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Title: Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari
Author: Berchet, Giovanni, 1783-1851
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

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(Images generously made available by Editore Laterza and
the Biblioteca Italiana at
http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)



Nota di trascrizione:
    _corsivo_
    __spazieggiato__
    |maiuscoletto|
    {piccolo}



  SCRITTORI D'ITALIA


  G. BERCHET

  OPERE

  II



  GIOVANNI BERCHET


  OPERE

  A CURA DI
  EGIDIO BELLORINI

  VOLUME SECONDO

  SCRITTI CRITICI E LETTERARI


  BARI

  GIUS. LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
  1912



  PROPRIETÀ LETTERARIA
  LUGLIO MCMXII--31762


[p.1]



I

LETTERA

|sul dramma «Demetrio e Polibio»  cantato nel teatro Carcano|


                                  Di Milano, il dí 27 luglio 1813.

Non ho fatto risposta prima d'ora alla tua dimanda intorno al merito
dell'opera seria _Demetrio e Polibio_, perché il giudicio mio in
fatto di musica, non potendo io derivarlo, come sai, da conoscenza
alcuna dell'arte, sarebbe forse parso intempestivo anche a me
medesimo, se per indurmi a proferirlo avessi stimato sufficiente il
suffragio delle prime sensazioni del cuor mio. E però, non
contentandomi io di quello, mi parve di dover aspettare che il voto
del cuore, per la ripetizione continuata ed uniforme delle stesse
sensazioni, pervenisse ad ottenere anche la fredda approvazione della
mente.

Se primo adunque e forse unico istituto della musica gli è quello
d'impadronirsi rapidamente dei cuori umani e di dirigerne e
travolgerne ad arbitrio assoluto di lei gli affetti; se il terrore, se
la pietá, se l'amore, se la téma e la gioia si sollevano a vicenda
dentro di me e mi agitano fortemente, appunto quando il maestro intese
di volere suscitare in me queste passioni; se manifestissimi segni mi
convincono che la medesima commozione che io provo è sempre e con gli
stessi mezzi destata né piú né meno viva nell'universalitá degli
spettatori, a segno di togliermi affatto ogni dubbio che ella possa
prodursi in me solamente, o per ignota e bizzarra disposizione di
fibre, per una [p.2] debolezza non comune di anima, o per certe troppo
squisite attitudini a sentire, alle quali m'abbia disposto forse
malamente una peculiare educazione; e se infine dal maggiore o minore
conseguimento d'affetti è lecito far paragone fra una musica e
l'altra, e il misurarne cosí la bontá positiva di ciascheduna non è
logica strana; io sprezzerò con ardimento deliberato qualsivoglia
anatema dei pedanti dell'arte musica, e quantunque non iniziato ne'
loro misteri, non grave il capo di crome e biscrome, giurerò
solennemente a te, e teco, se ti aggrada, anche al pubblico intero,
che il signor Rossini quando dettava quest'opera era quasi certamente
ispirato da un genio buono.

Modellando il signor Rossini l'arte sua al vero gusto italiano, si
sgabellò delle astruse metafisiche di molti degli oltramontani; e
lasciando che a loro tenga luogo d'ogni altro senso l'orecchio, vide
che in Italia v'erano anche de' bisogni nel cuore, e questi studiò di
appagare; vide che se la sola armonia bastava all'udito, ella non
bastava però a conseguire quel fine a cui egli mirava, ed a lei
saviamente accoppiò la cantilena; vide che la persuasione è operata
dalla continuitá del pensiero e, certo egli di possedere profondamente
la scienza musica, non si curò di farne uso vano e puerile, ma
maneggiandola da padrone allungò i suoi pensieri in modo da schivare
le tante e ricercate spezzature, delle quali pare che vadano
innamorati i moderni eruditi dell'arte; vide che il suono degli
strumenti, quando sia unito al canto, non può ragionevolmente
affettare il primato, ma sí bene deve a quello sottostare
pazientemente, e non si diede perciò a seppellire la dolcezza delle
voci umane nella tempesta dei timpani e nello stridore delle corde e
dei chiarini; vide egli insomma tutto quello di cui si erano accorti
prima di lui e Pergolesi e Iomelli e Cimarosa e Paesiello e,
rispettandone l'ombre senza seguirle servilmente, si aprí una via alla
gloria. E se vago, com'egli è, dell'aver semplicitá, pur non ebbe il
coraggio di inimicarsi del tutto i cacciatori dei ghirigori musicali,
bisogna almeno confessare che nel placar di frastagli e ricami quella
divinitá egli fu scarso assai ne' suoi sagrifici. Fortunato
giovinetto, e fortunati noi pure, se le meritate lodi, delle quali lo
onorano [p.3] i suoi paesani, varranno a mantenerlo ostinato nel suo
proposito e ad irritare sempre piú nell'animo di lui quella sete di
fama che io vorrei necessariamente insaziabile ed eterna nei grandi
ingegni, ma che però con danno universale si spegne talvolta per colpa
della facile contentabilitá giovanile.

Ora immáginati, amico mio, una musica quale noi la invocammo tante
volte, allorché uscivamo di teatro inveleniti contro la crescente
barbarie dei tempi nostri e stanchi di bestemmiarla. Que' precetti,
che allora venivano dettati da noi, non erano per comune nostra
fortuna uditi da altra anima vivente che ne potesse redarguire la
troppa presunzione; e come ignote a noi sono le regole dell'arte
musica, e cosí rimanevano ignoti agli altri i delíri nostri intorno a
lei. Ma io intanto scommetto che il signor Rossini pensò forse piú
ordinatamente, ma non diversamente certo di quello che noi facessimo.
E però ti so dire che i desidèri nostri sono oggimai per grazia di lui
avverati pienamente.

Immáginati, dico, una tale musica, cantata con maestria inestricabile
da due care voci femminili le piú simpatiche che tu possa desiderare,
da un baritono destro nel mestiere suo quanto basti per poter
secondare ottimamente ogni piú ardito professore e mantenere
armoniosissimo ed esatto qualsivoglia concento a cui egli si
frammetta, e da un tenore poi il quale ha tutte in pronto le piú
recondite dottrine dell'arte e le vie tutte della seduzione e che, ad
una rara e somma energia d'animo e ad una robustezza non comune di
petto congiungendo un delicatissimo sentimento del bello, sa con fina
disinvoltura riparare le onte che gli anni devono per natural legge
aver recate alla sua voce. Le quali onte però se non isfuggono, come
che lievi, all'udito del conoscitore, non offendono per nulla l'animo
di lui. E tanto è il predominio del buon gusto sul brio ineducato de'
soliti cantori nostri, che ogni spettatore d'indole appena appena non
triviale non si lascerebbe indurre cosí di leggieri a rinunziare, per
le lusinghe della fresca voce d'un giovinotto, alle diverse lusinghe
colle quali quest'uomo ne riduce alla memoria il bel metodo antico dei
recitativi, e ne mostra [p.4] com'egli intenda e senta sempre ciò
ch'egli dice, e n'insegna l'utilitá del sillabare con esattezza le
parole, e ne dispiega una acuta cognizione de' recessi piú riposti del
cuore umano e lo zelo costante con cui egli si propose di parlare a
lui e d'intenerirlo, anziché farsi a correr dietro alla smania volgare
di rendersi ammirato per dovizia di arzigogoli e trilli. Vieni ad
udirlo, amico mio, e non appena avrai cominciato a gemere di non
averlo potuto ascoltare nella sua gioventú, che giá vinto dal piacere
presente dimenticherai affatto le ipotesi, ed una forza segreta ti
scambierá sul labbro la prima esclamazione: «Quale sará stato egli
mai!», nell'altra piú sentita: «Quale egli è mai costui!»

Non contento però il signor Mombelli di allettarne giá tanto colle sue
belle maniere musicali, volle valersi anche d'un altro mezzo
astutissimo onde trarre a sé la nostra riconoscenza, e seppe rifarci
perfino del poco decadimento della sua voce. Avvedutosi egli di quanto
la natura era stata in ciò liberale colle due sue figliuole, educò con
vero amore paterno e con sí appassionato studio le floride voci di
quelle gentili giovinette, che lo spirito del padre, versandosi tutto,
per cosí dire, nelle anime novelle delle fanciulle, tornò a giovinezza
e si adornò di ben altri vezzi e di ben altre ed infinite soavitá.
Davvero mi bisognerebbe tutta l'abilitá dell'Albano per poter trovar
modo onde darti ad intendere di quante ridenti idee m'abbiano inondata
la memoria, di che dolcezza m'abbiano inebriato il cuore queste due
vergini grazie. Ti ricordi, carissimo amico, quell'ultima lettera
ch'io ti scriveva due mesi fa? Quella lettera riboccava di fantasie
tutte negre, come l'anima mia era allora, piena zeppa di amarezze e
travagliata dalla noia della vita, terribilissima delle umane
sciagure. Oh se mi vedessi ora! Se vedessi come m'abbia guarito lo
spirito questa magica operetta! Fa' conto che in vita mia non mi
sovviene d'aver mai tanto benedetta l'esistenza come a questi dí. Mi
sono riconciliato con me medesimo e cogli uomini; ed ora l'universo mi
sorride innanzi seminato tutto di rose. Ed ogni oggetto che mi si
affaccia io lo credo partecipe della mia gioia; ed ogni suono mi par
l'eco che ripeta colla divina cantilena:

[p.5]

    Questo cor ti giura amore,
    mia speranza, mio tesoro.

E come l'anima si commove tutta, io me la sento dalle sedi segrete
rispondere:

    Questo cor ti giura amore,
    mia speranza, mio tesoro.

Mille volte ho desiderata la tua compagnia. Mille volte ho desiderato
di dividere con te questo diletto di paradiso. Che importerebbe a noi
del sogghigno di quelle mute fisonomie calcolatrici, su cui non
isbalza mai una scintilla dell'anima?

Invidieremo forse noi a costoro il letargo che gli assidera, noi che
piú che per la mente viviamo pel cuore? Che se voi, o freddi filosofi,
mi togliete queste care illusioni, questa violenza di emozioni, io
offro alla vostra scure anche il collo mio, e vi cedo tosto e di buon
grado la vita, per la pace del sepolcro: ma s'ella precede la morte,
io l'abborro.

Ma tu forse sospetterai che a tanto incantesimo contribuisca non poco
l'aspetto della bellezza e delle tante attrattive della gioventú.
Maligno animo! Io ti confesso candidamente che le due ragazze Mombelli
ebbero entrambe propizia assai la venustá, e che la minore di esse,
per quanto appare dalle scene, unendo ad un volto animatissimo e ad un
par d'occhi leggiadri un sorriso tutto serenitá ed una certa ingenua
lindura di modi, non riescirebbe vano soggetto di studio a quel
pittore che colla contemplazione di vari modelli naturali volesse
arricchirsi la mente d'immagini delicate ed arrischiarsi di ridurre a
umane forme l'idea astratta dell'amabilitá. Tu però, in compenso della
sinceritá mia, accetta per sacrosanto il giuramento che ti fo d'avere
io scrupolosamente poste ad analisi le mie sensazioni, d'averne
investigato l'origine, e d'aver trovato che questo piacevole
entusiasmo che mi rapisce è generato dalla dolcezza tutta nuova della
voce di lei che tiene assai del contralto e che, senza svagarsi,
piomba diritto sui cuori altrui e se ne impadronisce; poi dal metodo
semplice, ma affettuoso, ma pieno di [p.6] veritá, con cui ella
canta. I dotti nell'arte ravvisano forse piú vasta conoscenza di
musica e piú agilitá di voce nella maggiore delle fanciulle. E le
belle milanesi, che si piegano al parere dei dotti per mantenersi
anch'esse riputazione di dottrina e che, placidamente leziose,
infastidiscono il cantar piano, a lei dánno la palma. Ma il piú degli
uomini, che non sono né belli né dotti, ammirano e lodano la signora
Ester, e si lasciano vincere dal canto della signora Annetta. Se poi
la musica sia fatta per dilettare i dotti soltanto o sí bene tutta
l'umana razza, s'ella debba giudicarsi dagli effetti generali o da'
particolari, io non so, né vorrei dirlo ora se lo sapessi. Bensí mi è
caro il vedermi confortato nell'opinione mia dall'applauso con cui è
festeggiata sempre la signora Annetta dalle persone tutte che,
venerando la ragione dell'intelletto, cedono pure alla prepotenza
della ragione del cuore.

Non per questo vorrei però io scompagnate mai le due angeliche
cantatrici; ché anzi, giovandosi elle a vicenda mirabilmente, l'una
all'altra a vicenda porge tratto tratto occasione onde far in piú
lucida guisa spiccare la propria maestria. Ed unite poi, perfettissimo
accordo, ne risulta quella armoniosa voluttá che si spande sugli animi
degli uditori, e a poco a poco li induce all'oblio intero delle cure
moleste ed al sentimento carissimo della loro origine celeste.

Dio vi benedica entrambe, o creature gentili; e mandi sul capo vostro
mille felicitá, e vi conservi, colla domestica virtú e colla bella
onestá dei costumi vostri, il diritto di meritarvele sempre maggiori.
Dio vi benedica entrambe; e le sorti sieno feconde di prosperitá verso
dei parenti vostri, quantunque a loro sia giá invidiatissima delizia
la compiacenza di avervi allevato tanto bene.

E tu, amico mio, sbrigati di far presto quello che devi fare costí; e
corri per caritá a Milano prima che si chiudano nuovamente le porte
del teatro Carcano. Io non ti dico che tu ci avrai di che pascerti gli
occhi nello splendore delle decorazioni e nello sfarzo delle vesti;
perché la veritá è che ve n'ha proprio una penuria men che decente, né
tu sei ragazzotto da [p.7] gongolare di sí fatte baie. Non ti dico
che tu ci vedrai la recita di belli versi, sebbene il libretto non
debba invero temere di venire al paragone con tanti del moderno teatro
nostro. Ma se per lo stile esso tiene dietro rigorosamente ai vestigi
di alcuni dolcissimi pseudo Metastasi della Scala, s'è posto però un
tantino al disopra delle Signorie Loro, per certa chiarezza e
semplicitá d'argomento, per certa ragionevolezza di condotta e per
l'introduzione non infelice dei cosí detti «colpi di scena» e delle
«situazioni teatrali». Aggiungasi che chi lo scrisse merita poi
facilmente da te, che sei buon femminiero per la vita, un qualche
compatimento. Oh guarda il furfantaccio come egli straluna gli occhi
per la curiositá di saperne l'autore! Indovinalo tu: e se non te ne
basta l'animo, strabilia e trasusa quanto piú vuoi; ma sappi che l'ha
composto la signora Vincenza Mombelli, la madre istessa delle due
fanciulle. E se i servi cortigiani di Nerone sagramentavano essere
nobilissimi i versi di quel tiranno, tu, che ti vanti cortigiano e
servo d'un'altra tirannia meno austera, smetti, per Dio, gli occhiali
e non mi far tanto lo schizzinoso su questo libretto.

In compenso però di alcune poche mancanze, tu troverai dei piaceri piú
veri e piú durevoli. E proverai siccome ella sia proprio una
consolazione il vedere che i concittadini nostri ritengono pur
tuttavia una gran dose di buon senso, e che eglino accorrono sempre in
folla al teatro Carcano, quasi bramosi di espiare con ciò i lunghi
traviamenti, pei quali diedero non ha guari tanta materia di scandalo
in altro teatro. E sta' certo poi che il canto della signora Annetta
ti sanerá appieno quella piaguzza da cui devi sentirti lacerare il
cuore nel separarti per alcun tempo da codesta tua innamorata.
Poveretta! salutala per nome mio, ma non le dire che, se tu vieni a
Milano, io tremo davvero per certo presagio a lei poco felice. Sta'
sano intanto ed amami.

Il tuo N. N.

[p.8][p.9]



II

|Sul «Cacciatore feroce» e sulla «Eleonora» di Goffredo Augusto Bürger|
|Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo|


Figliuolo carissimo,

M'ha fatto maraviglia davvero che tu, convittore di un collegio, ti
dessi a cercarmi con desiderio cosí vivo una traduzione italiana di
due componimenti poetici del Bürger. Che posso io negare al figliuolo
mio? Povero vecchio inesercitato, ho penato assai a tradurli; ma pur
finalmente ne sono venuto a capo.

In tanta condiscendenza non altro mi stava a cuore che di farti
conoscere il Bürger: però non mi resse l'animo di alterare con colori
troppo italiani i lineamenti di quel tedesco; e la traduzione è in
prosa. Tu vedi che anche col fatto io sto saldo alle opinioni mie; e
la veritá è che gli esempi altrui mi ribadiscono ogni dí piú questo
chiodo. Non è per altro ch'io intenda dire che tutto tuttoquanto di
poetico manda una lingua ad un'altra s'abbia da questa a tradurre in
prosa. Nemico giurato di qualunque sistema esclusivo, riderei di chi
proponesse una legge siffatta, come mi rido di Voltaire che voleva che
i versi fossero da tradursi sempre in versi. Le ragioni che devono
muovere il traduttore ad appigliarsi piú all'uno che all'altro partito
stanno nel testo, e variano a seconda della diversa indole e della
diversa provenienza di quello.

Tutti i popoli, che piú o meno hanno lettere, hanno poesia. Ma non
tutti i popoli posseggono un linguaggio poetico separato dal
linguaggio prosaico. I termini convenzionali per l'espressione del
bello non sono da per tutto i medesimi. Come la squisitezza nel modo
di sentire, cosí anche l'ardimento nel modo di dichiarare poeticamente
le sensazioni è determinato presso [p.10] di ciaschedun popolo da
accidenti dissimili. E quella spiegazione armoniosa di un concetto
poetico, che sará sublime a Londra od a Berlino, riescirá non di rado
ridicola se ricantata in Toscana.

Ché se tu mi lasci il concetto straniero ma, per servire alle
inclinazioni della poesia della tua patria, me lo vesti di tutti panni
italiani e troppo diversi da' suoi nativi, chi potrá in coscienza
salutarti come autore, chi ringraziarti come traduttore?

Colla prosa la faccenda è tutt'altra; da che allora il lettore non si
dimentica un momento mai che il libro ch'ei legge è una traduzione, e
tutto perdona in grazia del gusto ch'egli ha nel fare amicizia con
genti ignote e nello squadrarle da capo a piedi tal quali sono. Il
lettore, quand'ha per le mani una traduzione in verso, non sempre può
conseguire intera una tale soddisfazione. La mente di lui, divisa in
due, ora si rivolge a raffigurare l'originalitá del testo, ora a
pesare quanta sia l'abilitá poetica del traduttore. Queste due
attenzioni non tirano innanzi molto cosí insieme; e la seconda per lo
piú vince, perché l'altra, come quella che è la meno direttamente
adescata e la meno contentata, illanguidisce. Ed è allora che chi
legge si fa schizzinoso di piú; e come se esaminasse versi originali
italiani, ti crivella le frasi fino allo scrupolo.

Chi porrá mente alle circostanze differenti che rendono differente il
modo di concepire le idee e verrá investigando le origini delle varie
lingue e letterature, troverá che i popoli, anche per questo lato,
hanno tra di loro de' gradi maggiori o minori di parentela. Da ciò
deriverá al traduttore tanto lume che basti per metter lui sulla buona
via, ov'egli abbia intenzione conforme all'obbligo che gli corre,
quella cioè di darci a conoscere il testo, non di regalarcene egli uno
del suo.

Il signor Bellotti imprese a tradurre Sofocle; e prima ancora che
comparisse in luce quell'esimio lavoro, chi sognò mai che egli si
fosse ingannato nella scelta del mezzo, per avere pigliato a condurre
in versi la sua traduzione?

Per lo contrario vedi ora, figliuolo mio, se io ti abbia vaticinato il
falso quando ti parlai tempo fa d'una traduzione del [p.11] teatro di
Shakespeare, prossima allora ad uscire in Firenze. Il signor Leoni ha
ingegno, anima, erudizione, acutezza di critica, disinvoltura di
lingua italiana, cognizione molta di lingua inglese, tutti insomma i
requisiti per essere un valente traduttore di Shakespeare. Ma il
signor Leoni l'ha sbagliata. I suoi versi sono buoni versi italiani.
Ma che vuoi? Shakespeare è svisato; e noi siamo tuttavia costretti ad
invidiare ai francesi il loro Letourneur. E sí che il signor Leoni
bastava a smorzarcela affatto questa invidia!

Di quanti altri puntelli potrebbesi rinfiancare questo argomento, lo
sa Dio. Ma perché sbracciarmi a dimostrare che il fuoco scotta? Chi
s'ostina a negarlo, buon pro per lui!

E non occorre dire che la lingua nostra non si pieghi ad una prosa
robusta, elegante, snella, tenera quanto la francese. La lingua
italiana non la sapremo maneggiare con bella maniera né io né tu,
perché tu sei un ragazzotto ed io un vecchio dabbene e nulla piú; ma
fa' ch'ella trovi un artefice destro, ed è materia da cavarne ogni
costrutto. Ma questa materia non istá tutta negli scaffali delle
biblioteche. Ma non lá solamente la vanno spolverando que' pochi
cervelli acuti che non aspirano alla fama di messer lo Sonnifero.

In Italia qualunque libro non triviale esca in pubblico incontra bensí
qua e lá qualche drappelletto minuto di scrutinapensieri, che pure non
lo spaventano mai con brutto viso, perché genti di lor natura savie e
discrete. Ma poveretto! eccolo poi dar nel mezzo ad un esercito di
scrutinaparole, infinito, inevitabile e sempre all'erta e prodigo
sempre d'anatemi. Però io, non avuto riguardo per ora alla fatica che
costano i bei versi a tesserli, confesso che qui, tra noi, per
rispetto solamente alla lingua, chiunque si sgomenta de' latrati dei
pedanti piglia impresa meno scabra d'assai se scrive in versi e non in
prosa. Confesso che per rispetto solamente alla lingua e non ad altro,
tanto nel tradurre come nel comporre di getto originale, il montar su'
trampoli e verseggiare costa meno pericoli. Confesso che allo
scrittore di prose bisogna studiare e libri e uomini e usanze;
perocché altro è lo stare ristretto a' confini determinati [p.12] di
un linguaggio poetico, altro è lo spaziarsi per l'immenso mare di una
lingua tanto lussuriante ne' modi, e viva e parlata ed alla quale non
si può chiudere il vocabolario, se prima non le si fanno le esequie.
Ma lo specifico vero per salire in grido letterario è forse
l'impigrire colle mani in mano, e l'inchiodar se stessi sul
vocabolario della Crusca, come il giudeo inchioda sul travicello i
suoi paperi perché ingrassino?

No no, figliuolo mio, la penuria che oggidí noi abbiamo di belle prose
non proviene, grazie a Dio, da questo che la lingua nostra non sia
lingua che da sonetti. Fa' che il tuo padre spirituale ti legga la
parabola dei talenti nell'evangelista; e la santa parola con quel
«_serve male et piger_» ti snebbierá questo fenomeno morale.

Ora, per dire di ciò che importa a te, sappi, o carissimo, che i
lirici tedeschi piú rinomati, parlo della scuola moderna, sono tre: il
Goethe, lo Schiller e il Bürger. Quest'ultimo, dotato di un sentire
dilicato ma d'un'immaginazione altresí arditissima, si piacque spesso
di trattare il terribile. Egli scrisse altre poesie sull'andare del
_Cacciatore feroce_ e della _Eleonora_; ma queste due sono
le piú famose. lo credo di doverle chiamare «romanzi»; e se il
vocabolo spiacerá ai dotti d'Italia, non farò per questo a
scappellotti colle Signorie Loro.

Poesie di simil genere avevano i provenzali; bellissime piú di tutti e
molte ne hanno gli inglesi; ne hanno gli spagnuoli; altre e d'altri
autori i tedeschi; i francesi le coltivavano un tempo; gli italiani,
ch'io sappia, non mai: se pure non si ha a tener conto di leggende in
versi congegnate non da' poeti letterati, ma dal volgo, e cantate da
lui; fra le quali quella della _Samaritana_ meriterebbe forse il
primato per la fortuna di qualche strofetta. Non pretendo con ciò di
menomare d'un pelo la reputazione di alcuni «romanzi» in dialetti
municipali; perché, parlando di letteratura italiana, non posso aver
la mira che alla universale d'Italia[1].

[p.13]

Il Bürger portava opinione «che la sola vera poesia fosse la
popolare». Quindi egli studiò di derivare i suoi poemi quasi sempre da
fonti conosciute e di proporzionarli poi sempre con tutti i mezzi
dell'arte alla concezione del popolo. Anche delle composizioni che ti
mando oggi tradotte, l'argomento della prima è ricavato da una
tradizione volgare, quello della seconda è inventato, imitando le
tradizioni comuni in Germania; il che vedremo in séguito piú
distesamente. Anche in entrambi questi componimenti v'ha una certa
semplicitá di narrazione, che manifesta nel poeta il proponimento di
gradire alla moltitudine.

Forse il Bürger, com'è destino talvolta degli uomini d'alto ingegno,
trascorreva in quella sua teoria agli estremi. Ma perché i soli uomini
d'alto ingegno sanno poi di per se stessi ritenersene giudiziosamente
nella pratica, noi, leggendo i versi del Bürger, confessiamo che
neppure il dotto vi scapita, né ha ragione di dolersi del poeta.
L'opinione nondimeno che la poesia debba essere popolare non albergò
solamente presso del Bürger, ma a lei s'accostarono pur molto anche
gli altri poeti sommi d'una parte della Germania. Né io credo
d'ingannarmi dicendo ch'ella pende assai nel vero. E se, applicandola
alla storia dell'arte e pigliandola per codice nel far giudizio delle
opere dei poeti che furono, ella può sembrare troppo avventata
(giacché al [p.14] Petrarca, a modo d'esempio, ed al Parini, benché
rade volte popolari, bisogna pur fare di cappello), parmi che,
considerandola come consiglio a' poeti che sono ed ammettendola con
discrezione, ella sia santissima. E dico cosí, non per riverenza
servile a' tedeschi ed agli inglesi, ma per libero amore dell'arte e
per desiderio che tu, nascente poeta d'Italia, non abbia a dare nelle
solite secche che da qualche tempo in qua impediscono il corso agli
intelletti e trasmutano la poesia in matrona degli sbadigli.

Questa è la precipua cagione per la quale ho determinato che tu smetta
i libri del Blair, del Villa e de' loro consorti, tosto che la barba
sul mento dará indizio di senno in te piú maturo. Allora avrai da me
danaro per comperartene altri, come a dire del Vico, del Burke, del
Lessing, del Bouterweck, dello Schiller, del Beccaria, di madama de
Staël, dello Schlegel e d'altri che fin qui hanno pensate e scritte
cose appartenenti alla estetica: né il _Platone in Italia_ del
consigliere Cuoco sará l'ultimo dei doni ch'io ti farò. Ma per ora non
dir nulla di questo co' maestri tuoi, che giá non t'intenderebbono.

Tuttavolta, perché la massima della popolaritá della poesia mi preme
troppo che la si faccia carne e sangue in te, contentati ch'io
m'ingegni fin d'ora di dimostrartene la convenienza cosí appena di
volo, e come meglio può un vecchiarello che non fu mai in vita sua né
poeta né filologo né filosofo.

Tutti gli uomini, da Adamo in giú fino al calzolaio che ti fa i begli
stivali, hanno nel fondo dell'anima una tendenza alla poesia. Questa
tendenza, che in pochissimi è attiva, negli altri non è che passiva,
non è che una corda che risponde con simpatiche oscillazioni al tocco
della prima.

La natura, versando a piene mani i suoi doni nell'animo di que' rari
individui ai quali ella concede la tendenza poetica attiva, pare che
si compiaccia di crearli differenti affatto dagli altri uomini in
mezzo a cui li fa nascere. Di qui le antiche favole sulla quasi divina
origine de' poeti, e gli antichi pregiudizi sui miracoli loro, e
l'«_est deus in nobis_». Di qui il piú vero dettato di tutti i
filosofi: che i poeti fanno classe a parte, e non sono cittadini di
una sola societá ma dell'intero universo. E per [p.15] veritá chi
misurasse la sapienza delle nazioni dalla eccellenza de' loro poeti,
parmi che non iscandaglierebbe da savio. Né savio terrei chi nelle
dispute letterarie introducesse i rancori e le rivalitá nazionali.
Omero, Shakespeare, il Calderon, il Camoens, il Racine, lo Schiller
per me sono italiani di patria tanto quanto Dante, l'Ariosto e
l'Alfieri. La repubblica delle lettere non è che una, e i poeti ne
sono concittadini tutti indistintamente. La predilezione con cui
ciascheduno di essi guarda quel tratto di terra ove nacque, quella
lingua che da fanciullo imparò, non nuoce mai alla energia dell'amore
che il vero poeta consacra per instituto dell'arte sua a tutta insieme
la umana razza, né alla intensa volontá per la quale egli studia colle
opere sue di provvedere al diletto ed alla educazione di tutta insieme
l'umana razza. Però questo amore universale, che governa l'intenzione
de' poeti, mette universalmente nella coscienza degli uomini l'obbligo
della gratitudine e del rispetto; e nessuna occasione politica può
sciogliere noi da questo sacro dovere. Finanche l'ira della guerra
rispetta la tomba d'Omero e la casa di Pindaro.

Il poeta dunque sbalza fuori delle mani della natura in ogni tempo, in
ogni luogo. Ma per quanto esimio egli sia, non arriverá mai a scuotere
fortemente l'animo de' lettori suoi, né mai potrá ritrarre alto e
sentito applauso, se questi non sono ricchi anch'essi della tendenza
poetica passiva. Ora siffatta disposizione degli animi umani,
quantunque universale, non è in tutti gli uomini ugualmente squisita.

Lo stupido ottentoto, sdraiato sulla soglia della sua capanna, guarda
i campi di sabbia che la circondano, e s'addormenta. Esce de' suoi
sonni, guarda in alto, vede un cielo uniforme stendersegli sopra del
capo, e s'addormenta. Avvolto perpetuamente tra 'l fumo del suo
tugurio e il fetore delle sue capre, egli non ha altri oggetti dei
quali domandare alla propria memoria l'immagine, pe' quali il cuore
gli batta di desiderio. Però alla inerzia della fantasia e del cuore
in lui tiene dietro di necessitá quella della tendenza poetica.

Per lo contrario un parigino agiato ed ingentilito da tutto il lusso
di quella gran capitale, onde pervenire a tanta civilizzazione, [p.16]
è passato attraverso una folta immensa di oggetti, attraverso mille e
mille combinazioni di accidenti. Quindi la fantasia di lui è stracca,
il cuore allentato per troppo esercizio. Le apparenze esterne delle
cose non lo lusingano (per cosí dire); gli effetti di esse non lo
commovono piú, perché ripetuti le tante volte. E per togliersi di
dosso la noia, bisogna a lui investigare le cagioni, giovandosi della
mente. Questa sua mente inquisitiva cresce di necessitá in vigoria, da
che l'anima a pro di lei spende anche gran parte di quelle forze che
in altri destina alla fantasia ed al cuore; cresce in arguzia per gli
sforzi frequenti a' quali la meditazione la costringe. E il parigino
di cui io parlo, anche senza avvedersene, viene assuefacendosi a
perpetui raziocini o, per dirla a modo del Vico, diventa filosofo.

Se la stupiditá dell'ottentoto è nimica alla poesia, non è certo
favorevole molto a lei la somma civilizzazione del parigino. Nel primo
la tendenza poetica è sopita; nel secondo è sciupata in gran parte. I
canti del poeta non penetrano nell'anima del primo, perché non trovano
la via d'entrarvi. Nell'anima del secondo appena appena discendono
accompagnati da paragoni e da raziocini: la fantasia ed il cuore non
rispondono loro che come a reminiscenze lontane. E siffatti canti, che
sono l'espressione arditissima di tutto ciò che v'ha di piú fervido
nell'umano pensiero, potranno essi trovar fortuna fra tanto gelo? E
che maraviglia se, presso del parigino ingentilito, quel poeta sará
piú bene accolto che piú penderá all'epigrammatico?

Ma la stupiditá dell'ottentoto è separata dalla leziosaggine del
parigino fin ora descritto per mezzo di gradi moltissimi di
civilizzazione, che piú o meno dispongono l'uomo alla poesia. E s'io
dovessi indicare uomini che piú si trovino oggidí in questa
disposizione poetica, parmi che andrei a cercarli in una parte della
Germania.

A consolazione non pertanto de' poeti, in ogni terra, ovunque è
coltura intellettuale, vi hanno uomini capaci di sentire poesia. Ve
n'ha bensí in copia ora maggiore, ora minore; ma tuttavia sufficiente
sempre. Ma fa d'uopo conoscerli e ravvisarli ben bene, e tenerne
conto. Ma il poeta non si accorgerá mai della loro [p.17] esistenza,
se per rinvenirli visita le ultime casipole della plebe affamata, e di
lá salta a dirittura nelle botteghe da caffé, ne' gabinetti delle
Aspasie, nelle corti de' principi, e nulla piú. Ad ogni tratto egli
rischierá di cogliere in iscambio la sua patria, ora credendola il
capo di Buona speranza, ora il cortile del Palais-royal. E dell'indole
dei suoi concittadini egli non saprá mai un ette.

Ché s'egli considera che la sua nazione non la compongono que' dugento
che gli stanno intorno nelle veglie e ne' conviti; se egli ha mente a
questo: che mille e mille famiglie pensano, leggono, scrivono,
piangono, fremono e sentono le passioni tutte, senza pure avere un
nome ne' teatri; può essere che a lui si schiarisca innanzi un altro
orizzonte, può essere che egli venga accostumandosi ad altri pensieri
ed a piú vaste intenzioni.

L'annoverare qui gli accidenti fisici propizi o avversi alla tendenza
poetica; il dire minutamente come questa, del pari che la virtù
morale, possa essere aumentata o ristretta in una nazione dalla natura
delle instituzioni civili, delle leggi religiose e di altre
circostanze politiche; non fa all'intendimento mio. Te ne
discorreranno, o carissimo, a tempo opportuno, i libri ch'io ti
presterò. Basti a te per ora il sapere che tutte le presenti nazioni
d'Europa--l'italiana anch'essa né piú né meno--sono formate da tre
classi d'individui: l'una di ottentoti, l'una di parigini e l'una, per
ultimo, che comprende tutti gli altri individui leggenti ed
ascoltanti, non eccettuati quelli che, avendo anche studiato ed
esperimentato quant'altri, pur tuttavia ritengono attitudine alle
emozioni. A questi tutti io do nome di «popolo».

Della prima classe, che è quella dei balordi calzati e scalzi, non
occorre far parole. La seconda, che racchiude in sé quei pochi i quali
escono dalla comune in modo da perdere ogni impronta nazionale, vuole
bensí essere rispettata dal poeta, ma non idolatrata, ma non temuta.
Il giudizio, che i membri di questa classe fanno delle moderne opere
poetiche, non suole derivare dal suffragio immediato delle sensazioni,
ma da' confronti. Negli anni del fervore eglino hanno trovato il bello
presso tale e tal [p.18] altro poeta; e ciò che non somiglia al bello
sentito un tempo, pare loro di doverlo ora ricusare. Le opinioni
scolastiche, i precetti bevuti pigramente un tempo come infallibili,
reggono tuttavia il loro intelletto, che non li mise mai ad esame,
perché d'altro curante. Però l'orgoglio umano, a cui è duro il dover
discendere a discredere ciò che per molti anni s'è creduto, il piú
delle volte li fa tenaci delle massime inveterate. E il piú delle
volte eglino combattono per esse come per l'antemurale della loro
riputazione. Allora ogni arme, ogni scudo giova. E perché una serie di
secoli non si brigò piú che tanto di discutere l'importanza di quelle
massime, eccoti in campo un bello argomento di difesa nel silenzio
delle generazioni. «Chi tace non parla», diciamo noi. Ma «chi tace
approva», dicono essi, e il sopore dei secoli lo vanno predicando come
consenso assoluto di tuttaquanta la ragione umana alla necessitá di
certe regole chiamate, Dio sa perché, di «buon gusto»; e però via via
d'ugual passo sgozzano ad esse ogni tratto qualche vittima illustre.

La lode, che al poeta viene da questa minima parte della sua nazione,
non può davvero farlo andare superbo; quindi anche il biasimo ch'ella
sentenzia non ha a mettergli grande spavento. La gente ch'egli cerca,
i suoi veri lettori stanno a milioni nella terza classe. E questa,
cred'io, deve il poeta moderno aver di mira, da questa deve farsi
intendere, a questa deve studiar di piacere, s'egli bada al proprio
interesse ed all'interesse vero dell'arte. Ed ecco come la __sola
vera poesia__ sia la __popolare__: salve le eccezioni sempre, come ho
giá detto; e salva sempre la discrezione ragionevole, con cui questa
regola vuole essere interpretata.

Se i poeti moderni d'una parte della Germania menano tanto romore di
sé e in casa loro e in tutte le contrade d'Europa, ciò è da ascriversi
alla popolaritá della poesia loro. E questa salutare direzione
ch'eglino diedero all'arte fu suggerita loro dagli studi profondi
fatti sul cuore umano, sullo scopo dell'arte, sulla storia di lei e
sulle opere ch'ella in ogni secolo produsse: fu suggerita loro dalla
divisione in «classica» e «romantica» ch'eglino immaginarono nella
poesia.

[p.19]

Però sappi, tra parentesi, che tale divisione non è un capriccio di
bizzarri intelletti, come piace di borbottare a certi giudici che
senza processare sentenziano; non è sotterfugio per sottrarsi alle
regole che ad ogni genere di poesia convengono; da che uno de' poeti
chiamati «romantici» è il Tasso. E fra le accuse che si portano alla
_Gerusalemme_, chi udí mai messa in campo quella di trasgressione
delle regole? Qual altro poema piú si conforma alle speculazioni
algebraiche degli aristotelici?

Né ti dare a credere, figliuolo mio, che con quella divisione i
tedeschi di cui parlo pretendessero che d'un'arte, la quale è unica,
indivisibile, si avesse a farne due; perocché stolti non erano. Ma se
le produzioni di quest'arte, seguendo l'indole diversa dei secoli e
delle civilizzazioni, hanno assunte facce differenti, perché non potrò
io distribuirle in tribú differenti? e se quelle della seconda tribú
hanno in sé qualche cosa che piú intimamente esprime l'indole della
presente civilizzazione europea, dovrò io rigettarle per questo solo
che non hanno volto simile al volto della prima tribú?

Di mano in mano che le nazioni europee si riscuotevano dal sonno e
dall'avvilimento, di che le aveva tutte ingombrate la irruzione de'
barbari dopo la caduta dell'impero romano, poeti qua e lá emergevano a
ringentilirle. Compagna volontaria del pensiero e figlia ardente delle
passioni, l'arte della poesia, come la fenice, era risuscitata di per
sé in Europa, e di per sé anche sarebbe giunta al colmo della
perfezione. I miracoli di Dio, le angosce e le fortune dell'amore, la
gioia de' conviti, le acerbe ire, gli splendidi fatti de' cavalieri
muovevano la potenza poetica nell'anima de' trovatori. E i trovatori,
né da Pindaro instruiti né da Orazio, correndo all'arpa prorompevano
in canti spontanei ed intimavano all'anima del popolo il sentimento
del bello, gran tempo ancora innanzi che l'invenzione della stampa e i
fuggitivi di Costantinopoli profondessero da per tutto i poemi de'
greci e de' latini. Avviata cosí nelle nazioni d'Europa la tendenza
poetica, crebbe ne' poeti il desiderio di lusingarla piú degnamente.
Però industriaronsi per mille maniere di trovare soccorsi; e
giovandosi della occasione, si volsero anche [p.20] allo studio delle
poesie antiche, in prima come ad un santuario misterioso accessibile
ad essi soli, poi come ad una sorgente pubblica di fantasie, a cui
tutti i lettori potevano attignere. Ma ad onta degli studi e della
erudizione, i poeti, che dal risorgimento delle lettere giú fino a' dí
nostri illustrarono l'Europa e che portano il nome comune di
«moderni», tennero strade diverse. Alcuni, sperando di riprodurre le
bellezze ammirate ne' greci e ne' romani, ripeterono, e piú spesso
imitarono modificandoli, i costumi, le opinioni, le passioni, la
mitologia de' popoli antichi. Altri interrogarono direttamente la
natura: e la natura non dettò loro né pensieri né affetti antichi, ma
sentimenti e massime moderne. Interrogarono la credenza del popolo: e
n'ebbero in risposta i misteri della religione cristiana, la storia di
un Dio rigeneratore, la certezza di una vita avvenire, il timore di
una eternitá di pene. Interrogarono l'animo umano vivente: e quello
non disse loro che cose sentite da loro stessi e da' loro
contemporanei; cose risultanti dalle usanze ora cavalleresche, ora
religiose, ora feroci, ma o praticate e presenti o conosciute
generalmente; cose risultanti dal complesso della civiltá del secolo
in cui vivevano.

La poesia de' primi è «classica», quella de' secondi è «romantica».
Cosí le chiamarono i dotti d'una parte della Germania, che dinanzi
agli altri riconobbero la diversitá delle vie battute dai poeti
moderni. Chi trovasse a ridire a questi vocaboli può cambiarli a posta
sua. Però io stimo di poter nominare con tutta ragione «poesia de'
morti» la prima, e «poesia de' vivi» la seconda. Né temo di ingannarmi
dicendo che Omero, Pindaro, Sofocle, Euripide ecc. ecc., al tempo
loro, furono in certo modo romantici, perché non cantarono le cose
degli egizi o de' caldei, ma quelle dei loro greci; siccome il Milton
non cantò le superstizioni omeriche, ma le tradizioni cristiane. Chi
volesse poi soggiungere che, anche fra i poeti moderni seguaci del
genere classico, quelli sono i migliori che ritengono molta mescolanza
del romantico e che giusto giusto allo spirito romantico essi devono
saper grado se le opere loro vanno salve dall'obblio, parmi che non
meriterebbe lo staffile. E la ragione non viene [p.21] ella forse in
sussidio di siffatte sentenze, allorché gridando c'insegna che la
poesia vuole essere specchio di ciò che commuove maggiormente l'anima?
Ora l'anima è commossa al vivo dalle cose nostre che ci circondano
tuttodí, non dalle antiche altrui che a noi sono notificate per mezzo
soltanto de' libri e della storia.

Allorché tu vedrai addentro in queste dottrine, e ciò non sará per via
delle gazzette, imparerai come i confini del bello poetico siano ampi
del pari che quelli della natura, e che la pietra di paragone, con cui
giudicare di questo bello, è la natura medesima e non un fascio di
pergamene; imparerai come va rispettata davvero la letteratura de'
greci e de' latini, imparerai come davvero giovartene. Ma sentirai
altresí come la divisione proposta contribuisca possentemente a
sgabellarti del predominio sempre nocivo della autoritá. Non giurerai
piú nella parola di nessuno, quando trattasi di cose a cui basta il
tuo intelletto. Farai della poesia tua una imitazione della natura,
non una imitazione di imitazione. A dispetto de' tuoi maestri, la tua
coscienza ti libererá dall'obbligo di venerare ciecamente gli oracoli
di un codice vecchio e tarlato, per sottoporti a quello della ragione,
perpetuo e lucidissimo. E riderai de' tuoi maestri che colle lenti sul
naso continueranno a frugare nel codice vecchio e tarlato, e vi
leggeranno fin quello che non v'è scritto.

Materia di lungo discorso sarebbe il voler parlare all'Italia della
divisione suaccennata; ed importerebbe una anatomia lunghissima delle
qualitá costituenti il genere classico e di quelle che determinano il
romantico. A me non concede la fortuna né tempo né forze sufficienti
per tentare una siffatta dissertazione, perocché il ripetere quanto
hanno detto in ciò i tedeschi non basterebbe. Avvezzi a vedere ogni
cosa complessivamente, eglino non di rado trascurano di segnare i
precisi confini de' loro sistemi; e la fiaccola, con cui illuminano i
passi altrui, manda talvolta una luce confusa. Ma poiché in Italia, a
giudicare da qualche cenno giá apparso, non v'ha difetto intero di
buona filosofia, io prego che un libro sia composto finalmente qui tra
noi, il quale non tratti d'altro che di questo argomento, e trovi
[p.22] modo di appianar tutto, di confermare nel proposito i giá
iniziati, di rincorare i timidi e di spuntare con cristiana caritá le
corna ai pedanti.

Ben è vero che a que' pochi del mestiere, a' quali può giovare per le
opere loro una idea distinta del genere romantico, questa, io spero,
sará giá entrata nel cervello loro, mercé l'acume della propria lor
mente. Ma perché voi altri giovinetti siete esposti alla furia di
tante contrarie sentenze, e la veritá non siete in caso di snudarla da
per voi, è bene che qualcuno metta in mano vostra ed in mano del
pubblico un libro che vi scampi dal peccato, pur sí frequente in
Italia, di bestemmiare ciò che s'ignora.

Intanto che il voto mio va ricercando chi lo accolga e lo secondi;
intanto che, irritati dalla novitá del vocabolo «romantico», da Dan
fino a Bersabea si levano a fracasso i pedanti nostri, e fanno a
rabbuffarsi l'un l'altro e a contumeliarsi e a sagramentare e a non
intendersi tra di loro, come a Babilonia; intanto che la divisione per
cui si arrovellano è per loro piú mistica della piú mistica dottrina
del _Talmud_; vediamo, figliuolo mio, quali effetti ottenessero i
poeti che la immaginarono.

Posti frammezzo a un popolo non barbaro, non civilissimo, se se ne
riguarda tutta la massa degli abitanti e non la sola schiera degli
studiosi, i poeti recenti d'una parte della Germania dovevano superare
in grido i loro confratelli contemporanei sparsi nel restante
d'Europa. Ma della fortuna della poesia loro tutto il merito non è da
darsi alla fortuna del loro nascimento. L'essersi avveduti di questa
propizia circostanza e l'aver saputo trarne partito, è merito
personale. E a ciò contribuí, del pari che l'arguzia dell'ingegno, la
santitá del cuore.

Sentirono essi che la verissima delle muse è la filantropia, e che
l'arte loro aveva un fine ben piú sublime che il diletto momentaneo di
pochi oziosi. Però, avidi di richiamare l'arte a' di lei principi,
indirizzandola al perfezionamento morale del maggior numero de' loro
compatrioti, eglino non gridarono, come Orazio:

    _Satis est equitem nobis plaudere_;

[p.23] non mirarono a piaggiare un Mecenate, a gratificarsi un
Augusto, a procurarsi un seggio al banchetto dei grandi; non ambirono
i soli battimani d'un branco di scioperati raccolti nell'anticamera
del principe.

Oltrediché non è da tacersi come insieme a questo pio sentimento
congiurasse anche nelle anime di que' poeti la sete della gloria,
ardentissima sempre ne' sovrani ingegni e sprone inevitabile al far
bene. Eglino avevano letto che in Grecia la corona del lauro non
l'accordavano né principi né accademie, ma cento e cento mila persone
convenute d'ogni parte in Tebe e in Olimpia. Avevano letto che i canti
di Omero, di Pindaro, di Tirteo non erano misteri di letterati, ma
canzoni di popolo. Avevano letto che Eschilo, Sofocle, Euripide,
Aristofane non si facevano belli della lode de' loro compagni di
mestiere, ma anelavano al plauso di trentamila spettatori e
l'ottenevano. Quindi, agitati da castissima invidia, vollero anch'essi
quel plauso e quella corona. Ma e in che modo conseguirla? Posero
mente alle opere che ci rimangono de' poeti greci; e quantunque
s'innamorassero sulle prime della leggiadria di quei versi, dello
splendore di quella elocuzione, dell'artificio mirabile con cui le
immagini erano accoppiate e spiegate, pure non si diedero a credere
che in ciò fosse riposto tutto il talismano. E come crederlo, se in
casa loro e fuori di casa vedevano condannati all'untume del
pizzicagnolo versi, a cui né sceltezza di frasi mancava né armonia?

Lambiccarono allora essi con piú fina critica quelle opere, onde
scoprire di che malie profittavansi in Grecia i poeti per guadagnarsi
tanto suffragio dai loro contemporanei. Videro che quelle malie erano
i loro dèi, la loro religione, le loro superstizioni, le loro leggi, i
loro riti, i loro costumi, la storia loro, le loro tradizioni volgari,
la geografia loro, le loro opinioni, i loro pregiudizi, le fogge loro,
ecc. ecc. ecc.--E noi--dissero eglino,--noi abbiamo altro Dio, altro
culto; abbiamo anche noi le nostre superstizioni; abbiamo altre leggi,
altri costumi, altre inclinazioni piú ossequiose e piú cortesi verso
la beltá femminina. Caviamo di qui anche noi le malie nostre, e il
popolo c'intenderá. E i versi nostri non saranno per lui reminiscenze
d'una [p.24] fredda erudizione scolastica, ma cose proprie e
interessanti e sentite nell'anima.

A rinforzarli nella determinazione soccorse loro l'esempio altresí de'
poeti che dal risorgimento delle lettere in Europa fino a' dí nostri
sono i piú famosi. E chi negherá questi essere tanto piú venerati e
cari, quanto di queste nuove malie piú sparsero ne' loro versi?

Cosí i poeti d'una parte della Germania, co' medesimi auspici, con
l'arte medesima né piú né meno, col medesimo intendimento de' greci,
scesero nell'aringo, desiderarono la palma e chiesero al popolo che la
desse loro. E il popolo, non obbliato, non vilipeso da' suoi poeti, ma
carezzato, ma dilettato, ma istruito, non ricusò d'accordarla.

A che miri la parola mia, tu lo sai: però fanne senno, figliuolo mio,
e non permettere che la paterna caritá si sfoghi al vento. So che agli
uomini piace talvolta di onestare la loro inerzia con bei paroloni. Ma
io non darò retta mai né a te né a chiunque mi ritesserá le solite
canzoni: e che l'Italia è un armento di venti popoli divisi l'uno
dall'altro, e ch'ella non ha una gran cittá capitale dove ridursi a
gareggiare gli ingegni, e che tutto vien meno ove non è una patria. Lo
sappiamo, lo sappiamo. Ma l'avevano questa unitá di patria e questo
tumulto d'una capitale unica i poeti dei quali ho parlato? E se noi
non possediamo una comune patria politica, come neppure essi la
possedevano, chi ci vieta di crearci intanto, com'essi, a conforto
delle umane sciagure, una patria letteraria comune? Forse che Dante,
il Petrarca, l'Ariosto per fiorire aspettarono che l'Italia fosse una?
Forse che la latina è la piú splendida delle letterature? e nondimeno
qual piú vasta metropoli di Roma sotto Ottaviano e sotto i Cesari?

--Voi--gridava l'altro dí nella voce dell'ira sua il curato di Monte
Atino, l'amico mio dall'anima ardente,--voi, se siete caldi di vero
amore per la vostra bella Italia, levate l'orecchio, o generosi
italiani. Udite come tuttaquanta l'Europa ne rinfaccia d'ogni parte il
presente decadimento delle nostre lettere. È egli da credersi che
tanta universalitá di disprezzo sia tutta opera della [p.25]
malignitá? Ponetevi, in nome di Dio, ponetevi una mano al petto;
interrogate la coscienza vostra. E non la sentite anch'essa tremar di
vergogna? Però perdonate gli insulti villani, con che ne strapazzano
oggi que' popoli stessi che un tempo o ne lodavano o taciturni
rodevansi d'invidia pe' nostri trionfi letterari: alle calunnie, ché
calunnie pur anche piovono addosso all'Italia, non istate ad opporre
altro che la dignitá del silenzio; e cadranno di per sé. Ma de'
consigli giovatevi: e la gloria della vostra terra ricuperatela col
far voi, non col citare le opere degli avi vostri. «_Gloria nostra
sit testimonium conscientiae nostrae_», diceva san Paolo a que' di
Corinto. Vincete l'avversitá collo studio, smettete una volta la boria
di reputarvi i soli europei che abbiano occhi in testa, smettete la
petulanza con cui vi sputate l'un l'altro in viso e per inezie da
fanciulli, unitevi l'un l'altro coi vincoli di amorosa concordia
fraterna, senza della quale voi sarete nulli in tutto e per tutto. E
poiché perspicacia d'intelletto non ve ne manca, solo che vogliate
rifarvi delle male abitudini, lavorate, ve ne scongiuro, e lavorate da
senno. Ma prima di tutto spogliatevi della stolida divozione per un
solo idolo letterario. Leggete Omero, leggete Virgilio, che Dio ve ne
benedica! Ma tributate e vigilie e incenso anche a tutti gli altri
begli altari che i poeti in ogni tempo e in ogni luogo innalzarono
alla natura. E quantunque a rischio di lasciare qualche dí nella
dimenticanza e i volumi dell'antichitá e i volumi de' moderni,
traetevi ad esaminare da vicino voi stessi la natura, e lei imitate,
lei sola davvero e niente altro. Rendetevi coevi al secolo vostro e
non ai secoli seppelliti; spacciatevi dalla nebbia che oggidí invocate
sulla vostra dizione; spacciatevi dagli arcani sibillini, dalle
vetuste liturgie, da tutte le Veneri e da tutte le loro turpitudini,
cavoli giá putridi; non rifriggeteli. Fate di piacere al __popolo__
vostro; investigate l'animo di lui; pascetelo di pensieri e non di
vento. Credete voi forse che i lettori italiani non gustino altro che
il sapore dell'idioma e il lusso della verbositá? Badate che leggono
libri stranieri, che s'accostumano a pensare e che dalle fatuitá vanno
ogni dí piú divezzandosi. Badate che i progressi intellettuali d'una
parte di [p.26] Europa finiranno col tirar dietro a sé anche il
restante. E voi con tutta la vostra albagia rimarrete lí soli soli, a
far voi da autori insieme e da lettori. Insomma siate uomini e non
cicale; e i vostri paesani vi benediranno, e lo straniero ripiglierá
modestia e parlerá di voi coll'antico rispetto.--

Nessuno de' ricchi tra' tuoi terrazzani venga a morte fuori della tua
giurisdizione parrocchiale, o buon curato di Monte Atino, o anima
italiana davvero! Chi non ti perdonerebbe la declamazione in grazia
dello zelo e del patriottismo che spirano le tue ammonizioni?

Ora, figliuolo mio, ti sia palese che tutto il discorso fatto sin qui,
sebbene paresse sviarsi dal soggetto, pure era necessario. Cosí mi
sono preparata la via alla soluzione de' due quesiti che tu mi hai
fatti, ed ai quali posso ora rispondere con maggiore brevitá. Eccoli
entrambi, e in termini piú precisi de' tuoi: 1. «La moderna Italia
ammetterebbe ella poesie di questo genere (i romanzi)?». 2. «Il
_Cacciatore feroce_ e l'_Eleonora_ piaceranno in Italia?».

Non fa mestieri, cred'io, di molte lucubrazioni per trovare che alla
prima interrogazione vuolsi rispondere con un «sí» netto e stentoreo.
Da quanto ho detto sulla opportunitá di indirizzare la poesia non
all'intelligenza di pochi eruditi ma a quella del popolo, affine di
propiziarselo e di guadagnarne l'attenzione, tu avrai di per te stesso
inferita questa sentenza: che i poeti italiani possono del pari che
gli stranieri dedurre materia pe' loro canti dalle tradizioni e dalle
opinioni volgari, e che anzi gioverebbe di presente ch'eglino
preferissero queste a tutto intero il libro di Natale de' Conti. Però
non voglio sprecar tempo in dimostrarti che, per tale rispetto, questo
genere di romanzi si conviene anche all'Italia; e per veritá non farei
che ridire le parole mie. Che poi questo modo di narrare liricamente
una avventura offenderá gli italiani, non credo[2].

La poesia d'Italia non è arte diversa dalla poesia degli altri popoli.
I princípi e lo scopo di lei sono perpetui ed universali. [p.27] Ella,
come vedemmo, è diretta a migliorare i costumi degli uomini, a farne
gentili gli animi, a contentarne i bisogni della fantasia e del cuore;
poiché la tendenza alla poesia, simigliante ad ogni altro desiderio,
suscita in noi veri bisogni morali. Per arrivare all'intento suo la
poesia si vale di quattro forme elementari: la lirica, la didascalica,
l'epica e la drammatica. Ma perché ella di sua natura abborre i
sistemi costrettivi e perché i bisogni che ella prende ad appagare
possono essere modificati in infinito, ha diritto anche ella di
adoperare mezzi modificati in infinito. Quindi a sua posta ella unisce
e confonde insieme in mille modi le quattro forme elementari,
derivandone mille temperamenti.

Se la poesia è l'espressione della natura viva, ella deve essere viva
come l'oggetto ch'ella esprime, libera come il pensiero che le dá
moto, ardita come lo scopo a cui è indirizzata. Le forme ch'ella
assume non costituiscono la di lei essenza, ma solo contribuiscono
occasionalmente a dare effetto alle di lei intenzioni. Però fino a
tanto ch'ella non esce dell'instituto suo, non v'ha muso d'uomo che di
propria facoltá le abbia a dettare restrizioni su questo punto del
tramischiare le forme elementari.

Che i due romanzi del Bürger spiaceranno agli italiani per l'argomento
loro e per lo stile, forse sará. Ma che l'Italia non patirebbe che i
suoi poeti scrivessero romanzi del genere di questi, perché forse
schifa della mescolanza dell'epico col lirico, non credo. Siffatte
obbiezioni non suggeriscono che al cervello de' pedanti, i quali
parlano della poesia senza conoscerne la proprietá. Ma se il presagio
non mi falla, la tirannide dei pedanti sta per cadere in Italia. E il
popolo e i poeti si consiglieranno a vicenda senza paura delle
Signorie Loro, ed a vicenda si educheranno; e non andrá molto, spero.

La meditazione della filosofia riuscirá bensì a determinare, a un di
presso, di quali materiali debbano i poeti giovarsi nell'esercizio
dell'arte, di quali no, e fin dove possano estendere l'ardimento della
imitazione. E l'esperienza dimostra che in questo l'arte della poesia
soffre confini come tutte le di lei sorelle. Ma quale filosofia potrá
dire in coscienza al poeta: «Le modificazioni delle forme sono queste,
non altre»?

[p.28]

So che i pedanti si stilleranno l'intelletto per rinvenire, a modo
d'esempio, la bandiera sotto cui far trottare le terzine del signor
Torti sulla _Passione del Salvatore_. So che, nel repertorio de'
titoli disceso loro da padre in figlio, non ne troveranno forse uno
che torni a capello per quelle terzine. Carme no, ode no, idillio no:
eroide forse?... Ma intanto quella squisita poesia, con buona pace
delle Signorie Loro, è giá per le bocche di tutti. E l'Italia, non
badando a' frontispizi, scongiura il signor Torti a non lasciarla
lungamente desiderosa d'altri regali consimili. Lo stesso avverrá
d'ogni altra poesia futura, quando le modificazioni delle forme siano
corrispondenti all'argomento ed alla intenzione del poeta, e quando
siffatta intenzione sia conforme allo scopo dell'arte ed a' bisogni
dell'uomo.

Il sentimento della convenienza, che induce il poeta alla scelta di un
metro piuttosto che di un altro, è contemporaneo nella mente di lui
alla concezione delle idee ch'egli ha in animo di spiegare nel suo
componimento ed al disegno che lo muove a poetare. Le regole generali
degli scrittori di _Poetiche_ non montano gran fatto, da che ogni
caso vorrebbe regola a parte. Laonde è opinione mia che un uomo
dell'arte possa bensí assisterti ogni volta con un buon consiglio; ma
che se tu aspetti che te lo diano i trattatisti, non ne faremo nulla,
figliuolo mio. E a questo proposito mi piace di rallegrarti con
un'altra scappata declamatoria, in cui diede, non ha guari, il buon
curato di Monte Atino, l'amico mio dall'anima ardente.

Una persona, che aveva aria d'uomo non dozzinale e non l'era davvero,
parlava della poesia «romantica» con Sua Reverenza. E Sua Reverenza
l'udiva con volto pacato e con segni d'approvazione, perché erano lodi
alla poesia «romantica», la prediletta dell'anima sua. Quando tutt'ad
un tratto il panegirista uscí fuori con un voto, perché alcuno in
Italia pigliasse a scrivere una _Poetica romantica_.--Che
_Poetiche_ di Dio!--gridò allora il buon curato di Monte Atino,
dimenandosi sul suo seggiolone come un energumeno,--che
_Poetiche_ di Dio! Se ai giorni nostri vivesse Omero, vivesse
Pindaro, vivesse Sofocle, dovrebbono essi cambiare arte forse? No, in
nome del cielo, no. Ma la [p.29] differenza dei secoli renderebbe
differenti le cose che que' poeti imprenderebbono ora a trattare. E la
differenza delle cose indurrebbe di necessitá differenza nella
mescolanza delle forme e nell'accoppiamento delle immagini. E Omero,
Pindaro, Sofocle sarebbero poeti «romantici», volere o non volere. Ma
l'arte loro sarebbe tuttavia quella stessa de' classici antichi. Che
importa a me se il Cellini oggi mi cesella un vezzo per madama
d'Étampes e domani un calice pel santo padre? Egli è pur sempre
Benvenuto, l'orefice fiorentino. Ma questo Proteo irrequieto come
l'amore, quest'arte della poesia, questa perpetua inventrice del
bello, chi l'insegna? Le _Poetiche_ forse? Sono forse le Poetiche
che hanno sviluppate le menti a que' tre miracoli della Grecia? sono
forse le _Poetiche_ che dissero come tener la penna in mano a
Dante, all'Ariosto, a Shakespeare? Al diavolo queste corbellerie!
Mostratemi una _Poetica_ anteriore alla esistenza di un poeta.
Mostratemi un vero poeta educato e formato dalle _Poetiche_.
Dov'è, dov'è? Io vi mostrerò de' poeti che colle opere loro hanno
prestata materia di che rimpinzare di regoluzze un libruzzo a trenta
maestruzzi. Io vi mostrerò trentamila pedanti, e tutti figli delle
_Poetiche_, e tutti misuratori di sillabe, e tutti sputasentenze,
e tutti teste di legno. Al diavolo colle _Poetiche_! Perché non
t'incarni un'altra volta, o bella anima di Omar, tanto appena che ti
basti tempo per discendere in Italia a metter fuoco a tutte le
_Poetiche_, da quella di Aristotile fino a quella del Menzini?--

E qui Sua Reverenza mandò un lungo sospiro di desiderio. Poi tosto
ammutí, guardò in alto per un poco, e si fece tutto rosso in viso,
vergognando, cred'io, d'avere unito il nome d'Aristotile a quello di
un guastamestiere. Poi, ripreso fiato, stese la mano all'ospite e col
sorriso della cortesia lo pregò perché proseguisse il panegirico che
tanto gli andava a sangue. Terminato il dire, l'ospite pigliò licenza.
Il povero curato lo accompagnò fino all'uscio; e lasciata scappare una
lagrima, gli strinse la mano e gli disse:--Domando mille scuse; ho
gridato fuori d'ogni creanza: ma sappia Vossignoria ch'io non l'aveva
con lei. A lei io ho data la mia stima. Capperi! Vossignoria ha detto
pel [p.30] primo in Italia cose che non tutti sanno dire o che tutti
qui s'ostinano a non voler dire. Da bravo! Stia fermo, e non si lasci
atterrire da chi senza entrare in ragionamenti le abbaia dietro de'
mali motteggi e delle insipide satire. Siamo cristiani e sacerdoti
entrambi; perdoniamo adunque di buona volontá agli insolenti. Dio
n'abbia anch'egli misericordia! Sono montato in furia contro le
_Poetiche_, perché la sento cosí e perché questo mio maledetto
naturale è tutto stizza e non lo so mai frenare. Ma i filosofi
estetici io non li confondo cogli scrittori di _Poetiche_. No, no,
quelli li rispetto, e glielo giuro sull'onor mio. E le giuro che
qualche volta leggo con vera aviditá le cose del Burke e del Lessing,
come se fossero squarci della _Cittá di Dio_ del mio sant'Agostino. Ma
Ella compatisca se in questo punto delle Poetiche io sono di parere
contrario a quello manifestato da lei: compatisca e mi voglia bene.--

Interrogazione seconda. «Il _Cacciatore feroce_ e l'_Eleonora_
piaceranno in Italia?».

Questo è quesito di non cosí facile scioglimento come il primo. Madama
de Staël, nell'ingegnosa ed arguta sua opera sull'_Alemagna_, ha
analizzati entrambi questi romanzi. E come è solito dei fervidi ed
alti intelletti, che hanno sortita fantasia vasta, l'aggiungere senza
avvedersene qualche cosa sempre del loro alle opere altrui delle quali
s'innamorano, ella vi trovò bellezze forse piú che non hanno e gli
ammirò forse troppo. Nondimeno ella è di parere che difficile e quasi
impossibile sarebbe il far gustare que' romanzi in Francia; e che ciò
provenga dalla difficoltá del tradurli in versi, e da questo: che in
Francia «_rien de bizarre n'est naturel_». In quanto alla bizzarria ed
alla difficoltá di tradurre in versi, sta a' francesi ed a madama de
Staël il decidere. In quanto al poterne tentare una versione in prosa
francese, io credo di non errare pensando che, se madama de Staël
avesse voluto piegarsi ella stessa all'ufficio di traduttore, i
francesi avrebbero accolta come eccellente la traduzione di lei. E se
mai il giudizio, che ella portò sulla incompatibilitá del gusto
francese colla bizzarria de' pensieri, fosse meno esatto, la tanta
poesia che vive in tutte le [p.31] prose di madama si sarebbe trasfusa
di certo anche in questa, per modo che la mancanza del metro non
sarebbe stata sciagura deplorabile. L'armonia non è di cosí essenziale
importanza da dover dipendere totalmente da essa la fortuna di un
componimento.

Per riguardo all'Italia, io non saprei temere di un ostacolo dal
semplice lato della bizzarria, da che l'Ariosto è l'idolo delle
fantasie italiane. Però, lasciato stare il danno che a questi romanzi
può venire dall'andar vestiti di una poco bella traduzione per le
contrade d'Italia, dico che a me sembra di ravvisare in essi una
cagione piú intrinseca, per la quale non saranno forse comunemente
gustati tra di noi.

Entrambi questi romanzi sono fondati sul maraviglioso e sul terribile,
due potentissime occasioni di movimento per l'animo umano. Ma l'uomo
che, per uscire del letargo che gli è incomportabile, invoca anche
scosse violenti all'anima sua e anela sempre di afferrare siffatte
occasioni, pure non se ne lascia vincere mai, se non per via della
credenza. E il terribile e il maraviglioso, quando non sono creduti,
riescono inoperosi e ridicoli, come la verga di Mosé in mano a un
misero levita.

L'effetto dunque, che produrranno i due romanzi del Bürger, sará
proporzionato sempre alla fede che il lettore presterá agli argomenti
di maraviglia e di terrore de' quali essi riboccano. Ora, dipendendo
da ciò principalmente l'esito della loro emigrazione presso gli
italiani, a me non dá il cuore di pronosticarla fortunata.

