certo anche dal nostro Padre celeste che ha voluto preservare il mio
piccolo mondo da molte epidemie ed io mi sento in dovere di esprimergli
la mia gratitudine!»

E come lo spirito pratico inglese procede sempre braccio a braccio con
questo spirito di fede!

A ognuno dei numerosi casi di redenzione ch'egli riferisce, aggiunge
come conclusione morale quanto questa redenzione gli sia costata.
Con 10 sterline e l'aiuto di Dio—conclude, p. es., il dottore,
matematicamente e ingenuamente—è stata così salvata una vita!

Nel suo giornale _Night and Day_ fatto per la propaganda delle sue
case, che si tira a 200.000 copie, si trovan degli avvisi di questo
genere: «Si ha bisogno a cinquanta miglia da Londra di una buona
fattoria, in coltivazione, con casamento in buono stato, non più
lontano di un miglio dalla stazione ferroviaria. In questo momento
questa sarebbe un'addizione preziosa alla nostra casa. Non vi sono
proprietari che si accontenterebbero di aver la loro rendita pagata in
gratitudine e buon lavoro, o meglio ancora che sarebbero disposti a
far dono del loro stabile all'istituzione? Se qualcuno è disposto si
prega di comunicar con l'editore all'indirizzo della casa 18 Steppey
Causeway, London».

E da questa casa domandata con tanta semplicità e confidenza (e che
otterrà), si passa giù giù per una serie di bisogni e di domande per
questa gran famiglia di 8000 bambini, dalle calze di lana alle camicie
da notte per ragazze di 50 o 58 pollici (questa è una delle cose più
urgenti—è messo coscienziosamente in nota) alle federe di cui si dà
la lunghezza, alle macchine da cucire, a un _armonium_ da usarsi nello
_Sturger House_, ai vecchi pannilini per neonati, giù giù fino... alla
domanda di una _lanterna magica_per i bambini.

Questa lista dà veramente l'immagine della facoltà di rappresentazione
del Barnardo, che comprende tutto, il grande e il piccolo e può
organizzare tutto all'uopo.

E come è ingegnoso questo aperto spirito di comunicazione col pubblico,
di cui si possono raccogliere mille esempi caratteristici appunto sul
suo giornale!

Vi trovi una rubrica con ritratti di bambini, e con questo invito ai
lettori:

«Vuole qualcuno dei nostri lettori scegliere uno dei casi seguenti e
pagare il denaro occorrente per un anno? La spesa annua per maschio o
bambina ammonta a L. 18 sterline. Una fotografia, la storia completa
anteriore del bambino e quella dei suoi progressi verrà rimessa a chi
s'incarichi di dar questa somma».

Seguono i casi.

La stessa concezione ardita che ha avuto nell'ideare la sua opera di
salvataggio, l'ha ora nell'intuire i mezzi per provvederla.

Per quest'armata, ormai di 100.000 bambini, è il pubblico solo, che
egli ha voluto a collaboratore, organizzando tutto per poter tutti
arrolare, servirsi di tutti e ricavar un obolo da tutti: e vi è
riuscito.

Chi non può dar denaro presti l'opera, e chi non può prestar l'opera di
tutti i giorni la presti per un giorno solo.

Nei giornali si trovano dei foglietti staccati: «Chi vuol lavorare
un giorno per i miei bambini? La nostra colletta per le strade del
1895 avrà luogo il 29 giugno. Se volete sacrificare, generosamente,
un giorno del vostro lavoro, scrivete il vostro nome e indirizzo e
mandatemelo il più presto possibile perchè io possa mandarvi piene
e complete istruzioni per quel giorno» (segue la Scheda). Così sono
utilizzate tutte le forze. E queste forze sono veramente imponenti.

Come le sue porte sono aperte ai bambini abbandonati da tutto il mondo,
così la sua cassa ha il contributo di tutto il mondo: il più delle
offerte anzi arrivano di fuori d'Inghilterra.

In un sol giorno, aprendo il libro a caso, vi trovo ch'egli ha
ricevuto 55 donazioni: 42 dall'Australia, 5 dall'Africa, 3 dalla
China, 2 dagli Stati Uniti, 1 dal Canada, 1 dall'India, 1 da Parigi;
122 poi dall'Inghilterra, il che somma 177 doni in un solo giorno,
che rappresentano migliaia di sterline; e non sono solo in denari
o in oggetti di consumo (alimentari o indumenti per l'Istituto), ma
di qualsiasi specie di oggetti che il Barnardo raccoglie in grandi
magazzini e rivende a prò dell'Istituto. La copertina del suo giornale
è turgida di avvisi fittissimi su questo magazzino di _brocanteur_ di
nuova specie!

Un altro fatto che colpisce è come il Barnardo sia riuscito a render
popolare la sua istituzione tra le classi più umili: non solo i suoi
antichi «destitute» raccolti e redenti come abbiamo visto, vanno a gara
a portargli il loro obolo, ma una grande quantità di operai.

Uno sguattero riceve 50 centesimi di mancia per un pranzo, compra
zolfanelli, li rivende, colla piccola somma aumentata compra ferri da
calza, li rivende fino a far su 10 lire, che gli manda soddisfatto.

Un altro operaio scrive: «Non ho che 8 lire la settimana e devo
mantenere mia madre, ma molto spontaneamente vi mandiamo la somma
acclusa: mi rincresce di non poter far di più, ma credo che qualcun
altro potrebbe far come noi, se ne avesse l'idea. Noi abbiamo comperato
un salvadanaio che chiamiamo «vostro» e ci siam impegnati a metterci un
_penny_ per settimana e così abbiamo fatto». La busta conteneva 4 o 6
_penny_.

Un'altra volta è riportato sul giornale il caso di un operaio che,
chiamato a lavorar nella casa per 10 giorni, poi non volle in nessun
modo accettare la paga e neppure lasciare il suo nome.

Tutti questi fatti hanno un significato più che aneddotico, essi
dimostrano quali profonde radici di simpatia l'opera di Barnardo abbia
nel cuore della popolazione, e come poi con un meraviglioso genio
organizzatore egli abbia saputo trarne frutto.

È riuscito veramente a organizzare la simpatia in denaro per rifonderla
poi in carità.

Qui la razza anglo-sassone ha vinto, e di quanto, la razza latina!



CAPITOLO V.

Religione.


Abbiamo veduto quanto circoscritta fosse, almeno fra noi, l'influenza
benefica della religione, e quante volte, paralizzata dall'influenza
malefica! Dopo ciò è evidente quanto poco possiamo contarvi come
prevenzione e cura del crimine.

E qui è d'uopo spogliarci della tendenza atavica rimasta inavvertita
nella carne anche dell'osservatore più positivista, che ci fa reputare
la religione come una panacea generale sopratutto nelle questioni
morali. Ricordiamoci come mano a mano ci siamo andati liberando dal
guscio religioso da cui sorgeva e in cui si fondeva si può dire ogni
tentativo d'arte e di scienza, e per cui non si poteva essere pittore,
scultore, poeta, architetto, nè medico senza essere religioso, poichè
si poetava, si disegnava, e perfino ballava, in onore di Dio, sicchè
chi vi dava mano era o sacerdote o addetto del sacerdote.

Da ultimo crescendo rigogliose quelle nobili piante, sorte modestamente
all'ombra dei templi, liberaronsi completamente dalla influenza di
questi; e non restò più al sacerdote che prima in sè infeudava tutto
lo scibile, che il monopolio dell'educazione scolastica, della morale
e della carità; per ciò, rifiutando le non poche prove in contrario,
tenacemente si aggrappava e faceva partecipare gli altri alla credenza
della sua assoluta influenza su quelle.

Eppure, anche lasciandogli libero il campo quanto alla morale che
interessa gli onesti, e solo però fino ad un certo punto, perchè ve
ne sono molti, fedeli a una morale senza religione, e oramai sorgono
da ogni parte società di etica pura scevra dai riti, poco possiamo
confidare nella religione—come è intesa almeno nei paesi latini—per la
cura del crimine.

«Gli è, per dirlo con Sergi[243], che la morale vera è istintiva: il
senso morale è come il sentimento di pietà, che nessuna educazione
forma, se vi ha insensibilità nativa.

«La religione è un insegnamento per precetti, i quali, come qualsiasi
altro precetto morale, hanno una sanzione esterna e lontana dalla
realtà della vita giornaliera; nè può rafforzare il carattere;
l'indebolisce anzi perchè diminuisce la personalità fino all'estinzione
sua nell'ascetismo.

«Si ha, quindi, la mostruosità di uomini che, essendo religiosi
per la pratica esterna del culto, ossequenti all'autorità divina e
chiesastica, sono immorali nelle loro relazioni sociali.

«Quindi è che il senso morale non si crea, se non esiste, non si
sviluppa, se è appena rudimentale, per influenza religiosa o educativa
di qualsiasi genere, intendo dire per mezzo di precetti e simili».

Vi è un lato solo della religione che può giugnere qualche volta a
redimere il criminale, quando accendendolo di una violenta passione,
come accade nelle religioni in istato nascente o nei popoli che
avendo forti ideali li portano anche nella religione, vi soffoca, e
soggioga o meglio distrae le prave tendenze—Delia ce ne dava un esempio
bellissimo:

Delia, morta precocemente la madre, fu educata in convento con cura.
Entra a 17 anni in una pensione di New York ove subito è sedotta da un
giovane avvocato, sicchè dovette andare in un villaggio a sgravarsi;
narcotizzata e poi stuprata da un prete, si diede alla prostituzione,
divenne una ubbriacona, tre volte fu arrestata, fu rinchiusa in un
riformatorio, finchè a furia di rifiutare il cibo ne fu rimandata
peggiorata e divenne la compagna, prima, e il capo poi di una banda
di ladri su cui esercitava una vera superiorità, e ciò per l'energia e
l'immensa agilità muscolare. Si batteva contro i _policeman_, contro i
gendarmi, contro i compagni, sicchè 7 volte venne presa dalla polizia;
aiutava i ladri nei loro colpi, e sopratutto nelle risse coi gendarmi,
ma non sopportava che battessero i più deboli, cui difendeva a rischio
della sua vita. Era l'angelo dei malati, li portava nei suoi ripari e
li difendeva da quanti volevano spogliarli.

Richiesta dai missionari protestanti di convertirsi, rispondeva che
da mangiare ne aveva, perchè dell'oro ne trovava in tasca degli altri:
i gendarmi la chiamavano _Mistero_, i suoi compagni l'_Uccello bleu,_
per la sua preferenza per quel colore; il popolo la chiamava la prima
attrice dei ladri di Moulberry. Una missionaria, madama Whittemor,
andò il 25 maggio 1891 nella cava di Moulberry ove dimoravano costoro
e tentò di iniziarvi un servizio religioso; ma essi, irritati come
erano per l'arresto di alcuni compagni, non ne vollero sapere e si
sarebbero anzi vendicati su di lei, se l'_Uccello blu_ non l'avesse
difesa, e accompagnata poi nelle cantine dell'oppio di Mat Strit,
ove era la peggiore canaglia. Nell'accomiatarsene la missionaria le
diede una rosa, su cui aveva fatto fondamento, semi mistico, o meglio
romantico, che dovesse essere uno strumento di benedizione; cercò
consegnandogliela di convertirla, senza riuscirvi. «_Io_ (rispose
ella) _ho oramai commesso tanti peccati che più non mi è possibile di
rimettermi_« (aveva 23 anni).

Promise però che sarebbe andata alle sue sale. E infatti la sera andò
a restituirle la rosa fatata: e confessò poi che aveva passata una
giornata agitatissima cercando di annegare i dubbi nel vino; ma più
beveva e più diventava padrona di se stessa: alla sera era disperata,
essendosi accorta che il fiore donato sempre più sfioravasi; e andava
rammentando i giorni in cui era pura come quella rosa, e i suoi anni
giovanili perduti come i petali di quella rosa, e dichiarò ai suoi
compagni che li avrebbe abbandonati. Andò alla missione dove venne
ricevuta cordialmente, messa in bagno ed in letto poi. Quando la
Whittemor la vide l'abbracciò e baciò stretta: essa rinculò prima,
poi si mise a tremare e piangere: e quella dama pregò: «_La povera
fanciulla non ha bisogno che un po' di amore, Dio aiutami ad amarla_«,
e l'invitò a pregarlo insieme; ed essa pregò, e uno sguardo di gioia
lampeggiò nei suoi occhi, abbandonò oppio, liquori e tabacchi, e subito
chiese di poter catechizzare un certo Domel suo compagno carcerato, che
divenne infatti il suo primo convertito.

Fu messa all'ospedale perché gravemente ammalata di tisi e forse di
sifilide. Invitata, appena migliorata, a bere vino, ne sentì una grande
smania, ma la vinse; guarita, catechizzava i suoi antichi compagni di
Moulberry.

«_Non vedete come son cambiata? Come fui salvata io, voi potete
esserlo_«; e tutti la seguivano piangendo: molti ladri si unirono alle
sue preghiere e cominciò qualche ravvedimento.

Andò nel carcere di Auburn nella Pasqua, predicò davanti a 1500
carcerati. «O Gesù come sei buono, scriveva essa all'amica, pregate
per me. Se avessi 12 vite e 12 lingue sarebbero tutte per lui. Che
abbiamo noi guadagnato a servire il demonio? Prigione, miseria, sprezzo
e malattie. I diamanti che ci mostra Satana non sono che vetro, i suoi
abiti, cenci. Quando io era triste pure facendo tremare gli altri, era
così paurosa che non potevo dormire senza una lampada al letto e non
sapevo la mattina se la sera non avrei finito in carcere».

«Io mi ricordo quando una donna mi disse, _Avete visto Gesù,_ ed io le
rispondevo: _Forse che si era prima perduto?_ Tanto più che odiavo le
protestanti. La mia religione era di pura forma (cattolica).

«Se mi domandate com'è che io mi convertii vi dirò che fu un affare di
tre minuti—il tempo di domandar a Dio di farlo».

Cento e più furono i convertiti da lei in 11 mesi.

Una notte sognò di sentire che Dio da lei pregato le dava in dono
l'epigrafe: «Scelta e sigillata da Dio», e si fece porre quelle parole
sul letto.

Morì di tisi entro l'anno—e tanto fu il rumore che sparse intorno a
lei che dopo la sua morte ben 80 dei suoi complici divennero o parvero
divenire onesti[244].

Non giuro per quest'ultimi, ma la conversione di Delia è sicura: ne
è prova la trasformazione della fisionomia che è controllata dalla
fotografia.—Ma prima di tutto: se si pensa che alla prostituzione e
al delitto fu condotta dopo uno stupro mediante narcotico, che non
vi fu precocità, che anche nel delitto si conservava protettrice dei
deboli, essa appare più criminaloide che rea-nata. E ad ogni modo,
l'istantaneità stessa della conversione (_Fu_, disse, _un affare di
tre minuti_), sotto l'influenza della sensazione suggestiva, il fiore,
che tanto qui agì come non di raro agisce nelle catastrofi amorose,
la irruenza stessa che portò nella conversione, provano come qui la
passione religiosa sostituiva le altre passioni.—Ma evidentemente
tale caso strettamente individuale come l'altro che mi fu fornito dal
Battisti; di un ladro e vagabondo e beone che sotto le prediche e gli
esempi dei missionari di temperanza s'ascrisse alla loro schiera, tutto
ad un tratto convertito[245] e vi perdurò, non potrebbero citarsi a
proposito della cura della criminalità come è organizzata da noi, dove
questi fecondi fanatismi non attecchirebbero.

Ricordando poi che questi miracoli avvengono più specialmente fra
gli Anglosassoni e Svizzeri, par probabile che l'influenza, che noi
attribuiamo qui alla religione, si debba alla razza ed alla peculiare
civiltà che li porta a grandi ideali, a nobili fanatismi; tantochè
aumentano sempre più; mentre col crescere della cultura decresce certo
il sentimento religioso; ed infatti fioriscono contemporaneamente e
ottengono eguali prove di nobile fanatismo le società per la _Cultura
etica_ senza religione (Pfungst, _Ueber die Gesellschaft für Ethische
Kultur_, 1896).

«Nei paesi Calvinisti la religione (scrive Ferrero) recluta migliaia
di fanatici, che sotto i nomi e le teorie più diverse si agitano
febbrilmente non in onore di un rito ma per salvare le anime umane.

«Londra è la capitale di questi fanatici della filantropia; sono
uomini o donne di tutte le classi e posizioni sociali, ricchi o
poveri, istrutti o ignoranti, normali o matti, che si sono fitti in
mente di guarire la malattia sociale e di sradicare dalla società una
forma speciale di miseria e dolore. Uno si è preso a cuore i bambini
torturati dai genitori; l'altro i vecchi diventati ciechi; un terzo
i pazzi maltrattati nei manicomii; un quarto i prigionieri usciti dal
carcere»

Ma nei paesi latini queste agitazioni non sono promosse perchè
cadrebbero nel vuoto; la tradizione della carità amministrativa ed
esercitata per mezzo dell'autorità pubblica o della chiesa è così
forte e profonda che nessuno vuole occuparsi personalmente delle
miserie sociali. Se i bambini sono spesso maltrattati nelle grandi
città e se i giornali protestano energicamente scuotendo un poco
l'opinione pubblica, questa domanda una legge dello Stato, che non
sarà nemmeno applicata e se ne contenta: ma nessuno penserà a fondare
società private, come ce ne sono tante in Inghilterra, che spiino i
genitori crudeli e giungano in tempo a strappar loro di mano le piccole
vittime[246].

«In Italia come in Francia non si riesce mai a determinare una
grande corrente di protesta morale contro qualcuna delle più dolorose
tristizie sociali: e le tempre entusiastiche ed attive devono cercare
altrove un campo più adatto a spiegare la loro energia» (Ferrero. _Vita
moderna_, 1893).

Vedasi, p. es., la _Salvation Army_[247], istituzione creata dal
Booth, con forme esteriori mattoidesche, gerarchia militare, uniformi
bizzarre, ma con intenti santissimi pienamente raggiunti: è una
specie di setta che ha per iscopo di combattere colle armi anche le
più strane il vizio e il delitto e di prevenirlo. Essa lotta contro
l'alcoolismo con meetings, con alberghi di temperanza a buon mercato,
con _elevators_ in cui sono accolti benignamente i salvandi anche se
ricaduti più volte e con specie di cucine popolari che han distribuito
nel 1895 3.396.078 pranzi; combatte il vagabondaggio coi dormitori che
ricoverano ogni notte più di 4100 individui in media per 1 penny fino
a 6 secondo i comodi che si desiderano; chi non ha denaro può però
guadagnarne sul posto, lavorando qualche ora per conto della Società.

In questi dormitori sono tenuti la sera dei meetings a cui partecipano,
se vogliono, gli ospiti, e dove si fa la maggior retata dei salvandi.
Là, sono informati di tutti i mezzi che si possono offrire loro,
per tirarli su dalla vita che fanno; se lo desiderano, sono iscritti
agli uffici di collocamento, che trovarono impiego, nel solo 1895, a
19.372 persone, o ammessi negli _elevators_, stabilimenti speciali, in
cui sono adibiti a un lavoro retribuito, o vengono ammaestrati in un
mestiere, se non ne conoscevano alcuno, finchè possano essere collocati
o privatamente o nelle fattorie-villaggi della _Salvation Army_,
mantenendosi in relazione colla casa per 4 anni. Questi _elevators_ in
un solo anno, nel 1895, hanno protetto e mantenuto 3275 individui.

Pei carcerati la _Salvation Army_ tiene conferenze in molte carceri del
regno e ne arruola i migliori perchè non restino troppo scoraggiati al
loro escire, come soldati nelle sue file; parte poi ne ammette in uno
stabilimento speciale, che ne ha custoditi in un anno circa 516, dove è
tentata la loro educazione morale e pratica, dove vengono ammaestrati
in un mestiere, e da cui passano poi agli _elevators_, e quindi alle
case private, alle citate fattorie, ecc.

L'armata possiede poi 84 uffici speciali, _slums offices_ (uffici pegli
stracciati), per far la guerra corpo a corpo contro il vizio; i cui
ufficiali hanno visitato in un anno circa 58.723 famiglie povere nelle
case private, e 15.702 persone nelle _Public-houses_, e 7500 nelle
_Lodging-houses_, assistendovi ben 3887 malati: essa possiede dormitori
e istituti speciali pei bambini; che vengono spediti il più presto
possibile alle colonie in Australia.

Per le donne l'armata ha 9 dormitori speciali e 13 _Rescue homes_ (che
strappano le donne proprio quasi materialmente fuori dalle bettole e
dalle _Lodging-houses_) e ne impiega 1556 a un lavoro a lor scelta,
e dopo qualche tempo le manda in case private o nelle fattorie della
_Salvation_.

Strano è come questi nuovi soldati della carità arrivino dappertutto
senza alcuna traccia di violenza: le loro case, gli _elevators_, le
fattorie sono aperte; vi entra chi vuole e chi vuole esce, e se esce
e poi rientra è sempre accolto come il figliuol prodigo con libertà
perfetta ed intera.

E altrettanto dicasi dei Wellesleiani.

Dopo che uno di questi, Mearns, rivelava con un'inchiesta gli orrori
della Londra povera, si gettavano a corpo perduto a convertire i
viziosi, gli alcoolisti[248].

Hugues, uno dei loro grandi apostoli, predicava: «Noi non dobbiamo
occuparci di salvare le anime tanto da dimenticarci di salvare i
corpi», e colla voce della convinzione più calda trascina centinaia di
persone che si dichiarano convertite e li consegna al pastore.

Scelgono le ore in cui più gli uomini pericolano, le _ore sociali_
come essi li chiamano, dalle 9 alle 11, e li invitano a serate in cui
loro dànno lauti trattamenti, musica, canti, si mettono in relazione
con loro e li trascinano a firmare il giuramento di temperanza; armano
squadre per visitare i luoghi più infetti, le osterie, e formano gruppi
di sorelle che invigilino e salvino le donne pericolanti.

Una di quelle vede un giorno una ragazza trascinata alla bettola da un
uomo vizioso, e la affronta e le dice: «_Su, ricordati che sei donna_«
e la bacia in fronte, e l'altra commossa fuggendone le risponde:—Non
entrerò mai più in una bettola, ma raccoglieteci sempre alla sera, così
non cadremo in peccato.

Nell'Associazione protestante per lo studio pratico della questione
sociale trovi i partigiani alla partecipazione degli operai ai
lucri del capitale ed all'assicurazione degl'infortuni del lavoro,
trovi Lord Schaftesbury, che trasformò le condizioni dei minatori in
Inghilterra[249].

L'Ordine dei Buoni Templari fondato a N. York nel 1852 e la Croce Bleu,
fondata a Ginevra nel 1877, contano l'uno 500.000 e l'altro 10,000
membri, da cui solo si esige di astenersi da ogni bevanda fermentata
per un determinato periodo di tempo: 15 giorni, 1 mese. E vi riesce.—Ed
è così che si spiega che nei paesi protestanti, specie Svizzera ed
Inghilterra, l'alcoolismo va diminuendo mentre cresce nei cattolici
(Vedi Atlante).

Ottennero altrettanto i nostri Salesiani, le nostre buone Suore?

Per ottenere questi risultati, per cercarli, anzi, ci vuole un grado
di idealità a cui non giungono le vecchie razze, che si sfogano e
si cristallizzano nei riti, e mettono capo ad un dittatore, ad un
individuo, per cui la giaculatoria, l'adorazione d'un uomo, sia esso
papa, generale dell'ordine o santo, o semi Dio, o, anzi, parte del suo
corpo, costituiscono il massimo del parossismo.

Ciò ho indirettamente dimostrato coll'esporre uno accanto all'altro i
miracoli ed i meriti di D. Bosco e quelli del dott. Barnardo. Da noi
vediamo divenire utili contro il delitto alcune poche individualità,
quando a guisa di frammenti planetarii, sono dissidenti come
Lazzaretti, o almeno eccentriche dalla orbita della Chiesa, come Don
Bosco, S. Francesco d'Assisi, i quali costituiscono pel momento una
vera religione nuova, viva, palpitante e che in breve formerebbero un
scisma, se non vi pensasse a tempo, volta per volta, la potente piovra
di Roma. Perciò un santo come il D. Bosco, e come vogliamo crederlo,
fino a prova contraria, il Bartolo Longo non sorge senza aver trovato
ostacoli da tutte le parti, perfino in quelle autorità ecclesiastiche
che dovrebbero porli sugli altari; perciò per quanto vogliano cogliere
la modernità, non vi giungono che a mezzo; e piuttosto che indirizzare
i derelitti in larga scala nei mestieri più utili, organizzando
emigrazioni, dissodamenti di terre come il dottor Barnardo, essi
riescono a grandi e ben diretti conventi ed a convertire dei vagabondi
in preti o in quei cultori delle scuole classiche che poi sono nuovi
spostati. Sono santi, insomma, di un'epoca che non è la nostra, la cui
opera, per quanto vasta, è impari alla grandezza dei bisogni, e troppo
di raro va alla radice del delitto; e per quanto ammirabili per genio e
santità devono nei loro moti uniformarsi al moto del pianeta maggiore,
e mostrare d'avere più a scopo il trionfo del rito, del Dio di Roma
che della virtù, se no sono soppressi;—così uno dei massimi scopi di D.
Bosco era di creare dei preti salesiani—come di B. Longo (che si firma,
notisi, conte, commendatore) di onorare la Madonna di Pompei. Che se
coll'offrire ed insegnar ai derelitti un mestiere, con una educazione
certamente morale essi certo giovarono a impedirne la trasformazione in
veri criminali dei rei d'occasione, non salvarono il vero criminaloide,
nè il criminale nato.

E così dopo molte richieste non potei raccogliere dall'opera di
D. Bosco del delitto che questi esempi di redenzione: «Nel 1848, i
genitori d'un povero ragazzo, potevano meritatamente chiamarsi suoi
persecutori: i maltrattamenti erano quotidiani, e sovente, dopo avergli
logorata tutto il giorno la vita, gli facevano soffrire la fame. Egli
frequentava l'Oratorio, ma loro malgrado. E un giorno il padre rinforzò
la proibizione con uno schiaffo. Il povero ragazzo, temendo di peggio,
fugge verso l'Oratorio. Ivi arrivato fu sorpreso dal timore che il
padre gli tenesse dietro e il venisse a trar fuori; per la qual cosa
invece di entrare in casa si arrampicò ad un gelso, e vi si nascose
tra le foglie. Ed ecco spuntare i suoi genitori i quali minacciarono
D. Bosco di ricorrere alla questura.—_Fate pure_, rispose loro il
Sacerdote, ma _sappiate che ci andrò anch'io_, e saprò svelare le
vostre virtù e miracoli, e se in questo mondo vi sono ancora leggi e
tribunali, voi ne subirete il rigore.—Per quell'anno il giovanotto fu
applicato ad imparare l'arte da legatore da libri, ma in appresso D.
Bosco, conosciutone l'ingegno svegliato e l'indole buona, lo destinò
agli studii, facendogli scuola egli medesimo d'italiano e di latino.
Ricevette lezioni di piano-forte da D. Bosco, e riuscì buon suonatore
d'organo, e il suo braccio destro nelle partite e feste musicali.
Ora occupa un posto ragguardevolissimo nel clero torinese». Ma come è
chiaro non era nemmeno un criminaloide, era un maltrattato. I Salesiani
mi aggiunsero poi che la massima parte dei giovani indisciplinati,
con tendenza al furto e alla menzogna migliora o anche si corregge:
ma che _li respingono se persistono_. Mi citarono però un giovane che
aveva commesso atti sanguinarii in famiglia; e che dopo qualche mese
era migliorato, e di un ragazzo di Torino incline talmente al furto
che si dovette restituirlo alla famiglia: egli rubava, senza potersene
trattenere, anche cose che sapeva non gli giovavano a niente. Noto poi
che in alcuni predisposti la clausura, la vita conventuale provoca a
sua volta come notammo dei nuovi delitti (inversioni sessuali, truffe),
e poi non permette che il giovane slanciato nel mondo abbia forti a
sufficienza le ali per lottare contro il male.

S'aggiunga infine che per quanto verniciato e mascherato il rituale, la
formula liturgica s'impone in quegli istituti fra noi più di tutte le
norme per la vita.

Negli orfanotrofi di Francia, scrive Joly, si bada sopratutto agli
interessi religiosi dei bimbi e si classificano in confraternite e non
si dànno ad un mestiere (Joly, _Le combat contre le crime_, p. 91).

Anche Roussel fa notare che la carità congregazionista di Francia
è tutta rivolta alle ragazze, sicchè i maschi abbandonati non hanno
altra risorsa che il carcere e i riformatori correzionali; e che di
più gli asili cattolici quasi mai accolgono gli orfani illegittimi;
e che mentre i protestanti cercano di mettere in luce le proprie
organizzazioni, essi cercano di sfuggirla e non vogliono aver rapporti
che col vescovo e con Roma; e molte cercano di lucrare col lavoro
delle minorenni, nè le pongono in condizione di guadagnarsi il pane
perchè non li mettono in cognizione di un mestiere, ma di una parte di
un mestiere.—Gli allievi degli orfanotrofi crescono senza pratica al
mondo e _incapaci_ di crearsi un avvenire (Roussel, _Enquète sur les
orphelinats_, 1882).

Nè la cooperazione del pubblico è nella carità latina diretta,
continuata, quasi, in associazione col fondatore e al più è solo
di denaro e non di prestazione personale e attiva, e quindi meno
interessata e meno efficace: e l'azione dei grandi apostoli è tutta
subordinata alla influenza personale e ieratica di un dato individuo
che ne ha tutti i meriti come tutte le responsabilità, ma che sparendo
lascia un incolmabile vuoto.

Concludiamo: maggiore è la differenziazione nella carità Anglosassone;
e la cura di salvaguardare la fierezza umana, di servirsi dell'opera
del povero, di rendere insomma cooperativa e mutua la carità invece che
conventuale, e la tutela sopratutto pel bimbo ancora nelle fascie che
è appena ricordato nella razza latina o tutt'al più nutrito, certo mai
educato.

Qui intere sètte, o meglio gruppi religiosi come la _Salvation Army_,
come i Battisti si propongono la redenzione dal vizio, la prevenzione,
per es., degli alcoolici, la tutela del bimbo, come lo scopo ultimo,
unico della loro vita. E se un uomo molto vi può influire, come Booth
e Barnardo acutizzando col genio e coll'ispirazione il modo di trovare
a ciò i mezzi migliori, esse possono farne a meno perchè è la legione
intera che lavora, e per lo stesso suo numero e per lo stesso suo
entusiasmo suggestiona il pubblico.—Quindi non le religioni son qui
benemerite, ma alcune religioni—meglio alcune razze.

Tuttavia, date come sono le condizioni nelle genti latine, noi dobbiamo
segnalare gli istituti come i Salesiani, le Suore ecc., come i soli non
ufficiali che aiutino davvero in qualche modo senza violenze a salvarci
dal delitto, mentre tutte le altre istituzioni governative non fanno
che aggravarlo.



CAPITOLO VI.

Contro i danni dell'Istruzione.—Educazione.—Riformatorii ecc.


È certo che tutte le vecchie esagerazioni sull'influenza benefica
dell'istruzione sono svanite: ma pure siccome una non iscarsa essa ne
esercita specie sull'indole meno feroce dei reati la non deve porsi in
non cale, nè d'altronde si potrebbe: poichè i congegni della civiltà
per sè stessi ci s'impongono non solo, ma, anche nostro malgrado,
procedono avanti. A questo, ad ogni modo, dobbiamo provvedere che
l'istruzione non aumenti l'abilità criminosa nei reati nè fornisca
così, come ora accade, ai rei, nuove occasioni e mezzi a delinquere.


_Scuole_.—Prima d'ogni altro si devono sopprimere le scuole carcerarie
che abbiamo visto (p. 133) favorirvi le recidive e somministrare a
spese degli onesti nuove armi pel crimine.

Viceversa cerchiamo estendere al massimo numero di individui onesti
l'istruzione, perchè vedemmo che dove essa è più diffusa, corregge i
proprii danni (v. s.).

Cogli esercizi ginnastici, marcie e danze all'aria aperta[250],
irrobustendo e distraendo piacevolmente i corpi, preveniamo le tendenze
all'accidia, alla precoce od abnorme lascivia, più che con ogni
precetto; quest'ultima anche col scegliere maestri fra donne ed uomini
maritati e sopprimendo collegi, conventi e frati.

E quando nelle scuole elementari s'infiltra un criminale-nato, si deve
sequestrarlo da questo e impedirgli un'istruzione che sarebbe dannosa a
lui ed alla società e iniziarne per lui una speciale che assecondando
alcune sue tendenze lo rendano meno nocivo: indirizzandolo, p. es.,
allo _sport_, alla marina, alla caccia, in mestieri che ne soddisfino
le prave passioni, quali la macelleria per i sanguinari, lo stato
militare, che è spesso una macelleria ufficiale, o il circo per
gli atletici, sviluppando in questo senso la sua vanità; esso deve
essere educato in modo di apprendere appena quanto possa essere utile
a vivere, senza perfezionarsi nelle arti che potrebbero esserci
pericolose; ricordiamo come molti rei-nati (pag. 134) ebbero a
confessarci quanto l'istruzione giovò loro, o quanto avrebbe potuto
loro giovare nel male, e tanto più ora nelle nostre condizioni
politiche per cui i criminali-nati istrutti hanno più facile accesso
al potere che non gli onesti, grazie alla corruzione, alla violenza,
all'intrigo, alla truffa che tanto vi influiscono. Quanto sangue e
quante sventure non sarebbonsi risparmiate all'Italia e alla Francia se
Napoleone, Boulanger, Crispi fossero stati analfabeti.

