Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Lezioni e Racconti per i bambini
Author: Baccini, Ida, 1850-1911
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Lezioni e Racconti per i bambini" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



=Nuova Biblioteca Educativa ed Istruttiva per le Scuole.=

(_Pubblicazione periodica. Esce il 20 d'ogni mese_)


IDA BACCINI


LEZIONI E RACCONTI
PER I BAMBINI


Con incisioni nel testo.

MILANO
LIBRERIA ENRICO TREVISINI
Via Larga, 17

TORINO
LIBRERIA GRATO SCIOLDO
S. Fr. da Paola, 34

1882



Proprietà letteraria
dell'Editore Enrico Trevisini


Milano.--Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 43



                                              Firenze, 4 gennaio 1882,

      _Gentiliss. signor Trevisini,_

_Ella cortesemente mi chiede quattro righe di prefazione per il nuovo
libro della signora_ IDA BACCINI; _ed io appagherei il suo desiderio,
qualora credessi che le quattro righe che Ella m'invita a scrivere,
potessero giovare a qualcosa. Io però non lo credo; e d'altra parte
Ella, provetto ed esperto editore, sa che i buoni libri non hanno
bisogno di raccomandazioni, come il buon vino non ha bisogno di
frasca; i buoni libri si fanno, a poco a poco, strada da sè nelle
scuole e nelle famiglie, e la guerra che può essere loro mossa da
qualche malevolo non riesce davvero a farne vendere una copia di meno.
Il buon senso, grazie a Dio trionfa in tutto; esso non guardando in
faccia a nessuno, non curando le combriccole, lasciando biasimare o
lodare a lor posta i critici venderecci, se ne va dritto dritto per la
sua via, ed ha con sè tutti i buoni, tutti gli onesti, ossia i più. E
il buon senso in fatti trionfa anche nella scelta dei libri di testo;
prova ne sia che quelli scritti dalla signora_ IDA BACCINI _vengono
letti molto volentieri dai nostri fanciulli, e sono adoperati in
moltissime scuole italiane. Dettati nel puro e gentile idioma toscano,
questi libri parlano al fanciullo il suo linguaggio, lo dilettano, lo
avvezzano a vedere, ad osservare il mondo esteriore, come ad amare il
bene morale.

Prima di accingersi a scrivere libri scolastici, l'Autrice si fece
maestra, e nelle scuole, in mezzo a centinaia di fanciulli, imparò a
conoscerne il cuore, e vide il modo di mettere in pratica i principî
della scienza pedagogica moderna. Perciò i libri della signora_
BACCINI, _scritti con esperienza della scuola e con cuore pieno di
carità, sono veri giojelli per l'infanzia.

Sia dunque certo, signor Trevisini, che questo libriccino riceverà
liete ed oneste accoglienze, perchè la signora_ BACCINI _scrive con
pratica di insegnante e con cuore di artista e di madre. Tale è la mia
opinione espressa così alla buona a Lei; ma se Ella credesse che
queste quattro righe possano stare in fronte al nuovo libretto, le
stampi pure.

E con ossequio mi confermo, Egregio signor Trevisini,_

                                               _Devotiss. suo_

                                                PIETRO DAZZI.



_Fra i libri scolastici elementari, apparsi in quest'ultimo biennio,
molti sono senza dubbio quelli che si raccomandano agli educatori, sì
per la bontà degli intendimenti, come per la forma snella e
schiettamente italiana.

Abbiamo infatti lodate operette che trattano di viaggi, di avventure
fantastiche, di azienda domestica, di nozioni scientifiche; abbiamo
succosi compendi di geografia, di storia patria, di aritmetica
ragionata: abbiamo racconti patetici dove il sentimento si leva fin
quasi alla lirica; ne abbiamo altri in cui è dimostrato, una volta di
più quanto sia facile e breve il passo dal_ ridere _al_ deridere.

_Di libri però che istruendo educhino, e che nell'analisi dei
sentimenti osservino quella eterna e quasi sempre dimenticata legge di
gradazione, senza l'osservanza della quale cresceremo alla società
non degli uomini, ma delle caricature, pare a me sia tuttora difetto
grande.

Tutti i nostri fanciulli, che pur cianciano eruditamente della
semplicità di Cincinnato e della grandezza del primo Bruto, si danno i
pizzicotti tra loro, fanno le boccacce al maestro e mettono in
canzonatura la nonna.

Facciamoci piccoli coi piccoli, e se non riusciremo a fabbricar degli
omìni, avremo pur sempre il gusto di vederci crescer d'intorno dei
ragazzi buoni e garbati.

Gli_ Attilii Regoli, _i_ Pichi della Mirandola _e le_ Gaetane Agnesi,
_verranno a suo tempo!

Con questi intendimenti mi sono ingegnata di mettere insieme il mio
nuovo libriccino. È un'umile cosa: ma se la lettura di queste
paginette potesse far buono un fanciullo, o se cattivo, correggerlo, a
me parrebbe di avere inalzato una piramide._

                                                IDA BACCINI.



Una donnina.


L'Eduvige era una bambina proprio sgomenta. Volere un gran bene alla
mamma e vedersela là, in un fondo di letto, con una tossaccia ostinata
che non le dava pace nè giorno nè notte, era una gran passione. Almeno
avesse potuto prestarsi in qualche cosa e aiutare il babbo, pazienza!
Ma di che cosa può esser ella capace una bambinuccia di otto o
nov'anni?

C'erano tanti bisogni in quella casa! Il babbo andava all'uffizio la
mattina alle dieci e tornava alle cinque. È vero che prima d'andar
via, metteva la carne al fuoco, dava una ripulitina alla casa e
custodiva la malata: ma la sera avrebbe avuto bisogno di trovar tutto
all'ordine. E invece doveva rifarsi da una parte: riattizzare il
fuoco, far bollire il brodo, buttar la minestra e disimpegnare insomma
tutte quelle minute faccenduole, alle quali non si suol dare una
grande importanza, ma che nonostante portano via il loro tempo!
L'Eduvige s'ingegnava, poverina. Quando andava in camera della mamma,
le ravviava la rimboccatura del lenzuolo, le dava la cucchiaiata o
accomodava le boccette delle medicine sul comodino. Ma ci voleva
altro! Bisognava prendere una ragazzetta a servizio: non c'era
rimedio. E questa nuova spesa dava una grande inquietudine al babbo, i
cui guadagni erano appena sufficienti a mantener la moglie e la
figliuola!

Una sera dopo desinare, il signor Ernesto, così chiamavasi il padre
dell'Eduvige, aveva avuto bisogno di uscire e di trattenersi un'oretta
fuori. La malata era assopita e la nostra bambina non sapeva come
passare il tempo. I balocchi e le bambole le erano venuti a noia,
specie dacchè la mamma s'era messa a letto: lavori preparati non ce ne
aveva e il _Libro della Bambina_ era rimasto chiuso nello studio del
babbo.

Ciondola di qua, ciondola di là, le venne fatto di entrare in cucina:
Dio, che disordine! Non pareva più la cucina di prima, quando la mamma
rigovernava subito dopo desinare, spazzava, spolverava e socchiudeva
le imposte, affinchè non entrasse il sole.

Sul cammino c'era un po' di tutto: tegami, scodelle, bocce, minuzzoli
di pane, la scatola della cera da scarpe e perfino un tovagliuolo
tutto infrittellato d'unto e di caffè; il tavolino, le seggiole erano
coperti di filiggine; e nella mezzina mandavano gli ultimi tratti due
mosche.

L'Eduvige pensò subito alla mamma e prese una gran risoluzione; se si
provasse un po' lei a riordinare quell'arruffío e a far risparmiare al
babbo la spesa della serva?

Forse ci riuscirebbe, forse no: ma in ogni modo, a provare non ci si
rimette nulla, anzi ci si guadagna sempre qualche cosa, se non altro
la pratica.

L'Eduvige cominciò dal riempir d'acqua il calderotto e dal metterlo
sul fornello, dove c'era sempre il fuoco acceso: poi riunì i piatti
grandi, quelli più piccoli e le marmitte, facendone, ben inteso, tre
gruppi distinti; sbrattò il cammino, scosse le seggiole, spolverò la
rastrelliera, e mentre l'acqua finiva di scaldarsi, risciacquò i
bicchieri, le chicchere e gli dispose, rovesciati, sopra un vassoio di
bandone, che la mamma teneva, per quell'uso, sul piano della madia.
Poi, a un pezzo per volta, renò le posate, le asciugò e le ripose.

Quando l'acqua fu a bollore, la versò adagio adagio nel catino, e
cominciò dal rigovernare i piatti meno unti, per arrivar quindi ai
tegami e alle marmitte.

[Illustration]

E quando tutto fu pulito, risciacquato e lustro, l'Eduvige mise altri
due tizzi di carbone nel fornello, coprì il fuoco con una palettata di
cenere, affinchè non si consumasse troppo, e socchiuse la finestra.
Poi andò a lavarsi, a mettersi un bel grembiulino bianco e aspettò il
babbo con una certa impazienza.

Quando tornò, la mamma si svegliava proprio allora e chiedeva da bere.

Il signor Ernesto corse in cucina per attingere una mezzina d'acqua
fresca, e la bambina dietro. Non appena egli vide tutto quell'ordine e
quella pulizia, si volse stupito all'Eduvige e domandò:

--Chi c'è stato?

--Nessuno! rispose la bambina sorridendo.

--O chi ha fatto le faccende?

L'Eduvige saltò al collo del babbo e gli disse in un orecchio:

--_Sono stata io!_

Figuratevi la contentezza di quel pover'uomo! si tenne abbracciata
strinta la sua bambina e andò, lieto di quel caro peso, in camera
della moglie, alla quale raccontò tutto.

La mamma, commossa, fece seder sul letto l'Eduvige e la ricolmò di
carezze.

La nostra amica aveva provato dei bei momenti in vita sua, specie
quando gli zii di Roma le mandavano a regalare un bel libro, un
vestito nuovo o una scatola di chicche. Ma un momento compagno a
quello non lo aveva provato mai; mai, neppure quando per la
distribuzione dei premi il sindaco le dette, proprio con le sue mani,
una bella medaglia d'argento.

C'è una gran soddisfazione a studiare e a meritarsi il premio: ma
quella di rendersi utile alla mamma malata è più grande di tutte!



Il bove.

Attilio sta per finire sei anni, e a vederlo tutto assennato e
composto, gli se ne darebbe anche dieci. Ha quasi l'aria di un omino.
La sua passione, quando ha finito di far le cose di scuola, è di
guardare i libri colle figure. A volte la mamma gli presta un librone
grosso grosso, dove ci sono disegnate tutte le bestie, tutte le piante
e tutte le pietre che si trovano sulla terra. Il babbo dice che quel
librone è intitolato «Storia Naturale», ma il bambino non si confonde
coi titoli, e passa delle ore a guardare ora un bell'uccello dalla
coda lunga lunga, ora qualche albero dalle foglie gigantesche, ora
certe pietre dalle forme curiose, che sporgono dall'interno d'una
grotta o rotolano dal vertice d'un monte scosceso.

Un giorno però, il nostro Attilio tornò a casa piangendo e
singhiozzando: un bambino cattivo, uno di quei bambini maleducati che
vanno alle scuole senza ricavarne profitto, gli aveva dato del _bue_.
Quella parola di bue proferita ad alta voce, con modo schernevole,
aveva fatto un grande effetto sull'animo di Attilio: gli pareva di non
potere esser trattato di peggio, anche se fosse campato cent'anni.

--Bue! bue! Ma io non ci vedo poi un gran male in questa parola, disse
il babbo ridendo. È il nome d'una bestia rispettabile e utilissima,
della quale non so come potremmo fare a meno.

Attilio spalancava i suoi begli occhi turchini e guardava il babbo con
quell'aria che equivale ad una interrogazione.

--Sicuro, riprese quest'ultimo. E steso il braccio sul tavolino dello
studio prese il «Giornale dei bambini» dove appunto c'era disegnato un
bel bue.--Guarda da te, disse al bambino.

[Illustration]

Attilio si pose ad esaminare l'animale.

--Ha quattro gambe, disse subito.

--E poi?

--E poi due corna sulla testa!

--E poi?

--E poi la coda!

--E poi?

--E poi un musone lungo lungo!

--E poi?

--Un orecchio e un occhio.

--Ne ha due, come li abbiamo tu e io: ma siccome l'altro occhio e
l'altro orecchio rimangono dalla parte di là, noi non possiamo
vederli. Guarda me, disse il babbo, mettendosi di profilo.

--È vero, disse Attilio. E dopo un breve silenzio, riprese: Hai detto
che il bue è un animale utilissimo. Perchè? A che cosa serve?

--Dimmi un po', nino mio: t'è mai avvenuto quando sei andato in
campagna, d'imbatterti in un paio di bovi, attaccati a un carro, con
una specie di grosso bastone messo a traverso sul collo?

--Li ho veduti tante volte, e so che quella specie di bastone si
chiama _giogo_.

--Ebbene, quei bovi andavano o tornavano dal campo. Il bue è il
principale aiuto del contadino, perchè col mezzo suo lavora la terra,
trasporta sul carro i concimi, le mèssi, i pietrami, il fieno e tante
altre cose. Il bue è robustissimo e può sopportare, senza soffrire, i
lavori più faticosi.

--O quest'altro animale, che è quasi eguale al bove, come si chiama?

--Si chiama _vacca_ ed è la sua femmina. Vedi, mentre il bove ha
ordinariamente il pelo lucido e bianco, le vacche invece possono esser
rosse, nere, brune, bianche, e anche di tutti questi colori riuniti.

--Cosa mangiano i bovi e le vacche?

--Mangiano l'erba, il fieno, e anche la paglia. Poi, quando hanno
mangiato, _ruminano_.

--Non intendo, disse Attilio. Cosa vuol dire _ruminare_?

--Così mi piaci, rispose il babbo, facendo una carezza al suo
figliuoletto. Io piglierei che tutti i bambini, quando leggono o odono
una parola difficile, della quale non riescono a spiegarsi il
significato, si facessero a chiederne subito la spiegazione. Così si
eviterebbe di accumolar confusione su confusione e ignoranza sopra
ignoranza. Ma tornando alla parola _ruminare_, ti dirò che significa
il far ritornare alla bocca il cibo mandato nello stomaco per finirlo
di masticare.

--Curiosa! disse il bambino stupefatto. Dimmi, babbo, _ruminiamo_
forse anche noi?

--No, caro. I soli esseri che ruminano sono gli animali che hanno,
come questa vacca e questo bove, il piede fesso, e una sola fila di
denti. Di loro si dice che appartengono ai _ruminanti_. Torniamo ora,
se ti piace, all'utilità che ci danno questi due animali.

La vacca partorisce i _vitelli_, i quali ci servono per cibo o vengono
allevati dagli agricoltori, affinchè diventino, col tempo, manzi, tori
e bovi.

--È vero che il latte ce lo dà la vacca?

--È vero; ed è un latte nutriente, leggiero, saporito. Ma il latte ce
lo danno anche le femmine di altri animali, come la capra, l'asina e
la pecora. Col fior di latte sbattuto con certa maestria, in capaci
vasi di legno detti _zangole_, si fa il _burro_, che mangiamo tante
volte disteso sul pane, ed è un condimento così squisito e delicato.

Ma l'utilità di queste povere e buone bestie non cessa alla loro
morte: la carne del bove è uno dei nostri quotidiani e più sostanziosi
nutrimenti: della sua pelle conciata si fa il _cuoio_, quel cuoio che
i calzolai adoprano per fare scarpe e stivali. La pelle dei vitelli
serve anch'essa a far tomai, mantici, cinghie e finimenti da cavalli.
Gli ossi e le corna dei bovi sono lavorate dal tornitore, dal
fabbricante di pettini: e colle cartilagini, i tendini e le
raschiature delle loro pelli, si fa la colla dei legnaiuoli. Perfino
il pelo della loro bocca è utile: esso serve a imbottire i cuscini da
selle e i basti.

--Dunque l'esser chiamato bue non è un'impertinenza! sento che è una
bestia tanto per bene! Io non potrei, neanche a campar cent'anni, fare
una sola delle tante cose di cui è capace un bove. Io non ho la sua
forza, nè....

--Figliuolo mio, il confronto non regge. L'uomo non può nè dev'esser
paragonato alla bestia. Egli ha l'_intelligenza_, la _ragione_ e
quindi la _scelta tra ciò che è bene e ciò che è male_. L'uomo non
potrebbe, è vero, sobbarcarsi alle fatiche del bove; ma colla forza
della sua volontà e del suo genio, rende fertili le terre meno
ospitali, traversa l'oceano sopra fragili barche, abbatte e fora i
monti, conta le stelle del firmamento e inventa macchine portentose.

Quel bambino ha dunque avuto torto dandoti del bue, prima perchè aveva
l'intenzione di darti un dispiacere, poi perchè non c'è nessun termine
di confronto fra una povera bestia, i cui occhi sono sempre condannati
a guardar la terra, e l'uomo che può e deve sollevarli al cielo, e dal
cielo a Dio. Ma tu devi scusare quel bambino e provargli,
perdonandogli, che non sei un _bue_.

       *       *       *       *       *

1. Perchè Attilio aveva il broncio?

2. Com'è fatto il bove?

3. A che serve il bove?

4. Che cos'è il giogo?

5. Come si chiama la femmina del bove?

6. Di che cosa si nutrono i bovi e le vacche?

7. Che cosa vuol dir _ruminare_?

8. Come si chiamano i figliuoli della vacca, finchè sono piccoli?

9. Chi ci procura il latte? Come si fa il burro?

10. Quali vantaggi riceviamo dai bovi e dalle vacche?



Un regalo.


--Fra otto giorni è la festa di Manfredo, diceva l'Ida alla sua mamma.
Non so proprio che cosa dargli: vedi, mamma, tu dovresti comprarmi
qualche bel gingillino di suo gusto: così mi farei onore e lo
contenterei.

--In questo caso, figliuola mia, il regalo lo farei io e non tu.

--È vero anche cotesto. Ma se non ho nulla che possa piacergli!

--Vediamo un po': hai una bella pianta di viole...

--Il violo! Ti pare? Di dove prenderei i fiori per farti i mazzolini?
Quello non lo posso dar via.

[Illustration]

--Hai il passerotto!

--Oh mamma! Il passerotto? Un passerotto ammaestrato tanto bene, che
mi vien dietro da per tutto!

--E le tortorine?

--Anche quelle, lo sai bene, le ho, si può dire rilevate da me, fino
da quando uscirono dall'uovo. Le chiamo le mie figliuole.

--Dunque non hai proprio nulla da dare al povero Manfredo!

--Per quello sì! Ci avrei....

--Che cosa?

--Te ne rammenti di quella bella borsa di seta rossa traforata che mi
regalò la zia, anno, per ceppo? È una gran bella borsa!

--È vero. Ma cosa vuoi che ne faccia il tuo fratellino? Egli non ha
denari, nè potrebbe quindi adoprarla. Anche tu, appena la ricevesti,
corresti subito a buttarla nel fondo del cassettone.

--Scusa, mamma, ma la borsa sarebbe un bel regalino!

--No, figliuola: un regalo, a voler che sia bello deve piacere a noi:
e far piacere a chi lo riceve.

--Dunque, a detta tua, io dovrei regalare a Manfredo tutte le cose che
mi sono care!

--Tutte, no. Una sola basterebbe!

L'Ida riflettè un momento e disse:

--Quand'è così coglierò, per la festa di Manfredo, i più bei
fiorellini della mia pianta, e gli regalerò il passerotto.

--Brava bambina! Lo dicevo tra me che la mia Ida ha buon cuore!

--Aspetta: cominciando da oggi, voglio che il passerotto si avvezzi a
volar sulla spalla di Manfredo: così gli si affezionerà, e quando glie
lo regalerò, lo gradirà di più.

--Dammi un bacio, figliuolina mia amorosa. Quest'attenzione gentile
raddoppia il valore del tuo regalo. Vedi, cara: è il cuore quello che
rende prezioso il dono più umile. Ti assicuro che non potresti fare un
regalo più bello a Manfredo ed a me.

--Anch'io sono contenta, disse la bambina.

--E lo sarai ancor più il giorno della festa, riprese la signora
Maria: ho intenzione di dare una merendina a Manfredo e d'invitare
tutti i suoi amici. Tu, s'intende, ne farai gli onori, e ti
comporterai da quella donnina giudiziosa e assennata che sei sempre
stata. L'hai caro?

L'Ida dette un bacio alla mamma e corse in camera sua a dare un seme
al passerotto. Curiosa! Non le era mai parso tanto bellino!



I sassi.


Si baloccavano tutti e due: Carlo raccattava i sassolini e Dario li
distribuiva in piccoli quadrati, in archi, in tondi, in angoli. La
mamma, seduta sulla panchina accanto, lavorava, e di quando in quando
dava un'occhiata ai suoi figliuoletti.

Tra quei sassolini ce n'erano dei graziosi, tanto per forma come per
colore; alcuni erano piccini, rotondi, lisci, e neri: altri, più
grossetti, apparivano screziati di rosso, di verde e di giallo.

Carlo domandò a Dario:

--Lo sai, tu, di dove si levano questi sassolini?

--No, ma saranno venuti da sè.

--Dinne delle grosse! Venuti da sè! Come devono fare a venire da sè?
Li hai presi per piante? Già neppure le piante vengono da sè: bisogna
seminarle e....

--Seminarle! Sta a vedere che tutta l'erbaccia inutile che cresce tra
i crepacci delle vecchie mura e ne' giardini abbandonati, è stata
seminata!

--Dalla mano dell'uomo, no certo: ma il vento o qualche uccellino avrà
trasportato i semi di quell'erba nei luoghi che hai accennato.

--Lo stesso sarà avvenuto dei sassolini....

--Si cheti, ignorantello! I sassi, per sua regola non possono nascere
nè crescere, nè....

L'epiteto inaspettato e soprattutto quel _lei_ autorevole, sostituito
di punto in bianco al _tu_, colpirono il povero Dario, il quale guardò
dapprima suo fratello con aria indecisa, poi la mamma, poi un cane che
abbaiava: e non sapendo far di meglio, proruppe in un dirotto pianto e
strillò:

--Ih! Ih! Io non voglio esser chiamato ignorantello da te! Ih! Ih!

La mamma giudicò prudente d'intervenire.

Carlo le corse incontro per giustificarsi, ma la mamma non glie ne
dette il tempo.

--Dario ha ragione, diss'ella con severità. Un bambino buono e ben
educato non deve offender mai nessuno: figuriamoci poi il fratellino
minore!

--Scusa, mamma! Ma il supporre che i sassi nascano in un giardino come
le piante e i fiori è un po' grossa!

--Certo è grossa. Ma perchè, invece di domandarlo a Dario, non ci
spiega ella di dove si levino i sassolini con i quali s'è baloccato
finora?

Carlo abbassò il capo e si mise a guardare lo spunterbo dei suoi
stivaletti.

--Bravo, esclamò la mamma, bravo davvero! Stia dunque attento alle mie
parole; e tu, povero piccino, smetti di piangere. L'ignoranza non è
una colpa: ma l'esser presentuosi e sgarbati, sì.

Carlo si buttò al collo della mamma e nascose il suo visino lacrimoso
nel seno di lei. Era pentito.

--I sassolini, seguitò la buona signora tutta contenta, si levano dal
letto dei fiumi....

--O che i fiumi hanno il letto? osservò Dario.

--Si chiama _letto_ quello spazio di terreno, limitato dalle sponde,
dove scorrono i fiumi.

--Ora ho capito. Ma chi ce li porta, i sassolini, nel letto dei fiumi?

[Illustration]

--Un momento. I fiumi scaturiscono dai monti scorrono più o meno
rapidamente al piano, dove sono le città, le borgate e i villaggi, che
essi traversano per quindi scaricarsi in mare.

Il nostro Arno, per esempio, nasce dalla Falterona, il Po dal Monviso,
e così via via.

Ora quelle acque, nel loro corso violento, corrodono il terreno, e a
un po' per volta, portano via dalle montagne pietre più o meno grosse,
alcune delle quali, rotolando sempre e perciò consumandosi, diventano
_ghiaia_, ossia quei minuti sassolini di cui i giardinieri ricoprono
lo sterrato dei viali e dei parchi.

--Ora ho capito benissimo, disse Dario.

--Del resto, riprese la mamma, Carlo aveva ragione quando affermava
che i sassi non possono, come le piante e gli animali, crescere e
riprodursi. Le pietre, figliuoli miei, come anche l'oro, l'argento, il
ferro e il rame, non si muovono, non respirano, non crescono, non
muoiono. E tutti quei corpi che non hanno vita, che non si muovono,
non sentono, non si riproducono, si chiamano _minerali_.

--Mamma, domandò Carlo, le pietre con le quali i muratori fanno le
case, si levano anch'esse dalle montagne?

--Sì, figliuolo.

--O il marmo si leva dalle montagne?

--Anche il marmo si cava dai monti; ma non da tutti i monti; per
esempio qui da noi in Toscana, sono i monti di Carrara, dai quali si
cava un marmo bellissimo. Il marmo è liscio e bianco, e gli scultori e
gli architetti se ne servono per fare statue, bassirilievi,
imbasamenti, facciate di chiese, di palazzi, ecc.: col marmo si fanno
i frontoni dei camminetti, gl'impiantiti, i piani dei cassettoni,
quelli dei tavolini nelle botteghe, e mille altre cose.

Fra le pietre più stimate sono da annoverarsi il porfido, il granito,
il marmo nero di Como, la pietra arenaria, i cristalli di rocca, con i
quali si fanno lenti di canocchiali e si imitano le pietre preziose,
delle quali vi parlerò uno di questi giorni.--

E la mamma pose fine, alzandosi, alla sua lezioncina.

Il sole stava per tramontare e diffondeva pel cielo e su' monti
lontani uno splendore di fiamma: nella vasca guizzavano,
rincorrendosi, i pesciolini, e tra le siepi era un confuso bisbiglio
d'insetti e di uccelli.

Carlo prese per la mano il suo fratellino e s'avviò avanti, lieto e
composto.

La mamma li seguiva, lenta. Ella non sapeva dov'era maggior pace: se
nel suo cuore, o nella serenità malinconica di quel crepuscolo estivo.