Cominciamo dal primo. Ecco la traduzione del _Cacciatore feroce_.


  IL CACCIATORE FEROCE.

  Il conte di Rheingrafenstein[3] diede fiato alla cornetta:--Olá olá,
  su su, in piedi e in sella!--

  [p.32]

  Il Suo cavallo mise nitriti, e via d'un salto si slanciò innanzi. E
  dietro a lui precipitosa a fracasso tutta la salmeria; e un correre,
  uno squittire di cani squinzagliati su e giú per mezzo a biade e
  prunaie, per mezzo a ginestreti ed a stoppie.


  Illuminata dal raggio mattutino della domenica, biancheggiava da alto
  la cupola del duomo. Con tocchi distinti, con un rombar grave, le
  campane festive chiamavano il popolo alla messa cantata. Di lontano
  risonavano i cantici della turba divota de' cristiani.


  E via via via, attraverso bivi e quadrivi veniva impetuosa la caccia:
  e da per tutto erano gridi, «to to to, ciuee ciuee!».

  Ed ecco a destra, ecco a sinistra uscire un cavaliero di qui, un
  cavaliero di lá. Il corridore del cavaliero a destra era nitido come
  argento; del color del fuoco era quello che portava il cavaliero a
  sinistra.


  Chi era mai il cavaliero a destra, chi mai il cavaliero a sinistra?
  Ben me lo presagisce il cuore, ma chi sieno non so.

  Il cavaliero a destra comparve in candido vestimento e con un volto
  soave come la primavera. Il cavaliero a sinistra, orrendo e vestito
  d'un fosco giallo, vibrava folgori dall'occhio come la tempesta.


  --In tempo, in tempo giungeste! Ben venga ognuno di voi alla nobile
  caccia! Né qui in terra, né su in cielo vi ha spasso piú caro di
  questo.--

  Egli cosí esclamò; e lieto fe' scoppiar la palma sull'anca; e toltosi
  di testa il cappello, l'agitò su per l'aria.


  --Mal si accorda il suono della tua cornetta alla squilla festiva ed
  a' cantici del coro,--disse con placido animo il cavaliero a
  destra.--Torna, torna in dietro: la tua caccia è mal augurata
  quest'oggi. Cedi al consiglio dell'angelo buono, e non ti lasciar
  traviare dal cattivo.


  --Innanzi, innanzi, séguita su, séguita la tua caccia, o mio nobil
  signore!--interruppe violento il cavaliero a sinistra.

  --Che ronzo di squilla? che clamore di coro? Ben piú vi fará allegri
  la gioia della caccia. Io v'insegnerò quali trastulli si [p.33]
  convengano a' principi. Non istate a dar, no, retta al costui
  spauracchio.


  --Ah sí, ben parli, o cavaliero a sinistra! Tu sei un eroe secondo il
  cuor mio. Chi rifugge l'uscire a caccia, vada in malora a snocciolar
  paternostri. A tuo dispetto, bacchettone scimunito, a tuo dispetto
  voglio cavarmi la mia brama.--


  E via via via, fuor d'un campo, dentro un altro, su pel poggio, giú
  per la china, sempre sempre gli venivano cavalcando stretti a' fianchi
  il cavaliero a destra e il cavaliero a sinistra. Quand'ecco a un
  tratto smacchiar di lontano un bianco cervo con corna di sedici
  palchi.


  Il conte raddoppiò il fiato alla cornetta, e piú veloci accorsero
  d'ogni parte cavalieri e pedoni. Ed ecco, or di dietro or dinanzi, or
  l'uno or l'altro de' seguaci stramazzare tramortito sul terreno per la
  gran furia.

  --Stramazza pure, stramazza, al diavolo! Non per questo deve andar
  guasto lo spasso de' principi.--


  La belva si accoscia in un campo di spighe e vi spera rifugio. Ecco un
  povero contadino trarre innanzi umilmente e metter gemiti e lagrime:

  --Pietá, signor mio, pietá! Abbiate riguardo agli stenti, al sudore
  del poverello.--


  Il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e bontá
  ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo
  instiga all'oltraggio maligno. Il conte schernisce le ammonizioni del
  cavaliero a destra e si lascia traviare dal cavaliero a sinistra.


  --Via di qua, miserabile!--grida sbuffando terribile il conte al
  povero aratore--o ch'io, per Satanasso! su te, su te dirizzo la
  caccia. Olá, compagni! addosso addosso! dálli dálli! In segno che ho
  giurato il vero, fategli fischiar le fruste sugli orecchi.--


  Detto fatto, il conte si scagliò furibondo al disopra la siepe; e
  dietro a lui un bisbiglio, un rimbombo, e tutto quanto il traino
  [p.34] con cani e cavalli e pedoni. E cani e pedoni e cavalli
  pestavano i fusti del grano, sicché la campagna tutta era un polverio.


  All'avvicinarsi di quello schiamazzo, spaventata, la belva, via via,
  fuor d'un campo, dentro un altro, su pel poggio, giú per la china,
  messa in fuga, inseguita, ma non arrivata, guadagna i piani del
  pascolo comunale; e astuta si frammette alle mansuete mandre onde
  salvarsi.


  Ma di qua, di lá, per campagne e per boschi; di su, di giú, per boschi
  e per campagne, i veltri la perseguitano e n'hanno tosto fiutata la
  traccia.

  Il mandriano[4], pieno d'angoscia pel suo armento, si butta a' piedi
  del conte.


  --Pietá, signore, pietá! Fate di lasciare in pace queste mie povere
  bestie mansuete. Ponete mente, signor mio, che qui pascolano le vacche
  di tante povere vedove, che non hanno altra sostanza. Abbiate pietá
  de' poveri. Misericordia, signor mio, misericordia!--


  Il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e bontá
  ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo
  instiga all'oltraggio maligno. Il conte schernisce le ammonizioni del
  cavaliero a destra e si lascia traviare dal cavaliero a sinistra.


  --Ribaldo, temerario, che a me contrasti! Ah perché non sei tu
  incarnato tu stesso nella migliore delle tue vacche, e in lei non è
  incarnata altresí ognuna di quelle sgualdrine? Che gioia sarebbe
  allora pel cuor mio lo incalzarvi tutti insieme a dirittura fino
  all'altro mondo!


  Olá, compagni! addosso addosso, dálli dálli! To to, qui qui, ciuee
  ciuee ciuee!--

  [p.35]

  E ciascuno de' cani s'avventò aizzato sul primo oggetto che gli si
  parò innanzi. Insanguinato cadde a terra il mandriano, insanguinate
  caddero l'una dopo l'altra le vacche.


  A stento la belva si sottrae a quel macello, con sempre minor lena di
  corso. Spruzzata di sangue, intrisa di bava, eccola prendere il cupo
  della foresta e ripararvisi. Addentro addentro ella si inselva, e
  viene a trovar nascondiglio nella cappella di un eremita.


  Via via, senza posa mai.--To to, ciuee ciuee, to to to!--Allo scoppiar
  delle fruste, all'abbaiare de' veltri, allo squillare dei corni la
  schiera feroce anche colá si precipita.

  Il santo eremita uscí della cappelletta e si fece incontro con mite
  scongiuro.


  --Rimanti, rimanti, abbandona la traccia. Non profanare l'asilo di
  Dio.

  La creatura manda gemiti al cielo e implora da Dio il gastigo tuo.
  Lasciati per l'ultima volta ammonire, o la tua empietá ti trarrá in
  perdizione.--


  Sollecito il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e
  bontá ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo
  instiga all'oltraggio maligno. E, oh Dio! ad onta delle ammonizioni
  del cavaliero a destra, egli si lascia traviare dal cavaliero a
  sinistra.


  --Che empietá, che perdizione parli tu mai? Forse--grida egli,--forse
  che la mi spaventa gran fatto? Questa mia caccia, dovessi io anche
  vederla spinta fino al terzo cielo, che rileva, che monta a me? Sí,
  per Dio! vo' proseguirla, voglio sbramarmi. E sia pure a dispetto di
  te, o scimunito, e a dispetto di Dio.--


  Egli mena vibrata la frusta, dá fiato alla cornetta.--Olá, compagni,
  addosso addosso! dálli dálli!--

  Oh Dio! Ecco in un tratto spariscono innanzi a lui ed eremita e
  cappelletta; spariscono dietro a lui e cavalli e pedoni. E in un
  batter d'occhio, e fracassi e suoni ed urli di caccia, tutto tutto
  ingoia un silenzio di morte.

  [p.36]

  Atterrito il conte gira lo sguardo; dá fiato alla cornetta, e la
  cornetta non rende suono; mette un grido, e non ha piú sentore della
  propria voce; vibra la frusta, e la frusta non fischia; sprona l'un
  fianco e l'altro al destriero, né può cavalcare innanzi o retrocedere.


  E subito intorno a lui un buio, e piú e piú sempre un buio, come di
  sepolcro; ed un mugghiare, come di marina lontana. Su alto per l'aria,
  al di sopra del suo capo, una voce di tuono grida tremenda con furor
  di burrasca questa sentenza:


  --O tiranno, o indole d'inferno, che insolentisci contro Dio, contro
  gli uomini, contro ogni cosa! Il singulto, il gemito della creatura e
  la tua iniquitá ti hanno citato a gran voce innanzi al tribunale, lá
  su dove arde la fiaccola della vendetta.


  Fuggi, empio, fuggi. E sia tu da qui innanzi per tutta l'eternitá
  perseguitato tu stesso in caccia dall'inferno e dal demonio. E sia
  spavento, questo, de' principi d'ogni secolo che, a saziare le loro
  voglie scellerate, non perdonano né a Creatore né a creatura.--


  A queste parole un bagliore giallo come zolfo guizza intorno alle
  frondi della foresta. Via via per l'ossa e per le midolle discorre al
  conte l'angoscia. Una vampa gli opprime il respiro. Stordisce e non
  ode piú nulla. Innanzi, tutto gli soffia sul viso gelo e terrore; e
  alla nuca lo insiegue il fischio della bufera.


  Cresce il soffio del terrore, cresce il fischio della bufera; e su
  dalla terra, oh spavento! ecco un pugno negro emergere, giganteggiare.
  Apresi, stringe gli artigli; ahi! ahi! giá lo abbranca pel ciuffo;
  ahi! ahi! travolta in un attimo la faccia del conte, sovrasta alle
  spalle di lui.


  Intorno intorno a lui un corruscar di faville e di fiamme verdi, brune
  e sanguigne. Un mar di fuoco presso presso gli ondeggia d'ogni lato; e
  dentro vi brulica la ciurma infernale. In un subito mille veltri
  infernali prorompono aizzati a fracasso su dalla voragine.

  [p.37]

  Via precipitoso egli si scaglia attraverso i boschi, attraverso la
  campagna; e fugge mettendo lai e ululati.--Ahi, me misero! misero!--

  Ma per tutto l'ampio mondo lo perseguita il latrar dell'inferno, di
  giorno giú per le caverne della terra, a mezzanotte su in alto per
  l'aria.


  La faccia di lui sovrasta perpetuamente alle spalle, ond'egli abbia
  perpetuamente la veduta de' mostri che lo inseguono. E per quanto
  rapida la fuga lo strascini innanzi, incitato dagli urli dello spirito
  cattivo, gli bisogna mirare perpetuamente il digrignar dei denti e lo
  spalancarsi delle fauci ringhiose che gli stanno sopra per azzannarlo.


  Tale è la caccia della ciurma feroce; e dura e durerá fino al dí del
  giudizio. Spesso nella notte ella passa innanzi al vagabondo a
  spaventarlo e inorridirlo. E testimonianza ne potrebbe far tuttavia la
  lingua d'assai cacciatori, se per altre ragioni non convenisse a loro
  il silenzio[5].


La favola di questo romanzo è tratta da una tradizione popolare in
Germania; però è un soggetto bello ed opportuno per un poeta tedesco.
Ivi il popolo la crede vera; e da questa opinione acquistandosi fede
il poeta, ha potuto a suo talento far piangere e tremar di terrore i
suoi lettori. I costumi, ch'egli ha dipinti, sono o costumi de' suoi
tempi, o costumi moderni e notissimi al popolo: quindi sempre maggiore
l'interesse, e sempre piú aumentata la fede.

Ma noi, lettori italiani, non abbiamo come i tedeschi quella
tradizione. E, a volere reputar vera o verisimile la catastrofe del
_Cacciatore feroce_, ci bisognerebbe uno sforzo d'immaginosa
superstizione. Ora, che che ne dicano gli stranieri, siamo, noi
italiani, dotati di tanta superstizione? La religione nostra ben ci
farebbe tenere come racconto verisimile che Dio avesse castigata
severamente la ferocia del cacciatore. Ma il castigo strano [p.38] ed
incessante su questa terra piuttosto che nell'inferno, noi non lo
crederemmo, perché non abbiamo esempi consimili da paragonargli. Ben è
vero che nella novella ottava della Giornata quinta del
_Decamerone_ noi leggiamo di una pena sull'andare di questa,
benché per colpa tutt'altra. Ma quella storia non è creduta piú in
Italia, e forse non era tradizione indigena qui neppure a' tempi del
Boccaccio, che probabilmente la tolse ad imprestito dal monaco
francese Elinando, scrittore del 1200, e di suo capriccio la
traspiantò nella pineta di Ravenna.

Oltrediché noi non viviamo sulla sponda del Reno. La ingiustizia
feudale e l'insultante privilegio delle cacce riservate ai nobili sono
mali che noi ora non proviamo. La narrazione di sciagure
contemporanee, alle quali noi non partecipiamo, non sará davvero udita
con indifferenza; ma non ci commoverá tanto quanto i tedeschi. L'uomo
non può pensare all'uomo lontano e posto in circostanze diverse dalle
sue con quell'interesse medesimo, con cui egli pensa a se stesso ed a'
vicini. Le lagrime del povero contadino, l'angoscia del mandriano, la
pace dell'eremita profanata ci faranno pietá. Ma questa pietá,
paragonata con quella de' tedeschi, sará minore d'assai; come il
batticuore di noi europei mediterranei è minore di quello degli onesti
fra gli abitanti delle colonie al rammentare la compassionevole tratta
dei negri. Discendendo giú per questa scala di compassioni
decrescenti, si giunge fino a quel grado di affanno leggiero leggiero,
con cui noi viventi del secolo decimonono ascoltiamo le sventure degli
Atridi, de' Tiestei e de' Priamidi.

Cessate anche in Germania parte delle prepotenze feudali, variate
anche alcune costumanze, mille memorie nondimeno di luogo e di nomi,
mille affinitá di patria e di famiglie richiameranno la storia di
quelle alla mente de' tedeschi, e per lunghissimi secoli. Cosí, e per
le stesse ragioni, le sciagure che afflissero anticamente i padri
nostri in Italia, quantunque non piú le medesime che proviamo noi,
pure percuoteranno l'animo nostro con bastante vigore, ricordandole
poeticamente. E come le iniquitá, a modo d'esempio, de' nostri
Visconti non sarebbero mai sentite tanto fortemente da' lettori
tedeschi quanto [p.39] dagli italiani, cosí la storia del
_Cacciatore feroce_ non lo sará, temo, da noi quanto da loro.

Non so indurmi a dar l'ultimo addio al _Cacciatore feroce_, se
prima non fo qualche cosa a onore e gloria de' commentatori e della
consuetudine loro. Sappi dunque, o figliuolo, d'un pezzo di poesia
italiana che ha qualche sorta di cognazione con questo del Bürger.

Erasmo di Valvasone, verso la fine del canto terzo del suo poema _La
caccia_, raccomanda a' cacciatori di non uscire mai alla campagna
sprovveduti di una messa sentita e dell'aiuto invocato di tutti i
santi. E per ispaventare gli scapestrati, reca in mezzo la mala
ventura di un certo Terone, ch'egli stesso, il poeta, dice d'aver
conosciuto. Terone, mentre viveva giovinetto lungo la riva del nativo
Tagliamento, era gran cacciatore e persona divota; e Dio l'aveva
scampato sempre d'ogni pericolo. Fatto adulto, viaggiò tutta la
Germania e v'imparò altri costumi. Tornò a casa, e non usò piú né a
messe né a chiese. Un cignale orribile metteva a guasto ed a spavento
la campagna d'Aquilea: però una caccia generale fu bandita per tal
domenica. Infinite genti v'intervennero, e Terone anch'egli, come il
feritore piú certo. La comitiva si recò sull'alba al tempio e non
n'uscí che benedetta dal sacerdote. Terone solo si rimase, schernendo
il rito. La caccia ha principio: la belva si appiatta in un pantano; è
scoperta; i cacciatori le sono addosso. Ma impaurito si arretra
ognuno. Solo a Terone il cuore non batte di paura. Egli bestemmia la
viltá de' compagni, bestemmia la lor divozione, bestemmia Dio; e si
avventa alla fiera. Quella, come mossa dalla divina vendetta, sdegna
ogni altro nemico e si scaglia su Terone, né lo lascia che dopo di
avergli tolto e ardimento e vita. Dismessa poi la ferocia, anch'essa,
la fiera, viene ad offrirsi da sé a' colpi de' cacciatori, e cade
morta. E il poeta, che sente oramai stracco il suo colascione, dá fine
al canto con un paio di versi, tutti novitá di pensiero, tutti
eleganza di modi:

    Imparate giustizia, o genti umane,
    e non spregiar le deitá sovrane.

[p.40] Virgilio glieli perdoni. E tu perdona a me se ti ho fatto
ingozzare tutto questo episodio. Quel poema della _Caccia_ so che
non lo hai letto mai, né lo leggerai forse, benché stampato fra i
_Classici italiani_; del che non vorrò biasimarti. Ma a'
discendenti di quegli eruditi che, zelanti della loro Italia, seppero
trovare l'origine italiana del _Paradiso perduto_ del Milton, io
regalo questo bel pezzo del museo Valvasoni, insieme alla novella
ottava della Giornata quinta del _Decamerone_, affinché ne
compongano un solo manicaretto, e ne estraggano la quintessenza, e se
la bevano; poi, con una predica scritta sugosamente, sul fare, per
esempio, delle orazioni di monsignore Della Casa, escano a ridomandare
le sostanze che sono di nostro diritto, mostrando come in Italia
v'abbia la semenza di tutto e come, in fine del conto, gli stranieri
non si facciano pavoni che con le penne nostre.

Quella novella, per altro, del Boccaccio, a dirla tra di noi, è una
grande infamia. Volere che la giustizia di Dio punisca di ripetute
morti acerbissime una donna, perché costantemente ricusò di amare! E
che diritto aveva Guido degli Anastagi, che diritto hanno gli uomini
qualunque sul cuore femminino? È forse uno de' comandamenti per la
femmina il cedere alle voglie di chi la prega d'amore? Se Guido degli
Anastagi s'era ammazzato, peggio per lui! L'amore è una passione
spontanea che vive di libertá. E la donna, che si ostina a dirmi di
no, mi fará infelice; ma della mia infelicitá ella non può essere né
accusata né condannata da legge veruna. La massima che le donne sieno
in obbligo di riamare chi le ama, è uno de' sofismi usati da'
seduttori. Limitandola anche al caso di amore onesto, cioè
accompagnato dall'intenzione di strigner nozze, è una massima che fa a
pugni colla dottrina de' cristiani; attesoché ella reputa stato di
perfezione la castitá del celibato. E per chi scriveva egli, il
Boccaccio, se non per gente cattolica?

Pedanti e non pedanti hanno biasimato il Sannazaro, perché, non
contento egli di avere giá sparso bastantemente di erudizioni
mitologiche antiche tuttoquanto il suo poema sulla nascita di Gesú
Cristo, _De partu Virginis_, abbia poi voluto introdurvi [p.41]
anche, come enti contemporanei ed operanti, le naiadi e le driadi. Ma
l'errore del Sannazaro non è egli forse meno grave di cotesto del
Boccaccio? Non è egli peggio forse il falsare la morale della
religione che uno introduce nel suo componimento, di quello non sia
l'unirvi alcune invenzioni eterogenee, col solo, innocente e manifesto
proposito di sbizzarrirsi in fantasie poetiche?

Basterebbe che questa infame novella della pineta di Ravenna venisse
creduta vera a' dí nostri e lodata in Italia, perché fosse data vinta
la causa a quegli stranieri che ci mandano titolo di vendicativi, di
feroci, di superstiziosi e di poco religiosi nel cuore. Ma come è vero
che noi non siamo cosí tristi, nessuno in Italia vorrebbe oggi avere
scritto egli quel vituperio della pineta. E Dio lo tolga dalla memoria
fino de' bibliotecari!

Leggi ora, figliuolo mio, la traduzione della _Eleonora_.

  ELEONORA.

  Sul far del mattino Eleonora sbalzò su, agitata da sogni
  affannosi:--Sei tu infedele, o Guglielmo, o sei tu morto? E fino a
  quando indugerai?--

  Egli era uscito coll'esercito del re Federigo alla battaglia di Praga,
  e non aveva scritto mai se ne fosse scampato.


  Stanchi delle lunghe ire, il re e l'imperatrice ammollirono le feroci
  anime, e finalmente fecero pace. Ed ogni schiera, preceduta da inni,
  da cantici, dal fragore de' timpani, da suoni e da sinfonie, adornata
  di verdi rami, si riduceva alle proprie case.


  E da per tutto, da per tutto, sulle strade, sui sentieri, giovani e
  vecchi traevano incontro ai «viva» d'allegrezza de' vegnenti.--Sia
  lode al cielo!--esclamavano fanciulli e mogli.--Ben
  venga!--esclamavano assai spose contente.

  Ma, oh Dio! per Eleonora non v'era né saluto né bacio.


  Ella di qua, di lá cercò tutto l'esercito, dimandò tutti i nomi. Ma
  fra tanti reduci non uno v'era che le desse ragguaglio. [p.42]
  Oltrepassate che furono da ultimo tuttequante le schiere, ella si
  stracciò la nera chioma[6], e furibonda si buttò sul terreno.


  Accorse precipitosa la madre.--O Dio, misericordia! Che hai, che
  t'avvenne, figlia mia cara?--E se la serrò fra le braccia.

  --O madre, madre! È perduto, è morto. Or vada in rovina il mondo, e
  tutto vada in rovina! Non ha misericordia Iddio. Ahi me misera!
  misera!


  --O Dio, ne assisti! Misericordia, o Signore! Di', figlia mia, di' un
  paternostro. Quello che è fatto da Dio è ben fatto. Egli sí, Iddio è
  pietoso di noi.

  --O madre, madre! Tutte illusioni. Nulla di bene ha fatto per me il
  Signore! nulla. Che giovarono, che giovarono le mie orazioni? Oramai
  non n'è piú bisogno.


  --O Dio, ne assisti! Chi in Dio riconosce il nostro padre sa ch'egli
  soccorre a' figliuoli. Il santissimo Sacramento metterá calma al tuo
  affanno.

  --O madre, madre! Questo incendio che m'arde non v'ha Sacramento che
  me lo calmi. Non v'ha Sacramento che restituisca a' morti la vita.


  --Ascoltami, o cara; e se quell'uom falso, lá lontano nell'Ungheria,
  avesse rinnegata la fede per isposarsi ad altra donna? No, cara, non
  pensar piú a quel suo cuore. E neppure egli se ne troverá contento.
  Quando un giorno l'anima verrá a separarsi dal corpo, lui trarrá nelle
  fiamme il suo spergiuro.

  --O madre, madre! Non è piú, non è piú; egli è perduto, perduto per
  sempre. La morte! altro non mi resta che la morte! Oh! non fossi io
  nata mai! Spegniti, luce mia, spegniti in perpetuo. Muori, muori
  sepolta nella notte e nell'orrore! No, non ha misericordia Iddio. Ahi
  me misera! misera!


  --O Dio, ne assisti! Non voler, no, entrare, o Dio, in giudizio contra
  la povera tua creatura. Ella non sa quel che la sua lingua si [p.43]
  dica: non tener conto de' peccati di lei. Dimentica, figliuola mia,
  dimentica la tua afflizione terrena; pensa al Signore, pensa alla
  beatitudine eterna; e t'assicura che non verrá meno lo sposo all'anima
  tua.


  --E che è mai, o madre, la beatitudine eterna? che mai, o madre, è
  l'inferno? Con lui, con lui è beatitudine eterna; e senza di Guglielmo
  non v'ha che inferno. Spegniti, luce mia, spegniti in perpetuo: muori,
  muori sepolta nella notte e nell'orrore! Senza di lui, né sulla terra
  né fuori della terra posso aver pace io mai.--


  Cosí a lei nella mente e nelle vene infuriava la disperazione. Piú e
  piú continuò temeraria ad accusare la provvidenza di Dio; si percosse
  il seno, si storse le mani, fino al tramonto del sole, fino
  all'apparire delle stelle auree per la vòlta del cielo.


  Quand'ecco, trap trap trap, un calpestio al di fuori come una zampa di
  destriero; e strepitante nell'armadura smontare agli scalini del
  verone un cavaliere. E tin tin tin, ecco sfrenarsi pian piano la
  campanella dell'uscio; e da traverso l'uscio venire queste distinte
  parole:


  --Su su! Apri, o mia cara, apri. Dormi tu, amor mio, o sei desta? Che
  intenzioni sono ancora le tue verso di me? Piangi o sei lieta?

  --Oh cielo! Tu, Guglielmo? Tu... di notte.., cosí tardi?.. Ho pianto,
  ho vegliato. Ahi misera! un grande affanno ho sostenuto... E donde
  vieni tu cosí a cavallo?


  --Noi non mettiamo sella che a mezzanotte. Lungo viaggio cavalcai a
  questa volta, fino dalla Boemia. Tardi ho preso il cammino, tardi: e
  voglio condurti meco.

  --Ah Guglielmo! Entra prima qua dentro un istante. Su presto! Il vento
  fischia ne' roveti. Entra, vieni, cuor mio carissimo, a riscaldarti
  fra le mie braccia.


  --Lascia pure che il vento fischi fra i roveti: lascialo fischiare,
  anima mia, lascialo fischiare. Il mio cavallo morello raspa; il mio
  sprone suona. In questo luogo non m'è concesso alloggiare. Vieni,
  succingiti, spicca un salto e géttati in groppa al mio morello. [p.44]
  Ben cento miglia mi restano a correre teco quest'oggi per arrivare al
  letto nuziale.


  --Oh cielo! E tu vorresti in questo sol giorno trasportarmi per cento
  miglia fino al letto nuziale? Odi come romba tuttavia la campana: le
  undici sono giá battute.

  --Gira, gira lo sguardo. Vedi, fa un bel chiaro di luna. Noi e i morti
  cavalchiamo in furia. Oggi, sí quest'oggi, scommetto ch'io ti porto
  nel letto nuziale.

  --E dov'è, dimmi, dov'è la cameretta? E dove, e che letticciuolo
  nuziale è il tuo?

  --Lontano, lontano di qui..., in mezzo al silenzio..., alla
  frescura..., angusto... Sei assi... e due assicelle...

  --V'ha spazio per me?

  --Per te e per me. Vieni, succingiti, spicca un salto e géttati in
  groppa. I convitati alle nozze aspettano; la camera è giá schiusa per
  noi.--


  La vezzosa donzelletta innamorata si succinse, spiccò un salto, snella
  si gittò in groppa al cavallo, e con le candide mani tutta si
  ristrinse all'amato cavaliere. E arri arri arri! salta salta salta; e
  l'aria sibilava rotta dal gran galoppare. Sbuffavano cavallo e
  cavaliere, e sparpagliavansi intorno sabbia e scintille.


  A destra e a sinistra, deh, come fuggivano loro innanzi allo sguardo e
  pascoli e lande e paesi! come sotto la pesta rintronavano i ponti!

  --E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri arri! I
  morti cavalcano in furia. E tu, mia cara, hai paura de' morti?

  --Ah no! Ma lasciali in pace i morti.--


  Da colaggiú qual canto, qual suono mai rimbombò? che svolazzare fu
  quello de' corvi?... Odi suono di squille, odi canto di morte!
  «Seppelliamo il cadavere».

  Ed ecco avvicinarsi una comitiva funebre, e recar la cassa e la bara
  de' morti. E l'inno somigliava al gracidar dei rospi negli stagni.


  --Passata la mezzanotte, seppellirete il cadavere con suoni e cantici
  e compianti. Ora io accompagno a casa la giovinetta mia [p.45] sposa.
  Entrate meco, entrate al convito nuziale. Vieni, o sagrestano, vieni
  col coro e precedimi intuonando il cantico delle nozze. Vieni, o
  sacerdote, vieni a darci la benedizione, prima che ci mettiamo a
  giacere.--


  Tace il suono, tace il canto; la bara sparí. E obbedienti alla
  chiamata, quelli correvano veloci, arri arri arri! lí lí sulle peste
  del morello. E va e va e va; salta salta salta; e l'aria sibilava
  rotta dal gran galoppare. Sbuffavano cavallo e cavaliere, e
  sparpagliavansi intorno sabbia e scintille.


  Deh, come fuggivano a destra, come a sinistra fuggivano, e montagne e
  piante e siepi! Come fuggivano a sinistra, a destra, e ville e cittá e
  borghi!

  --E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri arri arri!
  I morti cavalcano in furia. E tu, mia cara, hai paura de' morti?

  --Ahi misera! Lasciali in pace i morti.--


  Ecco ecco; lá sul patibolo, al lume incerto della luna, una ciurma di
  larve balla intorno al perno della ruota![7].

  --Qua qua, o larve. Venite, seguitemi. Ballateci la giga degli sposi
  quando saliremo in letto.--


  E via via via, le larve gli stormivano dietro a' passi, come turbine
  che in una selvetta di nocciuoli stride frammezzo all'arida frasca. E
  va e va e va, salta salta salta; e l'aria sibilava rotta dal gran
  galoppare. Sbuffavano cavallo e cavaliere, e sparpagliavansi intorno
  sabbia e scintille.


  Ogni cosa che la luna illuminava d'intorno, deh, come ratto fuggiva
  alla lontana! Come fuggivano e cieli e stelle al disopra di lui!

  --E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri [p.46]
  arri arri! I morti cavalcano in furia. Ed hai tuttavia paura de'
  morti, o mia cara?

  --Ahi me misera! Lasciali in pace i morti.


  --Su su, o morello! Parmi che il gallo giá canti. Fra poco il sabbione
  sará omai tutto trascorso. Su, morello, morello! Al fiuto sento giá
  l'aria del mattino... Di qua, o morello, caracolla di qua... Finito,
  finito abbiamo di correre. Eccolo che s'apre il letto nuziale. I morti
  cavalcano in furia. Eccola, eccola la mèta.--


  Impetetuoso s'avventò a briglia sciolta contra un cancello di ferro.
  Ad uno sferzar di scudiscio toppa e chiavistello gli si spezzarono
  innanzi, e le ferree imposte cigolando si spalancarono. Il destriero
  drizzò la foga su per le sepolture. E al chiaror della luna tutto
  biancheggiava di monumenti.


  Ed ecco, ecco in un subito, portento, ahi, spaventoso! Di dosso al
  cavaliere ecco a brandelli a brandelli cascar l'armatura, com'esca
  logorata dagli anni! In teschio senza ciocche e senza ciuffo, in
  teschio ignudo ignudo gli si convertí il capo, e la persona in
  ischeletro armato di ronca e d'oriuolo.


  Alto s'impennò e inferocí sbuffando il morello, e schizzò scintille di
  fuoco. E via eccolo sparito e sprofondato disotto alla fanciulla; e
  strida e strida su per l'aere; e venir dal fondo della fossa un
  ululato!... A gran palpiti tremava il cuore d'Eleonora e combatteva
  tra la morte e la vita.


  Allora sí, allora sotto il raggio della luna danzarono a tondo a tondo
  le larve; ed intrecciando il ballo della catena, con feroci urli
  ripetevano questa nenia:--Abbi pazienza, pazienza, s'anche il cuore ti
  scoppia. Con Dio no, con Dio non venir a contesa. Eccoti sciolta dal
  corpo... Iddio usi all'anima misericordia!--


A differenza della prima, la favola di questo secondo romanzo, a quel
ch'io sappia, è tutta invenzione del poeta. Parrebbe dunque che, non
sostenuta da una tradizione, l'Eleonora non dovesse trovare né fede né
applausi neppure in Germania. E nondimeno è noto come ella sia colá la
lodatissima delle poesie del Bürger. A che ascriveremo noi questo?

[p.47]

I popoli colti d'una parte della Germania, pe' quali il Bürger
cantava, sono inclinati all'entusiasmo. Avidi essi di emozioni, non
aspettano che quelle vengano di per sé; ma per ottenerne, si aiutano
fin anche del meditare. Il bisogno fortissimo di emozioni nasce in
loro, se mal non veggo, per la mancanza di una continua varietá di
oggetti esteriori che possa occuparli e muoverne gli animi
piacevolmente. E questa mancanza è prodotta dalle circostanze
politiche, da quelle del clima, della geografia loro e della loro vita
sociale. Ma le circostanze medesime, se per un riguardo gli offendono,
servono per un altro a rinforzare notabilmente la loro riflessione,
allorché la noia gli obbliga a concentrarsi in se stessi, a ripiegarsi
nell'animo proprio, onde provarne il moto che li faccia accorti
dell'esistenza. Educati cosí alla meditazione, non di rado giungono
essi a scoprire qualche lato importante e patetico nelle cose, in cui
sguardo superficiale nol vede. Tosto che l'hanno adocchiato, eglino vi
si affezionano e s'infervorano; e l'amore di una parte tira seco
l'amore del tutto.

Con ciò viene a spiegarsi per noi da che provenga l'affettazione di
certo «sentimentalismo» che governa spesso il discorso de' romanzieri
del nord, e che male è imitato da' romanzieri di Francia, e mal
sarebbe da que' d'Italia; perché posa su pensieri ed affetti che non
sono sentiti in Francia e in Italia né da chi scrive né da chi legge.
Quante volte l'uomo del nord, viaggiando in Italia, non fa egli
strabiliare gli ospiti suoi, parlando ogni tratto di sensazioni
domestiche, di piaceri segreti dell'animo, di simpatie recondite, di
compassioni prodigalizzate a un fiorellino del campo, di lagrime
sparse per pietá di un asinello defunto, di memorie lugubri suscitate
in lui dalla menoma novitá di nugoloni colorati! Pare a noi che egli
allora monti sull'ippogrifo. Eppure chi sa che per lunga assuefazione
egli non abbia il cuore, troppo piú che noi non ci figuriamo, pronto a
palpitare per tante fantasie?

A quelle docili immaginazioni bastò quindi pensare che la finzione
dell'Eleonora era omogenea ed analoga alle tradizioni popolari, perché
a lei anche estendessero il vero di opinione [p.48] che quelle hanno.
La stravaganza del tutto non nocque allora piú all'effetto delle
parti. E siccome le parti sono bellissime, l'approvazione e
l'ammirazione vennero di per sé.

Noi popoli piú meridionali, circondati dalla pompa della natura e
dalla perpetua successione delle sue infinite lusinghe, non abbiamo
mestieri di andare in traccia di emozioni per sentire la vita. Noi
aspettiamo che quelle ci riscuotano come a viva forza; ma non ci
curiamo di promuoverle noi col nostro entusiasmo. Di qui, piú che
lettori appassionati, noi riesciamo critici freddi. E prima di dare
una lagrima alle sventure di Eleonora, noi metteremo sul bilancino i
gradi di verisimiglianza che ha la storia della fanciulla, e non li
pagheremo della nostra credenza che grano per grano.

Forse, e bada bene che tiro a indovinare e non altro, forse gli
abitanti d'una parte della Germania, de' quali ho parlato fin qui,
hanno, o nel fondo del cuore o dentro la mente, piú religione che noi
non abbiamo[8]. Forse, avvezzati essi dalle sètte e dalla necessitá
delle controversie a meditare i dogmi della religione, come noi a
prestarle fede senza meditazioni, hanno talmente inclinati i pensieri
a lei, che tuttoquanto partecipa dello spirito del cristianesimo essi
lo sentono di primo tratto, qualunque sia l'oggetto che gli occupi,
qualunque sia lo stato dell'animo loro. Quindi è forse che il tedesco,
leggendo il romanzo dell'_Eleonora_, lascia bensí che il cuore di
lui si pieghi a compassione delle sventure della fanciulla; ma
immediatamente corre colla idea all'enormitá del peccato commesso da
lei nel rinnegare la provvidenza di Dio. Associata a quella idea
eccoti subito l'altra: che ogni vendetta di Dio, per quanto fiera ella
sembri a umano intendimento, non può mai aggiungere a tanto da
pareggiare l'immensitá del delitto di cui si fa reo chi offende Dio di
qualsivoglia maniera. Mesci ora insieme il sussidio delle idee
religiose alla somiglianza che la favola della _Eleonora_ dicemmo
avere colle tradizioni popolari in Germania; e vedi come [p.49] il
tedesco s'induca ad essere liberale di credenza verso la catastrofe
del romanzo. Nell'animo di lui direi quasi che il sentimento massimo
sará quello dell'enormitá del peccato e della maestá di Dio irritata,
e che la compassione per gli affanni amorosi della fanciulla non sará
che un sentimento concomitante.

Se l'Italia leggente fosse composta di uomini tutti profondamente
studiosi della loro religione, forse l'_Eleonora_, scendendo tra
di noi, non verrebbe a capitare in terra straniera affatto. Ma
quantunque in Italia v'abbiano teologi eruditissimi, io temo che il
piú degli italiani, ancorché cattolici di buona fede, non si siano
addimesticati tanto coi dogmi della loro religione da salvare per
questi una costante reminiscenza in tutte le loro sensazioni. Il
lettore teologo, anche in mezzo alle seduzioni della poesia, anche
sbattuto dai palpiti ch'ella produce, stará fermo alle dottrine da lui
conosciute e professate, e stabilirá tosto relazioni tra quelle e ciò
ch'ei legge. Un lato della sua mente egli lo tiene vergine sempre di
tutt'altri pensieri, salvo i religiosi. Però egli sentirá il
maraviglioso e il terribile del romanzo dell'_Eleonora_; e l'idea
della divinitá oltraggiata e della severitá onnipossente, che procede
dalla giustizia di Dio, gli ingombrerá tanto l'anima, da lasciargliene
una parte ben poca in preda ad altre riflessioni e ad altri affetti.
Pieno di spavento, egli chinerá il capo innanzi a Dio; ripeterá
anch'egli la nenia delle larve, e finirá esclamando:--Salvami, o
Signore, salvami dall'offenderti!--

Ma avremo, noi, lettori teologi molti? O io m'inganno, o tra di noi
sará maggiore il numero di quelli che, facili a scusare negli altri le
passioni perché le vorrebbono scusate a se medesimi, si lasceranno
andare alla pietá, come al sentimento piú repentino per essi. Cedendo
all'impeto delle prime impressioni cagionate dalle miserie d'Eleonora,
e non interrogando gran fatto il sentimento religioso, che in essi, a
differenza de' tedeschi, riescirá il meno forte, eglino, parmi,
diranno cosí:--Una povera vergine innamorata, disperante della vita
del suo sposo futuro, inasprita dal peso della disgrazia e della
importunitá dei consigli di una vecchia assiderata, perché nell'impeto
[p.50] del dolore (e che dolore!) si lasciò fuggire di bocca la
rinnegazione della provvidenza, meritava ella di essere sepolta viva?
meritava che il ministro dell'ira di Dio fosse quello stesso amante
per cui ella aveva spasimato tanto? meritava che questi alla gelata
indifferenza dovesse anche aggiungere la crudeltá della ironia, e
continuarla fino all'ultimo della vita? Se dopo lunghe macchinazioni,
ella fredda fredda avesse per avarizia piantato un coltello nel petto
al padre e strozzata la madre, le starebbe bene questo ed ogni altro
rigore di pena; ma nel delirio dell'amore... per una parola
inconsiderata... tanto supplizio! No, non può essere. Il Dio nostro è
il Dio della misericordia. Tratto a doverci visitare nell'ira sua,
egli guarda pur sempre all'intenzione del peccatore, e distingue il
delirio d'una passione innocente dalla gelida, ostinata empietá.
Eleonora ha peccato. Ma qual proporzione qui tra 'l peccato e la pena?
No no, la storia d'Eleonora non è credibile. È una invenzione nera
nera che mette ribrezzo; è una favola da nutrici che non è
raccomandata da verisimiglianza veruna, e che non meritava neppure una
sola delle nostre lagrime.--

Davvero io non torrei a difendere innanzi al Santo offizio
l'ortodossia di chi ragionasse cosí. Davvero sono persuaso che
qualunque persona trascorresse a discorsi siffatti, dopo piú mature
considerazioni, se ne disdirebbe. Ma fattili una volta, e rovinato con
ciò l'effetto primo di questa poesia, come trovarla bella dappoi? come
gradir bene dappoi ciò che sulle prime n'è venuto in fastidio? E che a
molti si aggireranno pel capo pensieri consimili a questi ch'io portai
qui sopra, oserei scommetterlo. Non mi dorrebbe di rimanere perdente;
anzi 'l desidero.

Ad ogni modo in entrambi questi romanzi, e piú nel secondo, v'ha
qualche cosa di magico che non si lascia definire. Ed io conosco
uomini in Italia che, capaci quant'altri di esercitare la critica,
pure fu loro necessitá metterla in silenzio, perché sentivansi l'anima
strascinata dalla prepotenza del terribile, intenerita dal patetico
che regna in questi componimenti. E la monotonia stessa, che qua e lá
il poeta vi sparse, rendeva piú profonda e piú perseverante la
commozione. [p.51] Dopo un esperimento siffatto, io credo di potere
rispondere a te che in Italia altri rideranno freddamente di questi
due romanzi; altri diranno essere un peccato l'avere arricchito di
tanta poesia argomenti da non trattarsi; ed altri si trasporteranno
alle circostanze del popolo per cui furono scritti, ed assumendone le
opinioni e l'entusiasmo, divideranno con lui la pietá, la maraviglia e
il terrore. Parmi che gli ultimi, comeché pochi forse, mostreranno
indole più poetica.

In quanto a te, se mai ti nascesse voglia di scrivere romanzi in
Italia sul fare di questi, va' cauto e fa' di non lasciarti traviare
in soggetti non verisimili, quando essi siano tolti di peso dalla
fantasia tua. Ché se l'argomento ti viene prestato da una storia
scritta o da una tradizione che dica:--Il tal fatto è accaduto
così,--e tu senti che comunemente è creduto così, allora non istare ad
angariarti il cervello per timore d'inverisimiglianze, da che tu hai
le spalle al muro. Però nella scelta siati raccomandato d'attenerti
piú volentieri ai soggetti ricavati dalla storia che non agli ideali.
Né ti fidare molto a quelle tradizioni che non escirono mai del
ricinto d'un sol municipio, perché la fama tua non sarebbe che
municipale: del che non ti vorrei contento.

Finalmente, se i due componimenti del Bürger che ti stanno ora
innanzi, e che furono immaginati per la Germania e proporzionati a
que' lettori, non piaceranno universalmente in Italia, bada bene a non
inferire da questo che la letteratura tedesca sia tutta incompatibile
col gusto nostro. Vi hanno in Germania componimenti moltissimi fondati
su maniere e su geni comuni a' tedeschi, a noi ed al resto dell'Europa
colta. E il dire che un po' piú un po' meno di lucidezza di sole renda
affatto opposte tra di loro le menti umane, ed inaccordabili
onninamente le operazioni intellettuali di chi vive tre mesi fra le
nebbie con quelle di chi ne vive sei, è puerilitá tanto piú ripetuta
quanto ella è piú facile a dar vita ad un meschino epigramma. Se ne'
greci e ne' latini troviamo cose ripugnanti al genio della poesia
italiana e le confessiamo, perché infastidirci se ne' francesi, negli
spagnuoli, negli inglesi e ne' tedeschi ne scopriamo parimenti [p.52]
che vogliono da noi rifiutarsi? O legger nulla o legger tutto fa
d'uopo. Però io, portando opinione che il secondo partito sia da
scegliersi, credo che anche lo studio del _Cacciatore feroce_ e
della _Eleonora_ sará utile in Italia, perché mostra da quali
fonti i valenti poeti d'una parte della Germania derivino la poesia
applaudita nel loro paese. Cercarono essi con somma cura di prevalersi
di tutte le passioni, di tutte le opinioni, di tutti i sentimenti de'
loro compatriotti, e trovarono cosí argomenti che vincono l'animo
universalmente.

Facciamo lo stesso anche noi. E la poesia italiana si arricchirá di
nuove bellezze, talvolta originali molto, e sempre caratteristiche del
secolo in cui viviamo. Cosí vedremo moltiplicarsi i soggetti moderni e
riescir belli e graditi quanto il _Filippo_, il _Mattino_,
la _Basvilliana_ e l'_Ortis_. E forse anche noi conseguiremo
scrittori di romanzi in prosa, tanto quanto i francesi, gli inglesi e
i tedeschi.


Figliuolo carissimo, se tu hai ingegno, com'io spero, ti sarai pure
accorto che fin qui la lettera mia non fu che uno scherzo. La gravitá,
con cui in questa tiritera di commento ho affastellate tante
stramberie, è una gravitá tolta a nolo; e la costanza della ironia
sbalza agli occhi di per sé. Ho voluto spassarmi a spese de' novatori.
Ma con te, figliuolo, con te la coscienza di padre mi grida ch'io
lasci le baie e mi metta finalmente sul serio.

Sappi dunque che fuori d'Italia gli uomini vanno carpone in materia di
letteratura. Sappi che se tu, tralignando da' maestri tuoi, metterai
naso ne' libri oltramontani, finirai anche tu col muso al pavimento.
Questo voler dividere i lavori della poesia in due battaglioni,
«classico» e «romantico», sa dell'eretico; ed è appunto un trovato
d'eretici; e non è, e non può essere, cosa buona, da che la
_Crusca_ non ne fa menzione e neppure registra il vocabolo
«romantico».

Tutti sanno che in Inghilterra e in Germania non si coltiva da
letterato veruno né la lingua greca né la latina, e che non si ha
contezza ivi degli scrittori di Atene e di Roma se non [p.53] per
mezzo di traduzioni italiane. Separati cosí quasi affatto dalla
conoscenza de' capi d'opera dell'antichitá, come potevano quegli
infelici far poesie e non dare in ciampanelle? Poi vollero
giustificare i loro strafalcioni; e congiurarono co' loro fratelli
filosofi, e tentarono la metafisica e la logica e dettarono sistemi.
Ma tutti insieme i congiurati diedero in nuove ciampanelle, perché la
metafisica e la logica sono piante che non allignano che in Italia.

Figúrati che arrivarono fino a dire quasi: che la religione cristiana
ha resa piú malinconica e piú meditativa la mente dell'uomo; ch'ella
gli ha insegnato delle speranze e de' timori ignoti in prima; che le
passioni de' cristiani, quantunque rivolte a oggetti esteriori, hanno
pure una perpetua mischianza con qualche cosa di piú intimo che non
avevano quelle de' pagani; che in noi è frequente il contrasto tra 'l
desiderio e 'l dovere, tra l'intolleranza delle sventure e la
sommessione ai decreti del cielo; che i poeti nostri, per non riescire
plagiari gelati, bisogna che pongano mente a quelle tinte e dipingano
oggi le passioni con tratti diversi dagli antichi; e che e che, e
cento altri «che» di tal fatta, e miserabilissimi tutti. E davvero, a
volere stramazzare quegli atleti, basterebbe, a modo d'esempio,
instituire, come noi lo possiamo far bene e non essi, un paragone
analitico tra Anacreonte e Tibullo da una parte, e 'l Petrarca
dall'altra, e dimostrare come i patimenti dei due primi innamorati
siano gli stessi stessissimi patimenti che travagliavano l'animo al
Petrarca. E chi non sente infatti che que' tre amori, per somiglianza
tra di loro, sono proprio tre gocciole d'acqua?

Alcuni cervellini d'Italia che non sanno né di latino né di greco,
lingue per essi troppo ardue, vorrebbero menar superbia dell'avere
imparate le lingue del nord, che ognuno impara in due settimane, tanto
sono facili. Però fanno eco a tutte queste fandonie estetiche, che in
fine non valgono né le pianelle pure di Longino, non che il suo libro
_Del sublime_, che è la maraviglia dell'umano sapere. Il quale
umano sapere non è mica progressivo e perfettibile, come i fatti
pertinacemente attestano; ma è sempre stato immobile, e non può di sua
natura patire incremento mai, per la gran ragione che «_nil sub sole
novum_». [p.54] E questi cervellini battono poi le mani ad ogni
frascheria che viene di lontano, e corrono dietro a Shakespeare ed
allo Schiller, come i bamboli alle prime farfalle in cui si abbattono,
perché non sanno che ve n'ha di piú occhiute e di piú vaghe.

Ma viva Dio! quello Shakespeare è un matto senza freno; traduce sul
teatro gli uomini tal quali sono, la vita umana tal quale è; lascia
ch'entri in dialogo l'eroe col becchino, il principe col sicario; cose
che non sono permesse che agli eroi da vero e non da scena. E invece
di mandarti a fiamme l'anima con belle dissertazioni politiche, con
argomenti pro e contra, a modo de' nostri avvocati, egli ti pone
sott'occhio le virtú ed i vizi in azione: il che ti scema l'interesse
e ti fa tepido. Quello Schiller poi, se 'l paragoni, non dico con
altri, ma col solo Seneca, ti spira miseria.

A buon conto gli stessi novatori, mentre si aguzzano alla disperata
onde predicarne le lodi, sono costretti dal coltello alla gola a
confessare che le opere di Shakespeare e dello Schiller, quantunque,
come essi dicono, maravigliose in totale, non vanno scevre di magagne,
se si guarda separatamente alle parti. E s'ha a dire bel libro di
poesia quello che non può vantarsi incontaminato d'ogni menomo peccato
veniale? I grandi poeti dell'antichitá sono invece fiocchi sempre di
tutta neve immacolata.

Ed è poco misfatto rispettare l'unitá d'azione, che è la meno
importante, per dare un calcio poi alle unitá di tempo e di luogo, che
formano il cardine della nostra fede drammatica, fuori della quale non
v'ha salute? E noi dovremmo sorgere ammiratori di ribaldi tanto
sfrontati, noi pronepoti d'Orazio, del Vida e del Menzini?

Era aforisma che nel giro di ventiquattro ore, e nulla piú, dovesse
andare ristretta l'azione di un dramma. I meno puristi hanno spinta
ora la tolleranza fino a concederne altre dodici, purché ciò non
passasse in esempio di nuove larghezze; e basta cosí. L'uomo per virtú
della illusione teatrale può arrivare a tanto ch'egli persuada a se
stesso d'essere vissuto trentasei ore, quando non ne ha vissute che le
poche tre per le quali dura lo spettacolo. Ma a un minuto di piú la
povera mente umana [p.55] non regge colla sua immaginativa.
L'esattezza del computo non è da porsi in dubbio, poiché il Buon gusto
egli medesimo, armato di gesso, sedeva alla lavagna, disegnando: 36 = 3.

E la illusione teatrale noi sappiamo essere la illusione di tutte le
illusioni, la magia per eccellenza; da che come due e due fanno
quattro, cosí anche, ad onta della veritá, è provato che dallo alzarsi
fino al calar del sipario lo spettatore si dimentica affatto di ogni
sua occorrenza domestica, non sa piú d'esser in teatro, giura ch'egli
manda occhiate proprio nel Ceramico e nel Partenone, e crede vere
proprio le coltellate che si dánno gli eroi sul palco e vero sangue
quello che gronda dalle loro ferite.

Quanta sia poi l'importanza della unitá di luogo, è da vedersi in
quelle tante pagine che in favore di lei avrebbe dovuto scrivere
Aristotile. E il ribellarsi da Aristotile, parlante o tacente ch'egli
sia, sarebbe infamia.

Per decreto de' «romantici» la mitologia antica vada tutta in
perdizione. Ma pe' gorghi Strimoni! questo ostracismo lascia egli
sperare briciolo di ragionevolezza in chi l'invoca? Perché rapirci ciò
che ne tocca piú da vicino? E come prestar venustá alla lirica, come
vestire di veritá i concetti, di splendore le immagini, senza Minerve,
senza Giunoni, senza Mercuri, che pur sentiamo apparire ogni notte, in
ogni sogno, ad ogni fedel cristiano? come parlar di guerre senza far
sedere Bellona a cassetta d'un qualche _coupé_, senza metterle in
mano la briglia d'un paio di morellotti d'Andaluzia? E non è noto
forse, per deposizione di tutti i soldati reduci, com'anche a Waterloo
quella dea sia stata veduta correre su e giú pel campo, vestita di
velluto nero, con due pistole nere in cintura e con in testa un
cappelletto nero all'inglese?

«_Ut pictura poësis_». E ciò che concedete alla pittura lo avete
a concedere anche alla poesia, a dispetto della persuasione e delle
dimostrazioni irrefragabili del Lessing. E sapete perché? Perché lo ha
detto chi poteva dirlo, chi poteva con piena potestá comandarlo, chi
aveva rubata al papa l'infallibilitá, prima che il papa nascesse,
__Orazio__ insomma. E zitti per caritá.

[p.56]

Non è maraviglia poi se genti farnetiche, le quali mischiano
psicologia fino nel parlar di canzoni, vestono oggi il sacco del
missionario, ed esclamano:--Voi, italiani, avete un bel suolo, un bel
cielo, una bella lingua; ma dei tesori intellettuali, di cui va ricca
oggimai tutta insieme l'Europa, voi non ne possedete quanto certi
altri popoli. Voi ci foste maestri un tempo; adesso non piú. Alcuni
tra voi coltivano bene le scienze fisiche e matematiche; ma di buone
lettere e di scienze morali voi di presente patite penuria, avendo
troppo poche persone eccellenti in questi generi.--

Noi dunque penuriamo? Bravi davvero! Lasciamo stare che tutto quel
poco che si sa fuori d'Italia è tutto dono nostro. Lasciamo stare che
noi potremmo comperare mezzo il Mogol, se voi, stranieri, ci pagaste
solamente un baiocco per ogni sonetto stampato da venti anni in qua in
Italia, e che noi per un baiocco l'uno acconsentiremmo di vendervi.
Lasciamo stare che da venti anni in qua noi abbiamo immaginato libri
tali di letteratura, da potere squadernarli sul viso a qualunque
detrattore, allorché ci risolveremo a comporli ed a svergognare il
resto d'Europa. Lasciamo stare che in Firenze e fuori di Firenze vi
hanno giornali che vegliano dí e notte alla vendetta, e che con brevi
ma calzanti argomenti rovinano i paralogismi e mandano scornata
l'arroganza di chi ne minaccia assalto; e quel che è proprio
edificante, usando rispetto verso le persone, decenza nei modi e
galanteria fiorita coi rivali di sesso gentile: arti tutte non
praticate che in Italia, perché il _Galateo_ è nato qui. Lasciamo
stare che le ingiurie de' nostri nimici, non appena scorsi diciannove
anni da che sono stampate, cosí calde calde noi le confutiamo: tanto è
vero che in Italia non si dorme! Lasciamo stare che da qui ad altri
diciannove anni saremo pronti a ripetere le osservazioni in lode
dell'Italia che trovansi stampate ne' libri di quegli stessi nemici e
non leggonsi ne' libri nostri. Lasciamo stare, dico, tutto questo. Sia
pur vero l'ozio letterario di che ne si vuole rimproverati. Ma che
potete voi dire di piú lusinghiero per noi? Questo nostro far nulla
per le lettere non è egli il documento piú autentico della ricchezza
che n'abbiamo? [p.57] Chi non ha rinomanza, stenti la sua vita per
guadagnarsela. Chi non ereditò patrimonio, sudi la vita sua a
ragunarne uno. La letteratura d'Italia è un pingue fedecommesso. Bella
e fatta l'hanno trasmessa a noi i padri nostri. Né ci stringe altro
obbligo che di gridare ogni dí trenta volte i nomi e la memoria de'
fondatori del fedecommesso e di tramandarlo poi tal quale a' figli
nostri, perché ne godano l'usufrutto e il titolo in santa pace.

Però non ti dia scandalo, figliuolo mio, se certi lilliputti nostrali,
non trovando altro modo a scuotersi giú dalle spalle l'oscuritá, si
dánno a parteggiare nel seno della cara patria, e ripetono per le
contrade della cara patria la sentenza universale d'Europa contro la
cara patria nostra.

Oltrediché questi degeneri figli dell'Italia oseranno anche susurrarti
altre bestemmie all'orecchio: come a dire, che la confessione de'
propri difetti è indizio di generositá d'animo; che il nasconderli
quando sono giá palesi a tutti è viltá ridicola; che il primo passo al
far bene è il conoscere di aver fatto male; che questa conoscenza
valse a' francesi il secolo di Luigi decimoquarto, alla Germania il
secolo diciottesimo; e che in fine poi anche Dante, anche il Petrarca
e l'Ariosto e 'l Machiavello e l'Alfieri stimarono lecito lo scagliare
invettive amare contro l'Italia. Oibò! non è vero. Que' brutti
passi[9] furono malignamente [p.58] inseriti nelle opere loro dagli
editori oltramontani; e la trufferia è manifesta. È egli credibile che
gente italiana per la vita cadesse in tanta empietá? Chiunque ama
davvero la patria sua non cerca di migliorarne la condizione. Chi
tasta nel polso al fratello suo la febbre mortale, se ama lui davvero,
gliela tace; non gli consiglia farmaco mai né letto, e lo lascia andar
diritto al Creatore.

E tu, allorché uscirai di collegio, preparati a dichiararti nemico
d'ogni novitá; o il mio viso non lo vedrai sereno __unquanco__.
«Unquanco» dico; e questo solo avverbio ti faccia fede che il
vocabolario della Crusca io lo rispetto; __comeché io, conciossiaché
di piccola levatura uomo io mi sia, a otta a otta mal mio grado pe'
triboli fuorviato avere, e per tal convenente io lui, avegna Dio che
niente ne fosse, in non calere mettere parere disconsentire non
ardisca__.

Per l'onor tuo intanto e pel mio e per quello della patria nostra, ti
scongiuro ad usar bene del tempo. Però bell'e finito mandami presto
quell'idillio in cui introduci Menalca e Melibeo a cantare
tuttaquanta, alla distesa, la genealogia di Agamennone miceneo. La via
della gloria ti sta aperta. Addio.

Il tuo |Grisostomo|.


  [1] Il |Bouterweck|, nella sua _Estetica_, riconoscendo
    tuttavia l'eccellenza di questi due romanzi, ne censura l'autore
    per questo solo che dava ad essi titolo di poesie «epico-liriche»;
    censura che in un filosofo mette stupore, da che l'epiteto di
    «epico-lirici» caratterizza ottimamente siffatti componimenti.
    Tutti sanno che «poesia epica», definendone il senso piú generico
    e piú filosofico e prescindendo dalle distinzioni de' retori,
    significa «poesia narrativa»; e i due poemetti di cui trattasi
    sono narrazioni. E la forma epica è poi mescolata in essi colla
    forma lirica, attesa la qualitá del metro, che è di versetti
    lirici rimati e scompartiti in tante strofe. Nell'edizione per
    altro che ho sott'occhio, i due romanzi, stampati in un fascio con
    altri, non portano titolo che di _Poesie_ semplicemente:
    _Gedichte_.

    Volendo servire ad una scrupolosa esattezza nel classificare i
    lavori de' poeti, parmi che alcune odi di Orazio ed alcune odi e
    canzoni nostre meriterebbero anch'esse il nome di «romanzi»,
    consistendo appunto in __narrazioni__, come, a modo d'esempio,
    la canzone del Guidi sulla _Fortuna_. E che altro è infatti
    quella canzone, se non un racconto di una apparizione immaginaria
    della dea Fortuna, di un dialogo seco lei e d'una vendetta ch'ella
    consuma? Ma ho detto che poesie del genere di codeste del Bürger
    non furono forse mai scritte da' letterati in Italia, per la somma
    differenza che codeste hanno per cento lati coll'ode del Guidi e
    con altre che si potrebbero citare.

  [2] Vedi la nota a p. 13.

  [3] Il testo ha «_der Wild- und Rheingraf_». Certa famiglia di
    conti del Reno, discendente da Rheingrafenstein, porta il nome di
    «_Wild- und Rheingraf_».--|Adelung|, _Gran
    dizionario_, articolo «_Rheingraf_» (Nota del traduttore).

  [4] I comuni in Germania pagano un mandriano. Questi ha obbligo di
    menare al pascolo comunale e di guardare tutte insieme le bestie
    che i contadini gli affidano; e ciò perché la povera gente abbia
    tempo di badare alle proprie faccende domestiche e rurali, e i
    ragazzi non siano tolti alla scuola per mandarli a condurre vacche
    e asinelli (Nota del traduttore).

  [5] Le ragioni sono, che a nessuno il quale abbia veduto il portento è
    lecito rilevarne le particolaritá. Cosí comandando, la tradizione
    superstiziosa ha provveduto ella stessa alla propria durata (Nota
    del traduttore).

  [6] Il testo ha «Rabenhaar», vocabolo composto da «corvi» e da
    «chioma», «chioma corvina». In italiano, per la sola necessitá dei
    due vocaboli separati, l'idea perderebbe rapiditá, e parrebbe
    affettazione (Nota del traduttore).

  [7] Terminato il supplizio de' rotati, è uso in Germania di piantare
    in mezzo del palco un palo alto, in cima a cui è ficcata
    orizzontalmente la ruota fatale. Su di questa buttansi i cadaveri
    de' giustiziati. E vi stanno a spavento de' tristi e ad orrore de'
    viandanti, finché il tempo ve li lascia stare (Nota del
    traduttore).

  [8] Per rispetto a' tedeschi protestanti, è evidente che per
    «religione» intendo quella religiositá che è sentimento umano e
    non dono della grazia.

  [9]     Non donna di provincie, ma bordello [l'Italia].

                             |Dante|, _Purgatorio_, canto VI.

          Italia, che i suoi guai non par che senta,
          vecchia oziosa e lenta,
          dormirá sempre...?

                          |Petrarca|, canzone XI: «Spirto gentil».

           ... l'accecata Italia, d'error piena.

              |Ariosto|, _Orlando furioso_, canto XXXIV; e altrove:

           O d'ogni vizio fetida sentina,
           dormi, Italia imbriaca.

    «Non si può sperare nulla di bene nelle provincie che in questi
    tempi si veggono corrotte, com'è l'Italia sopra tutte le altre; e
    ancora la Francia e la Spagna di tale corruzione ritengono parte»,
    ecc.--|Machiavello|, _Discorsi sopra Tito Livio_,
    libro I, capo 55, e _passim, passim, passim_ su questo gusto.

           Nell'ozio e ne' piacer noiosa immersa [l'Italia].

                                           |Alfieri|, sonetto 143.

    Dunque l'Italia è bagascia, vecchia, bevona, oziosa, senza occhi,
    senza bontá, corrotta e fetente. Se tutte queste contumelie
    fossero farina proprio del sacco degli autori a cui sono
    attribuite, e non tradimenti stranieri, bella e bizzarra materia
    di discorso avrebbe chi pigliasse a dimostrare che le vere glorie
    d'Italia derivano da chi la sgrida, e ch'ella tanto piú onora i
    suoi quanto piú liberamente le rinfacciano le vergogne di lei
    (Nota di |Giacomo| fratello di |Grisostomo|).

[p.59]



III

ALLOCUZIONE

|Nei funerali del pittore Andrea Appiani celebrati nella chiesa
della Passione il giorno 10 di novembre 1817|


Questo cadavere intorno a cui ci raduna l'onor nazionale e
l'entusiasmo dell'ammirazione, questo cadavere era Andrea Appiani
pittore. Giá da quattro anni un fiero colpo d'apoplessia lo aveva
rapito alle arti ed all'incremento della gloria italiana; ma egli
vivea pur tuttavia. E la sua vita, quantunque infelice, era nondimeno
un carissimo conforto alla famiglia, una speranza pe' suoi amici. Un
secondo insulto dell'apoplessia ruppe tutte le nostre speranze, ed
egli non è piú. La chiarezza dell'ingegno, la dolcezza de' modi, le
virtú famigliari e cittadine, l'arte squisita, tutto insomma che piú
fa illustre su questa terra, tutto perdemmo in lui; e di lui non ci
resta che questo cadavere e la gloria del nome. La natura avea versato
in lui tutti quei doni de' quali era stata giá prodiga tanto verso
Raffaello. Ella avea voluto che Appiani ne fosse l'emulo; e Appiani
obbedí. L'alacritá con cui egli si diede agli studi piú profondi
dell'arte, l'amore infinito, ardentissimo del bello a cui educò la
propria anima, il sentimento della delicatezza ch'egli si procacciò
col culto delle maniere piú gentili, svilupparono ed accrebbero i doni
della natura. I tempi favorivano l'ingegno. Ed Appiani può dirsi per
eccellenza il pittore del secolo.

Ogni lode verrebbe meno a voler dire delle maravigliose opere di lui.
Ciascuno di noi sente nel fondo dell'anima ciò [p.60] ch'egli fu, e la
tristezza cambia l'inno di lode in un pianto. Ma questo pianto che
accompagna la sepoltura dell'uomo grande, questo pianto che fa onore a
chi lo versa, chi sa quando avrá fine? chi sa quando vedremo sorgere
un artista a riparare il danno che la morte fece ora alla pittura? Ben
è vero che di molte speranze abbonda la patria; ma avremo noi un altro
Appiani?

Ogni lusinga futura non basta a scemare l'amarezza del presente
dolore. Troppo abbiamo perduto, troppo! E per poter qui sostituire
lunghe parole alle lagrime, bisognerebbe non essere italiani, non
sentire profondamente la nostra sventura.

[p.61]



IV

DEL CRITERIO NE' DISCORSI


Mylord P..., ch'io conobbi questi di addietro in Milano, è veramente
uomo di garbo. La sua conversazione mi compensò alquanto della ruvida
ed insipida breviloquenza, di che alcuni suoi compatrioti avevano
qualche tempo innanzi premiata l'officiositá mia, per modo ch'eglino
soli pareva si tenessero per individui della specie umana. Superbia
per veritá ridicola.--Ma questa corda non fa al proposito; non
tocchiamola adesso.--Eppure mylord P..., con tutta la sua cordialitá,
non lasciò di versarmi anch'egli sull'anima una goccia d'amarezza. Non
è male che il pubblico ne sappia il come.

