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Title: Beatrice Cenci - Storia del secolo XVI
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico, 1804-1873
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Beatrice Cenci - Storia del secolo XVI" ***

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  BEATRICE CÈNCI

  STORIA DEL SECOLO XVI

  DI

  F. D. GUERRAZZI


  PISA
  A SPESE DELL'EDITORE

  1854.



Questa Edizione è posta sotto la tutela delle leggi relative.--Per cui
si avranno per contraffatti quegli Esemplari non muniti della firma
dell'Editore.


_Tip. Vannucchi._



A

MASSIMO CORDERO

MARCHESE DI MONTEZEMOLO, SENATORE DEL REGNO


_Non potendo in altro modo sdebitarmi dell'amicizia, che malgrado
l'asprezza della fortuna e la malignità degli uomini, tu, nobile
veracemente, mi conservasti, questo mio libro intitolo al tuo nome, e
desidero tu lo abbi caro.--Sta sano.

Bastia, 20 novembre 1853

A TORINO.

_Aff.mo Amico_

F.D. GUERRAZZI



INTRODUZIONE

              Amoroso ti versa a raccontare
                 Questa storia di pianto, o pianto mio.
                                              ANFOSSI.


Io quando vidi la immagine della Beatrice Cènci, che la pietosa
tradizione racconta effigiata dai pennelli di Guido Reni, considerando
l'arco della fronte purissimo, gli occhi soavi e la pacata
tranquillità del sembiante divino, meco stesso pensai: ora, come
cotesta forma di angiolo avrebbe potuto contenere anima di demonio? Se
il Creatore manifesta i suoi concetti con la bellezza delle cose
create, accompagnando tanto decoro di volto con tanta nequizia
d'intelligenza non avrebb'egli mentito a se stesso? Dio è forse uomo,
per abbassarsi fino alla menzogna? I Magi di Oriente e i Sofi della
Grecia insegnarono, che Dio favella in lingua di bellezza. La età
ghiacciata tiene coteste dottrine in conto di sogni, piovuti dal cielo
in compagnia delle rose dell'aurora: lo so. Serbi la età ghiacciata i
suoi calcoli, a noi lasci le nostre immagini; serbi il suo
argomentare, che distrugge; a me talenta il palpito che crea. I
pellegrini intelletti illuminano di un tratto di luce i tempi
avvenire; per essi i fati non tengono i pugni chiusi; su l'oceano
dello infinito appuntando gli occhi della mente, scorgono i secoli
lontani come l'alacre pilota segnala il naviglio laggiù in fondo, dove
il mare si smarrisce col firmamento. A questi sogni divini, che cosa
avete sostituito voi, uomini dal cuore arido? La verità, voi dite.
Sia; ma la dottrina di cui ci dissetate è tutta la verità? È ella
eterna, necessaria, invincibile, o piuttosto transeunte e mutabile?
No; le verità che deturpano la creatura non formano la sua sostanza,
del pari che le nuvole non fanno parte del cielo.--O giovani
generazioni, a cui io mi volgo; o care frondi di un albero percosso
dal fulmine, ma non incenerito, Dio vi conceda di credere sempre il
bello ed il buono pensieri nati gemelli dalla sua mente
immortale;--due scintille sfavillate ad un medesimo punto dalla sua
bontà infinita--due vibrazioni uscite dalla stessa corda della lira
eterna, che armonizza il creato.

Così pensando io mi dava a ricercare pei tempi trascorsi: lèssi le
accuse e le difese; confrontai racconti, scritti e memorie; porsi le
orecchie alla tradizione lontana. La tradizione, che quando i Potenti
scrivono la storia della innocenza tradita col sangue, che le trassero
dalle vene, conserva la verità con le lacrime del popolo, e s'insinua
nel cuore dei più tardi nepoti a modo di lamento. Scoperchiai le
antiche sepolture, e interrogai le ceneri. Purchè sappiansi
interrogare, anche le ceneri parlano. Invano mi si presentarono agli
occhi uomini vestiti di porpora: io distinsi dal colore del mollusco
marino quello del sangue, che da Abele in poi grida vendetta al
cospetto di Dio;--ahi! troppo spesso indarno. Conobbi la ragione della
offesa: e ciò, che persuase il delitto al volgare degli uomini, usi a
supporlo colà dove colpisce la scure, me convinse di sacrificio unico
al mondo. Allora Beatrice mi apparve bella di sventura; e volgendomi
alla sua larva sconsolata, la supplicai con parole amorose:

«Sorgi, infelice, dal tuo sepolcro d'infamia, e svelati, quale tu
fosti, angiolo di martirio. Lunga riposa l'abominazione delle genti
sopra il tuo capo incolpevole; e non pertanto reciso. Poichè seppi
comprenderti, impetrami virtù che basti a narrare degnamente i tuoi
casi a queste care itale fanciulle che ti amano come sorella poco anzi
dipartita dai dolci colloquii, quantunque l'ombra di due secoli e
mezzo si distenda sopra il tuo sepolcro.»

Certo, questa è storia di truci delitti; ma le donzelle della mia
terra la leggeranno:--trapasserà le anime gentili a guisa di spada, ma
la leggeranno. Quando si accosterà loro il giovane che amano, si
affretteranno, arrossendo, a nasconderla; ma la leggeranno, e ti
offriranno il premio che unico può darsi ai traditi--il pianto.

Ed invero, perchè non la dovrebbero leggere? Forse perchè racconta di
misfatti e di sventure? La trama del mondo si compone di fila di
ferro. La virtù nel tempo pare fiaccola accesa gettata nelle tenebrose
latebre dello abisso. Fate lieta fronte alla sventura; per molto tempo
ancora siederà non invitata alle vostre mense, e temprerà il vostro
vino col pianto. Quando cesserete di piangere voi sarete felici. E
giovino adesso le lacrime e il sangue sparsi; imperciocchè il fiore
della libertà non si nudrisca che di siffatte rugiade. La virtù, disse
Socrate, in contesa con lo infortunio è spettacolo degno degli Dei.
Bisogna pure che sia così, dacchè troppo spesso se lo pongano dinanzi
ai loro occhi immortali.

Pensoso più di te, che di me stesso, io piango e scrivo. Educato alla
scuola dei mali, mi sono sacri i miseri. I fati mi avvolsero fino
dalla nascita la sventura intorno alla vita come le fasce della
infanzia:--la sventura mi porse con le mammelle rigide un latte
acerbo, ma la sventura ancora mi ha ricinto i fianchi con la zona
della costanza; per cui dentro il carcere senza fine amaro incominciai
questo racconto, e dentro il carcere adesso io lo compisco.

Sopra la terra si levarono e si levano soli, nei quali la stirpe dei
ribaldi, per celare il pallore del rimorso o della paura, s'imbrattano
la faccia col sangue dei magnanimi, come gl'istrioni della tragedia di
Tespi se la tingevano di mosto.--Lo ricordino bene le genti: quando
l'amore di patria è registrato nel codice come delitto capitale--la
tirannide allaga a modo di secondo diluvio.

Ma la storia non si seppellisce co' cadaveri dei traditi: essa
imbraccia le sue tavole di bronzo quasi scudo, che salva dall'oblio i
traditi e i traditori.

Nella sala grande di Palazzovecchio in Firenze, nella estremità della
parete volta a tramontana havvi un quadro, dove scorgi un nano
precursore del duca Cosimo dentro Siena, con un fanale acceso nella
destra. Cotesta immagine è simbolo, o verità? Cotesto nano non è morto
senza posteri: sceso da serie lunghissima di antenati, ha dovuto
lasciare una discendenza che per ora non sappiamo quando sarà per
cessare.

Al tramonto del sole alcuni uomini hanno guardato la propria ombra; e,
vedutala lunga, si sono creduti grandi. Beati loro se fossero morti a
mezza notte! Però non senza intendimento la fortuna gli ha conservati
in vita: essi hanno insegnato che mille uomini mediocri, uno
aggiuntato all'altro, non formeranno mai un grande uomo;--e molto meno
un uomo di cuore.

Apolli di gesso vuoti, ma tristi; abietti, ma iniqui;--menzogna di
divinità. Quando atterrarono in Alessandria la statua del Sole,
trovarono la sua testa ricettacolo di ragnateli: quello che troveremmo
nella vostra non so; quel che conosco di certo si è, che il vostro
cuore racchiude un nido di vipere.

Le mani sono di Esaù, la voce è di Giacobbe, diceva Isacco; in voi,
voce mani e anima tutto è di Augustulo; imperciocchè la debolezza si
accoppii ottimamente con la crudeltà. Giuda senza rimorso, Claudii
senza impero--uscite dalla mia mente per sempre.

Però mi contrista un pensiero, ed è: che dal mal seme presto o tardi
nasce un frutto pessimo. O Creatore, tu che hai insegnato come il bene
non sorga dai sepolcri,--disperdi, io ti scongiuro, il giorno delle
vendette.

Verrà un dì, e verrà sento, in cui i miei conterranei daranno
sepoltura onorata a questo corpo stanco accanto alle ossa paterne.
Colà in quel monte, a capo della Terra ov'ebbi nascimento, la mia
tomba vi appaia quasi una mano distesa per benedirvi. A me giovi la
pietà vostra dopo la mia morte; io vi ho amato dal giorno che apersi
gli occhi alla vita;--e quando condurrete i vostri figli al Santuario
della Vergine, mostrando la mia lapide dite loro:

«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora
che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo; tutta la sua vita fu
una lunga lotta con lei: ma le lotte con la fortuna assomigliano a
quella di Giacobbe con l'Angiolo. Superato, non vinto, amò, soffrì e
si travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici
popoli, nè principi;---lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli
lanciarono strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri,
parte l'esilio. Prigioniero meditò e scrisse; libero si affaticò per
la salvezza comune, e principalmente per quella de' suoi nemici od
emuli. Invano la ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le
acque dello affanno lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore.
Offeso gli piacque la potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che
tenne la vendetta passione di menti plebee; nè perdonava soltanto, ma
(più ardua cosa assai) egli obliò.[1] La spada della legge, confidata
nelle sue mani, non convertì in pugnale di assassino. Quando altro non
potè fare, col proprio seno tutelò la vita di uomini che sapeva
essergli stati, e che avrebbero durato ad essergli nemici. Il popolo
un giorno lo ruppe come un giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono
alle moltitudini insanite come uno schiavo nel circo delle fiere.
Consumato nelle viscere, egli cadde sopra un mucchio di rovine e di
speranze; e non pertanto, morendo, lasciava alle genti il desiderio di
costumi migliori, e di tempi meno infelici. Le sue dita, con ultimo
moto, segnarono per testamento sopra questa terra desolata le parole:
_virtù, libertà_.»


NOTA

  [1] «My curse shall be forgiveness». Byron, _Child Harold, C. IV._



CAPITOLO I.

FRANCESCO CÈNCI

                    Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri
                      Spirto non vidi in Dio tanto superbo.
                                                 DANTE


Non so se più soave, ma certamente simile alla Madonna della Seggiola
di Raffaello avrebbe dipinto un quadro colui, che avesse tolto a
imitare per via di colori il gruppo, che stava aspettando Francesco
Cènci nella sala del suo palazzo. Una sposa di forse venti anni,
seduta sopra i gradini di un finestrone, teneva al petto il suo
pargolo; e dietro alla sposa un giovane di egregie sembianze, col
volto basso, contemplava cotesto spettacolo di amore: egli solleva le
mani giunte e alquanto piegate verso la spalla sinistra, per
ringraziare Dio di tanta prosperità che gli manda. La sembianza e lo
atteggiamento dimostrano come in quel punto lo commuovano tre affetti,
che fanno l'uomo divino. Le mani erano a Dio, lo sguardo al figlio, il
sorriso alla sposa.--Però la donna non vedeva cotesto sorriso, chè lei
assorbivano intera i doveri e la dignità di madre. Il fanciullo
sembrava un angiolo, il quale avesse smarrita la via per tornarsene in
cielo.

Ma dall'altra parie della sala stava disteso sopra un pancone un uomo,
che sembrava avesse fornito a Michelangiolo il modello di taluno de'
suoi famosi crepuscoli. Appena mostrava il volto, celato sotto il
cappello di larghe falde e conico di forma. La barba avea lunga,
rabbuffata e grigia; la pelle, simile a quella che Geremia deplora nei
figliuoli di Sion, tinta di cenere come il pavimento del forno[1]. Si
avviluppava dentro un ampio tabarro: le gambe e i piedi, l'uno
soprammesso all'altro, aveva calzati di sandali, giusta il costume
degli uomini del contado di Roma. Forse egli era armato, ma teneva le
armi nascoste; però che la Corte Romana, dopo papa Sisto V, procedesse
molto rigidamente in simile faccenda.

Chiunque, in mezzo della sala, avesse posto mente prima al gruppo
dell'amorosa famiglia e poi a quell'uomo, avrebbe ricordato il detto
della Scrittura: _divise le tenebre dalla luce_[2].

Due giovani gentiluomini passeggiavano per la sala, taluni con veloci
e talora con tardi passi, ricambiando parole a voce alta, o sommessa.
Il primo aveva la pelle chiazzata di vermiglio come macchie di erpete;
dalle pupille nere, luccicanti traverso i cigli infiammati, traluceva
la ferocia, mescolata ad un certo smarrimento mentale: rari ed irti i
capelli: sozzi i denti: il naso camuso e le guance flosce lo
arieggiavano col cane da presa. Le vesti, comecchè nobilissime, erano
scomposte: la parola usciva impetuosa e roca dai labbri riarsi:
accenti impuri, cui forse natura per rendere più laidi volle
accompagnati con fetido fiato: rotti e continui i moti delle spalle,
dei bracci e del capo. Il delitto stava là dentro come un vulcano
prossimo a prorompere.

L'altro poi era pallido, e di aspetto gentile: copiosa e ben composta
la chioma bionda, tardo e mesto a guardare e a parlare: sovente
distratto: qualche volta sospiroso: si fermava, trasaliva, la
commozione interna svelava col tremito del labbro superiore, e
coll'agitarsi degli estremi peli dei baffi. Le vesti, i nastri, le
trine del colletto e delle maniche elegantissime. Chiunque lo avesse
veduto avrebbe esclamato a prima giunta: _costui sospira_.

In tonacella senza ferraiolo, simile ad una gazza che inquieta ed
obliqua saltella per casa, ecco un prete guizzare qua e là, dandosi la
maggior pena del mondo per trarre a se l'attenzione degli astanti, o
almeno di taluno fra loro. Egli favellava della state e del verno, del
caldo e del freddo, della sementa e della raccolta, ma nessuno gli
attendeva: talora domandava se in quel giorno avrebbe potuto avere la
degnazione di parlare con sua Eccellenza il clarissimo signor Conte;
tal altra a quale ora egli soleva levarsi, e a quale asciolvere; se
costumava spendere molto tempo attorno alle mondizie della persona, e
se tutti i giorni desse udienza;--era fiato gettato: nessuno gli
rispondeva, però che gli sposi rimanessero estatici nella loro
letizia; il villano paresse una statua di bronzo; il gentiluomo dal
volto vermiglio lo avesse squadrato così di traverso, da mettergli i
brividi addosso; il gentiluomo dal volto pallido lo fissasse come uomo
piovuto dalle nuvole. Il povero prete stava per dare del capo nei
muri: proprio per disperazione, di tanto in tanto apriva il breviario
e leggeva; ma col sembiante di chi trangugia medicine amare: gli occhi
gli sdrucciolavano giù per le pagine: avresti detto che avesse recato
seco cotesto libro, come colui che va ad annegarsi si porta il sasso
per legarselo al collo.

Il volto dello sciagurato prete, per ordinario tinto del giallo
pallido dei mozziconi di cera avanzati al servizio dell'altare, quasi
per impazienza si era fatto acceso: non poteva darsi pace che nessuno
gli porgesse ascolto; e sì ch'ei meritava essere avvertito, non fosse
altro per indovinare se avesse più logora la tonacella veste del suo
corpo, o il corpo veste della sua anima: logori entrambi, amici vecchi
fra loro, e, con rammarico grande del loro padrone, testimoni che
nulla ha da durare eterno nel mondo.--

Il curato (dacchè il prete fosse proprio un curato) dopo aver fatto
esperimento come non si verifichi sempre la sentenza della Scrittura
«_picchiate, e vi sarà aperto_,» si era indirizzato per la terza o
quarta volta a certo staffiere di sala, il quale sembrava finalmente
disposto a dargli retta, quando il gentiluomo dalla trista figura
chiamò con voce arrogante:

--Cammillo!

La natura dei servi è, che quando non hanno motivo peggiore per
incurvarsi, obbediscono a cui comanda più superbo; e Cammillo
staffiere, comecchè tra la famiglia ampissima dei servi non fosse dei
più tristi davvero, tuttavolta, girando quasi per iscatto di molla su
i talloni, mutò la faccia per le spalle davanti al prete; e, fatto
arco della persona verso il gentiluomo, con voce ossequiosissima
rispose:

--Eccellenza!

--Avrebbe il nobil Conte per avventura mal dormito stanotte?

--Non lo so--ma non credo. Gli furono portate parecchie lettere sul
fare del giorno, massime di Spagna e del Regno:--potrebbe darsi, ma
non lo so, che adesso stesse attorno a riscontrarle.

In questo punto un latrato infernale intronò le orecchie degli
astanti: poco dopo si aprono con impeto furiosissimo le imposte della
stanza del Conte, e ne prorompe fuori un mastino di enorme grandezza
tra spaventato e inferocito.

Il villano, giacente accanto la porta, in meno che si dice _amen_ è
balzato su ritto; e, sviluppatosi dal tabarro, dà di mano a un pugnale
largo, e lungo bene due palmi, atteggiandosi a difesa. La giovane
madre si strinse il figlio al seno, cuoprendolo con ambe le braccia.
Il padre si parò dinanzi al figlio e alla sposa schermendoli col
proprio corpo. I gentiluomini si scansarono con fretta decente, come
chi non vuole a un punto incontrare il pericolo, e non mostrar paura.
Il curato poi si mise a fuggire.

Il cane, seguendo suo istinto, si avventa contro il fuggitivo, lo
azzanna per gli svolazzi della tonaca, e gliene strappa un lembo; e
gli faceva peggio, se due staffieri correndo non lo avessero
trattenuto a gran pena afferrandolo pel collare. Il breviario era
rotolato per terra. Il povero prete traeva dolorosi guai; e, stretto
dalla medesima smania che spingeva lo ebreo Sylock a gridare «_la mia
figlia! i miei danari!_», esclamava:

--La mia tonaca! il mio breviario!--

Il cane infellonito abbaiava più forte che mai.

Sopra la soglia apparve un vecchio. Questo vecchio era Francesco
Cènci.

Francesco Cènci, sangue latino dell'antichissima famiglia Cincia,
annoverava fra i suoi antenati il pontefice Giovanni X, quel sì famoso
drudo della bella Teodora, la quale per virtù di amore lo condusse
vescovo prima a Bologna, poi a Ravenna, e finalmente lo fece papa. E
come nel tempo, così era cotesta famiglia nel delitto vetusta;
imperocchè, se la storia porge il vero, Marozia sorella a Teodora,
intendendo torre a lei e al Papa amante il dominio di Roma, occupa
proditoriamente la mole Adriana: invaso con molta torma di ribaldi il
Laterano, uccide di ferro Piero fratello di Giovanni, e Giovanni
stesso chiude in carcere; dove, o per veleno o altramente, rimase
morto. Corre fama eziandio, che lo rinvenissero cadavere nel letto di
Teodora; e la superstizione immaginò lo avesse strangolato il diavolo,
in pena dei suoi delitti. Morte obbrobriosa a vita di vituperio!

Francesco Cènci possedè copiosissimi beni di fortuna, chè la sua
entrata si stimò meglio di centomila scudi; la quale per quei tempi
era infinito, ed anche ai nostri sarebbe non ordinario tesoro. Glielo
lasciava il padre, che, tenendo il camarlingato della Chiesa sotto Pio
V, mentre questi vigilava a rinettare il mondo dalle eresie, il
vecchio Cènci attendeva a rinettargli dagli scudi l'erario: egregi
entrambi nel diverso mestiere. Intorno al conte Francesco, male
sapevasi che cosa si avesse a pensare: forse sopra alcun uomo mai
corse così diverso il grido come sopra di lui. Chi lo predicava pio,
liberale, mansueto e cortese: altri, all'opposto, lo dicevano avaro,
villano e crudele. Fatto sta, che in conferma così dell'una come
dell'altra fama potevansi addurre riscontri. Aveva sostenuto parecchi
processi, ma n'era uscito sempre assoluto _ex capite innocentiæ_:
molti però non si acquietavano punto a siffatti giudicati, e andavano
sussurrando dintorno, che fino allora non avevano veduto mai la Ruota
Romana condannare uomini ricchi per centomila scudi di rendita. Ma se
la vita sua compariva al pubblico misteriosa, troppo palesemente ebbe
a provarla senza fine spietata la sua misera famiglia, la quale per
pudore, e molto più per paura, non ardiva profferire parola. La sua
famiglia troppo bene sapeva com'egli si compiacesse immaginare trovati
terribili, e quanto più paurosi, ed alla opinione dello universale
contrarii, tanto a lui maggiormente graditi; e appena immaginati
dovevano mandarsi ad esecuzione, e ad ogni costo; avesse a spendersi
un tesoro, o commettere incendio, od omicidii. Il suo volere, era il
lampo; il fare, tuono. Costumava (a tanto egli giunse di audacia!)
tenere conto esattissimo dello speso in delitti; ed in certo suo libro
di _Ricordi_ si trovarono registrate le seguenti partite:--_Per le
avventure, e peripezie di Toscanella 3500 zecchini, e non fu caro. Per
la impresa dei sicarii di Terni zecchini 2000, e furono
rubati_.--Viaggiava a cavallo e solo: quando sentiva il cavallo stanco
scendeva, e comperavane un altro: se ricusavano venderglielo ei se lo
toglieva, dando qualche pugnalata per giunta. Paura di banditi nol
tratteneva da passare soletto le foreste di san Germano e della
Faiola; e spesso ancora, senza punto posare, fu visto condursi a
cavallo da Roma a Napoli. Quando appariva in un luogo, egli era certo
che o ratto, o incendio, o assassinamento, od altro funestissimo caso
stava per succedere. Forte fu della persona, e destro in ogni maniera
di esercizii maneschi, così che provocava sovente i suoi nemici con
soprusi e dileggi: ma di questi, palesi ne aveva pochi; chè lo
temevano assai, e a cimentarsi con lui ci pensavano due volte.
Conduceva in ogni tempo al suo soldo una masnada di bravi; il cortile
del suo palazzo offriva infame asilo ad ogni maniera di banditi. Tra i
feroci baroni romani ferocissimo.

Sisto V, che fu pontefice (ed avrebbe potuto anche essere carnefice)
di Roma, certa volta invitati al Vaticano gli Orsini, i Colonna, i
Savelli, i Conti Cènci, ed altri fra i più potenti dei nobili romani,
dopo averli trattenuti alquanto in piacevoli ragionamenti si accostava
agli aperti balconi, donde, volgendo gli occhi alla sottoposta città,
disse ai circostanti: «O la mia vista, siccome suole per vecchiezza, è
diventata fosca, o di qualche strano apparecchio vanno ornati
stamattina i merli dei palazzi delle Signorie vostre eccellentissime:
andate a riscontrare, e in cortesia fatemi assapere quello ch'è.»

Erano i cadaveri penzoloni dei banditi, che nei palazzi di cotesti
signori riparavano. Il Papa aveva ordinato si prendessero, e tutti,
senza misericordia, ai merli del palazzo s'impiccassero.

Francesco Cènci, per questo e per altri successi avendo ottimamente
conosciuta la natura del Papa, reputò opportuno di tirarsi al largo; e
finchè ei visse stette a Rocca Petrella, chiamata ancora Rocca
Ribalda. Il serpe aveva trovato a mordere la lima.

Di persona, aiutante era molto; e, comunque in là con gli anni, pure
bene di salute disposto; se non che, offeso nella diritta gamba,
zoppicava. Copioso d'idee e facondo di eloquio, avrebbe acquistato
fama di oratore egregio se glielo avessero conceduto i tempi e la
lingua, che, ad ogni più leggiera alterazione inciampandogli fra i
denti, lasciava adito alla voce come acqua rotta fra i sassi. Di laide
sembianze non poteva estimarsi per certo; e non pertanto sinistre
così, che giammai seppero ispirare amore, talvolta reverenza, troppo
spesso paura. Se togli il colore dei capelli e dei peli, di neri
mutati in bianchi; se alcuna ruga di più; se una magrezza maggiore, e
una tinta più gialla e biliosa, il suo volto presentava la medesima
aria della sua giovanezza. La fronte, mentr'ei posava, appariva
segnata appena di una ruga non profonda quale o il rimorso o la cura
sogliono imprimere; ma sì sfumata, leggiera, come l'amore descrive,
esitando, con la punta estrema dell'ale sopra la fronte della bellezza
che declina. Gli occhi, mesti per ordinario, colore del piombo simili
a quelli del pesce morto, privi affatto di splendore, contornati da
cerchi cenerini, e reticolati di vene violette e sanguigne--pareano
cadaveri dentro casse di piombo. La bocca sottile perdevasi fra le
rughe delle guance. Cotesto volto sarebbesi adattato ugualmente bene a
un santo e ad un bandito: cupo, inesplicabile come quello della
sfinge, o come la fama dello stesso Conte Cènci.

Della persona e dei costumi di lui parmi aver detto abbastanza: più
tardi m'ingegnerò esporre uno studio psicologico intorno a questo
prodigioso personaggio.

Il Conte la sera precedente erasi ritirato di buon'ora nelle sue
stanze, insalutati moglie e figliuoli. A Marzio, che gli profferiva i
consueti uffici, aveva risposto:

--Va' via: mi basta Nerone.

Nerone era un cane enorme di mole e di ferocia.--Così lo nominò il
Cènci, meno in memoria del truce imperatore, che per significare, nel
vetusto linguaggio de' Sanniti, forte, o gagliardo.

Coricato appena, prese a dare di volta pel letto: incominciò a gemere
d'impazienza: a mano a mano la impazienza diventò furore, e si pose a
ruggire. Nerone gli rispondeva ruggendo. Indi a breve il Conte,
balzando dalle odiate piume, esclamò:

--Abbiano avvelenato le lenzuola!--Questo si è pur dato altra volta,
ed io l'ho letto in qualche libro. Olimpia! Ah! mi sei fuggita, ma io
ti arriverò:--nessuno ha da scapparmi di mano--nessuno.--Quale
silenzio è questo accanto a me! Che pace qui in casa mia!
Riposano:...--dunque non gli atterrisco io?--Marzio.

Il cameriere chiamato accorreva prontissimo.

--Marzio, riprese il Conte, la famiglia che fa?

--Dorme.

--Tutti?

--Tutti; almeno sembra, poichè ogni cosa sia tranquilla in casa.

--E quando io non posso dormire ardiscono riposare in casa mia?--Va',
guarda se veramente dormono; oreglia alle stanze, in ispecie quella di
Virgilio; sprangale pianamente per di fuori, e torna.

Marzio andò.

--Costui, continuava il Conte, sopra gli altri aborrisco; sotto quella
superficie di ghiacciata mansuetudine non iscorrono meno veloci le
acque della ribellione: aspide senza lingua, non però senza veleno.
Quanto mi tarda, che tu muoia!--

Marzio, tornando, confermava:

--Dormono tutti, anche don Virgilio; ma di sonno travagliato, per
quanto può giudicarsi dall'anelito febbrile.

--L'hai sprangata fuori?

Marzio col capo accennò affermativamente.

--Bene; prendi questo archibugio, sparalo traverso l'uscio della
stanza di Virgilio, e poi urla con quanto hai di fiato nella gola:--al
fuoco! al fuoco!--Così insegnerò a costoro dormire mentre io veglio.

--Eccellenza....

--Che hai?

--Io non le dirò: pietà del ragazzo, che pare ridotto _in
extremis_....

--Continua....

--Ma la è cosa da mettere sottosopra il vicinato.

Il Conte, senza punto turbarsi, pose chetamente la mano sotto al
capezzale; e, trattane fuori una pistola, la spiana improvviso contro
il cameriere, che tramutò in volto per terrore, e con voce soave gli
disse:

--Marzio, se un'altra volta invece di obbedire attenterai contradirmi,
io ti ammazzerò come un cane:---va'.

Marzio andò più che di passo ad eseguire il comando.

È impossibile descrivere con quanto terrore fossero destati le donne e
il fanciullo. Balzano da letto, si avventano contro gli usci; ma non
li potendo aprire urlano, pregano si dica loro lo accaduto, per amore
di Dio aprano, dalla tremenda ansietà gli liberino. Nessuna risposta:
spossati tornano a gittarsi sul letto, travagliandosi per un sonno
affannoso.

Dopo forse due ore il Conte chiama di nuovo il cameriere, e lo
interroga:

--Fa giorno?....

--Eccellenza no.

--Perchè non fa giorno?...

Marzio si strinse nelle spalle. Il Conte tentennando il capo, quasi
per irridere se stesso della domanda strana, riprese:

--E quanto tarderà ancora a spuntare l'alba?

--Un'ora.--

--Un'ora!--Ma un'ora è un secolo, è una eternità per chi non può dormire,
o mio... sta a vedere, che per poco non aggiungeva--Dio.--Dicono il sonno
amico dei santi: se questo fosse, io avrei a dormire quanto i sette
dormienti insieme! Che fare adesso? Ah! spendiamo questo avanzo di notte
in qualche opera meritoria;--educhiamo Nerone.--

E ordinava a Marzio prendesse certo uomo di paglia, e lo portasse in
sala dove mettevano capo le camere delle donne e del fanciullo: egli
poi trasse Nerone in altra stanza, lo aizzò, lo inasprì, e poi,
spalancato allo improvviso l'uscio, lo avventò contro l'uomo di
paglia. Il cane, cieco di rabbia, si lancia a balzi contro il
simulacro, e lo strazia latrando disperatamente. Il Conte traeva
maraviglioso sollazzo a contemplare le prove di cotesta belva, e a
Marzio, che gli si era accostato, così favellò:

--Questo è il figlio della mia predilezione, come disse la voce sul
Giordano; e lo educo, a Dio piacendo, a difendermi dai nemici, ed
anche dagli amici; in ispecial modo dai miei figli dilettissimi; dalla
consorte più diletta ancora, ed anche un po' da te--e toccava la
spalla al cameriere--mio lealissimo Marzio.

Così empita di spavento e di terrore la casa tornò alla stanza, dove
la natura, vinta dalla spossatezza, lo costrinse a breve sonno e
interrotto. Quando si alzò era torbido in vista.

--Ho fatto mal sonno, Marzio.... mi son sognato che stava a mangiare
co' miei defunti. Questo denota morte vicina. Prima però ch'io vada a
mangiare costà, bene altri, Marzio, bene altri mi avranno preceduto ad
apparecchiarmi la tavola.

--Eccellenza, sono giunte lettere dal Regno per cavallari apposta....

Il Conte sporse la mano per riceverle. Marzio continuava:

--E di Spagna col corriere ordinario; le ho messe tutte sul banco
dello studio.

--Bene: andiamo....

E sorretto da Marzio, accompagnato da Nerone, si avviava allo studio.

Sorgeva appena un magnifico sole di agosto, il quale tingeva in oro
co' giovanetti raggi l'azzurro emisfero. Unica gloria, dacchè la viltà
nostra ci ha tolto perfino quello, che sembrava a perdersi
impossibile--il sentimento della nostra abiezione. Dio! Oh come grandi
hanno da essere le nostre colpe e la tua ira, se nè pianto, nè sangue,
nè nulla vale a fecondare sopra questa terra un fiore di virtù!

Il Conte si appressò al balcone, e, fissato il maestoso luminare,
mormorò detti segreti. Marzio, letiziato a tanta bellezza di cielo e
di luce, non potè trattenersi da esclamare:

--Sole divino!

A queste parole gli occhi del Conte, per ordinario spenti,
corruscarono a modo di baleno dentro una nuvola, e gli avventò contro
al cielo. Se è vero che Giuliano l'apostata lanciasse contro il cielo
il sangue, che gli scorreva dalla ferita mortale, deve averlo gittato
come quel guardo, e con quella intenzione.

--Marzio, se il sole fosse una candela, che soffiandovi sopra potesse
spegnersi, la spegneresti tu?

--Io? Le pare, Eccellenza!--lo lascerei acceso.

--Io lo spegnerei.

Caligola aveva desiderato al popolo romano una testa sola, per
recidergliela con un colpo; il Conte Cènci avrebbe voluto stritolare
il sole. Povera creta! Se il sole si accostasse, la cenere della terra
non occuperebbe spazio nell'universo.

Si assise al banco; aprì, e lesse una, due e tre lettere, pacato in
prima, poi precipitosamente; al fine, scorsele tutte, proruppe con
orribile bestemmia:

--Felici tutti! Ah Dio! tu me lo fai proprio per dispetto.

E chiuso il pugno, abbassò il braccio con quanto aveva di forza: caso
volle che colpisse in mezzo alla fronte Nerone, il quale col muso
levato e gli occhi pronti seguitava i moti del suo signore. Il cane
diè un balzo di furore, poi irruppe contro la porta, ne spalancò le
imposte, e fuggì via sbuffando. Il Conte gli mosse dietro
richiamandolo, non senza aver prima con un suo riso amaro osservato:

--Vedi, Marzio, s'ei fosse stato un figliuolo mi avrebbe morso!--


NOTE

  [1] «La nostra pelle è divenuta bruna come un forno per l'arsura della
    fame.» _Geremia_ Lamentaz. V. n. 10.

  [2] «E Iddio separò la luce dalle tenebre.» _Genes._ C. I. n. 4.



CAPITOLO II.

IL PARRICIDIO.

                    ........tutta la Caina
                    Potrai cercare, e non troverai ombra
                    Degna più di esser messa in gelatina.
                                               DANTE.


Marzio invitò il gentiluomo dal volto chiazzato di sangue a passare
nello studio del Conte. Questi attendevalo in piedi; e tostochè lo
vide, con bella leggiadria di maniere lo salutò dicendo:

--Benvenuto, Principe; in che cosa noi possiamo avvantaggiare le
comodità vostre?

--Conte, ho da parlarvi; ma qui dentro vi è uno di troppo.

--Marzio ritirati.

Marzio, inclinata la persona, usciva. Il Principe, andatogli dietro,
si assicura se avesse chiusa diligentemente la porta; tira la tenda, e
poi si accosta al Conte, che, maravigliando non poco di coteste
cautele, lo invita a sedere, e senza far motto attende ad ascoltarlo.

--Conte! sarà Catilina adesso, che incomincerà la sua orazione _ex
abrupto_. Però io vi dico ad un tratto, che estimando meritamente voi
uomo di cuore e di consiglio, di mente e di braccio, a voi mi rivolgo
per l'una e per l'altro, e spero mi sarete cortese di ambedue.

--Parlate, Principe.

--La svergognata mia genitrice, incominciò costui con voce velata,
vitupera con sozze opere la casa mia ed anche un poco la vostra, pel
vincolo di parentela che passa fra le nostre due famiglie. La età,
invece di spegnere, riarde le sue aride ossa di libidine infame. Lo
usufrutto ampissimo che gode, per disposizione dello stolido mio
padre, sperpera fra turpi drudi:--per tutta Roma ne corrono le
pasquinate:--vedo lo scherno dipinto sopra i volti della
gente:--dovunque passi mi feriscono detti oltraggiosi.... il mio
sangue ribolle nelle vene... il male è a tal ridotto, che non patisce
rimedio, tranne.... Or via, ditemi, Conte, che cosa io mi debba fare.

--La clarissima donna Costanza di Santa Croce! Ma lo pensate voi?
Orsù; se voi fate per giuoco, io vi consiglio a torre per lo scherzo
argomenti meglio dicevoli; se poi favellate da senno, allora,
figliuolo mio, vi ammonisco a non lasciarvi andare alle tentazioni del
demonio, il quale, come padre di menzogna, conturba le menti con
immagini false....

--Conte, lasciamo il diavolo a casa sua. Io posso mostrarvi qui le
prove manifeste, ed obbrobriose pur troppo.

--Vediamo.

--Udite. Essa mi abbandona, per così dire, annegato nella miseria,
mentre con l'entrate di casa tira su fanti e staffieri, e uno stormo
dei loro figliuoli, che si sono annidati nel palazzo peggio che
rondini;--me dal suo cospetto bandisce;--di me non vuol sentire
favellare;--di me, Conte, intendete, di me che non mi sarei dato un
pensiero al mondo dei fatti suoi, se si fosse comportata come madre
benemerita verso figlio benemerente. E, per palesarvi ogni cosa di un
tratto, ieri sera giunse a cacciarmi via di casa--dal mio
palazzo--dalla magione dei miei illustri antenati.

--Avanti, ecci egli altro?

--E parvi poco?

--Mi pare anche troppo: e veramente, a confessarvelo _in secretis_,
corre buon tempo che io mi sono accorto come la Principessa Costanza
nutra per voi, Dio la perdoni, naturale avversione. Adesso fanno
appunto otto giorni ch'ella mi tenne lungo proposito di voi....

--Sì?--E che cosa mai vi disse cotesta sciagurata di me?

--Metter legna sul fuoco non è da cristiano; però taccio.

--A quest'ora, Conte, lo incendio acceso dalle vostre parole è tanto,
che poco più vi potete aggiungere;--e questo comprenderete di leggieri
coll'ottimo vostro giudizio.

--Pur troppo! E poi il silenzio mi grava, imperciocchè le mie parole
vi serviranno di governo, e v'impediranno di farvi capitare male. La
signora Costanza dichiarò espressamente, alla presenza di parecchi
insigni prelati e baroni romani, che voi sareste il vituperio della
famiglia; voi ladro,--voi omicida--voi, soprattutto, bugiardo....

--Ella disse?--E al Santa Croce, diventato per rabbia come tizzo
acceso, tremava la voce.

--E disse ancora, voi scialacquatore sciaguratissimo di ogni vostra
sostanza; voi aver tolto a usura danari dai giudei sodandoli sul
palazzo dei vostri illustri antenati, per cui ella ha dovuto
riscattarlo del suo per fuggire la vergogna di andare ad albergare
altrove;--disse avervi pagato più volte debiti, e voi commetterne
quotidianamente dei nuovi, e più grossi, e più brutti che mai: voi
giuocatore disperato; non darsi laidezza nella quale non vi siate
ingolfato fino alla gola; di Dio spregiatore, e di ogni umano
rispetto... Per ultimo, onde mettere il colmo alla brutalità vostra,
aver preso a imbestialirvi col vino e con acqua arzente per modo, che
spesse volte vi riportarono su di una scala malconcio della persona.

--Disse?...

--E a tanto essere arrivata la inverecondia della vostra vita, da non
trattenervi la reverenza materna o il rispetto del luogo, di condurre
nel palazzo dei vostri illustri antenati femmine di partito; con altre
più infamie, che a rammentarle soltanto mi sento salire il rossore
sopra la fronte....

--Mia madre?...

--Ed aggiunse ancora, reputarvi di ogni correzione incapace; e, per
quanto al suo materno cuore riuscisse dolorosissimo, essere ormai
decisa di ricorrere a Sua Santità perchè vi chiudesse in castello... a
far visita allo Imperatore Adriano. In fè di gentiluomo cotesto si
chiama starsi in prigione con ottima compagnia...

--Così ella disse?... Proseguiva a interrogare il Principe con suono
strozzato, mentre il Conte rispondeva con la medesima voce acre ed
irritante:

--O a Civita Castellana... a perpetuità.

--A perpetuità!--Propriamente ella disse a perpetuità?

--E presto;--e ciò dovere alla memoria onorata dell'inclito consorte,
alla reputazione della prosapia clarissima, ai nobili parenti, alla
sua coscienza, a Dio...

--Egregia madre! Non ho una buona madre io? esclamava il Principe con
voce, che tentava rendere beffarda, quantunque male potesse celare lo
insolito terrore.--E i prelati che cosa rispondevano eglino?

--Eh! voi sapete il precetto dello Evangelo? L'albero che non fa buon
frutto va reciso... ed essi lo ripetono con tale una voce amorosa, che
pare proprio v'invitino a bere la cioccolata.

--Or dunque, il tempo stringe più che io non credeva. Conte,
suggeritemi voi qualche consiglio... io mi sento povero di partiti....
sono disperato....

Il Conte, crollando il capo, con voce grave rispose:

--Qui, dove scorre la fontana di tutte grazie, voi potrete attingerne
a secchi pieni. Ricorrete a monsignor Taverna governatore di Roma, od
anche, se avete danari molti e senno poco, al clarissimo avvocato
signor Prospero Farinaccio, che farebbe a mangiar con l'interesse.

--Ahimè! non ho danari....

--Veramente senza danari vi potreste volgere ai colossi di Monte
Cavallo con maggior profitto....

--E poi la faccenda riuscirebbe contenziosa, ed io ho bisogno di
rimedii che non muovano rumore.... e soprattutto spediti....

--E allora umiliatevi ai piedi beatissimi:--perchè avvertite bene, che
nel corpo del Santo Padre ogni membro è beatissimo, e però anche i
piedi _et reliqua_ del Pontefice: lo predicano _insignis pietatis
vir_, come Virgilio canta di Enea.

--Domine fallo tristo! Papa Aldobrandino nacque a un parto con la lupa
dell'Alighieri, _che dopo il pasto ha più fame di pria_. Vecchio,
spigolistro, e testardo peggio di un mulo delle Marche; cupido di far
roba per arricchire i suoi consorti, da provarsi a scorticare il
Colosseo. Anzichè ricorrere a costui mi getterei nel Tevere a
capofitto.

--Sì, cessato il tenue sorriso ironico, riprese a dire turbato il
Conte; sì, ora che penso, voi gettereste il tempo e i passi. Dopo il
solenne fallo di aver dato favore alla mia ribelle figliuola contro
me, sarà diventato più difficile ad ascoltare i lamenti dei figli
contro i genitori. Chiunque voglia custodire illesa l'autorità, o
spirituale o regia, bisogna che studiosamente conservi la patria
potestà: tutte le autorità derivano da principio comune, nè puoi
offendere l'una, senza che se ne risenta anche l'altra. Il padre e il
re non hanno mai torto; i figli e i sudditi mai ragione. Donde viene
in essi il diritto di lagnarsi, donde l'audacia di sollevare la
fronte? Vivono perchè il padre li generò, vivono perchè il re gli
lascia vivere. Guardate Ifigenia e Isacco; cotesti sono esempii della
vera subiezione dei figli, come Agamennone, Abramo, Jefet della
purezza della patria potestà. Roma si mantenne gagliarda finchè il
padre ebbe diritto di vita e di morte sopra la sua famiglia. Quelle
leggi delle dodici Tavole furono pure il benedetto trovato! Per esse,
che cosa mai rappresentava la famiglia? La comunanza della moglie, dei
figli e degli schiavi sottoposta al dominio assoluto del padre. Secoli
di oro, e mi smentisca chi può, volsero per Roma quando poterono
vendersi i figli sanguinolenti.

--Dunque?.. domandò il Santa Croce, sbalordito da cotesto impensato
rabbuffo, lasciandosi cadere come disperato le braccia.

Il Conte Cènci, pentito per non aver potuto reprimere quello sfogo
impetuoso dell'animo suo, si affrettò a rispondere:

--Oh! ma per voi è diversa la cosa.

Il Santa Croce, confortato da quelle parole, e più dallo sguardo
paterno che gli volse il Conte, accosta la sedia; e, sporgendo in
avanti la testa, gli sussurra dentro le orecchia:

--Aveva sentito dire... e si trattenne; ma il Conte, con maniera
beffarda imitando i modi dei confessori, lo animava:

--Via, figliuolo, dite su!

--Mi avevano supposto che voi, Conte, come uomo discreto e prudente
molto, eravate riuscito sempre... quando taluno v'infastidiva, torvi
cotesto pruno dagli occhi con garbo maraviglioso. Versato nelle
scienze naturali, voi non dovete ignorare la virtù di certe erbe, le
quali mandano al paese dei morti senza mutare cavalli; e, quello che
importa massimamente, senza lasciar vestigio di carreggiata sopra la
strada maestra.

--Certamente è mirifica la virtù dell'erbe; ma come vi possano giovare
io non comprendo davvero.

--In quanto a questo giova che voi sappiate, come la clarissima
Principessa Costanza costumi prendere seralmente certo lattovaro per
conciliarsi il sonno...

--Bene...

--Voi potete comprendere che tutta la quistione sta in un sonno breve,
o in un sonno lungo;--un dattilo, o uno spondeo; una cosa da nulla, in
verità--semplice prosodìa:--e lo scellerato si sforzava di ridere.

--_Misericordia Domini super nos_! Un parricidio, così per cominciare.
Elle sarebbono buone mosse per dio! Sciagurato uomo! e lo pensate voi?
_Honora patrem tuum et matrem tuam_. E qui non vi ha cavillo, che
valga, imperciocchè abbia detto così chi lo poteva dire lassù sul
Sinai.

Il principe, ostentando fermezza, riprese:

--In quanto a pensarvi andate franco, chè io vi ho pensato delle volte
più di mille: rispetto poi alle prime mosse, io vo' che sappiate non
essere mica questo il primo palio che corro.

--Lo credo senza giuramento: e allora fatevi qua, e ragioniamo di
proposito. L'arte di manipolare i veleni non si trova più in fiore
come una volta: della più parte dei tossici stupendi, noti ai nostri
virtuosissimi padri, noi abbiamo perduto la scienza. I principi Medici
di Firenze si sono molto lodevolmente affaticati intorno a questo ramo
importantissimo dello scibile umano; ma, se consideriamo la spesa, con
poco buon frutto. Qui, come altrove, corre lo invitatorio del Diavolo:
_de malo in peius venite adoremus_. Ecci l'acqua _tofana_; buona a
nulla per un lavoro a garbo: cadono i capelli, si staccano le unghie,
i denti si cariano, la pelle vien via a stracci, e tutta la persona si
empie di luride ulcere--sicchè, come voi vedete, ella lascia dietro a
se tracce troppo manifeste e diuturne. L'adoperò sovente la buona
memoria di Alessandro VI; ma a lui poco importava si lasciasse dietro
le tracce. Per me faccio di berretta ad Alessandro Magno; col ferro si
taglia netto ogni nodo gordiano, e ad un tratto...

--Ohimè, il ferro! O che non lascia dietro a se traccia il ferro?

--Una volta ci era un re, e si chiamava Eduardo II, il quale avendo di
se, o di altri un figliuolo, amoroso a un dipresso come voi, ebbe le
viscere forate ed arse per suo comandamento, senza che ne rimanesse
vestigio. Curioso trovato in fè di Dio![1] Ma chi vi consiglia di
tenere nascosta la morte di donna Costanza? Anzi la dovete palesare, e
voi dirvene apertamente autore.

--Conte, voi burlate....

--Non burlo io; anzi parlo del miglior senno che io mi abbia. Non
avete voi mai letto le storie, almeno le romane?--Sì, le avete lette.
Or bene; e a che pro leggete libri, se non ne fate vostro vantaggio
per ben condurvi nel mondo? Rammentatevi la minaccia di Tarquinio a
Lucrezia: egli, dove non gli assentisse la moglie di Collatino, le
dichiarò l'avrebbe uccisa, e poi messo al fianco uno schiavo
trucidato, pubblicando averla sorpresa nel turpe adulterio, e morta
per giusto dolore della offesa fatta al parente, per vendetta della
sacra maestà delle leggi; con altre più parole assai, che si costumano
dagli uomini sinceri. Così voi, nè più nè meno, vi avete a ingegnare
di cogliere in fallo la Principessa con qualche suo drudo, e
ammazzateli entrambi. La gravità della ingiuria scusa la strage: nel
Codice (non mi rammento la pagina, ma cercate e troverete) hanno ad
essere leggi, che scolpano in questo caso il misfatto...

--Ma io, rispose il Principe visibilmente imbarazzato, non so bene
s'ella si rechi in camera i suoi drudi.

--O dove volete, ch'ella li conduca?

--E poi, coglierli per l'appunto su l'atto reputo
  impossibile.

--O come mai! Le volpi si prendono sempre alla tagliola.

--No... a cotesto rischio di far le cose alla scoperta non voglio,
anche potendo, avventurarmi io...

--Dite piuttosto, interruppe il Conte con maligno sorriso, dite
piuttosto che i drudi di femmina sessagenaria voi gli avete nella
immaginativa vostra pescati pel bisogno di trovare in altri le colpe,
che scusino le vostre; dite, che la cagione che vi muove sta nel
desiderio, che l'usufrutto di vostra madre cessi; nè in questo so
darvi torto, imperciocchè conosca come i padri eterni facciano i figli
crocifissi se non co' chiodi, almeno coi debiti;--il torto, che io vi
do, è aver voluto prendervi beffe di un povero vecchio--e giucare meco
dello astuto...

--Signor Conte, in verità io vi giuro...

--Silenzio co' giuramenti; io credo, o non credo; e i giuramenti mi
danno aria di puntelli alle fabbriche, segno certo che le minacciano
rovina: però a voi senza giuramenti non credo, e co' giuramenti anche
meno.

--Deh! via non mi abbandonate.--E questo disse costui tanto avvilito,
che parendo al Cènci avere ormai scosso a sazietà cotesto sacco di
farina ria, e volendo dar fine al conversare, irridendo rispose:

    _O dignitosa coscïenza e netta,
    Come ti è picciol fallo amaro morso!_

Andiamo, riprendete animo: _Minor vergogna, maggior colpa lava_. Però,
a confessarvi il vero, non posso darvi consiglio che valga.--Ricordo
aver letto come in altri tempi, in certo caso affatto simile al
vostro, fosse veduto adoperare con ottimo successo questo argomento.
Notte tempo appoggiarono al muro del palazzo una scala, che arrivava
per l'appunto alle finestre della camera da letto della persona, o
delle persone che si volevano ammazzare: s'involarono poi e si
distrussero diligentemente alcuni arnesi di oro, e di argento, o altre
masserizie minute per colorire la cosa, e dare ad intendere, che
l'omicidio fosse commesso in grazia del furto: finalmente si lasciò la
finestra aperta fingendo, che quinci i ladri avessero preso la fuga.
In tal guisa si allontanarono i sospetti dalla persona a cui cotesta
morte tornò utile; e lo erede ebbe fama di pio, ordinando funerali
magnifici e copia di messe. Tuttavolta egli non si rimase qui, e volle
acquistarsi eziandio nome di rigido vendicatore del suo sangue: e
allora assediò la giustizia onde si facessero ricerche sottilissime;
non rifinì mai di lagnarsi della oscitanza della Corte, e giunse
perfino a promettere una taglia di ventimila ducati al denunziatore
secreto, o palese del colpevole.--Così i nostri virtuosi padri ebbero
in sorte di godersi in tempo utile il bene dei morti in santissima
pace.

--Ah!, dandosi del palmo della mano su la fronte, esclamò il Santa
Croce, voi siete pure il degno valentuomo, signor Conte! Io mi vi
professo schiavo a catena. Questo appunto è il partito che mi sta
proprio a taglio. Ma qui non è tutto; voi porreste il colmo alla
beneficenza vostra e all'obbligo mio, se vi degnaste chiamare da Rocca
Petrella qualcheduna di quelle brave persone, che incaricate di simili
lavori...

--Di che lavori,--di che persone andate farneticando voi? La matassa è
vostra; a voi sta trovare il bandolo per dipanarla; badate che il filo
non vi tagli le dita. Noi non ci siamo visti, e non ci dobbiamo più
rivedere. Da qui innanzi io me ne lavo le mani come Pilato. Addio, don
Paolo. Quello che posso fare per voi, e farò, sarà pregare il cielo
nelle mie orazioni ond'egli vi assista.

Il Conte si alzò per accomiatare il Principe; e mentre con modi
cortesi lo accompagnava alla porta, andava ruminando fra se questi
pensieri:--e poi vi ha taluno che sostiene, che io non avvantaggio il
prossimo! Calunniatori! Maldicenti! Più di quello che mi faccia io è
impossibile. Contiamo un po' quanti stanno adesso per guadagnare in
grazia mia. Il becchino _in primis_; poi vengono i sacerdoti, che sono
il mio amore; succedono i poeti per la elegia, e i predicatori per
l'orazione funebre; seguita mastro Alessandro il giustiziere, e
finalmente il diavolo, se diavolo vi ha.--Frattanto arrivati alla
porta il Conte aperse l'uscio, e, licenziando il Principe col solito
garbo pieno di urbanità, aggiunse con voce paterna.

--Andate, don Paolo, e Dio vi tenga nella sua santissima guardia.

Il Curato, udendo coteste parole, mormorò sommesso:

--Che degno gentiluomo! Si vede proprio che gli partono dal cuore.


NOTA

  [1] Eduardo III, dopo aver preso la corona, fece trasportare suo
    padre Eduardo II al castello di Corff, e quinci a Bristol; ma i
    cittadini avendo fatto vista di volerlo liberare, Maltraverse e
    Gournay segretamente, nella notte, lo traslocarono al castello di
    Berkley. Considerando che le asprezze di ogni maniera non
    bastavano al vecchio Re, il Vescovo di Hereford, d'accordo con la
    Regina, mandò ai custodi un ordine sibillino, da interpretarsi in
    due maniere. Ecco l'ordine: _Edwardum occidere nolite timere bonum
    est_; il quale, giusta la diversa ortografia, poteva dire: Non
    temete uccidere Eduardo, ch'è buon partito;--ovvero: Non vogliate
    uccidere Eduardo, che la è cosa da temersi.--I custodi, secondo
    che naturale talento e diuturna pratica di ogni maniera di
    bassezza e d'infamia sogliono mai sempre in siffatti casi
    persuadere, intesero il peggio punto; quindi sorpreso il vecchio
    Re giacente nel letto, gli forarono gl'intestini con un ferro
    rovente passato traverso un corno bugio introdotto nell'ano. Il
    Vescovo e la Regina s'infiammarono in grandissima ira pel piacere
    di essere stati intesi per filo e per segno: i sicarii fuggirono.
    Uno di loro, il men destro, arrestato subito a Marsiglia, per non
    parere, ebbe ad essere impiccato: l'altro poi, più svelto, si
    ridusse in Germania, donde in capo a qualche tempo potè ottenere
    di ridursi incolume a casa sua.

                              _Chroniques_ di Froissart. L. I. c. 23.



CAPITOLO III

Il Ratto

                    Ma tutto è indarno: chè fermata e certa
                    Piuttosto era a morir, ch'a satisfarli.
                    Poichè ogni priego, ogni lusinga esperta
                    Ebbe e minacce, e non potean giovarli,
                    Si ridusse alla forza a faccia aperta.
                                      ARIOSTO, _Orlando Furioso_.


Il Conte, dato uno sguardo nell'anticamera, accennando all'altro
gentiluomo favellò:

--Signor Duca, favorite...

Il giovane dal pallido sembiante entrò nella stanza a guisa di
smemorato: alla cortese proposta di sedersi o non intese, o non volle
tenere lo invito. Solo, come se lo avesse colto la vertigine, con una
mano si appoggiò al banco, e dalla parte più lontana del petto
disciolse un sospiro lunghissimo.

--Che sospiri, quali affanni sono eglino questi? domandò il Conte con
voce lusinghiera.--O come mai, alla età vostra, può avanzarvi tempo
per farvi infelice?

E il Duca, con un suono che parve lene sussurre di acque, rispose:

--Io amo.

E il Conte, per dargli spirito, giocondamente soggiunse:

--È la vostra stagione, figliuolo mio; e fate ottimamente ad amare con
tutta l'anima, ed anche con tutto il corpo: e se non amate voi,
giovane e bello, o chi dovrebbe amare? Forse io? Vedete, gli anni mi
piovono neve sopra i capelli, e mi stringono il cuore di ghiaccio. A
voi parlano di amore e cielo e terra; a voi da tutta la Natura sorge
una voce, che vi consiglia ad amare:

    _Le acque parlan d'amore, e l'ôra, e i rami,
    E gli augelletti, e i pesci, e i fiori, e l'erba
    Tutti insieme pregando ch'io sempre ami;_

cantava quel dolcissimo labbro di messer Francesco Petrarca. Su, via,
giovanetto, ella è cosa da vergognarsi questa? Predicatela dai
pulpiti, banditela di sopra i tetti; chè buona novella è amore. Non si
vergognava già confessare il Petrarca, che pure fu uomo grave e
canonico, come amore lo avesse tenuto anni ventuno ardendo per madonna
Laura mentre era in vita, e più dieci dopo che la si volava al
cielo[1]. Misericordia! Amori erano quelli da disgradarne le querce.
Nè per avere insegnato l'amore suo in mille rime si chiamava sazio,
chè sul declinare degli anni desiderò averle fatte dal sospirar suo
prima:

    _In numero più spesse, in stil più rare_[2].

A santa Teresa, vedete, fu perdonato molto perchè aveva molto amato; e
vi ha chi dice anche troppo. La stessa santa chiamava infelicissimo il
diavolo; e sapete perchè? perchè non poteva amare. Amate dunque _totis
viribus_; chè altramente operando offendereste la Natura, la quale è,
come sapete, figliuola primogenita di Dio.

Il giovanetto, turandosi il volto con ambe le mani, e tratto un altro
lungo sospiro, esclamò:

--Ah! disperato è l'amor mio...

--Non dite questo, che senza speranza non sono neppure le porte dello
inferno. Ragioniamo. Vi sareste per avventura invaghito della donna
altrui? Avvertite, che allora incontreremmo uno inciampo; anzi due; il
marito prima, e poi il Decalogo. E' pare che quando Dio promulgò la
sua legge sul Sinai, si sentisse forte corrucciato contro la sua
figliuola Natura; però che, a dirla fra noi, nè più nè peggio potevano
contrariarsi gli appetiti di lei. Non pertanto confortatevi di questo:
che quanto il Decalogo proibisce il cuore permette.

--Oh! no, signor Conte, il mio è diritto amore.

--E allora sposatela in _facie Ecclesiæ_, per filo e per segno,
secondo il _sacrosanctum Concilium Tridentinum_, e non mi venite...

--Dio sa se io lo farei; ma, ahimè! un tanto bene mi è tolto.

--E allora non la sposate.

--La donna, che amo, trasse troppo più che io non vorrei umilissimi i
natali; ma se si consideri il portento delle forme leggiadre, o
piuttosto l'altezza dell'animo, ella è in tutto meritevole d'impero...

--_Alma real degnissima d'impero_, lo ha detto anche messer Francesco
Petrarca; e se così è, e voi sposatela.

--Freddo cenere ed ombra, durerà in me questo amore eternamente.

--Di quanto tempo comporrete voi questa eternità? Nelle donne, secondo
i computi più accurati, la eternità di amore dura una settimana
intera: in alcune, ma rare, si prolunga anche un poco al secondo
lunedì, e basta.

Il giovane, tanto era sprofondato in cotesto suo amore, che
accorgendosi allora del modo beffardo col quale gli favellava don
Francesco, diventato in volto vermiglio per vergogna e per dispetto,
rispose:

--Signore, voi mi fate torto; sperava trovar consiglio;--mi sono
ingannato--scusate;--e fece atto di andarsene. Ma il Conte
ritenendolo, dolcemente favellò:

--Piacciavi rimanere, Duca; io vi ho parlato così per provarvi: ora
troppo bene mi accorgo, che vi accende passione veemente davvero, e
per avventura fatale. Versate il vostro animo nel mio; saprò
compassionarvi, e, potendo, ancora sovvenirvi. Io ho sepolto i miei
amori; sessanta e più anni gli associarono alla fossa, e cantarono
loro il _miserere_: per me amore è memoria, per voi speranza; per me
cenere, per voi rosa che sboccia; ma non pertanto ravviso nel mio
cuore i segni della fiamma antica, e ragionando meco, bene potete
ripetere i versi del Petrarca:

    _Ove sia chi per prova intenda amore,
    Spero trovar pietà, non che perdono:_

_Non ignara mali miseris succurrere disco_; come disse Didone ad Enea,
venuto da Troia a fondare Roma per la maggior gloria dei papi in
generale, e di Clemente VIII in particolare.

Il Conte Cènci, malgrado la protesta, dileggiava; ma sarebbe stato
difficile indovinare s'ei favellasse da senno o da burla, impercíocchè
apparisse composto a gravità: solo stringeva gli occhi, e la pelle
reticolata gli si aggrinzava dintorno come una nassa da pescare: le
palpebre lungamente tremolavano: egli rideva con le pupille il riso
della vipera.

--La fanciulla, che io amo, dimora in casa Falconieri. Quale per lo
appunto sia il suo lignaggio io non saprei; ma comecchè la tengano in
parte di congiunta dilettissima, pure appartiene a condizione
servile.--Ahimè! Quando prima la vidi al Gesù, ornata di onestà e di
leggiadria, io ne persi il sonno: ogni altra donna mi parve sozza e
vile.

--Deh! parlate basso, Duca; guai a voi se le nostre superbe dame
romane vi ascoltassero. Farebbero di voi una seconda edizione di Orfeo
messo in pezzi dalle Baccanti, con note e appendici.

--Reputandolo facile amore, continuava il giovane infervorato, (e Dio
sa se me ne prende rimorso) non trascurai veruno dei partiti che
soglionsi usare per venire a capo degli amorosi desiderii. Me misero!
Che queste male pratiche le devono di certo avere persuaso fastidio, e
forse aborrimento di me.--Ella, chi sa, adesso mi odia;--e si fermava
per timore di singhiozzare; poi con voce sommessa proseguiva: come mai
devono aver suonato le vituperose proposte all'orecchio della
castissima donzella?

E il Conte, riguardandolo attonito, pensava: più nuovo pesce di costui
non vidi al mondo.

--I Falconieri, proseguiva il Duca, mi hanno fatto ammonire che io
smetta dalla usanza di passare sotto il palazzo, però che la fanciulla
non sia tale che io la debba condurre in moglie, nè quale ella possa
consentire a diventarmi amica.

--E voi allora?

--Io scelsi il partito di chiederla in isposa...

--Non ci è rimedio: io avrei fatto come voi.

--Il mio parentado, appena venne avvertito del mio proponimento
infuriò contro me, quasi fossi per commettere qualche gran sacrilegio;
e chi mi chiamò a considerare la ingiuria del sangue, e chi la nobiltà
della casa offuscata; taluno lo sdegno dei congiunti, tale altro la
rabbia dei colleghi; sicchè con mille diavolerie mi hanno sconvolto il
cervello in modo, che poco mancò che io non mi sia dato per perduto.

--Eh! la è faccenda seria; ed io avrei detto come loro....

--Ma quando Adamo zappava ed Eva filava dov'erano i gentiluomini?[3]

--Veramente; dov'erano? Io per me non lo so.

--Io vorrei che mi chiarissero in che cosa, noi gentiluomini,
differiamo dai popolani. Forse noi non bagna la pioggia, o non
riscalda il sole? Forse non ci toccano i dolori; la nostra culla non è
circondata di pianto; il nostro letto di morte non è assediato dai
singulti? Possiamo dire alla morte, come al creditore importuno,
tornate domani? Dormiamo meglio l'ultimo sonno dentro un sepolcro di
marmo, che il popolo sotto la terra? Io vorrei che mi chiarissero un
po' se i vermi, prima di accostarsi a rodere il cadavere di un papa o
di un imperatore, gli fanno di berretta dicendogli: si contenta,
santità? si contenta, maestà? Il mio ducato semina, e raccoglie
contentezze? Amore non toglie via ogni differenza fra gli amanti?

--Cosi è: _Ogni disuguaglianza amor fa pari_, dice il poeta. Qualche
cosa di simile cantò con la solita eleganza il signor Torquato Tasso,
nella sua favola boschereccia: ricordatevene Duca?

--Oh Dio! e che cosa volete che io mi ricordi? Io non ho più memoria,
nè mente, nè nulla. Per pietà, umanissimo. Conte, voi che avete senno
ed esperienza di mondo, siatemi cortese a indicare un rimedio a tanta
molestia!

--Mio caro, riprese il Conte ponendo la mano familiarmente sopra la
spalla del Duca, porgetemi ascolto. Voi avete ragione...

--Sì?...

--E i vostri parenti non hanno torto. Voi avete ragione, però che
_fumo di nobiltà non valga fumo di pipa_[4]. I vostri parenti non
hanno torto perchè essi vedranno, come io vedo, qui dentro l'artifizio
di femmina, per disposizione naturale o per suggestione altrui,
sparvierata. Non vi stizzite, Duca voi veniste a consultare l'oracolo,
e i responsi si hanno ad ascoltare quantunque non garbino. Quella che
sembra a voi ingenua ritrosia, a me pare repulsa studiata sul
fondamento, che gli ostacoli irritano le passioni. Poichè le cose
vietate tanto più si appetiscono, così conta per avventura la donna
sopra l'ardore dell'animo vostro, onde precipitarvi colà dove ella vi
aspetta. Insomma, qui apparisce la rete tesa per trarre guadagno dalla
fiamma che vi accende. Umana cosa è amare; lasciarne vincere dai
ciechi moti dell'animo appartiene ai bruti. Quando io era giovane, ed
attendeva a siffatte novelle, non si badava così al minuto. Un
gentiluomo come voi, quando lo prendeva capriccio di qualche bellezza
plebea, la persuadeva con danari ai suoi piaceri. Se repugnava, e
questo so dirvi che accadeva di rado, almeno ai tempi miei, rapivala.
Se il parentado latrava gli si gettava un pugno di moneta in gola, e
taceva; imperciocchè il volgo abbai, come Cerbero, per avere l'offa.
Quando la donna diventava fastidiosa, e questo avveniva spesso, con
alquanto di dote si allogava; nè di partiti si pativa penuria, sì
perchè coteste creature compiacendo alle voglie di un gentiluomo non
saprei vedere in che cosa disgradino, e sì perchè bocca baciata non
perde ventura, ma si rinnuova come fa la luna....

Il Duca fece un gesto di orrore. Il Conte, imperturbato, sempre più
insisteva:

--No, figliuolo mio, non disprezzate il consiglio dei vecchi: io delle
cose del mondo ne ho viste assai più di voi, e so come le vanno
ordinariamente a finire. Badatemi, in grazia: io vi propongo un
partito di oro. Voi vi mettete, per così dire, a cavallo al fosso. _In
primis_ voi riducete in potestà vostra la ragazza; e qui sta il tutto,
o almeno la massima parte, e voi avete a convenirne; e poi, caso che
la vi riuscisse o Clelia, o Virginia, o la Pantasilea, e allora
sposatevela in santa pace, e buona notte, e buona guardia. Se potete
schivare cotesto scoglio del matrimonio, fatelo per quanto le forze vi
bastino; avvegnachè, sacramento a parte, il matrimonio sia proprio la
fossa dello amore; l'acqua benedetta lo spenge: quel _sì_ che egli
pronunzia, ed è come il vagito dello imeneo, è anche a un punto
l'ultimo sospiro dello amore in agonia: il matrimonio nasce dallo
amore come l'aceto dal vino[5]; oltrechè fuggirete la indignazione dei
parenti, e le dicerie del mondo, che non è poco guadagno. Voi mi
direte che e' sono morsi di zanzare, ed io ve la do vinta; ma quando
le zanzare si avventano a migliaia vi conciano il viso, che Dio ve lo
dica per me; e non possiamo trarre guai delle ferite ridicole e non
pertanto moleste: i quali tutti fastidii un uomo discreto cercherà
sempre, potendo, evitare.

--No, Conte, no; io vorrei darmi piuttosto di un coltello nel cuore...

--Adagio ai ma' passi; a gittarci via siamo sempre in tempo. Prima di
prendere il male per medicina, considerate prudentemente il negozio.
Voi vedete come la mia proposta vi presenti due casi, e al tempo
stesso due modi di risolverli. Voi, con quel sano giudizio che vi
trovate, governatevi a seconda delle circostanze.

--Ma e se la fanciulla mi prendesse in odio?..

--Vi rammentate l'asta di Achille? Ella sanava le ferite che faceva:
così amore sana la piaga di amore; e la bellezza ha la manica larga
per assolvere i peccati, che per virtù sua si commettono. Perdonerà,
non vi affannate, perdonerà; o che ha da cominciare adesso il mondo a
procedere per ritroso? Non vogliate cascare sul vergone come uccello
di passo. Le donne, più che non credete, sovente vi mostrano il viso
dell'uomo d'arme per provare il valore dello amante. A Sparta se il
marito volea trovarsi con la moglie l'aveva a rapire; nè ho rinvenuto
storici che raccontino, che le mogli se lo avessero a male. Ersilia
forse non amò Romolo? Dobbiamo spaventarci di un ratto noi altri
romani, che nasciamo dalle rapite Sabine?

Confuso il giovane, e aggirato da cotesti ragionamenti, si trovò come
strascinato giù per un terreno sdrucciolevole. La cupidità cammina
sempre con le tasche piene di cotone, per cacciarlo nelle orecchie
alla coscienza onde non senta i suoi spasimi. Nel delirio della
passione, il giovane, senza pure pensarvi, rispose:

--E come avrei a fare io? Io non sono uomo da questo. Da qual parte
incominciare? Dove trovare uomini i quali volessero mettersi per me a
cotesto sbaraglio?

Il Conte pensò, che il dabben giovane senz'altri conforti si sarebbe
rimasto in mezzo alla via; e poi gli venne adesso alla mente cosa, che
non aveva avvertito avanti; onde si affrettò di soggiungere:

--E gli amici che stanno a fare nel mondo? In questo bisogno posso
molto bene accomodarvi io. se non m'ingannava la vista. Così
favellando si accosta alla porta della sala, e, apertala, chiamò:

--Olimpio!

Il villano, come bracco che all'appello del cacciatore leva il muso,
drizzatosi in piedi, rispose con disonesta famigliarità:

--Ah! vi siete accorto finalmente che ci sono in esto mondo,
Eccellenza;--e brontolando soggiunse sommesso:--senza fallo vuol
mandare qualcheduno in paradiso.

--Vien qua.

E Olimpio andò. Quando fu entrato nella stanza, per quella soggezione
che anche i più impudenti plebei risentono dalla vista di arnesi e di
stanze signorili, si trasse il cappello, e giù per le spalle gli cadde
copia di chiome nere le quali, mescolandosi co' peli della barba, gli
davano sembianza di un fiume coronato di canne, come sogliono
effigiarlo gli scultori. Volto duro come intagliato in pietra serena:
occhi sanguigni infossati sotto sopracciglia irsute, più che ad altro
somiglianti a lupi dentro la lana; voce cupa e arrotata.

--Siamo sempre vivi, nè gli domandò il Conte sorridendo.

--Eh! proprio per miracolo di san Niccola. Dopo l'ultimo ammazzamento,
che commisi per vostra Eccellenza...

--Che vai tu farneticando, Olimpio? Che ammazzamenti, o non
ammazzamenti ti sogni?

--Trasecolo io? Per Cristo santissimo! di conto, ordine e commissione
vostra;--e battendo con la larga mano il banco. aggiungeva: qui mi
contaste i trecento ducati di oro, che non furono troppi;--ma tanto è;
io me ne contentai, e non ci è a ridire sopra. Se presi poco, mio
danno. Qui...

E siccome il Conte con le mani e con gli occhi ammiccava, che si
rimanesse da mettere più parole intorno a cotesto fastidioso
argomento,

--Oh! allora egli è un altro paro di maniche, proseguì
imperturbabilmente costui; potevate avvertirmi a tempo. Io credeva che
stessimo in famiglia, don Francesco; scusate. Per tornare ai miei
montoni, il Bargello mi si era fasciato intorno alla vita più stretto
della mia cintura; la corda ha rasentato più volte il mio collo, che
la mia bocca la foglietta: vedete, tutti gli alberi mi parevano
cresciuti in forma di forca. Adesso, in questo arnese, io quasi non
ravviso più me stesso; epperò mi sono avventurato a ritornare, perchè
l'ozio, vedete, egli è propriamente padre de' vizii: ed io, non avendo
a fare più nulla, mi era perfino ridotto a lavorare. Se in questo
mezzo tempo a qualche vostro nemico fosse cresciuta qualche gola di
più, che non vi piaccia ch'egli abbia, siamo qua agli ordini di vostra
Eccellenza.

E con la destra fece un atto orizzontale al collo.

--Tu arrivi, si può dire, come le nespole in ottobre; e vedrò così
adoperarti a trarre un fuscello, dacchè travi per mano a quest'ora non
ne abbiamo;--ma, te lo ripeto, egli è quasi un nonnulla, una eleganza
del tuo mestiero,--tanto per rimetterti in filo.

