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Title: La carità del prossimo
Author: Bersezio, Vittorio, 1830-1900
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La carità del prossimo" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



                                  LA
                         CARITÀ DEL PROSSIMO

                               ROMANZO
                                  DI
                          VITTORIO BERSEZIO



                                MILANO

                        E. TREVES & C. EDITORI
                                 1868



Il presente romanzo, di proprietà della Ditta E. TREVES e C., editori
della _Biblioteca Utile_, è messo sotto la salvaguardia della legge
sulla proprietà letteraria.



                         Milano--Tip. Bezza.



LA CARITÀ DEL PROSSIMO



I.


Siamo in una stanzaccia ampia, alta, nuda, illuminata da un lucernario
di vetro a mezzo il soffitto, colle pareti grigiastre tappezzate di
quadri abbozzati, di braccia e di gambe di gesso, di pipe e di
ragnateli: in una parola, lo studio e l'abitazione di un pittore. Non
occorre dire che ci troviamo sotto le tegole del tetto, al di sopra di
quattro piani d'una gran casona, alveare umano che alberga una
quantità di famiglie.

Questo studio è anche la dimora del pittore--che sto per
presentarvi--e della sua famiglia; poichè il nostro eroe, per dirvela
ad un tratto, possiede un gran buon cuore, buon umore da venderne,
poco coraggio, non troppo ingegno, povere fortune, una moglie
borbottona e quattro bimbi.

I misteri famigliari sono nascosti agli occhi dei profani che
penetrano nello studio, da un lungo paravento, di dietro il quale
suonano quasi senza intermittenza grida e pianti di bambini, rampogne
ed impazienti esclamazioni della madre, e fanno di quando in quando
irrefrenabile sortita i tre più grandicelli ragazzi a cavallo del
bastone del papà, dell'ombrello della mamma e dell'appoggiamano per
dipingere.

Al momento in cui vi prego di penetrar meco nello stanzone del
pittore, le fortune di Antonio Vanardi--questo è il nome
dell'artista--sono più povere che mai. È pieno di debiti; da ogni
parte da cui si volga corre rischio di vedere la faccia corrucciata di
un creditore che non può pagare; e più corrucciato e più inesorabile
di tutti fra questi creditori lì il padrone di casa, a cui Vanardi
deve due semestri d'affitto, e non sa dove battere la testa per avere
di che pagarlo.

Questo padrone di casa--come tutti quelli delle commedie, dei drammi e
dei romanzi--è un uomo che non conosce guari dove stia di casa la
pietà, e non capisce che un'attinenza verso i suoi locatari: riceverne
danaro per la pigione a tempo debito e scrivere loro una buona
quietanza colla sua buona firma sotto, nella sua scrittura commerciale
che finisce sempre l'ultima lettera con un ghirigoro pieno di
eleganza: Fiorenzo Marone.

Benchè egli abbia questo nome illustre, non lo crediate già
discendente dal celebre poeta mantovano. Di Virgilio il brav'uomo non
aveva inteso mai nemmeno a parlare, ed i versi non sapeva che razza di
bestie si fossero.

To', poichè il signor Marone mi è capitato qui sotto il becco della
penna, ci stia un poco; ed abbiate pazienza, cari lettori, mentr'io mi
indugio un tantino a schizzarvene il ritratto alla sfuggita.

È un uomo oltre i sessanta, grande, grosso, a faccia di villano e
maniere uguali, a spalle larghe, naso lungo, occhi di gatto, denti di
rosicchiante, mento quadrato, mani grosse, piedi da lacchè, sorriso
falso, fronte stretta e coscienza Dio sa come. Vuole dare alla sua
fisonomia un aspetto d'umiltà e di bonarietà che stona maledettamente
colla grossezza delle sue forme; mette la sordina alla sua voce da
boattiere, e non guarda mai negli occhi la persona a cui parla.

La sua storia è contata in quattro parole. È figliuolo d'un villano
che nei primi anni del secolo veniva in Torino i giorni di mercato,
spingendosi innanzi un asinello, a vendere formaggioli sulla piazza
delle erbe, che ora è piazza del Palazzo di Città. Fiorenzo,
sbarazzino di due lustri incirca, l'accompagnava trottando coi piè
nudi, una bacchetta in mano, dando il _cis-va-là_ e le botte al
somarello restio. Più tardi successe egli, fatto giovinotto, nel
commercio paterno. Seppe governare così bene e rammontare colla
parsimonia, che era un'avarizia, soldo sopra soldo, che un bel dì si
trovò a capo d'un certo capitale, colla buona voglia di moltiplicarlo
il più possibile e coll'accortezza necessaria per riuscire in questa
operazione aritmetica, per cui si sentiva una vera vocazione datagli
dalla natura.

Su quella medesima piazza che lo aveva visto compagno all'asinello
paterno, Fiorenzo apriva una bottega da spacciarvi formaggi, ed
andatagli prospera la fortuna accresceva in poco tempo il suo fondaco
e i suoi guadagni; finchè, sopraggiunta la guerra del quarantotto,
egli pigliava l'impresa di provvedere di formaggi l'esercito
piemontese, ed ingrassava così bene di quello che non mangiarono i
nostri soldati, che rimetteva ad altri la bottega, comprava case,
tenute, e cartelle del debito pubblico, e si ritirava a viverla in
panciolle, ricco di più dozzine di mila lire di rendita.

Egli è solo, celibe, senza parenti. Fa il pinzocchero; non dà mai un
soldo ad un povero, ma regala alla parrocchia di quando in quando od
una lampada d'argento indorato, od una corona per la Madonna con gemme
false, e nei giorni solenni, per esempio la settimana santa, si mette
sulla porta della chiesa colla tasca in mano a gridare a chi va e
viene: _pel santo sepolcro_! È avaro come una tigna, senza cuore, e
non ama che il denaro: nessuno lo stima, meno ancora gli si vuol bene;
e tutti gli fanno tanto di cappello.

Ebbene gli era a codestui che il povero Vanardi doveva duecento
cinquanta lire di pigione. E meno male fosse stato quello il solo suo
debito! Ma il pizzicagnolo della cantonata non voleva più vendergli nè
lardo nè burro, nè niente del tutto, se non gli pagava le sessanta
lire di cui andava in credito; ma il panattiere gli rompeva la testa
per averne finalmente i due napoleoni d'oro (in quel tempo v'erano
ancora i napoleoni) che gli si dovevano; ma il venditore di legna e
carbone aveva protestato che se entro una settimana non lo si
soddisfacesse dei 14 franchi ed 80 centesimi ch'egli domandava pei
combustibili somministrati, sarebbe andato senz'altro dal giudice. E
lascio stare il macellaio, il venditore di vino al minuto e tutti gli
altri creditori, che se volessi annoverarli un per uno farei una
rassegna lunga e noiosa, come quella degli eroi combattenti in
un'epopea che si rispetta.

Il misero Antonio passava mogio mogio nella strada che abitava, la
testa bassa e il cuore piccino piccino, e non osava guardare che di
sottecchi nelle botteghe che si aprivano in quel quartiere. Da
ciascuno di quegli usci a cristalli potea sbucar fuori una faccia
ostile ed una voce minacciosa a domandargli del danaro.

Era solamente innanzi allo speziale, la cui bottega s'apriva proprio
d'accanto all'uscio da via della casa di Marone, che Vanardi osava
levare il capo e passar fiero. Di quel benedetto farmacopola egli non
era debitore; anzi!...

Ai due stipiti della bottega farmaceutica stavano appiccate due
tavole, in cui meditavano con faccia severa e barba grigia due uomini
dipinti in vesta lunga, un grosso libraccio in mano. Erano le opere
del nostro artista che da pochi dì facevano bella mostra di sè a que'
pochi raggi di sole che fra i comignoli delle case trovavan modo di
filtrare sino al fondo della stradicciuola: opera che lo speziale non
solo non aveva ancora pagato, ma non aveva accennato nemmeno la buona
intenzione di pagare.

Anche codesto signor speziale era da novella e da commedia; voglio
dire che tutti s'accordavano, ed avevan ragione, in dirlo il maggior
ciarlone e la peggior lingua del quartiere, come ogni speziale sulla
scena o in un racconto ha lo stretto obbligo di essere.

Per poco fosse buona la stagione e tollerabile il tempo, egli si
piantava sul passo della sua porta, le gambe larghe, le mani nelle
tasche de' calzoni, il suo naso lungo ed acuminato all'aria, in capo
il suo berretto di panno nero unto e bisunto con lunga visiera innanzi
agli occhi, e arrestava al passaggio tutti quelli che conosceva--ed
egli conosceva tutta la città--per offrire a ciascuno una presa di
tabacco e smaltirgli la sua buona dose di chiaccole e di maldicenza.

Chiaccherava coi garzoni, chiaccherava cogli avventori, chiaccherava
coi vicini, chiaccherava coi passeggieri, chiaccherava colla sua
nipote (una poveretta di ragazza povera e brutta, ma buona come il pan
buffetto, cui sotto pretesto d'usarle carità, egli aveva presa seco a
soffrire i mali di lui tratti ed a fargli da serva senza paga),
chiaccherava colla portinara (figuratevi!), chiaccherava perfino colla
gatta, chiaccherava sempre da mattina a sera; sapeva i fatti di tutti
i casigliani, di tutti gli abitanti di quella strada, di tutta la
cittadinanza; contava non senza vivacità l'aneddoto, correva dietro a
stupidi giuochi di parole che egli credeva prova d'ingegno, scoccava
con qualche malizia l'epigramma, era noioso come la piova, aveva un
tesoro inesauribile di curiosità e diceva male di tutto e di tutti.

A Vanardi ed a sua moglie toccava passare sovente innanzi alla
farmacia. Messer Agapito (è nome classico di speziale) aveva
incominciato per salutare la moglie e poi anche il marito,
accompagnando però il primo saluto d'un sorriso particolare: poi aveva
fermato la donna per chiederle novella del marito, l'uomo per
domandargli le nuove della moglie, e se erano tutte due insieme, per
informarsi della salute dei bimbi.

In quel tempo la moglie del pittore portava nel suo seno il quarto
frutto dell'amore coniugale, e il farmacista mostrava sentire il più
vivo interessamento per quello stato interessante della giovine donna.

Appena vedeva spuntare Antonio, cessava di rimestare colle sue dita
lunghe e sporche nella sua tabacchiera di corno fuso--movimento che
gli era abituale--e gli gridava fra ilare o domesticamente amichevole:

--Ebbene, caro signor Vanardi? E madama come va?

Qualunque cosa gli venisse risposta, era per lui un'occasione ad una
ciarlatina d'un quarto d'ora. Madama tale in un simile stato, aveva
sofferto questo, aveva sentito quello; egli l'aveva consigliata di far
così, e poi così, ed erano stati meravigliosi i buoni effetti che la
ne aveva provati. Madama tal'altra doveva a lui la sua salvezza; e
madama quest'altra poi? Gli è vero che la poteva dirsi una smorfiosa,
che la più sazievole non s'era mai vista: ed il marito era un
imbecille, a cui la si dava a bevere come a nissuno al mondo; e
riparava in quella casa un certo signorino coi pizzi all'inglese, e
poi anche un uffizialetto coi baffetti all'insù, i quali non era senza
un perchè se stringevano tanto forte la mano di quel gaglioffo di
marito, eccetera, eccetera. E passava senza arrestarsi da una famiglia
all'altra, da un pettegolezzo ad un maggiore, da una maldicenza ad una
calunnia, con una volubilità di parola, con una facilità di discorso,
con una malizia di sogghigni e di ammiccamenti, con una varietà di
espressioni, con una certa bonarietà maligna che ti facevano restare
sbalordito.

--Buono! diceva il nostro pittore ad ogni volta; meglio aver da fare
colla prima fra le vecchie pettegole che con codesto gaio manipolatore
di purganti.

E faceva di tutto a tagliar corto i discorsi e tirar via pel suo
cammino.

--È molto superbo quell'imbrattatele da dozzina, diceva lo speziale a'
garzoni, ai vicini, alle serve del quartiere; che cosa si crede di
essere?

Un dì finalmente, messer Agapito, d'in sull'uscio della bottega, vede
precipitarsi fuor di casa il pittore tutto sollecito e conturbato.

--Che c'è? gli grida dietro, lasciando cadere a terra la sua presa di
tabacco, nell'eccesso della curiosità.

Vanardi agita le braccia in una risposta di mimica concitata, e
seguita la sua corsa!

--Che? rigrida lo speziale, scendendo giù dallo scalino della bottega
nella strada; sua moglie forse?...

Antonio fa dei cenni affermativi per isbarazzarsene, e continua il suo
cammino.

---Ah! siamo dunque al buono, eh? ripiglia messer Agapito. Non tema di
nulla; vado su io. Son pratico meglio di qualunque cerusico. Lasci
fare a me.

Vanardi non gli ha più badato ed è sparito: lo speziale rientra in
bottega.

--La moglie del pittore qui su fu sovrappresa dai dolori: dice egli ai
due garzoni che sbadigliano ai barattoli delle scansie. Datemi qui dei
sali, una boccettina di cordiale, e vo in suo soccorso. Quel marito è
una bestiaccia che non sa di niente. Corre in cerca chi sa di qual
medico ciarlatano, o di che donnaccia ignorante che gli accopperebbero
senza fallo la moglie e il bambino... Una donnina abbastanza graziosa
quella signora Rosa... Non sono mai entrato nel loro quartiere. Vo'
vedere come ci è alloggiato questo superbioso che mi fa grazia a
colloquir meco.

Ci va diffatti, trova la donna dietro il paravento che ha pensato di
sbarazzarsi d'un bel maschiotto senza aspettare aiuto di comare: e
quando il marito poco dopo torna con una levatrice, ecco lo speziale
che gli presenta in aria di trionfo il quarto figliuolo neonato.

Come trovar modo di mettere alla porta un uomo dopo simil fatto? Lo
speziale si fece di casa come la granata: ci andava a pigliar novelle
della puerpera due volte al giorno; paragonava il neonato ad un
angelo, ad un amorino, pigiava le gote fra le dita agli altri tre
bambini, e snocciolava fuori gli affari di tutti i casigliani.

La moglie del pittore, a metterla fra le bracone (per dirla alla
toscana) non le si faceva gran torto: epperò ebbe a dilettarsi non
poco delle visite e delle ciarle del signor Agapito.

Antonio, se avesse osato andar contro ai borbottamenti della sua
donna, se non avesse temuto d'essere soverchiamente incivile verso il
farmacista, avrebbe volentieri preso costui per le spalle e messolo
fuori dell'uscio con una viva raccomandazione a non più tornarci,
tanto e' gli dava sui nervi; ma il buon uomo non era e non sarebbe
stato mai capace di tanta risoluzione e di tanto coraggio.

Era trascorso quasi un anno, quando una bella volta il signor Agapito
fermò il pittore che passava, e gli disse con un piglio affatto nuovo,
tutto piacenteria:

--Mio caro signor Vanardi, vorrei parlarle d'una cosa.

--Parli pure.

Lo speziale annasò una presa e ne offerse ad Antonio che, come sempre,
fece un cenno di no, tirando in là la tabacchiera e la mano di
Agapito.

--Ah, ah! Ella rifiuta, perchè non ne fiuta: disse questi grattandosi
il naso lungo e sottile e ridendo grossamente. Oh, oh! il bisticcio
non è cattivo. Lo dirò al suo amico il signor Selva, che passa per
uomo di talento, perchè fa dei versi e scrive delle sciocchezze su pei
giornali.

--Che cosa è che la mi vuol dire, signor Agapito? ridomandò Vanardi
impaziente.

--Ecco qui.

Additò le due tavole di legno screpolate che ornavano i battitoi della
sua bottega: sovra esse erano a mezzo cancellati due gran vasi dipinti
con avvolti intorno due serpenti verdescuri.

--Ecco: queste mostre di bottega sono già un po' scadenti. Le serpi
hanno perso le squame e somigliano anguille: e i vasi, altro che di
marmo, paiono di gesso sporco. La mi dovrebbe, lei che ha un sì
valente e facile pennello, rimpiastrarmi costassù qualche bella
dipintura a suo modo, che sarebbe per me proprio quel che ci vuole.
Oggidì, la vede, anche le spezierie si mettono in isfarzo e sembrano
salotti da coiffeurs di Parigi: le medicine fanno competenza ai
sorbetti in punto a specchi ed ornamenti delle botteghe in cui si
spacciano. Lo speziale X ha addobbato il suo fondaco che pare una sala
da ballo: è vero che se ne ricatta vendendo susine per tamarindi,
corteccia di salice per china, ed ogni fatta porcherie per droghe...
Ah, mio caro signor Antonio, non è spacciando roba buona e
governandosi onestamente, come noi si fa, che si diventa ricchi di
quella guisa. Il signor X ha più di ventimila lire all'anno, sa! Eh!
ce ne vuole della _cassia_ a metterle insieme! Ma quel birbo là è
sempre stato un ladro, ed è perciò che ha sempre avuto fortuna. Mi
ricordo che quando ha cominciato...

Vanardi a cui stava troppo a cuore un'ordinazione di lavoro,
l'interruppe, ma sforzandosi a sorridere il più amichevolmente che
potesse.

--Ella dunque, signor Agapito, vorrebbe ch'io dipingessi a nuovo
queste mostre?

--Appunto. La vede: il legno è buono.... qualche tarlatura, ma con un
po' di mastice, gli è nulla. Senta come suona!--E vi picchiava su
colla nocca delle dita.--Una lisciatina di che so io, una figura, due
fregi, una mano di vernice ed avranno un rispicco da farne stare
ammirato chi passa.

--Bene. Lei ha detto una figura, vorrebbe dunque surrogare questi
vasi?...

--Oh quanto a ciò faccia lei. Ho detto una figura così per dire.... Ma
non ho voluto dire nè una figura rettorica nè un'algebrica.... oh, oh,
oh! Ha afferrato il bisticcio? Non è cattivo.... Dunque, ci metta ciò
che vuole, purchè sia qualche cosa d'acconcio.... Per esempio se
fossero i due ritratti d'Ippocrate e di Galeno... C'è qualche farmacia
che li ha... Due personaggi da capo a piedi con aria severa, una gran
barba, un manto, andrebbe addirittura a meraviglia. Ma non la voglio
mica legare.... L'ispirazione... Oh so anch'io cos'è l'ispirazione...
Dunque la lascio affatto libero. Le manderò su di quest'oggi pel
garzone al suo studio le due tavole. Non c'è nulla che prema...
affatto nulla: ma se non avesse più pressanti lavori... quanto prima
si può sfoggiarla e meglio è... insomma, se me le desse per la fine
dalla settimana entrante, mi sarebbe molto a grado.

Vanardi in quel tempo, e già da troppo ciò gli avveniva, non aveva
precisamente nulla da fare. Il bisogno di denaro cresceva in ragione
inversa alla mancanza del lavoro; e questa che gli parve una bella e
buona proposta dello speziale gli tornò come una benedizione della
fortuna. Non istette a discorrerla davantaggio, e promise che pel
tempo accennatogli i due eroi della medicina, dalle loro tavole di
legno, inviterebbero i passeggeri a purgarsi colle droghe di messer
Agapito.

Bene ebbe in pensiero di domandare fino dapprima un prezzo, ma secondo
il solito glie ne venne meno il coraggio, e si quietò nel pensiero che
per quanto poco volesse lo speziale pagarlo, n'avrebbe sempre avuto
tuttavia da comprar pane per un poco di giorni alla sua famiglia.

Ci si mise intorno a tutt'uomo, impiegò in questo lavoro tutti i
colori che gli rimanevano ancora e tutto il suo talento; fece due
faccie storte che lucicchiavano meravigliosamente collo splendore
della loro fresca vernice.

Messer Agapito lodò molto l'artista, ma non parlò di pagare. Antonio
aveva sempre sulle labbra la parola per dimandargliene il prezzo, ma
non la osava pronunciar mai: i debiti crescevano, i bimbi strillavano
da mane a sera e la moglie borbottava senza soluzione di continuità.

Voi direte:--Questo tuo protagonista è uno scioccone che si merita la
sua sorte. Perchè si è ammogliato, se non aveva fortune da mantenere
la sua famiglia, se non aveva talenti da guadagnarsene il
sostentamento? Perchè fare il pittore se non era buono che a
scombiccherar faccie storte? Perchè ha dato la vita a quattro
creature, le quali non avrebbero sofferto di miseria quand'egli non le
avesse fatte venire al mondo? Perchè sopratutto ha sposato una moglie
borbottona?

Egli, se vi udisse, potrebbe rispondervi:

--La mia Rosina era più mite d'un agnello quando me la sono sposata.
Le volevo bene; era sola, onesta o belloccia, e perchè la era povera,
avevo io da sedurla ed abbandonarla? Sono un onest'uomo, corpo di
Bacco! Allora io, oltre la tanta buona volontà di lavorare, aveva le
illusioni della prima giovinezza, che mi dipingevano in tinte ridenti
l'avvenire; aveva la lusinga d'essere o di poter diventare un buon
pittore e la speranza di poter guadagnare col mio pennello tanto
quanto colla punta dei piedi un maestro di ballo. Che colpa ne ho io
se le mie illusioni ebbero il torto marcio; se il lavoro non venne; se
mio zio il droghiere non volle mai più perdonarmi; se mia moglie si
ostinò a volermi far padre quattro volte; e se per soprammercato le
sciagure la fecero dispettosa e peggio?...

Ma qui sarà meglio che, senz'aspettar altro, io entri a darvi maggiori
e più intime informazioni di questo povero diavolo.

Attenti bene!



II.


Suo padre era _Regio Liquidatore_, e il fratello di suo padre teneva
fondaco di _droghe_ e _robe vive_, come dice la lingua bara delle
insegne. Papà Vanardi avvezzo a _liquidare_ gli averi e i debiti
altrui, _liquidò_ anche le sostanze proprie; e un bel giorno si trovò
al verde, poco meglio di quella condizione in cui si trovava il
figliuolo nel momento in cui comincia questo racconto. Suo fratello il
droghiere, per contro, aveva visto prosperare benissimo il suo
commercio, ed era riuscito a mettere in disparte un capitale da fare
invidia ad un banchiere e ad un impresario Egli voleva bene a suo
fratello, era il padrino del piccolo Antonio, e il pepe e la cannella
non gli avevano guastato il cuore, Raccolse in casa sua fratello,
cognata e nipote, e disse gravemente pizzicando la gota rubiconda di
quest'ultimo:

--Alla sorte di questo birboncello ci penserò io. Ne faremo qualche
cosa di grosso, lasciate stare... Antoniuccio, che cosa vuoi tu
diventare?

Il ragazzo che vedeva quasi tutti i giorni sfilare sotto le finestre
dell'appartamento paterno i reggimenti della guarnigione che andavano
in piazza d'armi e che restava ammirato alla vista di quel bell'uomo
grande e grosso che camminava primo di tutti con una famosa mazza in
mano, e nelle occasioni solenni un gran pennacchio dritto in sul capo,
il ragazzo rispose franco, levandosi in punta di piedi ed ingrossando
la voce:

--Io voglio diventare tamburro maggiore.

Ma l'ambizione dello zio padrino non fu soddisfatta da queste
aspirazioni d'Antoniuccio alla grandezza. Meglio che il bastone a
grosso pome d'argento gliene parve il codice a legatura di pelle:
meglio che la montura e la sciabola, la toga nera ed il bavero, e
disse al nipote in tono di sentenza irrevocabile:

--Tu non sarai tamburo, ma avvocato.

Antonio vi si rassegnò.

All'Università s'incontrò e strinse amicizia con una frotta di capi
ameni che di studiare la legale avevano tanta voglia come di
intisichire, dei quali per ora non occorre nominarvi che quel Giovanni
Selva, di cui già avete sentito fare un cenno lo speziale Agapito, e
del quale vi avrò da parlare più a dilungo fra poco.

Di questi suoi amici l'uno voleva essere un nuovo Rossini, l'altro un
Ariosto, il terzo un Alfieri: Vanardi--o fosse perchè il posto di
artista non era ancora occupato, o i quadrilateri dipinti a più
colori, che la sfoggiavano sopra l'uscio del fondaco dello zio
esercitassero un influsso sull'incertezza della sua mente--Vanardi si
cacciò in capo di voler essere Rafaello. Si mise a scarabocchiare di
faccie impossibili e di figure mostruose tutte le copertine de' suoi
trattati, tutte le pagine de' suoi cartolari, tutti i frontispizi de'
suoi libri. Mentre i diligenti fra i suoi compagni scrivevano le
spiegazioni della scienza legale che cascavano dalla bocca sapiente
del professore, egli schizzava a tratti di penna la caricatura della
parrucca, del naso, del berretto dottorale, della faccia ingrugnata
dell'insegnante; mentre avrebbe dovuto studiare il Fabro e svolgere il
Digesto, egli studiava il _nudo_ e stringeva più o meno dimestica
conoscenza colle _modelle_. Un orrore di condotta da mettere sulle
furie anche il più zuccherato di tutti gli zii dell'uno e dell'altro
emisfero.

In questa guisa il nostro Antonio avanzò sì bene che giunse a sbozzare
in men che non si dice una parodia di figura e non potè andar oltre al
terzo anno del corso di leggi. Rimandato tante volte di seguito,
quante bastava per non poter più presentarsi agli esami, dovette di
necessità raccogliere tutto il suo coraggio per dichiarare allo zio
padrino che d'avere un nipote avvocato non se ne faceva più niente.
Figuratevi la collera del buon droghiere, il quale a quel tempo era
rimasto unico dei parenti d'Antonio e riuniva in sè tutte le autorità
della famiglia!

Dopo averlo strapazzato una buona ora, chiese finalmente al nipote:

--Ebbene, disgraziato, e che vuoi tu fare al presente?

Antonio che aveva ricevuta l'intemerata colla testa bassa e colle
sembianze raumiliate d'un peccatore ravveduto, alzò la faccia, esitò
un pochino poi disse colla maggior fermezza che lasciava alla sua voce
il cuore che gli batteva forte forte:

--Voglio farmi pittore.

Lo zio fece un trasalto che avreste detto di spavento, quale avrebbe
potuto avere se si fosse trovato inopinatamente innanzi ad un matto.

--Pittore! che è ciò? Che vuol dir questa bizzaria? Pittore!
Sciagurataccio! mi faresti dire qualche sproposito.

Ma il nipote, il quale, impegnata una volta la lotta, aveva sentito
accrescersi un poco il coraggio, riprese più franco:

--Sì, signor zio. Sono ammesso alla scuola dell'Accademia. I
professori sono contenti dei miei progressi. (E' si vantava, lo
scellerato!) Diventerò un artista di vaglia, illustrerò il nostro nome
e...

--Un corno! esclamò lo zio furibondo... Poichè tu non sei capace di
spacciar eloquenza alla ringhiera del foro, spaccerai pepe e cannella
al minuto al banco della mia bottega. Sarai droghiere come tuo zio.

Antonio volle opporsi a questa fatale sentenza, ma il vecchio fu
irremovibile. La lotta durò per un poco. Il padrino era ostinato, ma
il figlioccio nella sua timidità era testardo. Un bel dì, quest'ultimo
scappò di casa coi suoi colori, coi suoi pennelli, co' suoi rotoli di
tela, colle sue cartelle, colla sua tavolozza, colla sua cassetta,
colla sua povertà e col suo buon umore, e piantò le tende in una
soffitta dove non gli mancavano la luce, la vista del cielo e quella
di tutti i comignoli dei camini delle case.

Lo zio gli assegnò quindici giorni di tempo per tornare all'ovile.
Passato quest'intervallo, gli mandò un involto con dentrovi alcuni
biglietti di banco ed una lettera per la quale lo ammoniva che l'aveva
cancellato affatto dal suo cuore, che qualunque vicenda gli capitasse
non voleva più saperne di niente, che per lui era d'ora in avanti come
se non avesse avuto mai nè figlioccio nè nipote.

Antonio rimase afflitto della lettera, perchè in realtà allo zio
voleva bene; fu consolato dai fogli di valore, perocchè gli venivano
più che opportuni; e non disperò di ottenere un dì o l'altro il
perdono del padrino, massime quando sarebbe stato celebre e ricco per
opera del suo pennello, cosa che secondo lui non solo non poteva
mancare, ma non doveva nemmeno tardare di molto.

Si presentò due o tre volte al fondaco dello zio per rappaciarsi con
esso; ma l'inesorabile vecchio, seduto sempre al suo scrittoio, dietro
un paravento a vetri, sporgeva in fuori la testa coperta dell'eterno
berretto di seta nera, guardava chi fosse entrato; vedendo il nipote,
gettava due sbruffi di tosse, s'alzava da sedere, e senza far motto,
additava con tacita eloquenza di gesto la porta per cui si doveva
uscire; sopra la quale pompeggiavano al di fuori nella strada sette
quadrilateri, i cui rispettivi colori erano rosso, turchino, giallo,
verde, arancio, violetto e terra d'Italia.

Antonio chinava rassegnatamente il capo ed usciva; finchè si stancò
della monotona ripetizione di questa scena muta, e non ci venne più.

Però, di quando in quando, nelle occasioni solenni dell'anno, al
Natale, alle tremende epoche in cui si ha da pagar la pigione,
venivano al pittore certi soccorsi anonimi, ch'egli sapeva indovinar
molto bene da che mano partissero. E questi soccorsi conferivano a
giungere in capo dell'anno senza troppi stenti; soddisfatto com'egli
era del poco, e sì poco veramente bastando a lui, solo, nella
modestissima esistenza che menava via allegramente, senza un fastidio
al mondo.

Ma i fastidii soprarrivarono pur troppo, poco tempo dopo che ebbe la
cattiva ispirazione di prender moglie. Quest'essa era una povera
figliuola del popolo, abilissima cucitrice, ma con poca istruzione,
pochissima educazione e senza denari. Non aveva che la sua gioventù,
una piacevolezza di tratti che non poteva dirsi beltà, e il suo buon
cuore. Antonio la vide nell'occasione dolorosissima, ch'ella perdette
l'unico parente che ancora le rimanesse. Stavano vicini d'alloggio, e
il povero pittore si mise a consolare la povera orfanella. In breve
dovettero sposarsi. Antonio si guardò bene dal darne avviso allo zio;
ma pur tuttavia questi lo seppe la stessa cosa, ed andò nuovamente
sulle furie e peggio che mai. Da quel giorno le anonime sovvenzioni
cessarono; ma in compenso cominciarono a venire i figliuoli.

Il lavoro, per maledetta sorte, non imitava il bell'esempio della
prole; non veniva nè punto nè poco. Un quadro su cui Antonio aveva
fondato le sue più belle speranze fu giudicato unanimemente alla
pubblica mostra, dove l'aveva esposto, una porcheria insuperabile. Il
bisogno aveva incominciato ad insinuarsi pian piano nella casa; la
miseria faceva capolino dalla finestra e digrignava minacciosamente i
denti alla porta.

Aveva vissuto un po' di tempo in compagnia di quei suoi amici
dell'Università, fra cui principale il Selva, che erano venuti ad
alloggiare con esso lui; s'erano immischiati nella politica, ed
avevano congiurato prima del quarantotto per l'unità e l'indipendenza
d'Italia. Ma la rivoluzione appunto di quell'anno meraviglioso aveva
disciolta e dispersa la piccola colonia. Quasi tutti quegli amici
erano andati soldati; ed Antonio, trattenuto dalla sua famiglia, era
rimasto solo. Di poi l'aveva aiutato assai l'amicizia d'una buona e
generosa famiglia, i Cioni, di cui l'unico figlio, Adolfo, dilettante
di pittura, aveva saputo trovare mille ingegnose maniere di
soccorrerlo col pretesto di dargli del lavoro. Ma una sciagurata
catastrofe era avvenuta in quella famiglia. Adolfo amava in segreto, e
riamato, la moglie d'un vecchio e fiero capitano, il quale, scoperta
la verità, aveva in un orribil duello ucciso il giovane, e la donna
seco via condottasi che mai più nessuno ne aveva saputo novella. Il
padre di Adolfo non molto era sopravvissuto all'unico figlio, tanto
era stato il suo dolore. Antonio aveva perso il suo maggior sostegno.

Egli aveva visto chiaro le sue condizioni, ma non si era perso
dell'animo ed aveva bravamente lottato. Aveva consumato colla più
meravigliosa parsimonia tutto quel poco di risparmio che fino allora
era riuscito a mettere in disparte con un vero miracolo di economia:
poi una gran parte dei suoi mobili, cominciando dai meno necessari e
venendo poi agli abiti, avevano preso il cammino del Monte di Pietà, e
neppure uno aveva ancora saputo trovare quello del ritorno a casa.

Il povero Antonio, smesso ogni orgoglio, andò a dimandar lavoro a
questo ed a quello. Le ripulse non lo stancavano, ebbe il coraggio di
affrontare i più superbi rifiuti, e dalla sua perseveranza ottenne
qualche buon risultato. Dipinse un orrido turco dall'orrida barba con
una lunga pipa in bocca pel tabaccaio; una slombata fortuna (e la fece
brutta per dispetto) che gettava pioggia di denari da un corno
d'abbondanza, pel banco del lotto; e persino (che umiliazione!) una
bottiglia che schizzava il turacciolo per aria ed il vino nei due
bicchieri che gli stavano a fianco, per l'oste a cui doveva sei lire.
Il tabaccaio gli diede poco, il banco del Lotto anche meno, ed il
mercante di vino un bel nulla.

Come se non bastasse tutto questo, mentre la miseria cresceva, l'umore
taccoliero della moglie cresceva ancor esso in proporzione. Non è già
che la Rosina non volesse bene al suo Antonio, oh! per codesto ella si
meritava ogni elogio, chè glie ne voleva anche troppo; da prendersi
tanta cura d'ogni fatto di lui che gli riusciva fastidievole.

Guai s'egli non tornasse a casa appuntino all'ora che aveva detto!

--E dove sei tu stato? e che hai fatto? e come perdi il tuo tempo? e
che pensiero ti dai della tua famiglia? E tu a spasso, ed io a rodermi
qui dentro d'inquietudine con questi marmocchi intorno che mi tolgono
la testa ecc., ecc.

E tocca via con un mondo di parole cosiffatte e di ragioni sragionate
e di rimbrotti senza causa e di lamentazioni e di chiaccole da non
finirla più.

Ad Antonio, benchè ci avesse ormai fatto il callo, quelle scene erano
gravi. Aveva tentato di tutto per farla smettere alla moglie; ma sì,
imporre silenzio ad una di cotali donne, era impresa da ben altri che
il povero pittore non fosse. Quindi per lo migliore, ei s'atteneva il
più sovente al silenzio, e lasciava passare senza ostacoli l'onda
abbondevole e furiosa delle muliebri parole.

Rosina s'accorgeva d'essere grave al marito, e ne soffriva, e se ne
adontava e ne imbizzarriva peggio con esso lui.

--Già tu ti vergogni di me: diceva essa delle volte, mezzo piangente,
mezzo furibonda: non sono che una popolana io.... oh! lo so.... e tu
sei della razza de' signori tu... Bel signorone affè mia, che lasci
crepar di fame e moglie e figliuoli!... Non ho le belle maniere delle
dame io!... Ma toccherà a me un bel giorno guadagnare il pane della
famiglia con queste dieci dita che m'ha fatto la mamma.... O belle le
cerimonie!... O care le stampite della buona società.... o grazioso il
saper discorrerla in quinci e quindi!... Ed io non ne so nulla del
vostro bel gergo.... Io quando parlo, tu mi fai gli occhioni che pare
mi vogli mangiare cruda e fatta.... E se ti duole di me, e se te ne
pesa, e tu non dovevi sposarmi.... O che son io che vi ti ho costretto
col coltello alla gola forse?... T'adonti perfino di accompagnarmi per
istrada... Oh! nei primi tempi del nostro matrimonio non era così che
facevi.... E me lo dice persino messer Agapito, che non è di questa
guisa che uno si governa colla moglie se le vuol bene.

--Messer Agapito s'immischi nelle sue spezierie e non venga a romperci
le tasche: gridava a questo punto Vanardi spazientito.

--Gli è che ha ragione: ripigliava la moglie con maggior calore: tu
non mi vuoi più bene... Sei un cattivo, sì... perchè dovevi lasciarmi
stare... Ed io col mio ago mi guadagnerei da vivere un po' meglio...

Antonio voleva placarla. Essa lo respingeva bruscamente; afforzava i
suoi rimbrotti; terminava con piangere, e si ritraeva musonando e
singhiozzando in un angolo della stanza. I fanciulli vedevano piangere
la madre e si cacciavano a strillare ancor essi. Vanardi faceva a
calmar l'una e ad azzittire gli altri; ragionava, pregava, gridava,
minacciava: niente vi riusciva, finiva per andare in collera,
bestemmiava come un turco, e stucco, intronato, infastidito, si
cacciava il suo cappellaccio in testa e si precipitava fuori di casa,
a passeggiare, le mani in tasca, guardando da vero sfaccendato i
dipinti esposti nelle vetrine di tutti i mercanti di stampe, ai quali
terminava sempre per andare ad offrire un quadro di suo, cui tutti, a
buona ragione, si affrettavano sempre a rifiutare con entusiasmo.

--Oh che vita! oh che vita! esclamava talvolta il povero diavolo. E
pensare che la debbo all'amore dell'arte, e ad un matrimonio per
amore! C'è da disgustare chicchessia dell'una cosa e dell'altra. Mah!
se avessi fatto il droghiere!... Eh! via, questa è viltà! Che?
Rinunzierei al nobile sacerdozio dell'artista? Mi lascierei
scoraggiare dall'impertinenza della sorte? Oibò! Tutti i grandi uomini
sono crepati un pochino di fame: ed Andrea del Sarto aveva una moglie
peggiore della mia... Sono un pusillanime s'io indietreggio innanzi a
quest'iniziazione alla gloria.

E ripigliava la sua tranquillità e il suo buon umore, che erano
figliuoli dell'eccellenza del suo carattere.



III.


Ma esaminiamo più minutamente il quartiere del nostro pittore cui
centosessanta scalini separano dal fango della strada.

Era una specie di gabbia quadrata che sorgeva sul tetto in mezzo alle
più umili soffitte, e generosamente concedeva i buchi delle sue
muraglie all'esterno alla nidificazione dei passeri. La luce, come vi
ho già detto, pioveva per entro da un lucernario che si trovava a
mezzo il soffitto; alcuni suoi vetri, mal difesi da una graticella
rotta di ferro, erano stati fracassati da una grandinata della state e
sostituiti dall'arte provvida del pittore con fogli di carta unta. Le
pareti avevano su una tinta di color grigiastro, sopra il fondo della
quale facevano da arazzi i ragnateli, e frammezzo ad alcune braccia e
gambe di gesso appiccatevi contro si scontorcevano le più bizzarre
figure disegnate dal matto pennello o dalla bianca creta di Antonio.
Un gran paravento alto più che la statura ordinaria d'un uomo divideva
la stanzaccia in due: dall'una parte, appena entrati dall'uscio,
trovato lo studio: ve lo definiscono tosto per tale due cavalletti, di
cui uno zoppo, senza tele, un alto seggiòlo senza spalliera, che perde
la paglia di sotto il piano da sedere, e un trespolino su cui una
cassetta di colori dalle boccettine assecchite, una tavolozza più
secca ancora che pende dal muro, e un esercito--irregolare--di
pennelli di ogni fatta e misura, che giacciono dispersi, come dopo una
sconfitta, da tutte le parti.

Una piccola stufa in ferraccio sta lì, quasi a metà dello spazio,
colla bocca aperta ad aspettare inutilmente un po' di pasto di legna o
di carbone. Sopra ci si vedono in disordine l'uno addosso all'altra
una tazza vuota senza maniglia, una crosta di pan secco, una pipa, una
borsa da tabacco floscia ed un romanzo illustrato di Paolo di Kock
colla copertina tutta strappata e i fogli laceri. La misera stufa
innalza bensì un tubo di ferro che traversa per lo lungo la stanza,
disposta a mandar calorico per esso; ma la deve rimanersene alla buona
intenzione, e il tubo medesimo è tanto freddo da gelar la mano
imprudente che si avventuri a toccarlo. Voi capite da ciò che colà
dentro regna senza temperamento una atmosfera da Siberia.

Nella parte seconda della stanza, separata dal paravento, voi ci
vedreste: in mezzo, un desco a cassetto; da un lato, alla muraglia, un
letto pei genitori, dall'altro, uno stramazzo pei tre bambini più
grandicelli; appiè del letto, la culla dell'ultimo nato. Nell'angolo
destro c'è un fornelletto a due buchi, in quel sinistro un acquario;
lì vicino una secchia colla tazza di latta sopravi; poi una cassapanca
che fa da canterano, una scancia su cui qualche stoviglia, tre
bicchieri, una bottiglia nera, una caraffa bianca incrinata e un
acetabolo senz'ampollini; appesi al muro un ramino, un mestolone ed
una padella. Cinque seggiole fanno meraviglie d'equilibrio per tenersi
ritte sulle loro gambe scassinate.

Un solo oggetto di qualche valore si nota fra tanta miseria; ed è un
quadro con una cornice dorata, che rappresenta dipinta con colori a
olio una giovine donna.

Era una bella figura che aveva nell'espressione del viso alcun che di
soave e di mesto per cui era impossibile il guardarla senza simpatia e
quasi direi senza commozione. Vanardi teneva quel ritratto, perocchè
fosse un ritratto, come cosa preziosissima. Di ogni altro oggetto,
anche del più necessario, si sarebbe prima spogliato che non di
quest'esso. Era il ritratto della donna che il suo amico Adolfo Cioni,
che vi ho già nominato poc'anzi, aveva amato, e per cui era morto.
Adolfo medesimo l'aveva dipinto, copiando l'immagine che di Gina (così
aveva nome la donna) eragli così profondamente impressa nell'animo.
Quando l'infelice era stato ucciso in quel duello fatale dal marito di
lei, il padre di Adolfo aveva consentito che Antonio prendesse nello
studio del morto amico, tutti quegli oggetti che preferisse a memoria
di lui. Vanardi, fra le altre cose, aveva preso questo ritratto. Tutto
il resto era sparito poco a poco sotto la crescente stretta del
bisogno; ma il ritratto di Gina era ancora lì, e Antonio aveva giurato
di conservarlo ad ogni patto sino alla morte.

Di belle volte per questa cagione erano già avvenute delle dispute fra
Vanardi e sua moglie. Costei non sapeva il perchè suo marito ci
volesse tener tanto al possesso di quell'inutile ornamento, e come
mai, avendo vendute tante cose assai più necessarie, non volesse manco
udire a discorrere di sbarazzarsi di quel dipinto. Inutilmente Antonio
le aveva contato tutta la storia; la Rosina tentennava il capo, ne
sentiva o fingeva sentirne sempre i sospetti più ingiuriosi intorno
alla fede del marito, e di quando in quando ne pigliava pretesto, come
se altri e troppi pretesti non ci fossero già, per una buona sfuriata.

In questo momento in cui v'introduco nel misero alloggio di questa
famigliuola, intorno alla quale vedremo svolgersi le scene del dramma
che ho intrapreso di raccontarvi, tutti i componenti della medesima
sono raccolti nel secondo scompartimento dell'unica stanzaccia.

Antonio passeggia in lungo ed in largo, le mani in tasca, la chioma
rabbuffata, le orecchie livide pel freddo, la barba ispida, una pipa
spenta in bocca, battendo i piedi di quando in quando, tutto, a
vederlo, rattrappito dall'intirizzimento. Rosina siede vicino al
deschetto e rappezza, con mani che hanno il colore delle orecchie di
suo marito, dei logori panni pei bambini; innanzi a lei v'è la culla e
in essa il piccino: ella col piede lo fa dondolare perchè dorma e gli
va canticchiando una tediosa cantilena che interrompe tratto tratto
per discorrere coll'uomo; i tre altri bambini ruzzano qua e là per la
casa e fanno un diavoleto da toglier la testa.

Come già ho accennato, la Rosina non può dirsi bella; ma possiede
un'aria tra la capricciosa e l'allegra che può piacere. Ha il capo
avvolto in un fazzoletto logoro di panno-cotone; le spalle e il seno
ha serrati da uno scialle di lana a brandelli, e tratto tratto deve
interrompersi nel suo cucire per soffiarsi sulle dita delle mani
pavonazze, non bastantemente difese dal freddo per certi mezzi guanti
di grossa lana in maglia.

--Sicuro! diceva essa tutto ingrognata; il signor Marone ha detto che
passerebbe quest'oggi senza fallo... e non ci manca di certo... e vuol
essere pagato, quell'impostore birbone... e tu sai che uomo egli è!...
E tu stai lì colle mani in tasca come un melenso che tu sei; e noi ci
toccherà andar nella strada con questo bel caldo... e me mi converrà
trascinarmi dietro e portarmi in collo i bambini ed andare
accattonando, che Dio ti... Uh! me la faresti dire.

Antonio chinava il capo e camminava più lesto.

Il bambino, cui la mamma avea cessato di cullare e che non sentiva più
la cantilena della ninna nanna, si cacciava a strillare: i due più
grandicelli, rincorrendosi l'un l'altro, rovesciavano una seggiola e
finivano di romperle una gamba.

--Eh! vuoi tacere! esclamava impazientita Rosina, ripigliando a
dondolare rabbiosamente la culla, e tirando l'ago più rabbiosamente
ancora: che sbraitatore è questo biricchino! E' mi vuol far diventar
tisica... La li la lerà, la li la lerà... Volete finirla anche voi
altri, sbarrazzini, che ora mi alzo e vi tocco il tempo io di santa
ragione!... Dio buono! Ecco che mi hanno fracassato la sedia... Volete
star fermi una santa volta!... Non avrete da colazione; ecco lì... La
li la lerà, la li la lerà, la li là là.

I ragazzi, all'intemerata materna, si guardavano per di sotto tra di
loro, timorosi, e quietavano un poco; il bambino cullato, sentendo
ripresa la cantilena, cessava dal piangere; succedeva un istante di
tranquillità.

--Ma come fare? come fare? dimandava Antonio parlando a sè stesso.

--Come fare? ripigliava stizzosa la Rosina. Sta a vedere che ha da
essere la donna a trar d'impiccio un omaccione di quel calibro... Ma
gli è da lungo tempo che ci avresti dovuto pensare e provvedere... e
non aspettare che si fosse proprio allo stremo come siam'ora... Via,
sta buono, Carlinuccio... oh, oh, oh, il bel cuorino... fa la nanna,
via ghiottoncello... sì, carino, sì bellino... che il diavolo lo
porti; questo maledetto è il fistolo, tant'è fastidioso!

E tornava a cantare per acchetarlo.

--Papà, ho fame! gridava il primo dei fanciulli.

--Sta zitto. La mamma ti ha messo in penitenza... Non avrai da
colazione.

--Ih! ih! ih! Io ho fame, io...

--Ed anch'io, ed anch'io; gridavano gli altri due marmocchi.

--Volete finirla? sclamava la madre.

--Ih! ih! ih!...

E i tre ragazzi piangevano di conserva e della più bella.

--Giuggiole! che delizia! gridò Antonio levando le mani di tasca per
cacciarseli entro i capelli: e corse al desco, ne tirò fuori a mezzo
il cassetto, vi prese dentro un tòcco di pane inferrigno che c'era, lo
divise in tre pezzi e ne porse uno a ciascuno de' ragazzi.

I quali, con un'unanimità maravigliosa d'avviso, cessarono di botto
dal piangere per mordere dentro il pane a piena bocca.

Ma non tacque la Rosina.

--Che storia è questa? saltò su essa cessando dal cucire per mettersi
le mani sui fianchi, incollerita. Che cosa sono io? un ceppo forse? o
un coccio? o una pantofola? Ho detto che quei furfanti sarebbero stati
senza colazione; ed è a quel modo che tu insegni a' figliuoli a
rispettare la mamma? Che sì, ch'io non so chi mi tenga dall'andar a
levar loro quel tozzo di mano e trartelo sul naso a te che più che
vizi non sai dare a que' martuffini, degni figli tuoi... E veramente
che sei tu a guadagnar loro il pane! Quell'avanzo lì, sai che cos'è? È
l'ultimo resto de' miei pendentini d'oro che si sono portati al
Monte... Ma tu hai in dispregio la moglie...

--Ma no, ma no, protestò Antonio.

--Ma sì, ma sì; insistette la Rosina; e vuoi che anche i tuoi bambocci
abbiano in un calzetto la mamma...

--Via, via Rosina: disse Antonio umilmente, stai buona; vuoi che
lasciassi romperci i timpani da que' strilli?...

--Uhè! uhè! uhè! cominciò il bimbo nella cuna, il quale non era più
dondolato.

--Oh che vita! oh che vita! esclamò la Rosina rimettendosi ad agitare
la culla.

--Oh che vita! oh che vita! ripetè Antonio riprendendo la sua
passeggiata traverso la stanza.

Così stettero un poco senza parlare nè l'un nè l'altro.

Antonio fu il primo a riappiccare il discorso.

--Se provassi ancora una volta a ricorrere a mio zio? diss'egli
piantandosi innanzi alla moglie.

Questa crollò le spalle e non levò neppure il capo dal suo lavoro.

--Eh? che ne dici? insistette il marito.

--Tuo zio è un cane: rispose brusca brusca la Rosina: e tu.... tu sei
un altro animale.

--Un asino: suggerì Antonio: dillo pure.

--L'hai detto tu!

--Grazie tante!

Ed Antonio si rimise ad andare e venire.

--Vuoi star fermo una volta? gridò dopo un poco la moglie. Tu sembri
l'arcolaio della strega che va e che va.... e m'hai già fatto tanto di
testa.

--Oh! la mia arte! la mia arte! esclamò il marito arrestandosi di
botto. Che cosa fa l'arte mia che dovrebb'esser quella a darmi la
salvezza?

--Bell'arte la tua! se ne vedono gli effetti.

--Oh! un'idea! gridò Antonio percotendosi la fronte.

--Che?

--Forse ho trovato il modo di farmi conoscere, di ammansare mio
padrino, di trovar lavoro e di farmi aprir le braccia dallo zio.

--Sentiamolo un tratto questo modo meraviglioso: disse la moglie, e
riprese a cantarellare la sua nenia fra i denti.

--Ecco! Mi metto senza indugio a dipingere per mio zio, cioè pel suo
fondaco, una insegna, una bella insegna, una grande insegna, una
strepitosa insegna.... Oh! la vedo già dinanzi a me come se fosse
fatta: un metro di altezza su quattro di lunghezza: in essa una
dozzina d'amorini, più, due dozzine, anche più, tre, quattro se
occorre.... d'amorini nudi e belli come il sole. L'uno porterà una
scattola di pepe, l'altro un pane di zuccaro, il terzo cioccolato, il
quarto caffè, un quinto un mazzo di candele, un sesto una matassa di
cotone e via dicendo.... Sarà un'opera bella, stupenda, sublime,
grandiosa. Glie la mando al fin del mese come omaggio di capo d'anno.
Ei la fa appiccare sopra la porta del suo fondaco. Tutto il quartiere
ne va in rivoluzione: un'ammirazione universale. Ogni giorno si fa
un'assembramento in istrada di entusiastici spettatori col muso in
aria; e la bottega non si vuota più di gente che vuol procacciarsi
l'onore di comperare all'insegna degli amorini. Chi è l'autore di quel
capo lavoro? domandano tutti. Antonio Vanardi: risponde la fama. Le
commissioni fioccano nel mio studio, e dietro queste i denari e la
gloria. Intanto mio padrino, commosso, lusingato, avvantaggiato da
questo mio successo, mi spalanca le sue braccia e la sua cassa, e....

--E tu sei un matto da legare: interruppe con impeto Rosina.

--Perchè matto? Perchè vuoi gettare un secchio d'acqua sulla fiamma
suscitata dal mio entusiasmo d'ispirazione?

--L'entusiasmo non ti darà i denari che bisogneranno per comprare
solamente i colori che ti occorrerebbero....

--Ah! questo è vero: disse Antonio raumiliato, grattandosi il capo.

--E d'altronde, continuava Rosina, ancorchè tu riuscissi a fare questa
insegna, tuo zio la caccerebbe sul fuoco e farebbe assai bene; e non
ti darebbe mai un soldo, nè più nè meno di quello che ha fatto fin
adesso.... Ah! se tu volessi, lo saprei ben io un mezzo possibile di
salvarci pel momento... Ma tu sei così strano, così incaponito in
certi punti...

--Incaponito? Niente affatto... Suggeriscimi soltanto un mezzo
conveniente, e vedrai. Se tu dunque hai un rimedio, fuori Rosina, e
quando la sia cosa che io possa fare onestamente, mi ci metterò con
testa e braccia e gambe, e tutto quanto.

--Se tuo zio è un uomo senza briciolo di pietà, e ci son bene ancora
nel mondo certe sante persone che hanno carità pel povero prossimo...

--Buono! interruppe Antonio, crollando egli a sua volta le spalle. La
carità del prossimo a questi lumi di luna!--Eh sì, valla a cercare.

--Lasciami dire in tua buon'ora, benedett'uomo che tu sei!... C'è una
degna signora... o che? una marchesa in sul sodo... To', la dimora
giusto qui vicino, nel palazzo qui accosto alla casa del signor
Marone, il primo a man destra andando fuori.

--Eh, so bene chi vuoi dire...

--Sì, neh?... Mi dissero che il suo appartamento, lì al primo piano
nobile, è tutt'oro dal pavimento al soffitto... Ebbene quell'eccellente
signorona... la è vecchia ed impotente e non può più andare attorno che
in un carruccio che si fa spingere da un bell'uomo più alto di te di
tutta la testa, con una gran bella barba nera, e quando esce, con un
gran bell'abito di color verde ricamato in oro e una bella sciabolona al
fianco e un bel cappello montato a piume che pare un generale e che
chiamano il _cacciatore_--l'uomo non il cappello...

--Oh! un bel coso...

--Bello sicuro... E quando la marchesa e' l'ha messa di peso nella
carrozza, come io faccio di Carlinuccio per metterlo nella culla, e'
sale di dietro su quel trespolino, e vi sta ritto, impettito, che vi
fa la più bella vista del mondo. E che le male lingue gliene appiccan
di sonagli, e di costei e di colei, e della moglie dell'oste, e della
figlia del salumaio, e...

--Va bene, va bene: interruppe Vanardi; ma che ci avrei da fare io
colla signora marchesa e col suo _cacciatore_?

--Sta a sentire. Ella fa carità a tutta la gente che a lei ricorre, e
non v'è poveretto che entri colà dentro, il quale non esca con una
bella manciata di denari... Se tu vestissi il tuo soprabito color
marrone... il solo che te ne resta... e te le presentassi...

Antonio fece una smorfia.

--E che ti frulla adesso? Vorresti ch'io n'andassi a domandar
l'elemosina? Piuttosto, piuttosto...

--Uh! uh! Ecco lì il superbioso!... Piuttosto lasciar schiattar moglie
e figliuoli di fame neh?.. Di' che non vuoi far proprio nulla e che ti
aspetti da neghittoso che ti piova la manna sulla bocca...

--Fa il piacere Rosina; non suonarmi di questo strumento, non sono
fatto per codeste umiliazioni io. M'acconcerei prima a pormi sulla
cantonata con una gerla sulle spalle; to', vedi quel che ti dico.

--Ed io ti ripeto che sei un basoso con delle scioccherie e dei fumi,
null'altro... Oppure, se te ne paresse meglio, in faccia a noi, al
secondo piano, dove vi sono quelle finestre sempre colle tendine sì
accuratamente tirate ai cristalli, ci sta quell'uomo... quel
grand'uomo... sai bene!... quel brutto, grosso, col capo insaccato
nelle spalle, colla pelle del color del prosciutto... Ah! per brutto
egli lo è daddovero... che lo chiamano fil... fal... fila... filo...
com'è che si dice?... filanpetro...

--Filantropo.

--Giusto. Il quale vuole non ci sia più della povera gente, e che se
badassero a lui tutti mangerebbero beccafichi, e che scrive giù un
giornale, ma di quelli! su cui dice chiaro e tondo il con e il ron
delle cose, come sono i signori che affamano i poveri diavoli, e che
si dovrebbe...

--Rosina! Dove diavolo sei andata a pescare tutte queste fandonie?

--Gli è messer Agapito che mi ha detto...

--Ah! gli è quel caro signor Agapito! Ma e' ci viene dunque sempre in
casa mia?

--Per sua bontà, tutti i giorni: egli era qui poc'anzi, prima che tu
tornassi. Ed è stato lui a consigliarmi di ricorrere dalla signora
marchesa o da quel signore... come si chiama? Lo speziale aggiunse che
quest'ultimo fa benissimo il suo interesse parlando e scrivendo sempre
di quel d'altrui: ma tu sai che quel caro uomo è un po' maldicente...

--Un po'!... Cospetto! È la mormorazione fatta uomo... Ma quel caro
messer dovrebbe piuttosto pensare a pagarmi l'opera mia. Non ti ha mai
detto nulla a questo proposito?

--Sì... Me ne parlava ancora questa mattina.

--Ah! E che diceva egli?

--Che avendogli tu dipinto quel suo ipocrita...

--Ippocrate.

--Sì: Iporcate e Baleno, egli ci avrebbe sempre gratuitamente resi i
suoi servizi...

--I suoi servizi!... Eh! me ne infischio io de' suoi servizi... Poichè
la va così, corro giù tosto e mi spiego aperto con esso lui...

In questa un discreto picchiare all'uscio li fece stare entrambi.

--O mio Dio, ch'egli è il padrone di casa: disse Rosina allibita.

--Diavolo! diavolo! sclamò Antonio grattandosi con furore il capo.

E dal di fuori si tornava a picchiare, ed una voce dolcereccia
cacciava dentro pel buco della toppa queste parole:

--Aprite: son io.

--Gli è proprio lui. Mi vien voglia di rispondergli che in casa non
c'è nessuno.



IV.


Antonio fece forza per darsi un contegno tranquillo ed un fermo
aspetto, e si mosse per andare ad aprire. Ma egli era appena venuto
fuori dal paravento che spartiva la stanza, quando il signor Marone,
trovato l'uscio chiuso soltanto col saliscendi, aveva levata la
stanghetta, sospinto il battente ed entrava dicendo:

--È permesso? Si può? Scusino.

--Oh, signor Marone! esclamò Antonio inchinandosi con tutta la mostra
della civiltà. Sia il benvenuto; la riverisco.

Anche Rosina si levò da sedere, mosse incontro al nuovo arrivato e gli
fece una bella riverenza, dicendo con un bel sorriso:

--Serva sua.

Marone si avanzava con un risolino, che voleva essere grazioso, alle
labbra. Era grande e grosso come un facchino, e vestiva da sacristano:
sulla sua feccia da villan rifatto voleva mettervi a forza qualche
cosa di umile, di piacevole, di benigno, e non riusciva che ad una
smorfia; teneva gli occhi abitualmente rivolti a terra, ma li alzava
spesso verso il cielo. Le mani che ora tenevano, l'una il cappello
frusto e l'altra il bastone, soleva quasi sempre intrecciare insieme
come fa chi prega; aveva una voce rauca e grossolana, ch'egli si
provava a rendere mite e benevola; in poche parole portava l'aspetto
d'un impostore, e il suo aspetto era la cosa più franca e veritiera
che fosse in lui.

S'inoltrò nel camerone e oltrapassò la linea del paravento, mettendo
così il piede nella parte più intima della dimora di quella famiglia e
si fermò a pochi passi dalla tavola su cui Rosina alzandosi aveva
gettato alla rinfusa i panni intorno a cui stava lavorando; piantò in
terra la sua mazza, vi appoggiò su le due mani una accavallata
all'altra, e fatti scorrere que' suoi occhi di talpa, quasi di furto,
su Vanardi, su Rosina e sui tre ragazzi che si erano fermi in gruppo,
il tozzo di pane in mano e gli occhi larghi, a guardare il nuovo
venuto, disse con voce tutto dolciata:

--Buon giorno, miei cari. Lei sta bene, signora Rosina?

--Benone, grazie. Oh, quanto a salute non è quello che ci manca.

--E lei, signor Vanardi?

--Benonissimo; e se si potesse batter moneta coll'appetito vorrei
anch'io diventar proprietario di casa.

Marone fece una risatina falsa come una filza di perle di vetro.

--Ah, ah, ah! sempre di buon umore lei!.. Le auguro che continui....
Sì, le auguro che coll'aiuto della Provvidenza e della santa Vergine
(ed alzò gli occhi al lucernario) lei e la sua famiglia possano sempre
star nella grazia di Dio... Eh, eh! siamo presto al Natale ed alla
fine dell'anno.

--Ci abbiamo ancora quindici giorni... disse timidamente Antonio.

--Che cosa sono quindici giorni? La vede come passa il tempo!...
Sembra la settimana scorsa soltanto che l'anno è incominciato, ed
eccoci già invece all'anno nuovo.

--Questo è vero.

--Dunque, buone feste e buon fine e buon principio.

--Grazie mille: rispose Antonio. Ed altrettanto a lei, signor mio, che
il Cielo le mandi ogni sorta di bene.

E Rosina a soggiungere colla vivacità della sua parlantina:

--Sì, certo; quantunque lei non ne abbia bisogno, che lei è un
signorone che ne ha di ogni grazia di Dio a bizzeffe...

--Cioè, cioè: interruppe Marone sorridendo, scotendo il capo ed
agitando la mano; non bisogna credere tutto quello che dice il mondo
delle mie fortune. Anch'io, benedetta la pazienza! ho i miei
impicci... Non mi lamento già!! Curvo rassegnato il capo ai decreti
della Provvidenza; ma anche per me questi sono cattivi tempi. La
ricchezza vera e sola di cui posso vantarmi è una pura coscienza.

--Pura come l'acqua sporca: pensò Vanardi fra sè gettando un'occhiata
impaziente e quasi indispettita sulla faccia ipocrita del padrone di
casa.

--La coscienza è una bella cosa, ripigliava la Rosina, ma dei buoni
redditi sicuri, come sono i suoi, non guastano la vita... Anche noi
abbiamo la coscienza netta, come abbiamo ancora di tutt'oggi lo
stomaco che non ha fatto colazione, ma ciò non basta a farci bollire
la pignatta, noi che si manca di tutto e si stenta maledettamente la
vita, sa!

Marone si pose a tossir forte, trasse di tasca il moccichino e si
purgò il naso rumorosamente.

--Ehm! ehm! diss'egli poi ripiegando accuratamente il fazzoletto e
rimettendolo in saccoccia: questi loro cari ragazzi son vispi come
pesci nell'acqua. Gli è un piacere il vederli.

I fanciulli stavano sempre guardandolo curiosamente come una bestia
rara. La mamma prese il più grandicello per un braccio, e tirandolo
via di lì disse loro con accento proverbiante:

--Oh! volete levarvi dai piedi della gente, scioccherelli?

--Li lasci, li lasci, madama, la prego...

--Ma no, ma no... Venga avanti, signor Marone... La favorisca,
s'accomodi... Antonio, porgi una sedia al signor Marone... che
benedetto uomo! Tu stai lì interito come un piuolo. Vedi che l'è
ancora rovesciata per terra la sedia che que' mariuoli hanno finito di
rompere... Ah, che demonii, sa, signor Marone! Roba da diventar
matti... Mi fracassan tutto qui dentro... Bisogna sempre aver la voce
sugli acuti a gridare... E il loro padre che non sa farsene
ubbidire!... Ecco qui una seggiola buona... voglio dire che non è
sconquassata come le altre... Di grazia, la si accomodi un pochino.
Vanardi, su via, muoviti; piglia il cappello e la canna del signor
Marone.

--Grazie, grazie, non occorre: diceva il padrone di casa volendosene
schermire; ma la Rosina s'era già precipitata sul cappello e glie lo
levava a forza di mano, ed Antonio, seguendone l'esempio,
s'impadroniva della mazza.

Il signor Marone sedeva, intrecciava le dita delle mani sulle sue
ginocchia, si metteva a far girare i pollici, e con voce ancora più
mansueta, e con aspetto ancora più benigno, guardando ostinatamente la
punta dei suoi grossi scarponi, riprese a dire:

--Stamattina ho avuto il piacere d'incontrare la signora Rosina...

--Sì, signore, disse questa sollecita: andavo a fare una commissione,
e se la vuol sapere, andavo a cercar del lavoro. Mi avevano detto che
la sarta, la quale abita costaggiù alla seconda cantonata, cercava
delle cucitrici; e siccome io, non fo per dire, ma coll'ago e il refe
in mano sfido qualunque siasi ad avere un punto più sollecito e più
fino e più eguale, sono andata ad esibirmi... Eh sì! la mi ha detto
che ne aveva già due di troppo di operaie...

Marone trasse un sospiro e levò gli occhi al soffitto.

--Il lavoro manca per tutti, e non ci furono mai tante miserie come a
questo tempo. La Provvidenza ci vuol punire tutti quanti dei nostri
peccati, delle nostre empietà, della guerra sacrilega che facciamo
alla Chiesa ed al clero.

Chinò il capo in aria tutto compunta, appoggiò le mani incrociate al
petto curvo, e parve recitare una giaculatoria.

Antonio si morse i baffi per fermare sulle sue labbra le parole
insolenti che avevano una matta voglia di venirne fuori.

--Ah, sì, disse la Rosina, ci sono molte miserie nel mondo, e non vi
fu mai bisogno come ora che si eserciti la carità del prossimo.

Il padrone di casa fece un cenno affermativo col capo e colle mani,
per significare che approvava vivamente quel che diceva la Rosina.

E questa continuava:

--E per fortuna ce n'è ancora di carità nel mondo.

--Dica per grazia di Dio.

--Come vuole... Di parecchie persone misericordiose si trovano in
questa nostra città.

Marone strinse le spalle, allargò le braccia e mandò un'esclamazione,
come per dire:

--Eh via, qualche cosa c'è pure, ma dovrebbe esserci di meglio.

--E tra queste persone dobbiamo contare anche lei, signor Marone.

Questi fece colle mani il moto vivace di chi respinge un vistoso dono
che gli si offra, e con un calore di modestia ammirabile, esclamò:

--Oh, che cosa dice?... Io non sono nulla, e pur troppo non posso far
nulla... Certo tutte quelle buone opere che mi si presentano da fare
io non le trascuro. Posso dirmi con nobile orgoglio che qualche cosa
di bene si deve pure alla meschina opera mia... La congregazione di
Santa Filomena, se non fosse di me, non camminerebbe forse con tanta
prosperità... Ma che cosa dico? Oh buon Gesù! Ecco che io commetto un
peccato d'orgoglio.

--Eh! i suoi meriti sono conosciuti... Poc'anzi che l'ho trovato sulla
porta della marchesa di Campidoro, sono certa ch'ella andava da questa
brava signora per qualche opera buona.

--Sì, appunto: rispose Marone; per alcuni bisogni della nostra
congregazione, di cui la marchesa è una delle socie più benemerite e
generose.

--È dunque proprio vero che la vecchia marchesa è caritatevole come
non si può essere di meglio?

--Se è vero? esclamò il proprietario levando le mani in atto
d'ammirazione. Val quanto dire che quella donna è la carità in
persona.

Rosina lanciò un'occhiata d'intelligenza a suo marito, con cui voleva
dire:

--Vedi s'io t'ho parlato giusto!

Marone continuava con entusiasmo:

--È il miglior sostegno della nostra pia congregazione. Quando nasce
qualche bisogno straordinario, a cui non so come parare, io vado tosto
dalla marchesa; sono sicuro di uscirne sempre con quel che mi occorre.

--E quali sono le opere di carità che specialmente compie questa loro
pia congregazione? domandò Antonio.

Il padrone di casa levò su il capo con mossa imponente e rispose con
enfasi:

--Le migliori che si possano immaginare. Noi compriamo quanto più ci
viene fatto di figliuole di mori, le facciamo battezzare ed allevare
nella nostra santa religione... Noi non ci occupiamo che delle
ragazze; dei maschi si dà pensiero una società sorella, quella di S.
Primitivo; e così ogni anno sono delle belle dozzine di anime che noi
abbiamo la viva e pura soddisfazione d'aver rapito al demonio e
avviate per la strada del paradiso.

--Se non si perdono cammin facendo! disse Antonio, che fece una
smorfia la quale indicava come non provasse un soverchio entusiasmo
per questa bella impresa. La cosa è certamente degna d'encomio,
soggiunse egli diffatti, ma mi sembra che senza andarle a cercar tanto
lontano ci sarebbero delle opere di carità non meno e forse più
interessanti da eseguirsi qui in paese... Non diceva ella medesima
poco fa che mai non ci furono tante miserie come a questo tempo? Pare
a me che prima d'occuparsi dei figliuoli dei mori si potrebbe pensare
ai figliuoli dei cristiani che muoiono di fame.

Marone volse al pittore uno sguardo di freddo rimprovero e quasi di
sprezzo.

--Nulla è più meritevole e più degno che togliere un'anima dagli
artigli di Satanasso: la carità che vi concede qualche bene materiale,
passeggero, che cos'è appetto a quella che vi apre la felicità
sempiterna?

Il pittore avrebbe pure avuto ancora qualche piccola osservazioncella
da fare; ma la moglie che voleva ad ogni modo abbonire il padrone di
casa, disse ella per la prima:

--Questo è vero; lei ha perfettamente ragione.... Del resto si può
anche fare una cosa e l'altra.... Mi dicono per esempio, che la
signora marchesa di Campidoro non trascura di soccorrere anche le
miserie dei poverelli di qua.

--Sì, rispose Marone masticando: la è una brava signora piena di buone
intenzioni, e di denari la ne spende assai ed assai in elemosine....
Non sempre forse i frutti che ne ottiene corrispondono all'entità
delle somme.... Poveretta! La se ne lascia mangiare di belli dal terzo
e dal quarto.

--E forse più che da tutti, da quel bell'uomo del suo _cacciatore_;
disse Rosina che non poteva tener la lingua a segno.

--Lei vuol dire Grisostomo? rispose Marone, chinando gli occhi sulla
punta delle sue scarpe. Oh, quello è un brav'uomo che non c'è nulla da
dire.... Se non avesse altri intorno che lui!... Ma ha trovato modo di
ficcarlesi eziandio alle costole un certo tale, un sedicente filosofo,
un umanitario: quel signor Salicotto che abita costà davanti alla mia
casa, un empio che con bei discorsi e declamazioni d'una falsa
filosofia cerca staccar le anime dalla vera religione e tira l'acqua
al suo mulino; ma spero che coll'aiuto di quel sant'uomo del curato e
di Grisostomo stesso apriremo gli occhi a quella brava signora e la
libereremo da questo insidiatore.... Ma veniamo a noi. La cagione
della mia venuta, loro la possono indovinare. A queste stagioni, io
amo andare a vedere io stesso i miei inquilini. Passo da tutti, e
porto meco per ciascuno la sua quietanza di pigione bella e fatta.
Ecco qui la sua, signor Vanardi.

Trasse di tasca un portafogli, l'aprì, ne levò una carta, e,
spiegatala, la porse al pittore a fargliela vedere.

--Come! già la quitanza? disse Antonio arruffandosi i peli della
barba. Ma non è ancora scaduto il semestre.

--Non vi ha più che quindici giorni.... E loro d'altronde mi devono
ancora il precedente.

--Questo è vero.

--Poco fa mi ha promesso lei medesimo di pagarmi in questa settimana.

--Anche questo è vero.

--Ed ecco dunque la ricevuta.

--Sì, signore: disse Vanardi puntando le due braccia alla tavola:
tutto ciò va bene che non fa pure una grinza.

--Ella dunque mi fa il piacere di rimettermi la somma ed io lascio qui
la ricevuta già firmata.

Antonio chiamava alla riscossa tutto il suo coraggio. Rosina si pose
ad andare e venire con agitazione per la stanca, fingendo riporre
delle robe e dar sesto alla casa.

--Andrebbe tutto a meraviglia, saltò su dopo un poco il povero
pittore, s'io davvero le potessi pagare adesso adesso quella somma, ma
essendo che pel momento proprio non lo posso, non credo che lei voglia
lasciarmi lo stesso quella quitanza in sì buona regola.

Marone gettò di sbieco uno sguardo ratto sul suo interlocutore ed
atteggiò le labbra al suo solito falso sorriso.

--Ah, ah! la vuole scherzare, signor Vanardi.

--Scherzare! esclamò accostandosi vivamente Rosina, a cui pareva già
d'aver taciuto assai troppo.

Ma il marito le fe' cenno colla mano stesse cheta e lasciasse parlar
lui: ed essa, per quella volta, fece il miracolo d'obbedire.

--No, pregiatissimo signor Marone, rispose Antonio: non ischerzo
niente affatto. Quei denari non li ho, e non so donde andarli a
stampare.... là!

Il padrone di casa gettò intorno a sè degli sguardi irrequieti.

--La dice daddovero?

--Daddoverissimo.

--Non può procacciarseli in nessun modo?

--In nissunissimo.

--Corbezzoli!

Marone si alzò con una fisonomia severa come quella d'un giudice
convinto della colpa del reo e andò lentamente verso la tavola a
prendersi il cappello e il bastone.

--Allora, diss'egli trascinando le parole e ripetendole come per farle
penetrar più addentro nell'animo degli ascoltatori, allora... io sarò
costretto... sì sono costretto... valermi dei mezzi che mi dà la
legge... di tutti i mezzi che mi dà la legge.

Rosina, che non poteva più stare alle mosse, gli si piantò dinanzi
colle mani in sui fianchi:

--Vuol dire, proruppe, che ci farà l'_esecuzione_, e ci venderà tutte
queste poche robe che ci rimangono, e ci metterà in mezzo la strada...

--Queste robe, queste robe: disse sprezzosamente Marone, guardandosi
intorno. Forse che basteranno a pagarmi del mio avere?

E Rosina che incominciava a perdere il sangue freddo:

--Eh sì, valgon poco..., sì, sono povere masserizie, ma sono di onesta
gente, che non merita d'essere trattata come cani...

--Rosina! esclamò Vanardi, facendole gli occhi grossi.

--Eh, lasciami dire, chè la mi prude...

--Onesta gente: ripeteva il proprietario; certo che sì, va benissimo;
io ho per loro la maggiore stima, ma quando non si paga...

--Quando un povero diavolo ha la sfortuna che lo perseguita...

--Ah! mia cara madama Vanardi, la sfortuna è una scusa bella e buona
per tutti quelli che mancano ai loro impegni... Ma la si metta un poco
ne' miei panni anco lei... Un proprietario... vive della pigione della
sua casa; ora se il provento non gli entra in cassa, come avrà egli da
fare?

--Oh bella!... Per una sì poca somma!... La stia zitto, la mi faccia
piacere, signor Marone. Ricco com'è, che sì che gliene ha da far molto
di questo in più od in meno.

--Io non sono ricco, le ripeto: disse bruscamente Marone; e non voglio
perdere l'aver mio.

--Non si tratta di perderlo: soggiunse Vanardi con calore. Noi
pagheremo senza fallo. Ci dia solamente ancora un po' di respiro.

--Eh! ve ne ho già dato di troppo... Sono sei mesi che mi menate pel
naso.

--Ci mostri il suo buon cuore, disse la Rosina con un tono di
supplicazione che lasciava travedere al di sotto la bizza presso a
saltare.

Il proprietario si pose in testa il cappello e si mosse per uscire.

--Non lo posso: diss'egli asciutto asciutto. Provvedete ai fatti
vostri, io provvedo ai miei.

--Ma signore, gridò Rosina tutto accesa in volto: vuol ella essere
peggio che inesorabile! È questa la carità che ha per la povera gente?