       *       *       *       *       *

1. Di dove si levano i sassolini?

2. Che cosa intendete per _letto_ di un fiume?

3. Di dove nascono i fiumi?

4. Da quali monti nascono il Po e l'Arno?

5. Che cos'è la ghiaia?

6. In che differiscono le pietre dagli animali e dalle piante?

7. Che cosa sono i _minerali_?

8. Che cosa si fa col marmo?

9. Ditemi il nome di qualche pietra.



Il fratellino dell'Enrichetta.


L'Enrichetta si era levata quella mattina sul far del giorno, per
andare a cogliere qualche viola nel giardino, e farne un mazzolino
alla mamma. Mentre stava per scender la scala, il babbo la fermò
sorridendo, la prese in collo e le disse:

--Buon giorno, Enrichettina, spicciati a venir con me dalla mamma, ti
vogliamo far vedere una cosa che ti riempirà di contentezza.

--Che cosa c'è, babbo? chiese la piccina.

--C'è che il Signore ti ha fatto un regalo, un un bel regalo:
nientemeno che un fratellino.

--Un fratellino? E dov'è? Su, su, portami a vederlo, te ne prego.

Il babbo aprì l'uscio della camera dove dormiva la mamma. A capo del
letto c'era una donna di fuori che rifasciava un bambino.

Allora sì che piovvero le domande! Il babbo s'ingegnava di rispondervi
alla meglio, e quando credè di avere appagato la curiosità
dell'Enrichetta, questa gli domandò di punto in bianco:

--Babbo, chi è quella donna? Perchè abballotta così il mio fratellino?
Non c'è pericolo che gli faccia male?

--Non ci pensar neppure. È una buona donna che ho mandato a chiamare,
affinchè prenda cura del bambino, gli dia il giulebbe e lo rifasci.

--Ma il bambino è della mamma. Lo ha visto?

--Sì, che l'ho veduto, disse la signora scansando il parato del letto
per veder meglio l'Enrichetta. E tu sei contenta d'averlo?

--Se sono contenta? figuratelo! non sarò più sola a fare i balocchi.
Ma che viso curioso! Babbo, ti contenti che lo faccia correre con me?
Lo terrò per la mano.

--È impossibile; il poverino non si reggerebbe in gambe. Non vedi come
le ha deboli?

--Oh Dio! Che bei piedini! paiono di ovatta! Lo vedo da me, che prima
di correre ci vorrà del tempo.

--Pazienza! Bisognerà prima che egli impari a camminare: e dopo,
sgambetterete insieme nel giardino.

--Davvero? Povero piccino! Voglio che stia sempre con me. Intanto,
perchè tu possa avvezzarti a volermi bene, eccoti una figurina,
prendila. Babbo, perchè non la vuole e tiene le manine serrate?

--Perchè non sa che cosa farsene. Bisogna aspettare qualche mese.

--Quand'è così! Caro omino mio! Io ti regalerò i miei balocchi. L'hai
caro? Rispondi. Ti pare, babbo, che sia lì lì per ridere? Su, da
bravo, chiamami Enrichetta, Enrichetta! O che non puoi parlare?

--Parlerà fra due anni. Ma tu procura di non stordir la mamma col tuo
cicaleggio.

--Guarda, guarda, babbo! Ha il visino tutto contratto, piange: forse
avrà fame. Aspetta, caro; corro in dispensa a farmi dare una chicca.

--Il bambino non potrebbe mangiarla, disse il babbo; guarda la sua
bocca: non ha nemmeno un dente. Come vuoi che faccia a masticare?

--Dunque non può mangiare! O di che cosa camperà? Se dovesse morir di
fame!

--No, figliuola: il buon Dio ha già provvisto ai suoi bisogni, disse
la mamma, guardando con amore la sua creaturina. Il mio seno è pieno
di latte, destinato a sostentare il tuo fratellino. Egli è deboluccio,
come vedi: ma fra qualche mese, sgambetterà in terra come un
agnellino.

--Mi par mill'anni di vederlo! Guarda, babbo, la bella testina tonda!
Non m'arrischio a toccarla.

--La puoi toccare, ma leggermente.

--Oh sì, adagino. Dio com'è morbida! Par di toccare del cotone in
fiocco.

--E così sono le testine di tutti i bimbi nati d'allora.

--Se il poverino cadesse se la farebbe in mille pezzi.

--Certo. Ma noi lo vigileremo sempre, affinchè non gli avvengano
disgrazie.

--Sai, Enrichetta, disse a un tratto la mamma, che cinque anni sono
eri piccina come lui?

--Io? Davvero, mamma? Non ci credo!

--Eppure, è verissimo.

--Ma se non me ne ricordo!

--Ne sono persuasa. Vediamo un po': Com'era, cinque anni sono, il
parato di questa camera?

--È sempre stato così.

--Niente affatto. Io lo feci mutare quand'eri piccina, com'è ora il
tuo fratellino.

--Curiosa! Non me ne avvidi neppure.

--I bambini così piccini non si avvedono mai di quanto avviene intorno
a loro, e se fra cinque o sei anni chiederai al tuo fratellino qualche
schiarimento sulla giornata d'oggi, vedrai che non si ricorderà di
nulla.

--Anch'io, dunque, ho avuto il latte della mamma?

--Senza dubbio, rispose il babbo. Se tu sapessi quanto la poveretta si
è affaticata per te! Eri tanto debolina, che non potevi inghiottir
nulla e noi temevamo sempre di vederti morire da un momento all'altro.
La tua mamma diceva: Oh se la mia povera bambina dovesse patire! E
s'ingegnava di farti ingoiare qualche gocciola di latte. Spesso,
quando dopo una lunga giornata di strapazzi, si addormentava, tu la
svegliavi coi tuoi strilli: e lei, sempre paziente e amorosa, correva
alla tua culla per racchetarti.

--Anch'io, da piccina, avrò adunque avuto la testa debole e molliccia
come quella del mio fratellino?

--Come quella, figliuola mia.

--E com'è dura, ora! Chi sa quante volte avrò corso il pericolo di
farmela in pezzi!

--Eppure non ti è mai avvenuta una disgrazia! Noi non ti lasciavamo un
momento. La mamma rinunziò per te a ogni divertimento, a ogni spasso:
trascurò tutte le sue conoscenze e si dette esclusivamente a te:
quando, a volte, era costretta a uscir di casa per far delle compre,
stava sempre in pensiero e non vedeva l'ora d'esser tornata. «Gigia,
diceva alla donna di servizio, ti raccomando l'Enrichettina, fa' conto
che sia tua,» e le faceva sempre delle attenzioni e dei regali, perchè
ti tenesse bene.

--Povera mamma! Ma dimmi un po': c'è stato proprio un tempo durante il
quale non sapevo correre? E ora corro, tanto! In tre volte ho fatto il
giro della camera. Chi m'ha insegnato?

--La mamma e io, rispose il babbo. Ti avevamo messo intorno al capino
un cercine di velluto ben imbottito, affinchè, se cadevi, tu non ti
fossi fatta male: poi ti tenevamo nel cestino o ti sorreggevamo sotto
le ascelle, per guidare i tuoi primi passi: ti portavamo tutti i
giorni nel giardino, sul praticello dirimpetto alla casa, e là ci
mettevamo di faccia l'uno all'altro e stendevamo le braccia a te, che
lasciavamo sola, nel mezzo: se facevi tanto d'inciampare in un sasso,
ci sentivamo rimescolare il sangue: quando poi giungevi sana e salva
nelle nostre braccia, allora erano risate, battimani, tripudi.

--Cari! Io non mi sarei mai immaginata d'avervi dato tanto da fare. E
chi m'ha insegnato a parlare?

--Noi, sempre noi, rispose la mamma. Ti pigliavo sulle ginocchia e ti
facevo ripetere i nomi del _babbo_, _mamma_, finchè non eri in grado di
dirli bene da te. E da quelle parole facili, siamo andati via via alle
più difficili. Poi ti abbiamo insegnato a leggere.

--Di questo me ne ricordo benone. La mamma diceva una parola: per
esempio, _ago_. Mi faceva distinguere il suono delle vocali, eppoi me
le scriveva, sulle tavolette o me le faceva cercare nel libro. E
quando le avevo trovate, mi regalava un santino, un grappolo d'uva o
un balocco.

--Ma se non avessimo avuto tanta cura della tua personcina: se, in una
parola, ti avessimo abbandonata a te stessa, che sarebbe avvenuto di
te?

--Sarei morta o malata, o stupida. Oh che buoni genitori m'ha dato il
Signore!

--Eppure, a questi buoni genitori che t'amano tanto, tu dai qualche
volta dei dispiaceri: sei bizzosa, svogliata, disobbediente.

--Babbo, ti prometto che da qui avanti non avrai più motivo di
lamentarti di me: sarò buona e rispettosa: vedrai!

Questa conversazione fece un grande effetto sull'animo
dell'Enrichetta: e quando vedeva la mamma tutta propensa pel suo
fratellino, ed era testimone delle sue trepidazioni, della sua
pazienza, della sua bontà, diceva a sè stessa: «La poveretta si è data
lo stesso daffare anche per me.» Questo pensiero le ispirava molta
tenerezza per i genitori, e la confermava sempre maggiormente nei suoi
buoni propositi.



Lascialo ridere!


La signora Giulia si voltò indietro più volte: e quando giunse alla
cantonata, fece colla mano un ultimo segno d'addio e sparì.

Alessio e Pietrino si ritirarono dalla finestra proprio di malincuore;
pareva a loro, finchè fossero rimasti lì, di non esser poi tanto
lontani dalla mamma e di doverla rivedere da un momento all'altro. Ma
bisognava esser ragionevoli, lo avevano promesso e per un bambino a
modo le promesse sono sacre.

La mamma aveva assegnato loro per lezione un capitoletto della storia
sacra e due pagine di calligrafia: dopo, potevano ruzzare e
baloccarsi finchè fosse loro piaciuto.

Alessio e Pietrino si misero subito all'opera; ma sia che Pietrino
avesse più memoria e maggiore scioltezza di mano, sia che non curasse
troppo la precisione e studiasse le cose a pappagallo, il fatto sta
che in capo a una mezz'ora aveva bell'e finito: e il povero Alessio
era ancora alle prime righe del «_Sacrificio d'Isacco_.»

Ora ditemi un po', bambini miei: che cosa avreste fatto, voi, nel
posto di Pietrino? Vi sareste messi quieti, in un canto, a baloccarvi
coi soldatini o a guardare le figure della storia sacra, non è vero?
Così il vostro fratellino avrebbe avuto agio di finir la lezione senza
furia, senza sbagli, eppoi sarebbe venuto con voi nel cortile.

Ma queste non erano le idee del signor Pietrino, il quale, se non
poteva dirsi un cattivo ragazzo, era però un vero fuoco lavorato.
Cominciò dal ruzzare intorno alla tavola, dal farla tentennare, dal
dimenare la seggiola dove sedeva Alessio; il poverino non alzava gli
occhi e seguitava a studiare, ma ad un certo tremolìo del labbro
superiore, era facile argomentare l'impazienza che gradatamente
s'impadroniva di lui.

Accorgendosi che con quei mezzi non veniva a capo di nulla, Pietrino
cominciò a cantar forte una canzonetta scolastica, interrompendo e
perciò confondendo Alessio che ripeteva, anche lui a voce alta, la sua
lezione di storia.

--«Ed il Signore disse ad Abramo....

--«Qual è la patria dell'italiano?

--Pietrino, fammi il piacere, canta adagio, non mi fare sbagliare.

--«Prendi il fanciullo....

--«Sotto il bel cielo napoletano....

--«E sacrificamelo sul monte.... sul monte Moria! Isacco, strada
facendo, diceva: Padre, io veggo le legna e il coltello.

--«Nel mar, nell'aere, nei monti un riso...

--Pietrino, mi raccomando! «..... ma la vittima dov'è?

--«No! Non è il gaio giardin toscano,
   La grande patria dell'italiano!»

Alessio si sentì salire il sangue alla testa e senza prevedere le
terribili conseguenze che potevano derivare dal suo atto, prese un
paio di forbici che erano sul tavolino e le scagliò, con forza contro
Pietro.

[Illustration]

Fortuna che l'irrequieto fanciullo ebbe il tempo di far cecca! se no,
addio occhi! Ma, nonostante le forbici lo andarono a colpire un po'
più giù del fianco, proprio nel posto dove ci curviamo per metterci a
sedere; dai pantaloni squarciati cominciò a sgorgare una larga
striscia di sangue, e Pietro ebbe appena la forza di tirarsi via le
forbici e di applicare un fazzoletto sulla ferita.

Non vi starò a descrivere lo stato di Alessio.

Pentito, inorridito del suo atto colpevole, si precipitò sul
fratellino, lo abbracciò, lo baciò, lo bagnò di lacrime, lo scongiurò
a perdonargli. Pietrino, dal gran male non poteva parlare, ma si
sforzava di sorridere e di rassicurarlo con la mano.

In quel mentre si spalancò l'uscio e comparve il babbo.

--Non è nulla! disse il ferito, ritrovando l'uso della parola. Mi
baloccavo con le forbici e ci sono caduto sopra.

--Oh babbo mio, non gli dar retta! Sono io che l'ho ammazzato,
balbettò il povero Alessio e cadde in terra svenuto.

Poco dopo tutto era tornato nella medesima calma. Il babbo, dopo una
ramanzina coi fiocchi, aveva finito col perdonare, tanto più
volentieri in quanto che i due colpevoli avevano promesso di non
ricader più in simili eccessi.

Fu deciso però di tener nascosto l'accaduto alla mamma, la quale, pel
suo stato sempre un po' malaticcio, non doveva aver rimescolii di
nessun genere.

Pietrino durò un gran pezzo a sentir male al fianco, specie quando si
metteva a sedere e spesso era lì lì per fare una boccaccia, ma era in
lui così potente il timore di affligger la mamma o di mortificare
Alessio, che quella boccaccia diventava quasi sempre una risata...
insulsa.

La mamma non sapeva il perchè di quel ridere senza ragione e sgridava
il piccolo martire. Ma Alessio urlava subito:

--Lascialo ridere, mamma, lascialo ridere!



Per un chicco di grano.


La mamma prese Lello sulle ginocchia e si mise a guardare i campi a
traverso i vetri della finestra. Era un tempaccio triste, noioso,
buzzone: un vero tempo d'autunno. Sugli alberi non c'era rimasta che
qualche foglia ingiallita, che penzolava dal ramo; i lieti canti degli
uccellini erano cessati, e già sulle lontane alture di S. Francesco e
di Vallombrosa biancheggiava la neve.

La mamma, col viso appoggiato contro i cristalli pensava; il bambino,
invece, seguiva collo sguardo un contadino, che seguito da un paio di
bovi, andava e veniva per le viottole.

Per qualche tempo stette zitto, pago di osservare: poi, incuriosito,
chiese alla mamma:

--Mi sapresti dire che cosa fa quell'uomo?

--Quell'uomo, figliuolo mio, mette a profitto la forza dei suoi bovi,
i quali, come vedi, si tirano dietro l'_aratro_, per _arare_ la terra
e disporla alla sementa del grano. Sai già che l'aratro è lo strumento
più importante dell'agricoltura e serve a tracciare nel terreno i
solchi profondi che dovranno accogliere il nuovo seme.

[Illustration]

--Non so capacitarmi, disse Lello, come i chicchi di grano seminati
dal contadino, possano diventar pane. Eppure c'è scritto in tutti i
libri.

--È certo, rispose la mamma ridendo, che noi non vedremo spuntar dal
terreno, dei _semelli_ o dei _filoncini_ di pan salato. A queste
trasformazioni ci pensa il fornaio.

--Oh, il fornaio come fa a ridurre i chicchi in pane?

--Quando li riceve il fornaio, sono già stati ridotti in farina dal
mugnaio, che li ha macinati al mulino.

--Ora comincio a intendere. Ma vorrei che tu mi spiegassi come ha
fatto il contadino a raccoglierli.

--Te lo dico in poche parole. Il contadino semina i chicchi e li
_rincalza_ colla vanga, affinchè stieno al coperto e possano
germogliare. Infatti, dopo un mese della sementa, si vedono spuntare
dei piccoli fusticini d'un verde tenero, i quali vanno via via
crescendo fino a produrre delle spighe, ognuna delle quali contiene
una ventina di chicchi; queste spighe, nascoste ancora nei loro steli,
crescono gradatamente, maturano al sole, e, verso giugno, prendono
quel bel giallo che le fa parer d'oro. Allora il contadino procede
alla _segatura_: lega il grano in tanti fasci o covoni, lo trasporta
nell'aia, e lo batte fortemente con lunghe canne, per separar la
paglia ossia i gusci, dai chicchi, i quali vengono riposti nelle sacca
o portati al mulino.

Il grano non serve solamente alla fabbricazione del pane, ma anche a
quella delle paste, con le quali si fanno le minestre: ci dà, inoltre,
l'amido con cui _insaldiamo_ la biancheria, la crusca, la paglia per
molti usi, tra a quali va ricordata la fabbricazione dei cappelli.

--Una volta, quand'ero malato, mi facesti un decotto d'orzo. La
maestra mi disse che anche quello era una specie di grano.

--È verissimo. L'orzo è una biada molto utile e serve alla
fabbricazione della birra: in alcuni paesi montuosi lo impastano
insieme alla farina per farne pane, e chi lo ha assaggiato assicura
che è assai buono.

Tra i grani non bisogna dimenticare il formentone o grano turco, che
ci procura quell'ottima farina gialla, colla quale facciamo polente,
gnocchi, covaccini e dolci. In molti paesi dove non c'è grano, se ne
servono anche per fare il pane: ma non riesce salubre e buono come
quello che mangiamo noi.

Il fusto del formentone è molto alto; e fra le sue giunture escono le
pannocchie, le cui foglie servono a riempire i sacconi.

La _vena_ che si dà ai cavalli, il miglio, il panico e il riso
appartengono anch'essi alla specie dei grani: ma la coltivazione del
riso richiede terreni bassi, irrigati, paludosi, che vengono chiamati
appunto _risaie_.

Non è quindi sano l'abitare in prossimità delle risaie e noi dobbiamo
esser riconoscenti ai poveri coltivatori, i quali, astretti dal
bisogno, vi menano una vita breve e travagliata.

A questo punto Lello annodò le braccia intorno al collo della mamma e
nascose la testa nel seno di lei.

--Che cos'hai? chiese questa maravigliata. Ti senti male?

--Oh mamma! rispose il bambino, lo conosci Geppone, il figliuolo del
lattaio?

--Sicuro che lo conosco! Ebbene?

--Stamani, nell'andare a scuola, l'ho incontrato, e siccome non m'ha
voluto far montare sul baroccino dove ci aveva le fiasche del latte,
l'ho trattato di contadinaccio e di villano!

--E lui che cosa ti ha risposto?

--Lui! Nulla. Ha seguitato la sua strada, a capo basso, senza neanche
voltarsi indietro.

--Forse piangeva, osservò la mamma.

E senz'aggiungere una sola parola uscì dalla stanza.

                    * * *

Lello rimase male, male di molto. Avrebbe preso che la mamma lo avesse
gridato, magari picchiato. Quel silenzio doloroso gli fu più amaro
d'ogni rimprovero.

Si pose di nuovo a guardare i campi a traverso i vetri della finestra
e pensava: Se io non rivedessi più il povero Geppone e non potessi
perciò chiedergli perdono, come farei a campare con questo
struggimento?

       *       *       *       *       *

1. Che cos'è l'_aratro_?

2. Raccontatemi la storia d'un pezzetto di pane.

3. Il grano serve solamente alla fabbricazione del pane?

4. Accennatemi altre specie di grani.

5. Perchè Lello aveva dei rimorsi?



Turco e Sparalampi.


Era una gran passione con quella benedetta bambina dell'Ersilia:
l'acqua ghiaccia le faceva paura: il sole le dava il dolor di capo, il
vento le produceva le scoppiature sulla pelle, i vestiti di lana la
bucavano, quelli di tela le agghiacciavano il sudore, quelli di cotone
le si appiccicavano alle spalle.

E anche nel mangiare era la stessa storia. Non le piacevano le patate,
l'erba le dava il dolor di stomaco, la minestra di riso la nauseava,
la carne grossa le era indigesta. Insomma era un vero struggimento.

E la mamma, che era una donna di giudizio, voleva avvezzar bene la sua
bambina, nè poteva certo menarle buoni tutti quei dàddoli.

--Io voglio far di te una giovane sana e robusta, le diceva spesso: e
affinchè tu diventi tale, è necessario che tu ti avvezzi per tempo al
sole, alla pioggia, ai venti: che tu pigli l'abitudine ai cibi
grossolani, alle vesti ruvide, ai letti duri. Si sa come si nasce e
non si sa come si muore, bambina mia. E perchè tu intenda meglio i
vantaggi d'una vita sobria e severa, ti racconterò la novella di Turco
e di Sparalampi.

Sappi che in un paesetto del Mugello, un pastore aveva allevato due
bei cani, appartenenti alla razza più stimata, sì per la forza, come
per il coraggio. Quando li vide abbastanza grandi e robusti per non
aver più bisogno del latte materno, pensò di regalare il più bello al
suo padrone, che era un ricco signore di Firenze.

Ci volle del buono e del bello a dividere i due animali, che non
intendevano di lasciarsi, ma salvo questo incidente, il regalo fu
ricevuto collo stesso piacere col quale venne fatto.

A partir da quel giorno, la vita che menarono i due fratelli fu molto
diversa. Il nuovo signorino, al quale venne imposto il nome di
_Turco_, fu ammesso subito in cucina, dove non tardò ad accaparrarsi
le buone grazie del servitorame, che si divertiva a vederlo
sgambettare e lo compensava con una profusione di chicche e di cibi
prelibati, e lui, a furia di mangiar quelle cose sostanziose dalla
mattina alla sera, si era fatto tondo e grasso come un pallone: ed era
diventato così pigro e pauroso, che la sola vista d'un ragno bastava
per farlo allibire.

Aveva anche un altro difetto: quello della gola, e quando sapeva di
non esser visto, rubava dalla dispensa ora un pezzo di prosciutto, ora
un dolce, ora un'ala di pollo.

La gente di servizio avrebbe pur voluto gastigarlo, ma egli era così
accorto e sapeva reggersi con tanta grazia sulle zampine di dietro,
che le busse andavano a finire in carezze, e spesso in nuove
ghiottonerie.

L'altro cane, chiamato _Sparalampi_, non aveva il pelo lustro e il
corpo rotondeggiante del suo fratello di città; non sapeva reggersi
sulle zampe di dietro nè far le capriole eleganti di _Turco_; e in
quanto al mangiare bisognava contentarsi di un po' di pane scuro e lì.
Non c'era dunque da stupire se obbligato a viver sempre all'aria
aperta ad affrontar le intemperie della stagione e a lavorar senza
tregua per guadagnarsi il sostentamento, si era fatto robusto, attivo
e diligente. Gli incontri frequenti coi lupi gli avevano dato una tale
intrepidezza, che nessuno poteva vantarsi di averlo fatto scappare:
qualche volta, è vero, era tonato a casa tutto sanguinolento e con gli
orecchi laceri: ma invece di sgomentarsi, egli si teneva di quelle
ferite, le quali erano una prova indiscutibile del suo coraggio: e la
sua onestà dove la metto? Quante volte si era trovato nell'occasione
di agguantare un bel pezzo di agnello o di maiale! Quella carne lo
solleticava, gli faceva gola; ma pure _Sparalampi_ seguitava la sua
strada con disinvoltura e non si voltava mai indietro per la paura di
cedere alla tentazione.

E quando era fuori col gregge? Poteva venir giù pioggia, grandine e
neve: potevano cascare i fulmini ai suoi piedi, egli non si muoveva e
sarebbe piuttosto morto, che cercare un riparo, il quale lo avesse
diviso dalle pecore affidate alle sue cure.

Ora avvenne che il padrone del pastore si decise a visitar le sue
terre. Condusse con sè _Turco_, il quale, appena ebbe visto
_Sparalampi_, non potè trattenere un moto di repulsione. Il povero
animale, l'ho già detto, non possedeva una sola delle brillanti
qualità del cane cittadino. Anche il padrone lo guardò con
diffidenza, ma non tardò a ricredersi.

[Illustration]

Un giorno ch'ei passeggiava in un bosco, accompagnato dal suo
favorito, un lupo enorme, i cui occhi parevano due fiamme, sbucò da un
cespuglio e gli si avventò. Il signore si credè spacciato, tanto più
quando vide il grazioso _Turco_ pigliar la ricorsa con tutta la lena
delle sue fiacche gambucce. Ma in quel mentre, eccoti sopraggiungere
_Sparalampi_, il quale aveva, anch'esso, seguito a una certa distanza
il signore. Correre, slanciarsi sul lupo e addentarlo alla gola, fu
l'affare d'un minuto. La lotta durò lunga e crudele, ma alla fine
_Sparalampi_ ebbe il gusto di stender morto il lupo. Ne riportò, è
vero, parecchi morsi alle orecchie e qualche contusione, ma le carezze
di cui fu ricolmato, gli fecero sopportare allegramente quei piccoli
malanni.

Ora dimmi un po', Ersilia: Credi tu che _Sparalampi_ ove fosse stato
allevato con gli stessi riguardi di _Turco_, sarebbe venuto su quel
cane robusto e valoroso di cui ho cercato darti un'idea? Egli visse
lungamente, amato e rispettato da tutti, mentre il suo infelice
fratello, fatto segno al generale disprezzo, condusse giorni brevi e
obbrobriosi su una cuccia dimenticata. Morì col cimurro, la gotta e la
tigna. Morte degna d'una tal vita.

Eppoi, figliuola, noi ignoriamo ciò che il destino ci riserba. Oggi
siamo ricchi, ma domani possiamo esser poveri. Non è la prima volta
che avvengono tali improvvisi e completi rovesci di fortuna. Stiamo
dunque preparati a tutto: amiamo il lavoro, addestriamo il nostro
corpo a tutti quegli esercizi che possono conferirgli salute e
robustezza, ma _soprattutto_ avvezziamoci a qualche privazione e a
star paghi del poco. Non è ricco chi possiede molti denari, ma quegli
che ha meno bisogni da soddisfare.

L'Ersilia abbassò il capo e quando fu a tavola mangiò tutto di
bonissimo appetito, senza dàddoli e senza broncio.



I Pesci.