Erano le undici di sera; e mylord P... stava bevendo meco a
quattr'occhi una tazza di tè; e svagandosi d'argomento in argomento
cosí alla buona, parlava e diceva cose che mostravano in lui una
conoscenza squisita del mondo, una finezza singolare d'intendimento.
Di parola in parola si venne finalmente a quella cadenza, in cui una
volta almeno ogni dí vanno a sciogliersi i discorsi ed i pensieri
degli uomini tutti che non hanno vestito il sacco dell'anacoreta.
Cadenza carissima: perché, se tu non sei un brutale, ti sveglia in
capo un mondo d'idee tutte leggiadre e gentili; e quando hai rotto il
cuore dalla noia, te lo rinfresca di nuova vita.--Or dunque, poiché ci
siamo --diss'io,--che ve pare, mylord, delle nostre donne milanesi?
Non sono elle care creature?--

Mylord intende perfettamente l'italiano; ma nol parla troppo bene, ed
usa d'intarsiarvi talvolta vocaboli inglesi. E però sarebbe una
disperazione pe' grammatici s'io riportassi il dialogo tutto tutto tal
quale avvenne. Farò come meglio potrò.--Ebbene, che ve ne pare,
mylord?--Egli continuava a bere e taceva. La sua fisonomia
d'improvviso s'abbuiò, come se la [p.62] memoria di cosa disgustosa
gli attraversasse la mente. Tornai ad interrogarlo. Tacque ancora un
buon pezzo; poi ruppe il silenzio con un sorriso:--Eh! sí--mi
disse,--sí, belle davvero. --Ed eleganti--diss'io--e cortesi e piene
di bei modi.--

Mylord P... andava ripetendo le mie parole in segno d'approvazione; ma
non ci metteva nulla del suo: la voce non gli correva lesta sul
labbro. L'avresti detto uomo voglioso di lasciar morire il discorso.
Me ne seppe male, in coscienza mia. Davvero, ho in gran pregio le mie
concittadine, ed avrei avuto caro di sentirne dalla bocca di lui un
bel panegirico. Proseguii a dire nondimeno come in esse non è penuria
d'ingegno, come in generale l'educazione loro va ogni di piú
migliorando, come una delle lor doti principali è la giustezza del
criterio.--Ingegno, educazione--diceva mylord,--_pretty well_[1].
Criterio..., può anche essere; ma non me ne sono accorto.--

Il sangue mi si rimescolò. Gli occhi miei erano fissi bruscamente
negli occhi di mylord.--Fatemi un favore--gli dissi;--parlatemi
schietto. Voi di certo derivate da qualche accidente individuale un
giudizio che credete di dovere estendere all'universale. Su via,
lasciate ogni mistero.

--Siamo amici--rispose mylord;--non entriamo dunque in guai. Vi dirò
lealmente l'opinione mia; ma voi promettetemi in prima di voler
prestarmi orecchio pacato, e di non dare nelle smanie di un don
Chisciotte per amore delle vostre Dulcinee.--Glielo promisi, ed ecco
com'egli continuò:

--Non pretendo, no, di dare un giudizio assoluto sul criterio di tutto
il bel sesso milanese. Non sarebbe qui neppur cosa possibile. A
Parigi, se voi conoscete cinque o sei donne, parlo delle eleganti,
potete dire di conoscerle tutte; da che ivi, per riguardo alla
conversazione, sono modellate tutte presso a poco ad un modo. Un certo
spirito universale, che chiamano «bon ton», regola ivi il giudizio, le
maniere, i discorsi, le frasi di tutte nel conversare; sicché sentite
sempre la stessa armonia, e non v'è donna che stuoni. Qui parmi che la
faccenda sia tutt'altra. [p.63] Qui le donne vivono rade volte in
comune tra di esse. Quindi ogni mente femminina rimane tal qual è; e
non perde scabrositá né acquista liscezza per l'attrito con altre
menti sue consimili. Eppure siffatto attrito è la scuola migliore per
gl'intelletti; e le lezioni migliori derivano da' confronti, dalla
necessitá di emulare altrui, da quelle minute mortificazioni onde
cento individui raccolti insieme sono percossi dal trionfo di un
individuo. Ben è vero che ogni donna qui è circondata da molti uomini.
Ma gli uomini sono vaghi di un sorriso delle signore, e queste pagano
di un sorriso le adulazioni. E tra una mente adulata ed una mente
adulante non vi può essere attrito. Qui dunque ogni donna ha maniere
proprie, idee e discorsi propri. Le combinazioni intellettuali
dell'una non sono mai quelle dell'altra; e la espressione di tali
combinazioni non ha mai per norma un tipo universale. In ogni
palchetto del teatro trovi modificazioni diverse d'idee, e con esse un
frasario particolare. Sicché io sarei un bel pazzo se, per aver qui
vedute con frequenza otto o dieci signore tutt'al piú, mi dessi a
credere di potere far sentenza su tutte. Anzi vi dichiaro apertamente
che di tutte io, non potendo giudicar per me stesso, ne riporterò buon
concetto in Inghilterra, fidandomi al giudizio vostro. Non fatemi
dunque brutto viso se vi ripeto quel mio «non me ne sono accorto»; che
è quanto dire che, tra le otto o dieci donne da me udite parlare, il
caso non me n'ha fatta capitare una che desse indizio di _such a
great deal_[2] di criterio.

--Sta a vedere--diss'io tra me stesso--che mylord si butta nelle
sofisticherie!--E lo pregai che mi citasse dove, come ed in che avesse
scorto mancanza di criterio.

--Potrei--rispose--addurne assai prove; ma ve ne basti una sola. Non
manifesta forse difetto di criterio chi usa vocaboli de' quali non
intende il significato? Non è egli questo un tradir se stessi, un
esporsi alla derisione del savio? Ed ha criterio fino chi sbadatamente
si rende ridicolo?

[p.64]

--Ma, e quali sono--diss'io--questi vocaboli scialacquati a
sproposito?--Qui mylord me ne canticchiò una dozzina, indicandomi a un
per uno l'occasione in cui avevali uditi adoperare. In totale mylord
non era poi tanto su' cavilli. Ma io l'interruppi gridando:--Minuzie
minuzie!

--Minuzie?--diss'egli.--Minuzie per chi ci beve grosso. Il non sapere
una cosa può anche non far vergogna a nessuno; ma l'esserne proprio al
buio, e volerne ciarlar co' veggenti trinciando sentenze, è un
vituperio. Pigliamo a modo d'esempio i due vocaboli or piú comuni in
Milano, i due aggettivi «classico» e «romantico». Nessuna delle donne
da me frequentate sa che cosa voglia dire «classico», che cosa voglia
dire «romantico», nella nuova significazione data dai letterati a
quegli epiteti. Derivano essi, come sapete, da teorie filosofiche, che
per essere conosciute vogliono essere studiate; e quelle signore non
le hanno studiate mai. Né fin qui c'è di che biasimarle. Le donne
hanno a leggere a posta loro poesie e romanzi quanti vogliono; ed i
poeti hanno obbligo di far di tutto onde piacere colle opere loro alle
donne, e di tener conto del giudizio ch'esse ne dánno, poiché procede
netto netto dalle sensazioni, senza miscuglio di pedanterie
scolastiche. Ma i ragionamenti sull'arte, le speculazioni
letterario-psicologiche, le teorie astratte elle hanno a lasciarle a
chi è del mestiere. Come pretendono esse di intenderle bene, se
sovente neppure chi ha fatti gli studi analoghi a quelle teorie mostra
di averle intese? So che in Italia, com'anche in Inghilterra e da per
tutto, questo vizio di volerla far da dottori, senz'altra
suppellettile intellettuale che il _dictum de dicto_, è nell'ossa
e ne' midolli non solo de' zerbini ciancerelli ma talvolta ben anche
degli uomini d'aspetto grave; e che da essi le donne, delle quali io
parlo, n'hanno forse pigliato il contagio. _But this damnned
Plague_[3] è il testimonio del poco giudizio degli uni e del poco
criterio delle altre. Chi non sa il valore dei vocaboli «classico» e
«romantico» non se ne vergogni. Ma se ne sa il valore, non usi contro
di essi né applausi né [p.65] derisioni [4]. L'ignoranza del giudice è
la prima ragione dell'incompetenza di lui; e i decreti dello stolto
tirano addosso le beffe al decretante. Che se quelle signore da me
conosciute hanno _such a great deal_ di criterio, perché non
vanno caute ne' loro discorsi? perché non evitano d'avventurarsi in
regioni ignote? perché non si guardano dal ripetere tutto il santo di
parole delle quali non hanno in capo l'idee corrispondenti?--È la moda
che vuol cosí--mi diranno. Ma non chiamerò io giustamente questa lor
moda _a very nonsensical petulancy_?[5]. Ho udito una di esse
dolersi che la forma del suo ventaglio fosse piuttosto classica che
romantica. _All nonsense_! Un'altra chiedeva ad un suo amico se,
come romantico ch'egli era, le permettesse di adoperare nella sua
toeletta essenze odorose. _All nonsense_! Un'altra stava mirando
un bel paesetto del vostro Gozzi, e le pareva che fosse troppo
classico. _All nonsense_! La poveretta credeva forse che
«classico» servisse precisamente d'antitesi al nostro vecchio
aggettivo inglese «_romantic_», che ha significato tutto diverso
da quello attribuito al nuovo epiteto letterario d'oggidí, [p.66] e
che proprio è tutt'altra cosa, come sa chiunque appena si briga di
siffatte notizie.

Mi raccontava madama Y... certa avventura galante d'un gentiluomo suo
conoscente, e tratto tratto esclamava ch'era davvero un'avventura
romantica. _All nonsense_! Ho potuto accorgermi che madama Y...
voleva dire «romanzesca». Vedi guazzabuglio!

--Io sono romantica per la vita--gridava madama X...;--ed è per questo
che non amo molto le pitture dell'Appiani. Quelle sue figure
mitologiche mi sanno troppo del classico.--_All nonsense_! Madama
X... confonde insieme pittura e poesia. Le avrei dato volentieri a
leggere il _Laocoonte_ del Lessing; ma nella societá di lei non
ho scorto alcun uomo capace d'aiutarla a comprenderne le
dottrine.--Sono diventata romantica anch'io,--mi disse madama K... In
prova di che mi confidò che non leggeva ormai altro che i canti
d'Ossian. Le poesie dunque di Ossian, al dir di madama, sono
romantiche. Misericordia! _What a positive token of nonsense_! I
costumi dei caledoni sono forse quelli della civiltá nostra?

--Che importa mai--diceva un'altra--che il poeta sia romantico
piuttosto che classicista! Faccia pur com'egli vuole de' bei versi,
sappia guadagnarsi sempre la mia attenzione, metta interesse in tutto,
mi colpisca sul vivo; e basta. Che importano mai tante teorie? Il
bello è sempre bello.--_All nonsense_! Madama imita la solita
canzone dei fratelli pacieri; e stando cosí sulle generali, crede di
dir grandi cose, e non sa che lo star sulle generali e il dir niente è
tutt'uno. Il bello è sempre bello. Vedi bellissima novitá di sentenza!
Anche i cavoli sono sempre cavoli. Ma e per questo sará goffo chi
m'insegna in qual terra, sotto qual clima crescono piú rigogliosi, e
come seminarli, come coltivarli, come renderli piú saporiti? Dite a
madama che non le _Poetiche_, le quali trattano delle sole forme
esteriori, ma le meditazioni metafisico-letterarie, che analizzano
l'essenza intima della poesia e che indicano la linea di contatto tra
essa e le vicissitudini della vita umana, tendono giusto giusto a far
che nascano componimenti quali ella li [p.67] vorrebbe. Ma ditele
insieme ch'ella stia zitta, perché quelle meditazioni non sono né
cappellini né merletti né sciarpe.

--A dirvela schietta, tutto ciò che sente del romantico
m'infastidisce.--E pronunciata una tale protesta, madama Z... domandò
a un servo se la carrozza fosse pronta. Venne meco al teatro. Vi
recitavano il dramma l'_Agnese_. Madama s'intenerí, pianse, si
consolò, tornò ad intenerirsi e non distolse gli occhi mai dalla
scena.--Cielo, cielo!--esclamò madama Z...--quanto mi son cari questi
drammi sentimentali!--Le feci osservare che l'_Agnese_ è dramma
romantico e, quel che è peggio, d'indole orrida. Madama si degnò di
compatirmi come uomo di gusto poco squisito.--Se fosse romantico non
mi piacerebbe--disse madama Z... _All nonsense_!

--Sarei romantica anch'io--disse un'altra,--se l'onore italiano lo
comportasse. La terra nostra è terra classica, e noi dobbiamo rimaner
classici.--Confesso che le parole di costei riuscirono indovinelli per
me. Le nuove dottrine non muovono guerra al buono, di che abbondano i
libri de' poeti italiani; e l'onore dell'Italia nol veggo compromesso
in altro che nel modo frivolo con cui trattasi da taluni la questione
letteraria d'oggidí.--

Mylord P... non avrebbe cessato mai d'infilzare esempi di tal fatta,
s'io, stucco e ristucco, non gli avessi detto di finirla e ch'egli
andava cercando il pelo nell'uovo.

--Ah sí!--rispose--voi siete noiato; e questa noia vostra è appunto il
miglior trionfo per me. Confessate dunque che quel mio «non me ne sono
accorto» non era fuor di luogo.--

Io non diceva parola, né fiatava pure.--Amereste voi--gridò
mylord,--amereste voi che la prediletta del vostro cuore fosse una
delle _nonsensical creatures_ di cui v'ho parlato?

--No, mylord; no davvero; no, no, no. Ma non sono poi tutte cosí. Ve
ne mostrerei a centinaia, che fanno proprio la consolazione del savio.
Domani vi condurrò io a casa...

--Domattina sarò in viaggio per Londra--disse mylord;--intanto buona
notte.

|Grisostomo|.

  [1] Cosí cosí.

  [2] Tanta abbondanza.

  [3] Ma questo maledetto contagio.

  [4] L'estensore di questo articolo, mentre che si professa rispettoso
    verso il sapere di chicchessia, reputa opportuno di giovarsi
    dell'occasione presente per far nota la sua insistenza nel parere
    manifestato da lui giá da qualche tempo, in altro scritto,
    relativamente alla divisione della poesia in «romantica» e
    «classica». Quella divisione gli parve e gli par tuttavia
    utilissima sí alla teoria che alla pratica. Alla teoria, perché
    serve a caratterizzare con due denominazioni generiche le
    invenzioni poetiche ispirate dal cristianesimo e dalla
    civilizzazione europea dopo l'invasione de' barbari,
    distinguendole da quelle derivate dal paganesimo e dal complesso
    de' costumi in Grecia ed in Roma; alla pratica, perché il
    parallelo tra le due civilizzazioni tende a far risaltare sempre
    piú evidentemente la pedantesca servilitá del classicismo nelle
    opere moderne. E però l'estensore, non per tenerezza ch'egli porti
    a' vocaboli, ma perché convinto della convenienza delle idee che
    con que' segni s'è voluto indicare, rinnova qui il voto che
    qualcuno s'incarichi della briga di trattarne _ex professo_
    in un'opera italiana, raccogliendo ciò che di meglio ne hanno giá
    ragionato i tedeschi ed i romantisti francesi, ed aggiungendovi
    quelle ulteriori riflessioni, quegli schiarimenti, quelle
    deduzioni e conseguenze che possono giovare all'intelligenza ed al
    perfezionamento di un sistema di dottrine giá propagato in Europa,
    sul quale si parla tuttavia e si continuerá certo a parlare dai
    dotti.

    I lettori discreti vorranno perdonare all'estensore d'averli
    sviati in questa nota, forse di nessuna importanza per essi, ma
    importantissima per lui, nella tanta discordia pubblica delle
    opinioni.

  [5] Lasciamo che altri interpreti queste parole di significato
alquanto amaro.

[p.68][p.69]



V

|Scortesie maschili al teatro della Scala|


Abbiamo ricevuta la lettera seguente, alla quale l'urbanitá vorrebbe
che si facesse una risposta.

  Signor _Conciliatore_,--Sono un viaggiatore, e corro l'Europa con
  intenzione di scrivere il mio viaggio. Ma questo debb'essere un libro
  d'una natura tutta nuova. Non parlerò che di costumi, scegliendo i
  meno osservati prima d'ora, in apparenza i meno importanti. Né tanto
  noterò i costumi quanto le ragioni di essi, investigandole con
  accuratezza.


  Per lo piú i viaggiatori prima di visitare un popolo si formano di
  esso un'idea, e se la mettono a cavallo dell'intelletto. Poi corrono
  le poste e, come a traverso d'un par d'occhiali verdi, mirano ogni
  cosa a traverso di quella loro idea; e senza por mente a' fatti che
  talvolta congiurano a smentirla, se la riportano vergine a casa.

  Alcuni anni fa un amico mio parti di Parigi per visitare la Spagna.
  S'era fitto in mente che in Ispagna i mariti fossero tutti Otelli. Era
  giovine, bello, gentile, tale insomma da esser l'odio d'ogni sposo. A
  Madrid, a Cadice, a Valladolid e da per tutto ebbe accoglienze ed
  ospitalitá dalle donne; e da per tutto colla propria _hermosura_
  sconfisse _hidalgamente_ l'altrui _castitad_, e non incontrò
  mai né veleni né coltelli né spade né visi arcigni. Tornò a Parigi, e
  scrisse e stampò che in Ispagna la gelosia de' mariti è feroce e
  sempre in agguato.

  Non farò cosí io. Tornato in Francia, io, per esempio, non dirò che in
  Italia sieno frequentissimi gli assassinii e tenuissimo l'orrore che
  vi destano; perché, ad onta ch'io pur lo credessi un tempo, ho veduto
  che ciò non è vero. A me piace esaminare, [p.70] interrogare e ripeter
  l'esame; e non iscrivo sillaba se prima non ho soddisfatta per ogni
  verso la coscienza mia.

  Ora questi miei scrupoli m'obbligano a ricorrere al
  _Conciliatore_ per la spiegazione d'un fenomeno, cercata da me
  invano ad altre persone. È un'inezia; eppure non v'è uomo qui che si
  compiaccia di ragguagliarmene, e tutti, né so perché, me ne fanno un
  mistero.

  Fui al teatro della Scala la prima sera d'uno spettacolo. La folla era
  immensa, e frammezzo alla folla ondeggiava tratto tratto qualche bella
  piuma, qualche bel fiore. Erano cittadine gentili che venivano a
  rallegrare della loro presenza la mascolina monotonia della platea.
  Pareva che dolcemente s'industriassero di spingersi innanzi; ma
  nessuno degli uomini, fra cui elle venivano, secondava quell'industria
  col ceder loro il passo. Ciascuno stava fermo sulla sua base, salvo
  che urtato riurtava. Arrossivano le poverette; e raccomandata la
  destra al braccio de' loro serventi, si lasciavano trascinare oltre.
  Giunte alle sedie, le vedevano occupate tutte. Gli uomini sedenti si
  rivolgevano a fissar gli occhi in volto a quelle gentili ed a
  squadrarle da capo a piedi senza misericordia. Ma nessuno si alzava ad
  offrir loro la propria scranna. Di fila in fila scorreva l'occhio de'
  serventi in traccia (credeva io) d'un asilo, e non v'era modo di
  rinvenirlo. A destra, a sinistra, a capo d'ogni fila le poverette
  ristavansi, implorando (credeva io) un riposo. Ma nessuno, nessuno de'
  sedenti si alzava per offrire ad esse la propria scranna. Lo
  spettacolo era giá incominciato, e nella platea del teatro di Milano
  v'erano donne in piedi ed uomini sdraiati su' canapé. Non seppi piú
  che mi pensare. Aspettai un'altra sera in cui vi avesse gran concorso
  al teatro: vidi lo stesso fenomeno. E lo rividi senza mutamento alcuno
  per ben sette sere.--So per cento altre prove--diss'io allora nel cuor
  mio--che i milanesi sono educati a maniere eleganti e cortesi: bisogna
  dunque credere che il posto d'onore qui in Milano sia lo stare in
  piedi, e che la muta espressione della gentilezza consista nel non
  lasciar né via né spazio a persona veruna, bensí nel contenderglielo e
  far che t'abbia a urtare in passando. Tant'è, ciò che in Francia
  sarebbe uno sgarbo villano, qui forse è cortesia fiorita. Ecco come la
  buona creanza, cambiando clima, cambia i suoi riti esteriori.--

  Ma, a dir vero, mi restano alcuni dubbi ancora sulla spiegazione di
  questo fenomeno morale. Prima di registrarla nel mio itinerario,
  vorrei sentire il parere di un uomo pratico de' costumi milanesi.
  [p.71] E per questo mi rivolgo a voi, signor _Conciliatore_,
  pregandovi d'essermi cortese d'una risposta che mi metta chiarezza
  nell'intelletto e tranquillitá nella coscienza. Ve ne sarò gratissimo.

  Milano, il 16 settembre 1818.

  Vostro umilissimo servitore I. |D'Andely|.

Per quanto si sia andato pensando di trovar modo che la risposta da
mandarsi al signor d'Andely soddisfacesse pienamente alla domanda di
lui, ed al desiderio altresí che noi abbiamo di mantenere intatta a'
nostri concittadini la fama ch'eglino hanno di educati a maniere
eleganti e cortesi, non ci riuscí mai di scrivere due righe che
valessero un centesimo. E però preghiamo i lettori di volerci questa
volta aiutare col suggerirci un mezzo termine che ci cavi decentemente
d'imbroglio. Confessare una scortesia de' nostri concittadini verso il
bel sesso, non conviene. Lasciare senza risposta il signor d'Andely,
non è decente. Tradir la veritá, non è onesto. Dunque?... Dunque chi
manderá all'ufficio del _Conciliatore_ la miglior lettera, che,
salvando tutte le convenienze, possa servir di risposta a quella del
signor d'Andely, non andrá senza premio, perché vedrá il proprio nome
registrato onorevolmente nella biografia universale de' piú esperti
scrittori di note diplomatiche.

|Grisostomo|.

[p.72][p.73]



VI

|Sulla «Storia della poesia e dell'eloquenza» del
Bouterweck[1]|


I

Fra le molte opere filosofiche e letterarie del signor Federigo
Bouterweck[2] non ci pare la meno importante questa che annunziamo.
L'autore ne mandò alle stampe il primo volume l'anno 1801, e cosí via
via gli altri fino al decimo, che uscí in luce lo scorso anno e che ce
ne promette per lo meno un altro ancora.

Quest'opera, che contiene l'analisi di tutta la letteratura moderna
dal risorgimento de' buoni studi fino pressoché ai giorni presenti,
meriterebbe una traduzione italiana, specialmente per ciò che si
riferisce a' popoli non italiani.

Le letterature straniere non sono comunemente troppo conosciute in
Italia, quantunque pur tanto qui se ne parli da taluni o per lodarle o
per biasimarle, secondo che la moda od altri impulsi meno innocenti
comandano. E l'opera di un filosofo, che, netto d'ogni pregiudizio
nazionale od individuale, consacra la propria mente alla limpida
contemplazione della veritá per solo amore di essa, e parla del bello
e del brutto che trovasi nelle varie letterature, investigandone
finamente le ragioni e [p.74] spargendo ne' propri scritti gran copia
de' lumi del suo secolo, riescirebbe forse di non poco vantaggio
all'Italia ed opportunissima alla tendenza attuale della nostra
civilizzazione.

Ne' tempi addietro coloro, che in Italia conoscevano alcun poco la
letteratura de' greci e quella de' latini e la nostra, reputavansi
dottissimi. Quindi que' dottissimi, riposando tranquilli col
sentimento della gloria giá facilmente ottenuta, non pensavano mai a
rivolgere i loro studi alle letterature moderne degli oltramontani. O
se taluno pur si degnava di concedere ad esse qualche ora di ozio, lo
faceva con sí tenue serietá, che piú che uno studiare era uno
scartabellare inconcludente. I pedanti avevano d'uopo di un uditorio
che tenesse alquanto del sempliciotto; e però andavano pascendo i
padri nostri di fandonie pastorali, di leziosaggini amorose vòte
d'ogni senso d'amore, di dicerie semierudite, e d'altre tali
quisquiglie. E mentre proponevano superbamente siffatte miserie o
proprie o d'altrui siccome gran belle cose, ed incitavano gl'italiani
perché ne scrivessero di continuo, appena appena con una sterile lode,
messa loro sul labbro non dal sentimento ma dalla tradizione,
nominavano qualche volta le opere di Dante e del Machiavelli; e la
sterilitá di siffatte lodi, piú che ad altro, serviva ad allontanare
da que' sublimi libri gl'italiani. Poi gridavano e persuadevano che
fuori di questa nostra avventurata penisola la sapienza era poca, e
poco il buon gusto a paragone del tanto che regnava tra noi, e che
inutil cosa era il por mente alle lettere straniere. E gl'italiani,
poco meno che tutti, stavano contenti al detto de' pedanti, dal quale
era magistralmente lusingata l'inerzia. Persuasione fatale che di
presente ancora esercita un resto del suo impero, mantenendo negli
animi d'alcuni un'ignoranza senza rimorsi, una cieca avversione a
tutto ciò che sanno non esser frutto del suolo d'Italia.

L'amore della patria, questo carissimo affetto, che pure è figliuolo
sempre della virtú, fu per maligna destrezza de' pedanti spogliato del
bel candore della sua innocenza ed accoppiato all'odio d'altrui,
turpissimo de' vizi sociali. Confuse per tal maniera le ragioni delle
cose presso il popolo, che non sa far [p.75] distinzioni ogni tratto,
e presso coloro che per interesse privato non le vogliono fare,
l'Italia rimase gran pezza come separata dal resto de' viventi. E que'
pochi che osavano far parola della comoditá di allargare i confini
della nostra dottrina, rinforzando gli studi patri colla conoscenza
degli studi stranieri[3], erano accusati come nemici dell'onore
italiano, o per lo meno derisi e respinti nel silenzio della lor
solitudine.

Ma i pedanti hanno un bel fare: lo spirito umano cammina sempre, e ad
essi manca la forza per rattenerlo. Nell'ultima metá del secolo scorso
il regno di quelle signorie cominciò anche tra noi a dare un crollo e
ad inclinarsi verso la sua fiera catastrofe. Gli studi pigliarono voga
maggiore per molte cagioni che non occorre di annoverare, ma
specialmente per questa: che, a misura che veniva cadendo di mano a'
frati l'istruzione della gioventú, il perpetuare ne' popoli
l'insipienza, e con essa la timida subordinazione, cessava d'essere il
fine unico a cui mirassero le intenzioni de' precettori. Quelle tra le
opere de' greci e de' latini, che sono ricche di bellezze permanenti,
furono gustate assai piú, perché spiegate con intelligenza meno
superficiale. Per lo contrario i pedissequi imitatori di esse vennero
perdendo sempre piú di credito, secondo che piú s'imparava a separare
l'opportunitá dell'ammirazione dall'opportunitá dell'imitazione. Alle
arcadiche fanciullaggini sottentrarono l'entusiasmo per Dante e per
l'Ariosto e la ricerca di libri che inducessero a meditazione. Alcuni
barlumi di una filosofia psicologico-letteraria fecero sospettare che
vi avesse un tipo perpetuo ed universale del bello poetico,
indipendentemente dalle opinioni municipali e dalle leggi e tradizioni
scolastiche, indipendentemente dai soli fiori della locuzione. Si
sentí la necessitá d'investigare l'essenza di questo tipo perpetuo; ma
lo spirito analitico non era ancora [p.76] lo spirito de' tempi. Però
intanto si cercò di guadagnar cognizioni. E la mente degli italiani,
irrequieta tra l'ignoranza e la volontá di sapere, si volse ovunque
per ottenerle. Allora gli stranieri principiarono a diventar meno
stranieri per noi; e vari de' nostri, smettendo la ruggine antica, si
affratellarono qualche poco con essi anche a viso scoperto. Cosí,
secondando la nuova inclinazione degl'italiani, vedemmo comparire in
Italia frequenti traduzioni di poesie e prose oltramontane; e vedemmo
ben anche alcuni dei nostri dotti pubblicare storie, dissertazioni,
discorsi intorno alle letterature delle diverse nazioni d'Europa.

Senz'animo di voler detrarre un minimo iota alla gratitudine che
possano meritare tali fatiche, massimamente le tante e sí lunghe
dell'Andrés[4], noi portiamo opinione che all'Italia manchi tuttavia
un libro d'autore italiano sufficiente a darle un'idea compita
dell'origine, de' progressi e dello stato presente delle lettere
presso l'una o l'altra delle nazioni straniere, e che, per averne
qualche esatta contezza, le bisogni cercarla fuori di casa. Gli
scrittori nostri, che fino a questi ultimi anni ne parlarono, ci
sembrano non abbastanza provveduti d'idee estetiche elementari: quindi
non abbastanza franchi e risoluti nella scelta del bello, e spesse
volte piú encomiatori imprudenti che critici pacati; o, se a quando a
quando censori, uomini pressoché sempre di corta veduta. D'altronde lo
studio dell'uomo e di tutte le sue relazioni col passato e col futuro
non era ancora, a quel che pare, lo studio favorito per essi. La
strettezza de' vincoli che congiungono sempre le lettere alle opinioni
politiche, religiose e morali, a tutta insomma la civilizzazione dei
popoli, era tuttavia un mistero in Italia. E però eglino consideravano
i libri de' poeti e de' prosatori piú come semplici azioni individuali
che come espressioni della qualitá de' secoli, piú come un lusso
lodevole delle nazioni che come un bisogno perpetuo dell'uomo sociale;
bisogno che rinascerebbe pur sempre di per [p.77] sé, se anche
venissero meno ad un tratto tutti gli esempi della preesistenza di
esso ne' popoli antichi. Quegli scritori, partendo sempre da princípi
derivati da una critica o municipale o provinciale o tutto al piú
nazionale, credettero di poter sottoporre ad esame l'Europa intera. Ed
eglino pure, a simiglianza de' loro antenati, andarono rintracciando
il bello quasi sempre negli accidenti esteriori della spiegazione de'
concetti e della dizione, fermandosi, per cosí dire, sul limitare di
un edificio a dar giudizio intero di tutto il complesso della sua
bontá.

Non possiamo negare che in fatto di letterature moderne straniere il
Cesarotti vide talvolta piú addentro d'ogni altro suo contemporaneo
italiano. Nato piú per esser filosofo che per esser poeta e libero di
molti pregiudizi, il Cesarotti avrebbe potuto riformare assai tra di
noi l'arte critica, se si fosse dato a studi piú profondi. Ma quella
sua facile coscienza, che tratto tratto lo faceva andar pago di
cognizioni superficiali e che gli guastò il capo per modo da non
lasciargli intendere il vero spirito di Omero, lo riscaldò alcuna
volta come di un furore d'ammirazione, inopportuno alla filosofia, da
farlo parere ne' suoi giudizi persona avventata e parziale. Ad ogni
modo, dovendo noi per amore di brevitá tacere qui molti nomi di
scrittori italiani, credemmo di dover fare questa breve menzione
separata del Cesarotti, onde apparisca che, quantunque non troppo
fautori del suo ingegno poetico, noi riconosciamo in lui,
comparativamente a' tempi, un ingegno filosofico non comune.

Ma se null'altro di bene avessero procurato all'Italia tutti insieme
gli scrittori de' quali parliamo, di questo certamente vogliono essere
lodati: che furono i primi a fiaccare l'odio italiano verso le
letterature straniere e prepararono qui la via a trionfi maggiori
della ragione.

E infatti i progressi generali del sapere umano e le recenti vicende
politiche insegnarono finalmente anche al maggior numero degli
italiani che i popoli attuali d'Europa non formano oggimai altro che
una sola famiglia di tutti fratelli; insegnarono che l'essere questi
talvolta aizzati gli uni contra gli altri non è opera del loro vero
interesse generale, ma sí bene della [p.78] preponderanza di passioni
individuali, e che la ferocia delle ire tra nazione e nazione, per
produrre la contentezza di un tre o quattro uomini, bisogna che ne
rovini un tre o quattro milioni, rinforzata l'idea giá detta da secoli
che, se i popoli riescono alquanto diversi tra di essi per ragione di
lievi accidenti, sono nondimeno fratelli davvero per ragione di
origine e per l'uniformitá de' loro diritti e de' loro bisogni
massimi; insegnarono quali sieno i nostri diritti e quali i nostri
bisogni presenti; insegnarono che l'odiarsi a vicenda de' popoli è uno
dei difetti piú deplorabili dell'umanitá. Difetto che parve perdere
alquanto della sua turpitudine agli occhi di taluni, perché lo videro
scendere a noi per via di scolastica tradizione insieme ad alcune
altre venerate ribalderie degli antichi. Le mire a cui tendono i
popoli attuali d'Europa sono in tutti le medesime, e ciascuno di essi
può conseguire i propri desidèri senza nuocere a' desidèri dell'altro.
Perché dunque con ributtante fierezza sdegnare di consigliarsi a
vicenda? L'amore della patria è santissimo ora come lo fu sempre. Ma
esso consiste nel desiderare operosamente la felicitá, non nella
ostentazione di riti meramente verbali. E i mezzi di conseguire tale
felicitá variano col variare delle circostanze. Ai romani, illusi
dall'orgoglio e dall'avarizia, una via di felicitá parve lo sprezzar
gli altri popoli e il conquistarli. L'esperienza ha mostrato purtroppo
che la smania delle conquiste ne' popoli moderni è una fonte tremenda
di sciagure non solo pei conquistati ma ben anche sovente pe'
conquistatori, e che da tutt'altri principi dipende ora la bella o la
trista fortuna de' popoli.

Noi non pretendiamo di dire che la letteratura sia l'unica guida che
possa condurre i popoli alla prosperitá. Persuasi nondimeno ch'essa vi
contribuisca non poco, crediamo fermamente d'altronde di dovere in
essa ravvisare la spia piú veridica del grado di civilizzazione ne'
popoli, e quindi il termometro della loro maggiore o minore prossimitá
alla perfezione del vivere sociale. E siccome a noi italiani importa
assai di sapere a quanti passi sieno verso una tale perfezione i
nostri confratelli europei, onde precorrerli nella carriera che tutti
battono o per lo meno [p.79] non rimanere gli ultimi, cosí dobbiamo
confortarci l'un l'altro allo studio delle letterature straniere, non
tanto, se cosí vuolsi, per necessitá estetica quanto per necessitá
politica.

Il signor Bouterweck, siccome filosofo ch'egli è, considera la poesia,
e con essa anche la eloquenza, siccome cose inerentissime sempre alla
vita umana. Quindi non solamente va investigando nelle vicissitudini
politiche e morali le cagioni fortuite dell'incremento e della
decadenza degli studi; ma di un sol guardo contempla tutto il
complesso della civilizzazione de' secoli; e, conosciutone lo spirito,
si volge ad analizzare lo spirito delle loro letterature, e ti fa
scoprire con evidenza lucidissima tutte le affinitá che corrono tra
l'uno spirito e l'altro.

Le opinioni letterarie che l'illustre autore manifesta in quest'opera,
massimamente ne' discorsi premessi alle varie letterature ed alle
varie epoche di esse, ci sembrano quasi sempre derivate da quella
franca persuasione che è frutto dell'intima conoscenza delle cose.
Egli ci pare accostarsi assai a quel grado di robustezza intellettuale
che la crescente sapienza de' tempi vuole in un critico. Da tutto
insieme il suo libro si viene a raccogliere con quanta finezza
d'accorgimento il signor Bouterweck studiasse la natura dell'uomo,
tutte le relazioni di esso coll'universo, poi la storia non tanto
delle famiglie dei principi quanto della gran famiglia europea, poi
tutti gli accidenti intellettuali che moderano l'umana sensibilitá,
tutte le modificazioni del gusto, tutte le teorie del bello
d'imitazione e del bello ideale, tutte fin anche le regole de' retori
e dei trattatisti poetici, sieno o no giovevoli all'estetica
perfezione.

Nessuno, per altro, tema di rinvenire in quest'opera del signor
Bouterweck alcun tratto di quella filosofia che or chiamasi
«trascendentale», e che colla sua oscuritá reca fastidio ad ogni
lettore che non sia metafisico consumato nelle piú astratte
speculazioni germaniche. Egli stesso l'autore rinunziò spontaneamente
ad alcune poche idee trascendentali che avrebbero potuto essergli
utili, affinché nel suo libro non campeggiasse che quella filosofia
che è piana per tutti coloro che non sono affatto inezie ambulanti ed
articolanti la voce.

[p.80]

Ad onta di tutto questo, noi saremmo poco pratichi del nostro paese se
non prevedessimo che, ove la storia che annunziamo venisse tradotta in
italiano, a certe poche persone sembrerebbero nuove troppo alcune
delle opinioni letterarie del signor Bouterweck, e per ciò solo
meritevole di disprezzo tutto il suo libro. Lo sperar tolleranza in
animi irrigiditi da un'antiquata presunzione forse è uno sperar
ciriegie il gennaio: tuttavolta a certe poche persone noi crediamo di
dover gittare questa parola di propiziazione:--Usate tolleranza, o
signori; e se non vi spiace, imparatela da noi medesimi. Noi crediamo
che la storia letteraria del signor Bouterweck sia in totale un libro
buono davvero. E nondimeno protestiamo noi stessi che a quando a
quando trovammo in esso alcune coserelle che non ci andarono a genio
interamente. Alcune distinzioni ci riescirono non troppo chiare e
precise; alcune applicazioni delle teorie a' fatti non forse
esattissimamente concordi a' princípi generali professati dall'autore.
Ma perché il buono di quel libro è sí esuberante, e i libri vogliono
essere giudicati in totale, noi stiamo fermi alle lodi ed alla
tolleranza di poche minuzie meno lodevoli. Ed in questa tolleranza ci
rinfranca il pensare a' limiti della mente umana, alla vastitá
dell'impresa del signor Bouterweck, ed a questo: che, nel poco
dissentire che noi facciamo dall'illustre autore, potrebbe anche
essere che il torto stesse con noi e non con lui. E però anche voi, o
signori, che assai ottime dottrine troverete di certo nel libro di che
parliamo e, se non fosse altro, vi sentirete lusingati dalle molte
lodi che l'autore tributa a' poeti d'Italia, ricordatevi della
tolleranza nostra od almeno dell'«_ubi plura nitent_» ecc. di
Orazio. Ed a questa sentenza aggiungete un'altra considerazione che
non è dettata da Orazio, ma che non è per questo men vera; ed eccola.
Molte e molte cose, che a voi sembreranno novitá, hanno pur giá molto
del vecchio presso la maggior parte dei dotti di Europa.

[p.81]


II

Un'opera di tanta vastitá quanta ne comprende quella del signor
Bouterweck aveva bisogno di venir divisa in vari scompartimenti, onde
non riescire un caos da sconfortare l'attenzione de' lettori. Il voler
tentare di ridurre in un sol quadro storico i sincroni andamenti dello
spirito estetico, ossia del gusto, di tutta la moderna Europa,
pigliando a considerarlo unicamente per ordine di tempo e non per
ordine di lingue, sarebbe stato un intendimento piú pomposo che
profittevole. E però l'autore preferí di procacciar de' riposi alla
mente de' suoi lettori, e di parlare separatamente di ciascuna delle
letterature moderne, continuando di ciascuna separatamente la storia
da' primordi di essa fino agli anni piú vicini a noi. Tenendo questo
metodo, egli mostra per altro di non dimenticarsi mai del complesso
della storia europea, e di giovarsi spesso di quelle idee che possono
opportunamente venir suggerite dalla conoscenza delle relazioni che
esistono tra la storia parziale di un popolo e la generale degli
uomini d'Europa.

Egli incomincia la sua rivista dalla letteratura italiana, poi
trapassa alla spagnuola ed alla portoghese, poi alla francese, poi
all'inglese e finalmente alla tedesca. Cosí veniamo ad avere un tutto
abbastanza connesso, ed in certa qual maniera disposto con successione
cronologica; da che sa ognuno che le epoche piú belle e piú memorabili
delle nuove letterature tengono dietro l'una all'altra, per ragione di
tempo, coll'ordine pressoché sempre medesimo con cui l'autore dispone
nella sua rivista le nazioni letterate delle quali va parlando.

Per non allargare di troppo il nostro lavoro su quest'opera del signor
Bouterweck, noi per ora non intendiamo di far parola che de' soli due
primi volumi contenenti la storia della letteratura d'Italia. Ma
siccome ci par conveniente che tu abbia in prima, o lettore, un
qualche indizio del modo di pensare del nostro autore, cosí abbiamo
creduto di dover tenere per un terzo [p.82] articolo (e per ora sará
l'ultimo) quei due volumi, e di darti qui alcun cenno del discorso
ch'egli fa precedere come introduzione generale a tutta la letteratura
moderna. Per veritá avremmo amato di riportar per intero una
traduzione di quel discorso; ma, comparativamente alla poca pazienza
d'un lettor di giornale, lo credemmo troppo lungo. Lo strignerlo in un
esatto compendio era impossibile, perché, pieno zeppo com'è d'idee
importanti, ha giá per se stesso un andamento rapidissimo. E però
contèntati, o lettore, di quel che faremo. E vaglia a raccomandarti la
lettura di questo secondo articolo il sapere che nel cenno presente
non abbiamo mischiata alcuna idea nostra a quelle del signor
Bouterweck. Sta' dunque attento a lui e non a noi.

Allorché lo spirito umano--cosí principia il discorso suddetto--si
risvegliò in Europa all'epoca dalla quale incomincia la storia
moderna[5], ed assunse nuova attitudine operosa, non rimaneva piú che
una traccia oscura della civilizzazione greca e romana. Tutte le
circostanze erano cambiate. Nuovi uomini adoravano nuove divinitá. Con
nuove regole i potenti regnavano, i sudditi obbedivano. Nuove lingue,
nuove opinioni, nuovi costumi; nuovo insomma il mondo morale e tutto
diverso da quel di prima.

Tale novitá d'ogni cosa doveva necessariamente dare una nuova
impronta, un nuovo carattere alle opere del genio moderno.

Qui il signor Bouterweck viene dimostrando come questo nuovo
carattere, piú che nelle altre arti, dovesse scorgersi manifestamente
in quelle che per loro mezzo di rappresentazione servonsi della
parola. E detto come le opere de' poeti e de' prosatori sieno in certa
qual maniera l'ultimo risultato del carattere nazionale, della coltura
intellettuale e del modo di pensare di tutto quel popolo, nella lingua
del quale lo scrittore rivela i propri pensieri, stabilisce il
principio fondamentale della sua critica colle seguenti parole: «Per
potere esattamente apprezzare [p.83] il merito dei moderni per
rispetto alle lettere, fa d'uopo richiamarci prima alla memoria tutte
le circostanze religiose, civili e letterarie, per le quali i tempi
che vennero dopo il risorgimento delle arti riescono tanto differenti
dalla classica antichitá. Intendendo in tutta la sua estensione lo
spirito dei nuovi tempi, e pigliando da questo punto di vista a
contemplare le qualitá caratteristiche della letteratura moderna, si
corre meno rischio di sagrificare il vero merito a' capricci di una
critica ostinatamente vana».

Procede quindi il discorso ad analizzare le differenze massime che
corrono tra la nuova civilizzazione e l'antica, considerandole
unicamente nelle loro relazioni colle arti, ed in ispecial modo colla
poesia.

I.--E prima di tutto l'autore parla del cristianesimo e del paganesimo
e confronta l'una con l'altra le due religioni, esaminando in che la
nuova riuscisse di vantaggio a' poeti, in che svantaggiosa. Il
cristianesimo angustiò sommamente la libertá fantastica de' poeti a
paragone della religione dei gentili, che non aveva un fondatore, non
dogmi scritti, non regole di fede, ma, figlia tutta della
immaginazione e del caso, lasciava a' greci la facoltá di adornarla
tratto tratto di nuove storie e di nuove fantasie. Quella religione, a
ben considerarla, era una continua poesia; e la poesia de' greci era
pressoché sempre l'espressione d'un sentimento religioso.

Ma allorché il paganesimo cessò d'essere la religione dei popoli
d'Europa, ed i poeti pensarono di temperare nelle loro opere
l'austeritá della religione cristiana coll'introdurre in esse l'antica
mitologia, scomparve l'incantesimo di quel sentimento religioso che le
dava vita ne' canti dei greci; e le immagini mitologiche ne' canti de'
moderni non divennero altro che fredde allegorie, prive d'ogni
spontanea inspirazione. Cosí Amore, terribile dio a cui i greci con
sinceritá di cuore mandavano voti e preghiere, nelle poesie de'
moderni diventò un fantastico garzoncello, freddo emblema d'un
sentimento; e cosí tutti gli dèi dell'Olimpo non riuscirono altro che
figure poetiche. Né solamente scomparve il sentimento religioso, ma
cessò ben anche [p.84] la illusione poetica. Quando Pindaro nelle sue
odi invoca Giove ed Ercole, la sua espressione è per se stessa
naturale e piena di seria maestá. Ma quando un lirico moderno rivolge
l'apostrofe a un nume greco, egli può vestirla quanto piú vuole di
parole serie, può renderla patetica quanto piú sa, la sua invocazione
è sempre una invocazione da burla e non da senno. Noi lettori
supponiamo, è vero, e troviamo conveniente che il poeta lirico alla
pittura de' propri sentimenti venga mischiando quella altresí delle
illusioni ch'egli scientemente fa a se stesso. Ma ch'egli abbia potuto
farsi tanta illusione da credere sul serio, comunque momentaneamente,
negli dèi che viene invocando, noi nol pensiamo mai, da che
istoricamente siamo persuasi in contrario. Se dunque il poeta moderno
invoca sul serio gli dèi antichi, egli offende la veritá poetica e
guasta l'effetto delle sue pitture medesime.

Dopo d'essersi spaziato alquanto intorno a siffatto argomento,
dimostrando quanto la mitologia degli antichi, come religione viva,
fosse opportuna alla poesia e quanto i poeti moderni perdessero di
sussidio colla perdita di essa, che piú altro non parve che una fredda
erudizione, il signor Bouterweck passa a dire come e perché l'uso
delle immagini mitologiche rimanesse pur tuttavia conveniente a'
pittori ed agli scultori. Poi, tornando al paragone tra le due
religioni per riguardo alla poesia, viene a dire quanto questa
coll'introduzione del cristianesimo guadagnasse dal lato del sublime;
e come acquistasse di poi un nuovo maraviglioso, assumendo le
tradizioni favolose delle magie, delle fate, dei giganti, ecc. ecc.,
che i crociati riportarono in Europa dall'Oriente e gli spagnuoli
acquistarono dagli arabi, e che per lunghi secoli divennero tra gli
europei oggetto di superstiziosa credenza, per la facilitá con cui i
popoli potevano confonderli cogli angeli e co' demòni, ecc. ecc.
Investigate le ragioni per le quali questo nuovo maraviglioso riescí
piú conforme allo spirito de' tempi di quello non fosse l'altro
derivato dalle favole greche, rinforza i propri raziocini coll'esempio
dell'Ariosto e del Tasso, i poemi de' quali non sarebbero forse che
languide copie delle _Metamorfosi_ d'Ovidio e della _Tebaide_, [p.85]
ove quegli autori avessero derivata dal mondo favoloso degli antichi
la loro poesia.

II.--Dall'analisi della religione l'autore procede a quella della vita
sociale; e parla, piú che d'altro, dello spirito cavalleresco per la
tanta influenza ch'ebbe sulla poesia moderna. In quanto al coraggio ed
al valore, i cavalieri somigliano agli eroi dell'antichitá. La
propensione al cercare avventure neppur essa mancava agli eroi della
Grecia. La spedizione degli argonauti e piú ancora quella contro de'
troiani furono «avventure», pigliando anche il vocabolo in tutta
l'estensione del suo significato. Medea ed Elena, l'una sciogliendo,
l'altra intricando il nodo degli accidenti, sono da paragonarsi in
certa qual maniera alle dame de' poemi cavallereschi. Ma ciò che
costituisce un'immensa differenza tra gli eroi antichi ed i cavalieri
è l'importanza che gli ultimi attribuirono alle donne; importanza che,
sconosciuta affatto a' greci ed a' latini per ragione de' loro costumi
nazionali, è appunto il movente caratteristico della poesia moderna.

Qui l'autore crede di avere ragioni sufficienti per potere distruggere
l'opinione di coloro che fanno derivare dall'Oriente il costume, ne'
paladini e ne' nuovi popoli europei, di divinizzare le donne e di
ridurre a culto i voti dell'amore. Nelle fredde foreste, dic'egli,
dell'antica Germania, e non nei deserti dell'Arabia, dove un sole
cocentissimo converte in concupiscenza ogni desiderio, noi dobbiamo
cercare l'origine prima della mistica idea dell'amore casto dell'uomo
verso la donna. Gran tempo ancora prima che vi s'introducesse il
cristianesimo, le donne erano nella Germania sommamente onorate; e
intanto che gli altri popoli rozzi consideravanle come enti inferiori
all'uomo, il ruvido germano vedeva in esse qualche cosa di santo, ecc.
ecc.[6].

Né presso i greci né presso i latini troviamo indizio alcuno di tanto
ossequio alle donne. Ben è vero che né i greci né i latini le
trattavano col vilipendio con cui le trattano i sultani. Le madri di
famiglia erano onorate dentro le mura domestiche; vi avevano vergini
consacrate al culto di caste divinitá; alle [p.86] pubbliche feste
intervenivano anche le matrone. Ma ne' costumi di Grecia e di Roma non
appare la menoma orma di alcun omaggio particolare, tributato
dall'uomo alla donna siccome obbligo della condizione virile; non la
menoma idea esagerata e fantastica della innata eccellenza del sesso
femminino.

Siffatte idee vennero primamente da' germani, che occuparono quella
parte dell'impero romano dove in appresso si sviluppò lo spirito
cavalleresco. La religione cristiana contribuí fors'anche a
mantenerle, favorendo in tutta l'Europa l'emancipazione civile delle
donne. Molti secoli, a dir vero, corsero in mezzo tra tale
emancipazione e l'epoca in cui surse lo spirito cavalleresco. Ma se la
condizione delle donne non avesse incontrato questo mutamento civile e
questa miglior fortuna nella opinione degli uomini, noi non avremmo
poesia cavalleresca; ed in generale la poesia de' moderni non avrebbe
conseguito quella tinta che piú la rende originale.

Pieno il cuore umano della nuova venerazione verso il bel sesso, diede
vita a nuove immagini ed a nuovi sentimenti coi canti d'amore. E cosí
via via perpetuandosi ne' popoli le idee delle nuove relazioni morali
tra' due sessi, venne perpetuandosi infino a noi nella poesia una
cert'aura di gentilezza cavalleresca, che invano ricercasi nelle
poesie de' greci e de' romani, perché non potevano averla.

La poesia moderna può dirsi figlia dell'amore, da che, piú che dalle
tradizioni religiose ed istoriche, emerse dal nuovo sentimento
amoroso. Un entusiasmo, ignoto a' greci, trasformò il rispetto col
quale i germani giá da gran tempo nelle lor selve onoravano le donne,
in una estetica deificazione della beltá femminina. Non solamente
l'avere in riverenza le donne amate, ma il servire ad esse siccome ad
enti superiori, l'ammirarle nell'estasi dell'amore siccome angeli, il
cedere ad esse ovunque la precedenza in confronto degli uomini,
l'innamorarsi non meno delle loro virtú che delle loro leggiadrie,
l'inginocchiarsi innanzi ad esse e 'l giurar loro fedeltá come il
vassallo la giurava al suo signore, il riporre l'amante tutta la sua
fortuna nelle mani dell'amata, l'obbedire ad essa ciecamente, il
correre [p.87] ad un cenno di lei colla gioia del trionfo incontro a
pericoli mortali, ecc. ecc.; ecco lo spirito cavalleresco, diverso
assai dallo spirito eroico degli antichi; ed ecco piú o meno lo
spirito della poesia moderna, che è quanto dire della moderna
civilizzazione per rispetto alle donne.

Un ghiribizzo, una chimera mostruosa parrebbe forse ad un greco
redivivo questo culto, questo omaggio de' moderni per le donne. Né
mancherebbe forse a' di nostri un qualche riformatore pedante che
s'accosterebbe alla sentenza del redivivo. Il signor Bouterweck per
altro con validissime ragioni viene difendendo la devozione de'
moderni per le donne, siccome consentanea alla nobiltá e dignitá
dell'anima umana. Poi, adducendo gli esempi de' trovatori di Francia,
di Spagna e d'Italia, dimostra come la passione dell'amore,
ringentilita di tanto presso i nuovi popoli, fosse la prima
inspirazione de' poeti. L'amore infiammò l'anima di Dante, e la
presenza e la memoria della sua Beatrice furono gli eccitamenti del
suo ingegno. Lo stesso avvenne al Petrarca colla sua Laura. Il
Boiardo, il Pulci, l'Ariosto, il Tasso, ecc. ecc., quanto non si
compiacquero tutti de' nuovi sentimenti amorosi! E cosí di mano in
mano questa passione, modificata di tutt'altra maniera che nell'anime
degli antichi, prevalse in tutti i poeti d'Europa e svegliò un
interesse nuovo, che divenne il predominante nelle dilettazioni
poetiche. Per tal modo la totale rivoluzione del gusto operata dalla
poesia cavalleresca si mantenne tuttavia giú fino a' dí nostri, ad
onta degli studi fatti sulle opere antiche; e par verisimile che
durerá perpetua. Come non è da credersi che i nostri discendenti
tornino mai ad adorare gli dèi dell'Olimpo, cosí non lo è pure che il
gusto dominante si diparta mai da questa idea nobilitata dell'amore,
se prima gli uomini non ricadono in una rozzezza generale.

Insieme a questa idea nobilitata dell'amore emerse pe' poeti moderni,
specialmente di Francia, d'Inghilterra e di Germania, una nuova luce;
da che i nuovi popoli, vantaggiando piú e piú sempre nella cognizione
del cuore umano, poterono chiamare in soccorso della poesia mille e
mille veritá psicologiche, intorno [p.88] alle quali nel mondo antico
appena alcuni pochi filosofi s'erano occupati. Cosí le passioni umane
analizzate piú profondamente somministrarono nuove modificazioni
d'accidenti e tinte piú risentite a' poeti; e l'Europa ebbe
Shakespeare.

L'amore delicato e casto si associò facilmente coi sentimenti
religiosi. Quanto ad un greco non sembrerebbe, anche per questo lato,
incomprensibile il nuovo gusto! Eppure illustri filosofi hanno
osservato che nel naturale entusiasmo dell'amore v'ha qualche cosa di
religioso. Bastava dunque che i sentimenti amorosi venissero ad
incontrarsi co' religiosi, perché da questi misteri del cuore la
fantasia poetica derivasse assai novitá. Negli amori di Dante per
Beatrice, in quei del Petrarca per Laura, noi vediamo un misto
perpetuo di raffinamenti, di galanterie, di pensieri religiosi, di
timori, di speranze, di rimorsi, che formano un complesso
caratteristico della nuova passione.

III.--Il terzo contrassegno originale della poesia moderna è una certa
quale tintura, piú o meno appariscente, di vera o falsa erudizione.

Lo scopo immediato della poesia non è giá l'interesse scientifico,
bensi l'interesse estetico. L'erudizione, siccome non forma il poeta,
cosí non può essere per se stessa argomento immediato di poesia. Giova
l'erudizione al poeta per ampliargli la potenza intellettuale e
rendergli piú franca e piú ardita la concezione delle immagini. Ma
s'egli veste a dirittura la propria erudizione di forme poetiche,
declina interamente dal fine dell'arte sua.

I trovatori, i quali furono anteriori di tempo ai poeti propriamente
moderni, per buona fortuna non furono eruditi. A simiglianza de'
rapsodi della Grecia, eglino non servirono ad altro che al bisogno
d'una poesia nazionale. La quantitá delle loro idee era pressoché
uguale a quella delle idee de' loro contemporanei, cioè a dire
angusta. L'erudizione rimase per molto tempo ignota al popolo, e,
confinata nelle biblioteche de' chiostri, ivi pure, insieme ad ogni
scienza, quasi onninamente dormiva. Ma allorché nel mille e trecento i
popoli cercarono una piú ampia sfera d'idee, ed ebbero voga le
sottigliezze [p.89] teologiche, e si scopersero i libri d'Aristotile,
e la filosofia scolastica fu la moda de' tempi, i poeti si volsero
anch'essi a coltivare le cognizioni scientifiche che scaturivano dalle
cattedre e dalle biblioteche, ed i loro canti cominciarono a pigliare
un certo qual sentore di lucerna, e lo ritennero per alcuni secoli
successivi.

Al principiare del mille e cinquecento il buon senso sbandí dalla
poesia la filosofia scolastica; ma la educazione de' poeti serbò la
sua tendenza erudita e di scolastica diventò pedantesca, ed ebbe, come
tale, influenza sull'opere loro. Lo studio delle lingue morte e de'
libri antichi modellò l'intelletto de' poeti in gran parte secondo lo
spirito della antica civilizzazione. Arricchiti di ricordanze erudite,
eglino si lasciarono sedurre dalla vanagloria che suggeriva loro di
far pompa degli studi fatti; e secondo che quelle ricordanze piú
venivano mischiandosi col naturale sentimento poetico, i componimenti
loro diventarono uno screzio di cento colori. Per quanto nuovo e tutto
patrio fosse il soggetto delle loro poesie, eglino non si fecero
scrupolo d'innestarvi la mitologia antica, e sovente uomini
d'altissimo ingegno si compiacquero d'un miscuglio sí strano come di
una rara bellezza. Durò lungo tempo e dura ancor tuttavia in Italia,
in Ispagna ed in Francia una moda siffatta.

Oltrediché, in tutta la storia della poesia moderna scorgesi
manifestissimo l'impero assoluto della critica. Aristotile divenne il
legislatore de' poeti, siccome lo era de' filosofi e de' teologi. E
come se per mala ventura quel sovrano intelletto, che forse da altro
filosofo mai non fu superato, fosse proprio predestinato ad essere il
seminator di zizanie ed a travolger le menti ch'egli intendeva
d'illuminare, anche il suo bel libro della _Poetica_ represse la
libertá intellettuale de' poeti e guastò il gusto; nella guisa
medesima che la sua _Logica_ e la sua _Metafisica_ protrassero di
tanto il sonno d'ogni vero sapere. Per potere intendere Aristotile,
bisogna aver prima intese di per se stessi le vere bellezze intime de'
poeti greci, allo spirito delle quali si riferiscono tutte le regole
aristoteliche. Ma a questo non si pose mente. E tutti si attennero
secondo la lettera alla _Poetica_ d'Aristotile, commentandone ed
interpretandone le osservazioni [p.90] estetiche siccome leggi del
codice di Giustiniano. E non vi fu pur uno che domandasse al proprio
ingegno:--Questo medesimo Aristotile, risuscitando ora, continuerebbe
cosí, o piuttosto non iscriverebbe egli per le nazioni moderne
tutt'altra poetica?--.

Assuefattisi nelle scuole i poeti a compiacersi nelle erudizioni, e a
derivare le loro immagini piú dalla lettura de' libri che dall'esame
della vita e de' costumi de' loro contemporanei, ecco riescire piú e
piú sempre oscuri i loro componimenti all'universale de' lettori, ecco
il bisogno d'illustrarli di lunghe note, mettendo a profitto una mezza
biblioteca, ed ecco nuove occasioni predilette di sfoggiare
erudizione: intendimento che non ebbero mai i poeti greci, perché,
mirando allo scopo massimo dell'arte, cantavano cose note al popolo, e
volevano esser poeti e non altro.


III

Noi abbiamo in Italia storie della nostra letteratura quante ne
vogliamo. Il Crescimbeni, il Quadrio, il Fontanini ed altri ci furono
prodighi di notizie biografiche e bibliografiche intorno ai sommi, ai
mediocri, agli infimi scrittori italiani, sicché non vi ha curiositá
che vinca la lor profusione. Ma se pei padri nostri potevano bastare
quelle congerie di notizie pressoché nude d'ogni filosofia, non
bastano ora piú per noi: da che i progressi dello spirito umano non ci
permettono piú di regalare la nostra attenzione alla sola
pazientissima flemma d'un raccoglitor di memorie; e studi piú
importanti hanno svegliato ora in noi una tendenza filosofica,
costantemente operosa, la quale ci fa vogliosi di conoscere, piú che
le cose, le cagioni di esse. Non vuolsi per altro far troppo delitto
a' padri nostri della facile loro contentatura. La colpa era non di
essi ma de' tempi, diversi assai, come giá dicemmo, per mille ragioni
politiche da' presenti, nella stessa guisa che diversi da' presenti
saranno i futuri per quella necessitá di moto che agita perpetuamente
il mondo morale.

Il Muratori qualche poca volta sollevossi ad una sfera d'idee
superiore a quella de' suoi contemporanei italiani, e lasciò qui
[p.91] sfuggir lampi precoci di quella filosofia applicata alle
lettere, che, bambina allora, viene ora crescendo in tutta l'Europa a
robustezza virile.

Ma piú assai che il Muratori, il Gravina sarebbe stato un letterato
filosofo da produrre assai riforme e assai di bene all'Italia, se
fosse nato in tempo di migliori lettori; poiché certo non gli mancava
né logica esatta né vigoria d'intelletto, che che ne dicesse il
Baretti. Era uomo il Baretti d'ingegno vivacissimo, ma di cognizioni
non sempre profonde; e però riesce giudice talvolta incompetente e
troppo corrivo al dir male d'altrui.

Per rispetto al Tiraboschi, a cui dobbiamo esser grati di molte
notizie erudite, noi speriamo che le persone scevre da' pregiudizi non
vorranno biasimarci se ci facciamo lecito di dire che a lui mancava
perfino quella filosofia che i tempi potevano dargli. Degli altri piú
recenti, ma di minor conto, non parliamo.

La letteratura d'Italia, e per la venustá di che in molte parti
ridonda e per venerazione all'anzianitá de' suoi natali, fu sempre uno
studio carissimo anche ai dotti delle nazioni straniere. Molti di essi
ne scrissero or la intera storia, or la parziale d'un qualche ramo o
d'una qualche epoca; molti incidentemente in libri di diversa natura
pronunziarono giudizi intorno al merito d'alcuni de' nostri prosatori
e poeti, or con molto, or con poco, or con nessuno criterio.

Presso gl'italiani trovarono applauso sempre coloro degli stranieri
che piú erano stati larghi d'encomi alle nostre lettere; e contumelie
villane, anziché pacate confutazioni, coloro che in qualche maniera
parvero mostrarsi meno scialacquatori d'incenso. E nondimeno il
lettore giudizioso rinfaccia non di rado a molti de' primi la mancanza
di sagace discernimento, della quale per lo piú si suole fare accusa
a' secondi. Cosí tal uno, a modo d'esempio, porta opinione che il
libro dell'inglese signor Cooperwaker sul teatro italiano, quantunque
pieno zeppo di adulazioni e di lodi alla nostra letteratura
drammatica, sia davvero un meschinissimo libro scritto da un
meschinissimo pedante; e con uguale schiettezza reputa miserabili
certe censure scagliate contro alcuni de' poeti italiani dal Boileau,
dallo stesso ingegnoso [p.92] Voltaire e da altri non pochi che, dando
biasimo a ciò che non intesero, riescirono detrattori inconcludenti.

Fra gli stranieri che scrissero della nostra letteratura sa ognuno
quanto romore suscitassero di recente madama di Staël, il signor
Sismondi, il signor Schlegel, il signor Ginguené. Per ora ci par
prudenza lo schivare lunghe parole intorno ai tre primi, onde non
riaccendere la rabbia che ha giá fatto abbastanza di torto all'Italia.
D'altronde se n'è giá parlato tanto e se n'è detto sí poco, e tanto
pur se ne potrebbe dire, che a volerne degnamente discorrere non
bastano i limiti dentro i quali ci serra l'occasione presente. Solo ti
preghiamo, o lettore, di non interpretare sinistramente questo nostro
silenzio e di crederci rispettosi davvero verso quegli ingegni, perché
li crediamo in accordo coi lumi del secolo e non co' pregiudizi della
ignoranza orgogliosa.

Il signor Ginguené scrisse in Francia l'intera storia della
letteratura italiana. La conoscenza profonda, e rara oltremodo in un
francese, ch'egli manifestò avere della lingua nostra e delle nostre
lettere, l'amore sincero con cui ne parlò, le lodi che ci versò sul
capo a piene mani gli meritano il tributo della nostra gratitudine. Ma
se si pensa che il signor Ginguené scriveva il suo libro dopo l'anno
1810 ed in Francia, che è quanto dire un trent'anni dopo quello del
Tiraboschi ed in paese piú illuminato del nostro, chi vorrá perdonare
a lui la penuria di filosofia? Un uomo che, per quanto sembri
internarsi colla veduta, guarda pur sempre la sola superfice delle
cose, e ad ogni tratto ti esclama «bravo! bello!» senza mai
arricchirti il capo d'una nuova idea che ti faccia sentire la ragione
delle sue lodi, non è l'uomo del secolo, non fa piú per noi.

Vi ha nondimeno in Italia una certa legione di lettori che potrebbonsi
chiamare i _traineurs_ dello spirito umano, come i francesi
chiamano i _traineurs_ dell'esercito[7] que' soldati che, [p.93]
o per viltá o per fiacchezza o per altra ragione, restano indietro
nelle marce e non arrivano che un buon pezzo dopo il grosso delle
truppe. A questa milizia di grave armatura, che fa da retroguardia al
secolo, un'altra se ne aggiugne, alla quale starebbe bene il titolo di
«tribú dei comprafumo», perché ad essa par sempre una maraviglia tutto
ciò che in qualunque maniera è lode all'Italia.

Come i bevoni tracannano il vino senza assaporarlo, cosí i comprafumo
si strinsero al seno il libro del signor Ginguené e lo predicarono la
perfezione delle perfezioni. Ai comprafumo vennero lenti lenti in
soccorso i _traineurs_, portando seco i pensieri ereditati dalla
buona memoria de' loro bisnonni. E la predica degli uni rinforzata
dall'applauso degli altri diventò un clamore da innamorare la
moltitudine, che mise gridi anch'essa senza sapere perché. Ma gli
uomini savi d'Italia, quantunque gustino anch'essi la dolcezza delle
lodi, soprattutto dalla bocca degli stranieri, le infastidiscono
siccome nauseose, quando non le veggono avvalorate dalla
manifestazione d'un alto criterio in chi le va sprecando. Gli uomini
savi d'Italia sanno che la nostra letteratura, comeché splendidissima
per molti rispetti, ha pure anch'essa i suoi lati opachi; ed
arrabbiano nel vedere confondersi insieme da' lodatori l'opacitá e lo
splendore, e versarsi ovunque ugual dose di ammirazione. Gli uomini
savi d'Italia leggono le storie non tanto per compiacere ad una
sterile curiositá quanto per trarne paragoni giovevoli alla lor vita
presente; e reputano un miserissimo nulla la poesia ed ogni discorso
intorno a cose letterarie, quando non è messa a profitto tutta la
civiltá de' popoli dal poeta o dal trattatista. Gli uomini savi
d'Italia, perché rispettano non alla cieca ma con pienezza di
discernimento la letteratura patria, pretendono che non possa
degnamente accostarsi a parlarne se non chi accese la propria fiaccola
critica al lume della critica universale europea; e credono che il
signor Ginguené non ve l'accendesse abbastanza. E però la storia del
signor Ginguené sarebbe per tutti una gran bella cosa, se venisse
ritoccata da un filosofo. Questa almeno è l'umile opinione nostra,
alla quale speriamo facile il passaporto in virtú della libertá che la
legge e la critica ne accordano.

