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Title: I ladri della pace
Author: Bianchi, Arturo, 1856-1939
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I ladri della pace" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



                    AVV. BIANCHI ARTURO

                          I ladri
                        della pace.

                          ROMANZO



                          CREMONA

          Tip.-Lit. Interessi Cremonesi--G. Frisi

                            1897



               RISERVATI I DIRITTI DI AUTORE



Proemio


Questa è la quinta volta che il sottoscritto, fa stampare a breve
distanza l'uno dall'altro, libricciuoli, per dimensione e valore,
modesti. Un principio di monomania qualunque da potersi tollerare.

Oggi abbiamo fatto un piccolo Romanzo: ma ahimè! già comprendo
che..... «_Andrem raminghi e poveri, ove il destin ci porta_» (Duetto
_Luisa Miller_).

Pur troppo, anche il sottoscritto, spintovi da istintiva prepotenza
del pensiero, o per dire più giusto da riscaldata fantasia, la quale,
a guisa dei vulcani, esige spazio all'intorno, onde eruttarvi la
incandescente lava, non ha potuto resistere alla rude tentazione, col
rischio di perire asfissiato dalla inesorabile critica.

Parecchi in questa epoca non per anco tramontata, hanno scritto
Romanzi a profusione. Perciò confidando pure lo scrivente di poter
camminare per la stessa via sebbene con forza e lena minori, e quando
fantasia lo soccorra, si accinse all'opra.

Sappiamo, che dei Romanzi di sommi autori antichi d'ogni nazione, con
Manzoni alla testa, si è smarrita la traccia, ma lo scrivente vi
giura, e tutti lo credono, che non sogna trovarla. Quegli Egregi
Romanzieri erano intesi certamente, coi loro Libri, al migliore
andamento sociale, sotto la forma di immaginosi avvenimenti, ma si
teme abbiano al pari di tanti altri, toccata la delusione.

Causa della incompleta riescita, potrebbe essere la legge di natura,
perocchè se è positivo, come il progresso scientifico non abbia
confine, è pur vero che il progresso sociale, giunto al suo apogèo
deve o rovesciarsi o quanto meno retrocedere. Su ciò dica la storia.

E per quanto sopra, o lettori gentili, vogliate armarvi di indulgenza,
mentre il sottoscritto di speranza si corazzerà, affinchè il suo libro
non venga bruciato in piazza, siccome ai tempi della _Santa
Inquisizione_.

A. BIANCHI ARTURO



PARTE 1.ª



CAPITOLO I

I Ladri della Pace.


Trentacinque anni or sono, vale a dire al tempo della Epopea
Garibaldina, memorabile nella storia di questo secolo per le
patriottiche audaci imprese, e per le vittoriose battaglie, la
gioventù che vi aveva preso parte valida, restituitasi al domestico
focolare, si abbandonava con diritto, a qualcun ozio di Capua, e
naturalmente, onde non degenerare dai comuni progenitori, Adamo ed
Eva, faceva, come suol dirsi, all'amore, anche senza paradiso
terrestre.

Ciò premesso, noi faremo la presentazione, come è d'uso nella buona
Società, dei signori Ladri della Pace, secondo il titolo del libro
odierno.

I principali, i più pericolosi, sono l'Amore e la Gelosia di lui
sorella germana.

Per quanto riflette poi ai due Protagonisti del nostro Romanzo (più di
uno stavolta, per il _melius est abundare quam deficere_) si trova
inutile di osservare troppi dettagli. Questi seguiranno il corso degli
avvenimenti che noi svolgeremo, basterà quindi avvertire intanto, che
uno dei protagonisti era Blandis pittore nullatenente; celibe, l'altra
la signorina Giacinto benestante; giovane il primo, più giovane la
seconda, capo esenziale secondo la legge universale--Simpatici assai,
buoni educati, intelligenti, e della poesia e della musica, entrambi
amanti--Alfredo e Violetta, bei nomi accolti anche dal sommo Verdi
nella sua _Traviata_ .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Alfredo, dopo parecchi mesi di semplice candida amistà verso Violetta,
amistà nudrita soltanto da Apollo, il Dio della Musica, della Poesia e
delle Arti, il Principe delle Muse, venne ferito in cavità, da Cupido,
il Dio dell'amore, e Violetta, parea volesse seguirne le traccie,
ricordando la Psiche voluttuosa, rivale, per bellezza, di Venere.

Ma Alfredo, ingenuo e timido quanto una gazzella,¹ era stato un
immenso illusionista. Non potea trattarsi semplicemente degli effetti
della buona musica, eseguita con impegno a mezzo dei due scelti
istrumenti, che sono il Violoncello e l'Arpa? Oh! le Romanze!.......
le sirene di terra ferma!

    ¹ Gazzella = Leggiadra Capretta Selvatica.

Violetta invece, meno aerea di Alfredo, un giorno gli era gentile,
espansiva, affettuosa, e l'altro indifferente forse per pura questione
meteorologica, e di tale indifferenza, da ammazzare non solo un
Cristiano, ma anche un Toro.

Però la maschile fierezza, aveva tentato di venire in soccorso del
ferito Pittore, ma egli che poco prima, si era confortato di Apollo,
di Minerva e di Marte, abbandonò quei suoi primi auspici, per seguire
a capofitto Venere, non conoscendo bene ancora il proprio labirinto
amoroso, dal quale, ad onta de' suoi sforzi, non sarebbe escito, se
non colle ossa sconquassate.

Oh! la indimenticabile Francesca da Rimini, esclamava tante volte, fra
le sue veglie, Alfredo, oh! il verso splendido «_Amor_ che al cor
gentil ratto s'apprende» (DANTE--_Inf_. Canto V) trascurando poi il
successivo = «Amor che a nullo amato amar perdona» molto docente¹.

    ¹ _Amore che non consente che chi è amato, non riami_ = (Dalle
          note esplicative).

Noi presumiamo di avere, sebbene forse precocemente, compreso, siccome
l'amore di Alfredo per Violetta, dovesse essere fra i soprannaturali,
e fra gli incurabili, quanto le malattie croniche............. Se non
che appena il misero Alfredo s'ebbe in petto la freccia amorosa,
sviluppossi in lui una complicazione da impensierire qualunque medico
curante, vogliam dire, _la gelosia_, raramente dal vero amore
scompagnata, quel mostro che fece diventare l'innamorato Otello,
strangolatore. La gelosia di Alfredo, non era tale da farlo assassino,
perchè di carattere mite, che, in ogni caso, in luogo di strangolare,
si sarebbe strangolato. Ma appunto perchè di mite indole, egli
soffriva dippiù. E di chi e di quali cose geloso? Di tutto e di tutti,
senza un punto sicuro, quindi geloso dell'ignoto, e sprovvisto di
qualsiasi diritto. In conclusione quel povero Alfredo, per colpa della
sua testa vulcanica, o della sua tenerezza di cuore, o perchè infine,
fosse troppo artista; provava già da tempo le pene dell'inferno, nella
bolgia riservata, prima ancora, di scendervi. La sua consueta
giocondità, la quiete, il sonno, la pace, perduti!

E chi oserà dunque negare, che l'amore e la gelosia, non sieno i
principali ladri della pace?

Suicidarsi? No, perchè sebbene infelici, bisogna avere il coraggio di
vivere per gli altri che di noi vivono.

Alfredo trascinava pertanto, da lunga stagione, una misera vita, piena
di tristi presentimenti. Egli, ne' suoi frequenti soliloqui, si
chiedeva cos'è la vita? E tosto risovvenivasi di avere letto questi
bei versi:

      «     Il passato non è, ma ce lo pinge
          La dolce rimembranza,
      «     Il futuro non è, ma ce lo finge
          La credula speranza
      «     Il presente solo è, ma in un baleno
          Passa del nulla in seno;
      «     Dunque la vita è appunto
    _Una memoria, una speranza, un punto_.....»

Sì, ma, del resto, abbiamo un bel dire noi filosofi. Quell'innamorato
Pittore, ad onta dei mille proverbi, dei quali aveva dovizia, non
sapeva cessare un solo istante, del dì e della notte, dal pensare a
Violetta, dal vedersela dinnanzi agli occhi, siccome un raggio di luce
ardente, vivificatore.

Oh! almeno sorgesse in favore del nostro tribolato artista, qualche
straordinario avvenimento, tale da compensarlo del suo dolore, o da
guidarlo in più fortunato calle! Noi, del resto, che conoscemmo la
peregrina di lui costanza, negli affetti più caldi, avremmo dei dubbi,
su qualsiasi cambiamento.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ma ahimè, il nostro esaltato, a quanto pare, pretendeva talora
l'istesso amore di Beatrice, per Dante, il quale, si narra, sia
stato più puro di quello degli Angioli,¹ talora l'amore furente
della desolata Didone, vittima del tradimento di Enea, e talora
finalmente sarebbesi accontentato della via di mezzo, dell'amore
della Francesca da Rimini pel suo Paolo, quando s'ebbe il bacio
tremante.......»

    «Questi che mai da me non fia diviso
      La bocca mi baciò tutto tremante»
                (DANTE--_Inf_. Canto V).

    ¹      «  Io son Beatrice che ti faccio andare
                Vegno di loco, ove tornar disio,
                Amor mi mosse che mi fa parlare»

                        (DANTE--_Inf_. Canto II).

Nè mai il caro artista, voleva piegarsi, per Iddio, all'amore dei
tempi moderni, così ragionevole, e dagli altari, e dal Sindaco
benedetto. E per quel suo malaugurato istinto delle mele proibite,
caddero sul di lui capo malanni pubblici e privati, oltre alla censura
della odierna imperante, concreta società .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

    --Lugete Veneres, Cupidinesque--
    (piangete o Veneri, piangete o amori)

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

«_Il matrimonio è la tomba dell'amore_» scrisse un romanziere illustre
= «_Il matrimonio lega i nomi e le sostanze, non il cuore_» e quegli
per prudenza, soggiungeva, che, _il matrimonio «poteva essere la culla
dell'amicizia_» Sarà bene, del resto, che noi non ne facciamo il nome,
onde non esporre lo scrittore di buona fede, alla spietata vendetta
delle nubende e consorteria.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Era il mattino del 19 Marzo 18.., giorno di S. Giuseppe, nome del
defunto padre di Alfredo, ma questi, contro il suo costume, non si era
per anco svegliato, nè pel vicino cinguettio dei passeri, nè per
quello di due rondini, allor allora giunte sul suo verone.

Egli era assopito, siccome accade a persona stanca sì, ma afflitta da
recente cordoglio. Egli aveva vegliato tutta la notte a scrivere, a
gesticolare, a parlare fra se. Le di lui buone sorelle, ritratti
parlanti della loro madre esemplare, poco tempo addietro defunta,
erano già entrate due volte in punta di piedi, nella cameretta del
fratello, onde porgergli l'usato Caffè, ma due volte se ne erano
subito ritirate, per non turbare il riposo al loro diletto, accorte
dalla quasi esaurita candela, come egli si fosse coricato da pochi
istanti. Se non che Lord, il bracco bianco, affezionato al suo
padrone, non volendo saperne di quella novità, che ritardava la sua
passeggiata alla caccia, a forza di guaire e di saltargli sul letto,
finì, il bestione, col destare Alfredo. Questi siccome uomo che abbia
smarrita la tramontana, fissò intorno lo sguardo attonito, nascose
sospettoso sotto le coltri, un oggetto che teneva fra le mani sudate,
e si riassopì.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .



CAPITOLO II

Le solite monomanie di persecuzione e di grandezza.


Sogna tesori l'infelice ormai sospetto di monomania di grandezza,
tanto per consolarsi, non avendo avuto mai a propria disposizione
intera, una moneta da cinque lire. Il positivismo è la comune teoria
sociale, quindi avverso, per sua legge al sentimentalismo, da cui la
falsa interpretazione di quel naturalissimo desiderio. Non è strano,
non è contro natura, che un disgraziato, sospetto di monomania di
persecuzione, si lagni della nequizia altrui, quando quella è
realmente sussistita, e dopochè ne ha sopportati i danni. Egli per
giusta reazione diffida di tutto e di tutti e spera poi liberarsi del
suo cattivo prossimo coi milioni che ritiene di incassare quanto
prima. Anche i deboli di mente, o come tali giudicati, sanno che il
denaro fa tutto--_argent fai tout_! Ma che direste voi se quel misero
sospettato delle due monomanie in parola, fosse, _pro bono pacis_,
consegnato, senza preavviso, al manicomio, da' suoi affezionatissimi,
tranquilli finalmente del grazioso alloggio, conferito tanto
filantropicamente al loro raccomandato? Gli affezionatissimi in buona
fede avranno pensato, alla spaventevole impressione che il loro caro
avrà subita, in modo da farlo peggiorare, anzichè guarire, massime
perchè ammalato non lo fu mai quanto si credeva? Noi sappiamo già cosa
rispondereste..... Fatalità, caso innocente..... Ah! miei Signori di
buona fede..... tali fatti non sono mai abbastanza stigmatizzabili
perchè ricolmi di lagrimevoli conseguenze.... Lo dica la storia.....

Tal fiata l'accusa di simili monomanie, è comoda a talun
interessato, che speriamo sia raro, onde non inciampare forse in
processi indigesti. Ne conseguono pertanto or qua, ora colà fallaci
giudizi, per parte di individui poco psicologici, o trascuranti le
rispettive qualità dei molteplici ventricoli del cervello umano, i
quali dai popolani si denominano abusivamente ruotelle,
probabilmente perchè dai medesimi si crede, abbiano un lento moto
ondulatorio o ruotatorio, o perchè alcune forti impressioni avute in
tempo lontano, si riproducono perfettamente ed alternativamente, ad
epoche quasi fisse d'ogni anno. I profani della scienza speciale,
credono perciò, che il rinnovarsi costante di quelle antiche
impressioni dipenda dal passaggio o _movimento_ dell'una o
dell'altra ruotella, o dell'uno o dell'altro ventricolo come sopra.
Un'altra delle cause delle sunnominate incerte diagnosi o tecniche o
profane sullo stato del cervello umano, sospetto di infermità, è la
sciocchezza, o la malignità degli informatori attinenti al malato.
Ignoranza o scelleretezza, stoicismo od avarizia, possono essere
intervenuti, e non è cosa nuova. Non si gridi dunque al pessimismo,
se Tizio, che l'ha realmente toccato, sospetta ancora sempre il
male.... Quando un fatto è, non si dee strozzarlo in fasce, o
capovolgerlo, o contorcerlo, o quanto meno larvarlo per mal inteso
ottimismo, interesse, o farisaica brama di quiete..... Ohimè quanti
Caifa e quanti Pilati dopo quelli del nuovo Testamento!....

Le nostre Nonne dicevano spesso, che il Diavolo insegna a fare le
pentole e non i coperchi..... Oh! ma vi sono dei furbi che sanno fare
anche i coperchi, infischiandosi del diavolo che hanno veduto soltanto
dipinto su dei brutti quadri. Guai se tutto, tutto si potesse scoprire
guaggiù, laddove la nostra perspicacia non è arrivata. Noi intanto,
onde confortarci, dovere la verità se non contemporanea al fatto,
almeno postuma, sorgere a galla, siccome hanno sempre creduto i nostri
buoni vecchi, reciteremo, per chi forse non la conosce, quella famosa
ottava dell'Ariosto, la quale, ci sembra, al caso nostro sia adatta.

    «Miser chi mal oprando si confida
      Ch'ognor star debbia il malefizio occulto,
      Chè, quando ogn'altro taccia, intorno grida
      L'aria e la terra istessa, in che è sepulto;
      E Dio fa spesso che il peccato guida
      Il peccator, poi ch'alcun dì gli ha indulto;
      Chè, se medesmo senza altrui richiesta,
      Inavvedutamente manifesta.»

Ed ora ritornando al nostro capitale argomento e ad onta dei
bellissimi versi dell'Ariosto nel suo _Orlando Furioso_, Canto VI, noi
dobbiamo ripetere anche senza volerlo, che qualche mistero
serpeggiasse intorno alla mente di Alfredo onde renderlo infelice.
Potea realmente dubitarsi, secondo la sua squisita perspicacia, che
qualche tristo, sciocco od invidioso, avesse sparlato di Lui a
Violetta, o che la di Lei famiglia avesse antipatia contro il Pittore,
pel di lui modo di pensare. Certamente qualcuno ripeteva in suo cuore
Alfredo avrà introdotto fra le ruote del Carro-Amore, un'asta maligna.
Così egli tanto sincero, ne riportava cordoglio profondo, logorando
lentamente anzi tempo, la sua costituzione una volta fortissima. Egli
bruciava senza tregua, di gelosia, egli era desolato trovando
l'adorata fanciulla un giorno buona, un giorno cattiva, verso di lui,
ma ad onta di quella incostanza, Violetta era sempre un idolo per
Alfredo. Cose solite dei grandi innamorati.

«L'amore fu dato all'uomo affinchè egli abbia la misura di quanto
possa soffrire». E non perdeva mai la speranza di conquistare quel
tesoro nascosto. Nè osava punto lagnarsi della sua Diva, e se un
istante solo l'avesse fatto in cuor suo, tosto sentiva rimorso
profondo. Per l'artista leale, Violetta era giovane piena di
sentimento, bella, buona, gentile, educata, innocente. E non sarebbe
stata fors'anco saggia?... Alfredo in una parola era uomo infelice,
perchè d'aureo cuore, ma di cervello d'un metallo inferiore, e tale da
pigliar granchi sulla qualità degli altri metalli in genere. Quel caro
poeta non si era mai accorto che a trovare un essere simile a lui, era
cosa impossibile o quasi.



CAPITOLO III

La Lettera di Alfredo


            _«Il pensiero è la prima facoltà dell'uomo (1)
            «L'esprimerlo, uno de' suoi primi bisogni;
            «Divulgarlo, la sua libertà più cara!...»_

              N. B. Trascritto dal G. _il_ S., nel titolo
                               _Bricciole d'esperienza._

Quale oggetto avrà mai nascosto Alfredo sotto le
coltri, nel mattino del 19 Marzo 18.. dopo una notte per
lui tanto burrascosa?.... Era una lettera lunga a Violetta.
Un dolce-brusco a quanto pare, un tragico-sentimentale,
un _quid_ da impressionare sfavorevolmente,
piuttostochè innamorare Violetta, siccome sarebbe stata
lodevole intenzione dell'estensore.

Eccola:

                    _Lago Sebino--il 18.. Marzo 18..
                    Venerdì Santo._

    MADONNA MIA!....

Stanotte non ebbi un momento di quiete..... Mi ritrassi a casa
esaltato, per la serata musicale, che passai insieme a Voi, mia
Regina! Mi fu siccome cosa di cielo!.. _La Capinera_, romanza che io
vi feci, e che il noto amico mio egregiamente musicò, ebbe da Voi
interpretazione sì meravigliosa sull'arpa, da lasciarmi estatico!....
L'arco del mio violoncello rimase paralizzato, quando il vostro
delizioso arpeggio accompagnava:

      Declina il Sol morente
    Cade dal Ciel la sera,
    Canta soavemente
    Allor la Capinera:
      Nel cor, beato ascolto
    Di quella mesta il canto,
    Tutto é in quel suon raccolto
    Di voluttà l'incanto:
      Limpida, peregrina
    Nota vibrar io sento,
    É l'onda mia Sebina
    Un sol Divo concento:
      Il flebil canto in core
    Scende e le fibre scuote,
    Sull'onde il Pescatore
    S'arresta a quelle note!...

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .


I vostri begl'occhi cilestri scintillanti, dimentichi ad un punto
della musica, due volte fissarono i miei, ed un lieve rossore colorì
le candide vostre gote. Ed il vostro sorriso incantatore vi fece
adorabile! Mi parve allora di essere trasportato lentamente in Cielo
dagli Angioli, fra vaporose nubi! Quanto felice mi sentii in
quell'istante! Sperai che voi mi amaste, siccome già da tempo io vi
amava in segreto! Ah se mai fosse stata illusione la mia! Se la vostra
fosse stata sensazione magnetica che talvolta produce la musica
sentimentale! Allora il vostro sorriso sarebbe stato colpevole, perchè
mi avrebbe ingannato! E null'altro in quell'istante ha germogliato nel
vostro cuore? Deh! siatemi pietosa, non mi illudete, non mi
abbandonate, io ne sarei troppo desolato, mi uccidereste e Dio vi
punirebbe!.... E non riederà più un giorno simile a quello in cui vi
traghettai colla mia barca dall'una all'altra sponda del Lago natio,
insieme alle vostre due sorelline tanto graziose? Voi allora, lo so,
foste aspramente ripresa in famiglia, e quando sentii, da quel
bigliettino, che avete pianto, provai un'angoscia orribile.... E non
ricordate più di quei due mazzolini di violette datemi con bel garbo
dalle vispe sorelline, fiori che mi obbligaste di accettare
coll'accento--_Supponete che ve li abbia dati io_.--E per quale
mistero, sembrami essere io poco simpatico ai vostri. Talvolta essi mi
dileggiano. So di essere povero, e di essere inoltre inferiore ai
vostri meriti. Ma non si può permettere che un cuore sincero si illuda
lungamente. Ditelo. Non mi rubate la pace del cuore. Un altro sguardo
domani come quello di ieri e mi avrete reso felice. Ah non mutate, vi
scongiuro, il vostro antico contegno verso di me! Ma io non voglio
credere che Dio ci voglia scontenti, non voglio credere che quella
luce brillante che ieri ha fatto battere con tanta violenza il mio
cuore, voglia oscurarsi in avvenire, causa la vostra indifferenza
perchè vedete, io già sperimentai, che un giorno voi mi siete
espansiva e l'altro ritrosa. Che fosse ambizione, capriccio? non lo
crederò mai! Che fosse d'altri occupato il vostro cuore, ma allora
toglietemi da questo mio celeste sogno. Consolatemi alfine Violetta
con una vostra affettuosa parola. Essa sarà per me rugiada
vivificatrice «L'amore è sì dolce in un cuore ben nato e gentile, che
fa d'ogni cosa, d'ogni luogo un paradiso, purchè possa dividerlo
coll'oggetto che adora» Queste soavi frasi, io lessi fin da fanciullo,
quando sviluppavansi in me gli arcani desii. Non si avveri per me il
verso di Dante «Amor che a nulla amato amar perdona.» Guardatevi, o
mia adorabile creatura, dall'ambizione o dall'egoismo, e pensate che
il cuore, siccome il Sole, nè si compra nè si vende. L'amore non va
imposto nè da superbia nè da avarizia, egli dev'essere semplice,
indipendente, spontaneo, franco; desso può nascere e crescere anche in
un solo istante.

Ma ormai, un nero presentimento mi ripete che io mi sono illuso, e
perciò la mia pace sará irreparabilmente perduta! E se mai qualche
estraneo, per suo mal'animo avversasse l'armonia Celeste del mio cuore
innocente, ditegli Voi, che «Chi ferisce di spada perisce di spada.»

                                Sempre V.^o ALFREDO.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ecco, per verità, noi che non abbiamo i calori di Alfredo, nè gli stessi
suoi interessi, dobbiamo per la quiete della coscienza, osservare in
primo luogo, essere stata la sua lettera troppo, troppo lunga, tanto da
sembrare un Panegirico di Santi, e le cose lunghe diventan serpi; in
secondo luogo colle sue apostrofi enfatiche, e coi suoi dubbi, avrà
forse fatto paura a Violetta anzichè intenerirla; in terzo luogo da
ultimo, lo avremmo consigliato, se fossimo allora stati in tempo, a
preferire quattro forti accenti a voce ed in fretta, a dei monumenti di
sentimentalità? Perciò noi lo raccomanderemo alla vostra pietà o
signorine dell'epoca nostra, e voi dal canto vostro lo raccomanderete
alla Provvidenza, onde il misero, possa districarsi dal crudele suo
Labirinto.

Ai dì nostri gli amanti da Medio Evo sono una rarità, ed anzi crediamo
che non ne esistano assolutamente più. Non sarebbe, del resto,
inopportuna la loro ricomparsa, «_in questa inferma e mercantile
età_,» onde riaccendere in alcune anime troppo tiepide, la semispenta
lampada dell'amor vero  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E dopo tutto quanto si è detto in argomento, come si potrebbe non
accordare indulgenza al povero Alfredo, se egli in una notte di grave
eccitamento nervoso, ha scritto una lettera meridionale?

Pensiamo intanto che egli era in perfetta buona fede, e nel concetto
della sua Epistola amorosa, stante il suo carattere fu anche troppo
discreto, perchè non fece le frasi a sensation per esempio. _Io ti
amo, ti amo, ti amo, e vado superbo che nessuno potrà mai amarti,
quanto io ti amai_.

Se non che noi crediamo sia ormai tempo, di dire una parola, anche
sull'Essere morale ed intellettuale della nostra seconda Protagonista,
di cui al Capitolo I.º di questo Libro.

Violetta, dunque, esimia suonatrice d'arpa, e rara volta cantatrice,
secondo l'umore, era una giovane gentile, tanto da renderla
simpaticissima. Di molto sentimento, ma non fantastica. Talvolta parea
che avesse gli istinti delle ardenti andaluse, e talora la calma
inglese. Non appena fuori del Collegio monastico, aveva avuti i suoi
ideali, che col tempo si dileguarono in lei, non avendo forse, colpito
nel segno, o non essendo stati al livello del di lei nobile pensare.
La scuola del sopradetto Collegio, l'aveva, insieme alle altre alunne,
abituata alla perfetta calma, alla sommessione ai Superiori, alla
dissimulazione di ogni forte aspirazione, mentre ella, per natura,
sentiva molta vivacità, bisogno di espansione e di libertà, che là
entro, per sistema, venivano limitate. E da quella prima educazione,
che può mettere radici sull'avvenire della gioventù, dal passaggio
brusco della quiete, dell'apatia del chiostro al turbinio sociale,
sorse un carattere nervoso, dubitoso, impressionabile per qualsiasi
anche semplice contrarietà. Per quanto sopra, Violetta, figura
sceltissima morale e fisica, vedea i suoi tardi ideali meno coloriti
dei primi, e scemata la sua nativa giocondità e l'indole affabile.



CAPITOLO IV.

Una conversazione alla moda.


Nel paese di X... passava la primavera del 18..... la signora Tullia
Albicocchi, vedova di un agiato diplomatico, donna sui 40, sebbene ne
confessasse soli 35. Anche troppo discreta, sapendo di dimostrarne
appena 30.--Si vedeva chiaro che dessa era stata una bella creatura,
un pezzo da sessanta, ed in giornata era ancora elegante ed abbastanza
conservata. Ed in caso che qualcuno le facesse anche un po' di corte,
non ne era permalosa; debolezze comuni tollerate. La Domenica sera
teneva circolo, ed era piuttosto larga di rinfreschi cogli habitué.
Nessuno si era dato lo spasso di frugare nella di lei vita intima
passata. Perciò, siccome _quisque tenetur bonus donec probetur malus_
(ciascuno ha diritto di essere considerato buono, fino a tanto che non
si provi il contrario) così quella signora godeva tutta la stima del
paese di X.....

Gli abitanti dei piccoli centri sono di pasta frolla, vanno alla
buona. Si accontentano di passare la sera, più o meno allegramente in
case agiate, ospitali, giocando a briscola, calabrache, tombola e
simili, e tagliando, senza prava intenzione, confortevolmente i panni
al loro prossimo assente. In tale palestra, la bandiera toccava quasi
sempre al caro Telesforo Balena, degno agricoltore del contado, uomo
di media età, di scarsa coltura letteraria, ma in compenso, di molto
buon senso. Talvolta aveva dei motti spiritosi. Un celibatario
impenitente, onestissimo del resto, ma sventurato nei rapporti del
fisico, avendo un ventre pronunciatissimo che lo rendeva troppo lento
nel moto.

La padrona di casa dilettavasi tanto del sale arcadico di Balena, ma
quale un maestro di Cappella, sapeva a tempo moderare i crescendo e
spingere gli adagio, mostrandosi poi avversa alle stonature, che
inesorabilmente riprendeva. Tutto quanto sopra veniva inaffiato da
legittimo Polesella, accompagnato a castagne al forno, a pasticcini, a
biscotti. Di fumare non se ne parlava, essendo uggioso alla padrona il
fumo del tabacco di seconda. Tra gli habituè si contava il giovanotto
ben inquartato Sig. Brichetti Galeno istitore, e vice farmacista di
quel paese, in sussidio del Titolare sempre infermo. Il vice speziale,
come sopra, mostravasi entusiasta della signora Tullia (non parente
della Tullia Romana) e lo si poteva comprendere subito per talune
occhiate languide che egli tratto tratto mandava all'indirizzo della
padrona di casa.

Forse un esperto cacciatore di doti? A completare in fine il circolo,
trovavansi in casa Albicocchi, tre signorine di primo, di secondo e di
terzo pelo, vogliamo dire di diverse età, cioè una di 18, una di 23 e
la terza di 29 anni. Cortesi, belline, e tutte ammodo. Vi aggiungi,
(pei paesi), l'indispensabile abatino, che discorreva colla signorina
di terzo pelo, Merope Linosi, essendo essa una donna piuttosto di
chiesa. Mancava in detta sera, per caso, il Coadjutore Don Barnaba
Pancetti, surnomato palla di gomma: ed infine quale guarnizione,
sebbene molto stantìa, tre parrucconi che tossivano qualche volta
assai forte, ma non parlavano mai. Le loro più calde aspirazioni
riguardavano la scattola del rapè ed i biscotti. Poniamo che quei tre
sommassero in gruppo a due secoli e mezzo. Tutta brava gente però, che
ancora volentieri restava a questo mondo, essendovi il posto. In
complesso, una conversazione abbastanza assortita e numerosa; dalle
dieci alle dodici persone. In tredici, mai. Se, per caso, fosse ciò
accaduto anche una sola volta, sarebbe toccato subito ad altro dei tre
vecchioni il partirsene siccome sta scritto nel barbaro destino.

Le signorine, parea non avessero molte simpatie verso il Sig. Balena,
perchè pochissimo di loro si occupava; e poi per la sua lingua
incorreggibile. Balena in quella sera aveva perduto qualche soldo al
calabrache, perciò annoiato, chiese alla padrona di casa, il motivo
del non vedersi alla sua conversazione da qualche tempo, tanto il
Commendatore Aringa, come il pittore Alfredo. Ma la signora Tullia non
rispose, essendo occupatissima a sciogliere un rebus col giovane
Bricchetti; rebus, che, un istante dopo, fu sciolto felicemente dalla
signora Tullia: _Tutti-due-beati in-gondola_. Brava, brava, gridò
Brichetti, e senza voglia anche Balena.

La padrona di casa furba, (una donna che non sia furba è precisamente
quale una gatta che non pigli sorci), aveva bensì udita la suesposta
interrogazione di Balena, ma voleva pigliar tempo a rispondere.
Balena, piccato dal silenzio della signora Tullia, inghiotte in fretta
due pasticcini e ritorna all'assalto. Pare, disse, ridendo di gusto,
che il signor Aringa ed Alfredo sieno stati entrambi avariati, qua e
colà, talora dal gran caldo e talora dal gran freddo, e che perciò
entrambi abbiano bisogno di svago e raccoglimento rispettivo. Tanto è
vero che il primo viaggerà probabilmente al Bengala ad uccidere una
mezza dozzina di Tigri per le pelliccie, ed il secondo già lavora
intorno ad un paesaggio, con effetto di _Fine del Mondo_. Que' due
miei buoni amici, continuò Balena, non sapeano di avere a che fare con
una puledra bizzarra di difficile insellatura. A questo punto il
Maestro di Cappella, grida, _Basta_; mentre, la signorina Merope,
amica della famiglia Blandis, pensa di spifferare a suo tempo, con
interpretazione sui generis, i motti frizzanti di Balena. Si crede che
la signorina in parola, non conoscesse il proverbio: _Non ti pentirai
di non aver parlato_.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Le undici di notte sono imminenti, ed a quell'ora tutti sapevano di
doversene andare. Se vi fosse stato un pianoforte, poteasi
oltrepassare l'orario, ma alla signora piaceva poco queli'istromento,
perchè, invita, dicea, alla danza, e dove son sempre od uno o due
preti, non conviene. Balena fece fare una smorfia di dolore alla
Signora Tullia, per averle stretta la mano un po' troppo forte, diede
un colpetto sulla spalla al signor Brichetti, strizzando l'occhio e
dicendogli: _questo è un giovanotto di belle speranze_; poi chiese
conto in fretta in fretta alla Signora padrona del fiendo di Lei
ritratto ad opera di Alfredo, ma gli fu risposto che mancava ancora il
busto, cosa non indifferente, ed infine si congedò cogli altri tutti.
Quando furono sulla via, Balena che era rimasto un po' indietro, fu
udito dire; _come i pasticcini fossero fatti col grasso di maiale e
non col burro, cosa nocevole alla sua gola delicata_! .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .



CAPITOLO V.

Un disguido costato meno caro di quanto poteva.


La famosa lettera di Alfredo, sempre vittima della iettatura, dopo un
giro vizioso, cadde nelle mani di un tabaccaio, piuttosto manesco,
dimorante nel medesimo paese sì, ma in contrada diversa, e che era
Violetti di prenome. Il nostro poeta, quale discepolo del classicismo
non volea saperne di prenomi, Egli, per giunta sempre distratto, aveva
scritto sulla busta semplicemente = _A Violetta, S.P.M. - Via tale -
Porticato a destra e giardino in fondo etc_. Un indirizzo metà per il
latore del dispaccio e metà pel destinatario, dimenticando il Giacinto
(un'altra eccentricità), ed affidando l'incarico del ricapito ad un
buon diavolo, ma senza sapere che quell'improvvisato Mercurio, avesse
nessuna malizia, e per sovrammercato fosse analfabeta. Insomma un
Mercurio degenere, in modo che da quel giorno in poi Alfredo si
convinse, essere una follia in massima il costume dei Mercuri o
Figari. É bensì vero che all'incaricato della consegna, Alfredo non
aveva spiegata la qualità della lettera, ma le indicazioni orali erano
state precise ed esso doveva consegnar a niun'altro all'infuori della
Signorina Violetta, il dispaccio. La ricompensa anticipata (male) era
stata larga. Quel poltrone invece consegnò, lungo la via discretamente
lunga fra un paese e l'altro, la lettera ad un suo conoscente colà
diretto per altre facende, e così dall'una in altra mano, avendola
anche il conoscente consegnata ad un terzo, finì quella disgraziata
missiva per cadere in possesso del S. Violetti, marito recente e
manesco di una fresca sposina. Questi, non maestro di lingue, l'avrà
letta male per conto suo, e non si sa che ne abbia fatto.

E vedi altra maledizione! la Signora Sposina N. aveva due sorelle in
tenera età! precisamente siccome la Signorina Giacinto.

La risposta del Zigaraio naturalmente venne mai, ed in luogo della
risposta, tanto ansiosamente attesa dall'innamorato, arrivò quanto ora
mi accingo a narrarvi in breve.

Pochi giorni dopo il 19 Marzo 18.. menzionato nel precedente Capitolo
III, Alfredo avvilito per quel nuovo disinganno, nè più avendo il
coraggio di presentarsi in Casa Giacinto, pel dubbio di esservi
freddamente accolto fece un giro di pseudo Caccia nelle circostanze
del paese di Violetta, spintovi dalla attrazione magnetica. Ad un
tratto, mentre egli si trovava in località appartata, e precisamente
lungo un filare di alti pioppi, sentì un urto nella schiena
immediatamente seguito da una forte detonazione. Il Carniere di grosso
corame lo salvò da lesioni di mitraglia. Alfredo sorpreso assai,
guardossi intorno e nulla vide al momento. Lord aveva, fra gli altri,
il difetto di correre là ove da chiunque si esplodesse un colpo di
fucile. Tosto dopo si ode una fiera lotta fra due cani; Alfredo corre
in quella direzione, e riconosce il cane del manesco sposo recente,
tabaccaio. Questi quasi a carponi se ne sgattaiolava, nè il colpo
sparatogli da Alfredo a minuto piombo, diretto al capo, lo potè
raggiungere, perchè colui era già troppo lontano. Se fosse stato
soltanto un caso fortuito, pensò Alfredo, quel cacciatore, non sarebbe
vilmente fuggito? Dunque la schioppettata mi venne esplosa con
intenzione! Che sarà mai? Fra noi due non esistono precedenti che
giustifichino il fatto?... e dopo un lungo lambiccar del cervello,
Alfredo comprese trattarsi di un disguido della propria lettera,
disguido constatato in seguito colla privata Istruttoria in confronto
dell'asino e negligente mercurio. Allora Alfredo esclamò: zitto,
silenzio, nessuna denuncia (nè mai in sua vita aveva fatte denuncie)
perchè l'affare è di quelli che scottano! Egli visitando poi il suo
carniere che pareva un crivello, non si rallegrò perchè il carniere
gli avesse schivati dei molesti fori nelle carni, ma fu dolentissimo
di avere invece scoperto, essere caduta la sua lettera in mano di
estranei, in offesa forse della Signorina Violetta. Se non che una
luminosa idea venne tosto a tranquillarlo, conchiudendo così. Se il
marito manesco, ma per fortuna poco letterato e non perspicace, mi ha
esplosa una fucilata nella schiena, è evidente che non si è accorto
dell'equivoco di ricapito della mia lettera. Ciò conchiuso, sebbene
ipoteticamente, Alfredo ritornò al suo focolare, meditando sul
proverbio: «_Sourtout cherché la femme_» (In ogni cosa cercate la
donna.)



CAPITOLO VI.

La parola è d'argento il silenzio è d'oro (_antico proverbio arabo_).


«Non ti pentirai di non aver parlato» altro proverbio, rispettabile e
relativo al nostro argomento.

La signorina Linosi, surnomata la gallinella, perchè vicina ai 30,
altra della conversazione nota, non seppe esonerarsi dal disturbo di
riferire in Casa Blandis, le frasi a doppio taglio, udite in casa
della signora Tullia. La Gallinella era forse invidiosa di Violetta,
ed un pochino gelosa di Alfredo. La cronaca non lo ha scritto e noi
non ne sappiamo niente. Ciò pel quieto vivere. Del resto osservando
bene il volto sempre smorto, le sottili labbra della bocca ed i denti
un po' scuri, oltre agli occhiettini di lince, sarebbesi detto, forse
a torto, che la signorina Merope, dovea essere distinta fra le
invidiose.

Ed eccovi, per semplice passatempo, la descrizione classica
dell'Invidia, fatta da Ovidio nel Libro II delle sue Metamorfosi.
Prima quella in latino dello stesso Ovidio: poi daremo la egregia
versione in italiano, di Gio. Ant. Anguillara (Dal Libro _Medicina
delle passioni_ di G. B. F. Descuret):

      «Pallor in ore sedet, macies in corpore toto:
    «Nusquam recta acies; livent rubigine dentes;
    «Pectore felle virent; lingua est suffusa veneno;
    «Risus abest, misi quem visei movere dolores
    «Nec fruitur sommo, vigilantibus, exita, curis;
    «Sed ridet ingratos, intabescitque ridendo
    «Successus hominum, carpitque et carpitur una;
    »Suppliciumque suum est.

      »Pallido il volto, il corpo ha macilente,
    «E mal disposto e rugginoso il dente,
    «É tutto fiele amaro il cuore èl petto;
    «La lingua è infusa d'un venen che uccide;
    «Ciò che l'esce di bocca è tutto infetto;
    «Avvelena col fiato e mai non ride,
    «Se non talor che prende un gran diletto
    «S'un per troppo dolor, languisce e stride;

      «L'occhio non dorme mai, ma sempre geme
    «Tanto il gioire altrui l'affligge e preme¹
    «Allor si strugge si consuma e pena
    «Che felice qualcun viver comprende
    «E questo è il suo supplicio e la sua pena,
    «Che se non nuoce a Lui sè stesso offende»;
    «Sempre cerca por mal, sempre avvelena
    «Qualch'emul suo, finchè infelice il rende.

        ¹ Cioè--opprime.

Conviene però ritenere (tanto è terribile il suesposto quadro
dell'Invidia) che al tempo di Ovidio (ieri l'altro) vi fossero degli
invidiosi colossali, e noi non dovremmo esagerare in confronto della
signorina Linosi, che avrà avuta, come tante altre, la sua invidietta
e nulla più.

Prese in blocco, pertanto, le frasi riferite in casa Blandis dalla
signorina Merope, erano una assoluta inezia, ma per San Antonio
(quello che presiede agli incendi, siccome i pompieri) bisogna
conoscere a fondo le persone prima di parlare, ecco tutto. Anche la
scintilla è talora una inezia in confronto del _Rogo_, ma provatevi a
lasciar cadere una scintilla di fuoco sovra una polveriera, e vedrete!

Così accadde subito dopo la visita alle amiche Blandis, della predetta
signorina. Questa avrà forse ampliato nel discorrere, a guisa delle
galline che raspando allargano, ma Alfredo, saputolo tosto, ne ebbe
tanto a male, che infuriò contro il Commendatore Aringa e contro
Balena, quantunque in massima fossero suoi buoni amici. Egli, in quel
momento prometteva di volerli uccidere entrambi colla sua doppietta,
ma poi, sia per l'intervento delle calmanti sorelle, sia per la
circostanza dell'alibi, in quei giorni, dei due designati alla morte,
l'uragano si sciolse senza malefici, e ne godiamo di cuore.

