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Title: Amore bendato
Author: Farina, Salvatore, 1846-1918
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

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available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



  SALVATORE FARINA

  AMORE BENDATO

  RACCONTO


  MILANO

  TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA

  Via Larga, 19

  1875

  Prezzo Lire 2.



  AMORE BENDATO



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  Dirigere le domande alla TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
  Via Larga, 19. Milano.



  SALVATORE FARINA

  AMORE BENDATO

  RACCONTO



  MILANO

  TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA

  Via Larga, 19

  1875



  Proprietà letteraria



AMORE BENDATO



I.

In cui la signora si confida col suo spirito famigliare.


...Infine ho la coscienza di non essere perversa,
e se scendo in fondo al cuore, trovo che sarei capace
di far la moglie come le più brave. Ma che
colpa ne ho io se quest'uomo non mi sa prendere,
se non se ne dà nemmeno pensiero, se non mi ama?
Non mi ama, e non solo non mi ama, ma non mi ha
amato mai! Quasi quasi me lo diceva in faccia, perchè
è schietto ed abborre le simulazioni, il signor
marito. Gli ho risposto, come andava fatto, che a
me non ne importa un bel nulla e che alla fin dei
conti siamo pari, perchè neppure io l'amo nè l'ho
amato mai...

Ed ora finalmente tutto sta per finire fra di noi, il
mondo è largo, e dei Leonardi e delle Erneste ce ne
possono vivere molte paia senza che siano obbligati
a guardarsi nel bianco dell'occhio a tavola, ad
andare a braccetto per le vie. Sarò finalmente libera,
mi tornerà il respiro.

Ah! che orrore _i diritti ed i doveri dei coniugi_
per due che non si vogliono bene! E che odioso e
fatuo libro il codice colla sua aria di volere, con
quattro ciancie numerate, regolare in eterno un
affetto che alle volte dura... Quanto ha durato il
nostro? Apparentemente tre mesi, in realtà meno
di tre quarti d'ora, perchè non ci è mai stato affetto
vero tra Leonardo e me; non l'amo e non mi
ama, oggi come ieri e come tre mesi or sono.

Tu sai come è andata la cosa; morì la mamma,
rimasi sola nel mondo; lo zio Rinucci, la zia Rinucci
e mia cugina Rinucci mi aprirono le braccia
a modo loro, vale a dire mi accolsero in casa nei
primi giorni che succedettero alla sciagura; poi lo
zio fece l'inventario dell'eredità ed accettò in mio
nome; la zia procurò di divagarmi affidandomi tutte
le rimendature, mia cugina si fece regalare quattro
o cinque anelli, un medaglione ed uno scialletto di
seta azzurra, che, secondo lei, pareva fabbricato apposta
per dar luce al biondo-stoppa dei suoi capelli.

Un giorno, dopo che ne erano passati molti e tutti
monotoni ad un modo, la signora Virginia mia cugina,
non so più in qual proposito, mi fece sapere
che il mio naso non le piaceva, che era fatto non
so come e che pareva non so che; non potendolo
cambiare per andarle a genio, la consigliai di non
porre il suo in ciò che non le spettava e di guardarsi
nello specchio. D'allora in poi fu guerra. Me
ne doleva proprio; nella mia afflizione per aver perduta
la mamma, avrei avuto bisogno di carezze, ed
invece mi toccava tener viva una guerricciola di
dispettuzzi, perchè guai se mostravo di accasciarmi,
subito la signora Virginia s'inanimiva e pigliava le
arie di vincitrice. L'autorità tutelare dello zio Rinucci
intervenne, ordinando che io andassi in collegio
a compiere la mia educazione.

Avevo 19 anni suonati, ed entrare in collegio nell'età
in cui le altre ne escono non mi garbava molto;
pur vi andai felice di uscire dalla casa del tutore.
I due anni passati al collegio furono relativamente
lieti; una volta o due al mese ritornavo all'amplesso
dei tre Rinucci, presso i quali trovavo sempre qualche
rimendatura lasciata in disparte per me, e qualche
amorevolezza delle solite da ricambiare colla cuginetta.
Ci trovavo pure Leonardo.

Confesso che mi sembrò un bel giovinotto; non
stetti a badare che era troppo lungo, troppo miope,
troppo dinoccolato, troppo frivolo, e lo trovai elegante
e disinvolto, un po' indolente, ma garbato.
Porgevo orecchio alla sua conversazione briosa, da
cui non usciva un'idea, e mi pareva che quel mulinello
di parole mi parlasse di un mondo che io non
aveva ancor visto da vicino, un mondo in cui le signore
vestono di velluto e di seta, ed i signori portano
l'occhialetto. Dico il vero, vivervi sempre in
codesto mondo non mi sarebbe garbato punto, ma
entrarvi al braccio d'un marito lungo, elegante, disinvolto
e miope, attraversarlo tirandomi dietro lo
strascico di velluto e cento occhiate curiose per poi
uscirne e correre in una tranquilla casetta a ritrovare
il micio, la gabbia dei canarini, la vesta da
camera, il focolare ardente, le ciancie a quattr'occhi,
l'ultimo romanzo pubblicato, la festa di ogni
giorno--ah! questo sì mi seduceva.

Il signor Leonardo era molto gentile con tutti e
specialmente meco; non me ne sarei accorta, se la
mia cuginetta non avesse avuto l'ingenuità di mostrarmi
aperto il suo dispetto; era un trofeo di vittoria
e non me lo lasciai strappare di mano.

In appresso fui forse col signor Leonardo più civettuola
del necessario, se è vero, come mio marito
mi ha detto poc'anzi, che egli mi aveva creduta
innamorata pazzamente di lui. Anch'io credeva lui
pazzamente innamorato di me, e le collere della Virginia
me ne facevano sempre più persuasa ed orgogliosa.
Ebbi torto, non dovevo cedere a sentimenti
così meschini, ma infine l'ho scontato caro il trionfo
della mia vanità. Sono proprio pentita, mi pare che
quando mia cugina verrà a vedermi per gustare la
propria vendetta, me le getterò nelle braccia e bagnerò
di lagrime la sua testina color di stoppa.

Venne il giorno sospirato e temuto; compii i ventun
anno, e per primo atto della mia autorità di donna,
dichiarai che non volevo rimanere un'ora di più nel
collegio. Ne uscii. Tornai a far rimendature e dispettuzzi
in casa Rinucci. Una settimana dopo, la vita
mi pareva così insopportabile che trovai la forza di
comperare il primo codice e dichiarare a mio zio
che la non poteva durare e che io voleva andarmene
a viver sola.

Il mio coraggio giungeva fino alla petulanza e lo
fece ammutolire. Toccò alla zia a parlamentare per
convincermi che la mia idea era assurda, che non può
una giovinetta far casa da sè senza esporsi alle censure,
ai sospetti del mondo maligno. Non era la via
migliore per farmi disdire; sostenni che una giovinetta
può benissimo, che se la legge le dà questo
diritto deve averci le sue ragioni.

Incominciarono i commenti all'articolo 323. «Lo
spirito della legge, entrò a dire mio zio, è, non è,
insegna...;» io feci la sorda e mi attenni alla lettera.

Fu allora che il signor Leonardo trovò nel suo
cervellino balzano la bella idea che ci ha condotti
a questo punto.

--Signorina,--mi disse--se vi piacessi, come
mi piacete, ci sarebbe modo di accomodar tutto senza
scandali... Acconsentireste a darmi la vostra mano?--

Gliele diedi tutte e due ridendo, le pigliò ridendo,
ci sposammo ridendo. Fu una vera fanciullaggine.

Per parte mia ero andata a nozze come si va in
campagna, certa di annoiarmici un pochino, ma felice
della libertà che mi aspettava, curiosa degli
orizzonti nuovi che mi si promettevano, anticipando
alla mia vanità di fanciulla tutte le dolcezze della
domestica autorità di padrona di casa. Non pensavo
allora che dalla campagna si ritorna e dal matrimonio
no, e se pure ci pensavo qualche volta alla
sfuggita, facevo dentro di me un ragionamento zoppo
che andava a finire così: «tocca a Leonardo farmi
felice, ci pensi lui!» Oh! sta a sentire come ci ha
pensato.

Nei primi giorni, durante il viaggio, pareva proprio
felice; andare di città in città, d'albergo in albergo,
farsi trascinare in carrozza da un museo ad
una pinacoteca, scendere da un monte per salire sopra
un campanile, visitare i tesori dei santi, la corona
di ferro, le mummie di non so chi--tutto ciò
gli pareva delizioso; fu un'orgia pei suoi occhietti
che non vedono più in là d'una spanna. Io lo osservava
per le vie, quando camminava impettito, lungo
lungo, colla testa alta, leggermente curvata indietro
per impedire che l'occhialetto gli cadesse dal naso,
e quando si fermava a pigliar le note nel taccuino
per potersi ricordare di ogni cosa e parlarne poi
al Circolo; vedevo un sorriso di cuor contento
errargli sul labbro, e pensavo:--È innamorato,
beato lui!...--

Allora mi davo la spinta coll'immaginazione e per
un quarto d'ora m'innamoravo anch'io.

Non tardai ad accorgermi che in quella felicità
apparente l'amore non entrava per nulla; la fatuità
ne faceva tutte le spese. Leonardo era incantato di
trovarsi in una condizione nuova, di sapersi spinto
colla velocità dei convogli diretti attraverso paesi
ignoti, di vedersi passare dinanzi tutta quella fantasmagoria
di strade, di monumenti, di teatri e di
musei; era insomma felice perchè non si annoiava
e non aveva bisogno di pensarci. Al termine del viaggio
l'uomo annoiato, frivolo, indolente, senza pensieri
e senza sentimenti, ricomparve tal quale, anzi peggio
della vigilia delle nozze. Allora fui impaurita.
Scesi dentro di me e ci vidi un mondo sopito, frugai
dentro di lui e non ci trovai nulla, fuorchè una perfetta
soddisfazione di sè medesimo, una tranquilla
coscienza del proprio valore. Allora mi domandai se
era possibile passar la vita con un uomo che non
comprendeva alcuno de' miei sentimenti, che non
palpitava di nessuno de' miei affetti, non legato a
me da memorie, da simpatie, da nulla, fuorchè dal
codice--e mettendoci della buona volontà, risposi
di sì, a patto di formare l'abitudine, di sostituire la
condiscendenza all'amore, di far germogliare in lui
qualche sentimento e qualche pensiero embrionale.
Divenni... noiosa!

Lo riconosco. Per guarire la sua spensieratezza gli
proponevo mille quesiti domestici da risolvere; per
farlo uscire dalla sua fatuità gli facevo sfilare dinanzi
una processione di fantasmi dell'avvenire. Non
riuscii a nulla, nemmeno a seccarlo. Egli continuava
a passare press'a poco il giorno al Caffè, la notte al
Circolo.

Una carezza fredda, un bacio di gelo, una sfuriata
di ciancie sul cavallo balzano del contino, sul
calesse nuovo del banchiere, sul prossimo duello,
sull'ultimo spettacolo alla Scala, sulla prima ballerina,
sui polsini del marchese X, che erano, diceva
lui, meglio stirati de' suoi.... e quando aveva finito
si addormentava col sorriso del giusto sulle labbra....
Ho resistito un pezzo; mi parve prima scipito, poi
ridicolo e finalmente odioso.

L'altro ieri mi trovò in lagrime; bisognava sentirlo:
«è una vittima, ha il cuore sensibile, e non
può soffrire le lagrime; a me non manca nulla, io
sono un'ingrata, il poveretto non domanda che la
sua pace e le sue care abitudini, io sono padrona di
fare quel che mi piace, ho una casa ora ed egli me
l'ha data perchè io vi sia libera, ma lasci lui libero.»

--Non sono un egoista--disse egli.

--Non sei un egoista--diss'io--sei uno stolido.

Leonardo è uomo flemmatico, girò sui tacchi e
via... al Caffè od al Circolo.

E poc'anzi, quando l'ho preso di fronte e gli ho
domandato perchè mi avesse sposato, mi ha risposto
ingenuamente che «allora gli piacevo e che
credeva di fare un'opera buona.»

È anche un uomo schietto Leonardo!

--Senti, gli ho detto, questa vita non la posso e
non la voglio più vivere, la legge ammette la separazione
per incompatibilità d'umori, ed i nostri sono
incompatibili.

E gli mostravo il mio secondo codice, comperato
ieri l'altro.

Egli si è messo a ridere.

--Buon Dio! Lo dici tu che i nostri umori sono
incompatibili; da parte mia sono disposto a compatire
le tue idee romanzesche, spiritiche, filosofiche,
sentimentali, compatisci tu le mie e vivremo come
Filemone e Bauci.

E siccome io pigliava fuoco, egli ha sorriso dall'alto
della sua persona sterminata, si è dondolato
un paio di volte, ed ha finito con dire: «Farai quello
che vorrai, sei contenta? Ma senza scandali, senza
codice, senza tribunali; se non puoi viver meco, vivrai
sola, pensaci stanotte...»

E via... al Caffè od al Circolo.

Tutto dunque sta per finire; domattina quando
egli verrà stabiliremo le norme della nuova vita, andrò
a stare altrove... lontano, in campagna... vivrò
nella mia solitudine, nei miei affetti contemplativi,
con te, mio buon amico....

Sul punto di prendere tale deliberazione, scendo
ancora una volta dentro di me e m'interrogo:--Ho
io fatto quanto stava nelle mie forze per non arrivare
a questo?--Sì, tutto, tutto. Ho combattuto
la ripugnanza che ora mi domina, quando appena
tentava le vie del mio cuore; venti volte fissai i
confini della mia sofferenza e venti volte li respinsi
indietro. Sol che egli avesse fatto un passo verso
di me, io ne avrei fatti dieci, e ci sarebbe stato
forse possibile intenderci ancora. Ma non lo seppi
smuovere dalla sua indolenza, non mi riuscì di farlo
un istante venir fuori dal castello merlato della sua
fatuità.

Passar la vita a far la parte di vittima d'uno
scioccherello col pretesto specioso che questo scioccherello
è mio marito, è cosa superiore alla mia virtù.

Mi piacciono le situazioni chiare e definite.

Sia pure l'abbandono, sia pure la solitudine, sia
pure la noia, purchè mi si diano per quello che sono
e per quello che valgono; non so che farmi d'una
casa che è una prigione, d'una _famiglia_ che è una
parola, d'un _trono domestico_ che è una metafora.

Tu non puoi darmi consigli, ma potessi anche, ed
io non te ne chiederei ora, perchè sono irremovibile.
Ho solo voluto narrarti la cosa pel bisogno di
confidarmi ad un amico, e di persuaderti che, almeno
nello _sciogliermi_, ho messo il senno, la maturità di
consiglio, la ponderatezza, tutte quelle buone cose
che doveva mettere all'atto di lasciarmi legare da
un articolo del codice. Ma egli allora mi piaceva,
ed io gli piacevo. Così almeno ha detto lui.

Vorrei un po' sapere perchè ora non gli piaccio
più!

Perdona se ti ho trattenuto un pezzo colle mie
chiacchiere; spero di non averti annoiato, perchè
non mi hai interrotto; ma d'altra parte tu sei così
buono che non ne sono sicura.... Buona notte, cioè
buon giorno. È l'alba.



II.

In cui il signore si confida col suo medico.


Era l'alba. Era quel breve momento del giorno, in
cui il sonno e la vita, il silenzio ed il suono, la tenebra
e la luce sembrano stare insieme, tollerandosi
a vicenda, mutando l'antitesi in un'armonia sfumata
e fuggevole.

Penetrava dal vano della finestra un filo di luce
pallida, accompagnato dall'alito fresco del mattino;
fendevano l'aria le prime note d'un grandioso concerto
che fra breve doveva prorompere in tutta la
sua sonorità sul vecchio ippocastano del giardino;
qualche piccolo concertista impaziente provava a
gola spiegata i gorgheggi più difficili. E non ostante
quei voli, quello sbatter d'ali intorpidite, quei canti
e quel sommesso bisbiglio delle frondi, persisteva
nell'aria qualche cosa del silenzio notturno.

Ernesta si provò un istante ad accompagnare dalla
finestra il suo buon amico (uno spirito famigliare
molto docile e molto taciturno), ma per mancanza
di direzione certa, abbandonò quasi subito le vie delle
nuvole e tornò coll'occhio e col pensiero in terra, al
giardinetto, all'ippocastano.

Quel giardino era tutto un mondo agli ocelli suoi,
un mondo popolato di creature innocue ed allegre,
su cui non posava mai ala di nibbio; l'ippocastano
era un conservatorio che dava le più belle vocette
ed i migliori cantori dell'universo; lo dirigeva un
usignuolo; uno stornello faceva con molta buona volontà
le veci del direttore.

Ernesta rimaneva immobile ad ascoltare una bella
sinfonia descrittiva, dimentica per poco delle sue
sciagure. Quel mattino di maggio aveva cento mani
leggiere e fresche per accarezzarla sulla fronte, sulle
guancie, sugli occhi stanchi dalla veglia; i passeri
le davano il buon giorno in coro, e le rondini inquiete
le passavano rasente fino quasi a toccarla
colle ali, mandando un grido di saluto, in cui entrava
un po' di paura. La giovine donna aveva quell'acutezza
di senso delle nature fantastiche e nervose;
a lei le conversazioni dei passeri parevano sempre
piene di attrattiva, era persuasa che le rondini nel
passare le dicessero _addio_, e rispondeva _addio_ a
fior di labbro per non far battere troppo forte quei
cuoricini sbigottiti dalla propria audacia; poi spingeva
il capo fuor del davanzale e volgeva gli occhi
in alto, dove un'altra rondine si teneva appesa al
nido sotto la gronda e la guardava curiosamente.

A poco a poco si unirono nuove voci al concerto,
e la sinfonia giunse alla massima sonorità. Ernesta
non sapeva staccarsi dal davanzale; la veglia protratta
le aveva acuito i sensi più ancora; udiva,
o le pareva d'udire, parole nuove, accenti ignorati,
e quando lo stornello, appollaiato sull'ultimo ramo
dell'ippocastano, incominciò un canto che si staccava
su tutte le voci, le parve che a lei sola si rivolgesse
e che avesse a dirle qualche cosa importante.
Spinse un seggiolone nel vano della finestra
e stette ad ascoltare un pezzo, ad occhi chiusi, facendo
ad ogni tanto di sì col capo. Finalmente fece
di sì un'ultima volta, curvò la testa sul petto e
stette immobile....

Nel risvegliarsi, Ernesta fu molto stupita di vedersi
quasi all'oscuro, sopra una poltroncina, nel
vano della finestra, di cui erano state chiuse le imposte;
balzò in piedi si stropicciò gli occhi, aprì le
vetrate e ricevette sulle guancie il caldo bacio del
sole di mezzodì.

Pensò: «Qualcuno è venuto, mentre io dormiva,
chi mai? Leonardo; Olimpia non entra se non la
chiamo.»

Stette un pezzo immobile a fantasticare su questo
nonnulla.

--Egli è tornato a casa all'alba, secondo il solito,
ha visto il lume acceso attraverso la toppa, ha
avuto paura si appiccasse fuoco alle cortine del mio
letto, ed è entrato pian piano per non svegliarmi,
mi ha vista addormentata sul seggiolone, si è accostato,
ha chiuso adagino la finestra già invasa dal
sole, mi ha guardato per vedere se mi svegliassi e
se ne è andato sulla punta dei piedi portando via
il lume acceso....--

E nel dire a sè stessa queste cose, essa se lo vedeva
innanzi il suo Leonardo, nè ora nè mai _suo_, e
gli pareva curiosissimo in quegli atti, e pensava:
--Qual gioia se fosse un altro, amante e riamato,
per poter correre in camera di lui e svegliarlo con
un bacio e dirgli: «Cattivo, è così che dovevi fare!»

Ma si corresse e disse che un altro, come lo voleva
lei, non sarebbe tornato a casa a quell'ora. Ci
pensò ancora, prima di conchiudere con un sospiro;
poi si lasciò cadere sopra una poltroncina dinanzi
allo specchio, e tirò languidamente il cordone del
campanello per chiamare Olimpia.

Press'a poco a quell'ora, dalla stanza più remota,
la voce di un altro campanello avvertiva il vecchio
cameriere che il padrone si era svegliato. La testa
canuta di Bortolo non entrò sola; la precedeva un
testone crespo ed espressivo, solidamente piantato
sopra un corpo alto e massiccio.

Bortolo era corso innanzi ad aprire le finestre,
per lasciar entrare la luce; il visitatore si era fermato
sul limitare, tenendo pronto un sorriso di saluto,
e sul lettuccio in fondo alla camera un giovane
pallido e bruno si era tirato mezzo il corpo fuor
delle coltri, portando una mano agli occhi e facendo
cenno coll'altra a Bortolo perchè non aprisse tanto
le imposte. Bortolo misurò studiosamente un grado
di luce che potesse venir tollerato dal suo padrone,
e se n'andò in silenzio. Leonardo e l'incognito stettero
faccia a faccia.

--A che ora sei venuto a letto?--domandò il
visitatore con una voce dolce e carezzevole, pigliando
il polso del giovane.

--Saranno state le sei, m'immagino.

--Si capisce; hai il polso agitato, incerto; segno
che hai dormito poco e male e che hai passato la
notte al solito.

Leonardo sembrava alla tortura, si contorse sul
letto, guardò qua e là, e non rispose. L'altro gli
toccò il mento coll'indice:

--La lingua.--

Leonardo mise fuori la lingua di mala grazia.

--Temevo peggio,--proseguì a dire il dottore
col medesimo accento mellifluo,--hai un _organismo_
che fa miracoli di resistenza, ma finirà col cedere; tu
non puoi durarla un pezzo così. Ed ora vediamo gli
occhi.--

E senza badare alle smorfie dell'ammalato, il dottore
andò ad aprire la finestra e tornò a fare il suo
esame:

--Nessun peggioramento,--disse,--ma d'altra
parte nessun modo d'impedire lo sviluppo d'un malanno
serio, se non muti vita... pensaci....

--Ci penso.

--Senti delle punture?...

--No....

--Hai degli abbagli?

--No....

--Vedi doppio qualche volta?

--No... cioè sì... qualche volta! Insomma mi secchi!
Lasciami dunque in pace. Questa mattina sono
d'una irritabilità nervosa....

--Comprendo, i soliti guai con tua moglie.

--Sì... cioè no... non i soliti, ma peggio dei soliti...
anzi bisognerà che ci pensi sul serio, e ti assicuro
che faccio una fatica, una fatica... sono malato,
dovrebbe risparmiarmi... nossignore!

--Che dice tua moglie?

--Agenore mio, ha una testa bizzarra!... dice che
non vuol più star meco; ha comperato un codice e
voleva che lo studiassimo insieme per imparare come
ha disposto la legge quando due non possono andare
d'accordo! Ma io ci vado, ci sono sempre andato,
ci andrò sempre d'accordo purchè mi lasci fare a
modo mio....--

Il dottore Agenore abbozzò un sorriso malizioso.

--Sta zitto, proseguì Leonardo coll'accento d'un
fanciullo viziato, so quello che vorresti dire, che
tutti i cattivi mariti non parlano diversamente...
ma ti pare che io sia un cattivo marito? Che cosa
faccio a mia moglie? Nulla.--

L'amico dottore si rizzò sulla punta dei piedi, e si
lasciò ricadere sui calcagni, ripetendo come un eco:
--Nulla!--

Fatto un grandissimo sforzo sopra di sè per contenersi,
Leonardo scivolò sotto le lenzuola, tirandosele
fino sotto il naso. Quell'atto di supremo accasciamento
fe' balenare un altro sorrisetto sulla
faccia del dottore, il quale ripetè ancora una volta:
«Nulla!»

--Nulla,--ripigliò Leonardo con una convinzione
profonda,--assolutamente nulla; in questi giorni
sono stato costretto a fare una specie di esame di
coscienza; ebbene, ti giuro che sono un marito immacolato.
Non ho intrighi, tu lo sai, non faccio la
corte a nessuna donna; colle ballerine mi piace solo
cenare, perchè in generale sono creature allegre e
d'una ignoranza e d'un appetito che mettono di buon
umore; non giuoco, non mi ubbriaco, non faccio debiti.
Se mi guardo d'attorno, vedo il conte A... che
mantiene una corista, il signor B... che si fa mantenere
da un vecchio soprano di cartello, il barone
C... che passa i giorni e le notti alla bisca e corre
di galoppo verso la rovina, eccetera; tu li conosci,
costoro ed altri, al par di me, e sai che hanno tutti
moglie e figliuoli... eccoli i cattivi mariti! eccoli!
ho anch'io il senso critico dell'uomo virtuoso.--

Leonardo tacque; e vedendo che il dottore Agenore
faceva di sì col capo, tirò un lungo sospiro, si
voltò sul fianco e proseguì con voce compassionevole:

--Sono proprio disgraziato, piglio moglie credendo
di fare un'azione meritoria, di assicurarmi la
mia porzione di paradiso, e invece mi tiro un inferno
addosso. Tu sai come è andata. Ernesta mi
piaceva ed io piaceva ad Ernesta; sola lei, solo io;
essa non aveva una casa, ed io ne aveva una, in
cui non stavo mai... Ci sposiamo? Sposiamoci. E fu
fatto. «Mobiglierà la casa di suo genio, dicevo,
perchè sarà lei che dovrà starci, io mi reputerò
felice di vedermi venire incontro un visino ridente
e mi sentirò meglio equilibrato nel mondo.» Sissignore
che facevo i conti senza quella testolina
bizzarra; figurati, vorrebbe che non mettessi il piede
al Circolo, nè al Caffè, che non riconoscessi più i
miei amici da scapolo, che avessi paura dei gonnellini
delle ballerine, che andassi in teatro solo per
accompagnarvi lei, che la conducessi a spasso e
nelle buone famiglie e che stessimo a sbadigliare
a quattrocchi tutto il giorno quanto è lungo... e tu
sai quanto è lungo! Mi provai a persuaderla e sulle
prime sperai di ricavarne qualche frutto.... «Disgraziata!
non sai che è la tomba del nostro amore che
tu vuoi scavare con queste male abitudini? Lasciami
fare a modo mio, e non mi pentirò mai di aver preso
moglie, e mi piacerai sempre, e ti amerò in eterno;
hai una _posizione_, una famiglia; sei una donna _collocata_,
come si dice, puoi ricevere, dar delle veglie;
divertiti come io mi diverto, onestamente, fatti delle
abitudini che non urtino le mie abitudini..., e lasciami
in pace.» Tempo perduto, fiato sprecato; ho dovuto
sempre finire a piantarla colle sue smanie ed
andarmene al Circolo. Ha certi paroloni in bocca, si
fa certe idee dei doveri coniugali da diventare insopportabile;
peccato, perchè è bellina proprio e vi
sono nella giornata alcune ore che avrei sempre
passato volentieri con lei; ma a darle retta non sarei
più un uomo, diventerei un fantoccio, e mi farebbe
muovere a suo capriccio. Pazienza; per parte
mia rinuncio ai vantaggi sperati da questo matrimonio;
poichè non sa riconoscere la sua felicità,
peggio per lei; vuole andarsene, si accomodi.--

E così dicendo la povera vittima girava orizzontalmente
come sopra un perno e si voltava sull'altro
fianco. Per un pezzo stette zitto, aspettando forse
che l'amico dottore entrasse a dire qualche cosa,
ma l'amico dottore non discuteva mai le opinioni
degli altri senza un qualche gravissimo interesse,
ed aveva in ciò le sue ragioni filosofiche; onde Leonardo,
che aveva preso l'aire e non poteva fermarsi,
dovette fare un'evoluzione contraria sul proprio
perno e mettere un'altra volta la sua faccia di
vittima di fronte alla faccia pensosa dell'Esculapio.

--Io la compatirei mia moglie, sì, se mi lasciasse
in pace, sento che avrei la forza di compatirla; le
sono idee bevute coll'educazione, idee da borghesucci,
da gente di affari. Un impiegato che passa
nove ore del giorno all'ufficio, un bottegaio, un negoziante,
che so io, ecco i mariti modelli! Dio del
cielo! La cosa difficile! Date otto giorni di vacanza
all'impiegato, tre feste di seguito al bottegaio, un
piccolo fallimento che costringa a quindici giorni
di ozio un negoziante, e se costoro non fanno dare
in ismanie le loro Penelopi, come io la mia senza
colpa, mi si mozzi un dito, mi si mozzi! Mia moglie
non comprende queste cose perchè è un po'
fatua, un po' spensierata, un po' frivoluccia, un po'
insomma tutto quello che ella dice che io sono, ma
io... ma io....