[p.94]

Ci parve di dover dare cosí alla sfuggita questo sguardo agli autori
che fin qui parlarono della letteratura italiana, onde rispondere
innanzi tratto a coloro che potrebbero forse irritarsi del nostro
tirare in iscena una nuova storia di essa, chiamandolo un portare erba
al prato; da che tra nostrali e forestieri possediamo giá tanti e
tanti volumi che ne discorrono, piú che non se ne legge. Abbiamo giá
detto nell'articolo primo che per gl'italiani la parte piú utile della
storia del signor Bouterweck sarebbe quella che tratta non della
nostra ma delle letterature straniere; e stiamo pur sempre in questa
persuasione. Tuttavolta anche i due primi volumi che comprendono le
cose nostre, quantunque meno importanti per noi, non sono da
rigettarsi come inutili. La novitá e l'importanza d'un lavoro storico
non consistono unicamente nel narrare fatti non conosciuti in prima,
bensí piú sovente nella maniera nuova di considerarli. Un portare erba
al prato sarebbe se i due volumi de' quali parliamo somigliassero in
tutto e per tutto ai libri del Tiraboschi e del signor Ginguené. Ma o
noi c'inganniamo, o la somiglianza per cento ragioni è tenuissima. E
ciò basti per nostra discolpa.

Il signor Bouterweck dá principio alla storia della poesia e
dell'eloquenza italiana con un discorso, in cui prima di tutto viene
investigando qual fosse lo stato della lingua nostra al comparire di
Dante. In questo argomento egli segue, e lo confessa apertamente, il
libro latino di Dante medesimo _Della volgare eloquenza_.
L'autore scende poi a parlare de' metri poetici de' moderni, delle
ragioni per cui bisognò trovarli nuovamente e non ammettere que' degli
antichi, della convenienza e della quasi necessitá della rima nelle
poesie delle lingue moderne, della compiacenza con cui i nuovi popoli
accolsero questo nuovo ornamento poetico, e del carattere originale
che la rima diede alle forme esteriori della nuova poesia. Quantunque
agli italiani non si attribuisca il merito d'avere inventata la rima,
all'Italia nondimeno, dic'egli, e non ad altro popolo vuolsi saper
grazie dell'avere nobilitati i metri rimati de' provenzali, volgendoli
ad uso d'una migliore e piú vera poesia.

[p.95]

Ciò detto, l'autore imprende la rivista dei poeti e de' prosatori
italiani, la quale, sbrigandosi di Guido Guinizelli, di Guido
Ghislieri, del Fabrizio, ecc. ecc., col solo nominarli, incomincia
propriamente da Guittone d'Arezzo e scende giú fin presso al declinare
del secolo decimottavo. Non sappiamo se alla fine dell'opera il signor
Bouterweck vorrá ampliare con qualche supplimento questa sua rivista.
Certo non sarebbe male che egli lo facesse; da che pare che nel 1802,
quando egli pubblicò il secondo volume della sua storia (terminando
con quello di parlare degli italiani), le vicende politiche od altre
cagioni lo tenessero al buio delle cose nostre piú recenti; ed in
generale ne sembra trascuratissimo e superficiale troppo tutto quel
tratto della sua storia italiana che comprende gli ultimi trent'anni
del secolo ora scorso.

Il tener dietro di passo in passo a codesta rivista non è intendimento
nostro, né lo comporterebbero forse i nostri lettori. Ne riporteremmo
volentieri alcuni squarci tolti qua e lá; ma come decidere la scelta
in mezzo ai tanti che meriterebbero la preferenza? Le cose giudiziose
che vi s'incontrano per rispetto a Dante, al Petrarca, all'Ariosto, al
Machiavelli, ecc. ecc., o vogliono essere riportate tutte, o vogliono
essere taciute. Crediamo dunque miglior partito quello di dar qui un
epilogo del discorso finale con cui l'autore conchiude la storia della
letteratura italiana. Il silenzio nostro sul restante aggiunga stimoli
alla curiositá dei dotti d'Italia, sicché eglino procaccino di leggere
nel testo ciò che non senza frequente compiacenza vi abbiamo letto
noi.

Tanto v'ha di memorabile, dice il signor Bouterweck, nella letteratura
italiana, che la storia di essa merita una ricapitolazione.

Come l'uomo, per variar d'accidenti, nella sua vita non rinnega mai
totalmente la sua prima educazione, cosí la letteratura italiana non
si spogliò mai totalmente di quel carattere ch'essa assunse nel suo
nascimento. Quando cinque secoli fa ebbero principio la poesia e
l'eloquenza italiana, l'attuale civilizzazione europea era tuttavia
ne' suoi primordi. E fra tutte le nazioni di Europa, l'italiana è la
sola nella di cui letteratura [p.96] lo spirito di quei primi tempi
abbia accompagnato sempre lo spirito de' tempi posteriori per tutti i
periodi dello sviluppamento di esso.

Nella letteratura italiana è impresso il carattere della giovanezza
della nuova civilizzazione europea, con tutte le sue naturali
attrattive e coi suoi difetti. Quantunque i primi poeti d'Italia non
si abbandonassero interamente, come i greci, a se medesimi ed al
bisogno dell'anima loro, e non uscissero, come fecero i greci, dalla
sola scuola della natura, la poesia loro nondimeno emerse dal
complesso de' sentimenti che in essi destava la nuova civilizzazione;
sentimenti che, piú forti quanto piú freschi, crearono nella poesia un
certo vigore di gioventú che, l'una dopo l'altra, spezzò le catene di
cui il pedantismo l'aveva gravata.

In tutte le migliori opere de' poeti italiani, mista alla bella veritá
poetica scorgesi questa vigoria giovenile che si spigne innanzi sempre
senza badare a ritegni. Ed anche lá dove i poeti sembrano
sottomettersi alle antiche regole, la gioventú dello spirito, l'anima
vera della poesia, non istá quieta, ma urta e rompe e s'apre la sua
strada attraverso ogni metodica circoscrizione.

La bella poesia italiana non si piegò umilmente, come la francese,
alle regole vecchie, ma lottò sempre contro di esse. Dante, il
Petrarca, l'Ariosto, piú che alle regole, si lasciarono andare alla
prepotenza del loro genio, al bisogno delle anime loro, e riescirono
grandi nella libertá. Se se ne vuol levare la _Gerusalemme_ del
Tasso, tutti i poemi italiani, che, secondo i precetti de' pedanti, si
direbbero regolari e perfetti, appartengono alla classe seconda o ad
altra forse ancor piú bassa. Tutto ciò che v'ha di veramente poetico
in Italia è dovuto alla libertá del vigor giovenile.

Mediante la storia della poesia italiana viene per la prima volta a
confermarsi nelle letterature moderne questa veritá: che il poeta
allora solamente ottiene il fine piú sublime e piú vero dell'arte,
quando tien conto del carattere della sua nazione e del suo secolo, e
non lo ributta sdegnosamente come inopportuno a' suoi intendimenti
poetici. La poesia de' poeti [p.97] sommi d'Italia è poesia nazionale
nello spirito del secolo in cui essi vivevano.

Pei poeti del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento non fu poco
imbarazzo quello in cui li metteva da un lato la venerazione
entusiastica ch'erano tentati di tributare alle cose degli antichi
allora scoperte, e dall'altro la inconvenienza di ripeterne
servilmente le forme estetiche. La critica di que' tempi, debole
troppo, non bastò sempre a preservarli dalla cieca imitazione, alla
quale pareva che dovesse indurre tutti gli intelletti educati alle
scuole la maniera con cui spiegavasi la _Poetica_ d'Aristotile,
considerandola come un corpo di leggi assolute ed obbligatorie quanto
quelle di Giustiniano. Come nel restante d'Europa, cosí anche presso
gli italiani, specialmente del Seicento, non mancano esempi di cieca
imitazione degli antichi. Ma tutti siffatti esempi, considerati come
poesia, sono tutti miserabilissime cose, dall'_Italia liberata_
del Trissino e dalla sua Sofonisba giú fino alle pedanterie di minor
momento.

Per lo contrario in Italia chi ebbe in sé anima veramente poetica,
sentí sempre, anche senza averla spiegata teoricamente a se medesimo,
la differenza essenziale che vi ha tra la poesia romantica, cioè
quella derivante dallo spirito della nuova civilizzazione, e la poesia
degli antichi; e mostrò d'avere compresa l'essenza dell'una e
l'essenza dell'altra quando accolse come piú inerenti al proprio
intendimento poetico i costumi del suo secolo e della sua patria; e
studiando daddovero gli antichi, pensò non esser conveniente il
sagrificare alle lor forme poetiche le forme nuove, le quali erano piú
conformi allo spirito della nuova poesia. Dante adorava Virgilio come
se fosse un ente santissimo. Eppure a Dante non venne, no, in capo la
tentazione di lavorare un poema eroico nella maniera di Virgilio. Il
Petrarca era oltre ogni dire invaghito de' classici antichi tanto
quanto della sua Laura. Ma il Petrarca cantò il proprio amore com'ei
lo sentiva, nobilitando le maniere de' provenzali. L'Ariosto studiò
Omero, ma volle a bella posta riescir diverso affatto da Omero. E
finanche il Tasso, il Tasso medesimo non ardí spignere a tanto la
imitazione del poema [p.98] eroico antico, da rinunziare al carattere
romantico dell'epopea cavalleresca.

Parrebbe che nello spazio di cinque secoli, nel corso de' quali la
civilizzazione non fu mai totalmente impedita ne' suoi progressi, ed
in una terra come l'Italia, dove il sentimento del bello è tanto
indigeno, la poesia e l'eloquenza, tenendo dietro ad ogni accidente
dalla crescente civilizzazione, dovessero svilupparsi a poco a poco
per tutti i modi possibili di varietá ed in tutte le forme che fossero
in qualche armonia col modo di pensare e coi costumi universali della
nazione. Com'è che ciò non avvenne? com'è che la pittura italiana non
lasciò via alcuna intentata, cercando di conseguire l'originalitá per
mille diverse maniere; e la poesia invece parve timorosa di novitá e
rade volte escí della via battuta? Non è difficile il trovare nella
storia della civilizzazione d'Italia lo scioglimento d'un tale enimma.

Assai piú che quelle del pittore, le invenzioni del poeta dipendono
dall'educazione morale dell'intelletto. Ma presso gli italiani questa
educazione morale non fu spinta mai a quel grado di voga, a cui
salirono la erudizione e le dottrine ecclesiastiche. Nella moderna
Italia, dal Trecento in poi, l'intelletto non ebbe mai quella piena
libertá che lo aveva favorito nell'antica Grecia. E però il genio de'
poeti italiani non poté mai volgersi ovunque gli piacesse con energia
assolutamente libera. Angustiati essi da questi vincoli, non volsero
mai il pensiero a trovare un modo di poetare che non procedesse dalle
fonti dell'antichitá, non da quelle de' primi tempi romantici e del
cristianesimo, ma sibbene da una nuova maniera di contemplare l'uomo e
la natura. Il tentativo era per ragione politica pericoloso. Il
riprodurre tal quali le forme poetiche degli antichi non piaceva alla
nazione, perché la nazione sentiva romanticamente.

Tutto il complesso di queste circostanze fece sí che la poesia
italiana, presa in totale, riescí assai piú ricca di melodia e
d'immagini che non di pensieri e di riflessioni sull'uomo. (Pare che
il signor Bouterweck voglia dire che la frequenza di tali [p.99]
pensieri e riflessioni non può essere il frutto che di una libera e
schietta considerazione dei fenomeni morali, degli avvenimenti
pubblici, delle sventure, dei delitti, delle speranze, dei voti, dei
rimorsi e de' miglioramenti, ecc., di una nazione; e che lo esprimere
liberamente siffatte considerazioni non essendo sempre stato in potere
dei poeti d'Italia, ciò li veniva allontanando anche dal farle).

Le cagioni, che ristrinsero la libertá intellettuale de' poeti per
rispetto a' concepimenti, fecero forse in modo ch'essi, giovandosi
d'una bella lingua e d'un clima ridente, si dessero invece a rendere
sempre piú splendida ed elegante l'espressione de' loro concetti. Fra
tutte le poesie dei moderni l'italiana certamente è quella che per
riguardo allo stile, senza declinare dalla sua romantica novitá, piú
s'accosta all'ideale della poesia degli antichi. Nell'arte di
descrivere gli accidenti esteriori delle passioni, le situazioni, le
azioni, ecc. ecc., i principali de' poeti italiani non sono forse
superati da nessun altro poeta europeo. E tanto è il bello estrinseco
della poesia italiana che, s'essa per avventura fosse alcunché piú
ricca di valore intrinseco, pigliandola in totale, e piú variata nella
sua ricchezza, nessuna poesia d'Europa potrebbe osare di contendere
con essa pel primato.

Fin qui il signor Bouterweck. Noi abbiamo giá detto piú sopra come
un'appendice, ch'egli aggiugnesse alla storia della letteratura
italiana, riparerebbe alla trascuratezza con cui ne esaminò gli ultimi
trent'anni del secolo scorso. Certamente non isfuggirebbono allora al
guardo filosofico del nostro autore i meriti di tre illustri poeti
recenti: l'Alfieri, il Parini ed il cavaliere Monti.

Senza voler qui fare un'analisi completa delle opere di questi tre
illustri italiani, ci basterá accennare rapidamente alcune cose che
riguardano appunto l'importanza de' pensieri e degli argomenti, con sí
giuste querele desiderata dal signor Bouterweck nella poesia italiana
presa in complesso.

L'Alfieri considerò la poesia e la trattò come un'arte destinata a
diffondere nel pubblico le idee piú importanti sul merito [p.100]
morale e sulle pubbliche istituzioni; idee che al poeta erano persuase
dalla esperienza, dalla riflessione, dallo studio della storia, ecc.
ecc. E quantunque le sue massime non sieno per altro sempre quelle che
un'illuminata filosofia deve approvare, la poesia dell'Alfieri non
pecca certo di futilitá.

Il Parini consacrò il suo immortale poemetto a deridere l'ozio e la
mollezza, e contribuí a far cessare lo sciocco costume de' cavalieri
serventi, abolito poi piú efficacemente dalle grandi vicende di cui
siamo stati testimoni.

Il cavaliere Monti seppe con rara felicitá fondare sulla religione
cristiana un suo epico componimento, ed arricchirne la poesia colla
viva pittura di sciagure e di grandi delitti contemporanei; ed in un
altro componimento consimile seppe esprimere con giusta indegnazione
la corruttela e la perversitá che deturparono sovente a' giorni nostri
i conquistatori ed i conquistati in Italia, ed esprimere
coll'entusiasmo de' versi un lodevole amore dell'ordine pubblico.

|Grisostomo.|


  [1] _Geschichte der Poesie und Beredsamkeit seit dem Ende des
    dreizehnten Jahrhunderts, von_ |Friederich
    Bouterweck|.--_Storia della poesia e della eloquenza,
    incominciando dalla fine del secolo decimoterzo _, ecc., di
    |Federigo Bouterweck|, Gottinga, ecc. ecc.

  [2] Il nome del signor Bouterweck è giá tanto conosciuto in Europa,
    che sarebbe un far torto ai colti italiani il dir loro chi egli
    sia.

  [3] Noi limitiamo il discorso presente alla sola letteratura,
    pigliando il senso stretto di questo vocabolo, cioè «belle
    lettere». Nelle scienze (che fanno parte della letteratura intesa
    in senso piú ampio) non si vietava né era possibile vietare che
    gli studiosi profittassero delle scoperte degli altri popoli; ed
    infatti, o poco o molto, ne profittarono sempre.

  [4] L'Andrés, quantunque spagnuolo, è da considerarsi come autore
    italiano, perché scrisse il suo libro nella nostra lingua.

  [5] Il signor Bouterweck fissa il principio della storia e della
    eloquenza moderna ad un'epoca anteriore di pochi anni a quella di
    Dante.

  [6] |Tacito|, _Germania_, c. 8.

  [7] Al vocabolo francese «_traineur_» non troviamo equivalente
    italiano. «Sezzaio» sarebbe forse l'unico. Ma, oltreché non rende
    intera l'idea di «_traineur_», è parola che sa troppo del
    tanfo di fra Bartolomeo e di fra Iacopone, tanto che oggidi fa
    stomaco ad ogni galantuomo.

[p.101]



VII

|Intorno al significato del vocabolo «estetica».|


Fu ricapitata non ha guari ad uno de' nostri amici una lettera senza
data né indicazione alcuna del luogo ove dimori la signora che la
scrisse. Voglioso di far pervenire alle mani di lei una risposta, né
sapendo come far meglio, ci pregò egli di inserirla nel nostro
giornale, preceduta dalla lettera di madama.

Ecco l'una e l'altra.


I

Signore,--Siete pur gente goffa voi letterati! Vi dolete che nessuna
donna legga le cose vostre, e fate poi ogni possibile perché i vostri
scritti non riescano leggibili. Al vedervi cosí fieri dei vostri
periodoni a perdita di fiato, cosí innamorati delle vostre frasi
rancide e di tutte quelle disgrazie con tanto di barba che voi altri
chiamate «grazie di lingua», sono tentata di credervi tutti quanti
uomini di coda e cipria e _barolé_. E voi sentite bene che in faccia a
noi donne questi ornamenti non sono una buona raccomandazione. Cari
goffi davvero! E non vi basta neppure di usare un linguaggio che per
intenderlo s'abbia ad aver ricorso ogni tratto al vocabolario; che
anzi andate a bella posta pescando, chi sa dove, certe parolacce che
ne' vocabolari si cercano invano. Vi dimando un poco se questo è senso
comune o indizio almeno di buona creanza. Perdonate, ma siete
incivili. E se pochi vi leggono, vi sta bene.

Io per altro non sono donna di lunga collera; e sfogato cosí un poco
il dispetto, v'offro, se vi piace, il mezzo di far la nostra pace.
Eccolo: spiegatemi che cosa vuol dire «estetica»; che sia il «diletto
estetico» ed il «bisogno estetico»; che cosa significhi «interesse
estetico».

[p.102]

M'era immaginata che in queste parole vi fosse del greco; e ne
domandai la spiegazione a mio marito, che è uomo di lettere e che
conosce il suo greco meglio di tutt'altra cosa. Ma non mi ha voluto
fare alcuna risposta, e solo, voltandomi le spalle con aria di
disprezzo, esclamò:--Corbellerie! corbellerie!--Vedete come sono poco
compiacenti i mariti. Siatelo voi di piú, e riparate l'offesa fatta al
mio amor proprio dai vostri confratelli che parlano senza lasciarsi
intendere. Ma se volete proprio obbligarmi, fate che il favore sia
intero; e nella vostra risposta mandate al diavolo tutte le
caricature, e parlate chiara e tonda la lingua italiana del 1818.
Altrimenti farò della vostra lettera quello che fo di certi giornali:
me ne servirò la sera per incartare i miei ricci.

Sono col piú profondo rispetto

vostra serva |Ingenua|.


II

Madama gentilissima,--Probabilmente il di lei signor marito avrá avuta
la sua buona ragione per chiamare «corbelleria» l'estetica. E questa
buona ragione sará probabilmente l'avere egli, dal matrimonio in
fuori, rinunziato interamente al secolo. Ai nostri giorni lo studio
della lingua greca, quando è principale e non accessorio[1] ad altri
studi piú importanti, fa per lo piú degli uomini ciò che di essi
facevano un tempo i deserti della Tebaide: li separa affatto dal mondo
e dalle sue pompe e mette loro nel cuore il disprezzo della vita
presente. Veneranda era l'austeritá degli anacoreti, e veneranda sia
anche quella dei grecisti. Né dell'una né dell'altra è lecito a noi
miseri mondani il giudicare.

L'_Enciclopedia_, all'articolo _Esthétique_, spiega
bastantemente che cosa significhi «estetica». S'Ella vorrá compiacersi
di leggere quell'articolo, vedrá, ch'Ella aveva immaginato bene
credendo derivato [p.103] dal greco il vocabolo che le riesce nuovo.
«_Aisthesis_» vuol dire «senso» o «sentimento». E l'estetica è
appunto il complesso delle teorie del sentimento. La spiegazione che
ne dá l'_Enciclopedia_ mi dispenserebbe, madama, dal noiarla ora
piú lungamente. Ma Ella davvero con quella sua lettera s'è manifestata
per donna capace di dare utilissimi consigli; ed io amo tanto la
conversazione delle gentili signore, che, lasciata da un canto
l'_Enciclopedia_, non posso tenermi di non aggiugnere qualche
parola mia alle altrui in servizio di una signora che, senza farsi
conoscere, mi s'è giá resa simpatica. Ecco, madama, un vero bisogno
estetico per me. Ringrazio l'oscuritá di questa frase dell'occasione
che mi dá di poter protrarre il discorso con una persona amabile.

Vi sono delle cuffie e de' cappellini belli, delle cuffie e de'
cappellini brutti. Se a madama venisse in mente di volersi occupare
del come debbano esser fatti, perché mi piacciano, bisognerebbe
ch'ella s'informasse delle regole dell'arte della modista. Vi sono de'
bei versi e dei brutti versi. A chi è curioso di sapere perché
piacciano i primi e non i secondi, conviene cercare quali siano le
qualitá necessarie perché un componimento poetico rechi diletto.

Lo stesso dicasi per rispetto alla musica, alla pittura ed alle altre
arti. Vi sono de' pezzi di musica commoventi o sublimi, ve n'ha
d'insipidi; delle belle facciate di palazzi, e delle sproporzionate o
barocche.

Il cappellino, la cuffia, i versi, la musica, la pittura, la facciata
del palazzo, il bassorilievo, ecc. ecc. ecc., hanno tutti questo di
comune: che piacciono quando sono belli e perché sono belli. Si può
dunque cercare le cagioni comuni di questo effetto comune, cioè
ricercare in genere le qualitá che si trovano in tutti gli oggetti
belli ed aggradevoli. L'estetica è appunto la scienza che si propone
questo scopo. Ma ad esso solo non si arresta, perché discende anche ad
osservazioni speciali risguardanti ciascuna specie di oggetti diversi;
e quindi discorre delle qualitá speciali che deve avere una bella
musica, un bel componimento poetico, un bel giardino, ecc. ecc.

Sono persuaso che a quest'ora Ella sa ottimamente ciò che s'intenda
per «estetica». Però si contenti ch'io procuri di soddisfare alle
altre domande fattemi coll'arguto di lei viglietto.

Ella avrá bramato piú volte che un'opera nuova al teatro della Scala
riescisse bene, perché avrá avuto desiderio di udire la sera [p.104]
delle belle ariette e de' bei pezzi concertati. Poiché lo desiderava.
Ella dunque, madama, ne aveva un bisogno. E questo bisogno di venir
dilettata dal bello musicale è «bisogno estetico». Ed è pure «bisogno
estetico», se l'oggetto del desiderio è vedere un quadro, leggere de'
bei versi, parlare con persone amabili, ecc. ecc. ecc.

Il «piacere estetico» è quello che si prova ascoltando la bella
musica, mirando la bella pittura, leggendo i bei versi, udendo i
ragionamenti leggiadri, e cosí via.

L'«interesse estetico» per ultimo è un termine che ha vari sensi.
Alcune volte si usa come sinonimo di «bisogno estetico», alcune volte
come sinonimo di «piacere estetico», ed altre volte con altro
significato. Quand'Ella, madama, udiva qualche bel finale del Rossini,
o vedeva qualche bel quadro in un ballo del Viganò, Ella non poteva
lasciar d'esclamare colla parola oppur col solo atto della
mente:--Bello! bellissimo!--Ora quel «bello! bellissimo!» che altro
era se non una confessione della potenza di dilettare ch'Ella
riconosceva nel finale o nel quadro? E questa potenza di dilettare è
precisamente l'«interesse estetico» nel terzo significato.

Non le faccia stupore di udire che una parola viene usata in vari
sensi. Purtroppo è ancor lontano quel tempo in cui l'ideologia e la
grammatica filosofica avranno fatto tutti i progressi che ci vogliono,
perché possa cessare questo abuso e questo inconveniente.

Ho lasciato scappare a bella posta il vocabolo «ideologia». Se per
avventura Ella non l'intendesse, mi offro pronto a spiegarglielo
verbalmente. La prego di non sapermi male di questa poca astuzia
suggeritami dal desiderio estetico di mettermi nel numero de' di lei
ammiratori e servi. Mi comandi sempre e mi creda

di lei obbligatissimo servitore

|Grisostomo|.


  [1] Colla distinzione di «studio accessorio» e di «studio principale»
    Grisostomo ha voluto separare i dotti da' pedanti. Lo studio del
    greco fu, per esempio, accessorio nello Schlegel, che se ne serví
    per penetrare nello spirito delle tragedie greche piú addentro di
    qualunque erudito; ed è parimente accessorio in chi ne profitta
    per far dono all'Italia d'ottime traduzioni di que' capi d'opera.

[p.105]



VIII

|Di un libro sulla romanticomachia[1].|


Questo libretto uscito di fresco agli sguardi dei torinesi è anonimo.
L'editore, per altro, delle 179 preziose pagine che lo compongono ci
fa avvertiti com'esso sia «un nuovo parto di quella medesima penna a
cui giá siamo debitori dell'erudito _Pedanteofilo_», che è quanto
dire, crediamo noi, di quella penna che scrisse altresí quattro
infelici _Lettere contro Alfieri_.

Anche senza il sussidio dell'editore, sarebbe forse venuto fatto di
raffigurare all'abito bianco il mugnaio, s'è pur vero che in questa
nuova «dotta elucubrazione» sieno rinfrescati «a maniera di
allusione», come a taluno è sembrato, alcuni tratti in dispregio del
tragico italiano; ciò che deve far parimente rivivere l'indegnazione
de' classicisti non meno che de' romantici.

L'intenzione attuale dell'anonimo torinese è di metter pace appunto
tra' romantici ed i classicisti. Però fa d'uopo saper grazie a lui di
cosí onesta intenzione.

Finora s'era creduto da noi e dai fatui pari nostri che, a volere con
qualche speranza di buon successo intromettersi tra due litiganti onde
temperarne l'ire e ridurli ad un accordo, fossero indispensabili nel
mezzano della pace tre condizioni: 1 godere la confidenza d'entrambe
le parti litiganti; 2 conoscere lo stato della quistione; 3 avere
qualche pratica delle materie alle quali essa si riferisce.

[p.106]

Ma il sapiente anonimo ci mostra ch'egli è di tutt'altro parere; e
smentisce col proprio fatto la necessitá di quelle tre condizioni da
noi temerariamente venerate. Noi pensiamo ch'ei sia uomo probo e
leale; però, non essendoci in tal caso da sospettare peccati
d'impostura per parte di lui, noi stiamo zitti.

I quattro libri della _Romanticomachia_ sono destinati
dall'autore ad essere una storia delle guerre tra i classicisti ed i
romantici. Ma, siccome per entro a que' libri non appare orma di
veritá istorica, cosí crediamo che l'autore preferisse a bella posta
il genere romanzesco. La _Romanticomachia_ ci par dunque dovere
essere considerata come un romanzo. È un romanzo allegorico da cima a
fondo, perché l'autore, amando di far ridere, ha scelto l'allegoria
perpetua. E tutti sanno che l'allegoria perpetua, massime quando
l'allegorista non ne dá la chiave che a pochi suoi famigliari, anziché
persuadere gli sbadigli, è la piú efficace promotrice del riso
universale.

Terminati i quattro libri, l'autore nell'appendice spiega con severitá
filosofica tutta la pompa delle proprie teorie letterarie, mettendole
modestamente in bocca d'Urania. Molte sono le stupende novitá teoriche
che noi impariamo da siffatta appendice, e tutte opportune a' casi
concreti; come a dire questa: che nell'umana natura stanno i principi
fondamentali d'ogni arte, principi che sono indeclinabili; e
quest'altra: che per saper discernere il bello dal brutto bisogna aver
sottile criterio; e quest'altra a un di presso; che per poter fare bei
versi bisogna saperli far bene, ecc. ecc. ecc.

Tutto poi questo romanzo, o lodo o arbitrato che lo si voglia
chiamare, è scritto in lingua purgata, ma di quella veramente
legittima. Né mancano qua e lá alcuni lievi solecismi, ad imitazione
della franca trascuratezza degli scrittori nostri piú antichi.

Lo stile adoperato dal torinese è lodevole oltre ogni dire. Sta di
mezzo con bella proporzione tra quello dell'_Arcadia_ di Iacopo
Sannazaro e quello delle prediche di don Ignazio Venini.
L'amplificazione è la figura rettorica che il nostro autore maneggia
con padronanza assoluta e con piú frequente predilezione.

[p.107]

Del buon gusto di lui sia prova il seguente passo, tolto alla ventura
dalla pagina 14. È una invocazione; perché senza invocazioni non si
può far nulla di buono:

  O immenso e non sempre lucido specchio della storia, da cui tutte,
  bene o male, si riflettono le accolte immagini dei grandi e piccoli
  eventi, concedi per poco che, nell'ampio e disuguale tuo seno
  fissando gli occhi, io giunga a scoprire del fatale romanticismo
  l'annebbiata sorgente ed i tortuosi meandri. Cosí forse mi succeder
  di potere dal vero genere romantico discernere il falso sistema, che
  ne usurpa, in un col nome, la gloria.

E qui sappia tra parentesi il lettore che l'anonimo fa una distinzione
tra il vero genere romantico ed il romanticismo; distinzione che deve
essere una bellissima cosa, dacché noi non sappiamo intenderla.

Per tenere il nostro articolo in giusta armonia col libro di cui si
tratta, noi non entriamo in materia e stiamo superficiali,
superficialissimi. Questo astenerci dalle soperchierie ci è suggerito
dalla buona creanza. Grati noi per altro al paciere torinese pel lodo
od arbitrato con cui trasse a fine le discordie letterarie, lo
preghiamo di accettare, secondo che si usa in tali casi, come
pagamento della sentenza, o, se piú gli piace, come regalo, senza
obbligo di sborsare mancia veruna allo staffiere che glielo presenta
in nome nostro, le quattro seguenti notizie letterarie, delle quali,
quantunque vecchiette, abbiamo veduto nella _Romanticomachia_
essere egli ignaro affatto. Il sapiente torinese mostra d'aver dato
retta a tutte le accuse gratuite che i classicisti fecero a'
romantici, e d'essere stato contento a quelle, senza degnarsi di dare
uno sguardo agli scritti di questi.

I.--I romantici stimano molte parti delle poesie attribuite ad Ossian,
ma non ne hanno mai consigliata l'imitazione.

II.--I romantici non vogliono nelle poesie dei moderni gli dèi
d'Omero, ma proscrissero sempre altresí quelli dell'Edda. E se amano
di vedere nell'Ariosto ed in Shakespeare le maghe e le streghe, non
suggerirono mai a' poeti viventi di ammetterle ne' loro canti, quando
non sieno piú vive nella credenza del popolo.

[p.108]

III.--I romantici non ricusarono mai di sottostare alle regole
stabilite dalla natura e dalla ragione. E però eglino professarono
sempre di star volentieri sottoposti a quel codice poetico a cui
obbedirono Dante, il Petrarca, l'Ariosto, Shakespeare ed altri
siffatti galantuomini.

IV.--I romantici non dissero mai che le poesie de' moderni debbano
esclusivamente trattare delle cose cavalleresche e del medio evo. Né,
deducendo pei loro canti argomenti e memorie storiche dal medio evo,
intesero mai di voler persuadere gli uomini a darsi all'antica
barbarie; come neppure i classicisti, ricantando la guerra troiana,
hanno in animo di suscitare tutti i mariti moderni a pigliar vendetta
della infedeltá delle lor mogli colla strage di centomila persone.

Speriamo che anche la parte contraria vorrá premiare con qualche
regaletto del suo l'ingenua mediazione del sapiente anonimo.

|Grisostomo|.


  [1] _Della romanticomachia, libri quattro_. Torino, 1818, co'
    tipi di Domenico Pane, stampatore di S. A. I. il principe di
    Carignano.

[p.109]



IX

|Guerre letterarie in italia| [1].


In Lipsia la fiera di San Michele fu quest'anno ricchissima di nuove
produzioni letterarie. Una fra le altre ce ne capitò alle mani,
singolare molto pel suo argomento, ed è quella che annunziamo.

Bisogna dire che in Germania la turba degli scrittori sia immensa, e
la smania dello scrivere ardentissima in essi, da che vediamo ne'
cataloghi registrarsi libri ed opuscoli a centinaia, che, per quanto
si può desumere da' frontispizi, sembrano trattare di cose forse non
troppo interessanti pei popoli nella lingua de' quali sono scritti.
Questo del signor Niemand ce ne somministra un esempio, perché, a dir
vero, non ha altro scopo in apparenza che quello d'essere utile a noi
italiani.

Ma che gli italiani vogliano giovarsene non è da credere. Noi teniamo
anzi per fermo che la memoria del signor Niemand e del suo bel
libretto non durerá in Italia piú delle ventiquattro ore che la
fortuna suole conceder di vita ad un numero del _Conciliatore_.
Il signor Niemand si contenti dunque di divider con noi i nostri
destini e la nostra pazienza. Di piú non possiamo fare per lui.

L'autore sembra essere uomo erudito e, quel che piú importa, zelatore
sincero della probitá. Il presente libretto è da considerarsi come
l'emanazione di un'anima onesta. E le sole persone oneste potrebbero
leggerlo senza irritarsi delle frequenti [p.110] allusioni che vi si
trovano alle sentenze bibliche, e della franca indegnazione con cui
l'autore si oppone al vizio.

Il signor Niemand è di parere che le dispute letterarie sieno per se
stesse giovevolissime allo scoprimento della veritá ed alla
propagazione dei lumi. Non biasima una leale e discreta ambizione ne'
disputanti; perché, senza questa potentissima molla delle umane
azioni, crede egli improbabile che un uomo voglia sottoporsi al peso
degli studi (su questa improbabilitá noi forse siamo di opinione
qualche poco differente). Combina egli la nobile ambizione coll'amore
schietto e disinteressato della veritá e col dovere che gli uomini
hanno di essere utili agli uomini. E però giudica che in faccia al
pubblico non abbiano diritto di disputare intorno a cose letterarie
che le sole persone d'incolpabile morale.

Ma questo parlar di diritti, quando prevale assoluta in contrario la
prepotenza de' fatti, sa dell'inutile all'autore. Quindi, lasciate le
teorie astratte, si dá egli a tessere la storia delle contese
letterarie degli italiani, incominciando da quelle che nel
decimoquinto secolo il Poggio ebbe con Francesco Filelfo e Lorenzo
Valla e Giorgio di Trebisonda, ecc. ecc., e scendendo giú fino a
quelle tra'l Parini ed il padre Branda, tra'l Baretti ed il Bonafede,
e ad altre ancor piú recenti.

L'intenzione dell'autore, nel riandare tante epoche di scandalo e
tanti aneddoti, com'egli dice, di «contaminazione», è quella di
dimostrare che i letterati d'Italia nelle loro controversie
declinarono pressoché sempre dall'ingenuo fine di esse per servire ad
interessi ed odii personali; e che, cosí facendo, rivolsero a vero
danno della sapienza quel mezzo medesimo che par piú destinato a
favorirla.

Egli confessa che alcuni pochi de' litiganti furono uomini per altro
ornati di molte virtú. Però deplora la trista consuetudine italiana,
che talvolta induceva a traviamento anche i buoni (fu per noi una vera
consolazione il vedere nel breve elenco di questi ultimi il nostro
Parini). Poi fa notare quegli altri che da semplice esuberanza di bile
o da semplice invidia della fama altrui furono mossi a svillaneggiare
i loro rivali (e qui l'elenco [p.111] cresce assai in lunghezza).
Finalmente stabilisce per muovente massimo delle inimicizie letterarie
nei piú l'interesse pecuniario (e qui, se pure è lecito scherzare
sulle umane miserie, la lista par quella delle belle tradite da don
Giovanni).

Il commercio librario fu sempre angustiato in Italia dalle tante
divisioni territoriali, e da questo: che in tutta l'Italia,
comparativamente alla numerosa popolazione della penisola, non fu mai
abbondanza di lettori, massime paganti. Quindi i letterati, non
potendo ritrarre sufficienti ricompense dagli stampatori, si rivolsero
quasi sempre a' principi ed a' governi.

Stretti da altri doveri piú sacri, i governi non poterono sempre
contentar tutti i letterati. Però, crescendo la frotta de'
concorrenti, non bastava la pastura, e i begli ingegni bisognava
spesso che se la strappassero l'un l'altro di bocca. In alcuni di essi
era malvagitá vera, in altri debolezza, in altri la pazienza si
lasciava stancare dalle provocazioni ripetute. Chi pigliava l'armi per
assalire, chi per respingere gli assalitori. E le armi erano ingiurie,
calunnie, contumelie, accuse pubbliche, delazioni segrete,
propalazioni d'infamie domestiche, rinfacciamenti di fellonie, ecc.
ecc. ecc.

Gli spettatori maligni ridevano, la gente dabbene fremeva. E la
maggior parte del popolo, confondendo le lettere co' letterati,
chiamava «infami» quelle, perché sovente vedeva infami questi. La
sapienza non ci guadagnava mai nulla, l'arte critica non progrediva
d'un passo, perché la sapienza e la critica nulla hanno di comune
colle villane animositá individuali. Ogni generazione di letterati
biasimava queste pessime arti nella generazione precedente, poi
correva ad imitarla coi fatti.

Cosí la storia delle contese letterarie degl'italiani non presenta
altro che una miserabile successione di guerre personali da far
ribrezzo ad ogni uomo che senta altamente in suo cuore la dignitá e
l'importanza delle lettere. E cosí i letterati d'Italia crebbero tante
spine all'esercizio della letteratura, che al letterato onesto diventò
pericolosa perfino la sua onestá.

Il signor Niemand parla sempre co' fatti alla mano, per modo che ci
piange il cuore, ma dobbiamo pur dire ch'egli in gran [p.112] parte ha
ragione. E se la vergogna può in noi qualche cosa, vaglia questa volta
ad avvertirci come gli stranieri ci tengano l'occhio addosso, e come
ci convenga camminare con prudenza e saviezza, onde non sieno da essi
ricantate all'Europa le nostre turpitudini.

  L'ultima volta ch'io fui in Italia, e saranno forse dieci anni--cosí
  dice alla pagina 224 il signor Niemand,--mi fermai lungo tempo in
  Milano. Ho veduto ivi agli ingegni nascenti strozzarsi dagli anziani
  le parole in bocca, la riputazione de' provetti lacerata da' provetti.
  Ho veduto ivi una lega di letterati mischiare insieme con perfide arti
  la fede letteraria alla fede religiosa e morale, per modo da far
  scontare con pene civili le innocentissime opinioni letterarie ai
  disgraziati ch'erano in odio alla lega. Ho veduto un uomo, che per
  altro godeva molto credito presso alcuni, il signor Lamberti,
  stabilire perfino questo assioma e stamparlo nel _Poligrafo_: che
  chiunque contraddicesse ad un'opera o ad una sola sentenza letteraria
  d'un pubblico professore nominato dal sovrano, contraddiceva al
  sovrano medesimo ed era ribelle alla sovranitá. Non credo che il
  governo sancisse allora in diritto queste massime di tirannia. Che
  importa? Il solo pronunziarle era un'offesa alla ragione de' buoni.

  Ma la piú tranquilla saviezza degli attuali governi d'Italia mi fa
  certo che i costumi dei letterati italiani sieno ora cambiati in
  meglio. Ed io me ne rallegro davvero colla terra bella e gentile che
  avrei invocata da Dio per patria mia, se l'uomo potesse prima di
  nascere invocar la patria ch'egli vorrebbe.

  Giovinsi dunque santamente della nuova fortuna i letterati. Trattino
  le loro quistioni con quell'ardore che viene dall'anima innamorata del
  vero; ma non s'irritino delle opposizioni. Tutte le veritá letterarie
  e scientifiche hanno dovuto aprirsi la via attraverso ostacoli
  infiniti. Ma se una generazione bestemmia contro il Galileo e lo
  imprigiona, la generazione che siegue non si cura di sapere i nomi de'
  bestemmiatori, e corre a Firenze a baciar piangendo il sacro dito del
  Galileo.

  «_Via sapiens plebem suam erudit_». E voi, o letterati d'Italia,
  fate partecipe della vostra dottrina la plebe vostra. E se la plebe vi
  vuol dettare essa leggi e dottrine, lasciatela fare pazientemente; ma
  non pigliate consiglio che da voi o dai piú sapienti di voi. [p.113]
  Ricordatevi che, se l'Ariosto avesse dato ascolto al parere del
  cardinale, il _Furioso_ sarebbe scritto in latino, e la fama
  dell'Ariosto sarebbe una miseria. La probitá sia nel cuor vostro e la
  persuasione sulle vostre labbra. Ma delle vostre pacifiche discussioni
  non chiamate mai in sussidio i governi, perché già questi, come savi
  che sono, non vi darebbero retta. E innanzi a tutto procurate di
  mostrarvi obbedienti e fedeli e tranquilli sudditi piú che sapienti
  agli occhi de' vostri sovrani, non dimenticando mai il santo detto
  della Scrittura: «_Coram rege noli velle videri sapiens_».

|Grisostomo|.


  [1] _Kurzgefasste Uebersicht der literarischen Streitigkeiten in
    Italien_ von X. |Niemand|. Stettin. 1818, bey Friederich
    Nicolai.--_Esposizione compendiosa delle guerre letterarie in
    Italia_ di X. |Niemand|. Stettino, 1818, presso Federico
    Nicolai [libro inventato dal B., per dare al suo articolo
    apparenza di recensione].

[p.114][p.115]



X

LETTERA DI GRISOSTOMO

AL MOLTO REVERENDO SIGNOR CANONICO DON RUFFINO


Signor canonico,

Ho letto con vera compunzione la garbatissima lettera scrittami da V.
S. in difesa del Tiraboschi. Non avrei mai creduto che quel mio breve
cenno nel numero 21 del _Conciliatore_, ov'io rinfaccio al
Tiraboschi penuria di filosofia, dovesse recar tanta offesa alla
coscienza letteraria d'alcuni fra' miei concittadini. Me ne duole
infinitamente, e sento purtroppo che il torto è tutto mio. Fo l'uomo
di lettere e non ne so l'arti. Se io fossi letterato davvero ed
italiano di cuore, non oserei pensare, non oserei scrivere ciò che io
penso: non avrei letto mai il Tiraboschi, e di lui non avrei detto mai
altro, se non che «il chiarissimo, l'eruditissimo, il sapientissimo
Tiraboschi». Ma il male è fatto: pensiamo al rimedio.

Prima di tutto la ringrazio, signor canonico, del lungo elenco dei
lodatori del Tiraboschi, ch'Ella si compiacque d'inviarmi.
Quell'elenco mi ha persuaso, e la perorazione del di lei discorso mi
ha cavate le lagrime. Che vuole Ella di piú? Si lasci intenerire dalle
lagrime mie, e tra me e lei sia pace.

Ma non basta ancora. lo deggio alla veritá ed all'onore della patria
una pubblica e solenne testimonianza della mia conversione. Dichiaro
dunque a V. S., e con essa a tutti i canonici di lei confratelli, che
io convengo pienamente nel parere dei dottori italiani, e dico che
hanno veramente ragione ragionevolissima di venerare il Tiraboschi
come profondissimo filosofone, e di disprezzare madama de Staël come
frivolissimo intellettuzzo.

[p.116]

L'uomo che sacrifica l'amor proprio e il proprio decoro mondano alla
veritá, e con aperta confessione si ricrede de' suoi falli, non
debb'essere confuso col peccatore ostinato. E però spero che i dottori
italiani mi saranno liberali di qualche compatimento. Ad essi non
importa, per altro, ch'io dica quali argomenti mi abbiano persuaso
tutto ad un tratto tanta divozione per la filosofia tiraboschiana e
tanto disprezzo per madama di Staël, di cui ho lasciata scappare dalla
penna qualche lode in quel benedetto _Conciliatore_.--Sciagurata
donnicciuola, qualche poco anche, per amor tuo, io era diventato lo
scandalo del mio paese!--Ma a lei, signor canonico, io non voglio
tacere che ad operare la mia conversione Ell'ebbe un potentissimo
sussidiario in certo accidente tutto fortuito. Si contenti ch'io
glielo narri alla distesa.

Col rimorso che in virtú della garbatissima di lei lettera mi
serpeggiava giá per l'anima, io mi stava iersera invocando il sonno
che non veniva. Piglio un libro: non fa per me. Ne piglio un altro:
non mi contenta. Sporgo impaziente la destra piú in lá, e la mi vien
posta sul tomo primo _De la littérature_ di madama di Staël.
Aprolo a caso; e mi cade sotto lo sguardo quel passo a pagina 181 e
seguenti, che tratta delle ragioni per le quali la tragedia presso i
romani non salí in grande celebritá.

Eccolo tal quale. A V. S. non fa bisogno che sia tradotto in italiano,
perché l'intenda.

  _Les combats des gladiateurs avaient pour objet d'intéresser
  fortement le peuple romain par l'image de la guerre et le spectacle de
  la mort; mais, dans ces jeux sanglans, les romains exigeaint encore
  que les esclaves sacrifiés à leurs barbares plaisirs sussent triompher
  de la douleur, et n'en laissassent échapper aucun témoignage. Cet
  empire continuel sur les affections est peu favorable aux grands
  effets de la tragédie: aussi la littérature latine ne contient-elle
  rien de vraiment célèbre en ce genre. Le caractère romain avait
  certainement la grandeur tragique; mais il était trop contenu pour
  être théatral. Dans les classes même du peuple, une certaine gravité
  distinguait toutes les actions. La folie causée par le malheur, ce
  cruel tableau de la nature physique troublée par les [p.117]
  souffrances de l'âme, ce puissant moyen d'émotion, dont Shakespeare
  a tiré, le premier, des scènes si déchirantes, les romains n'y
  auraient vu que de la dégradation de l'homme. On ne cite même dans
  leur histoire aucune femme, aucun homme connu, dont la raison ait été
  dérangée par le malheur. Le suicide était très-fréquent parmi les
  romains, mais les signes extérieurs de la douleur extrêmement rares.
  Le mèpris qu'excitait la démonstration de la peine, faisait une loi de
  mourir ou d'en triompher. Il n'y a rien dans une telle disposition qui
  puisse fournir aux développements de la tragédie._

  _On n'aurait jamais pu, d'ailleurs, transporter à Rome l'intérêt que
  trouvaient le grecs dans les tragédies dont le sujet était national.
  Les romains n'auraient point voulu qu'on représentát sur le théatre ce
  qui pouvait tenir à leur histoire, à leurs affections, à leur patrie.
  Un sentiment religieux consacrait tout ce qui leur était cher. Les
  athéniens croyaient auz mémes dogmes, défendaient aussi leur patrie,
  aimaient aussi la liberté; mais ce respect qui agit sur la pensée, qui
  écarte de l'imagination jusqu'à la possibilité des actions interdites,
  ce respect qui tient à quelques égards de la superstition de l'amour,
  les romains seuls l'éprouvaient pour les objets de leur culte._

Dopo tutta questa tiritera d'inezie, do un'occhiata alle note a piè di
pagina, poi ad altre pagine piú avanti e ad altre piú indietro; e
m'accorgo che la povera madama de Staël non sa cosa si dica, e non
trova altra soluzione del problema fuorché nell'analizzare le
instituzioni civili ed il carattere morale pubblico de' romani, e nel
derivarne la nullitá del loro teatro tragico.--Che libro
superficiale!--diss'io allora--che miseria d'ingegno!--E mi si
schiusero gli occhi dell'intelletto, e sbadigliai su' miei
traviamenti, e corsi ripentito a spolverare i volumi del Tiraboschi,
sovvenendomi che anch'egli aveva parlato su questa materia. Corro
all'indice; salto di lá al tomo primo, e mi innamora tosto la gravitá
di quelle parole a pagina 174, § LI:

  Prima di passar oltre, parmi che una non inutil quistione debbasi a
  questo luogo trattare, cioè per qual ragione, mentre in ogni altro
  genere di poesia arrivarono i romani a gareggiare co' greci, nella
  teatral solamente rimanessero sempre tanto ad essi inferiori.

[p.118]

Io proseguiva a leggere; ma mi convenne obbedire al Tiraboschi, che mi
rimandò molte pagine indietro. Dal qual mio viaggio retrogrado venni a
raccogliere che prima de' bei tempi della romana letteratura la poesia
teatrale non era ancor molto in fiore, «per la ragione che l'arte di
poetare non era in quell'onore che convenuto sarebbe».

Illuminato di tanto, tornai al § LI, onde sapere «perché nel piú bel
secolo della romana letteratura la poesia teatrale non giugnesse a
maggior perfezione». E qui confesso l'alta ammirazione che svegliò in
me la logica semplice e chiara, e nondimeno profondamente intuitiva,
con cui il chiarissimo Tiraboschi, sorretto da Orazio, ebbe la bontá
di confidarmi che questo non fiorire della tragedia presso i romani
proveniva dallo «strepito grande che facevasi nel teatro, sicché
appena vi si potevano udire ed intendere i versi», ecc. ecc.
«_Garganum_»--ripeteva il suggeritore del Tiraboschi--

    _Garganum mugire putes nemus aut mare tuscum,
    tanto cum strepitu ludi spectantur, ecc._

Che consolazione fu allora la mia, stimatissimo don Ruffino, nel
vedere appagata cosí bene la mia curiositá! Questa è ben altra
filosofia che quella di madama! Chi niega al Tiraboschi acume di
speculativo intelletto, o è stolido o è mentitore o è novatore. Ecco
come in poche righe viene dal sapientissimo Tiraboschi stabilito un
gran principio filosofico, il quale, come tutti i gran principi
filosofici dell'universo, riesce applicabile in ogni tempo ad altri
fenomeni. In virtú di esso io mi sento capace di spiegare le ragioni
per cui al teatro la tale o tal altra opera in musica non è bella. E
dico cosí:--La tale opera non è bella perché non la si ascolta.--E mi
guarderò bene dal ripetere col volgo:--Non la si ascolta perché non è
bella.--

Cosí l'importunitá della veglia e l'opportunitá della lettera di V. S.
contribuirono entrambe a convertire al Tiraboschi un amico traviato,
quale davvero mi pregio di essere sempre di V. S. molto reverenda.

|Grisostomo|.

[p.119]



XI

INTORNO ALL'«ORIGINE DELLE LETTERE» DEL ROSCOE[1]


L'eloquenza di Gian Giacomo Rousseau non bastò a persuadere all'Europa
che le lettere fossero dannose all'umana societá. Nel discorso del
ginevrino i popoli vollero ravvisare piú la bizzarria del paradosso
che l'animo dell'oratore, e salvarono cosí il rispetto dovuto a
quell'uomo singolare. Senza entrare a discutere una quistione
puramente speculativa, che non condurrebbe ad alcuna utilitá pratica,
chi considera l'attuale nostra civiltá, e non è stolido o perfido,
vedrá essere dover suo il contribuire quel tanto che egli può al
miglioramento della coltura pubblica, ed il combattere sempre piú la
tristezza di quei pochi che vorrebbero far della sapienza un monopolio
e tener nella ignoranza il prossimo, onde non trovar contrasti a' lor
maligni disegni. Noi siamo ora in tale condizione, che il retrocedere
in fatto di studi, e non giá il progredire, ci trarrebbe in
precipizio.

E però, seguendo l'intendimento de' buoni, suggeriamo con ingenua
persuasione agl'italiani di leggere il discorso fatto dal signor
Guglielmo Roscoe all'Instituto reale di Liverpool; discorso che
appunto è indirizzato a raccomandare la propagazione de' lumi in tutte
le classi de' cittadini, siccome mezzo di prosperitá nazionale.

[p.120]

Il nome del signor Roscoe dovrebbe, pare a noi, suonar caro all'anima
d'ogni italiano quanto quello d'un nostro compatriota. Qualunque sieno
le macchie che una critica imparziale possa scorgere nella _Storia
di Lorenzo il Magnifico_ ed in quella di _Leone decimo_,
nessun italiano di coscienza gentile può negare una testimonianza di
gratitudine all'amore con cui il signor Roscoe, riparando all'inerzia
de' nostri dotti, tolse a' misteri delle biblioteche e degli archivi e
trasse in nuova luce innanzi all'universale de' lettori tante memorie
della grandezza italiana.

Se l'espressione dell'amor patrio consistesse, siccome vorrebbero
certi superstiziosi, nel far brutto viso a chiunque non nacque dentro
una delle periferie de' nostri municípi, noi dovremmo, come italiani
che siamo, rinunziare altresí a riconoscere per nostro concittadino
l'autore della storia delle nostre repubbliche. Ma, grazie a Dio, il
vero amor della patria è tutt'altra cosa; ed il signor Sismondi, come
illustratore dei fasti dell'Italia, vivrá sempre nella piena
riconoscenza dei veri italiani. E di siffatta riconoscenza avrá la sua
parte, benché in proporzione minore, anche il signor Roscoe.

Il tema scelto a trattare dal signor Roscoe nel discorso che oggi
annunziamo è assai vasto. Egli si propone nientemeno che d'investigare
le cagioni dell'origine e de' progressi delle scienze, delle lettere e
delle arti, di riandare le vicissitudini ch'esse incontrarono, e di
mostrare quanta relazione abbiano co' piú importanti accidenti della
vita individuale e quanta influenza sulla felicitá generale de'
popoli. L'intenzione massima del suo discorso è santissima. Egli
vorrebbe condurre gli uomini ad un grado eminente di virtú civile e di
prosperitá domestica mediante un esercizio maggiore delle loro facoltá
intellettuali. Le massime filosofiche, i raziocini, gli esempi
dimostrativi sparsi nel discorso sono tali da manifestar sempre
l'onestá sincera dell'oratore. E soprattutto ne pare altamente sentito
quel lungo passo ov'egli dimostra che de' progressi delle lettere e
delle arti due precipue cagioni sono l'attivitá individuale e la
libertá civile.

[p.121]

Questo argomento della libertá civile per rispetto alle lettere sembra
essere il favorito dell'autore. A noi italiani per altro non riesce
nuovo, da che l'Alfieri lo trattò piú ampiamente nella migliore delle
sue prose. Se non che il signor Roscoe, avvicinandosi co' suoi
princípi astratti qualche linea di piú al concreto, e volgendo la sua
mira alla condizione vera ed attuale de' popoli d'Europa, stabilisce
come assioma che il libero esercizio delle forze intellettuali non è
creduto mai pericoloso da que' governi, i quali, qualunque sia la loro
forma nominale, sanno d'essere forti della opinione pubblica.

Ma, lodando noi l'intenzione generale del discorso del signor Roscoe e
proponendone come utile la lettura, non intendiamo di dire che il
merito di esso sia in ogni parte esimio. O sia perché la brevitá de'
confini assegnati ad una orazione accademica non bastassero
all'ampiezza dell'argomento, o sia perché il signor Roscoe
proporzionasse la sua dialettica ad una udienza forse intollerante di
severe meditazioni, nel discorso di lui ci parve di trovare qua e lá
alcuni tratti di certa superficiale declamazione, che non contenta
pienamente il pensatore.

Non gli faremo giá accusa d'essersi giovato d'un solo scherno
brevissimo onde distruggere l'errore di coloro che ascrivono
onninamente ai climi ed alle situazioni locali il prosperar delle
lettere; poiché un solo sguardo alla storia convince chiunque che la
fortuna di esse non fu confinata sempre dentro certi gradi determinati
di latitudine geografica. Cosí parimente, allorché egli combatte la
ridicola opinione di coloro che, con lamento ripetuto da generazione
in generazione, piangono il continuo deterioramento della specie
umana, se poche armi bastano a lui per farlo vittorioso di cosí inetti
avversari, fu cortesia la sua di non adoperarne molte.

Ma quando con piú rispettoso contegno egli scende poco dopo ad
affrontarsi con chi predica il progressivo perfezionamento umano, gli
argomenti che oppone loro non ci sembrano troppo persuasivi. Egli li
ricava dalle storie parziali dei popoli; e vorrebbe persuaderci che
questi progressi non esistono, da che i greci ed i romani d'oggidí non
sono piú i greci ed i [p.122] romani di Pericle e d'Augusto. Ma, se ci
è lecito di contraddire, risponderemo al signor Roscoe che la specie
umana va presa in totale, e che se Roma non è piú la Roma di un tempo,
l'universo presente non è piú il barbaro universo di venti secoli fa.
D'altronde la perfettibilitá sostenuta da' moderni filosofi non è
quella speciale d'una o d'altra arte, ma bensì la perfettibilitá
generale dello spirito umano, alla quale siamo debitori de' successivi
miglioramenti della civilizzazione. Ed il signor Roscoe, col portare
in mezzo esempi del decadimento d'alcun'arte onde distruggere
l'opinione della perfettibilitá del pensiero, mostra di non volere
intender bene la quistione e di pigliar la parte per il tutto.

Piú ancora: se i lumi talvolta non progrediscono in ragione d'aumento,
progrediscono in ragione di diffusione; il che, a modo d'esempio,
accade ora in alcune parti d'Europa. Ma neppure a questo volle por
mente il signor Roscoe; sicché pare a noi che, s'egli, piuttosto che
toccarla troppo leggermente, avesse schivata affatto questa disputa,
non sarebbe stato male.

Dettate per lo contrario dallo schietto sentimento della veritá
crediamo le ultime pagine del discorso, ove sono enumerati tutti i
vantaggi derivanti ad un popolo dalla coltura delle scienze, delle
lettere e delle arti. E se a qualche rigoroso zelatore della dignitá
degli studi spiacesse forse di veder messi in mostra dall'autore non
solamente i vantaggi morali, ma con lunghe parole anche i vantaggi
pecuniari, noi lo pregheremmo di considerare che anche questi non
vogliono essere trascurati, perché non poco concorrono a produrre il
bene de' popoli. E pel signor Roscoe era interessantissima cosa il
contemplare gli studi anche da questo lato ed il fermarvisi molto,
massime recitando il suo discorso in Liverpool, cittá, come tutti
sanno, piena zeppa di mercanti.

|Grisostomo|.


  [1] _On the origin and vicissitudes of literature, science and art
    ecc. ecc.--Dell'origine e delle vicende delle lettere, scienze ed
    arti, e della loro influenza sullo stato presente della societá.
    Discorso recitato il 25 novembre 1817, da |Guglielmo
    Roscoe|, in occasione dell'apertura dell'Instituto reale di
    Liverpool_. Londra, 1818, presso I. M. Creery.

[p.123]



XII

ARTICOLO SOPRA UN ARTICOLO


Nell'ultimo fascicolo (n. 60) della _Rivista d'Edimburgo_
(celebratissimo de' giornali letterari d'Europa), dopo un assai
giudizioso articolo di pagine 42 sull'opera postuma di madama di
Staël, _Les considérations_, ecc., un altro ne segue, discretamente
lungo, intorno a Dante.

Quando una persona da te venerata per finezza di discernimento parla
teco della donna del cuor tuo, e, senza sapere de' tuoi amori, con
ingenuo e casto discorso commenda la bellezza e la virtú di lei, tu
segretamente senti scorrerti per l'anima una voluttá di paradiso.
Simile presso a poco a questa fu la sensazione mia nel leggere
l'articolo del giornale inglese sul poema di Dante. Prego gl'italiani
di ridere liberamente, se cosí lor piace, di me e delle mie
sensazioni, sapendomi grado per altro d'averli io avvertiti
dell'esistenza di quell'articolo, ove lor nasca il desiderio di
leggerlo.

L'articolo su Dante si sa che in Inghilterra fu accolto con
grandissimo applauso, e pel suo merito intrinseco, e perché parla le
lodi d'un poeta studiatissimo dagl'inglesi e ad essi carissimo. Si sa
inoltre, o si sospetta con fondamento da chi ha l'occhio esercitato,
che lo scrittore ne sia un uomo celebre, italiano per origine e per
famiglia, e greco per nascita. E però due soddisfazioni eccoci
somministrate ad un tratto: l'una nel sapere con quanta lealtá di
ammirazione un popolo ricco assai di letteratura sua propria discerna
e gusti il vero bello della letteratura nostra; l'altra nel vedere
come un ingegno nudrito e cresciuto ed educato in Italia non si
dimentichi di essa, [p.124] benché lontano, e fra le lusinghe della
sua nuova fortuna mandi ancora qualche sguardo di riverenza e d'amore
a' suoi ospiti antichi.

Pigliata occasione da un libro italiano intitolato _Osservazioni
intorno alla quistione sopra l'originalità del poema di Dante_ di
Francesco Cancellieri (Roma, 1814), la _Rivista di Edimburgo_,
che nel suo numero antecedente aveva giá incominciato a parlar qualche
poco di Dante, riassume intorno a quel sommo italiano il suo discorso.
Incomincia dal deridere come poco importante questa benedetta
quistione della originalitá; e davvero chi non è membro dell'alta
camera dei pedanti e non è usato a stillarsi il cervello sulle
frascherie, è costretto in coscienza a convenire nel parere della
_Rivista_.

L'opinione pressoché generale di coloro che contrastano a Dante
l'originalitá dell'idea del suo poema, è che questa fosse a lui
suggerita dalla _Visione_ di frate Alberico. Ma frate Alberico
non fu l'unico frate visionario che si pigliasse gusto di viaggiar
vivo col suo pensiero all'altro mondo, prima che Dante ponesse mano
alla _Divina commedia_. Fino da' primi secoli del cristianesimo
alcuni santi si dissero da Dio favoriti con visioni e rivelazioni,
come può vedersi da quelle di san Cipriano, di santa Perpetua, ecc.
ecc. Ma di queste accadde come dei miracoli, cioè che dopo i miracoli
veri ne furono spacciati non pochi falsi, e quindi molti sogni furono
spacciati come visioni. I gradi di somiglianza che esistono tra la
Visione di frate Alberico e 'l poema di Dante (e per veritá sono
pochi), esistono altresí tra questo e molte altre visioni, e
specialmente con quella d'un frate inglese anonimo, riportata da M.
Paris nella sua _Histoire anglaise_, ad an. 1196. «O Dante--dice
la _Rivista_--si giovò di tutte, o non se ne giovò di nessuna». E
questa ultima credenza par piú ragionevole a chi considera la natura
dell'ingegno di Dante, «il quale per altro--segue a dire la
_Rivista_,--vedendo stabilita per opera de' frati nella fede
popolare una specie di mitologia visionaria, pensò d'adottarla, nella
stessa maniera che Omero aveva adottata la mitologia del politeismo».

[p.125]

Ma la vera idea del suo poema Dante non la derivò da altro che dal suo
animo nobile e caldo di generosa onestá. «Egli da sé solo concepí e
mandò ad effetto il disegno di creare la lingua e la poesia d'una
nazione, di rivelare le piaghe politiche della sua patria, di mostrare
alla Chiesa ed agli Stati d'Italia come l'imprudenza de' papi e le
guerre intestine delle cittá e la conseguente introduzione di eserciti
stranieri trarrebbero seco di necessitá la devastazione e la rovina
dell'Italia. Egli pensò nientemeno che a farsi riformatore della
morale, vendicatore dei delitti e mantenitore della ortodossia nella
religione». Questa è ben altra originalitá di concetto che quella
delle visioni de' frati, prese tutte in un fascio.

La _Rivista_ fa poco conto del libro del signor Cancellieri,
perché davvero è d'indole tale da non se ne poter far gran conto. Il
signor Cancellieri è uomo erudito assai; aveva bisogno di sfogar la
sua erudizione: però ha fatto che il libro servisse ad essa, e non
essa al libro. E la veritá è che egli lo termina senza terminar la
quistione pigliata a trattare.

Bisogna dire che il prurito di far pompa d'erudizioni, quantunque non
cadano a proposito, salti addosso talvolta con irresistibile
ostinazione anche alla gente di giudizio; da che pare che anch'essa la
_Rivista d'Edimburgo_ in questo articolo medesimo se ne lasci
vincere un pochetto. Ma le semplici erudizioni giá si sa che non
costano molto; e gli uomini sono facili a scialacquare le sostanze
acquistate senza sudori.

Ben piú lodevole parmi la maniera con cui la _Rivista_ ci dá un
quadro rapidissimo della condizione d'Italia da' tempi di Gregorio
settimo fino a quelli di Dante, onde convincerci sempre piú dell'alto
intendimento che resse i lavori del poeta. Troveranno i curiosi in
quel quadro alcune idee, se non nuove, almeno nuovamente e fortemente
sentite, sulle opinioni religiose d'allora, sul carattere di Gregorio,
sulla politica di lui, sulla origine e su' primordi della libertá
delle cittá d'Italia; libertá alla quale, in certo qual modo,
contribuí l'ambizione stessa di quel pontefice.

Considerando attentamente la natura dei tempi di Dante, sbalza agli
occhi chiarissima l'intima relazione che esisteva tra [p.126] i
bisogni dell'Italia d'allora e le savie lezioni morali e politiche
date ad essa dal poeta. Questo modo di commentare la _Divina
commedia_ non tanto con una illustrazione pedisequa de' fatti,
quanto con un esame storico-filosofico de' tempi, pare che sarebbe da
eleggersi da chi imprendesse a fare una nuova edizione di essa. Ma per
poterlo sostituire alla solita maniera di commentare, bisogna avere
ingegno e cognizioni piú che non ne hanno d'ordinario que' che si
piegano al poco glorioso mestiere di commentatori.

Terminato il quadro storico e riveduti leggermente i panni a vari
scrittori di storie letterarie, notandone alcuni errori, la
_Rivista_ si volge a dimostrare come in mezzo all'austeritá
ghibellina ed al rigore dell'avversa fortuna, l'anima di Dante,
bollente di magnanima ira, ridondasse nondimeno di affetti teneri e
gentili; e come ogni tratto egli li manifestasse ne' suoi versi e
nelle sue prose, esprimendoli con un fervore tutto spontaneo e con una
dilicatezza di cui non trovasi facilmente l'uguale. E per persuadere
di questo i suoi lettori e per confutare ad un tempo stesso
un'opinione, tanto o quanta contraria, di Federigo Schlegel, che nella
sua _Storia della letteratura antica e moderna_ chiama bensí
Dante il «maggiore de' poeti cristiani», ma gli rimprovera qualche
poco di ruvidezza d'animo, la _Rivista_ con lunghi commenti
presenta ad essi un lungo florilegio di passi dilicatissimi, tolti dal
poema e dalle rime di Dante. Le citazioni sono in italiano, e la
spiegazione di esse viene somministrata agl'inglesi per lo piú dalla
bella traduzione di M. Cary in versi sciolti.