Marone si fermò, battè in terra la ghiera della sua mazza e rispose
borbottando:

--La carità! la carità!... Certo che ne ho e di molta, verso chi se la
merita... Tutti lo sanno... ed anche il signor Parroco... Ma non mi
tocca rovinarmi per giovare a chi non sa bastare a' suoi impegni; ma
la vera carità non ha da favorire l'ozio, l'infingardaggine e la...
Basta, non dico altro, appunto per amor del prossimo.

Rosina scoppiò come un petardo.

--Come sarebbe a dire? gridò essa venendo incontro al padrone di casa,
con mossa quasi minacciante. Gli è a noi che fa di questi bei
complimenti lei, brutto muso da torcicollo?...

--Oh, là, là! esclamò Marone diventando rosso sino alla fronte.

Antonio che offeso dalle parole di Marone voleva pure rimbeccarlo di
proposito, antivenuto dall'uscita dalla moglie, pensò all'incontro suo
dovere di adoperarsi a calmarla.

--Via, via, Rosina, bada alle tue parole per amor di Dio!

Ma la donna allontanandolo da sè con uno spintone:

--Eh lasciami stare, pan bollito che tu sei. Non senti le belle
giuggiole che ci dà a succiare questo signor dabbene? E te le vuoi
pigliare come confetti, tutto rimminchionito, che il cielo ti dia il
limbo degl'innocenti!... Lasciami vuotare un po' il sacco, o schiatto.

E si rivolse di bel nuovo al padrone di casa.

Ma questi in quel punto medesimo apparve preso da una grande
meraviglia. Un suo sguardo era caduto sopra il quadro dalla cornice
dorata di cui s'è fatto cenno nel capitolo precedente; egli s'era
fermato di botto e stava esaminandolo attentamente; poi passo a passo,
come attirato da vivissima curiosità, non badando gran che alle parole
della Rosina, si venne raccostando al luogo dove il quadro era
appiccato alla parete.

E la Rosina colle mani in sui fianchi sbraitava inviperita:

--Ah, noi siamo infingardi, lei dice; noi siamo oziosi, noi siamo
birbanti da mazzate, al suo garbato avviso! E perchè lei ha avuto la
fortuna, chi sa come! di acciuffare, chi sa per che verso, la
ricchezza, ci ha da trattar noi come scalzagatti e mascalzoni, che
infatti in fatti poi, de' signori in giubba ne valiamo le dozzine!

Ma il padron di casa, senza darsi per inteso delle parole di Rosina,
non cessava dal rimirar fiso quel quadro, e borbottava a mezza voce:

--È strana, proprio strana!

Poi si volse di pieno ad Antonio, che stava osservando con interesse
queste mostre di stupore nel padron di casa.

--È lungo tempo che ella ha questo quadro?

--Sono tre anni.

--È fatto da lei?

--No: è l'opera di Adolfo Cioni... Ha lei conosciuto Adolfo?... o
qualcuno di quella famiglia?

--Niente affatto; e questo è un ritratto od una figura di fantasia?

--È un ritratto.

--Di qualche signora di sua conoscenza? Scusi queste domande, ma una
strana rassomiglianza...

--È il ritratto d'una giovine signora che ho conosciuto assai, e che
da più di tre anni è sparita, senza che se ne sapessero più notizie
nessune.

--Sparita!... Davvero.... Diavolo! diavolo!

Ma Rosina in quella con impazienza:

--Eh? che cosa mi viene, adesso a dare la volta alla frittata con
quello _spegazzo_?

Marone con vivo interesse di curiosità, non abbadando alla donna, si
rifaceva a domandare:

--E il nome? Potrebbe dirmene il nome?

--Certo che sì. La nasceva Balma e s'era sposata al capitano
Orsacchio... Un vecchio scellerato, quello lì, che se mai mi capitasse
nelle mani, io che non sono buono a far male ad una mosca, vorrei pur
tuttavia conciare per bene... E di nome di battesimo la si chiamava
Gina.

--Ah, Gina?... Cospetto... Ed è sparita da tre anni?... Oh, oh!

--Signor Marone: disse Antonio con una agitazione che non cercava
menomamente nascondere. Ella conosce quella donna? Ella ne sa qualche
cosa? Per carità, se così è, non mi nasconda nulla... Per la memoria
del mio buon Adolfo, per la pietà che quella povera infelice deve
ispirare a tutti che abbiano un cuore, in nome della carità la prego e
scongiuro a dirmi tutto, e facesse Iddio che le sue parole mi
potessero mettere sulle traccie di quella sventurata.

Ma qui ecco la Rosina risaltare in mezzo con una nuova inquietudine ed
una nuova collera.

--Te ne preme dunque molto di codesta non so che cosa, signorino mio
garbato?.. Ah! mi farai credere che gli è in memoria dell'amico, che
gli è per compassione di cuore che tu la cerchi con tanta
sollecitudine, allorquando gli asini voleranno... E lei signor Marone
la conosce questo mobile che mi ha tutta l'aria d'essere una di quelle
civettuole e peggio, per cui loro zucconi d'uomini fanno le mille
pazzie... Eh già! Questa tela sporca era di troppo preziosa a messere!
Avrebbe lasciato crepar di fame moglie e figliuoli piuttosto che
venderla... State zitto, signor Vanardi, che ve lo siete lasciato
scappar detto. Ed ora che vi nasce una speranza di saperne le novelle,
ve' come v'ingalluzzite!... Oh gli uomini! gli uomini!... E sopratutto
i mariti!...

--Rosina! vuoi tu sempre esserne allo solite?

--Signor Marone non gli dica niente, sa! Se ha la disgrazia di
apprendergli tanto così sul conto di quella donna... senza contare che
farebbe con ciò un bel mestiere... gliene cavo gli occhi.

--La non s'incomodi, signora Rosina, e non tema di nulla. Io non dirò
nulla, perchè non so nulla. La signora Orsacchio, come suo marito mi
dice che si chiama l'originale di questo quadro, io non l'ho mai
sentita a nominare, altro che conoscerla... Ho trovato in questa
figura una certa rassomiglianza con un'altra persona... una persona
che ho visto una volta sola...

--Dove? dove? non potè trattenersi dal domandare Antonio: e la moglie
ne lo punì con un'occhiata furibonda ed un pizzicotto.

--Non mi ricordo più nemmeno... Ma la è una donna che porta altro
nome...

--E dove la si trova?

--Non saprei dirglielo: l'ho perduta, come si suol dire, di vista.

Vanardi avrebbe voluto insistere, ma la presenza della moglie sempre
più sospettosa ne lo trattenne. Gli parve però che Marone mentisse per
isbrigarsene, e dovesse sapere qualche cosa di più di quanto diceva.
Un segreto presentimento, quasi un istinto, pareva ammonirlo che stava
per iscoprire finalmente una traccia da penetrare, sapendo
adoperarvisi, entro quel mistero che da tre anni gli pesava sul cuore.
Determinò fra sè di non trascurare a niun modo questo leggier filo di
cui pareva offrirgli finalmente un capo la sorte, e di consultare il
suo amico Giovanni Selva, uomo di molto acume, intorno al miglior
mezzo di procedere in proposito.

--Torniamo ai nostri affari, disse Marone cambiando però il precedente
in un tono più mite ed umano. Per provarle, signora Vanardi, ch'io non
manco di carità, anche a mio danno, consento ad aspettare altri
quindici giorni... ma non di più, sa!... Se dopo questo intervallo non
sarò pagato, allora... Intanto mi stieno bene e ricevano i miei più
cordiali auguri.

Uscì con mille inchini e salutazioni.

--Bella carità! esclamò Rosina facendo il pugno dietro il proprietario
partitosi; quindici giorni di tempo! Come faremo a mettere insieme i
denari dell'affitto?... ed a pagare gli altri debiti?... ed a mangiare
tutti i giorni?

--Mi farò pagare dallo speziale, disse Antonio.

--Sì che questo ci vorrà mantener grassi!

Vanardi prese una grande risoluzione.

--E... e scriverò anche una volta una lettera di supplicazioni a mio
zio padrino.

Il signor Marone scendendo le scale borbottava fra sè:

--È proprio strana! Una rassomiglianza cotanta non l'ho mai vista.
Dev'essere quella dessa... Eppure!... Orsacchio!... Non ho mai sentito
questo nome... Eh, sì! un nome si fa presto a cambiarlo. Ho sempre
pensato che nell'esistenza di quei due c'era un garbuglio... Sta a
vedere che adesso lo vengo a scovar fuori. Certo, agirò con molta
prudenza, ma ho in mente che quel quadro non mi lascierà perder nulla
della mia pigione, e che anzi vi può essere qualche buon affare da
trarne profitto... Giusto! Di quest'oggi stesso voglio andare a
Valnota a farne motto al signor Nicolazzi... Appunto con questa
occasione ne esigerò l'affitto. Vedremo! vedremo!



V.


La Rosina, dopo la partenza del proprietario, aveva accennato di voler
continuare il suo repetio; ma Vanardi era allora ricorso ad un suo
mezzo estremo, di cui, appunto per non ispuntarne l'efficacia, non
usava che rarissimamente, nelle occasioni solenni.

Questo mezzo era il seguente.

Si piantò ritto innanzi alla moglie, arruffatesi colla destra convulsa
le chiome già arruffate, rotando paurosamente gli occhi come uomo che
ha smarrito il lume della ragione, ed urlò con voce di basso profondo:

--Oh, sai che tu mi hai fradicio, e ch'io sono non so se più stufo o
più disperato dei fatti miei? O la smetti od io, com'è vero il diavolo
che mi porti, vado via, mi getto ad affogarmi nel Po, e ti pianto te
coi bambini e l'amor tuo e la tua lingua, che son peggio della
versiera.

Questa minaccia, in rare dosi, faceva sempre il suo effetto sulla
buona moglie che in realtà voleva a suo marito il maggior bene del
mondo. Rosina s'acquetò, e tornò a' suoi panni da cucire presso il
desco, dove sedutasi, riprese a dondolar la culla dell'ultimo nato.

Vanardi, commosso da tanta virtù di sommessa rassegnazione, stette un
poco a guardarla, e poi le si fece presso ed abbracciatala alle
spalle, la baciò amorosamente sulla fronte.

La giovane donna arrossì tutta dal piacere.

--Ah! come saresti buona, disse Antonio, se tu non fossi così spesso
cattiva.

--Io sono cattiva! esclamò la moglie levando su vivamente il capo. Sei
tu che...

--Zitto, zitto; non rifacciamoci da capo. Voglio scrivere la lettera
allo zio; e conviene che mi ci metta con tutti i sentimenti del corpo
e dell'anima.

Il bambino nella culla ricominciò in quella a strillare più forte, e
Rosina dovette volgere ad esso tutta la sua attenzione.

Vanardi frugò tanto fra tutte le sue cose, che infine, per gran
fortuna, riuscì a scovar fuori un biglietto di carta, che con un po'
d'audacia d'espressione poteva dirsi bianco e polito; vi passo su due
o tre volte la manica del vestito, come per lisciarlo viemmeglio; lo
pose con una certa cura sopra la tavola; tolse d'in sulla scansia un
fondo di bicchiere rotto, entro cui stava un pezzetto di spugna
annerito da un inchiostro già asseccato; ci versò su alcune goccie
d'acqua, e con uno spuntone di penna d'oca a barbe riccie e
scarmigliate rimestò ben bene: poi sedette innanzi a quel foglio, il
bicchier rotto lì vicino, la sua mano sinistra sopra la carta, nella
destra quel simulacro di penna, ed aggrottò le sopracciglia in una
meditazione laboriosa e profonda.

Rosina, poichè s'era accorta che nè il dondolarlo nè il cantargli la
nenia valevano più a far dormire il piccino nella cuna, lo aveva
levato su e lo teneva sulle sue ginocchia, parlandogli di parole senza
senso e facendogli vezzi. Il bambino ora sorrideva, ora faceva greppo,
ora metteva sue voci infantili, ora dava qualche pianto, in mezzo alle
dolcezze, ai rimbrotti, ai parlari che gli faceva la mamma.

Gli altri fanciulli avevano ripreso della più bella il loro ruzzar per
la stanza e facevano un chiasso che Dio vel dica. Tantochè il nostro
Antonio, quand'ebbe scritto in alto del foglio: «Carissimo mio signor
zio e padrino» e si volle concentrare per mettere insieme idee, non ne
potè raccappezzare pur una in quel rumore di voci, di passi, di grida,
che gli si veniva facendo dintorno.

Allora gittò con impazienza la penna sulla tavola, e ruppe fuori in
queste parole:

--Eh! volete star cheti tutti quanti che il fistolo vi colga!
Tonietto, sodo, dico, e va a studiar l'abbicì; tu Pippo, là in
quell'angolo e fermo per mezz'ora; tu Gaetanino presso alla mamma e
guai se ti muovi!... E tu pure, Rosina, taci tu stessa, se gli è
possibile, e fa tacere il tuo fantolino un momento.

I bambini, alla subita sgridata paterna, stettero lì sorpresi, come e
dove si trovavano, e guardavano attoniti il padre in volto senza
muoversi più e senza accennar di ubbidire.

--Ebbene, avete capito o siete sordi? Corpo del diavolo! gridò
Antonio, battendo sulla tavola un forte pugno che fece ribalzare quel
frammento di bicchiere che faceva da calamaio.

Tonietto, il più grandicello dei bimbi, (gli aveva fatto dare a
battesimo il nome suo e dello zio) non attese altro e sgusciò via
lesto di là del paravento nell'altra parte della stanza; ma Pippo e
Gaetanino, atterriti, cominciarono per far grosso il rifiato, poi
diedero in qualche singhiozzo e finirono per iscoppiare in pianto
dirotto.

--Ed ecco delle tue solite: gridò allora la Rosina: li fai sempre
piangere ingiustamente tu!... Oh che uomo!... Venite qui carini,
venite colla mamma, che il babbo gli è cattivo.

Ma Vanardi già s'era levato ed era corso dai figliuoli.

--Là, là, piccini: disse loro tutto amorevole: non piangete... Pippo
sii buono... To' Gaetanino la chiave del papà e giuoca con essa... Da
bravi, smettetela; adesso ch'io esco di casa vi andrò a comperare i
confetti: che sì che vorranno esser buoni!

Ed il povero diavolo non aveva pure da comperar loro del pane!

Coll'accarezzarli, coll'abbracciarli, colle promesse, tanto ottenne
che alla fine s'acchetarono; un certo silenzio relativo si stabilì
nella stanza, ed egli potè dare tutta la sua attenzione alla
compilazione della lettera per lo zio droghiere.

La qual lettera riusci del tenore seguente:


    «Carissimo mio signor zio e padrino.

«Vengo con questa mia ad adempiere al mio dovere di augurarle il buon
Natale ed il buon fine e il buon principio con tutte quelle felicità
che si merita: e che Iddio gli conceda una lunga e prospera vita e una
buona salute e una continua contentezza senza Dispiaceri di sorta.

«Questi augurii, oh glielo giuro, partono proprio dal cuore, e sono
sinceri come se ne fanno pochi al mondo. Che io lei, mio buon padrino,
non posso mai dimenticare di tutto l'anno; e ne vivessi ben cento di
anni che non lo potrei mai; ma in questa stagione, in cui da tutti si
pensa alle persone che ci sono più care, io ricordo anche maggiormente
tutte le bontà del mio caro zio, e sento più forte ancora la
riconoscenza per tanti generosi benefizi che ne ho ricevuti io
specialmente, e che ne ha ricevuto la mia famiglia, e provo una pena
grandissima d'aver offeso un sì buon parente e di non poterlo andare
ad abbracciare, come ne avrei tanto desiderio che me ne struggo.

«Ma il Cielo, e riconosco io primo che non è stato altro che giusto e
che io mi merito ogni peggio, il Cielo mi ha ben punito della mia
disubbidienza, della mia ribellione all'affettuoso padrino, al mio
secondo padre. E se lei sapesse tutto quello che mi è toccato soffrire
e che soffro, ed anche i miei poveri bimbi, che a quest'ora ne ho
quattro, e che sono innocenti, loro poverini, come agnelletti, ella ne
avrebbe di sicuro compassione.

«E gli è per questi piccini che io ardisco ancora venire a pregarla
una volta, assicurandola che sarà l'ultima, perchè abbia pietà di noi
disgraziati, che siamo pure suo sangue, e che siamo ridotti all'ultima
miseria, senza nemmeno aver pane da mangiare. E dobbiamo la pigione
dell'intera annata, e non possiamo pagarla; e il padrone che è un uomo
senza cuore (ella lo conosce, quell'impostore del signor Marone) ci
caccia in mezzo la strada, facendoci vendere tutte quelle poche robe
che ci restano, e siamo in debito verso tutti sulla strada, tanto
ch'io non oso più neppure uscire per andare ai fatti miei, vergognato
come ne sono.

«Insomma noi non abbiamo più nessuna speranza che in lei, e s'ella,
che è la nostra Provvidenza, ci manca, io non so a qual disperato
partito dovrò appigliarmi. Ma ella non ci abbandonerà, ed io
ringraziandola anticipatamente, e rinnovandole tutti gli augurii, con
profonda riconoscenza, mi dico

    «Torino, 16 dicembre 185....

                            _Suo umiliss. servo e nipote_
                            «ANTONIO VANARDI.»

Rilesse attentamente il suo scritto, lo lesse alla moglie che lo trovò
un capolavoro d'eloquenza, e sentenziò che se lo zio non cedeva era
proprio con un ghiacciuolo per cuore. Non c'erano bustine da lettera
in casa, quindi convenne che Antonio ripiegasse il foglio su sè stesso
nella guisa più elegante che seppe: ma quando si trattò di suggellarlo
fu certificata l'assenza eziandio di un'ostia o d'un bastoncino di
cera lacca. Per fortuna Vanardi si sovvenne della crosta di pane che
stava sopra la stufa, ne ruppe un pezzetto coi denti, lo masticò ben
bene e se ne servì per chiudere il foglio. Poscia vi scrisse su
l'indirizzo: prese il suo cappellaccio senza falda, si gettò sulle
spalle un misero mantelluzzo di panno logoro, e disse alla moglie:

--Vado a ricapitar questa lettera.

--Che? interrogò Rosina, pensi forse tu di recarla tu stesso allo zio?

--Oibò! fo conto di darla a Giacomo il figliuolo della portinaia qui
sotto, pregandolo di recarla egli al fondaco di mio padrino.

--Giacomo è un buon diavolo....

--Un imbecille.

--Che lo farà volentieri, non ne dubito; ma sua madre è così poco
servizievole....

--Per noi che non le diamo alcuna mancia, già; lo zelo dei portinai si
misura agl'inquilini in ragione del denaro che ne mungono; ma questo è
poi un così piccolo servizio, che spero non mi vorrà rifiutare.
Intanto passerò eziandio dallo speziale per intendere un poco se mi
vuol pagare, e poi farò una trottatina sino a casa di Selva.

--Salutami sua moglie, quella buona Adelina...

--Va bene.

--Eccone lì una che fu fortunata. Era una operaia come me, ed ha
sposato un uomo di una ricca famiglia, un avvocato e che le fa fare
una buona figura nel mondo.

Antonio si mise per traverso il cappellaccio e si morse i baffi.

--Sai tu Rosina, diss'egli con accento in cui sentivasi una vera pena,
che non sei punto punto gentile? Le tue parole sono sassi tirati nel
mio giardino, che mi colpiscono proprio in pieno petto. Certo,
l'Adelina è da invidiare. Selva è uno dei migliori caratteri ch'io mi
conosca, ed un bel talento. Lui risoluzione, coraggio, iniziativa e
forza d'animo e di volontà come ne hanno pochi; io sono un
meschinello, un buono da nulla, un imbecille, va bene... Ma quanto ad
amore, Rosina, dovresti esser persuasa che ne hai da me tutto quel che
possa averne da uomo una donna, e ciò dovrebbe farti più generosa a
perdonarmi il resto.

Rosina, che in fondo aveva pure un cuore eccellente, fu tocca da
queste parole del marito e più dalla commozione con cui eran dette.

--Hai ragione: esclamò ella, alzandosi col suo bimbo da un braccio e
cingendo coll'altro che gli rimaneva libero il collo del marito: Hai
ragione e perdonami.

Ad Antonio questo fatto della moglie produsse tanto maggior effetto
quanto esso era più raro; abbracciò e baciò egli intenerito la moglie
e il bambino ch'ella teneva sul petto, e partissi.

La loggia della portinaia aveva sotto il portone l'uscio d'entrata ed
un finestruolo per cui si vedeva chiunque penetrasse nella casa.

Antonio sospinse l'uscio socchiuso ed entrò nel camerino. La portinaia
seduta presso un fornello portatile di terra cotta era intenta a farvi
cuocere su, dentro una pignatta, una minestra che mandava per
l'ambiente un odore succolento e confortevole. Le nari di Antonio
digiuno aspirarono con una voluttà tormentosa la tentazione di
quell'odore. Un giovane dall'aria melensa e dai capelli color della
stoppa stava grattandosi le ginocchia in un angolo: era Giacomo, il
figliuolo della portinaia.

Questa che aveva udito entrare qualcheduno senza veder chi fosse, per
avere le spalle rivolte all'uscio, aveva preparato il suo più bel
sorriso con cui già da una settimana soleva salutare gl'inquilini del
primo e del secondo piano in previsione e per esca delle strenne che
avevano da venire alla fin del mese; ma poi visto chi era, conobbe che
quel sorriso era perfettamente sciupato e decise tosto risparmiarsene
la spesa: tornò di botto in tutto l'ingrognamento della scontrosa
espressione di faccia che le era abituale.

Antonio, egli, salutò umilmente, e, con tutta la suggezione d'un
supplicante che domanda una grazia, pregò sor Agata mandasse il
figliuolo a recar quella lettera al suo indirizzo.

Sor Agata indugiò un momento a rispondere. Fu presso a dire a quel
noioso che andasse con Dio, come si fa ad un pezzente che vi secca
domandandovi l'elemosina; ma ebbe la generosità di non farlo; prese
con isgarbo la lettera che Vanardi le porgeva e ne lesse l'indirizzo.

--Ah, ah! la scrive ancora a suo zio il droghiere... diss'ella con
impertinente famigliarità: un altro foglio di carta sciupato... Bene;
quando mi sarà di comodo manderò colà Giacomo.

--Se volesse aver la compiacenza di mandarlo il più presto possibile:
osò balbettare il povero inquilino.

Ma la fiera portinaia lo fulminò con uno sguardo corrucciato che lo
indusse subitamente al silenzio.

--Lo manderò quando si potrà: disse sor Agata con accento imponente.
Spero bene che ella non vorrà che per gusto di lei si trascuri ciò che
abbiam da fare!

Antonio protestò con una mimica piena di umiltà, ed uscì colla
rassegnazione di chi non ha danari da pagare in altri lo zelo,
l'interesse, nè anco la cortesia--perchè tutto si paga in questo
mondo.

Entrò quindi nella farmacia.

Il farmacista leggeva il suo giornale seduto presso il braciere
coperto da una gran campana di latta gialla traforata intorno a
ghirigori, gli occhiali sulla punta acuminata del lungo naso, il
solito berretto a lunga visiera in capo. Due garzoni si annoiavano
colle mani in tasca ad aspettar gli avventori. Un uomo di servizio
pestava nella retrobottega in un mortaio d'ottone che mandava il più
assordante ed il più irritante rumore del mondo.

Al tintinnio che fece il campanello appiccato all'ascio d'entrata, lo
speziale alzò il naso dal foglio e guardò dal di sopra degli occhiali
chi fosse venuto.

--La riverisco signor Agapito: disse Antonio levandosi urbanamente il
cappello.

--Oh, oh, caro signor Vanardi; l'è lei! E che buon vento?

Si rizzò da sedere con più gentilezza che non usasse abitualmente, si
tolse di sopra il naso gli occhiali, ripose il giornale e toccò colla
mano destra la tesa del suo berretto.

Ad Antonio, avvezzo oramai dappertutto ad essere accolto con insolente
mancanza di riguardi, parve quello un fior di accoglimento pieno di
simpatia e di stima, e sentì venirsi in cuore un po' di coraggio.

--La disturbo forse? dimandò egli come mezzo di entrare in materia.

--Niente affatto. Si figuri!... Lei non mi disturba mai... Leggevo qui
il giornale... Ma gli è vuoto come una vescica... Non c'è mai nulla in
que' benedetti giornali!... Ci rubano i denari vendendoceli... Eppure,
che vuole? Non ne so star senza... Ah! c'è una cosa sola alquanto
interessante: la novella d'un suicidio. Un povero diavolo che l'altro
ieri s'è gettato in Po. Veda mò se a questa stagione può venire in
testa una cosa simile!... L'hanno pescato ieri; e pare che siasi
deciso a questo brutto passo per la miseria...

Antonio sentì scorrersi un brivido per tutto le membra.

--Per la miseria! diss'egli con accento profondamente commosso.

--Già! aveva una famiglia il disgraziato a cui non sapeva più come
provvedere... Era operaio e non trovava più lavoro da nessuna parte.
Il cervello gli è girato, e ponfate, egli andò ad affogarsi.

--Poveretto!... E la famiglia?

--Figuriamoci!... Senza pane, senza padre... Ah! ce ne sono di
disgraziati al mondo!... Ma il giornale annunzia che si sono fatte
parecchie collette, e che tutti si sono affrettati di venire in
soccorso degli orfani.

--Povera gente! Povera gente! esclamava Antonio al quale erano venute
le lagrime agli occhi.

Il pensiero di quei miseri orfani lo aveva condotto a quello dei suoi
figli, a cui egli eziandio non sapeva oramai come procurar pane. E che
sarebbe stato di essi, se il padre per un caso qualunque venisse lor
tolto?

Lo speziale che vide l'interessamento del pittore per quel racconto,
prese il giornale e glielo porse.

--Se lo vuol leggere, ecco qua il giornale. Veda lì, nella cronaca,
terza colonna, seconda pagina... Ma prenda pur seco il foglio; io già
l'ho letto... lo esaminerà con comodo, e lo farà leggere eziandio alla
signora Rosina: ciò forse la vorrà interessare...

--Ma...

--Niente, niente, lo metta in tasca... Me lo renderà poi a suo comodo:
io non ne ho punto bisogno.

Antonio prese il giornale, e si dispose a parlare di ciò per cui era
venuto; ma il chiacchierone dello speziale, per cui tacere era
impossibile, lo prevenne colle sue interrogazioni.

--Potrei servirla in qualche cosa, caro signor Vanardi?

--Ecco, son venuto precisamente...

--Ho capito. Le occorre qualche piccolo rimedio... Che sì che
indovino! Un'oncia di polpa di cassia o di tamarindi?

--No signore.

--Olio di ricino forse?

--Oibò.

--Le mie pillole digestive?... Sono pillole che ho inventate io, e per
le quali ho preso dal governo tanto di brevetto... Sono meravigliose.
I ministri ne pigliano, gli ambasciatori, i procuratori ed avvocati;
tutti quelli che hanno bisogno di digerir bene... E per citar gente
che sta qui vicino e di nostra conoscenza, il cavalier Salicotto...
Lei lo conosce bene il cavalier Salicotto?

--Di nome solamente.

--Oh! un omone... Un politico di ventiquattro carati.... Una testa
monumentale... Vale dieci Cavour e cento Pinelli. Fa il giornalista
umanitario; patrocina la causa dei poveri... a parole sonanti... E si
fa ricco. L'hanno fatto cavaliere, riuscirà a farsi nominare deputato:
un dì sarà ministro... Dev'essere nativo della mia provincia. Dei
Salicotto ce n'è al mio paese, ed anzi ne conoscevo moltissimo uno che
faceva l'ortolano... Ah! non voglio già dire che questo cavaliere sia
discendente o congiunto in alcun modo con quell'ortolano... Ciò non
gli farebbe mica torto; ma il cavaliere afferma di essere figliuolo
d'un avvocato: e se lo afferma lui!... D'altronde ci sono tanti nomi
somiglianti!... In ogni modo e' sa fare il signore. Bisogna vedere
com'è alloggiato!... Ci vado alcuna volta io a trovarlo... ed egli mi
fa l'onore di servirsi alla mia bottega: tappeti da ogni parte,
masserizie d'un'eleganza!... Ebbene, ciò che volevo dire si è che il
cavaliere Salicotto fa uso delle mie pillole... Ha lo stomaco debole
il pover'uomo. Lavora tanto pel vantaggio altrui! E ne rimane
soddisfatto--delle mie pillole--che non si può dir meglio.

--Ne sono persuasissimo; ma io non è di nulla di ciò che ho mestieri.

--No? Dica pur liberamente quella che le occorre. Son disposto a
servirla in tutto.... E l'ho detto appunto a sua moglie.... Oh! per
caso, non sarebbe già la signora Rosina che è ammalata?

--Ma no signore. Per grazia del cielo stiamo tutti bene.

--Tanto meglio, tanto meglio. Vedendo entrar qui lei, io m'era detto
tosto fra me e me: Forse sua moglie si trova di bel nuovo.... mi
capisce?

--No, per fortuna.

--Oppure uno de' suoi figli, quel demonietto di Tonietto.... Oh, oh!
Ha osservato? Ho fatto una rima.... o quel furbacchiotto di Pippo che
avrà mangiato troppo.

--Ama signore; s'io son venuto è appunto perchè que' poverini non
mangiano abbastanza.

--Oh, oh! inappetenza?.... A quell'età è strana.... Ma stia tranquillo
che le darò io qualche cosa....

--No, no, no! E' non han bisogno di nessuna delle sue droghe per aver
fame....

--Ma dunque?...

--Sono venuto per finire quel nostro piccolo affare....

Lo speziale si trasse indietro il berretto e si grattò la fronte.

--Affare!... Che affare?

Antonio stava per ispiegarsi, quando l'uscio della bottega s'aprì
vivamente con grande agitazione del campanello, ed una vispa ragazza
entrò di fretta, salutando lo speziale e i garzoni per nome.

Sulla faccia del padrone e dei due accoliti si schiuse tosto il più
grazioso sorriso di cui le loro fisonomie fossero capaci: e tutti tre
si affrettarono verso la giovane con premurosa galanteria.



VI.


La nuova venuta mostrava d'avere dai diciotto ai venti anni; era assai
bene impersonata di corpo, piuttosto piccina, esile alla vita, con
piedi grossetti e mani tozze; vestiva da fante di ricca famiglia,
pulitamente e con una certa eleganza: la vesti di lana color di
granata, un bel grembiule di seta nera, un goletto bianco come neve
intorno al collo, una cuffiettina bianca del paro, civettescamente
posta sulle sue abbondevoli treccie bionde. Aveva la bocca un po'
grande, ma candidissimi i denti, il naso volto insù, ma petulante, gli
occhi bigi pieni di malizia e in tutto il volto una cert'aria
spigliata e temeraria, ma buona ed allegra che la rendeva piacevole a
chiunque la vedesse.

--Buon giorno, signor Agapito: diss'ella ridendo da mostrare i suoi
bianchi dentuzzi. Buon giorno, signor Giannello; buon giorno signor
Martino: soggiunse volgendosi all'uno e poi all'altro dei due garzoni;
ed a Vanardi che non conosceva punto, guardò in viso con una curiosità
interrogativa e fece una bella riverenza.

--Ben giunta, madamigella Carlotta: rispose lo speziale. Lei sta bene?

--Bene bene no... Se fosse qualchedun'altra... qualcheduna di quelle
signore che non hanno nulla da fare che crogiolarsi tutto il santo
giorno sulla poltrona direbbe anzi che sta male... Ma io non ci
abbado.

I due garzoni fecero un moto vivacissimo d'interesse, accostandosi
alla fanciulla.

--Lei non si sente bene! esclamarono all'unissono come in un duetto
d'opera in musica.

--Eh sì!... Gli è che io per natura non soglio crucciarmi... Crollo le
spalle e tutto passa... ma in quella casa vi hanno tante contrarietà
da far intisichire un elefante.

--Davvero! esclamò con voce compassionevole il signor Giannello,
facendo gli occhi dolci alla ragazza.

--Povera madamigella Carlotta! mormorò il signor Martino, traendo un
gran sospiro dall'imo petto.

--Sicuro! rispose la giovane. La signora marchesa per sè non sarebbe
cattiva...

--Eh no, non ne ha l'aria davvero; interruppe messer Agapito, che era
già stanco di tacere. Ma sì! ha ella una volontà che sia sua? La è
menata pel naso da questo e da quello: la è come un automa; come un
burattino a cui si tiri il filo...

--Bravo! esclamò Carlotta, approvando col chinar del capo.

--Diciamo la parola, continuava lo speziale: la è mezzo scema.

--Lo è del tutto. Le si industriano intorno una manica di furbi che
cercano di mangiarle quel poco che possono mentre vive, e di
bubbolarle una parte della sua eredità quando muoia.

--È proprio così: disse lo speziale che si grattava la punta del naso
studiando un motto arguto: la marchesa di Campidoro è per essi un vero
campo da cui vogliono raccoltar oro... Oh oh: che cosa ne dice signor
Vanardi?

La giovane cameriera continuava:

--C'è il presidente della Congregazione di santa Filomena, il signor
Marone...

--Il nostro garbato padron di casa, disse Agapito ammiccando ad
Antonio.

--Questi è in lega col curato; dall'altra parte c'è il cavalier
Salicotto d'accordo, mi pare, col medico, il dottor Lombrichi..... e
in mezzo a tutti costoro più furbo di tutti e giovandosi di tutti,
quel birbaccione di Grisostomo.

--Il _cacciatore_? dimandò Giannello.

--Quell'omaccio dalla barba nera che fa paura? disse Martino.

--Proprio lui... Ah! chi desidera stare in quella casa deve mettersi
nelle grazie di quel brigante...

--Ah! ah! è un _cacciatore_ che fa _cacciare_ chi vuole... Oh, oh, oh!

--Ma io non sono di quell'umore, continuava Carlotta. Eh sì ch'egli
non dimanderebbe di meglio che farmi la sua favorita: brutta
barbaccia, va!

--Per lei ci vogliono altre barbe che quelle.

--A me non mi importa niente di lasciar lì quella casa dall'oggi al
domani. Non sono imbarazzata punto punto a trovarmi un ricapito, io; e
se per poco mi si tormenta, affè li pianto!

--Benissimo! esclamò Giannello.

--Oh lei è una giovane ammodo: osservò Martino.

--E badino bene a quel che dico loro, e si troverà ch'io non l'avrò
sbagliata d'un ette: quel volpone di Grisostomo sarà quello che
mangerà la miglior parte dell'eredità della signora marchesa.

--Lo credo: disse Agapito. Il mariuolo ha i denti da ciò. Ah, ah, ah!

--C'è la figlioccia della marchesa... una cara personcina, la
figliuola del signor Biale, sa bene? quella che ha sposato il signor
Pannini, quel bel giovane che è segretario, o che so io presso il
cavaliere Bancone, un banchiere che è ricco a milioni.

--Lo conosco, disse lo speziale; è uno dei primi e dei più birbi fra i
nostri trafficanti di borsa.

--Ebbene, la signora Lisa--madama Pannini si chiama Lisa--era un tempo
amatissima dalla marchesa, e la famiglia dei Campidoro ha non so quale
obbligazione verso i Biale: era cosa quasi certa che a costoro la
marchesa avrebbe lasciato una bella fortuna; ma ora io scommetterei
che Grisostomo li fa stare a becco asciutto.

--Possibile! esclamò Giannello giungendo le mani e lanciando a
Carlotta un'occhiata assassina.

--Che mutria! disse Martino fulminando la giovane d'un'occhiata simile
a quella del suo compagno.

--Allora si può chiamare altresì _cacciatore_ d'eredità, disse lo
speziale; e rise grossamente secondo il solito.

--La signora Lisa viene sovente a trovar la madrina, ma non sempre il
nostro turco... (è un nomignolo che abbiamo accollato a Grisostomo...
sono io che gliel'ho dato: perchè una volta che sono andata al teatro
che si cantava l'_Italiana in Algeri_ c'era un brutto muso di turco
con tanto di barba, che rassomigliava tutto tutto a lui...) non sempre
e' gliela lascia vedere. Perchè nessuno, nessuno al mondo, può
arrivare sino alla marchesa se il turco non ha data la sua licenza. E
l'ho sentita io la signora marchesa dire alcune volte con
rincrescimento: «È molto tempo che Lisa non è più venuta a trovarmi.»
E quel birbaccio risponderle: «Già, adesso è maritata; le nuove
affezioni le hanno fatto dimenticare le antiche...» Oh! cose da
mordersi la lingua per non parlare e confonderlo. Ma sì, basterebbe
una sola parola che non gli piacesse per farci dare il benservito. E
così è riuscita a levargliela quasi del tutto dal cuore, e la signora
marchesa non ha oramai più altra affezione che quella per la sua
cagnetta, quella vecchia schifosa _mimì_, che io vorrei veder gettata
nel pozzo nero... Ed a quella buona signora Lisa, quando viene,
Grisostomo le dice che la madrina dorme, o che la non è d'umore da
ricevere, o che il medico ha proibito di lasciarla parlare a
chicchessia... Ah! eccone un altro che ci mangia dei bei denari e sa
benissimo il suo tornaconto: il medico... A proposito, io ciarlo,
ciarlo, e non ho ancora detto il motivo per cui son venuta. Il dottore
ha ordinato si ripetesse l'ultima bibita calmante da prendersi a
cucchiai.

Lo speziale si volse tosto ad uno de' garzoni.

--Martino, avete inteso, e preparatela subito subito: la ricetta è là
nella filza colle altre, e ci è scritto in alto il nome della marchesa
di Campidoro.

Martino fu sollecito ad obbedire.

Carlotta ripigliava:

--Veramente non toccherebbe a me il venire a far questa commissione.
Ci sono due domestici e sarebbe affar loro: ma io non ho di queste
superbie... E poi era un pretesto per uscire un poco a prender aria:
che in quella casa non c'è mai un momento di libertà. E il turco per
l'appunto pare che tenga schiava me più che gli altri, come se ne
fosse geloso.

--Eh! lo sarà, oh! lo sarà: disse lo speziale con molta galanteria.

--Lo sarà certo: aggiunse Giannello rotando gli occhi come se avesse
turbo di stomaco.

--E n'ha ben d'onde! esclamò anche Martino dal banco, dove mesceva e
rimestava i farmachi per la pozione.

--E dunque, appena ho udito il dottor Lombrichi dire alla marchesa con
quel suo tono magistrale da sputabottoni; «Bisogna che prima di questa
sera ella pigli ancora due cucchiai di quella medicina:» ho subito
sclamato: «Sì signore, corro tosto io stessa alla spezieria a
prenderla;» e senza attender altro son venuta di trotto.

--Bravissima! disse Agapito leziosamente, e così ci ha procurato il
bene di vederla...

--Un gradito favore che ci ha fatto: soggiunse il signor Giannello,
facendo sempre più l'occhiolino.

--Oh sì, un vero favore! ripetè il signor Martino di dietro il banco,
versando in un'ampollina la mistura che aveva finito di preparare.

Carlotta fece con civetteria una piccola riverenza a messer Agapito, e
divise un sorrisetto fra i due garzoni; poi fissò su Vanardi, che
stava là piantato, uno sguardo attonito, che pareva dire: «E costui è
egli muto o sordo, o vien egli dal mondo della luna, che non ha parole
fatte?»

--Vuol dire che quel calmante ha giovato alla signora marchesa?
domandò lo speziale.

Carlotta crollò lo spalle,

--Giovato! Crede lei che la signora sia veramente ammalata? Da ciò in
fuori che le gambe non la reggono molto più che se fossero di cenci,
ella sta meglio di me e di lei e di quanti siamo. È Grisostomo che le
ha ficcato questa fisima in capo, appunto per aversela anche più
maneggevole ad ogni sua voglia, d'accordo col medico, il quale ne tira
il suo gran profitto. E ne l'hanno persuasa così bene, che adesso non
ci sarebbe miglior modo da mandar la signora in una maledetta collera
che di mostrare un solo dubbio sulla realtà dei suoi mali... E sì che
anche senza di questo ticchio la sarebbe già abbastanza fastidievole
di per sè: chè io non ho mai conosciuto una donna più irritabile, più
difficile da contentare, più esigente, più maligna... tale e quale
come quella sua insopportabile cagnetta... Del resto poi una
buonissima creatura... Ed è da perdonarsi, perchè la testa non c'è più
del tutto a segno, e il più delle volte la non sa quel che si faccia.

--Nel quartiere, disse Martino che s'accostava tenendo in mano
l'ampollina con dentrovi il farmaco, si parla molto della fiorita
carità ch'ella fa a tutti i poveri che le si raccomandano.

--Sicuro! chiunque ricorre a lei può averne soccorso, purchè abbia la
protezione del parroco o del signor Marone, del cavalier Salicotto o
del dottore... e purchè piaccia a Grisostomo. Bisogna poi ancora
capitare a parlarle in un momento che la sia di buonumore... Guai, per
esempio, se fosse in un giorno in cui quella brutta e cattiva Mimì
stesse poco bene!... Allora non c'è da aver speranza... Ma lei, signor
Martino, ha già preparata l'ampollina. Dia qui, e vado tosto a farne
bere un cucchiaio alla padrona.

--Se non vuole incomodarsi a portarla lei, disse Agapito, io gliela
manderò, ed all'istante, pel servitore.

E il signor Giannello, rotando di bel nuovo gli occhi peggio che
prima:

--O gliela porterò io stesso... e avrò così l'onore e il piacere di
accompagnarla.

--No, no, grazie, non occorre. Siamo qui a quattro passi, in due salti
ci giungo. Serva loro, signori.

Lo speziale e i garzoni s'inchinarono salutando. Ella in un balzo fu
all'uscio e l'aprì; ma allora, come per nuovo avviso sopraggiunto, si
fermò e si rivoltò indietro:

--Ah! mi raccomando... Di quanto ho detto silenzio per amor del
cielo!... Chè, se Grisostomo avesse a sapere che io ho chiacchierato,
povera me!

--Non si dubiti!

--Stia tranquilla!

--Muto come un pesce!

Gridarono in coro il principale ed i garzoni; e la giovane sgattaiolò
lesta fuor dell'uscio a vetri, e sparì nella strada.

--Che ghiotto boccon di ragazza eh? disse Agapito accennando dietro a
Carlotta e strabuzzendo furbescamente degli occhi.

--Ah, che cara personcina! esclamò il signor Giannello, levando lo
sguardo al soffitto.

--Che fior di roba! sospirò il signor Martino giungendo le mani al
petto.

--Signor Agapito: saltò su allora Vanardi; se non le rincresce,
ripiglieremo il discorso che ci ha interrotto la venuta di quella
giovane.

--Ah sì, ben volentieri. Ella mi diceva...

--Io voleva parlarle di quei due dipinti che ho avuto l'onore di fare
per lei.

--Ah, ah! Ippocrate e Galeno?

--Giusto.

--Sono là che meditano all'aria con tutta la desiderevole gravità.

--Un artista di raro acconsente a fare di questi lavori.... Ed io se
l'ho fatto.... Poichè in fine in fine, quella non è che una specie
d'insegna....

--Eh! quest'insegna insegnerà al pubblico il suo merito insigne....
Ah, ah! non è cattivo il bisticcio; ah, ah, ah!

--Io l'ho fatto, prima per l'amicizia verso di lei....

--Grazie tante, caro signor Vanardi: e gli strinse la mano.

--Poi per la dura necessità in cui pur troppo mi trovo.

Lo speziale che incominciò a capire dove Antonio volesse andare a
parare, divenne serio e lasciò la mano del pittore, il quale
continuava con tutto il coraggio di cui era capace:

--Ed è appunto questa necessità che mi spinge a forza a venirle
domandare un compenso di quel mio lavoro.

Antonio si asciugò dalla fronte il sudore che vi aveva chiamato lo
sforzo che aveva dovuto fare su sè medesimo per tirar fuori queste
parole. Messer Agapito si grattò la punta acuta del suo lungo naso.
Poi lo speziale andò presso al braciere, ne tolse il coperchio della
campana sotto cui era, e ne mosse i carboni colla palettina; e vi
sedette presso con aria di profonda meditazione.

--Ah! un compenso! diss'egli: va benissimo.

Trasse di tasca la sua tabacchiera di corno bigio, ne battè con
piccoli colpi secchi il coperchio ed i lati, l'aperse, col
polpastrello delle dita radunò il tabacco nel centro, coll'unghia
dell'indice fece ricadere quello che era rimasto nella scanalatura del
coperchio e nella mastiettatura, e rimestandolo anche un pochino, ne
trasse poi una grossa presa.

--Ne piglia? domandò porgendo la tabacchiera aperta ad Antonio.

--No, grazie.

Agapito serrò la scatola serrando il pugno: appoggiò quest'ultimo sul
ginocchio e si mise a fiutare fragorosamente la sua presa; quindi
mandò un gran sospirone: col rovescio delle quattro dita rinettò il
panciotto dai granelli di tabacco che v'erano caduti, e volgendosi con
un mezzo giro sulla sua seggiola verso il pittore, ripetè:

--Un compenso? Niente di più giusto. Anzi questa mattina, parlando io
con sua moglie.... La signora Rosina non le ha detto nulla?

--Sì: mi ha detto ch'ella ci aveva gentilmente offerto i suoi servigi.
Ed io ne la ringrazio tanto. Ma, com'ella sa, signor Agapito, io mi
trovo in cattive acque.... E un po' di denaro sarebbe per me la manna
del cielo.... Epperò sono venuto a domandarle dell'opera mia un
discretissimo prezzo.

Lo speziale pose la tabacchiera in tasca e cacciò le dita delle due
mani nelle scarselle del panciotto, rimenandovele come per farvi
scorrere il denaro che contenevano.

--Va bene, va bene... Veramente io non ci pensava, ma... purchè questo
prezzo sia discreto... com'ella dice...

--Ci ho messo tutta la mia abilità, e non fo per dire, ma quelle due
figure mi sono riuscite per benino.

Agapito trasse una mano dal borsellino per grattarsi la punta del
naso.

--Veniamo alla cifra, diss'egli.

--S'io fossi un ricco e celebre pittore, che perciò non avesse bisogno
di nulla, potrei chiedergliene mille lire per cadauna...

Lo speziale fece un salto sulla sua seggiola.

--Due mila lire! Misericordia! esclamò egli spaventato, levando anche
l'altra mano dal taschino.

--Ma siccome sono un poveraccio, che ho necessità di tutto, continuava
Antonio, che non ha pane per sè e per la sua famiglia, che avrebbe
giusto bisogno di quella somma per aggiustare a dovere i fatti suoi,
così nè io oso chiederle tanto, nè lei me ne darebbe.

--Insomma, a farla breve, qual è l'ultimo prezzo?

--Duecento cinquanta lire.

--Beuh! È matto lei: disse bruscamente lo speziale, e s'alzò da
sedere. Duecento cinquanta lire per l'impiastricciamento di due tavole
di legno.

S'accostò all'uscio a vetri e guardò traverso ad esso le due figure
che mascheravano i battenti aperti.

--Le pare che quelle faccie da scomunicati valgano cotanto?

Antonio fu punto nel suo amor proprio, di artista.

--Può darsi, rispose egli atteggiandosi il più dignitosamente che
seppe nel suo mantello, che la mia opera sia cattiva, ed ella ha tutto
il diritto di trovarla pessima. Lasci però a me quello di non
accettare per autorevole il giudizio d'uno spacciatore di medicine.

La bizza fe' venir rossa la punta del naso al signor Agapito: parve in
sul punto di ribattere con risentite parole; ma un altro sentimento,
che ben presto vedremo qual sia, lo fe' fermarsi.

--Via, via, diss'egli tutt'amichevole; non la voglio mica offendere,
caro signor Vanardi. Ma duecento cinquanta lire!... Corbezzoli! vede
bene anche lei!... Sia buono con me che... che... non voglio mica
vantarmene... era mio dovere... ci avevo troppo compenso nel piacere
stesso che ne provavo... Oh che? noi si fa il bene per far bene... Ma
insomma non mi sono rifiutato mai per quello che ho potuto in suo
vantaggio... E alla nascita dell'ultimo figliuolo, se non fosse stato
di me... senza contare che ho fornito allora delle medicine e dei
cordiali...

Vanardi stava tutto immelensito non osando contraddire e non volendo
accettar per vere le cose dette dallo speziale; e questi battendogli
sulle spalle, continuava con un suo cotal sorriso che voleva essere
piacevole ed affettuoso.

--Ci aggiusteremo all'amichevole, non è vero? Oh ci aggiusteremo.
Pensi anche lei che in queste stagioni i denari scappan via come
l'acqua dal ramaiuolo bucherato; l'affitto, le mancie, le liste dei
fornitori, che so io... Pagarle ciò che domanda, non lo potrei
proprio... Ci faremo un calo non è vero? Oh sì, sì che lo faremo.

Il povero pittore che non aveva pur l'ombra di quel muso duro che è
necessarissimo in queste circostanze, esitò, tentennò, balbettò parole
senza senso, che non erano nè un negare nè un accondiscendere.

Ma lo speziale fu lesto a soggiungere in tono d'allegro accordo:

--Se lo dico io che ce la intenderemo da buoni amici. Lasci stare,
caro signor Vanardi, che al primo istante ch'io abbia di libero vado
su a casa sua e finiamo questa faccenda con comune soddisfacimento.

Antonio non trovò più nulla da rispondere; salutò, si calcò in testa
il suo cappellaccio e si mosse per uscire. Agapito lo accompagnò sino
all'uscio, gli aprì la porta, gli fece un saluto pieno di affettuosa
domestichezza e venendo fuori ancor egli sul passo della bottega
guardò che strada pigliasse il pittore allontanandosi.

--Ah, ah! disse fra sè, salutando ancora Antonio già lontano; e' non
va a casa... Chi sa se starà fuori lungo tempo!... Ho in mente che
sì... Buono! buono!

Rientrò fregandosi le mani, diede qualche ordine a' garzoni e salì
agli ammezzati sopra la bottega, dove ci aveva il suo alloggio.



VII.


Come vi ho già detto, Agapito viveva solo con una nipote, dalla quale,
sotto pretesto d'usarle carità albergandola in casa sua, si faceva
servire come e più umilmente che da una fante, senza punto pagarle il
becco d'un quattrino.

Quella poveretta di ragazza poteva proprio dirsi sacrificata. Sino ai
ventitre anni (ora ne aveva venticinque e da due anni dimorava collo
zio) era vissuta al suo villaggio natio, a quello stesso di cui
abbiamo udito lo speziale dirsi originario. La sua famiglia era di
agricoltori, che traevano un modestissimo sostentamento dai proventi
d'una poco estesa lista di terra cui coltivavano con quell'amore che i
nostri paesani mettono alla zolla da essi fecondata col proprio sudore
instancabilmente. Erano due i figliuoli che allietavano il padre e la
madre; buona gente se mai fu, che amavansi tra loro grandemente ed
amavano del pari la prole, un maschio ed una femmina. Difficilmente si
sarebbe potuto trovare una famiglia in cui regnassero, non dico di
più, ma del pari la pace, l'amore e l'accordo. La loro tenuissima
mediocrità di fortune, mercè la tenuità ancora maggiore dei loro
desiderii e la parsimonia del viver loro, tornava quasi un'agiatezza,
che loro non lasciava sentire la mancanza di nulla. Lavoravano a gara
di buon umore genitori e figliuoli in quella sana e direi allegra
opera dei campi che rafforza il corpo e lascia l'anima soddisfatta e
tranquilla. Si sarebbe stranamente meravigliato chi fosse venuto a dir
loro che c'erano condizioni ed individui più felici e cui essi
avrebbero da invidiare.

Fra le altre avevano eziandio la fortuna d'un buon amico. In buona
attinenza con tutti del villaggio, era quel solo che potesse proprio
dirsi un amico e teneva loro luogo di parenti che non avevan più,
fuorchè lo speziale Agapito, lontano e che pensava ad essi come al
_taicun_ del Giappone. Era costui un ortolano che coltivava il
verziere ed il frutteto d'un vasto tenimento che un gran signore
possedeva lì presso: si chiamava Matteo, era del paese ancor egli ed
ammogliato eziandio, non aveva avuto che un figliuolo, e i ragazzi
dell'una e dell'altra famiglia giuocavano insieme; e i parenti, come
suole, immaginavano che, quando cresciuti, il figliuolo dell'ortolano
avrebbe sposato la figliuola dell'agricoltore.

Le avventure di Matteo avremo l'occasione di conoscerle più tardi, chè
ancor esse fanno parte del dramma al cui svolgimento abbiamo da
assistere; ma per intanto conviene ch'io vi accenni, come, mal
corrisposto da quell'unico figliuolo, non solo dovesse rinunziare al
vagheggiato maritaggio, ma il povero ortolano ne avesse tal
dispiacere, che, natagli l'occasione di cambiar paese andando a
servire altro padrone in altra e lontana località, egli abbandonasse
il villaggio, deciso a non tornarvi più.

Questi furono i primi due dolori che piombarono addosso alla famiglia
di Anna (questo era il nome della nipote dello speziale), sulla qual
povera famiglia doveva ad un tratto abbattersi la sventura.

Il fratello di Anna dovette andar soldato benchè unico de' maschi,
giacchè suo padre a quel tempo non aveva ancora l'età richiesta dalla
legge per salvarnelo. Fu un dolore inesprimibile per la povera
famiglia, e come potete pensare, tanto più per la madre, che lo amava
supremamente: tal dolore che la poveretta si ammalò e mai più non si
riebbe. Il padre rimasto solo a lavorare ci consumò le poche forze che
ancora gli rimanevano, e a non lungo andar di tempo, fu ridotto
cagionevole di salute ancor egli. Alla povera Anna toccava la custodia
e la cura di due infermicci e il bastar essa sola, giovanetta, a tutte
le bisogne famigliari.

E non era tuttavia colma la misura. Il figliuolo era stato incorporato
nell'artiglieria a cavallo (di cui erano allora solo due compagnie):
faticoso servizio cui egli, partito con troppo doloroso distacco da'
suoi, faceva a malincuore e quindi trovava gravosissimo oltre ogni
dire. In realtà faceva un indolente e poco zelante soldato, e le
punizioni gli fioccavano addosso a rendergli sempre più uggiosa la
vita militare, già sì poco aggradevole a chi non sia nato fatto per
essa. Un giorno gli toccò di fare una tappa forzata di più e delle
miglia parecchie oltre la marcia ordinaria: appunto perchè soldato
meno diligente e quindi in mala vista ai superiori, eragli toccato un
cavallo bizzarro cui era una fatica maggiore tenere in freno. Verso la
fine della giornata il giovane si sentiva stanco da non poterne più;
il cavallo secondo il suo solito adombra: egli irritato gli caccia
senza pietà gli speroni nei fianchi, e la bestia impennatasi fa così
bene che manda il suo cavaliere stramazzoni sul suolo. L'infelice
batte col petto sopra un sasso e quando lo rialzano vomita a piene
boccate il sangue, e, trasportato allo spedale, ci sta ammalato sei
mesi e n'esce tisico senza più redenzione. Ottiene il congedo di
riforma e torna a casa incapace al lavoro, altro malato alle cure
sollecite di Anna. Stentò ancora poco meno d'un anno e morì. La madre
gli tenne dietro poco tempo dopo. Padre e figliuola, consumato tutto
quel poco che avevano, rimasero nella più profonda miseria.

Il padre non tardò di molto ad esser liberato ancor egli dalla morte;
e il solo parente che rimanesse ad Anna, lasciata senza mezzi di
sussistenza, era lo speziale Agapito. Sollecitato dal giudice di
mandamento a venire, si recò lo speziale al paese, e siccome era
restato appunto senza serva, si decise facilmente alla generosità di
pigliar seco quella poveretta che lo avrebbe servito con tutta umiltà,
e che egli non avrebbe pagato che con rimbrotti e rinfacciamenti. Si
vantò di questo bel tratto come d'un eroismo degno degli uomini di
Plutarco, ed ogni giorno che Dio mandava lo gettava in muso alla
infelice con una crudeltà degna delle mazzate. Avrebbe sorpreso
profondamente e indignato ancor più il brav'uomo, chi si fosse osato
dirgli che il suo non era il miglior atto di carità che si possa
vedere nel mondo.

Agapito adunque salito su nel suo quartiere quella tal mattina, da cui
prende le mosse la nostra storia, si mise a gridare con voce già piena
di maltalento:

--Marmotta? Dove sei, marmotta?

Questa era l'appellativo più gentile con cui egli fosse solito
chiamare la povera nipote.

La ragazza era in cucina a preparare il pranzo, ed accorse lesta,
tutta rossa in viso dal fuoco dei fornelli. Certo che non aveva in sè
nulla di bello nè di distinto: era una villanella qualunque, non della
letteratura arcadica nè dell'arte pastorale dei quadri al di sopra
delle porte, secondo lo stile di Watteau, ma della realtà che si trova
nelle nostre montagne: una ragazza tozza, forte, che aveva però
un'aria di molta bontà e d'infinita rassegnazione. Vestiva una misera
ciopperella di povera stoffa, logora e mal fatta, la quale non aveva
che un pregio: la pulitezza. Stette innanzi allo zio, impacciata e
timorosa, come chi s'aspetta ad ogni occasione i rimbrotti e le male
parole.

--Qui c'è puzza di bruciaticcio: incominciò Agapito in tono burbero e
minaccioso; me ne hai fatta qualcheduna in cucina, scimunita che sei.
Già, secondo il tuo solito, chè altro che malestri non mi sai fare.
Possibile che non ne indovini una, brutto mascherone!... Mi mangia il
pane a tradimento questa sciagurata.

Anna chinò il capo e non disse una parola. Ma stata lì un poco senza
muoversi e senza fiatare, Agapito la riscosse con uno spintone.

--Ebbene, marmottaccia, chè stai lì piantata come un cavolo? Non t'ho
mica chiamata per bearmi nella contemplazione del tuo grifo.

La ragazza, colle lagrime in pelle in pelle, si fe' forza e domandò
colla voce più ferma che potè:

--Che cosa mi comanda, signor zio?

--Uh! La s'è sveglia finalmente!... Portami il mio soprabito di panno
verdescuro, e dagli una buona spazzolata, e va in cucina a moderare un
po' il fuoco del fornello, chè tu mi consumi giorno per giorno più di
carbone di quel che tu vali... E fa presto, ch'io non voglio
indugiarmi qui a tua cagione.

La nipote corse lesta ad obbedire. Messer Agapito si fece innanzi a
uno specchietto che pendeva all'intelaiatura de' cristalli della
finestra ad aggiustarvisi con miglior garbo la pezzuola da collo.

--E così? gridò egli dopo un momento. Anna, marmottona, vieni o non
vieni? Mi vuoi proprio far perdere la pazienza?

Anna entrò correndo tutta affannata con in una mano l'abito penzoloni
e nell'altra la spazzola.

--Finalmente!

Agapito vestì l'abito che la nipote l'aiutò ad infilar nelle maniche,
cambiò il suo solito berretto in un cappello a staio, e borbottando e
rampognando dietro la nipote, uscì di casa per l'uscio che metteva sul
pianerottolo della scala comune.

Non discese verso la strada, ma si avviò invece verso i piani
superiori, e non cessò di salire finchè non si trovò al sommo affatto
delle scale: nel corridoio delle soffitte. Andò all'uscio per cui si
entrava nel gabbione del pittore e picchiò discretamente alla porta
colla nocca delle dita.

--Chi va là? chiese dall'interno la voce della Rosina.

--Amici: rispose coll'accento il più grazioso che seppe fare il signor
Agapito, atteggiando in pari tempo le labbra ad un lezioso sorriso.

--Entri; disse la donna: la porta è socchiusa e non ha che da
spingerla.

Agapito la sospinse pianamente e sgusciò dentro con un certo mistero,
aitandosi della persona non senza pretesa al garbo ed alla leggiadria.

La moglie di Antonio era seduta al suo tavolino di lavoro, e come si
fa per coloro che sono di casa, non si mosse punto e salutò
famigliarmente colla voce e col capo soltanto.

--Che buon vento me la porta qui di nuovo, messer Agapito?

Lo speziale diede maggior intensità alla leggiadria del suo sorriso e
del suo portamento.

--Un vento, rispos'egli lanciando delle occhiate lampeggianti, che è
buono sopratutto per me, e che vorrei mi fosse anche un buon evento.

Intanto s'era accostato alla donna, e le aveva preso una mano. Gliela
strinse più forte che non facesse di solito, la tenne un po' fra le
sue, poi mandò un sospiro, e recandosi la mano di lei alle labbra vi
pose su un grosso e prolungato bacio.

Rosina, alquanto stupita, levò il suo sguardo in volto allo speziale,
e gli avrebbe forse domandato spiegazione della novità, quando la
vista della _toilette_ che il suo visitatore avea fatta le destò altro
stupore e le fece mandare altra esclamazione.

--Oh, oh, cospetto! diss'ella. La si è messo in fronzoli. Che cosa
vuol dire codesto?

--Vuol dire, vuol dire, rispose Agapito che si grattava la punta del
naso come per farne uscire le parole: vuol dire che avendo un momento
di libertà... ed avendo inoltre da parlarle, signora Rosina... cara
signora Rosina... mi sono procurato il piacere, il grande, il massimo
piacere di venirle a fare una visita.

Rosina aveva tolto da quelle di Agapito la sua mano, ed aveva ripreso
tranquillamente il suo agucchiare.

--Che? disse, la vorrebbe farmi credere che ha fatto quello sfarzo
d'acconciatura per venir da me?...

--E perchè no? Gli è le persone che più si stimano, che più si amano,
per cui...

--Ma s'accomodi.

--Grazie.

Prese la seggiola in migliore stato e venne a sedere vicino vicino
alla donna.

I fanciulli secondo il solito erano venuti ad aggrupparsi innanzi al
nuovo venuto e lo miravano a bocca larga. Lo speziale trasse di tasca
un involto di carta, lo spiegò, ci prese dentro tre pezzetti di
regolizia, e ne diede uno a ciascuno dei ragazzi.

--Prendete, carini.

Ripose l'involto in tasca, e soggiunse parlando alla Rosina:

--Questi bambini le par egli che facciano abbastanza di moto, sempre
rinchiusi come sono qui dentro?

--Abbastanza di moto! Santa la Madonna! che sono tutto il giorno per
aria da non poterli far quietare un solo momento.

--Sì; ma gli è pur sempre uno spazio chiuso, uno spazio ristretto...
Io, se fossi in lei, li vorrei lasciare andare di quando in quando a
ruzzare nel corridoio...

--Eh, ci fa freddo da gelare...

--Uhm! Non fo per dire, ma nemmeno qui non c'è un ambiente da stufa.

--Imbarazzerebbero i vicini, che sono la gente più intollerante e
scontenta che si possa immaginare... E poi andrebbero per le scale con
rischio ancora di precipitare per esse e rompersi l'osso del collo...
No, no, i miei bimbi li voglio avere presso di me, sotto i miei occhi
sempre.

Agapito si mise di nuovo a grattarsi la punta del naso.

--Eh! gli è bene un impiccio, alla fine, lo aver sempre appiccati alla
gonnella dei marmocchi...

--Per me non è niente affatto un impiccio.

--Ma per gli altri... per chi ad esempio avesse a parlarle di cose
interessanti, in segreto... come io in questo momento...

La curiosità di Rosina solleticata a queste parole, dominò di botto
ogni altro pensiero. Lasciò essa l'agucchiare, e voltasi di pieno
verso lo speziale, interruppe vivacemente:

--Ah, sì? Ella mi ha da dir qualche cosa? Lo volevo dire che lei mi
aveva un'aria tutta strana... Parli, parli pure... Questi ragazzi non
capiscono ancora...

--Ma pure... la loro presenza... le assicuro che mi impacciano.

Rosina mandò i bambini dall'altra parte del paravento.

--Parli, parli: eccomi tutt'orecchie ad ascoltarla.

Agapito chiamò in aiuto tutta la sua rettorica, e cominciò il
discorso.

Che volete? Come già vi sarete accorti, cari lettori, i pigli vivaci,
le ciarle volgari e spigliate, gli occhi furbeschi della Rosina
avevano ferito il cuore del già maturo Agapito, celibe, avaruccio ed
egoista: e di quel giorno in quell'occasione s'era coraggiosamente
risoluto ad aprir l'animo suo alla donna.

Cominciò adunque con dire quanta stima, quanto interesse avessero
destato in lui i fatti e i meriti della signora Rosina; ch'egli aveva
scoperto come in poco prospere condizioni si trovassero i coniugi
Vanardi, ed egli ne sentiva gran pena; era disposto a venire in loro
aiuto in tutte le maniere che fossero in poter suo; il pittore
avevagli domandato un prezzo esorbitante dell'opera sua, ed egli per
carità, per l'interesse che sentiva verso di loro, per la generosità
dell'animo, era disposto a pagare assai più di quello che quelle due
tavole valessero; chè anzi, egli era disposto a fare altro ancora e
meglio per loro; egli già non poteva di molto, ma pure, per la signora
Rosina non si sarebbe rimasto a questa sola elargizione, avrebbe
fatto, avrebbe detto, purchè... purchè...

Tutto era andato alla più liscia sino allora. Rosina interrompeva ad
ogni momento il parlatore per ringraziarlo diffusamente, per
magnificarlo con mille lodi; gli aveva pigliato la mano e gliela
stringeva con riconoscenza; lo proclamava il primo speziale del mondo
e il più caritatevole uomo fra quanti mai abbiano portato il naso
sulla terra. Ma quando messer Agapito si fu rintoppato in quel purchè,
tutto cambiò aspetto.

Che si disse egli mai? Che avvenne? Profondo mistero della storia! Ma
si sarebbe potuto udire la voce dello speziale abbassarsi ad un tono
più che confidenziale, e quella invece della Rosina elevarsi a seconda
tant'alto da giungere poi distinta sino nel corridoio delle soffitte,
sin sul pianerottolo della scala: e i bambini spaventati al collerico
gridare della madre strillare acutamente ancor essi. Poscia ad un
tratto si vide l'uscio spalancarsi violentemente e messer Agapito
venirne fuori mogio mogio, incalzato dalla Rosina furibonda, e con una
solenne graffiatura a quella punta del suo naso che l'amoroso speziale
soleva grattare ed accarezzare con tanta compiacenza.

--E per chi mi piglia? gridava a testa la Rosina infiammata: ed io son
quella da regalarle la lezione che si merita... Ed è codesta la sua
carità, bell'arnese da spezieria?... E non mi torni più per i piedi,
chè mio marito è capace di romperle sulle spalle un bel legnetto
verde, ed in mancanza di lui io stessa...

--Zitto, zitto per amor del cielo: susurrava Agapito, tentando farsi
piccino piccino e rinsaccando il capo fra le spalle: si calmi, non
facciamo scandali, non facciamo scene...

--Ne voglio far io: gridava più forte la moglie del pittore. E non so
chi mi tenga dal chiamar tutti i casigliani fuori, e contar loro le
sue belle prodezze.

Qualche uscio nel corridoio incominciava a socchiudersi: qualche
cuffia di comare cominciava a lasciarsi scorgere dalle aperture;
Agapito avvertì dietro ogni porta un orecchio ascoltatore; non attese
di più, e rimpiccinito e lesto prese di volo le scale, lasciando
vincitrice sul campo di battaglia la Rosina fieramente impostata sulla
soglia del domicilio coniugale.

Anna si mise a tremare solamente all'udire il colpo violento che lo
zio aveva fatto battere all'uscio nel richiuderlo dietro di sè quando
era entrato in casa. S'affrettò a porre in tavola, e corse alla stanza
dello speziale, dove egli s'era rifugiato.

Agapito stava innanzi a quello specchietto che pendeva
dall'intelaiatura dei cristalli alla finestra, e si faceva bagnòli di
una sua acqua di farmacia alla graffiatura del naso.

--Signor zio, è in tavola, disse la nipote, entrando sollecita.

Ed egli volgendosele tutto invelenito:

--Chi ti ha dato licenza d'entrarmi in camera di questa fatta? Sarai
tu sempre la scioccona e la villanaccia che per mia disgrazia ho
stanato dal nostro paese? Buona da nulla, va! A quest'ora una
bertuccia sarebbe già meglio incivilita di quello tu non sia. Levami
dagli occhi il tuo brutto muso.

La poverina s'affrettava ad andarsene: ma appena era essa fuori
dell'uscio che lo zio la richiamava. Anna, oppressa dalla pena e dalla
vergogna, non udiva alla prima; Agapito, tenendosi con una mano il
pannolino inzuppato sul naso, le correva dietro:

--Marmottona, sei sorda o non vuoi udire? Avresti l'impertinenza di
mettere il broncio? Che sì ch'io ti vo' levare il ruzzo dal capo, se
te ne viene... Oh vedete la signorina che fa la suscettiva!... pitocca
che tu sei!... Non so perchè non ti mando su due piedi a mangiar
polenta e patate nel tuo nido di montagna.

E la infelice, se l'avesse osato, avrebbe pregato lo zio, come d'una
grazia, di porre in atto questa minaccia e lasciarla tornare alla
miseria, ma insieme alla pace, del suo villaggio natio.

--Ma io sono troppo buono, continuava messer Agapito, e sciupo i miei
benefizi con una ingrata. Bada a non istancarmi poi del tutto!... Dà
in tavola pei garzoni... Io non andrò a pranzo con loro, ma mi
servirai qui... Se ti chiedono il perchè, e che cosa ho, e simili
domande, non risponder nulla... Va, e non farmi qualche scempiaggine
delle tue solite.

Non occorre ch'io vi dica se Agapito trovò il pranzo tutto cattivo,
tutto pessimo, e se coprì di villanie e di rimbrotti la povera
ragazza, rimproverandola ad ogni momento persino il poco pane che ella
mangiava. Comechè già avvezza a sì mali trattamenti, l'infelice ad
ogni volta ne provava più e più sempre onta e dolore.

Oh! in cuor suo ella non era lungi dal maledire quella sì fiorita
carità di cui ad ogni piè sospinto si vantava cotanto il signor zio.



VIII.


Vanardi intanto chiotto chiotto avea preso la strada verso
l'abitazione del suo amico Giovanni Selva. Ma di necessità gli toccava
passare innanzi ai principali suoi creditori.

Il venditore di legna era là che spaccava a stecche sopra un gran
ceppo certe legnette rotonde. Antonio sperò poter passare di fretta
innanzi alla bottega, camminando dall'altra parte della strada, senza
che l'inesorabile creditore lo vedesse: ma ecco che questi alzava il
capo appunto in quella e lasciava cader lo sguardo sul povero pittore.

--Oh, oh! signor Vanardi, cominciò egli, che pressa è la sua? Non è
già per venir da me ch'ella corre cotanto?

--No, rispose Antonio, sentendosi spuntare alle radici de' capelli
goccie di sudore per la vergogna. Ho qualche faccenda che mi preme.

--Va bene, va bene. Sa che c'è di nuovo? che mi sono stancato
d'aspettare, che sono stato dal giudice e che lei si riceverà quanto
prima la sua brava citazione...

Vanardi traversò la strada e venne sollecito verso il carbonaio.

--Oh, voi non farete una cosa simile, mio caro signor Gregorio. Siete
padre anche voi, ed avrete un po' più di sofferenza per un povero
padre di famiglia.

--Eh appunto perchè sono padre ancor io debbo pensare ai miei
interessi. Ve l'ho detto tante volte! Ora non c'è più novelle che
valgano; la mia istanza al giudice è già bella e data...

Antonio curvò il capo e s'allontanò senza aggiunger parola, ma con in
cuore una delle maggiori pene che avesse provato ancor mai.

Alla cantonata vide con spavento il pizzicagnolo fuor della sua
bottega, a discorrerla col panattiere.

--Signor Vanardi, quand'è che mi paga? cominciò il primo de' due,
appena fu a tiro.

--E me? soggiunse il secondo.

--Abbiano pazienza ancora un poco: rispose il povero diavolo. Spero
che...

--Ne ho avuto anche troppo di pazienza: esclamò l'uno.

--Ed ancor io, ma non voglio più averne: disse l'altro.

--L'avverto che di quest'oggi stesso mi provvederò in giustizia.

--Ed io pure.

Vanardi fece come avea fatto col carbonaio: non disse più verbo e tirò
dritto.

--Facciano, diceva a sè stesso con rabbia e dolore. Animo, addosso
tutti: coraggio, mi ammazzino, mi squartino addirittura. Ciò farà loro
piacere, può darsi: ma farli avere il fatto loro?... Sfido io!... Di
quest'oggi il mio padrino riceverà la mia lettera. Che effetto avrà
essa?... Quella è l'ultima mia speranza. Se la mi fallisce non mi
resterà più nessun mezzo... E che cosa dovrò fare? Ammazzarmi?

Si ricordò del fatto di cui gli aveva parlato lo speziale, narrato nel
foglio ch'egli teneva in tasca.

--Quella è un'idea... Ah! se con ciò potessi dar pane ai miei poveri
bimbi!

Giunse a casa il suo amico, con la faccia così turbata, che Selva gli
disse tosto spaventato:

--Antonio! Mio Dio! Che c'è? Che cosa t'è capitato?

Giovanni Selva non era neanch'egli in troppo buone fortune. Aveva
moglie ancor esso e famiglia, e non ricavava troppo larghi guadagni
dal lavoro letterario della sua penna.

Antonio s'era proposto di non dir nulla delle sue sciagure finanziarie
all'amico, appunto perchè sapeva che questi si sarebbe tosto risoluto
ad ogni possibile sacrifizio per soccorrerlo, ma in quel momento la
pena dell'infelice era troppo forte perchè egli la potesse nascondere,
e le impressioni soverchiamente dolorose richiedevano uno sfogo. Si
lasciò andare sovr'una seggiola come uomo disperato per l'affatto e
contò tutto.

Giovanni l'udì in silenzio, tenendo stretta fra le sue una mano
dell'amico. Quando questi ebbe finito, lo trasse a sè, lo serrò al
petto e lo abbracciò come un fratello. Poscia, senz'altre parole, lo
condusse seco ad uno stipetto; aprì questo stipo, ne tirò fuori un
cassettino e mostrò in esso ad Antonio il tesoro di sei napoleoni
d'oro.

--Eccoti il mio peculio, diss'egli. In altra occasione ti direi:
piglialo, gli è tuo; ma siccome a questo tempo ho ancor io qualche
spesetta, non posso che dirti: dividiamo per metà.

Antonio non voleva: ci si rifiutò lunga pezza; ma Selva gli pose a
forza i tre napoleoni nelle mani, ricordandogli ch'egli era padre e
che codesto era per i bambini.

--Con ciò, soggiunse, potrai acchetare i più accaniti de' tuoi
creditori ad aspettare gli eventi. Durante i quindici giorni che ti ha
accordato il proprietario, o il tuo padrino si commuove e ti soccorre,
o noi avremo trovato qualche altro modo di sopperire all'occorrenza.
L'arte, devi oramai esserne persuaso, mio caro Antonio, ti dà giusto
tanto pane quanto ne danno ai poeti le rime.

--Ti capisco! esclamò Vanardi con accento quasi di dolore. Tu vorresti
ch'io l'abbandonassi quest'arte ingrata, maledetta e carissima...
Avresti tu il coraggio di consigliarmi a fare il droghiere?

--E perchè no? Noi viviamo in un secolo di prosa e d'interessi, in cui
è solo il lavoro materialmente utile che procura guadagni. Il
commercio del droghiere soddisfa a parecchi bisogni della società
civile...

--Mah! disse Antonio grattandosi dietro l'orecchio. Queste buone
ragioni ho paura che mi convincerebbero, se mio zio cedesse alle mie
preghiere; ma è più facile che, stante la sua professione, mio padrino
faccia orecchie da mercante, e allora sarà inutile che la tua
eloquenza mi abbia convertito al positivismo della vita.