Il Commendatore, dicevasi, fosse andato a Montecarlo da dove sarebbe
tornato o presto o tardi secondo l'esito del giuoco al trenta-quaranta;
e Balena, trovavasi dal dì innanzi al vicino stabilimento Salso-Jodico,
per una breve cura, intesa alla demolizione, se possibile del suo
esagerato ventre. Credeasi però che per ottenere un risultato pronto e
felice, era preferibile al joduro una buona cannonata.

Noi dobbiamo inoltre aggiungere, quale mitigante dell'ira del pittore,
un'altra cosuccia poco lieta, la quale turbava, se ne avesse avuto
d'uopo, i sonni suoi. Una letterina in termini metaforici ma
abbastanza intelligibili, giuntagli dalla vicina città, per amica mano
femminile, faceva intendere, come egli dovesse stare pronto per mutar
aria, non appena un secondo simile avviso fossegli arrivato, anche per
espresso. Per quanto sopra, si verificava il detto che «un diavolo
scaccia l'altro» e così, ogni sua idea reazionaria verso li suoi due
amici assenti, dovette sfumare. Della letterina suaccennata Alfredo
nulla disse alle sue sorelle dilette, non volendo recare ad esse
doglia di sorta.

Per quanto riflette poi la signorina Linosi, essa mogia e pentita, se
ne tornò a casa sua, convinta della verità del proverbio arabo: = _La
parola è d'argento il silenzio è d'oro._ =



CAPITOLO VII.

Nulla die sine linea. _(Nessun giorno senza un disgusto)_


Tale un proverbio ripetea spesso il saggio padre di Alfredo, e questi,
suo figlio legittimo, poteva non solamente ripeterlo, ma anche
cantarlo in musica.

Nella nostra esistenza vi sono giornate che ponno denominarsi
fatidiche, memorabili!...

Vi nasce una contrarietà appena alzati dal letto, e prima di sera
siate sicuri di un'altra mezza dozzina di svariate altre contrarietà.
E' questione talvolta soltanto di nervi, locchè accade invece quasi
mai agli individui linfatici. Talvolta le contrarietà, sarebbero,
secondo i più superstiziosi (non accettati dalle scienze positive)
effetto di predestinazione fino dalla nascita.

Ma noi chiameremmo più volentieri, e più verosimilmente, quelle
contrarietà, fenomeni meteorologici, che indubbiamente hanno influenza
sul sistema nervoso.--Questo sistema agisce a seconda sugli individui
più o meno affetti dalla squisitezza dei nervi, e li rende con
maggiore o minore intensità, ora disattenti, or precipitosi, ora
irriflessivi, ora impazienti, e perfino violenti. Non si è mai saggi e
calmi abbastanza. Di molte contrarietà, di molti effetti, pertanto,
siamo cagione noi medesimi. Taluni mortali, sembrano creati appunto
per fare le cose a rovescio.

E per stare in argomento, diremo che Alfredo potea dirsi l'uomo delle
_Mille ed una notte_¹ cioè l'uomo delle avventure fantastiche od
inverosimili, prodotte talora dal caso, e talora dall'indole sua. Di
alcuna, in breve, io vo' narrarvi, scegliendo le meno impressionabili,
e forse le meno uggiose .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
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    ¹ Novelle arabe.--Storie del Sultano delle Indie.

..... Pochi anni dopo le famose cinque giornate di Milano, Alfredo
aveva 16 anni all'incirca. Egli, collo scopo innocente di fare una
visita autunnale a' suoi cari parenti d'ambo i sessi, villeggianti nei
dintorni dell'Adda, imprende un viaggio pedestre, in forma sportiva,
con sacco a spalle alla militare. Si dovevano percorrere dal domicilio
di Alfredo 43 chilometri, ed alle ore 16, di quel Venerdì, 13, etc.
egli ne aveva percorsi soltanto 34. É raggiunto da una carretta a
quattro ruote, lunga lunga, somigliante più ad una capponaia che ad un
veicolo comune.

La carretta era ingombra nella parte posteriore, di generi diversi;
cioè risme di carta greggia per involti, zuccaro, caffè, formaggi e
stracchini di tutti i prezzi, burro, paste assortite, tonno, arringhe,
fichi secchi, due fiaschi di olio d'ulivo, petrolio, qualche pacco di
bambagia ed altro, a cui aggiungansi due botticelle, una di catrame,
l'altra di aceto. Un pizzicagnolo senza dubbio dei paesi vicini. Il
peso sarà stato di circa tre quintali, il valore di circa 300 lire.
Aggiungetevi i viventi come appresso ed avrete un carico sensibile.

Tre fanciulli dai quattro agli otto anni, stavano in piedi frammezzo a
tutta quella mistura mercantile; essi cantavano, stuonando abbastanza,
le patriottiche canzoni del quarantotto. «_Addio mia bella addio,
l'armata se ne va_», dell'illustre Mameli, senza paura di inciampare
nei ritornati gendarmi austriaci. Il loro presunto papà, faccia da
cuor contento, cioè l'auriga ed il proprietario probabile di tutta
quella merce e del traino, offre con espansione ad Alfredo un posto a
cassetta vicino a lui, e quegli accetta senz'altro, onde stare seduto,
dice, almeno gli ultimi chilometri del suo lungo viaggio, che, ormai
lo aveva fiaccato.

Dopo circa un miglio di strada fatta a lentissimo trotto dal quasi
esausto bucefalo, Alfredo ed il bottegaio sono già in perfetta
confidenza l'un l'altro, talmente da lagnarsi senza riserbo, del
restaurato paterno regime (che dovea continuare però fino al 1859). Il
canto inesauribile di quei tre fanciulli di buona memoria, e dei due
adulti il riscaldato colloquio, il volgersi frequente dell'auriga o
per sorridere alle sue dilette creature virtuose della musica, o per
sorvegliare forse, affinchè non mangiassero troppi fichi secchi tra
una strofa e l'altra, furono causa che un carrettone di laterizi (il
cui conduttore magnanimo filò poi diritto) violentemente urtasse,
colla testa della sua ruota, contro l'asse delle due ruote anteriori
della nostra caponaia ad uso carrozza, in modo da fare di quell'unico
ente due parti.

E siccome poi il fatto ammirava precisamente là ove scorre senza
riparo, alta e rapida la roggia B....., presso il paese di B.....e di
S.to, così la parte posteriore della nostra carretta, coi tre bambini
ed i generi diversi, rinculò per contraccolpo, facendo un'ardita curva
colle due ruote rimaste e cadde nella roggia, perchè resistette agli
sforzi onde trattenerla. Il cavallo intanto, lieto forse
dell'alleggerimento di peso, proseguiva colla parte anteriore del
veicolo. Alfredo ed il Pizzicagnolo, erano stati in tempo per balzare
a terra, mentre quei poveri fanciulli si dibattevano nell'acqua alta
un metro. Nè ci voleva altro per farli smettere dalla cantica
illustre. Ma S. Giovanni Nepomuceno che protegge dagli affogamenti, in
concorso di Alfredo e del disperato padre, operò il miracolo a pro' di
quegli innocenti.... Tutti salvi... Fù però un momento orribile,
perocchè il pericolo era stato gravissimo... _Non si muove foglia che
Dio non voglia_, secondo la fede, chè se quel galantuomo fosse stato
solo sulla carretta, certamente il più piccolo dei tre fanciulli
sarebbe affogato. Essi però erano là sdraiati sulla riva, coi lunghi
capelli bagnati, e sparsi sul volto, in modo che non si riconoscevano
più. Quanto ai generi diversi è inutile dirlo, venivan travolti dalla
corrente colla retroguardia del sacco militare ben provveduto,
proprietà del neo artista. Pochi momenti dopo il fatto, sopraggiungeva
brillo un lungo corteo di sposi, che aiutò bensì a trarre sull'alta
ripa la mezza carretta, ma poi quei buoni popolani, allettati forse
dall'idea di un prossimo gaudio migliore, lasciarono il nostro dramma
e cantarellando, proseguirono la via verso il vicino paese. Noi
crediamo, del resto, che il punto saliente del disastro, giungesse
poco dippoi, inquantochè il nostro pittore in erba, anche lui cuor
tenero, visto il pizzicagnolo seguire a gran passi il non più
raggiunto cavallo fuggitivo per fame, e visti i tre fanciulli piangere
e tremare dal freddo, li caricò su quel residuo di omnibus,
trascinandoli trafelato fino alla loro dimora, senza mai trovare un
cane che porgesse aiuto. Sette chilometri peggiori dei 34 di prima.
Era propriamente il caso di recitare «_ahi dura terra perchè non
t'apristi_» se Alfredo ne avesse avuto lena. Oh! infanzia beata; il
credereste, dopo un mezzo miglio, e per la gioia di avvicinarsi
sempreppiù al loro focolare ove la mamma attendevali coi generi
diversi, quei tre fanciullini ripresero imperterriti la primiera
canzone patriottica, come se nulla di nuovo fosse accaduto. Alfredo,
quasi avvilito, lasciava fare, pensando ai buoni auspici, coi quali
era iniziata la sua tanto ambita villeggiatura. Disceso al grado di
bestia da soma e da tiro egli và _ma senza armata_!....--Conclusione:
Giunto Alfredo a notte fatta, in mezzo a' suoi cari parenti milanesi
d'ambo i sessi, narrò loro dell'avvenimento, trovandovi più ilarità
che spavento o compassione¹, e ballò poi con fanatismo fino a
tardissima ora, in forza de' suoi 16 anni.

    ¹ Se cade una bestia ci sentiamo commossi, se cade un'uomo, noi ridiamo.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E una.....

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

....Alfredo ha 19 anni.... Compiuti gli studi di pittura all'accademia
di P., lavora giá discretamente ad olio, acquarello e carboncino, in
ritratti e paesaggi, e ritorna a convivere, nel paese natio, colla
famiglia paterna. Passeggiando però egli ogni sera, sulle amene sponde
di quel Lago, vedea, semi nascosta dietro le persiane, Letizia, una
piacente ed espressiva fanciulla. Presto e volentieri quei quattro
occhi si incontrarono, creando una corrente elettrica, di
soddisfacente potenza. La ninfa pudica non vorria essere la prima a
far sapere della propria attrazione magnetica verso il Pittore, per
cui Alfredo, che istintivamente ha compreso, si slancia pel primo, e
speriamo che si vada a finir bene.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dopo parecchie sere di reciproca corrispondenza epistolare, senza
posta e francobolli, perocchè le lettere volavano dalla piazza alla
finestra e dalla finestra alla piazza, ravvolte in fazzolletti col
solito sassolino, Alfredo ottiene un convegno notturno, innocentissimo
del resto, perchè la fanciulla sarebbe stata al verone ed il giovane
su di un alto muro coi gomiti appoggiati al verone medesimo.
Romanticismo puro e niente altro. E siccome la Luna è talora incommoda
ai convegni amorosi, fu scelta, di comune accordo, una delle notti
buie di Novembre. Se non chè, pochi istanti dopo, per effetto di una
interna chiamata dell'infermo di lei parente, la fanciulla deve
chiudere in fretta le imposte, troncando bruscamente l'Idillio.

Vacilla Alfredo, ed onde non mettersi in trappola col saltare nel
cortiletto interno, salta invece all'indietro verso la piazza, ma in
luogo di sentire la dura terra sotto i piedi, sente sotto di essi un
corpo elastico, un corpo quasi rotondo ed ode un grido. Era di un
corpo umano sottoposto ad altro corpo umano che veniva dall'alto
siccome lo Spirito Santo. I due corpi per l'equilibrio perduto,
naturalmente stramazzano e lasciano ciascuno, sul terreno, il
rispettivo copricapo. Cioè una beretta da prete, ed un cappello alla
pouffe. Quello della berretta era un mezzo santo, tutto concentrato
nel pensiero della destinazione dell'anima di una vecchia moribonda a
lui affidata e che in quel momento, per suo ministero, esciva sulla
piazza, quello del cappello, era il nostro Alfredo, il quale per la
suesposta interruzione, s'ebbe incolumi le gambe mentre il povero
pretino si ammalò per lo spavento.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
_E due!_ .  .  .  .  . Siate sofferenti, o lettori!.  .  .  .  .  .
ne abbiamo ancora un'altra sola e basterà .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Lungi una ventina di miglia dalla città di N. N. siede al sud il paese
di K..... Un nuovo ideale seduce il nostro Raffaello. Vi andrà a
cavallo, così per variare, e per la gentilezza dell'amico Conte
X....., che desidera si provi un suo nuovo Pony da sella. Fine Maggio,
partenza ore 20, arrivo presunto ore 24, cioè l'ora intesa. Età del
cavallo anni 4, suo valore L. 4000. Età del cavaliero anni 22. Senza
valore. Di passo in principio, di trotto poi, di galoppo in fine, il
viaggio è compiuto qualche minuto prima delle 24.

Per motivi di reciproco rispetto, il campione delle crociate, lascia
il sudato destriero fuori dell'abitato, attorcigliandone la briglia ad
un pioppo. Il fiume Giordano non vi era. Deserto e muto è il paese di
K..... I lampioni già spenti. Il pescatore di idillj, procede cauto,
verso la meta vicina, mancano ancora pochi passi, e potrà baciare la
mano alla sua sospirata Clorinda.

Se non chè..... due occhi di bragia splendenti fra le tenebre, lo
arrestano di colpo..... Era un cagnaccio da pagliaio, girovago, che
gli brontolava alle calcagna.

Nello stesso tempo lampi non interrotti e nuvoloni di pessimo augurio,
presagivano imminente l'uragano. Pare che l'idillio, al nostro secondo
Raffaello incominci male! Nè il cagnaccio di pelame oscuro si
allontana ad onta dei furiosi calci sferratigli da Alfredo, anzi urla
disperatamente, assecondato da parecchi botoli, che, più di lui recan
molestia. Già Alfredo, è più del cagnaccio rabbioso, e nella sua ira,
lo stringe alla gola con mani nervose e forti. Il cane grosso, a
quella stretta, si ammansa alquanto gemendo, ma i botoli liberi,
ostinatissimi nel latrare, hanno richiamato ai balconi, qualche
lumicino, forse di gente sospettosa di qualche impresa ladresca. La
pioggia a catinelle intanto viene a portare il cosidetto colpo di
grazia, siccome fa la cavalleria dietro il nemico fuggente, dopo una
battaglia vinta.....

Ahi misero Rinaldo..... tutto sommato, ti è giocoforza rinviare
l'impresa colla sospirata Clorinda, ad altra meno infernale
occasione.....

Ritorneremo al Pony, decide, umiliato Alfredo, ma vedi altra dolorosa
sorpresa!..... Al pioppo non trovò che la sola briglia. E il
cavallerizzo?...... Venti miglia a piedi di notte per ritornare a
casa, co' suoi speroni, col suo fouet e con una briglia altrui.....

_E tre_  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

La sera del giorno seguente, trovatosi Alfredo, col Conte X... sul corso
della suaccennata città, potè stabilire che il cavallo inglese aveva il
vizio di scappare, cavandosi prima la briglia. Quell'intelligente
animale, all'incontro, era ritornato di carriera alla sua cara stalla
rifacendo la lunga strada dianzi percorsa..... Pochi giorni dopo,
Alfredo, visitò, per convenienza, il Pony, in scuderia, ma questi, per
la sua memoria di ferro, o forse perchè alleato del noto cagnaccio, gli
mandò un calcio nelle regioni meridionali, scansato per miracolo, dal
destinatario. I pittori a lungo andare, non sono tanto sfortunati!....

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Oh! i bei tempi antichi, in cui i convegni galanti avvenivano durante
una caccia alle belve, fra lampi e tuoni, come quello di Enea e Didone,
nella famosa grotta, da Virgilio splendidamente descritto.

    . . . . .  In questa il cielo,
    »Mormorando turbossi e pioggia e grandine
    Diluviando d'ogni parte in fuga
    Ascanio, i Teucri, i Tiri, ai più propinqui
    Tetti si ritirano; e fiumi intanto
    Sceser da monti ed allagaro i piani,
    Solo con sola Dido Enea ridotto,
    In un'antro medesimo s'accolse.
    Diè di quel che seguì la terra segno,
    E la pronuba Giuno. I lampi, i tuoni,
    Fur de le nozze lor le faci e i canti.
    Testimoni assistenti, e consapevoli
    Sol ne fur l'aria, e l'antro, e sopra 'l monte
    N'ulularon le Ninfe . . . . .»

                Annibal Caro--Eneide di Virgilio
                libro IV per.º 11.º.

Ora quei convegni, sono al riparo dalla pioggia, dal vento, dal sole, e
da altri pericoli, e perfino le tenebre, talora simpatiche, sono
respinte dalla luce elettrica. In luogo delle grotte, abbiamo dei
camerini addobbati, in luogo dell'aria, del monte, della foresta, e
della pronuba Giuno, guide, testimoni, protettori dei sublimi innamorati
abbiamo valletti retribuiti, d'ambo i sessi, e segreti infino a che non
mutano padrone.....

..... Alfredo però dovea pensare qualche volta secondo il costume
moderno più ragionevole, perocchè a lui, la notte, l'uragano, i cani
feroci ed il baiardo che fugge senza briglia, non hanno giovato in
verità. Oh! ma Alfredo alla prima occasione farà lo stesso.....

E noi, avendo sacra la vita dei nostri lettori faremo loro grazia del
racconto dettagliato di tutte le cadute di Alfredo dall'alto, e della
mezza dozzina di ribaltate per fortuna incruente, delle drammatiche
grassazioni finite senza morte o ferita, e con limitato dispendio, delle
ingiustizie subite senza irreparabile danno, dei naufragi
miracolosamente scongiurati, delle bastonate deluse, e di tre brevi
arresti per tre mal'intesi. E finalmente, dopo quanto sopra, qual
meraviglia se Alfredo, in una città lombarda, all'età di 13 anni, era
anche Venerdì, si avesse strappata una falda del suo primo palmerston
nuovissimo, in causa di una troppo frettolosa scantonata di un vandalo
garzone fabbro, che teneva in mano, due vecchi spiedi? Quegli inoltre
cantava correndo..... Fatalità, fatalità.



PARTE 1ª

CAPITOLO VIII.

Il Veglione.


Sono vicine le dieci. Il Ballo di Beneficenza che si dava nel Carnevale
18.. al Teatro Comunale di B...... cominciava soltanto in detta ora a
farsi animato.

Molte Signore e Signorine nei palchi. Toilettes femminili semplici, ma
di molto buon gusto. Una folla di allegri giovanotti, molti uomini
maturi che potrebbero restare a casa coi loro bimbi.

Qualche vecchio non ancor convinto. Varie mammine imbronciate non si sa
perchè e finalmente una scelta orchestra. Vi era anche Alfredo poco
lieto, e non danzava per anco. Pare che aspetti qualcuno o qualcuna che
non viene mai.

Ma eccola, Violetta, giunta in palco in quel momento, con due suoi
congiunti. Prima fila sinistra, _N. 13_. Qualche supestizioso proponeva
di togliere da tutti i teatri il _N. 13_; e di conservare quel numero
quando si fosse trattato di tredici milioni, invece di dodici, i quali
arrivassero pure in Venerdì.

Violetta era bella e più elegante in quella sera, ma si potrebbe
giurare, che appena giunta in teatro, non avesse il solito suo umore
giocondo (nervosismo). La maggior parte delle donne, quando si tratta di
balli, di soirees, diventa nervosa--o per incidenti nel vestito, o per
qualsiasi altra contrarietà intima.

Le signore e le Signorine vorrebbero e non vorrebbero andare alla
festa e talvolta finiscono coll'andarvi, ma tardi, ma di mal umore.
Violetta ballava a meraviglia...... Fatta dal suo palco una rivista in
platea (ridotta come di consueto a sala da ballo) corrispose con un
leggiero segno del capo al saluto dell'amico pittore, ma Alfredo per
la malaugurata perspicacia degli innamorati concepì il sospetto, come
la Signorina Violetta, si occupasse di cercare collo sguardo, un'altro
individuo, di sfoffa più appariscente, non ancora forse entrato in
teatro. _Vanitas vanitatum et omnia vanitas_, pensò Alfredo. Ma chi
potrà essere colui che Violetta attende? Cocciuto, in quella sua idea
gelosa, Alfredo cominciò a fare il permaloso, a girare sù e giù,
inquieto, pei corridoi, a spiare la porta d'ingresso alla platea e
contemporaneamente il palco di Violetta. Nè per quella sera egli andò
nel palco Giacinto.

Entrava, in quel mentre in teatro, Cirillo Buonpensieri, giovane
scultore, amico d'infanzia di Alfredo. Un simpaticone, pieno di
arguzie--leale di carattere e di mente concreta. Abbracciò il suo
Alfredo, si accorse del di lui pessimo umore, non ne fece gran caso,
perchè lo conosceva assai.

Cirillo, senz'altro, prese a fare un valtzer con una Signora
colossale, di mezza età, ma dovette fermarsi due volte per respirare,
giurando in suo cuore, di non ballare più con quell'omnibus vivente.
Entra in quel momento, a valtzer finito, un conoscente; è il
Commendatore Sig. Aringa; uomo di mezza età, esile appunto come il suo
nome, vestito sempre con ricercatezza--languissant di tutte le
eleganti signorine della Città. Un buon diavolo, in massima. Peccato
che si permetesse facilmente di pigliare in giro certuni suoi
conoscenti, dei quali era forse invidioso.

L'invidia è una droga, che entra in tutte le pietanze, e non v'è anima
al mondo, che non l'abbia assaggiata. Comincia dall'infanzia; voi la
vedete anche fra bambini quando si rubano l'un l'altro un dolce, od un
giocattolo. _Vita mortal, tutta d'invidia piena_ scrive l'Ariosto.
Naturalissimo pertanto che un pochino d'invidia, nutrisse anche il
buon Commendatore.

.... Un grande inchino, con saluto, al palco di Violetta, la quale
corrisponde con altrettanta espansione. Aringa detto fatto, va nel
palco della signorina e ritorna poco dopo, in platea, con essa, per
ballare la polka.

Ecco l'individuo che Violetta cercava appena giunta in palco, pensò
Alfredo, e credesi indovinasse. Se Violetta mi avesse salutato meno
freddamente, avrei ballato io con lei, pel primo. Ambiziosella! Tienti
il tuo decorato commendatore, chè, già le altre signorine non ti
invidiano. Esso, prima che a te ha fatta la corte a tutte loro, per
sistema, e poi quando assenti, le critica a meraviglia; meno male che
lo fa soltanto per taluna goffaggine, o per la loro discutibile
bellezza!..... Alfredo, del resto già pentito, (per la gentilezza
dell'animo suo) trova casuale il fatto e non progredisce nei dubbi
sulla bontà di Violetta. Gli rimane in corpo, soltanto, la solita
gelosia dell'ignoto. Bisogna escire a pigliare il fresco, caro Tamas
(il moro innamorato nella Gemma di Vergy). Converrà bere un
bicchierino, disse Cirillo, che tutto aveva veduto e compreso. Alfredo
accetta, ma di mala voglia, perchè brucia di gelosia e vorrebbe
restare, diremo sempre di guardia in teatro.

Cirillo ed Alfredo bevono una mezza bottiglia di Barolo, al vicino
restaurant. Cirillo che vuol cantarellare e non ne imbrocca una,
intuona l'aria del contralto, nella Maria di Rohan,«_A quel che par, a
giudicar, son le Lucrezie rare a trovar_.

Per Cirillo quell'aria è simpatica, ma Alfredo lo prega a smettere,
perchè mi guasti l'udito, osserva, e freme di ritornare al veglione.
Ma se non balli mai stasera, gli grida Cirillo! Ballerò, sta buono, e
presto e con delle ballerine cortesi e belle--conchiuse nervoso
Alfredo--ritorniamo dunque in teatro, mio otellissimo, fece ridendo,
Cirillo. I due amici sono già rientrati in platea, dov'è riposo
momentaneo del ballo, mentre però non cessa l'andirivieni. L'ambiente
si è riscaldato; si odono sonore risate. L'allegria, come sempre, è
cresciuta. Ma ormai la mezzanotte è vicinissima, e molti si dispongono
a partire per la cena di rito. Buon appetito, specialmente agli
uomini!!!.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Le signorine, morrebbero di languore, piuttosto che perdere un ballo,
ma è giocoforza che seguano i loro capi di famiglia, per le solite
convenienze sociali. Esce anche la famiglia Giacinto e con quella il
Commendatore. Questi nel vestibolo del teatro, incontra Alfredo, vuole
scherzare, come al solito, dicendogli: _Ma voi non avete ancora
ballato colla signorina Violetta_?

Alfredo, che sogna forse di veder accompagnate quelle parole, da un
sardonico sorriso, risponde iroso: Io non invidio il vostro titolo di
Commendatore. Quegli che per verità non si aspettava una tale
apostrofe, rimane interdetto, si morde le labbra e... _sarete voi_,
un... dice, ma per non fare scandali, preferisce seguire la famiglia
suindicata che va a cena. Provvederò domani, mastica fra i denti, ed
intanto va a cenare nella ospital casa, senza molto appetito...

Scusami, ma tu hai torto (dicea Cirillo ad Alfredo, mentre cenavano
alla trattoria, la quale, causa la folla impreveduta, serviva lenta ed
era esausta di provviste). Bisognava ribattere, con disinvoltura, lo
scherzo del Commendatore, fosse pure fatto con intenzione, e non
trascorrere all'ingiuria. Ma che c'entra Violetta, ma che c'entra il
sig. Aringa? Non ti sei accorto, che si tratta di abitudine per parte
del secondo e di un po' di vanità per parte della prima? soggiungeva
Cirillo. Queste sono simpatie e calori che durano 24 ore al più! Non
hai ancora imparato, essere forse i di Lei parenti quelli che
preferiscono Lui a te? Poniamo che sia, per un'embrione di
aristocrazia borghese, che guarisce presto. Violetta sposerà anche un
giovane povero, basta che le piaccia, ed io spero e desidero, da buon
vivant, che non affoghi in un cucchiaio d'acqua, come talvolta, sebben
raramente accade.... Sovvienti spesso della storica antica risposta;
_Se Messene piange, Sparta non ride_; ed impara il proverbio: _Si vous
la suivè elle vous fuit_ e viceversa, mio buon amico, e ridi una volta
buona, come faccio io, che mi chiamarono dalla nascita:
_Buonpensieri_. Folle, tu credi che tutto il mondo sia felice al tuo
confronto--e se pertanto domani vi sfiderete, penserò io a
riconciliarvi, previe le solite noiose pratiche per ritrattazioni,
rettifiche etc. e senza bisogno, in caso di duello, di quelle
successive strette di mano, che si usano, in stile cavalleresco, fra i
due individui in collera, dopo aver essi tentato invano di
sbudellarsi!

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Sono già le due dopo la mezzanotte. Nè il Commendatore, nè la famiglia
Giacinto ritorneranno al veglione. E di tale assenza Cirillo ed
Alfredo, già in platea, subito se ne accorsero. Alfredo, quasi
sollevato, per quella mancanza, chè prima aveva una pietra sullo
stomaco, disse, meglio così, e si diè tosto a ballare disperatamente,
anche cogli uomini corpulenti, fino alle 5 del mattino, quando il
teatro cominciava a vuotarsi delle persone meno inebbriabili.

Quelli che hanno cenato meglio, siano pure anche donne, sono sempre
gli ultimi a lasciare i veglioni, e gli estremi, definitivi balli, non
sono più danze, ma una vertigine spaventosa..... Il buon vino, è più
eccitante, si crede da molti, di una buona orchestra.

Alfredo e Cirillo, escono finalmente anch'essi. Corrono alle
rispettive dimore, dopo una cordiale stretta di mano. Alfredo si
abbandona vestito sul letto, e non dorme. Se un momento resta
assopito, pensa a quella sua eterna Violetta. Sogna di chiederle
scusa, (di che non si sa). Volea lagnarsi di lei ma no'l può, e
finisce come al solito, col tentare di darle un bacio tremante, senza
esito felice.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

In quella sera pertanto, meno l'avarizia, che, era rimasta in casa
malata di _compiacenza_, al dire dei buoni contadini, erano andati al
veglione anche i quattro ladri della pace, cioè l'amore, la gelosia,
l'ambizione e l'invidia .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

La cena in casa Giacinto, andò così, così, quanto ad allegria. Tutti
ebbero scarsa loquacità. Il Commendatore sembrò ai convitati alquanto
preoccupato. Violetta fece gli onori di casa senza la solita
disinvoltura, e finì per mangiar poco, e bever nulla. Nessuno dei più
anziani, propose di ritornare al veglione dopo cena, per cui alle due
dopo mezzanotte o poco più, casa Giacinto, aveva già spenti i lumi,
disposta ad aspettare, dormendo, il nuovo sole. Il signor Aringa andò
al suo alloggio in carrozza; il suo cocchiere si rivolse due o tre
volte, per chiedere al padrone, cosa comandasse, perchè gli pareva di
essere stato chiamato, ma invece il Commendatore, non aveva chiamato
alcuno, aveva brontolato fra sè per il noto incidente con Alfredo.
Decise però di volerne soddisfazione.

Violetta pure si ebbe, durante la notte, il suo incubo. Le sembrava
che le Furie, strappate le coltri, la trascinassero per la treccia,
intorno alla Camera. Svegliatasi alfine a giorno fatto, chiamò i suoi,
che la trovarono inquieta e lievemente febbricitante. Ma, un cordiale,
ed un po' di riposo ancora, Violetta si ristabilì in breve, senza
l'opera di sanitario.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Tre giorni dippoi, correva la voce, come la Signorina
Giacinto, fosse partita, a visitare alcuni suoi parenti
lontani, onde migliorare di clima, e quella voce non era
una delle solite fole.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

La mattina dopo il veglione, mentre Alfredo stava vestendosi, entrò
nella sua camera Cirillo piuttosto eccitato. Egli sapeva della
imminente sfida. Te l'aveva detto ieri sera, o mio--_Guerra a
fondo_--che la tua era stata una deplorevole imprudenza? So di certo
che fra mezz'ora, tu sarai sfidato a duello! È quanto desidero da
tempo; disse Alfredo, è quanto voglio. Ma ti prego, mio Cirillo, non
facciamo melensaggini. Siamo intesi; non le solite convenzionalità
cavalleresche, che, in fatto di duelli, sono di troppo, e rasentano la
buffoneria. Morire o l'uno o l'altro.

Cirillo alla vista di quella faccia d'ira livida ebbe paura, e tosto,
per mettere, secondo la consueta sua bonarietà, possibilmente, un po'
di acqua sul fuoco, provò a dire, con flemma. _E che muoiano anche i
padrini_. Alfredo, non potè sorridere, tanto era inqueto. Cirillo
allora, giovane di cuore e di pronto ingegno, soggiunse: giacchè tu
vuoi così, ritorneremo, ai vecchi costumi della antica Grecia, o dei
popoli Indiani. Lascieremo in disparte, per un momento, la moderna
cavalleria, e ricorreremo alla barbara cicuta, od all'acido prussico
moderno. Inutile pertanto la spesa di sciabole, di fioretti, di
pistole, di carabine. Due misere pillolette, allestite dal nostro
amico vice speziale Brichetti, e tutto, in pochi minuti, sarà finito.
Sei contento così? Altro rimedio non v'ha, perchè noi non siamo
esperti nella scherma e le pistole possono tirare storto ammazzando
invece qualche innocente passeggero. Una Pillola dunque col veleno,
l'altra senza. Se muore il Commendatore avrà cessato di corteggiare le
Signorine, se morirai tu, avrai finito di essere innamorato fino nella
suola delle tue scarpe. Cirillo era una gran testa e trovava lì per
lì, espedienti famosi. La sfida venne, pochi momenti dopo. I padrini
del commendatore furono due ufficiali della Territoriale; quelli di
Alfredo--Balena e Cirillo.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Il vice farmacista signor Bricchetti Galeno (questo il suo nome di
battesimo, che i lettori ancora non sapevano) fece un balzo
all'indietro, (come quello tanto noto di Don Abbondio), quando udì
proporsi da Cirillo la confezione di una pillola avvelenata. Non aveva
tosto indovinata la intenzione di Cirillo, e senz'altro, se ne schermì
non senza meravigliarsene. Ma quando comprese meglio le sibilline
frasi di Cirillo, acconsentì sorridendo e raccomandandosi, del resto,
ad ogni buon conto, per il più profondo segreto. Non si sa mai,
diceva! Siamo in tempi molto rigorosi per le farmacie!

Le due pillole identiche, saranno allestite fra un'ora; e lei signor
Cirillo verrà a ritirare il pacchetto, con patto, ripeto, del massimo
riserbo...

Il seguente mattino, i due nemici, all'ora precisa, erano sul terreno.
La località, dietro il muro di cinta di nord, del cimitero della
città.

Non poteva scegliersi miglior luogo, per la ragione, che uno dovea
restare cadavere, ed all'istante, per la efficacia dell'acido
prussico.

I due ufficiali eran là seri, impettiti; Balena era più pallido dei
morti. Cirillo, fingeva distrazione. Alfredo ed Aringa, non si
guardavano, ma dimostrarono grande risoluzione.

Se non chè Cirillo, al punto di procedere, coll'intervento degli altri
padrini, alla scelta del numero pei duellanti, onde poi scegliessero
per primo o secondo l'una delle due pillole, propose, che,
contrariamente all'uso, avessero i duellanti a stringersi la mano,
prima del duello.

Nessuno oppose diverso parere, ed ecco il Commendatore ed Alfredo a
darsi la mano a vicenda. Quelle due mani, però non si staccarono sì
presto, ed i duellanti chiedendosi reciproco perdono, si abbracciarono
commossi, lasciando ciascuno cadere dagli occhi due goccie limpide,
che assomigliavano a brillanti davvero non chimici!

Lord che era dovunque, come l'aria, alla vista di due pillole di
pasta, gettate a terra da Cirillo, si affrettò ad ingoiarle. Non
allarmarti Alfredo, disse Cirillo! Nemmeno Lord ne morirà, perocchè in
quelle due pillole era soltanto farina bianca con zucchero!

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Un breve turbine, finito serenamente per la bontà d'animo di due
uomini, che avevano fatta a vicenda, od un'erronea interpretazione, od
una imprudenza e per la ingegnosa trovata di un sincero amico.

                    «Honny soit qui mal y pense!»
                                (Vitupero a chi pensa male!)



PARTE PRIMA

CAPITOLO IX

Sourtout pas trop de zèle


Passarono giorni parecchi, prima che Violetta ritornasse alla casa
paterna.

Alfredo intanto trascinava la vita sterile, miseranda. Aveva dipinto,
è vero, qualche piccola cosa, ma di mala voglia. Un paesaggio,
credesi, di proporzioni modeste, che non trovava acquirenti (tanto ne
vanno zeppe le Pinacoteche). Aveva fatti anche degli abbozzi al
carboncino, ritratti di donna, i quali, per caso, assomigliavano tutti
a chi mai? Indovinate?... a Violetta. Egli vivea colla diletta
famiglia d'ogni giorno, siccome cantò Aleardi nelle sue lettere a
Maria. Maddalena ed Elisa sorelle minori di Alfredo, erano carine
tanto, ma di carattere, in complesso, opposto al suo. Buone assai, ma
piuttosto fredde. Assomigliavano dippiù alla mamma che al papà,
entrambi defunti in età media. Quei tre fratelli, poveri in origine,
erano costretti a tosare man mano i tenui risparmi dei loro Genitori.

Il giovane pittore aveva inoltre il difetto di non volere uniformarsi
mai al moderno sistema della reclame, la quale, mediante corresponsione
più o meno lauta, ingrandisce, secondo i casi, le capacità artistiche e
letterarie, fruttando loro vantaggi o pecuniari od onorifici. Così per
l'avversione surriferita alla reclame, i quadri dello sventurato
pittore, restavano appesi nel suo studiolo, coperti di polvere, e degli
escrementi moschicini. Egli però non se ne accorava di troppo, perchè
sgraziatamente non aveva mai sentito l'universale, giustissimo desiderio
del danaro, rappresentante di tutti i valori, e manna migliore di quella
antica del deserto.

Unicamente Violetta gli era scolpita nel cuore e nella mente ad ogni
minuto del giorno e della notte. Provava talora, con sforzi erculei,
di allontanare quella imagine, onde avere un momento di requie, ma
ahimè! tutto inutile. Perciò, anche un mediocre contabile, sommando i
minuti di ogni ora, di ogni giorno, di ogni mese e moltiplicando per
sette anni, durata esatta di quell'amore, veniva con soddisfazione a
sapere, come Alfredo avesse costantemente pensato a Violetta tre
milioni seicento vent'otto mila e ottocento volte. Conto giusto.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

I medici alienisti, ascriveranno probabilmente questo fatto, ad
anomalie del cervello umano, senza speranza di guarigione, perchè
ridotte a cronicismo.

. . . . . . Alcuni sinceri amici di Alfredo, quantunque non avessero
mai potuto sapere da lui il nome della sua Diva fatale, si provarono a
persuaderlo, ma sempre invano perchè trattavasi di un'idea fissa,
essere più ragionevole il mutar l'amorosa ad ogni mutar di luna, come
si tollera nella enciclopedica nostra epoca, di quello che correre
dietro per sette anni ad un'ombra che fugge.

Se non che, per ritornare, in carreggiata, secondo l'argomento
indicato nel presente capitolo, vo' dimostrarvi la verità del detto
popolare, e cioè: _I calci vengono due alla volta_.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

In quel frattempo erano giunte ad un funzionario politico della
provincia «_Voci alte e fioche e suon di man con Elle_» (Dante INFERNO),
vale a dire, siccome parecchi giovani di condizioni diverse, ma
specialmente artisti, preparassero con detti e scritti, il malcontento
delle plebi (termine burocratico) contro la classe abbiente. Perciò
alquanto allarme, sebbene non pienamente giustificato, infiltravasi
nell'animo pauroso di quel raro funzionario, in modo che ha dovuto
decidersi a fin di bene, e per il tollerabile amore al suo pane
quotidiano, a lavorarvi attorno alla meglio, onde poi specialmente
garantire la quiete degli affezionati proprietari locali. Fece una
passeggiata nel Circondario, visitò i più influenti, ricorse alle
autorità minori, ai confidenti, della dignità immemori e fatto poi di
ogni cosa un grosso intingolo, trovò doveroso, a scanso di
responsabilità, ma però dopo bastante riflessione ed indugio (perchè
realmente egli non era poi un Attila), di fare e di spedire in alto, un
elenchino delle varie persone sospette, le quali insomma, anche per
semplice precauzione, dovessero, per qualche annata, abbandonare i
proprii lari, viaggiando gratis verso le ospitali piccole isole
mediterranee.

Criticare è facile, mentre difficile è il fare, sentenziava quel
burocratico. In certe evenienze, il procedimento regolare o ozioso,
basta l'opinamento dell'onesto o per lo meno zelante funzionario, per
allontanare dalla gente tranquilla ed utile, i facinorosi o quelli che
sono in voce di esserlo. Gli artisti per esempio, quei benedetti artisti
di ogni epoca e nazione, e la storia ne insegna, hanno quasi tutti la
testa calda, diceva nella sua diligente relazione quel buon diavolaccio
di funzionario, e soggiungeva che ciò era in contraddizione coll'arte,
senza accorgersi di bestemmiare. Dovrebbero essere precisi siccome i
pesi e misure a sistema decimale, od un quid simile, e sopratutto non
dovrebbero pensare troppo o vagliare l'operato dei maggiorenti e dei
reggitori della cosa pubblica, il quale, in massima è saggio e
conveniente, per chi se ne voglia accontentare. La relazione in parola,
sarà stata forse più lunga e più bella, ma press'a poco era nei termini
suindicati. Se non che, il ripetuto proverbio delle pentole e dei
coperchi, in cui c'entra il diavolo, fece in modo che l'elenchino di cui
sopra, fosse noto ad una certa persona gentile, prima ancora che
pigliasse la via in alto, e che quella persona avvisasse il nostro
Alfredo (in quell'elenco naturalmente compreso) a stare sull'_attenti_.

Pare sia stata una indiscrezione intima, cui torna supervacaneo
indagare. La selvaggina umana pertanto conflata da nove individui, fra
di loro inoltre, poco conosciuti, mercè la premura di quella mano
graziosa in pria e poi del buon pittore, ha potuto a suo tempo,
svignarsela per ignota, ma più sicura direzione e possibilmente in
località lontane, montuose ed in disparte dal noioso telegrafo.

Ma volle il destino od il caso fortunato, come meglio vi piaccia, che
la pratica preservativa del devoto Sopraintendente Provinciale,
andasse a finire, siccome tante altre cose umane, al pari cioè delle
bolle di sapone. Un cambiamento di governatori, una amnistia, un
trasloco del referente (felice questi di cavarsela dai rivoluzionari,
temuti più dei briganti) mutò d'incanto le sorti di quei nove
malcapitati. Peccato che i medesimi, non avendo tempo o voglia in quei
giorni di leggere i giornali, viaggieranno egualmente colla paura in
corpo. Soliti contrattempi.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Lasciamo andare ormai gli altri otto individui, ove loro piaccia ed
informiamoci anzitutto, dove probabilmente emigrerà il nostro buon
Alfredo. Senza danari non si può viaggiare in nessuna classe dei
treni, chè, le diverse Società ferroviarie, non vogliono saperne di
far liste. Ed inoltre, nel caso nostro, vi sarebbe quel benedetto
telegrafo, che vi precede più veloce delle antiche staffette. Su
certe viuzze e su montuosi sentieri, non si può andare in
vettura..... dunque fra poco anderemo a piedi, o Alfredo mio,
giacchè, se non sei temibile cacciatore, sei cacciatore instancabile.
Tu farai dunque l'alpinista per forza, e vi troverai certamente degli
alpinisti per diporto. Intanto, anche per questa volta, non si
viaggierà nei centri popolosi, colle manette ai polsi, alla guisa dei
borsaiuoli.