Nè devonsi dimenticare i tentativi di cura: dopo la suggestione
morale dovrà tentarsi la ipnotica, che in quella età ha il massimo
dei successi; e, siccome la base delle tendenze criminose è sempre
l'epilessia, dovrà usarsi la cura interna che si usa per questa:
bromuro, _cocculus_, specie se vi è vertigine, e le cure dell'omeopatia
che pare abbiano ottenuto qualcosa, in alcuni casi, per es. _cuprum
metallicum_ negli accessi notturni e periodici con predominio di spasmi
tonici e quando l'accesso è preceduto da aura ben distinta; _plumbum_,
con residui fenomeni paralitici e accessi di lunga durata che si
vanno accorciando, color terreo della cute, aura ben distinta, cefalea
frontale, coliche; _belladonna_, nei casi recenti con spiccata iperemia
cerebrale; _opium_, accessi notturni degli epilettici; _secala_ se gli
accessi incolgono spesso e si succedono l'un l'altro; _nux vomica_
alla 200 nei figli di alcoolisti; _phosphorus_ e _cantharis_ nelle
tendenze oscene; _rana bufo_, o _phosphorus acidum_ e _digitalis_ sugli
onanisti, _silicea, calcarea: sulphur_ negli scrofolosi.

Nella tendenza al furto si consiglia _pulsatilla_ e _sulphur_; nelle
tendenze all'omicidio, _belladonna, mercurium, nux vomica, agaricus,
opium, anacardium_; nelle tendenze sessuali _hyosquiamo phosph.
veratr._ e _cimicifuga_.

La misura capitale dell'isolamento preventivo dei criminali, è
resa immensamente più facile, ora, dalle conoscenze di antropologia
criminale: poichè i caratteri fisionomici e craniologici uniti ai
biologici e agli eccessi nelle tendenze al mal fare rendono più facile
anche nelle mani del maestro il distinguere la criminalità sempre più
progrediente e incurabile del reo-nato da quella temporaria e quasi
generale del fanciullo (Vedi Vol. I, cap. II e III).

Dal primo studio che sia stato fatto in proposito in Italia (_Studi
antropologici in servizio alla pedagogia_, Vitale Vitali, 1896)
appare che su 333 scolari esaminati 43, ossia il 13% aveva anomalie
craniane gravi. Ora di questi anomali 44% erano poco disciplinati o
indisciplinati; mentre degli altri giovani a cranio normale solo il
24%, quasi la metà, era poco o nulla disciplinato. Dei primi: il 23%
aveva poca intelligenza od ottusa e il 27% inerte; dei secondi: l'11%
intelligenza ottusa e il 10% inerte, mancando di ogni profitto 2% di
questi e il 9% degli altri.

Dei 43 anomali 8 si lagnavano di dolori e calore alla testa, di
incapacità a persistere nel lavoro, e 12 avevano impulsività colleriche
e impossibilità di contenersi: 6 avevano mancanza di senso morale,
insistendo senza alcuna ripugnanza a commettere gravi infrazioni[251].

L'isolamento, in tali casi (4%), mentre servirà a tentare un salvamento
con metodi nuovi di cura e di pedagogia del reo nato nella sola epoca
in cui è possibile, impedirà certo il suo perfezionamento nel male,
e quello che più importa, il suo pernicioso contatto cogli altri:
impedirà che da un pomo congenitamente malato si guastano centinaia di
sani.

Nè questa idea che ho creduta nuova per quanto capitale[252] nella cura
del delitto, è poi nuova nelle sue applicazioni.

Nell'Inghilterra quando un ragazzo o manca alla scuola, o vi si conduce
male, in seguito a un regolare giudizio, è chiuso nella scuola dei
refrattari—_trouant's schools_.

Benchè l'abito non faccia il monaco, si procura di dargli
immediatamente, dalla testa ai piedi, la sensazione di una nuova
vita; perciò è pettinato, o meglio rasato, lavato, disinfettato e
rivestito di panni puliti. Viene poi collocato in una squadra ed
obbligato al silenzio tutta la settimana salvo la domenica, e a
tutti i servigi interni e ai lavori di sartoria e calzoleria, che si
alternano con ginnastica e esercizi militari. I piccoli reclusi sanno
che da loro stessi dipende il riconquistare la libertà in un tempo
più o meno lungo, poichè possono restare nella scuola dagli 8 a 14
anni. Generalmente, e per la prima volta, questa scuola forzata non
dura più di 8 settimane: trascorso questo tempo, il fanciullo vien
rilasciato con l'ammonizione di frequentare le scuole ordinarie. Di
questi liberati o _licenziati_, il 25 o il 30% mancherà alla promessa
e si farà rinchiudere un'altra volta, per _quattro_ mesi e, quando
ci ricaschi una terza volta, per _sei_. Finalmente, se è necessario
un trattamento morale più prolungato, vengono mandati in una Scuola
Industriale, od in una Scuola di riforma.

Si noti: che lungi dagli accumuli informi che si fauno da noi, nei
riformatorii, essi si dividono in piccoli gruppi: si separano i viziosi
dai criminali e dai semplici rei occasionali; scemandovi almeno in
parte quei danni che sempre provoca l'accumulo in questi istituti, e
per cui è preferibile quanto più si può spedirli in baliatico nelle
famiglie.

Aggiungo che se codesti istituti qualche volta riuscirono, è anche
perchè abituano il giovinetto a un qualche lavoro continuato, sia
pur leggero, ma ritmico, regolare, da cui rifugge ordinariamente il
criminale-nato, che quindi, se è tale, vi si ribella e così meglio ci
permette selezionarlo dagli altri.

Io credo che per quanto mal organizzate, in questo senso, giovano le
nostre scuole perchè col lavoro continuo facilitano il passaggio di
quella che noi chiamiano subcriminalità fisiologico-infantile alla
onestà fisiologica ed additano invece i non adatti, i veri rei-nati.
Certo è per questo che le così inutili scuole arabe, chinesi, tibetane
che si risolvono in teologie metafisiche o esercitazioni automatiche,
pur riuscirono utili alla morale.

Ma perchè la scuola riesca utile, non più negativamente, ma
attivamente, bisogna mutare la base della nostra educazione, la quale
coll'ammirazione della bellezza e della forza vi mena all'ozio, alla
indisciplinatezza e alla violenza.

Noi dobbiamo porre quindi in prima linea le scuole speciali pei lavori
agrari, e nelle altre scuole tutte dare il primo posto al lavoro
manuale, che sostituisce qualcosa di pratico, di esatto ai miraggi
nebulosi dell'antico: e questo unito a fortissime tasse universitarie
ci salverebbe da quel diluvio di spostati[253], che noi colle nuove
facilitazioni universitarie aumentiamo ogni giorno.

«Finora la scuola (scrive Sergi) ha discusso come si debba insegnare
l'alfabeto e come si debba insegnare a scrivere più presto, come si
debba sviluppare la mente, seguendo questo o quel metodo, quali materie
valgano per gli studi di preparazione o di coltura; ma non ci dà alcun
indizio per dirigere i sentimenti nostri e le nostre tendenze, se togli
il catechismo nelle scuole infantili.

«L'educazione è come l'igiene per la conservazione della salute: chi
deve presiedere all'igiene, darne i precetti, curare, dovrà conoscere
le funzioni sane e le alterate, e che cosa possa alterarle e come
guarentirle dalle alterazioni.

«Così l'educatore; egli dovrebbe conoscere la natura dell'animo umano,
come opera e agisce individualmente e nella società; dovrebbe sapere
quali cause organiche possano alterare le manifestazioni, e quali
cause esterne e sociali possano far deviare le funzioni normali. I
nostri educatori non sono istruiti a questo scopo, ed entrano nelle
scuole per istruire ed educare i nostri figliuoli, senza alcun concetto
determinato del fine difficile che devono conseguire. Ogni piccolo
essere umano che va a scuola, è un problema a varie incognite, e pure
si considera come un problema risoluto!

«Invece di aumentare il numero delle scuole classiche, riducetele al
minimo numero, e trasformate tutte le altre in iscuole per comercio,
arti e mestieri, in iscuole professionali, in iscuole pratiche secondo
le esigenze della vita moderna; e dentro vi metterete la scuola per
la mente, la scuola pel carattere, la scuola per la vita giornaliera:
colà inculcherete l'abito al lavoro, che per sè medesimo è educazione
efficacissima.

«Quando vi saranno scuole numerossime di arti e mestieri, il lavoro
manuale sarà nobilitato, mentre oggi comunemente chi vuol apprendere
un mestiere, bisogna vada a servire presso un capo d'arte, e imparerà
soltanto per pratica e più o meno male.

«E capitalissimo scopo di ogni scuola sia l'educazione del carattere,
da cui tutta la condotta umana dipende; fortificarlo ove trovasi
vacillante, crearlo ove ancora non esiste, dirigerlo ove manca la
guida. Se non si ottiene l'educazione del carattere, non si otterrà
nulla da ogni scuola e da ogni istituzione»[254].


_Educazione in famiglia_.—Ma qui assai più del maestro può la famiglia.
Nelle fiere e nei mercati—osserva Galton—»il contadino sagace che
vuol comprare un vitello giovane non si lascia abbindolare da ciarle
di sensali o di venditori; esamina e antivede da sè la riuscita che
la bestia farà e la mette a prezzo in ragione dei benefizi che gli si
attende. Ma della riuscita dei nostri giovani noi ne sappiamo assai
meno. Nessuno si è curato mai di conoscere il rapporto fra i successi
della scuola, coi successi e gl'insuccessi della vita, nessuno ha mai
investigate le relazioni fra le energie fisiche, etniche, tipiche di
un giovane colle contingenze e gli accidenti inattesi della vita del
futuro cittadino[255].

A questo giova, più di tutto, l'occhio della famiglia che invece da noi
crede potersi scaricare sulla scuola per le cure educatrici, mentre
invece il maestro, che del resto non vi potrebbe riescire stante il
gran numero di soggetti che ha alle mani, crede se ne incarichi la
famiglia restando così inerti amendue nell'obbiettivo che più previene
il delitto.

Il pubblico delle famiglie ignora che nella integrale che ci darà
lo stato e la destinazione del figlio, la vocazione e le attitudini
entrano come esponente, e la spreparazione intellettuale come
coefficiente: la famiglia ignora che per ottenere la integrazione
occorre unione e continuità di forze, non esclusa, ma anzi contata,
come potentissima, quella che dovrebbero arrecare volenterosi e
solleciti i genitori.

«Con un liceo in città o nel paese vicino, con qualche sacrifizio pei
tre anni d'università si garantiscono dal lavoro materiale i lombi
dell'onesto borghese, come quelli del patrizio, e una bella posizione
è assicurata, poco importa se in questa o in quella carriera, nella
magistratura o nel giuoco del lotto» (_Idea liberale_, 1896).

«Interrogate le mogli loro perchè non abbiano avviato nessuno dei figli
ad un'arte manuale, e vi risponderanno con una certa espressione di
dignità offesa: Ma e perchè paghiamo tante tasse e abbiamo le scuole,
allora?...» (Id.).

Dire a quelle buone mamme che i Della Robbia e Palissy erano vasai;
che Vatel faceva il cuoco, Cellini l'orafo, Donatello l'intagliatore
in legno, Garibaldi il marinaio; dirle che un popolo di camerieri e di
garzoni di bottega trova onorato pane e fortuna in tutte le parti del
mondo purchè sobrio ed onesto; che un popolo di mercanti lanaioli dette
alle arti il Rinascimento e imprestava denari ai re di Inghilterra;
tutte queste argomentazioni approderebbero a poco con quelle buone
mamme e con quei bravi babbi. E una volta sbagliate le premesse, si va
diritto alle conseguenze che sono il pullulare di tanti spostati.

Eppure ci vorrebbe così poco per riescirvi. «I figli di una donna
colta, scrive Garofalo[256], e secondo i casi, affettuosa o severa,
sono abituati a spiare nell'occhio di lei l'approvazione e il biasimo
di ogni loro azione. Quale pena può per loro essere maggiore del
rimprovero addolorato che farà la madre al bambino che le mentiva,
che ha fatto del male a un coetaneo? Quel bambino, di mese in mese, di
anno in anno, acquista così ciò che potrebbe dirsi l'istinto negativo
della falsità, del furto, della crudeltà; una ripugnanza organica, una
avversione fisiologica, per cui il delitto non sarà per lui possibile.
Ecco allora risoluto il problema educativo.

L'antropologia criminale ci apprese (Vedi Vol. I) che, vista la
temporaria criminalità comune ai bimbi, non conviene troppo spaventarsi
(nè chieder quindi repressioni dure e severe) degli atti criminosi
dei fanciulli, quando non siano eccessivamente ripetuti e quando non
s'accompagnino ai caratteri antropologici della criminalità.

L'evoluzione verso il bene ha luogo in ogni modo nell'uomo sano—come
la trasformazione delle forme inferiori nel feto man mano che diventa
infante—; solo la cattiva educazione se stimola attivamente gli
istinti malvagi che sono in pieno slancio nell'infanzia, può fare in
guisa che, invece di mutarsi e' diventino abituali; Spencer c'insegna
anche nel suo mirabile libro _Sull'educazione_ che altrettanto male
fa un'educazione troppo severa, la quale irriti il fanciullo e non lo
convinca dei suoi torti, un'educazione che non segua, cioè, l'istinto
naturale del fanciullo, che voglia ottenerne più di quanto esso
possa dare, che dimentichi l'immensa influenza della simpatia, per
cui anche noi adulti proviamo assai più dolore di aver offeso una
persona simpatica che con una antipatica: ciò ci dà modo di ridurre
le correzioni a forme mitissime eppure più efficaci, perchè consone
alla sua indole: per es., quando un bambino abbia sciupato un oggetto
caro, dobbiamo comperarglielo a sue spese, diminuendogli una leccornia,
o quando abbia disordinato la casa coi proprii balocchi, farglieli
rassettare, il che gli mostra, nel medesimo tempo, le conseguenze
del suo fallo; lasciarlo perciò anche incontrare lievi graffiature,
scottature, ma avvisandonelo prima; e quando non obbedisca ai nostri
ordini, punirlo col dimostrargli minore simpatia, ma non trascendere in
ira: poichè un'ira anche breve è sempre nociva tanto al padre quanto al
figlio: nel padre perchè in fondo è un resto di vendetta, e nel figlio
perchè considerata come tale fa nascere una reazione dannosa; mentre
occorre che il giovane si corregga piuttosto naturalmente da sè che
non costrettovi dalla violenza del correttore. Si impedisca piuttosto
che favorire, come dai più si fa, nel fanciullo l'associazione d'idee
costante fra le azioni malvagie e le punizioni, per cui, cessato
il freno del maestro e dei genitori, essi non hanno più paura a
commetterle. Causa questa per cui spesso i figli delle persone troppo
rigide nei costumi, giunti all'età adulta e fatti liberi, commettono
maggiori mancanze e finanche delitti dei figli dei genitori men severi.


_Psicologia applicata ai riformatori_.—Queste ragioni doppiamente
servono quando si tratti del criminale minorenne, così facile all'ira,
alla vendetta, a prendere anche ingiustamente in mala parte le
correzioni: esso è già crudele per sè, lo diventa di più naturalmente
nelle case di correzione per l'imitazione degli altri, per la gloria
del fare il male e per la reazione molte volte giusta alle punizioni,
le quali se spesso sono in rapporto col bisogno di far andare
correttamente un grande stabilimento, non lo sono però colla gravità
dell'azione commessa, nè coll'età di chi la commette.

E poi come si può destare nel fanciullo simpatia verso il correttore
quando questo non può avere che fugaci rapporti con esso, e il più
spesso, anzi, solo in occasione di infliggergli pene? E come può egli
tenerlo d'occhio giorno per giorno, in modo da mutarne le abitudini,
quando si tratta di centinaia d'individui che appena vede fugacemente?
E poi, come evitare quel pericolo massimo che sorgano nuove occasioni
che conducano al male, quando il contatto con tanta gente cattiva,
gloriosa della propria malvagità, ne farebbe destare dei nuovi anche ad
un onesto, e ciò nell'età in cui sorgono e vegetano rigogliose di più
queste idee?[257].

Si ha un bel suggerire nei Riformatori delle suddivisioni nuove: ma è
già molto se si attuano quelle per età e per la causa del ricovero. Chi
è che si sogna di dividere dagli altri, e all'uopo isolare almeno fuori
delle ore di lavoro, i masturbatori? gli irosi impulsivi? i psicopatici
sessuali? i ladri? i tormentatori d'animali? E anche volendolo, come lo
potrebbero, se quasi tutti, anzi tutti, qualche prava speciale tendenza
l'hanno, senza di che non sarebbero stati ricoverati?

Eppure qui sta uno dei punti più salienti del problema.

Un naturalista collocò in un acquario, divisi fra loro da un vetro,
dei carpi e dei piccoli pesci che essi erano soliti mangiare; sulle
prime si gettavano sul vetro per abboccarli, ma dopo, visti inutili i
tentativi, cessarono. E dopo anche tolto il vetro, convissero senza
attaccarli più. È l'abitudine che li fece divenire innocui se non
innocenti. Così il cane coll'abitudine e coll'educazione finisce a non
rubare.

È con questo metodo che si devono curare i criminali-nati, e non solo
coi bagni e la ginnastica, e, peggio, colle punizioni feroci, che nulla
possono sulle abitudini morali.

Quando si voglia far di istituti correzionali un luogo di cura, cosa
difficile se non impossibile, dobbiamo lasciare da banda l'istruzione
alfabetica, che riesce quasi sempre dannosa perchè facilita ai rei
i mezzi di comunicazione, cui il reclusorio dovrebbe troncare, e
fornisce nuove armi al delitto; al più si deve impartirla, al pari
della ginnastica e come alcuni lavori obbligatorii senza scopo, per
sviluppare quell'energia del corpo e della mente che manca quasi
sempre in costoro, in cui suprema tendenza[258] è l'accidia; ben
più ci conviene invece innestare in essi le cognizioni pratiche sui
mestieri utili, sulla merciologia, sull'agraria, la fisica applicata,
come si fa, per esempio, in Svizzera. A queste si alterneranno nozioni
di disegno, di colorito. Ma più ancora della mente dobbiamo educare
il sentimento; e qui bisogna ricordarsi che, come ben dice Sollohub,
la virtù non si fabbrica artificialmente; che si ottiene molto più
basandosi sugl'interessi e le passioni degli uomini che sulla loro
logica; che l'uomo si può spogliare dell'esistenza ma non delle
passioni; che tutti, anche i tristi, hanno bisogno di avere nella
vita un interesse, uno scopo; ch'essi possono essere insensibili alle
minacce, alle paure ed anche ai fisici dolori, ma non alla vanità, al
bisogno di distinguersi sugli altri e più che tutto alla lusinga della
liberazione; sono inutili, quindi, le prediche o le lezioni di astratta
morale, bisogna invece interessarli nel bene, o con vantaggi materiali
come la diminuzione graduale delle pene; o col far leva sulla vanità
loro. Quindi i bei risultati che si ottennero coll'istituire una specie
di decorazioni e coi punti di premio o di biasimo inscritti sull'album;
col passaggio, a seconda dei meriti, in categorie privilegiate, che
hanno, p. es., il permesso di portare barba od i comuni vestiti, di
adornare la cella con piante o pitture; di ricevere visite, di lavorare
a proprio vantaggio o della famiglia, in fino a quello, sospiratissimo,
della temporaria libertà[259].

Ottenere la libertà è il sogno, la preoccupazione continua di costoro.
Quando vedano una strada aperta, più sicura e possibile dell'evasione,
vi si gettano subito; faranno il bene, solo per ottenerla, ma intanto
lo faranno; e siccome i moti ripetuti diventano una seconda natura,
potrebbe esser che vi si abituassero. Perciò, quindi, bisogna abolire
il diritto di grazia che dà lusinga di ottenere l'uscita, non per i
meriti propri, ma pei favori degli altri[260].

E bisogna (dice assai bene Despine) rilevare i rei ai loro propri
occhi, far loro comprendere che possono riacquistare la stima del
mondo, inspirare il bisogno di diventare onesti col mezzo di quelle
stesse passioni, che se fossero lasciati a loro stessi li farebbero
diventare peggiori. Despine, Elam, De Metz, Moutesinos, Brockway[261]
calcolavano tanto sull'influenza del loro punto d'onore, da lasciarli
quasi liberi al lavoro sulla parola, ed uomini feroci, cui 20 guardiani
appena avrebbero bastato a frenare, non sognarono pur di fuggire o al
caso ne furono impediti dai compagni.

Ferrus racconta come un ladro diventasse galantuomo, vedendosi affidata
la guardaroba, a bella posta, dalla suora delle carceri.—Un condannato,
ozioso, era insopportabile per l'eccessiva violenza; gli si dette la
sorveglianza di un gruppo di condannati e divenne il più docile di
tutti.

Un giorno un detenuto di Citeaux, condannato coi compagni a vuotare
dei cessi, gettò la vanga imprecando contro il direttore Alberto Rey;
questi, senza far motto, prese lo strumento e si mise a lavorare in
sua vece; lo sciagurato, colpito da questa nobile lezione di morale
applicata, riassunse, commosso, il lavoro e vi permase. Questi esempi
ci mostrano ancor meglio la via, con cui noi possiamo curare ed educare
costoro, cioè col fatto più che colla parola, colla morale in azione
più che colla dottrina teorica.

Una disciplina energica, certo, è necessaria con essi, come in tutte o
più che in tutte le comunioni d'uomini, tanto più che i castighi troppo
tenui facendo minor effetto, si devono replicare e portano più danno
dei pochi, ma energici, onde Auburn che conserva la frusta ha minor
mortalità di Filadelfia che l'aboliva; ma l'esagerazione della forza,
del vigore è forse più perniciosa che utile; il rigore li piega, non li
corregge, li irrita e ne fa degli ipocriti.

Anche adulti i rei devonsi considerare come fanciulli[262], come malati
morali, che si curano con dolcezza e con severità, ma più colla prima
che colla seconda, perchè lo spirito vendicativo, la facile reagibilità
fa loro credere ingiuste torture anche le più lievi punizioni, quindi
anche il troppo rigore nel mantenere il silenzio si trovò riescire
dannoso alla stessa morale.—Un vecchio detenuto diceva a Despine:
«Quando ella chiudeva un occhio sulle nostre mancanze, si parlava di
più, ma quasi sempre senza venir meno alla morale: ora si parla poco,
ma si bestemmia e si cospira».

In Danimarca, quando si usava nelle carceri il massimo rigore, si
contava un 30% di mancanze, ora, con leggi più miti, le infrazioni
disciplinari discesero al 6%.

E giova accoppiare il sentimento della vanità a quello della giustizia,
che come abbiam veduto (Vol. I) è in essi assai vivo quando non sia
soffocato dalle men nobili passioni, con che si ottiene di mantenere la
disciplina e raddoppiare il lavoro, e ciò: facendo giudici i detenuti
delle mancanze dei compagni, dividendoli in piccoli gruppi (come usa
Obermayer) che eleggono fra loro i propri sorveglianti e maestri,
destandosi, così, uno spirito buono di cameratismo, e rendendosi
possibile una dettagliata, individuale istruzione, la sola veramente
proficua. Détroit, in America, diede il maggior numero di istrutti,
perchè i 385 reclusi vi sono divisi in ventuna classi con 28 maestri,
tutti, meno uno, condannati, notandovisi che i peggiori condannati sono
i migliori maestri (Pears, _Prisons and Reform, _ 1872) sicchè fino nei
peggiori si può trovare uno strumento di miglioramento per gli altri.

Buono pure era il metodo di Despine di non infliggere punizioni se non
dopo trascorso alcun tempo dalla commessa mancanza, per non mostrare
di ispirarsi al bollore dell'ira; appena constatato il reato il
detenuto era condotto al gabinetto di meditazione, e solo dopo un'ora
entravano il maestro ed il direttore a mostrargli la pena portata
dal regolamento; molte volte si trovò utile infliggere una pena ed
un biasimo a tutto il gruppo di cui il colpevole formava parte; così
usava, p. es., con vantaggio Obermayer.

Il lavoro deve essere la molla, il passatempo e lo scopo di ogni
stabilimento carcerario, per suscitare l'assopita energia, per abituare
ad una occupazione fruttuosa dopo la liberazione, come stromento di
disciplina carceraria, e anche per risarcire lo Stato delle spese
incontrate per loro[263]: ma siccome questo ultimo non deve essere
l'unico scopo da raggiungere, non tutti i lavori più lucrosi possono
attuarsi; noi dobbiamo, per le ragioni che sopra toccammo, evitare i
lavori di ferraio, ottonaio, calcografo, fotografo, calligrafo, che
preparerebbero le vie ad altri delitti. Dobbiamo preferire i lavori
agricoli i quali ci diedero il minino delle mortalità nelle nostre
statistiche e permettono ai dimessi un facile collocamento; quindi
i lavori in paglia, sparto e cordame, in tipografia, in sartoria, in
terra cotta, in pietra dura, e, solo da ultimo, i lavori di calzoleria,
ebanista e falegname, pei quali si esigono ordigni che possono riuscire
pericolosi. E sarà meglio scegliere, a preferenza, quei lavori in
cui s'adoperino strumenti da taglio, commessi come nell'officina di
castagne d'India della casa penale di Milano, solidamente ad ingranaggi
non amovibili, ma meglio ancora i lavori che non esigono stromenti
atti a ferire; e devo a questo proposito molta lode al cav. Costa
pell'introdotta lavorazione delle scatole di zolfini, nelle torinesi
carceri cellulari, che rende 36.000 lire all'anno allo Stato e dà un
compenso che va da 15 a 75 centesimi all'operaio. A Noto si introdusse
nelle case di pena il lavoro di corbe d'erba (_tipha fluv._), che fu
premiato più volte.

Ad ogni modo il lavoro deve essere proporzionato alle forze ed
agli istinti del condannato, il quale se gracile e dapprima affatto
ignaro, ha raggiunto il massimo degli sforzi, deve trovare un premio
proporzionato, se non in moneta, almeno in diminuzione di pena,
a quello che compensa i più forti e i più abili; gli è perciò che
io credo doversi cancellare dall'organismo carcerario quel triste
personaggio dell'impresaro, il quale naturalmente cerca proteggere solo
i più abili, senza badare punto alla moralità, e che pure dispone in
alcuni paesi perfino della grazia dei rei.

L'amore al lavoro conviene diffonderlo fra costoro, facendolo apparire
come premio alla buona condotta, e sollievo alla noia del carcere:
quindi non conviene imporlo sulle prime, ma lasciarlo chiedere,
desiderare (Crofton), facendolo precedere da una più o meno lunga ed
indeterminata detenzione cellulare. Perchè il lavoro riesca proficuo, e
perchè si possa stabilire quello spirito di cameratismo e di emulazione
su cui si fonda tanta parte della cura, passati i primi tempi, il
sistema cellulare deve temperarsi, lasciando gli individui, nel giorno,
insieme, divisi in piccoli gruppi a seconda delle necessità tecniche
e delle condizioni del locale. Non bisogna però mai che il lavoro sia
un pretesto od una causa a eccessivi vantaggi, in genere, peggio se
individuali; Mareska attribuisce molte recidive ai privilegi concessi
a certi scrivanelli del carcere (condannati scrivani); egli sentì uno
di questi dire ad un nuovo venuto: «Sciocco, con un po' di scarabocchi,
qui si sta meglio che fuori» (_Des progrès de la Réforme_, 1838, III),
parole che ci ricordano i versi dei carcerati siciliani (vedi Vol. I)
e che ci spiegano il fatto ammesso da molti direttori di carcere, che i
peggiori birbi sono i più docili nelle carceri ed apparentemente i più
ravveduti!

Don Bosco[264] ci ha tracciato una pratica psicologica per l'educazione
dei piccoli discoli. «La categoria dei più è di coloro che hanno
carattere ed indole ordinaria, ma volubile e proclive all'indifferenza;
essi hanno bisogno di brevi ma frequenti raccomandazioni, avvisi e
consigli, bisogna incoraggiarli al lavoro, anche _con piccoli premi_ e
dimostrando d'averne grande fiducia, senza trascurarne la sorveglianza.
Ma gli sforzi e le sollecitudini devono essere in modo speciale rivolti
alla categoria dei discepoli discoli. Il numero di costoro si può
calcolare 1 su 15 ricoverati; il superiore si adoperi per conoscerli,
s'informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico,
_li lasci parlare molto_, ma egli parli poco e i suoi discorsi siano
brevi esempi, massime, episodi e simili; e non li perda mai di vista,
senza lasciar travedere diffidenza: nè trascuri qualche volta di
cattivare i giovani con qualche colazione e con passeggiate. Il vizio
che più si deve temere è la lubricità(?!); se un giovine vi si ostina,
espellasi».

«... I maestri e gli assistenti, quando giungono tra i loro allievi,
portino immediatamente l'occhio sopra i più discoli: accorgendosi che
taluno sia assente lo faccia tosto cercare colla apparenza di avergli
che dire o raccomandare. Qualora si dovessero biasimare non si faccia
mai in presenza dei compagni. Si può nulladimeno approfittare di fatti,
di episodii avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo, che vada a
cadere sopra essi.

«... Il sistema repressivo potrà impedire disordini, ma difficilmente
farà migliori gli animi. I giovani dimenticano facilmente le
punizioni dei genitori, difficilmente quelle degli educatori. Il
sistema repressivo è poco faticoso, e può giovare nella milizia e
in generale tra persone adulte ed assennate; ma migliore qui è il
sistema preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i
regolamenti di un istituto, e poi sorvegliarlo in guisa che gli allievi
abbiano sempre sopra loro l'occhio del Direttore e degli assistenti,
che come padri amorosi li guidino ad ogni evento, li consiglino e ne
prevengano le mancanze.

«I giovanetti non tengano oggetti di valore nè danaro impedendosi così
il furto e i contratti, a cui hanno un grande tendenza essendo dei
commercianti-nati.

«Anche si proibisca loro di mettersi le mani addosso; ed i più ribelli
perdono quest'abitudine dopo qualche mese di ricovero.

«Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione
e l'amorevolezza; ed esclude ogni castigo violento. Presso ai
giovinetti, castigo è quello che si fa servire per tale ed uno
sguardo non amorevole produce maggior effetto che non farebbe uno
schiaffo. L'allievo non resta avvilito per le mancanze commesse, come
avviene quando esse vengono deferite al Superiore; non s'adira per la
correzione fatta o pel castigo minacciatogli, perchè trova sempre una
parola amichevole che lo persuade.

«Bisogna ricordare, per comprenderne i vantaggi, la grande mobilità
del giovane, che in un momento dimentica le regole disciplinari e
i castighi che quelle minacciano: perciò spesso un fanciullo si fa
trasgressore di una regola e meritevole di una pena, _alle quali
nell'istante dell'azione punto non badava_, ed avrebbe per certo
diversamente operato, se una voce amica l'avesse ammonito».

Oltre altre pratiche religiose, D. Bosco poneva particolare attenzione
ai seguenti punti: «Il direttore non si assuma impegni che lo
distraggano dal suo uffizio; i maestri e gli assistenti siano di
moralità conosciuta; evitino le amicizie particolari cogli allievi.
Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Si dia ampia
facoltà di correre, saltare, schiamazzare a piacimento. La ginnastica,
la musica vocale ed istrumentale, la declamazione, il teatrino, le
passeggiate, sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina,
giovare alla moralità e alla sanità. Si badi soltanto che sia
ben scelta la materia del trattenimento, ed oneste le persone che
v'intervengono. La scelta d'un buon portinaio è un tesoro per una casa
d'educazione. Ogni sera, prima che gli allievi vadano a riposo, il
Direttore indirizzi alcune parole affettuose in pubblico, dando qualche
avviso o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; studii di
ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell'Istituto o
fuori; ma il suo discorso non oltrepassi i cinque minuti.

«Con questo sistema, secondo D. Bosco, qualunque sia il carattere,
l'indole, lo stato morale di un giovanetto all'epoca della sua
accettazione i parenti possono vivere sicuri che il loro figlio
non potrà peggiorare, e si può dire che si otterrà sempre qualche
miglioramento»; perciò quando venne offerta a D. Bosco la direzione
di Riformatorii correzionali, dichiarò di non poterle accettare che ai
patti di: 1º Togliere l'infamia agli istituti, in modo da considerarli
non come case di pena ma di educazione; 2º Lasciargli completa libertà
di disciplina, in modo da abolire i mezzi repressivi per adottare i
preventivi; 3º Lasciargli facoltà di ricevere giovani di buoni costumi,
espressamente per togliere all'istituto il disonore. Ma a questi patti
i governi ciechi sempre, e più in Italia, non vollero assogettarsi.


_Associazioni infantili_.—Si sorveglieranno, colla massima cura, tutti
i centri scolastici e le associazioni giovanili, impedendo, con che
si trasformino in centri criminosi, anzi impedendole anche prima che
diventino tali perchè son tali in germe.

Fra le associazioni, quelle che meno sembrano temibili, e che più
energicamente, invece, si devono tutelare, anzi sopprimere, sono
le infantili, piazzaiuole, delle grandi città.—»I ragazzi che fanno
il male (diceva un maestro a Joly) non sono mai soli; e quando sono
insieme nol sono mai per iscopi onesti» (Joly, _Le combat ecc._, pag.
127).

«Quando qualche ragazzo, aggiunge, si mette male, vi influisce la
troppa amicizia d'un altro; anche se non cattivo e' gli farà delle
cattive confidenze, e peggio naturalmente se sarà cattivo.—Hanno
inclinazione a far delle masnade, che hanno tutti i caratteri delle
criminose, per es., usano una specie di gergo» (Id.).

E noi già nel volume II, e poi qui nell'Eziologia, abbiamo veduto come
gli uomini pur che s'associno perdono in onestà—anche se senatori,
deputati e accademici—; naturalmente assai più ciò deve accadere
nell'epoca in cui fisiologicamente son disonesti (Vol. I).