Quel florilegio sará opportunissimo per gl'inglesi; ma per noi
italiani potrebbe esser creduto superfluo. Il dilicato e gentile
amante di Beatrice, il pietoso narratore delle altrui sciagure amorose
non ha bisogno qui d'esser difeso dalle accuse di Federigo Schlegel,
né dalle altre di M. Hallam, che rinfaccia a Dante troppa ira contro
la patria. Dante amava la sua patria piú che chiunque; ma ne odiava i
delitti. E chi ama la patria davvero, s'irrita delle turpitudini de'
suoi concittadini; e mentre che il vile adulatore blandisce il vizio
che trionfa, l'onest'uomo mena apertamente la sferza e s'acquista fama
nella posteritá.

[p.127]

Dicendo candidamente essere inutile per noi l'ultima parte
dell'articolo della _Rivista_, non voglio tacere che molte
ingegnose osservazioni s'incontrano nella illustrazione che accompagna
l'episodio di Francesca da Rimini e gli altri frammenti. Ché anzi la
riporterei volontieri, se mi bastasse spazio, onde accrescere
probabilitá al sospetto formato da alcuni che l'estensore
dell'articolo su Dante non sia un inglese, bensí la persona da me
indicata piú sopra. Chi per qualche tempo praticò dialogo con un
letterato, vede sovente negli scritti ulteriori di lui rivivere molte
delle idee giá corse nel dialogo. Cosí gli scritti del dotto
richiamano soavemente alla memoria de' suoi amici lui medesimo e la
sua conversazione.

Le considerazioni della _Rivista d'Edimburgo_ intorno al poema di
Dante mi sembrano lodevoli, come appare dal complesso del presente
articolo. Ma, senza derogare al merito loro, crederò di far cosa grata
a chi non avesse letto il libro del signor Sismondi sulla
_Letteratura del mezzogiorno d'Europa_, dando loro in altro
numero del _Conciliatore_ un breve estratto della sua analisi
della _Divina commedia_. Il signor Sismondi, mi sia lecito il
dirlo, vide in quel poema un altro elevato concetto; e ve lo vide con
rara profonditá di raziocinio, potenza di sentimento e tale felicità
di fantasia, che gli riprodusse le sensazioni inspirategli dal poeta.

|Grisostomo|.

[p.128][p.129]



XIII

|Idee del signor Sismondi sul poema di Dante|


Piaccia a' lettori di richiamarsi alla memoria l'_Articolo sopra un
articolo_ inserito nel numero 34 del _Conciliatore_, e la
licenza chiesta loro di recare in altro numero un transunto delle
considerazioni del signor Sismondi sulla _Divina commedia_,
stampate da lui nel suo libro _Della letteratura del mezzogiorno
d'Europa_.

È noto a tutti come quel libro incontrasse in Italia un profluvio di
encomi presso alcuni, del pari che un profluvio di censure spietate
presso altri. Era cosa questa da potersi facilmente prevedere. Qui,
manco male, vi ha persone non poche di schietto ingegno e di probitá
assoluta. Ma in buona fede bisogna pur confessare (e peccato
confessato è mezzo perdonato) che fra gli italiani leggenti v'è
altresí una lunga genia di mediocri, senza fuoco veruno d'entusiasmo,
tenaci della loro mediocritá, stizzosi contro chiunque arrischia un
passo per uscirne, e smaniosi non d'essere, ma di far da dottori. Però
nella moltitudine il libro del signor Sismondi doveva trovare di
necessitá anche chi lo mordesse.

Inoltre, ne' dotti, le discordie letterarie che scompigliano il
giudizio d'alcuni o lo trascinano dietro la dittatura del giudizio
altrui, e fors'anche certe ragioni d'invidia, d'adulazione,
d'interesse, di servilitá..., ecc. ecc. ecc., dovevano far nascere
censure molte ed indecenti contro il libro di un uomo che si
manifesta, per sapienza ed onestá di carattere, superiore assai assai
a molti suoi contemporanei. Sia detto senz'astio e senza mira ad alcun
individuo, qui, come forse anche altrove, la letteratura [p.130]
sovente non è, in chi l'esercita, fine ingenuo delle passioni, bensí
stromento servile di esse.

Alieni per altro da ogni inquisizione delle coscienze, gettiamo, o
buoni lettori, con buona verecondia il mantello di Sem e di Iafet su
tutti i motivi segreti da' quali possono aver mosso i giudizi intorno
al libro del signor Sismondi. Crediamoli anzi innocenti tutti que'
motivi. E strignendo le diverse sentenze in un sol risultato, diciamo
lealmente cosí:--Come tutti i buoni libri di questo mondo, il libro
del signor Sismondi forse non sará scevro affatto affatto di passi, a'
quali una critica intemerata possa contraddire[1]. Ma grandi e molte
bellezze e molte savie dottrine compensano largamente i pochi
difetti.--Per entro a quel libro domina una sí perpetua libertá
d'animo, una sí schietta ricerca del vero, un sentimento letterario
cosí nobile, che, volere o non volere, all'uomo onesto è forza aver
simpatia con chiunque verso il signor Sismondi eccedesse anche un
pochetto nelle lodi. L'assoluta perfezione ne' libri è come il _lapis
philosophorum_. Studia, studia; cercalo, cercalo: nol trovi mai. E
l'onestá ne' letterati è un altro _lapis philosophorum_, che trovasi,
è vero, qualche volta, ma tanto di rado, che pe' galantuomini è
proprio una solennitá il dí in cui giungono a raffigurarla.

Dopo questo lungo preambolo, fattovi ingozzare so io perché, eccovi,
buoni lettori, quel che dice il signor Sismondi per rispetto a Dante.
Non riporto ordinatamente il testo, bensí il complesso delle idee
suggerite dalla lettura di esso, usando quanto piú posso delle parole
stesse dell'autore.

Prima di Dante, le poesie liriche de' trovatori
(«_troubadours_»), le epiche de' trovieri («_trouvères_»)
dalla Provenza e da altre parti della Francia s'erano diffuse
nell'Italia, recatevi da' normanni conquistatori della Puglia, della
Calabria, della Sicilia. Imitatrice della provenzale era sorta nella
prima metá del secolo duodecimo la poesia siciliana, e dalla corte di
Napoli moderava il gusto poetico degli italiani.

[p.131]

La lingua latina s'era giá separata affatto dalla volgare. Le donne
non la imparavano piú; e per piacere ad esse, per parlar loro d'amore
bisognava servirsi dell'idioma comune, di quello ch'esse adoperando
ornavano ogni dí piú di leggiadrie.

Quantunque per ben cencinquant'anni i siciliani non rivolgessero la
loro poesia che ad esprimere i sentimenti amorosi, e, traviati
dall'esempio degli arabi e de' provenzali, anziché mantenere a' canti
d'amore il loro merito precipuo, la naturalezza de' pensieri combinata
colla soavitá dell'esposizione, lasciassero il semplice per correr
dietro al ricercato, all'ammanierato; eglino pur nondimeno erano
giunti ad occupare i primi gradi nel favore della moltitudine. I loro
versi erano popolari, se non per altro, almeno per ragione di lingua e
di metri; come popolari altresí erano le forme epiche ed epico-liriche
dei romanzi e de' poemi de' trovieri.

Prima di Dante, alcuni uomini d'indole ardente avevano indirizzata
tutta l'energia dell'anima a' misteri della religione, mettendo
ammirazione nell'universale e suscitando coll'esempio proprio
l'energia altrui. San Francesco e san Domenico avevano create nuove
milizie religiose, piú entusiastiche e piú attive di quanti ordini di
monaci esistessero per l'addietro. L'attivitá di quelle milizie, le
prediche, le persecuzioni sanguinose, ecc. ecc., avevano rianimato lo
zelo spirituale de' cristiani. Le lettere, rinate cogli studi
religiosi, avevano pigliata una certa quale tinta scolastica. Il
cielo, il purgatorio, l'inferno erano sempre sempre presenti
all'immaginazione degli studiosi, dei devoti, del popolo, di tutta
insomma la cristianitá. Vedevano i credenti quegli oggetti cogli occhi
della fede, ma pur sotto forme materiali; tanto i predicatori s'erano
per mille modi ingegnati di proporzionarli al concepimento popolare.

Venne Dante. Pose mente a tutta la suppellettile poetica lasciatagli
da' trovatori e dai trovieri ed alla popolaritá loro. Pose mente alle
poesie de' siciliani ed alla popolaritá della loro lingua e de' loro
metri. Pose mente allo spirito religioso, meditativo, teologico,
scolastico del suo secolo, ed alla popolaritá di tutti gli argomenti
desunti dalla fede. Vide che nessuno de' poeti [p.132] moderni, che lo
avevano preceduto, s'era giovato abbastanza dell'arte onde scuotere
fortemente le anime, e che nessun filosofo era penetrato nei recessi
del pensiero e del sentimento.

Però Dante, consigliato dalla potenza del proprio intelletto e dal
concorso di tanti materiali poetici che lo circondavano, pensò che
questi, quantunque tuttavia informi, avrebbero potuto servire alla
costruzione d'un edificio sublime insieme e popolare. E invece de'
canti d'amore, invece de' madrigali freddamente ingegnosi e delle
allegorie false o sforzate, concepí nell'alta sua immaginazione tutto
__il mondo invisibile__, e stabilí di svelarlo poeticamente agli
occhi intellettuali degli italiani.

L'argomento scelto da lui a cantare era per quel secolo il piú
interessante, il piú elevato, il piú profondamente religioso, il piú
popolare di quanti argomenti potessero venire in capo ad un poeta. Era
inoltre collegato piú strettamente di qualunque altro con tutte le
passioni politiche de' tempi, con tutte le memorie di patria, di
gloria, di fazioni civili, di virtú e di delitti magnanimi, perocché
tutti i morti illustri dovevano ricomparire innanzi a' viventi su
questo nuovo teatro aperto dal poeta. E finalmente per la sua
immensitá fu il piú nobile e piú sublime argomento che mai venisse
immaginato dal concetto umano.

|Grisostomo|.


  [1] A giudizio d'alcuni, ciò potrebbe riferirsi per avventura a
    qualche parte delle opinioni dell'autore sul Calderon e sul
    Petrarca.

[p.133]



XIV

INTORNO AD UN POEMETTO DI C. TEDALDI-FORES[1]


Molte idee false intorno al romanticismo si fanno diffondere
maliziosamente in Italia da chi ha interesse a screditarlo. La piú
ricantata ne' crocchi, tanto dai furbi quanto dalla buona gente che si
lascia abbindolare da chi ha piú voce in capitolo, è che le dottrine
romantiche sieno la teoria dell'assoluta mestizia e dell'orrore, e che
nessun componimento poetico possa essere lodevolmente romantico se non
è una vera galleria di tutte immagini lugubri, di atrocitá, di
spaventi, ecc. ecc.

Dopo la lunga professione di fede pubblicata da' romantici in sei
numeri consecutivi del _Conciliatore_[2], sarebbe un perder tempo
e un far torto alla sagacitá de' nostri lettori il suggerir loro le
ragioni colle quali confutare codesta accusa scipita. Per quanto certi
faccendieri dell'opinione pubblica, servendo al loro instituto,
s'industrino di ripeterla ad ogni momento, essa nondimeno è tale che
non può trovare ricapito che presso il volgo. Intendiamo per «volgo» i
poveri d'intelletto, i poveri di buona fede, non i poveri di borsa. E
di siffatto volgo a' romantici non cale piú che tanto.

Leggendo per altro il nuovo poemetto del signor Tedaldi-Fores, si
potrebbe sospettare a prima giunta che anche questo ingegno non
volgare abbia voluto spassarsi a spese del vero e farsi beffa del
romanticismo, e che se ne sia finto seguace [p.134] a bella posta per
metterlo in caricatura e confermare cosí nella plebe la falsa opinione
della tendenza di esso a tutto ciò che è orribile e ributtante. Nella
_Narcisa_, che è un romanzo o poemetto di soli quattro brevissimi
canti in terza rima, veggonsi infatti affastellate tante immagini di
color nero che può parere un mortorio perpetuo.

L'argomento del romanzo è la storia della morte di Narcisa e della
sepoltura negatale a Montpellier: storia che tutti i nostri lettori
avranno letta nella terza delle _Notti_ di Odoardo Young. Ma il
dolor vero per la perdita vera della figliuola della propria moglie
non destò nella fantasia, per altro copiosa e lugubre-monotona, del
poeta inglese tante immagini di squallore, tante reminiscenze
orribili, quante col suo dolore artificiale ne descrisse nel suo
poemetto il signor Tedaldi-Fores. Una vergine malata e che poi muore
«sul nudo suolo»; un giovane amante della fanciulla, che recide le
chiome al cadavere e nel buio della notte tenta con esse di farsi un
capestro al collo e strozzarsi; un padre, che per la morte della
figliuola dá nelle bestemmie e si morde l'«un de' bracci»; un demonio,
che ulula intorno a quel padre e lo lorda di «fuliggine e di sanguigna
bava»; un cimiterio, sparso di «insepolto ossame bianco»; un Andrea

    che a nutricar [se stesso] si die' di carni umane,
    e di uman sangue il mento e il sen si tinse;

un padre, che porta sulle spalle il cadavere della propria figliuola a
seppellire; una fossa scavata; un gemito che manda la terra; un cielo
che piove «rossa linfa»; un cadavere smosso dalla sua sepoltura
dall'acquazzone e lasciato a fior di terra «involuto di fetente limo»;
un giovane soldato che corre, e sbadatamente viene ad urtare in quel
cadavere, e s'accorge che preme co' suoi ginocchi il «fral meschino»
della sua donna amata, in cui

    di sanie infetto e nel luto prostrato,
    passeggia il verme reo, la schifa eruca
    e la striscia del serpe attossicato;

[p.135] un pugnale; un assassinio; uno che muore (è l'amante) e,
morendo, cade sul cadavere dell'amata e le afferra il «volto casto»

    coi denti delle rabide mascelle;

uno spettro; un feretro; un rogo; e un fantasma in carne ed ossa, che,
dopo d'aver narrati tutti codesti malanni al poeta, che sta attento ad
udirlo, lascia cadere «le polpe al suolo e l'osse», e, «fatto nudo
spirto», esclama--Sono Odoardo (il padre di Narcisa)--e sparisce:
queste ed altre piú minute galanterie di tal fatta, raccolte insieme
l'una sovra l'altra in poco spazio, formano un tutto che può davvero
sembrare, come dicemmo, la caricatura poetica dell'orrore.

Ma perché attribuiremo noi a mala fede ciò che probabilmente è stato
fatto con ingenuissima intenzione? D'altronde il romanzo del signor
Tedaldi-Fores quantunque, secondo la umile nostra opinione, infelice
pel concetto generale, per gli accidenti storici e per la condotta, ha
nondimeno alcuni accessori lavorati con potenza poetica non comune, ha
diverse terzine lodevolissime per evidenza di stile e per veritá di
sentimenti; sicché sarebbe quasi temeritá il voler credere che una
persona, capace di giovar molto alla propria fama ed alla patria,
voglia ora sprecar tempo e carta e inchiostro in servizio della
malignitá antiromantica. No, non lo si dee credere. Il signor
Tedaldi-Fores s'è ingannato, ma non ha voluto ingannare.

Noi ci appigliamo volentieri a quest'ultima credenza. E siccome in
fatto di libri è uso nostro di manifestare senza velo la nostra
opinione, qualunque sia, massimamente se crediamo di parlare a
scrittori d'ingegno, il di cui amor proprio non confonda i consigli
della critica co' morsi dell'invidia, cosí diciamo con onesta
sinceritá all'autore della _Narcisa_ che l'insieme del suo
romanzo non ci contenta.

Congratulandoci per altro con lui della sua deserzione dalle favole
greche, lo preghiamo di voler perseverare in essa, di affratellarsi
cogli argomenti desunti dalle storie nostre e dai nostri costumi, e di
somministrarci presto qualche altro componimento [p.136] di tema meno
esagerato nella tristezza, meno affettatamente orribile e piú
conveniente a' bisogni dell'Italia, affinché possiamo dire di lui
quelle piene lodi ch'egli dá indizio di dovere un dí meritare, se pure
le nostre lodi sono premio a cui egli si degni di por mente.

Né si creda che in noi sia avversione agli argomenti malinconici, alle
occasioni di piangere. Sí, vogliamo tremare e lagrimare e gemere,
perché tra i tanti diletti poetici sappiamo anche noi che è soavissimo
quello della malinconia e del pianto. Ma le lagrime non sono mai
figlie dell'orrore e del ribrezzo. Vogliamo anche noi essere percossi
dal terrore. Ma una serie d'idee eccessivamente luttuose e tutte
temprate al monocordo, ancorché non uscissero fuor de' confini del
__terribile__, finirebbe coll'essere __orribile__, o per lo meno
noiosa a' lettori. Or che sará poi quando le immagini pendono piú
all'orribile che ad altro?

Bisogna però dire, a onor del vero, che nei primi esperimenti, in un
genere poetico qualunque, la parsimonia non può quasi mai essere la
qualitá regolatrice della immaginazione del poeta. È una qualitá, una
abilitá, questa, che non s'acquista che col tempo. E però la presente
mancanza di essa non ci è argomento per doverla temere ripetuta ne'
futuri lavori del signor Tedaldi-Fores. Progredendo egli sempre piú
nello studio dell'arte e del cuore umano, e nobilitando sempre piú i
propri pensieri, la verseggiatura e lo stile, è da credersi ch'egli
salirá a quell'altezza di perfezione poetica verso la quale ha voluto
fare un passo colla sua _Narcisa_.

|Grisostomo|.


  [1] _Nascita_, romanzo in quattro canti, di C. TEDALDI-FORES.
    Milano, presso Batelli e Fanfani, 1818.

  [2] _Idee elementari sulla poesia romantica_.

[p.137]



XV

|Lettera ad una signora milanese gentile sì, nobile no|


Madama,

Ad un misero vecchio, qual io mi sono, è lecito senza offesa del
decoro farsi apertamente avvocato delle belle fanciulle alle quali
Ella, madama, ha la fortuna d'esser madre. Le poverette, stia certa,
non mi hanno pregato esse di questo ufficio. M'è suggerito dalla
compassione. Parlo io spontaneo, e però tanto piú veridico.

L'anno passato a questi dí, Ella, in compagnia di molte di lei amiche,
provvide saviamente alla allegria delle proprie e delle altrui
figliuole. I festini dati in Borgonuovo dalla «societá delle madri»
riescirono belli, splendidi, eleganti. Il sorriso della gioventú misto
a tutte le grazie della decenza, la vivacitá delle danze combinata
colla modestia delle ingenue e gentili fanciulle, e le cortesie e le
accoglienze e i bei modi delle madri invitatrici fecero parere a tutte
le persone ben educate, e dopo tant'anni anche a noi vecchi, tristo
davvero il suono della campana della quaresima.--Verrá un altro
carnovale--dicevano le fanciulle, e si consolavano sperando.--Sí,
verrá,--dicevamo noi, e nelle future consolazioni delle fanciulle ci
parea di rivivere qualche poco nei tempi andati.

Or eccolo finalmente questo sospirato carnovale. Ma dove sono i
festini? Le vergini patrizie ballano; le spose, le donne patrizie
ballano; le matrone patrizie ballano. E le belle vergini non patrizie
che fanno esse la sera? Sedute accanto alle loro madri in casa loro,
mandano qualche stanca occhiata alle quattro parrucche dei quattro
campioni del tarrocco, e sbadigliano; poi dánno ascolto a qualche
facezia del signor nonno, e risbadigliano; poi si guardano a' piedi,
ne contemplano l'ozio, e sospirano.

Ma perché non si rifanno i bei festini di Borgonuovo? Perché non si
pensa a dare alla gioventú quegli spassi che le si convengono? [p.138]
Il carnovale non è carnovale forse per le non patrizie quest'anno? Non
hanno elleno forse nelle vene sangue che bolle quanto quello delle
contessine?

Ho udito raccontare ch'Ella, madama, si scusa del non pensare a
ripetere que' festini, col dire che non vuole che siano ripetute anche
le insipide e villane satire dell'anno scorso. Ho udito raccontare lo
stesso di molte altre madri, che amano quanto piú si può le proprie
figliuole. È vero, fu cosa dolorosa il veder di che modo insolente i
perpetui motteggiatori della cittá sparsero la contaminazione della
lor maldicenza sulle illibate intenzioni dell'amor materno. Ma che
importa a lei, madama, del gracidare di cotesti rospi? La cittá non è
poi tutta un pantano, e i cittadini non sono rospi tutti. Dica alle
madri di lei compagne che tutte le persone d'animo gentile, delle
quali non è penuria in Milano, lodarono i festini dell'anno passato, e
li loderebbero anche quest'anno. Il lasciarsi intimorire dalle satire
illepide sarebbe un dare importanza a chi non ne merita alcuna. Meglio
è avvilire gli sciocchi, continuando il proprio passo sicuramente,
senza neppure badare che ci stanno a lato. Cosí fanno, creda a me,
coloro a cui la propria coscienza vale qualche cosa.

Sicché, madama, stringendo il discorso, la prego a non far che
quest'anno il carnovale finisca malamente per le povere di lei
figliuole. Hanno ne' piedini una inquietudine, che nella loro eta è da
perdonarsi. Il ballo fa bene anche alla loro salute. La gioventú è sí
breve, l'allegria sí fugace, che hanno ragione le poverette se
onestamente desiderano di non perdere il tempo in isbadigli. E chi
penserá a loro, se non ci pensano le madri? Gli uomini non sono
d'ordinario sí delicati di compassione da pensare a' divertimenti
altrui. Sono egoisti, e non badano che a contentare se stessi. Ma le
buone madri sono tutt'altro; e non è adulazione il dire ch'Ella,
madama, sta nel numero delle ottime.

Ho l'onore, madama, di dichiararmi

di lei umilissimo servitore

|Grisostomo.|

[p.139]



XVI

SULLA «SACONTALA» ossia «L'ANELLO FATALE»

Dramma indiano di Calidasa


  {Dialogo interamente imaginario ed inverisimile affatto tra
  Grisostomo e tutti i lettori.}


|Grisostomo.| In India la poesia... Ma, prima di tutto, mi
piace d'avvertirvi, signori miei, che qui si parla d'un poeta, il nome
del quale non fu registrato mai da' cancellieri del cosí detto Parnaso
in veruna delle serie de' poeti legittimi. Il concepimento fantastico
di Calidasa non discende, né in linea retta né in linea trasversale,
da alcuno capostipite greco o latino.

|Molti de' lettori|. E che fa questo? Che vuoi dirci con ciò?

|Grisostomo|. Voglio dirvi che io intendo di lodare liberamente
questo poeta illegittimo, e nello stesso tempo di non voler riescire
spiacevole a nessuna persona. Però chiunque di voi è rigido adoratore
della legittimitá poetica, abbia la bontá di non badare oggi a me:
fará bene anzi se mi volterá le spalle e se n'andrá pe' fatti suoi.

|Alcuni de' piú vecchi|. Oh tempi! Oh tempi! Povera Italia,
fuor dei tuoi confini si vanno a cercare i poeti oggidí! {E levansi
in piedi, mettendo sguardi di compassionevole disprezzo. La
moltitudine dá in uno scoppio di riso e fa largo a' vecchi perché se
ne vadano.}

|Grisostomo|. Dichiaro inoltre che qui si tratta di un dramma a
cui mancano le due unitá di tempo e di luogo, e che nondimeno è dramma
bello e buono quanto qualsisia altro.

|I vecchi come sopra|. Oh bestemmia! E, poste le mani alle
orecchie, partono inorriditi.

|Grisostomo|. Non v'è piú nessuno che brami d'andarsene?

[p.140]

|Alcuni de' piú giovani|. Noi, noi, o balordo. A noi
non importa né dell'India, né di dramma, né di unitá. Importa bensí
che nessuno ci faccia il dispetto di parlarci di cose alle quali non
abbiamo pensato noi prima. Piú dotti di noi non si può né si debbe
essere. Addio; discorrila, se ti piace, colle panche, ma non con noi.
{Ed affettando uno scherno svenevole, partono a rompicollo,
borbottando altre parole che non sono intese.}

|Uno de' vecchi rimasti| {dá segni di contentezza ed esclama:}

Benone! Siamo finalmente tra di noi. «Poca brigata, vita beata»!

|Un altro lettore|. Non dite cosí, altrimenti la beatitudine
non è per noi. I pochi sono i disertori;... qui siamo in molti e molti
assai.

|Un altro|. E, a quel che pare, tutti buoni amici.

|Grisostomo|. Me ne consolo... Non parte piú nessun altro?

|Tutti|. Nessuno, nessuno. Vogliam tutti rimanerci. Parla dunque.

|Grisostomo|. Mille grazie! Ora, signori miei, è egli vero che
tra voi v'è alcuno che, prima di leggere il numero 25 del
_Conciliatore_, non aveva mai udito parlare del dramma indiano
_La Sacontala_ ed or vorrebbe che se gliene desse qualche
ragguaglio?

|Molti|. Oh! lo conosciamo da un pezzo quel dramma.

|Molti altri|. Noi, a dirla schietta, non ne sappiamo niente.

|Grisostomo|. Mi sia lecito dunque parlare a chi non ne sa niente.

|Tutti|. Parla, parla; vogliamo essere indulgenti tutti, e lasciarti dire.

|Grisostomo|. Sappiate dunque che la poesia, non essendo un diritto
esclusivo di alcune poche famiglie di uomini, bensí un vero bisogno
morale di tutti i popoli della terra ridotti a qualche civiltá, anche
nell'Indostan trovò giá da secoli e secoli chi la coltivasse[1].

[p.141]

|Uno de' lettori|. È naturale: i greci avranno insegnata l'arte
della poesia anche agl'indiani.

|Un altro|. Probabilmente no. Chi sa anzi che i greci non la
imparassero forse eglino dagli indiani? L'India fu probabilmente la
culla del sapere umano.

|Un altro|. Lasciamo stare per ora queste digressioni erudite.
Gl'indiani ebbero civilizzazione: dunque anche poesia. La facoltá
poetica degli uomini è una facoltá che può essere primigenia in tutti.
Se l'Italia, a modo d'esempio, dopo la nuova civilizzazione, non
avesse veduto mai il menomo manoscritto greco o latino, credete voi
per questo che l'Italia non avrebbe buona poesia?

|Grisostomo|. Leggo ed ammiro assai anch'io Omero e Virgilio, e
lo dico davvero. Ma non sono sí pazzo da volermi ostinare a credere
che senza gli esempi dei greci e de' latini noi saremmo privi di buona
letteratura nostra.

|Il suddetto|. La sarebbe senz'essi riescita piú originale.

|Grisostomo|. Pare che sí. Ma proseguiamo. Sappiate che sir
Guglielmo Jones, molti anni fa, ha fondato a Calcutta una societá
d'inglesi, denominata «Societá asiatica»; e che questa societá,
occupata com'è in continui lavori scientifici ed eruditi, non lascia
di mandare di quando in quando in Europa anche alcune traduzioni di
poesie indiane.

|Uno de' lettori|. Ottima cosa! Quelle poesie serviranno a
moltiplicare i diletti all'uomo meramente curioso; e presteranno poi
altresì al meditativo nuove occasioni per riconoscere l'uniformitá
delle menti umane nella varietá stessa degli accidenti intellettuali.
E così verrá sempre piú confermandosi nel mondo la mansueta dottrina
della fratellanza de' popoli, nessuno de' quali ha il diritto di far
soperchierie agli altri, qualunque sia il colore della lor pelle.

|Grisostomo|. Fra i vari generi di poesia, il drammatico è
antichissimo d'origine presso gl'indiani; il che è una delle prove
dell'antichitá della loro civilizzazione.

|Il suddetto|.E in che modo?

|Grisostomo|. La poesia drammatica non è coltivata ne' popoli
se non quando la civilizzazione loro è inoltrata assai. Ponete [p.142]
mente a tutte le storie dei popoli letterati, e vedrete prima poeti
lirici, epici o didascalici, poi, dopo molto tempo, drammatici.

|Il suddetto|. Basta cosí: ho capito.

|Grisostomo|. In India chiamansi «_natacs_» i drammi; e, a detta di
sir Jones, ve n'ha tanti che nessuna nazione d'Europa può ostentarne
maggiore abbondanza. Sir Jones, quando viveva nel Bengala, si rivolse
ad un pandito, cioè a dire ad un bramino letterato, pregandolo che
gl'indicasse il piú famoso de' loro _natacs_. Ed il pandito gli indicò
la _Sacontala_ di Calidasa. Calidasa è venerato nell'Indostan com'uno
de' nove sapienti che fiorirono alla corte di Vicramáditya re di
Ogein, e che furono detti le «nove gemme»: reputasi comunemente che
Calidasa ne fosse la piú splendida. Di lui si conosce in Europa
qualche altro componimento oltre la _Sacontala_.

|Uno de' lettori|. E in che tempo visse questo Calidasa?

|Grisostomo|. L'opinione di sir Jones è che Calidasa vivesse
nel secolo che precedette immediatamente la venuta di Cristo. Ma
alcuni dotti nelle cose asiatiche, fra' quali mr. Colebrooke,
osservando che in India il nome di Vicramáditya fu nome di vari
monarchi, come in Egitto quello di Tolomeo, mossi da alcuni dubbi
cronologici, sospettarono meno lontana da noi l'epoca del Vicramáditya
protettore di Calidasa. Secondo essi, il poeta sarebbe vissuto un nove
secoli fa. I piú per altro degli orientalisti convengono nell'opinione
di sir Jones. La _Sacontala_, o ch'ella abbia una vecchiaia
addosso di forse diciannove secoli, o ch'ella sia una fresca
giovinetta di soli novecent'anni, è un componimento drammatico in
lingua sanscrita (vocabolo che significa «ornata»); se non che, alcuni
pochi personaggi di esso parlano qualche volta il «pracrito», che è un
dialetto sanscrito piú popolare. È un componimento in versi laddove il
dialogo è piú elevato, ed in prosa laddove alcuna volta è piú
famigliare. Non ha, come giá vi ho detto, unitá di luogo e di tempo...

|La maggior parte de' lettori|. Corbellerie! Siamo oramai
persuasi tutti che di queste due unitá non debba tenersi piú conto.
Date loro la buona notte una volta per sempre.

[p.143]

|Grisostomo|. Ma in compenso nella _Sacontala_ troverete osservata
rigorosamente l'altra unitá indispensabile, l'unitá d'azione o, come
altri la chiamano, l'unitá di effetto, l'unitá d'interesse.

|I suddetti|. Oh! questa, sí, è necessaria.

|Grisostomo|. Insomma la _Sacontala_ può, per le sue forme esteriori,
considerarsi simile assai a drammi di Shakespeare.

|Tutti|. Viva la _Sacontala_! Fin qui non c'è male. E com'è diviso il
dramma?

|Grisostomo|. Regolarmente, a creder mio. Ma non ho coraggio di dirvi
che...

|Tutti|. Ebbene, com'è diviso?

|Grisostomo|. Oimè!... Di grazia, parliamo d'altro.

|Tutti|. No no, vogliamo saperlo.

|Grisostomo|. Vi basti ch'io vi dica che neppure Shakespeare ha osato
divider cosí un...

|Tutti|. Insomma, com'è diviso?

|Grisostomo|. Oimè! In... In... In... In sette atti.

|Uno de' lettori|. Badate che Grisostomo vi fa il torto di credervi
pedanti.

|Grisostomo|. Io? No davvero. Ma, Dio mio! siamo in certi tempi che...

|Tutti|. Poveruomo! Lo sappiamo meglio di te che 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7,
sono tutti numeri buoni in faccia alla ragione drammatica. Cosí
fossero sempre buoni anche in faccia al cassiere del lotto!

|Grisostomo|. Ve lo desidero, perché siete gente di garbo. Sir Jones,
pratichissimo della «lingua sanscrita» e de' dialetti di essa, ed
assistito dal suo maestro, il pandito Rámalòchan, tradusse parola per
parola in latino la _Sacontala_, e poscia rifece quel suo lavoro in
prosa inglese e lo pubblicò.

|Uno de' lettori|. È stampata anche la traduzione latina?

|Grisostomo|. Signor no.

|Il suddetto|. Me ne dispiace. E chi non sa d'inglese come fa a legger
la Sacontala?

|Grisostomo|. Si procuri la traduzione tedesca del signor Forster.

[p.144]

|Un altro|. E chi non sa di tedesco?

|Grisostomo|. Ne faccia senza.

|Un altro|. No, no. Cerchi la traduzione francese di monsieur Bruguière.

|Grisostomo|. Di questa io non parlava, perché non trovo in
essa quelle bellezze che veggo nelle altre due, e che, secondo il
creder mio, non possono provenire che dall'originale.

|Il suddetto|. A ogni modo, meglio qualche cosa che niente.

|Grisostomo|. Sí, ma badate di non accusar poi Calidasa della noia che
forse vi cagionerá monsieur Bruguière.

|Molti|. Tanto fa: vogliamo leggerla anche noi questa _Sacontala_.

|Grisostomo|. Avvertite per altro che per derivare diletto dalla
lettura della _Sacontala_, qualunque sia la traduzione di cui vi
serviate, vi bisogna formarvi prima una qualche idea del clima, della
storia naturale, de' costumi, della religione degli indiani; perché in
gran parte le bellezze di questo componimento derivano dall'affluente
freschezza delle tinte locali. Intendo per «tinte locali» quella tale
modificazione d'immagini, di pensieri, di sentimenti, di stile, che è
propria esclusivamente o quasi esclusivamente di quello stato di
natura umana e di quel momento di societá civile che il poeta piglia
ad imitare. Un popolo posto sotto di un cielo sereno, su di un suolo
ridente di fiori e di frutti, un popolo a cui tutte le bellezze della
natura sono eterno spettacolo, deve sentir vivamente il piacere della
vita. Traendo i suoi giorni il piú all'aperto, è naturale ch'egli
contempli sempre le bellezze che lo circondano e che le descriva
sempre con nuovo entusiasmo; è naturale ch'ogni minuta particolaritá
da lui osservata nella natura gli mantenga perpetua nell'animo una
serie di sentimenti tutti in armonia cogli oggetti ch'egli vagheggia:
sentimenti che vengono poi a mischiarsi con tutti gli accidenti della
sua vita. L'ardenza de' raggi del sole gli fa riporre la somma delle
voluttá nella frescura dell'ombre, nella mite dolcezza del chiaro
della luna, nell'aspetto de' ruscelli, nello spirare di un'auretta
consolatrice. In lui il sentimento di queste delizie è sí permanente,
che informa sempre in [p.145] qualche modo le idee concomitanti dei
suoi concetti, e gli presta immagini di confronto ond'esprimere ogni
altro suo godimento.  Nella stessa maniera all'assenza di esse egli
paragona sempre ogni sua pena. Aggiungete alla disposizione naturale
l'educazione religiosa, la credenza nella metempsicosi; e cesseranno
di parervi strani il rispetto e l'amore tenerissimo degli indiani pe'
fiori, per gli alberi, per gli animali, ecc., amore che spira da capo
a fondo in tutto il dramma di Calidasa. Vedrete in esso altresì una
certa tendenza contemplativa. della quale, come giá s'è detto nel
numero 25 del _Conciliatore_, bisogna cercare la ragione nella vita
spesso sedentaria degli indiani.

La _Sacontala_ è un dramma di cui l'argomento unico è l'amore. Questa
passione vi è descritta dal suo nascere fino alle piú miserabili delle
sue sciagure, attraverso le quali gli amanti giungono finalmente ad
uno stato di pacata contentezza. Nella pittura degli affetti Calidasa
tenne conto di tutte quelle gradazioni dilicate che costituiscono
l'amor gentile de' popoli molto inciviliti, e delle quali non s'avvede
pienamente che l'uomo conoscitore dell'uomo e innamorato un tempo
anch'egli medesimo. Anche in ciò Calidasa pare Shakespeare. Ed
anch'egli, a somiglianza del poeta inglese in alcuni drammi, occupa la
mente ed il cuore de' lettori col rappresentar loro la semplice
successione de' fatti, le semplici peripezie delle passioni, senza far
derivare l'effetto drammatico da alcune assolute individualitá di
carattere ne' personaggi del dramma. Sacontala, Dushmanta, Canna, ecc.
ecc., sono persone che nulla hanno in sé di straordinario. Non vengono
innalzate al disopra del comune se non quel tanto che basta per
sollevarle all'ideale poetico. Ciò che a noi le rende interessanti non
è il complesso del loro carattere particolare, bensí lo stato
dell'anime loro, agitate da passioni comuni agli uomini in generale,
ma con particolaritá di accidenti esteriori.

Lo scioglimento del dramma è operato dal concorso di una divinitá. È
quindi uno scioglimento che per noi italiani ha del poco bello e che
dee riescirci freddo; consideratolo per altro nelle sue relazioni col
maraviglioso di religione, che domina [p.146] per entro a tutto il
dramma, è conveniente all'armonia universale del poema e proporzionato
alla fantasia degli spettatori indiani. Perché il maraviglioso della
_Sacontala_ faccia effetto sull'animo de' lettori d'Italia, fa
d'uopo che questi colla fantasia loro si trasportino nei boschi sacri
dell'Indostan, ed assumano in certo modo per alcun tempo le opinioni e
le credenze de' popoli devoti a Siva, a Rama, a Visnú. Tanta mobilitá
d'immaginazione non è, lo so anch'io, dote comune a molti; però non
sará maraviglia se la _Sacontala_ a molti riescirá insipida e
noiosa. Le persone, alle quali una squisita pieghevolezza di fantasia
concederá di sentire vivamente la fragranza di questo fiore
dell'India, ne sappiano grazie alla duttilitá delle lor fibre; ma
sieno tolleranti altresí del contrario parere di coloro che dalla
natura hanno sortito minore versatilitá d'immaginativa[2]. Per
ultimo...

|Uno de' lettori|. Benedetto quel «per ultimo»! Finiscila una buona
volta.

|Grisostomo|. Due parole e mi sbrigo. Per ultimo ricordinsi i lettori
della _Sacontala_ di rimontare col loro pensiero ai costumi antichi
dell'India, specialmente per ciò che risguarda la condizione delle
donne. Questa in Europa ha migliorato dall'introduzione del
cristianesimo in appresso; e nell'India, per lo contrario, dopo le
conquiste musulmane ha peggiorato. Anteriori a quelle conquiste sono i
tempi descritti nella _Sacontala_, quando l'influenza [p.147] de'
maomettani e le massime della lor gelosia non avevano ancora rinchiuse
le belle indiane ne' _zenanas_, ed esse esercitavano liberamente gli
uffici dell'ospitalitá, e conversavano liberamente cogli uomini, de'
quali erano considerate compagne e non serve.

|Uno de' lettori|. Povere indiane! Mi fa compassione la lor servitú.

|Un altro|. E non meritano pietá anche i __poveri uomini__ dell'India?

|Un altro lettore|. Signor Grisostomo, tu ci hai sbattuta sul muso una
tantafera da far isbadigliare fino la pazienza di un bibliotecario. Le
tue chiacchierate saranno una stupenda cosa; ma noi vogliamo conoscere
Calidasa e non te. Non si potrebbe ottenere da V. S. un tratto da
galantuomo?

|Grisostomo|. Vale a dire?

|Il suddetto|. Regalare alla tua fantesca tutti i tuoi ragionamenti, e
dare a noi in qualche modo un epilogo della _Sacontala_?

|Grisostomo|. Volentieri; ma per darvelo mi bisognerá occupare con esso
un intero numero del _Conciliatore_, e forse piú.

|Il suddetto|. Poco male!

|Tutti|. Sí, sí, l'epilogo: e sia pur lungo, non importa;
contenti noi, contenti tutti.

|Grisostomo|. Benissimo! sarete serviti.

|Un altro lettore|. Intendiamoci però, signor Grisostomo, su di un
punto. Ha Ella in animo di proporre agli italiani, siccome modello da
imitarsi, questa sua lodata _Sacontala_?

|Grisostomo|. Io propor la _Sacontala_ come modello da
imitarsi! Io, che non cesso mai dal raccomandare l'originalitá e la
scelta d'argomenti adattati alla nostra presente condizione sociale!

|Il suddetto|. Eppure, certe poesie del Bürger...

|Grisostomo|. Nel giá citato numero 25 del _Conciliatore_
s'è parlato anche di certe poesie del Bürger; ma non s'è detto, parmi,
d'imitarne in Italia gli argomenti.

|Il suddetto|. Sí; ma in un altro libretto, prima che nascesse
il _Conciliatore_, si sono proposti come modelli certi due
romanzi, il _Cacciator feroce_ e l'_Eleonora_.

[p.148]

|Grisostomo|. Signor mio, ha Ella avuta la bontá di leggerlo
quel mio libretto?

|Il suddetto|. Sí sí, tre volte da cima a fondo. Ed è per
questo che...

{In quel momento una bella signora, che non aveva mai insino allora
aperto bocca, si fa rossa in viso, ed, accostandosi furtivamente al
signore che parla con Grisostomo, gli stringe il gomito e gli dice
sottovoce:}

Prudenza, mio caro, prudenza! Tienti zitto, per caritá; altrimenti il
tuo credito va in fumo. Si dirá che non sai leggere e che non intendi
un ette. Non è vero che Grisostomo proponesse quei due romanzi per
modelli. Bada bene che tu t'inganni.

|Il suddetto|, {ributtando l'ammonizione della signora con
tali modi inurbani da manifestare ch'egli n'è certamente il marito,
prosegue a dire:}

Sì, l'ho letto, e parlo cosí perché so quel che dico.


|Grisostomo|. Lo rilegga, di grazia, un'altra volta.

|La Signora|. E poiché mio marito l'avrá riletto, spero che
vorrá disdirsi d'una cosa detta da lui solo per sbaglio di memoria,
del quale per altro fo io le scuse al signor Grisostomo.

|Grisostomo|. Ella, madama, è troppo gentile con me. Gliene
rendo grazie.

|La Signora|, {conducendo via in fretta in fretta il marito, gli va
dicendo all'orecchio:} Quando tu leggi un libro, bada bene che le
parole sono quelle nere; quando sei in compagnia d'altri, bada bene a
non entrare in discorsi, perché non sei in caso di... {Il resto non
s'è potuto udire distintamente dall'estensore del presente dialogo.}

|Grisostomo|.

[p.149]



SACONTALA

O SIA

L'ANELLO FATALE

DRAMMA INDIANO DI CALIDASA

Il dramma è preceduto da un prologo brevissimo in forma di dialogo tra
l'impresario del teatro ed un'attrice. Questo prologo non ha altro
scopo che di annunziare la recita della _Sacontala_, ed è
preceduto anch'esso dalla seguente benedizione pronunziata da un
bramino [3]:--L'acqua fu l'opera prima del Creatore; il fuoco riceve
le obblazioni comandate dalla legge; il sacrificio è celebrato con
solennitá; i due lumi del cielo distinguono il tempo; il sottile
etere, veicolo del suono, riempie l'universo; la terra è la madre
naturale d'ogni incremento; e l'aria anima ogni cosa che respira.
Visibile sotto queste otto forme, benedica e sostenga noi tutti Issa,
il dio della natura.


ATTO I

{La scena è un bosco sacro, abitato dal savio Canna e dagli eremiti
suoi seguaci.}

Dushmanta, re dell'India, appare sopra un carro, inseguendo a briglia
sciolta un'antelope (gazella) ch'egli vorrebbe ammazzare. La belva si
ripara nel bosco sacro. Esce un eremita accompagnato da un discepolo,
e scongiura il re d'aver pietá di quella [p.150] povera antelope.--O
re, o eroi, le armi vostre sono destinate a salvare gli oppressi, non
a sterminar gl'innocenti.--Dushmanta cede tosto al consiglio
dell'eremita, e ripone nella faretra la saetta. Tanta docilitá in un
monarca possente, giovine e vago di caccia è lodata gentilmente
dall'eremita.--Degno è di te quest'atto, degno di te, o il piú
illustre de' monarchi, degno invero d'un principe della stirpe di
Puru[4]. Possa tu veder crescere un tuo figliuolo che sia ornato dalle
virtú e sovrano dell'universo!--

L'eremita annunzia a Dushmanta che nel bosco si sta per celebrare un
sagrifizio; ed, invitatolo ad intervenirvi, si ritira. Prima di metter
piede nell'asilo degli eremiti, Dushmanta si spoglia degli ornamenti
reali.--Ne' boschi--dic'egli--consacrati alla religione bisogna
entrare con vestimento piú umile... Eccomi nel santuario. Il braccio
destro mi pulsa. Che nuova prosperitá mai vuol promettermi questo
augurio?--

Egli sente voci femminili; va spiando; vede alcune fanciulle recare acqua
per ristoro de' loro arboscelli; le contempla, e gli paiono piú amabili
assai delle belle donne della sua corte. Sacontala, accompagnata dalle due
ancelle ed amiche, Anusuya e Priyamvada, va a versare acqua sui fiori
ch'ella ha prediletti. La soave bellezza di lei mette rapidamente in
tumulto il cuore di Dushmanta.--Qui--dic'egli,--qui mi nasconderò dietro
quest'albero, onde mirar tutte le leggiadrie di Sacontala, e non iscemare
nell'anima di lei la confidenza.--

Sacontala, credendosi sola, prega le compagne perché le sciolgano il
fermaglio del mantello che le comprime di troppo il seno. Allora nuove
bellezze sfolgorano al guardo dell'appiattato monarca, e in lui la
passione s'aumenta. Il dialogo delle fanciulle parla della vaghezza
de' fiori, della dolcezza de' loro profumi, degli amori delle piante;
e vi sono frammischiati paragoni tra Sacontala e quelle delizie.
Dushmanta, anch'egli, tra sé e sé ne fa di con simili; ed ogni detto
spira gentilezza di sentimenti dilicatissima.

La fresca _mallica_[5] s'è sposata all'_amra_[6], soavissimo
degli alberi. Il _madhavi_[7], pianta sopra tutte diletta a
Sacontala e ch'ella chiama «sorella sua», ha messo fiori intempestivi
dalla radice alla [p.151] sommitá.--Portenti questi--dicono le
ancelle,--che fanno sperare vicine le nozze a Sacontala.--

Un'ape, lasciato il fiore della _mallica_, ronza intorno al volto
di Sacontala. La vergine coll'agitar della mano tenta di togliersi
d'innanzi quell'insetto importuno. Dushmanta osserva l'industria
ingenua di Sacontala, e fa confronto tra la grazia de' movimenti di
lei e le studiate maniere delle donne della sua corte. Quanta maggior
venustá in Sacontala!--Fortunata ape!--esclama egli.-Tu tocchi la coda
di quel bell'occhio tremante; tu ti accosti al lembo di
quell'orecchio; tu vi susurri dolcemente, come se bisbigliassi un
segreto d'amore; e, mentre ch'ella agita la leggiadra sua mano, tu
voli a sugger miele da que' labbri che contengono il tesoro d'ogni
diletto. Io qui fra' dubbi miei mi consumo del desiderio di sapere di
qual famiglia ella nasca; e tu intanto, fortunata ape, ti vai godendo
un piacere che per me sarebbe la suprema delle venture.--

Sacontala si volge alle compagne perché la soccorrano a liberarsi
dall'ape.--Noi nol possiamo--rispondono.--Dushmanta[8] solo può
liberarti. Egli solo è il protettore di questo santuario.--All'udirsi
nominare, Dushmanta vorrebbe uscire del nascondiglio e palesarsi. Ma,
pensato alcun poco, mette freno al suo desiderio.--Meglio è ch'io
venga innanzi a lei non come re, ma come semplice straniero che cerca
ospitalitá.--

L'ape non cessa di ronzare. Sacontala procura di scansarla, fuggendo
lontano alcuni passi; ma, perseguitata tuttavia, grida:--Soccorso,
soccorso! Chi mi salva da questa sciagura?--Dushmanta non sa piú
contenersi, e, sbalzando fuor dell'albereto, si presenta alle donne.
Sparita l'ape, Anusuya e Priyamvada usano a lui le accoglienze
prescritte dall'ospitalitá, gli offrono frutti e fiori e lavacri pe'
suoi piedi, e molli foglie di _septaperna_ su cui riposarsi.

Sacontala, nel mirare Dushmanta, sente una segreta emozione che non le
pare in accordo colla santitá del luogo. La voce e [p.152] le parole
del re fanno piú violenta quell'emozione. Intanto le ancelle entrano
in discorso con lui, e con onesta preghiera gli dimandano chi egli
sia. Ed egli, voglioso di celare la propria dignitá:--Io son uno che
medita sui sacri _Vedas_[9]; abito nella cittá del nostro re, che
discende da Puru; ed intento all'esercizio dei doveri religiosi e
morali, qui sono venuto per contemplare il santuario della
virtú.--Poi, interrogando egli le fanciulle, chiede loro come esser
possa che Sacontala sia figliuola di Canna, da che quel savio eremita
doveva avere rinunziato ad ogni legame terreno. Anusuya quindi gli
palesa che Sacontala non è figliuola di Canna, bensí di Causica,
principe della famiglia di Cusa, sovrano e, ad un tempo stesso, uno
de' savi dell'India; che la madre di lei fu una ninfa; e che la povera
Sacontala, rimasta orfana e sola, fu raccolta da Canna, che la educò e
le tenne luogo di padre.

Queste novelle rallegrano il cuore a Dushmanta. Ma un fiero dubbio
gli attraversa tuttavia la mente.--Forse Canna, seguendo le regole
degli eremiti, avrá destinata la fanciulla ad una perpetua
verginitá.--Interrogate le ancelle, e udito da esse come Canna abbia
data intenzione di voler maritare Sacontala ad uno sposo pari a lei,
Dushmanta si ritira in disparte ed esclama:--Esulta, esulta, o cuor
mio! Ogni dubbio è rimosso. A ciò che prima avresti temuto come
fiamma, or puoi accostarti come a gemma preziosa.--

La verginale modestia di Sacontala mal soffre i lunghi discorsi delle
compagne sue col re. Ella s'alza e sta per andarsene. In virtú d'un
accordo pattuito tra Priyamvada e Sacontala, quest'ultima aveva
obbligo d'innacquare altri due arboscelli. Però Priyamvada, giovandosi
di tale pretesto, cerca di trattenerla. Pare al re che in veritá
Sacontala sia stanca; e, cavatosi di dito un anello, lo dá a
Priyamvada, pregandola che quello serva a scontare il lavoro dovuto a
lei da Sacontala. Il nome di Dushmanta è inciso sull'anello. Le donne
si guardano l'una l'altra maravigliate. Dushmanta, volendo pur sempre
tenersi incognito, dice loro di non badare a quell'inezia, cara a lui
per altro come dono del re.--Non privartene dunque--gli risponde
Priyamvada;--la tua sola parola vale a scontare il debito di
Sacontala.--E, ridato a lui l'anello, si rivolge a Sacontala,
dicendole ch'ella debb'essere grata allo straniero, e può andarsene a
posta sua.

[p.153]

Ma Sacontala non sa piú risolversi alla partenza. Il re vede
l'indugiare ch'ella frappone, e tra se stesso esclama:--O ch'ella
sente per me quel ch'io sento per lei; o che la gioia mi fa uscir di
me stesso. Ella non dirizza a me una parola; ma, se parlo io, sta
coll'orecchio teso per ascoltarmi. Innanzi a me non è padrona d'un
menomo suo atto, e gli occhi non li sa volgere che a me solo.--

S'odono di dentro voci di lamento, perché sieno interrotti i riti
degli eremiti. I seguaci di Dushmanta, coi cavalli, cogli elefanti,
col traino, con tutta la caccia, hanno invaso il bosco sacro.
Dushmanta n'è dolente. Le donne, sbigottite dal frastuono de'
sopravegnenti, s'inchinano a lui e muovono verso la capanna degli
eremiti. Sacontala studia nuove ragioni di dimora e fa lento, piú
ch'ella può, il suo passo.--Aimè--grida--aimè! Un subito dolore mi
piglia al fianco. Aimè! che non mi reggo al cammino!--Le compagne la
rincorano perché s'affretti. Ed ella:--Oimè! il piede mio è ferito da
un gambo acuto d'erba _cusa_[10]. Oimè! il lembo della veste mi
s'è appiccato a un ramo di _curuvaca_[11]. Fermatevi, datemi
aiuto.--Finalmente ella parte, sorretta dalle compagne e mandando
indietro lunghi sguardi a Dushmanta.

Egli, rimasto solo, mette sospiri, pensando alla beltá di
Sacontala:--E non dovrò piú rivederla! Ah, no! Cercherò i servi miei;
qui... qui intorno fermerò il mio campo. Non so cessare dal diletto di
rimirarla. E come potrei volgere ad altro i miei pensieri? Il corpo
mio muovesi e va innanzi; ma questo cuore irrequieto corre indietro
verso di lei, a guisa d'una leggiera foglia di canna, che, portata in
cima a un bastone incontro al vento, svolazza sempre in direzione
opposta.--Parte anch'egli.


ATTO II

{Pianura e padiglioni reali al lembo della foresta sacra.}

Il re intima che per quel dí cessi la caccia, onde non profanare i
luoghi santi. Seduto poscia a' piè d'un albero con Madhavuya, l'amico
suo, parla di Sacontala, dell'amar che ne sente, [p.154] della
bellezza di lei, del desiderio di farsela sposa, del dolore di non
poter quel dí stesso chiedere a Canna le nozze della pupilla, perché
Canna è lontano. E, mentre che studia di trovar qualche scusa per
rientrare nel bosco sacro, due giovinetti eremiti chiedono udienza.
Entrati a lui:--Canna--gli dicono--Canna, la nostra guida spirituale,
è assente; e intanto alcuni dèmoni cattivi disturbano la pace del
sacro eremo. Accorri, o re, a proteggerci.--

L'invito non può cadere più opportuno all'amante. Sta per secondarlo;
quand'ecco venir dalla regina, madre di lui, un ambasciatore. Il
digiuno solenne è vicino. La madre chiama alla corte per
quell'occasione il figliuolo. Che fará egli? Ubbidirá? Ma... e la cara
Sacontala? Dopo un volgere di vari consigli tra sé e sé, stabilisce di
condiscendere alle preghiere degli eremiti, e d'inviare Madhavuya alla
madre, ond'egli assista al digiuno solenne, tenendo le veci del re ed
iscusandolo presso lei del non venire. Teme per altro che costui sveli
alla regina i segreti amorosi che gli ha confidati; ed affettando
maggiore serietá:--Non creder nulla--gli dice--di quanto ti narrai di
Sacontala. Fu una favola inventata da me per ispassarmi. Non entro per
altro nella foresta se non perché mi vi conduce riverenza degli
anacoreti. La fanciulla d'un eremita, educata fra le antelopi, non è
cosa degna di me. Non creder nulla; non credere. Addio; fa' il dover
tuo. Intanto io corro... in soccorso degli uomini santi.--Partono
tutti.


ATTO III

{Romitaggio nell'interno del bosco.}

Per opera del re, nel bosco sacro è ritornata la calma. Un giovinetto,
recando un fastello di erbe pel sacrificio e meditando sulle cose
vedute, manifesta la propria ammirazione:--Quanto è grande il potere
di Dushmanta! Eccolo appena metter piede nel bosco; eccolo vibrare una
sola saetta; ecco disperse tutte le nostre calamitá.--

Esce Dushmanta. Ha l'aspetto d'uomo travagliato dalla passione
d'amore. Esprime in un lungo soliloquio le pene dell'anima sua:--...
Ah! per me non v'è pace, salvo che nel rivedere l'amica mia. Il
meriggio è cocente; di certo ella verrá colle sue compagne a
ristorarsi sotto quest'ombre, in riva a questo ruscello. Di certo
[p.155] l'amica mia si nasconde in qualche parte di questi fioriti
boschetti. Ecco le orme de' suoi piedi eleganti; eccole qui sulla
sabbia; e le sono orme stampate di fresco. Eccola, eccola; la delizia
dell'anima mia siede colle sue ancelle sovra un sasso liscio liscio e
tutto cosperso di fiori recenti.--Còlto dalla timidezza, l'amante
s'arresta; poi si nasconde dietro alcuni frascati, e non cessa mai dal
contemplare la cara donna, e n'ode tutti i discorsi.

Sacontala è oppressa da un'angoscia segreta. Una febbre ardente par
che le scorra per le vene. Meste le ancelle procacciano di prestarle
ristoro. Dushmanta la rimira.--Oimè!--dice in disparte--oimè! quale
sará la cagione fatale della sua febbre? Che fosse mai vero ciò che il
cuore mi suggerisce? Amor forse? Misera! la sua fronte è riarsa, il
suo collo è appassito, la sua persona è più smilza che prima, le
spalle le cadono di languore, scolorata è la sua carnagione; ella pare
un cespo di _madhavi_, a cui secca le foglie un vento infocato.
Ma, benché trasformata di tanto, ell'è pur sempre bella e consola
sempre l'anima mia.--

Anusuya e Priyamvada interrogano amorosamente la vergine sulle cagioni
de' mali ond'ella è oppressa. A loro non sembra vero che quelli
provengano dal solo caldo eccessivo della stagione. Sacontala, vinta
dalle preghiere di quelle pietose, confessa i segreti del suo
cuore.--Fin dal primo momento in cui vidi quel leggiadro principe che
or ora tornò a quiete la sacra foresta, fino da quel momento gli
affetti miei furono rivolti tutti a lui irreparabilmente; e quindi
sono io ridotta in questo languore.--Continua il dialogo tra Sacontala
e le ancelle; ed ogni parola di lei la manifesta innamorata e tremante
del futuro. Dushmanta ode, e la gioia si diffonde per l'anima sua[12].
Non sa piú contenersi: abbandona il nascondiglio dei frascati, e corre
alla fanciulla, e le giura inviolabile amore[13]. È dubbiosa Sacontala
e quasi non crede. Ed egli:--O di tutte le cose tu la piú cara al cuor
mio, tu che con lo splendore nereggiante de' begli occhi mi fai
estatico, deh! parla piú mite... M'uccidono le tue parole. In mezzo
alle delizie ed alle molte femmine del mio palazzo, due soli saranno
gli oggetti [p.156] delle cure mie: la terra cinta dal mare sulla
quale io impero, e Sacontala, l'amica mia.--

Dopo i giuramenti del re, le ancelle, mendicate alcune scuse,
destramente si ritirano e lasciano libertá agli amanti. La vergine.
trovandosi sola con un uomo, diventa timida oltre l'usato, china gli
occhi, accusa di tradimento le compagne, e vorrebbe partire anch'ella.
Dushmanta gentilmente le si oppone. Ed ella:--Lasciami, lasciami
andare, te ne scongiuro. Oh destino mio infelice!--Il re la lusinga
tuttavia, e la rattiene afferrandole la fimbria del mantello. Ed
ella:--Figlio di Puru, serba, deh! serba la tua ragione.--Qui ha luogo
una scena di galanterie, di sospiri, di oneste repulse, di desidèri,
d'astuzie amorose, ma decenti, ecc. ecc.; e tutto finisce con un bacio
che l'amante furtivamente stampa sulle labbra all'amata. Sopravviene
in quel mezzo Guatámi, la matrona guardiana di Sacontala. La
fanciulla, intimorita, prega l'amante a nascondersi. Egli obbedisce.
Il giorno cade. Guatámi persuade a Sacontala di ritirarsi alla
capanna; e la fanciulla, docile all'invito, tiene dietro ai passi
della matrona; ma il cuore le piange di doversi separare dall'amante.

L'atto ha termine con un soliloquio di Dushmanta, il quale, riandando
i momenti passati, si duole d'essere stato troppo timido, ed intanto
si pasce delle dolci memorie[14] che in lui destano il sasso su cui
sedeva Sacontala, i rami del _vetasas_ che formavano come una
pergola sul capo di lei, la foglia di ninfea ch'ella teneva nelle
mani, ecc. ecc. ecc.


ATTO IV

{Pianura innanzi alla capanna.}

{|Anusuya| e |Priyamvada| vanno cogliendo fiori.}

|Anusuya|. O Priyamvada! È vero, l'amica nostra è felice: s'è
maritata, è vero, secondo i riti de' _gandharvas_[15] ad uno
sposo pari a lei per dignitá e per meriti. Eppure il cuor mio non è
senza angustie per amore di Sacontala, e mi tormenta un dubbio...

[p.157]

|Priyamvada|. E che dubbio è il tuo, Anusuya?

|Anusuya|. Questa mattina, compiute le mistiche cerimonie, i
nostri eremiti pieni di gratitudine diedero commiato al re. Egli se
n'è ito alla capitale, ad Hastinápura[16], dove, circondato da cento
donne, ne' recessi del suo palazzo, chi sa se ancora serberá memoria
della leggiadra sua sposa?

|Priyamvada|. Datti pace: non temer nulla. Confida nell'onore
d'un uomo gentile ed educato alla sapienza...

Ma un altro timore suggerisce a Priyamvada:--Canna è tuttavia lontano:
nulla sa del matrimonio di Sacontala. Quando tornerá dal suo
pellegrinaggio, che dirá egli? L'approverá?--Pare ad entrambe che sí;
e continuano a raccogliere fiori per adornare i templi della dea delle
nozze.

Intanto l'iracondo Durvasas, uno degli uomini santi dell'India, a
cui la povera Sacontala, occupata da tutt'altri pensieri, trascurò
di far le dovute accoglienze, grida terribilmente:--E che? Tu non
rendi ossequio ad un ospite? Ebbene, ascolta la imprecazione mia.
Quegli a cui meditativa tu stai pensando, quegli a cui ora è rivolto
interamente il cuor tuo, quegli per cui trascuri una pura gemma di
divozione che ti cerca ospitalitá, quegli, sí, quegli, a guisa
d'uomo che, tornato sobrio, dimentica le parole pronunziate
nell'ubbriachezza, non si ricorderá piú di te, non ti riconoscerá
piú, allorché tornerai al suo cospetto.-

Anusuya corre per placare l'ira dell'uomo santo e gli si getta a'
piedi; ma né preghiere né lagrime lo muovono interamente a pietá. Però
risponde:--La parola mia è irrevocabile. Ma l'incantamento creato da
essa andrá disciolto affatto, allorquando lo sposo mirerá l'anello
posto da lui in dito alla sposa.--Dushmanta infatti, prima di partire,
aveva dato a Sacontala un anello con incisovi sopra il proprio nome.
Quindi le donne si consolano, perché veggono facile il modo di
distruggere l'incantamento. Sacontala, tutta assorta nelle idee
amorose, nulla sa [p.158] dell'imprecazione. E nulla gliene dicono le
compagne sue, per non atterrirla:--Sarebbe un versare acqua bollente
sui fiori della tenera _mallica_.--

L'incantamento dell'uomo santo comincia ad avere effetto. Dushmanta
non torna e non manda tampoco messaggi. Sacontala è nel dolore. Le
compagne di lei s'accorgono ch'ella è incinta. Canna è tornato. Con
che cuore manifestargli lo stato della pupilla sua?

Fortunatamente una voce del cielo ha avvertito Canna delle nozze di
Sacontala col re. I desidèri del savio eremita sono compiuti. Traendo
buon augurio dai segni d'un sacrificio, egli delibera d'inviare la
sposa allo sposo. Sacontala viene incoronata di fiori e sparsa di
profumi. Le ninfe silvestri le hanno preparati gli ornamenti nuziali.
Le ancelle apprestano le sontuose vesti a Sacontala; e, intanto che la
stanno abbellendo, piangono la vicina partenza di lei, che piange in
lor compagnia. Canna ordina il sacrificio solenne, e piange anch'egli,
e manda voti di felicitá e benedizioni sul capo della sua cara
Sacontala.

Piene di tenerezza sono tutte le parole dell'addio. Un coro invisibile
di ninfe prega felice il viaggio a Sacontala, cantando:--Sulla via
ch'ella sta per correre venga compagna di lei la prosperitá. Propizi
venticelli spargano intorno, per delizia di lei, la polve odorosa de'
piú bei fiori. Stagni di limpide acque, verdeggianti per le foglie
della ninfea, le apprestino frescura nel suo viaggio; e rami ombrosi
la difendano dai raggi infocati del sole.--

|Sacontala|. M'è dolce il pensiero di dover rivedere lo sposo
mio; sí, m'è dolce... Eppure il piede mi vacilla nell'abbandonare
questo bosco, questo asilo della mia giovinezza.

|Priyamvada|. Oh! non sei giá mesta tu sola. Or che il momento
della tua andata è vicino, mira qui come ogni cosa è afflitta!
L'antelope non istá piú brucando intorno al mucchiarello d'erba
_cusa_. La paonessa non balla piú sul prato. Gli alberi del bosco
lasciano cader pallide sul terreno le loro foglie; non hanno piú
vigore, non hanno piú bellezza[17].

|Sacontala|. Padre mio venerando, contèntati ch'io parli a
questo _madhavi_, i di cui fiori rubicondi infiammano il bosco.

|Canna|. So, figliuola mia, quanto l'ami.

[p.159]

|Sacontala|, abbracciando il _madhavi_: O la piú radiosa
delle piante, ricevi l'amplesso mio e me lo rendi colle tue flessibili
braccia. Da questo dí innanzi, benché lontana, sarò pur tua sempre. O
padre, abbiti cara questa pianta; considerala come un'altra me stessa.

|Canna|. La tua amabilitá, o figliuola, ti ha procurato uno
sposo che ti somiglia. Questo evento fu lungamente il desiderio piú
vivo dell'anima mia. Ed ora che in me la sollecitudine per le tue
nozze è finita, avrò cara questa tua pianta prediletta e la mariterò
all'_amra_ che manda fragranze vicino ad essa. Va', figliuola
mia; pónti in viaggio.

|Sacontala|, accostandosi alle ancelle: Dolci amiche, questa
pianta di _madhavi_ sia un prezioso deposito nelle vostre mani.

|Anusuya e Priyamvada|. Ahi! ahi! E di noi chi avrá cura?
Piangono entrambe.

|Canna|. Sono superflue le lagrime, o Anusuya. La nostra
Sacontala ha bisogno d'essere rinvigorita dal nostro coraggio, e non
giá d'essere intenerita dai nostri lamenti.

|Sacontala|. Padre, allorché quella povera antelope, che or
cammina lenta lenta pel peso de' suoi portati, gli avrá partoriti,
mandami un messaggio cortese che me l'annunzi salva e vispa. Non
dimenticartelo, te ne scongiuro.

|Canna|. Carissima mia, sta' certa, nol dimenticherò.

|Sacontala| muove il passo, poi s'arresta. Chi m'afferra il
lembo della veste? Chi mi rattiene? Si volge e guarda.

|Canna|. È il tuo figlio adottivo; è il cavriuolo giovinetto,
quello la di cui bocca tu tante volte medicasti di tua mano col
salutifero olio dell'_ingudí_[18], quando gliel'avevano piagata
le cime acute dell'erba _cusa_; quello che tante volte fu
pasciuto da te con una manata di grani di _syamaka_. Vedilo: or
non vuole scostarsi dalle pedate della sua protettrice.

|Sacontala|. Perché piangi, povero cavriuolo? Perché piangi per
me, cui bisogna abbandonare il nostro comune domicilio? In quella
stessa maniera con cui ti allevai io quando appena nato perdesti la
madre, con quella cura stessa provvederá a te il padre mio quando
saremo separati. Vanne, povera creatura, vanne: è necessitá il
separarci. {Ella dá in un gran pianto.}

[p.160]

|Canna|. Le lagrime tue non si convengono, o cara, al momento
presente. Fa' cuore. Ci rivedremo, ci rivedremo ancora. Pon' mente
alla strada innanzi a te, e sieguila. Quando ti sta gonfia la lagrima
sotto la bella palpebra, raccogli l'animo tuo e sfòrzati di frenare
l'impeto primo ch'ella fa per iscoppiare. Nel tuo viaggio su questa
terra, ove i sentieri or sono alti or bassi, e '1 sentiero buono rade
volte è conosciuto, le orme de' passi tuoi di necessitá saranno
ineguali; ma la virtú ti spignerá innanzi dirittamente.