--Niente affatto. Se tuo zio non ti riapre le sue braccia e il suo
fondaco, ho in mente un partito per te, che già da più tempo rumino
meco stesso, e che se tu hai senno, non vorrai rifiutare.

--Che cosa? che cosa? chiese sollecito Antonio. Oramai son ridotto a
tale che, per salvarmi dalle strette della miseria, non c'è patto,
purchè onesto, a cui oserei dire di no.

--Buono! Vuol dire che t'acconcerai a far da computista, da scrivano
presso un banchiere.

Vanardi fece una smorfia.

--Star chiuso tutto il giorno nell'aria mefitica d'un uffizio!...
Allineare delle colonne di cifre per farle camminare in massa serrata
al risultamento d'una moltiplicazione... Oh, arte mia!... E ciò dopo
tanti sogni, tante speranze, dopo tanti studi!... Ah! l'è dura... E tu
avresti mezzo di ottenermi un simile impiego?

--Forse sì. Qui sotto, al secondo piano, abita un uomo, a cui non so
qual altro potrebbe andare innanzi in punto ad onestà, buon cuore, e
tutte le meglio qualità dell'animo. Egli è oro schietto per ogni
riguardo. Siamo amici quanto lo può permettere la differenza d'età che
passa tra noi (ch'egli è già oltre i sessant'anni), e la profonda e
riverente osservanza ch'io nutro per esso. La giovane di lui
figliuola, sposa da pochi anni, è in istretta relazione con mia
moglie: e due o tre sere per settimana, noi si va giù a far la
vegliata in famiglia in casa Biale.

--Biale? esclamò Antonio. Oh bella! Questa figliuola di cui parli ha
essa per madrina una vecchia marchesa?

--Giusto! La marchesa di Campidoro.

--Ed ha sposato un tale che è segretario d'un banchiere....

--Bravo! Pannini, segretario di Bancone.... Tu dunque la conosci
questa famiglia?

--Io no. Ne ho sentito parlare son pochi minuti nella spezieria di
messer Agapito, da una cameriera della marchesa.

--Spero che del signor Biale la ne avrà parlato bene, disse
vivacemente Giovanni Selva.

--Non ha avuto occasione che di nominarlo; ma disse le più lusinghiere
parole della signora Pannini.

--E se le merita davvero! Una cara personcina, tutto leggiadria ed
affetto. E come ama suo padre e suo marito!... Il signor Biale, a cui
è unica figliuola, come puoi capire, l'adora. Egli è appunto per mezzo
loro che spero farti ottenere un posticino negli uffizi del signor
Bancone. Pannini è assai nelle buone grazie di costui; e inoltre--ciò
che vale anche più--è amicissimo del primo commesso, il quale tanto
nella banca come nella casa di quel re da denari fa tutto ciò che
vuole. Dirò al suocero ed alla moglie di Pannini che lo inducano a
parlar per te. Non gliene parlo io stesso, perchè io e lui non ce la
diciamo di troppo. Egli avvezzo alle grandigie ed agli sbarbagli della
ricchezza guarda con occhio un po' troppo altezzoso le mediocri
fortune d'un povero letterato come son io, e quanto ad orgoglio io non
istò al di sotto di nessuno: dunque ci trattiamo freddamente, e
ciascuno va per la sua strada. Ma quel giovane ama di molto sua
moglie, e s'ella glielo dice farà tutto quello che può in favor tuo.
Di questa sera io parlerò al signor Biale e mia moglie parlerà a
madama Pannini, e domani stesso spero di andarti a portare a casa tua
qualche non iscoraggiante risposta.

--Mio caro Giovanni: esclamò Antonio, gettando le braccia al collo
dell'amico; non ti ringrazio nemmeno; perchè non lo potrei a dovere;
ma la salvezza della mia famiglia che dovrò a te...

--Basta! Tu costeggi il pericolo d'imbrogliarti in una bella frase.

--Tranquillati, lascio lì di botto: ed anzi t'esprimerò un dubbio....
Ah! la disgrazia fa diventar scettico.

--Parla pure.

--Come mai codestoro vorranno darsi briga per uno che non hanno mai
sentito nominare? A questo mondo non si fa del bene che a coloro i
quali ce ne possono rendere....

--Si vede che tu non conosci quell'eccellente famiglia. Hai tu venti
minuti di tempo da passare meco ancora?

Vanardi mando un sospiro.

--Ah! pur troppo ho tutto il mio tempo libero, come quello d'uomo che
vive delle sue rendite.

--Ebbene, siedi lì che ti conterò in breve la storia di questa brava
gente: quando la saprai, avrai finito di dubitare.



IX.


--Il signor Biale, così cominciò Selva, come già ti dissi, è un uomo
che ora conta oltre a sessant'anni. Lo conosci tu di persona?

--No: rispose Antonio, non so d'averlo visto mai.

--È ancora un bell'uomo, alto di persona, a fronte calva, a faccia
severa, quantunque tutto bontà, a sguardo benevolo ed occhi
intelligenti. Fu militare, ed ha conservato qualche cosa della
rigidità del portamento e della bruschezza di maniere del soldato. Ha
la fibra di quel vero acciaio che piega, se occorre, ma fino ad un
certo punto soltanto, e piuttosto s'infrange che andar sotto al
livello della dignità e dell'onestà del carattere, che perdura
inalterabile, ed all'influsso corrosivo delle male parti della
società, delle passioni e della sciagura non si guasta nè s'infiacca.
La natura gli ha regalato un'onestà a tutta prova, la disciplina
militare, a cui fu soggetto ne' suoi giovani anni, gli ha aggiunto un
non so che di puritanismo autoritativo che lo fa abborrire da ogni
discussione, guardare con occhio acuto e sicuro dove stia il dovere, e
vistolo, camminare a passo franco verso di esso, quali che sieno gli
ostacoli che trammezzino.

«Il dovere è per lui la formola suprema, la regola inflessibile a cui
misurare tutte le sue azioni. Esso lo fa inchinare venerando innanzi a
Dio; esso lo rende caritatevole e pronto al sacrifizio verso il
prossimo; esso lo fa amoroso e previdente padre di famiglia, ed
insieme egregio cittadino, pronto a dare le sostanze e la vita per la
patria. Per effetto della sublime bontà del suo animo, dovere ed amore
si confondono per lui in una medesima cosa. Egli, quello che dice, ama
di farlo. Sotto alla rigidità delle sue maniere ed alla soldatesca
asciuttezza de' suoi contegni e' nasconde tesori d'amore da
disgradarne l'anima della donna più pietosa e meglio fornita di
affetti. Questa profonda e contenuta bontà si manifesta raro nel
laconismo delle sue parole, ma prova eloquentemente nelle opere,
avvolte pur sempre in quel caro e prezioso appannamento, lasciami dir
così, della semplicità e della modestia.

«Suo padre era un uomo duro, a cui per contro la pietà parlava poco al
cuore, troppo invece l'interesse. D'un'onestà ancor egli a tutte
prove, non avrebbe fatto torto d'un centesimo ad uomo al mondo, ma non
avrebbe dato nemmeno un soldo, nemmanco un suo incomodo di mezzo
minuto per fare un'ombra di bene ad un suo simile, cui non avesse
ragione da amare, o temere, o sperarne ricambio; non si sarebbe
peritato neppure un istante a rovinare chicchessiasi, un uomo ed anche
un'intiera famiglia, per soddisfare le due passioni che più
violentemente possedevano la sua anima fiera: l'amor del guadagno e
quello della vendetta.

«Di quest'ultima sua feroce passione ben ebbe a sentirne gli effetti
la famiglia del povero Pannini...

--Pannini, interruppe Antonio, quello stesso che ora ha sposato la
figliuola del signor Biale?

--Lui no; il marito della signora Lisa a quel tempo era ancora in
_mente dei_; e suo padre medesimo non era che un fanciullo; un
fanciullo era eziandio, di pochi anni anzi minore, il signor Carlo, il
padre della Lisa medesima; ma gli è appunto di quella famiglia che si
tratta e dell'avo del vivente signor Pannini. Fra costui e il padre
del signor Carlo esisteva da tempo una ruggine che sempre era venuta
crescendo. Biale era segretario ed amministratore delle fortune
copiosissime della nobile famiglia di Campidoro. Pannini ne era il
maggiordomo. Tutte due erano da tempo legati a quella casa e ne
curavano od ostentavano di curarne gli interessi, e tuttedue avevano
delle benemerenze verso i padroni che davano loro un influsso che
altri non avrebbe avuto nelle loro condizioni. Pannini, quando la
famiglia, per gli sconvolgimenti politici dell'invasione straniera e
del dominio francese in Piemonte, aveva emigrato di paese, aveva
voluto associare la sua alla sorte de' suoi padroni, li aveva seguiti,
e poichè essi erano ridotti a povere fortune dal sequestro e dalla
vendita dei loro beni patrimoniali, esso li aveva generosamente
mantenuti, senza che loro quasi se ne avessero ad accorgere, col
frutto dei risparmi che egli aveva potuto fare in addietro ed aveva
seco portati in esilio. Ma Biale non aveva dimostrata minor devozione
per quella stirpe: quando i beni della medesima erano stati posti in
vendita, egli aveva fatto così bene, che direttamente per sè, e
mediatamente per alcuni suoi fidatissimi, erasi reso acquisitore di
tutto quanto, giungendo persino a salvare la parte più preziosa e che
avessero più cara dei loro mobili e delle loro domestiche memorie.
Quando poi i Campidoro erano ritornati col loro re, egli modestamente
era andato a riporli in possesso d'ogni parte di quel patrimonio che
possedevano prima della tempesta della rivoluzione. Son codesti
servizi di tali che non si dimenticano più, e Pannini e Biale furono
pei Campidoro qualche cosa di meglio che un ragioniere ed un
maggiordomo, quasi due membri della famiglia; la quale, a quel tempo,
era ridotta a due uomini, il padre vecchio cadente oramai e un solo
figliuolo non più giovane, marito dell'attuale vecchia marchesa, che
sarà l'ultima a portare quel nome illustre, non avendo il Cielo
benedetto di figli il suo matrimonio.

«In quella situazione in cui si trovavano era troppo facile che
nascesse rivalità fra il signor ragioniere ed il signor maggiordomo, e
che perciò, a scavalcarsi a vicenda, l'uno tendesse a danneggiar
l'altro nello spirito dei padroni; e così avvenne di fatto. Pare anzi
che il primo a cominciare siffatta guerra sia stato Pannini; e Biale,
accortosene, ebbe la maggior rabbia che possa tormentare anima d'uomo
e giurò di fargliela pagare.

«La brutta lotta durò assai tempo con varia vicenda. Il marchese padre
pareva propendere pel maggiordomo, il figliuolo e specialmente la
moglie sembravano invece più inchinevoli al ragioniere. Pannini aveva
un torto che pare essere un difetto inerente all'organismo di quella
famiglia, poichè fu quello che menò poi a rovina suo figlio, in quel
tempo appena adolescente, e che io stesso ho già avuto occasione di
notare nel suo nipote Gustavo: un amore straordinario dello sfarzo di
comparire in pubblico colle mostre della ricchezza e dell'eleganza e
un'alterigia sciocca verso chi presumeva da meno di lui per la fortuna
e pel grado sociale; onde avveniva che tra i famigli egli avesse poco
o punto simpatia, e tutti invece fossero più disposti a favorire il
segretario, il quale in realtà superiore di grado al maggiordomo era
in fatti meno di lui altezzoso e superbo, e di cui la vita modesta non
offuscava gli sguardi a nessuno, non chiamava in alcun modo l'invidia
e le maligne supposizioni della gente.

«Avvenne frattanto che il vecchio marchese ammalasse e di quella
malattia che esser doveva l'ultima; il maggiordomo fu pieno di cure
per esso; il suo ufficio era più adatto a concedergli di star presso
il malato, e questi era così contento de' suoi servigi che quasi non
voleva intorno altri più che il maggiordomo. Fece il marchese il suo
testamento e questo mostrò gli effetti di quel suo stato presente
dell'animo, poichè mentre Biale vi era appena nominato e col legato
d'un ricordo da nulla, vi si contenevano invece per Pannini alcune
espressioni le più lusinghiere di riconoscenza per quanto aveva egli
fatto in beneficio dei Campidoro, e il lascito d'un vistoso legato.

«Quando, morto il marchese, Biale ebbe conosciuto il tenore di quel
testamento, egli provò una rabbia come forse non aveva ancora provato
mai. Amante come ti ho detto esser egli del guadagno, aspramente gli
cuoceva la meschinità del regalo a lui lasciato, appetto alla
vistosità di quello destinato al suo rivale; gli cuoceva del pari e
fors'anco più la sconoscenza che aveva fatto passar sotto silenzio i
servizi da lui resi ai Campidoro per magnificar quelli di quel rivale
medesimo cotanto favorito. Gli parve una vera ruberia che s'era fatta
a suo danno: ruberia di denaro e ruberia di considerazione; e il
colpevole di questo misfatto era Pannini, il quale se ne vantaggiava e
trionfava. L'odio suo contro di costui, il qual odio non aveva pur
bisogno di crescere per diventare enorme, tuttavia s'infierì vieppiù.
Pannini, da parte sua, ebbe la stoltezza e l'audacia di quasi menar
vampo di questo suo successo; e i suoi contegni verso Biale presero un
non so che di sprezzante, che erano pel padre di Carlo una continua e
reiterata e sempre più pungente provocazione.

«Biale si racchiuse in un cupo silenzio, parve cedere innanzi al
rivale, ma si raccoglieva invece per trovar modo di perdere affatto
l'odiato suo nemico.

«Ti ho detto che il modo di vivere di Pannini era tale da destare
anche le maligne supposizioni della gente, e le aveva destate difatti.
I famigli susurravan piano, e le comari del quartiere ripetevano forte
che a pagare tutto il lusso del signor maggiordomo non bastavano le
paghe onestamente da esso guadagnate, ma concorrevano alcune
particelle dei redditi della casa di Campidoro, abilmente da esso
stornate ne' suoi conti. Il male e le colpe dei nostri nemici si
credono molto agevolmente e con molto diletto; Biale credeva codesto
di Pannini, e determinò provarlo ai padroni e vi si accinse con tutta
la pertinacia e la sagacità dell'odio.

«Non saprei dirti come ci sia riuscito; il fatto è ch'egli raccolse
certi documenti e li presentò al marchese ed alla marchesa, i quali ne
furono convinti che il loro maggiordomo rubava a man salva. Il modo
con cui Pannini aveva ottenuto dal vecchio padrone moribondo que'
vantaggi e quelle note di encomio nel testamento non era piaciuto
nemmeno all'allora vivente marchese ed a sua moglie, i contegni del
maggiordomo di poi avevano sempre più indisposto l'animo loro verso di
esso: onde, alle rivelazioni avute da Biale, senza voler scendere a
spiegazioni di sorta, senza il menomo rimprovero nè altro, il marchese
e la marchesa, pagato Pannini di quanto per ogni ragione gli
spettasse, gli fecero significare che aveva da considerarsi aver
cessato di essere loro maggiordomo.

«A Pannini fu come una tegola che gli fosse cascata sul capo
passeggiando. Capì che la sua disgrazia la doveva a Biale, e se glie
ne accrescesse odio è facile pensarlo: fosse l'accoramento per questa
sua sventura o la rabbia di non potersi vendicare, il fatto è che non
andò molto tempo ch'egli si morì lasciando suo figlio in povere
fortune e nell'animo di lui l'odio verso il Biale, maggiore ancora di
quello ch'egli non avesse.

«Questo suo figlio, che è poi il padre del marito della signora Lisa,
aveva ancor egli, come e più che il padre, un grande amore per lo
sfarzo e per lo spendere, e trovavasi disgraziatamente al verde.
Venduto quel poco che gli era rimasto dell'eredità paterna, egli era
andato ad arruolarsi in un reggimento dell'esercito, e in questa
carriera militare, che egli abbracciava quasi per disperazione, doveva
trovarsi a fronte il figliuolo del nemico di suo padre, il quasi a lui
coetaneo Carlo Biale.

«Questi aveva scelto tale carriera parte per inclinazione, parte
eziandio per torsi da casa, dove l'umore diventato acre, intollerante
ed ingiustissimo di suo padre, gli rendeva quasi insopportabile il
soggiorno. Dopo la cacciata del Pannini e ancora più dopo la morte di
lui, Biale mentre di fisico pareva invecchiato di dieci anni, di
morale era divenuto il più cupo, il più irritabile, il più scontroso
degli uomini. Si sarebbe detto che una pena interna lo rodeva
continuamente, e ch'egli non potendo nè scacciarla nè sfogarsene
altrimenti, si travagliava maledettamente in una continua rabbia
contro sè stesso e contro altrui; rabbia che tutta incessantemente
andava a cadere sul capo del povero Carlo.

«Non ci volle poco a far consentire il padre ch'egli andasse soldato;
ma l'intervento del marchese, e della marchesa sopra tutto, la quale
andava pazza per le monture militari, valsero a vincere la sua
renitenza. Carlo a diciott'anni entrò semplice soldato in un
reggimento di fanteria; non volle esenzioni e privilegi nella vita del
soldato, benchè la protezione dei Campidoro gliene avrebbe potuto
procurare d'ogni fatta, e non si distinse da ogni altro che per zelo e
buona condotta. Ma tuttavia la protezione della nobile famiglia non
gli fu inefficace, perchè passato rapidamente pei gradi subalterni,
quattro anni dopo d'essersi arruolato, egli era promosso ufficiale. Il
figliuolo del disgraziato Pannini da molti più anni si impazientava
alla soglia di questa ambita promozione nel grado subalterno di
sergente. Ma in quella ecco avvenire a Carlo una sciagura e
svelarglisi un tremendo segreto che doveva influire su tutta la sua
vita di poi.

«Era egli di guarnigione a Genova, quando riceve una lettera pressante
che lo invita a venire senza il menomo indugio a Torino, se vuole
ancora vedere in questo mondo suo padre, assalito da una violenta
malattia, e condannato senza rimedio. Il colonnello del suo
reggimento, che di molto amava e stimava il giovane Carlo, gli dà
tosto di suo capo il permesso di venirsene, ed egli accorre colla
maggiore rapidità che gli era concessa. Arriva che suo padre è proprio
all'agonia; ma nel moribondo è ancora tutta la sua cognizione, ed è
ardente, pieno d'impazienza il desiderio di veder suo figlio, di
potergli dire alcune ultime parole prima di chiuder per sempre gli
occhi. Carlo s'accosta al letto, tremante, piangente, e quasi non
riconosce suo padre in quel cadavere in cui non c'è più di animato che
due occhi sbarrati, febbrili, riarsi da un fuoco interno, agitati e
quasi direste paurosi. Il morente gli fa cenno accosti più che può
l'orecchio alle sue labbra, da cui greve, affannato, penoso esce il
rifiato interrotto dal singhiozzo della morte, e Carlo si curva sul
giacente e questi con quel filo di voce che gli rimane sussurra:

«--Non morivo tranquillo senza svelarti una cosa che da tempo mi
tormenta... che è un mio gran rimorso... che temo Dio non mi
perdoni...

«Un singhiozzo l'interruppe: Carlo volle dire alcune parole di
conforto, ma il padre accennando cogli occhi lo lasciasse parlare,
temendo di non avere il tempo di finire la fatale confidenza, si
affrettò a soggiungere:

«--Pannini era innocente... Sono io che l'ho rovinato... io che l'ho
fatto morire nella miseria calunniandolo... «Carlo fece un moto di
sorpresa che poteva anche dirsi di orrore.

«--Ah!... potessi riparare... balbettò ancora il morente in cui la
voce veniva meno, poi torse gli occhi, agitò le labbra per pronunciare
altre parole, ma nessun suono ne uscì più; una lieve contrazione ne
corse i lineamenti, e il capo ricadde abbandonato sul guanciale. Era
morto.

«Pensate qual esser dovesse l'animo dell'onesto, intemerato Carlo, in
presenza del cadavere di suo padre dopo una rivelazione siffatta!

«Il pensiero che subito sorse nella dolorosa confusione ond'era stata
invasa la sua mente all'apprendere quel fatale, inaspettato segreto,
siffatto pensiero era quello cui avevano accennato le ultime parole
pronunziate da suo padre, le quali rivelavano di certo il desiderio
con cui egli era morto; era quello che non poteva a meno di sorgere in
un'anima così onesta: riparare!

«Ma come farlo? In qual modo e in qual misura? Carlo stette innanzi a
suo padre morto, le mani serrate con forza di contrazione muscolare,
muto, immobile, pallido, fissando quel cadavere come se da quei
lineamenti distesi dalla mano della morte, da quelle labbra chiuse per
sempre gli dovesse venire tuttavia un'indicazione del come eseguire il
dover suo, poichè egli non aveva menomamente indugiato a sentire che
quello era oramai un suo impreteribile dovere.

«Che notte fosse quella ch'egli passò dopo la morte del padre e la
terribile rivelazione, egli solo potrebbe dirlo, e non disse mai a
nessuno; ma il mattino la sua decisione era presa. Per prima cosa si
recò dai signori di Campidoro ed apprese loro tutta la verità, perchè
nel loro concetto fosse riabilitata la memoria del morto maggiordomo.
Egli aveva sentito che di due sorta doveva essere la riparazione da
farsi al calunniato: una morale, distruggendo il falso giudizio che di
lui aveva recato chi l'aveva creduto colpevole; l'altra materiale,
risarcendo per quanto a lui fosse possibile la famiglia di quella
vittima, dei danni finanziari che aveva sofferto. Dopo aver dunque
manifestato il vero al marchese ed alla marchesa di Campidoro, fece
due parti dell'eredità che gli aveva lasciato suo padre ed una fece
pervenire misteriosamente al figliuolo di Pannini. Verso di costui
egli non aveva nessun debito di svelare la colpa di suo padre: purchè
lo risarcisse ampiamente di quello che aveva perduto. Gli fece
pervenire la vistosa somma come il pagamento d'un debitore di suo
padre, che desiderava rimanersi sconosciuto. Pannini accolse questo
come un bel regalo della sorte, e non cercò altro, non sospettando
nemmeno che la cosa potesse venire da Biale; e siccome era sempre del
medesimo umore spendereccio, si diede a farla alla grande con quei
denari, per quanto gli consentiva la vita di subalterno militare.
Avrebbe rinunziato a questa uggiosa esistenza, ma i Campidoro volendo
alla loro volta risarcire in alcun modo il figliuolo del loro antico
maggiordomo, ottenevano a poco andare anche per lui le spalline da
ufficiale, ed egli trovandosi assai leggiadro e piacente sotto la
montura, continuava volonteroso. Poco dopo si univa in maritaggio con
una bella ragazza che gli arrecava una discreta dote, e ne nasceva un
figliuolo, che è il presente Gustavo Pannini.

«Ma volle sventura che un giorno Carlo Biale, promosso ad un grado
superiore, fosse cambiato di reggimento, e mandato in quello appunto
in cui era Pannini. Nell'animo di costui non era punto scemato l'odio
che nutriva verso il figliuolo del nemico di suo padre, di cui non
sospettava, e non avrebbe creduta mai la generosa azione a suo
riguardo.

«La severità di modi, l'asciutto riserbo di Carlo dispiacquero sempre
più a Pannini, il quale non lasciava occasione di scoccare qualche
frizzo mordace contro di lui: nè valse a placarlo il modo degno e
leale con cui Carlo trattava; e tutti, in breve, nel reggimento furono
persuasi che una gran ruggine era fra quei due, e che sarebbe bastata
una lieve circostanza a far nascere fra loro una collisione: questa
circostanza Pannini tentava ad ogni modo di far nascere, e Biale
invece con pari cura e con successo migliore faceva ad impedire. Di
codesto, come accade, fra gli ufficiali del reggimento si faceva un
gran discorrere, e chi temeva per l'uno e chi per l'altro, con
discussioni calorose che minacciavano persino produrre le più triste
conseguenze; gli amici di Pannini cominciavano a tacciare di
pusillanimità la prudenza di Biale, e i parteggiatori di quest'ultimo
battezzavano per impertinenza la volontà provocatrice del primo. In
verità Pannini aveva molti più aderenti che non Carlo, il quale,
venuto l'ultimo nel reggimento, colla serietà del suo carattere
allontanava da sè la famigliarità e la confidenza che sogliono aver
luogo fra camerati.

«Le cose erano a questo punto, quando la circostanza tanto aspettata
da Pannini avvenne pur troppo. Si era in piazza d'armi alle manovre, e
Biale in mancanza dell'aiutante maggiore faceva egli siffatto
servizio. In un movimento qualunque, Pannini, che comandava un
pelottone, si sbagliò e Carlo l'ebbe ad ammonire: era un movimento
importante, occorreva fosse eseguito rapidamente, e si era sotto gli
occhi del colonnello severissimo, che avrebbe acerbamente rampognato
l'errore: per ciò le parole di Biale furono forse più vivaci ed
impazienti che non sarebbero state in altro momento, e Pannini sentì
montarsi la stizza, offeso il suo orgoglio, che era cotanto,
nell'essere rimbrottato in presenza del reggimento. Si fermò egli
fuori delle righe, al posto in cui si trovava, e rispose alcune
insolenti parole al suo correttore; Biale rimbeccò ordinandogli, come
superiore, tacesse ed obbedisse: in quella soprarrivò il colonnello,
che volle sapere ciò che accadesse: informatone brevemente da Carlo,
il comandante del reggimento, il quale in siffatte cose era
scrupolosissimo, disse forte colla sua voce chiara di comando:

«--Sottotenente Pannini, cinque giorni di arresto nella propria
camera.

«Pannini tornò al suo posto pallido e mordendosi le labbra.

«--Biale me la pagherà: l'udirono mormorare fra i denti i suoi vicini.

«Mentre il sottotenente, era agli arresti, i suoi amici andavano
dicendo a bassa e ad alta voce che appena uscitone, Pannini avrebbe
domandato ragione a colui che era stato causa fosse così punito; e
Biale quando questa voce gli venne all'orecchio si contentò di fare un
sorriso e di crollar le spalle. Invero il signor Carlo non aveva
nessun'apprensione da provare per un simile scontro, tra perchè era
coraggiosissimo innanzi ad ogni pericolo, tra perchè nel maneggio
d'ogni arma andava dei primi nel reggimento e di molto innanzi al suo
avversario.

«La cosa avvenne infatti com'era stata prevista. Il giorno stesso in
cui erano finiti gli arresti di Pannini, questi alla prima radunata
degli ufficiali investiva aspramente il suo nemico e lo sfidava a
duello. Biale s'era proposto d'esser calmo e di non accettare la
tenzone, riparandosi dietro la buona ragione che avendo parlato a
Pannini in qualità di superiore e per cose di servizio, non poteva
essere il caso di darne conto con un duello, ma come si fa ad esser
calmi quando un uomo vi provoca insolentemente in presenza d'una
frotta di compagni che si sanno pronti a prendere la vostra
moderazione per un meno nobile sentimento, e si ha il sangue di
venticinque anni nelle vene? Biale dimenticò tutti i suoi propositi di
mitezza innanzi alla tracotanza del suo avversario e, accettato il
duello, volle che fosse alla spada, l'arma degli scontri più seri, e
con tali condizioni che lo rendessero pericolosissimo.

«--Così, pensava egli, l'avrò finita una buona volta con questo matto.

«Le cose furono intese appuntino, ed il giorno dopo doveva aver luogo
il combattimento. Appena calmato un poco il bollore del sangue, nel
signor Carlo era tosto entrato già un rincrescimento di quanto ora
avvenuto, e s'era già pentito dell'aver così facilmente ceduto
all'impeto del suo momentaneo risentimento. Che? Aveva egli da
battersi col figliuolo dell'uomo che doveva a suo padre la rovina?
Così, se il padre aveva danneggiato questa famiglia nelle sostanze e
nella fama, egli, Carlo, l'avrebbe priva del suo unico attuale
sostegno? Come ti dissi, Pannini erasi ammogliato ed era da pochi mesi
padre d'un bambino; Carlo pensò a questo meschinello di fanciullo, ed
avrebbe dato non so che cosa per evitare quello scontro... Ma sì, come
s'aveva da fare oramai? Tutto era stabilito, l'ora fissata, preso il
convegno: per ritrarsene ci voleva ben altro coraggio di quello che
Carlo si credeva d'avere. Affrontare la lama dell'avversarlo era un
nonnulla per lui, ma affrontare i severi giudizi, lo scherno, il
disprezzo di tutto il reggimento, che sapeva non gli sarebbero mancati
quando egli si fosse tirato indietro, era troppo, e non gli pareva
affatto di sentirsene la forza.

«Era già notte, e Carlo, solo nella sua camera, preparava alcune carte
e disponeva di alcune sue cose nella previsione d'una possibile
disgrazia che gli toccasse nel duello la mattina a venire, quando il
soldato che gli faceva da domestico venne ad annunziargli che una
signora con fitto velo sul volto domandava con viva istanza parlargli.
Carlo, che non indovinava menomamente chi esser potesse, ordinò che
fosse introdotta. Entrò una donna che pareva appena potersi reggere in
piedi, tanto era vacillante il suo passo, e di cui le mani tremavano
come foglie mosse dal vento. Mentre Biale la salutava rispettosamente
e muoveva verso di lei, la dama si sorresse al mobile che trovò più
vicino colla sembianza di chi ha proprio esaurite tutte le sue forze.

«--Signora, disse Biale con accento incoraggiante, con chi ho l'onore
di parlare, e che cosa mi vale il favore d'una sua visita?

«La signora, il cui petto ansimava penosamente, levò il velo che
discendeva dal suo cappellino e mostrò il viso pallido, disfatto,
inondato di lagrime della giovane moglie di Pannini.

«Biale diede indietro d'un passo meravigliato e turbato.

«--Signora, balbettò egli, non sapendo affatto che cosa si avesse da
dire: signora, lei qui!....

«La donna per tutta risposta si lasciò cader seduta, e, coprendosi col
fazzoletto la faccia, ruppe in un pianto dirotto ed angoscioso.

«Carlo stette un poco dritto innanzi a quella donna, assai imbarazzato
di quel che avesse da dire o da fare; ma poichè alcun tempo era
trascorso in silenzio ed ei sentiva che qualche parola gli toccava
pure di rivolgere a quella desolata, cominciò con voce impressa di
riguardo e di pietà:

«--Signora, si calmi, faccia coraggio, la prego... La sua venuta mi fa
pensare ch'ella creda ch'io possa qualche cosa per lei; mi dica ciò
che ha da comandarmi, ed io la accerto che mi farò una premura di
servirla in tutto quanto mi sarà possibile.

«La donna si levò con impeto, si rasciugò in fretta le lagrime, e
giungendo le mani come fa chi supplica con ardore, disse con accento
pieno di commozione:

«--Sì, ella può molto per me. Ella può tutto, ed io sono venuti a
scongiurarla non voglia gettar nella rovina e nel dolore una famiglia.

«Per farla breve, la moglie di Pannini era venuta a pregare il signor
Carlo di non battersi col marito di lei; e lo fece con tante
preghiere, con tanta insistenza, con tali ragioni, che un cuore anche
meno umano di quello di Biale ne sarebbe rimasto commosso. Ma quello
che la povera donna domandava pareva all'avversario di Pannini
impossibile: come si fa a disdire un duello senza che ne sia offeso
l'onore, massime trattandosi di militari? Egli promise che avrebbe
fatto di tutto per risparmiare la vita del suo nemico; ma codesta
promessa non valse a tranquillare quella povera anima sgomenta di
moglie e di madre.

«Quando sarebbero stati a fronte nel giuoco tremendo in cui si tratta
di salvare la propria vita colla morte altrui, che sì che avrebbe
avuto ancora molto potere una tale promessa! Ella aveva bisogno di
sapere che non sarebbero andati sul terreno; ella si rivolgeva a
quella generosità e pietà dell'animo che sapeva in Biale cotanta; ella
lo pregava in nome d'un bambino che sarebbe rimasto orfano, gli
svelava un doloroso segreto della sua famiglia, ed era che il marito
col suo soverchio spendere aveva ormai consumato tutte le sue e le
sostanze della moglie, così bene ch'egli morendo avrebbe lasciata la
vedova e il figliuolino nella miseria. Avrebbe il signor Carlo voluto
tanta jattura? Tu sai che eloquenza disordinata, fuori di tutte le
regole, ma efficace, ha una donna commossa, che vuole arrivare a uno
scopo, una donna che prega per ciò che ha di più caro al mondo. Biale
aveva le lagrime agli occhi, ma non poteva dare alla supplicante una
risposta qual essa desiderava.

«--Ma vuol'ella adunque, finì egli per esclamare, che io sacrifichi
alla sua tranquillità il mio onore?

«--Voglio che non mi tolga il padre di mio figlio, l'unico sostegno
che mi rimanga.

«E poichè vide che Carlo rimaneva irremovibile, ella con atto ed
aspetto disperati partissi, ma lanciando sul giovane queste parole
come una maledizione:

«--Dio non le possa perdonar mai, se ella avrà ad essere l'assassino
della mia famiglia.

«Biale rimase solo sotto l'impressione di quelle crude parole che gli
penetrarono profondo nell'anima.--L'assassino di quella
famiglia!--Tutta notte sentì intronare nel suo cervello quest'orribile
grido. Era dunque fatale che quelli del suo sangue fossero funesti ai
Pannini? Quel povero bambino, quando fosse rimasto orfano, con che
forza avrebbe gridato al cielo vendetta contro di lui, come aspramente
il rimorso avrebbe travagliato il cuore di Carlo! Aveva egli riparato
in parte al danno recato a quella famiglia da suo padre per
recargliene egli stesso uno maggiore? Andar sul terreno era un esporsi
a diventar omicida; la donna sconsolata che era venuta a supplicarlo
aveva avuto ragione di non contentarsi della promessa da lui voluta
dare di risparmiare i giorni dell'avversario; ben sentiva egli stesso
che in faccia alla punta della spada nemica difficilmente sarebbe
stato padrone di sè. Dunque?... Non aveva egli verso il figliuolo
della vittima di suo padre doveri diversi e maggiori che non verso
ogni altro?... Quando egli fosse giunto a persuadersi che questo
dovere lo aveva, l'avrebbe compito senza fallo, qualunque cosa gli
avesse costato; ma respingeva questa persuasione. Lottò lungamente;
alla fine vinsero la pietà e quel sentimento esagerato del suo debito
verso Pannini, cui la sua anima di probità dilicatissima aveva
concepito: determinò che non avrebbe a niun conto incrociato la spada
col figliuolo dell'antico maggiordomo di casa Campidoro. Giunto il
mattino, scrisse due lettere: una ai suoi padrini, l'altra al suo
avversario; diceva in entrambe che più mature considerazioni fatte lo
avevano deciso a non battersi altrimenti, che molto gli doleva quanto
era avvenuto fra lui e Pannini; ma di quanto riguardava il servizio,
egli superiore di grado non aveva da renderne ragione nessuna, e se
nei fatti suoi v'era alcuna cosa all'infuori di ciò che avesse offeso
il sottotenente, egli, stato sempre lontanissimo dall'avere una simile
intenzione, non esitava a dichiarare aperto la sua maggiore stima per
l'avversario.

«Questo diportarsi di Carlo fu uno scandalo per tutto il reggimento,
che lo tacciò senza esitazione per atto di viltà. I padrini di Biale
accorsero strepitando al suo alloggio: ma un uomo come quello non
aveva potuto risolversi ad un passo di tal fatta senza molto
travaglio; appresero ch'egli era in letto con una febbre gagliarda e
trovarono nell'anticamera il suo fido soldato di servizio che per
ordine del medico non lasciava penetrare nessuno presso di lui.

«Per una settimana, durante cui Biale fu ammalato, Pannini trionfò
presso i compagni, di cui non uno era disposto ad approvare la
condotta del signor Carlo: non una visita venne a dimostrare al malato
la simpatia e il riguardo di alcuno de' suoi compagni d'arme. Solo una
donna venne copertamente una sera a ringraziarlo piangendo di
riconoscenza: era la moglie di Pannini, la madre di Gustavo. Tutta
l'ufficialità del reggimento aveva sentenziato che Biale era indegno
di appartenere al loro corpo, e che bisognava assolutamente fargli
prendere le sue dimissioni.

«Quando Carlo si presentò la prima volta dopo ciò ai suoi commilitoni,
tutti gli volsero le spalle col più appariscente disprezzo, nessuno
gli diresse la parola, ed a ciò ch'egli disse non fu risposto, come se
da nessuno fosse udito: egli divenne più pallido di quel che già era
in seguito a quella settimana di malattia, si morse le labbra, ma
incrociate le braccia al petto, stette immobile senza più aggiunger
verbo.

«Sopravvenne il colonnello, il quale naturalmente era stato informato
di tutto. Per ragioni di servizio dovette egli rivolgere la parola a
Biale, ma lo fece con più asciutta brevità e con burbero accento più
che non mai prima, e innanzi di partirsi gli disse bruscamente che
desiderava parlare con lui e lo attendeva ad una data ora in casa sua.

«Quando Carlo si recò dal colonnello, questi lo accolse nel suo
salotto, dritto innanzi al camino, con una faccia delle più
accigliate. Lasciatolo appena varcar la soglia, il colonnello
interrogò Biale con impetuosa vivacità:

«--È egli vero ciò che apprendo sul suo conto, signor luogotenente?

«--Che cosa? domandò a sua volta Biale con rispetto, ma con fermezza e
in contegno tutt'altro che di colpevole.

«--Che lei, sfidato da Pannini, al momento del duello ha rifiutato di
battersi?

«--È vero: rispose con serena semplicità il signor Carlo.

«Il colonnello diede uno scossone e fece una fiera alzata di capo come
cavallo che adombra.

«--Diavolo! esclamò egli, mandando lampi dagli occhi. Questo è
grave... molto grave... Ed io che ho sempre stimato in lei un buon
ufficiale!... Alla croce di Dio, avete voi paura?

«Biale arrossì fino alla radice dei capelli: ma i suoi occhi
mostravano che non era di vergogna quel suo rossore.

«--No, signor colonnello, non ho paura: diss'egli fermamente, ma senza
tono di millanteria.

«--Orsù, vediamo un poco... Qui sotto ci dev'essere una qualche
ragione, ed io non sarò malcontento di saperla.

«--Sì signore, la ragione c'è: una ragione che mi rende la vita del
signor Pannini più sacra di qualunque altra, ma questa ragione è un
segreto, ed io non lo posso dire a nessuno, nemmanco a lei.

«La faccia del colonnello s'imbrunì minacciosamente.

«--Eh via, queste son favole: diss'egli crollando il capo con
espressione di molto malcontento. Crede lei che la cosa possa passar
così liscia senz'altro?

«Tacque, come per aspettare una risposta: Carlo rimase immobile e
taciturno.

«--Avrà visto che accoglimento grazioso le hanno fatto i suoi
compagni...

«Biale ebbe una dolorosa contrazione del volto, come uomo a cui si
tasta aspramente una piaga; ma tornò tosto nella sua impassibilità.

«--Ho visto, diss'egli freddamente.

«--Ed hanno ragione, corpo di bacco! proruppe con collera il
colonnello. Sa ella, un ufficiale che rifiuti una soddisfazione
d'onore, che cosa gli resti di meglio da fare?

«--Dare le sue dimissioni, rispose freddamente Carlo.

«--Lei lo ha detto: disse con forza il colonnello, che pareva perdere
la pazienza.

«Biale s'inchinò.

«--È ciò che faccio fin da questo momento. Le manderò la mia domanda
per iscritto quest'oggi medesimo.

«Il colonnello aggiunse seccamente:

«--Procurerò che il Ministero soddisfi il più presto possibile il suo
desiderio.

«Fece un lieve cenno del capo per indicare che il colloquio aveva da
esser finito, e Biale uscì di là col tormento maggiore e la rabbia
repressa che uomo possa soffrir mai.

«--Anche il colonnello mi disprezza!.... pensava egli. Oh! non ho io
ripagato abbastanza il debito di mio padre?

«La notizia che Biale aveva domandata la dimissione corse sollecita
per tutto il reggimento: si rise alle sue spalle e si dissero di lui
le più schernevoli parole del mondo.

«Alla prima riunione degli ufficiali che ebbe luogo di poi, Carlo
presentandosi ebbe un accoglimento ancora più insultante ed offensivo
di prima. Ogni sguardo egli se lo sentiva addosso oltraggioso come una
ceffata: una voce chiara e spiccata disse forte:

«--Eccolo qua il codardo.

«Carlo camminò con passo risoluto verso colui che aveva pronunciate
cotali parole: era egli uno dei più arditi e battaglieri uffiziali
dell'esercito. Tutti i presenti si volsero a prestar attenzione a ciò
che stava per succedere.

«--È egli a me, domandò Biale con voce fremente ma contenuta, ch'ella
ha dato del codardo?

«Quell'altro lo guardò dall'alto al basso con supremo disprezzo.

«--A lei: rispose villanamente.

«Carlo non fu più padrone di sè: gli era da parecchi giorni che
soffriva cotanto, e la sua anima inasprita non ne poteva più, e il suo
sangue agitato dalla febbre gli bolliva irrefrenabilmente. Alzò la
mano ed un solenne schiaffo risuonò sulla guancia dell'ufficiale che
aveva detta quella parola: codardo.

«Naturalmente il percosso fece per gettarsi sul suo offensore, i
vicini s'intromisero perchè la lotta non si cambiasse in ignobile
pugillato, e, senza lasciar tempo in mezzo, i due contendenti,
accompagnati da quasi tutti gli ufficiali del reggimento si recarono
fuori della città a battersi colla sciabola medesima che avevano
allato.

«Ad una così seria offesa non poteva corrispondere che un seriissimo
duello. Biale aveva ancora il sangue eccitato e non aveva più campo ad
ascoltare voce alcuna di ragione. Si gettò contro l'avversario con
tutto l'impeto d'un uomo che vuole la morte di chi gli sta di fronte,
mentre l'avversario con pari ardore si slanciava contro di lui. Fu un
duello breve, ma terribilissimo per furore dei combattenti. Biale più
aitante di persona e più destro rimase vincitore: per una finta al
capo indusse il nemico a scoprire il petto, ed allora con rapida mossa
partendo a fondo lo colpiva in pieno petto con una puntata e lo
passava fuor fuori.

«Fino allora la sua esaltazione feroce era durata in Carlo; a quel
punto cessò ad un tratto. Nel volersi ritrarre indietro, dopo tirato
il colpo, egli senti la sciabola trattenuta, e pesare grave su di essa
il corpo dell'avversario. Nello stesso tempo i suoi occhi, fissi sul
volto del nemico, videro i lineamenti di costui contrarsi, poi
distendersi tosto, le labbra aprirsi e non mandare che un'esclamazione
soffocata, ed un pallore di morte spargersi sulla fronte e sulle
guancie dell'infelice. Carlo gettò un grido e spiccò un salto
all'indietro, abbandonando la guardia della sua sciabola. Il corpo
dell'altro ufficiale non più sostenuto cadde stramazzone per terra.
Tutti, eccetto Biale, gli furono attorno. Era morto.

«L'uccisore stava là, quasi più pallido dell'ucciso, ch'egli guardava
fisso con occhi sbarrati che esprimevano il più profondo orrore.
Quando gli fu pôrta la sua sciabola sanguinosa estratta dal cadavere,
e' la ruppe al suolo e ne gettò i pezzi lontano.

«Egli si allontanò solo di colà e lungamente si aggirò per la più
deserta campagna. S'era fatto omicida volontario ed un tremendo
rimorso gli tormentava l'animo: per risparmiare Pannini aveva ucciso
un innocente: a cagione di costui adunque egli vedeva spezzata la sua
carriera, fatto incerto il suo avvenire, chè nella vita militare non
voleva più continuare a niun patto, e macchiate le mani di sangue.

«Dopo quest'orribil fatto i suoi compagni gli avevano restituita la
loro stima: ma egli aveva orrore di sè medesimo. Fu mandato per tre
mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopportò la pena, a suo
giudizio troppo mite, con una dolorosa rassegnazione. Il colonnello
nel frattempo gli fece capire che se avesse voluto ritirare la domanda
della dimissione, ciò vedrebbero molto volentieri e il reggimento ed
egli stesso; Carlo rispose che non avrebbe più cinto una spada finchè
non si trattasse di combattere un nemico straniero.

«Tornato alla esistenza di semplice cittadino, cercò un impiego
privato e l'ottenne presso una casa di commercio. Più tardi prendeva
moglie, e ne aveva un'unica figliuola, che è la signora Lisa.

«Quanto il signor Carlo amasse moglie e figliuola è superfluo il
dirlo: eppure questo grandissimo affetto non lo impedì che, scoppiata
la guerra dell'indipendenza in quel meraviglioso anno che fu il
quarantotto, egli non avesse più bene finchè non fosse riammesso
nell'esercito a spartire con esso i rischi di quella gloriosa lotta.
Chiese l'antico suo grado e l'ottenne; ed a quarant'anni cominciò la
guerra cogli spallini da luogotenente.

«La Lisa aveva allora poco più d'un lustro, ed era la più cara ed
intelligente bambina che si potesse vedere. Ella piangeva, serrandosi
colle piccole braccia al collo del padre; sua madre piangeva
reclinando il capo addolorato sulle spalle del marito: ma nulla valse
a smuovere il signor Carlo dal fatto proposito. Abbandonò moglie e
figliuola, ed ebbe la fortuna di essere uno dei primi a varcare il
Ticino e calpestare il suolo lombardo.

«Vedi stranezza del caso! Nel giugno, dopo la battaglia di Goito, dove
il comandante del battaglione a cui Biale apparteneva cadde
gloriosamente, fu nominato un nuovo maggiore: e questo che veniva da
un altro reggimento era nientemeno che Pannini; il quale, continuata
la carriera militare, trovavasi in tale occasione promosso a quel
grado.

«Il nuovo maggiore, al primo presentarglisi degli ufficiali del
battaglione, riconobbe tosto Biale; onde, non manifestato nulla in
presenza degli altri, quando furono in sul congedarsi, egli pregò
l'antico suo collega di volersi soffermare un momento con lui. Rimasti
soli, gli disse che aveva gran bisogno d'una franca spiegazione da
colui che al tempo della loro contesa era suo superiore, ed ora
trovavasi suo subalterno. Col fatto Biale aveva dimostro che non era
per nessun ignobile motivo ch'egli aveva rifiutato di battersi con
Pannini, e il colonnello a costui aveva ripetute di poi le parole
dettogli da Biale medesimo: che una segreta ragione gli aveva impedito
d'incrociare il ferro con colui che l'aveva sfidato; Pannini ora, al
momento di veder cominciare una nuova fase di necessariamente
seguitate e frequenti attinenze fra di loro, desiderava sapere questa
segreta ragione, od almeno conoscere se in essa v'era cosa alcuna che
leder potesse il suo onore e la sua delicatezza.

«Senza punto esitazione Biale s'affrettò a dichiarare che quest'ultimo
supposto non reggeva menomamente, e ch'egli di chi gli parlava aveva
sempre avuto piena stima; ma poi circa allo svelare questo segreto
motivo egli esitò, apparve manifestamente impacciato, e finì per dire
che la memoria della stretta relazione che passava un tempo fra le
loro famiglie e dell'infanzia passata insieme in gran parte, gli
faceva considerare Pannini quasi come un parente e lo avea reso
ripugnantissimo ad una lotta fratricida con esso.

«Il padre di Gustavo si contentò di questa spiegazione; gli anni lo
avevano fatto più calmo e più assennato anche lui: tese francamente la
mano al suo antico avversario, e disse che aveva riconosciuto in
appresso come in quella circostanza la ragione non istesse dalla sua
parte, che molto eragli doluto d'esser egli stato causa delle
disavventure che n'erano successe a Carlo, che glie le perdonasse, e
poichè egli aveva ricordato le antiche attinenze e l'antica amicizia
d'infanzia volesse anche da canto suo far rivivere quel passato e
considerar lui come suo antico camerata ed amico.

«Biale rispose, non senza commozione, a quel franco e leale parlare,
ch'egli avea tutto dimenticato; che d'altra parte, egli non aveva mai
dato colpa a lui dei tristi avvenimenti che gli erano capitati, ma
piuttosto alla sorte, e che nulla eragli più caro di risuscitare
l'antica domestichezza e l'antica affezione.

«Così fu in realtà, e da quel punto ogni rancore fra quelle due
famiglie fu spento; cosa di cui non poco si rallegrò il bravo cuore
del signor Carlo.

«Il quale al fuoco delle battaglie erasi mostrato uno de' più
valorosi. Dopo il primo scontro a cui prese parte il battaglione,
sotto il comando di Pannini, questi domandò ed ottenne pel suo antico
rivale la medaglia d'onore pel valor militare; e ad un fatto d'armi
posteriore, Pannini domandava ed otteneva del pari pel valoroso Biale
il grado di capitano nel medesimo battaglione.

«Le loro condizioni domestiche erano quasi identiche, ed uguali le
apprensioni e i timori del loro cuore di padre. Pannini aveva un
figliuolo di dodici anni incirca, di cui era solo sostegno, ed a cui
morendo non avrebbe lasciato che debiti; senza pur cessare
d'affrontare imperterrito ogni rischio, egli temeva la morte che
avrebbe lasciato solo al mondo in sì infelici condizioni il figliuolo.
Biale aveva ancor egli una moglie e una figliuola dilettissime, e con
pena pensava egli pure alla sorte di quelle care persone, quand'egli
soccombesse. Vennero a promettersi scambievolmente che quello dei due
sopravvivesse non avrebbe abbandonato la famiglia del caduto e glie ne
terrebbe luogo per quanto gli fosse possibile.

«Dopo ciò Pannini, il quale da qualche tempo sembrava agitato da
funesti presentimenti, fu più tranquillo, e con maggiore audacia
ancora s'espose ai pericoli, pur rampognando il capitano di troppa
imprudenza. La disgraziata campagna del quarantotto finì senza che nè
l'uno nè l'altro fossero rimasti vittima; il signor Carlo era stato
ferito bensì, ma lievemente, e dopo poco tempo aveva potuto riprendere
il comando della sua compagnia.

«Durante l'armistizio, il capitano era venuto ad abbracciare la moglie
e la figliuola, e Pannini, accompagnatolo in una licenza di pochi
giorni, gli aveva fatto conoscere suo figlio Gustavo cui faceva
educare in un collegio convitto di provincia. Il giovinetto aveva una
cert'aria d'intelligenza ed un aspetto di franchezza che molto erano
andati a sangue di Biale. Il maggiore aveva detto a suo figlio
additandogli il capitano, che in caso egli morisse, avesse poi a
considerare costui come suo padre: e il ragazzo s'era gettato al collo
del genitore con tanta effusione ed aveva detto con tanta sensitività:
«Oh no, papà, non morire, non dirlo nemmanco!» che il signor Carlo
n'era stato commosso ed avea preso ad augurare assai bene del
carattere e del cuore di Gustavo.

«I presentimenti di Pannini ebbero sfortunatamente ragione nella corta
e disastrosa campagna del quarantanove. A Novara, in sul primo
avanzarsi verso il nemico del suo battaglione, il maggiore cadeva
colpito in pieno petto da una palla tirolese. Raccolto sanguinoso egli
non fece che chiamare con tutta istanza presso di sè il capitano
Biale. Venuto costui, il ferito gli disse a stento colla voce che gli
mancava, mentre ad ogni parola il sangue gli sgorgava a ondate dalla
bocca.

«--Ricordati di mio figlio.... per me la è finita... mio figlio... mio
figlio... per carità!

«Lo sguardo inquieto, convulso, supplicante diceva assai più d'ogni
parola.

«Biale gli prese una mano e stringendola pronunziò con accento
solenne:

«--Sta tranquillo: gli farò da padre; te lo giuro!

«Il moribondo, chè oramai gli era tale, si rasserenò; i suoi occhi,
chè la parola non poteva più, ringraziarono con effusione; fu portato
alle ambulanze e dopo pochi minuti morì.

«Biale tornò incolume, e riabbracciato la moglie e la figliuola, corse
al collegio a vedere Gustavo. Gli narrò la morte gloriosa del
genitore, e gli confermò ch'ei non l'avrebbe abbandonato mai. Il
maggiore, come già ti dissi, non lasciava che debiti; il signor Carlo
sopperì del proprio alle spese degli studi del giovinetto, il quale
ogni vacanza veniva a passarla in casa del capitano come se fosse la
casa paterna. Quando si trattò di scegliere per Gustavo una carriera,
il capitano lo lasciò libero affatto; solamente gli fece notare come
il suo utile, ed anco il suo dovere, richiedessero che piuttosto
s'appigliasse ad una di quelle professioni che non vogliono tanto
lungo il tirocinio, per dar compenso di guadagni a chi le abbraccia.
Nell'opinione del bravo capitano, Gustavo aveva l'obbligo di venir
pagando a poco a poco, a seconda che guadagnasse, i debiti lasciati da
suo padre, e quindi, quanto più presto egli sarebbe riuscito a far
fruttare l'opera sua, e tanto meglio sarebbe stato. Gustavo scelse il
traffico bancario in cui sognava più rapidi e più vistosi i guadagni,
entrò negli uffizi del borsiere Bancone, seppe guadagnare le buone
grazie del primo commesso fatutto, il signor Padule, e col tempo
divenne segretario della banca.

«Intanto il signor Carlo aveva nuovamente rinunciato alla divisa ed al
grado militare: cessata la guerra, egli aveva voluto tutto ridonarsi
agli affetti ed agli interessi domestici. Colla dote recata dalla
moglie e con quello che egli aveva avanzato delle paterne sostanze la
famiglia possedeva una modesta agiatezza, in cui sembravagli di poter
vivere tutti tranquilli e felici senz'altro; e così sarebbe avvenuto
se poco tempo dopo loro non fosse piombato addosso un grandissimo
dolore: la morte della madre di Lisa. Il signor Carlo ne soffrì di
molto, e sulla sua faccia ordinariamente severa si stese quella tinta
di profonda mestizia che più non l'ha abbandonata di poi. Suoi soli
amori gli rimasero Lisa, primo ed immenso affetto, poi Gustavo. Anche
questi due giovanetti s'amarono, e più e in modo diverso che non
fratello e sorella. Se ne avvide il padre, e pensò che un maritaggio
fra di loro avrebbe fatto la felicità dei due giovani e quindi anche
la sua. Gustavo non possedeva niente fuorchè i debiti di suo padre che
aveva ancora da pagare, ma era laborioso, riconoscente, di carattere
buono ed amava con passione la Lisa: era bensì alcun poco intinto
ancor egli della pece di suo padre e di suo nonno, vale a dire,
mostravasi troppo ambizioso di sfoggio e troppo ghiotto di ricchezze:
ma pure tollerava con paziente coraggio la povertà delle sue fortune;
eppoi, miglior merito di ogni altro in lui, miglior ragione di tutte,
Lisa lo amava.... Il capitano li unì; ed ora vivono tutti insieme le
più beate creature del mondo, e dirò, senza tema d'errare, le migliori
altresì.

«E adesso dubiti tu ancora, mio caro Vanardi, che il capitano sia uomo
da non darsi pensiero delle disgrazie d'un pover'uomo, padre di
famiglia?

--No, rispose Vanardi. Ora ho anzi speranza, e di molto; e te ne
ringrazio, Giovanni, come di cosa già fatta. Sarò computista (e trasse
un sospiro): ma almeno avrò assicurato il pane della mia famiglia....
Ed a proposito di pane, bisogna appunto ch'io vada a comprar qualche
cosa da pranzo pei miei poveri bimbi, poichè mercè tua lo posso.
Addio. T'aspetterò dunque domani con una risposta del come il capitano
Biale e sua figlia abbiano assunta la protezione di questo povero
individuo.

E s'avviava per andarsene, quando si ricordò di quell'altro motivo che
l'aveva condotto dall'amico, quello cioè di narrargli le impressioni
del suo padrone di casa alla vista del ritratto di madama Orsacchio,
partecipargli i suoi sospetti e consultarlo sul da farsi in benefizio
di quell'infelice ch'egli non dubitava fosse vittima dei peggiori
trattamenti del crudele marito.

Selva non aveva conosciuto nè i Cioni nè gli Orsacchio, ma sapeva
tutte le vicende di quell'avvenimento dalla bocca di Vanardi medesimo,
e non era poco l'interesse che egli aveva preso alla sconosciuta sorte
della povera Gina.

Udito ciò che in questo momento glie ne disse Antonio intorno alla
visita del signor Marone, Giovanni rispose che quel fatto non era
bastevole per dar fondata speranza di essere in sulle traccie della
sparita donna; il padrone di casa, da qualunque interrogato, non
avrebbe di certo risposto secondo i loro desiderii, poichè era più
facile fosse d'accordo col signor Orsacchio che non altro; ad ogni
modo egli ci avrebbe riflettuto su di meglio, e guardato se c'era
possibilità alcuna d'averne un filo da potersi guidare, essendo che
stimava doverosa carità d'ognuno, e tanto più di Antonio che era stato
amicissimo dello sventurato amante di quella donna, il venire in
soccorso della infelice, non d'altro rea che d'un innocente amore
natole in cuore prima ancora che a forza le si facesse sposare un uomo
indegno d'ogni affetto.



X.


Vanardi uscì dalla casa di Giovanni col cuore più leggiero e col
taschino un po' più pesante. Quei tre napoleoncini, nella sua assoluta
miseria, gli parevano poco meno che un tesoro. Camminò verso il suo
quartiere con la testa più alta e il passo più ardito. Siccome voleva
comprare per la famiglia pane, companatico e vino, pensò con qualche
solletico di superbia di andare ad abbacinare il fornaio, il canovaio
e il salumiere, suoi inesorabili creditori che dubitavan di lui, collo
splendore dei marenghini nuovi che si faceva ballare in tasca con
intima compiacenza. Ma quando già era presso alle botteghe di que'
suoi creditori, si fermò ad un tratto per un nuovo, più saggio avviso
sopraggiuntogli. S'egli mostrava a quei cotali di possedere del
denaro, essi avrebbero preteso tanto più istantemente di venir pagati
dell'aver loro, e Antonio non ne aveva abbastanza da pagarli
compiutamente; e poi, se avesse loro dato quel po' di moneta che
doveva alla carità dell'amico, in che modo il giorno di poi avrebbe
provveduto al mantenimento de' suoi?

Si recò in fondachi dove non era conosciuto, e quando ebbe fatto
compra di ciò che desiderava corse tosto verso casa sua. Per fortuna
questa volta niuno de' suoi creditori era fuori a vederlo passare.
Antonio si stupì forte di non iscorgere neppure dietro i cristalli
dell'uscio il naso appuntato dello speziale. Corse su fino in cima
della casa, pieno di buona voglia e di buon umore, e si trovò in
faccia ad un tremendissimo ingrognamento della signora Rosina.

Costei, liberatasi da messer Agapito, aveva pensato che cosa le
convenisse di fare, se dire o tacere al marito l'insolenza del
farmacista; e la prudenza, e insieme l'affezione che aveva per Antonio
l'avevano persuasa ad abbracciare l'ultimo dei due partiti, e salvare
così il suo uomo da un dispiacere, ed anche dalle triste conseguenze
che avrebbe potuto fruttargli la collera cui egli non avrebbe mancato
di abbandonarsi contro lo speziale. Ma il silenzio era pur grave alla
ciarliera donna, che non aveva mai avuto sì bell'argomento di
chiacchiere da non finire! Era per essa un vero supplizio, e senza
manco averne coscienza, si sentiva stizzita contro il marito a cui
cagione vi si era determinata. E poi, neppure contro quello sfacciato
di messer Agapito ella non aveva potuto sfogare tutta la bizza che
glie n'era venuta, e bisognava bene che verso qualcheduno la si
procurasse un supplemento di sfogo, se non voleva correre il pericolo
di schiattarne. Incominciò coi figliuoli; e l'improvvido marito giunse
giusto in tempo a prenderne la parte sua.

Rosina era seduta al suo solito luogo, coi suoi soliti panni
d'intorno, occupata al suo solito lavoro; ma solo a vedere il modo
brusco e violento con cui ella tirava i punti, s'indovinava il
temporale che c'era in quell'anima. I bambini, la cui turbolenza era
stata frenata da qualche cosa di più grave che un ammonimento, stavano
aggruppati in un angolo rasente il muro, e facevan greppo in silenzio,
guardando di sottecchi non senza timoroso sospetto la mano della mamma
che andava e veniva nella sua opera con vivacità febbrile.

Antonio, entrando, salutò allegramente, ma la moglie non se ne diede
per intesa.

--Mentre io era fuori, domandò egli, è venuto qualcheduno a cercarmi?

Rosina crollò le spalle, e un punto tirato con più violenza stracciò
il filo.

--Maledetto! diss'ella con rabbia.

--Che? esclamò il marito volgendosi a guardarla con qualche stupore:
con chi ce l'hai?

--Col fistolo che ti colga.

--Grazie!... Ne siamo alle solite gentilezze?

Rosina infilò l'ago e si rimise a cucire canterellando in mezzo ai
denti una canzoncina arrabbiata.

Antonio che si levava dalle tasche del soprabito con precauzione,
l'una dopo l'altra, due bottiglie di vino e le posava sulla tavola, si
rifaceva a domandare:

--Non è dunque venuto nessuno?

--E chi vuoi tu che ci sia venuto? rispose con impazienza la moglie, a
meno che non fosse qualche creditore per farsi pagare.

--Non parliamo di melanconie, per carità: esclamò Antonio, che trasse
di saccoccia un bell'involto di grossa carta azzurra da cui emanava un
confortevolissimo odore di salame, e lo pose sulla tavola vicino alle
bottiglie.

I bambini attratti da quella vista e da quell'odore si venivano
lentamente accostando, gli occhi larghi.

Antonio trasse ancora da quelle sue benedette tasche quattro pagnotte
o le mise ancor esse sulla tavola.

--E Giacomo non è venuto per caso a far la risposta della commissione
che gli ho data?

--Ti dico che non è venuto nessuno: ripetè con maggiore impazienza la
moglie: oh che sei sordo?

Allora la si degnò di fare attenzione ai preparativi di pasto
luculliano che il marito aveva disposti sopra la tavola.

--Che cosa è ciò? Dove hai tu presa tutta codesta roba? Te l'hanno
ancora data a credito?

--Oibò!.... L'ho pagata bravamente con quibus sonantibus.

E fece saltare il resto dei denari che aveva ancora in tasca.

La Rosina meravigliata allargò tanto d'occhi.

--Che? esclamò, come non potendo credere a tanto miracolo, del
denaro!... Come te lo sei tu procurato?

--Lo devo a quel bravo Giovanni, a cui non ho potuto tacere le mie
angustie.

Rosina smise alquanto del suo tono scontroso.

--Ah, quello è davvero un buon amico!

--Puoi dirlo sul sicuro.... Non solo mi ha soccorso di metà dei denari
che aveva presso di sè, ma si adoprerà in mio favore, e spero che sarà
efficacemente, per farmi ottenere un impiego....

Rosina gettò via dalle sue falde il lavoro a cui stava occupata e si
alzò sollecita, interrogando con molto interesse:

--Un impiego?... Possibile?... Quale?

Il marito le comunicò il progetto di Selva di farlo entrare negli
uffizi dei banchiere ricchissimo che avea nome Bancone, e i mezzi che
voleva usare per ciò. Il mal umore della donna si dileguò quasi per
l'affatto a codesta notizia.

--Avremo per lo meno il pane quotidiano assicurato: esclamò essa
lietamente; se pure tu saprai conservarcelo: soggiunse con un residuo
di acerbezza.

Vanardi mandò un grosso sospiro di pena e di rassegnazione.

--Lo saprò, diss'egli, ed alla mia povera arte, darò un addio....

--E fosse eterno! interruppe vivamente la Rosina.

--Papà; entrò opportunamente in mezzo il primo de' bambini con queste
parole: ho fame... Non vuoi darmi di quella buona roba che hai
portato?

--È giusto: disse il padre riscuotendosi; non mi manca l'appetito nè
anco a me. Non pensiamo ora a melanconie e godiamo di questo ben di
Dio che la sorte ci manda.

Anche la moglie trovò questo partito il migliore che fosse, perchè si
diede le mani attorno a preparare il desco, e fu così sollecita, che
due minuti dopo tutta la famigliuola era seduta intorno al mantile non
nuovo, nè fino, nè di bucato, e mangiavasi coll'appetito di gente che
si è preparata al pasto con lungo digiuno.

Il malumore della Rosina era sparito del tutto; e quella buona gente
godeva un istante di tranquillità e d'allegrezza in mezzo alle loro
traversie, obliando i travagli passati, le minaccie presenti,
lusingandosi nelle speranze che trasparivano nell'avvenire.

Quando più vivamente erano occupati nelle delizie del loro pasto e in
quelle dei castelli in aria che venivano sognando a gara, due picchi
all'uscio d'entrata annunziarono un visitatore.

--Chi viene adesso a seccarci? disse con malavoglia impaziente la
Rosina.

--Ch'e' sia il figliuolo della portinaia che ci rechi la risposta di
mio zio! esclamò Antonio a cui una nuova speranza venne a balenare
alla mente.

--Uhm! fece la moglie movendo il capo con atto che dinotava
partecipare ella assai poco in questo argomento la speranza del
marito. Avrà egli risposto tuo zio?

--Avanti: gridò Vanardi verso l'uscio; e questo, aprendosi pian piano,
lasciò scorgere la faccia melensa di Giacomo.

--Vedi se l'ho indovinata! esclamò con vivezza di buon umore Antonio,
in cui la concepita speranza si era di subito ingrandita ed afforzata.
Avanti, avanti, mio bravo Giacomo. Voi siete stato a portare quella
lettera?

--Sor sì: rispose avanzandosi il giovane, i cui stupidi occhi si
fissavano con manifesta ed ingenua cupidigia sui commestibili e sulle
bottiglie che stavano sul desco.

--Oh che bravo figliuolo! soggiungeva il pittore. Vi ringrazio
tanto... E mio zio ce l'avete trovato?

--Sor sì: ripeteva il figliuolo della portinaia non istaccando l'avido
sguardo dal salame e dal prosciutto affettati che mandavano un
solleticante odore dai piatti di maiolica in cui erano stati
ordinatamente disposti.

--Va benissimo: disse Antonio. Voi ci direte per filo e per segno
com'è andata la cosa. Prendete una seggiola... Quella appunto... Non
impugnatela per la spalliera che la traversa vi resterebbe in mano...
Venite a seder qui presso di me... Lì!... Piano e con precauzione,
ve', perchè la è un po' scassinata... Così... Ed ora parlate.

--Sor sì... Auguro loro buon appetito...

--Grazie.

--Anche a lei, madama.

--Grazie tante.

--A proposito, disse Antonio che era di carattere il più largo e
generoso, bereste una volta con noi?

Giacomo chinò la testa fra le spalle, fece boccuccia, mando giù la
saliva e lo sguardo disse chiaramente quanto ciò gli sarebbe stato a
grado.

--La ringrazio... Non vorrei scomodarli.

--Niente affatto. Ecco qui il bicchiere di Tonietto... I bambini
beranno in quel della mamma... Assaggiatemi questo poco; ciò vi vorrà
sciogliere lo scilinguagnolo.

E mescette un buon mezzo bicchiere, che Giacomo tracannò senz'altre
cerimonie.

--Dunque a noi: riprese Vanardi; siete stato nella bottega di mio zio?

--Sor sì... Oh che buon odore ha quel prosciutto lì!

Chi non glie ne avrebbe offerto? Antonio non era capace di far
orecchie da mercante; d'altronde pensava che non potendo dare a quel
giovane la mancia, il fargli parte della loro colazione avrebbe tenuto
le veci di quella, e ne avrebbe suscitato lo zelo per altre occasioni
in cui si avesse ancora bisogno di lui. Offrì adunque a Giacomo di
que' commestibili, che tanto manifestamente gli tiravano la gola; ed
egli, senza farsi punto pregare, si mise di buon animo a mangiare a
due palmenti, con qualche stizza della Rosina, meno generosa che il
marito, la quale invano veniva saettando Antonio di occhiate di
rimprovero ad ogni grosso boccone che faceva l'indiscreto figliuolo
della portinaia.

--E mio zio era egli nel fondaco? gli domandò poi Vanardi che voleva
ridurre il discorso a ciò che gl'importava.

--Sor sì: rispose Giacomo con la bocca piena; da principio, entrando,
ho creduto di no, perchè non ci vidi colà che un garzone seduto dietro
al banco... Se la mi favorisse un po' da bere, signor Vanardi...
Grazie!

Tracannò un bicchier di vino.

--E dunque? disse Antonio per ravviare la narrazione interrotta.

--Dunque mi diressi a quel garzone e domandai se il padrone non c'era.
A queste parole suo zio trasse fuori la testa da quella sua baracca di
bussola dove ci ha lo scrittoio e mi domandò: «che cosa c'è? che cosa
si vuole?» Io trassi di tasca la lettera ch'ella mi aveva data e
risposi: «Questo per lei.» Suo zio si alzò, uscì fuori dal suo
nascondiglio e venne avvicinandosi a me: «Una lettera, disse, chi la
manda?» Gli risposi che era lei. Il vecchio che già aveva tesa la mano
verso di me per prenderla, fece tal quale come se invece d'un pezzo di
carta avesse visto ch'io gli porgeva una vipera; trasse indietro la
mano e sè stesso, ed esclamò: «Mio nipote! Non voglio nulla da lui, nè
lettera, nè altro. Andate al diavolo voi e chi vi manda.»

--Ah! fece Antonio con un sospiro di dolore.

--Ha detto proprio così: continuava Giacomo. Io, com'ella capisce,
rimasi lì in asso, colla mia lettera in mano, che non sapevo più che
cosa dire nè che fare. Suo zio si pose a passeggiare su e giù della
bottega colle mani dietro le reni, borbottando fra sè delle parole che
non capivo e facendo ballare il fiocco della sua berretta con iscosse
di capo che mi sembrava volessero dire che era molto in collera. «Che
cosa fate ancora costì? mi disse dopo un poco, più burbero che mai;
non avete udito che non voglio ricever lettera di sorta di quel
signore?... E ditegli ben chiaro che si risparmi la pena di
scrivermene, chè di lui e delle cose sue in nessun modo non voglio più
sentire a parlare.» Ripetè queste ultime parole, staccando una sillaba
dall'altra e con forza: «Non vo-glio più sen-ti-re a par-la-re! Avete
capito?» Avevo capito benissimo. Rimisi in tasca la lettera e me ne
uscii.

--Oh diavolo! sclamò Antonio col più doloroso disappunto.

--Eh! io l'aveva previsto che sarebbe andata così: disse la Rosina
tornata in tutto il suo malumore di poc'anzi.

--E questa lettera me l'avete dunque riportata? domandò Vanardi che
cominciava a rimpiangere i bocconi ed il vino che ingollava con tanta
voglia quello stupido di Giacomo.

--Un momento, rispose questi: mi lasci dire, chè non ho finito.

--Dunque avanti, corpo di bacco! esclamò Antonio con impazienza.

--Ecco! Avevo fatto appena una cinquantina di passi, quando sento a
gridare di dietro: «Ehi, ehi, quel giovane.» Pensando che si potesse
parlare a me mi volto, e vedo il garzone che correndo mi raggiunse in
breve e mi disse: «Venite, il padrone vuol ancora parlarvi.» Tornammo
insieme nel fondaco. «Sapete voi che cosa mi scriva quel birbante?»
(ha detto proprio così) mi domandò suo zio con voce di collera. Io
risposi che non sapevo di niente. «Date qui quella lettera!» soggiunse
ancora più burbero e sdegnoso. Io glie la diedi: la prese, la girò e
rigirò fra le mani, la spiegazzò quasi con rabbia e poi la gettò senza
aprirla sopra il banco. «Che cosa fate?» mi domandò ruvidamente,
vedendo ch'io non muoveva. «Aspetto la risposta,» gli dissi. «Eh! non
c'è risposta da fare, mi disse di mala grazia; andate pure pei fatti
vostri.» Ero già colla mano sul saliscendi per aprir l'uscio, quando
egli, che pareva cambiare ad ogni momento d'idee, mi comandò brusco
brusco: «Aspettate.» Prese la lettera, entrò in quel suo gabbiotto, e
ci stette forse un dieci minuti e più, non dando altro segno della sua
presenza che di soffiarsi rumorosamente il naso due o tre volte. Poi
venne fuori ed aveva una faccia tutto diversa...

--Era commosso? domandò vivamente Antonio che ascoltava questo
racconto con interesse infinito.

--Quello che fosse non so, ma non pareva più in collera. «Va, mi
disse, e di' a mio nipote che una risposta glie la farò forse tra
poco. Bisogna ch'io ci pensi, ch'io veda, ch'io sappia.... Infine in
un modo o nell'altro gli farò conoscere le mie decisioni.» Aprì egli
stesso la porta ed io me ne venni via, ed ora le ho detto tutto dalla
prima parola all'ultima.

--Grazie, Giacomo: disse Antonio il cui cuore s'era aperto di nuovo
alla speranza: le novelle che mi porti sono migliori di quelle che mi
avevi fatto temere dapprima. Evidentemente lo zio fu tocco dalla mia
lettera; il suo affetto per me non è ancora spento del tutto, e il suo
buon cuore non si può smentire. Vedrai, Rosina, che di quest'oggi
medesimo il padrino si rifarà vivo per noi.

La moglie non aveva così liete speranze, ma non contestava ciò nulla
meno che le apparenze non fossero più favorevoli che per l'addietro.
Bisognava bene far festa a questo più benigno sorriso che regalava la
sorte, e ne pagarono la spesa le due bottiglie, delle quali, per zelo
specialmente di Giacomo, ben presto si vide il fondo.

Ma Giacomo era tutt'altro che avvezzo a simil baldoria, obbligato
dalla parsimonia della madre ad un culto esagerato della virtù della
temperanza. E ciò fu causa che quando egli, dopo essere rimasto nel
quartiere del pittore poco meno d'un'ora, discese nella loggia sotto
il portone era in preda ad una certa vivacità, ad un certo eccitamento
cui non era calunniare soverchiamente il dirlo una mezza cotta.

La portinaia scandolezzata accusò con isdegnose imprecazioni Antonio
di corrompere la savia morigeratezza di suo figlio; e per punire
quest'ultimo d'aver ceduto alle seduzioni del tentatore lo tenne tutto
il dì chiuso in casa, senza che si discorresse altrimenti per lui nè
di pranzo nè di cena.

Vanardi aspettò tutto quel giorno alcuna novella del padrino: ma
invano. Nulla giunse; in nessun modo il droghiere diede segno di vita.
Il domattina Antonio stette in casa fino alle dieci, nella speranza
sempre che da un momento all'altro qualche cosa apparisse. Verso le
dieci fu picchiato all'uscio e il pittore corse con uno slancio ad
aprire: era il signor Martino, giovane dello speziale, che porse ad
Antonio per commissione del suo principale una bustina di lettera
suggellata, che dal peso e dal suono si conosceva contenere monete.

--Se la volesse far grazia di scrivermene una ricevuta: disse Martino.

Antonio dissuggellò tosto tosto l'involtino e ci trovò dentro quattro
righe di scritto sopra un foglio di carta e due napoleoni d'oro da
venti lire. Nel bigliettino Agapito diceva che la somma acchiusa era
maggiore di quel che il pittore potesse pretendere, e quindi non lo
seccasse più.

--Che villano! esclamò Antonio, senza che la presenza del garzone
potesse più frenarlo. E mi manda quaranta lire!... Il miserabile!...
Appena se mi paga i colori.

Voleva rimandargli addietro il denaro; ma pure veniva tanto opportuno!
Rosina che era presente, non avrebbe lasciato passare senza contrasto
un simile dignitoso atto di risentimento; si acconciò a ritenerli e
farne la ricevuta, colla quale il signor Martino se ne andò.