Bambini, disse la signora Lucia ai suoi tre figliuoletti, il babbo
vuole offrirvi un divertimento a vostra scelta per domani, che è
domenica. Siete stati buoni durante tutta la settimana, avete fatto
con diligenza le vostre lezioni e vi siete meritati dei bei voti sui
registri scolastici. È dunque giusto che raccogliate il frutto del
lavoro e della buona condotta. Che cosa volete fare domani?

--Andiamo ai burattini! gridò Giorgio, andiamo ai burattini! Sono
tanto graziosi!

--Benedetto te e i tuoi burattini! disse l'Ernestina facendo il
broncio. Non capisco come ci si possa divertire a vedere dei fantocci
di legno, che si muovono tutti d'un pezzo e ripetono sempre le
medesime cose! Florindo discorre con Rosaura, Pantalone giunge
all'improvviso, con un gran bastone in mano, si empie la scena di
soldatini e tutto va a finire in legnate e in urli! Bel gusto!

--Andiamo al Politeama, disse Gigino, c'è la Compagnia equestre e ci
divertiremo. _Miss Aissa_ fa la ginnastica sul dorso del cavallo e
sfonda venticinque cerchi ricoperti di carte! Andiamo al Politeama,
mamma!

--Un biglietto al Politeama costa caruccio, disse la mamma, e quando
pensiamo che siamo in cinque, bisogna rinunciare a un divertimento
poco adatto alla nostra condizione. Spendere sette o otto lire per due
ore di piacere, quando con quei denari si può alleviare la miseria
d'una disgraziata famiglia mi pare un peccato....

--O dunque, disse Giorgio, come la passeremo questa benedetta
domenica?

--Cercate, bambini.

--L'ho trovata! esclamò l'Ernestina, l'ho trovata! Il babbo le
domeniche va a pescare. Perchè non lo preghiamo di condurci con lui?

--Benone! Benone! dissero tutti in coro, eccettuato Gigino, alla
pesca! alla pesca!

--Sì! sì! riprese l'Ernestina tutta contenta di vedere adottata la sua
proposta. Il babbo pesca sempre, e noi, mai. Anch'io voglio pescare.

--Anch'io! Anch'io! disse Giorgio saltando.

--È un divertimento che non costa nulla, disse l'Ernestina.

--Non solo non costa nulla, rispose la mamma, ma se il babbo ve lo
permetterà, e non c'è ragione di dubitarne, noi daremo il prodotto
della nostra pesca alla famiglia del povero Cecco muratore; quei
disgraziati, a volte, non hanno neanche da sdigiunarsi con un po' di
pane secco.

--Oh sì, mamma, disse Giorgio, ti è venuta una buona idea!

--Io voglio, pescare tanti, tanti pesci, esclamò l'Ernestina. Così, se
non li potranno mangiar tutti, li venderanno e prenderanno dei soldi!

--Pensate, riprese la mamma, che bisognerà levarsi molto presto:
almeno alle quattro! Vi desterete, dormiglioni?

--Oh Dio! disse Gigino, con un muso lungo lungo, se bisogna levarsi
avanti giorno, mi pare che non ne valga la pena. Che c'è egli di
straordinario a veder pescare? A Livorno non si fa altro!

--Tu hai sempre la smania di buttare all'aria ogni cosa, disse
l'Ernestina. Perchè lui viene da casa del nonno, ed è stato a veder
pescare finchè gli è parso, pretenderebbe che noi restassimo con
l'acqua in bocca! Grazie tante! Una volta per uno non fa male a
nessuno, signorino. Eppoi se la mamma sarà contenta, potremo andare a
letto, subito dopo desinare. Così non perderemo nulla.

--Sta bene, risposero gli altri, stasera a letto alle ventiquattro e
domattina in piedi al levar del sole.

--Ma se il babbo non fosse contento? obiettò Gigino, che pur di
mandare a monte la partita, si sarebbe attaccato ai veli di cipolla.

--Il babbo sarà contento, rispose la mamma, guardandolo severamente,
ci penso io a parlargliene.

Il babbo, infatti, non trovò nulla da ridire e fu molto contento di
poter procurare un piacere ai suoi bambini. E perchè nulla mancasse
alla festa, fu deciso che anche la mamma vi prenderebbe parte.

Eccoli dunque tutti, fuori del guscio! Sono un po' assonnati, hanno
gli occhi un po' gonfi, ma sono vispi e allegri come tante lodolette.
Il sole dorava già le cime dei campanili, gli uccellini cantavano, un
ventolino fresco e odoroso bisbigliava tra le foglie delle acacie, e i
contadini s'incamminavano al mercato con le loro ceste cariche di
ciliegie e di fiori. Tutte le porte, tutte le finestre erano sempre
chiuse; la nostra lieta famigliuola era certo, per quella mattina
almeno, la più sollecita.

E non si misero in cammino a mani vuote: anzi, siccome l'appetito
sarebbe venuto a tutti, così tutti portavano qualche cosa; i tre
bambini avevano un paniere per uno, dove c'era del pane, del vino,
della carne e delle frutte.

Il babbo aveva una specie di borsa a tracolla, nella quale aveva
riposto l'occorrente per pescare: e, così diviso, il peso delle
provviste non incomodò nessuno.

La mamma sola aveva le mani libere: tanto il babbo che i fanciulli non
avevano voluto caricarla neanche di un gingillo: le volevano troppo
bene per esporla alla più leggiera fatica. Non avreste fatto lo stesso
anche voi, bambini?

Il babbo andava avanti con Giorgio, che portava sulla spalla le reti e
le lenze per sè e per i suoi fratellini. In cima a ognuna di queste
lenze, pendeva un pezzettino di legno, intaccato alle due estremità, e
al quale era avvolto un lungo filo bianco e un sugherino rosso. E
siccome la lenza era flessibile, il pezzettino di legno rimbalzava a
ogni passo e faceva fare delle grosse risate all'Ernestina che
camminava dietro a loro.

La mamma veniva ultima con Gigino, sempre un po' musone.

Infatti per lui che era stato più di un anno a Livorno, dove ci son
tanti pescatori, quel passatempo non doveva riuscire molto attraente.

--Che hai, Gigino? disse la mamma. Perchè codesta cera da mortorio?

--Perchè io non mi diverto punto, rispose Gigino. Non potevano
scegliere un'altra cosa? I burattini, per esempio?

--Sai bene che l'Ernestina non li può soffrire. Ci si sarebbe
annoiata, e ci saremmo, credilo pure, annoiati tutti.

--Ma mi sarei divertito io, riprese Gigino.

--Pensa, rispose la mamma, che se avessimo fatto a modo tuo, saremmo
stati, in _quattro_, a provare la noia che provi _tu solo_. Non è
meglio, contentare i più? E tu, in sostanza, ti saresti potuto
divertire in mezzo alla contrarietà di tutti?

Gigino non rispose. Sentiva che la mamma aveva ragioni da vendere.

--Andiamo, figliuolo, fai oggi quel che dovrai fare spesso, quando
sarai diventato un uomo: sacrifica i tuoi gusti particolari a quelli
della maggioranza e godi del piacere che con la tua condiscendenza
puoi procurare agli altri.

Gigino non ebbe bisogno d'altre esortazioni per esser persuaso dei
suoi torti. Strinse la mano della, mamma e le disse sorridendo:

--Sarò buono, buono, buono!

--Ecco il fiume, ecco il fiume! gridarono i ragazzi, e fecero per
prender la rincorsa.

--Non qui, bambini, non qui! disse il babbo. Non vedete che questo
luogo non è abbastanza quieto e appartato? Quelle lavandaie e quei
renaioli che vanno e vengono non possono che fare impaurire i pesci.

--Come, babbo! O che, i pesci si accorgono di chi è sulla spiaggia?

--Sicuro, disse Gigino. Anche i pesci hanno gli occhi.

--E degli occhi bonissimi, riprese il babbo. E non solo ci vedono, ma
odono ogni rumore: procurate dunque di parlare sottovoce, perchè ci
siamo.

Infatti, la comitiva fece sosta. Erano giunti sulla riva, dove molti
salici fronzuti formavano come una gran cupola verdeggiante che
avrebbe riparato i nostri amici dalle carezze troppo ardenti del sole
di luglio.

--Qui staremo benone, disse il babbo. Alla svelta! Ognuno deponga
gl'impicci e posi le sue provviste a' piè di quell'alberone.

--Si deve mangiar subito? chiese Gigino.

--Come subito? ribattè il babbo. Mangiare senza prima aver lavorato?
Oggi voi siete degli uomini, e gli uomini prima di mangiare, lavorano.

Dopo tre ore, i panieri che avevano contenuto la refezione dei nostri
amici, erano pieni di pesce.

--Io vorrei sapere, disse Gigino, perchè tra tutte queste anguilline e
pesciolini d'argento, non c'è neanche una _sogliola_, una _triglia_,
un _gambero_ o un'_acciuga_. A Livorno se ne pescavano sempre!

[Illustration]

--Tu dimentichi, rispose il babbo, che nell'_acqua dolce_ non vivono i
medesimi pesci che sono nell'acqua di mare.

--Babbo, perchè i pesci, quando sono fuori dell'acqua, muoiono?

--Perchè essi non possono respirare l'aria che a traverso l'acqua,
mentre noi non possiamo respirare che l'aria pura.

--O che i pesci respirano?

--Ma certo!

--Curiosa! O che hanno i polmoni?

--No: essi sono provvisti di un organo respiratorio, diverso dal
nostro: e sono le _branchie_, specie di pettinini con gran numero di
denti molli e fitti, nascosti in fondo alla bocca e fatti, quasi
starei per dire, per stracciare l'acqua e separarne l'aria.

--Babbo, perchè i pesci hanno la lisca?

--Giorgio, perchè hai la spina dorsale? La lisca non è altro che lo
scheletro del pesce. E i pesci saranno dunque da mettersi tra gli
animali _vertebrati_; essendo appunto stati nominati _vertebre_ gli
ossicini dei quali è composta la spina dorsale. I pesci, gli uccelli,
gli anfibi, i rettili, e i mammiferi sono le cinque classi in cui
vengono ripartiti gli animali vertebrati.

--È vero, babbo, che i pesci sono stupidi? chiese l'Ernestina.--

--Io non li credo meritevoli di questo brutto epiteto, rispose il
babbo: perchè numerose esperienze c'insegnano che un certo
intendimento lo hanno anche loro: ma è un fatto che fra gli animali, i
pesci non sono i più accorti. La loro pelle coperta di scaglie è
insensibile: il loro sangue è freddo e circola lentamente intorno a un
cuore imperfetto; la loro testa è così compressa, che ci è appena
posto per un cervelluccio molto piccino. I pesci non hanno gioie, non
hanno amicizie, nè vincoli di società o di famiglia; è perciò
un'ingiustizia il chiedere a questi poveri animali più di quello che
il loro organismo può darci.

Ma questi pesciolini che serviranno alla cena del povero Cecco, non
possono darvi un'idea dei mostri giganteschi che popolano l'Oceano:
Avete però veduto disegnato più volte il terribile pesce cane, la
balena, qualche polipo e altri e altri ancora.

Tutti i pesci si riproducono per mezzo delle uova: ma tra i pesci non
dovete contar la balena, la quale, quantunque viva nei mari,
appartiene ad un altro ordine di animali, detti _cetacei_ e si
riproduce come gli altri mammiferi.

                    * * *

Così ebbe fine la partita di pesca. La nostra comitiva se ne tornò a
casa di bonissimo umore, lieta per la bella mattinata trascorsa, ma
più ancora pel dono caritatevole offerto al povero Cecco.

       *       *       *       *       *

1. Come si chiamano gli organi respiratori dei pesci?

2. Che cosa è la lisca?

3. Ditemi il nome di sei pesci di mare.

4. Perchè la balena non si deve classificare tra i pesci?



Primi freddi.


Ecco quel che mi raccontò la povera Luisa:

--Quel giorno mi tornò da scuola col visino spaurito e le mani
paonazze. Gli domandai se gli faceva freddo e se strada facendo aveva
sentito il bisogno d'un vestito più grave. «Ti pare? mi rispose. Siamo
ancora in ottobre e se mi rinfagotto ora, che farò questo gennaio?
Eppoi senti, sono caldo.»

Era vero. Aveva il petto e le mani calde. D'altra parte, non poteva
patire: fino dai primi del mese, gli avevo messo la camiciuola a due
petti, i calzoncini gravi e la giacchetta foderata di peloncino. Non
gli mancava che un capo solo, il _paletôt_: ma quello non ce l'avevo.
Glie l'avrei comprato alla fine di novembre, quando riscotevo que'
po' di soldi della pensione. Un mese, po' poi, passa presto e quando
una creatura è ben coperta di sotto....

Tutte queste cose le pensavo fra me, mentre lo aiutavo a scioglier le
tavolette dei libri; ma _sentivo_ che se nell'armadio ci fosse stato
il paltoncino, sarei stata una donna molto contenta.

La notte non potei pigliar sonno. Udivo il tramontano che sbatacchiava
le persiane delle case accanto e mi veniva subito in mente Gigino, che
il giorno dopo sarebbe andato a scuola in bella vita. Ottobre o non
ottobre, il freddo era venuto.

Avrei potuto tenerlo in casa: ma se il bambino mi disimparava le cose
studiate? Io non ero in grado di fargli neanche la ripetizione, io,
povera ignorante. Fino ad accorgermi se lo scritto era bello o brutto,
e se i numeri tornavano, ci arrivavo anch'io: ma pur troppo quello non
bastava. Bisognava intendersi di studi.

Almanaccai se tra i miei cenci, ci fosse stato qualche cosa da potersi
riadattare per lui: nulla. Il pastrano del suo povero babbo era in
pegno da cinque mesi, e il mio scillino a righe era tutto un
frinzello.

Non ci avevo nulla, proprio nulla. Sicuro, il braccialetto d'oro, coi
capelli del mio marito, c'era. Sfido! Certe cose non si possono
vendere, neanche per un po' di pane. Infatti, dopo la morte di _lui_
avevo patito d'ogni bisogno: avevo mangiato patate lesse per un mese e
mezzo, ero stata senza vino e perfino col pane a còmpito: ma il
braccialetto non l'avevo mai voluto vendere. Era l'unico ricordo che
mi restasse di quel pover'uomo.

Intanto il vento seguitava a mugliare. Allungai una mano per tastar
Gigino, e lo sentii ghiaccio marmato. Di certo il bambino aveva preso
del fresco. Non potevo più dubitarne.

[Illustration]

Verso le otto mi levai adagio adagio, mi buttai lo sciallino sulle
spalle e in un attimo fui fuori. Da casa mia al Ponte Vecchio c'era un
passo. Le botteghe degli orefici cominciavano ad aprirsi. Entrai in
una, dove ci stava un vecchino, che m'era sempre piaciuto per la sua
aria di buono; gli feci vedere il braccialetto e lui me lo stimò
venti lire. Glie lo detti subito, ed ebbi per soprappiù un
medaglioncino d'argento per tenerci i capelli del mio marito.

Tornai a casa con un bell'involto sotto il braccio. E da quel giorno
in poi, il tramontano non mi fece più paura: il mio Gigino aveva il
_paletôt_.

Il bambino, dopo qualche mese di questo fatto, era un fior di
bellezza: chi me lo rubava di qua, e chi di là. Perfino il suo maestro
l'aveva voluto tenere a desinare.

Ma un figliuolo a quel modo, non me lo meritavo. La _difterite_ me lo
portò via in quarantott'ore. Ed eccomi qui!--

La Luisa tacque. Mentre parlava, ravviava le cassette del cassettone,
spiegava alcune camicine, altre ne riponeva. Scosse una giacchetta,
spolverò un berretto e tirò fuori un paltoncino.

Lo guardò fisso, con gli occhi infiammati, eppoi, stringendoselo al
petto:

--Oh figliuolo, figliuolo mio, balbettò tra i singhiozzi, se non
avessi venduto il braccialetto, chi mi darebbe, ora, la forza di
vivere?



Fuoco e Fiammiferi.

(_Novella_).


Si deve cominciar proprio col «c'era una volta?» Perchè no, quando
quelle parole magiche evocano tutto un mondo di fate, di maghi, di
belle regine, di castelli incantati e di uccelli dal canto melodioso?
Oh le novelle! Le novelle che ci raccontava la nonna nelle lunghe
serate d'inverno, quando le legna scoppiettavano nel cammino, e di
fuori muggiva il tramontano, ditemi, chi le ha dimenticate? Io no
certo. A me le raccontava invece la mamma, la buona mamma mia, che ora
è morta. Sedevo su un panchettino di legno, ai suoi piedi, puntavo i
gomiti sulle sue ginocchia e con la faccia appoggiata tra le mani,
stavo a sentire. E m'intenerivo sui casi di Berlinda, fremevo alle
tirannie di Barbablù, applaudivo all'animo gentile delle fate pietose,
che spianavano la schiena ai bambini gobbi e rendevano la salute e la
gioventù alle buone vecchine.

Poi a poco a poco le fate, le principesse, i mostri si dileguavano
come nuvole di nebbia: il fuoco non scoppiettava più, il vento taceva,
e.... un letticciuolo caldo accoglieva tra le sue coltri ospitaliere
una bambina addormentata.

Or bene: ritorniamo piccini un'altra volta e siate contenti ch'io vi
racconti una storiella, una storiella vera, però.

Sappiate dunque che molte centinaia d'anni sono, alcuni uomini
istruiti si erano messi in testa di fabbricar l'oro a furia di
preparazioni e d'intrugli. Nè le loro pretese si limitavano a ciò:
essi volevano trovare un rimedio a tutti i mali che affliggono
l'umanità e per conseguenza anche alla morte: si arrabattavano perciò
a pestar polveri, a preparare unguenti, a far bollire calderotti,
pieni di sostanze strane, ributtanti e spesso pericolose. Ma l'oro non
veniva e la gente seguitava a morire come se nulla fosse. Paiono cose
incredibili, non è vero? Eppure a' quei tempi, si commettevano e si
tenevano in conto di verità indiscutibili ben altre stoltezze.

In Amburgo, che è una città della Germania, viveva un certo Brandt,
mercante di condizione. Pare che la mala riuscita dei suoi affari lo
persuadesse a cercare una via di guadagno nelle ricerche
dell'_Alchimia_, parola con la quale gli uomini di cui vi ho parlato
battezzavano i loro ridicoli tentativi.

[Illustration]

Standosene un giorno nel suo laboratorio, intento a far bollire al
fuoco violento d'un gran fornello diverse sostanze, fra le quali era
mescolata dell'orina, ottenne inaspettatamente e con suo grandissimo
stupore, non l'oro agognato, non il rimedio universale, ma una
materia singolare, strana, somigliantissima alla cera bianca. Aveva un
leggiero odore d'aglio e, cosa più bizzarra ancora, risplendeva
nell'oscurità.

Quest'ultima proprietà le valse il nome di _fosforo_, che vuol dire
_portaluce_.

Le molteplici esperienze fatte da altri uomini dotti provarono che
questa sostanza esiste in gran quantità nelle ossa di tutti i
_mammiferi_ cioè di quegli animali che nascono colle forme del corpo
eguali a quelle della loro madre e poppano il latte delle sue
mammelle.

A questo punto è necessario ch'io vi rivolga una domanda: lo sapete,
ragazzi, come facevano gli antichi a procurarsi il fuoco? No! Ve lo
dirò io.

Nei tempi primitivi, quando non era ancor conosciuto l'uso dei
metalli, gli uomini si fabbricavano le armi con pezzi di selce e di
legno: e mentre attendevano a ciò, s'accorsero che dalla confricazione
violenta di queste due sostanze uscivano delle scintille, le quali,
poi, divampavano in fiamme.

Questo rozzo metodo, dovuto al caso, si andò gradatamente
perfezionando, fintantochè fu inventato l'_acciarino_, il quale non è
altro che un pezzetto di acciaio, che i nostri nonni battevano sulla
silice, o pietra focaia, per farne scaturire la scintilla. O come
accade ciò? Ecco: battendo rapidamente una lama di acciaio sulla
silice, le estremità taglienti di questa pietra sì dura fanno un
leggiero solco sulla lama e la riscaldano, nel tempo stesso che in
quel punto ove la solcano, spicca una minutissima scheggia di metallo,
la quale essendo già riscaldata, s'infiamma tostochè trovasi isolata
dall'acciarino e a contatto dell'aria. L'esca, poi, che si mette a
contatto della pietra focaia, affinchè pigli fuoco, è una materia che
cresce sulla querce, e viene conciata e preparata con sostanze atte a
incendiare facilmente.

Ma la scoperta del fosforo c'insegnò un modo più spiccio per
procurarci il fuoco: esso ha, come vi ho detto, la strana proprietà di
essere costantemente luminoso nell'atmosfera e di manifestarsi,
nell'oscurità, con una luce più viva. Ebbene l'industria ha applicato
questa proprietà del fosforo alla fabbricazione di quei fuscellini di
legno o di cera, comunemente detti fiammiferi; essi sono ricoperti, ad
uno dei loro capi, da un miscuglio di fosforo, di zolfo, di clorato di
potassa e di gomma colorata in verde, giallo, rosso o turchino; e
basta sfregarli sopra un corpo scabroso o secco, affinchè prendano
subito fuoco.

Nessuno, certo, potrebbe disconoscere l'utilità grande di questo
trovato: ma non meno il pericolo di dar fuoco alle case e alle
persone, come pur troppo ce lo dimostrano i casi lacrimevoli che
tuttodì accadono sotto i nostri occhi.

È da aggiungere che il fosforo è uno dei veleni più potenti: e che
perciò i bambini non dovrebbero mai toccar fiammiferi senza il
permesso della mamma. La presenza del fosforo nella natura da origine
a fenomeni curiosissimi: Chi di voi, nelle quete sere di giugno, non
ha visto le lucciole svolazzare, qua e là, tra il grano e i canneti?
Ebbene: quella luce che esse hanno nella parte posteriore del corpo,
non è altro che una piccola quantità di fosforo. Nè solo i mammiferi e
gl'insetti producono fosforo: ma anche i pesci. E spesso, in alto
mare, le navi solcano larghe e lunghe strisce di onde, rese luminose
da una quantità immensa di animaletti fosforescenti.

Eccoci alla fine della nostra lezioncina. Mi perdonate se ve l'ho
battezzata per una novella? Avevo tanta paura che la saltaste a pie'
pari! Ora noi sappiamo perfettamente che il fosforo è un corpo il
quale ha l'apparenza della cera, di cui possiede la semi-trasparenza,
il colore e la mollezza: sappiamo che il suo carattere principale è
quello di mostrarsi luminoso nell'oscurità, mediante il semplice
contatto dell'aria: sappiamo che il Brandt, mercante di Amburgo, lo
scoprì verso il 1669....

Ma se vi ripetevo i casi di Berlinda e le bricconate di Barbablù, che
cosa avreste imparato? Ditemelo!



Un Baratto.

(_Dal quaderno d'una fanciulla_).


Quand'ero bambina, i miei genitori solevano passare qualche mese in
certa loro villetta del Casentino, dov'era un gran bello stare, tanto
per l'aria pura e balsamica, quanto per la vita semplice e alla buona
che menavamo.

Là, affinchè le vacanze non mi facessero dimenticare del tutto quelle
po' di cosuccie imparate a Firenze, mi mettevano a scuola da una
povera vecchia, secca allampanata, che ai suoi tempi, dicevano, aveva
avuto del ben d'Iddio, ma che poi, per detto e fatto di un
figliuolaccio discolo, s'era ridotta al verde.

La prima mattina che andai a scuola da lei, la mamma mi aveva messo
nel panierino una bella fetta di pan bianco con un grosso grappolo
d'uva salamanna. Quando furono le undici, la signora Maddalena ci
dette il permesso di merendare.

Lei, poverina, aprì la cassetta del vecchio tavolino intarlato e tirò
fuori un gran cantuccio di pane nero, tanto duro e risecchito che
pareva di legno. Io mi sentii turbata, e siccome mi trovavo proprio
accanto a lei, non sapevo risolvermi a levar dal paniere il mio pane
bianco, con quell'uva fresca. Mi pareva che la vista di quelle buone
cose dovesse affliggerla o ricordarle i suoi bei tempi.

A un tratto mi venne un'idea, un'idea da bambine. Richiusi il paniere
e ripresi il mio ago torto.

--Perchè non mangia? mi chiese la signora Maddalena.--La poverina ci
dava del _lei_.

--Sono stizzita con la zia, risposi senza alzare il capo.

--Perchè? Si è scordata di darle la merenda?

--Tutt'altro! Guardi!--E cavai fuori la mia colazione. Gli è che
quando sono in campagna, non farei altro che mangiare pane scuro,
proprio di quello nero, da contadini. Ha un sapore! E la zia si ostina
a volermelo dar bianco.

--La mamma vorrà così, osservò la maestra.

--La mamma? risposi con vivacità. Oh la mamma non bada a queste
sciocchezze; sa che sono sana e ha caro, anzi, che mi avvezzi a
mangiare di tutto.

La signora Maddalena era diventata rossa e rigirava il suo cantuccio
tra le mani con aria indecisa.

--Non vuol dire, ripresi con simulata rassegnazione. Non mangerò. Per
un giorno non si muore.

[Illustration]

--Se il mio non fosse così duro.... balbettò la povera vecchia.

Non la lasciai finire.

--Sarebbe così gentile da barattarlo col mio? dissi tutta contenta. E
senza darle tempo di rispondere, eseguii il cambio.

Restava l'uva. Ma ormai il coraggio era venuto.

--Senta com'è buona l'uva della nostra vigna, dissi porgendogliene la
metà. Glie l'avrei data tutta, ma avevo paura d'offenderla.

Io, volete crederlo, bambine? Io divorai l'enorme cantuccio come se
fosse stato un boccone solo.

E da quel giorno, non avrei potuto più merendare senza il pane della
maestra.

                    * * *

Povera signora Maddalena! Lei che aveva portato tante privazioni,
tanti stenti, tante vergogne: lei che aveva patito la fame senza
lamentarsi e senza chiedere un soldo a nessuno, non potè reggere al
dolore di sapere il figliuolo in carcere. Entrò a letto con un gran
febbrone e morì col suo nome sulle labbra. A me, poi, che le prestavo
qualche piccolo servigio e passavo gran parte del giorno al suo
capezzale, fece un cenno con la mano e balbettò:--Ah birichina!...--

Che il buon Dio le avesse già raccontato tutto?



I metalli.