Anusuya trae in disparte Sacontala, ed abbracciatala:--Ogni cuore--le
dice,--ogni cuore, amica mia, in questo sacro asilo pende da te; e il
dolore della tua partenza li percuote tutti. Osserva la
_sciacravaca_[19]. Senti la compagna sua che lá, mezzo nascosta
tra le foglie della ninfea, lo sta chiamando. Ed egli non le risponde;
ma, lasciate cascar dal becco le fibre d'un gambo di loto da lui
pelato, ti guarda fiso fiso, con una pietá infinita.--

Continuano gli abbracciamenti, i pianti, le savie ammonizioni di Canna
a Sacontala. Partita la quale, una malinconia taciturna pon fine
all'atto.


ATTO V

{Il palazzo reale di Hastinápura.}

Dushmanta non si ricorda piú di Sacontala. Riposandosi alcun poco
dalle cure dell'impero, ode una canzone che parla di affezioni
dimenticate. L'armonia di quel canto è mesta. Egli diventa mesto; ma
non ne sa indovinare la cagione.--E perché dunque mi viene sull'anima
tanta malinconia in udire un semplice canto che rammenta i lontani, se
davvero non so d'essere diviso da oggetto alcuno dell'amor mio?
L'aspetto della bellezza, le melodie soavi inducono talvolta a
malinconia gli uomini per altro felici. Chi sa? Forse è una malinconia
che proviene in essi da qualche languida memoria di gioie passate;
forse è l'ultima traccia di alleanze contratte in una esistenza
anteriore.--Siede pensoso ed afflitto. I bramini, inviati a lui da
Canna colla sposa, cercano udienza: sono intromessi. Durante la
cerimonia del ricevimento Sacontala, [p.161] velata il volto, trema
incerta dell'esito.--Che donna è quella? La beltà sua splende in mezzo
agli anacoreti siccome un bocciuolo fresco che verdeggia tra foglie
ingiallite e passe. Ma non le togliete il velo. Ella pare essere
incinta; e neppure io re deggio mirare in volto la moglie d'un
altro.--

I bramini gli annunziano che quella è Sacontala, la sposa legittima di
lui. Stupisce il re: gli pare strano che gli si parli di nozze.--Che
favola è questa mai?--È levato il velo a Sacontala. Dushmanta la
rimira, confessa che è bella; ma non la riconosce.--Per quanto io
mediti, non mi ricordo d'avere sposata costei. Né io darò luogo mai
nella mia reggia a donna che porti in seno la prole altrui.-

Sacontala gli rammenta il bosco sacro, gli amori, le nozze contratte.
E quegli niega ogni cosa.--Ebbene, ti mostrerò l'anello che m'hai
donato col nome tuo.--Ella si cerca su' diti l'anello.--Aimè,
sventurata! Non ho più l'anello.--È cascato dal dito; lo ha perduto.
La misera si dispera; narra altre circostanze che precedettero gli
sponsali.--Falsità tutte!--grida il re--falsità femminili!

|Sacontala|, {irritata.} Uomo vuoto d'onore, tu misuri dal
tuo perfido cuore il mondo intero. Tu sotto il manto della religione e
della virtù altro non sei che un vile ingannatore. Somigli ad un
abisso profondo, il cui orlo è coperto da ridenti arboscelli.

|Dushmanta|... O giovinetta, a tutti è noto il cuore di
Dushmanta; e qual sia il tuo, lo palesano i tuoi modi presenti.

|Sacontala|, {con ironia.} A voi tutti, o monarchi, bisogna
prestar cieca fede sempre. Voi siete i savi; voi sapete appieno qual
rispetto si debba alla virtù ed alla razza umana. Per quanto modeste,
per quanto virtuose sieno le donne, nulla sanno esse, nulla dicono mai
di vero. In buon punto sono io qui venuta a cercare l'oggetto degli
amori miei. In buon punto la mano d'un principe strinse la mia. Col
miele delle sue parole la stirpe di Puru vinceva la mia confidenza; ed
intanto il suo cuore celava il pugnale che doveva trafiggermi.

La povera Sacontala non ha ancor finito di dire, che, copertosi il
volto, dà in uno scoppio di pianto[20].

Persiste il re nel ricusare di accogliere siccome sposa Sacontala. I
bramini dichiarano che Sacontala è moglie di lui secondo [p.162] la
legge, che il ripudiarla o 'l ritenerla sta in poter suo, che la
podestá del marito è senza limiti, e che però eglino abbandonano a lui
la donna, e se ne ritornano al bosco sacro.

|Sacontala|. Questo perfido m'ha ingannata; e voi pure, amici
miei, voi pure mi abbandonerete? {E siegue supplichevole i bramini
che partono.}

|Uno de' bramini|. Donna! tu vedi quali sieno i delitti di tuo
marito; brami tu d'esser libera? {Sacontala s'arretra inorridita e
trema.}

|Altro bramino|. Se il re dice il vero di te, che ragione hai tu di
lamentarti? Ma, se tu sei conscia a te stessa della purezza dell'anima
tua, conviene che tu rimanga a servire come ancella nella casa del
signor tuo. Sta' dunque ove sei... A noi è d'uopo andarcene.

|Dushmanta|. È vano lusingarla con isperanze. Traetela pure con voi, o
anacoreti... La moglie altrui è donna da cui bisogna astenersi.

Il gran sacerdote di corte, interrogato da Dushmanta, propone di
ritenere egli presso di sé Sacontala fino al termine della
gravidanza.--Gli astrologi hanno vaticinato, o re, che tu abbia ad
esser padre d'un principe illustre, i cui domini non avranno altri
confini che i mari dell'oriente e dell'occidente. Or bene, se questa
figliuola dell'uomo di Dio partorirá tale fanciullo che da' piedi e
dalle mani dia manifesti segni di vasta sovranitá, io renderò omaggio
a lei siccome a mia regina, e la condurrò alle stanze reali.
Altrimenti, ella tornerá al padre suo.--

Il re acconsente. E 'l sacerdote mena seco la misera, che altro non fa
che piangere, e pregar la terra «dea clemente, perché si apra e la
raccolga nel suo seno».

Poco dopo torna il sacerdote, e proclama un miracolo.--Gli anacoreti
erano partiti. Sacontala singhiozzava, e, protendendo le braccia,
piangeva la sua trista fortuna. Quand'ecco una massa luminosa in forma
di donna scendere vicino all'Apsarastirtha, fonte dove s'adorano le
ninfe del cielo, ed abbracciar Sacontala, e sparire con lei in un
attimo.--

Dushmanta sente nell'anima un'agitazione. Ma l'incantamento dura
tuttavia. Egli medita sul passato; eppure nessuna reminiscenza gli si
richiama al pensiero d'avere conosciuta mai la figlia dell'anacoreta.

[p.163]


ATTO VI

{Strada.}

L'anello nuziale era stato perduto da Sacontala nell'attigner acqua ad
un pelaghetto vicino a Sacravatara. Un pescatore di que' luoghi, nello
sventrare un grosso rohita còlto un dí nella rete, gli rinvenne fra
gli interiori quel gioiello, e pensò di trarne danaro. Stava appunto
vendendolo; quando alcuni ufficiali di palazzo, messo l'occhio su lui,
lo sospettano tagliaborse, lo legano e, ad onta delle discolpe ch'egli
adduce, ad onta de' giuramenti suoi, lo vengono traendo prigione.

Uno degli ufficiali parte recando al re l'anello, e lascia intanto che
i suoi compagni custodiscano il meschino, che trema della propria
vita.

Torna quell'ufficiale: ordina che sia posto subito in libertà il
pescatore.--Il re ha avuto carissimo l'anello; al vederlo gli si
commosse l'anima repentinamente. Parve che quel gioiello gli
richiamasse alla mente una persona diletta. Il pescatore sará
ricompensato con larghi doni.--


{Giardini del palazzo.}

Appare nell'aere la ninfa Misracesi; e dal discorso di lei si
raccoglie ch'ella è la protettrice di Sacontala. Due ancelle del dio
dell'amore stanno ragunando fiori per una festa sacra. Sopravviene
l'anziano de' ciamberlani, ed intima loro di desistere dallo scavezzar
tanti steli di fiori: il re è afflitto, e per quell'anno non vuole
giubbileo.

|Una delle ancelle|. Dolce è per noi l'obbedire al signor
nostro... Ma, se ci è lecito il chiederlo, perché mai il re proibisce
la solita festività?

|Il ciamberlano|. E non sapete dunque dell'infausta perdita di
Sacontala?

|Una delle ancelle|. Sí, sappiamo;... e dell'anello inoltre
venuto in mano del re.

|Il ciamberlano|. Poco adunque mi resta a dirvi. Quando al
rimirare la propria gemma tornò la memoria al re, egli die' [p.164]
subito in questo grido:--Sí, l'incomparabile Sacontala è sposa mia
legittima; ed io ero al tutto fuori di senno allorché la ributtai.--E
mostrò segni evidenti d'estremo cordoglio e di pentimento. Da
quell'istante i piaceri della vita gli sono in odio; la mente sua è
stravolta; non dice parola che non sia un delirio; chiama col nome di
Sacontala qualsiasi donna gli venga innanzi; e per lo piú siede
vergognoso, col capo sulle ginocchia.

Entra Dushmanta vestito a penitenza. Ogni parola sua è l'emanazione
del dolore. I circostanti s'industriano di sviarlo dal suo pensiero
affannoso. Non giova: egli non dá ascolto; par che abbia in animo
d'imprendere un lungo viaggio. Voltosi poscia all'amico suo:--O
Madavuya--gli dice,--quando persone accusate di gravi delitti mettono
in chiaro tutta la loro innocenza, mira di che modo sono puniti i loro
accusatori! Una frenesia m'aveva tolto la memoria...: quell'anello
fatale me l'ha restituita. Vedi con che lagrime di pentimento piango
la perdita della diletta mia, che rifiutai senza ragione! Vedimi fatto
gramo e oppresso dall'ambascia! Eppure la bella stagione è questa
della primavera, che col suo ritorno riempie tutti i cuori altrui di
gioconditá: tutti, ma non il mio.--

E ciò che piú lo addolora è il pensare ai patimenti della povera anima
di Sacontala. L'amico tenta ogni via di consolarlo. È vano ogni
conforto. La ninfa protettrice di Sacontala ode, non veduta, i sospiri
del re; s'accorge della veracitá del di lui pentimento, e ne gioisce,
e comincia a sentirne pietá anch'ella.

In obbedienza ai voleri di Dushmanta, un'ancella s'ingegnò di
dipingere sovra una gran tela l'immagine di Sacontala. Recano al re
quel ritratto. Allora nella fantasia di lui si riaccendono piú che mai
tutte le memorie amorose. Sta contemplando la pittura, e parla fra sé
e sé, e geme miseramente. Non è contento del lavoro, e dá ordine che
sia migliorato; ma tuttavia non sa finir di mirare quella pittura.

La ragione del re è perturbata da un delirio. Ogni oggetto che gli
cade sotto l'occhio gli richiama alla mente la crudele ripulsa data a
Sacontala. Il rimorso è immenso. Il cordoglio gli opprime l'anima.
Vede un'ape dipinta sul quadro, ha paura che indiscreta voli sulla
bocca a Sacontala, dá nelle smanie[21], e parla all'ape, [p.165] e la
minaccia, affinché non osi contaminare le labbra della donna bella.
Madhavuya rammenta al re che quell'ape non è viva e ch'altro non è
ch'una pittura.--Crudele!--risponde egli.--E perché rammentarmelo? Io
mi godeva l'aspetto della donna dell'anima mia; e tu che bisogno
avevi, o crudele, di farmi avvertito ch'ell'è una pittura?--

I lamenti di Dushmanta sono interrotti da alcuni ministri reali, che
vengono ad interrogare la volontá di lui intorno a cose pubbliche di
gran momento. Chiamato ad esercitare l'ufficio regio, il re raccoglie
l'animo ed emana decreti savi. Il cuor suo è inclinato ad una
beneficenza inusitata.--Chiunque d'ora innanzi rimarrá orfano troverá
in Dushmanta un padre amoroso. A chiunque perderá alcuno de' suoi
congiunti verrá in soccorso Dushmanta, e terrá luogo egli de'
defunti[22].--S'intenerisce, torna al delirio, prorompe in un pianto
dirotto, e sviene.

La ninfa, contenta del pentimento di Dushmanta, corre a consolare
Sacontala. Un tumulto dietro la scena scuote il re dalla sua
prostrazione. È Madhavuya, l'amico suo, che grida d'essere rapito da
un cattivo genio ed implora soccorso. Il re si leva in armi e libera
l'amico. Mátali, auriga del dio Indra, aveva finto quel rapimento,
onde provocare ad ira il re e toglierlo cosí all'acerbitá della sua
afflizione. Mátali per ordine celeste intima a Dushmanta di andare a
sconfiggere i figliuoli di Calanémi, i dèmoni Danavas, giganti
indomiti.--Tu dèi salire sul carro d'Indra. Vieni meco; io stesso ti
condurrò alla battaglia.--Il re obbedisce; monta sul carro e parte.


ATTO VII

{|Dushmanta| e |Mátali| nel carro del dio Indra. (Si
suppone ch'eglino sieno al di sopra delle nubi).}

I fieri dèmoni, che muovevano assalto al trono del dio Indra, furono
vinti e dispersi da Dushmanta. Indra ha ricompensato il vittorioso,
facendoselo sedere a destra ed esaltandolo al cospetto [p.166] di
tutti gli abitatori dell'empireo.--Sorrideva--dice il re,--sorrideva
il dio in veggendo lo stesso suo figliuolo Jayanta stargli tacito
accanto ed agognar per sé quell'onore; e profumava intanto il mio seno
colle fragranti essenze del sandalo[23] celeste, e cingeva il collo
mio d'una ghirlanda di fiori cresciuti in paradiso.--

|Mátali|. Mira, o re, il coro del tuo trionfo tornarsene alla
vetta de' cieli. Lieti i geni hanno còlto dalle piante della vita i
bei colori della porpora e dell'azzurro..., e stanno ora scrivendo i
tuoi fatti in versi degni del canto degli dèi.

Mátali rende conto a Dushmanta delle qualitá de' luoghi aerei pei
quali viaggiano, tornando dal cielo all'India; e, mentre che il
dialogo prosiegue, il carro viene approssimandosi alla terra.

|Dushmanta|. Rapida, benché impercettibile, è la scesa de'
corsieri celesti. Ecco lá, ecco la stanza degli uomini. Oh vista
maravigliosa! È tuttavia lontana tanto da noi, che le basse pianure
paiono confuse con le alte cime delle montagne. Gli alberi sollevano
le ramose spalle, ma par che non abbiano foglie. I fiumi sembrano
striscie lucenti, ma non se ne veggono i flutti. Ed ora, ecco ecco,
par che il globo della terra sia spinto in su da qualche forza
miracolosa[24].

|Mátali|. Oh come è bella l'abitazione de' mortali!

|Dushmanta|. Che monte, o Mátali, che monte è quello lá, che
come nube vespertina versa larghe acque consolatrici e forma un'aurea
zona tra i mari d'oriente e que' d'occidente?

|Mátali|. È il monte de' Gandharvas, chiamato Hemacuta... Ivi
in beata solitudine con la sua sposa Aditi siede Casyapa, padre degli
immortali e rettore degli uomini.

Dushmanta prega Mátali di condurlo alla sede del dio che governa il
mondo, onde possa rendergli omaggio ed adorarlo da vicino. Mátali
seconda quel pio desiderio. Eccoli scendere entrambi al santuario e
chiedere del dio. Casyapa è ritirato ne' segreti alberghi della sua
reggia. Mátali entra per annunziargli la venuta di Dushmanta; e questi
intanto siede all'ombra d'un albero, aspettando. Gli pulsa il braccio
destro[25].--O braccio mio, perché [p.167] mi lusinghi tu con un vano
augurio? La felicitá per me è finita; non mi rimane che la miseria.--

A un grido messo da alcune donne, Dushmanta si rivolge e,
maravigliando, vede un bel fanciullino scherzare con un lioncello, ed
aggrappargli senza paura la giubba, e tirarselo dietro vigorosamente.

|Dushmanta|. Ah! perché il cuor mi s'innamora di quel fanciullo
come se fosse figliuolo mio?... (Medita un pezzo). Me infelice! non ho
figli... E questo pensiero mi lacera l'anima.

Le donne che custodiscono il fanciullo fanno di tutto perch'egli lasci
in libertá il lioncello:--La lionessa ti sbranerá, o incauto, se ad
essa non lo rendi.--Il fanciullo si ride della minaccia. Gli vien
promesso un bel dono, se mette in libertá il lioncello; ed egli stende
la destra in atto di riceverlo. Dushmanta gli osserva la palma della
mano, e vi scopre segni d'impero. Sente che quella creatura gli è
cara, e sospira pensando alla consolazione d'un padre nel recarsi
sulle ginocchia i suoi figliuoletti e pargoleggiare con essi;
consolazione che egli piú non ispera. Le donne, facendosi piú vicine
al re, stupiscono nel trovar tratti sul volto di lui somiglianti in
estremo a que' del fanciullo, e nel veder che questi, altero cogli
altri, con Dushmanta è tutto mansuetudine. Il re interroga le donne
sulla condizione di quel fanciullo, e a poco a poco viene ad intendere
che è stirpe di Puru, che ha per madre la figliuola d'una ninfa e che
il padre di lui ripudiò la sposa. E, mentre che il re chiede ansioso
qual sia il nome di codesta sposa reale, il fanciullo, udendo una
donna parlar del «_saconta-lavanyam_»[26], crede che si parli di
tutt'altro, e grida:--Sacontala, Sacontala! dov'è la madre mia,
dov'è?--

Finalmente è caduto dal braccio al fanciullo un amuleto, dono di
Casyapa. Era tale la virtú di quell'amuleto, che si trasformava in
serpente e mordeva qualunque mortale osasse raccoglierlo dal suolo: il
padre solo e la madre di chi 'l portava potevano toccarlo impunemente.
Dushmanta non sa nulla di ciò: lo ha giá toccato; lo stringe in mano;
non è serpente, non morde. Le donne riconoscono dunque in lui il padre
del fanciullo, e gli narrano quanti altri avesse giá offeso l'amuleto.
Quindi partono liete, per far nota a Sacontala quell'avventura.

[p.168]

Sopravviene tosto Sacontala in veste lugubre, coi capegli annodati in
una sola treccia, che le scorre lunga lunga giú per le spalle. La sua
faccia è sparuta; negli occhi suoi è il dolore.

|Dushmanta|. Ti ho trattata crudelmente, o cara. Ma l'amore piú
caldo è sottentrato alla crudeltá mia. Sovvengati di me; e mi perdona.

|Sacontala|. Sarò interamente felice quando cesserá l'ira del
re.

|Dushmanta|. Una nube, una malia mi aveva oscurata la memoria.
La caritá de' celesti finalmente mi ti riconduce innanzi, o
amabilissima fra le creature.

|Sacontala|. Il re sia sempre...[27]. E non può profferire la
parola «vittorioso» e dá in un subito pianto.

|Dushmanta|. Dimenticati, o cara, della mia crudele ripulsa.
Mettila in bando dalla memoria. Fu una frenesia violenta che mi vinse
l'anima. Cosí, quando prevale il buio di una illusione, non giova
santitá d'intenzioni; cosí un cieco, se la mano d'un amico gli cigne
il capo d'una corona di fiori, la crede una serpe, e stolto se la
strappa dal crine. {E le si getta a' piedi.}

|Sacontala|. Sorgi, o sposo; deh! sorgi. La felicitá mia fu
interrotta gran tempo. Ma tu m'ami; ed ecco in me l'affanno dar luogo
alla gioia.

Poi lo sposo rasciuga di sua mano le lagrime sul volto alla sposa, e
se la serra al seno, e le narra dell'anello trovato, ecc. ecc.

S'apre il fondo della scena, e vedesi Casyapa sedere in trono
conversando con Aditi. Gli dèi accolgono benignamente gli sposi; li
benedicono; consolano Dushmanta col dichiararlo innocente in faccia a
Sacontala del ripudio, da che tutto provenne dall'incantamento di
Durvasas; predicono le glorie future del figliuolo di Sacontala; fanno
che Dushmanta lo riconosca per suo; inviano a Canna uno spirito,
nunzio dell'evento; e, svelati cosí tutti i misteri, comandano che gli
amanti e 'l fanciullo salgano sul carro d'Indra, onde tornar felici
sulla terra a vivere lunghi anni di pace nella splendida Hastinápura.


  [1] Qui si parla di quella poesia che è arte ispirata dal bisogno e
    dal sentimento del bello; non giá di quella poesia naturale, cosí
    detta dal Vico e da altri filosofi, la quale consiste nel fingersí
    favole di dèi o di spiriti credendole vere, e fondando cosí
    l'idolatria; nel credere che i corpi fisici, alberi, nuvole, ecc.
    ecc., sieno animati; nel parlare per interiezioni, suoni
    imitativi, ecc. ecc.

  [2] La mitologia indiana in Calidasa è come la mitologia greca in
    Omero. Si gusta ne' poemi d'Omero la mitologia greca: può dunque
    gustarsi anche la mitologia indiana nel dramma di Calidasa.
    Entrambi questi poeti hanno scritto cose conformi a' lor tempi:
    basta saper trasportarsi a' lor tempi per poterle gustare. E il
    farlo sarebbe egualmente facile sí coll'uno che coll'altro, se la
    mitologia indiana ci fosse nota quanto la greca. Ma per la stessa
    ragione, ripetuta giá piú volte da piú d'uno, che la mitologia
    greca ne' moderni riesce fredda, riescirebbe fredda anche
    l'indiana, adoperata sul serio da un europeo, quantunque in parte
    tuttavia viva nell'India. Ho creduto opportuna questa nota per
    ridire un'altra volta che le mitologie, o spente o appartenenti a
    popoli che nulla hanno di comune colla nostra civilizzazione, si
    possono bensí gustare negli scrittori che vissero sotto
    l'influenza di quei sistemi mitologici; ma che i moderni europei
    debbono astenersi dal ricopiarle come se in Europa ci si credesse,
    come se ancora influissero religiosamente sopra di noi.

  [3] Pare da ciò che presso gl'indiani i divertimenti teatrali
    fossero, come presso i greci, una specie di riti sacri. Si è
    tradotta la benedizione non come un tratto di poesia da poter fare
    effetto in Italia, ma come una bizzarra curiositá. Ne' greci e ne'
    latini vi ha pur molte e molte particolaritá che per noi sono
    insipide, appunto come la benedizione del bramino.

  [4] Puru, uno de' piú famosi tra gli antenati di Dushmanta.

  [5] «_Mallica_», forse il «_nyctanthes sambac_» (Linneo).

  [6] «_Amra_», albero d'alto fusto e vaghissimo pe' suoi fiori.

  [7] «_Madhavi_», «_ipomea quamoctit_» (Linneo).

  [8] La vivace fantasia degli indiani popolava di dèi, di dèmoni, di
    spiriti, ecc. tutta la natura. E però sotto le sembianze di
    quell'ape le fanciulle sospettavano forse nascosto qualche demone
    malefico. E che nella persona del re fosse la possanza di
    contrastare a siffatti dèmoni lo vediamo in vari luoghi del
    dramma; specialmente quando gli anacoreti invocano il soccorso di
    lui, e quando lo stesso dio Indra manda lui a combattere contro i
    dèmoni «Danavas».

  [9] _Vedas_ sono i quattro libri del codice sacro degli indiani.

  [10] «Erba cusa», «_poa cynosuyoides_» (Linneo).

  [11] «_Curuvaca_», pruno, quasi sempre fiorito.

  [12] La consolazione di Sushmanta può paragonarsi a quella che prova
    Romeo nella scena II dell'atto II della tragedia _Romeo e
    Giulietta_ di Shakespeare.

  [13] Qui nel dramma vedesi un tratto di galanteria che sente del
    francese. Sacontala improvvisa un _couplet_ amoroso; e
    Dushmanta si presenta tosto a lei, improvvisandone un altro in
    risposta.

  [14] Questo soliloquio somiglia a quel sonetto del Petrarca che
    incomincia:

        Sennuccio, i' vo' che sappi in qual maniera.

  [15] «_Gandharvas_», uno de' nomi che gl'indiani dánno alle
    schiere celesti o sia geni buoni, chiamati altrimenti
    «_dewta_». Gl'indiani hanno otto diverse maniere di nozze.
    Quelle secondo i riti de' _gandharvas_ sono le piú
    clandestine, e nondimeno legittime come tutte le altre. Celebransi
    senza cerimonie. Basta il mutuo consentimento degli sposi e lo
    scambiarsi ch'eglino fanno tra di loro d'una corona di fiori, d'un
    anello o d'altro, ecc.

  [16] Hastinápura, cittá che in séguito fu chiamata Delhi. Secondo
    altri, è l'odierna Hassanabad.

  [17] Questa mestizia della natura per la partenza di Sacontala
    somiglia, in certo modo, a quella che presso Teocrito accompagna
    la morte di Dafni.

  [18] «_Ingudi_», probabilmente il «_sesamum orientale_» (Linneo).

  [19] «_Sciacravaca_», uccello acquatico che gli inglesi chiamano
    «oca de' bramini».

  [20] I conoscitori delle passioni terranno conto di questo passaggio
    dall'ironia al pianto dirotto. Com'è pieno di verità!

  [21] Se i lettori si ricorderanno dell'ape che molestò Sacontala
    nell'atto primo, loderanno l'accorgimento di Calidasa
    nell'immaginare il delirio presente.

  [22] Badino i lettori gentili a questo miscuglio d'amore e di caritá
    del prossimo, sentimenti affini.

  [23] «Sandalo»: «_santalum album_» (Linneo).

  [24] Nel poema di Dante e nel _King Lear_ di Shakespeare mi
    sovviene d'aver trovati alcuni passi rivali in bellezza a questo
    di Calidasa nel descriver le cose vedute dall'alto al basso in una
    gran distanza.

  [25] Nell'atto primo abbiamo veduto come Dushmanta sentisse uguale
    pronostico.

  [26] L'uccello «_saconta-lavanyam_» è una specie di pavone.

  [27] «Il re sia sempre vittorioso». È il saluto di formalitá col quale
    in tutto il dramma gli amici del re si accostano a lui. Qui, in
    bocca di Sacontala, è come parola di pace.

[p.169]



XVII

SULLA «STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA» DEL GINGUENÉ[1]


Tempo fa in questo stesso giornale (n. 21), parlando incidentemente
del signor Ginguené, abbiamo emessa la nostra opinione sul merito
della di lui _Storia letteraria d'Italia_, e sulla fortuna
incontrata presso gl'italiani dai sei volumi di essa che allora
correvano pubblicati. Annunciamo ora a' nostri lettori che un
italiano, noto favorevolmente fra la schiera de' letterati, il signor
Salfi, avendo ragunati i manoscritti del signor Ginguené, trovò di
potere stampare altri tre volumi di quella storia, e compire cosí in
tutti i suoi rami il periodo che comprende il secolo decimosesto.
Questi tre tomi hanno lo stesso formato degli antecedenti; e con essi
termina il lavoro del signor Ginguené, da che a lui non bastò vita per
poter protrarre la sua storia fino alle epoche piú recenti della
nostra letteratura. Le cure spese intorno ad essi dal signor Salfi
meritano tanto maggiore gratitudine, in quanto ch'egli dovette
supplire col proprio ingegno e colla propria penna a non poche lacune
esistenti ne' manoscritti, e dare a questi l'ordine che loro mancava
in alcune parti, perché non maturi ancora per la stampa. Il signor
Salfi è da considerarsi dunque nell'occasione presente non come
semplice editore, ma come cooperatore col signor Ginguené. E questo
titolo dividono con lui, per rispetto alla lingua [p.170] ed allo
stile, due letterati di Francia, i signori Daunou e Amaury-Duval,
perché alla loro revisione il diligente italiano volle sottoporre il
proprio lavoro.

Data un'occhiata generale a questi tre volumi, ci sembrano egualmente
lodevoli che i primi sei per esattezza storica, per abbondanza di
notizie, per intelligenza franca delle cose italiane; e, del pari che
i primi sei, ci lasciano anche questi nell'animo un desiderio di piú
frequente filosofia: per modo che pare a noi di dovere estendere anche
su di essi quanto ci venne dettato dalla libera nostra convinzione
allorché parlammo de' precedenti. Non ripeteremo dunque le parole
stampate da noi tempo fa; nulla vogliamo aggiungere ad esse, nulla
levare. Altri pensi altramente, e ci creda pure traviati, e ci muova
contro gli odii segreti: noi abbiamo pigliato a faccia scoperta il
partito di spogliarci affatto d'ogni interesse e d'ogni amore
transitorio, per servire all'amore perpetuo della patria e del vero,
od almeno di ciò che a noi par vero. E sicuramente non ce ne fará
biasmo chiunque sa quanta consolazione sia in certi momenti il poter
dire all'anima propria:--Se non d'altro, sei monda almeno d'ogni
invidia e d'ogni servilitá, né ti vendesti mai alla fortuna de'
raggiri.--

Ci perdonino i nostri lettori questa ed altre consimili digressioni. È
la natura di certi costumi d'Italia che ci sforza a farle, non giá una
troppo alta importanza che noi vogliamo attribuire alle nostre fatiche
letterarie. Il peccato nostro (e lo confessiamo, ma non con intenzione
di pentircene) sta tutto nella bizzarria, che ci siamo fitta in capo,
di volere riputare un delitto, una infamia la professione delle
lettere, se in ogni menomo atto non è esercitata come virtú morale.

E a questo proposito, pensando al bel carattere morale del signor
Ginguené, ci giova lasciar per ora da un canto la sua _Storia
letteraria_, e cedere invece al bisogno che sentiamo di dare una
lagrima alla memoria di questo illustre defunto. La morte dell'uomo
sapiente è una sciagura intellettuale, che può anche tollerarsi a
ciglio asciutto; ma quella dell'uomo probo è un dolore amarissimo, per
chi considera quanto debba penare [p.171] l'umana societá a riempire
il vuoto che quegli morendo vi lascia.

La carriera de' pubblici impieghi fu corsa onoratamente dal signor
Ginguené fino all'anno 1802. Ogni cosa gli prometteva allora facile il
conseguimento delle ricchezze e degli onori piú splendidi: bastava che
avesse potuto desiderarli. Ma, sdegnoso egli del favore del nuovo
governo, contrario affatto a' principi da lui professati con intima
religione, non volle piegare il ginocchio innanzi ad un idolo politico
che non era l'idolo della sua coscienza. Rinunziò quindi ad ogni
impiego pubblico, e coll'anima incontaminata consacrò interamente la
vita e l'ingegno alla letteratura. Negletto, dimenticato dal governo,
detestato anche: se ne compiacque. Tutti gli studi suoi furono da lui
rivolti all'utilitá de' suoi concittadini; e co' versi, con le prose,
con le lezioni recitate al Liceo (ora Ateneo), procacciò di vieppiú
sempre nobilitare l'intelletto e 'l cuore dei francesi.

Nell'ultima caduta di Napoleone venne fatta istanza al signor Ginguené
perché celebrasse in versi il nuovo destino della Francia, tuonando
irato contra i costumi dell'uomo precipitato dal trono.--Lascio questa
cura--rispose egli--a coloro che lo hanno lodato.--E gli adulatori di
Napoleone accettarono alacremente l'incarico che Ginguené rifiutava.

La candida onestá del signor Ginguené guadagnò a lui ne' crocchi delle
persone piú savie e piú gentili della Francia un epiteto che gli fa
onore, e che da gran tempo non va scompagnato mai dal suo nome:«_le
bon Ginguené_». Innamorato della vita campestre, egli ne gustò
lungamente tutta la pace; e da essa le sue maniere pigliarono molto di
quella schietta ed ilare cortesia, che raddoppia i nodi dell'amicizia
e che sola può placare l'invidioso dispetto con cui il volgo guarda
d'ordinario chi ne sa piú di lui. Eaubonne e la valle di Montmorency
prestarono l'ultimo asilo al signor Ginguené; e l'ultima voce di lui
fu udita in quelle amene campagne... Ora non vi suonano che i gemiti
della sua vedova moglie.

Possa un sospiro de' nostri lettori italiani, un sospiro che sia
l'espressione della tristezza insieme e della riverenza, espiare
[p.172] una villania fatta al signor Ginguené da un italiano! È noto a
tutti di che modo l'Alfieri pagò d'ingratitudine un favore usatogli
spontaneamente dal signor Ginguené, quando questi cercò di salvargli
dalle mani del fisco di Francia la libreria ed i manoscritti. La
lettera che il signor Ginguené, dolente dell'insulto onde vide
ricompensato il proprio zelo, scrisse su di ciò all'abate di Caluso, e
l'indole stessa del fatto, dimostrano quanto sia stato il torto
dell'Alfieri. In discolpa di lui nulla può dirsi saviamente; e, se
avessero spaccio tuttavia gli arzigogoli e gli insulsi sotterfugi de'
retori, appena appena diremmo che quell'atto villano lo commetteva
l'autore del _Misogallo_, ma che Vittorio Alfieri non lo sapeva.

|Grisostomo|.


  [1] _Histoire littèraire d'Italie par_ |P. L. Ginguené|,
    _de l'Institut royal de France_, ecc. ecc. ecc., tomi VII,
    VIII, IX, Paris, 1819, chez L. G. Michaud. (L'intera opera del
    signor Ginguené si vende presso il signor G. Gigler, sulla Corsia
    de' servi, n. 603).

[p.173]



XVIII

BENEDETTO CASTELLI [1]


L'adulazione mercenaria di parecchi letterati ha fatto brutto servizio
agli elogi. Per essa queste forme oratorie, destinate ad onorare la
sapienza, l'amor della patria e tutte le altre virtù civili, sono
oggimai cadute in discredito presso molti. Quante volte la parola
«elogio» sveglia in capo a chi l'ascolta un'idea a cui di necessitá
tengono compagnia altre idee schifosissime! Ma, come la spada non è
infame se non quando la impugnano i traditori, cosí l'elogio può
essere santo se scritto con santa intenzione.

Non va confuso cogli ordinari scrittori d'elogi chi recita e stampa le
lodi d'un povero fraticello morto censessantacinque anni fa, chi con
esse non mira a lusingare di rimbalzo la vanagloria viva e pagante
d'un qualche discendente della famiglia onde emerse quel povero
fraticello lodato. E però noi volentieri ci congratuliamo col signor
dottore Sisto Tanfoglio dell'elogio letto da lui, sono tre anni, in
un'adunanza dell'Istituto, e pubblicato ora colle stampe di Brescia.
L'umile ma famoso monaco, di cui egli pigliò a parlare, meritava un
encomio che fosse dettato dalla riverenza spontanea, non comandato
dall'opportunitá di guadagnarsi un fautore. Colla sua intenzione
ingenua il signor Tanfoglio pare a noi che abbia corrisposto
degnamente al merito ingenuo di Benedetto Castelli.

Nella orazione che annunziamo poco ci viene detto delle particolaritá
della vita, e molto degli studi di questo celebre [p.174] matematico.
«Nacque in Brescia nel 1577 da famiglia patrizia, ed ebbe a genitori
Giambattista e Daria Castelli. Di diciotto anni si spartí dagli
uomini, facendo voto di monacato in San Faustino di Brescia». Fu in
Padova discepolo del Galileo, a cui si strinse di tenace amicizia. Fu
professore di matematiche in Pisa. Nel 1628 andò a Roma, chiamatovi da
Urbano ottavo, «che gli doppiò lo stipendio e lo dichiarò suo primo
matematico. In Roma pubblicò la prima volta l'aureo trattato _Della
misura delle acque correnti_»; ed ivi morí nel 1644.

È noto che Benedetto Castelli fu il primo che applicasse alle dottrine
idrostatiche le geometriche, e che riducesse a scienza certa ciò che
prima era abbandonato alla pratica. «Legislatore ed ordinatore supremo
de' fiumi e de' torrenti», il Castelli dettò teorie idrostatiche, che
servirono di base a tutte le teorie posteriori; e, se ad altri vuolsi
dare il vanto d'avere perfezionate ed ampliate siffatte dottrine, a
lui non può negarsi quello di averne trovati i primordi: il che non è
poco indizio di vigoria d'intelletto.

Il signor Tanfoglio spiega, per quanto lo comporta la brevitá del suo
discorso, queste ed altre dottrine ed esperienze praticate dal
Castelli, e sulla bontá di esse fonda le ragioni della lode che gli va
tributando. L'orazione sua riesce un lavoro piú scientifico che
letterario; e tale, a dir vero, lo voleva la natura dell'argomento.
Non inviteremo dunque i nostri lettori a considerarla dal lato
letterario, parendoci ch'essa abbia un merito piú deciso guardandola
dall'altro lato, e ravvisando in essa l'espressione dell'animo di un
giovine studioso che loda ciò che l'intima persuasione gli suggerisce
di lodare.

|Grisostomo|.


  [1] _Elogio di Benedetto Castelli_ bresciano di |Sisto Tanfoglio|,
    dottore in filosofia e matematica ecc. ecc., Brescia, 1819, presso
    Nicolò Bettoni e soci.

[p.175]



XIX

INTORNO ALLA «SERVITÙ PRESSO I POPOLI ANTICHI E MODERNI» DEL
GRÉGOIRE[1]


L'uomo che dall'alto della sua fortuna volge uno sguardo
compassionevole ad una classe inferiore di cittadini trattata
duramente dall'orgoglio dei piú, ed il filosofo che, abbandonate le
astruse ed aride speculazioni, crede di nobilitare la propria sapienza
impiegandola a pro del misero avvilito ed ingegnandosi di trovar modi
onde migliorarne la condizione, sono due vere bellezze nell'ordine
delle cose morali. Le azioni loro brillano in mezzo a' traviamenti
della umana natura, e rischiarano altrui il cammino della vita con una
luce consolatrice. Nel leggere il libro della _Domesticité_ non
possiamo tenerci di ammirare nell'autore di esso, il signor Grégoire,
l'uomo onesto ed il vero filosofo; non possiamo negare a questo antico
presidente della «Societá degli amici de' negri» la simpatia, il
rispetto, l'amore ch'egli merita come esempio vivo di operosa
filantropia. Una nuova edizione recentissima di questo libro ci sia
sufficiente occasione per poter parlare di esso anche dopo i quattro
anni da che uscí per la prima volta alle stampe.

Il protettore de' negri, quegli che fino dal 1791 perorò altamente
contra l'infame tratta di quei meschini, e sollecitò l'abolizione
della loro schiavitú, manifestandone tutta l'ingiustizia, di rizza ora
all'umanitá parole di propiziazione in favore d'altra gente infelice.
Nel libro sulla _Domesticité_ il signor Grégoire esamina la
condizione de' servitori d'ambo i sessi in Europa; [p.176] discute i
mezzi co' quali renderla meno sciagurata per se stessa e piú giovevole
alla societá civile; e con quella eloquenza che non è insegnata nelle
scuole, ma che procede direttamente dalla bontá del cuore, cerca di
trasfondere ne' suoi lettori la caritá virtuosa di cui egli sente
l'impero sull'anima propria.

L'autore dá uno sguardo franco, ma rapidissimo, alla storia de' popoli
antichi, e considera lo stato degli schiavi presso i greci ed i
romani. Il barbaro modo, con cui in generale venivano oppressi gli
schiavi da quelle due nazioni tanto venerate da' nostri pregiudizi
scolastici, concorre anch'esso a giustificare la generositá
dell'ardimento di coloro che, paragonando la somma de' nostri costumi
presenti a quella de' costumi de' tempi remoti, niegano all'antichitá
quel cieco ossequio superstizioso che ci è imposto come obbligo dalla
servile pedanteria, e tributano invece una piú sentita riverenza alla
ragione umana che si fa monda attraverso dei secoli. «Tito egli
stesso,--dice il signor Grégoire--Tito, l'imperatore soprannominato
'la delizia del genere umano', avendo ridotti in servitú i popoli
della Giudea, il trattò con la piú ributtante ferocia. Ne' giuochi e
negli spettacoli dati da lui a Cesarea perí una gran turba di schiavi,
alcuni sbranati dalle fiere, moltissimi costretti a combattere contro
i loro compagni e ad ammazzarsi l'un l'altro. Mille e cinquecento
schiavi vennero scannati in quella stessa cittá onde celebrare il
giorno natalizio di Domiziano, fratello della 'delizia del genere
umano'; e ne furono scannati altri assai a Berito in onore di
Vespasiano, padre della 'delizia del genere umano'... Ecco di che fu
capace un principe, a cui l'adulazione de' contemporanei e la
credulitá delle generazioni successive decretarono l'apoteosi!».

Dall'esame della schiavitú presso i greci ed i romani l'autore
discende a quello della servitú nel medio evo, e finalmente a quello
della «_domesticité_», che è quanto dire della condizione dei
famigli o servitori, ne' tempi presenti; e dichiara che le
riflessioni, alle quali egli verrá condotto dal suo discorso, avranno
quasi sempre la mira a' soli famigli d'ambo i sessi destinati a'
servigi domestici nelle cittá, non a quelli destinati a' servigi
rurali.

[p.177]

«L'Europa nel medio evo teneva gli uomini, per cosí dire, inchiodati
alla gleba. L'Europa moderna offre lo spettacolo di una turba di
donne, di oziosi vestiti a livrea, di valletti ecc. ecc., che
riempiono le anticamere e vegliano giorno e notte a prevenire i
bisogni veri o fittizi de' loro odiati padroni... Nel 1796 a Torino
sopra 93.076 abitanti contavansi 3.168 servi e 5.292 serve. Totale
d'ambo i sessi 8.460; il che forma la undecima parte della
popolazione».

Non è giá con questa proporzione che s'abbia a pretendere di
raccogliere il numero de' famigli esistenti in tutta l'Europa, da che
ciascun paese presenta agli statistici proporzioni differenti. Il
numero de' famigli cresce, ove piú ove meno, a seconda del crescere
delle ricchezze, delle distinzioni sociali, dell'ineguaglianza delle
classi civili. A Parigi ed in tutte le grandi cittá il numero de'
servi si fa ogni dí maggiore per colpa del lusso ogni dí piú favorito.
Non sarebbe lontano per nulla dal vero il supporre che in Francia un
milione d'individui sia impiegato ne' servigi domestici, non contando
coloro che prestano servigi rurali. Considerata dunque la tanta
quantitá di siffatti individui e quanto essi possano contribuire alla
tranquillitá dello stato ed alla felicitá privata delle famiglie, chi
non vede essere cosa importantissima il pensare ad una riforma de'
loro costumi, ad un miglioramento della loro educazione intellettuale?
Questa riforma e questo miglioramento raddolciranno ad essi di molto
il peso della servitú. L'uomo ignorante e senza morale è
necessariamente infelice.

Ommettiamo di riportare le tante prove della depravazione morale de'
servi, registrate dall'autore nel suo libro. Che i servi sieno spesse
volte scostumati, è una veritá di fatto, della quale ciascuno di noi è
persuaso prima ancora che la ci venga annunziata.

Ma, siccome per togliere di mezzo un male fa duopo investigarne le
cagioni, vediamo da che provenga cotesta depravazione. Il rimediarvi
stará nel toglierne di mezzo le cagioni.

Una delle principali origini della depravazione de' servi è la
depravazione de' padroni. «Come possono inspirare sentimenti di
fedeltá a' loro famigli certi padroni arricchiti da [p.178] fallimenti
dolosi, da ruberie, da rapine; certi padroni contra i quali grida
vendetta il sangue de' poverelli? Come possono inspirare a' loro
famigli sentimenti di riverenza e di subordinazione certi padroni
capricciosi, aspri, crudeli, a' quali la caritá è sconosciuta del pari
che la giustizia, le di cui parole e maniere spengono negli animi
altrui ogni affezione; padroni, i quali non vorrebbero comandare che
ad automati, che all'opulenza associano tutti gli effetti d'una
cattiva educazione, che, nudi di ogni sentimento dilicato e logorati
dai vizi, non perdonano ai loro servi il menomo difetto?».

L'esempio buono è il piú eloquente de' predicatori. Pochissimi uomini
coltivano la loro ragione e il loro cuore; pochissimi operano per
impulso di princípi sentiti intimamente e professati. I piú vanno
dietro agli altri e sono enti imitatori. Però in casa dell'uomo
vizioso rade volte troverai servi virtuosi. «_Tel maitre, tel
valet_», è proverbio che d'ordinario non falla.

Altra origine della corruzione morale de' servi è l'abitudine ai
giuochi del lotto e ad altri consimili. Quanti individui, allettati
dalla speranza di far fortuna e cambiare stato, incominciano la
carriera del vizio rubando, e la finiscono col suicidio! Quanti
ospedali, quante prigioni, quante forche bisognò innalzare per lasciar
vita a questo abuso de' giuochi!

E non ultima fra le cagioni della depravazione de' famigli è il
servirsene che talvolta fanno i governi per conoscere gli andamenti
de' padroni. Il mestiere infame della spia inaridisce nell'anima ogni
attitudine alla virtú, e rende in un momento solo che lo si eserciti
prontissimi gli uomini ad altri delitti.

Per migliorare i costumi de' servi bisognerebbe dunque, prima d'ogni
cosa, migliorare la morale de' padroni. Questo è un suggerimento
facile a darsi; ma una gran lode meriterebbe chi suggerisse la maniera
di mandarlo ad effetto. Piú facile è il mettere riparo ai mali
provenienti dalla tolleranza del lotto. E se non si fará mai far da
spia a' servi, un gran passo avremo corso verso il perfezionamento
della morale di questa classe d'individui.

Supponendo che le leggi provvedano per quanto sta in esse al
mantenimento de' buoni costumi ne' servi, i cittadini ricchi [p.179] e
probi debbono, giacché le leggi non possono far tutto esse,
contribuire dal canto loro al medesimo scopo. E a questo effetto,
l'autore propone l'instituzione di scuole destinate interamente pe'
servi. Lo spirito regolatore di siffatte scuole dovrebbe essere quello
di sviluppare, piú che non s'è fatto finora, le facoltá intellettuali
della povera gente, combinando questa educazione colla pratica
costante della virtú. Alla mancanza attuale delle scuole speciali pe'
servi, pare a lui che potrebbe supplire intanto una maggiore
propagazione de' metodi scolastici alla Lancaster. Crederebbe egli
necessario per altro che, oltre il leggere e lo scrivere e
l'aritmetica, s'insegnassero nelle scuole alla Lancaster anche
principi di morale pratica, in modo che negli allievi la virtú
diventasse un bisogno della coscienza.

Ma perché nella disposizione naturale degli animi umani i premi sono
un allettamento al ben fare, l'autore vorrebbe moltiplicati dalle
largizioni de' ricchi gli ospizi pe' servi cresciuti in vecchiezza ed
infermi, e stabilita anche in Francia, come giá esiste altrove, una
«Societa filantropica», che destinasse premi d'incoraggiamento e di
ricompensa pe' servi costumati e dabbene, quando, con lunghi anni di
servizio presso una o poche diverse famiglie, avessero dato prove di
incorrotta fedeltá.

Non diremo qui di che modo il signor Grégoire difenda la causa de'
servi contro l'insultante durezza de' padroni. L'uguaglianza degli
uomini ed il rispetto che debbono portarsi a vicenda, qualunque sia la
condizione che sembri separarli gli uni dagli altri, sono veritá tanto
lucide che ci parrebbe di far torto all'Italia ripetendole. Però,
augurando molti lettori italiani al libro del signor Grégoire,
facciamo voti affinché lo spirito di liberale caritá, che in esso
domina, produca effetti i quali tornino in onore della nostra patria.
Una emulazione virtuosa tra popoli e popoli, che abbia per iscopo il
conseguimento delle benedizioni de' posteri, è uno spettacolo degno
de' tempi presenti.

|Grisostomo|.


  [1] _De la domesticité chez les peuples anciens et modernes par_
    |M. Grégoire|, _ancien evêque de Blois_, ecc. ecc.
    Parigi, ecc. ecc.

[p.180][p.181]



XX

SOPRA UN MANOSCRITTO INEDITO

DEGLI AUTORI DEL FOGLIO PERIODICO «IL CAFFÉ»


Agli scalini del duomo vendevansi qui in Milano, sono pochi dí, al
prezzo fisso di dieci soldi il volume, tanti libri e libracci usati,
quanti bastavano a formare alla rinfusa un mucchio, del diametro di
forse otto passi ed alto un mezz'uomo e piú. Passava di lá casualmente
uno degli estensori del nostro giornale, e, datosi a frugare per entro
a quel caos di sapienza avvilita e di pazzie umane mantenute tuttavia
in eccessiva onoranza dalla tariffa del venditore, trovò modo di
spendervi dietro anch'egli, bene o male, uno scudo. Raccomandò il
prezioso acquisto alle spalle d'un fattorino del libraio senza
bottega, avviandolo alla contrada tale, casa tale, numero tale; e,
sborsato il prezzo, entrò in duomo, probabilmente per farvi orazione:
i maligni dicono, per pigliarvi il fresco.

Sull'ora del pranzo tornato egli a casa, trovò il fagotto de' libri
buttato in terra a piè della seggiolina della portinaia, che, sudicia
né piú né meno di tutte le sue consorelle, pure non aveva voluto
metter mano su di esso, per paura, diceva, d'impolverarsi, e soltanto
si degnò di additarlo con un calcio allorché ne sopravvenne il
padrone. La schifiltá della donna pareva essere una strana disarmonia
in quella cameretta. Misurando con un'occhiata tutto il lercio dello
stanzino e dell'abitatrice, un uomo filosofo avrebbe avuto di che
fantasticare assai sulla ignobilitá corporale dell'umana razza e sul
perpetuo ondeggiamento de' principi morali da cui muovono le nostre
azioni. Una portinaia schiva d'imbrattarsi di polvere un dito!
All'amico nostro, accostumato da molti anni a veder tante
__inconseguenze__ [p.182] e incongruenze e contraddizioni razionali
e morali e sociali..., bastò di ridere alcun poco del bislacco
sussiego della donnicciuola.--Va'--le disse--l'anima tua è screziata
come l'abito che porti indosso.--Era una vestetta rattoppata con piú
cenci, l'un d'un colore l'un d'un altro.--Ma io non rido di te, rido
dei molti a cui tu somigli.--Nel dir questo, egli, che s'era fatto
allo sportello verso l'androne e vedeva la strada, mandò uno sguardo
di allusione a tre bei carrozzini, che lesti lesti scorrevano allora
appunto per di lá. Poi, rientrato, spolverò alla meglio i suoi libri,
se li recò sotto 'l braccio, salí le scale e li depose sullo
scrittoio.

Il dí susseguente, l'amico nostro riandò i vari frontispizi, e gli
nacque il pensiero gentile di dividere con alcuni suoi vicini la
sapienza comperata. Studiò di proporzionare il dono ai bisogni di
ciascheduno di essi: voleva anche in tale inezia essere utile al
prossimo. E però, sbandita ogni idea, ogni apparenza di beffa, mandò
sul serio come lettura proprio opportuna i seguenti libri ai seguenti
individui.

Ad un ricco giovinetto uscito non ha guari di collegio, una discreta
traduzione italiana delle _Lettere di lord Chesterfield al proprio
figliuolo_.

Ad un classicista, gli _Elementi delle cognizioni umane ad uso de'
fanciulli_ (edizione di Parma), ed i due _Galatei_, l'uno di
monsignor Della Casa, l'altro di Melchiorre Gioia.

Ad un romantico, un libro stampato in Venezia del 1563 ed intitolato
_Pungilingua e trattato di pazienza di fra Domenico Cavalca da Vico
Pisano_ (edizione citata dai compilatori della Crusca).

Ad uno sposo recente, un grosso volume e mezzo scucito, intitolato
_Nouvelle manière de defendre et de fortifier les places
irrégulières à l'usage de ceux qui ne sont pas géomètres, par P. I. de
Bellersheim_.

Ad un illustrissimo borioso, le _Osservazioni di Francesco Redi
intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi_.

Ad un postulante, _L'uomo di corte di Baldassar Graziano_
(traduzione dallo spagnuolo).

[p.183]

Ad una signora attempatella, un libro sconosciutissimo, intitolato
_L'arte di congedarsi a tempo_, stampato in Venezia, l'ultimo
anno della repubblica.

Inviati al loro destino i libri suddetti, l'amico nostro ne ritenne
per sé il restante; salvo che portò egli stesso di sua mano negli
archivi del _Conciliatore_ un grosso volume di manoscritti,
legato in pergamena e della forma d'un libro parrocchiale,
sdebitandosi cosí della promessa, che aveva fatto a se medesimo, di
regalar qualche cosa anche a' veri amici suoi. In quel punto gli
estensori del _Conciliatore_ erano occupati in rifare alcuni
periodi al giornale, che doveva uscire di lí a poche ore. E però non
badarono per allora piú che tanto né al nuovo ospite de' loro archivi,
né alla storia del come esso era pervenuto in potere del donatore.
Questi fu rimunerato grettamente dai donatari con un «mille grazie»
secco secco; ma, ponendo mente alla circostanza, gli parve che il
guiderdone fosse anche troppo, e si tenne contento.

Non passò per altro una settimana che ai pochissimi estensori rimasti
in Milano a tirare il carro, mentre che tutti gli altri se ne stanno
oziando alla frescura in amene campagne, su pe' colli di Brianza od in
riva a qualche lago, cadde sott'occhio il volume de' manoscritti e
nell'animo la voglia di scartabellarlo.

Il frontispizio dice precisamente cosí: _Miscellanea di cose
accadute a' miei tempi, dove c'è dentro un poco di tutto_. E piú
sotto: «Io, prete don Anastasio Caramella, cappellano titolato in
Verderio superiore, ho messa insieme questa miscellanea per mio uso ed
esercizio, incominciando il giorno di pasqua dell'anno 1759 e
seguitando fino al giorno di san Giuseppe del 1771, nel quale il
dolore per la morte della mia buona Maddalena mi ha fatto rinunziare
al mondo ed alle vanitá».

Chi fosse questa Maddalena, la quale vivendo faceva un po' mondano don
Anastasio, non è occorso a' sottoscritti di potere indovinare. Ma non
hanno lette ancora che poche carte della _Miscellanea_. Apertala
a metá del volume, vi trovarono un capitolo che s'annunzia cosí:
_Elegia comico-seria ed in prosa, composta da due degni signori che
scrivono nel foglio periodico «Il caffé»._

[p.184]

Letta avidamente l'elegia, i sottoscritti pensarono subito che lo
stamparla sarebbe stato un far cosa gradita al pubblico; da che oggidí
gli scrittori del _Caffé_ (morte essendo e seppellite le brutte
invidie de' loro contemporanei) ottengono quella giusta venerazione
che si meritano, ed ogni cosa che sia frutto di quegli ingegni viene
letta con altrettanta compiacenza quant'era l'astio inverecondo col
quale a' tempi loro sprezzavasi. Nel manoscritto non è registrato il
nome dei due compositori dell'elegia. In alcuni passi le idee e lo
stile farebbero sospettare ch'essa fosse fattura di Pietro Verri; in
piú altri, del di lui fratello Alessandro. E forse è opera di
tutt'altri; forse un solo individuo ne fu l'autore; forse... anche...
chi sa? I sottoscritti non vogliono avventurare nessun giudizio:
decida il pubblico.

Ecco l'elegia ricopiata tal quale dalla _Miscellanea_ del
cappellano. Ma no: bisogna che i lettori sappiano in prima una cosa, e
la si dica. L'elegia è preceduta da una _Notizia storica_,
compilata da don Anastasio. Sono descritte brevemente in essa le
circostanze che diedero occasione al componimento patetico. E sono
circostanze tali, che per una bizzarria dell'accidente somigliano in
qualche modo a quelle in cui trovansi gli estensori del
_Conciliatore_. Siffatta analogia, è da confessarsi, contribuí
anch'essa a far nascere il pensiero di pubblicar l'elegia, e con essa
anche la _Notizia storica_ nella sua genuina semplicitá. S'è
detto «analogia d'alcune circostanze». Badate bene, o lettori, ai
termini; perché gli estensori del _Conciliatore_ non amerebbero
d'essere creduti sí presuntuosi da voler paragonare se stessi agli
illustri scrittori del _Caffé_. Sanno bensí in coscienza di aver
comune con essi la intenzione; ma l'ingegno poi e le forze..., queste
sono altre cose. «_Non omnia possumus omnes_», soleva dire ogni
tratto il barbiere di Tom Jones. Oh! un barbiere ci vorrebbe che
lavasse il muso a certi israeliti della nostra penisola, de' quali
dicesi che per avere imparate a mente quattro frasacce del
_Pataffio_ di ser Brunetto, siensi fatti tronfi come la rana
della favola, e vadano gracchiando contro le opere del Verri e del
Beccaria, e le chiamino «miserie», perché non vi [p.185] trovano sapor
di lingua. Sapor di lingua! E che sapete voi mai, o israeliti, d'altro
sapore fuor di quello dell'oca?

Don Anastasio dunque lasciò scritta, o lettori, una _Notizia
storica_. Vedetela qui; e, se vi piace, ringraziatene gli editori,
che finalmente stanno zitti e lasciano parlar don Anastasio e suoi
poeti.

  L'estate di quest'anno 1765 fece un gran caldo in Milano; ed io, che
  mi trovava lá giú, bruciava che pareva in un forno. In un giorno di
  luglio, non mi ricordo se giovedí o martedí, ma era giorno di grasso,
  fui invitato a pranzo la prima volta a casa della marchesa donna
  Antonia, signora piena di degnazione, che solamente mi fece venire, e
  non mi conosceva, perché io era amico di molti di que' sapienti che
  scrivevano il _Caffé_, e quel dí pranzavano dalla signora
  marchesa; ma solamente due di essi in effetto, perché gli altri erano
  scappati fuori in villeggiatura, tanto era indiavolata e scottava la
  cittá. Que' due buoni signori raccontavano tra una portata e l'altra
  d'aver veduti stracciati per la strada alcuni fogli del _Caffé_,
  e parevano in collera. Ma io credo che facessero finta, perché di
  quando in quando si guardavano e ridevano, ed erano insomma di buon
  umore. Anzi narravano tutti gli insulti che ricevevano dalla bassa
  canaglia, e che fino sentivansi chiamare «Societá dei pugni»; ed era
  come se parlassero di gloria e trionfi. Che fiore di galantuomini
  proprio esemplari! In fine della tavola tirarono fuori e lessero una
  poesia o prosa, che avevano fatta sui loro guai. E l'uno
  diceva:--Stampiamola;--e l'altro:--No;--e sí e no, e sí e no. E infine
  non ne fecero niente; perché la marchesa, donna di giudizio, diceva
  che non bisognava darsene per intesi, e che sempre era succeduto cosí,
  e che sempre sarebbe succeduto l'eguale a chi scrivesse proprio come
  la pensava; e che poi bisognava contentarsi di chiappar la lepre col
  carro, e lasciar tempo al tempo. Ma quella elegia mi piacque tanto,
  che pregai di darmene una copia. Ed ebbero la bontá di esaudirmi. Ed
  ecco, è l'elegia seguente. Peccato che non l'abbiano messa sul
  _Caffé_!

[p.186]


  ELEGIA COMICO-SERIA ED IN PROSA

  Vieni colla querula lira, o bionda Elegia; e sparsa di lagrime sciogli
  le chiome...

  --No, no; questa prosa somiglia troppo i soliti versi: cominciamo di
  nuovo.--

  Fa' la _toelette_ una volta, o vecchia Elegia, se ti restano
  chiome.

  E se, dai mille anni in poi che tu spandi i torrenti delle tue lagrime
  sulle arcadiche cetre, ancora te ne rimane una stilla, vieni, o
  pietosa, nel caffé di Demetrio[1] ad imprestarmela per tante
  disgrazie.

  Chi sará mai cosí dotto aritmetico da poter numerare tutti i miei
  nemici? Chi sa dirmi donde l'odio, gli strapazzi, gli sdegni contro di
  me, che non gli ho veduti pur mai!

  Ignoro il mio delitto. Studiando, scrivendo, operando col coraggio
  dell'onestá, ho forse violati gli altari, tiranneggiata la patria,
  venduta l'innocenza?

  Ho forse offesi tutti coloro che scrivono ed operano senza il coraggio
  dell'onestá? Oh! condonate l'errore giovenile: io sognava Lacedemone,
  ed era in Babilonia!

  --Ahi! ahi! ahi!...--ho sclamato tre volte per riverenza delle nove
  muse, quando vidi l'atroce spettacolo!

  Vidi (credetelo, o posteri) il foglio arditamente sincero, il foglio
  che tien desta l'invidia, quand'ella piú s'affanna a persuadere che
  dorme, il mio povero _Caffé_ lacerato in mille brani, bruttato
  nel fango delle strade.

  E l'asino grave, e lo stupido bue, e l'armento servile delle pecore lo
  calpestavano passando! Sento ancora i ragli di gioia, i muggiti di
  trionfo, i belati di compiacenza. Oh vergogna, oh sventura
  irreparabile! ahi, ahi, ahi!...

  Dimmi tu, o solo compagno rimastomi in tanta guerra, come potremo
  difenderci?

  Ecco primo venirne contro il rotondo signor Cristoforo,
  ingegnosissimo, [p.187] terribilissimo per grandi occhiali sul naso e
  impolverata parucca![2]

  Ei m'accenna col dito alle turbe e grida:--Quegli è il colpevole,
  quegli il ribelle che ardisce resistere all'autoritá, stimare i
  moderni, non adorare gli antichi. Guai se il mondo uscisse di pupillo
  e l'ascoltasse! Urlate, o turbe: fischiate, percuotete, uccidete. Lo
  scellerato pretende che __si ragioni__!--

  E le turbe, che non ragionano e non intendono, mi guardarono
  minacciose; ed io, traendomi in disparte, risposi:

  --O gente degna delle «ghiande saturnie», placatevi e calpestate
  questo male sparso _Caffé_.--

  Venne Adonio, il damo per eccellenza; Adonio, il condottiero profumato
  della schiera degli eunuchi. Costui, recandosi tra le mani l'ultima
  raccolta di _Ana_, cercò tra le pagine un epigramma, e mi
  trafisse.

  Ahi, ahi, ahi... Oh mio mal prodigato _Caffé_!

  Ma chi mi giunge a sinistra dietro le spalle? Ecco la schiera bruna
  che bulica come un formicaio.

  Veggo lo scrittorello, colui il quale vende ognora a gran prezzo ciò
  che val nulla: se stesso ed i suoi giudizi.

  Veggo il vecchio Codro, cadente sotto il peso de' suoi volumi in
  foglio; né la rabbia basta a dargli forza per lanciarmeli contro.

  E te pure non dimentico, o poetastro, celebratore de' pranzi illustri;
  e te pure, o Vafrino, piaggiatore de' grandi, che ti sei fatto un
  patrimonio colla loro vanitá.

  Ma voi chi siete, pallide facce, tutte fosche di neri capegli, ora
  immote verso il cielo, ora inclinate mestamente alla terra? Ah sí, vi
  riconosco, Piloncino e Tartuffo, ipocriti di virtú, falsatori di
  religione.

  E i vili si strinsero le destre, e congiurarono cosí:

  --Costui né si vende né si compra; ma con un tocco ardito della sua
  penna sbalza dai volti le maschere e snuda la veritá.

  Dunque pèra il __superbo__, pèra il __nemico__ della patria,
  pèra il __disprezzatore__ de' grand'uomini, il __novatore__
  mostruoso, l'esecrato __filosofo__ pèra.--

  [p.188]

  Sí, calpestate il male sparso _Caffé_, o fallaci e crudeli
  dispensatori delle «ghiande saturnie». Abborritemi, vendicatevi. Ma
  prima ponete una mano sul mio petto, e sentirete che questo cuore
  batte tranquillo.

  Il giorno non è lontano che la pianta felice da noi collocata ne'
  campi d'Esperia porterá piú copioso il suo nobile frutto; il suo
  frutto che non manda fraganza, se nol tormenti col foco[3].

  E voi pure tormentateci, o gente saturnia! Ma noi, alleati col Tempo,
  atterreremo su queste pianure i vostri boschi di querce; né piú vi
  sará dato d'imprigionare tra l'ombre le menti dei mortali.

  Perché una forza irresistibile di perfezionamento è nella nostra
  natura, e progredisce e trionfa; e, simile al fato, conduce i
  volenterosi, e i repugnanti strascina.

  Ma di chi la gloria, di chi? Amici del nostro cuore, che sudate con
  noi nell'altissima impresa, non lasciateci or soli frammezzo ai
  turbini. Ove siete, che fate?

  Due di voi, io lo so, compiacendo al lor genio, si ascondono nelle
  solitudini.

  Allato allato delle vostre predilette, seduti a sera sull'erta della
  collina, seguite con occhio innamorato le stelle remote, e alla
  presenza delle bellezze del cielo parlate le speranze d'una vita
  migliore.

  Intanto noi tra le mura infiammate della cittá scriviamo la notte,
  scriviamo il giorno, e appena abbiam tempo di mandare un sospiro.

  Dove sono gli altri? ahi! dove sono? Voi correte in caccia le
  campagne, o saltate i fossati, o veleggiate sui laghi ascoltando i
  canti verginali di che sull'alba risuonano le sponde, o cercate i
  semplici costumi tra le montagne dell'Elvezio vicino... Ma ricordatevi
  di noi, che siamo qui soli!

  E tu pure, altero e ritroso ingegno, che fai? Né amoreggi, né viaggi,
  né scrivi, e godi il tuo sommo diletto lasciando correre il pensiero
  negli aerei campi dell'Idea[4].

[p.189]

  Ozio è questo, o fratelli: Piloncino ne ride, e noi due ne piangiamo,
  improvvisando la nostra elegia.

