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Title: Ermanno Raeli
Author: De Roberto, Federico, 1861-1927
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Ermanno Raeli" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



                            F. DE ROBERTO


                            ERMANNO RAELI

                               RACCONTO



                                MILANO

                       LIBRERIA EDITRICE GALLI
                                  DI
                          CHIESA & GUINDANI



       LIPSIA e VIENNA, F. A. Brockhaus--BERLINO, A. Asher e C.
            PARIGI, Veuve Boyveau--NAPOLI, Ernesto Anfossi


                                 1889



                         DELLO STESSO AUTORE


            LA SORTE, Catania, Giannotta, 1887      L. 3 --
            DOCUMENTI UMANI, Milano, Treves, 1889   »  3,50


                      DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE:

                       L'ALBERO DELLA SCIENZA.
                          PROCESSI VERBALI.



                         PROPRIETÀ LETTERARIA

                      Tutti i diritti riservati.


                        MILANO--TIP. LOMBARDI

                          7. FIORI OSCURI 7.



ERMANNO RAELI



La discussione, quella sera, come tutte le volte che nessun profano
veniva a turbare il libero corso delle nostre grandiose fantasmagorie,
aveva finito per aggirarsi intorno al problema del destino, alla
misteriosa potenza che regola le azioni umane e che, attirandoci con
magnifiche lusinghe, ci precipita nella più profonda ed incurabile
miseria. Tutti convenivano nel considerare la felicità come una
chimera; però, mentre qualcuno sosteneva che il dolore è condizione
fatale dell'esistenza; che, qualunque cosa gli uomini facciano, esso
si trova alla fine di tutto, qualche altro affermava che se noi non
siamo sodisfatti è quasi sempre perchè cerchiamo la nostra
sodisfazione dove non possiamo trovarla.

Allora, il ricordo di una tragica storia fu evocato in sostegno di
quest'ultima tesi, secondo la quale la felicità sarebbe impossibile
relativamente, per effetto d'un errore d'indirizzo, e non in un senso
disperatamente assoluto.

Ma, poichè l'errore è universale ed eterno; poichè, ammessa
l'esistenza della felicità, tutti la proseguono per vie che se ne
discostano, non potrebbe darsi che le due tesi apparentemente distinte
si fondessero in una, e che fosse un assai magro conforto quello
derivante dalla fede in qualche cosa che nessuno consegue?...



I.


Ermanno Raeli era rimasto orfano a ventun anno. Figlio di un siciliano
e d'una tedesca, i tratti caratteristici delle due razze si mostravano
curiosamente commisti nella sua persona e nella sua personalità. I
suoi grandi occhi azzurri, d'una purissima trasparenza cristallina,
facevano uno strano contrasto coi capelli di un nero intenso,
profondo, notturno, di un nero come difficilmente si vede l'uguale;
sulla carnagione pallida del suo viso fiorivano le labbra un po'
grosse, sporgenti, vivide, delle vere labbra di arabo; alla fisonomia
espressiva, dai mobili lineamenti, su cui si leggeva nettamente il
pensiero, si opponeva una voce fredda, rara, povera d'intonazioni; e
con una statura piuttosto piccola e forte, il suo incesso era lento,
incerto, quasi vagante. Tutt'insieme, senza che egli potesse chiamarsi
bello nel senso volgare della parola, spirava una grande simpatia ed
un grande interesse; vederlo una volta bastava per non dimenticarlo
più.

Ma la persona morale pagava caramente i vantaggi che l'individuo
fisico doveva alla curiosa mescolanza delle due razze. Per quanto
diversi, i due tipi avevano pur dovuto fondersi e riplasmarsi in un
unico stampo; i due temperamenti persistevano intatti e divisi nella
nuova coscienza, esponendola a un dissidio continuo e irrimediabile.
Egli aveva come un doppio _io_, sentiva in due modi diversi,
vagheggiava due opposti ideali, e al momento dell'azione non riusciva
a decidersi. Si potrebbero riferire molti sintomi di tale
complicazione psichica; basterà qualcuno per tutti. Bambino, egli
aveva appreso dalla viva voce del padre e della madre l'italiano e il
tedesco; più tardi, ne aveva fatto uno studio regolare, riuscendo a
conoscerli entrambi; ma non era intanto padrone nè dell'uno nè
dell'altro. Nella sua conversazione non c'erano di quelle frasi, di
quelle espressioni, di quei modi di dire che sono come la notazione
permanente delle idee e dei sentimenti di tutto un popolo. Pochissime
volte accadeva di sentirgli citar dei proverbii; intendo i proverbii
che corrono sulle bocche dei popolani e dei contadini, in cui si
riassume la filosofia d'una razza, non quelli ogni giorno ripetuti nei
discorsi convenzionali ed incolori delle classi più colte. Di qui, una
difficoltà di rendere con evidenza molte impressioni, di definire
precisamente molte idee, e sopratutto una mancanza di carattere, di
_significazione_ nel suo dire. Da un'altra parte, la mezza padronanza
che egli aveva delle due lingue, lo metteva spesso in un grave
imbarazzo; le due espressioni diverse, i due diversi giri di frase gli
si presentavano contemporaneamente, in modo che spesso il suo italiano
aveva un sapore tutto tedesco e il suo tedesco un'andatura
assolutamente italiana. Questo faceva sorridere la gente; egli ne
soffriva. In mezzo a un discorso, gli accadeva talvolta di arrestarsi,
interdetto; cercando, esaurendosi in tentativi infruttuosi per
esprimere chiaramente, non solo agli altri, ma anche a sè stesso ciò
che egli pensava in un modo vago, indeterminato, si potrebbe dire
algebrico. E a quel modo che, spesso, in una circostanza sollecitante
all'azione, egli non sapeva risolversi per un partito, spesso ancora,
dovendo tradurre il proprio pensiero, non riusciva a concretarlo in
una formola esatta. Ma, se le alternative a cui era esposto dalla
duplicità della sua natura riuscivano a ritardare i suoi atti
mantenendolo in una specie di _libertà d'indifferenza_: allorquando
l'equilibrio si rompeva egli portava nella risoluzione una foga che
era come la rivincita della volontà lungamente compressa; talchè la
contradizione non era soltanto in lui nella qualità delle tendenze,
tra l'idealismo sognatore e il misticismo fantastico che gli venivano
dalla madre e il senso del reale, la vivace energia dell'indole
paterna, ma anche nella dinamica morale, tra l'atonia e i parossismi
di cui subiva l'avvicendarsi.

Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono ben tosto
esasperate dalla sua educazione intellettuale. Amato in un modo
esclusivo dai suoi, e specialmente dalla madre, che aveva come la
divinazione della sua irrequieta debolezza, non fu neppure discussa
l'idea di metterlo in collegio, e i riguardi dovuti alla sua salute,
malferma e cagionevole fino alla adolescenza, contribuirono ad
accrescere e forse ad esagerare la naturale indulgenza dei genitori.
Poi sopravvenne la malattia della signora Raeli, lunga, penosa, per la
quale tutta la famiglia dovè peregrinare in cerca di cieli miti e di
acque salutari, che non giovarono a nulla; poi i lunghi giorni passati
nello stupore e nel cordoglio, con l'imagine della morta vagante per
la casa silenziosa; poi ancora il colpo di fulmine che portò via il
padre; talchè, nell'età in cui egli entrava, solo, nella vita, Ermanno
Raeli aveva appena una superficiale ed imparaticcia cultura. Ma a
quelle stesse circostanze che avevano impedito alla sua mente di
agguerrirsi alla disciplina di studii seri, egli doveva una grande
esperienza sentimentale. A ciascun lutto che gli aveva allagata
l'anima di nerezza, egli s'era ripiegato su sè stesso, aveva misurata
la vanità degli affidamenti umani, apprezzata tutta la dolorosa
precarietà dell'esistenza ed angosciosamente domandata una soluzione
all'enimma della Vita. Così, quando s'accorse della propria ignoranza
e si diede febbrilmente a ripararvi, intraprese ogni genere di studii,
ma abbracciò di preferenza quelli dai quali si riprometteva una
risposta ai quesiti che gli stavano a cuore.

Nella biblioteca che egli veniva formando, le opere filosofiche
tennero ben presto il primo posto. Per sua stessa confessione, nessun
romanzo gli aveva destato tanto interesse, nessun libro era stato da
lui letto con tanta ansiosa avidità, come l'_Etica_, la _Fenomenologia
dello spirito_, la _Critica della ragione pura_, il _Mondo come
rappresentazione e come volontà_ o la _Filosofia dell'Incosciente_. Al
pari del Taine, egli avrebbe potuto dire: «Ho letto Hegel, tutti i
giorni, durante un anno intero, in provincia; è probabile che non
riceverò mai più delle impressioni eguali a quelle che egli mi ha
procurate.»

Era stata un'esaltazione senza misura; egli aveva dimenticato il mondo
circostante e sè stesso, per immedesimarsi, per confondersi nello
spirito dei suoi autori, affascinato dalla grandiosità degli orizzonti
che essi gli avevano schiusi. A quella luce di spirito, egli si vide
rivelato ai proprii occhi; le tendenze alla contemplazione,
all'astrazione, che gli venivano dall'indole materna, presero uno
straordinario sviluppo, e la sua vocazione parve fermamente stabilita:
egli avrebbe dedicate tutte le forze del suo ingegno allo studio della
natura umana e dei fini dell'universo. Una grande disillusione lo
aspettava...

Il pensiero è come quei farmaci potenti, modificatori salutari ma
terribili veleni ad un tempo, che solo una lenta e graduale
assuefazione è capace di rendere tollerabili. Se l'erpetico che si
sottopone alla cura arsenicale assorbisse per la prima volta la dose a
cui arriva in capo a qualche mese di progressivo accrescimento, gli
effetti più disastrosi sarebbero a temersi. Qualche cosa di simile
avvenne in Ermanno Raeli, a quell'improvvisa iniziazione filosofica. I
metodi scolastici, contro i quali si rivolgono critiche frequenti ed
acerbe, hanno questo di buono, che preparano e disciplinano.
Un'accorta ginnastica intellettuale permette di arrivare, senza
sensibile sforzo, alle concezioni più ardue; i principii imbevuti, si
può dire, col latte non si abiurano mai completamente e permettono di
superare la crise di scetticismo che presto o tardi scoppia nelle
giovani coscienze. In Ermanno, la mancanza d'un'adeguata e razionale
preparazione; l'aver cominciato a studiar tardi, da solo e tutto in
una volta, con l'aggravante di una naturale tendenza ad esaurire ogni
ordine di idee, a spingere fino agli ultimi limiti l'analisi,
produssero una vera ubbriacatura, uno stordimento morboso, ed una
conseguente incapacità ad arrestarsi ad una conclusione concreta...
L'opera degli umili maestri non è così appariscente come quella degli
oracoli dello spirito, il cui verbo essi spiegano e commentano; ma è
forse più utile; poichè, in mezzo al laberinto dei sistemi
contradittorii essi offrono una guida ed un appoggio. Imbevuto tutt'ad
un tratto di questi sistemi; ammettendo, a volta a volta, la
legittimità di ciascuno; confuso ed impotente però dinanzi al dissidio
scoppiante fra l'uno e l'altro, Ermanno, che aveva cominciato con
l'ansietà, finì con la saturazione e con il disgusto. Egli aveva avuta
l'ambizione di trovare una personale soluzione al problema
dell'esistenza; ma, a misura che approfondiva le proprie indagini, a
misura che accumulava i materiali coi quali costruire, egli si
accorgeva della loro irriducibile eterogeneità. Dapertutto vedeva
contrasti ed antinomie; a ben guardarci, non si scopriva forse che
tutto aveva un lato di vero, ma che tutto aveva ancora un lato di
falso? A che cosa credere allora?... A tutto ed a niente... In questa
conclusione d'un pirronismo progredito e sapiente, pessimistica
malgrado l'apparente facilità di contentatura che essa suppone, egli
si era finalmente ridotto. L'incapacità di rispondere ai problemi che
egli s'era proposto: ecco l'unica risposta che era riuscito a
trovare...

Fu verso quel tempo che io lo conobbi. Scrivevo allora, qualche volta,
in una rassegna letteraria messa su da giovani con grandi speranze e
poi miseramente scomparsa. Un giorno mi capitò fra mano un saggio,
senza nome di autore, intitolato _Filosofia del subbiettivo_. Lo
sfogliai, non lo nascondo, con un sentimento ostile; ma dovetti tosto
ricredermi. Le idee non erano molto connesse, la forma riusciva penosa
a furia di tormentature e di contorsioni, la lingua era zeppa di
neologismi e di frasi tolte di peso dal tedesco; ma dietro tutto ciò
si sentiva il pensiero e l'erudizione. In breve, l'idea dell'autore
era questa: l'unico campo del nostro studio, l'unico oggetto che noi
abbiamo a nostra portata, siamo noi stessi; il mondo non è che un
miraggio della nostra coscienza: non corriamo dunque dietro
all'illusione, afferriamoci alla realtà, penetriamo nei recessi più
intimi dell'_io_ e seguiamovi l'elaborazione di tutti i concetti a
cui, prestando dapprima una autonomia puramente formale, crediamo più
tardi come a realità esteriori e indipendenti.

Scrissi un articolo su quel saggio, non discutendo le idee
dell'autore, ma riesponendole in poche parole e dimostrando tutta la
simpatia che quello spirito così serio m'aveva destata. Qualche giorno
dopo, ricevetti la visita di Ermanno Raeli. Me ne ricordo come se
fosse ieri. Mi trovavo all'ufficio della rassegna, in un chiaro
pomeriggio di settembre, e quando Ermanno comparve sull'uscio dove si
proiettava la luce irrompente dall'aperta finestra, non vidi che i
suoi occhi, quegli occhi intensamente turchini, un vero spiraglio di
cielo purissimo. Egli veniva a ringraziarmi dell'attenzione accordata
al suo opuscolo e della simpatia colla quale avevo penetrato i suoi
intendimenti, mentre sarebbe stato molto più facile--soggiunse--e
molto più tentatore il combatterli.

Un'istintiva affinità, uno di quegl'impulsi di cui non riesciamo a
darci ragione, ma a cui non possiamo sottrarci, mi portava verso di
lui. Gli ripetei quanto pensavo del suo lavoro, e a poco a poco la
conversazione si annodò. La sua voce era un po' monotona, l'accento
quasi cupo, ma in fondo a quell'apparente freddezza s'indovinava una
grande sincerità, una confidenza assoluta. Uscimmo insieme e non
ricordo più quali vie tenemmo. La folla era scomparsa ai nostri occhi,
ingolfati come eravamo in piena metafisica, lontani da ogni realtà che
non fosse ideale, felici di comprenderci interamente ed ansiosi di
leggere sempre più addentro in noi stessi.

Come il sole declinava, ci trovammo al Giardino Inglese, a quell'ora
quasi deserto. Sedemmo sopra un banco assaporando la dolcezza del
riposo, dell'ombra, del silenzio, in quel luogo... Poi si riprese a
discorrere, ma a salti, con delle pause in cui ciascuno seguiva per
suo conto un filo di idee svolgentesi da una parola buttata lì, spesso
a caso. Gli parlai di letteratura e gli chiesi se non avesse nulla
composto. Mi risposo di no. Non stimava degna d'aspirazione che la
poesia, «la grande arte,» ma lo spirito di critica gli dimostrava
ch'essa era morta, o per lo meno spostata; gl'impediva di tentare di
conseguirla. Ciò nondimeno, ammirava i poeti francesi contemporanei,
nei quali trovava una squisita finitezza di forma e un'assoluta
modernità di contenuto. Preferiva a tutti il Baudelaire, del quale
sapeva a memoria moltissimi componimenti, e con voce leggermente
tremante e curiosamente cadenzata, recitò le _Armonie della Sera_:

    Voici venir les temps où vibrant sur sa tige
    Chaque fleur s'évapore ainsi qu'un encensoir...

Quel richiamo alla primavera mentre la brezza vespertina faceva
rabbrividire il fogliame dei platani che incominciava ad incresparsi
d'oro, quella precoce tristezza d'accento in un giovane che
s'affacciava appena alla vita, formavano dei contrasti così intimi e
dolorosi che io sentii, mio malgrado, stringermi il cuore. «Ci
rivedremo?» gli chiesi, quando fummo per separarci. «Al mio ritorno,»
rispose; «parto domani per Napoli.»

Qualche tempo dopo egli mi confessò che quella partenza era stata un
pretesto per evitarmi. L'impressione lasciatagli da quella comunione
spirituale era stata così forte, il piacere risentito così raro e
delicato, che egli aveva avuto paura di sciuparne il ricordo nella
indifferenza o nell'impaccio di un nuovo incontro. Se per un raffinato
istinto di civetteria egli avesse voluto rafforzare la seduzione
esercitata sul mio spirito, nessun artifizio gli sarebbe meglio
riuscito. Pensai a lui, continuamente; ricordando certi segni
caratteristici, ero sicuro di essermi imbattuto in un tipo
eccezionale, la cui eccezionalità consisteva nello incontro molto raro
di certe tendenze isolatamente frequenti--per ciò stesso interessante
a studiare. Fu quindi con raddoppiata simpatia che io lo rividi e che
potei controllare l'esattezza delle mie induzioni. A poco a poco,
riuscii a conquistare la sua intimità, a leggere in quell'anima ed a
comprendere il suo modo d'essere e di sentire.

Ciò che egli aveva detto, sulle intenzioni poetiche di cui si sentiva
pieno e sulla inattitudine all'esecuzione, aveva particolarmente
attirata la mia attenzione; quando lo ebbi conosciuto, potei studiare
a fondo quel caso curioso d'impotenza artistica. La visione era in lui
di una potenza straordinaria, l'emozione che ne risentiva finiva per
essere puerile a furia d'intensità; soltanto, quando tentava di
rivestir d'una forma il suo concetto, egli sentiva talmente
l'inevitabile disproporzione, da provarne una vera vergogna. Tutti gli
artisti, i più forti, i più felici, conoscono questo pentimento di
sfiducia dinanzi all'inconseguibile perfezione dell'ideale presente
alla fantasia; avrebbe quindi potuto darsi che lo scontento di Ermanno
dipendesse da una eccessiva scrupolosità di coscienza. Ma per grande
che fosse la mia disposizione ad incoraggiarlo, fui costretto a
riconoscere ch'egli aveva ragione di dubitare di sè.

Ricordo uno dei suoi poemetti più accarezzati: _Le Tenebre_. Esso era
d'un'ispirazione molto fuor del comune. Al cadere d'un giorno,
l'orizzonte appariva tutto sanguinoso, come se il sole fosse per
morire svenato. Il mare era una pozza grumosa ed una pioggia di stille
rossiccie fendeva il cielo silenziosamente. Poi la notte cadeva sulla
faccia dell'abisso: una notte cieca, così profonda che l'orrore si
impadroniva degli uomini e li cacciava, a turbe, sulle alture, dove
aspettavano il primo raggio del nuovo giorno. Ma il tempo prefisso
passava, e, in alto, in basso, da per tutto la spaventevole oscurità
continuava a regnare. Gli uomini tentavano di vincerla, intorno alle
loro dimore, con tutti i loro poveri mezzi; ma, questi non avevano più
efficacia, le fiamme non irraggiavano più, erano delle macchie
rossastre sul nero universale. Allora, quella disperata umanità
formicolante nella notte senza fine, si rivelava quella che era
originalmente: un branco animalesco cui l'istinto solo era norma;
tutte le ipocrisie, tutte le menzogne cadevano; gli esseri si
combattevano, si dilaniavano, si uccidevano: per ogni dove la forza
bruta, la fame sorda, la rapina selvaggia.... E come, dopo un tempo
immemorabile, un primo fioco barlume spuntava all'Oriente, tutti
quegli esseri si buttavano a faccia a terra, e con le cresciute unghie
si mettevano a scavare disperatamente, per nascondersi, per fuggire
l'orribile luce... Questa visione apocalittica che dava i brividi a
Ermanno, diventava, nelle sue terzine italiane, troppo scialba, troppo
fredda, troppo paziente. Più egli vi lavorava, più il fantasma gli
sfuggiva. Così, un altro componimento, molto più breve, _La scatola di
Norimberga_, gli era stato suggerito dalla vista delle campagne etnee
durante un'eruzione. Era un fanciullo che, cavando dalla sua scatola
degli alberelli, delle casuccie verdi, delle siepi di cartone, una
montagna di sughero, componeva un paesaggio accidentato, con dei
piani, delle valli, dei paesetti. Poi, quando quella sua graziosissima
natura era composta, vi nascondeva, qua e là, delle bricciche di pane,
e la popolava di formiche che salivano e scendevano faticosamente in
traccia del raro alimento. Poi, accendeva uno zolfanello e appiccava
il fuoco a un lembo della carta; e il fuoco serpeggiava incenerendo
gli alberi, investendo le case, mettendo lo scompiglio nel popolo
dello formiche come impazzate. Poi finalmente dava un calcio al tavolo
su cui il suo giuoco era disposto e mandava tutto per aria. Vi erano
delle reminiscenze heiniane, un tentativo di umorismo in questi versi
tedeschi; essi irritavano l'autore per la loro povertà. Egli avrebbe
voluto fare dei capolavori; ma se anche ne avesse fatti, li avrebbe
dichiarati delle miserie.

    Dietro un olivo Venere la bionda
    Sul berillo del ciel languida splende,
    Piove dall'alto una pace profonda,
    Il carbonar la sua catasta incende.

    Piove dall'alto una pace profonda,
    Un vel trapunto sul cielo si stende;
    Della cicala tra l'oscura fronda
    Solo il verso monotono s'intende.

    Tra un nugolo di polvere la greggia
    Si riduce all'ovile, i mandriani
    Scagliano sassi a un branco che indietreggia;

    Scodinzolando vigilano i cani
    E nel clamore dei belati echeggia
    Come un accento di lamenti umani.

Qualche volta, come in questa _Sera_, egli raggiungeva una certa
efficacia di forma; ma era un disgusto che lo prendeva per il meschino
risultato di tanta energia, di tanta commozione interiore...

    Heine, gioconda larva innanzi a un teschio ròso,
    Leopardi, eco triste, gemito lungo e stanco,
    Baudelaire, erta sfinge con le catene al fianco,
    Shelley, lampeggiamento sopra un mar tempestoso;

    Quando, oppressa dal peso di mille ambascie, langue
    L'anima e vi domanda un istante di pace,
    È la vostra parola come morsa tenace
    Che soffoca, che stringe fino al gocciar del sangue.

    Quando mille punture sottili, dispietate,
    Fan l'anima bersaglio, invece d'un usbergo
    Son lancie i vostri detti, che dinanzi, da tergo,
    Si conficcano ovunque, fitte ed avvelenate.

    Quando l'esulcerata anima vi domanda
    Una stilla soltanto d'un balsamo leniente,
    Son le vostre parole pioggia d'olio bollente
    Che stride, ed esacerba la piaga miseranda.

    Sa tutto questo l'animo. Anch'esso il naufragato
    Esperta ha l'amarezza delle azzurre distese,
    Pure alla colma mano reca le labbra accese.
    Così bevo io l'onda del canto disperato.

I soggetti dei versi di Ermanno Raeli, raccolti sotto il titolo
generale di _Flemme e Fiamme_, erano molti e svariati; ma, cosa
naturalmente notevole in un giovane, la passione ne era esclusa. E
malgrado la nostra cresciuta amicizia, egli non mi aveva fatta nessuna
confessione sentimentale. Questo avrebbe potuto spiegarsi col fatto
che, nella sua vita ancor breve e semplicemente trascorsa, egli non
aveva provato nulla che valesse la pena di essermi confessato--ma
Ermanno evitava manifestamente ogni discorso che avesse rapporto a
quel tema dell'amore anche in un modo generale ed astratto. Io
rispettavo la sua riserva, ma non sapevo rendermene ragione. Quando,
sulle prime, non ancora fatto accorto della sua ripugnanza, sceglievo
quell'argomento, egli lasciava cadere la conversazione, divagava, mi
sfuggiva; però, dietro quell'apparente indifferenza, io credevo
sentire ch'egli avesse qualche cosa da dire. Che cosa?... Cercai per
molto tempo, inutilmente, di appurarlo. In nessuna occasione riuscii;
nè nella discussione delle opere dell'arte, che sono così sovente
l'apoteosi dell'amore; nè negli incontri, in società, delle persone i
cui romanzi erano sulle bocche di tutti. Compresi più tardi che una
invincibile ritrosia, e come un vero ed istintivo pudore impediva ad
Ermanno perfino di parlare delle cose del sesso. Tutta la sua vita era
improntata d'un carattere di austerità: non sorpresi mai sulla sua
bocca una parola cruda, non vidi mai nella sua libreria un libro
frivolo; non lo trovai mai a teatro, al melodramma o alla commedia,
dove la rappresentazione del sentimento è così immediata da acquistare
tutta l'illusione della realtà.

Da che altro rifuggiva egli per indole se non dalla Realtà?...



II.


Io ebbi la chiave dell'enimma e gli ultimi veli che mi nascondevano
l'anima di Ermanno si sollevarono a poco a poco, quando il mio giovane
amico, sul finire dell'inverno del 188* intraprese un lungo viaggio
attraverso l'Europa. Padrone assoluto di sè, bramoso di veder nuovi
paesi e nuove genti, egli si era lungamente negato il conseguimento
del suo desiderio, ponendovi come patto l'acquisto di una soda
cultura. Spesso, dopo lunghe giornate di indefesso lavoro nel suo
piccolo studio dalle pareti nascoste dietro gli scaffali, al grande
tavolo su cui stavano accatastati, a portata di mano, ogni sorta di
dizionarii, egli usciva in fretta e correva al porto, lasciando
rinfrescar la sua fronte infiammata dalla cogitazione, bevendo a
larghe boccate i balsamici effluvii del mare. Là, oltre quella distesa
monotona, erano i paesi vagheggiati, le grandi capitali della civiltà,
i centri donde parte e dove affluisce il pensiero dei popoli. Nessuno
al mondo avrebbe potuto impedirgli di salire a bordo del primo vapore
in partenza e di compiere la sua aspirazione; ma egli giudicava che
non era ancor tempo; e tanto indugiò, e mise tanta coscienza
nell'arricchire la mente di cognizioni prima di girare pel mondo, che
l'ansia dei primi anni sbollì e le impressioni ripercosse in quel
cervello troppo affaticato non ebbero nulla dell'aspettata vivacità.
Il suo viaggio fu una serie di disillusioni; gli stilò dinanzi una
processione di belle vedute: piazze, corsi, monumenti, giardini, che
egli guardava come dietro a un vetro di cosmorama; le imagini si
sovrapposero alle imagini, si confusero, finirono per stancarlo. Egli
dovette mescolarsi alla folla che aborriva; la sua personalità si
smarrì, si annullò quasi nella varia vastità degli ambienti, e il
viaggiatore disingannato finì per rimpiangere le ore di silenziosa
meditazione della sua vita di Palermo.

Da questo stato d'indifferenza un po' stanca egli uscì una volta, a
San Remo, dinanzi al sepolcro della madre; ma, compiuto quel pietoso
pellegrinaggio, egli proseguì la sua via, senza desiderii,
vagabondando, arrestandosi una settimana in un luogo ignorato,
torcendo cammino secondo la disposizione dello spirito, la fisonomia
dei luoghi o il colore del cielo. Verso i primi d'aprile era a Parigi.
M'avvertì del suo arrivo mandandomi un giornale; poi nulla più, per
quindici giorni. La prima lettera che ricevetti era datata in questo
modo: _Dalla Tebaide_, 16 aprile.... «Che cosa supponi tu,» mi
scriveva, «che io sia venuto a fare qui? Passo il mio tempo nei Musei,
più spesso nelle Biblioteche. Sono stato dai principali librai ed ho
la stanza ingombra di novità. Ieri fui al Collegio di Francia, al
corso del Renan. Già lo avevo visto, ti ricordi, al tempo del
Congresso degli Scienziati; egli non è apprezzabilmente mutato. Lo
sentissi! Un buon piccolo parroco di villaggio che espone la dottrina
ai villici; nessuna oratoria maestà, un'aria _bonhomme_, delle comuni
e spesso familiari espressioni. Una inglese, grassa, bionda, cogli
occhiali, certo una _authoress_, si guardava intorno, scandalizzata,
malgrado la sua nordica flemma. Ma che disinvoltura! Sempre la stessa
aria di un giocoliere che trasformi una palla in un fazzoletto, il
fazzoletto in un soldo, il soldo in una chiave e che all'ultimo faccia
tutto sparire. Leggi questo piccolo periodo colto a volo; si tratta
della data del _Levitico_. «Ah! je fais bien mes compliments à ceux
qui sont sûrs de ces choses-là! Le mieux est de rien affirmer, ou bien
de changer d'avis de temps en temps. Comme ça, on a des chances
d'avoir été ou moins une fois dans le vrai!...» Non è tutto l'uomo in
questo giudizio?...»

Da quel tempo le lettere seguirono alle lettere, tutte datate ad un
modo: _Dalla Tebaide!_... Dalla Tebaide! Ma lì, malgrado la sua
indifferenza, egli aveva pur dovuto esser fatto segno di tentazioni
d'ogni sorta! Come sarebbe uscito dalla lotta?... Inaspettatamente, la
domanda che io mi rivolgevo ebbe una risposta. «Iersera,» diceva
Ermanno in una sua lunga lettera, «il vago spirito di tentazione che
qui serpeggia per ogni parte, ha preso una forma. La lotta non è stata
lunga, nè la vittoria contrastata. Io ho evitata la Bestia; conosco
quello che essa può darmi...» E da quel momento, ora a mezze frasi e
ad allusioni, ora in lunghi passaggi di autobiografia, egli mi venne
rivelando il secreto fino a quel momento così bene nascosto. «Hai tu
notato,» mi scriveva, «la cura da me posta nell'evitare ogni occasione
di rivelarti la mia concezione dell'amore? Egli è che le circostanze
in cui io la costrussi non sono molto allegre. Da tutto il fondo del
mio essere sale un tale disgusto al ricordarle, ed un ribrezzo così
freddo mi passa per il corpo, che tu avresti rinunciato a sodisfare la
tua curiosità per risparmiarmi una tanto penosa sensazione. Ma un
giorno o l'altro non ti debbo io una confessione completa?

«...Dopo tutto, io ho forse torto di pensare che il mio caso sia
estremamente raro e meritevole di storia. Io avrò conosciuto pochi
uomini, ma una naturale attitudine all'osservare, a notare i minuti
fatti, i fuggevoli segni, gl'indizii incerti a cui ordinariamente non
si guarda su, ha slargato il campo della mia esperienza. M'inganno
dunque se io dico che la gran parte di noi ha subita la mortale
profanazione dei sogni più intimamente accarezzati? Sai tu dirmi in
quali condizioni di raccapriciante cinismo ci è rivelato il mistero
nascosto in fondo a quello che si è convenuto di chiamare l'amore?...»