La faccia da ridere del dottor Agenore imbrogliò
la frase di Leonardo, il quale fu costretto a fermarsi
ed a domandare:

--Dimmi tu se ho ragione.

--Non c'è che dire,--rispose il medico,--hai
ragione; le tue facoltà sono equilibrate per modo
che non vi può essere dubbio... hai ragione... è la
natura genuina, è il tuo sangue, sono i tuoi nervi,
non potrebbe essere altrimenti... insomma hai ragione.

--Manco male! interruppe l'altro,--manco male;
io appartengo ad una classe che ha vacanza tutto
l'anno, e che di necessità deve avere abitudini matrimoniali
diverse... Bada un po' quanti avventori
ammogliati con prole conta il Caffè Cova! ed il Circolo
quanti! Domanda a costoro se, quando si sono
coniugati, fu loro possibile da un giorno all'altro
mutare le abitudini di una quindicina d'anni per
cucirsi alle sottane della moglie! Non bisogna esagerare
la virtù di quei quattro articoli del codice
che vi legge il Sindaco o l'Assessore; sono quattro
buoni articoli, ma non possono far miracoli; il
giorno dopo che si è cessato di essere scapoli, in
fondo si è rimasti quello che si era la vigilia. Molti
credono il contrario e si illudono e fanno la propria
e l'altrui infelicità; io non l'ho creduto un istante
e sento che potrei far la vita di marito con molto
garbo... se mia moglie mi lasciasse in pace. Il marchese
Viani e l'ingegnere Stefani fanno così, ma
essi hanno avuto la fortuna di trovare delle mogli
che comprendono la _situazione_, ed a me ne è toccata
una testereccia che vuol guastarmi il sangue
colle sue idee balzane.... Pazienza! Ci separeremo.
Accetto la mia parte di vittima.--

Dicendo queste ultime parole, il poveraccio protendeva
tutte e due le mani fuori del letto come
eccitando il dottor Agenore a consegnargli immediatamente
quella parte disgraziata.

Pochi minuti dopo Leonardo, non sapendo più che
dire e sicuro che avrebbe aspettato invano i consigli
del suo amico medico, si determinò a levarsi
da letto alla muta. Il dottore Agenore stava a guardarlo
seduto sopra una poltroncina.

--Fammi il piacere, dimmi ancora che ho ragione--uscì
a dire Leonardo arrestandosi di botto, mentre
stava mettendosi i polsini.

Agenore rialzò il capo e disse senza scomporsi:

--Certo che sì; finchè parli tu, la ragione è dalla
tua.

--Che intendi di dire?

--Tua moglie farà le sue argomentazioni, immagino?

--Pur troppo....

--E le fa in buona fede....

--Ma senza senso comune....

--Non importa, le fa col suo senso, co' suoi sensi,
ha ragione anche lei; avete ragione tutti e due;
sono i nervi, è il sangue, il fluido... la disgrazia,
se ti piace meglio.

--Le conosco le tue teoriche, non le discuto....

--E fai bene, perchè sarebbe inutile... sono le mie;
io non discuto le tue... perchè sono le tue; la discussione
è un acrobatismo dell'ingegno, uno sforzo
erculeo sul trapezio, sulla corda o sulla barra che
non approda a nulla. Tu non sei padrone ora di
pensare diversamente da quello che pensi; date le
tue condizioni fisiche, dato l'equilibrio momentaneo
delle tua facoltà, è fatale. Vuoi essere sicuro che
questa tua idea d'ora è, non dirò la vera, ma quella
che corrisponde esattamente al tuo temperamento?...
Aspetta a domani, fra una settimana, fra un mese.

--E mi consigli?

--Di non risolvere nulla per ora.

--Impossibile... impossibile... impossibile. S'ha a
finire; ieri dopo il desinare, bisticci, ieri l'altro idem;
e indietro e indietro sempre bisticci e scene analoghe....
Le ho detto che oggi le avrei risposto ed oggi
le risponderò.--

Leonardo aveva finito di vestirsi e si guardava intorno.

--Vacci subito,--disse Agenore,--spicciati,
io ti aspetto qui....--

Leonardo non rispose, prese sbadatamente il cappello
e lo tenne in mano facendolo girare.

--È una scena disgustosa,--disse alla fine lentamente,--non
ci avevo pensato, mi sembrava facile
ed è difficile; ci saranno lagrime, parole grosse...
ho una natura così impressionabile; mi spiace veder
piangere una donna.... Ernesta poi... a cui voglio
bene.... Ah! mi viene un'idea; è la mattina delle
idee... ma questa è eccellente.... Ecco, Agenore, ci
vai tu da mia moglie, te le presenti, le sveli l'animo
mio, la persuadi che io non ho alcun torto verso di
lei, le spieghi bene le cose, la induci ad accettare la
vita libera nel tetto coniugale.... ed in caso disperato....

--In caso disperato?

--Le dici che il suo codice non serve a nulla,
che quando ella vorrà stare in città, io me ne andrò
a viaggiare, e quando ella vorrà andare in campagna
od ai bagni io starò in città.... così sarà liberata
dalla mia odiosa presenza e non si faranno
scandali. Ci vai?

--Ci vado.

--Ah tu sei il migliore degli uomini ed il migliore
dei medici; mi hai tolto una montagna dallo
stomaco; servigi come questo non si dimenticano....
conta sulla mia gratitudine... io corro perchè è la
una e mezza; alle due mi aspettano al Cova. Fatti
annunciare.... mia moglie non ti farà fare anticamera.--

E Leonardo, trasformato in volto dall'ottima idea
che gli era venuta, uscì guardandosi intorno per
paura di incontrarsi colla sposa; quando fu sul pianerottolo,
si fregò le mani come uno scolaro e scese
le scale a precipizio.



III.

Missione diplomatica.


Il dottor Agenore aveva accettato il difficile incarico
con un po' di leggierezza. Ci pensava ora e
diceva a sè stesso che se la discussione è inutile, la
persuasione è impossibile, salvo in certi casi di felice
rilassamento delle fibre. Finì con dirsi che po' poi
non doveva fare un predicozzo, nè un'orazione, ma
un'ambasciata pura e semplice.

E si fece annunciare alla signora.

La signora lo ricevette nella sua camera da letto,
in veste da mattina, sdraiata sopra un divano, dandosi
l'imperio e la disinvoltura dell'indolenza.

--Buon giorno, dottore,--disse la prima,--come
sta?

--Bene,--rispose Agenore senza scomporsi,--e
quanto a lei, cara signora, invece di domandarglielo
me ne accerterò io stesso.--

Così dicendo, le si sedeva accanto e le pigliava il
polso tra l'indice ed il pollice.

--Un po' agitato, ma abbastanza regolare; ella
è in grado di ascoltare pacatamente quello che le
devo dire.... Suo marito....

--Mio marito!... è dunque mandato da mio marito?
E perchè non è venuto egli stesso?

--Era aspettato al Cova.

--Ah!

--Il mio amico Leonardo è dolente di non essere
compreso, è sicuro di fare il suo dovere di buon
marito, non sa darsi pace...--

Ernesta lo interruppe.

--E infine non sa che farsi di me....

--Non dice questo.

--Che cosa dice? Ha egli pensato, come ho pensato
io, che questa vita è intollerabile? E che ha
risoluto?--

Il dottor Agenore si vide così sbalzato dall'esordio
alla perorazione, senza aver fatto un passo; prima
di rispondere provò a puntellarsi.

--E ci ha ella proprio pensato? Ed è venuta per
davvero alla conclusione che questa vita è intollerabile?
Ed è certa di non aver avuto un po' di febbre,
una momentanea irritazione nervosa? Perchè,
cara signora, noi siamo povere creature avviluppate
in una rete di nervi, mal difese da un'epidermide
impressionabilissima, e anche quando i tessuti muscolare
e connettivo sono sparsi coll'eguaglianza
che fa le donne leggiadre come lei ed i temperamenti
felici, non si sa mai quello che accade nei
vasi; il sangue, la linfa, gli umori sono altrettanti
nemici che noi alimentiamo, e quando ci pare di
essere persuasi d'una cosa, siamo esposti a pentirci
un'ora dopo.

--Nelle cose del raziocinio può essere, ma il cuore
non si inganna mai.

--Il cuore! Ah! non mi parli del cuore, cara signora;
bisogna averlo visto il cuore! È il più fallace
di tutti gli organi. Quando io guardo un oggetto
e lo trovo bello....--

Il dottore Agenore guardava l'epidermide vellutata
della faccia di Ernesta.

--.... Allora sono press'a poco sicuro di non fare
un giudizio falso; posso sbagliare, ma è difficile, è
difficile.... così quando scevero una stonatura in un
concerto, così quando mi fido al tatto--piccole imprudenze
quasi sempre innocue--ma se entro a far
funzionare il cervello od il cuore, non ne imbrocco
una giusta, parola d'onore! Dieci anni sono io era
spiritualista, credevo a tutte le verità che insegna
la madre Chiesa, perchè le dovevo credere; le credevo
senza intenderle, come consiglia la Dottrina, e
ne ero persuaso; oggi che la scienza mi ha aperto
gli occhi, non ho più la fede, e mi sono fatto un'opinione
ferma che allora fossi un grande.... Devo dire
la parola?

--Dica.

--Un grand'imbecille... Allora ed oggi io era persuaso,
e pure allora od oggi, secondo le idee volgari,
avevo torto; invece ho sempre avuto ragione,
perchè la ragione od il torto sono parole. I fatti
eccoli, e glieli garantisco: l'equilibrio delle facoltà,
i moti delle fibre, la temperatura del sangue e degli
umori.

--Diceva dunque che mio marito?....--interruppe
Ernesta abbandonandosi sul divano.

--Il mio amico Leonardo ama la sua libertà (è
fatto così), ama pure sua moglie, ma più la libertà
(non ci può nulla); vorrebbe accontentarle tutte e
due.... potendo.

--E non potendo?

--Non potendo, egli viaggierà spesso e la signora
passerà alcuni mesi in campagna; così sarà liberata
dalla vista odiosa del marito.... (parole testuali) se
però le accomoda.

--Mi accomoda,--disse Ernesta balzando in
piedi e suonando il campanello.

--Che fa ora?--chiese il dottore rizzandosi,--non
si ecciti così; ella tanto giovane, tanto bella,
tanto spiritosa! Ah! È un peccataccio nero farla
andare in collera! Il mio amico Leonardo non ha
senso comune....

--Non m'importa di lui,--disse Ernesta, ed aggiunse
volgendosi ad Olimpia accorsa alla chiamata:--Prepara
subito le mie valigie, parto oggi stesso....--

La cameriera fece cenno di sì, guardò il dottore e
se n'andò; Agenore, pigliando per mano la bella adirata,
la trasse con lieve violenza sul divano e cominciò
colla sua voce carezzevole:--Povera creatura!
Povera creatura! Quante doti inapprezzate ed
inapprezzabili, quanta bellezza, quanto sentimento,
quanta bontà! Tutte le più felici emanazioni d'un
_organismo_ eletto! Il tanto da far beato un misantropo!
E codesto Leonardo!....

--Che ne importa a me di Leonardo!--ripetè la
bella con accento che invano voleva parer duro;--questo
mondo è vasto, ci posso vivere anche senza
Leonardo, ci vivrò, e sarò felice, perchè alla fine....

--Perchè alla fine,--proseguì il dottor Agenore
accalorandosi, alla fine la vita è breve, e la gioventù
fugge, e la bellezza svanisce, e i fluidi perdono
la loro elasticità, e quella febbre simpatica
che piglia in una volta due esseri....--

Il dottore non ebbe tempo di dare il suo nome
volgare alla febbre simpatica che piglia in una volta
due esseri, perchè Ernesta, obbedendo ad un impeto
irresistibile, proruppe in lagrime e nascose la
faccia fra le mani.

Non si era mai aperto un orizzonte così ampio
agli occhi del medico materialista, il quale ebbe le
vertigini, fece un sogno audace, ed approfittando
della licenza che gli dava la sua veste dottorale,
prodigò un mondo di carezze poco scientifiche alla
bella donna. Forse per la prima volta in vita sua
egli si accorgeva del fascino sintetico che emana da
una creatura di genere femminino. E si trovava
senza avvedersene a vagheggiare le forme leggiadre
di quel corpo che aveva le seduzioni della bellezza,
della grazia, dell'abbandono e del frutto proibito.
Bisogna dire che i filosofi materialisti non siano
corazzati meglio degli altri e che il conoscere gli elementi,
di cui si compone una corbelleria, non renda
molto più forti nel resistere alla tentazione di commetterla.
I nervi del dottor Agenore ne stavano appunto
commettendo una, e il cervello, coll'aria di
volersene stare in disparte, se ne faceva l'istigatore
ed il complice.

Si indovinano le fantasie di quell'uomo così poco
fantastico; egli vedeva una bella donna sul punto
di separarsi da un marito indegno, l'accompagnava
nella solitudine, spiava gli occulti moti del suo cuore
e ne scandagliava il vuoto.... si sentiva un desiderio
cocente di colmare quel vuoto, di pigliare il posto
dell'indegno, e trovava quel desiderio legittimo.

--Ah!--diceva egli perdendo assolutamente di
vista la dottorale gravità,--ah! cara signora, non
le mancherà, no, chi l'adori come ne è degna; quel
povero Leonardo è malato, non capisce il bello, non
sa amare robustamente, la linfa lo atrofizza, i cattivi
umori gli inacidiscono l'umore...., a lei doveva
toccare in sorte un uomo gagliardo, di temperamento
sanguigno (il temperamento meglio fatto per
l'amore), un uomo non viziato dall'abuso, non stanco
dei piaceri, ma che dalle fatiche d'una vita studiosa
sapesse volare....--

Il dottor Agenore disgraziatamente non sapeva
volare sulle ali della rettorica meglio di così, ed
anche così non poteva durare un pezzo. Si fermò
per ripigliar fiato, ebbe un momento di rilassatezza
delle fibre e temette di essere andato troppo oltre.

Ernesta, riasciugate le lagrime, teneva gli occhi
immobilmente fissi sul pavimento; probabilmente
non aveva inteso nulla.

Agenore si guardò alla sfuggita nello specchio, si
rimproverò in cuore di non essersi fatto radere al
mattino, fece uscire i polsini dalle maniche del farsetto
coll'aria d'un guerriero che assicura l'asta in
pugno, e ricominciò l'assalto.

Quando mezz'ora dopo il dottore usciva dalle camere
di Ernesta, aveva quell'aria tra fatua e rimminchionita
d'un uomo per lo più grave che è dovuto
uscire dalla propria gravità e non sa bene se
ne sia contento.

--Ci fai una grama figura, Agenore amico mio--diceva
l'amico Agenore--una grama figura!...
ma quella donna è tanto bella, e Leonardo così fatuo!...--

Leonardo aspettava al Cova con una certa ansietà:

--Dunque?

--Se ne va.

--Dove?

--In campagna, sul lago, oggi stesso, non vuol
saperne di conciliazione.

--Ed io?

--E tu in luglio andrai ai bagni di Spa, te li
ordino fin d'ora per gli occhi, ed allora la signora
Ernesta tornerà in Milano se ne avrà voglia.--

Leonardo stette un po' sopra pensiero, poi, vergognoso
di parere inquieto, strinse la mano all'amico
dottore e disse ridendo:

--Grazie, grazie, grazie.--

Il dottore, che stava per cedere ad un nuovo rilassamento
delle fibre, vinse lo scrupolo, respirò libero
e sentenziò dentro di sè:

--Se facessi diversamente, sarei un imbecille.



IV.

In cui si fa una rivelazione e si mostra un disegno.

Il dottor Agenore deve aver dato di sè una
idea più solenne del necessario; i modi, le sentenze,
l'accento gli possono aver prestato sembianze
di colosso; è tempo di ridarlo alle sue vere
dimensioni; sappiate dunque che non era un _cattivo
soggetto_.

Tutta la sua filosofia materialistica, appresa nell'anfiteatro
anatomico dell'Università di Pavia, non
aveva potuto indurirgli una fibra od intorpidirgli
un nervo; medico-chirurgo-ostetrico, salvo qualche
canone scientifico di più e molte ingenuità di meno,
egli era rimasto organicamente come quando traduceva
i _Tristi d'Ovidio_ dalle panche del Liceo. È
naturale, è logico, secondo la sua filosofia medesima.

E siccome il dottor Agenore aveva studiato medicina
per amore della teorica, e si era limitato
nella pratica alle costipazioni degli amici, non è
temerario asserire che egli era una creatura press'a
poco innocua.

Andava famoso al Caffè Cova per le sue avventure
galanti, incominciate sempre con una lezione d'anatomia,
allo scopo di ottenere la cura radicale delle
opinioni e dei sentimenti delle belle. Si diceva di lui
che una volta, dopo d'aver spinto l'innamorata fino
alle ultime trincere e costrettala alla resa, aveva
rinunciato ai frutti della vittoria, perchè il generale
supremo dell'esercito nemico, _vulgo_ il marito,
era entrato in sospetto della cosa, se ne sarebbe
accorto e ne avrebbe avuto dolore. La clientela del
dottore rideva grassamente del _gran rifiuto_, come
lo chiamava con frase dantesca; Agenore lasciava
ridere e rispondeva invariabilmente:

--È questione di principî. L'adulterio è cosa
semplicissima; la fisiologia non lo vieta, anzi lo consiglia;
è il solo rimedio trovato dalla Natura a
quella malattia sociale che è il matrimonio, a patto
però che il marito non ne sappia nulla. Se egli lo
sa (fragile ed imperfetto come è quasi sempre il
nostro organismo), ne avrà dolore, dolore egoistico,
se volete, ma sacrosanto; e chi sapendolo fa cosa
che cagioni dolore ad un suo simile, costui, signori
miei, commette una birbonata.

I clienti si guardavano in faccia e ripigliavano a
ridere, dicendo dentro di sè che in fondo quel materialista
implacabile valeva meglio di certi spiritualisti
che fanno complice la rettorica delle loro
imprese galanti.

Il dottor Agenore non era dunque un cattivo soggetto;
tale non lo avevano voluto il sangue, la balia,
la complessione, a dispetto dell'anfiteatro anatomico.
Non se ne vantava, no, sapendo di non averci merito,
come altri non ha colpa del contrario, ma in
fine ne conveniva egli stesso con modesta compiacenza:
_non era un cattivo soggetto_.

Quanto a ciò che egli meditava di fare era per
filo e per segno suggerito dagli avvenimenti. Pensate:
una moglie bella, giovane, sola, abbandonata
alle noie della campagna; l'amico marito che non se
ne dà pensiero e chiude gli occhi addirittura, certo
che la virtuosa moglie si darà spasso onestamente,
vale a dire senza scandali.... Ah! In fede mia ciò
che il dottor Agenore meditava di fare era suggerito
per filo e per segno dagli avvenimenti! Ed ecco
ciò che meditava di fare:

Aspettare alcuni giorni, il tanto necessario a lasciare
sbollire i primi entusiasmi campagnuoli di
quella testolina bizzarra, partire, arrivare in un
momento di noia, col pretesto di farle visita, di
assicurarsi della sua salute, ed incominciare una
cura radicale.

Aspettò, partì e giunse a Bellagio. Ed è inutile
dire che la mattina della partenza non aveva dimenticato
di farsi radere.



V.

Il dottor Agenore intraprende una cura radicale.


La villetta, che pareva fatta apposta per esser
nido d'un amore clandestino, era situata sopra Bellagio
un bel tratto, ai due terzi del colle. Di lassù
si vedevano i tre bracci del lago, ma più direttamente
quello che si allunga verso Lecco. L'idea
di nido nasceva spontanea vedendo biancheggiare
la casa attraverso il boschetto che da quella parte
copre la ripida balza del monticello.

Il dottore Agenore vi giunse verso il mezzodì, a
piedi, sotto la sferza d'un sole di maggio che per
l'occasione fausta si era fatto anticipare i raggi di
luglio. Grondava di sudore il poveraccio, era impolverato
ed ansante. Avrebbe potuto farsi tirar
su in carrozza--e tale era stata la sua intenzione
in principio--ma giunto alle falde del nido,
ebbe un'ispirazione: far la strada a piedi, arrivare
dinanzi alla bella, sbuffante e coperto di polvere...
un tiro da maestro.

Quando fu ad un trar di sasso dalla porta d'ingresso,
si fermò a guardare tutto intorno; le finestre
della casicciola erano chiuse, non si vedeva
anima viva; poi udì uno starnazzar d'ali affrettate;
un paio di colombi gli passarono sul capo, seguì
cogli occhi l'alata coppia, e vide sotto una pianta,
nel fitto del vicino boschetto, una bianca veste di
mussola ed una capigliatura nera, disciolta, cadente
a ricci sopra un bel viso tondo più bianco della
mussola... lei--lei stessa--Ernesta!

La cara donnina aveva intorno a sè uno stormo
di colombi, cui dava da mangiare, costringendoli
talvolta a venire a prendere le briciole sulla palma
della mano. Come vide il dottore, non si rizzò, gli
fece un saluto ed un cenno perchè aspettasse alquanto
e non si movesse.

Il dottore s'impalò duro duro e non fiatò nemmeno.

Finalmente il pasto finì e la bella congedò i colombi
che spiccarono il volo dirigendosi al basso.
Anche Ernesta spiccò il volo ed in un istante fu
presso ad Agenore con modi festosi.

--Il bravo dottore! Il bravo dottore! E la bella
visita! Perdoni se non ho lasciato subito i colombi,
ma se l'avrebbero avuto a male e sarebbe stato
perdere otto giorni di pazienza... Li addomestico a
venire a mangiare il miglio e le briciole sulla palma
della mano... mi costa molta fatica, perchè non sono
veramente eroi i miei piccoli allievi, ma tanto, sa?
a quest'ora due sono educati... Bisogna vederli come
mi guardano in faccia ad ogni boccone, tirando indietro
il collo, per decidere se debbono fidarsi. E
m'interrogano anche, mi dicono un po' spaventati:
«ôh? ôh?» Fra una settimana mi verranno dietro
come cagnolini... scusi, sa?... ma hanno da essere i
compagni della mia solitudine.--

Il dottore Agenore strinse nelle sue grosse mani
la manina che gli veniva presentata, scrollò la testa
lanosa, levò al cielo la faccia lucente, fu lì lì per
dichiarare col suo più bel falsetto che la sorte di
quei colombi era invidiabile e che egli avrebbe voluto
essere per lo meno un piccione. Ma disse a
sè stesso che porre la _mozione degli affetti_ prima
ancora d'ogni _esordio_ sarebbe stato invertire tutte
le regole della rettorica e tradire il proprio sistema
di seduzione.

Si trattenne in tempo. E non solo si trattenne,
ma ebbe forza di darsi un'aria quasi indifferente e
di assicurare la bella che egli veniva in qualità di
medico e di amico di casa per vedere come... se
mai... insomma per _vedere_. Ernesta ringraziò con
un sorriso ingenuo, si attaccò al braccio del poderoso
cavaliere e si diresse verso la palazzina, dicendo
colla più gaia sonorità d'accento:

--Ella vuol sapere se sono felice; sissignore, sono
felice. Quanto? molto, troppo, tanto che ho paura di
qualche disgrazia. Ho ritrovato in campagna tutti
i miei giorni d'infanzia, uno per uno... quello in cui
stetti ad ascoltare il canto dell'usignuolo dal mio
lettuccio; quello in cui assediai la galleria d'un grillo
con una pagliuzza e ne feci venir fuori il castellano,
quello in cui seguì le processioni delle formiche,
quell'altro in cui fui colta da un acquazzone. Salvo
che allora godevo spensieratamente, ed oggi invece
penso ai miei godimenti, e, quando non me li centuplico,
me li sciupo... Lei si fermerà qui tutt'oggi,
spero? Desinerà meco! Non dica di no, altrimenti
mi faccio venire lo spasimo e la costringo a rimanere
per curare i miei nervi... è inteso; ella rimarrà
qui fino a sera; desinerà meco. Se teme d'annoiarmi,
s'inganna; io non trovo tempo d'annoiarmi,
non ne troverà nemmeno lei; le farò vedere il giardino,
l'orticello, la conigliera e anche la colombaia...
già ne ha veduto i nuovi inquilini; preferiscono vagar
pel bosco, ma di tanto in tanto ci vengono per
beccare il miglio; finiranno ad amare la loro casa
quando sapranno che è tutta per loro.--

Ernesta si interruppe di botto ed uscì in una risata;
aveva parlato con tanta volubilità, che il
dottore Agenore, pur volendo scusarsi e ringraziare,
aveva invano aperto le labbra per cogliere
un momento di intervallo da colmare con un ma.

--Ma,--prese a dire--non so se devo...

--Lo so io, e basta; la sequestro, la faccio prigioniero,
ella è nel mio territorio.--

Il dottor Agenore anche questa volta fu ad un
pelo di supplicare la bella, perchè mitigasse la pena
di morte che gli infliggeva colla sua bellezza in
prigionia perpetua; ma anche questa volta l'ardita
metafora gli parve, come sarebbe stata, prematura.

Erano giunti alla casa, ed al loro arrivo uno
stormo di uccelli si levò a volo dal tetto, oscurando
il cielo come un nugolo nero. Ernesta battè le mani
allegramente:

--Quanti! Quanti! e' sono stornelli, li riconosco
al volo; veda, come si muovono in giro per
l'aria! a momenti si poseranno ancora. A Milano
ce n'era una colonia che abitava i tetti del mio
vicinato, e faceva la guerra alle civette; verso il
tramonto era una festa seguire i loro circoli, il cielo
pareva un mosaico. Ecco, si sono posati, senta come
ciarlano! sembrano dire: «Noi siamo le creature
più felici della terra...»

--Ed i nostri viaggi circolari sono i più economici
ed i più spediti.--

L'aggiunta scherzosa del dottore fece ridere la
bella, la quale uscì a dire con un vezzo infantile:

--E perchè no? Sarebbe ella per caso uno di
quei dottori che hanno fatto la scoperta che l'uomo
parla per farsi intendere e gli uccelli gridano per
assordarsi a vicenda? Scommetto di no.--

Il dottore protestò che ella aveva vinto la scommessa.

--Gli uomini e gli uccelli--aggiunse--sono
scorie animate dalla stessa madre comune, e la Natura,
anche quando pare matrigna, è madre imparziale;
il polipo stesso che vive inchiodato allo scoglio
deve avere grandi soddisfazioni tutte sue nella
vita contemplativa; è una specie di filosofo pratico,
il quale ha ridotto lo scibile a quest'unica formula:
afferra quello che ti passa a tiro delle braccia e
caccialo in bocca. Osservi la profondità della massima
che in poche parole compendia lo scopo della
vita ed i mezzi di ottenerlo. Il polipo ha le abitudini
del filosofo sedentario, ma disgraziatamente il filosofo
sedentario non ha tante braccia quante ne ha
il polipo.--

Il paragone fece ridere Ernesta; ma il dottore era
entrato in materia e non voleva uscirne, e proseguì
atteggiandosi con una certa solennità, senza lasciare
il braccio della bella:

--Comprendo; ella vuol dirmi che il confronto è
strambo, irriverente, che l'uomo è il re della creazione...
e che so io; ma è lui che lo dice, e alla Natura,
cara signora, non importa nè punto nè poco
del suo reame; per essa tutti gli esseri sono eguali,
come eguale è l'opera principale che a tutti domanda.
Filosofia, scienze, arti--ghiribizzi fosforescenti;
non siamo qui per questo, cara signora.

--E perchè ci siamo?--domandò Ernesta, levando
gli occhi con uno stupore scherzoso.

--Per un occulto motivo che ci sfugge, e per
uno palese che è... che è... che è... l'amore.--

In un'altra occasione Agenore avrebbe detto «la
riproduzione delle specie,» ma il suo sistema di seduzione
si fermava, come tutti gli altri sistemi, all'amore...
sostantivo comune di genere mascolino.

Ernesta levò i begli occhi sbigottiti sul dottore.