Attenti, bambini. Oggi dobbiamo parlare di belle cosine, di cosine che
vi piaceranno certamente. Guardate bene quest'anello. Lo vedete? Mi
sapreste dire di che cos'è, ossia di che sostanza è composto?--È
d'oro.--Bravi! Quest'anello, infatti, è d'oro. Ed è pur d'oro il mio
orologio, la crocellina che tengo al collo e la moneta che vi feci
vedere giorni sono. Com'è bello l'oro, non è vero? L'oro ha un bel
colore giallo, risplendente, un colore che quasi potrebbe agguagliarsi
a quello del sole. Quando una bambina ha dei bei capelli biondi,
diciamo che gli ha d'oro: e anche quando si vuol significare che il
grano è maturo, diciamo che la mèsse è color d'oro.

Quest'oro così ammirato è una sostanza preziosa, cari figliuoli.

Con essa si fanno molte belle cose; sapreste accennarmene qualcuna?

Sicuro. Con l'oro si fanno i gioielli che adornano le signore, come
sarebbero diademi, buccole, collane, spilli, orologi, anelli,
braccialetti, fibbie, medaglioni, ecc. Con l'oro si fanno oggetti di
lusso per le tavole, come saliere, porta ampolle, coppe, posate,
fruttiere, vassoi, trionfi: e si fanno candelabri per le chiese,
reliquiari, cornici, statuette, angioli e croci: anzi vi dirò che in
un paese molto lontano dal nostro, la Grecia, fu scolpita, molti
secoli sono, una statua, tutta d'oro massiccio. Ora le statue non si
scolpiscono più nell'oro, ma nel marmo: e voi ne avrete vedute chi sa
quante a ornamento delle piazze, dei palazzi e delle chiese. Con
l'oro si _coniano_ le monete da cinque, da dieci, da venti, da
cinquanta e da cento lire. Vi auguro di possederne un giorno molte di
queste monete; e sapete perchè? Perchè so che siete buoni, e godete
nel dar qualche centesimo ai poverini che non hanno pane. Che cosa
fareste, dunque, se vi ritrovaste a posseder tant'oro? Io credo che
qui nel vicinato non ci sarebbero più poveri, non è vero?

[Illustration]

Voi, ora, sarete curiosi di sapere di dove si leva quest'oro tanto
prezioso. Ve lo devo dire? Si _cava_ di sotto terra. Così è,
figliuoli. La terra non ci dà solamente le mèssi e i dolci frutti, ma
anche tutto quanto è necessario a far comoda e ben difesa la vita
dell'uomo.

E non crediate che dalla terra si estragga solamente l'oro: oh vi si
trovano ben altre cose! Dove metto il ferro? Il ferro non è bello come
l'oro, anzi, se si ha da dire schiettamente è piuttosto bruttino, con
quel suo colore bigiastro e tetro. Ma che vuol dir ciò? Non è mica
l'apparenza quella che decide del valore reale d'una cosa! Anzi
l'apparenza, spessissimo, è ingannatrice. Abbiatene un esempio in
Paolino, che oggi non è potuto venire a scuola. Il poveretto è debole,
malato, spaurito? ha un viso e due occhi che non promettono nulla.
Eppure quanta bontà in quell'ottimo cuore! Quanta svegliatezza in
quella mente! Chi potrebbe conoscerlo senza volergli bene? Chi
vorrebbe preferirgli un fanciullo bello, ma cattivo, sgarbato e
bighellone?

Riprendiamo il filo del discorso. Qui nella scuola ci sono punti
oggetti di ferro? Guardiamo un po': oh sicuro! Gli arpioni a cui
stanno attaccate le carte geografiche, le aste dalle quali pendono le
tende, il paletto della porta e il grosso campanello che vi annunzia
l'ora della ricreazione, sono di ferro.

Il ferro ci è molto più utile dell'oro; anzi, giacchè ci siamo, vi
dirò che l'oro non è utile a nulla e ne potremmo fare a meno
benissimo. Ma se venisse a mancarci il ferro! Come si fabbricherebbero
gli arnesi necessari all'agricoltura? E senza il ferro e la vanga,
come si potrebbe lavorar la terra? Non c'è mestiero, arte o
applicazione di qualsiasi ramo della scienza che non si giovi del
ferro: dal pesante martello del fabbro alla sottilissima lama con la
quale il medico interroga la rete complicata de' nostri nervolini e
de' nostri tendini, tutti gli arnesi per mezzo de' quali l'uomo studia
e lavora, sono di ferro.

Onoriamo dunque il ferro. E onoriamo anche l'oro, purchè serva a
ingentilire il costume, a incoraggiare le industrie, a premiare il
lavoro: onoriamolo sopratutto, se nelle mani di chi lo possiede,
diventa mezzo o strumento di carità.

Tanto il ferro che l'oro si chiamano _metalli_: nè sono soli: vi ha
l'argento, il rame, il piombo, lo zinco, il mercurio e molti altri.

I luoghi della terra dai quali si estraggono i metalli si chiamano
_miniere_. Ricordiamocene.

Vorrei dirvi ancora molte altre cosette sui metalli; ma mi accorgo che
la lezione diventerebbe un po' troppo lunga e m'impedirebbe di
raccontarvi la solita novellina. Peraltro, avanti di cominciarla,
voglio assicurarmi se avete ben capito quello che vi ho spiegato.

       *       *       *       *       *

1. Ditemi di che colore è l'oro e a quali usi serve

2. Se uno di voi potesse disporre di una bella moneta d'oro, come la
impiegherebbe?

3. Com'è il ferro? A che serve? nominatemi dodici oggetti di ferro.

4. Come si chiamano i luoghi della terra dai quali si astraggono i
metalli?

5. Ditemi il nome di sei metalli.



Amaro!

(_Dagli appunti d'una maestra_).


Non so in qual modo, ma i miei scolarini erano venuti a sapere che
quel giorno era il mio compleanno. Me li vidi arrivare alla scuola col
vestito delle feste e con un regalino tra le mani.

Chi mi portava una penna elegante, chi un libriccino da messa, chi un
astuccio da lavoro, chi un bel mazzo di fiori freschi. Io fui
consolata e attristata da quella vista: consolata perchè qualunque
segno di gratitudine o d'affetto che mi venisse da quei buoni
figliuoli mi toccava il cuore e mi faceva parer leggiero ogni
sacrifizio: attristata, poichè pensavo che i denari occorsi in quelle
compre, potevano venir destinati a più nobile uso. A ogni modo,
accolsi serenamente quelle care dimostrazioni d'amore.

[Illustration]

Un bambino solo, il più povero, non mi offrì nulla: ma dal suo
contegno imbarazzato e dal suo visetto malinconico argomentai quanto
dovesse soffrire. Lo chiamai e quando l'ebbi vicino me lo strinsi
ripetutamente fra le braccia, baciandolo. Incoraggiato da quelle
carezze, il poverino mi pose tra le mani un involtino e fuggì
vergognoso.

Sorpresa e incuriosita, lo aprii senza che nessuno potesse
accorgersene. Vi erano.... indovinate!.. Tre pallottoline di zucchero!

Lo richiamai subito da me.

--Lo sapevi che mi piacesse lo zucchero? gli chiesi sorridendo.

--Me lo sono figurato! Mi piace tanto a me!

--E tu, ripresi commossa, l'hai certo chiesto alla mamma e....

--No signora! replicò prontamente, non ho chiesto nulla a nessuno;
glie l'ho serbato proprio io, di _mio_....

--Ma pure....

--La nonna, quando mi dà il caffè e latte, mi mette sempre nella
chicchera due o tre pallottoline di zucchero per indolcirlo. Io ho
levato lo zucchero....

--E il caffè e latte?... chiesi con la gola serrata.

--L'ho preso amaro!

                    * * *

Mario, piccolo Mario, dove sei tu? Forse il fumo delle officine avrà
annerito il tuo viso d'angelo, forse a quest'ora lavorerai i campi
dove biondeggia la messe e si matura, al sole, la vite, forse ti
accoglieranno le navi avventurose dove il lavoro è sì duro, la
speranza sì fallace....

Ma chiunque tu sii, operaio, agricoltore o uomo di mare, il tuo posto
è fra i nobili cuori, per quali l'amore è sacrifizio, l'abnegazione,
dovere.

Mario, piccolo Mario, se tu per un momento potessi entrare nella mia
stanzetta da studio, vedresti molte carte, molti libri, molti ninnoli;
e vedresti anche, custoditi in una piccola campana di vetro, tre
pezzetti di zucchero, un nome, una data!



Gli uccelli


Stamattina una mia cara amica ha voluto regalarmi questo grazioso
uccelletto. Guardatelo: è un _canarino_. Ha le penne gialle, il becco
e le gambettine color di rosa pallido; ha gli occhi neri, vispi,
brillanti come due margherite. Ora non canta, perchè non ne ha voglia
o forse perchè la vista di luoghi nuovi e di persone sconosciute lo
intimidisce. Ma quando si sarà addomesticato con noi, allora
sentirete. Altro che trilli e gorgheggi di un cantante! Vi parrà
impossibile che da un corpicino così piccolo possa uscire tant'onda di
melodia.

Ma già chi di voi non ha in casa qualche uccellino? Aldo ha un
_fringuello_, Giovanni un _cardellino_, Tommaso una _cutrettola_ e
Gigino un _usignuolo_. Le care bestioline!

Non so se vi è mai occorso di fermarvi in Mercato, dove c'è una bella
bottega, piena di uccelletti di tutti i colori, di tutte le forme, di
tutti i paesi.

Dal _fringuello marino_, così grazioso nel suo mantello arancione a
macchiette nere, al maestoso _uccello di paradiso_, colle sue belle
piume rosee, auree, infocate, ogni classe di questi gentili animali ha
laggiù il suo rappresentante.

Ma gli uccelli dalle piume sì splendide non sono dei nostri paesi:
essi ci vengono da regioni caldissime, dove il sole scintilla sulle
sabbie color d'oro, dove i fiori hanno colori abbaglianti, dimensioni
gigantesche, profumi acuti: e quanto più ardente è il clima dal quale
ci vengono, questi leggiadri pellegrini, tanto più ricco e vivo è il
colore delle loro piume.

Ci avete mai pensato, voi, al volo degli uccelletti, a questa loro
mirabile attitudine, per mezzo della quale percorrono, in pochi
minuti, tanta immensità di cielo?

Tutti voi conoscete certamente i piccioni, non è vero? E saprete forse
che in tempi molto lontani dai nostri, si metteva a profitto la loro
rapidità nel volo, per inviare messaggi, lettere, notizie da un paese
all'altro. Ebbene: uno di questi messaggeri fa in un solo giorno più
cammino di quello che possa farne un uomo in sei giorni.

Che ve ne pare? Quando studierete la storia naturale, imparerete come,
oltre le penne, tutta la struttura del corpo dell'uccello,
contribuisca a dargli quella grande leggerezza che agevola il suo
volo.

Chi di voi non vorrebbe, per un giorno solo, diventare un uccelletto,
sol per volare nel luogo o presso la persona che vi è più cara? Quanti
bambini volerebbero dalla loro mamma lontana, o al paese dove sono
nati e cresciuti e dove riposano in pace le ossa dei loro nonni!

Ma se a noi furono negate le ali, abbiamo però il _pensiero_, il
volatore instancabile, che non posa un minuto, e per il quale le
immensurate distanze che ci dividono dalla stella più lontana, sono
appena un punto, un atomo, un'ombra. Il pensiero corre ai cari
assenti, ai morti, ai non nati: si sprofonda nelle viscere della
terra, e vola al di là delle stelle: interroga il gracile organismo
del fiorellino di campo, e s'inalza fino a Dio: e là solamente il gran
pellegrino s'acqueta e riposa.

Che dirvi del canto onde queste soavi creature ravvivano e fan lieta
la terra? Che diverrebbero senz'esso i nostri paesaggi e le nostre
foreste? Quando, nel silenzio della notte, ogni cosa dorme nella
natura, e la vita sembra ovunque sospesa, ad un tratto dal fitto del
fogliame escono alcune note, le quali ora sono un sospiro, un lamento,
un gemito: ora sono canti lieti, vivi, che ogni eco ripete e fa suoi.

E le case dei poveri, e tante misere stanzuccie di fanciulle malate,
che diverrebbero se non le allegrasse talvolta il cinguettìo delle
_rondini_ che han fatto il nido lì vicino, o il trillo cadenzato del
_canarino_ e del _passero_?

E questi uccelletti, così agili al volo, così splendidi di piume, così
abili nel canto, sono padri previdenti, mamme amorose, mariti
esemplari. In loro la bontà è pari alla grazia, all'agilità, alla
bellezza. Quale insegnamento per certi bei bambini di mia conoscenza!

Noi sappiamo che gli uccelli si riproducono per mezzo delle _uova_, le
quali, _covate_ da uno dei genitori, si schiudono a un'epoca
determinata, per dare adito al nuovo piccino.

Ebbene: quando viene il tempo di deporre le uova, la femmina cambia le
sue abitudini. Le piaceva il canto, l'allegro vagabondaggio sui clivi
fioriti, il cinguettìo colle compagne? Dal momento che sta per
diventar mamma, rinunzia alla libertà e non abbandona più le sue
uova, finchè il calore continuo e prolungato del suo corpo non le
abbia fatte schiudere.

Bisogna vederle quelle creaturine, nate d'allora! Incapaci di
adoperare le zampe, senza penne e cogli occhi ancor chiusi, vengono
nutrite nel nido dai loro genitori, finchè, coperte di piume, possono
cominciare a far prova delle ali e trovarsi da sè il nutrimento che
loro conviene. La madre dirige i primi loro passi e manda, per
chiamarli, un grido particolare quando ha trovato del cibo. Se sono
aggrediti, li difende valorosamente e fa mostra d'una meravigliosa
accortezza.

Quando i piccini sono abbastanza forti per volar via, lasciano la
famiglia e vanno a perdersi nel mondo, nel vasto mondo, dove, alla
loro volta, diverranno anch'essi mariti e padri.

Io vorrei poter farvi vedere un nido non disegnato sulla carta, ma
vero. Avreste di che rimaner sorpresi, ve lo dico io! Fino dal
cominciar della primavera, gli uccellini raccolgono i materiali
necessari alla fabbricazione della loro casina. Tutti portano il loro
filo d'erba o il loro stelo di muschio. E bisogna vedere con qual
maravigliosa maestrìa foggiano un cestino, lo nascondono in un
cespuglio, lo appendono a un ramo e lo depongono sui cammini, contro i
muri e contro i tetti.

E dire che ci sono dei bambini maligni, i quali si divertono a
tormentare quei piccoli muratori, falegnami, tessitori, e rapiscono
loro il frutto di tante cure, di tante trepidazioni! Io voglio molto
bene ai fanciulli e sono indulgentissima per certe loro monellerie: ma
quando ne commettono qualcuna, la quale sia indizio di perversità
d'animo o di durezza di cuore, sono senza pietà e li punisco. Oh se li
punisco!

C'è un bambino, laggiù in fondo, il quale mi chiede per la seconda
volta se tutti gli uccelli volano. Eccomi a soddisfarti, amico mio.
No, tutti gli uccelli non volano. Potrei, anzi, nominartene alcuni che
per la struttura del loro corpo, non possono neanche inalzarsi da
terra. Ma invece di sciorinarti una filza di nomi che presto
dimenticheresti, mi limito a farti osservare il nostro gallo e la
nostra gallina, i quali hanno abitudini terrestri.

Vi dirò anche che vi sono uccelli che vivono nell'acqua o in
prossimìtà delle acque: le anatre, le oche, i cigni sono da
annoverarsi tra questi.

Quando sarai più grandino, ti parleremo diffusamente di altri uccelli
acquatici, fra i quali primeggia la _Fregata_, che ha un'apertura
d'ali di circa tre metri. Vivono nei mari dei paesi caldissimi e
stanno lontane perfino due o trecento leghe dalla terra. Quando
scoppia una burrasca, s'inalzano molto al disopra della regione degli
uragani, e aspettano, in quelle sfere altissime, che l'aria sia
nuovamente tranquilla.

[Illustration]

I naviganti, colpiti dalla leggerezza del loro volo e dalle loro
svelte forme, chiamano questi uccelli col nome di _Fregate_, per
paragonarli alle più eleganti e veloci delle nostre navi da guerra.
Mercè le loro immense ali, possono sostenersi giorni intieri
nell'aria, senza riposarsi un solo istante.

Osservate ora quest'altro uccello dal becco lungo, diritto e aguzzo; è
una _Cicogna_; ha quasi un metro e venti centimetri di altezza e
grandi ali robuste, le cui piume bianche hanno una specie d'orlatura
nera. In generale queste bestie scelgono, per fabbricarsi il nido,
luoghi più elevati: e siccome sono di natura molto socievole, così è
frequente il caso di vederle stabilite, coi loro nati, sulla cima dei
campanili e di altri edifizi.

[Illustration]

Dotata di un'indole dolcissima, non è da maravigliarsi se la cicogna
si affeziona all'uomo, al quale reca d'altra parte molti servigi, col
distruggere parecchi animali nocivi all'agricoltura. E l'uomo la
ricompensa dei suoi servigi, accordandole in ogni tempo aiuto e
protezione.

[Illustration]

Ecco un altro uccello, alto più d'un metro e mezzo, e dall'aspetto
nobile e grazioso. Ha le piume del groppone mollemente ondeggianti e
di un bel colore piombo cenere. È una _gru_. Questi animali, tenuti in
grandissimo conto dagli antichi, i quali attribuivano loro virtù
speciali, vivono nelle grandi pianure, interrotte da paludi e da
frequenti corsi d'acqua. C'è chi si nutre della loro carne, ma è
dura e tigliosa.

[Illustration]

Osservate ora lo _struzzo_, il voracissimo struzzo, che è l'uccello
più grosso che si conosca. È alto più di tre metri e pesa perfino
cinquanta chilogrammi. Eppoi dovete pensare che un solo uovo di
struzzo equivale a venticinque uova di gallina. Scusate se è poco! Le
piume di quest'uccello sono molto accreditate presso le signore, che
ne guarniscono cappelli e ventagli.

Lo struzzo, per la sua straordinaria robustezza reca molti servigi
all'uomo, il quale se ne serve frequentemente per cavalcatura.
Ricordatevi però che siffatti uccelli non sono dei nostri paesi, e che
da noi un uomo non vorrebbe certo darsi in ispettacolo, cavalcando uno
struzzo! E ora, accanto allo struzzo gigante, siate contenti ch'io
v'accenni il piccolissimo _Colibrì_, ossia l'_uccellino mosca_. Pare
impossibile, non è vero, che in un solo genere di animali, vi sieno
tante prodigiose varietà di specie? E questa mirabile varietà
d'organismi, di forme e di colori, che altro è, se non una splendida
conferma dell'infinita sapienza di Dio, che si rivela in ogni opera
della creazione?

L'uccello mosca! Ma è egli possibile immaginare, nel suo genere, una
creaturina più leggiadra e più di questa perfetta, nella sua
prodigiosa piccolezza?

Chi, se non un Divino Artefice, avrebbe potuto cospargere di tante
fulgide gemme quei corpicciuoli delicati, che brillano nell'azzurro o
si nascondono nel calice d'una rosa? E come se ne tengono della loro
bellezza, i gentili animaletti! Si lisciano sempre le piume col becco
e cercano di conservarne intatto lo splendore.

[Illustration]

Vivaci oltre ogni dire e battaglieri, aggrediscono uccelli molto più
grossi di loro, li tormentano, gli inseguono con persistenza, li
minacciano negli occhi e riescono quasi sempre a metterli in fuga.

[Illustration]

Ma eccoci alla regina di tutti gli uccelli, alla terribile e maestosa
_aquila_, i cui occhi, dicesi, sostengono, senza restarne abbagliati,
lo splendore del sole. Dotata di una prodigiosa forza muscolare può
lottare contro i più fieri uragani e varcare intere catene di monti
con un camoscio o una pecora tra gli artigli.

L'aquila costruisce il nido nelle fratture di roccie inaccessibili,
sul margine dei precipizi, in tutti quei luoghi, insomma, che
l'istinto le suggerisce più acconci alla sicurezza dei suoi piccini.

Voracissima e crudele, essa non ha sdegnato neppure le vittime umane e
spesso qualche innocente bambino è divenuto sua preda.

Nell'isola di Sike, in Scozia, una donna aveva lasciato in un campo un
fanciulletto. Un'aquila prese il bambino cogli artigli, e
attraversando un lago assai esteso, andò a deporlo sopra uno scoglio.
Per fortuna, il rapitore fu veduto da alcuni pastori, che giunsero a
tempo a salvare il fanciullo e riportarlo sano e salvo.

Ma basti di cose sì tristi. Gli animali obbediscono all'istinto, nè
posseggono, come noi, quella guida preziosa che si chiama _la
ragione_.

                    * * *

Io ho finito la mia lezioncina sugli uccelli, i quali oltre
all'allegrarci col loro canto e colla loro bellezza, ci danno uno
squisito nutrimento, piume meravigliose, utilità indiscutibili.
Provatevi dunque a riandare quanto vi ho detto, e rispondete alle
seguenti domande.

       *       *       *       *       *

1. Ditemi il nome di dieci volatili.

2. Gli uccelli dalle piume splendide di dove ci vengono?

3. Che cosa potreste dirmi sul volo degli uccelli?

4. Se uno di voi diventasse un uccellino, dove vorrebbe volare?

5. Qual'è il volatore instancabile che non posa mai?

6. Ditemi il nome di qualche uccello cantatore.

7. Che cosa vi pare del canto degli uccelli?

8. Come si riproducono gli uccelli?

9. Che cosa fa la femmina degli uccelli, quando sta per diventar
madre?

10. Ditemi qualche cosa sopra i nidi degli uccellini.

11. Tutti gli uccelli volano?

12. Qual'è il nome del volatile domestico che non vola?

13. Guardate il disegno che rappresenta la fregata e descrivetemela.

14. Descrivetemi la cicogna o ditemi qualche cosa delle sue abitudini.

15. Descrivetemi la gru e lo struzzo.

16. Parlatemi dell'uccellino mosca.

17. Descrivetemi l'aquila, dopo aver ben guardato il disegno.



Per tre soldi!


Enrico voleva un gran bene alla sua mamma e avrebbe dato qualunque
cosa per non sentirla tossire a quel modo.

--Perchè non ti compri le pasticche? le diceva: Perchè non prendi un
po' di latte caldo, la sera, avanti di andare a letto? Perchè non
cerchi di assuefarti all'olio di merluzzo? Anche la signora Maestra è
guarita con l'olio di merluzzo.--

La mamma sorrideva e lo lasciava dire. Gli è che la povera donna, per
la gran miseria, non aveva modo di curarsi, e se dopo aver pensato al
pane e alla minestra, le rimaneva qualche centesimo, bisognava che lo
serbasse per comprare i quaderni e i libri del bambino. Era tanto
istruito quel ragazzo! Leggeva corrente in qualunque libro e perfino
nello scritto era sempre il primo lui!

--È una tosse d'infreddatura, rispondeva la buona donna, passerà da
sè. Io, intanto, non mi voglio intrugliare colle medicine.--

Enrico non era persuaso di quelle ragioni e cominciò a sospettare il
vero. Già un bambino che legge in tutti i libri, sa anche leggere nel
cuore della mamma, non vi pare?

Pensa e ripensa, gli venne un'idea, un'idea buona. La mamma gli dava
tutte le mattine due centesimi per il companatico della merenda: se li
mettesse da parte per sette o otto giorni, non sarebbe in grado di
comprargliele lui le medicine? Con tre soldi si può scegliere!

Ecco perchè il nostro amico, dopo qualche giorno di questa
risoluzione, uscì di casa tutto contento. Baciò la mamma e quando fu
in fondo alla scala, le disse con una certa importanza:--Riguardati!--

Coi suoi tre soldi strinti nella manina destra, entrò nella farmacia
più vicina e fattosi avanti con una tal qual dignità, disse allo
speziale che era al banco:

--Vorrei una medicina per la mamma, che ha la tosse!

--Ce ne sono tante delle medicine! osservò il farmacista. Che cosa
vuoi? polveri del Dower, pasticche di catrame, olio di merluzzo?

--Piglierò l'olio di merluzzo, rispose subito il bambino, pensando
alla guarigione della maestra. Me ne dia una boccetta.

[Illustration]

--La vuoi piccola o grande?

--Grande, molto grande!

--Eccotela. Una lira e cinquanta!

Il bambino guardò stupefatto prima il farmacista, poi l'olio di
merluzzo, poi un dottore che stava lì accanto al banco leggendo il
giornale; e aprendo timidamente la manina balbettò:

--Ci ho tre soldi, interi!

Tanto il dottore che lo speziale, dettero in uno scoppio di risa e
quest'ultimo fece l'atto di ripigliar la boccetta. Ma Enrico,
piangendo a calde lacrime:

--Mi faccia il piacere di lasciarmela, supplicò, gliela pagherò a un
po' per giorno, coi centesimi della merenda. Se sapesse quanto tosse
la povera mamma! Sono un bambino per bene!--

Il farmacista gli pose tra le mani la boccetta e gli fece segna di
andarsene, cosa che il ragazzo non si fece ripeter due volte: poi il
degno uomo si chinò sotto il banco a raccattar della roba che non
c'era. E il dottore? Oh il dottore aveva il viso interamente nascosto
da quel suo gran giornalone.

Quei due uomini erano due babbi.



La storia d'un grappolo d'uva.


Guardate, bambini, questo bel grappolo d'uva! Io lo serbo, non già a
chi sarà più buono, poichè la bontà trova in sè stessa il proprio
premio, ma a chi sarà più attento a questa lezioncina. E lo stare
attenti non è difficile, specialmente quando in una lezione entrano in
ballo delle cose così buone.

--Prima di tutto ditemi di che colore è quest'uva?

--Codest'uva è bianca.

--È vero. Ma tutta l'uva non è bianca. Ce n'è della nera, della
rossiccia, della verdastra. E col colore diverso prende anche un nome
diverso: Così c'è l'uva salamanna, l'uva moscatella, l'uva malaga,
ecc. Se io vi domandassi come si chiama la pianta che da l'uva, che
cosa mi rispondereste?

--Si chiama la vite.

--Ma bravi! La vite, dunque, ci dà l'uva. E l'uva, ditemi, ci serve
solamente per frutta?

--No, signora. L'uva ci dà anche il vino.

--Mi accorgo di aver che fare con dei bambini che la sanno lunga,
forse più lunga di me, e proseguirò senza fare altre interrogazioni.