Noi, dice Spagliardi, possiamo asserire[265], che una buona parte dei
giovanetti vagabondi ed oziosi lo sono non per mancata educazione,
non per l'indole perversa, non per la miseria, ma perchè trascinati
dal vortice delle associazioni. Quante volte non ci toccò di sentire,
continua lo Spagliardi, da oneste famiglie queste strazianti parole:
«Finchè il nostro figlio fu nel suo luogo natìo, era un giovinetto
docile, promettente; ma poichè ci stabilimmo a Milano, ci perdette
l'amore ed il rispetto, e ci spogliò più volte la casa». Un ragazzetto
di buona e benestante famiglia, d'anni 8, stette lontano da casa molti
giorni, sottraendosi alle più diligenti ricerche; trovato finalmente,
mantenne un silenzio da spartano sul luogo del suo nascondiglio. Chi
è che produce nei figli di famiglie oneste così strani mutamenti?
Chi istruisce, chi procura ad essi i mezzi di vivere indipendenti ed
emancipati dalla famiglia? Sono i ritrovi, le combriccole di Piazza
Castello, di via Arena, di Porta Magenta. Lo dicono essi medesimi,
appena rientrino in sè stessi, con quel tratto ingenuo, così proprio
della loro età: finchè stiamo fuori, non possiamo far bene, i compagni
ci trascinano; fateci ritirare, e faremo giudizio. Lascio poi che
v'immaginiate da voi, di quanto non debba aggravarsi questo pericolo
delle associazioni, quando le piccole vittime di tale disordine
appartengano alla classe degli orfani, od a quella delle famiglie
immorali od incapaci, od impotenti a educare.

«Ora, io dico: se il giovinetto che di questo genere di vita
vagabonda si forma un ideale, al primo volo che spiega fuori del
nido, trovasse la fame, l'isolamento, la molestia, il controllo, e,
direi quasi, una pietosa persecuzione, non preferirebbe la famiglia?
e la famiglia, per tal modo, non potrebbe far valere la propria
autorità? Vi sono ordinanze severissime per l'igiene pubblica, per la
polizia stradale, per prevenire i contagi... ve ne sia una che limiti
queste associazioni, che sono una minaccia latente per la società. A
rintanarli quando sono fanciulli, basta un sorvegliante municipale;
lasciateli fare, ed un qualche giorno resisteranno alle cariche della
cavalleria».

Noi dobbiamo curare i minorenni, gli orfani, gli esposti e gli
abbandonati da perversi genitori, che formicolano per le vie delle
grandi città, e formano, come vedemmo, il semenzaio de' rei; impedire
che essi siano tratti al delitto, e che, una volta cadutivi, vi si
affondino sempre più, colla dimora nelle carceri comuni.


_Riformatorî._—E qui subito sorge l'idea dei riformatorî, delle case di
custodia pei giovani, che ne ricoveravano pochi anni sono: in Francia
7685; in Italia 3770; nel Belgio 1473; in Olanda 161; in America 2400.

Se non che gli studî antecedenti ci hanno dimostrata la ragione della
quasi inutilità di tali istituzioni, erette, certo, con animo più
benevolo che conscio della natura dell'uomo criminale.

Ogni causa che aumenti i contatti reciproci, moltiplica sempre, anche,
la delinquenza; tanto più in quell'età, che, non essendo abbastanza
tenera per potersi correggere e modellare, è più espansiva, più
incline all'imitazione, e specialmente all'imitazione del male verso
cui naturalmente pencola e per le più violente passioni e per la
mancata educazione e pel minore criterio. Che sarà se vi s'aggiunga,
poi, il distacco da quel preservativo del delitto che è la famiglia?
Tali istituti riescono, ad ogni modo, ancor meno vantaggiosi quando
la cifra dei ricoverati passa il centinaio (e il non sorpassarlo è
inconciliabile con le viste economiche); essi cessanvi, allora, di
essere individui, diventano, cioè, come si dice in gergo burocratico,
un numero, e non possono anche dal più abile direttore essere
sorvegliati ed educati, uno per uno, cosicchè le norme regolamentari
più adatte vengono ad infrangersi contro alla materiale impossibilità.

E non parlo teoricamente, parlo dopo averne esaminati parecchi fuori e
dentro i riformatorî, che io ammiratore caldissimo di qualcuno di quei
veri e santi filantropi che ne sono alla direzione, era disposto ad
elogiare senza contrasto.

Ora, se in alcuni dei migliori riformatori ho osservato dei giovanetti
con un piglio vivace e sciolto, un'attività non comune al lavoro, una
temperata disciplina senza bigotteria, non posso dire altrettanto di
molti altri in cui la tranquillità non era che apparente e in cui sotto
la vernice di gesuitica mansuetudine covava il vizio peggiore di prima.
Anzi, anche nei migliori (a Milano) ho osservato che quando venivano
interrogati sulle cause del loro ricovero, tutti mentivano, anche
dinanzi al loro direttore, il che mi provava che un vero pentimento,
una vera coscienza del mal fatto essi ancora non l'avevano. Più,
avendo per maggior sicurezza tenuto dietro ad alcuni di essi dopo
l'uscita dal ricovero, e interrogatili in proposito, ne ebbi risposte
ed autobiografie che mi provarono come anche nei migliori stabilimenti
serpeggino i vizi più infami; pederastia, furto, camorra, precisamente
come nei bagni, tanto da mettere ribrezzo a coloro, tutt'altro che
virtuosi, che me ne parlavano e che mi diedero più tardi prova,
pur troppo esatta, dei funesti effetti del riformatorio, essendo in
brevissimo tempo recidivati nel crimine, come potrà convincersi chi
consulterà una serie di dialoghi ed autobiografie poste in fine della
2ª ediz. dell'_Uomo delinquente_, 1878.

Io so di riformatori a G... e a M... dove si usava, impunemente, la
_pena_, cioè dovevano i nuovi entrati prestarsi a masturbare tutti
gli adulti che lo desideravano, se no erano battuti; ad Ascoli hanno
incendiato lo stabilimento col petrolio: all'Ambrosiana in tre uccisero
un buon guardiano, pugnalandolo, senza alcun speciale movente, solo...
per uccidere.

Hanno astuzie incredibili: uno portava in un legno incavato,
approfittando della sua qualità di falegname, sigari, salame, ecc., che
vendeva ai compagni; un altro aveva uno stilo in una scanalatura del
pagliericcio. Un altro teneva un marengo d'oro nascosto nella tessera
su cui era inciso il suo numero di matricola, dimodochè l'aveva sempre
con sè quando mutava di cella, nè senza la sua confessione mai non si
sarebbe trovato.

Si è obiettato, giustamente, che una o due deposizioni non provano
nulla—che ponno essere quelli casi eccezionali—ma pur troppo nuovi
esami, eseguiti insieme col dottore Raseri e avvocato Frisetti-Tancredi
alla Generala, tolsero di mezzo anche questa obbiezione.

Noi abbiamo veduto (Vol. I, p. 388) che il tatuaggio ivi sale nelle
proporzioni del 40%; indizio gravissimo d'ozio e di immoralità; ma ve
n'è un altro, se è possibile peggiore: quello di un gergo speciale.
Così la carne è da loro chiamata _cucurda_ o _scoss_, la minestra
_boba_ o _galba_, l'acqua _lussa_, i sigari _lucertole_ o _busche_, il
tabacco _moro_, _gangher_ o _fanfaer_, i maestri di disciplina _tola_,
l'avvocato _lo scuro_.

Questo mostra che malo spirito di associazione vi domini. Tutti,
infatti, sanno delle molte loro sommosse, specie di quella del 1875,
in cui poco mancò non riuscisse ai più coraggiosi di evadere in massa;
essa fu organizzata da una combriccola dei giovani più robusti ed
astuti dell'istituto, detta _Società della corda_, perchè essi si
servivano a segnale di una cordicella stretta al pugno.

L'8% dei giovani da noi interrogati alla Generala, non dimostrava
neppure a parole volontà alcuna di pentirsi dei falli commessi ed erano
pure i falli più gravi (ferimento, furto recidivo); essi dicevano
che se gli altri loro coetanei avevano denari per divertirsi, anche
essi avevano diritto di procurarsene, rubando in casa o fuori; e
v'era chi aggiungeva _che qualunque delitto fossero per commettere,
non compenserebbe mai il male che fu fatto loro soffrire nei
riformatori._—Il 3% negava risolutamente il fallo imputato, e l'11%
affermava il suo pentimento con tale noncuranza, da mostrare averlo
piuttosto sulle labbra che nell'intimo del cuore. Il 5% giungeva sino
ad insultare i genitori. Uno di questi, interrogato sulla professione
del padre, rispose _che era un boia di cancelliere al tribunale, che
bisognerebbe impiccare_; un altro, parlando di sua madre, disse che
_era una b...scia, che cercava qualunque via di disfarsi dei figli, per
potersi più comodamente abbandonare ai suoi vizi!!_

Io ne notai un 10% che rubò prima dei 12 anni, e di questi parecchi
eran recidivi per la terza volta.

Ed in che modo provvede il Governo all'emenda di tutti costoro?

Egli vi raccoglie i peggiori respinti dagli altri stabilimenti e li
accomuna e mesce coi semplici abbandonati, coi delinquenti adulti in
_custodia_.

Un cappellano, coadiuvato da alcuni giovani più anziani e più istrutti,
dovrebbe attendere all'educazione morale ed intellettuale, ma ogni
suo sforzo va perduto fra tanta massa di gente. Si negano i giornali
per paura che la relazione dei delitti ecciti la loro fantasia già
di troppo portata al mal fare, ma in pari tempo anche i libri utili e
morali.

La Generala possiede attorno a sè un ampio giardino cintato, coltivato
ad ortaglie dai giovani stessi sotto la sorveglianza di alcuni
giardinieri. Con ciò si crede di aver provveduto all'educazione
agricola, ma pochi ettari di terreno bastano appena al lavoro di alcune
diecine, e per pochi mesi dell'anno. Vi ha poi nello stabilimento
qualche grande stanzone destinato al lavoro per chi vuole attendere ai
vari mestieri, di calzolaio, di falegname, di fabbricante da stuoie.
Una ventina circa attende in locale a parte allo studio della musica.

Dappertutto mancano utensili, materiali, e sopratutto buoni istruttori
perchè mancano i mezzi per pagarli. Due omicidi adulti sono maestri
d'arte a quei giovinetti. E poi quel locale basta appena a contenere
un trenta o quaranta giovani, ed anche questo poco è di data affatto
recente[266].

E tutti quegli altri che non hanno alcun lavoro da eseguire? Cosa altro
devono fare se non: istruirsi nel vizio, simulare od eseguir furti,
tentare pederastie quasi sott'occhio dei guardiani, o nella notte
sforzare le già malferme serrature, o inventare nuovi modi di congiure
e di complotti, od, al meno male, disegnarsi tatuaggi?

Nè meglio va la bisogna in molti riformatori privati, forse peggio. A
Testona i tatuaggi sono in una proporzione doppia che alla Generala:
tutti patisconvi l'ozio completo, e, quel che è peggio, letteralmente,
la fame, il bastone e la pederastia.

Uno proveniente dal riformatorio di Chi... mi dichiarava che vi si
usavano parte per giuoco e parte da senno i ladronecci tra compagni, e
chi meglio riusciva era applaudito.

Sette giovani provenienti dal riformatorio di Gen... si lamentavano
dei cattivi trattamenti ricevutivi; per futili motivi erano duramente
bastonati dai superiori, che incrudelivano particolarmente sui più
giovani, e così otto del riformatorio di Mil..., e tre del riformatorio
di Bos...

Due provenienti da Crem... dichiararono che il direttore teneva
nella propria camera un grosso randello, con cui accompagnava le sue
ammonizioni: io stesso potei vedere la cicatrice lasciata da queste
crudeli lezioni sul fianco di un giovane che da lì proveniva.

Un ragazzo di 14 anni di Cas... Mag. ci racconta, come per punizione
gli si facesse mangiare la minestra in un truogolo coi porci.

Sono, è vero, queste testimonianze sospette, certo esagerate, ma la
moltiplicità e concordanza delle asserzioni e le lesioni realmente
esistenti, non possono non destare gravi dubbi sul modo con cui
sono diretti molti dei così detti riformatori modelli, i riformatori
privati.

O non è preferibile perfino l'abbandono ad una correzione di questa
fatta?

Nessun vantaggio possibile economico possono dare costoro col lavoro,
come s'usa fra noi, prima perchè distruggono tutto, poi perchè
quasi tutti a distanza dalle grandi città: infine, non interessati
negli utili, non sono sufficientemente zelanti nè abili. Forse
svilupperebbero abilità nelle lavorazioni più difficili, precisamente
quelle che loro meno si possono affidare.

Se anche con cure assidue si ottiene un miglioramento nei piccoli, esso
svanisce quando essi tornano coi grandi; e vi è un regolamento uniforme
non solo per tutte le regioni, ma anche per tutte le età; eppure per i
bambini ci vorrebbe la direttrice, il pedagogo, per gli altri un vero
colonnello; eppure lo sviluppo sessuale in alcune regioni avviene a 2,
a 3 anni di differenza.

Sopratutto amano l'ozio, nè si occuperebbero, e non tutti, che di
ginnastica e musica.

Anche Joly parla di riformatori e colonie in Francia che paiono
paradisi a visitarli, e sono inferni ove la disciplina è inefficace
e dura; vi ha una cella di punizione ove i ragazzi devono camminare
in elissi per 40 chilometri su mattonato ineguale prima di potersi
gettar sul tavolaccio, e dove in 8 o 10 minacciano il guardiano di
false denunzie, se non li lascia fare a loro agio (_Le Combat contre le
crime_, pag. 145).

Vi sono, è vero, alcuni rari stabilimenti che hanno a capo uomini
straordinari per filantropia e per acume didattico, come il De
Metz, il Ducci, il Ray, l'Obermayer, lo Spagliardi, il Martelli, che
suppliscono a tutto colla propria persona; ma queste sono le eccezioni
su cui lo Stato non deve far calcolo. Il fatto lo prova, lo provano
le stesse statistiche che si vorrebbero portare a loro favore. Nel
riformatorio modello d'Italia, che è quello di Milano, si conterebbero
solo il 10% di recidivi; però si escludono dal calcolo circa un terzo
degli usciti, o perchè passati in altri stabilimenti (107), o perchè
d'ignota dimora (49), i quali inforsano di molto la cifra, tanto più
che passano ad altri stabilimenti, se si deve giudicare da quel che
succede alla Generala, non i buoni ma i peggiori. Di più l'indagine si
limita solo a tre anni. Chi ci garantisce quello che accadrà più tardi,
mentre D'Olivecrona c'insegna che le recidive sono più frequenti dopo
il terzo anno dalla dimissione?—Io credo che sotto la mano sapiente
di quel direttore, essi hanno perduta la naturale inerzia, ma non le
prave tendenze; e ne ho per prova che tutti, meno uno, quelli da me
interrogati, dissimulavano i commessi reati, dicendo essere là solo per
mancanza di assiduità alla bottega.—E cosa dire delle statistiche degli
altri riformatori fatte, tutte, con minore coscienza, da persone certo
inferiori pei meriti allo Spagliardi? che se anche fossero vere, non
concluderebbero nulla, perchè i riformatori privati tirano a scaricarsi
dei cattivi soggetti, mandando gli insubordinati, gli oziosi, ed anche
i deboli, ai pubblici riformatori; ora è naturale che esclusi tutti i
più tristi, quelli che rimangono dovranno apparire relativamente buoni.

L'Inghilterra ha saputo (come ora vidimo) creare per costoro due
specie di stabilimenti ben distinti: le scuole _industriali_ (o,
come si direbbe con vocabolo equivalente, professionali) e le scuole
di _riforma_. Le scuole industriali ricevono i fanciulli non ancora
stati condannati per alcun reato, ma che potrebbero, per le abitudini
contratte, facilmente cadere nel delitto. Le scuole di riforma
ricevono i giovani delinquenti condannati o dai magistrati (giudici
di pace) o dalla Corte semestrale della contea o dalle assise, ad
una pena restrittiva a cui segua il ricovero per 5 anni al massimo
in una scuola riconosciuta ed autorizzata e sottoposta all'ispezione.
In altre parole, le scuole industriali sono stabilimenti preventivi,
le scuole di riforma sono, come l'indica del resto il nome loro,
stabilimenti preventivi, repressivi e di educazione ad un tempo, in cui
ha luogo un'accurata separazione di fanciulli delinquenti da quelli
semplicemente viziosi, e in cui con sollecitudine estrema si evitano
gli agglomeri e si dividono poi in piccoli gruppi i ricoverati. Gli
effetti di queste misure si spiegano anche in rapporto alla recidiva,
che è tanto minore quanto minore è il numero dei condetenuti. Infatti
in Francia le _colonies publiques_ che raggiungono quasi sempre i 400,
dànno una recidiva superiore dal 4 al 19%, mentre le private di 150
alunni all'11 o 12%; nella Svizzera invece e nel Granducato di Baden,
in cui le colonie dei ricoverati non superano mai 60 fanciulli, la
recidiva discende al 4% dal 2,50. In Inghilterra la recidiva per i
fanciulli usciti dalle scuole industriali è del 4% e per le fanciulle
dell'1%.

Tuttavia non io a queste cifre m'acqueto senza i miei forti dubbi.

Tutti ricordano le pompose lodi della colonia di Mettray, la quale
era riuscita, secondo le statistiche di pochi anni fa, a ridurre (vedi
Despine) i recidivi, dal 75% che erano, al 3,80%: ebbene, pochi anni
dopo sentiamo dal M. Du Camp esservi risalita la recidiva al 33,3%, il
che egli vorrebbe spiegare per l'avversione dei Parigini alla campagna,
che forma altrove la delizia e il sogno dei giovani. Eppure Mettray
raggiunge l'ideale di un riformatorio; i ricoverati vi sono divisi in
gruppi o famiglie di 16 a 17 che abitano ciascuno una piccola casa con
speciali capi e sottocapi.—E come credere ai miracoli del riformatorio
cellulare della Roquette, che riduceva anch'esso i recidivi dal 15 al
9% (vedi Biffi, _Sui riformatorî dei giovani_, 1870), quando vediamo
pochi anni dopo una Commissione governativa trovare necessario di
sopprimerlo, e gli statisti francesi, mentre fissano al 17% i recidivi
dei riformatori pubblici, all'11 quelli dei riformatorî privati,
nel 1866-67-68 confessano che la metà degli usciti era mal notata!
(Bertrand, _Essai sur l'intempérance_, 1875, p. 195).

Confrontando, nella eccellentissima _Statistique internationale
pénitentiaire_ (Rome, 1875, 1), la cifra dei ricoverati nei riformatorî
con quella degli arrestati o condannati, si vede che non vi passa alcun
rapporto preciso: l'Italia, tanto più indietro della Sassonia, ha una
cifra d'arrestati minore; essa, che ha nei riformatori la metà della
cifra dei ricoverati della Francia, ha minor numero di condannati; il
Belgio ha maggior numero d'arresti, ma non di condanne dell'Olanda, la
quale pur lo supera per riformatorî[267].

In America si calcolano sino al 33% i recidivi dei moltissimi
riformatorî.—Anche Tocqueville, dopo averli lodati come un ideale della
riforma penale, dichiara che su 519 fanciulli 300 recidivarono; quasi
tutti quelli dati al furto ed al vino, specialmente le donne.

Su 85 ragazze uscitene, solo 11 ebbero condotta ottima, 37 buona, e su
427 ragazzi, 41 ebbero condotta ottima, 85 buona.

In Inghilterra si pretende che i 172 riformatorî abbiano prodotto una
diminuzione nella criminalità del 26%, ma io domanderò se non è molto
più probabile che v'abbia, invece, influito la diffusione specialmente
di quelle 23.000 _ragged schools_, che vi preservano e vi curano non
più centinaia o migliaia, come succede da noi, ma milioni di minorenni
e in quell'età in cui è possibile la riforma, nell'età impubere e le
leggi e pratiche contro l'alcoolismo?

Poiché questo è fatto capitale, che se anche i riformatorî fossero
utili alla cura morale, il loro grande costo, la loro scarsezza in
confronto ai bisogni, li renderebbero sempre insufficienti. Poichè
cosa sono 2 o 3 mila posti, seppure tanti ve ne sono, in confronto
al bisogno che ne richiede almeno 6 volte tanto, sapendosi dalla
statistica, che la età pubere è quella che dà il più gran contingente
alla criminalità, tanto che, insieme alla giovanile, forma, quasi, la
metà dei delinquenti.

S'aggiunga, che la possibilità di metterli in uno stabilimento quando
diventano discoli e di collocarli senza nessun disagio proprio, rende
i parenti di costoro meno attivi alla vigilanza, alle volte pur troppo
quasi interessati al loro malanno. Io insieme agli egregi signori
Frisetti e Raseri alla Generala osservai cinque casi di ragazzi di
famiglie illustri, due con più di 100.000 lire di rendita, che avidi
tutori o colpevoli genitori avevano con pretesti più o meno seri fatti
ricoverare e che mantenevanvi ad una lira al giorno—in educazione (!!),
negando loro fino con che acquistare uno stromento musicale o un libro,
che avrebbero potuto rendere meno tetra la disonorata solitudine di
quel ricovero.

Questi fatti riescono tanto più gravi, quando si pensi che l'entrata
dei minorenni per correzione paterna si è aumentata del sestuplo in
questi ultimi anni, e ciò grazie agli artifici colpevoli dei genitori
stessi che spingono alla colpa i figli per aver un pretesto al
ricoverarli.—E perchè non si credano queste mie accuse fantastiche,
lascerò la parola a un burocratico, ad un antico questore, il
Locatelli:

«Farò, scrive egli, in primo luogo osservare che le disposizioni di
legge riflettenti gli oziosi minorenni furono dalle nostre popolazioni
interpretate a rovescio, mentre il legislatore ha creduto d'inserirle
allo scopo di prevenire con maggiore efficacia i reati, il popolo,
colla strana ermeneutica che gli viene consigliata dall'interesse,
si ostina dal canto suo a ritenerle di natura esclusivamente
filantropica, dal che ne nasce, per esempio, che i padri di numerosa
prole si credono autorizzati per legge a far ricoverare ed educare a
spese dello Stato quelli fra i loro figliuoli dei quali riesce loro
più gravosa la sorveglianza e l'educazione. È un vero e deplorabile
fomite alla funestissima malattia morale che affligge già da parecchi
anni le nostre popolazioni, specialmente delle grandi città, malattia
per la quale si è un tempo spaventosamente aumentata l'esposizione
dei figli legittimi nei brefotrofi. Come poi avvenga che il popolo
persista nell'equivoco, anche in seguito alle esortazioni dei
pubblici funzionari, è un fatto pur troppo che torna di sconforto
agli animi più inchinevoli a tutto sperare dal progresso dell'epoca
nostra. Dopochè i postulanti si accorsero che si andava a rilento
nell'accogliere le loro domande, la caccia al ricovero andò sempre
più perfezionandosi. Le domande vennero stese con artificio maggiore,
corredate da numerose e spesso autorevolissime attestazioni comprovanti
l'incorreggibilità del minore o della minore da ricoverarsi, e ciò
che è più doloroso a svelarsi, non di rado si arrivò a spingere con
artefizi di ogni sorta il minore all'oziosità ed al vagabondaggio, in
modo però che all'Autorità non venisse dato di raccoglierne le prove;
il cibo scemato in proporzioni tali da non autorizzare per esempio
i pubblici funzionari ad un'inchiesta sulla economia domestica, il
riposo delle notti interrotto, le punizioni disciplinari moltiplicate
per ogni benchè leggiero trascorso, sono, per esempio, mezzi che
certi snaturati genitori mettono in pratica senza timore che li possa
cogliere il rigore della legge, quantunque siano per sè stessi più che
sufficienti a spingere un fanciullo al vagabondaggio ed all'abbandono
delle sue ordinarie occupazioni. Siccome le conseguenze di questo
equivoco popolare morale hanno ormai raggiunto le proporzioni di un
vero disordine sociale, così i tribunali si videro spesso costretti a
rifiutare di loro arbitrio il ricovero coattivo di quegli adolescenti
che non fossero orfani dei genitori, o che avessero i genitori di
ignoto domicilio, e ciò in onta al letterale disposto dell'articolo
441, il quale, ordinando quale misura preliminare la sottomissione dei
genitori, suppone di necessità che possa ordinarsi il ricovero coattivo
anche di adolescenti figli di genitori aventi stabile domicilio, e
quindi per ciò solo provvisti di mezzi idonei all'applicazione della
disciplina domestica. Nè si dica che, limitando il ricovero coattivo
agli adolescenti discoli senza famiglia, verrebbe a scemarsi di non
poco il benefizio di tale misura preventiva, giacchè i cittadini di
poca coscienza che ora si ostinano a far servire la legge ai loro scopi
egoistici e snaturati, quando si fossero persuasi dell'assoluta vanità,
anzi del pericolo dei loro tentativi, si adatterebbero a provvedere
da sè all'educazione dei figli, ed in fine dei conti avrebbero
maggiore interesse ad allevare della prole laboriosa ed onesta che
dei rompicolli. Ove poi anche si avesse a verificare l'inconveniente
di dover lasciar libero il campo ad un numero maggiore di vagabondi
ed oziosi, io, e con me tutti gli onesti, non esiteremmo un solo
istante a subirci fra i due mali il minore, e preferiremmo cioè che il
paese avesse a deplorare la mancata riabilitazione di pochi individui
piuttosto che il rilassamento dei vincoli della famiglia, che sono il
più saldo fondamento di ogni società costituita» (_op. cit_).

Quanto agli abbandonati nelle città dai genitori ed agli orfani, a cui
il riformatorio vuolsi che sia una singolare provvidenza, notiamo che
se ne hanno appena l'8 al 13% di figli del secondo letto e l'8 al 12%
d'orfani, quindi non certo la maggioranza; queste istituzioni al più
loro gioveranno, nei pochi siti ove funzionano bene, per apprendervi
un'arte, non credo che giovi punto nei rapporti morali. È un'illusione
il credere che il riformatorio li salvi dai contatti malefici. Se
impedirà quelli del vagabondaggio, dei colleghi, cioè, in parte solo
corrotti ed in parte in via di corrompersi, offrirà quello di gente ben
peggiore, di vizi concentrati, diremo, passati già al primo staccio di
selezione carceraria, e ciò principalmente in quell'epoca che più fa
inclini al delitto. Poichè in nessun o quasi nessun riformatorio sono
applicati seriamente il sistema cellulare notturno, ed il rigore del
silenzio, i quali, d'altronde, in istituti che sono in parte didattici,
in parte industriali, sarebbero inattuabili, e anche quando applicati,
sono dall'astuzia dei ricoverati delusi. Quelli poi che vengono dalle
campagne dove loro era impossibile erudirsi ed associarsi nel male,
troveranno qui l'associazione malvagia già bella e costituita e la mala
istruzione che non avrebbero mai conseguita.

Si parla della corruzione che potrebbero ricevere alcuni in mezzo alle
loro famiglie, e non si pensa a quella che effettivamente è generata
nei giovanotti onestissimi ma privi d'ogni sussistenza, che si fanno
ricoverare in mezzo a costoro; non si pensa a quel nuovo genere di
delitti ingenerati dal riformatorio che è la seduzione e la costrizione
al crimine del minore per parte dei genitori, onde aver un pretesto
al ricovero; non si pensa che in grazia di questo perdonsi quei legami
d'affetto che il contatto continuo desta e mantiene negli uni e negli
altri, e che forma il più grande fra i freni al delitto.

Io non ammetterei, quindi, i riformatorî se non per casi eccezionali
quando vi si raccolgano pochi individui, divisi per classi, età,
costumi, attitudini, moralità, con celle almeno per la notte, con una
relativa libertà, senza nota di infamia; vorrei vi entrassero solo
quelli che per la loro povertà non possono essere accolti nei collegi
militari o di marina, e che ad ogni modo se ve li fan ricoverare i
genitori ricchi pagassero una forte diaria proporzionata alle loro
entrate; tutti dovrebbero esser sorvegliati uno per uno, e diretti da
capi e maestri veramente adatti, che se ne facciano un apostolato. E
piuttosto che i molteplici regolamenti inutili contro la fiumana del
male, credo converrebbe studiare il modo di plasmare, scoprire tali
uomini, e metterli a posto, quando si sieno trovati.

Ma quando questi manchino, e quando i contatti fra le varie classi, pel
troppo numero, non si possano più evitare, nè si possano impedire le
frodi dei genitori, quando non si abbiano celle notturne per ciascun
ricoverato, o officine d'arti o mestieri, come pur troppo è il caso
in Italia, dove le finanze e le grettezze governative vi si opposero
per anni[268], credo preferibile il consegnare i corrigendi a famiglie
morali ed energiche, e allontanarli dai centri corruttori della
capitale o dei capiluoghi.

In mancanza di una propria famiglia che vi badi occorre un vero bagno
morale in mezzo a famiglie oneste, in cui il piccolo reo non possa
trovare un complice—mentre un luogo ove molti dei suoi simili sieno
insieme, malgrado tutti gli inviti teorici e pratici alla onestà, sarà
sempre per lui più una causa di pervertimento che di emenda; di più il
derelitto si affeziona a poco a poco ai parenti adottivi, loro porta
i suoi primi guadagni, e, generalmente, non lascia più la casa che lo
ha raccolto, si trova così in un ambiente sano, stabile, sicuro, che
lo indirizza al bene (Joly, _Le Combat etc._); in Francia infatti,
su 11.250 fanciulli inviati nelle famiglie delle campagne, solo 147
dovettero essere ricoverati in un riformatorio.

In Olanda questo istituto del baliatico morale è pur attuato (Roussel,
_Enquète sur les orphelinats, etc._); in Svizzera i bimbi assistiti
nel 1870 erano 31.689, di cui presso famiglie oneste 23.000 che vi
apprendono la pastorizia, l'orticoltura, e, d'inverno, la tessitura,
l'arte del fabbro.

Si risponde, è vero: che questa della spesa non è una seria obbiezione:
e davvero chi fa un trattato teorico non dovrebbe preoccuparsene, ma
come nol devo, buon Dio! se penso, che questo della spesa e il più
grave ostacolo a tutte le riforme più nobili ed urgenti del paese;
quando pensiamo che questa difficoltà della spesa ha impedito di attuar
la riforma cellullare che si credeva la panacea del delitto nella
proporzione necessaria, persino, alle nazioni più ricche e liberali del
mondo, l'America e l'Inghilterra.

Soprattutto trovo giustissima la nota di biasimo che sorse nel
Congresso penitenziario di Londra contro i riformatorî nautici, in cui
i giovanetti imparano le scostumatezze dei camerati, con di più quelle
dei marinai.

Ma si chiederà: come dovrassi provvedere altrimenti alla grossa cifra
dei rei orfani o dei minorenni abbandonati?

Qui la carità, o meglio la previdenza, deve assumere forme nuove,
abbandonare la via cappuccinesca dell'elemosina e la soldatesca
e violenta disciplina carceraria o di caserma, od anche quella
dell'astratta morale, che negli inclini al delitto non potrebbe aver
presa, nè molto curarsi dell'istruzione alfabetica, che lascia il
cuore come lo trova; deve assumere invece le vesti dell'industria,
della cooperazione; deve far nascere a poco a poco, e celando la mano
benefica, il piacere della proprietà, l'amore del lavoro, il senso del
bello. Convien dunque sostituire al carcere, al riformatorio, l'asilo
spontaneo, la scuola industriale, l'emigrazione in terre lontane ed in
campagne.—E in che modo, Barnardo e Barce ce lo hanno insegnato[269].


_Riforme americane: collocazioni in campagna._—Nel 1853, i professori,
i giudici, i preti e rabbini di New-York si unirono in una Società di
soccorso pei fanciulli vagabondi (Società per la riforma giovanile); si
stabilì di raccoglierli in officine, ma la concorrenza con le officine
non filantropiche le soffocò, e poi ai piccoli discoli ripugnava essere
oggetto di carità; amavano l'aria libera, fuggivano. Allora si pensò di
offrir loro un alloggio, ma dietro una larva di pagamento, p. es., un
letto a 32 centesimi, bagno e pranzo a 20 centesimi.

Con tutto ciò però non si era trovato il modo per farli lavorare;
invitarveli, direttamente, sarebbe stato un volere spopolare d'un
tratto il nuovo asilo. Per non destare ripugnanza nè sospetti, entra
una mattina il direttore annunziando essere venuto un signore che
abbisogna di un garzone per il suo banco, a cui darebbe 12 dollari al
mese. Venti voci s'alzano per esibirsi... «Sì, ma occorre che abbia
una bella mano di scrittura». Silenzio generale.—»Ebbene, se non vi è
chi ne sappia, noi ve la insegneremo alla sera»; e così si formarono le
scuole serali.

Nel 1869 e 1870, 8835 giovani erano passati alla Lodging; in 10 anni
91.326, di cui si posero al lavoro 7788. Le donne avevano paura delle
scuole industriali, dove sarebbero state miste alle ricche; se ne
stabilirono di apposite; una anzi nel centro più povero. Si promisero
alimenti e vestiti a chi si conducesse bene alla scuola; da quel giorno
le arrestate per vagabondaggio, che erano 3172 nel 1861, scesero a
339 nel 1871; solo 5 su 2000 scolare si diedero a mala vita; le ladre
da 944 calarono a 572; le minorenni arrestate, da 405 scesero a 212.
Si fece altrettanto pei maschi; si aprirono scuole di lettere, di
falegname, e insieme somministravansi dei cibi caldi; si davano feste,
lanterne magiche, il tutto per 4 a 6 soldi. Cominciarono per rompere
i vetri, per gridare: _Abbasso le scuole_: ma la libertà stessa di non
andarvi vinse i più ricalcitranti, cui il metodo obiettivo, fröbeliano,
finì per sedurre.

L'istituzione venne perfezionata colle collocazioni dei ragazzi
nelle fattorie isolate ove il lavoro loro è più utilizzato e quindi
preferito—ove sono impossibili le cattive influenze dei grandi e anche
dei piccoli centri—ove minore essendo la distanza fra il padrone e
l'operaio, esso ne viene più sorvegliato e anzi entra come nella sua
famiglia e dove d'altronde una bocca di più non conta e quindi è meglio
alimentato.