--E dice che l'arte, la scienza, il pensiero importano
nulla?

--Alla Natura sì, lo dico e lo sostengo; se le
importasse del pensiero mio, dovrebbe pure importarle
del pensiero d'un altro assolutamente contrario
al mio, il che è assurdo; la infinita varietà delle
idee ci riporta al caos.

--Dica all'urto, da cui nasce l'ordine.

--Urto d'atomi, confusione con apparenza d'ordine;
a guardarci bene addentro, ciò che pare ordinato
non è che piccino e forma nell'infinito il
caos. Creda a me, nulla delle cose nostre è necessario,
fuorchè... fuorchè... l'amore.

--Virtù, affetti, sentimenti, pensieri, opere, tutto
dunque è vano?--chiese Ernesta, crollando vezzosamente
il capo ad ogni parola.

--La virtù è una convenzione; non esistono che
gli affetti, e sono buoni o cattivi secondo le condizioni
dei vasi, dei nervi, dei tessuti. I pensieri è
provato che sono bagliori fosforici, le opere sono
giocattoli con cui inganniamo noi stessi, rispettabili
se servono a farci passar meglio la vita e dar
modo di passarla meglio ai nostri figlioli; e quanto
al bene in sè, è fatale come il male; vi è l'_organismo_
dell'assassinio, come vi è l'_organismo_ del
sagrificio, varietà dell'infinita razza di egoisti puri
e semplici.

--Ella che _organismo_ ha?--domandò Ernesta
ridendo.

--Un organismo che entra nella gran categoria...
voglio essere sincero.

--Egoista puro e semplice.

--Egoista sì, la mia parte, puro e semplice forse
no; ho le mie massime virtuose.

--E ci crede?

--Ci credo; sono fatto così; dall'immensa vanità
di tutte le cose umane ho sceverato una sensazione,
la sola vera, profonda, sacrosanta, dopo
l'amore: il dolore. Tutta la mia moralità entra in
questo dogma: «Godi senza dar dolore agli altri.»--

Ernesta non disse più nulla, spinse l'uscio socchiuso
della casetta ed entrò in un salotto, salutata
al solito dai canarini che svolazzavano per la
gabbia a farle festa. Ma questa volta la bella non
badò al cinguettìo carezzevole, e si lasciò cadere
sopra un divano in atto di stanchezza. Agenore le
sedette a fianco, stette un pezzo a guardarla in silenzio,
poi le prese la mano, che non si ribellò.

Il sangue acceso del dottore gli mandò sul volto
una vampata.

Erano soli; dalla porta rimasta socchiusa penetrava
un raggio di sole, i canarini si erano acquetati
nel vano della finestra, le cui cortine di garza
azzurra lasciavano passare una fantastica luce.

Era venuta l'ora. Non l'esordio mancava oramai,
ma l'occasione d'avventare una metafora. Agenore
si guardò intorno, poi guardò ancora Ernesta;--era
immobile e pensosa.

--Senta,--prese a dire, stringendo la mano che
aveva tenuto nella sua,--senta...--

E invano volle andar oltre. Ernesta non sollevava
il capo, pensava sempre.

--Senta...--disse Agenore per la terza volta
rompendo l'impaccio con un impeto;--l'amore è
l'unico bisogno della natura; solo nelle sue febbri
amorose l'uomo trova il conforto della vanità delle
altre febbri, si dimentica, si perde, rivive a modo
suo... Affrettiamo l'amore!--

L'ultima frase, che era veramente un'invocazione
filosofica a tutte le creature dell'universo, avrebbe
potuto aver sembianze più pratiche e meglio determinate;
ma Ernesta non l'udì. Non udì la frase,
e non vide un colombo, uno probabilmente dei due
audaci, che era venuto a posarsi sul limitare e cacciava
la testina di mezzo al vano, guardando curiosamente
prima con un occhio, poi coll'altro.

Il dottore lo vide.

--Ah!--sospirò egli melanconicamente parlando
al colombo--come invidio la tua sorte!...--

Ma sentendosi rivolgere la parola in un falsetto
che non gli era famigliare, il colombo tirò indietro
il collo, guardò alquanto sbigottito l'incognito e la
sua padrona, domandò un paio di volte: «ôh? ôh?»
e non punto rassicurato, allargò le ali e spiccò il
volo.

A quel rumore la bella si scosse, levò lentamente
il capo, sprigionando insieme la mano dalla stretta
del dottore, fe' prova di levarsi da sedere e ricadde
dando in uno scoppio di pianto.

Invano volle reprimersi, le lagrime le sgorgavano
abbondanti. Agenore si avvicinò colle fibre in tumulto;
non sapeva che pensare, non sapeva che
dire....

--Che è stato?--Che è stato?

Finalmente Ernesta riasciugò gli occhi, e rispose
melanconicamente:

--È stato lei; sono state le sue massime, la sua
scienza. Ah! se il mondo, se l'uomo, se la vita fossero
ciò che ella dice, cento volte meglio la morte...
Sono pazza, quasi quanto lei,--aggiunse provandosi
a sorridere;--è nulla, un ingorgo delle glandule
lacrimali; ora è passato; mi aspetti qui, vado
a cancellarne ogni traccia coll'acqua fresca, poi le
farò vedere il giardino, l'orticello, la colombaia....--

Il dottore accompagnò la bella cogli occhi, e
quando fu scomparsa, si picchiò la fronte in aria
d'uomo che ha trovato.



VI.

«Non è lui! Non è lui!»


Aveva trovato! I modi di Ernesta, tra il beffardo
e il romantico, quello spasimo nervoso finito in un
singhiozzo, la stessa studiata indifferenza con cui
la bella l'aveva accolto, tutto concorreva nella gran
rivelazione. Agenore non era un gaglioffo; anche
cedendo alle lusinghe di questo fantasma, non attribuiva
scioccamente la sua fortuna al merito della
propria testa lanosa e del proprio naso affilato; conveniva
anzi con rara modestia che la cosa era andata
così perchè non poteva andare altrimenti, vale
a dire perchè Ernesta era nell'età, in cui si ha bisogno
di quell'inganno del pericardio che i profani
chiamano amore, e doveva necessariamente trovare
la sua testa lanosa la più bella testa dell'umanità
mascolina, non vedendone altre da vicino. E non
tralasciava di ringraziare il caso di averlo fatto venire
nel momento buono, quando forse, attraverso
le fantasticherie innocenti della natura campagnuola,
incominciava a farsi strada nel sangue e nei nervi
della bellissima creatura un po' di noia necessariamente
condita dalle fantasticherie non innocenti della
natura intima e fisiologica. Ricordava, e si stupiva
di non avervi badato prima, che la leggiadra Ernesta
era stata con lui in ogni occasione bizzarra
e fantastica; rammentava una parola oscura che
ora si accendeva come un razzo, una stretta di
mano lunga, un'occhiata languida, carezzevoli sciarade
che egli non aveva pensato ad indovinare. E
si picchiava la fronte colla stess'aria di prima, ma
tanto più forte, quanto più cresceva la maraviglia.

Finì col conchiudere che egli aveva posto inutilmente
l'assedio ad una fortezza, smantellata, infliggendo
senza necessità strategica le pene dell'aspettazione
e del digiuno ad un esercito impaziente e
ad una guarnigione disposta alla resa. E quando Ernesta
riapparve, Agenore aveva con un lampo di
genio deliberato di mutare il piano di battaglia.

La bella donna, non so per qual capriccio, aveva
cambiato la veste assolutamente bianca in un'altra
assolutamente nera, d'un tessuto trasparente che
lasciava indovinare due spalle pienotte e due braccia
fatte al torno. Delle lagrime versate non si vedeva
traccia; gli occhi maliziosi sfolgoravano anzi una
luce insolita, le labbra color di ciriegia scoccavano
sorrisi che facevano fremere come baci. Il dottore,
dotto com'era delle debolezze femminili, non si dissimulava
che vi ha una civetteria innocente, la
quale si propone di piacere, unicamente per piacere,
non importa a chi, al medico, al fattore, allo
specchio; ma quel passaggio dal bianco al nero, addirittura,
gli dava a pensare non senza ragione. Di
tutte le figure rettoriche, l'antitesi è la più astuta,
la più formidabile: tu adoperi un'iperbole pel gusto
di far rumore, una metafora a modo di scherzo; ma
l'antitesi, che stordisce la vittima dandole due colpi
in uno, la metti solo in campo nelle grandi occasioni.
Agenore applicava queste idee ed altre sull'antitesi
a quel brusco passaggio dal bianco al nero
che non poteva credere privo di significato.

Da uomo sicuro del fatto suo, egli concedette un
armistizio alla bella, e come le ebbe detto che era
leggiadrissima così vestita, del che, anche volendo,
non era possibile far di meno, si mostrò disinvolto
ed indolente, solo curante di rinvigorire la potenza
fascinatrice che emanava dal proprio fluido. Fu docile
come un bambino, la lasciò dire, la lasciò fare,
e dall'alto della sua persona colossale guardava quel
corpicino tutto leggiadria, con una certa solennità
che doveva mettere in croce una donnina un po' curiosa.
Ma era poi curiosa Ernesta?

Essa fece gli onori di tutte le parti della villa,
come aveva promesso; presentò al dottore le varie
insalate, le ortensie, i garofani, i conigli, ed il dottore
mostrò ad ogni volta, e scrupolosamente, la
faccia di chi «è lieto di fare una conoscenza,»
come si dice. Quando quest'ispezione fu terminata,
era l'ora del desinare. Olimpia venne ad avvertire
che la tavola era pronta.

A tavola, il dottor Agenore, accorgendosi di certe
occhiate furtive che Ernesta gli lanciava ogni tanto,
fu costretto a misurare i bocconi e pose questo
sacrifizio a debito della bella donna, nel libro mastro
dell'amore....

Non era più luogo ad incertezze: la signora lasciava
leggere chiaro il proprio turbamento; era
come un'inquietudine lieve, un bisogno di dire qualche
cosa, per cui non trovava le parole, ed una conseguente
mutezza. Costretto ad alimentare il discorso
che cadeva un paio di volte ad ogni portata,
Agenore parlava di tutto e di tutti, a bocca piena,
disseppelliva argomenti vecchi, ne creava di nuovi.
E fu così, nella foga d'una bella narrazione filata,
che gli venne fuori, senz'avvedersene: _Leon_.... Era
uno sproposito grossolano; quando se ne avvide, il
nome era uscito più che mezzo e tanto valeva finirlo,
come fece, a denti stretti.... _Leonardo_. La bella levò
il capo e guardò il commensale in faccia con una
cert'aria, di cui il dottore non comprese nulla.

--Che fa Leonardo?--domandò Ernesta mordendo
una ciambella in modo da mettere in mostra
i dentini.

--Quello che è solito fare,--rispose Agenore
con accento commiserativo....--nulla.... passa la
vita al Caffè ed al Circolo; si ammala, si finisce da
sè, è cosa intesa e non ci si pensa nemmanco più.

--E che si fa al Caffè ed al Circolo?

--Si fuma, si chiacchiera, si gioca, s'invecchia
prima dell'ora, come il mio amico Leonardo, si
attutiscono i sensi nell'inerzia e nello sforzo: ella
sa che suo marito è minacciato negli occhi, potrei
citarle il conte S.... a cui una paralisi ha tolto il
tatto; del gusto non ne parliamo; ve n'ha che non
sanno più che cosa mangiare, e morrebbero di fame
senza provar l'appetito; in generale sono gente che
vive con un paio di sensi in tutto, ai meglio forniti
ne rimangono tre...

--È dunque uno spedale il Circolo?

--Press'a poco; io, grazie ai cielo....--

E qui Agenore s'interruppe parendogli dimostrato
che egli, grazie al cielo, era un uomo in perfetto
ordine.

Dopo il desinare, e solo quando, finite le funzioni
di chimificazione, si doveva credere la digestione
avviata, il dottore reputò non contrario all'igiene
il porre in atto il suo nuovo sistema.

Erano venuti fuori di casa e si avviarono passo
passo lungo un viale. Agenore offrì il braccio alla
signora, si guardò parecchie volte intorno e finalmente
sprigionò un lungo sospiro.

--Da che deriva il sospirare dopo pranzo?--domandò
Ernesta levando gli occhi a guardare in faccia
il suo cavaliero.

--Ah!--rispose il dottore, con una vocina di
flauto,--non mi mortifichi; creda che non so perdonarmi
d'averle messo in capo certe idee....

--Non m'ha messo in capo nulla; le ho già dimenticate
le sue idee....

--E fa bene.... e fa bene....

Pausa.

--....Io stesso quanto sarei più felice se potessi
accettare le fantasie che stanno di casa in quella
sua leggiadra testina! A volte....--

Il dottore con un'occhiata fuggitiva si accertò
che la bella lo guardava in faccia colle labbra socchiuse
in atto di stupore.

--... A volte sento come un bisogno indefinito,
come una smania impotente.... allora le mie massime
mi fanno paura, la mia scienza mi ripugna....
sogno anch'io ad occhi aperti, come fanno tanti, e
dico dentro di me: «potessi credere alle loro stravaganze!
perchè qual frutto dal mio senno anticipato?
Tanto ci è la tomba che darà il senno a
tutti.... Potessi credere che la nostra individualità
è preziosa e non si perde, che l'_io_ non si distrugge
e rimane conscio del passato e dei misteri
della vita, ad errare nello spazio, animella
leggera, sopra e sotto nuvole.... e che quella che
diciamo vita è una prova ed altrove è la vita vera,
che ci aspetta un organismo più eletto, un mondo
migliore!...»

--È proprio così, è proprio così!--esclamò Ernesta
facendosi rossa in viso dal piacere.--Oh!
perchè se queste cose le pensa non le crede?--

Agenore ripigliò il filo, parlò del perispirito, del
presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione
del pensiero dei vivi coi morti, con un
accento fra il desideroso e l'incredulo, e finalmente
crollò il capo in atto di sfiducia.

Ernesta era una buona figliuola, e se la mettevate
nel territorio spiritico ridiventava fanciulla. Invasa
come da apostolico zelo, per convertire alla propria
religione un incredulo, non sapeva nemmanco lei
quel che avrebbe fatto; trasse il dottore sopra una
panca, a' piedi d'una magnolia, gli ordinò scherzosamente
di mettersi a sedere e di starla ad ascoltare
ed incominciò a dire del perispirito, del presentimento,
degli spiriti famigliari, della comunicazione
del pensiero tra i vivi ed i morti.

Agenore fingeva di pigliar fuoco e di spegnersi,
ed il suo apostolo si infervorava a tenerlo acceso,
piantava gli occhioni in faccia al miscredente, gli
stringeva le grosse mani, non gli lasciando una fibra
senza un fremito, soffiandogli nelle vene un calore
niente affatto spiritico.

Dirà chi legge: «lo sciagurato dottore non pensava
alla bassezza che stava commettendo?» Sissignore,
ci pensava, e rispondeva a sè stesso press'a
poco così:--Il volgo profano direbbe che io sto
commettendo una bassezza; ma di grazia a chi,
tranne a Dio misericordioso, può recar dolore questa
_bassezza_ che a me deve dare la mia porzione
di paradiso?--

Prima di scendere dietro i monti, il sole, mostrandosi
tra nugolo e nugolo, spinse un ultimo
raggio attraverso il fogliame lucente della magnolia
per salutare la coppia ciarliera--e la trovò mutola.
Agenore stringeva fra le sue una mano della
bella, e la bella lasciava fare: pareva distratta, passava
ogni tanto la mano libera sulla fronte come
per allontanare un pensiero insistente--pensiero
insistente non importuno, lo diceva la benigna languidezza
dell'atto con cui veniva respinto.

Per la prima volta dopo le disillusioni matrimoniali,
il quesito dell'avvenire si proponeva ad Ernesta
in una forma nuova. Stretta dagli impacci
del decoro all'uomo che l'aveva sciolta di buon grado
dagli odiosi vincoli del codice, che cosa doveva essa
a colui che era stato suo marito e di cui ancora
portava il nome? Nulla, nulla. Una voce ferma, sicura,
spontanea come un istinto, una voce che non
poteva ingannarla, le ripeteva sdegnosamente:--Nulla,
nulla.--Far d'una casa un nido, ecco la sostanza
delle giuste nozze; il rimanente è finzione,
è formula, è apparato per aggiungere solennità al
vincolo. Volte le spalle al nido, lasciata solitaria e
fredda la coltre che doveva essere scaldata dall'amore,
più nulla vi dovete a vicenda--siete liberi;
se Leonardo è come morto per te, dovrai tu ridurti
ad una vita monastica, non palpitare più d'alcun
affetto per non appannarne il decoro? E quale decoro?
Quello d'un ricco vagabondo che ozia al Caffè
od al Circolo, che sbadiglia o dorme, o cena colle
ballerine?

Ah! giusto! La società sarà ferita nel cuore se
tu osi profanare un nome così bello, una vita così
preziosa!

Ernesta passava una mano sulla fronte; Agenore
le sorrideva come un elemosinante che aspetta.

E un eco del mondo, rompendo le voci dispettose
della coscienza, giungeva fino a lei così:

«Ah! Non a Leonardo tu vai debitrice, ma a te
medesima!»

Taceva l'eco.

«Certo, ripigliava a dire una voce beffarda, in
nome della virtù tu sei debitrice a te stessa d'un
supplizio lento; domarti, vincerti, stringere il cuore
come in una morsa, reciderti i nervi, soffiare il gelo
nel tuo sangue, dimenticare che hai vent'anni, e
che a vent'anni si ama e che la bellezza è un dono
per farsi amare--questo tu devi a te stessa. Dovrai
esercitare il lampo dello sguardo e del sorriso
a velarsi, a nascondersi, oppure ad accendere fuocherelli
che ardano solitari e si spengano per mancanza
di alimento; se il tempo è pigro, ti parrà forse
men pigro occupandolo nelle finte battaglie dell'amore,
nella scherma della civetteria. Sei giovine,
bella, ardente, fantastica. Sappi comporre la tua
gioventù ad una senilità precoce, fa della bellezza
una mostra, un trastullo della tua vanità, dà al
fuoco le apparenze del ghiaccio e fantastica di là
dal mondo una vita che non assomigli a questa.
Così sarai riverita, onorata, stimata, e gli uomini
e le donne che banchettano ripeteranno il nome
tuo come quello d'una digiunatrice da proporre a
modello.... agli altri.»

Ancora Ernesta passava una mano sulla fronte,
ed ancora Agenore le sorrideva.

«Pazza, che ridi e soffri, che smanii quando ridi,
e dubiti, e temi, mentre beffi i tuoi dubbi e le tue
paure. No, nulla devi all'uomo che ti abbandona,
nulla al mondo che ti tiranneggia indifferente; ed
a te stessa, unicamente, la vita, l'amore, la giovinezza
devi. Non sei nata per consumarti nella solitudine,
per avvizzirti nell'aridità del cuore, per
atrofizzare la fibra in una vacua contemplazione.

«Sei bella!... Guardati intorno, te lo dicono cento
occhi desiderosi; cerca un cuore sano; dalla folla
bambinesca, fatua, melensa, scevera un uomo, e
gridalo al mondo senza arrossire:--È lui, è lui!»

Per la prima volta gli occhi di Ernesta s'incontrarono
con una certa trepidanza negl'occhi del
dottor Agenore, il quale continuava a sorriderle
come un elemosinante che aspetta....

Ma una voce acuta, meglio un fischio che una
voce, gridò ad un tratto dall'alto della magnolia,
due volte, tre, con insistenza. E dove il dottor Agenore
udì solo la nota ripetuta d'uno stornello, Ernesta
intese distintamente:--Non è lui, non è lui, non
è lui!»

Si levò in piedi trasfigurata in volto, in preda
ad una commozione profonda, fe' cenno ad Agenore
stesse zitto e ricercò coll'occhio in mezzo al verde
fogliame l'alato consigliere.... finchè lo vide:

«Non è lui, non è lui, non è lui!--ripetè lo
stornello e spiccò il volo a raggiungere la carovana
de' suoi compagni che girava intorno intorno come
una nuvola.

--È singolare!--disse Ernesta pensosa;--proprio
come a Milano!

--Che ci è di singolare?--domandò Agenore
con un po' di malumore per lo scioglimento frivoluccio
della situazione.

Ernesta non rispose.

Un'ora dopo essa accommiatava con infinito garbo
il suo dottore, raccomandandogli di affrettarsi per
giungere a Bellagio prima di notte.



VII.

Voci della campagna.


Quando fu sola, si tenne un istante immobile, ad
occhi chiusi, con una mano sul petto come per raccogliersi,
poi andò a sedere sopra una panca di legno,
in un padiglione che dominava la casa. Pensava...
Non mai quell'idea erasele presentata con
tanta evidenza come ora; soleva anzi sorriderne
come d'una fantasia superstiziosa, accoglierla come
un amico strambo che non si sappia indursi a respingere.
Già aveva detto: «chi sa? può essere.»
Ora le veniva sulle labbra: «È lei!» Lei, vale a
dire sua madre, a cui era stato finalmente concesso
di comunicare colla figlia per mezzo d'uno stornello!
Era la rivelazione tante volte promessale dal suo
spirito famigliare, era il vagheggiato dubbio fatto
preziosa certezza... perchè l'aveva proprio sentita
vibrare in fondo al petto la nota voce!

Le batteva il cuore frequente, si sentiva forte
d'una baldanza insolita che si mesceva ad una insolita
tenerezza, e guardava innanzi a sè fantasiando.
Una sfinge, che si sollevava e si abbassava
tenendosi sospesa sul calice dei fiori, le passava
rasente e già era lontana, lieta del suo bottino; un
frosone tardivo attraversava l'aria frettoloso, senza
perdersi in ciancie; un'allodola piombava dall'alto
come un corpo senza vita, a poche spanne da terra,
allargava le ali ed andava a nascondersi fra i solchi;
i pipistrelli uscivano dai fessi e si disegnavano
come alati sgorbi nell'ombra. Dovunque Ernesta
figgesse l'occhio, si accendeva una luce; ad una
ad una si affacciavano le stelle, in ogni zolla balenava
il segnale amoroso delle lucciole. I grilli venivano
sul limitare delle loro gallerie a trillare a
gara, i ranocchi terrestri dall'alto degli alberi facevano
la parodia dei passeri, ed in lontananza il cuculo
provava la sua terza minore.

E la sfinge e il frosone e le lucciole e i grilli e
perfino le rane ed i pipistrelli erano i messi della
Natura e recavano tutti la stessa ambasciata: «salute!»
lo stesso consiglio: «rimani con noi;» lo
stesso conforto: «qui è la pace infinita, qui s'abbreviano
le vie che dalla terra conducono al cielo,
qui si palpita dell'eterno amore, si contempla l'eterna
bellezza, si ode l'eterna armonia.»

Gli stornelli, geometri alati, disegnavano ancora
nell'azzurro cielo i loro circoli neri, componendosi
a varie forme, ora triangoli, ora rettangoli, ora quadrati;
ad ogni viaggio si posavano sul tetto della
palazzina, si vedeva un brulichio d'ali, si udiva un
ciaramellio confuso: «vieni qui» «no, là» «sotto
quella tegola» «in quel vano» «te la fa.» E poi
uno scoppio di risate, seguito da un nuovo volo
della carovana decimata. Ad ogni volta i viaggi divenivano
più brevi e le figure geometriche più piccine;
finalmente gli uccelli si posarono un'ultima
volta sul tetto e nissuno più ne partì. «Ci sei?»
«Ci sono.» «Buona notte!»

E le ombre si addensavano, e le stelle ammiccavano
più fulgide, e i grilli trillavano più forte, e
il cuculo inanimito appaiava più di frequente le
sue note.

E quando quelle voci tacevano un istante per ascoltare,
la Natura ne sprigionava altre mille per mandare
un messaggio ad Ernesta. «Salute,» le diceva
il venticello blando baciandola sulle guancie e tentando
di scioglierle i capelli. «Rimani qui» ripeteva
una frasca sospinta sul viale; e la voce solenne
che si levava dal lago e la solenne voce dei
boschi che scendeva dalle montagne si accordavano
a dire: «Qui si contempla l'eterna bellezza, qui si
ode l'eterna armonia.»

Ernesta fantasticava sempre: oh! vivere sotto il
tetto che era nido agli stornelli, nella solitudine
che affina i sensi, farsi della sfinge l'amica del crepuscolo,
dei grilli e delle rane gli amici della notte,
dell'usignuolo l'amico di tutte l'ore; ascoltare i passeri
biricchini, il cuculo armonista, ricevere la visita
delle farfalle e dei mosconi e passare così la
vita...!

«Fino ad oggi ho vegetato, finì col dire a sè stessa,
sono stata cieca, sorda, muta; incomincierò da domani
a vivere, non perderò una nota, non mi sfuggirà
un colore, e griderò a tutte le creature che
mi passeranno vicine: «Salute, io sono una donnina
felice!»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Otto giorni dopo, colla data del 6 giugno, Ernesta
scriveva al dottor Agenore:

«Caro Dottore--Mi annoio mortalmente: le è
possibile anticipare l'ordinazione dei bagni al suo
amico Leonardo e mandarlo a Spa, perchè io possa
passare una quindicina di giorni a Milano?»

E colla data del 10 il dottor Agenore rispondeva:

«Carissima signora--Il mio amico Leonardo
parte domattina, colla prima corsa.»



VIII.

Voci della città.


Ernesta tornò in città, e con lei Olimpia, il cuoco
ed i canarini.

Entrando nelle sue stanze, rivedendo i suoi mobili,
aprendo i suoi cassetti, frugando nei ripostigli
noti a lei sola, la bella si avvide con stupore di provare
una gioia tutta cittadinesca pari press'a poco
a quella tutta campagnuola che aveva provato rivedendo
dopo tanto tempo le acque del lago di Lecco,
i colombi e la pineta dall'alto del suo villino di Bellagio.
Questa scoperta la indusse ad una breve considerazione
filosofica che terminò in un sospiro, ma
non le tolse di abbandonarsi intera alla festa di
quel mutamento.

A calcoli fatti ella doveva rimanere in città venti
brevissimi giorni, chè tanto doveva durare la cura
idropatica dell'_amico Leonardo_; si proponeva dunque
di stare allegra, di compensare coll'intensità la
breve durata del diletto. Al programma della festa
non aveva pensato, ma che dovesse riuscire una
magnifica festa chi poteva dubitarne?

La prima persona che vide nel giorno successivo
all'arrivo, fu lei, proprio lei, l'amabile cuginetta.
Non dico che in un programma festoso non potesse
entrare una visita della signorina Virginia, ma è
certo che se Ernesta avesse avuto tempo di fare un
programma, l'avrebbe messa da ultimo, od in un
intermezzo da non saper proprio come occupare
altrimenti.

L'amabile cuginetta venne sola, a piedi, accompagnata
dal vecchio servitore, poco dopo il mezzodì,
quando il sole batteva a piombo ed il lastrico delle
vie pareva infuocato. La povera creatura s'era sagrificata
così in nome del dovere, aveva esposto i
suoi capelli di stoppa e le suola de' suoi stivaletti
al pericolo di pigliar fuoco, per amore della virtù
minacciata e del decoro offeso. In altri termini i Rinucci
sapevano tutto; il grande affetto aveva loro
svelato ogni cosa; pel vivo attaccamento eransi tenuti
informati di quanto accadeva... ed ahi! (un gran
sospiro) accadevano cose che essi erano ben lungi
dal prevedere e che se avessero potuto prevedere....

Ernesta allo spettacolo di tanta solennità ebbe il
crudele pensiero di stare ad ascoltare attentissima,
anche quando la signora Virginia non sapeva più
come andare innanzi. Un altro sospiro tappò alla
meglio la frase. Dopo di che l'amabile cuginetta si
contorse sulla sedia cercando di mantenersi nel proprio
sussiego e ripigliò a dire:

«Perdona se sono schietta, non so essere altrimenti;
e sai se ti voglio bene.»

Ernesta non potè far di meno di rispondere alla
muta:

«Oh! questo sì poveretta!

--Ebbene, per l'amore che ti porto mi duole
che si possa dire di te....

--Che si dice?

--Si dice che non ami Leonardo, che vi siete separati,
che te ne andasti in campagna per non stare
con lui.

--E chi lo dice?

--Il mondo.»