Quest'uva dolce, saporita, che mangiamo tanto volentieri col pane, non
è un frutto _unico_ come sarebbe una pera o una pesca. È composta di
una certa quantità di _chicchi_ riuniti sul prolungamento d'uno stelo
della pianta, e forma il così detto _grappolo_.

Ogni chicco d'uva è ricoperto da una pellolina sottile che impedisce
al sugo di sgocciolar fuori. Esso contiene dei _fiocini_ o semi che,
nascosti nel terreno, riprodurrebbero la pianta che ci da l'uva e che
si chiama _vite_.

Ma la vite non si riproduce col mezzo della sementa. Le ci vorrebbe
troppo tempo prima di dar dei frutti. Ecco come si fa: si stende sul
terreno un ramo di vite, senza staccarlo dal tronco o _ceppo_, e si
lascia l'estremità di questo ramo esposto all'aria e alla luce. Ben
presto sulla parte del ramo nascosto nel terreno germogliano alcune
radici e formano un nuovo _ceppo di vite_.

La vite è una specie d'arbusto tortuoso, la cui scorza è ruvida e
filamentosa: i suoi rami, lunghi e flessibili, ove fossero abbandonati
a sè stessi, serpeggerebbero sul terreno: ma l'agricoltore li assicura
lungo i muri o li raccomanda agli alberi, in modo che la vite possa
allacciarsi ai loro rami e formarvi graziose ghirlande di pàmpani e di
grappoli. La vite, lasciata crescere, forma le così dette pergole o
pergolati, la cui ombra ci difende, nei giardini, dalle carezze troppo
vive del sole.

Quasi sempre la vite è coltivata su terreni speciali, i quali prendono
il nome di _vigne_ o _vigneti_: e il ceppo è sostenuto da un _palo_.

In autunno l'uva è matura: allora si procede alla _vendemmia_, cioè
alla raccolta dell'uva.

L'uva è versata in capaci _tini_, dove viene _pigiata_, affinchè possa
versare il sugo, il quale scola da una piccola apertura, praticata in
fondo al tino. Allora viene travasato in altri grandi tini, dove si
riscalda da sè fino a bollire. E questa ebollizione naturale si chiama
_fermento_.

[Illustration ]

Fermentando, il sugo della vite cambia sapore e qualità. Era dolce: il
fermento ha cambiato la sua dolcezza in forza, il suo zucchero in
_alcool_. Eccolo diventato _vino_, quel vino che bevuto moderatamente,
è la vigoria dei giovani, il balsamo dei vecchi, la salute di tutti;
ma che, preso al di là del bisogno, _ubriaca_ e fa perder la ragione.

Bisogna dunque, saviamente _usare_ dei doni di Dio: ma _abusarne_,
mai!

                    * * *

E ora io mi trovo in un bell'imbroglio. Ho promesso il grappolo d'uva
al bambino più attento. E tutti siete stati attenti. Dividere il
grappolo in trenta parti non è possibile. Ne toccherebbe appena un
chicco per uno. Dunque? Ma perchè Gino si alza? Vuol farmi una
proposta? La faccia!

--Signora, c'è di là la povera custode della scuola, che ha la bambina
malata. Vogliamo mandarglielo a lei?...



La seggiolina.

(_Ricordi di un bambino_).


La signora Leonarda con quel suo fare sostenuto mi faceva rabbia e io
non la potevo soffrire. Tutti i miei compagni avevano una maestra
giovane, bella, vestita bene, che sorrideva spesso, che regalava loro
delle stampe o del soldatini. E a me, invece, la vecchia signora non
usava che sgarbi e modi arcigni. È vero che a quei tempi ero un vero
monello, senz'altra voglia addosso che quella di giocare a nocìno o di
fare alla palla coi quaderni. Ma nonostante avrei preso di essere
trattato meglio. Erano sempre gastighi, minaccie e scappellotti. Una
volta sola, l'unica! che nel fare il chiasso m'ero quasi levato un
occhio, la vidi agitata, piangente, starei per dire carezzevole. Mi
prese sulle ginocchia brontolando e mi fasciò l'occhio sciupato. Io,
intanto, da quello buono, vidi benissimo che le tremavano forte le
mani.

Saranno state idee, ma quel tremolìo mi fece impressione, tanta
impressione, che d'allora in poi mi messi in testa d'esser buono.
Cominciai a tener di conto dei quaderni, a stare attento alle lezioni
e infatti nella prima _dettatura_ feci quindici sbagli solamente.

La signora Leonarda mi prese subito a ben volere, e una volta che
venne nella scuola un signore tutto vestito di nero, mi fece alzare e
gli disse delle parole in un orecchio. Il signore mi accarezzò e mi
dette un bacio. Che cosa gli avrà mai detto?

Intanto la signora Leonarda si ammalò, chi diceva di stenti, chi di
vecchiaia. La mamma, un lunedì mi mandò a riprender la seggiolina per
mettermi in un'altra scuola. Ci andai tutto allegro, perchè l'idea di
mutare mi ha dato sempre un gran gusto.

Entrai nella scuola, dove avevo fatto tante birichinate, dov'ero stato
sgridato, gastigato tante volte. Era vuota. Il sole entrava
allegramente dal finestrone spalancato e tracciava larghe striscie
d'oro sull'ammattonato rosso. Io presi la mia seggiolina e mi avviai
all'uscio. A un tratto sentii come un gemito nella stanza accanto: era
la voce della signora Leonarda che chiedeva da bere.

--O che l'hanno lasciata sola? dissi fra me. E senza stare a pensarci
sopra, entrai in camera.

Era sola, infatti, la povera vecchia maestra. Mi avvicinai al suo
letto in punta di piedi, e agguantato il bicchiere sul comodino, glie
lo porsi.

Bevve avidamente fino all'ultimo sorso e ricadde sul guanciale senza
riconoscermi.

In quel mentre entrò la donna che la custodiva. Io, non avendo più
nulla che fare, uscii. Quando fui per la strada, colla mia seggiolina
in braccio, mi parve che il cielo si fosse rannuvolato. Ma era sereno.
Gli è ch'io lo guardavo a traverso le lacrime.



Le olive.


Lo vedete questo ramoscello adorno di foglie biancastre e carico di
piccoli frutti ovali, d'un verde cupo? È un ramoscello d'olivo.

Proviamoci ad assaggiare una di queste olive. Dio, come sono amare!
Non hanno certo il sapore di quelle belle olive che si mangiano col
pane. Gli è che le prime sono _naturali_ e le seconde sono state
conservate in _salamoia_ cioè nell'acqua salata, la quale ha tolto
loro quel sapore amaro che le olive prendono maturando.

L'ulivo, chiamato dai nostri padri il _re degli alberi_, è una grande
risorsa pei paesi del mezzogiorno. Dove il clima è rigido e freddo,
l'olivo non attecchisce, e per renderlo fecondo sarebbe necessario
ripararlo dalle inclemenze della stagione. L'olivo si riproduce in più
modi, ma il più semplice è quello di seminar sul terreno dei noccioli
d'oliva. E quanto tempo deve scorrere prima che quel nocciolo nascosto
sotto terra ci dia le anfore di olio finissimo o anche le olive da
mettersi sotto sale! È anche da osservare che essendo il legno del
nocciolo estremamente duro, bisogna, prima di riporlo nella terra,
schiacciarlo; e aver molta cura di non offendere la mandorletta o
germe, il quale, trovandosi a contatto immediato col terreno, avrà
uno sviluppo più facile e più pronto. Gli olivi seminati così,
cominciano a venir fuori dopo due anni.

La raccolta delle olive si fa ordinariamente in novembre e dicembre:
se l'albero non è alto, si colgono le olive con la mano: ma se i suoi
rami sono molto elevati, si _abbacchia_ come si pratica con le noci e
i castagni.

Tutto il lavoro non è però finito con la raccolta. Le ulive vengono
schiacciate nel _frantoio_ e il primo olio che da esse è spremuto si
chiama _olio vergine_. Dalla pasta di quelle ulive medesime si ottiene
quindi l'olio comune e, gradatamente, quello di qualità inferiore.

L'olio si conserva nei barili o in grandi vasi di terra verniciata,
detti _damigiane_. Gli ulivi hanno un anno di abbondanza su tre o
quattro di sterilità, e perciò, tirando la media delle buone e cattive
raccolte, si è potuto stabilire che un olivo produca quattro o cinque
chilogrammi d'olio l'anno.

E questo ramo di agricoltura esige, oltre al lavoro e alla vigilanza,
grandi tesori di pazienza e di tempo, poichè un olivo non è produttivo
che verso i sei o sett'anni.

L'olivo è stato, fino dai tempi più remoti, il simbolo di sentimenti
nobili e virtuosi. I Greci antichi pretendevano di averlo avuto da
Minerva, dea della saviezza, e non ne permettevano la coltivazione che
a persone onorevoli e della più specchiata probità.

Ricordate, nella storia di Noè, il ramoscello d'olivo portato dalla
colomba?

E anche ai nostri giorni, non veneriamo forse l'olivo come un simbolo
di pace e d'abbondanza?

       *       *       *       *       *

1. Come sono le foglie e i frutti dell'olivo?

2. Dove cresce l'olivo?

3. Come si semina?

4. Come si raccolgono le olive?

5. Come si estrae l'olio dalle olive?

6. Quali pensieri ha ispirato l'olivo ai nostri padri?



Ombrello ridicolo.


C'era una volta una bella bambina che si chiamava Livia: questa Livia
stava un giorno alla finestra, aspettando una comitiva di bambine, che
dovevano venir da lei a fare i balocchi. C'erano state anche la
domenica avanti e s'erano tutte divertite a correr nel giardino, a
ballare sul prato, a fare alle signore nei boschetti. Tutto questo
però non era nulla in confronto di quello che avevano fissato di fare
la domenica dopo.

La domenica era venuta, ma le amiche si facevano desiderare. Come mai?
Gli è che la prima volta era stato bel tempo: il sole splendeva in un
cielo senza nuvole e un leggiero ventolino ne temperava l'ardore: quel
giorno, invece, il cielo era bigio e l'acqua veniva giù a catinelle.

Oh benedetto sole! Perchè rimpiattarsi, quando vi sono tante bambine
che ti invocano?

È vero, peraltro, che il sole brilla sempre, senza spengersi mai. Ma
di quando in quando ce lo nascondono a noi quei grossi nuvoloni e
vapori, che si sciolgono in acqua.

E allora non bisogna più fare i balocchi nel giardino: la terra è
fradicia, fangosa, piena di pozzanghere: ci sarebbe il caso di
prendere un reuma o un'infreddatura, e queste cose non piacciono molto
alle bambine di giudizio.

Quando piove, bisogna rassegnarsi a fare il chiasso in una stanza: non
c'è tanto posto quanto in un giardino, ma quando ci troviamo in buona
compagnia, non è poi un gran male a stare un po' più vicini gli uni
agli altri, non vi pare?

Eppure le amiche della Livia davano a credere di amare più il giardino
che non la padroncina, la quale aveva un bell'allungare il collo fuori
della finestra. Le bambine non si vedevano. Che le loro mamme non
volessero farle uscire a quel tempaccio? Poteva anche darsi e in
questo caso non c'era da ripigliarsela con nessuno.

Livia, tanto per ingannare il tempo, prese un libro e si provò a
leggere. Ma quando non si ha la testa lì, impossibile di capire una
sola parola: ella vide soltanto che in quella pagina l'argomento si
aggirava sugli ombrelli da acqua.

La bambina posò il libro e si mise a guardar quelli che passavano
dalla strada. Ce ne erano di tutti i colori e di tutte le forme.

La Livia ne aveva uno bellino, di seta scura, che poteva servire da
sole e da acqua; ciò che i francesi chiamano un _en-tous-cas_ (_in
ogni caso_). Sapeva che l'ombrello è una specie di tenda di seta o di
cotone, arrotondata in fondo, sostenuta in alto da un _manico_ che si
tiene in mano, e raccomandata a questo manico da otto o nove _stecche_
che la sostengono.

Dicendo che questa tenda è arrotondata, intendo per la forma generale,
poichè essendo la stoffa ben tirata sopra ogni stecca, ne viene che il
limite estremo dell'ombrello forma come un festone con tante punte,
quante sono le stecche. E siccome queste stecche, le quali possono
esser di balena, di ferro e anche di legno, hanno una certa
flessibilità, così l'ombrello, quand'è aperto, forma una specie di
cupola.

La Livia aveva notato soprattutto le due molle fissate lungo il
manico, e per mezzo delle quali l'ombrello si apre e si chiude: anzi
le era spesso accaduto, aprendo con poca attenzione l'ombrello della
mamma, di farsi male ai diti.

Quello che la nostra bambina non aveva mai osservato, si era la
curiosa processione d'ombrelli che sfilava sotto la sua finestra.

Quella vista valse a farle passar la noia e a disporla all'indulgenza
verso le piccole infedeli.

Pioveva sempre. Passò un giovinetto coll'ombrello chiuso e un libro
aperto tra le mani: questo giovinetto aveva una fisonomia lieta,
piacevole, tutta assorta nella lettura.

--Oh l'imprudente! pensò la Livia: te ne avvedrai di quel che succede
quando si cammina senza badare dove si mettono i piedi!

Infatti, dopo pochi passi, una grondaia in rovina amministrò al povero
scolaro un battesimo sì abbondante, che gli fu giocoforza pensare alla
pioggia.

Dopo, passò una signora vestita elegantemente ma con l'ombrello
spuntato e poco decente.

--Oh signora! pensò di nuovo la Lidia, codesto ombrello non
corrisponde ai suoi nastri svolazzanti: prima bisogna pensare alle
cose necessarie, poi a quelle superflue: e perchè lo tiene spuntato?
Non ci ha aghi e refe a casa sua?

Un uomo sulla sessantina svoltò la cantonata ed entrò nella strada;
aveva l'ombrello aperto, ma lo teneva appoggiato sulla spalla, con un
certo fare incurante, che l'acqua gli schizzava tutta sul viso. Quel
viso era dolce ma grave e pensoso: doveva essere qualche scienziato.

--Povero dotto, pensò ancora la Livia, perchè imiti quel filosofo
dell'antichità, il quale per istudiare il cielo, non vide la buca,
entro la quale poco mancò non si fiaccasse il collo?

Finalmente la Lidia, scorse una bambinuccia di otto o nove anni, che
camminava, interamente nascosta da un immenso ombrello d'incerato. Era
un ombrello scolorito, vecchio, goffo, ridicolo, un di quegli
ombrelloni che si vedono talvolta a qualche vecchio e buon prete
campagnuolo.

La Livia, a quella vista, si ebbe a sbellicar dalle risa. Era tanto
grande, tanto grande, che pareva camminar solo, con l'aiuto di due
piedini mal calzati, di cui la nostra curiosetta non poteva scorger
che le punte.

Là vicino ci erano gli asili infantili. L'ombrellone entrò nella
scuola e subito dopo ne uscì proteggendo una vera nidiata di
creaturine piccine, che la sorella maggiore era andata a prendere.
Quell'ombrellone rassomigliava a una grossa chioccia, che si sforzasse
di proteggere dalla pioggia la sua covata di pulcini.

E la Lidia non rise più. L'ombrellone d'incerato diventava bello,
aveva diritto a tutta la sua stima. E quando la bambina udì gli scoppi
di risa che uscivano da quell'enorme tendone, non potè stare alle
mosse e gli buttò un bacio.

Dopo, richiuse la finestra; e quando il sole tornò a brillare sui
tegoli lucenti dei tetti e fra le screpolature del vecchio campanile,
una fragorosa scampanellata annunziò a Lidia i suoi ospiti.

             (_Imitato dalla signora Pape-Carpentier_).



Insetti.


Questo nome vi metterà forse di cattivo umore, perchè vi darà a
supporre ch'io abbia intenzione di venirvi fuori con qualcuna di
quelle parolone noiose che fanno spesso pigliare in uggia ai ragazzi
la scuola, i libri e qualche volta anche la maestra. Ma mettete
l'animo in pace. Io, quando sono in mezzo a voi, non so pensare che a
delle cose carine e divertenti.

Questa parola _insetti_ non vi deve quindi spaventare. Ditemi, vi
piacciono le farfalle, quelle belle farfalle bianche, rosse, azzurre,
dorate, che svolazzano sui fiori e ne succiano il miele? Vi siete mai
divertiti a correr loro dietro? Ne avete mai acchiappate? Avete mai
posto mente alle loro belle ali variopinte, al loro corpicino esile e
delicato? Quelle farfalle sono _insetti_, ossia appartengono a un
genere di animaletti chiamati _insetti_.

[Illustration]

Gl'insetti sono molti: rifacciamoci dal nominare i più comuni, i più
conosciuti: le mosche, le formiche, le vespe, le zanzare, le pulci,
ecc.

Quasi tutti questi animalini sono provvisti di sei zampette articolate
e portano sul capo due antenne, che essi piegano e muovono a piacere.
Ma vi voglio dare intorno ad essi delle notizie curiose che non
possono fare a meno di divertirvi. Quando guardate qualche bella
farfalla o qualche moscone, dall'ali scintillanti, dal volo
rapidissimo, crederete certo che quella e questo sieno venuti al mondo
a quel modo, cioè colle ali, colle antenne, e le zampettine, non è
vero? Ebbene, qui sta l'errore.

Gl'insetti si riproducono per mezzo delle uova, e da queste si
sviluppa da principio un bacherozzolo press'a poco eguale a quelli che
troviamo pei campi o dentro ai frutti andati a male. Questi
vermiciattoli che gli uomini dotti chiamono _larve_, si mostrano
vivaci e voracissimi: crescono rapidamente, mutano la pelle parecchie
volte, finchè non sono sufficientemente sviluppati. Dopo essere stato
larva per un dato tempo, l'insetto fa un altro mutamento; smette di
mangiare, di muoversi e muta forma. Allora intorno al suo corpicino si
va formando una specie di scorza o involucro, dove egli riposa come
dentro una scatola; e spesso, oltre a questo involucro, c'è un guscio
particolare che l'insetto fabbrica da sè. E l'insetto viene allora
battezzato dai dotti con un altro nome: cioè _crisalide_. E quando la
_crisalide_ è diventata un insetto perfetto, allora fende il guscio e
esce all'aperto a prendersi la sua parte d'aria e di sole.

Da ciò vedete che prima di divenir farfalla, mosca, o, in una parola,
_insetto perfetto_, il nostro animalino dev'esser _uovo_, _larva_ e
_crisalide_. Spero che non dimenticherete queste piccole notizie, le
quali vi gioveranno non poco, quando intraprenderete degli studi più
importanti.

Dianzi parlandovi delle vespe, vi ho taciuto il nome di una specie di
vespa, dalla quale l'uomo ritrae grandi vantaggi: intendo parlare
dell'ape. Ne avete mai vedute?

Quando questi animalini si sono riuniti in un dato numero, ossia hanno
formato uno _sciame_, scelgono, per stabilirvi la loro dimora, un
luogo oscuro, caldo e asciutto, o nella cavità d'un albero o in una
spaccatura di roccia. Trovato il luogo adattato, che noi chiamiamo
_alveare_, le api si mettono subito al lavoro: cominciano a ripulirlo
da ogni immondizia e quindi, con una materia che esse stesse
fabbricano, turano ogni buco, ogni apertura, lasciandone una sola per
l'entrata e per l'uscita. Nell'interno della loro casina o alveare,
costruiscono quindi un numero determinato di cellette a sei angoli,
ossia _esagone_, dove ripongono il miele e la cera che esse succhiano
dai fiori.

Voi tutti conoscete la cera, la quale serve a tante applicazioni di
medicina, di arti e mestieri, e illumina sì splendidamente le nostre
chiese e le nostre sale: avrete anche assaggiato il miele, il
dolcissimo miele: ma forse non avete saputo fin qui il nome
dell'industre animaletto che ci procura questi tesori, ed è tenuto
meritamente come simbolo d'operosità e di previdenza.

Nè, parlando degl'insetti, sarebbe bene tacervi il nome del
_filugello_ o baco da seta, la sola farfalla veramente utile all'uomo,
il quale ritrae da essa lo splendido filo di seta che, tessuto, si
trasforma in quelle ammirabili stoffe che si chiamano _velluto_,
_raso_, _faille_, _moarè_, ecc.

Questa farfalla è originaria di un paese molto lontano da noi, che si
trova nell'Asia e si chiama _Cina_ o _China_, ma ora è diffusa in
tutta l'Europa. L'allevamento de' bachi da seta è sempre stato ed è
tuttavia sorgente di molti guadagni in chi lo intraprende: esige però
molte cure e molta pazienza.

Che ve ne pare, figliuoli, di questa lezioncina? L'avete trovata
troppo lunga, troppo noiosa, troppo difficile? E vi sentireste in
grado di risponder per benino alle seguenti domande?

       *       *       *       *       *

1. Ditemi il nome di sei insetti, tra quelli che vi sono più
famigliari.

2. Come si riproducono gl'insetti? Da quanti stati passano prima di
diventare tali quali li vedete?

3. Ditemi, qualche cosa sull'ape: a quale altro insetto somiglia? Che
nome prende una riunione d'api? Come si chiama il luogo dove le api
fissano la loro dimora? Che ci danno le api?

4. Che cosa ci dà il filugello? Di dove ci viene?



Vestito bianco.

(_Racconto d'una sorella_).


Me ne ricordo: glie lo aveva ricamato la mamma nelle lunghe sere
d'inverno, quando il babbo era in convalescenza di quella lunga,
disperata bronchite. Il pover'uomo, tutto rinvoltato nel suo mantello
bigio, leggeva lentamente, spiegandocele, alcune delle più divertenti
favolette del Clasio, e io colla mia storia sacra sotto gli occhi, un
po' mi commovevo sui casi pietosi delle pecorine, un po' riflettevo
all'ingordigia di quel bighellone d'Esaù, che per un piatto di lenti
aveva venduto il diritto di primogenitura.

Lui, il biondino, al quale era destinato il vestito bianco, se ne
stava seduto comodamente sul seggiolotto e si divertiva a far fare il
mulinello a un grosso bottone, infilato in una gugliata di refe.
Gira, gira e gira, il bottone finiva sempre collo schizzargli nel naso
e allora erano pianti, guai, disperazioni.

Il babbo, indispettito buttava in un canto il Clasio, la mamma
pigliava in collo il bambino, e io profittava sempre di quella
confusione, per chiuder la storia sacra e riponerla nel cantuccio più
buio del salotto.

                    * * *

Lo rinnovò per il _Corpus-Domini_, per il Corpus-Domini di prima,
quando le strade erano seminate di lauro, le finestre inondate dal
sole di maggio e le campane di Santa Croce annunziavano la festa del
Signore. Lo vedo sempre, esile, grazioso, elegante, coi piedini
irrequieti, calzati da due microscopiche scarpette di pelle lustra,
col cappellino di paglia di Firenze, dalla tesa rialzata, dai bianchi
nastri svolazzanti.

E la mamma! Come se ne teneva di quella creaturina! Quando qualcuno si
soffermava a guardarla, la povera donna diventava rossa come una viola
e sorrideva. Avrebbe sorriso a tutti, anche a un malfattore.

                    * * *

Sono passati tanti, tanti anni! Il babbo non legge più il Clasio e il
posto di Guido è vuoto. Per un tacito accordo, il suo nome non è mai
pronunziato.

Spesso la mamma interrompe il suo eterno lavoro a maglia e dice:

--Dovresti divagarti, Gemma... andare al teatro...

--Il mio posto è accanto a te, rispondo e li.--Parliamo pochissimo, ma
c'intendiamo sempre.

Una sera, la pigionale del secondo piano venne a raccontarci il fatto
d'un giovinetto discolo che sedotto da perfidi amici, aveva lasciato
la casa paterna e, come Guido, se n'era fuggito lontano lontano, al di
là dei monti.

La mamma faceva sforzi inauditi per non piangere e ci riuscì. Ma
quando la pigionale ci ebbe lasciate, si alzò e andò in camera. Io le
corsi dietro. Sapevo pur troppo quel che andava a fare. Aprì l'armadio
e da un involto che sapeva di tanfo, tirò fuori un vestitino bianco,
ingiallito dal tempo. Io nascosi il viso tra le mani e la mamma
balbettò, piangendo dirottamente:

--Oh Guido, Guidino, perchè non sei morto?

                    * * *

Prima di andare a letto, pregai. Pregai per tutti i figliuoli buoni
che sono, come voi, la gioia delle loro famiglie. Poi ripensai a Guido
piccino, al suo vestitino bianco, immacolato, e pregai il Signore
anche per lui.



LAVORI E BALOCCHI



Il primo lavoro della Gemma.


La Gemma aveva messo da parte nientemeno che settantacinque centesimi;
e con settantacinque centesimi si possono fare dimolte cose: si può
comprare una bambola quasi vestita, un anellino quasi d'oro, un vezzo
di perle quasi buone, o se no, un mezzo chilogrammo di biscottini.

Ma la Gemma aveva un'altra idea: voleva fare un regalo alla mamma e
non sapeva proprio dove battersi il capo. Pensa e ripensa, si decise
di confidarsi con la sua maestra. E questo è il partito più savio al
quale possa appigliarsi una bambina imbarazzata.

La Gemma avrebbe voluto comprar tutto Firenze, e se tutto Firenze non
c'entrava, si sarebbe contentata di una bella pelliccia di martora,
col manicotto eguale. Ma la signora maestra che era una signorina di
giudizio, fece osservare alla fanciulla, che con settantacinque
centesimi non si compra neanche la fodera del manicotto.

--O allora?--fece la Gemma sgomenta.--Capirà, signorina, che io non
posso regalare alla mamma una trombettina o una palla di gomma
elastica!

--È vero anche codesto, rispose la maestra sopra pensiero. Poi, a un
tratto, come colpita da un'idea improvvisa:

--Perchè, ora che sai far la maglia discretamente, non le regali un
paio di calze, fatte con le tue mani?

--Un paio di calze! ripetè la Gemma, allungando, il labbro di sotto
con un visibile segno di disgusto.--Non le pare un regalo
troppo...troppo rozzo?

--No, rispose con serietà la maestra, no, fanciulla mia: quando un
regalo, per modesto che sia, è offerto col cuore, non c'è rozzezza che
tenga. Eppoi s'io fossi una mamma, preferirei che la mia figliuola,
prima di applicarsi a dei gingilli eleganti ma inutili, si addestrasse
nei lavori necessari.