Il contatto continuo dell'attenta massaia fa divenire le ragazze buone
cameriere, e quello del padrone fa divenire i ragazzi i migliori
coloni, perchè vivendo in un'atmosfera di bontà, di simpatia, di
lavori, stimolati al bene dell'amor proprio e dalla speranza di una
migliore posizione, non avendo d'altra parte tentazioni al furto,
l'incitazione di cattivi compagni, abbandonano coi loro sudici vestiari
molti dei loro vizi, e trovano nei campi e nelle molteplici colture uno
sfogo alla loro attività. Ecco come avviene il loro collocamento.

L'Agente della Società appena conosce un grosso centro di fattorie
dove si abbia bisogno di ragazzi, si procura il nome degli abitanti
che possano aiutarlo, annunzia il giorno del suo arrivo; i ragazzi sono
lavati e condotti al municipio dove si improvvisa una commissione dei
principali abitanti che designa le famiglie dove collocarli e che li
accetta dopo breve prova senza convenzione scritta, ma colla promessa
di mandarli l'inverno a scuola e di trattarli bene. La Commissione
Municipale li sorveglia e informa di loro il Comitato centrale, il
quale si assicura del loro trattamento con nuove visite dell'Agente sul
luogo e con lettere a loro stessi ed ai padroni.

Quando sono molto gracili la Società paga il loro mantenimento fino a
che abbiano sufficiente attitudine al lavoro, li ritira quando non vi
abbiano abbastanza robustezza.

Molti di questi sono adottati dai loro padroni, altri hanno col
loro lavoro impiantate nuove fattorie e divennero professionisti o
sacerdoti, e delle donne molte sono buone madri di famiglia; pochissimi
ritornano a New-York, alcuni cambiano di posto come tutti i servi,
ma ben pochi, non più di 6 sopra 15 mila, ebbero a che fare colla
giustizia.

Questa Società ha collocato in 23 anni, così, 35 mila ragazzi
abbandonati e senza asilo, oltre i moltissimi (oltre 23 mila nel 1875)
raccolti nelle scuole industriali, 21 diurne, 14 notturne, ove vengono
nutriti e vestiti, o nelle 6 case di alloggio (lodging) donde dopo aver
preso delle abitudini di ordine e di pulitezza e frequentate le scuole
serali e domenicali, vengono poi collocati in campagna, il tutto con
una spesa che non superò dieci milioni di franchi.

Infatti a New-York, dopo quelle istituzioni, in 10 anni

  i vagabondi diminuirono da 2829 a 994
  i ladri          »      »  1948 » 245
  i borsaiuoli     »      »   465 » 313

Questo assai bene, continua il Barce, è il modo di sostituire gli
stabilimenti pei ragazzi vagabondi, mendicanti, ecc., che riuniti
assieme, come nei nostri riformatori, peggiorerebbero, e ciò
migliorando la terra coll'uomo e l'uomo colla terra.

Questa sì, è santa, è vera terapia criminale! E quanto non sarebbe
applicabile da noi in alcune regioni, per es. dell'alto Piemonte, della
Sardegna, della Valtellina, ove la pastorizia utilizza il lavoro dei
fanciulli, dove si educano volentieri i piccoli esposti degli ospedali
appunto per averne soccorsi di braccia quando sian cresciuti in età.—Si
aggiunga che sopra i risparmi che ne verrebbero all'amministrazione pel
minor prezzo dei viveri, pel maggior guadagno del lavoro, si potrebbero
offrire dei premi ai migliori educatori.

Restano i casi di ragazzi gracili, impotenti a lavori di campagna,
e per questi si potrebbero tenere pochi letti separati nelle stesse
scuole, nella notte, come appunto trattasi nelle _ragged school_
d'Inghilterra.


_Riformatorî esterni per la puerizia._—Ma quando la nessuna abitudine
alle istituzioni autonome, spontanee, di beneficenza, impedisca o
ritardi il loro nascere, come è da noi, conviene pensare ad un'altra
istituzione, molto più facilmente attuabile: a quella che l'abate
Spagliardi chiama _Riformatorio esterno_ per la puerizia. Sarebbe
un _asilo_ obbligatorio, ma solo diurno, per i fanciulli dai 6 ai 12
anni, che non possono più accogliersi negli asili ordinarî, e che per
propria riluttanza o per impotenza od incapacità dei genitori, sieno
destituiti d'ogni mezzo educativo, e dove si farebbero entrare per
forza i monelli associati abitualmente nelle pubbliche piazze. «Anche
nello stesso asilo infantile, dice quel caldo filantropo[270], non
entrano tutti i bambini poveri, specialmente i più poveri, vergognosi
della loro miseria; ma ad ogni modo, finito l'asilo infantile, in
quell'età, in cui i ragazzi sono più esposti al mal fare per la
maggiore svegliatezza, non hanno alcun ricovero speciale, e si dànno
al vagabondaggio. Nè possono per legge accogliersi nei riformatori; e
quando a 12 anni vi entrano, non sono più correggibili, ed entrandovi,
non farebbero che peggiorare coi contatti. In questi asili si
darebbe loro un tenue vitto, con che si favorirebbe l'affluenza, e
si renderebbe meno dura l'obbligatorietà; si avrebbe più occhio alla
educazione che all'istruzione, e si avvierebbero verso un'arte, e
insieme sarebbero tenuti in continuo esercizio adatto alle loro forze.
Si correggerebbe un difetto, che è una delle cause principalissime
della criminalità (non meno del 20%) nei figli di persone civili,
l'indebolimento dell'autorità paterna, la mancanza di quella
resistenza alle voglie irragionevoli, che forma il criterio del giusto
e dell'onesto e della discrezione, che impedisce lo sviluppo di un
egoismo prepotente, selvaggio, le cui pretese ascendono, ascendono,
finchè travolgono i genitori, impotenti alla lor volta, quando vogliono
porvi un argine. E ciò si otterrebbe senza distaccare il ragazzo dal
suo nido, in quell'età appunto in cui ha maggior bisogno di aria e
di moto, e soprattutto delle cure e dei contatti colla madre e colla
famiglia, che, una volta interrotti, non si ripristinano più. Si
sottoporrebbero i discoli ad un trattamento più adatto, più mite,
più conforme alla età loro ed alla natura, emancipandoli da fatiche
sproporzionate alla età, ma pur provvedendo al loro fisico sviluppo. Si
renderebbe meno ingiusta e più pratica l'applicazione della legge che
gravita, con egual norma, su un fanciullo di otto anni ed un monello di
16 (articolo 441); si toglierebbe anzi l'apparenza di una condanna, che
è sempre avvilente e nociva. E così si eviterebbero quelle tristezze,
portate alle volte fino al suicidio, cui si danno in preda i fanciulli
nei riformatori.

E mentre il Riformatorio comune non può applicarsi in larga scala, per
il grande costo, e quindi ad ogni modo non può estendere i vantaggi
che a pochi individui, questo più proprio agli impuberi, pel molto
minor costo (col prezzo con cui vi si mantengono 600 nel primo, qui se
ne manterrebbero 6000), potrebbe veramente estendere la sua azione in
ragione diretta del bisogno, il che è una questione capitale; perché,
se anche il Riformatorio per gli adulti fosse utile, sarebbe sempre
insufficiente e sproporzionato al bisogno. E fosse pur grande la spesa,
ad ogni modo verrebbe ricompensata dal minor numero dei carcerati, e
dalle minori iatture e vergogne della società.

Una prova diretta dei vantaggi di questi istituti si ebbe in Milano,
dove i 700 giovinetti dell'infima classe del povero, ricoverati dopo
l'uscita dagli asili fin dal 1840 nei due Conservatori della puerizia
Mylius e Falciola non diedero nemmeno un condannato (Sacchi); mentre
invece metà dei degenti nei Riformatorî appartenne, un tempo, agli
asili infantili.

Forse basterebbe, per ora almeno, laicizzare i così detti _oratori_,
dove si raccolgono molti ragazzi (sino a 3000 in Milano), la domenica,
e per inutili preci interrotte da lunghi e tristi ozî, mutandone
l'indirizzo ed estendendone il beneficio a tutta la settimana.


_Ragged School_.—Una istituzione che tiene il mezzo tra l'asilo
obbligatorio di Spagliardi e il volontario di Barce, è quella
dell'_Home for little boys_, veri villaggi interi o colonie dedicate ai
ragazzi disgraziati dove son tenuti a gruppi come in propria famiglia,
imparano a far i calzolai, camerieri, meccanici, agricoltori (_Riv. di
discipl. carc._, 1876, pag. 197) e meglio ancora quella della _Ragged
School_, in cui si dà vestiario ed educazione, qualche poco d'alimento,
ricovero diurno e per alcuni perfino notturno ai ragazzi poveri,
abbandonati sulle vie e agli orfani. Questa istituzione, che non costa
nulla al Governo, cominciò, nel 1818, con pochi vagabondi razzolati
sulle vie di Londra, nel 1869 contava non meno di 23.498 filiali con
3.897.000 beneficati, sparsi nei quartieri più poveri, e quello che è
meglio[271], divisi secondo le varie industrie. Essi formano un anello
sublime tra le classi alte e basse; ivi un cancelliere d'Inghilterra fu
veduto dare per 34 anni di seguito lezioni d'alfabeto ogni domenica.
I ricoverati entranvi spontanei in parte, in parte tradotti dalla
polizia; non pochi vi si sostengono col proprio lavoro; per esempio
nel 1860 vi erano 368 lucida-scarpe, ciascuno dei quali rapportava ogni
giorno alla società sei danari.


_Altre misure inglesi pei giovanetti_.—E, misura degna d'imitazione,
quando i ragazzi ebbero a delinquere per negligenza dei loro parenti,
questi ultimi sono obbligati a contribuire per la loro detenzione del
proprio un penny per ogni scellino del salario, essendo anch'essi così
interessati a guardarli e a non contare, come accade fra noi, quasi
sopra un proprio vantaggio, sul ricovero dei medesimi.

Noi vidimo i miracoli della Società per la protezione dei bambini
(v. s.). Un'analoga e bellissima è quella della _Boy's Brigade_[272],
che inreggimenta in centurie i discoli delle vie. Essa fu iniziata a
Glasgow da W. A. Smith nel 1883, e nel 1891 aveva già 20.000 giovani
che si esercitano in manovre, marcie, preghiere in comune, canti
nella domenica, e poi alla classe biblica ove sentono interpretare la
bibbia—o si fanno accampare per alcune settimane ai laghi e al mare.


_Bimbi_.—Ma per ottenere i massimi miracoli, per salvare se non i rei
nati, almeno i criminaloidi, i semi-rei-nati, bisogna raccoglierli,
direi covarli fin dalla primissima infanzia.

«I tentativi di riformare la miserabile popolazione adulta sono sempre
andati fatalmente falliti, per l'abitudine troppo inveterata ormai
negli individui adulti al male: la _vis inertiae_ dell'ignoranza, del
vizio, del delitto è ben difficilmente vinta dalla forza dell'idea
riformatrice.

«Tutt'altro invece è la cosa quando si tratta di bambini: le difficoltà
svaniscono per metà, poichè abbiam tra le mani una materia plastica.
L'ambiente e le circostanze hanno per formare e plasmare una vita
un'importanza ben più grande che non si creda! Io ho fatto l'esperienza
che un ambiente nuovo e sano è più potente a trasformare e rinnovare un
individuo, che non lo sia l'eredità nell'imporgli la tara. Tutto sta
nell'arrivare a cambiare e purificare l'ambiente abbastanza presto e
completamente perchè si atrofizzino gli istinti maligni».

E il Barnardo cita vittoriosamente l'esame attento fatto nelle liste
dei nuovi ricoverati e che mostra come l'85% dei ragazzi ammessi
discenda da parenti alcoolisti—e noi sappiamo quanto funesta sia
l'eredità dell'alcoolismo. Ora dei 9000 ragazzi raccolti e mandati al
Canadà, di cui si conosce la storia—e che sono ormai uomini fatti,—sol
l'1% è fallito!

Bisogna prenderlo quando è allo stato plastico per poterlo modificare,
e ciò non è solo evangelico, ma anche economico: perchè con 20 sterline
spese a raccoglierlo e migliorarlo la società risparmierebbe a sè
migliaia di lire per difendersi dal delitto.

Ecco 4 modelli (Figg. 3 e 4) di bimbi salvati da Barnardo, nella cui
faccia si legge ancora il tenore dei maltrattamenti e della fame.

   [Illustrazione: Fig. 3. Figli di vagabondi di Londra salvati
   da Barnardo.]

Io ho provato, dice Barnardo, che un ambiente nuovo e sano ha più
potenza per rinnovare e trasformare l'uomo che non si ebbe l'eredità lo
è stato per degenerarlo.

Barnardo riceve tutti i bambini abbandonati in esame e fa delle
ricerche sulla loro vita anteriore: da chi son nati, di che malattie
son morti i parenti, e di che cosa vivono; come trattavano il bambino,
come il bambino è stato giudicato dalle persone che l'hanno avvicinato
(maestre, ecc.), che tendenze ha, ecc., e poi lo tiene in esame per
qualche tempo, dopo di che li destina a questo o a quel mestiere, alla
tal casa, o al Canadà, ecc.

Uno dei suoi grandi segreti è di distribuire in sezioni, per quanto
è possibile, i ragazzi che entrano, anno per anno, lasciando piena
libertà alle varie attitudini individuali, evitando così quell'impronta
come lo chiama egli «stampo istituzionale» regolamentario che è la
maledizione dei ricoveri e orfanotrofi in generale.

Per questo egli ha cura non solamente di non mischiare assieme ragazzi
di differenti età, ma di tenerli anche separati in differenti edifici,
facendoli passare dall'uno all'altro secondo che l'età od altre
circostanze consiglino.

[Illustration: ill-436.jpg Fig. 4. Figli di vagabondi abbandonati
salvati da Barnardo.]

Il Barnardo racconta il caso di un bambino di nove anni, intelligente,
simpatico, che viveva presso una sua nonna: aveva un fratello in
prigione, e cominciava a esser trascinato egli stesso da compagni
sospetti, a pernottar fuori la notte, ecc., ma la famiglia non era così
completamente _destitute_, priva di tutto, come quelle di cui egli si
era proposto e di cui più urge raccogliere i bambini.

«Io rimasi in forse qualche tempo se dovessi sì o no accogliere il
bambino, ma infine mi decisi pel sì; non era completamente abbandonato,
ma aveva più tendenza e maggiori occasioni pel male... e per questo era
più necessario di venirgli in aiuto».

Questa intuizione di ciascun individuo in rapporto agli altri
individui, ai suoi bisogni, alle sue facoltà, il Barnardo la porta
in tutta la sua opera, l'erige a sistema con un acume ed insieme un
sentimento profondamente umano. Egli raccoglie bambini di tutte le
età; ha la _Tiniees House_ pei bambini d'ambo i sessi da 3 ai 5 anni,
_l'House di Yersey_ pei fanciulli dai 4 ai 9 anni. Altrove si ricevono
i ragazzi dai 10 ai 15 anni, ecc.: questi ultimi giunti ai 13 anni,
il Barnardo cerca di corazzarli al lavoro, renderli resistenti alla
fatica, _trenarli_ insomma, come esige la vita che son chiamati a
fare; ma ai piccoli bambini miserabili, ai poppanti, ai piccoli orfani
abbandonati, ai bambini malati—a questi—nei brevi anni d'infanzia ha
voluto dare, se non tutto il lusso, tutto il _comfort_ almeno, dei
bambini allevati e carezzati nell'ambiente famigliare: il loro asilo è
in mezzo ai giardini e hanno _nurses_ giovani e agghindate, e cameroni
pieni di luce e di sole, e son vestiti di bianco e con le piccole
braccine nude e hanno balocchi, e uccelletti e carrettelle e bei
lettini!

Se a tutti i ragazzi raccolti il Dottore non può dare il benessere e
l'agiatezza completa, darla volle almeno ai più piccoli, non lasciarli
sfiorare dalla mancanza di alcuna cosa!... Nel suo giornale _Night
and Day_ vedesi la fotografia di uno di questi dormitorî coperti di
stampe colorate, con un gran cavallo dondolo in fondo e le gabbiette di
uccelli sospese accanto ai lettini!

Quando si pensa alla tristezza, alla melanconia dei nostri brefotrofii,
delle nostre _crêches_, dove i bambini son coricati come bestie in
greppie e tutto passa come in tombe di vivi! (Paola Lombroso, _o. c._).

Una diramazione di questa casa dei bambini, in campagna: _Il nido
degli uccelli_, fu fondata perchè occorse una volta il caso di una
bambina di 3 anni, contadina, raccolta nell'istituto, che non vi si
poteva adattare e piangeva continuamente. Portato il caso al Consiglio,
una collaboratrice di Barnardo, Miss Blanche Wattely, ne trovò
risolutamente la soluzione: Se la bambina non poteva adattarsi alla
casa in città le si farebbe una casa in campagna, e così sorse _The
Bird's Castle_.

Un'altra intuizione geniale è quella di studiare il carattere del
ragazzo raccolto prima di adibirlo a questa o quella professione, per
cercargli quella che gli sia più adatta.

A quest'uopo egli osserva le sue abitudini, la sua costituzione, tiene
una specie di giornale schematico di quel che fa, prende informazioni
dove ha vissuto, cosa pensano di lui le persone o i maestri (se è stato
a scuola) che l'hanno avvicinato, ecc.

Dopo aver così sottratti alla miseria e al delitto (perchè molti di
questi ragazzini son tolti alla polizia), e averli indirizzati a un
lavoro, il Barnardo per compier l'opera più radicalmente li spedisce al
Canadà dove ha un'agenzia che uno per uno li colloca in fattorie e li
sorveglia, facendo contratti coi _farmers_ o padroni di fattorie per 3
o 5 anni con vitto, alloggio e dai 50 ai 100 dollari annui di paga.

Così sono tolti al sistema pernicioso dell'acquartieramento, e nello
stesso tempo trasportati in un nuovo ambiente tale dove tacciano tutti
i febbrili stimoli della vita industriale a pressione forzata della
civiltà occidentale!

E di tutti questi ragazzi strappati al carcere, al vagabondaggio, alla
mendicità, tutto insomma il popolo futuro di ladri, truffatori e di
miserabili l'1% solo fallisce alla prova!

Essi sono ricercatissimi dai _farmers_ e, fatto commovente, sono questi
ragazzi stessi a cui la casa ha dato l'indipendenza, che poi a capo
di un piccolo peculio, spontaneamente contribuiscono alla manutenzione
della casa, inviandovi i loro risparmi.

Questi istituti del Barnardo sono così organizzati da far allignare
anche quel frutto estremo e rarissimo della carità umana che è la
gratitudine!...

Con un egual senso rappresentativo e psicologico dei bisogni e delle
facoltà dei suoi protetti il Barnardo ha organizzato l'istituto per le
ragazze.

Le femmine hanno un villaggetto tutto per loro in un sito ameno poco
lungi da Londra composto da 30 casette con nomi di fantasia come
Fior di pisello, Timo selvatico, ecc., intorno ad un giardino. Ogni
casa contiene 20 ragazze sorvegliate dalla loro madre, perchè il D.r
Barnardo opina e giustamente che se l'aria di un istituto peggiora
un ragazzo, rovina affatto una ragazza, il cui temperamento esige
per svolgersi convenientemente tutti gli innumerevoli particolari di
economia domestica della vita di famiglia.

«Il così detto _Barrack System_, ossia la vita di caserma, può in certe
determinate condizioni riuscir abbastanza bene applicato ai ragazzi,
purchè per breve tempo: non già per le ragazze che così non apprendono
quanto è necessario alla moglie del povero: non apprendono a far la
spesa, a quietar il bimbo piagnucoloso, a cucire; mentre l'imparano nei
_Cottage System_, ed infatti ne colloca 200 desideratissime all'anno
nel Canadà.


Oh! anime elette di Don Bosco, di Brockway, di Barnardo ricevete
da queste carte, ove il delitto s'aggirava finora tetro,
disperato,—_nell'aer senza tempo tinto_—un saluto come ai soli che
vi abbiano saputo portare un raggio di luce—additando l'unica via
possibile di prevenzione se non del reo-nato, certo del criminaloide.



CAPITOLO VII.

Mezzi preventivi del delitto politico.


Molte delle misure economiche (pag. 320, 340) preventive dell'influenza
parlamentare sul delitto e degli eccessi della ricchezza e della
povertà (pag. 358) sono anche indicate a prevenire il delitto politico
ch'esprime ed addita il malessere delle masse come il delitto comune
quello degli individui.

Quanto a prevenire le altre cause di malcontento suggeriamo:


_Affinità di razza._—Se, osserva il Lanessan[273], si sapesse badare
all'esperienza storica, che mostra come, allorchè il popolo dominante
è inferiore in potenza e coltura, il dominato finisce per liberarsene
completamente, prova ne siano gli Stati Uniti, la Grecia e l'Olanda,
la buona politica consisterebbe nell'abbandono spontaneo; ma la vanità
e gl'interessi immediati accecano e non lasciano prendere questa
risoluzione se non rare volte, come fece l'Inghilterra con le isole
Ionie. Più facile è quel distacco relativo, di cui diedero esempio
l'Austria coll'Ungheria e in parte l'Inghilterra colle sue colonie, che
diminuisce la dipendenza, i contatti e gli attriti, togliendo una delle
grandi cause delle ribellioni e dei delitti politici; tanto più che
i popoli, amministrandosi, vedono, da sè, i mali più salienti e sanno
porvi il rimedio.

Questa politica del distacco e dell'autonomia conviene, talora, anche
in una stessa nazione, quando, per le condizioni di razza, vi sia
una enorme disuguaglianza, com'è da noi tra il nord ed il sud. Allora
una legge uniforme, civile, penale, politica, come un vestito uguale
applicato a membra disuguali, provoca dolore e danno e quel continuo
malessere che si esplica colla rivolta.

Viceversa, a torre certi danni della disaffinità etnica, come
l'anti-semitismo, gioveranno i matrimoni misti, nuove occasioni di
rapporti reciproci nell'armata, nelle elezioni, nei tribunali, negli
stessi cimiteri, e quanto valga a scemare le differenze nei riti, negli
usi, nelle professioni, ecc.

Oltre a ciò, dove sia possibile, gioverebbe la creazione di
tribunali misti, composti di rappresentanti le razze che sono restie
all'assimilazione.

Nelle razze regredite con disaffinità poco assimilabili, come nelle
caste indiane, nelle popolazioni fanatiche mussulmane, l'unica
politica conciliativa sta nel declinare, invece, ogni tentativo
di conciliazione, di progresso religioso e civile e nell'osservare
scrupolosamente lo _statu quo_, e fin nei minimi dettagli, fino al
rispetto per la cenere di _carta scritta_ nel Tonkino (Lanessan), e pel
grasso di porco e pei roghi delle vedove nell'India, del che ci furono
e sono maestri Romani ed Inglesi.


_Discentramento._—Spencer trova già nel discentramento l'avvenire della
società politica.

In Francia la legge provvede agli sbagli dei testamenti, al
mantenimento dei letterati, all'allevamento dei bimbi, quasi quasi
alla forma letteraria[274]. Al popolo che si tratta come un bambino,
si toglie la spontaneità, l'abitudine di lottare contro le difficoltà:
quindi succede che quanto gli Inglesi chiedono alle mutue associazioni,
i Francesi reclamino solo dal Governo; nè possano avere dei Governi
liberi, stabili, perchè quando sono liberi, anarcheggiando, perdono
ogni stabilità, e il Governo che perdurerebbe di più, il Cesareo e
sarebbe perciò forse il più adatto, non vi è naturalmente mai libero.

E concentrando in pochi molti poteri si dà adito alle massime
corruzioni tanto più coll'immunità parlamentare che ne coprono gli
autori.

Fate invece che le città amministrino liberamente i loro affari secondo
la loro importanza, eleggendo il proprio capo, assumendo per sè la
giustizia di prima istanza, l'insegnamento secondario, la polizia,
le prigioni, le grandi vie di comunicazioni, ed avrete tolto una gran
fonte di ingiustizie, d'abusi e quindi, per reazione contro queste, di
delitti politici.


_Associazioni._—E conviene, con mano di ferro, torre di mezzo tutte le
associazioni, dalle infantili alle politiche, quando appaia abbiano
mostrato tendenza a porgere fermento ai delitti, in ispecie a quelli
associati (vedi Vol. I).


_Lotta per la supremazia politica._—Per impedire che una classe, nel
maneggio esclusivo del potere pubblico, esorbiti a danno delle altre,
devesi dare al popolo tale rappresentanza che lo raffiguri secondo la
moltiplicità dei suoi elementi costitutivi storici e l'unità dei suoi
elementi costitutivi nazionali. Perciò il Tribunato in Roma prolungò
per tanti secoli la vita della Repubblica e prevenne le reazioni
popolari.


_Parlamentarismo_.—Il parlamentarismo, giustamente detto la più grande
delle superstizioni moderne, da noi ed in Francia[275], porta al buon
metodo di governo ostacoli sempre maggiori; perchè, non essendo il
prodotto del carattere del popolo, è falsato dalle passioni degli
elettori e degli eletti; e mentre fa loro perdere di vista gli alti
ideali dello Stato, li spinge a fare molte leggi d'importanza affatto
secondaria e a coprire dell'irresponsabilità persino innanzi al delitto
pochi eletti che diventano perciò criminali per occasione, se nol sono
per nascita.

E poi il parlamentarismo, come è oggidì, non è se non il trionfo della
casta degli avvocati e della burocrazia.

Mentre (come fu provato e dimostrato in più modi nel mio _Delitto
politico e le rivoluzioni_) il prevalere esagerato di una casta
sull'altra è una delle prime cause di perturbamento dello Stato,
siamo noi Latini che per prevenire i perturbamenti politici
abbiamo provveduto così che quelle caste, che hanno il minimo del
numero, i professionisti, abbiano il massimo della rappresentanza
e dell'influenza, mentre quelle che hanno il massimo numero—come i
contadini, operai—non ne hanno alcuna o quasi.

In linea politica una diminuzione dell'immunità parlamentare e
dell'esagerata potenza concessa ai Deputati sarebbe molto maggiore
salvaguardia contro i colpi anarchici che le grate e le guardie di cui
cominciano a circondarsi.

Quando i Re erano despoti, è naturale che l'anarchia fosse regicida;
adesso che i Deputati sono irresponsabili quanto quelli, e più
dispotici ancora e più di loro colpevoli, è naturale che gli anarchici
se la prendano con loro e che si sostituisca il deputaticidio al
regicidio.

Abbiamo, perdio! lottato per secoli onde impedire i privilegi dei
preti, dei guerrieri, dei re, ed ora manterremo, sotto la fisima di
una pretesa libertà, i privilegi più straordinari, persin quelli di
commettere i reati più comuni, a più di settecento re?


_Suffragio universale_.—Il suffragio universale pare, secondo la
corrente dei tempi, destinato a quel livellamento nella rappresentanza
delle classi, che sempre ci sfugge: ma abusato da mani incolte e
corrotte potrebbe ritorcersi contro la libertà stessa.

Favoriamo dunque tutto quanto possa aumentare la felicità del popolo
minuto, ma—quanto alla sua potenza—solo in quanto possa giovare a
strappare alle classi più elevate le concessioni necessarie per il suo
benessere.

L'aristocrazia della scienza, che Aristotele diceva impossibile, ma
che pure domina da molti secoli in China, è la sola che possa star
a petto della prepotenza della ricchezza (borghesia) e del numero
(proletariato). Ammesso, quindi il suffragio universale, come uno di
quei torrenti che non si possono più deviare, lo si corregga col voto
razionale degli uomini di un valore superiore e che possono vedere più
chiaro degli altri.


_Magistratura_.—La magistratura dovrebbe essere svincolata da
quell'asservimento al potere legislativo, che da noi ne paralizza le
forze e che ha fatto dire ad un illustre magistrato che essa non fa che
_rendere servigi_ ai potenti; non è così in America, dove l'elezione
popolare dei giudici ha dato al potere giudiziario tale potenza ed
indipendenza, da poter considerare come non avvenute le leggi non
conformi alla Costituzione, ogni qualvolta vi sia reclamo di un
cittadino che ne risenta lesione dei proprii diritti.

Noailles[276] dimostrava come questo sistema giudiziario, che discende
direttamente dalla _Common Law_ inglese, abbia protetto tanto i diritti
degli Stati e delle persone contro la strapotenza del Congresso, come i
privilegi del Governo nazionale ed i diritti individuali di fronte agli
Stati particolari.

Manifestandosi antagonismo tra una clausola costituzionale ed un
decreto parlamentare, il potere giudiziario intervenendo veglia a che
le libertà costituzionali non sieno messe a repentaglio dalla debolezza
o dalla tirannide delle assemblee. Si vide così la magistratura
protestare di fronte al potere esecutivo, contro la sospensione
dell'_habeas corpus_ e contro il regime delle corti marziali.


_Avvocatura dei deboli. Tribunato_.—E qui si vede come essa
possa prevenire i delitti politici che tengono dietro a grandi
ingiustizie[277]. Sappiamo che la pace interna di Roma si dovette per
molti secoli all'equilibrio portatovi dall'influenza del Tribunato come
quella di Venezia alla relativamente imparziale giustizia: e certo è
che se Governi tirannici, come l'Austria e il Piemonte antico, vissero
tanti lustri non turbati, lo dovettero alla giustizia per tutti, che,
salvo per quanto riguarda il re, vi si dominava, grazie all'_avvocatura
dei poveri_, al Senato che avea diritto di cassar le leggi ed i decreti
ministeriali non conformi alle leggi.—Ora il re è forse in seconda
riga; ma in prima entrarono più violenti, più pericolosi, perchè più
celati, almeno 700 re che fanno entrare l'ingiustizia per tutti i pori
della nazione, fin nella valle più remota che abbia la fortuna di un
rappresentante;—e la loro influenza è tanto temuta, che la stampa ne
tace sempre gli abusi, e la magistratura spesso ne tace non solo, ma,
pur dolendosene e fremendone, vi si sobbarca.

Gioverebbe, adunque, per prevenire i danni della loro prepotenza
istituire o, meglio, restituire una specie di magistratura intermedia,
una sorta di _Tribunato_ od _avvocatura dei poveri_, indipendente dal
Ministero di Grazia e Giustizia, i cui membri venissero nominati dai
Consigli comunali e provinciali o dagli elettori di secondo grado con
sede nei Consigli e Parlamenti, e a cui potessero ricorrere coloro che
si credessero lesi da pressioni parlamentari, ministeriali o di corte
con diritto ad essere uditi pei primi all'udienza, e all'inserzione
nei giornali delle decisioni a loro relative: essa riprenderebbe quel
santo e potente aiuto dei poveri e dei deboli, che fu sotto i sovrani
despoti l'avvocato dei poveri, ed in parte l'ufficio del tribuno
antico; io lo deduco dall'aver osservato che assai più dell'intera
Camera servì finora a controllo degli errori governativi la voce di
un solo tribuno fosse anche poco colto ma audace ed onesto. Così nei
recenti delitti Bancari, senza i Tribuni boulangisti a Parigi, e senza
quell'ardito campione che fu il Colaianni, tutti i partiti, tutti gli
uomini serii si sarebbero messi d'accordo per far tacere il malfatto
e per nascondere la piaga, finchè questa si fosse ridotta in cancrena.
Perciò crediamo che un buon Governo dovrebbe non impedire, come fece,
la elezione di questi, ma favorirla in tutti i modi, come un'arra della
propria onestà, come una garanzia al pubblico che vi sarà uno, sempre,
che dirà il vero, anche quando tutti lo taceranno.


_Mutabilità delle leggi_.—Se vi è possibilità che una forma politica
perduri, essa sta nella flessibilità della sua costituzione, delle sue
leggi, in modo che possano essere adattate ai tempi nuovi: ne è prova
la Svizzera, che nel periodo dal 1830 al 1879 ebbe 115 revisioni di
Costituzione cantonale e 3 di Costituzioni federali, e, malgrado tanta
differenza di razze, di costumi, mantiene la propria unità.

Ma però ogni mutazione deve essere lieve, e mai bruscamente introdotta.
Perchè le istituzioni di un popolo siano stabili, dice il Constant,
esse devono essere al livello delle sue idee.

L'abolizione violenta della schiavitù, per esempio, in Russia, ed in
Francia ed in Germania la soppressione degli antichi Stati retti a
monarchia assoluta, erano diventate una necessità di giustizia storica:
altrettanto dicasi della secolarizzazione dei beni della Chiesa, là
dove il cumulo delle manomorte e le pretese del clero all'esenzione
dell'imposta fondiaria, avevano reso impossibile ogni progresso
economico e politico. Eppure quelle riforme non furono effettuate senza
torbidi immediati e lontani, perchè si sconobbe la legge del misoneismo
che non vuol l'introduzione, troppo rapida, nemmeno del bene.


_Diritto d'iniziativa e «ad referendum»._—E qui giova il diritto
d'_iniziativa_, esteso a qualunque cittadino appoggiato da un certo
numero di elettori, come esiste in Isvizzera.

A sua volta il _referendum_, o appello al popolo, pure vigente in
Isvizzera, può mostrare se e fin quanto esista la necessaria comunanza
di idee fra la nazione ed i suoi rappresentanti.

Si pretende, è vero, ch'esso difficulta le riforme, essendo in generale
il popolo più reazionario dei legislatori. Ma, a parte l'osservazione
già più volte ripetuta, che le riforme precoci mancando dell'appoggio
dei più, a nulla approdano, quando non sono dannose, e che perciò il
_referendum_ servirebbe appunto ad ottenere soltanto quei mutamenti
che il paese reclama, gli inconvenienti accennati scemerebbero quando
il _referendum_ fosse facultativo, o limitato ad alcune deliberazioni,
finchè il popolo vi vedesse quell'importante guarentigia di autonomia
locale che è veramente. Oltre che, come l'Hilty, esso può dirsi il
più poderoso strumento d'educazione per un popolo libero, perchè lo
costringe a studiare le leggi, che deve poscia osservare e nel mentre
gli dà la coscienza di avere parte nella vita politica, gliene fa
sentire tutta la responsabilità[278].


_Istruzione arcaica_.—Vi sono altre e più opportune misure a cui
ricorrere.