Ernesta fe' uno sforzo per sorridere.

«Il mondo è un chiaccherone maligno, ne dice
tante!

--Non è vero dunque?--domandò Virginia con
impeto di desiderio che pareva genuino.

--Leonardo non ama la campagna, a me piace
molto... è naturale che io ci vada e lui rimanga.»

E vedendo che la cuginetta aveva pronta un'obiezione
e lottava senza probabilità di resistere alla
propria naturale schiettezza, la prevenne:

«Sono qui per pochi giorni, per dar sesto alla
casa.»

Ciò detto strinse la mano della visitatrice, le domandò
notizie della sua salute e di quella degli zii
Rinucci, chiese informazioni del cappellino alla calabrese
e dell'avvenire dello strascico....--Benissimo
mamma e babbo Rinucci; gran voga il cappellino
alla calabrese, minacciato un'altra volta lo
strascico, probabilità di ritornare alle vesti corte
ed agli stivaletti alla scudiera...--Queste notizie
furono date con singolare parsimonia di parole e
conchiuse con un terzo sospiro che era in verità
un preamboletto; in fatti la cuginetta ripigliò ingenuamente:

--Ah! sono proprio contenta che non vi sia nulla
di vero nelle dicerie che mi erano venute all'orecchio!--

Ernesta stette zitta.

--E che Leonardo e tu vi vogliate bene come
nei primi giorni!--

Ernesta zitta.

--E dimmi un po' dove è andato tuo marito?

--A Spa per fare i bagni.

--È ammalato?

--Agli occhi.

--Gravemente?...

--Spero di no....--

Tutte queste domande imbarazzavano molto Ernesta;
ancora un paio e la non avrebbe saputo che
rispondere.... fortunatamente entrò in quella il dottor
Agenore.

--Il dottor Agenore--la signorina Rinucci mia
cugina.--

Dopo l'inchino di prammatica, la signorina Rinucci
domandò al nuovo venuto con una esitazione
ben simulata:

--Ella è forse il dottore?...--

E guardava la cugina per eccitarla ad aggiungere
una nota esplicativa alla presentazione pura e semplice.

--Sicuro,--disse Ernesta,--è il dottore che ha
ordinato i bagni di Spa a Leonardo.

--Ah! ed è dunque gravemente ammalato negli
occhi quel povero signor Leonardo?--domandò
Virginia rivolgendosi direttamente al dottore.

--Disgraziatamente sì,--rispose Agenore non
comprendendo il significato dell'occhiata della padrona
di casa--è minacciato da una cateratta.

La sensibilissima Virginia si lasciò sfuggire un
piccolo grido di terrore.

--Cieco!... Cieco!... E tu non mi dicevi nulla,
Ernesta?--

Ernesta volle rispondere, ma il medico prese la
parola:

--Quando parlo di _cateratte_, distinguo; ve n'ha
di molte specie: cateratta semplice, complicata,
centrale, posteriore, argentea, calcarea, capsulare,
piramidale, linfatica, lattea, parziale o totale, unilaterale
o bilaterale, eccetera; avere una cateratta
non vuol già dire essere ciechi; anzi nei più dei
casi si ha la cateratta e non si è perfettamente
ciechi.

--E che cateratta è quella del signor Leonardo?

--Cara signora, non è propriamente una cateratta,
è la minaccia d'una cateratta, vale a dire un
intorbidamento catarattoso corticale.... mi spiego?...
che qualche volta guarisce da sè....

--Qualche volta?...

--E per cui i più celebri autori consigliano le
frizioni di joduro di potassio, l'uso dei mercuriali
ed i bagni, specialmente quelli di Karlsbad, di Eger,
di Spa....

--Ed ha ella fiducia nei bagni?

--Perchè no?... alla peggio, se non si riesce a
scoprire i momenti patogenetici della formazione
della cateratta, non resta altro al medico se non
aspettare pazientemente che la cateratta sia _matura_
per l'operazione....

--E non è riuscito a scoprire quei momenti?

--Nossignora, nè io nè altri--e perciò l'ho
mandato ai bagni.

--A maturare!...--

E qui la tenera Virginia Rinucci si coprì gli occhi
colla mano.

La mestizia di Ernesta, cui le parole del medico
suonavano dure per la prima volta, faceva una meschina
figura al confronto di quell'acuto dolore.

Si parlò ancora e sempre di cateratte; Virginia
era curiosissima, ed il dottore Agenore, impastato
egli pure di creta come tutti i dottori, sapeva di
non trovar ogni giorno un'occasione di sfoggiare le
sue reminiscenze scolastiche. Finalmente il supplizio
finì; Virginia baciò in volto la cuginetta promettendole
di tornar presto a consolarla; Ernesta mandò
un bacio ai cari zii Rinucci....

Rimasti soli, Agenore che aveva parlato quasi
sempre lui, dichiarò ad Ernesta che la signorina
Virginia era una donnetta amabile, non bella veramente,
ma amabile, soprattutto nel conversare.

--Sì--rispose Ernesta--è molto vivace.

--E piena di spirito.

--Senta, dottore--prese a dire Ernesta--bisogna
che ci mettiamo in regola; nella mia qualità
di moglie, io sono assai poco informata dei casi di
mio marito; mi informi, mi dica lei; mia cugina ha
promesso di venirmi a vedere presto, e siccome sa
il piacere che mi procura, non è donna da mancare....
mi tempesterà di domande....

--Sono ai suoi ordini, disse il dottore.

--Perchè è andato a Spa mio marito?

--Per fare la cura idropatica.

--Questo lo so; ma perchè a Spa piuttosto che
a Karlsbad o ad Eger? Ci sarà stata una ragione,
immagino.... e la cuginetta vorrà saperla.

--Ecco: Spa è un piccolo paradiso in estate, ha
colline boschive, dintorni leggendarii e deliziosi,
paesaggi pittoreschi, casette eleganti, clima saluberrimo
ed acque miracolose.... dicono.

--E ci è proprio andato per tutto questo il suo
amico Leonardo?

--Per questo, ed anche per altro.... per esempio,
perchè ci vanno i più danarosi; perchè vi è folla in
questa stagione; ed è folla di principini, di duchini
e di marchesini; qualche testa coronata e molte corone
senza testa... perchè vi sono corse di cavalli,
tiri ai colombi, esposizioni di quadri, partite di pesche
negli stagni, perchè vi è teatro aperto, infine
perchè... devo dirlo?

--Dica.--

Prima di obbedire, il medico si tirò più presso
alla bella donna e le prese la mano confidenzialmente:

--Perchè ce l'ho mandato io, e ce l'ho mandato
col cuore leggiero, senza badare molto alla scelta....
voleva divertirsi e si divertirà.

--È vero che il suo amico è minacciato da una
cateratta?

--Sì, signora, da una cateratta, da una pleurisia,
da una malattia di cuore,--rispose il dottore
sospirando per l'interruzione.--È un organismo
che si dissolve.

--E delle cateratte si guarisce coi bagni?

--Qualche volta; se poi non si guarisce, almeno
non si peggiora, e si tira in lungo.

--Quanto tempo?

--Dieci anni, venti, fino alla tarda vecchiaia;
la più parte delle cateratte, di cui si fa l'operazione,
sono cataratte senili.--

Di nuovo il dottore cercò di volgere destramente
il discorso, ma fu interrotto, e quando più tardi
ritentò, ancora fu interrotto. Finì con andarsene
senza aver avuto altro premio della sua docilità,
fuor che un sorriso ed una stretta di mano, l'elemosina
che ogni bella donna fa al primo venuto.

Ernesta trovò male spesa quella giornata, ed anche
pensando alle venture per occuparle meglio,
non potè sollevarsi interamente dall'oppressione del
brutto esordio.

Al domani, avvezza a levarsi oramai all'alba, fu in
piedi prestissimo; aveva un mondo di cose da fare--diceva--quando
ebbe dato il miglio e l'acqua
fresca ai canarini, e messo in ordine la guardaroba,
si guardò intorno, non trovò più faccende. Prima
del mezzodì fu costretta a spolverare vecchi fascicoli
di musica ed a risvegliare gli echi sonnacchiosi
del suo pianoforte rauco. Dopo il mezzodì, si buttò
disperatamente sul divano e chiese un'altra porzione
di sonno. L'ottenne, ma fece i sognacci, si
risvegliò di malumore. Allora ricordò i suoi libri,
frugò negli scaffali, squadernò alcuni vecchi romanzi,
lesse alcune pagine cogli occhi, senza comprendere,
e finì col farsi commentare da Olimpia il
programma del desinare. Insomma fece tanto che
mentre al mattino meditava il modo più naturale di
risparmiarsi la seccaggine della inevitabile visita
del dottore, dopo il desinare si sorprese più d'una
volta a guardare l'orologio ed a trovare che il dottore
tardava più dell'usato. E quando finalmente
venne, gli mosse incontro giubilante.

Agenore avea momenti di furberia sopraffina;
quel giorno comprese che la bella si annoiava, e
credette di aver trovato la tattica vera per arrivare
al _capriccio_ di quella donna.

Ernesta, a parer suo, era una di quelle nature
battagliere, che, combattute con qualunque
arme, resistono, ma abbandonate a sè stesse, lasciate
inoperose e passive, si arrendono. La nuova
strategia del dottore si compendia in una parola:
_la noia_.

Il terzo, il quarto, il quinto giorno Ernesta si
annoiò, con minori spasimi e più metodo, ma non
meno profondamente del primo e del secondo. Ed il
dottore venne ad ora fissa a levare il suo sassolino
che allargava quotidianamente la breccia.

Qualche volta la bella apriva le finestre che mettevano
in giardino e passava un'ora in contemplazione,
astrattamente, senza diletto, e se le avveniva
di fermare l'occhio sull'ippocastano e sulle brevi
aiuole e di averne coscienza, usciva invariabilmente
in un confronto dispettoso tra il campione della
natura riveduta e corretta dall'uomo e tutta la natura
semplice e grandiosa, come le si mostrava a
Bellagio. Invano le rondini la salutavano nel passare.
Invano i passeri la chiamavano a nome dalle
grondaie, invano l'usignuolo esauriva il suo repertorio
d'ariette; le frondi, il venticello, gl'insetti le
parlavano all'orecchio invano.

E passavano i giorni, tristamente monotoni, lunghi,
pieni d'angoscia senza nome. Il dottore, a forza
di staccar sassolini allargando la breccia, si era
fatto un mucchio di rottami dinanzi: la diffidenza,
la beffa leggiadra, lo spirito, potenti ostacoli prima,
erano diventati nulli. Ernesta si lasciava indovinare
la noia nel viso; si lasciava leggere negli occhi
il piacere immenso che provava vedendo Agenore,
l'unico amico suo. L'_altro_, lo spirito famigliare,
l'aveva abbandonata; più volte essa aveva
voluto interrogarlo, trattenersi con lui, ed era invece
venuto a porla in croce, con risposte inaudite,
lo spiritello buffone di un anonimo, a cui aveva
ogni volta imposto in nome degli spiriti superiori
d'andarsene pe' fatti suoi.

Un giorno, presa dalla disperazione, sentì la curiosità
di penetrare nella camera di Leonardo.

Non v'era entrata quasi mai e ne serbava una
memoria confusa; come vi fu, si tenne in mezzo della
stanza, si guardò intorno curiosamente come un fanciullo
e per poco non battè le mani per la piacevole
commozione; era un'ora da occupare illegittimamente,
lo diceva essa pure, ma in modo piacevole.

Si aspettava mille rivelazioni curiose, non ne trovò
una; fruga e rifruga in cassettoni ed in cassettini,
le sole reliquie che potè raccogliere, non prive d'un
certo significato, furono il ritratto della B.... prima
ballerina assoluta _di rango francese_, una donnetta
come ce ne sono tante, ed un mazzolino di fiori dissecati.
Il ritratto portava una dedica _a' suoi ammiratori_,
non priva d'ingenuità o di spirito, priva
però d'un'_emme_; il mazzolino poteva essere un furto
ad una bella, se pure non era uscito dal paniere
d'una fioraia.

Le avventure di Leonardo o non erano dunque
degne di nota od erano di quelle che non lasciano
traccia; rimaneva Leonardo. Eccolo, in piedi quanto
è lungo, che minaccia d'uscire dai margini del ritratto
di gabinetto. A vederlo così pare proprio un
bell'uomo, un po' patito, ma con una faccia espressiva,
e con due occhietti vispi e lucenti da non
potersi credere destinati ad un intorbidamento caterattoso
corticale.

Ernesta stette un pezzo con Leonardo fra le mani;
pensava.... a che pensava?

Finalmente ripose il ritratto nell'albo, cacciò la
prima ballerina _di rango francese_ sotto il monte di
libri, da cui l'avea disseppellita, chiuse le finestre
come le aveva trovate, ed uscì sulla punta dei piedi.

La sera il dottor Agenore venne e staccò il suo
sassolino.

Tornò il domani, e l'altro, e l'altro. Ernesta lasciava
fare. Ma un giorno le fu annunciata la visita
della cuginetta.

--Non sono in casa,--disse ad Olimpia.

--Ho già detto che ci è, non sapevo....

--Ebbene, di' che hai sbagliato e che non ci
sono.--

Olimpia tornò poco dopo a dire che la signorina
Virginia la pregava di aspettarla in casa il giorno
successivo all'una dopo il mezzodì.

Ernesta non rispose; il giorno, la sera, la notte
parve distratta al solito, e il domani all'alba fece
fare le sue valigie. Alle dieci e 35, lieta, giubilante
del tiro fatto alla cuginetta dalla testa di bambola,
ripartiva per Bellagio--e con lei Olimpia, il cuoco
ed i canarini.



IX.

In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta.


Passò un mese. «L'amico Leonardo non è tornato....»
aveva detto il dottor Agenore quindici
giorni prima; Ernesta si era accontentata di levare
gli occhi e di lasciarsi uscire di bocca sbadatamente:
«Ah!»--«L'amico Leonardo non è ancora
tornato:» aveva ripetuto il dottore la settimana
innanzi; Ernesta non aveva più risposto nulla.
Questa volta il medico non fiatava in proposito e la
bella non voleva interrogare. Il fatto è che, dopo un
mese, ancora Leonardo non era tornato dai bagni.

In questo tempo la strategia del dottore aveva
dato gran risultati; oramai la breccia, per cui egli
doveva entrare da conquistatore, era molto più che
una breccia; ancora un poco, e diveniva un arco di
trionfo. La virtù di Ernesta pareva diventata una
di quelle virtù in agonia, delle quali si dice: «sarà
per domani.» Non era lontano il giorno, in cui doveva
spirare fra le braccia del medico. Così almeno
diceva a sè stesso il medico.

Questo trionfo gli era costato un tesoro di sapienza
e di perseveranza; fortunatamente, per un
filosofo materialista la parola _apostasia_ non ha significato,
perchè altrimenti Agenore non avrebbe
saputo come legittimare la falsa credulità con cui
aveva accolto certi fenomeni soprannaturali. Per
esempio che gli stornelli possano o no recare le ambasciate
degli spiriti superiori, sarà vero o non
sarà vero--io non lo so--ma al dottore Agenore
doveva parere incredibile. Invece no; ci metteva
ancora qualche dubbio, perchè la bella missionaria
mettesse più fervore e nel fervore dimenticasse
la severità verso alcune arditezze dell'innamorato--ma
concedeva questo fenomeno ed altri, ed altri;
era disposto a concedere l'impossibile.

Naturalmente egli non sospettava che tiro gli
giuocasse, all'alba ed al tramonto, quella birba di
stornello incaricato dell'ambasceria; egli non l'udiva
nei due crepuscoli ripetere con quanto fiato aveva
in gola; «non è lui, non è lui!» parlando appunto
di lui, altrimenti.... La bella, che lo stava ad ascoltare
estatica delle ore intiere, vi attingeva non so
qual forza virtuosa di tirare in lungo, di dire ad
ogni volta: «non oggi, non oggi.» E il _non oggi_
doveva essere scritto a grossi caratteri nel sorriso
di Ernesta; le occhiate, i silenzi, le strette di mano,
dovevano ripeterlo con un accento che gettava brividi
di voluttà nelle vene del dottore, perchè costui
non guastò mai la strategia con una mossa troppo
arrischiata o con un assalto repentino. Era uomo
metodico il dottore, se ne vantava; una volta venutagli
l'idea dell'arco di trionfo, egli lo trovava
non solo più comodo della breccia, ma più in carattere
colle proprie dottrine. Aspettava rassegnato,
paziente, assiduo. Quel giorno Ernesta fu la prima
a chiedere di Leonardo.

--Non è arrivato,--rispose il dottore colla sua
voce melliflua;--avrà trovato modo di darsi spasso,
si darà spasso. Vorrà fermarsi a Spa tutta la bella
stagione; quest'anno doveva esservi un'esposizione
di rose, non avrà voluto perdere l'esposizione di
rose; erano anche aspettate le dame Viennesi per
dare concerti al Casino, non avrà voluto perdere le
dame Viennesi; ve n'ha delle belline fra i violini....
Un caro matto il mio amico Leonardo, un caro
matto!--

Quel giorno come gli altri, il dottore si credette
giunto al possesso sospirato, ma quel giorno, come
gli altri, lo stornello si pose di mezzo, e la bella
dopo essere rimasta pensosa ad ascoltare la solita
ambasciata, finì a dire con un sorriso, con una stretta
di mano e con un'occhiata: «non oggi.»

Passarono così molti giorni, spesi nello stesso
modo, quando nella bella monotonia di quel cielo
senza nubi scoppiò la folgore all'improvviso--tornò
Leonardo... cieco!

Il dottor Agenore ne diede la notizia ad Ernesta
senza preamboli; secondo lui l'intorbidamento caterattoso
corticale si era felicemente mutato, per effetto
d'una granulazione, in cateratta bilaterale
perfetta e vicinissima alla maturità....

La prima impressione prodotta nell'animo di Ernesta
dall'inaspettato annuncio fu un perfetto sbigottimento,
senza pensiero, senza dolore; le idee si
sprigionarono poi in folla da quel vuoto, ma prive
d'ordine, di legame, di consistenza, balenando un
istante per sparire subito dopo e riapparire ancora;
solo di mezzo a quel caos, insisteva, giganteggiava
vie più, fino ad invadere tutto l'orizzonte del pensiero,
un'inquietudine, una domanda: «che fare?»

La prima risposta fu pronta come la parola dell'istinto,
determinata come il linguaggio della coscienza:--correre
a Milano, allietare la notte dello
sciagurato con un raggio di luce confortatrice, con
una parola affettuosa, con una carezza.

Poi la voce generosa tacque; altre voci svegliarono
gli echi del suo cuore:--vivere al fianco d'un
cieco, condannarsi ad aver sempre dinanzi una faccia
senza luce, ad udire una voce monotona e lamentevole,
rinunciare per sempre alle gioie della
vita, alle lusinghe mondane, spegnere la propria
gioventù in una noia melanconica, far l'infermiera
al capezzale d'un uomo che non ride, che cerca invano
nel buio un'idea vestita di gai colori, sagrificarsi,
distruggersi in un'intera dimenticanza di
sè medesima.... E perchè? E per chi?...--

Così pensava Ernesta.

Leonardo era suo marito, ma di nome soltanto,
non per affetti e per sentimenti comuni, per dolori
patiti insieme, per gioie insieme gustate; e non ora
solo la finzione della legge aveva ceduto alla beffa
della realtà; già avevano scelto di separare l'indistruttibile.

Quali diritti vantava Leonardo sopra di lei? Nessuno:
potendo serbarne, non aveva voluto. E in
fondo chi era Leonardo? Uno, in compagnia del
quale ella aveva fatto un breve sogno ed un lungo
viaggio circolare; uno che aveva abitato nella stessa
casa, che le dava del _tu_, e le consentiva il diritto
di portare il suo nome--null'altro. Nè i bisogni li
avevano stretti di più, nè gli affetti si erano sostituiti
ai bisogni. Sentimenti, idee, abitudini, credenze,
tutto era contrario fra di loro, o per lo meno diverso,
o per lo meno ignoto. In fondo chi era Leonardo?
Un estraneo.

Che dirà il mondo?... Il mondo! una grossa parola.
In quanti sono a fare il mondo? E quali sono?
Cinquanta avventori del Caffè, cinquanta del Circolo,
una ventina di amiche e di conoscenze--ecco il
mondo! Bisogna avergli riguardo, poveretto, perchè
è molto maligno, molto ciarliero e molto annoiato.
Bisogna recitare la commedia del sagrificio per questo
scioperato che non crede alla virtù, che fa il
cinico per mancanza di spirito, che fa lo scettico
per nascondere la vacuità del pensiero.

Tolto l'amore che santifica, il sagrifizio si misura
per quello che vale. E quanto potrebbe valere il
suo? E sapeva ella se Leonardo stesso non preferisse
le cure accorte d'una infermiera già pratica
a quelle d'una infermiera novizia?

Quando Ernesta aveva risposto a tutte queste domande,
ci pensava ancora; era come una lotta con
un nemico invisibile e forte solo della sua inerzia.

Fu in una di queste tregue che venne recata una
lettera col bollo di Milano. Era della cuginetta. Diceva
in caratteri calligrafici alla cara Ernesta che
«il cuore le consigliava di scriverle, e che scrivendo
essa sapeva di compiere un dovere;» annunciava
la cecità di Leonardo e notava con lirismo alquanto
prolisso come il disgraziato non dovesse più
vedere «le belle stelle, i bei fiori, il verde dei prati,
l'azzurro del firmamento.» Scongiurava Ernesta tornasse
nel tetto coniugale, avvertendo fra parentesi
che ella sapeva tutto; finiva col dire in bel modo
che ella sarebbe «orgogliosa e felice d'aver indotto
la cugina a rientrare nella via del dovere....»

Oh! questa proprio ci voleva per non farla muovere
da Bellagio! Il dispetto divampò un istante
nei begli occhi lucenti, poi si spense.

E da capo Ernesta si rifece a pensare.

Mezz'ora dopo essa scriveva:

«_Amabile Cuginetta_,

«Il desiderio di concorrere a farmi rientrare
nella via del dovere non ti ha fatto affrettare
abbastanza. La tua lettera ha trovato le mie valigie
pronte. Ti ringrazio infinitamente dell'intenzione,
ma sarai lieta anche tu di sapere che
la tua eloquenza tenera non entra per nulla nella
determinazione che ho presa. In fretta.--Ernesta.»

Più tardi gli stornelli si staccarono come un nugolo
dal tetto della casa e parvero accompagnare
la padroncina che se ne andava.



X.

Cieco!


Per via era stata sorretta dall'entusiasmo del sagrificio;
ma come fu a Milano, Ernesta sentì venir
meno il proposito preso, e solo per quella specie di
forza d'inerzia che continua gli effetti della prima
determinazione, giunse sino alla soglia di casa sua.
Entrò.... le batteva il cuore forte.

Bortolo, vedendola, levò le braccia al cielo, e
pianse in silenzio; Ernesta strinse fra le sue le
mani del vecchio, snodò i nastri del cappellino e
non se lo tolse dal capo, consegnò la valigetta al
servitore e sedette sopra uno sgabello dell'anticamera.
Stette alcuni istanti immobile in faccia al
vecchio che la guardava crollando il capo canuto,
poi si rizzò in piedi, ma non si mosse. Finalmente
si avviò a passi lenti, attraversò le camere, si arrestò
innanzi all'uscio socchiuso della stanza dell'infermo.
Bortolo veniva dietro come trasognato, colla
valigetta in mano.

Non si udiva alcun rumore. Ernesta spinse lentamente
l'uscio e s'inoltrò in preda ad una commozione
insolita. Da principio non vide nulla; gli occhi
suoi, ancora impressionati dalla luce viva, non
riuscivano ad afferrare un raggio nelle ombre fitte;
quasi prima di vederlo, intese un passo, ed indovinò
il dottore e sentì la larga mano posarsi sulle
sue. Si fece ancora innanzi, e vide un'ombra nera
nel mezzo, ed avvezzando l'occhio alla scarsa luce,
riconobbe Leonardo seduto sopra un ampio seggiolone,
colla testa appoggiata allo schienale e cogli
occhi bendati.... Le si strinse il cuore, si sentì invadere
da un'onda di pietà e non giunse in tempo
a soffocare un singhiozzo.

Leonardo volse leggermente il capo dalla parte di
Ernesta, e parve stare in ascolto; non udendo più
nulla, ripigliò la positura di prima. Ernesta rialzò gli
occhi ancora lagrimosi e circondò con uno sguardo
di tenerezza il quadro melanconico! Quell'uomo già
così irrequieto, così vivace, così ciarliero, così ridente,
ora rimaneva immobile, muto; la faccia scialba
si era composta ad una gravità insolita; il lungo
corpo come inchiodato sopra un seggiolone aveva
tutta la solennità della sventura.

Il dottore Agenore mandò via con un cenno Bortolo,
e come fu solo con Ernesta, volle prenderle la mano,
che la bella divincolò dolcemente; allora egli si fe'
presso all'infermo, gli toccò il polso e lo chiamò
sommessamente a nome:

--Leonardo!--

Ernesta si appoggiò allo schienale del seggiolone
e si tirò indietro come per nascondersi.

--Leonardo!--ripetè Agenore,--ma non ebbe
risposta.

Il dottore fece il giro badando a non inciampare
nelle gambe allungate del cieco, e venne presso ad
Ernesta.

--Dorme,--disse sottovoce,--sicuramente
dorme; cara signora, ella fa un'azione generosa; riconosco
la sua bell'_anima_.--

L'ultima parola torturò alquanto le labbra del
dottore, il quale cercò di compensarle della fatica
fatta con un bacio sulla manina bianca della bella
donna. Ma Ernesta si sciolse da quella stretta con
un movimento brusco, guardò il volto dell'infermo,
poi disse senza collera, ma con dignità, accennando
Leonardo:

--Egli non ci vede....

--Sicuramente no,--rispose Agenore,--appunto
per questo.... se ci vedesse, non dico.--

Ernesta non si lasciò persuadere, si staccò lentamente
dal dottore ed andò a sedere in un canto.
Agenore le venne presso.

--È proprio cieco del tutto?--domandò poco
stante la bella.

--Del tutto.

--Una cateratta?

--Sissignora; a Spa ebbe un febbrone, un'infiammazione
della pleura, poi una granulazione che
affrettò la cateratta, la quale ora è perfetta e quasi
matura per l'operazione.

--È un'operazione facile?

--Facilissima.

--Dolorosa?

--Dolorosa.

--Molto?

--Molto.--

Ernesta tacque un istante; poi ripigliò:

--È almeno sicura quest'operazione?

--Sicurissima.

--E riesce sempre?

--Riesce sempre.

--E ridona perfettamente la vista?

--Qualche volta sì....

--Come?

--La riuscita d'un'operazione non dipende dal risultato
finale; si dice che un'operazione è riuscita
benissimo, quando tutte le regole dell'arte si sono
potute mettere in atto senza contrasti fisiologici nè
accidentali.... All'anfiteatro anatomico si fanno, per
norma degli studiosi, centinaia e centinaia di operazioni
che riescono quasi tutte bene, e pure si
fanno sopra gente che non ci guadagna nulla, e che
dopo l'operazione rimane morta nè più nè meno di
prima.

--È almeno facile la guarigione?--domandò Ernesta.

--Facile no; molte volte, dopo un'operazione ben
riuscita, la cateratta si riproduce; oppure....

Ernesta l'interruppe posandogli una mano sui
braccio.

--Si muove....--

Il dottore andò presso l'infermo, gli toccò il polso
e gli parlò con accento di tenerezza.

--Leonardo....

--Agenore.... rispose una voce dolente che fece
palpitare il cuore della povera donna.

--Come ti senti?

--Bene.

--Ti bruciano gli occhi?

--No....

--L'infiammazione cessa; tanto meglio.... mi
raccomando, bevi la tua pozione, mangia le minestrine,
e non agitarti; procura di dormire.... io me
ne vado, tornerò stanotte.

--Grazie--disse Leonardo--rimango solo?

Prima di rispondere, Agenore guardò Ernesta, la
quale gli fe' cenno di non dir nulla.

--No.... qualcuno starà sempre in camera con
te.... ed in ogni caso.... ecco il cordone del campanello....--

Agenore parlava al cieco coll'accento, con cui si
parla ai fanciulli quando sono malati; in fondo egli
voleva bene a Leonardo, il che non toglieva agli
occhi suoi la legittimità dei propri diritti sopra
Ernesta.