PARTE PRIMA

CAPITOLO X

«Non tutti i mali vengono per nuocere»


Care mie facciamola finita col piangere . . . . e poco mancava che
piangesse anch'egli . . . devo assolutamente partire, diceva Alfredo
alle sue sorelle, in un pomeriggio del principio d'Aprile di
quell'anno 18.. in cui temeva vicinissimo il principio del domicilio
coatto, essendo giunto pochi momenti prima il secondo inteso avviso
dall'amica incognita. Le due giovani, sebbene d'indole tranquilla,
pure, pel grande affetto verso il loro fratello, non potevano
rassegnarsi a quell'improvviso abbandono del quale non conoscevano la
precisa cagione. Esse erano buone semplici, timide, religiose per
principio, senza affettazione, quindi non sospettavano il male.... Che
è mai avvenuto, esclamava angosciata Maddalena, la più anziana? Perchè
ci lasci così? Tu ci farai morire di crepacuore! Eppure, soggiungeva
Alfredo, pel mio, pel vostro bene, è giocoforza che io parta da qui, è
una lodevole precauzione, e se indugiassi, potrei essere portato con
altri, alle piccole Isole meditteranee . . . Non posso dirvi dippiù.
Preparatemi un piccolo involto, leggero, leggero, che deporrete nel
carniere di caccia, raccomandatemi al vostro angelo custode, e niente
paura . . . .

Alfredo però, come suo costume, non aveva pensato al denaro
necessario, quasi in ogni cosa, e che certamente a lui mancava. Allora
Maddalena ed Elisa, persuase, come il fratello fosse irremovibile, si
diedero una fugace, ma abbastanza eloquente occhiatina, ed entrate
insieme nel loro gabinetto, ne ritornarono sorridenti, con un
mucchietto di biglietti di piccolo taglio, che erano stati il loro
paziente risparmio, per lavoro d'ago, cosa di cui soltanto le donne,
in massima più economiche e più previdenti degli uomini sanno fare.
Erano circa duecento lire, Prendi, disse la sorella maggiore, spendili
adagio, adagio, e non darti pena per noi, che, noi lavoreremo giorno e
sera, e coll'aiuto della nostra Madonna della Consolazione, vivremo
discretamente fino al tuo ritorno. Elisa, mesta mesta disse: tornerai
presto nevvero?..... Alla sua volta, sebbene non volesse farlo, toccò
ad Alfredo di piangere..... «_Tristo colui che non conosce la voluttà
del pianto_.»

Preso il fucile, il carniere, poche cartuccie, e chiamato Lord (che
rompeva le scatole a tutti tre, pei suoi salti d'allegria), Alfredo,
in fretta, in fretta si sottrasse agli abbracciamenti delle sue tanto
dilette sorelle, e rivoltosi al nord del paese, potè raggiungere dopo
tre ore di sollecito cammino, le _falde_ del monte B..... quando era
già il tramonto.....

Lord, il quale, più del solito, in detta giornata, aveva potuto
mangiare, per le premure delle sue padroncino, abbaia disperatamente
nell'escire di casa, saltellando dinnanzi al padrone, certamente,
secondo la sua grande intelligenza, per avvertire il pubblico, siccome
il suo padrone, quantunque ad ora tarda, andasse alla caccia!...
Alfredo, nervosissimo più del solito in quel momento, volea bastonare
quella cara bestia, ma poi pensò di tollerarla. Intanto, causa il
baccano dell'innocente Lord, le bottegaie del paese, in buona
relazione col nostro pittore, erano già venute sulla porta, ad
informarsi di quella novità, attesa l'ora vespertina, ed Alfredo, con
artificiali sorrisi, e mal repressa bile, accontentò, correndo
innanzi, ed inventando una frottola qualunque, le curiose compaesane .
. . . . . É costume dei piccoli centri, il voler sapere sempre, e ad
ogni costo, delle versazioni, passeggiate, viaggi, gesta, amori, dei
conterrieri, che naturalmente si devono incontrare dieci volte al
giorno. Non conviene inquietarsene, perocchè, quanto sopra, è un
rustico attestato di amicizia .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Alfredo sale già il monte, al chiaro di luna, egli è soliloquo, per
vizio congenito, cammina sempre in fretta e pensa, a chi mai? alla sua
Violetta!

Per oggi non maledice al proprio destino, perchè spera girando il
mondo in direzione speciale, di rivedere l'oggetto del suo grande
amore, fosse anche per un battere di polso. La salute di Alfredo, ad
onta delle cento ed una peripezie, è ancora sempre forte. Egli
cammina, cammina, divora la via, ma se, per caso, e per fortuna di
rado, incontra viandante sospetto, o gendarmi, gli batte con maggior
violenza il cuore, conoscendo bene la sua iettatura. Fin'ora, però,
grazie al Cielo, nessun incidente spiacevole. Tutto è silenzio,
interrotto quando quando, dal funereo lamento dei Gufi. Quel triste
canto ai superstiziosi non è di buon augurio, ma ad Alfredo piace
tanto come gli piace il Venerdì ed il numero tredici. Fra le roccie
delle alte montagne alberga più facilmente l'upupa e la civetta, i
paggi di madama la Morte, le donne hanno paura, ma Alfredo desidera
quella tetra musica, perchè si accompagna meglio alla sua bella
mestizia. Lord intanto, ad onta della notte, provvede agli urgenti
bisogni del suo immenso ventricolo, dissotterra e mangia topi di
qualsiasi dimensione..... Un bravo cane! La suscettibilità del
nostro profugo, non si muove, nè per le distrazioni di Lord, nè per
le ripide salite. Egli è ormai nel suo elemento, la solitudine. Egli
prova sempre vaghezza di poesia, anche quando di mestizia vestita,
perchè così, potrà liberamente pensare, a quella splendida figura
che gli è scolpita nel cuore!.... e recita ancora la sua romanza:
_Declina il sol morente, move pel Ciel la sera_......

Intanto Maddalena ed Elisa per tutta quella notte, non possono
addormentarsi. Stanno in decubito a recitare Ave marie, Salve regina,
e requiem ai poveri morti quantunque il loro fratello sia ancor vivo.

Anche Alfredo, seduto a riposare alquanto, su di un abete divelto dal
turbine, sospira, e pensa alle sue care sorelle.

Una nenia lontana, lo distrae e lo commuove. Sarà un pastore che
rincasa tardi dai colli sottostanti. Assomigliano quelle cadenze,
sebben rozze, a quelle del Ruy Blas: _O dolce voluttà, desìo del cor
gentil_, etc. Alfredo tende l'orecchio ed ode, perchè la voce
dell'incognito si avvicina, questi versi:

    Noaltri montanar
    Ghavem de pasta el cor
    Vedem de l'alto el mar
    E femo anca l'amor.
                  Viva l'amor.

Lord, contrario in massima alle cadenze musicali, và brontolando.....
Scorsi cinque minuti, il novello Trovatore, giunge presso il nostro
viandante, preceduto da un centinaio di pecore, cui frammiste poche
capre, e seguito da un somarello, col paiuolo sul basto, e da una
grossa e pelosa cagna della famosa razza francese guidatrice di
mandrie.

Lord, più fortunato del suo padrone, e di scelto olfato, cessò dal
brontolìo, e fa una corte spietata alla improvvisa amante, come fosse
una tenera antica sua conoscenza. Nè un istante l'abbandona.....

Bona sera--signor Casador lustrissimo (interloquì un pastorello sui 18
anni). Se el vole alogio alla nostra casina, cossì ala bona, gavarìa
piacere. Se el gà un mocio de cicare, faria grazia, bruso de la voja.
Nui faremo un trato de mezz'ora gnanca, e semo a logo.

Accettato, rispondeva Alfredo, perchè conveniva farlo in causa della
notte, della stanchezza e dei luoghi a lui sconosciuti. Eccoti uno
zigaro intiero. Tienti però chiamata la tua cagna, perchè temo che il
mio Lord se ne vada con essa, fino a Vienna. Ed il pastorello, ooh!
non ghe pericolo... La me Jena non bandona le so pegre. Domani, sul
fresco, sior Casador lustrissimo lo meno a copare de sicuro, do o tre
francolini.

In somma il pastorello ed il cacciatore sfortunato, erano di già
buoni amici e sì discorrendo, entrarono ben presto, senza noia alla
casina.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .


Rifocillato alquanto il nostro pittore, con polenta e latte di
capra, appena munto, offertogli da un uomo e da una donna in età
(probabilmente i genitori del giovanetto di nostra recentissima
conoscenza) escì sul praticello circostante alla casina, dal quale,
al chiaro di luna, potè rilevare quel magnifico panorama della
vallata. Colli e monti pittoreschi, bellezze incantevoli, che più
d'ogni altra, commuovono i cuori afflitti e le anime pensanti.
Peccato che sia pronta, ogni momento, una distrazione, in causa di
quell'originale di Lord, che converrà mettere al quinzaglio, avendo
già egli fatto scappare dalla stalla due capretti, e rubato un mezzo
stracchino esposto alla pubblica fede. Alfredo ne è dolente, ma non
sa ricorrere alla violenza, con quella sua cara bestia.

Rientrato in cucina, (la quale ai pastori serve contemporaneamente
di anticamera verso strada, di gabinetto, e di salotto) Alfredo si
rivolse al vecchio (si comprende che gli altri due erano già a
dormire) e gli chiese, se nulla di nuovo fosse in quei dintorni.
Niente del tuto, lustrissimo, rispose il Pastore. Noaltri no gavem
gazete; anche la signora che ze qua da oto zorni, la se lamenta de
la mancanza de nove. Quà no ghe ze altro che volpi e pojan. Anzi
bisogna, sioria, che se contenta de dormire sul fenil, perchè
l'unico letin ghe lo avemo dato a la siora. El so servitore, un
vecio, color de la tera, la lo gà mandà indrio, me par a Trieste,
perchè giera sopo per una cascada....... Io mi accontento presto,
disse Alfredo, e vi ringrazio del vostro buon cuore. Non si può
negare, del resto, che la notizia di una signora sola, forestiera,
dimorante da pochi giorni in quella casina (probabilmente per la
cura climatica) non stuzzicasse la curiosità dell'artista,
quantunque pieno di afflizione.

Siamo già alle tre ore di notte¹ e la conversazione
fra il vecchio pastore ed Alfredo continua.

    ¹ --I montanari non hanno bisogno di orologi, essi si regolano,
      quanto all'ore, colle stelle, siccome agli antichi tempi. Per
      esempio, sanno che manca un'ora all'alba quando i predèèr, o
      predièèr (gruppo di stelle minori) perdono di intensità della
      luce. E così sanno delle altre ore di notte dalle altre
      stelle: Marte, Nettuno, Venere, Saturno, Diana, etc. Il
      vocabolo _predéèr_, non è, credesi, astronomico, ma
      semplicemente alpigiano. E quanto all'etimologia della
      nostrale parola? Più probabilmente dal latino _preésse_ o
      _predicere_, cioè gli astri precursori del giorno. Anche
      l'autore, che or sono quarant'anni, cacciava sui monti, imparò
      da que' mandriani, a conoscere, senza orologio, le ore, tanto
      della notte come del giorno, ed allora era meno facile
      sbagliare di grosso, come oggi, col meridiano internazionale.

      Non siamo del resto nemici del progresso!

Seppe pertanto Alfredo che la famiglia dei pastori ospitali era
formata da tre sole persone, padre, madre e figlio, già noto al
lettore, che la signora dilicata di salute, l'aveva mandata
lassù--el sò dotor al fresco--che la giera nè molto zovine, nè
vecia, ma conservada. E che bela dona, lustrissimo. Che ghe giera
morto de colpo, el so omo a Trieste dò mesi indrio. Che la preferiva
stare de sola, e vestiva sempre metà de ciaro e metà de scuro, che
infine giera rica tanto, perchè piena de fiorini, e la pagava de
groso.

Alla domanda, sul nome e condizione della signora, il buon vecchio,
sonnecchiando, rispondeva: Lori nò i sà. Noaltri montanari andemo
zoso a la bona, e se fidemo senza tante sospetazion, e bondì
lustrissimo, no semo tanto curiosi; me par una brava dona, piena de
inzegno e ze basta. Felice note, lustrissimo, ed entrambi andarono a
letto...... sul fienile.

Quanto sono pittoresche quelle casupole bianche a cavaliere delle
gole montuose, o piantate nelle conche prative, sotto i cumignoli
dei monti cosparsi ancora dalla neve! Una perfetta poesia--un
effetto magico. La luna d'argento, che stava per spegnersi, essendo
già trascorsa la mezzanotte, rischiarava ancora, debolmente però,
quella scena.

Le bellezze dell'universo, ancora più grandiose fra i monti, sono
soavi tanto alle anime melanconiche, di vita e d'amore ricolme.
Nessun rumore fino all'alba. Qualche squittio di volpe, qualche
latrato lontano e null'altro. Ma Lord, il quale non si sa come,
aveva rotto il quinzaglio (avrà mangiata la corda) girava intanto la
casina e sotto e sopra, e bisogna dire che quello sfacciato
penetrasse nella mal chiusa stanza della signora, perocchè per un
momento si udì, un _marcia via_ di grazioso timbro femminino.

Alfredo, si assopì una breve ora, disteso sul fieno, senza
svestirsi. Sognò di Violetta, (miracolo), che girava su pei monti, e
di un'altra bella donna che le attraversava il passo... e che lui
era volato in difesa di Violetta.

    «Nè però cessa amor con varie forme
    «La sua pace turbar mentr'ella dorme.
                         TASSO _Canto VII_--ERMINIA.

E noi diremo mentr'egli poco dorme. Nientemeno che il nostro
artista, durante le sue caccie in pianura, incideva siccome
l'_Erminia_ del Tasso, il nome amato sulla corteccia dei pioppi.
Quindi caccia e amore sarebbero quali due cognate in famiglia!

L'alba è giunta finalmente. Le pecore si destano e dopo l'una le
altre tutte, belano, perchè impazienti di escire al pascolo. Il
vecchio pastore già mungeva le anziane. Il giovinetto cantarella:
_Sorge il sole alla collina_ etc.

La signora è già escita, forse per andare ad una vicina capelletta.
come fece il dì innanzi, risponde il pastorello ad Alfredo, già
sulla porta della casina in assetto di pseudo caccia. Lord si fa
chiamare tre volte, perchè era nella stalla ad inquietare la Jena.
Alfredo regala qualche moneta a quella buona famiglia, che potea
ripetere col poeta, di cui sopra

    «E questo greggie e l'orticel dispensa
    «Cibi non compri alla mia parca mensa.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Portiamoci più in alto, e più al sicuro, pensava intanto il profugo
Blandis, e fuggiamo sopratutto da qualsiasi avventura galante.
Sarebbe per me un delitto.

Avanti dunque, mio buon Alfredo, colla tua giovane guida, la quale
però, non appena ti avrà posto sul sentiero maestro, dovrà ritornare
al suo greggie. Quel giovanetto al vedersi attorno Lord, ridendo,
esclamò: _Brigante sto braco, jer sera me gà spazzà un salamo de
pianta!_ Alfredo, senza scomporsi, indennizzò il pastorello, e poco
male, disse, essere ladri di un salame, piuttosto che ladri della
pace. Il pastorello non comprende e propone breve caccia ai
Francolini, cui Alfredo, senza voglia, accetta.

Se non che al momento di lasciare la casina, ecco venire incontro la
gentile ospite dei pastori, molto mattiniera, con semplicità ma con
buon gusto vestita, reduce dal suo vicinissimo pellegrinaggio. Vi fu
un reciproco cortese saluto fra la Signora ed il Pittore, non
insolito fra quei monti tanto scarsi di passeggieri.

Entrambi, del resto, ebbero la percezione, di non essere affatto
nuovi fra loro, ed a ciascuno sembrò che qualche anno addietro, vi
fosse stata occasione di vedersi, probabilmente in un viaggio.
Entrambi nel loro interno, dissero: _quella figura non mi è nuova_!!
Quella donna era ancora bella, ancora giovane (sui 30, aspetto
distinto, capegli ed occhi neri, statura alta e snella, colorito
bruno pallido; portava sul petto un mazzolino di narcisi freschi; al
collo un nastrino di lutto; l'abito di stoffa grigia leggera, simile
alla mantellina.

E subito Lord, lo scioccone, a profondersi in cerimonie verso
l'incognita, siccome fosse di lei amico da gran tempo! mentre, una
sola volta, per la sua tracotanza, l'aveva visitata nella di lei
camera da letto. E la signora in contraccambio, ad accarezzarlo,
quali due vecchi amici. Oh! il mistero delle simpatie per riverbero!
La caccia fu breve, non uno dei Francolini incontrati, fu preso; ma
una sola Gazza, ammazzata per equivoco.

Caccia ed amore, sono antagonisti come il piacere ed il dolore.
D'altronde il pastorello, mortificato anche lui, per l'esito di
caccia negativo, dovea ritornare presto alla stalla poco lontana,
per abbeverarne il greggie, e se Alfredo S. lustrissimo, avesse
voluto compiacersi di seguirlo, disse quel giovincello, poteva in
breve ora, mettersi nuovamente a sua disposizione, quale guida.

Alfredo segue distrattamente il pastorello, e mezz'ora dippoi, siamo
ancora alla stessa casina del giorno innanzi........ Strana
combinazione!...... perocchè, se noi non ci inganniamo, sembravaci che
la mattina stessa, Alfredo, giurasse in cuore, di andarsene da colà
lontano ed in gran fretta, siccome astemio dalle avventure!

La signora era in cucina a far colazione, e la pastora tutta in
faccende a servirla. La colazione fu brevissima, e la Signora, con un
secondo gentile inchino, passò d'innanzi al Pittore, per assidersi al
di fuori su di un tronco d'abete, facente funzioni di poltrona. Il
cacciatore in attesa della sua guida, è sulla porta di cucina e beve
una tazza di latte stando in piedi.

Nessuno, però, dei due forastieri, potè esimersi dall'ingenuo piacere,
di un'altra occhiatina reciproca, più del lampo veloce, ed ora, chi
mai sarà il primo, a rompere, come suol dirsi, il ghiaccio? Per legge
cavalieresca, l'uomo, già s'intende, e perchè gli uomini, inoltre, non
sanno, quanto le donne, osservare scrupolosamente i precetti della
educazione, e della modestia. Le donne esprimono di più cogli occhi,
che colla favella.

La giovane guida intanto, potrà attendere liberamente a' suoi
pastorizi incombenti, mentre, chissà, non si avvii fra i due
sconosciuti mortali di sesso diverso, una conversazione qualunque,
tanto, per ingannare il tempo, in que' luoghi primitivi. Questo non è
nuovo, durante i viaggi, e non c'è pertanto a meravigliarsene. Nè
sarebbe intempestiva, per lo sgraziato Alfredo, qualche piccola
distrazione.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Siamo pertanto, lettori miei, in completo accordo, come dovesse essere
Alfredo, a non fare l'aristocratico ed a parlare pel primo.

Basterà soltanto che Alfredo, abbia presente, un pochino, il
proverbio: _L'occasione fa l'uomo ladro_.

Sentiamo cosa dirà, quel mezzo ingenuo d'artista, a mo' d'esordio!

ALFREDO--Se io non temessi che la signora, mi avesse a qualificare per
indiscreto, vorrei pregarla a lasciarmi sedere vicino a lei, su quel
rozzo, ma poetico sedile, onde, discorrendo, con persona graziosa, e
certamente colta, portare uno svago a' miei mali!...

SIGNORA--Fate come vi piace! Non v'ha titolo ad offendersene.

ALFREDO--Io vi ho incontrata tre anni or sono, nel mio viaggio
artistico da Milano a Trieste e ricordo di non essermi punto annoiato,
perchè il vostro conversare è piacevole. È vero, o prendo io forse
abbaglio?

SIGNORA--É verissimo! (Capperi. Chiacchera meno la donna dell'uomo!)

ALFREDO--E se non erro, voi, com'io, siete artista!

SIGNORA--Sì, io fui cantante, e ricordo che voi siete Pittore, per
quanto in quel viaggio, mi avete esposto (memoria di ferro).

ALFREDO--Perdonate, vi prego, alla mia curiosità.... ma perchè, voi,
giovane ancora, avete abbandonata l'arte?

SIGNORA--Perchè il Conte Alfredo Stirtlizt, triestino, mio marito,
assai ricco, non lo permise. Egli viaggiando, mi sentì cantare nella
_Traviata_ a Barcellona, se ne innamorò, mi sposò, e mi condusse a
Trieste. Ma, signore, io perdetti quel caro amico, dopo soli tre anni
di convivenza, e non sono per anco due mesi che egli passò a miglior
vita. Mi lasciò ricca, senza figli, ma col vuoto nell'anima. (Due
creature pertanto, che contemporaneamente, avevano il vuoto
nell'anima!)

ALFREDO--Anche voi, dunque, sventurata! Anch'io sono infelice, sono
celibe ancora, amo e non sono riamato. Ma credete, amo assai, e vi
prego non chiedetemi il nome suo.... Ditemi piuttosto il vostro. Io
intanto vi vi dirò il mio.... Mi chiamo Blandis Alfredo, lo stesso
nome del fu vostro sposo.

SIGNORA--Ed io mi chiamo Carlotta Zaira Coriktzin, Stiriana. Il nome
Carlotta l'ho lasciato, per non evocare mesti ricordi. Ma ohimè, a che
valgono le mie ricchezze, se non ho più chi a me pensi? Il cuore non
ama le ricchezze. Il cuore vuole un cuore, e niente più. A 30 anni, e
vi giuro che non ne rubo alcuno, io sono già morta sulla terra, e non
so consolarmene, perchè il mio defunto marito mi voleva tanto bene, e
d'ogni premura mi colmava.

Perfino il mio vecchio fedel servo, un meticcio, acquistato all'Avana,
il buon Jon, accenna ora ad ammalarsi, e l'altro dì, lo dovetti
rimandare a Trieste, portato da un somaro fino alla ferrovia... Il
poveretto, mentre pochi giorni fa, saliva con me questo monte, cadde e
ne ebbe forte distorsione al piede. Ora sono qua sola. Ho bisogno per
certuni piccoli incomodi, dell'aria balsamica delle montagne e vorrei
a piccole giornate, raggiungere l'Ospizio dell'Alpe; ove, troverò
forse qualche mia amica triestina.

ALFREDO--Io non ho destinazione fissa, perchè il precipuo mio intento
fu quello di allontanarmi da luoghi a me infausti. Sono lombardo, amo
la caccia, sono pittore, mi diletto di poesia che in questi monti, più
facilmente è nutrita e.... se.... mi tollerate... per vostro compagno
di viaggio, fino lassù, ne sarò lieto, perchè lo stare con voi sarà di
certo molto gradito.

SIGNORA--Accolgo, senza apprensione di sorta, la vostra proposta, e
senza esagerato rispetto alle cosidette convenienze sociali, nemiche
all'arte ed alla poesia. Noi, se vi piace, partiremo insieme anche
oggi stesso.



PARTE PRIMA

CAPITOLO XI.

Idilli di Montagna


Alfredo alla inattesa proposta della signora Stiriana, era contento sì
e no, in suo cuore. Sì, per nutrire, come diss'egli poc'anzi, la sua
innata poesia. No pel timore di desistere qualche minuto dal pensare
alla sua Violetta, che non la potea in niun modo sradicar dal cuore...
Un viaggio improvvisato con una bella, distinta ed ancor giovane
signora, non era cosa spregievole, e quindi in sua mente, ricordò: _Al
nuovo albore noi partirem_; colla differenza che Luisa Myller partiva
con suo padre, mentre lui celibotto, partiva con una vedovella
sconsolata. Per quanto riguarda la caccia ai Francolini, selvaggina
sceltissima, poteva dirsi, fin d'ora, un affare sballato, con grave
dispiacere di Lord. In massima, le signore detestano la caccia, perchè
distoglie gli uomini da altre meno rustiche cure. Alfredo, ebbe per un
istante la cattiva tentazione di fare lo Spartano, ma poi riflettendo
ai doveri della cavalleria, venne anche lui, siccome tanti altri, a
più miti propositi. Nelle stagioni o tepide o calde, e specialmente
fra i cento grati profumi delle piante alpestri, è facile improvvisare
confortanti relazioni. Evviva il sentimentalismo!!!

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

La vecchia pastora, dolente per verità, della accelerata partenza
dell'ospite proficua, ma sempre di carattere bonario, diceva a suo
marito: Che brava zente tuti dò. Me giuraria che i se tole de boto. Ed
il pastore, di rimando, come il più navigato: Cara ti.... ma no ti à
capito, per Santa Veronica, che lù saria un bocon mato? El parla
sempre de solo, el dise de le cose che no se pol capire un'ostia. Anca
el so cane me par senza giudizio. Sta note gà roto el mel, gà disturbà
la Signora, gà magnà el me ultimo codeghin, e gà barufato cola nostra
bona Jena, corpo de Santa Frigonia!

Basta, nui semo abastanza contenti dei fiorini a bote che m'ha donai.
Dio benediga quela brava dona, e ghe manda un moroso, bon come el sò
povero marïo; ma che nò sia, tanto original, come el Casador
lustrissimo.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .


Nel pomeriggio del giorno medesimo, Alfredo e Zaira partirono assieme
dalla casina pastorizia nota e guidati per breve tratto dal
pastorello, percorrono il sentiero maestro, che li dovea condurre
all'Alpe Climatica. Ma presumendo essi di giungere alla meta, senza la
guida, intempestivamente la licenziano, previa lauta mancia. Ahimè,
que' due amici di fresca data, distratti forse dal caloroso dialogo
sui disinganni della vita, smarriscono il buon sentiero, e si trovano
impigliati fra sassi e rovi, e poi nel fitto bosco, ove la notte li
sorprende, ed in quel luogo disabitato, sono costretti a fermarsi. Non
sapremmo, se quei due Esseri vaganti fossero da compiangere o da
invidiare. Il viaggio però è allungato. La bella Stiriana, s'ebbe
degli strappi nella gonna nuova di foulard color cielo, senza punto
inquietarsene. Alfredo stavolta si diportò da vero cavaliere, perchè
fu sempre pronto a soccorrerla onde non cadesse. Scelto per alloggio
un angusto spazio erboso, cui faceva ombrello un Pino lussureggiante,
quei due amici anzichè trovarsi a disagio, sono lieti di quella
poesia, perfezionata dal tubare di due palumbe appollaiate sul Pino, e
forse sorprese di vedere persone a quell'ora, in luoghi tanto romiti.

Lasciamoli ora discorrere fra loro quei due artisti di cuore, e
lasciamoli riposare come meglio vorranno. Ivi nessun pericolo di
insidia. Qualcuno lo preferirebbe ad un posto di prima classe in treno
ferroviario.

Oh! ma il vecchio pastore, aveva affatto ragione, di spiegare a sua
moglie, come _quel sior lustrissimo, parlasse spesso de solo, e
dicesse cose che non si poteano comprendere un'ostia_. Alfredo credeva
infatti che Zaira dormisse su quel verde naturale tappeto, mentre
invece non era che lievemente assopita. Perciò eccolo poco stante a
recitare la famosa apostrofe all'amore, del maestro di poesia, Ariosto

    Ingiustissimo amor, perchè sì raro
      Corrispondenti fai nostri disiri?
      Onde, perfido, avvien che t'è sì caro
      Il discorde voler, che in duo cor miri,
    Ir non mi lasci al facil guado e chiaro
      E nel più cupo e maggior fondo tiri;
      Da chi disia il mio amor tu m'allontani,
      E chi m'ha in odio, vuoi che adori ed ami!

Zaira, che dicemmo parea dormisse, udì, ne fu dolente ma non lo
confessò e solo disse, rialzandosi alquanto, dal suo improvvisato
giaciglio: _Ma chi è mai, quella fortunata donna, che voi amate sì
fortemente, e che per ventura non vi corrisponde? È forse l'araba
Fenice?_.....

Pentito Alfredo allora, del proprio enfatico dire, chiese perdono
collo sguardo, e si tacque fino al levar del giorno.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Due dì ed una notte, impiegarono quei due buoni compagni di viaggio,
onde giungere, senza nuovi contrattempi alla meta prefissa, cioè il
paesello climatico di quelle altissime regioni. Con una buona guida,
si poteva fare anche più presto assai, ma vi furono le fermate
artistiche di una donna, e le esclamazioni poetiche di un uomo, che
hanno fatto perdere tempo.

Molti viaggiatori alla pesca del clima refrigerante, giuntivi per
diverse strade si trovavano già colassù, nel piccolo ma ben provveduto
albergo.

Quel movimento, quella vivacità, quella eleganza femminile, in una
parola, quell'andirivieni solito dei luoghi di bagni, di acque
ferruginose o sulfuree, o jodiche, e degli ospizi alpini, dove non si
fa altro che mangiare e bere (dicono) ed aspirare l'aria balsamica,
non spiacquero alla Signora Zaira, abbastanza lieta del suo arrivo
colà, sperando di vedervi qualche buona amica dei paesi natii. Alfredo
invece non solo trovava seccante quel frastuono, ma per lui era anche
l'antitesi della poesia. Organetti, chitarre, violini, contrabassi,
tromboni, insieme all'ocarina mal suonati, venditori girovaghi di
pessimi dolci, di fusa, di trottole, di S. Antonini, di fischietti, di
castagne secche, ecc. ecc. si mettevano sempre fra i piedi,
interrompendo ogni discorso, anche di qualche importanza. Per oggi,
nessun incontro di persone note e care, incontri tanto soavi alla
esistenza.

Quello che più seccava ad Alfredo, e che da un certo lato lo accorava,
erano i questuanti laceri, tutti provvisti però di un istrumento
qualunque.

N. B.--Tutti o quasi i questuanti del Regno, sono diventati da poco in
quà, virtuosi di suono o di canto.

La loro musica commovente, fino allo stridor di denti, è più
abbondante nei paesucoli. Ma che volete farci? Si devono compatire
quegli infelici, avendo dovuto essi innocentemente, eludere la Legge,
che confessiamolo, ha trovato soltanto di vietare la indecente questua
al minuto, perchè indizio di oziosità, mentre non ha peranco scoperto
il meccanismo di troncare la questua all'ingrosso, che è la prova
della demoralizzazione.

E fosse quest'ultimo il solo malanno sociale!

Sonvi inoltre nel consorzio umano, specialmente nella seconda metà del
Secolo XIX, _tre categorie_ di individui che fanatizzano i buoni
principi sociali-religiosi-politici.

L'una è quella dei _mangia-poveri_--l'altra quella dei
_mangia-preti_--la terza quella dei _mangia Signori_. Abbiamo usata la
frase di cui sopra, estranea, direte, e forse un po' troppo volgare,
ma fu anzi per esprimere con maggior significato, il vocabolo
distruzione, demolizione. Perciò dovete compatirci.

Queste tre categorie sono la rispettiva cagione dell'odio di classe, e
ne conseguono le esagerazioni, ed i danni. Chi ha creata la prima
categoria?--L'egoismo dei poveri fanulloni, senza pudore, che privano
perciò, spesse volte di soccorso i poveri buoni e fieri; fieri perchè
preferiscono soffocare fra quattro mura, la loro incolpevole miseria.
= Chi ha costituita la seconda categoria?--Gli stessi preti, parecchi
dei quali, dimentichi della loro santa missione, o scorretti od esosi
od intriganti hanno accumulato tutte le ire anche sui preti esemplari.
= E chi ha fatta nascere la terza categoria?--I ricchi medesimi,
perchè allucinati dagli eterni leccazampe inorgogliti dagli
inevitabili bassi adulatori, o da chi, per obbligazione, deve dar loro
sempre ragione, hanno finito per erigere fra essi ed il non abbiente
popolo onesto una nuova muraglia della China. Maggior intelligenza
pertanto, minor orgoglio, per avere concordia, e da questa il generale
ben essere.

Ormai, gridava un tale che moriva di inedia, ci mangiamo l'un l'altro,
e parlava giusto; noi facciamo come i pesci, _piscis pisciculum
vorat_, colla differenza però che i pesci mangiano per vivere, mentre
noi viviamo per mangiare. Molti, per poter pascersi a sazietà su tutta
la linea, alle spalle dei loro padroni, cercano in ogni modo lecito od
illecito, di allontanare dal mulino gli onesti amici del mugnajo.

Ahimè, soltanto ora, noi ci accorgiamo di esserci scostati un
centinaio di chilometri dall'argomento, di cui al Capitolo in corso,
ma procureremo dì ritornare sul sentiero maestro.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Caduta la notte di quel primo giorno d'arrivo di Zaira ed Alfredo,
all'ospizio Climatico, Alfredo andò nella sua cameretta fin troppo
modesta, perchè all'ultimo piano, verso corte, e quasi senza luce.
Lord dovette farsi la cuccia sotto il letto del padrone. Si vede che
l'Albergatore aveva buon naso, perchè tosto riconobbe la qualità
stentata del suo forestiero; il prezzo del resto, non era stato di
molto inferiore a quello delle altre camere possibili. Ma ciò non
dava alcun fastidio al nostro Pittore, perchè egli, di solito,
durante il giorno, passeggiava pei Colli circostanti, e la notte nel
cortile, siccome fanno i conigli.

Nel mattino seguente si vociferava che altri quattro forestieri
fossero giunti all'ospizio, cioè una signorina bella, giovane,
elegante; una cameriera antipatica e due signori maturi, e molto
impettiti. Lord, fa imbestialire anche il conduttore dell'ospizio,
perocchè, secondo il suo vizio speciale, aveva portato in camera del
proprio padrone, il prescritto registro dei forastieri. Gesummaria!!!
Alfredo, potè leggere tosto, nell'ultimo foglio, il nome dì Violetta
Giacinto. Un tremendo calcio a Lord, e la pronta restituzione al
padrone dell'Albergo di quel registro, con mille scuse. Il padrone
riconciliato con Lord (prudenza, quando si ha troppa paura dei grossi
cani) conchiuse che dovrà essere un bravo portatore del selvatico. Nè
per fortuna, si era peranco accorto, di un altro difettuccio del cane
in parola, quello vorrei dire, di rubare formaggi e salami in genere.

Dio ti ringrazio che mi hai portata vicino la mia Violetta!! Il cuore
me ne aveva dato il segnale più volte durante il viaggio! Esclamò
Alfredo.

Ma il giorno tutto, impiegato da Alfredo nel passare e ripassare sotto
le finestre dell'Albergo, non valse a vederla. Pare che gli ultimi
forestieri giunti, avessero il loro alloggio, al primo piano verso la
valle, come arrischiò a caso un cameriere, e che la signorina, non
fosse escita fin'ora dal detto alloggio. Anche Violetta, certamente,
non sapeva della presenza di Alfredo...... Il seguente pomeriggio,
Alfredo, fatta una passeggiata colla sua compagna di viaggio, la
lasciò per la di lei consueta toilette, e si provò a tentare anche
l'ala sinistra della Palazzina verso la valle...... Nessun risultato.

Se non chè ad un tratto, Alfredo vede venirgli incontro Lord, tutto
affannoso, tutto a salti, con un foglio in bocca. Quel ludro, me ne ha
fatta un'altra delle sue!! Porta qui subito, porta qui! Lord
obbediente, lascia cadere il foglio a terra, vicino al padrone.
Siccome il foglio era aperto, ed Alfredo, sempre precipitoso, non badò
alla soprascritta, potè leggerlo senz'altro.....

Oh! fallita speme!..... Alfredo credeva leggervi una lettera di
Violetta a lui. All'incontro Alfredo vi lesse quanto segue,
(rimanendone impietrito e cadendo al suolo).

                        (E cadde come corpo morto cade)
                                DANTE, cant. V _Inferno_.

    Stimatissima Suor Maestra!

                                Dalla Stazione climatica alpi tirolesi,
                                14 Aprile 18....

_Sette anni che non ho la fortuna di baciare la mano alla mia
carissima e buona maestra di collegio. Oh! quel tempo era ben più
felice per me. Nessuna contrarietà. Nessun disinganno. Vita senza
pensieri, come i fanciulli. Ora tutto cambiato--e non ho che 23 anni
nessuna libertà; la società è cattiva. L'indipendenza, una chimera.
Gli ideali del cuore soffocati al loro nascere dagli intriganti. Ed
io mia buona e santa istitutrice, già stanca di vivere nel mondo, e
quantunque ancora giovane assai, ho deciso di ritornare al convento,
per farmi monaca, se la Madre Superiora mi vi accoglierà, come
spero.... Ciò avverrà fra un mese al più tardi. Siate per ora
segreta, ed abbiatemi, nel nome di Gesù, sempre la vostra
affezionatissima_

                                                VIOLETTA.

e sotto stava l'indirizzo: «Convento delle Orsoline, città di
Ipsillon.»

Vi mancava questa pel misero Alfredo..... Ei rimase nel luogo dove
aveva letta la lettera fatale, tutta la notte. Qual colpo tremendo,
qual vuoto nel suo cuore tanto innamorato ed impressionabile. Porco
d'un cane, prenditi questo, fece, con disperazione, battendo sul capo
dell'inconsapevole Lord, la cassa della appena imprestatagli ghitarra,
nello scopo prefisso di fare la serenata alla sua Violetta. Povera
ghitarra, causa la sua antichità, se ne andò in quattro pezzi, come se
fossero quattro ghitarrine. Così, Alfredo, dovette poi pagare al
cameriere proprietario, lire venti, trovando la domanda anche troppo
discreta....

Spendili adagio, adagio, consigliava Maddalena al fratello, mentre gli
dava il gruzzolo dei risparmi, all'atto della partenza..... Povera
Maddalena, e povera Elisa..... il vostro Alfredo ha già consumato per
una vecchia ghitarra, il pranzo di una settimana. Noi speriamo del
resto, che il nostro artista, abbia appreso, siccome le migliori
serenate, siano quelle concertate..... in tempo utile!

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Anche la carissima Zaira, dal canto suo, (vedi contrasti della vita)
pensava al suo simpatico compagno di viaggio, mentre stava
pettinandosi la lunga e nera treccia, coll'aiuto di una Kellnerin
dell'Albergo. Non sapea spiegarsi però l'improvvisa freddezza del
Pittore e conchiudeva... è un caro uomo, ma un distinto
eccentrico...... Parla piuttosto frequentemente da solo. Una sera, non
sapendo che io lo ascoltava, mi ha fatto la rassegna delle donne più
famose in amore, cioè la Mirra della tragedia dell'Alfieri, la
Francesca da Rimini, le figlie di Lot, Cleopatra, Semiramide, Adelaide
la figlia di Luigi XV, un trattato ab immemorabili, di mostruosi
incesti e che mi pare estraneo alle sue aspirazioni puramente
sentimentali; una specie di mostra artistica o per un pittore o per
uno scultore, ma non per un poeta gentile. Ma io non ho mai potuto
cavargli dalle labbra il nome di quel suo grande amore infelice, di
cui sospira sovente.

Compiuta l'acconciatura, la quale giova alle donne come l'avena ai
cavalli, andò Zaira a passeggiare sul viale dinnanzi all'Albergo, in
cerca, probabilmente del suo misantropo..... Lord, il girovago, mentre
stava trastullandosi con due o tre cagnolini, si accorse della
presenza della signora dai biscotti, e di galoppo le và incontro.
Lord, era l'antitesi del suo padrone; non era mai privo di appetito.
Zaira lo accarezza, gli dà un pan dolce. E.... dov'è il tuo padrone?
Dov'è.... parla caro Lord. Questi, simile alla brutta bestia del
Dante: _E dopo il pasto ha più fame che pria_, inghiotte d'un colpo il
panetto, dimena la coda e guardando Zaira, corre verso la valle. Zaira
ha compreso, lo segue, e presto vede il padrone di Lord a cavalcione
di un muricciuolo che pare dipinga a matita sopra un foglietto. Oh!
non v'ha a dubitarne. Farà il ritratto alla donna de' suoi pensieri,
che ormai conosco, senza saperne il nome, pensò Zaira. Lasciamo che si
persuada, quel buon giovane, e noi accontentiamci della sua amicizia,
che in realtà è preziosa.

Alfredo, nel guardarsi attorno, si accorge della sua gentile compagna
di viaggio, e naturalmente da perfetto cavaliere, le va incontro.
Zaira, gli sorride simpaticamente, e... come si và col barometro oggi?
interrogando Alfredo.... Male, male, mia carissima.... Tempo
burrascoso! Vado cercando, il mio tipo solito, per ritratti, o non v'è
caso di poterlo rilevare.... da qualcuna delle finestre dell'Albergo,
che guardano questa vallina. E perchè non avete ancora fatto il
ritratto a me, buon amico? A voi lo farò ad olio, ed in grande perchè
lo meritate. Bastò questa insolita gentilezza di Alfredo, perchè Zaira
ne fosse lietissima. Forse un po' di gelosia piccina piccina, e non
siccome la gelosia grossa di Alfredo, discendente in linea retta di
Otello. Zaira si assise sul muricciolo presso Alfredo, e lo pregò a
lasciare quell'abbozzo di ritratto a matita. State invece allegro,
sussurrò.