--Udiamo, via.--E il masnadiero usando della terribile domestichezza
che il delitto suol porre fra i complici, si mise a sedere. La gamba
destra accavallò alla sinistra, e il braccio sinistro puntò sul
ginocchio alzato; sopra la mano aperta appoggia la faccia, e quivi,
con gli occhi chiusi, il labbro inferiore sporgente in fuori, parve
atteggiato a profondo raccoglimento.

--Questo giovane gentiluomo, ch'è il clarissimo signor Duca di
Altemps..., incominciò a favellare don Francesco,

--Bè!--E senza schiudere gli occhi, appena fece il masnadiero un
lievissimo cenno col capo.

--Ha concepito un furioso amore per certa fanciulla...

--Delle nostre, o delle vostre?

--E che so io? Una camerista...

--Nè nostra, nè vostra; notò Olimpio, alzando le spalle in atto di
disprezzo.

--Ricercata di amore, si avvisa a starsi sul sodo. La proteggono i
Falconieri, che se stessero a patrimonio come a superbia, a noi
converrebbe far la sementa in mare. Ella ripara in casa loro, e questo
le cresce baldanza; forse, e senza forse, vi sarà di mezzo qualche
lussuria di prelato, la quale non ho voglia, nè tempo verificare
adesso: comunque sia, ciò fa impaccio al signor Duca...

--Chi mi chiama?.. interrogò il Duca riscuotendosi a un tratto.

--Povero giovane, ve' come lo ha concio la passione! Giuoco, che voi
non avete inteso parola di quanto abbiamo favellato fin qui Olimpio ed
io?

Il Duca abbassava la faccia, e arrossiva.

--Per concludere, Olimpio, bisogna che tu la levi, e la porti colà ove
ti verrà indicato.

--Comandate altro, Eccellenza?...

--Per ora no. Tu farai d'introdurti nel palazzo; e, non potendo
altramente, scasserai qualche porta, o ferrata terrena. Se anche
questo non ti riuscisse, ti aiuterai con una scala di corda...

--Azzittatevi; voi portate la febbre a Terracina. Il calzolaio, salvo
vostro onore, non ha a passare la scarpa. Queste cose io so bene da
me, con qualcheduna altra ancora che non sapete voi. Lasciatemi
contare... Uno... due... tre... mi vi abbisognano quattro compagni.

--E tu li troverai...

--Bisognerà procurarci pistole e cavalli.--Quanto avete disegnato
spendere intorno a questa impresa?

--Ma!--Non ti parrebbe abbastanza un cinquecento ducati?

--No, signore, non bastano. Fatta la parte ai compagni, levate le
spese dei cavalli e delle armi, mi riviene una miseria.

--Orsù; non ci abbiamo a guastare fra noi. Vadano ottocento ducati,
oltre le grazie e i favori grandi, che puoi sperare da me...

--Farò ammannire le carra per portarmeli a casa. Fatta la festa si
leva l'alloro. Don Francesco, diamo un taglio a queste novelle;
aspettate a pascermi di rugiada quando vi apparirò davanti in
sembianza di cicala.--Dove ho da portare la ragazza?

--Nel palazzo del signor Duca, o in qualcheduna delle sue vigne, che
t'indicherà...

--Ecco un granciporro, Eccellenza. Se la Corte prende fiato della
cosa, i primi luoghi che verrà a perquisire saranno le dimore del
signor Duca. Procurate dunque prendere a fitto, o farvi imprestare da
persona segreta qualche vigna remota in città; ma meglio sarà torla a
fitto, impiegandovi persona che non sia punto dei vostri...

Il Conte aveva guardato in faccia Olimpio, e sorriso in modo strano,
quasi schernendolo di non essere stato compreso: poi erasi accomodato
al banco, e posto a scrivere. Il masnadiero mosse al giovane Duca
alcune interrogazioni brevi ed aspre. Questi rispondevagli a modo di
smemorato: sentivasi travolto come foglia dal turbine: era caduto
sotto la potenza del fascino, che alcuni serpenti pur troppo gittano
sopra gli animali vicini: voleva protestare, si provava a fuggire, e
non poteva. Quando gli sembrava esser prossimo a rompere lo
incantesimo con lo aiuto di Dio, ecco affacciarglisi al pensiero la
immagine dell'amata donna, ch'ebbra anch'essa di amore gli gittava le
braccia al collo... Allora un diluvio di fuoco gli scorreva le vene;
le arterie gli battevano così, che per poco non gli si spezzavano; e
se il ratto fosse avvenuto subito, non gli sarebbe parso presto
abbastanza. La gioventù, il desiderio e la speranza ordiscono tale una
catena, dentro la quale l'anima onesta e appassionata spesso si
dibatte, ma di rado la spezza; se poi vi si aggiungano eccitamenti,
non è cosa umana potere resistere. Il cattivo genio aveva vinto, e il
buono si allontanava cuoprendosi il volto con le ali. Il Conte,
quantunque attendesse a scrivere, pure sentiva la vittoria del vizio
su la virtù dello ingenuo giovane; sicchè soffermatosi ad un tratto,
domandò sbadatamente:

--A quando la impresa?

--Facendo i miei conti, ormai vedo che fino a domani notte non ci
posso entrare,--rispose Olimpio.

--Domani notte, eh! Ma tu non sai, che l'orologio a polvere, col quale
la passione misura il tempo dello aspettare, è la sua fiaccola, di cui
gitta le gocciole accese sul cuore del povero amante? Tu invecchi.
Olimpio, nè sei più quel desso. Prima potevano stamparti sul viso:
_cito ac fidelis_, ch'è la impresa delle Decisioni della sacra Ruota
Romana, la quale impresa però non impedisce che le liti non durino
quanto lo assedio di Troia, e sieno traditrici da disgradarne Sinone.
Dunque dopo il trotto contentiamoci del passo: a domani. Brevi istanti
appresso, piegando il volto verso il Duca, domandava di nuovo:

--Quantunque per natura io rifugga da ogni maniera di indiscreta
curiosità, pure non posso resistere alla voglia di conoscere il nome
della vostra innamorata. Vorreste essermi cortese di compiacermi,
signor Duca?

--Lucrezia...

--Oh! Lucrezia. È par fatale, che queste Lucrezie abbiano a mandar
sempre sottosopra i nostri cervelli romani. Questa volta però non farà
cacciare i re da Roma: vi stanno i papi, e con bene altre radici, che
Dio li prosperi, e con bene altre virtù, che non erano quelle di
Tarquinio; e Rodrigo Lenzuoli basti per tutti.--La Italia può fare a
meno piuttosto del sole, che del Papa; senza quelle benedizioni _urbi
et orbi_ non crescerebbero i baccelli.--E riprendendo a scrivere,
quasi per eccesso di brio mormorava:--Crezia, Creziuccia,
Crezina,--ardo per voi la sera e la mattina...--Terminato lo scritto,
si levò in piedi dicendo:

--Olimpio, io mi figuro che tu abbia a recitare i tuoi rosarii; sicchè
sarà bene che tu te ne vada. Avverti che non ti veggano uscire di casa
mia; perocchè, quantunque tu sii meglio del pane, e onesto a prova di
maglio, tu capisci bene che si possono avere amicizie migliori delle
tue.--Marzio!

E Marzio comparve.

--Marzio, accompagna questo evangelista, per le scale di ritirata,
all'uscio del giardino che sta sul chiasso. Addio; mi raccomando alle
tue sante orazioni.

                                ------

--Come va, compare?--mentre Olimpio andava, così, battendo sopra la
spalla di Marzio, lo interrogò.

--Come piace a Dio,--rispose Marzio un po' duramente. E l'altro:

--Oe, che non mi ravvisate, Marzio?

--Io no...

--Guardatemi meglio, e vedrete che parrà a voi quello che pare a me.

--E che par egli a voi?

--Pare che noi saremmo un magnifico paio di gioie attaccati alle
orecchie di donna forca.

--Olimpio, siete voi?

--Lo spirito della forca ci fa come lo aceto nel naso; rischiara lo
intelletto, e richiama la memoria...

                                ------

--Conte, prese a dire il giovane Duca esitando; io temo mostrarmi
ingrato al consiglio ed aiuto vostri... e non pertanto sento non vi
poter ringraziare. Dio... (ma io faccio male a invocare il suo santo
nome in questa trista faccenda,--sarebbe meglio ch'ei non ne sapesse
nulla). La fortuna dunque operi, che non vada a finire in pianto.

--E la fortuna è per voi; perocchè, come femmina, ella ama i giovani,
e gli audaci. Se Cesare non passava il Rubicone, sarebbe diventato
Dittatore di Roma?

--Sì; ma neppure gl'idi di marzo lo avrebbero veduto trucidato sotto
la statua di Pompeo.

--Ogni uomo porta, nascendo, l'ascendente della sua stella. Avanti
dunque. Voi non potete fallire, che vi sovviene copia di autori
volgari, greci e latini. D'altronde perchè repugnate commettervi alla
fortuna? Ella governa il mondo. Vedete Silla, che più di ogni altro
seppe accomodare le differenze con la scure, le dedicò il bel tempio
di Preneste.

E così confortando accomiatava il male arrivato giovane, il quale
uscendo andava a balzelloni; tanto scompiglio gli avevano messo nella
mente le parole del Conte, e le cose alle quali egli aveva assistito.
Sentiva il male, presagiva peggio; ma ormai spinto sul pendio del
misfatto, non sapeva ritrarsene. La passione, il boa feroce
dell'anima, lo stringeva sempre più veemente, e soffocava in lui
l'ultimo alito di virtù.

Il Conte, appena partito il Duca, recatosi in mano il foglio vergato
poc'anzi leggeva, soffermandosi di tratto in tratto per ridere
clamorosamente:

«Reverendissimo, et illustrissimo Monsignore.--La maggiore empietà,
che abbia mai inquinato questa sede augustissima et felicissima della
vera nostra religione, sta per succedere. Il duca Serafino D'Altemps,
per compiacere a sfrenatissime voglie, trama rapire domani notte,
armata mano, dal palazzo dei Falconieri la onesta fanciulla Lucrezia,
camerista in casa dei prelodati clarissimi signori. Accompagnano il
Duca, complici del delitto, tre o quattro dei più solenni banditi
capitanati dal famoso Olimpio, cercato da due anni dalla Corte per
ladronecci e assassinamenti, con la taglia di trecento ducati di oro.
State su l'avvisato, che si tratta di gente usa a mettersi ad ogni
sbaraglio, e il pericolo aumenta la fierezza.--Di tanto vi avvisa un
osservatore del buon governo, e zelante dell'ordine, e della
esaltazione di santa Madre Chiesa. Roma li 6 agosto 1598.»

--Va bene: la scrittura non può conoscersi per mia: questa fra un'ora
sarà nelle pietose mani di monsignor Taverna.--La piegò, e la suggellò
improntandovi sopra una croce, e scrivendovi: A Monsignore Ferdinando
Taverna governatore di Roma.

--A tutto signore tutto onore: egli è Duca, e va proprio trattato da
pari suo. A cotesta perla del Principe Paolo penseremo più tardi. E
poi ci liberiamo da Olimpio, se pure non giunge anche per questa volta
a scamparla. La rete è tesa nelle regole dell'arte; ma

    _Rade volte addivien, che alle alte imprese
    Fortuna ingiuriosa non contrasti._


NOTE

  [1]  Tennemi Amore anni _ventuno_ ardendo
       Lieto nel foco, e nel duol pien di speme:
       Poichè Madonna, e il mio cor seco insieme
       Salirò insiem _dieci_ altri anni piangendo.

                                  PETRARCA.

  [2]  Se io avessi pensato, che sì care
       Fossin le voci dei sospir miei in rima,
       Fatte io le avrei dal sospirar mio prima
       In numero più spesse, in stil più rare.

                                  PETRARCA.

  [3] Durante la sommossa avvenuta in Inghilterra volgendo l'anno 1378
    della Era volgare, Giovanni Ball predicava: gli uomini tutti
    discendere da uno stipite comune; uguali essere i diritti loro
    alla libertà, ed ai beni della terra; arnese di tirannide ogni
    maniera di distinzioni. La plebe infuriando cantava la canzone, di
    cui il concetto corrisponde alle parole del testo:

        When Adam delv'd, and Eve span
        Where was then the gentleman?

    La pratica del comunismo ha preceduto di gran lunga la teoria. Il
    popolo in cotesta occasione, come sempre, chiese troppo; i
    possidenti, rappresentati allora dal Re, concessero quanto ei
    volle; e se più domandava, e più gli davano, rilasciando delle
    concessioni fatte patenti solennissime. Passata la burrasca il Re,
    ricercate in prima diligentemente le carte delle patenti le abolì,
    e ritolse ogni cosa; e quello, che parve duro in quel tempo, e non
    pertanto si è veduto ripetere perpetuamente, ricercò, e spense di
    mala morte i miseri popolani, che fidandosi in lui avevano posate
    le armi. Per modo che sembra oggimai doventato assioma nei
    rivolgimenti umani: chiedere troppo, e male; promettere tutto, e
    attender nulla; donde la necessità di nuove agitazioni. Vicenda
    perpetua di violenza, e di frode! E quando il popolo torna alla
    catena, se Salomone lo percuoteva co' flagelli Roboamo lo
    strazierà con li scorpioni. Tuttavolta varia apparve la ragione
    dei tempi: nei barbari, come vedete, i possidenti o privilegiati
    attesero a raccogliere i documenti, e distrussero questi molesti
    testimoni della frode: negli altri, celebrati civili, carte,
    documenti e giuramenti lasciansi stare: invece di sgombrarne la
    strada, par cosa più spacciativa saltarci sopra a piè pari, e
    tirare innanzi pel suo cammino. Se veramente siasi progredito,
    lascio che altri giudichi; però, in fatto di pudore, lo scapito è
    sicuro.

  [4] Nel così detto _Album_ di certa Marchesa Pallavicini di Genova
    io lessi scritto dalla mano della Marchesa du Devant, conosciuta
    nel mondo letterario col nome di Giorgio Sand, questo concetto:
    «Fumo di gloria non vale fumo di pipa.» Le pipe ed il tabacco, nei
    tempi della storia che raccontiamo, erano diventati assai comuni.
    Francesco Hernandez, medico e naturalista spagnuolo, lo introdusse
    primo in Europa. Dicono che Francesco Drake lo portasse in
    Inghilterra ai tempi del Cromwello; ma si trova eziandio, che il
    famoso cavaliere sir Riccardo Raleigh fumasse tabacco fino dal
    regno della Regina Elisabetta; e si aggiunge la storia del servo,
    il quale temendo prendesse fuoco il padrone mentre gittava fumo
    dalla bocca, andò cheto cheto per un bugliolo di acqua, e glielo
    rovesciò sul capo. Nicot, ai tempi di Caterina, ne portò la pianta
    in Francia; donde chiamasi _nicotina_ il veleno, che se n'estrae,
    e figurò tanto funestamente nel processo Bocarmè. La pianta stessa
    _nicoziana_ ebbe anche nome di erba _tornabuona_, perchè Niccolo
    Tornabuoni ne introdusse la coltivazione in Toscana nel 1570; ed
    erba _della Regina_, perchè Caterina dei Medici incominciò ad
    usarne la polvere: ma il nome rimastole è tabacco, da Tobasco
    paese ove prima la osservò l'Hernandez.

  [5] «... il matrimonio deriva dallo amore, come l'aceto dal vino:
    bevanda sobria, acida, e dispiacevole». _Byron_, Don Giovanni.
    Canto III.



CAPITOLO IV

LA TENTAZIONE.

                     O male, o persuasore
                       Orribile di mali,
                       Bisogno......
                             PARINI, _Il Bisogno._


Entrarono i giovani sposi. L'uomo baciò affettuoso la mano al Conte:
la donna volle fare lo stesso; ma il fantolino, che teneva in collo,
gittando uno strido glielo impedì. Fu caso quello, o piuttosto
presentimento? L'uomo non conosce le arcane virtù della natura. Il
Conte guardò fisso la donna; e vedendola maravigliosamente bella i
suoi occhi si aggrinzirono, e le pupille mandarono un baleno.

--Chi siete voi, buona gente, e in che cosa posso accomodare ai
bisogni vostri?

--Eccellenza, incominciò il giovane, o non mi ravvisa ella più? Io
sono il figliuolo di quel povero falegname... si ricorda?.. rovinato,
or fanno appunto quaranta mesi,... e se non era la sua carità egli si
sarebbe gettato nell'acqua.

--Ah! ora me ne sovviene. Voi vi siete fatto uomo, garzone mio; ed il
buon vecchio del padre vostro come si porta egli?

--Il Signore lo ha chiamato a se. Creda, Eccellenza, che il suo ultimo
sospiro fu per Dio, e il penultimo per la sua famiglia e per lei:--non
rifiniva mai di mandarle benedizioni, ed augurarle dal cielo tutte le
prosperità, che da uomini possano desiderarsi maggiori.

--Dio lo abbia nella sua santa pace. E queste sono la moglie, e
creaturina vostre?

--Per l'appunto, Eccellenza. Appena mia moglie è rientrata in santo,
mi è parso bene di fare il mio dovere conducendola a renderle
reverenza e offrirle grazie col cuore, perchè, dopo Dio, noi ripetiamo
da lei la nostra felicità.

--Voi siete felici?

--Felicissimi, Eccellenza, se la memoria del perduto genitore non
venisse di tratto in tratto a turbarmi;--ma i suoi anni erano molti, e
morì come un fanciullo che si addormenti... Egli non aveva rimorsi su
l'anima.... e le sue notti io le so dire ch'ei le dormiva
tranquille... povero padre!--E sì dicendo si asciugava le lacrime.

--E voi, donna, vi sentite felice?

--Sì, prima la Vergine benedetta, e più che non si può immaginare col
pensiero, o riferire con parole. Michele vuol bene a me; io lo voglio
a lui; tutti e due ne vogliamo tanto e poi tanto a questo bello
angiolo nostro. Michele guadagna da camparci, e ce ne avanza;--sicchè,
Eccellenza, ella vede che non chiamandoci soddisfatti sarebbe proprio
un mormorare contro la provvidenza di Dio.--Queste cose dicendo la
donna appariva sfavillante.

--Voi siete dunque felici?--domandò il Conte per la terza volta con
voce cupa.

--E si può dire in grazia sua, Eccellenza. Entrando in casa di Michele
io ho appreso a venerare il suo nome. La prima parola che insegnerò al
mio bello angiolo, sarà benedire il nome del caritatevole barone
Francesco Cènci.

--Voi mi riempite il cuore di dolcezza, disse il Conte dissimulando la
rabbia che lo soffocava; e per infingersi meglio baciava in fronte, e
vezzeggiava il fanciullo:--buona gente! anime degne! Però quel poco,
che io feci, non merita tante grazie; e a fine di conto, a noi altri
favoriti con copia di beni corre obbligo grande sovvenire ai poverelli
di Cristo. A che buono il danaro, se non per riparare qualche
sventura? Havvene forse del meglio speso di questo? Non lo mettiamo a
usura su le banche del paradiso, dove ci vien reso a mille contanti il
doppio? Sono io dunque, carissimi, che devo ringraziarvi per avermi
offerta occasione di fare del bene.--Qui tratta fuori una cassetta del
banco, prese un pugno di ducati d'oro e gli offerse alla donna; la
quale, fattasi in volto tutta vermiglia, andava schermendosi; ma il
Conte insistendo, diceva:

--Prendete, figliuola mia, prendete. Voi mi avete fatto torto quando
non mi avvisaste della nascita di questo bel putto; che toccava a me
essergli compare. Compratevi una collana, e portatela al collo in
espiazione del peccato commesso: guardate di farvi riuscire ancora un
guarnelletto sfoggiato al fanciullino, perchè quantunque per bello ci
passi il segno, pure sapete come dice il poeta?

    _Sovente accresce alla beltà un bel manto._

Io vo' che la gente, in vedendolo, esclami: oh avventurosa colei
ch'ebbe così bel portato;--e il vostro cuore di madre esulterà.

La giovane madre dapprima sorrise; poi da quelle soavi parole, che le
fioccavano sul cuore, si sentì conquisa, e pianse, senza però cessare
il sorriso; come quando, in primavera, piove a un punto e risplende il
sole, mentre le gocce cadenti disegnano in cielo l'arco maraviglioso,
che noi reputiamo testimonianza del patto di pace fermato da Dio con
gli uomini... E fosse pur troppo così!

--Continuate ad amarvi--prosegue il Conte con la voce solenne di un
padre;--la gelosia non turbi il sereno dei vostri giorni; nè mai altra
casa possa piacervi più della vostra: vivete tranquilli e nel santo
timore di Dio. Qualche volta rammentatevi nelle vostre orazioni di me,
povero vecchio, che non sono... oh! credetemelo, non sono quale vi
appaio per avventura felice; (--e qui il Cènci di pallido, come
ordinariamente egli era, diventò livido--) e se in alcun bisogno
vostro penserete a me, siate persuasi che voi troverete viscere
paterne.

I giovani sposi si chinarono per abbracciargli le ginocchia; ma egli
nol volle consentire affatto, e con voce ed atti benigni gli rimandò
con Dio. Passando per la sala essi non rifinivano mai di esclamare:

--Oh il pietoso signore! Il caritatevole gentiluomo!

Gli staffieri udendo simili parole sogguardavano l'uno l'altro facendo
spallucce; ed uno fra loro, il più audace, sussurrò fra i denti:

--Che il diavolo si sia fatto cappuccino?

--Felici! felici!--ruggì Francesco Cènci dando libero sfogo alla
collera male repressa;--e vengono a dirmelo proprio in faccia! Lo
hanno fatto a posta per tormentarmi con la vista della loro
contentezza! Questo giudico il più atroce insulto, che io mi abbia
sofferto da un pezzo a questa parte!--Marzio! Va, corri tosto, e
raggiungi Olimpio; riconducilo qui; affrettati, dico; se torni, prima
che suoni l'_Angelus_, insieme con lui, ti do dieci ducati.--Io vi
farò vedere se, senza piangere lacrime di sangue, uom possa venire a
dichiarare in faccia al conte Francesco Cènci, ch'egli è felice.

In questo punto, e certo non gli fu ventura, ecco entrare pian piano
il degno sacerdote: _Omnes sitientes venite ad aquas_, giubbilava
dentro il cuor suo, comecchè stringesse in fascio i lembi della toga
stracciata; ma da cotesta beatitudine lo trasse fuori il cupo
brontolìo di Nerone. Il prete (tanto scordevole egli era delle
ingiurie più triste!) si risovvenne allora del cane nemico, e parve la
moglie di Lot quando si volse indietro a guardare lo incendio di
Sodoma.

--Silenzio, Nerone!--Reverendo, accostatevi senza sospetto.

Il Prete, ripreso alquanto di coraggio, mosse qualche altro passo a
sghembo come costumano i granchi; e, invitato a sedersi, si pose sopra
l'angolo estremo della sedia, rannicchiato a modo di civetta sul canto
del tetto.

--Parlate, Reverendo; sono ai vostri comodi.

--Ed io punto ai miei,--pensò il prete, ma non lo disse; e invece
favellò:

--La fama...

Nerone udendo la voce del prete torna a brontolare, e il prete subito
si drizza impaurito; sgridato il cane si riacqueta, e il prete si
attenta da capo ad aprire la bocca. Badando sempre con occhio obliquo
la bestia, che malediceva in cuor suo, egli riprese:

--La fama, che suona delle magnanime vostre imprese per tutto il
mondo....

--E per Roma....

--Questo s'intende da se, caro lei, perchè Roma fa parte del mondo...

--E per questo appunto io lo diceva...

--E vi pareggia a Cesare...

--A quale dei due, Reverendo, a Giulio o ad Ottaviano?

--Questo non ispiega bene la fama; ma io mi figuro a quello che fece
tanti regali al popolo romano in vita e in morte.

--E sapete voi perchè egli poteva donare tanto?

--Eh! mi figuro perchè ne aveva...

--Certo, ne aveva perchè gli rubò da tutto il mondo; e questo debito è
cascato addosso a noi altri nipoti, e ci tocca a pagarlo con le usure,
vi dico io...

--Ah! tocca a lei pagare i debiti di Giulio Cesare?

--E voi siete venuto qui in mia presenza a paragonarmi con cotesto
insigne ladrone di provincie e di regni?...

Il Prete confuso malediceva l'ora, che gli venne in mente recitare una
orazione di lunga mano composta: era meglio che avesse favellato,
secondo il solito, così alla buona. Ah!--pensava--potessero farsi le
cose due volte!--Poi tutto umiliato sussurrava...

--Perdoni, per lo amore di Dio... io non credeva... avendo tolto a
imitare la orazione di monsignor Giovanni della Casa a Carlo V...
che...

--Ascoltatemi, favellò il Cènci, deposto a un tratto il suono
scherzevole, e assunto un cipiglio severo. Io sono vecchio, e voi più
di me: però del tempo non ne avanza a me nè a voi: parlate dunque
netto, e spedito. Tutte le cose lunghe mi vengono a fastidio,--anche
la Eternità.

Il Prete, preso alla sprovvista, non sapeva da qual parte rifarsi;
quel subito trapasso dal dolce all'agro lo aveva sbalordito: in oltre
la ultima proposizione del Conte gli pareva mal sonante, ed eretica.
Finalmente, come uomo a cui un buffo di vento sopraggiunga impetuoso a
portar via le carte accomodate sul banco, parlò con tronchi accenti:

--Eccellenza... lei vede in me un prete... e per di più curato di
campagna... La mia Chiesa rassembra proprio un crivello... l'acqua
piovana scende giù dal tetto, e si mescola col vino delle ampolle...
Un melogranato cotto in forno, a paragone della mia Canonica sdrucita,
può figurarsi una pina verde... talora, quando piove, mi trovo
costretto a starmi in letto coll'ombrello aperto, e non basta. Sa ella
con che cosa mi tocca ad asciugarmi il viso?.. lo sa?

--No certo.

--Con Rodomonte.

--E ch'è egli questo Rodomonte?

--Il gatto della canonica; ma egli alla peggio la rimedia pei tetti; a
me e a Marco, che non possiamo andare a procacciarcelo sul tetto,
spesso manca il desinare e la cena; ed io sospiro, e Marco raglia.--Ho
una tonaca sola... o piuttosto, come dice Cremete negli
_Autontimerumeni_, ignaro se il suo figlio tuttora viva,--non saprei
più dire se io l'abbia, o se io non l'abbia:--veramente ella era
lustra da potermivi guardare dentro; ma alla fine con qualche rammendo
poteva tirar su fino a dicembre... ed ora il cane di vostra Eccellenza
miri come me l'ha concia!.. E sporgendo il lembo, la sua voce prendeva
la intonazione dello _stabat Mater dolorosa_.

--Non pronunziaste voi il voto di povertà? Perchè vi lagnate di uno
stato, che tanto si accosta alla perfezione? Ah! questa perfezione non
vi piace; amereste meglio essere imperfetto con qualche migliaio di
scudi di entrata, che perfetto, e più che perfetto in povertà?
Prendetevela con l'Autore di questa grammatica, che voi altri preti
non volete capire. Gesù Cristo vi ha predicato non essere i vostri
beni sopra questa terra: guardate il cielo, e sceglietevi là il vostro
campo; lo spazio, grazie a Dio, non manca. Ma voi fate orecchie di
mercante, e dite in cuor vostro: la doppia è il Padre, la mezza doppia
il Figlio, il terzo di doppia lo Spiritossanto, e credo fermamente che
una discenda dall'altra.

    _Godete, Preti, poichè il vostro Cristo
    Dai Turchi e dai Concilii vi difende_[1].

Vergogna, Reverendo; vergogna questo darsi continuo pensiero di cose
mondane! Quando la Chiesa costumava calici di legno possedeva
sacerdoti di oro; e questo dice san Clemente di Alessandria. Ora
ch'ella ha calici di oro, i preti son diventati di legno:--e sapete
voi, Reverendo, di quale legno? Del legno, che il santo Evangelo
dichiara doversi recidere perchè infecondo, e gittare sul fuoco...

Il povero Curato sostenne cotesta bufera di male parole come un
veterano la scarica delle palle nemiche; poi con un sospiro esclamò:

--Ah! san Clemente Alessandrino era un santo dottissimo; ma non credo
che gli bisognasse stare a letto con l'ombrello aperto quando
pioveva...

--Sia; patite difetto di cose necessarie alla vita? Ebbene, ricorrete
agli opulenti prelati. Forse non ebbero assai? Ma che volete da noi,
l'ultima stilla di sangue? Andate, picchiate ai palagi dei Vescovi;
bussate alle porte degli Abbati... bussate, vi dico, e vi sarà aperto;
chiedete, e vi sarà dato: _pulsate et aperietur vobis_, è stato detto
da cui non può fallare.

--E' pare che cotesti dignitarii spesso si trovino per faccende fuori
di casa, perchè io mi son provato a battere alle porte loro; ma
vedendo che potevo rompermici le noccola prima che da qualcheduno mi
venisse aperto, me ne sono rimasto.

--Voi, clero minuto, siete proprio gregge; e così sogliono chiamarvi i
grassi prelati, perchè verso di voi si comportano da veri pastori.
Infatti qual è la parte di pastore, per cui diritto vede, che seco voi
non adoperino? Forse non vi mungono? non vi tosano? non vi
arrostiscono scorticati, e vi mangiano?--Orsù, ardite ribellarvi
contro la iniqua gerarchia: pubblicate al mondo in qual modo sopra un
solo capo, o per simonia, o per patto di lussuria, o in modo altro più
turpe, si cumulino benefizii, prebende e abbadie, le quali da un lato
fanno preti oziosi, superbi, viziosi, e ribaldi; dall'altro poveri,
vili, abietti, e ribaldi: palesate che le riforme dei Concilii non
hanno riformato nulla: manifestate come questo tristo collegio
d'ipocriti farisei ad altro non attende, che a impastar pane con la
farina del diavolo. Costringete i parasiti a tenervi a parte della
mensa, che lautissima da lungo tempo imbandiscono, e per lungo tempo
ancora imbandiranno loro la ignoranza e la follia degli uomini.

Il Curato, atterrito da quel turbine di eresie, volse attorno gli
occhi con riguardo, e poi sotto voce osservò:

--Eccellenza, per lo amore di Dio voglia rammentarsi che qui in Roma
vi è una qualche cosa, come sarebbe il Santo Uffizio, e il castello
Sant'Angiolo.

--Avete paura? Bene; ma se imparaste a tremare, apprendete ancora a
soffrire. La pecora lecca la mano che le taglia la gola. Esempio
sublime, e lodato meritamente, della perfetta obbedienza. O piuttosto,
perchè disertaste voi la bandiera della natura? Perchè abbandonaste la
vanga paterna per comandare dalla polvere? Quando voi preti vi
allontanate dalla campagna vi piangono dietro le viti, e gemono i
solchi. Tornate a lavorare l'altrui podere, servi fuggitivi. La terra
vince di amore qualsivoglia tenerissima madre; ella vi nutre, ella vi
veste, ella vi seppellisce: che cosa volete di più, indiscreti? Vi
lagnate che la natura vi abbia diseredato: bugiardi! vi è mai forse
mancata la terra? Dove stanno sepolte le migliaia di generazioni, che
vi precederono? Sotto terra. A cui di voi, nascendo, madre natura non
destina tre braccia di terra, e a taluno anche più?--A voi questa
storia non garba. Il breviario pesa meno della zappa. Voi volete
godere qui il paradiso, che agli altri promettete di là. Scalabroni,
vi piace gustare senza fatica il mele raccolto dalle api? Ma le api
adoprano l'aculeo per cacciar via i ladri; l'uomo non sa valersi del
suo giudizio per liberarsi da voi altri. Ditemi un po', Reverendo, non
vi pare che l'aculeo dell'ape, tutto bene considerato, meriti più
pregio assai della ragione umana?--Orsù; vivete come vi aggrada,
morite come vi piace, ma levatevi dintorno a me. Da me voi non avrete
uno scudo. Da camparvi vi fu dato. Io non ho danaro per sopperire alle
morbidezze vostre;--io non posso fare le spese ai vizii vostri; e voi
ne avete più, che figli Giacobbe, quantunque un vizio costi più di tre
figliuoli.

    _Credete voi però, Sardanapali,
      Potervi fare hor femine, hor mariti,
      E la Chiesa hor spelonca, et hor taverna;
    E far tanti altri, ch'io non vo dir, mali,
      E saziar tanti, e sì strani appetiti,
      E non far ira alla lenta superna?_[2]

Il povero Prete era come colui, che, essendo lontano da casa, sorpreso
da un rovescio di acqua nell'aperta campagna, piega le spalle, e sta a
pararne quanta Dio ne manda. Però, percosso dall'abbominazione
dell'ultimo rimprovero, levò gli occhi al cielo, e non potè
trattenersi da dire:

--In quanto a Verdiana, Eccellenza, ch'è la fantesca la quale io tengo
in casa, le giuro per Quello, che non vuol che giuriamo, ella è si
antica, da potere aver portato sassi quando fabbricavano il Colosseo.
Ma pare a lei, che un uomo della mia età e del mio carattere possa
attendere a siffatte scostumatezze? Poh!

--Perchè no? Ossa vecchie e legna secche avvampano più presto.

    _.........i' sarei preso ed arso
    Tanto più, quanto son men verde legno,_

diceva messer Francesco Petrarca; e delle cose di amore il canonico
Petrarca intendeva assai addentro, e più disonestamente, che non ci
vuol dare ad intendere il vecchio peccatore--perocchè ei fosse dei
vostri...

E il Prete, levando in alto le mani e il viso, esclamò pietosamente:

--Gesù! che cosa mi tocca a udire!

Il Conte Cènci con l'indice della mano destra all'improvviso descrisse
un segno orizzontale sopra la fronte, quasi disegnasse mutare registro
allo strumento, e con voce più mansueta riprese:

--Oh! non lo diceva mica per voi, povero sacerdote, che siete così
attrito dallo stento, da assomigliarvi a san Basilio. Quando mi
capitasse la voglia di palesare i fatti miei a qualcheduno, fate conto
che non vorrei confessarmi ad altro sacerdote che a voi. Or via,
tregua alle parole, Curato mio dolce. Quanto danaro vi abbisogna per
restaurare chiesa o canonica, comperarvi una tonaca nuova per riparare
la fellonia di Nerone, ed una mezza dozzina di asciugamani per
lasciare in riposo la pelle di Rodomonte?

--Dirò... Verdiana ed io abbiamo fatto le mille volte il conto; ella
su le fodere del lunario, io sopra i margini del breviario, e non ci
siamo messi mai d'accordo; ch'ella dice più, ed io meno: ma io
crederei che con un dugento di ducati ci si potrebbe incastrare.

--Dugento ducati! Misericordia! ma che sono eglino diventati prugnòli?

--E con meno non ci è propriamente a rimediarla,--riprese il Prete
incrociando le dita delle mani e appoggiandosele alla pancia;--e noti,
che ci aggiunterei una quarantina di ducati che conservo nello
inginocchiatoio accanto al letto, e che mi costano da quarantamila
digiuni non comandati.

--Uditemi, Reverendo; io non sono ricco abbastanza da accogliere la
presunzione di restaurare la casa di Dio. Egli è padrone del buon
tempo e del cattivo; e se lascia piovere in casa sua, segno è certo
che l'acqua piovana gli piace. Io vi darò cento ducati, ma ad una
condizione.

--E quale, Eccellenza?

--Che voi, insieme ai quaranta vostri, gli adoperiate unicamente a
restaurare la canonica, corredarvi di masserizie necessarie, di
asciugamani, di una tonaca per voi, ed anche di una veste per
Verdiana...

--Mai no, Eccellenza, mai no; piacemi la casa risarcita, piaccionmi le
masserizie, e la vesta per Verdiana mi piace assai più della tonaca
mia; ma le cose del Signore hanno da andare innanzi ad ogni privata
comodità. Su questo punto Verdiana ed io siamo di un medesimo cuore, e
non ci patirebbe l'animo di fare nostro prò neppure di un bagattino,
se non avessimo provveduto prima alla casa di Dio....

--Che cosa andate voi bestemmiando di casa di Dio? Ha egli mestieri di
casa per ricovrarsi dalla pioggia, o dalla bruma della notte come noi
altri? Casa di Dio è l'universo; sono le stelle, il sole, la luna, e
tutto quanto vive, vegeta e cresce quaggiù. Tutto è Dio. In tutto
penetra, da tutto emana la Divinità. Dio vuolsi adorare nelle
magnificenze della natura, nelle opere dello intelletto, nella
innocenza e nella sensibilità dell'uomo.

--Signor Conte, rispose il Curato mettendosi la destra sul cuore, e
con dignitosa semplicità, io sono un uomo povero d'intelletto: credo
quello che i miei padri credevano, e non cerco più oltre. Io so
eziandio che lo spirito umano spesso si spinge temerariamente a tal
punto, dove non comprende più nulla; e allora, fra il dubbio che
tormenta e la fede che consola, parmi cosa savia attenermi alla
fede.--

Queste schiette parole punsero sul vivo il Conte Cènci, il quale
studiando dissimulare la ferita con la moltiplicità degli empii
discorsi, si affrettò a replicare:

--Voi già, secondo l'usanza dei sofisti, ve la svignate fuori del
seminato. Io non vi contrasto la credenza, ma il modo del credere. O
come volete voi che a Dio incresca l'acqua piovana dentro la vostra
parrocchia, poichè s'egli ve l'avesse a uggia sarebbe padrone di non
la mandare? Egli ha creato l'acqua, e il fuoco altresì: ora, se quando
è bagnato vuole asciugarsi, non ha a far altro che prendere con le
molle uno degl'infiniti soli del cielo, e metterselo nel cammino. Può
temere l'acqua Colui, che vi cammina sopra come se fosse un selciato?
Egli che apre e chiude le cateratte dei cieli come fo io di questa
cassetta?--Via, via, Curato mio, almeno confessatemi questo, che a lui
nulla importa di nuvoloso, nè di sereno.--Ecco qua; questi sono
ducati, e sfolgoranti... (--e qui preso un pugno di scudi d'oro, gli
distendeva dinanzi agli occhi del prete--) io voglio che sieno vostri;
a patto però, che gli spendiate solamente per voi e per Verdiana. Dio
è ricco abbastanza per farsi le spese da se.

E sì favellando protendeva il viso tentatore come il Diavolo a santo
Antonio. Il Prete covava la moneta con gli occhi, e da tutti i pori
del corpo gli trasudava la cupidigia della miseria. Una molto
terribile battaglia si combatteva in quella povera anima. Il Conte
però, notando come il Prete girava nel manico, insisteva alacremente:

--E questa ultima ragione sopra le altre vi muova, che se voi non
accettate il patto io gli ripongo in cassetta...

--Eccellenza!...

--Ma via, mettiamo da parte le ragioni che vi ho esposto: a voi non
garbano, ed io non vi voglio chiudere il Limbo che vi aspetta. Non è
egli vero, che voi dovete provvedere a due cose: alla chiesa ed alla
canonica? Poniamo dunque che la chiesa sia santa; la canonica voi non
impugnerete già che sia religiosa! Ora chiaritemi un po' come possiate
commettere questo grossissimo peccato, incominciando dalla seconda
piuttostochè dalla prima?--Voi troverete tanto cammino fatto nello
adempimento dei vostri doveri. Non vi ostinate; ricordatevi che vi ha
tal giusto, che per la sua giustizia perisce; e questo ha detto re
Salomone...

--Eccellenza... veramente... in questa maniera... mi parrebbe... e
nondimeno...

--Su, via, dunque; accettate, e promettete adoperarli unicamente per
voi. Considerate, in grazia, quest'altro: se Dio è, come voi ed io
crediamo, eterno, non gli dorrà aspettare quattro o sei anni, e potrei
dire secoli. Se voi foste diverso da quello che siete, vi direi:
facciamo un poco come lui, che non pensa mai a noi...--Sicchè; li
volete, o non li volete?

--Ah signore! la tentazione è grande; ma io temo commettere un
grossissimo peccato...

--Li volete, o non li volete?

--Ma mi lasci riflettere. Non è mica cosa da niente uno scrupolo di
peccare, per un parroco che ha la cura delle anime...

--Ebbene; ponete tutto a debito dell'anima mia. Tanto io ho conto
lungo col paradiso...--Ah! li prenderò...

L'angiolo dell'Accusa portò questo peccato alla cancelleria del cielo
e lo registrò nel libro maestro delle colpe umane, senza che l'angiolo
della Misericordia vi lasciasse cader sopra una lacrima, e ve lo
cancellasse per sempre come sul pietoso giuramento dello zio Tobia.

--Ecco il danaro; promettete dunque?

--Prometterò.

--Ora avvertite di non mancare; manderò, o verrò io stesso a vedere se
avrete attenuto il patto: se troverò altrimenti, guai! Mi chiamo
Francesco Cènci, e basta.

Il Curato fra lieto e tristo intascò la moneta; e, profferte
umilissime grazie, con copia di riverenze si allontanò dal male
visitato barone.


                                ------


Marzio tornava in compagnia di Olimpio. Ebbe Marzio la promessa
mercede, ed ordinandolo il Conte si ritirò nell'anticamera.

--Che c'è egli di nuovo, Eccellenza?

--Ci sono altri centoquaranta ducati da metterti nella cintura...

--Voi mi volete far morire d'indigestione...

--Mi era parso, poc'anzi, tu ti partissi pessimamente soddisfatto, ed
io ho voluto richiamarti perchè tu abbi la miglior giunta alla buona
derrata.

--Questo è proprio un diluvio di tenerezza per me!

--Tristo cavaliere è colui, che non ha cura del suo cavallo; e non vi
ha favore ch'io non mi mostrassi parato a farti, per torre via dal tuo
cuore quella po' di ruggine che potresti avere concepito contro di me.

--Ruggine, io? Ma che vi pare, don Francesco; io vi ho voluto sempre
più bene che al pane.

--Che si fa a morsi, eh? Vien qua, piacevolone, ch'ella è appunto una
burla quella che ti propongo. I ducati, di che io ti diceva, già sono
tuoi...

--Dove son eglino?

--Non manca altro, che tu le li vada a pigliare. Non torcere il muso.
Hai tu veduto quel corvo di prete? Ebbene; io glieli ho donati secondo
la tua intenzione. Ora hai da sapere come costui sia curato a santa
Sabina, piccola chiesa lontana dall'abitato. In casa tiene una
vecchia, un gatto, e, a quanto pare, un asino: faccenda agevole, e da
compirsi stanotte. Troverai i danari dentro allo inginocchiatoio
accanto al letto del prete.

--O perchè glieli donaste voi, se avevate in mente di ritorgli sì
presto a quel poveraccio?

--Quando io pretesi insegnarti la maniera di entrare nel palazzo
Falconieri, tu mi avvertivi non ispettare a me mescolarmi in simili
bisogne.... te ne ricordi? Adopera dunque verso me la discretezza, che
volesti io usassi teco.

--Avete ragione: non fa neanche una grinza. Volete, altro, don
Francesco?

--Ah! sì; un altro servizietto da poco. Conosci il falegname, che
abita presso Ripetta? Quel desso, che rifece la casa co' miei
danari?[3]

--Quel giovane, che stava dianzi in sala ad aspettare? Sicuro che lo
conosco, e so dove sta di casa; perchè quando la faceste rifabbricare
di nuovo andai a vederla, per ingegnarmi a spiegare su la faccia del
luogo lo indovinello della vostra beneficenza.

--E non sono uso a fare del bene io? Ed anche adesso non ti benefico?
Non aggiungere la ingratitudine agli altri tuoi peccati, perchè egli è
quello che più dispiaccia all'angiolo custode.--Domani notte...

--Non posso servirvi: sono impegnato col signor Duca... non
rammentate?

--Farò le tue scuse...

--Abbiate pazienza; l'onore del mestiere non permette che io manchi...

--Procurerò che egli ti dia licenza di propria bocca...

--Oh! allora va bene.

--Domani notte, dunque, t'introdurrai come potrai nella bottega del
falegname. Prendi gli arnesi e i legni che troverai là dentro, ed
alzane una catasta: poi mettivi sotto i fuochi lavorati, ch'io ti
apparecchierò; e verrai per essi domani dopo l'_Ave Maria_,
presentandoti alla porta del chiasso: accendili, e vientene via dopo
aver chiuso di nuovo la porta della bottega. Avrai per questa opera
pia cento ducati. Servi fedelmente, che in breve intendo farti ricco.
In vero, dove potrei impiegare il mio danaro meglio che con te?--E tu
devi convenirne meco. Allontanati per la via del giardino, e procura
che nessuno ti veda all'andare, nè al tornare.

Olimpio obbediva.

                                ------

 Francesco Cènci rimasto solo, forte si stropicciava le mani in segno
di profonda soddisfazione, e con parole rotte favellava:

--Stamane fu pasqua. Questo si chiama vivere davvero! Un parricidio
tramato, un ratto ammannito, un furto ed uno incendio apparecchiati;
poi i traditori traditi, e per giunta fatto cascare un santo. Finchè
io sto in questo mondo il diavolo può andarsene in villeggiatura. Io
sono il rovescio di Tito: costui gemeva se passava il giorno senza
fare qualche bene: io arrovello se non ho commesso una ventina di
mali. Tito!--Cerretano di umanità, gesuita del paganesimo! Giudea lo
dica, e lo incendio spento dall'onda del sangue umano; e la
moltitudine dei crocifissi, per cui mancava il terreno alle croci, o
le croci ai corpi; e gli undicimila prigioni morti di fame; e le
migliaia dei gettati alle belve in odio di avere difesa divinamente la
patria[4]. Va, va, natura di stoppa, che non sapevi odiare, nè amare;
piangendo lasciasti uccidere un milione e mezzo di uomini, e piangendo
ti lasciasti strappare dal fianco la bella Berenice. Domiziano, tuo
fratello, era fuso con bene altro metallo: cuore di acciaio; fronte di
bronzo: immagine augusta di re. Il fulmine non sa distruggere cotesti
semidei; se li tocca, li consacra. L'Apostata ti chiama belva
d'imperatore[5]: belva tu, che andasti a farti scannare in Persia,
mentre potevi condurre vita beatissima a Roma o a Bisanzio. A cui
buona la vita se, dopo morte, i posteri non tremassero al nostro nome,
e temessero vederci ricomparire, sbucati fuori della tomba, ad ogni
tratto? Tutti rammentano il diluvio. La credenza di Dio si fonda sopra
la paura, e quindi egli ebbe vittime di sangue. I tiranni si sono
detti immagini del Dio di Mosè, che soffia con la sua propria bocca
nel fuoco dello inferno; epperò furono temuti, ed ebbero anch'essi
vittime di sangue, e tuttavia ne avranno. Se il Papa si fosse
mantenuto ministro del Dio Agnello, a quest'ora lo avrebbero
arrostito: le paterne viscere di Sua Santità si struggono di
emulazione, perchè la piazza del Vaticano sia superata in meriti da
quella di Vagliadolid. Il bene e il male tengono le mani dentro ai
capelli della umanità; ma il bene glieli arriccia, il male glieli
strappa. Io adoro la forza. Tutto è menzogna, tranne la forza: ella
arroventa il suo marchio, ne segna alla gota le generazioni, e a furia
di flagelli le disperde pel mondo:

      _Tremate, maledite, e obbedite:
      Così quaggiù si vive,
      E la porta del ciel si trova aperta!_[6]

Se mi fossi trovato alla battaglia, che gli Angioli ribelli
combatterono contro Dio!--Dio! Dio!--Questa parola mi torna addosso
come un tafano importuno, invano cacciato. Ma chi ha veduto questo
Dio? chi gli ha mai favellato? Corrono oggimai cinquanta e più anni
che io con ogni maniera di offese l'oltraggio, e la sua maledizione
m'ingrassa i campi. Perchè mi creava egli così? Egli metteva le
forbici sopra la pezza intera, e poteva tagliarmi a modo suo. E s'ei
non mi creava, o perchè egli, Creatore, sofferse in pace che altri gli
rubasse, e guastasse il mestiere? _Anima mala_: sono elleno anime
malvagie le nostre? Sia; io per certo non ho ragionevole fondamento
per impugnarle: ma non istava in facoltà sua farla buona, o cattiva?
_Poenituit!_ Sì? Se ei si pentiva, segno è certo ch'egli aveva
sbagliato; e se sbagliò, perchè mai portiamo il peso dei suoi errori?
E dove è allora la sua ogniscienza, dove la onnipotenza sua, dove lo
infinito suo amore? Che penseremmo noi di cotesta femmina, la quale si
avvisasse percuotere il suo figliuolo perchè lo ha partorito gobbo? E
posto che egli abbia errato, come questo libro del mondo ci mostra
palesemente ad ogni facciata; ma fosse poi buono davvero, secondochè
ci danno ad intendere quelli che lo conoscono; o non poteva tirar di
frego su l'uomo e la natura intera, e incominciare da capo? Meglio
così, che impacciarsi in quel laberinto del riscatto, che a fin di
conto non ha riscattato nulla. Egli fu nebbia: ha lasciato il tempo
come lo trovò:--e se gli uomini prima andavano allo inferno di passo,
ora ci vanno di corsa. Inferno! E sia; ed io vi andrò, per la ragione
che la sentenza verrà profferita da chi è giudice e parte, e per di
più senza appello. Tutti i giudici iniqui condannano senza appello.
_Deus autem fecit nos, non ipsi nos_. Non importa: se l'anima è morta
col corpo, mi piace; se sopravvive, anche di questo mi contento; a
patto che non mi venga tolta la facoltà, da me fino a questo punto
esercitata, di maledire per _omnia saecula saeculorum; amen_.


NOTE

  [1] Questi versi, e taluni altri dei quali la citazione si omette,
    pronunziati da Francesco Cènci nel corso di questo Capitolo,
    appartengono a certo sonetto di Francesco Berni canonico
    fiorentino. Le anime timorate dei Gesuiti, per evitare gli
    scandali, provvidero che fossero applicate ai Luterani le sentenze
    dette dal Berni contra i Preti, conciando il sonetto così:

        _Piangete, Luteran, chè il nostro Christo
        Cotanto vi odia, che non più si offende
        Del Turco, e l'errar vostro ognor si estende
        Per far lo stato vostro empio e tristo_: ec.

    Questa mirifica trasformazione (d'altronde ordinaria nella
    fabbrica dei Gesuiti) occorre nella edizione delle Rime del Berni,
    fatta a Venezia nel 1627.

  [2] PETRARCA, _Sonetti_.

  [3] La inondazione del Tevere, a cui si allude, accadde al ritorno
    di Clemente VIII da Ferrara, ch'egli aggiunse ai dominii della
    Chiesa, il 23 dicembre 1598.

  [4] Veramente io per me penso che pochi uomini al mondo sieno degni
    del vituperio e dello abbominio dei posteri quanto Tito, con
    quella maschera di umanità sul volto, e con la fama usurpata di
    benigno. Io desidererei che i miei compatriotti tutti leggessero
    la _Guerra Giudaica_ di Giuseppe Flavio, onde imparassero, non
    dico a rispettare, ma ad ammirare i Giudei, combattenti per la
    indipendenza della patria contro la tremenda forza di Roma.
    Intanto mi sia lecito riportar qui una prova, dimostrativa quale e
    quanta fosse la umanità di Tito: «I soldati, per isdegno o per
    odio inchiodavano i dati loro nelle mani, e ciò in diverse
    maniere, per beffa; e attesa la moltitudine, ch'essi erano,
    mancava il terreno alle croci, e le croci ai corpi» (_l_. 5 _c_.
    6). «I Romani tanta strage fanno nella presa di Gerusalemme, che
    allagarono di sangue tutta quanta la città fino ad ammorzarne
    molti luoghi compresi dal fuoco» (_l_. 6. _c_. 8). «Ora perchè i
    Romani erano stanchi di trucidare, e tuttavia compariva moltissima
    gente, Tito manda un bando, i soli armati e restii si uccidano, il
    rimanente si pigli vivo:--tutto il fiore cacciato nel tempio, e
    rinchiuso nel ricinto assegnato alle donne: per guardia vi pone i
    suoi liberti, e Frontone _suo amico_ perchè sentenziasse di quale
    castigo fosse meritevole ciascuno. Egli dunque, i sediziosi tutti
    danna alla morte; i giovani, fatta una scelta fra i più grandi e
    avvenenti, li destina al trionfo; della moltitudine, i di là dai
    18 anni inviolli per lavoranti in Egitto; ma li più furono da
    _Tito stesso_ distribuiti per le provincie ad esservi nei teatri
    disfatti dalle bestie o dal ferro. Quelli che non varcavano la
    detta età furono venduti. Ma in quei giorni medesimi, in cui
    Frontone ne faceva la cerna, ne morirono undicimila di fame» (_l_.
    6. _c_. 9). «Mentre Tito dimorava a Cesarea celebrò con gran pompa
    il giorno natale di suo fratello, aggiungendovi in onore di lui il
    _supplizio_ di una gran quantità di Giudei; perciocchè il numero
    dei periti tra nel pugnare con le fiere, e di fuoco, e nel
    battersi insieme, sorpassò i duemila cinquecento!.. Indi Cesare
    venne a Berito, e qui ancora come innanzi disertò buon numero di
    prigioni.» (_l_. 7. _c_. 7). Ecco qual era il fratello di
    Domiziano, che la buona anima dello abate Pietro Metastasio ci
    dipinge nella _Clemenza di Tito_ tenero così, da far piangere di
    passione quante femmine odono, o leggono. Io poi ho voluto
    riportare questi brani di Giuseppe Flavio, onde i poco versati
    nelle storie non si lascino sorprendere dalla reputazione di tali
    tiranni della umanità, e stieno in guardia contro le ipocrisie
    vecchie e nuove. Le parole nulla contano, e i fatti poco, dove non
    sieno continui, diuturni, e non diversi mai.

  [5] GIULIANO, _I Dodici Cesari_,--DOMIZIANO.

  [6] PETRARCA, _Canzoni_.



CAPITOLO V.

ANCORA DI FRANCESCO CÈNCI.

                     «A cagione del tuo cuore di ghiaccio, e del tuo
                     ghigno di vipera; a cagione delle perfide tue
                     iniquità, e per la ipocrisia della tua anima...
                     pel piacere che trovi nel dolore altrui; per la
                     tua fratellanza con Caino, io ti condanno ad
                     essere il tuo proprio inferno».
                                                 BYRON, _Manfredo_.


Di Francesco Cènci non dissi abbastanza. Così strano, complesso, ed
anche mostruoso comparisce il suo ingegno da quanto fu esposto, e da
quanto verrò esponendo nel corso della storia, che merita fermare il
pensiero sopra di questo personaggio.

Non so se adesso; ma respiravasi un giorno per l'aere di Roma tale una
ebbrezza, che toglieva l'uomo dalle consuete abitudini della indole
umana. I fati ordinarono, che per un tempo tutto si presentasse costà
fuori della consueta misura delle cose, e piuttosto immane, che
grande. Chi più valoroso di Cesare? Chi più virtuoso di Catone? Chi o
più politico di Augusto, o dissimulatore di Tiberio, o truce di
Nerone, o stupido di Claudio? E, per non rammentare di soverchio nomi,
chi più magnanimo degli Antonini? Le donne stesse toccano la cima
della libidine e della castità, della perfidia e della fede. Lucrezia,
Cornelia, Porzia, Arria, Eponina[1] ebbero nascimento nella medesima
città che produsse Livia, Poppea e Messalina. Gli edifizi stessi,
invece di essere dominati, pare che dominino il tempo: stanno; e
malgrado le ingiurie dei secoli, e quelle più nocive assai degli
uomini, non furono potuti disfare. Per la Europa, per l'Asia e per
l'Affrica occorrono reliquie di questo popolo portentoso, come ossa di
cadavere che abbia avuto il mondo intero per sepoltura. L'Aquila
romana, logorando le ale nello immenso volo di conquista, ne sparse le
penne per tutto l'universo. Roma gittò dalla cima del Campidoglio una
rete di ferro sopra i viventi; più tardi tentò gittarne un'altra di
credenze e di paura, e conquistarli di nuovo. I Papi all'ombra del
Colosseo soltanto poterono concepire il pensiero di farsi re
dell'anima. Quando consentirono a ridursi in Avignone diventarono
davvero _servi dei servi_[2]. Il Papato nello schiaffo di Bonifazio
VIII patì un oltraggio, dal quale sarebbesi rilevato difficilmente:
pure anche Gesù l'ebbe, e non di manco vive e regna; ma il processo,
che per paura sostenne si facesse alla memoria di Bonifazio il codardo
Clemente V, fu ferita insanabile all'autorità pontificia.

Roma guerriera si avventa a modo di leone, e sbrana, o perdona la jena
nemica: Roma sacerdotale seguita, come la fiera, i barbari alla
lontana; ma il giorno della battaglia ella stende la mano sul bottino
di guerra.--Roma galeata invia Proconsoli, che costringono i Re dentro
un cerchio tracciato sul terreno; Roma mitrata invia frati con la
testa scoperta e i piedi nudi a mettersi fra il taglio della scure del
barbaro e i popoli oppressi. Perchè furono spediti cotesti frati?
Forse per riparare i percossi sotto la veste di Cristo, o piuttosto
per andare d'accordo, prima che la scure calasse, intorno alla parte
delle spoglie e della carne? Lo dica la storia. Roma cade o come
gladiatore combattente, o come rettile pestato: in ambedue i casi ella
manifesta tremendo lo spirito di vita; imperciocchè, per quanto sia
dato antivedere ad intelletto umano, essa non deva spegnersi, bensì
trasformarsi. Il gladiatore cadde, allagò di sangue la terra, si
rialzò, combattè ancora, e giacque quando le ultime gocce gli
stillarono dalla ferita lente, pese, e rare come le prime della
procella[3]. Il serpe tronco su le vertebre dura ad agitare le membra
lacerate: gli basta vivere, quand'anche la sua vita non dovesse
manifestarsi che con l'estreme convulsioni dell'agonia. La fiaccola
romana, due volte accesa dalla destra dei fati, finchè le bastò la
resina mandò di tratto in tratto vampa capace d'incenerire, o
illuminare una generazione. Adesso Roma compie i suoi secondi destini:
non avendo saputo, nè voluto gittare via la soma, che la incurva alla
terra, ad ogni passo vacilla, ed accenna cadere. Chi fu una volta, e
pretese sempre essere signore, deve sporgere limosinando la mano agli
antichi suoi servi?--Temi i doni del nemico; esso si prostra, ma
ridendo, ai tuoi piedi: egli venera l'autorità religiosa per tesserne
un filo, e, attorto all'altro della autorità violenta, rinforzare le
catene del mondo. Non trovando diritto sopra la terra, egli s'ingegna,
mercè del Sacerdote, derivarne uno dal cielo. Napoleone rialzò il
Pontefice perchè lo ungesse Imperatore e sparisse. Una macchina
religiosa messa fuori in un giorno di festa e poi riposta, o
distrutta. Quando Bonaparte prese in fastidio la sua vera, la sua
gloriosa origine--quella del Popolo--evocò il Papato, come Saulle
l'ombra di Samuele, onde gli fingesse origine divina. Se i diacci del
settentrione non erano, adesso si troverebbero le chiavi della Chiesa
in qualche museo con le altre spoglie fatte in guerra[4]. E così
sempre avvenne dalla parte di Francia; talora si presentò come
alleata, tal'altra come figlia devota: ella ha mentito sempre. Il suo
grido è stato quello di Diogene esposto al mercato per esservi venduto
schiavo: «chi vuol comprare un padrone?»

Ma così non può durare, nè durerà. Tutte le cose nostre hanno lor
morte. Il dubbio aveva roso il tronco dell'albero, ora ha prodotto un
frutto di odio; le genti lo hanno raccolto, e se ne sono saziate:
staremo a vedere se i vassalli di Filippo il Bello, educati alla
scuola di Voltaire, faranno rigermogliare all'antico albero frutti di
vita. Errore fatale! Cesare che fu spento alla sprovvista, e Dionisio
a cui consentirono prolungasse la vita con pane di obbrobrio, non
morirono finalmente di pari morte entrambi?--Morirà Roma sacerdotale,
non però la Chiesa di Cristo. Come il nostro Redentore, gittato
lontano da se il coperchio del sepolcro proruppe fuori luminoso dei
raggi della eternità, così la Chiesa lanciati nel fiume gli ornamenti
terreni, che la fanno scambiare con la donna dell'Apocalisse[5],
inebriata del sangue dei santi si porrà dinanzi alle generazioni
avviandole su pel cammino del cielo.

Dal ribollimento portentoso della barbarie, che tenne dietro al
naufragio della civiltà romana, non dovevano galleggiare due teste
coronate, nè nuovi tormenti e nuovi tormentati: sibbene la Croce
vincolo comune di popoli fratelli, benedizione a tutte le genti che
vivono in pace nella terra dei loro maggiori. Se ad ogni modo il Padre
dei fedeli voleva presentarsi incoronato, Cristo aveva insegnato di
che cosa dovesse comporsi la sua corona; tutte le gemme del mondo non
valgono una spina della corona di Cristo!--

Queste verità furono predicate _ab antiquo_ dal senno italiano; ma
comunque ripetute a sazietà, non riescono meno pericolose a cui le
dice, nè meno odiate a cui le dovrebbe ascoltare, e non le ascolta.
Molti dei nostri grandi, che le professarono, riposano adesso in Santa
Croce sotto monumenti fastosi; se vivessero sarebbero travagliati in
carcere; dove ora io mi trovo vicino a cotesto Tempio, sperando a mia
posta nel sepolcro, se non fama, riposo.

Giudici e Sacerdoti affermano essere gravi errori cotesti; e non solo
lo affermano, ma lo provano con le prigioni e gli esilii: a lasciarli
fare brucerebbero ancora. Lo ammonimento: _Amate la giustizia, o voi
che avete a giudicare la terra_, non trovò eco nei loro orecchi. Aghi
calamitati vòlti sempre al polo della tirannide e dello errore, un
giorno saranno a posta loro giudicati.--Beati quelli di cui il peso
sarà trovato giusto in quel giorno!

Francesco Cènci fu alito corrotto di antico genio romano; alito latino
uscito fuori da un sepolcro scoperchiato, ma pur sempre alito latino;
ebbe indole indomata, talento schernitore, anima implacabile, e
cupidità dello immane, del mostruoso, e del grottesco. Se fosse
vissuto ai tempi di Giunio Bruto non solo avrebbe condannato i suoi
figliuoli, ma, spingendo la violenza contro la natura oltre il
possibile, gli avrebbe decapitati di propria mano. Fu vaghissimo di
scienza, che poi, come Salomone, dileggiò, chiamandola vanità e
travaglio di spirito; ovvero se ne giovò nella guisa, che i Sibariti
adoperavano le rose come istrumento di morte. Ebbe ricchezze, e le
profuse senza poterle distruggere. Con immensa potenza di sentire,
pensare ed operare egli vide pararglisi innanzi le due vie del bene e
del male. Breve, a cagione dei tempi, il cerchio del bene: qualche
affetto domestico, facoltà di fondare chiese o monasteri, sollevare la
povertà con la elemosina, che la perpetua; vita placida; morte oscura;
memoria durevole quanto l'eco della voce del monaco, che ti canta il
_miserere_ per le navate della parrocchia.

Nè il secolo in cui viveva consentiva estendere le forze portentose
dell'anima sua a prove maggiori: cotesti erano giorni di agonia per lo
intelletto italiano; il cielo nostro vestiva la cappa di piombo
degl'ipocriti di Dante, la quale permetteva a quelli che vegetavano
sotto di andare in cento anni appena un'oncia. Nonostante si provò a
operare grandemente; uomini e cose gli si strinsero intorno come la
camicia di Agamennone, sicchè presto il bene gli venne in fastidio,
poi gli parve abbietto, finalmente l'odiò. Si volse al male, e gli
disse, come il Demonio,--_sii il mio bene!_--Gli piacque la parte di
Titano, e gli parve magnifica audacia levare la fronte ribelle contro
il cielo, e sfidarlo. Riposto nel male ogni suo desiderio, siccome
ogni mezzo per salire in fama, lo amò col delirio dello ebbro e con
l'ostinazione del calcolatore: oltrepassare le nequizie fino a lui
conosciute immaginò che fosse trasportare altrove le colonne di
Ercole, e scuoprire nuovi mondi: strinse vincoli di famiglia per la
voluttà di lacerarli scelleratamente: coltivò affezioni più care per
ispegnerle o sotto il soffio di un crudele scherno, o meno
dolorosamente col pugnale: a Dio non credeva, ma lo sentiva come un
chiodo in mezzo al cuore; e allora lo bestemmiava brutale a modo
dell'orso, che morde lo spiedo che lo ha trafitto pensando sanare la
piaga; empio miscuglio, insomma, d'Ajace, di Nerone e di bandito
volgare, don Giovanni Tenorio è un frammento del suo carattere[6].
Visse tormento a se e ad altrui: odiò, e fu odiato; si nudrì di male,
e il male lo uccise. Morì come forse avrebbe scelto morire;
imperciocchè tanto erano giunte le sue scellerate passioni a soffocare
la natura, ch'è lecito supporre, che sentendosi ormai grave di anni, e
di forze più poco adattato a nuocere, almeno per lungo tempo, il suo
truce spirito esultasse della strage del corpo nel pensiero, che
varrebbe a precipitare nel sepolcro per via di sangue la sua intera
famiglia. Io immagino vedere cotest'anima trista soffiare nei carboni
che arroventarono le tanaglie, le quali straziarono le carni del suo
figliuolo Giacomo; abbrivare la mazzola che gli ruppe le tempia; e a
piene mani raccogliere il sangue grondante dalla scure che recise la
testa dei suoi, per bagnarsene il petto come rugiada rinfrescante. E
fermamente credo che sarebbe stata opera meritoria non pure
disperderne la cenere pei quattro venti dalla terra, ma condannarne la
ricordanza a perpetuo oblio, se il Consiglio divino non avesse posto
la innocenza accanto al delitto, il vizio accanto alla virtù, il
dolore al piacere, la luce alle tenebre;... e però le immanità sue non
servissero a dimostrare quale e quanto bello angiolo di amore fosse
Beatrice sua figlia, la più semplice, la più fiera, e la più infelice
delle donzelle italiane.

Poichè giustizia mi muove a penetrare in cotesta antica sepoltura, io
la scoperchio; sicuro di trovarvi la vergine sepolta, come già fu
rinvenuto nelle catacombe romane il corpo di santa Cecilia[7] intatto,
vestito di una veste bianca simbolo di purità; atteggiata a dolce
riposo, con un nastro vermiglio intorno al suo collo di
cigno:--cotesto nastro vermiglio è la traccia della scure, che recise
un capo divino da un corpo divino!


NOTE

  [1] Le donne ricordate sono note abbastanza, tranne Eponina ed
    Arria. Eponina fu moglie di Giulio Sabino. Ribellatosi costui
    contro Vespasiano Imperatore, fu vinto, e riparò dentro un
    sotterraneo; con lui si chiuse la consorte fedele, e quivi
    stettero dieci anni interi procreando ed allevando figliuoli.
    Scoperti, e tratti davanti a Vespasiano, non trovarono
    misericordia, al cospetto dello imperatore crudissimo, tanta fede
    e tanta miseria. DIONE CASSIO, _Stor. l._ 66.--Arria ebbe a marito
    Cecina Peto, uomo consolare. Questi essendo caduto prigione nella
    sconfitta che toccò Scriboniano, non osava darsi la morte, che
    Claudio imperatore gli aveva ordinato: allora la valorosa femmina,
    dopo avere tenuto al suo consorte discorsi adattati a
    ingagliardirgli il cuore, gli tolse dal fianco il pugnale, e
    quello appuntandosi al petto, con lieta faccia gli disse: «Mira,
    Peto, si fa così», e se lo immerse dentro; quindi subito
    estraendolo tutto fumante di sangue, glielo porse con dolce
    parlare: «Peto, non fa male! _Non dolet, Pete!_»; e così
    favellando moriva. Il marito, senza porre tempo fra mezzo, la
    forte moglie seguitava nella morte. PLINIO _Jun._ III. 16.

  [2] Filippo Valesio minacciò far condannare come eretico dalla
    Università di Parigi Giovanni XXII. Benedetto XII piangendo
    confidava agli ambasciatori di Ludovico il Bavaro imperatore, che
    il medesimo Re Filippo gli aveva promesso fargli anche peggio che
    non fu fatto a Bonifazio VIII, se si fosse attentato a sciogliere
    dalla scomunica il Bavaro. MICHELET, _Hist. de France_, t. 3.--Più
    tardi forse, se me ne prende vaghezza, dimostrerò storicamente gli
    aiuti francesi sul Papato di qual gusto essi sappiano.

  [3] _Pellegrinaggio del Fanciullo Aroldo_.--C. VI. st. 140.

  [4] Due scrittori contemporanei, l'uno di maggior fama che merito
    (THIERS) l'altro di maggior merito che fama (FOSCOLO) hanno
    discorso, quegli nella _Storia del Consolato e dello Impero_,
    questi nei suoi _Scritti politici_, delle ragioni che persuasero a
    Napoleone il concordato con la Santa Sede. Chiunque ami conoscere
    a prova senno italiano a paragone di senno francese che cosa sia,
    può confrontare le considerazioni dell'uno e dell'altro scrittore.
    Thiers riporta come eco quanto piacque allo Imperatore dare ad
    intendere a cui ci volle credere. Il Foscolo penetra dentro al
    cervello del solenne e dissimulato politico, e mette in luce le
    vere ragioni che lo condussero a quel passo.

  [5]   _Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
        Quando colei, che siede sovra l'acque,
        Puttaneggiar co' regi un dì fu vista._
                      DANTE, _Inferno_, C. XIX;

    e _Apocalisse_, Cap. 17.

  [6] Il signore STEHNDALL ha scritto, o piuttosto tradotto, un
    racconto volgare, che corre intorno ai casi della famiglia Cènci,
    aggiungendovi parecchie osservazioni di suo. Nel presentare, per
    così dire, la _psicologia_ di questo immane uomo di Francesco
    Cènci, in qualche parte io me ne sono giovato; e ciò tanto più
    dichiaro volentieri, in quanto che noi altri italiani andiamo
    lieti palesare animo grato a cui mostra amare le cose nostre, e
    noi; come di altissimo disprezzo proseguiamo cui per maligna
    ignoranza si fa nostro detrattore. E veramente duole, ma duole
    assai, che la maggior copia di fatti alterati e di giudizii falsi
    e ridicoli intorno alle cose e agli uomini italiani muova di
    Francia. I tedeschi (e possano vergognarsene i francesi) come
    meglio informati, così procedono più giusti verso noi altri
    italiani.

  [7] Io non mi posso astenere dal riportare qui un frammento della
    _Storia della Scultura_ del Conte CICOGNARA, sia perchè in se
    stesso merita considerazione, sia perchè si versi appunto intorno
    alle arti dei tempi, nei quali successero i casi che noi
    raccontiamo: «La storia di queste arti presenta un convincimento
    di tale verità nella bellissima figura scolpita da Stefano da
    Maderno per la chiesa di Santa Cecilia in Trastevere; opera
    elegantissima, riuscita a quel modo malgrado la corruzione dei
    tempi, e che nessuno potrebbe mai credere eseguita dallo stesso
    artefice, che nella Cappella di Paolo V scolpì poi la storia di
    una battaglia.... Questa graziosa statua giacente rappresenta un
    corpo morto, come se allora fosse caduto mollemente sul terreno,
    con l'estremità bene disposte, e con tutta la decenza nello
    assetto dei panneggiamenti, tenendo la testa rivolta allo ingiù e
    avviluppata in una benda, senza che inopportunamente si scorga lo
    irrigidire dei corpi freddi per morte. Le pieghe vi sono facili, e
    tutta la grazia spira dalla persona, che si vede esser giovane e
    gentile, quantunque asconda la faccia; le forme generali e le
    belle estremità che si mostrano, danno a vedere con quanta grazia
    e con quanta scelta sia stata imitata la natura in quel posare sì
    dolcemente. Or dunque come poteva ciò farsi, se di tutti gli
    artefici, che abbiamo qui nominati, nessuno mai scolpì cosa che
    con questa potesse venire al confronto?.... Due ragioni
    evidentemente spiegano questo fenomeno nella storia dell'arte. _La
    prima, che essendo stato trovato in quel tempo il corpo di santa
    Cecilia intatto in una cassa, ed atteggiato tal come si vede la
    statua, venne ordinato per buona ventura che lo artefice imitasse
    la giacitura del medesimo, cosicchè ponendosi il guardo al
    monumento, si vedesse tutta la somiglianza al corpo della vergine
    incorrotta, che Clemente VIII nell'anno 1599 fece riporre in una
    magnifica cassa di argento, dopo la miracolosa sua liberazione
    dalla podagra_». _Vol. VI. C. 2_.--Così il corpo di santa Cecilia
    con la testa mozza fu trovato precisamente nell'anno in cui
    Beatrice Cènci ebbe recisa la sua.