E prima di tutto bisogna mutare la base della nostra istruzione
classica, la quale nell'ammirazione della bellezza, ma più ancora
della violenza senza un indirizzo pratico, ci mena direttamente alla
ribellione, all'indisciplina, fa della violenza un ideale.

È soprattutto per difenderci dai rivoluzionari d'occasione, che, per
essere spostati e mattoidi, come vedemmo, hanno in mira sempre le
riforme reazionarie, ataviche, che dobbiamo spogliarci di quel triste
retaggio degli avi, ch'è l'arcadia rettorica (_v. s._).

Chi ha studiato il 1848, l'89 e le indoli di molti mattoidi avrà visto
che una gran causa di ribellioni e di errori fatali nell'educazione
arcaica è in contrasto ai bisogni positivi: noi nutriamo le menti di
effluvio di fiori, e fiori ricchi, invece che di pane e di carne; e
vogliamo averle robuste. Diventeremo estetici, non lo neghiamo—per
quanto pure molto dubitandone—ma non adatti alla lotta per la vita
moderna.

E bisogna, solo rimedio contro gli anarchici rei per occasione, miseria
e contagio, o per passione, curare il malessere economico dei paesi che
dà all'anarchia la vera base d'azione: curare, come direbbe il medico,
alle radici la discrasia generale, donde nasce la malattia locale: e a
questo bisogna provvedere d'urgenza.

Abbiamo ora un fanatismo economico, come una volta avevamo il fanatismo
politico.

È urgente che diamo a questo fanatismo una valvola di sicurezza con
rimedi economici, come abbiamo dato a quelli politici i rimedi della
costituzione, del parlamentarismo, ecc., al religioso la libertà dei
culti, ecc.

Tutti i pensatori, si può dire, dall'antichità fino ad oggi, hanno
rilevato l'intimo nesso che lega la vita politica alla vita economica:
e primo Aristotile che notava, come da una parte nelle democrazie
faccia d'uopo impedire che si spoglino i ricchi, lasciando che questi
spendano in rappresentazioni teatrali, ecc.: e come dall'altra,
nelle oligarchie, occorra sollevare il benessere del popolo, dandogli
sopratutto impieghi retribuiti e vendicando più le offese ai poveri,
che quelle dei ricchi fra loro.

Ora noi invece non facciamo nulla di ciò; e lasciamo che la
ingiustizia, le tasse e le leve colpiscano il povero, a cui nulla diamo
in compenso e conforto, salvo che delle bolle di sapone sotto nome
di fasi di gloria nazionale, libertà, eguaglianza, che pel contrasto
realtà rendono forse più dure le sofferenze.

Oggidì, lo sviluppo delle grandi industrie e la concorrenza eccessiva,
rendendo meno fruttuoso l'impiego dei capitali, spingono il capitalista
a rivalersi sul salario: le masse operaie più fiere della propria
indipendenza, reclamano la dovuta parte nel profitto, come primo passo
alla completa emancipazione del capitale.

L'antico servo, strumento più che uomo, è divenuto il prezioso
collaboratore dell'oggi; al braccio docile ma inconscio, si è
sostituita la mente che centuplica il lavoro, quando trovi il
giusto compenso. L'impresa capitalistica deve schiudersi alle
giuste aspirazioni della mano d'opera ed elevarne ed estenderne
proporzionalmente il compenso colla partecipazione al profitto, e colle
norme a tutela delle donne, dei bambini, rendendo colla diminuzione
delle ore di lavoro (_v. s._), accessibile il lavoro a quanti più lo
possono esercitare.

E devonsi prevenire i danni delle eccessive ricchezze colle tasse
progressive e coll'affidare ai Comuni i servizi alimentari, scolastici
ecc.



CAPITOLO VIII.

Istituti penali.—Carceri ecc.


Ma pur troppo, almeno nella razza latina, i mezzi preventivi sono
un sogno d'idealista; questo mondo avvocatesco che ci regge e che
dalla difesa o dalla punizione del reo cava i suoi più grassi onori
e onorarii, ha altro a pensare che a prevenire e sostituire le pene:
quindi per quanto esse siano inutili, dannose anzi quasi sempre, è
su queste che dobbiamo fermarci—sopratutto sul carcere—che innanzi al
volgo giuridico è più o meno ragghindato e raffazzonato, la sola difesa
che si sappia apprestare contro il delitto.


_Carceri cellulari_.—Una volta che si debba infliggere il carcere
dobbiamo evitare il più che si possa ogni contatto reciproco del reo;
quindi si parrebbe a prima vista il vantaggio del carcere cellulare,
il quale, certo, per sè non emenda il delinquente, ma non lo acuisce
nel crimine, e toglie, almeno in gran parte, la possibilità delle
associazioni malvagie, impedisce il formarsi di quella specie di
opinione pubblica, propria dei centri carcerari, che obbliga il reo
ad aggiungere ai propri i vizi dei compagni, e pare raggiungendo il
massimo degli ideali per le indagini giudiziarie, per isolare dal
mondo esterno, cioè, un individuo di cui si vogliano raccogliere
gl'indizi di reità, come per punire i delinquenti non incorreggibili
che errarono per una prima volta, e a cui la vergogna e il danno
della mutua conoscenza toglierebbe, poi, ogni pudore, o, come accado
nelle case così dette di riforma, moltiplicherebbe la prima e debole
tendenza criminosa colla invecchiata tendenza degli altri e con
quella terribile vanità del delitto, che quando s'inizia finisce collo
spingere l'uomo ai più atroci misfatti, anche senz'altro scopo che il
misfatto stesso: e perciò offre, qualche volta, certo sui criminaloidi
una diminuzione di recidivi[279], senza dar luogo a gravi danni nemmeno
per la salute dei ricoverati, essendosi verificato in larga scala,
ora, dal Lecour, che, a pari condizioni, i condannati alle cellulari
dànno una cifra di suicidi, di alienati e di morti, uguale o di poco
inferiore a quella dei carcerati comuni; offrendo, al più, una maggiore
facilità al compiere inosservati il suicidio, un maggior abbattimento
intellettuale, quando il sequestro venga prolungato di troppo[280];
comechè la terribile noia della solitudine sia meno funesta delle
perverse eccitazioni della società carceraria. Noi sappiamo, difatti,
che nelle carceri in comune per il gioco, per gli amori infami, per le
gelosie assolutamente eguali a quelle provocate dall'amor femminile,
molti rei consumano, non solo il peculio, ma fin'anche il proprio cibo,
e peggio il proprio organismo, onde le frequenti tubercolosi; e gli
omicidi e suicidi vi spesseggiano per le notizie infauste che loro più
facilmente giungono da fuori, pel dolore di veder immuni o non colpiti
i complici (Ducpetieaux, _Des progrès et de la Réform. pénitentiaire_,
1838, p. 327).

Però il vantaggio del carcere cellulare è neutralizzato dalle grandi
spese che ne rendono illusoria l'applicazione in quell'ampia scala,
almeno, che richiederebbe il bisogno, anche negli stati più ricchi (in
Francia su 396 carceri provinciali 74 non hanno separazioni cellulari,
166 le hanno incomplete) e ad ogni modo non può essere che negativo;
se potrà impedire che il delinquente peggiori, non può, certo, far che
migliori, e noi vidimo che anche alle recidive in alcuni paesi essi dàn
quote fortissime (v. p. 145). Lo peggiora poi in quanto tende a farne
un automa, che come bimbo non saprà più lottare colla vita; e perchè ne
favorisce le tendenze all'inerzia.

«Nell'attuale organizzazione delle carceri, scriveva da un carcere il
Gauthier, tutto è combinato per schiacciare l'individuo, annichilire
il suo pensiero e minarne la volontà. L'uniformità del sistema che
pretende foggiare tutti i «soggetti» nella stessa forma, il rigore
calcolato, e la regolarità di una vita monastica ove nulla è lasciato
all'impreveduto, l'interdizione di avere con estranei altra relazione
che la banale lettera mensile; tutto, io dico, anche quelle tetre e
bestiali passeggiate in fila indiana, è destinato a meccanizzare il
carcerato di cui si sogna fare una specie d'automa incosciente[281].

«Noi vogliamo farne dei cittadini utili e li costringiamo e quasi li
educhiamo all'ozio; avere «il loro pane cotto», il vitto e l'alloggio
assicurato, senza pensiero del domani, e non altra preoccupazione che
obbedire alla consegna imposta, essere come il cane cui basta sollevare
la zampa per muovere il tamburo del girarrosto, come il meccanismo
incosciente di una macchina: non è questo forse l'ideale per la massa
degl'incoscienti e dei codardi?[282]

«Il _nirvana_! l'automatismo; ma gli è il paradiso degli Indiani!!».

«Ed il carcere è, per soprappiù, un _nirvana_, «ove si è nutriti»;
mal nutriti, è vero, ed anche un po' umiliati e maltrattati... Ma
per quanti galantuomini la lotta per l'esistenza è più aspra e con
ben minor sicurezza! Allorquando si sono vinte le prime ripulsioni,
alcuni—e sono forse la maggioranza—arrivano insensibilmente a «farsi in
carcere un avvenire».

Egli conobbe un detenuto che copriva il posto di contabile nelle
carceri di Clairvaux, ex-ufficiale dell'armata che, già condannato una
prima volta per prevaricazione, scontava la quarta o quinta condanna,
verso la fine del 1883 J... stava per essere liberato, e ciò gli
spiaceva assai e si raccomandava perchè gli serbassero il posto per la
sua prossima rientrata.

«Ricordisi questo ancora: Salvo onorevoli eccezioni troppo rare
nell'alto personale penitenziario, per quasi tutti i direttori di
carceri l'ideale del «buon detenuto» è il recidivo, il veterano,
l'abbuonato, la cui educazione è già fatta e la docilità acquistata è
una garanzia di tranquillità.

«Il guaio è che questo «buon detenuto» secondo la formula, non tarda
molto, sotto questo regime, a divenire così incapace di resistere
ai compagni, delinquenti-nati o malfattori di professione, ed ai
sorveglianti, è così poco refrattario alle eccitazioni malsane,
all'adescamento di un lucro illecito, all'attrazione dei cattivi
esempi, alla disciplina, da essere peggiore dei «cattivi».

«La sola emulazione che gli resta è per il delitto e per la perversità,
frutto della mutua speciale educazione alla quale si sottomette. Non è
senza motivo che in gergo il carcere si chiama «il collegio».

«A ciò aggiungete la monomania della delazione, lo spirito litigioso
e menzognero e tutti gli altri vizi speciali che si contraggono o si
sviluppano in prigione.

«Infatti, è bene notare che non vi è una sola delle passioni dell'uomo,
naturale o fittizia, dall'ubbriachezza all'amore, che non possa trovare
anche sotto i chiavistelli almeno un sembiante di soddisfacimento.

«In presenza della solitudine e del gretto formalismo della prigione,
scrive Prins, il direttore delle carceri belghe, noi dobbiamo
domandarci se l'uomo delle classi inferiori può essere rigenerato
unicamente colla solitudine e col formalismo.

«L'isolamento volontario ah! certamente esso eleva l'anima del
poeta che, stanco delle volgarità mondane, si rifugia nelle regioni
dell'ideale. Ma la solitudine imposta al criminale qual altro effetto
può produrre se non di abbandonarlo alla nullità dei suoi pensieri, ai
suoi istinti inferiori e di abbassare ognor più il suo livello morale?

«Ciò che mancò a molti vagabondi, agli sviati, ai corrotti che popolano
le prigioni fu un ambiente, degli esempi, una protezione efficace e
forse anche delle affezioni! E si soffoca in essi fino all'ultimo germe
dell'istinto sociale e si crede sostituire e ambiente sociale e tutto
quanto loro manca, con visite sommarie di sorveglianti usciti dalla
infime classi della società.

«Ma s'insegna forse a camminare al bambino facendogli delle difficoltà
od ispirandogli la paura di una caduta ed il bisogno di fidarsi
d'altri?

«S'insegna forse la sociabilità all'uomo destinandolo unicamente alla
cella, vale a dire al rovescio della vita sociale, togliendogli fino
l'apparenza di una ginnastica morale, regolandone da mattina a sera i
più piccoli dettagli della giornata, tutti i movimenti e financo i suoi
pensieri?

«Non lo si colloca con ciò fuori delle condizioni dell'esistenza e
non gli si fa così dimenticare quella libertà alla quale si pretende
prepararlo?

«Come! sotto il pretesto di moralizzazione si mette fra le quattro mura
di una cella un robusto contadino abituato all'aria dei campi ed ai
pesanti lavori della campagna»—gli si dà un'occupazione qualsiasi che
non richiede un sufficiente impiego di forza fisica,—lo si abbandona
a guardiani che spesso gli sono socialmente inferiori, —lo si lascia
in questo stato dei lunghi anni; e quando il corpo e l'intelligenza
hanno perduto la loro elasticità gli si apre la porta del carcere per
lanciarlo debole e disarmato nella lotta per l'esistenza!—Senza contare
poi che a tutto ci si abitua, e che il giorno in cui il carcere è
divenuto un'abitudine, non avrà più la benché minima azione benefica e
positiva.

«Se si trattasse di farne buoni allievi, buoni operai e buoni soldati,
accetteremmo noi il metodo dell'isolamento cellulare prolungato?
Colui che è condannato dall'esperienza della vita ordinaria non può
certo diventare utile il giorno in cui il tribunale ha pronunziato una
condanna».

Chi volesse prove dirette degli enormi danni del carcere consulti i
miei _Palimsesti_ ove le sono a iosa. Per es., trovai scritto da un
carcerato:

«Ho 18 anni; le sventure mi fecero colpevole più volte, e sempre
fui rinchiuso in carcere. Ma qual correzione ebbi in carcere? Cosa
imparai?—Mi perfezionai nella corruzione».—E più sotto:

«Hai ragione, Alfonso; cosa credono questi signori di ottenere da noi
lasciandoci impoltrire per mesi ed anni in una cella nella stessa colpa
per la quale ci arrestarono?».

«... Il voler correggere un ozioso e vagabondo, ed anche un ladro,
sottoponendolo ad un rigorismo brutale di altrettanta oziosità, è un
vero assurdo».

«...Il miglior modo per passare il tempo in cella si è dormendo e
mangiando; così il tempo passa presto».

«...Poveri detenuti! Sono considerati come tante bestie; li tengono
rinchiusi come tanti orsi bianchi e poi pretendono che si convertano!».

«...Nelle case di pena s'impara a odiare la società, non v'è alcuno che
insegni di far d'un ladro un onesto; esse sono le università dei ladri
ove i vecchi insegnano ai giovani il mestiere».

Il peggio è che i più trovano nel carcere una vera sorgente di
godimento, precisamente l'opposto di quanto prevedevamo; così se
qualcuno afferma «di diventar stupido, muto, e che le carceri sono il
raffinamento della barbarie», subito dopo gli ripicca un compagno: «Non
è vero ciò che dice quel detenuto in questo foglio; invece trattano
troppo bene ed usano troppi riguardi ai detenuti». —Oppure:

«... Per venire in questo albergo non ci vogliono denari:
tutto_gratis_, anche i camerieri. Per me ringrazio Dio, sono più beato
di San Pietro. Qui nella cella son servito da lacchè. Che cuccagna!
Si sta meglio qui che in campagna!».—Ed un altro: «Vittorio, arrestato
per furto, di cui sono innocente. Addio, amici. Fatemi il piacere, per
carità, non fuggite da queste carceri; qui si mangia, si beve, si dorme
e non c'è bisogno di lavorare».

Parole ribadite dai canti criminali che ho pubblicato nel vol. I:
aggiungo che ho sorpreso in un criptogramma un invito ad un amico a
delinquere per potersi poi trovare in carcere. «Così, essendo in due,
il tempo passa più presto, e quando saremo in galera ci conteremo la
nostra vita».

Alcuni giungono a così grande indifferenza pel carcere, che danno il
recapito nella loro cella, anche pel futuro.

Le Blanc, un famoso ladro, al prefetto di polizia Gisquet:

«Se siamo arrestati, finiamo per vivere a spese degli altri: ci
vestono, ci mantengono, ci scaldano, e tutto alle spalle di quelli che
abbiamo derubato!

«Dirò più ancora: durante la nostra detenzione in galera o in prigione,
noi ci perfezioniamo e ci prepariamo dei nuovi mezzi di successo. Se
io rammarico qualche cosa, è di essere condannato solo ad un anno. Se
io lo fossi per cinque, mi avrebbero mandato in una prigione centrale.
Là io avrei trovato dei vecchi assassini che mi avrebbero insegnato
qualche buon colpo, e io sarei tornato a Parigi abbastanza abile per
poter vivere senza lavorare. Ecco perchè avete tanti recidivi: vostra è
la colpa. Siate maledetti.

«Nelle vostre case correzionali si poltrisce, là non vale il
pentimento, là si viene incoraggiati al mal fare, perchè coloro ai
quali voi affidate la cura dei ladri, sono più ladri dei ladri stessi,
essi non badano che ad impinguare il loro borsellino».

Ed è notevole che invece dell'isolamento completo dal mondo esterno
che si attribuisce teoricamente alle carceri cellulari si hanno
informazioni e comunicazioni molteplici e tanto più dannose (specie per
l'istruzione giudiziaria) perchè imprevedute.

«Le muraglie, scrive ancora Gauthier, offrono nel carcere sotto
l'occhio paterno dei sorveglianti sempre un mondo d'informazioni e un
meraviglioso strumento di corrispondenza.

«È così che io stesso, quand'ero a Châlon-sur-Saône, nella cella più
segreta, seppi degli arresti fattisi a Lione, a Parigi, a Vienna, a
Saint-Etienne, a Villafranca, in seguito e in occasione del mio, ciò
che fu per me una notizia di grandissimo valore; così per la stessa
via appresi l'orribile attentato del caffè Bellecour. V'è prima la
funicella, tesa col peso d'una pallottola di mollica di pane che si
giunge a lanciare fuori da una finestra all'altra, tenendosi sospesi ai
ferri della finestra e che serve a stabilire un mezzo di comunicazione
comodissimo: vi sono i libri della biblioteca che circolano di mano in
mano coperti di criptogrammi: vi sono i tubi dell'acqua e le bocche del
calorifero che costituiscono degli eccellenti portavoce.

«Un ultimo _trucco_ che s'usava già, mi pare, al tempo di Silvio
Pellico, ma che non può usarsi se non da persone un poco istrutte,
è la timpanomania, cioè la conversazione a suono, che si fa battendo
nel muro o col pugno, o con un cucchiaio, o con una scarpa, o con una
pietra, o con qualunque altra cosa. Non c'è niente di più semplice e
facile. L'_a_ equivale ad un colpo, il _b_ a 2, il _p_ a 16, il _z_ a
26.

«Ciascuna lettera è preceduta dal suono, colpo proprio della sua serie,
così si riesce a parlare cinque o sei volte più in fretta. Non occorre
per parlare così d'avere due celle contigue. Una volta io parlai ed
ebbi dei dettagli per me preziosissimi da un mio compagno distante 40 o
50 metri».

Studiando, nel grande carcere cellulare di Torino, i graffiti, e gli
scritti dei detenuti vi scopersi che mentre si crede d'impedire
colla cella l'associazione, e sopratutto la triste _camaraderie_, lo
spirito di corpo spesso invece vi si acuisce, quando forse prima loro
mancava. Sorpresi negli scritti dei carcerati[283], come uno saluti
affettuosamente i suoi ignoti successori, come un altro in un angolo,
lasci un _lapis_ ai suoi compagni perchè possano scrivere, ed un
terzo consigli ai compagni pure ignoti di fare il pazzo per sfuggir la
condanna.

E quanto alle comunicazioni: certo un ladruncolo minore, un mendicante
isolato avrà poche comunicazioni nei giorni feriali; non le avrà che
nei cortili di passeggio, dove le muraglie, continuamente rimbianchite,
formano, come ho dimostrato, coi graffiti, una specie di giornale
quotidiano, e nell'estate diurno, che si continua e moltiplica nelle
arene, nei vetri appannati, e negli strati di neve dell'inverno; ma ad
ogni modo ne ha, alla festa, sempre quando va alla messa e nei libri
che giustamente gli si concedono.

Studiando in questi e nelle mura del carcere di Torino ne trovai 182
su 1000 che trattano dei compagni; e sarebbero stati 900 su 1000 coi
saluti; 45 su 1000 sarebbero avvertimenti sul processo; 27 eccitamenti
a nuovi delitti.

Ricordiamo questi pochi esempi trovati in libri del carcere:

«M... L... saluta P...—Mio caro P... fammi sapere il modo con cui dovrò
fare riguardo al confronto»[284].

«Caro M... Fammi sapere se il S... è stato riconosciuto dagli stasi
(vittime) crepati (imbrogliati) da S...».

Nulla è segreto nel carcere: anzi io potei verificare direttamente che
vi si conoscono spesso fatti che sono ancora ignoti al di fuori.

Il trasloco d'un Procuratore generale mi venne annunciato nelle carceri
parecchi giorni prima che avvenisse e quando nessuno in città lo sapeva
e meno io di tutti.

Il detenuto Pascal, due giorni dopo entrato nel carcere cellulare,
conoscevane i principali condetenuti; infatti un anno dopo declinò
il nome di un tale con cui aveva parlato; eppure costui era uscito lo
stesso giorno della sua entrata.

In un processo gravissimo, in cui l'istruttore fece il possibile per
isolare i detenuti, risultò che il principale di questi scriveva
settimanalmente su biglietti da carta da zigaro lettere il cui
trasporto a domicilio, opera delle Guardie, costava 50 lire.

Nel processo Cerrato, una donna che comunicava nel carcere cellulare
continuamente col suo complice e che sapeva tutti gli avvenimenti del
di fuori, confessò alle Assise: «Noi tutte queste cose le sappiamo;
gl'inservienti vi sono appunto per questo».

Studiando l'opera del Laurent troviamo che queste comunicazioni sono
forse in Francia ancor maggiori che da noi. Vediamovi infatti uno che
propone un piano di evasione ai compagni. Un altro così minaccia e
sfida un collega: «Chi conosce il cattivo _anus_ di M..., che pretende
essere il terrore della via Davide, gli dica: che mi venga a trovare;
io sono il vecchio M...».

L'istinto religioso, che domina già tutte le nostre istituzioni,
fa insinuare il preconcetto che la religione sia una panacea delle
tendenze criminali; quindi si spese molto per provvedervi, e vi
sono carceri cellulari in cui la sola chiesa costò fino un mezzo
milione onde ottenervi, conservando la forma cellulare, la perfetta
segregazione dei detenuti che devono assistervi. Il male si è che,
perchè questa si ottenga a dovere, occorrerebbero, col personale
attuale del carcere, nientemeno che due settimane intere per l'andata e
due pel ritorno.

Naturalmente fino a questo non giungendo la convinzione dei vantaggi
rituali, la messa, che dovrebbe sanare questi animi pravi, contribuisce
a favorirne le comunicazioni.

Ciò sia detto pei ladruncoli comuni. Ma l'aristocrazia del delitto, il
ricco od influente criminale, non avrebbero nemmeno bisogno di questi
espedienti: le guardie non hanno da perder nulla o quasi se favoriscono
le loro comunicazioni col mondo esterno; e il sistema cellulare
favorisce l'impunità di questi rapporti. Perchè chi può sapere quanto
sia passato tra un individuo solo ed un altro in una cella isolata?

E vi è nelle carceri un ufficio, dipendente dall'amministrazione,
quello detto di matricola (nel quale qualche scrivanello detenuto
soggiorna sempre) che vede e nota ogni reo, quando entra e quando esce,
ed è un nucleo centripeto e centrifugo, che raccoglie tutte le notizie
e le diffonde per mezzo dei detenuti stessi nelle varie celle.—Vi è
poi, il servizio dell'impresa, di questo tiranno nascosto che domina
tutte le carceri, che non ha nessuna responsabilità nè ragioni del
segreto, che ha bisogno di uomini, siano pur già condannati, che
facciano il servizio di sarti, calzolai, lumai, materassai, muratori,
falegnami e fabbri, e questi sono in contatto diretto cogli uomini
liberi.

Pochi crederebbero che nei giorni di udienza cogli avvocati difensori o
degli interrogatori presso il giudice istruttore, si trovino radunati
nella medesima anticamera una diecina e più di detenuti. Per cui
nel momento stesso dell'inquisizione del giudice, e quasi sotto gli
occhi suoi stessi, si viene ad infrangere e precisamente pel detenuto
sotto giudizio, che più interessa la sicurezza sociale, quella
legge d'isolamento per applicare la quale si è spesa la enorme somma
d'impianto delle carceri cellulari.

Non ho parlato dei laboratori. Nel carcere cellulare, appunto per
impedire le comunicazioni, non si permettono che pochissimi lavori;
e allora, oltre il danno materiale che ne viene allo Stato ed alla
persona costretta all'ozio forzato, senz'altro sfogo che l'onanismo,
ne viene il danno avvenire, perchè gli individui attivi si abituano
all'ozio quando non ne muoiono, e gli oziosi vi trovano il loro pro' e
quando sono fuori delinquono per ritornarvi.

Che se il lavoro viene concesso, è impossibile, anche escludendo quelli
coi condetenuti, che nuovi rapporti non si formino coi capi d'arte,
liberi, cogli impresari, ecc.

Succede così sovente che l'istruttoria, segretissima pel pubblico, non
ha più segreti per l'inquisito, il quale comunica poi coll'avvocato a
mezzo di altro detenuto che ha il medesimo difensore.

S'aggiunga che nell'interno della cella il grande criminale ha più
calma per raffinarsi nella ricerca degli alibi, delle scusanti,
nello studio del processo, e non essendo in comunicazione cogli altri
colleghi, non si tradisce, ma sa confermarsi nella negativa. Il fatto è
che parecchie volte i giudici istruttori, se vollero trovare il bandolo
di un reato, dovettero desiderare, e anche qualche volta ottenere, che
l'individuo, ammalato o no, passasse nell'infermeria, onde, trovandosi
con parecchi, vi si abbandonasse a quelle spontanee confessioni che
sono nella tempra dei criminali e che menano anche i grandi delinquenti
a scoprirsi.

È inutile il dimostrare la nessuna influenza emendatrice del carcere,
anche per timore di crudeltà verso i buoni, si arriva pei cattivi alle
esagerazioni d'una filantropia talvolta spinta all'assurdo.

«In Olanda, p. es., a Hoorn si procura ai detenuti dell'acqua calda e
fredda per lavarsi, una sala di ricreazione, dei giuochi di domino; e
quando ricorre la festa del Re si fanno fuochi d'artificio;—in America,
ad Elmira, si procurano loro delle distrazioni musicali;—a Thomastown
si accorda il permesso di organizzare un _meeting_ contro la pena di
morte;—nell'Illinois si dà loro del _poudding_, dei biscotti, delle
focaccie di miele, e si è così lontani dalla vera giustizia quanto gli
antichi partigiani della tortura» (Prins).

«La legge belga ammette, continua Prins (_Les criminels en prison_,
1893), l'isolamento cellulare. Il suo scopo è di rigenerare il
colpevole sottraendolo alle influenze deleterie dei condetenuti, per
non lasciar agire che la benefica influenza degli uomini onesti.
Questa è in tutto il mondo la teoria. Ma vediamo anche il fatto.
Dappertutto i pretesi riformatori, incaricati di rappresentare presso
il condannato i buoni elementi della società, sono agenti devoti, ma
reclutati nella sfera sociale alla quale appartengono i detenuti,
talvolta degli spostati senza impiego, che in cambio di un salario
derisorio insufficiente al mantenimento di una famiglia, devono press'a
poco vivere come un carcerato; e poco numerosi (appena una guardia per
25 o 30 detenuti) devono naturalmente limitarsi a gettare uno sguardo
rapido sulla cella e sul lavoro, ed a verificare se i regolamenti sono
osservati.

«A ciò si riduce—con una visita molto rapida di un istitutore o d'un
elemosiniere—lo sforzo di coloro che sono incaricati di trasformare e
di emendare un colpevole!!

«L'ospedale per le malattie morali, lo stabilimento modello sognato
forse da Howard e da Ducpétiaux è dunque ben lontano da noi.

«Da tutto ciò si vede quanto sia grande la necessità di cambiare le
nostre idee sulla prigione, come sia necessario che i giuristi imparino
per il contatto diretto coi delinquenti, le loro vere tendenze, prima
di fissare le leggi».

_Sistemi graduatorî_.—Ed ora ognuno capisce perchè non avendo i
penalisti alle mani che questo triste stromento tentassero modificarlo,
perfezionarlo: e quindi i grandi plausi al sistema irlandese. Questo
consiste nel passaggio del reo da un primo periodo di isolamento
cellulare, con cibo solo vegetale e misero vestiario, occupazioni
monotone, di sfilacciatura, che non sorpassa i nove mesi, riducibili
ad otto, ad un secondo stadio di lavoro collettivo, diurno,
rigidamente sorvegliato, che si divide in quattro categorie, le une
più privilegiate ed avvantaggiate delle altre, cui esso progredisce,
dopo ottenuto un certo numero di tessere di merito, che fan acquistare
i lavori eseguiti, l'assiduo studio, i buoni portamenti e fanno
perdere i cattivi. Stupendo modo, questo, di materializzare e render
cara a quelle menti grosse la virtù. Nella prima categoria la porta
della cella resta aperta di giorno, il lavoro non è pagato, ma si
può premiare con un penny; dopo conseguite cinquantaquattro tessere,
si passa alle altre in cui mano mano il carcerato riceve maggiore
compenso, mutua istruzione ed è messo a contatto col pubblico, e così
via via.

Trascorso questo stadio, s'inizia pei ricoverati quello della quasi
completa indipendenza (prigioni intermediarie) nei campi; sono vestiti
dei propri abiti con qualche stipendio, hanno permessi di assenza e
contatti continui colla gente di fuori; e da questo stadio passano
poi a quello della libertà provvisoria, sotto la sorveglianza fino al
termine della pena, della polizia, che fa, loro, in casi di mancanza
(e fra questi si calcolano l'ozio e la mala compagnia), riprendere la
via del carcere. Prima di uscirne essi sono registrati e fotografati;
avvertiti che ad ogni lieve fallo sarebber rivocati; appena giunti
al distretto assegnato o prescelto si presentano alla questura e le
si ripresentano ogni mese; questa li patrona, li aiuta a trovare un
mestiere, li sostiene presso i nuovi padroni, che però sono avvisati
dei loro antecedenti e quindi meglio li sorvegliano. Così il reo può
ottenere un risparmio di pena[285], e lo Stato di denaro, che può
salire da 1/6 ad 1/3; e siccome ogni mancanza porta un regresso ai
primi stadî, la pena più temuta, non occorrono più in questi stadî
intermedi le altre pene disciplinari. Stupendi furono, in apparenza
almeno, in Irlanda i frutti di tale riforma; dal 1854, in cui venne
introdotta, si ebbe una diminuzione notevole di reati:

       Erano 3933 i carcerati, 710 gli entrati nel corso dell'anno
  calarono
  nel 1857 a 2614      »       426       »           »
  nel 1860 a 1631      »       331       »           »
  nel 1869 a 1325      »       191       »           »
  nel 1870 a 1236      »       245       »           »

E giovi notare che essa concilia l'economia, che vuol dire la possibile
applicazione, alla psicologia criminale, perchè permette un passaggio
graduato all'assoluta libertà e fa di questo sogno eterno del reo
uno strumento di disciplina e di emenda, offre il modo di vincere la
diffidenza del pubblico verso i liberati e fa nascere la confidenza di
questi in se medesimi.

In Danimarca i giudicandi dimorano in celle notte e giorno e vi
lavorano a proprio vantaggio.—I condannati incorreggibili oltre 6
anni, o i già recidivi fanno vita in comune, in carcere apposito, nè
hanno altra ricompensa per la buona condotta che il poter lavorare ai
campi che son attigui alle carceri.—I suscettibili di emenda, o perchè
giovani o perchè condannati per la prima volta, per non grave delitto,
da 3 mesi a 6 mesi al più, dimorano in carceri speciali cellulari. Sono
divisi a seconda della loro condotta in vari stadi: nel 1º (di 3 a 6
mesi) assoluta reclusione, istruzione nella cella, lavoro gratuito,
non possono scrivere che sulla lavagna; nel 2º (di 6 mesi) toccano 2
shilling al giorno pel lavoro, ricevono istruzioni nella scuola, ma
segregati dai compagni, possono aver carta nei giorni festivi e libri
ogni 15 giorni, e sulla metà del guadagno, oltre all'aumento del cibo,
possono acquistarsi un lunario ed uno specchio e scrivere lettere
e ricevere visite ogni due mesi; nel 3º stadio (che è di 12 mesi al
minimo) ricevono 3 shilling ogni giorno, possono avere libri e carta
ogni settimana, possono comperarsi parecchie altre cose utili e mandare
danari alla famiglia, ricevere visite ogni mese e mezzo e possedere
i ritratti della famiglia; nel 4º stadio hanno 4 shilling al giorno e
oltre agli altri vantaggi che loro si largheggiano sempre più, possono
uscire di cella, lavorare all'aria aperta, possedere fiori, uccelli.
La loro pena è riducibile, secondo la condotta, da 8 mesi a 6, da 2 ad
1 anno e fino da 6 a 3-1/2. E così passano dall'assoluta solitudine a
quella sola notturna, dall'assoluto silenzio, con o senza separazione
visuale, fino al lavoro nei campi, con quasi completa libertà. Appena
il 10% rimane nelle celle oltre 2 anni[286].