Pochi momenti dopo era un usciere di Giudicatura che veniva cercando
il povero Vanardi, e gli rimetteva in mani proprie parecchi atti di
citazione provocati dal venditore di carbone, dal pizzicagnolo, dal
panattiere.

Antonio guardò quelle carte, sbalordito, come se fossero una sua
condanna di morte. Poi si battè la fronte, prese una subita
risoluzione, si calcò il cappellaccio in testa e con quel po' di
denaro che aveva corse via per ammansare mercè alcuni acconti i suoi
creditori. Un quarto d'ora dopo egli si trovava precisamente nella
florida condizione in cui era il giorno innanzi, cioè senza un soldo
in tasca.

E non era un quarto d'ora ch'egli era uscito di casa, quando bussavano
alla porta del suo alloggio, e dietro invito di Rosina vi entravano il
signor Marone ed uno sconosciuto.



XI.


La sera medesima del giorno in cui Vanardi aveva parlato a Selva,
questi con sua moglie discese in casa il signor Biale, come usava due
o tre volte la settimana, per farvi insieme la vegliata.

Il capitano e sua figlia Lisa stavano in un modesto ma pulito salotto,
in cui la tappezzeria e le masserizie mostravano, se non la ricchezza,
certo il buon gusto ed il buon governo.

Un allegro fuoco fiammava nel caminetto alla _Franklin_, e, sedutovi
presso su d'una poltrona coperta di cuoio color tané, il signor Carlo,
i piedi appoggiati al paracenere, la persona avviluppata in una vesta
ovattata, leggeva attentamente un volume della _Storia militare del
Piemonte_. Vicino a lui era un tavolino da una gamba sola con tre
piedi e sopravi una lampada col coprilume di carta verdescuro
all'infuori, che rifletteva la luce in un ristretto cerchio
tutt'intorno, lasciando nella penombra il rimanente della stanza.
Dall'altra parte di quel tavolino sedeva la moglie di Pannini; aveva
il suo cuscinetto da lavoro sulle ginocchia e cuciva.

Giovanni Selva nel dipingere a Vanardi l'antico capitano, Carlo Biale,
non aveva detto che la verità. È una figura che a prima vista vi
ispira confidenza e v'impone rispetto; una di quelle figure oneste,
aperte, gravi, le quali, solamente ad incontrarle, vi fanno provare
una certa soddisfazione e, nel contemplarle, vi fanno inorgoglire
d'essere della loro razza.

Lisa, sua figlia, ha diciott'anni. In punto a bellezza non uscirebbe
dalla mediocrità, s'ella non possedesse nello sguardo, nel sorriso,
nell'espressione delle sembianze, nell'aria del volto una quasi direi
malìa, la quale a chi l'accosta, a chi specialmente le parla, fa
ch'ella sembri la più bella, od anzi meglio, la più cara donna del
mondo. È l'eccellenza della sua anima eletta che si manifesta di
quella guisa e dolcemente comanda in una l'ammirazione e l'affetto.
Tenuta a battesimo dalla marchesa di Campidoro, fu fino agli ultimi
tempi carissima alla gentildonna, la quale il più spesso possibile,
fin da quando Lisa era bambina, la voleva seco; ed ella nel domestico
e frequente praticare in casa l'aristocratica famiglia, senza pur
volerlo, senza pensarci, senza accorgersene menomamente, aveva attinto
un'eleganza, una distinzione, una squisitezza di maniere che
meravigliosamente bene s'accordavano colla sua nativa gentilezza,
cortesia e bontà. Ella è di umor lieto ordinariamente, benigno sempre.
Amorevole qual'è, si compiace nelle mostre di affetto, nelle tenere
cure, nelle ufficiose attenzioni agli oggetti dell'amor suo: il padre
ed il marito. Poichè ebbe sposato l'amato giovane, Lisa fu pienamente
felice; visse in questa terra come in un paradiso; e la sua gioia
cotanta, nei primi tempi da cosa nessuna turbata, lasciò manifestarsi
nella rosea freschezza delle guancie, nel brillare degli occhi vivaci,
nella schiettezza del perenne sorriso, nell'allegre canzoni, nella
medesima alacrità posta ai quotidiani uffizi del domestico governo.

Però da alcun tempo quella sua tanta allegria era sminuita; la sera di
cui dico, sulla fronte di lei e sul volto avreste detto essere disteso
un velo che ne faceva meste le sembianze. Non era già un dolore, ma
una melanconia; meglio ancora era una preoccupazione non esente da
inquietudine. Un poco essa lavorava sbadata, a rilento, visibilmente
col pensiero ad altre ben diverse cose, un poco pareva rientrare in sè
s'affrettava, s'affrettava nel suo trar d'ago: tratto tratto i suoi
occhi neri ed espressivi si levavano dal lavoro e si rivolgevano
intenti, non senza una specie d'ansietà, verso l'uscio che menava alla
vicina stanza coniugale, in cui s'udiva un passo d'uomo che di quando
in quando si muoveva e un aprire e richiudere di cassetti e uno
spostar di mobili.

Di quando in quando il padre levava il suo serio e sereno sguardo
dalle pagine del libro e lo faceva guizzare verso la diletta
figliuola, ed era allora sollecita la buona Lisa a richiamare sulle
sue fattezze la usata espressione di tranquilla e beata ilarità, ed a
fare che l'occhio paterno incontrasse il più lieto di lei sorriso;
imperocchè ella avrebbe voluto fare ad ogni modo acciocchè il segreto
turbamento che era in lei non apparisse allo sguardo amoroso e
perspicace del padre.

Di cotal turbamento che da alquanto tempo la possedeva, era cagione il
marito, il quale, benchè amoroso e carezzevole sempre, pure aveva da
parecchi giorni qualche cosa di nuovo e di strano nei suoi contegni,
che dava mille indefinite paure alla Lisa.

Il primo lievissimo velo di nube che costei aveva visto salire sul
sereno orizzonte della sua felicità coniugale era provenuto da quella
sciocca ambizione di sfoggio che Gustavo pareva avere ereditata dal
padre e dal nonno. Vedutolo sopra pensiero alcune volte, la giovane
moglie l'aveva interrogato con ansioso affetto, timorosa che alcun
cruccio ne angustiasse l'anima, ed aveva scoperto con dolorosa
meraviglia come a lui non bastasse per essere felice la fortuna di
quel tanto e spartito amor loro ed invidiasse nel profondo del cuore
le distinzioni sociali, gli sbarbagli della ricchezza di cui godevano
altri nel mondo. Rimproverato amorosamente dalla giovine donna, perchè
potesse ad altro ancora rivolgere il pensiero e il desiderio, che
l'amor loro non fosse, quando la Provvidenza era stata così pietosa
per essi da conceder loro sì fortunata sorte, Gustavo aveva risposto
che non tanto per sè andava egli desiderando la ricchezza e i suoi
vantaggi, quanto per lei, sua diletta sposa, che avrebbe voluta la
prima in tutto e per tutto e la più ammirata dovunque.

--Ma ciò, soggiungeva egli tutto infervorato, sta pur certa che
avverrà senza fallo, o ch'io perderò il nome. Voglio mettere ai piedi
della mia bella Lisa una fortuna principesca; e quando io voglio una
cosa...

Con pari ardore Lisa lo interrompeva per protestare ch'ella si trovava
abbastanza contenta della modesta agiatezza del loro stato, che ciò
che importava al suo cuore era ch'egli l'amasse sempre e che le
ricchezze, non che non desiderarle, non che non sapere che cosa farne,
ma le temeva benanco quali insidie della sorte, come temeva ogni
cambiamento nelle sue condizioni presenti che le tornavano le migliori
possibili.

Gustavo crollava la testa, faceva un suo cotal sorriso misterioso e
conchiudeva con dire abbracciandola e baciandola:

--Vedrai, vedrai; lascia fare a me e non temere di nulla.

Lisa si racchetava, ma sarebbe stata assai più tranquilla se il marito
avesse rinunziato ad ogni velleità di simile ambizione. Gustavo aveva
sempre usato frequentare di molto le veglie e le feste della società
elegante. Aveva la sciocca smania di comparirvi riccamente vestito di
tutto punto e starvi a paro coi più doviziosi; seguiva gli esempi e le
traccie del signor Padule, il primo commesso di Bancone, che incarnava
sempre in sè l'ultimo figurino delle mode. Non c'era convegno, non
solennità, non festa, per cui egli tanto non facesse da riuscire ad
avervi l'invito. La moglie aveva condotta seco alcune volte, ma poi si
era dovuto a ciò rinunciare perchè le acconciature di lei costavano
troppo più di quello ch'essi potessero spendere, e perchè Lisa
medesima che ci trovava un mediocrissimo diletto aveva determinato
assolutamente di non volerci metter più il piede. E di molto le doleva
che il marito abbandonasse tutte le sere lei e suo padre soli, e non
trovasse pur mai che una veglia in famiglia valesse il sacrifizio
d'una di quelle concorrenze piene di soggezione; le doleva tanto più
che il tempo da passare insieme coll'amato uomo fosse così ridotto
sempre a meno, poichè di giorno le occupazioni di Gustavo alla Banca
gli lasciavano poche ore libere, e le sere, il _mondo_ lo toglieva
affatto alla moglie.

Non andò guari che Lisa si accorse una segreta preoccupazione essere
nell'animo di suo marito; allo sguardo d'una donna amorosa non isfugge
mai un simil fatto. Lo interrogò: egli rispose colla più franca
negativa; e qualche tempo di poi si mostrò veramente così allegro, che
ogni sospetto dovette dileguarsi dall'animo di Lisa. Gustavo era più
amoroso che mai; recò a casa per la moglie i più splendidi e suntuosi
regali di ori, di gioie e di vesti, così bene ch'ella dovette
rimproverarnelo, e non osò mostrarli al padre che più severamente ne
avrebbe ripreso la follìa del genero.

Ma quest'allegria fu una fase che non tardò a passare per lasciar
scorgere all'occhio scrutatore di Lisa i segni d'una nuova e maggiore
preoccupazione nel marito; e tale che da alcun tempo sembrava a lei
fosse addirittura un cruccio che ne tormentava l'animo. Aveva ella di
nuovo interrogato Gustavo con tutto interesse e con tutta
amorevolezza; ed egli a risponderle di bel nuovo press'a poco come
prima: non se ne ponesse in pensiero, non essergli capitato nulla, e
fra poco tempo vedrebbe che tutto andava per la meglio.

Le quali parole non avevano rassicurata l'amorosa donna che a mezzo; e
vedendo essa di tanto in tanto più tristamente pensosa e più
annuvolata la faccia del marito, l'inquietudine di lei ripigliava più
forte, quanto più si sforzava ad immaginare ed argomentare le ignote
ragioni di quella tristezza.

Il capitano, da parte sua, s'era accorto di qualche cosa riguardo alla
figliuola.

--Lisa: le disse un giorno, pigliandola per mano e fissandola ben bene
in volto. Tu non ridi più come per lo innanzi; tu non canti più da
mattina a sera come facevi. Che cosa è capitato?

La giovane s'era fatta del color delle fragole, come una colpevole
colta in fallo.

--Io, babbo? rispose ella tutto impacciata: ti pare?... Ma no... Son
sempre quella io... Non è capitato niente... Che cosa vuoi ci sia
capitato?

E da quel momento stette in sull'avviso per non lasciar scorgere più
nulla del suo turbamento al genitore.

Quella sera adunque in cui noi penetriamo nel salotto di codesta
famiglia. Lisa e suo padre erano soli presso al fuoco nel salotto, e
nella vicina stanza coniugale si udiva l'andare e venire d'un uomo che
non poteva essere altri che Gustavo.

Ad un punto, il signor Carlo alzò gli occhi dal suo libro, volse la
testa verso sua figlia e disse con accento pacato, ma in cui era pure
una leggiera tinta d'impaziente ironia:

--Che? Tuo marito non ha ancora terminata la sua acconciatura?
Cospetto di bacco! Sai che non c'è donna per quanto civetta essa sia
che impieghi tanto tempo alla teletta?

Lisa non sapeva che cosa rispondere; ed ecco, per fortuna, a torla
d'imbarazzo entrare nel salotto i due casigliani del piano di sopra,
Giovanni Selva e sua moglie Adelina.

Conosciuti quali erano dalla fantesca, i due visitatori avevano potuto
inoltrarsi senz'essere annunziati. All'udir gente che entrava il
signor Carlo aguzzò lo sguardo verso l'uscio; ma non vedendo bene chi
fosse nella penombra prodotta dal coprilume, sollevò questo dal globo
della lampada, e fece spandere la luce per tutta la camera.

--Siate i benvenuti, miei cari vicini: disse egli con molta
cordialità, ravvisandoli tosto, e chiuso il libro lo ripose sulla
tavola per porgere la destra a Giovanni che s'avanzava verso di lui.

Lisa, appena visto ancor essa chi entrava, s'era levata vivacemente da
sedere con un'esclamazione di affettuosa letizia ed un saluto
amichevole, ed era corsa incontro all'Adelina ad abbracciarla.

--Lei sta bene, signor capitano? disse Giovanni stringendo con
deferenza la mano leale del padre di Lisa.

--Benissimo, grazie. Di lei non lo domando neppure; lo si vede
abbastanza.... E neanche di lei signora, soggiunse con un sorriso di
galanteria, volgendosi ad Adelina, la quale s'era seduta dall'altra
parte del tavolino, accosto alla Lisa. Ella è un fior di rosa.

La moglie di Selva, sorridendo, minacciò scherzevolmente il signor
Biale coll'indice della sua piccola mano.

--Ah, signor capitano! Lei mi vuol fare imbizzarrire.

--E il signor Pannini? domandò Giovanni.

Il capitano fece una smorfia di cattivo umore e crollò le spalle con
atto di malcontento.

--È di là, rispose, in grandi occupazioni di teletta. Non so quando
avrà finito. Per me gli è un'ora che m'impaziento per tanta grulleria.

Lisa arrossì, come se fosse a lei diretto il rimbrotto, e timidamente
disse:

--Gustavo deve andare ad una gran festa, e....

--Sì, sì: fu sollecito a soggiungere il capitano, pentito d'aver fatto
pena alla figliuola. E' va ad un suntuoso ballo d'apparato che dà non
so qual principe della finanza.

--Desidererei parlargli: disse Giovanni; ma del resto ciò di cui
voglio pregarlo--perchè si tratta d'un favore che ho intenzione di
domandargli--posso dirlo a loro, è la medesima cosa.

--Parli, parli pure: disse con gentilezza invitatrice, non per
cerimonia, ma affatto sincera, il padre di Lisa.

In questa s'udì la voce di Gustavo dalla stanza vicina.

--Lisa, hai tu veduto i miei guanti?... Non li trovo più.... Ne avevo
ancora parecchie paia...

--Li ho riposti io: rispose Lisa alzandosi in tutta fretta. Vado a
darteli.

E corse sollecita dov'era il marito.

Gustavo in tutto lo splendore d'un'acconciatura di rispetto più che
accurata, abbagliante per i bottoncini di diamanti allo sparato della
camicia, pei bottoncini d'oro al panciotto nero, per la lunga e grossa
catena d'oro dell'oriuolo, dalla quale pendeva una voluminosa ciocca
di ciondoli, di ninnoli, di minuterie preziose, stava innanzi allo
specchio ammirando il nodo elegante della sua bianca cravatta e le
volute graziose alle tempia della sua zazzera arricciata dal ferro
sapiente d'un parrucchiere alla moda.

Si volse alla moglie che era entrata, e le disse con un sorriso
trionfante:

--Ti pare ch'io stia bene?

--Benissimo: rispose Lisa con ammirazione innanzi alla beltà di suo
marito.

--Vieni dunque a darmi un bacio.

Ella ubbidì con molto zelo. Gustavo le passò un braccio intorno alla
vita e guardandola con espressione di molto amore, soggiunse:

--Ah, perchè non posso condur meco anche te, mia buona ed adorata
Lisa, in una teletta che facesse stare al disotto quella di tutte le
altre? La tua bellezza, cara donna mia, disgraderebbe le più superbe
pretensioni di quelle poppattole che tengono lo scettro della moda...

Mandò un sospiro di sincero rimpianto, soggiungendo:

--Ah! se la fortuna mi avesse un po' assecondato!...

Sulla sua fronte venne di botto ad oscurarla quella nube che la moglie
da qualche tempo ci aveva notata ad intermittenze, però fu lesto a
discacciarla.

--Ma non ho perso ancora le speranze, continuò; ed anzi, chi sa che
fra poco...

Fece una reticenza, la quale, più ancora delle pronunziate parole,
eccitò la curiosità di Lisa.

--Che cos'è? domandò essa. Tu tenti qualche cosa? Tu hai qualche
progetto? Quale?

--Nulla, nulla: rispose il marito sciogliendo l'amplesso con cui la
teneva abbracciata e tornando allo specchio a mirarsi. Non andare
fantasticando colla tua testolina delle cose spiacevoli, sai... Non
voglio; no, cara, non voglio che la menoma ombra di cruccio passi sul
cuore della mia Lisa... Ti dico solamente che il mio costante
desiderio è il poter procurare a questa diletta donna tutti i piaceri
e le soddisfazioni della ricchezza...

--Ma io non ci tengo: disse vivamente la donna. Io non desidero in
nessun modo nè le feste nè gli sfarzi del gran mondo.

--Li desidero ben io per te... Come! a te non piacerebbe di venir
meco... non foss'altro che per istare insieme?

--Ah, Gustavo! Potremmo stare insieme tanto bene e con maggior
abbandono, qui, nella nostra casa!...

--Hai ragione: ma che cosa vuoi? Viviamo nella società, e non possiamo
sottrarci ai legami ed agl'impegni di essa... Quanto a me, poi, alla
mia carriera, al mio avvenire, è quasi una necessità il vivere quella
vita.

Lisa chinò il capo sospirando come per indicare ch'ella ben vi si
rassegnava, ma che penosa erale la sua rassegnazione.

--Oh, dunque, Lisa, riprese Gustavo cambiando tono: dammi i guanti.

La moglie venne a recargliene parecchie paia; egli ne scelse
accuratamente due, e messone uno in tasca per servir di ricambio, si
pose a calzar l'altro con tutta la cura che richiede una sì dilicata
operazione.

Passarono tutti due nel vicino salotto, Lisa portando il mantello, il
_cachenez_ ed il cappello del marito.

--La riverisco, signora, disse questi ad Adelina; buon giorno, Selva,
come va?

I due coniugi risposero al saluto.

Il signor Carlo guardò suo genero non senza un po' d'ironia
nell'espressione del volto.

--Hai finito pur una volta, bellimbusto? gli disse tra lo scherzo e il
rimprovero.

--Che volete? rispose Gustavo ridendo. Questo benedetto nodo di
cravatta non lo potevo far bene. Ci ho sciupato tre pezzuole prima di
venirne a capo... Hai mandato a prendere la carrozza, Lisa?

--Eh! disse con qualche impazienza il capitano: è quasi mezz'ora che
sta qui sotto ad aspettare.

Gustavo trasse fuori il suo ricco orologio.

--Cospetto! è tardi. Ho promesso al signor Bancone di andar presto a
fare la sua partita. Addio, Lisa; buona sera, papà; signori Selva, li
riverisco.

La moglie lo aiutò a mettere sulle spalle il mantello, e gli avvolse
con cura il _cachenez_ intorno al collo.

--Non aspettarmi sai, Lisa, diceva intanto il marito, guarda che te lo
proibisco!... Non so a che ora mi sarà possibile rientrare... già farò
di tutto per isbrigarmi presto... ma in ogni modo, guai a te, se non
ti trovo placidamente addormentata.

La moglie lo accompagnò fino al pianerottolo.

--Copriti bene, gli diceva con infinita amorevolezza, e non istancarti
di troppo, che, per carità, non avessi poi da patirne; ed anche in
mezzo a tutta quella folla, a tante belle signore, a tanto chiasso,
pensa un poco anche a me.

--Forse ch'io ti possa dimenticar mai, anima mia? rispose con accento
di sincero affetto il marito; e datole ancora un caldo bacio
partivasi, mentr'ella tornava nel salotto.

Biale aveva guardato dietro suo genero che s'allontanava, tentennando
un pochino la testa.

--In fondo è un buon diavolo, diss'egli, ma sarà sempre un ragazzo.

Lisa tornò con una lieve mestizia espressa nelle sembianze, la quale
però sotto lo sguardo del padre si dileguò ben tosto.

Selva quindi, sollecitato dal signor Carlo, espose ciò di che era
venuto a pregarli; volessero cioè raccomandare al genero e marito di
procurare un posto nella banca a Vanardi, del quale Giovanni raccontò
le misere condizioni. Il capitano e la sua figliuola presero il
maggior interesse pel povero pittore; e l'intesa fu che Selva mandasse
egli stesso poi il suo raccomandato agli uffici del signor Bancone con
un suo biglietto per Pannini, al quale la mattina seguente il suocero
e la moglie parlerebbero con tutto calore in pro' di quell'infelice.



XII.


Il domattina Selva s'affrettava verso la dimora di Vanardi a portargli
la novella, che il signor Biale aveva assunto di raccomandarlo, e la
sua lettera ch'egli doveva consegnare a Pannini.

Giunto all'uscio del pittore, Giovanni udì nell'interno la voce della
Rosina e quella d'un uomo che gli parve del signor Marone, cui egli
conosceva eziandio. Temendo che gli argomenti di discorso fra la
moglie d'Antonio e il padrone di casa fossero di tal fatta da tornar
poco graditi alla donna, Giovanni s'affrettò ad entrare, e si trovò
innanzi per prima la brutta faccia d'un uomo che non aveva visto mai.

Pareva aver sessant'anni all'incirca; era alto di statura, ma curvo di
petto, come se a stento si reggesse sulla macilenta persona;
calvissima aveva la fronte, e il cranio diventato di color giallognolo
pareva di avorio affumicato; alla nuca si rizzavano ribelli, e, per
dir così, tormentate delle superstiti ciocche di capelli, il cui color
fulvo era temperato dalla canutezza, folti baffi del tutto bianchi gli
coprivano il labbro superiore; foltissime sopracciglia s'aggrottavano
per moto abituale sopra i suoi occhi piccoli, di color bigio,
infossati ed irrequieti, che dal fondo delle occhiaie risplendevano
d'un luciore maligno; la faccia era incavata, e la pelle aderiva
all'osso sporgente dello zigomo, piegandovisi sotto, alle gote, in una
rete inestricabile di minutissime rughe; un pallore quasi livido gli
si stendeva sulle sembianze. Un dolore profondo, interno, antico,
appariva da quel tristissimo volto; ma non era che destasse in chi lo
mirava senso alcuno di pietà, sì piuttosto di paura e di ribrezzo,
perchè nello sguardo, nel cipiglio continuo di quell'uomo si leggeva
una vendetta implacabile, una ferocia da non saziarsi mai.

Giovanni indietreggiò innanzi a quell'orrida figura. Il signor Marone,
che parlava, troncò di subito il suo discorso; e tanto egli quanto il
suo compagno si mostrarono spiacenti del sopraggiungere d'un estraneo.

--Ci pensi madama: aggiunse in fretta il padrone di casa lisciando il
pelo del suo cappello colla manica del pastrano. Noi torneremo per una
risposta.... o tornerò io soltanto, uno di questi giorni.... Mi saluti
il signor Vanardi.... La riverisco.

E sgusciò fuor dell'uscio, come se nulla gli premesse di più che
l'andarsene; lo sconosciuto lo seguì senza disserrare le labbra, senza
fare neppure il menomo cenno di saluto.

--Che animale è egli codesto? disse Giovanni chiudendo la porta dietro
di loro.

--Neh! com'è brutto! esclamò Rosina giungendo le mani. Quando l'ho
veduto entrare, Gesummaria! mi ha fatto paura.

--E che cosa gli è venuto a far qui?

--Eh! lo so io bene? Chè qui mi ha tutta l'aria d'esserci un mistero.
Si figuri che il pretesto fu quello di vedere il nostro alloggio....
Bella cosa, veramente, da vedere!... E che? io dissi subito a quella
talpaccia del signor Marone; noi dunque non si conta più un cavolo e
vuole addirittura spazzarci via. Quell'impostorone faceva il
melato.... E l'altro, quella faccia di morto con que' suoi occhi di
basilisco.... Dio! che occhi!... ha notato signor Giovanni che
lanternini d'inferno sono quelli?... Quell'altro intanto, sa che cosa
faceva?... Guardava tutt'intorno, alle pareti, negli angoli, da questa
parte e da quella con avidità, come se ci avesse da cercare un tesoro.
Il signor Marone lo fece passare di là del paravento. Io veniva loro a
panni e seguitavo a tempestare a parole il padrone di casa. Quel
brutto muso, appena fu di là, vide il quadro colla cornice dorata, e
mandò una specie di grido, quasi un urlo soffocato, che mi fece
trasaltare...

--Oh bella! interruppe Giovanni, il quale fu assalito di botto da un
sospetto: e poi? e poi?

--Se avesse visto come gli occhi gli si misero a risplendere! Parevano
carboni accesi, su cui si fosse soffiato forte. Corse al quadro; lo
spiccò dal muro: lo guardò ben bene che pareva volesse mangiarlo. Un
rosso cupo glie ne era venuto su quelle guancie scialbe, e le sue mani
tremavano come se avesse il freddo della terzana. «Signore, io gli
dissi, che cos'ha, che cosa vuole?» Eh sì! non mi badò più che se
avessi parlato ad un ceppo. Si volse verso il padrone di casa e gli
disse con una voce che pareva venirgli su dal fondo della pancia, come
quella d'un raffreddato che parli in un imbuto: «Avete ragione, è
lei.»

Giovanni interruppe la Rosina, battendo insieme le mani.

--Corpo di bacco! non c'è più dubbio: è lui.

--Chi lui?.

--Quel birbone d'Orsacchio.

--Orsacchio! esclamava Rosina curiosamente. Vuol dire il marito della
donna del quadro?

--Quello appunto.

--Oh poveretta! Ora che ho visto il muso di codestui, comincio a
compiangerla anch'io daddovero.

--Ma vive essa ancora? E dove?... Ecco quanto si ha da scoprire...
Averlo avuto qui quel birbone ed esserselo lasciato scappare!... Ma
poichè pare che egli è in buona relazione col signor Marone, per mezzo
di costui, sorvegliando i suoi passi, potremo forse venire a capo di
qualche cosa... A lei, signora Rosina, che cosa dissero d'altro?

--Parlarono di comprare quel ritratto. Io risposi che mio marito non
lo voleva vendere... Noti che fu sempre il padrone di casa a parlare.
L'altro non disse che poche parole colla sua voce cavernosa...
N'eravamo a quel punto quando lei è venuto e loro sono scappati.

Selva non si mosse di là, finchè Vanardi non fosse tornato. Questi
rientrò a casa avendo placato i suoi creditori e fattili acconsentire
a sospendere l'intentata lite, ma avendo di bel nuovo le tasche
asciutte.

Giovanni gli narrò subito quant'era avvenuto, lui assente, in casa
sua; ed Antonio fu persuaso eziandio, e tosto, che quello sconosciuto
era proprio Orsacchio, cui la fortuna gli menava finalmente tra'
piedi.

I due amici furono d'accordo che conveniva profittarsi di quella
proposta di compera del quadro per iscoprire la sorte di Gina: che
perciò era necessario andarne dal signor Marone sotto colore di
riannodare le pratiche, e governarsi di guisa da venir a scovar fuori
la verità: e siccome Antonio protestava di non esser fornito della
voluta accortezza a quell'uopo, Selva si profferì egli stesso, e
promise ci sarebbe andato al più presto. Alla qual cosa Vanardi lo
sollecitò di molto; impaziente che egli era di aver pur finalmente fra
le unghie quello scellerato che gli aveva ammazzato l'amico Alfredo
Cioni e di recare, se pur fosse possibile, alcun sollievo al destino
certo sciaguratissimo della infelice Gina.

Esaurito questo discorso, Giovanni consegnò a Vanardi la lettera che
aveva scritto per lui a Gustavo Pannini, e lo stimolò a recargliela
sollecitamente, di quel giorno medesimo, s'ei potesse.

--Bisogna battere il ferro mentre è caldo, soggiunse. Questa mattina
il signor Carlo e sua figlia hanno parlato di te a Pannini, ed egli è
di certo disposto a far molto in tuo favore.... non bisogna lasciare
che si raffreddino queste buone disposizioni.

Antonio annuì a tutto quello che Selva gli disse: ed avess'egli fatto
a senno dell'amico, avrebbe risparmiati a lui ed a sua moglie alcuni
brutti momenti che, come vedremo, toccò loro di passare: ma quando
l'amico fu partito per le sue faccende, Antonio che, a cercare
quell'impiego per cui doveva rinunciare all'arte sua, ci andava di
mala gamba, si pose in tasca il biglietto introduttivo presso il
segretario di Bancone, e determinò essere miglior partito l'aspettare
ancora tutto quel giorno se lo zio padrino, commosso dalla lettera
mandatagli, non gli rispondesse favorevolmente come glie ne avevan
data speranza le parole di Giacomo, e quindi non gli rendesse inutile
quel passo che gli gravava assaissimo l'aver da fare.

Ma il poveretto ebbe un bell'aspettare tutto quel giorno ed anche
l'altro appresso: nessuna risposta gli giunse da quel barbaro di
padrino.

Come avvenne egli mai? Il cuore dello zio droghiere, che, dietro la
narrazione di Giacomo, pareva essersi aperto ad un poco di pietà,
erasi egli chiuso di nuovo più inesorabilmente di prima? Ecco in che
modo era andata la faccenda.

La verità era che il vecchio non aveva potuto leggere lo scritto del
nipote senza sentirsi commuovere. La sua collera aveva un bel dirgli
che doveva star saldo; la compassione e l'affetto che, malgrado tutto,
senza che egli volesse e sapesse, gli durava nell'animo per quel
cattivo soggetto d'un nipote, lo piegavano con molta forza a più miti
consigli. Antonio po' poi era l'unico parente che ancora gli
rimanesse: perdonargli le sue colpe, questo poi no; il fiero droghiere
non lo voleva, e dicevasi che non l'avrebbe fatto mai; ma lasciarlo
morire di fame poi, la gli pareva troppo dura anche al suo animo
irritato.

Ed ancora: se non si fosse trattato che di quell'ingrataccio d'un
figlioccio e di quella poco di buono ch'egli aveva sposato, passi: ma
c'eran di mezzo dei bambini.

--In codesto ha ragione, quello scellerato: disse fra sè lo zio. I
suoi ragazzi non ne possono nulla... I suoi ragazzi!.. E' son pur
sangue mio... Poveri bimbi!

Per uno strano gioco di fantasia, rivide col pensiero il suo
figlioccio quando ancora bambino egli stesso. Ricordò le mille piccole
vicende di quel caro fanciullo ch'egli aveva preso ad amare come suo,
e s'intenerì vieppiù. Tolse in un cassetto del suo scrittoio una buona
manciata di monete, cambiò il berretto di seta nera col suo cappello a
stajo, indossò il pastrano ed uscì di bottega, senza dire una parola
ai garzoni, per alla dimora del nipote.

Ma il guaio era che il droghiere sapeva bene qual fosse la strada in
cui Antonio abitava, e press'a poco a qual punto della medesima ne
fosse la casa, ma non aveva mai saputo o non si ricordava più il
numero della porta. Onde, giunto in quella via, rallentò il passo,
parve non andar più che di mala voglia, e si diede a guardare alla
scimunita di qua e di là, come se sulla facciata delle case dovesse
scorgere un indizio che gli mostrasse l'abitazione del nipote.

Già nel tempo che aveva dovuto impiegare a giunger fin lì, quel suo
primo impeto di pietà aveva dato giù un poco. S'era venuto via via
rammentando il suo giuramento, non solo di non perdonare, ma di non
voler nemmanco saper più nulla del colpevole, tutti i gran dispetti
che Antonio gli aveva fatto provare, s'era detto che un uomo di
carattere non deve lasciarsi avvolgere così facilmente da poche
parole, le quali, chi sa ancora se fossero veritiere!

Al sopravvenire di questo dubbio, e' s'era fermato sui due piedi.

--È capace di tutto quel senza fede: aveva pensato. Può esser
benissimo una lustra per bubbolarmi denari; ed io, sciocco, mi ci
lascerei accalappiare?... Oh no, no. Voglio prima conoscere
esattamente come stanno le cose. E se la è una trappola, mal per lui!

Così se ne veniva egli giù per la strada guardando da questa e da
quella. Se la fortuna avesse voluto cessare di esser nemica al povero
Antonio, l'avrebbe menato lì a quel punto, e messolo naso a naso collo
zio. Ma no, essa voleva proprio vederlo alla disperazione, e, per
giuocare all'infelice pittore il più brutto tiro Che potesse, trasse
fuor della bottega e postò lì sul passaggio del droghiere quella buona
lana di messer Agapito.

La giornata era bella, il tempo mite, la solita nebbia degl'inverni
torinesi si lasciava lodevolmente desiderare, e un sole giallognolo
mandava di sbieco un raggio fin sulla soglia della farmacia.
Figuratevi se con un tempo simile il nostro signor speziale poteva
starsene rinchiuso nella sua bottega! La graffiatura del suo naso era
accuratamente coperta da un pezzetto di taffetà inglese incerottato;
la voglia di ciarlare gli era tornata in corpo anche maggiore, e del
doppio gli si era accresciuto il maligno talento di tagliare i panni
altrui; venne fuori a respirare quelle aure tepidette e riscaldare il
suo naso a quel fugace raggio di sole.

Non tardò a vedere lo zio d'Antonio, a lui perfettamente sconosciuto,
il quale andava e veniva, come ho detto, col passo incerto di chi
cerca una qualche cosa e non trova. Pensatevi se la curiosità di
messer Agapito non doveva svegliarsi! Cominciò ad ammiccare a
quell'incognito passeggero, e fargli certi cenni d'interesse e certi
sorrisi di mezzo saluto, finchè vedendo che l'altro non gli badava
punto, non si tenne più dal rivolgergli addirittura la parola.

--Signore, gli disse scendendo dallo scalino, e toccando per saluto la
tesa del suo berretto; non vorrei essere indiscreto; ma mi pare che
lei vada cercando per queste parti di qualche cosa... Io, se posso
essere utile a qualcheduno, sono l'uomo più lieto del mondo... Che
vuole? Son fatto così, io... Non potrei vedere un gatto negl'impacci
senza andarlo a districare... Adunque, siccome questo quartiere io lo
conosco poco su poco giù come la mia bottega, e so a qual ripiano di
qual casa abiti questi o quegli, come so a qual ordine delle mie
scansie vi è il tale o il tal altro barattolo, così se lei ha bisogno
di qualcheduna di siffatte informazioni, io son qui a suo servizio, e
non le accade che domandare.

Lo zio d'Antonio, al primo affacciarglisi di costui che non conosceva,
fece una sosta e stette ascoltando stupito e incerto del come
rispondere. Poi pensò che questo tale poteva benissimo informarlo al
giusto delle condizioni del nipote; e che non sapendo affatto chi
fosse a interrogarlo, era disposto senza dubbio a non falsare la
verità. E come poteva mai immaginare che in quello speziale dalla
faccia sorridente ci fosse alcuna animosità contro il pittore?

--La ringrazio, rispose adunque il droghiere: cerco appunto d'un tale
che deve abitare qui presso, ma di cui non so il numero della porta.

--Ebbene, s'ella me ne dice il nome, io ci scommetto che so dargliene
il giusto indirizzo.

--Gli è un pittore...

Agapito diede in un leggier trasalto.

--Ah, ah! interruppe. Vanardi, forse?

--Giusto. Lei lo conosce?

Lo speziale alzò le spalle, insaccò il capo, allungò il labbro
inferiore e mandò una voce d'un'espressione poco lusinghiera pel
povero Antonio.

--Euh!... Lo conosco pur troppo. Sta qui, in questa casa medesima, su
fino al di sopra del tetto. Me lo vedo passare dinanzi ai vetri della
bottega una diecina almeno di volte al giorno.

--Esce di frequente?

--Non fa che andare a zonzo.

--Non trova dunque lavoro?

--Non ha voglia di lavorare... E poi, affè che per dargli alcun lavoro
bisogna proprio voler gettare via il denaro.

--Vuol dire che è poco abile nell'arte sua?

Lo speziale volle grattarsi, secondo il suo solito, la punta del naso;
ma il suo dito incontrò il cerotto che copriva la graffiatura. Ciò non
lo dispose ad essere benigno per Antonio, fece una smorfia e rispose:

--Poco abile!... Vorrebb'ella forse commettergli qualche lavoro?

--Precisamente.

--Ebbene, accetti un consiglio d'amico. Vada piuttosto a pigliare uno
di quegl'imbianchini che scialban le case.

--Ma dunque, e' non val niente?

--Dia retta: l'espressione sarà un po' forte, ma è giusta: gli è un
asino calzato e vestito.

--O diavolo! esclamò lo zio, un po' offeso contro lo speziale, ma
irritato molto più contro il nipote.

--E con ciò egli ha delle pretese che a chiamarle impertinenti è dir
poco.

--Davvero?

--Domanda dei prezzi impossibili... Guardi: io amo troppo il mio
prossimo per non avvertirnela... E parlo per esperienza, sa!... vede
questi due brutti figuri che fanno vergogna alla mia bottega e che un
giorno o l'altro caccerò sul fuoco? E' non valgono quattro soldi
l'uno, e quel birbone me li ha fatti pagare un occhio della testa.

--E lei, signore, ha pagato?

--Che cosa vuole?... È così insistente!... Un par mio non fa scandali,
non si cimenta con di quella gente... Ho pagato.

--Sarà forse la necessità che lo spinge a domandar più che non valga
il suo lavoro. Mi è stato detto ch'egli era nella massima miseria...

Lo speziale crollò le spalle e si mise a sogghignare.

--Miseria! miseria! La solita scusa di tutti codesti viziosi che amano
spassarsela e non far niente.

--Ma egli ha pure moglie e figliuoli.

--Ah, sì, la moglie.... Una buona lana, anche quella... Lei la
conosce?

--Io no.

--La è una pettegola che meriterebbe di stare colle rivendugliole in
piazza dell'erbe. Una chiassona, un'impertinente... una linguaccia
poi!... una matta, infine, senza ordine e senza giudizio: non so se mi
spiego.

--Corbezzoli! La si spiega benissimo. La ringrazio di queste
informazioni di cui farò mio pro.

Lasciò lo speziale e si avviò per tornarsene senz'altro a casa sua; ma
il desiderio glie ne venne ancora di edificarsi di meglio intorno alle
cose di suo nipote. Passando innanzi al portone, vide scritto al di
sopra del finestruolo le classiche parole: _parlate al portinaio_, ed
avvisò che niuno poteva dirgliene di più, e di più preciso, che il
portiere. Entrò adunque nel camerino in cui stava, come di solito, la
madre di Giacomo.

Ora, vedete accanimento della sorte contro il nostro Antonio; in
quell'istante appunto, la portinaia, che, per quella tal ragione
dell'assenza totale di mancie da parte del pittore, era già
d'ordinario assai poco propizia a costui, trovavasi infiammata da una
nuova e non piccola collera contro il nipote del droghiere.

Suo figlio, Giacomo, era tornato nella loggia dopo un troppo lungo
intervallo--prima colpa che la portinaia era poco disposta a perdonare
così agevolmente--ed inoltre era tornato col povero cervello offuscato
dai fumi del vino bevuto ad Antonio.

La madre gittò le grida le più indignate, come se le avessero corrotta
la virtù del figliuolo sino allora innocente; cominciò per isfogare il
suo sdegno e correggere il traviamento del giovane coll'applicazione
sonora di due schiaffi solenni, ed immediatamente relegò il colpevole
nel soppalco che doveva servirgli di carcere sino alla largizione
d'una generosa amnistia; ed aspettava la prima occasione per dire il
fatto suo al seduttore di Giacomo, quando il droghiere, già sì poco
ben disposto verso suo nipote dalle parole dello speziale, le venne
innanzi ad interrogarla sul conto del pittore medesimo, contro cui
essa l'aveva sì amara.

--Una poco buona razza di gente: rispose la portinaia incollerita. La
mi domanda se son nella miseria.... Eh! non si meritano altro. Per
pagare a cui devono, certo non si san trovare i denari, ma per far
delle orgie sì che son capaci di procurarseli.

--Per far dello orgie? sclamò il droghiere meravigliato e incredulo.

--Sì signore... delle vere orgie.

E la portinaia raccontò a suo modo, come quella stessa mattina, in
casa del pittore, vi fosse stato un pasto suntuosissimo, a cui suo
figlio medesimo avendo preso parte vi era venuto giù con una cotta
vergognosa.

Lo zio d'Antonio non volle più sentir altro. Come! Lo stesso dì, nello
stesso momento quasi che scriveva a lui quella lettera così raumiliata
e supplichevole nella quale narrava sì pietosamente l'infelicità de'
suoi casi; mentre egli, lo zio, si lasciava da quelle parole
commuovere e veniva con tanta premura verso il nipote per soccorrerlo,
il tristo si abbandonava--per chiamarla colla parola della
portinaia--ad un'orgia! Avevano dunque voluto beffarsi di lui: quel
soccorso che sarebbero riusciti a spillargli era dunque destinato a
procurare a que' viziosi nuovi piaceri di simil genere!... Ed egli,
bestione, s'era lasciato intenerire! egli aveva creduto ai loro
piagnistei!... L'irritazione che ne provò rese di botto il padrino
d'Antonio ancora più inasprito contro suo figlioccio; e troncando in
fretta il suo colloquio colla portinaia, egli se ne tornò al suo
fondaco, ripetendo a sè stesso il giuramento che più volte aveva fatto
e che ora pur tuttavia aveva violato, di non voler più a niun conto
interessarsi nè sentir parlare delle cose di suo nipote.

E così avvenne che Antonio non ricevesse alcuna risposta dallo zio.

Il terzo giorno dopo mandata la lettera, Vanardi cominciò a perdere
ogni speranza. Eppure gli pareva impossibile che il padrino, il quale
un dì lo amava cotanto, ora potesse rimanere affatto insensibile a
quel suo grido di soccorso. Uscito di casa, i suoi passi lo portarono
senza precisa sua volontà, verso il fondaco dello zio. Quando i suoi
occhi ebbero dinanzi i famosi quadrilateri colorati che il tempo aveva
fatti sbiadire, al di sopra della bottega, Antonio sentì saltargli il
cuore nel petto più ancora di quello che avrebbe immaginato. Da tanto
tempo egli non era più entrato là dentro: da tanto tempo egli usava
perfino evitar quella strada! Si fece animo tuttavia. Gli parve che
passando e ripassando innanzi a quel fondaco alcuna cosa dovesse
sopravvenire, ond'egli avrebbe avuto occasione d'apprendere qualche
cosa della sua lettera. Ed ecco il nipote girare nelle vicinanze
dell'alloggio di suo zio, come questi avea girato due giorni innanzi
per la strada abitata dal nipote. Ma finalmente a costui il freddo
dell'aria frizzante invernale e la necessità imperiosa diedero il
coraggio di abbrancare la gruccia della serratura, di volgerla, di
aprir l'uscio ed intromettersi timidamente nel tepore della bottega
del droghiere.

Nulla era mutato in essa. Al solito posto c'era il solito banco, a cui
con tanto suo fastidio Antonio stesso s'era provato, senza troppo
buona riuscita, ad avviluppare con grazia cartocci di pepe e di
cannella; dietro il suo paravento lo zio. Questi, come sempre all'udir
entrar gente, sporse in fuori la testa e guardò chi fosse; vedendo suo
nipote, egli arrossì di sdegno fino sulla fronte. S'alzò di scatto da
sedere, rigettò con forza il seggiolone, si slanciò dietro il banco
che era lì vicino, come un oratore nella tribuna, e battendo
violentemente su di esso col pugno chiuso, prima che Antonio avesse
tempo ad aprir bocca, gridò:

--Che cosa vuole, signorino? Che cosa viene a far qui? Questo non è
luogo per lei nè pei pari suoi. Mi pigli la porta subito...

Antonio, tutto confuso e sbalordito, provò a balbettare con aspetto ed
accento da supplichevole:

--Caro signor zio, caro signor padrino... E il droghiere più
invelenito:

--Che zio! che padrino! Qui per lei non c'è più nè l'uno nè l'altro.
Qui non c'è che un uomo il quale si vergogna di molto d'aver con lei
comune un nome ch'ella disonora...

A questo punto Antonio levò fieramente il capo.

--Mio zio! diss'egli, questo è troppo...

Ma l'altro senza lasciarlo parlare:

--Vada via, vada via. Non la voglio sentire, non la voglio vedere...

E come Antonio insisteva, il droghiere con più calore:

--Vada, o la faccio cacciar fuori dai miei garzoni.

--Vado, vado: gridò Antonio, pallido per ira; ma badi bene, signor
zio, che di questo indegno trattamento a mio riguardo avrà da pentirsi
un giorno.

Ed uscì ratto, chiudendo con violenza l'uscio dietro di sè. Corse a
casa sua in uno stato d'animo che è più facile immaginare che dire; e
trovò Giovanni che veniva a dirgli il risultato della sua visita al
signor Marone, ed a domandargli quello del colloquio di lui con
Pannini.

Ma Vanardi era sì commosso che non potè discorrere d'altro, finchè non
ebbe contato con ogni più minuta particolarità la scena avvenuta collo
zio, e non ebbe dato colle sue parole un po' di sfogo allo sdegno ed
al dolore che lo travagliavano per quella disgustosa vicenda.

Selva si adoperò colle migliori e più amichevoli ragioni che seppe
trovare a versare alcun conforto nel povero afflitto, e la Rosina
invece non si occupò che di staccar moccoli all'indirizzo di quel
birbone spietato d'uno zio.

Quando marito e moglie furono un po' più calmi, Giovanni allora prese
a dire:

--Tutto ciò rende più necessario che mai la tua ammissione all'impiego
ch'io ho pensato di procurarti per mezzo del signor Pannini. Ti sei tu
recato da lui per presentargliene la mia lettera?

Antonio confessò, non senza un po' di confusione, che non era stato
colà, e che quindi quella lettera giaceva tuttavia inoperosa nel fondo
della sua saccoccia.

Selva ne lo rimproverò amorevolmente: i medesimi rimbrotti, ma con
meno mitezza, ripetè la moglie: e il pittore col capo chino come un
ragazzo in fallo, promise che di quel giorno sarebbe andato dal signor
Pannini; e intanto, non malcontento di cambiar discorso, domandò
all'amico, s'egli da parte sua fosse andato, come aveva detto di voler
fare, dal signor Marone ed avesse potuto parlargli.

Giovanni Selva non aveva fallito alla sua promessa, ed espose il
risultamento della sua gita.

Marone non abitava mica nella casa di sua proprietà, ma prendeva a
pigione tre stanzuccie ad un quarto piano non molto lontano, dove
albergava i suoi miseri penati e la vecchia donna che lo serviva.

Selva n'era stato ricevuto come uno cui non si vuole fare sgarbi, ma
la cui presenza non ci va troppo a' versi, e l'amico d'Antonio,
mostrando di non accorgersi niente affatto di codesto, era entrato di
questa guisa nell'argomento che lo interessava:

--La non si stupisca se vede venir me ad entrarle in discorsi che non
mi riguardano e parlare in luogo e vece di altri: chè a dire il vero
dovrebb'essere il buon amico Vanardi a venirle a domandare le
spiegazioni che si desiderano; ma che cosa vuole, quel povero uomo
oggi trovasi così impedito....

--Vuol dire ch'ella viene per conto del pittore? interruppe il padrone
di casa coll'aria e l'accento d'un uomo che vuole sbrigarsela al più
presto.

--Signor sì.

Marone volse sul suo interlocutore uno sguardo che voleva essere
scrutativo ed era sospettoso:

--Non so che cosa possa esservi da trattare fra me e il signor Vanardi
fuori della pigione ch'egli mi deve ed è gran tempo mi paghi... Se gli
è di ciò che lei è incaricato, la cosa sarà presto fatta...

--Sì, parleremo anche della pigione, poichè lei signor Marone può
essere in caso di somministrare al mio amico i mezzi di pagarla.

--Di grazia si spieghi.

--Ecco! Jeri ella è andata colà in compagnia d'un signore che
manifestò il desiderio d'acquistare quel ritratto di donna che Vanardi
possiede. Come lei sa, o non sa, e allora glie lo dico io, quella tela
è di molto preziosa pel mio amico, tanto che non si deciderebbe a
venderla se l'inesorabile necessità non ve lo spingesse.....

--Egli dunque si è deciso a venderla? interruppe Marone con qualche
interesse.

--Sì, ma solamente quando da questa vendita che assai gli duole, egli
possa ricavare quel buon profitto onde abbisogna.

--Bene! Vanardi mi faccia sapere le sue intenzioni; me le dica lei
stesso signor Selva se le conosce, ed io guarderò d'aggiustar la
faccenda.

--Scusi: ma ci piacerebbe di meglio aggiustarla noi la faccenda
direttamente col compratore.

--Come sarebbe a dire? Si diffida di me?

--Niente affatto; ma siccome da una parte noi si tiene molto a quel
quadro, dall'altra quel cotale ha mostrato assai desiderio di averlo,
si desidererebbe trovarsi a fronte di quel signore per fargli capire
che non altrimenti ci acconcieremo a spossessarci di siffatto oggetto
se non ce ne viene offerto un prezzo che assesti i nostri affari,
cominciando da quella benedetta pigione che dobbiamo a lei. Gli è per
ciò che son venuto a domandarle, caro signor Marone, di volermi
indicare dove e come potrei trovare l'uomo in quistione.

--Che cosa importa parlare con uno piuttosto che con un altro? Le dico
che se comunicano a me le loro condizioni io guarderò d'ingegnarmi...

--No signore. A noi c'importa cotanto di trattar noi medesimi col
compratore che questa la è una condizione _sine qua non_.

--E se quel compratore fossi io stesso?

Selva fece un movimento di profonda incredulità.

--Lei? Finora la fu così poco amante di oggetti artistici che non
saprei proprio immaginare qual pregio potesse mettere a quel ritratto
d'una persona ch'ella non ha conosciuta. Quell'altro invece, quello
sconosciuto che con lei andò in casa il mio amico, può avere alcuna
sua ragione particolare per volere in sue mani quel quadro; e perciò
noi potremmo intenderci con esso a molto miglior vantaggio da nostra
parte. La mi faccia dunque questo piacere, signor Marone, di indicarmi
la dimora e il nome di colui.

Allora Marone, tergiversando, rispose che questo sconosciuto non era
altro che un perito estimatore di oggetti d'arte: voler egli essere
schietto del tutto, e quindi confessare al signor Selva, come al
vedere quella tela incorniciata fosse colpito dal pensiero che la
poteva essere di qualche valore, da assicurargli il pagamento del suo
credito verso il pittore; perciò essersene interessato, perciò
soltanto aver voluto esaminarla di meglio, perciò avervi condotto di
poi a vederla un intelligente di pittura per sapere s'egli non era in
inganno. Codesto intelligente, che non era da cercarsi se fosse Tizio,
Caio o Sempronio, avendo trovato che quella tela aveva un certo
valore, Marone si dichiarava pronto ad entrare in trattative per
comperarla, senza che altri più ci si avessero da tramezzare.

--Come tu vedi, conchiudeva Giovanni, da quel birbo, per ora, non c'è
da tirarne nulla. L'ho mandato a benedire e me ne andai pei fatti
miei. Sono convinto che gli è Orsacchio quell'uomo ch'egli ha menato
qui, ma che gli ha promesso di tacere ad ogni modo.

--E dunque, esclamò Vanardi con doloroso disappunto, non potremo venir
mai in chiaro di nulla?

--Quanto a ciò non ho ancora perduto ogni speranza. Orsacchio ha visto
quel quadro e sono persuaso che vorrà possederlo ad ogni costo. E per
mezzo di Marone di nuovo, o per altro modo, tornerà all'assalto senza
fallo, e noi potremo forse averne qualche bandolo da guidarci in
questo intrico allo scoprimento della verità. Frattanto, mio caro
Antonio, non dimentica i tuoi propri affari, che hanno pure così
bisogno tu ci provveda; vanne subito subito al palazzo Bancone in
cerca del signor Pannini.

Vanardi obbedì. Indossò quel certo soprabito color marrone di cui
aveva parlato la Rosina, si diede una buona spazzolata dal cappello
sino alle scarpe ed uscì avviandosi alla volta della casa del
milionario banchiere.



XIII.


Il palazzo Bancone era in uno de' quartieri più signorili della città.
Vi si entrava per un alto ed imponente portone che metteva in un vasto
atrio a colonne, di severa ed elegante architettura. Era un palazzo
storico che i denari del borsiere avevano conquistato dalla decadenza
di un'antica famiglia. Il genio della borghesia danarosa s'era
affrettato a porre il suo stampo sull'orgogliosa _aristocratichezza_
di quelle linee architetturali. In quell'ampio atrio fastoso, accosto
allo scalone di marmo, che coi suoi primi gradini più lunghi e col
risvolto delle sue allargantisi balaustre a colonnette di marmo
finamente scolpite, pareva espandersi sullo spazzo del vestibolo,
giacevano rammontate alcune ignobili casse di legno coll'ignobile
marca della dogana; ad una porta alta, con ornamenti di stucco a
cartocci, era appiccata una meschina e bassa bussola di legno con
uscio coperto di panno verde, e sopravi una lamina ovale in ottone che
aveva incise le parole: BANCONE e C. _banchieri_.

Colà erano gli uffici della banca. Per impiegare più utilmente tutti i
locali di pianterreno, al portinaio erano state tolte le stanze che ci
aveva, e di cui una, pel classico finestrino, guardava sotto il
portone. Il finestrino era stato murato, ed al portiere s'era fatto
fabbricare un casotto che ingombrava e guastava l'atrio, ma che
portava scritta ad alti caratteri neri l'orgogliosa leggenda: PARLEZ
AU CONCIERGE.

Vanardi non ebbe bisogno di consultare quest'autorità della porta, ed
entrò difilato negli uffizi.

Le sale di questi erano vaste ed altissime. Gran finestroni con
inferriate a inginocchiatoio pigliavano luce dalla strada e la
trasmettevano travelata da tendoline verdi pendenti ai telai delle
invetriate. Tutte le stanze comunicavano tra di loro per porte di
facciata l'una all'altra; dall'un uscio all'altro, in ogni stanza
correva un tramezzo di legno più alto d'un uomo che ci faceva come un
corridoio di passaggio, segregando il resto della sala, dove,
sottratti alla vista di chi entrasse, stavano secondo lor grado ed
ufficio, ciascuno ad una scrivania, i commessi della banca. Nel
tramezzo, in ogni sala, s'aprivano due usciòli: sopra ognuno dei quali
una lamina d'ottone indicava qual genere d'impiegati s'avesse a
trovare in quello scompartimento. Sull'ultimo di questi usciòli
nell'ultima stanza, siffatta lamina più grande, con caratteri più
visibili, portava la magica parola: CASSA.

Gli usci d'ogni sala erano impannati di verde; sul pavimento,
dall'ingresso fino al fondo di quella specie di corridoio, si
estendeva una striscia larga un metro di panno verde, alle pareti di
quelle tre stanze trammezzate era appiccata una tappezzeria di carta,
di color bigio a fiorami bianchicci, di poco valore. Le volte, che si
arrotondavano in una curva elegante sopra un cornicione a stucco
bellamente lavorato, portavano traccia tuttavia d'antiche dipinture a
fresco con ornamento di fogliami e dorature. Ma il dipinto era qua
svanito pressochè del tutto, là sporco e affumicato, altrove scrostato
e ricoperto da un'arricciatura di semplice calce per riparazione; di
guisa da non potersi discernere più in nessun modo che cosa ci fosse
in esso rappresentato.

Quella specie di corridoio faceva poi capo ad un salotto elegantemente
arredato. C'era un camino di marmo, in cui vampava un allegro fuoco;
c'erano sofà e poltrone signorilmente ricoperte di stoffa di valore;
c'erano tavolini eleganti artisticamente intarsiati di legni preziosi;
c'era un ricco tappeto sullo spazzo, ricche tappezzerie alle pareti,
ricchi arazzi alla finestra ed alla porta, ricchi bronzi sul camino e
sulle mensole. Sull'uscio che stava in prospetto a chi entrasse dal
corridoio vedevasi una lastrina di metallo del colore e della
lucidezza dell'oro in cui stava inciso: GABINETTO _del signor_
BANCONE: un altr'uscio metteva nello scrittoio del primo commesso, il
sig. Padule.

Nell'entrare in quelle stanze, ti pigliava al capo ed alla gola
quell'afa soffocante che danno le stufe troppo riscaldate, atmosfera
propria di tutti i pubblici uffici. In tutte quelle sale regnava un
alto e solenne silenzio, che quasi t'incuteva reverenza: di quando in
quando soltanto s'udiva un susurrar di parole a bassa voce, lo
scricchiolare d'una penna corrente sulla carta, e il più sovente poi
un tintinnio di monete che si maneggiavano, si contavano, si mettevano
a pile, si facevano scorrere nei sacchetti.

Nel momento in cui Vanardi, il suo cappellaccio in mano, entrava
timorosamente in quel tempio della moderna divinità, il rumore delle
monete maneggiate era forte e spiccato da tornare a chiunque, e
massime ad un povero diavolo, la musica la più seducente e la più
inebriante che esser possa. Pareva una cascatella intermittente di
scudi, di cui ciascuno con allegra nota cantasse i vantaggi e le
glorie del denaro. Quel suono acuto, squillante, argentino, che
manifestava dei vistosi valori in cui erano rappresentati gioie,
soddisfazioni, agi della vita a bizzeffe, era per un ghiotto di
fortune una tentazione, un immorale invito, una provocazione; per uno
spiantato come il nostro pittore, uno scherno ed un'offesa.

Appena entrato, Antonio sovrapreso da quel caldo, da quell'afa, da
quel suono, stette lì senza sapere nè che fare nè dove andare, nè a
cui rivolgersi. Non vedeva nessuno, non osava inoltrarsi; dopo un poco
tossì forte, fece due passi per vedere se qualcheduno gli badasse;
niuno si mosse, benchè dietro l'assito che tramezzava udisse il
bisbiglio di una conversazione. Allora si decise coraggiosamente ad
aprire uno di quegli usciuoli e cacciarvi dentro la testa.

--Il signor Pannini? domandò egli.

In quello scompartimento c'erano due giovani elegantemente vestiti che
discorrevano: uno seduto ad una scrivania, l'altro in piedi accanto a
lui.

Quest'ultimo, all'entrare ed alle parole d'Antonio, volse con sussiego
la faccia sul suo goletto duro all'inglese ed esaminò con superbo
cipiglio l'interrompitore dei suoi discorsi. I poveri abiti di costui
non gli valsero la cortesia del giovane commesso.

--Che cosa volete dal signor Pannini? chiese altezzosamente.

--Parlargli: rispose Antonio, e s'affrettò a soggiungere: ho una
lettera da dargli in proprie mani.

--Ah! ah! fece il commesso. Andate al fondo, nel gabinetto del signor
Bancone.

E senza più voltò le spalle a Vanardi.

Questi richiuse l'usciolo e s'avviò verso il fondo; passò le tre
stanze e giunse nel salotto, il quale era deserto; vide la dorata
lastrina coll'inscrizione che indicava il gabinetto e fece ad aprire
la porta su cui ella era, ma l'uscio era chiuso a chiave. Era segno
evidente non esservi nessuno: il primo proposito d'Antonio fu di
partirsene; se ne rimase trattenuto dall'idea de' suoi troppo
pressanti bisogni. Pensò di chiederne nuovamente a qualchedun altro
meno scortese di quel primo; ma la tema di essere importuno lo
trattenne. Poichè quel commesso non gli aveva detto che Pannini fosse
uscito, il pittore avvisò ch'egli non sarebbe stato assente che per
pochi minuti, e che il miglior partito era perciò quello di sedersi lì
in una poltrona accanto al fuoco ed aspettare.

Il rumore del denaro maneggiato continuava. Vanardi gli si trovava ora
vicino vicino, poichè lo scompartimento sul cui uscio stava la parola
_Cassa_ era il più accosto al salotto.

Vanardi aspettò un pezzo, e il tempo glie ne parve anche più lungo di
quel che fosse realmente. Quel suono di monete continuava sempre.
Dapprincipio aveva prodotto al nostro povero amico una sensazione che
non era affatto sgradita.

--Eh! eh! che rotoli di denaro! andava egli pensando; ed è tutt'oro
lampante! Colla somma che il cassiere conta in cinque minuti di tempo
io ci avrei da vivere per un anno, e non sarei qui nell'attitudine
umiliante d'uno che dimanda press'a poco l'elemosina... Pensare che
forse io non arriverò mai a guadagnarmi un simile annuo reddito!... Se
avvenisse un po' ch'io, adesso sul momento, mi trovassi di botto
posseditore di quella cassa così ben fornita! Se per un miracolo
quell'uomo che è lì dentro rimuginando denaro a piene mani venisse
fuori a dirmi: «Signore, tutto questo è roba sua!» O mio Dio! Non più
miseria allora, non più umiliazioni... Che direbbe Rosina?... I nostri
bimbi avrebbero dei buoni abiti, e buon cibo, e buon fuoco, e buon
alloggio, e buona educazione... Scommetto che ce n'è tanto di denaro
in quella cassa lì, da farcene tener carrozza.

Ma qui s'interruppe ridendo di sè medesimo.

--Ve' se son matto! Sto fabbricando dei castelli in aria come un
ragazzo. Gli è quel perseverante tintinnio che mi toglie il mio buon
senso. Che diavolo! Non ha finito ancora quel benedetto cassiere di
far danzare i marenghini? Gli è mezz'ora ch'ei se ne compiace. Pare
che ci pigli il suo spasso, lui: quanto a me sono già più che stanco
d'udirlo.

E difatti, durando, quel suono aveva finito per infastidirlo, e quasi
lo irritava.

Gli era sembrato di poi che lo star lì ad ascoltare fosse in lui quasi
una indiscrezione.

--Il cassiere non sa che qui vi sia qualcheduno: diceva egli fra sè.
Sapendolo, forse cesserebbe, e farebbe venire il signor Pannini per
isbrigarmi... Chi sa che questo signore non sia lì con esso lui?... Se
andassi a vedere?

Ma l'aprir quell'uscio su cui era scritta la gran parola _cassa_, ed
entrare colà dentro dove suonavano quelle cascatelle di monete gli
parve una temerità senza pari; ed egli sarebbe stato lì inoperoso ad
aspettare chi sa fin quando, se un nuovo personaggio sopraggiunto non
fosse venuto a prestargli soccorso.

Era un uomo giovane ancora, cogli abiti dell'elegante e l'aria e il
passo solleciti dell'uomo d'affare. Entrò senza levarsi il sigaro di
bocca nè il cappello dal capo; non mandò non che un saluto, ma neppure
un'occhiata ad Antonio, e si diresse frettoloso verso la porta del
gabinetto. Trovatala chiusa fece un atto ed un'esclamazione di viva
contrarietà e venne più lentamente verso il camino studiando in
apparenza seco stesso quel che dovesse fare.

--A quest'ora ci dovrebbe già essere, borbottava egli fra sè. Bisogna
assolutamente ch'io gli parli... e non ho mica tempo da perdere io.

Guardò l'orologio, trasse di tasca un piccolo libriccino di appunti in
cui consultò alcune noterelle scritte colla matita e battè con piede
impaziente il tappeto del pavimento; poi si volse tutto d'un pezzo ad
Antonio:

--Saprebbe dirmi lei se Pannini tarderà molto a venire?

--Non so nulla, rispose Vanardi. Lo aspetto anch'io, e già quasi da
un'ora.

--Allora domandiamone qui al cassiere.

Si diresse verso la cassa ed Antonio gli tenne dietro.

Lo scompartimento dov'era la cassa aveva in metà per tutta la sua
lunghezza una specie di barriera che lo divideva in due, alta un
metro; su questa barriera per l'altezza d'un altro metro si levavano
infissi dei grossi bastoni di ferro, i quali avevano appiccato una
fitta graticella di fil di ferro fortissimo, e dietro questa grata
pendevano delle tendoline verdi che nascondevano affatto alla vista di
chi fosse nella prima la seconda parte di quello scompartimento: nella
grata medesima si vedevano due sportelli che s'aprivano facendo
scorrere in su il piccolo battente. Di dietro a quelle tendoline
veniva sempre il rumore del denaro maneggiato.

Il nuovo venuto andò ad uno di que' sportelli e, battendovi dentro
colle dita, chiamò in pari tempo, colto voce dell'uomo sicuro del
fatto suo:

--Signor Busca! signor Busca!

Il rumore della monete cessò di botto; dopo un momento il battente
dello sportello stridette scorrendo nelle sue scanalature, e
nell'apertura si mostrò la faccia del cassiere. Una faccia d'uomo
innanzi negli anni, sulla quale erano tutte le mostre di poca
intelligenza e di molta onestà; qualche cosa dell'espressione che ha
il muso d'un cane fedele posto a custodia d'una casa; fronte stretta
ma piana e liscia, senza le rughe della riflessione come senza quelle
del vizio; testa piccola senza bernoccoli di facoltà intellettive, ma
senza quelli eziandio dei cattivi istinti; sguardo tranquillo, sereno,
senza luce; sembianze apatiche d'un uomo ridotto a macchina, che non
ha nè voglie, nè desideri, nè piaceri, nè noia.

Guardò i due uomini che gli stavan dinanzi coi suoi occhi scolorati e
disse con voce un po' trascinante e con accento indifferente:

--Buon giorno, signor Borgetti; che cosa comanda?

--Cerco di Pannini: rispose colui che ora sappiamo chiamarsi Borgetti;
e mi stupisco che non sia ancora al suo posto.

Il cassiere trasse dal taschino del panciotto un orologio d'argento
grosso come uno scaldaletto, e guardò l'ora.

--Oh oh! davvero che è in ritardo. Dovrebbe già esservi... Ma, ora che
mi ricordo, oggi egli è andato a far colazione su col principale; e
quelle sono colazioni che non finiscono tanto presto.

Borgetti tornò a dar segni d'una viva contrarietà.

--Diavolo! diavolo!.. Io che ho bisogno di parlargli subito subito.

--Ad ogni modo non può tardare a venire: soggiunse il cassiere.

--Od anche manderò su un garzone a farlo scendere.

--Come vuole: disse il signor Busca. E quest'oggi i fondi pubblici che
cosa hanno fatto?

--Ribasso su tutta la linea... La liquidazione sarà difficile, glie lo
dico io... Il _riporto_ è disastroso... Vi saranno delle _esecuzioni_
senza pietà.

--Ne sono persuaso.

Qui il cassiere fece un moto di capo verso Antonio.

--E lei che cosa desidera?

--Aspetto ancor io il signor Pannini.

--Ah!... Signor Borgetti, la non mi comanda più niente?

--No, signor Busca.

--A buon rivederla.

--Stia bene.

Lo sportello si richiuse, e ricominciò il suono del denaro maneggiato.

Borgetti andò in cerca d'un garzone, Vanardi tornò nel salotto.

Gustavo Pannini era stato diffatti invitato a far colezione dal
banchiere, il quale, come non di rado avveniva, l'aveva preso a
braccetto e l'aveva condotto seco di sopra al piano superiore ne' suoi
suntuosissimi appartamenti.

Siccome gravissime vicende che avrò da raccontarvi furono cagionate
dalle impressioni che il genero del signor Biale riceveva in
quell'atmosfera di ricchezza e di sfarzo di cui si circondava lo
sfondolato banchiere, non sarà inopportuno che saliamo anche noi
quell'elegante scalone di marmo ed assistiamo al finire
dell'asciolvere del signor Bancone e de' suoi invitati.



XIV.


La sala da pranzo del signor Bancone è delle più eleganti possiate
immaginare. Due alte e grosse credenze di legno d'acero artisticamente
ed acconciamente scolpite a rappresentare fiorami, frutta e selvaggina
si drizzano alle due pareti principali, ed in questo momento in cui
stanno aperte lasciano scorgere le porcellane più ricche e i cristalli
più tersi, di piatti, bicchieri e bottiglie che possano servire per la
sontuosa mensa d'un milionario. Alla tappezzeria di color tané,
simulante cuoio cordovano, sono appiccati alcuni quadri di buon autore
rappresentanti, come si suol dire, soggetti di natura morta, e al di
sopra delle porte l'intelaiatura dell'uscio si termina con un quadro
in cui sono dipinti dei fiori e delle frutta. Le seggiole fatte
all'antica con alta spalliera e di legno scolpito ancor esse, sono
coperte di cuoio cordovano attaccato con borchie di metallo dorato.
Nelle altre due pareti, diverse da quelle a cui stanno appoggiate le
credenze, si fan fronte da questa parte un largo camino ornato di
marmo scolpito, da quella una mensola di legno intagliato e sopra ad
ambedue due alti specchi nitidissimi con cornici di legno uguale a
quello dei mobili ed ugualmente lavorato, che si riflettono le loro
immagini all'infinito. Tanto sopra il camino quanto sopra la mensola,
dei grandi e stupendi candelabri di bronzo; sul camino, un orologio
compagno, di gran dimensione e di forme elegantissime; a mezzo della
sala, pendente dalla volta, una bella lumiera di bronzo eziandio con
una selva di candele infisse nelle sue branche.

Ora che noi mettiamo i piedi sul lucido spazzo di legno intavolato e
inverniciato, il _déjeuner_ volge al suo fine, e i convitati mostrano
un'animata vivacità, di cui dànno ampia ragione il manipolo di
bottiglie che drizzano il loro collo sulla tavola e la schiera un po'
disordinata di bicchieri di varia forma che ciascuno ha dinanzi. Lo
sciampagna spumeggia negli alti calici allargantisi a coppa; un
allegro fuoco schioppetta sotto il camino; due domestici in piccola
livrea vanno mescendo il biondo liquore dal collo della bottiglia
coperto di carta inargentata, appena vedono vuoto il cristallo d'un
bicchiere; una profusione di argenterie lucicchia sulla tavola, dove
la rarità e la bellezza delle frutta in quella stagione invernale dà
indizio della sontuosità di quell'asciolvere, che ora è giunto al suo
fine.

La grossa persona del signor Bancone siede in capo alla tavola in un
seggiolone a bracciuoli: e, come il Trimalcione del famoso festino di
Petronio, anima i convitati a bere e i domestici a servire, mentre per
impiacevolire viemmeglio coi discorsi il banchetto non trova nulla di
più acconcio che parlare di sè, delle sue fortune, e fare con poca
modestia il suo panegirico. Vezzo di parvenu. Dei personaggi che fanno
corona al superbo anfitrione non ce ne sono che due, i quali hanno
alcuna cosa da fare colla nostra storia: il primo è Gustavo Pannini,
il secondo è un medico di cui abbiamo già udito menzionare il nome, il
dottor Lombrichi; gli altri sono parassiti, più o meno spiritosi, più
o meno adulatori, che pagano colla piacenteria il diritto di venire a
porre al caldo i loro piedi nel folto pelo delle pelli belluine che
stanno innanzi ad ogni convitato sotto la tavola da pranzo del
milionario banchiere. Per costoro ogni motto dell'anfitrione è
un'ingegnosa facezia, ogni sua osservazione è un ragionamento sapiente
e profondo; avvicendano i loro numerosi e grossi bocconi agli scoppi
di risa ed alle esclamazioni ammirative, accompagnando ogni cosa di
cenni del capo entusiasticamente approvatori.

Bancone, colla sicurezza di chi sa di non poter essere contraddetto,
coll'imponenza di un uomo che ha parecchi milioni di suo, parla di
tutto e di tutti, e dice spropositi da cavallo sopra ogni cosa di cui
possa parlare un uomo, come si suol dire, di mondo. Gustavo,
abbacchiato dalla ricchezza, riconoscente al suo principale di quella
preferenza che mostra per lui, crede in buona fede al merito d'un uomo
che ha saputo guadagnare sì splendida fortuna; il dottor Lombrichi,
tutto miele per tutti i ricchi, non ha che parole di complimento per
chi gli reca o può recare quandocchessia alcun vantaggio e presenta ad
ogni beniamino della sorte un bel sorriso cordiale sulla sua faccia
fresca e rosata dai baffi incerati, dal pizzo ben ravviato e dai denti
candidissimi; ma talvolta ascoltando le superbe grullaggini di
Bancone, quando questi non vede, quel suo sorriso prende una tinta
d'ironia che ben mostra com'egli apprezzi i talenti, la dottrina e
l'educazione di quel fastoso rincivilito.

--Bevete, miei cari, diceva dunque Bancone adagiando la schiena sopra
la soffice poltrona e mettendo in aria il suo ventre enorme: bevete,
che diavolo, chè di vino come questo non ne troverete altrove, ve lo
dico io.

Le teste dei convitati si chinarono con una zelante premura come una
sola testa, e delle esclamazioni d'assenso partirono dai ventricoli
saziati, con piena convinzione.

--Questo _Champagne rosè_ è vero Moët... _Möet et Chandon_, leggete la
scritta... Tutto ciò che vi ha di meglio nel genere... Me lo faccio
venir io apposta di Francia... e non mi mandano che proprio il più
fine... _la fleur du panier_. Oppure amate meglio quel vino lì del
Reno?... E abbastanza grazioso, non è vero? Gli è quello che si chiama
_Lab... Lib_... Un nome strano.

--_Liebe-frau-milch_: suggerì il dottore Lombrichi.

--Giusto!... E non è dei migliori vini del Reno che io abbia nelle mie
canove, sapete!... Sfido io che ci sia un altro nel nostro paese che
abbia una provvista di vini così squisiti come ho io.

I convitati protestarono coll'accordo d'un coro d'opera che era
impossibile alcuno potesse stare a paro al signor Bancone in questa
come in ogni altra cosa.

Il signor Bancone sorrise e continuò:

--Solamente in compre di vino indovinate un po' quanto io spendo
all'anno?

Nessuno seppe indovinare.

--Circa diecimila lire, disse l'Anfitrione per non lasciarli in pena
più oltre.

Fu uno scoppio di esclamazioni ammirative e le mani dei più zelanti si
levarono con mossa piena di slancio.

Bancone non l'avrebbe certo finita così presto intorno all'argomento
dei vini, se in quella uno de' suoi domestici non fosse entrato
coll'aria di avere qualche cosa da dirgli.

--Che cosa c'è? lo interrogò il padrone. Parla.

--È un uomo che ci ha detto di darle subito questa carta.

E porgeva verso il banchiere un foglio ripiegato.

Bancone crollò le spalle.

--Che mi venite a disturbare adesso? Sapete che voglio esser lasciato
tranquillo in questi momenti.

--Scusi: ma quell'uomo ha insistito tanto, ha detto che premeva di
molto.

--Uhm! Qualche seccatura... Vediamo.

Prese il foglio, lo spiegò, inforcò sul naso gli occhiali a molla e
scorse lo scritto con aria disdegnosa, che si fece tale sempre più.

--Un miserabile che domanda l'elemosina, diss'egli poi, e che viene a
contarmi una lunga storia di sciagure capitategli, di malattie e che
so io...

Il servo commise l'impertinenza di frammettersi nel discorso.

--Ha un aspetto che fa veramente compassione, diss'egli; pare il
ritratto della fame, e raccomandandosi perchè recassimo a lei quel
foglio non poteva frenar le lagrime.

Le parole furono troncate in bocca all'imprudente domestico dal
fulmine d'un'occhiata furibonda del padrone.