CAPITOLO VI.

NERONE.

                    Fanciulla del dolore, o tu che sai
                      Piacere anco sepolta, e ricoperta
                      Dal silenzio di trecento anni, bella
                      Sai tornare alla idea come nel giorno
                      Che te lo Amor rapiva, o tu delizia
                      Dei racconti di queste itale care
                      Fanciulle, che spirar sai dalle stesse
                      Dipinte tele, onde l'occhio fatato
                      Dal tuo sguardo, in imago ancor ti cerca
                      Rediviva per Roma, abbi il mio pianto.
                                     ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.


Era bella come il pensiero di Dio, quando mosse innamorato a creare la
madre dei viventi:--era cara quanto i suoi ricordi. L'Amore con le
mani di rosa delineò le curve soavissime del suo volto dilicato; ed
appoggiandole il dito sul mento per contemplare la sua gentile
fattura, vi lasciò la fossetta;--segno veramente di amore. La sua
bocca rassomiglia un fiore testè colto in paradiso, tutto fragrante di
divinità; la quale diffondendosi intorno alla persona fa reputarla non
terrena creatura: così gli antichi cantarono, un senso di ambrosia
rivelasse ai mortali la presenza di un Dio. I suoi occhi spesso
cercavano il cielo, e lunga pezza ve li teneva fissi con immenso
desiderio, sia per contemplare la patria, della quale ben presto
tornerebbe cittadina; sia per iscorgervi spettacoli misteriosi
rivelati a lei sola; sia, finalmente, che l'amata immagine materna
quinci con la voce la chiamasse e co' cenni. Certo fra gli occhi della
inclita fanciulla e lo emisfero nostro quando esulta sereno traluceva,
dirò quasi, una parentela, imperciocchè entrambi apparissero formati
col medesimo azzurro:--entrambi annunziassero la gloria del Creatore.
Quando, declinandoli alla terra, ella considerava cosa o persona, gli
apriva splendidi ed acuti per modo, che paresse dilatare l'anima e la
intelligenza con quelli: allora chiunque le stava davanti, se non si
sentiva innocentissimo di cuore portava frettoloso la mano sul petto,
dubitando che lo involucro della carne non bastasse a celarle i
pensieri riposti della colpa; altri poi per tenerezza lacrimava: per
ogni dove li girasse l'aria diventava più chiara, il cielo più lieto.
Se interveniva a balli notturni, ecco la luce delle fiaccole per virtù
dei suoi occhi raddoppiava; le note armoniche sfavillavano più
melodiose, e il piacere si versava a onde sopra i giovani capi. In
qualunque punto del festino ella fosse scomparsa, la noia soffiava un
alito ghiacciato sulla universale esultanza. La sventura certo aveva
battuto le ale intorno cotesta fronte bianca di giglio; ma l'era
venuto meno lo ardimento per lasciarvi sopra una traccia inamabile, e
passò oltre. La preghiera dei mortali avrebbe potuto riposare su
quella fronte, per librarsi quinci più pura verso il trono di Dio. Nei
giorni giocondi, ahi rari!, della sua vita ella si compiacque talora
sciogliere con giovanile baldanza il volume delle chiome bionde, e
apporle al sole; quasi volesse instituire gara co' raggi di lui: ma il
sole le circondava amoroso di tale uno splendore, che la gente tremava
di reverenza e di piacere a riguardarla, reputandola una santa scesa
dal cielo circonfusa dal nimbo radiato[1].

O Bellezza! Io dai primi anni ti ho alzato un altare nell'anima, dove
ti sacrifico i più dolci dei miei pensieri;--pensieri che, me levando
da questa creta mortale, mi avvicinano al Creatore di tutta bellezza;
ma nè io ho parole, nè credo che veruno umano eloquio le possieda,
capaci di significarti degnamente: se potessi appormi la carta sul
cuore, e improntarla dei suoi palpiti, forse aprirei alle genti
concetti non mai più uditi: però questo nè a me, nè ad altri fu
concesso, e le mie immagini è forza che si rivelino incomplete, vaghe,
e confuse; onde se la fantasia di chi legge non supplisce al difetto,
io dispero farmi comprendere. Oh da quante catene è stretta quaggiù
l'anima immortale!

Bellezza, Amore, voi eravate ai fianchi di Dio nel giorno della
creazione; egli vi lasciò suoi primi vicarii sopra la terra. La
bruttezza e l'odio vennero più tardi, faville scoppiate insieme dal
primo fulmine che Dio avventò contro l'uomo, quando lo condannava allo
affanno e alla morte. Il culto della Bellezza e dello Amore riconduce
la nostra schiatta diseredata alla sua origine divina.

O Francesco Petrarca, tu che per prova intendesti amore; dopo tanti
dolci concetti, con quale amaro liquore ti bagnò il labbro Calliope
quando dettasti questi versi ingiocondi:

    _Ei nacque d'ozio, e di lascivia umana,
      Nudrito di pensier dolci e soavi,
      Fatto signore e dio da gente vana?_[2]

E senza amore dove sarebbe adesso il tuo nome? L'_Africa_ certo, e il
dotto favellìo delle tue epistole non farebbero cercare il tuo volume.
Tu saresti, come tanti altri scrittori, posto a modo di medaglia
antica dentro lo scaffale, per informare chi avesse voglia di saperlo,
che tu vivesti un dì. Se amore nasce da lascivia, o come avviene che
_nel muovere degli occhi onesti e tardi_ della tua donna tu vedevi il
_dolce lume, che ti mostrava la via che al ciel conduce?_ Se in cuore
umano _fuoco di amore poco dura dove occhio e tatto spesso nol
raccenda_, o come, dopo la morte, ti compariva Laura tutta accesa nei
raggi di sua stella, e tu le muovevi pietose parole, ed ella or sì, or
no pareva rispondesse; finchè, risensando dal mesto vaneggiare, dicevi
alla tua mente:

     _..... tu se' ingannata;
    Sai che in mille trecentoquarantotto
      Il dì sesto d'aprile, in l'ora prima,
    Del corpo uscìo quell'anima beata?_[3]

Ah! se la terra avesse sepolto a un punto la _bella vesta delle
membra_ di Laura e la memoria del suo amore, i tuoi canti suonerebbero
esercitazioni di gaia scienza, eco delle canzoni dei Trovatori, gemiti
mentiti di cuore bugiardo; e se così fosse, io ti compiangerei perchè
avresti tradito i posteri, e te.

Beatrice stava seduta sopra un verone del palazzo Cènci, che guardava
il giardino: in grembo ella teneva un fanciullo, che dagli occhi, dai
capelli, da tutte le sembianze appariva esserle fratello: ella gli
accarezzava amorosa i capelli, e di tratto in tratto gli baciava la
fronte. Il fanciullo riposa il suo capo sul seno della sorella, e
affissa in lei le pupille immote, ma senza intenzione, a guisa di
persona assorta nel pensiero di qualche cosa fuori di questo mondo. La
infermità aveva appassito il fiore della giovanezza: la sua pelle era
tenue, e candida di un bianco pallido e dilicato così, che i raggi del
sole cadente gli tralucevano in vermiglio traverso le orecchia e le
dita: talora sospirava, più spesso schiudeva la bocca con isbadiglio
convulso: pareva un angiolo in pena. Beatrice sconsolata gli disse:

--A che pensi, mio diletto Virgilio?

--Penso, che sarebbe pure stata la grande carità non farci mai venire
al mondo!

--Ah! Virgilio...

--E poichè a questo non trovo più rimedio, il meglio sarà uscirne
presto.

--Uscirne! E perchè?

--E perchè restarci? Il mio cuore qui dentro è morto da tempo; e
quando il cuore è morto, oh come pesa che gli sopravviva il corpo!

--Tu, si può dire, ti affacci appena, fratello, alla vita, e già
favelli parole disperate; ciò non istà bene: vivi e rallegrati, perchè
non sai quali rose educhi per te la fortuna.

--Rose! fortuna! Adesso la morte coglie i fiori per la ghirlanda della
mia bara. La fortuna mi abbandonò quel giorno che perdemmo la madre...

--Ma noi non ci possiamo considerare orfani affatto: forse l'ottima
signora Lucrezia non ci mostra viscere di madre?

--Sì, ma non è nostra madre.

--E poi non hai anche me, che ti amo tanto?

--Sì, sì, buona sorella, rispose il fanciullo gittandole le braccia al
collo e piangendo dirotto;--ma nè anche tu sei la mamma mia.

--Ed oltre a me, ti mancano forse fratelli? Non hai tu padre?

--Chi padre?

Beatrice, atterrita dallo improvviso rimescolarsi del fanciullo a
cotesta parola, si tacque. Solo, dopo lungo silenzio, con voce
esitante soggiunse:

--Francesco Cènci non è per avventura tuo padre... e mio?

Il fanciullo abbassò il capo, chiuse gli occhi, fece delle braccia al
petto croce, e con suono velato rispose:

--Sorella, guardami su la fronte alla radice dei capelli; vedi la
cicatrice che vi porto?--La vedi?--Sai tu chi mi ha ferito?--Io non
tel dissi fin qui; ma ora, che mi sento vicino a morire, io te lo
posso confessare. Ripensando fra me come Francesco Cènci mi tenesse in
dispregio, e sovente mi guardasse di traverso, nè a me parendo di
meritarlo, un giorno, fattomi cuore, gli caddi davanti, e tentai
prendergli la mano per recarmela alla bocca. Egli gridò: «va via,
bastardo!» e mi diè così forte un pugno nel petto, che mi spinse giù a
precipizio a percuotere col capo nello angolo dello armario, ch'ei
tiene nel suo studio.--Francesco Cènci mi vide svenuto, e tutto
intriso di sangue;--mi vide, e non mi rilevò.--Di qui la ferita; di
qui la infermità, che mi consuma le viscere...

Beatrice rabbrividì, nè potè formare parola. Il fanciullo con passione
crescente scuoprendo dalla manica un braccio scarno, e sporgendolo
verso la sorella:

--Guarda, aggiunse, la traccia di questo morso. Sai tu chi me lo ha
fatto? Nerone; e senti come. Un giorno io colsi in giardino una bella
pesca, e dissi: andiamo ad offrirla al signor padre, che forse la
gradirà. In questo pensiero mi avvio alla sua stanza, apro l'uscio, e
vedo ch'ei legge. Timoroso di disturbarlo, mi accosto pian piano;
quando Nerone mi si avventa addosso e mi morde il braccio:--io
spasimava per dolore... mio padre rideva.

Il seno di Beatrice palpitava così, che parea volesse spezzarsi.

--E se Marzio non era, egli mi lasciava sbranare. Mira anche qui--e il
fanciullo si spartiva i capelli al sommo del capo--vedi questa
piazzetta? Manca una ciocca di capelli. Sai tu chi me gli ha
strappati? Il padre mio. Poco dopo il colpo percosso dentro l'armario,
col capo tuttora fasciato, preso dalla passione che mi affogava, mi
presentai risoluto dal padre, e gli dissi: «Padre mio, in che cosa vi
offesi? perchè mi odiate voi? Beneditemi in nome di Dio, benedite il
figliuolo vostro, che vi ama». Egli, avvoltasi prima una ciocca dei
miei capelli alle dita, mi rispose così;--senti bene, proprio così:
«Se tu avessi il capo di zolfo, e le mie parole fossero di fuoco, io
ti benedirei per bruciarti: va, vipera, perchè io ti odio tu devi
odiarmi; io non so che cosa farmi del tuo amore, bastardo!» E tirò
tanto forte, che mi parve tutta la pelle del cranio si distaccasse con
immenso dolore: la ciocca dei capelli gli rimase in mano; ed
infuriando, lo spietato, nella ira, come se egli soffrisse, non io, il
dolore, soggiunse: «Io maledico te e i tuoi figliuoli, se mai arrivi a
procrearne; possiate tutti vivere di miseria, nudrirvi di delitto, e
morire di patibolo».--Ora, Beatrice, fammi grazia di dirmi un po' come
posso desiderare di vivere io? Mia madre mi ha lasciato; mio padre mi
ha maledetto: non è egli dunque meglio, che io muoia? Non dico il
vero, sorella?--E qui il fanciullo singhiozzava convulso.

Cotesti dolori non potevano consolarsi. Beatrice lo sentì, e si
tacque; la sua fronte si coperse di sudore, e le gocce succedendosi
cadevano spesse come le lacrime dagli occhi dolenti. Poichè fu
trascorso spazio lungo di tempo in silenzio affannoso, Beatrice,
comprimendo la passione che le traboccava dall'anima, si provò a
confortarlo con voce mansueta:

--Quietati, Virgilio, tu avrai colto il mal tempo...

--No, egli era tranquillo...

--Forse turbato da qualche cura segreta...

--No, egli era lieto;--dopo che il cane mi ebbe morso egli si pose a
scherzare con lui... col cane, che stette per isbranargli il
figliuolo!--Adesso anch'io non lo amo più... sai? Quando lo vedo
m'entra il tremito nelle vene, e la sua voce mi dà il dolore di capo.
Spesso con gli occhi della mente io vedo non lontano un luogo oscuro,
dond'esce rumore di bestemmie e d'imprecazioni scellerate; e una voce
irrequieta mi tintinna nelle orecchie: «Cotesta è la contrada
dell'odio, tu sei aspettato colà». Io non vi voglio andare; io non
voglio odiare persona... molto meno mio padre... piuttosto voglio
morire.

Beatrice, tramutata nella faccia, si sentiva venir meno; ma con la
forte volontà domando la natura, si vinse: levò gli occhi al cielo, si
sforzò favellare, e non potè;--invece di parola, dalla gola attenuata
mise un singulto. Soprastette alquanto, e poi con voce, che studiò
rendere soave, disse:

--Virgilio mio, non disperiamo; ma supplichiamo l'Eterno onde voglia
ispirare sensi più mansueti per noi nella mente del nostro genitore.

--O Beatrice! E pensi tu, che io non lo abbia supplicato? Oh quante
volte l'ho fatto! La notte precedente al giorno in cui Francesco Cènci
respingendomi da se mi ruppe la testa, io mi levai cheto da letto in
camicia, scalzo, e me ne andai giù in cappella; dove, inginocchiato
davanti la reliquia di santo Felice protettore della nostra famiglia,
supplicai con tutto il fervore perchè l'anima del padre ammollisse, e
lo persuadesse a ricambiare con un poco di amore lo svisceratissimo
bene che gli portavamo noi. Vedi eh! come mi esaudirono i santi!

E trattenendosi alquanto sopra di se, poco dopo riprese:

--Ma un'altra preghiera conosco avermi esaudito Dio, e fu quando mi
rilevai da letto, e per la seconda volta andai a prostrarmi davanti al
Crocifisso miracoloso, e: _Abbi misericordia_, dissi, _o divino
Redentore, di me, e tu o mi dona lo affetto del padre, o richiamami
alla tua pace_. A queste parole Gesù piegò il capo, come per
rispondermi: _Sarai esaudito..._

--Ci esaudirà tutti, inspirando benignità nel cuore del padre...

--Io so di certo che fu esaudita la seconda parte della preghiera, e
non la prima; imperciocchè, quando mi ricondussi a giacere, una voce
distinta mi chiamò: «Virgilio! Virgilio!» Mi alzai, apersi la porta, e
non vidi persona; tornai a coricarmi, e la voce di nuovo gridò:
«Virgilio! Virgilio!» Per questa volta io non mi era ingannato di
certo, e risposi: «chi mi chiama?» E la voce: «Io ti chiamo dal
paradiso». Eccomi pronto, mio Dio»; ma la voce: «No, la tua ora non è
venuta ancora, ma si avvicina».

--Coteste sono immaginazioni che dà la febbre; su, via, non lasciarti
rodere dalla tristezza; io ti voglio veder lieto...

--Perchè le chiami immaginazioni? Forse non si legge nella santa
scrittura, che il Signore fece sentire la sua voce a Samuele? Anche ieri
notte, tenendo gli occhi aperti, vidi a un tratto empirsi la stanza di
luce, ed entrare una bellissima gentildonna vestita di celeste, tutta
ingemmata, la quale essendosi fatta accosto al letto si curvò, pose il
suo volto accanto al mio, mi baciò in fronte, e sparve: le sue labbra
erano ghiacciate, e il freddo mi strinse il cervello. Vuoi sapere,
Beatrice, a cui rassomigliava la gentildonna?--Rassomigliava al ritratto
della signora Madre, che sta appeso in sala grande. Tutto mi parla di
morte. Forse non sento che io manco a poco a poco, come candela giunta
al verde? La vita mi fugge da tutti i pori. Guarda queste mani scarne, e
bianche al pari del marmo; guarda queste unghie colore di viola;
guardami qui in mezzo della fronte, e vedi il segno espresso ove ha
deposto il suo bacio la morte.

E più non potè dire.

Un uccello in questo momento venne a riposare le stanche ale sopra il
parapetto della terrazza: volgeva il capo in qua e in là, come
sospettoso d'incontrare molestia; ma presto assicurato, si pose a
saltellare--a beccare; finalmente parve fissasse il fanciullo; poi
sciolse un dolcissimo canto, aperse le penne, e fuggi via.

--Oh, esclamava Virgilio, potess'io seguitarlo! Forse, chi sa!, egli
conosce suo padre, e sua madre dall'aperta frasca tende lo sguardo
ansiosa del suo ritorno. O madre mia! Beatrice, dimmi, dov'è nostra
madre adesso?...

--Nostra madre?--È lassù in paradiso.

--Lo so, la sua anima alberga nella patria dei giusti; ma io vorrei
conoscere in qual parte riposino le sue ossa. Sapresti tu indicarmelo,
Beatrice? Il Conte Cènci non volle permettere mai, che mi conducessero
a visitare il sepolcro di nostra madre...

Beatrice, studiando deviare il doloroso colloquio in obbietti alquanto
meno tristi, si levò pronta per appagare il desiderio del fanciullo;
e, postolo a sedere sul parapetto della terrazza, si prostese fuori
col busto.

Il pianeta del giorno stava per tramontare, e mandava i mesti raggi
dello addio a questa terra, che, sebbene infelice, gli è sì cara. Ogni
digradare della luce presentava una nuova maraviglia: colori
soavemente più languidi, come lo spirare dei suoni per la superficie
delle acque. Le vette dei campanili, le cime dei monti, le nuvole
lontane pareva si affaticassero a ritenere un palpito di raggio, in
quella guisa stessa che i cari parenti, da balcone da loggia o da
colle, sventolano al pellegrino che si allontana un panno bianco,
finchè la sua forma non si confonda con la bruma della sera... Oh Dio!
Egli è presso a sparire; gli occhi della madre, offuscati dalle
lacrime, non lo distinguono più; ella se gli asciuga col velo per
rimirarlo ancora:--adesso ella li tende più alacri che mai... ahimè!
il suo figliuolo è sparito:--quando lo rivedrà? Voci misteriose
mormoravano pel cielo e per la terra: dalle piante e dalle acque
uscivano sussurri di gemiti segreti, eco di quelli che si diffusero
lungo le marine alla morte di Cristo, e piangevano: _Il gran Pane è
morto!_[4]

Questa terra, anticamente mesta e vocale più di ogni altra, rivela il
dolore del mondo al dileguarsi del sole. Nati gemelli nel giorno della
creazione, essi spireranno insieme. Comecchè la terra sappia che il
sole tornerà domane a portarle luce e calore, pure ella conosce
ugualmente, che i giorni dalla mano del tempo cadono irrevocabili
nello abisso della Eternità. Molto certamente hanno vissuto insieme
prima che l'uomo nascesse, e molto vivranno ancora dopo che la nostra
razza sarà scomparsa; passeranno secoli e secoli, avanti che si
rompano sfasciati a rovinare in corsa disordinata per le miriadi dei
mondi superstiti; ma ogni secolo come ogni minuto si avvicinano al
punto, dove il Creatore per ogni cosa creata ha scritto: _basta_. Se
l'uomo pensasse che questi eccelsi luminari, che queste belle luci di
amore, portento delle notti serene, hanno a chiudere le palpebre nella
morte; che tutto, anche le rocce di granito, ossatura della terra, ha
da sformarsi... Se l'uomo, dico, a queste cose pensasse... atomo
infelice balestrato dall'utero della donna nel seno della morte,
tormenterebbe egli per essere tormentato?--O grano di sabbia maligno!
tu ardisci perfino avventarti dentro gli occhi di Dio, e farli
lacrimare di spasimo...--

Ma intanto questa bella e magnifica natura non può rimanere lungamente
desolata; ed ecco non per anche il sole è scomparso da una parte dello
emisfero, che dall'altra si affaccia la luna.--Benvenuta, amica delle
anime afflitte; benvenuta, compagna dei nostri trionfi: anche vestiti
della tua luce si mostrano maestosi alle genti il Campidoglio e il
Colosseo; anche al lume dei tuoi raggi negli archi di Tito, di
Costantino, di Severo, e nella colonna Trajana si vedono le immagini
dei popoli vinti. Ahimè! Luna, che percorri frettolosa il cielo di
Roma, tu non vedrai più nemici vinti, se non iscolpiti sopra i
monumenti degli antichissimi capitani.

Nella notte, al chiarore di questa luna, quando Roma dorme più
profondo il sonno dal quale sarebbe misericordia che non si destasse
mai più, le larve dei famosi capitani scoperchiano le vetuste
sepolture, e vengono silenziose a visitare la terra donde dettarono
leggi ai re del mondo; la rupe, che seppero difendere; il luogo dove
Cammillo vide la spada di Brenno gittata su la bilancia per aggravare
il peso della nostra vergogna...: la vide, ma nessuno dei barbari
passò i monti a raccontarlo alla sua moglie. All'alba si dileguano
perchè odiano la vista dei viventi, e aborrono esser vedute
piangere!--È fama che sul fare del giorno, quando i morti rientrano
nelle antiche sepolture, si spanda lungo pei campi un gemito, che
lamenta così: «Grande fu la gloria, ma l'abiezione è senza misura
maggiore; e tu, o Re del mondo, e fino a quando?..»

La miseria di Roma vince la desolazione dei sepolcri. Beati i morti!
Perchè ti chiami Città eterna?--Oh! rammenta, che ai tempi della tua
antica religione tu credevi eterno anche il marito dell'Aurora.--Eterno,
ma caduco, Titone venne in tanto odio di se, che reputò grazia somma dei
Numi essere convertito nello stridulo animale, fastidio dei giorni di
estate: fu un lieto giorno per lui quando potè scambiare la sua
miserabile eternità con la vita di una cicala. Perchè ti chiamano Città
eterna?--La religione, a cui tu credi adesso, t'insegna come vestirono
Cristo con le insegne reali per vituperarlo più crudelmente. Dio nel suo
furore sembra ti abbia condannato, pur troppo, ad una eternità... ma è
quella del pianto.

Beatrice prostese il busto fuori del parapetto dicendo:

--Là, là oltre cotesti colli avvi una terra feconda, che la Madre
nostra portò in dote a Francesco Cènci: ivi è una chiesa dedicata ai
santi apostoli Pietro e Paolo. In cotesta chiesa, dentro un sepolcro
di marmo--a mano diritta di coloro che entrano--lungo la parete
giacciono le ossa della nostra madre benedetta.

E mentre, levato il braccio, additava il luogo acconsentendo con tutta
la persona all'atto, fortuna volle che dal seno le uscisse una lettera
e un medaglione, e cadessero giù nel giardino.

--Oh Dio, il mio segreto! urlò la giovane con grido straziante,
divampando in volto per la vergogna.

Francesco Cènci, appiattato dietro un bosco di lauri, da gran tempo
stavasi a contemplare coteste due creature fisso così, che pareva
volesse avvelenarle col guardo. Appena egli ebbe visto cadere il
foglio e il medaglione, si mosse frettoloso per prenderli; non tanto
presto però quanto lo spronava il desiderio, che la gamba offesa gli
arrecava impedimento. Beatrice lo scòrse costernata, e con suprema
smania ripetè due volte:

--Il mio segreto! il mio segreto! La mia vita a chi mi salva il
segreto!

Il fanciullo guardò lei, fattasi in volto del colore della morte,--e
guardò il vecchio;--quindi risoluto, e pieno di ardimento, con
disperato sforzo attaccandosi alle bozze sporgenti della terrazza,
discese nel giardino, e pronto come il baleno ebbe ricuperato il
foglio ed il ritratto.

--Vieni qua, urlava il vecchio rabbioso... vieni qua... portami
cotesta roba...

E poichè Virgilio, fingendo non lo sentire, prendeva la via per
tornarsene difilato a casa, il Conte imbestiando nel suo furore
muggiva:

--Vipera maladetta! Portami il foglio... e tosto... Se ti raggiungo,
ti strappo il cuore con le mie proprie mani.

Il fanciullo più, e più sempre affrettava il passo. Francesco, cieco
d'ira,

--Nerone!--grida--Qua, Nerone... su... addosso... e con ambedue le
--mani aizza il cane contro il figliuolo--addosso... addosso...

Il cane si slancia furiosamente, invano però; chè Virgilio quantunque
avesse già percorso buon tratto di via, pure, sembrandogli sentirsi le
zanne del mastino nelle vive carni, aveva messo le ali alle
piante:--non fuggiva, volava. Salì i gradini a due a due; e con
terribile anelito, estenuato di forze, giacque sul pavimento,
depositando ai piedi di Beatrice la lettera e il ritratto. La
fanciulla l'una e l'altro ripose precipitosa nel seno.

Poco dopo ecco il cane irrompere sopra la terrazza latrando: aveva gli
occhi di brace: esalava il fiato fumoso. Beatrice, improvvida a qual
partito appigliarsi, volge attorno lo sguardo, e scorge dentro una
nicchia un trofeo di armi antiche posto ad ornamento della loggia:
afferra una spada, e si pianta dinanzi al giacente fratello. Il
mastino feroce a testa bassa si caccia oltre per isbranarlo: la
fanciulla animosa, colto il destro, gli mena un colpo così potente,
che penetrandogli il petto gli fende il cuore. Il cane si rotola nel
proprio sangue, e traendo doloroso guaito spirò.

Sovrasta nuovo pericolo, e più grave. Francesco Cènci sopraggiunge
tempestando, con lo stile alla mano: balbuziente per furore, egli
grida:

--Dov'è la mala vipera? Morte di Dio! Chi mi ha ammazzato Nerone?...
Chi?

--Io.--

--Ebbene; anche tu... ma no, prima la vipera.--

E si china sul figliuolo per iscannarlo. Beatrice solleva la spada
insanguinata, e, puntatala contro il petto di Francesco Cènci, con
espressione impossibile a riferirsi dice:

--Padre... non ti accostare...

--Scellerata! Da parte; dico,--e si provava di arrivare il giacente.

Beatrice con voce tremendamente pacata ripetè:

--Padre, non ti accostare!

A cotesto suono, che conteneva a un punto una suprema preghiera ed una
suprema minaccia, Francesco Cènci si ristette a contemplarla.

Dov'è la vergine dal dolce sembiante? Gli occhi di Beatrice, dilatati
in guisa strana, pare che avventino fiamme: le narici aperte
sussultano: le labbra compresse, il seno palpitante, i capelli sciolti
le fremono dietro le spalle: la gamba sinistra ferma, e tesa in
avanti; diritto il corpo; il pugno manco chiuso, e la destra accosto
al fianco armata di spada con la punta in alto, in atto di ferire. Nè
pittore mai nè scultore varrebbero ad effigiare cotesto portentoso
simulacro, nè la parola lo può. La fanciulla appariva tale, da non
sostenerne la vista: paragonarla al cherubino branditore di spada, che
difendeva la porta dell'Eden dopo il peccato di Adamo, sarebbe dir
niente; perchè come fosse quel cherubino noi non sappiamo: ella era
quale si mostra anche oggi la vergine romana, quando rammenta che
nasce del sangue di Clelia. Francesco Cènci ne rimase percosso; si
pose estatico a contemplarla, lasciò calare la mano armata, gittò via
lo stile; sentì per un momento placarsi l'anima. Beatrice anch'essa
gittò lontano da se la spada. Il vecchio sporse verso di lei le
braccia aperte, esclamando teneramente:

--Sei pur bella fanciulla!... Oh! perchè non mi ami?...

--Io?--Vi amerò... e gli si avventò al collo.

Il padre e la figlia si strinsero in religioso abbracciamento.

Ma il bene durava nell'empio vecchio quanto un baleno. Egli provava
per un sentimento di umanità la paura stessa, che altri proverebbe per
un rimorso. A un tratto ecco apparire i segni del parossismo del
delitto: gli si corrugano gli occhi, le palpebre tremano di quel riso
sinistro che faceva abbrividire; le palpa i capelli, il collo le
stazzona e le spalle; baciolla e ribaciolla, e nello accostare la
bocca al suo orecchio vi sussurrò dentro una parola...

Beatrice declina la faccia livida; si scioglie dallo amplesso del
padre, si reca in collo il fratello giacente, e nel partirsi manda
contro Francesco Cènci uno sguardo lungo--un fulmine di
disprezzo--ch'ebbe potenza d'impietrire il sangue nelle vene a colui,
che non temeva uomini, nè Dio.

Egli rimase lungamente immobile, chiuso dentro un profondo pensiero:
colà nel suo spirito prese a imperversare una tremenda procella. Ma la
voce del male vinceva il muggito dell'uragano; la voce del bene
disperata era, e fuggitiva come quella del naufrago. Quali pensieri
gli si avvolsero nella mente? Di che cosa dubitò? Che cosa statuì? Chi
lo sa! Forse lo stesso Demonio, se si fosse affacciato a vedere lo
inferno dell'anima di Francesco Cènci, avrebbe volto altrove impaurito
la faccia. Però è da credersi, che in cotesta vertigine di maligni
partiti egli si appigliasse al peggiore; conciosiachè battendosi forte
della palma destra la fronte, digrignasse fra i denti:

«Or come va? Io, che presumerei comandare al giorno quando si affaccia
all'orizzonte: «addietro! splenderai quando te ne darò licenza...»
ecco io mi sento arrestare in mezzo del mio cammino da meno, che da un
filo di paglia, dalla volontà di una fanciulla. Ahi sciagurata! Il
vetro potrà egli resistere, sotto al martello del fabbro? Tutto ha
piegato fin qui nella stretta della mia mano di ferro; e tu pure
piegherai--o ti stritolerò ad un punto anima ed ossa.


NOTE

  [1] _Ah! quella chioma
      Che la delizia fea già degli Amori,
      Che con le rosee dita all'aura spesso
      Spargeanla, allor che Beatrice lieta
      Nei più bei dì di sua bellezza, ai raggi
      La apponeva del Sole, e lo vincea._

                             ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.

  [2] PETRARCA, _Trionfo d'Amore, C. I._

  [3] Idem, _Rime in morte di Madonna Laura. Son. 63._

  [4] Il testo allude ad un fatto narrato da parecchi scrittori
    dell'antichità. Intorno alla fede ch'ei merita lasciamo che ogni
    uomo leggendo ne giudichi. La verità è, che Tiberio intendeva
    riporre Gesù Cristo fra li Dei, e ne mosse proposta in senato; e
    fu ventura che non ce lo volessero. Intorno al fatto lo
    riporteremo tal come lo racconta PLUTARCO, nell'opuscolo--degli
    Oracoli già cessati:--«Trovandosi il vascello del pilota _Jamo_
    presso alcune isole del mare Egèo, improvvisamente cessò il vento.
    Tutte le persone della nave erano ben deste e quasi tutte se la
    passavano bevendo insieme, allorchè tutto ad un tratto udirono una
    voce, che veniva dalle isole, e chiamava _Jamo_. Questi si lasciò
    due volle chiamare senza rispondere, ma alla terza finalmente non
    potè più resistere. Quella voce gli comandò, che appena foss'egli
    arrivato ad un certo luogo dovesse ad alta voce gridare, che _il
    gran Pane era morto_. Non vi fu alcuno che non rimanesse colto
    dallo spavento. Stavasi deliberando se _Jamo_ dovesse obbedire; ma
    egli stesso conchiuse, che allorquando fossero giunti al luogo
    indicato, se eravi vento bastante per proseguire il cammino non
    era necessario dir nulla; ma che se fossero stati ivi trattenuti
    da troppa calma, era d'uopo eseguire l'ordine ricevuto. Non mancò
    infatti di sopraggiungere la calma nell'accennato luogo: ond'egli
    tostamente si diede a gridare ad alta voce esser morto il _gran
    Pane_. Appena ebbe terminato di parlare, da tutte le parti
    udironsi gemiti e pianti come di un gran numero di persone da tal
    nuova sorprese, ed afflitte. Tutti coloro ch'erano in nave furono
    testimoni di tale avventura: a poco a poco se ne sparsero le voci
    fino a Roma; e avendo lo imperatore _Tiberio_ voluto vedere _Jamo_
    in persona, unì alcuni dotti per apprendere da loro chi fosse.»...
    Che poi il _gran Pane_ fosse Gesù Cristo, vedilo in BOCCACCIO,
    _Genealogia degli Dei_, là dove parla del dio Pane.



CAPITOLO VII.

LA CHIESA DI SAN TOMMASO.

                             .....E Belzebub in mezzo.
                                     PETRARCA, _Sonetti_.

                «Tanto egli odiava questi suoi figliuoli, che aveva
                fatto nel cortile del suo palazzo una chiesa dedicata
                a san Tommaso, col solo pensiero di seppellirveli
                tutti».
                                        NOVAES, _Storia_.


La chiesa di san Tommaso dei Cènci, comecchè in parte mutata da quello
che era, sta tuttavia. Lo dicono monumento vetustissimo, e già ebbe
nome: _De Fraternitate_, ed anche _in Capite Molae_, o _Molarum_.
Questa notizia ricavasi dal diploma di papa Urbano III ai Canonici di
san Lorenzo in Damaso. La chiamarono poi _in Capite Molarum_ come
quella che sorgeva prossima al molino della Regola, là dove il Tevere
rimase interrato fino dal 1775; e _De Fraternitate_, ed anche _Romanae
fraternitatis caput_, forse perchè quivi fondarono la prima
confraternita donde trassero in successo di tempo esempio e titolo le
altre confraternite di Roma. Narra la fama, che il Cincio, vescovo di
Sabina, nel 1113 ne consacrasse l'altare. Giulio III la concedeva in
giuspatronato a Rocco Cènci nel 1554, con obbligo di restaurarla; cosa
che, per essere soprappreso dalla morte, egli non potè adempire;
laonde Pio IV nel 1565 spedì nuovamente la Bolla d'investitura a
favore di Francesco Cènci figlio di Cristofano, imponendogli il
medesimo carico; al quale egli soddisfece, secondo che attesta la
seguente iscrizione poeta sopra i muri esterni della chiesa:

    _Franciscus Cincius Christophori filìus
    Et Ecclesiae patronus, Templam hoc
    Rebus ad divinum cultum et ornatum
    Necessariis ad perpetuam
    Rei memorìam exornari ac perfici
    Curavit. Anno Jubilei 1575[1]_.

Quel marmo attestava a chiunque passasse quale, e quanta fosse la
pietà di Francesco Conte dei Cènci!--Cosi quasi sempre riscontriamo
sinceri gli epitaffi, le iscrizioni, le gazzette officiali, e le
orazioni funebri dei cappellani di Corte.

La chiesa ha forma, a un dipresso, quadrata. Condotta di un miscuglio
di ordine dorico, presenta cotesta sconcia depravazione dell'arte, che
gli artisti costumano significare col nome di _barocco_. Contiene
cinque cappelle; ha soffitto a crociere, dove anche nei giorni che
corrono possiamo osservare l'arme dei Cènci, che fa per impresa campo
squartato di bianco e di rosso, con tre lune rosse in campo bianco, e
tre lune bianche in campo rosso.

All'altare maggiore si vede un quadro dipinto a olio della maniera del
secolo sesto, o di poco anteriore: è di buona scuola, e rappresenta
san Tommaso che tocca la piaga a Gesù. A sinistra dello altare stesso
venerano un Crocifisso dipinto, opera del secolo decimo secondo, e a
questo alludeva Virgilio nel suo colloquio con Beatrice.

Intorno a lui raccontami mirabilissime cose. Certo manoscritto antico
conservato una volta, e forse anche adesso, nel Campidoglio (non però
commesso alla custodia delle oche che salvarono la rupe Tarpeia),
firmato da Giacomo Cènci, dichiara come il padre Guardiano in Araceli
donasse la prefata devota immagine al medesimo Giacomo, e con
giuramento gli affermasse avere davanti a quella più e più volte fatta
orazione san Gregorio Magno: nè il buon padre Guardiano si fermava
qui; che, proseguendo nella narrazione, attestavagli, cotesto Cristo
avere usanza tratto tratto operare miracoli. Se anche di presente la
immagine ritenga siffatta virtù, o se l'abbia trasferita in altre,
come sarebbe la immagine di Nostra Donna di Rimini, che apre e chiude
gli occhi, o l'altra di Tredozio, che piange a un punto e ride[2], io
non saprei accertare per ora; ma quando prima sarò, se piace a Dio,
liberato dal carcere, mi propongo raccogliere più ampie notizie, e
ragguagliarne i miei devoti lettori. Quello però che conosco di certo
si è, che il Cristo di san Gregorio Magno per tutto il tempo che durò
la vita di Giacomo Cènci si ostinò a non fare miracoli; ed ecco come
andò la faccenda.

Fra Brancazio, (tale era il nome del Guardiano di Araceli) senza che
faccia nemmeno mestieri dichiararlo, non donava mica il Cristo per
nulla; all'opposto egli imponeva al donatario: _primo_, che
restaurasse a sue spese la facciata della chiesa dei reverendi Padri
Francescani in Araceli, il che fu adempito; _secondo_ a rifornire la
sacrestia di pianete, piviali, dalmatiche, ammitti, roccetti e simili
altri arredi, ed anche questo fu fatto; _terzo_ a fondare una messa
quotidiana perpetua all'altare di san Francesco con la elemosina di un
ducato, ed anche la messa quotidiana fu fondata: e così i dabbene
Padri, avendo trovato il terreno morvido, presero ad avviarsi alla
casa di Giacomo spessi ed oscuri, simili in tutto alla schiera delle
formiche quando s'imbattono in un mucchio di grano lasciato su l'aia,
e non rifinivano mai di cavargli di sotto ora questo, ed ora
quell'altro benefizio: dandogli ad intendere, che per quanto ei
donasse, già non presumesse risarcire il Convento per la perdita
inestimabile del Crocifisso, davanti al quale aveva pregato san
Gregorio Magno; imperciocchè, senza contare il pregio del dipinto,
ch'era pure d'illustre magistero, gl'infiniti miracoli che soleva
operare procacciavano elemosine abbondantissime, e reputazione di
santità al luogo e a chi l'abitava non meno proficua. Messere Giacomo
Cènci, con tutto che santissimo uomo si fosse, preso nonostante da
stizza per la pretesa improntitudine, certo giorno gli disse: «Padre
Brancazio, che il Crocifisso di san Gregorio Magno alle sue mani abbia
operato miracoli, sarà: lo dice _lei_, e non ho motivo per dubitarne;
però dopo ch'è entrato nella mia cappella le posso giurare da
gentiluomo di onore, che non ne ha fatti più». E il Frate, voltandogli
bruscamente le spalle, gli rispose: «Mi rincresce dirglielo,
spettabile signor Conte; ma questo è segno, che nè _lei_ nè la sua
casa sono degni di ricevere queste grazie.» E così messer Giacomo
rimase saldato da fra Brancazio.

Di reliquie poi cotesta chiesa non pativa difetto, e tutti questi
tesori ecclesiastici si conservavano dentro un'urna di marmo posta
sotto l'altare maggiore. Lascio dei Santi di seconda qualità, chè
troppo ci vorrebbe a favellare di tutti, e ricorderò soltanto la
piegatura del collo di san Felice dove venne trafitto da un colpo di
lancia in Calamina, ora detta Madapor, ed anche Città di san Tommaso,
nella India: _de pandone circa collum eius in percussione ipsius_,
come ne fa fede la iscrizione posta sopra la porta minore della
medesima chiesa. Ma vedete dove quel benedetto Santo girava per
cercare la morte, mentre questa è sicuro che sarebbe andata a trovarlo
anche standosene quieto e tranquillo a casa sua![3]

Chiedo licenza ai miei lettori (i quali so che non me la negheranno)
di passare sotto silenzio le altre cappelle; molto più che, gli
assicuro io, non meritano speciale menzione. Non pertanto piacemi
ricordare come la chiesa e le case dei Cènci fossero erette sopra le
rovine del Teatro Balbo...

Una chiesa sopra un teatro! I secoli trapassano come i vetri dipinti
della lanterna magica; il mondo è la parete dove si riflettono le
immagini loro, e nel continuo passaggio le cose più strane si
succedono senza dar tempo a compire un pianto, o un riso. Noi
fabbrichiamo sopra i sepolcri dei nostri padri; le generazioni future
s'impazientano di fabbricare su quelli di noi. Cenere sopra cenere; e
l'universo si allarga e si feconda per queste incessanti alluvioni
della morte. Dove gli umani sollazzavansi un giorno, oggi pregano;
forse vi decapiteranno domani, domani l'altro danzeranno. La Fortuna,
gittata via la benda, all'antica follia aggiunse la ebbrezza nuova; e,
fatta Menade, percuote orribilmente un suo crotalo infernale,
eccitando al ballo tondo Grazie, Furie, Satiri e Muse. Marte balla
anch'egli; Nemesi co' flagelli di vipere batte la misura. E l'uomo
presume mettere il chiodo a questa ruota, che affatica il cielo e la
terra? Ah! ella è pretensione cotesta da far morire di riso lo stesso
dio del Riso, il vecchio Momo.

Assicurano taluni, che quando la fede rimane vedova convoli facilmente
a seconde nozze; e dicono ancora, che abbia dato il medesimo anello a
parecchi mariti. Io per me mi astengo da simili argomenti, che putono
di abbrustolito... per fuoco infernale di certissimo, e per fiamme di
Santo Offizio non lo sappiamo per ora di certo, ma in breve lo
sperano. Intanto i reverendi Padri Gesuiti s'insinuano piamente fra i
Popoli ad apparecchiare i fornelli.--Quello, che a me pare poter dire,
senza pericolo della salvazione dell'anima nell'altra vita e del Regio
Procuratore in questa (però che si tratti di pretta storia) si è, che
parecchi dei nuovi Numi s'introdussero nel tempio degli antichi; nè
più nè meno come gli Austriaci, col biglietto di alloggio, in casa dei
buoni borghesi toscani. _Veteres migrate coloni!_ Molti altri
inquilini dell'Olimpo di Giove migrarono con armi e bagaglio nel
Paradiso di Santa Madre Chiesa; e, offrendo esempio da imitarsi agli
uomini politici dei nostri tempi, voltato mantello continuarono a
deliziarsi nel profumo delle adorazioni[4]. Anche su i riti accaddero,
più che non si crede, transazioni, e per opera degli stessi Pontefici.
Nè in ciò sembra che meritino punto biasimo, perchè, i più astuti
scrittori affermano pericoloso stravincere, e doversi accettare
qualunque accomodamento: basta che si assicuri un guadagno (pei Numi,
bene inteso); però che, in quanto ai Sacerdoti, se ne stieno contenti
a quello che loro invia la Provvidenza: e questo sanno tutti,
insegnandolo il Vangelo di Cristo... Svergognati! Quando mai fu fatta
penuria di moneta spirituale per acquistare beni temporali? Lo
spirito, predicato più nobile della materia, in diritto le ha sempre
ceduto nel fatto. La Chiesa, donna e madonna del Paradiso celeste, si
accinse a cercare anche il terrestre. La investigazione non sembrava
difficile. solo che avesse badato e perlustrare il paese che giace tra
i fiumi Pisone, Ghilone, Hiddechel, e l'Eufrate[5]; ma non le venne
fatto, o non potè trovarlo. Allora si mise con maggior profitto a
cercarlo fra le spoglie di guerra dei Franchi e dei Normanni, o nelle
transazioni tra l'Inferno (di cui è procuratrice del pari, o per lo
meno ne tratta i negozii senza mandato) e il rimorso e la paura dei
peccatori, _perchè coll'oro si fanno anche arrivare l'anime in
paradiso_, come affermava Cristofano Colombo scrivendo a Ferdinando e
ad Isabella cattolicissimi regnanti[6]; e così dicendo non iscuopriva
l'America. Affermano eziandio, che la Chiesa per mettersi in possesso
del Paradiso terrestre si avvantaggiasse a fabbricare carte false; ma
queste sono cose che non si devono credere: almeno io non le credo.
Nel mille predicavano i Chierici la fine del mondo, e nonostante ciò
facevansi instituire eredi. I beni terreni di cui dovevano astenersi,
tanto, all'opposto, piacquero loro, che pretesero ritenerli anche dopo
la fine del mondo! _Considerata a dovere questa clericale
improntitudine, farà meno maraviglia l'avaro Ermocrate, che instituì
erede se stesso_.

Qui dentro, e mi si può credere, non vi sono biblioteche per comporre
dotti discorsi; ed anche libri vi fossero, io non ho avuto tempo per
leggerli: pure ricordo che in Roma, il tempio che fu di Vesta la Dea
del _fuoco_, oggi è consacrato alla Madonna del _sole_; quello di Remo
e Romolo _gemelli_, ai santi Cosimo e Damiano _gemelli_; l'altro della
_Salute_, a Santo _Vitale_: su l'orlo del lago Numicio, dov'è fama che
si precipitasse la sorella di Didone _Anna Perenna_, adesso si venera
la cappella di santa _Anna Petronilla_: ed oggi ancora, a Messina nel
giorno dell'Assunzione, come la Cerere sicula andava in traccia della
sua figlia Proserpina rapita da Pluto, la Madonna, tratta in
processione, va per le strade cercando il suo divino figliuolo: quando
poi, dopo un lungo errare, le mostrano la immagine del Salvatore, ella
trema, storna, e dodici uccelletti proromponle dal seno spandendo pel
cielo la esultanza del suo cuore materno. Nel foro Boario, presso
l'ara massima dove i Romani pronunziavano il giuramento solenne, ora
sorge la chiesa di _santa Maria Rocca della verità. Il Panteon è
diventato _Santa Maria della Minerva_. Qui fra noi, _San Giovanni_ era
il _tempio di Marte_: la Cattedrale di Pisa, il _palazzo di Adriano_
fabbricato di ruderi di case e di tempii. Uno dei pilastri della
parete esterna da mezzogiorno notai composto in parte d'un architrave
di granito col nome di _Cerere Eleusina_. Del monte _Soracte_ hanno
fatto il monte _Santo Oreste_, e a canto la cassa di _Santo Ranieri_
ho veduto una statua di _Marte_ convertita in _San Potito_ (il quale,
insieme a Santo Efeso, fu solennissimo operatore di miracoli) con la
lieve variante di torle dalla destra la spada, e sostituirvi un libro.
I Gesuiti nell'Indie consentivano l'adorazione degl'Idoli si
continuasse; solo a piè dei mostri ponessero o crocellina, o cuore di
Gesù, o altro segno della religione nostra; anzi nella China giunsero
perfino a velare la immagine di Cristo confitto in croce, per paura
che i popoli si scandalizzassero di un Dio morto coll'ultimo
supplizio: e Gregorio VII manda lettera a Santo Agostino apostolo
della Brittania, con la quale lo conforta a sopportare i sagrificii di
vittime co' riti pagani per acquistare a mano a mano terreno[7]. Gesù
Cristo predicò non potersi servire a Dio ed a Mammone, e cacciò via
risoluto i profanatori dal tempio. I suoi vicarii hanno proceduto più
blandamente; bene o male abbiano fatto, ne renderanno conto al
Mandante. A me basta aver detto la verità quando affermai, che i
Chierici andarono corrivi anche troppo per acquistare impero... Ahi
tristo aere del carcere! non mancherebbe altro, ch'ei mi facesse
diventare teologo. Io mi affretto a tornare più che di passo alla
storia, lasciando molte cose per via che furono dette, e che sono
state dimenticate con iscandalo di tutti i professori del progresso
umano.

La cappella di san Tommaso dei Cènci nel giorno dieci di agosto
compariva parata a lutto: lungo le pareti pendevano lugubri gramaglie:
da per tutto si vedevano ghirlande di fiori intrecciate con rami di
cipresso: sette sepolcri di marmo nero scoperchiati aspettavano i
morti, a guisa di bocche co' labbri aperti ansiose di bevanda: avevano
tutti una iscrizione medesima, ed era questa:

    _Mors parata, vita contempta_[8].

E più oltre un ottavo sepolcro sopra gli altri cospicuo, di marmo
bianco finissimo, con quest'altra iscrizione:

    _Si charitem, caritatemque quaeris
    Hinc intus jacent
    Non ingratus haerus
    Neroni cani benemerentissimo
    Franciscus de Cinciis hoc titulum
    Ponere curavit....._[9].

In mezzo alla chiesa stava collocata una bara coperta di velluto
chermisino ricamato di oro, cosparsa anch'essa di freschi fiori.
Intorno alla bara ardevano sei ceri sopra candelabri d'argento
lavorati con artifizio mirabile.

Un coro di preti, parati di pianete e di dalmatiche di damasco nero,
aspettavano un morto per recitargli le ricche esequie. Nè stette
guari, che si fecero sentire passi misurati; e poco dopo, alzata la
tenda della porta laterale, comparve una barella portata da due uomini
e da due donne.

Giacomo e Bernardino Cènci tenevano le stanghe davanti, le posteriori
Lucrezia Petroni e Beatrice.

Il morto era Virgilio. Dio aveva accolto la seconda parte della
preghiera dello sventurato fanciullo: egli dormiva nella sua pace.

Seguivano alcuni servi di casa vestiti magnificamente a lutto, con
torcie accese. Non senza dolore misto a maraviglia poteva osservarsi,
come le vesti dei famigli fossero troppo meglio in punto, che quelle
di Giacomo e di Bernardino: segnatamente di Giacomo, squallido così,
da disgradarne il più povero gentiluomo di Roma. Scarmigliati aveva i
capelli, lunga la barba, le maniche e il colletto luridissimi: portava
bassa la faccia umiliata, la fronte aveva rugosa, le guance pallide e
macilenti: dagli occhi accesi versava lacrime amare, e gli si vedeva
il palpito del cuore di sopra il farsetto. Dal suo volto tralucevano
due passioni contrarie: pietà, e rabbia male repressa. Bernardino
anch'egli piangeva. ma così per imitazione, piuttosto che per impulso
spontaneo; imperciocchè se non era diventato affatto stupido di cuore,
la sua mente era ottenebrata dalla paura del padre, e dalla ignoranza
di tutte le cose, nella quale costui compiacevasi conservarlo.
Lucrezia, quantunque matrigna si fosse, lasciava l'adito al
pianto:--però, essendo piuttosto pinzochera che devota, si rassegnava
facilmente e presto; togliendosi le sciagure in pazienza, e
attribuendo al santo volere di Dio ogni evento così buono come tristo
della vita. Io per me lodo la costanza, ch'è quasi zavorra, la quale
fa stare in equilibrio la nave nelle procelle della vita; credo ancora
io, che delle cose che avvengono in giornata molte dovessero per
necessità succedere: ma quando le idee religiose si adoprano a
insugherire il cuore, allora cotesta insensibilità non è virtù; si
rassomiglia troppo al vestibolo della morte: l'uomo, finchè vivo, ha
da vivere con le sue passioni. Io so che alcuni chiamano le passioni
venti contrarii alla vita serena, e jene e lioni e simili altri
animali ruggenti, e cercanti cui si abbiano a divorare. Marco Antonio
per le vie d'Alessandria fu visto seduto su di un carro tratto da
lioni. Se le similitudini addotte sieno acconce, o no, poco importa
conoscere; di questo si persuada la gente, che se l'uomo può domare le
belve, e governare la procella, molto più potrà le passioni; egli ha
da reggere, non lasciarsi impietrire.

Francesco Cènci condusse in moglie cotesta femmina appunto perchè
gliela dissero tenerissima della religione, e perchè certa volta,
avendo ella udito favellare della empietà di lui, aveva esclamato:
«Signore! io terrei piuttosto maritarmi col diavolo, che col Conte
Cènci[10].--Egli allora le si pose dintorno; finse costumi esemplari;
frequentò chiese, imparò a piegare il collo, e a levare in molto
commuovente maniera gli occhi e le mani al cielo: sopra tutto si
mostrò largo donatore ai preti, degni guardaportoni del paradiso.
Sapeva raccontare leggende dei Santi, discuteva della _gratia gratis
data_, e della _forma e della sostanza_ dei sacramenti meglio del
Definitore sinodale dei Padri Francescani. La donna incominciò a
credere lo avessero calunniato. In ogni caso, o non poteva essersi
convertito? Non poteva avere la Beata Vergine impartito a lei la virtù
di strappare cotesta anima dagli artigli del demonio? Oh! è così
dolce, così altera cosa per donna devota guadagnare un'anima in
contrasto col demonio, che, parlando generalmente, le femmine pie
davvero non si contentano della prima conversione, che con lodevole
zelo si affaticano per la seconda, e questa diventa impulso alla
terza; e se durasse in loro la potenza come la volontà, non è da
dubitarsi che sagrificherebbero la vita intera in opera tanto
meritoria[11]. Tra per queste ragioni e i conforti dei parenti, le
ricchezze grandi e la nobiltà di casa Cènci, la donna condiscese ad
accettare il Conte Francesco per suo secondo marito.

Appena il Conte ebbe menato a casa Lucrezia, come per ischerzo, le
disse: «Voi volevate maritarvi col demonio piuttosto che con me: io vi
ho presa per provarvi che avevate ragione»;--e le tenne parola.

Ogni giorno le si poneva accanto su lo inginocchiatoio; e mentre ella
recitava responsorii e rosarii, egli cantava versi osceni, od empii:
ella sfogliava un libro di orazioni, ed egli le incisioni turpissime
di Marcantonio Raimondi commentate da Pietro Aretino: si studiò
sovvertire in lei ogni idea di religione e di morale, a empirle
l'anima di dubbio e di paure; ma Lucrezia di coteste diavolerie non
intendeva niente, e spesso non vi attendeva nemmeno. Talora, quando il
tristo marito stanco di favellare taceva, incominciava ella, o
riprendeva a recitare il rosario: per la qual cosa avvenne che
Francesco Cènci, invece di aspreggiare altrui, se medesimo
tormentasse; invece di spingerla alla disperazione mordesse le sue
labbra di rabbia, e stesse per impazzare di furore. Riuscito invano
questo partito, scelse altro disegno. Prese a costringerla di
ascoltare i suoi quotidiani adulterii: nè ciò valendo punto a
irritarla, empì la casa di cortigiane; non si astenne da parole e da
atti capaci di offendere la sua dignità di donna e di sposa; ma ella
con inalterabile dolcezza gli diceva: «Dio vi ravveda, e vi perdoni
come io vi ho perdonato». Francesco non trovava maniera di commuovere
cotesta fredda, ed ineccitabile natura. Spesso, acciecato dalla ira,
ei la umiliò al cospetto dei servi; la bistrattò, la percosse; le fece
patire penuria di vesti e di cibo; le fece portare in volto i segni di
furore, peggio che bestiale. Tempo perduto: tutto ella soffriva con
rassegnazione, tutto ella presentava al sacro cuore di Gesù in isconto
dei suoi peccati. Francesco, per non darsi della testa nel muro, cessò
di perseguitarla, essendosi (cosa a dirsi incredibile) più presto
stancato il talento di tormentare in lui, che in lei la pazienza:
ond'è che reputandola stupida, la lasciò da parte come natura morta,
che non merita essere straziata nè blandita.

Beatrice sola non lacrimava; teneva gli occhi fitti sul morticino, e
immemore seguiva i passi altrui con moto macchinale.

Quando giunsero al catafalco Beatrice si recò lo estinto fanciullo
nelle braccia, ed ella fu che con le proprie mani ve lo acconciò
sopra, gli assestò i capelli, gli pose sul petto il crocifisso, e il
mazzetto delle viole; poi, remosso alquanto uno dei candelabri, con la
faccia declinata nel palmo della destra appoggiò il gomito sul canto
della bara, tenendo sempre fisso lo sguardo sul morto.

Un famiglio puntava Beatrice con gli occhi come due lingue di fiamma,
e talora trasaliva: il famiglio era Marzio.

Oltre i quattro rammentati, nacquero a Francesco Cènci tre altri
figli; Cristofano e Felice, ch'egli mandò a studio in Salamanca, e
Olimpia. Questa fanciulla, che destra era molto ed animosa, non
potendo più reggere alle paterne persecuzioni scrisse un memoriale,
dove espose molto accomodatamente i carichi del padre suo; e poi,
nonostante il carcere domestico nel quale si trovava ristretta, seppe
così bene industriarsi, che lo fece pervenire nelle mani di Sua
Santità, supplicandola che si degnasse collocarla in convento finchè
non l'avesse provveduta di onesto matrimonio. L'accorta fanciulla
delle infamie paterne rivelò le più credibili, e facili a verificarsi;
delle altre tacque, avvisandosi che l'enormezze quanto più superano
l'ordinario tanto meno si conciliano fede: sicchè le inverosimili,
quantunque vere, screditano le verosimili; e pensò inoltre che un
figlio, ricorrendo contro il padre per propria salvezza, non deve
oltrepassare i termini del bisogno; imperciocchè, in questo caso, la
difesa troppo ardente degenerando in offesa manifesta, faccia nascere
il sospetto che l'accusatore sia condotto da odio snaturato contro il
suo sangue. Il Papa pertanto, ammirando la moderazione della giovane,
deliberò venire in soccorso di lei; e, fattala trarre dalla casa
paterna e mettere in convento, non andò guari che la maritò col Conte
Carlo Gabbrielli gentiluomo onoratissimo di Gubbio, a cui il Papa
costrinse don Francesco Cènci sborsare conveniente dote. I ricordi dei
tempi narrano come il Cènci, furibondo per questo successo, giunse
perfino a promettere centomila scudi a chiunque, viva o morta, la
odiata figliuola nelle sue mani riportasse: ma il Pontefice poteva
troppo più di lui; ed anche per questa volta egli ebbe a mordere il
freno. Non si potendo sfogare contro la fuggitiva, moltiplicò la
rabbia della persecuzione contro ai figliuoli rimasti in casa; e tanto
cotesto cordoglio gli cuoceva il riposto animo, che sovente, come
Augusto quando ebbe perduto le legioni di Varo[12], fu visto aggirarsi
per le camere del suo palazzo; e battendo palma a palma, od
appoggiando la fronte febbricitante a qualche stipite, esclamava:

--Ahi! Papa, Papa, rendimi Olimpia. Principi, Preti, e Padri hanno a
sostenersi ad ogni costo, e sempre, se vogliono mantenere l'autorità
nel mondo reverita e temuta...

I Sacerdoti celebrarono gli ufficii divini con la esattezza dei nostri
soldati quando fanno la carica in dodici tempi, e presso a poco col
medesimo entusiasmo. Beatrice a nulla badò, nulla intese: solo quando
il sacerdote asperse la bara di acqua benedetta, uno spruzzo dalla
fronte del morticino le rimbalzò sopra la faccia. Rabbrividì, diventò
più cupa, poi sospirò queste parole:

--Accetto lo augurio!

--Morire... non tocca a voi...

Tali accenti percossero improvvisi le orecchie di Beatrice, come se si
fossero dipartiti dalla bara del morto: volse subito il capo, ma non
vide alcuno prossimo a lei. La calca dei famigli e degli incappucciati
si allontanò dalla chiesa seguitando i sacerdoti; poi a mano a mano
quella dei cristiani accorsi dal vicinato. I Cènci rimasero soli col
morto. Il popolo di buone viscere piange facilmente alle sventure
altrui; ma dura poco, perchè le proprie gli consumano tutto il suo
pianto, e qualche volta non basta.

Stavano tutti genuflessi, riposando il corpo sopra le calcagna, col
capo dimesso, e le braccia, con le mani incrocicchiate, pendenti giù
lungo le cosce. Beatrice sola, che non aveva lasciata un momento la
pristina sua positura, scuote ad un tratto la testa, guarda con occhi
torvi quei miseri, e con gesto imperioso esclama:

--A che piangete voi? Alzatevi! Sapete voi chi ci ha ucciso questo
fratello? Lo sapete voi? Voi lo sapete, sì; ma tremate di pensarne
perfino il nome dentro il vostro cervello. Quello, che non ardite
pensare nel vostro segreto voi, io lo rivelerò a voce alta: lo ha
ucciso suo padre... il padre nostro... Francesco Cènci.

I prostrati non si mossero, ma raddoppiarono i singhiozzi.

--Levatevi su, vi comando; qui ci vuole altro, che pianto! Bisogna
provvedere alla nostra salute, e subito, se non vogliamo che nostro
padre ci ammazzi tutti.

--Pace, figliuola mia, pace; che è peccato lasciarsi vincere dalla
collera, rispose Lucrezia: vieni, inginocchiati anche tu, e
sottomettiti al santo volere di Dio.

--Che dite voi, signora Lucrezia? Credete servire Dio, e lo
bestemmiate. A sentirvi, Dio avrebbe creato l'acqua per annegarci, il
fuoco per arderci, il ferro per tagliarci? Dove avete letto che il
dovere dei padri sta nel tormentare i figliuoli, quello dei figliuoli
nel lasciarsi tormentare?--Dunque non vi è limite, oltre il quale
venga concesso di opporci? Qualunque ribellione è illegittima? La
natura ha segnato le generazioni degli uomini col marchio in fronte:
_soffri, e taci?_ Vi ha qualche cosa peggio del parricidio? Ditemelo,
perchè io conosco molte, ma per avventura non tutte le iniquità, che
si commettono sotto il sole. Tre cose io comprendo che non si possono
annoverare: le stelle nel firmamento, i pensieri maligni nel cuore
dell'uomo, e le angosce dei disperati...; forse sono più... ditemelo.
Signora Lucrezia, come amavate poco il povero Virgilio!...

--Come! non l'amava io? Questo caro figliuolo mi era diletto come se
fosse nato di me.

--Davvero? Queste parole presto sono pronunziate, ma in fatto non è
così. Amore di madre non s'immagina. Se voi lo aveste portato nelle
viscere, se partorito con dolore, non piangereste, ruggireste adesso.
Ma qual maraviglia se la voce del sangue non è più ascoltata dagli
uomini, mentre non la intende neanche il cielo? Il grido di Abele oggi
non arriverebbe più al cospetto del Vendicatore: perchè questo? Forse
l'Eterno infastidito si tura le orecchie, o il grido del sangue si
fece più fioco?--Ma se il cielo è diventato di bronzo, il mio cuore si
mantiene di carne, e geme e freme e palpita come il cuore vergine di
uno dei primi viventi... E voi, Giacomo, che pure siete uomo, o non
sentite voi nulla qui dentro?--E la donzella si percosse il seno dal
lato manco.

--O Beatrice, rispose una voce dal pavimento, e la profferiva Giacomo
Cènci, io non sono più quello di prima: la parte migliore di me
periva: io paio appena un'ombra, una memoria di me medesimo.
Guardami... ti pare egli questo il sembiante d'uomo di venticinque
anni? Che cosa posso io contro il destino? Mi sono dibattuto, più che
non pensi, dentro la catena della necessità; l'ho morsa finchè non mi
ha stritolato i denti; tu la vedessi! Ella è affatto nera pel mio
sangue rappreso...

--Ma la mano trova un legno, ed ecco una leva capace a rovesciare una
torre;--trova anche un ferro, ed ecco un martello per rompere, una
spada per isgombrarci il cammino davanti; e poi l'amicizia moltiplica
i capi e le mani...

--La sventura, sorella mia, è come una notte di dicembre; t'investe
delle sue tenebre in guisa, che tu non vedi più alcuno, nè alcuno vede
più te.

--Alza la voce nel buio; la conosceranno almeno i parenti: ho inteso
dire che il peggior parente vale l'amico migliore.

--Vi sono sventure, come vi sono infermi a cui non vale virtù di
senno, nè virtù di farmaco. Io non nego la pietà, la parentela,
l'amore... io nulla nego; ma tutto in mano al potente diventa arme
atta a percuotere, e in mano del debole diventa vetro per ferirlo.
Contempla, sorella, quale e quanta sia l'abiezione a cui mi trovo
condotto. Io non ho vesti per cuoprirmi; mi mancano perfino camicie:
io non ho modo per curare la mondizie del corpo, di cui il difetto
tanto umilia il gentiluomo. Ma questo sarebbe poco dolore se
affliggesse me solo; ho quattro figli, e spesso mi manca tanto da
sostentarli, non che d'altro, di pane. Dei due mila scudi annui, che
il padre dovrebbe pagarmi per decreto del Papa, appena, ed a stento,
mi dà la ottava parte; i frutti della dote di Luisa mi nega[13]; onde
io sovente, tornando a casa, trovo i miei figliuoli nudi, la madre
piangente, e tutti domandare del pane... Ah! che cosa posso darvi?
Prendete, mangiate le mie carni. Sì, per Dio, le mie carni! egregio
cibo, in verità, le mie carni estenuate dal digiuno, e riarse dalla
febbre! Fuggo da casa mia per sottrarmi a cotesti gridi; ma la
disperazione viene meco, e mi ricinge a mille doppi la vita con le sue
spire orribili di serpe, mentre i suoi denti avvelenati mi mordono il
cuore.

--Ma perchè non ricorriamo al Papa? Vi ricorse pure Olimpia, e con
ottimo successo?

--E non vi ricorsi io? Mi prostrai ai suoi piedi; bagnai il pavimento
di lacrime; pregai pei figli miei, per voi, ed anche per me: gli
esposi a parte a parte le paterne enormezze; non gli nascosi nè anche
le più riposte, e più infami; lo supplicai, per quel Dio che presume
rappresentare in terra, a volerci prendere sollecito ed efficace
riparo. L'austero vecchio non si commosse, non battè ciglio; mi pareva
raccomandarmi alla statua di bronzo di san Pietro, di cui i piedi sono
logori dai baci; e sempre freddi. Mi ascoltò con faccia di pietra;
tenne ognor fitti nei miei gli occhi suoi grigi, e pesi come di
piombo; poi pronunziò lento queste parole, che mi caddero su l'anima a
modo di fiocchi di neve: «Guai ai figli, che manifestano le vergogne
paterne! Cam per questo fu maledetto. Sem ed Jafet, che usarono
reverenza al padre loro, furono all'opposto dilatati, e le loro
generazioni abitarono nei tabernacoli di Canaan. Leggesti mai che
Isacco mormorasse contro Abramo? La figlia di Jefet si ritirò forse su
i monti per maledire suo padre? I padri rappresentano Dio in questo
mondo. Se tu avessi tenuto reverente la faccia inclinata per adorare,
non avresti veduto le colpe del tuo genitore, e non lo accuseresti: va
in pace». E così favellando mi dimise dal suo cospetto. Ora tu lo vedi
a prova: Olimpia adoperando gli argomenti medesimi potè trovare la via
della grazia nel cospetto del Papa: io, invece, trovai quella della
indifferenza, o dello sdegno: qui dentro vi ha un destino, che vuole
così. Che cosa può l'uomo contro il destino?

--Può morire.

--Sì, eh! Ma tu non hai figli, Beatrice; tu non hai sposo, come ho io
sposa amante, ed amata. Se non fossi padre, chi sa da quanto tempo
avrebbero ripescato il mio cadavere ad Ostia; ma un giorno o l'altro,
pur troppo! vedo che cotesta sarà la maniera di liberarmi da questa
quotidiana, ed insopportabile disperazione. Davvero mi sembra nuotare
a ritroso alla corrente di un fiume, e a mano a mano sento venirmi
meno la lena alle braccia, e i piedi farmisi ogni ora più pesi.--Oh!
tu sapessi, quando passo vicino al Tevere, come il fiotto dell'acqua,
che si rompe per le pigne del ponte, mi pare che dica:--quanto
tardi!--Ma certo in questo modo ha da finire... anche Beatrice me ne
conforta... un sepolcro di acqua!

Beatrice alle parole di Giacomo aveva mutato colore più volte: una
forza interna visibilmente la spingeva a parlare; pure si trattenne
finchè, riassunta una mesta tranquillità, abbassò il capo, stese la
mano verso Giacomo, e favellò pacata:

--La empietà allaga la terra come il diluvio universale!--Fratello, io
ho profferito stolte parole... perdona, ed oblia.

--Ora sorgi... Chi troppo si curva alla terra, i suoi consigli si
risentono di fango... Vieni, e sii uomo. Io nell'impeto del mio dolore
diffidai della misericordia di Dio; egli mi ha perdonato, perchè sento
scendermi su l'anima la serenità, foriera del buon consiglio...

--Tra l'altare e i sepolcri si congiura qui...?

Un brivido ricercò le ossa dei Cènci: volsero la faccia spaventata, e
videro il vecchio Conte, come se fosse uscito fuori del pavimento,
livido in volto, tutto abbigliato di nero, col tòcco vermiglio in capo
secondo che allora costumavano i patrizii romani. La sembianza del
fiero vecchio era quieta di paurosa tranquillità; impenetrabile e
sinistra come quella della sfinge. Si restrinsero insieme, tacquero;
non osarono levare gli occhi, nella guisa che gli uccelli, tacendo
acquattati sotto le foglie, allo accostarsi del falco s'immaginano non
essere veduti. Sola Beatrice gli stette ferma, e risoluta davanti.

--Testimoni i santi, egregi figli congiurano la morte del padre
scellerato.--Fatevi oltre... chi vi trattiene, via? Di che temete?
Quale può opporvi resistenza un vecchio inerme, e solo? Acconcio è il
luogo... presente il Dio... preparato l'altare... pronta la vittima...
dove avete, sciagurati!, il coltello?

E poichè tutti, presi da stupore, stavano muti, Francesco con voce
pacata continuò:

--Ah! voi non osate... i miei occhi vi spaventano?... a veruno di voi
basta il cuore per guardarmi in volto? Poveri figliuoli! Or via, se
nol sapete, v'insegnerò io il modo per consumare il vostro disegno con
sicurezza piena... con tutta la viltà di cui siete capaci. Quando la
notte è cheta, e vostro padre... Francesco Cènci... insomma, io
dormo... allora i miei occhi non vi metteranno spavento... cacciatemi
presto presto un ferro ben tagliente--un pugnale bene appuntato da voi
tra un rosario e un altro--qui--sotto la mammella manca... vedrete
come penetra agevolmente. È un filo la vita del vecchio: anche la mano
di un fanciullo... anche la zampa di questo ragnatelo (--e così
favellando sollevò la destra del morticino, che poi rilasciò cadere
con infinito disprezzo sopra la bara--) potrebbe tagliarlo.