«...Qui, i _chroniqueurs_, a proposito dell'ultimo romanzo di Zola,
rimettono sul tappeto il vecchio tema del naturalismo. Alcuni gridano
allo scandalo, hanno l'aria di chiedere al procuratore della
Repubblica di sequestrare il volume e di processare l'autore. Io
vorrei soltanto sapere se tutta questa gente è sincera; che cosa va a
fare quando, dopo aver fulminato in nome della morale offesa, depone
la penna ed esce sul _boulevard_?... Io non difendo il naturalismo;
non mi occupo di sapere se dei limiti, e quali, debbano imporsi
all'artistica rappresentazione del vero. Non mi preme tanto del fatto
letterario, se non come segno dello stato psicologico di cui è una
produzione. E quale è questo stato? Una violenta, e quando ancora si
voglia brutale reazione contro le convenzionali menzogne, le raffinate
ipocrisie di cui ogni giorno siamo testimoni. Coi piedi striscianti
nel fango, con lo sguardo nell'infinito dei cieli, l'uomo s'aggira
dentro una primordiale contradizione, e per una fatale vicenda, il
magnificamento del basso provoca il magnificamento dell'alto, e
viceversa. Gli esaltati, ebri, sognanti romantici hanno per mezzo
secolo celebrata l'apoteosi dell'anima umana, gonfii di sublimi
speranze, di indefinite aspettazioni. Essi hanno costrutto un ideale
tipo di uomini nobili, magnanimi, eroici; hanno vista la vita dal lato
più seducente. Ma la medaglia ha il suo rovescio, e troppo a lungo fu
ripetuta la parte dell'angelo per non accorgersi che le ali erano di
cera dorata. Più d'un Icaro, affidatosi ad esse per spiccare i suoi
voli, sentì che si struggevano al sole e precipitò miseramente. Ancora
contasi dalla caduta, non vuoi tu che rovesciassero la loro collera
sugli autori dell'inganno e, perchè altri non ne fosse più vittima,
che gridassero loro: Bugiardi?... Eccoli chinarsi nel fango,
raccattare tutte le miserie, sfoggiare tutti i cenci, denudare tutte
le piaghe, e con una brutalità di accento per entro alla quale
echeggia una profonda amarezza, esclamare: «Questo è il Nume,
adorate!...»

«Ciascuno di noi presume di conoscere sè stesso; ma non sorgono
talvolta, dall'inesplorato fondo dell'io, delle tendenze, degl'impeti,
dei desiderii, delle imagini, delle idee che ci stupiscono per la loro
eterogeneità, come se non potessero appartenere alla coscienza che noi
siamo avvezzi a scrutare? Tu mi dirai che io piglio le mosse un po' da
lontano per dirti che questo pomeriggio sono stato di una tristezza
nera, soffocante, e che avrei voluto essere molte migliaia di miglia
lontano da qui. La ragione? Nessuna, o molte. Non avevo detto una
parola da parecchi giorni; io parlo un rotto francese e non amo di
stringere nuove e temporanee conoscenze. L'atmosfera era dolce, il
cielo radioso, il bosco straordinariamente popolato da una folla
elegante, gioconda. Avevo soltanto letto poco prima i giornali, e
tutte le cronache narravano la semplice e tragica storia del suicidio
d'un giovane, quasi un ragazzo, ripescato nella Senna ed esposto alla
Morgue. L'imagine del morto, che io non avevo visto, mi perseguitava,
e dinanzi alla clemenza del cielo, alla pienezza della vita, io
pensavo ostinatamente al dramma scoppiato in quel cuore, alla lotta
ignorata, all'oscura sconfitta sull'alto del ponte, in fondo all'onda
travolgente..... Poi, quando quell'ossessione cessò, in mezzo
all'ultima animazione della folla che si disponeva a lasciar la
passeggiata, mi sentii come travolgere anch'io sotto un'ondata fredda
ed opaca. In quel momento compresi che non mi sarebbe molto costato il
fare come quel povero ragazzo.

«...Assolutamente, le mie lettere non sono punto gaie; ma egli è che
questo viaggio è stato finora una completa disillusione. Io temo
d'essere incapace a provare ancora un'emozione un po' viva. Per
fortuna tu mi conosci e non crederai che io inclini verso quella cosa
detestabile che qui chiamano _pose_. Se c'è niente che abbia virtù di
farmi sorridere, questo è il _pathos_ romantico; e del resto, oggi,
esso sarebbe anche un poco fuori di moda. Non è più il tempo in cui
Alfredo de Musset, visitando un podere di Ulrico Guttinguer,
esclamava, come segno d'una eccelsa ammirazione: «Ah! quel bon endroit
pour se tuer!...» Oggi la vita, anche pei poeti, va presa in un altro
senso; ed è forse appunto perchè io non ho uno scopo pratico e
immediato da proseguire, un obbiettivo verso il quale concentrare
tutte le mie attività, che sono in preda a questo malessere. Ma, senza
posa e con l'accento della più grande sincerità, io vedo il mio
avvenire infinitamente triste. Nella vita del pensiero, ho provate le
prime vertigini della follia, in cospetto del nero senza fine del
destino e della fondamentale impotenza umana; nella vita pratica nulla
mi arresta, e la vita del sentimento mi è interdetta: troppo brutale,
troppo violenta è stata la disillusione sofferta; troppo angosciosa è
stata l'esperienza della vergogna, della nausea che precedono e
seguono lo spasimo di un istante; troppo amaro mi è rimasto sulle
labbra il sapore dei baci comprati, troppo spaventevole è stata la
visione delle torture a cui sono condannate le tragiche vittime della
nostra superba civiltà sociale, troppo acuto mi ha perseguitato il
rimorso della contaminazione subita--e commessa--poichè la miseria è
egualmente profonda da una parte e dall'altra nelle coppie accanite
sopra i letti rischiosi...

«...Qui non si parla ora che del nuovo dramma di Alessandro Dumas. Io
ti dirò una cosa che forse non crederai: non ho letta la sua _Dame aux
Camélias_. Dirò meglio: non l'ho finita di leggere. Questa cosa
rimonta--vediamo--ad otto anni fa. Già la prima malinconia del
volgersi indietro e di misurare il tempo trascorso scende più spesso
sopra di noi... Io ero nel periodo lirico della vita: breve quanto tu
vuoi, l'ho attraversato ancor io. Fu una delle poche volte che andai a
teatro, una sera che si rappresentava la _Signora dalle Camelie_. Non
ricordo più come si chiamassero gli attori; certo non dovevano avere
una grande reputazione, perchè non li ho più intesi nominare; ma fosse
il loro ingegno mal conosciuto, od una speciale sovraeccitazione, o
non so che cosa altro, tutto il pubblico fu trascinato all'entusiasmo
da una rappresentazione così appassionata, così umanamente vera, da
dare l'illusione della vita. Io uscii dal teatro ebro, alla lettera. I
personaggi mi stavano ancora dinanzi: io li vedevo, io li udivo;
Margherita meglio di ogni altro, immortalmente adorabile. Io non
pensavo all'attrice, non davo un corpo alla spirituale Figura; ma io
l'amavo, intensamente, _sentivo_ di non poter amar altro che lei... Il
giorno dopo comprai il romanzo, e andai a cominciarne la lettura,
subito, al Giardino Inglese, sotto l'ombra che tu conosci, nel
silenzio. La mia mano tremava nel voltare le pagine; ed a misura che
avanzavo, il mio cuore batteva più forte, e la Figura mi sorrideva,
più adorabile; e come un timore di profanare il mio sentimento, di
togliere alla Figura la sua divina idealità cominciò a nascere in me;
e il terrore del poi, della vaga angoscia all'approssimarsi della
fine, e dello sbalordimento dopo voltata l'ultima pagina, sorse e si
fece così gigante, che io chiusi il libro a un tratto, andai a riporlo
a casa, e non l'ho più riaperto. A Palermo, io l'ho quasi a portata di
mano; nelle mie ricerche in libreria, gli occhi mi corrono sempre a
quel volume; ma non vi ho letto nè vi leggerò più...

«...La tentazione mi circonda, mi assedia da ogni parte, sotto tutte
le forme. Talvolta temo di non poter durare a resisterle. Penso alla
voluttà del rilassamento dei miei nervi troppo tesi, della frescura di
una mano passante sulla mia fronte, della morbidezza che le mie
braccia stringerebbero... A che cosa mi avrà servito questa mia virtù?
Ed è virtù quello che cento persone su cento, a occhi chiusi,
deriderebbero? Perchè ostinarmi a non fare ciò che fanno tutti gli
altri, semplicemente?...

«... Più mi guardo attorno, più mi rendo padrone del meccanismo
sociale, e più il problema dell'amore m'appare complesso e
formidabile. Non passa giorno che qui non scoppii, come un tumore, uno
scandalo; che delle piaghe non si mettano a nudo, che delle vittime
non siano immolate. Passa la folla, elegante, allegra, felice: e il
dramma o la tragedia covano nel profondo dei cuori. Ah! il problema è
grave, e tutto, nella vita, dipende dalla soluzione che gli si dà: la
pace, l'onore, la salute del corpo e dello spirito... Il grande
commediografo ha ben ragione di studiarne, nelle sue geniali
creazioni, tutti gli aspetti, ed io non vedo perchè sorridere di
un'arte che prosegua degli alti e nobili fini. Ma, disgraziatamente,
le sue soluzioni, come le nostre, come quelle di tutti, non sono
esenti da lamentabili effetti. Il danno è ovunque!... Quelli che più
mi rattristano, sono gli adolescenti dalle gentili e quasi muliebri
figure. Io non conosco nulla di più angoscioso del contrasto fra la
purissima idealità a cui si dedicano tutte le forze dell'anima, e la
vergogna in cui si precipita e il brago in cui si affonda. A che cosa
valgono dunque i propositi più nobili, le aspirazioni più alte, gli
slanci più generosi, se un fiato pestilenziale ammorberà l'anima e ne
soffocherà il verginale profumo?... Quando io discendo ad esplorare
questi dolorosi secreti, quando io rimescolo il fondo disgustoso del
ricordo, quando lo spettro orribile della profanazione mi si presenta
dinanzi come il giorno che mi afferrò con le sue viscide mani; allora
s'agguerrisce il mio spirito ed oppone più salde barriere alle
traditrici lusinghe. Io proseguo intanto fra le rinunzie il mio vago
pellegrinaggio perchè, se un premio pur anche l'avvenire mi riserva,
lavato, purificato, io possa riesserne degno...»



III.


Fu il contrario che avvenne.

Ermanno Raeli aveva lasciato Parigi e si era recato in Germania. Gli
premeva di vivere per qualche tempo in mezzo ad un popolo col quale si
sentiva legato per origine e per educazione, di sentir parlare la
lingua di sua madre, di attingere direttamente alle sorgenti di quella
filosofia di cui il suo spirito si era nutrito. Aveva già compilato un
programma di studii e di ricerche, si faceva anticipatamente una festa
di innalzarsi alle più ardue cime della meditazione, di vivere ancora
più esclusivamente nel mondo delle idee, quando questa realtà lo
avvinse con le sue più salde catene.

Fu a Vienna, uno di quei giorni «che il fondo inesplorato della
coscienza ribolle sordamente, e come la terra freme per tutti i germi
che vi stanno sepolti e tendono all'aria ed alla luce, così un oscuro
lavorìo di crescenza si compie nel nostro essere.» Al concerto di
Strauss, mentre il suo cuore si gonfiava «di rancori, di rimpianti, di
aspirazioni indefiniti al ritmo incalzante d'un walzer che pareva un
inno di tripudio universale,» egli incontrò colei che chiamò col
simbolico nome di Sfinge... Ahimè, quanto poco enimmatica era la
creatura nella quale egli s'era imbattuto, e come bisognava essere
inesperti della vita per trovare un sapor di mistero là dove non era
che una troppo ovvia verità!..

I giovani avvezzi a pensare con la propria testa ed a foggiarsi delle
idee sopra ogni cosa prima ancora di conoscere nulla, sanno quel
particolar genere di smarrimento che si prova dinanzi ai fatti in
aperto contrasto con le persuasioni stimate più salde. Uno smarrimento
di questo genere, ma intenso fino all'angoscia, fu quello provato da
Ermanno dinanzi a quella donna che prima gli sorrise.

Le sue scettiche disposizioni dell'animo erano effetto di teorie, di
concetti nominali, piuttosto che dell'esperienza; egli credeva morto
il suo cuore, quand'esso invece non aveva ancora palpitato.
L'iniziamento alle relazioni dei sessi nelle condizioni di disgusto in
cui era avvenuto, gli aveva procurato una grande sfiducia; ma era
stato il bisogno di una mancata correzione sentimentale che glie ne
aveva fatto esagerare le proporzioni. Il giorno che egli fu messo in
presenza di una seduzione come quella della signora Woiwosky, il suo
sconforto si disperse. Non che egli non avesse resistito; ma la sua
resistenza era dipesa soltanto dalla propria naturale irresolutezza,
dalla tendenza a troppo considerare, dal contrasto perenne tra il
pensiero e l'azione.

Il primo, l'istintivo sentimento che la donna gl'incuteva era una
specie di vaga paura: egli si sentiva dinanzi ad un essere diverso,
sconosciuto e per ciò stesso formidabile. L'apprensione era così
forte, che egli non osava fissarne l'oggetto; ma a questo contribuiva
ancora il suo particolare bisogno di rifugio nella contemplazione
ideale. Egli non guardava le donne accanto alle quali si trovava
talvolta; ne riceveva un'impressione d'assieme che elaborava nel
profondo della mente, spendendovi intorno tutte le ricchezze
dell'imaginazione. L'impressione del reale era per lui un punto
d'appoggio per dar la scalata ai fantastici mondi; quando ne
ridiscendeva, si sentiva oppresso come fuori dell'atmosfera necessaria
al mantenimento della vita. Tutte le donne erano per questo belle in
qualche modo ai suoi occhi, poichè tutte gli davano la spinta ad una
raffigurazione perfetta; tutte erano indegne perchè nessuna poteva
rispondere completamente alla perfezione intravista. Quando incontrò
la Woiwosky, si produsse il consueto fenomeno. Egli non osò guardarla,
apprese del suo fascino appena quel tanto bastevole ad una
idealizzazione suprema, si saturò di seduzione _pensata_; ma quando
l'operazione inversa stava per prodursi, qualcosa di nuovo sopravvenne
a produrre un risultato diverso.

Fra quei due, le parti si erano presto completamente invertite: la
donna aveva anticipato il compimento dell'aspirazione che, timido,
ombroso, indeciso, Ermanno non confessava nettamente neanche a sè
stesso. Egli aveva come la sorda coscienza dei pericoli a cui andava
incontro, della menomazione che avrebbe subita scendendo delle vette
di quella sua solitudine. Ma la seduzione era irresistibile; il
bisogno d'affetto, la sete dell'amore si erano in lui subitamente
sviluppati e fatti impellenti; e ad un tratto egli si era abbandonato
a quella dolcezza nuova, rifacendosi delle sue titubanze e delle sue
esitazioni con quell'impeto che era da prevedersi.

Quando si ricordano i pensieri, i sentimenti, i concetti che si
avevano un tempo e si paragonano ai nuovi che la diversa realtà
conseguita suggerisce, par d'essere un tutt'altro individuo, tanto il
passato è inconciliabile col presente. La rivoluzione operatasi nella
sua esistenza aveva dato ad Ermanno Raeli questo sentimento, in fondo
attristante, anche quando la mutazione avviene o si crede che avvenga
in meglio. Dove egli aveva visto tutto nero, la luce più gioconda
irraggiava; dove egli aveva di tutto disperato, la speranza, qualche
cosa di più, la realità, gli sorrideva. Aveva creduto che i suoi
giorni sarebbero scorsi fra gli studii più severi e difficili, e il
mondo lo travolgeva nel turbine delle sue più potenti distrazioni.
Aveva negato l'amore... e vi credeva? Oh, se credeva alle estasi
divine del sentimento! Non viveva che di queste...

Il pericolo di simili reazioni interiori è che esse si compiono
proporzionalmente all'azione iniziale, talchè ad un eccesso risponde
un eccesso, senza che sia mai possibile una graduazione conveniente.
Se Ermanno Raeli non fosse stato così profondamente scettico, non
sarebbe divenuto così ciecamente fiducioso; se si fosse fatto un più
equo giudizio delle cose e della vita, non avrebbe offerto il tesoro
della sua verginità sentimentale alla prima donna incontrata per via.

La signora Woiwosky ne era degna? Ogni donna che accorda liberamente
sè stessa all'amore d'un uomo è degna di quest'amore; la quistione che
rimane aperta è di sapere che cosa l'uomo s'aspetta da lei. Non più
giovanissima, vissuta in un ambiente dove i freni morali sono molto
rallentati, avendo avuta per unica legge il suo proprio piacere, la
signora Woiwosky non poteva dare ad Ermanno Raeli ciò che egli se ne
riprometteva. Nel primo momento, come sempre, era stata la simpatia
fisica che l'aveva vinta. Ordinariamente, la ignoranza del carattere
reale della persona verso cui ci sentiamo spinti, è corretta
dall'imaginazione che ce lo presenta quale lo desideriamo e che ci
espone più tardi, dinanzi alla rivelazione di quello che è nel fatto,
meglio a disinganni che a compiacenze. Per la signora Woiwosky,
cotesto miraggio anticipato, che la realtà non avrebbe smentito, non
era a temere--od a sperare;--e se ella fu meravigliata quando il
carattere di Ermanno le si manifestò, la sua meraviglia fu del genere
di quelle che si provano dinanzi alle cose strane e curiose. Quel
giovane in cui ella aveva apprezzato il fascino personale, lo strano
miscuglio di forza e di delicatezza, si trovava nello stesso tempo in
anima delle più squisitamente sensibili. Era molto più che lei non
domandasse!...

Preso dalle dolcezze della nuova vita, Ermanno aveva finito
naturalmente per rimpiangere il tempo in cui non le aveva cercate; per
ciò stesso, dinanzi alla felicità presente, egli non aveva l'agio di
considerare come fosse venuta; tremava piuttosto che se ne andasse, e
quasi le negava fede, tanto essa gli pareva grande, in questa
condizione dell'animo, la facilità con cui la donna gli si era data
non aveva il senso inquietante che avrebbe potuto avere per altri;
diventava un titolo di più alla sua gratitudine. Tutto era per lui una
ragione d'amarla, ed egli aveva delle incantevoli invenzioni di
sentimento, una squisitezza di pensieri, una poesia d'espressione
dinanzi alle quali l'altra, avvezza ad un mondo molto diverso, restava
stupefatta, ma che sulle prime era disposta ad apprezzare in ragione
stessa della loro rarità, benchè senza troppo capirle.

Da ambe le parti, l'equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo
abbandono dell'essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era
risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco
era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li
separassero... Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso
spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una
specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato
fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un'influenza
decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi
ai sintomi sempre più inquietanti che l'altra, già stanca di
rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere,
cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di
diventar troppo esigente, di mancare d'esperienza... Se il fanciullo
che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è
che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza;
con l'abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito.
Per le nature in cui l'imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un
simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell'età in cui la
ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che
non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò
che avveniva.

Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito
di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un
diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale
impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno
non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l'inconfessato convincimento
della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore
di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui
aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza
della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella
vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne
sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di
mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di
Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l'iniziativa della
separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria
libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l'intuita superiorità
di quell'anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi,
scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide
compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l'ultima
sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli
aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri;
semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti
ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro... La
súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al
suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile:
il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le
promesse, quell'intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni
legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l'uno per
l'altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due
estranei, come prima, più di prima... Un momento, egli fu tentato di
andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra
le sue braccia, di evocare gl'istanti volati, di rivelarle l'abisso
che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di
domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere,
di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l'amore... L'amore? E
ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era
dunque quello l'amore? Quale disgusto!... In alto e in basso della
scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta,
venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl'istinti!...
Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva
adesso la sua illusione, l'inganno in cui era caduto, il chimerico
inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua
imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare...

Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta,
accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo
d'energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli
si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani;
trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel
macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per
morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre
l'attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e
una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua
fronte.



IV.


Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza,
la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta.
Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell'animo
suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua
tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi.
Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di
particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona
nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e
forse per ciò stesso dall'aria un poco eccentrica.

Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il
conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere,
nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di
lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra,
dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran
fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera
diplomatica, l'aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la
finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado
l'apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica.
Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio
che l'onestà era una _blague_, che il primo istinto dell'uomo era
quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli
fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii
interessi quando v'era un interesse altrui da risparmiare.

Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano
la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura
delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie
durante l'assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere
nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva
però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell'impossibilità
di dare indietro.

Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un
gusto per le cose dell'arte, e lasciata da un canto la filosofia, si
era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e
specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte,
originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla
sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell'isola
per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo
grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate
fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti
su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.

Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di
Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno
non potè frenare un movimento di contrarietà. «Mio caro,» scriveva il
conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, «mi piove sul
capo un'amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della
città. Io che mi ricordo quant'era seccante Cicerone a scuola, vorrei
salvarle, mia moglie e l'amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me,
la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico.
Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da
trovarviti oggi all'una? Grazie e scusa.» Ad un invito motivato in
quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal
nascosto che egli s'incamminò. Però, quando fu giunto all'Olivella,
appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel
malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall'attuale realtà, i
ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra
quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una
compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino
guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata
buccina. Tutt'intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le
porte intagliate dell'antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni
sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine,
quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano
antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola
presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che
le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè
stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L'attrattiva
d'una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente
si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni
tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le
iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da
qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi...

  «Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi
  più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.

  «Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera
  vederti e pur tu stai vicino.

  «Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l'amor tuo
  non si svela e pur tu ami.

  «Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente
  il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell'arak.»

Questi versetti d'un frammento d'iscrizione araba furono i primi che
Ermanno Raeli spiegò quando, all'arrivo di Giulio di Verdara e delle
signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di
Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent'anni. Alta,
slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione
leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la
simpatia del più puro tipo siciliano all'eleganza e allo spirito di
una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza,
l'agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la
distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti.
Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il
braccio dal mantello che ricopriva l'abito di velluto e _gros grain
mordoré_, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina
analoga, guernita di un grosso _colibri_ bianco, ella gli aveva stesa
la mano: «Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio...»
ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: «La
signorina Massimiliana di Charmory...» All'inchino di Ermanno questa
aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era
incominciata.

Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara
scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa,
leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova
conoscenza un'attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di
Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo
di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente
slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la
carnagione bianca, i capelli d'un biondo cinereo e gli occhi ceruli
d'una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna
azzurra con risvolte di _faille_ della stessa tinta, il suo corpo
s'indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si
modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava
vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili
filetti azzurri delle vene, e sotto l'ombra del cappellino rotondo a
larghe falde con un'ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti,
la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie,
la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la
grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice
compiacente d'uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le
braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del
corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava
certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione
degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro
una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma
pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava
risalto--e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace,
la spigliata fantasia; l'altra era lo stesso candore, la stessa
purezza fatta persona. Così com'erano, la loro gioventù, la loro
freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la
vecchiezza cadente dell'ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era
fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte
le ricercatezze dell'ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi
remotissimi; l'efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro,
nell'atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino
delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro
movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed
allineati... Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua
attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da
un giorno all'altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il
contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale
giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa...
Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli
epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva,
contribuivano a sciogliere l'inevitabile freddezza di un primo
incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la
contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre
più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più
grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse
domande una intelligenza dell'arte e della storia. «E i quadri del
Monrealese?..» aveva chiesto, con la sua voce d'un'armonia sommessa,
quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze
del primo piano si stava per passare al piano superiore. «Vi saremo a
momenti,» rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per
quell'interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto
che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck,
il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina
di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli.
«Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a
qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose,
un'intensità d'espressione nella figura umana: questi mi sembrano i
suoi caratteri più salienti...» La signorina di Charmory lo aveva
ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. «Non
lo chiamano il Raffaello di Sicilia?» chiese, quando Ermanno ebbe
finito. «A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore...» E
dinanzi al ritratto dell'artista--una figura scarna, dagli occhi
espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d'un
grande collare alla spagnuola--egli s'era fermato un poco. «È stato
l'ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il
primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi.
Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse
l'esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare
il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo
simile a Raffaello...» Ermanno parlava pianamente, fissando il
ritratto con una specie d'involontaria emozione. Con la forza della
simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se
egli rivivesse la vita dell'antico artista, come se egli soffrisse un
poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel
destino abortito, quell'ingegno potenzialmente forte ma non espresso
del tutto malgrado l'assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non
offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi
personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la
sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un
tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel
pensiero, la signorina di Charmory disse:

    «Muor giovane colui che al cielo è caro...»

Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel
verso in bocca ad una fanciulla, d'una straniera, non era certo una cosa
molto comune; meno comune era l'aria di serietà triste con la quale ella
era entrata nel suo modo di vedere... «Amici miei,» esclamò ad un tratto
la contessa di Verdara, «voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato
una collaboratrice in Maxette!... Per me, dichiaro umilmente che cotesto
Monrealese ha un'aria molto antipatica!»--«Ammesso che sia lui!» disse
Giulio di Verdara; «il Van Eyck non è poi certo che sia del Van
Eyck!»--«Non si attribuisce al Mabuse?» chiese la signorina di Charmory
evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta.
«Se non è del Cornelissen...» rispose quest'ultimo. «O fatemi il
piacere!..» esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle
spalle, con un moto graziosissimo. «E quell'attacca-panni, di che secolo
è?..» disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità,
fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l'oggetto in
quistione.

La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i
sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al
portone, dove la sua _victoria_ stazionava, la signora di Verdara
rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l'amabilità che egli aveva
avuta. «Si ricordi,» soggiunse con intenzione, «che io sono in casa
tutti i mercoledì... Ma già, lei è tanto severo con noi povere
donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la
interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E
grazie, ancora...» Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono
leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la
mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della
signorina di Charmory, questa s'inchinò un poco dinanzi a lui, ma
senza accettare l'appoggio ch'egli le offriva. Il legno era già
scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi,
lo cercava ancora cogli occhi.



V.


La contessa Rosalia di Verdara abitava un elegante villino in fondo a
quella strada della Libertà che è stata così rapidamente popolata di
costruzioni graziose. La fabbrica era condotta su quella maniera
arabo-normanno-sicula che, malgrado la mescolanza di tanti elementi,
si considera come uno stile a parte, tanto essa è caratteristica di
tutto un felice periodo di civiltà. Internamente, la leggiadra
fantasia della padrona di casa aveva messo da per tutto la sua
impronta. Linee spezzate, capricciose, ma armonizzanti nella loro
apparente confusione; delle concessioni intelligenti al gusto
modernissimo per il _bibelot_ antico od esotico, una ricchezza sobria
di stoffe e di mobili, una larga parte fatta all'arte contemporanea:
erano questi i caratteri che davano un aspetto particolare alle sale
della contessa.

Bisognava che ella fosse vista in quell'ambiente suo proprio, perchè
si potesse giudicarla al suo giusto valore. Aveva una di quelle
fisonomie mutabilissime che da un istante all'altro sono capaci di
produrre un'impressione diversa. Analizzata a parte a parte e
minutamente, non sarebbe parsa bella; ma vista in casa sua, con
l'indefinibile adattamento dell'espressione all'ambiente, nelle
tolette di ricevimento o meglio ancora negli abiti da camera delle
visite più confidenziali, l'irregolarità dei suoi tratti sembrava più
simpatica e geniale, la sua grazia più squisita, il suo spirito più
brillante ed acuto.

Quel mercoledì seguente alla visita del Museo, la contessa avrebbe
dato qualche cosa per dividere cotesta sicurezza. La forza
dell'interesse personale è tanta, e il timore di non poterne
conseguire la soddisfazione nasce e s'ingigantisce così facilmente,
che le cose sulle quali si è fatto più grande e sicuro assegnamento,
si vedono messe in forse ad un tratto. Un interesse ancora secreto e
quasi incosciente persuadeva Rosalia di Verdara ad assicurarsi della
propria seduzione; ma, più aveva bisogno di contar su di essa, più ne
dubitava. Qualcuna delle sue amiche che si seguivano nel suo salottino
le aveva detto, in un abbraccio affettuoso che era anche un mezzo di
esaminar da vicino la qualità del velluto del suo abito nero a
_tablier_ e _quille_ di _jais_, dal corpetto alla Watteau, e il gusto
dei gioielli portati da lei: «Tu sei oggi un amore!» ma quegli elogi
fatti con una grande espansione non la rassicuravano punto; più valore
avrebbero avuto se fossero stati pronunziati a mezza voce, con quello
stento che in simili casi è un sintomo di sincerità.