--Che è codesto? gridò egli. Di che vi immischiate voi? Andate a
scacciar fuori di casa mia quel pezzente fannullone, e se un'altra
volta mi verrete a seccare per una simile ragione, sarete voi che
caccerò altresì.

E gettata la carta sul naso del domestico, gli additò con atto
imponente la porta per cui il mal capitato s'affrettò ad uscire.

Bancone soffiò come una foca incollerita.

--Peuff! Noi poveri diavoli di ricchi siamo assediati da un'infinità
di mendicanti faciniente che vorrebbero vivere alle nostre spalle...
come se il nostro santo denaro guadagnatoci bravamente dovesse servire
a mantenere la loro infingardaggine!... Lavorino, se ne guadagnino
anche loro del denaro, che diavolo!...

Il coro unanime dei parassiti mostrò la sua approvazione alla teoria
economica del banchiere.

--La carità, continuava questi col tono di un professore d'economia
politica, è un incoraggiamento al vizio dei poveri... Non dico già con
ciò che non si debba mai far carità... Piace anche a me il far del
bene... Do cento lire all'anno al Ricovero di mendicità.

Scoppio di entusiasmo per una sì generosa larghezza.

--Oh, non è codesta la sola opera buona che faccia vossignoria: disse
il dottor Lombrichi con quel suo sorriso che non si sapeva bene se era
ironico o adulativo. Ne conosciamo ben altre di sue beneficenze; ed io
stesso potrei raccontarvene qualcuna...

--Sentiamo, sentiamo: gridò perfettamente intonato alla piacenteria il
coro de' parassiti.

Bancone si arrovesciò a suo modo sul seggiolone, e illuminando la sua
larga faccia melensa d'un sorriso beato di compiacente abbandono,
disse anch'egli con degnazione di principe in baldoria:

--Suvvia, sentiamo. Parli pure, dottore, e voi altri bevete, che
diavolo!

Lo Sciampagna tornò a spumeggiare nelle coppe, e Lombrichi,
inumiditosi le labbra e la gola, incominciò:

--Un giorno il nostro caro ed illustre ospite fu ad assistere alla
distribuzione dei premi delle allieve della scuola di ballo...

--È una funzione a cui non manco mai: interruppe Bancone stuzzicandosi
i denti con un piumino d'oca appuntato.

--Ella è così amante e protettore dell'arte e degli artisti! disse uno
dei convitati, facendo la dedica dell'adulazione con un inchino.

Lombrichi continuava:

--Colà il suo occhio cadde per caso sopra una povera fanciulla di
quattordici o quindici anni appena, che tutto timida e vergognosa si
serrava alla madre e quasi pareva cercar di nascondersi: ed era perchè
madre e figliuola per la loro povertà vestivano così miseramente che
non osavano affatto lasciarsi scorgere. Nell'animo pietoso del nostro
caro signor Bancone nacque di botto un grande interesse per quella
poveretta....

Il milionario interruppe ancora per dire con tutta la franchezza d'un
vecchio libertino senza pudore:

--Quella birbona di _Fifina_ aveva un'aria così originale, sotto la
sua spettinatura e con quel miserabile scialletto tirato intorno alle
sue spalluccie!... Un altro non le avrebbe badato; ma non si è già
conoscitori per nulla! Io indovinai in essa la stoffa d'un bel tôcco
di grazia di Dio e.... Ma parli lei, dottore, poichè è così bene
informato de' fatti miei.

--Il signor Bancone si accostò alla madre ed alla figliuola ed avviò
con loro il discorso. Quella poveretta, un momento prima oggetto di
compassione e di disprezzo di tutte le sue compagne, cominciò ad esser
tosto per esse cagione d'invidia. Il generoso mecenate, udite le
triste condizioni in cui quelle donne si trovavano, loro non promise
ma subito accordò la sua protezione. Procurò loro un conveniente
alloggio, le rifornì di quanto abbisognavano, pagò alla giovane
maestri della sua arte perchè la potesse meglio progredire; breve, ne
fece una delle prime, delle più nominate, delle più applaudite
ballerine del nostro teatro; ed ora l'avventurata ha cavalli e
carrozza ed abbigliamenti che offuscano le più splendide acconciature
delle donne più eleganti. Se questa non è più che generosa
beneficenza, io non so più che nome darle.

Il solito coro non mancò al dovere di esclamare la sua ammirazione.

--Oh, oh! disse il banchiere, e tutti fecero silenzio; quella
biricchina mi costa abbastanza caro: un occhio della testa. Ancora
questa mattina ho ricevuto per lei da Parigi una collana che ho pagata
cinque mila lire.... Essa ne aveva vista una simile nella vetrina del
gioielliere di corte e le era piaciuta tanto che ad ogni modo mi toccò
prometterle d'andargliela a comperare. Ma vedete fatalità: il
gioielliere l'aveva venduta giusto pochi momenti prima ch'io entrassi.
_Fifina_ all'udir codesto diede in ismanie, come fa lei, e dovetti
giurarle che glie ne avrei fatta venire una affatto compagna da
Parigi, donde veniva quella prima, perchè qui era affatto impossibile
trovarla. Mi è arrivata questa mattina e stassera la farò ben
contenta, quella matta.... Appunto voglio farvelo vedere questo bel
gioiello. Ehi (comandò ad uno dei domestici) andate nella mia camera
da letto, prendete quella busta di marocchino rosso che c'è sul
cassettone e portatemela qui.

Due minuti dopo la busta domandata era rimessa nelle mani del padrone,
il quale l'aprì e fece sfolgorare agli occhi dei convitati l'oro e le
gemme d'un'elegantissima collana.

Tutti acclamarono alla magnificenza di quel gioiello.

Bancone lo prese per l'un dei capi e lo sollevò in aria a farvi
rompere e riflettere i raggi della luce a tutti gli angoli e le
faccette smaglianti; fu tutto uno scintillio.

--Che si che va ad esser contenta quella birbona! disse con un suo
grasso riso il milionario, compiacendosi nel mirare quella cascatella
d'oro ingemmato. Mi par già di vederla batter le mani e saltarmi al
collo e fare una _pirovetta_ per la stanza. E come la farà bella
figura, scollacciata, con questa roba intorno al suo bel collo
sottile!...

Gustavo Pannini guardava con occhio che avreste detto invidioso lo
sfavillare di quel prezioso oggetto, e un sospiro soffocato gli
sfuggiva dalle labbra. L'infelice pensava quanto più bella sarebbe
stata la sua Lisa con un simile ornamento, e si doleva seco stesso di
non essere in grado di far egli alla sua brava, buona e legittima
donna quel regalo che il fastoso principale prodigava al sorriso d'una
traviata ed alla capriola d'una ballerina.

--Ciò vuol dire, saltò fuori allora col suo sorriso malizioso il
dottor Lombrichi, che di queste stupende collane ve ne saranno due
nella nostra città. Sarei curioso di sapere qual sia l'altra donna che
sarà compagna alla _Fifina_ nel possedere un sì bel gioiello.

--È una curiosità che le posso levare io stesso, signor dottore:
rispose Bancone riponendo nella busta la collana. È la moglie di
Sgritti.

Fu uno scoppio di varie esclamazioni.

--Quella bella donna! disse l'uno.

--Quella civetta! soggiunse l'altro.

--È la più ambiziosa delle signore torinesi.

--Suo marito può pagarle tutto il lusso che la vuole, poichè è quasi
altrettanto ricco quanto il nostro caro signor Bancone.

--A proposito: dicono che il di lei primo commesso, signor Bancone,
quel bellimbusto di Padule le faccia una corte in piena regola, senza
tregua e senza pietà.

--Tò! l'ho visto appunto, Padule, a passeggiare col marito parecchie
volte.

--Ieri era nella loro carrozza al corso.

--Al teatro rimase tutta la sera nel palco della signora.

Bancone fece il suo sogghigno che voleva essere malizioso, e disse a
sua volta:

--Ed io vi do una novella ancora più importante a questo riguardo.
Padule abbandona la mia banca per passare nella medesima qualità in
quella di Sgritti.

--Buona sera! esclamò Lombrichi. L'assedio di Padule è finito: eccolo
entrato nella fortezza.

--Il nemico si sarà reso a discrezione.

--E il marito pagherà le spese della guerra.

Bancone rise sgangheratamente di questa stupida facezia.

--Ma no, ma no, diss'egli poi. Quel buon uomo di Sgritti sarà quello
che in ciò guadagnerà di meglio. Certamente voi sapete che con tutta
l'importanza che si dà, egli è un babbeo che non capisce nulla di
nulla. Padule farà camminare i suoi affari con molto maggior
intelligenza...

--Terrà il posto del principale alla Banca e presso la signora: disse
Lombrichi che si piccava di smaltir delle arguzie.

--E a lei, signor Bancone, non rincresce venir privo d'un così buon
commesso?

Il banchiere crollò le spalle disdegnosamente.

--Oh, io non ho bisogno che nessuno pensi, immagini e provveda per me.
Non ho bisogno io che di fedeli ed esatti esecutori dei miei disegni e
della mia volontà, e da questo lato Padule è facilmente surrogabile.

Puntò il dito verso Gustavo Pannini, che gli sedeva quasi di faccia, e
continuò:

--Ecco un giovinetto che, se va avanti di buon animo e seguita ad
andarmi a versi, potrà fra poco tempo andare a sedersi nel gabinetto
che occupa adesso Padule.

Gustavo arrossì dal piacere. Quell'impiego, con tutti i guadagni
diretti e indiretti che procurava, era quasi la ricchezza verso cui
egli anelava cotanto, era se non l'effettuazione medesima dei suoi
sogni di Creso, il mezzo facile e sicuro per avvicinarsi ad essa, per
ottenerla. Dopo alcuni anni ch'egli fosse in così stretta
collaborazione col ricco banchiere, a parteciparne, anco in meno
proporzione, gli enormi utili, avrebb'egli potuto a sua volta regalare
alla sua adorata Lisa di bei gioielli, qual'era la collana che allor
allora Bancone aveva fatto brillare agli occhi meravigliati dei suoi
commensali.

I suoi vicini, naturalmente, si voltarono verso il giovane a fargli
complimenti; i fumi dello Sciampagna, salendogli al cervello come nubi
di colore rosato, assumevano per Gustavo le forme più seduttive delle
più splendide chimere, l'avvenire gli appariva come una terra promessa
di delizie e di ricchezze, a cui stesse per approdare. Infelice, che
non presentiva nemmeno come in quel momento medesimo venisse al pian
di sotto negli uffici della banca un cotale che doveva essere lo
stromento della sua rovina; e questo cotale era il signore elegante
cui dal cassiere abbiamo udito salutato col nome di Borgetti.

Ma frattanto sopra ricco e larghissimo vassoio, d'argento era portato
da uno dei domestici un elegantissimo servizio di chicchere di
porcellana finissima della fabbrica francese di Sèvres, ed un altro
domestico seguiva con una grande caffettiera di brillantissimo
argento, mentre un terzo veniva portando in giro una cassetta in cui
stavano dritti infissi in varie righe i più biondi e profumati sigari
d'Avana. Si accesero le foglie nicoziane arrotondate, si sorseggiò il
caffè caldissimo, s'ingollarono varii bicchierini di _curaçao_, di
_alchermes_, dei più fini fra quanti liquori l'arte abbia inventato a
solleticare il palato dell'uomo, e i discorsi continuarono
animatissimi frammezzo alla maldicenza, agli aneddoti più o meno veri,
alle adulazioni al padrone di casa, alle infinite chiaccole onde si
compone la conversazione della gente che non ha nulla da dirsi.

Ed ecco che Gustavo non aveva ancora finito di assorbire il suo caffè,
quando un domestico venne ad avvisarlo un garzone della banca essere
salito di sopra ad annunziare che vi era qualcuno negli uffici che
domandava di lui.

--Che cos'è? domandò Bancone vedendo il suo servitore parlar piano a
Pannini.

Questi ripetè l'ambasciata che gli era stata fatta.

--Eh! sarà qualche seccatore: disse il banchiere col supremo disdegno
d'un ricco che ha finito appena un suntuosissimo pasto: mandatelo al
diavolo.

Gustavo fece a senno del padrone: ma quando già il domestico s'avviava
per andare a far risposta, quelle persone che attendevano tornassero
più tardi, ravvisatosi ad un tratto il marito di Lisa lo richiamò.

--Ehi! hanno detto chi sia che cerca di me?

--Sono due: rispose il domestico; ma il più impaziente, quegli che
mandò su il garzone è il signor Borgetti agente di cambio.

Pannini piantò lì a mezzo la tazza che stava bevendo, la depose sulla
tavola affrettatamente, gettò colà la servietta che ancora aveva sulle
ginocchia e si levò in piedi sollecito.

--Ci vado, ci vado subito: diss'egli. A Borgetti, soggiunse
rivolgendosi al principale come per ispiegargli la ragione del suo
cambiamento d'avviso, debbo parlare di qualche cosa che mi preme.

--Va benissimo: rispose il banchiere dandogli quasi licenza di
andarsene con un olimpico cenno di capo. Scendete per la scaletta
interna che mette nel mio studiolo, e così farete più presto. Se vi
sbrigate sollecitamente, potrete tornar qui che ci coglierete ancora
od a tavola o nel salotto da fumare: se no, aspettatemi laggiù ch'io
vi discenderò poi ed avrò bisogno dell'opera vostra.

--Sì signore: disse con premura Gustavo, e corse via senza manco finir
di bere il suo caffè.



XV.


Ad un tratto Vanardi e Borgetti, che aspettavano sempre nel salotto
della banca, videro aprirsi con impeto l'uscio del gabinetto del
signor Bancone ed entrare sollecito con aria di assai premuroso
interesse il signor Gustavo Pannini.

Il pittore si alzò, e indovinando che quello era il giovane aspettato,
fece un passo verso di lui nella speranza di dover egli essere il
primo a parlargli, poichè di tanto era stato il primo a venire ed a
noiarsi nell'attenderlo; ma Gustavo, invece, non fece a lui la menoma
attenzione, e quasi non l'avesse manco veduto, si rivolse all'altro
che lo aspettava e gli disse vivamente:

--Ebbene? ebbene? come vanno le cose? che hai tu fatto per me
stamattina?

Borgetti prima di rispondere, per farlo avvertito che non eran soli,
gli additò con un cenno di capo Antonio che tormentava il suo
cappellaccio con aria tra d'imbarazzo e tra di cattivo umore.

Gustavo non potè trattenere un atto di contrarietà e si volse al
pittore con una certa impazienza, che appena era coperta da un poco di
urbanità:

--Lei cerca di me?

--Sì signore, se ella è il signor Pannini.

--Lo sono appunto.

Pannini diede una più attenta guardata alla persona ed agli abiti di
chi gli stava innanzi e non parve che codesta vista gli ispirasse
molta fiducia.

--Che cosa mi vuole? soggiunse asciuttamente, come per far capire che
gli avrebbe fatto piacere sbrigandosi in fretta.

Cotale accoglimento sconcertò un poco il nostro povero pittore.

--Ero venuto per... Credo che le abbiano già parlato di me... Il suo
signor suocero, il mio amico Giovanni... Giovanni Selva, lo conosce
bene anche lei?... Ed ho qui anzi una lettera per vossignoria.

Il contegno di Gustavo si fece più gentile e benigno.

--Ah! lei è il signor Vanardi?

--Sì signore.

Ed Antonio s'affrettò a trar di tasca la lettera di Selva e porgerla a
Pannini; ma in quella Borgetti guardò l'orologio e fece un atto che
indicava la sua premura e la sua impazienza.

--Abbia la gentilezza di aspettare ancora un momento, disse Gustavo ad
Antonio. Questo signore ha da parlarmi di cose premurose che non
ammettono indugio.

E senza attender altro soggiunse parlando all'agente di cambio:

--Vieni di qua Borgetti.

Passò nello studiolo con quest'ultimo: e Vanardi, rassegnandosi alla
pazienza, tornò a sedersi presso il fuoco.

Tra il marito di Lisa e l'agente di cambio aveva luogo il seguente
dialogo:

--Ebbene? aveva ripreso Gustavo; che hai tu fatto?

--Secondo il tuo desiderio ho comperato di nuovo per fine mese.

--Quanto?

--Dieci mila di rendita: che unite alle già comperate fanno cinquanta
mila.

--A quanto?

--Mezzo punto più del corso di ieri.

--La tendenza è all'aumento, non è vero?

--Ah! non voglio ingannarti. La è invece più che mai al ribasso. I
principali giuocatori al rialzo si sono _voltati_ e tentano
compensarci con vendere... ti consiglerei anche a te a far lo stesso,
invece di ostinarti a comprare.

Gustavo stette un momento a riflettere.

--Compensarmi!... Ad ogni modo non potrei mai _coprirmi_ del tutto.

--Ma la perdita sarebbe minore...

--Per esserne sempre allo stesso punto.

--Ma, mio caro, se questo ribasso continua, la differenza sarà tale
che non potrai nemmeno far più il _riporto_... E ancora chi sa se lo
si vorrà fare!

--Ebbene vada il tutto pel tutto: disse Pannini con una risoluzione a
cui l'eccitamento e i fumi dei vini bevuti non erano estranei. O su o
giù una buona volta. Se la mi va bene, sarò ricco... E sento qualche
cosa in me che mi avverte che andrà bene. Sono entrato in una fase di
fortuna. Sono persuaso che tutto mi riesce; vedrai pronunziarsi
l'aumento e la liquidazione farsi a benefizio dei _rialzisti_...

--Così pur sia! E intanto ora quali sono le tue istruzioni? fermarsi
non è vero?

--No: rispose colla medesima eccitazione Gustavo. Non ti ho io detto
di voler proprio tentare un colpo decisivo? Compra ancora, compra
sempre.

--Diavolo! diavolo!

--Esiti?

--Se la ti va male, come farai per pagare?

--Bancone mi ci aiuterà.

Borgetti fece una smorfia molto incredula.

--Lo speri?

--Ne sono sicuro. Mi vuol molto bene; sta per darmi il posto di
Padule; a lui lo anticiparmi una cinquantina di mila lire gli è come
niente; va là ch'egli non mi lascierà negli imbrogli.

--Tanto meglio. Dunque comprerò ancora?

--Sì, almeno altre diecimila di rendita.

--Va bene. Addio! Corro alla piccola borsa. A rivederci domattina.

L'agente di cambio uscì frettoloso, e Gustavo, rimasto solo nello
studiolo, si affondò nelle sue meditazioni, o per meglio dire nelle
sue allucinazioni delle chimere che perseguiva colla mente eccitata,
sognando già d'essere ricco e di sedere frammezzo ai potenti del
giorno alla mensa dei diletti sociali.

Il rialzo di tanto gli avrebbe dato tanto di guadagno; quanto maggiore
sarebbe stato quello, tanto più considerevole questo. Esso avrebbe
potuto spingersi fino alle sessanta, alle settanta mila lire. Ciò non
avrebbe ancora bastato: ma con questo capitale ch'egli avrebbe messo
nella banca e col posto di Padule che gli avrebbe dato occasione di
farlo meravigliosamente fruttare e gli avrebbe procurati mille altri
vistosi proventi, egli poteva dirsi giunto alla conquista della
ricchezza. Quanti castelli in aria non faceva di botto il suo povero
cervellino eccitato!... E intanto dimenticava compiutamente che nel
salotto vicino stava aspettando da due ore per parlargli l'individuo
raccomandatogli dal suocero e dalla moglie.

Antonio da parte sua, visto Borgetti uscire dallo studiolo, aveva
creduto che o Pannini venisse tosto a dargli udienza, o lo facesse
entrare a sua volta nel gabinetto; ma nulla avvenne di codesto; onde,
lasciato passare forse un quarto d'ora, l'impazienza gli diede
coraggio di aprir pian piano l'uscio socchiuso dello studiolo e
gettarvi dentro uno sguardo.

Pannini passeggiava in su e in giù con le braccia incrociate al petto,
il capo chino, sorridendo alle liete fantasie che gli danzavano nella
mente. A quel lieve rumore che fece l'uscio aprendosi, pur tuttavia si
volse, richiamato a sè stesso, vide Vanardi e di subito gli increbbe
d'averlo così dimenticato.

--Ah, mi scusi, diss'egli andandogli incontro. Ho qualche cosa per la
testa che mi occupa di molto, e raccoglievo, come si suol dire, i
pensieri a capitolo... S'avanzi, la prego, ed eccomi tutto per lei.

La gentilezza, la buona grazia e le maniere garbate di quel giovane
veramente simpatico, fecero il loro solito eccellente effetto anche
sull'animo del pittore; il quale senz'altro ebbe scancellato e
dimenticato tutto quel po' d'irritazione che aveva il momento prima
per sì lungo attendere.

--Ho letto la lettera del suo amico, ed oso dire anche mio, l'avvocato
Selva. Mio suocero d'altronde mi ha già parlato di lei, e me ne ha
parlato eziandio mia moglie.

Sorrise colla più franca e piacevole maniera del mondo.

--E questa, soggiunse, è per me la più valida ed autorevole
raccomandazione ch'esser possa. Ciò vuol dire che io mi prendo a cuore
la sua domanda, signor Vanardi, e farò di contentare i suoi desiderii.

--Oh signore, la mia riconoscenza...

Era destino che il povero Antonio avesse ogni fatta contrasti in quel
suo passo di venire a parlare a Pannini. Ora che il colloquio era
avviato così bene, ecco aprirsi l'uscio del gabinetto ed una voce ben
nota pur troppo al nostro pittore domandare:

--Si può?

Vanardi si volse in sussulto, e si trovò a fronte il suo padron di
casa, il signor Marone.

Con pari stupore quest'ultimo si vide innanzi il suo pigionante; ma
l'uno e l'altro si limitarono ad esprimere la loro meraviglia con un
atto onde accompagnarono il lieve saluto che fu tra loro scambiato.

--C'è il signor Bancone? domandò il nuovo venuto.

--Pel momento no: rispose Pannini; e se posso io servirla in alcuna
cosa.

--Desidererei parlare proprio col signor Bancone.

--Allora s'accomodi costì nel salotto, che il signor Bancone non
tarderà a discendere in ufficio.

--Grazie tante.

Marone si ritrasse nel vicino salotto, e Gustavo riprese il colloquio
con Antonio.

--Vorrei poterle dir subito: la cosa è bella e fatta; ma pur troppo
non è così. Pel momento non c'è posto nessuno nella banca; e proporre
al signor Bancone di prendere un impiegato di più di quanto
strettamente abbisogna è fare una cosa affatto inutile; ma tra qualche
tempo è probabile, è sicuro anzi che si farà un posto: il primo
commesso ci lascia, ed io ho più che buona speranza di sostituirlo, un
altro passerà a mio luogo, e così via via: si farà un posticino da
poter introdurre un nuovo... Io la terrò in memoria e farò di tutto
perchè questo nuovo sia lei.

In quella fece il suo ingresso la persona imponente del signor
Bancone, disceso dai suoi appartamenti.

Vanardi si ricantucciò in un angolo tutto umile innanzi a quel milione
incarnato.

--Pantani, disse il banchiere, è venuto qualcheduno a cercarmi?

--C'è di là il signor Marone che desidera parlarle.

--Lo faccia entrare.

Vanardi fece un profondo inchino al banchiere che non gli badò, e
seguì Pannini, il quale passò nel salotto.

--Il signor Bancone c'è: disse Gustavo a Marone. Entri pure.

Marone s'affretto a penetrare nello studiolo.

--E quando potrò sapere alcuna cosa di ciò che mi riguarda? chiese
Antonio.

--Non potrei precisarle il momento: rispose Pannini; ma spero che fra
una settimana o poco più... Torni fra quindici giorni, ecco, e son
certo di poterle dire qualche cosa di positivo; che se mai avrò prima
di quel tempo alcun che da comunicarle, glielo farò sapere per mezzo
di Selva.

Antonio sentì come se un secchio d'acqua gli fosse versato giù della
schiena. Quindici giorni da aspettare! E come vivere intanto?

Mentre cercava di balbettare una risposta che non sapeva nemmen egli
quale avesse da essere, la voce di Bancone risuonò dal gabinetto
vicino chiamando Gustavo.

--Vengo, rispose questi, e sbrigatosi sollecito di Antonio con un
saluto, s'affrettò ad accorrere dal principale, mentre il misero
pittore se ne partiva poco più racconsolato di quel che fosse quando
era penetrato colà dentro.

Bancone giaceva mezzo sdrajato in una larga poltrona, Marone gli stava
dinanzi seduto sopra una seggiola il suo cappello frusto in mezzo alle
ginocchia.

--Venite un po' qua, Pannini, disse il banchiere col suo accento di
superiorità e di protezione. Ecco qua il signor Marone che vuole...

--Scusi, interruppe quest'ultimo: ma gli è a lei solo che
desidererei...

--Questi è il mio segretario: rispose brusco il banchiere; e l'ho
chiamato appunto perchè non è di troppo.

E volto al giovane che già s'avviava verso la porta, disse con tono di
comando:

--Fermatevi Gustavo.

Questi tornò presso al suo principale.

--Il signor Marone ha dei fondi nella banca?

--Signor sì, rispose Pannini: novanta mila lire....

--E gl'interessi da pagarsi adesso allo scader del semestre, soggiunse
vivamente Marone.

Il banchiere fece un gesto che significava...

--Peuh! tutto ciò è una miseria.

--Ed ella, soggiunse forte, vorrebbe riaver quel denaro?

--Signor sì... Ecco: ho fatto un acquisto considerevole....
un'occasione vantaggiosissima che mi si è presentata.... Mi allargo ed
arritondo per bene quel po' di possessi che ho già in Valnota....

Il banchiere l'interruppe con certo piglio di alterigia.

--Insomma vuol ritirar subito quella somma?

--Subito, subito, no... ma se me la potesse dar presto... non mi
farebbe dispiacere.

E Bancone rivoltosi di nuovo al segretario:

--Quel denaro è pagabile a semplice richiesta?

Il padrone di casa d'Antonio cominciò egli una risposta: ma il
banchiere, senza nemmanco guardarlo, gli fece segno di lasciar parlare
Pannini.

Questi andò ad aprire certi cassettini ripieni di carte, ci rovistò
per entro, n'esaminò parecchie, e finì per rispondere:

--Sì signore.

--Va bene, disse Bancone: fatemi venire il cassiere.

Gustavo andò alla scrivania, vicino alla quale, nella parete, ad
arrivo di mano di chi ci fosse seduto vi erano parecchi bottoncini di
metallo dorato; ma prima che ci arrivasse, Marone disse con vivacità:

--Scusi... Una delle cose che più mi secchino è d'esser tenuto per
ricco dalla gente... Non lo sono diffatti... Ho qualche ben di Dio,
gli è vero, ma ci ho tante passività, tanti imbarazzi!... Eppure ci
sono già certi animali che vanno susurrando ch'io ho dei tesori... Se
si venisse ancora a sapere ch'io riscuoto da lei novantamila lire.

--Che cosa ne vuole conchiudere? dimandò con impazienza Bancone.

--Che meno sarebbero le persone che conoscessero questo fatto e più
l'avrei caro.

--Il mio cassiere non è un ciarlone, disse asciutto il banchiere; e
fece segno a Pannini chiamasse senz'altro chi gli aveva detto.

Gustavo premette uno di quei bottoncini di metallo, e un campanello
risuonò sopra la testa del cassiere.

Di lì a un minuto s'udì nella stanza vicina il passo lento e pesante
d'un uomo, o poi la porta s'aprì e comparve la faccia stupida ma
onesta del signor Busca.

--Venite qua, Bernardo, disse il banchiere. Potreste oggi stesso, o
domani, pagare la somma di novantamila lire?

Il cassiere allargo i suoi occhi di vetro e rispose colla sua voce
monotona:

--Nè oggi nè domani. Ella sa che abbiamo da fare quei certi
pagamenti...

--Lo so, lo so: ma questo non ci ha da importare.

--Ci ha da importare, sì signore, perchè la cassa non potrà
snocciolare insieme con tutto il resto altre novantamila lire.

--E allora, quando credete di poterle pagare?

Il signor Busca si serrò il mento colla mano destra, e coll'indice si
pose a battere sul labbro inferiore, mentre la sua fronte stretta e
piana si corrugava leggermente per effetto della meditazione. Dopo un
poco alzò in faccia al principale i suoi occhi chiari ed a fior di
capo.

--Fra tre o quattro giorni, disse.

Bancone si volse al suo creditore.

--Ha udito? Tre o quattro giorni sono forse troppi?

--Oh no! s'affrettò a rispondere Marone. Gli è giusto quel che mi
torna.

--Ebbene, oggi è giovedì... Lunedì sera ella avrà il suo denaro.
Bernardo, lunedì terrete in pronto novantamila lire... Le vuole in
oro? chiese a Marone.

--Come le aggrada. Parte in oro e parte in polizze di banca, se le
accomoda.

--Avete inteso, Bernardo? Quella somma la consegnerete al segretario
che ve ne darà scarico. Ora andatevene pure.

Il cassiere fece un inchino e partì.

Bancone proseguiva:

--Ella, signor Marone, si darà la pena di venir qua lunedì sera, e
riceverà la somma da Pannini, col quale farà tutti gli opportuni
incombenti. Così le va?

--Perfettamente. Non mi resta più che ringraziarla e salutarla.

S'alzò da sedere e si curvò in un profondo inchino.

--Buon giorno: disse il banchiere senza neppure fare un saluto col
capo: quindi cessando subito dal badare a Marone che se ne partiva,
soggiunse parlando a Pannini: sedetevi costì, mio caro, che ho da
farvi scrivere alcune lettere.



XVI.


Due giorni erano passati; e il povero Antonio, come facilmente vi
potete pensare, si trovava nelle distrette più che mai.

Pressato dalla necessità egli dovette calpestare il suo orgoglio e la
sua ripugnanza a codesto passo, e si decise di ricorrere alla carità
delle persone generose. Fra le due di queste cotali che gli erano
state suggerite aveva pensato a lungo a quale rivolgersi di
preferenza, se alla vecchia marchesa di Campidoro od al giovane
filantropo Salicotto, e l'aveva poi data vinta a quest'ultimo, perchè
in fama di molto più accostevole, di molto affabile ed alla mano.

Ricorreva giusto una domenica, e il povero pittore, vestiti i suoi
migliori panni--quel certo soprabito color marrone--s'avviava verso le
dieci ore del mattino, che quello gli avevano detto essere il tempo
opportuno, alla dimora del signor Salicotto, pubblicista umanitario e
cavaliere.

E mentre Antonio traversa la strada, entra nella porticina della casa
dirimpetto, sale sino al secondo piano ed esita a tirare il cordone
del campanello, io di questo signor filantropo vi farò conoscere virtù
e miracoli, contandovene la storia.

Abbiamo udito da quel ciarlone di speziale come nel suo paese, che era
quello stesso della sua nipote Anna, vi esistesse una famiglia col
nome di Salicotto, il capo vivente della quale era un povero ortolano;
ma sor Agapito non si pensava mai più che il cavaliere fosse in alcun
modo legato a quella povera gente, figliuolo com'ei si diceva d'un
avvocato. Ma se Anna si fosse trovata una sola volta faccia a faccia
con questo personaggio, benchè tanti anni fossero passati, benchè un
sì gran cambiamento si fosse fatto in lui, non avrebbe tuttavia
mancato certo di riconoscere nel cavaliere il figliuolo del vecchio
Matteo, il vicino di casa, l'antico amicone della sua famiglia. Per
fortuna del nostro filantropo democratico, che nascondeva con tanta
cura la sua modesta origine, in que' due anni che già era rimasta in
città la nipote dello speziale, stando rarissimamente alla finestra ed
uscendo anche meno, non aveva ancora veduto mai colui che
nell'intenzione dei parenti delle due parti doveva essere suo sposo.

Tommaso Salicotto era nato unico figlio; suo padre era un buon
diavolaccio con tanto di cuore, che non sapeva più in là dei cavoli
del suo orto e non desiderava altro di meglio che vender bene i suoi
erbaggi al mercato, ed avere a tempo opportuno il sole e la piova sui
suoi asparagi, sui suoi carciofi, sui susini, sugli albicocchi, e via
dicendo. La madre era altresì una eccellente comare che non pensava
oltre le poche vicende domestiche, far la cucina, rattoppare i cenci,
aiutare tal fiata il su' uomo nei lavori dell'orto. Ebbene--chi può
spiegare codesto mistero?--da questi due era nato in Tommaso un
ambizioso, uno spirito irrequieto, ghiotto di ricchezze ed invidioso
delle fortune altrui.

Già da bambino il nostro eroe guardava con occhio di livore la
palazzina bianca che sorgeva di faccia al rustico casolare di suo
padre, nella quale veniva ad autunnare ogni anno una famiglia di
_signori_ che abitavano la più vicina città di provincia. S'accostava
cauto al muro del giardino tutto rifiorito, e pel cancello sbirciava
con maligno ed invidioso intendimento le poche e modeste sontuosità di
quell'abitazione che a lui inesperto pareva un paradiso di agi e di
sfarzo. Quando vedeva i fanciulli dei signori pulitamente e con garbo
vestiti di panni bianchi o rosati o d'altri color gai, bene ravviate
le chiome, paffutelle le guancie, piene di giocattoli le mani,
occupata da sollazzi la giornata, egli già sentiva entro il piccolo
petto una gran rabbia che non sapeva pure spiegarsi: e se alcuno di
quegli aggraziati bimbi gli accorreva all'incontro, e faceva a
parlargli, e lo voleva prendere per mano, e lo invitava a partecipare
ai loro giuochi, poco mancava ad ogni volta ch'egli non gli si
lanciasse coll'unghie alla faccia a cavargliene gli occhi. Certo il
potere, se non altro, sciupargli addosso que' panni sì acconci gli
pareva un bel fatto.

Aveva ingegno pronto e svegliato: il povero maestro elementare che,
per alcuni fastelli di legna l'inverno e per un po' di legumi la
state, gli aveva mostrato a leggere e scrivere tutto s'era stupito ed
aveva gridato al miracolo vedendo che in sì poco di tempo il fanciullo
era arrivato a saperne più di lui. A far conti aveva imparato quasi da
sè, e nessuno nel villaggio era capace di farsi un'addizione od una
moltiplica così rapidamente e con tanta sicura esattezza come quel
fanciullo di otto anni, poco pulito, meno leggiadro e molto
spettinato. Per la lettura manifestava una vera passione; ogni libro
che gli capitasse tra mano egli divorava con ardore instancabile, e lo
riandava finchè lo avesse capito del tutto, passando e di molto la
comprensività comune dei coetanei.

In breve, egli era diventato il fanciullo prodigio del villaggio: i
buoni terrazzani lo citavano come una preziosa rarità del loro paese;
il padre quasi lo rispettava, la madre, s'intende, lo amava più che la
pupilla degli occhi suoi di quell'amor cieco onde amano le madri. E
intorno ai genitori tutta la gente s'era posta d'accordo a far gli
elogi del talentone del piccolo Tommaso. Aveva incominciato quel
poveraccio ignorantone d'un maestro elementare, il quale gli aveva
posto in mano la penna e l'abbicì.

--Voi avete in casa vostra un tesoro, aveva detto a Matteo; e se lo
lasciate sciuparsi ne avrete da rendere ragione alla società ed a Dio.

--Che cosa ho da fare? domandava il dabben uomo rimminchionito.

--Fatelo studiare, per bacco! esclamava il maestro. Volete lasciar
perdersi quel bell'ingegno fra le bietole e le rape?... Fatelo
studiare e diventerà qualche cosa di grosso.

E il parroco che era incantato del modo con cui Tommaso sapeva il
catechismo ed aveva imparato a servir la messa:

--Conviene far studiare vostro figlio, Matteo. Egli è un genio. C'è un
mondo in quella testa grossa: e chi sa che cosa ne potrà venir
fuori!... Mandatelo alle scuole, fategli vestir la cotta da cherico,
mettetelo poi in seminario, e un giorno o l'altro voi vedrete vostro
figlio... fors'anche vescovo.

Il buon villano allargava tanto d'occhi, tentennava sì un poco il
capo, ma finiva per tornare a casa fantasticando di veder suo figlio
ancora qualche cosa di più che vescovo.

--Il vostro Tommaso farà la fortuna di tutta la famiglia, gli diceva
un'altra volta il giudice: fatelo studiare, compare Matteo, ci avete
lì la stoffa d'un avvocato, e un buon avvocato, ai nostri dì, può
arrivare a tutto: certo a guadagnare denari e di molto.

E il maestro di latinità, sotto cui Tommaso incominciava a declinare:
_haec musa_, la musa:

--Matteo, diceva con enfasi ciceroniana all'ortolano, e' conviene
fargli studiare le belle lettere. Vi guarentisco io ch'ei diverrà un
professorone di calibro da illustrare sè stesso e la patria.

Con tante e sì importanti sollecitazioni, come resistere a quello che
era pure il massimo desiderio del dilettissimo Tommaso? Dai proventi
del suo orto, Matteo ricavava tanto che bastava da poter ogni anno
mettere in disparte una sommetta ad aumentare il gruzzolo dei
risparmi: e benchè a quel suo poco di tesoruccio ci tenesse di molto
con quell'amore taccagno che è proprio dei villici, pure si decise a
sminuirlo d'alquanto per mettere a studiare suo figlio. Certo il
pensiero che questi sarebbe diventato un pezzo grosso e con guadagni
vistosi avrebbe compensato di poi a mille doppi il sacrifizio
presente; questa speranza, dico, giovò non poco di sicuro a decidere
Matteo, ma la sua parte, e non da meno, l'ebbe altresì la tenerezza e
quasi direi l'osservanza che egli, e sua moglie ancora più, avevano
pel figliuolo.

Di vestir la cotta e farsi prete, che sarebbe stato mezzo assai più
economico di far gli studi, Tommaso non volle saperne malgrado le
belle parole e le sollecitazioni del parroco; innanzi alla mente del
giovinetto stavano gli sbarbagli del mondo, i vantaggi della
ricchezza, la leccornia degli agi signorili, e lo stato chericale era
una rinuncia a tutto, od a gran parte, e la più attraente, di codesta
roba. E nemmeno il padre aveva molta propensione a vedere suo figlio
tonsurato. Era unico della famiglia, ed anche ad un villano è pensiero
increscioso che non gli sopravvivano eredi, i quali sieno in grado di
continuare il suo lignaggio. Fin dai primi anni della vita di Tommaso,
col vicino padre di Anna si era detto sul più sodo che i loro figli si
sarebbero sposati, e quella poca nuova ambizione entrata nell'animo di
Matteo non era tale da fargli dimenticare e cessare d'aver caro quel
progetto nè da persuaderlo di non mantenere altrimenti la scambiata
promessa.

Tommaso fu posto in città a dozzina da un maestro, e per compensare la
maggiore spesa dell'assegno mensile che conveniva pagare pel
figliuolo, i genitori sminuirono a sè la pietanza e persino il pane
quotidiano. L'unico che non avesse approvato questa determinazione era
il padre di Anna, il quale, vero profeta, andava predicendo a Matteo
che così avrebbe fatto allevare un ingrato ai tanti sacrifizi che
faceva per lui. Ma l'ortolano, che in ogni altra cosa teneva in molto
conto il parere del vicino, in codesta non voleva sentire osservazioni
e tanto meno appunti, di tal maniera che codesta fu ragione per cui i
due vecchi amici quasi si guastassero insieme, e sminuisse quella
domestichezza poco meno di parentevole, che dapprima aveva luogo fra
loro.

Tommaso frattanto si distingueva assai. In ogni cosa a cui bastasse la
volontà e l'applicazione egli andava senza fallo il primo, non così
là, dove ci occorresse ispirazione, retta percezione, vivacità
d'immaginativa e fecondità di pensiero. Fra i compagni, i quali, nel
portar giudizio gli uni degli altri, non si sbagliano mai o di rado,
fu egli conosciuto tosto per uno sgobbone, per uno di quel gran
semenzaio di pedanti e d'impostori che è la schiera di quelle mediocri
intelligenze piene d'orgoglio coi compagni e di ostinazione indefessa
nello studio e di piacenteria verso i superiori, le quali si
guadagnarono sempre la benevolenza degli insegnanti e l'antipatia dei
colleghi.

Diffatti la nota caratteristica dell'ingegno come dell'essere morale
di Tommaso Salicotto era quest'essa: pedantismo ed impostura; come il
movente ultimo, la susta cardinale dei suoi sforzi e delle sue azioni,
erano la vanità e la voglia del denaro. Colla sua ipocrisia, aveva
egli saputo ingannare tutte le persone cui s'era accostato, fin da
quando era ancora bambino. Egli la sua tenacità e la sua ambizione
aveva saputo fare scambiare per effetti di un'elevata intelligenza
costretta dalle misere circostanze della sua condizione; egli aveva
saputo comparire agli occhi altrui come un genio travelato, un
diamante nella rozza sua ganga, a cui lo studio e la vita cittadina
non avrebbero mancato di procurare lo sprigionarsi dall'involucro, e
il raggiare di tutta la sua luce.

Forse dapprima egli neppure non conosceva bene sè stesso, e
quell'inganno che produceva in altrui provava egli medesimo sul suo
conto. Ma quando finite le scuole inferiori, passato il corso liceale,
Tommaso ebbe intrapreso il corso, ch'egli aveva scelto, di belle
lettere, allora e' fu chiaro del tutto che cosa fossero il suo ingegno
e le forze della sua anima, del suo cuore e della sua natura; capì
quello che valeva e che voleva, e si pentì affatto e della strada per
cui s'era messo e del cammino che già aveva corso e della meta che si
mirava dinanzi. Conobbe che nelle lettere non sarebbe riuscito che
alla meschinità d'un rettorico; nelle lettere, in cui anche ad esser
sommi, sono tanto scarsi i guadagni ed è sì poco soddisfatta
l'ambizione. S'accorse che il commercio e la politica tengono il campo
della fortuna e degli onori: che ad arricchire è mezzo più spiccio di
tutti il primo, che a diventare uomo influente non c'è altra strada
che la seconda. Se si fosse posto in qualche banca! se avesse
domandato ai facili studii della legale la laurea d'avvocato! Egli
avrebbe potuto conseguire in poco tempo, con non disagevol arte, il
soddisfacimento de' suoi desiderii. Ora era troppo tardi. La sua mente
non si prestava a quelle rapide evoluzioni per cui si può mutare
indirizzo, occupazioni, abitudini. Era più saggio continuare per la
strada intrapresa, e tentare d'averne ogni possibil vantaggio.

Era giovane fatto ed aveva l'inutile e fastoso titolo di professore.
Vivacchiava dando lezioni che erano pagate poco e valevan meno; ma
imparava ogni giorno più a conoscere il mondo, e sapeva da qual
parte conviene di meglio circonvenire gli uomini per irretirli.
Comprese la forza e il meccanismo, per così dire, di quella
sfacciata ipocrisia moderna che si chiama ciarlatanismo, ed apprezzò
tutta la potenza della leva che muove il mondo morale dell'oggi, la
pubblica stampa. Domandò a questa in unione con quello la celebrità
al suo nome e gli agognati guadagni alla sua povertà. Fondò un
giornale, e parendogli essere nella schiera del giornalismo allora
esistente un posto vuoto ancora da occupare, in cui facile il farsi
discernere dalla comune e far chiasso, il suo periodico fu, meglio
che politico, economico-umanitario-socialista. Non ci voleva troppa
scienza: paroloni sonanti ed uno stile fragoroso bastavano: e del
resto le raccolte dei giornali socialisti di Francia d'un tempo
erano lì, miniera inesauribile da pigliarvi per entro articoli e
declamazioni.

Le vicende non cominciarono col volgergli prospere. Dapprima non si
fece molta attenzione alle sue vesciche rettoriche; ma egli non si
perdette d'animo. Più d'una volta lo stampatore minacciò di far morire
il giornale, rifiutandosi di metterlo in torchio se non veniva pagato
almeno in parte di quanto gli era dovuto; ma Salicotto seppe sempre
industriarsi così bene, che di qua o di là ottenne pur sempre qualche
bocconcino da gettare nelle fauci del tipografo e tirare innanzi.
Lottò con una pertinacia di che soltanto poteva esser capace la sua
natura testarda di villano. Per lo meno ora egli aveva uno sfogo al
suo segreto agognare ed alla rabbia della sua impotente ambizione.

Patrocinando la causa di chi non possiede, egli lusingava le proprie
invidie, esprimeva i proprii tormenti. Alcune fiate, minacciando ed
imprecando ai ricchi, nei limiti che gli concedeva la legge, essendo
egli troppo accorto per cadere nella ragna d'un processo, Tommaso
consolavasi e temperava le sue smanie di ambizioso ancora deluse. Se
non la sua fame di guadagni, almeno già avevano un qualche ripago il
suo livore e la sua vanità.

Intanto si cominciava a discorrere per la città del suo giornale,
alcun rumore cominciava a farsi intorno al suo nome; le teorie e gli
spropositi sociali, ch'egli accattava dagli stranieri per annacquarli
e divulgarli nel suo stile pretenzioso e stentato, la sua politica
rabbiosa avevano destata l'attenzione della gente. Capì allora il
furbo l'efficacia di due mezzi che appo noi non erano ancora
introdotti: la moltiplicità, la bizzarria, la impudenza dell'annunzio
e l'attacco personale. Fece tappezzare tutte le cantonate di
cartelloni immensi in cui spiccavano in caratteri cubitali il titolo
del giornale e il nome del direttore, volse la punta d'una satira che
non era ingegnosa ma insolente, non contro i vizi, gli errori, i
torti, ma contro le individualità, e di queste le più spiccate e le
più note. Ad ogni numero c'era qualche botta contro una di codeste,
tanto se benevise quanto se in uggia al pubblico. Aveva l'accortezza
di designar la persona così bene, che non vi potesse cadere sbaglio, e
tuttavia non dirne il nome mai: ogni lettore ce lo metteva di per sè,
trovandoci appagamento alla naturale malignità che pur troppo è comune
a tutti gli uomini. Si limitò dapprima alla capitale: ma poi, visto lo
spediente dar buoni frutti, lo estese anche alle provincie. Si fece
una quantità di nemici, ma si acquistò una immensità di lettori: i
suoi fogli il pubblico, sempre ghiotto di scandali, se li strappava di
mano: si vendevano a diecine di migliaia, e Salicotto dalla soffitta
che abitava dapprima era passato ad un comodo quartieretto al terzo
piano.

Fu odiato da molti, fu ammirato da' più, fu temuto da tutti. Quando un
uomo, nella nostra società vigliacca innanzi al si dice, è giunto a
far temere la sua lingua o la sua penna, è diventato una potenza con
cui le autorità medesime hanno da fare i conti. Salicotto fu
accarezzato dal potere municipale, fu accarezzato dal ministero, fu
adulato dai ricchi, fu adorato dai poveri che lo salutavano loro
campione. Egli apparteneva oramai a tutte le commissioni di
beneficenza, a tulle le amministrazioni d'opere pie, non si
distribuiva un sussidio senza che il cavaliere Salicotto (la sua
filantropia era stata ricompensata da una croce) non fosse chiamato a
curarne l'erogazione; non succedeva un infortunio, non si lamentava
una miseria senza che egli nel suo giornale aprisse una sottoscrizione
per venire in soccorso ai disgraziati. I denari piovevano; e i maligni
dicevano sotto voce che il filantropo sapeva molto bene trafficarli in
suo vantaggio prima di farli colare là dov'erano destinati.

Con ciò il suo giornale prosperava sempre più. In pochi anni Tommaso
Salicotto, il figliuolo dell'ortolano, ebbe un suntuoso quartiere per
sua abitazione: quello in cui andremo or ora a trovarlo; ebbe delle
buone rendite in cartelle del debito pubblico; ebbe una ben avviata
stamperia ch'egli aveva stabilita pel suo giornale, e cui la sua
influenza procacciava molti guadagni; ebbe la bagattella d'un'entrata
annua di cinquanta mila lire.

E colla sua famiglia quest'avventurato filantropico pubblicista come
s'era egli regolato?

Il buon villano, per dirla con un'espressione volgare, s'era aperte le
quattro vene, affine di mantenere alla capitale il figliuolo a
studiare ed a farvi buona figura. Tommaso aveva capito fin da
principio che le apparenze sono tutto nel mondo, e che per farsi
strada conveniva vestire e spendere come uomo che ha del superfluo. Il
tesoretto delle economie di Matteo sminuiva con una rapidità
spaventosa, a dispetto delle privazioni che s'imponevano i due
genitori; e il buon uomo se ne desolava seco stesso, non sapendo
porvi, non dico un termine, ma neppure un freno. Il figliuolo aveva
acquistato sempre più sopra la sua famiglia un imperioso ascendente
che di poco si scostava dall'assoluto comando. Le maniere
cittadinesche e le vesti signorili di lui imponevano a quella buona
gente; e quando Tommaso andava a passare alcun tempo col padre e colla
madre vi era trattato come un principe che onori l'abitazione d'un suo
suddito. Ed egli stava appunto in tale contegno da affermare il
paragone: sussiegoso, altiero, parlando poco e con aria di degnazione,
era insopportabile a chi lo vedesse, fuorchè agli acciecati suoi
parenti.

Coll'andar del tempo, come gli erano rincresciuti i panni della sua
nativa condizione, gliene rincrebbe forte che in faccia al mondo
apparisse la rozzezza e la bassezza della sua famiglia. Di quando in
quando il padre e la madre capitavano a Torino per vederlo, ed egli si
vergognava troppo della pezzuola di panno cotone in testa e della
vesticciuola corta di bambagia che portava la madre, e della
grossolana carniera e del cappellaccio a larga tesa del padre. Li
accoglieva freddamente, di mala voglia, talvolta con brusca
impazienza. Le donne sono sempre più fini osservatrici che gli uomini;
e la madre si accorse presto del dispiacere che le loro visite
facevano a Tommaso; ne disse al marito, ma questi non volle credere.

--Eh via: rispos'egli, sei matta. Masino studia, ha sempre il capo
farcito di non so quante cose e ciò lo rende distratto, ma nel cuore,
l'ho per certo, e' prova, nel vederci, quel gran gusto che noi a
venire.

Continuarono a visitarlo; e meno male se si fossero rimasti a passare
con esso lui nel suo alloggio una giornata! Ma il padre, felice e
superbo d'un tanto figliuolo, voleva uscire a braccetto con lui e
farsene accompagnare di qua e di là, e la madre gli occhi larghi, con
esclamazione d'ignorante stupore sulle labbra ad ogni passo, gli
veniva, facendosi trascinare al braccio, dall'altra parte. Codeste
passeggiate erano per Tommaso un supplizio. Egli avrebbe pure
agevolmente potuto liberarsene; ma a quel tempo le cose sue non erano
ancora prospere, il suo giornale lottava tuttavia con poco felice
successo contro l'indifferenza del pubblico, ed egli aveva troppo
bisogno della già smunta borsa paterna per arrischiarsi a scontentare
addirittura del tutto il povero Matteo.

E sì che quella borsa paterna era già proprio a' suoi ultimi
spiccioli. Consumati per l'affatto i risparmi da tanto tempo
accumulati, il dabben padre, a pagare i debiti del figliuolo ne aveva
contratti de' proprii, ipotecando il poco terreno d'un orto, che
possedeva presso a quello del suo padrone. Un dì venne lettera da
Tommaso che diceva con laconica disperazione come, se fra tanti giorni
egli non avesse una certa somma, sarebbe costretto a darsi a qualche
violento partito: il più temperato quello di fuggire dal paese per non
tornarci mai più. Pensate se il misero genitore si diede con isgomento
le mani attorno per trovare questa somma! E ci riuscì; e nel giorno
stabilito, il poveretto se ne arrivò alla città, afflitto, spallidito,
dimagrato dall'angoscia di quei pochi dì, dal dolore del sacrifizio
che aveva dovuto fare, come da una malattia di mesi, a porre in mano
del figliuolo i chiesti denari: ma egli per ciò era stato obbligato a
vendere ogni sua masserizia, il dilettissimo orticello, ed egli e sua
moglie, già innanzi negli anni, si trovavano senza asilo, senza
possessi, quasi senza pane! Pure non un lamento, non un rimprovero
spuntò sulle labbra del povero vecchio, e quando Tommaso,
ringraziandolo con una certa effusione, lo strinse fra le sue braccia,
egli quasi quasi credette di essere in abbondanza ripagato di tutto.

Matteo abbandonò il villaggio nativo, dove non c'era più mezzo per lui
di ricavar da vivere, e con che dolore ciò facesse è facile pensarlo;
ed ebbe la fortuna di trovare ad allogarsi, in paese dal suo non molto
lontano, come giardiniere e coltivatore d'orto presso un proprietario.
A Tommaso parve una buona ventura che suo padre abbandonasse il
villaggio natale: così era rotta ogni sua attinenza con quel luogo e
quella gente che avevano vista la sua povera infanzia e conoscevano le
sue troppo umili origini.

Intanto per l'ambizioso il sacrifizio del padre parve avere aperto il
corso delle prospere sorti. Egli aveva incominciato a vivere da
signore, e la presenza dei genitori in mezzo al suo sfarzo gli
rincresceva sempre più. Un giorno padre e madre ebbero il torto di
soprarrivare a visitarlo, mentre Tommaso aveva seco una brigata di
giovinotti dal più al meno eleganti, male lingue tutti. Figuriamoci di
che gusto dovette riuscire a Tommaso quella visita! Accolse i genitori
colla freddezza con cui si tratta un inferiore importuno, e traendoli
brusco in altra stanza non mostrò solo col contegno, ma anche colle
parole, quanto lo seccassero, e quindi lasciatili ambedue mortificati,
senza curarsi maggiormente di loro, andò a raggiungere la comitiva.

--Chi sono quei villani? udì Matteo domandare nella stanza vicina da
uno di quei signorini dagli occhiali inforcati sul naso.

E suo figlio a rispondere:

--Sono i coltivatori di una mia tenuta. E' mi hanno visto bambino, e,
povera gente, mi voglion bene come lor figliuolo.

Matteo e la moglie si guardarono in volto quasi spaventati. Suo figlio
li rinnegava! Da questo tratto furono loro aperti finalmente gli
occhi. Tommaso era un egoista senza cuore, che non amava che sè stesso
e i guadagni. Fu il peggiore dei dolori che potessero provare. A
vedersi partire di mano il suo caro tesoretto; a dover abbandonare il
diletto orto che amava con quell'amore tenace, appassionato dei
villani per la terra, che tutti sanno; a lasciare il paesello natale
dove aveva sperato di vivere e dormir, morto, in pace; a veder fatta
incerta la sua esistenza e forse travagliosa la sua vecchiaia: Matteo
non aveva ancora sofferto mai tanto quanto in quel momento.

Egli avrebbe voluto precipitarsi in mezzo a quella gente, ed investire
lo sconoscente figliuolo colle meritate rampogne; ma la moglie ne lo
trattenne. Tommaso uscì, senza lasciarsi vedere e i genitori dovettero
aspettare sin tardi per averlo seco di nuovo.

Matteo appena lo scorse, non potè frenarsi e proruppe, pallido per ira
e con voce tremante che pure preannunziava vicine le lagrime:

--Che? gli è proprio vero adunque?... Noi vi facciamo vergogna, noi...
In questa casa i miei capelli bianchi sono accolti come un disdoro...
Ce l'avevate già fatto capire colle vostre maniere, ma ora ce lo avete
spiegato chiaro pur troppo!... Non abbiamo ad essere i vostri
genitori, noi; appena se siamo degni d'essere i vostri servi... Ebbene
sia. Il signorone stia di per sè; e noi non verremo più a seccarlo...
Siamo noi, gli è il nostro denaro, gli è il nostro lavoro, gli è il
sudore di queste fronti che l'ha rimpannucciato a quel modo il sor
marchese... Che monta? Siam villanacci ed egli arrossisce al vederci.
Vieni, vieni moglie mia... Questa casa non è fatta pei poveri diavoli
come noi, e ci conviene uscirne, e non rimetterci i piedi mai più.

Si mosse diffatti: la moglie lo voleva trattenere, e supplicava cogli
sguardi (che colle parole, angosciata com'era, non lo poteva) il
figliuolo a voler placare la giusta collera del padre. Se Tommaso
avesse detto una sola parola, avesse fatto un sol cenno di pentimento,
di domandar perdono, questa gran collera sarebbe sbollita d'un colpo:
il povero padre in sè stesso non aspettava che il menomo degli atti
per cedere e rimanersi: ma il tristo figliuolo stette lì impietrito,
l'aspetto insensibile, gli occhi a terra, senza pur muoversi. A tutta
prima ben gli era venuto all'animo l'impulso di placare suo padre, ma
poi tosto s'era detto fra sè, che quella era buona occasione per
liberarsi una volta dal fastidio di quelle visite, e che per ciò non
aveva che da lasciar andare le cose pel loro verso.

Matteo gli diede un'ultima sguardata, e lo sdegno s'accrebbe.

--Ebbene? che fai moglie mia? gridò egli trovando la sua mazza,
impugnandola e camminando risoluto verso la porta. Vieni una volta, e
togliamo a questo gran signore l'imbarazzo e la vergogna delle nostre
persone.

La donna, poverina, piangeva senza aver parole fatte, e voleva calmare
il marito; ma questi la prese risoluto per un braccio e la trasse con
sè a forza.

Tommaso non si mosse: vide partire il padre e la madre a quell'ora già
tarda con occhio asciutto, senza una parola, senza un gesto. Matteo
comandò alla moglie che del figliuolo non glie ne parlasse più mai;
quanto a sè il nome di lui non fu mai più udito sulle sue labbra.

La famiglia non seppe mai più notizie dell'ingrato figliuolo, nè
questi di quella. Tommaso non cercò mai di vedere i genitori; le sue
vicende frattanto andavano sempre meglio; la sua fama d'uomo
amantissimo dei poveri aumentava di pari passo colle sue ricchezze, e
i suoi parenti, impoveriti per causa sua, stentavano la vita senza
ch'egli si curasse non che di soccorrerli, ma di saperne novelle.

Erano passati parecchi anni in questo modo, quando Vanardi, spintovi
dalla rinomanza di Salicotto, suonava timidamente il campanello
dell'uscio del pubblicista per supplicarne la sua generosa protezione.

Ed ora che lo conosciamo per bene, possiamo seguitare il nostro amico
Antonio e penetrare con esso nel santuario del famoso filantropo.



XVII.


--Che cosa volete? chiese il domestico che venne ad aprir l'uscio, in
tono orgoglioso quand'ebbe squadrato la povertà degli abiti del
visitatore.

--Parlare al signor cavaliere: rispose umilmente Vanardi.

Il servo si levò di mezzo all'apertura de' battenti e lasciò il passo.
Il pittore entrò levandosi il cappello e incurvando la schiena.

Attraversarono, il domestico primo e Antonio dietrogli, un'anticamera
piuttosto vasta, lastricata da formelle di marmo bianco e bruno
avvicendate, e intorno alla quale, alle pareti, stavano armadii di
legno inverniciato di color bigio. S'intromisero in un corridoio che
n'era a capo, volsero a sinistra, entrarono in un salotto ben
riparato, ben caldo, con un soffice tappeto sul pavimento, con comodi
ed eleganti sedili d'ogni fatta, tappezzato di fine carta azzurrina a
fiorami appannati del medesimo colore ma più scuro, adorna di buone
pittura di paese, appiccate con cornici alle muraglie, rallegrata da
un vivace fuoco nel caminetto.

--Aspettate qui: disse il domestico a Vanardi. Il signor cavaliere è
là nel gabinetto (ed additava un uscio a vetri in faccia a quello per
cui erano entrati); ha seco qualcheduno; appena sarà libero, potrete
parlargli.

E poste ancora alcune legne sul fuoco, se ne andò lasciando solo il
pittore.

Questi cominciava a conoscere che nel mestiere di supplicante, la
prima cosa da impararsi è il fare anticamera.

All'uscio a vetri, dalla parte del gabinetto, erano appese tendoline
di mussolina bianca, che impedivano di vederci per entro. La serratura
n'era chiusa colla stanghetta a scatto; ma pur tuttavia il suono delle
parole che si scambiavano nel camerino veniva nella stanza che lo
precedeva, benchè indistinto. Se ne poteva però comprendere, che un
colloquio animato aveva luogo, ed una voce massimamente, che pareva
quella d'un vecchio, di quando in quando s'elevava come rampognante,
sdegnata e minacciosa. I due uomini che discorrevano non erano seduti,
e le loro ombre si scorgevano traverso le tendoline dell'uscio, e
dall'apparire e scomparire d'una di esse si capita che uno degli
interlocutori andava e veniva, come se impaziente, per la camera.

Antonio s'era già rassegnato ad aspettare chi sa quanto tempo; ed
invece, poco dopo ch'egli era stato introdotto, ecco aprirsi
bruscamente l'uscio a vetri, e un vecchio a chiome bianche, con panni
contadineschi, pallido in volto, non si sarebbe potuto dire se per
dolore o per isdegno, comparire sulla soglia. Dietro di lui, discosto
due passi, era il signor Salicotto, la cui prima vista fece una
cattiva impressione sopra Vanardi; chè diffatti a quell'uomo in tal
momento davano un aspetto tutt'altro che simpatico la fronte
aggrottata, una dura espressione di fisonomia, le labbra serrate e lo
sguardo incerto, che pareva non osare di fissarsi in volto al vecchio
contadino.

--Non temete: diceva questi, a cui la voce tremava come la mano che
teneva ancora sulla gruccia della serratura: questa sarà l'ultima
volta di certo, e Dio voglia!....

Nel pronunziar queste parole aveva levato verso il soffitto la mano
destra col solo indice teso, in atto solenne: ma lo sguardo del
filantropo, sgusciando fra il vecchio e l'uscio, aveva visto nel
vicino salotto la figura d'un estraneo, perciò si affrettò egli ad
interrompere il villico, slanciandosi in quella stanza, e quasi
sospingendo il parlatore verso la porta d'uscita.

--Basta! diss'egli imperiosamente. Non più una parola; vi prego di non
insultarmi più oltre. So che voi non mi comprendete, vi compatisco e
vi perdono, perchè è dovere di perdonar sempre ai nostri simili, ma vi
consiglio a rammentare che qui sono in casa mia ed ho diritto di
mandarne fuori chi mi oltraggia.... Partite; ma ciò nulla meno, ad
ogni volta che avrete bisogno di qualche aiuto, potrete sempre in
tutta sicurezza valervi di me.

Vanardi cominciava a trovare molto nobile e molto degno il procedere
del filantropo; ma il vecchio invece arrossì di sdegno e parve sul
punto di prorompere in un'acerba invettiva, pur si fermò, ed
allontanandosi vivamente, quasi con orrore, da Salicotto, esclamò
fremendo.

--Sciagurato! sciagurato!

E si partì senz'altro, barcollando come sotto il peso d'una soverchia
emozione.

Il signor cavaliere gli tenne dietro con uno sguardo che sembrava
tutto mitezza e pietà.

--Infelice, diss'egli mandando un sospiro. Ah! com'è doloroso trovare
degl'ingrati....

Poi andò presso il caminetto e tirò il cordone da campanello che vi
pendeva presso. Il domestico che aveva introdotto Vanardi si presentò
tosto alla porta.

--Quel vecchio contadino aveva egli detto il suo nome?

--No signore: rispose il domestico.

Questa risposta parve far piacere al padrone.

--Avete voi notata la fisonomia di quell'uomo tanto da riconoscerlo
un'altra volta?

--Signor sì.

--Ebbene se mai si presentasse ancora, gli direte sempre che non sono
in casa... fino a che non vi dia un ordine diverso. Andate.

Il servo uscì; allora il pubblicista democratico, socialista ed
umanitario si volse verso Antonio.

--Lei vuole parlarmi? gli domandò.

--Signor sì, se la mi permette.

--Si dia la pena di passare qui nel mio gabinetto.

Lo fece entrare nello studiolo, sedette nella sua poltrona innanzi
alla scrivania e fece sedere Vanardi sur una seggiola vicina.

Il cavaliere Tommaso Salicotto era tal quale lo aveva descritto la
Rosina: grosso, tozzo, con un testone insaccato nelle spalle larghe e
rotonde, il colore ulivigno, neri i capelli che aveva abbondantissimi
e portava lunghi, pioventi fin sopra il bavero del vestito, nera del
pari la barba, di cui lasciava crescere i baffi ed il pizzo al mento.
L'occhio era nero ancor esso, e non mancava di vivacità, ma la
guardatura non n'era schietta. Le chiome aveva piantate giù verso le
sopracciglia da fargli la fronte bassa, ma questa era larga alle
tempia e pareva quasi una lista al di sopra della faccia che la
riquadrasse. Le traccie della sua origine villereccia gli si leggevano
chiare nelle sembianze e nei modi, a dispetto del suo vestire elegante
onde cercava dar garbo e distinzione alla sua persona.

Stette un poco ad osservare il suo visitatore, il quale non sapeva
troppo che contegno tenere, poi gli chiese con tutta cortesia.

--Con chi ho l'onore di parlare e in che cosa posso servirla?

Antonio levò lo sguardo sopra chi lo aveva interrogato, e lo sguardo
di costui fu lesto a guizzar via. Il povero pittore stava pensando che
la sua prima accontagione con quel famoso filantropo era bene strana;
poichè era arrivato nel punto in cui scacciava di casa sua un povero
vecchio. Certo tutti i torti dovevano essere dalla parte di
quest'ultimo; ma pure!...

Com'egli esitava, Salicotto riprese:

--Ha ella qualche difficoltà a dirmi il suo nome?

--Oh no: rispose vivamente Vanardi, e gli disse tutto l'esser suo.

--Bene! esclamò il giornalista. Ho molto piacere di conoscerla. Ella
pittore, io scrittore; siamo si può dire, artisti entrambi; siamo
quasi fratelli, o d'altronde tutti gli uomini sono tali.

E tese la sua mano larga e robusta ad Antonio che con rispettosa
peritanza ci pose dentro la punta delle sue dita. Salicotto le serrò
forte, e le scosse più forte all'usanza inglese.

--Or dunque parli.

Antonio si sentì il sudore spuntargli a goccie alle radici dei
capelli; ma si fece forza, chiamò in aiuto tutta la sua risoluzione e
cominciò non senza fremito nella voce il racconto delle sue sventure.

Salicotto lo ascoltò molto attento e raccolto, senza interromperlo mai
e senza guardarlo in faccia pur una volta; ma egli mostrava
interessarsi in sommo grado a quell'Odissea. Scuoteva la testa, moveva
le mani, mandava sospiri a seconda, come uomo che è padroneggiato da
profonda emozione. Quando Antonio ebbe finito, gli prese la destra non
con una, ma con tuttedue le mani, glie la serrò più forte che prima,
glie la tenne così fra le sue un cinque minuti e disse con accento
d'uomo che per la compassione fosse lì lì per iscoppiare in pianto:

--Poverino! Quanta sventura e quanto coraggio! Oh come io ne la
ammiro! La vede. Gli stenti del povero sono per me qualche cosa di
grande, di sublime, ciò che vi ha di più sublime sopra la terra. Tutte
le pompe del mondo, tutti gli sbarbagli della ricchezza non valgono a
farmi stimare un uomo più che i cenci della miseria coraggiosamente
sopportati. I ricchi!... Oh i ricchi!... Conviene perdonarli, perchè
anche loro ci sono fratelli; ma l'organismo attuale della società ne
fa tanti oppressori di noi povera gente. La vede. La società va
rimutata da capo a fondo. Conviene che il voto di Enrico IV di Francia
sia una realtà in tutto il mondo, per tutto il genere umano: che
ciascuno abbia ogni giorno che Dio manda un pollo nella sua pentola.
Ecco il mio programma! Io studio con tutta la potenza del mio animo,
con tutta la forza del mio ingegno ad ottenere questo risultamento. Ha
ella per caso letto i miei scritti? Le presterò, se vuole, la raccolta
completa del mio giornale. Vedrà come dal primo numero a quello di
ieri ho combattuto e combatto in favore delle classi diseredate. Sono
un missionario, sono un apostolo dell'avvenire, sono l'avvocato dei
poveri. Oh i poveri! Vorrei potere aprire le mie vene e dare tutto il
mio sangue per farli ricchi. Io piango caldissime lagrime sulle loro
sfortune: la vede. Che? Siamo tutti figliuoli d'Adamo, abbiamo tutti
un'anima immortale; la nostra vita ha in tutti i medesimi bisogni, ed
io dovrò stentare un boccone di pan nero, mentre il mio vicino mangia
quaglie e beccafichi?

Prese fiato in mezzo alla declamazione di questa tirata, che aveva già
ammanita le migliaia di volte in articoli ai suoi lettori.

--Che rimedio trovarci? La carità? Rimedio effimero: inutile, anzi
dannoso palliativo: anche gli economisti la condannano. Senza contare
che la è un'umiliazione della natura umana in chi la riceve. Però in
circostanze straordinarie, per eccezione, via, l'ammetto ancor io. La
vede. Pochi giorni sono un povero diavolo s'è tolto di vita lasciando
una famiglia all'ultima miseria. Bene! Io ho tosto aperta nel mio
giornale una sottoscrizione per venire in soccorso di quei poveretti,
la quale ha già prodotto una considerevol somma. Sono fatto così
io!... Ma gli è alle istituzioni, la vede, che bisogna domandare il
rimedio; misure radicali ci vogliono, perchè la vera uguaglianza regni
una volta sulla terra e quindi la vera fratellanza e la felicità
umana. A questi principii ho consacrato tutto me stesso, e non ci
fallirò per Dio!

S'alzò da sedere; e Antonio dovette imitarne l'esempio. Salicotto
volse al soffitto il suo sguardo e si battè sul petto con aria
ispirata.

--Non ci fallirò, finchè qui dentro palpiterà questo cuore, finchè un
soffio di vita animerà queste membra.

Poi la sua voce si fece piagnucolosa.

--So bene che molte delusioni e molti dolori mi aspettano. Ah! ne ho
già sofferti di troppi e che avrei creduto prima insopportabili. Iddio
mi darà forza anche per l'avvenire, e la mia coscienza quell'unico
compenso che mi posso aspettare.

Strinse di nuovo la mano d'Antonio e glie la scosse da fargli male.

--Io sono l'amico di tutti quelli che soffrono: sono anche il suo. Mi
consideri come tale, la prego. S'accerti che non avrà persona mai la
quale partecipi così di cuore a' sventurati come a' prosperi di lei
successi.

E in ciò dire l'aveva tratto dolcemente nel salotto che precedeva il
gabinetto e stava avviandolo verso l'uscio che metteva pel corridoio
nell'anticamera.

--Signor cavaliere, balbettò Antonio.

E l'altro, senza lasciarlo parlare:

--Le manderò il mio giornale; son certo che la ne piglierà alcun
conforto. Vedrà, oh vedrà s'io fallisco al dovere che mi sono imposto.

Apri la porta del corridoio e pianamente vi sospinse Antonio.

--Spero che ci rivedremo, soggiunse; anzi un'altra volta potremo
parlare più a lungo. Le esporrò il mio disegno di riforma sociale;
confido che otterrà la sua approvazione. La riverisco.

E chiuse l'uscio del salotto alle spalle del pittore. Il domestico
nell'anticamera accorse sollecito ad aprire la porta di casa. Vanardi
si trovò sul pianerottolo aggirato, confuso, mezzo balordito.

Che cosa gli restava da fare? Nient'altro che allontanarsi di là.
Prese le scale e cominciò a discendere lentamente, tutto mortificato.

Alla seconda branca della scala trovò seduto, o meglio accosciato
nell'attitudine del più doloroso abbandono, il vecchio contadino che
aveva visto poc'anzi uscire dal gabinetto del cavaliere. C'era tanta
espressione di dolore nel contegno del vecchio, i singhiozzi che
rompevano come a forza dal petto di lui erano così angosciosi che
Vanardi ristette, e un'immensa, subita pietà l'occupò tutto e lo
spinse verso quel miserello dalle chiome canute.

--Coraggio, buon uomo: gli disse con voce piena d'affettuoso
interesse. Non datevi così al disperato. Io non conosco le vostre
disgrazie, ma qualunque esse sieno l'abbandonarsi dell'animo non può
recar loro sollievo nessuno.

Il vecchio contadino sollevò verso chi gli parlava la faccia
lagrimosa. I suoi lineamenti erano profondamente turbati, e la
pallidezza delle sue guancie quasi cadaverica. L'accento simpatico del
pittore parve confortarlo alcun poco; pure scosse il capo
disperatamente, e rispose:

--Io sono il più infelice uomo del mondo.... Vorrei esser morto.... Ah
no: Dio mi perdoni.... C'è costassù, a Valnota, una povera vecchia che
mi ama e mi attende. Se non fosse per lei!... All'uscire di costì m'è
mancata ogni forza.... Avevo dimenticato perfino la mia povera vecchia
moglie. Bisogna ch'io torni presso di lei.... E sarà il meglio ch'io
mi levi presto di qui.

Fece a drizzarsi, ma lo poteva a stento; Vanardi ve l'aiutò.

--Grazie! disse il vecchio, e si mosse per discendere; ma le gambe gli
vacillavan sotto, e a mala pena si teneva in piedi.

--Venite meco, soggiunse Antonio; appoggiatevi al mio braccio; così,
pian pianino. Siete debole; avete bisogno di qualche cosa che vi
riconforti.

--Grazie, grazie: ripeteva il vecchio commosso. Voi avete pietà d'un
povero vecchio: voi che non mi avete mai visto, mentre colui...
colui!...

Tentennò un momentino la testa con atto dolorosissimo; poi riprese con
voce soffocata dalla soverchia commozione, stringendo forte il braccio
di Vanardi:

--Colui mi ha scacciato di casa sua, come uno che gli faccia
vergogna.... E sono suo padre!

Antonio mandò un'esclamazione di meraviglia e di orrore.

Il vecchio, smarrita affatto ogni forza, s'aggrappò al braccio di chi
lo sosteneva, appoggiò la fronte alla spalla del pietoso e scoppiò in
pianto dirotto.



XVIII.


Il mattino di quella medesima domenica, verso le ore nove, un vecchio
contadino aveva aperto l'uscio della bottega di messer Agapito e aveva
domandato al signor Martino, che primo gli si era fatto incontro:

--La casa del signor Marone?

--Questa.

--Dove potrei trovarne il proprietario?

--E' non abita qui.

--Lo so bene. Vengo appunto dalla sua dimora, e la serva mi ha detto
che l'avrei trovato in questa casa. Ho un biglietto da dargli che
preme.

Martino si strinse nelle spalle.

--Non saprei che cosa dirvi. Sarà certo da qualche casigliano a
riscuoter l'affitto. Potete andar cercando di lui su per tutti i piani
della casa.

Il villano s'avviava per partire, quando messer Agapito, che dal punto
in cui quegli era entrato, l'osservava attentamente e con una certa
sorpresa, s'alzò ratto, e fece un gesto per arrestarlo.

--Un momento, diss'egli. O io mi sbaglio, o vi conosco, brav'uomo.

--Può darsi: rispose il contadino volgendo la faccia e lo sguardo
verso lo speziale.--To', esclamò egli a sua volta, appena ebbe veduto
i lineamenti di costui: ella è messer Agapito.

--Bravo! E voi siete l'ortolano Matteo.

--Per l'appunto.

Agapito tese verso il contadino la sua tabacchiera aperta.

--Evviva! Mi fa molto piacere il vedervi. È un secolo che non ci siamo
trovati.... E voi come la va? E la vostra famiglia? E dove state? Già
siete sempre al paese, non è vero?... Che cosa c'è di nuovo per
colà?... E che buon vento vi mena da queste parti?

Matteo, fra tante domande, pensò bene di non rispondere che ad una
sola.

--Non sono più al paese. Sono ortolano ad una villa in Valnota.