Questa volta comprese che bisognava rispettare
le prime impressioni e se ne andò, accontentandosi
di un saluto dei più semplici. Marito e moglie rimasero
soli. Ernesta sentiva un impaccio singolare,
una debolezza nuova; combattuta fra gl'impeti della
pietà e le riluttanze della fierezza, tratteneva il respiro
come paurosa di svelarsi.

Per alcuni istanti il silenzio fu profondo.

--Bortolo!--chiamò poco dopo l'infermo.

Ernesta sussultò leggermente e non rispose.

--Bortolo!--ripetè Leonardo colla stessa inflessione
di voce--ho sete....

La povera donna si staccò con uno sforzo dalla
seggiola, venne presso al cieco e gli porse il bicchiere
contenente la pozione.

Il disgraziato cercò la mano e la lisciò leggermente,
bevette un sorso e riconsegnò il bicchiere
senza dir nulla.

Ernesta tremava da capo a' piedi; guardò il volto
pallido del marito, ed alla povera luce che vi batteva
sopra vide due lagrime uscire lentamente di
sotto alla benda nera; allora sentì sciogliersi i nodi
che la trattenevano, si fece innanzi, prese una mano
dell'infermo e la strinse fra le sue. Non trovò parole.
Leonardo si scosse.... sorrise.

--Ernesta! disse poco dopo.

Non disse altro.

Un singhiozzo gli rispose.



XI.

Crepuscolo e notte.


Che dissero quelle lagrime? Che disse quel singhiozzo?
Che disse il tremito delle mani congiunte?
E il palpito affrettato dei due cuori riavvicinati
dalla sciagura che disse?

Un pezzo stettero come ad ascoltare a vicenda,
poi Leonardo ed Ernesta si composero ad una serena
gravità, e finalmente essa si sollevò mostrando
il volto bello d'una bellezza nuova.

Il povero cieco non fece atto di trattenerla, ma
parve raccogliersi in sè stesso come per meglio
udire il fruscio della veste ed il passo leggiero, e
quando si avvide che quel fruscio e quel passo si
dirigevano verso l'uscio, sospirò forte. Allora Ernesta
si arrestò sulla soglia, stette un istante dubbiosa,
e ritornò nel mezzo della stanza. Poco dopo
affacciandosi alla portiera chiamò Olimpia, a cui
diede sottovoce un ordine; la cameriera tornò quasi
subito recando una veste da camera, la signora si
spogliò silenziosamente degli abiti polverosi da viaggio
e vestì gli altri.

Leonardo aveva seguito con attento orecchio tutti
quei movimenti. Quando la moglie venne ancora ad
assiderglisi presso, egli lottò dentro di sè e finalmente
ruppe il silenzio ripetendo con voce affievolita:

--Ernesta!--

La povera donna die' un sussulto, come se avesse
udito la voce d'un defunto, e facendosi forza e guardando
il marito con espressione di profonda pietà,
riuscì a balbettare:

--Che vuoi, Leonardo?

--Nulla,--rispose l'infermo, crollando il capo,--nulla.
Volevo sentire la tua voce, ora sono contento.--

E tacque.

Mal sapeva Ernesta vincere una certa riluttanza,
pur vi si provava; guardando la faccia impallidita
del cieco, la sua fronte per la prima volta corrugata
dal pensiero, le sue labbra ora sorridenti senza
fatuità, il suo lungo corpo già dinoccolato e dimesso,
vera immagine dell'indolenza, composto ora
ad una rigidezza insolita, comprese tutta la solennità
della sventura, e disse a sè stessa che la sventura
cancella ogni colpa.

Avendo scelto la parte di confortatrice, a lei spettava
prima di tutto togliersi alla contemplazione
del passato che era una barriera alla carità. Non
trovava nulla; non le veniva sulle labbra una frase
naturale che, senza averne l'aria, dicesse: «Leonardo,
mettiamo l'amicizia dove non fu mai l'amore.»

--Ernesta! ripetè poco dopo il cieco.

--Sono qua.... vicina a te....

--Lo so, mi è parso anche di sentire i tuoi
sguardi fissi sopra di me.... e anche ora li sento....
non è vero forse?

--È vero.

--T'annoierai, sono un melanconico compagno;
e poi devo star molto male con questa bendaccia
sugli occhi.--

Sorrideva.

--Perchè non mi parlavi?--domandò mutando
tono di voce.

--Credevo che tu dormissi.

--Non dormivo, pensavo.... sai? non sono più lo
spensierato d'una volta.... mi par di esser solo, in
un mondo vuoto e nero, in un tempo immobile come
l'eternità, e se voglio che il tempo cammini, e se
ho da veder qualche cosa intorno a me, bisogna
che pensi....--

A questo punto s'udì lo scattar della molla d'un
orologio a pendolo; Leonardo ammutolì e stette in
ascolto contando lo ore sottovoce.

--Sette!... Non è vero? Proprio sette!... Bisogna
aprire la finestra, è l'ora.... il sole se ne è andato, non
vi è pericolo che la luce troppo viva mi faccia male.--

E siccome Ernesta indugiava, non sapendo se
dargli retta o no, il cieco soggiunse:

--Me l'ha concesso Agenore, che è pieno di
scrupoli. È lui che ha voluto le finestre chiuse e
la benda nera e fitta.... e tutto ciò per impedire ad
un cieco di veder la luce....--

Ernesta si accostò silenziosamente alla finestra
e ne aprì le imposte.

--Anche la vetrate....--disse Leonardo.

E quando sentì alitare sul viso la brezzolina della
sera, fece atto di levarsi in piedi, ma Ernesta corse
a lui e lo trattenne.

--Grazie,--disse il cieco melanconicamente,--anche
tu sei paurosa come Agenore; ma sono forte,
la finestra è là, e mi sento d'andarvi solo.... sta a
vedere.--

Ernesta cercò di dissuaderlo, ma vedendo che non
riusciva, prese il braccio destro del marito e se lo
pose sull'omero, e reggendolo colla mano manca,
lo trasse fino al davanzale non tralasciando di dire:--Bada,
un momento solo!--

La finestra metteva come le altre in giardino.
Leonardo stette alcuni istanti in silenzio, poi disse:--Sento
la brezza, mi par di vederla.... ecco, rasenta
il suolo, curva i fiori e gli alberelli a piedi
del vecchio ippocastano che risponde a quegli inchini
con cortese dignità. Non è così?...

--È proprio così--rispose Ernesta commossa.

--E l'usignuolo e le rondini che fanno?

--L'usignuolo--rispose Ernesta,--si dondola nel
fitto d'un salice, le rondini interrompono i voli rapidi
per posarsi sopra un ramo e pigliar parte alla
generale altalena.

--E all'immenso susurrar delle frondi,--proseguì
il cieco,--l'usignuolo e le rondini frammettono
volate rotte a mezzo, gorgheggi sommessi
e interiezioni di piacere.--

Colle mani appoggiate al davanzale continuò a
stare immobile, intento, non perdendo una nota di
quel concerto. Ernesta non lo aveva abbandonato
interamente a sè, gli teneva ancora una mano appoggiata
sul braccio e con lievissima violenza sembrava
dirgli:--Basta, basta, ti farai del male!--Ma
il cieco non comprendeva, non le badava neppure;
tutto immerso in un'estasi melanconica veniva
a poco a poco accendendosi, trasfigurandosi
in volto. Poco dopo disse con voce sommessa e
lenta non cessando d'ascoltare:

--Perchè non ho mai guardato attentamente il
mio giardino? ora mi parrebbe di vederlo, lo vedrei
ora! Ne ho solo una memoria confusa; veggo
l'ippocastano nel mezzo, distinguo il susurro d'un
salice qui sotto, e lo vedo.... il resto si smarrisce
nel verde.... forse se mi levassi la benda....

--No,--disse Ernesta con voce di preghiera.

--E perchè no? non potrei riacquistare la vista,
come l'ho perduta? A volte mi pare che, radunando
tutte le mie facoltà in un unico atto visivo,
dovrei rompere il velo che mi nasconde la luce....--

Leonardo pronunciò queste ultime parole con un
accento strano--un misto di trepidanza e di energia--e
non aveva finito di nominare la luce, che
già sbarrava gli occhi spenti cercandola, e la benda
gli ricadeva sul petto.

--Nulla, nulla, nulla!--ripetè crollando il capo;
e senza opporre alcuna resistenza si lasciò guidare
da Ernesta, che col cuore oppresso dall'affanno, lo
trasse dolcemente a sedere sul seggiolone e gli rimise
la nera benda sugli occhi.

Scese la notte. Finchè dalla finestra semiaperta
penetrava, insieme colla blanda carezza del venticello,
un raggio di luce pallida, Ernesta stette silenziosa,
coll'occhio fisso sull'infermo, pieno il cuore
di una dolcezza serena e melanconica; quando ogni
luce si spense e nel nero vano della finestra scintillarono
le stelle lontane, si scosse, fu in piedi d'un
balzo e suonò leggermente il campanello. Leonardo,
che pareva assopito, non si mosse, solo come Ernesta
gli fu presso, egli domandò con voce dolente:

--È notte?

--È notte.

--E siamo all'oscuro?

--Ecco.... portano il lume.--

Il cieco intese i passi del servitore, il cigolìo della
porta, il romore del lume posato sul marmo del
caminetto.... e continuò ad ascoltare.

--Perchè è rimasto Bortolo?--domandò.

E siccome s'indugiava a rispondergli, soggiunse:

--È vero, sono stato su più del solito.... guai se lo
sa Agenore.... Bortolo dammi mano.... senti, tira
vento.... si spegnerà il lume.... non bisogna che si
spenga.--

Bortolo venne presso al padrone e l'aiutò a rizzarsi,
intanto Ernesta chiudeva la finestra, ed usciva
sulla punta dei piedi.

Leonardo si lasciò condurre al suo letto e spogliare;
quando fu sotto le lenzuola levò una mano
ad accarezzare la testa tremante del vecchio servitore,
e domandò sotto voce:--se n'è andata?

--Ritorna.

In fatti Ernesta tornava. Era andata a dare ordini
ad Olimpia ed al cuoco, aveva ripreso le redini
della casa.

--Bortolo,--disse ella,--tu dormirai stanotte,
hai gli occhi gonfi dalla veglia, rimarrò io qui....

--Starà male....

--Sul divano starò benissimo, e poi non ho sonno,
domani vedremo.--

Il vecchio chinò il capo ed uscì; di nuovo Ernesta
e Leonardo rimasero soli.

--Come sei buona!--disse l'infermo.

--Taci,--rispose Ernesta pigliando un accento
di graziosa autorità; è tardi, bisogna stare in silenzio,
riposare il cervello, dormire.--

Leonardo sorrise e stette zitto. Un'ora dopo dormiva,
e la giovane donna, stanca delle commozioni
patite, si buttava sul divano e chiudeva gli occhi
mormorando una preghiera.

Era ancora notte fitta quando si svegliò; nel
sonno sua madre era venuta a vederla, l'aveva baciata
in fronte con un bacio lieve lieve, le aveva
parlato dell'avvenire con un linguaggio di musica,
e finalmente, mostrandole dalla finestra una buia
via sparsa di stelle, le aveva detto all'orecchio:--Addio
Ernesta.--

La bella sognatrice udiva ancora l'eco del suo
nome pronunciato con un filo di voce sottile come
un soffio, ed alla debole luce della lampada ricercava
tutt'intorno la cara visione.

--Ernesta!--ripetè un filo di voce sottile come
un soffio.

--Leonardo!--

E d'un balzo fu al capezzale.

--Ti ho forse svegliata?--domandò il cieco,--ti
chiamavo piano piano per non destarti.

--Ero desta; che vuoi?

--È l'alba?

--Non ancora.

--Non ancora!--ripetè Leonardo con un sospiro:--ho
pure dormito molto ed è un gran pezzo
che sono sveglio; come è lunga la notte!

--Bisogna dormire.

--È vero, bisogna dormire; nel sonno mi par di
non essere più cieco; veggo buone faccie, ridenti,
bianche più della neve, con occhi splendidi più di
stelle, veggo campagne verdi come smeraldi, acque
di zaffiro e un cielo che par d'oro lucente; e veggo
il sole che mi saetta e mi avvolge co' suoi raggi e
non mi abbaglia e non riesce a farmi battere le
palpebre.

--Povero Leonardo! lo vedi, bisogna dormire.

--Povero Leonardo!--ripetè il cieco; e poco
dopo soggiunse:--Manca molto all'alba?

--Tre ore.

--Bisogna dormire.--

Egli si abbandonò sul guanciale, essa tornò lentamente
al divano.

Era il primo momento che Ernesta si sentiva padrona
del suo pensiero; finora aveva operato come
per obbedire ad un'ispirazione; una voce avevale
detto: «Il tuo posto è al capezzale di Leonardo
che soffre;» ed essa era corsa a Milano, si era
fatta forte per ribellarsi alla tirannia delle amare
ricordanze, aveva incominciato il pietoso ufficio.
Poi all'austero sentimento del dovere, era succeduta
una pietà infinita; aveva pianto, aveva tremato,
aveva sentito alla forza della coscienza mescersi
una debolezza invincibile. Ed ora, sola, nel profondo
silenzio della notte, alla povera luce della lampada
che minacciava di spegnersi, pensava, interrogava
sè stessa.

Era contenta, quasi lieta; non ostante la malinconia
del luogo e dell'ora, non ostante la solitudine
in quella stanza buia, in faccia ad un uomo dormente,
pallido, infelice... era contenta, quasi lieta.
Le si accendevano nel pensiero baleni di luce, le
correvano al cuore onde di tenerezza; non più il
vuoto senza contorni, l'ansia senza fine, la vita senza
legge; aveva ora uno scopo innanzi a sè, un ufficio
santo, e, comunque apparisse avvolto di melanconia,
un avvenire. L'idea di passare la vita al fianco
di un cieco, di alleviargli gli spasimi della noia,
d'essere per lui la luce, di essere per lui il mondo,
di vivere per chiamargli ogni giorno sulle labbra
un sorriso, più non le pareva superiore alle sue
forze di donna; il sagrifizio s'inghirlandava, diveniva
una festa. Dopo d'aver chiesto invano alla
natura qualche cosa che le riempisse il cuore e la
mente, sul punto di rivolgersi al mondo, agli uomini,
alla colpa, ecco ritrovava in sè stessa il conforto
cercato, udiva echeggiare nel cuore la parola a mille
voci domandata invano. Era fiera, orgogliosa di sè
stessa, d'una fierezza semplice, d'un orgoglio santo.

--Ernesta!--mormorò la voce del cieco.

--Leonardo.

--È l'alba?

--Non ancora.--

Un sospiro lungo, poi di nuovo il silenzio profondo,
misurato dai battiti sommessi dell'orologio.

Ernesta chiudeva gli occhi, ma non per dormire;
guardava dentro di sè, scandagliava il fondo del
suo cuore; era contenta, quasi lieta.

E quando dopo una lunga contemplazione aprì gli
occhi e li girò per la camera e non vide intorno
a sè altro che tenebra, e giù in fondo, lontano, nel
buio che non ha distanze, l'ultima luce azzurrognola
del lumicino che si spegneva, fissò lo sguardo in
quella povera aureola senza vederla, finchè, più che
la mancanza di luce, un impercettibile cigolio annunziò
che la fiamma era spenta. Allora il pensiero
la riportò a Leonardo. S'immaginò cieca anch'essa,
provò a sbarrare gli occhi, a fissarli nel buio, a
tentar di raccogliere i contorni degli oggetti che
ella conosceva, e invano, e provò a dirsi che quella
camera nera era un mondo nero, e che, dannata a
vagolare per le tenebre, non doveva più vedere un
raggio di sole.... Ahi! povero Leonardo!

--Ernesta--mormorò la voce del cieco.

--Che vuoi?

--È l'alba?--

Prima di rispondere, la povera moglie attraversò
tentoni la camera ed andò ad aprire le imposte
della finestra.

--È l'alba!--rispose.

E un filo di luce pallida mostrò ad Ernesta il
volto rasserenato del cieco, il letto, il divano, i
fiorami della tappezzeria, tutte le note fisonomie di
quella camera melanconica, che parevano animarsi
per sorriderle, per dirle:--coraggio, non sei sola,
noi siamo qui per applaudire alla tua anima generosa.--



XII.

Soliloquio.


Appunto in quel mattino il dottore fece un soliloquio.

--Agenore mio,--diss'egli,--un'occhiata alla
situazione strategica; non hai da perdere tempo,
se no Ernesta ti scappa. Ieri soltanto la facevi da
vincitore che concede una tregua, oggi sei alla vigilia
di levare l'assedio e di battere in ritirata.
Bada un po' che ti capita: i Leonardi ciechi furono
da tempo immemorabile l'ideale di tutte le Erneste
ridotte a capitolare nelle braccia d'un dottore; e
invece eccoti una moglie, che pareva disposta a
fare la sua eroica scappatella fuor del territorio
coniugale, rimanervi perchè il marito non ci vede!
Ernesta ha una testolina bizzarra che pensa le
cose al rovescio delle solite testoline bizzarre; ma
tu non puoi già cambiarla, spianarne i bernoccoli,
rimpastarle il fosforo; ti conviene pigliarla com'è,
o lasciarla, ed ahi! è più difficile pigliarla che lasciarla!
Ricapitola le idee, raduna le tue forze, decidi.
La condizione è ancora buona, ma minaccia
di farsi pessima; ciò che oggi è scrupolo, domani
può diventare sentimento; lascia fare alla compassione,
e la tua bella assediata ti casca nel tenerume;
e se per poco stringe alleanza col marito,
quello che hai avuto hai avuto.... E che cosa hai
avuto? Fa bene i tuoi conti, totale: zero. Sei stato
troppo generoso, dottor Agenore. Un uomo della tua
fatta, grande, grosso, belloccio, con una testa espressiva!...
Via, è una vergogna; lo specchio istesso ti
canzona.... Al punto a cui sono giunte le cose la
guerra d'astuzie non giova.... bada, il nodo della
cravatta non è preciso, tiralo più a diritta... troppo,
più a mancina, così va bene.... ma non hai a credere
che basti; è vero, hai molto trascurato finora
il nodo della cravatta, ma ad ogni modo non basta;
fi sei fidato ai vezzi della tua zazzera tirata indietro,
alla debolezza della fibra femminina, ed anche
questo non basta: il più ed il meglio doveva farlo
l'audacia.... Confessalo, sei stato timido come un
seminarista.... Però non dimenticare di raderti;
barba rasa di fresco è mezza bellezza. Due colpi di
rasoio in fretta.... aggiusta ancora il nodo della cravatta
che è andato di sghimbescio.... così.... indossa
il farsetto da mattina, fa spuntare i polsini, nè
troppo nè troppo poco, pianta il cappello a tubo
perpendicolarmente sulla nuca, un'ultima guardatina
allo specchio.... sei in arnese, non ti manca
nulla.... tranne la bacchetta di giunco ed un programma:
Ecco la bacchetta ed ecco il programma:
arrivi in casa dell'amico Leonardo verso le dieci
del mattino, e appena ti trovi innanzi ad Ernesta
te la stringi al cuore senza fiatare. Il silenzio è
necessario. Il resto verrà da sè. Tutto sta ad abbracciarla;
se non l'abbracci, dottor Agenore, ti
scappa.--

Il dottore, che si era fermato un istante sulla
soglia di casa sua, a questo punto girò la maniglia
dell'uscio e scese solennemente le scale.



XIII.

In cui il dottor Agenore ne fa una grossa.


Alle nove venne annunciata la visita della pietosa
Virginia Rinucci, la quale fece dignitosamente il
suo ingresso nella camera della cugina. Ernesta le
venne incontro e notò a bella prima che faceva il
bocchino in un modo insolito, indizio infallibile di
maggior solennità. In fatti ella recava cose fauste,
nientemeno che l'annuncio ufficiale d'una visita di
babbo e mamma Rinucci; la corporazione coniugale
doveva venire al mezzodì in punto.

Ernesta riuscì a dissimulare la propria commozione
per questo avvenimento e si accontentò di
dire che gli zii Rinucci farebbero molto piacere a
Leonardo.

Qui venne naturale che l'amabile cuginetta domandasse
se Leonardo era visibile. Era visibile. All'atto
di uscire dalla camera, Virginia fu impressionata
dall'ordine, eccessivo in quell'ora, che vi
regnava.--

«Ho dormito sopra un divano--disse Ernesta.

--In camera di Leonardo?

--Già.--

Virginia rispose al monosillabo con una stretta
di mano silenziosa. Era impossibile con minor numero
di parole e con maggiore sussiego dire alla
cugina:

--Brava, sono contenta di te.--

La cugina non si mostrò eccessivamente lusingata
di questa tacita approvazione, e levando lo
sguardo al soffitto parve invocare mentalmente la
misericordia del cielo su quella testina di stoppa.

Quando Virginia fu innanzi al cieco, la sua pietà
divenne mutola; stette così un bel tratto, finchè
Leonardo stesso domandò chi fosse nella camera;
allora facendosi forza si nominò e ripetè il fausto
annunzio della visita dei coniugi Rinucci; poi si
guardò intorno cercando argomenti, e non trovandone
tacque, rifece il bocchino, ripigliò il sussiego.

Poco stante Leonardo disse che voleva levarsi da
letto; Ernesta chiamò Bortolo perchè aiutasse il
suo padrone a vestirsi e fece atto di uscir dalla
camera, preceduta dalla cugina; ma quando costei
era già per metà fuori dell'uscio, essa tornò frettolosamente
al capezzale del marito a dirgli con
voce sommessa:

--Vuoi nulla da me?

--Nulla.

--Sono nel salotto; quando chiamerai, verrò.

--Grazie,--rispose Leonardo.

Nello stesso tempo s'intese un lieve grido dietro
l'uscio che si riaprì; apparve il dottor Agenore.
Aveva la faccia arrossata, non salutò nemmeno Ernesta
ed entrò in funzione ex abrupto domandando
all'ammalato il polso e la lingua.

Che cosa era avvenuto?

Ecco: il dottore Agenore entrava dall'anticamera
piena di luce nel salotto, in cui si faceva di buon
mattino la guerra al sole; era giunto tentoni fin
presso all'uscio che metteva nella camera del cieco,
quando l'uscio si aprì ed apparve una figura femminile.--Abbracciala,
se no ti scappa.--Ed egli
aveva schiuso le braccia per tirarsi sul petto la
bella. Ma la bella, che veniva da una camera più
oscura, vide l'atto, ne comprese l'intenzione, e diè
indietro gridando al par d'una tortora spaurita. Il
dottor Agenore riconosciuto l'errore stette un istante
a braccia aperte come un crocifisso, e nella confusione
finì alla meglio l'atto, stringendo con soverchia
cordialità le due mani dell'amabile Virginia
Rinucci.--Scusi.... buon giorno... come sta?--disse,
balbettò, spinse l'uscio e si pose in salvo.

Ernesta guardò un istante il dottore con un impercettibile
sorriso di malizia, poi andò a raggiungere
la cuginetta.

Per tutto il tempo impiegato da Bortolo nell'aiutare
a vestire il padrone, Agenore parve affaccendarsi
singolarmente egli pure intorno all'amico Leonardo;
in realtà non faceva nulla, pensava.

L'avea fatta grossa! La misurava coll'occhio da
tutti i lati--l'avea fatta grossa!

Che cosa doveva argomentare la signorina Rinucci
da quella ginnastica incominciata in un amplesso
e finita in una stretta di mano bislacca? Una
cosa sola evidentemente, il vero. Oltre che l'equivoco
era evidente, egli aveva dovuto confessarlo
chiedendone scusa. Dunque? Dunque Ernesta era
compromessa, dunque la pace di lei era minacciata,
minacciata la sicura oscurità del piccolo adulterio
preparato con tante fatiche... Ah! non se ne sapeva
dar pace.

Quando Leonardo fu accomodato nel seggiolone e
le due donne rientrarono nella camera, il dottor
Agenore avea il naso sopra una specie di taccuino.
Per non leggere di peggio sulla faccia della signorina
Virginia, leggeva il manuale medico. Finalmente
si arrischiò a spingere pian pianino uno
sguardo innanzi a sè, facendolo strisciare sui fogli,
e vide... Quello che vide, se non gli ridonò la baldanza,
almeno gli fe' rialzare il capo del tutto: vide
Ernesta sorridente e l'amabile cuginetta che chinava
gli occhi pudibondi a terra e si faceva rossa
rossa--uno spettacolo da tentare un pittore
d'idillii.

--Buone nuove,--disse allora facendo uno sforzo
per rientrare nella sua gravità dottorale,--buone
nuove; l'_infiammazione del bulbo_ è quasi cessata,
fra qualche giorno spero che più nulla s'opporrà
all'operazione.--

Virginia Rinucci, facendosi di tutti i colori e
guardando Agenore languidamente, si arrischiò a
domandare se la cateratta era matura.

--È maturissima--rispose il dottore cercando
invano d'ingrossar la voce,--e l'operazione è indicata,
indicatissima, quanto allo stato caterattoso;
però ci è l'infiammazione del bulbo, e l'infiammazione
del bulbo è una _contro indicazioni temporanea_.....
mi spiego?

--Perfettamente.

--Oh!... cessata l'infiammazione del bulbo, faremo
l'operazione; parlerò al dottor Q... _specialista_
celebre...

--Non sarà lei l'operatore?--domandò Ernesta.

La signorina Rinucci stava evidentemente per
fare la stessa domanda, perchè aprì la bocca e la
richiuse guardando prima Ernesta e poi il dottore.

--Signore no,--rispose Agenore modestamente;--non
sono da tanto; le operazioni di questa
fatta richiedono uno _specialista_; io sarò l'assistente.

--Grazie,--disse Leonardo;--e quando vedrai
il dottor Q...?

--Domani.--

Stettero tutti in silenzio immaginando che Leonardo
parlasse ancora; ma egli non disse più nulla.
La conversazione cadde di peso. Poco dopo il dottore
era tornato al suo primo pensiero e guardava
ogni tanto alla sfuggita la signorina Rinucci, la
quale ad ogni volta chinava gli occhi pudicissimamente.
Solo Ernesta non sorrideva più; si era fatta
seria in viso e contemplava la faccia melanconica
del cieco.

--Ah!--esclamò il dottore ad un tratto.

--Che cos'ha?--chiese Ernesta.

--Ho... ho...

Aveva un'idea luminosa, il modo di rattoppare
la sbadataggine. Tutto oramai si riduceva a questo:
far sapere all'amabile cuginetta che l'amplesso rudimentale,
di cui ella era stata vittima, portava
un altro indirizzo, che apparteneva come provento
d'ufficio alla cameriera, ad Olimpia, e che era un
innocente amplesso reo di questa unica colpa, di
essere stato dato in salotto e non in anticamera.

--Ho....--soggiunse Agenore,--che è quasi
mezzogiorno... e che a quest'ora dovrei essere....

--Il babbo sarà qui a momenti,--osservò Virginia.

--Signorina,--le disse il dottore che le si era
avvicinato approfittando dell'attonitaggine di Ernesta--signorina,
poc'anzi io.... bisogna che le
spieghi...

La pudica Virginia chinò gli occhi a terra.--Parli
al babbo...--disse, rialzò il capo e ripetè più
forte della prima volta:--il babbo sarà qui a momenti...--

Alle prime parole il dottor Agenore spenzolò le
braccia lungo i fianchi e rimase senza fiato; alle
ultime si scosse, strinse la mano dell'amico Leonardo,
salutò le due signore e prese la fuga.



XIV.

Primi bagliori nel buio.


Passarono i giorni, simili nel muto dolore ma non
monotoni nè angosciosi, come Ernesta aveva immaginato.