_«Nulla die sine linea»_ (nessun giorno, senza un fatto spiacente)
sclamò, inqueto Alfredo, gettando la matita sull'erba.... Jeri una
terribile scossa all'anima mia già troppo amareggiata, stamane lassù
all'Albergo, mi parve essere pedinato da un figuro sospetto, e mi
capirete buona Zaira, noi artisti del libero pensiero, in questi
giorni, nei quali sembra rigermoglino i partiti avversi l'un
l'altro.... potremmo avere in periglio la nostra libertà personale. E'
un brutto momento questo o amica. Dai modi diversi di vedere, nasce
l'odio. Si vorria, a difesa, imprigionare la mente, e non potendolo,
rendere schiavo il corpo. Speriamo che non si ritorni ai tempi di
ingrata memoria. Si teme della Democrazia, la grande alleata della
giustizia e della eguaglianza fra gli uomini, e la nemica, quindi, dei
privilegi.... Voi mi avrete compreso abbastanza, amabile donna.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Quella gentile Stiriana, così squisita nelle arti nobili, e non
profana della politica, aveva bene indovinati gli ideali di Alfredo, e
la cagione del suo recente lagno. Perciò non ne ebbe meraviglia: ma
anzi crebbe in simpatia verso di lui. Voi da pochi giorni, disse, mi
foste amico sincero.... lo confermi il nostro idillio fra i monti.
Un'altra volta, in tempo più lontano, vi incontrai, e ne ebbi
impressione gradevole. Cominciai allora a studiarvi. Voi siete un
egregio uomo, ma assai fantastico. Il vostro cervello, mi pare di
vederlo, bolle mai sempre siccome l'acqua di una caldaia a vapore, col
pericolo dello scoppio. Non siete completamente pazzo, ohibò, ma la
vostra testa, scusatemi, la mi sembra un pochino malata nella parte
che riflette le più concrete sensazioni umane. Voi vorreste, ma
invano, sottrarvi, alle necessità della vita moderna, e vivere sempre
tra le nubi, e fra gli angioli. Calmatevi ormai, e prendete il bene ed
il piacere, dove si trovano meno ritrosi, nè badate d'avvantaggio, da
qual parte arrivino; occasione, audacia, fortuna! Il valico arduo, ad
uno è facile, ad un altro!..... Questo è il mio debol modo di pensare
e di vivere..... perchè il mondo va così. Spetta a noi, in certi casi,
a fare da valvola moderatrice .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Mia bella Stiriana, soggiunse Alfredo; voi mi rappresentate oggi
splendidamente, lo scetticismo. Mi duole di non potervi seguire in
quella via..... Io amo da sette anni (ci siamo) una fanciulla divina;
l'amo dell'amore di paradiso. Ma questo sublime sentimento, mi ha
rubata la pace, perocchè temo (non è per fortuna la certezza), temo di
non essere da lei, e senza sua colpa, al pari riamato, e perchè
l'educazione sua, lo comprendo, differisce dalla mia. Diversa coltura,
educazione monastica e presenza di ascetici principii....

Anch'io, sorse a dire vivacemente Zaira, sentii una volta battermi
forte il cuore in petto, e già ve lo dichiarai, perchè al pari di voi
provo gli affetti! Anch'io ho bisogno di nutrire l'anima mia d'amore,
ma io mi rimango, per ora, qui sulla terra, e non viaggio come voi,
nelle più alte sfere della volta celeste, siccome fanno gli areonauti,
che poi finiscono a rompersi il collo sopra le piante dei campi.....

Oh! mia amabilissima Zaira, voi non sapete forse, come la poesia, il
sentimentalismo, non abbiano leggi e non conoscano il tornaconto, cioè
il nudo egoismo dei bruti. Voi forse non conoscete che il contrasto
aguzza le passioni, e che nella nostra anima è un ente misterioso, che
non ha nome chiaro, che non si può esattamente definire, che impera
sulla umanità, e che perciò soltanto la rende superiore alle bestie.
La dea Minerva non è conosciuta dal cuore, ed egli misero, sconta
talora a caro prezzo quella sua ignoranza. Questo ente sarà l'amore?
Probabile che sì, ma dell'amore, vi sono troppe varietà, a guisa dei
fiori. Alcuni, vedete, specialmente quelli alla moda, preferiscono
l'amore di occasione, proprio dei nostri odierni costumi, che si
incontra nei gabinetti artificialmente profumati ed illuminati, in
teatro, sul corso, ai balli, od in carrozza ad otto molle. Io
all'incontro, prediligo l'amore che si può trovare anche
improvvisamente nelle foreste, come avvenne di Oronte e Giselda al
tempo delle Crociate, ed anche senza il fiume Giordano, l'amore che si
può acquistare fuggendo colla rapita; o nel casolare di una
pastorella, o nella scalata di un vecchio castello, irto di pericoli
ed a ponte levatoio chiuso; al pattinaggio sulle rive di un lago
gelato, sotto una quercia o in una grotta. L'amore difficile, perchè
dura di più l'amore misterioso, geloso, sovraumano, contrastato,
periglioso. Io vorrei l'amore di Elisa col traditore Enea, vada pure
bruciata una seconda Cartagine, e lasciamo dire il contrario ai
seguaci di Loiola. E noi dal canto nostro, crediamo che Alfredo, non
sapesse di esagerare o di fare della parodia. Egli era certamente in
perfetta buona fede.

A tanta e sì spaventevole eccentricità, la bella Stiriana sentì
compassione, e se non avesse avuta, per Alfredo, già molta simpatia,
avrebbe certamente recitato in cuor suo, il _Libera nos domine, da
simili amanti_. A questo punto Alfredo offrì il braccio alla sua
graziosa compagna di viaggio, ed entrarono nei loro rispettivi
alloggi, avvertendo, che il pittore malcontento della cameraccia
destinatagli dall'oste buon naso, andò a sedersi ed a pensare in
cortile  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .



PARTE PRIMA

CAPITOLO XII.

L'aria fine è un farmaco potente


Quante guarigioni meravigliose, ha fatte l'aria delle alte
montagne!... V'è talora qualche pericolo ai polmoni delicati, col
salire, per esempio a 1800 metri sul livello del mare e collo stare
sotto le nevi eterne. Lasciando, del resto, in disparte, per oggi, le
eccezioni, è indiscutibile (come aveva detto il vecchio pastore di
nostra conoscenza) che più si va in alto (d'estate, già s'intende)
maggiore è il refrigerio di tutto il sistema nervoso. Colà viene
l'appetito anche ai morti. Peccato che i viaggi alpini, costino in
massima, quanto gli altri viaggi, per cui non sono sempre alla portata
di tutte le borse. Talvolta quei viaggi non sono che un semplice
passatempo, non dissimile dalle gite alle acque zulfuree, ferruginose,
ecc. ed ai bagni di mare. Taluno va ai monti, perchè sa che ivi andò
qualche persona, o famiglia di suo genio. Tal'altro, perchè nella
stagione tale (sempre quando in pianura fa caldo) sono andati
parecchi, e si ha vergogna di far sapere che si è rimasti al piano di
borgate o città, ove si è molto conosciuti. Taluno si reca alla cura
climatica, in vista di vantaggioso Imeneo od in cerca di avventure non
bene definite, ma che ponno restare semplicemente nella sua fervida
immaginazione, sia pur giovane o matura. Alcuna per sottrarsi
parecchie settimane, da maligne dicerie, o per sfuggire a talune
noiose o compromettenti assiduità. Infine per avervi maggiore libertà
d'azione. Le signorine vi potriano trovare un prossimo futuro
maritino, e probabili idilli, cose affatto chiare, secondo la
vocazione universale del sesso femminino. Negli alberghi piccoli o
grandi i viaggiatori alpestri stringono più facilmente relazione; ivi
si suona, si balla, si canta, si giuoca, e, naturalmente, a
somiglianza degli antichi patriarchi, si fa anche all'amore senza
tanta soggezione. Lassù pertanto, trovano conforti le varie classi dei
mortali, di tutti i gusti e di tutte le età. Voi colassù vedrete, in
maggior numero, dei celibatarii impenitenti, delle vedove sconsolate,
e qualche mal maritata. Tutta gente, siamo intesi, che ha buon tempo,
perchè ha quattrini a sufficienza. Quanto ai maturissimi che volessero
andarvi, quale 2.a edizione del _Don Pasquale_, in cerca di avventure
galanti, per essi giù di moda, li consiglierei a guardarsi di tre
cose: 1. Dal portare il lume--2. Dal capitalizzare senza interesse--3.
Da qualche ricordo sgradito alle spalle od al ventre. Colassù saranno
andate anche delle Rosaure o delle Colombine. (Vedi Goldoni Commedie).
Colassù, in una parola, troverete, con frequenza anche un buon nerbo
di cacciatori, per vocazione o meno, e di varie qualità, cioè, i
cacciatori così detti conservatori della specie (vedi il nostro
Alfredo) perocchè se anche tratto tratto, fanno fretta incutendo
spavento alla incontaminata selvaggina, pure ne conservano assai
spesso la esistenza, con gaudio dei cacciatori vandali ed esclusivisti.

I cacciatori di pecunia, con tutte le trappole insegnate dall'arte
venatoria, non escluso qualche lecito ricatto, ma colla probabilità di
essere presto o tardi burlati dalla selvaggina assalita... I
cacciatori di doti i quali sono affatto indifferenti intorno alla
qualità squisita del selvatico. Finalmente, ma qualche rara volta in
causa dell'aria troppo fine, vi si trovano cacciatori di ciondoli, pei
quali ogni mezzo è buono; fucili, reti, lacci ed imboscate. Noi
volevamo far grazia, per oggi, agli uccellatori di rinomanza, che può
diventare compassione, coll'arma dei libri a stampa, fra i quali il
sottoscritto co' suoi confratelli ed alle uccellatrici di
cortigianeria, colle potenti armi dello splendido volto e del
seducente abbigliamento; ma non vi seppimo resistere. Siccome
mitigante però diremo, che molti e molte vanno su quelle cime, senza
un secondo fine, ma per puro scopo di sollievo allo spirito, non
respingendo, in caso, taluni svaghi, concessi dalla Provvidenza.
Sarebbe una vera asinità, il rifiutarli!



PARTE PRIMA

CAPITOLO XIII

Una quarta parte monomaniaci


Ora che siamo in ballo, balleremo imperterriti, col disordinato nostro
sistema nel periodare, e colla forma quasi stenografica.

Il venticinque per cento della umanità, scusate lettori della
confidenza che ci prendiamo, sarebbe, diremo, poco seria. Non
intendiamo la serietà apparente soltanto dall'esterno, ma la vera
serietà che è sita nell'interno nostro.

Ed onde persuadervi, se sarà possibile, piglieremo ad esempio
l'argomento delle collezioni. Questo campo è vastissimo, fertile
assai..... Fate pure il vostro giro di storia naturale, fra i parenti,
gli amici e le conoscenze, entrate nelle loro ricche o modeste
abitazioni e vi troverete. Nell'una, dodici gatti o gatte di varie
grossezze, razze e pelo. Nell'altra otto o dieci cani, di specie
diverse, cioè dal botolo al mastino, che hanno l'istinto di lacerare i
pantaloni, ai visitatori del loro padrone. Nell'altra una ventina di
gabbiole e gabbioni, reclusori di passeri, fringuelli, canarini,
cingallegre, merli ed è miracolo se non vi staranno anco una civetta
od un corvo. Nell'altra una scuderia con dieci cavalli, di vario
pregio, dei quali soltanto la metà, è destinata a servire il padrone
gran Signore, la seconda metà deve rimanere inoperosa nella stalla,
esposta agli _amateur_, siccome le statue nei musei. In una casa di
mediocre censo, troverete centinaia di quadri oleografici, disseminati
in tutte le camere compresa la cucina e le cabinet de dècence.

Nel salotto di un mezzo Signore, mille monete di rame e d'argento
antichissime, e di quelle d'oro pochissime, in causa del sistema
cartaceo. Qua migliaia di francobolli d'ogni civile nazione,
distribuiti pazientemente su cento fogli, in Album elegante di
marocchino. Là centinaia di vasi e vasetti, colla varietà dei fiori,
accolti anche nella camera da letto, onde tenere nutrite le nevralgie
cerebrali..... Cambiate giro e facciamo un bricciolo di fisiologia.
Questi «_Logora i florid'anni e il censo avito_» fra i «_Lascivi balli
e le tarde cene_» nei Teatri, al giuoco d'azzardo e fra le studiose
della orizzontalità non precisa, verso gli amatori del centro di
gravità. Quegli fabbrica tutto l'anno, per causa del suo cosidetto
male della pietra erigendo e demolendo alternativamente e senza
intermezzo, la propria casa, tanto per non arrivare mai a farsi un
alloggio compiuto e confortable. Noi qui faremo grazia ai lettori,
forse già ristucchi, di molte altre monomanie, ma non potrei ommettere
quella compassionevole dello scrivere e dello stampare libri grossi e
piccini, della quale è vittima anche il sottoscritto, e che
propriamente va denominata la monomania di rinomanza, antica siccome
il mondo, numerosa quanto le stelle e che ha fruttato molto bene in
vero, e molto male talvolta. E' innegabile del resto, che «_La lettura
è la miglior maestra_.» Assioma accolto da mezzo mondo.

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In quel paese alpino, visitato, come si disse, dai pescatori della
salute florida, o delle avventure galanti, viveva un vegliardo che
chiamavano il _Romito_. Egli a guisa di Ippocrate, conosceva la
potenza di talune erbe e radici, ne possedeva una sterminata
collezione (probabilmente un altro monomaniaco) e ne faceva uso,
talvolta, con successo, verso chi, ne lo avesse richiesto, per
malattia reale od immaginaria.

Questi viveva quasi solitario, dicesi quasi, perocchè insieme a lui
viveva anche una specie di Maga, chiamata Proserpina, tanto brutta e
nera, da non smentire il nome della moglie di Plutone Dio
dell'Inferno. Essa dispensava a modico prezzo, il futuro, a quelle
persone dell'uno e dell'altro sesso (in maggioranza però donne), che
le prestavano credibilità. Di tali indovine ne van piene le fiere, i
mercati, le ville d'ogni parte del globo. Un mestiere siccome un
altro, tanto per mangiare senza troppi sudori.

La casupola del Romito e della Maga, era confiata da pochi ambienti e
mobilio di misero aspetto. Era situata nella parte più eminente di
quel villaggio, e si considerava quale un avvenimento strano, quello
di vedere i due soci in pubblico, e di giorno. Avranno passeggiato
forse insieme la notte, come talvolta faceva da solo, anche il nostro
amico pittore.

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PARTE PRIMA

CAPITOLO XIV

La Chiesuola dell'Alpe


Violetta era escita dalla casa della Indovina più mesta che prima. Non
si è mai potuto penetrare, quali auspici dell'avvenire madama
Proserpina le avesse fatti.

Violetta, appena risposto, con serietà, al saluto cortese di Zaira,
che incontrò sulla porta dell'Empirico, lo specialista contro i più
delicati incomodi nevralgici, sentì desiderio di andare alla Chiesa,
per essa dolce abitudine.

Sulla più alta prominenza di quel paesello alpestre, isolata e
discosta un tiro di fucile dalle casupole sparse, sorge una piccola
chiesa di povero aspetto, ma da poco tempo restaurata, sullo stile
gotico, geniale. Era capace soltanto di duecento persone circa, quando
stassero pigiate. Nel momento in cui Violetta s'inginocchiò su di una
panca, presso l'altare della vergine, nessuno stava in quel sacro
recinto. Un momento di grande poesia, per un artista, per un poeta, un
perfetto quadro di Raffaello, mentre colà pregava una seconda
Fornarina.

La quiete, il silenzio, l'isolamento di quel luogo, a Dio consacrato
dai fedeli, erano più cari alla già mesta Violetta. Tanto è vero, che
poco prima essa rimandava sola all'albergo, la sua antipatica e rozza
cameriera, che dovea informare quei due signori, parenti o tutori,
della breve assenza della signorina, pel noto scopo pietoso.

Ma per mero caso, ed alla stessa ora, anche Alfredo, per bisogno di
solitudine, a lui tanto amica, passeggiava nella località più eminente
del villaggio, presso la Chiesuola, d'onde godeasi lo spettacolo
grandioso dell'orizzonte che si stendeva fino alla pianura. Quanto
poeticamente mesto in quell'istante Alfredo. Quanti ricordi di
famiglia, quanti affetti diversi commovevano insieme la sua anima
gentile appassionata. Aveva gli occhi umidi di pianto e contemplava la
volta celeste! . . . Egli, in quel momento non sapeva certamente di
essere una creatura di questo mondo ingrato. Anche Alfredo, siccome
avea fatto Violetta, provò brama di visitare quel Romitaggio, per la
semplice ragione dell'arte sua od invece per la misteriosa attrazione
magnetica di due corpi? Egli andava quasi mai in Chiesa, sebbene in
cuore, religioso, perchè colà d'autunno e d'inverno si ode sempre
tossire forte, e quel rumore secco gli dava ai nervi. In Primavera si
sternuta, e d'estate vi si trovano pulci in quantità superiore al
bisogno. Sapeva però che la Chiesa quando è vuota o quasi, si presta
pietosamente a raccogliere le anime turbate, in pensieri soavi e
tranquilli (segreti del misticismo, misteri dell'anima umana). Colà
rinasce, per effetto della nostra debolezza, la speranza su ogni cosa,
e per questo le Chiese sono frequentate più dalle fidenti donne che
dagli uomini, comunque sia la rispettiva coscienza . . . . . Ma ora
proseguiamo . . . . . . . Alfredo rimane sulla porta aperta della
Chiesetta e si accorge di una giovane, che fra il silenzio mistico,
prega dinnanzi all'altare della Beata Vergine. Quantunque la pia
avessegli rivolte le spalle, egli la riconosce tosto . . . . è
Violetta! . . . . . . Numi del cielo, siate misericordiosi, e calmate
i violenti battiti del cuore di Alfredo! Quale consolazione per
quell'anima innamorata, che invano da tre giorni, cercava vedere
l'amata fanciulla!... Le gambe però non lo reggevano più e dovette
sedere sul gradino del primo altare.... Un sospiro mal rattenuto, fece
accorta anche Violetta che qualcuno era entrato in Chiesa. Si rivolse,
vide e riconobbe, nè potè frenare entro le labbra il suo ammagliante
peregrino sorriso, quel sorriso che aveva altre volte inebbriato
Alfredo, e che si può chiamare la fonte del suo grande amore. Quella
dolce rimembranza incoraggia Alfredo, ma la forte emozione, gli
innonda tosto di lagrime il volto, e siccome un fanciullo piange. Quei
due cuori sono dunque per volere del Cielo, riavvicinati? Il quadro di
Giulietta e Romeo, di Paolo e Virginia, sono di smorto colorito al
confronto del nostro quadro vivente, Alfredo e Violetta.

Essi finalmente si baciano, colla sfumatura possibile soltanto al
pennello fine del Correggio, e colla purezza degli angioli. Ma
Violetta ricompostasi ad un tratto e fissando i suoi begli occhi
sull'immagine della sovrastante madonna, allontana dolcemente Alfredo.
_Io sono votata a Dio sommessamente_ esclama: _Lasciatemi_.

Quanto era bella in quell'istante Violetta! Quanto scultorio il suo
collo d'alabastro! Nessuno certamente dei quattro Evangelisti, tanto
ricchi di scienza, dipinti sotto la volta della Chiesa, avrà deplorato
quell'incontro e quel contegno sì poetico. La poesia piaceva anche ai
Santi; piace anche a Dio, il quale pel primo, di poesia ha popolata la
terra, col Sole, colle Stelle, colla bellezza, col canto, col suono,
coi fiori, e coll'amore fra due esseri dissimili nel sesso! Alfredo
tanto rispettoso verso la donna in genere, e più ancora verso l'amata
Violetta, alla guisa dei cavalieri antichi (a quanto dicesi) lasciò
sola la sua Regina ed escì confuso all'aperto «_Errò senza Consiglio e
senza guida_» (Tasso, _Erminia_, Canto VII) ma nella sua anima
sensibile, assai confortato.

Quello strano essere, si accontentava di poco; aveva avuta in quel
momento l'intenzione di ridursi alla sua brutta camera dell'albergo,
non lontana dalla chiesa, ma invece si trovò, dopo cinque minuti,
nella valletta sottostante. Accortosi a questo punto come le gambe lo
avessero trasportato là dove non voleva il pensiero, senza stupirsene,
perchè cosa non nuova, decise di risalire il colle e di fare una
visita anche lui a Proserpina la vecchia indovina di quel paese vicino
al cielo. Quella signora, pensò Alfredo, essendo la moglie di Plutone
(come dice la mitologia) e la Regina dell'Inferno, dovrebbe saperne
più degli altri. Io non sono mai stato nè spiritista, nè
superstizioso, (Alfredo, come sappiamo, era soliloquo), ma in questo
momento, provo anch'io la tentazione di sentirmi predire il futuro.
Coraggio dunque.

In quattro altri salti, Alfredo è già sulla porta della donna padrona
dell'inferno. Non ebbe bisogno di fare anticamera, perocchè a due
passi dal vestibolo, era là in piedi la dea nera (certamente
un'africana) che con un cenno della mano lo invitò a sedere su di un
vecchio baule, da cui sporgevano pergamene antiche. Alfredo volea
parlare ma quella signora appoggiando verticalmente l'indice sulla
bocca, fece comprendere che bisognava tacere. Ed invece cominciò a
parlare ella, giacchè anche le donne dell'altro mondo, devono parlare
sempre e per le prime.

Dunque voi, giovanotto, ma sulla trentina, vorreste conoscere il
vostro avvenire?

Non importa che io sappia della vostra condizione. Mi pare del resto
che non siate nè un avvocato, nè un giudice, nè un professore di
statistica, nè un medico alienista, ma vi credo un mezzo artista, dal
modo di vestire, ed un mezzo poeta dal modo di portare il cappello
troppo alto sulla fronte. Ebbene il vostro avvenire, eccolo:«_Se
volete essere per lo innanzi, meno infelice, praticate senza
dilazione, col trapano, un piccolo foro al capo nella scattola
posteriore, cioè al cervelletto, lasciate escire tutta l'acqua calda,
e poi con una siringa, rimettetevi tutta acqua fredda_ (una inezia).
_Quanto alla durata della vostra vita, non si sà di preciso, ma posso
dirvi fin d'ora, che se proseguite colla stessa andatura di prima,
andrete più presto alla casa di Plutone mio parente, al quale però io
vi raccomanderò senza alcun fallo....ed abbiate inoltre spesso
presente, il_ Pedro adelante cum juicio, _del governatore spagnuolo di
Milano, al suo cocchiere, mentre passavano framezzo alla sommossa
popolare di quell'epoca_¹.

    ¹ Pietro và avanti con giudizio.

Quelle parole di Madama Proserpina, fecero su Alfredo l'effetto di un
litrone d'acquavite, perocchè quale un ubbriaco, non sapea levarsi da
quel perfido sedile, quantunque per alcuni chiodi si pungesse le
natiche. Non ebbe altra energia che quella di chiedere, _quanto era il
suo debito_? Nulla, esclamò la Indovina, perchè voi siete povero
com'io, ed intanto imparate ancorachè«_il male che noi facciamo, non
ci attira tante persecuzioni e tanto odio, quanto ce ne attirano le
nostre buone qualità_.».... addio!! Quella profetessa spinse in tal
modo, il malato a fare, come suol dirsi, le valigie pel ritorno
all'antica sua dimora.

Pertanto, i nostri compiacenti lettori sanno ora che alla Cura
Climatica Alpina, erano andati in quella primavera, fra molti altri,
anche alcuni personaggi importanti del nostro romanzo, cioè Violetta,
Alfredo, Zaira. La prima per riguadagnare la sua perduta giovialità;
il secondo, per far sbollire, potendolo, il calore del capo constatato
dai tecnici e dai profani, di quaranta gradi centigradi; la terza per
guarire in qualche maniera, da' suoi piccoli disturbi isterici. Perciò
non sarebbe strano, accogliere il paradosso; che per alloggiare le
menti positive o sedicenti serie, potriano bastare i manicomi vigenti;
mentre per ricoverare decentemente tutti i monomaniaci esterni, si
vorria un locale vasto quanto il globo terracqueo.

E se non altro, avremo il magnifico piacere, di vedervi rinchiusa,
come sopra, anche un po' di gente troppo seria.



PARTE SECONDA



CAPITOLO I.

Il ritorno di Alfredo


L'Episodio nella Chiesuola dell'Alpe, aveva bensì rialzato alquanto il
morale di Alfredo, ma la sua consolazione fu assai breve, perocchè il
giorno dopo Violetta ed i suoi seguaci, erano scomparsi dall'Albergo
climatico! Nè il preciso motivo di quella probabilmente intempestiva
partenza, fu noto. Alfredo, per la sua fantasia riscaldata, spiegava
il fatto siccome una improvvisa decisione di Violetta, onde
sollecitare il proprio ritiro nel Convento delle Orsoline, o forse
perchè sapesse della ricetta di Proserpina sua conoscente, suggerita
ad Alfredo, e per quanto sopra egli sempre impressionabilissimo, ne
provava rimorso ed affanno, tanto maggiore perchè aveva letta la
lettera portatagli pochi giorni innanzi, dal suo cane ladro. Se
Alfredo fosse stato un uomo come tanti altri, poteva anche presumere,
essere la partenza dei quattro personaggi suaccennati, un caso
qualunque; un affare ordinario; ma Egli, che, non aveva mai voluto
acconciarsi agli affari ordinari, vi almanaccava intorno, ripetendo:
_Non v'ha effetto senza una causa speciale, precisa. Violetta dunque,_
diceva a se stesso, _è partita da qui co' suoi tutori, decisamente, od
in causa della ricetta di Proserpina, forse anche a Lei nota, od in
causa del mio bacio in sfumatura, equivalente ad una terza parte
soltanto di quello della Francesca da Rimini, quindi in pena avrò il
Purgatorio secondo i credenti......_ Questa l'idea fissa di Alfredo e
noi sappiamo col Poeta gentile:--Che il cangiar di natura, è impresa
dura.

Vada pure in Convento la sciagurata, gridò, ma io la rivedrò anche in
quel recinto delle sepolte vive!

E come fare poi?--Niente di più facile--le monache Orsoline non hanno
penuria di danaro, perocchè esso suol entrare anche nei luoghi sacri.
Io faccio un quadro di grande formato, che rappresenti a mo'
d'esempio: _Il Parlatorio del Convento di monache_. Violetta, nel
quadro in parola, sarà la figura principale, la più espressiva, la più
seducente..... Ella starà dietro la cancellata frammezzo ad altre
monache meno belle, e meno giovani, e sorriderà, come una volta, ad un
visitatore. E quel visitatore?..... Alfredo, naturalmente!.....

Ciò compiuto, pensò, io vado al Convento, col mio quadrone e ne
propongo la vendita a quelle sante femmine. Le Orsoline lo acquistano:
Onde poi collocarlo bene e probabilmente nel Refettorio, converrà che
l'autore sia presente per la questione della luce, e per conseguenza
il Pittore entrerà nel monastero. Violetta certamente, quale amante
dei quadri di genere, sarà fra le monache che osservano il dipinto, ed
io in tal modo, potrò rivederla. Oh! se Violetta fosse quale la Suor
Teresa del noto Dramma, dovrebbe ritornare al secolo e.... volermi
bene più che prima, per forza di quel lavoro a lei sola
dedicato!......

E per dare esecuzione sollecita al famoso progetto (che al
vaneggiamento assomigliava) il Pittore decise di ritornare in fretta
al suo studio, onde lavorare alacremente intorno al grandioso dipinto.
Dio voglia che allo sventurato pittore, non accada quanto occorse allo
stovigliere del Pignotti. _E con un colpo solo e in un momento--tutte
gettò le sue speranze al vento._ Il progettista nella sua superba
fantasia, avea mandati all'aria i bei sogni di grandezza, con un
calcio famoso nel paniere de' suoi vetri e cristalli!!

Sarà, del resto, dovere di gentiluomo, congedarsi prima amichevolmente
da Zaira, la quale, pel suo affettuoso contegno avea meritato tutti i
riguardi. Dessa si fece mesta a quell'annuncio, ma non mosse lamento.
Segnale, pensò, che noi non siamo dello stesso modo di vedere, e Zaira
aveva ragione, perocchè la Creatura umana sente simpatia maggiore
verso quegli esseri che hanno la medesima indole; e che nel proprio
interno a Lei sembrano assomigliarsi. _Similia similibus sequuntur._
E' questa una specie di scusa delle proprie opere o buone o prave. E
colla reciproca promessa di rivedersi presto in qualche angolo di
questo mondo, que' due buoni compagni di viaggio, si strinsero
espansivamente la mano e si lasciarono. Alfredo discese, a guisa di un
capriolo, quei monti, col suo indivisibile Lord, e coll'arrugginito
fucile. Povera caccia, quanto trascurata! Zaira si fermò colassù
qualche giornata ancora, insieme ad un amica compaesana, colla quale
poi si restituì al proprio domicilio. Durante il viaggio di ritorno a
Trieste, anche Zaira fermò in cuore un progetto, certamente meno
fantastico di quello d'Alfredo, colla speranza di mandarlo ad effetto
quanto prima.

Tanto era buona e generosa quella donna, verso gli infelici, i quali
il mondo gaudente abbandona, perchè sono troppo indipendenti o troppo
sinceri o perchè si annoia del loro antipositivismo.... Zaira era una
perfetta artista.

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Ed Alfredo dal canto suo, avrà potuto viaggiare stavolta senza tante
precauzioni, perocchè, in forza di un recente indulto esplicato dagli
incaricati, anche i sospetti rivoluzionari erano liberi, salvo gli
ulteriori provvedimenti del caso.

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Maddalena ed Elisa, quelle due esemplari, e misere fanciulle, avevano
vissuto del loro lavoro, nel tempo di assenza dei fratello, che fu di
circa un mese. Sempre melanconiche e trepidanti sulla sorte del loro
Alfredo, del quale non avevano notizie, in causa dei luoghi foresti
ove avea viaggiato, quantunque un vigliettino l'avesse fatto, che andò
smarrito forse, o forse sequestrato. La corrispondenza epistolare,
soffre anch'essa, a norma dei tempi, le sue eccezioni. Perciò in
certune eventualità, bisognerebbe ricorrere ai sotterfugi. Per
ingannare l'olfato dei segugi, anche la lepre, al mattino, pria di
accovacciarsi, spicca un'enorme salto, e questo, la salva tante volte
dai cani e dal fucile.....

Maddalena avea saputo già dall'amica Linosi, sua coetanea (perchè
entrambe poco al di sotto del sesto lustro) abbastanza, per conoscere
della passione di suo fratello, ma di questo, poco si era commossa.
Alfredo, avea promesso al letto di morte della loro adorata mamma di
non abbandonare le sorelle, di non ammogliarsi, ed inoltre la famiglia
Blandis era troppo povera in confronto della famiglia Giacinto. Le
classi patrizie, la borghesia aristocratica, non derogano dalla
massima di raddoppiare, coi matrimoni, le sostanze.....

.... Del Commendatore Aringa dopo il duello così felicemente risoluto,
non se ne parlava più e da un mese circa lo si diceva partito per un
lungo viaggio.

Quanto a Donna Tullia, non vedendo mai giungere il suo ritratto che
dovea farle Alfredo, dichiarò a Maddalena che non occorreva più farlo.
Dicevano in paese, che quella brava signora avrebbe presto sposato in
seconde nozze il praticante farmacista signor Brichetti Galeno, un
complesso veramente confortevole. Quel giovanotto era nato in Luna
piena e perciò aveva dal suo lato la buona sorte. Da poverello,
diveniva signoretto, salvo ecc. le complicazioni eventuali
dell'avvenire.

All'Abatino, era scappata la serva, perchè non poteva fare la padrona.
Il maturo signor Balena, ad onta della pancia conica, che lo rendeva
pigro, l'avean fatto giudice Conciliatore del Comune, ove per fortuna,
avveniva una quiestioncella sola all'anno, che felicemente risolvevasi
in causa del suo non comune buon senso. La giovanetta Elisa, sospirava
talvolta, non vedendo chiaro, come suo fratello ed altri, potessero
con indifferenza rinunciare al matrimonio. Troppo giovane era tuttavia
ingenua. Don Stecca Pancetti, il Cappellano, era sempre di tetro
umore, perchè la questua ecclesiastica andava deperendo a vista
d'occhio. Violetta era tuttora in viaggio verso il nord, mentre
Alfredo ritornava a casa, verso il sud. A numerare i polli suoi,
tratto tratto, giova in massima alla solerte massaia. Così abbiamo
fatto anche noi, senza l'interesse delle uova.

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Qual festa in casa Blandis, la sera del ritorno di Alfredo, che fu di
ventotto giorni dopo la partenza. Quelle care giovani, non capivano
nella pelle dalla contentezza. Lord faceva echeggiare la casa di
allegri latrati, e lordava colle zampe il corpetto delle padroncine.
Scherzava colla sua vecchia amica, la gatta, e la fiutava. Aveva
grande appetito, perchè l'ultima tappa era stata la più lunga, e
perciò onestamente inghiottì un mezzo salame nostrano che stava sul
desco. Nessuno de' suoi padroni, se ne accorse, tanto erano in
orgasmo. Alfredo, stava sicut in principio, un momento di umore
passabile, e poi ricadeva sempre nella sua idea fissa, cioè Violetta
che egli si raffigurava, già chiusa e piangente nella cella del
monastero. La famiglia Blandis cenò senza molto discorrere in
complesso, perocchè Alfredo, non aveva tempo di parlare; ma solo di
pensare.

Sonvi tasti, che non si devono toccare, presente la famiglia. Soltanto
Elisa, fra il silenzio di Alfredo e di Maddalena ed il russare di
Lord, sdraiato in un cantuccio della camera, raccontò, con dettagli di
un suo recente sogno, nel quale aveva visto, giungere dalla California
(eravamo, disse, in primavera), molti minatori, al servizio di un
vecchio, lontano parente, straricco; esso pure di cognome Blandis, con
tante casse d'oro; cercando di Alfredo, a cui erano dirette.

Ma Alfredo, che negli anni addietro, aveva al pari di sua sorella
Elisa, tante volte sognato la medesima cosa diè una scrollata di
spalle, non prestandovi alcuna fede. Non sai, disse, mia cara, che
lorquando si è ubbriachi tutti vogliono darti da bere? Così avviene
della fortuna e delle ricchezze. Esse vanno quasi sempre, dove già è
fortuna e dovizia a mucchi. Non crediamo dunque a tali sogni, che sono
appena il risultato dei nostri folli desideri fatti durante la veglia.
La fortuna è bastarda. Favorisce a casaccio ed a capriccio, e talvolta
le sue origini sono pur troppo bastarde od oscure.--E' meglio
trascurarla, e preferire la onesta povertà che vi permette la
indipendenza fiera di ogni servaggio, e sicura da future umiliazioni.
Alfredo ragionava meglio in casa sua che fuori.

Ormai la mezzanotte stava per scoccare, per cui la piccola famiglia
Blandis disponevasi al riposo, di cui ogni mortale prova necessità. Se
non che Elisa, più curiosa di Maddalena, volle sapere dal fratello,
quanta caccia avesse fatta durante il suo lungo viaggio in montagna.
Poco o nulla, rispose Alfredo, una grossa topa che mi stava fra i
piedi, mentre io sonnecchiava sotto un pino, una gazza da me scambiata
per un francolino. Questo nel viaggio di andata; e nel ritorno, una
pollastrella svolazzante fra l'erba alta, che mi era sembrata una
pernice. Cose facili ai cacciatori focosi. L'ultimo selvatico mi è
costato due lire, onde non farmi denunciare al Sindaco cugino della
contadina proprietaria della pollastra, accortasi immediatamente del
fatto. E se io non faceva presto, Lord glie ne aveva già pappata quasi
la metà. Lord approffitta spesso degli incidenti spiacevoli, a di lui
conforto, perchè intelligentissimo, come sapete!

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PARTE SECONDA

CAPITOLO II.

Talune influenze sono spesse volte dannose


Il secolo decimonono è rimarchevole per molti connubj legali costruiti
comunemente dai consanguinei, o da qualche intrigante per essi. Il
matrimonio in giornata, concesse rare eccezioni, è un vero e proprio
contratto oneroso, a cui presiedono tiranne, ambizione ed avarizia,
due altri ladri della pace, nostri conoscenti. Pertanto non vi è
cuore, non vi è onestà, non si bada al merito, al reciproco amore,
basterà l'agiatezza, anche presunta del fidanzato, e la dote promessa
della fidanzata, salvo a ridursi della metà nel momento buono.

Tutte cose utili, ma non indispensabili, avvertendo che anche il
troppo, in caso, storpia. Non potrebbero forse bastare, per un più
armonioso e comodo avvenire fra consorti, anche sufficiente
intelligenza e dottrina nell'uomo, e criterio ed economica nella
donna, alla reciproca volontà di industriarsi, accompagnate?

Si lasciano spesso in seconda linea il carattere, e la salute fisica
degli Sposi, e non si pensa agii effetti funesti che ricadere potranno
sugli innocenti capri o espiatorj. A logorare un mediocre censo, è
presto fatto, ma a scemare la rettitudine di condotta sociale e la
volontà di lavorare ci vuole maggior tempo. Oggi non si crede quasi
più alla trasmissione elettrica dell'amore fra due anime. Spesse fiate
i due futuri sposi sono gli ultimi a sapere del progettato matrimonio
fra di essi perchè prima si fece la relativa combinazione come suol
dirsi, extra muros. Una specie di mercato, consimile a quello che si
fa col bestiame. Il cuore dei futuri amanti si interroga o poco o mai.
Ma per Santa Maria Maddalena, permettete almeno, che si intendano
prima fra di loro i due futuri colombi, altrimenti verrà presto il
giorno in cui, i due piccioni anzicchè imboccarsi, si beccheranno.
Sorvegliate pure, o stretti consanguinei, la loro precedente amorosa
condotta ma non oltrapassate nella vostra sorveglianza, che talvolta
si estende fino al quarto grado di parentela, (stimabile moralità) per
un certo lato.

Avviene così tante volte, come delle congiure politiche; esagerata la
restrizione della libertà, maggiore è lo sforzo dei pazienti di
rivendicarla, fosse pur anco fra le tenebre. Non sapete che il
contrasto aguzza le passioni, siccome ha scritto un'illustre
fisiologo? Sulle scene, in forma talora comica, talora drammatica e
tragica talora, sebbene fortunatamente rara, non vediamo noi
riprodotti molti fatti, che luminosamente rappresentano le dissenzioni
matrimoniali. Dunque prudenza, e tempo e libertà d'azione.

L'amore,il vero amore non dev'essere nè bestiale, nè capriccioso, nè
mercantile, e non può imporsi a chi non lo ha ancora sentito. L'amore
dev'essere spontaneo. L'amore non è umano, ma divino. L'amore nè si
compra nè si vende. Evviva, in proposito, gli artigiani ed i
lavoratori dei campi, in tale oggetto lodevolmente primitivi. Essi
hanno quasi mai necessità dei..... sensali di matrimonio, perchè non
hanno doni da far loro. Fanno all'amore all'aperto, testimoni il sole,
la luna, l'aria e Dio.

Talvolta accade che due sposi della classe così detta più civile,
vadano al talamo siccome due forestieri, e viaggiano i primi giorni
insieme, e poi ciascuno per proprio conto. L'indole rispettiva, del
resto, non si sa il perchè precisamente, ma solo presumibilmente,
viene a palesarsi sempre dopo il matrimonio e mai prima lorquando si
vedono le sole virtù. Un caso psicologico. Da qui la eterna ragione
della incompatibilità dei caratteri, da qui la reciproca trascuranza.
Allora o l'uno o l'altro cade, od insieme cadono entrambi.... e
nascerà.... quanto noi dobbiamo lasciarvi immaginare.

Importa dunque meditarvi intorno, dai pochi, della sola dote, amorosi
delle poche, del maritarsi in genere, entusiaste.

Ed anche questo Capitolo amaro come la Genziana, è ormai esaurito.



PARTE SECONDA

CAPITOLO III.

Lo studio di pittura


Da quindici giorni circa, Alfredo lavorava in fretta e furia attorno
al suo quadro, _Il Parlatorio del Convento_ _di Monache_. Lo voleva
compiere in breve, chè lo cuoceva brama ardente, di rivedere anche un
momento solo, per una propizia occasione, la sua Violetta. Volea
bearsi anco una volta di quella vista a lui tanto cara. Di
quell'angelico sorriso, che egli nel suo quadro non sapeva col penello
emulare. L'avrebbe veduta fra l'ombra del monastero, ma non importa.
Non potea persuadersi, siccome Violetta, tanto giovane e bella, col
suo sentire tanto squisito, tanto nobile, tanto giocondo, volesse
seppellirsi in un Convento, rinunciando così alle gioje comuni della
vita.