E siccome alcuni, come inorriditi, si nascondevano la faccia, il Conte
colla stessa orribile ironia riprese:

--Capisco... anche tacendo vi fate intendere. A voi la morte non
basta... volete godere il frutto del vostro delitto. Sta bene, e a me
pure importa l'onore della famiglia; nè per cosa al mondo sosterrei,
che la mia stirpe rimanesse infamata con la pena... il delitto è
nulla. Uditemi dunque... noi siamo fra parenti... non vedo alcuno, che
ci possa tradire:--porgetemi una bevanda medicata... che faccia
dormire... il regno della natura va copioso di piante che hanno
siffatta virtù! O natura, _alma parens_, tu fino dai primi giorni
della creazione producendo tante erbe venefiche presentisti i bisogni
futuri, e i desiderii dei figli... come questi, che uscirono dal mio
fianco amorosi, e dabbene... Provvidissima madre! Vedete...
precipitarmi giù dai balconi, a meno che non fossero altissimi, io non
vi consiglierei; avvegnadio il caduto di rado rimanga morto sul colpo,
e la forza del dolore potrebbe allora strapparmi dalla bocca un
segreto, che il cuore invano si affaticherebbe a nascondere.--Potreste
ancora... sì, per san Felice patrono della nostra famiglia... questo
parmi un partito veramente imperiale e reale;--potreste imitare il re
Manfredi, il quale se non può celebrarsi affatto come un santo,
nemmeno si può dire demonio, poichè Dante lo pone nel Purgatorio; e il
fatto seguente ve lo chiarirà. Tardava a Manfredi eredare il regno
della Sicilia, e allo imperatore Federigo suo padre non tardava punto
morire: come si fa? La vita degli autori sta in contradizione con
quella degli eredi. Vi ha chi fa professione di aiutare il parto: qual
danno trovereste dunque ad aiutare la morte? Tutto sommato, chi sa se
ringraziereste più la balia del primo, o la balia della seconda; e se
la viltà non tenesse la bocca del sacco alla vita, la ragione non
lascerebbe vincersi dalla disperazione per gittarla al diavolo:--ma
via, mettiamo questo da parte... compatisco la vostra impazienza... e
voi perdonatemi la mia prolissità; non fosse altro in grazia della
lezione per liberarvene perpetuamente. Manfredi leggeva accanto al
letto del padre; gli occhi del vecchio erano diventati gravi... si
addormentò profondamente così, che un lieve alito ne svelava la
vita... un alito capace appena di appannare un cristallo, di muovere
una piuma... lembo estremo di ruscello, che si perde fra la sabbia...
Il padre aveva torto a conservarlo; al figlio non correva obbligo di
rispettarlo... insomma, un fiato come il mio... Manfredi prese un
piumino di sotto al capo del padre, e glielo pose sopra... cosa, come
vedete, di nessun momento... un moto _a quo_, come insegnano i
grammatici; e poi saltò sul letto, e con ambedue le ginocchia gli
compresse il seno, con ambedue le mani il piumaccio contro le narici e
la bocca... e così stette finchè non ebbe perduto un padre che non gli
premeva nulla, ed acquistato una corona che gl'importava moltissimo...

--Orribile! orribile! esclamò Beatrice.

--Orribile! ripeterono gli altri atterriti.

--E che vi spaventate voi? Voi temete scottarvi le dita co' tizzi
dello inferno, e presumete sostenere le parti di demonii nel mondo? E
non sapete, che per essere demonii bisogna nuotare scherzando sopra un
mare di fuoco, e ridere fra i tormenti? Allora l'uomo si conosce
valoroso di forbirsi le mani dal sangue come le labbra dal vino, e
dire, anche al cospetto di Dio: «Non ho peccato». Farfalle!...
presumete commettere il delitto a colpi di ale? Lasciate a me la
rigida parte di Satana, perocchè io mi senta scellerato nella pienezza
delle mie facoltà. Guardate questi sette sepolcri... io gli ho
preparati per voi, per Olimpia, per Cristofano e per Felice... non vi
trovate il mio perchè io voglio morire dopo di voi.--O Dio cui non
conosco, e che non so se tu sia; dove ti piaccia avere uno adoratore
di più, che ti confessi, quale ti vide Moisè, prepotente e geloso
persecutore della quarta, e della quinta generazione di quelli che ti
odiano--concedimi la grazia di potere assistere all'agonìa di tutti i
miei figliuoli; chiudere loro gli occhi, e comporli in pace dentro
questi sepolcri; e poi giuro da gentiluomo onorato di bruciare il
palazzo, e farne un fuoco di gioia: e se questo tu non mi puoi
concedere, ecco io consento morire prima di costoro, a patto che mi
sia dato di sporgere la mano fuori dalla mia fossa, e strascinarveli
dentro per morte sanguinosa. Ma tu non ascolti, e dormi su le piume
celesti un sonno d'oro.--Provvederò da me stesso, e fie meglio così;
perchè l'uomo, finchè il fiato gli dura, non deve commettere il
pensiero delle sue vendette a nessuno--neanche a Dio.--Andate;
liberatemi dalla vostra presenza.--Andate.

E con la mano fece segno respingerli da se: ma ad un tratto, mutato
pensiero, accorse dietro Giacomo, e, afferratolo pel braccio manco, lo
costrinse a tornare indietro; poi guardandolo fisso, accostato il suo
al volto di lui, gli favellò:

--Tu ti sei lamentato, che non hai camicie:... infingardo! Va al
sepolcro di colei che ti fu madre; scoperchialo, levane il lenzuolo
dentro il quale venne avvolta, e portalo a tua moglie onde ne faccia
camicie ai tuoi figliuoli: così potessero, come quella di Nesso,
incenerirli tutti!--Tu le dirai che ne faccia avanzare due pezzi: uno
per cuoprirti il viso quando morirai di mala morte, e l'altro per
asciugarsi le lacrime,--se sarà così stolida di spargerne per tanto
vile--tanto abietto--tanto schifoso uomo come sei tu...

--Per Dio! lasciatemi, Conte... urlava Giacomo tremando e fremendo,
mentre adoperava gli estremi sforzi per isvincolarsi dalle mani del
truce vecchio.

--No, io non ti lascerò finchè non ti abbia insegnato a procacciare
quanto fa d'uopo al tuo bisogno. Vuoi pane pei tuoi figli? Portati a
casa un pugno di cenere di tua madre, ed empine loro la bocca... i
serpenti si nutriscono di terra. O piuttosto va, e porta la mia
maledizione, di cui faccio loro dono irrevocabile _inter vivos_... tu
la spargerai sopra i loro capi infantili... sta di buono animo, essa
non cadrà su pietre, nè sopra spine... non torcere il viso... io ti
dico la verità: è costume della nostra famiglia, che i figliuoli
odiino il padre; dal diavolo nasciamo, al diavolo ritorneremo[14]; la
maledizione, che avrai sparsa alla sementa, ti sarà resa moltiplicata
a raccolta. Fra la tua moglie e te d'ora in avanti non corrano altre
parole, che di obbrobrio e di rissa: ti respinga da letto, te lo
contamini; ti diventi la vita un supplizio, la morte un sollievo...

E più diceva se Giacomo, con una violenta strappata liberando il
braccio, non fuggiva turandosi con le mani le orecchie.

--Va... va--continuava il fiero vecchio;--invano ti chiudi le
orecchie; le mie parole sono della natura delle stimate del mio
serafico patrono San Francesco: bruciano le carni, forano le ossa.....
dopo morte ancora se ne distingue il segno....

Lucrezia e Bernardino tutti tremanti si erano cacciati a corsa dietro
a Giacomo; Beatrice rimase sola, immobile, a capo della bara.

--E tu non tremi?--le domandò il padre.

Beatrice senza rispondergli, volgendosi con pietosissimo atto a mani
giunte verso l'altare, disse:

--Santissimo Crocifisso usate misericordia a quella povera anima...

--Stolta! Che parli tu di Crocifissi? Qui non vi è Cristo, nè Dio...

--Silenzio, vecchio; pensate che da un punto all'altro potreste
comparire davanti il suo tribunale; ed egli solo... egli solo può
perdonarvi, e salvarvi...

Il vecchio ridendo, come lo consiglia il suo fiero talento, digrigna:

--Vuoi tu avere una prova che non vi è Cristo, nè Dio? Eccola.--

E saliti i gradini dell'altare, forte percuotendo col pugno chiuso la
tavola di marmo, proseguiva:

--Cristo, se sei sopra questo altare, consacrato da un vescovo che
dicono, e che io non credo, santo, dinanzi al tuo ciborio, alla
presenza della ostia dentro la quale ti confina la stupidità dei
credenti[15], io ti rinnego dieci volte e cento: confesso il mio
peccato di non averti offeso abbastanza fin qui, e mi propongo
fermamente, d'ora in poi, offenderti in pensieri, in opere e in
omissioni con tutti i sentimenti del corpo, tutta la forza della
volontà, tutte le potenze dell'anima... Se sai, e se puoi,
inceneriscimi:... io ti sfido a fulminarmi...--E qui piegava il collo
sull'altare; e, trattenutosi alquanto, per bene tre volte gridò: non
odi?--In fine levò audacemente il capo maledetto: le membra gli
tremavano, non l'anima. Guardò la figlia: gli occhi grinzosi a mano a
mano gli si stringevano, e ridevano il riso della vipera; si mosse
minaccioso contro a lei, che lo aspettò senza battere ciglio, e con
parole forsennate volubilmente favellò:

--Che cosa è Dio? _Deus erat verbum_: Dio è una parola--niente altro
che una parola; e san Giovanni lo ha detto.--Questo morto non è morto
(e con la mano percuoteva forte la fronte del morto figliuolo). Gli
enti mutano forma, non si disperdono mai. La materia fu prima della
creazione, e sarà dopo lo scioglimento del mondo. Da questo cadavere
nasceranno migliaia di viventi, e, morti anch'essi, ne diverranno
altri vivi: perpetua vicenda di vita e di morte, ecco tutto. La vera
sapienza, o figlia del mio cuore, la vera sapienza, intendimi bene,
consiste nel ricavare la somma maggiore di piaceri dalla forma che la
natura ci destina attualmente.--Vieni, Beatrice, te sola amo... tu sei
lo splendore della mia vita».... te...

E più, e più sempre, invaso da diabolica insania, si accosta lo iniquo
vecchio a Beatrice; e già la tocca, e già fa prova di gittarle
smanioso le braccia al collo; quando la donzella dà indietro un passo
inorridita, e forte spingendo la bara, esclama:

--Tra me e voi io pongo il vostro parricidio.--

La bara urlata si rovescia portando seco le ghirlande dei fiori, il
morticino, e parecchi candelieri co' ceri accesi: i quali cadendo a
rifascio addosso a Franceseo Cènci, ebbero virtù di stramazzarlo per
terra. Il capo del cadavere percosse sul capo dei vecchio; la bocca
fredda di quello si allacciò ai labbri di questo; i capelli biondi del
giovanetto trapassato, e i capelli canuti del vecchio vivo, si
confusero insieme;--la fiammella di un cero appiccò fuoco in cotesta
chioma mescolata di vita e di morte; la vampa dilatandosi arde ad un
punto la guancia e la tempia di Virgilio, e la guancia e la tempia del
Conte: da entrambi usciva un leppo nauseabondo di carne abbrustolita;
uno solo sentì lo spasimo. Il vecchio, scuotendosi come serpente
calpestato, trafitto da angoscia ineffabile ruggiva:

--Il morto mi brucia!...

Con disperato sforzo il vecchio si liberò dal cadavere; giunse a
mettersi a sedere; poi a stento in piedi. Oh quanto era orribile a
vedersi Francesco Cènci! Le chiome arse, e tuttora fumanti; la guancia
e la tempia gonfiate per la scottatura; le pupille rientrate tutte nel
ciglio, sicchè degli occhi non si vedeva altro che il bianco chiazzato
di sangue, e giallo in parte di colore bilioso: le membra tutte
tremendamente convulse.

--Ah Francesco Cènci!--battendo i denti sussurrava costui;--voi avete
avuto paura! Codardo! tu hai avuto paura. Una fanciulla e un morto mi
hanno messo paura... adesso io vedo, che tu sei vecchio davvero!

Beatrice era scomparsa. Il vecchio brancolando si ridusse alle sue
stanze, chiuso in pensieri di spavento e di sangue. [Blank page]


NOTE

  [1] Francesco Cènci, figliuolo di Cristofano, attese a terminare
    questo tempio e corredarlo delle cose necessarie all'ornato ed al
    culto divino, come colui che n'era diventato il patrono. In
    memoria eterna del fatto. L'anno del Giubbileo 1575.

  [2] Questi miracoli leggemmo riportati nelle gazzette dei nostri
    tempi: però mentre la fama di quelli operati dalla Madonna di
    Rimini si mantiene e si spande, si dilegua l'altra della Madonna
    di Tredozio. Io mi guarderò bene d'ingolfarmi in siffatte materie;
    e protestandomi parato sempre a ritrattarmi da qualunque opinione
    mal sonante, non posso astenermi da confessare, che talora sono
    venuto pensando tra me e me: «Dacchè alla Beata Vergine ha preso
    vaghezza di operare un miracolo, o non era meglio mandare qualche
    quattrino a Sua Santità, che ne ha tanto e poi tanto bisogno?»
    Capisco ottimamente anch'io, che in questi negozii non si può
    mettere mica la legge in mano ai santi; tuttavolta, favellando
    umanamente, bisogna convenire, che sarebbe stato più utile per
    gl'interessi della Chiesa avere scudi, che lacrime. Basta,
    speriamo sempre: _quod differtur non aufertur_.

  [3] Queste notizie furono ricavate dal Tesoro Sacro del Cavaliere
    GIUSEPPE VASI, tomo II.

  [4] Durante la mia prigionia l'arte di mutare vestito ha fatto
    notabilissimi progressi, e non poteva essere a meno. I sarti, per
    accomodarsi ai bisogni dei tempi, hanno inventato un vestito che
    si mette da due parti, ed è diverso il colore: così, laddove prima
    per mutare casacca bisognava almeno tornare a casa, adesso si può
    entrare nero nel primo uscio che si para davanti, ed uscirne rosso
    scarlatto. I sarti, nel presagio dei tempi, hanno fatto quanto
    Carlo in Francia: il punto sta nel vedere se il giuoco duri.

  [5] _Genesi_, C. II.

  [6] Lettera di Cristoforo Colombo a Ferdinando ed Isabella, dopo il
    suo quarto viaggio in America. NAVARETTE citato dal MICHELET,
    _Storia dei Francesi_, t. III. p. 106.

  [7] HUME, _Storia d'Inghilterra_, t. I. p. 64. THIERRY, _Storia
    della Conquista de' Normanni_, t. I. p. 63.

  [8] Apparecchiarsi alla morte è disprezzare la vita.

  [9] Se grazia tu cerchi e carità, le troverai qui dentro. Francesco
    Cènci, non ingrato padrone, procurò si ponesse questa memoria al
    benemerente suo cane Nerone.

  [10] Fu sparsa voce, che Lord Byron si comportasse verso la sua
    moglie Mibbank presso a poco come il Conte Cènci con la Lucrezìa
    Peroni. Nelle _Conversazioni_ del capitano Medwin Lord Byron così
    si esprime intorno a questo argomento: «Mi accusano averle detto,
    salendo in carrozza, ch'io l'aveva sposata per dispetto, e perchè
    ella mi aveva rifiutato due volte. Comecchè io rimanessi, anzichè
    no, impermalito della sua repugnanza, o come meglio vi piaccia
    chiamarla, sono convinto che se avessi adoperato seco lei un
    linguaggio così poco gentile, per non dire brutale, Lady Byron mi
    avrebbe piantato in carrozza con la cameriera; ella non è donna da
    sopportare simili affronti». Lady Byron gode una triste celebrità
    per le angustie arrecate al suo inclito sposo: possano le mogli
    buone aborrire da questa sorta di fama!--La figlia di Lord Byron,
    viaggiando in Italia, visitò tutti i luoghi dove aveva albergato
    suo padre. Mi narrano ch'ella si recasse a Montenero, dov'egli
    stette prima di andare a Genova: vi si portò sola, accompagnata
    dalla sua pietà. Sua madre non le permetteva guardare il ritratto
    di suo padre, che teneva coperto di un velo nero come quello di
    Marino Faliero decapitato _pro criminibus_. La figlia si mostrò
    degna della magnifica invocazione dello Child-Harold, e la madre
    dell'allusione del personaggio Inez nel Don Giovanni. La figlia di
    Lord Byron presto moriva, la moglie tuttavia vive, ed è ragione;
    avvegnachè a viver molto, ammoniva certo Vescovo di buono umore,
    si richiedano principalmente due cose: stomaco buono, e cuor
    cattivo.

  [11] «Mi chiedete se Lady Byron mi abbia mai amato? Ho già risposto
    a questa interrogazione. No: era di _moda_ quando ella apparve nel
    mondo, ed io aveva fama di rompicollo, e di vagheggino: ora le
    femmine amano molto queste due maniere di uomini; ella mi sposò
    per vanità, e con la speranza di convertirmi, e d'incatenarmi ai
    suoi piedi». MEDWIN, _Conversazioni di Lord Byron_, p. 50.

  [12] Fatto noto, che se ti piace puoi leggere in Svetonio, e lo
    merita perchè è bellissimo, come quello che dimostra lo stupore
    affannoso dell'ambizione resa sterminatamente presuntuosa dalla
    fortuna. I Tedeschi sterminarono due legioni di Romani _ladroni
    antichi del mondo_, che andarono ad opprimerli in casa loro, e
    fecero bene. Arminio, o Herman, _uomo di guerra_ (donde il nome di
    Germani) generoso capo del popolo dei Cheruschi, a buon diritto
    forma adesso altero vanto della Germania. Popoli e re gli eressero
    statue, e di recente il Re di Baviera collocò la sua immagine nel
    _Vaux-hall_: poeti illustri lo celebrarono; Klopstock, il cantore
    della Messiade, fra gli altri (e veramente chi cantò le glorie del
    divino Redentore meritava dire le lodi dello eroe della
    indipendenza della patria): nè il prode Tedesco mancò
    d'illustrazione fra noi, che il gentilissimo Ippolito Pindemonte
    lo tolse a soggetto di nobile tragedia.

  [13] La dote di Luisa Vellia, moglie di don Giacomo Cènci, fu di
    scudi diecimila, come si ricava dal chirografo del luglio 1600 col
    quale Clemente VIII conferisce facoltà a Monsignore Taverna di
    transigere le liti dei Cènci: _et præsertim quod ejus dotem
    scutorum 10m. eidem Jacobo præsolutam usque modo recuperare minime
    potuit_.

  [14] Riccardo Cuore di Leone della iniqua sua stirpe diceva: «_Non
    esse mirandum si de tali genere procedentes mutuo se infestent
    tanquam de diabolo revertentes, et ad diabolum transeuntes_.
    BROMTON apud MICHELET, _Storia dei Francesi_, t. III p. 379.--Le
    infamie della famiglia dei Cènci, pur troppo in cotesti tempi
    comuni a parecchie famiglie d'Italia, assai si rassomigliano a
    quelle dei Plantageneti. La barbarie, o la società corrotta
    sogliono partorire i medesimi frutti. Onde non paia, che per noi
    la malvagità umana venga esagerata, leggasi la famiglia
    Plantageneta qual fosse, secondo che ci racconta il medesimo
    MICHELET nel luogo citato: «Fu casa piena di sangue, e di
    perfidia. Certa volta, che il re Enrico venne a conferenza co'
    figli suoi, i soldati loro trassero le armi contro di lui. I figli
    di Guglielmo il Conquistatore più di una volta nel paterno petto
    puntarono la spada. Folco aveva messo il piè sul collo al figlio
    debellato. La gelosa Eleonora, veemente e vendicativa come donna
    di paese meridionale, coltivò la turbolenza e la ribellione dei
    figli educandoli al parricidio. Questi figli, nei quali si
    mescolava il sangue di tante diverse razze normanna, aquitana e
    sassone, pareva riunissero, oltre l'orgoglio dei Folchi di Angiò e
    dei Guglielmi d'Inghilterra, tutte le opposizioni, gli odii e le
    discordie delle razze donde uscivano. Non seppero mai se
    derivassero da mezzogiorno, o da tramontana: quello che sapevano
    si era, che uno odiava l'altro, e il padre odiavano più di tutti.
    Riandando la genealogia loro incontravano in qualunque grado o
    stupro, o ratto, o incesto, o parricidio. Un santo uomo profetò
    all'avo di costoro, quando certa femmina rapita al suo consorte
    gli partorì Eleonora: «da voi non può nascere nulla di buono».
    Eleonora fu druda del padre di Enrico III, e i figli ch'ella ebbe
    da questo correvano pericolo di trovarsi fratelli del proprio
    padre. Intorno a lui citavano il detto di santo Bernardo: «dal
    diavolo viene, al diavolo ritornerà.» Riccardo, uno di questa
    stirpe, affermava altrettanto. Quando un Chierico con la croce in
    mano andò a scongiurare Goffredo di riconciliarsi col padre, e non
    imitare Assalonne: «E che? rispose il giovane, vorresti tu ch'io
    mi spogliassi del mio diritto di nascita?» A Dio non piaccia,
    signor mio, rispose il Sacerdote; io non voglio cosa, che vi
    apporti danno. «Tu non comprendi le mie parole, soggiunse il Conte
    di Brettagna; è destino della nostra stirpe odiarci, e veruno di
    noi renunzierà a questo retaggio». Correva certa tradizione
    popolare intorno ad una antica contessa di Angiò ava dei
    Plantageneti, la quale era questa: suo marito, dicevano, aveva
    notato che di rado andava a messa, e sempre usciva alle segrete:
    deliberò pertanto di farla tenere in quel punto da quattro
    scudieri: ma ella lasciò loro il mantello nelle mani, e volò via
    dalla finestra senza comparire più». Nei tempi in cui visse
    Francesco Cènci, per tacere di moltissimi fatti, Darnley re di
    Scozia ammazza Riccio in camera di sua moglie Maria Stuarda la
    quale adultera con Bothwell, e fa ammazzare il marito Darnley.
    Elisabetta commette ad Amia Paulet avvelenare Maria Stuarda;
    questa consente, che Elisabetta venga trucidata da Sauvage, ed
    altri sei gentiluomini. Enrico III fa scannare a tradimento il
    Duca, e il Cardinale di Guisa. Filippo II commetteva ad Antonio
    Perez suo ministro l'omicidio di Escovedo segretario di Don
    Giovanni di Austria; e basta. Ora quando i principi sono violenti,
    traditori, fedifraghi, qual maraviglia è mai che i sudditi
    gl'imitino? Il pesce incomincia a infracidire dal capo, dice il
    proverbio greco, e due esempii buoni fanno più profitto di una
    dozzina di ammonimenti.

  [15] La empietà dei Cènci non era derivata da una sola setta, bensì
    partecipava di tutte, e ne aggiungeva di suo. Lo spregio
    dell'ostia sembra che lo imparasse dagli Albigesi, specie di
    Manichei di Linguadoca, i quali «annullavano i sacramenti della
    Chiesa così alla ricisa, che pubblicamente insegnassero: non
    correre divario alcuno fra l'acqua del battesimo, e quella del
    fiume; l'ostia del santissimo corpo di Gesù Cristo pane comune,
    insinuando alle orecchie dei semplici questa bestemmia orribile:
    che quando ancora il corpo di Gesù Cristo fosse stato grande come
    le Alpi, da lungo tempo l'avriano logoro tutti quelli che ne
    avevano mangiato ec. _Estratto di un antico registro della
    Inquisizione di Carcassona_ apud MICHELET, Op. cit. t. III, p.
    417.--Ma figlia del perverso pensiero del Conte Cènci era la
    empietà, che si affaticava stillare nell'animo di Beatrice, per
    vincere il suo errore da commettere incesto, come dal connubio del
    padre con la figliuola nascessero santi; anzi i maggiori santi,
    che sieno vissuti nel mondo, avere avuto per padre il proprio
    nonno. _Manoscritto intorno alla scellerata vita, e miserabile
    morte del conte Francesco Cènci_--presso di me--p. 2.



CAPITOLO VIII.

DISPERAZIONE.

                     Che fai? Che pensi? A che pur dietro guardi
                     Nel tempo, che tornar non puote omai,
                     Anima sconsolata!....
                     Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace.
                                                     PETRARCA.


Il vento di scilocco umido e grave soffia dalla marina, spingendo
contro Roma nuvole sopra nuvole, che si succedono paurose e sinistre
come i cavalli dell'Apocalisse. Coteste nuvole sono pregne d'ira di
Dio, però che portino in grembo la gragnuola, la malaria, e forse il
fulmine per qualche testa consacrata. Intanto a quel soffio molesto i
corpi s'indeboliscono, e s'irritano; le pareti e le masserizie
grondano umidità; i capelli si attaccano giù alle guance; intorno al
collo ti reca fastidio un senso di freddo sudore: le anime facilmente
trascorrono alla ira, le parole suonano amare, le voci più dolci ci
rabbrividiscono come il raschiare dei marmi, o il disanellare dei
chiavacci:--invenzioni infernali! Stando chiusi ti opprime l'affanno;
aprendo le finestre fogli, panni ed oggetti altri siffatti si aggirano
a rifascio per tutta la casa; oltre la polvere fine che penetra nei
capelli, nelle pieghe della camicia, e logora gli occhi. Durante
simile notte, entro povera stanza si trattenevano ragionando moglie e
marito: in mezzo a loro era posta una tavola rozza di legno bianco
senza tingere, e su la tavola si consumava tristamente, a modo di
tisico, una candela di sego, scarsa a rischiarare il luogo, e non per
tanto bastevole a palesare scambievolmente le loro sembianze. Quelle
dell'uomo erano abbattute; aveva il braccio steso su la tavola, e la
mano giù penzoloni, come persona scorata; la donna attrita dai
patimenti, ma con un tal quale piglio di fierezza romana, che in quel
punto si faceva più manifesto, imperciocchè sembrasse aver udito o
sofferto cose che l'accendessero tutta. Infatti con gesti e voce
impetuosi ella diceva:

--No, voi non mi darete ad intendere queste scelleratezze mai... Ma
che vi pare egli? fermerebbero il sole...

L'uomo era Giacomo Cènci, la donna Luisa Vellia. Giacomo, come
avvertimmo, toccava appena gli anni ventisei; di persona era piuttosto
grosso e corto, che no; ma adesso dimagrato fuori di modo. Crebbe alla
scuola dei crucci paterni; e, male istruito nelle discipline gentili
le quali hanno virtù di mansuefare il cuore, sarebbe per avventura, in
forza del tristo esempio, riuscito poco dissimile dal padre, se lo
amore non avesse inspirato tempestivamente nell'anima sua dolcissimo
affetto. S'invaghì di Luisa leggiadra e valorosa fanciulla, ma di
piccolo, quantunque agiato, lignaggio; ed ella gli corrispose non
perchè appartenesse a potente famiglia, ma perchè lo sapeva fuori di
misura infelice.

Così è, bisogna pur dirlo; non vi ha creatura che tanto si esalti pel
sagrificio quanto la donna. Ente dilicato, di leggieri s'infiamma per
tutto quello le apparisce generoso: per lei è gloria consolare i
pianti altrui, e curare lo infermo di malattia disperata:--quando il
medico e il prete lasciano il giacente, chi rimane intorno al suo
guanciale? la donna. Ella fu sua gioia, forse anche dolore, in vita;
ma nella sventura l'ebbe divina compagna; e dopo la sua morte,
genuflessa accanto al letto, gli recita le orazioni dei defunti. La
donna si allontana dal fianco dell'uomo ultima--anche dopo la
speranza.--Il servo di rado sente affetto, che oltrepassi il giro
della moneta del suo salario. Gli antichi finsero il dio del Commercio
con le ali al capo e ai piedi: fecero male; perchè si sbaglia, almeno
pei tempi che corrono, col dio dell'Amicizia:--questo alcione della
sventura, appena vede sul confine dell'orizzonte il segno precursore
della procella apre l'ale, e fugge via. Quante donne contemplate a piè
della croce di Cristo, e quanti uomini? Per tre Marie contate un san
Giovanni, solo. Che Dio mi perdoni, ma io sono forte tentato di
riprendere d'ingratitudine il primo uomo che dipinse gli angioli
adolescenti. Chiunque ricordi l'affetto religioso della madre, le cure
amorevolissime della sorella, e i sospiri della fanciulla desiderata,
e le ardenti consolazioni della sposa, di leggieri converrà meco che
gli angioli hanno ad essere giovanette; e se mai ciò non fossero,
bisognerebbe farle ad ogni modo. Non mica di bellezza procace, col
riso lascivo, e l'occhio umido e sfavillante come le Uris di Maometto:
cessi Dio questo turpe pensiero di continuazione di voluttà terrestre;
ma semplici e schiette quale dipinse il Beato Angelico, con occhi
bassi, con la tinta del pudore su le gote; sollecite a volare per
soccorso colà dove un'anima, pure ora uscita dal suo carcere mortale,
pende incerta a qual parte indirizzarsi per trovare la via del
paradiso.

Se la causa della libertà e della religione vanta più uomini per
combattere, ella ebbe troppe più donne per predicare, e per soffrire.
Vergini, e liete di giovanezza, esultando tinsero le bianche rose
delle loro ghirlande in vermiglio col proprio sangue. Sarebbe per
avventura peccato, credere che uno sguardo di vergine cristiana,
diffuso sopra le turbe mentre la scure vibrata per reciderle il collo
fendeva l'aria, abbia convertito più gente alla fede di Cristo, che le
prediche di san Giovanni Crisostomo? Se mai fosse peccato, io me ne
confesserò.

Povere donne! Invano fra voi scelse lo Eterno il tempio del suo figlio
Gesù; invano lo accompagnaste nella sua via di dolore; nulla vi giovò
versargli sul capo il prezioso unguento; nulla il coraggio di
asciugargli la fronte mentre lo traevano al supplizio. Senza pro vi
fermaste sotto la croce a consolarne l'agonìa; lo riceveste nelle
vostre braccia deposto, lo componeste nel sepolcro, e vi sedeste di
contro a quello. Chi, se non voi, cercò di Cristo poichè fu morto?
Chi, prima di voi, apprese la sua resurrezione per la bocca
dell'Angiolo? Chi reputò degno Cristo di essere, dopo la sua morte,
visitato da lui, se non voi altre donne?[1] Le migliaia di eroine
martiri; la copia infinita delle pie monache; santa Orsola stessa con
le sue undicimila vergini non valsero a procacciarvi rispetto, o
almeno dimenticanza, davanti al consiglio spietatamente cupido e
duramente ingrato dei nostri sacerdoti, quando Gregorio VII, aspirando
allo impero del pensiero del mondo, intese a comporre una rigida
armata di uomini, i quali ogni potenza dell'anima concentrassero a
promuovere il concetto di Roma. Allora voi foste perseguitate senza
pietà; nessuna bestia, o sozza o feroce, venne dai santi stessi
vilipesa quanto voi create da Dio, perchè conobbe «_non esser bene che
l'uomo fosse solo[2]_». San Piero Damiano correva forsennato le terre
d'Italia chiamandovi: «_esca di Satana_, _schiuma del paradiso_,
_veleno delle anime_, _barbagianni_, _lupe_, _civette_, _mignatte_,
_sirene_, _streghe_, _capezzali di spiriti maligni_» con altre più
cose, che si lasciano per lo migliore. È vero che il Santo non si curò
risparmiarle; ma egli era santo, e le poteva dire: io, che non sono
santo, per pudore devo tacerle[3]. Nè si rimasero agli obbrobrii; ma
con ogni maniera di tormenti s'ingegnarono disertarvi. Chi non conosce
la miseranda storia di Elgiva, sfregiata in volto da Odone arcivescovo
di Cantorbery con ferro rovente, e poi uccisa col taglio doloroso dei
garetti perchè amata troppo dal regio consorte, ed ella amante di lui
così, che nè per minaccia, nè per prego sofferse di vivergli
lontana[4]? I Preti potranno ordinare: _vade retro, Satane_, e saranno
ancora ubbiditi; su ciò io non contrasto; ma alla Natura non si dice:
_addietro_, perchè ella manda a gambe levate chiunque avverso le si
para davanti.

L'uomo trovò nella colpa di Eva _circostanze attenuanti_; ad ogni modo
gli piacque piuttosto esporsi perpetuamente alla tentazione, che
rimanere privo della sua amabile tentatrice. La fiamma di amore,
secondo la ragione del fuoco, divampò più gloriosa quanto più
compressa. La donna di compagna diventò signora, e regina. Sedè
giudice dei Tornei, presiedè le sfide di poesia, e le Corti di Amore.
Un nastro della donna fu preferito a un capello di san Pietro[5].
Gl'illustri baroni di guerra, dopo il piacere di scavalcare emuli
famosi, e mandarli vinti a rendere omaggio alla Dama dei loro
pensieri, non n'ebbero altro più grato che ricevere buoni colpi di
lancia o di spada, per sentirsi medicare dalle mani della donna
diletta: questo pei laici. Se i chierici poi, impediti nei legittimi
connubii, cercassero mescolarsi in amore alla spartita empiendo le
famiglie di vergogna, e il mondo di scandalo, potrete domandarlo agli
stessi scrittori di cose ecclesiastiche[6].

Le figlie della terra, che furono una volta cagione di peccato per gli
Angioli[7], scalarono il cielo; e, più felici dei Titani, se non
balzarono di seggio il sommo Giove, n'equilibrarono il culto. Maria fu
salutata _deipara_, madre di Dio: a lei si volsero i cuori di tutti,
appellandola con dolcissimi nomi; i buoni l'amarono per la sua bontà,
i tristi per la sua misericordia: orgoglio delle vergini, esempio
delle madri; a lei si volgono i marinari pericolanti invocandola
stella del mare; a lei i cuori dolenti perchè consolatrice degli
afflitti; a lei i colpevoli perchè avvocata dei peccatori. Non bastò
sostenerla immacolata dopo il parto, ma la vollero immacolata da
macchia originale unica tra i viventi; e il mondo, malgrado la
opposizione di san Bernardo e dei Domenicani, volle credere così, e
così sia[8]. Quante chiese occorrono consacrate al Padre Eterno, e
quante a Maria? Davvero ella non volse mai in cuore pensieri, che non
fossero tutti umiltà; pure è forza confessare, che poche preci
s'innalzano a Dio se non per mezzo della consolatrice degli afflitti.
Conoscete voi titolo di umana grandezza, che possa paragonarsi a
questo? Il Sommo Sacerdote, geloso degli affetti del sacerdote, e
tutto intento a impedire che si disperdessero in famiglia, mentre su
questa terra vitupera, perseguita e calpesta la donna, consente poi
che sia venerata regina dei cieli. Insano consiglio! In cielo e in
terra la donna impera regina del cuore degli uomini.

Altre volte, (io lo rammento gemendo) agitato da cattive passioni,
scrissi male parole contro le donne: me ne confesso colpevole, e me ne
pento; cancellatele via: si abbiano per non iscritte; io le ritratto,
e intendo farne, come ne faccio, ammenda onorevole. Se ad emendare il
fallo abbisognasse presentarsi con la croce in mano e la corda al
collo, mi chiamo parato a tutto; non mi tratterrebbe neppure replicare
la penitenza dello imperatore Enrico III, quando Gregorio VII, prima
di togliergli la scomunica, lo fece stare tre giorni a piedi nudi
sopra la neve fuori dei muri di Canosa, mentr'egli si tratteneva
dentro davanti al fuoco a ragionare con la Contessa Matilde. O secoli
di oro pel Pontificato, deh! dove siete or voi?--Io intanto, per non
menomare la grazia vostra, che spero avere recuperata intera, tacerò
come il bene che ho detto delle donne non si trovi mica in tutte; anzi
talvolta neppure nella medesima donna sempre: anche il cuore ha le sue
tavole meteorologiche; ed ora fa sereno, ora nuvoloso, ed ora piove a
dirotta. Altri dica, non io, come quando le donne furono giudici nelle
Corti di Amore pronunziassero sentenze poco edificanti; a modo di
esempio quella di Ermengarda contessa di Narbona, la quale dichiara
che il marito divorziato può benissimo essere accolto Amante dalla sua
moglie maritata ad un altro; e quella di Eleonora di Guienna, che
decide non poter durare amore tra sposi, e doversi scegliere un
secondo amante per provare la costanza del primo.--Molto meno riferirò
il celebre parallelo fra la donna e Diana; con la sola differenza, in
ultimo, che Diana porta la mezza luna sopra la fronte, e la donna la
fa portare. Queste, ed altre simili novelle vanno cacciate via come
tentazioni del demonio; la fede non ammette dubbio; e in fatto di
femmine, ora che mi sento vecchio, io mi son reso credente. Sembrami
tempo di tornare alla storia. E le amabili leggitrici mi perdonino la
digressione: io ho peccato per colpa loro.

Dal matrimonio di Luisa Vellia con Giacomo Cènci nacquero a breve
intervallo di tempo quattro figli, i quali dalle carte di famiglia
ricavo avere avuto nome Francesco, Felice, Cristofano ed Angiolo.
Vivevano nella via di san Lorenzo Panisperna dentro casa, lontana
certo dallo splendore che desiderava l'alto lignaggio di Giacomo; pure
una volta secondo i bisogni della famiglia con discreta convenienza
fornita: ma Francesco Cènci, passata che gli fu la paura incussagli da
papa Clemente VIII quando lo costrinse a somministrare al suo figlio
2000 scudi annui di pensione, e conoscendo come (quantunque egli
stesse su l'austero) bene altra fosse la sua dalla mente di Sisto V,
incominciò prima a stentargliela, poi a ridurgliela, e infine non gli
dava quasi più niente; onde la famiglia vivevasi in angustia grande,
stretta da ogni necessità.

Luisa comecchè molto soffrisse, e meno per se (come di leggieri può
credersi) che per la famiglia, tuttavolta si aiutava come meglio le
riusciva; mostrava ilare il volto al marito, e lo confortava a starsi
di buona voglia, chè le cose si sarebbero mutate in bene. Dopo le
nuvole apparisce il sole, ella gli diceva, e ogni giorno passa il
peggio; nè a un modo solo può durare; con altri simili luoghi comuni
che il labbro profferisce, e il cuore non crede: imperciocchè, pur
troppo! la fortuna ghermisca l'uomo a' capelli, e lo strascini dentro
la tomba, e non lo lasci se prima non lo abbia calcato bene nella
fossa, e calpestato la terra sopra che lo copre. Le tribolazioni della
animosa donna stavano tra Dio e lei: e sì che si sentiva scoppiare il
cuore quantunque volte contemplava il suo nobile consorte tanto non
pure dimesso, ma abietto di abbigliamenti; i figli quasi nudi, e
talora affamati. Alle frequenti scosse la sua anima però si era non
poco mutata; un senso di dubbio serpeggiava là dentro; soffocava non
senza sforzo una voce di rimprovero, che suo malgrado vi sorgeva di
tanto in tanto a riprenderla della sua troppa pazienza. Incominciava a
pentirsi del sagrifizio sofferto: chi l'avesse osservata sottilmente
poteva comprenderlo di leggieri dal volto, e dalla voce con la quale
profferì le ultime parole.

Ma Giacomo, oppresso dalla tristezza, non aveva comodo a instituire
coteste osservazioni, e:

--Luisa mia, soggiungeva in suono di mistero, bene altre... bene altre
ne ha commesse costui... Senti... accostati, affinchè i bambini non
odano.--

--E siccome ella repugnando non si accostava, Giacomo avvicinò la sua
alla sedia della consorte.

--Tu hai da sapere, che la madre mia fu onesta quanto bella... angiolo
mio, come te... Però se mantenne purissimo sempre alla fedeltà
coniugale il suo cuore, tu capisci ch'ella non potè impedire che altri
s'innamorasse di lei. Il signor Gasparo Lanci, nostro gentiluomo, ne
concepì altissimo affetto; e procedendo meno discretamente che a bene
avvisato cavaliere non convenga, pubblicò la sua passione stampando un
funesto sonetto, che mi rammento benissimo, e diceva così:

    _Posciachè amor per voi mi accese il core
      Forse di troppo a me onrata fiamma,
      Così di fuoco ho la sinistra mamma,
      Che non ho refrigerio al fiero ardore.
    Mi nutrisco di pianto, e di dolore;
      E bench'io mi consumi dramma a dramma,
      Mi restaura il calor, che sol m'infiamma;
      Così mi ancide, e mi ravviva amore.
    Virginia il guardo onde tanto arso fui
      Ei tanto fisso nella mente siede,
      Che non posso pensar se non a lui.
    Se da voi non impetro hormai mercede
      Cenere mi farà, chè non di altrui
      Si può smorzar l'ardor che ogni altro eccede_[9].

Questo sonetto, che può considerarsi come un _crimenlese_ di poesia,
forse fu assoluto dallo amore, non da mia madre. Il giorno dopo, che
il signor Gasparo glielo ebbe mandato in dono impresso sopra mantino
rosso, egli venne, secondo la usanza, a visitarla, assente Francesco
Cènci. La signora madre tostochè lo vide si levò in piedi; e, fattagli
reverenza, con voce alquanto alterata prese a favellargli così:
«Carissimo signor Gasparo; dopo la pubblicità del suo sonetto, speravo
che vossignoria comprendesse come una gentildonna onorata non potesse
riceverla più oltre; e poichè il suo buon giudizio qui le ha fatto
fallo, non posso risparmiarmi d'insegnarglielo di mia propria bocca».
Poi, mossa a pietà del pallore del gentiluomo, con suono più dolce
aggiungeva: «Che sia benedetto, signor Gasparo; ma perchè vossignoria
offre a me uno amore che, sposa altrui, non potrei partecipare senza
colpa; mentre presentato ad una fanciulla da par suo sarebbe prezioso,
e la colmerebbe di giubbilo? Giri, di grazia, l'occhio intorno, e veda
come Roma sia copiosa di fanciulle per bellezze e per costumi
rarissime; dirizzi a qualcheduna fra loro le sue fiamme pregiate, e
viva pure tranquillo che saranno accolte, come meritano, più che
volentieri».

Il signor Lanci interdetto si sprofondava in inchini; la voce gli
negava l'ufficio consueto, ma le lacrime gli sgorgavano dagli occhi.
Però, siccome amore si pasce di sospiri, di pianto e di speranza, non
per questo smetteva il costume di farsi vedere sotto il palazzo, pago
di contemplare almeno la dimora della donna amata. Certo giorno, poco
innanzi l'alba, udii sotto le finestre di camera mia parecchie voci,
che gridavano: «Misericordia, Gesù!» Scesi subito per la via con la
spada in una mano ed un torchietto nell'altra, e vidi presso l'arco di
casa il corpo del signor Gasparo trapassato da un coltello che dalla
spalla destra gli riusciva sotto la mamma sinistra, dove aveva cantato
di sentirsi il fuoco. Ma questo è nulla. Mia madre, già logora dai
sofferti dolori, diventò più trista pel caso avvenuto al signor
Gasparo buona anima; parendole, come pur troppo era chiaro, che per
cagione sua egli avesse incontrata la mala morte. Già anche prima di
cotesta strage poco ella usciva di casa; adesso poi non si lasciò più
veder fuori, vivendo ritiratissima tutta chiusa nelle sue afflizioni.
Così travagliata da nuovi e vecchi dispiaceri decadde per modo, che a
quanti conversarono con esso lei parve che ormai pochi giorni le
rimanessero a dimorare sopra la terra: inoltre la voce della sua
prossima morte veniva sparsa a sommo studio da Francesco Cènci,
novellamente accesosi, piuttostochè d'amore, di furore per la Lucrezia
Petroni nostra matrigna. Certo dì, quando reputò il tempo opportuno,
Francesco Cènci, colto il destro che mia madre, seduta a mensa al suo
fianco, volse il capo per chiamare uno staffiere, egli, pronto come la
lingua dell'aspide, gittò una presa di polvere nel suo bicchiere. La
madre bevve; e, provato un gusto amaro, ne rimproverò il credenziere.
Il Conte premuroso si fece recar la boccia, saggiò il vino con
accuratezza, e accertò parergli lo squisito alicante che sempre aveva
trovato. Io già era per aprir bocca e dire della polvere, quando il
Conte, troncatami la voce in gola con una occhiata tagliente, così
prese a favellare soave: «Signora Virginia, non ve ne fate caso;
allorchè ci sentiamo male disposti, la prima cosa che ci venga a
fastidio è sempre il vino.» Quindi, senz'altro aggiungere, si levò da
tavola. Tre giorni dopo alla medesima ora mia madre, che Dio abbia in
pace, moriva; e senza imbalsamarla, per motivo della subita
corruzione, ben chiusa dentro tre casse la trasportavano in fretta a
lontana sepoltura.

Luisa aveva ascoltato questo racconto con viso arcigno, e a modo
d'incredula. Finito ch'egli ebbe, così alla trista riprese:

--Io non vo' dire, che il Conte sia un santo. Dio me ne guardi! Ma
questo perpetuo vituperare che voi fate vostro padre, non vi ha recato
altro che danno...

--E come lo vitupero io?

--E' non fu per simili obbrobrii che Sua Santità, tenendovi figlio
senza cuore e desideroso della morte del padre, vi dimise dal suo
cospetto sconsolato?

--La buona fortuna di cotesto demonio è pari alla sua perversità.

--Vergogna!... Rammentate che discorrete di vostro padre, e i vostri
figliuoli vi potrebbero sentire.

--E se sentissero, che mal sarebbe? È bene, anzi, che sappiano quanto
lo avo loro sia diverso dal padre.

--Voi?--Ah! se fosse vero quanto raccontate del Conte, voi avreste
comune con lui l'odio dei figli...

--L'odio dei miei figli! Luisa, sei folle stasera?--E Giacomo sollevò
la testa come trasognato...

--Sì, sì--gittate finalmente l'argine prorompeva Luisa con traboccante
passione--l'odio del vostro sangue: ecco le vostre creature che hanno
fame, e voi non le sapete cibare di pane; eccole ignude, e voi non
procacciate vestirle: di me non parlo. La casa, che già vi fu cara,
adesso v'incresce; rado venite, torbido state, presto partite, e non
vi prende pensiero alcuno di noi, che fra le angosce vi aspettammo
intere notti invano...

--Luisa! l'anima, che potrebbe forse sostenere le vostre strida, non
regge allo spettacolo del muto dolore della mia famiglia:--io non
posso sopportare la vista di tanta miseria. Sposa mia, vuoi
attribuirmi a colpa la soverchia tenerezza?

--Dite, Giacomo, la vostra lontananza profitta meglio ai figliuoli?
Quando non vi veggono, piangono essi meno? La vostra assenza gli
alimenta, li cuopre, li consola? Perchè lasciar me, povera donna,
desolata, senza consiglio e senza soccorso? Non ci siamo congiunti per
sollevarci scambievolmente? Perchè dunque voi fate portare la croce a
me sola?

--Luisa hai ragione; ma non troverà perdono presso di te la mia
tenerezza, e, se vuoi ancora, la mia pusillanimità?

--Uomo finto, e crudele... la tua tenerezza!... la tua pusillanimità!
E dove consumi la pensione di tuo padre?

--Ch'è questa furia? Non ti diss'io le mille volte, ch'ei me l'ha
cessata, ed ora mi getta tre scudi, ora quattro come la elemosina al
mendico importuno?

--Sì, eh!... la pensione ti ha tolta? Ti getta la elemosina di tre
scudi o quattro! E le tue cortigiane, di', con che le mantieni? E i
tuoi bastardi con che cosa gli nudrisci?

--Luisa tu deliri...

--Oh! di me nulla m'importa, vedi, perchè io tornerò a casa dei miei
parenti; e quantunque abbiano provato la fortuna contraria, pure so
che mi accoglieranno di cuore; e poi a me non duole guadagnarmi,
lavorando, da sostentare la vita. Non ti rimprovero la mia bellezza
sfiorata, la mia gioventù logora teco:--certo esco da casa tua troppo
diversa da quello che io vi entrai... ma che importa? Siamo fiori, noi
altre donne, troncati per gusto passeggiero; odorati, e gittati via.
Io non ti auguro male, me ne guardi Dio!; che lo augurerei al padre
dei miei figli...

--Luisa mia... deh! che nuova passione ella è questa? Ma parlami
pacata... ascoltami...

Inutile;--tanto era possibile impedire con le mani che il Tevere
straripasse quando è pieno, che reprimere cotesta fiumana di
passione...

--Va in braccio di altra donna... va... tanto non troverai creatura
che ti ami quanto ti ho amato io... Ma queste sono parole di donna, e
tu non le hai a badare... attendi, ti scongiuro, a quelle altre, che
sono di madre: Ti prenda pietà di questi sciagurati fanciulli...
guardali in volto... guardami in volto,... e il cuore ti dirà che sono
tuoi figli... sangue del tuo sangue... amali almeno quanto i figli che
avrai avuto da altra donna: non li condannare a morire di fame. Il
bimbo Angiolino, finchè ho potuto ho nudrito col mio latte... adesso,
vedi, incomincia a mancarmi... O Vergine del pianto benedetta! Anche
il latte mi si è inaridito nel seno... misericordia di una misera
madre...

Giacomo girava gli occhi stralunati dintorno, e con quel suo profondo
sbigottimento, anzichè dissipare, confermava i sospetti della moglie.
Alla fine, come avvilito esclamò:

--Ah! chi mi avvelena il cuore della mia donna? chi divide la carne
dalla mia carne? Quello che unì il volere di Dio discioglie la
malignità di Francesco Cènci. Francesco Cènci, io ti sento qui dentro!
Il tuo alito m'investe sottile, irreparabile, e mortale come il
contagio... Luisa di', chi fu colui che mi calunniò al tuo cuore?--

--Calunnie! Quanti sono i colpevoli che si battono il petto dicendo:
_peccavi_? E la collana comprata alla tua druda è calunnia? Calunnia
ancora il guarnello di broccato d'argento al tuo bastardo? La casa
rifabbricata al marito compiacente è ella calunnia?

--Se la passione non mi stringesse il cuore, in verità di Dio le tue
parole mi farebbero ridere.--Basta via, Luisa; sono menzogne
coteste...

--Menzogne, dici? Or via, leggi.

E trattasi un foglio dal seno, glielo gettò sopra la tavola. Giacomo
lo spiegò, e lo lesse. Era una lettera anonima scritta di pessimo
carattere in istile plebeo, con la quale si dava contezza a Luisa
della infedeltà di suo marito con la moglie del falegname di Ripetta,
e del gran profondere di moneta ch'ei faceva con cotesta femmina,
acciecato nello amore di lei: la informava ancora averle il signor
Cènci rifabbricato la casa, e provveduto il marito di danaro pei suoi
interessi; non taceva dei gioielli preziosi e delle vesti sfoggiate
donate alla donna; e di più ancora, e questa era stata la trafitta
maggiore per l'anima della povera madre, da questo illecito commercio
essere nato un figliuolo bellissimo, a cui Giacomo voleva il più gran
bene del mondo. Sul dono del guarnello di broccato d'argento
trattenevasi con maligna compiacenza.--

Giacomo rese con atto languido e lento il foglio alla consorte, e
scuotendo mestamente la testa disse:

--E come mai Luisa, consorte mia, con quel buon giudizio che ti trovi,
hai potuto prestar fede a così infame e stupido scritto?

--Perchè è vero--rispose la donna petulante con singhiozzo convulso.

--Luisa, e vorrai tu credere piuttosto al calunniatore a cui manca
perfino il coraggio di manifestare il suo nome,--che può avere, ed ha
certo mille fini ingiustissimi operando così proditoriamente; come
alienarmi il tuo cuore, turbarmi la pace domestica, rapirmi l'unico
bene che mi resta, l'amor tuo,--e non a me.....che ti amo come la
pupilla degli occhi miei, che ti onoro come madre dei miei figli... e
che questo ti affermo, e ti giuro su l'anima mia?

--Io credo più al foglio che a te, perchè il foglio dice la verità, e
tu sei un bugiardo.

--Luisa, in miglior punto io vi ricordo lo insegnamento che presumeste
testè darmi: avvertite che i vostri figliuoli non già possono
ascoltarvi, bensì vi ascoltano, e che io sono il loro padre.

--Io te lo dico a posta in loro presenza affinchè imparino a
conoscerti per tempo.

--Silenzio!--Donna--silenzio! Quanto andate fantasticando è falso; io
ve lo giuro su la fede di gentiluomo onorato, e basta.

--Davvero, voi siete un gentiluomo senza macchia; vi avanza ad essere
senza paura per rassomigliare al Cavaliere Bajardo! E quando a me e
alla mia famiglia voi deste ad intendere come il consenso di vostro
padre concorresse alle nostre nozze, non giuraste del pari su la fede
di gentiluomo onorato?

Giacomo arrossì fino alla radice dei capelli, poi ridivenne pallido;
all'ultimo disse con parole di amarezza:

--Veramente, colei per amore della quale commisi un fallo... non
dovrebbe così severa rimproverarmelo;... allora la passione per voi mi
tolse il senno...

--E adesso, che cosa vi toglie essa?--Insisteva sempre e più sempre la
donna, improvvida a frenare l'animo acceso.--Giacomo inasprito
duramente ordinava:

--Tacete...

--E se io non volessi tacere?...

--Troverei modo a chiudervi la bocca--io--.

--Tu troverai... oh! tu hai già trovato questo... Quando poniamo i
nostri capi sul medesimo guanciale, chi sa quante volte hai pensato di
farvi scomparire il mio!...

--Luisa!--

--Ora la serpe ha cacciato fuori il suo veleno. Uomo crudele! Non ti
basta la vittima? Tu vuoi ch'essa taccia; non mandi un sospiro, che
turbi la voluttà che senti della sua morte. Abbi almeno la cortesia
degli antichi sagrificatori... incorona la tua vittima di fiori, e
cuoprila di porpora...

--Ma taci una volta, per amore del tuo Dio...

--No... non voglio tacere io... no; io voglio parlare... voglio
accusarti della tua empietà agli uomini e a Dio--traditore
--mentitore... marrano.

Lo sdegno fece ribollire la passione nel petto di Giacomo già
inacerbito dalla sventura così, che, come acqua per soverchio calore
ribocca impetuosa dagli orli del vaso, egli proruppe cieco e tremendo.
Cacciò la mano convulsa sotto il farsetto; ma, come piacque alla
fortuna, aveva perduto il pugnale: aggirandosi per la stanza frenetico
gli capitò uno di quei stocchi lunghissimi, taglienti da quattro lati,
che si chiamavano _verduchi_[10], e impugnatolo si gittò cieco di
furore contro la moglie.

Luisa presi in fretta i figli, si pose intorno i maggiori; il pargolo
si recò al collo, e, caduta in ginocchio dinanzi al marito che le
veniva incontro, senza battere palpebra disse:

--Nudriscilo del mio sangue, dopo che il latte mi è venuto meno...
carnefice!--

Giacomo stette; come persona percossa sul capo traballò, gittò via lo
stocco, e tese smanioso le braccia alla moglie; la quale volgendo
altrove il volto esclamò:

--No... mai...

Allora Giacomo ricorse ai figli tutto smarrito, e con senso di
tenerezza ineffabile scongiurava:

--Deh! figli miei, persuadete voi vostra madre che s'inganna; ditele
che l'ho amata sempre, e l'amo. Voi almeno corrispondete al mio
amplesso--venite al mio seno... consolatemi voi... che il mio cuore è
inebriato d'infinita amarezza.

--No--tu hai fatto piangere mamma.

--Volevi tirare a mamma--va...

--Noi non ti vogliamo più bene, cattivo...

--Va via:--va via... gridarono a coro i tre fanciulli.

--Va via? Sta bene. I miei figli mi scacciano dal seno loro...
mi bandiscono dalla mia casa--andrò.--Ma tu almeno,--soggiunse
Giacomo volgendosi al fantolino che Luisa aveva riposto nella
culla,--innocente creatura, che gli uomini non hanno ancora potuto
avvelenare... tu che sentirai vergine il grido della natura,
ricevi il mio amplesso, e tienlo come la unica eredità che possa
lasciarti il tuo padre infelice.

Il bimbo, spaventato dal sembiante sconvolto e dagli atti concitati di
lui, sollevò ambedue le manine facendosene schermo al viso, e mandando
fuori strilli di paura. Giacomo si fermò--lo contemplò--piegò le
braccia in croce sul petto, e con accento concentrato profferì queste
parole:

--Ecco; il padre mi perseguita a morte--la moglie mi rinnega--i figli,
mi scacciano--la stessa natura rovescia le sue leggi per me, e il
fantolino mi abborrisce come cosa, che lo istinto gli addita malefica.
A questi fati non dovrebbe mai condursi l'uomo... ed io soffersi
valicarne il termine estremo! A modo di tronco in mezzo alla via, io
mi attraverso alla vita dei miei, ingombro odiato e insidioso.--A che
più stai, anima sconsolata? Ora la tua partita giova a me e ai figli
miei:--un giorno gli educai sotto le mie fronde, adesso la mia ombra
toglie loro il sole:... velenose sono le rugiade, che cascano da
me:--andiamo;--devo benedirli, o no? Vorrei... e non ardisco... No...
chè le mie parole potrebbero, prima di scendere sul capo loro,
convenirsi in maladizione.--Vita acerba, morte miserabile, memoria
aborrita.--Tu, Dio, queste cose vedi? Le vedi, e le consenti?--Tu hai
rotto la canna inclinata... ed io mi chiamo vinto... oh! oh!

E così mormorando, con la morte nell'anima e le mani nei capelli,
traendo dolorosi guai abbandona la casa. Chiunque lo avesse visto, e
gli fosse pure stato nemico, avrebbe detto: «il Signore abbia
misericordia di questo sciagurato!»

La moglie, sebbene la procella continuasse a scompigliare il suo
spirito, sentiva levarsi in cuore un'aura mite foriera di pianto
appassionato, mercè la spontaneità dello amore mostratole dai suoi
cari figliuoli; e se per questo le venissero mille volte più cari non
è da dire.

Vive nei genitori, io non dirò senza accorgersene, ma senza che lo
confessino a se stessi, una emulazione nello affetto dei figli, la
quale suole procedere ordinariamente così. Alle madri riesce farsi
amare in preferenza del padre dalle femmine, ed anche dai maschi fino
a tanto che si sentono deboli ed infermi; ma quando la vita rifiorisce
in loro vigorosa, vaghi dei campi aperti o del fragore delle città,
dalle madri mano a mano si scostano, e si avvicinano al padre. Ora i
figli di Giacomo si trovavano nella età in che il bisogno gl'inclina
meglio alle carezze, ed agli aiuti materni: quindi natural cosa era,
che tutti per la madre parteggiassero.

Luisa non avvertì la partenza del marito, o, se pure l'aveva
avvertita, poco le calse; sazia, per così dire, di amore filiale. I
baci ardenti e le focose carezze che in quel punto riceveva, e più
partecipava, le fecero obliare che il vincolo più forte di famiglia
giaceva infranto. Ahimè! Quanto le costerà amaro il mal momento in cui
ella, incauta, commise la sua anima in balìa di cieca passione!


NOTE

  [1] Estratti dello Evangelo di san Matteo:

    «Or quivi erano _molte donne_ riguardando da lontano, le quali
    avevano seguitato Gesù nella Galilea ministrandogli». _Cap. 27.
    n. 55_.

    «Fra le quali erano Maria Maddalena, e Maria madre d'Jacobo, e
    d'Jose, e la madre, e i figliuoli di Zebedeo». _Cap. 27. n. 56_.

    «Or Maria Maddalena, e l'altra Maria erano quivi _sedendo di
    rincontro al sepolcro_». _Cap. 27. n. 61_.

    «Or finita la settimana, quando il primo giorno della settimana
    incominciava a schiarire, Maria Maddalena e l'altra Maria vennero
    a _vedere il sepolcro_». _Cap. 28. n. 1_.

    «Ma l'Angiolo fece motto _alle donne_, e disse loro: Voi non
    temiate, perchè so che voi cercate Gesù il quale è stato
    crocifisso». _Cap. 28. n. 3_.

    «E andate prestamente ai suoi discepoli, e dite loro, ch'egli è
    resuscitato dai morti. _Cap. 28. n. 7_.

    «Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: bene state. Ed esse
    accostatesi gli presero i piedi e lo adorarono». _Cap. 28. n. 9_.

  [2] Il Signore Dio disse ancora: _E' non è bene, che l'uomo sia
    solo: io gli farò uno aiuto convenevole a lui_». _Genesi, C. II.
    n. 18_.

  [3] Oltre le urbanità riferite nel testo, san Piero Damiano
    favellando delle donne in generale, aggiunse: «Venite itaque,
    audite me scorta, postribula, volutabra porcorum pinguium, cubilia
    spirituum immundorum ec.» Si vede chiaro, che tra san Pier Damiano
    e monsignore Giovanni della Casa corre il tratto di parecchi
    secoli. E pare, che san Piero Damiano si reputasse nato da una
    zucca; non già da una donna. Le Signore, che avessero talento di
    sapere quello che le parole del Santo significhino, se le facciano
    volgarizzare da qualche studente tornato per le vacanze a casa.

  [4] Nella _Storia della Inghilterra_ di DAVID HUME (T. I. pag. 143 e
    seg.) leggiamo questo fatto atrocissimo, raccontato così: «Edvigo
    figlio di Edmondo, malgrado _l'affinità_, e senza ottenerne
    dispensa dalla Chiesa, sposa Elgiva. Di qui le sacerdotali ire.
    San Dunstano seduto al banchetto nuziale, visto il Re scomparire
    da mensa, gli corre dietro; e trovatolo ridotto nella segreta
    stanza con lei gli muove amaro rabbuffo, e lo rimanda _a
    bere_.--Dunstano per la temerità sua è sbandito. Odone arcivescovo
    di Cantorbery invade armata mano il palazzo reale, e sfregia con
    un ferro rovente il volto di Elgiva. Il Re, superato dalle mene
    pretesche, è costretto a divorziare la moglie. Elgiva risanata
    dalle ferite in guisa, che non le lasciarono traccia veruna,
    torna in Inghilterra. Odono arcivescovo le va incontro, la
    sorprende, e le taglia i garetti, onde in mezzo ad atrocissimi
    spasimi dopo alquanti giorni muore a Glocester.--Così avveniva ai
    Re poco obbedienti alla Chiesa: pei Re devoti e benigni la
    faccenda procedeva altrimenti. Edgardo rapisce, e viola Edita
    monaca. I Monaci se la passarono di leggieri; lo assolverono,
    imponendogli per penitenza di non mettersi in capo la corona
    durante lo spazio di sette anni.

  [5] Alessandro II eccitando Guglielmo il Conquistatore alla impresa
    contro i Sassoni d'Inghilterra, gli mandò unitamente alla bolla
    d'investitura la bandiera benedetta, e l'anello di oro con un
    capello di san Pietro. THIERRY, _Storia della Conquista
    d'Inghilterra_, T. I. p. 269.

  [6] Callisto papa invia in Inghilterra il Cardinale di Crema per
    bandire la necessità del celibato dei preti. Il Cardinale,
    convocato il Sinodo, fra le altre bellissime cose diceva: «essere
    empietà esecrabile che un sacerdote fosse tanto temerario di
    toccare il corpo di Gesù Cristo, uscendo dal lato di una bagascia
    (così egli chiamava, senza cerimonie, le mogli dei preti). Gli
    uffiziali di giustizia, mossi dalle istanze di alcuni
    ecclesiastici, ch'erano andati vigilando le azioni del
    predicatore, ruppero nella notte vegnente le porte dell'albergo
    del buon Cardinale, e lo trovarono giacente a letto con una
    femmina di partito. HUME, _Storia d'Inghilterra_, T. I. p. 368.

  [7] «I figliuoli di Dio veggendo che le figliuole degli uomini erano
    belle, si presero per mogli quelle, che si scelsero d'infra
    tutte». _Genesi, C. VI. v. 2_.

  [8] La Chiesa di Lione instituì il dogma della Immaculata Concezione
    nel 1134. San Bernardo le mandò una epistola, severamente
    ammonendola contro coteste nuovità (epistola 174). Il Concilio di
    Oxford, nel 1222, lo condannò. I Domenicani parteggiarono per San
    Bernardo, furono contrarii i Francescani. Giovanni XXII, sotto
    pena di scomunica, vietò a tutti i fedeli trattenersi in simile
    controversia.

  [9] Raccolta di Sonetti col titolo: _Per donne romane, rime di
    diversi_--stampata in Bologna a quel tempo

  [10] _Voi che portaste già spada, e pugnale,
       Stocco, daga, _verduco_, e costolieri_.--BERNI.

     È voce affatto spagnuola. _Verdugo_ in Ispagnuolo significa
     _Carnefice_



CAPITOLO IX.

IL SUOCERO.

                    ............il maligno
                    Che in lei strada sì larga aprir si vede,
                    Tacito in sen le serpe, ed al governo
                    Dei suoi pensieri lusingando siede:
                    E qui più sempre l'ira, e l'odio interno
                    Inacerbisce......

                    TASSO, _Gerusalemme Liberata_.


--Io mi vo' chiarire da me stessa, esclamò Luisa con gesto risoluto.
Poi si acconciava alla meglio le vesti dimesse: trasse fuori della
cassa una mantiglia di seta nera per avvilupparvisi dentro; e,
raccomandati i fanciulli alla unica fantesca che teneva in casa,
ammonendola più e più volte che non li perdesse di vista, se ne andò
difilato al palazzo del suocero.

Giunta nell'anticamera notò come gli staffieri la sbirciassero
sott'occhio, reputandola femmina di piccolo affare; e forse già
stavano per straziarla con motteggi plebei, quando la gentildonna
troncò a mezzo cotesti sguardi, e favellii villani; imperciocchè
andando loro incontro, con signorile atteggiamento comandasse:

--Avvertite il Conte don Francesco, che donna Luisa Cènci sua nuora si
è recata al suo palazzo per visitarlo... e che adesso sta aspettando
in anticamera...

Ora sì che parve ai servi essere usciti dalla padella e saltati su la
brace. Non sapevano se dovessero annunziarla, o no: l'un partito e
l'altro pieno di pericolo. Tanto era arabico il carattere del padrone,
che, se non la indovinavano, il meno che potesse andarne loro stava
nel perdere il pane.

Il _pane_! Ago magnetico, che conduce più bestialmente delle stesse
bestie l'armento dei figli di Adamo.

Il _pane_! Nutrimento quotidiano, che gli uomini o più infelici o più
bassi dei bruti, troppo spesso non sanno procacciarsi senza delitto, o
senza viltà.

Il _pane_! Sasso, che la necessità lega al collo ad ogni nobile
sentimento per affogarlo nello inferno del male.--Certo fu grande la
sapienza, che insinuò nella preghiera domenicale la domanda a Dio di
somministrarci il nostro pane quotidiano; ma poichè la troviamo
sovente inesaudita, gioverebbe grandemente aggiungervi queste altre
parole: _e se non puoi, o non vuoi darmi pane, dammi almeno la
costanza per morire di fame senza viltà_.

Intanto l'uomo non vuol morire di fame, e stende la viltà sul pane
come burro; nè pare che gli turbi lo appetito, o gli guasti la
digestione.

I servi più vecchi, ormai per tre quarti diventati carne di volpe, si
restrinsero insieme per avvisare il da farsi, e fu il consiglio corto;
imperciocchè uno di loro, ch'era stato cantiniere al Convento del Gesù
in Roma, ammiccando degli occhi certo giovane staffiere preso da pochi
giorni agli stipendii del Conte, di natura vanitoso anzichè no,
profferisse la sentenza: «loda il folle, e fallo correre». A questo
fine gli dissero:

--Ciriaco... da bello... tocca a voi:--vi lasciamo il campo di
affiatarvi col padrone;--e poi voi siete giovane, e garbato--noi siamo
vecchi, e dei modi che costumano oggi con le Signore non sappiamo
niente... sicchè la presentazione della gentildonna vi spetta proprio
_de jure_.

I vecchi servi tesero la insidia per malignanza, il giovane v'incappò
dentro per vanità;--forse col concetto segreto di supplantarli un
giorno nel favore del padrone. Tristi tutti, come per ordinario
avviene della famiglia dei servi guidata sempre dallo iniquo istinto
del _pane_.

--Eccellenza, inchinata la persona come il primo quarto di luna, parlò
Ciriaco pervenuto al cospetto del Conte;--sta qui fuori certa
gentildonna, la quale si annunzia per nuora della Eccellenza vostra, e
desidera udienza.

--Chi, dite voi?--

Gridò il Conte dando un balzo sopra la sedia. Egli procedeva verso i
servi con sembianze sempre severe: oggi poi comparivano paurose; molto
più che teneva il volto avviluppato dentro fasce di tela, e nella
guancia tumefatta sentisse acerbissimo il dolore della scottatura.

--La nuora di vostra Eccellenza...

Il Conte squadrava il servo con occhi così truci, ch'egli sentì
venirsi addosso il freddo della quartana: pure, sostenuto dalla virtù
del _pane_, e vie più curvandosi verso terra, soggiungeva Ciriaco:

--Quantunque non mi sia sfuggito d'occhio che la sua gente, per cento
motivi uno più plausibile dell'altro, non va a genio di vostra
Eccellenza...

--Voi avete osservato questo?

--Questo ed altro, perchè egli è proprio il mio gusto non lasciare
nulla inosservato nelle voglie dei miei padroni per antivenire i
desiderii loro; ciò nonostante mi parve villania rimandarla, attesa la
riverenza della clarissima casa di cui la gentildonna afferma portare
lo illustrissimo nome.

Don Francesco sorrise un tal suo riso di sdegno considerando come quel
gaglioffo, a prova di lusinghe, s'ingegnasse insinuarglisi nel cuore;
e poichè quegli ebbe posto fine al parlare, egli tenendogli gli occhi
fitti nel volto così prese a dire:

--E qual cosa vi ha dato motivo di supporre che i parenti miei, ed in
ispecial modo donna Luisa mia signora nuora, potessero riuscirmi
molesti? Voi spiate gli andamenti dei vostri padroni, ed è gran male;
voi interpretate alla rovescia le loro intenzioni, e questo è peggio.
Andate dal mio maestro di casa; fatevi pagare l'annata intera, e
spogliate la mia livrea;--stasera non avete a dormire in palazzo[1].

Il servo rimase come colui, che cercando sotto un albero rifugio dalla
pioggia, sente cascarsi sul capo un ramo rotto dal fulmine; volle
prostrarsi, s'ingegnò parlare, e così con voce e con cenni domandare
mercede; se non che il Conte, mal sofferendo che il servo si
trattenesse dopo il suo comando, con suono al quale era impossibile
resistere aggiunse:

--Uscite...

--Ah! clarissima ed illustrissima donna Luisa,--diceva il servo con
parole ardenti--vede... per aver fatto entrare vostra signoria tocca
adesso uscire a me. Lascio considerare a lei se sia giusta. Io mi
trovo proprio per le strade:--non dirò per colpa sua, Dio me ne
guardi!; ma finalmente per renderle servizio mi capita addosso questo
male:--veda un po' di ripararlo: mi raccomando a lei, gliene va di
coscienza...

L'anima del servo, mezzo supplicando e mezzo rinfacciando, stretta
dalla agonia del _pane_, si attaccava a donna Luisa (disprezzata poco
anzi) come ultima àncora di speranza.

Luisa per vero dire sentì stringersi al cuore pel duro caso, e più per
quel meschino; e stette in forse se dovesse andare oltre, o
ritornarsene a casa; come quella a cui pareva avere avuto schiarimento
abbastanza, ed essercene di avanzo: tuttavolta prevalse in lei il
consiglio peggiore, ed entrò.

I vecchi servi furono attorno al compagno disgraziato, e sottilmente
deridendolo gli medicavano la ferita con l'olio di vetriolo.

Luisa, con atto nè umile nè superbo, si fece accosto al banco dove il
suocero l'aspettava in piedi; e poichè, ella per onorarlo come padre,
voleva prostrarglisi davanti, egli non lo permise; ma rilevandola
prontamente, con voce benigna favellò:

--No, figlia mia, io non ho le orecchie nei piedi. Non sia per
rimprovero; ma la creatura umana non deve prostrarsi ad altri, che a
Dio.

--Signor padre, poichè voi così benigno mi concedete il diritto di
adoperare questo nome, permettete che innanzi tratto vi domandi
perdono di non essermi mai presentata al vostro cospetto. Mi avevano
assicurato che voi mi avreste bandita da casa vostra... questa onta,
voi intendete, è insopportabile per una gentildonna romana...

--Certo, farvi moglie del mio figliuolo primogenito sul quale aveva
riposto ogni mia tenerezza come ogni mio orgoglio,--senza pure
impetrare il mio consenso,--anzi senza domandarmi la benedizione
paterna:--ma che parlo di benedizione e di consenso? senza pur farmene
un semplice motto,--parmi tale oblìo di ogni autorità,--tale un
disprezzo di qualunque reverenza, che il cuore di un padre non può
astenersi di gemerne profondamente. In quanto poi al cacciarvi dalla
mia presenza, perdonate,--ma la mia nuora, come colei che sente essere
gentildonna romana, dovrebbe sapere, che un barone romano non può mai
mancare di cortesia verso una donna, anche quando potesse riuscirgli
per avventura molesta...

E siccome Luisa, punta dalla sottile allusione al suo umile lignaggio,
stava per rispondere con vivezza, l'astuto vecchio, che bene se ne
accorse dal colore vermiglio che le si diffuse su per le guance, si
affrettava soggiungere con voce soavissima:

--Molto più che avendo voi sortito onesti natali, e predicandovi la
fama valorosa donna, io non avrei trovato ragionevole causa per
oppormi a queste nozze. Neppure avrebbero fatto ostacolo le mediocri
sostanze della vostra famiglia sia perchè la mia casa non ne
abbisogni, sia perchè la fortuna faccia delle ricchezze come il mare
delle acque, che ne cuopre e ne discuopre i lidi senza posa; e a me
talentò sempre piuttosto virtù senza danaro, che dovizie con superbia,
con malignità, o con istolidezza...