  Oh, povera Elegia! Ora t'innalzi, ora strisci nella polvere, e non
  somigli a nessuna. Guai se t'abbatti in qualche grave maestro, che
  voglia riscontrare le tue forme sul modulo de' precetti![5].

  Il feroce trarratti per gli orecchi al cospetto delle muse, e
  domanderá vendetta contro il padre dell'orribile mostro.

  A lui cosí dirai tua ragione:--O grave maestro, cui piacciono le
  centomila ricantazioni de' lamenti ovidiani, colui che m'ha fatta,
  sappilo, non somiglia l'errante modellatore lucchese: egli non mi
  foggiò di fragile gesso nella forma cavata da un altro, perché
  l'ignaro moltiplicasse le copie! Sono rozza, ma scolpita sul vivo;
  deforme, ma forte; sono un ente di piú nella natura.

Tale è l'elegia che abbiamo trovata nel manoscritto di don Anastasio e
che pubblichiamo con tutta fedeltá. Le note da noi sottopostevi ne
parvero opportune per la maggiore intelligenza del testo. Se nel libro
regalatoci rinverremo altre cose meritevoli di essere tolte
all'oscuritá, i nostri lettori non ne saranno defraudati.

                                          I due estensori
                                          |Grisostomo|--P.


  [1] Demetrio era un caffettiere greco, nella cui bottega gli autori
    del _Caffé_ hanno finto che avvenissero le loro
    conversazioni.

  [2] Di questo signor Cristoforo si veggono piú menzioni nel giornale
    del _Caffé_. Sovranamente comica è la di lui disputa in
    favore degli antichi contro quello fra gli estensori che si
    firmava «A.».

  [3] Intende la pianta del caffé, e per essa simbolicamente la
    filosofia, alla quale sono necessarie le persecuzioni per farsi
    infine conoscere e sentire da tutti.

  [4] Non crediamo ingannarci nel riconoscere in questi tratti il
    Beccaria, uomo altamente contemplativo, ma poco inclinato
    all'attivitá. Piú dubbie sono le indicazioni degli altri colleghi
    a cui si rivolgono le esortazioni degli elegisti.

  [5] È noto che nel _Caffé_ si sono combattute con molta forza le
    false regole e le frivolezze de' pedanti e de' poeti italiani.
    Veggansi singolarmente i due discorsi _Sui difetti_ e
    _Sullo spirito della letteratura._

[p.190][p.191]



XXI

SULLA «FILOSOFIA DELLE SCIENZE» DEL JULLIEN[1]


Ogni volta che ci occorre di dover parlare di economia politica, di
lega fraterna tra i popoli, del bisogno di una letteratura
essenzialmente liberale, di scuole alla Lancaster, di diffusione di
lumi, di mezzi coi quali aggiungere rapiditá al progresso del sapere
umano e d'altri argomenti di consimile natura, l'esperienza ci fa
presentire vicine il ronzio d'una maledizione sul capo nostro per
parte de' missionari della tenebria e dei _frères ignorantins_
della nostra penisola. Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra
mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in
mano per muovere la bile ad una menoma persona. Se, procurando di
servire come meglio può alla nazione italiana, necessariamente il
_Conciliatore_ incappa a spiacere all'individuo, questi si dolga
non di noi, ma della sua propria sinderesi e delle sue proprie
opinioni, discordi forse troppo da quelle della nazione e del secolo;
si dolga con se stesso, per aver tolto a seguitare coi pochi il logoro
gonfalone dell'oscurantismo piuttosto che la bella bandiera dell'amor
della patria, alla quale è ligio il cuore dei molti.

Accomodati, mediante questo pacifico avvertimento, i nostri conti col
drappello di coloro ai quali sempre e di buon grado perdoneremo la
mormorazione, siccome formola comandata dal loro instituto, ci sia
lecito di proporre ai dotti d'Italia la lettura [p.192] dell'opuscolo
qui sopra annunziato del signor Jullien; opuscolo che per la sua sola
intenzione meriterá l'anatema da chiunque ama di ritardare il corso
dell'intelletto umano.

Lo scopo al quale tende il signor Jullien col presente opuscolo, che è
un prospetto d'un'opera futura, è quello appunto di procacciare una
migliore direzione ed un'attivitá maggiore ai lavori intellettuali. A
questo effetto egli, determinando in nuova maniera la divisione delle
cognizioni umane, ordina i risultati moltiformi delle scienze, delle
lettere e delle arti come verso un centro unico, la __filosofia delle
scienze__[2]; mostra la opportunitá di ridurre a succosi ed utili
estratti tutta l'immensa farragine delle biblioteche, onde gli
studiosi non abbiano a sciupare tutta la loro vita nell'istruirsi di
ciò che s'è fatto, senza che lor basti fiato per muovere il passo
verso ciò che resta a farsi; accenna il metodo onde piú arricchirsi di
cognizioni con minor perdita di tempo e minor confusione d'idee
(metodo giá da lui altra volta spiegato ampiamente nell'_Essai sur
l'emploi du temps_, e che consiste nel tenere sotto diversi
scompartimenti alfabetici, sotto diversi ordini di affinitá, un
registro scritto di tutte le nozioni che lo studioso viene di mano in
mano acquistando mediante la lettura, l'osservazione e 'l conversare);
accenna la possibilitá d'inventare un alfabeto scientifico e
filosofico, col soccorso del quale e con semplici segni rendere piú
facile, piú fervida, piú fruttuosa la comunicazione tra i dotti
d'Europa; e propone tra essi dotti una lega universale, onde
abbreviare gli studi di ciascheduno, e far concorrere gli sforzi di
tutti ad accelerare il simultaneo progresso delle scienze, delle
lettere e delle arti, il perfezionamento morale ed intellettuale
dell'uomo. A siffatta confederazione dovrebbono unirsi e prestar
consiglio ed aiuto tutti coloro a' quali per impulso virtuoso del
[p.193] cuore preme di migliorare la condizione della umana famiglia.
E specialmente è pregata a favorire e secondare le fatiche dei dotti
quella metá bella e gentile del genere umano, senza il concorso della
quale, dice l'autore, è inutile lo sperare alcun miglioramento
lodevole nelle cose della vita.

Noi non vogliamo entrare per ora a discutere né la __novitá__ di questo
bel progetto del signor Jullien, né la convenienza de' mezzi da lui
additati per mandarlo ad esecuzione. Come ogni censura, cosí anche
ogni encomio di un libro riesce intempestivo e di scarso valore, se lo
si fonda sulla conoscenza del solo indice delle materie in esso
trattate; e l'opuscolo di che parliamo è in gran parte poco piú che un
indice. Non esamineremo dunque criticamente il progetto ed i metodi,
se prima non li vedremo svolti in tutta la loro estensione per entro
il libro intero, che l'autore, a quel che pare, sta terminando. Bensí
speriamo che ai dotti d'Italia la lettura anche del solo preludio di
un'opera filosofica, manifestamente suggerita dalla santa intenzione
di giovare al perfezionamento sociale, basterá ad offrire materie di
analoghe speculazioni. E però, deponendo noi riverenti sul loro
tavolino l'opuscolo del signor Jullien, e sdebitandoci sinceramente
con lui di tutta quella lode che gli è dovuta per lo spirito leale e
per la buona volontá onde vediamo muovere sempre i suoi disegni,
finiremo il nostro articolo col dare in abbozzo a' lettori una qualche
idea della nuova divisione delle scienze da lui proposta.

Bacone prima, poi gli autori della _Enciclopedia_, nella loro
classificazione delle scienze e delle arti, riferirono ciascuna di
esse ad una delle tre divisioni fondamentali, suggerite dalle tre
diverse facoltá dell'uomo: __memoria__, __ragione__, __immaginazione__.

Il signor Lancelin, nella sua introduzione all'_Analisi delle
scienze_, riducendo tutto lo scibile umano ad una scienza sola, la
__scienza della natura__, scompartí questa in otto divisioni
fondamentali; e sono:

1. Elementi dell'universo, o descrizione de' corpi naturali.

2. Forze e proprietá primitive della materia.

[p.194]

3. Scienze primitive nascenti dalla descrizione de' corpi e dalla
classificazione degli oggetti e de' fatti.

4. Scienza dell'uomo.

5. Scienze matematiche e fisico-matematiche.

6. Arti meccaniche e industria umana.

7. Belle arti e belle lettere.

8. Metafisica vera e filosofia vera, o scienza de' principi,
legislatrice in certo modo dello spirito umano.

Il signor Destutt-Tracy, ne' suoi _Elementi d'ideologia_, stabilí
la seguente classificazione:

Prima sezione. Storia de' mezzi che abbiamo per conoscere qualche cosa
(tre parti).

1. Formazione delle nostre idee, o __ideologia propriamente detta__.

2. Espressione delle nostre idee, o sia __gramatica__.

3. Combinazione delle nostre idee, o sia __logica__. (La gramatica
e la logica, secondo il signor Destutt-Tracy, formano parte della
ideologia presa in complesso; ed è per ciò che alla formazione delle
idee egli diede il titolo d'__ideologia propriamente detta__).

Seconda sezione. Applicazione de' mezzi di conoscere allo studio della
nostra volontá e degli effetti di essa (tre parti).

1. Delle nostre azioni, o __economia__.

2. Dei nostri sentimenti, o __morale__.

3. Della direzione delle une e degli altri, o sia __governo e
politica__.

Terza sezione. Applicazione dei mezzi di conoscere allo studio degli
enti diversi da noi (tre parti).

1. Dei corpi e delle loro proprietá, o sia __fisica__.

2. Delle proprietá dell'estensione, o __geometria__.

3. Delle proprietá delle quantitá, o sia __calcolo__.

Nella futura sua opera il signor Jullien si propone di scandagliare a
parte a parte le classificazioni qui sopra riportate, paragonandole
con altri tentativi di simile natura pubblicati, prima d'ora, qua e lá
in Europa. Forse tra questi vedremo fare la sua modesta comparsa anche
l'_Albero sistematico_ preposto dal [p.195] nostro Alberti al suo
_Gran dizionario enciclopedico della lingua italiana_, il quale
(sia detto tra parentesi) è per ora incomparabilmente il miglior
dizionario della nostra lingua. In quell'_Albero_ l'universo
venendo considerato come radice delle tre cognizioni, di __Dio__,
dell'__uomo__ e del __mondo__, ogni scienza è subordinata ad una
di queste tre grandi diramazioni principali.

Ecco ora in ristretto il _Quadro sinottico delle cognizioni
umane_ proposto dal signor Jullien, o sia il modo con cui egli
divide le scienze e le arti.

La mente dell'uomo è il __principio__ comune di tutte le
cognizioni.

Lo __scopo__ comune di tutte le scienze e di tutte le arti è il
perfezionamento umano.

Le cognizioni umane si dividono in due ordini.

Il primo risguarda le cose fisiche.

Il secondo risguarda le scienze metafisiche o morali ed intellettuali.

Ciascuno di questi ordini è diviso in due classi.

Classe prima. Scienze positive o sia de' fatti.

Classe seconda. Scienze istromentali o sia di metodo, che forniscono,
dice l'autore, gli stromenti ed i metodi a tutte le altre scienze, e
trattano dei mezzi inventati dall'uomo (per esempio la __geometria__ ed
il __calcolo__).

L'uomo può __osservare e descrivere__ gli enti ed i fatti, quali si
presentano a lui per ordine di tempo e di luogo.

Osservati e descritti gli enti ed i fatti, l'uomo li __paragona e
classifica__; e li distingue in generi e specie, avvicinandoli l'uno
all'altro a norma delle analogie che vi scopre.

In terzo luogo lo spirito umano si applica a __spiegare__ le cose
ed i fatti ed a cercarne le cagioni.

Finalmente lo spirito umano __applica__ le sue cognizioni ai
bisogni ed all'uso della vita.

Da queste quattro diverse operazioni dell'intelletto umano il signor
Jullien desume quattro generi differenti di scienze, cioè:

1. Descrittive e d'osservazione. 2. Distintive e di classificazione.
[p.196] 3. Speculative e razionali, o sia d'investigazione, applicate
alla ricerca delle cause. 4. Pratiche e d'applicazione.

Ognuno de' quattro generi qui sopra accennati si applica
rispettivamente a ciascuno dei due ordini ed a ciascuna delle due
classi distinte da principio, talché ne risultano sedici denominazioni
generali di cognizioni; alle quali denominazioni sono riferite le
diverse scienze ed arti conosciute. Per esempio, sotto la
denominazione «arti morali ed intellettuali», corrispondente al
secondo ordine, classe prima, genere quarto, trovansi registrate
l'__educazione__, la __morale pratica__, la __legislazione positiva__,
la __politica__, l'__economia politica__, ecc. ecc.

Tacendo qui per amore di brevitá alcune osservazioni apposte dal
signor Jullien alla sua nuova classificazione, non dissimuleremo che
essa cede in semplicitá a quella del signor Destutt-Tracy, lodata per
tale riguardo dallo stesso nostro autore. Ma non lasceremo tampoco di
dire che il _Quadro sinottico_ di cui abbiamo dato l'abbozzo,
essendo desunto dai quattro stadi principali dello studio umano, offre
un interesse filosofico. S'è notato piú sopra quale sia l'indole del
progetto generale dell'autore: la classificazione, ch'egli immaginò
nuovamente delle scienze, servirá, è da credersi, a viemmeglio
svilupparlo.

Ciò sará da vedersi nella futura sua opera.

|Grisostomo|.


  [1] _Esquisse d'un essai sur la philosophie des sciences_, ecc.
    ecc.--Abbozzo di un saggio sulla filosofia delle scienze,
    contenente un nuovo progetto di divisione delle cognizioni umane,
    di |Marcantonio Jullien|, cavaliere, ecc. ecc. Parigi,
    1819.

  [2] La filosofia delle scienze, di cui parla l'autore, è quella
    stessa della quale Bacone concepí l'idea, pose le basi e pubblicò
    gli elementi. Essa ha per iscopo l'esame separato e l'esame
    simultaneo di tutte le scienze, onde avvicinarle tra di esse e
    paragonarle l'una coll'altra, e raccoglierne i caratteri
    distintivi o le loro differenze essenziali ed i loro punti di
    contatto. Cosí vengono conosciuti i soccorsi che ciascheduna
    scienza può somministrare all'incremento della civilizzazione.

[p.197]



XXII

QUADRO STORICO

DELLA POESIA CASTIGLIANA

a proposito delle _Poesie scelte castigliane_, raccolte dal Quintana[1].


INTRODUZIONE

Il conte Giovambattista Conti fino dal 1782 pubblicò in Madrid quattro
volumi d'una sua raccolta di poesie castigliane, ponendo a riscontro
del testo di esse le traduzioni da lui fattene in versi italiani.
Poche copie di quell'opera scesero allora in Italia; e però la
tipografia del seminario di Padova, dandosi a ristampare in due soli
volumi le sole traduzioni, provvede in questo anno a vieppiú
diffonderne tra di noi la lettura. Al primo tomo, comparso giá da
alcuni mesi, veggiamo succedere ora finalmente il secondo.

Nell'attuale tendenza degli studi verso una maggiore curiositá delle
cose straniere, ci sembra opportuno e lodevole il disegno dell'editore
padovano. Non intendiamo quindi di menomare in alcuna maniera né la
gratitudine del pubblico verso di lui, né gli applausi che può aver
meritati giustamente al signor Conti il suo lavoro, se da esso
pigliamo occasione per annunziare agli studiosi della lingua e della
letteratura spagnuola una piú ampia collezione di _Poesie
castigliane_, data alle stampe, non è gran tempo, in Madrid dal
celebre poeta don Giuseppe [p.198] Quintana. A salvarci da ogni
sospetto d'irriverenza verso del signor Conti, ed a manifestare ad un
tempo stesso il perché da noi si proponga ora agli studiosi la nuova
raccolta, basti l'ingenuitá colla quale riportiamo le seguenti parole
della prefazione del signor Quintana: «_La_ [la collezione di
poesie castigliane] _que despues empezó y no acabó don Juan Bautista
Conti, executada á la verdad con gusto exquisito y buena disposicion,
se destinó principalmente á dar á conocer á los italianos el mérito de
nuestra poesía. Contentóse pues su autor con publicar y traducír en
toscano las composiciones líricas y bucólicas mas señaladas del siglo
diez y seis, y algunas de los Argensolas: pero nada incluyó de
Balbuena, de Jauregui, de Lope, de Góngora, ni de otros igualmente
célebres en nuestro Parnaso, quedando por consiguiente la coleccion en
extremo insuficiente y diminuta_»[2].

Del signor Quintana e delle di lui poesie originali ci proponiamo di
parlare in altra congiuntura, e tosto che ci saranno pervenute di
Spagna alcune notizie delle quali abbiamo fatta ricerca. Intanto i
lettori vorranno ricordarsi ch'egli è l'autore della famosissima ode
patriottica sulla battaglia di Trafalgar. Questo leale spagnuolo, che
nell'arte de' versi non ha nella sua nazione alcun rivale vivente,
fuorché in certo modo don Giambattista de Arriaza, autore anch'egli
d'un'altra ode su la stessa battaglia (tanto un solo argomento è
fecondo d'entusiasmo poetico, se lo suggerisce la coscienza di avere
una patria!), vive ora miseramente relegato. Ma egli non invidia per
questo al poeta suo rivale né la docilitá delle opinioni, né, frutto
di essa, i giorni meno travagliati; e lo conforta il vedere il proprio
nome [p.199] caro a' migliori fra' suoi, e consegnato alla venerazione
dell'Europa insieme alla recente memoria dei fasti delle
_Cortes_, a' quali egli contribuí co' suoi proclami e co' suoi
canti ci di guerra.

La celebritá letteraria del signor Quintana ci par sufficiente a
raccomandare come giudiziosa la collezione di poesie castigliane da
noi annunziata; né il fatto smentirá appresso i dotti l'aspettativa.

L'opera è scompartita in tre volumi del formato di un giusto «ottavo».
La raccolta incomincia da un saggio di poesie del secolo decimoquinto,
e precisamente da alcune di Giovanni de Mena; poscia si allarga, e
comprende gli altri secoli susseguenti fino alla morte del poeta don
Giuseppe Cadalso, che è quanto dire fino all'anno 1782. I componimenti
in essa contenuti sono i meglio stimati: sono tolti da tutti i generi
di poesia, se se ne eccettuino i teatrali. Alla prefazione tiene
dietro un _Discorso sulla storia della poesia castigliana_, in
quanto specialmente essa si riferisce ai generi ed agli autori che
ottennero posto nella raccolta.

Conformandoci a questo disegno del signor Quintana, noi ci gioveremo
in parte delle notizie somministrateci da lui, e qualche poco anche
della _Storia letteraria_ del signor Bouterweck e del tenue
frutto di altri studi da noi fatti, e daremo col tempo, in diverse
riprese, un _Quadro storico_ della poesia spagnuola, il piú
compendioso che potremo.

Se, per servire al nostro autore, ci è d'uopo non tener conto per ora
del teatro spagnuolo, gli amici della letteratura universale sapranno
ampiamente rifarsi di questo e d'altri nostri silenzi, ricorrendo, fra
molti libri, a quello del signor Sismondi sulla _Littérature du midi
de l'Europe_; libro che, per isciagura della buona critica, trova
d'ordinario i suoi piú aspri censori in coloro che non lo hanno mai
letto. Nel tessere il nostro lavoro noi ricorreremo ad esso meno che a
qualunque altro, e non per altra ragione se non perché ne sembra di
non dovere occupare il breve spazio del nostro giornale con cose
ricavate da un libro che può facilmente consultarsi da chicchessia.

Ma, prima di por mano al _Quadro storico_, a cui preghiamo
cortese la pazienza de' nostri buoni lettori, siamo costretti [p.200]
dall'ostinazione di certi garriti pseudo-letterari a ripetere
solennemente una dichiarazione, che sotto cento forme diverse abbiamo
giá ricantata le cento volte nel nostro giornale. Eccola; ed affinché
sia intesa anche dagli spazzini della repubblica letteraria, eccola
una buona volta in lettere maiuscole:

  COL RACCOMANDARE LA LETTURA DI POESIE COMUNQUE STRANIERE, NON
  INTENDIAMO MAI DI SUGGERIRNE AI POETI D'ITALIA L'IMITAZIONE.
  VOGLIAMO BENSÍ CHE ESSE SERVANO A DILATARE I CONFINI DELLA LORO CRITICA.

Se non faranno effetto le lettere maiuscole, non ci resterá altro
partito che di tentare le cubitali... E le tenteremo: a estremi mali
estremi rimedi. Per ora, basti cosí; e la pace sia con tutti.

[p.201]



I

DELLA POESIA CASTIGLIANA DA' PRIMORDI DI ESSA FINO AGLI ULTIMI ANNI
DEL SECOLO DECIMO QUARTO


La storia universale della poesia offre nella sua progressione il
fenomeno di andamenti diversi in diverse nazioni. Nella bella Grecia
l'infanzia di questa sovrana delle arti fu di poca durata, e in poco
di tempo ella crebbe a tanto vigore da produrre i poemi immortali di
Omero. Uguale a quella della Grecia fu la fortuna dell'Italia moderna,
dove fuor della notte dei secoli rozzi, succeduti alla civilizzazione
romana, apparvero di repente Dante e 'l Petrarca, traendo con loro
l'aurora di tutte le arti e fondando le norme del buon gusto.

Altri popoli meno felici lottarono lungamente contra la barbarie, e,
vincendola a poco a poco, acquistarono a poco a poco il sentimento
dell'eleganza e dell'armonia; e non giunsero alla perfezione che tardi
e a forza di fatica. Tale fu la sorte d'una gran parte delle nazioni
moderne, e tale appunto fu quella della Spagna.

Ivi, quasi come per ogni dove, il verso scritto precedette alla prosa.
La poesia spagnuola, o piú precisamente castigliana, vanta per sua
prima opera il _Poema del Cid_, composto, a quel che pare, verso
la metá del secolo decimo secondo[3]. Allora, in mezzo alla confusione
delle lingue, cagionata dalle invasioni dei barbari del nord,
cominciava a pigliar forma alcuna quell'«idioma romanzo», che doveva
spiegare poi tanto splendore e tanta maestá negli scritti di
Garcilaso, di Herrera, di Rioja, di Cervantes, di Mariana.

[p.202]

Chi ponesse mente alla natura dell'argomento e non ad altro,
troverebbe pochi poemi superiori a quello di cui parliamo; nella
stessa maniera che pochi guerrieri troverebbe nella storia da poter
contrapporre, come rivali in valore e in leggiadria di virtú, a
Rodrigo di Bivar, soprannominato il «Cid Campeador». La gloria di
Rodrigo oscurò quella di tutti i re de' suoi tempi, e da secolo in
secolo discese infino a noi, ad onta di un'infinitá di favole onde
anticamente la zotica ammirazione circondò la veritá dei fatti.
Consegnata a poemi, a tragedie, a commedie, a romanzi (o romanze), a
canzoni popolari, la memoria di lui, somigliante a quella di Achille,
ebbe la fortuna di scuotere fortemente ed occupare la fantasia. Ma
l'eroe castigliano, superiore al greco per coraggio e virtú, ebbe la
sventura di non trovare un Omero che lo celebrasse.

E come trovarlo a que' tempi, ne' quali il rozzo cantore si pose a
comporre il poema? Con una lingua informe tuttavia, dura nelle sue
determinazioni, viziosa nella sua sintassi, nuda di tutta coltura e di
tutta armonia, in mezzo alla generale abitudine ad uno stile pieno di
pleonasmi, con un verseggiare incerto nella sua misura, com'era
possibile mai il produrre un'opera di vera poesia? Nell'invenzione,
ne' pensieri, nell'espressione di essi, e specialmente in certa
ingenuitá[4] di descrizioni, scorgiamo, è vero, qualche indizio
d'intenzione poetica per parte dell'autore; ma, preso in totale, il
_Poema del Cid_ è da considerarsi come una curiositá filologica
piú che altro. Chi sia stato l'autore di questo primo vagito della
poesia castigliana, è ignoto.

[p.203]

Nel secolo susseguente vissero due poeti, le opere dei quali lasciano
apparire giá alcuni progressi fatti dalla lingua. Don Gonzalo de
Berceo e Giovanni Lorenzo Segura, l'uno nelle sue poesie sacre in
versi alessandrini, l'altro nel suo poema _De Alexandro magno_,
superarono anche di qualche grado l'arte del cantore del Cid. Quelle
del primo, per altro, non sono che preghiere, regole fratesche,
leggende di santi, che manifestano nell'autore il monaco benedettino
piú che il poeta. Nel poema del secondo, ciò che occorre di piú
bizzarro alla considerazione del filosofo, è la vita di Alessandro il
grande, descritta con colori cavallereschi; è il vedere trasportati in
essa sul serio i costumi, i sentimenti, i pregiudizi spagnuoli. Forse,
come dice il signor Sismondi, l'ignoranza assoluta dell'antichitá fece
ricorrere il poeta a ciò che gli era noto per descrivere ciò che gli
era ignoto. E forse (è un dubbio nostro) Giovanni Lorenzo venne
condotto a tale traviamento da un barlume indistinto di quella veritá
psicologica, che insegna non potere essere sommamente efficace la
poesia, se non è in accordo colle idee e colle circostanze de' tempi
ne' quali vive il poeta. Giovanni Lorenzo non era abbastanza filosofo
per potere interpretare saviamente questo impulso del vero genio
poetico, non era abbastanza educato ai confronti storici per doversi
sentire offendere dalla dissonanza tra due civilizzazioni, greca e
spagnuola: e però, secondando con inconsiderata obbedienza la
necessitá d'essere moderno, condusse con accessorii ricavati dal mondo
a lui presente un poema d'argomento non moderno, ma antico; e fece
cosí un guazzabuglio, che accusa la contemporanea stupiditá della
critica e muove a riso finanche la gravitá de' maestri di lettere.

Ma qui, se ci è lecita una digressione, vogliamo assumere gravitá
anche noi, e rivolgerci proprio con un testo di Orazio a tal uno che
ride del guazzabuglio di Giovanni Lorenzo.

«E di che ridi tu? Cambiato che sia il nome, il discorso va a ferir
te»[5]. E infatti non è egli un guazzabuglio altrettanto ridicolo il
tuo, quando in argomenti moderni vai intarsiando sentimenti [p.204] e
immagini e riti e costumi e idee de' popoli antichi? Se Giovanni
Lorenzo ti presenta l'eroe di Macedonia sotto il nome di «infante don
Alessandro», tu sghignazzi, e n'hai ragione. Ma non dovremo
sghignazzar del pari ancor noi, allorché tu ci presenti una povera
monachetta sacra a Maria ed a Cristo sotto il nome di «vestale»?
allorché di due giovinetti, che si legano in matrimonio innanzi al
curato, tu ci parli come di due, che, «coronati di rose», si giurano
fede innanzi «all'ara d'Imeneo»? allorché d'un professore
dell'universitá dici ch'egli è un «sacerdote di Minerva», e va'
discorrendo? Che razza di logica è la tua?--Sono erudito, e Giovanni
Lorenzo non l'era.--Bravo! tienti la tua erudizione, che è cosa buona
e, se non sai farne altro, illustra con essa un qualche ciottolo
vecchio; ma non isprecarla fuor di proposito. O, piuttosto, vendine
alcune libbre, onde comperarti poi una mezz'oncia di sale critico.
Imparerai allora che il ridicolo non istá nell'ignoranza di Giovanni
Lorenzo, né tampoco nella tua erudizione; bensí nella goffa mescolanza
che entrambi ci fate di idee eterogenee.

Lettori, torniamo al nostro proposito. Un Caloandro de' «bei parlari»
avrebbe detto: «torniamo a bomba».

Regnava allora in Castiglia Alfonso decimo, soprannominato il «savio»:
non perché fosse un buon re, ché anzi fu falsatore di monete e meritò
di essere alla fine cacciato dal trono; ma perché, come meglio il
comportavano i suoi tempi, fu letterato e promotore degli studi. Egli,
dando ordine che si scrivessero in lingua castigliana gli atti
pubblici, che infino allora erano stati sempre compilati in latino,
aggiunse stimoli al miglioramento ed alla diffusione della lingua
nazionale e giovò a' progressi d'una nazionale letteratura. Fu poeta
anch'egli, e compose, secondo l'opinione comune, un libro di cantici
sacri in dialetto galiego e due altri libri in versi castigliani:
l'uno intitolato dei _Lamenti_, l'altro il _Tesoro_. Piange
nel primo il re le proprie sventure e lo scettro perduto; nel secondo,
che è un trattato inintelligibile d'alchimia, egli dá ad intendere a'
castigliani d'aver trovato il segreto della pietra filosofale, con
intenzione probabilmente di onestare cosí in faccia loro i veri mezzi,
[p.205] piú turpi, mediante i quali ei s'era arricchito. Se le monete
fatte battere dal re Alfonso erano di sí bassa lega come i suoi versi,
bisogna dire che egli fosse un gran ladro.

Tuttavolta, ove lo zelo messo da lui nel promuovere le lettere fosse
stato di lunga durata ed imitato dai re successori, la poesia
spagnuola, col rammentarci l'antichitá de' suoi natali, non farebbe
sentire vieppiú la lentezza de' propri passi verso la perfezione. Ma
ella ebbe contro di sé la natura feroce dei tempi.

Negli ultimi anni di Alfonso cominciò ad ardere la guerra civile; e
questa quasi senza interruzione infuriò per un secolo intero, fino a
giungere all'estremo dell'atrocitá e dell'orrore durante il regno
burrascoso di Pietro il crudele. In quella miserabile etá pareva che i
castigliani non avessero anima che per abborrire, non avessero braccia
che per distruggere. Però la poesia pochi ebbe che la coltivassero
allora: i piú erano intenti alle opere della spada e non della penna.
Giovanni Ruiz, arciprete di Hita; l'infante don Giovanni Manuele,
autore del _Conte Lucanor_; l'ebreo don Santo, e Ayala il
cronista: ecco lo scarso numero de' poeti d'allora.

Fra le poesie di questi quattro autori è fatica perduta il volere
rintracciare un'occasione di diletto estetico un po' prolungato.
Quelle dell'arciprete sono, tanto o quanto, le piú degne d'essere
conosciute dai filologi. Hanno per argomento la storia degli amori di
esso arciprete, mista di apologhi, di allegorie, di novelle, di
frizzi, di satire, ed insieme di cose di religione; e vi trovi, con
istrano abuso di personificazioni, condotti a comparsa certi
personaggi che non ti saresti mai figurato di veder camminare sulle
gambe; come a dire, donna Quaresima, don Digiuno, donna Colazione, don
Dí di grasso e, insieme a questa bella brigata, anche l'illustrissimo
don Amore. Le forme estrinseche di tali poesie vantaggiano di poco
quelle messe in mostra da' poeti anteriori.

Nell'atto che abbandoniamo agli scaffali delle biblioteche od alla
curiositá degli eruditi ed alle meditazioni del filosofo tutte
siffatte anticaglie, dalle quali, attraverso a un nuvolato
interminabile d'inezie puerili, d'invenzioni e lepidezze fratesche,
[p.206] appena qua e lá sfavillano alcuni pochi lampi di giusta
inspirazione, crediamo di dovere avvertire il lettore studioso che, a
volere ricercare la vera origine, le prime e vere tracce d'un'ingenua
e sentita poesia in Ispagna, gli bisogna rivolgersi a tutt'altro
armadio.

Altri cantori, sconosciuti di nome, ma fortemente commossi dal
desiderio di celebrare le glorie nazionali, il puntiglio dell'onore,
la lealtá, la opposizione magnanima de' loro concittadini alla
violenza straniera, i fatti de' forti nelle tante battaglie contra i
mori, ecc. ecc., servirono con alacritá spontanea alla voce dell'amor
patrio ed all'entusiasmo del popolo, tessendo brevi racconti armoniosi
di avventure guerriere o dando un lirico sfogo al sentimento
dell'ammirazione. Di qui la grande quantitá di «canzoni popolari» e di
«romanzi» (o «romanze») cavallereschi od istorici, ne' quali
principalmente risuonano le lodi del Cid Campeador, se non con
leggiadria assoluta di versi, almeno almeno con veritá di espressione.
E troviamo in essi un caldo muovimento d'affetti, che si desidera
invano nelle opere de' loro poeti contemporanei, rammentati piú sopra
da noi, e invano talvolta anche ne' quattro canti del famoso poema di
cavalleria, l'_Amadigi_, composto in lingua spagnuola dal
portoghese Vasco Lobeira verso il principio del secolo decimoquarto.

Ogni spagnuolo accompagnava allora con la sua chitarra le semplici
«_coplas_» d'un inno al valore; ogni madre insegnava alle sue
fanciulle la storia d'un prode, secondo che l'aveva udita narrare da
un qualche poeta. Anche la gentilezza dell'amore, anche la cortesia
verso le donne somministrava materia a dilicate od a flebili melodie.
E la pietá, facendo tacere per alcun momento gli odii nazionali, non
negava una lagrima poetica neppure a Zayda e a Balaya, belle e
sventurate amanti di principi moreschi.

[p.207]



II

|Della poesia castigliana durante il secolo decimoquinto|[6]


I re d'Aragona, verso la fine del secolo decimoquarto, avevano
introdotto nei loro Stati i «giuochi florali», instituiti giá da piú
di un sessant'anni in Tolosa, onde promovere l'esercizio della «gaia
scienza» de' trovatori. Vedevansi concorrere d'ogni parte gli ingegni
a quelle feste, e con gara ardita contendere pei premi promessi a' piú
valenti. La pubblica solennitá di tali cerimonie, la maggiore
diffusione delle cognizioni e degli scritti, l'esempio invidiato
dell'Italia, la maraviglia che destavano le opere degli antichi poeti
di Grecia e di Roma, delle quali allora si andava rendendo piú comune
la lettura in tutta l'Europa, ed altre consimili circostanze ponevano
vieppiú sempre in onore la poesia: questa che delle belle arti è la
prima ad essere coltivata, allorché i popoli si accostano alla loro
civilizzazione.

Giovanni secondo era un principe inetto a governare; e sotto di lui la
Castiglia, perduta in faccia agli stranieri ogni importanza, era
lacerata al di dentro dall'orgoglio fazioso de' nobili. E nondimeno
quella etá portava tanto amore alla poesia, che all'inetto principe
l'esercitarla e 'l proteggerla ottenne anche politicamente qualche
benevolenza. Molti de' grandi, che gli avrebbero non mal volentieri
tolto lo scettro, cosí sconveniente alla sua mano, si unirono intorno
a lui per forza di simpatia poetica, e, verseggiatori anch'essi,
prestarono aiuto al re verseggiatore. Cosí Giovanni secondo, bene o
male, si mantenne sul trono; e, in mezzo alle turbolenze del regno, la
corte di lui, piuttosto che un consiglio di statisti, pareva in certo
modo una profezia lontana del [p.208] nostro «Serbatoio d'Arcadia».
Vogliamo dire che il re e i cortigiani, né piú né meno de' pecorai
d'Arcadia, fossero o no provveduti di alcuna disposizione attiva per
la poesia, tutti sudavano a far dei versi. Scriveva «_coplas_» il
contestabile don Alvaro, e «_coplas_» scrivevano il duca d'Arjona
e don Enrico de Villena e 'l marchese di Santillana e cento altri
eccelsi magnati.

Fra questi magnati, per altro, alcuni non erano al tutto indegni di
qualche lode letteraria. La lingua s'avvicinava giá molto alla sua
perfezione; nuovi metri, trovati da' poeti della corte del re
Giovanni, prestavano nuovi istromenti alla poesia; ed ella si era
rivolta in gran parte a dipingere la passione dell'amore. E se la
smania di parer dotto (o, in altri termini, la pedanteria) non avesse
guastato l'intelletto al marchese di Santillana; se, innamorato,
com'egli pareva essere, di Dante, ne avesse investigato lo spirito
poetico ne' suoi principi moventi anziché nelle minute particolaritá
delle invenzioni; per opera di lui, poiché ingegno e volontá non gli
mancavano, la poesia spagnuola non solamente avrebbe potuto dare
maggiore soavitá agli affetti dell'elegia, ma ben anche aspirare a piú
alte concezioni e distendersi maestosamente fra' palmeti indigeni,
senza prepararsi la necessitá di agognare, come fece in appresso, gli
allori stranieri.

Ma i maestri di convento, in mano de' quali stava allora la somma
dell'educazione giovanile, avevano messa in capo al Santillana, del
pari che a tutti i loro discepoli, una falsa e stramba idea della
poesia: come se, incapace di poter dire splendidamente il vero, ella
consistesse in un tessuto perpetuo di misteri, di allegorie e di
spiattellate sentenze morali. D'altra parte, la maraviglia o, piú
veramente, l'idolatria de' tempi per la novitá dell'erudizione
solleticava a lui l'ambizioncella, e persuadevalo ad ostentare in
qualche modo il catalogo de' tanti libri ch'egli aveva letti. Non è
dunque strano che il marchese cedesse alla corrente. Da' suoi
contemporanei ottennero infatti largo applauso, siccome portenti di
bellezza poetica, i difetti appunto che rendono oggidí noiosa la
lettura delle opere di lui; oggidí che nel poeta cerchiamo il poeta e
le sue forti sensazioni, non la fredda pompa [p.209] della sua vasta
memoria, non l'arguzia delle sue allegorie, non la magistrale
ripetizione delle sentenze rubate di peso al catechismo.

Del resto, alcune brevi canzoncine del Santillana fanno fede ch'egli
avesse un cuore non del tutto prosaico. È un peccato dunque ch'egli
non intendesse il vero bello dell'antica poesia nazionale spagnuola. È
un peccato ch'egli non si desse a nobilitarla, secondando
industriosamente la tendenza ch'essa aveva spiegato ne' _Romanzi del
Cid_ e in tanti altri romanzi e canti popolari; tendenza che
muoveva, senza mistura di frivolezze scolastiche, dall'indole della
civilizzazione arabo-ispana, e principalmente da uno squisito
sentimento delle glorie e delle sventure della patria, da un culto
tributato all'onore come ad una religione. Ma purtroppo le cattive
scuole fanno contrarre cattive abitudini anche agli ingegni singolari!
E che altre abitudini potevano mai insegnare coloro che tutto
guastavano, fin anche la semplice idea del Dio a cui professavano di
servire?

Che se il Santillana non avesse sdegnato di uniformarsi all'indole ed
allo spirito di que' romanzi, gli sarebbe riuscito di dare una veste
piú poetica all'intendimento patriottico, col quale scrisse _El
doctrinal de privados_. Ove non sia una compiacenza estetica, è
almeno una compiacenza morale il vedere introdotta in quel poemetto
l'ombra di don Alvaro de Luna a raccontare le proprie colpe e le
proprie sciagure, onde l'esempio della trista sua fine (era don Alvaro
il favorito del re Giovanni secondo) servisse ad atterrire e stornare
dalle discordie civili i castigliani.

Se non che, questa lode è un nulla a paragone dell'altra, che è
meritata dal marchese di Santillana per una virtú piú rara e piú
cospicua della virtú letteraria; e davvero sarebbe scortesia il non
accennarla. Si perdonano volentieri al verseggiatore tutti i
traviamenti, allorché si pensa ch'egli visse in corte, e non adulò;
che fu amico d'un re, e gli rinfacciò il mal governo; e che, da
onest'uomo, abbandonò l'ospizio regio ogni volta che lo starvi non
giovava alla patria. Ci sia condonato l'esserci fermati piú che non
avremmo voluto sul discorso di lui: pareva conveniente il far
conoscere un uomo il di cui nome splende illustre nella storia civile
di Spagna.

[p.210]

Esente dalla comune febbre letteraria, l'invidia, il Santillana,
venuto in cognizione d'un altro ingegno che viveva nella oscuritá, gli
corse incontro spontaneo, lo trasse alla corte del re Giovanni secondo
e lo protesse con sincera e costante amicizia. Questi fu Giovanni de
Mena, la di cui facoltá poetica, ad onta d'una eccessiva stravaganza
di fantasia, è superiore a quella del Santillana. Il De Mena,
quantunque ingannato del pari che il suo protettore dalla universale
pedanteria e trasandato dietro ad essa, ottenne nella sua patria il
soprannome di «Ennio castigliano», forse per averle regalato un poema
di maggior mole che non quelli de' suoi predecessori. Un rispetto,
disceso per tradizione da padre in figlio, conserva a lui tuttora in
Ispagna quel soprannome: diciamo «rispetto di tradizione», da che le
opere del De Mena sono oggimai piú spesso nominate che lette. La piú
famosa di esse è un poema allegorico-storico, intitolato _El
labyrinto_. Eccone in breve l'argomento:

Il poeta si propone di contare le vicissitudini della fortuna. Sente
egli la difficoltá dell'impresa, ed è quasi smarrito innanzi
all'altezza del soggetto: chiama in soccorso Apollo e Calliope, manda
un'apostrofe calda alla Fortuna; nessuno risponde. Finalmente gli
appare la Provvidenza; gli fa da guida e da maestra, e lo introduce
ella nel palazzo della Fortuna. Prima di tutto egli vede da colassú la
terra, e ne fa la descrizione geografica; poi scopre le tre grandi
ruote che volgono i tempi, passati, presenti e futuri. Ogni ruota si
compone di sette circoli, emblemi allegorici dell'influsso de' sette
pianeti sulle inclinazioni e sulle sorti umane, secondo le misere
dottrine astrologiche d'allora. In ciascun circolo v'ha gente
infinita: i casti nel circolo della Luna, i guerrieri in quello di
Marte, i sapienti in quello di Febo, e cosí degli altri. La ruota del
tempo presente è in movimento; le altre due no. E quella del futuro è
coperta di tal velo, che, per quante forme ed immagini d'uomini vi
appariscano, non ne lascia distinguere alcuna.

Dietro questo pensiero generale il poeta, parlando di ciò che vede,
oppure conversando con la Provvidenza, dipinge tutti i personaggi
importanti de' quali ha notizia, ne descrive i caratteri, [p.211]
racconta i fatti celebri, ne assegna le cagioni, mette in mostra tutta
la propria erudizione e tutto quanto egli sa di filosofia naturale e
morale e politica, e a quando a quando ne ricava precetti giovevoli
alla vita individuale ed al governo de' popoli.

Non fa d'uopo d'occhiali per vedere nettamente che la lettura della
_Divina commedia_ di Dante e de' _Trionfi_ del Petrarca
risparmiò alla fantasia di Giovanni de Mena l'incomodo di creare il
disegno del suo poema. E che altro fece egli, a dir vero, se non che
tener dietro alla immaginativa de' due italiani, cambiando il luogo
della scena in cui collocò il suo mondo allegorico? Ma Dante (per
parlare di lui solo), Dante, essendo un ingegno di gran tratto
superiore al proprio secolo, trovò in se stesso di che arricchire il
suo tema di sentita e sublime poesia, e spesso anche di splendida
sapienza politica, di giusta morale civile. E per lo contrario il De
Mena, nato in tempi assai posteriori[7], quando per tutta Europa gli
studi erano piú avviati, anziché dare a divedere nel suo grottesco
poema un complesso d'idee che vantaggiasse tutte quelle de' suoi
contemporanei, non parve adeguasse il sapere de' piú ingegnosi fra
quelli.

Da qualunque lato tu consideri la mente di Dante, trovi in essa
ridotto a realtá l'ideale del vero poeta. L'originalitá è un bisogno
per lui: è l'esuberanza delle sue forze intellettuali, che sempre
gliela comanda. E fino in quei momenti, ne' quali vorrebbe farsi
credere imitatore d'altri poeti, egli smentisce col fatto la propria
asserzione. Il De Mena invece confessa co' fatti ciò che tace con le
parole.

Parrá forse a taluni essere un rigore, che senta del crudele, il
volere strascinare Giovanni de Mena ad essere confrontato con
Dante.--S'egli--diranno taluni--si fosse sentito capace di stare, come
il fiorentino, a capo del proprio secolo e di padroneggiarlo; se fosse
stato uomo da prevenire, come il fiorentino, con la propria sapienza
individuale, la civiltá a cui giunse in appresso quel popolo per cui
scriveva, egli [p.212] non avrebbe, no, tolte ad imprestito da altri
le invenzioni fantastiche. Ma si può essere valente poeta anche senza
pareggiar Dante. Non da tutti poi si vuole pretendere ciò che troviamo
negli intelletti straordinari.--Sí, crediamo noi pure che si possa
essere valente poeta anche senza pareggiar Dante; ma crediamo altresí
che il De Mena ne rimanesse tanto al di sotto da non meritare nome di
scrittore piú che mediocre.

Parlando di mediocritá, due sorta ne riconosciamo: quella di coloro
che, scevri da difetti al tutto grossolani, mancano poi affatto di
bellezze che non sieno dozzinali; e quella del De Mena, il quale,
quantunque alcuna rara volta brilli di qualche venustá non comune,
ridonda poi di gravissimi ed abituali errori e di sciocchezze, che
offuscano il merito delle rare sue fortune. Ora, è dettato vecchio che
la mediocritá non è mai condizione sopportabile nei poeti. E al
dettato vecchio noi aggiungeremo quest'altra proposizioncella, benché
ella sia per riuscire spiacevole a molti in Italia: __è
incomportabile in un critico la tolleranza di componimenti
mediocri.__ A siffatta tolleranza ci gioverebbe davvero di potere
essere pronti anche noi, da ch'ella in certo modo acquieta tutte le
coscienze e blandisce la vanagloria di chicchessia. Ma col venerare i
mediocri si viene avvezzando la gioventú ad una facile contentatura
ne' di lei studi, e quindi si perpetua dannosamente la mediocritá. Se
gl'italiani, a modo d'esempio, fossero meno corrivi ad esaltare ogni
minuzia poetica de' loro antenati, l'Italia non avrebbe tanti poeti
quanti sono i suoi scolarini, non avrebbe la vergogna de' suoi
centomila sonetti; e molti, che sciupano la vita canticchiando de'
versi, vedremmo, forse con piú profitto delle loro famiglie e della
patria, trattar la tanaglia o 'l compasso. La tolleranza è un dovere
religioso, è una virtú sociale; ma in materie poetiche non è comandata
da nessuna filosofia.

Da che ci guidano princípi cosí severi, è impossibile per noi il
tributar gran lodi né al De Mena, né a chiunque non regge al tocco
della critica proclamata oggidí da un capo all'altro d'Europa dalla
crescente sagacitá de' filosofi. È acerba invero per molti l'austeritá
delle nuove leggi di cui ci facciamo propagatori; [p.213] e il cuor ce
ne piange per un sentimento di compassione, tanto piú vivo in quanto
che ci bisognerá esercitarlo primamente verso di noi medesimi. Ma,
d'altra parte, quella austeritá raddoppia nell'animo nostro il
giubbilo dell'ammirazione per que' rarissimi intelletti, che meritano
giustamente il nome di «poeti».

Or, per lasciare le glose e star fermi lá donde vorrebbe distoglierci
l'affluenza delle idee affini (che il volgo degli innocenti chiama poi
«disparate»), diremo che nel _Labirinto_ il lettore trova alcuni
passi, i quali, se non rammentano il pennello di Dante, lasciano pure
in qualche maniera scorgere da che pigliasse origine la stima
esagerata di cui il De Mena gode tuttavia i rimasugli presso la sua
nazione. Tale è, per citarne uno, quel passo ov'è descritta la morte
del conte di Niebla, famoso eroe della Spagna, il quale, mentremche
tentava di togliere a' mori Gibilterra, mal pratico del flusso e
riflusso della marea e soverchiato dalle onde, sdegnò di pensare a se
stesso e di salvare se solo, poiché vedeva perire miseramente in
quelle acque tutti i propri compagni.

Un poema, che raccontava i fatti piú memorandi della storia patria e
che a quando a quando era caldo della piú poetica delle passioni, il
patriottismo, non è maraviglia che venisse accolto da' contemporanei
con quell'entusiasmo, che è eccitato sempre dall'interesse e
dall'onore nazionale in un popolo che non sia corrotto od avvilito o
dormente. E questa, piú che tutt'altra, è la cagione che anche oggidí
si parli del _Labirinto_ come d'un fasto spagnuolo. Dall'apparire
di esso infino ai di presenti la Spagna, ad onta di alcune sue
sventure domestiche, ad onta della prepotenza d'altri Stati europei,
non ha perduta mai la sua libera esistenza politica. Però il
sentimento della nazionalitá deve render cara e gioconda a quel popolo
ogni memoria che ad essa si riferisca, ecc. ecc.

Qualunque, per altro, fosse l'ingegno del De Mena, maggiore dignitá
avrebbe egli derivato ai suoi canti, maggiore rispetto si sarebbe
conciliato, se, prendendo a narrare le cose pubbliche de' suoi tempi,
egli si fosse mantenuto in possesso della indipendenza individuale,
onde non far patto che con la veritá [p.214] piú rigorosa, unico patto
che dia importanza alle lettere. Ma, vivendo cortigiano, egli dovette
far sacrifici alla fortuna, e non lasciò sfuggire occasioni per lodare
il re che lo pasceva. E Giovanni secondo, sebbene ingordo e non mai
satollo di lodi, era tale nondimeno da non potere esser lodato che
dagli adulatori.

L'erudizione, secondo la moda del secolo, venne a mischiarsi tanto con
la poesia del De Mena, ch'egli, somigliante in ciò al Santillana ed
agli altri, intarsiava ogni tratto, anche nelle canzoni amorose,
allusioni e concetti eruditi; per modo che, parlando della passione
d'amore, pareva che non l'avesse sentita mai. Ed aveva pur letto e
riletto il _Canzoniere_ del Petrarca!

Oltre il Santillana e il De Mena, de' quali abbiamo diffusamente
parlato; oltre il Villena e gli altri, di cui abbiamo fatta piú sopra
una semplice menzione, voglionsi annoverare fra i verseggiatori piú
notabili del secolo decimoquinto Gomez Manrique, Giorgio Manrique di
lui nipote, Garci Sanchez de Badajoz, Rodriguez del Padron, Alonso de
Cartagena, e quel tanto celebre pe' suoi amori, quel Macias, il cui
nome (aggiuntovi l'appellativo di «_enamorado_») passò poi nella
lingua come modo proverbiale per indicare il sommo della passione
amorosa.

A voler tener dietro separatamente a' lavori di questi e de' molti
loro compagni (ci asteniamo dal darne qui la lista, che
oltrepasserebbe i cento nomi), fa d'uopo esser dotato di una pazienza
letteraria che abbia dello straordinario. Sia che scrivessero canti
sacri («_obras de devocion_»), sia che dettassero canti morali,
oppur canzoni amorose, tutti tutti parevano modellati a una foggia
sola. Pigliando in mano il _Cancionero general_, ed anche il
_Romancero general_ in quella parte che non contiene romanzi
epici, si viene presto ad accorgersi che vale per tutti un giudizio
solo.

Questa uniformitá in un tanto numero di scrittori deve riuscire piú
interessante per lo storico delle civilizzazioni, che non pel semplice
cercatore de' piaceri che l'animo umano domanda alle arti. Il primo
trarrá da essa un argomento sussidiario per istabilire con piú
certezza qual fosse allora il carattere generale della nazione
spagnuola; e, non distratto dalla varia espressione [p.215] de'
caratteri individuali de' poeti, godrá, leggendo i lor versi, di poter
dire:--Ecco dunque il modo universale di sentire a que' tempi, al di
lá de' Pirenei.--Il secondo, per lo contrario, patirá di noia innanzi
a tanta monotonia.

Una religiositá, consistente nella ostentata osservanza delle forme
verbali piú che in un intimo sentimento; un culto della morale,
esercitato anch'esso non tanto come bisogno dell'anima quanto come
sfoggio di apparenze, e quindi spiegato d'ordinario in arroganti
declamazioni o precetti claustrali, in allegorie derivate dalle gelide
e vane definizioni teologiche di quell'etá; una importanza attribuita
a se stesso ed a' propri discorsi da ciascun individuo, sí ch'egli non
misura mai la sofferenza di chi l'ascolta, e non abbandona mai il tema
assunto se prima non ha esauriti tutti i modi di svolgerlo; un
orgoglio personale, associato quasi sempre alla passione dell'amore; e
questa rade volte produttrice di un'estasi dilicata, bensí, ogni
tratto, di esagerazioni che tengono della cosí detta maniera
orientale, di rabbie, di disperazioni, di pazzie; ed a giustificar la
pazzia, a darle colore non discordante dalla affettata gravitá
nazionale, chiamate stranamente in soccorso le sottigliezze degli
scolastici, e sostituite spesso le formalitá della logica alle libere
emanazioni de' sentimenti del cuore; uno studio, insomma, di parer
savi sempre e, per cosí dire, in toga, anche allora che meno severe
circostanze della vita sembrano richiedere il mantelletto galante:
questi, secondo l'opinione nostra, sono i tratti piú evidenti che
costituiscono la fisonomia generale de' poeti di cui parliamo; e a noi
non basterá mai l'animo d'impugnare la spada contra chi dicesse
ch'ella non è fisonomia simpatica molto.

Alcuni storici della letteratura si congratulano col secolo
decimoquinto, e fanno festa perché verso la fine di esso la Spagna
cominciò a coltivare la poesia pastorale. Noi rispettiamo i gusti di
chicchessia e, insieme agli altrui, un pochetto anche i nostri. E però
ci giova di non perderci in ammirazione dietro a' primordi di un
genere di poesia, al quale, con buona pace de' maestri di lettere, non
portiamo troppa benevolenza. Se fosse vera la ipotesi pittagorica
della metempsicosi, e se, per un capriccio [p.216] matto di quella
fortuna che si compiace proprio negli estremi contrari, a noi toccasse
di dovere un dí rinascere su qualche trono della terra e coll'animo
tutto tutto inclinato al dispotismo; allora, tornandoci vani i
tentativi per ispegnere affatto le lettere, vorremmo industriarci
almeno di porre in onore fra' nostri schiavi quel tanto solo di esse
che piú servisse ad addormentarli. E allora, allora sí, la poesia
pastorale verrebbe da noi protetta e promossa, siccome quella che, per
la sua immensa distanza dal vero della vita e per la sua languida
efficacia morale, ci farebbe meno paura d'ogni altra. Intanto,
giacché, fuor d'ipotesi, siamo cittadini privati, non amiamo, né per
noi né pel nostro prossimo, la diffusione de' narcotici.

E che v'ha dunque ne' versi castigliani del secolo decimoquinto, che
possa rimunerare in qualche maniera la cortesia di chi profonde ora il
tempo nel leggerli? Primieramente vale anche per quest'epoca ciò che
abbiamo detto nell'articolo primo intorno a' romanzi epici d'autori
sconosciuti di nome, giacché anche in quest'epoca si proseguí a
scriverne. Anzi ad essa crediamo appartengano per la piú parte quelli
di avventure ricavate dalla storia moresca, e specialmente degli odii
delle due fazioni de' Zegris e degli Abencerrages, dalle ultime
sciagure del regno di Granata, superato poi e vinto dalle armi di
Ferdinando e di Isabella nel 1492. Chiunque ha un cuore spontaneamente
aperto alle impressioni poetiche, chiunque è educato da una critica
liberale e non angustiata dagli scrupoli de' pedanti, trova nel
_Romancero general_ di che contentar di frequente il bisogno
estetico dell'anima sua. In que' romanzi lo spirito arabo-ispano si
manifesta nella sua originalitá; e la calda spiegazione di sentimenti
veri ed originali abbonda sempre di poesia. In secondo luogo non è da
negarsi che anche ne' componimenti de' poeti conosciuti per nome, e
ricordati in parte, e censurati in generale qui sopra, rinvengonsi qua
e lá pensieri ingegnosi, immagini opportune e tracce talvolta d'una
rigogliosa freschezza di fantasia, che ne ristorano qualche poco della
loquacitá erudita e della frequenza del concettizzare puerile: sono
come le _oasis_ incontrate dalla sitibonda carovana nel deserto.
Una passione [p.217] sentita davvero non può resistere poi sempre a
palesarsi ne' modi comandati da abitudini assurde, tuttoché
universali. E però in alcuni squarci, come a dire delle quattro
canzoni del Macias, l'amore irrompe fuor de' soliti vincoli e dá
qualche segno verace e bello della propria esistenza.

L'amore e il Macias sono due parole che ne suscitano nell'anima una
memoria di malinconia e di pianto. Il Macias era gentiluomo di camera
del gran maestro don Enrico de Villena. S'innamorò d'una delle dame
che servivano in palazzo del gran maestro; e, a sviargli quella
passione, non gli valse il vedere la donna amata sposarsi ad un altro,
non valsero le riprensioni del Villena, non i gastighi e la prigionia
a cui questi lo condannò. Al marito della donna non era ignoto anche
prima delle nozze quell'amore, e in lui la gelosia era precorsa al
sacramento. Vile! Egli si concertò col carceriere; e, venuto alla
torre in cui gemeva custodito il suo rivale, trovò modo di scagliargli
contro, da una finestra, la propria lancia. Il colpo fu assestato con
tale gagliardia, che traforò il Macias da parte a parte. Quel meschino
stava allora appunto cantando una canzone da lui composta per la donna
del suo cuore, e spirò col nome di lei sulle labbra.

|Grisostomo.|


  [1] _Poesias selectas castellanas, desde el tiempo de Juan de Mena
    hasta nuestros dias, etc.--Poesie scelte castigliane, dai tempi di
    Giovanni de Mena fino ai giorni nostri raccolte ed ordinate da
    don_ |Emanuele Giuseppe Quintana|. Madrid, ecc. ecc.

  [2] «Quella [la collezione di poesie castigliane], che di poi fu
    incominciata, ma non condotta a termine da don Giovambattista
    Conti, eseguita per veritá con gusto squisito e con buona
    disposizione, fu destinata principalmente a far conoscere agli
    italiani il pregio della nostra poesia. E però all'autore di essa
    collezione bastò dí pubblicare e tradurre in toscano i
    componimenti lirici e buccolici piú segnalati del secolo decimo
    sesto ed alcuni de' fratelli Argensola; ma non die' luogo nella
    sua raccolta a veruna poesia di Balbuena, di Jauregui, di Lope, di
    Góngora, né d'altri egualmente celebri nostri poeti, lasciando
    cosí la collezione insufficiente in estremo e difettosa».

  [3] Il _Poema del Cid_ non va confuso coi _Romanzi del
    Cid_, posteriori di un secolo, e pieni di ben altra poesia.
    Somigliano questi in certo modo, per le loro forme esteriori, alle
    antiche ballate inglesi, molte delle quali sono sí giustamente
    apprezzate anche oggidí.

  [4] Citiamo per modo d'esempio l'entrata del Cid in Burgos, quando
    esiliato dal suo re:

    «Il mio Cid Rui Diaz entrava in Burgos accompagnato da sessanta
    insegne. Erano piene le vie e le finestre di cittadine e di
    cittadini, bramosi di vederlo; ed era sí grande il loro dolore,
    che versavano lagrime dagli occhi e dicevano tutti ad una
    voce:--Oh Dio, che buon vassallo, se vi fosse un buon re!--Gli
    avrebbero volentieri offerte le lor case; ma niuno ebbe coraggio
    di farlo, per la grande ira concepita contro di lui dal re don
    Alfonso, del quale innanzi al cader del sole era entrata in Burgos
    una lettera chiusa con forti sigilli, dove si proibiva a tutti il
    dare alloggiamento al mio Cid Rui Diaz sotto irremissibile pena di
    perdere gli averi, gli occhi ed anche la vita stessa. Gran dolore
    sentirono le genti cristiane, e s'ascosero dal mio Cid, perché non
    ardivano di dirgli nulla», ecc. ecc.

  [5] «_Quid rides?_», ecc. ecc.

  [6] Questo secondo articolo è preceduto dalla seguente avvertenza:
    «Proseguiamo il _Quadro storico_ della poesia castigliana,
    incominciato nel n. 99 del _Conciliatore_. La memoria de'
    lettori saprá rappiccare il filo tra l'articolo primo e 'l
    seguente» [Ed.].

  [7] Dante nacque del 1265 e morí del 1321. Il De Mena nacque del 1412
    e morí del 1456.

[p.218][p.219]



XXIII

DUE RAPPORTI UFFICIALI AL GOVERNO AUSTRIACO


I

|Al direttore generale dei ginnasi|

Sulla traduzione dal tedesco degli _Elementi di storia degli Stati
d'Europa_.


Ho l'onore di presentarle in tre volumetti manoscritti la traduzione
degli _Elementi di storia degli Stati d'Europa_. Questo lavoro,
ordinatomi giá da qualche tempo dall'imperial regio governo, sarebbe
stato finito prima d'ora, se altri lavori ed altri doveri d'ufficio,
ben noti a lei, signor direttore, ed al governo medesimo, non mi
avessero occupato altrimenti, e se una recente ristampa
dell'originale, sopraggiunta quando la traduzione era pressoché
compiuta, non mi avesse obbligato a rifarla ed ampliarla in molte
parti. D'altronde io non voglio dissimulare che, trattandosi d'un
libro da stamparsi e da servir di testo per le scuole, ho creduto di
dover considerare l'incumbenza datami dal governo piú come letteraria
che come consentanea alla natura del mio impiego. Però mi sono
ingegnato di condurre l'opera con quella cura e con quell'impegno
letterario che mi parve dovere essere richiesto da chi me l'ordinava.
Non maggior zelo, bensì avrei desiderata maggiore abilitá, onde
corrisponder meglio alle intenzioni del governo.

Questi _Elementi di storia_, non essendo destinati che a servire
di additamento e di guida a' professori, per tesservi sopra piú ampie
lezioni, sono stati scritti dall'autore tedesco tanto compendiosamente
da riescire non di rado oscuri. Talvolta le circostanze d'un fatto
sono indicate da un solo epiteto, talvolta spiegate da una frase
oscillante e di vario significato. Per cogliere e rendere il giusto
valore, era necessario esaminare di [p.220] frequente carte
geografiche e trattati di pace, consultar libri, studiare lo spirito
delle diverse epoche storiche in opere voluminose. Questo ho fatto; e,
senza alterare menomamente il testo, spero di aver portato nella
traduzione qualche chiarezza maggiore.

In alcuni passi, massime della storia della Germania, ove un solo
cenno di allusione a circostanze locali, a memorie e costumi notissimi
basta alla intelligenza dei lettori tedeschi, era necessaria pe'
lettori italiani qualche spiegazione di piú: e ve l'ho inserita, ma in
modo che non cambiasse l'intenzione dell'originale. Ho rettificate le
epoche ogni volta che per isbaglio, probabilmente di stampa, non erano
esatte. Ho emendati alcuni errori di fatto, evidentemente trascorsi
per incuria de' correttori. Ogni volta che l'esposizione mi pareva
intralciata, stentata e confusa nel suo andamento originale, ho
procurato di appianarla. Ho schivata la frequente monotonia de' lunghi
periodi del testo; perché ogni lingua ha la sua indole, e ciò, che
forse è tollerabile in Germania, riescirebbe in Italia un guazzabuglio
insoffribile, per l'ordine diverso con cui si concepiscono le idee. E
senza adoperare affettazioni sconvenienti all'uso comune d'oggidi, ho
cercato di mantenere nella lingua della traduzione una discreta
gastigatezza, che pur non mi parve di trovar sempre nella lingua del
testo.

Per giungere a tali risultati (se pure posso lusingarmi di esservi
giunto) ho dovuto spendere tempo assai nel fare ricerche d'erudizione
che nulla avevano di comune coll'impiego mio, ed occuparmi spesso in
ore straordinarie e fuori d'ufficio. Sarò fortunato oltremodo se con
ciò mi potrò meritare l'approvazione di lei, signor cavaliere
direttore, e, per di lei mezzo, i superiori riguardi.

Intanto la prego, signor cavaliere direttore, a volermi indicare
quando io debba recarmi alla imperial regia stamperia, onde
concertarmi con que' correttori, od assumere io stesso (se cosí le
piacerá) la correzione de' fogli, e fare in modo che la edizione
riesca piú purgata che non può mai essere un primo manoscritto.


Milano, li 6 settembre 1819.

[p.221]


II

|All'imperial regio governo|

Sulla traduzione dal tedesco di un _Libretto di nomi_.


Ho esaminata la traduzione italiana del _Libretto di nomi_
(_Nahmenbüchlein_) trasmessami da questo imperial regio governo; ed in
totale mi parve discretamente ben fatta. Vi sono, è vero, alcune
minuzie da emendare in quanto alla lingua ed allo stile; ma queste non
possono essere avvertite tutte da chi legge il manoscritto, e
sbalzeranno piú facilmente all'occhio della persona giudiziosa a cui
bisognerá affidarne, in caso di stampa, la correzione de' fogli:
__unico mezzo__ con cui poter ripulire questa traduzione. In alcune
cartelline da me inserite nel _Libretto_ stesso ho notato cosí a caso
qualcuna di tali mende; ma soltanto per farne conoscere all'imperial
regio governo la natura e per cenno, di cui potrá forse profittare chi
correggerá i fogli di stampa; non giá per indicare in alcuna maniera
la frequenza con cui esse ricorrono.

Duplice però essendo l'incarico datomi dall'imperial regio governo,
credo che inutili riusciranno le osservazioni fatte da me alla
traduzione, ove sieno accolte come opportune le altre che soggiungo
intorno al merito intrinseco del _Libretto_.

Per potere rispondere alla domanda: «se sia conveniente questo libro
anche alle scuole di Lombardia», ho stimato di dover cercare come vi
si supplisca ora, e d'istituir quindi un confronto tra di esso libro e
quello che, col titolo di _Alfabeto ed elementi d'istruzione
morale_, ecc. ecc., è in uso presentemente per le scuole infime de'
fanciulli. Mi si permetta dunque di riportare qui gli ultimi risultati
di detto confronto. Serviranno essi a manifestare il complesso de'
motivi onde muove la opinione che credo di dover sottoporre
all'imperial regio governo.

Nelle prime pagine, ove il lavoro è meccanico, e di null'altro
trattasi che dell'abbiccí e delle sillabe e dell'aumento progressivo
di esse, questi due libretti procedono di pari passo; e il [p.222]
tedesco non vince l'italiano che di prolissitá. Ma, allorché si
incomincia a presentare a' fanciulli molti interi vocaboli da leggere,
uno de' libri piglia una strada, l'altro ne piglia un'altra; e non par
dubbio che il tedesco s'abbia scelta la migliore.