Sotto l'infinita melanconia di quella casa abitata
dalla sventura s'indovinava ora una inalterabile
serenità, un'armonia sommessa, una specie di gioia
nascosta e mille soavi sentimenti senza nome. I due
cuori, aperti per lo innanzi alle iruzze terrene, si
erano chiusi a tutto ciò che non venisse dall'alto.
Nelle anime prima esacerbate dal puntiglio, dalle
stizze, era entrata una forza nuova che comandava
la pace; alle aspre guerricciuole combattute
a punta di spillo succedeva il santo rito d'una pietosa,
benedetto dalla gratitudine d'un infelice. Si
sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia
che corregge i guasti della sventura, la gran
dolcezza che si mesce agli sconforti più amari, la
solenne parola che pare scendere dal cielo, quando
mute sono le voci terrene: «coraggio,» e l'altra
che prorompe dal cuore e trova la via fra le lagrime,
quando tutt'intorno è il silenzio disperato:
«siamo infelici, amiamoci!»

Il dolore fa grandi, dà alle creature umane qualche
cosa della divinità.

Ernesta era ingegnosa nel ritrovare mille modi
per alleviare la buia solitudine del povero cieco.

--Passeggiamo--gli aveva detto un giorno,--ti
appoggerai al mio braccio; ti farà bene un po' di
moto.--

Leonardo avea accettato con riconoscenza, avea
posto una mano sull'omero della dama gentile ed
era andato in giro per le camere.

--Quando cammino,--diceva--se per poco
mi distraggo sembrami ad ogni passo di attraversare
una distanza enorme; a volte il fermarmi non
vale a cancellare questa impressione, il mondo nero
continua a passarmi dinanzi; è una specie di passeggiata
nel caos.

--E ti spiace?

--No, perchè sono teco,--rispondeva sorridendo,--e
tu mi dai coraggio, mi rassicuri
che sotto i miei piedi non ci è l'abisso, e che se
mi cacciassi a perdermi nel vuoto mi tratterresti.

No, non mi spiace, mi sembra di tornare bambino,
quando chiudevo gli occhi sulle ginocchia di mia
madre per vedere il vuoto che a poco a poco si
popolava d'immagini giranti a turbine, finchè anch'io
diventavo un atomo di quel caos e giravo
anch'io a turbine.

--Facevo io pure così,--diceva Ernesta con
un riso melanconico;--qualche volta lo tento ancora,
ma non mi riesce; è un giuoco che va fatto
fra le ginocchia della mamma.--

Queste brevi passeggiate chiamavano sempre il
sorriso sulle labbra dei due poveretti: era raro che
Leonardo non si fermasse d'un tratto per dire un'idea
faceta o bambinesca che gli veniva allora.

--Facciamo un giuoco, disse una volta.

--Facciamolo--disse Ernesta.

--Tu mi condurrai per mano, mi farai girare per
le stanze, qua, là, cercando di farmi perdere, poi
ci fermeremo ed io dovrò indovinare.

--Ho capito, lo chiamavamo giuocare al labirinto;
chi non indovinava faceva la penitenza.--

Leonardo indovinava sempre, e non solo sapeva
dire in qual camera, ma anche in qual punto, vicino
a qual mobile si trovasse: Ernesta raddoppiava
gli artifizi, gli inganni, le giravolte e finiva
sempre con dire:--bravo!--

Spesso a quei puerili trastulli succedeva uno sconforto
più intenso, un pensiero più tetro, un'immagine
più melanconica.

«È proprio vero che ci sono le stelle nel cielo
azzurro ed i profili fantastici delle piante nella
notte, e di giorno il verde immenso, le nuvole di
porpora e d'oro, i riflessi del sole? È proprio vero?
A volte penso che non io sia cieco, ma che tutto
siasi cancellato per sempre dallo spazio, che i colori,
i contorni, siano andati perduti nel buio senza
fine.... Dimmi che tu vedi le nuvole d'oro e il verde
della campagna... dimmelo, Ernesta.

«Lo vedo, lo vedrai tu pure,--balbettava la
povera donna con accento carezzevole.

Nulla rispondeva Leonardo, lagrimava in silenzio,
ed alla voce sommessa, piena di singhiozzi frenati,
che lo scongiurava di acquetarsi, diceva finalmente
con un nuovo impeto melanconico:

«Oh! lascia ch'io pianga; non mi rimangono occhi
che per piangere!»

Poi si diradava il nugolo e ricompariva la sola
luce di quell'esistenza, un pensiero gaio, la sola luce
di quel pallido volto, il sorriso.

«Debbe essere curioso vedermi attraversare le
camere vicino a te; che bizzarro contrasto! io
lungo lungo, tu piccina al paragone, tu piena di
vivacità, di grazia e di luce, io spento, impacciato,
stecchito. Ci deve essere una folla de' tuoi spiritelli che
si tira indietro e si nasconde nel vano delle finestre
per lasciarmi passare. Come devono ridere di me!»

Ogni giorno, spesso più volte in uno stesso giorno,
Ernesta faceva la lettura; era una festa pel cieco,
il quale indicava i libri come sapeva meglio, generalmente
per via di esclusione. Questo no, quello
nemmeno--li aveva letti tutti; infine i soli volumi
che non avesse letto erano i _Saggi_ del Montaigne,
le _Confessioni_ di Sant'Agostino, le Prose del Leopardi
ed i _Caratteri_ del La Bruyere, capitati non
si sa come fra il _Visconte di Faublas_, il _Linguaggio
dei Fiori_ ed i romanzi di Paul de Kock.
Ernesta leggeva bene, senza solennità, ma punteggiando
le frasi coll'accento e colle pause; aveva
una vocina morbida, chiara, dolce, che ingentiliva
il vecchio francese del Montaigne e dava un vezzo
singolare alla prosa volgarizzata di Sant'Agostino.

A mezzo d'un periodo, ad un epiteto forte, ad un
paragone strano, ad uno dei mille aneddoti, coi quali
il semplice e profondo pensatore francese infiora le
sue idee, Leonardo faceva cenno alla vaga leggitrice
di star zitta, si arrestava un istante in meditazione,
poi accennava di proseguire; dopo una mezz'ora di
lettura al più:

«Basta,--diceva,--non voglio che ti stanchi...
grazie.

--Non sono stanca....

--Grazie... devo ora pensare a quello che ho
letto...

E pensava; lungo tratto d'ora stava così immobile,
colla testa appoggiata alla spalliera del seggiolone;
spesso Ernesta credendolo addormentato camminava
sulla punta dei piedi per non destarlo, ed
allora egli si scuoteva mostrando a fior di labbra
un sorriso.

.... Passavano così i giorni, simili nel muto
dolore, ma non monotoni nè angosciosi. S'indovinava
un'inalterabile serenità, una specie di gioia
nascosta; si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria
l'armonia che corregge i guasti della sventura,
la gran dolcezza che si mesce agli sconforti
più amari.

Oh! sì, il dolore fa grandi, dà alle creature umane
un riflesso della divinità!



XV.

Inventario di cose e d'uomini.


«Stamane sono di buon'umore--disse Leonardo
alla sua compagna,--vieni meco, Ernesta, andiamo
a spasso; ti voglio fare l'inventario di tutti i mobili
della casa, incominciando dal salotto; vedrai come
li ho in mente! Se ne ho dimenticato qualcuno, me
lo ricorderai, ho bisogno di radunare le mie memorie--sono
esse il mio mondo. Quanti luoghi ho attraversati
frettoloso, sbadatamente, e che ora avrei
caro di rivedere col pensiero!... Per esempio il caffè
Cova ed il Circolo li ho scolpiti nel cervello.... è
qualche cosa, ma ci era posto anche per altro, ti
pare?»

Ernesta rispose con una stretta di mano, con una
muta carezza, accusandosi in cuore di essere stata
la prima a fare a Leonardo il rimprovero che ora
egli faceva a sè medesimo.

«Sì,--disse poi con accento ilare per sviare il
pensiero del cieco,--sì, andiamo a spasso, mi farai
l'inventario dei mobili della casa.

--Incominciamo dal salotto,--soggiunse Leonardo,
avviandosi al braccio della moglie.

--Senti questo ch'io tocco; che cosa è?

--Una tenda americana; vi è dipinta una pianta
a larghi fogliami, sopra un fondo color di porpora
che raffigura il cielo del tropico.

--Bravissimo, ora va innanzi.

--Nel vano della finestra vi è un tavolinetto
dipinto, con dorature ed intarsii di madreperla; il
dipinto rappresenta un paesaggio turco con un
crocchio d'uomini che fumano la pipa....

--Bravissimo.

--Sul tavolino un albo di ritratti, un grosso albo
con coperta di tartaruga e fermagli dorati.

--L'albo ci era, ma non ci è più; ha mutato
posto.... ora è sul tavolino di mezzo.... innanzi.--

Il suono del campanello interruppe il curioso inventario;
Ernesta volse gli occhi all'uscio d'ingresso
e Leonardo si tenne immobile nel vano della finestra.

«È Agenore,--diss'egli appena udì il rumore dei
passi nell'anticamera, e subito dopo aggiunse:--non
è solo.»

Era in fatti Agenore accompagnato dal dottor Q...
oculista celebre.

La festicciola scherzosa finì. Si cancellò dai volti
melanconici quel pallido riflesso di gioia, e l'inquietudine
tornò a battere al cuore di Ernesta più
forte che mai, e la rigidità della sventura incatenò
ancora le membra del cieco.

Stava per aprirsi uno spiraglio nell'avvenire.

Il dottor Q... entrò, fece un saluto cortese col
capo, e senza perdersi in parole inutili, sciolse
egli stesso la benda del cieco per esaminarne gli
occhi alla luce della finestra.

Perfino il cuore di Agenore batteva affrettato.
Ernesta collo sguardo intento spiava una buona
novella, un incoraggiamento, una speranza sulla
faccia del dottore, il quale rimase impassibile e
sereno. Solo quando ebbe rimessa la benda all'infermo,
l'oculista disse queste parole:--Fra una
settimana.

Un atto di contentezza di Agenore commentò la
frase monca così:

«Fra una settimana si potrà fare l'operazione.»

Ernesta avrebbe voluto che il celebre medico rispondesse
a cento domande, che essa non osava
fare. Si aveva certezza, o probabilità, od almeno
speranza di guarigione? Quando il medico fu per
andarsene, la povera donna si fece forte.

--Riescono bene queste operazioni? domandò con
un filo di voce.

--Riescono quasi sempre bene, rispose il dottor
Q.... con accento benevolo;--si faccia coraggio.

Per spiegar meglio quel concetto, Agenore aggiunse
sottovoce:

«Quanto a riescire, riescono.... ma!...»

E tenne dietro all'oculista promettendo di ritornare
dopo il mezzodì.

Ancora Leonardo ed Ernesta rimasero soli.

«Innanzi,--disse la povera donna facendosi
forza per nascondere il suo affanno,--innanzi; sei
rimasto al tavolinetto nero con intarsiature di madreperla.

--Che uomo è il dottore?--domandò il cieco.

--Un uomo di aspetto comune, ma con una faccia
buona.

--È vero, ha la voce affabile... è alto?

--No, mezzano.

--E come è? Voglio vederlo....

--Vedilo, disse Ernesta scherzosamente;--è un
poco tarchiato, ha i capelli grigi, niente barba, mustacchi
più neri che bianchi, fronte alta, naso medio,
bocca grande... Lo vedi?

--No, rispose Leonardo.....

--Aspetta: fisionomia seria, occhi lucenti....

--È inutile; me ne farei un'immagine fantastica.--osservò
il cieco; mi ricordo ora che prima
di conoscerti, quando si parlava di te in casa Rinucci,
mi fu descritto il colore de' tuoi capelli, dei
tuoi occhi, la forma del tuo naso....

--Povero naso!--chi sa come lo calunniava
la mia cuginetta!

--Ebbene,--proseguì il cieco sorridendo,--quando
vidi te la prima volta, ti trovai tutta diversa
da quello che t'immaginavo... Confrontando
ora l'immagine che mi ero fatta, e la tua, trovo
che, perchè mi avevano dipinta una bruna, io t'aveva
immaginata nera, e perchè avevano parlato d'una
donnetta piuttosto piccola di statura, io ti vedeva
nana.... Il dottore Q....--soggiunse dopo breve silenzio
con accento scherzoso che mal dissimulava
l'inquietudine,--è celebre... e nel caso mio la fiducia
ha da esser cieca... Proseguiamo l'inventario;
eravamo rimasti all'albo.... ov'è l'albo?

--Sul tavolino di mezzo....

--Lasciamo stare l'inventario, guardiamo insieme
l'albo.»

Ernesta obbedì senza dir parola, trasse il cieco a
sedere sul divano, gli pose sulla ginocchia il grosso
volume, l'aprì ed incominciò:

«Vittorio Emanuele II, il Principe ereditario, la
principessa Margherita....

--Saltiamo i principi,--disse Leonardo, voltando
alcuni fogli.

--Tuo padre e tua madre.»

Il cieco non disse nulla, stette un istante a capo
basso, come cercando di veder meglio quelle amate
sembianze, poi voltò la pagina lentamente.

«Un bel giovinetto, lungo lungo, con due baffetti
neri ed un'aria di storditello....

--Io,--disse il cieco; e rise forte.

--Una giovinettina piccina, quasi nana, molto
bruna, quasi nera, con un naso fatto così e così....

--Tu!--e rise più forte.

--Il baronetto William.

--Gli fui padrino in un duello.... un bel giovine
alto, elegante... lo vedo.»

Ad Ernesta venne, non so per qual via, l'idea bislacca
di ingannare la buona fede del cieco, collocando
mentalmente, subito dopo il ritratto del baronetto
William, un altro ritratto che ella sapeva
sepolto sotto un monte di libri.... e disse colla massima
indifferenza:

--La B.... prima ballerina assoluta di _rango francese_...
stagione di carnevale e quaresima alla Scala.--

Il cieco sorrise.

--Come fa a trovarsi nell'albo quel ritratto?

--Ma!...--

Quando furono giunti all'ultima pagina, Leonardo
stette immobile come per evocare nel buio le sembianze
di tanta gente nota, finchè Olimpia venne a
chiamare la signora per causa della minestrina del
signore.

Bisogna sapere che le minestrine andavano soggette
alla revisione di Ernesta, senza di che non
potevano ristorare l'organismo del signore.

Rimasto solo, il povero cieco riaprì l'albo che
ancora aveva fra le mani, fe' passare ad uno ad
uno parecchi fogli contandoli; leggiero come una
carezza, passò l'indice sopra una pagina; poi accostò
insieme il volume e la bocca, e le labbra
mormoranti una parola sommessa tenne a lungo fisse
sopra le sembianze d'una giovinetta nè troppo piccina
nè troppo bruna, ma con un naso fatto così e
così....



XVI.

Risultato ultimo d'una discussione filosofica.


Da molti giorni Ernesta non era uscita di casa.

--Ti ammalerai--aveva detto il cieco,--perderai
il roseo delle guancie, ed io non potrò nemmeno
accorgermene per dirti: «cattivella, vedi!»

Quel pomeriggio l'infermiera si arrese, accettò di
scendere in giardino a fare una passeggiata, a
patto che il dottor Agenore rimanesse a tener allegro
l'ammalato.

Dalla finestra dischiusa si scorgeva la bella donna
che passava nei viali, salutata dai passeri e preceduta
di albero in albero dall'usignuolo, ed Ernesta
anch'essa poteva vedere i volti ravvicinati del marito
e del dottore.

Un pezzo i due amici stettero senza parlare; Leonardo
pensava, e lo stesso Agenore, seguendo cogli
occhi la bella, si distraeva imperdonabilmente,
considerate le funzioni ciarliere che egli aveva accettate.

--Dove è ora Ernesta?--domandò il cieco.

--Fa il giro dell'ippocastano... si mette in un
viale... si allontana...

--Le farà bene un po' di moto.

--Le farà bene...

--Tanto più se vi era avvezza, perchè doveva
passeggiare molto in campagna... non è vero?

--Credo di sì...

--Non fosti mai a trovarla?

--Parecchie volte.--

Leonardo stette zitto aspettando che l'altro dicesse
di più, e finalmente osservò:

--Doveva annoiarsi in campagna!--

Il dottore zitto.

--Dov'è ora Ernesta?

--Sotto il padiglione.--

Nuovo silenzio.

--Senti,--uscì a dire il cieco improvvisamente,--poichè
abbiamo tempo, voglio parlarti
d'una cosa. Ti ricordi quando, dopo avermi spiegato
il tuo sistema filosofico... la materia cosmica
eterna, le forze, la materia organica, i vasi, le
fibre, i tessuti, che so io, mi domandavi se mi avevi
convinto, ed io ti rispondeva che era inutile, tenessi
tu le tue idee, terrei io le mie...

--Sì,--proseguì il dottore,--e le tue idee erano
di non averne alcuna, di lasciar che le fibre e i
vasi compissero le loro funzioni senza dartene pensiero.

--Te ne ricordi?... Ti dicevo: Se ci è qualcosa
dopo di noi, lo vedremo, se non c'è nulla, buona
notte; e quanto alla materia cosmica non sono io
che le impedirò di godersi in pace la sua eternità.
La vuoi eterna?... te la do eterna, a patto che lasci
in pace la mia materia organica che non è eterna...
Te ne ricordi?

--Altro!

--E dicevi, tirando mia moglie a far la trinità:
«noi tre rappresentiamo le tre scuole filosofiche
del secolo: il materialismo che combatte--io--lo
spiritualismo che sogna--lei--l'indifferentismo
che vegeta--tu.--»

--Testuale.

--Ebbene, allora non ci volevo pensare... da due
mesi ci penso--e vuoi che ti dica la mia opinione
sulle tue opinioni?

--Dilla.

--La tua materia cosmica eterna mi pare sorella
del caos dei credenti; il tuo ignoto di genere
femminino, che chiami forza, mi pare parente prossimo
dell'ignoto, di genere mascolino, che mia moglie
chiama _Dio_, Quanto ai nervi, alle fibre, ai vasi,
ho paura che tu confonda la vita, gli affetti, i
pensieri cogli stromenti dei pensieri, degli affetti,
della vita.

--Sono le solite risposte degli spiritualisti; non
hai trovato nulla di nuovo.

--Se le ho trovate alla prima, appena mi sono
fermato a pensare, non hanno da essere rare nè
curiose; ma l'averle trovate alla prima non significa
forse che sono vere?

--No, significa solo che sono volgari.

--Senti, Agenore mio, tu non sai che cosa sia
vivere due lunghi mesi nel buio, nel vuoto, tu non
sai quanto si acuiscano i sensi, e che parole si
odano nel silenzio, e che immagini si disegnino nel
fondo nero. Non lo senti tu mai, nel mezzo della
notte, quando tutto tace, quando nulla ti distrae
nell'insonnia, un bisbiglio sommesso, un linguaggio
che non è della vita e che pure tu comprendi? Non
vedi fisonomie note e non prima vedute, manine che
si allungano nel vuoto a carezzarti? Sei là, piccolo,
debole, nell'immenso vuoto, nell'immenso buio,
e non hai paura... qualche cosa di te si allontana
nello spazio, non si perde, ritornerà per dove è partita,
nel raggio d'una stella, come in un sentiero
tracciato... Tutto questo, Agenore mio...

--Tutto questo, Leonardo mio, è buon indizio;
prova la sensibilità della tua retina, la forza del
tuo nervo ottico; tu continui a guardare ed a vedere
senza servirti della pupilla oscurata; ecco il
mistero.--

Il cieco sorrise.

--Dov'è ora Ernesta?--domandò poco dopo.

--Si è curvata a guardare una pianta... pare che
non la conosca... perchè continua a guardarla.

--Che pianta è?

--Una ferraria... «Una ferraria!»--gridò poi
affacciandosi alla finestra.

Si udì la voce argentina di Ernesta che rispose:
«Grazie;» poi tutto tornò nel silenzio.

--Non è mai venuta a Milano quando ero assente?

--Chi?

--Ernesta.

--Sì, una volta.--

Era inconcepibile per Leonardo come l'amico dottore
stentava a mettere fuori le parole. Mutò discorso.

--Sai tu perchè il mondo è pieno di cattivi?

--Ma è proprio pieno di cattivi?--domandò il
dottore;--io non me ne sono mai accorto.

--Tanto meglio per te... tu sei buono... ma io intendo
cattivi tanto coloro che insidiano l'onore,
le sostanze, gli affetti del prossimo, quanto quegli
altri che non si fanno scrupolo d'offendere un amico,
per la vanità di dire una scioccheria spiritosa; ebbene,
sai tu perchè ci sono tanti cattivi al mondo?

--La frenologia ha provato...

--Perchè ci sono troppi spensierati; perchè le
piazze, i caffè, i circoli, i palchetti dei teatri formicolano
di gente che teme di servirsi del proprio
cervello. Un uomo che pensa finisce con accorgersi
della sua e dell'altrui miseria; dà l'importanza che
meritano alle cose che lo circondano; scende i gradini
di quella piramide che è l'egoismo e si mescola
alla folla, non se ne sta immobile sul vertice
a credere il mondo creato per sè solo; ai sofismi
del proprio interesse, delle proprie passioni, sa contrapporre
i sofismi degli interessi e delle passioni
contrarie, e dal cozzo cava la scintilla del vero...
Ah! il pensiero è una forza!

--Verissimo, il pensiero è una forza, e gli spensierati
non hanno mai fatto male a nessuno, perchè
sono inermi e deboli; Tizio obbedisce all'istinto,
e, senza pensarci quasi, ti accompagna per servirsi
della tua carrozza e del tuo palco; digli che pensi
molto, ed il pensiero gli darà la corazza dello strozzino.
Sempronio ha la vanità di sapersi fare il più
bel nodo della cravatta del mondo incivilito; digli
che pensi molto e vorrà i giavellotti di deputato
o lo spadone a due tagli di Ministro di grazia e
giustizia; gli Ercoli dell'egoismo e dell'ambizione
sono gente che ha pensato molto. Credi a me: l'organismo
oscilla, ma non si muta; chi ha la cattiveria
nel sangue la conserva, finchè dura la circolazione;
vuoi guarirlo, svenalo.

--Sì, l'organismo non si muta; nè gl'istinti si
mutano; sono con te; ma io, irascibile, diventerò
padrone di me stesso, imparando a conoscermi col
pensiero, e le ire e le collere del mio istinto serberò
contro gli uomini cattivi e le cose cattive.
Ambizioso d'onori, diventerò ambizioso di bene;
cattivo marito, apprenderò a rispettare il culto della
famiglia, e vorrò esserne il sacerdote...--

Il sospiro di Leonardo, dopo queste parole, s'incontrò
e si confuse con un sospiro del dottore.
Dopo di aver sospirato all'unisono, entrambi stettero
zitti, poi il cieco disse sorridendo:

--E se non il sacerdote... il predicatore; dillo
pure, lo hai sulle labbra... ma già è così: sono molto
mutato e non ne ho colpa o merito, come ti piace;
la mia maestra è la sventura... Dimmi, si è fermata
molto in Milano?

--Chi?

--Mia moglie.

--Un paio di settimane.

--E tu la vedevi spesso?

--No... cioè... così.

--Ci veniva altri a vederla?

--La cugina, gli zii...

--Nessun altro?

--Credo di no; ma perchè mi fai queste domande?

--Perchè vorrei sapere se Ernesta, nell'abbandono...
È bella Ernesta.... avrà avuto intorno qualche
vagheggino?--

Il dottore non fiatava; ed il cieco con voce sommessa
e carezzevole:

--Agenore, non mettermi alla tortura; ho ancora
delle debolezze, mi vergogno, ho paura di farti
ridere... dovresti indovinare tu...--

L'amico sprigionò un sospiro lungo lungo, poi
disse:

--Non ci vuol molto ad indovinare... sei innamorato
di tua moglie...

--È vero,--disse Leonardo facendosi rosso in
viso;--ma chi sa se ella potrà amarmi ancora....

--Io non lo so...

--Sapesse almeno che sono mutato, che cambierò
vita!...--

Il sangue, i nervi, le fibre, i tessuti, gli umori di
quell'organismo saldo che si chiama il dottor Agenore,
entrarono a tumulto; un momento di lotta
acre e rabbiosa, poi tornò l'equilibrio; il sagrifizio
era consumato: Agenore rinunciava ad Ernesta.

Ridano gli sfaccendati del caffè e del circolo, io
giuro a chi legge che in quel solenne momento il
dottore Agenore era bello. E non si sono udite mai
parole più generose di queste che egli pronunciò
forte, stringendo vigorosamente la mano del cieco,
per farsi cuore:

--Glielo dirò io!

--Oh! grazie... quando?

--Subito, se vuoi, corro in giardino, me le getto
ai piedi come tuo rappresentante, e le faccio la mia,
cioè la tua dichiarazione in regola.

--No, aspetta... che fa ora Ernesta?--

Agenore, non vedendo la bella dove l'aveva lasciata
poc'anzi, si affacciò alla finestra per cercarla;
in quel mentre si udì un passo leggiero ed
un fruscio d'abiti.

--Eccola,--disse Leonardo, ed aggiunse con accento
di preghiera: «non ora, non ora.»--

E il dottore, che già si era mosso per andare
in salotto, si fermò dinanzi all'uscio.

Entrò Ernesta e sorrise; entrò la signora Virginia
Rinucci e chinò gli occhi a terra.

Agenore si credette in dovere di fare un saluto;
ma la vergine arrossì. E per un quarticino d'ora, ad
ogni volta che al dottore senza avvedersene accadeva
di guardare la signorina o di rivolgerle la parola,
la signorina arrossiva e chinava gli occhi a terra.

Agenore trovò quel quarticino d'ora eterno, sebbene
lo spendesse a studiare coscienziosamente l'organismo
del pudore, e finì ad andarsene dicendo che
con un organismo simile era un peccato che la signorina
Rinucci rimanesse zitella, e che il mondo
le doveva un marito...

E in così dire rideva, il disgraziato!...



XVII.

Un sogno ad occhi aperti.


Nel giorno successivo, quando il dottore venne a
visitare il suo ammalato e gli ebbe toccato il polso,
fu l'ammalato che toccò il polso al dottore e gli
disse sottovoce, perchè Ernesta non intendesse:--oggi
no, Agenore, oggi no.--

L'amico, che non aveva dimenticata la promessa
ambasceria, e ruminava anzi in mente un discorsetto
per parere un ambasciatore disinvolto, comprese
subito e rispose: «va bene...» Ma Leonardo
non parve rassicurato, ed appena ne ebbe agio, ripetè
con accento di preghiera: «Non oggi, non
oggi.»

Che diancine era dunque accaduto? Il dottore almanaccava
invano, guardando in faccia ora l'uno
ora l'altro dei due coniugi, e quando si trovò un
istante solo col cieco, domandò senza preamboli:--Che
è stato, che c'è di nuovo?

--Nulla,--rispose Leonardo,--nulla... ma ci ho
pensato ancora.... non oso... che dirà di me? Dillo
tu, che dirà di me?

--Io non lo so davvero: che vuoi che dica?

--Dirà che sono un egoista, che non occorre
molta virtù per cambiar vita, ora che sono condannato
alle tenebre, e che non vi è merito, ridotto
nel mio stato, ad amare un'infermiera così
attenta, così premurosa, così bella... questo dirà,
non è vero?

--Non mi pare...--balbettò Agenore.

--Dirà--proseguì il cieco con accento melanconico,--che
io doveva aprir gli occhi quando ci
potevo vedere, ed accorgermi che avevo in casa un
tesoro, quando passavo il mio tempo al circolo; dirà
che allora dovevo darle o domandarle amore, quando
essa domandava ed offriva amore ad uno scioperato...
e che ora è tardi, dirà, e non sa che farsi
dell'amore d'un cieco. Non è vero forse?--

Il dottor Agenore, il quale avea dato tante prove
d'eroismo, non venne meno in questa difficile congiuntura
ed accettò di buon animo, mettendo sulle
labbra un sorriso lievemente melanconico, la parte
di confortatore.

--Non mi pare; tua moglie è buona, ha un'indole
affettuosa, ha bisogno d'amare qualcuno, e...

--E chi sa se questo qualcuno sono ancora io?

--E chi vuoi che sia? Non ti accorgi della premura,
con cui ti sta intorno?

--Sì, mi accorgo di tutto, medito ogni sua parola,
ogni sua intonazione di voce, il passo, i movimenti,
ogni cosa. Ma non mi basta. Cerco la tenerezza
che è figlia dell'amore, e trovo solo la tenerezza, che
è figlia della compassione...

--Della compassione che è la nonna dell'amore,
perchè sua figlia la tenerezza va a nozze col desiderio
e genera l'amore, che poi rigenera quell'altra
tenerezza. Sono casi di parentela molto complicati,
vi è dell'incesto in mezzo, ma tanto è così.... Oh!
manco male, ti ho fatto ridere!