Ermanno Raeli sarebbe venuto da lei? Questa era la domanda che ella si
rivolgeva. E perchè la possibilità di quella visita le toglieva un
poco della padronanza di sè?... In quei giorni, la figura del giovane
le era più d'una volta tornata alla memoria. Ella non riusciva a
spiegarsi quella specie di enimma vivente, quell'uomo nella pienezza
della vita che si teneva in una rigida clausura, che proseguiva delle
aride cose quando tutto gli avrebbe sorriso dintorno... O meglio, ella
credeva di spiegarselo: era forse una ricerca di originalità, la
soluzione da lui data al problema che occupa la mente degli uomini:
rendersi interessanti!.. Ma, nello stesso tempo che si applaudiva
della sua chiaroveggenza per cui era messa sulle difese, si dava una
fuggevole occhiata al grande specchio decorato che stava disposto
vicino al suo seggiolone favorito... Nessuna, intanto, di quelle
visitatrici avrebbe potuto sorprendere nulla della leggiera
preoccupazione in cui ella si trovava. In mezzo alla gente, la
contessa aveva tutto il suo brio, tutto il suo spirito più fresco e
più vivo; da sola animava il piccolo mondo raccolto intorno a lei,
mettendo le sue conoscenze in relazione tra loro con garbo facile e
accorto, creando dei piccoli gruppi che di tanto in tanto faceva
abilmente concorrere alla conversazione generale, interessando le
persone col parlare a ciascuno di ciò che poteva riuscir più gradito,
dimostrando sopra ogni cosa la grande virtù del sapere ascoltare.
Soltanto, ogni volta che il domestico sollevava la cortina,
annunziando una nuova visita, ella porgeva attento orecchio al nome
pronunziato. Ma andando incontro alle amiche, stendendo la mano dal
suo posto agli uomini, ella non dimostrava preferenze: egualmente
affettuosi erano i sorrisi ed egualmente cordiali gli _shake-hands_
scambiati. Nondimeno, annunziatasi la signorina di Charmory, nessuno
si era stupito vedendola alzarsi vivamente, andarle incontro e
baciarla con effusione. Erano quasi due sorelle; avevano fatto
conoscenza a Parigi, dove Giulio di Verdara era stato alcun tempo
addetto d'ambasciata; e come Massimiliana era giunta a Palermo, la
contessa l'aveva accolta a braccia aperte. A Palermo, la signorina di
Charmory era venuta con suo zio, il visconte d'Archenval, che da
qualche anno conduceva per tutte le stazioni climatiche d'Europa la
propria moglie, affetta da una malattia incurabile. La zia di
Massimiliana era figlia del duca Gastone di Précourt, che non era
venuto in Sicilia. Forse per le lunghe sofferenze della viscontessa, o
forse ancora per le inveterate abitudini di un cosmopolitismo
errabondo, questa famiglia pareva un poco disorganizzata. Il duca se
ne stava lontano, ed era già molto se di tanto in tanto chiedeva, con
un secco telegramma, notizie della salute della figliuola. Il visconte
si era subito fatto presentare ai circoli, dove passava le sue
giornate e le sue notti ai tavolini ed ai bigliardi, giuocando
disperatamente. Vero tipo di _viveur_, già sciupato a quarant'anni,
egli era diventato subito l'idolo di una certa società di eleganti, di
giuocatori, di _clubmen_, che ne avevano fatto il loro modello e ne
studiavano attentamente i modi di fare, di vestirsi e di discorrere.
Al passeggio, lo si vedeva sugli _stages_ di questo o di quel signore,
guidare con polso fermo e con occhio esperto un _four in hand_; a
teatro, la sua testa da cameo, incorniciata di capelli ancora
biondastri che parevano incipriati, si affacciava un poco per volta da
tutti i palchi dell'aristocrazia, e non v'era festa, o cerimonia, o
partita di piacere, a cui egli mancasse. Con l'abitudine di questa
vita, è facile supporre che alla morte di sua sorella vedova di
Charmory, l'assumere su di sè l'educazione di Massimiliana, rimasta
povera e sola, non dovesse costargli molto. Tenerla, fino a quando era
possibile, in collegio; lasciarla poi in compagnia della moglie:
questa era stata la soluzione che egli aveva trovata; soluzione tanto
più facile, quanto la reciproca compagnia che le due donne si facevano
lasciava lui più libero e meno responsabile.

Però, a giudicarne dalla loro vita di Palermo, i legami fra le due
fanciulle--quantunque maritata, la viscontessa d'Archenval aveva tutta
l'aria di una ragazza--non parevano molto intimi. La signorina di
Charmory era quasi sempre con la contessa, in giro per la città, nei
dintorni, o più semplicemente a pranzo, a teatro; mentre la zia usciva
di rado, sola, nella carrozza di rimessa che era ogni giorno a sua
disposizione, e passava il suo tempo nel raccoglimento un po' da
ospedale dell'_Hôtel des Palmes_. Quel giorno appunto la signorina di
Charmory, entrando nel salotto della contessa, diceva all'amica che la
zia l'aveva lasciata al cancello, non fidandosi di sostenere una
conversazione. Da ogni parte, allora, delle esclamazioni di compianto
si levavano; tutti però erano sicuri che il clima di Sicilia avrebbe
fatto un miracolo restituendo la salute a quella povera e buona
signora.

La conversazione si era fatta generale, la contessa di Verdara parlava
a bassa voce con la sua giovane amica che si teneva vicina; quando il
domestico, sopravvenendo, annunziò ad un tratto Ermanno Raeli.
Nell'attenzione generale con cui gli astanti si erano rivolti verso
l'uscio, il piccolo sussulto che la contessa non era riuscita a
frenare passò inosservato. Tutti conoscevano, in quella società, o
personalmente o per fama, Ermanno Raeli; nessuno si sarebbe aspettato
però di vederlo arrivare lì in mezzo. Lo si sapeva un solitario, un
contemplativo, un filosofo rifuggente dal consorzio degli uomini; non
lo si era mai visto in quel mondo di cui la sua nascita gli avrebbe
dischiuse le porte. Nel concetto dei più, Ermanno era uno spirito
superiore; ma, come il riconoscimento della più evidente superiorità
non è mai senza qualche riserva, che si risolve in fondo
nell'attribuire un'altra superiorità a sè stessi, gli eleganti
raccolti nel salotto della signora di Verdara aspettavano l'entrata di
Ermanno Raeli per coglierlo in fallo almeno nella scienza del mondo.

Essi furono disillusi completamente. La naturale riservatezza
dell'indole, il lungo soggiorno in paesi stranieri che da una parte la
aveva accresciuta, dandogli dall'altra la pratica delle forme,
facevano di Ermanno, in società, una personalità fuori del comune; con
una correttezza inappuntabile, egli si manteneva estraneo ad ogni
partito od influenza. Passato il primo momento di attesa; visto che
egli si presentava come ogni altro, che sosteneva fermamente gli
sguardi indagatori fissati su di lui, che non veniva a discorrere di
filosofia o di estetica in una adunanza di signore, ma che prestava un
eguale ascolto a tutto ciò che si diceva, mettendo di tratto in tratto
nel discorso una sua qualche frase sobria ed originale, i curiosi,
disingannati, lasciarono di osservarlo.

Anch'egli, in quel momento, ricuperava una relativa libertà di
spirito. Uscendo, il giorno della visita, dal Museo nazionale,
lasciata la contessa e la sua giovane amica, egli si era sentito in
preda a una profonda e indefinibile agitazione. In ogni stato
dell'animo, la coscienza è in ragione inversa della intensità; più
un'impressione è potente, meno si può rendersene conto. L'impressione
che quell'incontro, dapprima indifferente, aveva finito per produrre
in Ermanno, era stato troppo forte perchè egli potesse aver cognizione
di ciò che si operava in lui, e sceverare il timore dal piacere, lo
stupore dall'attesa... La sua mente non era occupata se non da
imagini: le figure supremamente graziose delle due donne con le quali
egli aveva passata un'ora di intellettuale intimità. Durante tutto il
tempo che era seguito, egli aveva rivissuta continuamente quell'ora,
con la stessa intensità della prima volta, e quelle imagini così
profondamente impresse avevano finito per obbiettivarsi, popolando, in
una specie di allucinazione, la solitudine del suo quartierino,
apparendo fra mezzo al verde un poco passato del suo giardino,
seguendolo nel suo studio e mettendoglisi innanzi a intrattenerlo con
muti sorrisi quando egli tentava di occuparsi. Una rivoluzione si era
operata dentro di lui, egli aveva trascorsi quei giorni in una specie
di fluttuazione ideale, incapace com'era a resistere o ad abbandonarsi
agl'impulsi di cui non si rendeva ragione. Quel pomeriggio stesso, era
stato inconsciamente, quasi automaticamente, che egli aveva ordinato
al cocchiere di dirigersi verso Porta Macqueda; egli non aveva per
nulla deciso di recarsi dalla contessa, si proponeva di voltare
indietro appena giunto dinanzi alla sua villa, o di passar oltre.
Com'era avvenuto dunque che dinanzi al cancello egli avesse fatto
fermare la carrozza?... Quando noi crediamo di essere più
indifferenti, e liberi di apprenderci a un partito piuttosto che
all'altro, cerchiamo dunque d'ingannarci da noi stessi, ed il nostro
partito è già preso irrevocabilmente? O nei momenti decisivi qualche
cosa sorge dal fondo dell'incosciente per sospingerci in una certa
via, come un'improvvisa corrente magnetica la quale sorga a
distogliere dalla sua naturale orientazione l'ago calamitato?... La
successione dei sentimenti, per Ermanno, era stata rapidissima. Appena
uscito dalla sua incertezza, appena messo piede a terra, una specie
d'ambascia erasi impadronita di lui, un terrore di andare incontro a
qualche cosa d'arcano, un pentimento della sua risoluzione, e una
tentazione imperiosa di tornare indietro. Se fosse stato possibile, se
il portiere non gli fosse venuto incontro cavandosi rispettosamente il
berretto, egli avrebbe obbedito a quella tentazione. Nitidamente, egli
aveva scorto il motivo della sua paura: la possibilità che in casa
della contessa si trovasse la signorina di Charmory. Fino a quel
momento, le figure delle due donne gli si erano presentate insieme al
ricordo, la sua attenzione si era portata, od aveva creduto portarsi
indifferentemente sull'una e sull'altra. Ora, uno sdoppiamento si
operava; poichè, sul punto di trovarsi in presenza della signora di
Verdara il suo spirito restava tranquillo; mentre la sola idea che la
signorina di Charmory potesse essere presso l'amica, lo gettava in un
turbamento profondo...

Prima di entrare nel salotto, la confusione delle sue idee era
pervenuta al massimo grado. Entrato, scorta la giovane straniera,
presentati i suoi saluti, l'agitazione si era venuta sedando per dar
luogo ad una sensazione sempre più profonda di sollievo, di benessere,
di confidenza, di serenità deliziosa. Quella sensazione si accresceva,
perveniva al suo massimo grado quando, sul tardi, andati via i
visitatori indifferenti, egli era rimasto solo con le due donne.
«Rieccoci dunque insieme i _touristes_ dell'altra volta!» aveva
esclamato, sorridendogli e prendendo fra le sue una mano dell'amica,
la contessa Rosalia. «Maxette deve ancora veder tutto di Palermo,»
riprese ella, «e la mia ignoranza mi atterrisce. Per fortuna, abbiamo
nel signor Raeli la più intelligente e la più amabile delle guide...»
Ermanno si era inclinato, ringraziando; ma la signora di Verdara
continuò: «Non creda che si sbarazzerà presto di noi! La sequestriamo
addirittura; non è vero, Maxette? La colpa è anche un po' sua; se non
fosse stato così compiacente, non sarremmo adesso tentate di abusare
di lei!» Allora, col suo leggiero accento straniero che era una grazia
di più, la signorina di Charmory aveva soggiunto: «Il signore è stato
veramente assai gentile...» Nell'ambiente grazioso e raccolto, accanto
alle due giovani che si tenevano per mano e gli dicevano delle cose
lusinghiere, Ermanno si difendeva debolmente contro la dolcezza
dell'ora. Il giorno tramontava; un cielo d'ametista si scorgeva
dall'alto delle finestre, che ad un ordine della contessa furono
chiuse, mentre le lampade dai cappucci rosei ed azzurri venivano
accese. L'aria d'intimità si faceva più grande e la conversazione
diveniva più espansiva. Ermanno proponeva alle due amabili
interlocutrici un itinerario di visite e di escursioni; ad ogni
allusione che faceva intorno alle antichità dell'arte, la contessa
chinava un poco il capo, vergognosamente, confessando la propria
ignoranza; mentre la signorina di Charmory dimostrava una perfetta
conoscenza del paese che era venuta a visitare. «Ha letto l'Amari?...
Ha letto il Di Marzo?...» le chiedeva Ermanno, ed ella rispondeva di
sì. La conversazione di lei era fatta, più che d'altro, di risposte;
ma non era evidentemente la timidità che la faceva tacere, che la
lasciava come assorta in un pensiero recondito. Ermanno si sorprendeva
invece di tratto in tratto a parlare con una facilità della quale si
stupiva pel primo. Dalle antichità di Palermo e della Sicilia, il
discorso era passato alle questioni dell'arte contemporanea, ed in
tutto la signorina di Charmory manifestava delle opinioni profonde,
che quasi sempre corrispondevano con le sue. Talvolta, egli sentiva di
essere d'un altro parere, e non era per lui un soggetto di minor
meraviglia l'accorgersi di sviluppare gli argomenti favorevoli alle
teorie contrarie alle proprie. Era l'antico dilettantismo critico che
rinasceva, la naturale disposizione ad ammettere tutto e a tutto
legittimare, o una conversione temporanea, compiutasi sotto l'impero
della seduzione che si esercitava su di lui?... Egli non aveva l'agio
di pensare a tutto questo, nel delizioso infiacchimento della volontà
che lo aveva guadagnato a poco a poco e che gli aveva impedito di
congedarsi malgrado l'avanzarsi dell'ora.

Prendendo parte alla conversazione, la contessa serviva il the ai suoi
amici, e ad un tratto sopravvenne Giulio di Verdara. «Ci sei
capitato!» esclamò, con un risolino, nello scorgere Ermanno; poi,
rivoltosi alla signorina Massimiliana: «È lei,» aggiunse, «che ha
avuta la virtù di _apprivoiser_ l'amico mio!» La contessa reclamava
allora la sua parte di merito. «In verità, ci siamo messe in due ad
abusare della sua cortesia!...» e come Ermanno cercava di protestare,
il conte lo interrompeva, dicendo che le sue proteste erano inutili:
non le credeva! Egli sviluppava questa teoria: che nel consorzio così
detto civile tutto è _posa_, tutto è _corvée_. Non era una _corvée_
quella della signorina di Charmory, di starlo a sentire? Non era una
_corvée_ quella di Ermanno, che avrebbe voluto essere a casa, a
scrivere un capitolo della sua storia dell'arte?.. Versato allora
sollecitamente il the in un'altra tazza, la contessa era venuta a
presentarla al marito: «E questa è la _corvée_ mia, di offrirti un the
che non meriti!...» Allora, rivolgendosi agli altri come per invocare
la loro testimonianza: «Vedete?» riprese immediatamente Giulio, «ecco
una decozione medicinale che si è convenuto di trovare deliziosa.
Bisogna sorbirla, perchè è _chic_. Quando io vi dicevo!...»

Un grazioso sorriso era spuntato sulle labbra abitualmente serie della
signorina di Charmory, e fu pel suo contagio, più che per la simpatia
di quella piccola scena tra marito e moglie, che Ermanno aveva sorriso
anch'egli. Ma, al rumore di una carrozza che si avvicinava e che
veniva ad arrestarsi dinanzi alla villa, fatto uno sforzo su di sè
stesso, egli si alzò. «Si salva?...» esclamava la contessa. «Ha
ragione! chissà quante ne sentirebbe!...» Poi, stringendogli la mano:
«Badi che io tengo a tutte le sue promesse...» E mentre Giulio di
Verdara insisteva nel suo scherzo, la signorina di Charmory stringeva
anch'essa un poco, con la sua mano guantata, la mano del giovane.



VI.


La prima impressione provata da Ermanno Raeli quando egli uscì dalla
villa del conte di Verdara, fu di stupore. Abituati gli occhi alla
luce delle lampade, aveva creduto che fosse già notte; invece l'ultimo
crepuscolo illuminava ancora il cielo. Sulle masse del verde che a
quell'ora pareva quasi nero, un chiaror d'oro faceva intravedere dei
vaghi contorni; i lumi erano già accesi e brillavano con fiamme larghe
e gialle: le stelle cominciavano a luccicare e una quiete grandiosa
regnava nel viale deserto. Camminando con gli sguardi all'alto,
Ermanno aveva appena cansata una carrozza chiusa che si muoveva al
passo dinanzi alla villa. In quel momento, egli sentiva nascere dentro
di sè una specie di lirico slancio, come se nell'aria dolce, nel cielo
purissimo, nelle masse quiete del verde qualche cosa cantasse. La muta
armonia del tramonto, dell'adorabile mistica ora in cui, come a lenti
giri, la luce sembra ascendere le cerule scale degli spazii infiniti,
si riecheggiava in lui; tutto l'essere suo vibrava come in
un'ebbrezza. Il ricordo dell'inquietudine, dell'angoscia per le quali
era passato, si dileguava, s'inabissava in quel muto incanto. Era
della figura, era della voce, era dello sguardo della signorina di
Charmory che egli si sentiva deliziosamente pieno; era come una
emanazione di lei che raddoppiava a quell'ora ogni sua facoltà vitale.
Lo spettacolo del tramonto si svolgeva nel cielo, ma nulla
rassomigliava al primo romper dell'alba quanto l'ultimo anelito del
giorno, ed il chiarore d'un'alba spirituale si accendeva adesso in
lui. Procedendo verso la città, egli fissava lo sguardo al cielo
orientale, che si tingeva ancora d'un fioco riverbero, come per la
promessa del nuovo giorno; e in quell'esteriore vicenda della luce e
dell'ombra egli vedeva un simbolo dell'intima vicenda della gioia e
della tristezza. Dopo l'agonia d'un tramonto e la nerezza fredda di
una lunga notte polare, tornava il sole ad investirlo dei suoi raggi.
Cercar di negarlo era adesso possibile?...

La confessione che noi spesso ci facciamo dell'incapacità a spiegare
quel che succede dentro di noi, non è quasi mai sincera; essa esprime
tutt'al più la volontà di riconoscere ciò che nel nostro intimo
sappiamo con la precisione più grande. In presenza di qualche cosa che
sul principio può non avere una spiegazione, l'imaginazione percorre
rapidamente tutta la serie dei possibili e sa ben presto a che cosa
tenersene. L'irresolutezza di Ermanno nei primi giorni, l'esitazione
ad attribuire alla contessa di Verdara od a Massimiliana il suo nuovo
turbamento, erano state _volute_; fin dal primo istante, fin da quando
la giovane straniera aveva mostrato di dividere il suo pensiero,
pronunziando il profondo verso di Menandro, egli s'era sentito
scuotere fino all'intime fibre, aveva sentito iniziarsi la misteriosa
operazione di cui adesso vedeva gli effetti, nell'esaltamento a cui
era in preda. Ed una domanda tornava con invasante frequenza al suo
spirito: come poteva ciò essere accaduto? Non era egli divenuto
tetragono alle seduzioni fallaci? non sapeva quel che esse costavano?
non aveva giurato a sè stesso di non ricadere mai più nell'abisso
antico?.. Ah! egli era che malgrado gli amari disinganni, malgrado la
mortale repressione, lo slancio dell'anima non era vinto; e come
prima, più di prima, dalla solitudine in cui l'aveva costretta, nella
rinunzia che le aveva imposta, essa anelava alla comunione... Dunque,
amava già egli la signorina di Charmory? Il sì veemente che stava per
salirgli alle labbra si spense prima d'esser formulato. In quello
stesso momento, una carrozza sopravvenente lo avanzava, e voltandosi a
guardarvi dentro egli aveva scorto, alla luce crepuscolare, il vago
profilo della giovanetta. Come una mera apparizione, essa si dileguava
verso la rumoreggiante città, dandogli la sensazione d'un distacco
fatale... E la città, il mondo, la folla aborrita afferrava anche lui,
gli rumoreggiava dintorno, pareva ricordargli che egli era sua
preda...

Quando egli fu arrivato a casa sua, l'esaltazione era caduta in un
grande sconforto. Ciò ch'egli sentiva, era di trovarsi in una
disposizione di spirito dalla quale sarebbe stato in suo potere il
passare alla passione, solo ch'egli avesse voluto; ma era appunto tale
volontà che egli si risolveva in quell'ora a non avere. In una rapida
intuizione, aveva misurata tutta la distanza che separava lui, vecchio
di spirito, sfiduciato, ammalato, da quella creatura gentile, all'alba
della vita, ignara degli abissi di miseria nei quali egli era caduto.
Egli sentiva di non poter dire: _io l'amo_; ma di poter dire
piuttosto: _io l'amerei_... In questa differenza grammaticale stava il
secreto di tutta la sua vita. Una condizione era posta alla sua
felicità: non avere avuta quella triste esperienza del mondo e di sè.
E come questo non ora possibile, egli non aveva il dritto di domandare
ciò di cui non era degno. Sedurre quella fanciulla, ottenerne l'amore
con la promessa del suo, sarebbe stata una profanazione, un crimine
inescusabile... Il cielo, nella sera saliente, si era fatto d'un
azzurro tenero, d'una sfumatura infinitamente delicata, e lo
scintillio degli astri era vivido e profondo. I fiori del suo piccolo
giardino profumavano la mite aura autunnale. Squisito come la tinta di
quel cielo, come il profumo di quei fiori, era il sogno che egli aveva
visto balenare un istante; ciò che la ragione comandava era che
restasse eternamente un sogno...

La risoluzione che Ermanno Raeli aveva presa quella sera domandava,
come principale condizione, che egli non vedesse la signorina di
Charmory. Invece, le promesse fatte alla contessa di Verdara, delle
quali questa aveva chiesto l'adempimento, lo misero di nuovo, fin da
qualche giorno dopo, in presenza di Massimiliana. Erano delle visite
alle chiese ed ai monumenti, escursioni a Monreale, a Solanto, per
tutti i dintorni più pittoreschi; delle lunghe trottate alle falde di
Monte Pellegrino, durante le quali l'intimità fra i varii componenti
della comitiva si stringeva naturalmente sempre di più. Le rare volte
che la viscontessa d'Archenval si sentiva un poco meglio, ella
prendeva parte a quelle gite, non abbandonando però quasi mai la sua
carrozza. Di poco maggiore della nipote, aveva un aspetto più
fanciullesco, a causa principalmente della malattia che l'aveva
avvizzita, accasciata e quasi rimpiccolita. Era di una magrezza
straordinaria; dei vuoti le si scavavano sotto gli occhi stanchi, le
mani erano ridotte d'una bianchezza e di una fragilità come di cera,
ed un brivido di freddo le serpeggiava sempre pel corpo, malgrado le
pelliccie ed i _plaids_ sotto ai quali si seppelliva, ed i soavi
tepori del sole siciliano. Il visconte, attirato dalla sua passione
per il giuoco, lasciava quasi sempre sole la moglie e la nipote, e
Giulio di Verdara accompagnava anche raramente la contessa. Egli
dichiarava di non comprendere nulla alle così dette bellezze
dell'arte, quantunque poi gli artisti nell'imbarazzo conoscessero per
prova la sua generosità. In tutto egli era così; sotto un sorriso
inalterabile, sotto le teorie graziosamente scettiche, nascondeva una
grande bontà, e se qualcuno credeva di prenderlo in contradizione,
scoprendo qualcuna delle sue buone azioni, egli rispondeva che anche
quelle erano delle _blagues_ e delle _corvées_.

Accanto alla signorina di Charmory i propositi di Ermanno si erano,
per via di continue transazioni, fiaccati. Fermo nel proposito di non
far nulla che potesse dimostrare alla giovanetta il sentimento destato
in lui, egli rimaneva estatico dinanzi alla sua grazia, alla sua
delicatezza, alla sua seduzione tutta spirituale, come di creatura
estranea al mondo sensibile. Col suo corpo esile, appena accennato
sotto le vesti severe, con la sua andatura un poco incerta, come di
sonnambula ignara del proprio cammino, ella pareva non aver presa
sulla terra. Nella conversazione, non si interessava agli avvenimenti
comuni della vita, a quei soggetti futili che formano il repertorio
quotidiano dei salotti; la sua parola era scelta e rara. E l'occhio si
perdeva continuamente dietro qualche cosa che ella soltanto poteva
vedere. Cosa strana, della quale non era possibile accorgersi sulle
prime: la signorina di Charmory non fissava mai i proprii sguardi su
quelli dei suoi interlocutori. Nel più vivo d'una conversazione, od
anche dinanzi ai più pittoreschi paesaggi, come quelli che le si
svolgevano dinanzi nelle sue corse per la Conca d'Oro, il suo sguardo
assumeva talvolta una fissità più grande; e argomenti di discussione o
accidenti di natura, tutto pareva sparisse per lei.

Ermanno si saturava del suo fascino sottile e misterioso; ora, la sua
risoluzione, sempre più indebolita, si era modificata: egli voleva
amare Massimiliana, d'un amore inconfessato, che doveva essere
tormento, ma anche delizia indicibile. Nel silenzio della campagna,
quando la piccola comitiva degli escursionisti sostava un poco, egli
porgeva l'orecchio ai deboli ed incerti rumori prodotti dall'aliare del
vento, dalla caduta delle ultime foglie, dal sommesso ronzìo
degl'insetti. Nella solitudine, come tutto taceva dentro di lui, egli
si chinava ad ascoltare il flebile concerto del germinante amore. Erano
delle voci fioche, sussurri indistinti, bisbigli carezzanti; era un
nome, sempre lo stesso, ripetuto pianissimo, ma incessantemente, con
una eguale intonazione di preghiera, di devozione, di umiltà, di
speranza... Allora, dinanzi alla visione d'un avvenire più lieto, tutta
la sua antica tristezza si ridestava, e il sentimento era così forte,
che egli sentiva come un'amarezza salirgli alla gola. Aveva avuta la
tentazione di scrivere dei versi su di ciò, e ideato già un
componimento che avrebbe dovuto intitolarsi _Il Calice_; ma non gli era
mai accaduto di apprezzare come allora la verità del giudizio che fa
dell'arte un esercizio di giuoco, un'attività fittizia incompatibile
con l'impeto delle impressioni reali. Così, quando la contessa di
Verdara gli ebbe chiesto di scrivere qualche verso nel suo album, egli
era stato nel più grande degl'imbarazzi. Farsi pregare gli sembrava
un'ostentazione; e da un'altra parte quel componimento che gli frullava
per il capo era troppo chiaro: una specie di confessione che tutti
avrebbero compresa. Poi, a tutto questo s'aggiungeva, più secreto e più
profondo, il sentimento del ridicolo che quello strano poeta trovava
nella poesia... Se gli uomini hanno un bisogno di elevazione, se tutto
ciò che esce dalla miseria di ogni giorno ha un prezzo ai loro occhi,
volentieri essi dileggiano coloro che conseguono le cose rare e che si
costituiscono una superiorità di eccezione. Il nome di poeta, suprema
ambizione dei cuori sensibili, finisce così per essere sinonimo di
stravagante, e l'ammirazione per chi ci procura dei momenti di puro
gaudio spirituale si complica d'un certo compatimento beffardo. È una
delle infinite contradizioni umane di cui pochi s'accorgono, ma che uno
spirito critico come quello di Ermanno doveva avvertire fino alla
sofferenza. Poeta, egli aveva quasi vergogna di sentirsi chiamare con
questo nome, si sentiva a disagio allo stesso modo che se si fosse
trovato un giorno per le vie vestito della bianca tunica dei secoli
antichi, con una cetra fra le mani e il capo incoronato d'alloro...
Alle cortesi insistenze della contessa, egli aveva finalmente risposto
adoperando un piccolo artifizio: finse d'aver voltato dal tedesco di
Steiblig--un nome di sua invenzione--quel sonetto del _Calice_ che
trascrisse nell'album della signora di Verdara firmandolo: Ermanno
Raeli, _traduttore_:

    Versato avea nel calice del cuore
    La vita ogni amarezza: il corrosivo
    Pianto, il Rimorso sordo accusatore,
    La Nostalgia d'un cielo fuggitivo.

    Ma come in uno strato inferiore
    A fiocco a fiocco sempre l'adustivo
    Fecciume scende, e il torbido liquore
    Riede col tempo al suo nitor nativo,

    Così del cuore il fiel pesantemente
    Si raccolse nel fondo inesplorato
    E ristagnò la calma vitrescente.

    Or d'uno sguardo la potenza sola
    I recessi del cuore ha penetrato
    E il gusto amaro mi ritorna in gola...

Malgrado il suo stratagemma, egli temeva sempre che l'allusione fosse
afferrata; ma finì col rassicurarsi completamente. Giulio di Verdara
gli aveva risparmiate le sue osservazioni, e la contessa pareva tanto
caduta nell'inganno, che lo aveva cortesemente rimproverato di non
avergli dato dei versi originali. Anche la signorina di Charmory li
aveva letti; ma nulla faceva sospettare ch'ella avesse afferrato il
vero senso di quelle parole. Il suo spirito sembrava sempre assente
dalla circostante realtà; e, quanto ai suoi rapporti con Ermanno
Raeli, Massimiliana non cercava nè sfuggiva la sua conversazione;
quando s'impegnava, questa non era nè brillante nè varia; non verteva
su fatti, ma sopra idee. Nella eleganza mondana d'un salotto alla
moda, la giovane straniera metteva ancora un contrasto; la sua grazia
pareva austera nella futilità dell'ambiente, ed ella era come un poco
isolata da tutti. In questa specie di impenetrabilità, Ermanno aveva
finito per fondare un pericoloso sofisma. Se egli era per la signorina
di Charmory un indifferente, una conoscenza come tutte le altre, che
ragione di temere avrebbe egli avuta?.. Egli non si diceva che
quell'indifferenza ora considerata compiacentemente, avrebbe potuto
presto o tardi formare nel suo intimo un soggetto di disperazione; che
tutti i suoi voti sarebbero stati perchè si dissipasse; egli non
voleva pensare all'avvenire; non domandava altro che l'estasi di quei
giorni durasse. La voce profonda diceva di troncare sul nascere ogni
speranza, di sottrarsi ad ogni lusinga; e talvolta egli si chiudeva
per qualche giorno nella sua solitudine, cercava di riprendere le
occupazioni di un tempo; ma tutto gli pareva ora inutile e vuoto. Con
uno di quei rapidi voltafaccia così naturali in lui, non gli sembrava
più possibile di vivere se non nell'intimità di altri esseri; ed era
un affetto fraterno che lo aveva legato ai Verdara, come se fra essi
gustasse per la prima volta, dopo la morte dei suoi, le gioie serene
della famiglia.

Ma passare accanto a Massimiliana di Charmory in mezzo alla folla, e
non accorgersi di nessuno, non sospettare neanche le altre esistenze;
essere tutto all'incanto di una comunione spirituale, col vivo
sentimento che essa avrebbe formato il più puro profumo della
ricordanza: era una di quelle cose che lo riconciliavano con la vita.
Questo, anche meno, gli bastava. Solo, lontano da lei, il ricordarla,
il ricostruire tutte le frasi che ella aveva pronunziate, il
raffigurarsela in tutti gli atteggiamenti che aveva presi, il chiudere
gli occhi e pensare soltanto: «Ella esiste,» lo manteneva in uno stato
di beatitudine, di fiducia così salda, che egli si sentiva diventato
veramente un altr'uomo.



VII.


All'occhio d'un osservatore superficiale, nulla trapelava della
inclinazione che Ermanno Raeli sentiva ogni giorno più grande per la
signorina di Charmory; le persone che il cambiamento operatosi nella
sua vita impressionava, avrebbero potuto egualmente sospettare che le
sue assiduità fossero rivolte alla contessa di Verdara. E poichè il
supremo disinteresse e l'interesse supremo tolgono egualmente
l'opportunità della percezione, la contessa si era del tutto illusa
sul conto dei sentimenti di Ermanno. Egli è che, malgrado la sua
resistenza, ella aveva finito per amarlo...