--Facciamo dunque le calze! disse la Gemma, che poi in fondo era una
bambina assai docile. Crede però che i soldi sieno sufficienti?

--Mi pare. Cinque once di cotone a quindici centesimi l'oncia, fanno
per l'appunto settantacinque centesimi.

La Gemma battè le mani della contentezza e fece subito comprare il
cotone.

La maestra le avviò la prima calza, le scrisse sopra un pezzetto di
foglio le regole da osservarsi, e così la Gemma potè, a tempo
avanzato, finire il suo lavorino.

Non è a dire se la mamma lo gradisse. Alcuni parenti le regalarono,
per la sua festa, molte belle cose, fra le quali una pelliccia di
martora col manicotto eguale. Ma nessun dono fu più caro alla mamma di
quello al quale aveva lavorato la diletta sua figliuolina.

                    * * *

Ditemi un po', fanciulle: se io vi ricopiassi, qui sul libro, le
regole date alla Gemma dalla maestra, non farei una cosa santa?

Io vedo già parecchie bambine che vanno dal merciaio a comprare...
Basta! Non voglio essere indiscreta. So però di certo che questo
raccontino vedrà fare molte paia di calze.

Ecco le regole:

«Prendendo del cotone inglese del numero 10, sarà necessario avviar la
calza di 152 maglie.

«Si faranno 30 giri a 2 maglie diritte e a 2 maglie rovescie,
alternativamente, per formare sul principio della calza una specie di
elastico, che abbracci la gamba al disopra del ginocchio, onde il
lembo superiore della calza non s'arrovesci, nè s'incartocci. Poi si
fanno le maglie tutte diritte, meno la riga dei _rovescini_ (costura
della calza) per formare la quale bisogna fare una maglia rovescia
ogni due giri, ma sempre sulla stessa riga.

«Fatti 60 rovescini, avremo circa 20 centimetri di calza, pezzo che
cuopre il ginocchio e arriva al polpaccio della gamba: s'incomincia
poi a stringere, calando 2 maglie, una per parte della costura,
avvertendo di fare una maglia fra lo stretto e il rovescino; poi si
fanno 5 rovescini e si stringe di nuovo, e così per 5 volte, di modo
che dopo 25 rovescini, si avranno di meno 12 maglie comprese le prime
2, strette dopo i 60 rovescini; indi si stringe per otto volte ogni 4
rovescini, e faranno 28 maglie di meno: poi ogni 3 rovescini per 6
volte, ed avremo 40 maglie di meno: e per ultimo ogni 4 rovescini per
5 volte, e in tutto saranno 50 maglie di meno, il terzo cioè delle
maglie dell'avviatura della calza, per cui rimarranno 102 maglie.

«Ora si ha coperto il polpaccio della gamba e si è al collo del piede,
pel quale si fanno 30 rovescini prima di dividere le maglie per fare
la staffa.

«Qui per tenere una regola approssimativa, che può servire di norma
anche per le calze di filo più grosso (per esempio di lana), o di filo
più fino, per le quali occorrerebbe un minore, o maggior numero di
maglie, faccio la somma dei diversi rovescini fatti lungo la calza.


Principio dalla calza che forma l'elastico,
giri 30                                                  rovescini  15

Prima di stringere                                       rovescini  60

Nel primo ordine di stretti, ogni 5 rovescini per
5 volte                                                  rovescini  25

Nel secondo ordine di stretti, ogni 4 rovescini per
8 volte                                                  rovescini  32

Nel terzo ordine di stretti, ogni 3 rovescini per
6 volte                                                  rovescini  18

Nel quarto ordine di stretti, ogni 4 rovescini per
5 volte                                                  rovescini  20

Pel collo del piede                                      rovescini  30
                                                                   ---
                                             In tutto    rovescini 200


«Dunque il numero dei rovescini lungo la calza è un terzo più del
numero delle maglie dell'avviatura, ed il numero totale degli stretti
(vedi sopra) è il terzo delle maglie dell'avviatura.

«Le 102 maglie rimaste si dividono nel seguente modo: 47, cioè 23 per
parte della costura su due ferri per la staffa posteriore, e le altre
55 maglie si lasciano sugli altri due ferri per la staffa anteriore.
La costura deve continuare sino alla fine del pedule.

«S'incomincia dalla staffa posteriore che, dovendosi eseguire con soli
due ferri, si dovrà lavorare un ferro a diritto, e un ferro a
rovescio, onde conservare il diritto e il rovescio della calza. Notisi
però, che al principio ed alla fine dei ferri lavorati a rovescio,
bisognerà fare 2 maglie diritte le quali formeranno altre due righe di
rovescini per ornamento alla staffa. Di questi rovescini se ne faranno
23, poichè tante sono le maglie ai lati della costura, altrettanti
dovranno essere i rovescini.

«Ora le 47 maglie bisognerà dividerle per fare il calcagno del pedule.
Si dovranno tenere nel mezzo 27 maglie, cioè 13 per parte della
costura e rimarranno 10 maglie per ciascun lato, le quali verranno
strette una per volta coll'ultima maglia alla fine di ciascun ferro
del calcagno, che si farà lavorando le 27 maglie.

«Fatti 10 rovescini, o venti ferri, chè tanti ne occorrono onde
stringere le 10 maglie ai lati, si prenderanno sui ferri, come
altrettante maglie, i 23 rovescini che si sono fatti ai lati della
staffa, e con questi avremo in seguito i gheroncini, che dividono la
staffa di dietro da quella davanti. Anzi siccome i gheroncini
facilmente scarseggiano, così sarà bene nel prendere i 23 rovescini,
crescere una maglia ogni 7 e ridurle a 26. Ora dobbiamo ancora riunire
i quattro ferri della calza e lavorarla in tondo.

«Avremo dunque le maglie 55 lasciate per la staffa davanti, le 26
prese da un lato della staffa di dietro, le 27 del calcagno, le altre
26 della staffa posteriore, in tutto 134.

«Ora devesi osservare che le 26 maglie sono la base dei gheroncini, i
quali si formano restringendo un punto ogni due giri di calza a
ciascun lato della staffa davanti, che si va formando col progredir
del lavoro. Avvertasi anche che per dare una bella forma al pedule,
allorchè si saranno calati 15 punti da ciascun lato ai gheroncini,
invece di stringere ogni 2 giri, si potrà stringere ogni 3 e così
finchè si sono strette 25 maglie per completare i gheroncini,
lasciando per il cappelletto 84 maglie che si lavorano senza
interruzione sempre in tondo, e sempre conservando la riga dei
rovescini sino alla punta della calza, per arrivare alla quale si
faranno 36 rovescini, più o meno, secondo la lunghezza del piede.

«Per fare la punta della calza, ognuna ha un uso proprio, ma per
finire la mia, ne darò uno, che parmi assai semplice.

«Dopo la riga dei rovescini, che qui cessa, si fa una maglia, poi si
stringe una prima maglia, se ne fa un'altra, poi si stringe una
seconda maglia; indi se ne fa un altra e si stringe una terza maglia.
Abbiamo strette tre maglie, facendone sempre una fra uno stretto e
l'altro. Si compie il giro, e giunti agli stretti si passa avanti
sorpassandoli d'una maglia, indi si stringe per 3 volte, facendo
sempre una maglia fra uno stretto e l'altro, come al giro antecedente,
e così di seguito, fino a che si hanno 9 maglie sui ferri che si
stringono tutte in una volta.[1]»

[Nota 1: Per questi particolari mi sono valsa del prezioso _Manualetto
di lavori femminili_ della signora EMILIA THOMAS FUSI.]



Il corredino della bambola.


La Sofia e la Matilde non poterono, per quel giorno, andar nel
giardino a saltar sulla fune. Pioveva; e quando piove, il partito più
savio per una bambina è quello di starsene in casa a fare i balocchi.

La mamma aveva messo a disposizione delle due sorelline un bel pezzo
di tela, una matassa di cotone, dei ferri di calza, un uncinetto, del
nastro bianco, del cordoncino, alcune striscie di stoffa e
l'occorrente per cucire.

Pensarono di fare un po' di corredino alla bambola, alla bambola
nuova, che doveva patire un gran freddo nella sua vesticciuola di
tarlantana rossa, a picchiolini d'oro.

--Ci rifaremo dalla camicia, disse la Sofia. Mentre tu taglierai i
_gheroni_ e gli attaccherai al _corpo_, io taglierò lo _sprone_ e le
_maniche_.

--Dobbiamo guarnirgliela? chiese la Matilde.

--Sicuro. Adopreremo questo _bigherino_ vecchio che la mamma staccò
ieri dalla sua _sottovita_.

--Guarda se in questo pezzetto di _peloncino_ si potesse ricavare un
paio di mutande, Sofia!

--Eccome! Eccotele bell'e tagliate. Anzi, siccome mi paiono un po'
lunghette, bisognerà far qualche _tessitura_ sull'orlo.

--Brava. Ora stanno dipinte. E ora? Sarà necessario farle la
_fascetta_?

--No davvero. Sai bene che la mamma non approva l'uso del _busto_. Le
_stecche_ e le _molle_ saranno forse buone per chi ha dei chilogrammi
di carne da buttar via, ma con un _personalino_ svelto qual'è quello
della bambola, mi pare un di più. Facciamole piuttosto la camiciuola.

--Hai ragione. La camiciuola di lana, e dovrebb'esser sempre di lana,
mantiene sul petto un calore temperato, eguale, e preserva chi la
porta, dalle infreddature e dai reumi.

--Sentitela la chiacchierina! esclamò ridendo la Sofia, pare che
reciti la lezione a mente. Da chi l'ha imparate, dica, tutte codeste
belle cose?

--Le ho sentite dir dalla mamma. Ma perchè ora prendi i ferri da
calza?

--Oh bella! Per farle le calze.

--Come glie le fai? A _pedule_ o colla _soletta_?

--A pedule. La soletta è comoda perchè, quand'è rotta, si scuce e si
ricuce a piacere; ma il pedule è più elegante. Eppoi a tutti non piace
di sentirsi fregare il disopra del piede da quelle benedette
_costure_...

--E se il pedule si romperà?

--Poco male, _rifaremo i pezzi_.

--Con che cosa glie le fermeremo, le calze?

--Le signore adoprano gli _elastici_ con la _fibbia_, ma per la
bambola basterà un po' di cordoncino.

--Dimmi un po', Sofia. Le calze devono esser fermate sopra o sotto il
ginocchio?

--Sopra, sopra. È una sciatteria il far diversamente.

--Ora bisognerà pensare alla _sottana_. Come glie la fai?

--_Sgheronata_ e con due _gale a pieghe_.

--A guaìna o col cintolo?

--A guaìna. Siccome il davanti dev'esser liscio così, per mezzo della
guaìna si portano le _crespe_ tutte sul di dietro.

--Benone. Il vestito glie lo taglio io. Glie lo voglio fare intero,
all'_imperatrice_: che te ne pare?

--Non è elegante, ma per bambine è assai conveniente. Ora i vestiti si
_montano_ sulle sottane di mussola o di cambrì. Glie lo fai liscio il
vestitino?

--No: gli faremo due _gale_ da piedi, alcune _straliciature_ e una
gran fascia _annodata_ sopra un fianco.

--Benone. E io penserò al cappello. Ho qui un pezzetto di velluto
verde, che messo sul _fondo_ con un po' di garbo, farà la sua figura.
Lo guarnirò con un _fiocco_ di raso _sopra colore_ e così avremo la
bambola bell'e vestita.

                    * * *

Bambine, mi fate il piacere di dirmi se la vostra bambola è vestita
come quella della Matilde e della Sofia?



Il bucato della bambola.


Quella benedetta figliuola di stucco insudiciava un monte di roba, e
la sua mammina era sempre a mutarla e a rimproverarla. Ma erano parole
buttate al vento! La bambola aveva il vizio di star sempre in terra e
d'insudiciarsi perciò le sottanine, le mutande, le calze è perfino la
camicia! Aveva il vizio di armeggiar colla brace, colla cenere, con
mille intrugli dai quali una bambola per bene dovrebbe star sempre
lontana... Aveva il vizio... Ma a che stare ad enumerarvi tutti i vizi
di questa personcina sciatta? Voi tutte, o bambine, che avete la
disgrazia di possedere qualche bambola di questo genere, mi
comprenderete!

La povera Matilde era costretta a fare il bucato una volta la
settimana: e noi la troviamo precisamente nell'esercizio delle sue
funzioni. Guardatela: essa classifica i panni sudici della sua bambina
di stucco: due paia di lenzuola di lino: quattro federine colla
_trina_, una coperta di picchè col _balzone_ di cambrì, due sciugamani
colla _frangia_, tre _berrettine_ da notte e un _accappatoio_
ricamato. Sei camicie, parte _collo sprone_ e parte _collo scollo
tondo_, _a guaìna_, tre sottane, dieci grembiulini bianchi!!, otto
paia di calze e una vera piramide di pezzuole, di golette e di trine.

Quando la Matilde ebbe appuntati, _coppia_ per _coppia_, i fazzoletti,
le calze, le _golette_ e gli altri capi più _minuti_, buttò tutti i
suoi panni in un _conchino_ pieno d'acqua pura e si mise a
_smollarli_. _Smollare_ vuol dire _insaponar_ la biancheria e
_stropicciarla_ affine di mandar via le macchie e l'unto.

Allorchè i panni furono bene smollati, la Matilde li dispose in
un'altra piccola conca, elevata alquanto da terra, e forata in fondo,
per lo scolo del _ranno_: su questa biancheria, e ben distesi sopra
alcuni piccoli _canevacci_, la nostra mammina distese due strati di
cenere bene _stacciata_, nella quale non si vedeva neanche un
pezzettino di brace. Poi, coll'aiuto della donna di servizio, versò
nella conca una data quantità di acqua bollente, la quale imbevve la
cenere, filtrò a traverso la biancheria e venne a scolare fuori della
conca, per mezzo del buco praticato in fondo. Sotto a questo buco, la
Matilde aveva posto una conca più piccola, che riceveva il ranno, il
quale rimesso via via sul fuoco a scaldarsi, veniva da lei versato
regolarmente nella conca del bucato, finchè l'operazione non era
finita. Per un bucato da persone grandi, bisogna durare almeno sette o
otto ore, ma per far un bucatino da bambole, un'ora basta.

Dopo averli _bolliti_, la Matilde _risciacquò_ i panni in un'altra
conca piena d'acqua limpidissima, e messe da parte quelli destinati al
turchinetto; quindi li _strizzò_, _torcendoli_ moderatamente e li
stese, dopo averli rovesciati, al sole.

Quando furono asciutti, li prese, li rimise in casa e fece la scelta
tra i panni da stirare semplicemente, come camicie, mutande, sottane,
fazzoletti e grembiuli: da stirar coll'amido, come goletti,
manichini, gale e trine: da ripiegare, come le coperte, le lenzuola, i
canevacci, ecc.

Che ve ne pare, bambine, della faccenda del bucato? Chi di voialtre si
sentirebbe disposta a imitar la Matilde?



La camera dell'Emilia.


La bambina non stava nei panni dalla contentezza.--Come! diceva fra
sè, io avrò una camera tutta mia, dove potrò lavorare, studiare e fare
i balocchi, senza che nessuno venga a disturbarmi! Come la terrò bene
la mia camerina! Già la mamma me la dà a questi patti. Appena levata,
_disfarò_ il mio letto e metterò le lenzuola e le coperte sulla
finestra, affinchè prendano aria e si _sciorinino_! Se la finestra
_desse sulla strada_, non starebbe bene: ma siccome è sul giardino,
non c'è alcun inconveniente a _scuotervi_ la roba. Mentre il letto è
_rialzato_, _sbatterò_ per bene la _pedana_, _annaffierò_ e porterò
fuori di camera, affinchè la donna li ripulisca, i miei stivaletti e
il lume. Quando il _pavimento_ della camera sarà _prosciugato_,
_spazzerò_ dopo avere _smosso_, ben inteso, tutte le seggiole, i
panchetti e le altre _bricciche_ che mi darebbero noia. Dopo, _rifarò_
il letto, badando che le materasse non facciano _gobbi_, che i
lenzuoli sieno bene _stesi_, e che la coperta non _ciondoli_ nè di
qua, nè di là: poi, _spolvererò_, servendomi, come mi ha suggerito la
mamma, d'un cencio leggermente umido; così eviterò di far del
_polverone_ e d'ingoiarne!--Voglio che la mia camerina sia sempre
linda!

--Lodo le tue buone disposizioni, Emilia, disse la mamma che aveva
udito le ultime parole della fanciulletta. E perchè tu prenda sempre
maggiore amore alla tua stanza, ho pensato di affidare alla tua buona
volontà l'esecuzione d'un lavorino. Non metterti in pensiero: le
lenzuola e le tende le cucirò io: tu penserai solamente alle _federe_,
che sono le più facili ad eseguirsi. Tieni.--E la signora depose sul
tavolino dell'Emilia un piccolo rotolo di tela, insieme a una federa
bell'e cucita che doveva servir da mostra.--Poi uscì dalla stanza.

La bambina rimase un po' sgomenta. Era la prima volta che la mamma le
affidava un lavoro così importante. Finchè si tratta di eseguire un
lavoro preparato e _imbastito_, tutti i santi aiutano, ma tagliare! Lì
stava l'imbroglio.

L'Emilia _svoltò_ lentamente il rotolo... e con sua grande sorpresa le
cadde ai piedi un fogliolino scritto. Lo _raccattò_ con premura e
lesse:

_Regole per fare una federa._--Oh sono a cavallo! esclamò lieta la
giovinetta, e la mamma è veramente un angelo.

Ecco quel che c'era scritto nel fogliolino:

«Le federe sono molto più eleganti e precise quando sono chiuse coi
bottoni, piuttosto che coi nastri; perciò, tagliandole, bisogna dare
alla tela un quadrato alquanto prolungato: e quando si cuciono,
occorre che una parte della federa, sia, almeno due dita, più lunga
dell'altra. Dalla parte più corta, si fa un orlo destinato ai bottoni,
e dall'altra, un secondo orlo assai largo per farvi gli occhielli.
Quest'ultimo orlo che va a cercare i bottoni, rende alla federa il suo
perfetto quadrato. Gli occhielli bisogna farli a traverso l'orlo e non
per il lungo, poichè senza ciò, si aprirebbero continuamente.»

Ho io bisogno di dirvi, o bambine, che l'Emilia dopo poche ore,
presentò alla mamma una federa esattamente eguale a quella statale
offerta per campione?



Il guanciale d'una bambina.


Caro guancialino, morbido e caldo! Guancialino che la mamma ha empito
per me di piuma finissima! Com'è soave la tua vista, quando fuori
imperversa la tempesta!

Quanti poveri bambini, ignudi, senza casa e senza mamma, desidereranno
invano un guanciale per nascondervi il visino paonazzo! Mamma, questo
pensiero mi fa piangere.

Ma quando avrò pregato il buon Dio per quelle creaturine infelici, mi
sentirò più sollevata e m'addormenterò contenta.

«Dio dei bambini, ascolta benigno le mie parole. Sento dire che sulla
terra vi sono molti infelici senza tetto, senza famiglia, senza amore:
consolali; perdona ai cattivi, premia i buoni e poni sotto la testa
dell'orfanello un guancialino che lo faccia dormire.»

Mi sveglierò a giorno e vedrò il cielo azzurro, e il sole e i fiori
gai. Mamma, un altro bacio. Mamma, buona notte.



CHIACCHIERE



La carta.


Giorni sono, sul finir della scuola, mi avvidi che l'Ernestina aveva
gli occhi rossi: gli occhi rossi, in una bambina, sono sempre indizi
di pianto recente. Che cosa aveva avuto l'Ernestina? Chi aveva potuto
farla piangere? Era d'un carattere così quieto, d'un fare così dolce,
che nessuna delle sue compagne si sarebbe sentita il coraggio di
molestarla. Dunque? Dunque... ve lo devo dire? la povera bambina era
_gelosa_, era gelosa delle carezze che io faceva alla sua piccola
amica Argene: e un giorno la udii lagnarsi in questi termini: «--Pare
impossibile che la signora maestra, che è sempre così buona e
imparziale, faccia tante carezze all'Argene; non dico che quella
bambina sia cattiva: tutt'altro; ha anzi buon cuore, ingegno aperto,
umore sempre allegro: ma non le si può stare accanto, tanto è vivace,
turbolenta e chiacchierina. Chiacchierina poi!... Non è contenta fino
a che non ha saputo il perchè di tutte le cose, e perfino quando legge
s'interromperà cento volte per fare ora una domanda, ora un'altra. Ma
a me, invece, che sto sempre zitta, che non mi muovo, che non alzo i
miei occhi dal libro o dal lavoro, la signora maestra non pensa mai: e
tutti i complimenti e le lodi sono per l'Argene!»

Ah povera Ernestina! Nessuno, più di me, sa apprezzare le tue buone
qualità, la tua dolce indole, i tuoi modi gentili: ma tu non mostri
alcun desiderio di sapere: ma tu resti insensibile alle bellezze della
natura, ma tu, quando leggi, studi, o lavori, non chiedi mai la
spiegazione di ciò che non intendi. Preferisci accumolare errore sopra
errore, negligenza sopra negligenza, e taci, taci sempre. Invece
l'Argene è tutt'altra cosa. Buona anch'essa come te, ha però il
desiderio d'imparare, di trar profitto dai suoi studi: Non la
trattiene la falsa vergogna di sembrare ignorante: essa sa che a
scuola non ci vanno i dottori, e si lascia guidare dalla sua
insaziabile curiosità. Dunque, mia cara Ernestina, invece di esser
gelosa dell'Argene, procura d'imitarla. Domanda, domanda sempre
spiegazione di quel che non sai o di quel che non intendi: Noi maestre
vogliamo trattenerci con delle bambine, con de' ragazzi vivaci e
svelti, non con dei pezzi di legno. Siamo intesi? Lo spero. Intanto
vi farò sapere che l'Argene colle sue domande insistenti, mi ha dato
occasione di far quattro chiacchiere sopra argomenti, i quali non
potranno far a meno di stuzzicare anche la vostra curiosità. Mi rifarò
dal più importante. Noi tutti, grandi e piccini, dotti e ignoranti,
ricchi e poveri, adopriamo la carta. Il poeta ci scrive i suoi canti,
lo scolaro le sue lezioni, il filosofo le sue dimostrazioni,
l'ignorante i suoi spropositi, il ricco le sue rendite, il povero i
suoi dolori: Voi tutti sapete che questa carta preziosa si fa con
stracci di lino o di cotone: ma lo sapete, non già per averci pensato
o riflettuto; bensì per averlo sentito dire a qualcuno o per averlo
ripetuto cento volte a pappagallo. Il ripetere ciò che si sente dire
non è imparare. Bisogna che l'apprendimento di certe verità ci costi
un po' d'attenzione e spesso un po' di fatica. Non date retta a chi vi
dice che i fanciulli possono studiare giocando: si educano così i
pappagalli e le scimmie, non i bambini. Ma torniamo alla carta.
Credete voi che la carta ci sia stata sempre? No, cari. La carta, come
tante altre utili cose di cui oggi non sapremmo fare a meno, è una
invenzione quasi moderna.

Gli antichi popoli d'Egitto si servivano, per imprimere la loro
scrittura, delle fibre d'una pianta acquatica detta _papyrus_, papiro,
da cui, forse, saranno derivate le voci francesi è inglesi _papier_ e
_paper_, che vogliono dir _carta_. Gli Egiziani trasmisero ai Romani
le preparazioni che permettevano di trasformar le fibre vegetali del
papiro in superfici pulite, bianche, pieghevoli. A quei tempi risale
l'uso della _pergamena_, specie di carta fatta con pelli di capra e di
montone e detta così per essere stata inventata a Pergamo, città
antichissima, di cui non restano neppure le rovine.

Memorie non indegne di fede ci assicurano che verso l'anno 95 di G. C.
si cominciava nella Cina a fabbricar carta con stracci di seta: ed
ecco che la scoperta della carta di stracci sarebbe passata dalla
China in Europa. Comunque vada la cosa, è certo che la cartiera più
antica d'Europa fosse eretta da un certo _Pace da Fabriano_ nella
Marca d'Ancona. Dopo l'invenzione della stampa, le cartiere si
moltiplicarono rapidamente.

Ma ora che conosciamo qualche particolare circa l'invenzione della
carta, vediamo un po' come si fa a fabbricarla.

I cenci arrivano alla cartiera sudici e mescolati insieme. Dunque,
prima di tutto, bisogna fare una scelta: buttar via gli stracci di
seta e di lana, che non sono buoni per la fabbricazione della carta, e
metter da parte quelli di canapa, di lino, e di cotone. Ma anche
questi bisogna classificarli in vecchi o nuovi, in bianchi o
colorati: e ad ogni diversa specie di cenci, corrisponderà, a lavoro
finito, una diversa specie di carta. Nel mentre si attende a questa
classificazione di cenci, bisogna scucirli, tagliar loro gli orli, le
costure e staccare i bottoni. Questi lavori che richiedono molta
pazienza e poca fatica, vengono generalmente affidati alle donne.
Compiuta la separazione, i cenci son fatti bollire in un bucato di
soda, che fa scomparire certi colori, scioglie le sostanze grasse
appiccicate ai cenci e li purga: dopo si risciacquano nell'acqua pura.

Purificati in tal modo i cenci, bisogna disfarne i tessuti, disunire
le fibre vegetali e mescolarle in modo da ricavarne una specie di
pasta. A tal fine si ammontano i cenci in una gran vasca detta
marcitoio, nella quale sono mantenuti sempre fradici, affinchè si
decompongano.

Questa decomposizione si compie in un intervallo dai dieci ai venti
giorni, secondo la temperatura del luogo, lo stato degli stracci ed il
genere di carta più o meno bella che si vuole ottenere: in quel tempo
il mucchio di cenci si è trasformato in poltiglia fetida: ora bisogna
ridurla in una pasta atta a fornire la carta. A tal uopo, si tolgono i
cenci dal marcitoio e si collocano in pile di pietra piene d'acqua,
che si dicono _pile a cenci_. Ciascuna di queste pile è guarnita di
tre, o più mazze ferrate poste di fronte e messe in moto da un
cilindro orizzontale, munito di altrettante sporgenze, che, girando
continuamente, solleva e lascia poi ricadere alternativamente quelle
mazze ferrate. Questa successione di cadute squassa fortemente i
cenci, li riduce in pasta vie più assottigliata e li imbianca.