--Di che si ride?--domandò Ernesta ritornando.

--Debbo dirlo?--chiese il dottore sottovoce all'infermo.

--Non oggi, non oggi.

--Si ride,--proseguì Agenore, accomodando la
benda al cieco,--e si ride a torto, della teorica
dell'amore di un filosofo tedesco, Arturo Shopenhauer,
la teorica del completamento, secondo la quale gli
organismi cercano istintivamente di completarsi coi
loro contrarii, l'uomo sanguigno colla donna linfatica,
l'uomo bruno colla donna bionda, il grosso....--

Stava per dire colla «sottile,» quando si rizzò
quanto era grande e grosso, levò la testa bruna
e si vide dinanzi la signorina Virginia Rinucci, più
bionda e più sottile del solito, ma meno linfatica, a
giudicarne dalle guancia imporporate dal rossore, la
quale era entrata dietro ad Ernesta senza dir nulla.

Agenore salutò scusandosi di non averla veduta,
senza altro risultato che di farla arrossire più forte.

--E viceversa,--aggiunse premurosamente per
correggere l'effetto d'una involontaria dichiarazione,--i
piccini coi donnoni, i biondi colle brune. L'ideale
dei completamenti, il completamento tipico sarebbe
quello d'un nano con una gigantessa, coniugi spaiati
che si fanno vedere alle fiere.--

Ernesta rise, non so se dell'immagine o dell'intenzione
del dottore.

Ma la pudica Virginia avea ricevuta una dichiarazione
e se la teneva, e non ci era verso di fargliela
restituire; e questa volta come le altre, Agenore
dovette finire con lasciare il campo, infilando
l'uscio.

Anche la cuginetta, le cui visite da qualche tempo
coincidevano con quelle del dottore, non tardò ad
andarsene.

Ernesta e Leonardo rimasero soli.

Era l'ora del mezzodì; dal cortile soggetto, attraverso
le imposte chiuse in modo da lasciare passare
insieme un filo d'aria e di luce, giungevano le vocette
di alcuni fanciulli schiamazzanti.

--Ti disturbano?--chiese Ernesta,--vuoi che
dica loro di star zitti? Sono buonini, mi obbediranno;
o vuoi che chiuda la finestra del tutto?

--No,--disse Leonardo melanconicamente,--lasciali
fare, mi par di essere tornato fanciullo,
quando giocavo a mosca cieca coi miei compagni,
ed uno alla volta ci mettevamo la benda sugli occhi...
come io ora... lasciali fare, giuoco anch'io
con essi.

--Povero Leonardo!--disse Ernesta.

--Povero Leonardo!--ripetè il cieco.

Non disse altro; pur comunque si adoperasse a
nasconderlo, egli era inquieto, crollava ogni tanto
il capo, come cercando nel buio, si muoveva, apriva
la bocca per parlare, taceva.

--Conducimi a spasso--disse poco dopo.

Ernesta gli offrì l'omero perchè vi si appoggiasse
e lo menò in giro per le camere, finchè egli disse:--Basta.

--Basta; ora sediamo, qui nel salotto, io nel
seggiolone, tu al pianoforte... suonami qualche cosa.

--Un walzer di Strauss,--disse Ernesta aprendo
il pianoforte dimenticato.

--No, una romanza mesta, un notturnino.

--O una marcia funebre,--aggiunse la bella
ridendo.--Ecco il notturnino... incomincio, se sbaglio
non ci badare, non lo faccio a posta.--

E incominciò.

Leonardo ascoltava estatico, e quando l'ultima
nota si perdette, egli ancora ascoltava.

--Ti basta?--chiese la bella.

--Sì, non bisogna guastarmi la cara impressione;
ogni pezzo di musica ha il suo linguaggio; bisogna
ascoltarne attentamente uno e meditarvi su...---

Ernesta chiuse il pianoforte e venne presso al
marito.

--Siedi,--disse Leonardo provandosi a sorridere,
obbedisci al tuo tiranno...

--Ecco fatto,--disse Ernesta.

--Ed ora dormiamo...

--E se non avessi sonno?

--Sarebbe un peccato... mi piacerebbe che tu
dormissi così accanto a me... è un capriccio.--

Ernesta non rispose.

--Che fai?--chiese Leonardo dopo un breve
silenzio.

--Dormo.

--Davvero?

--Mi provo.--

Succedette un silenzio più lungo, dopo il quale il
cieco domandò con un filo di voce:

--Ernesta!

--Leonardo.

--Ah! lo vedi, non dormivi....--

Era incomprensibile per Ernesta il capriccio del
cieco.

--Ora dormirò davvero,--disse, e chiuse coscienziosamente
gli occhi, e si tenne immobile, abbandonata
sulla spalliera del seggiolone, aspettando il sonno.

Un quarto d'ora dopo, quando parevale che oramai
il marito dormisse, lo udì ripetere come prima:

--Ernesta!--

Non rispose, aprì gli occhi. Il cieco si curvava
innanzi ad ascoltare, e ripetè sottovoce:

--Ernesta!--

Tacque un istante e di nuovo chiamò a fior di
labbro:--Ernesta!--

Allora si rizzò in piedi lentamente, senza far rumore,
come uno spettro, mosse un passo leggerissimo
brancicando per cercare il seggiolone, e trovatolo,
si trattenne ad ascoltare la respirazione di
Ernesta, si curvò sopra di lei, e colle labbra tremanti
le sfiorò le guancie. Si drizzò, stette in ascolto, come
un ladro che ha carpito un tesoro, tornò senza far
rumore al suo seggiolone e, quando si credette al
sicuro, sorrise.

Ernesta, che lo guardava ad occhi aperti, lasciò
scorrere una lagrima dove si era posato il primo
bacio d'amore di suo marito.



XVIII.

Una rivelazione del dottor Agenore.


Nella sera di quel giorno medesimo, che era un
giovedì, il celebre dottor Q... tornò a far visita al
cieco, ed avvertì il suo collega che l'operazione si
sarebbe potuta fare il sabato, se egli non avea nulla
in contrario.

La clientela del dottor Agenore non avea fortunatamente
nulla in contrario, dunque il dottore Agenore
nemmeno.

Per altro il giorno successivo, levandosi da letto
e dicendo: «domani!» non si sentiva ben rinfrancato.
Siffatta era la solennità dell'avvenimento per
lui, che nemmanco la laurea dottorale lo avea tanto
commosso. Fu necessario un esame di coscienza.

«Agenore mio, disse egli, sta per entrare in ballo
la tua riputazione di medico, la quale non è veramente
gran cosa, ma ha il suo valore; l'estrazione
d'una cateratta è delicatissimo negozio anche per
l'assistente; bisogna che il dottore Q... abbia un
aiuto e non un impaccio; a teoriche, se non sei un
milionario, ne hai da spendere; ma in pratica corri
rischio di sembrare un pitocco; se domani non riesci
a tenere stirata abbastanza la _rima palpebrale_ del
paziente, o per allargarla troppo cagioni un _arrovesciamento_,
e guasti il tuo decoro e l'amico Leonardo....
la fai così grossa, così grossa, che non
avrai bisogno di farne altre in tutta la tua carriera
di medico..... Tu non sei uomo da tentennare
nei gran momenti, ma ti conosco, non sai fare l'eroe
dinanzi ad uno che soffre.... basta.... basta.... Intanto
oggi tocca a te preparare il paziente.... farlo stare
in gran quiete stanotte, perchè domani all'alba....
To'!... e l'ambasciata di Leonardo? bisogna farla;
egli dice di no, perchè tu faccia di sì, questo s'intende.
Ah! (un sospirone)--ti toccano tutte, Agenore
mio, metti per conto tuo l'assedio in regola ad
una bella donna, nelle condizioni più felici per la
conquista, ed eccoti a far le parti dell'ambasciatore,
a trattar l'alleanza per conto d'un altro... Quando
si dice!.... Ha da venir in mente a lui, proprio a lui,
al marito cieco d'innamorarsi di sua moglie e di
sceglierti per confidente ed.... ambasciatore!.... Ah!....
basta.... Hai rinunciato ad Ernesta.... hai promesso
a Leonardo.... il poveraccio aspetta un conforto, e
tu glielo devi oggi.... perchè domani....»

Pensando al domani, il dottore si grattava la
nuca e si prometteva di vegliare una parte della
notte per ripassare il suo manuale d'oculista, al
_quesito: cateratte_, come già in Pavia alla vigilia
degli esami.

Quel giorno Agenore anticipò la visita, parlò al
suo ammalato con una vocina anche più carezzevole
del solito, tanto da farsi rivolgere da Ernesta
tenere occhiate riconoscenti, a cui due giorni prima
non avrebbe forse saputo dare la giusta interpretazione.

Raccomandò questo, quello, quest'altro; non si
stancò di raccomandare, e per quanto facesse il
disinvolto, e ripetesse ad ogni tratto che il domani
era un giorno come un altro e l'operazione una
_cosa da nulla_, non pensava egli stesso che al domani
ed all'operazione.

Prima d'andarsene raccomandò ad Ernesta, per
carità facesse rispettare appuntino le ordinazioni
del medico, ed accostandosi a Leonardo gli disse per
l'ultima volta:

--Senti, oggi hai da stare tranquillissimo; faresti
bene a prendere un purgante blando.... No?
Lascia stare, non è assolutamente necessario, ma
la tranquillità sì è necessaria, e la voglio. Il dottor
Q..., non potendo venir oggi a vederti, ti ha
affidato a me, e se domani non ti trova come devi
essere, converrà differire ancora.... E ti garba l'aspettare?...
scommetto di no.

--No, no,--disse il cieco,--starò tranquillo.

--Va bene, ed ora me ne vado proprio....

Ma Leonardo gli stringeva la mano e non lo lasciava.

--Vuoi qualche cosa?--domandò Agenore;--ah!
ho capito!....

--No, non hai capito....--soggiunse il cieco
come mormorando fra sè e sè, ma in modo da essere
inteso dall'amico:--Non oggi, non oggi.

--Sta bene,--disse il dottore, ed uscì facendo
un cenno ad Ernesta.

La bella lo seguì nel salotto; si faceva forza, ma
tremava, aveva paura di qualche penosa rivelazione....

--Che vuol dirmi, dottore? Qualche brutta notizia?...

--No, anzi--rispose Agenore, cacciando le dita
nei taschini del panciotto per darsi un contegno,
tutt'altro.... ho un'ambasciata da farle....

--Un'ambasciata? A me?

--Cioè, ieri era un'ambasciata.... oggi muta carattere,
diventa una rivelazione....

--Una rivelazione!--ripete la bella, fissando gli
occhi a terra come per cercare d'indovinare.

--Già.... ecco.... siccome....--

Ad ogni parola Agenore levava le dita d'una mano
da un taschino e ve le ricacciava, alternando; finalmente
si fece forza e disse tutto d'un fiato:

--La cosa è tale e quale.... mi stia a sentire; ieri
Leonardo mi aveva pregato di dirgliela ed io aveva
promesso, poi Leonardo non volle più per certi suoi
scrupoli, ma ora io voglio, sebbene Leonardo non
voglia, e gliela dico: Leonardo è innamorato di sua
moglie.... ora ci pensi lei.

E tacque aspettando l'effetto delle sue parole.

--Ci ho pensato,--rispose la bella sorridendo
e impadronendosi della mano che fu prima ad uscire
dal taschino--grazie; ella ha un cuor d'oro... ed
io.... lo sapeva.....

--Sapeva che ho un cuor d'oro o che Leonardo?,..--

La bella non lo lasciò finire.

--L'una cosa e l'altra.--

Disse, scrollò la mano del medico stupefatto, rise
forte e fece atto d'andarsene; ma Agenore la trattenne.

--Dunque sono un ambasciatore in ritardo?...
Non ho maggior fortuna a trattare gl'interessi degli
amici che i miei? dunque?...

--Ottimo amico!--disse Ernesta.--

Agenore sospirò.

--È qualche cosa.... ma non mi basta; la risposta....
voglio la risposta, l'ho da portar io a Leonardo....
ci tengo....

--Mi dia tempo a pensare,--rispose scherzando
la bella.

--Ho capito,--concluse Agenore,--ho capito....
non una parola di più, ho capito; tornerò stasera.--

Ernesta lo seguì collo sguardo, finchè fu scomparso,
poi andò rasserenata presso al marito.

--Che ti ha detto Agenore?--le domandò il cieco.

--Mi ha ripetuto quello che aveva detto.... di
farti riposare; pare proprio che sia necessario....
tornerà stasera....

--Non altro?

--Non altro.

--Non sa egli se guarirò?

--Lo spera.--

Tutto quel mattino Ernesta parlò a monosillabi;
era inquieta, andava e veniva, a volte si fermava
d'un tratto nel mezzo della camera, e rimaneva
così immobile, distratta, finchè la voce dell'infermo
la toglieva all'attonitaggine.

Dopo il mezzodì, all'ora medesima della vigilia,
vedendo che Leonardo non le diceva nulla, fu lei
la prima a proporre.

--Dovresti fare un sonnellino; è l'ora più calda
del giorno, fa molto caldo oggi.... ti farà bene riposare
il capo, perchè cessi dal farneticare intorno
al giorno di domani.... dormi, ho sonno anch'io,
dormiremo entrambi.

--Sì! disse il cieco con impeto di desiderio;--sì....--

Ernesta spinse un seggiolone vicino a quello del
marito, vi si adagiò, poi disse scherzosamente:
«buona notte.»

Scherzoso era l'accento, ma le batteva il cuore
forte.

Questa volta Leonardo non seppe aspettare un
pezzo, nondimeno, quando con un filo di voce chiamò:
_Ernesta_! la bella non rispose. Allora il poveretto
si rizzò in piedi, si piegò sull'amata donna come
alla vigilia e la baciò lieve lieve sulle guance....
poi volle allontanarsi, ma si sentì trattenuto da
morbide braccia che gli si stringevano attorno al
collo, ed udì una sommessa voce, carezzevole, trepida,
ripetergli fra i baci:--Leonardo mio! Leonardo
mio!--

Il poveretto non era più cieco, poichè vedeva un
paradiso.



XIX.

È lui, è lui!


La foga degli affetti inonda il cuore e lo sommerge,
la folla delle idee, invece di illuminare la
mente, la scombuia. Come le grandi gioie ed i gran
dolori, così le tenerezze grandi sono mute.

Tacquero.

Per un pezzo, stretti in quel laccio amoroso, carezzati
e carezzevoli, rimasero come estatici ad
ascoltare l'affrettato martello dei loro cuori; e
quando Leonardo ruppe il silenzio, mormorando coll'accento
dell'adorazione il nome di Ernesta, parve
quella l'estrema parola d'un poema che avevano
letto insieme, l'ultima nota d'una bella musica intesa
da essi soli.

E venne sulle loro labbra il linguaggio degli uomini,
dopo di aver sì lungamente parlato il linguaggio
degli angeli; la rivelazione era compiuta.
Non rimaneva più nulla a dire che già non sapessero:--Mi
ami proprio?--Sì, tanto.--Ripetilo.--Sì,
tanto.--Anch'io, anch'io.--Il più bel vaniloquio
della terra.... Poi di nuovo tacevano, e le mani
si stringevano più forte, e le labbra tremanti scoccavano
baci sommessi, ed i petti pieni di felicità
rompevano in brevi singhiozzi.

--Siediti qui, sulle mie ginocchia; disse il cieco,--lascia
ch'io ti veda bene--ed accarezzando colle
mani la fronte, i capelli, le guance, gli occhi della
leggiadra creatura, andava ripetendo con una specie
d'entusiasmo melanconico:--come sei bella!
Come sei bella!--

Poco dopo soggiunse:

--Ecco il visino tondo che mi piacque tanto la
prima volta che lo vidi; ecco gli occhi dolci conditi
di malizia.... ed ecco i labbruzzi di fuoco che sorridono,
e le guance che paiono due rose.--

Ernesta rispondeva ai baci, alle parole no; pensava;
un mondo di fantasie meste o gioconde le si
schiudeva dinanzi; e se staccava l'occhio da quegli
incerti fantasmi dell'avvenire, l'aspettavano altri
fantasmi, già paurosi ora benigni, quelli del passato,
quelli delle lunghe noie, dei profondi sconforti,
delle aspirazioni interminate che mozzavano il respiro....
e allora, come se obbedisse ad un segnale,
dall'ippocastano del giardino lo stornello mandava
la sua nota stridula, penetrante, compendio di tutto
un tempo che non era più che una memoria:--è
lui! è lui!--

--Qui, in mezzo al mento, ci è una fossetta,
proseguiva il cieco,--ed ora che ridi ce ne sono
altre due sulle guance; quante volte le avrei colmate
di baci se avessi avuto giudizio!

E le colmava ora.

Ma a quelle baldanze, a quegli impeti, a quei
guizzi di felicità che gli mandava sul volto la nuova
fiamma, succedeva presto il buio d'un pensiero melanconico
e pauroso.

E allora ripeteva il ritornello assiduo dell'inno
eterno:

--M'ami proprio?

--Sì, tanto.

--E perchè m'ami?--

Ernesta ci pensava senza trovar risposta.

--Dillo, perchè mi ami?

--Non lo so; e tu perchè mi ami?

--Perchè sei bella, perchè sei buona.

--E anch'io t'amo perchè sei buono, perchè sei
bello....

Quale sorriso passò sulle labbra di Leonardo!

--Sono bello io?

--Sì, sei bello.... ma non per questo t'amo.

--E perchè dunque?

--Non lo so....

--Hai ragione,--disse poi,--eri bella, eri
buona anche quando non ti volevo bene. Ci deve
essere stato qualcuno a parlarmi di te, ad aprirmi
gli occhi, a farmi vedere quale dovea essere la mia
festa, quale dovea essere il mio tesoro. E temei
d'averti perduta per sempre, e t'invocai compagna
de' miei giorni mutati in notte senza fine, non osando
sperare. E quando accorresti al fianco della mia
sciagura, non al mio fianco, riconobbi il tuo passo,
indovinai i tuoi movimenti, compresi che eri tu
l'angelo del conforto; ma non osai sperare di più.
Ed ora che tu stessa me lo dici, che ti stringo
fra le mie braccia, anche ora temo di fare un
sogno troppo bello e mi domando che ho fatto io
per meritare l'amor tuo. Tu non sai perchè m'ami;
nemmeno io lo so. Le cose dell'amore si sentono,
non si sanno. L'amore ha la benda agli occhi....
come me.--

Un bacio lungo lungo cancellò dalle labbra del
disgraziato ogni traccia d'un melanconico sorriso.

--Che ne dici, Ernesta, guarirò?

--Guarirai,--rispondeva la poveretta facendosi
forte.

--Se fosse vero! Poterti vedere, poterti guardare
a lungo, specchiarmi negli occhi tuoi! Se fosse
vero! Perchè così si soffre troppo; ho sofferto troppo....
tu non lo sai che io sono geloso....

--Geloso?

--Sì, geloso; geloso di tutti quelli che ti guardano,
di tutti quelli che ti vedono, di tutti gli indifferenti,
ai quali tu sei costretta a dare lo spettacolo
della tua leggiadria, mentre a me solo è
negato, mentre io solo ti guardo e non ti vedo. Ho
sofferto, non te ne ho detto nulla, perchè era la
mia espiazione; la gelosia ha punito l'indifferenza,
ora sei vendicata.... sei contenta ora?...

--Sì,---rispose Ernesta,--sono contenta perchè
m'ami, perchè t'amo.

--E perchè m'ami? Non lo sai; nemmeno io;
ma so perchè hai finito ad amarmi....

--E perchè?

--Perchè sei buona, perchè hai cominciato dalla
pietà, perchè ti ho fatto compassione.... non è vero?

Nessuna risposta. Era vero.

--Senti,--proseguiva il cieco animandosi,--guarirò,
voglio guarire, è necessario ch'io guarisca....
e allora, senti.... non andrò più al caffè nè al
Circolo.--

Ernesta rideva.

--No non ci andrò più, staremo sempre insieme,
andremo in campagna; ho tante cose da dirti, non
mi annoierò; una volta ero uno spensierato, ora invece
penso; ti dirò cose che ti faranno ridere, perchè
tu già le saprai, ma che mi sono care perchè
non le ho lette nei libri, e le ho trovate io.... ah!
non mi annoierò al tuo fianco!--

Poco dopo soggiunse mestamente:

--Agenore dice che l'operazione sarà dolorosa,
non è vero?...

--No.... balbettò Ernesta.

--Si, sì.... lo ha detto; ebbene, non importa, io
saprò soffrire;--ed aggiunse provando a scherzare:--Mi
hai sempre creduto un fanciullo, ho bisogno
che tu sappia che in questo lungo tempo sono cresciuto,
mi sono fatto uomo. Guarderò in faccia il
dolore che deve ridonarmi la tua bellezza.... Ti sei
fatta mesta? Pensi al domani?... Non ci pensare,
vedi me, io non ci penso.... sorridimi....

--Che idea!

--Sorridimi.... mi fa bene sapere che tu mi sorridi,
io non ti vedo, ma la mia anima si illumina
d'una gran luce.... sorridimi.

--Ecco....--disse Ernesta;--ma una pietà profonda,
uno sgomento mal definito si ribellavano al sorriso.

--Così.... così, diceva Leonardo.

--Sai?--prese a dire dopo una muta contemplazione--ho
pensato alla filosofia di Agenore ed alla
tua fede.... ci ho pensato molto....

--Ebbene?

--La tua dev'essere più vicina al vero....

--Ah! sono contenta! Credi anche tu che gli
spiriti sopravvivano e possano comunicare con noi?

--Può essere....--

Di nuovo lo stornello lanciò le sue note allegre
attraverso il vano della finestra.

--Sta a sentire--disse Ernesta,--sai che cosa
mi sono messa in capo?... Che quello stornello sia
mandato da mia madre.... sarà una sciocchezza, ma
mi fa bene....

--Non è una sciocchezza se ti fa bene,--sentenziò
il cieco.

--E sai tu che cosa mi va dicendo ora?--chiese
scherzosamente la bella.

--No,--rispose Leonardo ridendo--non ne capisco
nulla.

--Perchè non ci hai pratica; mi ripete una cosa
che so benissimo, ma lo fa a fine di bene, poveretto!--mi
ripete:--è lui! è lui!--Lo senti?

--E significa?

--E significa che sei tu, che sei tu....

--Che cosa?--

La risposta scoccò pronta, ardente, lunga dalle labbra
di Ernesta, e s'impresse sulle guance del cieco.

E intanto lo scrupoloso stornello continuava a
gridare a gola spiegata.

--Sì--disse poco dopo Leonardo porgendo ascolto,--pare
proprio che dica:--è lui!... Ma se pure
fosse un inganno della fantasia, ecco un inganno
santo! Credere che i nostri cari, anche quando pare
ci abbiano lasciato, ci siano vicini, ci vedano, e giudichino
le nostre azioni; e ad ogni atto che stiamo
per compiere domandarci:--che ne dirà mia madre?--ecco
il vero culto dei morti; tu educhi il
semprevivo in cuore, mentre la volgare pietà lo educa
nei cimiteri!

--Prendi anche questo--interruppe Ernesta--perchè
tu parli come un angelo.--

Leonardo prese e restituì, e ancora si udì per l'aria
la musica di due baci sonori.......

Verso il crepuscolo venne il dottor Agenore, e
trovò i coniugi dinanzi alla finestra spalancata,
muti, estatici, intenti ad ascoltare il canto dell'usignuolo,
a cui i grilli facevano l'accompagnamento.

--Ah!--disse Ernesta voltandosi.

--Agenore!--aggiunse il cieco.

--Io proprio; avrei potuto star qui fino a domani,
che non vi sareste accorti di me.

--Io me n'era accorto--disse Leonardo,--ma
credevo che tu pure ascoltassi quello che dice l'usignuolo.

--Non ne ho l'abitudine, la piglierò quando avrò
moglie....

--E prego Dio che sia presto!--disse Ernesta
scherzando.

--Ed io prego il suo Dio di tapparsi le orecchie....--

--Vediamo, siamo stati savi?... Leonardo.... si
sono fatte poche ciancie? Si sono evitate le commozioni
troppo forti?...--

Ad ogni domanda. Leonardo ed Ernesta facevano
di sì col capo come due scolari che vogliono farla
al signor maestro.

--Sentiamo il polso.... abbastanza regolare.--

I complici, respirarono liberamente; il momento
difficile era passato.

Nella faccia ilare, nell'accento scherzoso, nei modi
composti ad un sussiego straordinario, il dottore dimostrava
un'intenzione che sfuggiva alle occhiate
scrutatoci d'Ernesta.

--Cara signora,--uscì egli a dire all'improvviso,--vorrebbe
usarci la cortesia di lasciarci un
momento soli? Scusi la ruvidezza.... è il vizio dei
medici....

--Mi manda via....--rispose Ernesta ridendo,--me
ne andrò!...

--Perchè la mandi via?--chiese Leonardo, e
udendo il passo della moglie che si allontanava,
stette in ascolto finchè fu uscita, poi disse sospirando:--Che
cosa vuoi da me ora?

--La lingua--disse il medico.

Leonardo cavò la lingua.

--Come ti senti?

--Bene.

--Saprai resistere ad una commozione?

--Sì.

--Ebbene, allora sappi che io ti ho ingannato...,
ho detto tutto a tua moglie.

--Ah!

--E tua moglie, indovina.... è innamorata di te.--

La rivelazione che Agenore aveva circondata di
tanto mistero, non fece l'impressione temuta sull'animo
del cieco; un dolce sorriso apparve sulle sue
labbra, null'altro.

--Grazie,--disse Leonardo.

--Si figuri,--rispose Agenore, canzonandolo--niente,
è una bazzecola!

--Grazie,--ripetè Leonardo--lo sapeva.--

Allora il dottore diè un balzo, spalancò l'uscio
del salotto e chiamò Ernesta.

--Venga, venga, signora mia; sono io di troppo....
e me ne vado.--

Due risate squillanti lo accompagnarono un tratto.
Poi il medico ritornò a raccomandare serio serio
«non si commettessero imprudenze» e ad avvertire
che sarebbe venuto il domani molto di buon'ora.

--A domani--disse Agenore.

--A domani--ripeterono melanconicamente Ernesta
e Leonardo.

Di nuovo l'allegria si spense sulle faccie dei poveretti.



XX.

La luce?


Venne l'alba aspettata con desiderio e con trepidanza.

Agenore, come aveva promesso, anticipò di molto
la sua visita.

--Sono contento di trovarti a letto--disse--bravissimo.

Ernesta notò che la sua voce aveva un lieve tremito,
e che volendola assicurare riusciva solo ad
ingrossarla. Anch'essa voleva parer serena, ma
aveva l'ansia, ed Agenore se ne avvide; le venne
presso, le strinse la mano. Tremavano leggermente
tutti e due.

--Dovrò rimanere a letto?--chiese Leonardo.

--Sarebbe meglio; ma il dottor Q.... dice che, se
preferisci alzarti, nel tuo stato non vi è pericolo.

--Lo preferisco--disse il cieco.

--Sentiamo il polso.... vediamo la lingua.... a meraviglia....
a meraviglia....

--E sarà proprio molto dolorosa l'operazione?

--Tutt'altro.... una bazzecola.... un paio di minuti
per occhio, supponendo, come credo, che il dottor
Q.... voglia operare i due occhi in una volta....

--Come?--balbettò Ernesta.

--Gli autori sono in contrasto,--disse il dottor
Agenore con molta disinvoltura; si danno ragioni
di peso da una parte e dall'altra; le probabilità di
buona riuscita si equilibrano nei due sistemi; da
quanto dicono i propugnatori di questo o di quello
sembra potersi conchiudere così: quando l'operazione
è dubbia, meglio tentare prima l'operazione sopra
un occhio solo; quando invece è sicura, meglio le
due operazioni in una volta.

--Ed a lei pare sicura?--domandò Ernesta.

--A me pare sicura.... sicurezza medica, s'intende,
che non è sicurezza matematica.--

Per quanto Agenore ingrossasse la sua voce di
falsetto, aveva l'ansia quasi al par di Ernesta.

Il più sereno dei tre era Leonardo, il quale in un
attimo fu vestito ed accomodato sul seggiolone.