Col suo spirito vivace, critico e polemista--se questa parola vale a
definire la speciale qualità che consiste nel non arrendersi mai, nel
trovar sempre qualche argomento o qualche partito per rispondere o per
ripiegarsi--pronta a cogliere i contrarii aspetti delle cose e dal
loro contrasto a farsene un equo concetto, Rosalia di Verdara era
naturalmente difesa contro i colpi di testa, gli esaltamenti, le prime
impressioni e le esagerazioni di ogni sorta. Se a questo si aggiunga
un sentimento vivissimo dei proprii doveri e una sincera gratitudine
per la costante fiducia dimostratale dal marito, si comprenderà
facilmente come ella non potesse esser tentata dalle seduzioni che si
erano un tempo spiegate contro di lei. Poi a tutto questo si era
aggiunta una reputazione di scetticismo, di indifferenza, di
impermeabilità, che aveva ancor essa contribuito a difenderla. In
questa situazione di spirito, la prima impressione destatale da
Ermanno era stata una specie di curiosità dinanzi a quella singolare
figura di asceta giovane e distinto, di filosofo elegante, di
siciliano mezzo tedesco, senza accento nella pronunzia e senza
risoluzione nella vita. Quel tipo offriva molti lati alla critica
mordace della contessa, ne offriva perfino troppi; ora, quando si
trovano nello stesso tempo troppe cose capaci di fare impressione, vi
è una grande probabilità perchè nessuna di esse ne faccia. Era quello
che accadeva a Rosalia di Verdara. Ermanno Raeli era troppo curioso,
usciva troppo dall'ordinario, perchè ella gli applicasse il suo
ordinario sistema d'esame e si potrebbe dire di decomposizione.
Rimaneva stupita. La serietà di Ermanno spegneva il suo riso; la
tristezza che leggeva in lui disturbava la sua serenità. Tutto ciò
finiva per contrariarla. Sul principio, aveva potuto sospettare un
momento che Ermanno rappresentasse; ma presto aveva riconosciuta tutta
l'assurdità di un simile sospetto. Da ogni suo atto, da ogni sua
parola, non traspariva forse in lui una grande, un'assoluta sincerità;
una sincerità che volentieri si sarebbe chiamata ingenua? Dalla
stupefazione alla contrarietà, il sentimento della contessa aveva già
fatto un passo, tanto più pericoloso quanto meno apparente. L'avrebbe
egli dunque vinta su di lei? Non si sarebbe mai detto! E si era data
ad attaccarlo. Aveva già perduta la padronanza di sè. I suoi piccoli
attacchi si spuntavano contro la superiorità di Ermanno. Di questa
superiorità, Rosalia si accorgeva ogni giorno di più; ella si
accorgeva della bontà del cuore, della elevatezza della mente, della
nobiltà dei sentimenti di colui che ella considerava come un naturale
avversario. Un avversario molto strano, intanto; che la ricercava, che
pareva dimenticare in presenza di lei la sua malinconia, che
trascurava le sue ordinarie abitudini, che si riconciliava, dal
momento che l'aveva conosciuta, con quel mondo dal quale pareva avesse
fatto divorzio. Che quella trasformazione fosse opera propria? Ed i
versi del _Calice_ erano venuti in buon punto a confermarla nella
propria lusinga:

    Or d'uno sguardo la potenza sola
    I recessi del cuore ha penetrato
    E il gusto amaro mi ritorna in gola...

Ella non aveva creduto un solo momento alla traduzione dallo Steiblig;
aveva subito compreso che quella era una confessione personale, di cui
aveva riconosciuto in sè stessa l'oggetto. Ed erano dei sorrisi
interiori che fiorivano in lei, una compiacenza intima in cui si
cullava all'idea di avere addomesticato quel mezzo selvaggio,
facendolo ricredere, aggiogandolo al proprio carro come un trofeo di
vittoria... Intanto, ella si lasciava andare al piacere di quella
intimità, godeva di tutti i vantaggi d'un'amicizia come quella di
Ermanno, si abituava al suo modo di pensare; a poco a poco,
inavvertitamente, lasciava che si operasse in se stessa quella
metamorfosi che aveva ideato di promuovere in lui.

La lusinga della contessa era tanto più verosimile, in quanto che, se
Ermanno non faceva nulla per dimostrare alla signorina di Charmory ciò
ch'egli sentiva, questa si rivelava, nella intimità da cui era legata
a Rosalia, sempre più estranea ad ogni interesse mondano. La sua
malinconia, la sua riservatezza si erano fatte, a misura che il suo
soggiorno in Sicilia si prolungava, più grandi; tanto grandi che i
primi allarmi si erano destati nella contessa, col timore che quella
crescente freddezza potesse dipendere da un principio di gelosia. Ma
portata così ad osservare da vicino l'amica e la famiglia di lei, ella
era ben presto arrivata a domandarsi piuttosto se qualche cosa di
intimo, di secreto non si nascondesse fra quelle persone, sotto la
disinvoltura ammanierata del visconte, la lenta agonia della moglie e
la precoce e crescente tristezza di Massimiliana. Durante il suo
soggiorno di Parigi, ella non aveva osservato nulla di simile. Certo,
Massimiliana non era mai stata molto vivace; rimasta orfana e povera
abbastanza tardi per misurare la profondità della propria disgrazia,
raccolta da quello zio che credeva d'aver fatto tutto per lei quando
l'aveva assicurata contro le difficoltà materiali dell'esistenza in
cambio della libertà che la reciproca compagnia delle due donne gli
consentiva; diventata in un certo modo infermiera della viscontessa,
la cui salute cagionevole era fin da quel tempo alterata dai
dispiaceri che il marito col giuoco, il padre con la galanteria, le
procuravano, Massimiliana non aveva molti argomenti di gaiezza nel
proprio animo e nell'ambiente in cui viveva. Ma dalla serietà di quel
tempo, alla tetraggine che ora di tratto in tratto sorprendeva nei
suoi lineamenti quasi disfatti, la distanza era molta. Più la contessa
studiava quella famiglia, più le sue vaghe apprensioni crescevano.
Talvolta, ella avrebbe voluto parlare a suo marito degli stranieri
dell'_Hôtel des Palmes_, dirle i suoi sospetti, sentire ciò che egli
stesso ne pensava; ma dacchè l'imagine di Ermanno Raeli le stava
sempre dinanzi, qualche cosa le faceva morire sul labbro le confidenze
che era sul punto di fare al marito. Ella non aveva certamente nulla
da rimproverarsi, nè un atto, nè una parola, e non pensava alla
possibilità che fra lei ed Ermanno vi fosse altro che quella affinità
inconfessata, ma infinitamente dolce nella sua purezza. Ella non aveva
amato d'amore il conte Giulio; glie l'avevano dato, ella lo aveva
trovato avvenente nella sua figura di giovane militare in ritiro,
malgrado alcune ciocche di capelli grigi sulle tempie, che
dimostravano però come egli avesse vissuto e gli davano un'altra
attrattiva. I loro caratteri allegri sopra un fondo di bontà si erano
convenuti; da persone di spirito, non avevano domandato di più. La
vita era trascorsa per loro facile e lieta, in una mutua libertà
consentita dalla profonda fiducia reciproca. Di quella fiducia, la
contessa contava bene di esser sempre degna. La coscienza della sua
propria forza, l'esperienza della nobiltà d'animo di Ermanno, per cui
l'amicizia era sacra, non le facevano nutrire nessuna preoccupazione
per l'avvenire. Ciò che ella domandava, era che il giovane le stesse
vicino, che si chiamassero col soave nome di amici, che fossero l'uno
per l'altro quella specie di giudice invisibile, di genio tutelare,
sempre presente nella coscienza e la tacita approvazione del quale si
sollecita in tutti gli atti della vita, nei più importanti come nei
più minuti... Le donne sono maestre in questa specie di accomodamenti,
che permettono loro di abbandonarsi alle dolcezze del sentimento senza
credere di mancare al proprio dovere; ma la contessa Rosalia aveva uno
spirito troppo acuto per non sentire, dentro di sè, la sostanziale
incompatibilità fra quelle tendenze. Era per questo che ella, malgrado
volesse persuadersi di non far nulla di male, aveva perduta l'antica
serenità dinanzi al marito, con una soggezione crescente che metteva
una freddezza nei suoi rapporti con lui.

Da parte di Giulio di Verdara, nulla v'era di mutato nelle sue
relazioni con la moglie; ed egli pareva tanto meno essersi accorto dei
nuovi sentimenti nati nell'animo di lei, che spesso egli era il primo
a parlarle di Ermanno Raeli con quel tono di leggiero _persiflage_
sotto al quale soleva nascondere tutti i suoi affetti e tutte le sue
opinioni. Fu dunque senza nessuna istigazione da parte della contessa,
e quando il pensiero di lei si era già distolto dagli stranieri
dell'_Hôtel des Palmes_, che Giulio di Verdara, tornando una sera dal
circolo, rivelò a sua moglie una circostanza per cui si risvegliarono
in lei gli antichi sospetti. «Che giuoco disperato!» aveva cominciato
per esclamare il conte, ancora sotto la impressione di ciò che aveva
visto. Nel giro di poche ore, d'Archenval aveva perduta e vinta una
fortuna, e si era finalmente alzato dal suo posto con una perdita
netta di quaranta mila lire... «Il suo sangue freddo,» soggiungeva
Giulio di Verdara, «finisce per far male, specialmente quando si
pensa...» Ma si era ad un tratto arrestato, con uno scrupolo di
propagare una notizia riguardante l'onore d'un uomo al quale stringeva
ogni giorno la mano. La curiosità della contessa si era intanto
svegliata, ed allo sguardo interrogativo che aveva rivolto al marito,
questi aveva ripreso: «A te, infine, posso dir tutto: il visconte non
s'è ancora messo in regola con gli ultimi suoi debiti. Stasera ho
sentito qualcuno che già comincia a mormorare...» Rosalia di Verdara
ascoltava con attenzione quella confidenza che le dava la conferma
delle irregolarità sospettate. Se quelle estremità a cui il visconte
si riduceva spiegavano il dolore della signora d'Archenval, in che
modo potevano determinare la cupa tristezza di Massimiliana? E perchè
il padre della viscontessa non veniva a mettere con l'autorità sua un
riparo alla rovina del genero?.. Ella teneva per sè tutte quelle
domande: «E non pagherà?..» chiese soltanto al marito, perchè egli
continuasse a manifestarle ciò che pensava. «Ma....» riprese il conte,
con delle nuove reticenze, «io non so se debbo dirti... Ecco: l'altro
ieri mi ha chiesto in prestito, per qualche giorno, una somma... Non
ho saputo dir di no. Voleva firmarmi delle cambiali; dice che ha
telegrafato a suo suocero. Pare che questo suo suocero invisibile
rappresenti una specie di divina provvidenza...» Dopo qualche momento
di silenzio, la contessa esclamò: «È una famiglia un poco strana,»
riassumendo con quella parola il proprio pensiero. Il conte, che
passeggiava per la stanza, soggiunse: «Lo credo anch'io... E forse non
arriveremo a spiegarla. D'Archenval ha espresso l'intenzione di
lasciar la Sicilia.» Dopo una piccola pausa, si fermò, e guardando sua
moglie quasi per studiare l'effetto che le sue parole avrebbero
prodotto in lei, continuò: «La partenza di Massimiliana lascerà, come
si dice, un vuoto!...» La contessa, che quell'annunzio non lasciava
indifferente, rispose: «Oh, certo; io le voglio molto bene, povera
Maxette...» Ma il conte non le aveva dato il tempo di finire: «Non
parlo di te!..» A quelle parole, che suo marito aveva pronunziate con
una intonazione scherzosa, la contessa aveva alzato gli occhi su di
lui. Repentinamente, un'inquietudine era sorta in lei; una
inquietudine nel primo momento assai vaga, ma crescente con tale
rapidità, che finiva per darle la sensazione d'una stretta al cuore.
Ciò che ella ora temeva, era d'indovinare l'allusione di Giulio; ma
l'ipotesi le era parsa così assurda, così repugnante, che con voce
calma, quasi indifferente, ella gli domandò: «Di chi parli
dunque?..»--«Ma di Raeli, per bacco!..»

Indifferente in apparenza, il conte si era accorto da un pezzo della
simpatia di sua moglie per l'amico; ma se da una parte la stima che
aveva per Rosalia e dall'altra la fatta scoperta dell'amore di Ermanno
per Massimiliana, lo assicuravano contro ogni pericolo, egli metteva
ora una specie di piacere un poco cattivo nel togliere alla donna ogni
più lontana illusione. Era la prima volta che sua moglie gli aveva
dato ragione di sospettare, e l'idea del pericolo lo aveva sul
principio turbato un istante. Non aveva mostrato il suo turbamento
come non mostrava nessun altro moto dell'animo; ma per una reazione
frequente, la sicurezza riacquistata non lo faceva indulgente verso
l'oggetto della passata preoccupazione. «Non hai tu visto come guarda
Massimiliana?» diceva; «ci vuol poco a capire che si è messo in testa
di esserne innamorato! E i tipi di quel genere non si smontano
facilmente...» Con una mano afferrata al bracciuolo della poltrona,
con l'altra strettamente increspata fino a conficcarsi le unghie nella
palma, la contessa faceva degli sforzi su di sè stessa per non gridare
al marito: «Taci!.. Tu non sai quel che dici!... È un'assurdità...» ma
il conte proseguiva, scherzosamente impassibile: «Quando la vede, gli
ridono gli occhi. O perchè avrebbe mutato gusti, genere di vita? Non
ti sei accorta di nulla? Ma l'ha perfino scritto sul tuo album...
Tutti dicono che finirà per domandarla in moglie...»--«Taci!... Non
vedi che mi fai male?...» avrebbe ora voluto gridargli la contessa
Rosalia, subitamente ridotta a riconoscere la verosimiglianza di ciò
che quello asseriva; ella doveva invece frenarsi, nascondere il
tumulto che le si scatenava nell'anima e che le preparava una notte
d'angoscia... Era dunque vero? Ella non si era accorta che Ermanno
Raeli amava la signorina di Charmory? Fino a che punto si era dunque
lasciata prendere, se si era così grossolanamente ingannata? Era vero,
sì... ella ricordava ora mille piccoli particolari, mille indizii
minuti, il tono con cui Ermanno aveva detto una parola, la vivacità
con la quale aveva difesa un'opinione di Massimiliana, l'irrequietezza
manifestata quando non l'aveva trovata da lei--da lei che si era
creduta l'oggetto di quelle attenzioni... Era vero; ma ella si
ostinava a non crederlo, cercava di negare ogni valore a quei sintomi
sui quali l'opinione di suo marito si era fondata, di persuadersi che
Ermanno era troppo serio, troppo freddo, troppo superiore per
innamorarsi così, di punto in bianco... Ed ella non si accorgeva
neppure che quell'argomento si ritorceva contro di lei, che era
egualmente inverosimile, per la stessa ragione, ch'egli amasse lei. A
quella conclusione della fredda logica dinanzi alla quale bisognava
che ella sacrificasse il suo sentimento egoistico, ella si acquetava
più volentieri, per la specie di consolazione negativa che almeno le
procurava: Ermanno non amava lei, ma non amava neppur l'altra;
entrambe erano eguali... Allora, l'angoscia della contessa si faceva
nuovamente più viva: no, non erano eguali! come avrebbe ella potuto
lottare con Massimiliana? Ella era la moglie d'un altro; ella non
poteva dargli ciò che non era più suo; amarlo era un delitto! Suo
marito era un amico di lui; i più atroci rimorsi avrebbero funestato
in entrambi ogni possibile gioia. Invece, Massimiliana...--ma,
arrivata ad ammettere che niente avrebbe potuto opporsi alla felicità
di quei due, un sordo dispetto le invadeva l'anima: ella non voleva
che quella felicità si compisse!... Non era lei la stessa donna che,
prima, quando la gelosia non le era entrata nell'anima, aveva
rifiutato di pensare che i suoi rapporti con Ermanno avrebbero potuto
modificarsi? Non si era ella proposto di combattere la tentazione, di
non aver mai nulla da rimproverarsi? Bisognava dunque che la virtù e
la colpa non avessero nulla di meritorio o di riprovevole, che fossero
il risultato di circostanze felici o disgraziate, se ora, perduta la
sicurezza che il cuore di Ermanno fosse suo, ella intravedeva la
possibilità di passar sopra ad ogni ostacolo per acquistarlo?...
Fuggire dunque con lui, abbandonar la sua casa, fargli tradire
l'amico, tradire ella stessa: ecco ciò che avrebbe potuto... Non erano
più forti, più allettatrici, più potenti le voluttà che ella poteva
dargli, a petto delle ingenuità d'una passione da collegiali, come
quella che Massimiliana poteva solo promettergli?... Poi ancora il
corso dei suoi pensieri prendeva un'altra piega: ella si domandava che
cosa aveva a temere da Massimiliana, così indifferente a tutto, così
piena d'uno sconforto che si leggeva negli sguardi sdegnosi di
fissarsi su qualcuno o su qualche cosa? Era probabile che ella
rispondesse all'amore di Ermanno, il giorno che egli lo avrebbe
manifestato? E quell'esistenza enimmatica della sua famiglia, la
condotta del visconte, quella partenza improvvisa, non erano
altrettante ragioni che dovevano rassicurarla?... Poi ancora ella
dubitava di tutto, la sua fiducia svaniva, una specie di delirio
s'impadroniva di lei durante quella notte insonne e agitata. Le sue
idee si confondevano, le imagini perdevano la loro chiarezza;
assopitasi un istante, un terror vago, come fra tenebre minacciose, la
risvegliava di scatto... Col nuovo giorno, la sua decisione fu presa:
ella stessa avrebbe fatto in modo da apprendere la verità, da
strappare ad Ermanno una confessione. Come? Non lo sapeva ancora;
sapeva soltanto che quell'incertezza era la morte.



VIII.


Era già arrivata la novena di Natale, e il tempo si manteneva d'una
serenità e d'una mitezza primaverili. Nei giardini d'aranci della
Conca d'Oro, tra il verde cupo del fogliame quasi metallico, i frutti
cominciavano ad occhieggiar gaiamente; e lungo le vie, attorno alle
nicchie delle imagini sacre, se ne vedevano dei festoni, delle
ghirlande artisticamente disposti. La melodia lenta e dolce della
cornamusa risuonava da tutte le parti, come ripercossa dall'eco, nelle
case più umili, nei chiassuoli, lungo le strade, e metteva tutto
intorno una festività ridente e composta, diceva le gioie della pace,
la poesia del focolare.

Fuggendo la baraonda cittadina, con un bisogno di concentrazione nel
movimento, Ermanno Raeli se ne andava a cavallo per la campagna, ora
slanciandosi al trotto, ora proseguendo al passo secondo l'umore del
suo svelto ed elegante animale o le folate dei proprii pensieri. Egli
non sapeva quale via tenesse; non vedeva nulla dinanzi a sè, con lo
sguardo fisso lontanamente, ad una visione gentile.... Gentile, sì,
era il termine che le conveniva. Gentile era la serietà del suo
spirito, gentile era l'espressione dei suoi lineamenti, gentile era in
ogni suo atto, in ogni sua parola.... Così lontano da lei, con la sola
sua imagine spiritualizzata dinanzi, egli si sentiva colmato d'una
felicità interiore, d'un gaudio muto ed intraducibile. L'aria odorosa
che respirava, il tepido sole che lo riscaldava, il verde e l'azzurro
che sorridevano, tutto gli dava un profondo benessere... Da qualche
tempo, restando accanto a lei, sfiorando la sua veste, respirando
l'impercettibile profumo che emanava dalla sua persona, fissando il
movimento delle sue labbra mentre ella parlava, egli si sentiva, suo
malgrado, vinto da un indefinibile turbamento. Il profumo carnale del
suo guanto, ch'egli aveva una volta raccolto, gli aveva procurato una
specie di vertigine, un'ebbrezza così dolorosa, che aveva creduto di
svenire...

Egli è che per Ermanno Raeli la signorina di Charmory era una pura
Idea, armoniosa, impersonale ed intangibile; era lo stesso amore con
tutto ciò che esso ha di immacolatamente spirituale. In lei, egli non
aveva potuto vedere la donna. Ella passava, come un soffio; si pensa
forse ad afferrare qualche cosa d'alato e d'incorporeo?... Un incontro
rarissimo delle disposizioni del proprio spirito con le circostanze
esteriori, aveva dato a questo sentimento di ideale idolatria una
forza straordinaria. Ciò che egli conosceva fin là dell'amore, era
l'intollerabile. Dalla prima profanazione fredda e brutale, ma almeno
spoglia d'ogni illusione, all'esperienza della menzogna che come un
corrosivo aveva profondamente intaccato il suo cuore, e alla febbrile
compiacenza nel vizio che aveva finito di amareggiarlo, egli non aveva
visto che uno spettacolo di degradazione continua. Uscito da quella
miseria, egli s'era fatto estraneo al mondo, attingendo nel disgusto
del ricordo e nell'inclinazione alla vita speculativa la forza di
resistenza contro ogni nuova tentazione. Ma ciò ch'egli domandava,
nell'intimità impenetrabile della propria coscienza, con tutto il
fervore della sua contenuta aspirazione, e disperando di raggiungerla
mai, era sempre l'indissolubile unione degli spiriti, l'intelligenza e
la rispondenza delle anime. Ciò che gli bisognava era di comprendere e
di esser compreso da un'altra creatura, di vivere in uno scambio di
pensieri, di idee, di sentimenti, tutta la vita più intima dello
spirito e del cuore, con la parola e con lo sguardo, in una confidenza
assoluta. E subitamente la vista della signorina di Charmory gli aveva
rivelato che quella felicità era possibile. Sì, egli lo riconosceva,
lo diceva quasi materialmente, a mezze labbra, durante quella
passeggiata mattinale, nel cospetto del più clemente cielo: egli amava
Massimiliana, perchè ella era come l'aveva sognata; l'aveva amata
unicamente fin dal primo momento che l'aveva vista ed ascoltata;
intanto che ella aveva parlato, una voce interiore gli aveva detto:
_Eccola!_... Quello che avrebbe dovuto fare, sarebbe stato questo:
prenderla per mano, e andar via, dritto innanzi, cogli occhi al cielo
dal quale ella scendeva... A sua volta, lo amava ella? Formidabile
quistione, che egli non poteva risolvere perchè non osava
approfondirla. Ella era veramente per lui qualche cosa di misterioso,
di sacro: toccare un lembo della sua veste, la punta d'un suo dito,
gli sarebbe parso un sacrilegio. Con la sua espressione
nostalgicamente estranea al mondo circostante, con la sua figura
vaporosamente leggiera, ella aveva dato forma al suo sogno, lo aveva
prolungato nella realtà. Egli si era risvegliato il giorno in cui
aveva incominciato a intravedere, dietro la spirituale figura, la
creatura umana...

Ermanno Raeli aveva un bell'essersi trasformato, la vita esteriore
aveva ben potuto riprenderlo: il pensiero analitico restava sempre il
modo principale della sua attività. E con un'angoscia crescente egli
aveva visto rideterminarsi l'antica incompatibile dualità della sua
natura, in presenza d'una sollecitazione così potente come quella alla
quale egli si trovava ora esposto. Amando la signorina di Charmory,
egli si sentiva struggere di tenerezza all'idea della sua solitudine,
della mancanza d'un grande affetto che invigilasse costantemente su di
lei, della sua stessa lontananza dalla patria, dal cielo che l'aveva
vista nascere, dagli uomini che parlavano il suo stesso linguaggio.
Darle tutto, esserle tutto: patria, famiglia, tutela; guidarla ed
esserne guidato nello instabile mar della vita: quale superbo
miraggio! Esso si dissipava, sempre, non appena contemplato un
istante. La visione dei suoi antichi amori gli si ripresentava allo
spirito con una precisione invasante, e dall'intimo essere suo saliva
una muta ribellione contro la possibilità di vedere l'imagine di lei
al posto delle altre, contro l'assimilazione di quell'amore agli
antichi... Sotto l'impero di una violenta disillusione, egli aveva
negato fede all'ideale, aveva creduto unicamente all'impeto cieco
degl'istinti primitivi, aveva dissipate le ricchezze della fibra nelle
stupide orgie; ma come i dannati baudeleriani, per l'operazione di un
mistero vendicatore, egli anelava ora ai più alti cieli spirituali.
L'idea della carezza fisica era per lui insoffribile; ciò che egli non
poteva ammettere, era la macchia al liliale candore, l'offesa alla
purezza della fronte adorata. Per questo egli tremava in presenza di
lei, non osava guardare all'avvenire e si era quasi ridotto a
fuggirla. Egli si faceva sdegno e ribrezzo, tutta la propria persona
gli pareva attaccata da una lebbra mostruosa ed insanabile; non che
fare un passo per accostarsi alla gente, egli doveva aver la virtù di
condannarsi ad un isolamento perpetuo...

A poco a poco, ed a misura che la serie dei tristi pensieri si
svolgeva, un'espressione di abbattimento scacciava in lui la serenità
di poco prima. Il suo cavallo, scuotendo la testa fine ed
intelligente, si cercava oramai da sè la sua via. Tutto al turbamento
che gli guadagnava l'animo, Ermanno si domandava perchè non aveva
conosciuto prima la signorina di Charmory, quando egli non era ancora
precipitato in fondo a quell'abisso; o perchè, essendovisi oramai
ridotto, aveva dovuto conoscerla; e come nessuna voce in lui
rispondeva a quel disperato dilemma, egli alzò un poco gli occhi al
cielo. Esso era sempre d'un azzurro senza macchia; ma in alto, allo
zenith, fissandolo intensamente, l'azzurro diventava quasi nero, come
se non potesse vincere l'eterna notte regnante negli spazii. Era una
nerezza egualmente intensa che, nei sostrati del proprio pensiero,
oltre alle seducenti e superficiali parvenze, Ermanno aveva scorto; e
durante quella paurosa contemplazione, l'attività psichica s'era
spenta in lui... Un rumore lontano, ancora sordo, lo ricondusse alla
coscienza di sè. Era presso alla piccola borgata di Pallavicino; le
due masse imponenti di Monte Pellegrino e del Castellaccio, con il
prolungamento del Monolfi e del Gallo, si facevano fronte lasciando
fra di loro una piccola valle gaia di verde. Per la via, passavano dei
carri; e dei contadini, con l'ereditario rispetto verso i signori, si
cavavano il berretto, incontrandolo. Ma come egli s'accorse d'una
carrozza che s'avvicinava da Palermo, si ricompose subito, strinse le
redini con mano salda e si rizzò sulla sella nell'attitudine di una
persona tutta intenta a guidare pei buoni passi il proprio cavallo.
Egli non voleva che dei curiosi, che degli indifferenti,
sorprendessero la sua preoccupazione; il possibile incontro di visi
conosciuti lo turbava anticipatamente, e più la subitanea e istintiva
previsione di trovarsi dinanzi a _lei_... Rapidamente avvicinatasi con
un insistente schioccar della frusta, la carrozza si arrestò a pochi
passi da Ermanno. Il sangue aveva dato a questi un tuffo violento
nello scorgere Giulio di Verdara che guidava il legno, dove stavano la
contessa e le sue amiche dell'_Hôtel des Palmes_... «Buona
passeggiata!» gli gridava il conte, salutandolo con la mano, «Saresti
per caso in servizio di avanscoperta?...»--«Perchè?...» domandò il
giovane che si era accostato alla carrozza, col cappello in mano, e
salutava le signore. «Esploravi tutt'intorno come per sorprendere il
nemico!...»--«E noi la facciamo prigioniero!...» aggiunse la contessa,
invitandolo ad accompagnarli e rimproverandolo amabilmente per la sua
lunga assenza, della quale egli si scusava con pretesti mediocri.

Ermanno si era messo a cavalcare dalla parte della viscontessa
d'Archenval, alla quale, nelle poche volte che l'aveva incontrata,
aveva dimostrata una simpatica premura. Le sue sofferenze, i rapporti
che passavano fra lei e Massimiliana, gliela facevano considerare con
raddoppiato interesse; e come la viscontessa aveva una volta
dichiarata la sua passione per i fiori, egli gliene aveva mandato
spesso interi canestri. La signora d'Archenval ricambiava cordialmente
la sua simpatia, ed in quel momento stesso lo ringraziava, col sorriso
un po' triste d'inferma, dei suoi doni gentili. Ermanno fissava di
tratto in tratto lo sguardo sulla signorina di Charmory, che gli stava
di fronte. Ella spariva sotto un mantello-veste di panno grigio con
striscie di _petit gris_, e girava un'occhiata distratte per il
paesaggio. La viscontessa, sepolta fra le pelliccie e i _plaids_ su
cui teneva dei mazzi di fiori campestri, aveva le magre guancie
soffuse d'un leggero incarnato e respirava con le labbra un poco
dischiuse, battendo spesso le palpebre. La sua figura disfatta formava
uno strano contrasto accanto alla contessa Rosalia, che portava un
mantello di lontra foderato di raso rosso e un cappello a barca di
feltro muschio, e che, piena di salute e di vivacità, era quasi sola a
mantenere, dal suo posto, la conversazione con Ermanno, come
consentivano il moto della carrozza e del cavallo.

Sfoggiando tutte le risorse del suo spirito, ella faceva uno sforzo
dentro di sè perchè nessuno si accorgesse dell'agitazione dalla quale
si sentiva dominata. Dopo una lunga e vana attesa, ella si vedeva
finalmente Ermanno d'accanto; ma in condizioni tali che il porre ad
effetto il proprio disegno non era possibile. Cercava nondimeno di
trarre profitto della circostanza per osservare il contegno di lui in
presenza di Massimiliana; ma nulla poteva in quel momento rivelarle
ciò che ella aveva paura di scoprire. Ermanno guardava la signorina di
Charmory come le altre sue vicine, ma pareva più presto occupato del
suo cavallo, il quale, in vicinanza del legno, scuoteva la testa,
recalcitrava, e non si chetava un poco se non quando il cavaliere
prendeva ad accarezzarlo con la mano e a parlargli quasi all'orecchio.

Vi era una specie di amor proprio che consigliava alla contessa di
spiegare tutta la sua più elegante disinvoltura dinanzi ad Ermanno,
quasi perchè egli potesse, notandola, apprezzare il contrasto col
mutismo triste di Massimiliana. Dall'alto del cocchio, facendo
schioccare continuamente la sua frusta, Giulio di Verdara entrava da
parte sua, con qualche rapida esclamazione, a pigliar parte alla
conversazione. Come la carrozza fu giunta in vicinanza delle prime
case di Pallavicino, moderò la sua corsa e vedendo che il cavallo di
Ermanno ricominciava ad imbizzirsi: «Facciamo una cosa!» disse
all'amico: «Lascialo montare a me, tu salirai in carrozza.»