--In Valnota? che? vi siete traslocato colà?

--Sì signore.... E son già degli anni parecchi.

--È strana. Non avrei creduto mai più che voi vi sareste deciso ad
abbandonare il villaggio.

La faccia di Matteo s'imbrunì e curvando la testa fra le spalle in
atto di dolorosa rassegnazione, egli rispose:

--Che cosa vuole? Non l'avrei creduto nemmen io un tempo: ma delle
sventurate circostanze sopravvenute mi vi obbligarono.

La curiosità dello speziale intravide tutta una storia che fu tosto
assai ghiotto di apprendere.

--Ah si? diss'egli con molto interesse: raccontatemi su, da bravo...

--Oh! gli è un affare molto lungo...

--Non importa...

--Io ho fretta...

--Lasciate un po'... Quando si trova dopo tanto tempo un
compatriota!... Quella villetta dove ora siete è vostra? l'avete
comperata?

Matteo scosse dolorosamente la testa.

--Oibò. Ci sono al servizio del signor Marone.

--Davvero!

--Sicuro. Saranno tre anni a San Martino.

--E vi ci trovate bene? Ci avete dei buoni guadagni?

--Eh là! non mi lamento.

--Una volta mi ricordo che la vi andava molto bene....

--Ah! questi non sono più i tempi d'una volta. Ho avuto ogni fatta
disgrazie.

--Poveretto!... Ma via, sedetevi un momento qui presso al braciere,
che possiamo discorrerla più comodamente...

--Grazie, non posso.

Il trovare così restio al parlare quel vecchio contadino accrebbe la
curiosità dello speziale, che lo spinse fino alla generosità della
seguente offerta.

--Voi berete bene un bicchierino di qualche cosa di _tonico_... di
_ratafià_ per esempio.

--Grazie tante. Lei è molto buono; ma sono ancora digiuno: e poi non
posso fermarmi. Conviene ch'io trovi il padrone per dargli la lettera
del signor Nicolazzo.

--Nicolazzo! chi è costui?

--È i! pigionante della villetta. Questa lettera preme di molto, a
quel che mi ha detto, consegnandomela; e mi ha comandato di
recargliene la risposta il più presto possibile.

--Alla campagna?

--Già!

--Forse ch'egli abita colà?

--Sicuro.

--A questa stagione?

--Sono due anni ch'ei non se ne move nè state nè inverno.

--Che gusto! È matto?

--Egli no: ma sua moglie pare di sì.

--Ah, ah! c'è anche una moglie?

--Sì signore.

--E vivono colà soli?

--Come i gufi, tutto l'anno, schivando perfino la compagnia nostra, di
me e di mia moglie.

--Cospetto!... A proposito; e la vostra famiglia? Non ve ne ho manco
ancora domandato. Come va?

Il pover'uomo trasse un sospiro.

--Mia moglie sta bene, povera vecchia!... Grazie!

--E vostro figlio?

La faccia del vecchio mostrò un certo imbarazzo che eccitò grandemente
la curiosità di messer Agapito, il quale ci travide un segreto da
apprendere.

--Che riuscita ha egli fatto? continuò egli non istaccando i suoi
occhietti dal volto sempre più turbato di Matteo. Eh, eh! sono secoli
che io non l'ho più visto; da dopo ch'egli era solamente alto così...
Ma mi ricordo benissimo che prometteva di farsi un gran talentone, e
che tutta la gente vi consigliava di farlo studiare.

L'infelice Matteo trasse un sospiro più profondo del primo:

--Ho dato retta ai consigli della gente, e l'ho fatto studiare.

--Da prete?

--No... da professore.

--Ed ora, dove si trova egli?

--Ma!... Non so bene... Credo sia qui in città.

--Oh bella! Non sapete dove sia vostro figlio? forse che non vi
scrive?

--No... cioè... voglio dire raramente.

--E non va a trovarvi qualche volta?

--Egli ha molto da fare; è sempre occupato...

--Vuol dire adunque che ha fatto davvero una buona riuscita?

Il villano tornò a sospirare.

--Oh sì, disse: guadagna di molto. Se la vive da gran signore--lui:
soggiunse con amarezza.

--E voi continuate a far la vita faticosa d'un tempo?... Oh, perchè
non andate a vivere con lui, riposandovi pur una volta per passare in
santa pace quegli anni che vi rimangono?

Matteo si volse in là per nascondere una lagrima, che lo speziale vide
pur tuttavia.

--Sentite: riprese Agapito con un calore che pareva cortesia di buon
cuore, ed era invece solletico indicibile di curiosità. Il vostro
padrone deve senza fallo venir da me questa mattina per esigere il
semestre della pigione: il mezzo più sicuro di trovarlo gli è dunque
d'aspettarlo in casa mia. Venite su, e perchè il tempo vi sia men
lungo diremo due parole davanti un fiasco ed una fetta di salame.

L'ortolano se ne schermì, ma lo speziale ebbe in quella una vera,
ispirazione!

--Vostro figlio vive da ricco, ed è professore?... Sta a vedere che
gli è quello che abita qui di facciata che si fa dare tanto di
cavaliere e si spaccia figliuolo d'un avvocato.

Matteo non potè e non cercò neppure dissimulare l'emozione che lo
prese.

--Abita qui di facciata? Lui!...

--Vostro figlio si chiama egli Tommaso?

--Sì.

--È dunque lui, lo scommetto: esclamò Agapito trionfante. Matteo,
assolutamente voi avete da far colazione con me: parleremo di codesto
e d'altro.

Il contadino che amava pur sempre l'ingrato figliuolo, e che da tanto
tempo non ne aveva più avute notizie, desiderosissimo di udire dei
fatti di lui, accondiscese all'invito, e fu tratto dallo speziale nel
suo alloggio agli ammezzati.

--Anna, Anna: gridò Agapito entrandovi.

La ragazza accorse sollecita.

--Ecco qui un brav'uomo del nostro paese; soggiunse lo zio: vedi un
po' se lo riconosci!

---Compar Matteo! esclamò Anna giungendo le mani e quasi non credendo
agli occhi suoi.

--Sì, sì, son io, disse il contadino ancora tutto turbato, e a cui
anzi la presenza di quella giovane, rammentandogli il passato,
accresceva la passione della sua presente sciagura. Buon giorno Anna;
la ti va bene?

Per la povera giovane la vista di quel suo compaesano fu una gran
gioia. Le parve ch'egli le portasse un po' dell'aure di quella diletta
contrada ch'ella aveva abbandonata sì a malincuore e per essere poi
tanto disgraziata in città, un po' di quella libertà ch'ella aveva
dovuto scambiare con una sì trista e dolorosa schiavitù. I giorni gai
della sua infanzia le sorsero innanzi con tutte le loro care memorie
di luoghi, di tempi, di piaceri; dove avesse osato si sarebbe
slanciata al collo del vecchio contadino ad abbracciare in lui tutto
quel passato così rimpianto; la si rimase a pigliargli con effusione
una mano e serrargliela con forza fra le sue, mentre gli occhi le si
inumidivano per tenerezza.

La voce burbera dello zio venne a richiamarla brusco al presente.

--Va a prepararci un boccone da colazione: presto!

Durante il pasto, che non fu nè sontuoso nè abbondante, non si parlò
d'altro che di Tommaso Salicotto. Il padre era ansioso d'apprenderne
ogni cosa; lo speziale era curiosissimo di trarre di bocca a Matteo il
segreto delle relazioni che passavano fra lui e il figliuolo. Più
nissun dubbio rimaneva in Agapito che il cavaliere, sedicente
figliuolo d'un avvocato, non fosse il legittimo ed unico discendente
di quel villano, e si prometteva di avere da questo argomento
l'occasione d'una infinità di ciarle piacevoli ed interessanti con
tutto il vicinato, cogli avventori, coi medici che capitavano a
bottega.

Ma nel migliore delle sue suggestive interrogazioni a Matteo, ecco la
nipote interromperlo per annunziargli che c'era il signor Marone.

--Venga: disse lo speziale; poi volgendosi al contadino: Eh ve l'ho
detto io che l'avreste visto senza fallo, aspettandolo qui.

Marone si stupì molto di trovar lì il suo ortolano, prese la lettera
che questi gli porse, la lesse, meditò un poco, poi disse:

--Da qui a mezz'ora passate da me, dove io abito, e vi darò una
risposta da portare al signor Nicolazzo.

Poi si volse allo speziale domandandogli la pigione. Matteo comprese
che non aveva più nulla da far lì e tolse licenza. Agapito chiamò la
nipote, perchè lo scortasse fuori.

Quando furono all'uscio che metteva al pianerottolo, Anna disse
sottovoce e tremando a Matteo:

--Ripartite presto?

--Fra un'ora al più tardi.

La ragazza giunse le mani in atto di preghiera e levò gli occhi
lagrimosi in volto al villano con espressione così supplichevole che
egli se ne sentì commosso:

--Ho bisogno di parlarvi, diss'ella, tanto bisogno! È il cielo che ho
pregato così di cuore che vi ha mandato... Prima di partire, venite
qui, ve ne scongiuro, e battete un legger colpo colle dita nell'uscio,
io sarò dietro il battente ad aspettarvi... Venite per amor di Dio, ve
lo domando come una grazia.

--Va bene, rispose Matteo, ci verrò.

--Sicuro?

--Sì, sì, ve lo prometto.

--Dio vi benedica, compare Matteo.

A che cosa il buon villano avrebbe impiegata quella mezz'ora che gli
restava prima di andare a prendere la risposta scritta dal suo
padrone? Se ne venne nella strada, guardando di qua e di là, come uno
sfaccendato. Dallo speziale aveva appreso che nella casa precisamente
di facciata abitava suo figlio; e quando egli giunse all'altezza di
quel portone una forza superiore lo fece piantarsi là davanti, come se
ci avesse da mettere le radici.

Da tanto tempo non aveva più visto quel figlio che in fondo al cuore
gli era caro pur sempre! Chi sa che Tommaso non fosse pentito del suo
fallo, e una sola parola di lui, il solo vederlo, non glie lo gettasse
amoroso di nuovo fra le braccia! Senza un atto ben preciso di sua
volontà, Matteo pur tutta via entrò sotto il portone, e come il
portinaio che per caso usciva dalla sua loggia lo guardava con aria
interrogativa, egli disse, quasi balbettando:

--Il signor Salicotto abita qui?

--Il cavaliere Salicotto, rispose il portinaio, sta al primo piano
nobile.

Matteo salì le scale, suonò il campanello ed entrò nella casa del
figliuolo con quella emozione che potete immaginarvi.

Il domestico, che lo aveva introdotto in quel salotto in cui abbiamo
accompagnato Vanardi, passò nel gabinetto del padrone ad annunziargli
che un contadino cercava di lui.

Tommaso, come soleva fare per ogni nuovo visitatore gli capitasse, se
ne fece descrivere in digrosso le sembianze e il portamento. Il dubbio
che potesse esser suo padre nacque di subito in lui; s'accostò
cautamente all'uscio a vetri, e levò un poco una delle tendine per
veder nel salotto. Al primo sguardo gettato su quel vecchio di cui
l'impacciato contegno e il tremito delle mani che sostenevano il
cappello dinotavano la commozione profonda, Tommaso lo riconobbe. Il
primo pensiero di quel tristo, dello scellerato figliuolo, fu quello
di farnelo rinviare dal servo; poi temette il vecchio rompesse in
isdegnose parole che svelassero la verità e ne nascesse uno scandalo,
disse adunque al servitore:

--Andate pure ai fatti vostri; farò venir qui fra un momento
quell'uomo io stesso.

Quindi il miserabile stette alcuni minuti pensando quale accoglienza
gli fosse più utile di fare a suo padre, e si risolvette per una
brusca e scortese, affine di togliere al povero vecchio la volontà di
tornarci un'altra volta.

Aprì l'uscio del gabinetto e disse al padre in tono burbero:

--Venite.

Il buon vecchio, che ad una sola parola amorevole si sarebbe slanciato
verso il figliuolo a braccia aperte, ferito dolorosamente da
quell'accento, s'inoltrò esitando, quasi timoroso.

--Ah siete voi, rispose Tommaso; che volete?

Matteo vide svanire di botto tutte le illusioni che s'era fatte
venendo. Suo figlio non esisteva più per esso. Fissò ben bene i suoi
occhi sul volto scuro di Tommaso, e disse:

--Ero venuto per vedere se qui trovavo ancora mio figlio, vedo ch'io
non son più che un estraneo. Ho avuto torto a venire. Da voi non
voglio niente.

E si mosse per partire senz'altro.

Il filantropo non si commosse punto. Soltanto, quando il padre aveva
già una mano sulla gruccia della serratura, tese la destra verso di
lui e disse:

--Le nostre esistenze corrono in due strade affatto diverse: sono
quindi le circostanze, e non la mia volontà, che ci separano. Se mi
ostinassi a voler camminare accosto a voi, farei danno alla mia
fortuna, senz'altro pro. Che volete? Il mondo è così fatto...

Queste frasi spazientirono il vecchio contadino; rialzò egli la testa
più risoluto, ed interruppe:

--Va bene. Risparmiate le vostre belle parole ch'io non capisco. Voi
non volete aver più nulla di comune colla vostra famiglia, e checchè
avvenga di noi ve ne lavate le mani. Che v'importa che vi sieno due
poveri vecchi soli al mondo, senza conforto nessuno nella loro età
cadente? È giustissimo: avete ragione: l'educazione signorile vi ha
forse mostrato di queste belle cose, che noi gente alla buona
chiameremmo... Ah! Dio mi perdoni!...

Il pover'uomo cominciava a scaldarsi. Tommaso fraintese affatto il
sentimento del vecchio dabbene, e soggiunse col piglio dolcereccio da
impostore con cui soleva smaltire le sue filantropiche tiritere:

--Io non ho mai detto di volervi abbandonare nei vostri bisogni. Voi
forse siete venuto da me per avere denaro, ed io...

Ma il padre non lo lasciò continuare. Era l'amore del figlio, era la
doverosa di lui gratitudine ch'egli era venuto a cercare. Diede sfogo
a tutto lo sdegno doloroso che da tanti anni la condotta del figliuolo
verso i genitori aveva ammassato nel suo animo. La verità parlò per la
bocca di lui coll'accento della più viva rampogna, e la severa
condanna paterna cadde, come una maledizione, sull'ingrato figliuolo.

Tommaso incrociò le braccia al petto e si mise a passeggiare pel
gabinetto con fredda indifferenza.

--Dopo questa intemerata, pensava egli, ne sarò liberato per sempre.

Ma come l'intemerata durava troppo, ed egli cominciava a stancarsene,
il tristo decise di farla finita. E poi, gli pareva che alcuno fosse
entrato nel vicino salotto, e troppo temeva che quella scena facesse
scandalo. Si piantò innanzi al padre e gli disse in tono risoluto:

--Ora basta. Sono in casa mia ed ho il diritto di farmi rispettare.

Il vecchio volle insistere.

--Basta! gridò più forte il figliuolo. Ho il diritto a chicchessia
m'oltraggi di mostrare la porta.

Matteo indietreggiò d'alcuni passi, innanzi al viso fosco del
figliuolo.

--Voi mi scacciate! esclamò egli. E sia: ma il cielo...

--Si: interruppe Tommaso con rea ironia; facciamo il cielo giudice fra
noi. Ci acconsento, e intanto la sia finita.

Il misero padre uscì dal gabinetto e dalla casa del figliuolo in
quella guisa che vi ho narrato nell'altro capitolo. L'angoscia del suo
cuore chi la potrebbe esprimere? Ma nel piangere fra le braccia del
buon Vanardi che, senza pur conoscerlo, gli aveva mostrato tanta
pietà, alcun sollievo n'era disceso all'anima del povero vecchio:

--Via, fatevi animo: dicevagli Antonio; venite meco, appoggiatevi al
mio braccio; avete bisogno d'un qualche corroborante. Andiamo lì dallo
speziale...

Ma l'idea di ricomparire innanzi ad Agapito in quel momento riuscì
assai sgradevole all'ortolano.

--No, diss'egli, piantandosi in mezzo la strada. Non ho bisogno di
nulla.

Il nostro pittore era così commosso della sciagura e del dolore del
povero vecchio che non l'avrebbe lasciato andare per tutto l'oro del
mondo.

--Sì, sì che avete bisogno di qualche cosa: insistette egli, venite
dal liquorista a prendere almeno un bicchierino.

E nella foga della sua caritatevole premura il dabbene dimenticava che
non aveva allato nemmeno un centesimo.

--Grazie, grazie: rispose Matteo; ma non ho tempo da indugiarmi.
Conviene ch'io vada in cerca del mio padrone per riceverne una
lettera, e poi tosto che me ne parta.

In quella Giovanni Selva usciva dalla porta da via di Vanardi, vedeva
costui e lo accostava sollecito.

--Una novità: gli disse affrettato: una brutta novità...

--Che cosa? domandò con isgomento il pittore avvezzo dall'infelicità
della sorte a temer sempre il peggio. O Dio! ci è capitata qualche
altra disgrazia?

--Non a te nè ai tuoi, rispose Giovanni. Rassicurati: la disgrazia
c'è, ma è piombata addosso al signor Marone.

A questo nome l'ortolano allargò le orecchie.

--Il signor Marone! Che cosa gli è accaduto?

--Egli è costassù in casa tua, sul tuo letto, con una gamba rotta o
slogata che sia.

--La vuol dire il proprietario di questa casa? domandò Matteo
intromettendosi.

--Precisamente.

--Egli è appunto il mio padrone di cui debbo cercare.

--Ebbene, lo troverete lassù al sesto piano che grida come un dannato.

--Ma come fu? chiese Vanardi.

--È scivolato giù dalla scala. Il piede gli è smucciato sopra un
ghiacciolo. Ti racconterò poi meglio la cosa. Ora corro in fretta a
far venire una barella per trasportarlo e ad avvisare la serva di lui,
perchè prepari l'occorrente.

E scappò via con tutta sollecitudine.

--Non avete di meglio a fare, disse Vanardi a Matteo, che venir su
meco a vedere che cosa è capitato, poichè quello è il vostro padrone.

L'ortolano accettò il partito.

Ed ecco in che modo era avvenuta la disgrazia.



XIX.


La lettera che Matteo aveva recata a Marone era del tenore seguente:


«_Pregiatissimo sig. Marone,_

«Vengo a sollecitarla ancora una volta a proposito di quel tal quadro,
di cui ella non mi ha più fatto saper nulla.

«Il mio desiderio di possederlo si è accresciuto a mille doppi, ed io
sono disposto a pagarlo qualunque prezzo. Siccome non vorrei a niun
modo trovarmi a fronte di quel Vanardi, ho accettato volentieri
l'offerta che ella mi ha fatta di agire in questa occorrenza per conto
mio; ma sono troppo impaziente per istar tanto tempo ad attendere
senza risultato. Abbia dunque la compiacenza di mandarmi scritto
qualche cosa intorno a ciò pel medesimo ortolano al suo ritorno qui, e
mi creda

                                            «Suo devotissimo
                                            «NICOLÒ NICOLAZZO.»


Marone, in conseguenza di questa lettera, esatti dallo speziale i
denari della pigione, si era risoluto ad andare di bel nuovo in casa
il pittore, a tentare la prova.

Saputo dalla portinaia che Antonio era uscito, tanto più sollecito e
volentieri il padron di casa aveva salite le tante scale che
conducevano all'alloggio del pittore, in quanto che sapeva che l'uomo
era poco disposto a spogliarsi di quella tela e sperava invece molto
più arrendevole la moglie. Rosina infatti trovò una proposta degna di
accettazione quella che le venne fatta di dare quel quadro in
pagamento dell'affitto dovuto, ma pur tuttavia non osò acconsentire al
patto senza prima averne parlato col marito.

Marone adunque doveva partirsene senza aver nulla concluso; e se ne
andava per rispondere al signor Nicolazzo: quando in alto di
quell'ultima ripidissima branca di scala che metteva nel corridoio
delle soffitte si trovò faccia a faccia con Giovanni Selva che saliva.
Quest'incontro gli piacque poco; avrebbe desiderato che non si fosse
saputo di questa sua venuta, e tanto meno da codesto amico del pittore
con cui aveva avuto pochi giorni prima, riguardo a quel ritratto,
l'abboccamento che fu narrato. Marone salutò in fretta: si strinse al
muro, e fu sua intenzione sgusciar via per discendere sollecito; ma
egli non aveva più l'agilità d'un giovinetto, e sugli scalini eravi
ghiacciata l'acqua caduta dalle secchie portate su dai casigliani: al
povero Marone mancarono di botto i piedi di sotto, ed egli rotolò con
tutto il peso della sua grossa persona quasi fino al fondo di quella
branca di scala.

Giovanni corse a ricoglierlo su, chè l'altro urlando disperatamente
non poteva levarsi da solo. Ma quando si trattò di star sulle gambe e
di muovere il passo, non ne fu niente: un piede gli doleva di guisa
che non poteva nemmanco appoggiarlo per terra. Marone gridava più
forte che mai, e Selva non sapeva che cosa farsene.

Tutte le comari delle soffitte, all'udire il rumore della caduta e le
grida, erano corse fuori a vedere che fosse, e fra loro prima la
Rosina, che a capo scala mandava esclamazioni, interjezioni e parole
ammirative, offrendo però con quel buon cuore, che era sua dote
precipua, la sua casa e tutte le sue robe in sollievo del mal
capitato.

Selva, il quale si reggeva fra le braccia il non lieve peso del
padrone di casa, non vide altro partito migliore che quello di
accettare lo offerte di Rosina, ed aiutato da alcuno degli accorsi
trasportò Marone che urlava come un indemoniato sino sul letto di
Antonio, dove allogatolo, Giovanni discese tosto nella spezieria di
messer Agapito, perchè vi corresse a prestare al caduto i soccorsi
dell'arte.

La spezieria era piena di gente e ci aveva luogo un'animata
conversazione, in cui teneva il campo messer Agapito, che gestiva
colla sua presa di tabacco fra le dita.

Si parlava della meravigliosa scoperta fatta quella mattina medesima
dallo speziale intorno al famoso cavaliere Salicotto, e se ne facevano
i più caritatevoli commenti, e se ne deducevano le più innocenti
conseguenze che sappiano la malizia umana, l'invidiosa maldicenza e la
malignità pettegola.

Tra questi accusatori insieme e condannatori, il più gentilmente
maligno e severo si mostrava l'elegante dottor Lombrichi, il quale
ravviandosi con un pettinino di tartaruga i peli dei suoi baffetti e
del suo pizzo, guardandosi con ingenua compiacenza nello specchiettino
che stava sul manico custodia del piccol pettine, facendo vedere in un
grazioso sorriso i suoi denti bianchissimi, provava chiaro come il
sole, che il filantropo, nuotando nell'oro, lasciava morire di fame
suo padre, la qual cosa era l'azione più scellerata che uomo potesse
commettere.

Tutti approvavano con entusiasmo siffatte conclusioni, ed era cosa
certa che di quella mattina medesima, per opera di quella brava gente
raccolta nella farmacia, la notizia dell'essere e della condotta di
Salicotto si sarebbe sparsa per tutto il quartiere, il che non avrebbe
però impedito menomamente che quegli stessi valentuomini, trovando per
caso il signor cavaliere, non l'inchinassero con tutta riverenza.

Fece diversione al discorso Giovanni Selva entrando ad annunziare la
disgrazia di Marone.

--Come! Il mio buon amico Marone, esclamò con interesse il dottor
Lombrichi, mettendo in fretta il suo pettinino richiuso nel taschino
del panciotto; poi si alzò da sedere, s'abbottonò il pastrano e con
gesto che non sarebbe stato disacconcio ad un eroe che partisse pel
campo di battaglia, soggiunse:

--Andiamo un poco a vedere; messer Agapito, veniteci anche voi con
qualche vostro cordiale.

Ad Agapito non tornava gran che il rimettere la punta del naso
nell'alloggio della Rosina, e se ne sarebbe volentieri astenuto, dove
la sua benedetta curiosità non lo avesse spinto ad andare
sollecitamente a vedere coi proprii occhi ciò che era capitato. Diede
dunque di piglio ad alcuna delle sue boccette di spezieria, e seguì
Giovanni ed il dottore su per le scale.

Rosina si affaccendava con tutto zelo intorno al signor Marone, il
quale non cessava di lamentarsi come un uomo alla tortura, e la non
mostrò neppure d'aver visto lo speziale che era entrato chetamente in
coda agli altri.

Il giacente, appena scorse il medico, tese verso di lui le braccia ed
esclamò quasi piangendo:

--Ah, mio caro dottore, mi salvi lei... Sono un uomo rovinato... Oimè!
oimè! Sono tutto fracassato.

Lombrichi aveva incontrato nella visuale de' suoi occhi il piccolo
specchio che a Rosina serviva di teletta e vi si era dato un sorriso;
di poi fece scorrere questo sorriso e il suo sguardo verso il malato,
e rispose:

--Su via coraggio, mio bravo signor Marone... vogliamo sperare che non
sarà nulla.

--Sì, speriamo che non sia niente: disse a sua volta lo speziale.

--Niente! niente! gridò Marone. Se sapessero come mi duole... Ahi!
ahi! Lo provasse lei messer Agapito... Ohi! ohi!...

Lombrichi si curvò sul giacente.

--Oh! bisogna guarir presto, mio caro; c'è gran bisogno ch'ella sia in
gambe.

E soggiunse piano che nessun altro potesse udire:

--Ci abbiamo un mezzo sicuro da rovinare affatto Salicotto nello
spirito della marchesa di Campidoro.

Non ostante i dolori del suo piede, queste parole ebbero forza di
scuotere Marone.

--Davvero! esclamò egli facendo un movimento come per alzarsi. In che
modo?

--Le dirò tutto poi a miglior occasione. Per ora stia tranquillo, ed
esaminiamo un poco questa gamba. Dov'è che le duole?

Tastato ben bene di qua e di là, in mezzo agli omei del paziente, il
signor dottore si dirizzò sulla persona con piglio d'importanza,
guardò intorno a sè con aria trionfale, e sentenziò gravemente che
quella gamba doveva dolere, perchè la si era fatta male.

--È rotta? dimandò Marone tremante.

Lombrichi si lisciava la barba guardandosi di nuovo nello specchio.

--No, rispose, frattura non c'è, ma lussazione completa.

Soggiunse che da solo non avrebbe potuto rimettere l'osso a posto, ma
che ci sarebbe occorso un chirurgo; e siccome l'operazione non sarebbe
tanto facile, e poteva anche essere penosa, stimava fosse meglio che
Marone venisse trasportato nella sua abitazione, il che secondo lui,
si poteva fare senza inconvenienti, purchè coi dovuti riguardi. Selva
si offrì di andare a provvedere al bisognevole, e la sua offerta venne
accettata.

Agapito, che in quel luogo ci stava con non poco disagio, propose di
far discendere frattanto l'infermo sino al suo alloggio agli
ammezzati, che là avrebbe potuto esser meglio coricato per attendere
la barella, e tutte quelle scale già discese sarebbero un tanto di
fatto, quando poi questa fosse giunta. Il medico non dissentì, e tosto
si accinsero a trasportarlo i garzoni dello speziale, che erano venuti
su ancor essi ed alcuni uomini fra i vicini accorsi.

In quella sopraggiunsero Vanardi e l'ortolano Matteo.

--Ah! siete qui voi? disse a quest'ultimo Marone, il quale stava per
essere sollevato a braccia dal giaciglio. Vedete in quale stato io
sono ridotto... Ahi, ahi!... fate piano per carità!... Ditelo a chi vi
ha mandato... e che per un poco non posso occuparmi nè di lui nè del
quadro che gli preme...

Ma queste ultime parole gli erano appena sfuggite ch'egli, vedendo lì
accosto anche Vanardi, si morse le labbra. Per Antonio queste parole
non erano passate inavvertite.

Quando Marone fu portato fuori, e dietro di lui furono usciti lo
speziale, il medico ed i curiosi, il pittore arrestò Matteo che voleva
partirsi ancor esso.

--Una parola se vi aggrada, gli disse.

--Parli, parli pure: rispose il contadino con tutta premura.

--Scusate se v'interrogo, ma si tratta di cosa che mi preme assai. Voi
siete stato mandato al vostro padrone da qualcheduno per cagione d'un
quadro?

--Non so per che cosa sia. Il signore che appigiona la villa mi ha
dato una lettera pel padrone e mi ha detto venissi giù a portargliela
e ne aspettassi la risposta.

--Chi è questo signore?

--Il signor Nicolazzo.

Rosina, che era lì ad ascoltare, interruppe vivamente.

--Nicolazzo!... Tò, tò... non mi sbaglio, questo è il nome che il
padrone di casa dava a quel brutto signore che è venuto qui pochi
giorni sono, e che rimase incantato innanzi a questo ritratto.

L'attenzione e lo sguardo di Matteo dall'atto di Rosina furono
chiamati sopra il quadro che ben sappiamo; appena l'ebbe osservato,
l'ortolano fece un gesto di sorpresa.

--Oh bella! esclamò. Loro li conoscono dunque i signori Nicolazzo?

--No... Perchè mi chiedete ciò?

--Se qui ci hanno il ritratto della signora.

--Della signora Nicolazzo?

--Sicuro. La è tutto dessa, se non che qui in questa pittura la sta
bene, e laggiù poveretta, pare a due dita dalla fossa.

Vanardi si sentì tutto commuovere.

In quella si aprì l'uscio ed entrò Selva che tornava dall'aver
adempito l'assuntosi incarico.

Antonio si slanciò verso di lui, esclamando vivamente:

--Mio caro, finalmente la povera Gina è trovata!

Giovanni domandò spiegazione delle pronunziate parole a Vanardi, il
quale gli disse in breve ciò che testè era intravvenuto con Matteo:
Selva si volse a quest'ultimo.

--Da quanto tempo, gli chiese, codestoro sono in quella villa?

--Da due anni e più... sì, saran due anni all'autunno scorso.

--E' converrebbe, brav'uomo, che voi ci raccontaste per filo e per
segno tutto quello che riguarda codesta gente, dal dì che li
conoscete. Non e vana curiosità la nostra, ma ci sono in giuoco dei
tremendi interessi, e voi, parlando, ci aiutate forse a compire
un'opera buona.

Matteo non si fece pregare; e, recatosi alquanto sopra sè, fece di poi
il racconto seguente:

--Questi signori arrivarono a Valnota una sera di tardo autunno, che
le foglie erano già quasi tutte cadute. Il padrone era venuto pochi
giorni prima a far mettere in ordine il casino, e non ci aveva detto
altro se non che dall'oggi al domani sarebbero capitati dei pigionanti
ai quali egli stesso avrebbe rimesso le chiavi... Quando giunsero,
ventava forte e cominciava far piacere lo stare presso al fuoco.
C'eravamo appunto mia moglie ed io e Gaspare, un bardotto di
garzoncello che mi tengo per aiutarmi nei lavori più grossi. Sento la
trottata di due cavalli... che da noi la notte è tanto quieta da
sentire il soffio della grisa, che è la nostra cavalla, ad un
centinaio di passi lontano... Sento adunque il trotto di due cavalli e
il rotolare d'una carrozza che si ferma all'altezza della palazzina
civile. Pan, pan, pan: si picchia forte al portone... Convien sapere
che il casolare che noi abitiamo è in fondo al cortile; il palazzotto
è verso la strada, e il suo portone ci mette; il giardino è da una
parte e l'orto dall'altra della palazzina; noi, dal nostro casolare,
abbiamo anche un'uscita di dietro che dà sopra una viuzza per cui si
va ai campi.

«--Sono i forestieri che il padrone ci ha annunziati: dico subito alla
moglie.

«--Può darsi, risponde essa.

«--Accendi un lume; le dico: io e Gaspare andiamo ad aprire.

«La moglie accende una lucernetta che dà in mano al garzone, io do
mano ad un randello ch'è sempre dietro l'uscio, perchè in quel luogo
solitario, con tanta gente senza timor di Dio, non si sa mai, e ci
avviamo verso il portone. Traversavamo il cortile ed ecco il picchio
ripetersi più forte.

«--Buono! dico a Gaspare, pare che la pazienza non sia la virtù di
questa gente--Chi è? dimando giunto alla porta.

«--Siamo i pigionanti, mi risponde una voce cupa e rauca. M'affretto
ad aprire, prendo il lumicino dal bardotto, metto la palma della mano
dietro la fiammella per veder bene, e mi si presenta innanzi una
faccia così poco da cristiano ch'io fui ad un pelo da ribattergli lo
sportello sul muso e tornarmene senza altro al mio fuoco.

«Sulla strada era ferma la carrozza: l'usciòlo n'era aperto e dentro
ci si vedeva un inviluppo che pareva un fardello di stoffe buttato là.
Il signor Nicolazzo, che era quel brutto che mi si era presentato, mi
disse imperiosamente con quella sua voce cavernosa:

«--Aprite tutto il portone, che la carrozza possa entrare sotto
l'atrio.

«In un momento fu fatto. Allora la carrozza entrò e si fermò in faccia
la scala. Il signor Nicolazzo mi disse:--Al primo piano c'è una stanza
da letto che guarda nel giardino.

«--Signor sì, risposi.

«Ed egli:--Mandate tosto ad accendervi un buon fuoco e prepararvi il
letto.

«--Il letto è bello e pronto: dissi; e il fuoco in due minuti è
acceso.

«Ci mandai Gaspare: il signore riprese vivamente:

«--Ci avete bene la moglie?

«--Sì signore: dissi.

«--Mandatela lei colà, disse, e che aspetti in quella stanza, e quel
giovinetto, disse, venga ad avvertirci quando tutto sia pronto.

«Fu fatto a suo senno. Teresa, che è mia moglie, andò su, e mentre
s'aspettava il tornare di Gaspare, io aiutai il cocchiere a levare
dalla carrozza i bauli. Nella carrozza nulla non si mosse mai, come se
non vi fosse anima viva: quel mucchio di panni era sempre immobile.
Quando Gaspare venne a dirci che si era in ordine, il signore pose il
capo nell'interno della vettura e chiamò:--Gina!... Gina!...

--Ah! interruppe Vanardi con emozione, l'odi tu Giovanni? Non c'è più
dubbio. Poscia, volgendosi a Matteo;--Era la moglie a cui dava questo
nome?

--Sì signore: e la moglie era quel certo fascio di robe che ho detto.
Nello stesso tempo che il marito la chiamava per nome, io avanzava il
lucernino a fare un po' di lume. Al suono di quella voce, oppure a
quel subito chiarore, la signora diede in un improvviso scossone e
mandò un picciol grido, come spaventata. Vidi drizzarsi della persona
una donna macilenta, pallida, con sembianze di sofferente, che girava
intorno degli occhioni larghi, ardenti, come li vidi già a taluno che
aveva le febbri nella testa e spauriti come quelli di uno spiritato.

--Poveretta! esclamò Antonio.

--Guardò essa il marito, mandò un altro grido e si ricacciò indietro
rincantucciandosi, tremando, sclamando con voce rotta dallo
spavento:--«No, no, lasciatemi.»--Il signor Nicolazzo se la prese con
me--«Che fate voi qui? disse, niquitoso come un basilisco. Le avete
scaraventato sulla faccia il vostro lume, disse, che l'avete fatta
destarsi in soprassalto. Traetevi in là, disse, e non vi accostate più
ch'io non vi chiami.» Ubbidii. E' si mise con mezzo il corpo nella
carrozza e parlò tanto piano che non ne udii sillaba. Dopo un poco si
drizzò e si rivolse verso di me e del garzone che stavamo chiotti
chiotti, in un angolo:--«Venite qua, disse; bisogna levarla di là pian
pianino, com'ella è, e trasportarla sul letto. La è svenuta, disse. È
malata da lungo tempo, e la fatica del viaggio, disse, l'ha indebolita
troppo più che non credessi.» Diedi il lume a Gaspare e la presi
pianamente dov'ella era: la poverina non pesava guari più che un
cuscino di piume; la portai su delle scale e il marito dietromi, fino
alla stanza preparatale, dove Teresa stava aspettando.

«Ed ecco in che modo arrivarono. La carrozza se ne partì per donde
ella era venuta, ed essi non si mossero mai più, senza che noi ne
sapessimo altro.... Ah! soltanto pochi giorni sono, il signor
Nicolazzo s'allontanò dalla villa e stette fuori un giorno: è la prima
volta che ciò gli avvenne. Il padrone era venuto a riscuotere
l'affitto, come fa ad ogni semestre; chè sono le sole occasioni in cui
egli ci mette il piede; ed egli è la sola persona che ci venga.
Adunque egli era venuto, e quando fu per ripartirne, il signor
Nicolazzo venne da me e mi disse che si sarebbe allontanato per alcune
ore--e se n'andò via diffatti col padrone--badassi bene alla casa ed a
sua moglie, e le mandassi presso a custodirla la mia Teresa, perchè
quella poverina avendo perso il ben dell'intelletto....

Antonio e Giovanni mandarono un'esclamazione.

--Sicuro! riprese Matteo. E dapprincipio conveniva sempre esserle a'
panni, perchè la voleva scappare ad ogni modo e da ogni finestra
voleva buttarsi. La mia buona moglie le ha fatto un'assistenza!...
Perchè il signor Nicolazzo non vuole servitù per la casa, e, tolta una
meschinella fante che non esce fuori della sua cucina, siamo noi che
facciamo tutto. E la prima cosa che il signor Nicolazzo disse a mia
moglie mettendola presso alla sua, si fu questa:... «Badate bene,
disse, che di quanto possiate udire da quest'infelice, voi non avete
da tener memoria nè ripeter verbo con persona al mondo, chè
altrimenti, disse, mal per voi!...» Teresa promise e tenne così bene
la parola che nemmanco meco non si lasciò sfuggire mai pure una
sillaba. Del resto, poverina!... la sua pazzia è la più innocua che
esser possa, e la non sarebbe capace di far male nè anche ad un
moscherino. Certi giorni non fa che piangere, piangere; certi altri,
ma sono i meno, ride e canterella come un bambino ancora
nell'innocenza. Delle intiere notti sta in piedi, e va e viene per la
sua stanzuccia che pare una fantasima; e il marito allora veglia ancor
esso, ma nella camera vicina, che la non lo soffrirebbe nella sua per
nissun patto, e parecchie volte ch'egli le si accosta essa da in
convulsioni tremendissime che sono una pietà e uno spavento a vederla.
A poco a poco però la si è avvezzata a que' luoghi, non ha più cercato
di scappare, ed ora anzi la ci si piace.... Ma, forse io faccio male a
raccontar loro tutte queste cose.

--No, brav'uomo: disse Giovanni, voi fate invece un'opera buona,
perchè ci aiuterete a levar dalle mani d'un mostro una povera
innocente ch'egli tormenta.

--In vero che la mi par così anche a me, se ho da dire proprio ciò che
penso; quel signor Nicolazzo io non lo posso soffrire... E poi lei
signore (ed accennò a Vanardi) è stato così buono per me, che io mi
sono sentito di botto una gran confidenza a suo riguardo.... Ma
intanto il tempo se ne va, e non vorrei perdere il vapore. Mia moglie
mi aspetta e manderà il garzone colla carrettella alla stazione della
ferrata, e se poi la non mi vedesse arrivare, la buona vecchia non se
ne darebbe pace.

Tolse commiato, che fu da tutte due le parti affettuoso come fra gente
che si conosce da un pezzo, e discese le scale più affrettate che ei
poteva. Ma giunto Matteo al pianerottolo degli ammezzati, ecco un
altro intoppo ad arrestarlo.

L'uscio dell'alloggio d'Agapito s'aprì di botto e comparve Anna colla
sua pezzuola da villanella in testa ed un fardelletto sotto il
braccio.

--Eccomi qui, diss'ella vivamente. Lo zio per fortuna non è in casa,
andiamo, andiamo presto, che mi par mill'anni di esser lontana di qui.

--Ma dove abbiamo da andare? chiese Matteo.

--Ve lo dirò quando saremo per istrada.

E, senz'aspettar altro, Anna si chiuse l'uscio dietro di sè, e preso
il contadino per un braccio, lo trasse seco giù della scala.

Camminarono un poco per la strada senza parlare. La giovane andava di
buon passo e con sembianza irrequieta, come se temesse di essere
seguitata e raggiunta. Matteo l'arrestò.

--Mia cara, le disse, io vorrei sapere dove andiamo: non ho tempo
affatto da indugiarmi se non voglio perdere il vapore.

--Noi ci andiamo appunto al vapore, rispose la ragazza guardandosi
attorno timorosa; venite, venite... Io partirò con voi, e voi mi
farete la carità d'accompagnarmi.

Matteo allargò tanto d'occhi.

--Partire!... E lo zio lo sa?

--No. Egli non mi lascerebbe andare, ed io ne ho bisogno. Non posso
più durarla così, non posso più viver qui.

--Volete dunque abbandonare la casa dello zio?

--Sì.

--Ma, mia cara: cominciò il vecchio con accento di rampogna.

--Ah! non mi farete cambiar pensiero, Matteo: interruppe Anna. Da
lungo tempo meditavo di far così.

--Lo zio vi tratta dunque ben male?

--No, no: rispose la giovane impacciata. Ma io sono avvezza alla vita
del paese, ho bisogno di quell'aria, qui in città soffoco.

--Eh! c'è un altro guaio, disse Matteo: gli è che io non istò più al
paese.

Anna impallidì, giunse le mani, e con tanta passione che il vecchio ne
fu tocco, esclamò:

--Oh mio Dio!

--Io sto a Valnota....

La faccia della giovane tornò ad illuminarsi d'un raggio di speranza.

--Oh non importa. È sempre dalle nostre parti; non è lontano dal paese
che dieci miglia. Ci andrò bene di colà al villaggio da me sola.

--Ma che cosa volete farvi al villaggio?

--Lavorerò, mi metterò da serva presso qualcheduno, andrò da manovale
in giornata, farò di tutto, purchè me ne viva colà.

--Voi siete dunque ben infelice qui? disse il vecchio commosso.

--Oh tanto! oh tanto! esclamò la poveretta; poscia, prendendo una mano
del contadino e serrandola: per amor di Dio non mi abbandonate!...

Matteo fu vinto.

--Ebbene, venite, disse bruscamente; siete una buona e brava giovane,
me lo ricordo, che il lavoro non ispaventa. In un modo o nell'altro si
troverà bene dove allogarvi e forse, forse... Basta, non sarà mai
Matteo che lascierà mancare d'aiuto una sua compaesana.



XX.


Matteo ed Anna arrivarono sull'imbrunire al paese a cui dovevano
discendere dal treno della ferrovia, affine di recarsi poi per una
strada comunale alla villetta in territorio di Valnota.

La giovine incominciava a riconoscere i luoghi della regione a cui
apparteneva il suo paesello e il cuore le palpitava dolcemente. Ella
poteva già scorgere le sue montagne, le sue valli, le dilette pendici;
e quei luoghi le richiamavano vivo vivo il passato alla mente, e la
ritornavano, come dire, nella tranquillità e nelle gioie d'una
esistenza ch'ella aveva affatto perduta da quel momento, in cui ella
aveva dato l'addio al suo villaggio. Gli occhi le si inumidivano di
lagrime, ed ella, stringendo il braccio del vecchio contadino che le
stava accosto, designava col dito ogni picco, ogni punta di collina
che le apparisse, dicendone il nome con vero affetto.

Commozione siffatta si comunicava al buon Matteo che amava pur esso di
pari amore quella contrada, e quasi pareva anche a lui di rivederla
con nuovo e maggior diletto, e un medesimo sentire attemperando quelle
due anime faceva nascere tra di loro una più spiccata simpatia. E poi,
al povero vecchio, cui tanto dolore aveva dato un figliuolo, la
confidente amorevolezza e la quasi figliale osservanza con cui quella
giovane lo trattava riusciva come un sollievo, leggero sì, ma pure non
inefficace. Ed alla giovane, avvezza ai mali trattamenti d'Agapito,
priva da tanto tempo di ogni mostra non che d'affezione, ma del menomo
interesse, il piglio buono, famigliare e schietto del vecchio era una
squisita e cara amorevolezza.

Uscirono dalla stazione il vecchio prima e la ragazza dietrogli.
Gaspare era fuori sulla spianata, ritto sulla carrettella, che faceva
chioccare la frusta a tutt'andare di braccio per annunciare la sua
presenza, e il cavallo bigio dell'ortolano, fra le stanghe del
veicolo, teneva giù la testa verso terra, senza commuoversi punto a
quello schioppettio.

In breve furono saliti nella carrettella, il vecchio e la giovine
ch'egli conduceva seco, a veder la quale Gaspare il garzone si era
stupito non poco, non sapendo chi ella potesse essere e per qual modo
avere col suo padrone attinenza.

Non ci volle molto tempo, benchè il cavallo non fosse de' più veloci
corridori, per giungere alla loro destinazione. Il bianchiccio del
palazzotto cominciava ad apparire nello scuro della notte, che era
discesa intieramente. Non un lume ci si vedeva, non una riga di luce
che filtrasse pel fesso d'una imposta di finestra. Gaspare fece
voltare il cavallo in una straduccia più angusta, peggio mantenuta,
sfondata e guasta, la quale menava alla porta per cui s'entrava
nell'abitazione rustica, e per cui passavano sempre i contadini.
Quella porta era chiusa, ma Teresa, avendo udito il rotolare della
carrettella sul suolo ineguale e ronchioso della stradicciuola, si
veniva affrettando ad aprirne i battenti. Gaspare fermò la _grigia_ e
saltò giù ad aiutare la padrona a spalancare le pesanti imposte del
portone.

--Buona sera, Teresa: disse l'ortolano dal suo posto.

--Buona sera, Matteo: rispose la donna. Hai fatto buon viaggio? La ti
va bene?

--Sì, grazie.... Eccoci qui sani per grazia di Dio.

Ma nella pronunzia di queste parole l'affetto della donna sentì
l'accento d'una profonda mestizia dell'animo, onde alzò ella il lumino
che teneva in mano per vedere in faccia il suo uomo, disposta, come
pareva, ad altre interrogazioni in proposito; ma i raggi della lucerna
caddero sulla giovane rincantucciata nel carrozzino.

--Oh, oh! disse Teresa, tu ci meni qualcheduno.

--La è un'antica nostra conoscenza, rispose Matteo; sai bene, la
piccola Anna del nostro vicino Gianantonio.

Teresa alzò di meglio il lume e fece sbatterne la luce nuovamente
sulla faccia della giovane.

--Che! diss'ella, proprio dessa?

Anna sportasi in fuori, accennava di sì, sorridendo mestamente.

--E come qui da noi? domandava la donna di cui s'era desta vivissima
la curiosità. Dove l'hai rintoppata Matteo? Eravate, se non la
sbaglio, allogata a Torino presso un vostro zio. Ve ne siete
dipartita? E dove siete diretta? forse al paese?

Mentre la Teresa faceva queste interrogazioni, Matteo era disceso
dalla carrettella ed aveva aiutato la giovane a venir giù essa pure.

--Per ora la è qui con noi: disse il vecchio ortolano, interrompendo
alquanto bruscamente le ciarle della moglie: dove l'abbia da andare e
quel che da fare ne discorreremo poi a miglior agio; frattanto
entriamo in casa, chè qui tira un maledetto venticello che ti figge i
fianchi.

Mentre Gaspare staccava la _grigia_, e la menava in istalla, e le
metteva innanzi l'abbondante profenda, Matteo, Teresa e la loro ospite
s'intromisero nella cucina a pian terreno, rallegrata dalla vampa d'un
bel fuoco fiammante nell'ampio camino, dove cuoceva in un capace
paiuolo la cena.

Fecero sedere la ragazza presso al focolare e Matteo le si pose in
faccia sul basso sgabello che gli serviva di solito. Teresa, per
riscaldar di meglio gli arrivati, riempì due scodelle di quel brodo
che bolliva nel paiuolo a cuocere la minestra, ne diede una prima ad
Anna, e l'altra poi al marito, dicendo:

--Bevete, che ciò vi vorrà far bene. E intanto la cena sarà presto
all'ordine. Avrai fame tu Matteo, non è vero?

Il vecchio scosse la testa e mandò un sospiro: allora la moglie notò
sul volto di lui le traccie d'un dolore profondo.

--O mio Dio! che cosa ci hai? dimandò essa con affannosa
sollecitudine. T'è capitato qualche cosa?

Matteo si sforzò ad abbozzare un calmo sorriso.

--Nulla, nulla: diss'egli.

Ma la donna guardandolo fiso:

--Sì che c'è qualche cosa... Ah! che indovino.... Tu hai saputo di
quell'altro... tu lo hai visto....

Il marito mostrò colla sua emozione come bene la Teresa si fosse
apposta, ma l'interruppe bruscamente.

--Per adesso lasciamo stare codesto; ne parleremo poi.

In quella entrò Gaspare.

--Sentite Matteo, diss'egli, c'è qui fuori il pigionante che v'aspetta
e vuol parlarvi.

--Ah! disse l'ortolano levandosi in fretta: ei viene a cercar la
risposta al suo biglietto; ed io bestia non mi ricordavo manco più di
lui.

Uscì sollecito; il pigionante andò vivamente incontro all'ortolano,
appena lo vide comparire.

--Ebbene? diss'egli: la lettera di Marone?

--Non ne ho di sorta: rispose Matteo.

Nicolazzo, o per meglio dire Orsacchio, perchè oramai per noi egli si
cela invano sotto quel finto nome, alzò impetuosamente la testa, come
cavallo che adombra e mandò un lampo dagli occhi.

--Come mai?

--Se vuol favorire un momento in mia casa... Qui fa un certo
freddolino...

--No, interruppe il burbero, dite su, e siate spiccio.

Matteo contò più breve che seppe ciò che era accaduto a Marone;
Orsacchio mozzicò una bestemmia fra i denti.

--Converrà dunque che ci vada io stesso, diss'egli parlando a sè
medesimo; poi volto a Matteo e facendogli un piccolo cenno del capo
come a congedarlo, soggiunse: va bene.

L'ortolano fece un rispettoso saluto e stava per rientrare; il
pigionante lo ritenne con una esclamazione:

--Ah! diss'egli: mia moglie sta peggio. Se lungo la notte avessi
bisogno d'alcuno di voi, come dovrei fare?

--Mandi senz'altro la fante a picchiare al nostro uscio; qualcheduno
di noi sentirà di sicuro, e ci affretteremo a' suoi cenni.

Ritornando nella cucina, Matteo disse di botto alla moglie:

--Madama Nicolazzo sta male, e il marito teme d'averci da chiamare sta
notte.

Teresa giunse le mani e scosse la testa.

--Poverina! esclamò: son due giorni che soffre più dell'usato. La è
proprio una compassione il vederla.

La cena era pronta. Anna fu posta a sedere tra Matteo e sua moglie, al
fondo della tavola sedette il garzone: la ragazza aveva bisogno
grandissimo di sostentamento, e la buona Teresa la sollecitò con ogni
amorevolezza a saziarsi. Matteo potè appena trangugiare qualche
boccone: e la moglie inquieta, che non ispiccava il suo sguardo dalla
faccia pallida del marito, non fece neppur essa molto onore alla
gustosissima minestra che spandeva un consolante odore per tutta la
cucina, ed a cui, per parte sua, Gaspare mostrò col fatto una stima
tutto particolare.

Teresa si levò la prima di tavola; la mestizia del suo uomo, di cui
ella pur troppo indovinava la cagione, si era riflessa nel volto e
nell'animo di lei. Ella accese un altro lume, e sulle mosse per uscir
dalla stanza, disse ad Anna:

--Vado a prepararvi un letto... Ah! non sarà, nè esso nè la camera, da
signori, sapete... Siamo povera gente noi...

Anna l'interruppe pigliandole amorevolmente la mano.

--Ah, Teresa, credete voi ch'io sia stata nella bambagia fin adesso?
Sapete anche voi se sin da piccina ho dovuto sì o no far conoscenza
colla povertà: e dacchè le buone anime dei miei si partirono di questo
mondo, se sapeste come ho vissuto!... Mi metteste anche sullo strame,
sotto la tettoia, ci starei meglio... Non è di ciò che mi vorrei
lamentare. Sono avvezza da tempo a cosiffatte cose. Per me, nessuna
sorta d'agi richiedo, ma solo un po' di pace e d'affetto...

E le lagrime le brillavano in pelle in pelle.

--Pover'anima! disse Teresa commossa; ne avete ingollate di amare.

Anna sentì che aveva quasi il dovere di spiegare alla buona massaia
com'ella fosse venuta colà e in tal modo, e che quello era per ciò il
momento opportuno.

--Oh non dirò ciò che ho sofferto: rispose. Voglio dimenticarlo, e
l'ho già perdonato. Forse il torto era mio più che d'altrui. Ma non
potendo più reggere mi sono risoluta, qualunque cosa dovesse avvenire,
di tornare a vivere nel mio paese. Colà almeno qualcheduno mi conosce,
qualcheduno forse mi vorrà un po' di bene. E me ne siete prova ed
augurio voi che mi avete accolta così generosamente.

--Eh! lasciate un po' stare, disse la donna: vedete mo' se gli è il
caso di simili discorsi.

Anna riprese narrando come la vista di Matteo in casa lo zio avesse di
botto reso più violento il suo desiderio di tornarne al villaggio,
come quella le fosse parsa un manifesto eccitamento ed un aiuto al suo
disegno mandatile dalla Provvidenza, e quindi ella si fosse
determinata a non lasciare sfuggire l'occasione.

--Non ho pur tentato, soggiuns'ella poscia, di continuare il mio
cammino per il villaggio, chè l'ora era troppo tarda e sapevo non me
l'avreste permesso; ma domani io torrò congedo da voi, dolente di non
potervi lasciare altro attestato della mia gratitudine che i miei
ringraziamenti.

--Zitto lì, saltò su di nuovo la Teresa; voi parlate come se foste in
città fra quella bella gente dalle frasi colle stampite. Eh! con noi è
un altro par di maniche; noi abbiamo il cuore alla mano, e quel che
facciamo non è per esserne ringraziati.

--Domani, disse a sua volta Matteo, lasciamolo stare il domani. Badate
a riposarvi adesso, e non ponetevi in pensiero del resto. Quando ci
saremo, a domani, ne discorreremo dell'altro.

La donna s'avviò: Anna rattamente le fu accosto e le tolse il lume di
mano.

--Vengo con voi, Teresa, diss'ella, se me lo concedete, vi ci aiuterò
per quanto valgo.

Scambiati gli auguri per la notte con Matteo, la ragazza uscì colla
Teresa.

Matteo si ridusse ancor egli nella stanza coniugale. Quando Teresa
entrò poscia colà, lo trovò abbandonatamente seduto sulla cassapanca
appiè del letto, la testa fra le mani e le lagrime agli occhi. Era
egli immerso in riflessioni che parevano altrettanto tristi quanto
erano profonde: teneva le braccia appoggiate alle sue ginocchia, il
corpo accasciato sulle reni, il capo chino e gli occhi, con quello
sguardo atono che nulla vede, fissi innanzi a sè.

Teresa gli si accostò pian piano, e lo toccò leggermente sur una
spalla; il vecchio si riscosse in sussulto e levò verso la moglie la
sua faccia melanconica e gli occhi inumiditi.

--Matteo, disse la donna, io ho indovinato... Tu colà a Torino hai
avuto novelle di Tommaso.

A questo nome l'ortolano sorse in piedi con impeto.

--Taci lì: gridò con accento che pareva sdegnato. Te l'ho pur detto, e
più d'una volta, che di colui non volevo più che mi si parlasse, che
non volevo più mai udire quel nome.

Teresa rimase un poco in silenzio quasi mortificata; poscia riprese a
parlare con tutta amorevolezza:

--Tu hai lì dentro una gran pena, lo vedo, e tacere non ti giova, ma
ti fa anzi maggior male ancora. Sono certa che tutto ciò proviene
da.... da colui che non vuoi che io nomini; e se non è così non
dovresti aver nessuna ripugnanza a dirmi la ragione di quella tua
melanconia che vorresti, ma non puoi nascondermi.

Matteo non era uomo da resistere inconcusso alle amorevoli
sollecitazioni della moglie; finì per narrarle tutto quanto gli era
occorso coll'ingrato figliuolo, e di belle lagrime ne versarono
insieme quegli infelici genitori.

Anna, da canto suo, benediceva e ringraziava intanto il Signore,
perchè il suo disegno fosse così felicemente riuscito, e quella sera
le si accordasse sì benevola e gradita ospitalità.

La stanza in cui l'avevan posta era modestissima, imbiancata a calce,
non d'altro fornita che d'un letto, di poche seggiole e d'un cassone,
ma pulitissima. A capoletto c'era il solito aquasantino, il ramoscello
d'ulivo benedetto e un quadro a cornice grossolana di legno non
inverniciato, in cui ci era la stampa orrendamente colorita di rosso,
di celeste e di giallo della Madonna dai sette dolori. La finestra
guardava nel cortile, precisamente in prospetto all'angolo del
palazzotto dalla parte del giardino. La nostra giovane guardando
traverso i vetri vide che una camera sola del palazzotto era
illuminata, quella appunto che si trovava l'ultima verso il giardino
e, posta in sulla cantonata, aveva un'apertura a ciascuno dei lati, un
verone sopra il giardino, una finestra verso il cortile.

Dietro i cristalli di quella finestra, Anna vide un'ombra, che conobbe
tosto per quella d'una donna, andare e venire irrequietamante, e le
parve smaniasse e si muovesse come persona assalita da turbamento
fortissimo. Talvolta la si fermava innanzi alla finestra e levava le
braccia agitandole, poi si cacciava le mani sul capo, come per
istracciarsi e sciuparsi i capelli, e ad un tratto le braccia le
ricadevano come svigorite subitamente. E sembrava ad Anna che questi
atti di maggior dissennatezza fossero accompagnati da certe voci, da
certi lai, che non ostante la distanza e l'esser chiuse le due
finestre, giungessero pur tuttavia fiochi e rotti sino a lei.

Anna aprì i vetri. S'era messo un tempo fosco, basso e d'un freddo
umidiccio che penetrava nelle ossa e gelava il sangue. Un nevischio
minuto minuto turbinava sotto le folate d'un vento del nord che
fischiava fra i rami secchi degli alberi e alle cantonate delle case.
La nostra giovane non udì voce umana, e facilmente si persuase che il
sibilo del vento l'aveva tratta in inganno.

La donna della camera in prospetto parve pure tranquillarsi in quella;
essa s'era ritratta e non compariva più che a maggiori intervalli
lenta e quieta come persona che passeggi sovrapensieri. Anna si tolse
alla finestra mezzo abbrividita, richiuse le imposte, e quando si
trovò poi ben coperta e ben riparata nel suo letto benedì anche una
volta il Signore che le avesse concessa una tanta fortuna.



XXI.


Quanto tempo avesse dormito, Anna non lo avrebbe saputo dire; quando
fu svegliata nel cuor della notte da un forte e pressante picchiare
all'uscio da basso.

Saltò su sollecita, mentre udiva la voce del servitore Gaspare che
gridava:

--Chi va là?

--Son io, sono la Menica: rispose una voce di donna.

--Vengo subito.

--Oh, non occorre. Io scappo tosto, chè qui c'è da agghiadare... È la
padrona che sta male, e non vuol più veder nessuno intorno a sè, e la
Teresa è la sola cui forse la soffrirà d'avere allato. E il padrone mi
manda a pregarla volesse un poco venire....

La Teresa medesima, che aveva udito il dialogo, qui entrò in mezzo.

--Ci andrò tosto che potrò: diss'ella aprendo una finestra; ma gli è
che anche il mi' uomo non istà bene, e mi levavo appunto per scendere
in cucina e fargli una scodellata di caffè.

--Fate più presto che potete: disse dal cortile la voce della serva
d'Orsacchio, che ne abbiamo gran bisogno di voi, e il padrone mi ha
proprio detto di pregarvene con tutta istanza.

La fante si partì, Teresa richiuse la finestra. Nel silenzio che
succedette, alle orecchie di Anna che si vestiva in fretta, senza pur
sapere che le toccasse di fare, giunsero alcune grida strazianti tra
d'orrore e di spavento. Non era, no, una illusione; quelle grida
venivano proprio da quella camera del palazzotto, la quale, già prima
d'andare a letto, aveva attirata l'attenzione della ragazza.

Costei frattanto, dovendo vestirsi allo scuro, perchè non aveva
fiammiferi da accendere il lume, aggirandosi a tentoni per la stanza a
trovar l'uscita e poi ad imboccar la scala, non potè scendere in
cucina prima che Teresa avesse già acceso il fuoco, e postovi sopra,
appiccato alta catena, un ramino, che in mancanza di cuccuma, le
serviva per fare il caffè.

--Voi qui, figliuola mia! disse Teresa meravigliata di vederla. Che
cosa siete venuta a fare?

--Ho udito che son venuti a chiamarvi per la signora del palazzo; udii
pure che compar Matteo non istà bene, e son qui per vedere se posso
essere utile in alcun modo.

--Vi ringrazio... Ma coll'aiuto qui di Gaspare...

--Oh, non mi rinviate, vi prego... In tre potremo far meglio che in
due.

--Ebbene, come volete: ecco qui l'acqua che sta per bollire; fateci il
caffè: la scatola del macinato è qui sulla tavola. Lo porterete caldo
caldo al mi' uomo... Ed io frattanto correrò a vedere la signora.

--Spero che il malessere di Matteo non sia nulla: disse Anna mentre la
Teresa già s'avviava per uscire.

--Ah! pur troppo il pover'uomo ha molto male: disse la donna
fermandosi. Egli ieri ha avuto un gran colpo... Soffre, poveretto!....
Siamo ben disgraziati, cara la mia fanciulla.

--Voi? esclamò Anna. Voi così buoni e pietosi verso gli altri!

--Dio ci ha dato una gran croce... Pazienza!... Non restiamo più che
noi due vecchi soli a volerci bene... Povero Matteo!... Ah! non fo
bene a lasciarlo adesso per quell'altra, che in fin dei conti non mi è
nulla di nulla.

Anna fu pronta a suggerire ciò che di certo passava per la mente della
donna e che non osava manifestare.

--Se provassi a recarmi io in vostra vece presso quella signora?
diss'ella. Di buona pazienza e di buona volontà per accudire ai malati
oso assicurare che non ne manco.

--Ecchè! esclamò Teresa: voi ci andreste?

--Certo che sì. Solo che Gaspare mi venisse a guidarci.

--Siate benedetta, la mia brava figliuola! Possiamo tentare. Se poi la
povera inferma non vi vuole nemmanco voi, allora vedremo... E può
anche darsi che frattanto Matteo migliori, ed io possa andarci senza
più scrupolo. Tu, Gaspare, va ed accompagna questa buona ragazza, e
menala innanzi al signor Nicolazzo, e contagli il fatto, e digli che
non ha da riguardarsi per niente a metterla intorno a sua moglie, che
glielo affermo io e che gli è come se ci fossi io stessa. Voi, poi,
mia cara figliuola, ci rendete un servizio proprio di quei famosi.

Anna e Gaspare uscirono. Nevicava tranquillamente: il vento aveva
smesso e i fiocchi cadevano larghi, lenti, con una specie di silenzio
solenne. La finestra della camera di Gina era aperta non ostante l'ora
e la stagione, e l'infelice stava là, al davanzale, disfatte e sparse
le chiome, nudo il collo, discinte al seno le vesti, alla fredda
temperatura di quella notte d'inverno. Parlava con una volubilità
straordinaria, ora sommesso, ora forte, ora lentamente, ora con una
rapidità convulsa. La sua voce a volta a volta era un mesto sospiro,
un grido di collera, un lamento, una imprecazione; ora la si sfogava
in pianto tranquillo, ora rompeva in urla disperate. Ma quello che
dicesse non poteva capirsi bene, cotanto erano affollate le parole,
tanto molteplici, varie, intralciate le idee.

I due giovani studiarono il passo per attraversare il cortile, e
furono in un attimo al palazzotto.

La Menica attendeva al pian terreno. Si stupì assai nel vedere una
giovane che non conosceva punto; ma Gaspare avendole spiegato la cosa
in poche parole, essa li lasciò montare ambidue al piano di sopra.

Appena ebbe udito i passi di due persone che si accostavano, il marito
di Gina, che vegliava nella stanza precedente a quella dell'inferma,
corse loro incontro ed aprì l'uscio.

Anna, all'aspetto di quell'uomo, fu per indietrare dalla paura. La
poca luce che mandava dall'interno della stanza la lampada accesa
faceva parere più infossate, più livide, più cadaveriche le guancie di
lui; l'occhio fosco, affondato, irrequieto, brillava d'una fiamma
sanguigna; il contrarsi delle mascelle e delle labbra aveva qualche
cosa di spaventato e di spaventoso, di feroce e di doloroso insieme.
Dalla stanza di Gina venivano più miserevoli, più strazianti i
lamenti.

--Che volete? chi siete? chiese bruscamente quell'uomo, vedendo la
faccia sconosciuta di Anna.

Gaspare entrò innanzi ed espose l'ambasciata. Orsacchio appena lo
lasciò finire.

--Che storia è questa? esclamò egli ruvidamente. Lo sapete ch'io non
voglio gente estranea per casa. La Teresa non vuol venire? E se ne
stia... Andatevene, non ho mestieri di nessuno.

Ma in quella la povera Gina gettò un grido più acuto d'ogni altro: la
si udì sclamare:

--Sangue! sangue alle mani! Ah, quel sangue!

Ed un tonfo che risuonò fece capire ch'ella aveva dato uno stramazzone
per terra.

Accorsero tutti nella stanza vicina senza più parole. La misera donna
si giaceva disanimata, bianca come un sudario, gli occhi chiusi
attorniati da un livido cerchio, uno de' smagriti e deboli bracci
sotto il capo abbandonato: nel suo deliquio doloroso, nell'eccesso del
suo male pur bella tuttavia.

Il marito le fu primo dattorno, e presala alla vita, la sollevò e la
trasse sopra un divano che era lì presso. Anna aveva visto per colà un
fazzoletto ed afferratolo tosto, l'aveva immerso nell'acqua e ne
veniva bagnando la fronte e le tempia della svenuta.

Dopo un poco, Gina aprì gli occhi e girò intorno uno sguardo smemorato
ancora, ma non più dissennato. Vide prima d'ogni altro il marito, e se
ne discostò ratta con immenso orrore. Avvisò accosto a sè dall'altra
parte una donna, e senza nemmeno guardarla in viso, le si gettò fra le
braccia, e nascondendole il volto in seno, esclamò in tono di
commovente supplicazione:

--Salvatemi! salvatemi!

Ma Orsacchio sapeva che la crisi, una di quelle a cui l'infelice
andava soggetta, era passata oramai, e quindi quel po' di ragione che
era sopravvissuta ai colpi crudelissimi di tanti dolori, tornava a
pigliare il governo della povera vittima. Le pose una mano sulla
spalla e con accento pieno d'intenzioni, e quasi direi di minaccia,
disse lentamente:

--Gina! ora la ti va meglio; tranquillati... Ora ben riconosci chi son
io.

La misera, al tocco di quella mano, al suono di quella voce, s'era
messa a tremare di tutte le sue membra. Quand'egli ebbe detto, ella
rimase un poco senza muoversi, quasi meditasse seco stessa sulle
parole di lui; poi rialzò lentamente la testa e guardò. Ma non si
volse dalla parte dov'era Orsacchio; fissò alquanto Gaspare, il quale
s'accorse in quel punto d'avere ancora piantato sulla nuca il suo
cappellaccio, e se lo tolse di fretta facendo uno stupido sorriso ed
un goffo inchino.

--Lasciatemi, diss'ella con fievol voce appena intelligibile.

Orsacchio commentò quella parola, mostrando la porta con un gesto che
non aveva mestieri d'ulteriore spiegazione.

Gaspare non se lo fece ripetere, e scomparve guizzando via fra i
battenti semichiusi dell'uscio.

Anna, a cui l'inferma si teneva ancora abbracciata senza badarci, capì
che quest'atto del marito era un comando anche per lei, e fece a
spiccarsi dalla poveretta. L'attenzione di costei da questo moto fu
tratta a quella donna che essa non aveva ancora neppure guardata.
Stupì nel vedere una persona che non conosceva; ma sulla faccia di
questa persona c'era tanta benevolenza, tanta generosa pietà, tanto
interessamento per lei, che la povera Gina ne fu tocca di botto. E
come la ragazza voleva dipartirsi, l'ammalata la ritenne dolcemente e
le disse con ineffabile tenerezza, guardandola fiso, e, per così dire,
bevendo cogli occhi la simpatia dal volto di lei:

--No voi, non mi abbandonate!

Anna diresse uno sguardo al signore, per interrogarlo sul come la
dovesse fare; Gina comprese, e volgendosi al marito, pur senza
levargli in viso gli occhi.

--Oh lasciatemela: disse vivamente.

Orsacchio si tacque.

--Lasciatemela.

Il marito le si accostò vieppiù, ed alzando un dito come a segno di
ammonimento, disse fissandola:

--Ma!...

Gina, sollecita soggiunse:

--Non parlerò; ve lo prometto.

L'uomo fece un cenno approvativo col capo, quindi si ritrasse
lentamente non cessando di tenere il suo fosco sguardo sulla moglie.
Anche costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo in ogni suo
moto; quando egli fu fuori ed ebbe rabbattuto dietro sè l'imposta
dell'uscio, ella si drizzò un poco della persona e mandò un sospiro
come se sollevata dalla gravezza d'un peso che l'opprimesse; poscia si
volse ad Anna, le prese le mani, la trasse a sè, le fece un po' di
luogo sul divano al suo fianco e ve la fe' sedervi; allora,
guardandola ben bene con curiosità infantile e benevola, le disse:

--Vi ho già vista alcune volte io? Mi par di no... Se non vi riconosco
bisogna perdonarmelo... Ho tante cose nella mia povera testa... Non
domandatemi quali, perchè non ve le direi... Oh no certamente... l'ho
promesso... Siete forse la figliuola di Teresa? È una molto buona
donna Teresa, e le voglio bene... Vorrò bene anche a voi se ne vorrete
a me... I vostri occhi mi piacciono... Come vi chiamate?

--Anna.

--Anna: ripetè l'infelice chinando il capo in atto di meditazione: non
ho mai sentito questo nome... Dite, mi vorrete bene?

La giovane levò le mani pallide e macilenti di Gina all'altezza delle
sue labbra e le baciò con effusione.

--Oh sì, diss'ella, tanto, tanto!

Gina liberò le sue mani e le battè palma a palma con gioia
fanciullesca.

--Brava! staremo insieme, sempre insieme. Vi torna? Ne ho tanto
bisogno! Io sono sempre sola con.... Zitto! Non parliamo di ciò....
Saremo amiche... Ne avevo una di amiche.... Come la mi amava!... Mi
hanno detto che è morta.

E due lagrime silenziose le vennero agli occhi. Essa le lasciò
gonfiarsi, traboccar dalle ciglia, colar lentamente giù per le
guancie, senza badarci. Poi cambiando ad un tratto di tono, domandò
quasi brusco:

--Chi siete?

--Una povera orfanella che va cercando di guadagnarsi il pane col suo
lavoro.

--Un'orfanella! esclamò Gina, rifacendosi affettuosa. Ancor io sono
tale. Da giovine sono rimasta sola. Niun appoggio, niun consiglio,
niuna difesa... Povera Gina!

Appoggiò il mento al petto e stette assorta. Anna le si pose intorno
con mano delicata a rassettarle i panni, a ravviarle i capelli, ad
accarezzarne la fronte. La povera donna sentiva una destra amichevole
e gentile occuparsi di lei, ed una soave sensazione se ne diffondeva
per tutto l'esser suo; gli era come una graduata invasione d'un fluido
magnetico affettuosissimo. Riappoggiò la testa al petto della giovane,
adagiò mollemente sopra il divano le sue membra stanche, e con
carezzevole intonazione di voce:

--Contatemi la vostra vita, Anna, diss'ella; mi farete piacere.

Anna obbedì pronta. Narrò le poche vicende della sua semplice
esistenza. Quando ebbe finito si chinò verso il volto della signora.
Essa aveva gli occhi chiusi, l'aspetto tranquillo, calmo ed a cadenza
il rifiato. Stretta al seno della ragazza, la s'era dolcemente
addormentata.



XXII.


Orsacchio, scoperto che sua moglie amava, riamata, Adolfo Cioni, aveva
costretto quest'ultimo a battersi con lui in un duello che era stato
un assassinio, ed uccisolo. Poscia, preparato già tutto per una pronta
partenza, s'era presentato alla moglie, le mani lorde di sangue del
giovane, e seco l'aveva tratta ferocemente per torla al resto del
mondo e farla vivere sola con lui, col suo rimorso, col suo dolore,
coll'immagine tormentosa e la memoria dell'ucciso amante.

Quell'orrenda sciagura era caduta ad un tratto sul capo della povera
Gina. Al venirle innanzi del marito, tremendo in vista e sanguinose le
mani, un doloroso orrore l'aveva invasa, una di quelle inesprimibili
strette di angoscioso raccapriccio che tutto sconvolgono un essere
umano, e al cui urto sembra impossibile non si rompano le vene ed il
cuore. Essa avea indietreggiato innanzi all'assassino, come
favoleggiavano i Greci che si dovesse fare all'apparire della testa di
Medusa, mezzo impietrita, mezzo fuor di senno; ed egli l'aveva
afferrata ad un braccio ed a forza trascinatala e cacciatala in una
carrozza, l'aveva fatta partire, ella non sapeva per dove.

Pensate che viaggio dovette esser codesto per l'infelice donna!
L'unico uomo che essa amasse era spento, e l'uccisore era lì, presso
di lei!... Non le sembrava avesse ad esser vero. Credeva d'essere come
in un tristissimo sogno, oppressata dall'incubo, e che uno sforzo di
volontà dovesse bastare a destarla e rimetterla in una meno angosciata
condizione. Si riscuoteva tratto tratto sotto questo pensiero dal
cantuccio in cui la si rannicchiava, ma il suo occhio smarrito
incontrava tosto quello feroce, sanguigno, inesorabile d'Orsacchio, il
quale tacitamente le affermava la di lei sciagura e il suo delitto.
Allora si tornava ad acquattare più stretto, per così dire, nel suo
angolo, sentendosi correre spasimi e brividi entro le vene
all'accidentale scontrarsi pur delle sue vesti ne' panni di
quell'uomo, che tutto le appariva alla mente turbata grondante del
sangue d'Adolfo...

Di tutta la notte che seguì non parlarono mai, non chiusero mai
l'occhio nè l'un nè l'altra; passarono crudelissime ore orrendamente
lunghe. Gina teneva gli occhi sbarrati, privi d'ogni espressione che
non fosse un alto terrore; e il volto pareva, ad ogni minuto che
trascorresse, incavarsele, spallidirsi vieppiù, improntarsi dei segni
della morte.

Nel suo interno succedeva un dolorosissimo e strano travaglio. Il più
forte sentimento, il solo anzi a tutta prima, in lei, era stato
l'orrore, quindi era venuto a pareggiarlo, se non a sopravanzarlo,
l'odio. Oh! se quell'uomo che le aveva detto «io ho ucciso il tuo
Adolfo» ella avesse potuto vederlo cadere fulminato ai suoi piedi! Oh!
se avesse potuto versar sangue per sangue, rispondere con delitto a
delitto! Nel caos turbinoso di pensieri che con tormentosa ressa le
avevano assalita e posta sossopra la mente, anche quest'esso ci venne
e ci stette chiaro e distinto un po' di tempo. Ma le idee s'erano
tosto siffattamente scombuiate nella sventurata, che più niuna
distinta vi ci rimase. Nel suo capo si fece come un vuoto, ma il quale
pure era un importabile dolore. Non sapeva più di niente, non pensava
più niente, non si ricordava più nemmanco, la misera: solo soffriva e
sentiva di soffrire immensamente. Quindi questo immenso spasimo poco a
poco prese una nuova tinta, e si congiunse ed anzi fu predominato da
un immenso terrore.