Abbiamo trasformato i cenci in pasta, ci resta da fare il meglio:
trasformare la pasta in carta[2]. Questa meravigliosa trasformazione
fu narrata egregiamente da un nostro grande poeta, Giuseppe Giusti,
quando andò a vedere le cartiere del Cini a San Marcello, nella
montagna pistoiese. Uditelo:

«...Noi arrivammo stracchi e affamati, e a farla apposta in quel
momento la macchina non andava; ma il ministro della cartiera, che è
un buon modenese, ci usò la cortesia di farla allestire, sebbene noi,
aggiunta alla stanchezza e all'appetito anche la noia dell'aspettare,
volessimo andar via a tutti i patti. Ed ecco, puliti i cilindri e
ammannito il tutto, la macchina comincia a muoversi: vedere quello
spettacolo e cessare la stanchezza fu tutt'una. Immagina due grandi
stanze unite da più archi a rottura, l'una di solaio più alta che
l'altra: nella superiore, vedi cinque grandi pile di pietra, nelle
quali i cilindri triturano continuamente il cencio, e non ce ne
vogliono di meno, perchè la macchina va con tanta rapidità, che una
pila o due non basterebbero ad alimentarla. Triturato che è il cencio,
e ridotto a una pasta liquida come un latte denso, passa per un canale
nello stanzone più basso, ed è raccolto in due grandi tini, nei quali
gira continuamente col moto generale dell'edifizio un ferro chiamato
agitatore, acciò la pasta lasciata ferma non faccia _presa_. Sbocca da
tino e si spande sopra una gran lastra di ferro, larga appunto quanto
deve essere il telo della carta, e da quella lastra passa sulla tela
d'ottone, che si ripiega continuamente in sè stessa, ed ha un moto
ondulatorio. Dalla tela d'ottone è raccolta da un cilindro foderato di
feltro, e quindi da altri due cilindri parimente foderati di feltro,
che la strizzano e ne fanno scolare ogni umidità, e da questi passa
per altri quattro o sei, sotto i quali vi è il vapore per asciugarla;
scaturisce da questi, e passa bell'e asciutta e croccante, sopra due
grandi cilindri a guisa d'aspo che la dipanano, e di là in una gran
tavola a guisa di vassoio, sulla quale via via si taglia e si
trasporta nei magazzini. Tutta questa operazione è l'affare di un
minuto e mezzo o di due. Quella che stamane alle sette era un cencio,
oggi alle quattro è una lettera bell'e impostata.»

Che ne dite, o figliuoli? Vi pare che la curiosità dell'Argene fosse
giustificata? E vi pare, ditemi, un bell'atto di gratitudine verso i
grandi lavoratori delle cartiere, quello di sciupar la carta
continuamente, come fate voi?

Si alzi l'Ernestina e mi ripeta quanto ho raccontato fin qui.


[Nota 2: BESSO. _Le grandi invenzioni._]



La spugna.


Che cos'è la spugna, questa spugna colla quale si lava il viso ai
bambini e il marmo dei nostri tavolini?

La spugna è un _animale_, forse la riunione di parecchi animaletti
aggruppati gli uni agli altri: animaletti che i naturalisti designano
col brutto nome di _protozoi_.

La spugna, ordinariamente, ha forma rotondeggiante: è bruna, leggera,
elastica: e le sue fibre sottilissime, strettamente incrocicchiate fra
loro, formano dei grandi e piccoli buchi chiamati _pori_.

La spugna sta in fondo alle acque, e più specialmente in quelle del
Mediterraneo e del Mar rosso: ma si trova anche in certi fiumi. Cerca
il luogo che meglio le conviene, vi si abbarbica e a poco a poco
avvolge nel suo tessuto gli scogli, le piante e perfino gli animali
che le sono vicini.

I buchi, o fori, o pori della spugna comunicano tra loro, e finchè
l'animale è vivo, l'acqua vi circola liberamente e dà a questo il
nutrimento necessario.

Verso gli ultimi di aprile o i primi di maggio, si staccano dalla
cavità delle spugne alcuni ovicini, i quali vengono trasportati dalla
corrente a ineguali distanze.

Queste uova, non appena hanno trovato il luogo adatto, vi aderiscono e
gradatamente divengono spugne: La spugna viva è ricoperta da uno
strato di sostanza muccosa, appiccicaticcia, che si corrompe e si
stacca dall'animale, non appena questo viene staccato dal fondo dei
mari.

Le spugne possono essere di varie grandezze: ve ne sono delle
piccolissime e di quelle così enormi, il cui volume supera perfino un
metro di diametro. E se ve ne sono di ogni grossezza, hanno anche
forme svariatissime.

Le spugne che vivono nei fiumi sono poco resistenti e non vengono
adoperate in alcun uso: e poichè la pesca più abbondante di questi
animali si fa, come vi ho detto, nelle tepide acque del Mar rosso e
del Mediterraneo, così i pescatori di spugne sono quasi tutti Greci,
Arabi e Messicani.

Le spugne si possono pescare in due modi: nel primo, gli uomini adatti
a ciò, si tuffano sott'acqua, armati d'un grosso coltello, col quale
tagliano le spugne aderenti agli scogli: il secondo sistema consiste
nel lanciare su questi animali una specie d'uncino che vi si attacca e
le strappa.

Ma questo secondo modo ha l'inconveniente di lacerar le spugne, le
quali hanno allora un valore molto più piccolo di quelle pescate per
mezzo dell'immersione.

Le belle spugne sono reputatissime in commercio e il loro prezzo
giunge perfino a cento e centocinquanta lire il chilogrammo.

L'uso delle spugne, uso che rimonta alla più remota antichità, è oggi
così comune, che i pescatori devastano, per soddisfarlo, il fondo dei
mari.

E pensare che vi sono molti bambini di mia conoscenza i quali non solo
hanno un sacro orrore della spugna, ma anche del.... (lo devo dire?)
del sapone!



Il sughero.


Alduccio era stato buono tutta la settimana: e siccome il sabato
compiva i sett'anni, la sua zia gli fece un regalino, sospirato da
mesi e mesi: una vaschettina di cristallo con due pesciolini rossi.

Non è a dirsi la contentezza di Aldo: vi basti ch'ei non lasciava un
minuto i suoi nuovi ospiti, e che se non fosse stato per un riguardo
alle loro abitudini, se li sarebbe perfino portati a dormire con sè.

Chi non s'è provato, almeno una volta in vita sua, a buttar qualche
minuzzolo di pane a quegli animaletti? Chi non s'è divertito a vederli
guizzare, sparire e ritornare a galla in un minuto? Cesarino, fratello
minore di Aldo, non si contentava di guardarli: avrebbe voluto anche
stuzzicarli, e un giorno, colto il momento che Aldo non badava alla
vaschettina, vi buttò dentro un tappo.

--Zia, esclamò Aldo impaurito, mi fai il piacere di dare uno
scapaccione a Cesarino? Dà noia ai pesci!

--Che cosa è avvenuto? chiese la zia premurosamente.

--Ha buttato loro addosso un tappo..... Ma guarda! Questa è curiosa!
Perchè il tappo non va a fondo?

--Perchè il tappo è di _sughero_, bambino mio: e il sughero resta
sempre a galla.

--Che cos'è il sughero?

--Il sughero è la scorza o corteccia d'un albero, di una specie di
quercie, il cui legno, come vedi, è leggerissimo.

--È certo, disse Aldo il quale pensò subito alle barchette, che il
sughero, essendo legno, deve galleggiare sull'acqua. Ma come fanno gli
uomini a levare il sughero dall'albero?

--Con un'ascia bene acuminata, gli operai praticano nell'albero
un'incisione verticale (dall'alto in basso) avendo somma cura di non
offendere una seconda corteccia verde, che si trova sotto il sughero e
che più tardi, dopo dieci o quindici anni, diventerà sughero
anch'essa.

Quando l'albero è molto grosso, l'operaio vi pratica parecchie
incisioni verticali per non rompere la striscia di sughero che sta
levando.

Poi fa altri tagli circolari, distanti l'uno dall'altro circa un
metro, e quindi, insieme ad un altro operaio, solleva la scorza con
precauzione, servendosi dell'altra estremità dell'ascia, assottigliata
a tal'uopo.

--Ed è di quella scorza, zia, che si fanno i tappi?

--Sì, ma non tutta la corteccia può servire a far tappi: alcuni pezzi,
per esser troppo scabrosi e ineguali, non possono venir lavorati.
Quando il sughero è stato scalzato dall'albero, dev'essere immerso per
qualche minuto nell'acqua bollente, la quale lo rende pieghevole,
liscio e atto alla fabbricazione dei diversi oggetti.

Il primo strato di sughero è meno pregiato in commercio a causa della
sua irregolarità e viene impiegato per gli usi marittimi.

Del sughero di migliori qualità si fanno tappi da bottiglie, boccette,
vasi e boccali: e riunendone diverse strisce sopra un tessuto molto
consistente, si fanno le cinture, come quella che ti mette la mamma
quando fai il bagno; quella cintura ti sostiene sull'acqua e ti
agevola l'apprendimento del nuoto.

--È proprio vero che il sughero sta a galla: ma io vorrei sapere
perchè ci sta!

--Va a prendere un mezzo bicchiere d'acqua e raccatta alcuni sassolini
nell'orto: vieni ora da me e stai attento: Io butto nel bicchiere un
sassolino o due: vedi nulla? No; buttiamocene una manata: che cosa
avviene?

--Avviene che l'acqua sale sale, fino all'orlo del bicchiere.

--Lo sai il perchè?

--No.

--I sassi, essendo più pesi dell'acqua, l'hanno scacciata dal luogo
che occupava in fondo al bicchiere e l'acqua è stata respinta fino
all'orlo. Se noi seguitassimo a buttar sassi, l'acqua, sempre
maggiormente spostata, finirebbe col dar di fuori, e il bicchiere non
conterrebbe più che sassi.

--Ora intendo, disse Aldo; i sassi sono più forti dell'acqua e la
mandano via: l'acqua poi, alla sua volta, è più forte del sughero e
manda via lui. Sarebbe come io, che sono più forte di Cesarino, gli
dessi una spinta e lo mandassi via.

--_Forte_ non è la parola da usarsi. L'acqua non è più forte del
sughero: è più _pesa_. Tu, poi, sei di fatto più forte di tuo fratello
e in questo caso la tua forza produrrebbe sopra Cesarino lo stesso
effetto del peso dell'acqua sul sughero, poichè anche il peso è una
forza.--

Così ebbe fine la lezioncina sul sughero. Io spero che voi, care
bambine, sarete in grado di ripetermela. L'Ernestina si alzi e
cominci.



Il tabacco.


Mi è stato ridetto che alcuni bambini della scuola se la passegiavano,
ieri, con una pipa in bocca e col cappello su una parte; a tutt'uomo,
in una parola. Fortuna che quelle pipe erano di zucchero! Ma se
fossero state pipe davvero, di quelle pipe dove gli uomini ci pigiano
il tabacco per fumarlo, oh allora non riderei, ve lo assicuro!

Non sapete, miei poveri piccini, ciò che è il tabacco, il tabacco col
quale sono fatti quei sigaracci scuri, il cui odore produce le nausee,
che hanno un sapore amaro, e macchiano di giallo la punta delle dita?
Non lo sapete? Ve lo dirò io, ve lo dirò, perchè vi voglio bene e
desidero che sappiate la verità: il tabacco, poveri bambini miei, è
_un veleno_!

Anni e anni sono, un signore (dovrei dire un mostro!) volendo
arricchirsi coi beni d'un suo fratello, pensò di ammazzarlo. Che cosa
fece? Forzò quel fratello a bere dell'essenza di tabacco, e
l'infelice, fulminato dal potentissimo veleno, morì all'istante.

Quando, invece di beverlo, si fuma il tabacco, ci avveleniamo
lentamente, ma ci avveleniamo. A poco a poco, senza quasi che ce ne
accorgiamo, lo spirito diviene grave, si perde la vivacità, la
memoria, e le idee se ne vanno. Un languore profondo s'impadronisce di
noi, diveniamo inetti ad ogni lavoro un po' serio e non siamo più
buoni che a fumare. Si finisce col preferire il tabacco alla
conversazione, alla società e perfino al cibo! Un vero fumatore è
capace di barattare un pane per due sigari! E se alla sua mamma, a sua
moglie e ai suoi figliuoli dà noia il fumo, peggio per loro! Quando
non vuol far soffrire nessuno, se ne va fuori di casa, lontano,
anteponendo il tabacco alla sua famiglia e al resto dell'universo.

Così il tabacco è un veleno per il corpo, un veleno per lo spirito, un
veleno per il cuore.

Quando un giovinetto comincia a fumare, non se lo figura di dover
giungere a queste tristi estremità: egli dice: _Fumerò un pochino_, ed
è lo stesso come se si proponesse di metter _per un pochino_ un dito
nell'ingranaggio d'una macchina. Il corpo va dietro al dito: o come se
volesse appiccare un _po'_ di fuoco alla sua camera: Tutta la casa
brucerebbe.

Fumando un _poco_, si prende l'abitudine di fumar _molto_: e quando si
vorrebbe smettere, non è più tempo. L'abitudine è un tiranno.

Lo sapete, voi, che cos'è un _tiranno_? No certo, fortunati bambini! È
un padrone che ha su noi ogni potere: che ci toglie la libertà, e di
uomini liberi e indipendenti, ci rende servi.

Spesso il tiranno è un uomo, un re, o un imperatore. Ma più
frequentemente noi stessi siamo i nostri tiranni: e in questo caso il
tiranno è un _bisogno_. Così, i bisogni di mangiare, di bere e di
dormire, sono dei tiranni, poichè non possiamo opporre loro alcuna
resistenza.

Voi stessi, ragazzi miei, ne avete fatta, chi sa quante volte,
l'esperienza. Quando fate il chiasso o i balocchi, non li lascereste
per nessuna cosa al mondo. Ma ecco che il bisogno di mangiare, ossia
la _fame_, si fa sentire.... Allora smettete di fare il chiasso,
lasciate in un canto i balocchi e correte dalla mamma a chiederle il
pane.

E se proprio in quel punto i vostri compagni vi chiamano, v'implorano,
per finir la partita cominciata, non gli ascoltate più, non intendete
ragioni, non conoscete più nessuno: il tiranno della fame vi domina,
vi opprime, vi costringe a mangiare. E siete talvolta sì affamati, che
piangete d'ogni piccolo indugio.

E la sera a veglia, quando siete tutti riuniti, fratelli e sorelle,
intorno a quella tavolona tonda, carica di stampe, di balocchi e di
giornali, cominciate, a una cert'ora, a far delle piccole riverenze
col capo: i vostri occhietti, prima sì ridenti, si appannano e
diventano piccini: le vostre mani, pochi momenti avanti sì attive e
battagliere, penzolano inerti dalla seggiola e lasciano cadere in
terra la bambola o la pecorina. Il tiranno del sonno è giunto: e il
sonno, come tutti gli altri tiranni, non soffre resistenza.

Addio balocchi, chicche, novelle e risate! Ecco i bambini bell'e
addormentati: andate, ora, a proporre loro una partita di volano:
raccontate loro la novella di Berlinda o offrite loro delle caramelle.
Non vi odono più: non sono più padroni di fare quel che meglio piace
loro! Il tiranno del sonno gli ha soggiogati.

È una cosa molto noiosa, non è vero, quella di venir sempre dominati
dai nostri bisogni, e di non poter sbarazzarcene? Aggiungete che
questi nostri tiranni ci costano un occhio del capo. Se si potesse
calcolare tutto il denaro che ci ha fatto spendere, dacchè siamo al
mondo, il bisogno di mangiare, di bere, di vestirci, di scaldarci, di
ripararci dalle intemperie, di star puliti, ci sarebbe di che restare
sorpresi.

Ah certo! Meno bisogni avremo e meglio sarà: Che dovremo dunque
pensare di quelle persone, le quali non contente di dover soddisfare a
tanti bisogni, ai quali non si può impor silenzio, se ne creano dei
nuovi, prendendo delle abitudini dannose?

Tale è l'abitudine del fumare. Diviene un bisogno così imperioso, che
spesso vince tutti gli altri! E pertanto qual differenza fra questo
bisogno e quelli che abbiamo enumerato fin qui!

Se noi non avessimo mai fame, nè sete, nè sonno, nè voglia di far il
chiasso, saremmo molto ammalati e moriremmo molto giovani. Quei
tiranni, dunque, sono piuttosto dei benefattori, dei vigili custodi
della nostra salute, incaricati dal buon Dio di avvertirci di quanto
dobbiamo fare per conservarla.

Perciò, quando obbediamo regolarmente a questi bisogni naturali,
stiamo bene e ci sentiamo lieti: cresciamo, siamo attivi, laboriosi, e
c'interessiamo a tutte le cose nobili e buone.

Il bisogno di fumare, invece, è un tiranno egoista, che si compiace di
veder trasformarsi in fumo il tabacco: e che, non solo non ci dà nulla
in cambio di quel che ci prende: denaro, tempo, ingegno, salute; ma
rende pestifero l'alito dei fumatori, e sparge sui loro abiti un odore
irritante, che produce la tosse a chi sta loro vicino.

Vi sono altre persone che prendono il tabacco pel naso. Quello è in
polvere e viene conservato nelle tabacchiere. I consumatori mettono
nella scatoletta il pollice e l'indice e s'introducono la _presa_
nelle narici, colla stessa disinvoltura colla quale voi mettereste in
bocca una pallottola di zucchero.

E io conosceva un signore il quale, ogni volta che il caso lo faceva
assistere a una tale operazione, esclamava: «Strana idea quella di
respirar colla bocca e di mangiare col naso!» Un ragazzino, molto
assennato e riflessivo, rispondeva a certi scioperati che volevano
costringerlo a fumare e a stabaccare:--Ma vi pare ch'io voglia far del
mio naso un letamaio e della mia bocca un camino?--

Infatti la bocca d'un fumatore diventa un vero camino: vi si forma la
filiggine: i denti, di bianchi che erano, diventano tutti neri: e la
bocca perde, oltre al suo più bell'ornamento, anche la freschezza e
la salute, che alle labbra dei fumatori, ostinati suol venire quella
schifosa malattia che si chiama «il cancro dei fumatori»!...

Ma voi mi chiederete perchè chi comanda non condanna tutti i
negozianti di tabacco alla galera a vita?

Ciò gioverebbe assai poco, amici miei, poichè dopo loro ne verrebbero
degli altri... Il vero mezzo di sopprimere il commercio del tabacco,
sarebbe quello... che gli uomini sopprimessero essi stessi la loro
cattiva abitudine e considerassero il tabacco solamente per quel che
è: un medicinale.

Voi forse non saprete che tutti i veleni sono dei medicinali?
Pericolosi per l'uomo che si sente bene, hanno la proprietà di
guarirlo quand'è sofferente, e non c'è veleno il quale non corrisponda
per le sue virtù sanatrici a qualche malattia.

Il tabacco sarebbe dunque, per sè stesso, una preziosa sostanza: e non
è certo sua colpa se gli uomini, abusando dei doni divini, ne hanno
fatto uno strumento di malattia e, spesso, di morte.

Il tabacco è una pianta: ha le foglie larghe, vellutate; e i suoi
fiorellini, d'un bel colore di rosa, vi spiccano piacevolmente:
l'odore, peraltro, è nauseante, poichè rammenta il profumo indebolito
del tabacco secco.

I dotti hanno dato a questa pianta il nome di _nicotina_, ed ecco il
perchè: Quattrocent'anni sono, un francese che si chiamava Nicot, fu
mandato come ambasciatore dal re di Francia al re di Portogallo. In
questo paese egli ebbe luogo di esaminare una pianta che gli Spagnuoli
avevano importata dall'America e si chiamava tabacco. Siccome era una
vera novità, il Nicot, per rendersi accetto alla madre del re di
Francia, le mandò del tabacco in polvere, e, disgraziatamente, anche
il seme del tabacco.

Questa regina, che si chiamava Caterina dei Medici, studiava molto i
veleni, e il regalo del Nicot le giunse perciò assai gradito. E il
tabacco venne chiamato _erba della regina_ o anche semplicemente
_nicotina_.

Tutto ciò avveniva nel secolo decimosesto: il mondo esisteva già da
migliaia d'anni senza saper nulla del tabacco, e in quanto a salute ne
aveva sempre goduta non è questa una graziosa risposta da farsi a quei
fumatori, i quali pretendono di non poter vivere senza fumare?

Il tabacco cresciuto naturalmente s'inalza perfino a un metro e 50
cent., ma quando lo si coltiva per quell'uso famoso, non gli si
permette d'inalzarsi tanto. Quando il tabacco ha raggiunto quel grado
determinato di sviluppo, viene colto avanti la fioritura. I
coltivatori cominciano dal farne seccare le foglie, poi le vendono ai
fabbricanti che le tritano minutamente; questi fanno disseccare su
grandi lastre riscaldate il tabacco da fumare, e ripongono in grandi
vasi egualmente riscaldati quello da aspirarsi pel naso.

Coi processi di fabbricazione, le foglie del tabacco cambiano
completamente di colore: di verdi, diventano scure, e prendono
quell'odore acre, soffocante, che indispone quasi sempre tutti coloro
che fumano per la prima volta.

Il fabbricante di tabacco è... indovinate! Il governo! Sì, è il
governo che compra il tabacco ai coltivatori, lo fa fabbricare nelle
sue manifatture, poi lo fa vendere dai tabaccai, sotto forma di
tabacco da pipa, da naso, di spagnolette e di sigari.

Ed è sotto queste ultime forme, che il tabacco si mette in bocca e si
mastica!

È proprio vero che allorquando ci mettiamo a far delle sciocchezze,
non si sa mai dove andiamo a finire.

Il governo vigila la cultura del tabacco, per tema che venga venduto
ad altri: ha creato degl'ispettori, i quali non solo contano le piante
del tabacco seminate in un campo, ma il numero delle foglie d'ogni
pianta. E questi ispettori non permettono a nessuno di coltivarne
senza il loro permesso: e se qualcuno trasgredisce ai regolamenti,
deve subire ammende, condanne, e ogni sorta di punizioni. Ah se i
coltivatori, invece del tabacco, seminassero nei loro campi del buon
grano, non avrebbero a sopportare simili persecuzioni. Coltiverebbero
una pianta salutare, che nutre l'uomo e non già una pianta velenosa
che gli avvelena lo spirito e il corpo: e l'agricoltura, invece di
impoverire, (come avviene effettivamente nelle contrade ove si coltiva
il tabacco) ritornerebbe ricca e prospera per il bene di tutti.

Facciamo voti, bambini, affinchè questo non sia un bello ma inutile
sogno!



Il sapone.


C'è qualcosa che sia più utile del sapone? La nettezza è certo la
prima, la più importante fra le eleganze: e a chi la dobbiamo, se non
al sapone? Guardate il fabbro che batte il martello sull'incudine, il
legnaiuolo che sega le sue assi: il compositore che riproduce le
parole d'un manoscritto con dei caratterini di metallo, tinti
d'inchiostro: tutti questi bravi operai hanno il viso e le mani
annerite: il fumo, la polvere hanno macchiato i loro abiti e la loro
biancheria: e se gli utili lavori ai quali si dedicano non ce li
facessero cari, ci parrebbero molto brutti.

Ma quando la giornata è finita, e ogni operaio sta per tornare alla
sua casetta, dov'è aspettato dalla moglie e dai figliuoli, allora il
fabbro mette da parte il martello, il legnaiuolo la pialla, il
compositore i caratteri, e ciascuno va in un canto della bottega,
dov'è una fontana o una gran catinella d'acqua. Sotto la catinella, o
accanto, c'è un pezzo di _sapone_.

L'operaio si bagna le mani e il viso: se li stropiccia col sapone, che
sdrucciola, scorre, scivola e fa una bella spuma: quand'è bene
insaponato, tuffa viso e mani nella catinella e si risciacqua con
forza... Alza il viso... non è più riconoscibile! La pelle è ritornata
bianca, pulita, senza traccie di fumo o di polvere: e una leggera
spazzolata basta a ravviargli il capo arruffato.

La giacchetta ha sostituito la bluse: gl'inconvenienti del lavoro sono
spariti per dar luogo al profitto e al piacere. L'operaio torna a
casa, e la moglie e i bambini gli fanno festa e lo accarezzano.--

Certo lo avrebbero accarezzato anche col viso sudicio; ma forse con
minor piacere. E anche la famiglia deve farsi trovar pulita e
ravviata: i bambini specialmente, se vogliono riuscire accetti al
babbo, devono avere adoprato molto sapone.

Il sapone è necessario ai ricchi come ai poveri, poichè a nulla
gioverebbero i bei vestiti di casimirra e le calze di seta, se la
camicia, il fazzoletto, le mani ed il viso fossero sudici: anzi, la
ricercatezza del vestito metterebbe in maggior rilievo la sciatteria
del resto.

E siccome il sapone è riconosciuto come il mezzo più facile per
conservare la nettezza al nostro corpo e alle nostre robicciuole, così
non è esagerazione il ritenerlo per una delle cose più utili.

                    * * *

Ma che cos'è questo sapone? Perchè ha la proprietà di render pulita la
nostra pelle e la nostra roba?

Il sapone è una sostanza composta dall'industria: è un miscuglio di
soda e di potassa con un'altra cosa, di cui vi parlerò or ora.

La soda e la potassa, che sono dei _sali_, si uniscono facilmente ai
corpi grassi, e ogni qualvolta si trovano al contatto di qualche
untuosità, l'assorbono così bene, vi si uniscono così intimamente, che
basta fare sparire questi sali, perchè con essi sparisca il grassume
che deturpava una data superficie.

Questo effetto si prova facilmente. La soda e la potassa vengono
vendute dai farmacisti e il loro valore è minimo: si può dunque
comprar queste sostanze, scioglierle nell'acqua e lavare in
quell'acqua un pezzo di stoffa colorata, macchiata d'unto.

Ma c'è da notare che la soda e la potassa mangiano il colore e la
povera stoffa perderebbe, oltre all'unto, anche le sue tinte
smaglianti: poi, dacchè quelle due sostanze sono anche corrosive,
lacerano i tessuti e rovinano la pelle.

Dunque? Dunque si pensò di unire la soda ad altre sostanze che ne
neutralizzassero gl'inconvenienti, senza alterarne i vantaggi: queste
sostanze sono olio o grasso: e da un tal miscuglio ha avuto origine il
sapone.