Cirillo Buonpensieri, l'amico sincero, desioso di rivedere il suo
Alfredo dopo circa due mesi di assenza, entrava in quel momento nello
studio di pittura. I due amici d'infanzia si abbracciarono con
entusiasmo, e dopo parecchie domande di Cirillo ad Alfredo, sulle
bellezze ed avventure del di lui ultimo viaggio, il primo si
meravigliava pel soggetto del quadro di genere, in grande formato,
quasi a termine. _Il Parlatorio di un Convento di Monache?_ Io avrei
scelto, osservò allegramente Cirillo, piuttosto _Gli effetti soavi di
una festa da ballo!_ Quadro di fantasia contemporaneo. Che ne dici il
mio grazioso Cenobita? Anch'io, vedi, ebbi l'incarico di scolpire in
marmo, un Alcide, ed invece scolpii Ebe, proprio nel momento in cui
cade sconciamente colla fiala del suo nettare, dinnanzi a Giove.

De gustibus non est disputandum, amico Cirillo, osservò sospirando
Alfredo: io amo gli effetti mistici, il silenzio, la mestizia del
ritiro ecc. Scommetterei, invece, replicò Cirillo, che tu mi fai
qualcuna delle solite imprese alla Don Giovanni. Cose ormai giù di
moda. Bada che questo dipinto magnifico per verità, non abbia a
costarti dei grattacapo! Tu dovresti andare ad imparare il «_mutano i
saggi a norma dei casi i lor pensier_»

Dimmi chi vive là dietro la cancellata, frammezzo a quelle due
carcasse, che attrae il tuo pennello? Vi cerchi forse la Fata Armida
del Tasso.--Sai bene che noi ci conosciamo. Parlami franco...... Là
entro vi è un amore infelice. Un disinganno orribile forse, e tu hai
scelto, da quel cuore appassionato che sei, il mezzo artistico che ti
aiuti a vedere, od a rivedere, od a parlare, o magari a baciare, se la
potrai far franca, od a far pentire, insomma, della sua tetra
risoluzione, qualche monachella, stanca, non per sempre forse, della
vita sociale.

..... Alfredo, sorridendo melanconicamente: sarà come tu vuoi, disse.
Tu sei un distinto inquisitore, ma io, in questo momento, non devo
confessarmi che a Dio. Di te, mio buon amico, io non diffiderei, ma tu
ridi sempre di tutto, ed io non amo parlare con chicchessia, perocchè
mi parrebbe sciupare un oggetto delicatissimo......... Cirillo, non
replicò, e pel suo umore sempre gaio, nel mentre distratto, seguiva le
linee accuratissime del pennello di Alfredo, prese a narrare all'amico
di un suo episodio galante di dieci anni addietro, colla intenzione
lodevole di far meno triste Alfredo.

Io aveva 18 anni, cominciò, Cinzia 16 appena. Occhi biricchini,
inquieta al pari di un'anguilla. Le nostre dimore distavano di un
miglio press'a poco. Ella d'un paese, io d'un altro. Un ponte sul
lago, che ivi si restringe, ravvicinava i due paesi di diversa
provincia.

La messa della Domenica, favoriva da qualche settimana il vederci, ed
il sommesso parlarci, in causa, vedi, della improvvisa elettricità
sviluppata dai nostri quattro eloquentissimi occhietti. Ma quei
benedetti angeli custodi, cioè la nonna, la zia, la mamma, la serva, e
secondo le giornate, anche una Teodora invida sorella maggiore, quali
pompieri matricolati, procuravano spegnere il nostro incendio. Mi
duole il dire, che anche Cinzia aveva un pochino del barometro, pativa
la luna, perchè il suo nome era tale. Come fare a trovarci una
benedetta volta soli? «_Soli, eravamo e senza alcun sospetto._» Diceva
a Dante la Francesca da Rimini. Pensa e ripensa, ho trovato di
abbandonare una mattina, dietro il cancello della villa di Cinzia, una
gabbietta, con entro un passero, dei quali, la giovinetta era
entusiasta.

Nella beccaruola posi un fogliettino, colla scritta: «_Datemi un
appuntamento, domani, Domenica, io sarò presso la porta della Chiesa.
Pregate vostra sorella Teodora, ad aiutarvi, in caso, per la consegna
della risposta. Speriamo che il Barometro sia sul bello_». Cinzia
tanto vivace, correva spesso pel giardino, e naturalmente fu la prima
a raccogliere la gabbiola. Intanto io come il gatto, da una boscaglia,
tutto vedea, e vedea perciò Cinzia a leggere il viglietto.

Pare che si viaggi discretamente, dissi fra me, ed ora vedremo... Ma
ad onta che aspettassi colà rannicchiato più di un'ora, nessuno più
venne, e allora esclamai: pare che si viaggi maluccio! Tornai perciò
al mio paese, e sulla sera, del dì successivo, Domenica, per
distrarmi, io pescava colla canna e l'amo, in riva del Lago. La stessa
sera, intorno al tramonto, era sempre Domenica, Cinzia colla nonna, la
mamma, la zia, la sorella Teodora e la orrenda cameriera, tragittano
il ponte, con quel passo che significa _andiamo a passeggio_. La ninfa
mi venne vicinissimo, in apparenza indifferente, presso alla mia
canna, lasciò cadere nell'acqua un involtino di carta color di rosa.
Ho mangiata la foglia, dicea la maschera Gioppino, e perciò diedi un
esperto colpo di canna sotto l'involtino che l'amo infilzò. Potei
tosto con molta prudenza, leggere sulla inumidita carta, queste
parole: «_Domani sera, alle otto precise, sotto il pergolato del
giardino, presso la porticina, che lascierò aperta._» (In maggio alle
otto ore, è ancor ben chiaro, per cui Cinzia non aveva fatta una
imprudenza.... A quella età tutto è fiducia, e lo scultore non era poi
un cannibale!) Sono gli slanci romantici della prima gioventù,
innocente età ma sempre istintivamente calda di amore, siccome
l'usignuolo che canta tutta la notte nel bosco.

Alfredo, parve, per un momento, che pigliasse interesse al racconto di
Cirillo, perchè abbassò il pennello, e staccò gli occhi dal suo
quadro. Scommetteremmo che il Pittore desiderasse una infelice
riescita anche per l'amico Cirillo, essendo naturalissimo, _il
solatium miseris, socios habere penantes_.

Cirillo, sospese alquanto il suo racconto idilliaco e, poi sospirando
esclamò. Diletto Alfredo;... «Udirai e saprai se m'ha offeso!»
_(Dante-Ugolino)_..... per la mia prima impresa o quarta che fosse,
che non bene rammento, toccai quella jettatura, che tu hai sempre in
bocca: Mefistofele, come, udrai, vi ha cacciate le sue corna.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Le ore di quella notte dalla Domenica al Lunedì mi passarono lente
lente, siccome i viaggi in diligenza di una volta. Io provava la
infuocata brama di conoscere, come sarebbe andato a finire il mio
quarto avvenimento tentato. Girava inquieto la piazza, non appena
sorto il sole del sospirato Lunedì--mangiai quasi niente in tutto il
giorno. Scoccano le ore diciotto, ne mancano due sole, dissi nel mio
cuore febbrilmente..... oh! Dei!! in quei momento giunge una polverosa
vettura a due cavalli sudati e stanchi, piena zeppa di viaggiatori.

Volle malaugurata curiosità, che io mi avvicinassi a quella ambulante
baracca, ed oh! sventura irreparabile! Erano il mio nonno, la nonna,
tre zii, tre zie, ed una serva che venivano dalla città a visitare la
mia mamma, la quale era poi, già s'intende, la loro rispettiva figlia
e sorella. Tutta quella gente, eccetto la serva, era discretamente
facoltosa, veniva di rado, dalla lontana città, portava regali, per
cui alto là, conviene dimostrare loro la infinita gioia di
abbracciarli. E per raggiungere un simile intento, mi cacciai anch'io
in mezzo a quella moltitudine fino a casa mia, con disgusto del
vetturale, che gridava, _non c'è posto!_

La gioia di mia madre, più sincera, non la si può descrivere. Volea
fatalità, che mio Padre, ai forestieri giunti allora dilettissimo,
fosse, fino dal mattino, andato a piedi in un paese di montagna,
discosto un'ora di viaggio, e per un suo affare qualunque--e volea
fatalità, che quel paese, fosse in direzione diametralmente opposta al
pergolato del giardino di Cinzia. Volea infine fatalità peggiore, che
mia madre mi spedisse insistentemente alla ricerca del papà, onde
sollecitare la sua dolce impressione pei nuovi arrivati. La
febbriciatola nota del mio cuore, giunse in quel momento ai 40 gradi
(centigradi). Immaginate che alle otto ore precise, siccome al
viglietto, mancava solamente un'ora e mezza. Vedrai, o Cirillo, dissi
fra me, che il tuo affare va a rotoli e... come tenere il piede in due
scarpe? Per quanto io amassi i miei nonni, è certo che Cinzia valeva
di più, anche per ragione di età, al mio cospetto. Insomma, bisogna
obbedire la mamma, bisogna essere cordiali cogli adorati nonni, e si
vada.

Correrò tanto, in modo da arrivare in tempo anche sotto il pergolato
di cui sopra. Follie! follie! Per trovare mio padre impiegai cinque
quarti d'ora, e per andare poi tosto, con un pretesto qualunque, alla
più simpatica mia località, impiegai mezz'ora, volando (allora non
v'erano biciclette). Siamo in ritardo, ma di soli 15 minuti,
tolleranza normale in tutti gli arrivi e partenze anche.... dei treni.

Trafelato, trepidante, arrivo al cancello piccolo... è aperto! Oh!
buona Cinzia, mi ha aspettato, sclamai! Vado sotto il pergolato.
Cinzia non v'è. Sovra un sedile di pietra, sta un vigliettino che
dicea:«_Di solito quando un appuntamento preme, si viene prima e non
dopo. Conservatevi di quell'ottima_ (stile nostrano ma chiaro).

    «Quel giorno più non vi leggemmo inante»
                    (DANTE = _Inferno_, Canto V.)

Così o diletto amico, ho finito il mio tentato quarto idillio. E sta
pur tranquilla o disinvoltissima Ninfa, le giurai, che un'altra volta,
per simili affari, verrò piuttosto prima che poi..... Alfredo per quel
naturale solatium miseris, socios habere penantes, sorrise ma per un
minuto secondo.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Lord, a questo punto, latra a squarciagola... Che sarà mai? Chi verrà
a disturbare il lavoro febbrile di Alfredo. È il procaccio.... Una
lettera, colla soprascritta di calligrafia maschile all'antica.
Alfredo prega Cirillo a leggergliela onde non sospendere gli ultimi
ritocchi di pennello, al suo preferito quadro.

Cirillo legge:

                _Pregiatissimo Sig. Blandis_
                                          Lago di Como, Maggio 18..

«Scrivo per conto di Enrichetto, figlio di un mio vecchio amico. Mi
perdonerà se non vengo in persona a fare la commissione. Sò però che
Lei è buono per ritratti, ad olio ed anche senza. Di ciò me ne accorsi
due anni or sono, quando per la prima volta, vidi in casa Giacinto,
mio cognato, un suo lavoro bellino. Noi avremmo il progetto (per
adesso prego di tenere segreto) di far dentro un magnifico matrimonio
colla mia cara nipote Violetta, però non si sono ancora veduti. Il
figlio del suddetto mio amico, è un giovinetto di bel sangue, e poi
quando morirà presto il mio amico, che è suo padre, gli resteranno
senza fallo dei campetti. E perchè la mia cara nipote si innamori
subito, abbiamo pensato di mandare il suo ritratto in grande ed a
colori, a mio cognato. La fotografia non mi piace niente affatto. E'
troppo smorta. Le lascio però il tempo di quindici giorni. Io sono
sicuro che ci faremo onore tutti. Dunque, o venga Lei qui, o
altrimenti mi scriva che manderemo costì, il buon Enrichetto a farsi
ritrattare.

                    «Intanto, ho il piacere di rassegnarmi
                                            _suo dev._
                                    GIOACHINO ALLOCCHIO.

_Tableau!.._ Una lettera più chiara di questa, io credo, disse
Cirillo, che sia mai stata fatta dal Diluvio in poi. Cirillo però si
trattenne dal ridere, onde non irritare Alfredo, già sbuffante di
sdegno, e Cirillo inoltre, mentre leggeva la lettera, non si era
accorto come Alfredo mettesse in bocca la sigaretta dal lato acceso e
gettasse il pennello, intinto di nero, sul suo cappello di feltro
bianco deposto su di una sedia.

Alfredo grida: E' una indegnità per Dio, e poi ricompostosi, ed
abbassata la voce soggiunse: potrebbe anche darsi che il Sig.
Gioachino fosse affatto vergine intorno al mio amore per Violetta,
perciò non si potrebbe male interpretare il suo scritto.

Dunque Violetta non o ancora andata in convento, ed ora mi persuado
che non vi andrà più. Credete alle lettere che i cani rubano per
portarle al padrone.... Il mio tanto sudato quadro, è ormai inutile...
maledizione... Addio ultima speranza.... Fra un paio di mesi ed anche
prima, Violetta sarà sposa del Sig. Bel Sangue. Insomma non v'ha più
cuore sulla terra. Ciò detto rimase tetro e muto, e appoggiò i gomiti
sulla tavolozza dei colori, conciando così le maniche della sua giubba
a somiglianza dell'iride.

Cirillo, non potè ristare dal dirgli: Ma se non venderai il tuo
quadrone alle monache Orsoline, caro il mio S. Luigi Gonzaga, lo
potrai vendere ai Frati Benedettini, tutta gente facoltosa, e pace e
gioia sia con Voi. Tu risponderai con calma, neh! al S. Gioacchino del
Bel Sangue sul Lago di Como, che vada a far ritrattare il suo
Enrichetto, figlio del suo vecchio amico che deve morir presto e
futuro sposo della Signorina Violetta, che vada, poniamo, a
Costantinopoli. Ora amico Alfredo io ti saluto, per oggi. Bada però
che il mio cappello di feltro candido quasi nuovo, me l'hai pitturato
recentissimamente di nero fumo, ad olio, e non senza olio. Ciao.

Alfredo avvilito nel più profondo del cuore, per l'infausta lettera;
perdonami, disse, caro Cirillo non saprei come possa essere avvenuto
lo sfregio al tuo cappello! Non me ne ricordo davvero!...

Probabile che gli innamorati smarriscano anche il dono tanto prezioso
della memoria?



PARTE SECONDA

CAPITOLO IV

Beneficenza delicata di un ex artista di canto


Venti giorni circa dopo il ritorno di Alfredo dal suo viaggio
alpestre, trovandosi egli una sera in casa colle sue sorelle, giunse
un involto suggellato, con timbro postale poco chiaro, perocchè vi si
poteva leggere appena Trie...... Era diretto al Pittore Sig. Alfredo
Blandis, il piego assicurato..... Che sarà mai questo? dissero in coro
i tre fratelli?

Apertosi il pacco con mani convulse da Alfredo, si videro tre astucci
chiusi ed una profumata letterina, la quale apertasi, portava la
firma: _Zaira_.

Nessuno lì sul momento, toccò gli astucci.... Alfredo postosi a sedere
su di un angolo della madia, lesse la lettera, mentre le due sorelle
standogli dietro la schiena la leggevano prima di lui...... Lo scritto
diceva:

_Nelle mie stagioni trionfali all'Avana, a Madrid, a Barcellona, a
Vienna, a Milano, a Napoli, quale primo soprano nei rispettivi primi
Teatri, e quando io non aveva ancora venticinque anni, m'ebbi, alle
serate, vistosi ricordi in oreficeria. Ne ho tanti, che ormai li
trascuro, e non li porto più dopo la morte del mio caro marito, il
quale, come già vi dissi, aveva lo stesso vostro nome. Memore io della
recente conoscenza fatta di Voi gentile sui monti tirolesi, ed edotta
siccome Voi abbiate costì due sorelle, mi permetto spedirvi, e senza
il menomo sacrificio, questi tre oggetti che valgono ben poco in
confronto della simpatia ed amicizia da Voi ispiratami, e vi prego di
accettarli. Le montagne stanno ferme, gli uomini si muovono e possono
o presto o tardi incontrarsi, e perciò forse anche noi ci
rivedremo!... E sopratutto, nessun ringraziamento nè in iscritto, nè a
voce. Vi auguro vita e salute. Desidero conoscere anche le vostre
sorelle, che, come Voi, certamente saranno buone._

                                        L'amica aff.ma
                                            ZAIRA.

Alfredo scolorì lievemente e lasciò cadere una lagrima limpidissima
che fu vista anche da Maddalena ed Elisa. .... Ne fu commosso!....
Tanta gentilezza d'animo, pensò, ad onta della mia trascuranza verso
di Lei. Provò rimorso!..... Le sorelle, positive in confronto del
fratello tutto sentimentalismo, chiesero il permesso di aprire gli
astucci, perchè non reggevano nella pelle dalla curiosità. E chi non
sarebbe stato curioso, specialmente se donna, per faccende simili?
Aprono, e Gesummaria!! Brillanti grossi come nocelle!! Due boccole per
ciascuna signorina, uno spillone per Alfredo; tutto di finissimo
moderno lavoro. Chiunque, anche poco pratico, avrebbe calcolato quegli
oggetti, in complesso, del valsente di L. 12mila e forse di più.

Ma come fregiarsi di quei ricchi doni senza incorrere nella severa
critica, attesa la povertà dei fratelli Blandis? Potevasi venderli, ma
ciò ripugnava alla grandiosità di mente e di cuore del poeta e
dell'artista, per cui disse alle sue dilette sorelle: serbiamo questi
brillanti in memoria di un'anima gentile e di me più costante. Elisa
cui spiaceva quella decisione, si provò rammentare a' suoi fratelli,
il di lei sogno, e scherzevolmente conchiuse, che li avrebbero
indossati presto, non appena diventati milionari e che inoltre
avrebbero contraccambiata in grande, la generosità della Signora
Zaira, cui era bramosa di conoscere. Maddalena recitò tre pater
noster, tre avemarie e tre gloria patri in ringraziamento alla
provvidenza ed in augurio di tutte le felicità a quella brava Signora
che avrebbe potuto, diceva, maritarsi una seconda volta. Alfredo
invece, sommessamente espose, che avrebbe cercata presto la buona
Zaira, quando avesse avuti a propria disposizione, i quattrini
necessari pel viaggio.

La casta dei virtuosi di teatro, quando eminente, colta, corretta, è
la più simpatica! Sempre cordiale, schietta e scevra da pregiudizi.
Non ha superbia, è sempre vivace e gioconda. La si può ascrivere fra i
liberi pensatori. L'arte ha ingentilito il loro cuore. Gli incolpevoli
stenti provati da quella casta, in principio della carriera, la rese
pietosa verso la classe sofferente. La trepidazione subita tante volte
al cospetto del pubblico, o non imparziale o non istruito abbastanza
nella nobile arte, la fece gelosa della propria reputazione guadagnata
studiando, e diede poi essa esempio di generosità verso i propri
simili bisognosi, a quelli che forse ne fossero deficienti.

In massima, pertanto, i veri artisti di ogni specie, tenuto calcolo
del _distingue sæpe_, non sono egoisti più del bisogno; non sono
avari, sentono con trasporto l'amicizia, ed apprezzano costantemente
il buono ed il bello. E la nostra Zaira, non smentiva il giudizio che
noi abbiamo dato sugli artisti in genere, e specialmente sugli artisti
di grido..... Zaira, infine, ebbe come suol dirsi, buon tatto nella
scelta dei doni, verso una famiglia povera sì, ma gentile, educata e
fiera. In tal modo, Zaira non fece arrossire alcuno. Non è il donar
molto, ma il donar bene..... Maddalena ed Elisa intanto, non cessavano
dall'aprire e chiudere quei tre astucci, senza arrischiarsi a metterli
in opera, e la notte sognarono di brillanti a palate grossi siccome
noci. Alfredo intanto, scarabocchiava qualche verso colla matita
all'indirizzo di Zaira (coll'inchiostro ei scriveva quasi più, per non
rovesciare ogni volta il calamaio sulla carta) ma poi pensò tosto a
Violetta, e temendo, in cuor suo, di offenderla, lacerò il foglio.



PARTE SECONDA

CAPITOLO V

Violetta non vá più monaca ma si marita.


Ci sia lecito dubitare che Violetta, mentre era all'Albergo Climatico,
avesse veduto Lord involarle, fuggendo poi, la lettera da essa diretta
alla maestra monaca nelle Orsoline.

Locchè noi presumiamo dalla nessuna ricerca conosciuta. Violetta avrà
probabilmente interpretato il fatto, quale uno dei soliti smarrimenti
senza conseguenze, per distrazione od altro. Avrà pensato che la sua
lettera fosse frammista ad altri oggetti deposti nelle valigie. In
certi casi della vita, è, del resto, miglior consiglio non fare
ricerca delle cose perdute. Così fece colei che aveva smarrita una
pianella nella neve, e così fece Alfredo del suo cappello lasciato in
piazza, insieme alla calotta del prete, nella notte di cui al Capitolo
VII parte prima di questo libro. Per sventura, però, tanto la pianella
come il cappello furono rinvenuti e diligentemente restituiti ai
rispettivi proprietari, onde la verità, con edificazione, venisse a
galla.

Quel foglio sarà stato scritto da Violetta in un momento di
inesplicabile mestizia, facile alle giovanette pensanti, fra un quarto
di luna celato fra le nubi, o per la precoce noia di una giovanissima
vita non ancora soddisfatta dalle arcane indistinte voluttà. Perciò,
passato quell'istante di melanconia più comune al sesso debole che al
sesso forte, Violetta avrà trovato inutile rifare quella lettera,
rinviando la spedizione, in caso, a tempi peggiori. E ben fece,
perocchè durante il di lei viaggio di ritorno, venne informata di un
progettino di matrimonio per lei, allor allora spuntato
sull'orizzonte. Un collocamento convenientissimo anche a tutta la
parentela..... La voce di questo affare erasi sparsa diggià nel paese
e dintorni e tutti, come al solito, voleano commentarlo, colle frangie
di rito. Anche Violetta aveva le sue invidiose, specialmente poi
quelle in età giusta, che non avevano potuto ancora commuoversi di una
richiesta della loro mano. Elogi farisaici di qua, critiche esagerate
di là. Gli spiriti inventori, già ingrandivano e già dettagliavano il
fatto, in modo da conchiudere, come quel mondo locale avesse in mente
soltanto Violetta.

Era la fama, deità poetica, che si aggira continuamente, il dì e la
notte, sui luoghi più alti, per spandere notizie buone o cattive, e
non si tace mai.

Virgilio nel Libro IV dell'_Eneide_, l'ha descritta, colla sua grande
maestria, come segue:

    «E' questa fama un mal di cui null'altro
    E' più veloce, e com'più va più cresce,
    E maggior forza acquista. E' da principio
    Picciola, e debil cosa: E non s'arrischia
    Di palesarsi: Poi di mano in mano
    Si discuopre, e s'avanza: e sopra terra
    Se'n va movendo, e sormontando a l'aura
    Tanto che il capo in fra le nubi asconde»

Alfredo pure, sempre disposto a credere a tutte quelle novità che gli
potean recare danno, sperava che la fama fosse stavolta mendace. E
non volea persuadersi, conoscendo Violetta, come questa transigesse a
sposare un mercante di droghe e di liquori, tanto più che il
fidanzato avrebbe avuto diceasi, il difetto, di assaggiare la sua
merce volta per volta, a garanzia verso i clienti. Quel miscuglio di
droghe e liquori nel ventricolo, avrebbe potuto cagionare dei brutti
accidenti, o quanto meno la ubbriachezza perpetua, giustamente
antipatica alle donne in genere.

Del resto--se la cosa era conveniente, e simpatica agli attinenti di
Violetta, non sarebbe stato improbabile che l'imeneo alcoolico avesse
compimento, e noi lascieremo andare l'acqua per la sua china; non
curandoci delle inquietudini di Alfredo, il quale avea sortito:

    «L'arte crudel di fabbricarsi affanni».



PARTE SECONDA

CAPITOLO VI.

Il sogno di Elisa Blandis realizzato


Siamo al principio dell'Estate 18... La caccia è vietata per tutti
coloro che non vanno di frodo. Alfredo col suo indivisibile Lord,
trovasi a passeggiare nelle vicinanze della stazione ferroviaria, di
buon mattino, affinchè il sole non riscaldi dippiù il suo cervello già
abbastanza caldo. Giunge dalla vicina città il solito primo treno, che
a differenza degli altri giorni, depone molti viaggiatori, i quali,
col loro apparente imbarazzo, denotano la nessuna conoscenza del
luogo. Il procaccio insegna colla mano a quel gruppo di persone (15
uomini) la via al paese vicino. Dessi sono tutti abbigliati ad una
maniera, ma alquanto diversa dal costume europeo, e tutti dal volto
bronzeo. Ad un certo punto lo stesso procaccio raggiunge quei
forestieri, e colla mano fa loro cenno verso Alfredo. Allora tutti si
affrettano e si fermano ad un passo da Alfredo, scoprendosi tutti
contemporaneamente il capo. Quegli che nel complesso, si presumeva il
loro condottiero, uomo di mezza età, alto, magro, nerboruto,
dall'occhio vivace, parlò pel primo, in spagnuolo misto a qualche
parola di cattivo italiano, come segue: _Siete voi Senor Blandis
Alfredo Pintor?_ Per servirla, rispose Alfredo. _Io Roberto
Sterlingson, venuto per Costa Rica, miei compagni quattordici.
Sbarcato Liverpool, tuti minadores, de nuestro Patron Senor Juan Maria
Blandis pariente vuestro, principale patron mineras auriferas gran
Senor, sin familia. Todos suoi cari morti. Nos vedete lievando Vos
orden Patron este quindici valigia, in todos milioni quindici franchi,
columbie, sterline, messicane, brillanti, y Banconotas Inglesas.
Pietre tambien care, colori tanti, e tambien i esta letera_ (porge la
lettera ad Alfredo).

..... A quel telegramma vivente, Alfredo, che intese, ma credea di
sognare come sempre, sentì piegarglisi le ginocchia, e tanto era
confuso e senza parola, da essere sospettato, quale un muto od un
ebete, da quegli americani. Lord aveva fiutate intanto ad una ad una,
quelle forti e capaci valigie di cuoio di Russia, ma non scoprendovi
odore di salami, dei quali era ghiottissimo, abbandonò ben presto i
forestieri ed il padrone per arrivare primo a casa a far colazione.
Potrebbe anche averlo fatto per avvertire le padroncine della novità,
e non c'è da ridere, perocchè le bestie, talvolta sono più
intelligenti di taluni uomini.

Se non che la nostra penna non vale a descrivere con bastante
colorito, la sorpresa di Maddalena e di Elisa al veder salire le scale
tutta quella compagnia strana, senza che Lord latrasse, sì goffamente
vestita, colla faccia e mani olivastre, mentre Alfredo leggeva e
rileggeva in silenzio una lunga lettera, non curandosi di spiegare il
fatto alle sorelle. Egli era siccome un ubbriaco; aveva appena inteso
per quella lettera, trattarsi di un decrepito cugino in secondo grado,
residente a Panama, proprietario di miniere aurifere in estese
regioni, fra cui Costa Rica, Perù, California, Columbia, etc.

Nessuno dei tre fratelli, intanto, aveva pensato, per la loro immensa
confusione, di invitare gli ospiti, almeno a sedere, tanto più che
sembravano stanchi per lungo viaggio ferroviario. Meglio così forse,
perocchè le sedie di Casa Blandis erano soltanto tredici, il solito
numero di fiducia del pittore Alfredo. Civiltà, convenienza,
ospitalità esigevano inoltre, di offrire tosto a quei quindici
personaggi, dei rinfreschi, ma ad onta che la voglia in cuore, e
l'abitudine dei fratelli Blandis non mancassero, pure tutti tre erano
rimasti pel momento quasi inebetiti, nè sapeano districarsene.
Maddalena ed Elisa poi continuavano a fregarsi gli occhi, come per
accertarsi se per caso non dormissero, e nello stesso tempo facevano
segni ed inchini al Sig. Sterlingson, onde scusarsi mimicamente di non
averli ancora invitati a colazione. Nulla pertanto di concreto avevano
quelle imbarazzate fanciulle, raggranellato.

Ma il presunto capo di quella compagnia di minatori, avendo indovinato
benissimo, siccome il contegno dei fratelli Blandis, non fosse effetto
di inospitalità, ma invece di paralizzante meraviglia, si congedò
insieme agli altri quattordici, col pretesto di voler andare
_adelante_ (avanti) _secondo treno grossa città, molto belissima._
Allora soltanto i tre fratelli, accortisi della loro sconvenienza, si
affannavano a pregarli tutti di voler rimanere un momento almeno pel
vicino pasto. Fu del resto inutile, perocchè Sterlingson fece
intendere che _suos patron_ aveva ordinato così: _Presto, presto
tornare nos_, disse nel congedarsi (e più non tornarono).

Ciò detto, scesero compatti le scale con passo misurato a guisa di un
pelottone di fanteria in manovra, ripetendo il _presto Senor, tornare
quando guardato vuestre quindici valigia._ Appena furono sulla via
della stazione li raggiunse Alfredo di corsa e li baciò tutti con
effusione e con molti ringraziamenti per la loro onestà e premura,
avendone in concambio vigorose strette di mano da rimanerne storpio. E
la risposta alla lettera, disse Alfredo, sempre commosso? _Vos fare
dispaccio postale_, gridò quel mulatto capo. _Adios, adios._

L'angusto salotto dei fratelli Blandis, era occupato per intero dalle
quindici valigie nuove, e di forma non comune. Ciascuna aveva la
rispettiva chiavetta.

Ora permetteremo che quelle tre creature, rinvengano alquanto dal loro
naturalissimo stupore, e che facciano con calma la loro verifica,
della quale, a tempo debito, noi chiederemo il risultato, per
comunicarlo ai nostri lettori, i quali ne avranno forse curiosità.
Maddalena fu la prima a cominciare la bella operazione, dopo essersi
fatta però, il segno della Croce, colla giaculatoria: Sia lodato Gesù
Cristo e sempre sia lodato; e borbottando: Domani vado senza fallo a
comprarmi cinquanta pulcini.

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PARTE SECONDA

CAPITOLO VII

La lettera del Cugino in secondo grado.


La curiosità, quando si tratta dello straordinario, è malattia di
tutti, siano gente frivola, o sedicente seria, siano maschi, sien
femmine, e tutti, come S. Tommaso, non si accontentano del solo
sentire e vedere, vogliono anche toccare senza complimenti. Bisogna
chiudere un occhio in proposito, perchè è un male ereditato dalla
progenitrice Eva. Noi pure, quindi vorremmo conoscere a fondo, e senza
troppo attendere, il contenuto preciso delle quindici valigie, prima,
e quello della lettera, poi. Per quanto riflette le magnifiche
quindici valigie di cuoio nero, sono presto vuotate. Ciascuna di esse
conteneva la precisa quantità, qualità e peso, per cui esaminatane
una, e fatta poi la moltiplica per quindici, doveva venirne un quoto
sicuro. Ma Alfredo, Maddalena ed Elisa, non appena riavutisi dal loro
dolce spavento, hanno fatto, come i ladri. Tutto, tutto, in fretta e
senza pietà, sconvolsero di quanto stava bene distribuito in quelle
valigie, per cui il calcolo come sopra, progettato, ci riescirà
complicato.

Vediamo almeno il mucchio piramidale irregolare, fatto dai fratelli
Blandis, nel loro salottino con tredici scranne.

Sono seicento pacchi da cento monete d'oro ciascuno, fra Columbie,
messicane, sterline e marenghi, che formano un complessivo importo di
tre milioni e centocinquantamila lire fatto il conto alla buona, senza
il maestro del villaggio. Siccome poi i fratelli Blandis non avevano
mai, fino a quel giorno, possedute delle monete d'oro, così non si
dovrà essere troppo severi, ove fossevi errore di aritmetica. Più
mille Banconotes Anglisch del valore di diecimila lire ciascuna.
Queste fanno un complessivo di dieci milioni di franchi. Siamo giunti
finora alla somma di tredici milioni e centocinquantamila lire.

Mancherebbero ai quindici milioni, un milione ed ottocento
cinquantamila lire, perocchè secondo le dichiarazioni del Sig.
Sterlingson doveano essere realmente quindici.... Ma ecco qua.
Gesummaria!.... Un sacchetto di raso color barbagliata, contenente
dieci brillanti grossi più di nocelle che poteano valere circa mezzo
milione in complesso, e cinquecento fra smeraldi, rubini, topazi,
zaffiri, margherite, opale, perle, camei, turchesi e coralli, da poter
raggiungere il valore del milione e trecento cinquantamila, che
mancherebbe a compiere la cifra di quindici milioni. Quelle
cinquecento e dieci pietre, erano sciolte.

Altro che la beneficenza delicata, altro che i doni della buona Zaira,
Però vale talvolta più assai un bicchierino di anice dato da chi non
ha dippiù, in confronto di una bottiglia di Champagne da chi ne ha
mille.

Alfredo, naturalmente, è già tutta una inquietudine... Egli ha in
prospettiva uno o due ricatti a danno delle sue care sorelle. Saranno
rapite a forza, e seppellite vive in un antro inesplorabile; egli
verrà di sicuro truffato, derubato, assassinato quanto prima, e Lord
fucilato. E fra questi fastidj, non ultimo era la tassa in vigore
sulle donazioni. Ma ora passeremo, senz'altro alla lettura della
lettera; più importante forse di tutto il resto.

                                     Panama, 20 Maggio 18...
             _Caro Cugino--Alfredo Blandis,_

Non ho più famiglia....... morti tutti. Non ho più parenti, tutti
morti. Un viaggiatore lombardo però mi ha informato, che vivrebbe un
mio secondo cugino, a quanto io presumo. Quel viaggiatore, Sig. Franco
Bombardoni, mi ha detto che siavi un pittore di nome Alfredo Blandis,
figlio del defunto Giuseppe e nipote di G. Maria Blandis, mio avo,
originario mantovano, senza beni di fortuna. Se è vero, i miei
minatori, gente sicura, lo sapranno presto, perchè li spedirò in
Lombardia a verificare personalmente. Mi preme assai di perpetuare, se
possibile, il nostro nome--e di migliorare la condizione della
parentela. Io sono nato qui. Ho nientemeno che 83 anni. Mio padre, che
si chiamava Giuseppe Blandis, morto 25 anni or sono, alla bella età di
88; e venuto qui dalla patria di Virgiglio, quando aveva appena 20
anni, si è fatto ricco in quel lungo tempo, lavorando alle miniere
aurifere, del Perù, California, Columbia, e Costa Rica, in modo che a
poco a poco, per la sua grande attività ed economia, potè da operaio
semplice diventare padrone di miniere. Mi ha lasciato ricco. Presi
moglie, mi è morta presto, senza eredi, nè avea essa parenti
conosciuti. Continuai sulle vestigia del mio buon padre, e colla
perseveranza però onesta, ho potuto triplicare l'avito capitale. Ma
che farne, se omai siamo a pochi passi dal sepolcro? Se mai fosse
sussistente che costì io abbia un parente, anche soltanto, un secondo
o terzo cugino, e prima ancora di lasciare per testamento, cosa meno
sicura, ho deciso, dopo maturo riflettere, di donarvi tra vivi la metà
della mia sostanza, intanto, salvo ecc. quella metà spedirla a voi a
mezzo di quattordici miei minatori diretti dal mio fidato Sterlingson
Roberto. Tutta gente inecceppibile, dalle mani callose, ma garantite
senza vischio.

Io non vi aveva finora detto inoltre, una cosa che molto mi premeva. É
dal 19 Marzo di quest'anno, giorno di S. Giuseppe, nome probabilmente
del mio pro-zio, che io sogno ogni notte la stessa cosa. Mi appare
ogni notte in sogno una figura di giovane donna¹ bianco vestita,
assomigliante al quadro di Beatrice quando dal Paradiso va all'Inferno
ad incoraggiare Dante, ed essa prima mi prega, poi mi comanda di
ricordarmi presto, anche in vita, del mio parente Pittore, che trovasi
in Lombardia. Egli è povero, mi sussurra ogni notte, ha famiglia ed è
molto sventurato.

    ¹ Forse la defunta madre di Alfredo?? Siccome credono i sognatori
      fantastici!!

Sono trent'un giorni e sono trent'un sogni identici. Perciò oggi 20
Aprile, per levarmi da ogni inquietudine, decisi di spedirvi quindici
valigie, contenenti ciascuna un milione, in oro, banco-note e pietre
preziose. Così oggi mi sento assai sollevato nell'animo, e spero che
stanotte non verrà più a sgridarmi quella figura splendida sì, ma
imponente troppo alla mia vecchiaia, bisognosa di quiete.

Ricevute, ringraziamenti.... tutto per me superfluo, perchè io sono
abbastanza garantito, e non permetto che vi umiliate a ringraziarmi.
Scommetterei che sono più contento io oggi a mandarvi quindici
milioni, che Voi a riceverli. Io ne ho altrettanti, e sono guadagnati
senza macchia, ve lo giuro.

Vorrei vedere e baciare questo mio unico parente, che ancora esiste in
Italia, Mi sarebbe caro prima che io muoia, e sento che poco mi manca
a lasciare questa terra, che mi ha dato dell'oro, ma mi ha rubato la
pace del cuore, privandomi della mia cara Mercedes, volata troppo
presto al cielo. Vorrei vedervi e baciarvi, dicea, ma un presentimento
ostinato mi dice di rinunciare a quella consolazione e di pregarvi
anzi a rimanere in Lombardia. Siamo troppo lontani l'uno dall'altro.
Io sono nel cuore dell'America meridionale, e non si sa mai. Dunque
restate. Mandatemi il vostro ritratto e quello della vostra famiglia e
della moglie e figli vostri, se mai ne aveste. Questa lettera, mi ha
costato molta fatica, attesa la mia grave età, che ha scemate forze,
energia, memoria e vista, perciò anche non volendo, bisogna che cessi.

Dio conservi per lungo tempo Voi e la famiglia vostra. Quando sarò
morto, un requiem anche per me.

Addio.

                                            _Vostro Aff_.

                                       Cugino G. MARIA BLANDIS.


Alla lettura di quel foglio, semplice ma affettuoso, si sarebbe udito
volare un muscerino, tanto era il silenzio, il raccoglimento dei due
fratelli uditori. Ma l'Elisa, quantunque attentissima, non poteva
ristarsi dall'accarezzare con materna premura, tutte quelle
cinquecento dieci pietre preziose, grosse. Tanto ne era innamorata,
che quasi scordavasi delle sfolgoranti Columbie.

Alfredo invece terse colla mano una grossa lagrima, somigliante a
quella che gli cadde dal ciglio all'arrivo dei doni di Zaira....



PARTE SECONDA

CAPITOLO VIII

Sempre la jettatura


La creatura che più delle altre nella famiglia Blandis, perchè la più
giovane, gioisse dello straordinario, fortunato avvenimento, era stata
l'Elisa.

Ad onta del suo carattere piuttosto tranquillo, essa aveva in corpo,
da quel giorno memorabile, l'argento vivo, siccome espressivamente
dice il volgo. Un mondo di progetti, carrozze, vesti di lusso, vezzi
di gran costo, feste da ballo, teatri, ed altri peccati veniali
dell'ambizione. Ma signor sì, che, tre giorni dopo l'arrivo delle
famose quindici valigie, Elisa (forse per la troppa emozione, talvolta
funesta) trovasi in preda a febbre altissima, fino al delirio.
Minaccia il tifo.

E tosto il fratello di Lei affezionatissimo, colla sua «arte crudel di
fabbricarsi affanni» vede in questo fatto una sicura, imminente
sciagura. Egli non era mai stato superstizioso, ma, che volete, era
poeta, era fantastico. La mia povera Elisa, gridava, muore.... Ecco la
bella ricchezza maledetta. Nè curavasi di dirlo a bassa voce, cosicchè
la povera febbricitante aveva potuto udire a meraviglia.... In casa
Blandis la Babilonia è al completo. La Dio mercè, del resto, in forza
di medico e medicine pronte ed indovinate, e la costituzione sana
dell'ammalata, fu operato il miracolo, non solo della guarigione, ma
della sollecita guarigione.

Quanti sospiri e quali veglie in quegli otto giorni, nella famiglia
Blandis! E quanta gioia per la ricuperata salute della cara sorella
Elisa.

Maddalena, la sorella maggiore, sosteneva che le medicine prese dalla
sua cara bambina, erano una vera sciocchezza in confronto del
lumicino, che essa aveva acceso nella di Lei camera, d'innanzi al
quadro di San Giobbe. Maddalena, sebbene tanto buona, e non senza
intelligenza, era, non pertanto, un pochino bigotta, e perciò
diffidente della scienza di Ippocrate, ove non si discorre di
miracoli.



PARTE TERZA



CAPITOLO I.