Intanto che il conte ed Ermanno scendevano, il primo da cassetta,
lasciando le redini al _groom_, e il secondo da cavallo, Rosalia di
Verdara aveva chiesto alla signora d'Archenval se si fidava di fare
due passi. «Mi proverò!..» aveva risposto la viscontessa, che il moto
e l'aria dolce avevano animata, e le amiche erano anch'esse discese
dal legno, di cui Ermanno aveva dischiuso lo sportello. Intanto che
Giulio di Verdara si spingeva innanzi, al trotto del cavallo
completamente rassicurato, la piccola comitiva si era messa in
cammino, seguita a breve distanza dalla carrozza vuota. La contessa
dava il braccio alla signora d'Archenval, e Massimiliana ed Ermanno si
tenevano al loro fianco; ma ben tosto, per la lentezza con la quale la
sofferente era costretta ad incedere, i due giovani si erano trovati
inavvertitamente un poco innanzi. Tutta avvolta, nel suo mantello, con
le braccia e le mani nascoste dentro di esso, la signorina di Charmory
si perdeva fra quei larghi contorni e solo il suo profilo purissimo si
disegnava sotto la _toque_ d'una tinta scura. Restando solo per la
prima volta con lei, una trepidazione crescente si era impadronita di
Ermanno. Nel mentre qualche cosa di armonioso vibrava nell'animo suo
all'imprevedibile fortuna di quell'incontro, egli avrebbe voluto esser
lontano, tanto dolorosa finiva per essere l'emozione cagionatagli
dalla vicinanza di Massimiliana. Poi, che cosa dirle, se non il
sentimento che gli divampava dentro; di che cosa parlarle, se non
dell'amor suo? Ma, al tempo stesso che egli si confermava nel
proposito di non far nulla per dimostrarle ciò che provava, egli
pensava alla difficoltà di trovar parole con le quali tradurre la
propria emozione, con le quali dire a Massimiliana l'angosciosa
delizia che la sua presenza gli procurava, l'esclusiva passione di cui
egli era pieno. La stessa ipotesi d'una dichiarazione, d'una formula
convenzionale da recitare, gli pareva inammissibile; e in quel
tormento di sentirsi pieno d'un'idea e di non volerla e di non poterla
esprimere, fu con voce velata dall'imbarazzo che, voltandosi indietro:
«Povera signora!» egli disse, fermandosi un poco a guardare la
viscontessa e la sua amica: «È sempre molto sofferente...»--«Sì,»
rispose la signorina di Charmory; «che martirio non vederla sollevarsi
mai...» E l'accento col quale ella parlava di quella fatale malattia
era anch'esso stanco, quasi depresso e così _estraneo_ alla realtà che
Ermanno sentiva sedarsi a poco per volta la sua inquietudine. «Il
clima di Sicilia non le ha dunque giovato?»--«Quasi nulla. Sono dei
miglioramenti passeggeri, seguiti da sùbite ricadute.... Del resto,»
aggiunse Massimiliana, con un accento di sfiducia, «che cosa può fare
un'aria mite o un tepido sole?...» Ed aveva guardato un momento un
mendicante, avvolto in miserabili cenci, cogli occhi luccicanti dalla
febbre, che in quel punto della via, abbandonato sopra un mucchio di
sassi, tendeva un braccio scarno e tremante ai passanti. Ermanno gli
si era avvicinato, mettendogli in mano una moneta. «Certo, si soffre
dovunque...» aveva detto, tornando a fianco della sua compagna. «Vi
sono grandi miserie!...» soggiunse la signorina di Charmory, e un
piccolo brivido come di freddo le era passato pel corpo.

Essi erano giunti dinnanzi alle prime case della borgatella; le
contadine, ferme sugli usci, guardavano curiosamente la coppia; e una
di esse, spingendo col gomito una compagna per richiamarne
l'attenzione, aveva esclamato con tutta l'espressiva efficacia del
dialetto: «Come è bella l'Inglese!...» Ermanno aveva visto l'atto e
udite le parole. Vi era una grande lusinga per lui in quell'ingenuo
giudizio, una intima lusinga che si traduceva nell'espressione ridente
dello sguardo; e voltandosi a guardare Massimiliana, egli disse: «Ha
sentito, signorina?... La prendono per una Inglese...» Massimiliana di
Charmory sorrise lievemente. «Tutti gli stranieri sono Inglesi per
questa buona gente!...» In quel punto, gli occhi le erano andati sopra
un altarino scavato nel rustico muro che chiudeva un podere, e tutto
ornato di frasche e di aranci, su cui erano sparsi dei piccoli fiocchi
di candida bambagia. «Guardi,» diss'ella, arrestandosi un momento lì
dinnanzi. «Che cosa significa?..» Ermanno, che aveva scorto quei
fiocchi bianchi, oggetto dell'attenzione della sua compagna, rispose:
«È per ricordare la neve caduta durante la notte del Natale...» Egli
aveva pronunziate quelle parole con un leggiero turbamento. Conosceva
da ragazzo l'uso tradizionale che in un paese dove l'inverno è una
continua primavera, vuol ricordare intorno all'imagine del Salvatore
l'ostilità degli elementi in mezzo alla quale egli venne al mondo; ma
tutte le volte che scorgeva quel simbolo--e ciò non gli accadeva più
da anni--non sapeva frenare uno slancio di tenera dolcezza, di
commossa simpatia. «Come è gentile!...» esclamò la signorina di
Charmory; ed era una commozione eguale alla sua che egli sentiva
nell'accento di Massimiliana, che vedeva negli sguardi lucenti coi
quali ella fissava l'imagine sacra. «È una nostalgia del cielo
settentrionale, dei paesaggi nevosi, dalla terra sepolta sotto bianchi
lenzuoli che si prova dinanzi a questo simbolo...» ed improvvisamente
egli aveva cessato di parlare, pensando a sua madre, al paese lontano
ove ella era nata, le cui nebulose visioni gli aveva trasmesse col
sangue; pensando all'altro lontano paese che aveva visto nascere
l'Eletta, verso il quale egli avrebbe tanto voluto avviarsi, al suo
fianco... «È vero, la nostalgia del cielo settentrionale...» aveva
detto la signorina di Charmory, e nel ripetere le stesse parole
pronunciate da Ermanno, i suoi sguardi si erano incontrati con quelli
di lui. Subitamente, anche la voce della fanciulla si era spenta.
Tacquero, ma comunicando con lo stesso pensiero, vinti entrambi da uno
smarrimento ineffabile, dal quale l'avvicinarsi più rapido della
carrozza li trasse bruscamente...

Scorgendo dei sintomi di stanchezza nella signora d'Archenval, Rosalia
di Verdara l'aveva fatta subito risalire in carrozza per raggiungere i
due giovani lontani. Una sorda gelosia le era nata in cuore nel
seguire le due figure di Massimiliana e di Ermanno procedenti l'uno a
fianco dell'altra. Che cosa potevano dirsi? Se ella avesse potuto
lasciar lì, in mezzo alla via, la viscontessa, raggiungerli senza
esserne scorta e sorprendere lo loro parole!... Era però arrivata
abbastanza a tempo per notare quella confusione degli sguardi che
segue un rapido scambio di pensieri come l'agitazione delle onde dopo
un colpo di vento, per scorgere l'imbarazzo dei due giovani ancora
sotto l'impressione della loro muta intelligenza.

Come la carrozza s'era fermata, Ermanno aveva aperto lo sportello,
offrendo la mano nuda alla signorina di Charmory per aiutarla a
salire. Dopo un attimo di esitazione, ella vi aveva appoggiata la sua
mano nuda; e come Giulio di Verdara, sopravvenuto di carriera,
smontava e passava le redini a Ermanno, questi si congedava dalle
signore e partiva al galoppo.



IX.


Aveva bisogno di correre, di fuggire, preso da una paura
intollerabile, non fidandosi di sostenere un istante di più la vista
di Massimiliana, temendo che nel prolungarsi di quell'incontro tutto
sarebbe stato detto fra loro. Che cosa era dunque avvenuto? Nulla: uno
sguardo, la ripetizione di una parola, un silenzio, un turbamento...
nulla; ma le loro anime si erano intese; in quell'istante, egli aveva
avuto il sentimento di penetrare nel pensiero di Massimiliana, di
occuparlo tutto di sè, di essere unito a lei così intimamente come non
era possibile più... Come era avvenuto?.. Egli ricostruiva la scena,
rapidamente, dall'incontro con la carrozza di Giulio fino alla sosta
dinanzi al rustico altare, e ciò che sopra tutto lo colpiva era la
semplicità dell'avvenimento, la facilità con cui in pochi minuti i
suoi rapporti con la signorina di Charmory avevano fatto un passo che
per tanto tempo egli aveva creduto impossibile. Naturalmente, senza
nessuna sollecitazione da parte sua, qualche cosa era successo che
metteva fra loro come una intesa, che nessun altro sapeva e che non si
sarebbe potuto dimenticare. Già quando egli aveva offerto l'appoggio
della propria mano alla fanciulla, ella era stata un momento esitante;
poi s'era decisa ad appoggiarvisi: una piccola cosa, senza dubbio; ma
la prima volta che l'aveva incontrata, al Museo, ella non glie l'aveva
accordata; e non erano forse le piccole cose che egli poteva gustare,
incapace come era a guardare in faccia ad una più grande felicità?..
No, egli non si fidava di affrettare una spiegazione finale, non aveva
il coraggio di pensare al poi, a quel che sarebbe accaduto di loro
quando non avrebbero avuto più nulla da dirsi... e intanto egli
cercava nella propria mano l'inpercettibile traccia lasciatavi da
quella di Massimiliana, e sferzava il proprio cavallo con una ebbrezza
crescente... Egli l'amava! l'amava! e avrebbe voluto che il tempo non
scorresse più, e che quell'istante di purissima gioia, di emozione
ineffabile, quell'unico istante in cui il miraggio, la parvenza,
l'illusione secretamente nutrita cominciavano a prendere consistenza,
a rivelarsi possibili, si arrestasse, prolungandosi eternamente... La
stagione dell'anno che al suo spirito complicato più sorrideva, non
era la primavera, la fioritura pomposa di cui egli sentiva la
caducità, l'esplosione della vita in cui i germi letali già operavano
la loro sinistra bisogna; erano i giorni che il primissimo verde
metteva i suoi tenui ricami sul primo fresco celeste. Quell'incanto
era scevro d'ogni amaro miscuglio; uscendo dalla bruma assiderata, non
restava luogo nel cuore che alla sicura speranza, e la visione del
tramonto si perdeva dietro a quella delle lunghe promesse. Di quella
stagione spirituale egli aveva ora l'annunzio, ma come dinanzi al
prestigioso conseguimento, per opera di qualche potenza
soprannaturale, di un voto pazzo di grandezza e di felicità, il
trepido smarrimento era in lui più forte del gaudio... Che fare, che
dire, quale contegno assumere, in che modo esternare ciò che egli
stesso non riusciva a definirsi?.. Ogni ragionamento era abolito, egli
non aveva l'agio di riflettere; sentiva solo la necessità di isolarsi,
quasi di fuggire quell'emozione che egli portava con sè, e che durava
oltre quell'ora. Ma, lontano da Massimiliana, scomparso il pericolo di
dover prendere una risoluzione, lo spirito restava libero di
contemplare e di sognare. Ora egli non si arrestava agli ostacoli
prima temuti, si sentiva come purificato dall'attenzione della
fanciulla, come fatto più degno, e non più solo, non più libero di
guidarsi a proprio talento. Aveva egli il diritto d'infrangere la
delicata catena che stava per legarli reciprocamente? Fin quando egli
era stato solo a spasimare, aveva potuto fare di sè tutto lo strazio
possibile, ma se anche Massimiliana avrebbe adesso sofferto con lui?..

Egli era ancora sotto l'impero di questi sentimenti quando,
ricordatosi, alcuni giorni dopo, dei cortesi rimproveri della
contessa, si recò a visitarla. Trovarsi in sua presenza, gli procurava
sempre un sereno piacere; la contessa era la sola amica, quasi una
sorella di Massimiliana; era, in certo modo, qualche cosa di _lei_.

Vedendo entrare Ermanno nel suo _boudoir_, la signora di Verdara aveva
leggermente sussultato; ma, scambiati i saluti, la sua conversazione
con un'amica che le stava vicina aveva ripreso con una vivacità più
grande. Ella parlava continuamente, saltando da uno ad un altro
soggetto, rivolgendosi poco verso il giovane, prodigando un _cara_
continuo alla sua compagna, come per indurla a non andar via. Sul
punto di trovarsi da sola a solo con lui, il coraggio l'abbandonava.
Nei giorni trascorsi dall'ultimo incontro, ella aveva molto pensato ed
ogni lusinga era caduta per lei. L'imbarazzo sorpreso fra i due
giovani quand'ella li aveva raggiunti, la fuga di Ermanno, lo sguardo
col quale Massimiliana lo aveva un poco seguito, l'espressione di
profondo raccoglimento che le si era dipinta sul viso, non le
permettevano più di dubitare che i due giovani si amassero. Eppure,
ella aveva aspettato ansiosamente, volendo avere da lui stesso la
conferma delle sue apprensioni, volendo sapere fino a che punto
fossero giunti... ma nell'ora d'affrontare la prova, una strana
esitazione s'impadroniva di lei; avrebbe voluto differirla, si
persuadeva che erano preferibili le beate illusioni alla crudele
certezza... Con una stretta al cuore ella vide quindi alzarsi l'amica,
che accompagnò fino all'anticamera. Però, quel momento di solitudine
era bastato a farle riacquistare la padronanza di sè stessa;
guardatasi un istante allo specchio, aveva gettata indietro la testa,
irrigidendosi contro il pericolo; e rientrata nel salotto dove Ermanno
l'aspettava in piedi: «Dunque?...» esclamò, con una espressione
indefinibile, abbandonandosi un poco sul divano e fissando un
enimmatico sguardo sul giovane. «Eccomi venuto a fare onorevole
ammenda!» rispose questi, inchinandosi. «Ho meritato i suoi
rimproveri; sia così generosa da perdonarmi...»

La contessa aveva un poco socchiusi gli occhi, immobile nell'angolo
del divano, facendo soltanto girare col pollice l'anellino passato al
dito più piccolo. Poi, scossa un poco la testa: «No, non la
rimprovero,» disse, «non ne avrei il diritto... tanto più che lei, lo
so bene, preferisce la solitudine, i suoi studii... E trovo, dopo
tutto, che ha ben ragione! Questo mondo dal quale siamo circondati non
vale il più piccolo dei sacrifizii che noi gli facciamo...» Suo
malgrado, un tono leggermente amaro dava a quelle parole un secondo
senso; però, nel timore di lasciarsi scorgere, ella accoglieva adesso
con un sorriso più franco il laborioso complimento che Ermanno veniva
svolgendo: «Il mondo astrattamente preso, sì; ma lei converrà meco
nell'ammettere che il mondo collettivo risulta di tanti piccoli mondi
presi insieme, in qualcuno dei quali noi possiamo trovare il nostro
proprio simile, vuol dire chi divide le nostre idee, i nostri gusti,
le nostre tendenze...»--«Un'astronomia morale, allora?» interruppe la
contessa, sorridendo. «Con questo,» replicò Ermanno, «che non
occorrono telescopii; le scoperte si fanno ad occhio nudo...»

La signora di Verdara chinò il capo, in atto che poteva parere di
adesione a quel modo di vedere, un ringraziamento pel complimento che
vi si racchiudeva, o anche il desiderio di mutar discorso. Ella
sentiva che era molto più difficile di quanto non avesse pensato il
disporre le cose in modo da strappare una confessione ad Ermanno; ma
tale difficoltà l'agguerriva, le faceva sostenere con la consueta
sicurezza i rischi di quella conversazione. «A parte questa
comunicazione... interplanetaria,» riprese, disponendosi meglio nel
suo soffice cantuccio, «il così detto consorzio civile non lo seduce
punto?»--«Poco, per lo meno...» rispose l'altro, ma aggiungendo tosto,
come una protesta: «Io non vorrei, intanto, che lei mi credesse un
fatuo...» La contessa Rosalia fece dei segni di denegazione.
«Bisognerebbe non conoscerla... Un tempo, viaggiò?..»--«E tornai
completamente ricreduto sul conto di questa specie di distrazioni. Ho
finito, guardi, per farmi una filosofia mia propria: trovo che il più
saggio è di lasciarsi vivere, senza volontà...»--«È già averne una il
non volerne avere...»

La contessa tacque un istante, quasi per godere della momentanea
superiorità che la sua puntata le dava. Ermanno, inchinatosi, aveva
detto, con un discreto sorriso: «Toccato!» trovando in quelle parole
dell'amica un'allusione al proprio stato d'animo, alla dolcezza di cui
si sentiva pieno, intanto che con un'ipocrisia della quale si
rimproverava secretamente, parlava d'indifferenza e di rassegnazione...
«Ha visto i d'Archenval?» chiese ad un tratto la contessa, fissandolo.
«No, dall'altro giorno che siamo stati insieme.»--«Povera viscontessa!»
esclamò la signora di Verdara, guardandosi una mano e riprendendo a far
girare l'anellino. «Come fossero poche le sue sofferenze, bisognava che
suo marito le desse sempre nuovi motivi di dolore...» Ermanno, il cui
interesse era tutto concentrato sugli stranieri dell'_Hôtel des
Palmes_, chiese allora con una certa vivacità: «In che modo?..»

Troppo preoccupata per trovare da sè un artifizio da indurre il
giovane a rivelare i proprii sentimenti, la contessa Rosalia si era
ricordata a tempo della conversazione avuta col marito. Non era stato
all'annunzio della probabile partenza del visconte, che Giulio le
aveva fatto nascere i primi dubbii, nella previsione del dolore che la
lontananza di Massimiliana avrebbe prodotto in Ermanno? Questa dunque
era la riprova migliore e più semplice: all'annunzio di quella
partenza Ermanno non avrebbe saputo più padroneggiarsi... Ma, a misura
che il momento di mettere in atto il suo disegno si avvicinava, ella
sentiva rinascere più forte il proprio imbarazzo. Era la repugnanza di
fingere, era la paura di sentire un'amara conferma, era sopra tutto
l'intuizione del tormento che avrebbe inflitto ad Ermanno. Egli stava
lì, presso di lei, pieno di confidenza, in una intimità dolce,
aprendole il proprio pensiero, dandole la prova desiderata di
apprezzare la sua amicizia sopra ogni altra; ed ella, freddamente,
studiatamente, si sarebbe servita di mezzi inquisitorii per
strappargli il suo secreto? L'amore non era dunque principalmente,
prima di tutto, tutela della persona amata, cura gelosa di
risparmiarla, sacrifizio del proprio interesse all'interesse altrui?..
Poi, che cosa sperava ella? che cosa poteva dargli ed ottenere da
lui?.. Quante volte non si era fatta disperatamente quella domanda! La
coscienza della perduta sua libertà, degli ostacoli materiali e morali
attraverso ai quali avrebbe dovuto passare, si faceva in quel momento
più viva; ma, nello stesso tempo, con la certezza della propria
inferiorità dinnanzi a Massimiliana, rinasceva la sua gelosia,
cadevano i suoi scrupoli, si dissipava la sua ingenua fiducia nella
possibilità della sincera amicizia fra l'uomo e la donna...
Risolutamente ella quindi rispose: «Il visconte fa un giuoco
d'inferno... Ha perduto finora qualche cosa come ottantamila lire, e
non ha pagato i suoi debiti...»

Ermanno s'era lasciato sfuggire un moto di stupore. Egli sapeva che
d'Archenval era un giuocatore appassionato; non sospettava però che
fosse arrivato fino a quel punto, e i vincoli che univano Massimiliana
al visconte erano troppo stretti, perchè egli non fosse dolorosamente
colpito da quella notizia. «Non ha pagato!..» ripetè; ma, dopo una
breve reticenza, aggiunse prontamente: «Il visconte è un gentiluomo;
farà onore alla sua parola!»--«Certo!» riprese la contessa; «nessuno ne
dubita; ma la perdita non è indifferente e se crescesse... Credo che,
per questo, i nostri amici lasceranno presto Palermo...»--«Lasceranno
Palermo?...» E le due parole gli erano sfuggite, rapidissime, in un
sussulto istintivo di tutta la persona, mentre con le mani contratte
egli stringeva il suo cappello fin quasi a piegarlo...

La contessa, che aveva pronunziata l'ultima frase lentamente, quasi
tremando, ma studiando, senza averne l'aria, l'espressione di Ermanno,
aggiunse con uno stento più grande dopo l'atto sfuggitogli: «Credo anzi
che sia una decisione già presa...» Era uno stupore doloroso, una
fissità esterrefatta nello sguardo, una sospensione del respiro sulle
labbra semiaperte, che si scorgevano in Ermanno; era la conferma
fatale, era la certezza che il suo pensiero, il suo cuore, tutto
l'essere suo dipendeva oramai da Massimiliana, che la sua vita era
indissolubilmente legata a quella di lei, che nulla, null'altro
esisteva per lui... Rosalia di Verdara aveva sentito tutto il sangue
affluirle con violenza al cuore, le mani aggelarlesi; ed il suo proprio
dolore si raddoppiava col rimorso, con la compassione per l'angoscia
infinita che infliggeva ad Ermanno. «Le rincresce?..» trovò ancora la
forza di aggiungere, stringendo una mano con l'altra. E come egli
restava muto, anelante: «È dunque vero... che ama Massimiliana?...»

Era stata lei a dirlo per la prima! Passandosi automaticamente una
mano sulla fronte, Ermanno si era finalmente scosso, dicendo, come in
sogno, a frasi spezzate e lente: «Oh! signora contessa... Io non lo
credevo ancora... cercavo d'illudermi... non volevo crederlo!.. Ma
l'idea di perderla... Io le ho mentito, guardi, affermandole poc'anzi
di non sperare più nulla, di non aver volontà... Io non potrei, io non
posso più vivere senza di lei!...» Egli era stupito del suono della
sua voce fattasi a poco a poco animata, con la strana sensazione di
uno sdoppiamento interiore, come se l'uomo che parlava a quel modo,
che rivelava finalmente la sua passione, che la precisava con parole
irrevocabili, non fosse e non potesse essere quello stesso che
ascoltava quelle parole. Egli non possedeva più la poca libertà di
spirito che la sua natura gli consentiva, era spinto incosciamente da
una forza tanto più potente quanto più a lungo compressa; non poteva
scorgere la decomposizione che si era fatta nei lineamenti della donna
a misura che egli era venuto confessando tutto quel che aveva
nell'animo...

E il tormento della contessa era diventato ineffabile. Ella si vedeva
dinanzi colui che aveva fatto battere più forte il suo cuore, l'uomo
che ella aveva amato, in secreto, come un essere superiore; quell'uomo
era chinato verso di lei, con un'espressione supremamente
appassionata, nello sguardo, nella voce; dalle sue labbra uscivano
parole infiammate... e quelle parole, il fuoco di quella passione,
erano per un'altra; egli dichiarava a lei, che era vissuta della sua
vita, di non poter vivere senza quell'altra... Era uno spasimo così
acuto, che finiva per diventare una specie di voluttà, era una
compiacenza ammalata che ella sentiva nascere dentro di sè, di vuotare
fino in fondo l'amaro _calice_, di misurare tutta la profondità della
propria disperazione... «Dunque...» riprese, con voce che si studiava
invano di parer ferma, ma il cui tremito sfuggiva all'uomo troppo
occupato di sè, «dunque, non le ha detto ancora nulla?..»--«Come avrei
potuto?» riprese allora Ermanno, rapidamente, quasi ansioso di dir
tutto e presto, «come avrei potuto, se io stesso non volevo credere a
me stesso? se io non mi credevo degno di lei? se io non ardivo neppure
sognare che ella si fosse accorta di me?...»--«E invece?» insisteva la
contessa, col feroce bisogno di torturarsi. «Io non so... non posso
sapere che cosa pensi di me la signorina di Charmory... So questo...
che il pensiero di perderla...»--«Perchè non la sposa?»

Era ancor lei che formulava per la prima quella conclusione imposta
dalla logica delle cose; ella ancora che preveniva il pensiero di
Ermanno!... A misura che ascoltava la confessione di lui, che le si
faceva manifesta l'intensità di quell'amore, ella si sentiva divenire
estranea a lui, vedeva abolirsi ogni più ipotetico diritto sull'uomo
che amava. Egli non poteva vivere senza la signorina di Charmory,
Massimiliana era perfettamente libera di sè; in nome di che cosa
poteva ella dunque opporsi alla loro felicità? Tutti i ragionamenti
suggeriti dall'amor proprio, tutti i sofismi sostenuti dall'egoismo,
cadevano dinanzi a quella persuasione; ella non poteva esser più nulla
per Ermanno; era scartata, messa in disparte, annichilita; ma, nel
tempo che riconosceva la ragionevolezza di tutto ciò, ella aveva la
sensazione d'un peso enorme che gravasse sul suo cuore e che lo
stritolasse, lentissimamente...

«Perchè.... infatti....» rispondeva frattanto Ermanno, cercando le
parole, «perchè io non ho la forza, il coraggio necessario a parlare,
a risolvermi, a credere in me stesso... ma perchè sento pure che se
ogni speranza dovesse essermi tolta, io non so che cosa avverrebbe di
me...» Un fosco lampo si era acceso nel suo sguardo, mentre egli si
prendeva la fronte in una mano. «Mi perdoni, signora contessa!..»
riprese dopo un istante, «mi perdoni se io non mi sono saputo frenare,
se le ho parlato troppo di me... È che la mia esistenza è molto
triste! che ho sofferto tanto! che non ho nessuno a cui confidarmi!..»
Rosalia di Verdara aveva sentito passarsi un brivido di commozione per
tutto il corpo, intanto che l'altro, con voce rotta, le diceva tutta
la solitudine della sua vita, i suoi precoci dolori, le lotte del suo
spirito ammalato, la sfiducia da cui si era sentito sempre più
vincere, fino al desiderio di sparire, di rientrare nel nulla; e il
raggio di speranza che era ad un tratto brillato, il nuovo soffio di
vita che gli aveva allargato ad un tratto il petto oppresso, quando
aveva cominciato a conoscere la signorina di Charmory. La commozione
della contessa si faceva amaramente tenera; ella vedeva che
quell'amore era necessario ad Ermanno come la luce, come l'aria, e che
sarebbe stato ucciderlo il contrariarlo. Chi poteva dunque volere il
suo male?.. Era il suo diritto di vivere, di esser felice dopo una
miseria spirituale la cui esistenza ella non sospettava neppure, la
cui rivelazione erale causa di un turbamento profondo. Tutta presa
dalla pietà, la gran leva del cuore muliebre, ella sentiva spegnersi,
soffocarsi, estinguersi la voce che reclamava per lei--in nome del suo
amore trascurato, neppure scorto, e colpevole, ed impossibile--con un
bisogno crescente di devozione e di sacrifizio, rassegnata all'idea
della felicità di lui per opera d'un'altra, ma volendo contribuire al
suo conseguimento perchè quello era anche l'unico modo di attaccarsi
ad Ermanno, di partecipare alla sua vita, di aver qualche dritto su
lui... «L'idea di doverla perdere» continuava il giovane, nella foga
della sua confessione, «la possibilità della sua partenza, non mi
s'affacciava allo spirito; io vivevo nella tranquilla sicurezza di
essere presso di lei, contento di poterla vedere, di poterle parlare,
quando avessi voluto... Ed ella parte! ed io non so, mio Dio!...» Come
egli s'interrompeva, riprendendosi la testa nella mano: «Io non credo»
disse la contessa, con voce ferma, «che lei sia indifferente a
Massimiliana...» Facendosi allora più vicino alla sua compagna,
pendendo dalle sue labbra, nell'attesa d'una confidenza fattale dalla
fanciulla: «Come lo sa?» chiese egli, vivacemente. «Me ne sono
accorta...»--«Oh! signora contessa!..»

Con un gesto appassionato, Ermanno le aveva preso una mano. Egli la
stringeva con la stessa forza del naufrago che s'afferra ad una
tavola, in mezzo al mare. Non era ella la sola amica, la sorella di
Massimiliana? Era una sorella anche per lui; per la prima, si era a
lei confidato... Egli non pensava più alla stranezza della situazione,
non sapeva più come aveva trovata la risoluzione necessaria a parlare;
o meglio, lo sapeva fin troppo, nel pericolo ancora soprastantegli di
perdere Massimiliana... Egli sapeva però che bisognava uscire da quel
limbo d'angoscia, e che per uscire da quel limbo un soccorso impensato
gli s'offeriva... «Oh! signora contessa... lei che le vuol bene come
una sorella, vorrà domandarle se è vero?... dirle tutto quello che io
non saprei... che non potrei dirle ancora io stesso?...»

Nella penombra del salottino, la contessa aveva chiuso gli occhi,
abbandonando la sua mano nella mano calda e fremente di Ermanno. Ad un
tratto, l'aveva svincolata, alzandosi. «Sì... vedrò... alla prima
occasione...»

Egli non si era accorto del suo pallore mortale, del tremito delle sue
labbra; non si era neanche accorto che lo congedava. Mentre la
contessa cercava istintivamente un appoggio con una mano, egli le
stringeva ancora l'altra, dicendo confuse parole di fervida
gratitudine e di trepida speranza.



X.


Il quartiere occupato dalla famiglia d'Archenval all'_Hôtel des
Palmes_ si componeva di quattro stanze: le camere della viscontessa e
della signorina di Charmory, contigue; un salotto intermedio che
serviva anche di stanza da pranzo, e la camera del visconte, dal lato
opposto. L'ammalata si levava tardi, quando il sole era già alto, e
intorno al tocco passava nel salotto, tutte le volte che se ne sentiva
la forza, per la colezione. Erano delle sedute per lo più silenziose;
la viscontessa reggeva di rado alla fatica di una conversazione; suo
marito aveva sempre un'ansia febbrile di far presto e d'uscire; e
quanto a Massimiliana, il suo spirito vagava lontano, ella tornava
presto alla solitudine della sua camera, dove nulla veniva a
disturbare il suo bisogno di raccoglimento, o scendeva nella serra,
con un libro in mano, nelle ore in cui il luogo era deserto.
Un'intesa, del resto, pareva esser corsa fra gli altri per rispettare
la volontà della giovanetta, ed era soltanto quando il male della
viscontessa si faceva più grave, che Massimiliana restava a lungo
accanto alla zia, compiendo, con una abnegazione assoluta, il suo
pietoso ufficio di suora di carità.

A questa enimmatica condizione di cose pensava la contessa Rosalia di
Verdara, intanto che la sua carrozza, alcuni giorni dopo la visita di
Ermanno Raeli, la trasportava verso l'_Hôtel des Palmes_. Che cosa
andava ella a farvi? Un sorriso fra d'incredulità e di rassegnazione,
di scetticismo e di pietà le si disegnava sulle labbra mentre ella si
rivolgeva quella domanda. Come stranamente il suo martirio si compiva!
Toccava a lei, a lei stessa, di apprestarne lo strumento... Ella non
era stramazzata a terra, quando Ermanno l'aveva lasciata; non aveva
smarrito i sensi o la ragione, non aveva gridato o pianto: era rimasta
immobile, cogli occhi fissi nell'ombra saliente, con l'unica
sensazione di un vuoto immenso fattosele intorno, di una solitudine
sconfinata in mezzo alla quale era da quel tempo in poi condannata ad
aggirarsi... finchè suo marito era sopravvenuto, a infliggerle i suoi
insoffribili scherzi per quel romantico amore dell'oscurità... Ella
viveva da quel giorno in uno stordimento così completo, da non trovare
la forza di ribellarsi alla parte che si era richiesta da lei--che lei
stessa aveva pensato di assumersi. Ella andava ora a compirla,
trovando infine che non v'era nulla che non fosse giusto... Non era
lei quasi una sorella di Massimiliana? Non era lei la sola _amica_ a
cui Ermanno avesse fatto la confidenza dell'amor suo? Era giusto,
infine, che ella favorisse gli amori dei due giovani! che contribuisse
ad affrettare la loro felicità!.. era quasi il suo dovere, se era una
sorella, una _amica_!.. aveva quasi avuto torto a non offrirsi prima
ella stessa!.. Il suo muto sorriso si faceva più amaro, gli occhi
arrossiti le si gonfiavano un poco... Era giusto! Poteva ella aver
nulla contro Massimiliana? Era un furto quello che la signorina di
Charmory commetteva verso di lei, se il cuore di Ermanno non era, non
era mai stato suo?.. Ella non aveva nessun diritto su di nessuno;
potevano aver bisogno di lei in quei primi momenti, perchè riuscissero
a intendersi; nessuno se ne sarebbe poi curato...