Noi salutiamo come un grande progresso queste istituzioni, ma non
dobbiamo illuderci; dobbiamo ricordare: che molti dei suoi pretesi
vantaggi erano in Irlanda effetto dell'emigrazione, poichè i liberati,
non trovando lavoro, andavano in America, ove popolavano i penitenziari
di New York (_R. di discipl. carc._, 1877, p. 39): che si avevano
recidive numerose anche con questo sistema (ved. s., Vol. I) in
Danimarca e peggio ora in Inghilterra, ove a quanto pare codesti
liberati non cangiano di abitudini, ma solo di residenza; recandosi
essi malgrado la legge in siti ove sieno sconosciuti, e lì, non
operando direttamente, ma istruendo e facendo operare altre birbe,
in loro vece; quasi tutti i _garottatori_ erano di quella genia, a
detta del cappellano di Newgate, Davis (Cere, _Les populations dang._,
1872, pag. 103); si narra di uno scheriffo che ebbe a giudicare dei
condannati liberati col _ticket_, ricondannati una 2ª volta, riliberati
ancora con licenza, e colpiti da una 3ª condanna, il tutto prima che
il termine della prima fosse spirato! uno in ispecie, di 36 anni, era
stato condannato per più di 40 anni, ed era libero! Ecco perchè in
Inghilterra dalla cifra di 2892 cui era salita la quota dei liberati
provvisori nel 1856, scese subito a 922 nel 1857, a 912 nel 1858, a 252
nel 1859 e non si elevò mai più di 1400 al 1861-62-63 (Cere, op. cit.,
p. 100).—Anche in Germania il numero dei riliberati sotto condizione
da 2141, ch'era nel 1871, calò a 733 nel 1872, a 421 nel 1874. Questo
insuccesso si vuole si debba all'imprudenza con cui si concede il
trasloco e il peculio intero ai detenuti; e all'abbondanza di certi
patroni più interessati che filantropi, i quali, purchè ne traggan
momentaneo profitto, non badano alla loro condotta, ed infine alla poca
sorveglianza; ma è forse possibile ottenere una sorveglianza attiva e
continua, quando si tratta di veri eserciti di liberati?

Oltre, ed insieme alle graduazioni dovrebbesi cercare di attuare quello
che, barbaramente, chiamerò _l'individualizzamento_ della pena; si
devono, cioè applicare speciali metodi di repressione e di occupazione,
a seconda dei singoli individui, come usa il medico, che prescrive
speciali norme dietetiche e terapeutiche, secondo i vari malati.

Questo forma il segreto dei successi ottenuti in Sassonia (Zwickau),
dove appunto si hanno carceri per vecchi, per giovani, per le pene
gravi e per le leggiere, e dove, a seconda dei meriti di ogni singolo
detenuto, si varia di vitto, di vestiario, di diminuzione nella pena.
Ma ciò è attuabile pei soli criminaloidi in piccole carceri—e solo da
direttori abilissimi; se no il premio della libertà è dato ai peggiori
criminali che sono i migliori detenuti ossia i più ipocriti: non può
lasciarsi nelle mani della miope burocrazia.


_Peculio._—Un'ultima riforma moralizzatrice suggerirono De Metz
e Olivecrona, per prevenire la recidiva dei liberati: riguarda il
peculio, che se lasciato loro nelle carceri facilita l'orgia, dato
all'uscita forma il capitale del crimine; essi consigliano di farne
deposito, come garanzia della loro moralità, e come forzato mezzo di
risparmio, in mano ai corpi morali, ai comuni, ai padroni, onde furono
accolti, che loro ne devono consegnare solo i frutti, ritenendoli
indefinitivamente in caso di recidiva. In Belgio ed Olanda si ritengono
7/10 del prodotto ai condannati ai lavori forzati, 6/10 a quelli della
reclusione, 5/10 alle carceri semplici; il resto è diviso in 2 parti,
di cui metà si fruisce in carcere, l'altra fuori. In Inghilterra ai
liberati col ticket il peculio si restituisce nei primi giorni della
liberazione, quando non ecceda le 5 lire sterline; nel qual caso vien
rimesso in rate, dietro certificato di buona condotta.


_Patronato._—Si consigliano da molti anche le istituzioni di patronato,
ma oltrecchè hanno l'inconveniente di non potersi applicare in
scala corrispondente al bisogno, l'esperienza dimostrò a chi studia
quest'istituzione nel mondo e non nei libri, che, pegli adulti è
affatto improficua; volgendosi, spesso anzi, a favorire la ingenita
tendenza all'ozio e all'ignavia, e, quello che è peggio, riescendo
pericolosa ai suoi stessi direttori presi subito di mira dalla rapacità
e vendetta dei tristi protetti.

Soprattutto sono dannosi gli asili di patronato, comodo mezzo di
ritrovo per essi e stimolo all'associazione malvagia. «Di un centinaio
di liberati dai venti ai quarant'anni che si accolsero durante un
biennio nel patronato di Milano (scrive Spagliardi), solo i più
giovani, e ben pochi anche fra questi corrisposero, languidamente,
agl'immensi sagrifici spesi per la loro riabilitazione. La tendenza
all'ozio ed al libertinaggio, fatta forse più prepotente per le
sofferte privazioni, vinceva in essi le attrattive della operosità;
e il potere poi impunemente stare, andare, ribellarsi, come meglio
loro talentava, li determinava infine dopo due o tre mesi, al più,
di dimora, ad abbandonare l'ospizio, come non bisognevoli di quel
soccorso, che avevano domandato liberamente. Nel loro Direttore essi
non vedevano l'uomo sagrificatosi pel loro bene, ma solo un nemico,
e quasi un tiranno inteso a vincolare la loro libertà. Da qui, contro
di lui una sorda guerra d'insubordinazioni, di dispetti, di villanie e
perfino di minaccie, se l'ordine e la disciplina venivano con fermezza
mantenuti: e quest'avversione conservavano anche dopo abbandonato lo
stabilimento, perchè furono questi beneficati che gli spogliarono la
casa in una notte del 1847, e che nel 1848 compirono il saccheggio
dell'ospizio appena incominciato dai Croati, nelle famose cinque
giornate».

Ecco perchè le statistiche dei patronati sono così magre e così
illusorie.

In Francia sono 160.000 gli esciti dal carcere; 363 i soccorsi!!

In Inghilterra 48 furono le società, che ne patronarono 12.000, ma
con che esito il dimostrammo; e il provano gli asili industriali
del patronato di Glasgow istituiti nel 1836: su 60 ammessivi 25
recidivarono; 4 emigrarono; 10 si arrolarono; 5 si perdettero di vista;
8 si condussero bene; 7 rimasero nello stabilimento; e per tutto ciò
si spesero 431 sterline; si pensò di trasportarli in campagna: ma su 60
ammessi 46 recidivarono (1 fu rinviato per indisciplina): 5 emigrarono;
4 si condussero bene! 5 furono impiegati nello stabilimento.

Si pensò allora di trattare ciascun caso in particolare dopo fattane
una scelta: ma anche qui su 363 così curati per due anni: 37 in 2
anni recidivarono; 5 emigrarono; 47 furono resi ai parenti; e 110
si sparsero per le varie regioni del regno e quindi sfuggirono alla
vigilanza—e si spesero per essi 385 sterline. Frutti magri e sporadici,
nè, come si vede, applicabili in larga scala.

In genere, poi, anche i fautori del patronato sconsigliano dal fondare
stabilimenti di ricovero che non sieno affatto temporali, e di dar
soccorso in denaro, ma solo in _buoni_ sull'oste e sul panettiere,
_buoni_ che devono essere anticipazioni sul lavoro; le società devono
abbandonare quelli che non lavorano e non si rendono al luogo loro
indicato, informare le persone presso cui li raccomandano della
loro vita antecedente, e perciò a nulla riescono senza un agente
(possibilmente un ex-guardiano), che ne spii la condotta, che si
occupi di collocarli opportunamente (V. Lamarque, _La réhabilitation_,
etc. Paris, 1877, Brown, _Suggested on the formation of discharged
prisoners_, 1870).

Maxime du Camp (_Revue des Deux Mondes_, 1889) pure conviene che
il patronato è inutile pei rei-nati od abituali, ma non per quelli
occasionali: «Fra i criminali (dice egli giustamente) vi hanno rei
che s'annegano in un bicchier d'acqua, cassieri che sbaglian le
cifre, commessi che confondono i prezzi e finiscono con irregolarità
che sembrano indelicatezze e che li conducono al tribunale; quivi,
imbrogliandosi sempre più, sono condannati. Costoro, una volta
liberati, se trovano un impiego adattato alla loro poca intelligenza,
non recidivano».—Per questi è utile, ne convengo, il patronato.

V'hanno poi quelli (delinquenti d'occasione), che peccarono p. es.
in seguito a forte desiderio d'andare ad un ballo, ecc., e rubarono
al loro padrone per la prima volta, presero qualche soldo di più del
dovere, trovarono un padrone che li fece mettere in prigione, e il
carcere li ha infettati: costoro se non sono soccorsi uscendo, vedono
nella società una nemica; e chi sentiva rimorso per aver rubato 20
franchi e disperazione per aver subìto tre mesi di carcere, non si
spaventerà all'effrazione ed all'assassinio.

La Società di Patronato fondata nel 1871 a Parigi si studiò di
offrire il suo aiuto quando ne avessero bisogno, loro lasciandone solo
l'indirizzo: se n'ebbero bei risultati. Un certo I., recidivo fin da
giovane, autore di bancarotta fraudolenta e di furti, un giorno che
un detenuto per 28 anni cercò di uccidere il direttore, si interpose
a proprio rischio, ne restò ferito, ma lo salvò; alla sua volta lo si
graziò, e non ricadde più: anzi, posto dalla società a guardiano di un
passeggio pubblico, fu impeccabile nelle sue funzioni (però avvertiamo
che la bancarotta non è propria dei delinquenti nati).

—In complesso, recidiva vi si calcola dall'8 al 10% (Du Camp, op. cit.).

Anche Spagliardi, che è certo l'autorità più sicura su questo
argomento, dichiara nella sua Relazione, _Se lo Stato debba accordare_
sovvenzioni alle società di patronato, ed a quali condizioni,_ 1871,
che queste istituzioni debbono, per approdar a qualcosa, essere
un accessorio della legge penale. «L'autorità emana la legge, ne
stabilisce le norme, veglia a che sia osservata, ed occorrendo
interviene col suo braccio forte, e la beneficenza studia di rendere
efficaci le misure dell'autorità, ed ha il vantaggio che essa non
esercita che la parte benefica della istituzione... Infatti per quei
condannati, che il carcere ha fatto ancora più tristi, che nè la
severità nè l'amore hanno potuto piegare, tutt'altro che disposti alle
cure pietose rivolte alla loro riabilitazione, anzi manifestamente
pericolosi alla società, non giova che il patronato della deportazione.
Per quelli i quali o vennero condannati per delitti che non portano
infamia nè distruggono gli effetti di una buona educazione, ovvero
colpiti da pena disonorante hanno però tutta la coscienza del male
commesso e ne sono sinceramente pentiti, salvo qualche cura o sussidio
ai poveri, pel tempo necessario a trovar qualche appoggio, non
occorrerebbe un regolare patrocinio.

«Resta la terza categoria, la classe più numerosa, di quei liberandi,
i quali, impotenti per povertà ed incapaci per ignoranza a bastare
a se stessi, non darebbero criterî sufficienti per pronunciare un
giustizio sicuro sul loro emendamento, ma anzi presenterebbero tutti
gl'indizi di una guarigione incompleta. Ed è appunto per costoro
che i rispettivi Direttori, in seguito ad un consiglio delle persone
più competenti del penitenziario, dovrebbero proporre la misura del
patronato obbligatorio, alla giudiziaria magistratura, misura, che
ben più proficuamente terrebbe il luogo dell'attuale penalità della
sorveglianza di polizia. Non v'ha dubbio poi, che tale provvedimento da
applicarsi non _a priori_, ma conseguentemente alla condotta tenuta dal
liberando, influirebbe anche sul miglior governo dei penitenziarî.—Ma
chi non vede, come la classificazione di questi liberandi, e le
relative proposte di patrocinio obbligatorio, a condizioni certo
utilissime, ma onerose, non possa essere il còmpito della beneficenza?
La quale anzi non potrebbe nemmeno accingersi alla parte che le spetta,
nè condurla a buon esito, se non in seguito al verdetto dell'autorità,
e confortata dal suo energico appoggio. A maggior tutela del liberato,
io vorrei ch'egli avesse a subire il patrocinio fuori del proprio
paese, e che durante il medesimo non fosse mai lasciato in possesso
del proprio peculio o massa risparmiata nel carcere. L'avere danari a
propria disposizione ed il poter ritornare ai luoghi che furono già il
campo delle sue delittuose operazioni, è difatto la causa ordinaria
delle così frequenti e facili ricadute.—Ma qui appunto necessita
l'azione governativa.

«Alla Società di patrocinio dovrebbe incombere l'obbligo di procurare
al liberato nel luogo di dimora fissatogli, l'alloggio, il lavoro,
le sovvenzioni sul rispettivo peculio, i soccorsi straordinarî, al
quale ufficio io vorrei aggiungere il diritto di proporre, secondo il
caso, una diminuzione od un prolungamento del tempo di prova stabilito
dall'autorità».


_Deportazioni_.—V'è una specie di partito scientifico in Italia, che
fantastica di trovare la panacea del delitto nella deportazione[287],
cominciando da quegli egregi statisti dei Garelli, Cerutti e Deforesta,
che si armarono di un cumulo di documenti statistici e finendo col
carissimo Dossi, che vi portò i più delicati fiori della sua poetica
simpatica fantasia nella sua—_Colonia felice_. Non giova difendersi
contro i poeti, che parlano col cuore e la fantasia, ben giova il
dire agli altri, che i dati storici e statistici chiamati a favore
di quella teoria le sono proprio contrari. Si diceva che una gran
parte delle fiorenti colonie americane e la stessa Roma antica ebbero
origine da una specie di emigrazione o di colonia penale. È un errore
storico. Per Roma basta citare le eterne pagine di Virgilio; e quanto
all'America, bisogna ricordare che se la terza spedizione di Colombo fu
composta di malfattori, compresivi però molti eretici ed avventurieri,
alla prima e alla seconda presero parte i primi gentiluomini, e
sotto Carlo II e Giacomo II ogni deportazione vi fu proibita; che
molti paesi dell'America del Nord ebbero origine da onestissimi
cittadini, come la Pensilvania dai Quaccheri di Fox e Penn; che il
primo grande stabilimento d'America, quello di Jamestown, fu fondato
dal gentiluomo Fonwick. Quanto all'Australia, si deve escludere la
Vittoria, l'Australia del sud, la Nuova Zelanda, e quanto alla Nuova
Galles, ed alla Tasmania, se devono l'origine alla deportazione, è un
grande errore il credere che le debbano la loro prosperità. Tanto è
vero che contro quella protestarono, quasi subito, i grandi filantropi
Howard e Bentham, e poco dopo gli stessi coloni, sicchè 41 anni dopo,
nell'anno 1828, se ne votava dalla Camera l'abolizione. E la prosperità
dell'Australia si deve alle feconde praterie e ai vantaggi portati dal
commercio della lana, che vi fece affluire una gran quantità di uomini
liberi. La ricchezza di Melburne e Sydney si iniziò, appunto, quando
scemarono le spedizioni dei condannati.

Recentemente il vescovo di Tasmania con 260 e più notabili protestò
contro la presenza dei condannati, dichiarando la colonia sarebbe
emigrata se non si facevan partire; altrettanto fece la legislazione
della Vittoria, la quale dichiarò che le spese per la polizia e le
carceri, in causa della deportazione, eranle aumentate a più di
2 sterline a testa, per cui se altrettanto avesse dovuto pagare
l'Inghilterra, avrebbe avuto una spesa di più di 1390 milioni di
sterline.

La legislatura dell'Australia del Sud emise, nel 1857, un decreto, per
cui ogni individuo già carcerato, ancorchè avesse scontata la pena,
doveva subirvi un nuovo carcere di 3 anni.

Nella N. Galles la popolazione tra il 1810 e 1830, in cui si ebbe il
maximum della deportazione, crebbe di soli 2000 all'anno: dal 1839 al
1848 in cui l'esportazione delle lane crebbe da 7 a 23 milioni, aumentò
da 114,000 a 220.000; ma dal 1840 ivi era cessata la deportazione, e
finchè essa sussisteva, il brigantaggio vi infierì in vasta scala;
i deportati non lavoravano e quelli addetti alla costruzione delle
strade, che erano parecchie migliaia, vivevano peggio di animali sotto
la sorveglianza di guardie e di soldati che li facevano cacciare da
cani feroci, e li assoggettavano alla catena o allo scudiscio senza
pietà[288]; e i liberati stessi, o deboli o complici dei loro antichi
compagni, ben più sovente si univano ad essi nelle ribalderie e nei
delitti, barattavano i terreni che il governo aveva loro concesso,
perchè ne traessero una vita laboriosa. Non è quindi da far le
meraviglie se la mortalità della popolazione detenuta toccava alle
proporzioni del 40%, mentre nella libera raggiungeva appena il 5; se
la proporzione delle criminalità, che in Inghilterra si calcolava di
1 delinquente su 850 abitanti, saliva nella N. Galles ad 1 su 104, ed
in Van-Diemen ad 1 su 84; e se i delitti commessi con violenza, che in
Inghilterra stavano agli altri delitti come 1 ad 8, toccavano nella N.
Galles la proporzione di 50%.

Ciò ci dimostra come scarso o nullo sia il vantaggio morale della
deportazione, comechè i condannati non lavorano, quindi per vivere
devono ricorrere ai delitti, che vi si raddoppiano di numero, mentre
non scemano nel paese donde furono esportati, forse perchè furonvi,
perciò, più oggetto di invidia che di terrore ai compagni.

Nel 1852 infatti furono 3000 in Francia i forzati che chiesero di esser
deportati, e per ottenerlo molti commisero dei nuovi crimini (Stevens,
_Reg. des établiss._, 1877).

Nel 1805-6 con deportazione media di 360 all'anno si ebbero 2649
condanne in Inghilterra, e nel 1853-6 colla media di deportati 4108
all'anno si ebbero 15.049 condannati.

E mentre la spesa pel mantenimento di un delinquente in Inghilterra è
di lire sterline 10,13, nelle colonie salì a 26,14, a 35, a 40.

Le spese per lo stabilimento della N. Galles salirono a 200 milioni
senza contare però la spesa annua di 15 milioni!

Nella Guiana si avrebbe avuto un guadagno di L. 1,510,83 colla
deportazione, ma dividendo quel guadagno per le giornate occupate, esso
si risolve a 54 centesimi nel 1865, anzi nel 1866 a 48 per testa; e si
ebbero evasi un 5%, morti 40%. Ogni reo costa 1100 fr. l'anno, 3 volte
più che non un condannato cellulare; le spese di trasporto salirono a
400 (Bonneville de Marsangy, _De l'amélioration des lois crimin._, II,
95).


Il 30 maggio 1854 le Camere francesi promulgano una legge che
stabilisce la deportazione; prescrive che i deportati sieno addetti ai
lavori più penosi della colonia; e vuole nel tempo stesso che si faccia
il possibile per migliorarli moralmente; loro si diedero, infatti, i
mezzi di vivere onestamente: risorse insperate che sovente mancano alla
gente onesta, si è istituita per essi una cassa (Legge 17 agosto 1878)
di risparmio sovvenzionata dallo Stato; si cedono loro in concessione
terreni di prima qualità spesso dissodati, di cui dopo 5 anni dalla
liberazione diventano possessori. Ogni concessionario ha diritto al
vitto, vestiario (Circ. minist. 6 gennaio 1882), alle cure d'ospedale
ed agli strumenti agricoli; se ha moglie, questa gode i medesimi
diritti, oltre 150 franchi all'atto del matrimonio ed un mobilio
completo. Non è solamente, dunque, l'ambiente che è cambiato, ma tutte
le occasioni di ricadere nel delitto furono accuratamente evitate. Ma
noi sappiamo che se è possibile l'emendarsi in un nuovo ambiente pei
delinquenti d'occasione, non lo è pei veri delinquenti-nati di cui si
compone la maggior parte di questi miserabili. Ora, nelle relazioni non
ufficiali,—avendo le ufficiali interesse a nasconderci la verità,—noi
vediamo un rifiorirvi del delitto in pieno giorno, al punto che
gli uomini onesti, ed i funzionari stessi, che mandano al Governo i
menzogneri rapporti, sono spesso le vittime di queste pretese pecore
rientrate all'ovile.

Vediamo, p. es., come ce li dipinge un imparziale straniero, Thomas
(_Cannibals and convicts_, 1886), _de visu_:

«Non si può ideare a qual grado d'infamia essi siano giunti.

«Nel 1884 si vide uno di questi delinquenti tentare di tagliar la
gola alla sposa dopo 48 ore di matrimonio. Sorpreso, fuggì fra i
selvaggi che lo fucilarono: ma essi stessi sono sovente le vittime di
quei miserabili. L'impunità, l'indulgenza diedero luogo ad una vera
anarchia, ad un vero inferno in terra».

Secondo Mancelon (_Les bagnes et la colonisation pénal_, 1886) dei
relegati condannati per ben tre volte a morte furono in seguito
liberati. Una donna che aveva ucciso due bambini, e che fu in seguito
graziata, più tardi ne uccise un altro.

Ecco come descriveva a Laurent un deportato uno di quei matrimoni che
il governatore Pardon, nella relazione ufficiale (1891), ci dipinge con
tanta ammirazione.

«All'isola Nou (Laurent, _Les habitués des prisons_, 1890) assistetti
ad una cerimonia curiosa; allo sposalizio di uno dei miei condetenuti.
Il pretendente era un individuo condannato a 5 anni di lavori forzati,
per assassinio: lo si mandò a far la scelta della sposa al convento di
Bourail al Padoc, scelse una vecchia prostituta condannata a 8 anni di
lavori forzati, per aver aiutato a derubare ed assassinare un uomo in
casa sua.

«Il matrimonio fu deciso. Dopo la messa, il prete parlò ai novelli
sposi di perdono, di redenzione, dell'oblio delle offese, ma la sposa
stizzita non cessava di ripetere in gergo: _Ah! quanto ci annoia!_

«Seguì un banchetto molto inaffiato. Il testimonio bevette tanto
alcool, che dormendo si lasciò prendere il portamonete: il marito pure
era altrettanto ubbriaco, ed il mattino si svegliò anch'egli senza
portafogli, con un occhio ammaccato e senza notizie della sposa che
s'era assentata con un altro liberato fino al mattino: ma e' prese la
cosa in buona parte e la trovò anzi naturale.

«Quantunque maritata, colei divenne la concubina dei liberati e e dei
carcerati stessi. Un giorno attirò in un locale appartato un arabo
liberato che sapeva ricco, e il marito lo svaligiò e uccise a colpi di
ascia. Ma la donna impaurita denunziò l'omicida che venne condannato a
morte. Così finì questa coppia fortunata».

Leggesi nel _Néo-Calédonien_ del 26 gennaio 1884:

«Un rigenerato venne messo in concessione tempo fa, non si sa perchè, e
fu autorizzato a sposare una giovane e bella donna la quale, da quanto
pare, non fu abbastanza soddisfatta del nuovo sposo.

«Quarant'otto ore dopo gli sponsali, questi venne arrestato alle 2
pom. mentre disponevasi a segare tranquillamente la gola alla giovane
metà. L'arrivo degli agenti impedì che il delitto fosse commesso.
Egli non subì che qualche giorno di detenzione, perchè essendo stato
sorpreso mentre stava per commettere il reato sulla porta della casa
di un funzionario, dal quale sua moglie veniva; la cosa fu soffocata e
la giovane coppia fu rappattumata per ordine superiore. Ma poco dopo
la donna si salvò per non essere assassinata. Il marito si vendicò
incendiando la casa, e fuggì. Per distrarsi egli ora incendia tutte le
case dei concessionari.

Nella monografia, _Travaux forcés fin de siècle_, della _Nouvelle
Revue_, 1890, si narra di «un Dévillepoix, condannato ai lavori forzati
a vita per due stupri su minorenni seguiti da due omicidi e passato
a seconde nozze con una infanticida. Dopo qualche tempo, per nulla,
mise fuoco alle case dei vicini, incendiò la piantagione di M. e G.,
prostituì la moglie col primo capitato per vivere meglio e finalmente
si fece condannare a morte. Ora i Dévillepoix concessionari, sono
una legione nella Nuova Caledonia ed anche nella Guyana, dopo la
concessione del 15 aprile 1887.

«Nell'anno 1883, un liberato s'innamorò della signora B., venditrice di
liquori, e siccome ella non corrispose subito alla sua fiamma, egli le
bruciò le cervella e si suicidò in presenza degli avventori.

«Nel 1881 il Ministro della Marina si lagnò che sopra 7000 persone,
senza contare i liberati, 360 soltanto poterono essere impiegati nelle
costruzioni di strade. Tutti gli altri vagano più o meno alla ventura,
vivono a modo loro, a cavallo, in vettura, liberamente, sotto pretesto
di lavoro in concessione, o d'impiego presso i particolari. Così non
più disciplina, non più, si può dire, bagno.

«Nel 1880 non c'erano che da 640 a 700 evasi; nel 1889 la cifra
permanente di 800 è raggiunta. Nè i rei più pericolosi non sono i più
sorvegliati.

«Il famoso bandito Brideau, evaso altre volte, uccise una vecchia
e le divorò il seno. Sotto il coltello della ghigliottina si rise
della giustizia. «_Tirate giù_«, gridò con forza, quando era sotto la
mannaia.

«Chi, d'altronde potrebbe frenare questi depravati, allorchè si sono
accorti che il bagno—questo spauracchio dei codici—non è che una
facezia?

«Il Consiglio di guerra si perde a condannare e ricondannare, e
per l'eternità, dei miserabili già condannati a perpetuità. Si
distribuiscono degli aumenti di 10, 20, 100 e 200 anni di bagno!

«Si vedono a Noumea individui condannati tre volte a morte e graziati,
ed in seguito lasciati in libertà per le vie.

«Nel 1891 il Tribunale marittimo di Noumea condannò a morte un
forzato chiamato Janicol, il quale, in seguito a condanne avute nella
colonia, non sarebbe stato libero che l'anno 2036, vale a dire dopo
145 anni! La Macé, inviata alla Caledonia dopo aver uccisi i suoi
due bimbi, si marita, ottiene una concessione di terreno ed uccide un
nuovo fanciullo. Un antico fabbricante di stoviglie a Bourail, che fu
condannato per stupro di una figlia maggiore, è raggiunto dalla moglie,
dalla vittima e da un'altra figlia più giovane. Egli spinge la maggiore
alla più bassa prostituzione, vi prepara l'altra minore, e continua il
suo commercio florido di stovigliaio.

«Le vittime sono i poveri sorveglianti. Il martirologio è lungo. Fra
tanti citiamo Olivieri, Lavergne crivellato da colpi di coltello da un
condannato vagabondo, malgrado tre condanne successive a vita (la vita
del Lavergne venne giuocata all'_écarté_!!); Antonmarchi fu scannato
durante il sonno, Taillandier, Salvadori, Collin, Paggi, Guillemaille,
pugnalati colla moglie e coi figli; Gerbi tagliato a pezzi».

Gli effetti di questo ordinamento della colonia sono evidenti.

È già trascorso un quarto di secolo dall'arrivo alla Nuova Caledonia
del primo convoglio di condannati: eppure essa non ha strade;
Noumea non ha fogne, nè terrazze, nè case, nè _docks_, nè bacini di
carenaggio; in breve tutte le terre saranno in mano di incendiari e di
assassini.

Si capisce ora quanto siano veritiere le relazioni degli Ispettori che
sostengono che «i concessionari sono veri proprietari, ad alcuno dei
quali si potrebbe con sicurezza ridare grazia e libertà»!!

Ho riprodotto con minutezza questi fatti perchè servano anche di
controprova a quelli che seguitano a ripetere papagallescamente—_Mutate
l'ambiente, mutate il bouillon—e il reo sparirà_.—Qui son mutati il
clima, la razza (Caledonia), le condizioni—son sottratte tutte le
cause dei delitti—ed il reo-nato delinque ancora—e l'onesto ne fa
le spese!—Qual miglior prova della prepotenza dell'azione organica
sull'ambiente!

E l'ho riprodotto per mostrare la lunga serie di inganni—per opera dei
burocratici—che ci fan parer stupende delle riforme pessime: infatti
il Governatore della Nuova Caledonia, Pardon (con rapporto 1891)
magnificava questa riforma, dichiarava d'aver messo ai lavori delle
strade 1200 condannati; a disposizione dei coloni ben 630, sorvegliati
senza alcun pericolo (_sic!_) dai guardiani e con molta lode. I
concessionari aumentavano continuamente fino a 123: le pene saranno
rispettate, non sollevando nemmeno sentimenti di rivolta, l'industria
prospera (_Bullet. des Prisons_).

Il vero è che anzi dovevano aggiungere che oltre alla spesa enorme per
mantenere costoro, non meno di 900 fr. a testa, bisognava contare su la
quota di rei che delinquono solo per andare a quest'eden.

Bosvat di 22 anni, p. es., stanco di 16 condanne per furto, sortito
appena dal carcere feriva il primo Commissario di polizia che trovò;
aveva detto agli amici che se non avesse trovato di costoro avrebbe
ucciso qualcuno tanto per andare alla Colonia (_ R. di Discipl.
Carceraria_, 1885).

Per comprendere il grande svantaggio economico delle colonie penali,
conviene ricordare: che i delinquenti non campagnoli sorpassano di più
che la metà la quota dei rei e non è a 25 o 30 anni che si apprende un
mestiere nuovo; che la poca attività, la ripugnanza del lavoro forma
uno dei caratteri dell'uomo criminale, carattere di cui certo non può
spogliarlo (ma anzi deve aumentarlo) un clima più caldo che rende più
inclini ad alcuni delitti, e la vicinanza di popolazioni selvaggie,
più affini nell'indole a quella del delinquente; quindi è naturale cosa
che si aumentino e non scemino quelle recidive che ormai riconoscemmo
costituire la regola e non l'eccezione del criminale-nato.

Perciò le deportazioni non dovrebbero assegnarsi che ai rei per
passione e d'occasione (Vedi Capp. XII e XIII).


_Coatto_.—Dicasi altrettanto del domicilio coatto che è la larva di
una casa di pena per gl'incorreggibili, salva la minor continuità ed il
peggiore pericolo e la minore spesa apparente, poichè il governo non vi
spende che 60 centesimi al giorno, del che parecchie volte si rifa sul
compenso di 40 ad 80 centesimi pel lavoro al giorno.

Se non che questo provvedimento, oltre esser provvisorio, è pochissimo
giustificato: che se il vantaggio del loro allontanamento è certo
grande per i cittadini onesti (non però pei poveri loro ospiti, che
corrompono, derubano ed infamano[289]), ben è impossibile il credere
che serva per loro, che possa essere uno stimolo al loro ravvedimento
od al lavoro. Come si può immaginare che all'isola Ventottene, che
ha solo 60 salme di terreno coltivabile e 1000 abitanti, possano
trovar lavoro 400 coatti che vi si trovano? e con che ponno lavorare
attualmente 424 nell'isola Pantelleria e 408 a Tremiti? (Nicotera).

Infatti, nel 1852 erano 488 e nel 1874 erano 1488 sopra 3602 i coatti
che si potevano occupare[290]. Ma come immaginare che sapendo dover
dimorare in un sito non più che da tre mesi ad un anno possano trovar
gusto e modo ai lavori utili? E come credere che dopo un ozio completo
passato in una specie d'impunità insieme ai più perversi, dopo un ozio
favorito dalla magra pensione governativa, un uomo possa tornare più
attivo in mezzo alla società donde fu espulso?

E però perchè restituirli? Se il loro primo invio non era giustificato
che dal bisogno della sicurezza sociale, perchè non continuarlo? E se
era ingiusto od inutile per sè, perchè decretarlo?

Ma quale miglioramento morale si può attendere da individui che sono
raggruppati a centinaia sopra un piccolo spazio di terra e obbligati a
convivere insieme oziando?

Il domicilio coatto diventa in questo modo l'occasione necessaria di
future associazioni di malfattori, tanto più pericolose, in quanto che
possono prendere forme di colleganze interprovinciali, rinsaldate dal
comune vincolo degli odii, dei desiderii di vendetta, delle cupidigie,
dei delitti.

Di che cosa infatti volete che ragionino, conversando tutto il giorno
fra loro, codesti uomini, già abituati al mal fare, se non delle
male imprese per lo addietro da ciascuno compiute e di quelle a cui,
riavendo la libertà, potranno insieme dedicarsi?

Ed è tale e tanta e così radicata oramai questa convinzione, che
allorquando è spirato il termine della condanna, e il Ministero
interroga prefetti e questori sulla convenienza di restituire al
rispettivo comune il coatto pel quale il termine è scaduto, prefetti e
questori in generale rispondono negativamente.

«Quando io vidi (scrive un testimonio oculare) i coatti a Ventottene,
coloro che erano in codesta condizione di flagrante illegalità
costituivano, una terza parte del numero totale. Per alcuni la
illegalità era stata sanata una prima volta mediante una rinnovazione
di condanna; ma anche il nuovo periodo era stato scontato; e la
situazione necessariamente era peggiorata.

«Ho visto le stesse faccie scialbe e sparute, stesso disordine delle
vestimenta, lo stesso moversi incomposto, lo stesso vociare confuso;
e la immobile stupidità degli uni e il perpetuo correre intorno
degli altri; e questi starsene sdraiati al suolo sotto la sferza del
sole e quelli sghignazzare giuocando ed altri ancora accalorarsi,
bestemmiando, nelle condanne.

«Non ho bisogno di dirvi, come vi siano alcuni, i quali spendono
tutti i cinquanta centesimi in solo pane; e poi trovano di non essere
sazi abbastanza. Altri, li perdono cercando di sottrarsi all'ozio col
giuoco.

«Per contrastare questi effetti ricorrono molti ad un rimedio che è
peggiore del male e che una volta adottato non può da que' disgraziati
venire più smesso, quello dei liquori e delle bevande spiritose.

«Alcuni talvolta, non mai più d'un decimo, trovano accidentalmente
un po' di lavoro; ma è lavoro affatto temporaneo ed assai male
retribuito.—E vi son quelli tra i coatti che, per non giuocare il pane,
giuocano i vestiti e in breve si riducono ignudi; cosicchè li vedi
ravvoltolati nella coperta da letto, oppure cacciati nel pagliericcio,
tenendone fuori soltanto la testa.