Venne il dottor Q.... tranquillo, determinato,
schietto nei movimenti e nelle parole; si indovinava
in lui l'uomo padrone di sè; vedendolo tornò subito
un po' di coraggio ad Ernesta, e si rianimò la disinvoltura
agonizzante d'Agenore.

Si parlò di _narcotizzazione_; Leonardo rifiutò.

--Bravo!--disse l'oculista--tanto meglio!

--Bravo!--ripetè Agenore con un po' di tremito
nella voce--tanto meglio.... già è una bazzecola....
bisogna esser forti.--

Ernesta guardava sbigottita ora l'uno ora l'altro,
mentre il vecchio Bortolo andava e veniva obbedendo
agli ordini brevi e frequenti.

--Ernesta!--chiamò il cieco.

--Eccomi.--

Si fè presso al disgraziato e pose la mano nelle sue.

--Così--disse Leonardo--sarò più forte.--La
povera donna non rispose; cogli occhi sbarrati
dallo sgomento seguiva ogni movenza del dottore.

Vedeva preparare le fasciature di flanella bianca,
le compresse, i filacci, levar da un piccolo astuccio
certi ferretti lucenti, ed Agenore affaccendarsi
per far poco più di nulla, senza potere star fermo,
e l'altro solenne, pacato, silenzioso. E girando lo
sguardo intorno intorno con un movimento automatico
del capo, contemplava il letto, le seggiole,
gli armadi, i quadri appesi alle pareti, non parendole
vero che in un momento così solenne potessero
ancora essere i quadri, le seggiole, il letto
d'ogni giorno e serbare in tanto affanno essi soli
l'aspetto più indifferente dell'usato.

E ancora girava il capo come un automa, e ancora
fissava gli occhi sbarrati nel dottore.... Poco
stante lo vide muovere verso l'infermo e tremò tutta.

--Ci siamo?--domandò il cieco.

Nessuno gli rispose.

Il dottor Q.... volse il seggiolone in modo che la
luce non battesse sulla faccia del paziente, poi
spalancò la finestra, e guardò verso Agenore. Costui
era occupatissimo intorno alle compresse e se
ne distaccò a malincuore.

--Bisogna star fermo,--disse l'operatore con
voce amorevole.

--Starò fermo,--rispose Leonardo.

Inginocchiata innanzi al marito, le labbra ardenti
impresse sulla mano che stringeva forte la sua, Ernesta
intese ancora la voce sommessa dell'oculista
che diceva: «Lei, dottore, tenga ben sollevate le
palpebre, così... mi raccomando--» poi chiuse gli
occhi.

Seguì un gran silenzio.

La povera donna radunava nel buio i fantasmi
del suo passato, andava raccogliendo gli atomi in
un caos vertiginoso per comporli a forme note--tutto
ciò senza coscienza; rivedeva Leonardo come
la prima volta gli era apparso, indifferente e cortese,
poi galante, poi assiduo, poi fidanzato, sposo,
marito--e di nuovo annoiato, freddo, indocile al
giogo della famiglia, e finalmente cieco, pentito... e
seguendo come trasognata i quadri di questa visione,
parevale d'udire un martello assiduo; era il
suo povero cuore in tumulto. Quanto tempo durò
quella visione? Un baleno. All'improvviso sentì tremar
forte il braccio di Leonardo e la mano di lui
avvinghiarsi alla propria; strinse vie più gli occhi
e le labbra, si sprofondò più addentro nel caos che
le si apriva dinanzi.... ancora uno di quegli istanti
che contano per anni nell'eternità, e finalmente un
grido acuto, penetrante, accompagnato dal tremito
convulso di tutto il corpo del paziente.

--Ecco, ecco, è fatto;--disse il dottor Q...

--È fatto,--balbettò Agenore.

Ernesta aprì gli occhi attonita.

Il dottore veniva assicurando una compressa sopra
l'occhio destro, da cui colavano lagrime e sangue.
Sul volto contratto dell'infermo ancora combattevano
il dolore e l'energia della volontà.

Nessuno vide l'occhiata supplichevole della povera
donna accasciata sul pavimento; Agenore toccava
il polso dell'amico, ma aveva tutta l'aria di non
saper quello che si facesse.

Il dottor Q... sembrava aspettare qualche cosa,
e un momento dopo disse con voce carezzevole:

--L'operazione è riuscita benissimo da una parte;
ora dall'altra.--

Ernesta diede un lieve grido e ancora s'accasciò
e nascose la faccia fra le ginocchia di Leonardo, il
quale tentò un sorriso ed accarezzò colla mano tremante
la testa dell'amata donna.

Nuovo silenzio, nuovi terrori, nuove visioni, e finalmente
un sospiro rumoroso di Agenore che ripigliava
fiato, e un grido selvaggio di dolore e di
gioia.

--Zitto!--ordinò il medico con bontà.

--La luce!--mormorò Leonardo abbassando docilmente
la voce.

Ernesta fu in piedi d'un balzo; aveva nello sguardo
il baleno d'una gran gioia....

Ma la fasciatura copriva già gli occhi del paziente--l'operazione
era finita.

--La luce?...---ripetè la povera donna interrogando
trasognata.

Agenore le venne presso, le strinse la mano, volle
dire qualche cosa e non potè dir nulla.

--Speriamo,--balbettò Ernesta come fuor di
sè,--speriamo, bisogna farci coraggio....

--Giusto,--rispose Agenore,--è quello che
volevo dir io.... speriamo, bisogna farsi coraggio....



XXI.

La luce.


Il medico aveva ordinato il buio, l'immobilità, il
silenzio.

Adagiato l'infermo nel letto, sopra un monte di
cuscini, per sei giorni non doveva più moversi, nè
per sei giorni parlare o cibarsi d'altro che di minestrine.
Le imposte della finestra furono chiuse sì
che a stento gli occhi avvezzi potevano vedere il
nero profilo degli oggetti. Un'ombra, non una donna,
vagolava assiduamente in quel buio--Ernesta, col
cuore traboccante, col labbro muto.

Più volte in uno stesso giorno la porta di quella
camera si apriva lentamente, un'altra ombra colossale
chiudeva il vano, stava un istante immobile,
poi si accostava al letto sulla punta dei piedi, un
bisbiglio sommesso rompeva quell'aria muta; allora
Leonardo sospirava dal suo letto per farsi intendere;
non gli si rispondeva: l'ombra si muoveva
poco dopo, la porta cigolava un'altra volta--Agenore
se n'andava com'era venuto.

Silenzio.

A quando a quando l'infermo chiamava sottovoce:--Ernesta?...--

Accorreva essa e gli ordinava con un bacio:--silenzio!--

Quanti fantasmi luminosi in quel buio, quante parole
confortatici mormorate da invisibili creature!

Le ore scorrevano lente, il cuore della povera
donna le misurava con un battito tranquillo.

Sentiva una vigoria insolita, le pareva d'essere
come una fortezza chiusa, in cui non potesse entrare
alcun affanno; e se uno, insistente, se ne affacciava
ogni tanto, ella vedeva accorrere mille
giocondi pensieri a cacciarlo, ed assisteva come impassibile
a quella breve lotta. Non sapeva altro che
sperare, altro non faceva che sognare ad occhi
aperti.

Il buio della camera era per lei come un velo
nero, dietro cui si nascondesse la felicità.

Cessato lo spasimo della ferita, Leonardo chiamava
ogni tanto la sua compagna--e la poveretta era,
ratta a chiudergli le labbra colle labbra.

--Sai? Ho visto la luce! disse una volta l'infermo,
ribellandosi al savio consiglio; mi è sembrato
di vedere i colori; non sono più cieco!

--Zitto! Zitto!

--E vedrò te, mia bella!...

--Zitto....--

Tornava il silenzio.

Mille fantasmi ridenti accorrevano ad ingannare
il tempo lungo.

Per ore intere al capezzale del marito, una mano
di lui stretta nelle proprie, Ernesta rimaneva immobile
nella contemplazione della tranquilla festa
dell'avvenire. Si vedeva al braccio di Leonardo non
più cieco, essa colla faccia rivolta in su, egli col
capo piegato teneramente verso di lei, e vedeva due
sorrisi d'amore scendere e salire per le fila tese da
due sguardi d'amore.

Camminavano sopra sentieri appena tracciati sull'erba
dei prati; le farfalle, gli uccelli, le piante, li
guardavano attoniti, e quante creature avevano un
movimento s'inchinavano a salutarli, e quante avevano
una voce intonavano un inno. Un mondo ignorato
si schiudeva ai loro cuori, comprendevano la
gran festa della fiducia senza reticenze, dell'amore
senza civetterie, del sentimento che non ha ridicole
paure, della poesia che ripudia ogni inganno di
metafora o di rima.

Guardavano in faccia agli spettri temuti, la noia,
la sazietà--parole vuote dovunque non entra spasimo
o febbre.

Così fantasticava Ernesta; e un sorriso dolcissimo,
che s'indovinava sulle labbra dell'infermo,
diceva che così pure fantasticava Leonardo.

Dal di fuori, attraverso le imposte serrate, giungeva
talvolta affievolita la nota dello stornello, unica
voce dell'immensa natura. Allora Ernesta si sentiva
voglia di correre a spalancare le finestre, di
lasciar entrare l'aria, la luce, i canti semplici, e di
gridare alle innocenti creature la buona novella...

Silenzio!... Bisogna star paghi alle visioni della
cameretta, al tranquillo tripudio del cuore. Un
giorno ancora!... Silenzio.

Il suo posto favorito era al capezzale dell'infermo,
dove poteva vedere il sorriso di Leonardo. Aveva un
modo così dolce di sorridere Leonardo! Non mai
per lo innanzi se n'era avveduta. Quel sorriso era
un madrigale; e chi sa quante volte gliel'avea visto
sulle labbra senza saperlo leggere!

Era bello Leonardo? Sì, era bello; dalla fasciatura
usciva la sua fronte alta, serena, il naso affilato; le
guancie aveva un po' smunte, ma non incavate, il
mento tondo; bei capelli ricciuti, baffetti neri e
belli... Era bello Leonardo!

E non poterglielo dire, non poterglisi buttar fra
le braccia, coprire di baci la sua fronte, le sue
guancie, dirgli cento volte:--sei bello, sei bello!--

Silenzio! È l'alba del sesto giorno, poche ore ancora!...
Silenzio.

Venne l'ora sospirata, venne il dottore, e dietro a
lui, frettoloso per timore d'essere in ritardo, Agenore.

Fu data un po' di luce alla camera, poi il dottore
fece a voce alta alcune interrogazioni all'infermo,
gli toccò il polso. Tutto andava benissimo. Allora
tornò alla finestra, temperò la luce studiandone la
direzione e di nuovo venne al capezzale e tirò la
coperta di colore fin sopra la rimboccatura, perchè
la bianchezza del lenzuolo non ferisse troppo vivamente
l'organo indebolito... Era venuto il momento.
Ernesta tremò e dovette reggersi al braccio di Agenore.

La lunga lotta combattuta con apparenza di vittoria,
quella lotta che aveva per premio la speranza,
era stata un inganno; ecco, i baldi fantasmi
fuggono dalla sua mente come un esercito di vigliacchi--e
quell'unico nemico, che pareva sopraffatto
e meschino, si rialza, ed è un gigante.

Se Leonardo non vedesse nulla!

Fu l'ansia d'un solo istante; cadde la benda, Leonardo
aprì gli occhi, li girò intorno e fissandoli
estatico sulla faccia paurosa di Ernesta, protese le
braccia chiamandola col gesto.

--Ti vedo! ti vedo!--

Ma la voce si ruppe in un grido, e il grido in
un singhiozzo.

Ernesta gli si gettò fra le braccia e mescolò alle
sue le proprie lagrime di gioia; anche Agenore piangeva,
ma voltava il capo dall'altra parte per non
farsi scorgere.



XXII.

Emicrania e mal di nervi.


La signora Virginia Rinucci venne troppo tardi,
quando il medico aveva rimesso la benda a Leonardo
e se n'era andato.

Non lo disse espressamente, ma lasciò capire che
era una disgrazia.

--Peccato!--mormorò; e mormorò quel peccato!
in guisa, che Ernesta dovette proporsi il quesito
se il danno fosse di Leonardo, di Virginia Rinucci
o di tutti quanti.

Ma l'amabile cuginetta non la lasciò lungamente
in dubbio, e dopo aver diluviato domande su ciò che
aveva detto e fatto il cieco rivedendo la luce, concluse
candidamente: «peccato! se ci fossi stata,
avrebbe visto anche me.»

--Sicuro,--disse il dottor Agenore,

--Sicuro,--ripetè Ernesta sorridendo.

Queste ciancie si facevano nel salotto, dovendosi,
per ordine del dottore, lasciare in pace l'infermo.

--Tornerò domani,--disse Virginia;--e siccome
non mi aspettereste, anticiperò.

--Brava!

--Brava!--

Alla prima approvazione scherzosa, che era di Ernesta,
la cuginetta rizzò il capo ed appuntò le labbra
pronta a combattere come un'eroina; alla seconda
approvazione, ch'era del dottore, chinò gli
occhi a terra al par d'una vergine imbelle.

--Non ha altr'arme che il pudore, ma evidentemente
ne abusa--pensò Agenore--fa il mulinello
continuo.--

Il giorno successivo Virginia anticipò, e giunse
appena in tempo; il dottor Q... entrava appunto
allora.

--Vedi un po' se avessi tardato qualche minuto!--disse
ad Ernesta entrando, dietro al medico,
nella stanza di Leonardo.

Ma ecco il dottor Agenore farsi presso alla signorina
Rinucci, e colla sua voce di falsetto dirle:

--Signorina, se Leonardo la vede corre rischio
di restare abbagliato....--

E siccome la vergine incominciava più disperatamente
che mai a fare il mulinello col suo pudore, egli
si affrettò a soggiungere ingrossando la voce:

--Il bianco della sua veste può infiammargli la
retina, è meglio la si tiri in disparte.--

Lo stesso consiglio fu dato con un cenno dal
dottor Q...; e allora Agenore dimenticò la prudenza
e trasse dolcemente la signorina dietro il seggiolone.

Leonardo ed Ernesta si abbracciarono stretti,
senza parole, senza lagrime....

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tante commozioni e tanti contrasti furono funesti
all'amabile cuginetta.

Due giorni dopo il dottor Agenore, recandosi a
far visita a Leonardo, si vide venire incontro Ernesta
con modi da indovinello, tra il serio ed il burlesco.

--Presto, presto, dottore, si ha bisogno di lei.

--Leonardo?

--Sta benissimo, non si tratta di lui, ma di mia
cugina Rinucci....

--Oh!

--Sicuro, è stata colta da un'emicrania orribile,
ha il suo mal di nervi, un mal di nervi tutto
suo, come dice lei, nessuno ha mai provato l'uguale....
sono stati a cercarlo a casa e non l'hanno trovato,
allora sono venuti qui.

--Sono venuti a cercar me?

--Già!...

--Proprio me?

--Proprio lei.--

--Agenore non sapeva uscire dallo stupore; sentiva
un curioso imbarazzo in faccia ad Ernesta, e
senza una ragione al mondo, invece di spicciare la
sua visita medica, tirò in lungo.

--Cattivo!--gli disse Ernesta quando fu per
andarsene.

E rise.

L'eco di quella risata, accompagnò lungamente il
disgraziato dottore.

Nessuno seppe mai che cosa avvenisse in quel
primo incontro del medico colla pudibonda ammalata,
al cospetto solenne di babbo e mamma Rinucci.

Curiosa come donna e come cuginetta, Ernesta
assediò di domande Agenore, il quale si tenne sulle
sue un pezzo, finchè un bel giorno, in faccia ai due
coniugi riuniti, uscì in questo aforisma balzano:

«Ogni donna è un'amazzone, o combatte colla civetteria
o col pudore; la civetteria, che assalisce
da lontano e tira a cimento i paladini, può fallire;
il pudore no; è impossibile accostarsi ad una donna
che faccia il mulinello con quello spadone a due
tagli senza buscarsele.

--E significa?

--Significa.... significa.... non lo so nemmeno io
che cosa significa.

--Ah!... ed è proprio guarita bene la mia Virginia?

--Proprio bene.--



XXIII.

L'ultimo tiro del dottor Agenore.


Leonardo entrò presto in convalescenza; mano
mano gli fu concesso di star senza la benda nelle
ore del crepuscolo, di andarsene in campagna, di
far uso degli occhi con occhiali; e finalmente
Agenore disse all'amico con una solennità insolita:--la
cura è finita; tu ci vedi meglio di me, e solo
che rinunzi alla vita di stravizzi, che non vegli di
notte....--

Leonardo lo interruppe:

--Che non perda il mio tempo al caffè od al circolo,
che non mi avveleni a stilla a stilla colla noia,
che non intorpidisca le fibre coll'ozio, che non
corra pazzamente dietro alla felicità colla felicità
stretta nel pugno.... solo ch'io faccia tutto ciò,
sono al sicuro da una ricaduta. È questo che vuoi
dire?

--È questo.

E appena Agenore se ne andò a girare pei campi
col fucile ad armacollo, il poveretto corse in una
stanzetta piccina e gentile, si arrestò sull'uscio
come sul limitare d'un tempio, finchè la sacerdotessa
gli venne incontro ad introdurlo colla cerimonia
d'un sorriso e d'un bacio. Ed allora essa
sedette sopra una poltroncina, egli se le inginocchiò
ai piedi e cercò il suo cielo in quegl'occhi neri
lucenti; e fra il sorriso amoroso ed una stretta di
mano tenace ed un amplesso misurato dal palpito
robusto e sereno del cuore, sentì il bisogno di ripeterle
per la centesima volta:

--Ti ricordi, quando vivevo al tuo fianco senza
saperti leggere dentro, quando te bella, gentile,
appassionata possedevo indifferente, ed i tuoi sentimenti
ed i tuoi affetti non comprendevo o sdegnavo
come un impaccio?

--Sta zitto--disse Ernesta,--sta zitto.

--No, non sto zitto; te ne ricordi? Ti ricordi il
giorno che ti rimproverai l'amore innocente dei tuoi
fiori, e beffai la canzone del tuo canarino, e risi del
santo culto dei tuoi poveri morti? Te ne ricordi?
Ebbene, allora, allora più che mai, allora solo ero
cieco.

--Sta zitto.

--No, non sto zitto. Io che le ho provate entrambe,
lo posso dire: più della cecità degli occhi,
è paurosa e crudele la cecità dello spirito. E se la
notte, quando sogno di essere ancora cieco o mi
sveglio d'improvviso nel buio e mi coglie una terribile
paura, se allora mi si proponesse di scegliere
tra la luce che illumina la mia pupilla e quella che
m'illumina il cuore....

--Sta zitto.... ascolta....--

E così dicendo, si levò in piedi, socchiuse un'imposta
della finestra, e col braccio tenne lontano Leonardo,
perchè il raggio che penetrò nella cameretta
non gli battesse sul viso.

Era l'ora del mezzodì; sotto la sferza del sole
nessun uccello si avventurava sugli alberelli vicini,
nessun passero saltellava sulle sabbie ardenti dei
viali, ma giù nel boschetto, che pareva tuffarsi nel
lago, l'usignuolo levava ogni tanto la voce di mezzo
al confuso chiacchierio di mille voci.

Un pezzo stettero silenziosi, colle mani strette; si
guardavano ogni tanto e si sorridevano a vicenda.
All'improvviso s'udì uno sbatter d'ali, e un corpo
nero fendette l'aria. Ernesta, che l'aveva visto
colla coda dell'occhio, ebbe appena tempo di voltarsi;
in mezzo al verde chiaro d'una robinia essa
riconobbe uno stornello. L'audace pennuto pareva
proprio rivolgersi a lei, spiegando tutta la sonorità
della propria voce di contralto, in un saluto.

--Stallo a sentire--disse Ernesta.

Ma in quella lo stornello spiccò il volo ed andò
a posarsi in cima ad un noce altissimo, dove ripigliò
il suo gorgheggio.

Ernesta mise il capo fuori della finestra per vedere
chi l'avesse fatto fuggire, e vide.... orrore! il
dottor Agenore che, col fucile spianato, toglieva
la mira verso il noce. Un grido ed uno sparo....
tacque il gorgheggio.... un brevissimo istante di silenzio,
e finalmente l'uccello si staccò dalla pianta
volando in direzione del boschetto.

--Sbagliato!--gridò Ernesta battendo le mani;--bravissimo!

--Dica che sono un asino! venti metri di distanza
al più, carica di pallini da lepre.... è la prima
volta che sbaglio.--

In così dire Agenore entrava in casa. Ernesta e
Leonardo gli vennero incontro.

--Sono un asino, non me la perdonerò mai....

--Ma perchè pigliarsela con uno stornello?

--Perchè? Per non pigliarmela cogli usignuoli
e coi fringuelli; questo vostro boschetto non ha
mai visto la coda d'una lepre e non ne vedrà probabilmente
fino al prossimo cataclisma.

--E allora lei non ci sarà.

--È vero; ma pare impossibile.... ho mirato giusto,
dovevo colpire.--

Ernesta non rispose nulla, ma, seria seria in viso,
faceva di no col capo.

Agenore guardò la bella, poi la faccia sorridente
di Leonardo; depose lo schioppo in un canto e ripigliò
a dire beffandosi:

--Sarà.... ogni anno ne passa uno, s'invecchia, si
perde la fermezza del braccio, la sicurezza dell'occhio....

--E quando si ha perduto la fermezza del braccio
e la sicurezza dell'occhio.... si piglia moglie.--

La bella donna rideva dicendo queste parole,
Agenore anch'esso si provò a ridere, ma non gli
riuscì.

--Ernesta ha ragione,--aggiunse Leonardo.

--Trovatemi voi altri la sposa....

--L'ho bell'e trovata.... mia cugina!

--Ah! perchè no? Lunga, asciuttina, coi capelli
color di stoppa.... una connocchia vestita.... perchè
no? io sono grassoccio, ho i capelli neri....

--Arturo Shopenhauer benedirà le nozze--entrò
a dire Leonardo.

--Mia cugina non legge altro; ha sempre il
suo Arturo al capezzale.... non è mica geloso, dottore?

--Procurerò di farmi forza....--

.... Alla sera, quando Agenore, col fucile ad armacollo,
fu scomparso allo svolto del viale, Ernesta
si rivolse sorridendo al marito e gli disse con un
bizzarro accento quest'unica parola:

--Scommetti?--



XXIV.

Catastrofe.


È passato un anno. Virginia Rinucci è riconoscibile
solo al colore dei capelli ed alla linea corretta
del naso; nel rimanente è mutata; prima di
tutto ingrassa, il che la fa parere meno lunga, e
poi, invece del sussiego ad intermittenze d'una volta,
ha una serena gravità di modi che non dispiace; e
poi, e più, non s'impunta per il minimo contrasto,
nè le corrono i rossori al viso per ogni nonnulla....
è una donnetta piuttosto amabile, e tra per merito
proprio e della sarta, belloccia; in fine Virginia
Rinucci non è più Rinucci, nè Virginia. È sposa e
madre e non sa se più adori il suo piccolo od il
suo grosso Agenore.

Il dottore si lascia adorare, si lascia dire che è
bello, bello, bello, e quando si specchia negli occhietti
sbigottiti della sua creatura, trova che sua
moglie ha proprio ragione. Fa spesso visita a Leonardo
in campagna, e piglia gusto a dar del _tu_
alla cognatina; infine incomincia a credere che la
_grossa corbelleria_ non sia così grossa come gliela
facevano vedere.

--La mia Virginia,--disse una volta ad Ernesta,--si
è proposta di assomigliarti; tienilo per
te, e bada che così hai doppia responsabilità, tu
sei il suo modello.--

Ed un'altra volta disse:--la trasformazione di
mia moglie non ha nulla che non sia nell'ordine
fisiologico; le fanciulle che rimangono troppo lungamente
zitelle sono come i cardini delle porte che si
aprono di rado--s'irruginiscono e stridono; l'igiene
è questa: olio ai cardini, marito alle fanciulle....

--Hai ragione,--diceva Leonardo.

--E tu, cognatina, non mi dai ragione?

--Te ne do cento.... e come sta il piccino?

--Ingrassa, ingrossa. Virginia dice che è tutto
il mio ritratto, mentre invece è tutto il suo; è
biondo...

--Tutti i bambini sono biondi....

--Ma il mio ha un biondo speciale che non sbaglia....
io dico che, mutato il sesso e l'età, è Virginia
tale e quale....

--Ha dell'uno e dell'altro,--entrò a dire Leonardo,--e
non può essere altrimenti colla teorica
del completamento.

--Povero completamento!--disse Ernesta quando
fu sola col marito.

--Perchè?

--Perchè quella creaturina non assomiglia nè a
Virginia nè ad Agenore; la mamma ha gli occhi
azzurri, il babbo neri, e il piccino non li ha di nessun
colore.... in compenso ha il naso rivolto in su,
mentre la mamma lo ha affilato ed il babbo aquilino....
ha.... Via, diciamolo, non ce n'ha colpa.... ma
è bruttino....

--Il nostro sarà più bello,--disse Leonardo.

--Sicuro che sarà più bello--conchiuse Ernesta
ridendo.

Uscendo di casa verso il crepuscolo per far la
solita passeggiata nel viale, i colombi si affacciarono
dalla piccionaia per vederli passare, e gli stornelli
si staccarono in nugolo dal tetto per formare in
alto, in alto, una corona sul capo della coppia felice.

Ma ahi! sciagura!--ieri l'altro ancora, al caffè
_Cova_ ed al _Circolo_ si faceva un gran ridere alle
spalle di Leonardo e del dottor Agenore.


FINE.



Estratto dalla _Nuova Antologia_.



  INDICE

  CAPITOLI                                                 PAG.

  I.--In cui la signora si confida col suo spirito
  famigliare................................................ 5

  II.--In cui il signore si confida col suo medico ........ 17

  III.--Missione diplomatica............................... 33

  IV.--In cui si fa una rivelazione e si mostra un
  disegno.................................................. 41

  V.--Il dottor Agenore intraprende una cura radicale...... 45

  VI.--«Non è lui! Non è lui!»............................. 57

  VII.--Voci della campagna................................ 69

  VIII.--Voci della città.................................. 73

  IX.--In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta
  ......................................................... 87

  X.--Cieco!............................................... 95

  XI.--Crepuscolo e notte................................. 103

  CAPITOLI PAG.

  XII.--Soliloquio........................................ 115

  XIII.--In cui il dottor Agenore ne fa una grossa........ 119

  XIV.--Primi bagliori nel buio........................... 127

  XV.--Inventario di cose e d'uomini...................... 133

  XVI.--Risultato ultimo d'una discussione filosofica..... 141

  XVII.--Un sogno ad occhi aperti......................... 151

  XVIII.--Una rivelazione del dottor Agenore.............. 159

  XIX.--È lui, è lui!..................................... 167

  XX.--La luce?........................................... 179

  XXI.--La luce........................................... 185

  XXII.--Emicrania e mal di nervi......................... 191

  XXIII.--L'ultimo tiro del dottor Agenore................ 197

  XXIV.--Catastrofe....................................... 203



  Milano--TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA--Milano

  RACCONTI E ROMANZI
  CONTEMPORANEI

  Auerbach----La Scalza--Traduzione di
  E. DE BENEDETTI--Un volume in-16
  di pagine 300.................................... L. 2--

  Bersezio V.--Cavalieri, Armi ed Amori
  --Due volumi..................................... »  5--

  Cantù--Abisso e riscatto, _scene domestiche
  per letture di famiglia_--Un
  volume in-16 grande di pagine 200................ »  1 50

  De Amicis E.--Pagine sparse--Un volume
  in-16............................................ »  1 50

  Donati C.--Povera vita!--Un vol. in-16........... »  3--

  Farina S.--Il tesoro di Donnina--Un
  volume di pagine 416............................. »  3--
  --Fante di picche--Un eleg. vol. in-16........... »  1 50
  --Amore bendato--Un vol. in-16................... »  2--

  Lioy--Chi dura la vince.......................... »  2 50

  Ruffini--Un angolo tranquillo nel Giura,
  --Un vol. in-16 grande di pag. 360............... »  2 50

  Dirigere commiss. e vaglia alla Tip. Editrice Lombarda, Milano.





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