--Don Francesco, duolmi per iscolpare me dovere appuntare altrui; ma
importa che sappiate come Giacomo, vinto dalla sua passione,
m'ingannasse affermandomi, sotto parola di gentiluomo onorato, voi
sciente e consenziente le nostre nozze: solo per certi particolari
riguardi desiderare, che i nostri sponsali rimanessero per alcun tempo
celati...

--Ed ecco come--esclamò il Conte percuotendo di forza con un piede il
pavimento--il disprezzo del primo dovere di gentiluomo, ch'è la
lealtà, conduce sempre in miserabili rovine. Voi pertanto foste
ingannata; io tradito. Forse potrei riprendervi di soverchia facilità
a credere;--forse potrei chiamare incauti i vostri parenti, e
voi;--ma, in qualunque caso, qual colpa mai avrebbero i vostri
figliuoli?

--Ed è appunto per questi, che pure sono sangue vostro, e devono
continuare la vostra discendenza...

--E ne avete?...

--Quattro, e leggiadrissimi tutti--angioli d'innocenza e di
beltà--rispose vivacemente Luisa mentre le pupille le sfolgoravano
traverso due grosse lacrime, figlie dell'orgoglio materno...

--Com'è feconda la razza delle vipere!--pensò nel suo segreto il Conte
Cènci;--poi con labbra sorridenti riprese:

--Dio ve gli salvi...

--Padre mio le vostre parole mi ridonano gli spiriti. Ascoltatemi
dunque, perocchè io sia venuta appunto per favellarvi dei vostri
nepoti. Voi vedete in me una madre desolata, una vera madre del
Pianto. Di me non parlo. Non badate a questo abbigliamento vilissimo,
per cui divenni favola poco anzi dei vostri medesimi staffieri.....ma
sappiate che i figliuoli miei, i nepoti vostri, non hanno vesti che
bastino a cuoprire la loro nudità;--mancano spesso di pane per saziare
la fame.--

E le lacrime d'orgoglio, che versava poco anzi liete e rare, si
convertirono nella povera madre in pianto dirotto, e pieno di dolore.

--Come può essere questo? Certo io non vorrò negare di essermi
mostrato sempre a Giacomo piuttosto scarso, che no; però che la
esperienza mi avesse ammaestrato, com'egli crescesse nei costumi poco
lodevoli in proporzione della facoltà ch'ei possedeva per alimentarli.
La botte delle Danaidi fu favola, ma la prodigalità di mio figlio è
vizio pur troppo irreparabile. A me repugnò sempre contribuire a
renderlo peggiore di quello ch'ei sia. Mi ha ognora trattenuto dal
mostrarmi largo soverchiamente con lui una sorte di rimorso, e il
timore di doverne rendere un giorno conto a Dio. Se i nostri antenati
non avessero fondato i fidecommissi, ed io non attendessi a imitarli
in questa lodevolissima pratica, ma sapete mia cara Signora, e
spettabile nuora mia, che io andrei pensoso--ma pensoso davvero
intorno alla sorte dei vostri figli, e miei nepoti?--Nonostante ciò,
mi sembra che con duemila ducati annui si possa provvedere alle
necessità, ed anche alle comodità della vostra famiglia.

--Ma Giacomo afferma che voi gliela trattenete, e che gli gettate
pochi scudi, così di tanto in tanto, piuttosto in segno di oltraggio,
che in sollievo della sua miseria...

--Egli lo afferma? E forse anche lo giura con la stessa parola di
gentiluomo onorato con la quale vi accertava me sciente, e
consenziente del vostro matrimonio?--Io non vi giuro, perchè mi è
stato insegnato che il parlare del Cristiano ha da essere: sì, sì; no,
no...Ma ecco, chiaritevi di per voi stessa sopra i libri di casa (e
preso un libro di ricordi lo aperse, glielo pose sott'occhio
segnandole col dito diverse partite, che la nuora si astenne di
leggere) se gli sia stata pagata, o no, la pensione pattuita. Poichè
questo sciagurato riduce il suo genitore alla umiliazione di
giustificarsi, le pietre stesse insorgeranno per fare testimonianza
contro di lui.--Calunnia--e sempre calunnia ingiustissima; eppure non
è la più trista delle colpe, che deva rimproverare a Giacomo il mio
cuore paterno! Ma i miei dolori devono rimanere sepolti qua dentro.
Ahimè! Francesco Cènci, quanto sei misero padre, ed infelice
vecchio...Ahimè!--E si cuopriva con ambedue le mani la faccia.

Luisa alla venerabile sembianza, allo accento di uno affanno così
profondo si sentiva commossa. Il perverso, sempre con voce di lamento,
proseguiva dicendo:

--Potessi almeno trovare un cuore col quale sfogare la immensa
amarezza dell'anima mia!...

--Padre mio!--Signor Conte...ed io pure sono madre e sposa
infelicissima,--sfogatevi...noi piangeremo segretamente insieme...

--Egregia donna! Mia buona figliuola! No--no--la religione della
moglie consiste nello stare attaccata come osso a osso all'uomo, che
scelse a suo compagno nella vita:--però io devo astenermi dalle
parole, e forse ne ho favellate troppe, chè potrebbero farvelo amare
meno... O Giacomo! quanta notte di angoscia tu versi sopra gli estremi
anni del tuo povero padre! Ecco mi è ignota la faccia dei miei
nepoti--gentile orgoglio degli avi.--Noi potremmo vivere tutti sotto
il medesimo tetto, uniti nella benedizione di Dio! Questo palazzo è
troppo vasto per me; io lo percorro solitario, e assiderato; io, che
dovrei specchiare le mie sembianze rinnuovate nelle sembianze dei miei
nepoti--io, che dovrei riscaldarmi nelle loro carezze; tra i cuori
nostri, che anelerebbero accostarsi, e le nostre persone sorge un muro
di bronzo; e tu, sciagurato Giacomo, ne sei stato l'artefice!

Luisa, considerando la sembianza del vecchio tinta nella cenere
dell'odio, temè avere aggravata soverchiamente la sorte del marito.
Onde cauta si ritrasse domandando pacata:

--E tanto vi offendono, Padre mio, le colpe del vostro figlio, che la
speranza di un meritato perdono non possa scendere mai dentro il
vostro cuore paterno?

--Io lascio giudicarlo a voi. Vi rammenterò cosa, la quale per essere
conosciuta universalmente mi dispensa da rinnuovarne l'acerbo
racconto. E chi fu quegli che condusse Olimpia a dettare lo scellerato
memoriale al Papa, per cui mi svelsero dalle braccia cotesta figlia
traviata con tanta ferita al mio cuore, e danno della mia
reputazione?--Giacomo.--Chi procurò che cotesto libello infamatorio
pervenisse nelle mani di Sua Santità?--Giacomo.--Chi fu che, prosteso
ai piedi del Vicario di Cristo, lo scongiurò con sospiri e con lacrime
della mia morte?--Chi?--Un nemico, forse? L'erede di uno, a cui io
avessi dato la morte?--No--Giacomo--l'uomo, che mi deve la vita...

--O Padre mio, deh! via, placatevi: forse vi riportarono di Giacomo
più, e peggio di quello ch'ei dicesse o facesse. Il vostro antico
senno conosce l'usanza pessima dei servi di mettere male del caduto in
disgrazia presso il padrone, ingegnandosi di venirgli in grado
coll'aggiungere legna al fuoco.--E se anche i falli del vostro
figliuolo fossero gravi come voi dite, risovvengavi ch'egli è vostro
sangue;--risovvengavi che il nostro Signore Gesù Cristo perdonò a
coloro che lo avevano crocifisso, perchè non sapevano quello che
facevano...

--Ma Giacomo sa troppo bene quello che si faccia. Ogni giorno egli
cresce nella sua empietà:--ogni ora egli si affatica a togliermi la
fama, e questo avanzo infelice di vita ...--Ferocemente impaziente il
figliuolo meraviglia della lentezza della mia morte, a cui crebbe le
ali con tanti desiderii.--Senti, figlia mia; e se lo impeto gitta
l'argine e trabocca, tu vogli perdonarmelo. Però questi orrori, io ti
raccomando stieno fra Dio, me e te: soprattutto i miei nepoti
gl'ignorino sempre, onde non imparino ad aborrire il padre loro.--Ora
sono pochi giorni egli venne qui a pervertirmi Beatrice e Bernardino,
persuadendoli perfidamente avere io procurato la morte di Virgilio;
come se cotesto infelice fanciullo, per somma sventura sua e di me,
non fosse colto dal male insanabile del tisico. Nè questo è tutto: giù
nella Chiesa di san Tommaso, eretta dalla pietà dei nostri avi, e da
me restaurata, mentre si celebravano esequie solenni all'anima del
defunto figliuolo, convertita la bara in cattedra di abominazione,
senza rispetto alla santità del luogo, ai sacri altari, alla religione
del rito, al Dio presente, congiurava con gli altri traviati figliuoli
e la consorte--la morte mia...--Tu fremi, buona Luisa?--Sospendi il
tuo orrore, chè avrai a fremere di bene altre cose poi. Quando io,
misero padre! mi faccio a piangere sul cadavere dell'angelica
creatura, avanti tempo chiamata a vita migliore, io non so quale o
nuova insania, o inaudita rabbia gli strascinasse... ecco mi
rovesciano addosso il morticino... mi percuotono... mi feriscono...
Guarda, figlia, di per te stessa, esamina... io porto impressi nel
volto i segni del sacrilego attentato...

Qui si fermò come rifinito dall'atroce memoria; quindi, in suono di
pianto, riprese a favellare:

--D'ora in avanti, quando mi verranno incontro i miei figliuoli...
Giacomo sopra tutti... sai tu, che cosa mi toccherà a fare? Tentare se
mi abbiano bene affibbiato il giaco... frugare se mi sia dimenticato
il pugnale. Tra lui e me porre un cane fedele, che dal suo furore mi
preservi la vita... Sì, un cane; poichè il mio sangue mi procede
siffattamente nemico. Sfiduciato della razza umana, bene è forza che
io cerchi la mia difesa fra le bestie:--anzi questo cane io aveva, e
fedelissimo a prova... ed essi me lo hanno ammazzato di un colpo di
spada nel cuore... truce presagio di ciò che riserbano al padre
loro.--Già da qualche tempo m'invade un pensiero... che, nato sul mio
doloroso guanciale, ha preso a impadronirsi di me come idea fissa...
ed è se io debba permettere ch'essi consumino il parricidio, o
piuttosto, troncando con le mie proprie mani questa misera vita,
risparmiare in un punto a loro la infamia e la pena del delitto, a me
il supplizio incomportabile di vivere. Ah! Signore, quanto è dura
necessità questa di perdere l'anima loro, o la mia!

Qui piegata alquanto la faccia fissava certa lettera di Spagna, la
quale gli porgeva notizia della morte che si presagiva imminente di
Filippo II, da lui sopra ogni altro re ammirato, e nel suo segreto
pensava:--lui avventuroso che prima di morire potè fare strangolare il
figliuolo, e ne fu benedetto da Santa Madre Chiesa!--[2]

Intanto fu bussato pian piano all'uscio della stanza. Il Conte,
rialzato il capo, con voce ferma ordinava:

--Avanti...

Comparve Marzio, il quale dopo qualche esitanza, veduta ch'ebbe la
donna, favellò:

--Eccellenza... il tabellione...

--Aspetti. Fatelo passare nella stanza verde onde possa assettarsi a
bell'agio...

--Eccellenza, egli mi ha commesso annunziarle, che faccende
urgentissime lo chiamano altrove...

--Per dio! Chi è costui, che ardisce avere una volontà diversa dalla
mia--e per di più in mia casa?--Quasi, quasi io sarei tentato fargli
come a Conte Ugolino, e gittare le chiavi nel Tevere. Andate, e non
gli permettete uscire senza il mio consenso...

La rabbia appena repressa con la quale il Conte fremeva queste parole,
avrebbe fatto avvertito agevolmente chiunque vi avesse posto mediocre
attenzione, della ipocrisia da lui adoperata nei suoi colloquii fin
qui; ma Luisa teneva la mente rivolta altrove, e lunga ora stette col
capo dimesso al pavimento come persona affatto avvilita, incapace a
formare un concetto, o profferire una parola. Il Conte la sogguardò
sospettoso, e poi riassicurato riprese:

--Però non mi diparto dal mio proponimento, che i figli non hanno a
portare il peso delle iniquità paterne. Questa legge, severa troppo,
venne mitigata dalla dottrina di Cristo... ed io sono cristiano. Voi
mi cogliete nel punto in cui vado a ridurre ad effetto questa mia
convinzione. Ho disposto instituire eredi delle mie facoltà libere i
vostri figliuoli: pei fidecommissi sto sicuro perchè non possono
essere ipotecati, molto meno alienati; dalle rendite dei fidecommissi
in fuori altro non può sprecare Giacomo vostro, e dovrà suo malgrado
rendere un giorno i fondi inalterati al maggiorasco. Voi nominerò
amministratrice dei beni liberi; e spero, che dopo aver provveduto
onoratamente alla famiglia, potrete avanzare tanto che valga a
crescere il patrimonio. Io desiderava consultarvi in proposito; ma non
poteva rivolvermi a mandarvi a chiamare, dubbioso se voi avreste
tenuto lo invito. Ora poi che siete venuta spontanea, confesso che Dio
vi ha proprio ispirata. Anche i ciechi dovrebbero vedere qui dentro il
dito della Provvidenza.

Quantunque Luisa, come tutte le madri, sentisse maravigliosa
compiacenza delle ottime disposizioni dell'avo a favore dei suoi
figliuoli, pure, come donna virtuosa, non potè trattenersi da
osservare:

--E la signora Beatrice, e don Bernardino?...

--Beatrice ha già stanziata la dote, sufficientissima a qualsivoglia
gran dama. Bernardino ha da tirarsi innanzi per la prelatura, e Casa
Cènci possiede in copia giuspatronati fra i più cospicui di Roma.

--E gli altri figli?

--Chi figli?...

--Don Cristofano e don Felice...

--Essi? Oh! essi, la Dio mercede, sono già provveduti, e non hanno
bisogno di niente--rispose il Conte; e i suoi occhi si raggrinzarono,
e la pupilla costretta mandò fuori un lampo di riso maligno...

--Don Francesco non mi muove curiosità, ma voglia di non comparire
alla mia coscienza cupida del bene altrui, nello insistere a sapere
come venne provveduto ai miei signori Cognati...

--Essi hanno sposato una potentissima dama che fa loro le spese, e
come a loro le può fare, e le fa ad altri ben molti...--Di ciò, se vi
piace, parleremo altra volta, donna Luisa, e con agio maggiore...

--Signor Conte, prima di lasciarvi--e donna Luisa esitò uno istante;
poi amore di madre vincendo la donnesca alterezza, fattasi coraggio
riprese:--io vorrei esporvi la causa, che mi persuase di venire a
inchinarvi...

--Ditela...

--Se i miei voti saranno ascoltati in cielo voi vivrete anche cento
anni; e i miei figli, intanto, stremi di tutto...

--Ah sono pure il solenne smemorato!--incominciò a dire don Francesco
toccandosi lieve lieve il capo, e come se favellasse seco
medesimo.--Povera donna! ha ragione.--Sopra il piatto di cotesto
sciagurato ella non può fare assegnamento, dacchè ei lo spende fuori
di casa con altra femmina che ama; con altri figli, che più dei
legittimi formano la sua tenerezza...

--Come! come!--proruppe Luisa afferrando con ambedue le mani il
braccio destro al suocero.--Dunque, don Francesco, lo sapete anche
voi?

--Signora nuora--replicò il Conte con volto austero--io vo' che
sappiate, il cuore d'un padre non essere meno geloso della fama dei
figli, di quello che il cuore delle mogli nol sia per lo affetto dei
loro mariti; ma nel naufragio di ogni onesto sentimento di Giacomo
tutti dovevamo perdere... voi uno sposo... io un figlio.

--Luisa mandò un profondo sospiro.

--Ora uditemi, donna Luisa. Io vi somministrerò volentieri il danaro
necessario ai bisogni della vostra famiglia; se non che intendo che
voi vi leghiate con giuramento ad osservare certa condizione, che vi
dirò. Io poi non esigo che voi v'impegniate a chiusi occhi; mai no: io
vi dichiarerò la condizione, e la causa della medesima; onde se voi
troverete, come non dubito, quella discreta, e questa tendente al bene
dei vostri figliuoli, voi la giuriate con libertà e coscienza.

--Don Francesco vi ascolto.

--Voi altre buone femmine, comprese interamente da un solo amore,
presto ponete giù l'ira che v'infiamma contro l'oggetto delle vostre
legittime affezioni:--voi siete vele, che vi sgonfiate ad ogni lieve
calare del vento... Oh! so bene io quanta virtù abbiano due lagrimette
e un bacio a placare le più fiere procelle matrimoniali. Giacomo già
parmi vederlo assoluto, e a mille doppii più amato da voi amantissima
sposa: allora voi gli confiderete il danaro, e il modo col quale lo
avete ottenuto da me; ed egli (lasciate fare a lui!) troverà bene la
via di carpirvi la moneta;--ed io, invece che serva ad alimentare i
miei nepoti, vedrò con dolore averla data ad alimentare i suoi laidi
costumi. D'altronde io presagisco, che anche da questo atto trarrà
argomento di calunnia contro di me: ed io non vorrei che un benefizio
mi fruttasse nuove amarezze. Non paionvi sufficienti quelle che
patisco? Sono indiscreto forse, se io procuro non crescerne il carico?
Ora io desidero, che per cosa al mondo voi non gli riveliate possedere
moneta; e molto meno poi la parte dalla quale vi viene. Sembravi
questa condizione tale, che possa rifiutarsi da voi?

--No certo; voi mi consigliate perbene, ed anche senza condizione io
mi sarei comportata nel modo che vi piacque indicarmi.

--Tanto meglio. Ecco qua una santa reliquia.--Così dicendo il Conte si
trasse dal seno una crocellina di oro, e, presentatala alla nuora,
aggiunse:--giurate per questa croce benedetta sul sepolcro del nostro
Signore, per la salute dell'anima vostra, per la vita dei vostri
figliuoli, che voi osserverete la promessa...

--Non fa mestiero di riti tanto solenni, rispose Luisa sorridendo a
fiore di labbri:--ecco, io ve lo giuro...

--Sta bene: adesso togliete quanto vi aggrada; e sì dicendo aperse uno
scrigno pieno di monete d'oro di varia ragione;--e siccome la
gentildonna vergognando si peritava, il Conte insisteva:--ma
prendete--prendete... sarebbe strana davvero, che tra padre e figlia
si facessero tanti rispetti. Orsù, via, farò da me;--e riempita una
borsa gliela consegnò. La gentildonna diventata vermiglia, lo
ringraziava con un cenno affettuosissimo del capo.

--Prima però che prendiate commiato, mia cara signora nuora, udite
un'altra parola...--perchè voi comprendete ottimamente come malgrado
le ingiurie atroci con le quali Giacomo mi ha offeso--e continuerà pur
troppo ad offendermi--egli sia sempre mio sangue.--Non vi stancate di
tentare ogni mezzo per ricondurre cotesto traviato al mio seno...
chiudete l'occhio alle sue infedeltà... soffrite gl'insulti... obliate
ch'egli ha procreato altri figli, che non sono vostri;... che mentre
ai legittimissimi vostri fa mancare le cose al vivere necessarie,
prodiga ai figli naturali altrui--anzi adulterini--moneta, onde
compaiano vestiti di broccatello di argento, e di oro... Perdonatelo,
convertitelo, riconducetemelo insomma; le mie braccia stanno sempre
aperte per lui.... il mio cuore sempre pronto a dimenticare ogni cosa
in un amplesso sincero:--affaticandovi a ridonarmi un figlio voi
ricupererete in un punto il padre ai figli vostri, lo sposo a voi. Oh
se questo potesse accadere prima che i miei occhi si chiudessero!...
Certo la mia vita non è stata altro che affanno, e già sta presso a
cessare.... ma qualche volta accade che i giorni procellosi si
rasserenino verso sera, e un raggio di sole languido, ma
benedetto,--tardo, ma desiderato,--venga a salutare con uno addio di
amico colui che sta per partire....

--Don Francesco, voi mi avete riempito così di maraviglia, di
tenerezza e di gratitudine, che io non so in qual modo significarvelo
con parole. Valga in difetto questo bacio, che io imprimo con
tenerezza di figlia sopra la vostra mano paterna. Ma quantunque io
senta che dei tanti benefizii, di cui mi avete colma, non sarò per
potermene sdebitare giammai, pure vi supplico a degnarvi d'aggiungerne
un altro--ed è: di compiacervi a raffermare quel famiglio, che voi
avete licenziato per colpa mia...

--Egregia donna!--Non io, Luisa, ma voi gli rimettete il fallo;
avvegnachè io lo avessi congedato a cagione della mancanza di rispetto
con la quale mi aveva favellato di voi.

Qui agitava il campanello, e apparve uno staffiere di sala.

--Ciriaco.

Ciriaco veniva, umiliando il capo fino a terra.

--Ringraziate donna Luisa dei Cènci mia clarissima nuora, che vi
permette rimanere graziandovi il fallo commesso. D'ora innanzi
emendatevi, e siate più riverente co' vostri superiori.

--Mia buona padrona e signora, disse Ciriaco gittandosele giù di
rifascio in ginocchioni davanti, Dio le ne renda merito per me e per
la mia povera famiglia, che senza la sua carità si sarebbe ridotta ad
accattare.... e non avrebbe pane...

Luisa gli sorrise. Don Francesco accompagnò lei, invano supplicante a
rimanersi seduto, con onesta cortesia fino alla porta; e quindi
tornando addietro con presti passi, pose una mano su la spalla di
Ciriaco; e squadratolo con biechi sguardi gli favellò così:

--Non solo adesso tu te ne andrai di casa mia;--ma di Roma
altresì,--ma da tutti gli stati Pontificii ancora,--e subito;--se
domani io ti sapessi qui, penserò da me stesso al tuo viaggio. Va
senza guardare indietro: io non ho la potenza di convertirti in
istatua di sale; possiedo semplicemente quella di convertirti in
morto. Mettiti un sigillo su la bocca, la paura di me nell'anima; se i
piedi ti venissero meno, continua il tuo cammino con le ginocchia
carponi. Tu, che hai avuto la pericolosa curiosità di esaminare i
costumi del tuo padrone, avrai notato com'egli non manchi mai a quello
che promette. Esci, e ricorda che Dio non si osserva, ma si adora; ed
ogni padrone, pei suoi servi o sudditi, ha da essere un Dio.

Coteste minacce e cotesto piglio gettarono tanto avvilimento nel cuore
al servo, che si partì ratto da Roma insalutata la propria famiglia.
Ad ogni muovere di foglia gli pareva avere alle costole qualche bravo
del Conte Cènci; nè si quietò il suo affanno finchè ei non fu di molte
miglia lontano da Roma.

                                ------

--Ai comandi di vostra Eccellenza, disse il Notaro (con la familiarità
servile consueta alla gente di toga) entrando nella stanza...

Il Conte, con superbia magnatizia rispose:

--Vi ho chiamato, Sere, per consegnarvi il mio testamento olografo:
stendete l'atto di recezione, intanto che mando per testimoni idonei:
fate bene, e spedito.

I testimoni vennero, e s'inchinarono; l'atto fu celebrato, e i
testimoni partirono, e s'inchinarono senza parole; impassibili,
piuttostochè ad uomini somiglievoli ad ombre. Il tabellione mentre
ripiegava i suoi scartafacci si sentiva proprio morire non
isciogliendo il freno alla garrulità, vizio che aveva comune a tutti i
suoi confratelli in protocollo.

--Per bacco!, proruppe il Notaro, io so che vostra Eccellenza non ama
osservazioni, epperò mi sono affrettato a servirla di coppa e di
coltello: _tutta volta però_ mi pareva, che vostra Eccellenza non
fosse in _termini dirimpetto_ alla età per _devenire_ a questo atto,
_et voluntas hominis ambulatoria est usque ad mortem_; sicchè _in
tanto si raggiunge meglio lo scopo della testamentifazione, in quanto_
più si aspetta a farlo. Simili disposizioni patiscono della natura dei
meloni, che stando molto colti senza mangiarli infracidano.

--L'uomo è egli padrone del domani? E gli uomini alla età mia si
assomigliano agli ebrei nel giorno di Pasqua, col bastone in mano e i
calzari in piedi pronti a partire. A me pareva non avere mai pace,
finchè non avessi assicurato in modo fermo il destino dei miei figli e
nepoti.

Il tabellione, che aveva un muso appuntato a modo di volpe, e il
cervello eziandio, gli ficcò addosso due occhini lustri che parevano
fatti col succhiello; e stringendo le labbra rise un tal sorriso di
sorba acerba, che voleva dire: che con lui coteste lustre non valevano
un lupino, e che quando al diavolo del Conte legavano il bellico, il
suo andava ritto da se senza bisogno di ciuffolo.

--In quanto a questo poi, Eccellenza, osservò l'astuto notaro, non
faceva mestiero che il suo cuore paterno si mettesse in ambasce,
imperciocchè la legge provvidissima ripari a tutto. Sa ella, signor
Conte, come noi altri, che ce ne intendiamo, si costuma definire il
testamento? Atto illegittimo, col quale il padre di famiglia leva la
roba a chi va.

Il Conte gli lanciò un'occhiata da tagliargli la faccia; ma il Notaro
aveva mutato sembiante: adesso compariva semplice, come se egli avesse
mosso coteste osservazioni più per dabbenaggine, che per malizia. Don
Francesco non trovò a fare meglio, che imitarlo; sicchè con volto
beato rispose:

--O guardate!... che mi troverò ad avere fatto un atto inutile? Ma
_utile per inutile non vitiatur_, come mi pare che insegnate voi altri
curiali; e poi, quando non avesse servito ad altro, avrà procurato a
me il piacere di essermi trattenuto con voi, a voi il piacere di avere
guadagnato qualche ducato...

E largheggiando, come suoleva, nella mercede, don Francesco si levò
prontamente dintorno cotesto importuno scrutatore delle cose sue, che
si allontanò strisciando come una serpe, e ripetendo col pugno pieno
di moneta:

--Troppo generoso! sempre magnifico! Dio la mantenga sano, e verde.

Rimasto solo, il Conte così andava mulinando da se:

--Ora i Cènci non godranno più della mia eredità libera: ho diseredato
tutti i miei figli, nel caso che qualcheduno sopravviva[3];--peraltro
io farò in guisa, per quanto sta in me, che questo non avvenga. La
causa della diseredazione è la principale delle quattordici indicate
da Giustiniano. Le mie volontà saranno rispettate. Per dio! Se i miei
nepoti non si conducessero a divorarsi le mani per fame, io
risusciterei per istrozzare i giudici che sentenziassero a loro
vantaggio... E poi ho istituito eredi luoghi pii, corporazioni
religiose, e simili mani morte. Mani morte!--_Chiedea mattoni, e gli
portavan rena_... che torre di Babele è mai questa? Ormai bisogna
riformare la lingua. Mani morte! Ne furono mai vedute in questo mondo
più vive a prendere, e più dure a ritenere? Avanzano i fidecommessi!
Immenso tesoro! Ora come adopererò io per svincolarli, e disperderli?
Bisognerà che io me la intenda col Cardinale Aldobrandino: costui
prenderebbe anche lo inferno per raccattarvi cenere. Quale avarizia
feroce! Trama di prete romano, e orditura di mercante fiorentino! Io
credo fermamente, ch'egli abbia provato a trarre sangue dai sassi del
Colosseo. Ma per levare ai lupi mi è d'uopo gettare alle jene... fiere
contro fiere... dura necessità! ma sia;--purchè rimangano ignudi i
miei figliuoli, venga anche il diavolo, e si vesta del mio
mantello.--La onorevole figura che farebbe il diavolo, _col mio
mantello scarlatto trinato di oro_! Nessuno presuma accusarmi di non
aver lasciato sostanza ai miei figliuoli e nepoti, chè avrebbe torto.
Come Timone lasciava agli Ateniesi il fico del suo campo onde vi si
potessero impiccare a loro bell'agio, io lascio in retaggio ai miei
discendenti il Tevere perchè vi si affoghino dentro[4].


NOTE

  [1] Il Cardinale Dubois, ministro di Filippo d'Orleans durante la
    minorità di Luigi XV, vero tipo di dissolutezza e di furberia,
    aveva preso ai suoi stipendii certo cocchiere, il quale una volta
    si vantò, che quando il suo padrone usciva da qualche palazzo,
    egli, fissandolo in volto, dalla fisonomia di lui era capace
    indovinare se il Cardinale avesse causa di tenersi malcontento, o
    soddisfatto; e giuocava di più, di cogliere nell'argomento di cui
    egli avesse potuto tenere colloquio. Il padrone, saputo il vanto
    del cocchiere, lo mise alla prova; ed avendo trovato che più
    spesso che ei non avrebbe voluto costui dava nel segno, chiamatolo
    a se molto lo commendò della perspicacia sua; ma donatagli buona
    somma di danari, gli ordinò che uscisse più presto che di passo
    fuori di casa sua.--Racconta questo fatto, con altri curiosissimi,
    il sig. GIOIA nel suo _Galateo_.

  [2] Quantunque la morte di Filippo II si prevedesse imminente,
    tuttavolta visse più di Francesco Cènci; conciosiachè questi
    venisse ammazzato nella notte dell'11 al 12 settembre 1598, e
    quegli morisse il 13 dei medesimi mese ed anno alle cinque di
    sera. Orribili furono i patimenti dello scelleratissimo re; egli
    di per se stesso, scrivendo al suo figliuolo Filippo III, li
    racconta: importerebbe assai che li conoscesse la gente; ma
    superando il documento lo spazio discreto d'una nota, è mestiero
    riservarlo a qualche altra opportunità.

  [3] La diseredazione di Giacomo, ordinata dal padre suo Francesco
    Cènci, è cosa fuori di dubbio; avvegnadio si ricavi dal chirografo
    spedito da Clemente VIII a Monsignor Taverna, rammentato nelle
    note precedenti: «Francisci testamentum in quo Jacobum......
    exeredavit, sive ejus successione privavit».

  [4] PLUTARCO narra diversamente il caso di Timone il _Misantropo_.
    «Un giorno, egli dice, Timone si presentò alla bigoncia. Il popolo
    trasse ad ascoltarlo, ed egli favellò così: «Ateniesi, io possiedo
    un campo; adesso sto per fabbricarvi sopra una casa; in mezzo a
    quello sorge un fico bellissimo, dove parecchi dei miei
    concittadini presero la lodevole usanza di andarsi ad impiccare:
    ond'io (non volendo così repentinamente privarvi di un tanto
    benefizio) vi avviso, che se qualcheduno avesse voglia di fare
    questa faccenda si affretti perchè, da quanto avete sentito, non
    ha tempo da perdere».



CAPITOLO X.

IL CONVITO.

        _Cènci_. «Benvenuti, amici e gentiluomini; benvenuti,
                  principi e cardinali, colonne della Chiesa, che
                  onorate il nostro festino con la vostra presenza ...
                  quando avremo ricambiato insieme un brindisio due,
                  voi vorrete reputarmi carne e sangue come siete voi,
                  peccatore invero; da Adamo in poi siamo tutti così;
                  ma compassionevole, mansueto e pietoso».

                                           SHELLEY, _Beatrica Cènci._


È bello vedere il tremolio azzurro e di oro delle acque marine, però
che esse abbiano senso d'amore, e voce fatidica.--Al raggio della
luna, che di loro s'innamora, palpitano di piacere.--Parlano, quando
si succedono come lacrime lungo le sponde, una lingua di pianto,
composta dei gridi dei naufraghi raccolti per tutta l'ampiezza della
sua superficie: pei liti del mare Egèo ripetono un lene lamento di
lira, poichè Saffo immergendosi in coteste acque vi lasciasse la sua
vita ed il suo amore.

È bello vedere il Sole prorompere nella magnificenza dei suoi raggi
dai patrii colli, e accendere con uno sguardo la vita per la terra e
pel cielo; ed è pur bello, affacciati da una balza, mirarlo quando
tramonta, e lascia dietro a se una nebbia dorata, come un monile che
donava alla donna dei suoi pensieri il cavaliere in procinto di
partire per terre lontane; o nuvole tinte in porpora, quasi mantello
reale consegnato alle ore sue ancelle prima di andare a giacere, per
ripigliarlo al suo svegliarsi domani. Allora gli uccelli traversano
rapidi i cieli chiamando la famiglia a raccolta, e raddoppiano il
canto o per amore della luce che si spenge, o per paura delle tenebre
che nascono: pei campi il tintinno dei campanelli raduna gli armenti
alle stalle: dall'alto dei campanili la squilla con tocchi dolenti
annunzia essere giunta l'ora delle gioie domestiche e delle memorie.
Invano! Non tutti gli uomini amano il focolare di famiglia, e la
preghiera pei morti; molti, all'opposto, spiano dallo spiraglio della
finestra quando il giorno cessa, e respirano più liberi al calare
della notte, però che i pensieri e le opere loro sieno di tenebre. Ed
io, che pure non amo le tenebre, non rispondo alla chiamata. Qual è la
stanza che mi attende? La cella del prigione solitaria, nuda, gelida,
dove non odo altro che il gemito di qualche infermo, o l'agonia di un
morente perchè fa parte d'un ospedale di condannati[1].

Sopra lo spalto dell'antica fortezza di Volterra contemplo i colli
lontani di azzurri e lieti farsi neri e minacciosi, simili ad amici
che ti abbiano tradito, o di beneficati che, giusta il costume, ti
paghino il debito in moneta d'ingratitudine. Le nuvole, poco fa
sfavillanti dei colori della madre perla, diventano fosche come i
ricordi della passata felicità; si affacciano oscuri al travagliato
dalla presente sciagura. Alcune vele bianche passano, e si perdono per
la caligine del mare Tirreno a modo dei pensieri, che si sprofondano
nel buio della meditazione. Il fiume antico della Cecina avvolgendosi
con infinite curve per la campagna, par che fugga di perdersi nel
mare, come la vita tenta ogni sforzo per sottrarsi alla morte
irreparabile. Scorri, o fiume, più rapido dove ti spinge necessità di
natura, e non trattenere con inani conati le tue acque,--perchè tutto
incalza un fato supremo. Come rami di albero, o manipoli di paglia,
sopra la tua corrente reami e popoli galleggiano sul fiume del tempo
per traboccare nella Eternità.

Poichè tutto muore, deh! possa sovvenire a noi miseri il conforto di
poter volgere nella fossa alla cenere, che ci sta accanto, queste
parole: «Tu sei formata di ossa felici, non innocenti; godesti
assai--fatti in là--e non usurparmi le lacrime di cui mi consolano i
superstiti come me miseri--e come me pietosi. A Dio piaccia, almeno
nei sepolcri, separare le ossa innocenti dalle ossa malvagie!»

Molte sono le cose che appaiono belle nel creato: o perchè veramente
tali sieno per se stesse, o pei pensieri che suscitano; ma nessuna
riesce più stupenda all'occhio del padre quanto la faccia dei suoi
figliuoli. Gli occhi dell'uomo furono inebbriati, quando prima
contemplarono le care sembianze della donna che adesso è madre dei
suoi figli, e se ne rallegrano ancora; ma o lo splendore della
bellezza si offuscò, o la virtù degli occhi decrebbe, avvegnadio egli
possa di presente guardarla senza che l'anima dentro gli tremi;--ma la
gioia, che nasce dalla vista dei figli, non viene mai meno. Come la
sostanza odorosa che si ricava dal muschio per emanare di effluvii non
diminuisce di volume o di peso, così lo affetto paterno non menoma la
sua intensità. I figli sono la corona della vita dei padri; essi ci
sopravvivono a modo del profumo che avanza dallo incenso consumato dal
fuoco; essi vanno ai posteri messaggeri e testimonianza dello ingegno
e delle virtù degli avi.--Amati, se non leggiadri (perchè la luce
dell'anima rende gioconda qualsivoglia sembianza);--doppiamente amati
se belli;--dilettissimi sempre se la Sapienza toccò con le ali
infiammate le loro teste, o se ebbero, nascendo, meno benigno il
raggio delle stelle, purchè virtuosi di cuore, e d'anima
intemerata;--imperciocchè _il grande intelletto sia grazia di Dio; ma
la rettitudine è retaggio, che ogni creatura può, e deve comporre con
le forze dell'anima propria_».

                                ------

Don Francesco Cènci aveva imbandito un sontuoso banchetto un festino
reale in verità. Dentro vastissima sala, di cui la volta appariva
dipinta stupendamente dai migliori maestri di cotesta età non ancora
interamente corrotta, stavano dirizzate le mense. Intorno alla sala
ricorreva un cornicione bianco e dorato, sostenuto a uguali intervalli
da pilastri parimente bianchi frastagliati d'arabeschi di oro. Gli
spazii da un pilastro all'altro erano coperti di specchi alti meglio
che otto braccia; ma perchè l'arte, che allora fioriva a Venezia, non
sapeva anche fabbricarli di un pezzo solo, erano connessi insieme in
più frammenti; e per cuoprire le giunture con leggiadro trovato vi
avevano dipinto amorini, e fronde, e frutti, e fiori, e uccellini di
varia ragione, oltre ogni credere vaghissimi: otto porte andavano
guarnite di portiere di broccato, di cui il fondo bianco di raso, gli
orli in rilievo a fiorami di oro, in mezzo lo scudo gentilizio co'
suoi colori bianco e vermiglio.

Tutto, insomma, appariva magnifico; stoffe, specchi e dipinti; se non
che la pittura, di scuola bolognese, ostentava dovizia, non potendo
oggimai più comparire bella nella sua semplicità.

La Pittura, toccato ch'ebbe con Raffaello il grado supremo della
perfezione, decadde secondo il fato naturale di tutte le cose quaggiù.
Però in talune la decadenza avviene inevitabilmente, imperciocchè
abbiano perfettibilità definitiva; in tali altre, all'opposto, la
decadenza è accidentale, essendo di perfettibilità indefinita. La
poesia deve annoverarsi fra le seconde, la pittura fra le prime. La
ragione poi della differenza parmi questa, che scopo della pittura
essendo riprodurre in immagine gli oggetti, tanto più apparisce
pregievole quanto meglio esattamente gli ritrae:

    _Morti gli morti, i vivi parean vivi;
    Non vide me' di me chi vide il vero _[2].

Ma la poesia si feconda non solo dalla percezione fisica degli
obietti, sibbene ancora da argomenti del pensiero, e dagl'impeti della
passione. Irradiando gli occhi, il cuore e lo intelletto con iride
perpetuamente screziata di moltiplici colori, fa sì che sempre varii e
sempre inesausti si diffondano i suoni della lira immortale. Raffaello
sta come Signore della Pittura, nè per ora alcuno seppe superarlo, e
forse nol supererà giammai, essendo singolare la via che conduce a
cotesta eccellenza. Molti poi scintillano astri maggiori del canto,
però che i pellegrini intelletti nello sterminato firmamento della
poesia possano percorrere il volo che il genio loro consiglia, e le
ali sopportano.

Io non mi tratterrò a descrivere lo incanto, che nasceva dal profumo
dei fiori e dallo sfolgorare dei torchi di cera bianca fitti su
candelabri di argento ripercosso le miriadi di volte per gli specchi,
pei vassoi, bacili, boccali, urne, vasi, statuette, grotteschi, e
argenterie d'infinite ragioni ammirande per dovizia, e per lavoro
stupende. I tempi di questo racconto non distano tanto da noi, che di
simili masserizie chiunque ne avesse vaghezza non possa farne esame
nei pubblici musei. Nelle case dei nostri patrizii adesso non se ne
vedono più, o rare; però che le abbiano vendute allo straniero. Che
cosa non venderebbero essi, i nostri patrizii, se trovassero il
compratore? Presso a questo turpe mercato, benedetto... io sto per
dire... sì, benedetto il saccheggio dello aborrito nemico! Il soldato
ladro non ti porta via la speranza di ricuperare il mal tolto, nè il
desiderio di adoperartivi con tutti i nervi; ma lo straniero che ti
compra a patto le reliquie paterne ti compra a un punto un brano del
tuo cuore, e tu gli vendi un pezzo di patria! La rapina dispone gli
animi a libertà ed a vendetta; la vendita volontaria a servitù. Così
gli Spartani punivano meno la violenza fatta alla vergine, che la
seduzione[3]; e rettamente: imperciocchè con la violenza si contamini
il corpo, con la seduzione il corpo a un punto e l'anima. Oggi nelle
leggi è alla rovescia; _prova fra mille, che la materia ha vinto lo
spirito, e da per tutto se ne vedono segni manifesti_.--

Ma io torno allo argomento; chè la mia tragedia desidera discorso non
di suppellettili, sibbene di anime e di passioni.

                                ------

Don Francesco, con la gentilezza che si addiceva al suo nobile
lignaggio, e con la grazia che gli veniva dal suo spirito, accolse i
convitati. Eranvi diversi di casa Colonna; eranvi i due Santa Croce,
Onofrio principe Dell'Oriolo, e don Paolo di cui fu parlato sul
principio di questa storia; eravi monsignore Tesoriere; e poco dopo
vennero i cardinali Sforza e Barberini amici, o consorti di casa
Cènci, con parecchie altre persone che non rammenta la storia;
finalmente, dietro l'ordine del Conte, assisterono donna Lucrezia,
Bernardino e Beatrice.

Beatrice vestiva a scorruccio. S'ella non avesse indossato cotesto
abito a modo di protesta contra la gioia paurosa del convito paterno,
sariasi sospettato che lo avesse fatto con accorgimento donnesco;
tanto egli giovava a dare risalto al candore maraviglioso della sua
pelle. Per tutto ornamento ella portava intrecciata nelle chiome
bionde una rosa appassita, simbolo pur troppo degl'imminenti suoi
fati.

--Benvenuti nobili parenti, ed amici: benvenuti eminentissimi
Cardinali, colonne di santa madre chiesa, e splendore _urbis et
orbis_. Se il cielo mi desse cento lingue di bronzo e cento petti di
ferro, come invocava Omero, non li crederei bastanti a rendervi grazie
per l'onore, che vi degnate compartire con la vostra presenza alla mia
famiglia.

--Conte Cènci, la vostra inclita casa si trova così in alto locata,
che davvero non abbisogna di altri raggi per isplendere lucidissima
stella in questo cielo romano--rispondeva, giusta il costume dei
tempi, concettosamente il signor Curzio Colonna.

--Voi, nel tesoro della vostra benevolenza, mi procedete parziale
oltre il dovere, onorandissimo don Curzio: comunque sia, gran mercè
dello amor vostro. Io, Signori miei, vi era quasi diventato straniero:
temeva che il mio apparirvi dinanzi vi spaventasse, come di uomo
tornato dall'antro di Trofonio; ma che volete? Me rodeva una immensa
tristezza... l'iniquo male! Ed io, che provo com'egli trapani le
viscere, l'ho portato sempre studiosamente chiuso nel petto, per tema
che mi avvenisse come a Pandora quando aperse incautamente il vaso, e
versò, senza volerlo, sul mondo la famiglia infinita dei malanni. La
tristezza è la polvere sottile che solleva il vento di levante; da per
tutto s'insinua, a tutto si attacca, e opprime di sgomento anime e
corpi. Il malinconico, per causa più forte del lebbroso, ha da
cacciarsi fuori dei tabernacoli d'Israele, e dai festini degli eredi
di Anacreonte--io parlo per voi, chierici, a cui mi piace professare
venerazione e rispetto: in quanto a voi altri laici, forse avrei
proceduto senza cerimonie... ma no... ho pensato che se io aveva causa
sufficiente a gittarmi via, alberi e fiumi per appendermi, od
affogarmi mercè di Dio non ne mancavano; e non doveva pormi
indiscretamente tra il sole e voi per abbuiarvi la vita.--Io poi non
mi sono impiccato perchè, bene considerata la cosa, la morte è un
brutto quarto di ora--e di più, su le cose che si fanno una volta
sola, ho inteso sempre dire ch'è savio pensarci sopra due;--ma neppure
volli contristarvi con la mia presenza. Adesso, che un filo di luce
viene a rischiarare obliquamente il buio della mia anima, scoto la
chioma da questa cenere; colgo anche una fiata--forse l'ultima--una
rosa, e ve la intreccio dentro.--Certo durante il verno non si
vorrebbe nudrire vaghezza di rose, nè il gentil fiore si educa in
mezzo alla neve... pure in questa alma Italia, e ve ne fa prova
Beatrice mia, in ogni stagione crescono le rose; e se non ne trovi nel
tuo giardino, va in quello altrui, e coglile o strappale. Sì,
strappale a forza; perchè, qual legge condannerà il vecchio che prima
di morire ha involato una rosa in ricordo della gioventù spenta, e in
conforto della vita che si spegne? Tanto varrebbe, che Sua Santità
scomunicasse un moribondo perchè manda lo sguardo estremo alla luce
che fugge. E tu, Beatrice, quale strana fantasia ti prese di mettere
una rosa appassita nei tuoi capelli? Temi per avventura il paragone
delle tue guance con le foglie della rosa fresca?--Cessa dalla paura,
donzella;--tu puoi provocare siffatto genere di confronti, perchè sei
nata a vincerli tutti.--

La fanciulla gli dardeggiò uno sguardo a guisa di saetta; egli lo
ricevè stringendo gli occhi, e facendo sfavillare le pupille. Don
Onofrio Santa Croce rispose:

--Noi siamo venuti, Conte, come parenti ed amici a prendere parte
delle contentezze vostre; e bene mi auguro, che le abbiano ad essere
grandissime; imperciocchè io non vi conobbi mai di umore sì gaio, da
pretendere di emulare il buon vecchio di Teo.--

--Ed io ebbi torto a non procurarmi cotesto umore, Principe; e quello
ch'è peggio, io me ne sono accorto tardi. La Parca,--voi lo sapete--o
piuttosto non lo sapete--perchè voi altri eminentissimi Cardinali
tenete queste storie in conto di eresie. Eminentissimi, rispettate i
vinti; gli esuli ritornano, e la fortuna non ha inchiodato l'asse
della ruota: anche Giove fu Dio, e conosce la via che conduce in
paradiso. In trono o fuori, Dii e Principi sono cosa sacra; e non
appartiene a Dii e a Principi insegnarne il disprezzo alle
moltitudini. Assai queste lo imparano da se! E poi non v'incollerite
mai contro chi crede troppo... prendetevela con chi crede
poco;--perseguitate chi crede punto:--anzi io non arrivo a capire come
mai vi siate legate le mani, restringendo a tre le persone delle quali
va composto il vostro Dio--e mio;--dovevate instituire un palio fra
chi credeva di più, e premio un milione di anni d'indulgenze per colui
che giungeva primo.--

--Ma dove era io rimasto?--Attendete... alla Parca. Ora dunque la
Parca ci fila giorni di lana nera, mescolati con altri pochi di colore
di oro; il senno umano sta nel separarli: piangiamo nei tristi,
esultiamo nei lieti, altrimenti convertiremo la vita in uno eterno
ufficio da morti. _Omnia tempus habent_... e sebbene io non ammetta,
col sapientissimo re Salomone, che possa esservi anche il tempo di
uccidere, mi unisco al suo avviso quando dichiara tutte cose _vanitas
vanitatum_, se togliete forse un bicchiere d'acqua pura quando siete
assetati... a patto però che non sia della _tofana_, che fabbricano a
Perugia, o dell'altra di cui sapeva il segreto il sommo pontefice
Alessandro VI di santissima memoria.

Monsignor Tesoriere osservò maligno:

--Questa vostra giocondità--forse soverchia--è solita a manifestarsi
così intemperantemente dalle persone che ella visita di rado: essa
ritiene del febbrile; e in ciò tanto più mi confermo quando penso, che
la morte contristava non ha guari la vostra casa.

--Ah! Monsignore, che cosa mi rammentate voi? Noi non ci possiamo
lasciar cadere qualche memoria per terra, senza che un amico,
importunamente pietoso, ve la raccolga e ve la restituisca dicendo:
«Badate, v'è caduta un'amara rimembranza dal cuore; rimettetela al suo
posto». E poi a veruno è lecito maravigliarsi di ciò, meno che a
Monsignore, il quale nelle cose divine è quella cima di uomo che noi
tutti sappiamo. Infatti non ho io imitato re David? Voi vedete, che io
tolgo i miei esempi da buona famiglia; come lui, morto il figliuolo,
ho esclamato «Digiunai, e piansi finchè visse» pensando: forse chi sa
non me lo renda il Signore! Ora poichè è morto, perchè digiunerei io?
Forse potrò revocarlo indietro? Io andrò sempre più verso di lui; ma
egli non verrà più verso di me....[4]

La pelle di Beatrice a cotesta tremenda ipocrisia fremè di un brivido
doloroso.

--Ma dunque, via, gridarono a coro tutti i convitati: toglieteci
dall'ansietà. Ci tarda entrare a parte della vostra allegrezza con
conoscenza intera.

--Nobili amici! Se voi aveste detto ci tarda soddisfare questa nostra
curiosità, che ci arrovella, voi avreste favellato certamente più
credibile, forse più sincero.--Comunque sia, voi vi affaticate invano;
chè io non intendo guastare la mia buona notizia sopra corpi digiuni.
Mai no; Iddio manda le rugiade a mattino e a sera sopra i calici dei
fiori disposti a raccoglierle, non già a mezzogiorno sopra pietre
riarse. Preparatevi prima co' doni di Cerere e di Bacco, come direbbe
un poeta laureato, e poi udirete il mio annunzio, _l'evangelo secundum
Comitem Franciscum Cincium_. A mensa, dunque; nobili amici, a mensa.

--Signora Lucrezia, sussurrò Beatrice nell'orecchio alla matrigna,--oh
qualche terribile infortunio ci pende sopra la testa!--I suoi sguardi
non ischizzarono mai tanta malignità quanto oggi. Egli rideva come la
faina, quando ha cacciato i denti nella gola del coniglio per
succhiargli il sangue.

--Dio mi perdoni; non so neppure io da che cosa provenga, ma le gambe
tremano anche a me.

--Chi vi ha detto, signora madre, che mi tremino le gambe? A me le
gambe non tremano, nè l'anima.--

E sedettero a mensa: il Conte Cènci a capo della tavola, secondo il
costume, che allora correva, di dare al padrone di casa il posto più
onorevole; a canto, distribuita a destra e a mancina, teneva la
propria famiglia; succedevano poi i convitati come il maggiordomo li
distribuiva, osservato il grado di dignità d'ognuno di loro. Squisite
e moltiplici furono le vivande, tutte apprestate sotto fogge diverse;
imperciocchè taluna presentasse l'aspetto del Colosseo, tale altra una
galera: qua vedevi uno scoglio di carne di vitello combattuto da
flutti di gelatina: una fortezza di marzapane tagliata aperse il varco
a uccelli vivi, che spandendosi per la sala la riempirono di giulivi
gorgheggi: da un pasticcio enorme uscì fuori il nano di casa vestito
da papa, che dette gravemente ai convitati la benedizione apostolica,
e fuggì via. Strani concetti insomma, o empii, secondo suggeriva al
Conte la sua schernitrice natura: e ond'io non mi dilunghi
soverchiamente, terminerò (per somministrare saggio di quanto osasse
costui) narrando come non aborrisse rappresentare davanti Cardinali
della Chiesa il simbolo della Eucarestia mercè una grossissima anatra
lessa che teneva disposti intorno a se certi pavoncelli arrostiti, in
modo da figurare il mistico Pellicano, che si apre il petto per
alimentare i suoi figli col proprio sangue[5].

I bicchieri andarono in volta spessi, e veloci come la spola in mano
del tessitore: bebbero di più maniere vini così nostrali come
stranieri, cipro, greco, e soprattutto keres, alicante, ed altri vini
di Spagna; perocchè i nostri padri, bene o male facessero, i vini
spagnuoli educati sotto gli ardenti soli anteponevano ai francesi e ai
renani, nati piuttosto dai sospiri, che dagli sguardi del pianeta
della vita.

Poichè--per adoperare una espressione classica, la quale come sempre
vale a dimostrare acconciamente il soggetto--ebbero sazio il naturale
talento di cibo e di bevanda, i convitati, punti dalla curiosità, ad
una voce esclamarono:

--Parvi egli tempo adesso di far cessare la nostra ansietà? Su, via,
Conte Francesco, manifestateci il motivo della vostra allegrezza!

--Venne il tempo--disse il Conte con voce solenne; poi, composto
il volto ad austero atteggiamento, proseguì:--Però, miei nobili
amici, vi supplico a rispondere innanzi a questa mia domanda:--Se
Dio, scongiurato tutte le sere prima di adagiare le mie membra
sopra le piume, e tutte le mattine aperti appena gli occhi alla
luce--ardentemente,--lungamente per un voto, che sul capezzale
lasciava, e sul capezzale io rinveniva:--se Dio, che udiva la mia
preghiera raccomandata dai Sacerdoti in mezzo al santo sagrifizio
della messa, dai canti delle vergini sacrate, dalle orazioni dei
suoi poverelli:--se Dio, dopo avermi disperato di concedermi
ascolto, allo improvviso, per un tratto della sua misericordia
infinita, i miei desiderii oltre la speranza adempisse, non avrei,
dite, ragione di esultarne io?--Se così fosse, com'è certamente,
esultate, rallegratevi meco--perchè io sono uomo in tutta la
pienezza della parola--felice!...

--Beatrice--figlia mia--sorreggetemi... ho paura....

--Aiutatevi, rispose Beatrice a Lucrezia, come potete... perchè io non
posso... la testa mi va in giro, e tutti i convitati mi pare che
nuotino nel sangue!

--O Dio! o Dio!, soggiunse la Lucrezia, mi prende il freddo nelle ossa
come al venire della febbre quartana.--

--Immagino, nobili amici e parenti, che voi tutti sappiate, e se
taluno lo ignora lo apprenda, prosegue il Conte,--nella chiesa di san
Tommaso essersi fatti da me costruire sette sepolcri nuovi di marmo
prezioso, per lavoro pregiati,--e poi pregai il Signore, che prima di
morire mi concedesse la grazia di seppellirvi dentro tutti i miei
sette figliuoli; e finalmente votai, che avrei abbruciato palazzo,
chiesa, masserizie e arredi sacri come un fuoco di gioia.--Se fossi
Nerone, avrei giurato incendiare Roma una seconda volta.

I convitati guardavano l'un l'altro piuttosto attoniti, che atterriti;
poi miravano il Conte, vergognando per lui che si fosse lasciato
prendere dal bere soverchio.--Beatrice teneva declinato su la spalla
destra il volto, pallido come la rosa appassita che le pendea dai
capelli. Il Conte infernale con maggior lena gridava:

--Uno già ve ne ho sepolto: due altri a un tratto, la Dio mercè, mi è
dato seppellirveli adesso: due stanno in mia mano, ch'è quasi giacere
nel sepolcro: ci avviciniamo al termine. Dio, che mi compartisce segni
così manifesti del suo favore, vorrà certo, prima che io muoia,
adempire al mio voto.

--O Conte! avreste bene dovuto scegliere argomento di scherzo meno
lugubre di questo.

--Egli è pure il tristo vezzo ridere mettendo spavento!

--Rido io? Leggete....

E cavatesi dal seno alcune lettere, le gittò sopra la mensa.

--Leggetele.... esaminatele a bello agio;--chiaritevi di tutto; io ve
le ho date apposta. Voi apprenderete come due altri dei detestati
figli sieno morti a Salamanca[6]. Come sono eglino morti?--Questo a me
non importa niente;--quello che mi preme moltissimo si è, che sieno
morti, chiusi, e confitti dentro due casse di quercia come ho ordinato
di fare.--Adesso pochi più scudi mi avanza a spendere per essi,--e
questi spendo volentieri.... due ceri.... due messe.... se fossero
carrette di calce viva, e le anime loro potessero restarne
scottate.... io ne farei gettare sopra la fossa loro anche due mila. O
Papa Clemente, che mi condannasti a pagare loro quattromila ducati di
pensione annua, mi costringerai a pagargliela tuttavia? I vermini non
ti porgeranno memoriale, no;--a suo tempo divoreranno anche te.--O
pietoso Aldobrandino, vuoi tu farti vincere dal nepotismo anche pei
vermi?--Onnipotente Dio! ricevi la espressione della mia profonda
riconoscenza; tu esaltasti la mia anima non secondo i miei meriti, ma
secondo i tesori della tua misericordia infinita.--

Monsignore Tesoriere, tremante di emozione, favellò:

--Deh! nobili Signori, non gli badate perchè la sua ragione si è
sommersa nel vino, o maggiore sventura lo ha colto. Segno manifesto
che egli mentisce, voi uomini cristiani abbiatevi in questo, che Dio
non sopporterebbe ricevere simili ringraziamenti contro natura; e se
fosse vero quello che trabocca fuori dai labbri di questo forsennato,
Dio avrebbe fatto crollargli le volte sopra la testa.

--Ei non lo ha fatto per amore della pittura, che andrebbe perduta; e
poi perchè ci siete voi, eminentissimi Cardinali, colonne di Santa
Chiesa, che per sopportare cose gravi disgradereste Milone crotoniate.
Sapete che Dio non sempre tira diritto; e talora mandando giù fulmini
alla impazzata uccise il prete che celebrava messa, e risparmiò il
ladro che rubava. Tesoriere, tesoriere! tu hai da esser lieto, che Dio
guardi tanto alle mie parole quanto alle tue mani. Borsaiolo di santa
Madre Chiesa, se per me giova ch'ei sia sordo, a te importa che sia
cieco.... Ma quando ancora egli mi udisse, io l'ho avvezzato ad
ascoltarne bene altre!

I convitati guardando il Conte pareva avessero provato gli effetti
della vista di Medusa. L'odioso ospite, compiacendosi del terrore che
inspirava, continuò esultante in faccia:

--A me importa soltanto, che i miei figliuoli sieno morti; forse a voi
potrebbe premere eziandio conoscere il modo col quale furono morti.
_Favete aures_. Felice, ch'era giovane religioso, stava certa sera a
recitare molto devotamente il rosario nella chiesa della Madonna del
Pilastro. La _Mater misericordiae_, per fargli capire che le sue
preghiere erano esaudite da lei, gli lasciò cascare sopra la testa il
trave maestro del soffitto, e gli troncò dolcemente il nodo del collo.
Nella medesima sera, anzi pure, secondo che me ne scrivono, nella
medesima ora, Cristofano fu ammazzato di coltello da certo marito
geloso il quale lo tolse in cambio dello adultero, che in quel punto
si teneva a sollazzo nelle braccia sua moglie. Per le quali cose,
considerando il tempo, l'ora e il modo della morte uguali, io dichiaro
eretico insanabile, e incorso nella scomunica maggiore chiunque fra
voi presumesse temerariamente negare, che ciò sia avvenuto senza
espresso consiglio della Provvidenza....

Beatrice, come se tutta l'anima avesse trasfusa negli occhi, con le
pupille dilatate orribilmente lo guardava fisso: e il Cènci di tratto
in tratto gittava uno sguardo obliquo sopra di lei, e cotesti raggi
s'incontravano, si percuotevano, e corruscavano come ferri nemici
cozzanti tra loro. Bernardino come assonnato nascondeva il capo nel
grembo a donna Lucrezia, la quale con le gote lacrimose e le braccia
aperte presentava la sembianza della Madonna _dei sette dolori_. Dei
convitati alcuno, teso il pugno chiuso sopra la tavola, minacciava con
fiero cipiglio; altri sporgeva il braccio e il dito accusatori contro
il Conte: chi si mostrava incredulo; chi si turava gli orecchi; chi
guardava pauroso verso il cielo, sospettando che qualche fulmine non
iscendesse. Insomma nè tanti, nè tanto varii sono gli atteggiamenti
effigiati da Leonardo da Vinci nella stupenda composizione del
Cenacolo, quando il Signore profetizza: _Amen dico vobis, quia unum
vestri me traditurum est_[7].

Primi furono i Cardinali e il Tesoriere, che si levarono, e dissero:

--Andiamcene! andiamcene! Salvatevi tutti, perchè l'ira di Dio non può
tardare a rovesciarsi sopra questa casa di empietà.

Un sussurro inquieto--crescente come di vento foriero della
tempesta,--un fremito mal represso ingombrarono dapprima la sala;--poi
ad un tratto scoppiarono gridi d'obbrobrio e di rampogna, gemiti e
pianti: finalmente, sopraffatti tutti da una medesima passione,
gittavano da lungi con le mani contro lo iniquo Conte le maladizioni
come si lanciano sassi per lapidare i sacrileghi.

--Fermatevi,--grida trucemente beffardo Francesco Cènci.--Che fate voi?
Qui non vi ha scena, qui non vi sono spettatori; sicchè se pretendete
recitare la tragedia, voi vi affaticate invano. Sta a voi,
eminentissimi Cardinali, ostentare ribrezzo pel sangue? E perchè
dunque, ditemi, voi vestite di rosso? Non forse perchè la macchia del
sangue umano non si distingua sopra la vostra porpora? Via cerretani,
che vendete Cristo come orvietano in fiera. Via Farisei, che se Cristo
tornasse al mondo lo costringereste rifuggire per orrore nella Mecca a
farsi turco. E voi, Principe Colonna, non vi affannate: io vi consiglio
a calmarvi, perchè mi sono trattenuto quanto basta alla Rocca Petrella
per conoscere i vostri detti e gesti; e se voi non lo sapete, io vi
dirò che conosco più che non desiderereste di negromanzia, per avere
potenza di far parlare certe sepolture e certi morti.... Voi
m'intendete, Principe; e quel che mi hanno appreso sul conto vostro, ve
lo bisbiglierò dentro l'orecchio.--Ora mi rivolto a voi, egregio amico
monsignore Tesoriere:... io vi conforto a non dimenticarvi giammai, che
io sono figlio di mio padre; e che mio padre, Dio lo abbia in pace, fu
tesoriere; e in fatto di conti mi basta l'animo di tener fronte al
primo computista della Camera apostolica. Avventuroso voi, Tesoriere,
se altre faccende mi tengono distratto--non importa quali! Avventuroso
voi se non mi avanza tempo, o mi prende vaghezza di condurre il nostro
comune amico Cardinale Aldobrandino col filo di Arianna in mezzo al
laberinto del tesoro. Tesoriere rammentati la donnola di Esopo, e trema
di dover ripassare dal buco.--Coprite per altri il padule di erbe
insidiose ond'egli, incauto, vi ponga il piede sopra, e sparisca
quietamente.--ecclesiasticamente.--Io sono il cavallone fragoroso e
spumante: bene posso spezzarmi dentro gli scogli della sponda; ma prima
travolgo, e annego tutto quanto mi si para dinanzi. Rispettate il
vostro signore; cadetemi ai piedi, e adoratemi.

I convitati con segni espressi di disgusto si avvicinano alle porte
per abbandonare cotesta casa scellerata; ma il Conte Cènci gridava di
nuovo:

--Nobili parenti ed amici, senza che io vi accomiati di casa mia non
potete uscire. Deh! siatemi anche un momento cortesi della vostra
compagnia.

Qui presa una tazza faccettata di tersissimo cristallo la empì fino al
colmo di vino di cipro; e alzandola dicontro alla vivida fiammella
delle torcie, sicchè parve l'avesse riempita di fuoco, in questa
maniera favellò ad alta voce:

--O sangue della vite, che cresciuto ai raggi del sole scintilli e
gorgogli alle fiammelle della luce come l'anima mia scintillò--esultò
alla nuova della morte dei miei figli--oh! fossi tu il sangue loro
maturato al fuoco della mia maledizione, e sparso in olocausto alla
mia vendetta, io vorrei bevervi devotamente quanto il vino della
Eucarestia; e propinando a Satana, dirgli: «Angiolo del male, prorompi
fuori dello inferno; avventati dietro le anime di Felice e di
Cristofano miei figliuoli prima che si avvicinino alle porte del
paradiso, e rovinale giù nel pianto eterno, e tormentale con i
tormenti più atroci, che mai abbia saputo inventare la tua diabolica
immaginazione. Che se tu non sapessi trovarne di più, consultami: io
confido suggerirti nuovi supplizii, ai quali la tua fantasia non
arriva.--O Satana! alla tua salute m'inebrio in questo abisso di
gioia. Nel mio trionfo trionfa!--Adesso, nobili amici e parenti, non
ho più bisogno della vostra compagnia; se volete torre commiato da me,
siavi concesso; e lascio in potestà vostra andare o restare, senza
però donarvi _resta, nè pallafreno_[8].

--Costui, pei santi Apostoli, diventò pazzo furioso.

--Ah! che io lo reputai sempre perverso da far piangere gli
Angioli....

--Dite piuttosto da far digrignare i denti ai demonii...

--Ad ogni modo è una belva feroce, e bisognerebbe
  legarlo....

--Sì, bene.... legarlo.... leghiamolo....

Francesco Cènci, compita ch'ebbe la sua diabolica invocazione, si era
posto a sedere placidamente, e con mollette di argento si recava alla
bocca alcuni pezzi di treggèa masticandoli a suo grandissimo agio.
Quando alcuni dei convitati con gesti minaccevoli gli si strinsero
attorno, egli, senza neanche sollevare il capo, chiamò:

--Olimpio!

A quella chiamata uscì fuori il masnadiero, che lo astuto vecchio per
ogni buon riguardo aveva tenuto celato, e seco lui apparvero bene
altri venti compagni di sinistra sembianza, vestiti ed armati da
bravi. Questi circondarono i convitati coi pugnali ignudi, aspettando
il cenno del fiero Conte per far sangue.

Il Cènci si rimase alquanto continuando a mangiare treggèa, e
compiacendosi a vedere la paura, che impallidiva tutti cotesti volti:
poi si alzò da mensa, e recatosi in mezzo ai gentiluomini con lenti
passi, si pose a guardarli stringendo gli occhi malignamente, e non
senza riso favellando:

--Voi altri, che siete dotti, dovreste rammentarvi del festino
apprestato da Domiziano ai Senatori[9]. Però, non dubitate, io vi
prometto di non ordinare: _fuori le frutta_[10]. Incauti! E non sapete
voi, che se il Cènci non è più come in sua gioventù ferro rosso, pure
si mantiene rovente quanto basta da bruciare?--anzi più spesso l'uomo
si scotta al ferro mezzo arroventato, che al ferro rosso:--notatelo
bene. La mia vendetta si assomiglia alla lettera suggellata dei re.
Una morte essa contiene di certo; quando, dove, e su cui scoppierà
s'ignora. Lasciatemi in pace, e passato che abbiate cotesto limitare
obliate tutto. Siavi l'accaduto come un sogno, che l'uomo aborre
ricordarsi desto. Avvertite, la parola è alata: simile al corvo
dell'Arca, non torna più addietro; ma si trattiene fuori spesso a
pascersi di cadaveri, e qualche volta ne fa. Se poi vi dilettaste di
sentirvi la gola mutata in canna da flauto--allora parlerete.--

I convitati a viso basso, quale fatto stupido per orrore, quale con la
rabbia nell'anima, ma spaventati tutti, si dipartivano. Beatrice
scossa la testa, e, come costumava, dalla fronte rigettatesi con
impeto dietro le spalle le chiome, gli rampognava gridando:

--Codardi! Sangue latino voi! Voi figli degli antichi Romani? Sì, come
i lombrichi sono figli del cavallo spento in battaglia! Un vecchio vi
atterrisce? Pochi masnadieri vi agghiacciano il sangue? Voi partite...
partite, e lasciate due deboli donne e un misero fanciullo in mano a
costui... tre cuori palpitanti sotto gli artigli dello avvoltoio.
Udiste? Ei non lo dissimula...--ci farà morire--e nonostante ciò--deh!
gentiluomini, ponete mente alle mie parole, e intendete più che esse
non possono... non devono dirvi--e nonostante ciò, egli è questo il
minor male che io pavento da lui. Di voi altri Sacerdoti non parlo; ma
voi, Cavalieri, quando cingeste la spada o non giuraste voi difendere
la vedova e l'orfano?.. Noi siamo peggio che orfani... essi non hanno
padre, noi abbiamo per padre un carnefice... rammentate le vostre
figlie, nobili Cavalieri... rammentate le vostre figlie, Padri
cristiani... ed abbiate pietà di noi... conduceteci a casa vostra.

--Giovanetta, il tuo dolore mi rende tristo, ma io nulla posso per
te... rispose un convitato; e un altro:

--Aspetta, e spera. La speranza farà sbocciare anche per te le rose
della contentezza.--Un Cardinale riprese:

--Se preghiere e voti, cara figliuola, potranno giovarti, noi non
cesseremo di raccomandarti nelle nostre orazioni.

E gli altri via via profferivano di siffatte parole... gelide e
lugubri come spruzzi di acqua benedetta gittati sopra la bara. I
convitati si partirono, e parve loro di respirare liberamente sol
quando uscirono all'aria aperta fuori del palazzo. Alcuno,
allontanandosi, di tratto in tratto si voltava con lo affetto del
marinaro,

    _Che uscito fuor del pelago alla riva
    Si volge all'acqua perigliosa, e guata_.

Tutti sgombrarono la sala: rimasero don Francesco e Beatrice, e, non
avvertito, anche Marzio; chè prossimo ad una credenza, faceva
sembiante di attendere a raccogliere i vasellami di argento.

--Ora ti sei di per te stessa chiarita?--interroga Francesco Cènci
Beatrice con labbra riarse.--Hai tu conosciuto l'aita di Dio quale
sapore si abbia? L'aita degli uomini ti sembra da farne maggior
capitale? Non importa, no, che tu bendi gli occhi a la giustizia
affinchè non si commuova; lasciaglieli pure aperti... fa che ci
vegga... non per questo essa si commuoverà. La forza è il diritto; il
diritto e la forza nacquero gemelli ad un parto, ed abbracciati
insieme. Io lo so; l'ho provato, e tutto giorno, e sempre io lo vedo e
lo sento: il diritto è la forza.--Guarda per tutto, fanciulla, e tu
vedrai come in cielo e in terra altro non ti rimanga rifugio, che nel
mio seno: ricovrati qua dentro, e troverai l'asilo che Dio e gli
uomini, sordi del pari e spietati, ti ricusano.--Se io ti ami
immensamente, tu pensalo--da te in fuori, io odio tutto in cielo e
sopra la terra. Abbandonati pure in balìa di me: tu cercheresti invano
un altr'uomo che mi valga: io ho ereditato i doni di tutte le età. La
gagliardìa della gioventù non mi abbandona ancora: in me il consiglio
della età matura: in me la tenacità della vecchiezza... Amami dunque,
Beatrice;... bella... e terribile fanciulla... amami.--

--Padre! se vi affermassi che vi odii, io non vi affermerei il vero;
che io vi tema, neppure. Io vedo che il Signore ha creato in voi un
flagello come la fame, la peste e la guerra, e questo flagello egli ha
rovesciato sopra di me. Io piego, senza mormorare, la testa ai suoi
misteriosi decreti; onde sfiduciata di ogni soccorso umano vie più mi
accosto a Dio, e confido le mie sorti nella sua misericordia.--Padre,
per carità uccidetemi!

Qui la desolata si prostrò davanti al Conte a braccia aperte, quasi
aspettando il colpo.

Perchè Beatrice balza in piedi allo improvviso, e si avviticchia
intorno alla vita del padre suo? Perchè con ambe le mani gli cuopre la
testa? Perchè ha spinto fuori un grido di terrore,--ella che non teme
niente,--il quale risuona di eco in eco nelle stanze più remote dello
ampio palazzo?

Marzio, che inosservato era rimasto nella sala, udendo le parole che
svelavano più apertamente il disegno infernale di Francesco Cènci, si
era accostato pian piano tenendo nelle mani un vaso pesantissimo di
argento; e, levate le braccia con quanto aveva di forze, accennò
spezzargli il cranio;--e lo facea, perchè il Conte, improvvido, stava
come tratto fuori di se a contemplare la divina fanciulla.

Don Francesco, commosso al grido e agli atti di Beatrice, levò
involontariamente la faccia al cielo, e gli parve vedere, e vide
certo, uno sfolgorìo balenargli su gli occhi.... Ah! fosse il fulmine
tanto tardato di Dio? Cotesta idea durò quanto un lampo, ma comprese
una eternità di tormento per quell'anima scellerata. Non per questo il
fiero vecchio si scosse; e assicurato in breve, volse le torbide
pupille dintorno a se e vide Marzio, che impassibile ordinava i vasi
sopra la credenza.

--Marzio..... tu qui?

--Eccellenza!

--Tu qui?

--Agli ordini di vostra Eccellenza.