Degli istinti di ribellione, a momenti, le facevano corruscare lo
sguardo, deridere il suo buon movimento, stupido come tutti i buoni
movimenti; poi, vinta dalla ingrata realtà, si lasciava andare alla
forza della corrente. Essi si sarebbero intesi senza di lei; un amore
come quello di Ermanno avrebbe presto o tardi trionfato di ogni
esitazione; quale ostacolo avrebbe potuto frapporsi?.. Quale?.. E lo
spirito della contessa si perdeva dietro a strane induzioni, ad
ipotesi assurde, dinnanzi all'enimma che le era parso d'intravedere
nell'esistenza di Massimiliana. A quell'ora, la malattia della
viscontessa, la lontananza di suo padre, la sregolata condotta del
visconte e sopra tutto la misteriosa tristezza della fanciulla, la
freddezza osservata nei suoi rapporti coi parenti: tutto prendeva per
lei una più profonda significazione. Su quei sintomi, ella imaginava
non sapeva ella stessa quali difficoltà, che complicazioni, dalle
quali i voti di Ermanno avrebbero potuto essere attraversati. Si
compiaceva dunque nella previsione del dolore di lui? non si era
dunque rassegnata, aspettava ancora qualche cosa?..

Scendendo dalla sua carrozza, entrando nell'albergo, la contessa aveva
bandito dal suo spirito tutte le larve, tutte le preoccupazioni che lo
popolavano, agguerrendosi contro la prossima prova. Giusto, la
viscontessa d'Archenval riposava quel giorno sopra una sedia lunga, in
una fase improvvisa di peggioramento; talchè, dopo essere stata un
poco accanto a lei, come l'inferma si assopiva, Rosalia di Verdara
potè passare con Massimiliana nella camera di quest'ultima. Anche la
signorina di Charmory pareva sofferente, la sua carnagione era d'una
tinta malaticcia e gli occhi cerchiati di nero avevano un'espressione
d'abbattimento. «Finirete per ammalarvi anche voi, mia povera
Maxette!» le aveva detto l'amica, amorevolmente rimproverandola di
trascurarsi troppo per curare la zia. «No, io sono molto forte...»
rispose la signorina di Charmory; «non mi credete?..» soggiunse, con
una reticenza, come se avesse cercato di dare una dimostrazione della
sua forza e si fosse ad un tratto pentita. «La vostra partenza è
dunque necessariamente rimandata?» chiese però subito la contessa.
«Non saremmo partiti egualmente, anche senza questa ricaduta...»

Massimiliana aveva data quella risposta con un tono così evidente di
contrarietà, che Rosalia di Verdara notò: «Come lo dite! parrebbe che
vi rincresca di restare con noi!..» Ma allora, mormorando qualche
parola di affettuosa protesta, la signorina di Charmory aveva passato
un braccio attorno alla vita della contessa, chinando un poco la testa
sulla spalla di lei. «Il soggiorno di Palermo non vi è dunque
gradito?» insisteva ancora l'altra, intanto che prendeva una mano
della giovanetta. «Se debbo dirvi tutto il mio pensiero, no...»
rispose costei, «o almeno non più. In questa nostra vita instabile, le
attrattive di ogni nuovo soggiorno finiscono presto; e non si sta
volentieri a lungo dove non si è poi certi di restare...» Massimiliana
diceva quelle cose con voce bassa, con un tono di stanchezza,
scrollando un poco il capo, e tutta la persona esprimeva una debolezza
vinta, un abbandono rassegnato e definitivo. «Così, se voi doveste
restare per sempre a Palermo, non direste altrettanto?..» chiese
ancora la contessa, esaminando attentamente la fisonomia dell'amica.
La signorina di Charmory la guardò a sua volta con un inquieto
stupore. Stringendole allora la mano con più forza che la situazione
non richiedesse, Rosalia di Verdara cominciò finalmente: «Ebbene,
Maxette... voi sapete se a mia volta l'amicizia che ho per voi sia
grande, se io desidero sapervi felice. È per questo ch'io vengo oggi a
fare presso di voi un passo che, in altre circostanze, avrebbe potuto
meravigliarvi...» L'ansia della contessa nel pronunziare quelle parole
trovava solo un riscontro in quella con cui la signorina di Charmory
ne aspettava la spiegazione... «Non avete dunque notato, mia cara
Maxette...» continuava la signora di Verdara, «l'impressione da voi
prodotta su... qualcuno che vi sta intorno? Il vostro cuore non vi
dice nulla per... questa persona, e non formate voi un voto nel
compimento del quale avreste assicurato l'avvenire più lieto?..»

Massimiliana di Charmory si era tratta un poco indietro ed il pallore
del suo viso era cresciuto. «Io non so, signora... io non ho nulla
notato...» balbettava, contenendo il respiro, con le ciglia abbassate.
«Ma la vostra emozione parla per voi!..» esclamò la contessa. «Non
siete dunque sincera, Maxette?..» Ad un tratto, il viso della
fanciulla si era fatto di porpora, ed i suoi occhi, fissatisi un
momento sull'amica, si abbassarono dinnanzi allo sguardo fermo di lei.
«Vedete...» riprendeva brevemente quest'ultima, a cui la specie di
affermazione letta in quell'imbarazzo dava nuova energia e come
un'impazienza di uscire da quell'umiliazione di tutta sè stessa:
«Vedete, il signor Raeli vi ama... e dipende solo da voi... che egli
faccia presso la vostra famiglia...» Non ebbe il tempo di finire, di
trovar le parole da completare il proprio pensiero, che Massimiliana,
levandosi in piedi: «Sono molto onorata,» rispose con accento
risoluto, «della domanda del signor Raeli; ma non posso accettarla. Vi
prego, mia buona amica, di riferirgli questo rifiuto, che non ha nulla
di sfavorevole per lui...»

Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva
mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul
divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua
persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l'invasione
della febbre. «Maxette... Maxette, bambina mia!...» aveva esclamato la
contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla,
di sedare quella scossa inattesa.

Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di
crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell'ambascia altrui, la
contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana
soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata
sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne,
senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà
l'egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. «Maxette...» le
ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, «Maxette,
ascoltatemi... perchè vi turbate così? Non ve l'ho già detto?.. Tutto
dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà... Chi potrà forzarvi ad
accettare l'offerta di un uomo che non amate?..» Allora soltanto,
nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.

Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si
guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l'eloquenza di quel
pianto, di quell'unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il
significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole
e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata
fra le braccia dell'amica, Massimiliana rispondeva: «Non posso... non
posso... Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo
sapete... vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..» ma
l'accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello
con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere
una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due... «No,»
ripeteva ostinatamente la giovanetta; «io sono una straniera...
bisognerà che io parta... debbo partire... ditegli che partirò!..» E
una convulsione l'aveva fatta ricadere.

Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara
aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella
partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane
amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva,
comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè
Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la
soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l'ammonivano, le
dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura
per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi,
sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato... ma la
signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul
punto di perdere i sensi. «No, è impossibile...» mormorava ancora, «io
dovevo prevedere questo momento fatale...»--«Maxette, mia povera
Maxette... fatevi animo!..» riprendeva allora Rosalia di Verdara;
«sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d'un aiuto, se
avete bisogno d'un appoggio...» Sì, sì, l'altra accennava di sì,
passandosi macchinalmente una mano sulla fronte... «Ebbene, innanzi
tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo
conto che non ve l'abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi
avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una
decisione... Sta bene?.. E se potrò esservi utile... se i miei
consigli...»

Ad un tratto, un gemito s'era sentito dall'altra camera; la contessa
aveva pòrto l'orecchio, e passata di là, scorgendo la signora
d'Archenval svenuta sopra una sedia accanto all'uscio di
comunicazione, aveva chiamato: «Maxette, vostra zia!...» La signorina
di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime,
era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un
gesto di preghiera l'amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per
avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l'altra
aveva scongiurato: «No, di grazia... non occorre...»

Respirando dei sali, sotto l'azione di bagnature fredde sulla fronte e
sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi,
battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta
Massimiliana curva su di lei, l'aveva stretta a sè con una forza che
non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male.
Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così
lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed
oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d'imbarazzo, presentendo
un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva
giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si
staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche,
mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa
d'Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana,
terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una
mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al
salotto.

Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli
sguardi fissi. E tutt'in una volta, come Rosalia di Verdara,
fermandosi innanzi all'uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si
era scostata un poco dall'amica, portando le mani alla bocca, come per
soffocare il suono delle sue parole. «Ebbene... è una pazzia!..
bisogna, intendete? che tutto finisca!..»--«Massimiliana!» tentò
d'interrompere la contessa, spaventata dall'espressione della
giovanetta. Ma l'altra, abbassando ancora di più il tono della sua
voce e accennando con la mano alla stanza vicina: «Zitta!..»
scongiurò; «lasciatemi... Voi non sapete!.. Più tardi... più tardi!..»



XI.


La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo
di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la
signora d'Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le
mani, non dava alcun segno di vita--e Massimiliana restava tutta allo
schianto che la tragica prova le aveva prodotto.

Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti
troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell'agire
sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere
all'azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era
quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il
prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il
suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente
temuta, scoccava per lei l'ora immancabile in cui la sinistra fatalità
della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta
sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l'aveva oppressa! ma come
studiatamente aveva cercato di prolungarlo--e come il dovere di
parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl'istanti!.. Da quali
terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in
quanti la circondavano un'attitudine di sospettosa attenzione! e che
violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all'amica,
poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti,
confessato l'amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo... e
non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere
che ella era indegna di quell'amore, che mai ella avrebbe potuto
accostarsi all'altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa
viltà era anche l'unico suo sostegno, l'unica ragione, non di sperare,
perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere--in tale abisso
di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il
silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle
terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre
in parole senza che il sangue s'agghiacciasse nelle vene e la ragione
si smarrisse?

Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda
voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole
che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con
l'intestazione azzurra dell'albergo, sulla quale ella scriveva alla
contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni
più grandi; perchè ella _doveva_ confessarsi alla donna a cui Ermanno
stesso si era confessato, e perchè l'espressione scritta le pareva
meno repugnante al pensiero gelosamente pensato... Più nitidamente che
mai, a quell'ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per
rivelarla ad un'altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i
suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della
sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa
dove era stata raccolta, all'uscir dal collegio, fra quelle persone
che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel
quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata
da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del
padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui
scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali,
che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per
ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il
rimorso del male ch'egli aveva fatto... Ed un giorno egli era giunto
inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione
attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di
Précourt era stato preso dalla nostalgia dei _boulevards_; ma, tornato
a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia,
riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita,
mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due
donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol
riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella
trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma
il visconte, ricorrendo ora all'aiuto del suocero, che non glie lo
negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.

Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla
figlia, un'istintiva avversione aveva sulle prime allontanata
Massimiliana da quell'uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita
era trascorsa in un'ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai
sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella
specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della
fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai
una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva
concepito?

Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che
circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della
donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo di _Don Juan_
che l'enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa
di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero--vittima, fino
ad un certo punto, più che carnefice--ed il seduttore di mestiere,
senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che
in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza
d'intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto
nell'abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere
il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che
deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si
giudicava anzi un bell'uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d'una
signora come la d'Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario,
uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano;
e nel suo viso, nell'aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella
mobilità delle narici, nell'acutezza del naso e del mento, vi era come
un ricordo della classica espressione del fauno.

Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio
desiderio imperioso, era stato tutt'uno. Ma egli aveva ben presto
compreso come gli ordinari mezzi d'attacco, la seduzione sentimentale
o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che
aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella
fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene
dal commetter l'errore di dirle una sola parola di dubbio senso;
l'aveva trattata come una sorella, come una figlia... Era riuscito ad
evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita,
aveva alimentata l'inclinazione del visconte pel giuoco... ed
improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza
neppur tentare di coonestare con l'impeto della passione l'iniquo
attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli
irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti... Il
rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito
dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che
nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l'accortezza di
allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre...

Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era
cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento
della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all'infamia
commessa da quell'uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si
ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta
perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede,
la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva
seguita la repentina rivelazione dell'orrore. La sua primitiva
tristezza si era complicata d'una profonda misantropia; il suo stesso
sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e
frequenti.

Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione
non abbia confini, perchè l'anima vi si possa finalmente acquetare e
trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di
Charmory, l'estremo limite del dolore, della solitudine,
dell'impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto.
Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione
sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata
dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in
Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco
ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di
andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la
vita poichè non aveva altre risorse... ed era rimasta. Come non aveva
trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell'uomo,
così non aveva trovato nell'anima vinta dalla sventura la forza di
mettere in atto il suo proponimento.

Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell'odio per il padre,
quasi anch'ella fosse responsabile dell'infamia commessa da lui; poi
anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s'era
scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed
era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si
arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di
rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva;
la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il
non aver vigilato; che, data l'indole del padre, ella avrebbe dovuto
prevedere quel che era accaduto--ma nutrire un simile sospetto non
sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei
quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare
lo strazio della fanciulla.

Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la
pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da
sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno
poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un
sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della
viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era
finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento
di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua
concentrazione; ma, nell'errare di luogo in luogo, il suo spirito si
era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido
cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare
un'intima convenienza con lo stato dell'animo suo, che a nulla oramai
poteva afferrarsi... Allora, un'altra triste esperienza era venuta a
confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita
instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si
rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le
case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo,
spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delle
_flirtations_, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi
quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa,
senza rispetto... Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome
di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di
lei, a bassa voce, con dei sorrisi d'intelligenza, come si parlava di
tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..

Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa
fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un
altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per
sentirne l'incauto ma per apprezzarne anche l'impenetrabilità!.. Il
suo primo turbamento aveva preceduto l'incontro di Ermanno Raeli; si
era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella
sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l'idea di rivedere un'amica
che aveva conosciuta _prima_, l'aveva sgominata. Con una muta e quasi
fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia,
vaporosa all'orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava,
rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia
aveva subito preso corpo... La prima volta che aveva incontrato
Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva
evitato di guardarlo, di stringere la sua mano.... ma non ostante il
suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al
mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del
giovane e l'espressione che le coloriva. Era stata come una
rispondenza secreta, fatale, come l'imprevedibile incontro di due note
tratte da strumenti diversi... Fin da quel primo istante, la visione
del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella
aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella
non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata... E
come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti
del cuore e dello spirito di quell'uomo, l'affinità della sua indole
con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente...
o credeva d'agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello
stesso tempo delle ragioni--le più potenti!--di farla gigante. Ella
aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di
Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a
timida e delicata discretezza... e nel risveglio di tutti i suoi
dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi...

Ora, l'inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro
sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica
imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione
della contessa. Egli l'amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva
che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce
interiore la rimordeva, l'accusava di perfidia, poichè ella non aveva
fatto nulla per evitare l'inganno, e delle vampe di vergogna le
salivano al viso... Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza
scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l'una all'altro,
come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le
s'imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava
nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di
rassegnarsi a quella necessità, perchè anch'ella lo amava, perchè la
sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella
si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l'illusione che si
era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel
punto... Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel
sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un
tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o
ingannare ancora quell'uomo che aveva riposto in lei la sua fede e
diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di
quell'uomo anche il suo proprio... Vi era un'altra soluzione? Poteva
ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che
egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa,
o non si sarebbe risolta in una delle due che più l'atterrivano?
Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio
amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l'orribile verità non
avrebbe piuttosto tutto distrutto?..

Ella teneva per sè il dilemma angoscioso, intanto che finiva di
rivelar tutto all'amica e che, atterrita dalla propria risoluzione,
sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il
pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza
osar di rileggerla...



XII.


Prima ancora che la lunga e scomposta lettera di Massimiliana, nelle
cui frasi spezzate e contorte si traduceva lo spasimo della
scrittrice, avesse rivelato il secreto dell'amica alla contessa,
costei aveva già compreso il genere d'ostacolo da cui quella era stata
arrestata. Poichè la giovanetta amava Raeli--e l'attitudine di lei non
ammetteva alcun dubbio su questo--poichè ella non poteva cedere alla
persuasione dell'amore, poichè la viscontessa aveva tradito il
sentimento di dolorosa pietà che la nipote le ispirava, non vi era,
per uno spirito femminile acuto come il suo, da esitar molto sulla
natura di quel secreto, specialmente in presenza di tutti gli altri
piccoli dati che la signora di Verdara era venuta mano mano
accertando... La lettera di Massimiliana confermava e spiegava ora
tutto più chiaramente; però, se il suo primo movimento di Rosalia era
stato di compassione verso la giovanetta, ella cercava inutilmente di
nascondersi che una specie di egoistica soddisfazione lo aveva seguito
per quell'ostacolo sorto contro la felicità della rivale. Aveva avuto
un bel persuadersi di non poter nulla sperare per sè, aveva potuto ben
consentire di fare un passo che si risolveva nella mortificazione del
suo proprio amore... ma una compiacenza di cui ella sentiva la
malvagità, poichè tentava di negarla, sorgeva in lei dinnanzi alla
rivelazione di Massimiliana. Prima che la sua coscienza le
rimproverasse quel movimento, l'idea del dolore che Ermanno avrebbe
provato lo aveva distrutto. Se il suo interesse le dimostrava che il
riferire al giovane il contenuto di quella lettera era uno stretto
dovere, se le ragioni dell'egoismo le consigliavano di servirsi di
quell'arma che le era venuta in mano, la visione del male che
quell'arma a doppio taglio avrebbe fatto l'arrestava ad un tratto. E
mentre una sorda voce di gelosia le veniva dimostrando che ella non
doveva nulla a Massimiliana, la naturale sua rettitudine le
rappresentava come un'indegnità il trarre profitto per sè, pei suoi
fini inconfessabili, della confidenza che un momento di terribile
angoscia aveva strappato alla disgraziata.... Presto o tardi, i due
giovani non si sarebbero direttamente spiegati? ed anche senza di ciò,
era possibile che Ermanno non fosse messo alla lunga in sospetto, in
modo da evitare a lei l'odiosità di un atto che poteva parere una
denunzia?...

In quel contrasto interiore, ella non aveva trovato di meglio che
allontanare il momento in cui avrebbe dovuto render conto della
missione compiuta; nè, da parte sua, Ermanno pareva volerlo
affrettare. Lo sforzo che egli era riuscito a fare su di sè stesso,
rivelando alla contessa l'amor suo per Massimiliana, aveva esaurita la
sua iniziativa. In quella risoluzione, che solo il pericolo di non
veder più la signorina di Charmory aveva determinata, egli si era
acquetato, aspettando in una calma relativa l'esito che avrebbero
avute le pratiche dell'amica. Non si sentiva oramai più libero di sè,
si vedeva in balìa di circostanze sulle quali non avrebbe potuto
spiegare nessuna influenza, che avrebbero deciso della sua vita,
irrevocabilmente. Tutti i suoi dubbii, le sue indecisioni, i suoi
timori, i suoi scrupoli, le sue aspettazioni si confondevano insieme,
come se una piena contro cui le sue braccia nulla potessero lo
travolgesse verso una meta ignorata ma infallibile. La sensazione non
aveva nulla di penoso; tormentatore era per lui tutto ciò che
sollecitava un impulso decisivo; l'abbandono, l'attesa, non avevano
nulla di repugnante al suo modo d'essere naturale.

In tale stato di spirito, egli non aveva fatto nulla per affrettare la
risposta della contessa; ancora più avrebbe aspettato senza
l'inquietudine che una lunga clausura di Massimiliana e della signora
d'Archenval gli aveva fatto nutrire. Ma questa circostanza appunto
aveva suggerito a Rosalia di Verdara un pretesto per evitare di
prendere un partito. Come Ermanno aveva cominciato a chiederle un
giorno notizie delle ospiti delle _Palme_, ella gli aveva risposto che
nelle peggiorate condizioni di salute della viscontessa non era stato
possibile veder da sola Massimiliana; ma che, per ciò stesso, la
partenza dei d'Archenval restava indefinitamente rimandata. Questa
certezza bastava ad Ermanno. Se la previsione d'un rifiuto era per lui
così penosa che il suo stesso senso della vita ne restava menomato,
l'idea del conseguimento del suo sogno lo riempiva di turbamento fino
all'intime fibre. Per le nature contemplative, il tradursi in atto di
ciò che si è vagheggiato idealmente, in secreto, senza confessarlo a sè
stessi, si accompagna ordinariamente con un senso d'intimo sgomento,
per l'esagerata coscienza della propria inettitudine dinnanzi alla
realtà. Amando Massimiliana come non credeva possibile che si amasse di
più al mondo, concentrando in lei tutta la poesia della vita,
riconciliandosi per lei con quella vita della quale aveva disperato, le
difficoltà materiali di un accordo, della domanda, di tutti gli atti,
di tutte le pratiche necessarie al conseguimento del sogno, lo
arrestavano, gli parevano insormontabili ostacoli. E col pensiero
unicamente occupato da una imagine, egli non poteva essere indotto,
come sperava la contessa, a concepir dei sospetti. Le più grandi come
le più semplici scoperte sono il risultato dell'associazione delle
idee; ma egli era troppo pieno di una, perchè restasse posto ad
un'altra qualsiasi. Se avesse potuto notare l'imbarazzo di Rosalia di
Verdara, la paura di Massimiliana, tutte le circostanze che avevano
destato i sospetti della sua amica, anch'egli ne avrebbe cercata la
causa; ma per uno spirito tutto _in dentro_ come il suo, ed occupato da
un unico oggetto, un tal senso d'osservazione era impossibile.

Massimiliana di Charmory aveva dovuto finalmente strapparsi al conforto
del suo isolamento e ritrovarsi in presenza della contessa e di
Ermanno. Se l'acuto della sua ambascia era passato, lo spirito e la
stessa persona ne portavano ancora le traccie, nello stordimento a cui
era in preda, nella sofferenza che la sua tinta emaciata tradiva. E
neppur lei aveva nulla risolto, occupata come era di sapere se la
contessa avesse parlato ad Ermanno. L'attitudine dell'amica e del
giovane le avevano ben presto dimostrato che questi non era stato messo
a parte di nulla. Non una parola di Rosalia di Verdara aveva accennato
a quel che era successo tra loro, e quanto ad Ermanno, la stessa timida
riserva, la stessa delicatezza discreta si leggeva nei suoi occhi e
nelle sue parole. La situazione restava quindi impregiudicata; ma i
contrarii impulsi che dilaniavano l'anima di lei nel considerarla, la
vertigine che la prendeva non sì tosto arrestavasi ad una soluzione, le
facevano accettare come un bene insperato quel periodo di sosta in cui,
acquetata la sua coscienza con la confessione fatta all'amica, nessuno
le chiedeva nulla. Sotto l'impero di diverse lusinghe, tutti e tre
cospiravano reciprocamente a prolungare uno stato d'incertezza, quasi a
cancellare il ricordo di ciò che sapevano. Una specie di nuova fiducia
cominciava a rinascere in loro, intanto che riprendevano l'intimità
serena, la vita di prima, come se nulla fosse sopravvenuto a cambiare
le loro relazioni. In quella incoscienza, per una parte voluta, per
un'altra naturale--poichè una legge benefica fa perdere in durata alle
scosse dello spirito ciò che esse guadagnano in intensità--l'amore
della signorina di Charmory per Ermanno si faceva più profondo ed
esclusivo. Era come se un raggio di luce brillasse nel grigio del suo
cielo, come se qualche cosa le si schiudesse nell'anima che la
trasformava; quasi in un ritorno alla salute dopo i travagli del male,
ella assaporava mille sensazioni nuove, una dolcezza di vivere--la
prima, la sola... Dei brividi la scuotevano, quando ella si sorprendeva
abbandonata a quella nuova persuasione; fuggiva allora la compagnia
degli uomini e restava lungamente inabissata in un muto terrore. Quelle
uniche ore di sogno volavano, e come rapidamente!... Il risveglio non
era lontano.

Fu in un freddo pomeriggio di febbraio, con un cielo bianco per gli
alti turbini di neve qua e là squarciati sull'azzurro, e un sole senza
raggi, che Ermanno erasi recato all'_Hôtel des Palmes_. Egli aveva
trovata la signora d'Archenval nella serra, sopra una seggiola a
ruote, con un plaid sulle ginocchia, circondata da alcune altre
signore della colonia russa ed inglese. Massimiliana era alcun poco
discosta, accanto a un tavolo di ferro; teneva in mano un libro dalla
rilegatura rossa e i caratteri d'oro, ma conversava col generale von
Koptleben, un vecchio tedesco che pagava ora, con una lenta malattia,
i trionfi del 1870. La viscontessa aveva accolto coi segni della più
viva premura Ermanno Raeli. Spirito ingenuo, che le prove
dell'esperienza colpivano senza ammaestrarlo, ella si era persuasa che
l'amore avrebbe finito per essere la salvezza di Massimiliana. Lo
spettacolo dello strazio sofferto dalla giovanetta, sorpreso da lei il
giorno della visita di Rosalia di Verdara, le era stato causa d'una
commozione violenta, tradottasi nell'abbraccio doloroso e convulsivo
che aveva dato a Massimiliana in presenza dell'amica; più tardi, la
ripresa dei rapporti fra i due giovani, l'aria di calma diffusasi
sulla fisonomia della nipote, le attenzioni delicate di cui Ermanno la
faceva sempre oggetto, le avevano fatto sperare che quell'amore
sarebbe riuscito a trionfare di tutti gli ostacoli, che per esso
Massimiliana avrebbe visti compensati ed aboliti i suoi antichi
dolori. Come dunque Ermanno, dopo essersi intrattenuto un poco con
lei, le chiedeva il permesso di andare a salutare la signorina di
Charmory ella aveva seguito il giovane con un lungo sguardo di
compiacente fiducia.

Massimiliana, stretta la mano ad Ermanno, lo aveva presentato al
militare, conoscendo la nazionalità del quale, il giovane aveva fatto
notare la sua qualità di mezzo tedesco. La conversazione si era subito
intavolata in questa lingua, e negli acuti sguardi del vecchio uomo di
guerra si leggeva il piacere d'aver trovato quasi un compatriotta, che
lo trasportava con lo spirito verso la patria lontana. Però, parlando
della Germania col generale, Ermanno era tutto al novissimo incanto di
sentire la signorina di Charmory prender parte al discorso nella
lingua di sua madre. Era una grazia dolce che quegli aspri incontri di
consonanti, quelle forti aspirazioni, prendevano sulle labbra di
Massimiliana; era una specie di nuova, più grande intimità che lo
stringeva a lei. Ermanno si sentiva intensamente felice, come poche
volte era stato, e la sua simpatia si riverberava sul generale che,
con la sua stessa presenza, rendeva impossibile ciò che egli
temeva--desiderandolo:--una spiegazione suprema... Un secreto timore
s'impadronì quindi di lui, allorchè, al sopravvenire d'un cameriere il
quale annunziava l'arrivo del dottore, egli lo vide allontanarsi. «Se
non le rincresce» disse a Massimiliana quando furono soli, e vincendo
il turbamento che lo guadagnava sempre che restava in presenza di lei,
«se non le rincresce, vuole che la nostra conversazione segua in
tedesco? Io sono molto felice di sentir parlare questa mia lingua
materna così bene come da lei...»--«Volentieri,» rispose la signorina
di Charmory; «tanto più che, comunque parliamo, uno di noi dovrebbe
adoperare una lingua non propria...»

Ermanno non aveva lo spirito così libero da notare l'espressione con
la quale Massimiliana, anch'essa invasa da un intimo sgomento in
vicinanza di Ermanno, aveva pronunziate quelle parole, la specie
d'insistenza che ella aveva messa nel notare quella originaria
diversità, quasi una barriera esistente fra loro. Superato il primo
istante d'imbarazzo, egli si era abbandonato all'incanto di trovarsi
presso a Massimiliana, ma ancora sotto gli occhi di altra gente dalla
quale si sentiva assicurato contro le sue istintive paure. La soavità
dell'ora in quell'ambiente tiepido e profumato era tanta, che tutto
acquistava una straordinaria importanza per lui, anche l'argomento
insignificante sul quale si aggirava la conversazione: la società che
in quella stagione occupava l'_Hôtel des Palmes_.... «Una società
cosmopolita» diceva la signorina di Charmory, rassicurata da quel tema
su cui si avviava la conversazione; «la stessa a Palermo come a Nizza
o ad Ostenda... Dei tipi sempre eguali, abitudini comuni e perfino uno
stesso modo di vedere e di giudicare...» Anch'egli l'aveva conosciuta,
quella società: «E non so se lei risenta lo stesso effetto di
freddezza,» diceva alla signorina di Charmory, «che essa produce in
me; il lamentevole effetto di queste relazioni strette con la stessa
facilità con cui si rompono; delle quali nulla resta, altro che un
nome ricordato, qualche volta...» Ermanno s'accorgeva, soltanto dopo
averle pronunziate, che le sue parole potevano sembrar calcolate in
vista di un effetto da produrre; egli che aveva parlato d'istinto,
come il pensiero dettava, non era però pentito di averle pronunziate;
cercava anzi di leggere nella fisonomia della signorina di Charmory
l'impressione che l'accenno alla instabilità di quelle relazioni, al
genere delle quali la loro propria apparteneva, avrebbe prodotto...
Facendosi forza per non dimostrare la sua preoccupazione dinnanzi alla
piega che prendeva il colloquio, Massimiliana aveva tentato di dare
alle parole di Ermanno un significato diverso da quello che ella
sentiva bene essere il proprio. «Sì,» rispose, «io divido il suo modo
di pensare; è una vita affrettata, che finisce per produrre una vera
stanchezza...»--«E un bisogno di quiete, di riposo, d'intimità vera ed
esclusiva... Non pensa anche lei così?... Spesso i nostri giudizii
s'incontrano...»