Troppa ricchezza, poca sicurezza


Elisa, ricuperata in brevissimo termine, la salute, come si è scritto
nel precedente Capitolo, parte seconda, era diventata ancor più
allegra di prima. La salute è la cosa più preziosa che vi sia al
mondo, perchè indispensabile alla vita e la vita piace a tutti,
compresi coloro, che fanno continue preci onde guadagnare il Paradiso,
il quale non è, credesi, in questo mondo. Elisa cantava male, non
aveva orecchio musicale, ma voleva canticchiare sempre, rovinando le
orecchie del prossimo, in argomento più dilicato. In quei giorni essa
aveva improvvisata un arietta, consimile a quella di Cirillo, ma
diversa nelle parole. Ad onta che fosse distratta dal palpeggiamento
delle pietre preziose, essa comprese, pare, certe frasi della lettera
del cugino d'America, per cui cantava:

    «A quel che par, a giudicar
    Altri milioni denno arrivar»

e così la pensava anche Maddalena, quantunque appartenesse alla
categoria degli aspiranti a quell'altra miglior vita. Del resto Elisa,
aveva tutte le ragioni per essere la più lieta, perchè era la più
giovane. Quanto ad Alfredo siamo alle solite. Si direbbe che il di lui
cugino in secondo grado, gli avesse mandate quindici bastonate sulla
groppa. Egli, cominciava già a pensare nel suo infelice interno,
siccome Violetta sapendolo straricco, si allontanasse piuttosto che
accostarsi. Pensava di regalarle il violoncello, ma che potea farne
essa? L'avrebbe donato all'Enrichetto od al Droghiere forse, che
probabilmente non sapevano suonarlo! Insomma un mondo di dispiaceri,
in luogo dei piaceri, che quell'essere incompreso potea procurarsi.
Anche Lord, l'enfant gatè di casa Blandis, annoiato di non andare più,
da sì lungo tempo, a scovare la lepre, di cui talvolta ne mangiava un
terzo, minacciava di ammalarsi per quella vita sedentaria. A lui non
piacevano affatto le Columbie e le pietre preziose: _projicere
margheritas ante porcos_. Un bel giorno pertanto, decise di andare
solo all'aperto e lo fece, stando disertore per una buona settimana.
Povera bestia, avrà voluto cercare anche lui, pel mondo avaro, qualche
avventura canina.

I tre fratelli desolati per la scomparsa di Lord andavano cercandolo
per ogni canto di quei dintorni, spendendo denaro e promettendo grosse
mancie a chiunque lo riconducesse. Quello che più impensieriva
Maddalena ed Elisa, per l'assenza di Lord, era lo stare la notte senza
alcuna guardia, più necessaria ora che prima, causa il tesoro da
custodire, perchè non ancora impiegato o venduto. Lord, siccome tutti
i cani in pluralità, aveva finissimo l'udito, latrando dì e notte al
minimo insolito rumore, e specialmente ad un passo forestiero. Saria
stato capace anche di assalire chiunque, non noto, avesse voluto
entrare di notte nella casa dei suoi padroni. Fatalità, esclamavano
quelle due buone fanciulle, assentarsi Lord appunto in questi momenti
di maggior pericolo!!.....

Alfredo pure deplorava l'incidente, quantunque possedesse due fucili a
doppia canna, e bastante coraggio, in caso della necessaria difesa, di
usarne. Ma non si sa mai, pensava, auri sacra fames, e l'occasione
talvolta fa l'uomo ladro. La pubblica forza, era in numero
insufficiente per certi grossi casi, ed inoltre lontano da casa
Blandis quasi un chilometro. Telefono non v'era, ed Alfredo non aveva
peranco pensato a quel nuovo portato della scienza acustica. Ed
infine, da quell'originale di prima forza, che egli era, aveva
antipatico il far conoscere agli altri, le sue apprensioni. Care
sorelle egli dicea, Lord, a quanto sembra, o non ritornerà più, perchè
l'avranno ucciso mentre rubava i suoi soliti salami, o ritornerà ben
tardi. Dovremo quindi vegliare qualche notte ancora, infino a che io
possa collocare sicuramente, queste benedette ricchezze, che già mi
pesano sul petto, siccome palle di cannone.

Il danaro talvolta è morte, ripetea spesso quella buon anima di nostro
padre, e quando io ero piccino, mi narrava sovente di alcuni brutti
fatti accaduti in proposito. Intanto, energia signorine, aiutatemi a
portare in cantina tutta questa roba, meno le Banconote che nasconderò
nel mio studiolo di pittura al pian terreno. La cantina è sotterranea,
a volto, con muri massicci e cancello sicuro. Lasciamo però calare la
notte affinchè nessuno dei vicini possa fare il curioso. Comprendo che
la voce dello spettacoloso avvenimento sarà già diffusa per ogni
dintorno. In certi affari parlano anche i muri, ma poco importa. Ora
ci vuole occhio ed orecchio fine, mente pronta ed acuta, non che una
discreta dose di ardimento. Ora carichiamo le armi, non si sa mai, e
beviamo tutti del caffè denso onde stare svegli. Le due sorelle a tali
discorsi e preparativi, sentivano già in corpo una maledetta paura, e
quasi quasi maledivano anch'esse alla improvvisa fortuna. Ciascuna
perciò recitava, in silenzio, delle giaculatorie. Elisa si provò a
suggerire la chiamata di alcuni vicini, per guardia e sicurezza, ma
Alfredo scartò quel progetto siccome pericoloso, perchè potea
divulgarsi il segreto del nascondiglio, cosa tuttavia ignota al
pubblico.«Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio». A notte avanzata,
tutti tre i fratelli, con mille precauzioni e non senza sudore,
trasportarono dal salotto in cantina, il sacro peso, nascondendolo
sotto un mucchio di sabbia, da gran tempo ivi esistente fra rottami di
mattoni e calce. Quella tribolata fraterna dovette farvi tredici
viaggi (il numero favorito di nessuno, eccettuato Alfredo). Chiusero
la cantina a doppia chiave, e risalite le scale, disposti a vegliare
stando in cucina (primo ambiente vicino alle medesime), taciturni
avevano in cuore diverso pensiero. Alfredo pensava sempre alla sua
ingrata Violetta, ed auguravasi press'apoco, che in quella notte
venissero i malandrini a sgozzarlo, così dicea, guarirò del mio amore.
Le due sorelle invece confidavano sempre nella Provvidenza, offrendole
qualche Gloria patri, ma scattando in piedi improvvisamente, al più
lieve rumore, prodotto da qualche gatto sui tetti, o da qualche topo
sul granaio. Maddalena si fece coraggio, andando nella sua camera in
punta di piedi, ad accendere il solito lumicino d'innanzi alla Vergine
dei sette dolori, ma nell'andarvi si volgeva sempre indietro,
sembrandole di avere i ladri alle calcagna. Alfredo fumava nella pipa,
che ad ogni momento spegnevasi con suo grande dispetto. Eravamo
d'estate, ma quella notte, non finiva mai. La timida Elisa, immobile
sul suo scanno, si limitava a far conca colle mani dietro le orecchie,
onde udire meglio qualsiasi rumore. Le due dopo mezzanotte scoccano
intanto all'orologio del paese. Un'ora e mezza ancora, e poi l'alba
farà cessare la loro agitazione febbrile......

A questo punto, il martello della porta di strada, manda un legger
suono, tutti tre tendono l'orecchio, sembrò che alcuno facesse
l'esperimento o di aprire con grimaldello la porta, o di assicurarsi
se casa Blandis vegliasse. I fratelli si guardano in volto senza
profferir verbo. Le donne tremano, sentono il freddo correr loro nelle
spalle e sul viso. Dopo un istante una chiave gira nella toppa, ma
inutilmente causa il catenaccio interno, poi un lieve fischio, poi un
rumore insolito, siccome di sfregamento di piedi lungo la cappa del
camino, indi tosto un colpo di pistola, ed il guaito contemporaneo di
un cane, di voce nota. Dio, Dio, esclama Alfredo, il mio Lord
certamente ferito. Le due donne cadono in ginocchio. Ma Alfredo non sa
resistere, vuol andare in aiuto del suo fido amico, e col fucile al
pronti, corre alla porta, l'apre e spara un colpo a sorte verso la
piazza dal basso in alto. Intanto veloce siccome il lampo, entra Lord,
sanguinante da una gamba, ma non per questo cessa dalle immense
cerimonie verso il suo padrone.

Alfredo contraccambia con carezze..... in quel mentre si vede
circondato da tre mascherati, con coltelli in pugno, che gli intimano
il silenzio coll'indice sulla bocca. La sorpresa fu tale, che Alfredo
rimase paralizzato, nè ebbe il tempo di spiccare un salto
all'indietro, e sparare un secondo colpo in direzione più efficace.

Quei signori eransi celati senza dubbio dietro i pilastri del
cancello, mentre Alfredo, esciva a cercare Lord. La fiamma del suo
fucile non bastò a scoprirli, perchè erano fra l'ombre, ed intanto che
Alfredo, dimentico! di chiudere tosto la porta, accarezzava il cane,
essi, siccome scoiattoli, entrarono e lo presero in mezzo.

Illustrissimo, noi siamo buona gente, disse a voce bassissima, uno dei
tre, ma la Giustizia ci insegue, abbiamo bisogno del suo aiuto, per
poter salvarsi all'estero. Basteranno, per ora trecento Columbie, che
fanno cento a testa.

Non si muova, non gridi, che allora saremo sempre buoni amici. Ed
Alfredo--Vi raccomando di non salire, che le mie sorelle morrebbero di
paura, Venite con me qui abbasso e sarete contenti. Non ho più
Columbie, ma qualche banconota, e farà lo stesso, (coi ladri si fè
lecito mentire). Entrarono tutti quattro nello studio, ed alla sua
volta Alfredo, spianando il fucile, disse, nessuno di voi si avanzi.
Egli colla mano sinistra aprì il cassetto, del tavolo dei colori, e
trasse tre carte.... eccole, sono trentamila lire, e se tacerete voi,
tacerò anch'io. Andate. Essi partirono, volgendosi però indietro (per
ragione forse della pelle) ed Alfredo rinchiuse a catenaccio la porta.
Tutto questo affare fu compiuto in meno di 15 minuti.

Ma che hai fatto mai in tutto questo tempo? disse Elisa al fratello,
non appena egli rientrò in cucina collo schioppo in mano. Noi siamo
qui trepidanti da un quarto d'ora! Guarda qua il nostro Lord, che fa
sangue da una gamba, sembra però cosa leggera, e tu dove sei stato?
Che è accaduto? parla.... Oh! nulla nulla, rispose Alfredo. Quando
vidi Lord salire le scale, rinchiusi la porta ed entrai nello studio
onde assicurarmi sul nascondiglio dei valori in carta, e quanto alla
ferita del cane si vede che un qualunque viaggiatore pedestre nel
timore di essere morsicato, gli sparò una revolverata. Tutti in
giornata hanno rivoltelle, perchè costan pochissimo, e perchè tengon
in tasca poco spazio. Quanto al divieto di portarle, senza speciale
permesso, è precisamente siccome dire al nostro Lord di non mangiar
salami. Le sorelle, riavutesi alquanto dallo spavento toccato in quei
venti minuti di allarme, minuti che a loro parvero un mese, andarono a
letto, ringraziando Iddio di averla passata liscia, senza spendere un
soldo! Cose di questo mondo. Ciò che si vede e ciò che non si vede. La
storia contemporanea è spesso falsa.

Care le mie fanciulle, a suo tempo saprete il vero Stanotte per voi
era troppo presto.........

Alfredo aspettò il giorno, che sorse in breve. Decise intanto di non
denunziare il fatto, tanto per non derogare dalla sua abitudine.
Comincierei troppo presto, pensò, per la miseria di trentamila lire.
Verrà di peggio in seguito, miei cari, e se qualche Banca depositaria
fallirà, allora saranno dippiù. Sono del resto impressionato, perocchè
mi sembra di aver riconosciuta la voce del malandrino che mi chiese le
300 Columbie. Sbaglierò, ma potrebbe essere il Tizio che mi ha
pedinato sulle Alpi!.... oh! almeno Violetta sapesse di questa mia
nuova sventura... (volevamo ben dire noi! sempre la stessa novità.)



PARTE TERZA

CAPITOLO II.

Visita inattesa in Teatro, alla Capitale.


L'avvenimento della notte qui retro descritto, decise la famiglia
Blandis a mutare temporaneamente residenza. Si progettò dunque di
passare la maggior parte dell'anno a Roma, ad eccezione di due mesi
d'estate e di due all'autunno, nei quali sarebbe ritornata alla
vecchia casina villereccia. Non appena installati alla Capitale, i tre
fratelli, ricevettero dall'ufficio postale del luogo prima da loro
abitato, due ritratti in fotografia, uno antico fatto a New-York, ed
era del cugino milionario da noi conosciuto, l'altro recente, fatto
con maestria a Vienna, ed era dell'amica Zaira, altra nostra
conoscente.

Alfredo aveva abbandonato con angoscia i luoghi delle sue più care
aspirazioni e perciò si trovava a disagio nella nuova dimora. E come
fare altrimenti? L'affetto alle sorelle, dominate dopo la famosa
notte, da incurabile paura, lo esigeva, Sono le abnegazioni solite che
esigono il dovere ed il cuore. Altra delle cause della nuova noja di
Alfredo, era inoltre, l'arrivo in tutti i giorni di molte lettere da
ogni parte d'Italia e dall'estero, spesse volte poi da persone a lui
ignote. Una sera ne ha dovuto leggere cinquantotto, il numero della
morte, secondo la Cabala del lotto. Un mondo di esibizioni da
commercianti in genere, e di progetti di industriali per imprese in
grande, quando fossero incoraggiate dai Capitali Blandis, ma di questo
con maggior diffusione, diremo in appresso.

Una sera del principio del mese di Settembre 18... rappresentandosi da
bravi artisti al Teatro Costanzi la _Traviata_, Alfredo, tanto per
distrarsi un poco, andò colle sorelle all'Opera noleggiando un buon
palchetto, in seconda fila, sinistra N. 13. Ma appena seduti in palco,
Elisa, la più vivace e curiosa, scòrse nelle sedie chiuse due persone
a lei note, che indicò tosto ai fratelli. Alfredo, a momento
opportuno, fe' loro segno di salire al palco, sebbene per quei due
personaggi non fosse troppo tenero, ma lo fece nella brama di avere
per loro mezzo, anche accidentalmente, notizie sulle località
abbandonate. Dopo pochi minuti, fra un intermezzo entrano in palco
quei due campagnoli, i quali salutando i fratelli enfaticamente,
presentarono ad Alfredo, un terzo loro amico, che rispettoso restava
sul limitare. Quanta voglia avevamo, cominciò il Sig. Balena, di
rivedere quel caro Don Alfredo (scusi, ma io non sono ancora Don,
interruppe Alfredo). Fa lo stesso, gridò ridendo Balena. Questi
soggiunse poi, è il Sig. Bricchetti Galeno, vice speziale, nostra
vecchia conoscenza, già marito, come saprà, di donna Tullia, e questo
il nostro amabilissimo Sig. Gaudenzio Esperti, commerciante in
coloniali, marito recentissimo della gentile Signora Violetta
Giacinto, in corso tuttora di luna di miele... Alfredo scolorì
alquanto, ma tosto dominandosi, in modo da sembrare indifferente,
strinse la mano a tutti e li pregò a sedere. Egli anzi, pel primo,
introdusse il discorso, sulle novità dei paesi a loro comuni. Niente
niente di importante, mio signor Don, anzi no, scusi, semplicemente
Alfredo, disse correggendosi Balena, siamo venuti tutti tre alla
Capitale, e per diporto e per gli affari agricoli e di commercio. Ci
siamo fermati due giorni a Firenze, ed abbiamo potuto vedere, nella
Galleria degli Uffici il suo splendido quadro. Credo il _Convento del
Parlatorio_, o meglio, il _Parlatorio del Convento_.

Io poco mi intendo di Pittura, ma ho sentito dire da altri visitatori
che è un quadro stupendo.--Gliene faccio quindi le mie più sincere
congratulazioni.--(Alfredo intanto ordinava all'inserviente dei
palchi, tre bottiglie di Bordeaux, da servirsi nel camerino adiacente)
Veramente non spetterebbe a me, disse sommessamente Alfredo; ma
confesso che anch'io fui soddisfatto di quel mio lavoro, perchè vi
trasfusi tutta l'anima mia, anzi vi ho fatto appendere il cartellino:
_Venduto_, perchè non amava che alcuno lo comperasse, vorrei
conservarlo io, infine a che, a suo tempo, possa donarlo a persona di
mia vecchia conoscenza (e qui senza volerlo ei rivolse lo sguardo al
Sig. Esperti). Intanto Maddalena ed Elisa che non avevano ancora
veduti spettacoli teatrali di città, non distraevano occhio e orecchio
dal palcoscenico dove in quella sera si ripetevano i nomi di Alfredo e
Violetta. E come si trova il Sig. Esperti laggiù, continuò Alfredo.
Eh!... così, così, rispose il Sig. Gaudenzio. Si vivacchia, e qualche
volta del resto, nei paesucci bisogna annoiarsi, perchè non vi ho
ancora trovata una compagnia a modo mio per passare la sera, facendo
quattro chiacchere col bicchiere in mano.

Taccia lei, sclamò Balena, che è tuttora nella luna di miele, e che io
per solito, la chiamo di latte e miele, anche qui il Sig. Brichetti
l'ha appena compiuta la sua luna, anzi mezzaluna, pel motivo che
l'altra mezza, Donna Tullia l'ha passata tempo addietro col primo suo
marito defunto. Si conchiuse scherzosamente dai presenti che Balena
era una famosa lingua in salmy, e calato il sipario del secondo atto,
quei quattro uomini, andarono a bere nel camerino adiacente. Alfredo
fuori di pasto, beveva quasi mai vino. Brichetti vice-speziale, beveva
poco per soggezione, al contrario Balena ed il Sig. Gaudenzio,
bevevano bene e senza tante cerimonie, per cui, senza accorgersene,
asciugarono due delle tre bottiglie di quel vino eccellente. _In vino
veritas_, perocchè dopo alcuni bicchieri di vino generoso,
naturalmente il troppo riserbo se ne va, e comincia ai bevitori la
parlantina più sincera.

Dopo una ventina di minuti, in principio al terzo atto dell'opera, i
nostri interlocutori, un po' rossi in volto (perchè il Bordeaux
riscalda presto) voleano per discrezione o per pigliar fresco,
accomiatarsi, ma Alfredo li trattenne cortesemente in palco, essi
accettarono, tanto più che la famiglia Blandis non conosceva
etichetta, e, nuova alla capitale, non aveva altre visite.

Balena, a questo punto, non sapendo che dire di meglio, ricordò ad
Alfredo, di aver veduto in casa Esperti, un violoncello accostato alla
parete, presso l'arpa della signora Violetta, e di sapere che quel
violoncello era suo. Qui il sig. Esperti sorse a dire.... Se il sig.
Alfredo vuole che glielo spedisca qui, comandi, oppure se nell'autunno
vicino, V. S. vorrà venire in persona a riprenderlo, farà sempre
piacere. Oh! no, ne faccio un dono alla sua Signora, rispose Alfredo,
quale ricordo delle gradite ore trascorse, suonando insieme delle
Romanze d'effetto. La sua Signora tratta egregiamente l'arpa. Balena,
non potendo più stare nei panni, sorse a dire vociando, come di suo
costume; Fa bene Don, anzi nò, il Sig. Alfredo; di arpe e violoncelli,
co' suoi lauti mezzi, può trovarne anche a Roma, senza far viaggiare
istrumenti di corda, sempre delicati. Squisito quel vostro Bordeaux.
Il Sig. Gaudenzio, uomo non troppo fiero, accetto, disse, a nome di
mia moglie, e sono anch'io soddisfatto del regalo gentilissimo, per
cui la ringrazio. Tutti tre poi, sul finire dell'opera se ne andarono,
e Alfredo sempre più pensieroso ed afflitto, non appena a casa colle
sorelle, si coricò, sognando tutta la notte restante, di mille
aneddoti confusi, ora consolanti ora disgustosi. Elisa e Maddalena
soddisfattissime pregarono il fratello di condurle più di frequente a
teatro.

Reduce dal Teatro, Alfredo non ebbe voglia (tanto era preoccupato per
mesti ricordi) di aprire una ventina di piccoli e grossi dispacci,
deposti sul suo tavolo da notte, dalla portinaia, come al solito.
Rimandò al mattino seguente quel lavoro, talvolta uggioso, e talvolta
ameno. Era uno dei vantaggi meno graditi, della ricchezza. Aprì e
lesse in prima una letterina nitida calligrafia stampatello, in piedi,
con tanti ornatissimi ed illustrissimi in principio, a metà, in fine.

Guardata la firma, era di Don Stecca Pancetti, il nostro buon
Capellano, che chiedeva sussidio onde poter erigere in paese, e in
luogo salubre, elevato e isolato, un'oratorio femminile, adatto a
raccogliere nei dì festivi, tutte le giovanette non abbastanza
istruite, ed a scanso di altre compromettenti distrazioni. Lasci pure
che si raccolgano dove lor piaccia, disse di mal'umore Alfredo,
egregio Don Stecca. Se non fosse villania, meriterebbe non
rispondergli affatto, ma si potrà rispondergli che le giovanette, alla
festa, stanno meglio od in famiglia od al passeggio. Ora vediamo
quest'altra--«Signore tutti abbiamo diritto di vivere (giustissimo)
qui sono tutti cani, senza un momento di cuoraccione. Fra una
settimana, corro, volo in America od in Africa, e se mi manda, magari
un bijetto da mille, io lo difenderò, in ogni occasione, a spada
tratta. Domani, pensò Alfredo ti mando il biglietto preciso che
cerchi, prima di tutto perchè sei certamente un capo ameno, e poi
perchè non ti colga il ticchio di venire in persona a pigliare quanto
ti occorre. I matti sono bensì tutti sotto la mia protezione, ma però
alla larga.

Leggiamo la terza; una lettera a stampa, un manifesto rèclame. Viene
da San Secondo (Parma). In testa al foglio un majale grasso; firmato:
Società di incoraggiamento all'industria porcina. Vuol farsi fornitore
della mia casa, a prezzi ridotti, ed esalta le sue famose spalle.
Risponderemo, dice Alfredo, che non sono le sue, le spalle che mi
piacciono dippiù; così la pensa anche il mio amico Cirillo.

Andiamo avanti, disse Alfredo, che era diventato quasi di buon umore.
Ecco una quarta--una antica conoscenza della città di B., che mi
rammenta i bei giorni passati, e che ora ha tre figlie da marito,
piene di salute se non altro, di capigliatura diversa l'una
dall'altra, come pure il volto, ma tutte simpatiche, e che anch'esse
vorrebbero aver l'onore di conoscermi. Me ne spiace, amica mia
dilettissima, dice fra se Alfredo, ma io non mi mariterò più. Ciò è
scritto nel Fato, specialmente poi se ve ne fosse una dalla chioma
bruna, perocchè essa mi risveglierebbe memorie crudeli.

Vediamo ora anche questa busta con fotografia. Un ritratto di donna
giovanissima di Torino. Mimì, seconda mima al Teatro Regio, porta N.
3277, Viale Po, quarto piano, verso corte scala a destra....
raccomanda di andarla a trovare a qualunque ora, meno la sera. Questa
qui, ad onta che sia bellina tanto, sclamò Alfredo, la metteremo in
compagnia del Sig. _qui sono tutti cani, senza un momento di
cuoraccione_, giacchè potranno combinarsi perfettamente intorno al
modo di pensare, ed intanto, domani le manderemo un biglietto da
_500_. Così quei due mattoidi con _1500_ lire faranno gazzarra per una
buona settimana. Però quella cara Mimì, è stata abbastanza discreta a
non chiedere senz'altro, danaro. Leggiamone, disse Alfredo, già
stanco, ancora un paio, ed il resto a domani. Questa viene dal Club
velocipedistico di Milano, mista di scrittura a mano e di stampato.
Chiede di poter correre nel mio parco alla Villa di N. N. (quale?),
per la prossima Fiera di S. Antonio da Padova. Corsa con premi,
duecento inscritti. Ringrazia anticipatamente del favore, e si firma:
Società Saetta e viceversa. La direzione..... Alfredo, sebbene ne
avesse poca voglia, sorrise, pensando, che il suo parco fino ad ora
consisteva nel piccolo orto di 35 metri quadrati dove quei duecento
inscritti potrebbero forse correre un poco, quando non facciano però
insieme il viceversa. La saetta verrebbe a scaricarsi nel vicino
fossato.

All'ultima adunque per oggi. Sono due medici primari di
Costantinopoli, d'origine italiana, specialisti in Psichiatria. Mi
vorrebbero socio nella erezione di una grandiosa fabbrica di ultimo
modello, capace per mille pazzi, puramente maschile, e concorrendo io
col capitale di mezzo milione, ad interesse certo del 7 p. O|O, mi
farebbero patrono benemerito a vita oltre all'interesse di cui sopra.
Veramente, pensò Alfredo, disgustato, non si dovrebbe rispondere a
questa lettera perocchè con molta probabilità, si tratta di un scherzo
di cattivo genere, ma siccome vedo, _quel ferma in posta,
Costantinopoli lettere Z. Y. K._, così si potrà rispondere per
esempio: Impossibile l'attuazione del progetto, perchè non faremmo mai
locale capace a contenervi pazzi colossali quanto i due progettisti
Signori Z. Y e K.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E siccome poi Alfredo, venne chiamato dalle sorelle, cuoche e
cameriere insieme, per la colazione, così sospese la lettura delle
altre _13_ lettere a tempo più opportuno.

Finita in breve la modesta colazione, Alfredo disse a sua sorella
Elisa. Tu dovresti farmi il piacere, perchè sono stanco del leggere e
poi voglio fare la mia solita fumata nella pipa, liberamente, a
sciorinarmi qualcuna ancora delle tredici lettere che trovansi nel
panierino della mia camera, ove depongo al solito, la corrispondenza;
và e ritorna subito. Elisa compiacque tosto il fratello e ritornò
colle lettere di cui sopra. Avutele sottomano prima Alfredo, egli ne
ripone due in tasca, di soprascritta a lui nota, e non senza turbarsi
lievemente, consegna le altre undici ad Elisa, la quale apertane una o
caso, legge come segue;

                _Egregio Sig. Cav. Alfredo Blandis_

                                Dal Peloponneso Settembre 18..

«Ho sentito parlare della Signoria Vostra, con molto favore, e mi
duole di non conoscerla ancora di persona, locchè spero avverrà
presto, per intenderci meglio su certi punti delicati. Il Deputato del
nostro Collegio Professore Fortunati, come saprete dai giornali, è
morto ier l'altro, dopo lunga e dolorosa malattia di Spinite lenta,
tremenda, contratta, non si sa dove e come. Era nostro buon amico,
dotta ed egregia persona, ed ha sempre per vostra norma, militato fra
i conservatori. Presto certamente, sarà indetta la surrogazione, ed io
che avrei qui, non faccio per dire, bastante influenza, mi sarei
proposto di raccomandarla quale candidato. La riescita, quasi sicura,
pel motivo che un altro solo, un rossissimo, gli starebbe a
competitore. Credo che la S. V. abbia passata l'età legale, e perciò
se è disposto me lo dichiari con telegramma, a risposta pagata, ed al
più presto. Già s'intende, che per taluni Elettori, occorrerà un
_beveraggio_. Ora con perfetta stima, mi rassegno della Signoria
Vostra Illustrissima

                                          Sempre devotissimo
                                 MARCANTONIO MESCOLI, _industriale_.

Elisa depose la lettera, con sussiego, sul tavolino, dichiarando che
quella era molto ben scritta. Alfredo non pronunciò verbo e sorrise.
Io accetterei d'avvero, soggiunse la sorella, perchè si possono ivi
esporre francamente le proprie opinioni.

Ma che vai dicendo mai pazzerella, esclamò Alfredo. Io non saprei che
recitare il canto V.º dell'Inferno di Dante, perciò, concediamo che
riesca invece il cosidetto rossissimo; egli farà da guarda-freno.
Figurati se colassù vorebbero sentire di poesia e d'amore. Telegrafa
tosto al Sig. Mescoli, due semplicissime parole, e senza risposta
pagata; declino offerta.... ora leggine un altra. Era d'un vecchio
amico, compaesano di Alfredo; esso si raccomandava per il posto di
maggiordomo presso di lui, trovandosi in angustie economiche, senza
sua colpa.

Venga pure, venga pure, quando vuole, gli risponderai tu Elisa, non
però quale servitore, bensì quale amico, e resti con noi infin che
vive. Io lo conosco bene, è un galantuomo, perseguitato, perchè non
seppe mai dissimulare. Servo non lo voglio, perchè sarebbe costretto,
onde conservarsi il pane, a darmi sempre ragione, anche quando avessi
torto.¹ Ora ti ringrazio Elisa e smetti di leggere le altre lettere,
dovendo io per un'affare urgente di cui non mi risovveniva, ritornare
nel mio studiolo (si dubita che volesse leggere le due lettere
riposte poco prima!). Però, converrà esaurire l'incarico per le
restanti, non volendo io far mucchio, che ad ogni arrivo di posta
aumenterebbe di certo. Così continuano i vantaggi della grande
ricchezza!

    ¹ «In che consiste l'adulazione? Nel tacere ai grandi ed ai
      ricchi, i loro difetti onde non perderne il favore.»
      (Trascrizione da un libro, di cui non si ricorda l'autore).

Ma non appena entrato nello studio, Alfredo aperse la prima lettera di
nota scrittura e lesse:... (dunque non avevamo torto di dubitare).

                     _Signor Alfredo carissimo,_

                                Dal Trasimeno, Settembre 18...

Dopo lungo pensare, ho finalmente compreso, siccome io abbia sempre
mancato di confidenza in Voi, uomo leale, ed oggi sebbene troppo
tardi, ne faccio ammenda, chiedendovene perdono....... Vi confesserò
che in passato io diffidai del vostro carattere spregiudicato, molte
volte con franchezza da Voi stesso espostomi.... Ebbi torto. Mi
maritai, cedendo al bisogno di quiete ed alle volontà per me
imperiose.... Non vi dirò se ora sia felice. Io sono però tranquilla e
vivo giorno per giorno siccome tante altre mie simili. Credo che Dio
mi voglia concedere quanto prima le dolcezze della maternità, ed
allora certamente sarò più lieta. Accetto il dono fattomi gentilmente,
a quanto seppi da mio marito, ma vi giuro che questo violoncello, lo
suonerà nessun altro, ed in caso che io più non vi riveda, resterà
accanto alla mia arpa siccome due vecchi amici. Non dubito della
vostra prudenza e discrezione, già sperimentate. Conservate la
presente e non dimenticate

                                            _L'amica Vostra_
                                                VIOLETTA.

Alfredo, riportò profonda impressione per questa inattesa lettera, ma
vieppiù per le frasi in essa dettate, senza dubbio da un cuore buono,
e comprese inoltre che Violetta era mesta mesta in quel giorno, forse
per effetto patologico.

Ora a quest'altra, pure di carattere noto e non discaro.

            _Mio buon amico_

                        Vienna, fine Settembre 18..

Sebbene io mi trovi da parecchio tempo in questa stupenda città, pel
ritiro di alcuni capitali del defunto mio marito, pure non vi ho
dimenticato ad onta dei vostri voli aerei. Manzoni diceva che: _una
delle più grandi consolazioni di questa vita, è l'amicizia_. Anzi fra
pochi giorni conto vedervi in Roma, e comunicarvi anche a voce, il mio
progetto seguente: Io, come sapete, sono sola al mondo, col mio
vecchio servo meticcio Jon. Se io, pertanto vi chiedessi di vivere
semplicemente, e senza alcun diritto, insieme alla vostra famigliuola,
mi direste di no? Io non lo credo perchè siete tanto buono.

Attenderò a Trieste al mio domicilio che voi conoscete, una riga che
mi palesi la via e la casa in Roma dove abitate, per potervi poi
telegrafare il giorno e l'ora precisi del mio arrivo in codesta
Stazione ferroviaria. Ricordatemi intanto alle vostre sorelle che
desidero conoscere presto, ed a voi una forte stretta di mano dalla

                                                    _aff. vostra_ ZAIRA.

Se in quel momento fosse stato presente quel biricchino di Cirillo,
avrebbe detto certamente: Eccolo fra due fuochi di bengala, il primo
lo seduce, il secondo non gli è discaro. Ma Cirillo non v'era ed
Alfredo, se ne inquietava assai, amandolo sempre vicino, quale il suo
miglior consigliere. L'ho chiamato da Napoli tre volte, sclamò, ma
lui, dice, che vuol finire il suo Narciso statua commessagli da un
ricco inglese. Probabilmente un altro originale. Narciso..... mi pare
di aver letto nella mitologia che morì specchiandosi nella fonte,
quando riconobbe sè stesso bellissimo e perciò di sè medesimo
innamorato. Sarà dunque un quid del _nosce te ipsum_ dei remoti
filosofi. E vada al diavolo anche la sua statua.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

A questo punto la portinaia, l'unico cameriere promiscuo di Alfredo,
reca ridendo una lettera; una sola, oggi, dice, miracolo. Meglio,
sorse a dire Alfredo, che così potrò rispondere alle precedenti di
maggiore impegno. Vediamola dunque, anche questa unica lettera:

                      _Gentile Signor Alfredo,_

                                Da Montecarlo, fine Settembre 18...

Stanco ormai di logorare la vita e la borsa, bazzicando in questi
paraggi, conto passare un paio di settimane alla nostra Capitale, e se
voi me lo permettete, verrò a visitarvi, quando sappia il vostro
domicilio.... Io farò ricapito al Caffè Grande di Piazza Colonna, ove
fanno da Camerieri le Kellnerin. Conto arrivare Venerdì sera... Vi
ricordate del nostro duello stravagante, risolto tanto soavemente?
D'allora voi mi siete diventato simpaticissimo e per questo vorrei
berne un bicchiere insieme.

Tanti rispetti alle signorine.

                                                _Vostro_ C. ARINGA.

E Cirillo, avrebbe soggiunto, se fosse stato presente anche a
quest'ultima lettera. Eccolo ora fra tre fuochi. La pelle è in
pericolo.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Se non chè, in questo momento (pare che non la finisca più) entra
nello studio di Alfredo, un fattorino del telegrafo. Che c'è di nuovo
disse un po' seccato Alfredo e lesse: _Alfredo. Partito Cuneo,
arrivato qui ora. Compagnia distinta operette, quattro prime donne
assolute, giovani, dieci coriste, uomini sette, brava gente, io
Direzione. Ti aspetto trattoria Ramolaccini stassera ore 9. Ceneremo
compagnia tutti. Bacio. Tuo_ Golasecca.

Alfredo, fu contento di questo telegramma perchè il Sig. Golasecca
egregio bevitore eragli stato un buon amico a Torino, sempre allegro
ed un po' matto. Vi andrò, disse, senza fallo, dopo la nostra cenetta,
e sarò felice di pagar da cena a quelle ventidue persone di provato
appetito e di sicura giocondità. Comincio a comprendere, sebben tardi,
che col denaro si possono avere delle curiose soddisfazioni, e si
possono acquistare qua e colà simpatie ed importanza. Fra noi artisti
poi, si va presto d'accordo.

Quanto al Commendatore, vo' preparargli un ricordo in brillanti, senza
punto lesinare sulla spesa, perchè mi preme che egli faccia un po' di
chiasso fra le sue conoscenze....



PARTE TERZA

CAPITOLO III.

Uno zigaro che ha costato L. 3250


Lasciata più in fretta che potè l'allegra compagnia comica nella
Trattoria Ramolaccini e pagatosi con bella spontaneità il conto,
dall'invitato pittore milionario, in L. 320 per causa delle parecchie
bottiglie di Champagne ingollate più dalle prime donne assolute che
dagli uomini, Alfredo, che amava ritirarsi per tempo senza coriste,
camminò sollecito verso casa, in Trastevere. Erano circa le undici di
notte.

Giunto presso Castel S. Angelo, sentì voglia di uno zigaro. Entrò
pertanto in un botteghino di privative, ove trovavansi tre popolani,
seduti presso il banco a discorrere colla venditrice piuttosto
piacente. La loro bibita era acquavite. Quella tabaccaia scelse, con
premura lo zigaro ad Alfredo, ed egli ringraziò colla frase: _molto
gentile la signorina_! Ma l'uno dei tre, sia perchè avesse visto
Alfredo in altra occasione, sia perchè fosse geloso, lo guardava
fisso, e con fare provocante. Alfredo notò quel contegno, e nervoso
per indole, gli rivolse queste parole: Ha forse qualche cosa a dirmi
il Signore? L'interrogato risponde: Io faccio come mi piace (parlava
il dialetto d'oltre Tevere). Ed io interrogo quando mi piace, Alfredo
di rimando, soggiunse. L'altro, che era probabilmente alticcio, grido:
Tira dritto moscardino, qui non è stallaccio pe' vo' forastieri, e sì
dicendo, con in pugno l'indispensabile scanna-castrati, insegna
coll'altra mano, la porta ad Alfredo. Questi allora dallo sdegno
accecato, manda una furiosa puntata del suo bastone, al petto del
prepotente, che va rovescioni sul banco. In un attimo sono in piedi
gli altri due coi coltelli, la donna strilla. Alfredo spinta e rotta
l'invetriata si invola all'aperto colla lestezza della lepre (il
vantaggio del numero e le armi bianche incutono sempre rispetto) ma,
sia per la furia, sia per la nebbia, sia pel rivolgersi indietro,
siccome di chi è davvicino inseguito e non lo fu, sia infine, per un
mucchio inavvertito di pozzolana, lungo la riva del fiume, Alfredo
scivola nel Tevere. Così piglia nuotando un freschissimo bagno fino
alla opposta riva. Per fortuna il malcapitato pittore, non incontrò
pattuglie, e tutto finiva asciugandosi nel suo tepido letto. La
famiglia non se ne accorse tosto, ma seppe del fatto ii giorno dopo,
da Alfredo. Zaira era di fresco giunta a Roma, ma non fu posta a
conoscenza di quel curioso avvenimento.

Però, io non vi ho ancora narrato, o lettori carissimi, che Alfredo,
nell'attraversare a nuoto il fiume, aveva naturalmente smarrito
qualche cosa.... cioè il portafogli contenente 3250 lire in carta
moneta (un po' costoso quello zigaro). Nè sarà esagerato il
conchiudere avesse Alfredo, dalla nascita, la vera e propria jettatura
(in dialetto lombardo, _arlia_). Cirillo gli diceva tratto tratto: Tu
hai la iettatura (a parte i milioni), scommetterei perfino nella suola
delle scarpe, per cui mi permetto consigliarti, l'andare a piede
scalzo.

Il dì appresso di questo episodio, non certo idilliaco si leggeva su
di un piccolo giornale di Trastevere, come _la notte passata fosse
stato accoltellato e gettalo nel Tevere, per fatto d'amore, un giovane
forastiero, di condizione civile, nè ancora si era scoperto l'autore
ed il cadavere ad onta delle diligenti pratiche di rito. Si dubitava
anzi, trattarsi di qualche mozzo di un barco Egiziano, proveniente il
giorno prima, da Gaeta_.

Alfredo si imbattè per caso, _su quelle ultime notizie di fonte
sicura_, si guardò attorno in quella meschina bottega da caffè, e non
vedendosi osservato nemmeno dalla padroncina, intascò il giornale,
ridendo di cuore e pagando la sua spremuta, uno scudo, senza resto, in
pena del suo furteccolo. La simpatica Trasteverina, lasciò cadere, per
verità, nel cassetto del banco, lo scudo, ma dichiarò in suo cuore,
che colui poveretto, era un pazzo condannato.



PARTE TERZA

CAPITOLO IV.

Disastro in mare.


Il Novembre è imminente. Sul piroscafo ad elice, _Polifemo_, che
faceva nel 18... il suo corso ordinario fra Genova e Catania e
viceversa, trovavasi un centinaio di passeggieri, fra i quali,
Alfredo, Elisa, Maddalena, Zaira col suo vecchio Jon meticcio avanese
servo affezionato, e con essi il brillante amico Cirillo. Lord, per
ultimo l'intelligente cane da caccia, inseparabile dalla famiglia
Blandis, il quale, diventato col padrone un gran signore, vi aveva coi
suindicati, il suo posto di prima classe.

La notte è già calata. Si fa mare grosso più dell'ordinario ed a 25
nodi circa dal piccolo porto di S. M. L. si spezza il timone del
bastimento. Parecchi dei passeggieri provano più forte il mal di mare,
altri la vedono brutta e trasparenti come l'alabastro, stanno muti per
la paura. Maddalena ed Elisa, recitano insieme il rosario, onde la
Provvidenza provveda per tutti. Cirillo sospende i suoi frizzi e la
galanteria colle signorine tremanti. Alfredo e Zaira, forse presaghi
di grande sventura, si guardano mestamente. Lord, ignaro di burrasche,
è giù nella stiva ad inghiottire quel poco che trova gratis. Il
vecchio meticcio infine, va inquieto a sedere presso la sua buona
padrona. Cirillo ad onta della sua tanto decantata vocazione al
celibato, teme di dover forse presto impalmare qualcuna delle Nereidi,
col placet di Nettuno¹. La nave, per la suesposta avaria, correva già
a sghimbescio verso la costa, in balia del vento, non dandole tregua
le rabbiose onde spiumeggianti.