«Il condannare un coatto alla cella di punizione è cosa che non dipende
dal pretore, ma dal direttore della colonia, un semplice delegato di
P. S., affrancato, per le condizioni stesse della sua residenza, dalla
molestia di frequenti controllerie.

«Or siccome tutto ciò che sa di arbitrio fa ribellare anche la
natura più perversa, così avviene che queste punizioni in generale
inaspriscono l'animo dei coatti e li rendono vieppiù ribelli ad ogni
idea di disciplina.

«Oltre a ciò, essendo conseguenza della detenzione in cella il ricevere
pel mantenimento venticinque centesimi soltanto in luogo di cinquanta,
è avvenuto che più d'un coatto abbia talvolta commesso un furto od
altro reato, pel solo desiderio di essere tradotto alla prigione
mandamentale e di ricevere colà il nutrimento sano e sufficiente del
condannato».


_Sorveglianza. Ammonizione_.—Tutti coloro che hanno pratica dei
delinquenti e della questura sanno che la così detta sorveglianza
occupa una gran parte delle guardie di pubblica sicurezza[291], con
una spesa di più di 4 milioni e tutto senza un vero vantaggio, poichè
infine i delitti sono in gran parte commessi da questi sorvegliati od
ammoniti, ma la sorveglianza è causa essa stessa di nuovi delitti e
certo della miseria dei delinquenti, poichè denunciandoli colle visite
personali, agli onesti impediscono dal trovare e mantenere l'impiego.
Il delitto, dice bene Ortolan, dà luogo alla sorveglianza, questa
all'impossibilità di trovare lavoro con un cerchio tanto più fatale che
spesso si assegna loro un domicilio lontano dal paese nativo (_Éléments
du droit pénal_, cap. 7, tit. V).

È una misura, dice Curcio, che spoglia d'ogni garanzia le persone
colpite, che mentre non impedisce le tristi, paralizza le oneste,
interdicendole moralmente e fisicamente; che fa perdere il lavoro
a tanta gente, mentre la si vuol condannare principalmente per non
essersi data a stabili occupazioni.

La pena, dice Fregier, della sorveglianza, dopo che fu introdotta,
non giovò punto, non offerse alcuna garanzia, e mantenne intanto
l'illusione di una sicurezza che non esisteva (_Les classes
dangereuses_, 1868).

S'aggiunga l'enorme numero degli arresti, le perdite del Governo e
dei privati, pelle spese di carcerazione e di giudizio, contro ai
contravventori, e l'arbitrio enorme per cui la mancanza di un saluto
alle guardie, oppure il saluto ad uno sospetto, il ritardo di un quarto
d'ora nel rientrare in casa (alle 8-1/4 invece delle 8) possono essere
causa d'arresto, sicchè gli infelici sono schiavi in mano alle guardie
(Curcio).

Altrettanto e peggio si dica dell'ammonizione[292], che non ha
almeno la speranza di limiti, di un fine, che ha pur la sorveglianza.
Incredibile è la perdita di lavoro che questa produce, mentre essa è
escogitata per ottenere il contrario.

«La sorveglianza (dice l'on. Gallo) e l'ammonizione lasciata
esclusivamente all'arbitrio della P. S., fa che lo scopo manca
pressochè sempre, anzi, quello che si ottiene è contrario affatto
a quello che si è proposto. Essendo l'Autorità di P. S. quella che
denuncia la persona da ammonirsi all'autorità giudiziaria, è pur
dessa sempre quella che ne fornisce anche le informazioni o dove si
appoggia l'ordinanza d'ammonizione. Questa pronunciata, non ammette
appello, nè revoca, nè prescrizione; per il che la persona ammonita,
incapace, o per la giovane età, o per ignoranza della stessa legge, di
conoscerne tutta la gravità, si può dire che da quell'istante rimane
priva della sua libertà, la quale poi perde per sempre, imperocchè
all'ammonizione tiene subito dietro la contravvenzione, per la quasi
impossibilità nell'ammonito di ottemperare alla prescrizione, di darsi
a stabile lavoro nel termine prefisso or di cinque, or di dieci giorni
al più, coll'obbligo di farne constare alla autorità politica; di
qui la condanna certa per oziosità alla pena del carcere per tre mesi
coll'aggiunta ancora della pena accessoria della sorveglianza speciale
della P. S., non mai minore di sei mesi; pene queste, che precludono
per sempre al condannato qualunque via al lavoro.

«E valga il vero: Sedeva un giorno sul banco degli imputati un giovane
pieno di vita, di mente svegliata. Dovea rispondere di furto di
oggetti esposti alla fede pubblica, e per la terza volta del reato di
contravvenzione alla sorveglianza speciale.

«Interrogato quale fosse la causa per cui aveva contravvenuto alla
sorveglianza, rispose, _la causa è di chi mi ha condannato_, e fattosi
ad un tratto il volto suo cosperso di colore, proruppe con voce più
franca e più sonora in queste precise parole: «Sì, meglio lo dirò e
lo ripeterò sempre, la causa è di coloro che mi hanno condannato alla
sorveglianza per la quale mi trovo nella disperazione. Maledico a
coloro che mi lasciarono in questo mondo, meglio sarebbe stato per me
se non fossi nato, perchè non mi sarebbe toccata la sorte crudele o
di morir di fame o di marcire (furono le sue parole) in carcere. Ma,
soggiunse ancora, quello che ho fatto sarà poco a fronte di quello
che sarò costretto di fare per liberarmi dalla sorveglianza e per non
aver più nulla da fare o dire cogli agenti della P. S. ed assicurarmi
il pane per tutta la vita». Il pane, a cui alludeva, era il pane del
condannato, perchè altro più onorato non poteva ripromettersi sebbene
di buona volontà, perchè nissuno lo voleva per lavorare, da taluno non
solo rifiutato, ma con sdegno respinto, appunto perchè sottoposto alla
sorveglianza della Pubblica Sicurezza» (Gallo, op. cit.).

«A me non resta che mettermi una corda al collo! diceva innanzi al
Tribunale di Firenze uno sciagurato sottoposto alla sorveglianza, che
era stato arrestato tre volte di seguito, negli stessi giorni in cui
avea finito di espiare la pena. Solo nel mondo, senza parenti e senza
amici, non avendo trovato, appena uscito di carcere la prima volta,
ove posare il suo capo disgraziato, si era messo a dormire sotto la
statua di Cosimo il vecchio... Dopo un momento fu condotto in prigione
e processato e condannato perchè trovato fuori del proprio domicilio
un'ora dopo il suono dell'_Avemaria_. Finita la pena, appena uscito
dalle carceri s'incontrò a caso con uno che in esse aveva conosciuto e
si unì a lui per andare in cerca di lavoro; fu carcerato, processato
e condannato per essersi trovato insieme ad un individuo sospetto.
Finita anche questa volta la pena, s'incamminò fuori di porta romana,
essendo stato assicurato che colà poteva trovar del lavoro, ma non
conoscendo bene in qual punto preciso terminava il comune di Firenze,
per ignoranza passò il Rubicone... e fu tratto a prigione, processato
e condannato per avere oltrepassato la circoscrizione del territorio
assegnatogli...» (Curcio, op. cit.).

Noi trovammo alle carceri di Torino un certo Biumi arrestato 11 volte
in 6 mesi per mancanza alla sorveglianza che finse di rubare per
potersi far condannare definitivamente e sottrarsi alle noie della
sorveglianza, ecc., «e appena fuori, finito il mio tempo, o mi terranno
qui o fingerò di nuovo, perchè io preferisco una dimora continua qui,
che una a sbalzi».

«Che serietà vi presenta una legge che obbliga perfino a fingere di
commettere reati, e che mette i funzionari di pubblica sicurezza
in questa crudele posizione, che tante volte scongiurati da quei
disgraziati pregiudicati, perchè li aiutino a trovare del lavoro,
debbano denunziare la contravvenzione a carico di quelli stessi perchè
poi non l'han trovato!» (Curcio).

«Che serietà vi presenta una legge la quale mette i funzionari di P. S.
in condizioni di non poter dir nulla a cinquanta o sessanta individui
se li trovano tutti a dormire nella stessa locanda, quando tutti hanno
dichiarato regolarmente che era quello il loro domicilio; ed intanto,
se ne trovano due insieme per la strada, in pieno meriggio, li debbono
arrestare perchè le persone pregiudicate non possono unirsi tra di
loro?» (Curcio).

In grazia del sistema vigente si toglie ogni sentimento di umanità,
e si fa spreco di funzionarii e di quattrini per far entrare ed uscir
di prigione le persone pregiudicate. Le quali perdono qualunque buona
attitudine, la forza della rassegnazione, si demoralizzano affatto. Con
questo sistema si lavora a demolire la serietà della giustizia che deve
condannar persone che avessero anche fatti tutti i passi per procurarsi
lavoro (Curcio, op. cit.).

L'ingiustizia delle ammonizioni è evidente in teorica, dipendendo dal
solo arbitrio personale dei pretori, che pure sono considerati come
i meno degni di sì alta responsabilità di tutto il corpo giudiziario;
e che sia tale anche in pratica lo dimostra il largheggiare in alcune
provincie, come Venezia che ne aveva 14.231 nel 77 (_Rivista penale_,
1878), senza che il crimine vi si notasse in numero straordinario,
mentre Potenza ne aveva solo 1306 e Catanzaro 1183, e lo dimostra
la sproporzione fra le revoche delle ammonizioni, 1 su 7 a Milano,
1 su 16 a Catanzaro ed infine i pareri diversi sulle revoche e sulle
eleggibilità degli ammoniti non solo dei Procuratori del Re, ma delle
varie Corti di Cassazione.

I nemici, come ben dice Machiavelli, si devono o vezzeggiare o
spegnere, ma qui non si fa nè l'uno nè l'altro,—si irritano.


A questo, a un dipresso, si risolvono tutti gli istituti governativi
per la repressione e prevenzione del crimine!



CAPITOLO IX.

Le assurdità e contraddizioni giuridiche.


Nè meglio valgono gli organi e metodi giuridici che ponno in opera
quegli istituti; e che rendono i giudizi criminali un gioco di sorte,
in cui di accertato non v'è che la spesa inutile per i processi ed
i dibattimenti, oltre lo scandalo centuplicato dalla pubblicità che
spinge a nuove riproduzioni del reato.


_Giurìa._—Quanto poco sia idoneo, p. es., fuori che per i reati
politici, l'istituto della giurìa, lo dimostrano le varianti
sproporzionate da anno ad anno, da paese in paese, nell'assoluzioni,
per esempio: Cagliari che dà le assoluzioni del 50%, mentre l'Alta
Italia dà il 23%[293]. Chi mi spiega, scrive Costa, perchè la giurìa
a Genova assolva il 30% accusati, mentre Ancona 15, Milano 13?
(_Relazione statistica sui lavori_ ecc., Genova, 1879).

Nella stessa Venezia troviamo una differenza che va dal 9 al 51%,
secondo che dalle piccole città di provincia c'avviciniamo alle più
grandi ed alla capitale.

«Le classi colte civili, dice Taiani, parlando dei Calabresi
(_Rendic._, p. 112), non sono mai rappresentate nel giurì»; infatti,
una numerosa serie di casi ci prova sin troppo la completa ignoranza
nei giurati.

Nel 77, nella causa di Sebastiano Raineri, il capo dei giurati dichiarò
«a maggioranza di sette voti, _no_, con circostanze _attenuanti_«.

A Terni si assolse uno che si era reso confesso di aver ucciso
nottetempo, con coltello appositamente preparato, il padre, e che era
già stato condannato a morte.

In un altro processo fu posta la questione dell'_eccesso di difesa_,
ed i giurati l'ammisero perchè, come disse il capo, l'avvocato aveva
parlato più di due ore e quindi aveva ecceduto nella difesa[294].

In una votazione per accusa di omicidio si trovò una scheda su cui si
trovava scritto _sì o no_.—E passò a favor dell'imputato; il giurato
richiesto del perchè di un voto così strano rispose: perchè stava
scritto sulla scheda la formola: «il giurato doveva rispondere _sì o
no» (Eco giudiziario_, 1876, pag. 7).

Un tal Pezza venne a Torino riconosciuto reo di truffa e di falso,
ma nello stesso tempo si dichiarò che aveva agito in uno stato di
semi-idiotismo (un reo di falso!).

Nessuna garanzia si ha sull'incorruttibilità del giurato che non avendo
da rispondere ad alcuno e nulla da perdere nelle assoluzioni, spesso
mette a baratto pubblicamente la giustizia, come mostrano le frequenti
assoluzioni dei rei confessi di concussioni.

Il giurì, anzi, è per sè stesso una causa della corruzione popolare.
Il prefetto Borghetti _(Relazione della giunta per l'inchiesta sulle
condizioni della Sicilia_) nota come molti onesti campagnuoli si
corrompano entrando fra i giurati; e il giurì, soggiunge, è l'arena ove
la mafia ama dar le prove della sua bravura.

Nella _Relazione Cantelli_ s. c. è riferito per bocca di un deputato,
come un giurato si dolesse perchè un dato processo non avesse fruttato
alcuna somma ai membri del giurì.

E l'ingiustizia verso i poveri che da questa corruzione deriva, offre
una grande incentiva alla immoralità, poichè l'imputato povero, vedendo
che la giustizia è tutt'altro che uguale per tutti, si crede quasi
autorizzato a ricattarsi sulla società che lo condanna, e ritenerla
ingiusta, anche quando, per istrano caso, nol sia.

A chi sostenesse i giurati per l'indipendenza dal Governo, noi
ricorderemo averci gli esempi dell'Inghilterra mostrato che i giurati
cambiarono parere spesso secondo la volontà del Governo: ma che ci
avrebbe questo a fare quando non si tratti più di delitti politici, ma
di delitti comuni?—E non è anzi vero che mentre il Governo può restare
estraneo all'assoluzione o no di un delitto, non vi rimane l'opinione
pubblica tante volte artatamente artificiata dagli offesi o dai
difensori e alla quale i più onesti giurati sono schiavi involontari? E
qual peggior tirannia del resto dell'ignoranza? Manfredi, procuratore
di Cagliari, 1877, ci narra, come una delle cause delle assoluzioni
meno giustificate dei giurati fosse che molti fra questi ponevano
scheda bianca, credendo con ciò declinare ogni propria responsabilità
così in favore che contro il reo: ed intanto senza saperlo assolvevano;
altrettanto osservò Sighele per Milano e Vanzina per Vercelli.

Il giurì, scrive il Pironti, spesso assolse i ladri del pubblico denaro
per fare una protesta contro il Governo (_Resoc._ di Pironti, 1862),
od assolse il reo perchè era prode militare. Ed intanto, aggiungo io,
coll'eccessiva mitezza verso i rei di sangue fomentò nuovi delitti;
sicchè si comprende come in un ferimento a Domodossola un amico dicesse
al feritore: Uccidilo, non ferirlo, perchè così andrai all'Assise;
ferendolo andresti al Tribunale (_Eco giudiziario_, 1878, pag. 98).

Lasciare all'istinto popolare, al sentimento predominante del momento
il decidere di un fatto in cui anzi tutto occorre spogliarsi del
sentimento, non è egli agire in linea diametralmente opposta alla
giustizia?

E che dire degli errori del giurì dipendenti perfino dal caso che
nessuno potrebbe prevedere, come nel fatto accaduto del Galletti a
Brescia (_Rivista penale_, 1874), in cui uno scarabocchio prodotto
dall'inchiostro sopra il sì di un giurato fu causa dell'assoluzione
completa di un uomo che doveva essere condannato a morte? Il semplice
caso, oppure l'effetto diretto dell'ignoranza si sostituì ai pretesi
criteri infallibili della giustizia.

Nè ci si opponga per giustificare il giurì le necessità di ammodernare,
come tante altre istituzioni, anche quella della giustizia; il giurì,
che era rudimentalmente adottato ai tempi delle XII tavole[295] e delle
_gerichte_ germaniche, è tanto moderno quanto lo sono le cremazioni,
pretese innovazioni dei pseudoigienisti moderni—e che erano già vecchie
ai tempi di Omero!—Ed è altrettanto opportuno in pratica.

Come! dirò col Mangano e col Vanzina: Credete non essere abbastanza
garantiti, nelle trattazioni degli affari civili al disopra di 1500
lire, dai pretori, i quali sono sottoposti a tante altre giurisdizioni,
che hanno fatto studi speciali, che devono dare un resoconto, una
giustificazione della loro sentenza, che sono in somma specialisti
e responsabili, e poi vi fidate del primo droghiere che in grazia
del suo censo diventa giurato malgrado che voi ne ridereste se
pretendesse ad essere vice-pretore!—Noi ci affaticammo tanto, appena
fatti liberi, perchè i magistrati dovessero giustificare le loro
sentenze ed in disteso e non darle come oracoli, o ciò malgrado che
fino ad un certo punto ne li potesse giustificare il loro passato,
i loro studi speciali, la loro competenza, l'appellabilità delle
loro sentenze, e poi noi stessi crediamo di aver scoperto una nuova
fonte di libertà e di giustizia permettendo che alcuni cittadini non
esperti nè responsabili possano sentenziare con un semplice _sì_ o
_no_, a a guisa dei bimbi e dei despoti, senza rendere la più lieve
ragione del loro operato, ordinando, per peggiore danno nostro, che
questa inconsulta affermazione diventi irrevocabile e sacra quando
si tratti del benessere de' rei, e solo appuntabile quando si tratti
della loro pena. Ogni magistrato deve dar ragione dell'assolutoria o
condanna per ingiuria, furto, ferita. La magistratura popolare dichiara
senz'altra garanzia, senz'altra ragione che il suo _sì_ o _no_, se un
tale commise grassazione, omicidio, ecc. (_Eco giudiziario_, 1875):
anzi, aggiungerò, può dichiararlo ancor più impunemente, col tacere,
colla scheda bianca, che è, sia pure, davanti alla legge scritta,
un'affermazione, ma, davanti alla coscienza del giurato ignorante e
incline alle restrizioni mentali, è un mezzo termine tra la verità
e l'ingiustizia. E fossero almeno osservate le precauzioni formulate
dalla legge per impedire gl'inconvenienti della giurìa! Noi sappiamo,
p. es., che una delle più importanti è quella che i giurati «non
comunichino con chicchessia relativamente alle accuse fatte ad un
individuo fino dopo la propria dichiarazione». Quest'obbligo essi anzi
lo _giurano_; ma il fatto è (e tutti lo sanno) che non lo pratican mai
e che essi comunicano perfino e pubblicamente col difensore del reo. E
perchè lasciare il diritto di esclusione, non motivato, alla difesa,
cosicchè sempre escludonsi i giurati migliori, quelli che per censo,
per onoratezza e per ingegno più possono resistere alle seduzioni
ed alla rettorica? Come credere che uno zotico qualunque possa tener
dietro a quei processi, come accadde ad Ancona, in cui s'interrogarono
747 testimoni e si richiesero ai giurati 5000 quesiti? Come credere
che meglio possano resistere alla minaccia della vita essi che non
hanno nulla da perdere in una assoluzione, quando fino i giudici veri
e responsabili si lasciano intimorire? Come credere che se dei veri
giudici, che se un'assemblea di periti a stento s'illuminarono sulla
realtà di alcuni malefici la cui cognizione esige studi speciali di
tossicologia, di chirurgia o di psichiatria, lo possano individui
non solo non specialisti, ma estranei ad ogni scienza e privi d'ogni
coltura, e ciò in un'epoca in cui per bisogni assai men gravi si esige
la suddivisione del lavoro?

Sarà vero che qualche rara volta si ebbero pure dei buoni giudizi;
ma possono essi stare al confronto dei cattivi? E non è ad ogni modo
lasciare al caso quello che dovrebbe provvedersi con stretto rigore di
regola?

Si dice: ma le medie delle assoluzioni dei giurati si avvicinano a
quelle dei tribunali ordinari. Lasciamo pure che il fatto non è punto
esatto, chè la media in alcune regioni è perfino raddoppiata; ma
fosse anche, e chi non vede la enorme differenza, mentre innanzi ai
giurati passano cause che hanno percorso una lunga fila di criteri
e di giudizi, quali il pretore ed il giudice istruttore, procuratore
del Re, sezione d'accusa, preside della corte e procuratore generale,
ecc., periti, dopo i quali è difficile non sia venuta in chiaro, prima,
l'innocenza dell'imputato?

Se non che non è tanto pel numero che le assoluzioni peccano quanto
per la qualità; largheggiandosene, per una malintesa generosità, coi
ferimenti, omicidii, ribelli, causa forse questa del continuo loro
accrescersi e per una triste corruzione coi falsari ed abusatori del
pubblico denaro.

Nè vale il dire che in Inghilterra ed America sono adottati i giurì
come da noi e senza inconvenienti. Nella razza anglo-sassone il senso
del giusto e del dovere non viene meno così spesso purtroppo come da
noi; oltrecciò, innanzi alle Assise, non compaiono mai i rei confessi
che pare sommano alla metà de' rei e che danno luogo agli scandali più
vergognosi nei voti dei giurati, donde il numero più scarso di rei
portati alle Assise in Inghilterra—1 ogni 132.790 abit.,—che non da
noi—1 ogni 81,31 abit.,—differenza enorme che la maggiore criminalità
nostra non può bastare a spiegare.

D'altronde in molti casi capitali, ribellioni, o specialissimi
come nelle bancherotte, li sono ammessi i giurati speciali. Ed in
Inghilterra _l'habeas corpus_ non impedisce, come da molti si crede,
l'arresto preventivo in flagrante per opera della polizia (che ha luogo
più di frequente che fra noi), ma solo dà il diritto al reo processato,
di provocare, entro 24 ore, l'intervento del magistrato (alta Corte
di Londra o Tribunale di Contea nelle provincie) per decidere sulla
conferma o revoca dell'arresto. Ed il Coroner in tutti i casi gravi
si circonda di un vero giurì di specialisti medici o chimici, come
assessori giudiziali; ed in Inghilterra si vincolano i giurati alle
informazioni del Giudice sul diritto, col giuramento, la cui forza è
molto maggiore che da noi pel rispetto tradizionale verso il giudice e
la legge; poichè il sentimento pubblico inglese si rivolterebbe contro
un verdetto spergiuro in cui i giurati rispondessero sulle quistioni
di diritto allontanandosi dall'istruzione del giudice; di più, se il
verdetto appaiavi errato, il giudice può ommettere di dare esecuzione
alla sentenza od almeno differirla fino a che non abbia ottenuto il
voto dei colleghi (Glaser, _Schwurgerichtliche Erörterungen_, Vienna,
1876).

In Inghilterra i giurati non possono uscire dal palazzo fino a
sentenza emanata, il che impedisce certo molti modi di corruzioni e di
influenze.

Del resto in Inghilterra ed in America non va tutto così a seconda
come da molti si crede; il biasimo contro il giurì, fino dai tempi di
Elisabetta, giunse a ricordare il motto famoso da Cicerone scagliato
contro a quei magistrati popolari corrotti: _Quos famis magis quam fama
commoverit_. Ed ancora nel 1824 la _Rivista di Westminster_ imprecava
furiosamente al modo con cui la funzione si andava esercitando colà, e
fino a qualificarla bugiardo fantasma di giustizia[296].

E Robinson, nel 1650, nell'operetta _Certain consideration in order to
a more speedy, cheap, and equale distribuiton of justice throughout the
nation, most humbly presented to the high-court of Parliament
of England_ ne propone la soppressione, mostrando: «che nelle piccole
contee non si trova un numero sufficiente di cittadini intelligenti
da servire da giurati: che troppo spesso il giurì si lascia dominare
da quello dei suoi membri d'ingegno più vivace e più fermo; la legge
vuole un assurdo con l'esigere che tutti si riuniscano in uno stesso
verdetto, anche quando internamente siano di parere diverso; ne resulta
che, se vi sono delle decisioni erronee o parziali, in buona fede
non si può infliggere alcuna penalità ai giurati. Questi avran sempre
in fatto il diritto di dire che sono dispiacenti di aver fatto male,
se lo han fatto, ma che sono stati costretti a giudicare in qualche
modo pur che fosse; l'uso di non accordare al giurì nè fuoco, nè
lume, nè nutrimenti, nè bevande deve aver per effetto di obbligare la
maggioranza ad accettare il verdetto della minoranza. Finalmente, in un
processo chiaro come la luce del giorno, questo rigore permette ad ogni
uomo di carattere fermo e di costituzione robusta, furbo od imbecille,
di costringere tutti gli altri, se non vogliano morire di fame, ad
accettare la sua opinione».

«William Palley che, come conviene ad un inglese, loda
quell'istituzione, nello stesso tempo confessa che soventi volte anche
il giurì del suo paese non si conforma alle regole della giustizia.
«Questa imperfezione, osserva, si nota principalmente nelle dispute
nelle quali si mescola qualche passione, o pregiudizio popolare, ed ove
gli animi sono accesi da dissentimenti politici o da odii religiosi»
(Pizzamiglio, _Dei giurati in Italia_, 1872).


_Appello_.—Chi ricorda il detto di Bacone: _Iniustitia reddit iudicium
amarum, mora acidum_, comprende come fra noi la giustizia sia irrisoria
poichè la pena non è più nè pronta, nè certa, nè seria, grazie agli
appelli; la sentenza dal tribunale è infatti preceduta da regolare
e completo dibattimento, mentre quello della Corte si fonda sopra un
verbale il più delle volte redatto in modo irregolare ed incompleto;
sommati i voti dei due giudizi e dato che nel primo l'unanimità
di tre giudici condanni, nel secondo si abbia parità di voti fra i
quattro consiglieri, ne viene che cinque voti per la condanna, fra
cui due possono essere dei presidenti, devono cedere a due voti per la
soluzione.

Una prova dell'esorbitanza assurda di questo abuso da noi la può dare
il confronto colla Francia; mentre in Francia erano 417 le cause
dei pretori trattate in appello nel 1871, in Italia nel 1874 erano
14.882, circa 35 volte di più!—e mentre erano là 7745 solo le cause dei
tribunali correzionali decise in appello, da noi salivano a più del
doppio, 16.149! senza contare il decuplo delle cause di cassazione,
di cui toccheremo più sotto.—Eppure si tratta di un paese analogo al
nostro, che si trovava allora allora escito dal flagello doppio di una
guerra e di due rivoluzioni politiche e sociali.

Questo fatale edifizio si coronò col più ampio diritto di cassazione,
il quale non si basa, come sarebbe giustissimo e come si pratica in
America, in Inghilterra e perfino in Francia, sopra errori sostanziali
e di fatto, ma quasi sempre su questioni di forma, che ci riconducono
ai tempi bizantini o alle stramberie di alcune razze mongoliche,
per cui una causa costosissima può venire cassata per una semplice
sgrammaticatura di un povero cancelliere che si può, per caso e pur
troppo anche ad arte, facilmente ottenere o dalla dimenticanza spesso
con mille artifici favorita e provocata di un presidente. Si narra che
la causa di Agnoletti costasse più di dieci mila lire all'erario e che
venisse cassata per essersi dimenticato un cancelliere di porre una
fede di nascita fra le carte.

Grazie a questi ricorsi la esecuzione della sentenza definitiva si
ritarda enormemente e _l'Annuario statistico_ già notava come pel 47%
dei condannati nel 1871-75 era trascorso più di un anno prima della
sentenza definitiva:

  per 13 da 9 mesi a 1 anno.
   »  16 da 6  »   a 9 mesi
   »  16 da 3  »   a 6  »
   »   7 soli        3  »

Per suggellare poi sempre più nelle menti che la giustizia deve
propendere più in favore dei rei che degli onesti, più in favore dei
carnefici che delle vittime, si aggiugne l'assurdo paragrafo, per il
quale il nuovo giudizio può ben portare mitigazione ma non aumento alla
condanna, quasichè il vero non potesse risultare mai in favore della
società, ma sempre in favore del reo, circostanza quest'ultima che
spiega l'enorme quantità dei ricorsi ormai generalizzati in tutte le
condanne e la proporzionata quantità degli annullamenti, il tutto con
perdita non solo di danaro e di sicurezza, ma, che è peggio, di quel
tempo che in questi casi è tanto più prezioso perchè in esso è quasi
tutto il prestigio della giustizia repressiva.

_Grazie_.—Ma come se tutto ciò non bastasse ai nostri danni, vi si
è aggiunto e applicato con profusione il diritto di grazia che non
può concepirsi, riunito in un sol uomo, se non come una negazione di
quella giustizia, dei cui portati uni ed eterni ed imprescrittibili van
blaterando precisamente i nostri avversari.

Questo diritto di grazia è profuso in tal modo da superare 100 e più
volte quanto si fa nella vicina Francia (_Relaz. del Minist. di grazia
e giustizia_, 1875).

È un fatto che tutti gli anni si ha una media di 20 mila proposte
per la grazia e che di queste almen 3000 sono esaudite[297]. Come
ciò può conciliarsi col fatto che ogni giorno più si mostra provato
dalla scarsezza dei ravvedimenti? E chi non sa come perfino quelli che
sortono dopo prove ben più serie che non siano quelle di pochi anni di
carcere, vale a dice gli assoggettati al metodo graduatorio penale e
fino all'individualizzante, hanno fatto pessima prova?

Come? Si ardisce affermare che la giustizia è uguale per tutti, che
essa è destinata ad equilibrare l'ordine giuridico turbato, che parte
da norme fisse, incrollabili, libere da ogni personalità, quasi quasi
emanazioni celesti, e poi tutto ciò si mette in non cale, di un tratto,
tutto ciò distruggesi come un fastello di carte, mediante la firma,
spesso involontaria, d'un uomo il quale sarà il più onesto del nostro
paese, ma pure è un uomo. E pazienza fosse egli; ma chi non sa come
egli, non vi può proprio nulla, e che tutto dipende da un ministro il
quale può esservi tratto dalle teorie più balzane, e se fosse anche
il più accorto degli uomini, deve porsi spesso al rimorchio uomini
politici, e dei direttori delle carceri, i quali, non rispondendo quasi
mai dei dannosi effetti dei loro giudizii, vi si lasciano trascinare,
oltre che dalle simpatie personali, anche dall'osservazione sbagliata
della maggiore docilità nella disciplina che è spesso in linea inversa
del ravvedimento.

Il diritto di grazia, e sopratutto, come assai bene lo dimostrarono
Mattirolo (_Filosofia del diritto_, 1871) ed Hello, quello
dell'_amnistia_, che cancella ogni azione penale, che cioè ammette come
non avvenuto l'avvenuto, sono un _droit du cachet_ alla rovescia.

Il diritto di grazia è una delle molte contraddizioni del diritto
criminale, moderno.

Un tale, dichiarato colpevole dalla legge, viene ad essere graziato
da un'altra autorità estranea alla legge. Grazia vuol dire _pietà_,
misericordia; ma come potete usarne voi con chi credete essenzialmente
cattivo?

Essa è tutta poggiata alla supposizione che il diritto di punire stia
tutto nella volontà di un reggente.—»Ma noi l'usiamo per temperare la
giustizia, dice Friedreich, quando è troppo severa!» Ebbene, quando è
tale non è veramente giusta e dovete cercare di mutarne i metodi.

Su 189 condanne capitali in Prussia, solo 6 furono eseguite. Non
diventa in tal modo la grazia piuttosto la regola che l'eccezione? Non
era meglio abolire la pena che lasciarla nel codice e poi non porla in
pratica?

Ed invero, v'hanno casi nella vita giuridica, in cui la grazia è
quasi un complemento della giustizia, e viene a correggere il rigore e
l'inflessibilità di questa. Un individuo di vita proba e intemerata, il
quale per uno strano accozzo di circostanze sia trascinato a commettere
un reato, non è certamente da paragonare al volgare assassino, spinto
al delitto dalla brama di ricchezze.

Mundorf, uomo onestissimo, uccise la moglie in un impeto di gelosia; si
pentì subito: tentò uccidersi e confessò tutto; il giurì lo condannò a
morte, ma chiese la grazia sovrana. Ebbene se egli era un reo d'impeto,
non abitualmente dedito al male, non dovea condannarsi a tal pena.

Beccaria scrisse «che il far vedere agli uomini che si possano
perdonare i delitti, o che la pena non ne è la necessaria conseguenza,
è un fomentare la lusinga dell'impunità, è un far credere che,
potendosi perdonare, le condanne non perdonate sieno piuttosto
violenze della forza, che emanazioni della giustizia.... Siano dunque
inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi
particolari, ma sia dolce, indulgente, umano, il legislatore[298].

«Se il principe, continua egli, deve perdonare e la legge deve
condannare, le leggi invece d'essere l'ostacolo innalzato dalla forza
pubblica contro le violenze private, saranno dunque i lacci tesi dal
tiranno contro quella porzione degli individui della società che non
han saputo procurarsi il suo favore».

E Filangeri: «Noi diremo... che ogni grazia conceduta ad un delinquente
è una derogazione della legge, che se la grazia è equa, la legge è
cattiva, e se la legge è buona, la grazia è un attentato contro la
legge; nella prima ipotesi bisogna abolire la legge e nella seconda la
grazia»[299].

Noi aggiungeremo come ultima considerazione essere la grazia contraria
allo spirito di eguaglianza che anima la società moderna; poichè
quando essa, come è pur troppo spesso il caso, favorisce i ricchi, fa
sospettare ai poveri che per essi non esista giustizia, e li spinge per
reazione a nuovi reati, e così riesce una provocazione della pubblica
morale e insieme una negazione dell'eguaglianza.

Ricordiamo in proposito le parole di Giangiacomo Rousseau: «Les
fréquentes graces annoncent que bientôt les forfaits n'en auront plus
besoin, et chacun voit ou cela mène».

Cicerone aveva detto «benefacta male locata, male facta arbitror» (_De
Off._, lib. I). La grazia, infatti, è una speranza aperta all'impunità,
e quindi causa di nuovi delitti.

Il commendatore Ratti, procuratore generale, nel 1873 faceva rilevare
che su 100 individui dichiarati rei di omicidi volontari (nel corso
dell'ultimo decennio) «12 soltanto avevano subìta la pena sentenziata
di 20 anni di lavori forzati; per tutti gli altri la pena era
stata mitigata e per 23 era stata ridotta a quella del carcere. Da
quell'epoca la più alta delinquenza andò crescendo, e le circostanze
attenuanti continuarono ad essere accordate sempre con frequenza».