--Vattene.

Il servo inchinavasi; e partendo faceva un segno a Beatrice, quasi
volesse significare: «Ah! perchè mai mi avete impedito?»

Ma Beatrice, durando in lei lo impeto di amore, stringe con forza
sovrumana il braccio di don Francesco come per istrascinarlo, ed
esclama:

--Vieni, sciagurato vecchio--tu non hai un momento da perdere: la
morte ti cuopre con le sue ali. Vieni, la bilancia delle tue colpe
precipita giù nello inferno.--Vesti il cilizio--vecchio!--Cuopriti i
capelli di cenere..... tu hai peccato abbastanza. La penitenza è un
battesimo ardente; ma il fuoco purifica più, e meglio dell'acqua. Se
la tua prece non giungesse ad inalzarsi fino al trono di Dio, e
minacciasse ricaderti sul capo in grandine di maledizione; io ti starò
al fianco, e aggiungerò la mia, e saranno ascoltate insieme; ambedue
accolte, o ambedue rejette. Che se ad ogni modo la giustizia vuole
vittime di espiazione..... ecco, io volentieri offro la mia vita in
riscatto dell'anima tua:--ma affrettati, vecchio... l'orlo della fossa
è sdrucciolevole.... vecchio, pensa che te ne va della tua eterna
salute....

Don Francesco stavasi ad ascoltarla sorridendo. Quando ella ebbe
finito, con voce beffarda le rispose:

--Bene sta, mia diletta Beatrice;--tu sola puoi educarmi alle gioie
celesti del paradiso... Verrò a trovarti stanotte.... e pregheremo
insieme....

Beatrice lasciò cadere il braccio paterno. Coteste parole, e gli atti
pieni d'infamia ebbero la maligna virtù di assiderarle ogni gentile
entusiasmo, e respingerla nella dura realtà della vita. Ella quinci
dipartivasi con faccia dimessa, gemendo queste parole:

--Perduto!--perduto! Oh, senza rimedio perduto!

Don Francesco si versava precipitoso un'altra tazza di vino, e la
bevve di un sorso.[11]


NOTE

  [1] Nel maggio del 1849, quando venni trasportato a Volterra, mi
    furono cortesi di offerirmi di logorare la mia vita a scelta; o
    nel maschio, dimora del Conte Felicini di scellerata memoria, o
    nell'ospedale dei condannati: scelsi l'ospedale. Un lieve assito,
    divideva le mie dalle celle degl'infermi, sicchè le notti mi
    riescivano fuori di modo affannose pei rammarichii, e pei gemiti
    dei giacenti; spesso anche pel rantolo degli agonizzanti. Una
    volta il moribondo, dibattendosi nelle estreme convulsioni,
    precipitò giù dal letto con orribile fracasso; al rumore del
    tracollo si svegliò la guardia che dormiva, e andò per dargli
    aiuto ... ma il meschino di aiuto non aveva più bisogno: egli era
    spirato!

  [2] DANTE, _Purgatorio, Canto XII._

  [3] SENOFONTE. _Repubblica di Sparta, cap. IX._

  [4] SAMUELE II. _Cap. XII, n._ 23.

  [5] Il signore De Genè, trattando degli errori popolari che corrono
    intorno gli animali, deplora meritamente che la Chiesa abbia tolto
    per simbolo di cosa tanto solenne uno errore popolare. Di vero il
    Pellicano ha sortito dalla natura una specie di tasca appesa sotto
    il collo, nella quale ripone, e conserva i pesci che pesca: quando
    egli nudrisce i suoi piccoli figli se gli mette tutti dintorno al
    seno spingendo fuori della tasca il cibo in cima del becco, ch'è
    di colore vermiglio, ed in questo modo gl'imbocca: di qui l'errore
    popolare.

  [6] Così narra la tradizione, che i figli di Francesco Cènci,
    Cristofano e Rocco, rimanessero spenti a Salamanca; ma a vero dire
    qui la tradizione va errata. A Salamanca furono mandati a studio,
    donde tornarono poveri, e male in arnese, avendoli il padre fatti
    rimanere privi di ogni provvisione. I Manoscritti ch'io possiedo
    insegnano, che Rocco rimase ucciso da un Norcino: altrove leggo
    Orsino, e Cristofano da un Paolo Corso. È notabile, e vuolsi
    ritenere per sicuro, quanto leggiamo nel _Giornale
    dell'Arciconfraternita di San Giovanni decollato in Roma, libr._
    16. _car._ 66. «I signori «Jacomo, e Bernardo dissero, che avendo
    inteso, che nella querela, o processo di homicidio commesso già
    nella persona del quondam Rocco loro fratello è imputato il
    nominato Emilio Bartolini alias _Charagone_ gli danno la _pace_, e
    consentono per ogni loro interesse alla cassazione di detta
    querela... e tutto dissero fare per amore di Dio, et vogliono, che
    detta pace sia in tutto e per tutto nel modo, che l'hanno data a
    Paolo Bruno, et Amileone.»

  [7] Nel refettorio del convento dei frati Domenicani in Milano,
    scrive l'EUSTACE, fu già il celebre Cenacolo di Lionardo da Vinci,
    considerato come suo capo d'opera. Soppresso il convento, la sala
    fu convertita in deposito di artiglieria, e la pittura diventò
    bersaglio dei soldati francesi per esercitarsi al tiro! Che di
    peggio avriano potuto fare i Croati? Miravano principalmente al
    capo del nostro Redentore, a preferenza degli altri. Lady Morgan,
    nel suo viaggio in Italia, smentisce questo fatto, assicurando
    avere ella cercato indarno traccia di simile profanazione: però
    poco oltre afferma, una porta essere stata praticata fra le gambe
    del Salvatore; ed ecco come andò la cosa. E' bisognava trasportare
    pei chiostri dalla cucina al refettorio la vivanda ai frati, e nel
    trasporto freddava. Per riparare a tanto disordine in pieno
    Capitolo venne maturamente deliberato si aprisse una porta, che
    metteva il refettorio in comunicazione con la cucina, la quale si
    trovava per l'appunto dietro la pittura di Lionardo. In questa
    guisa la _Cena_ di Cristo venne guasta per amore del _Desinare_
    dei frati.--LADY MORGAN, _L'Italia, T. I. p._ 134.

  [8] Costume antico degli ospiti, i quali al termine della festa o
    del convito donavano loro veste e pallafreno, e talvolta ancora
    danari; e riponevano in loro facultà restare, o andare; e questa
    era gentile formula di complimento.

  [9] Domiziano invitò a cena i principali senatori e cavalieri di
    Roma, e gli accolse dentro una sala per le pareti, al soffitto, e
    sul pavimento parata tutta di nero. Nella sala sorgevano colonne
    funerarie, chiamate _cippi_, col nome impresso di ogni convitato,
    e sorreggenti fiaccole funerarie. Nè qui rimase il crudele giuoco.
    I padroni erano separati dai proprii servi, e invece loro
    comparvero giovani ignudi anneriti a modo di Etiopi; e tenendo in
    mano una spada sfoderata si posero silenziosi e terribili a
    intrecciare un ballo tondo intorno ai convitati, e poi ognuno di
    loro si recò presso al letto di un commensale per ministrargli. I
    cibi furono in tutto simili ai consueti a imbandirsi ai defunti
    nei funerali. Grande fu, ed è da credersi, la paura dei convitati;
    e Domiziano, per accrescerne lo spavento, favellava di gente
    trucidata e di stragi commesse per sollazzo del signore. Terminato
    il pranzo, con lieta cera accomiatò quegli sciagurati più morti,
    che vivi.--DIONE CASSIO in CUVIER. _Storia degl'Imperatori Romani,
    lib._ 17. § 2. Evidentemente questo racconto somministrava a
    Vittore Ugo la idea della scena dei cataletti nella _Lucrezia
    Borgia_.

  [10] _Fuori le frutta_ nei tempi passati significò ordine, di strage
    a tradimento, ed eccone il perchè. Alberigo dei Manfredi, Signori
    di Faenza, nella sua ultima età si rese frate Gaudente: egli fu
    tanto crudele e dispietato uomo, che venuto in discordia co'
    consorti, cupido di levarli di terra finse volere riconciliarsi
    con loro; e dopo la pace fatta li convitò magnificamente, e nella
    fine del convito comandò venissero fuori le frutta, le quali erano
    il segno dato a coloro, che gli avevano a trucidare. Adunque di
    subito saltarono dentro, e uccisero tutti quelli che frate
    Alberigo volle che morissero. LANDINO.--Una nota del Cod. Cass. ci
    fa sapere, che gli uccisi a tradimento furono due fratelli,
    Manfredo ed Alberghetto, nipoti del frate. Il BOCCACCIO ci afferma
    Alberghetto essere stato figlio di Manfredo, ed aggiunge, che,
    fanciullo com'egli era, assalito che vide il padre, corse a
    nascondersi fra la cappa di Alberigo, sotto la quale fu ucciso. Il
    DANTE nel Canto XXXIII dell'Inferno così ragiona di questo iniquo
    frate:

        ........_Io son frate Alberigo,
        Io son quel dalle frutta del mal'orto,
        Che qui riprendo dattero per figo_.

  [11] _Suum unicuique tribuere_. Parecchie idee dei discorsi tenuti
    nel presente capitolo da Francesco Cènci furono tratte dalla
    Beatrice Cènci di Shelley. Questo scrittore è mal noto in Italia:
    amico fu a Lord Byron: annegò nel Tirreno, recandosi a Genova su
    barca senza ponte: ne arsero il cadavere sulla spiaggia a Bocca
    d'Arno, presente Byron. Io lo conobbi; fu magro e piccolo, e dava
    nell'etico: metafisico, più che poeta; ma poeta ancora d'infinito
    valore.



CAPITOLO XI.

LO INCENDIO.

                    Satanasso (perchè altri esser non puote)
                      Strugge, e ruina la casa infelice.
                      Volgiti, e mira le fumose ruote
                      Della rovente fiamma predatrice;
                      Ascolta il pianto, che nel ciel percuote.
                                                          ARIOSTO.



Oh quanto fu gran dolore il caso, che incolse al misero falegname ed
alla sua famiglia!--Moglie, marito e pargoletto dormivano tutti
insieme nella medesima stanza sopra la bottega.

Dormivano..... ma un sogno spaventoso travagliava la moglie, e le
parea che un mostro immane, con occhi infuocati, peloso nel corpo
composto di nodi flessibili come il verme, e di ale scure a modo di
vipistrello, le tenesse le branche deretane fitte nei fianchi e le
anteriori nella gola, affaticandosi di strangolarla: tentava muoversi,
la meschina, e non poteva: s'ingegnava gridare, e non le riusciva. In
ultimo si voltò con supremo sforzo sopra un fianco: gli occhi sentiva
gravi così, da non li potere schiudere; eppure la facoltà visiva l'era
assorta dolorosamente da due globi di luce ora violetta, ora cerulea,
come fiamma di spirito di vino. Le arterie delle tempie le battevano
con ispasimo, non altrimenti che se fossero tese, e un demonio
stringendole con pinzette infuocate si dilettasse a farle vibrare di
angoscia. Nella gola durava un raschìo acerbo, quasi cagionato da
arìsta di grano tranghiottita[1]: pure finalmente ella giunse a
schiudere gli occhi, e vide per terra una rete di fuoco che trapelava
fuori dalle commessure dei mattoni, e la stanza tutta appariva
ingombra di fumo: insopportabile calore accendeva l'aria; quindi a
poco a poco il pavimento si screpola, e dai vani aperti per la caduta
dei mattoni ecco sbucar fuori lingue di fiamma, le quali dopo pochi
secondi crescono in orribile incendio.

--Al fuoco! al fuoco!--grida la donna, girando attorno gli occhi
spaventati; e si precipitava giù dal letto per prendere nella culla il
suo figliuolino.

--Al fuoco!--risponde il marito esterrefatto; e così ignudo com'era
corse all'uscio della stanza, e lo aperse. Schiuso l'adito, ecco il
fuoco allagare la camera: già tutta la casa andava in fiamme: rifece i
passi, con un braccio ricinse la vita alla moglie, con l'altro al
figliuolo, e via di corsa si tuffa senza rispetto nel fuoco per
guadagnare le scale. Le pietre degli scalini arroventate si spaccano
strepitosamente: lo incendio nel piano terreno infuriava in vortici a
mo' di turbine, e mandava un rombo come di uragano. I pannilini della
madre e del figliuolo già avevano preso fuoco; ma la madre, comunque
strascinata, tendeva sollecita le mani e andava estinguendolo su le
carni del fantolino. I capelli dei miseri fumavano abbronziti; nei
piedi, nelle braccia e nel viso essi pativano angosciose
scottature.--Avanti! avanti! purchè possano giungere alla porta di
casa!--Già vi stanno presso;--anche un passo, e la toccano;--l'hanno
toccata...

Oh dolore! non la possono aprire:--la squassano; la scrollano;
invano... l'avevano sprangata per di fuori.

Circondato da vortici di fiamma, il misero padre ansante in così
orribile guisa, che stava per iscoppiargli il cuore dal petto,
riprende fra le braccia il figlio.... la moglie lasciò stare.... si
sentiva rifinito di forza.... Mugolando, improvvido di quello che si
faccia, gira e rigira per l'andito;... poi, senza consiglio, si prova
a risalire le scale.

La moglie gli trae dietro da vicino per modo, che dove egli alza il
piede ella mette l'orma; e il marito sentiva dall'alito affannoso di
lei rinfrescarsi l'aria infuocata dietro le spalle;--sempre
schermendo dalle fiamme il figliuolo, e qualche volta il marito.

Questi rientra in camera... ma qui giunto sente mancarsi la lena ed il
coraggio: gli balenano gli occhi nella morte, e barcolla per cadere;
pure in quell'ultimo istante gli bastò l'animo di riporre il bambino
nelle braccia della madre prima di spirare:--parole non potè
profferirne..... solo con lo sguardo, lungo come quello della lampada
prima di spengersi, rivelò una desolazione, che labbro non può
dire;--una desolazione, che se avesse potuto manifestarsi avrebbe
dichiarato così: Io non te lo raccomando, perchè tu non lo puoi
salvare! Poi, squilibrato, correndo su le calcagna ei dette indietro
quattro passi o sei, e percosse aspramente il muro tentando ghermirlo
con le mani pendenti.

La mattina furono viste le impronte nere di sangue delle mani e dei
piedi su la parete e sul pavimento.

In mezzo alle strette della necessità così avviene degli appetiti
fisici come delle passioni dell'animo, che le più intense divorino le
meno profonde; epperò la donna già più non bada all'uomo che le fu sì
caro, ma con tutta l'anima circonda il corpo della sua creatura;--apre
la finestra, e si affaccia.

I capannelli raccolti per la via videro una figura, in sembianza di
Eumenide, disegnarsi in nero sopra un colore di fuoco, e n'ebbero
compassione e paura.--Ella spinse fuori dalla gola un grido--uno
solo--ma così desolatamente acuto, così stridentemente disperato e
selvaggio, che le viscere degli spettatori si sentirono trafitte come
da una spada.--Avrebbero voluto aiutarla, e ne consultavano i pratici;
ma i vecchi, con la tremenda pacatezza romana, sporto il labbro
inferiore, le braccia incrociate sul petto, guardavano obliquamente lo
incendio, e dicevano: Non ci possiamo far nulla; acqua non basta; e, a
meno di essere diavoli dello inferno, in coteste fiamme non si entra.
Sapete, che cosa resta a fare? Vedere spengersi il fuoco da se, e poi
suffragare quelle povere anime uscite dal mondo senza sacramenti.

Ora è da sapersi come Luisa Cènci, persuasa dalla gelosia, travestita
da uomo erasi aggirata da più notti, ed anche in cotesta si aggirava
intorno alla casa del falegname per sorprendere suo marito; ma fino a
lì eranle tornate le speculazioni inutili. Nonostante ciò neppure per
ombra piegava la mente al dubbio, che altri l'avesse tratta in
inganno; ma sì piuttosto molinava coi suo cervello, che forse Giacomo
non vi praticasse di notte, o che gli amanti convenissero altrove, o
in quel momento fossero corrucciati: insomma; ingegnosa a trovare
mille modi di tormentarsi con lo errore, anzichè consolarsi per la
piana via della verità! Condizione tristissima degli uomini in
generale, e delle donne in particolare, di compartire facilmente fede
al male, e ritenere tenaci i concetti che si sono formati, comunque
lesivi della propria dignità, o dannosi alla propria persona.

Ella pertanto accorse, come gli altri, richiamata dagli urli e dal
chiarore dello incendio intorno alla casa;--e quando la ravvisò, il
suo cuore ne sentì maravigliosa esultanza:--quello che dà la colpa,
ella pensava, la giustizia ritoglie.--

Ella rimase immobile a contemplare il caso; e se col desiderio non
attizzò coteste fiamme, nemmeno--sia lode al vero--ella le spense.

Prima che lo incendio si manifestasse nella sua indomita rabbia alcuni
borghesi erano andati in traccia di corde e di scale, e già tornavano
provveduti di una scala da paratori, trovata nella prossima
parrocchia: l'appuntellarono al muro, e poi voltarono la faccia in su
senza muoversi, perchè la copia delle fiamme irrompenti di sotto e di
sopra chiariva disperata la impresa.

Ma quando la madre, sbucando fuori dal fuoco, e sorreggendo il pargolo
con le braccia tese, gridò: salvatemi il figliuolo!--Oh! allora una
persona--una persona sola--sentì sciogliersi il cuore, e questa fu
Luisa Cènci. Tacque in lei la donna, e favellò la madre: fattasi di un
balzo a piè della scala, così parlò con favella spedita:

--Orsù; breve è il tratto, non difficile la impresa; Romani, chi di
voi salisce a salvarli avrà cento ducati d'oro.

E siccome nessuno mostrava muoversi, ella dinuovo:

--Cristiani... animo... via... a cui gli salva duecento ducati....

Nè anche questo premio bastò a scuoterli; chè la paura del pericolo
superava la cupidigia. Luisa si trattenne un momento a pensare come
non le rimanessero a disporre che altri cento ducati, i quali spesi
non ne avanzava pure uno per suoi figliuoli; nè dal suocero forse
avrebbe potuto per allora ottenere altro soccorso. Non importa, pensò
il momento dopo; e con voce più forte, quasi volesse rimettere il
tempo perduto, con raddoppiata prestezza gridò:

--Trecento ducati a cui gli salvi... trecento ducati d'oro, dico...
trecento ducati servono per maritare due figliuole... Romani!--Nessuno
si allenta? Sgombratemi davanti... davanti, dico... Cristo mi aiuti!

E leggiera come un uccello salì su per la scala, mentre le stanghe,
appoggiate al muro su in cima, già abbronzite fumavano. Arrivata in
prossimità della finestra, nel medesimo punto ella disse:

--Datemi... e le fu risposto:

--Eccovi il figlio.

Si erano indovinate. Madri entrambi, sapevano come supremo anelito pel
cuore materno sia la salvezza della sua creatura. Scese. Un giovane
popolano, vergognando che altri non si fosse mosso, si attentò a
salire fino a mezza scala, raccolse il pargolo, e lo portò in luogo di
salvazione.

E Luisa risalì mentre su per le stanghe delle scale scorreva la fiamma
come lingua di vipera; cessava dove poneva la mano, ritornava più
vivida appena levata. Giunta faccia a faccia della donna, che
supponeva le avesse tolto lo amore del suo marito, tese valorosamente
le braccia... le braccia a lei, che aveva stretto nelle sue il padre
dei suoi figliuoli... l'altra vi si gittò delirante di affanno.

La Madre di Cristo contemplò dall'alto dei cieli cotesto amplesso, e
si compiacque essere donna. Certo, non occhi umani nè celesti avevano
veduto da secoli un tanto prodigio di carità.

Luisa stringe di forza la cintura della rivale, e scende...

--Presto, Luisa, chè la scala arde;... presto, Luisa, chè crepitano
carbonizzati le stanghe, e i piuoli della scala. Oh Santa Vergine!
perchè si ferma ella? Un secondo è funesto.--Immemore di se, immemore
del pericolo imminente, immemore di tutto, non potè resistere alla
cupidità immensa, che sentiva di guardare in volto la sua rivale al
chiarore dello incendio, e conoscere se la superasse in
bellezza.--Cuore di donna!

Quantunque ella apparisse stravolta orrendamente dal dolore e dallo
spavento, i capelli avesse in parte bruciati e la pelle offesa da
disoneste scottature, pure le sembrò, com'era, leggiadrissima.

--Ah, gridò, come è bella!--e vacillò su la scala.

Era giunta vicina a terra tre scalini, quando con orribile fracasso
sprofondò giù il pavimento; le fiamme scomparvero, globi di fumo
mescolati a miriadi di faville avvolsero la casa, la scala e le donne.
Un urlo spaventoso echeggiò fino all'altra sponda del Tevere, chè
reputarono coteste creature spente dal fuoco e dalla rovina.

Indi a breve ecco lo incendio, come l'orgoglio un momento umiliato,
divampare più terribile di prima, e di mezzo alle fiamme uscire Luisa
incolume con la donna nelle braccia.

Gridi di giubbilo, acclamazioni frenetiche ferirono il cielo:--chi è
l'animoso giovane?--Non lo so.--Ricordati averlo visto mai?--Mai.--E
sì che non ha barba in viso, e per uomo da tali fatti è piuttosto
scarso di vita, che no. Viva il valente giovane, vero sangue
latino.--E più alti sorgevano lo entusiasmo e gli applausi.

Il Signore ebbe misericordia della moglie del falegname, la quale
tratta fuori di se non conobbe il fato lacrimevole del marito. Luisa
sempre più infervorandosi nella sua generosità, siccome avviene ai
buoni, non patì che la donna salvata fosse tratta all'ospedale; e
risovvenendole di certa vedova sua casigliana, che le aveva
raccomandato, capitando, di appigionarle due stanze, fece conto di
accomodarla là dentro: molto più, che essendosi messa a risico di
spendere per cotesta famiglia fino a trecento ducati, e trovandosi
adesso ad averli risparmiati, pensava, che quando anche per condurre a
fine la opera buona avesse dovuto impegnarcene attorno un
centocinquanta, le ne avanzava l'altra metà pei fatti suoi.

E per mandare subito ad effetto la presa determinazione ordinò che
stendessero la donna sopra un lenzuolo tratto fortemente dai lati da
quattro uomini robusti, i quali si prestarono volonterosi a cotesto
ufficio. Ella si recò in collo il bambino sorreggendolo col braccio
destro, e chiese di alcuno che caritatevolmente sostenesse anche lei;
però che le girasse il capo, e le paresse che di sotto i piedi le
venisse meno la terra. Dalla folla stipata intorno a lei uscì un uomo
membruto, ed aiutante della persona, coperto il capo, il collo e il
viso di copia grande di capelli e di barba, vestito a mo' dei
_ciociari_ dei contorni di Roma.

--Prendete su!--egli disse profferendole il braccio con voce assai più
commossa, che non lasciassero sperare le sue sembianze dure, e
bronzate.--Appoggiatevi pur sopra, che reggerebbe la colonna trajana.
Se non vi da fastidio, mi basta l'animo di portare voi e il putto ad
un tempo.

--Lo credo. Dio ve ne renda merito. Basta così. Ora voi altri
avviatevi pian piano in via san Lorenzo Panisperna a casa Cènci.

--Casa Cènci!--dando di un passo indietro esclamava il ciociaro.

--In che trovate motivo di maravigliarvi? Forse credete voi tanto
straniera da casa mia la carità, da levarne stupore?--Che cosa vi dà,
in grazia, diritto di pensare così, villano?

E siccome il ciociaro tentennava il capo e non rispondeva, donna
Luisa, come punta sul vivo, aggiunse:

--E se volete sapere chi fu che ardì salire la scala, mentre voi
uomini rimanevate tutti immobili dalla paura,--io vi dirò che fu una
donna; però che in me vediate la moglie di don Giacomo Cènci, e nuora
del Conte don Francesco.

Il ciociaro adesso traballò visibilmente: con la manca si Strinse
forte la fronte tenendovela per un pezzo, quasi volesse costringere le
sensazioni e i pensieri a non prorompere fuori della testa.

Io non vi farò mistero dello essere di questo ciociaro. Voi, lettori
miei, avete potuto chiarirvi a prova come io non ami la maniera
sospensiva del raccontare; però, continuando a procedere per la via
piana vi dirò a un tratto che il ciociaro era Olimpio, e i quattro
pietosi reggitori i lembi del lenzuolo erano suoi compagni, e complici
dell'orribile incendio. E non crediate già che sentimento alcuno
d'ipocrisia gli sospingesse a cotesti atti, o astutezza per celarsi
meglio; conciosiachè avessero commesso il delitto con tale
accorgimento, da non lasciare luogo a sospetto che fosse avvenuto
piuttosto per malizia, che per fortuna; ma proprio sinceri essi erano,
ed esaltati dallo esempio magnanimo di Luisa. L'uomo, per quanto
tristo egli sia, contiene sempre qualche parte di buono; e fra persone
da arti lodevoli, o triste non assuefatte a contenersi, o a fingere,
il trapasso dal male al bene, e ai modi di significarli avviene
inopinato ed improvviso. Io non so se l'uomo nasca con _anima prava_.
Questo si trova nelle Sacre carte, e santi Dottori della Chiesa lo
hanno approvato; ma io ne dubito, e affermarlo decisamente non potrei.
Solo parmi che dentro noi di queste due cose succeda l'una: o la bontà
ricama sopra un velo di scelleraggine, o la scelleraggine ricama sopra
un velo di bontà. Chi meno ha pratica di fare i conti con la sua
anima, e si lascia più trasportare dai subiti moti del sangue forse
sarebbe il migliore, se o la ignoranza troppa, o le abitudini inique,
o gli stimoli altrui non gli chiudessero la via a ben fare, o in
quella del male nol sospingessero.

Veramente, per sostenere questa sentenza, in me fa mestieri fede di
bronzo; perchè uomo al mondo, io penso che non fosse mai scorticato
vivo come me dal Popolo, il quale appunto argomenta poco, e sente
molto.

Il Popolo, dopo avermi salutato amico e padre, ad un tratto mi disse
vituperio; mi caricò di catene, e mi chiamò a morte! Con questi miei
orecchi udii i figli del Popolo, che io mi studiai sempre, come potei
meglio, onorare e avvantaggiare, allagando il Palazzo della Signoria
spartirsi poca moneta al lume dei lampioni, e dire l'uno all'altro:
«_A te si perviene_ _meno, perchè sei piccolo; nè ti è bastato il
fiato a urlare quanto me_ MORTE! MORTE!»

Giuoco Roma contro uno scudo, che cotesta moneta e coteste istruzioni
vennero da tali, che saranno stati a un punto fratelli della
misericordia, guardie civiche, membri di mutuo insegnamento, e degli
asili infantili... Oh come si allarga l'albero della ipocrisia sopra
la terra, e l'aduggia tutta con l'ombra maledetta!

Avete ammazzato il cane--sussurroni!--Godetevi i lupi.

Povero Popolo! Tu hai perseguitato ben altri uomini, che non sono io.
Dove giacciono le ossa di Giano della Bella e di Benedetto Alberti? Io
non lo so: quelle dei Medici hanno sepolcro reale in san
Lorenzo.--Dove riposeranno le mie? Chi può saperlo? Pure non ti
chiamerò _ingrato_, nè _maligno_, come Dante; sebbene tu abbia
perpetuata la voce, che correva ai suoi tempi:

    _Vecchia fama nel mondo ti chiama orbo_,

Sarebbe carità percuotere il fratello perchè giace infermo? Questo
argomento venne adoperato un giorno, e con ottimo successo; ma da un
Russo, e con Russi[2]: ed io, per la grazia di Dio, nacqui italiano.
Malattia d'ignoranza è più grave di malattia di corpo; e i popoli si
hanno da sanare, non già maledire e percuotere.

Chiunque si apparecchia a travagliarsi pei suoi simili sappia che non
riceverà altra mercede, che d'affanni. Prima assai di Prometeo lo
avvoltoio divorava il cuore degli amici della umanità. Il destino dei
mortali progredisce lento rotando come una macina immensa, e nel
passare frange intelligenze e vite, lasciando dietro a se una traccia
di polvere d'uomini. Cemento tremendo composto di particelle di cuore,
di sangue e di lacrime, che vince in durezza lo stesso granito.

E se la morte fisica arriva precoce per gli anni, anche troppo tarda
sopraggiunge per le cure rodenti, per le passioni che limano, e per
gli occhi diventati ciechi nel contemplare una luce che consuma.
Quando poi l'uomo sopravvive a se stesso, che cosa attende dal suo
cervello e dal suo cuore? Ahimè! Una congestione, od uno aneurisma.

Noi siamo morti; ma dentro al nido composto d'odio, di vendetta e di
vergogna mette l'ale adesso una generazione di aquile, destinate forse
alla vittoria.

Invero la parola ha seminato abbastanza; ora tocca mietere, alla
forza. Il pensiero può dare l'albero della scienza, ma l'albero della
vita è per le mani gagliarde; e la libertà è la vita. Cessi una volta
la generazione dei sofisti, e sorga la generazione dei guerrieri. I
retori non hanno mai combattuto una battaglia. Maledetta la civiltà,
che insegna a portare le catene come i monili da eunuchi. Bolzari,
Odisseo, Colocotroni, ed altri molti eroi, che strapparono un lembo di
terra dalle mani sanguinose del Turco, erano _klefti_.--Io ritorno
alla storia.

La sconsolata vedova era tratta molto soavemente a casa di donna Luisa
Cènci, la quale aveala preceduta insieme ad Olimpio; e con la sagace
sollecitudine di cui le donne sole possiedono il tesoro, aveva già
fatto apparecchiare il letto, e cera, e olio, e cotone sodo, e altri
tali rimedii, che a quei tempi, e forse anche ai nostri, si reputano
meglio efficaci per le scottature: mandò eziandio pel cerusico, e per
una balia. Questa, per buona ventura, fu rinvenuta nella contrada, e
venne subito. Udito il caso, e interrogata se si sentisse capace ad
allattare la creaturina finchè la madre fosse risanata, la buona
popolana rispose «magari!»; e senza altro invito prese il pargolo
nelle braccia, e trattasi in disparte se lo recò alle mammelle.

La madre delirò tutta la notte ora piangendo sommessa, ora gridando
disperatamente, secondochè alla sconvolta fantasia si affacciavano
immagini pietose, o terribili. Il giorno appresso non istette meglio;
il sopravvegnente ricuperò alquanto delle sue facoltà mentali, e
subito cercò il figlio. Risposerle che le dormiva al fianco; volle
muoversi, ma non potè, e con voce languida favellò di nuovo:

--Per amore della gran Madre di Dio non m'ingannate!

L'assicurarono con giuramento. Allora pianse: poi domandò del marito,
e le dissero, con pietosa menzogna, giacersi malconcio assai della
persona nell'ospedale, ma non senza speranza di guarigione.

Luisa, che travestita da uomo la vegliava del continuo, la confortò a
tacersi, e a starsi di buono animo; avvegnadio da cotesto smaniarsi
non gliene potesse venire se non che aumento di male, e ritardo del
giorno desiderato di stringersi al collo il figliuoletto; ed ella
allora non flato più.

Luisa aveva posto maraviglioso affetto alla desolata vedova, la qual
cosa non ha da parere strana; chè siccome la offesa pei petti mortali
somministra ragione per offendere, così il benefizio antico persuade
il nuovo; e noi amiamo altrui meno pel bene che ci fa, che per le cure
che ci costa. Se poi questo muova da costanza o da presunzione, o da
altre buone o cattive qualità, io non saprei affermare: bene io so,
che quantunque riesca arduo, più che altri non pensa, rinvenire la
origine vera delle nostre azioni, il motivo non è quasi mai solo, ma
complesso e attorto di fili forniti in parte dagli Angioli, e in parte
dai demonii. Quale poi fosse la proporzione di questi fili nell'animo
di donna Luisa non è dato giudicare; giova credere fossero angelici
tutti; a me basti accertare, che ella amava cordialmente la vedova.

Se forte pungesse la donna il desiderio di conoscere i particolari del
commercio, ch'ella supponeva avesse mantenuto seco lei il suo marito,
non è da dire; ma la trattenevano dall'appagarlo molte considerazioni.
E prima di tutto non le pareva onesto prevalersi dello stato di
cotesta misera per istrapparle il segreto: poco cristiano, e meno che
consentaneo alla generosità fin lì dimostrata da lei, tribolare, forse
non senza danno della sua guarigione, la inferma per farla parlare; e
finalmente avendo accolto un dubbio, comunque debolissimo, intorno
alla verità dei suoi sospetti, amò piuttosto oscillare in cotesta
incertezza, che disperarsi nella odiata realtà.

Ma non vi è misura che tanto presto si colmi, quanto quella della
impazienza. Certo giorno ella sedeva accanto al letto della vedova.
Angiolina, che tale parmi aver detto si chiamasse la vedova,
contemplava il volto di Luisa con l'adorazione dei devoti verso le
immagini miracolose, e mormorava per lei benedizioni e preghiere.
Luisa la guardò fisso a sua volta; vide che le tornavano i floridi
colori della salute per la faccia, le scottature non lasciavano segno
veruno, e la donna ridiveniva bella più che mai fosse stata. Il cuore
palpitò alla gelosa impetuosamente nel seno, e sorridendo un cotal suo
riso amaro la interrogò:

--Ma sono io l'unico vostro protettore davvero?

--E chi volete che si prenda cura di una povera femmina come sono io,
se non voi per vostra carità?

--E sì.... e sì che la memoria, io credo, non vi aiuta a rammentar
bene le cose.... in questo momento.

--Ah! voi dite la verità, esclamò Angiolina, facendosi vermiglia come
per vergogna di fallo commesso. Signore! O come possiamo, senza
volerlo, diventare ingrati?

--Dunque.... tu hai un altro protettore?

--Un altro protettore, come voi dite, il quale ci ha beneficato
assai....

--Sì, eh! E come si chiama egli?

--Egli?--Il Conte Cènci.

--Cènci? Cènci hai tu detto? Cènci?--gridò Luisa come se l'aspide
l'avesse morsa nel cuore, e si tacque. Ma l'altra, secondo che la
consiglia affetto, e il desiderio di ammendare il fallo involontario,
aggiungeva appassionata:

--Cavaliere sopra quanti altri conobbi, eccetto voi, compitissimo e
gentile. Per lui ci venne restaurata la casa, che, guasta prima
dall'acqua, adesso ha distrutto il fuoco:--egli volle che io mi
comprassi vesti sfoggiate,--orgoglio di una ora;--ed ebbi a toccare da
lui solenne rimprovero perchè non lo scelsi compare del mio figliuolo.

Luisa si morse le labbra in modo che spicciarono sangue, e la
interruppe con aspra voce dicendo:

--Basta!

E mentre per non tradirsi si allontanava a precipizio, combattuta da
passioni diverse mormorava:

--Sfacciata! E nemmeno si rattiene da palesare la propria vergogna.
Signore! Ma tu veramente comandi di allevare le serpi che ci mordono
il cuore?


NOTE

  [1] Questi sintomi angosciosi dell'asfissia io descrivo non già per
    sentito dire, bensì per averli provati. Ciò avvenne quando il
    signor marchese Cosimo Ridolfi, iniziatore in Toscana del
    reggimento costituzionale, investito di pieni poteri per sedare in
    Livorno una cospirazione, che non era mai stata, ordinò mi
    traessero a Portoferrajo con le mani incatenate nella notte dell'8
    al 9 gennaio 1818, e quivi mi gittassero entro un sotterraneo del
    forte Falcone. Il sotterraneo era umido e freddo: io poi infermo
    gravemente di male d'intestini, ed estenuato di forze; sicchè mi
    lasciai andare semivivo sopra un lurido letto da soldato, che
    rinvenni in cotesta lurida buca. Il carceriere, o di proprio moto
    o per commissione altrui, mi portò un focone di brace accesa, ed
    uscì chiudendo la porta del sotterraneo, e la finestra munita di
    due inferriate, due graticole ed una impannata. Appena chiusi gli
    occhi incominciarono a travagliarmi i sintomi descritti nel testo:
    allora con ineffabili sforzi scesi dal letto, e strascinandomi
    carpone giunsi alla finestra, apersi la impannata, e sporsi la
    bocca tra i ferri per bere un sorso di aria pura... cioè quale
    poteva aversi traverso due inferriate e due graticole e piovuta
    dentro una chiostruccia che mi stava davanti. E poichè i posteri
    sappiano chente si fossero i Conti, i Baroni, e i Marchesi
    promotori delle libertà politiche in Toscana, e giudichino, dirò
    (cosa incredibile, e non pertanto vera): quattordici dei miei
    compagni d'infortunio furono gli uni sopra gli altri accatastati
    dentro un altro sotterraneo sterrato, che prendeva aria da un
    pertugio nel soffitto; un altro certa notte gridava dal
    sotterraneo, dov'era stato posto solo, lo salvassero perchè in
    procinto di affogare a cagione dei torrenti di pioggia che colà
    rovesciavansi; nè quinci venne remosso se prima il suo corpo non
    gli si gonfiò mostruosamente. Tale provai il signor Marchese
    Ridolfi: qual egli provasse me quando il popolo, contro lui
    infellonito, lo vituperava con ogni maniera di oltraggi, tentava
    appiccargli fuoco alla casa, e lo minacciava di peggio, ne porgono
    testimonianza i documenti ricavati dagli archivii dello Stato, e
    che appartengono al mio ministero. Io li ho pubblicati, e chi ne
    avesse talento può consultarli: a me basti dirne questo, che seppi
    e volli, assumendo il maestrato, attaccare qualunque passione
    privata al cappellinaio, e procedere con tutti imparziale; anzi se
    taluna parzialità mostrai, fu nel difendere coloro che più mi
    avevano offeso in generale, e il signor Marchese Ridolfi in
    particolare. Se io mi sia stato degnamente corrisposto, i discreti
    decidano. Piacemi unicamente avvertire, come allorquando i Signori
    del Municipio fiorentino, e la Commissione aggiunta si posero a
    capo della reazione, che confidarono governare, il mentovato
    signor Marchese scriveva lettere dalla Spezia, che intercettate
    furono rese pubbliche a Livorno, con le quali egli reputava onesto
    aizzarli contro di me; e quivi notai, tra le altre, queste
    espressioni: «non crediate «a b... f... galantuomini!» Concetto, e
    modo, ch'io ricisamente sostengo non degni di lui: di lui, che si
    diceva innamorato così della civiltà del Popolo toscano da
    anteporla alla virtù militare, per la quale avrebbe potuto
    rivendicarsi dal servaggio, e sostenere la sua libertà.

  [2] Il CANTU, nella _Storia di cento anni_, narra di Souwarow il
    quale di tanto in tanto visitava gl'infermi soldati, e li curava
    così: se gli parea che fingessero, ordinava li bastonassero; se li
    reputava ammalati davvero, faceva amministrare loro sale, aceto, e
    non ricordo quale altra sostanza. In questa guisa i suoi ospedali
    militari stavano sempre vuoti.



CAPITOLO XII.

DELLO ASINO.

                    Sol l'Asino gentil, l'Asino fino
                    Lodar si debbe, e mi par che sia quello
                    Da scriverne in volgar, greco, e latino.
                                     GAB. SIMEONI, _Cap. dell'Asino_.


E Verdiana si era fatta venti volte alla finestra; altrettante si era
posta ad annoverare i passi, che secondo i suoi calcoli la canonica
distava da Roma. Scese sul prato; e comecchè tremolante su le gambe,
si stese boccone, ed accostò le orecchie a terra per udire qualche
lontano rumore, che le annunziasse il ritorno del Curato;--niente.
Sorse, cantò le litanie, lo _stabat Mater_ recitò dieci volte il
rosario, e poi si spazientì.

--Oh! vedete, borbottava, quanto mai tarda quel benedetto uomo
stamani.... ma che stamani? Ormai è passato vespro, e qui la minestra
diventa tutta una pania. Io per me non so chi mi trattiene da desinare
sola; e se poi giunge, e non potrà mangiare, suo danno. Ma forse sarà
trattenuto da qualche faccenda.... o forse qualche malanno sarà
capitato addosso a Marco (Marco era l'asino che cavalcava il
curato)... od anche al povero reverendo. Ahimè! meschina, che cosa io
vado immaginando? E perchè non potrebbe essere questo? Se male può
incogliere a Marco, non ci è ragione perchè non possa succedere anche
al curato. Santissima Vergine! pur troppo in fatto di disgrazie non
corre differenza alcuna fra Marco e il Curato, e per tutti, o vogli
uomini o vogli bestie, elleno stanno sempre apparecchiate come le
tavole degli osti.

Qui tolse i suoi ferri dai quali pendeva una calza mezza fatta, e si
mise a proseguirla con molta prestezza; ma chi l'avesse osservata
poteva accorgersi di leggieri, che nella sua mente si formava un
pensiero dolente come nei suoi occhi adagio adagio andavano crescendo
due lacrime, e le lacrime e il pensiero proruppero in un medesimo
punto; però che gittando smaniosa da parte e ferri e calza, esclamò:

--Sicuro eh! se qualche disgrazia fosse avvenuta a cotesto povero
uomo, non avrebbe altrimenti bisogno di calze nè di solette.... E
perchè non ne avrebbe più bisogno? o che forse tutte le disgrazie
rendono inutili le calze?

E qui stesa la mano riprendeva i ferri, cacciandone uno dentro al
bacchetto.

--E poi, proseguiva, o morto o vivo, le calze a qualcheduno saranno
sempre buone...

Intanto riponeva in tasca il gomitolo del refe.

--Buone per qualche poverello di Dio,... ed anche per me...

Diciamolo a gloria del vero. Verdiana aveva pensato a se dopo il
curato e la sua cavalcatura, dopo il prossimo, dopo di tutti; la sua
carità si era estesa fin dove poteva estendersi, e dalla periferia
ritornava al centro. Per altra parte col medesimo amore d'imparzialità
dobbiamo aggiungere, che le sue mani non si erano mostrate mai tanto
sollecite come quando ebbe avvertita la probabilità che le calze
potessero rimanere per se.

Allo improvviso l'aria dintorno rintronò dei ragli di Marco. Verdiana
corse alla finestra, e di là dalla siepe le comparvero entrambi i cari
capi del Curato e dello Asino: non già che volesse mettere l'uno a
fronte dell'altro; Dio ne liberi! Ma alla fine se al curato non
potevano negarsi meriti grandi, anche l'asino aveva i suoi; e per di
più il curato, come Marco, non aveva bevuto la luna.

Bevuto la luna? Così almeno crederono un tempo in casa del curato, e
fuori; poi per le persuasioni di lui Verdiana incominciò a concepirne
qualche dubbio; ma in quanto a Giannicchio non ci fu verso a farlo
ricredere, e lo avrebbe giurato anche sotto la corda.

Giannicchio era un garzone più povero di Lazzaro; portava vesti di cui
metà era mota, e l'altra toppe di ogni maniera, colore, e misura; una
soprammessa all'altra come la calca degli accattoni si affolla su la
punta dei piedi a sporgere la pentola alla porta del convento dove il
cappuccino dispensa la minestra. Giannicchio era uno di quei poveri
figliuoli, i quali dalla madre natura non hanno ricevuto altra
benedizione, tranne uno schiaffo. Quanto si poneva a fare, tanto gli
riusciva a traverso: se prendeva una stoviglia la rompeva; se correva
per soccorrere, o urtava col capo nel muro, o andava a dare di cozzo
nel naso della persona che intendeva sovvenire; a chiedergli acqua
avrebbe portato fuoco. Il Curato affermò più volte, ch'egli doveva
essersi trovato alla torre di Babele a fare da manovale. Nonostante
ciò Giannicchio _malanno_, chè tale gli avevano appiccato nomignolo,
era di così buona pasta, tanto serviziato e amoroso, che sempre stava
per casa al curato, e da campare alla meglio ogni giorno rimediava.

Ora è da sapersi come fuori della canonica si trovasse un pozzo, e
accanto al pozzo la pila da abbeverare le bestie, e lavare i panni.
Certa sera Marco tornò tardi a casa perchè il Curato lo aveva
imprestato al Dottore, al quale in quel giorno la cavalla erasi
azzoppita dalla terza gamba; e fu deciso che ormai nessuno potesse
salirvi sopra, senza la quasi sicurezza di fiaccarsi il nodo del
collo. Nè Marco tornò solamente a casa tardi, ma vi tornò trafelato.
_Trivia rideva nel plenilunio sereno_, come dice Dante, e vagheggiava
il tondo disco nella poca acqua avanzata nel fondo della pila come una
ricca dama si contempla, in difetto di meglio, dentro uno specchio da
quattro soldi. Giannicchio menò Marco alla pila, e volgendo gli occhi
in giù vide la luna. L'Asino assetato bevve avidamente fino all'ultima
stilla l'acqua raccolta nella pila, e la luna scomparve. Allora
Giannicchio, preso da maraviglia e da spavento, si dette a gridare che
Marco aveva bevuto la luna. Tale era Giannicchio.

--O cari! o desiderati!--esclamava la buona Verdiana, e si affrettava
affannosa verso l'Asino e il Curato. Abbracciò Marco pel collo nè più
nè meno con lo affetto di Sancio Panza; baciò la mano al Curato, e lo
aiutò a smontare. Siccome nella povera gente il dolore della perdita
si fa sentire più acuto assai che la speranza del guadagno, io non
saprei ridire quali, e quante suonassero le lamentazioni della
Verdiana vedendo la tonaca lacerata, e le altre cose più riposte sotto
in pessimo arnese, fatte manifeste in virtù dello strappo della
tonaca: molto più che dal volto nuvoloso del curato le pareva potere
argomentare, che il viaggio fosse riuscito indarno.

--Già m'immagino, incominciò Verdiana, che anche per questa volta avrà
fatto fallo la promessa del _chiedete, e vi sarà_ _dato_:--e intanto
che andava forbendo il curato dalla polvere, continuava:--il santo
Evangelo avrà inteso parlare della grazia _gratis data_, non già dei
ducati del sole.

--Silenzio, Verdiana; non mormorate contro la Provvidenza, ch'è
peccato; ho bussato, e mi fu aperto; ho chiesto, e mi furono dati
cento scudi...

--Cento scudi! E allora facciamo i fuochi...

Il Curato sospirò; si pose a cena; poco mangiò, bevve meno, e rispose
rade e tronche parole alle frequenti domande di Verdiana, la quale
standogli attorno non rifiniva mai d'interrogarlo così:

--Vi sentireste per avventura incomodato, Reverendo?--Vi è forse
accaduto qualche malanno in cammino?--Avete avuto paura?--Benedetto
uomo, ma parlate! Volete che io vi faccia un po' d'acqua di salvia col
miele.... o piuttosto un cotogno cotto nel vino.... o veramente lo
pezzette di aceto sopra le tempie? Un senapismo.... un pediluvio....
un semicupio.... un cristeo?

--Ouf!--soffiò il Curato, e disse poi:--fate tutta questa roba per
voi, Verdiana, se ne avete bisogno; sto bene, prima Dio, ed ecco i
cento ducati...

--Ve' belli... belli! E' non hanno mica torto a tenerseli stretti
coloro che li possiedono.

--Date retta, Verdiana, questi sono cento ducati; ma non bastano a
gran pezza per la canonica, per le masserizie di casa, e per la
chiesa...

--Pazienza! Rifacciamoci intanto dalla chiesa; alle altre cose il buon
Gesù provvederà...[1]

--Provvederà, sì; ma vedete bene, Verdiana mia, che se non prendiamo
cura della canonica, un giorno o l'altro ci troveremo a nuotare in
casa.

--Meglio nuotare noi in casa, che Cristo in chiesa.

--Sì; ma se il sacerdote annega, il servizio divino rimane interrotto
con danno gravissimo dei parrocchiani.

--Già, _in primis_, non rimane interrotto per nulla, dacchè, e Dio vi
faccia campare mille anni, morto un papa se ne fa un altro, come dice
il proverbio; e poi in casa ci piove, è vero, ma non vi si nuota, nè
vi si affoga, che io sappia...

--Sì; ma il savio Ippocrate insegna: _principiis obsta sero medicina
paratur_; la quale sentenza sapete che cosa vuol dire, Verdiana? Vuol
dire che se non si ripara in tempo, la buca diventa fossa. Inoltre la
veste abietta fa cascare nello avvilimento chi la porta. Per colpa del
sozzo servo talora venne in dispregio anche il padrone.

--Ma egli è troppo peggio, che prendano in odio il servo per la
ingratitudine che mostra al suo signore; e pensate un po' voi di quale
signore si tratta.

Al curato pareva giacere sopra la gratella di san Lorenzo, e
sospirando ruminava fra se: come diascolo tutto ad un tratto è
capitato tanto giudizio a Verdiana!--E Verdiana proseguiva:

--Io ho detto begli ai ducati, perchè davvero mi piacciono; ma non mi
paiono più belli della mia coscienza, nè del mio obbligo, e molto meno
poi del mio Gesù; chè se niente niente temessi che vi avessero a far
prevaricare, vedete come io ne userei?--Verdiana ne prese due pugni, e
mostrò volerli gittare fuori della finestra--io li butterei per
granturco alle galline...

--Verdiana! Verdiana!--gridò il Curato abbracciando forte la fantesca
a mezza vita, e respingendola addietro,--ma che siete spiritata?

Quante fossero le parole dette dalla Verdiana, e come pungessero
acerbamente il Curato io tralascio; basti sapere, che il Curato piegò
il capo e pregò mentalmente che se poteva farsi quel calice amaro,
cioè Verdiana, fosse rimosso da lui; sospirò; si pentì ripetendo dieci
volte l'atto di contrizione; deliberò rendere i ducati. Allo
improvviso fissandoli, gli parvero i trenta danari di Giuda; e,
spaventato dal fine di cotesto traditore, guardò tutto rabbrividito il
fico dell'orto della canonica, e si scostò dalla finestra; ma nel
punto in cui stava per darsi in balìa della disperazione, ecco
balenargli un pensiero nella mente: esultò come Archimede, quando ebbe
trovato il modo di conoscere se nella corona di oro avessero mescolato
rame; si sarebbe per l'allegrezza dato un bacio, se con le labbra
avesse potuto toccarsi le gote; e sollevando la testa umiliata, a mo'
di cervo che ripresa lena continua la corsa, egli disse:

--Uditemi, Verdiana; voi avete parlato molto e male, Dio vi perdoni. E
chi vi ha insegnato a pensare tanto tristamente del prossimo... di un
curato... di me?... Parvi essere io stato, per tutto il tempo che
vivete con me, cosiffatto uomo da meritarmi simili rabbuffi? E se nol
fui, come da un punto all'altro di vino sarei diventato aceto?
Uditemi. Dal campo ha da uscire la fossa. Io e Giannicchio scerremo
gli embrici e i tegoli sani dal tetto della canonica, e gli adatteremo
sul tetto della chiesa: alla canonica gli riporremo nuovi: potremo
tagliare sei camicie alquanto lunghe, e quando ne occorrerà bisogno
per chiesa aggiunteremo una striscia di trina a qualcheduna di quelle,
e serviranno per camici: dalla coperta di cataluffo ricaveremo due
pianete; una gialla, e l'altra faremo tingere in rosso; le lampade e
le ampolline si adoperano così in Chiesa come in casa:--farò ancora
raschiare, ritingere, riconficcare, insomma riporre a nuovo il
Crocifisso che tengo accanto al letto, e per le feste lo esporremo in
chiesa.

Il buon prete col suo cervello aveva armeggiato in questa guisa: il
patto fatto mi obbliga a non impiegare nemmeno uno scudo in chiesa.
Maladetto quel patto! Ma se tolgo le tegole e gli embrici dalla
canonica impedisco che l'acqua coli in chiesa, e osservo la promessa:
bene è vero, che così mi tocca a rifare il tetto alla canonica; sia:
ma potrò sempre sostenere, che per la chiesa non ho speso un papetto.
e rifiutare addirittura il danaro. Ma no... perchè se non accettava
non poteva sguarnire la casa per addobbare la chiesa. Quando il
lenzuolo è corto, il capo o i piedi hanno da restare scoperti. Dunque
ho fatto benissimo... benone!

E contento di se, si voltava sul fianco sinistro. Oh curiosa! Qui
trovava tutt'altra opinione: una voce, che pareva nascosta nel
capezzale, lo rampognava così:--garbuglione, imbroglione, cavillatore,
tu vorresti servire mezzo a Dio, mezzo a Mammone. Signor no; o tutti a
Dio, o tutti a Mammone: qui non vi ha strada di mezzo. Sono questi gli
esempii che ti porgevano il profeta Elisèo e san Pietro? La tua sorte
sarà quella di Simone Mago, che salì per aria in virtù del diavolo, e
cascò in terra per virtù di Dio fiaccandosi le gambe; o per lo meno
quella di Ghehazi, quando diventò bianco da capo a piedi di lebbra[2].
Bella figura se ti presentassi in pulpito come maestro Biagio il
molinaro! E che cosa direbbe Verdiana? Le offerte presentate senza il
cuore puro vengono respinte dal cielo: informi Caino; e tu accettasti
danaro con patto espresso di non adoperarlo nel servizio di Dio. Non è
questo peggio della simonia, e della geezzia? Chi non adora Dio egli è
già diventato servo del Maligno. Levati... levati e va al letto di
Verdiana, e chiedile perdono; cotesta donna ha tanta carità da
vendertene. Levati... torna a Roma, magari in camicia; rendi i ducati
al Cènci, e digli: lasciatemi la mia povertà con la mia innocenza;
ricchezza col peccato non è affare che mi garbi.--Ouf! che caldo,
esclamava ad alta voce il curato; stanotte non mi riesce a prendere
sonno; e dando un gran voltolone pel letto tornò sul lato destro. Da
questa parte lo aspettava sempre il suo buon Genio, e:--consolati,
gli mormorava soavemente dentro gli orecchi, perchè la intenzione
giustifica la opera, e in questo mondo chi è savio si governa secondo
il vento e la corrente; chè se Verdiana continuasse a darti fastidio,
tu le potrai allegare lo esempio degli Ebrei, i quali prima di uscire
dall'Egitto tolsero in prestanza i vasellami di oro e di argento degli
Egiziani, e verosimilmente gli adoperarono nella fabbricazione
dell'Arca: e le potrai citare eziandio il caso dei figliuoli di
Giacobbe, i quali per vendicarsi della sorella rapita persuasero i
Sichemiti a tagliarsi[3]... ma no... cosiffatti esempii non sono da
raccontarsi a Verdiana... gliene racconterai un altro più
accomodato... e più decente. Insomma la intenzione giustifica le
opere, se non presso gli uomini, almeno presso a Dio.--Dunque ho fatto
benissimo, benone! E a cui non piace mi rincari il fitto;--e si
addormentò.

Egli era un bel pezzo che dormiva, quando allo improvviso gli venne
rotto il sonno dalla testa da non so quale insolito rumore: balzò a
sedere sul letto, e gli parve udire un lieve imprimere di orme sul
pavimento; ond'egli ritenendo che il gatto di casa avesse inciampato
in qualche masserizia, allungò un braccio fuori della sponda del
letto, e presa una scarpa grave di chiodi di ferro e per le fibbie
d'argento, la gittò dalla parte donde gli parve che il rumore
muovesse; la scarpa colpì in pieno uno armario, che suonò come un
tamburo, perchè era vuoto. Verdiana destatasi allo strepito,
incominciò a strillare dalla stanza accanto:

--Reverendo, reverendo. Trista moneta è quella che disturba i sonni, e
Dio le mandi il mal giorno, e il male anno: quando eravate più povero
riposavate fino a giorno; adesso non dormite, nè lasciate dormire.

Il curato messe il capo sotto le lenzuola, e si turò le orecchia con
le coperte per non udire cotesta persecuzione.

La mattina don Cirillo, quando si levò, guardò prima il cielo, e poi
sott'occhio Verdiana; quello gli prometteva una buona, questa una
trista giornata. Si pose a cantare a mezza voce matutino e le laudi, e
prese a darsi grandissimo moto per provocare qualche parola amica; ma
e' fu tutto uno: a colezione, così per rompere il ghiaccio, incominciò
a domandare con disinvoltura il prezzo ora di questa, ora di
quell'altra cosa, e poi bravamente, con un tratto da disgradarne ogni
più arguto diplomatico, allo improvviso osservò, come per tanta roba
centocinquanta ducati gli paressero pochi. Verdiana, colta alla
sprovvista sul tasto delle biancherie, per le quali ogni buona massaia
sente tanta passione, dimenticata la origine degli scudi, si pose a
fare i conti con don Cirillo.--Questi, sebbene fosse non mediocremente
istruito, pure di conti non sapeva nulla; onde la somma non tornava
mai. Verdiana annoverava toccandosi i labbri con le dita, ma anch'ella
in abbaco andava poco innanzi. Allora il curato divisò prendere i
ducati, e separarli in tanti mucchii quante erano le cose da
provvedere, giudicando ad occhio: propose, insomma, lo _scacchiere_[4].

Don Cirillo ebbe a congratularsi del trovato strattagemma,
imperciocchè riuscisse a mansuefare l'umore della Verdiana, e a
sollevare se stesso; chè la vista del danaro letifica il cuore
dell'uomo. Di ciò porgono testimonianza gli stessi testoni di Clemente
XII, dove si trova la leggenda: _videant pauperes, et laetentur_[5].
Ora i poveri vorrebbero introdurre nella leggenda una variante,
intorno alla quale fin qui non se la sono intesa co' ricchi, e credo
che vogliano stare ancora un pezzo prima d'intendersi. La variante
consisterebbe nel surrogare _habeant_ al _videant_; e certamente
bisogna confessare che, non ostante la leggenda di Sua Santità, i
poveri dalla sola vista del danaro non pare possano avere motivo di
menare sterminata allegrezza.

E per mettere in pratica il consiglio, il curato si avviò alla camera
seguìto da Verdiana, la quale gli andava dietro ripetendo:

--Vedrete che al conto, che fate voi, ce ne mancheranno una diecina...
o una ventina.

--Ed io sostengo, ch'essi hanno a bastare,--e piegò la persona per
sollevare il coperchio dello inginocchiatoio; ma ad un tratto si
raddrizzò interrogando:

--Verdiana, che diamine mi diceste ieri sera?--Che la farina del
diavolo se ne va in crusca?

--E' lo dicevo, perchè in gioventù sentii raccontare da un frate
predicatore, che il Demonio fece il patto con un contadino di comprare
la sua anima per mila scudi: sottoscritto il foglio e pagato il
danaro, il contadino andò a casa col sacco; ma la mattina fu trovato
morto nel letto, e il sacco pieno di carbone: così perse l'anima e i
quattrini.

--State sicura, Verdiana, che questa moneta non mi viene da parte del
diavolo, bensì da un fiore di gentiluomo romano: però io so una storia
di scudi volati senza opera diabolica; e se a voi piace ascoltarla, io
ve la racconterò.

--Giusto! ho tempo di ascoltar novelle! A mano a mano siamo a mezzo
giorno, e non ho anche messo la pentola al fuoco...

--Ci è più di un'ora a mezzodì, Verdiana; e poi la è storia breve...
storia, intendete bene, non novella...

--Via, fate presto, che io vi ascolterò.

Il curato appoggia i reni al saccone, e punta entrambi i piedi sul
pavimento: poco oltre, davanti a lui, Verdiana stava ritta ad
ascoltare: in mezzo ad essi era lo inginocchiatoio.

--Dovete dunque sapere, incominciò don Cirillo, che ci fu una volta un
vecchio avaro, il quale quando del danaro prestato prendeva l'usura
del cinquanta per cento gli sembrava regalarlo. Ora costui non volendo
per la sua tristizia fare la spesa di un forziere di ferro, comprò una
cassa da morto; la cerchiò da se, come seppe meglio, di bandelle di
ferro, e vi adattò una vecchia serratura; poi la nascose sotto il
letto, e di mano in mano andava a depositarvi la male acquistata
moneta. Quantunque poco temesse di ladri, per essere casa sua guardata
diligentemente, pure onde allontanare ogni sospetto quando mai
pervenissero nella stanza, scrisse sopra la cassa «_Hic est Christus
Dominus meus_»[6]: quasi volesse dare ad intendere che quella fosse
una reliquia, e così rinforzare la debolezza della serratura con la
reverenza della religione. La Provvidenza, certamente per punirlo
della sua cattiveria, gli dava un figliuolo sprecone quanto egli era
avaro, e bevone da vincere il palio con le spugne; giuocatore poi--da
mettere su lanzichenetto in mezzo alla brace accesa; nè qui si
fermava; che possedeva certe altre taccherelle, le quali, voi capite
Verdiana mia, che le si vogliono tacere _honestatis causa, et
caetera_. Se il vecchio spigolistro tenesse il figliuolo allo
stecchetto non importa dire, e se questi lo avesse in fastidio importa
dire anche meno. Il figlio spiando il padre, un giorno lo vide entrare
in camera, chiudersi dentro, e, messo l'occhio al foro della
serratura, vide ancora com'egli aprisse la cassa, e vi riponesse
dentro buona quantità di danari. Al giuocatore venivano a un punto i
sudori caldi e freddi addosso: appena il vecchio uscì di casa, ecco
quel tristo con suoi ferri e grimaldelli arrovellarsi intorno ai
serrami; aperti che gli ebbe si empiva le tasche, e prestamente si
allontanava, non senza però avere scritto prima sotto la cassa questa
altra iscrizione «_Resurrexit, et non est hic_»[7]; e così il malvagio
vecchio imparò a sue spese a profanare i testi del santo Evangelo.

--E fosse finita qui!, aggiunse la divota Verdiana; ma il peggio tocca
di là, e pochi ci pensano...

--Sicuramente; e quando se ne avvedranno sarà tardi... Dunque voi
persistete a sostenere, che ne manca una diecina...

--O dieci... o venti...

--Ora lo vedremo... Io tengo per fermo, che devano arrivare...

E sollevò la predella... Il danaro era sparito.

Don Cirillo rimase giù curvo della persona, con la predella sollevata,
la testa e il collo volti verso Verdiana. Verdiana chiuse gli occhi, e
allungò ambedue le braccia con le mani giunte sul capo a sesto acuto:
parevano colpiti da catalessi. Così stettero lungo spazio di tempo,
senza dire parola, senza battere palpebra. Una molto acerba battaglia
si combattè nell'animo di don Cirillo mentre tenne curvata la persona.
In quel turbinìo di passioni grande era il dolore della somma perduta,
grandissima la maraviglia di vederla sparita, ma fuori di misura più
grande il rimorso di averla accettata a condizioni sicuramente non
pie. Don Cirillo raddrizzandosi lentamente, parve avere vissuto dieci
anni in un minuto: però senza amarezza alcuna disse alla serva.

--Verdiana mia, voi siete stata profetessa.

--O meschina me! non avessi mai parlato...

--E adesso, che cosa ci avanza a fare?--domandò il Curato dandosi
della palma aperta sopra la fronte.

--Rassegnarci ai voleri di Dio...

--Donna, voi avete parlato una savia parola.--Però, e notatelo bene,
Verdiana, qui dentro non ci ha a vedere il demonio. Queste orme
polverose per la casa, la finestra che dà su l'orto rotta, e il rumore
che stanotte ci ha desti, chiariscono apertamente che qualche
ladroncello del vicinato ci ha fatti tristi. Dio gli perdoni, e
possano cotesti danari giovargli meglio che a me.

Ma oh! come l'affanno di queste povere creature toccò il limite
estremo quando, scese nella stalla, non rinvennero più neanche Marco!
Di quali pianti non risuonò la canonica, di quali disperati guai?
Marco co' più dolci nomi chiamavano, Marco invocavano, Marco dal cielo
con ardentissime preci e con supplici voti chiedevano, e i campi
intorno si sentivano risuonare: Marco! Marco!

Si univa al lamentevole coro anche Giannicchio, il quale provandosi
consolare quel supremo dolore si era adattata al collo la cavezza
dell'Asino, e postosi davanti alla mangiatoia, proprio nel luogo già
occupato da Marco, andava dicendo così:

--Don Cirillo non piangete, Verdiana mia asciugatevi le lacrime;--io
vi terrò luogo di Marco, vi servirò come Marco. Reverendo, quando
vorrete andare a Roma io vi porterò a cavalluccio su le spalle
comodamente come Marco.

Un'angoscia cupa subentrò, come avviene, allo affanno clamoroso; nè
sembra che le consolazioni di Giannicchio trovassero grazia presso don
Cirillo, nè presso Verdiana. Non si parlò di mangiare: non già che
Verdiana omettesse apparecchiare; ma nel servire a tavola il Curato di
tratto in tratto voltava altrove la faccia per non mostrargli qualche
lacrima, che suo malgrado le scappava dagli occhi. Don Cirillo
guardava fisso il piatto, ma non toccava la vivanda; o se pure ne
prendeva un boccone con la forchetta per recarselo alla bocca, appena
aveva alzato il braccio lo riposava, e poi con un grosso sospiro
rimoveva da se intatta la pietanza. Ah pur troppo è amaro a
inghiottirsi il pane bagnato di pianto! Don Cirillo si levò, scese, e
si mise a sedere sopra il muricciòlo a destra della porta di casa; e
per fare qualchecosa, si pose con un bastoncello a segnare di linee il
terreno. Si vedeva chiaro che cotesti erano moti puramente macchinali,
e il suo pensiero galoppava le mille miglia lontano di là; ma o sia
che la passione non abbia sede particolare, o sia che le membra
conservino spontanee il moto che in loro impresse lo affetto, fatto
sta, che le mani del curato tracciarono su l'arena il profilo di
Marco. Verdiana sul muricciòlo a sinistra guardava le galline,--le
guardava; ma con le mani in tasca non udiva la costoro petizione
collettiva, che domandava il solito sussidio di grano turco.
Giannicchio seduto sotto il pagliaio piangeva, e si sfogava col pane
dandogli tali morsi da far temere anche pel pagliaio, caso che il pane
non gli fosse bastato.

Il pensiero del prete dopo avere viaggiato per diverse regioni, si
fermò finalmente su Giobbe: considerò innanzi tratto ch'egli non aveva
moglie, e questo gli parve un primo argomento di consolazione; poi
pensò che non aspettava amici, e conobbe, che se uno solo di quei di
Giobbe, o il Temanita o il Suhita, gli fosse cascato addosso sarebbe
bastato a farlo gittare a capo fitto nel pozzo: e finalmente la
coscienza questa volta, sgombra da passione, discorrendo schietta e
senza garbugli, gli dichiarava ch'egli aveva commesso peccato grave
contro Dio, e che doveva ringraziarlo di cuore se lo sottoponeva a
cotesta ammenda leggiera: onde si levò da sedere con volto mestamente
sereno rimanendogli dentro una umiliazione, la quale se avessimo
voluto decomporre nei suoi elementi avremmo trovato per lo appunto:
che per un quarto vi entrava il rimorso della mala accettata moneta;
per un altro quarto la vergogna delle parole scandalose adoperate con
Verdiana, e per una buona metà il dolore della perdita del povero
Marco.

--Dio me lo ha dato, sospirò don Cirillo, Dio me lo ha tolto; sia
fatta la volontà di Dio: pel peccato che ho commesso, la tua mano, o
Signore, mi punisce soavemente.

Appena il buon curato aveva posto fine a coteste parole, come se la
Giustizia divina soddisfatta volesse aprirgli di nuovo la fonte delle
misericordie, ecco rimbombare dintorno per le valli e pei colli il
raglio glorioso e trionfale, che pareva--o voluttà celeste!--ed era
certo di Marco; e appena ebbero tempo di dirselo, che Marco,
incoronato di verdi fronde la testa, scavalca secondo l'usato costume
la siepe, e come saetta volante corre verso il padrone. O come
incoronato? domanda il lettore, e aggiunge: queste le sono bizzarrie
di romanziere. Sì signore, incoronato; e il come vi sarà detto poi.
Intanto compiacetevi, signor lettore, meco di contemplare Marco
incoronato; non dico di alloro perchè, voi lo sapete, di questo

    ......._rado se ne coglie
    Per coronare o Cesare o Poeta,
    Colpa, e vergogna delle umane voglie_[8];

ma di varia maniera fronde corbezzolo, e quercia; e la quercia era
pure nobile corona da stare a petto con l'alloro, imperciocchè
nell'antica Roma si destinasse a colui che salvava in battaglia la
vita a un cittadino romano, e si chiamasse _civica_. A questo pensa,
lettore, e riponti in mente, che là dove si onora la virtù vera,
supremo ufficio civico è salvare un cittadino in battaglia, e non
tradirlo in pace.--Marco pertanto apparve con la corona _civica_, ed
era un Asino.

    _Gli abbracciamenti, i baci, e i colpi lieti_[9],

i risi, i pianti di tenerezza, i parlari confusi, e simultanei erano
una pazza cosa. Marco anch'esso si sentiva commosso come gli altri;
non affermerò che ancora egli piangesse e ridesse, quantunque con
l'autorità di scrittori gravissimi io potrei sostenere anche questo, e
la commozione interna egli manifestava con voce potente a superare
ogni altro grido. Marco era il Lablache di cotesto coro. Don Cirillo
lo liberò dalla sella e dalle bisacce, senza avvertire se fossero
vuote, o piene. Giannicchio prima di tutto lo abbracciò e lo baciò;
poi lo stregghiò, lo lavò, gli rinettò la coda dai pungitopi e dai
pruni. Verdiana gli apparecchiò paglia fresca ed erbette; anzi
volgendo gli occhi da un lato dell'orto vide un magnifico cavolo
cappuccio, che pareva un senatore: stette fra due se lo dovesse
serbare per una minestra di riso pel curato, o darlo a Marco; ma vinse
amore per questo, e risolutamente lo svelse, lo lavò, e lo sminuzzò
nella mangiatoia di Marco. Era il ritorno del figliuolo prodigo, ed
ella uccideva la vitella grassa. Cotesto giorno, si può dire che
l'Asino facesse pasqua.

E per Asino, bisogna aggiungere, che Marco ebbe in cotesta solennità
convivale quasi gli stessi onori di papa Bonifazio VIII al banchetto
della sua incoronazione; conciosiachè se lui servirono due re,
l'Ungherese e il Siciliano, in regio ammanto, e la corona in capo, il
Curato e Verdiana ministrassero a Marco. Vero è bene che il curato non
vestiva il piviale; ma in compenso Giannicchio gli fece da coppiere,
conducendolo alla pila dov'egli già bevve la luna. Sazio, non stanco,
di mangiare, Marco sentì alfine il bisogno di riposarsi: egli
veramente non disse: _buona notte_ a nessuno; ma lo fece capire
abbastanza stendendosi sopra la paglia, chiudendo gli occhi, e
declinando il capo. Usciti dal presepio, il curato raccolse le
bisacce; e questa volta essendo sgombro da passione, notò come
pesassero gravissime, e v'immerse dentro la mano. Potere del mondo!
Sognava, od era desto? Gli parve toccare moneta: le rovesciò per
terra... scudi! ducati!--e quanti! Don Cirillo e Verdiana si stesero
sul prato; e fatto cumulo del danaro, parve loro che fosse quattro e
cinque volte tanto quello di prima. Oro, argento da mandare in
visibilio ogni cervello sano: conta e riconta, vennero a capo di
conoscere che dovevano essere circa quattrocento cinquanta ducati.

--Ora mi sembra, che c'incastri ogni cosa--disse don Cirillo; ma
Verdiana, alzando il dito, rispose:

--Egli è ben nostro questo tesoro? Badiamo, Reverendo, badiamo che Dio
non ce lo abbia mandato per provarci una seconda volta.

--Verdiana, dapprima ho pensato come voi; ma poi mi sono persuaso che
questo danaro ha da appartenere al ladro; egli non può essere qui del
vicinato, ma sarà sicuramente qualcheduno dei banditi che bazzicano
per la campagna. Ora voi capite, che renderlo a lui sarebbe peccato, e
ai derubati impossibile. Io proporrei--e questo disse con
esitanza--che per noi spendessimo un cento cinquanta di ducati, ed
ogni rimanente per la chiesa, e pei poverelli di Dio;--sicchè faremmo
restaurare ambedue i Crocifissi--quello di chiesa, e l'altro di
canonica.

Parve che la proposta garbasse a Verdiana, perchè soggiunse senza
obiezione:

--E lasceremo stare la coperta di cataluffo sul letto, e compreremo le
pianete di bel damasco nuovo.

--E le camicie non trasformeremo più in camici.

--E i tegoli della canonica rimarranno alla canonica, e quelli della
chiesa alla chiesa.