Orsacchio pigliava nella mente esagitata di lei le proporzioni
colossali d'un mostro; esso le tornava come qualche cosa di più tristo
e di più feroce di quel che uomo esser possa. Lo stesso mistero del
destino ch'egli le preparava, l'incognita meta a cui erano diretti, le
riuscivano di maggiore spavento che non una realtà cui si trovasse
dinanzi, per quanto crudele la fosse.

Questo alto terrore cresceva nella povera donna ad ogni momento. Le si
affannava il respiro, le si smarriva il senno, le mancava il cuore. Ad
ogni mossa dell'uomo che le stava accanto, ella si riscuoteva in
sussulto. La era sempre nello stato doloroso di chi sia per isvenire,
e non isveniva pur mai. Oh! almeno avesse potuto perdere i sensi!
Avesse potuto morire!

Orsacchio, prima del duello con Adolfo, annunziando alla moglie la
partenza per la sera, le aveva detto sarebbero andati alla campagna.
Ma quello non era il suo proposito. Egli voleva togliersi ad ogni
conseguenza che potesse nascere dall'uccisione del Cioni; voleva
condurre la moglie là dove nessuno più potesse frammettersi tra lei e
la sua vendetta. Correva le poste diretto all'estero: il suo viaggio
era una fuga.

Non si fermarono che a mezzo il giorno successivo alla partenza. Nè
all'uno nè all'altra l'interna passione lasciava sentire la fatica.
Scesero al meschino albergo d'un piccolo villaggio fuor di mano.
Orsacchio non avea voluto viaggiare per le vie ferrate, dov'è
impossibile esser soli e non esser visti, ed aveva scelto strade non
frequentate per incontrare meno gente. Saltò giù dalla carrozza egli
primo. Per quanto facesse forza a sè stesso, gli eventi del giorno
innanzi e quella lunga notte avevano stampato sul suo volto certi
segni ch'e' non valeva a nascondere. Si volse all'interno della
carrozza e porse a Gina la mano, per invitarla ed aiutarla a scendere.
Essa lo guardò spaventata, e con raccapriccio trasse indietro le sue
mani e sè stessa.

--Scendete! disse il marito in tono basso, ma imperioso e concitato.

E le presentò nuovamente la destra.

Gina mosse le labbra livide per parlare, ma non uscì suono alcuno
dalla sua bocca; fe' cenno cogli atti egli si scostasse, la lasciasse,
sarebbe discesa da sè.

Orsacchio si pose dallato allo sportello. La povera donna, radunò
tutte le forze che le rimanevano, si spiccò dal posto in cui stava
accasciata, e discese. Appena il marito ebbe veduto alla più piena
luce i guasti dello scarno viso di Gina, le si fece innanzi per
toglierla agli sguardi d'ognuno.

--Abbassate il vostro velo, diss'egli, e come la misera indugiava,
forse non avendo neppure capito, Orsacchio prese ratto il velo scuro
che pendeva all'indietro dal cappello di lei, e glielo calò innanzi al
viso.

--Venite: soggiunse additandole la porta della locanda, sulla cui
soglia l'oste stava facendo de' grandi inchini per accoglierli.

Gina si provò a camminare, ma le gambe si rifiutavano all'ufficio
loro; Orsacchio passò una mano sotto il braccio di lei a sorreggerla:
a quel tocco un raccapriccio scosse tutti i nervi dell'infelice, le
forze le tornarono di subito; si sciolse bruscamente e disse con una
certa forza:

--Vado... vado.

--Una camera: comandò il marito all'oste entrando; ci fermeremo due
ore.

Quando furono soli, rinchiusi in una stanza della locanda, per la
povera Gina fu peggio ancora. Si sentiva come affatto disgiunta da
tutto il mondo e in balìa assoluta dell'odio di quell'uomo; trovavasi
press'a poco come l'agnella serrata nella gabbia con una tigre, che
s'aspetta ad ogni momento essere sbranata. In sè stessa voleva pure
riagire contro quello spavento che pareva quello d'una rea cui
vincesse il rimorso, mentre, fuorchè d'un affetto purissimo fin dalla
prima giovinezza entratole in cuore, ella di nulla poteva
accagionarsi; ma pure invano cercava sollevar l'animo a un po' di
coraggio: sentiva sempre più venirle meno ogni forza.

Gina s'era lasciata andare sulla prima seggiola che le era capitata,
rimanendo vestita così appunto come essa era, senza nemmanco levare il
velo che la mano del marito le aveva poc'anzi abbassato sulla faccia.

Orsacchio le si pose innanzi fulminandola collo sguardo feroce, e con
una barbara gioia, con un'ironia spietata le disse:

--L'avete udito?... ve l'ho detto io stesso, signora..... Adolfo Cioni
è morto ieri sera..... Morto d'una palla di pistola che gli ha
attraversato il cuore. Che peccato eh! che disgrazia!... Egli era pure
più giovane di me... oh assai più giovane... e più bello di me... oh
assai più bello, non è vero? Ed io sono qua vivo e sano per vivere chi
sa fin quando... non vi fate lusinghe su questo punto, chè conto
invecchiare di molto... Adolfo invece è steso nella bara... a questo
momento gli salmodieranno gli uffici de' morti... stassera gli faranno
la sepoltura... Mi par di vederlo... bianco bianco... le sue belle
chiome nere scomposte... Aveva delle belle chiome il leggiadro
giovine...

Nel dire queste scellerate parole, pareva al trist'uomo di godere
un'orribile gioia, gli sembrava di gustare ardentissima la voluttà
dell'odio e della vendetta. E' teneva fiso lo sguardo sulla donna per
coglierne ogni menomo trasalto, ogni mossa, ogni mostra di dolore,
onde apparisse ch'egli feriva proprio nel vivo il cuore di quella
sventurata. Essa dapprima udiva paziente, sommessa, quasi avvilita. Od
udiva ella veramente? Quelle parole piuttosto le ronzavano penosamente
all'orecchio senza che le capisse; producevano sì un accrescimento di
tortura in lei, ma traverso la confusione di tutto il suo essere non
giungevano pur tuttavia a far apprendere chiaro e preciso il loro
senso all'intelletto sconvolto dell'infelice.... Ma ci giunsero alla
fine. Allora tutto quello che c'era ancora in lei di forza e di vigore
si ribellò contro cotanta infamia; ella sorse con nobile impeto, levò
il velo e mostrò lo scarno volto colorito di viva fiamma, e l'occhio
incavato ebbe un lampo di indignazione violenta.

Tese vivamente una mano verso il marito con tanta imponenza che questi
ne troncò il suo dire. Fece un passo contro di lui, e parve pensare
quale arma migliore dovesse scegliere ad opporre a quella con cui egli
la veniva trafiggendo, con qual più acconcio colpo rispondere ai colpi
di lui; ma la trovò di botto e con accento animato e con ineffabile
scoppio d'amorosa passione, esclamò:

--Ebbene si, Adolfo, l'ho amato... più che ogni cosa al mondo... e lo
amo... e l'amerò sempre... sì l'amo anche morto... il suo cuore vive
nel mio, il suo spirito è qui meco... Io lo vedo e gli parlo... T'amo,
Adolfo, t'amo!... Uccidetemi, io l'amo.

Per Orsacchio fu come, in una lotta, per l'atleta che ad un nuovo e
più vigoroso assalto dell'avversario dapprima cede e indietreggia, poi
tosto, ripresa nuova lena, si rifà più ardimentoso e più accanito alla
pugna. Gli si erano allividite e contratte vieppiù le sue guancie, e
il suo sguardo non aveva potuto reggere a quello avvampante di Gina;
ma il furore in lui non era stato tardo a sovraggiungere, si slanciò
su di lei, la afferrò alle braccia, le serrò i polsi e scuotendola
senza un riguardo, ruggì, accostando a quello di lei il suo volto
terribilmente impresso dall'ira:

--Sciagurata! sciagurata!

La donna, per un istante, pensò a resistere. Ebbe l'ardimento
d'incrociare il suo con lo sguardo furibondo di lui; ma non potè
oltre, tutta la sua forza ella aveva esaurita in quel momentaneo
slancio. Nel sentirsi stringere da quelle mani ch'essa la sera innanzi
aveva vedute rosse di sangue, e di qual sangue! le nacque tale un
orrore che per poco non ne perdette gli spiriti. La si gettò
all'indietro, si accasciò su sè medesima, gettò un grido di spavento
disperato e con voce arrangolata dallo spasimo, esclamò:

--Misericordia! misericordia!... Oh abbiate compassione di me!...

Ella pendeva colle braccia tese, non sostenuta che dalla ferrea morsa
delle mani d'Orsacchio che le facevano lividi i polsi; egli incombeva
sovr'essa, a mezzo chinato, improntata la faccia della più ria
ferocia. Stette così un poco, mentr'ella si dibatteva sotto di lui
nelle convulsioni della paura, poi la ributtò villanamente, ed ella
cadde come corpo morto sul suolo.

Orsacchio incrociò le braccia al petto e la sogguardò un istante in
silenzio con un satanico ghigno.

--Alzatevi: diss'egli poi duramente.

Gli scotimenti che facevano trasaltare tratto tratto il corpo di Gina
mostravano ch'ella era in sensi; ma tuttavia la non si mosse, nè
accennò in alcun modo aver udito.

--Ah! voi l'amate, voi l'amate anche morto: ripigliava quel feroce:
sta bene; siate pur lieta e superba del vostro infame amore. Vorrei
aver potuto portar meco quel cadavere e gettarlo fra le vostre braccia
amorose e dirvi: «Eccovi il vostro drudo, abbracciatevelo...» Vorrei
potervi rinchiudere con esso, perchè ne aveste sempre innanzi agli
occhi la bara, come ne avete nella memoria il pensiero.... Udite
intanto com'egli sia morto. Ciò vi vorrà dare diletto non poco.

E l'iniquo, curvo sulla caduta, si pose a raccontarle divisatamente,
con una lentezza crudele, tutto l'orrendo fatto: la provocazione sua,
i rifiuti d'Adolfo, gli oltraggi a cui egli dovette ricorrere per
obbligarlo ad impugnare un'arma; le descrisse il terribil momento in
cui i due rivali stettero a fronte la pistola appuntata al petto l'un
dell'altro, il colpo, il subito imbiancarsi della faccia d'Adolfo, il
gemito di lui, il cadere... E' pareva compiacersi con orribil diletto
nel minutamente esporre ogni cosa: era per lui come un trovarsi
nuovamente a quell'atto, un uccidere di bel nuovo l'odiato rivale. I
suoi detti cadevano fieri, spietati, incisivi sulla povera donna. Ella
nel delirare del suo spirito intenebrato, non li capiva bene del tutto
quelli accenti, ma li sentiva piombare dolorosissimi sull'anima. La
era come il misero condannato alla flagellazione, il quale, dopo un
certo numero di sferzate, più non sente quasi il batter della verga
sulle lacere carni, ma ne sente al cuore più doloroso e più
intollerabile il colpo.

Quand'ebbe finito il suo racconto, quando ebbe così un poco sazia
quella esecranda sete d'odio e di male che lo rodeva, Orsacchio si
chinò verso la moglie giacente tuttavia, e guardò s'ella fosse
svenuta. Gina avea gli occhi larghi, stupiditi, riarsi, senza una
lagrima, senza lume più d'intelligenza.

--Su via, alzatevi: disse l'uomo.

Ella non mostrò avere inteso.

--Alzatevi: ripetè più villanamente il marito, urtandola col piede.

Gina non si mosse.

Un passo d'uomo pel corridoio dell'albergo s'accostava all'uscio di
quella stanza.

Orsacchio si curvò vivamente e prese la moglie alla vita per
sollevarla; ma a quel tocco essa tutta si riscosse. Un tremito
generale l'assalse; si rizzò di scatto come per nuova forza entratale
subitamente: si sciolse dalle braccia di lui e corse a riparare
nell'angolo il più rimoto. Colà, gli occhi spaventosamente fuor del
punto, la faccia disperata, i denti che battevano insieme dal terrore,
ella gridò:

--Non toccatemi... non toccatemi!

Il passo s'accostava sempre più.

--Silenzio! intimò il marito andandole incontro minaccioso.

Ed ella, peggio atterrita che prima:

--State in là..... state in là... Aiuto! aiuto!

--Silenzio! ripetè Orsacchio venendole sopra.

L'infelice si rannicchiò tutta nell'angolo, tremando, palpitando,
senza più forza, non che a mandare un grido, ma ad avere il respiro.

Un colpo fu picchiato all'uscio colla nocca delle dita. Orsacchio fu
d'un balzo ad aprire. Era l'oste che veniva ad avvisare i cavalli
essere attaccati alla carrozza e il postiglione già in sella.

--Sta bene: disse Orsacchio; noi scendiam tosto.

Richiuse la porta e si riaccostò a Gina. Gli occhi e la guardatura
della misera erano quelli di un dissennato. Le riabbassò il velo
innanzi al volto, le fe' cenno d'avviarsi ed essa obbedì; le fece
scendere le scale, la invitò a salire nella carrozza ed essa ci montò,
ma schivando di toccar la mano ch'egli le porgeva; e' sedette presso
di lei, e fu ripreso il viaggio.

Qualche tempo essi dimorarono in un riposto casolare della Svizzera.
Che vita fosse quella dell'infelice donna, immaginatelo voi. Vivevano
affatto soli, ella ed il suo carnefice, segregati dal mondo; ed ogni
ora, ogni istante era un tormento per lei. Nel farla soffrire cotanto,
il crudele marito soffriva ancor egli; ma questi patimenti a lui erano
cari, si facevano ogni dì più una necessità dell'anima intristita.

Ma il cielo ebbe pietà della misera Gina. Le tolse a poco a poco la
ragione.

Allora alcuna ora di riposo, anche di bene, le fu concessa. Anzi tutto
Orsacchio si atterrì la prima volta ch'ei fu chiaro di questa tremenda
verità. Parve anche a lui un momento che la sua vendetta fosse ita
tropp'oltre: ebbe del suo fatto come l'ombra di un rimorso. Inoltre,
quella donna, cui egli ferocemente godeva di straziare, per uno di
que' strani misteri che ha il cuore umano, egli insieme odiava ed
amava più che non l'avesse amata mai prima. Temette morisse, e questo
pensiero gli fu dolorossisimo; lasciò che all'infelice non venisse più
altro tormento da lui fuor quello della sua vista e della sua
presenza. Poi la pazzia, che ad intervalli assaliva la sventurata, non
sempre le recava penose fantasie e tristi vaneggiamenti. Alcune volte
ella si credeva fanciulla ancora, libera di sè, lieta, amante ed
amata, e in isplendide, dilettose visioni, le appariva più bello, più
caro, più amoroso il suo Adolfo a vagheggiarla, a sorriderle, a
susurrarle incantevoli parole d'amore. Allora fra l'uomo e la donna
rimanevano scambiate le parti, e questa diventava involontario
tormentatore, e quegli soffriva i più acuti spasimi d'una gelosia da
non potersi dire. Invano tentava egli rompere quei sogni dilettosi e
trarre la riconfortata donna nella tristizia della realtà; la
dissennatezza era più potente di lui, ed ella, non turbata punto,
continuava il suo cantico d'amore e le sue felici visioni. Dopo queste
benefiche crisi, Gina cadeva in una mestizia profonda, ma mite, che le
concedeva per giorni parecchi sfogo d'abbondevolissime lagrime. Era
ciò che la teneva in vita.

Di quando in quando, per contro, l'assalivano smanie tormentosissime,
e delirii, e convulsioni che erano una compassione e uno spavento a
vedersi. Era durante uno di siffatti assalti del male che abbiam visto
Anna introdotta presso di lei. In quei momenti la vista del marito le
tornava assolutamente incomportabile; un vigore straordinario, una
febbrile vivacità la occupavano; i deliri della sua mente si
traducevano in fiotti tumultuosi di parole insensate, confuse, in
grida, in ispasimi di contrazioni quasi epilettiche, in isvenimenti da
ultimo. Voleva uccidersi, chiamava con angosciose supplicazioni la
morte. Succedeva poi un abbattimento, una prostrazione in cui completa
era in lei la conoscenza delle sue condizioni, e tornava in tutta la
sua forza il terrore che le ispirava il marito.

Trascorsi parecchi mesi, Orsacchio pensò di tornarsene celatamente in
patria, e di trovarci un ripostiglio in cui nascondersi così bene che
nessuno mai più avesse il menomo sentore de' fatti loro. E ciò era
facile ad ottenersi. Gina non aveva parenti che lontani, i quali, dopo
accasatala, non s'erano più dato il menomo pensiero di lei, e ch'ella
esistesse o no, non si curavano punto. Egli aveva rotto col mondo ogni
attinenza, ed il mondo oblia sì presto quelli che lo abbandonano!

Per maggior cautela cambiò nome, e prese le mosse per tornare in
Piemonte. Gina s'era assuefatta alla dimora in quel pulito casolare
svizzero e alla bella campagna che lo circondava. Come quella che in
alcuna persona viva, fra le poche ond'era accostata, non poteva più
mettere amore, l'anima della povera insensata aveva posto un certo
affetto a que' luoghi, a quel cielo, a quelle aure. Per costringerla a
dipartirsene ce ne volle e di molto. Orsacchio dovette impiegare tutta
la tremenda autorità che gli davano su lei lo spavento e l'orrore
ch'ella ne sentiva. La decise a spiccarsi di là, e la tenne quieta e
sottomessa lungo il viaggio colla pressione continua delle sue
minaccie e con certe tremende parole che, ricordando il passato,
andavano dritto, traverso alla sua follia, sino all'anima della
poveretta.

Orsacchio non iscrisse a nessuno, non commise ad alcuno di cercargli
il suo ricovero: volle far tutto da sè. Condusse la moglie in una
città dove non potessero essere conosciuti da anima viva; e colà,
visto sugli annunzi dei giornali l'_appigionasi_ della villetta di
Valnota, ch'egli sapeva in luogo montagnoso e solitario quant'altro
mai del Piemonte, si recò difilato dal proprietario a trattarne
l'affitto.

Marone, dalle informazioni che gli furono chieste intorno alla casa ed
alle vicinanze, dalla figura del pigionante, dalla facilità medesima
di accettare ogni patto, capì che c'era lì sotto un mistero, e ne
trasse partito per rincarare l'affitto. Orsacchio acconsentì
all'esorbitanza del prezzo dimandatogli. Abbiamo udito dall'ortolano
di che modo egli giungesse e si stabilisse nella villetta, come la
moglie da principio non ci volesse stare, ma poi a poco a poco vi si
acconciasse, come durassero sempre in Gina le vicende di umori lieti e
tristi, interrotte di quando in quando da qualcuna di quelle crisi
tremende, durante le quali il marito era costretto ad allontanarsi e
la moglie di Matteo soltanto poteva accostare la inferma.

Ultimamente abbiam visto l'infelice donna sentirsi attirata di subito
da una simpatia che era in lei come un istinto, verso di Anna, che il
caso soltanto le aveva menato daccosto.

Ora vediamo un poco quei due bravi e generosi cuori, Vanardi e Selva,
che cosa pensassero di fare in pro della sventurata, di cui avevano
finalmente scoperto l'esistenza e il ricetto.



XXIII.


Giusta il comune avviso di Antonio e di Giovanni, il liberar Gina
dalle mani del fiero marito era la prima e la sola cosa da farsi.
Conveniva a quest'effetto, anzi tutto, assicurarsi, senza possibile
errore, che quella di cui l'ortolano aveva loro parlato si fosse
propriamente la Gina cui essi cercavano, esaminare cogli occhi propri,
per quanto potesse loro venir fatto, come stessero le cose, e poscia,
se occorreva, ricorrere alle autorità e chiamare sulla misera donna la
protezione della legge.

Determinarono adunque i due amici, che il domani, che era un lunedì,
sarebbero partiti ambidue per alla volta di Valnota, e là governatisi
secondo l'occasione e i luoghi e le circostanze avrebbero loro
consigliato e concesso; e siccome Selva per ragione de' suoi impegni
non era libero tutta la giornata, stabilirono di partire al
pomeriggio, di fermarsi colà la notte e tornarsene il mattino
successivo.

Ma se per Giovanni v'era l'impedimento dei suoi affari a restar fuori
un giorno intero, il buon Antonio, che non aveva codesto, e l'avrebbe
voluto avere, si trovava impacciato da un altro ben più grave e più
assoluto che è facile ad indovinarsi; il manco di denari. Essere del
tutto a carico dell'amico gli rincresceva troppo, avendo da lui avuto
sì generosi soccorsi, e parendogli che Selva facesse assai più di
quanto gli toccava a metterci la sua parte in quel viaggio, egli che
non aveva vista neppur mai la persona di cui trattavasi e che non
aveva con lei altra attinenza fuori della compassione d'un cuor
generoso per una soverchia ed immeritata sventura. Onde, sollecitato
da questo bisogno che si aggiungeva agli altri della famiglia, Vanardi
umiliò anche una volta la sua dignità innanzi alla necessità e si
risolvette di andare per soccorsi dalla marchesa di Campidoro cotanto
in fama di generosa.

Ah! ben gli sapeva d'amaro questo nuovo sacrifizio, e, per quanto
rammollito e ricurvo dalla sventura, il suo animo aveva fieramente
riluttato un bel pezzo; ma poi aveva fatto come il malato che ha da
tracannare una disgustosissima bevanda, il quale chiude gli occhi e la
caccia giù; e il mattino del lunedì si presentava vergognoso e
raumiliato nell'anticamera della signora marchesa.

Dei supplicanti al par di Antonio ve n'era già un buon numero. Per
essere intromessi al cospetto della vecchia signora occorreva o
venirci con una commendatizia del parroco, oppure del presidente della
congregazione di Santa Filomena, che era il signor Marone, oppure del
filantropo cavalier Salicotto, od anche del dottor Lombrichi, o in
difetto di alcuna di queste tornar accetti al signor Grisostomo.
Antonio non aveva il primo requisito, ed era molto da temersi non
avesse neanche il secondo.

Quand'ebbe detto al domestico che lo interrogava, nome, cognome e
condizione, egli sedette in un canto e rimase ad attendere con tutta
la paziente rassegnazione che nella sua corta carriera di supplicante
aveva pur già dovuto imparare.

Ed aspettò tanto, che la mattinata omai era oltre e l'anticamera a
poco a poco si era vuotata, senza che egli, rimastoci ultimo, fosse
pur mai introdotto.

Antonio voleva appunto rivolgersi di nuovo al domestico, cui vide
accostarsi a quella stanza, quando il servo stesso lo prevenne, e
andandogli incontro, mezzo brusco, gli disse:

--Che cosa fate ancora voi lì?

--Aspetto sempre per parlare alla signora marchesa.

--Adesso è tardi, buon uomo; la non riceve più. Potete andarvene.

Primo pensiero del pittore fu di scappare di trotto; ma la ragione lo
soprattenne.

--Ho tanto, tanto bisogno di parlarle! diss'egli.

Il servo si strinse nelle spalle.

--Eh! dicono tutti così. Chi è che vi manda?

--Come? chi mi manda?

--Sì, voglio dire da cui siete raccomandato.

--Da nessuno.

--Ah! allora avrete parlato col signor Grisostomo.

--Non lo conosco.

--In tal caso, mio caro, non sarete ricevuto mai.

--Diavolo! Come ho da fare? Menatemi dal signor Grisostomo.

--In questo momento è fuori di casa: tornate dopodomani.

--Dopodomani! ripetè il poveretto lasciando cadere la testa e mandando
un sospiro desolato che diceva tutta la sua disperazione.

In questa attraversava l'anticamera quella vispa fanciulla che abbiamo
veduta nel fondaco di messer Agapito incontrarsi appunto col nostro
disgraziato pittore. Ella udì quelle due parole pronunziate con tanta
mestizia e quel sospiro tirato con tanta doglianza, e il suo buon
cuore ne fu commosso. Si fermò a guardare chi le aveva dette.

--Voi volete parlare alla signora marchesa? disse la brava giovane
accostandosi ad Antonio, e ravvisandolo di subito.

--Sì, madamigella.

--E vi preme?

--Oh tanto! esclamò il povero diavolo; e l'umiliazione, la vergogna,
la confusione davano al suo accento una efficacia anche maggiore.

--Voi siete quel pittore che abita nella casa del signor Marone qui
presso?

--Per l'appunto.

--Padre di famiglia?

--Quattro figli.

Carlotta non istette a pensarci nè tanto nè poco; fece un attuccio
graziosissimo colla testa, come per dire «voglio così» e prese per
mano senz'altro il pittore.

--Venite, disse, vi menerò io dalla marchesa.

Il domestico ch'era lì presente si mostrò tutto scandolezzato.

--Carlotta! esclamò egli in tono che significava: «Guarda che fai!
questa è troppa temerità.»

La giovane rispose crollando vezzosamente le spalle.

--Eh! lasciatemi fare... il _turco_ è fuori di casa, e quando venga...
se questi ci è ancora... ebbene gli diremo... gli diremo che son io
che l'ha fatto entrare... oh bella!

E trasse Antonio nella stanza della marchesa.

Era un antico salone, proprio di quelli degli antichi palazzi in cui
non si misurava con avara parsimonia lo spazio come nelle costruzioni
moderne, con antichi mobili, antiche tappezzerie, antichi quadri, si
sarebbe detto antica atmosfera. Entrando colà vi sareste creduti
trasportati nel secolo scorso, e in mezzo a quell'ampio ambiente, fra
tutta quella roba alla rococò, vi sareste aspettati da un momento
all'altro di veder comparire un guardinfante od una parrucca
incipriata.

Quasi ugualmente antica come le cose che l'attorniavano era la padrona
di quel palazzo e di quelle ricchezze. Ella, meglio che seduta,
sepolta in una gran poltrona, con attorno un esercito di cuscini,
stava presso alla gran caminiera, entro la quale ardeva un fuoco poco
meno che spaventoso. A ripararsi dall'ardenza che mandavano
esorbitante le legna cui consumava la fiamma vivace e le braci accese,
aveva innanzi un parafuoco di legno di mogano nella intelaiatura, con
una stoffa di seta ricamata a personaggi sbiadita nel colore. Comechè
regnasse in quella stanza una caldissima temperatura, la marchesa era
tuttavia sotterrata da una montagna di varie pelliccie e scialli e
mantelletti coll'ovatta; così bene che la non appariva che come un
enorme fagotto di robe da cui sporgesse una testolina, con una gran
cuffia bianca a ricciatura di tulle tutt'intorno, con una faccetta
sottovi, ammencita, ossea, del color della pergamena, corsa in tutti i
sensi da minutissime rughe. Questa testolina si dondolava di continuo
per un moto meccanico e involontario; e per questo medesimo le
mascelle non cessavano mai da un atto che sembrava un masticare.

Antonio, appena messo il piede riguardoso e peritante sul morbido e
spesso tappeto che in quella stanza impediva affatto il rumore del
passo, sentì una tossetta secca, e poi una voce fessa, debole,
stonata, che quasi non aveva più nulla di femmineo, la quale diceva:

--C'è qualcheduno costì?

--Sono io, rispose la Carlotta accorrendo sollecita presso la padrona.

La marchesa volse all'insù più che potè il suo capo dondolante, e
disse trascinando le parole e stentando nel pronunziare:

--Dov'è?... dov'è Grisostomo?

--È fuori di casa.

--Gli è mezz'ora che chiamo, e nessuno viene... Non ho più il mio
campanello... È un ora che lo cerco... chi l'ha preso?

--Eccolo qui: disse Carlotta raccogliendolo in terra e porgendolo alla
signora; le era caduto.

--Mi si lascia sola come un appestato... È questo il vostro dovere,
canaglia?... Nessuno ha cura di me... Fatemi venire Grisostomo.

--Le ho già detto, signora marchesa, che egli non era in casa.

--Dove è andato?

--Non lo so.

--Ancor egli mi abbandona... L'ingrato!... Datomi da bere, Carlotta...
Quel Grisostomo è un ingrato... Non è vero che gli è un ingrato?

La giovane era andata a prendere un gotto sopra un vicino tavoliere, e
lo porgeva alla vecchia.

--Eccole da bere.

--Ma ditemi se quel Grisostomo non è un ingrataccio.

Carlotta sapeva troppo bene che non le conveniva a niun modo sparlare
del favorito servitore, anche quando la marchesa pareva più disposta a
sentirne dir male, epperò rispose con accortezza diplomatica:

--Forse la signora marchesa lo avrà mandato essa stessa a far qualche
commissione.

La vecchia parve riflettere profondamente.

--Io? disse, come parlando fra sè; l'ho mandato io?... Mi par ben di
sì... Oh la mia povera testa!... Non mi ricordo più di niente... Sì,
sì, l'ho mandato a prender nuove del presidente della Congregazione di
santa Filomena che s'è rotto qualche cosa... che cosa s'è rotto?

--Si è slogata una gamba.

--Giusto: e poi doveva andare in un altro sito.. Dove l'è che doveva
andare? Ah! dal notaio... Sicuro, ora mi ricordo, dal notaio...
Vogliono che io rifaccia il mio testamento.

Guardò con una specie di curiosità maliziosa la cameriera.

--Sapete che mi vogliono far cambiare il mio testamento?

--So di nulla, io.

--E lo rifarò... E se siete buona, e se mi servite bene, ci sarà
qualche cosa anche per voi.

Un accesso di tosse la colse. Carlotta le pose innanzi la tazza che
aveva sempre tra mano.

--Beva!

--Che cos'è quella bevanda? dimandò la marchesa.

--Gli è sempre quel calmante che il dottore ha ordinato si ripetesse,
perchè dice che le fa tanto bene.

La testa della vecchierella s'agitò in un modo assai vivace, e la sua
vocina si fece tutta irritata.

--Non lo voglio più, non lo voglio più... Mi sento sempre più male,
io... Pare a voi che esso mi faccia bene?

--Io non saprei...

--Siete una sciocca: interruppe stizzita la marchesa.

--Però credo di sì: s'affrettò a soggiungere Carlotta.

--Voi non sapete di niente... chiamate Grisostomo; domanderò a lui.

--È la terza volta che ho l'onore di dirle che Grisostomo non è in
casa.

--È vero... è vero... Mi pianta sempre così sola... Riponete pure
quella droga... Non voglio attossicarmi... Aspetterò a bere che
Grisostomo sia tornato e mi dica lui come debbo fare... Ah! è una gran
brutta vita la mia!... Povera donna!... In mano d'una gentaglia... Non
ho una persona a cui fidarmi... E quella senzacuore di mia figlioccia
che non si lascia mai vedere!... Tutti mi fuggono... Mi vedono malata
da morirne... Ho proprio assai male, sapete... E il dottore? Non s'è
ancora lasciato vedere il dottore?

--È presto l'ora in cui è solito a venire, e credo che non mancherà.

--Anche quel dottore è ingrato; sono io che l'ho messo all'onor del
mondo; ne prenderò un altro. Tutti ingrati, tutti!... Non c'è che
quella povera Mimì che mi sia fedele. _Mimì, Mimì_, dove sei _Mimì_?

E la testolina oscillante della marchesa si chinò verso il suolo da
una parte e dall'altra della poltrona, poi s'agitò vivamente
irrequieta.

--Oh mio Dio!... Dove l'è?... _Mimì, Mimì._ Non c'è più... Cercatela.

La cagnuola dormiva raggomitolata sopra uno sgabello lì vicino.

--La è qui: disse Carlotta additandola alla marchesa.

--Povera piccina! esclamò la vecchia con un'intonazione di tenerezza,
di cui si sarebbe creduta incapace quella voce squartata. Portatela
qui, adagiatela sulle mie ginocchia.

Carlotta prese quell'informe ammasso di carne grassa e spelata che era
la cagnolina, e non ostante la protesta ch'ella, destandosi di botto,
fece con un vociare che somigliava ad un grugnito, venne a deporla
sulle pelliccie della marchesa.

--Non farle male: esclamò questa commossa a quel lamento della brutta
e schifosa bestiola.

Questo fatto, chi lo avrebbe detto? tornò in aiuto di Vanardi; il
quale si stava là nel fondo della stanza dritto, impacciato, col suo
cappello in mano, senza sapere se meglio era inoltrarsi o partirsene
chetamente senz'altro.

Mimì, appena svegliata e sulle ginocchia della padrona, avvertì la
presenza di un estraneo; onde senza acquattarvisi tosto come soleva,
ma stando invece sulle sue piote podagrose, cominciò a ringhiare fra i
pochi denti che le rimanevano, poi volti in giro gli occhi cisposi e
visto lo sconosciuto, si mise ad abbaiare con tutta la forza di cui
essa era tuttavia capace.

--Che cosa c'è? domandò la marchesa agitata. C'è qualcheduno qui.

E volse la testa dalla parte verso cui abbaiava la cagnetta.

Vanardi vide innanzi a sè la pelle d'alluda di quel viso da mummia con
due occhi semi-spenti senza luce e senza vita, e si piegò in un
profondo inchino.

--Chi è costui? chiese la vecchia quasi atterrita: come qui? chi l'ha
fatto entrare?... chiamate Grisostomo, Carlotta.

E la buona ragazza che era Carlotta diede una pasticcina a _Mimì_ per
farla tacere; poi rispose alla padrona:

--Gli è uno di quei poverelli cui ella fa tutti i giorni la carità di
accordare udienza.

--Ah sì? disse la marchesa che non aveva cessato di fissare il suo
sguardo vitreo sul pittore. È raccomandato dal parroco?

--Credo di sì: rispose la giovane con imperturbabile franchezza.

--Come si chiama?

Antonio disse il suo nome.

--Non me ne ricordo... Dev'essere scritto su quella lista che c'è lì
sul tavolino. Ah no, quella lì è dei raccomandati da Salicotto... Se
non isbaglio, Grisostomo mi ha detto che Salicotto è un poco di
buono... Come può mai essere?... Io mi confondo... Voi dunque siete
raccomandato dal parroco?... Ah! se ci fosse Grisostomo!... Perchè
venite quando non ci è lui?

Vanardi non sapeva che cosa rispondere e si tacque.

--Accostatevi: disse la marchesa.

Il pittore ubbidì. Allora si vide quell'involto di pelliccie e di
coperture d'ogni fatta agitarsi per un moto interno che durò alcun
tempo, finchè una mano scarna, magrissima, dal color della cera antica
ne venne fuori. Questa mano si diede tosto a cercare, frugare e
rifrugare qua e là per la poltrona.

--I miei occhiali, Carlotta; dove sono i miei occhiali?

Erano sul tavolo vicino. La cameriera li prese e li diede alla
padrona; la quale messili a cavalcioni sul naso si pose a squadrare
l'uomo che le stava dinanzi.

Fortuna volle che _Mimì_, abbonita dalla pastina di Carlotta, sentisse
non so quale simpatia o curiosità per quell'uomo che non avea mai
visto: onde guardando verso Antonio prese ad agitarsi sulla farragine
delle pelliccie della padrona ed a gemicolare sommesso.

La marchesa non tardò ad accorgersi di questi diportamenti della sua
favorita.

--Carlotta, diss'ella, vedete che _Mimì_ la vuol scendere. Suvvia,
prendetela adagino e mettetela a terra.

E con occhio irrequieto tenne dietro all'operazione che la cameriera
s'affrettava ad eseguire.

Appena la cagnetta ebbe tocco il tappeto del pavimento, la corse, come
le concedevano la pinguedine e la gotta, verso Vanardi, e per benigna
protezione di non so qual nume, giuntagli ai piedi, si pose a fargli
quel tanto di festa ch'ella sapeva, a dimenare un simulacro di coda e
tentare di drizzarsi sulle piote deretane per appoggiare le anteriori
alle gambe di lui.

Vanardi, benchè molto glie ne pesasse, e gli paresse quasi una viltà,
si abbassò verso la bestiola e ne accarezzò con la mano il dorso
sconciamente grasso e privo di peli. La vecchia signora che aveva
guardato con interesse sempre crescente i moti e gli atti della
_Mimì_, drizzò al volto d'Antonio la sua faccia impresciuttita, sulle
cui labbra tirate c'era la smorfia di un sorriso.

--Oh, oh! esclamò essa in sul piacevole; _Mimì_ vi protegge. Vieni qui
_Mimì_... Da brava, vieni qui.... Accostatevi ancora, mio caro... Come
vi chiamate?

Antonio ripetè il suo nome.

--Avanzatevi.... ancora un po'... lì, più presso a me... così...
Carlotta date un'altra pasta alla piccina... Com'è cara, neh?
soggiunse volgendosi a Vanardi... Poi tosto di nuovo a Carlotta che
offriva la pasta alla cagnetta: non la vuole?... Guardate se la
preferisce un pezzetto di zuccaro.

La schifiltosa bestiola si degnò finalmente di accettare una zolletta,
e quando la padrona ebbe visto che i pochi avanzi dei denti di _Mimì_
si erano cimentati vittoriosamente colla durezza dello zuccaro
cristallizzato, tornò badare ad Antonio.

--Ebbene, brav'uomo, gli disse, contatemi su i fatti vostri.

Mentre egli s'accingeva a parlare, la marchesa nascose accuratamente
sotto le pelliccie la destra che aveva tratta fuori poco prima e si
scosse come se un brivido l'avesse assalita.

--Carlotta, diss'ella, aggiungete della legna; fa freddo qui dentro.

La giovane s'affrettò ad ubbidire, quantunque ce ne fosse già una
catasta ad ardere sugli alari.

--Parlate pure: soggiunse tornando rivolgersi al pittore.

Antonio apriva la bocca, quando l'uscio della stanza s'aprì ed entrò
la superba, imponente ed importante persona del signor dottore.
Vanardi rimase in asso, e Carlotta disse alla marchesa:

--Ecco il dottore.

La vecchia s'agitò sotto il monte delle sue pelliccie, più che non
avesse fatto per l'innanzi e fece con ogni suo sforzo a volgere il
capo tremolante della parte da cui veniva il medico.

--Ah dottore! diss'ella: è questo il modo? Mi lascia qui senza darsi
un pensiero di me.... Ho un male addosso, sa.... Sono due ore che
l'aspetto.

Lombrichi non si turbò niente affatto della sua placidità olimpica.
Continuò ad inoltrarsi col suo passo grave e ben appoggiato per terra,
sorridente in volto e colla coda dell'occhio cercando la sua bella
immagine nello specchio.

--Che cosa c'è? dimandò egli con sussiegosa gentilezza. Cara marchesa,
io son qui tutto per lei... Si figuri che per venir qui ho lasciato la
contessa A., che voleva seco ritenermi a viva forza, ho trascurato di
andare dalla baronessa B, che mi attende, ed ho mandato dire a madama
C, la moglie del banchiere, che mi trovavo impegnato tutto il giorno.

Così dicendo, aveva deposto sul tavolino il suo cappello, e colla mano
aveva dato una ravviatina ai baffi ed al pizzo: poscia sbirciò un
momento con piglio altezzoso Vanardi, fece un amorevole sorriso a
Carlotta e presa una seggiola, dopo recatala vicino vicino alla
poltrona della vecchia, vi sedette con le arie d'una affettuosa
dimestichezza.

--Ebbene? ebbene? soggiuns'egli allora, andando a cercare sotto alle
coperture la mano gialla e gelata dalla marchesa, e stringendola fra
le sue. Il nostro male è dunque cresciuto?

La vecchia fissava i suoi occhietti semi-spenti sulla faccia rubizza,
prosperosa e con gravità sorridente del signor dottore.

--Tanto, tanto: rispose ella con voce più fiacca e senza vibrazione
affatto.

E Lombrichi con piglio dottorale:

--Già, me ne avvedo. Il fiato è più difficile?

--Sì.

--Il sonno irrequieto?

--Sì, sì.

--La digestione grave?

--Sì, sì, sì.

--Sa che cosa? Abbiamo fatto lavorar troppo quella benedetta
testolina. Ci siamo occupati soverchio questa mane per le solite
nostre opere di beneficenza.... Quel gran buon cuore lì ci fa di
questi brutti tiri alla nostra salute.... Abbiam bisogno di calma noi,
di aver tutte le nostre faccende assestate, tutte le nostre
disposizioni prese, di non dover più pensare a nulla.... Ed anche
nelle opere di carità ci conviene mettere un freno, fare più per mezzo
degli altri che da noi stessi, e poichè ci sono intorno delle persone
degne di tutta confidenza, affidarci in loro e lasciar fare.... Oggi,
per esempio, son persuaso che abbiam parlato più del dovere, ascoltato
un subbisso di nenie da quei piagnoloni, ricevuto ogni sorta di
gente....

E dava un'occhiata di traverso a Vanardi, il quale avrebbe voluto
essere le cento miglia lontano.

--È vero, è vero: disse la marchesa dondolando vieppiù la testa; ma
quella è l'unica mia distrazione; eppoi abbiamo sempre fatto così in
questa casa.... fin da quando c'era ancora la buon'anima di mio
marito.... La colpa è di quell'ingrato di Grisostomo. È lui che
dovrebbe vegliare sulla mia salute, ed egli mi abbandona.... È tutta
la mattinata che è fuori.... Gli è un ingrataccio... ecco.

Lombrichi prese con zelo le difese dell'assente.

--Quel buon Grisostomo! esclamò egli. Non dica così di lui, cara
signora marchesa. Il brav'uomo è tutto divoto alla signoria vostra, e
se quest'oggi s'è allontanato da lei gli è perchè il servizio e gli
ordini di vossignoria ve l'hanno costretto. L'ho trovato non è guari
in casa del nostro buon amico, quel sant'uomo di Marone, dove era
venuto a prendere notizie di lui da parte della signora marchesa.

--Ah! è vero.... sicuro.... l'avevo dimenticato.... Ce l'ho mandato io
per sapere come quel povero Marone sta del suo braccio....

--Della sua gamba, vuol dire; la è una gamba quella che s'è
slogata....

--Sì, sì: è ben ciò che intendo io, una gamba.

--Glie ne posso dar io novelle fresche e precise; e' va un po' meglio,
ma per alcuni giorni è condannato a non uscire di casa. Uscendo di là
Grisostomo andava a parlare col notaio per quel certo affare che ella
ben sa....

--Sì, sì: so certo, quell'affare, il mio testamento....

Lombrichi diede una guardata sospettosa alla figura impacciata di
Antonio, ed interruppe:

--Ma ora parliamo di questa preziosa salute. Ci abbiamo dunque una
leggiera recrudescenza?... Già.... già.... Vediamo un poco.... Euh!
euh!

--Ebbene?... Che cosa mi ordina lei per rimettermi un po' meglio?

Il medico stette un minuto col polso della marchesa fra le dita,
corrugando la fronte in sembianza di gravissima meditazione; poi
rinascose egli stesso la mano di lei sotto le pelliccie e ve la coprì
bene.

--Uhm! diss'egli con gran sicumera, come se dicesse chi sa che
profonda sentenza; vi è stato un po' di agitazione, si ha bisogno di
calma, dopo la fatica occorre il riposo.

Trasse di tasca il suo pettinino di tartaruga e lo passò due o tre
volte nei baffi e nel pizzo, poi si mirò nello specchietto del manico
e riprese:

--Quella pozione l'ha già finita?

--No signore, saltò su Carlotta; anzi la non ne vuol più. Io glie ne
aveva mesciuto qui un bicchiere....

--Creda a me, disse Lombrichi alla marchesa: la ne prenda chè le
gioverà sicuro.

E tolto il bicchiere dalla fante, lo porse egli stesso alla vecchia
che lo bevette senza più renitenza.

Ma ecco a questo punto aprirsi di nuovo la porta, ed entrare sollecita
una giovine signora, vestita con modesta semplicità di buon gusto,
avvenevole senz'esser bella, con nelle fattezze, nello sguardo,
nell'atteggio delle labbra, l'espressione d'una meravigliosa bontà.

Essa accorse vivacemente presso la marchesa, esclamando con una voce
soavissima e piena d'affetto:

--Cara santola!...

E chinatasi ad abbracciarla, le depose sulla fronte e sulle guancia
una mezza dozzina di baci.

--Ecchè? disse la vecchia un po' stordita, traendo in là più che
poteva il suo capo: sei tu Lisa? Gran miracolo che ti sei ancora
ricordata di me!... È un mese.... sì, certo, un mese che non ti
vedo.... Già.... una vecchia madrina.... che importa alla signora?....
La si dimentica....

Lisa s'era ritratta alquanto per deporre il cappellino che s'era
slacciato e la mantellina che s'era tolta dalle spalle.

--Come! interruppe essa vivamente. Non lo sa? Vengo due o tre volte la
settimana; sono venuta anche jeri.

La marchesa scosse la testa dondolante.

--Jeri! diss'ella. Non mi ricordo.

--Non ho potuto venire sino a lei, perchè Grisostomo, come da un pezzo
mi viene dicendo, mi disse che il signor dottore aveva proibito di
lasciarla parlare a chicchessia. Io ho insistito e pregato
vanamente....

Lombrichi, il quale all'entrare della signora Pannini s'era levato da
sedere per salutare con cerimoniosa freddezza, s'inchinò un poco ed
interruppe:

--È vero che io ho data questa proibizione. La signora marchesa ha
bisogno d'essere lasciata tranquilla e non aver disturbi di sorta.

Lisa volse al medico uno sguardo dignitoso e ribattè con giusta
alterigia:

--Spero, diss'ella, che non conterà fra i disturbi una figlioccia che
viene per accudire alla sua santola.

Il dottore s'inchinò un'altra volta e fece un atto come per dire: «Non
voglio mica alludere a lei.»

Allora Lisa scorse la figura impacciata del povero Vanardi.

--Ma io, diss'ella con isquisita cortesia, sono venuta proprio a
disturbo di lei, signore, che stava discorrendo colla marchesa. Non
voglio essere d'impaccio, e piuttosto mi ritiro.

--No, no, sta qui: proruppe la vecchia. Quest'uomo può benissimo
parlare anche in tua presenza.... Dite pur su.... Com'è già che vi si
chiama?

Antonio ripetè per la terza volta il suo nome. Lisa si ricordò di
presente come la persona che portava quel nome fosse stata vivamente
raccomandata a lei ed a suo padre da Selva e da sua moglie.

--Ella è pittore? domandò con interesse ad Antonio.

--Signora sì.

--Ed amico dell'avvocato Selva?

--Per l'appunto.

--Ah, ah! tu lo conosci? interrogò la marchesa.

--Sì, santola, e sapendo ch'e' merita la sua protezione, glie lo
raccomando.

--Bene, bene: disse la vecchia volgendo il suo capo tremolante ad
Antonio, Eh, eh!... Sai tu Lisa che un'altra me l'ha giù
raccomandato?... Non indovineresti mai più chi.... _Mimì_, la brava
_Mimì_.... L'hai già veduta, Lisa? Essa è sempre più cara che è una
meraviglia; _Mimì, Mimì_, dico, vieni a salutar Lisa.

La cagnuola s'avanzò lentamente alla chiamata della padrona; la quale,
curvando più che le venisse fatto la testa, le faceva quella sua
smorfia grinzosa che equivaleva un sorriso.

Lisa si risolvette a passare la sua manina inguantata sul dorso della
bestiola, ma non con troppa buona voglia; Lombrichi invece chiamò a sè
la podagrosa cagnetta, la tolse sulle sue ginocchia e le fece un mondo
di carezze e di feste. La marchesa guardava con occhio tutto
compiacenza gli atti del dottore. Lisa ne volle richiamare
l'attenzione al povero Antonio.

--Ebbene, diss'ella, l'istinto non ha ingannato _Mimì_, quando essa
notò il signor Vanardi come degno del suo interesse.

A questo punto Lombrichi credette doversi degnare di riconoscere il
pittore.

--Se non isbaglio, disse, voi abitate una soffitta in casa del signor
Marone?

--Signor sì.

--Ah, ah! esclamò la marchesa con una specie d'interesse: in casa di
quel sant'uomo. Siamo dunque vicini?

--E fu in casa vostra, soggiungeva Lombrichi, che venne ricoverato
Marone allorchè cadde giù della scala.

--Appunto.

--Oh, oh! tornò ad esclamare la vecchia; siete voi che avete soccorso
quella santa persona!...

Le cose parevano incamminate il meglio del mondo in favore del nostro
povero Antonio, quand'ecco la sua cattiva stella, per rovinarlo,
mandar in iscena un nuovo personaggio: il signor Grisostomo.

Era un uomo grande, grosso, a lunga barba nera, a spalle quadre, a
faccia e modi volgari, non privi d'impertinenza. Entrò con una certa
padronanza, e gettò intorno uno sguardo scrutatore.

--Oh, oh! quanto gente c'è qui! diss'egli di subito, senza nemanco
salutare. Evviva signora marchesa! La compagnia non le manca.

All'udire la voce di costui la vecchia aveva voltato ratto la testa
tremolante, e lo guardava con quegli occhietti spenti che parevano in
tal momento animarsi un poco.

--Ah siete qui buona lana? disse la marchesa. Sapevate ch'io stava
peggio, lo sapevate, e m'avete lasciata sola tutta la mattina.

E Grisostomo, venendo accosto alla padrona con molta famigliarità, e
rassettandole le robe ond'era coperta, ch'essa, nell'atto del rapido
voltarsi, aveva un poco disacconciate:

--Eh! sono stato fuori per suo servizio e dietro suo comando, sa bene?

--Sì, sì; mi ricordo.... ma siete stato tanto tempo!...

--Se ho tardato un po', disse Grisostomo, gli è perchè ho pensato bene
di fare insieme un'altra commissione in servizio di lei.

--Che commissione?

--Sono andato per que' cavalli più queti ch'essa desiderava alla sua
carrozza. Ho finito tutto, e di quest'oggi saranno nella scuderia.

La vecchia curvò il capo sul petto e d'infra le sue mascelle, che
masticavano col loro moto abituale, non uscirono che parole
indistinte.

--Eh lo sapeva io, s'affrettò a dire Lombrichi tutto sorridente,
deponendo a terra la cagnolina che teneva ancora sulle ginocchia; lo
sapeva bene che il bravo Grisostomo non poteva indugiare che per
servire la signora marchesa.

E tese amichevolmente la mano al domestico.

--Buon giorno, Grisostomo.

--La riverisco, signor dottore: poi girando di nuovo uno sguardo
all'intorno: ma dica un poco lei, non siamo in troppi qui dentro per
la quiete della signora marchesa?

A queste parole due persone arrossirono, Lisa e Vanardi.

--Ehm, ehm: rispose il medico guardandosi nello specchio; potrebbe
anche darsi.... certo che.... il troppo parlare e il troppo sentire a
parlare....

Lisa corse dalla marchesa, l'abbracciò amorevolmente e le disse con
caldo accento:

--Santola, vuole che io parta o che rimanga a farle compagnia?

La vecchia posò un momento il suo sguardo sul volto della figlioccia,
che stava lì innanzi e presso al suo; quelle sembianze giovanili ed
allora animate, quell'aria d'affetto che ne spirava, tornarono
piacevoli a mirarsi alla madrina.

--Rimani, rimani: rispose ella con qualche po' d'effusione. Mi fa
piacere il vederti, e tu vieni sì di rado!

Grisostomo fece una smorfia, e non ebbe neppure la cura di celare il
suo dispetto. Per isfogarlo si volse a Vanardi.

--E voi, gli domandò bruscamente, che fate qui, chi siete?

Antonio rispose non senza fierezza:

--Gli è alla signora marchesa che ho da parlare, ed a lei ho già dato
conto dell'esser mio.

--Oh, sentite che tono! esclamò il villano servitore imbizzarrito. Chi
vi ha introdotto?

Lisa già voleva intromettersi, ma a questo punto successa al
malavventuroso pittore una tanta disgrazia che la sua causa fu
compiutamente perduta. La cagnetta, posta in terra poc'anzi dal
dottore, s'era avvicinata ad Antonio, il quale, non badandole punto,
nel fare un passo indietro, calpestò con un piede una delle piote
podagrose della bestiola. S'elevò tosto un alto guaito; e la vecchia
si riscosse sulla sua poltrona, che più non avrebbe potuto fare se a
lei medesima avessero pestato un callo.

--Che cosa avete fatto a _Mimì_? Vieni qui, carina.... O Dio, come
zoppica!... Siete stato voi che me l'avete rovinata.... Insolente!
andate fuori... ch'io non vi veda più... Grisostomo, fate uscire
costui.

Antonio, senz'attender altro, si precipitò fuor della stanza con una
rabbia ed una vergogna nell'anima che Dio vel dica; già toccava
all'uscio del pianerottolo, quando Carlotta lo raggiunse, e in fretta
in fretta, senza dargli tempo nè a pensare nè a parlare, gli pose in
mano un involtino di alcune monete e gli disse:

--La vecchia è scema, Grisostomo è un birbone, ma la signora Lisa è un
angiolo; è lei che vi manda questo.

Ed ella era veramente, come diceva Carlotta, un angelo, quella brava
signora Lisa, cui que' tristi, uniti in empia lega, avevan fatto di
tutto per allontanare dalla presenza, non che dal cuore della
marchesa. Grisostomo non si mosse più dal fianco della vecchia fin che
la figliuola del capitano Biale rimase colà; ed ella in vero,
impacciata e infastidita dalla vista e dalle maniere di quel
tracotante, non tardò a partire.

--Signora marchesa, disse il cacciatore, quando appena fu fuori la
Lisa, il notaio oggi non può venire, ma verrà domani senza fallo.

--Il notaio! balbettò la marchesa, perchè cosa il notaio?... Ah! mi
ricordo. Ho da rifare il mio testamento. Volete proprio ch'io rifaccia
il mio testamento?... Oh poveretta me!... Ma ciò mi farà morire....
Ah, mi sento male, sapete Grisostomo.--E diffatti dopo poche ore la si
pose a letto colla febbre.

Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, che era il lunedì, Selva e
Vanardi si recarono a Valnota, e per una strana combinazione, che
pareva un aiuto della Provvidenza, trovarono che Orsacchio erasi
partito di là, per una misteriosa gita alla capitale. Matteo, tuttavia
riconoscente al pittore delle generose mostre d'interesse che ne aveva
ricevute, non pose ostacolo a che egli vedesse la signora della
palazzina, ed Anna, dietro i cenni di Antonio, si recò da Gina a
prepararla a riceverlo.

La infelice, ancora affranta dall'ultima crisi passata, era del corpo
più inferma, ma quasi del tutto in senno, come da lungo tempo non era
stata. Accolse Anna con un amichevole sorriso.

--Ho udito il baroccio a partire, diss'ella: _egli_ s'è dunque
allontanato... Sono sola!... Quanto tempo starà?

--Credo tutta la giornata.

Gina trasse un sospiro di sollievo.

--Signora, rispose la ragazza esitando, c'è qui un cotale che vorrebbe
parlarle.

--Parlarmi! esclamò la misera. A me! Ma non c'è nessuno che venga a
parlarmi. E chi ci verrebbe?... Non ho più alcuno al mondo io che si
ricordi di me....

--Sì, signora, disse Anna dolcemente. C'è ancora qualcheduno che si
interessa per lei... Qualcheduno ch'ella ha conosciuto in altri tempi.

Gina si riscosse tutta e si gettò ratta giù del sofà, su cui giaceva.
Pigliò le mani della giovane e lo strinse forte; poi guardandola con
occhio ardente dimandò ansiosa, agitata, tremante:

--Chi?... oh, chi?... Rispondi!... Sarebbe?... O Dio! o Dio!...

E la sua faccia s'illuminò d'un lampo di gioia sì eccelso che Anna ne
fu, come dire, abbagliata. Ma sparì tosto; il volto di lei tornò
all'espressione di profonda mestizia, e lasciandosi ricadere sul sofà
mormorò:

--È impossibile, è impossibile... Sono folle.

Antonio, che non poteva più stare alle mosse, s'inoltrò pianamente:
Gina vide l'ombra d'un uomo, trasalì, alzò vivamente la testa, quasi
per un miracolo riconobbe di subito chi ei si fosse. Sorse di scatto,
gettò un grido, si slanciò verso di lui, cadde nelle sue braccia
esclamando:

--Siete voi!... E Adolfo? e Adolfo?... Parlatemi di Adolfo.

Vanardi non aveva parole fatte a rispondere. Le lagrime gli cascavano
silenziose giù per le guancie. E' guardava quella misera donna così
dal dolore distrutta, e una massima compassione l'occupava.

Ella sollevò il volto verso quello di lui, lo guardò un poco, e poi
disse con un accento in cui parevano lottare la ragione e la pazzia:

--Voi piangete!... voi piangete!... E perchè?

Ad un tratto si spiccò vivamente da lui e mandò un grido:

--Ah! egli è morto!... È dunque vero? Voi piangete Adolfo... Perchè
siete venuto allora?... Lasciatemi morir qui.

E si buttò sul sofà con disperato dolore, tutta la persona riscossa da
un penoso singhiozzo. Antonio le si inginocchiò presso e si pose a
parlarle: ciò che a quel punto gli dettassero la commozione e la pietà
non l'avrebbe saputo ripetere egli medesimo di poi. La donna si calmò
a poco a poco; ma il suo occhio era più smarrito e le sue parole più
sconnesse e più tronche.

--Siete venuto a recarmene novelle, disse; vi ringrazio... Alzatevi,
signore... S'accomodi, la prego... Mio marito è fuor di casa, ma non
tarderà... Potete dire ad Adolfo che ho da parlargli... Conviene che
s'allontani da me... Mi avevano detto ch'era morto... Non l'ho mai
creduto, sapete... Signor Vanardi, ella è suo amico intimo. Le parla
alcune volte di me?...

Antonio volle persuaderla a venir via con lui, ad abbandonare quel
luogo e fuggire il suo carnefice, ma non ci potè riuscire. Gina aveva
posto a quel luogo un materiale attaccamento, e spiccarsene non
poteva, e non volle. Antonio dovette lasciarla, e ritornare in Torino
con Selva, deciso a denunciare all'autorità Orsacchio l'uccisore
d'Adolfo.

Ad una stazione intermedia della strada da percorrersi incontravansi i
due treni, l'uno che veniva, l'altro che andava alla capitale. In
questa sosta di pochi minuti in cui i due treni si trovavano allato,
Vanardi, guardando per caso nell'altro treno, vide due occhi grifagni
che stavano fisi su di lui, e riconobbe la brutta faccia di Orsacchio;
bene si ritrasse egli vivamente all'indietro, ma era troppo tardi: il
marito di Gina l'aveva visto e riconosciuto ancor'egli.

La cagione che aveva menato Orsacchio in città era sempre quel
benedetto ritratto che egli voleva possedere ad ogni costo.
Informatosi se il pittore fosse in casa, e saputo dalla portinaia
ch'egli era assente, Orsacchio era salito al quartieretto di Vanardi,
ed alla Rosina aveva detto senza preamboli, additandole il quadro:

--Datemi questa tela e vi pagherò cinquecento lire....

La donna allargò tanto d'occhi.

--Cinquecento lire! ripetè essa.

Orsacchio scambiò la meraviglia di lei per irrisoluzione, e pressato
qual era di finirla, soggiunse:

--Seicento... ottocento, via, e non esitate più...

Rosina non esitò punto.

--Manderò a prenderlo domani o dopo domani. Lo consegnerete a chi ve
ne recherà il denaro.

--Mandi al mattino dallo dieci alle undici; a quell'ora mio marito non
c'è.

--Va bene.

Alla vista di Antonio che veniva dalla direzione di Valnota, un subito
sospetto entrò nell'animo di Orsacchio. Un istinto lo avvisò che gli
era per lui che quel maledetto pittore aveva fatto tal viaggio, che il
suo asilo era scoperto, e che contro di lui l'amico d'Adolfo avrebbe
eccitata la vendetta della legge. Provò una tal rabbia che dirlo è
nulla. Quel mondo ch'egli aveva con tanta cura sfuggito tendeva ancora
un braccio a ghermirlo.... Che fare? oh non si lascerebbe prendere.
Fuggire di nuovo, ramingar sempre, cercare un ancora più nascosto
ricetto in estera contrada!

Giunse a casa con un turbinio di siffatti pensieri pel capo che non
gli lasciavano requie. Andò diviato verso la camera di sua moglie, e
in quella che precedeva si arrestò e tese l'orecchio. Gina piangeva e
andava pronunziando tratto tratto con immensa effusione di affetto il
nome di Adolfo.

Al vedere entrare inaspettato il marito, la donna si drizzò pallida e
spaventata cessando immantinente dal piangere, quasi dal rifiatare.
Anna, che le era compagna, si ritrasse in un angolo timorosa ancor
essa.

L'uomo guardò intorno con occhi che mandavano luce di sangue. Indovinò
tutto. Incrociò le braccia al petto, si rivolse ad Anna, e
fulminandola con quel suo sguardo tremendo, le disse:

--Un uomo è entrato qui, quest'oggi, ed ha parlato a mia moglie.

Anna non ebbe neppure in pensiero di negare, curvò il capo e si
tacque.

--Uscite! soggiunse imperiosamente Orsacchio: e qui dentro non verrete
più.

La fanciulla partì, Gina guardava stupidita e non si mosse. Orsacchio
fece due o tre giri per la camera, poscia piantandosi ritto innanzi a
lei:

--Domani, le disse, noi ripartiremo.

E la lasciò sola.

Il domani infatti Orsacchio fu alla più vicina città, e verso sera ne
tornò con una carrozza a due cavalli di posta. Aveva messo in poche
valigie egli stesso tutto ciò soltanto che poteva dirsi
indispensabile; e quando le ebbe fatte caricare sul legno, entrò nella
stanza di Gina, e senz'altri preamboli le disse brusco:

--Venite.

La donna alzò il capo, guardò un poco il marito e parve tutto disposta
ad obbedire.

Orsacchio s'avviò primo verso l'uscio, ed essa lo seguì; ma quando il
suo piede ebbe tocca la soglia, Gina s'arrestò.

--Dove andiamo?

--Che v'importa saperlo? Noi partiremo di qui.

Ella indietreggiò.

--Partire di qui! esclamò. Non voglio.

Orsacchio la prese ad un braccio e ripetè più fieramente:

--Venite!

Ma ella, scrollando il capo, con una pacatezza da scema, rispose:

--No, no, non voglio... sto bene qui... sto molto bene... amo il mio
giardino... benchè ci sia la neve... ma la neve andrà via e torneranno
i fiori...

Il marito le strinse violentemente il braccio e accostando le sue
labbra all'orecchio di lei, quasi da toccarlo:

--Non obbligatemi a mezzi di rigore, le disse. Voglio essere ubbidito,
lo sapete.

La poveretta diede in uno scossone come chi da una placida quiete
venga improvvisamente turbato per un alto terrore. Mandò un grido, e
fece a sciogliersi dalla stretta della mano di lui.

--Lasciatemi, lasciatemi!... Ah, voi mi fate male... Lasciatemi stare
per carità.

La si dibatteva per divincolarsi; egli s'avviò verso la porta,
trascinandola a forza dietro sè: Gina gettava grida di spavento e
s'attaccava dall'uno all'altro a tutti i mobili della stanza.

--Tacete! tacete! le diceva sommesso il feroce.

--No, no, urlava essa: non voglio partire, voglio rimaner qui...
Uccidetemi piuttosto.

Orsacchio l'afferrò per le due braccia, la tirò violentemente a sè, la
strinse riluttante al suo petto, le pose innanzi al volto il suo
orribilmente contratto, e con accento crudelissimo le disse spiccato:

--Sì... come ho ucciso Adolfo.

Gina puntò le sue deboli braccia alle spalle di lui per rigettarsene
indietro, si dibattè per isciogliersi da quell'orribile amplesso, ma
le forze le mancarono a un tratto, e svenne.

Così priva di sensi ei la portò sollecito nella carrozza.

--A Torino, diss'egli al postiglione: e di galoppo.

Quindi si slanciò nella vettura che partì di furia.

L'infelice donna abbandonava quella casa come c'era arrivata, svenuta.



XXIV.


Due giorni dopo, era il mercoledì, Antonio, che non poteva pagare il
padrone di casa non ostante la dilazione, si vedeva in giudizio
condannato al pagamento mediante lo staggimento e la vendita delle sue
poche robe.

Vanardi, che il giorno prima erasi tutto occupato per Gina,
presentando all'autorità competente una sua denuncia contro Orsacchio,
ora pensò di tornare agli uffizii del signor Bancone a ricevere da
Gustavo Pannini la promessa risposta.

Vedendo uscire il marito per tempo, Rosina si rallegrò molto; perchè
essa aspettava ogni mattina l'acquisitore del quadro, il quale venisse
a pigliar questo ed a recarne il prezzo, e assai si turbava al
pensiero che in tal momento Antonio si trovasse in casa.

Vanardi camminava inquieto alla volta del palazzo del banchiere. Era
l'ultima sua speranza, era l'ultimo filo di salute; se quella riesciva
a non altro che ad un disinganno, se questo gli si rompeva tra mano,
egli era senza redenzione perduto. La sua famiglia sarebbe stata
cacciata sulla strada, e il freddo e la fame si sarebbero disputato a
chi più tosto l'avrebbe morta.

Introdottosi nell'afa calda di quegli ufficii, dov'era già penetrato
una volta, Antonio si ricordò che il meno scortese di tutti colà
dentro era stato il cassiere; epperò tirò dritto sino allo
scompartimento di lui, e venuto alla cancellata, dimandò:

--Ci sarebbe il signor Pannini?

Il cassiere sussultò come se gli avessero dato all'impensata un forte
pizzicotto.

--Pannini! gridò egli con accento tra la meraviglia e l'indignazione.
Voi cercate di Pannini?

La fronte stretta del brav'uomo aveva una certa ruga che poteva
credersi volesse significare severità e corruccio, e gli occhi di
vetro del buon cassiere avevano una certa fissità a cui se si fosse
potuto attribuire un'espressione, si sarebbe detto esser quella del
dubbio e del sospetto.

--Sì signore: aveva risposto Antonio.

Il signor Busca parve meditare una qualche cosa importante da dire, e
come meglio dirla; ma due minuti di riflessione evidentemente
profondissima non gli valsero che a trar fuori la seguente richiesta:

--Sapete voi dove sia Pannini? Ne avete voi novelle?

Fu per Antonio la volta di mostrarsi meravigliato.

--Eh no! esclamò: se vengo qui a cercarlo....

--Qui! qui! proruppe il signor Bernardo; ma non sapete dunque niente
voi? Ah! quel birbone certo non metterà più i piedi qui dentro, a meno
che due carabinieri ve lo menino.... Il ladro è lontano chi sa
quanto!... È scappato chi sa dove!... Lo scellerato ci ruba dai
cencinquanta ai dugento mila franchi.

Vanardi cadde dalle stelle. Oh sì che adesso poteva servirgli la
protezione di quel tale per entrare negli uffizii della banca! Si
partì di là disperato del tutto, persuaso che oramai per lui non c'era
più scampo di sorta, e la sciagura lo voleva senza riparo nel fondo
della miseria.

S'avviò per tornare a casa che non aveva più la testa a segno; ed
entrò nel suo camerone sui tetti colla faccia d'un Amleto che si
apparecchia a dire il famoso monologo. La Rosina, che da un momento
all'altro aspettava chi venisse a pigliare il quadro, si stupì
sgradevolmente e si stizzì maledettamente del così sollecito ritorno
del marito. Egli entrò nel secondo scompartimento della stanza e si
buttò a sedere senz'aver pure il coraggio di parlare; essa cercava
modo di mandarlo via di nuovo, quando venne a turbarla per l'affatto
un picchio dato all'uscio.

Era il padrone d'un piccolo e riposto albergo a cui Orsacchio,
arrivato il mattino, era andato a pigliare stanza sotto un supposto
nome. Per non abbandonare la moglie egli aveva pregato il locandiere
di recarsi colà, a quell'ora, ed alla donna dare i denari ritirandone
il quadro; che se ci trovasse il marito fingesse uno sbaglio, non
parlasse di nulla e se ne venisse via tosto tosto.

L'albergatore, che non era de' più furbi, entrato, e non visto innanzi
a sè che la Rosina, credette poter parlare senza più cautele.

--Siete voi la moglie del pittore Vanardi?

--Sì signore.

--Bene: vengo per quel certo quadro che avete venduto l'altro jeri, e
qui ci sono i denari.

Antonio udì queste parole e saltò fuori con impeto di dietro il
paravento; l'oste rimase in asso, guardò la donna, la vide farsi
bianca bianca, poi rossa rossa di volto, capì che l'aveva sgarrata e
non pensò ad altro che a battere in ritirata.

Se Vanardi fosse stato in chiaro dei patti, chi sa se l'assoluto
bisogno non l'avrebbe fatto cedere: ma egli non dovette nemmanco
cimentarsi con siffatta tentazione, perchè l'oste che ricordava le
pressanti raccomandazioni del suo committente di non dir nulla al
marito, accortosi che giusto quest'esso gli stava dinanzi, non attese
altro, e già era fuor dell'uscio che Antonio aveva ancor da aprir
bocca.

Marito e moglie si trovarono a fronte e si guardarono tra impacciati e
stizzosi. Ma nella Rosina non fu tarda a dominare del tutto la stizza;
ne nacque una lite del diavolo, in cui anche il marito, che aveva
l'anima per traverso, fece la parte sua, e che finì colla partenza di
Antonio il quale, dato di piglio al suo cappellaccio, fuggì
protestando che piuttosto che vivere con un basilisco simile di donna
gli era più caro qualunque caso, mentre la Rosina gli gridava dietro
che il fistolo lo portasse; sapete bene, i soliti spropositi che fa
dire la collera e che a sangue raffreddo pare impossibile si sieno
potuti dire.

Antonio girò lungamente pei viali fuor di città come una mosca senza
capo. Ad un punto si lasciò cadere sopra un panca, e coprendosi colle
mani la faccia si domandò con infinita angoscia dell'animo:

--Ed ora che cosa debbo fare?

Di botto mandò un'esclamazione, fece un trasalto e si battè la fronte
come uomo a cui si affaccia l'inspirazione d'un'idea. Si frugò in
tutte le tasche finchè da quella del petto nel soprabito trasse fuori
un giornale ripiegato: era quello che parecchi giorni prima gli avea
imprestato messer Agapito, perchè facesse leggere alla moglie il
pietoso caso di quel povero diavolo che non sapendo più come
provvedere alla sua famiglia s'era buttato nel fiume. Dopo il luttuoso
avvenimento, narrava il giornale come la carità dei concittadini si
fosse desta ed avesse provvisto agli orfani ed alla vedova del
disgraziato.

Vanardi lesse e rilesse quell'articoletto; si vedeva che ci faceva su
delle meditazioni profondissime; ma in mezzo alla serietà del suo
aspetto passava tratto tratto un lampo di malizia, quasi di buon
umore. Dopo una buona ora di siffatta meditazione, ripiegò
accuratamente il giornale, lo ripose in tasca, s'alzò e si diresse
verso l'abitazione di Giovanni Selva.

Questi era eziandio molto conturbato ed afflitto a cagione
dell'orrenda disgrazia avvenuta alla famiglia del signor Biale,
disgrazia che vi racconterò nel capitolo venturo; ma alla vista della
desolazione impressa sul volto di Vanardi obliò tutto il resto per non
darsi cura che di lui.

Il pittore espose come quella medesima disgrazia della famiglia Biale
togliesse anche a lui ogni speranza, raccontò la scena avvenuta colla
moglie e finì per confessare che aveva presa una grande risoluzione.

--Quale? domandò con inquietudine Selva.

Antonio mostrò all'amico l'articolo del giornale che glie l'aveva
ispirata, e soggiunse:

--Un uomo, perchè il mondo lo soccorra e i nemici lo perdonino,
conviene che muoia... Io non ho che un mezzo per ridurre mia moglie un
agnellino, per fare che mio zio torni un padre ai miei figli, perchè
tutto si aggiusti in bene della mia famigliuola: e questo mezzo è
quello di morire.



XXV.


Se vi ricorda, gli era il lunedì a sera che Marone doveva recarsi da
Pannini per averne le sue novanta mila lire, e quel giorno medesimo un
agente di cambio era venuto a portare delle cartelle del debito
pubblico pel valore di sessanta mila franchi.

Ora quel giorno, Gustavo Pannini, infelicissimo nelle sue speculazioni
di borsa, doveva pagare dalle sessanta alle settanta mila lire di
differenza per la liquidazione di fin di mese. L'infelice era
disperato, e benchè non sapesse come trovarci un rimedio, aveva
pregato quell'agente a cui doveva pagare tal somma, quel cotal
Borgetti che ci avvenne d'incontrare in quegli uffici quando la prima
volta ci entrammo in compagnia di Antonio, di tornare verso sera che
in qualche modo avrebbe provvisto.

Pensò ad implorare il principale, e fattosi coraggio salì al piano
superiore dove il signor Bancone, tormentato dalla podagra, stava
sdraiato nella sua camera. Il milionario banchiere non lo lasciò manco
terminare; disse a Gustavo che gli era un babbuino ad aver giuocato al
rialzo, mentre egli, Bancone, aveva giuocato al ribasso: che quel
tanto e più cui Pannini perdeva era egli a guadagnarlo, e che non lo
avrebbe soccorso manco d'un centesimo per mostrargli ad essere più
accorto nell'avvenire: intanto pensasse a pagare, perchè in difetto
egli non avrebbe più tenuto nella sua banca un tale che non avesse
fatto onore ai propri impegni, altro che dargli il posto di primo
commesso; e con questa pillola confortativa, facendo smorfie orribili
per la gotta, lo congedò.

Pagare! come lo poteva Gustavo? Era dunque l'onore perduto e
l'impiego?.. In quella gli venivano ricapitate quelle tali cartelle
che ho detto. Se avesse potuto disporre delle medesime!... Cotal
pensiero si era appena affacciato alla sua mente che Borgetti
sopraggiungeva ad esigere la somma dovuta. Fu un atto più d'istinto
che di ragionamento. Gustavo prese quelle cartelle e le pose in mano
all'agente di cambio che lieto di vedersi così assicurato s'affrettò a
partirsi colla sua preda. Fu quando Borgetti era partito che Gustavo
si rese conto dell'azione che aveva commessa. Raccapricciò. Che cosa
direbbe al principale? che cosa allo suocero? sentì la testa dargli in
ciampanelle. Non c'era che un modo: partire, allontanarsi, fuggire. Ma
come, se non ne aveva manco i mezzi?... In quella ecco aprirsi l'uscio
e il signor Bernardo Busca, cassiere della banca, presentarsi con fra
mano alcuni sacchetti ed un grosso viluppo di biglietti di banca.

--Ecco le novanta mila lire richiestemi per questa sera. Vuole che le
riscontriamo insieme?

--Oh, non occorre: rispose Gustavo; le deponga costì, ed io glie ne do
tosto il discarico.

--Le cose in regola, disse il formalista cassiere. Potrei aver
commesso un errore nel contare, ed ella non deve accettare la somma
senz'esser certo del fatto suo. Verifichiamo.

--Lei non commette errori, signor Busca, ne son di là di sicuro. Pure,
se ciò le garba...

Il cassiere si pose a versare sulla scrivania i sacchetti di
napoleoni. Fu un'onda d'oro che coprì il tappeto verde, fu un suono
d'armonia seduttiva che, ripercossa dalle pareti di quel camerino,
destò, per così dire, il demone della voluttà del guadagno. A quel
rumore ed a quella vista gli occhi di vetro del cassiere rimasero quei
medesimi; ma le pupille di Gustavo s'accesero stranamente, mentre le
sue guancie impallidivano. Nel toccare, nel fare scorrere, nel
rammentare a pile quelle lucenti e tintinnanti monete, le dita del
giovane fremevano; con una tenacità carezzevole e desiderosa esse
palpavano i dischi metallici e la carta delle polizze di valore.