    ¹ Nettuno Dio del mare. = Nereidi sono 50 sorelle. = Mitologia.

Vi era pericolo grave, imminente. Si è dovuto fermare l'elice. Quasi
tutti i passeggieri, ad onta del divieto, sono già sul ponte, in preda
alla agitazione. Quanto affannoso andirivieni e lavorio dei
coraggiosi, robusti marinai, non curanti del pericolo, i quali
talvolta pagano colla morte, la loro filantropia.

Ma un raggio di speranza si fà strada fra quei cento cuori. Sono in
vista, sulla medesima rotta, due grandi fanali rossi. È la corazzata
_Jank Syn_, che superba, pare sfidi la rabbia del mare. Fatti i
segnali di soccorso, quell'imponente Naviglio, che sembrava una
montagna nera, è in un baleno a brevissima distanza dal Piroscafo.

Le onde altissime tempestano i fianchi delle due navi. La triste
campana d'allarme suona sempre. L'_Jank Syn_ ha sospeso il vapore. Le
lancie sono calate a mare in fretta e furia. La scena è imponente. Gli
uomini sono convulsi, le donne strillano. I capitani danno ordini,
raccomandano sangue freddo, ma inutilmente. E un'arrabattarsi per
essere i primi a scendere, e poi un titubare in presenza delle agitate
piccole imbarcazioni. I più arditi e pratici sono già sul ponte della
corazzata, ma le donne, ed i loro compagni devono andare con
imbarazzo. Maddalena, Elisa, Cirillo, Zaira, Alfredo e Jon, scendono
finalmente anch'essi dalla scala di bordo, tenendosi l'un l'altro per
mano. Lord non si vede più, sarà probabilmente saltato in acqua sua
favorita abitudine. Una lancia, sebbene sbattuta dai marosi, è tenuta
ferma presso la scala dal mozzo che vi ha gettato il gancio.
Maddalena, Elisa e Cirillo vi sono già entrati, ma Zaira accecata nel
fare il salto, dallo spruzzo di un onda, scivola e cade in mare,
trascinando Alfredo e Jon sotto la chilia del _Jank Syn_. Un grido
straziante si manda da tutti i passeggieri. Cirillo colle mani nei
capegli dice enfatico: Un milione a chi li salva! Due marinaj si sono
già slanciati in mare ed una imbarcazione li segue. Ohimè ritornano
pochi momenti dopo a mani vuote. Le sorelle di Alfredo sono svenute!
Cirillo allora salta in mare in cerca dell'amico Alfredo. La notte ha
cresciuta la confusione.

Il fatto su narrato avveniva a circa un miglio dalla spiaggia di S. M.
L. E come poteasi in quelle terribili circostanze provvedere con più
validi e pronti mezzi, alla salvezza dei naufraghi se anche la barca
spedita al salvataggio, erasi capovolta? La corazzata allora volse la
prua verso il Golfo di S. onde deporvi i passeggieri salvati,
rimorchiando il Polifemo. Ed il mare?... ironia del destino! dopo
alcuni minuti è tranquillo... E i nostri quattro amici? e Lord,
saranno probabilmente rimasti preda dei mostri marini, quando il mare
talora pietoso, non li rigetti sulla spiaggia? Sarà più facile che il
cane di palude, Lord, si salvi, attesa la poca distanza dal Lido, e la
di lui istintiva capacità al nuoto. E noi domani soltanto potremo
conoscere la sorte riservata a' que' generosi, tanto sventurati.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .


E' sorta l'alba del primo Novembre colla sua nebbia e pioviggina.
L'aria frizzante, rende molesto il cammino sulla spiaggia del mare, ed
in complesso, avremo una giornata oscura, tetra e fredda. Spunta
lontano una triste comitiva, constante di tre suore, di un medico, di
due guardacoste, e quattro infermieri dello Spedale, i quali precedono
Maddalena ed Elisa scarmigliate e quasi inebetite, con neri veli sul
capo. Esse non piangono più, sono impietrite, siccome dice Dante:«_I'
non piangeva, sì dentro impietrai_» parole del misero Ugolino al 33.
Canto dell'Inferno. Giunta la funerea comitiva presso la spiaggia del
mare, già scorge una massa inerte... E' riconosciuto subito. Era Jon
il vecchio meticcio... Più avanti, un altro cadavere, era Cirillo,
sfigurato dalla lotta colla morte. Più avanti ancora, un gruppo di tre
corpi immobili. Un uomo ed una donna, avviticchiati come l'edera alla
quercia, ed un grosso cane che sembra sia addormito. Sono Alfredo,
Zaira, Lord. Quest'ultimo si ridesta, corre incontro alle sue
padroncine, e ritorna tosto ad Alfredo, cui lambe il volto. Zaira è
irrigidita dalla morte, e si vuole fatica a staccarle il braccio
destro dal collo di Alfredo. L'altro braccio copre una lettera
ravvolta in un nastro rosa lacerato. Silenziosa e mesta la comitiva si
avvicina al gruppo suddescritto, il medico grida.... questa donna è
morta, questo uomo respira ancora, è appena svenuto, e si faccia
presto a trasportarlo in luogo adatto e caldo, perchè rinvenga, v'ha
speranza di salvarlo. Le sorelle di Alfredo, cadono in ginocchio,
colle mani rivolte al Cielo ringraziandolo, senza profferir motto. La
lettera inzuppata d'acqua salsa ed il nastro, vengono consegnati alle
sorelle d'Alfredo. La lettera era appunto ad Alfredo diretta...
Infelice Zaira, quel piego, l'aveva essa appeso al collo e nascosto in
seno, la mattina stessa della sua imbarcazione. Era il di Lei
testamento, in cui nominava Alfredo suo erede universale!... E' voce
si trattasse di circa un milione!

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Le sorelle di Alfredo, istruite dal fratello, a non crescere mai di
superbia, quando dal basso si va in alto diedero bensì 10m. lire al
Sindaco del luogo del disastro da distribuirsi ai poveri, pregando del
resto di non fare cenno sui giornali... Ma, naturalmente, quel
giornaletto locale, narrò il fatto pietoso e la elargizione
aggiungendo che un cane di Terranuova di _pelo nero_, aveva salvato
uno dei naufraghi, cioè, un certo Alfredo Blandis Pittore _Tirolese_,
arricchito coi suoi quadri....

Erano le informazioni alquanto imbrogliate dei quattro infermieri, che
causarono alcuna variante, ma il più importante, era, del resto,
esattissimo.

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PARTE TERZA

CAPITOLO V.

Non impedir lo suo fatale andare

                            (_Dante_ INFERNO _Canto V_.).


Per nessuna forza il Mondo si arresta, ma procede invece, senza
tregua, turbinoso, imperterrito. Il Mondo cammina, cammina.... Si
rinnova, si riproduce, si trasforma ad ogni ora del dì e della
notte.... Procede col sereno e colla pioggia, col caldo e col gelo,
collo scirocco, col vento, col turbine, durante la calma e durante la
tempesta, e sfida perfino la potenza del mare. Il mondo cammina dunque
sempre tanto nella prospera, che nell'avversa fortuna. Egli oblia il
passato, guarda con indifferenza il presente, e cerca ansioso
l'avvenire. E guai se così non fosse! Guai se dopo un disastro, una
strage, una ingiustizia, una battaglia perduta, una pena morale un
disinganno, un'epidemia struggitrice delle vite umane, un incendio,
una innondazione, una carestia, tutto il mondo si abbandonasse
all'abbattimento, all'inazione, all'inedia.... Il mondo invece passa
indifferente, con coraggiosa calma, dinnanzi al piacere ed
all'angoscia, dinnanzi alla vita ed alla morte. La Scienza, le Arti, i
mestieri, gli Uffici, le Feste, i Teatri, i balli, il travaglio dei
campi, i riti, la salute e l'infermità, il bene ed il male, la pace e
la guerra, la ricchezza e la miseria, la gioventù e la vecchiaia, la
bellezza e la mostruosità, il riso ed il pianto, il lavoro e l'ozio,
la virtù ed il vizio, passano vertiginosi, si scontrano, si urtano, si
risvegliano, si confondono fra il sonno e la veglia de' mortali. _Qua
si ride là si muor_, dicea un poeta, ed un filosofo scrivea: _Chi
muore giace e chi vive sì da pace_. Questo è il mondo, questa è la
vita... La lealtà è vinta dalla ipocrisia. L'ateo ed il religioso
credono entrambi di aver ragione. Chi si è arricchito, gode, chi andò
in malora, maledice al destino!

La tirannide odia la libertà, e questa, sebben tardi, l'abbatte. Il
sanfedista, finge di abborrire il libero pensatore, ma poi in segreto
lo apprezza. La lussuria deride il buon costume, ma poi lo invidia....
E' una lotta accanita che dura da secoli, ma il mondo cammina sempre.
E' un continuo, febbrile, fare e disfare. La quaresima succede al
carnevale, la quiete all'orgia. La musica, il canto, la danza,
succedono ai funebri, e talora ne sono contemporanei.

Lo spettacolo babilonico, allieta, stordisce, spaventa, e soltanto lo
stoico, che l'ha compreso, nè è tranquillo.

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Qual meraviglia pertanto, se otto giorni dopo la infausta nuova, del
naufragio toccato ai miseri Cirillo, Jon, Zaira, Alfredo, nessuno più
discorreva del fatto? Perfino gli amici ed i conoscenti ne erano già
filosoficamente persuasi, per l'egoismo innato della propria pace e
conservazione! Ma Alfredo che aveva perduti tre cari amici, ne era
inconsolabile, e decise perciò di fuggire dal tumulto delle grandi
città, per ritornare alla quiete villereccia, ed all'antica sua
modesta dimora. Violetta pure conobbe dai giornali la catastrofe, e
sentì in petto una dolcezza arcana quando lesse le parole: _Il solo
Pittore Blandis è salvo. E' abbattuto, ma si spera ristabilirlo in
breve nelle sue primiere forze_.

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La sventurata Zaira, nella mattina stessa della imbarcazione, era
triste triste, senza conoscerne la vera cagione; era forse presaga
della sua prossima fine? Credette perciò d'essere antiveggiante e
provvida, nascondendo in seno il suo brevissimo testamento olografo,
che diceva: _Lascio ogni mio bene mortale al mio caro Alfredo
Blandis_. Un milioncino all'incirca, senza passività. Il vagheggiato
di lei progetto, da qualche tempo, era di sposare Alfredo, ma fino a
che, non seppe maritata Violetta, lo serbò in cuore.

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Ma di che farne, diceva sospirando Alfredo, io nacqui e vissi molti
anni povero, lavorava per vivere ed era più contento. Il cuore non ha
d'uopo di tesori. Il mio buon Cugino, morendo, mi lasciò altri quattro
milioni, così io, sarei padrone in complesso di venti milioni. Quando
siete ubbriachi, tutti vogliono darvi da bere gratis. Io non so
spendere, io non ho le esigenze, le ambizioni di molti, e la ricchezza
anzichè rallegrarmi, mi ha mortalmente annoiato.... Darei ogni mia
dovizia per la vita dei miei preziosi amici, rapiti da morte precoce e
crudele. Darei la mia vita, per essere riamato un'ora sola da
Violetta.....

Noi diffatti, abbiamo letto una volta, che «_l'oro è un vano tesoro,
qual viene se'n va_». Non possiamo dirvi l'autore del proverbio,
perchè non lo ricordiamo più. Possiamo garantirvi, del resto, che quel
proverbio non l'ha fatto un banchiere.....

Ad uno, ad uno, siccome i rami di una vecchia quercia, sparivano i più
cari amici di Alfredo. Presto anche le sue sorelle, andranno a
Catania, spose a due ricchi industriali, gente onesta e di felicità
promettente, per cui fra poco, Alfredo sarà solo al mondo col suo fido
Lord appena, che sendo anch'esso già vecchio, potrebbe andarsene
all'asilo dei suoi colleghi trapassati..... dove non si mangiano più
salami.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
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PARTE TERZA

CAPITOLO VI.

«I sogni della notte sono imagini del dí guaste e corrotte»¹

    ¹ Cioè false e confuse.


Per sette anni non interrotti (un quid delle piaghe d'Egitto) Alfredo
ha sognato, ogni notte, di Violetta. Un fatto nuovo e tanto strano, da
potersi chiamare memorabile nella storia d'amore. Ed un'altra
stranezza avveniva perocchè quando Alfredo era povero davvero, sognava
spesso di essere ricco, mentre ora che, da qualche tempo, era divenuto
realmente ricco, sognava intorno a fatti che accadevano soltanto e
precisamente in circostanze della assoluta antica sua povertà, siccome
dimostreremo qui appresso. Sciogliete voi lettori questo quesito, chè
io non lo posso. Alfredo inoltre ci narrava un giorno, che dopo molti
anni dal suo volontariato del 1859, balzava ancora di frequente dal
letto udendo spaventato la precisa sveglia, onde non incorrere in pene
disciplinari.

Era quello tra i fatti che gli avevano prodotta molta impressione. E
di diversi altri fatti spiacevoli ha continuato per anni a sognare
Alfredo, rivedendo cose, luoghi, persone identiche, e sentendone
ancora in sogno, doglianza, pel motivo che quei fatti, contro sua
riluttanza, li vedea riprodotti perfettamente. Terribili impressioni
conficcatesi una volta profondamente nei ventricoli, od in alcun
ventricolo del suo cervello delicato, e rinnovantesi, a norma della
loro mobilità od elasticità¹.

    ¹ Avere il cervello fatto a orioli.

Tecnicamente, potrebbe essere un granchio, ma discorrendo secondo la
effettiva sensazione provata e spiegata da Alfredo, non si potrebbe in
altra maniera risolvere il problema. Perciò non crediamo sufficente la
denominazione semplice di _fenomeni nervosi_. Più giusta forse, ma
meno chiara ai profani. Per quanto riflette poi il sognare sempre di
Violetta, lo si potrebbe spiegare nel senso, che se Alfredo pensava a
lei tutto il giorno, era più facile che ne sognasse la notte. Ed ecco
la ragione dell'abitudine di Alfredo di coricarsi presto la sera,
volendo egli affrettare quel piacere, non calcolando bene poi, che il
sollecitato piacere, potea mutarsi, come spesso, in dolore, o per
disinganni fantastici, o per la fantastica indifferenza della sognata
amante.

E se il nostro buon amico, mezzo poeta e mezzo pittore, colle frangie
del violoncello, dovesse vivere a lungo, cosa problematica, noi
potremmo giurare che egli farebbe i medesimi sogni, _usque ad secula
seculorum_, amen. Era notorio, in quell'epoca, siccome il cappellano
Don Barnaba Pancetti, saputo alcunchè intorno ai sogni di Alfredo,
facesse delle brutte smorfie, nel sospetto che si trattasse di
gravissime colpe sulla di lui coscienza. Si aggiungeva poi dalla
cronaca, come lo stesso Don Barnaba, mentre Alfredo era diventato
molto ricco, tentasse di intervenire per la pace dell'anima sua. Ma
sentendosi dire da Alfredo, che la propria coscienza la sentiva
perfettamente libera da ogni peso, il Reverendo, sebbene di poca
voglia, rinunciava al progetto e conchiudeva sentenziando: Sarà una
semplice emicrania dunque!(Bravo).

Si potrebbe inoltre pronosticare, che Alfredo, in onta ai suoi
quindici milioni e forse più, beccati al cugino in secondo grado,
(buona pasta), potrebbe morire anche di fame, con meraviglia di tutti,
ed alla guisa del povero Conte Ugolino, ma colla variante, che Ugolino
morì di fame per forza, ed Alfredo morrebbe di fame per amore. Digiuno
forzato e digiuno spontaneo.

    «Poscia più che il dolor potè il digiuno»

                                        (DANTE, _Infer. Canto 33.º_).

E giacchè siamo sul discorso della morte, noi crediamo che la peggiore
sia quella che si vede venire lentamente, lentamente, presso il
capezzale, durante gli ultimi mesi dei nostri fisici e morali
patimenti!..... Non sarebbe migliore la morte più veloce ancora del
treno lampo? In tal modo si annoierebbe nessuno, compreso il malato.
Maddalena però, la sorella maggiore di Elisa, nostre conoscenti, non
la pensava come noi. Essa avrebbe desiderato un preavviso, poniamo di
un anno, onde potere in termine utile, prepararsi alla buona
morte..... Ogni testa ha il proprio modo di pensare. Tot capita tot
sententia.....

Se non che accortici, di esserci allontanati troppo dall'argomento dei
sogni, per l'incorreggibile vizio del correre troppo innanzi a
similitudine di Lord, ritorniamo al posto.

I sogni pertanto alcune volte sono belli, ma più di frequente brutti.
I pochi belli, per la loro semplicità e naturalezza, per l'assenza di
tutti i riguardi o convenzionalità sociali, o di tutti i pregiudizi,
sono affini ai costumi dell'età dell'oro, età che pare, non voglia più
ritornare. I molti brutti sono l'effetto di moleste cause o fisiche o
morali, o delle une e delle altre insieme, sendo una medesima cosa, a
quanto sentenziano i materialisti. L'inquietudine, per esempio, ed
altre nevralgie, prodotte generalmente dai visceri più nobili,
cervello e cuore, (indivisibili siccome Oreste e Pilade) sono la
cagione di brutti sogni. E sebbene rarissime volte, pure alcuni bei
sogni possono realizzarsi, siccome già avvenne ed abbiamo constatato
nel nostro romanzo. La famiglia Blandis divenne ricca, molto ricca, ma
Alfredo non seppe profittarne come molti altri avrebbero certamente
fatto. Figuratevi che egli non aveva voluto procurarsi, nè una livrea,
nè una carrozza, nè un palazzo, perchè sosteneva che colle prime si
umilierebbe il nostro simile, colla seconda si potrebbe ribaltare, e
nel terzo si potrebbe smarrire la tramontana. Faceva delle carità
tratto tratto, ma alla sordina, cioè senza articoli sui giornali, dava
delle grosse mancie ai camerieri avventizi, che poi ne ridevano, e
quanto al suo pranzo, era meschinello come una volta, trovando inutile
ogni sontuosità, a chi mangiava quasi niente. Egli si nutriva a
preferenza de' suoi soliti sospiri. Il suo intimo Cirillo, anche poco
prima di restar vittima delle traditrici onde marittime, ripeteva ad
Alfredo di stare allegro, di mangiare e bere, siccome costuma la
maggioranza dei mortali; ma quegli tosto sentenziava; «_Si mangia per
vivere, e non si vive per mangiare_». E perchè poi, osserviamo noi,
conservava Lord? Allora Cirillo, quasi indispettito esclamava:«_Tu sei
un monumento di ingenuità_!.....

Ora mi piglia vaghezza di comunicarvi uno stranissimo sogno di
Alfredo, fatto mentre non era che un semplice disperato pittore, ed
intendiamoci bene, quel sogno riguardava sempre la ritrosa Dea
Violetta dal sorriso incantevole.....

Trattavasi, in detto sogno, di una soirée in casa Giacinto. Dal
domicilio di Alfredo alla borgata di Violetta, eravi la distanza di
circa sei chilometri. Perciò essendo d'inverno, colle strade orrende e
di sera, oltre al tempo piovigginoso, si dovea per la decenza
dell'abito, andarvi in carrozza. Egli naturalmente deve procurarsi una
vettura da nolo. Fatica inutile. Vetture da nolo nel suo paese, in
detta sera, nessuna.

Sempre la jettatura, anche nei sogni. Intanto il tempo camminava
lesto. L'ora è ormai trascorsa. Alfredo è costretto di andarvi a piedi
e forse senza ombrello, perchè lo aveva smarrito in altra occasione.
Egli corre quanto un levriere, egli vorrebbe arrivare in tempo, (non
dopo, come sappiamo, avea fatto una volta Cirillo) là dove, il suo
cuore lo trascina. A mezza via trova e sale su di un biroccio tirato
da un perfido mulo, che tosto sferra calci tremendi, e poi rinculando,
lo ribalta nel fossato non una ma tre volte, da cui Alfredo sorte
bensì illeso, rispetto al corpo, ma tutto molle e lacero negli abiti,
in modo da farlo somigliare ad un accattone cronico, piuttostochè ad
un virtuoso di violoncello. Non si dà vinto però il disgraziato
pittore, egli pensa sempre a Violetta, ed arde di potere in breve,
colla espressione del suo elevato spirito, suonare la prediletta
romanza _Declina il sol morente_, accompagnata da Violetta
egregiamente colla sua arpa. Ahimè! egli giunge in ritardo assai. Vede
la Dea de' suoi pensieri, colà fra cento invitati, distratta, muta e
sì indifferente verso di lui, da annichilirlo. Sembrava che fossersi
allora veduti per la prima volta, anzi peggio, nemmeno il saluto,
nemmeno un'occhiata.

L'arpa non si vede, il violoncello, che stava da tempo colà deposto, è
a terra fatto in pezzi. Chi l'avrà conciato così? Alfredo,
interpretando quella freddezza, siccome effetto del suo
compassionevole abbigliamento, si ritira in un angolo oscuro della
vicina anticamera, per farvi un po' di toilette; un botolo ringhioso
gliela vuole impedire, nè egli arriva mai a mettersi le scarpe. Per
soprappiù in quella cameretta, oh! meraviglia, gli nevica sul capo
scoperto e in un attimo divenuto calvo. Una impazienza, una
inquietudine, un'ira che a parole non si ponno descrivere. La folla
degli invitati esce coll'ombrello aperto (nevicasse forse anche nella
sala?) passa dinnanzi a lui in atto di scherno. Viene ultimo lo smilzo
e lungo Commendatore, il quale si pianta dinnanzi ad Alfredo con
mefistofelico ghigno, gli invola una scarpa, fugge, e mentre Alfredo
fa per rincorrerlo, scompare a guisa di un fuoco fatuo. Ma Alfredo lo
vuol trovare ancora, vola alla porta d'uscita, munito di un martello
che toglie dal buco della stufa e.... vedi maledizione! nel posto
preciso della porta di strada, si erge una muraglia fabbricatavi pochi
istanti prima. Col martello abbatte il muro, e si trova all'aperto,
giacchè se quel muro indugiava un istante a cadere, egli soffocava.
Alfredo è già in piazza, ha però vergogna di quel suo stato pezzente,
ripara all'osteria, coll'insegna di S. Giuseppe (che è sopra la buona
morte). Ivi lo stalliere, col volto di scimmia, gli rattoppa con dello
spago sgarbatamente i pantaloni a brandelli, cui prima voleva in dono,
e gli lava colla sua scopa le sanguinanti graffiature delle mani.
Intanto si presenta una brutta vecchia, colla lanterna puzzolente per
cattivo olio.

Invita Alfredo all'alloggio, che ahimè, era un pozzo, ove egli, quasi
fosse una pagliuzza, è gettato a capo in giù da quella megera. Per
buona sorte, il contatto dell'acqua gelata sul fondo del pozzo, fece
svegliare il misero innamorato, chè probabilmente, se l'affare
continuava di quel passo, avrebbe finito alla guisa dell'infelice, fu
Ministro Prina.

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E quando l'amico Cirillo, sul principio del funesto viaggio di mare,
che vi ho già descritto, sentì narrarsi da Alfredo, l'incredibile
sogno, non potè ristarsi dall'esclamare: Siamo in tre, mio dolcissimo
amico, tu cerchi lei e lei cerca un altro, cosa certa e facile a
comprendersi. Perfino i sogni, o mio eccellente illuso, te lo cantano
in _fa minore_. Piuttosto che essere, come sei, meglio era, fossi tu
morto prima di nascere. Ma il povero Cirillo, prezioso consigliere di
Alfredo, andò poco dopo per jattura d'entrambi, ad affogare nell'acqua
salsa, avendo tentato di salvare Alfredo e Zaira.

Qualunque contraria esperienza, qualsiasi potenza sovrumana, non
avrebbe cambiato mai l'ideale di Alfredo, siccome già in principio di
questo libro, noi dubitammo. Egli, all'incontro sperava sempre; oggi o
domani, od alla fine del mondo, Alfredo volea provare un istante di
felicità coll'adorata Violetta.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
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Il nostro cocciuto idealista, oltre alla pittura, aveva qualche
nozione di classicismo, nello studio del quale, si trovano qua e colà
dei saggi insegnamenti sul modo di vivere. Probabilmente dunque avrà
trovato anche il proverbio:

    «Bacco, tabacco e Venere
    Riducon l'uomo in cenere.»

Bacco ubbriaca, tabacco avvelena, Venere riduce in cenere, noi lo
interpretiamo così, perciò v'ha un raggio di speranza ancora, in prò
del nostro pericolante Alfredo, perocchè se egli beveva e fumava poco,
avrà anche economizzato di Venere, per la forza del destino.
Concludiamo, che Alfredo potrà vivere lungamente, anche senza
felicità.

Lui aveva scartabellato anche alcuni libri di poesia, ed era rimasto
impressionato assai alla nota ottava dell'Ariosto, canto II.º
dell'_Orlando_, da noi trascritta nel Capitolo XI.º della Parte Prima.
Quei versi inoltre, dovea rammentarsi, come avessero impressionato
pure la bella Zaira, ma ad onta di tutto quanto sopra, Alfredo non
sapeva persuadersene e così non poteva aver pace nemmeno dormendo.
Onde aver pace, converrà pertanto, in primo luogo, credere pochissimo
o niente a qualsiasi specie di sogni, in secondo luogo liberarsi
energicamente (potendolo) dalle passioni dell'amore e della gelosia,
che sono, come già dichiarammo, i principali ladri della umana
tranquillità. Peggio ancora, se quei due ladri fossero perseguiti
dagli altri due ladri, ambizione ed avarizia. E se mai a tutti loro si
accompagnasse anche l'invidia «_vita mortal tutta d'invidia piena_»¹
allora avremmo una tremenda associazione di malfattori. Ebbene, il
credereste? dopo cento prediche già fatte in proposito, al nostro
Alfredo onde guarirlo, egli ci rispondeva: _che l'uomo senza passioni
è paragonabile ad un bue grasso_.

    ¹ Ariosto.

La donna non è il sesso debole, almeno in linea morale, la donna è
dovunque: «_Surtout cherchè la femme_.» La donna, siccome il tempo, fa
a modo suo, e l'uomo o presto o tardi piega il capo.

Bada, caro scrittore, di non fare la fine di S. Stefano!



PARTE TERZA

CAPITOLO VII.

Come tutto va a finire in questa valle del pianto . . . . .


Il filosofo di Ginevra, l'uomo della Natura, Rousseau, disse: _che la
morte non è per l'uomo, se non l'oblio dei tempi compiuti e degli
avvenimenti trascorsi_. Non è colla morte pertanto, che tutto finisca,
perocchè gli uomini onesti, di cuore, d'ingegno, ponno sopravvivere
lungamente fra l'umanità, ma potrebbe essere coll'oblio delle cose
belle e delle persone amate--«ogni affetto dal cor cancella il
tempo»--«La morte è la tomba del corpo, l'oblio la tomba del cuore . .
. . . . Difatti, l'uomo, ad onta della sua presunzione di
sentimentalità, sente della sua materia, ed ha bisogno quindi di
abitudine, di continuità, di positivismo, altrimenti dimentica.

E' questo l'emblema della sua debolezza, ed è per ventura, il germe
conservatore della sua prosperità fisica, perchè l'uomo ha bisogno
anche di vita materiale per sè e per gli altri. In una parola ha
bisogno di pace. Questo è l'egoismo necessario concesso dalla
Provvidenza all'uomo. Senza di questo tutti gli uomini si
ucciderebbero, o morrebbero di languore. «Cosa bella e mortal ben poco
dura.» L'oblio può inoltre derivare da sofferta ingratitudine o da
immeritati disinganni. Ma viene il tempo in aiuto, quale rimedio
efficace, e salva l'uomo.

Quanti cambiamenti, quante evoluzioni, deviazioni, novità, produce il
trascorrere dei giorni, dei mesi, degli anni! Quante scoperte produce
il tempo, di persone e di cose! Quanti velami fa cadere il tempo!....
Quante forti amicizie mutate in indifferenza od in rancore: e dal
rancore e dall'indifferenza il ritorno alle assiduità alle simpatie.
L'uomo fra gli altri suoi istinti annovera anche il _variata placent_!
Se le evoluzioni, le deviazioni, le novità prodotte dal tempo, sono
l'effetto non sempre di umana leggerezza, ma sibbene delle comuni
circostanze della vita. Il crescere dell'età, per esempio, una nuova
famiglia, nuovi bisogni, doveri, affetti, interessi. Ma consogliamoci,
perocchè nè la mente, nè il cuore, nè la terra, invecchiano mai. Non è
che l'infermità gravissima, la imbecillità cronica che rendono l'uomo
smemorato e decrepito. Il resto dell'umanità giovane o vecchia ma
sana, può vivere ancora confortevolmente, basta che su di essa piova
ancora la rugiada morale, vivificatrice. E sopratutto bisogna
assuefarsi a due cose, alle sventure ed alle ingiurie dei tempo.
Pertanto non è assoluto, che tutto, tutto vada quaggiù a finire colla
morte o coll'oblio.

Dio ha dato all'uomo la mente, che invecchia più tardi del suo corpo;
il cuore che può sentire ardentemente anche dopo lunga età e fino agli
estremi della vita; la terra che ogni anno riproduce mercè le cure
dell'agricoltore. Dio ha concesso all'uomo l'intelletto, il quale,
quando sia nudrito dallo studio, può eternare coi libri la sua
ricordanza e le migliori gesta degli uomini, fra cui sono riprodotti
tanto gli episodi di gioventù, co' suoi errori, come le esperienze
della maturità, co' suoi rimedi. Dio infine ha dato all'uomo l'amore,
che se spontaneo, profondo, generoso, non si estinguerà mai.

Il divino poeta che sapea dell'amore di Paolo e Francesca, cognati, li
dipinge ancora stretti insieme dopo morte nella bolgia desolata dei
lussuriosi, ma non combusti dal fuoco divoratore. Nel suo poema quel
grande pensatore, li ha collocati spietatamente all'Inferno. Forse per
accontentare i pregiudizi clero-tirannici di quella remota epoca, ma
noi scommetteremmo, che Dante, se fosse vissuto più tardi, li avrebbe
tolti, pentito, dall'Inferno, per metterli in sede più confacente, da
loro guadagnata per il grande amore. Essi, in ogni ipotesi, non
sarebbero stati colpevoli che di un solo bacio tremante non sulla
fronte, ma sulla bocca, come cosa naturalissima. Essi furono due
perfetti idealisti.

Nel suo Canto V. dell'_Inferno_, Dante interroga Francesca così:

    «Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri
      A che e come concedette amore.
      Che conosceste i dubbiosi desiri?...

ed egli stesso quantunque marito e padre di sette figli, ricorda, nel
suo Paradiso scritto all'età di 56 anni, il suo amore per Beatrice,
sorto nella prima giovinezza, l'amore degli angeli.

Al Canto 31. del _Paradiso_, il grande Poeta, scrive le due terzine
seguenti:

    «E se riguardi su nel terzo giro
      Del sommo grado, tu la rivedrai
      Nel trono che i suoi merti le sortiro.»

e più avanti

    «O Donna in cui la mia speranza vige
      E che soffristi per la mia salute
      In Inferno lasciar le tue vestigie»

Dunque il Poeta amava immensamente Beatrice, anche quando non poteva
farlo; egli l'ha collocata in Paradiso quando estinta, e l'ha fatta
andare dal Paradiso all'Inferno, perchè insegnassegli la sicura via.

Alfredo pure, ad imitazione di Dante, ed al pari di lui colpito dalla
terribile corrente magnetica, augurerà morendo, il Paradiso alla sua
amatissima Violetta, ed il Limbo, ai trionfatori del di lei amore,
onde godersi alquanto almeno, della loro separazione.

Ora diteci voi amabili lettori e lettrici, se questa non sia la Valle
del pianto?



PARTE TERZA

CAPITOLO VIII.

Il vuoto dell'anima


Cos'è mai questo vuoto dell'anima? Noi non possiamo nè vorremmo fare
qui, un trattato di psicologia, capace a favorire il sonno anche dei
nevralgici. Ci limiteremo pertanto a discorrere così alla buona, come
si usa fra profani.

Il vuoto dell'anima, dunque, secondo alcuni, sarebbe sinonimo del caos
dello spirito. Secondo altri una sensazione di scoraggiamento, che
assomigli al freddo del ghiaccio, e taluno infine propenderebbe a
ritenere quel vuoto, la nessuna sensazione.

Ma se accascia, ma se uccide lentamente le anime più sensitive, come
non credere che il vuoto dell'anima non produca, all'incontro, una
latente dolorosa sensazione, non chiaramente definibile?

Se non che, onde escire il meno malconci da questo gineprajo, diremo
che il vuoto dell'anima può significare la totale assenza del fine per
cui è stata creata la nostra esistenza morale. E con diversa frase, il
disinganno assoluto dei più santi e caldi affetti. Il vuoto
dell'anima, in ogni caso, sarebbe peggiore della morte, la quale è lo
stato di piena insensibilità.

Una parte della Società, d'ogni epoca, pe' suoi fini speciali, e
qualche volta in buona fede, nè mai convinta di fare il male, ha
cercato, con sforzi erculei, di deviare la creatura umana dal naturale
scopo della vita, creando caste eunuche, tarpando le ali della libertà
e del pensiero e modificando le istintive pulsazioni del cuore, senza
però ottenerne concreti effetti, ma solo enti bastardi. Sempre
inoltre, a detrimento del loro originario benessere.

Gli uomini sono nati per seguire i loro ideali, e la proibizione o
limitazione dello scopo unico della loro creazione, in cui c'entra la
Provvidenza, sono una vera e propria deturpazione della creatura
umana. Il vuoto dell'anima, infine, può essere prodotto dal caso, o
dalla volontà dei soggetti che possono crearlo. Per buona ventura
anche il vuoto dell'anima, deve per legge universale, durare più o
meno lungamente, secondo l'indole degli individui colpiti, essendo il
tempo, la panacèa di tutti i mali. Basterà per qualcuno che nasca un
nuovo oggettivo, atto a riempire o surrogare il così detto vuoto, ed
allora, per chi avrà resistito alla morte fisica, la guarigione non è
improbabile.

Sarà dunque facile anche per il nostro Alfredo detta guarigione? Noi
non possiamo rendersene garanti, perocchè degli esseri sceltissimi,
atti a riempire il vuoto dell'anima sua, non ne sorgono a dozzine e ad
ogni momento.

Non si comprende come l'uomo possa vivere, nel continuo completo
isolamento. Noi crediamo che sia un lento veleno del corpo, col
risultato dell'ebetismo della mente, da distinguersi dalla solitudine
temporanea talvolta necessaria e gradita.

Eppure il misero Alfredo, per effetto del vuoto nella sua anima,
viveva ormai a guisa di un anacoreta, trascurando affatto o quasi le
prime esigenze fisiche, e ricevendo in casa sua ed a malincuore,
soltanto i famigliari. Egli non aveva più i genitori, perchè morti, nè
le dilette sorelle, perchè da pochi giorni maritate entrambe e ben
lontano, non senza aver versato calde lagrime per l'abbandono
dell'amato fratello. Verrai presto a trovarci a Catania, caro Alfredo,
e vi ti fermerai con noi molto tempo, dissero, piangendo nel partire,
Maddalena ed Elisa.

Accade spesso, quando la dote è vistosa, che le fanciulle affrettino
l'addio al tetto paterno e la conseguente amarezza dei congiunti. In
ogni fatto umano, vi ha la sua compensazione.

A vantaggio delle fanciulle povere, le quali si maritano più tardi in
causa della loro povertà, viene rinviato il pianto loro e quello dei
più affezionati parenti.

Avesse avuto Alfredo almeno moglie e figli, ma nulla di ciò. I suoi
diletti Cirillo, Zaira, Jon, morti. Gli scarsi amici del paese di
residenza, quasi sempre assenti o preoccupati dei loro rispettivi
interessi. Non rimanevagli che il fedele Lord, il cane da caccia
intelligente, ma anche lui, da tempo era melanconico, per la tristezza
ed immobilità del padrone; tanto è vero che non rubava più salami.

Alfredo non aveva mai voluto servi stabili, perchè.... instabili. La
sua provvisoria factotum, era la vecchia portinaia Geltrude e, e la di
lei nipotina Benedetta d'anni dodici, abbastanza disinvolta e loquace,
avrebbe fatto da segretario intimo. Ora diteci voi, lettori, qual
sorta di esistenza trascinasse Alfredo? Egli, come si disse altra
volta, non volea saperne di cavalli, di carrozze, di gabinetti, di
salotti. Anche il suo vestire sempre alla buona. Non aveva comperato
mai, nemmeno il cappello a cilindro, importante in talune occasioni.

Ma ditemi ora, perchè non si parla più del pennello, della musica e di
libri di poesia preferiti? Non potevano essi sostituirsi al suo
infelice amore, e rendergli così possibile la vita? Ohimè, l'antica
florida salute se n'era ita, in causa dell'atonia prodottagli dalle
pene morali ed Alfredo non aveva più nè la volontà, nè la forza di
consolarsi con quei passatempi alla pluralità graditissimi.

E poi, e poi, v'era qualche cos'altro, ai lettori noto. Era Violetta a
cui Alfredo pensava ancora sempre, sebbene trascorsi sette anni, pari
per lui al primo giorno d'amore. Violetta dunque non lo aveva forse
mai amato? Essa da oltre un anno, erasi maritata, forse per
sommessione ai desideri dei congiunti, o forse per sua elezione?
Questo non si sa chiaro. Intanto però pel nostro buon Alfredo era
affare finito. Per lui, Violetta era una cosa perduta, una donna
morta. Egli aveva compreso ormai, che non v'era più speranza di
possederla, e quella quasi certezza lo facea desolato.

Gli uomini seri, o come tali qualificati, perchè ridono mai (avendo
essi paura di screditarsi, ridendo) potrebbero credere, secondo il
loro cinico sistema, essere lo stato miserevole di Alfredo, opera sua
speciale, ma noi ricorderemo a quegli uomini savi che

    «Il cangiar di natura
    È impresa dura»

Per tutto quanto sopra il misero Alfredo, era uomo da impietosire,
piuttostochè da deplorarsi .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
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PARTE TERZA

CAPITOLO IX.

«Chi ha vissuto col cuore, perisce pel cuore»


Da tre mesi all'incirca, Alfredo non esciva più di casa, e da circa
quindici giorni non scendeva più dal letto. Il suo cuore aveva delle
pulsazioni forti, irregolari, intermittenti, che gli recavano non poco
affanno. Egli si era accorto di edema alle gambe, sintomi
dell'ipertrofia del cuore... una malattia di famiglia.

Il medico curante scendendo le scale della casa Blandis scuoteva il
capo, in atto di sconforto e diceva fra se: siamo all'ultimo stadio. A
Donna Tullia, che, poco dopo, gli chiedeva notizie del signor Alfredo,
egli rispose: si peggiora sempre.... non gli giovano più nè i bromuri
nè la digitale.... Donna Tullia ormai matricolata, perchè da circa due
anni fra speziali e medici, conchiuse: Siamo agli sgoccioli dunque!...
annunciandolo anche a qualche avventore.

Peccato!... il nostro simpatico Alfredo, il poeta del cuore, l'artista
dell'idea, peggiora rapidamente per l'anemia prodotta dalla sua nausea
al cibo, qualunque fosse, e dalle pene morali!...

Poco dopo la visita medica (con ordinazione di vino generoso, brodo e
torli d'uova frullati) Alfredo bevve invece una tazza di latte freddo
soltanto, e postosi in decubito, chiamò la piccola sua segretaria con
un campanellino quasi senza voce (odiando egli qualsiasi squillo forte
di campane)..... Stamattina disse a Benedetta, che comparve subito, ti
faccio lavorare carina. Non ho voglia di scrivere per oggi, e tu
scriverai qui vicino al letto, perchè comprendo che la mia voce, una
volta così vibrata, è ora semispenta. Prima di tutto, dimmi come stai
Benedettina, che mi sembri imbronciata, forse perchè ti sia caduta a
terra la bambola? La fanciullina intelligente, che invece era mesta,
mesta, per lo stato del Signor Alfredo, rispose: ma io sto benissimo,
domanderò a Lei come sta? Ed Alfredo leggermente sorridendo. Mi pare
di sentirmi benino oggi disse, perchè posso ancora pensare...... Ora
mettiti al tavolo e scrivi con attenzione quanto sto per dettarti.....



                    Egregio Sig. Esperti Gaudenzio

                                    Da casa, mattina 3 Giugno 18.....

_I negozianti in genere, anche quando fanno buoni affari, trovano
tempre vantaggioso avere dei capitali a disposizione. Io che ne ho più
del bisogno, nè saprei come impiegarli, e temendo inoltre che non mi
resti lungo tempo a farlo, mi permetto di spedirle, quantunque senza
di Lei richiesta, l'unito chèque di centomila lire, pagabile dalla
Banca d'Italia, o sue succursali. La prego di non rifiutare, per la
ragione che io a Lei, buon amico, non ho per anco dato alcun ricordo.
Mi riverisca la sua Signora e mi abbia con tutta stima_

                                                             _Dev. suo_

                                                              ALFREDO.