_Pregiudizi criminali_.—E tuttavia non sarebbe nulla se nella pratica
giudiziale non si fosse infiltrata una serie di pregiudizi che ne
rendono vuoto od inutile ogni giudizio.

Noi deploriamo, per es., che siasi stabilito che nel dubbio
sull'intenzione si debba presumere il reo volere il male minore;
che quando non sia provato a quale fra gli effetti punibili mirasse
l'accusato di un reato, si presuma sempre sieno diretti al reato meno
grave e all'effetto meno dannoso. Ora è il contrario questo che accade
nei delinquenti nati.

E la legge fa qui un'ipotesi che, essendo all'inverso del fatto mette a
pericolo la sicurezza sociale.

Peggio poi, quando, in coro a tanti altri codici, alleggerisce la mano
nei tentativi; quando nega l'intenzione nei reati anche quando venga
manifestata dal reo con minaccia di uccidere; «chi si associa ad altri
per delinquere, chi dà il mandato ad altri di commettere un delitto,
non comincia ancora l'esecuzione del reato». Ma questo è piuttosto un
difendere i rei dalle vittime, che questa dai rei; è un volere che
le vittime sian morte, e ben morte, prima di prenderne la difesa;
è un privarsi spontaneamente, per amore di teoriche astratte, di un
concreto e pratico modo di protezione, tanto più quando si conosca
quella speciale tempra del delinquente-nato a propalare i reati prima
di commetterli. Così chi propina una sostanza che crede veleno, mentre
poi non lo è, pel più semplice buon senso che non badi alle formole
magiche di vecchi giuristi, è colpevole perchè altrettanto pericoloso
di chi ha dato vero veleno, tanto più quando si sappia la tenacia degli
avvelenatori che riproducono con strana insistenza e in vasta scala
i loro reati; mentre pel Progetto lo è pochissimo; eppure, colpendoli
fortemente, possiamo salvare qualche vittima, mentre col solito sistema
di interpretazione erroneamente mite, per salvare le formole, si
prepara la morte di un innocente.

Si oppone il pericolo che si correrebbe altrimenti nei giudizi dei
giurati; e lo credo io pure che i giurati giudicano male in questo
e in altro; ma, in nome del cielo, questo non prova altro se non la
necessità di sopprimerli questi giurati, che non solamente in questo
sono giudici ingiusti.

Quanto s'è detto pel tentativo, si dica pel delitto mancato: io vorrei
sapere perchè si debba diminuirne la pena; è forse che dopo quanto
vedemmo sulla quasi irresistibilità degli atti del reo-nato il pericolo
del rinnovarsi del reato è diminuito?

E assurda è la mitezza dei nostri codici pei recidivi non specifici
quando cioè non ricadano nella stessa specie di reato, perchè ciò
solo «li renderebbe più pericolosi, e meritevoli quindi d'una più
intensa pena». Ora dir ciò non lo può che uno che non abbia nemmeno
la più lontana idea di cosa sia il delinquente abituale, che opera
precisamente all'opposto.

La statistica inglese ha mostrato che il delinquente contro le persone,
recidivando, commette più specialmente reati contro la proprietà,
truffe e furti, per sfuggire all'arresto.

Il reo che recidiva sempre nello stesso reato è, quasi sempre, un
semi-imbecille, meno pericoloso, e che ha quindi meno bisogno di
essere tolto di mira dall'aggravamento della pena; viceversa, colui
che a poca distanza di tempo commette diverse forme di reato, indica
avere una maggior intelligenza e versatilità al delitto; citiamo pure
per modello Lacenaire, Gasparoni, Desrues, che sanno unire insieme il
furto, la truffa, il falso e l'assassinio. E sono i più pericolosi ed
i meno facilmente riconosciuti e più raramente arrestati, sfuggendo ai
casellari e ai metodi fotografici.

Ed erronea è pure l'importanza data al dibattimento orale.

La discussione orale non è in gran parte che una ripetizione inutile,
e a volte anche dannosa della istruttoria scritta, poichè i testimoni
non fan che ripetere a viva voce ciò che avevano già dichiarato
antecedentemente. Ora è difficile che i ricordi non si confondano
davanti all'imponenza del pubblico, del tribunale, degli avvocati che
fanno delle domande all'imprevista, che minacciano magari mentre è
molto più facile ricordare e raccontare esattamente un fatto in una
piccola camera davanti a 2 o 3 persone (Ferrero, o. c.).

Lo stesso si dica delle perizie di difesa e di accusa, e ciò tanto più
quando si pensi che lo scritto permane, e lo scritto è un progresso
enorme sulla parola, e che la memoria delle parole è di molto inferiore
a quella delle lette e viste[300].

Kirkpatrick da ripetuto esperienze sul grado della memoria delle parole
udite, lette e viste, ha concluso che la memoria delle cose vedute è
sette volte più forte delle cose lette od udite[301].

Munsterberg e Bigham da esperienze sull'influenza che esercita nella
memoria la natura dell'organo sensorio che percepisce la impressione,
conclusero che: la media degli errori è più forte per la serie auditiva
che per la visuale: 31,6% nella prima e 20,5 nella seconda. La famosa
oralità dunque è completamente contraria al progresso moderno, eppure
si dà per uno dei cardini della giustizia[302].

Non approviamo nemmeno l'idea di non ammettere per recidivo chi abbia
commesso un nuovo reato di sangue, quando questo non siasi verificato
quasi notabilmente, o quando sia stato commesso solo nella giovinezza:
si tratta di constatare se vi è una maggiore o minore temibilità in
certi individui che pure si devono rendere innocui; una volta che
il legislatore non si sogna nemmeno che i caratteri antropologici e
psicologici possano giovare in questo, che almeno tenga egli conto dei
fatti constatati, e non ne faccia un inutile getto per obbedire a un
principio teorico.


_Teorie sbagliate_.—E non pochi giuristi, teorici, onesti tutti e
certamente fra i più illuminati ed elevati negli studi scientifici,
appunto per essere a giorno del movimento scientifico che si fa intorno
all'argomento dell'uomo delinquente, senza averne potuto, però, per
la mancanza di nozioni fisiologiche o di contatti diretti, andar fino
al fondo, credendo di seguire l'andazzo moderno, hanno reputato che
le novazioni antropologiche che dimostravano la maggior frequenza
dei pazzi o dei deboli di mente, negl'imputati, la meno assoluta
responsabilità di tutti, portasse per conseguenza la mitigazione nelle
pene. Essi non compresero che le nuove nozioni antropologiche portanci,
è vero, a scemare l'infamia nei rei-nati, ma in fondo, a perpetuarne la
pena, sia poi essa presa sotto un nome più che un altro, inquantochè
quanto meno sono essi responsabili, tanto più sono temibili, come
facili alla recidiva, inquantochè in essi la tendenza al crimine,
innata perchè atavistica, non è neutralizzata se non dalla elezione e
dal sequestro: è un'onda sempre incalzante che si reprime e contorce
in se stessa quando trova delle altissime dighe e che irrompe o dilaga
se non le trova, oppure le trova sfasciate. Essi, invece, Olandesi
a rovescio, credettero contenere di più l'onda quanto più calavano o
rompevano le dighe, quindi le noiose nenie sulla pena di morte, quindi
sempre più aumentate le garanzie per le difese dei rei e facilitate
le grazie, mentre poi nulla fecero per aumentare la sicurezza e la
repressione.

Se un generale, fidando nella grande potenza della filosofia lasciasse
da banda per un giorno solo la strategia e la balistica e si lasciasse
guidare dalla filosofia, anzi anche solo da una strategica astratta,
fondata, per es., sulla storia delle battaglie, non condurrebbe
certo a perdizione i suoi poveri soldati? Ebbene, il funzionamento
delle cose penali esige per lo meno tante conoscenze pratiche quanto
la strategia militare, e meno forse che più le può soccorrere la
filosofia; eppure esse dipesero spesso dai cenni di persone venerande,
ma che sostituirono la metafisica alla strategia, e sognando ad occhi
aperti sopra un libero arbitrio che non esisteva, sopra una libertà
indipendente dalla materia, sopra un diritto di punire fondato non
sulla stringente necessità sociale, ma sopra astratte violazioni
dell'ordine giuridico, non solo non pensarono a levare o scemare le
vere cause del delitto (alcool, associazioni infantili, ecc.); ma
mentre a precipizio introdussero tutte le affermazioni che escogitava
il mondo civile in favore dei rei, dimenticavano le cautele, le
norme con cui questo ne temperava i possibili danni (stabilimenti
intermedi per la liberazione condizionale, annullamenti per la giurìa,
_probation_, ecc.) e dimenticarono tutti o quasi tutti i mezzi nuovi
escogitati alla difesa sociale, e quindi ritennero inutili i manicomii
criminali, le case di pena pegli incorreggibili, inutile lo scemare i
rinvii, le grazie, il tassar gli alcoolici, ridicola la giurìa tecnica,
ridicolo lo studiar il reo quanto il reato.

Peggio è poi quando sentenziarono che la cosa più sacra, più
importante pei sacerdoti della giustizia fosse il rispetto per le forme
procedurali che preferivano alla difesa della società, che pure per
ciò solo li eleggeva; tanto da lasciar passare in adagio che le forme
della procedura (non la sostanza) sono la suprema garanzia delle parti,
e che: _Forma dat esse rei_, quattro parole che sono la più grande
dimostrazione della cecità umana nelle cose giuridiche.


_Cause di questo stato_.—La ragione di questo fatale regresso della
giustizia e nelle teorie e nella pratica sta prima d'ogni altra cosa
in quella legge d'inerzia, di misoneismo, per cui l'uomo quando non
sia trascinato da speciali circostanze o da giganteschi e fortunati
ribelli, guarda con ribrezzo, con terrore, ogni cambiamento per quanto
semplice e logico appaia: e se in alcuni casi vi si assoggetta per
quanto riluttante è perchè la novità è così maturata e la sua evidenza
così spiccata che gli s'impone e lo trascina come una valanga in tal
modo da forzarlo ad accettarla.

Ma qui l'evidenza è stata sempre nascosta, come spesso nella religione
e nella filosofia, da formule che sotto mistiche, grandiose, apparenze
ne velavano completamente l'inanità.

Chiunque educato a idee religiose oda per la prima volta rabbini o
brahmini pronunciare misteriosamente delle preci ebraiche o sanscrite,
vi annette una meravigliosa efficacia, un significato profondo, mentre
invece tradotte con un buon dizionario esse gli appaiono delle povere
giaculatorie, come un castello di carte che al primo urto colla realtà
della vita cade e si sfascia: ma questo dizionario il pubblico non
l'ha: e trova più profondo il giurista che meno capisce e spesso
altrettanto i giuristi fanno tra di loro tanto più rispettandosi quanto
più si raggrovigliano nei loro geroglifici[303]: dopo ciò si capisce
che ed essi affermino ed il pubblico accetti, p. es., come cosa giusta
che il dare un mandato non sia incominciare l'esecuzione d'un reato e
che la recidiva impropria non sia vera recidiva.

Il Ferrero dà nel suo bellissimo libro, così poco capito dagli italiani
«_Les lois psychologiques du symbolisme_« un'altra ragione di questi
errori—nell'arresto ideo-emotivo, nella tendenza dell'umana mente
a ridurre al minimum il numero delle associazioni mentali richieste
dal proprio ufficio, per cui l'interpretazione letterale della legge
prevale in pratica su ogni concetto di vera giustizia.

«È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato
e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle
società invecchiate sia l'applicazione bestialmente letterale dei
regolamenti che sono dati loro per guida: la lettera del regolamento,
non dovrebbe essere se non il _segno approssimativo_ della volontà
del legislatore, che non può dare che una norma generica, essendogli
impossibile tutto prevedere, e sulla cui traccia l'impiegato dovrebbe
sbrigar giudiziosamente gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto
basta per interpretare questa volontà in rapporto ai casi speciali:
la lettera, invece, del regolamento diventa la regola, la verità,
l'assennatezza stessa».

«Perchè?—Per applicare intelligentemente una disposizione generale di
legge a dei casi particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza
complesso: bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni,
i casi più frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni
con lo scopo, a cui si giungerebbe applicandola letteralmente al
caso particolare, i temperamenti e le modificazioni da apportarsi
nell'applicazione. All'idea del fatto speciale bisogna adunque
associarne molte altre, per cavarne la conclusione, che regolerà la
condotta dell'impiegato. Tutte queste associazioni di idee, sempre
rinnovate a ogni nuovo caso, costano fatica: quale interesse ha
l'impiegato di una grande amministrazione di compierla? A poco a poco
l'individuo si avvezza al processo mentale più rapido dell'applicazione
letterale, perchè è quello che implica minor numero di altre
associazioni mentali concomitanti: e dopo un po' di tempo questo
processo è diventato così abituale, che l'impiegato è assolutamente
incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo a cui deve
tendere l'opera sua; non sente più l'ingiustizia e la mostruosità dei
suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti di soddisfazione
e di dovere compiuto si arrestano alla letterale applicazione della
legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni sentimento di più
alto dovere.

«Non così accade dell'impiegato dipendente da un privato, perchè in lui
il pungolo dell'interesse tien vive e deste in maggior numero che sia
possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera
di un ordine non s'innalza dal grado di segno approssimativo, al grado
di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico»
(Ferrero).

Ora cosa avviene per le leggi codificate che non dovrebbero essere
che una guida generica e approssimativa per dedurne le applicazioni
nei casi particolari, diventano in mano del magistrato la giustizia
stessa applicata alla lettera. Per giudicare coscienziosamente dovrebbe
il giudice farsi un criterio personale del caso speciale che ha
sott'occhio e giudicarlo secondo lo spirito generale che emana dalle
leggi scritte.

Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti romani tenevano
continuamente presente che il diritto scritto doveva essere integrato
da quello che essi chiamavano il _diritto naturale_ e che non era se
non l'espressione di quel sentimento di giustizia che si ribellava
contro l'applicazione di regole generali a casi particolari, che non
quadravano perfettamente.

Ma ciò comporta uno sforzo intellettuale intenso, un lavoro faticoso,
tormentoso pei dubbi e la responsabilità che ne deriva.

Molto più facile e comodo riesce invece l'applicare le disposizioni
generali deducendone le conseguenze logiche. Ma per poco che lo
spirito prenda l'abitudine di questo ragionamento si produce un arresto
ideo-emotivo professionale per cui il giudice giunge a considerare come
suo dovere rigoroso l'applicazione letterale della legge.

Di questo passo si viene a escludere ogni idea collaterale che
possa condurre a una soluzione della questione: il caso particolare
viene assorbito dalla teoria generale. Il complesso sentimento della
giustizia è ridotto all'applicazione di principî generali. Le nozioni
del danno sofferto dalla vittima e le cause che determinarono il
delitto non sono in alcun modo computate (Ferrero).

In breve, per un'incoerenza facile in questo genere di ufficio
l'osservazione del fatto particolare scompare sotto la tesi
psicologica, giuridica o filosofica che è caratteristica dei primitivi
periodi della scienza e dei periodi di decadenza.

Ma indipendentemente dai vizi dell'applicazione, una causa che ha
deviato il diritto dall'esame della natura umana, è il fatto costante
che le scienze, nel periodo d'infanzia e nel periodo di decadenza,
abusano del metodo deduttivo sino all'assurdo. Come ha notato Lange,
anche le scuole materialiste, che per la qualità degli studi erano più
vicine alla natura, hanno cominciato con la deduzione: la fisica e la
chimica consistevano, in principio, in una serie di deduzioni tratte a
forza di logica da un principio stabilito con i processi intellettuali
più diversi; e solamente più tardi si è capito che, per conoscere
le leggi della natura, bisognava ragionar meno ed osservar più. Il
ragionamento logico puro fu preferito, in principio, all'osservazione
e all'esperienza, perchè è un processo psicologico meno faticoso,
per il quale era necessaria la presenza nello spirito di un numero
di elementi intellettuali più piccolo. Infatti, per dedurre una legge
dall'osservazione di un gran numero di fatti, bisogna tener presente
allo spirito questi fatti; trovarne le simiglianze e discernerne le
differenze; mentre che per dedurre una conclusione da una premessa,
basta un sillogismo, in cui è implicato un numero di stati di coscienza
ben minore[304].

«L'impiego quindi della logica pura è l'effetto di un arresto
ideo-emozionale; che come è proprio dell'infanzia, ritorna nei periodi
di vecchiaia della scienza, per la nota legge della degenerazione
e dell'atavismo. Che cosa è difatto la scienza medievale se non
una invasione della sottigliezza greca nei campi che il pensiero
antico aveva saputo mettere sotto il metodo dell'osservazione? Così
l'assolutismo del metodo deduttivo nella scienza giuridica è un
segno di vecchiaia; e la legge dell'arresto ideo-emotivo ci spiega
perchè così spesso il diritto dei popoli barbari, o molto rozzi, si
distingue per un certo realismo pieno di buon senso, in confronto alle
sottigliezze logiche, meravigliose ma assurde, del diritto dei popoli
più civili»[305]; e perchè, quindi, le scoperte dell'antropologia
criminale si trovino più spesso d'accordo colle loro istituzioni ed
intuizioni, per es. nell'importanza data alla fisionomia dei criminali
per decidere sulla loro perversità che non con quelle dei più civili.



PARTE III

SINTESI ED APPLICAZIONI PENALI



CAPITOLO I.

L'atavismo e l'epilessia nel delitto, e nella pena.


Dopo quanto qui esponemmo chiara risulta l'inanità del vecchio edificio
criminologico.

Abbiamo potuto sostituirgli un edificio più saldo nelle sue basi?

Se l'orgoglio per un lavoro lungamente faticato non ci accieca,
crediamo di sì.

E prima di tutto non può rimaner dubbio che assai più del delitto in
astratto si debba per ben difendercene studiare il delinquente, che
quando è atavico—reo-nato—presenta in una proporzione che va fino al
35% molti caratteri diversi dal normale.

Chi ha percorso il 1º volume avrà potuto convincersi, infatti, come
molti dei caratteri che presentano gli uomini selvaggi, le razze
colorate, rincorrono spessissimo nei delinquenti nati. Tali sarebbero,
p. es., la scarsezza dei peli, la poca capacità cranica, la fronte
sfuggente, i seni frontali molto sviluppati, la frequenza maggiore
dell'ossa wormiane, specie epactali, le sinostosi precoci, specialmente
frontali, la salienza della linea arcuata del temporale, la semplicità
delle suture, lo spessore maggiore dell'ossa craniche, lo sviluppo
enorme delle mandibole e degli zigomi, il prognatismo, l'obliquità
delle orbite, la pelle più scura, il più folto ed arricciato
capillizio, le orecchie voluminose; si aggiungano l'appendice
lemuriana, le anomalie dell'orecchio, l'aumento di volume delle ossa
facciali, il diastema dentario, la grande agilità, l'ottusità tattile
e dolorifica, la buona acuità visiva, la disvulnerabilità, l'ottusità
degli affetti, la precocità ai piaceri venerei e al vino e la passione
esagerata per essi[306], la maggiore analogia dei due sessi, di
cui diamo nei Dinka una dimostrazione (vedi Appendice), la minore
correggibilità nella donna (Spencer), la poca sensibilità dolorifica,
la completa insensibilità morale, l'accidia, la mancanza di ogni
rimorso, l'impulsività, l'eccitabilità fisico-psichica e sopratutto
l'imprevidenza, che sembra alle volte coraggio, e il coraggio che si
alterna alla viltà, la grande vanità, la passione del giuoco, degli
alcoolici o dei loro surrogati, le passioni tanto fugaci quanto
violente, la facile superstizione, la suscettibilità esagerata del
proprio _io_ e perfino il concetto relativo della divinità e della
morale[307].

Le analogie vanno fino ai piccoli dettagli, che male si saprebbero
prevedere, come p. es.: le leggi improvvisate dentro le associazioni,
l'influenza tutta personale dei capi (Tacito, _Germ._, VII), il costume
del tatuaggio, i giochi spesso crudeli (vedi Appendice), l'abuso
dei gesti, il linguaggio onomatopeico con personificazioni di cose
inanimate, la stessa speciale letteratura che ricorda quella dei tempi
eroici, come li chiamava il Vico, in cui si lodava il delitto e il
pensiero tendeva a vestire, preferentemente, la forma ritmica e rimata.

Questo atavismo spiega l'indole e la diffusione di alcuni delitti.
Così mal si saprebbe spiegare la pederastia, l'infanticidio, che
coglie intere associazioni, se non ricordando l'epoche dei Romani,
dei Greci, Chinesi, Taiziani, in cui non solo non erano considerati
come un delitto, ma anzi qualche volta un nazionale costume; ed ecco
forse intravveduta una spiegazione del frequente associarsi dei gusti
estetici nei pederasti, appunto come nei Greci antichi[308].

Il Garofalo ha mirabilmente riassunto i caratteri psichici del
delinquente-nato, nell'assenza del senso di pudore—del senso di
probità—del senso di pietà, che sono poi i caratteri più essenziali
dell'uomo selvaggio (_Criminologie_, 2e édit., 1895).

Per chi, come Reclus e Krapotkine, obbietti, che però v'hanno popoli
selvaggi buoni, pudichi e giusti, basta rispondere: che vi vuole un
certo grado di densità, di associazione negli uomini perchè alcuni
delitti vi si svolgano: che non si può rubare quando non vi sia
proprietà, nè truffare quando non vi sieno commerci; ma il fatto che
appena il selvaggio diventa barbaro, o s'avvicina almeno di un grado
ai popoli civili, presenta sempre ed esagerati i caratteri criminosi,
prova che essi vi esistevano in germe; e poi Ferrero[309] ci fece
accorti che anche quando la probità e il pudore esistono nei selvaggi,
non vi manca mai la impulsività che si traduce in momentanee sì, ma
tremende ferocie, appunto come in molti criminali apparentemente buoni;
nè manca mai l'odio del continuato lavoro (che è pure un altro dei
caratteri essenziali del criminale), tanto che il passaggio al lavoro
attivo e metodico, si fece solo mediante la selezione e i martiri della
schiavitù.

«Gli Americani del Nord, come quelli del Chili... consumano il tempo
in una indolenza stupida... tutta la felicità che desiderano è la
liberazione del lavoro. Restano intere giornate sdraiati nell'_hamac_,
o seduti per terra, senza cambiare posizione, senza levar gli occhi da
terra, senza pronunciare una parola». «È quasi impossibile trarli fuori
da questa indolenza abituale... essi sembrano assolutamente incapaci di
ogni sforzo vigoroso».

Degli Australiani, Peron dice che nulla può vincere la loro
indolenza... «Essi vedono accanto a loro _défricher_ le terre,
osservano il lavoro dei nuovi coloni; strumenti e semi sono loro
offerti; ma nè l'esempio nè la speranza di una sorte migliore li
seducono al lavoro».

Mirabilmente chiare e precise sono in questo le testimonianze di Tacito
rispetto agli antichi Germani ancor barbari. La impulsività loro,
specialmente nella collera, risulta dalla frequenza delle uccisioni
degli schiavi per impeto d'ira, che non erano considerate come azioni
colpevoli. D'altra parte la capacità al lavoro regolare era scarsa;
«hanno, scrive Tacito, grandi corpi, ma validi per azioni di slancio,
non pazienti ai lavori regolari». «Quando non hanno guerre... non fanno
nulla, dormono e mangiano. I più forti e guerreschi stanno in ozio,
lasciano alle donne, ai vecchi, ai più deboli la cura della casa e dei
campi, istupidendosi essi poi per loro conto nell'inerzia».

Talora invece, la impulsività sembra congiungersi piuttosto che con una
inerzia fisio-psichica, con un insaziabile bisogno di movimento fisico,
e una specie di inquietudine motoria che si traduce nei popoli selvaggi
in una vita continuamente vagabonda e senza scopo: così la psicologia
degli Andamani si riassume tutta, scrive Hovelacque, in «inconsistenza
di spirito e capricci... Il miglior amico deve star sempre guardingo;
una parola, un gesto interpretato male può esser pagato caro». Nello
stesso tempo essi sono di umore così irrequieto che «una tribù non
resta mai più di due o tre giorni sul posto medesimo», e queste
peregrinazioni sono fatte senza nessuna ragione, ma per il puro bisogno
di muoversi.

Questo fatto sembra l'anello di congiunzione o il termine di trapasso
tra la inerzia fisio-psichica e il bisogno intermittente di violente e
sregolate eccitazioni fisiche e morali che si accompagna sempre alla
inerzia e quindi anche alla impulsività. Così i popoli normalmente
più oziosi e indolenti amano e eseguiscono le danze più sfrenate e
tumultuose sino a volte a entrare in una specie di delirio furioso o di
cadere sfiniti. «Quando gli Spagnuoli—scrive Robertson—conobbero per
la prima volta gli americani, furono stupiti a vedere la loro furiosa
passione per la danza e a osservare come un popolo, quasi sempre freddo
e passivo, potesse mostrarsi di una attività vertiginosa ogni volta
che si dava a questo divertimento». I neri d'Affrica danzano quasi con
furore «appena si sente il suono del _tam-tam_—dice Du Chaillu—essi
perdono ogni padronanza di sè stessi».—»È—aggiunge il Letourneau—una
vera furia coreografica che fa dimenticare tutte le pubbliche e private
miserie».

S'aggiunga infine che l'atavismo del delinquente può spingersi più in
là, dal selvaggio fino ai bruti, ove manca ogni traccia di pudore e di
pietà.

A questo ci aiuta l'anatomia patologica che col maggior sviluppo
cerebellare, colla non confluenza della scissura calcarina colla
parieto-occipitale interna, colla mancanza delle pieghe di passaggio
del Gratiolet, l'incisura nasale a doccia, la frequenza del foro
olecranico, delle coste e vertebre in più, e sopratutto colle (vedi
Appendice) anomalie istologiche scoperte nella corteccia dei criminali
da Roncoroni, specie colla mancanza degli strati granulari, e colla
presenza di cellule nervose nella sostanza bianca fa rimontare
l'atavismo dei criminali fino ai carnivori, perfino agli uccelli.

Spingendo le analogie atavistiche, così, fino al di là della razza,
ci possiamo spiegare anche la frequenza della saldatura dell'atlante
coll'occipite, la sporgenza del canino, l'appiattimento del palato,
la concavità dell'apofisi basilare (p. 24), la frequenza della fossa
occipitale mediana e il suo sviluppo straordinario, precisamente
come nei Lemurini e nei Rosichianti: il piede prensile, la semplicità
delle rughe palmari[310], il mancinismo anatomico, motorio e sensorio,
la tendenza al cannibalismo anche senza passione di vendetta, e più
ancora quella forma di ferocia sanguinaria mista a libidine, che ci
manifestarono il Gille, il Verzeni, il Legier, il Bertrand, l'Artusio,
il marchese di Sade, pari affatto ad altri studiati dal Brierre, in
cui l'atavismo era favorito però da epilessia, da idiozia o da paresi
generale, ma che sempre ricordano l'accoppiamento degli animali
preceduto ed associato a lotte feroci e sanguinarie, sia per domare le
renitenze della femmina, sia per vincere i rivali in amore[311].

Anzi il primo e più grande descrittore della natura, Lucrezio, aveva
osservato come anche nei casi ordinari di copula può sorprendersi un
germe di ferocia contro la donna, che ci spinge a ferire quanto si
oppone al nostro soddisfacimento.

Questi fatti ci provano chiaramente, che i crimini più orrendi, più
disumani, hanno pure un punto di partenza fisiologico, atavistico,
in quegli istinti animaleschi, di cui l'infanzia è una pallida eco,
che rintuzzati nell'uomo civile dall'educazione, dall'ambiente,
dal terror della pena, ripullulano, a un tratto, sotto l'influsso
di date circostanze, come: la malattia, le meteore, l'imitazione,
l'ubbriacamento spermatico, prodotto dall'eccessiva continenza,
ond'è che si notano sempre nell'età appena pubere, nei paresici od in
individui selvaggi o costretti ad una vita celibe o solitaria, preti,
pastori, soldati[312].

Sapendosi che alcune condizioni morbose, come i traumi del capo, le
meningiti, l'alcoolismo ed altre intossicazioni croniche, o certe
condizioni fisiologiche, come puerperio, senilità, provocano l'arresto
di sviluppo dei centri nervosi e quindi le regressioni atavistiche,
comprendiamo come debbano facilitare la tendenza ai delitti.

Sapendosi come tra il delinquente e il selvaggio e fino il bruto la
distanza è poca, ed alle volte scompare del tutto, comprendiamo perchè
gli uomini del volgo, anche non immorali, abbiano pel reo sì spesso una
vera predilezione[313], se ne foggino una specie di eroe e giungano
fin ad adorarlo dopo morto, e perchè i galeotti, alla lor volta, si
mescolino così facilmente coi selvaggi, adottandone i costumi tutti,
non escluso il cannibalismo (Bouvier, _Voyage à la Guyane_, 1866), come
accade in Australia ed alla Guiana.

Osservando come i nostri bambini, prima dell'educazione, ignorino la
distinzione tra il vizio e la virtù, rubino, battano, mentano senza
il più piccolo riguardo, ci spieghiamo come tanta parte dei figli
abbandonati, orfani ed esposti si dieno al male, ci spieghiamo la
grande precocità del delitto.

L'atavismo ci aiuta ancora a comprendere l'inefficacia nei rei-nati
della pena, ed il fatto singolare del ritorno costante e periodico d'un
dato numero di delitti; comechè le più grandi variazioni che abbia
offerto il numero dei reati contro le persone (scrivono A. Maury e
Guerry), non sorpassassero un venticinquesimo, e per quelli contro la
proprietà, un cinquantesimo[314]. Si vede, osservava assai bene Maury,
che siamo governati da leggi mute, ma che non cadono in dissuetudine
mai, e che governano la società più sicuramente delle leggi scritte nei
codici.


_Epilessia_.—Ma gli stessi fenomeni atavici che si trovano nei
delinquenti nati si rinvengono nei pochi esemplari di pazzi morali
(Vol. II, pag. 1-56) che si poterono studiare minutamente, pochi, dico,
poichè non assumono questo nome che quei rari delinquenti nati che
si trovano nei manicomi, e su più grande scala e ben più sicuramente
negli epilettici, siano essi criminali o non criminali (Vol. II, pag.
71-201), come chiaramente basta a provare questa tabella riassuntiva
costruttami dall'egregio dottor Roncoroni in cui si vede che nessuno
dei fenomeni atavici dei delinquenti manca negli epilettici, i quali
anche hanno in più alcuni fenomeni prettamente morbosi, come cefalee,
ateromi, delirii, allucinazioni.

Ma del resto anche nei rei-nati oltre gli atavici abbiamo veduti e
vediamo più nettamente, nella tabella alla pag. seg., alcuni caratteri
che parevano solo patologici e atipici, o che almeno sulle prime
ricordano più l'anomalia e la morbosità che con l'atavismo, per es.,
nel campo anatomico l'esagerata asimmetria cronica e facciale, ed
ora la troppo grande, ora la troppo piccola capacità, la sclerosi,
le traccie di meningiti, la fronte idrocefalica, l'oxicefalia e
acrocefalia, le depressioni craniche, i numerosi osteofiti, le
sinostosi precoci, le asimmetrie toraciche, l'ernia, la canizie e
calvizie tardiva, le rughe anomale, il torace ad imbuto, nel campo
biologico le alterazioni dei riflessi, le ineguaglianze pupillari. Si
aggiungano gli scotomi periferici del campo visivo, che come vedemmo
nei Dinka non esistono mai nei selvaggi—che ne presentano (vedi
Appendice) anzi una eccessiva regolarità ed ampiezza, le alterazioni
dell'udito, del gusto e dell'odorato, la lateralità illustrata
singolarmente dall'ergografia, l'amore alle bestie, la precocità ai
piaceri venerei, le amnesie, le vertigini, le manie e paranoie.

  Fenomeni atipici—————————————————————————————————————————+
  Fenomeni morbosi—————————————————————————————————————+   |
  Fenomeni di arresto di sviluppo——————————————————+   |   |
  Fenomeni atavici—————————————————————————————+   |   |   |
  Epilettici———————————————————————————————+   |   |   |   |
  Delinquenti——————————————————————————+   |   |   |   |   |
                                       |   |   |   |   |   |
                                       V   V   V   V   V   V
      _Cranio_:
  Esagerazione di volume               +   +       +       +
  Diminuzione di volume, microcefalia  +   +   +   +   +   +
  Sclerosi                             +   +   +   +   +
  Esostosi                             +   +           +
  Asimmetria                           +   +           +
  Fossetta occ. mediana                +   +       +
  Indici craniani esagerati            +   +           +
  Archi sopraccigliari esagerati       +   +       +
  Fronte bassa sfuggente               +   +       +
  Fronte idrocefalica                  +   +           +
  Osteofiti craniane                   +   +           +
  Wormiani numerosi                    +   +   +   +
  Sutura metopica                      +   +   +   +
  Sinostosi precoce                    +   +           +
  Sutura cranica semplice              +   +   +
  Orbite oblique                       +   +   +
      _Faccia_:
  Appendice lemuriana                  +   +   +
  Mandibole ipertrofiche               +   +   +
  Zigoma sporgente voluminoso          +   +   +
  Diametro biangolare mascellare       +   +   +
  Orecchie ad ansa, voluminose         +   +   +       +
  Asimmetrie facciali                  +   +           +
  Strabismo                            +   +           +
  Fisionomia virile in donna           +   +   +
  Diastema dentario                    +   +   +
  Anomalie ossa nasali                 +   +   +           +
  Anomalie denti                       +   +   +
  Aumento sviluppo ossa facciali       +   +   +
      _Cervello_:
  Anomalie circonvoluz. scissure       +   +   +   +
  Peso minore                          +   +   +   +
  Ipertrofia cervelletto               +   +   +
  Alterazioni istologiche corteccia    +   +   +   +
  Traccie di meningite                 +   +
      _Corpo_:
  Asimmetria toracica                  +   +           +
  Piede prensile