Quand'ebbero finito di contare, Bernardo rimise i napoleoni ne'
sacchetti, sovrappose l'una all'altra le polizze di banco, lasciò il
tutto lì dinanzi a Gustavo e si ritrasse.

Il marito di Lisa rimase solo. Solo? No: v'era colà dentro un tremendo
demone tentatore, e quei sacchetti e quei pezzi di carta esercitavano
sul suo spirito un funesto fascino irresistibile.

Lì avrebbe potuto avere i mezzi per fuggire: lì avrebbe potuto avere
almeno assicurata la sua esistenza avvenire... S'alzò e si pose a
passeggiare per la stanza agitato:

--Perduto ad ogni modo, lo sono: disse egli ad un punto, tanto vale
adunque...

S'arrestò e passò la destra sulla fronte madida di freddo sudore.

--Fra poco Marone verrà a pigliare i suoi denari... tanto meglio!.. Oh
venga presto...

In quella si picchiò all'uscio del gabinetto.

--Gli è lui, pensò Gustavo, il sogno è finito; e ratto il suo sguardo
corse al denaro, e, come un lampo, gli passò per la testa l'idea di
gettarvisi su, d'arraffarlo e fuggire per l'altra porta.

Fermò il viso, mandò un sospiro, e con voce non calma del tutto,
disse:

--Avanti.

Ci entrò, non Marone, ma la vecchia di lui fante.

Voi sapete che il giorno innanzi il padrone di casa di Antonio era
caduto giù dalle scale e s'era slogato una gamba; non potendo quindi
venire, mandava la serva con una sua lettera in cui, narrando la
disgrazia avvenutagli, pregava il signor Pannini a volergli recare a
casa la somma in discorso, che glie ne avrebbe fatta una fiorita
compitezza.

Negli occhi di Gustavo balenò una fiamma di gioia. Non fu riflessione,
fu come una trista ispirazione dell'inferno. Si mise alla scrivania, e
rispose a Marone, quella sera non poter egli rendersi alle brame di
lui, ma il domani senza fallo sarebbe ito col denaro. Piegò la carta,
vi pose il suggello e la diede alla fante la riportasse al padrone. La
sua mano tremava un pochino. Quando la donna fu uscita, il giovane,
pallido e cogli occhi sconvolti, corse al tavolo, abbrancò sacchetti e
involti delle polizze, serrò tutto fra mani, fra le braccia, al suo
petto, con febbrile passione.

--Tutto questo è mio, esclamò; fuggirò... Prima di domani a sera non
si saprà nulla... Andrò in America... Là in pochi anni mi farò ricco a
milioni... Ricco!.. ricchissimo!..

Pose nelle sue tasche l'oro e le carte di valore; tremava come
assalito dalla terzana: non era più in sè: uscì ratto e dovette
tornarsene indietro a prendere il cappello che dimenticava. Aveva
sulla faccia l'impronta più della pazzia che del delitto. Quando fu
nella strada vide passare una carrozza da nolo venturosamente vuota;
la chiamò, ci saltò dentro e diede l'indirizzo per a casa sua. Era
l'imbrunire e i lampioni delle strade cominciavano ad accendersi qua e
colà. A casa lo aspettavano pel pranzo. Nello scendere di carrozza
egli ci pensò. Con che viso sarebbe venuto innanzi allo suocero ed
alla moglie? E poi conveniva partire il più presto possibile, e che i
suoi, cercando di lui, non dessero l'allarme; e s'egli parlava loro di
partenza l'avrebbero oppresso di richieste e postolo troppo
agevolmente in imbarazzo. Tutto questo gli passò pel capo in un
baleno; e il suo partito fu preso di botto. Entrò dal portinaio e
chiese un fogliolino di carta: ci scrisse su poche righe in cui diceva
alla moglie, per ragione del suo ufficio aver egli da partir tosto e
star assente alcuni giorni, non volesse quindi darsi pena del non
vederlo, e lo scusasse anche presso lo suocero dell'allontanarsi così
senz'altri saluti, ma necessità lo voleva.

Diede la lettera al portiere perchè la recasse tosto su a Lisa, e
tornato nella carrozza ordinò al cocchiere lo menasse in fretta allo
scalo della ferrovia, da cui stava giusto per partire a quell'ora un
treno.

Al ricevere di quel biglietto, Lisa, col meraviglioso istinto di donna
amante, presenti che quella era una disgrazia; non sapeva capire come,
venuto fin sotto alla porta, Gustavo non fosse salito a darle almanco
un bacio d'addio. Passò una notte agitatissima ed insonne, e pareva,
tanta era la sua inquietudine, che ad ogni momento s'aspettasse lo
scoppio del fulmine che doveva distrarre ogni suo bene terreno.

E il fulmine precipitò verso mezzogiorno. Lisa e suo padre, dopo
l'asciolvere stavano nel salotto, quando una violenta scampanellata
risuonò dall'uscio dell'appartamento. Lisa, senza sapere il perchè,
sentì il suo cuore mettersi a palpitar forte. Si udì nella stanza
precedente il passo concitato d'un uomo ed una voce aspra ed affannata
che diceva:

--Non c'è?... È partito?... Voglio veder sua moglie... suo padre...
voglio parlare a qualcheduno, io!

Il signor Biale voleva andare a vedere egli stesso che cosa fosse,
quando la serva entrò di fretta.

--Gli è un signore tutto accalmanato, disse, che dimanda di sor
Gustavo, e vuole ad ogni modo venire innanzi.

--Introducetelo, comandò l'antico capitano.

In questo mentre lo sguardo di costui si posò sulla figliuola. Ella
era sì pallida e turbata ch'egli se ne atterri.

--Lisa, esclamò, c'è qualche cosa? che sai tu?...

--Niente, niente: ebbe tempo appena di rispondere la donna.

Il signor Bernardo, il cassiere di Bancone, si precipitava nella
stanza coll'impeto d'un masso che precipita giù da una china.

--Signora! gridò egli avanzandosi quasi minaccioso verso Lisa: dov'è
suo marito? Ho bisogno di parlargli, ho bisogno d'averlo qui subito.

Lisa confusa, quasi spaventata, non seppe nemmeno rispondere. Il
capitano, facendo un passo verso il nuovo venuto, disse con accento
asciutto e risentito:

--Signore, mio genero non è a Torino.

Busca si volse di scatto verso di lui.

--Ah, proruppe, il birbone è proprio scappato...

Il signor Biale gli troncò aspramente la parola.

--Chi siete voi? che modo è codesto? che impertinenza è la vostra?

E il dabbene Bernardo con tutto il calore di cui era capace:

--Chi sono? Sono il cassiere della banca a cui vostro genero ha
portato via cencinquanta mila lire.

A questa brutale sortita, Lisa cadde seduta, mandando un grido: Biale
indietrò come colpito a mezzo il petto da una botta.

--Signore! sclamò quest'ultimo: voi mi darete ragione di queste
parole.

Il cassiere contò senz'altro come la mancanza di Pannini dal suo posto
e quella delle cartelle del debito pubblico avessero già desto alcun
sospetto in Bancone; come una lettera di Marone avesse avvisato che
egli non aveva ricevuto i denari; come la misteriosa partenza di
Gustavo troppo confermasse i concepiti sospetti.

--È impossibile, è impossibile, disse Biale diventato pallido, che
pure sentiva entrare in suo cuore lo spavento che quella potesse
essere la verità.

Lisa si drizzò con impeto, presa da nuova energìa, e gettò le braccia
al collo del genitore.

--Sì, è impossibile: grida ella: oh! difendetelo voi, padre mio, non
lasciatelo calunniare il mio Gustavo. Egli è innocente, ne sono
sicura...

E la meschina ruppe in pianto.

--Sta di buon animo: le disse il capitano abbracciandola; sarà uno
sbaglio che tosto si metterà in chiaro... Io vengo con voi, signor
cassiere: voglio parlare al vostro principale.

Ed abbracciata amorosamente la figliuola, partissi tosto col signor
Bernardo.



XXVI.


Bancone soffriva della podagra anche più del giorno precedente; e il
fatto della fuga di Gustavo l'aveva mandato in un'irritazione da non
dirsi.

Bernardo entrò primo nel gabinetto del banchiere.

--Ebbene? dimandò Bancone appena lo vide: quel mariuolo ce lo menate
voi qui per le orecchie?

--Egli è fuggito davvero: rispose Busca, coll'aria mortificata d'un
segugio che si lasciò scappar la lepre.

Bancone mandò una grossa bestemmia da scandalizzare un vecchio
caporale.

--Ma c'è qui suo suocero: continuò Bernardo.

--Suo suocero! esclamò il banchiere. E che cosa m'importa dello
suocero? Andate a chiamare l'assessore di pubblica sicurezza.

Biale s'avanzò.

--Un momento, di grazia, diss'egli con nobile accento: la prego.

Bancone mirò il volto pallido e commosso del capitano: quelle
sembianze severe ed oneste gli imposero.

--Che cosa la mi vuole?

--Prima di gettare il disonore sopra un nome ed una famiglia si
compiaccia riflettere.

--Riflettere! proruppe Bancone trasalendo sulla poltrona: e intanto il
merlotto se la batte col bottino... Fossi matto!

--Ma se fosse un equivoco?

--Non c'è equivoco: la cosa è chiara come il sole....

E raccontò al capitano come Gustavo giuocasse alla borsa, avesse
perso, avesse pregato lui di soccorrerlo, e si fosse soccorso poi
colle sue mani, rubando.

L'infelice padre di Lisa sentì la vergogna affogarlo; con voce che
stentava ad uscir dalla gola, disse allora:

--Ebbene, la prego in nome della carità a voler soprassedere... Pensi
che vi sono degli innocenti.

--Penso che ci perdo centocinquanta mila lire: interruppe ruvidamente
il banchiere.

--Signore... tutto quello che ho son pronto a dare per indennizzarla.

--Eh si, parole! Il suo patrimonio è egli bastevole a ciò?... Non ne
so niente io, e non voglio perdere tempo in inutili incombenti.

Biale non pregò più. La pena che l'opprimeva era incredibile. Una
vergogna dolorosa, più che parola umana possa esprimere, gli gravava
l'anima eletta; il rossore, senza colpa, gli faceva abbassare quella
nobile fronte che sino allora aveva portata alta innanzi a tutti, nel
fuoco delle battaglie, nelle vicende della vita civile.

--Faccia a sua posta, diss'egli con dignità. Eseguisca lei ciò che
crede suo diritto, io non mancherò di fare quel che penso mio dovere.

E fatto un leggiero inchino se ne partì, la morte nell'animo, ma fermo
tuttavia nel viso.

Con quanta impazienza Lisa attendesse il ritorno di suo padre è più
facile immaginare che dire. Quand'egli giunse si precipitò verso di
lui, e venne a cadere fra le sue braccia.

--Gustavo è innocente, esclamò ella. Non è vero che Gustavo è
innocente?

--Voglio ancora sperarlo, rispose il padre, non osando dire la
tremenda verità: ma intanto conviene tosto provvedere che niuno pel
fatto suo abbia danno. Tutto ciò che io posseggo è tuo, sei tu pronta
a sacrificarlo?

Lisa non lo lasciò terminare.

--Tutto, tutto, diss'ella. Purchè Gustavo sia salvo... e torni
presto... O cielo! s'egli non avesse a tornar più?

Intanto l'autorità a cui s'era sporta denunzia avvisava per telegrafo
tutte le stazioni di carabinieri, lungo la linea di ferrovia per cui
si appurò essere partito Gustavo, perchè si cercasse del fuggitivo e
lo si arrestasse.

Un giorno solo era trascorso e la povera Lisa pareva aver passati anni
di dolore: anche suo padre era disfatto e scoraggiato. Il bravo uomo
già aveva date tutte le disposizioni per vendere il suo piccolo avere,
e si addolorava forte perchè non bastasse a pagare l'intiera somma da
Gustavo derubata.

Verso le dieci ore padre e figliuola furono riscossi dal suono del
campanello. Questa volta era Carlotta, la cameriera della marchesa di
Campidoro, che domandava sollecita di parlare alla signora Pannini.

Venuta innanzi a Lisa ed al capitano, la giovane cominciò a chiedere
scusa del presentarsi così di suo capo, non mandata da nessuno, ma
soggiunse non averci potuto resistere, aver ella troppo interesse e
troppa simpatia per la buona signora Lisa da vedere con indifferenza
la solenne birbonata che si voleva compire a danno di lei. Pregata di
spiegarsi, raccontò come da un pezzo ci fosse intorno alla marchesa
una gara fra Grisostomo, il curato, il dottor Lombrichi, il signor
Marone e il cavalier Salicotto a dar la caccia all'eredità dei
Campidoro: che negli ultimi giorni i fili s'erano venuti stringendo,
che fattasi una lega fra tutti, escluso Salicotto, cui avevan trovato
modo di levare ogni considerazione nello spirito della marchesa mercè
la storia narrata dal dottore del modo di governarsi di quel tale
verso suo padre, aveano deciso di spartirsi fra loro la torta; che da
un po' di tempo stavano a' panni alla marchesa perchè rifacesse dietro
loro intenzione il suo testamento, che per una ragione o per l'altra
non ci avevano mai potuto riuscire, ma che di quel giorno medesimo,
premendo la cosa perchè la vecchia era molto giù, si voleva finire la
bisogna. La buona Carlotta pertanto veniva ad avvisare la signora Lisa
perchè accorresse subito presso la santola, la quale vedendola o non
avrebbe più fatto il nuovo testamento od almanco non ci avrebbe più
dimenticata la figlioccia, come quei brutti musi la volevano indurre a
fare.

Detto ciò, la buona ragazza scappò tosto per tornare a casa prima che
la sua mancanza vi fosse avvertita.

Padre e figlia rimasero senza parlare per un po': Lisa aveva sentito
che il suo dovere era di accorrere ad assistere la santola che stava
male, ma ora il suo cuore era preso da tanto affanno che non aveva
risoluzione e coraggio a pur pensare ad altro che quello non fosse: il
capitano appariva preoccupato assai. Fu egli finalmente a rompere il
silenzio.

--Conviene tu ci vada dalla marchesa, prima perchè è tuo debito,
poi...

Ristette come se le parole che avevano da seguire gli fossero penose
da pronunziare, e in vero non fu senza sforzo ch'egli soggiunse:

--Perchè se tua matrina ti volesse favoreggiare, ciò ne gioverebbe
assaissimo...

Arrossì come uomo in colpa e s'affrettò a soggiungere:

--Non già per noi... ma per poter riparare a tutto... il danno fatto
da Gustavo.

Lisa non rispose parola, ma diede in una esclamazione, e corse a
vestirsi.

Dieci minuti dopo, ella era pronta ad uscire quando la sorte le mandò
un ostacolo ad impedirnela. Era l'autorità giudiziaria che si
presentava per procedere ad una perquisizione domiciliare.

La brava Carlotta intanto aspettava l'arrivo di Lisa a casa della
marchesa con vera impazienza. Ma il tempo passava, ed ecco alle undici
il notaio arrivare ed essere introdotto tosto nella stanza
dell'inferma, dove già erano il curato ed il dottore. La signora
Pannini non s'era ancora fatta viva.

La stanza dell'inferma era in una oscurità quasi completa; nel fondo
giaceva la vecchia in un letto suntuoso, cortinato di seta, e il
macilento di lei corpo si perdeva affatto sotto le coperture, come il
capo quasi scompariva in mezzo dei guanciali di piuma a cui
s'appoggiava. Presso al letto stavano il parroco ed il medico: in un
angolo della stanza un tavolino con sopravi carta, penne, calamaio,
bastoncini di cera lacca ed una candela accesa, con un coprilume opaco
che non ne lasciava spandere i raggi all'intorno.

Appena entrato col notaio, Grisostomo andò innanzi, e s'avvicinò
sollecito alla giacente dalla parte del letto verso la parete.

--Il notaio è qui finalmente: diss'egli.

Non s'udì risposta alcuna dell'ammalata.

Il dottore col più lezioso de' suoi sorrisi sulle labbra s'accostò al
notaio che stava là piantato, senza vederci ancora distintamente in
quella oscurità, e gli disse:

--Lei avrà già preparato l'atto?

--No, signore.

--La sarebbe stata più spiccia. Pazienza! S'accomodi qui e lo rediga
subito, chè la signora marchesa desidera far presto.

Egli accennava il tavolino col lume.

--Scusi, disse il notaio, ma per ragione del mio ministero, mi bisogna
parlar prima colla cliente.

S'avvicinò al letto. I suoi occhi già avvezzi a quella poca luce
videro l'ammalata che già pareva morta, cotanto era gialla e senza
espressione nel volto: aveva però gli occhi larghi e quasi inquieti.

--Riverisco, signora marchesa, disse il notaio, come sta?

Grisostomo si chinò verso la giacente.

--È il signor notaio ch'ella aspettava sin dall'altro ieri.

E la marchesa guardando stupidamente il notaio si pose a balbettare:

--Testamento... testamento... ho da fare testamento.

Il dottore fu lesto ad interpretare quelle parole al notaio.

--La sente? Dice che ha mandato a chiamar lei per fare testamento.

--Eccomi ai suoi ordini: disse il notaio parlando alla marchesa.
Questa e proprio la sua decisa volontà?

Grisostomo fissò con sì intentiva insistenza i suoi sguardi sulla
vecchia, che gli occhi di costei, come per influsso magnetico, furono
attirati a quelli di lui e parvero attingervi alcuna maggiore
intelligenza.

--Grisostomo, balbettò ella con fievolissima voce, dite voi, fate
voi.... Ho sete, datemi da bere.

Il domestico passò il suo braccio sotto ai tanti cuscini che reggevano
il capo dell'inferma e ne la sollevò pianamente; Lombrichi gli porse
un bicchiere, e Grisostomo messolo alle labbra della vecchia, vi
lasciò cadere a goccie la bevanda. Poi la rimise giù adagino e le
riassettò intorno al collo le coltri.

Il notaio riprese a domandare:

--Che sorta di testamento vuol ella fare signora marchesa? pubblico o
segreto?

--Segreto, segreto: rispose il curato che non aveva ancora detto
sillaba, e presa d'in sul tavolino una carta ripiegata in quadrato e
chiusa da più sugelli di cera lacca, la porse al pubblico uffiziale:
ed eccolo qui.

--Va bene, disse il notaio, ma bisogna che sia la marchesa stessa che
me lo consegni, dichiarandomi espressamente in presenza dei testimonii
che quello è il suo testamento.

Grisostomo si curvò di nuovo verso la giacente, e fissandola con
un'espressione che quasi poteva dirsi di comando, le disse:

--Ha udito? Bisogna che sia lei a dar nelle mani del notaio il
testamento.

La marchesa volse al _cacciatore_ i suoi occhi fatti quasi sgomenti e
ripetè con voce tremolante:

--Testamento!... testamento!... O Dio! Ho proprio da morire?

Il domestico si chinò vieppiù sull'ammalata, e le disse all'orecchio:

--No, anzi.... ciò le vorrà far del bene.

Il curato entrò in mezzo anch'egli.

--La nostra vita è nelle mani di Dio; e felice colui che è in ogni
modo preparato a comparirgli dinanzi.

Il medico fu lesto a temperare l'effetto poco rassicurante di queste
parole.

--Grisostomo ha ragione, diss'egli. Quando la si sarà tolto questo
fastidio, più tranquilla d'animo, la vorrà stare assai meglio.

--Sì?... Allora.... fate voi Grisostomo.... dite voi.... E mi si lasci
la pace.

Furono introdotti i servi che dovevano servire da testimoni;
Grisostomo trasse fuori dalle coltri il braccio destro della marchesa,
levò dalle mani del curato la carta ripiegata, e la pose nella destra
dell'inferma, poi le disse:

--Ecco: dia questa carta al signor notaio e gli dica: Questo è il mio
testamento.

La marchesa ubbidì come una macchina; e il notaio, ricevuto il plico,
andò al tavolino preparatogli e ci sedette a scrivere l'atto.

In quella un po' di rumore ed alcune parole scambiate nella stanza
vicina attrassero l'attenzione di Grisostomo; gli parve udire fra le
voci che parlavano quella di Lisa, ed accorse sollecito. La figlioccia
della marchesa stava proprio per entrare spinta da Carlotta.

Lisa, tostochè libera, erasi affrettata a giungere in quel punto.

--Presto, presto, le aveva detto Carlotta che era andata ad aspettarla
in anticamera; forse la è ancora in tempo.

E, prendendola, l'aveva menata sollecitamente fino all'uscio della
camera da letto della padrona. Ma colà ecco mettersi innanzi a loro un
servo che, d'ordine del signor Grisostomo, aveva da impedir l'entrata
a chicchessia. Carlotta volle persuaderlo, Lisa si mise a pregarlo, e
Grisostomo comparve in quella.

--Che cos'è? diss'egli, lanciando uno sguardo da basilisco su
Carlotta.

Costei capì che per essa la era rotta affatto col _cacciatore_, e che
perciò tanto valea la lotta aperta.

--C'è che la signora Pannini vuol vedere sua madrina, e niuno glie
l'ha da impedire: diss'ella con un coraggio eroico.

Grisostomo si volse al servo.

--E tu panbianco, che cosa facevi costì?

--Io le ho detto subito che in questo momento non si poteva entrare:
rispose il servo.

E Grisostomo, burbero, senza però guardare in faccia la signora Lisa:

--Nè in questo momento, nè mai.

La moglie di Gustavo fece un passo innanzi, e con dignitosa fierezza
proruppe:

--Che vorreste voi dire, Grisostomo?

--È l'ordine della signora marchesa, rispose costui guardando sempre
di sbieco, quasi non osasse fissare in volto la signora.

--È impossibile, esclamò Lisa con isdegno: voi mentite.

--No, signora: rispose Grisostomo stizzito; la mia nobile padrona ha
detto...

Esitò un momentino; ma poi, come ripreso coraggio, soggiunse
spiccatamente:

--Che non la voleva più accogliere in casa sua la moglie di un ladro.

Lisa indietreggiò, si fece bianca come un cencio e mandò un grido,
come se un acuto dolore l'avesse sovraccolta improvviso; poi
barcollante andò verso la più vicina seggiola e vi si lasciò cadere
priva di forze.

--Andate là, che siete proprio un villanaccio: esclamò Carlotta, e si
affrettò a soccorrere la povera Lisa.

L'uscio della camera della marchesa si aprì e il dottore Lombrichi
porse in fuori la testa.

--Grisostomo, diss'egli: venite, si tratta di farla sottoscrivere.

Lisa partì, come potete pensare, per non tornare mai più in quella
casa.

Mezz'ora dopo Grisostomo cercava di Carlotta, ed avutala a sè, le
diceva:

--La signora marchesa, nel suo testamento, ha lasciato una buona somma
a tutti i servitori maschi e femmine che si troveranno in sua casa il
dì della sua morte; voi, mia cara, non godrete di questo vantaggio,
perchè da questo giorno medesimo voi andrete fuori... E ci avrete
guadagnato codesto a voler fare la generosa protettrice d'altrui.

Pochi giorni dopo la marchesa di Campidoro moriva. Aperto il suo
testamento si trovava ch'ella aveva lasciato erede la Congregazione di
Santa Filomena coll'obbligo d'una rendita annuale al parroco per tante
messe e per largizioni ai poveri; e che a Grisostomo aveva assegnato
un legato vistosissimo col patto di mantenere ed aver cura della
cagnolina _Mimì_, ed al dottor Lombrichi un lascito considerevole.
Alla sua figlioccia un legatuccio di cinquemila lire.

Salicotto, dimenticato per l'affatto, scrisse un articolo di fuoco
contro le mene dei clericali captatori di eredità.



XXVII.


Sono passate oramai ventiquattr'ore da che Vanardi è uscito per
disperato di casa sua, e Rosina non l'ha più visto ritornare. Nella
buona donna, di cui vi ho già detto più volte che l'indole era
eccellente, non aveva tardato molto a svanire del tutto la collera che
l'aveva spinta alle troppo male parole contro il marito; onde la s'era
pentita forte, e la paura l'aveva assalita potentissima che Antonio,
irritato di soverchio, non ponesse in atto la minaccia di tornar più.

La notte angosciosa ch'ella passò nella vana attesa del marito aveva
servito sempre meglio a macerarle per così dire l'animo ed ammollirne
la tempra. Quando la prima luce del mattino la sorprese, levata
ancora, tutto freddolosa, gli occhi rossi dal piangere, il pentimento
l'aveva così conquisa ch'ella proponeva, giurandolo a sè stessa,
d'essere d'ora innanzi pel marito una vera pasta di zuccaro.

Verso le dieci, ella ode il rumore di parecchi passi nel corridoio
delle soffitte; alza vivacemente la testa; ma sono in più, e con chi
verrebbe egli Antonio, se fosse lui? Richina la testa scoraggiata;
eppur sì, tutti quei passi si sono fermi all'uscio del camerone. O
cielo! ci picchian dentro. Un forte palpito la colse. Fosse avvenuta
disgrazia ad Antonio! e glie lo recassero allora sanguinoso, ferito,
morto? Si ripeteva il picchiare. Rosina andò ad aprire, e si trovò in
faccia quattro uomini sconosciuti, vestiti di nero. Erano il
segretario della giudicatura, uno scrivano, un usciere ed un pubblico
estimatore che venivano, dietro sentenza del giudice, sulle istanze di
Marone, a _procedere agli atti esecutivi in odio_ di Antonio Vanardi.

Rosina all'annunzio che glie ne diè il segretario, sentì mancarle il
cuore: sola com'è, vedersi prendere le poche robe e cacciata fuori di
casa coi bimbi!... Si mise a pregare, scongiurare piangendo; e il
segretario intenerito le dichiarò con evidente rammarico che la
volontà del bigotto padrone di casa era irremovibile, e che a loro non
toccava che fare il dover loro.

Ma s'era appena incominciato, quand'ecco un susurro nel corridoio di
gente che veniva, e poi tosto entrare una frotta, a capo la quale
erano Selva, lo speziale Agapito, il filantropo Salicotto, la
portinaia e suo figlio, e dietro loro il pizzicagnolo della strada, il
panattiere, il carbonaio, tutti i creditori di Antonio, e quasi tutti
gl'inquilini della casa.

Ed ecco come avveniva che tutta quella gente fosse lì.

Messer Agapito, si teneva sul passo della porta di sua bottega,
secondo il solito. A dire tutto il vero, la noia lo possedeva e lo
faceva sbadigliare. Da parecchi giorni era succeduto un cambiamento
nella sua vita che non tornava affatto a suo vantaggio: al vecchio
egoista mancava qualcheduno da tormentare. La partenza di Anna gli
aveva tolto un docile soggetto e sempre lì sotto mano da punzecchiare
ad ogni volta gli saltasse mattana: e ciò lo crucciava molto, il
brav'uomo ch'egli era.

Tornato a casa quel dì, e trovato in luogo della nipote un biglietto
che lo avvisava essere ella decisa a levargli il fastidio e il peso
della sua carità per essa, e volersi restituire al villaggio a vivere
miserissimamente del suo lavoro, Agapito aveva incominciato per
gridare all'ingratitudine ed alla perversità di quella bertuccia, per
cui egli aveva fatto cotanto; poi tosto se n'era anzi rallegrato,
dicendosi che la era un carico per lui, che la non era buona da
niente, e tanto meglio l'esserne disimpacciato. Ma ecco che a luogo di
Anna era pure stato costretto a prendere una fante; e questa conveniva
pagarla, per quanto meno egli volesse spendere, sempre di più della
nipote, a cui non dava la croce d'un centesimo: e la serva non era
acconcia a soffrire tutti gli umori e tutte le mattie del vecchio
speziale, ma alle aspre di lui parole rimbeccava di santa ragione, e
per poco egli volesse imporne la era subito pronta a piantarlo in
asso, senza più un cane che lo servisse. Epperò egli nel suo segreto
di belle volte lamentava già non poco la mancanza dell'_ingrata_
nipote, e andava macchinando come richiamarla all'ovile.

Ed erano di cotali pensieri che gli frullavano nella mente quella
mattina di cui vi discorro; quando Selva presentatoglisi tutto turbato
nel volto, disse che veniva appunto in cerca di lui, desiderando
parlargli.

Messer Agapito, tutto ingrognato, senza pur tentare di fare il menomo
gioco di parole, in tono grave, senza offrire a Giovanni d'entrare in
bottega, pescò nella sua tabacchiera di corno una presa, e rispose
esser pronto ad ascoltare.

Selva non mostrando d'accorgersi punto punto di queste maniere disse:

--È egli molto tempo ch'ella non ha visto il mio amico Vanardi?

Lo speziale diede in un leggier guizzo e i suoi occhi corsero
interrogativi e dubitosi sulla faccia di Giovanni. Dopo quella sua
certa scena colla moglie d'Antonio gli era sempre rimasto nell'anima
un salutare timore verso quest'esso ed ogni cosa che venisse da lui.
Rispose adunque con una certa diplomaticheria:

--Io?... Ma!... Non saprei nemmanco. Questa mattina certo di no...
Perchè mi domanda ella codesto?

--Perchè? riprese Giovanni con faccia sempre più contristata, perchè
temo una grande disgrazia.

La curiosità dello speziale fu sovreccitata di presente.

--Oh! esclamò egli cogli occhietti accesi e porse a Selva la scatola
aperta. Che cosa mai? che cosa mai? È accaduta qualche novità?

--Lei è un uomo di molta prudenza.

Agapito levò in alto la sua mano destra col pizzico di tabacco fra il
pollice e l'indice.

--Epperò ho voluto consigliarmi con lei: continuò Selva.

--Dica pure. Eccomi qua tutto ai suoi comandi. Che cosa è arrivato?

--Ella sa le misere condizioni di quel povero Antonio.

--Eh, eh! fece lo speziale, strabuzzando degli occhi, crollando la
testa ed agitando la mano.

--Ebbene, la miseria ha mandato quell'infelice a un disperatissimo
partito.

Agapito fece un piccol salto indietro.

--Misericordia! sclamò egli; ne ha commessa alcuna di grossa....

--Si è ammazzato.

Lo speziale mandò un grido di stupore.

--Ammazzato!?

--Tutto me lo fa credere....

Agapito senz'altro, aprì l'uscio a vetri della bottega e chiamò i
garzoni.

--Martino, Giannello, la sapete la novità? Oh che caso! oh che
caso!... Ne son tutto rimescolato... Chi l'avrebbe mai detto?

--Che è? che è? domandarono i garzoni venendo fuori.

--Il pittore Vanardi s'è ucciso.

Oh! Ah! esclamazioni da non dirsi.

La portinaia usciva in quella dalla casa.

--Ucciso chi? domandò ella accorrendo.

Poichè le fu risposto ella gridò e schiamazzò per cinquanta. Bastiano
suo figlio, venuto fuori anche lui ed udita la novella, corse a
propalarla nelle botteghe vicine: tutti accorrevano al fondaco dello
speziale.

--Il pittore! Ucciso? Possibile! Come? Quando? Perchè? Povero diavolo!
Povera moglie! Poveri bambini!

In un momento la strada fu tutta sossopra e già a piovere
interrogazioni e commenti intorno a Giovanni, che ottenuto poscia un
po' di silenzio ebbe campo finalmente ad esporre il fatto.

Narrò come la mattina precedente avesse ricevuto una lettera
dall'amico in cui questi diceva, che disperato aveva risoluto finirla
con un gran colpo e torsi alla sua miseria ed alla vista di quella de'
suoi: gli raccomandava pertanto la sua famiglia nell'atto che gli
mandava quell'ultimo addio. Selva, datosi premura di cercare di
Antonio sparito di casa, non aveva potuto raccogliere altra notizia
fuor quella che il misero era stato visto gironzare sulla sponda del
Po.

--Vi si è buttato: interruppe a questo punto Agapito; la cosa è
chiara. Precisamente come quell'altro di cui parlava il giornale
quindici giorni sono... Anzi, mi ricordo che son io che glie ne ho
dato da leggere la pietosa novella, la quale gli fece tanta
impressione che volle gli lasciassi quel foglio... che poi non mi ha
più restituito.

--È certo, disse uno, che da qualche tempo egli aveva un'aria affatto
sconvolta.

--Ci si vedeva in viso, aggiunse un altro, che macchinava qualche
doloroso proposito.

--Poveretto!

Fu un alto levarsi di compianto: il fornaio medesimo, lo stesso
pizzicagnolo, perfino il carbonaio, uno de' più accaniti fra i
creditori d'Antonio, protestarono che a preferenza vorrebbero
rinunziare ad ogni loro credito verso il misero pittore che udire una
siffatta disgrazia.

Ed ecco, mentre più fitto era il capannello e più animate erano le
chiacchiere, sopraggiungere un altro personaggio ad interrogare che
fosse: niente meno che il filantropo, democratico, socialista cavalier
Salicotto. Le esclamazioni ch'egli fece e i sermoni ch'ei ne tolse
occasione a tirar giù contro i ricchi e le ingiustizie sociali, non ve
li ripeto per non infastidirvi; ma vi basti sapere ch'ei ne ottenne
gli applausi e l'ammirazione di tutta quella poveraglia là radunata,
la quale, per la maggior parte, vedeva nelle miserie del pittore poco
su poco giù le proprie.

Quando s'era sul migliore di questi compianti, quando la compassione
era giunta al suo apogeo, ecco entrar nel portone della casa i quattro
uomini vestiti di nero che abbiamo già veduto penetrare nell'alloggio
di Vanardi. La portinaia li riconobbe per quel che erano, e indovinò
quello per cui venivano; e figuratevi se la poteva rimanersi dal
dirlo! Allora fu un susurro pieno di minaccie e d'improperii contro
quel bigotto impostore, baciapile e succiapoveri di Marone, a cui
accollavano ogni peggiore appellativo: e tutta quella gente, la quale
mezz'ora prima, per avere il fatto suo, avrebbe voluto fare il
medesimo a danno del povero Antonio, ora pareva pronta, in difesa
della famiglia di lui, a qualunque partito anche violento.

Ad un tratto, come per un'idea nata simultaneamente in tutte quelle
teste, si gridò da ogni parte:--Andiamo su; conviene impedire una
tanta infamia; difendiamo quegli innocenti.

E come per una spinta possente, tutta quella massa s'avviò verso le
soffitte della casa di Marone. Il rumore di essa che saliva chiamava
sulle porte ad ogni ripiano i casigliani; s'interrogava, si
rispondeva: la curiosità, la pietà, l'indignazione accrescevano la
frotta, e di questa guisa giunsero, come vi dissi, nella stanzaccia
del pittore.

--Che cosa c'è? domandò il segretario stupito, e poco tranquillo di
quella invasione. Salicotto s'avanzò e cominciò un bel discorso in cui
Marone era acconciato pel dì delle feste: ma Rosina, che si stava
abbandonata e come sbalordita in un angolo, serrando a sè i suoi
bambini, sollevò la testa, vide Giovanni Selva, e di botto, con impeto
disperato, si slanciò verso di lui gridando:

--E mio marito? Dov'è? Che cosa è di lui?... Ditemelo per amor di Dio.

Quest'atto, queste parole, e l'accento con cui furono pronunziate,
commossero tutti.

--Cara signora Rosina, rispose Giovanni non senza imbarazzo ed
osservandola bene: io veramente non so bene... credo che suo marito
starà assente qualche tempo...

Messer Agapito frattanto s'era accostato al segretario e gli disse a
mezza voce in aria di mistero:

--Lasci tranquilla questa povera famiglia: il misero Vanardi è morto.

In altri momenti, altre parole, la Rosina non avrebbe udite; ma a quel
punto la terribile frase giunse chiara e precisa al suo orecchio. Essa
gettò un grido straziante e corse allo speziale.

--Morto!... Mio marito?... Lei lo ha detto... Lei lo sa!... O mio
Dio!... Mi dica tutto... mi dica il vero.

Agapito era più imbrogliato che un gatto nella stoppa; si strinse
nelle spalle, nicchiò, balbettò, si grattò il naso e finì per dire che
egli lo aveva inteso da Selva.

Allora Rosina tornò da quest'ultimo ansiosa, affannata, tremante,
disfatta nelle sembianze, come persona che attende sentenza di sua
vita o di sua morte.

Giovanni, all'aspetto di quel dolore, parve sentire un pentimento e
stette un poco in bilico, non sapendo come farla; poi rispose
esitando:

--Coraggio!... La non si disperi così... La cosa non è affatto
sicura... ho delle buone speranze che non sia...

La donna si abbandonò tutta al suo dolore. Strinse a sè i suoi piccini
e si diede a singhiozzare con tanto tormento che era una pena il
sentirla.

--Signori, disse il segretario, io non domanderei di meglio che
lasciar in pace questa sventurata famiglia: ma come si fa? Ho il mio
dovere da eseguire...

Lo speziale saltò in mezzo, il naso illuminato da una buona idea.

--Signori, signori, gridò: qui c'è un ingordo padron di casa che vuol
essere ad ogni modo pagato... Ebbene, propongo che si faccia una
colletta per pagarlo noi...

--Sì, sì! fu gridato da ogni parte: facciamo una colletta, e tutte le
mani corsero al borsellino.

Ma in questa una voce trafelata ed ansiosa si fece udire di dietro la
folla, gridando:

--Largo, largo, per carità.

Ed un uomo, facendosi dare il passo a spintoni, penetrava nella camera
e dirigendosi di botto al segretario, diceva:

--Faccia grazia, sospenda tutto; son qua io, pago tutto io.

Era il droghiere, zio e padrino d'Antonio.

Quella mattina questo signor zio aveva ricevuto per la posta dalla
città una lettera, la cui scrittura gli era affatto sconosciuta.
Apertala e lettala, gli si offuscò la vista, gli si misero a tremare
le gambe, e un forte pallore gl'imbiancò subitamente la faccia.

In quella lettera Giovanni Selva, che il droghiere conosceva di nome e
sapeva amicissimo di suo nipote, gli annunziava come Antonio, datosi
del tutto al disperato, fosse sparito, scrivendogli i fieri propositi
che aveva contro sè stesso, ed abbandonando nella più terribile
miseria la sua famiglia, la quale, non osando più raccomandarsi allo
zio, si raccomandava all'amico Selva; soggiungeva che di quel giorno
medesimo il padrone di casa e moglie e figli di Antonio avrebbe
scacciato e fatto vendere la roba loro; aver perciò pensato di
scrivere allo zio di cui conosceva il buon cuore, il quale non avrebbe
certo abbandonato quegl'innocenti che erano suo sangue e che portavano
il suo nome.

Il buon droghiere, che in fondo amava pur sempre il suo figlioccio,
rimase come tramortito, voleva fare, voleva correre, e non sapeva nè
che cosa, nè dove: aveva un dolore che gli faceva groppo alla gola e
confusione alla mente. Si disse, maledicendosi, ch'egli, ch'egli solo
era cagione di tanta sciagura. Perchè era egli stato così crudele
verso il figlioccio? Suo figlioccio! Era lui che lo aveva tenuto a
battesimo. E con questo fatto, e con aperta parola, non aveva egli
preso impegno di vegliare continuo sulla sorte e sui giorni di quel
ragazzo? E' l'aveva promesso a suo fratello, al padre del piccino: ed
era così che aveva mantenuta la sua parola? La colpa d'Antonio che
prima gli pareva una montagna ora non era più che un granellino di
sabbia. Ricordava la buona indole del giovane e il rispetto che aveva
sempre avuto per lui; ricordava il brutto modo con cui egli l'aveva
accolto l'ultima volta che era venuto a supplicarlo. Ahimè! Quella era
pure stata l'ultima volta ch'ei l'aveva visto. Chè non poteva allora
tendergli le braccia e chiamarlo al suo seno nell'amplesso della
riconciliazione? Capiva, ora che gli era tolto, tutto il piacere che
avrebbe provato nel perdonare.

Ad un punto si alzò di scatto battendosi colla palma la fronte, e
cercò tutto affannato colle mani tremanti la sua mazza e il suo
cappello. Quando già fuori dell'uscio, tornò indietro, si riempì le
tasche di denaro e corse precipitoso verso la dimora del nipote. Gli
si era fatto presente che in quel giorno, forse in quel momento
medesimo, la povera famigliuola di Antonio veniva cacciata di casa.

Il sopraggiungere del droghiere pose fine alla scena che aveva avuto
luogo nell'abitazione del pittore. Per quanto fosse tenace la
curiosità di quella gente, dovettero pure sfilare tutti, lasciando
soli lo zio, la moglie e i figliuoli di Antonio e Giovanni Selva.

Il dolore dava alla Rosina le buone ispirazioni. Quando ebbe
conosciuto che quel vecchiotto soprarrivato era lo zio di Antonio, e
l'ebbe visto sì efficacemente soccorrer loro, ella, spingendosi
innanzi i suoi bimbi, venne a cadergli ai piedi, tutto lagrimosa, e
con quell'accento che parte dal cuore e giunge altresì commovente al
cuore altrui, gli disse:

--Il Cielo la benedica, o signore... Grazie, non per me, ma per questi
innocenti... Per loro la prego, per loro poverini; non per me che sono
causa di tutto il male: perdono, perdono!

E la povera donna, smarrita, chinava il capo sino al suolo nel più
umile atto di pentimento.

Quei due forti dolori furono di botto simpatici l'uno all'altro. Lo
zio ebbe dimenticato in un attimo tutte le sue ire passate: non vide
più che una povera donna amata dal caro e rimpianto nipote, e che gli
veniva innanzi come parte di lui. Per impulso interno sollevò la
misera, la prese tra le sue braccia e la strinse al seno. Piansero
amendue in quell'amplesso. Ella prese i suoi bimbi e li serrò alle
gambe del vecchio intenerito, e il più piccino gli pose in collo.
Quando Giovanni vide il buon droghiere seduto con sulle ginocchia i
figli d'Antonio che lo chiamavano zio e lì presso la Rosina che gli
baciava la mano, capì che era tempo d'andarsene anche per lui, e corse
via commosso e con tanta sollecitudine, che pareva s'affrettasse a
portare a qualcheduno la lieta novella.

Poche ore dopo tutta la famiglia del pittore era stabilita in casa
dello zio. La Rosina da quel giorno cominciò ad essere una tutt'altra
donna. Non c'è nulla che sublimi maggiormente l'animo umano che un
forte dolore fortemente sentito. Ogni volgarità, ogni meschinità,
quando in fondo la tempra sia buona, sparisce dall'animo colpito da
suprema sventura. Esso si rialza, ed estrinseca a così dire, tutte le
sue interne virtù affine di esser pari al suo stato, perocchè nulla
v'abbia di più osservabile al mondo dell'uomo che soffre.

Oltrechè Rosina s'accusava pure d'essere cagione di tanta sciagura,
ricordava ancor essa quell'ultima scena che aveva mandato fuor di sè
Antonio, e, che troppo aveva ella ragione di temere fosse stata
l'ultima spinta ai disperati propositi del marito. E questa le
chiamava in mente tutte le scene precedenti; e questo suo ultimo gran
torto le rifaceva vivi innanzi tutti gli altri suoi, ed essa capiva ad
un tratto come la sua condotta e il carattere e le maniere fossero
state riprensibili e disgraziate. Così in lei pure l'amore pel marito,
ora perduto, veniva manifestandosi tutto e maggiore d'assai di quello
che avrebbe creduto ella medesima: e quest'amore concentrandosi ne'
suoi bambini che le erano già sì cari, ne conseguiva che in essa,
verso lo zio che li aveva accolti e che facea loro godere agi cui non
avevano goduto mai, erano nate ed una riconoscenza sterminata ed
un'osservanza affettuosa che la facevano riguardosissima a non
dispiacergli per nissun modo. Di che ne conseguiva eziandio che ad
ogni giorno passasse, il droghiere, il quale era scevro da tanto tempo
della vita di famiglia, cui pure aveva così cara, ponesse maggior
affezione a quella donna e a quei ragazzi, e si lodasse sempre più di
averli seco.

Ah! s'egli avesse potuto ancora avere il caro Antonio!



XXVIII.


In alto d'una piccola collina, verso la frontiera, c'è un piccolo
villaggio, il quale, all'epoca della nostra storia, possedeva ancora
una posta di cavalli. Nessuna linea invaditrice di strade ferrate
s'era spinta tuttavia sin là a togliere ai poveri quadrupedi il
privilegio di sobbalzare i pochi viaggiatori che di quando in quando
passano anche adesso per quella strada, per lo più affatto deserta.

Appena superata la salita s'entra nel villaggio, e lì a capo c'è
subito un gran casone bianco, con una spianatella dinanzi da cui si
domina maravigliosamente la strada che si contorce al disotto sulla
falda del colle e la pianura che si stende a' suoi piedi.

Sopra il portone della casa un'insegna di latta verniciata che
strideva al vento continuo che soffia dai monti, portava scritta,
sotto un corno da caccia dipinto, la leggenda: _Albergo della Posta_.

La strada postale traversa per lo lungo la via maestra del villaggio,
e poi comincia, a poca distanza da questo, un'altra salita che si
caccia in una gola delle montagne, le quali si drizzano sublimi e
solenni a limitar molto presso l'orizzonte.

Tempo addietro quel passaggio era frequentatissimo, e le scuderie
della locanda albergavano buon numero di cavalli a cui l'accorrenza di
viaggiatori non lasciava troppo lungo il riposo, e il locandiere non
aveva grand'agio da stare, com'era al momento di cui vi parlo, sulla
soglia della sua casa, le mani dietro le reni, il berretto negli
occhi, l'aria di cattivo umore, sbadigliando inoperoso.

E sì che lo avrebbe dovuto rallegrare l'inopinato arrivo di due
viaggiatori che si trovavano appunto nello stanze superiori; un
signore ed una signora, de' quali il primo aveva detto si sarebbero
fermati per riposarsi un'ora. Ma che valeva ci fossero codestoro, se
avevano rifiutato di prendere la menoma refezione, defraudando così il
povero locandiere dell'onesto guadagno ch'egli aveva già immaginato di
fare sulle loro borse?

Vi dirò subito che quei due viaggiatori erano Orsacchio e sua moglie.
Sapete già come e perchè essi viaggiassero sempre per le strade meno
frequentate e con che sollecitudine il marito volesse ora portarsi
colla povera Gina fuori Stato. Non vi stupirete quindi nel trovarli in
questo rimoto villaggio, fermi per un'ora soltanto, affine di
riposarsi, come ne avevano assoluto bisogno, e riprendere poi la loro
rapida corsa, che meglio sarebbe chiamar fuga addirittura.

Nella scuderia c'erano giusto due buscalfane, alte, magre, sfiancate,
che mangiavano la profenda con dente affamato ed aria triste per aver
l'onore di fare di lì a poco una trottata sino all'altra posta a
benefizio degli inaspettati viaggiatori.

Gina, poichè la era stata spiccata da quel luogo a cui aveva posto
affezione, pareva scema del tutto e si lasciava regolare come un
bambino, senza volontà, senza forza, senza parola. Il marito,
facendola entrare in una delle camere di quella locanda, le aveva
detto:--Sedete; ed ella si era seduta. Quando egli fosse venuto a
comandarle:--Sorgete e seguitemi; ed ella ciò avrebbe fatto colla
stessa indifferenza. Ogni sensitività, come ogni intelligenza, pareva
non che smussata, distrutta in lei.

Tre quarti d'ora dopo l'arrivo d'Orsacchio e di sua moglie,
l'albergatore, che v'ho detto star sulla porta inoperoso ed
ingrognato, ebbe ragione di stupirsi molto e di rallegrarsi alcun
poco, vedendo nella pianura che si distendeva sotto quella collina,
sulla strada che conduceva al villaggio, un'altra carrozza che veniva
al trotto serrato di due cavalli cui la sferza del postiglione
sollecitava, proprio come se colla loro rapidità avessero da
guadagnargli una buona promessa mancia.

Il fatto era così straordinario che il buon ostiere si fregò gli occhi
due o tre volte, prima di credere alla loro testimonianza. Era da anni
ed anni che non aveva più visto il miracolo, che due carrozze in un
giorno passassero per quel villaggio.

La carrozza intanto aveva lasciato il trotto pel cominciare della
salita, che a giri tortuosi menava alla spianatella dell'albergo.
L'oste, il quale figgeva su quel legno l'occhio che uccel grifagno
figge sulla preda, vide la testa d'un uomo farsi fuori dello
sportello, come per guardare qual fosse la cagione di quella nuova
lentezza, poi volgersi al postiglione, e certo invitarlo a più
frettoloso andare, poichè quest'ultimo con una mezza dozzina di buone
sferzate obbligava le povere bestie, che apparivano stanchissime, a
sollecitare il passo su per l'erta.

Appena fermo il calesse innanzi la porta dell'albergo, quell'uomo, il
cui capo l'oste aveva visto porgersi in fuori dello sportello, saltò
giù. Era solo. Giovane, pallidissimo, le chiome arruffate, le
sembianze turbate, gli occhi inquieti ed incavati come chi da qualche
tempo non riposa ed è in continuo disagio o per fatica fisica o per
passione morale o per l'una e l'altra insieme.

E' si rivolse tosto all'oste, il quale gli era mosso all'incontro e
l'accoglieva con profondi inchini:

--Un boccon di colazione, disse, e presto. Fra mezz'ora al più voglio
ripartire.

--Sì, signore, come comanda: rispose il locandiere raddoppiando i suoi
inchini.

Il viaggiatore s'avviava per entrar nella casa; intanto il
postiglione, sceso di sella, erasi sollecitato a staccare i cavalli ed
aiutato da un mozzo venuto fuori al rumor della carrozza, in un attimo
s'era fornita la bisogna. Il postiglione, col suo cappello di cuoio in
mano, arrestò il giovane viaggiatore e gli chiese la mancia.

Il nuovo arrivato trasse di tasca il portamonete e vi prese dentro del
denaro; ma in quell'atto un'idea parve sovraccoglierlo.

--Voi volete tornare indietro subito? dimandò al postiglione.

--Signor sì: questi rispose.

Il viaggiatore si volse all'oste.

--Ci avete bene dei cavalli qui?

--Ne abbiamo due, cominciò a risponder l'oste; ma il postiglione che
ebbe tosto compreso tutto il pensiero del viaggiatore interruppe:

--Tanto e tanto con queste mie povere bestie non si potrebbe far più
un'altra posta. Appena se le avranno abbastanza di forza da tornarsene
a casa.

Il giovane non soggiunse più parola, diede la mancia al postiglione ed
entrò nell'albergo.

Sedette ad una tavola vicino alla finestra, a pian terreno; e mentre
stava aspettando, appoggiati i gomiti al desco e il mento nella palma
delle mani, si diede a guardar giù nel piano dove serpeggiava la
strada per cui egli era venuto. Ma parve che tosto un interno forte
pensiero sorgesse a dominarlo e lo distogliesse dalle cose
circonvicine, per portare la mente chi sa in quale regione, poichè il
suo sguardo si fece fiso e senza luce come quello d'occhio che non
vede, la fronte gli si annuvolò e le guancie gli si contrassero come
se fosse assorto in una profonda e dolorosa meditazione.

Ne lo riscosse l'oste, il quale venne a mettergli innanzi
l'asciolvere. Il giovane viaggiatore accennò volersi dar tutto a
codesta occupazione; si rassettò di meglio al desco, e volse un'ultima
sguardata a quella vista di paese che gli appariva dalla finestra.
Parve ci vedesse alcun che di spaventoso, poichè diede in un sussulto
e le sue sembianze si turbarono forte. Si mosse di subito come dietro
impeto irriflessivo, per levarsi e partirne; ma si trattenne, facendo
forza a sè stesso, guardò con occhio irrequieto l'oste, e poi di nuovo
la campagna, e sforzandosi a parer calmo, disse:

--Sarà bene che incominciate a far attaccare i cavalli alla mia
carrozza.

L'oste si grattò dietro l'orecchia tutto impacciato.

--Signore, balbettò egli, ci ha bene, come ho detto, due cavalli, ma
il guaio è che....

--Che cosa? interruppe vivamente il giovane, di cui lo sguardo pareva
non potersi più spiccare da ciò che stava mirando nella sottoposta
pianura.

--Che sono già allogati ad un viaggiatore arrivato prima di lei, e che
sta per partire a momenti.

Il giovane gittò là bruscamente la salvietta e si levò di scatto,
tutto turbato.

--E non ce ne sono altri?

--Signor no.

Il forastiero guardò nuovamente giù nella campagna, poi pigliando
l'oste pel braccio e traendolo seco nel cortile, soggiunse:

--Conviene assolutamente ch'io parta subito. Quel signore non può
certo aver tanta fretta quanta ho io. Qui ci sono due napoleoni d'oro
per voi, se fra due minuti io posso partire.

E senza aspettare fece scorrere nella mano del locandiere le promesse
monete. Siffatto argomento persuase affatto quel brav'uomo che si pose
egli stesso con molto zelo ad aiutare lo stalliere nell'opera
dell'allestire i cavalli.

Il viaggiatore uscì sulla spianata, e tornò a guardar giù con ansietà.
Due carabinieri a cavallo erano giunti appiè della collina e
cominciavano a salir lentamente su per l'erta che menava al villaggio.

Questo viaggiatore ho io bisogno di dirvi chi fosse? Era Gustavo
Pannini perseguitato già dal rimorso e dalla paura dell'umana
giustizia. Partitosi, come vi ho narrato, con un treno di ferrovia,
non aveva tardato a pentirsi d'aver scelto questo mezzo di fuga:
troppe erano le persone che ci s'incontravano. Alla prima stazione
abbandonò quella strada e quella direzione, e si diede a studiare come
farla, camminando solo traverso la campagna. Stabilì, nel primo luogo
in cui ciò gli fosse possibile, di procurarsi una carrozza e di
affrettarsi con essa, per istrade meno usate e più fuori mano, verso
la frontiera.

Giunse appunto in una piccola città in cui gli venne fatto di eseguire
il suo disegno. Comprò un paio di pistole, risoluto in ogni caso,
prima ad uccidersi che cascar vivo nelle mani della giustizia; si
procurò un calesse da viaggio, e via con tutta la rapidità che gli
concedevano le strade e i mezzi di trasporto: ed ecco di qual guisa
era arrivato quel mattino al villaggio, dove, spinto da ragioni presso
che le medesime, colla medesima intenzione era già Orsacchio.

Questi stava appunto per chiamar l'oste ed ordinargli attaccasse i
cavalli, quando udito lo scalpitar di questi nel cortile, si fece alla
finestra e vistili usciti dalla scuderia coi fornimenti si persuase
che si allestisse la carrozza di lui alla partenza. Fece quindi levare
la povera Gina, e con essa discese le scale e s'avviò fuori del
portone sulla spianata, dove in vero una carrozza da viaggio stava
bella e pronta a partire.

Ma colà giunto Orsacchio s'avvide che la carrozza non era la sua, e
che un altro viaggiatore sollecitava gli stallieri che finivano di
attaccare i cavalli. Si volse all'oste aggrottando in modo molto
minaccioso le sopracciglia.

--Non è dunque per me che si allestiscono questi cavalli.

L'albergatore si inchinò molto impacciato.

--Signor no: rispose.

Orsacchio proruppe con violenza:

--E per me, quando si vuole aspettare? L'ora che avevo detta è
passata. Fuori altri cavalli e si attacchino subito al mio legno.

Il locandiere si fece piccin piccino, si curvò nelle spalle con aria
desolata e confessò che di cavalli non ce n'erano altri che quelli.

Orsacchio dalla collera divenne rosso come un tacchino. S'aggiunse che
in quella il suo occhio corse a caso giù per la scesa della strada e
ci vide i due carabinieri che ne avevano già superato un buon terzo.
Anche a lui premeva sfuggirli, ancor egli aveva buone ragioni per
credere cercassero di lui; lasciò Gina là dove si trovava e corse da
Gustavo che stava appunto per salire nella carrozza.

--Signore, questi cavalli erano promessi a me: diss'egli bruscamente,
arrestandolo pel braccio; ed io ho fretta di partire.

Gustavo fece a sciogliersi dalla stretta d'Orsacchio, ma nol potè.

--Anch'io ho fretta, rispos'egli. Mi lasci andare... Che modo è
codesto?

Orsacchio colla coda dell'occhio vedeva i carabinieri avanzarsi sempre
più.

--Le dico che non sarà lei a partire, ma io...

Anche Gustavo osservava con ansia l'avvicinarsi sempre più degli
agenti della forza pubblica.

--Signor no: interruppe egli col tono di uomo risoluto a tutto. Mi
lasci, o guai per lei!

E con uno strappo si liberò dalle mani di Orsacchio e saltò nel legno;
ma Orsacchio lo prese ai panni.

--Mi lasci, urlò di nuovo Gustavo che vedeva i carabinieri sempre più
presso.

--No, rispondeva con pari accanimento Orsacchio spinto dalla ragione
medesima: no per Dio!

--Avanti! gridò Pannini al postiglione, il quale già in sella, la
frusta in mano, stava rivolto a veder quella scena: avanti... e di
galoppo.

Il postiglione accennò colla frusta ad Orsacchio che era mezzo nella
carrozza colla sua persona.

--Vuole ch'io schiacci questo signore?

E Gustavo, quasi fuor di sè, lottando sempre a respingere Orsacchio:

--Due napoleoni se tu parti tosto di galoppo.

--Quattro, gridò il marito di Gina furibondo, se tu scendi da cavallo.

Il postiglione pareva infradue senza sapere a quale obbedire.

Gustavo guardò nuovamente giù della scesa; il suo aspetto si sconvolse
vieppiù; gli occhi balenarono; trasse di tasca le sue pistole e le
appuntò al petto d'Orsacchio.

--Si ritragga o sparo.

Orsacchio, invece d'arretrarsi, tentò abbrancare le canne delle
pistole. Un colpo partì: vi rispose un grido soffocato. Gustavo fu
libero; sorse in piedi, s'abbrancò al piccolo schienale del seggiolo
del cocchiere e puntando la pistola al postiglione, gli gridò:

--A te ora... di galoppo o ti spacco il cranio.

Orsacchio era caduto sanguinoso; a quello sparo, a quella vista, Gina
si riscuoteva tutta, mandava un urlo e si rappiattava spaventata
contro la parete della casa. L'oste sul ciglio della spianata chiamava
colla voce e coll'agitar delle braccia i carabinieri, i quali
all'udire quel colpo avevano alzato la testa e stavano guardando qua e
là per vedere che fosse. La carrozza partiva di gran galoppo.

Pochi istanti dopo, i carabinieri, i quali ai cenni dell'oste avevano
sollecitato il passo delle loro cavalcature, giungevano sul luogo.
Orsacchio era morto sul colpo. Gina dalla vista di quel sangue era
mandata in una di quelle crisi che l'assalivano di quando in quando. I
carabinieri, udito sommariamente il fatto, cacciarono gli speroni ne'
fianchi ai cavalli, e via di gran corsa dietro la carrozza di Gustavo,
la quale era già sparita al fine della strada che attraversava il
villaggio.



XXIX.


Già erano parecchi dì che sopra il volto severo e patito del capitano
Biale non appariva più cosa che pur di lontano somigliasse a un
sorriso; come poi la povera Lisa fosse dal suo dolore distrutta ve lo
lascio immaginare, essendo cosa più facile figurarsi che dire. Pure un
giorno, il capitano venne innanzi alla moglie di Gustavo con una cera
tanto più disfatta del solito, che essa tutta si scosse pel subito
timore d'ogni peggior male: mandò un grido, si gettò perdutamente
sopra il seno del padre, affissandone ansiosa le sembianze, e non
osando o non avendo tampoco la forza di formulare le varie affannose
interrogazioni che si accalcavano sulle labbra, tutte le espresse in
una sola parola che parve le erompesse proprio dal fondo dell'anima:

--Gustavo?

Il padre la strinse molto affettuosamente al petto e reclinò su di lei
la faccia commossa:

--Vive: rispose egli con un sospiro che pareva rimpiangesse il fatto;
è ferito, ma vive.

--È ferito? esclamò con profondo sgomento l'infelice.

E il padre con amarezza:

--Una ferita leggiera... Partirò quest'oggi stesso per andarlo a
vedere dove si trova.

Lisa si sciolse dall'amplesso, e disse ratto:

--Anch'io... Partiremo insieme... Non negarmelo!... Lo voglio.

Il capitano esitò un momento: il suo primo pensiero fu quello di
contrastare, ma poi tosto, ravvisatosi, disse:

--E sia.

Partirono. Gustavo inseguito e raggiunto dai carabinieri aveva tentato
uccidersi sparandosi la pistola contro il petto; ma la mano tremò in
quel punto allo sciagurato, e la palla non fece che sfiorargli il
torace. Era stato preso e condotto alle carceri di ***, e colà
arrivarono sua moglie e il suocero, muniti dell'opportuna licenza per
poterlo vedere.

L'elegante Pannini era cambiato in guisa da non poterlo riconoscere
più. Nel volto dimagrato e impallidito, nell'occhio irrequieto,
affondato entro la livida occhiaia, nelle labbra scolorate, tremanti
quasi di continuo, apparivano tutti i tormenti incessanti della sua
anima corrosa dal rimorso. Del non aver saputo uccidersi dolevasi seco
stesso come della maggiore sua sciagura. Pensate qual fosse il suo
animo al momento di comparire innanzi a Lisa ed al capitano! Un
istante pensò di rifiutarvisi; ma poi non n'ebbe il cuore. Un tremito
maggiore l'assalse: ed egli, che per debolezza della ferita recatasi
poteva a stento camminare, entrò nella stanza ove l'attendevano i
suoi, più pallido e più turbato che mai, la fronte per vergogna madida
di sudore, il passo vacillante, gli occhi fitti alla terra, senza
forza, senza voce, quasi senza respiro.

Ma benchè gli occhi tenesse bassi, pure travide di presente la fronte
severa del suocero che stava dritto colla sua alta statura all'altra
estremità della stanza in molto nobile e dignitoso contegno, e quella
vista lo atterrò anche più; gli parve l'aspetto stesso della virtù e
dell'onestà, cui egli aveva abbandonate con tanto infame trascorso;
avrebbe voluto sprofondare. Lisa stette un poco, quasi esitante, quasi
non riconoscesse subito in quella larva che le veniva dinanzi
l'adorato marito; poi l'impeto dell'affetto successe sollecito e
veemente; si gittò al collo di Gustavo e pianse lagrime dirotte, e
parlò incomposte parole di traboccante passione.

Anch'egli si stemperò in lagrime così abbracciato da sua moglie;
quindi, come non potendo regger più in piedi, si lasciò calar
ginocchioni per terra, e tendendo le due braccia verso il capitano,
che punto non si era mosso, esclamò con voce arrangolata:

--Perdono! perdono!

Biale s'avanzò lentamente verso il colpevole, muto, severo, solenne.
Il suo sguardo piombava inesorabile e grave sopra il reo; e questi
curvava il capo sotto di esso e si rannicchiava al suolo, da toccar
quasi colla fronte lo spazzo.

--Sciagurato! disse il capitano, quando gli fu presso, fermandoglisi
innanzi. Che hai tu fatto dell'onor nostro?

--Perdono! perdono! ripetè balbettando il miserabile.

--Perdono?... Sapete voi che l'onore era la sola nostra ricchezza e
tutta la mia superbia? E doveva io allevarvi e farvi due volte mio
figlio perchè voi ne lo rapiste? Meno ingrato sareste, meno infame, se
mi aveste ucciso. In nome di vostro padre, onoratissimo uomo, vi
rinnego e vi maledico.

Lisa gittò un grido e fece a cingere colle sue braccia il capo del
marito, come per difenderlo dalla maledizione paterna; ma Gustavo ne
la rimosse, si alzò, le lagrime aveva rasciutte, il volto più bianco,
le mascelle contratte, e una nuova risoluzione appariva in lui. Si
volse allo suocero e parlò con voce ferma e pacata.

--Fui traviato. Sono un infame; non ho discolpa, lo so. Non merito il
vostro perdono, non lo chiedo più nemmanco. Solo un'ultima grazia
imploro, e conviene che la dimandi a voi solo, che nessun altro
orecchio mi possa udire, nemmeno quello della mia carissima Lisa.

Biale stette un momento affisando il genero con quel suo occhio franco
e penetrativo: poi accennò col capo d'acconsentire. Il custode che era
presente al colloquio contrastò allegando i regolamenti; ma una buona
mancia fece tacere i suoi scrupoli. Si ritrassero amendue da una
parte, e Gustavo cominciò tosto a favellare sommesso. Lisa, come
tramortita, guardava con occhio senza luce, quasi non si rendesse ben
conto delle condizioni in cui si trovava, nè di quanto le succedeva
dintorno.

--Signore, disse Gustavo non osando più dar titolo di padre al
capitano, bisogna che io mi salvi dall'ignominia d'un pubblico
giudizio, d'una pubblica condanna. Voglio morire. M'è fallita la mano
una volta, ma la seconda non mi fallirà più. Se voi avete ancora
alcuna pietà per me; se vi cale far salvo dall'estrema vergogna il mio
nome; se un poco sopravvive in voi dell'affetto che mi avete per tanto
tempo e con tanta generosità portato, usatemi la carità di procurarmi
modo da togliermi a questa vita, a quest'onta.

Biale rimase di nuovo un poco guardando fiso il genero senza parlare.

--Togliervi alla vita, diss'egli poi, fuggir l'espiazione dopo la
colpa! Non sapete voi che è viltà anche quella?

Pannini abbassò il capo e mormorò con accento pieno di terrore:

--L'espiazione!... Il patibolo, forse!... La gogna... la folla curiosa
e crudele... il mio nome appiccato coll'ignominiosa sentenza ai canti
delle vie... Oh no, no... non lasciatemi a questo troppo supplizio.

E il capitano con accento profondo:

--Voi non avreste il coraggio di affrontare la vostra condanna,
pentito, rassegnato, offrendovi esempio agli uomini, implorando
perdono dalla società e da Dio?

--No, no... E con voce ancora più bassa soggiunse: Sarei vile.

--La vostra mano e il cuore son fiacchi; già una volta fallirono alla
vostra volontà. Non avrete neppure il coraggio del suicida.

Gustavo levò alquanto il capo e rispose fermamente:

--L'avrò!

Il capitano esitò ancora un momento, poi curvandosi all'orecchio del
genero gli disse ratto:

--Va bene.

Poi tuttedue s'avvicinarono alla povera Lisa.

--È tempo di partire, le disse il padre.

Essa lo guardò attonita, come se non avesse ben capito.

--Salutate vostra moglie, Gustavo: rispose Biale.

Pannini s'accostò a Lisa e le pigliò una mano. Allora la donna si
riscosse tutta, e come se una segreta voce la preavvisasse di quanto
avea da succedere, la si buttò al collo del marito, sclamando per
disperata:

--Oh, non mi dividerò più da te! Oh, non voglio più lasciarti!

Povera donna! Ella amava: per lei non esisteva delitto, per lei non
c'era argomento che valesse contro l'amor suo. Il padre le si fece
dappresso, accennando volerla tirar seco per avviarsi.

--Un momento, ella esclamò; ancora un momento.

E tornando a baciare fra le lagrime il marito:--Quando ti rivedrò,
Gustavo?

--Fra pochi dì, s'affretto a dire il capitano. Vieni, Lisa; ora è
forza partire.

E così Gustavo vide allontanarsi da lui per l'ultima volta quella
donna cui amava pur tanto, l'infelice, colla quale avrebbe avuta
esistenza sì lieta se non lo avesse morso al cuore il funesto demone
dell'oro.

Il domani Biale ottenne di tornare al carcere, ma ci fu solo, e collo
stesso metodo del giorno precedente, cioè con una vistosa mancia,
riuscì a far scorrere nella mano del genero un piccolo involto. Quando
tornò a casa aveva la fronte più annuvolata e lo sguardo più scuro che
par l'innanzi. A Lisa disse che per parecchi giorni era impossibile
rivedere il prigioniero. Ella si tacque, ma il cuore aveva pieno di
spaventosi presentimenti. Il giorno di poi la infelice non osava
neppure pronunciare il nome del marito innanzi al padre taciturno e
più cupo che non fosse stato mai; ma il suo sguardo timoroso era una
continua e sollecita ed ansiosa interrogazione.

Il capitano uscì, ma non istette guari a ritornare. Era sì
terribilmente turbato che Lisa comprese di botto una suprema sciagura
essere avvenuta; venne innanzi al padre bianca più che cadavere, le
labbra illividite, e senza potere articolar parola fissò con ansia il
volto del capitano, ponendogli la destra sopra il braccio.

--Gustavo, disse Biale solennemente, si è sottratto alla giustizia
degli uomini per sottomettersi direttamente a quella di Dio.

Lisa non comprese. Continuò a star lì a quel modo, fissa, immobile:
solamente le sue labbra tremanti si agitarono come per parlare, ma
senza pur mandare un suono. Il padre aspettò un istante; poi, visto
che la tremenda luce del vero pareva non balenare nemmanco alla mente
intorpidita della infelice, soggiunse:

--Gustavo è morto...

La donna gettò un grido straziante, e cadde riversa, come fulminata.



XXX.


Giovanni Selva tutti i giorni andava in casa dello zio d'Antonio a
vedere la moglie e i figli di codestui. Era graditissimo a tutti, e il
droghiere si compiaceva parlare con lui del perduto nipote. Giovanni,
trascorso un po' di tempo, s'appigliò ad un modo singolarissimo per
consolare lo zio e la moglie del pittore scomparso, e fu quello di
porre in dubbio, prima apertamente, poi non espresse parole la morte
d'Antonio, e far nascere in loro la speranza che un giorno o l'altro
l'avrebbero potuto rivedere vivo e sano, in questo mondo. Infatti la
morte di lui non era menomamente provata; di cadavere nè in Po nè
altrove non se n'era trovato: non poteva egli invece che uccidersi
essere andato in lontano paese?

In quella, ecco diffondersi la voce del fatto di Pannini e
dell'uccisione d'Orsacchio in quel rimoto villaggio. Selva pensò tosto
alla povera Gina che sarebbe stata là sola senza sapersi trarre
d'impaccio e senza avere alcuno che si curasse di lei: e tenne a
questo proposito una lunga conferenza con una persona che da parecchi
giorni egli teneva accuratamente nascosta nelle sue camere.

Non farò il torto alla vostra sagacia, cari lettori, di dirvi che
questa persona era Antonio Vanardi, non morto altrimenti, ma d'accordo
coll'amico Giovanni decisosi a scomparire per un poco alla vista del
mondo, affine di eccitare in favor suo quella carità della gente che
sempre si commuove quando non è più a tempo.

In seguito a questa conferenza fu stabilito che i due amici
partirebbero subito alla volta di quel villaggio, dove era succeduta
la catastrofe, per pigliar Gina quando la ci fosse ancora, o scoprire
almeno che fosse divenuta e dove andata; e perchè in questa fatta
impresa una donna è sempre più acconcia, deliberarono condur seco la
moglie di Giovanni, la quale, buona e pietosa com'era, appena udito il
fatto, s'affrettò a consentire di gran cuore.

Antonio voleva prima riabbracciare la moglie, i bambini e lo zio; ma
Giovanni nol permise, parendogli che meglio fosse il tardare anche
pochi giorni a restituirsi loro, che, restituito appena, ripartirne
subito per altri interessi. Però, a tranquillare vieppiù i parenti del
pittore, Selva fu da loro e disse, avere scoperto finalmente dove
Antonio s'era ritirato coll'animo di non ritornare mai più se lo zio
non gli perdonava; partir tosto per raggiungerlo e rimenarlo nelle
braccia de' suoi cari, fra pochi giorni l'aspettassero pure, ch'egli
giurava l'avrebbe dato ai loro amplessi.

Fu immensa la gioia nel droghiere e in Rosina. Lo zio volle
promettesse da sua parte ad Antonio ogni maggior cosa; non che perdono
gli avrebbe concesso assoluta padronanza in sua casa; venisse
solamente, e non più un zio ed un padrino avrebbe trovato in lui, ma
un amorosissimo padre.

Gina da quel nuovo colpo della sorte aveva ricevuta una forte scossa,
che invece di nuocere aveva piuttosto giovato alla sua ragione. Le
sorse di botto il pensiero che ella era libera finalmente di quella
tirannia feroce che l'opprimeva, di quella vendetta implacabile e
crudele che le affannava ogni istante della vita. Un tale rimutamento
si fece in lei, che mentre agli occhi della gente parve stupidita
dalla capitatale sciagura, nel suo interno avveniva un travaglio per
cui si ricostruiva, a così dire, la sua ragione. Che cosa le toccava
di fare? Era sola, era libera, senza affetti al mondo, senza legami di
sorta. Dove andare? Non aveva luogo a cui niente l'avvincesse più.
Ricordò con alcun aggradimento la quiete dell'ultimo suo asilo, e le
parve quello fosse il solo luogo in cui potrebbe vivere. Decise
recarsi colà a passarvi quella vita che Iddio le avrebbe ancora voluto
concedere.

Selva, sua moglie e Vanardi trovarono ancora Gina a quel villaggio, e
la ricondussero tutti insieme alla villa di Marone.

Ed ora in poche parole mi sbrigherò di quanto ancora mi rimane a
dirvi.

Vanardi ha rinunziato all'arte e fa il droghiere. Il suo padrino è
felicissimo, e Rosina è diventata molto migliore. Marone continua a
fare il torcicollo ed ha venduto la sua villa alla vedova d'Orsacchio,
la quale prese con sè come dama di compagnia Anna, la nipote dello
speziale, e conserva come coltivatori Matteo e Teresa. Questi non
parlano mai di loro figlio Tommaso, ma non vi dico che non ci pensino,
e quando ci pensano sospirano dolorosamente. Il cavaliere Tommaso
Salicotto fa sempre il filantropo e guadagna denari: è deputato, sarà
ministro. Vi pare felice? Solo, senz'affetti, finirà nella vecchiaia
del celibe egoista, a cui nessuno s'interessa, e che anima al mondo
non ama.

E in questa condizione trascina i suoi dì lo speziale Agapito, il
quale è cascato sotto le unghie di una governante quasi giovane, mezzo
belloccia, che lo tiranneggia e lo ruba a man salva. Egli trova ogni
suo spasso e consolazione nel dir male di tutti e nel fare degli
stupidi giuochi di parole.

La moglie di Gustavo è sopravissuta. Suo padre l'ha menata seco
lontana da Torino. Poveretti! Perchè in questo mondo gl'innocenti
hanno sì spesso da espiare le colpe altrui?


FINE.



NOTA DEL TRASCRITTORE: sono stati corretti i seguenti refusi (tra
[parentesi] l'originale):


  fare invidia ad un banchiere e ad un impresario[imeprsario].
  candele, un sesto una matassa di cotone e via [va]
  --Che? interrogò Rosina, pensi forse tu[fu]
  cui quella brutta e cattiva Mimì[Mimi] stesse poco
  tre mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopportò[soportò]
  se il padrone non c'era. A queste parole[porole]
  ispira confidenza e v'impone rispetto; una di [di di]
  zigomo[zigoma], piegandovisi sotto, alle gote, in una rete
  Il cassiere trasse dal taschino del panciotto[panciatto]
  mentre[mentro] un terzo veniva portando in giro una
  fraintese[frantese] affatto il sentimento del vecchio
  costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo[seguiguitandolo]
  visto che i pochi avanzi dei denti di Mimì[Mimi] si
  con troppa buona voglia; Lombrichi[Lambrichi] invece
  --La riverisco[rivevisco], signor dottore: poi girando
  sia la marchesa stessa che me lo consegni, dichiarandomi [dicharandomi]
  voleva fare, voleva correre, e non sapeva[sasapeva]





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La carità del prossimo" ***

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