Udita la lettura, e trovata esatta la lettera, Alfredo disse:
Brava...... benissimo. Ora inchiudi nel foglio una di quelle cedole
che troverai nel cassetto del tavolo sulle quali sta scritto a stampa
_chèque_ per centomila lire. Metti il tutto in una busta, suggella, fa
l'indirizzo giusto neeh! _Al Sig. Esperti Gaudenzio negoziante in
coloniali_, e spedisci a portare il plico dove sapete, Tonio il
garzone, che, per fare più presto, vi andrà a cavallo del nostro
somarello..... Dieci minuti dopo Tonio, a cavallo dell'asino,
trotterellava già per la sua destinazione, distante soli cinque
chilometri, quando vi si andasse per accorciatoie.....

Vuol mangiare la minestra Sig. Alfredo? chiese con vivacità la piccola
segretaria, e Le raccomando di bere anche un po' di vino, come ha
detto il signor Dottore. Ma Alfredo che non badava a quelle
raccomandazioni, mormorò invece fra i denti.... _Gli uomini si
affezionano di più pei servizi che prestano, che per quelli che
ricevono_ (orgoglio umano!) Benedetta escì da quella camera poco
soddisfatta, mormorando: _il mio buon signore vuole davvero morir di
fame_....

Alfredo sorbì un'altra tazza di latte fresco, e si assopì per circa
un'ora, sognando della sua infanzia, di Violetta e di Zaira la quale
lo invitava colla mano ad entrare nella piccola porta del Paradiso.

«_Infanzia beata tu sei passeggiera, come l'onda del rivo che scorre
fra l'erbe, e di te non resta che una smorta memoria_.»

Se non chè, forti voci che partivano dal pian terreno scossero il
malato dal suo caro assopimento.

Entrò la vecchia Geltrude, inquieta, perchè, dicea: ad onta de' suoi
ordini e del suo bisogno di quiete, v'è abbasso un signore, che ho
visto un'altra sola volta, e che vuol parlarle. Io gli dissi
ripetutamente e forte, che V. S. non riceve nessuno, ma colui mi fa
certe smorfie di disgusto, da obbligarmi a sentire da Lei cosa debbasi
fare.

Siccome oggi mi sento meglio, così possiamo fare una eccezione, disse
Alfredo, e che venga pure. Geltrude, malcontenta di quel risultato, e
non senza ripetere al buon signore, che lui doveva stare allegro,
mangiare e bere e andar in giardino a cogliere le belle rose di tutti
i colori, introdusse, dopo alcuni istanti, il suo quasi incognito, che
era Gaudenzio Esperti, il felice consorte di Violetta.

Fatti i complimenti d'uso, e dopo una stretta di mani quella del Sig.
Gaudenzio caldissima, e quella di Alfredo fredda, il primo consegnò
una lettera, e tosto si diede a piangere dirottamente. Alfredo non
comprendeva.... lesse la lettera che diceva:

                                3 Giugno 18... mattina.

                Gentile Sig. Alfredo

_Non dovendo io abbandonare nemmeno un istante la mia Zaira di dieci
mesi, perchè da qualche giorno malaticcia, mi spiace assai di non
poter accompagnare mio marito che viene ad udire della vostra salute.
Egli scioglierà la promessa dei ritratti, della nostra piccola
famigliuola, che deporrete nel vostro album fra gli amici. E nella
fiducia di vedervi presto rinfrancato, mi rassegno di Voi inalterabile
amica_

                                                            VIOLETTA.

Il Sig. Gaudenzio, durante la lettura del biglietto di sua moglie ad
Alfredo, fece cessare, con uno sforzo energico, i suoi singhiozzi,
asciugò gli occhi, e porse i ritratti. Alfredo commosso, fermò
l'occhio indebolito sulla effigie di Violetta, e la trovò sempre
bella, ma dimagrita assai. Che vi sarà di nuovo, pensò? Ringraziate,
disse, la vostra.... ma non potè finire la frase perchè abbondante
saliva gli otturò in quel momento la gola, provocando un singulto...
poi soggiunse, con voce quasi esausta.... io credo che voi abbiate a
dirmi qualche cosa? Ah! sì, buon signore..... io non ho il
coraggio... ma... (nuova sospensione perchè ritornavan le lagrime)
noi siamo rovinati, per causa di un pieggio solidale cambiario che io
feci ad un amico. Esso è fallito, la cambiale scade domani. Sono
cinquantamila lire, tutta la dote di mia moglie, e Violetta per
l'angoscia, è febbricitante insieme alla nostra bambina di latte....
Quell'assassino... quel.... Calmatevi, calmatevi, signor Gaudenzio
disse Alfredo, non tutti i mali vengono per nuocere, io l'ho provato
una volta.... Dunque chissà, che col tempo non si appiani ogni
cosa... Nè fece motto della sua missione del mattino, ma invece suonò
il suo campanellino e comparve Tonio.

Hai fatta la mia commissione, bravo Tonio? Disse Alfredo ansiosamente.
Signor sì, e sono ritornato pochi momenti fa. Non venni da Lei subito
subito, perchè ho dovuto legare il somaro nella stalla. Quel signore
non l'ho trovato, era appena escito di casa, ma ho consegnato tutto
alla sua moglie che conosco di vista. La serva mi introdusse in un
camerino e quella signora stando seduta in poltrona, prese il plico e
lo aperse. Va bene, ora puoi andare, disse Alfredo. Il Sig. Gaudenzio
intanto forse preoccupatissimo, per la sua recente sciagura, o non
badò alle parole di Tonio, o non le comprese.

Anzi egli, non vedendo una risoluzione, della confidenza fatta ad
Alfredo, nè potendo cercare danaro, per la espressa volontà di sua
moglie, si trovava molto a disagio in quella camera d'ammalati, e già
disponevasi avvilito a levare il disturbo al signor Alfredo. Procuri
dunque di guarire presto, esclamò distratto il signor Gaudenzio, e....
non dica nulla di quanto sà sul nostro conto. Alfredo assai perspicace
ancora indovinò il contegno del visitatore, e tacendo sempre dello
chèque, onde non obbligarlo a ringraziamenti o delibando forse il
piacere di una improvvisata, tolse dal cassettino del suo tavolo da
notte, due nocciole che sembravano prismi di cristallo. Prendete,
disse, e datele alla vostra piccola Zaira, perchè se piange, si
trastulli con questi.... Il Sig. Gaudenzio, che fino a quel giorno non
aveva ancora veduti dei diamanti così grossi, per cui non li
conosceva, ringraziò appena per convenienza, stupito in suo cuore,
della leggerezza di Alfredo.

Egli, discese le scale di casa Blandis, colla medesima allegria in
corpo, di quella provata da Renzo quando escì dallo studio del Notaio
Azzeccagarbugli, si meravigliò inoltre siccome Tonio lo guardasse
fisso mentre traversava il cortile, e parvegli che quel giovinotto lo
avesse visto la mattina legare un'asino ad una finestra della propria
casa. Rifece i suoi cinque chilometri descrivendo delle curve a guisa
degli ubbriachi. Giunto finalmente, dopo un'ora di cammino, alla
propria abitazione, e con neri progetti in cuore, non vi trovò nemmeno
Violetta, perchè colla bambina in braccio, era andata, secondo le
informazioni della serva, alla Chiesa. Che fare? disse sospirando, il
Sig. Gaudenzio? ..... informarla del risultato della mia visita al suo
_grand'uomo_, che dona i giocattoli di vetro alla mia Zaira. .... e
domani..... domani..... una revolverata nell'orecchio a me che ho
confidato negli amici..... Domani mia moglie vedrà sparire l'intera
sua dote!.....

Mezz'ora dopo, Violetta colla bambina che piangeva, perchè la si
voleva far camminare quantunque troppo presto, ritornò dalla Chiesa,
ma anch'essa aveva gli occhi rossi. Era andata a ringraziare Dio, per
l'inaspettato abbondante rimedio al loro disastro economico, ma
pianse, non si saprebbe precisamente il perchè..... forse per la di
Lei fierezza domata?

Ecco, buon Gaudenzio, che si guadagna, quando si è scarsi di
antiveggenza! Quel tuo caro amico, ci ha esposti alla umiliazione.

Il Sig. Gaudenzio, confortato, dopo tanta agitazione, dal racconto di
Violetta, relativo allo _chèque_ di centomila lire, diede in mano alla
piccola Zaira le due nocelle rilucenti, e disse allegramente:
_Necessitas non habet legem_. Nei casi estremi, bisogna rivolgersi ai
buoni amici, sebben rari, e lasciar che il mondo ciarli. Vitupero a
chi pensa male. Honni soit qui mal i pense. Violetta si accorse
immediatamente dei diamanti (che avevano probabilmente il valore
complessivo di circa sessantamila franchi) e rimirandoli, esclamò:
..... il Sig. Alfredo ha già fatto troppo per noi..... mentre noi
abbiamo fatto ben poco per lui. Il Sig. Alfredo, soggiunse Gaudenzio,
mi ha detto, prima che io lo lasciassi, di salutarti, e di guarire
colla bambina. Accolse con gran piacere i nostri ritratti, e mi pare
che intanto borbotasse qualche parola. Chiestogli cosa avesse detto,
mi rispose. Ricordatevi di perdonare a quel vostro amico che vi tradì,
ed anzi, quando il potrete, beneficatelo. Mio padre ripeteami, «_La
più nobil vendetta è il beneficio_». Violetta rimase pensierosa ed
impercettibilmente sospirò..... E laggiù come va, chiese Violetta a
suo marito? Benino davvero, ma è a letto e non ha quasi più voce,
riprese Gaudenzio .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
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.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Siamo al pomeriggio dello stesso 3 Giugno, Alfredo ha la mente che
vorrebbe ancor sempre viaggiare, ma la memoria gli soccorre scarsa.

Entra Benedettina, che lo ringrazia assai commossa per il regalo che
Alfredo ha fatto poco prima alla nonna Geltrude, quando portò la
minestra. Cinque di quelle monete d'oro (columbie) disse la fanciulla
sono per me dunque? Sì, accennò col capo Alfredo. Ma io vorrei invece,
Sig. Alfredo che avesse a guarire Lei! Non mangiò niente. Ecco qua la
minestra appena toccata. Avverto che Lord è andato certamente alla
riva del Lago perchè da qualche ora non si vede più: (il cane era
invece accovacciato sotto il letto del suo padrone, e causa la
trapunta che toccava il pavimento, restava nascosto). Poco fa Sig.
Alfredo, un monello, con una sassata mi ha uccisa la mia cara gattina.
Meriterebbe di impiccarlo, ma lui se ne infischiava. Alfredo consigliò
la piccola segretaria alla calma, e, non è il primo disse, che ha
l'immensa felicità di non accorgersi quando commette un asineria, e
non solo, ma di pretendere inoltre che l'offeso accolga con un sorriso
di compiacenza la sua asineria, che altrimenti l'offensore non vi
saluterà più. Un bel mondo davvero. Alfredo dopo una pausa...
soggiunse: Avete dato la mancia a Tonio? oh! subito ed egli è tanto
contento, che canta . . . . come un passerotto ed è forse la prima
volta che noi lo udiamo a cantare.

Alfredo, comprimendo colla mano destra il cuore, perchè gli doleva più
del solito, raccomandò intanto a Benedetta di chiudere il cassetto del
suo tavolo a chiave e di consegnar questa alla sua nonna, la quale
poi, quando sarebbero venute le di lui sorelle a trovarlo, avrebbe
dato alle medesime il plico rinchiusovi, dove è scritto sulla
busta:--_Mie ultime volontà_--Sta bene attenta, non distrarti col
giuocar troppo alla trottola. Oh! stia tranquillo, dichiarò Benedetta,
ed aveva allora gli occhi umidi di pianto. Ora dammi una tazza di
latte. Eccolo. Alfredo la ingollò d'un flato, si capiva che bruciava
dalla febbre.

Si assopì qualche minuto, e poi ridestatosi, chiamò Benedettina, ma
essa era lì pronta. Fammi la gentilezza di leggermi qualche cosa di
quel _Librone_ che troverai su quella cassettina, quello che porta per
titolo: _Le mie memorie_, ed onde non annoiarti, e non indebolirmi
troppo, puoi aprirlo, così a caso, tre o quattro volte e leggervi
quanto vi troverai scritto. Sentiamo.

Benedettina eseguisce colla sua solita disinvoltura, e per la prima
volta esce:

                       «_Ci rivedremo in ciel_»

                                             Romanza per tenore di A. B.

Ora chiudi e riapri il Libro a sorte . . .

    «Gli uomini amano gli uomini per le loro virtù.
      le donne amano gli uomini per i loro difetti»

Chiudi, chiudi, e sentiamo d'altro:

    Sette anni che l'amo, glie lo dissi una volta sola,
      ed Ella forse, non mi ha mai riamato!--_Marzo 18_...

Chiudi tosto, e prova ancora:

  . . . «I più grandi liberi pensatori degli scorsi e del presente
  secolo sono: La Fontaine--Tallerand--Keine--Bayron--Rosseau--Victor
  Hugo--Silvio Pellico--Cattaneo--Mazzini--Garibaldi, ed il loro più
  antico maestro di virtù e di democrazia, è stato Cristo. Quanto
  amerei di poter appartenere anch'io a quel numero, ma ohimè siamo
  troppo piccini, e non ci resta che il desiderio» . . .

Questo mi ha consolato, disse con voce sempre più affievolita,
Alfredo; ora Benedettina, sii paziente, ma leggine un'altra ancora e
basterà, poi mi recherai una minestrina e qualche rosa.

Benedetta aprì di nuovo il Libro e lesse:

                                     Venerdì Santo--Aprile 18...

    Dolce pensiero, nella mente impresso
        Già mi discendi al core
    Non so se sia la Rosa od il Cipresso
        Non so se sia l'amore.
    La tua presenza, m'è dubbiosa cura
        Fuggir vorrei ma è vano,
    Io vedo in quel pensier, fine immatura,
        Vedo di Dio la mano.

                                            _A. B._

e sotto è scritto: _Sognai_, Romanza per Soprano.

Smetti, smetti, carina, perchè ora mi sento più male. Benedetta uscì,
per ordinare la minestra, ed Alfredo si coricò dal lato del cuore,
contro l'usato... Sperava forse di provare qualche sollievo al suo
affanno fisico e morale.

Non appena Alfredo si trovò solo, chiuse gli occhi, pensò tosto alle
sue dilette sorelle e disse con un sospiro più eloquente dei sospiri
passati . . ._addio Violetta, ci rivedremo in ciel_... Queste furono
le ultime sue parole ... egli era spento insieme a' suoi ideali, e
tramontò col sole.

Morì senza scosse, e siccome muore un pulcino, che
morto, sembra riposi. Misero Alfredo!!

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Geltrude, venuta verso l'ave maria della sera in camera con due rose,
una rossa ed una bianca e colla minestra, il tutto depose sul tavolo
da notte, dicendo: sono davvero contenta, egli è quieto una buona
volta, lasciamolo dormire, la mangerà al destarsi, e sì dicendo
ritornò in cucina.

Lord, sempre più melanconico e quasi barcollante, venne fuori un
momento dal suo nascondiglio, guardò indifferente, contro l'usato, la
minestra già divenuta fredda, e poi fissò attonito il suo caro
padrone, che era immobile.... Ritornò sotto il letto, guagnendo e
mezz'ora dopo, morì anche lui d'inedia. Così Geltrude e Benedettina
rientrate un'ora dopo in camera, si sono accorte di due cadaveri.

Quelle povere donne si struggevano in pianto.... non volevano
credere.... E come dirlo alle signore Maddalena ed Elisa, le quali non
erano state avvisate in tempo per volontà del fratello? Geltrude,
ancora primitiva, voleva mandare in persona, o a piedi, o a cavallo
del somaro, Don Barnaba fino a Catania, (credesse forse, la buona
vecchia, che Catania fosse lì appena fuori del paese). Oh! cosa mai ci
è toccato oggi, esclamarono ad una voce Geltrude e Benedettina!!! e
dire che nel pomeriggio di oggi stesso, egli stava proprio benino,
disse singhiozzando Geltrude!

Ai funerali accorse mezzo paese, senza dire di molti dei luoghi
circonvicini. Fra questi ultimi si notavano i coniugi Esperti, colla
loro bambina in braccio, la donataria dei due diamanti.

Due versi soltanto furono recitati sulla tomba: forse farina del sacco
dell'appena seppellito.....

                     EPITAFFIO DI ALFREDO BLANDIS

               _Ei nacque e visse colla morte in core,
               Visse e morì, per il suo grande amore!_

Ma quando il feretro fu calato nella fossa, si udì un gemito tra la
folla. Era di Violetta ed il solo Balena se ne accorse.....

Fu mesta e cara rimembranza, o fu rimorso?



PARTE TERZA

CAPITOLO X.

Altri ladri della pace, anche dopo morte.


I capi ladri della pace, amore, gelosia, ambizione ed invidia, dopo la
morte di Alfredo, sono ritornati alla macchia, in agguato per altri
passeggieri. Ma rimasero in giro ancora la maldicenza istigata
dall'avarizia e dalla ingratitudine. Per queste, anche i morti, non si
lasciano tranquilli, in onta al _parce defunctis_.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Già i resti mortali dell'infelice Alfredo riposavano da quarant'otto
ore sotto terra all'umido e fra le tenebre, e già i vermi gustavano di
quelle esigue carni rimastegli dopo sì lunga anemia. Nemmeno i suoi
quindici milioni, cresciuti a venti per recente eredità l'hanno potuto
salvare dalla dissoluzione a tutti comune ed imparziale, (ammenochè i
cadaveri non siano cremati).

    «Contro morte crudel ah! che non vale.»
    «Nemmen l'Eccelsa dignità Papale.»--¹

    ¹ Questo distico è scritto sulla Cappelletta dei morti, lungo la
      via per Fosio (Sarnico).

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

In paese, come di solito, se ne discorreva quasi più. I poveri erano
abbastanza contenti della voce sparsasi di un vistoso lascito a loro
favore. Ma il Coadjutore della Parrocchia Don Barnaba Pancetti,
soprannomato gomma elastica, a cagione delle sue forme piccole,
sferiche e floscie, quantunque d'indole mansueta, non sapea celare il
proprio malcontento, avendo udito dai portinai di Alfredo,
informatissimi, come, sebbene nel testamento, qualche cosa vi fosse
riferibile al suo prediletto oratorio femminile, pure, vi stava la
condizione della promiscuità, essendo così, dicevasi, meno facili gli
inconvenienti.

In detto testamento infatti era scritto; _Che certe segregazioni, sono
sospette e peggiori della promiscuità. La moralità accampata da talun
fariseo, dilettante di segregazioni privilegiate, putenti di
feudalismo, e di costumanze turche, è talora polvere negli occhi agli
ingenui. Cristo predicava il suo Vangelo salutare alle turbe_ nel
deserto ascoltato dai maschi e dalle femmine insieme, nè la storia
riferisce di immoralità durante quella mescolanza, accorsa ad
apprendere il _non fare agli altri, quello che non vorreste fosse
fatto a voi stessi_... La più sicura moralità è quella che emana
dall'esempio dei più costumati, e ve ne sono!! Libertà in ogni cosa,
quando discreta. La schiavitù, ossia la privazione della libertà,
genera il desiderio. L'uomo, creato per la libertà del pensiero e
dell'azione, costretto dalla catena, reagisce.

Ed in quel testamento si conchiudeva che tali erano i principii di
Alfredo dalla nascita alla morte, continuamente intesi ad abbattere la
Bastiglia dell'ipocrisia.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Nella farmacia Brichetti, divenutone proprietario con Donna Tullia,
per la morte del titolare, riunivansi, quasi ogni giorno a
conversazione, come è l'uso dei piccoli Comuni, alcuni loro conoscenti
fra i quali il sig. Balena lingua salata, il giovane abatino, magro,
vivace, ed il Coadiutore suaccennato. Ed appena fuori dal negozio,
stava per caso, un gruppo di artigiani in vacanza, perchè era lunedì.
E qui comincia all'interno della farmacia la consueta diffusione delle
notizie a sensation della giornata, ed una discussione in
dolce-brusco, fra i tre amici sullodati, presenti i coniugi Brichetti,
in memoria del seppellito.

Comincia Balena. Il proverbio: sventure, spie e tavola degli osti sono
sempre pronte, non sbaglia. Stamattina correva in paese, con
insistenza la voce, che il Comm. Aringa siasi ucciso ier l'altro nel
teatro di Montecarlo, dopo una grossa perdita al giuoco. Ed io sapeva
per vie indirette, come il fu Alfredo, alla vigilia del suicidio di
Aringa, e della propria morte, spedisse all'amico senza richiesta di
sorta, ma così per sua istintiva filantropia, ed in conseguenza di uno
strano presentimento, lire cinquantamila da pagarsi a Nizza marittima,
sul Banco Meliards. E' stata una vera maledizione, dunque, perchè
quella manna, non sarà giunta certamente in tempo, e Aringa, superbo,
per antica sua dovizia, delicato, non ha chiesto o non ebbe in tempo
l'aiuto. Giuoco e donne. Aringa giuocava troppo, Alfredo amava troppo,
ed entrambi sono morti alquanto precocemente. Sempre così, i due
estremi si toccano, ma anch'io, miei signori ho il mio estremo, cioè
il ventre conico, che mi cagiona non poca noia. Io vorrei che la
notizia del suicidio di Aringa fosse una fiaba, ma temo
assai, perocchè le brutte nuove, si avverano più spesso delle buone.

E da questo esordio, si passa dai congregati ad altro, in cui comincia
Don Barnaba Pancotti, come sopra.

_Don Barnaba_--Quella buona lana di Alfredo Blandis, e già s'intende
parlando come se fosse vivo, portava una deplorevole avversione al
matrimonio, mentre da giovanotto poteva ammogliarsi confortevolmente,
su ogni rapporto, e da quella sua avversione conseguirono i dispiaceri
che lo tradussero a morte precoce... Che ne dicono loro signori?

_Balena_--Faceva benissimo a pensare così. Anch'io sono rimasto
celibe, forse per la mia pesantissima struttura. Conveniamo che un
matrimonio felice in giornata, è una quaterna al lotto.

_Abatino_--Anch'io accedo al parere del Sig. Balena, e così la pensava
anche il mio caro nonno: La donna egli diceva, è bensì un prezioso
oggetto della Provvidenza, siccome leggesi anche nei Libri dell'antico
Testamento.....

_Balena_--E viceversa.

_Abatino_--Ma il mio buon nonno le paragonava (mi ricordo come se
fosse oggi) alle puledre puro sangue. E' difficile domarle, esclamava,
e si finisce col restare domati nel fossato. Quel caro vecchio,
soggiungeva, che le donne sono le Imperatrici di tutto l'orbe, e
quando non ottengono colla forza, lo ottengono colla malizia. Dunque
le donne non sarebbero il sesso debole, come dicono i naturalisti
cerimoniosi, ma sibbene il sesso forte.

_Don Barnaba_--Lei, via, se ne intende un po' troppo della materia.
Tanto giovane ed anche Reverendo, dovrebbe, per riserbo, tacere
intorno ad argomenti che non sono del suo ministero!

_Abatino_--Piano, piano, io, _relata refero_, e non parlo perchè me ne
intenda. Giacchè si era in discorso, e stante la loro discrezione, o
signori io narrai le cose de' miei vecchi, scordando un istante il mio
carattere. Ma chi siamo noi che non possiamo interloquire su certi
argomenti siccome fa tutto il mondo?

_Balena_--Bravo Abatino. Lei mi piace, è sincero, e dice benissimo,
rammentandosi forse del contegno della sua Perpetua, emigrata in causa
della rispettiva incompatibilità di carattere.

_Abatino_--Sempre caustico il signor Balena.

_Don Barnaba_--Lei dovrebbe chiamarsi fortunato, perchè fra pochi
giorni andrà parroco nel migliore dei nostri paeselli di montagna.
Fortunato, fortunato, sì davvero.... mentre avrebbe potuto incorrere
anche.... basta così.

_Balena_--Anch'io, per esempio, ricordo di avere avuto al servizio un
Fattore, disgraziato colla moglie, di cui era geloso. Battibecchi seri
ad ogni momento. Lui sgridava, ella graffiavalo. Egli la cacciava di
casa, ella poco dopo rientrava dalla porta dell'orto. Un giorno la
chiuse sul granaio, ed essa fuggì pei tetti. In somma, una moglie,
come il faut. Ed ora che me ne risovvengo quella donna, aveva un altro
difetto, per es. quando voleva una cosa, diceva no, quando non la
voleva diceva si.

_Donna Tullia_--Perdonino se interloquisco anch'io, mentre non lo
dovrei essendo loro ben poco gentili con noi donne ma Don Barnaba da
un certo lato credo abbia ragione quando parla del defunto Signore. Il
compianto Alfredo, a cui auguro il Paradiso, o per lo meno il
Purgatorio, avrebbe voluto che due amanti, faccessero all'amore a
guisa dei gatti sui tetti, con grave disturbo del vicinato. Egli
faceva talvolta l'apologia degli amori dell'antichità. Secondo lui,
anche Didone, Messalina, Semiramide, Cleopatra, e compagnia bella,
erano state donne ammodo, ed in ogni caso, compatibili in forza dei
costumi dell'epoca remota, e del clima; ma vi pare? Egli non sapeva
tollerare i sensali di matrimonio, necessari sempre e vieppiù se
appartengono ai famigliari. Egli voleva l'amore spontaneo, eccelso,
l'amore prodotto dalla corrente elettrica, simpatica, senza ambizione
od interesse, senza troppa ingerenza dei congiunti. Odiava i
_matrimoni-contratto_. Da qui il torto marcio della buon'anima del fu
Sig. Alfredo. Conviene uniformarsi ai tempi! Che ne dici mio Galeno?
(Donna Tullia era navigatissima).

_Brichetti Galeno_ il vice-speziale--Sicuramente, a fare siccome i
gatti, si potria cadere dal tetto e rompersi l'osso sacro.

Quanto ai Figari, è un mestiere come un altro, talvolta è utile,
talvolta frutta bastonate, chi lo fa per ricompensa, chi lo fa _ad
honorem_.

_Balena_--Bravissimo Bricchetti, anzi Sig. Bricchetti io non la
giudicava di tanta esperienza in materia.

_Bricchetti_--Udite questa, che è caratteristica. Il defunto Alfredo,
discorrendo con me in argomento, faceva dell'amore tre categorie, e mi
pare, avessero la desinenza in _oso_. Sicuro ora mi rammento
appuntino. L'amore pomposo, l'amore lucroso, l'amore ritroso.

_Balena_--Benissimo, l'amore per ambizione, l'amore per avarizia e
l'amore pudico. Quest'ultimo, lo si ritiene il più santo e durevole,
perocchè a forza di stentare nel manifestarlo, non finisce più.

_Don Barnaba_--Così, quella egregia creatura del fu Sig. Alfredo,
colla sua pittura e colla sua poesia, è morto, non vorrei, quale un
ateo. Fu con molti larghissimo, non mancò di filantropia, ma nel suo
testamento olografo, _quindi poco sicuro_ (?) mi fece delle
restrizioni affatto superflue, riguardo al mio oratorio, che
assolutamente egli lo volea maschile appena.

Comprendo che io non gli ero troppo simpatico, nè saprei il perchè,
mentre qui l'abatino, futuro Parroco, l'aveva in cuore, tanto è vero
che legò mille lire alla ex sua governante. Ma Dio l'abbia ugualmente
nella sua infinita gloria. E dopo una breve pausa, Don Barnaba, il
quale si sentiva probabilmente nel gozzo qualche rimasuglio
ripigliava:

--Il Sig. Alfredo in vita sua, era, inoltre assolutamente un'immenso
eccentrico!.... Udite.... Trovandomi, io negli ultimi giorni di sua
esistenza, in buona relazione con lui, arrischiai proporgli un piccolo
Triduo.....

_Balena_.--O dentro, o fuori, ma in fretta.

_Don Barnaba_--....onde ottenesse più facilmente la la sua guarigione,
e naturalmente aggiunsi che era costume di suonare le campane a
distesa. Non lo avessi mai fatto! che, egli, inquieto, mi pregò di
rinunziare al progetto, non tanto pel Triduo, sul quale era
indifferente, ma pel suono delle campane, le quali egli, diceva,
rompono il timpano, ed io amo la musica gentile, quella dell'arpa a
mo' d'esempio. Lasciatemi quieto, soggiungeva, almeno in questi ultimi
istanti.

Io lo consigliai di altre belle cose, ma lui dichiarò che vi era più
tempo che vita. Finirò col dirvi che riportai sempre impressione
sinistra a di lui riguardo, ogni qual volta il fu Sig. Alfredo,
discorrendo, usava un linguaggio ironico, caustico, quantunque lo
colorisse di umorismo. Pareva sempre che colui avesse del fiele da
sputare, ed io non ne indovinava la cagione.

A questo punto Balena, che da mezz'ora tratteneva a stento il fiato,
dandosi qualche legger pugno sul ventre, scoppiò gridando a tutto
polmone: E' una malignità, una calunnia!!... Sarà stato uno de' suoi
soliti miti lamenti, specialmente negli ultimi giorni di sua vita. Un
sistema innocuo, consentito dalle sue sventure, antiche e recenti.
Sarà stata la naturale reazione degli individui sinceri, di cuore,
d'ingegno, per vedersi maltrattati più d'una volta ed in diverse
tristi maniere, dal destino. Anche Gesù morendo, si lagnò di essere
abbandonato dal suo Divin Padre.

Il disgraziato Alfredo, intanto, non ha recato danno ad alcuno. Ha
fatto del bene; nè del suo oro fece cattivo uso. La sua vendetta fu
quella soltanto di obliare.

Quasi un'ingenuo, non seppe piegarsi alla odierna «_inferma etade_»¹.
Ha tentato di correggere l'altrui mala fede, ma indarno. Così, con
quella sua non comune franchezza, si è creati nemici ed ingrati, e
sopratutto invidiosi. E voi Don Barnaba, non ricordate, si vede
benissimo, delle due bisaccie di Socrate. In quella davanti noi
teniamo i difetti altrui, in quella di dietro, i nostri, e Balena
eccitato continuò:

    ¹ Ferrari--La _Satira_ e _Parini_.

Alla fin fine io credo che il fu Blandis, ad onta dei suoi difetti,
fosse un uomo giusto, siccome il Cristo che egli spesso additava agli
amici. Ed è inoltre probabile che egli conoscesse, in vita, parecchi
de' proprii difetti. _Nosce te ipsum_, dei quali talvolta, in società,
non faceva mistero! . . . Che ne dite caro Don Barnaba?

Allora, stupito finalmente, il buon Reverendo, per la inaspettata
dottrina dell'incolto agricoltore Balena, chiuse la sua valvola della
maldicenza, e si turò il naso con mezz'oncia di Caradà grosso.

Tutti quei conferenzieri escirono una buona volta dalla farmacia,
permettendo così ai beati coniugi Brichetti una più attenta confezione
delle polveri del Dower, efficaci tanto agli uomini che alle bestie.

Se non chè, il gruppo di operai in vacanza, come sopra, avendo tutto
ascoltato, si permise di fischiare sonoramente il già mortificato Don
Gomma elastica.

E il povero Alfredo che non è più fra i vivi? Tutti, meno Balena,
contro di lui, anche dopo morto, mentre è di prammatica, che ogni
defunto, sia stato invariabilmente ricolmo di tutte le virtù.


                    I MARTELLIANI di Paolo Ferrari

                                   La SATIRA e PARINI--_Commedia_.

    . . . . . . . . . . . . . . La Satira cos'è
    E' un istinto invincibile ch'ogni coscienza invade
    D'aborrimento ai guasti usi d'inferma etade,
    Se questo istinto è in alma cui la virtù non frena,
    Che affetta essa pur sia dalla comun cancrena,
    Ecco la turpe satira, verme vil che si pasce
    D'altri vermi, e dilata la cancrena ond'ei nasce:
    Se invece è in alma nobile, ecco allora l'urbana
    Satira, eroico caustico, che abbrucia ma risana
    Quello d'invidia e d'ozio nacque, prole bastarda,
    Quanto l'ozio e l'invidia neghittosa e codarda:
    Questa operosa e ardita in lealtà somiglia
    La virtude e lo studio, ond'ella è ingenua figlia;
    Come i bastardi quella nome non porta, e come
    D'un delatore il figlio, nasconde il proprio nome;
    Secura e altera questa; sprezza le insidie e l'onte,
    Chè d'un padre onorato mostrar può il nome in fronte;
    L'una è sempre l'infido pugnal del traditore,
    Cade, e del suo padrone divien l'accusatore;
    L'altra è spada impugnata in legittima gara,
    Che altrui porta i suoi colpi e i colpi altrui ripara:
    Quella nessun corregge, perchè offende sol uno;
    Questa ammaestra tutti perchè non guarda alcuno:
    Là fu tema il vizioso, qui la virtude è il tema;
    Là morirà un libello, qui resterà un poema!



PARTE TERZA

CAPITOLO XI.

Muore malamente eziandio il nostro buon amico Balena.


Sventurato, siccome molti altri in questo mondaccio, e senza gravi
colpe, fatta astrazione della sua lingua mordace, talora equanime e
talora piacevole.

Figuratevi che a sessantatre anni (non è poi un secolo) e provvisto di
ben di Dio, ha dovuto soccombere in fretta, per causa unica del suo
ventre troppo conico. Egli fece una solenne ribaltata, nell'andare ad
un vicino pranzo di sposi, suoi parenti.... N'ebbe contuse
orribilmente le interiora per aver battuto il suo globo contro una
colonnetta di granito, detta paracarro, sulla strada provinciale che
mena ad una vicina nota città. Ne conseguì la subitanea commozione
intestinale, con effetto di incoercibile dissenteria, le quali lo
tradussero in ventiquattro ore alla cassa da morto. Peccato, giacchè
egli era stato un eccellente compagnone, ed aveva anche del cuore in
proporzione. Tutto il paese ne fu dolente, compresi gli osti e la sua
Perpetua, essendo esso impenitente celibatario.

E per quanto riflette a' suoi fidanzati nipotini, dessi hanno dovuto
rinviare la cerimonia nuziale tanto agognata, a tre giorni dopo causa
il lutto. Il sabbato andarono al funerale dell'amato zio, ed alla sera
del martedì salivano in treno per il viaggio di nozze, ricordando
tuttavia le di lui buone qualità!!! Ma la matura sua governante poi,
ne rimase assolutamente inconsolata, perchè un caro padrone simile,
diceva piangendo, ce ne vorrà del tempo, prima di trovarne un altro,
fosse pure senza pancia.

Il fu Balena era stato uomo di molto senno pratico ed aveva saputo
farsi amare in vita, sebbene non si lasciasse troppo governare dalle
governanti, per le quali i maturi celibi, in massima si inteneriscono
facilmente. Requie eterna dunque all'anima sua pacifica, ed una ben
solida poltrona a bracciuoli pel corpo, nel Limbo dei Santi Vergini
voluminosi...

Potria darsi che Donna Tullia, col suo Brichetti Galeno, abbia
pensato, derivasse probabilmente la cattiva morte di Balena, dall'aver
voluto egli difendere Alfredo, l'uomo fatale, contro le accuse di Don
Barnaba post mortem.

Ora per norma dei lettori di bontà incommensurabile noi avvertiremo,
che i trapassati a miglior vita, durante la breve confezione del
nostro Libro, furono appena sette compreso Lord, individuo di quattro
gambe, non trascurabile.


                                FINE.



  INDICE

  PROEMIO                                                  Pag. 5


  PARTE PRIMA

  CAPITOLO I.--I Ladri della pace                           »   7
  » II.--Le solite monomanie di persecuzione e di grandezza »  12
  » III.--La lettera di Alfredo                             »  16
  » IV.--Una conversazione alla moda                        »  21
  » V.--Un disguido costato meno caro di quanto poteva      »  21
  » VI.--La parola è d'argento, il silenzio è d'oro,
         (antico proverbio arabo)                           »  27
  » VII.--Nulla die sine linea (non un  giorno senza
            un disgusto)                                    »  30
  » VIII.--Il veglione                                      »  39
  » IX.--Sourtout pas trop de zéle                          »  48
  » X.--Non tutti i mali vengono per nuocere                »  52
  » XI.--Idillj di montagna                                 »  64
  » XII.--L'aria fine è un farmaco potente                  »  76
  » XIII.--Una quarta parte monomaniaci                     »  78
  » XIV.--La Chiesuola dell'Alpe                            »  81

  PARTE SECONDA

  CAPITOLO I.--Il ritorno di Alfredo                        »  87
  » II.--Talune influenze sono spesse volte dannose         »  93
  » III.--Lo studio di pittura                              »  95
  » IV.--Beneficenza delicata di una ex artista di canto    » 103
  » V.--Violetta non và più monaca, ma si marita            » 106
  » VI.--Il sogno di Elisa Blandis realizzato               » 109
  » VII.--La lettera del cugino in secondo grado            » 112
  » VIII.--Sempre la iettatura                              » 117


  PARTE TERZA

  CAPITOLO I.--Troppa ricchezza, poca sicurezza             » 119
  » II.--Visita inattesa in Teatro alla Capitale            » 125
  » III.--Uno zigaro ha costato 3250 lire                   » 137
  » IV.--Disastro in mare                                   » 139
  » V.--Non impedir lo suo fatale andare (Dante
          Inferno Canto V.)                                 » 144
  » VI.--I sogni della notte sono imagini del dì guaste
           e corrotte (cioè false e confuse)                » 147
  » VII.--Come tutto va a finire in questa valle del pianto » 154
  » VIII.--Il vuoto dell'anima                              » 157
  » IX.--Chi ha vissuto col cuore, perisce pel cuore        » 161
  » X. Altri ladri della pace, anche dopo morte             » 171
  » XI.--Muore malamente, eziandio, il nostro buon
           amico Balena                                     » 180



  ERRATA CORRIGE

  PARTE PRIMA

  Alla pag. 6 del Proemio linea 7, invece di _abbiamo_ leggasi _abbiano_.
  »  7  linea 21 sopprimere il ; fra le parole nullatenente celibe.
  » 12 linea 13 invece di _persecuzioni_ leggasi _persecuzione_.
  » 14 linea 27 invece di _medesimo_ leggasi _medesmo_.
  » 16 linea 13 invece di _aria_ leggasi _arpa_.
  » 19 linea 3 invece di _malanimo_ leggasi _mal'animo_.
  » 20 linea 22 invece di _veniva limitata_ leggasi _venivano limitate_
  » 20 linea 25 invece di _fra la quiete, l'apatia_ leggasi _della
                      quiete, dell'apatia_.
  » 28 linea 4 invece di _misi_ leggasi _nisi_.
  » 32 linea 5 invece di _proventi_ leggasi _viventi_ ed invece di
                      _anche_ leggasi _avrete_.
  » 32 linea 33 invece di _ammirava_ leggasi _avveniva_.
  » 53 linea 11 invece di _elopuente_ leggasi _eloquente_.
  » 63 linea 8 invece di _Siriana_, leggasi _Stiriana_.
  » 64 linea 9 invece di _Müller_ leggasi _Myller_.
  » 66 linea 6 invece di _spesso e da solo_ leggasi _spesso de solo_.
  » 67 linea 22 invece di _istromento_ leggasi _istrumento_.
  » 72 linee 22 e 23 invece di _e quando ha mangiato_ leggasi
                      _e dopo il pasto_

  PARTE TERZA

  » 123 linea 25 invece di _dimenticò_ leggasi _dimentico!_
  » 124 linea 13 invece di _trepitanti_ leggasi _trepidanti_.
  » 124 linea 25 invece di _tengon_ leggasi _tengono_.
  » 124 linea 26 invece di _salame_ leggasi _salami_.
  » 131 linea 20 invece di Costantinapoli leggasi Costantinopoli.
  » 131 linea 21 invece di _Psichiatra_ leggasi _Psichiatria_.
  » 138 linea 16 invece di _torpando_ leggasi _tarpando_.
  » 160 linea 14 invece di _non delle_ leggasi _e non dalle_.
  » 160 linea 16 si deve sopprimere il secondo con.
  » 167 linea 6  invece di _qui mali pense_ leggasi _qui mal i pense_.
  » 174 linea 26 invece di _quando_ leggasi _quanto_.
  » 176 linea 16 invece di _ricompenso_ leggasi _ricompensa_.


  N.B. -- Ogni qualvolta si troverà nel libro il nome di _Arringa_ si
  intenda scritto con una sola _erre_.



  NOTA DEL TRASCRITTORE: queste correzioni sono state applicate al
  testo, ed inoltre sono stati corretti i seguenti refusi:

  p.  34    in ritratti e paesaggi, e ritorma a convivere
  p.  40    Una folla di di allegri giovinotti
  p.  43    Ma che centra Violetta, ma che c'entra
  p.  43    Sovvienti spessso della storica antica risposta;
  p.  70    alla mia carisssima e buona maestra
  p.  94    Dunqe prudenza, e tempo e libertà d'azione.
  p.  97    anche una Teodora in vida sorella
  p. 104    io non aveva ancora ventincinque anni
  p. 162    la sua Signora e mi abbia con tutta stimn
  p. 169    poter appartenere anchio a quel numero
  p. 179 n. Questa operosa e ardita in lealtà somiglio





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I ladri della pace" ***

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