--È giusta; a Cesare quello ch'è di Cesare, a Dio quello ch'è di Dio.

--Ma ieri non aveva ad essere così...

--Non ci pensiamo più, via. Il Signore ha perdonato, e voi volete
conservare amarezza? Verdiana, sareste meno misericordiosa del
Signore?

--Me ne guardi Maria Santissima! Voi avrete due tonache nuove; una per
la state di cammellotto, e l'altra pel verno di panno; e ancora due
para di calzoni, perchè ieri... mi parve veh! di vedere quelli che
portate ridotti in pessimo arnese...

--E voi due gonnelle; una di stame, e l'altra di lana.

--E le stoviglie?

--E gli asciugamani?

--Le stoviglie sono proprio necessarie--perchè, ora che ve lo posso
dire senza affliggervi, avete a sapere, che da un pezzo in qua voi
mangiate sempre nel medesimo piatto; e quando andavo in cucina io lo
lavava presto presto, e ve lo riponeva su la tavola per modo, che non
ve ne poteste avvedere.

--E con gli asciugamani lasceremo stare in riposo il gatto.

--O Signore, come siamo poveri! Io non me n'era mai accorta come
adesso, che, avendo danaro da spendere, penso a provvedere le cose che
mancano.

--Così è; il danaro fa come il sole; scuopre la miseria, e la
rallegra.

--Ma a noi abbiamo pensato anche troppo.

--Giannicchio avrà di una stoffa sola la prima vesta, che abbia
portata nel mondo.

--E Marco la cavezza nuova.

--Anzi... gran benedetta bestia è quel Marco!--e voi, Verdiana, la
benedetta cristiana, perchè ambedue mi porgete occasione di fare
un'opera buona. Veronica, la povera lavandaia, ha perduto il suo
asino, ed ora se ne sta maninconiosa non sapendo a qual santo votarsi.
Ella non può andare a Roma pei panni, e i suoi garzoni non guadagnano
più il pane con la carretta. Orsù; datemi una ventina di ducati, che
io me ne andrò senza porre tempo fra mezzo a consolare la desolata, e
nello stesso viaggio menerò meco i suoi figliuoli, ed il suo cane
perchè ci facciano un po' di guardia stanotte. Voi capite, Verdiana,
che se il ladro venne pei miei danari, molto più si proverà a tornare
pei miei e pei suoi; ed è bene ch'ei sappia, che quaggiù non tira
vento buono per lui.

E come disse fece il dabbene don Cirillo; nè male gl'incolse essersi
armato di provvidenza, imperciocchè durante la notte successiva il
cane non cessò mai di brontolare e latrare: in seguito fu pace.

Marco diventò vecchio; e il Curato e Verdiana, com'è da credersi, non
ringiovanirono certo. Un giorno il curato, dopo cena, levò la mano,
secondo il suo costume quando voleva annunziare qualche solenne
novella. Verdiana incrociò le mani sul petto per udirlo più raccolta.
Giannicchio si rimase a mezza stanza con un piatto in mano che
riportava in cucina, tenendo il corpo rivolto verso la porta e il capo
indietro verso il curato per non perdere le sue parole. Don Cirillo
incominciò così:

--I nostri antichissimi progenitori...

--Quanti anni sono?...

--Più di millanta.... ma non m'interrompete, Giannicchio...

--Mandarono in Grecia savii ed avvisati uomini perchè prendessero
notizia delle leggi con le quali si governavano costà, essendo
predicate dalla fama giustissime e religiosissime, per reggere con
rettitudine pari questa nostra contrada...

--Ma Grecia non è paese di Turchi?

--Verdiana non m'interrompete... In cotesti tempi non si conoscevano
Turchi... non sapete che io parlo di quando Virginio ammazzò la sua
figliuola _honestatis causa_? I Greci pertanto come somministrarono ai
progenitori nostri notizia delle ottime leggi, così dettero a noi
esempio umanissimo del modo da praticarsi verso il nostro antico
compagno Marco. Gli Ateniesi, dopo avere fabbricato un magnifico
tempio, chiamato _Ecatompedone_, a Minerva, ch'era, come sarebbe a
dire, una santa per cotesti tempi...

--O adesso, che cosa ne hanno fatto di cotesta santa?

--Giannicchio, non m'interrompete... i Greci affrancarono da ogni
fatica gli Asini e i Muli che si erano travagliati intorno a quel
lavoro, e li dichiararono signori e padroni di vagare e pascere dove
meglio venisse loro talento; e si legge eziandio in certo libro
stampato, come uno di cotesti Asini vivesse interi ottant'anni[10].

--Quasi quanto noi...

--Che maledetto vizio! Ma Verdiana non...

--Sarà stato un miracolo di santa Minerva...

--Ma Giannicchio non m'interrompete. Minerva non poteva operare
miracoli--perchè adesso ella sarebbe, come dire, un diavolo.

--Come un diavolo? O a Roma non ci è pure Santa Maria della Minerva?
Possibile che, secondo voi, vi fosse adesso una Santa Maria del
diavolo?

--Ma Verdiana, per l'amor di Dio, lasciatemi parlare; queste altre
cose vi spiegherò a suo tempo per filo e per segno...

--Purchè facciate presto...

--_Omnia tempus habent_, cara mia; ogni frutto ha la sua stagione.

--Sì, ma ponete mente che noi abbiamo anni quanto lo Asino di Atene...

Don Cirillo, per liberarsi da cotesto fastidio delle interruzioni,
male oggimai diventato incurabile in casa sua, precipitò il discorso,
aggiungendo:

--Per le quali considerazioni ed esempii io propongo che si abbia a
giubbilare Marco, facendogli le spese come buono e fedele servitore
finchè a Dio piaccia di tenerlo fra noi.

E Verdiana di rimando:

--Sentitemi, don Cirillo, io non leggo libri stampati come leggete
voi; ma la ragiono così: vecchi siamo anche noi, pure per la grazia di
Dio non impediti in verun membro, o sentimento del corpo: però, finchè
la Provvidenza ci mantiene destri, vuol dire, che secondo le facoltà
nostre intende che qualche cosa facciamo. Tempo per riposarci,
Reverendo, ce ne avanzerà anche troppo quando anderemo a dormire nel
campo santo. Contro alla opinione di vostra Reverenza io dichiaro, che
Marco essendo vecchio può affaticarsi nei lavori che convengono ai
vecchi; non più sassi egli deve portare, nè mattoni, nè calcina; non
più grano al molino, nè some di vino al mercato; non più il Dottore,
ch'è più peso di tutte queste robe; ma gli basteranno molto bene le
forze per portare erbe in Roma, e ritornare carico di qualche
coserella che ci potesse abbisognare. Ciò lo conserverà sano, e a noi
sempre gradito; perchè vedendolo ozioso a ingrassare, chi sa che non
ci cadesse in disgrazia come un disutilaccio mangiatore di pane a
tradimento.

--Verdiana, voi siete la erede vera della Sibilla Cumana.

Come poi successe il caso dell'Asino tornato, e del danaro cresciuto
potranno sapere tutti coloro, i quali si compiaceranno leggere il
veniente capitolo.


NOTE

  [1] «E intorno al vestire non siate con ansietà solleciti: avvisate
    come crescono i gigli della campagna; essi non faticano, e non
    filano. E pure io vi dico, che Salomone stesso con tutta la sua
    gloria non fu vestito al pari di uno di loro». _Evangel. di San
    Matteo, C. VI, nn. 28, 29_.

  [2] Il profeta Elisèo sanò Naaman dalla lebbra, e rifiutò
    qualsivoglia mercede. Il suo servo Ghehazi gli andò dietro, e,
    mentendosi messaggiero del profeta, si fece dare due talenti di
    argento, e due mute di vestimenti. Tornato a casa, il profeta
    Elisèo, consapevole della colpa del servo, gli disse: «la lebbra
    di Naaman si attaccherà in perpetuo a te, ed alla tua progenie»;
    ed egli se ne uscì dalla presenza di esso tutto _lebbroso_, e
    _Bianco_ come la neve. _Re, lib. II. c. V. n. 27_.--Simone Mago
    voleva comprare da san Pietro i doni dello Spiritossanto, ossia la
    facoltà di operare miracoli: e non li potendo operare per virtù di
    Dio, s'ingegnò operarli con lo aiuto del diavolo. La leggenda
    narra che il Mago ne diventò tanto superbo, da sfidare san Pietro:
    da una parte e dall'altra si fecero parecchie prove, come successe
    fra Moisè e i Maghi di Faraone: finalmente san Pietro, che stava
    su lo avvisato di giuocare all'altro un bel tratto, di repente si
    levò per aria. Simone Mago lo volle imitare; e san Pietro, quando
    lo vide bene alto, con la sua maggior virtù operò che quegli
    cadesse in terra di sfascio, e si rompesse ambedue le cosce. Di
    qui nasce la differenza, che corre fra Simonia e Geezzia, peccati
    ecclesiastici: la prima è compra di cose sacre, e specialmente di
    ufficii di chiesa; la seconda è mercede di grazie operate. Questi
    peccati da molto tempo sono scomparsi dalla Chiesa;
    conciossiacosachè, come ognun sa, al giorno d'oggi tutto vi si
    faccia _gratis, et amore Dei_.

  [3] Sichem figliuolo di Hemor violò Dina figliuola di Giacobbe; ma
    subito dopo si offerse parato a sposarla, in ammenda del fallo. I
    fratelli di lei gli risposero: «Noi non possiamo dare la nostra
    sorella ad un uomo incirconciso, però che il prepuzio ci sia cosa
    vituperevole: ma pur vi compiaceremo con questo, che voi siate
    come noi; circoncidendosi ogni maschio infra voi. Accettata la
    proposta, Hemor, Sichem e gli abitanti di Sichem si circoncisero;
    ma il terzo giorno, mentre essi erano nel dolore della operazione,
    Simeone e Levi fratelli di Dina gli sterminarono tutti». _Genesi,
    Cap. XXXIV, n. 25_. A qualcheduno è sembrato che gl'Israeliti,
    come popolo eletto, avrebbero potuto, e dovuto possedere qualche
    maggiore cognizione del giusto e dell'onesto.

  [4] Milioni di uomini leggono, od intendono dire tuttogiorno dello
    _scacchiere_ d'Inghilterra, di ministro dello scacchiere, e pochi,
    io penso, sanno perchè il tesoro della Inghilterra si abbia a
    chiamare _scacchiere_. Quando Alessandro Il lucchese,
    soprannominato il Papa _lebbroso_, o Papa _accattone_, donò il
    regno d'Inghilterra a Guglielmo il bastardo, gl'impose per patto,
    che andasse a prenderselo; e quei due grandi della terra si tesero
    le braccia per soffocare dentro cotesto abbracciamento un popolo
    intero: «Dum regnum et sacerdotium in nostrum detrimentum mutuos
    commutarent amplexos» (_Chronic. Gervasii Cantorber_. citata dal
    THIERRY). I Normanni dal trattare la piccozza in fuori, non sembra
    che sapessero fare guari altro; molto meno poi calcolare: onde per
    potere strigare le faccende presto, e bene, immaginarono una cassa
    divisa a scompartimenti, appunto uguale alla cassa che adoperano
    gli stampatori per riporvi i caratteri; e quivi dentro misuravano
    il danaro, come il grano, con lo staio. Di qui il tesoro inglese
    assunse, e conserva il nome di scacchiere. (THIERRY, _Opus. cit.
    tom. I, p._ 400 a 418).--Dai Normanni a Pascal e a Babbage,
    inventori della macchina pei calcoli, è mestieri convenire che la
    differenza è grande.

  [5] «I poveri li vedano, e se ne rallegrino».

  [6] «Qui è Cristo mio Signore».

  [7] «Risorse, e non è qui».--_Evang. S. Mathaei, Cap. 28_.

  [8] PETRARCA, _Sonetti_.

  [9]  _Gli abbracciamenti, i baci, e i colpi lieti
                 Tace la casta Musa, e vergognosa._
                          TASSONI, _Secchia Rapita. C. VI_.

  [10] PLINIO, _Stor. Nat. lib. 16. cap. 4_.



CAPITOLO XIII

IL TRADIMENTO

                    Poichè si vide il traditore uscire
                      Quel che avea prima immaginato invano,
                      O da se torlo, o di farlo morire
                      Nuovo argomento immaginossi, e strano.

                                     ARIOSTO, _Orlando Furioso_.


La notte era alta, e don Francesco Cènci se ne stava ridotto nel suo
studio, leggendo con molta attenzione il libro di Aristotele _intorno
alla natura degli Animali_; e ad ora ad ora si soffermava meditando, e
notando sopra i margini con minutissima scrittura le riflessioni, che
gli si affacciavano allo spirito. Ad un tratto batterono le due dopo
la mezza notte: lo squillo percosse l'aria acuto come una domanda
superba. Pareva che interrogasse: «chi ardisce vegliare in questo
tempo di morte?»

--Veglio io, rispose don Francesco, ma senza pro. I misteri della
natura si tentano invano.--Gira, rigira; io te lo do per giunta, se
riesci a ritrovare la porta donde sei entrato.--Chi inventò a
distinguere il tempo, che fugge in ore, in minuti e in secondi, io per
me tengo che fosse uno dei peggiori tristi che mai abbiano vissuto nel
mondo. Capisco ancora io che, viaggiando per Roma o per Napoli, l'uomo
possa mettere il capo fuori della carrozza onde procurarsi il piacere
di leggere sopra le colonne migliarie di quanto spazio ha accorciato
il termine del suo viaggio; ma quando la città a cui ci avviciniamo è
_Necropoli_, il Campo-santo, oh! allora vada allo inferno chi mi dice:
«siamo per arrivare; ecco l'ultimo miglio!» Queste ore battute,
allorchè sono passate ci percuotono come il rumore di un frammento di
vita, che ci caschi da dosso per non ritornarci mai più. Forse in
giovanezza, quando un orecchio tintinna pei sonagli che vi squassa
vicino la follìa, e l'altro ronza d'inviti che vi sussurra dentro la
bocca lasciva, il mal suono o non giunge, o giunge fioco. Adesso poi,
nella età in cui mi sono condotto, mi pare che le ore scappino più
veloci, come i fantini raddoppiano le sferzate all'ultimo giro del
palio: _Motus in fine velocior_. Ora pertanto bisogna attendere con
ogni studio... a che attendere? Tutto è contrasto, disordine e
confusione nel mondo: noi siamo in guerra contro noi stessi. Io, che
dai primi anni ho abbracciato un partito, e mi vi sono confermato con
la riflessione, e ostinato con le opere;.. io pure, quando meno me lo
aspetto, sento dentro di me uno spirito che discorda da me, e sempre
contradice, e perfidia, e con lusinghe, o per forza vorrebbe
strascinarmi in parte ove io non voglio andare: se fosse un occhio, o
una mano ribelle potrei strapparlo, o tagliarla; ma come arrivare a
mettere le mani addosso a questo spirito di rivolta?--Se però non
posso strangolarlo, posso ben vincerlo. O spirito di rivolta, perchè
ti consigli trattenere il torrente della mia volontà con i tuoi dicchi
di ragno? Se tu sei un angiolo, da' retta a me, torna a casa tua
perchè predichi al deserto; se demonio, vattene, non m'infastidire
adesso: faremo i conti tutti in una volta. Beatrice pensò atterrirmi
quando minacciava, che i posteri diranno di me: «ai tempi del profeta
Natan i flagelli di Dio erano tre, poi diventarono quattro: fame,
peste, guerra, e il Conte Cènci»; e nessun cortigiano mai trovò
blandizie più piacenti con la sua lingua dorata.--E così fosse! Ma i
posteri non sapranno neppure che tu sei vissuto. Tutto è vecchio,
consumato; tutto casca a pezzi quaggiù. I nostri terribili genitori ci
hanno divorato tutto; essi ci hanno diseredati persino della facoltà
d'infamarci.--O Tiberio, o Nerone, o Domiziano, voi ci avete tolto il
diritto di poterci chiamare scellerati.--Voi tuffaste la bocca nel
fiume della lussuria e della ferocia mentre a noi avanzano poche
stille per saziare la sete. Eppure io mi sentirei cuore e mente da
superarli; e se la fortuna mi avesse dato uno impero, o il soglio
pontificio, avrei così spigolato nel vostro campo, o Imperatori
augustissimi, da non invidiarvi la raccolta. L'arte può supplire, ed
anche superare la forza: vi sono diamanti i quali, sebbene piccoli,
vincono con la limpidità della loro acqua gemme di mole maggiore.
Peccato galoppa, galoppa; poca è la via che rimane... portami nello
inferno di carriera serrata...

Un bussare precipitoso alla porta segreta interruppe il corso delle
sue malvage riflessioni: credendo fosse Marzio venuto per qualche
subito caso, si accostò in fretta, ed aperse. Olimpio anelante, col
capo bendato di una tela sanguinosa proruppe dentro la stanza,
volgendo il capo indietro come uomo che sospetti essere inseguito, e
si gettò a sedere asciugandosi col braccio il sudore della fronte. Don
Francesco, comecchè peritissimo a dissimulare, male poteva nascondere
la sorpresa e il dispetto alla vista di costui; pure fingendo alla
meglio, che potè, lo andava interrogando:

--E qual diavolo ti sbalestra in questo arnese, e in questa ora
quaggiù? Tu sei ferito! Quale stroppio è egli accaduto?

--Traditi, don Francesco, traditi; ma giuro a Dio e agli apostoli
Pietro e Paolo, che prima di morire io vo scannare quel brutto Giuda
traditore, fosse anche mio padre.

--Traditi! E come può essere? Ma tu grondi sangue!

--Non vi badate; egli è un nonnulla, come sarebbe a dire una
sopraccarta di pistolettata... la palla mi ha fregato la testa, e
nulla più.

--Bene; dunque, Olimpio, accomodati a tuo grande agio, e narrami
distesamente quello che ti avvenne.

--Stanotte correva la impresa di sua Eccellenza il Duca di Altemps,
dalla quale mi sconsigliava una voce, che sentiva mormorare qui
dentro... e se non era cotesto Asino dannato io aveva deciso di
provare un po' se, adoperandovi i piedi e le mani, mi fosse riuscito
tornare uomo dabbene, o lì per lì; ma nel più bello la secchia è
ricascata nel pozzo. L'Asino sta fra me e il paradiso...

--Olimpio, tu hai sofferto nel capo; povero uomo! vaneggi.

--Per Dio! io non isvagello, don Francesco; dico la verità. Aveva
compita la impresa del falegname, ma con una apostilla che non ci
avevamo messa io nè voi; fu il diavolo in persona che fece bruciare
quel disgraziato falegname.

--Certo fu il diavolo, che mise di fuori alla porta una spranga
inchiodata per traverso.

--Cotesto feci io; ma vi giuro da bandito di onore, che non altro
volli, che impedirlo di saltare subito fuori di casa, e destare tutto
il vicinato per aiutarlo a spegnere le fiamme: io non credeva che i
vostri fuochi lavorati ardessero così terribili; nè poteva supporre
che il maestro perdesse il cervello, da aggirarsi per tutta la casa in
fiamme prima di affacciarsi alla finestra. Insomma, io non credei, oh!
non credei, che avesse ad uscirne tanto dolore.--Don Francesco, avete
sentito il fatto di donna Luisa vostra signora nuora? Quanto ci corre
tra noi e lei! Vero sangue latino!

--Anche questo conosco. Certo ella è valorosa femmina... ho io detto
valorosa? Sì, e non mi disdico: ogni creatura ha le sue virtù; e se io
non fossi Francesco Cènci, non vorrei essere altri che Luisa Cènci: in
casa mia le donne superano i maschi di assai. Se i miei figliuoli
avessero assomigliato a Olimpia, a Beatrice, o a Luisa; se il secolo
paludoso avesse dato luogo ad acquistare fama con qualche onesto
studio, con qualche atto o di mano o d'ingegno... forse allora... chi
sa?... mi avrebbe preso vaghezza di altra strada;... ma adesso... non
ci pensiamo più...

--A me parve, che mi si franasse il cuore; sentii cascarmi giù ogni
tristezza, e piansi, piansi come un fanciullo. Per la prima volta
pensai a mia madre quando mi nascondeva dietro la gonnella, e prendeva
per se le busse che volea darmi mio padre;--pensai alla mia povera
Clelia, quando mi aspettava alla fontana;--pensai all'oste di
Zagarolo, che ha il vino tanto fresco nella estate;--alla corda di
mastro Alessandro, tanto innamorata del mio collo... e veruno di
questi cari ricordi m'intenerì tanto, quanto la famosa donna Luisa
Cènci. Deliberai mutare vita, e doveva tagliare reciso; ma io volli
lasciarvi lo addentellato, e mi sconciai.--Aveva fatto tanto male nel
mondo, che pure bisognava attendere a ripararvi con qualche bene; ma
il male potei fare da me solo, il bene no. Pensai ad acquistare i
centocinquanta scudi del curato per farne dire tante messe per l'anima
del maestro e degli altri che ho morti, i quali spero in Dio che non
saranno per cagione mia in peggiore luogo che nel purgatorio, ed anche
per provvedere alla meglio alla povera vedova; nè levarglieli mi
pareva alla fin fine peccato perchè, a vostro dire, voi glieli avevate
donati per burla; e per la parte ch'egli poteva averci di suo, la è
cosa vecchia che lo accessorio seguita il principale. Mi travestii da
accattone, esaminai diligentemente i luoghi, e nottetempo quatto
quatto penetrai in casa, e m'impadronii del danaro. Nel ritirarmi
entrai dentro un armario; il curato si sveglia, mi scambia pel gatto,
e mi scaglia contro una scarpa, che parve una bombarda; ma non gli
successe di cogliermi. Avevo notato come il degno sacerdote possedesse
un Asino giovane e forte, e disegnai torglielo a imprestito per
fornire più comodamente il cammino. Andai per esso: lo sciolgo dalla
mangiatoia, gli metto la bardella, ed egli quieto; lo conduco allo
aperto, ed egli sempre agevole: quando però si accorse che io volevo
montargli sopra, prese a sparare calci da spezzare un monte di ferro.
Ah! vuoi battaglia? e battaglia avrai, io dico. Egli calci, e calci
io; egli morsi, ed io bastonate da levare il pelo: alla fine egli
chinò gli orecchi, e sospirando chiese capitolare. Perdono ai vinti,
purchè si lascino cavalcare. Io vi salii sopra, e ce ne partimmo
insieme da buoni amici, come se neppure avessimo avuto contesa fra
noi. Su lo albeggiare conobbi pendere dalla bardella le bolgette; e
dandomi molestia la moneta che portava addosso, vi riposi dentro gli
scudi del prete e i miei, che tra argento e oro formavano un valsente
di trecento ducati, e più. Cresciuto il giorno io m'inselvai,
disegnando rientrare in Roma su la bruna: dell'Asino pensava ormai
potermi fidare... ma sì, vatti a fidare dell'Asino!--Però lo lascio
andare a suo talento, poco curando ch'ei piegasse la testa a sterpare
qualche fronda, o pascere erba. Giungemmo ad un rio assai copioso di
acque a cagione di una serra da mandare il molino. L'Asino vi si tuffa
dentro: io ritiro le gambe per non bagnarle: ad un tratto la terra si
sprofonda sotto di me, l'Asino scomparisce, ed io mi ritrovo
nell'acqua fino alla cintura. Il caso improvviso, il diaccio che mi
corse per la persona, e più i pensieri che tenevanmi legata la mente,
mi resero incapace a prendere su quel subito un partito che mi
giovasse. Stendendomi sotto i piedi la bardella vi sbalzai sopra, e
quinci spiccai un salto, che mi fece toccare la sponda opposta.
L'Asino tristissimo, che si era lasciato andare a posta giù per
liberarsi da me appena si conobbe scarico, si levò, voltò le groppe, e
via come un cervo. Ahi! Asino giuntatore, Asino ladro!--Ripassai il
rio, gli corsi dietro; non ci fu verso raggiungerlo; e' pareva Baiardo
che fuggisse davanti Rinaldo[1]: saltava macchie, sbarattava fratte,
menava tronchi e sassi; sicchè tenni allora, ed anche adesso io credo,
gli fosse entrato il diavolo in corpo. Nella ventura notte,
immaginando che l'Asino fosse tornato alla sua stalla, mi provai a
penetrare di nuovo in casa al Curato; ma costui la faceva guardare da
cani e da villani. E ora?--pensava tra me,--invece di guadagnare ho
perduto, e non mi avanza più un baiocco per farne un bene, o un male:
ed ecco come io mi trovai, quasi con la mano alla gola, strascinato
nella impresa del Duca. Da una parte mi determinò il pensiero, che si
trattava di bazzecola... un ratto di donzella!--Signore! e' ci hanno
tanto gusto ad essere rapite! E poi coteste le sono faccende che si
aggiustano, e il Duca parendomi acceso molto, chi sa che non la
togliesse per sua legittima donna, e un giorno ella non me ne avesse
obbligo grande? Dall'altra parte, come beneficare senza danari? Dalla
impresa del Duca in fuori, non mi sovveniva sul momento altro partito
per procurarmene. Chi si è dannato per femmine, chi per terre, o
baronìe, chi per moneta: destino di Olimpio era, ch'ei si dannasse per
un Asino...

Il Conte guardava sovente fisso in volto colui, immaginando dalla
giocondità del racconto che Olimpio favellasse per burla; ma egli
mostrava le sembianze compunte così, che venne di leggieri nella
contraria sentenza. Olimpio pertanto continuò:

--E' non ci fu rimedio; mi presentai al Duca per concertare la
impresa. Aveva studiato l'ora, i luoghi e le abitudini di casa:
andammo quattro compagni; io cinque. Il Duca aspettava in istrada con
la carrozza. Entrai nel cortile, e dissi al portiere: «Compare, fammi
il servizio di chiamarmi su in casa la Crezia, e dille che venga
abbasso, che Gioacchino l'aspetta per farle una ambasciata da parte di
sua madre... e to' questo papetto per bere». Il portiere andò
difilato, e i compagni s'introdussero presto presto nel cortile,
ingegnandosi di nascondersi dietro le colonne del porticato. La
ragazza scese di volo, cantando come una rondinella: in meno che si
dice _ave Maria_ la incamuffammo, e mettemmo in carrozza al Duca, il
quale l'accolse a braccia aperte. Ordinai muovessero i cavalli, e noi
scortavamo dietro: procedevamo di passo per non destare sospetto, e
non incontriamo anima vivente. Ogni cosa va d'incanto, mi disse
sottovoce un compagno; a me, pratico di simili negozii, pareva troppo
bene, e non m'ingannava; perchè sul punto di sboccare dalla contrada
eccoci venire incontro la Corte rinforzata. Sbigottirono gli altri,
io--niente paura:--gira cocchiere, grido, e per questa volta corri
alla disperata. Dannazione! Un nugolo di sbirri ci piove addosso anche
da quest'altra parte. «Giovanotti, mastro Alessandro ha teso il
paretaio e se non volete essere arrostiti bisogna rompere le reti;
mano a' ferri». Detto fatto; e il Duca stesso scese di carrozza
traendo bravamente la spada. Non lo stimava da tanto... O andate, via,
a fidarvi delle acque quiete!--Ma gli sbirri non aspettarono che noi
ci accostassimo per fare loro i nostri convenevoli, e ci pagarono uno
acconto di archibugiate. Chi cadde, e chi rimase in piedi? Davvero io
non poteva pensare agli altri, ed il buio era fitto. La beghina,
trattasi il bavagliolo dalla bocca, si spenzolava fuori dello
sportello della carrozza strillando: misericordia! come se avessimo
voluto levarle la vita. La corte urlava anch'essa gridando: ammazza!
ammazza! ed io zitto rasentava il muro, e menava colpi che non davano
luogo neanche a un sospiro:--mi feci largo.... e via per quanto le
gambe mi aiutavano. Andava premendo appena dei piedi la terra, perchè,
come sapete, chi corre corre, ma chi fugge vola; e nonostante ciò due
sbirri, certamente lacchè smessi, mi stavano alla vita come levrieri:
l'ansare di costoro mi sollevava i capelli dietro le spalle, più volte
mi strisciarono con le mani le vesti. Svolto un canto, e sempre via;
ne svolto un altro, e un altro poi: incominciava a sentirmi il fiato
grosso; ma essi pure erano stanchi, e uno più dell'altro, perchè non
mi percuoteva uguale lo strepito delle loro pedate. Allora mi sovvenne
la storia di Orazio il prode paladino; e parendo a me, che mi avessero
accompagnato oltre il dovere, mi fermo, mi volto allo improvviso, e
dico addio a quello che mi stava più addosso con una pistolettata in
mezzo del petto. Costui girò tre o quattro volte come il cane che si
corre dietro alla coda, e poi dette del naso in terra. L'altro capì
subito che io intendeva prendere congedo da loro, ed a sua posta,
prima di allontanarsi, mi sparò un saluto di un'oncia di piombo, la
quale strisciandomi il capo mi ha toccato l'orecchio sinistro,--Non
per questo cessai di correre: dopo buon tratto mi fermai speculando
attorno per conoscere ove io mi fossi, e mi trovai per avventura
presso alle vostre case. Tornare sopra la strada percorsa era
perdermi, però che fino a questa parte mi venisse il rumore lontano
del brulichìo del popolo commosso, come fanno le acque del Tevere
nelle pigne di ponte Santo Angiolo. Decisi appigliarmi al partito, che
la fortuna mi aveva posto avvisatamente davanti: mi arrampico su pel
muro del giardino, e tentoni tentoni sono venuto fino a voi seguendo
la via per la quale mi condusse Marzio... Ora, don Francesco,
nascondetemi fino a domani notte perchè, con lo aiuto di Dio, conto
tornarmene alla macchia.

Il Cènci, che attentissimo lo aveva ascoltato, gli domandò allora:

--E tu sei propriamente sicuro, che nessuno ti abbia veduto entrare
qua dentro?

--Nessuno. Ma voi capite che la corte stando all'erta, su questi primi
bollori è bene scansarla;--e poi qui in Roma io respiro un'aria di
forca, che mi scortica la gola... davvero non mi si confà.

--E mi assicuri non averti conosciuto persona?

--Nessuno--nessuno. O non vedete, che io mi sono travestito da
gentiluomo?

Infatti Olimpio aveva mutato abbigliamento.

--Sta' di buono animo; se la cosa va come tu dici, poco male ci è
dentro.--Bisogna però provvedere con diligenza, perchè i servi non ti
hanno a vedere; io non mi fido affatto di loro; sempre stanno con
l'occhio aguzzo, e le orecchie tese: siamo circondati da spie: essi
amano il padrone come i lupi l'agnello, per divorargli la carne.

--Come, neppure di Marzio vi fidate voi?

--Prima di rompersi egli era sano--dice il proverbio.--Così, così; ma
io l'ho mandato in villa per faccende. Ti adatterai pertanto--(e vedi
che io lo faccio più per te, che per me)--a starti per questo po' di
tempo nascosto nei sotterranei del palazzo.

--Come sotterranei?

--Sotterranei, così per dire... Cantine, via; e tu ti troverai con
onorevole, e gradita compagnia--quella delle botti;--io ti autorizzo a
spillarle, e a bevere l'oblio dei mali finchè ti piaccia: a un patto
solo però, che dopo bevuto tu rimetta lo zipolo al posto.

--Quando non si può avere meglio, accetto la stanza per la compagnia.

--Tu non vi starai da principe, ma neppure da bandito; troverai
paglia in copia; in meno di un'ora ti porterò da mangiare, e lume, e
certo mio unguento, che ti torrà dalla ferita ogni dolore. Possa io
morire di mala morte, se in breve tu sentirai più nulla. Consolati,
non tutte le imprese riescono a salvamento; non la fortuna, ma la
costanza viene a capo di tutto. I Romani dopo la rotta di Canne
venderono il terreno occupato dal campo cartaginese, e alla fine
presero Cartagine.--Porgimi braccio... fa piano veh!--guarda non
farti male--andiamo adagio.

E al buio lo condusse per infiniti avvolgimenti nei sotterranei del
palazzo.

--Qui non mi trova neanche il demonio.

--Oh! per questo sta' securo, nessuno ti troverà!

--E poi nessuno sa, che io sto qua dentro.

--Nè mai lo saprà.

--A me basta, che la corte non lo sappia fino a domani l'altro; poi
non me ne importa nulla.

--Abbassa il capo, e avverti di non urtare nella soglia... qua... da
questa parte... entra..

--Entra!--disse Olimpio trattenendo il passo, mentre sentiva un'aria
fresca e umida ventargli in faccia,--e don Francesco ridendo forte gli
domandò:

--Sta a vedere, che tu hai paura!

--Io? No; ma penso che nei luoghi chiusi sappiamo sempre quando ci
entriamo, non mai quando ne usciremo.

--Come! Domani notte,--tu lo hai detto.

--E se voi non veniste più per me?

--E qual profitto avrei dalla tua morte? Dove troverei un altro
Olimpio per servirmi di coppa e di coltello?

--Ma se non veniste?

--Tu urleresti. Le cantine sono presso la strada, e i passeggieri ti
udrebbero.

--Bel guadagno! Dalla cantina Cènci sarei traslocato nelle carceri di
Corte Savella.

--Avverti, che io me ne andrei in castello per avere dato ricetto a un
patriarca come se' tu.

--In questo, che dite, trovo qualche cosa di vero: per ogni buon
riguardo lasciatemi la porta aperta.

Ed entrò; ma la porta girò sopra gli arpioni, e si chiuse a mandata.

--Don Francesco, come va che la porta si è chiusa?

--Vi ho inciampato non volendo.

--Portatemi presto il lume, e apritemi la porta.

--Ora vado per la chiave, e ritorno.

--E badate a non dimenticarvi del lume.

--Lume! Oh per lume non te ne mancherà, se non falla il detto: _et lux
perpetua luceat eis_;--cantarellava il Cènci in suono di _requiem_
allontanandosi con passi frettolosi.

--Pare impossibile!--aggiungeva poi tornato nella sua camera;--e
costoro si vantano di sottile ingegno! Qual volpe mai non pose
industria maggiore a fuggire la tagliola, di questo bandito?--Ora
aspettami, Olimpio; tu puoi aspettarmi un pezzo; perchè se non viene
voglia all'Angiolo di aprirti nel giorno del giudizio, io non verrò di
certo. Tu imiterai nella morte lo epicureo romano Pomponio Attico, lo
elegante amico di Cicerone. Pare che nel morire di fame si nasconda
una certa voluttà; imperciocchè costui, sentendosi sollevato dalla
dieta, volle continuare il digiuno fino alla morte; non gli parendo
bene, poichè tanto cammino aveva percorso per andarsene fuori di
questo mondo, rifare i passi per tornare indietro. Se non mi cascava
addosso così improvviso, io avrei messo Olimpio in parte da potere
osservare gli effetti di questa morte... Pazienza! Sarà per un'altra
volta, se Dio mi assiste. Ormai io mi getto in braccio alla fortuna,
perchè, considerata ogni cosa, meglio vale un grano di fortuna che uno
staio di senno. In guerra, in amore e in negozii, nelle arti stesse
governa assoluta la fortuna. Io aveva ordito una trama con filo di
senno, e la fortuna me la rompe come fa delle reti il pesce cane; poi
di sua propria mano lo riconduce in potestà mia, quasi dolce
rimprovero di avere diffidato di lei: e sì che doveva rammentarmi il
fatto di Arona quando il capitano Rense minò le mura, le quali per
virtù della fortuna andarono in aria, e poi tornarono ad assidersi
sopra gli antichi fondamenti come se mai fossero state smosse[2].
Sacrifichiamo pertanto un giovenco alla Fortuna, e una pecora alla
Sapienza.--Addio, Olimpio, buona notte. Il mio saluto non suona
strepitoso quanto quello del birro; il mio è più placido, ma più
sicuro. Dormi in pace, Olimpio; ancora io ho sonno: io ti auguro un
riposo uguale a quello dell'uomo innocente--uguale al mio.--»

Dei quattro masnadieri compagni di Olimpio tre rimasero morti sul
luogo; il quarto, malamente ferito, nel trasportarlo allo spedale
spirò per la strada. Il Duca anch'egli rilevò una palla nel braccio
diritto, ma sopravvisse. Dopo lunga procedura, dove confessò
pianamente ogni particolarità del fatto, tacendo quanto concerneva il
Conte Cènci, il Papa stette in dubbio se avesse a condannarlo nel
capo, o alle galere. Però le raccomandazioni, che il Duca aveva in
Corte potentissime, e soprattutto la moneta largamente spesa tra i
famigliari del palazzo, disposero il Pontefice a considerare la
gioventù del Duca, la sua vita fino a quel punto incolpevole, la causa
che lo spinse a mal fare prava sì non esecranda, e il non consumato
delitto; per cui ebbe commutata la pena. Quale siffatta commutazione
si fosse, io trovo, non senza sorpresa, nei _Consigli_ di Prospero
Farinaccio, che lo difese.--Fu inviato ad Avignone--governatore pel
Papa!

Siccome le cose strane difficilmente si acquistano fede dove non
vengano manifeste le cause che le rendono ordinarie, e naturali, così
i ricordi dei tempi raccontano come Papa Clemente fosse condotto ad
abbracciare simile partito dalla solenne avarizia che lo dominava,
imperciocchè non assegnò stipendio di sorta alcuna al Duca; anzi lo
aggravò di tante spese oltre a quella di sostenere la carica con la
splendidezza conveniente a gentiluomo romano, che tra per queste e tra
il danaro impiegato per liberarlo dalla condanna, la nobilissima casa
D'Altemps ne sentì scapito tale, che indi in poi non si è più mai
riavuta.


NOTE

  [1] Nel secolo XVI era fra il popolo più familiare l'Ariosto che il
    Tasso. Montaigne nel suo Viaggio in Italia racconta avere udito,
    passando per le strade maestre, i contadini nei campi, che
    cantavano l'Orlando Furioso. Il partito clericale adoperò il Tasso
    contro lo Ariosto come l'acqua benedetta contro il diavolo;
    s'ingegnò parimente contro il Dante, e per un tempo vi giunse;
    nebbia che copre la montagna per un giorno, e passa. Vedi _Lettere
    del Bettinelli, gesuita, contro Dante_.

  [2] _Mémoires de_ MARTIN DU BELLAY, _l. 2. f. 86. cit. da_
    MONTAIGNE.



CAPITOLO XIV.

MONSIGNORE GUIDO GUERRA.

                    ......... Quello amico
                    Non chiama. Invoca un Dio, che l'abbandona
                    E la condanna a disperarsi. È desta,
                    E delira.

                                       ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.


Pallida, pallida, bianco vestita con una lampada nelle mani, Beatrice
rassembra una vestale compagna di Eloisa, che muova per la notte sotto
le volte del Paracleto a piangere sul sepolcro dell'amica
defunta;--ella rade la terra con passi presti e fugaci come quelli
della felicità nelle dimore dei figliuoli di Adamo.

Depone la lampada sul pavimento, apre guardinga una porta, si guarda
sospettosa dintorno, e si slancia nel giardino.

Dove va a questa ora Beatrice Cènci, l'animosa fanciulla? Forse a
vagheggiare il volume dei cieli, dove Dio ha scritto la sua gloria in
caratteri di stelle?[1] Il cielo è ingombro di nuvoli neri, e l'aria
mormora inquieta agitata dallo incubo della tempesta.--Fors'ella
scende per non perdere alcuna delle meste note di cui l'usignòlo empie
i silenzii della notte? Ma i tuoni squarciano i fianchi dello
emisfero, e spaventano tutti gli animali che si stringono paurosi
nelle caverne, o si appiattano sotto le fronde della foresta. La
invoglia forse desìo del mormorare delle acque, che per la notte
sembra un pianto arcano sopra le miserie degli uomini,--ora soltanto
felici--ora perchè in balìa del sonno fratello della morte? Ma le
acque flagellate dalla sferza del vento si arricciano come le vipere
della testa di Medusa. Il riso della primavera, ch'è l'anima dei
fiori, andò a rallegrare quella parte di mondo dove lo invita la
gioventù dell'anno. L'autunno qui dona ai primi aliti gelati le sue
foglie inaridite e gialle,--simile al vecchio avaro il quale sul letto
di morte, tardamente liberale, spartisce il suo retaggio ai parenti
accorsi all'odore del sepolcro--belve affamate, che divorano
brontolando.

Ella viene, misera! in traccia di un astro, che la guidi per tenebre
più buie del cielo di questa notte infernale. Ella viene a cercare un
fiore caduto dai giardini celesti nell'anima umana--la speranza. Fiore
troppo spesso appassito nel calice, prima che dalle aperte foglie
mandi profumo:--fiore troppo spesso roso dal verme sopra lo stelo,
sicchè colto appena lascia cadere tutte le sue foglie ludibrio dei
venti, mostrando su la nuda corolla una goccia di rugiada
infeconda,--lacrima di amarezza pianta dal disinganno. E perchè
esiterò io a traccia di un fidato amatore.

E come, e quando ella sentiva amore? In qual modo l'amore potè mettere
radice in cotesta anima desolata?--Sopra una roccia di granito
incognita ad orma mortale, dove lo smergo si sofferma talvolta a
riposare le ali, lieta e gentile io vidi ondulare la viola alla brezza
del mattino. Chi portò lassù quel pugno di terra vegetale onde
ricavasse nutrimento il fiore pudico? La Provvidenza;--che non volle
creare deserto senza una fontana, alpe senza fiore, sventura senza
conforto di consolazione.

Ed il suo amore era degno di lei. Monsignore Guido Guerra, secondo che
ci vengono narrando le storie dei tempi, nato d'illustre lignaggio, fu
grande e bello e di gentile aspetto; e, come Beatrice, di bionda
chioma e di occhi azzurri. I costumi allora, io non saprei dire se più
sciolti o meno ipocriti dei nostri, non si adontavano grandemente di
prelati vaghi delle cose di arme, o di amore. Sovente i grandi
dignitarii della Chiesa spogliavano l'abito clericale; le case delle
amanti scalavano: cappa e spada vestivano; si trovavano nelle
battaglie ad armeggiare; davano, o ricevevano di buone stoccate. I
concilii non approvavano, anzi da tempo rimotissimo riprendevano
acremente coteste pratiche; ma il costume vinceva i concilii. Il
coadiutore dello Arcivescovo di Parigi de' Gondi, che fu poi cardinale
di Retz, travestito da cavaliere si condusse notte tempo a visitare
Anna di Austria reggente di Francia, e in pieno giorno comparve in
corte con la daga sotto il roccetto; pel quale successo cotesta arme
indi in poi acquistò il nome di _breviario_ di monsignor
coadiutore[2].

Però Beatrice, purissima donzella, avrebbe rifuggito da qualunque
amore il quale non fosse stato laudabile in tutto; e sappiamo come
cosa certa, che sebbene monsignore Guido Guerra usasse abito
prelatizio, non fosse però vincolato con la Chiesa mediante voti, ed
ordini sacri; sicchè spogliando la mantellina egli poteva condurre
sposa quando meglio gli fosse piaciuto: possedè copia non mediocre di
beni, e rimase unico figlio di madre vedova. Le storie ce lo dicono
ancora fornito di sottile intendimento; destro a qualsivoglia opera
avesse tolto ad imprendere, cultore delle buone discipline, e tanto
avventuroso, che non aveva mai meditato disegno, che non gli fosse
riuscito di portare a felice compimento. La fortuna parve volesse
riunire sopra di lui, in due tempi separati, tutto il bene e tutto il
male che per lei possa farsi, e ch'ella sperpera ordinariamente sopra
molti capi di uomini con infinite, e continue alternative. La signora
Lucrezia Petroni, consapevole di cotesto affetto, lo aveva favorito
con ogni studio per la pietà grande che sentiva verso la fanciulla, la
quale desiderava salvare dalle persecuzioni oscenamente feroci del
padre, e vederla felice.

Nei brevi intervalli che don Francesco si allontanava pei suoi negozii
da casa o da Roma, Guido, avvertito da messi fedeli, saliva tosto in
palazzo, e visitate le donne, come meglio poteva le consolava.
Quantunque avesse data, con giuramento, fede di sposo a Beatrice, pure
godendo la grazia del Papa, e conoscendolo d'indole severa, e
desideroso ch'ei non lasciasse lo stato ecclesiastico, dove gli
prometteva amplissime promozioni, andava così trattenendosi
accortamente di giorno in giorno, cercando il destro di scuoprire
l'animo suo al Pontefice senza inimicarselo, e riportare
l'approvazione di quello. Ma don Francesco dalle sue spie, fu
informato dei disegni di monsignore Guerra, o forse gli sospettò
soltanto; e questo gli bastò per ammonirlo, che cessasse da visitare
la sua famiglia e deponesse ogni pensiero su Beatrice, se gli era cara
la vita. Il nome del Conte Cènci dissuadeva i più audaci da accattare
briga con lui, e chiunque avesse avuto inimicizia con esso non si
sarebbe reputato sicuro neanche nel letto; ma è da credersi che
monsignore Guido avrebbe sfidato le sue minacce, se la fama della
fanciulla amata, che ad ogni caldo amatore deve tornare sopra tutte
cose carissima, non lo avesse trattenuto da muovere scandalo: però la
vedeva rado, ed alle accese voglie davano i male arrivati amanti
scarso refrigerio di lettere, che, come avverte il Pope,

    _Trasportano un sospir dall'Indo al polo_[3].

Chi, di voi che leggete, non ha, almeno una volta durante la sua vita,
ricevuto simili lettere? Vi ricordate come le toccaste tremanti, come
le spiegaste tremanti, e come impazienti d'indugio tentaste leggerle
allo incerto albore del crepuscolo, o al fievole raggio della luna
crescente? Vi rammentate come vi battessero le tempie, tintinnassero
le orecchie, e per gli occhi vi girassero globi di atomi infuocati? Vi
rammentate come con un baleno del guardo le percorrevate tutte, e poi
rileggendole a bello agio parola per parola, riscontravate in molto
tempo quello che avevate compreso in un attimo solo? Baciate e
ribaciate ce le riponevamo in seno, rimedio di zolfo allo ardore che
ci divorava; così lo incauto fanciullo Spartano, per nascondere la
volpe se la riponeva nel seno.

Era a questo termine ridotta la condizione degli amanti, quando certa
sera monsignore Guerra travestito passava sotto le finestre del
palazzo Cènci: egli procedeva a testa alta, cercando scuoprire nella
camera di Beatrice un lume, che gli sarà desiato più del faro al
nocchiero nella notte di procella. Mentre si accosta all'arco dei
Cènci, donde per mezzo della cordonata si arriva alla chiesa di san
Tommaso, ecco che sente investirsi di fianco da un uomo che corre.
Stette per rimanerne rovesciato; ma raffermatosi su le gambe afferrò
il sopraggiunto pel collo, minacciandolo con voce sdegnosa. L'altro,
appena parve riconoscerlo, disse:

--Zitto, per amore di Dio. Prendete questa lettera: vi viene da parte
di donna Beatrice;--e svincolandosi da lui fuggì via.

Guido, diventato incauto per soverchia passione, si guardò attorno per
iscorgere un lume, che in cotesta ansietà lo sovvenisse. In fondo
all'arco, al termine della cordonata, gli occorse una lampada che
ardeva davanti la immagine della Madonna. Senz'altro pensare colà si
avvia, apre il foglio, e appena conosce i caratteri dell'amata
donzella, tanto comparivano vergati con mano tremante. Lo scritto
breve supplicava: per quanto amore portava a Dio, in quella stessa
notte procurasse all'un'ora penetrare nel giardino, e l'attendesse nel
boschetto degli allori. Se voleva non saperla morta, non mancasse.

Guardingo ripose la lettera, e si allontanò. Recatosi a casa tolse la
spada, e una scala uncinata, e quando gli parve tempo opportuno uscì
solo: pervenne sotto al recinto del giardino dei Cènci, lo scavalcò,
ed attese celato nel luogo del convegno.

Di tratto in tratto Guido, tese le orecchie, credeva intendere
stormire le fronde del bosco; muoveva un passo fuori del nascondiglio,
girava gli occhi intorno, e non vedendo comparire persona si ritirava
con un sospiro. L'ora indicata passò. Oh Dio! La sciagura, accennata
misteriosamente nella lettera, sarebbe ormai senza rimedio accaduta?
Sentì mancarsi, e si appoggiò a un albero vacillando.

Ma una voce lo riscosse: «Guido!--Beatrice!» La donzella stringe
tremante la mano del suo amatore, che tremava come foglia sbattuta del
lauro a cui si appoggiava; di repente Beatrice, come percossa da cosa
che le mettesse incomportabile paura, dimentica del verginale ritegno
gli si avvinghia alla vita, e sì favella a modo di delirante:

--Guido, amor mio, salvami.--Guido, conducimi via--subito--senza
frapporre un minuto di tempo... qui il terreno mi brucia i piedi,...
l'aria che respiro è veleno... Guido... andiamo.

--Beatrice!...

--Non parole... partiamo, ti scongiuro, prima che cessi il battere di
occhio della occasione.--Se non mi vuoi sposa, non importa... mi
riporrai dentro un convento... qualunque... anche in quello delle
Clarisse, dove si mura la porta dietro alla votata;... ma salvami, ti
comando, da questo luogo maledetto...

--Oh Dio, diletta mia, che cosa è mai questo furore?--Le carni ti
scottano come per febbre.

--Qui... qui dentro ho la morte. Toglimi alla disperazione... alla
dannazione eterna... Che cosa ho io? Immagina delitti, che fanno
impallidire uomini di sangue... delitti, che drizzano i capelli sopra
la fronte ai parricidi... che stringono le ossa di ghiaccio,--che
fanno battere i denti come pel ribrezzo della quartana,--che
impediscono il varco alla voce, e impietrano le lacrime:--immagina
tutti i delitti, che la favola racconta della famiglia degli Atridi...
che fanno balzare l'Eterno sopra il suo trono immortale, e stendere le
mani al fulmine... che avvampano di vergogna le gote dello stesso
demonio... immagina... immagina ancora... tu non troverai le infamie,
che si tramano e si compiono in Roma--qui--dentro il palazzo dei Conti
Cènci.

--Tu mi empi di terrore... ma parla... ma dimmi...

--E potrei dirle io, e tu ascoltarle? Se io le palesassi, tu vedresti
il mio rossore rompere il buio della notte che ne circonda... io
morirei di vergogna ai tuoi piedi. Ti basti saperne questo, che io
vergine e gentil donzella romana... io dai cui labbri non uscì parola
che vereconda non fosse,--io che non concepii pensiero il quale non
potesse confidarsi all'Angiolo Custode... torrei vivere piuttosto la
vita infame della cortigiana, che rimanere più oltre un'ora, un minuto
dentro queste soglie, traboccanti della ira di Dio.--Misteri di orrore
che non devono rivelarsi, nè possono.--

--Ma dove potrai venire meco così? Come farai a salire, ingombra dalle
vesti? Aspetta a domani...

--Domani! Ahi sciagurato! forse è già tardi adesso.--Io non ti
lascio... a te mi attacco come tanaglia infuocata... Via... via...
corri, chè io ti tengo dietro.

--Sia dunque come vuoi; andiamo con lo aiuto di Dio...

--Insalutato il padrone di casa?--Questa non è cortesia... gridò una
voce beffarda, e al tempo stesso un gran colpo di scure venne
abbrivato contro la persona di Guido. Per buona ventura lui non colse,
chè lo avrebbe fesso pel mezzo; ma dette in pieno nel tronco dello
alloro presso il quale si trattenevano gli amanti, e lo recise non
altrimenti che un giunco si fosse; rovinò il legno, e cadendo
percosse, e disgiunse le mani per cui Guido e Beatrice stavano
uniti.--Infausto auspicio di amore sventurato!

Guido fieramente commosso, non atterrito, errava tentoni per l'aere
nero in traccia della mano di Beatrice, quando un fiero urto lo
sospinse per molti passi lontano, e ad un punto un uomo gli fu sopra
dicendogli con voce sommessa:

--Sconsigliato! fuggite, o siete morto. Io v'inseguirò per salvarvi--e
poi a voce alta--Ah! traditore, non iscamperai... a te... to'
quest'altra botta...

Per tutto il giardino confusi al fragore del vento si udivano gridi di
contumelia, e terribili minacce. La voce stridula del Conte Cènci,
come l'uccello di sinistro augurio, strillava continua:

--Carne!... carne!... scannatelo come un cane...

Guido correva stordito dal fiero caso: però, vergognando a un tratto
di avere lasciato sola Beatrice esposta alla rabbia del terribile
genitore, sebbene improvvido del come poterla aiutare, si ferma, volta
di repente la faccia, e mette mano alla spada; ma prima che l'avesse
potuta cavare lo raggiunge il persecutore, e gli dice:

--A che state? Per dio, perchè non fuggite?

--E la donzella?...

--Vi è chi veglia sopra di lei. Via--presto--voi non potete salvare
lei, e perdete voi.--E lo spinse contro la scala, che gli tenne ferma
onde fosse più destro a salire; poi menò un colpo così violento di
daga nel muro, che la lama si ruppe in minutissime schegge mandando
faville; aggiungendo urli, e sacramenti da far tremare le volte del
cielo.

Ranchettando smanioso sopraggiunge don Francesco, e domanda:

--Dov'è l'ammazzato? Lumi, qua, lumi--che io possa vedergli le
ferite;--lume, che io possa strappargli il cuore dal petto e
sbatterglielo nel viso: dov'è l'ammazzato?

--Egli è fuggito--rispose dolente Marzio.

--Come fuggito! Non è vero; egli ha da essere qui... egli deve essere
scannato. Fuggito! Ah! cani traditori... voi lo avete lasciato fuggire.
Di chi mai fidarci? La mano destra fa da Giuda alla sinistra... e di
te, Marzio,... di te da gran tempo sospetto... badati... chè i miei
sospetti si traducono in punte di ferro...--Appena questa parola era
volata, il Conte conobbe quanto incautamente l'avesse profferita; si
morse le labbra per castigarle di averla lasciata fuggire, e
ingegnandosi subito di ripararne gli effetti, con voce più mite
soggiunse:--Marzio, tu da un pezzo in qua mi riesci meno diligente a
servirmi: io non ti tengo:--quantunque se tu mi venissi a mancare mi
parrebbe far senza una mano, pure amo meglio perderti, che provarti
servo poco attento e poco fedele.

Parola detta, e sasso lanciato non tornano mai indietro. I rabeschi
sul fodero e le cisellature sopra la impugnatura non rendono meno
tagliente il filo del pugnale. La parola del Cènci si era immersa nel
cuore di Marzio come pietra nell'acqua; ma la superficie turbata
appena, ritornò piana, ed egli rispose in suono di lamento:

--Dite piuttosto, Eccellenza, che vi ha preso fastidio di me. Questa è
la sorte comune dei servi. Non vi è inchiostro che valga a scrivere
durevolmente nel cuore dei padroni la lunga, e fedele servitù. Per una
volta che la fortuna ti tradisca, ecco là la ingratitudine che con la
spugna cancella ogni cosa: pazienza!... domani mi torrò la vostra
livrea.

Corre un proverbio trito che dice, che in pellicceria non vi sono
altro che pelli di volpe, e dice bene; imperciocchè gli uomini
presuntuosi confidino troppo nello ingegno, nella forza, o nella
fortuna loro; onde avviene che spesso, quando meno e da cui meno se lo
aspettano, si lascino avviluppare. Cesare non dubitò di Bruto, e fu
spento. Enrico di Guisa credeva che Enrico Valesio non avrebbe ardito,
nonchè ammazzarlo, guardarlo, e lo ammazzò. Il Cènci ebbe fede avere
ingannato Marzio, e Marzio, come vedremo, ingannò lui.

--Marzio... che cosa sono le parole pronunziate nella ira? Vento che
passa. Io ti tengo pel più leale servitore che io mi abbia, e adesso
intendo provartelo.

Il Conte, accompagnato dai famigli che portavano torcie di bitume, si
dava a cercare Beatrice, e in breve, gli venne ritrovata; dacchè
percossa dall'accaduto si era rimasta immobile. Appena ei la vide
riarse in lui il bestiale furore; onde abbrancatala forte nelle
braccia, e squassandola rabbiosissimamente, incominciò a dirle con
amaro sarcasmo:

--E tu se' la pudica, cui le parole di amore e di voluttà suonano
incomprensibili come voci di lingua ignorata? E tu la casta, che
custodisci il giglio che deve accrescere le glorie del paradiso?
Svergognata!... ribalda!... tu accoglitrice di segreti amanti...
provocatrice tu d'infami piaceri... non cercata ricerchi.--Dimmi, chi
era costui col quale ti mescevi poco anzi in osceni abbracciamenti?

Beatrice lo guardava e taceva. Il vecchio, inviperito da cotesta
calma, ed era stupidità, replicava urlando:

--Dimmelo, se non vuoi che io ti scanni;--ma persistendo Beatrice nel
silenzio, colui preso da rabbia le caccia le mani entro i bei capelli,
e glieli straccia a ciocca a ciocca; nè qui restando, imperversava a
dirle vituperio quale mai non fu detto a rea femmina, e con isconce
percosse pestarla pel seno, pel collo e per la faccia. Oh! per pietà
volgiamo altrove lo sguardo; imperciocchè chi, senza fremito, potrebbe
vedere la fronte dilicata e le guance solcate da profonde graffiature,
e gli occhi divini gonfi di nere ecchimosi, e dal naso ammaccato
scendere su i cari labbri un rivo di sangue, e miste col sangue
insinuarlesi in bocca le lacrime? La rovesciò sul terreno, la
strascinò per le chiome, e di tratto in tratto si riposava da quello
strazio per cominciarne un altro--per conculcarla, ed essa sempre
tacque; solo una volta le uscì dal profondo del petto una parola, e fu
questa:

--È fatale!

--Sgombrate tutti di qua--ordinava il Conte ai famigli;--tu, Marzio,
rimanti... Senti! aveva divisato darti in custodia costei, in prova
della fede che in te ripongo... ma sarà meglio la guardi io stesso,
onde ella non ti affascini... Tu va su nel mio studio; nel banco,
nella prima cantera a mano destra, troverai un mazzo di chiavi;
prendile, e portamele... Affrettati... va... e non se' tornato ancora?

Marzio, costretto a rimanere spettatore dolente dello iniquo caso,
andò, e tornò in un baleno con le chiavi: egli rialza la donzella, e,
interponendosi fra lei e il padre, finge spingerla aspramente davanti
a se dentro i sotterranei.

Aveva Marzio lasciato di alcuno spazio lontano Francesco Cènci, quando
un doloroso guaìto gli giunse agli orecchi, che lamentava:

--Morire così... senza pane, e senza sacramenti. Ah Conte
traditore!...

Marzio conobbe come altri misteri di delitto rinchiudessero cotesti
sotterranei oltre quelli che contemplava, e drizzò il volto dalla
parte donde veniva la voce; ma Francesco Cènci sopraggiunge ansante in
quel momento, e lancia contro il servo temuto uno sguardo pieno di
bile e di sangue;--sprillo di veleno uguale a quello che getta il
rospo inacerbito.

--Hai tu inteso un lamento?--interrogò il Conte.

--Lamento!

--Sì, come di anima in pena...

--Mi è parso... cigolìo di vento, che fa molinello in questi
sotterranei...

--No... no... sono lamenti... perchè qui dentro tenne prigione il mio
avo un suo nemico, e ve lo fece morire di fame. Indi in poi è voce,
che nei sotterranei si veggano spettri; ed io ci credo...

--Domine aiutami! Io per me non entrerei qua dentro nè anche con
l'_Agnus Dei_ in tasca.

--E tu faresti bene. Apri quell'uscio, là... a destra... il terzo...
cotesto... va bene.

--Marzio lo aperse, e il Conte vi cacciò dentro Beatrice con una
impetuosissima spinta.

--Va' maledetta, tu proverai adesso di che sappia il pane della
penitenza, e l'acqua del dolore.

Beatrice spinta dall'urto precipitò sul pavimento; nè tanto potè la
misera aiutarsi con le braccia, che non desse con la bocca sopra un
sasso sporgente, facendosi nuova ferita su le labbra: vinta dallo
spasimo, svenne. Quando l'anima della desolata tornò agli uffici
consueti della vita si alzò da terra; si trovò sola, in mezzo alle
tenebre; onde sostenendo il corpo alla parete, meditò:

--Fatale! fatale! Dio mi ha abbandonata. Vivente alcuno non ardisce, o
può aitarmi;--alcuno. Il destino mi rovina addosso come la volta di
San Pietro. Oh! troppo vento adunato per rompere una canna; e poichè
tuoi sono, o Signore, i furori della tempesta, non mi condannerai se
al suo impeto io mi sono prostrata.--Guido... ahimè! anch'egli adesso
sarà morto di certo... adesso ragionerà di me con Virgilio... ed
entrambi mi aspettano. Deh! Guido, non m'incolpare della tua morte...
ora, che senza vergogna io posso parlarti,--io ti chiarirò quanto
immenso, quanto infinito fosse l'amore mio per te. Ma perchè, Dio ti
perdoni, Guido, hai voluto unire il tuo destino al mio? Non ti aveva
detto che i miei giorni scorrevano come acque di desolazione, le quali
ovunque si spandano portano la morte? Non te lo aveva detto?... puoi
negarlo? Oh! perchè io sono viva? E non posso morire? Dicono che noi
non ci possiamo distruggere! No? L'anima deve sentire, soffrire, e non
volere. Le generazioni umane hanno da essere onde, spinte dalla mano
del destino a cuoprire e a scuoprire le rive del mondo senza volerlo,
senza nè anche saperlo. Ed io sopporterei queste sorti, se non mi
conoscessi seme di sventura nato a crescere in messe di pianto a tutti
coloro che mi amano... Ecco, i miei anni si dilatano come i rami
dell'albero maligno, che uccide lo sciagurato il quale si riposa alla
sua ombra[4]. È carità sradicarmi pianta maledetta da questa terra,
spegnermi torcia accesa nello inferno, che si consuma consumando... di
cui ogni goccia infuocata suscita uno incendio? Ma l'anima!--E che?
Dio vorrà tenerla a bersaglio del suo furore in questa vita e
nell'altra? Dio, di misericordia per tutti, si ostinerà soltanto ad
essermi persecutore finchè dura la eternità? E quando dovessi soffrire
i tormenti dei dannati... supereranno forse quelli che io patisco in
questa vita? Nello inferno almeno non sarò avvilita... dannata, non
farò dannare altrui. Signore, io non ti accuso. Tu ponesti sopra le
spalle del tuo figliuolo una croce di legno, ed egli vi cadde sotto
tre volte; sopra le mie tu l'aggravasti di piombo... io non ho forza
per sopportarla, e la getto per terra.--Abbia chi vuole quest'anima
desolata... il patto della mia vita è troppo duro, ed io lo rompo.--

Così favellando, un desiderio inenarrabile di distruggersi le invase
la mente; deliberata, con la morte dipinta sopra la faccia, l'anima
traboccante di fredda disperazione si slancia di piena corsa contro il
muro, e vi percuote la testa... Ahimè!--vacilla, apre le braccia, e
cade irrigidita a piè della muraglia.


NOTE

  [1] _Il mondo è libro dove il senno eterno
      Scrisse i proprii concetti_....
                                Fra TOMMASO CAMPANELLA.

    Poesie scritte da lui durante la ventisettenne sua prigionia.

  [2] È cosa universalmente nota, come i chierici nei tempi feudali
    fossero guerrieri. Carlo Magno avendo osservato che un vescovo,
    novellamente eletto da lui, invece di farsi accostare il destriero
    al muricciòlo, vi saltò sopra di un lancio così abbrivato, che per
    poco non cadde dall'altra parte, lo ritenne per suo compagno di
    arme. Le orazioni dei vescovi per ordinario finivano così: «_fu
    buon chierico, e prode uomo di arme_». In Allemagna furono deposti
    parecchi vescovi perchè _poco valorosi_. Il Vescovo di Ratisbona,
    combattendo per lo imperatore Ludovico il Bavaro contro gli
    Ungheresi, n'ebbe mozzo uno orecchio. Alla battaglia di Hastings,
    dalla parte dei Normanni, il Vescovo di Bayeux, fratellastro di
    Guglielmo il bastardo, dopo avere celebrato la messa allo esercito
    montò sopra un gran corsiero di guerra, e si mise alla testa della
    sua banda: dalla parte dei Sassoni combatterono l'Abbate d'Hida
    con dodici monaci, e vi rimasero tutti morti. Riccardo
    Cuor-di-leone guerreggiando contro Filippo re di Francia fece
    prigioniero il Vescovo di Beauvais della casa di Dreux. Il Papa
    avendolo reclamato come suo _figliuolo_, ricevè un giorno per
    parte di Riccardo la corazza del vescovo intrisa di sangue, con le
    parole dei figli di Giacobbe al padre: «guarda se questa è la
    vesta del tuo figliuolo». Non si finirebbe più con simili esempii.
    Nei tempi prossimi alla nostra storia il terribile Cardinale di
    Richelieu, vestito da cavaliere, andava a visitare la cortigiana
    Marion Delorme, e conduceva in persona l'assedio della Roccella
    contro gli Ugonotti. Il suo successore Cardinale Mazzarino,
    travestito parimente da cavaliere, recavasi notte tempo nelle
    stanze di Anna di Austria madre del re. Del Cardinale di Retz non
    importa parlare, dacchè ci rimangono le sue memorie per informarci
    dei suoi detti, e gesti. In Italia, circa a questi tempi, ebbe
    qualche celebrità Napoleone Orsini abate di Farfa, condottiero di
    ventura, che, dopo avere militato pei Fiorentini contro il Papa,
    tornato in grazia di questo, fu contro Firenze per sottoporla al
    giogo dei Medici.

  [3] POPE, _Lettera di Eloisa ad Abelardo_--Il verso citato è tolto
    dalla versione italiana, fatta con assai bel garbo in terza rima
    dallo abate Conti.

  [4] L'_Upas_ di Giava, pianta che cresce nelle solitudini, e rara. I
    giavanesi n'estraggono il famoso _upas tiente_, col quale
    avvelenano di mortalissimo tossico le loro frecce. Le altre
    qualità attribuite a questo albero, come quella di far morire chi
    si addormenta alla sua ombra, alcuni naturalisti ritengono per
    favolose. Avvi un altro albero, che i francesi chiamano
    _Mancinelliero_, e noi _Mancinella_, a cui si attribuiscono le
    medesime qualità dell'_Upas_, credute dei pari esagerate. Eppure
    anche fra i nostri alberi se ne annoverano alcuni dei quali
    l'ombra è certamente funesta, come, per esempio, il noce.--DARWIN,
    _Amori delle Piante_.



CAPITOLO XV.

L'AMMAZZATA DI VITTANA.

                    «Vendetta ampia ed intera, che, simile al fuoco,
                      distrugga tutto come in quel giorno in cui il
                      mare morto agghiacciò le ceneri di due città».

                                            BYRON, _Marino Faliero_.


Sarebbe pure stata pietà accogliere cotesta anima dolente, la quale,
dopo il breve pellegrinaggio di sedici anni sopra la terra, non
trovava altro asilo fuorchè nella ombra della morte! A Dio piacque
altrimenti. Il volume delle chiome copiosissime ammortendo il colpo,
impedì che riuscisse mortale. Quante ore nel miserrìmo stato ella
durasse, male sapremmo dire: quando risensò si pose a stento a sedere
là dove era caduta appoggiando le spalle al muro, immemore del luogo e
del come vi fosse stata condotta. Con le mani si comprimeva dolcemente
il capo e la bocca che le dolevano forte, e non sapeva il perchè. Ode
profferire il suo nome; tende ansiosa le orecchie, e la chiamata si
rinnuova: allora ricordò il racconto di Virgilio, quando gli parve che
lo chiamasse sua madre; e la voce, che adesso ascoltava, aveva in se
un suono misto di quella del fratello, e della materna. Tenne che per
intercessione loro la misericordia divina l'avesse fatta salva dalla
eterna dannazione, e consolata in questa idea si levò in piedi
esultante; e, battendo palma a palma, con sentimento ineffabile di
gioia esclamò:

--Gran mercè, Madre mia; gran mercè, Virgilio, amor mio: comparitemi
davanti, via!... che io vi vegga!... Apritemi le braccia... io vi
terrò stretti con amplesso eterno. Guido mio perchè non è con voi?
Com'è morto giovane! Ma se viene qui con voi... con me, che sono sua
sposa, non gli dorrà essere morto; ed io adesso potrò baciarlo. È
vero, Madre, potrò baciarlo, anche al cospetto vostro, perchè è mio
sposo?

Ma la voce facendosi sempre più prossima insisteva:

--Signora Beatrice... su, scuotetevi... non vi perdete di animo... O
Signora Beatrice, coraggio, sono io... è Marzio che vi chiama.

--Marzio! Questo nel mondo di là era il nome di certo fante, che mi
voleva bene... egli fu, che voleva rompere il capo al Conte Cènci il
giorno del convito... era delitto... ma la pietà di me lo aveva
vinto:--preghiamo tutti Dio che lo perdoni; metta piuttosto il peccato
sul conto mio, e lo faccia scontare a me nel purgatorio.

--Oh fanciulla mia! io temo, sì, che Dio mi castighi, ma per non
averlo levato dal mondo.

--E adesso Marzio che fa? È morto egli pure? La fatalità, che usciva
da me, provò ancora egli come fosse contagiosa? Ha imparato, misero,
come ferisse mortale la jettatura dei miei occhi?

--Signora Beatrice non vaneggiate, per amore di Dio... tornate in voi
stessa... aiutatevi... venite qua... udite... lo scellerato vecchio...
il Conte Cènci, adesso dorme... volete voi che non si svegli più?

--Che parlate, Marzio? Io non ho compreso bene... qui nel capo ho come
una nebbia...

--Colui, che vi generò per tormentarvi--quegli, che si dice vostro
padre... quegli, che vivendo vi farà morire... volete voi che muoia...
stanotte... fra cinque minuti?--La sua vita sta nel taglio del mio
coltello.

--No, no--proruppe Beatrice, recuperando di subito la pienezza del suo
intelletto--Marzio... guardatevene, per lo amore di Dio... io vi
odierei... io vi accuserei. Viva, e si penta... egli si pentirà un
giorno--forse.

--Pentirsi! Si sono mai veduti lupi a confessione? Io ve l'ho detto;
egli vivrà, e voi morrete.

--Che importa? Non aveva forse io tentato morire? Quanto è grande
dolore tornare a vivere! Marzio... mio fedele,--io non ho più lena...
io vorrei dissetarmi nella morte. Hai tu mai sentito raccontare dei
nostri antichi, i quali si tenevano attorno qualche amico o servo
sviscerato, onde se la necessità imponesse uscire da questo mondo, con
pietosa ferita gli uccidessero? Marzio,--io non chiedo tanto da te...
portami solo un sugo di erba che abbia virtù di chiudere gli occhi ad
una pace, che non ho mai goduto in vita.

--No, per l'anima santa di Anna Riparella; se io basto, vivrete.
Sciagurata fanciulla! non vi lasciate cogliere dalla disperazione. In
breve tornerò da voi; adesso mi è forza andare dal vostro orribile
genitore... s'egli si svegliasse e noi sorprendesse, non vi sarebbe
più luogo a scampo.--E si allontanava piangente, tanta pietà lo vinse
vedendo il misero stato in cui si trovava ridotta Beatrice.--Tutto
assorto in cotesto pensiero stava per uscire dai sotterranei, quando
gli risovvenne del lamento udito nella notte decorsa; rifece
prestamente i passi, ma non udì più nulla: allora prese a percuotere
lieve lieve gli usci che gli si paravano davanti, ed ecco ad un tratto
ricominciare il pianto più doloroso che mai.

--Ahimè! Muoio di fame--muoio di sete; così non aveva da essere...
impiccato a suo tempo, andava bene; io ci aveva fatto il mio
assegnamento sopra... ma confessato, e comunicato;--col cappuccino
accanto... ogni cosa secondo le regole...

--Chi sei? Rispondi, e fa' presto...

--Eccellenza, oh! non lo sapete chi sono io? Apritemi, per carità, che
io mi sento voglia di mangiarmi le mani...

--Rispondi breve, ti dico, o che io ti lascio.

--Sono un uomo che ha conto aperto con la giustizia; ma in verità per
bazzecole... nel rimanente bandito onorato, e soprattutto fedele: mi
chiamo Olimpio. Qui mi ha chiuso il Conte Cènci; da due giorni, credo,
perchè qui non vedo quando sorge, nè quando tramonta il sole; promise
tornare, e lo aspetto ancora. Deh! se tu sei cristiano battezzato
dammi un po' d'acqua... un po' di pane... un po' di lume... in carità.