Per fabbricare il sapone, si versa in grandi caldaie una quantità di
soda sciolta nell'acqua: vi si aggiunge del grasso di montone, di
altri animali e anche dell'olio: occorre poi che il fuoco sia talmente
vivo da raggiungere i 100 gradi, i quali producono l'ebullizione.

A poco a poco la soda e il grasso si uniscono, si fondono insieme e
formano come uno strato galleggiante sull'acqua. Quando il miscuglio è
fatto, si vuota la caldaia sopra una gran tavola ad alti orli: l'acqua
scola e il miscuglio di soda e di grasso rimasto sulla tavola, si
raffredda, si condensa e diventa quel sapone, di cui tutte le persone
pulite apprezzano l'utilità.

Quello fabbricato con la potassa non indurisce e resta sempre come una
pasta molle. È quello che comunemente si chiama _sapone tenero_.

Il sapone col quale si lava la biancheria, vien detto sapone di
Marsiglia, perchè è appunto in questa città che se ne fabbrica la
maggior quantità. Questa sola città ne vende annualmente più di 70
milioni di chilogrammi, ciò che rappresenta, al prezzo con cui è
venduto ai consumatori (circa L. 1,10 il chilogramma) un valore di 77
milioni di lire.

Il sapone bianco e le saponette sono fabbricate allo stesso modo: se
non che per la loro fabbricazione vengono adoperati olii e grassi più
fini: e sono resi più piacevoli da essenze odorose e da sostanze che
immorbidiscono la pelle, come miele e sugo di lattuga: e per mezzo di
stampe speciali si dà loro curiose e graziosissime forme. Infatti ci
sono saponette che rappresentano mele, pesche, pesci, uccelli, scatole
e perfino bambini.

Il sapone è un composto che data da moltissimo tempo. Gli antichi
popoli d'Egitto e della Grecia lo adopravano: e in Italia, nelle
rovine di Pompei, fu rinvenuta una fabbrica di sapone con tutti i suoi
utensili e perfino con una provvista di sapone, atto ad esser venduto.

Da ciò possiamo constatare che la nettezza non è una moda, ma è stata
sempre uno dei più imperiosi bisogni dell'uomo.

La nettezza è un dovere sociale quanto personale, ed è condizione
principalissima di salute e di bellezza.



Il carbone.


Il carbone, a giudicarlo dalle apparenze, non ha alcuna importanza. È
una materia nera, polverosa, imbarazzante, che si butta nel cantuccio
più scuro di cucina, che non si tocca altro che colle molle o la
paletta: a toccarlo con le mani, Dio liberi! C'è da farsele diventar
nere come quelle d'un _carbonaio_. Infatti i carbonai sono sempre così
neri, che quando accade loro di lavarsi il viso in qualche circostanza
solenne, per esempio quando sono sposi, non paiono più i medesimi.

E, volendo esser giusti, dove volete trovarmi una cosa più utile del
carbone? Col carbone si cuoce il desinare, si scaldano i ferri da
stirare, si purifica l'acqua delle fonti, si disinfettano le carni un
po' stracche, si rende bevibile il brodo inacidito, ecc. ecc.

Finalmente il carbone è impiegato in vari usi importantissimi, dei
quali non potrei parlarvi in queste lezioncine: vi basti che esso
serve a moltissime applicazioni della medicina e delle industrie.

Ma di che cosa è fatto questo benedetto carbone e perchè è così nero?
Questo carbone, bambini miei, non è altro che _legno carbonizzato_,
cioè legno trasformato in carbone dal fuoco: ciò che non vuol dir
_bruciato_. Quando il fuoco _brucia_ le cose, le distrugge, e non ne
lascia che le _ceneri_, come avviene delle legna nel camino e del
carbone nel fornello: questa si chiama _combustione_: ma quando gli
oggetti sono solamente mutati in carbone, allora ciò si chiama
_carbonizzazione_. La carbonizzazione non distrugge i combustibili; ma
li lascia sussistere nella loro forma primitiva: infatti vedrete che
il carbone conserva la sua forma cilindrica di rami d'albero.

Quando quei rami pendevano dai loro alberi erano certo d'un altro
colore: ora sono neri, poichè qualunque oggetto diventa nero
trasformandosi carbone.

Per convincervene, fate carbonizzare una bacchetta di legno bianco, un
orliccio di pane, un osso di animale, una frutta qualunque dentro un
vaso, ben chiuso, dove il fuoco possa esercitare la sua azione, senza
trovarsi a contatto dell'aria: voi ritirerete tutti questi oggetti,
neri, carbonizzati, cioè divenuti carbone.

Ma bisogna che tutte coteste cose _sieno state private dell'aria_, se
no sarebbero bruciate irremissibilmente: e invece d'una
carbonizzazione, avreste una combustione.

Gli operai che fabbricano il carbone e che sono i veri _carbonai_
(quegli uomini neri che vediamo giungere alle nostre case, colle loro
balle sul dorso, non sono altro che portatori di carbone) abitano
quasi sempre in mezzo a' boschi, per essere vicini alla materia
necessaria al loro lavoro, e per non essere obbligati di trasportare
da un luogo all'altro tante enormi quantità di legno.

La loro casa è una povera capanna, fatta con dei rami piantati in
terra su due linee parallele, l'uno in faccia all'altro, incrociati in
alto a uso X, e rilegati da un altro ramo disteso per lo lungo su
tutte le X, in modo da formare la vetta o il comignolo. Gl'intervalli
da un ramo all'altro sono colmati da delle smotte di terriccio, che
formano come due muri inclinati: uno solo di questi intervalli resta
aperto per l'entrata e l'uscita. Del resto, nè usci, nè finestre, nè
camini. Il mangiare se lo cuociono in terra con dei frammenti di
carbone: i tronchi degli alberi fanno loro da seggiole e i grandi
ammassi di foglie secche servono da letto. Il legno più stimato per
far carbone è quello di quercia e di càrpino, che sono le più belle
specie d'alberi, di cui si compongono le nostre foreste. Si fa anche
del carbone con un legno fino e leggiero che si chiama _ontano_.

Il legno dell'ontano è così leggero, che per ottenere dodici
chilogrammi di carbone, occorre impiegarne 100. Ed è per ciò che
invece di venire impiegato per gli usi di cucina, serve alla
fabbricazione della polvere da cannone.

I rami d'albero destinati a diventar carbone, tagliati in lunghezza
eguale, circa metri 0,80, sono trasportati dai carbonai e ammassati in
modo da formare un'alta capanna, alla quale non lasciano che
un'apertura in cima, per introdurvi il fuoco e farne uscire il fumo.
Questa capanna viene chiamata una _carbonaia_, ed ha da 6 a 8 metri di
diametro e contiene da 24 a 40 steri di legno.

Si ricuopre quindi la carboniera con uno strato di terriccio, affinchè
non vi possa penetrar l'aria; poi si accende il fuoco e si lascia
agire, finchè la carboniera non è interamente carbonizzata.
Quest'operazione richiede ordinariamente dalle 20 alle 24 ore, durante
le quali il carbonaio non cessa dal sorvegliare il lavoro e di buttare
delle palettate di terriccio in quei luoghi dai quali fa capolino il
fuoco.

Quando l'operazione è finita e il legno è carbonizzato, si spegne il
fuoco, tappando anche l'unica apertura, dopo di che si lascia che la
_carboniera_ freddi. Dopo un giorno o due, si butta giù lo strato del
terriccio e si estrae il carbone con degli uncini di ferro: e quand'è
del tutto freddo, si ripone nelle balle per esser venduto ai mercanti
in di grosso, i quali lo rivendono ai mercanti al minuto, e questi
alle famiglie.

Ma accanto a tutti i servigi che ci rende il carbone è pur da notarsi
un grave inconveniente, il quale, trascurato, potrebbe costarci la
vita.

Il legno di cui sono fatti gli alberi, è composto in gran parte d'un
gaz chiamato--_gaz carbonico._--Questo gaz che si sprigiona dal legno
in combustione, si sparge nell'aria: i rami che non sono stati
bruciati, ma solo carbonizzati, hanno conservato lo stesso gaz
carbonico di quando pendevano dagli alberi; e questo si separa da
loro, allorchè bruciano allo stato di carbone.

Se dunque, in una stanza brucia del carbone, abbiate cura di aprire un
uscio o una finestra, dalla quale possa uscire questo gaz micidiale,
il quale, dopo averci prodotto nausee, giramenti di capo, dolori al
cuore e soffocazioni, finirebbe coll'_asfissiarci_.

Da ciò vediamo che il carbone può farci molto bene e molto male: sta a
noi il saper profittare dei vantaggi che esso ci dà, e il sapere
sfuggirne i pericoli. Iddio ha messo a nostra disposizione tante e
tante cose mirabili, affinchè ce ne serviamo pel nostro bene.



Carbone fossile.


C'è un'altra specie di carbone, che tutti conoscono sotto il nome di
carbone _fossile o minerale_. Il carbone fossile, non è, come quello
di legno, fabbricato dall'uomo: esso viene estratto dalle viscere
della terra, per mezzo di certe fosse, larghe e profonde, dalle quali
gli è venuto il nome. Voi sapete che tutte le cavità praticate nella
terra col fine di estrarne i minerali, si chiamano _mine_. E come vi
sono mine d'oro, d'argento, di rame, ecc., così vi sono anche delle
mine di carbon fossile. Alcune di coteste mine hanno 500 e perfino 600
metri di profondità, e ogni giorno, migliaia e migliaia d'uomini vi
mettono a repentaglio la salute e la vita. Sparsi nelle infinite
gallerie, che formano come le strade di quel mondo sotterraneo,
staccano a colpi di zappa e di piccone il carbone, che forma le pareti
di quelle gallerie: lo trasportano quindi fino alle fosse e lo versano
in certi tini o bariglioni, che vengono tirati su non appena sono
pieni.

Noi dobbiamo molta gratitudine a questi martiri del lavoro, i quali
sono esposti continuamente ai più gravi pericoli: Ora, una sorgente
inonda improvvisamente la mina e annega i minatori: ora li sotterra
una frana... e tutti gli anni, migliaia e migliaia d'uomini muoiono
così!

Dunque il carbon fossile è un minerale; ma, e ciò vi maraviglierà non
poco, anche il carbon fossile è di legno. Come ha fatto, quel legno, a
diventar nero, untuoso, lucente? Come mai si trova sepolto nelle
viscere della terra? Gli alberi vegetano sul terreno, non sotto.
Questo, miei cari piccini, è un nuovo, grande e antichissimo fenomeno:
e rimonta a secoli così remoti, così lontani da noi, che ci sarebbe
impossibile accennare a qual epoca precisa si precipitarono nelle
profondità della terra le immense foreste che ne ricoprivano tre
quarti della superficie.

Eccole dunque sepolte le belle foreste di cedri giganteschi, di felci
e di pini, eccole sepolte nelle profondità misteriose della terra,
dove non c'è aria, dove non c'è luce, dove bisogna morire.

E, infatti, quelle foreste, quegli alberi, quelle felci, quelle piante
d'ogni specie, son tutte morte. Ma nulla può esser distrutto: morte
come vegetali, vivono sotto un'altra forma, e divengono, oggi, il
carbone minerale che le industrie hanno applicato a usi sì svariati.

Come si è potuto operare un cambiamento così importante? Quali agenti,
quali influenze hanno trasformato delle piante organizzate per la vita
vegetale in una sostanza così opposta, qual'è il carbon fossile?

Per ottenere una risposta a queste domande, occorrerebbe entrar nei
domini della scienza, e noi non dobbiamo, almeno per ora, che
esplorare quelli dell'osservazione. Osserviamo dunque il carbon
fossile nelle sue molteplici applicazioni. Eccovene varii pezzi;
guardateli: non sono tutti eguali ad un modo: anzi differiscono fra
loro in grossezza e in lunghezza: ma per poco che gli esaminiamo, ci
accorgiamo subito che essi sono frammenti di rami o di tronchi
d'albero. Se tocchiamo il carbon fossile, ci accorgiamo che è untuoso:
infatti esso contiene una sostanza oliosa, che somiglia al bitume.
Rovesciamo una parte di questo carbone nel cammino di ferro fuso, che
è nell'atrio della scuola e accendiamolo: ma prima di tutto
mettiamogli sotto qualche pezzettino di legno, poichè il carbon
fossile, se brucia bene, stenta un poco ad accendersi. Benissimo. Ecco
il nostro fuoco che scoppietta e s'accende. Attenti a quella
fiammolina turchiniccia che si sprigiona dal carbone: par che lo
voglia divorare, ma non può inalzarsi come le nostre belle fiammate di
fuoco di legna. Che fumo nero denso e fetido! È ardente come una
fornace: il calore si sparge per la stanza e ci toglie quasi il
respiro. Spicciamoci ad aprir la finestra affinchè l'aria esterna
purifichi quella viziata dalle esalazioni del gaz carbonico. Come!
anche il carbon fossile contiene questo gaz? Certo, poichè è anch'esso
un carbone.

Ecco che la fiamma diminuisce a poco a poco: il fuoco diventa smorto e
rapidamente si spenge.

Lo sapete a che serve la parte più infiammabile, ossia più
_combustibile_ del carbon fossile?--Al _gaz_. Al _gaz_, che serve a
illuminare le strade?--Sì. Il carbon fossile contiene ancora altre
cose, alle quali non pensate in questo momento, ma che per altro
conoscete assai bene. Per esempio la _benzina_ colla quale si levano
le macchie e si puliscono i guanti, è estratta dal carbone minerale: e
lo stesso può dirsi di quel prezioso acido fenico sì efficace per le
punture delle api, delle vespe, per i morsi delle vipere e de' cani
arrabbiati.

Potrei durare ancora un pezzo a parlarvi dell'utilità del carbon
fossile, ma credo che quanto vi ho detto debba, per ora, bastarvi. Non
vi pare che questa sostanza nera, nascosta, per tanto tempo ignorata
dagli uomini, possa, sotto certi rapporti, venir rassomigliata a
taluna di quelle persone modeste e buone, che operano il bene per
amore del bene, cioè senza ciarle e senza schiamazzi?



Le porte e le finestre della nostra casa.


Il nostro corpo è la casa di cui noi siamo gl'inquilini: e le porte e
le finestre non sono altro che i nostri cinque sensi, per mezzo dei
quali comunichiamo col mondo esteriore: i nostri cinque sensi, lo
sapete bene, sono la vista, l'udito, l'odorato, il gusto e il tatto.

Se l'uomo non possedesse i sensi, starebbe rinchiuso dentro al suo
corpo, come un prigioniero dentro una torre senza aperture: non
vedrebbe, non udirebbe nulla: triste esistenza invero! Tanto varrebbe
morire!

Ma fortunatamente la nostra prigione ha delle aperture per mezzo delle
quali l'uomo può vedere, udire, e uscire, per così dire, di sè stesso:
e volendo esser giusti, il corpo, meglio che prigione, potrebbe
assomigliarsi ad una piacevole abitazione. Queste aperture (seguitiamo
a servirci della stessa immagine ) sono gli occhi, gli orecchi, il
naso, la lingua e la pelle. Questi organi, dotati d'una speciale
sensibilità, sono costrutti in modo da poter adempiere all'ufficio pel
quale sono stati destinati, e per mezzo di essi, noi possiamo
comunicare col mondo esteriore, appunto come il prigioniero dalle
finestre della sua prigione.

La vista e l'udito vogliono esser lodati pei primi, come quelli che ci
arrecano maggiori e più importanti servigi: la vista, col solo mezzo
dello sguardo, ci permette di studiar la natura, le opere dell'uomo,
con tutti i loro colori, le loro forme, dimensioni e distanze: ci
permette di esaminare la fisonomia piacevole o antipatica delle
persone che avviciniamo. L'udito ci schiude un mondo invisibile di
suoni, di rumori, di musiche, di venti, di tuoni: ci fa conoscere i
gridi degli animali e la voce dei nostri simili.

I sensi dell'odorato, del gusto e del tatto ci fanno conoscere gli
odori, i sapori e il contatto degli oggetti: ma solamente quando
queste cose sono in rapporto immediato cogli organi dei nostri sensi,
cioè coll'interno del naso, coll'interno della bocca e colla pelle:
cioè quando questi odori, sapori e contatti sono già alla portata di
nuocerci.

È vero che il senso dell'odorato ci avverte un po' più da lontano. Gli
odori di cui è impregnata l'aria ci fanno conoscere quali fiori soavi
e delicati, o quali ammassi d'immondizie si trovano vicino a noi: ma
solo _vicino_ a noi, a qualche centinaio di metri tutt'al più; e
notate bene che l'odorato ci avverte quando gli odori buoni o cattivi
sono già entrati nelle nostre narici: Eccovene una prova: questa è una
boccettina piena d'un liquido incolore: annusatela.... Ma voi la
respingete in fretta e furia: perchè? Perchè contiene una sostanza, il
cui odore, penetrando nelle vostre narici, vi ha prodotto una
sensazione dolorosa. E certe sostanze respirate in tal modo, come per
esempio il cloroformio, producono vertigini, svenimenti, insensibilità
e perfino la morte. Lo stesso avviene dei sapori, i quali non possono
venire apprezzati che allorquando sono in contatto colle delicate
muccose del palato e della lingua: cioè quando sono già in grado di
ucciderci per mezzo dell'avvelenamento. Una goccia d'acido prussico
versata sulla lingua d'un gatto lo uccide immediatamente.

In quanto al senso del tatto, basta esserci bruciati un dito una sola
volta per capire che le cose non si toccano a distanza.

I sensi dell'odorato, del gusto e del tatto potrebbero paragonarsi a
quei canini da salotto, i quali ringhiano e brontolano quando i
visitatori sono già entrati in casa: mentre che i sensi della vista e
dell'udito ci avvertono in tempo, simili a quei vigili cani di
fattoria, che abbaiano furiosamente, fino a che i padroni non si sono
messi sulle difese.

Il senso della vista è certo il primo agente della nostra istruzione:
è esso che provoca e sveglia le nostre idee, che esercita le nostre
facoltà di paragone, che influisce sulla natura dei nostri sentimenti
e determina fino a un certo punto lo sviluppo del nostro spirito e del
nostro carattere. Chi non conosce il potere dell'esempio? In generale
i fanciulli fanno quello che vedono fare: ecco perchè essi non
dovrebbero guardare che le cose belle e buone.

E chi non riconosce l'influenza che la vista di certi spettacoli
produce su noi?

L'aspetto di ridenti campagne, piene di sole e d'ombra: le ardue
montagne azzurre, che sfidano le nubi e si confondono col cielo,
tutto ciò dispone il nostro spirito a serene fantasie e lo inalza al
disopra delle miserie umane.

E pensare che il più gran numero dei nostri simili abita in luoghi
infetti, bui, insalubri: in vere cloache di sudiciume! Io le vedo
quelle strade nere, buie, ottuse, dove le case trasudano una sordida e
perenne umidità, dove i tetti si baciano, dove il sole non entra mai
che furtivo, quasi direi vergognoso: io vedo i granai, le cantine, i
muri scortecciati, i mobili sudici, gli usci fracassati, le porte
corrose dalla pioggia e dal fango! Tristi nidi, dei quali non
vorrebbero certo sapere i lupi che dormono tra il verde dei boschi ed
hanno per padiglione il cielo azzurro!

E l'udito? Supponiamo che l'uomo ne sia privo! Addio, graziosi effetti
dell'eco: addio sublimi musiche dei grandi maestri! Addio, canti
melodiosi dei grandi artisti! Il mondo dei suoni è morto. Voi non
udrete più lo stormire misterioso delle frondi, il placido mormorìo
del ruscello, il tremendo fracasso dell'oceano in tempesta: quante
minaccie abbia il tuono, quante promesse l'ondulazione delle grosse
spighe di grano che si soffregano tra loro, voi non lo saprete più. I
gemiti del violino, il rullìo de' tamburi, il fragore delle trombe, il
canto degli uccelli; la voce dei quadrupedi, il ronzìo degl'insetti,
tutto tace! Tutto è morto per voi: la natura vi nega le sue armonie:
Essa è sepolta, per voi, in un eterno silenzio.

Tutto questo vi farà comprendere qual grave perdita sarebbe per noi
quella dell'udito! Il viaggiatore che di notte tempo percorre la lunga
sua via, canta: non già pel gusto di cantare, ma per udire _una voce_!
L'urlo d'una bestia feroce, il fischio d'un serpente, lo stormire
delle fronde, bastano per avvertirlo dell'imminenza d'un pericolo: ma
guai se egli non udisse quell'urlo, quel fischio e quello stormire.

Fra tutti i suoni che il nostro udito può afferrare, il più simpatico,
il più lieto, il più eloquente, il più melodioso è quello della _voce
umana_: e dico della voce _umana_, poichè anche gli animali hanno la
loro voce e sanno benissimo che il senso dell'udito è posseduto
dall'uomo. Essi, infatti, modulano la loro voce per accarezzarlo,
minacciarlo, implorarlo a seconda dei casi. Il cavallo,
all'approssimarsi del padrone nitrisce di gioia: il leone del
serraglio ruggisce quando qualche ragazzo imprudente sfrega con la
mazza il suo gabbione di ferro: il cane si lamenta quando il padrone
lo lascia solo in casa e il passerotto fischia all'avvicinarsi della
mamma, che gli porta il cibo. Noi certo non possiamo penetrare nei
particolari di ciò che si dicono gli animali cantando, ruggendo,
abbaiando: non possiamo capirli perchè _non siamo simili a loro_: e
perchè le inflessioni, le modulazioni, le sfumature della loro voce
non sono tali da potere essere afferrate chiaramente dal nostro udito.

E neppur gli animali posson capire le finezze del nostro linguaggio.
Credete che il vostro canarino si accorga di quando gli parlate in
prosa o in versi? V'immaginate forse che il bove capisca il linguaggio
del padrone, quando questi lo vende al macellaro?

Qual differenza, invece, allorchè l'uomo indirizza la parola agli
esseri della sua specie! Una parola, un semplice monosillabo bastano
per farci intendere!

Lo volete sapere, fanciulli, perchè l'udito e la parola dell'uomo sono
stati organizzati da Dio con una perfezione incomparabile?

Eccovelo il perchè:

Perchè la parola dell'uomo è fatta per pronunziare la verità; e il suo
udito per ascoltarla.

La verità è l'affermazione della giustizia, dell'onestà, della bontà,
della virtù e del dovere. Guai a chi mentisce, a chi schernisce, a chi
calunnia! Guai a chi presta orecchio, senza protestare, alla vile
maldicenza! Guai a chi non sa valersi degnamente dei doni di Dio o,
peggio ancora, li fa strumenti di passioni malvagio.

Preghiamo, fanciulli, affinchè il Signore ci preservi dalla vergogna
di profanare la parola e l'udito!



Commiato.


Siamo giunti all'ultima pagina del libriccino, la cui lettura oltre al
non aver forse avvantaggiato di molto la vostra educazione
intellettuale, vi sarà stata certo cagione di qualche sospiro precoce,
di qualche pensiero non lieto. Perdonatemi. Perdonate a questa vostra
amica, che non sa risolversi a usare con voi le blandizie giocose con
le quali si addestrano dai saltimbanchi e bertuccio e orsacchiotti. A
voi, creature intelligenti, destinate alla vita, ho voluto insegnare
la vita: non quale ve la presentano i giornaletti della domenica e i
libriccini moderni, ma qual è nella realtà.

Le lacrime che avrete visto brillare talvolta nelle pupille di vostra
madre, gl'infelici che implorano dalla vostra carità un pezzo di pane
che li sfami, un sorso d'acqua che li disseti: gl'infermi che popolano
gli ospedali, i traviati onde rigurgitano le carceri, vi hanno detto,
avanti di me, che la vita non è un giuoco.

Non la crediate neppure una sventura. È un viaggio al quale bisogna
prepararsi per tempo. Che direste d'un incauto che, accingendosi alla
traversata di oceani sconosciuti, non si provvedesse della bussola?

Ecco perchè con queste pagine ho cercato di prepararvi, più che
all'esame, alla vita: ecco perchè parlandovi della terra, vi ho fatto
intravedere il cielo.

Camminiamo sicuri e fiduciosi. Perseveriamo nell'amore del bene nè
temiamo il dolore: noi lo incontreremo _certo_ sulla nostra via:
accogliamolo come un amico severo, la cui parola è fuoco che purifica,
lavacro che monda, ala che solleva; e ricordiamoci che se il riso
aggiunge uno stame alla trama della vita, la lacrima è la perla dove
si riflettono i cieli.



INDICE


PREFAZIONE                                                  _Pag._   9

Una donnina                                                   «     11

Il bove                                                       «     16

Un regalo                                                     «     22

I sassi                                                       «     25

Il fratellino dell'Enrichetta                                 «     31

Lascialo ridere!                                              «     37

Per un chicco di grano                                        «     42

Turco e Sparalampi                                            «     47

I Pesci                                                       «     53

Primi freddi                                                  «     63

Fuoco e fiammiferi                                            «     67

Un baratto                                                    «     73

I metalli                                                     «     76

Amaro!                                                        «     81

Gli uccelli                                                   «     84

Per tre soldi!                                                «     99

La storia d'un grappolo d'uva                                 «    102

La seggiolina                                                 «    106

Le olive                                                      «    109

Ombrello ridicolo                                             «    111

Insetti                                                       «    116

Vestito bianco                                                «    121

                      LAVORI E BALOCCHI.

Il primo lavoro della Gemma                                 _Pag._ 127

Il corredino della bambola                                    «    134

Il bucato della bambola                                       «    137

La camera dell'Emilia                                         «    140


                         CHIACCHIERE.

La carta                                                      «    147

La spugna                                                     «    154

Il sughero                                                    «    156

Il tabacco                                                    «    160

Il sapone                                                     «    169

Il carbone                                                    «    174

Carbone fossile                                               «    179

Le porte e le finestre della nostra casa                      «    183

COMMIATO                                                      «    189



[Illustration: PROF. RAFF. ALTAVILLA


NOMENCLATURA

SILLABICA

AD USO DELLE

SCUOLE ELEMENTARI INFERIORI

ED ASILI INFANTILI


_Ediz. illustrata con 105 incisioni_


Prezzo Cent. 40


MILANO
ENRICO TREVISINI Libraio-Editore
17, Via Larga, 17

1881]





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Lezioni e Racconti per i bambini" ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home