Ecco quel che fa l'italiano. Butta la parole, quali sono suggerite dal
numero delle sillabe ch'ei vuole rappresentare e dall'ordine
alfabetico della prima lettera di esse, senz'altra intenzione veruna.
Poi salta a dirittura ad infilzare dettati e proverbi morali da servir
di lettura al ragazzo, che li legge senza intenderli e senza
profittarne, perché le idee astratte, di cui sono composti, ei non sa
raccoglierle, non sa applicarle a' casi concreti. Costituito cosí mero
pappagallo e niente piú, il fanciullo lo si fa camminare alle favole;
le quali sono altre idee astratte, intorbidite ancor piú dal velo
dell'allegoria, e gli presentano, nuotanti in un mar di menzogne,
alcune magre veritá morali, non proporzionate né al suo intendimento
né alle occorrenze della sua freschissima vita. Che dagli apologhi
l'uomo giá adulto, ed avvezzato a riconoscere le relazioni tra cose e
cose, possa qualche volta ritrarre diletto insieme ed utilitá, non è
da negarsi. Ma che il fanciullo debba astenersi dall'invidia per lo
spavento d'averne veduta crepare una rana, chi 'l può credere in buona
coscienza? Del resto, i piú savi scrittori intorno a siffatte materie
hanno giá gridato tanto contra il mal uso delle favole nell'educazione
de' ragazzi, e il discredito n'è ora sí generale, che il piú dirne
sarebbe un lanciar sassi contra un cadavere.

Dopo le favole vengono nel libro italiano le regole della civiltá; e
su queste non ha luogo censura di rilievo, salvo che potrebbono essere
meno aride e piú rivolte alla vera decenza morale che non all'esterna
decenza delle abitudini.

Il restante del libro contiene il catechismo, la formola delle
preghiere, l'abbaco, e per ultimo il modo di servire la messa secondo
il rito romano e secondo il rito ambrosiano.

Per lo contrario, veggasi ora quel che si faccia dall'autore tedesco.
Mirando egli non solo ad esercitare meccanicamente nella lettura il
fanciullo, ma ben anche ad arricchirgli a poco a poco la mente di
nozioni utili, facili e dipendenti in certo modo le [p.223] une dalle
altre, fa succedere al solito congegnamento delle sillabe una specie
di vocabolarietto (pagina 14 e seguenti), ove registra sotto separati
capi ora le diverse parti del corpo umano, ora le diverse parti d'una
casa, e le diverse suppellettili, e le parti del vestito, e cosí via.
Codesta enumerazione ei la interseca, mettendo in moto i verbi che
indicano l'uso o determinano l'azione di chi adopera tale o tal altro
oggetto, di chi si giova di tale o tal altra circostanza. Col
progredire delle pagine cresce la complicazione delle idee, fino a
condurre il fanciullo a descrivere ciò ch'ei fa in casa, ciò che fa in
iscuola, come ei si comporta co' suoi parenti, come col maestro, come
co' superiori, cogli uguali, co' dipendenti: dal che si trae occasione
d'istillargli la conoscenza e, per quanto il comporta la tenera mente
sua, anche il sentimento della convenienza de' propri doveri. Cosí,
senz'essere sbigottito dalla mistica severitá de' precetti, il ragazzo
si trova in mezzo ad una morale applicata, che di certo è piú efficace
di quante massime teoriche gli possono aggravar la memoria. Poi
all'insipidezza degli apologhi sono sostituite altre nozioni esatte di
cose e di fatti, come a dire notizie intorno i pesi e le misure,
intorno le stagioni e i diversi lavori de' campi, e descrizioni delle
varie arti e de' vari mestieri che piú cadono sott'occhio al
fanciullo; e, per rallegrarlo anche alcun poco, la descrizione
discende fino a' soliti giuochetti e trastulli della fanciullezza,
scaltramente insinuando a quali sia da darsi la preferenza, e perché.
Poi anche qui sono proposte molte massime morali e di civiltá, ma
tutte convenienti all'etá prima, ma coordinate in modo che
l'applicazione alle circostanze reali della vita del fanciullo sia o
giá fatta, o facilissima a farsi da lui stesso. Ed in una storietta
che il maestro racconta, ed in altre sentenze ch'egli detta a'
fanciulli, contengonsi alcune idee piú elevate di morale civile e
religiosa, nelle quali, quantunque non si possa dissimulare il
consueto peccato delle idee astratte, pure il vizio può dirsi minore
che non nel libro italiano, essendosi dal tedesco qui almeno fatto
qualche sforzo per inclinarle al concepimento puerile. Nel rimanente
del libro stanno le regole del compitare e della buona pronuncia.

[p.224]

Ora il solo paragone tra il libro italiano attualmente in uso e quello
mandato da Vienna parmi sufficiente a determinare in favor dell'ultimo
la preminenza. E tale è l'opinione mia, ove non d'altro si parli che
dell'idea e del piano generale dell'opera. Né da questa opinione mi
sconforta la mancanza nel libro tedesco d'un preciso catechismo, delle
precise formole delle preghiere e del modo di servir la messa secondo
i due riti, poiché nelle nostre scuole è provveduto a ciò
bastantemente da chi è incaricato dell'istruzione religiosa.

Ma applicar questo libro, tal qual è, alle scuole minori di Lombardia
è cosa ch'io reputo non troppo conveniente. Scritto per la Germania,
esso ha relazioni a trastulli, a costumanze, ad abitudini che non
sempre sono uguali alle nostre; e vi domina, a dir vero, troppa
monotonia in quanto alle forme dell'esposizione. Lo studiare è giá per
se stesso una noia a' poveri fanciullini, sicché il raddoppiarla loro
coll'eterna ripetizione degli stessi modi e delle stesse uscite de'
verbi e della stessa architettura de' periodi ed enunciazioni, parmi
né caritatevole né destro consiglio per un buon maestro.

E però, ritenuta l'idea generale, lo scopo e 'l materiale di questo
libretto, credo che, a volerlo applicare alle nostre scuole, sia
d'uopo non di tradurlo esattamente, ma di modificarlo e rifonderlo,
per cosí dire, alcun poco. Nella stessa maniera che l'autore tedesco
si è manifestamente giovato d'altri libri consimili inglesi e
francesi, giovisi nel suo lavoro il compilatore italiano di que'
soccorsi che l'arte dell'educazione ha resi abbondanti a' dí nostri;
e, conservato tutto il buono che pure è molto del libretto tedesco, vi
tolga e vi aggiunga quel tanto ch'è necessario a renderlo veramente
vantaggioso alla prima istruzione de' ragazzi. Il libro sia pur sempre
lo stesso in quanto allo spirito ed al metodo in totale; ma, se le
circostanze diverse vogliono in esso diverse modificazioni, il negar
d'apportargliele prima d'accoglierlo sarebbe un voler l'utile solo per
metá.

Ristrignendo quindi il discorso, parmi, se pur non m'inganno, che si
possa stabilire queste due proposizioni:

[p.225]

I. Il _Libretto di nomi_, tal qual è presentemente, non può
essere applicato con vantaggio alle scuole di Lombardia.

2. Modificato in alcune parti, lo si potrá applicare ad esse con molto
profitto dell'educazione.

In questo secondo caso, l'incarico della ricompilazione (a cui
servirebbe di fondamento la traduzione italiana giá fatta)
bisognerebbe che venisse affidato ad una persona, la quale, vissuta
qualche tempo tra le scuole, non soltanto fosse intendente delle
teorie di educazione, ma avesse pratica molta dell'indole de'
fanciulli, delle diverse fasi del loro sviluppo mentale, delle
abitudini piú comuni della loro vita e de' metodi d'insegnamento
approvati nelle scuole di Lombardia.

Ciò è quanto ho l'onore di sottoporre all'imperial regio governo, in
obbedienza alla venerata lettera 20 corrente, n. 198210/2840 P. Questa
risposta al quesito, fattomi giá da qualche tempo, non avrebbe tardato
di tanto, se, confuso accidentalmente con altre carte, il libro, che
ora restituisco, non mi fosse sfuggito affatto dalla memoria; del che
prego d'essere scusato.

        Milano, li 28 luglio 1821.

[p.226][p.227]



XXIV

DISCORSO AI TOSCANI[1]


        Toscani!

L'entusiasmo vivo, spontaneo, col quale salutate i fatti dell'eroica
Milano, onora voi e onora quelli che se lo sono meritato col sangue. A
nome de' miei concittadini io ve ne ringrazio con tutta la pienezza
del cuore.

A me, lombardo, disdirebbe il vantare a voi le angustie e le prodezze
de' miei lombardi. La storia, libera dai ritegni della modestia, le
tramanderá alle future generazioni; e questo basti.

Bensí con voi, toscani, mi sia lecito congratularmi di voi e del
vostro sentire oggi tutta l'importanza del gran fatto di Milano e del
vostro gioirne con l'Italia tutta.

Mirabile risorgimento invero questo nostro, al quale ciascuno de'
popoli d'Italia ha apportato la parte sua! Roma l'amnistia e
l'onnipossente parola d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli le
costituzioni, Piemonte il forte esercito tutelatore, e Milano la
indipendenza; la indipendenza, senza della quale né riforme né
costituzioni possono aver vita intera.

Artefici tutti del pari di questo stupendo edificio, spetta a voi
tutti, o italiani, il compirlo e il consolidarlo per sempre. Contenti
delle vostre libertá, che sono pienissime, se sapete virilmente
giovarvene, stringetevi tutti, popoli e principi, in una [p.228]
assoluta concordia d'instituzioni, di voleri, di sentimenti, e correte
in armi a dare aiuto all'esercito di Carlo Alberto, perché spazzi
affatto gli austriaci fuori delle terre nostre. Afferrate questa bella
occasione, fattavi miracolosamente da Dio, e salvate in eterno dalla
dominazione e dalla presenza dello straniero ogni campo, ogni villa
dove si parla italiano. Lá, nella gran valle del Po, vi chiama la
patria. Guerra, guerra agli austriaci, è il solo pensiero, il solo
bisogno del momento. Lá, nella gran valle del Po, è d'uopo che si
componga un grande Stato, saldo e compatto, il quale serva
d'antemurale a qualunque invasione straniera, da qualunque parte essa
venga. Cosí l'Italia tutta sará salva e secura per sempre; e, a farla
salva e secura, vi gioverá gloriarvi, o toscani, d'aver contribuito
anche voi.

Viva l'Italia! Viva la cacciata degli austriaci!


  [1] Letto il 27 marzo 1848 a Firenze, sotto le logge degli Uffizi, da
    Giuseppe Massari, in luogo del Berchet, presente, al popolo reduce
    da un solenne _Te Deum_ cantato in duomo, per celebrare la
    vittoria dei milanesi nelle Cinque giornate. [Ed.].

[p.229]



XXV

AI LOMBARDI

(14 maggio 1848)


Lombardi!

Il governo provvisorio della Lombardia ha dovuto finalmente
persuadersi che, in mezzo alla precipitazione degli eventi, i quali
d'ogni parte ne travolgono e ne sospingono, lo starsene piú a lungo
immobile a custodire la propria neutralitá era un tradire la patria.
Quindi egli ha pubblicato il suo decreto del 12 corrente, con cui
chiama l'intiera popolazione a dare il suo voto intorno alla
risoluzione da prendersi per uscire dalla triste situazione nostra,
che ogni dí, ogni ora piú si fa pericolosa.

Lombardi! voi dovete essere grati al governo di questa sua
determinazione. Tocca adesso a voi di giovarvene tutti alacremente, e
di provvedere cosí alla vostra salvezza. Che voi siate deliberati a
farlo con tutto lo zelo, con tutta quella sagace ponderazione ch'è
richiesta dal supremo momento, chi può dubitarne? Non io, di certo. E,
se mi fo lecito d'indirizzarvi una breve parola, non è menomamente
perché io creda necessario d'infiammarvi e di stimolarvi
all'adempimento di un dovere, ma soltanto per rischiarare un'apparente
oscuritá, che a taluno parrá forse di ravvisare nella enunciazione dei
due quesiti postivi dal governo provvisorio.

Se nella scrupolosa sua onoratezza il governo ha creduto di dovere
accondiscendere financo ad alcune esigenze o astute [p.230] o
meticolose, e di dover financo deviare dallo stesso andamento logico,
ponendovi ad un tratto due quesiti, voi, o lombardi, dovete rispettare
in esso il buon volere, ma stare altresí bene all'erta e non lasciarvi
abbindolare da quei sofistici arzigogoli, che, sotto la finta larva
d'una legalitá mal definita e mal definibile, potrebbono essere
susurrati all'orecchio vostro.

Nel primo quesito, __il piú prolisso__, vi è domandato se volete
__immediata fusione__ col Piemonte, usando, in far ciò, di tutte
quelle cautele che pongono in sicuro il piú ampio godimento della
libertá da voi conquistata.

Nel secondo quesito, il __meno prolisso__, v'è domandato se voi
volete continuare nello stato presente fino __a guerra finita__.

Farei troppo torto, o lombardi, al vostro buon senso, se perdessi
tempo a dimostrarvi che la salute vostra sta nel rispondere
francamente di sí al primo quesito.

Per poco che voi ci pensiate, vi sbalzerá evidentissima alla mente
l'inconseguenza del secondo quesito, il quale, contraddicendo a tutte
le conseguenze logiche dei motivi del decreto, v'invita a lasciar
stare le cose come le stanno, vale a dire nell'anarchia,
nell'agitazione, nell'impotenza a difendervi dai tanti pericoli che da
tante parti vi minacciano; il che non a altro riuscirebbe da ultimo se
non a far ridere in cuor dell'Austriaco l'agognata vendetta ed a
trascinar voi alla totale rovina, alla distruzione di quella
indipendenza che avete comperata col sangue e colle barricate della
generosa Milano, di Milano, l'audacissima delle cittá battagliere.

Lombardi, all'erta; ve ne scongiuro! Raccogliete tutta l'anima vostra,
consultate l'intimo amor vostro per la patria, mettetevi seriamente la
mano sul petto; e poi, nel recarvi a deporre il vostro «sí» ne' libri
parrocchiali, fate quello che la coscienza vi detta. Interrogatela
questa vostra coscienza senza passioni e senza pregiudizi; ed allora
il primo quesito, quello che propone __l'immediata fusione__, è
certo del trionfo, perché, viva Dio, il vero trionfa sempre sul falso
nel cuore dell'uomo onesto. So che alcuni pochi di voi, nel
contribuire a quel trionfo, faranno de' segreti sagrifici. E chi vi
dice che io forse non ne faccia [p.231] anch'io nel condurmi a
lealmente consigliarvi la subita fusione? Ma periscano tutte le
private simpatie, periscano tutt'i rancori privati in faccia alla
salute della patria. Tanto piú splendida sará la nostra libertá, se
avvalorata da sagrifici individuali. L'unico sagrificio che non è
lecito mai di fare è quello di tacere la veritá, quando il dirla può
in qualche modo cooperare al pubblico bene.

L'amantissimo di voi e lombardo anch'esso

|Giovanni Berchet.|

[p.232][p.233]



XXVI

ALL'ONOREVOLE PRESIDENTE |del collegio elettorale di Monticelli
D'ongina|


Il suffragio, per me inopinato, del quale hanno voluto onorarmi gli
elettori di codesto collegio, meritava da parte mia una piú pronta
espressione della gratitudine, che ne sento vivissima. Ma la notizia
di esso mi pervenne tardi in questo ritiro campestre, e, dirò il vero,
non creduta quasi sulle prime. Ciò mi scusi presso di lei, egregio
signore, e presso de' benevoli miei elettori, a' quali la prego di
volere Ella essere interprete de' miei ringraziamenti. Questi,
comunque pienissimi, non possono pareggiare la grandezza di un favore
tanto spontaneo. e ch'io sentirei di non meritarmi, se dovessi por
mente soltanto alla picciolezza mia individuale. Ma il voto di codesti
elettori io lo ravviso piuttosto come un omaggio voluto rendere a de'
princípi; e di questo mi trovo lieto, e direi quasi superbo e
consolato.

Sí, egregio signor presidente, io sono convinto che gli elettori di
Monticelli, nel nominar me, lombardo, a deputato alla Camera, non
hanno voluto fare altro che protestare della ferma adesione loro al
principio d'unione che stringe i popoli dell'alta Italia in un popolo
solo, guardiano e difensore guerriero de' confini dell'intera nazione:
principio, questo, che è sempre stato il desiderio de' miei tanti anni
d'esilio, perché tenuto da me sempre come il fondamento
imprescindibile di quella libertá e di quella indipendenza che tutti
vogliamo quanti siamo popoli di quest'Italia. Che se io, sinceramente
zelatore ostinato di libertá, sono altrettanto nemico della licenza e
della [p.234] anarchia, non penso che i miei elettori di scordassero
da me ne' sentimenti, allorquando deponevano nell'urna il nome mio. I
tempi sono difficili; e, nell'assumere io l'onorevole incarico di
rappresentante del popolo, sento quanto poveramente potrò sostenerne
la dignitá. Solo mi affida alquanto il buon volere in me, e piú assai
il buon volere negli elettori, se vogliano assistermi de' loro
consigli.

Sí, davvero, i tempi sono difficili; e tanto piú lo sono, in quanto
che le moltitudini lasciano gavazzare a tutta lor posta gli
scompigliatori d'ogni concordia, i suscitatori d'improntitudini, e se
ne stanno esse oziose colle mani sotto le ascelle: come se la
sopravvegnente anarchia non fosse per essere la rovina loro
universale, la rovina di ogni bene morale e materiale, la rovina di
tutto quanto esse hanno sperato nei lunghi secoli della servitú; come
se tutto questo scombuglio non fosse per tornar profittevole
all'Austria, che lo fomenta ella stessa per mezzo de' molti suoi
segreti emissari, travestiti da demagoghi e mascherati da sicofanti.

Per poco che dovesse durare ancora questa sfiduciata indifferenza
delle moltitudini; per poco che la valorosa saviezza dell'esercito
fosse di soppiatto avvelenata ancora da perfide suggestioni, che
insegnano l'indisciplina e l'inobbedienza; per poco che la caritá
della patria proseguisse ancora a trasformarsi in invidie personali, e
la veritá dei fatti continuasse a non ottener fede, e tutta la fede
invece la si desse sfrontatamente ancora ai sogni della fantasia: io
non so a che buon fine potrebbe mai capitare questo tanto vantato
risorgimento d'Italia.

Ma io ho fede, e fede viva, nel buon senso delle in apparenza
neghittose popolazioni. E del loro risvegliarsi mi dá giá qualche
sentore un grido spontaneo, levatosi, son pochi giorni, in una delle
piú colte cittá d'Italia, il grido:--Vogliamo i galantuomini! vogliamo
i galantuomini!--grido, che rammenta l'antica saviezza, l'antica
onestá popolana. Se un altro grido bisognasse a qualche altra cittá,
davvero mi farei lecito di proporre questi:--Non vogliamo licenza! non
vogliamo anarchia!--Perché [p.235] davvero libertá non può essere dove
non sia amor dell'ordine, dove non sia religioso rispetto alle leggi
ed alle istituzioni che ci reggono. Attenendoci di buona voglia a
queste, in queste lealmente confidando, di queste alacremente
giovandoci, traendone tutte le conseguenze, ci salveremo, io spero,
trionfanti, dai nemici interni; la guerra, che per avventura ci
sovrasta contro lo straniero, noi la potremo imprendere sicuri della
vittoria; e la libertá, che noi vogliamo con tutto il cuor nostro, noi
la consolideremo e la consegneremo pura, splendida, ampliata ai figli
nostri.

Ma, se lasciamo che la licenza cresca, che non governi chi ha da
governare, che non obbedisca chi ha da obbedire, che l'impazienza
tenga luogo della prudenza, e voglia conseguire in un giorno solo
tutto quello che a maturare vuol tempo e tempo, io non veggo in fondo
al futuro che un fantasma esosissimo. Non voglio dirne il nome, perché
troppo mi suona orrendo: cerchinlo i miei elettori nella storia del
passato, sia in Italia, sia fuori; lo troveranno dopo qualunque
periodo di discordia e disordine sociale.

La prego, egregio signor presidente, di perdonarmi, se mi sono
lasciato andare ad aprire un pochino l'animo mio con lei e, per di lei
mezzo, coi miei elettori; ai quali vorrei pure di qualche maniera
esser noto, anche prima che la fortuna mi dia di visitarli e
ringraziarli in persona.

Mi giovo intanto di questa occasione per presentare a lei, egregio
signore, le assicurazioni rispettose della mia stima.

                    Di Pegli, 24 ottobre 1848.

[p.236][p.237]



NOTA

[p.238][p.239]

La raccolta piú ampia di prose del Berchet, pubblicata finora, è
quella contenuta nelle _Opere edite ed inedite_ di lui, date in
luce da Luigi Cusani (Milano, Pirotta e compagno, 1863). Non è però
completa, perché il Cusani non solo non riprodusse le traduzioni
del_ Vicario di Wakefield_ del Goldsmith, del _Visionario_
dello Schiller e del _Telemaco_ del Fénelon (che non sembrò
opportuno di raccogliere nemmeno in questo volume), ma anche o non
ristampò o ristampò solamente in parte alcuni articoli del
_Conciliatore_, che non gli parvero di grande importanza. E,
naturalmente, mancano nella sua raccolta anche quelle poche prose del
Berchet, che furono conosciute e videro la luce dopo il 1863.

In compenso, il Cusani ristampò la piú antica prosa del Berchet della
quale abbiamo notizia, cioè la _Lettera sul dramma «Demetrio e
Polibio«_, della quale non è stato possibile a me rintracciare
l'edizione originale, fattane a Milano, dal Pirotta, nel 1813.

Seguendo adunque i criteri esposti giá nella _Nota_ con la quale
si chiude il primo volume delle _Opere_ del Berchet, io
riprodussi il testo offertoci dal Cusani nel ristampare la
_Lettera_, testé accennata; ma ricorsi invece, per le altre
prose, alle edizioni originali, come risulta dall'elenco seguente, nel
quale gli scritti del Nostro vengono ricordati nello stesso ordine
strettamente cronologico col quale sono disposti nel presente
volume[1].

  [1] Avverto che i titoli degli scritti, i quali nell'elenco sono
    compresi tra parentesi quadre, non sono del Berchet. Egli lasciò
    questi scritti senza titolo; ma si credette di apporne loro uno
    nella presente edizione, o di accogliere quello dato loro dai
    precedenti editori, per comodo delle eventuali citazioni e delle
    ricerche.


I. _Lettera sul dramma «Demetrio e Polibio», cantato nel teatro
Carcano_, della quale si parla piú sopra.

II. _Sul «Cacciatore feroce» e sulla «Eleonora» di Goffredo Augusto
Bürger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo_ [p.240]
(Milano, Bernardoni, 1816). Fu ristampata dal Cusani nelle citate
_Opere edite ed inedite_.

III. _Allocuzione nei funerali del pittore Andrea Appiani, celebrati
nella chiesa della Passione il giorno 10 di novembre 1817_ (Milano,
Ferrario, 1817). Ristampata dal Cusani.

IV. _Del criterio ne' discorsi._ Nel numero 4 del
_Conciliatore_, 13 settembre 1818. Ristampato dal Cusani.

V. [_Scortesie maschili al teatro della Scala_]. Nel numero 5 del
_Conciliatore_, 17 settembre 1818.

VI. [_Sulla «Storia della poesia e dell'eloquenza» del
Bouterweck_]. Nei numeri 9, 13 e 21 del _Conciliatore_, 1 e 15
ottobre e 12 novembre 1818. Ristampato parzialmente dal Cusani.

VII. [_Intorno al significato del vocabolo «estetica«_]. Nel
numero 10 del _Conciliatore_, 4 ottobre 1818. Ristampato dal
Cusani.

VIII. [_Di un libro sulla romanticomachia_]. Nel numero 17 del
_Conciliatore_, 29 ottobre 1818[1]

  [1] Il _Conciliatore_, riferendo il titolo del libro di cui si
    parla in questo scritto, dice che esso fu pubblicato a Torino «coi
    tipi di Domenico Pane stampatore di S. A. I. il principe di
    Carignano». Ma veramente nel frontispizio dell'opera, al posto di
    quell'«I.» («imperiale»), vi è, com'è naturale che vi sia, un «S.»
    («serenissima»). Se l'«I.» del _Conciliatore_ sia effetto di
    una svista o sia un'alterazione fatta a bella posta per alludere
    alla parentela del principe di Carignano con casa d'Austria, non
    saprei; ma, nel dubbio, lo conservai anche nella presente ristampa
    (p. 105, nota).

IX. [Guerre letterarie in Italia]. Nel numero 19 del
_Conciliatore_, 5 novembre 1818. Ristampato dal Cusani.

X. _Lettera di Grisostomo al molto reverendo signor canonico don
Ruffino._ Nel numero 26 del _Conciliatore_, 29 novembre 1818.
Ristampato da Guido Mazzoni nell'opuscolo _Due articoli di Giovanni
Berchet_ (Firenze, Barbèra, 1902), per nozze Guidotti-Della Torre.

XI. [_Intorno all'«Origine delle lettere» del Roscoe_]. Nel
numero 33 del _Conciliatore_, 24 dicembre 1818. Ristampato da
Guido Mazzoni nell'opuscolo testé citato.

XII. _Articolo sopra un articolo._ Nel numero 34 del
_Conciliatore_, 27 dicembre 1818. Ristampato dal Cusani.

XIII. _Idee del signor Sismondi sul poema di Dante._ Nel numero
37 del _Conciliatore_, 7 gennaio 1819. Ristampato dal Cusani.

XIV. [_Intorno ad un poemetto di C. Tedaldi-Fores_]. Nel numero
46 del _Conciliatore_, 7 febbraio 1819.

[p.241]

XV. _Lettera ad una signora milanese gentile sí, nobile no._ Nel
numero 47 del _Conciliatore_, 11 febbraio 1819. Ristampato dal
Cusani.

XVI. _Sulla «Sacontala» ossia «L'anello fatale», dramma indiano di
Calidasa._ Nei numeri 53 e 55 del _Conciliatore_, 4 e 11 marzo
1819. Ristampato a Milano, 1819, dall'editore del _Conciliatore_,
Vincenzo Ferrario, in opuscolo; e riprodotto poi anche dal Cusani.

XVII. [_Sulla «Storia della letteratura italiana» del Ginguené_].
Nel numero 61 del _Conciliatore_, 1 aprile 1819.

XVIII. [_Benedetto Castelli_]. Nel numero 69 del
_Conciliatore_, 29 aprile 1819. Ristampato dal Cusani.

XIX. [_Intorno alla «Servitú presso i popoli antichi e moderni» del
Grégoire_]. Nel numero 73 del Conciliatore, 13 maggio 1819.

XX. _Sopra un manoscritto inedito degli autori del foglio periodico
«Il caffé»._ Nel numero 91 del _Conciliatore_, 15 luglio 1819.
Ristampato dal Cusani[1].

  [1] Questo scritto è firmato «|P.--Grisostomo|». Guido
    Mazzoni (_Ottocento_, p. 236) dice che questo «P.» significa
    «Pellico»; ma il Pellico firmò sempre gli articoli, da lui
    pubblicati sul _Conciliatore_, «S. P.». «P» è invece la sigla
    adottata da Pietro Borsieri, in sostituzione delle iniziali «P.
    B.», da lui usate nel firmare il _Programma_ del periodico, e
    della sigla «B.» apposta poi in calce agli articoli pubblicati nei
    primi numeri (si veda |Rinieri|, _Della vita e delle
    opere di Silvio Pellico_, Torino, 1898. 1, 59, 304, e un mio
    scritto sulla _Censura austriaca e il «Conciliatore«_, nella
    miscellanea in onore di Rodolfo Renier, che vedrá la luce
    prossimamente).

XXI. [_Sulla «Filosofia delle scienze» del Jullien_]. Nel numero
92 del _Conciliatore_, 18 luglio 1819. Ristampato dal Cusani.

XXII. [_Quadro storico della poesia castigliana_]. Nei numeri 99
e 111 del _Conciliatore_, 12 agosto e 23 settembre 1819.
Ristampato in parte dal Cusani.

XXIII. [_Due rapporti ufficiali al governo austriaco_]. Pubblicati,
di sugli autografi che si conservano nell'Archivio di Stato di
Milano, il primo da |Cesare Cantú|, _Il «Conciliatore» e i
carbonari_ (Milano, Treves, 1878, pp. 36-38, nota 1), il secondo da
me, in appendice allo scritto su _Giovanni Berchet imperial regio
impiegato_ (nel _Giornale storico della letteratura italiana_, LVII,
1911, pp. 17-20). Nel ristampare questi due rapporti li rividi sulle
trascrizioni dell'autografo fatte da me.

XXIV. [_Discorso ai toscani_]. Letto da Giuseppe Massari sulla
piazza della Signoria a Firenze, il 27 marzo 1848. Fu riferito dal
giornale _La patria_, di Firenze, del 28 marzo 1848, e dal
giornale [p.242] _Il 22 marzo, primo giorno dell'indipendenza
lombarda_, di Milano, del 2 aprile 1848. Lo ristampò anche il
Cusani.

XXV. [_Proclama ai lombardi_]. Stampato in foglio volante a Milano,
dalla tipografia dei Classici, con la data del 14 maggio 1848, e
riprodotto poi dal Cusani.

XXVI. [_All'onorevole presidente del collegio elettorale di
Monticelli d'Ongina_]. Lettera stampata per la prima volta nel
giornale _La concordia_ del 6 novembre 1848, donde, pochi giorni
dopo, fu tratta, per ristamparla in foglio volante, dalla tipografia
Del Maino, di Piacenza. Di questa ultima edizione si valse Vittorio
Osimo, che ristampò ultimamente la lettera del Berchet nel suo studio
su _Giovanni Berchet deputato_ (_Giornale storico della
letteratura italiana_, LVIII, 1911, pp. 382-5), e quest'ultima
ristampa serví di base alla presente edizione.


Come appare da questo elenco, gli scritti pubblicati sotto i numeri
IV-XXII furono tratti dal _Conciliatore_. Essi hanno tutti in
questo periodico la firma di «Grisostomo». Non è impossibile che possa
essere del Berchet anche qualche altro articolo, che nel
_Conciliatore_ non ha firma alcuna, o che è firmato con
pseudonimi o con sigle, che non si sa a quali dei soliti collaboratori
si debbano attribuire. Ma, se in qualche caso l'attribuzione al Nostro
può anche sembrare probabile, questa probabilitá si fonda sempre su
indizi tanto malsicuri, che non sarebbe lecito lasciarsi indurre a
comprendere gli scritti, ch'essa ci addita, in un'edizione critica
delle opere di Giovanni Berchet.

[p.243]



INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI


  Abencerrages, 216.
  Achille, 202.
  Adamo, 14.
  Adelung, 31.
  Aditi, 166, 168.
  Adonio, 187.
  Agamennone, 58.
  _Agnese_ (dramma), 67.
  Agostino (sant'), 30.
  Albano (Francesco), 4.
  Alberico (frate), 124.
  _Albero sistematico_, dell'Alberti, 194-5·
  Alberti di Villanova (Francesco), 195·
  _Alemagna_, vedi _Allemagne_.
  Alessandro magno, 203, 204.
  _Alexandro magno (De)_, del Segura, 203.
  _Alfabeto ed elementi d'istruzione morale_, 221.
  Alfieri (Vittorio), 15, 52, 57, 99-100, 105, 121, 172.
  Alfonso decimo di Castiglia,204-5.
  Alighieri (Dante), 15, 24, 29, 57, 74, 75, 82, 87, 88, 94, 95, 96, 97,
      108, 123-7, 129-132, 166, 201, 208, 211-3.
  Allegoria, 106, 132, 205, 208, 210, 215, 222.
  _Allemagne (De l')_, della Staël, 30.
  Alonso de Cartagena, 214.
  Alta Italia, 233.
  Alvaro de Luna (don), 209.
  _Amadigi_, di Vasco Lobeira, 206.
  Amaury-Duval, v. Duval.
  Amore, 74, 83, 85-8, 145, 205, 208, 215, 217.
  Amor patrio, 120.
  _Amra_, 150.
  _Ana_, 187.
  _Analisi delle scienze_, del Lancelin, 193.
  Anarchia, 230, 234.
  Anastagi (Guido degli), 40.
  Anacreonte, 53.
  Anastasio (don), v. Caramella.
  Andely (I.), 71.
  Andrés (Giovanni), 76.
  _Anello fatale_, v. _Sacontala_.
  Antiromantico, 135.
  Antonia (donna), 185.
  Anusuya,150, 151, 155, 156-160.
  Apollo, 210.
  Apologhi, 222, 223.
  Appiani (Andrea), 59-60, 66.
  Apsarastirtha, 162.
  Arabia, Arabo, 85, 131, 209.
  Arcadia (accademia), 208, 215-6.
  _Arcadia_, del Sannazaro, 106.
  Arcadiche fanciullaggini, 75.
  Argensolas (Bartolomé e Lupercio), 198.
  Argonauti, 85.
  [p.244]
  Ariosto (Lodovico), 15, 24, 29, 31, 57, 75, 84, 87, 95, 96, 97,
      107, 108, 113.
  Aristofane, 23.
  Aristotile, 29, 55, 89-90, 97·
  Arjona (duca di), 208.
  Arriaza (Giovambattista), 198.
  Arte (origine e vicende), 119-122.
  _Arte di congedarsi a tempo_, 183.
  _Arti poetiche_, 28-30, 66, 89.
  Aspasia, 17.
  Atene, 52, 117·
  Ateneo, 171.
  Atridi, 38.
  Augusto, 23, 122.
  Austria, 234.
  Austriaci, 228, 230.
  Ayala (Pedro Lopez), 205.

  Babilonia, 22, 186.
  Bacone (Tommaso), 192.
  Balaya, 206.
  Balbuena (Bernardo), 198.
  Ballo, 137-8.
  Baretti (Giuseppe), 91, 110.
  Barocco, 103.
  Bartolomeo da San Concordio (fra), 92.
  _Basvilliana_, del Monti, 52, 100.
  Beatrice, 87, 88, 126.
  Beccaria (Cesare), 14, 184, 188.
  Belle arti, 194.
  -- lettere, 194.
  Bellersheim (P.I. de), 182.
  Bellona, 55.
  Bellotti (Felice), 10.
  Bengala, 142.
  Berceo (Gonzalo de), 203.
  Berito, 176.
  Berlino, 10.
  Bersabea, 22.
  Bisogno estetico, 101, 103, 104.
  Blair (Ugo), 14.
  Boccaccio (Giovanni), 38, 40-1.
  Boiardo (Matteo Maria), 87.
  Boileau (Nicola), 91.
  Bonafede (Appiano), 110.
  Bonaparte, v. Napoleone.
  Borgonuovo, 137.
  Bouterweck (Federico), 12, 14, 73-100, 199.
  Bracciolini (Poggio), 110.
  Bramino, 142, 161-2.
  Branda (padre Orazio), 110.
  Brescia, 173-4.
  Brianza, 183.
  Bruguière, 144.
  Buona speranza (capo di), 17.
  Buon gusto, v. Gusto.
  Bürger (Goffredo Augusto), 9, 12, 13, 27, 31, 39, 41, 51, 52, 147.
  Burke (Edmondo), 14, 30.

  _Caccia_, di Erasmo di Valvasone, 39-40.
  _Cacciatore feroce_, del Bürger, 9, 12, 26, 30, 31-9, 50, 51, 52, 147.
  Cadalso (Giuseppe), 199.
  Cadice, 69.
  _Caffè_ (giornale), 181-9.
  Calabria, 130.
  Calanémi, 165.
  Calcutta, 141.
  Calderon (Pietro C. de la Barca) 15, 130.
  Caledoni, 66.
  Calidasa, 139-48.
  Calliope, 210.
  Caloandro de' bei parlari, 204.
  Caluso (abate di), 172.
  Camera dei deputati, 233.
  Camoens (Luigi di), 15.
  Cancellieri (Francesco), 124-5.
  _Cancionero general_, 214.
  Canna, 145, 149, 152, 154, 158-60, 168.
  Cantanti, 3-6.
  _Canzoniere_ del Petrarca, 214.
  [p.245]
  Caramella (don Anastasio), 183-5.
  Carcano (teatro), 1, 6-7.
  Carignano (principe di), 105, 240.
  Carlo Alberto, 228, v. Carignano (principe di).
  Carme, 28.
  Carnovale, 137-8.
  Cary (M.), 126.
  Castelli (Benedetto), 173-4.
  Casyapa, 166-8.
  Causica, 152.
  Cavalca (Domenico), 182.
  Cavalleria, 20, 85-8, 108, 203.
  Cellini (Benvenuto), 29.
  Ceramico, 55.
  Cervantes (Michele), 62, 201.
  Cesare, 24.
  Cesarea, 176.
  Cesarotti (Melchiorre), 77.
  Chesterfield (lord), 182.
  Chisciotte (don), 63.
  Cid, 201, 202, 206.
  Cimarosa (Domenico), 2.
  Cinquecento, 97.
  Cinque giornate di Milano, 227, 230.
  Cipriano (san), 124.
  _Cittá di Dio_ (di sant'Agostino), 30.
  _Classici italiani_, 40.
  Classicismo e Classico, 20-7, 52, 64-7, 97, 105-8, 182.
  Codro, 187.
  Colebrooke, 142.
  Collegio elettorale, 233.
  Colpi di scena, 7.
  _Commedia_, di Dante, v. _Divina commedia_.
  Comprafumo, v. Tribú dei comprafumo.
  _Conciliatore (Il)_, 70, 71, 109, 115, 116, 129, 133, 140, 145,
      147, 183, 184, 191, 240-2.
  _Considérations sur les principaux événements de la Révolution
      française_, della Staël, 123.
  Conte Lucanor (dell'infante don Giovanni Manuele), 205.
  Conti (Giovambattista), 197.
  -- (Natale de'), 26.
  Cooperwaker, 91.
  _Coplas_, 206, 208.
  Corinto, 25.
  _Cortes_, 199.
  Costantinopoli, 19.
  _Couplet_, 155.
  Crescimbeni (Giovanni Maria), 90.
  Cristoforo (signor), 186-7.
  Criterio nei discorsi, 61-7.
  Critica, 15-8, 21, 23, 47, 50, 66, 75, 89, 90, 92, 93, 97, 115-8, 120,
      130, 135, 170, 199-200, 203, 204, 212-3, 216.
  _Crusca_ (Vocabolario della), 12, 52, 58, 182.
  Cuoco (Vincenzo), 14.
  _Curnoaca_, 153.
  Cusa, 153.

  Dafni, 158.
  Dan, 22.
  Danavas, 151, 165.
  Dante, v. Alighieri.
  Daunou (Pietro Claudio Francesco), 170.
  _Decamerone_, del Boccaccio, 38, 40-1.
  Delhi, v. Hastinápura.
  Della Casa (Giovanni), 40, 182.
  _Del sublime_ (attribuito a Longino), 53.
  De Mena (Giovanni), 199, 210-4.
  Demetrio (caffettiere), 186.
  _Demetrio e Polibio_ (melodramma), 1.
  Deputazione, 233.
  Destutt-Tracy (Antonio Cesare Vittorio), 194, 196.
  _Dewta_, 156.
  Didascalica poesia, 27, 142.
  Diletto estetico, 101, 104.
  Discordie letterarie, v. Polemiche.
  [p.246]
  _Discorso sulla storia della poesia castigliana_, del Quintana, 199.
  _Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio_, del Machiavelli, 58.
  _Divina commedia_, 123-7, 129-32 211, v. Purgatorio.
  _Dizionario enciclopedico della lingua italiana_, dell'Alberti, 195.
  _Doctrinal de privados_, del Santillana, 209.
  Domenico (san), 131.
  _Domesticité chez les peuples anciens et modernes_, del Grégoire, 175-9·
  Domiziano, 176.
  Donna, 61-7, 85-8, 146-7, 193.
  Dramma, 139-148, v. Tragedia.
  Drammatica poesia, 27, 141-142, v. Melodramma, Teatro, Tragedia.
  Dulcinea, 63.
  Durvasas, 157.
  Dushmanta, 145, 149-68.
  Duval (Amaury), 170.

  Eaubonne, 171.
  Economia politica, 191.
  Edda, 107.
  _Edimburgh review_, 123-7.
  Educazione, 221-5.
  Egitto, 142.
  Elegia, 208.
  _Elegia comico-seria ed in prosa_, 183, 185, 186-9.
  _Elementi delle cognizioni umane ad uso de' fanciulli_, 182.
  _Elementi d'ideologia_, del Destutt-Tracy, 194.

  _Elementi di storia degli Stati d'Europa_ (tradotti dal tedesco
      dal Berchet), 219-20.
  Elena, 85.
  _Eleonora_, del Bürger, 9, 12, 26, 30-1, 41-52, 147.
  Elinando, 38.
  Elogio, 173.
  Eloquenza, 73, 79, 82, 98.
  Elvezio, 188.
  _Enciclopedia_, 102, 103, 193.
  Ennio castigliano, v. De Mena.
  Epica poesia, 13, 27, 97, 98, 131, 142, 201-3, 214, 216.
  Epico-lirica poesia, 13, 131.
  Epigramma, 51.
  Ercole, 84.
  Eroide, 28.
  Erudizione, 2, 5, 20, 88-90, 91, 98, 125, 141, 204, 208, 211, 214, 220.
  Eschilo, 23.
  Esperia, 188.
  _Esquisse d'un essai sur la Philosophie des sciences_, dello
      Jullien, 191-6.
  _Essai sur l'emploi du temps_, del Jullien, 192.
  Este (cardinal Ippolito di), 113.
  Estetica, 30, 75, 76, 81, 101-4, v. Bisogno estetico, Diletto estetico,
      Interesse estetico, Spirito estetico.
  _Estetica_, del Bouterweck, 12.
  Étampes (madama di), 29.
  Euripide, 20, 23.

  Europa, Europeo, 17, 18, 19, 20, 22, 24, 26, 51, 56, 65, 69, 73,
      77-88, 95-6, 97, 99, 112, 121, 122, 123, 127, 129, 141, 142, 146,
      175, 177, 192, 212, 213.

  Fabrizio, 95.
  Favole, 222.
  Febo (circolo di), 210.
  Federigo (re), 41.
  Fénelon, 249.
  Ferdinando re di Spagna, 216.
  Feudalesimo, 38.
  Fiera di San Michele, 109.
  Filelfo (Francesco), 110.
  [p.247]
  _Filippo_, dell'Alfieri, 52.
  Filosofia, v. Critica e Grammatica.
  Filosofia delle scienze, 191-6.
  Filosofia naturale, morale e politica, 211.
  Filosofia psicologico-letteraria, 75.
  Filosofia scolastica, v. Scolastica.
  Filosofia trascendentale, 79.
  Firenze, 56, 112, 227.
  Fontanini (Giusto), 90.
  Forster, 143.
  Fortuna, 210.
  _Fortuna (La)_, del Guidi, 13.
  Foscolo (Ugo), 52, 123-7.
  Francesca da Rimini, 127.
  Francesco (san), 131.
  Francese, Francia, 12, 15, 30, 51, 57, 65, 69, 70, 81, 87, 89, 92, 96,
      130, 171, 177, 179.
  Fratellanza dei popoli, 141.
  _Frères ignorantins_, 191.
  Fusione della Lombardia col Piemonte, 230-1.

  _Galateo_, 56, 182.
  Galilei (Galileo), 112, 174.
  _Gandharvas_, 156-7, 166.
  Garcilaso de la Vega, 201.
  _Gedichte_, del Bürger, 13.
  _Germania_, di Tacito, 85.
  Germania, Germanico, 12-3, 16, 18, 20, 22, 24, 34, 37-8, 39, 45, 46-7,
      48, 51, 52, 57, 85-7, 220, 224.
  _Gerusalemme liberata_, del Tasso, 19, 96.
  _Geschichte der Poesie und Beredsamkeit_,  del Bouterweck, 73-100, 199.
  Ghislieri (Guido), 95.
  Gibilterra, 213.
  Ginguené (Pietro Luigi), 92, 93, 94, 169-72.
  Gioia (Melchiorre), 182.
  Giorgio di Trebisonda, 110.
  _Giorno_, del Parini, 100: v. _Mattino_.
  Giovanni Manuele (infante don), 205.
  Giovanni secondo, re di Castiglia, 207-10, 214·
  Giove, 84.
  Giudea, 176.
  Giudeo, 12.
  Giunone, 55.
  Giuochi florali, 207.
  Giuseppe (san), 183.
  Giustiniano, 90, 97.
  Goldsmith, 239.
  Góngora (Luigi), 198.
  Göthe (Volfango), 12.
  Gozzi (paesista), 65.
  Grammatica, 194.
  Grammatica filosofica, 104.
  Granata, 216.

  _Gran dizionario enciclopedico della lingua italiana_,
      dell'Alberti, 194.
  Gravina (Gian Vincenzo), 91.
  Graziano (Baldassarre), 182.
  Grecia, Greco, 19, 20, 21, 23, 51, 52, 65, 74, 83-8, 96, 98, 102, 103,
      117, 121-2, 135, 141, 146, 176, 201, 207.
  Grégoire (Enrico), 175-9.
  Gregorio settimo (papa), 125.
  Guatámi, 156.
  Guglielmo, 41.
  Guidi (Alessandro), 13.
  Guinizelli (Guido), 95.
  Guittone d'Arezzo, 95.
  Gusto, 3, 55, 81.

  Hallam (Enrico), 126.
  Hassanabad, v. Hastinápura.
  Hastinápura, 157, 160, 168.
  Hemacuta, 166.
  Herrera (Fernando), 201.
  _Histoire anglaise_, del Paris, 124.
  _Histoire littéraire d'Italie_, del Ginguené, 169-70.

  Iacopone da Todi, 92.
  [p.248]
  Iafet, 130.
  _Idee elementari sulla poesia romantica_, del Visconti, 133.
  Ideologia, 104, 194.
  Idillio, 28, 58.
  _Ignorantins_, v. _Frères ignorantis_.
  Imeneo, 204.
  Imitazione delle letterature straniere, 107, 147-8, 200.
  India: letteratura, 139-48, 149, 152.
  -- mitologia, 151, 156.
  Indipendenza, 227-8, 233.
  Indra, 165.
  Inghilterra, Inglese, 12, 51, 55, 61, 63, 64, 87, 123, 124.
  _Ingudi_, 159.
  Instituto reale di Liverpool, 119.
  Interesse estetico, 88, 101, 104.
  Iomelli (Nicola), 2.
  Isabella regina di Spagna, 216.
  Issa, 149.
  Italia, Italiano, 2, 11, 12, 14, 17, 21, 24-27, 28, 29, 30, 37, 39,
      41, 49-52, 56-8, 59, 60, 64, 65, 74-80, 81, 87, 89, 90-100, 102,
      109-113, 119, 120, 121, 125-6, 130, 139, 141, 146, 149, 169-171, 179,
      191, 193, 197, 200, 220, 221, 222, 224, 225, 227, 228, 233, 234, 235.
  _Italia liberata dai goti_, del Trissino, 97.

  Jauregui, 198.
  Jayanta, 166.
  Jones (Guglielmo), 141-3.
  -- (Tom), 184.
  Jullien (Marcantonio), 191-6.

  _King Lear_, dello Shakespeare, 166.
  _Kurzgefasste Uebersicht der literarischen Streitigkeiten in
      Italien_, 109-13.

  _Labirinto_, del De Mena, 210-3.
  Lacedemone, 186.
  Lamberti (Luigi), 112.
  _Lamenti_, di Alfonso decimo, 204.
  Lancaster (scuole alla), 179, 191.
  Lancelin, 193.
  _Laocoonte_, del Lessing, 66.
  Latina letteratura, v. Roma (letteratura di).
  Latini (Brunetto), 184.
  Laura, 87, 88, 97.
  _Leone decimo_, del Roscoe, 120.
  Leoni (Mario), 11.
  Lessing (Gotthold Ephraim), 14, 30, 55, 66.
  Letourneur, 11.
  Letteratura (v. Italia, Francia, Germania, Spagna, Grecia, Roma,
      Inghilterra): origini, utilitá, vicende, 119-22
  -- significato, 75
  -- scopo, 22-3, 24-7, 170
  -- spirito e difetti, 189.
  _Letteratura del mezzogiorno d'Europa_, del Sismondi, 127, 129.
  _Lettere contro Alfieri_, 105.
  Libertá civile, 120-1.
  -- intellettuale, 99.
  -- letteraria, 96, 98-9.
  -- politica, 233, 235.
  Liceo, 171.
  _Lettere di lord Chesterfield al proprio figliuolo_, 182.
  Libretti d'opera, 7.
  _Libretto di nomi_, 221-5.
  Lingua, 11-2, 25, 58, 75, 99, 101, 102, 131, 169, 185, 195, 220, 221.
  Linguaggio poetico e prosastico, 9-10.
  Linneo (Carlo), 150, 153, 159, 166.
  Lipsia, 109.
  Lirica poesia, 27, 142.
  _Littérature_, della Stäel, 116.
  _Littérature du midi de l'Europe_, del Sismondi, 127, 129, 199.
  [p.249]
  Liverpool, 119, 122.
  Livio, v. Tito Livio.
  Lobeira (Vasco), 206.
  Logica, 53, 194.
  _Logica_, di Aristotile, 89.
  Lombardi, 227, 229-31, 233.
  Lombardia, 221, 224, 225, 227, 229.
  Londra, 10, 67.
  Longino, 53.
  Lope, 198.
  _Lorenzo il magnifico_, del Roscoe, 120.
  Lotto, 143, 178.
  Luigi decimoquarto (secolo di), 57.
  Luna (circolo della), 210.

  Machiavelli (Nicolò), 57, 58, 74, 95.
  Macias el enamorado, 214, 217.
  Maddalena, 183.
  Madhavi, 150.
  Madhavuya, 153, 154, 164-5.
  Madrid, 69, 197.
  Madrígali, 132.
  Mallica, 150.
  Manrique (Giorgio e Gomez), 214.
  Maomettani, 147.
  Mariana, 201.
  Marte (circolo di), 210.
  _Mascheroniana_, del Monti, 100.
  Massari (Giuseppe), 227.
  Mátali, 165-6.
  _Mattino_, del Parini, 52.
  Mecenate, 23.
  Medea, 85.
  Mediocritá letteraria, 212.
  Medio evo, 108, 176-7.
  Melibeo, 58.
  Melodramma, 1-7.
  Mena (Giovanni), v. De Mena.
  Menalca, 58.
  Mendoza (Inigo Lopez de), v. Santillana.
  Menzini (Benedetto), 29, 54.
  Mercurio, 55.
  Metafisica, 2, 53, 66, 79, 194.
  _Metafisica_, di Aristotile, 89.
  _Metamorfosi_, di Ovidio, 84.
  Metastasio (Pietro), 7.
  Michele (san), 109.
  Milano, 1, 6, 7, 61, 70, 71, 112, 133, 138, 181, 185, 220, 225, 227, 230;
    donne milanesi, 61-67, 70, 137;
    uomini milanesi, 70;
    teatri, v. Carcano, Scala;
    duomo, 181 (v. anche Borgonuovo, Cinque giornate).
  Milton (Giovanni), 20, 40.
  Minerva, 55, 204.
  _Misogallo_, dell'Alfieri, 172.
  Misracesi, 163.
  _Misura delle acque correnti_, del Castelli, 174.
  Mitologia, 20, 25, 55, 83-4, 89, 107, 124, 135, 146, 151, 156.
  Mogol, 56.
  Mombelli (famiglia), 2-7.
  Monte Atino (curato di), 24, 28.
  Monti (Vincenzo), 52, 99-100.
  Monticelli d'Ongina (collegio di), 233.
  Montmorency, 171.
  Montpellier, 134.
  Mosé, 31.
  Muratori (Lodovico Antonio), 90, 91.
  Musica, 1-7, 103.

  _Namenbüchlein_, 221-5.
  Napoleone primo, 171.
  Napoli, 130, 227.
  _Narcisa_, del Tedaldi-Fores, 133-6.
  _Natacs_, 142.
  Negri, 38, 175.
  Niebla (conte di), 213.
  Niemand (X.), 109-13.
  Normanni, 130.
  _Notti_, dello Young, 134.
  _Nouvelle manière de défendre et de fortifier les places irrégulières_,
      del Bellersheim, 182.

  [p.250]

  _Obras de devocion_, 214.
  Ode, 28.
  Ogein, 142.
  Olimpia, 23.
  Olimpo, 83, 87.
  Omar, 29.
  Omero, 15, 20, 23, 25, 28, 29, 77, 97, 107, 124, 141, 146, 201, 202.
  Opera in musica, v. Melodramma.
  Orazio, 19, 22, 54, 55, 80, 118, 203.
  _Orazioni_, del Della Casa, 40.
  Oriente, 84, 85.
  Originalitá letteraria, 124.
  _Origin and vicissitudes of litterature, science and art._ del
      Roscoe, 119-122.
  _Orlando furioso_, dell'Ariosto, 57, 113.
  Oscurantismo, 191.
  _Osservazioni intorno agli animali viventi che si trovano negli animali
      viventi_, del Redi, 182.
  _Osservazioni intorno alla quistione sopra l'originalitá del poema
      di Dante_, del Cancellieri, 124-5.
  Ossian, 66, 107.
  Otello, 69.
  Ottaviano, 24.
  Ottentoto, 15, 16, 17.
  Ovidio, 84, 189.

  Padova, 174, 197.
  Paesiello (Giovanni), 2.
  Paisiello, v. Paesiello.
  Paladini, 85.
  Palais-royal, 17.
  Pandito, 142, 143.
  Paolo (san), 25.
  _Paradiso perduto_, del Milton, 40.
  Parigi, 69, 191;
    parigino 15, 16, 17;
    donne parigine, 62;
    servi, 177.
  Parini (Giuseppe), 14, 52, 99-100, 110.
  Paris (M.), 124.
  Parma, 182.
  Parnaso, 139, 198.
  Partenone, 55.
  _Partu Virginis_ (De), del Sannazaro, 40-1.
  Passione (chiesa della), 59.
  _Passione del Salvatore_, di Giovanni Torti, 28.
  Pastorale poesia, 74, 215-216.
  _Pataffio_, 184.
  Patriottismo, 78, 191, 213, 234.
  _Pedanteofilo_, 105.
  Pedanteria, Pedantesco, Pedantismo, 2, 11, 21, 22, 27, 28, 29, 74, 75,
      87, 89, 91, 96, 97, 102, 124, 143, 189, 208, 210, 216.
  Pegli, 235.
  Pergolesi (Giambattista), 2.
  Pericle, 122.
  Perpetua (santa), 124.
  Petrarca (Francesco), 14, 24, 53, 57, 87, 88, 95, 96, 97, 108, 130,
      156, 201, 211, 214.
  Piacere estetico, v. Diletto estetico.
  Piemonte, 227, 230.
  Pietro il crudele di Castiglia, 205.
  Piloncino, 187, 189.
  Pindaro, 15, 19, 20, 23, 28, 29, 84.
  Pittura, 55, 59, 66, 103.
  _Platone in Italia_, del Cuoco, 14.
  Po, 228.
  _Poema del Cid_, 201, 202.
  Poesia, 9, 13-8, 20, 26-8, 79, 86, 88-90, 94-100, 103, 108, 140,
      197-217, v. Drammatica, Epica, Epicolirica, Lirica, Pastorale.
  Poesia popolare, 13, 18, 206, 209.
  _Poesias selectas castellanas_, 197.
  _Poetica_, di Aristotile, 89, 97.
  Poetiche (arti), 28-30, 66, 89.
  Polemiche letterarie, 25, 109-13, 129.
  _Poligrafo_, 112.
  Portogallo (letteratura), 81.
  Pracrito, 142.
  [p.251]
  Praga, 41.
  Priamidi, 38.
  Priyamvada, 150, 151, 152, 155, 156-60.
  Progresso, 121-2.
  Provenza (letteratura), 12, 94, 97, 130-1, v. Trovatori.
  Provvidenza, 50, 210.
  Puglia, 130.
  Pugni, v. Societá dei pugni.
  Pulci (Luigi), 87.
  _Pungilingua e trattato di pazienza_, del Cavalca, 182.
  _Purgatorio_, dell'Alighieri, 57.
  Puru, 150, 152, 156, 161, 167.

  Quadrio (Francesco Saverio), 90.
  Quattrocento, 97.
  Quintana (Emanuele Giuseppe), 197-9.

  Racine (Giambattista), 15.
  Raffaello, v. Sanzio.
  Rama, 146.
  Rámalòchan, 143.
  Rapsodi, 88.
  Ravenna, 38, 41.
  Recitativo, 3.
  Redi (Francesco), 182.
  Religione, 20, 48-9, 53, 83-5, 131, 212, 215.
  Reno, 38.
  Repubblica delle lettere, 15.
  Retore, 172.
  Rheingrafenstein, 31.
  Rima, 94.
  Rioja, 201.
  _Rivista d'Edimburgo_, 123-7.
  Rodrigo di Bivar, v. Cid.
  Rodriguez del Padron, 214.
  Roma, Romano, 20, 21, 24, 51, 52, 65, 74, 78, 85-6, 113, 116-8, 121-2,
      141, 149, 174, 176, 207, 227.
  _Romancero general_, 214, 216.
  Romantico e Romanticismo, 19-26, 28-9, 52, 55, 64-7, 97, 98, 99,
      105-8, 133-6, 182.
  Romanticomachia, 105-8.
  Romantisti, 65.
  Romanza, 202, 206.
  Romanzesco, 66, 106.
  Romanzi del Cid, 201, 209.
  Romanzieri, 47.
  Romanzo, 106.
  Romanzo (nel senso di «romanza») 12, 26, 30, 46, 48, 49, 50, 51, 52,
      134, 135, 147, 148, 201, 202, 206, 209, 216.
  _Romeo e Giulietta_, dello Shakespeare, 155.
  Roscoe (Guglielmo), 119-22.
  Rossini (Gioachino), 2-3, 104.
  Rousseau (Gian Giacomo), 119.
  Rui Diaz, v. Cid.
  Ruiz (Giovanni), 205.
  Ruffino (canonico don), 115.

  _Sacontala_, di Calidasa, 139-68.
  Salfi (Francesco), 169.
  Samaritana (leggenda della), 12.
  Sanchez (Gargi S. de Badajoz),214.
  San Concordio (Bartolomeo da), v. Bartolomeo da San Concordio.
  Sannazaro (Iacopo), 40-1, 106.
  Sanscrita lingua, 142, 143.
  _Santillana_ (Inigo Lopez de Mendoza, marchese di), 208-10, 214.
  Santo (don), 205.
  Santo offizio, 50.
  Sanzio (Raffaello), 59.
  Scala (teatro), 7, 69-70.
  Schiavitú, 38, 175-7.
  Schiller (Federico), 12, 14, 15, 54, 269.
  Schlegel (fratelli), 14, 92, 102, 216.
  Scienza, 75;
    origine e vicende, 119-122;
    filosofia, 191-196.
  Scolastica (filosofia), 89, 131, 215.
  [p.252]
  Scrittura (sacra), 113.
  Scrutinaparole e scrutinapensieri,11.
  Scuole alla Lancaster, v. Lancaster.
  -- elementari, 221-5.
  -- ginnasiali, 219-20.
  Segura (Giovanni Lorenzo). 203-4.
  Seicento, 97.
  Sem, 130.
  Seneca, 54.
  Sentimentalismo, 47, 67.
  Sentimento nazionale, 213.
  Septaperna, 151.
  Serbatoio d'Arcadia, 208.
  _Servitú presso i popoli antichi e moderni_, del Grégoire, 175-9.
  Shakespeare (Guglielmo), 11, 15, 29, 54, 88, 107, 108, 117,
      143, 155, 166.
  Sicilia, 130-1, 227.
  Sismondi (Sismondo), 92, 120, 127, 129-132, 199, 203.
  Situazioni teatrali, 7.
  Siva, 146.
  Societá asiatica, 141.
  Societá degli amici dei negri, 175.
  Societá dei pugni, 185.
  Societá delle madri, 137.
  Societá filantropica, 179.
  Sofocle, 10, 20, 23, 28, 29.
  _Sofonisba_, del Trissino, 97.
  Sonetti, 12, 56, 212.
  Spagna, Spagnuolo, 12, 51, 57, 69, 84, 87, 89, 182, 197-217.
  Spia, 178.
  Spirito estetico, 81.
  Srimonio, 55.
  Staël (madama di), 14, 30-1, 56, 92, 115-8, 123.
  Stazio, 84.
  Stile, 99, 170, 221.
  _Storia della letteratura antica e moderna_, di F. Schlegel, 126.
  _Storia delle republiche italiane_, del
  Sismondi, 120.
  _Storia di Leone decimo_ e di _Lorenzo il Magnifico_, 120.
  _Sublime_, v. _Del sublime_.
  _Sui difetti della letteratura_, 189.
  _Sullo spirito della letteratura_, 189.
  Svizzera, 188.

  Tacito, 85.
  _Talmud_, 22.
  Tanfoglio (Sisto), 173-4.
  Tartuffo, 187.
  Tasso (Torquato), 19, 84, 87, 96, 97.
  Teatro, 91: v. Melodramma, Tragedia, Unitá drammatiche.
  _Tebaide_, 102.
  Tebaide, di Stazio, 84.
  Tebe, 23.
  Tedaldi-Fores (Carlo), 133-6.
  Tedesco, v. Germania.
  _Telemaco_, del Fénelon, 239.
  Tenorio (don Giovanni), 111.
  Teocrito, 158.
  Terone, 39.
  _Tesoro_, di Alfonso decimo, 204-5.
  Tibullo, 53.
  Tiestei, 38.
  Tinte locali, 144.
  Tiraboschi (Gerolamo), 91, 92, 94, 115-8.
  Tirteo, 23.
  Tito (imperatore), 176.
  Tito Livio, 58.
  Tolleranza, 212.
  Tolomeo, 142.
  Tolosa, 207.
  Torino, 105, 177.
  Torti (Giovanni), 28.
  Toscana, 10, 227.
  Traduzioni (in versi e in prosa), 9, 11, 30-1, 53, 126, 143-4, 197,
      219-20, 221, 224-5.
  _Trafalgar_ (_Ode su_), 198.
  Tragedia greca, 10, 102.
  -- latina, 116-8.
  _Traineurs_, 92-3.
  [p.253]
  Tratta dei negri, 38, 175.
  Trecento, 98.
  Tribú dei comprafumo, 93.
  _Trionfi_, del Petrarca, 211.
  Trissino (Gian Giorgio), 97.
  Troia, 108.
  Troiani, 85.
  _Troubadours_, v. Trovatori.
  _Trouvères_, v. Trovieri.
  Trovatori, 19, 87, 88, 130, 131, 207.
  Trovieri, 130, 131.

  _Ultime lettere di Iacopo Ortis_, del Foscolo, 52.
  Unitá drammatiche, 54-5, 139-143.
  _Uomo di corte_, del Graziano, 182.
  Urania, 106.
  Urbano ottavo, 174.

  Vafrino, 187.
  Valla (Lorenzo), 110.
  Valladolid, 69.
  Valperga (Tommaso), v. Caluso.
  Valvasone (Erasmo di), 39-40.
  _Vedas_, 152.
  Venere, 25.
  Venezia, 182, 183.
  Venini (Ignazio), 106.
  Verderio superiore, 183.
  Verri (Pietro ed Alessandro), 184.
  Vespasiano, 176.
  Vetasas, 156.
  Vicario di Wakefield, del Goldsmith, 239.
  Vico (Giambattista), 14, 16, 140.
  Vicramáditiya, 142.
  Vida (Gerolamo), 54.
  Vienna, 224.
  Viganò (Salvatore), 104.
  Villa, 14.
  Villena (don Enrico di), 208, 214, 217.
  Virgilio, 25, 40, 97, 141.
  Visconti, 38.
  Visconti (Ermes), 133.
  Visionario, dello Schiller, 239.
  Visione, di frate Alberico, 124.
  Visnú, 146.
  Volgare eloquenza, di Dante, 94.
  Voltaire, 9, 92.
  Waterloo, 55.

  Young (Odoardo), 134.

  Zayda, 206.
  Zegris, 216.
  Zenanas, 147.

  [p.254]

  ERRATA

  A pagina 416 del primo volume, tra i Versi inediti o poco noti, si
  trova un sonetto in milanese («Quand vedessev un pubblegh
  fonzionari») che io credetti e pubblicai come opera del Berchet,
  indottovi dal fatto che il marchese Guido Sommi Picenardi ne
  possiede una copia manoscritta, di mano appunto di lui. Ma ebbi
  poi ad accorgermi di aver commesso un grave errore, perché quel
  sonetto è indubbiamente opera di Carlo Porta, tra le poesie del
  quale fu sempre compreso.

  A pagina 143 del presente volume, linea 27, dove si legge: «della
  sanscrita», si legga «della lingua sanscrita»; a pagina 64, linea
  4, il «d» finale si legga: «di»; e a pagina 203, linea 23, invece
  di «secondando cosí», si legga «secondando con».

  [p.255]



  INDICE


  I. Lettera sul dramma _Demetrio e Polibio_ cantato
  nel teatro Carcano.                                              pag. 1

  II. Sul _Cacciatore feroce_ e sulla _Eleonora_ di Goffredo
  Augusto Bürger--Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo «    9

  III. Allocuzione nei funerali del pittore Andrea Appiani
  celebrati nella chiesa della Passione il  giorno 10 di
  novembre 1817                                                    «   59

  IV. Del criterio ne' discorsi                                    «   61

  V. Scortesie maschili al teatro della Scala                      «   69

  VI. Sulla _Storia della poesia e dell'eloquenza_ del Bouterweck  «   73

  VII. Intorno al significato del vocabolo «estetica»              «  101

  VIII. Di un libro sulla romanticomachia                          «  105

  IX. Guerre letterarie in Italia                                  «  109

  X. Lettera di Grisostomo al molto reverendo signor
  canonico don Ruffino                                             «  115

  XI. Intorno all'_Origine delle lettere_ del Roscoe               «  119

  XII. Articolo sopra un articolo                                  «  123

  XIII. Idee del signor Sismondi sul poema di Dante                «  129

  XIV. Intorno ad un poemetto di C. Tedaldi-Fores                  «  133

  XV. Lettera ad una signora milanese gentile sí, nobile no        «  137

  XVI. Sulla _Sacontala_ ossia l'_Anello fatale_, dramma
  indiano di Calidasa                                              «  139

  XVII. Sulla _Storia della letteratura italiana_ del Ginguené     «  169

  XVIII. Benedetto Castelli                                        «  173

  [p.256]

  XIX. Intorno alla _Servitú, presso i popoli antichi e moderni_
  del Grégoire                                                     «  175

  XX. Sopra un manoscritto inedito degli autori del
  foglio periodico _Il caffé_                                      «  181

  XXI. Sulla _Filosofia delle scienze_ del Jullien                 «  191

  XXII. Quadro storico della poesia castigliana (a proposito
  delle _Poesie scelte castigliane_, raccolte dal Quintana)        «  197

  XXIII. Due rapporti ufficiali al governo austriaco               «  219

  XXIV. Discorso ai toscani                                        «  227

  XXV. Ai lombardi (14 maggio 1848).                               «  229

  XVI. All'onorevole presidente del collegio elettorale
  di Monticelli d'Ongina                                           «  233

  NOTA                                                             «  237

  INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI                            «  243





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari" ***

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