Ella scosse un poco la testa, senza dir nulla. Sentiva delle lacrime
salirle agli occhi, che evitavano quelli di Ermanno e si rivolgevano
verso i gruppi sparsi per il giardino, senza fissarsi in alcun luogo.
Subitamente, la contenuta letizia di Ermanno era scomparsa. La tacita
denegazione della signorina di Charmory, quasi ella disperasse di
conseguir mai quell'ideale di vita al quale egli aveva fatto
allusione, la vaga espressione di dolore composto e rassegnato che si
era dipinta nei suoi lineamenti, gli avevano data come una trafittura
acuta e rapidissima. Ma erano gli occhi di lei che egli voleva vedere,
i suoi occhi profondi che si distoglievano dai suoi e con quella
persistenza nell'evitarlo gli davano quasi una materiale impressione
d'un distacco irreparabile. Egli si era un poco chinato verso di lei,
appoggiando il braccio sul proprio ginocchio, ed aveva ripreso: «Non
ha dunque pensato alle seduzioni di questa intimità?... Non la crede
possibile?...» La signorina di Charmory rispose con fermo accento,
subitamente scuotendosi: «No.»--«E non crede che qualcuno abbia potuto
pensarvi per lei?... sognarla come la sola cosa degna di esser
sognata?...»

Egli aveva parlato molto piano, con la stessa intonazione di prima,
nell'attitudine in cui si trovava, fissando la mano bianca e diafana
di Massimiliana. Egli non aveva sostenuto nessuno sforzo su di sè
stesso; le parole gli erano subito venute una dopo l'altra alle
labbra, come l'unica, la necessaria espressione del suo pensiero; egli
non era più stupito di aver parlato, soltanto la percezione del mondo
circostante si era abolita dalla sua coscienza.

Dischiuso il libro che teneva ancora in mano, la signorina di Charmory
vi aveva rifugiato lo sguardo. La precisa sensazione che ella provava
in quell'istante, era di naufragare, in un mare tranquillo, sotto un
sole ridente, dinnanzi alla riva; ma di naufragare senza speranza di
aiuto, sentendo già l'acqua alla gola. Rapidamente, prima che ella
avesse avuto il tempo di prevederla, di prepararvisi, l'ora temuta
della prova ultima era suonata, e una mano di ferro le aveva stretto
il cuore, e un soffio di morte le aveva inaridite le labbra. Come,
come superarla?... «Sapevo,» disse con voce che si sentiva appena,
«che questo momento sarebbe arrivato... la signora contessa mi aveva
già detto...» Allora, con uno slancio contenuto: «No, lasci dire a
me!...» riprese Ermanno; «mi lasci dire tutto quello che ho in cuore,
se pure sarà possibile.... È la mia vita che è legata alla sua... io
ho creduto di morire quando mi hanno fatto temere che non l'avrei più
riveduta... Si ricorda il giorno che c'incontrammo a Pallavicino? Come
era piena la mia felicità!.. Non le avevo detto mai nulla... non
sapevo, non potevo... guardi, avevo paura!...» Ad ognuna di quelle
frasi roventi del giovane, la signorina di Charmory aveva un poco
abbassato il capo, cogli occhi fissi in un punto, come ammaliata da
una qualche visione che ella sola poteva mirare: ad un tratto si era
scossa da quella contemplazione ed aveva fissato in viso il suo
compagno... «Se vuole essere felice, rinunzii a me» disse, lentamente,
cercando ad una ad una le parole, sentendo che una sola parola, che la
sola intonazione della voce avrebbe potuto tradirla, toglierle le
poche forze che chiamava a raccolta. «Io ho risoluto di non lasciare
il mio stato... È una risoluzione antica, che non ha nulla contro di
lei... Vi sono dei destini irrevocabili...»

Tacque ad un tratto, per paura di mentire, di ricorrere, come aveva
fatto con la contessa, a pretesti che avrebbero detto il contrario di
ciò che ella voleva significare. E appunto in quelle parole, in
quell'accento, Ermanno Raeli sentiva che il pensiero di Massimiliana
non era intero, che quella risposta non era completa. Non era
possibile che ella avesse ascoltato la sua confessione, con
quell'ansia nel respiro, con quella fissità negli sguardi, per
rispondere a quel modo; non era possibile che tutto dovesse finire tra
loro così, che una risoluzione antica ostacolasse la presente
felicità. «Allora» riprese, con nuovo calore, «crede che questi nostri
rapporti... che questo nostro incontro debba finire, come gli altri,
senza che nulla ne resti?... Noi ci saremo conosciuti e compresi...
per diventare di nuovo due estranei; come tutta questa gente che oggi
conviene qui, intimamente, e che sarà domani dispersa pel mondo, e che
non si rivedrà probabilmente più mai?...»

Nuove persone erano discese nella serra, in attesa dell'ora del
pranzo; col rapido corso delle nuvole la luce si velava e tornava a
splendere istantaneamente; le conversazioni tutt'intorno
s'intrecciavano; ogni tanto si udivano dei piccoli colpi di tosse a
stento repressi, e nulla era più strano di quella spiegazione
decisiva, in cui i due giovani trattavano del loro avvenire, tra
l'indifferenza dei propositi che si tenevano a distanza di pochi
passi. Entrambi però, in presenza di quegli spettatori, si
contenevano; trovavano in quel pubblico una specie di soccorso contro
i pericoli dei quali l'argomento della loro conversazione era pieno...
Alle ultime parole di Ermanno, la signorina di Charmory aveva chiuso
un poco gli occhi; si leggeva nell'imbarazzo con cui cercava di darsi
un'attitudine, nell'amarezza espressa dall'increspamento di un angolo
del labbro, la lotta interiore che si combatteva in lei. Ella sentiva
il cuore palpitarle in petto così forte come se fosse sul punto
d'infrangersi. In quel suo lento naufragio, mentre le sue braccia si
dibattevano istintivamente in cerca d'un appoggio impossibile, ecco
un'altra mano distendersi verso la sua. Afferrarla, aggrapparvisi:
questo diceva l'istinto della salute... ma perchè poi, se non per
trascinare con sè un'altra vittima al fondo?.. Ella aveva nuovamente
rivolto lo sguardo sul giovane. Come quell'incostante giornata, a
momenti intensamente luminosa e ad un tratto oscurantesi, la fisonomia
di lui si era trasformata: gli occhi splendevano di luce sul viso
leggermente impallidito nell'emozione; una luce ed un pallore che
erano l'espressione dell'estasi, d'una sublime speranza.... «Mi dica»
continuava egli, con forza rinnovellata da quello sguardo profondo,
«mi dica che non sente nulla per me... che non m'ama!.. Io non potrò
replicare... accetterò la sua dichiarazione come una sentenza.... Non
mi dica che aveva presa una risoluzione prima d'incontrarmi!..
Anch'io, prima di conoscerla, credevo che tutto fosse finito nel
mondo; non speravo, non aspettavo più nulla... Se sapesse quale
tristezza!... Ebbene, è bastato vederla... Anch'io tentai dapprima di
resistere... io non mi credevo, io non ero degno di lei...»
Massimiliana si era fatta, a misura che egli parlava, sempre più
bianca; strette le mani da ultimo, le aveva appoggiate un momento
contro il fianco, come per comprimere il cuore sanguinante a quel
crudele scambio di parti, a quell'accusa d'indegnità che Ermanno
rivolgeva contro di sè, mentre ella era straziata dalla coscienza
dell'inguaribile indegnità sua... «Di grazia, signor Raeli!... mi
risparmii, di grazia...» supplicò, scomposta dall'ambascia; ed a bassa
voce, dolorosamente, notata la rapida alterazione dei lineamenti di
lei: «Massimiliana!...» aveva esclamato Ermanno, «mi perdoni!... io le
giuro che non sentirà più da me una sola parola, fin quando...»

Egli tacque un momento, titubante. Spiegando il contrasto a cui si
dimostrava in preda la signorina di Charmory col fatto che, non
essendole indifferente, ella non voleva o non poteva abbandonarsi al
proprio sentimento, stava per aggiungere che avrebbe aspettato da lei
stessa un'ultima parola, quale e quando che fosse... ma in quella
brevissima pausa l'energia interiore che lo aveva sostenuto cadeva e
il contrasto che era in Massimiliana si propagava, per una specie di
contagio simpatico, in lui, occupando il suo spirito di mille opposte
tendenze. In quel silenzio penoso che era seguito, il ritorno del
generale von Koptleben lo aveva sollevato, e profittando del primo
momento in cui la conversazione, per quel reciproco imbarazzo non più
animata come prima, era languita, aveva preso congedo. Nel lasciare la
tiepida atmosfera della serra, era stato sorpreso dal freddo dell'aria
esterna, un freddo pungente che gli aveva fatto battere i denti e che
aveva accresciuto il senso penoso col quale usciva da quella
spiegazione da tanto aspettata, che gli era stata argomento di tante
imaginazioni e che adesso era irrevocabilmente passata. Una specie di
scontentezza della cui ragione non si rendeva ben conto, ma che si
originava forse più dalla disproporzione tra la fantasticante
aspettativa e la realtà che dall'attitudine di Massimiliana, lo
guadagnava, deprimeva a poco a poco il suo spirito. Esaurendo,
infatti, la serie delle interpretazioni di cui le risposte di
Massimiliana erano suscettibili, il ragionamento gli dimostrava che
ella lo amava. Se non lo avesse amato, ella non avrebbe ascoltato così
a lungo la confessione dell'amor suo, non gli avrebbe detto di
rinunziare a lei, _se voleva esser felice_... Felice, avrebbe egli
potuto mai essere senza di lei?... Ella lo amava; più che il suo
contegno glie lo diceva qualche cosa che gli parlava dentro,
un'intuizione misteriosa, quella chiaroveggente prescienza che ogni
cuore innamorato ha del destino del proprio sentimento... Se dunque lo
amava, che cosa avrebbe potuto opporsi alla loro felicità? Ah, sì;
l'ostacolo v'era; ma era in lui, nel sùbito risveglio di tutti i suoi
timori, di tutti i suoi sconforti che lo avevano arrestato sul punto
di domandarle quell'unica concessione: del tempo... Con la sua natura
eccessivamente impressionabile, la più piccola circostanza bastava a
determinare un volta-faccia degli stati d'animo più profondi. La vista
del dolore di Massimiliana, la stessa idea che qualche cosa
d'immutabile si era compita fra loro aveva radicalmente cangiata la
disposizione dell'animo suo, e tutto: il suo amore, la creatura amata,
il suo destino, gli era subito apparso simpaticamente attraverso una
nebbia di tristezza che gli guadagnava ogni parte dell'essere, come il
nevischio di quella triste sera invernale...

Col tempo, l'impressione si andò dileguando; ma la reazione
determinatasi in lui lo mantenne lungamente sotto l'influenza di
tristi pensieri. Se egli non tentava ora, dopo la scena della serra,
di riparlare a Massimiliana della propria passione, era meno per
obbedire alla promessa fattale che per il rinato sentimento della
propria incapacità a farla felice. Arrivava talvolta persino ad
accusarsi di egoismo, di voler sedurre la signorina di Charmory per
rifarsi con l'amore di lei una fede, un coraggio, un'energia che non
aveva, simile ai fattucchieri che del sangue di fanciulli e di vergini
compongono un elisir di vita. Allora una tenerezza, una carità lo
prendevano per lei; Massimiliana ridiventava una cosa sacra,
intangibile; e più acuto di prima si ridestava il timore di farle del
male, di macchiarla con lo stesso pensiero... Ricordava di aver
sentito parlare talvolta di sposi che, tornando dalla cerimonia
nuziale, erano scomparsi abbandonando la donna a cui si erano, un
istante prima, legati. Egli aveva il pentimento anticipato; ma la
causa ne era in lui stesso, nelle disposizioni contradittorie del suo
spirito e nei risultati amari della sua esperienza. Sì, egli sarebbe
stato capace di lasciare l'Eletta, per custodirne solo l'idea
imperitura, per non profanarla..... Poi ancora un'altra persuasione
contribuiva ad arrestarlo, la persuasione particolare agli individui
la cui imaginazione è esuberante: che l'attesa della gioia è più
grande della gioia stessa...

Tutto questo complesso di desiderii e di paure lo mantenevano in uno
stato d'irresolutezza che era per la signorina di Charmory una nuova e
meno sperata tregua. Più d'una volta, dopo quella spiegazione, ella
era stata sul punto di scrivere tutto ad Ermanno, per non più
mantenerlo colpevolmente in una lusinga fatale: tutte le volte non era
riuscita a concretare le sue idee in una forma possibile. Ogni volta
che vedeva Rosalia di Verdara, faceva il proposito di ottenere da lei
che gli rivelasse tutto quel che sapeva; ma, dopo che Ermanno le si
era confidato, non poteva fermarsi all'idea di fargli apprendere da
un'altra ciò che toccava a lei stessa di rivelargli. E nei loro
incontri, che adesso erano più frequenti di prima, nelle loro
conversazioni che erano scambii di idee sempre più intimi, i silenzii
avevano per lei la terribilità di quelli che si fanno intorno alle
agonie. Ma se il loro pensiero era occupato da uno stesso oggetto, se
il loro destino era il formidabile tema che entrambi consideravano,
non una parola di Ermanno vi faceva allusione. Ella dunque aspettava,
finiva per cullarsi in una effimera tranquillità. Ella sperava, per
quella facilità che noi abbiamo ad accogliere le illusioni propizie,
che quello stato durasse, che non si parlasse più del loro amore, ma
che continuassero ad amarsi, a comprendersi. Nell'impossibilità in cui
ella era di appartenere a nessun uomo, non era forse quello l'unico
modo di appartenere a _lui_?...



XIII.


Le assiduità di Ermanno Raeli presso la signorina di Charmory avevano
finito per essere state notate, e nel mondo in cui vivevano si
cominciava già a parlare del loro matrimonio. La sempre rimandata
partenza della famiglia d'Archenval ne pareva una conferma; l'arrivo
del duca Gastone di Précourt fu considerato come il segno sicuro d'una
realizzazione imminente.

Lo schianto d'un fulmine non avrebbe potuto atterrire Massimiliana di
Charmory più della notizia data un giorno dal visconte, che il duca
suo suocero stava per arrivare a Palermo... L'uomo che era l'origine
della sua atroce sciagura osava dunque ricomparirle dinnanzi--e quale
suggestione perversa gli faceva scegliere quel momento in cui ella
nutriva almeno l'illusione d'un ritorno alla vita? Ella avrebbe dunque
dovuto trovarsi ogni giorno, ogni ora a contatto con lui?.. Intanto
che il partito di fuggire precipitosamente da quella casa, da quella
città, le si affacciava allo spirito, il visconte aveva soggiunto che
l'alloggio del duca era già fissato alla _Trinacria_.

Nessuna intenzione ostile a Massimiliana guidava il gentiluomo
libertino a raggiungere, per la prima volta dopo l'attentato, la sua
famiglia. Il suo desiderio brutale si era spento non sì tosto
appagato; per gli uomini di quella natura, la passione non va oltre la
sensazione, e l'orrore espressogli dalla fanciulla l'aveva dissuaso
dal ritentare la prova, non già perchè quell'orrore lo ferisse, ma
perchè gli scemava la previsione del piacere. Gli rincresceva pertanto
che quell'_incidente_ lo avesse tenuto al bando della sua famiglia,
dove la sua presenza sarebbe stata necessaria per invigilare sul
visconte, che cominciava a fare un po' troppo a fidanza con la sua
borsa. Nei continui imbarazzi di cui il giuoco sfrenato era causa a
d'Archenval, questi aveva ricorso al suocero, che si era sempre
affrettato a rispondere alla aspettazione di lui, come fosse passata
fra loro una intelligenza e quel denaro pagasse il silenzio del
naturale tutore di Massimiliana... Tali compromessi taciti sono molto
più frequenti che non pare e solo la malignità sospettosa dei più vede
un mercato formalmente contratto, là dove nessuna dubbia parola è
stata scambiata da una parte e dall'altra. Il visconte domandava degli
aiuti al duca per l'unica ragione delle ingenti spese a cui la
malattia della moglie lo obbligava; il duca si affrettava a rispondere
a quelle richieste da padre affettuoso, zelante della salute della
figliuola... Era però arrivato un momento in cui il duca aveva
cominciato a trovare che la malattia della viscontessa gli costava un
po' troppo e che non sarebbe stato male di controllare un poco le note
dei medici, dei farmacisti e degli albergatori. Palermo intanto, gli
dicevano i suoi amici, era quell'anno il convegno d'una numerosa e
scelta colonia; e dopo tutto sarebbe stato interessante fare una corsa
in quell'isola che, secondo la geografia particolare alle persone
della sua società, si considera come fuori d'Europa. Aveva però avuto
il buon senso di seguire i suoi amici alla _Trinacria_, e con la
figliuola e la signorina di Charmory si era incontrato, la prima
volta, in pubblico, come con delle semplici conoscenze.

Dal momento che aveva appreso l'arrivo di lui a Palermo, Massimiliana
era vissuta in un così grande terrore, che ogni altro sentimento ne
era rimasto eclissato. Se egli fosse venuto ad abitare sotto lo stesso
tetto, ella non avrebbe aspettato; sarebbe fuggita, scomparsa, non
importa come... Intanto, l'attesa dell'inevitabile momento in cui si
sarebbero ritrovati in presenza, le era causa d'un'ansia mortale, come
non aveva creduto possibile di provarne una simile dopo tutto quello
che aveva sofferto. E, ad un tratto, ella si accorgeva che quell'ansia
era nulla, era quasi la tranquillità, dinnanzi al pensiero subitamente
affacciatosele, che anche Ermanno avrebbe incontrato quell'uomo... Che
cosa era finalmente il prossimo incontro per lei? Una prova di più,
che non doveva esserle risparmiata, che era meglio, sotto un certo
aspetto, affrettare. Nella sua cinica ferocia, l'uomo credeva
probabilmente che ella avesse finito per consolarsi--e non aveva ella
indovinato, poichè, facendosele incontro nel giardino delle _Palme_,
egli le sorrideva disinvoltamente, trovava, che il soggiorno di
Sicilia le aveva conferito e formulava voti per la sua prosperità?..
Appena arrivato, infatti, la voce circolante intorno ai due giovani
era venuta all'orecchio del duca, e se egli aveva fin a quel momento
nutrito degli scrupoli, questi erano subito spariti dinnanzi alla
prova della consolazione che Massimiliana aveva trovata. Si era anzi
fatto beffe di sè, per l'esagerazione d'un rimorso che la sua
esperienza avrebbe dovuto dimostrargli infondato, e facilmente
superate, con l'abituale sua disinvoltura, la difficoltà di un primo
incontro, aveva del tutto dimenticata la giovane per le belle signore
di cui la colonia straniera era provvista a dovizia.

Incapace di dir nulla dinnanzi all'incredibile impudenza dell'uomo,
col sangue gelato nelle vene come alla vista di un rettile,
Massimiliana aveva sentito ridestarsi tutto l'orrore dei lontani
giorni, complicato dallo strazio della situazione presente. Il domani
d'una grande sciagura, quando la coscienza comincia a destarsi tra le
ultime nebbie di una sonnolenza pesante, e la memoria suggerisce ad un
tratto la crudele certezza, si prova un'angoscia forse più grande di
quella determinatasi nel primo momento. Una simile impressione di
risveglio aveva determinata in Massimiliana la presenza del duca.
Malgrado i contrasti provati, le lotte sostenute, era come se ella
fosse rimasta lungamente immersa in un sonno, nel sonno profondo
dell'illusione voluta, da cui la voce di quell'uomo la strappava ora
violentemente. Come nutrire più nessuna lusinga, come e che cosa
aspettare, se con la sua stessa presenza quell'uomo le ricordava la
propria vergogna, e il dovere che aveva fin troppo trascurato di
compiere?.. Ed egli aveva osato sorriderle, ed un sorriso di più
sarcastica compiacenza, di compiacenza più iniqua avrebbe rivolto ad
Ermanno, e le loro mani si sarebbero strette... A questo pensiero
fitto, cocente, Massimiliana credeva d'impazzare. La sua complicità
del silenzio le appariva più grande, imperdonabile; la confessione
fatta alla contessa un calcolo ipocrito, poichè era sicura che non
aveva avuto effetto; e la sua tortura si acuiva talmente, che ella
affrettava coi voti il momento della soluzione, per tremenda che
potesse essere...

Un calcolo, da canto suo, la contessa Rosalia aveva finito anche lei
per credere la confessione dell'amica. Fino a quando i rapporti dei
due giovani non si erano mutati, ella non aveva fatta un'accusa a
Massimiliana di nascondere ancora il suo secreto ad Ermanno, aveva
creduto che la confessione sarebbe bastata a dissipare ogni speranza
di felicità; e la compassione per il dolore che li aspettava era
riuscita a soffocare la voce della gelosia. Ma dinnanzi al prolungarsi
di quella situazione, al crescere di quella intimità, alla
intelligenza che indovinava esser corsa tra loro, al propagarsi della
voce che li diceva promessi malgrado l'arrivo del duca, la sua pietà,
la sua discretezza, i suoi riguardi, tutti i suoi buoni sentimenti le
erano parsi delle debolezze e delle ingenuità. Con una grande amarezza
ella sentiva di essere stata molto sciocca nel prendere sul serio la
disperazione di Massimiliana, quasi tutta la condotta di lei non
dimostrasse l'intenzione di raggirare Ermanno, la fiducia che
l'accecamento dell'amore lo avrebbe fatto passar sopra ad ogni
ostacolo!.. E questa fiducia che cosa aveva insomma d'infondato? Ella
arrivava a coinvolgere nella sua disistima anche l'uomo che aveva
amato--che amava ancora, senza speranza, ma tanto da perdere per lui
la nozione del giusto!.. Come si era esagerata l'importanza di
quell'ostacolo! Sarebbe egli forse stato il primo a passarvi sopra?
Era verosimile ch'egli non si fosse accorto delle anormalità di quella
famiglia? Ma chi le diceva che egli non sapesse tutto, che non si
fosse già accomodato di quella condizione di cose? E il ricordo di
romanzi, di commedie, in cui un lieto fine corona i dolorosi
contrasti, avvalorava la sua persuasione... Allora, a che cosa sarebbe
valso l'andare a mettere sotto gli occhi di lui la lettera di
Massimiliana, come talvolta aveva la tentazione di fare? E la sua
serenità di un tempo si perdeva in una irritazione crescente, in una
contrarietà insofferente, dimostrata ad ogni momento e che il tono
inalterabilmente scherzoso del marito finiva per esasperare... Più che
mai sicuro che quella _montatura_ di sua moglie sarebbe stata senza
effetto, Giulio di Verdara si divertiva talvolta a punzecchiarla
garbatamente, come una specie di punizione pel principio di colpa da
lei commessa in idea. Ella aveva finito per domandarsi se Giulio
sapeva quel che le passava per l'anima; e negli urti a cui era
esposta, aveva a momenti la tentazione di sfidarlo, di provocarlo,
come una rappresaglia, come un mezzo di uscire da quella situazione,
che si affrettava intanto alla catastrofe...

La presenza in Palermo del duca Gastone di Précourt e dei suoi amici,
se aveva gettato in quello stato la signorina di Charmory e la
contessa, se aveva ridestato le apprensioni della signora d'Archenval,
aveva messo una animazione nella colonia degli stranieri. Unicamente
occupato del mondo femminile, il duca aveva trovato nelle signore un
valido appoggio per i suoi disegni di svaghi, e come il carnevale
s'inoltrava, e gli stranieri delle _Palme_ e della _Trinacria_ erano
stati oggetto di molte cortesie da parte dell'ospitalissima società
palermitana, egli aveva messo innanzi l'idea di una festa da offrire
ai loro ospiti, a mezza quaresima. L'idea era stata subito accolta, e
i preparativi erano incominciati alle _Palme_, dove i locali si
adattavano meglio.

Ermanno Raeli, che aveva incontrato una o due volte il duca e si era
interessato a lui come a tutto ciò che aveva qualche rapporto con
Massimiliana, aspettava l'avvenimento con ansietà irrequieta. La
malattia della viscontessa, ragione o pretesto, aveva fatto che la
signorina di Charmory rifiutasse tutti gli inviti che le erano stati
rivolti; adesso che l'iniziativa era presa dal duca e che la festa
aveva luogo nello stesso albergo, non avrebbe certamente mancato di
assistervi. Ed Ermanno si vedeva già al suo fianco, stringerle un
braccio alla vita, tenerla per mano, confondere il suo respiro con
quello di lei... L'imaginaria rappresentazione era così evidente che,
solo, nel suo studio, egli si alzava di scatto, tentando di divertire
l'attenzione da quella turbatrice visione... Fuori, era già la
primavera che si annunciava, nel primo tenero verde delle robinie,
nelle emanazioni delle _zágare_ nuziali, nei tepori del sole di marzo,
nella maggior durata delle giornate troppo piene di luce, da
abbacinare alla lunga. Erano delle ubbriacature d'aria, delle
ipnotizzazioni d'azzurro, delle saturazioni di sottili profumi che si
prendevano in quella felice Palermo, porta dell'Oriente, lembo
d'Arabia trasportato, quasi per una fantastica operazione da _Mille ed
una notte_, in riva al lago del Mediterraneo. Un languor nuovo, uno
snervamento molle che faceva intensamente assaporare la voluttà del
riposo, guadagnavano Ermanno, lo mantenevano in una specie di
dormiveglia durante il quale, abolito il pensiero, solo delle imagini
gli passavano e ripassavano dinnanzi, svegliando in lui sopìte
sensazioni di avidi dissetamenti, di abbandoni profondi... Una sorda
irritazione nasceva in lui per quelle suggestioni incoscienti, con un
bisogno di castigarle che finiva per esasperarle. E l'impeto di sdegno
che lo aveva vinto quando la Figura adorata era stata attaccata da
quella abominazione, cedeva adesso ad impeti di desiderio, a una
tentazione di indissolubili strette, che si mutava ancora in terrore
all'idea di passare soltanto un braccio intorno alla vita di
Massimiliana durante la prossima festa...

Sul punto di vedersi abbandonata dalle proprie forze, Massimiliana non
aveva neppur tentato di evitare quell'avvenimento di cui sentiva le
minaccie. Una oppressione la vinceva in mezzo a quel risveglio
primaverile, a quel rifiorire di tutta la natura: l'oppressione morale
alla certezza che la sua fatalità si sarebbe abbattuta su di lei prima
dell'appassir di quel verde; il turbamento fisico, prodotto dal
dardeggiare d'un sole infuocato sopra quella natura quasi tropicale. E
dovunque ella si rivolgeva, il trionfo del fior d'arancio: nell'aria
tutta compenetrata del soavissimo profumo, nei giardini il cui verde
era tempestato come di candide costellazioni, nei quadri dei coloristi
dilettanti, nei mazzi che _egli_ mandava alla viscontessa. «Kennst Du
das Land?..» l'appassionata canzone di Mignon le tornava alla memoria;
ed in quella Terra appunto il suo destino aveva dovuto sospingerla; e
da quelle prode fiorite sorgeva come una voce che le ricordava la sua
sfiorita esistenza; e il simbolico candor di quei fiori le dava più
dolorosa la coscienza della sua macchia indelebile...



XIV.


La festa dell'_Hôtel des Palmes_ era riuscita splendidamente. La
migliore società di Palermo aveva tenuto ad accettare la simpatica
dimostrazione della colonia straniera, e le sale magnifiche
dell'albergo, la serra, il giardino, adattati con gusto sapiente alla
circostanza, erano popolati da una calca elegante e felice... In un
abito di _tulle_ bianco laminato d'argento, che avvolgeva il suo corpo
come una tenue carezza; i biondi capelli vagamente raccolti sul capo e
ornati di un ramoscello di mughetti meno pallidi del suo viso, la
signorina di Charmory si sarebbe detta un'apparizione in mezzo alle
figure vivaci dalle quali era circondata. Aveva un'aria disfatta, gli
occhi accerchiati da un lividore e luccicanti, così che da più di una
parte le avevano chiesto se si sentisse male. Aveva dovuto assicurare
il contrario, subendo le attenzioni incresciose degli indifferenti; ed
era rimasta grata in cuor suo a Rosalia di Verdara, che l'aveva
salutata soltanto, passando nella stanza di toletta per accomodare la
sua acconciatura. Dal salotto in cui la viscontessa d'Archenval,
seduta, riceveva gl'inchini degli invitati, Massimiliana girava
intorno gli sguardi, in cerca di qualcuno; e ad un tratto,
inchiodatili ardentemente in un punto, le sue mani avevano preso a
torcere convulsamente il suo fazzoletto di pizzo. Era Ermanno Raeli
che, entrando, si era incontrato col duca e si era fermato un poco a
parlare con lui... Gastone di Précourt, più giovane che mai
nell'accorta toletta, troneggiava in quell'ambiente suo proprio, con
un'aria di soddisfazione felice diffusa nella fisonomia. Parlando con
Ermanno, facendo allusione a certi scandali della società palermitana
che egli aveva subito appresi e che il giovane non conosceva, egli
stringeva la mano ai passanti, accennava col capo ai lontani,
s'interrompeva per inchinarsi profondamente al passaggio delle
signore. A misura che quel colloquio si prolungava, come i gesti
dell'uomo si facevano più espressivi, come i suoi lineamenti si
atteggiavano al riso, la fissità degli sguardi di Massimiliana
cresceva. Ah, quel riso schernitore e malvagio!.. Un fascino fatto di
raccapriccio la inchiodava lì, dinnanzi a colui che osava stringere la
mano di Ermanno. Era come se un serpe si fosse avviticchiato al
braccio del giovane, e dal ribrezzo non prorompeva in un grido
violento: «Schiacciatelo!.. Schiacciatelo!..» Ondate di gelo le
passavano pel corpo, un gruppo le si stringeva al cuore come quello
che le sue mani nervose stringevano nel fazzoletto, fino a
lacerarlo... L'orchestra aveva dato ad un tratto il segnale della
danza, ed Ermanno le era venuto incontro. Per un contrasto abituale
nel suo spirito complicato e tormentato, la folla allegra, lo
scintillio delle luci, gli acuti profumi che si svolgevano da
quell'assembramento di gente elegante, la conversazione
spregiudicatamente leggiera del duca, lo avevano attristato. Lo
spettacolo dell'altrui felicità gli rendeva più sensibile la propria
inquietudine; a quell'ora più che mai egli dubitava di sè stesso;
delle strane idee di fuga, di rinunzia lo occupavano mentre egli si
avanzava incontro a Massimiliana, e fu macchinalmente, con la quasi
certezza d'un rifiuto, che egli le chiese di accordargli una danza.
Tenendo ancora nelle mani il fazzoletto lacerato, la signorina di
Charmory si alzò subitamente, come di scatto. «Non voglio che parliate
a quell'uomo!..» disse ad Ermanno, con voce breve, mentre egli,
sfiorandola appena col braccio passatole intorno alla vita, si
slanciava con lei fra le coppie. Per grande che fosse l'incapacità di
Ermanno a cogliere il senso delle cose, le parole di Massimiliana
erano troppo strane perchè egli non le notasse. «Il duca?..» aveva
mormorato quasi a domandarle che cosa avesse voluto dire; ma non aveva
insistito al silenzio di lei, nella specie di ebbrezza che il contatto
di quel corpo gli procurava, che aveva dissipato la sua tristezza e
che centuplicava la letizia di sentirle esprimere una volontà--un
comando... Le acute sensazioni che lo invadevano, il leggiero affanno
del ballo gli soffocavano in gola le parole; solo il suo corpo si
stringeva insensibilmente di più al corpo di Massimiliana...

Cogli sguardi chini, col corpo irrigidito sotto quella stretta, col
respiro affrettato, Massimiliana si sentiva sul punto di stramazzare.
Si era repentinamente decisa ad accettare l'invito di Ermanno per
parlargli, per dirgli subito di evitare quell'uomo, per dirgli tutto;
ma aveva troppo presunto, affidandosi in braccio a lui, stringendosi
materialmente alla persona cui si sentiva stretta con tutte le forze
dell'anima. Ogni cosa le girava ora d'intorno, come presa dalla
vertigine che era in lei, il terreno le mancava sotto i piedi al ritmo
cullante di quella mazurka di Chopin... e con accento di supplica,
mentre il viso di Ermanno quasi la sfiorava, ella mormorò: «Basta!..
basta!..»

Egli si era subito arrestato, offrendole il braccio nel vacillamento
che l'altra non riusciva ancora a vincere, e guidandola fuori della
sala la cui atmosfera era divenuta asfissiante. «Grazie!...»
mormorava, con voce profonda; «ogni suo desiderio è legge per me...» E
senza dire più nulla, senza domandarle la ragione di quella
proibizione nella gioia trionfale di sentirsela accanto, l'aveva
guidata verso la serra. Il luogo era deserto, una luce discreta vi si
diffondeva dalle oblunghe lampade giapponesi, i rumori della festa
arrivavano attutiti dalla distanza, e la meravigliosa vegetazione
tropicale, i fogliami larghi e carnosi, gli avviticchiamenti quasi
convulsi dei rami, l'acutezza penetrante degli esotici profumi,
l'umido tepore dell'aria deliziosamente snervante, avevano finito di
opprimerli entrambi... «Si ricorda?..» mormorò Ermanno ad un tratto,
con una voce bassissima stringendo un poco il braccio della sua
compagna. Si era arrestato, contemplando il meraviglioso profilo di
lei, le labbra leggermente dischiuse, gli sguardi smarriti, l'eburneo
pallor delle guancie. «Si ricorda, Massimiliana.... quel che io le
dissi qui?..» e le aveva presa una mano, stringendolesi di più. La
signorina di Charmory aveva fatto per trarsi indietro, guardando
attorno come in cerca d'aiuto; egli l'aveva trattenuta con una muta
preghiera. L'allegra festa rumoreggiava lontano, dalla serra esalava
una larga respirazione, un alito infinitamente dolce, come una
persuasione d'amore... «Massimiliana... io l'amo...» sussurrò Ermanno,
con la ragione perduta nella lenta invasione di un desiderio folle di
carezze e di baci, «Massimiliana... mi consenta di ripeterlo... è una
soavità unica al mondo...» Impallidendo ancora di più, ella si era
riversata indietro, afferrandosi alla spalliera di un sedile, cogli
occhi chiusi, e il suo corpo si era tutto profilato in quella posa,
dalla fronte purissima, dalla guancia morbidamente soave, dal collo
marmoreo, al seno palpitante, alla vita inarcata, al mistero di linee
perdute, evanescenti... Ermanno aveva visto come una nebbia
ondeggiargli dinnanzi. Passato, con un gesto lento ma sicuro, il
braccio attorno alla vita di lei; presale, con l'altra mano, una mano,
egli l'attirò a sè. Ella tentava inutilmente di sciogliersi da quella
stretta sempre più fitta, di gettare indietro il capo per sottrarsi
alla carezza del suo alito ardente... «Massimiliana!..» supplicava
ancora egli, ma la parola si perdeva in un suono inarticolato, in una
specie di sordo bramito... «No... non come...» gemè ella, in una
repentina rivolta di tutto il suo essere, risentendosi in preda alla
forza del maschio, e appena le labbra di Ermanno ricercarono
avidamente le sue, si era accasciata sul sedile, priva di sensi.

Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai
capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era
sopravvenuta, con l'orrore dell'atto commesso. Egli contemplava livide
e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare
le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata,
spenti quegli sguardi luminosi; ed era l'opera sua sacrilega che egli
contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non
potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che
aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell'antico
istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si
era perduta in lui, quand'egli intese un passo avvicinarsi: era la
signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana...

Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito
fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la
festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue
persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco
di Massimiliana; non restava luogo che per l'esplosione del suo mal
frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione
colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era
abbeverata. Ora, senza riguardo, l'indegnità di quei due le si faceva
manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla
loro nobiltà!.. Essi erano degni l'una dell'altro, erano veramente
fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli
spettatori curiosi... Egli con le sue pose di tristezza, l'altra con
la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a
ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva
insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più
caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una
folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente
contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti,
affinchè _qualcuno_ avesse imparato a conoscerne il prezzo.... Invece
la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la
grazia, pel brio, per l'eleganza, si sentiva spodestata da
Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una
quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità
femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la
sua sontuosa toletta dalla gonna di _cordonné_ rosa pallido con trine
spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo
circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti
che fermavano una _aigrette_ rosa e verde disposta sul capo, non
fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della
signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta
nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua
tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente
contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida
scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un
momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento.
«Dell'acqua.... presto, qualche cosa....» aveva detto, tentando
d'aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere
il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza
domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito.

Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per
sollevare la giovanetta, che all'impressione di freddo sulla fronte
aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, «No... non come
l'altro...» mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta
fra le braccia. «Son io, Maxette!.. son io...» e con un segno della
mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli
occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un
rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E
come si vide sola con l'amica, afferrossi a lei, convulsamente.
«Aiuto... soccorso...» supplicava, fremendo; «è troppo... è la
morte...»--«Maxette!.. Maxette!..» ripeteva la contessa, subitamente
comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno
avvicinarsi... «Diteglielo voi, di fuggirmi... voi che vedeste le mie
lacrime... che sapete tutta la mia vergogna... Ah, Dio Signore... mio
Dio Signore!..» La contessa tentava invano di farla tacere, di
chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno
smarrirsi; ma l'altra continuava, tra le soffocazioni: «Bisogna dir
tutto... Voi non sapete..! Vedere quell'uomo, l'uomo che ebbe questo
miserabile corpo... parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi
confidava l'anima... ed io tacevo!..» Girando la testa, in cerca
d'aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta
in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per
lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato.

Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si
affacciava dall'altra estremità della serra, la contessa ingiunse
brevemente ad Ermanno: «Vada via... per carità; si allontani... mandi
qualcuno...»

Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo
cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno.
«Qualcuno, una donna, laggiù... nella serra...» disse al secretario
dell'albergo, che domandava allarmato, che cosa fosse avvenuto e non
otteneva risposta...

Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama
elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il
ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa
all'orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro
passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar
della testa sul muro.



XV.


Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si
trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la
contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva
il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta
come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado
la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta
d'acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. «Maxette... come
stai?...» chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva
appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di
servizio aiutava l'amica in quelle cure; la scena era avvenuta così
rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno,
neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra
signora sofferente, se n'era accorto. «Desideri qualche cosa?... Vuoi
che chiami tua zia?...» Ritrovando le sue forze a quella minaccia:
«No... no!...» rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto;
«ecco, è passato...» E, abbracciando l'amica: «Grazie... grazie!...
Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola...» La contessa
insisteva per tornare più tardi; ma l'altra ripeteva: «Grazie, non
occorre... È finito; ora sto bene...» E sorrise.

Ella sospingeva cogli occhi l'amica che si allontanava, dopo aver
detto qualche parola alla cameriera; e come vide l'uscio richiudersi
sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la
faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio.
Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia
fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come
fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un'altezza
incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d'arresto. La
parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro
secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata...
Quale oscura, implacabile fatalità!.. «Perchè?... perchè?...»
mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali,
torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il
peso enorme di quella fatalità. Implacabile!... Eterna!... «Perchè?...
perchè?...» e non v'era risposta all'angosciosa domanda, o ve n'era
una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la
vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la
propria debolezza, la propria viltà non l'avevano consentito. Aveva
durato in quell'orribile vita, fra quegli agi che quell'uomo aveva
finito per pagare, comprando così il silenzio dell'altro che avrebbe
dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era
falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli
alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato,
aspettando--che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su
di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro,
che il sentimento della sua sciagura s'inacerbisse e si complicasse
d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto subito e poi andarsene,
ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare
e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. «Perchè?..
perchè?..» Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo
giorno, con forza sempre cresciuta! «Io l'amo!.. io l'amo!..» gridava,
nascondendosi ancora la faccia contro l'origliere; ed era la morte
dell'ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle
vertigini... Com'era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel
tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di
dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i
suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella
lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente,
cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una
sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed
ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio
umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l'attenzione
degli uomini, l'attenzione di _lui_... Un giorno era venuto, giorno di
gioia paurosa e d'angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di
essere amata--e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben
compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e
grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola
parola, in qual modo l'avrebbe amata!... Ella era ben certa di dir
tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire
l'oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa... Sì, un
istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la
sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah,
quell'uomo a fianco di _lui_!... la sua mano in quella di Ermanno...
un viscido serpe... «Strappatelo!... schiacciatelo!»

Macchinalmente, ella alzava un braccio, accennando, e ad un tratto
l'uscio si schiudeva, e la viscontessa, pallida, ansimante, le si
faceva vicina... «Come stai?... Non mi hanno detto nulla... Maxette!»
Subitamente alzatasi, cominciando a disfare la sua toletta: «Non è
niente, un capogiro...» rispondeva Massimiliana. «Ma perchè non mi hai
fatta chiamare?.. vuoi che venga un dottore?..» insisteva l'altra,
prendendole una mano. In quel momento, l'ammalata non era più lei, era
la giovanetta: ella lo comprendeva al tremore della persona, allo
splendore degli sguardi; ma l'altra replicava: «No, grazie... il
riposo finirà di guarirmi...» e ritirava la sua mano!.. Non la voleva
con sè! Non voleva dirle la causa del suo male che ella aveva
presentita nelle mezza parole con cui la contessa l'aveva fatta
accorrere! Respingeva il suo aiuto, ancora, sempre!.. E la povera
donna si allontanava, piegando la testa; sull'uscio, arrestavasi un
poco, come volendo tornare; ma lasciava la camera, disperando.

«Va!... va!...» diceva mentalmente Massimiliana seguendola con lo
sguardo. La presenza di un essere umano le era insoffribile. Che cosa
poteva per lei quella moribonda?... La cameriera che aveva aiutata la
contessa, tornava a chiedere notizie da parte della Verdara; ella la
rimandava via con uno «Sto bene... sto meglio...» Si era passato un
abito di casa, abbandonandosi sopra una seggiola, insofferente
dell'immobilità del letto. E mentre il suono d'un vivace ballabile
veniva dal salone, intese una carrozza allontanarsi. Repentinamente,
il sordo pensiero a cui tutti gli altri si erano fino a quel momento
sovrapposti, prese forma precisa. Ermanno!.. Dov'era egli?.. Che cosa
accadeva in lui?... Una rovina più spaventevole di quella che lei
stessa mirava! Ella si era illusa, volontariamente, deliberatamente;
ella sapeva che quella felicità presto o tardi sarebbe fuggita per
sempre. Ma lui che non sospettava di nulla, lui che l'aveva creduta
pura ed immacolata, unicamente degna dell'amor suo, di quell'amore
timido, discreto, rispettoso, supplichevole... ah! di quell'adorazione
infinita?...

S'era alzata, smaniando; era andata ad appoggiare la fronte ai vetri
della finestra, guardando nel buio. Vi era dunque qualche cosa di più
terribile del dolore, l'idea del dolore di cui si è causa?.. E il
bisogno di rivederlo sorgeva adesso in lei, imperiosamente. Ella si
diceva di non poterlo lasciare in quel modo, sotto l'impressione della
brutale rivelazione: era necessario completarla, giustificarsi... No,
non giustificarsi; ma parlargli, dirgli tutte le circostanze
dell'orrore, non lasciarlo così... Percorreva ora la sua camera, da un
capo all'altro; il rumore dei suoi passi si attutiva sul grosso
tappeto. Di tratto in tratto ella si arrestava, mettendo innanzi le
mani, come per respingere qualcuno. Imaginava di trovarsi sola con
lui, lo vedeva stringersela fra le braccia, avvicinarle le labbra alla
bocca, sentiva il fuoco del suo bacio... «No!.. non come l'altro!..»
Ebbene, perchè?.. Perchè lo avrebbe ella respinto? Ne aveva il
diritto? Ella avrebbe quasi voluto ch'egli la prendesse; sarebbe morta
poi... Oh, era il delirio, era la pazzia!..

Il movimento delle carrozze cominciava ora dinnanzi all'albergo, la
festa volgeva alla fine, e dei rumori cominciavano a venir dalla via;
degli usci che si schiudevano, un canto di carrettiere, quell'araba
melopea malinconica che la faceva quasi piangere... «Che notte!... che
notte!...» La sua veste bianca era ancora buttata sul divano, il
ramoscello di mughetti sfrondato per terra. Ella contemplava tutto con
occhio arido e freddo... Era necessario rivederlo: questo pensiero le
martellava nella testa, non la lasciava più, le dava la forza di
reggersi... Non sperava nulla, non aspettava nulla, non sapeva che
cosa sarebbe avvenuto di lei, di lui, ma una spiegazione era
indispensabile: non poteva lasciare così!.. L'uomo che l'amava, lei!..
che le aveva detto di vivere della sua vita!... E un brivido la
percorse da capo a piedi, mentre i capelli le si drizzavano sulla
fronte: «Morto!... per me!...»

Dalla finestra rimasta aperta, la prima luce dell'alba cominciava a
penetrare nella camera, una luce fredda e triste; i rumori per la via
si facevano più frequenti. Massimiliana restò un momento a guardarvi,
poi andò a schiudere il suo grande baule, ne cavò il mantello e tolse
la _toque_ di pelliccia dalla scatola di cartone. I suoi movimenti
erano secchi, automatici. Aveva presa la sua risoluzione: bisognava
cercar subito di Ermanno. Non sapeva dove si sarebbe diretta; doveva
trovarlo. Se avesse conosciuto il suo indirizzo sarebbe andata
direttamente a casa di lui. Non le importava quel che avrebbe potuto
pensare: l'interessante era di vederlo, subito... Adattossi la _toque_
senza guardarsi allo specchio, si avvolse nel suo mantello... In quel
momento l'uscio a fianco si aperse e la viscontessa, con indosso un
accappatoio bianco, bianca ella stessa come una morta, si avanzò verso
di Massimiliana. «Tu esci... a quest'ora?...» Anch'ella non aveva
chiuso occhio, in quella notte d'angoscia, porgendo ascolto ad ogni
rumore che venisse dalla stanza vicina, con la febbre della paura.
«Lasciami!... lasciami andare!...» diceva Massimiliana; e la debole
donna l'aveva circondata con le sue povere braccia, cercando di
trattenerla. «Maxette... in nome di Dio!... Non voglio che tu
esca...»--«Lasciami andare! non aver paura...»--«No!... verrò io
stessa, piuttosto... aspettami; il tempo di vestirmi...» ma le forze
l'abbandonavano sempre più, la sua respirazione si faceva affannosa.
«Va a letto... non aver paura!...» ripeteva Massimiliana, allacciandosi
il suo mantello con le mani tremanti; «ho bisogno d'aria... il tempo di
respirare l'aria fresca del mattino...»--«Maxette!... Maxette!...»
insisteva la viscontessa, afferrandosi a lei, passandole una mano
scottante sulla fronte agghiacciata. «Maxette... non andare!... non
morire!...» Allora ella proruppe, svincolandosi: «Ma è lui che
muore!... lui che sa tutto... la mia vergogna... e la vostra!...»

La viscontessa era caduta sul divano, con la testa sul petto,
ansimante. «Perdono!.... Perdono!... hai ragione... è colpa anche
mia... è stato mio padre... oh!...» Come un singhiozzo le aveva
lacerata la gola, Massimiliana era caduta quasi in ginocchio dinnanzi
a lei, brancicandola: «Sei tu che devi perdonarmi.... Povera donna!
non ti accusare... Che colpa è la tua?.. Sono stata troppo vivace;
perdonami...» Allora la viscontessa aveva rotto in pianto. Era un nodo
che aveva nel petto, da anni: vederla soffrire in silenzio, senza
poter far nulla... e mai un lamento... mai un rimprovero... come una
martire... «Oh, Maxette!... povera, povera!...»--«Basta!..
tranquillati!..» interrompeva Massimiliana; «buon Dio, basta!.. Vedi:
anch'io sono tranquilla... Ma lasciami andare... è giorno chiaro, c'è
già il sole... Senti, bisogna ragionare... Andrò dalla contessa, le
domanderò per favore di chiamarlo presso di lei; è necessario ch'io lo
riveda, non fosse che per un minuto...»--«Lasciami venire con
te...»--«È una pazzia... Se hai la febbre!... E poi, perchè?... Non
farò nulla senza la contessa... No, no!... è già tardi...» E
svincolatasi dalla nuova stretta, era uscita, rapidamente.

Pei corridoi dell'albergo, nelle scale, nessun segno di vita. Nel
salone da ballo, le candele consunte, il suolo sparso di carte dorate,
di banderuole, di tutti i minuti residui del _cotillon_. Massimiliana
rabbrividì, passandovi dinnanzi dagli usci spalancati. Sul vestibolo,
ella andò incontro al portiere che passeggiava di su e di giù, con le
mani in tasca e la pipa in bocca. «Dove potrei trovare una carrozza?»
Il vecchio aveva smesso di fumare, guardandola stupito. «In piazza del
Teatro Massimo... Se vuole che vada io...»--«No, grazie...»

Ella traversò il Maria-Square, dirigendosi alla via Cavour. La sua
risoluzione era presa: andare dalla contessa, invocare l'assistenza di
lei: era stata a parte di tutto; lei sola poteva soccorrerla. Errò un
poco per le strade ancora deserte senza incontrare una carrozza;
trovatala, dette al cocchiere l'indirizzo della villa Verdara. Col
moto, con l'aria fredda del mattino, l'incubo si dissipava; ella
considerava con un poco più di fermezza la situazione; ma la necessità
di rivedere Ermanno le pareva sempre più imperiosa. Giunta alla villa,
vide il cancello spalancato, le finestre aperte, come se anche lì non
si fosse dormito. «La contessa?...» chiese alla cameriera che venne ad
aprirle. «È uscita, per venire da lei, sarà un quarto d'ora...» Ella
restava ancora sulla soglia dell'uscio, interdetta da quel
contrattempo quando sopravvenne Giulio di Verdara, col cappello in
mano, in atto di uscire. «Lei?..» Egli le strinse la mano, con
un'espressione di affettuoso interessamento. «Come sta?... Ho saputo
che iersera non s'è sentita bene... Rosalia era giusto venuta da lei
per sentire sue notizie...» Allora, ringraziatolo, rifiutando
l'offerta ch'egli le aveva fatta di accompagnarla, era risalita in
carrozza, dando ordine al cocchiere di portarla all'_Hôtel des
Palmes_...

Una notte egualmente insonne ed angosciosa era stata anche quella
passata dalla contessa di Verdara. Soccorsa Massimiliana, ella era
discesa a cercare di Ermanno, con l'idea dello strazio a cui doveva
essere in preda. Non l'aveva trovato, e la sua preoccupazione era
cresciuta. Aveva allora pregato suo marito di far venire la carrozza,
non fidandosi più di assistere a quella lugubre festa. Durante il
tragitto dall'albergo a casa, facendosi forza, sentendosi salire al
viso le fiamme del rimorso all'idea di parlare di Ermanno con l'uomo
che un momento aveva pensato di offendere, gli aveva detto ogni cosa:
quello che era successo fra i due giovani, l'aiuto che bisognava dar
loro perchè potessero superare la terribile crise... «Sì, hai
ragione...» aveva risposto Giulio di Verdara, non più in vena di
tormentarla un poco, come una volta; comprendendo che ella era ormai
fuori di causa e che il dramma correva in quel momento rapidamente
alla fine. «Sì, hai ragione...» ripeteva, guardandola soltanto un
poco, come ella gli rappresentava l'ambascia in cui Ermanno doveva
esser caduto; e nel cuore della notte, egli era riuscito, cercando
inutilmente del giovane all'_Hôtel des Palmes_ e a casa sua.

Dinnanzi allo sguardo di Giulio, a quel solo segno con cui egli le
diceva di averle letto nel cuore, dinnanzi alla grandezza d'animo di
quell'uomo che era corso in cerca dell'amico, la contessa Rosalia era
stata sul punto di trattenerlo, di gettarglisi ai piedi, di
confessarsi a lui e di chiedergli perdono; solo i tristi presentimenti
che occupavano il suo spirito l'avevano arrestata, dimostrandole che
in quel momento urgeva pensare agli altri.

Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di
Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all'albergo.
Nulla, a quell'ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo
la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che
espiavano una colpa non propria. Era tutta un'esperienza che ella
aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl'impeti della passione, i morsi
della gelosia, i rimorsi dell'errore, le amarezze del disinganno,
sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto
provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla
prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per
l'efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto,
tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio
interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla
a quegli altri?...

La sua carrozza s'era arrestata dinanzi all'albergo; il portiere,
avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che
la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue
paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di
fare?... Se una risoluzione funesta?... Scesa rapidamente dal legno,
era salita dalla viscontessa: l'aveva trovata nella stanza di
Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. «È
venuta da lei...» le diceva la moribonda, «per l'amor di Dio, corra a
trovarla, a salvarla...»

Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva
scorta la signorina di Charmory. «Maxette!...» Massimiliana l'aveva
presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo
sguardo: «Che cosa succede?...»--«Nulla... volevo vederti...» E
l'ansia di ciascuna raddoppiandosi dinnanzi a quella dell'altra, il
loro pensiero si era incontrato nell'unico oggetto che l'occupava:
Ermanno... «Bisogna che mi conduciate da lui!...» chiese risolutamente
la fanciulla. «Maxette mia... è impossibile...»--«È necessario. Se non
volete accompagnarmi, andrò sola...» E fece per allontanarsi. Allora
la contessa la trattenne: «Aspetta... vieni con me...»

Ella dette al cocchiere l'indirizzo di Ermanno. Poichè suo marito
doveva essere a quell'ora presso l'amico, ella lo avrebbe fatto
chiamare. La carrozza correva rapidamente, intanto che le due donne si
tenevano per mano, in silenzio. Allo svoltare da piazza dei Marmi nel
corso Alberto Amedeo, la contessa mise il capo allo sportello: un
assembramento sbarrava la via. Ad un tratto, Massimiliana sentì
tremare la mano che teneva nella sua, vide la contessa ricacciarsi
indietro. «Che è?...» E come anch'ella sporse il capo, vincendo la
resistenza dell'amica, gettò un grido lacerante.

Il portone era socchiuso, due guardie vi stazionavano dinnanzi,
trattenendo la folla. La carrozza s'era arrestata di botto, e Giulio
di Verdara aveva aperto lo sportello, dando il passo alla signorina di
Charmory. La folla si ritraeva, silenziosa. Rosalia, afferrata una
mano del marito, la strinse con una domanda negli occhi. «Respira
ancora,» disse questi, ricambiando la sua stretta; «vieni ad
aiutarmi...»

Ermanno Raeli, pallido ma sereno in viso, stava disteso sul suo letto,
nell'abito nero della sera innanzi. Una coperta era stata tirata fino
a mezzo il petto per nascondere le chiazze di sangue, lasciando fuori
il braccio destro. Massimiliana di Charmory, sulla soglia della
camera, era caduta riversa, senza un grido, senza una parola, nelle
braccia della contessa di Verdara e di suo marito.


        _Autunno del 1887_



                                FINE.



                       LIBRERIA EDITRICE GALLI
                                  DI
                      _C. CHIESA e F. GUINDANI_

                 Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80.


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                           UGO VALCARENGHI

                               I RETORI

                            FUMO E CENERE

                               ROMANZO


          _Un bel volume in-16 di circa 100 pagine L. 3,50._


Occorre tutto un dolore di artista moderno, tutto un coraggio, tutto
un ideale altissimo del vero e un sentimento vero dell'arte per
scrivere un libro come _Fumo e Cenere_.

L'intimo pensiero nostro, quel gran punto d'interrogazione umano pel
quale si smaniano, si querelano, e si smarriscono tanti uomini di
scienza, obbligati come sono ad indagarlo dalla esterna conformazione
dell'uomo; quell'angolo di fango che tutti più o meno possediamo, che
l'intelligente non svela per vergogna, che il volgare non sa di
possedere, che il furbo tiene con se per interesse, è completamente
messo a nudo in _Fumo e Cenere_. Pel Valcarenghi non hanno leggi le
ipocrisie umane, non l'ha la menzogna--smaschera tutti, lui! L'Autore
di _Le confessioni di Andrea_, romanzo che due anni fa scosse e la
critica letteraria e la critica scientifica, non si compiace del nudo
se non quando questo nudo è la coscienza umana. Ed è così che il suo
nuovo lavoro, assurgendo a opera d'arte sinceramente morale e civile
otterrà quel successo che già ottennero i suoi precedenti lavori.

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                            BRUNO SPERANI

                            NUMERI E SOGNI

                           SECONDA EDIZIONE

                               Lire 4.


Nessuno potrebbe mai immaginare, leggendo gli scritti firmati col
sonoro ed energico pseudonimo di Bruno Sperani, che egli nasconda un
ingegno ed un nome femminile.

Nulla in questi libri di ciò che caratterizza un'opera muliebre;
predominio della fantasia, modo di giudicare le cose, gli affetti, le
azioni, con sentimentalismi esagerati, morbidezza o nervosità
eccessiva di stile e di lingua: nulla. Invece, una larghezza d'idee
rara a trovarsi, non solo in una scrittrice, ma anche in uno
scrittore, una grande serenità ed una invidiabile superiorità di
giudizi, una forza, ed una potenza tutta virile nell'analisi accurata
dei singoli caratteri ed una logica stringente, che incalza e risolve
gli avvenimenti.

Nel tempo stesso che non troviamo mai descrizioni sfacciate e
nauseanti, pure nulla è taciuto, nessuna ipocrisia falsa e sciocca
attenua e diminuisce la evidenza e la realtà della vita in questi
lavori.

Secondo me, ecco i pregi principali, incontrastabili della valente
scrittrice, che le derivano oltre che dell'ingegno, dalla tempra del
carattere.

_Numeri e Sogni_, è l'ultimo dei romanzi di Bruno Sperani: sono più di
600 pagine che si leggono da capo a fondo con attenzione, con serietà,
senza furia, non come di solito vengono letti i romanzi per seguirne
l'intreccio e conoscerne la catastrofe.

Qui non vi è una catastrofe alcuna: il romanzo si svolge e termina
logicamente, semplicemente, senza una _ficelle_ o un mezzuccio.

Ora questa fine così elevata, così nobile, così consolante e, a parer
mio, così vera, per una mente superiore, dopo le tremende battaglie
dello spirito e del cuore, mi pare indovinatissima, e che corrisponda
in tutto al sentimento scientifico moderno.

Io credo assolutamente di non errare dicendo, che _Numeri e Sogni_, è
uno dei romanzi più fortemente pensati che siano stati scritti in
questi ultimi anni.

                            (Dal _Fanfulla della Domenica_).

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                                NEERA

                                TERESA

                           QUARTA EDIZIONE

                               Lire 2.



.....opera d'arte ell'è certamente. L'acuto ingegno di Neera non ebbe
mai forse, prima di questo racconto, vibrazioni d'affetto così felici,
tenerezze muliebri così indovinate, quadretti casalinghi di maggior
attrattive. Se il giovane Orlandi rimane in seconda linea del quadro
fra le nebbie indeterminate del fondo, gli altri personaggi vivono
quasi tutti di una vita reale, e spiccano distinti o per la paziente
opera miniatrice dello scrittore, o per qualche suo tocco breve ed
incisivo che imprime subito il movimento alle figure. La casa
dell'esattore dove una parte del romanzo si svolge, di quel terribile
signor Caccia che fa tremar moglie e figliuoli col solo aggrottare
delle sopraciglia, è descritta nella successione degli anni con
magistrale franchezza e con artistica precisione, e noi penetriamo di
stanza in stanza sicuri di non sbagliare come fosse una casa che
conosciamo e frequentiamo da un pezzo.

Nell'ultimo romanzo della valorosa scrittrice lombarda la vena
dell'affetto sovrabbonda, la passione prorompe, la lotta dei
sentimenti è vivacissima: ma i freni dell'arte trattengono il
soverchiare dell'impeto, e tutto cammina tranquillamente come limpida
acqua di fiume. Se talora parrà di scorgere un po' di sconnessione
nell'andatura del racconto dite pure che all'autrice tremava per
commozione la mano. Evocatrice di fantasmi effimeri, ella è colta per
la prima alla pania del proprio inganno e alle torture ineffabili di
Teresa ella deve aver pianto di certo: perchè nella ragazza infelice è
raffigurata e scolpita tanta parte degli ignorati dolori umani.

       (E. Checchi, nel _Fanfulla della Domenica_ del 22 agosto 1886).



NOTA DI TRASCRIZIONE


L'uso dei puntini di sospensione non è uniforme, in presenza di altra
punteggiature sono spesso usati due puntini invece di tre. Abbiamo
preservato l'uso originale.

Sono stati corretti i seguenti refusi:

  Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono[furano]
  erano molto[molte] connesse, la forma riusciva penosa
  cui sono condannate[condanate] le tragiche vittime della
  intanto fra le rinunzie il mio vago pellegrinaggio[pellegrinagggio]
  per questo[queste] belle in qualche modo ai suoi occhi,
  Ermanno[Emanno] Raeli aveva un bell'essersi trasformato,
  aveva guardato un momento un mendicante[medicante],
  ella era stata[stato] un momento esitante;
  egli era venuto[venuta] confessando tutto quel che
  neppure sognare che ella si fosse accorta[accorto] di
  forza[orza], per la colezione.
  era seguito, il ritorno del generale von Koptleben[con Koptleben]
  lui per quelle suggestioni[suggestoni] incoscienti, con un
  d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto[utto] subito
  vederti...» E l'ansia di ciascuna raddoppiandosi[raddopiandosi]
  menzogna--smaschera[smachera] tutti, lui! L'Autore di _Le





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Ermanno Raeli" ***

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