--Orribile! Far morire un cristiano di fame, e senza sacramenti!
L'anima di cotesto scellerato è come l'inferno, di cui non si trova
mai il fondo. Olimpio, per ora non posso aiutarti: abbi pazienza,
presto tornerò per te; adesso mi manca la chiave.

--E voi chi siete?

--Sono Marzio.

--Tu sei venuto a godere della mia agonìa?

--Io non ho mai tradito nessuno; sta' di buon animo...
  addio.

--Una volta fra noi non ci tradivamo. Aspetterò... spererò... soffrirò
in silenzio; ma deh! Marzio, torna presto se vuoi trovarmi vivo... ho
fame... ho freddo... la sete mi consuma.

Il sangue acceso dalla ira, e il moto violento avevano gonfiato al
Conte Cènci la gamba offesa per modo, che non poteva muoversi da
giacere. Aveva chiuso gli occhi a torbido sonno; quando si svegliò si
provava ad alzarsi, ma la doglia acerbissima non glielo concesse.
Digrignava i denti per rabbia, e fra le bestemmie esclamava: e' mi
bisognerà fidarmi di cotesto traditore! Allora chiamò Marzio, e questi
accorse pronto e taciturno.

--Marzio, vedi se di te mi fido; prendi la chiave del carcere di
Beatrice, e portale pane e acqua....

--Altro?

--No... Marzio; mettiti addosso qualche santa medaglia per cacciare
via gli spiriti, se mai ti apparissero. Dove qualche voce ti giungesse
all'orecchio, non la badare; coteste sono illusioni del demonio:
soprattutto scansa i sotterranei a mano manca ... lì moriva di fame il
nemico di mio nonno....

--Eccellenza, perchè non andiamo insieme?

--Non vedi, morte di Dio! che non posso muovermi?

--Se vostra figlia fosse ferita l'ho da medicare?

--No. Ma la credi ferita?

--Mi sembra, e la sua bellezza potrebbe rimanerne guasta.

--Io no voglio, per ora, che perda la sua bellezza; più tardi. Costà
nell'armario vi è balsamo e terra sigillata[1]; se farà bisogno la
medicherai.

Marzio s'impadronì destramente delle altre chiavi, chè quella del
carcere di Beatrice aveva sottratto mentre il Conte dormiva, e ritornò
nel sotterraneo.

--Signora Beatrice, tostochè la vide Marzio disse amaramente, ecco i
doni che vi manda vostro padre; e levata la lanterna contemplò quella
angelica sembianza insanguinata. Compresse un ruggito di sdegno, e
quanto seppe meglio amorevole soggiunse:--venite qua--permettete che
vi lavi il volto ... vi faccio male?--Intanto le andava astergendo le
ferite, le medicava con la terra sigillata, e gliele fasciava. Ahi!
Dio, di tratto in tratto ripeteva, vedi tu queste empietà? E se le
vedi, come puoi patirle?

Compita l'opera, Marzio riprese a dire:

--Fanciulla mia, eccovi i doni che vi manda colui, che chiamate vostro
padre--pane ed acqua; io, contro il suo espresso divieto, vi ho
aggiunto altri cibi; ma io davvero non so confortarvi a prolungare una
vita, che supera ogni più crudele supplizio;--e quello che
maggiormente mi trapassa il cuore è, che da ora in poi io non potrò
giovarvi più in nulla, perchè--e qui la voce gli diventava fioca--oggi
ho deliberato lasciare casa vostra.

--Beatrice declinò il capo come persona tanto sazia di affanno, che
ormai, se sente, non sa più lagnarsi dello strale di nuovi dolori.

--Guido è morto, e tu mi abbandoni?

--E chi vi ha detto, che monsignor Guido sia morto?

--Vivrebbe forse?

--Vive, e sano e salvo.

Beatrice piegò la faccia sopra la spalla di Marzio; ve la tenne
lungamente, poi sommessa gli disse:

--Guido vive, e tu mi abbandoni?

--Ma siete voi che abbandonate voi stessa. Sentite; io voglio
confessarvi cosa, che non paleserei a mio padre se tornasse di là dai
morti. Io sono entrato in casa Cènci per adempire un voto; e sapete
voi qual voto? Quello di ammazzare il Conte Cènci. Le scelleraggini
quotidiane di cotesto maledetto mi hanno sempre più confermato nel mio
proponimento; perchè levandolo dal mondo, oltre a satisfare la mia
vendetta, mi parrà acquistarne merito presso gli uomini e presso Dio.
Ma poichè questo caso vi addolora, io nol commetterò sotto i vostri
occhi: di più non posso fare per voi... non vi affaticate a parlare...
nessuno potrebbe dissuadermi--nessuno; ciò che deve compirsi si
compirà: di ferro ha ucciso, di ferro ha da morire... sono parole di
Cristo.

--E come potè recarvi offesa il Conte? Quando veniste ad accomodarvi
in casa, sua, io penso che voi gli eravate sconosciuto del tutto.

--Ma io conoscevo lui. Se mi avesse oltraggiato, se ferito, io avrei
saputo perdonargli. Certo, gran peccatore sono; ma pure una volta ebbi
cuore di cristiano. Egli mi ha ucciso l'anima, e mi ha lasciato la
vita: ora io sono morto a tutto, tranne ad una cosa sola, e questa io
vi ho detto. Sentite, veh! se io conosceva Francesco Cènci prima di
entrare in casa sua; ciò non varrà a dimostrarvelo più iniquo, perchè
in lui delitto più, delitto meno non conta; ma tratterrà forse su le
vostre labbra le imprecazioni contro il suo uccisore. Io poco so di
lettere; vi racconto così come mi porge il cuore, e voi potete credere
a tutto come se fosse evangelo. Nacqui in Tagliacozzo; mio padre morì
quando io era fanciullo, e mi lasciò selve ed armenti: mia madre cadde
inferma, sicchè poco potè guardarmi. Crebbi; presto mi si misero
attorno tristi compagni; mi avviluppai per ogni maniera di vizii come
dentro un mantello; in breve, tra per danari rubatimi al giuoco, tra
per le ingorde usure io venni al verde di ogni mia sostanza: con
l'ultimo bicchiere di vino bevuto in casa mia gli amici bevvero
l'oblio di me; sparirono col fumo dell'ultima vivanda; ma allo sparire
di costoro comparvero altre genti, e furono i creditori; mi
spogliarono di tutto, mi cacciarono di casa ... spietati! di pieno
giorno ebbi a caricarmi la mia povera madre sopra le spalle per
trasportarla all'ospedale; i fanciulli maligni mi beffarono per la
via; qualcheduno tirò sassi contro di me, e la inferma.... Iniqua
stirpe è l'uomo!--Nè qui l'agonìa finisce: prima di arrivare
all'ospedale mi circondano gli sbirri, mi tolgono dalle braccia la
madre, la depongono in mezzo della strada, e me traggono in prigione.
I creditori, non sazii di ogni mia sostanza, volevano anche bevermi il
sangue:--udiva un singhiozzare soffocato... ed era mia madre che
piangeva: mi voltai per consolarla, ma non la potei vedere perchè i
miei occhi erano pieni di lacrime di sangue. Tentai parlare...
neppure... sta bene.--

Marzio tacque alquanto; poi, asciugatosi il sudore dalla fronte,
riprese:

--Ruppi la prigione, presi la macchia, mi vendicai di tutti. Al
fanciullo, che gittò sassi contro mia madre, ruppi il cranio sopra una
pietra; sta bene. Indi in poi segnai il calendario con la punta del
mio coltello--ogni giorno fu un rigo di sangue: mi ardeva la pelle; il
sangue ubbriaca peggio del vino. Dio giudicherà se io avrei potuto
resistere al demonio, che prese possesso dell'anima mia; io non
addurrò scusa; se merito pietà voglia perdonarmi, se no mi condanni;
ma di quello che ho fatto, e dell'altro che intendo fare, io non so
pentirmi... il compito che la vendetta ha posto in mano della morte
non è ancora terminato; al mio rosario manca un paternostro--una testa
di morto--quella del padre vostro. Nel regno faceva mal'aria per me;
venni su quel della Chiesa, ed entrai nella compagnia di Marco
Sciarra.

Quanto commisi da bandito non importa che voi sappiate; così non lo
sapesse la Giustizia eterna! Un giorno di sabato, al tramontare del
sole, seduto sopra una selce fuori le ultime piante della macchia,
teneva le gomita appoggiate su l'archibugio, l'archibugio traverso
alle ginocchia, e la faccia appuntellata ai pugni. Aspettava i
compagni presso la quercia della Rocca Odorisi per fare le nostre
preghiere della sera davanti alla immagine della Madonna attaccata
alla querce, e metterci d'accordo su le faccende del domani. L'aria
pareva una bocca di forno; il sole, che tramontava, aveva sembianza di
un cuore insanguinato dentro un catino di sangue; i capelli lunghi mi
si erano rovesciati su gli occhi; e, visti così traverso i raggi
vermigli, apparivano anch'essi pieni di sangue come per certa
infermità, della quale ho udito ragionare un compagno che ha dimorato
un tempo nelle parti della Polonia[2]: me li tirai dietro le orecchie;
invano. Tutte le cose mi si mostravano vermiglie: il cielo, i campi e
gli animali; i tronchi degli alberi erano colore di rame, e le foglie,
lucide di un verde smeraldo, riflettevano pure raggi di sangue: ebbi
orrore di me! Fosse una itterizia di sangue!--Ho paura, mormorai;
perchè sono solo? Oh avessi qui la compagnia di una creatura vivente
per liberarmi dai miei terrori! In questo momento volgo attorno i
torbidi sguardi, e vedo apparirmi davanti una sembianza angelica,
signora Beatrice, proprio una Madonna staccata dal quadro, e venuta a
rallegrare la terra... e poi... sentite... e non vi offendete, veh!
meno ch'ella era un po' riarsa dal sole, e della persona di voi più
poderosa assai... vi rassomigliava affatto: portava una mezzina sul
capo, e veniva a prendere acqua dalla prossima sorgente. Io, senza
pensarlo, mi rinvenni su le labbra il _salus infirmorum_ delle
litanie. Costei vedendomi vestito da masnadiero, ed armato, non
soprastette, nè fece atto alcuno di viltà; e invero, di che cosa
doveva ella temere? Contro la rapina la difendeva la povertà, contro
la violenza la difendeva un cuore di Lucrezia, e lo stile attraversato
alle trecce dei capelli: proseguì il cammino, e quando mi passò
davanti, con voce di foglie novelle ventilate dai primi fiati di
primavera, mi disse: la Beata Vergine vi consoli!--Non levai la
faccia, non risposi; solo voltai gli occhi, e le tenni dietro finchè
potei scorgerla. Allora, pensando al modo e al punto in cui mi era
comparsa davanti, esclamai: il Signore ha pietà di te!--Ma poi,
leggendo la storia dei misfatti commessi nel cielo e nella terra, che
continuavano a parermi tinti di sangue, irridendo me stesso, aggiunsi:
sì, certo, Cristo ha altro a fare, che prendersi cura di me.--E qui
ecco la medesima voce, come lo arbusto messo dalla Provvidenza sul
ciglio di una balza per salvare chi precipita, scendermi improvvisa
sul cuore, ripetendo: la Vergine vi consoli!--Era la fanciulla che,
attinta l'acqua, tornava a casa pel medesimo cammino. La sera
successiva tornai alla Querce della Vergine, e la fanciulla venne
consolandomi col solito saluto, e l'altra, e l'altra poi. Che vi dirò
io più? Durare un giorno intero senza cibo sapeva, senza vederla
no.--Passò un buon mese senza che nè la fanciulla nè io, per tempo
ventoso o per pioggia, ci rimanessimo da convenire tutte le sere alla
Querce della Madonna; e per tutto questo spazio di tempo ella a me non
disse altro, che: la Vergine vi consoli! ed io a lei: Dio vi rimeriti,
Annetta!--Ella aveva nome Annetta Riparella, ed era del paese di
Vittana, figliuola di un pastore del contado. Certa sera, senza
muovermi dalla selce dove stava seduto, con voce umile la chiamai:
«Annetta, mettete giù la mezzina, se vi piace--e venite a sedervi
presso a me, se non vi rincresce». Depose subito la mezzina, mi guardò
fisso negli occhi, e con le sue pupille condusse le mie alla santa
Immagine della Querce. Io intesi ch'ella con quel muto linguaggio
volle significare: mi metto sotto la protezione della Madonna.--Allora
io mi levai, la presi per mano, e, condottala davanti alla Immagine
devota, le favellai così: «Annetta, dove andiamo noi?--Egli è vero,
che camminiamo da un pezzo senza sapere dove dobbiamo riuscire?--La
casa di mio padre abita gente straniera; su i campi, che furono miei,
altri semina, ed altri miete. Di bene io nulla posso offerirti, e
nulla ti offro. All'opposto, ascoltami attentamente perchè io non ti
voglio ingannare: sopra la mia testa fu messa la taglia;--tutta
l'acqua che hai attinto alla fontana non basterebbe a lavarmi le
mani... non me le guardare, tu non vi puoi scorgere nulla; il sangue
di cui vanno contaminate non possono vedere che i miei occhi, e quelli
di Dio. Unendo la tua vita alla mia ti aspettano giorni di pericolo,
notti di paura, tempi di patimento, e vita di vergogna. Ai figli, se
mai ce ne desse la disgrazia, sai tu qual retaggio potrei lasciare io?
Una camicia insanguinata. A te qual vedovile? Il nome di moglie dello
impiccato.--Se do ascolto al mio cuore, vorrei che tu mi scegliessi
per marito; se al mio giudizio, amerei che tu mi rifiutassi; però nè
ti prego, nè ti sconsiglio: ho gittato i dadi, e accetto il tiro che
mi manderà il destino: aprimi dunque schiettamente il tuo cuore, e non
temere di recarmi offesa,--perchè, per questa Santa Vergine che ci
ascolta, se desideri rimanere libera, io ti giuro che da questa sera
innanzi tu non vedrai più la mia faccia.--«Marzio, rispose risoluta la
fanciulla, conosco i vostri misfatti, e voi; e che da gran tempo io
avessi scelto, pensava che i miei occhi ve lo avessero appreso: meglio
con Marzio il dolore, che con altro allegrezza. Che cosa importa a me,
che abbiano posto la taglia sopra la vostra testa? Se la giustizia vi
cerca, noi ci nasconderemo insieme; se ci trova insieme, ci
difenderemo; se ci prende, moriremo insieme. Ma non è di questa
giustizia che il mio cuore si affanna; vi ha una giustizia, che non
cercando trova; un occhio, che non chiude mai le palpebre sul peccato;
e questa giustizia io vorrei che voi placaste, Marzio; quello che non
può fare tutta l'acqua del fiume lo fa una lacrima sola,--la lacrima
della penitenza». Così favellava Annetta semplice fanciulla, che ogni
sua educazione aveva ricavata dallo amore che portava ardentissimo
alla Madre di Dio. Mi sentii come rompere una ghiaia in mezzo del
petto, e sommesso ripresi: «Annetta, io mi ti lego per fede di
abbandonare i compagni quanto prima mi venga fatto, perchè lasciandoli
allo improvviso sospetterebbero di tradimento, e al sospetto terrebbe
dietro la morte mia;--molti essi sono, e potenti. Frattanto io giuro
astenermi da ogni opera malvagia, e giuro ancora condurti per mia
legittima sposa, e amarti sempre. E così dicendo mi trassi dal dito
uno anello, che fu della madre mia; e accostatolo al volto della
Immagine santa come per consacrarlo, lo posi nel suo soggiungendo: tu
sei mia sposa.--«Io non possiedo anella, favellò Annetta; ma taglia
una ciocca dei miei capelli, e conservala per promessa di unirmi in
santo matrimonio con te». Trassi il coltello, ed ella piegò il collo;
così feci, ma la mano mi tremò, e i capelli caddero, e il vento gli
sparpagliò sopra la terra. Malaugurio era quello. Ella levò il capo, e
sorridendo disse: «e tu tagliane un'altra, che importa? Tanto, se la
ventura sarà buona ne ringrazierò Dio; se avversa, mi piacerà
ugualmente; non ti ho detto che sono parata a tutto?»

Pochi giorni dopo, mediante spie fidatissime, pervenne notizia al
signor Marco, come dal regno e dallo stato della Chiesa ci muovessero
incontro grosse bande di armati per toglierci in mezzo, e prenderci a
man salva. Il signor Marco, che quantunque dalla sorte maligna fosse
ridotto alla condizione di capo-bandito, pure possedeva copiosamente
le qualità che convengono a esperto uomo di guerra, mi spedì senza
indugio negli Abruzzi a tenere di occhio la corte di Napoli, per
sorprenderla in qualche imboscata. M'istruiva a parte a parte dei
luoghi, e del modo da praticarsi; e mercè la virtù dell'ottimo
capitano così riusciva fortunata la impresa, che non uno,--non uno
sbirro rimase vivo per riportare a casa la nuova della sconfitta. Dopo
dieci giorni di lontananza io ritorno: con qual palpito io mi
avvicinassi alla Querce della Vergine lascio considerarlo a voi, che
intendete a prova gli affanni dello amore.--A piè della querce trovai
Annetta,--la trovai--ma ammazzata.

Aveva stracciati i capelli, le membra lacere, e le vesti; nel viso io
le vidi le orme di piedi che l'avevano calpestata; un coltello fitto
nel seno le trapassava il corpo fino dietro le spalle, e la punta per
bene quattro dita stava conficcata nella terra....

Comprai un panno scarlatto; feci lavorare una bara di legno dorato; ve
la riposi dentro con le mie mani, copersi coi fiori le lividure, e le
ferite ... come era mai bella anche morta!--e accompagnato dai popoli
del contado, in mezzo al pianto universale, io stesso dava sepoltura
al cuor mio: nel calarla giù nella fossa mi mancò il lume dagli occhi,
e vi caddi sopra. Quando rinvenni mi trovai seduto in terra; la fossa
era riempita, il prete mi sorreggeva piangendo, e alcune donne pietose
mi consolarono piangendo. Mi alzai, e me ne andai senza profferire
parola.

Ricercando seppi come da alcuni giorni il conte Francesco Cènci fosse
venuto ad abitare la Rocca Petrella, che tra noi si chiama ancora
Rocca Ribalda; le tracce di costui erano di sangue. Una voce nel cuore
mi disse: egli è l'omicida. Presi a investigare più sottilmente il
caso, e per relazione di un garzoncello pastore conobbi, che tutte le
sere Annetta andava alla Querce della Vergine, e genuflessa si
tratteneva lunga ora a pregare davanti la Immagine. Certa sera il
garzone vide passare a cavallo un uomo, che alle vesti ed al
portamento gli parve un barone. Costui fermò il cavallo, e stette a
considerare la fanciulla finchè essa non ebbe terminata la preghiera:
allora andatole incontro, parve che s'ingegnasse di entrare in
colloquio con lei; ma essa lo aveva salutato, e tirato innanzi pel suo
cammino. La sera successiva il garzone, stando nel medesimo luogo a
pascere pecore, vide sbucare dal macchione due bravi, che sorpresa la
giovane le bendarono gli occhi e la bocca, e lei, invano dibattentesi,
strascinarono via. Il pastore aveva taciuto per paura, adesso parlava
per guadagno; sicchè con diligenza ne cavai fuori informazioni precise
su le vesti, e su le fattezze dei ribaldi. Presi a tenere di occhio
alla ròcca; nella notte mi aggirava intorno alle sue mura come un
lupo, nel giorno mi appiattava dietro le siepi, o su pei rami degli
alberi. La ròcca stava chiusa come la cassa dello avaro. Ma un giorno
si aperse, e ne uscì fuori un uomo, che ai panni riconobbi per uno dei
bravi veduti dal pastore: procedeva cauto, e portava, come diciamo
noi, la barba sopra la spalla; ma io gli piombai addosso a guisa di
falco: egli era atterrato, sotto i miei ginocchi, ed io gli teneva le
mani alla strozza, prima che avesse avuto tempo di sapere che cosa
fosse.--Ti salverò la vita, gridai, se mi confessi come uccidesti la
fanciulla della Querce. Livido dalla paura, egli mi narrò che il suo
padrone Conte Cènci vista la fanciulla, e trovatala bella, concepì
desiderio di averla alle sue voglie; però che a lui e ad un altro
servo ordinava rapirla, e portarla nella ròcca, reputandola facile
acquisto; ma vedendo che con la fanciulla tornavano corte le lusinghe,
e le minacce non riuscivano meglio, e parendo al Conte di fare anche
troppo onore a cotesta villana, era ricorso alle violenze, alle quali
la fanciulla aveva risposto menando valorosamente le mani. Onde il
Conte l'aveva presa pel collo, ed essa lui, e caduti per terra vi si
erano rotolati dandosi a vicenda morsi e percosse. Alla fine la
giovane, come più svelta, per la prima si levava in piedi, ed aveva
dato di un calcio nel viso al Conte, dicendo: «Togli, vecchio ribaldo:
se avessi avuto il mio stile, a quest'ora ti avrei scannato;--ma ti
sta meglio un calcio;--fra giorni ha da tornare mio marito, e, per la
Vergine benedetta, non avrò pace finchè non mi porti le tue orecchie
in regalo». Don Francesco si levò a sua posta senza profferire parola;
e prima che la disgraziata avesse potuto schermirsi l'arrivò con sì
terribile coltellata, che la passò fuor fuori dalle spalle, ed ella
cadde senza potere pur dire: Gesù, e Maria! Un singulto, e basta. Poi
la pestò, in vendetta del calcio ignominioso, come si pesta l'uva.
Venuta la notte ci comandò portassimo il cadavere a piè della Querce
della Vergine, e noi lo portammo, perchè chi mangia il pane altrui ha
da obbedire. Il Conte ci tenne dietro con la lanterna; e quando avemmo
depositato supino il cadavere sopra la terra egli cavò il coltello, lo
rimise dentro alla ferita, e pigiando forte ne conficcò la punta nelle
zolle. «Quando verrà tuo marito, esclamò il Conte, tu gli racconterai
ancora questo». Udendo ciò m'invase il furore, nemico sempre al buon
fine dei concepiti disegni, e gridai al vassallo: «va dunque, avverti
il tuo padrone che il marito di Annetta Riparella è ritornato, e che
stanotte lo visiterà in casa sua com'è dovere». E non mancai alla
promessa, perchè, sovvenuto dai più arrisicati fra i miei compagni,
assaltai la ròcca, saccheggiai ed arsi il palazzo. Bruciai il covo, ma
la volpe si era salvata. Il Conte non avendo forza da resistere, partì
subito a precipizio; e tanta fu la fretta di cansarsi di là, che
penetrato nella sua stanza io rinvenni sul tavolino una lettera a
mezzo scritta[3]. Se mai un giorno andrete alla ròcca, voi potrete
vedere i segni della mia vendetta impressi col fuoco sopra le
muraglie. Che cosa mi avanzava nel mondo, e che cosa mi avanza adesso?
Vendicarmi, e morire. Però avendo contato discretamente tutto il mio
caso al signor Marco, egli lodommi molto nel partito preso, mi
confortò a perseverarvi, e mi fece offerte da fratello; poi, comecchè
malvolentieri, richiedendola io, mi dava licenza. Rasi i capelli e la
barba, mutate le vesti mi ridussi a Roma, giurando per l'anima della
defunta di temperare con la prudenza ogni intempestivo furore.

Mentre io stavo mulinando la maniera di entrare come famiglio in casa
vostra, ecco la fortuna che volle favorirmi con istrano accidente.
Andando per piazza di Spagna sento dietro di me un rovinìo, uno
schiamazzo di voci, che gridavano: «alla vita, bada alla vita!»--Mi
volto, e vedo una carrozza trasportata a furia da cavalli che avevano
preso il morso co' denti. Il cocchiere, balestrato giù dal sedile,
aveva percosso il capo sopra un piuolo, e giaceva col cranio aperto da
un lato della strada; chi fuggiva, chi si affacciava alle finestre,
chi su lo sporto delle botteghe, senza dare aiuto e senza neppure
pensare a darlo; stupidi e spietati, per vedere soltanto come si
sarebbero rotto il collo bestie e cristiani, e poi cavarne i numeri
per giuocarseli al lotto[4]... Umana razza! Io mi gittai al morso di
un cavallo; e quantunque per buono spazio seco mi strascinasse a
furia, pure giunsi a fermarlo. Allora mise fuori dello sportello la
faccia tranquilla e mansueta un barone di età matura, il quale, dopo
avere commendato molto il mio coraggio, mi pregò a volermi presentare
in giornata al palazzo del Conte Cènci.

Così è; io, nè più nè meno, mi era trovato a salvare la vita, senza
saperlo, al mio atroce nemico. Non me ne dolsi, anzi me ne compiacqui;
perchè se fosse morto in altro modo, che di ferro, e per le mie mani,
mi sarebbe parsa vendetta rubata.

Il Conte mi accolse co' modi che si confanno a gentiluomo; prese
contezza di me, e sentendo come io stessi ozioso per Roma, egli
medesimo mi propose accomodarmi in casa sua.--Era quello che con tanto
studio io cercava: certo il pellegrino non bacia tanto devotamente la
Madonna della santa casa di Loreto, come io toccai le soglie di questo
palazzo, col proponimento di circondare il Cènci di solitudine e di
desolazione.--Diseredato di qualunque affetto, superstite ai cari
figli, che io disegnava uccidergli con varia morte, orfano del cuore
come aveva fatto me... quando la vita gli fosse riuscita di supplizio,
la morte sollievo, conservarlo finchè i suoi polsi avessero sentito
spasimo di agonìa; quando poi l'anima stupidendosi si fosse adattata
alla sventura... allora precipitarla per via di sangue nel sepolcro
sanguinoso dei suoi.

Un mostrarmi pronto ad eseguire ogni comando, un consigliare astuto,
un proporre immaginosi trovati mi acquistarono mano a mano la sua
confidenza, per quanto può fidarsi costui, che sempre, e di tutti e di
se stesso diffida. Ora immaginate voi quale sorpresa fosse la mia,
quando conobbi nessuno maggior piacere avrei potuto recargli come
ammazzargli i figliuoli! Il suo odio snaturato vinse il mio; e dove
pure io avessi continuato a portarvi rancore perchè generati dal suo
sangue, o come avrei potuto tormentarvi più atrocemente di quello che
si facesse vostro padre? Alla ira subentrò una pietà profonda per
tutti, ed in ispecie per voi, signora Beatrice;... perchè per voi,
povera fanciulla, ho concepito una tenerezza... uno amore sviscerato,
che mi rammenta la buona anima della defunta, e mio malgrado mi sforza
a lacrimare...

E, vinto dalla passione, Marzio fece atto di piegare le ginocchia
davanti a Beatrice; se non che questa con mano pronta lo trattenne,
dicendogli:

--Su, Marzio, levatevi; la polvere non ha da prostrarsi al cospetto
della polvere, e noi tutti siamo polvere;--e poi soggiunse: Marzio, io
vi raccomando di avvertire a quello che vi esce dai labbri;--ma con
suono così dolcemente supplichevole, che Marzio non ne rimase per
nulla mortificato.

--Gentil donzella, perchè volete impedirmi di genuflettermi davanti a
voi? Le cose sacre si adorano in ginocchio, e voi pur troppo consacrò
lo infortunio;--certo veruna creatura al mondo si rassomigliò, quanto
voi, alla Madonna del Pianto. Non dubitate, no; voi da me non udirete
parola di cui possano offendersi le vostre orecchie castissime:--voleva
dire, che padre non possa favellare alla propria figliuola; ma lo
esempio del Cènci mi ha trattenuto sopra i labbri il paragone. E perchè
non dovrò amarvi io, se tanto mi rammentate la mia povera defunta? Ma
la mia donna è morta, e il mio amore di amante fu sepolto con lei. Lo
affetto che io sento per voi non è di devoto, di padre, e di fratello;
e pure partecipa di tutti questi affetti insieme. Io so che voi siete
amante riamata di monsignore Guido Guerra, e tengo in altissimo conto
questo gentiluomo, come quello che ha collocato lo amore suo in così
degna donzella. Più che non pensate, Marzio ha favorito i vostri
legittimi amori. Incauti! Quante volte vi avrebbe sorpreso il vecchio
maligno se io non era! Ultimamente, per la subitaneità del caso, se non
potei prevenire monsignore Guido, io lo costrinsi alla fuga perchè ei
repugnava abbandonarvi, e gli salvai la vita. Io gli mostrai che sè
perdeva, e a voi non poteva dare soccorso: e gli promisi ancora di
prendermi cura di voi, e manterrei la promessa, se voi non mi
attraversaste; però ho statuito partirmi da casa vostra:--vi entrai per
condurre a compimento la mia vendetta, ed ora mi è forza allontanarmi
se intendo mandarla ad effetto. Da un lato, voi non volete che vi
liberi dal perdutissimo vecchio; e quantunque io non possa renunziarvi
la mia vendetta, pure, per rincrescervi meno, non voglio ammazzarlo
sotto i vostri occhi; dall'altro considero che questa morte avvenendo
qui in casa, il sospetto si aggraverebbe sopra voi innocenti; onde il
meglio è che io mi allontani, perchè rimanendo non avvantaggio voi, e
nuoccio a me. Signora Beatrice, se io vi supplicassi a conservare
memoria di un uomo che non ebbe per voi altri sentimenti che di
benevolenza e di ossequio; se vi pregassi a non odiarmi affatto, sarei
forse troppo presuntuoso?

--Io ricorderò che volete uccidermi il padre:--quando sarete lontano
penserò che mi potevate difendere, e che mi avete abbandonata.--Deh!
lasciate vivere il Conte; i suoi anni sono molti... non lo mandate al
giudizio di Dio; aspettate ch'ei ce lo chiami.

--La vostra voce è potente, ma non vince quella che mi rugge in petto.
Impossibile! E non vedete espresso qui dentro il giudizio di Dio,
poichè il mio proponimento soddisfacendo alla vendetta della donna,
che amai tanto, porta salute a voi, sventurata donzella?...

--Il dito di Dio, Marzio, non iscrive i suoi consigli col sangue...

--Come no? L'Angiolo sterminatore lesse in Egitto la sentenza di Dio
impressa su gli stipiti delle porte con nota di sangue: così almeno ho
udito sovente predicare ai nostri sacerdoti. Voi vi dimenticate,
Signora, che qui in Roma Iddio ebbe per suo vicario Sisto V; nè quello
che regna, Clemente VIII, immaginate già ch'ei si abbia migliori
viscere di lui.

--Io non so di sacerdoti; io so di Cristo, che riprova la legge di
pagare dente per dente, e occhio per occhio, e vuole che amiamo quelli
che ci fanno del male. Marzio, lasciate a Dio i suoi giudizii; quello
che in Dio è giustizia, in voi sarà delitto.

--Ma come lasciarlo vivere?--esclamò Marzio percuotendosi la fronte,
quasi si risovvenisse di cosa dimenticata;--ma non sapete ch'egli
respira di strage? Vedete; se io rimanessi qui,--uno sciagurato
avrebbe a morire di fame.

--Come di fame?

--Ahi, me meschino! Ragionando con voi si dimenticherebbe il
paradiso... Povero Olimpio!... mentre io mi trattengo, tu conti i
minuti con gli spasimi delle tue viscere affamate.

E così favellando prese in fretta la lanterna, il mazzo delle chiavi e
il paniere deposto sul pavimento, e con veloci passi si avviò
dall'altra parte del sotterraneo.

Beatrice, traendo a fatica la persona inferma, gli tenne dietro,
curiosa di chiarire il truce mistero che si adombrava nelle parole di
Marzio.


NOTE

  [1] Presso la città di Mirina, nella isola di Lenno, sorge il colle
    dove gli antichi immaginarono cadesse Vulcano: il colle era sacro
    a Nettuno, e nei tempi vetustissimi vi s'inalzava una cappella
    consacrata a Filottete. Ogni anno vi saliva un sacerdote, il
    quale, fattivi i debiti sagrifici spargendo grano ed orzo,
    raccoglieva certa quantità di terra fulva, o giallo accesa; e
    postala sul carro la portava dal tempio giù alla pianura, e quivi
    col sigillo della dea Diana la suggellava. Questa era la terra
    _lemnia, sacra, e sigillata_, alla quale gli antichi attribuivano
    la virtù di saldare le ferite, arrestare i flussi sanguigni,
    preservare dai veleni, farli vomitare, guarire morsi di animali
    velenosi ec. Questa terra ai nostri giorni eziandio con
    gelosissima cura è conservata, e si sigilla col sigillo del
    Gran-Turco; poca ne portano in cristianità, dove s'incontra di
    rado. Galeno ne fa menzione nel libro IX, ove tratta delle facoltà
    dei semplici.--THOMASO PORCACCHI, _Libro della descrizione delle
    Isole più famose del mondo, p. 140. Venetia, 1590_.

  [2] _Plica polonica_; malattia del bulbo dei capelli e dei peli. In
    questa malattia si osserva uno intrecciamento disordinato, una
    conglomerazione ed ingrossamento dei capelli o dei peli,
    accompagnati da nutrizione e sensibilità siffatte, che nel
    tagliarli grondano sangue con inestimabile dolore. Chiamasi plica
    a cagione dello intrecciamento, e _polonica_ però che sia
    infermità quasi endemica della Polonia.--ALIBERT, _Malattie della
    pelle, t. I_.

  [3] Quando Napoleone, abbandonata l'Elba, giunse inaspettato e
    repentino a Parigi, il 20 marzo 1815, egli rinvenne lo studio del
    Re nel medesimo stato nel quale per la subitanea fuga lo aveva
    lasciato. Occorrevano su le tavole lettere incominciate e non
    finite, e talune di queste in contumelia di Napoleone medesimo.
    Questi, distolto da cure maggiori, fece metterle da parte, nè
    trovò tempo di occuparsene: per la qual cosa volle fortuna, che
    quando Luigi XVIII fece nuovamente ritorno alle Tuglierie
    ritrovasse tutto quanto gli apparteneva senza alterazione, o
    diminuzione di sorte alcuna.--LAS CASAS, _Memoriale di Santa
    Elena, Cap. II. p. 167_.

  [4] Il giuoco del lotto, nei tempi del nostro racconto, era stato
    funestamente inventato da Cristofano Taverna. La prima volta che
    se ne fa menzione è nel 9 gennaio 1448. Si proponevano alla
    vincita sette borse, dette della fortuna, e forse furono otto,
    donde il nome di giuoco dell'otto. In Genova fu instituito nel
    1530. Clemente XI lo proibì. Innocenzo XIII aumentò 20 per cento
    su l'ambo, e 80 per cento sul terno. In Francia questo giuoco
    datava dal 1776: fu abolito nel 1793: riattivato nel 1797, venne
    soppresso nel 1836. In trentotto anni rese al Governo due
    miliardi! Adesso in Toscana crebbero il prezzo della giuocata, e
    diminuirono il premio della vincita.



CAPITOLO XVI

IL MEMORIALE.

            «Per il che non potendo durare in così infelice
            vita prese la strada della sorella Olimpia, e
            mandò al Papa un buono e ben composto memoriale;
            ma o che quello fosse dato, o no, la
            sua ragionevole inchiesta non ebbe effetto, nè
            si è trovato in segreteria dei memoriali quando
            ne faceva bisogno mentr'era in prigione...»
                                 _Manoscritto del tempo_.

            Il vento ne portava le parole.
                                  PETRARCA, _Sonetti_


Beatrice tenne dietro a Marzio, il quale arrivato alla prigione di
Olimpio lo chiamò a nome: non si sentendo rispondere, con molta
ansietà gridava:

--Olimpio! Olimpio!

Una voce fioca rispose:

--Vattene via, malvagio traditore... liberami dalle tue tentazioni...
mi acconcerò come potrò con Dio, per morire in pace...

Marzio schiuse la porta; e a tale debolezza era arrivato il masnadiere
pel digiuno e per le tenebre, che il poco di lume della lanterna valse
a ferirgli dolorosamente gli occhi, e a farlo traballare. Marzio lo
sostenne, e lo indusse a bere alcun sorso di liquore cordiale, che
aveva portato seco lui. Dopo brevi momenti di conforto riarse in
Olimpio la rabbia della fame e della sete; come fiera si slanciò sul
paniere, nè Marzio avrebbe potuto impedirlo s'egli non era ridotto in
cotesto stato di debolezza. Marzio lo ammonì che se non faceva senno,
scampato dal morire di fame lo avrebbe ucciso il cibo.

Beatrice attonita considerava il masnadiero, orribile a vedersi;
imperciocchè i suoi lunghi capelli ingrommati gli pendessero giù dalle
tempie come mignatte ripiene di sangue; il colore della faccia di
bronzato era divenuto cenerino; le labbra nere; gli occhi verdi, e
lucenti come vetro.

Riavutosi con discreta quantità di cibo e di bevanda, Olimpio così
prese a favellare in mezzo al singhiozzo che lo assalse:

--Rinnegato! Cane di traditore! Marrano! Morire di fame, eh?
Confessare senza corda non è di regola... il morto disseppellito
ammazza il vivo: non m'importa... io voglio dire... bisogna che io mi
sfoghi... Iniquo vecchio, tu volevi farmi tacere... lo capisco... ho
ammazzato cinque per conto tuo--quattro di coltello, e l'ultimo, il
falegname, bruciato... povero giovane!... bruciato come una talpa
intrisa di acqua di ragia... Ah! ah! _Requiem aeternam dona ei,
Domine_. E la sua moglie Angiolina?--Angiolo vero di nome e di fatto.
Donna Luisa!--Santa Vergine, esaltatela voi!--Guarda te, se io sto
propriamente giù in fondo del male!... ebbene; donna Luisa sta anche
più su, in cima del bene.--Le fiamme della casa del falegname, il
furto del curato, il ratto della Lucrezia--tutto commesso, tutto
ordinato da lui;--io prestai la mano, egli la diresse:--infame mano!
io ti taglierei, se non fosse la bocca che vuol mangiare. O bestie del
campo, voi trovate da pascervi, noi no; quanti delitti per pane! La
volpe aveva teso la tagliòla al lupo per mandarlo a dare dei calci al
rovaio:--ora lo vedo espresso... tradimento di tradimento... partita
doppia... bravo, per dio!--Ferito, inseguito dai mastini della corte,
riparo qua dentro... allora il Conte disse: quest'uomo vuole essere
nascosto; mettiamolo tre braccia sotto terra... meglio di così non può
stare: ma bravo! E poi il Conte ha detto ancora: quest'uomo è cercato
dalla giustizia; se fosse messo al martoro potrebbe pregiudicarsi con
le sue confessioni; quando è morto, la corda non lo farà più
parlare.--Marzio, da bere.--Non è egli uomo serviziato il Conte
Cènci?--Per la Vergine sì.--Don Francesco, se questa è la ospitalità
che riservate agli amici, e ai servitori vostri... in fè di Dio non vi
scemeranno le entrate... no... da bere.

--Olimpio non affaticarti, taci; nudrisciti a bello agio...
riposati... rifa' le forze... fra poche ore io verrò a levarti.

--Mai no, che non mi rinchiuderai più;--adesso ho fame e sete di aria:
mi pare avere sul petto la cattedrale di San Pietro. San Pietro! Ho io
rammentato San Pietro? Ebbene; io non mi fido neanche di lui che tiene
sempre le chiavi in mano, perchè anch'egli patisce del mestiere, e le
mette più in opera per chiudere che per aprire.

--Olimpio quietati; ormai tu vedi che fin qui non ti ho tradito.

--Il minuto che passa è forse mallevadore del minuto che entra? Una
volta tra dodici apostoli appena si trovava un Giuda; adesso tra
dodici uomini undici, sono traditori, e il dodicesimo un po'
tarlato.--Se ho da morire... lasciami bere un altro bicchiere di vino,
e andiamo; ma come devono morire gli eroi, e i banditi romani... a
cielo aperto...

--Ribaldo! Ti pare che questa bottega porti insegna di
traditore?--disse Marzio scuoprendosi con la destra la fronte;--ho
promesso salvarti, e ti salverò: non vedi che tu barcolli come ebbro,
e le tue ginocchia si urtano insieme? Il vino ti ha dato alla
testa.--Adesso ci scuoprirebbero, e ammazzerebbero tutti e due.

--Ma colei, ch'è teco, che femmina è?--Non è la sua figlia?--O come ci
entra teco?--proseguiva Olimpio fregandosi gli occhi.

--Veramente ella è la signora Beatrice; ma va sicuro che non venne qui
per nuocerti.

--Poichè non posso rimediarla meglio mi fiderò... brutta parola è
cotesta!--Marzio, siccome io ho veduto che tra gentiluomini e gente
altra cotale, che va per la maggiore, si fa conto dei giuramenti e
delle promesse quanto dei grilli dell'anno passato, così mi presumo
che fra noi la faccenda sarà diversa perchè fra me, e te,--mi pare che
ci corra quanto fra te, e me--misura giusta; e noi siamo villani.
Marzio, io vorrei legarti con la promessa di un premio; ma la mia
anima si trova ormai ipotecata al diavolo, e pel corpo tu avresti lite
con mastro Alessandro. Se tu avessi qualche nemico, che patisse del
male di angina...--e con la destra si toccò la gola.

Marzio alzò le spalle, quasi volesse dire: cotesto so molto ben fare
da me. Allora Beatrice si attentò di favellare:

--Marzio vi salverà, non ne dubitate; ed io, in mercede, vi domando
cosa che mi potrete donare molto agevolmente, e nella quale il
guadagno sarà tutto per parte vostra. Voi mi avete a promettere, che
uscendo da questo pericolo muterete vita.

--Oh Signore! che si può mutar vita come si muta la camicia? Io non ho
imparato altro che maneggiare il ferro, e il ferro è fatto per
ferire...

--Il ferro è fatto non per ferire il cuore dei fratelli, donde viene
la morte; ma sì per lavorare la terra, ch'è sorgente di vita. Muta il
tuo ferro in vanga, e la misericordia di Dio si distenderà fino a
te...

Questa risposta Beatrice dava al bandito pacatamente, senza petulanza,
e con voce soave per modo, che Olimpio, il quale per costume era
solito piegarsi agli avvertimenti altrui a un di presso come un
campanile al vento di primavera, sentì un non so che nello stomaco,
che non capiva bene se dovesse attribuire alle parole udite, o al
digiuno sofferto. Ci pensò sopra un pezzo, e non gli riuscendo bene a
sciogliere il nodo, gli parve attenersi al più certo; onde concluse la
sua meditazione dicendo: sarà il digiuno!

Tornando al carcere di Beatrice Marzio favellava:

--Vostro padre è una miniera di delitti; più se ne scava, e più se ne
trova. Io, che pure non mi spavento per poco, quando mi affaccio a
quel pozzo disperato rabbrividisco, e non comprendo più nulla. Voi
dunque non volete consentire alla morte di lui; meglio così:
conservatevi rosa bianca, e pura, quantunque, a parer mio, ove si
tinga in vermiglio per sangue scellerato non perda pregio davanti agli
uomini, nè davanti a Dio. State lieta però; i giorni della vostra
schiavitù saranno meno lunghi di quello che voi poteste temere.

--Dio disperda lo augurio perchè so a qual patto sia la mia libertà;
e, Marzio, se voi mi amaste davvero, come dite, se le mie angosce vi
avessero toccato il cuore, ah! voi non persistereste a rendermi la
femmina più desolata del mondo macchinando togliermi il padre...

--Dite un carnefice...

--Mio padre... però che da lui ebbi la vita, e per lui senta, e per
lui spiri...

--Vi diè la vita per contaminarvela, o per togliervela.

--E sia così; ma se egli dimentica le parti di padre, dovrò io obliare
quelle di figlia?

--No; dunque ognuno la sua parte: a me spetta quella di
vendicatore.--Cessate... vi ripeto, Signora... voi vi affaticate
invano; voi potreste trasportare più prestamente con le vostre mani
gli obelischi di Papa Sisto fuori di Roma, che rimuovere me dal mio
proponimento.

--Di voi non sono signora, di me sì.

--Nè io ve lo contrasto...

--Guardate, chè io mi dispongo ad avvertire il Conte ond'egli stia su
lo avvisato.

--Avvertitelo. Non sarò io la volpe, che insidia la gallina:--prima di
rovinargli addosso io ruggirò, perchè senta che il leone si accosta.

--Ma s'egli uccidesse voi?

--Ho sentito raccontare che, anticamente, nei giudizii di Dio era
tratta una bara sola; uno dei due combattenti la doveva empire. Se la
Provvidenza giudica delle cose umane, vi pare che debba essere io
quegli che la riempirà?--Poche più ore mi avanzano a starmi qui in
casa vostra:--avete nulla a raccomandarmi, signora Beatrice? Io per me
niente sono; una moneta di rame; pure, se data di buon cuore al
poverello, frutta una di quelle preghiere che fanno proprio diritta la
via del paradiso.

--E notate ancora, che io vi attraverserò con ogni mia possa.

--Voi?

--Anche la formica salvò il colombo pungendo il piede allo
arciere.--Ed ora che vi ho detto tutto questo, non vi sentite sdegnato
meco, Marzio?

--Niente affatto. Non ve lo espressi pur dianzi? Ogni uomo è forza che
fili la stoppa che gli pose in mano il destino. Forse, chi sa? Dove io
vi avessi trovato diversa da quello che siete, vi avrei tenuta di
maggior senno, ma vi avrei amata meno.

--Ebbene, Marzio, per favore estremo io vi chiedo lasciarmi per breve
ora la lanterna, e recarmi quanto abbisogna per iscrivere.--Io non
voglio omettere di tentare argomento alcuno di salute piuttosto per
non avermi a rimproverare di negligenza, che per isperanza che io ne
abbia: distenderò un memoriale a Sua Santità, supplicandola per le
viscere di Gesù Cristo che provveda a me come fece a Olimpia. Questo
parmi il partito migliore. La fuga con Guido, che immaginai esaltata
dalla passione, io riprovo adesso: conosco che desterebbe scandalo; il
torto sarebbe mio, e il mondo, ignaro delle cause che mi mossero,
confonderebbe la mia deliberazione col volgare amore d'invereconda
fanciulla, che sottomette la ragione al talento. Inoltre per cagione
mia andrebbe guasto ogni disegno di Guido: sembra che a lui prema
tenersi il Papa bene edificato, e tanto basta per amante discreta onde
abbia a rispettare la volontà sua. Ogni via ultima di salute sta in
questo, che Guido si adoperi a fare pervenire prestamente il memoriale
al Pontefice, e ne ottenga risoluzione sollecita. Voi poi, per
accendere Guido a non indugiare, gli confiderete quello, che io
morirei di vergogna a palesare, non che ad altrui, a mia madre.--No...
no... sciagurata! non gli dite nulla... promettetemi, Marzio, che non
gli direte nulla.

--Farò come volete. Signora Beatrice, date ascolto: per me oggimai
nulla temo perchè disposto a uscirmene infra brevi ore di qui, e
perchè vostro padre non è tanto astuto che io non lo sopravanzi. Egli
mi sospetta, ed i suoi sospetti si convertono in punte di ferro: egli
lo ha palesato. La confidenza mostratami stamani è finta per
ingannarmi: ad ogni modo non temo. Voi debole, inerme, inoffensiva,
dovete troppo più paventare di me: io voglio farvi un dono, che ad
ogni estremità possa giovarvi; egli vale quanto noi vogliamo che
valga... Eccovi un coltello...

--Grazie; quando non mi rimanga altro scampo, con questo sarà più
certa la morte.... e meno dolorosa...

--Or ora io vi porterò da scrivere; voi mettetevi subito alla opera.
Io simulerò di nettare le mie pistole nel giardino: dove mai vedessi
don Francesco piegare verso il sotterraneo per sorprendervi, io
sparerò la pistola, come se avesse preso fuoco a caso: voi, avvertita
dal colpo, spegnerete la lanterna, e nasconderete ogni oggetto, prima
che il vecchio arrivi...

--Così farò. Addio...

Quando Marzio tornò in camera di Francesco Cènci lo rinvenne sempre
giacente in letto, e, secondo ch'ei dava ad intendere, afflitto da
dolori atrocissimi. Non senza maraviglia Marzio vide di qua e di là
del capezzale due frati domenicani, che dal viso poco angelico, e meno
serafico pareva ch'eglino pure andassero persuasi di non possedere
grande aria di santità, imperciocchè tenessero i cappucci tirati giù
sopra gli occhi. Il Conte ordinò a Marzio posasse le chiavi, e si
ritirasse. Partito ch'ei fu, il Conte, ridendo, disse loro:

--Reverendi Padri, lo avete notato bene? Domani egli partirà per Rocca
Petrella; le vostre paternità lo aspetteranno nel luogo che
reputeranno più adattato, e voi me lo manderete allo inferno, o in
paradiso (che in quanto a questo poco m'importa) con due palle
traverso il corpo... avvertite, che quattro non guastano nulla: poi
gli celebrerete due messe in suffragio dell'anima. Intanto prendete la
elemosina;--e porgeva loro un gruppo di moneta.

--Eccellenza dormite fra due guanciali, che noi vi serviremo da pari
vostro;--rispose uno dei frati.

--Anime elette! Anzi, per non dar luogo a svarioni, osservate questo
mantello scarlatto; voi lo vedrete o addosso al vostro uomo, o davanti
alla sella del suo cavallo.

--Oh! non fa al caso perchè io l'ho in pratica.

--Davvero? E come?

--Eccellenza ve lo dirò un'altra volta, perchè stando qui in Roma mi
sembra camminare sopra la zolfatara... mi si bruciano le scarpe.

                                ------

--Marzio, accompagnate coteste Reverenze. Padri, io mi raccomando alle
vostre orazioni.

--La pace sia con voi.

--Amen.

Marzio accompagnò cotesti frati di cui lo strano aspetto era tale, da
fare rabbrividire Cristo comunque crocifisso: tentò ficcare gli occhi
sotto al costoro cappuccio, ma non gli venne fatto di bene ravvisarli:
mentre stavano per uscire, uno di loro, voltandosi per salutare col
solito ritornello _la pace sia con voi_, lasciò cadere un largo
coltello; il quale raccolto prestamente da Marzio, fu con gesto umile
presentato al frate dabbene.

--Reverendo Padre, vedete che vi è caduta la corona.

--Figlio mio, il Signore non vieta difendere la nostra vita dalle
aggressioni degli scellerati; anche i santi lo hanno fatto.

--Sicuro!... Perchè per diventare santi non importa mica essere anche
martiri. All'opposto, Padre, invece di scandalizzarmi, voi mi avete
edificato per modo, che io supplico devotamente la vostra Reverenza a
volere ascoltare la confessione di certo peccato, che mi pesa su
l'anima.

--In questo luogo? Adesso?

--Ogni momento non è buono per salvare un cristiano? Forse Gesù
rispondeva a coloro, che si voltavano a lui, venite domani? Padre, non
mi rimandate sconsolato; vedrete, ella è cosa di pochi minuti; entrate
in questa stanza terrena, e tutto andrà d'incanto.

E così dicendo lo prese a forza per le braccia per menarlo seco. Il
frate non oppose resistenza, e, avvertito il compagno di attenderlo
alquanto, entrò con Marzio nella stanza terrena.

--O Grimo, e' ti ho riconosciuto, sai...--disse Marzio levando
risoluto il cappuccio al frate.

--Ed io te, Marzio... come ti sei avvilito! Chi ti avrebbe creduto
capace di ridurti a fare lo staffiere...

--E tu frate?--Quali negozii ti chiamano qui dentro?

--Te lo dirò; ma tu, come servitore in casa Cènci?

--Per ammazzare il Conte assassino di Annetta Riparella, la fanciulla
di Vittana.

--Ed io per ammazzare domani un certo Marzio, il quale penso che deva
essere un po' tuo parente.

--Me?

--Come hai indovinato giusto! Ma io l'ho detto sempre, che tu contieni
più seme di un cocomero.

--E tu lo farai?

--Ho riscosso il prezzo; e tu sai la regola di sicario
  onorato.

--In questo caso troverai giusto, che io ammazzi prima te.

--Niente affatto; vi è modo di aggiustare tutte le cose. Noi fummo
compagni antichi nella banda del signor Marco, dove imparammo sempre
onorati esempii di virtù; cane non mangia carne di cane: qualche
volta, per rabbia, un occhietto di più, che ci facciamo, non guasta la
buona amicizia; ma dietro la siepe mai: questo operiamo per conto dei
Signori contro gli Signori perchè ci sono tutti nemici vecchi. Però
quando si è ricevuto il prezzo dell'omicidio bisogna adempire il
patto; altrimenti il nostro mestiere, come conosci al pari di me,
scapiterebbe di credito e di avventori. Io mi sono legato per fede ad
aspettare domani, su la strada per Ròcca Petrella, un uomo che porterà
addosso o sul cavallo un mantello di scarlatto, e ammazzarlo. Io lo
aspetto, egli non passa; il mio obbligo è soddisfatto, e posso
tornarmene in buona coscienza alla macchia. Ti garba così?

--Eh! non ci è di male. E il tuo compagno chi è egli?

--Gli è figliuolo di Trofimo il molinaro. Vedi un po' come è
cresciuto; ha fatto a occhiate: trovò la sua amorosa a discorrere con
un giovanotto di Rieti, e gli accadde di scannarli tutti e due--una
vera ragazzata:--saranno sei mesi che ha preso la macchia, e promette
bene. Ora lasciami andare, e occhio alla penna perchè il vecchio è
mastino di buona razza.

--C'ingegneremo, fra Grimo; non fosse altro per non fare torto alla
reputazione della compagnia. Ma, senti, mi è venuto in capo una
fantasia; dove mai mi occorresse bisogno di adoperarti (pagando,
s'intende) con questo tuo garzone di belle speranze, dove avrei da
cercarti?

--Alla osteria dell'Acqua ferrata, dove si prendono i muli per Rio
freddo, tu troverai un ragazzo sordo e mutolo, che s'ingegna come
stalliere; se gli dirai con garbo, e più sotto voce che potrai: _su
Monte Bove deserta è la via_, forse avverrà ch'egli t'intenda, ed
anche che ti risponda. In ogni caso egli mi farà sapere quello che tu
vorrai da me. E per ora _ego te absolvo_.

Gli antichi compagni si separarono più amici di prima. Marzio tornò in
camera al Conte, il quale, dopo avergli comandato certi servizietti,
che quegli adempì con la solita diligenza, così prese a favellargli
umanamente:

--Marzio; se io odio, ciò avviene perchè gli altri mi odiano; nè
sopportare questa vita è lieve cosa, poichè, tranne te, tutti
m'insidiano la vita, tutti agognano le mie sostanze. Io solo sto
contro tutti; ma, come Orazio, non ho ponte dietro le spalle. I miei
figli poi sopra gli altri mi abboniscono, spinti a questo da due
ragioni, negli uomini potentissime: bisogno di vendetta, e cupidigia
di averi. Una cosa m'inacerbisce, e consiste nelle forze che scemano,
e nella perduta prestanza del corpo. È inutile dissimularlo; gli anni
incominciano a pesare; onde io non vorrei ridarmi al caso del lione,
che ebbe a sopportare i calci perfino dello asino. È prudenza uscire
di teatro prima che spengano i lumi: ho deciso pertanto ritirarmi alla
Rocca Petrella, feudo che possiedo su i confini del regno. Ne conosci
le vie?

--Credo di sì. Si prende da Tivoli; e poi domandando si va a Roma,
dice il proverbio.

--Domani, dunque, tu monterai a cavallo con nostre lettere pel
castellano, e partirai per quella volta: colà, come persona pratica e
sufficiente, tu invigilerai i lavori, che ordino per porre in assetto
il castello; farai mettere nuovi serrami alle porte: intanto
apparecchiami alcune stanze, e attendi a fare scomparire le tracce
dello incendio...

--Incendio! dite voi? O che abbruciò la ròcca?

--I banditi, mentr'era poco guardata, me la saccheggiarono, ed arsero.
A quei tempi si riparava molto nei boschi circonvicini il signor Marco
Sciarra, e dove la sua banda passava ti so dire che non metteva più
erba...

--Ma io non udii mai che la banda del signor Marco ardesse, e
guastasse...

--Accattai briga con uno dei suoi uomini per una follìa, che non
meritava la spesa. Certa volta mi prese vaghezza di una villana, di
una capraia, che so io?--Lo crederesti, Marzio? Costei ebbe ardimento
di resistermi, e di minacciarmi la vendetta del suo marito. Siccome
ella era devota della Beata Vergine dei dolori, io la resi simile
affatto alla sua santa avvocata piantandole un coltello nel cuore. Il
marito, o amante che fosse, prese la burla sul serio, e, aiutato dai
compagni, mi fece il tiro di bruciarmi la ròcca.

--In verità egli ebbe torto. Al diavolo lo zotico, che non capiva
l'onore che gli faceva un conte di contaminarsi con la sua villana.

--Ma!... tanto è, non la vogliono capire.--Orsù, mettiamo da banda
queste freddure. Danari non importa che tu prenda teco; il castaldo
deve avere riscosso a questa ora i canoni dei fittaiòli;--solo per
amore mio porterai questo mantello, che ti dono; egli ti riparerà
dalla guazza, dalla quale importa riguardarci bene.

--Eccellenza, un tabarro scarlatto trinato di oro, ma vi pare che sia
abito conveniente per un povero vassallo come sono io?--E' mi parrebbe
di fare la figura di uno dei re maghi.

--Chi dona considera la sua larghezza, non la umiltà di cui riceve; e
poi anche di cotesta pasta si fabbricano baroni. Che cosa ti pensi che
ci voglia, ai giorni nostri di decadenza, per mutare un contadino in
conte? Un mantello rosso, e qualche migliaia di scudi. I titoli sono
diventati le indulgenze dei Principi, e col miscuglio della piccola
gente essi guastano la vera ed antica nobiltà; un giorno se ne
avvedranno, e se ne pentiranno. A me non importa nulla. Intanto,
Marzio, prendi il tabarro, e pei danari pensa che il Conte Cènci
possiede tanto che basta per mutare quindici mendichi in principi
romani; e rammenta ancora, che a patto che la mia roba non vada agli
odiatissimi figli, io mi contento che si spartisca fra i miei
servitori. Dunque o stanotte, o domani sellerai lo storno, che tra i
miei cavalli è il più poderoso, e mettiti in cammino; io ti terrò
dietro fra cinque giorni, o sei. Intanto rendimi le chiavi del
sotterraneo: alla ribelle figliuola provvederò da me stesso.

Marzio gliele dette senza esitare, ma nel porgergliele pensò: Ribaldo
vecchio! e non sai, che quando il tuo diavolo nacque il mio andava
ritto alla panca?--E questo avvertiva perchè. come quello che
industriosissimo uomo era, non aveva messo tempo fra mezzo, e con suoi
arnesi saputo in breve ora ridurre altre chiavi, e adattarle alle
serrature dei sotterranei.

Tolto commiato, fingendo apparecchiarsi al viaggio, si pose in guardia
nella stanza terrena, dove metteva capo il corridore che riusciva alla
porta dei sotterranei: quivi prese la valigia da trasportarsi sopra le
groppe del cavallo; riguardò la briglia, le cinghie, la sella e le
armi; e come se avesse rinvenute queste irrugginite pel non uso, con
olio e smeriglio si tratteneva a polirle, stando sempre con l'occhio
avvertito.

Al Cènci, quando parve tempo, persuaso sorprendere Beatrice con
qualche foglio scritto da lei, o ricevuto di fuori mercè il soccorso
di Marzio, cauto, ed obliquo a modo del gatto, strascinandosi a stento
per via della sua infermità, s'ingegnava penetrare inosservato nella
prigione di Beatrice. Marzio, appena con la coda dell'occhio lo vide
comparire alla lontana, scattò la pistola, la quale sparando levava
immenso rimbombo in cotesti luoghi chiusi. Lo astuto Conte penetra di
un baleno la trama; freme in cuore, ma in volto non muta colore, non
istringe sopracciglio: oggimai per cotesto segnale Beatrice era stata
avvertita, e la sorpresa riusciva invano. Si appressava pacato a
Marzio, e con ipocrita ingenuità gli diceva:

--Ma badaci, figliuol mio, un'altra volta; chè ti potresti guastare
una mano.

--Figuratevi! gli è stato proprio casaccio. Restare inabile per tutto
il tempo della vita preme ancora a me.--Lasciate però che io mi
rallegri con voi, vedendovi così presto guarito della gamba da potere
uscire da letto.

--Veramente cotesti buoni Religiosi, che tu hai veduto, mi avevano
portato una reliquia capace di operare questo, ed altri miracoli; ma
io non ho consentito che per me disturbassero Dio nello eterno suo
soglio: mi attengo modestamente allo empiastro di malva. Io mi sento
tutto altro che sanato; il bisogno di prendere un poco d'aria pura, il
fastidio insopportabile di tenermi giacente in camera mi ha spinto a
perigliarmi fino qua. Marzio porgimi il braccio, tanto che io possa un
po' riconfortarmi qui allo aperto.

Marzio gli diè braccio; sicchè a vederli parevano i più amorevoli
padrone, e servo, che da un pezzo in qua avessero rallegrato il mondo.

Io non so davvero qual pazzia sia questa dei poeti, di ricorrere alle
bestie per paragone delle umane passioni. Vogliono dare ad intendere
una immanità inaudita, ed eccoti in ballo la tigre, e, per di più,
ircana: qualche grossissima ira fra due uomini arrabbiati, e, o
Ariosto, o Tasso, o Tassoni, o Poliziano, o gli altri infiniti
(imperciocchè questa similitudine io credo che pel molto uso caschi in
pezzi) ti cantano

    _E si vanno a incontrar, non altrimenti
    Che due cani_ (o due tauri) _furiosi, e d'ira ardenti._

Se due persone, che si aborrano fra loro, si dice: stanno d'accordo
come cane, e gatto. Sicuramente che cane e gatto, se non fossero
aizzati l'uno contro l'altro, starebbero d'accordo; ed io ho veduto
una cagna allattare due gattini orfani: cosa da intenerire i sassi, e
le Signore patrone degli Asili infantili. A che giova importunare le
bestie che non possono renderci la pariglia, non componendo poemi, e
non possedendo stamperie? Vi hanno forse rabbia, o ira, o ipocrisia
bestiali che superino quelle dell'uomo? Questa creatura è pari a se
stessa, a nessuna seconda; a molti facilmente prima. Se volete proprio
dare idea di persone che si odiino con tutte le potenze dell'anima,
dite piuttosto che si accordano come padrone e servo, e parlerete più
dritto. Certo io non nego, che se i servi possedessero metà delle
virtù che i padroni pretendono da loro, non vi sarebbe servitore che
non meritasse avere al suo servizio una mezza dozzina di padroni;
almeno tale era il parere di Figaro: ma per altra parte troppo spesso
i servi così si mostrano o cupidi, o ingrati, che sarebbe risparmio
grande di afflizione fare da se. Marzio e il Conte procedevano braccio
a braccio, e si scambiavano parole di benevolenza.

--Vivono i tuoi genitori, Marzio?

--Sono orfano; parenti ho da averne di certo; però da gran tempo non
udiva notizia di loro.

--E forse i luoghi ritengono qualche vestigio di fiamma antica?

--Fiamma!... Io la ebbi, ma me la spense il vento.

--Davvero! O narrami un po' questo caso.

--È breve; un potente barone se ne invaghì; costei fu temeraria tanto,
da rifiutare l'onore che il barone volea farle; il barone la uccise, e
la pagò secondo i meriti.

--Motivo forse di sospiri per quindici giorni. Il tempo rimargina
presto le ferite.

--Non tutte; dentro alcuna si tronca il coltello, la carne vi cresce
sopra, ma la ferita sanguina sempre.

--Marzio, la commedia della vita non si compone di un atto. Hai tu
veduto ghirlande di un fiore solo? Sta' lieto; tu sei giovane, tu sei
bello; un'altra volta, e due, e dieci tu potrai menare allegri balli
con giovani leggiadre intorno ai fuochi di maggio. Io non pretendo che
la sorveglianza dei lavori alla ròcca di tanto ti occupi, che tu non
possa dare una corsa fino alla tua patria, che se bene mi rammento ha
da essere Tagliacozzo, per ritrovare qualche sorriso di vita che
dissipi ogni nebbia di sospiri di morte.

--Così farò, don Francesco, poichè me ne date licenza: vo' provare, se
mi riesce, a scacciare un diavolo con un altro.

Dio eterno! Mentre si ricambiavano siffatte cortesie, i costoro colli,
come sotto ad un medesimo giogo, andavano gravati dal pensiero dello
scambievole omicidio: ed anche questo è un pregio, del quale gli
uomini possono vantarsi superiori alle bestie. Il Conte dopo breve
cammino tornando a dolersi del piede offeso, mostrò voglia di
ricondursi in camera; e Marzio lo accompagnò, e lo sovvenne con
amorosa assistenza.

Scesa la notte, quando a Marzio parve che tutti dormissero nel
palazzo, con veloci passi s'incamminava al giardino: quivi assicurò al
muro del recinto una scala; poi, aperte con le doppie chiavi le porte
del sotterraneo, liberò Olimpio. Questi col cibo e col riposo aveva
recuperato le forze, e con le forze lo acuto desiderio della vendetta,
per cui era venuto nel proponimento di appiccare il fuoco al palazzo
dei Cènci prima di abbandonarlo; nè Marzio ebbe a durare piccola
fatica per contenerlo, e gli andava dicendo: si quietasse per ora; lui
premere smisuratamente più atroce la necessità della vendetta; fra
giorni egli ne trarrebbe del Conte una memorabile, e sicura; essere
iniquo offendere tanti innocenti per colpa di un reo.

Poi si condusse al carcere di Beatrice; l'animò a fuggirsi seco lui,
ma la rinvenne ferma nel suo proposito di sopportare quello che alla
Provvidenza fosse piaciuto disporre di lei. Venutogli meno ogni
argomento, prese il memoriale; la confortò come seppe, provò
allontanarsi, tornò indietro: sentiva, nello abbandonarla, scoppiarsi
il cuore come per morte. Finalmente a lei, che non cessava
scongiurarlo deporre per lo amore di Dio ogni disegno di vendetta
contro il padre suo, baciò, e ribaciò affettuoso le mani, e poi si
allontanò con passi concitati esclamando: «Fatale! fatale!»

Olimpio si salvò per la scala del giardino; Marzio uscì dal palazzo
montato sul cavallo storno, portando su le groppe di quello
avvoltolato il mantello scarlatto trinato di oro.



CAPITOLO XVII.

IL TEVERE.

                Acque del Tebro, a voi sola è rimasta
                La grandezza di Roma.
                        ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.

                Fu di Romolo la gente
                   Che il tridente
                   Di Nettuno in man gli porse.
                   Ebbe allor del mar lo impero,
                   Ed altero
                   Trionfando il mondo corse.
                         GUIDI, _Il Tevere_.


Ecco il Tevere! Le sue acque scorrono adesso come quando Roma vi si
contemplava incoronata di tutte le sue torri. Questi flutti hanno
trasportato sul dorso regni, repubbliche, imperii, e Popoli, e, più
stupendo a dirsi! una generazione intera di Numi, mescolata con le
foglie inaridite che il vento di autunno sparpaglia lungo le sue
sponde. Ceneri di eroi, e ceneri di banditi; ceneri di papi, e ceneri
di eretici furono sparse per la sua superficie, nè egli corrugò la
fronte per le une più commosso che per le altre. Dentro ai suoi gorghi
le statue di Giove e di Mercurio riposano in pace sopra il medesimo
fango, a canto a quelle dei santi Pietro e Paolo. Tutto intorno a te
rovina, tutto è mutato; tu rimani lo stesso, e teco il sole italico,
che scherza con le fulve tue onde come con la criniera di un vecchio
leone.

Leva la fronte, o Tevere. Ah! forse non tutti i numi abbandonarono
ancora il cielo di Ausonia. Si danno fati, e quelli dei Popoli sono
fra questi, che rinnuovano il caso di Anteo, il figlio della terra. Se
un lauro un giorno, secondo che porge la fama, crebbe spontaneo sopra
l'ara di Augusto astutissimo fra i tiranni[1], e perchè non potrebbe
tornare a rinverdire sopra le tue sponde, che un dì gli furono come
terra sua propria? Nudrito di lacrime, innaffiato di sangue, il sacro
alloro spiegherà di nuovo i rami trionfali per l'aria purificata senza
temere tempesta di cielo. La rabbia dei venti non cesserà di
combatterlo; ma le fronde sbattute tale manderanno un rumore pel
mondo, che i Popoli, atterriti, tremeranno che incominci l'agonìa del
creato!

Oh! cresca l'albero divino, e possano i suoi rami circondare le tempie
dell'uomo, che vinca così gli amici come i nemici in virtù; cresca, ma
le sue fronde non s'intreccino più mai intorno alla spada del
conquistatore per cuoprirne la punta mortale alla libertà dell'uomo.

Di rado gli occhi di Dio si voltano alla terra, contristati per la
nostra viltà; tuttavolta quando ei ve li piega essi avvampano la
creta, e ne fanno scintillare le anime di Cammillo e di Scipione. O
Signore! declina i tuoi occhi, e vedi se vi ha vituperio uguale al
vituperio nostro: suscita qui fra noi un'anima grande, che senta vera
gloria essere quella di considerarsi particola della grande anima del
mondo; un'anima buona, che sappia lo ingegno essere splendore della
eterna tua faccia, riflesso nello intelletto umano per illuminare i
giacenti nell'ombra della morte; un'annima feroce, che insegni ai
violenti forza essere grazia dei cieli che solleva i caduti, e
protegge i deboli. Una sola guerra è santa; e voi, fronde imperiture
dello alloro divino, la vedrete: i destini vi serbano pel guerriero
che combatterà queste battaglie, e pel poeta che le vestirà con la
luce del canto. Noi, anime stanche, rose dalle cure ed estenuate dal
dolore, che cosa ormai possiamo dare alla Patria? Augurii, e
benedizioni:--gli ultimi fiori che cascano dalla sponda del letto dei
moribondi!--Pure non li sdegnate... la benedizione di quelli che si
soffermano su la porta dello infinito per riguardare con amore i
superstiti è cosa santa, e porta buona ventura a cui la riceve devoto.

O Tevere! Tu vedesti un Popolo uscire dal fianco dell'aspro figliuolo
dello amore, allattato dalle mammelle di una lupa, drizzarsi sul
Campidoglio, e quinci, guardata intorno intorno la terra, stenderci
sopra la mano, e dire: «è mia!» La Bolla imperatoria non fu simbolo di
vanità per l'Aquila Romana; ella strinse veramente nei suoi artigli di
ferro l'universo mondo.

Ma triste glorie furono coteste, e noi le abbiamo scontate. Vera
gloria era quella quando una generazione di scheletri prorompendo
fuori dalle antiche sepolture abbrancò con le nude ossa pugni di terra
romana, e se ne faceva un cuore; drappellava il sudario di morte
convertendolo in gonfalone di vita; chiamava un'aquila messaggera dei
nuovi messaggi, e San Giovanni le inviava la sua, impaziente di
percorrere di nuovo la terra con lo evangelo dei Popoli; supplicava da
Dio una spada, e Cristo le poneva nelle mani la sua, che ha lama
portentosa di luce. Oggimai sembrava che la nuova fortuna di Roma
avesse indirizzato il volo a sicuro viaggio, perchè le sue parole
suonavano: «libertà--amore».

Ahimè! Il sole sul nascere si chiuse dentro ecclissi infernale: da
quel buio uscì un rumore, ed era della caduta di Roma nel suo vetusto
sepolcro;--uscì eziandio una voce, che disse in suono di singulto:
«anche tu, mia sorella?»

E quando il sole tornò a illuminare la terra di una luce squallida, fu
vista tutta una generazione di redenti avviluppata nella sua bandiera
come Cesare nella sua toga, quando, percosso dal proprio figliuolo,
spirava l'anima sotto la statua di Pompeo. Il vessillo della fede,
cadendo, si era tinto nel sangue dei martiri; la speranza, come
colomba ferita, batteva le ale verso il paradiso.

Invero portenti sono eglino questi contro l'ordine naturale delle
cose: chè Popoli rivendicati in libertà sieno scesi a immolare un
Popolo libero... a maledire l'eco della propria voce; no, dopo il
tradimento di Cristo redentore, la terra non rimase spaventata da
parricidio più truce.

E sia che la fiammella della fiaccola ardesse minacciosa e stridente,
doveva la Francia rovesciarla a terra, ed estinguerla? Chi avrebbe mai
creduto che l'atteggiamento della Francia in Italia fosse quello, che
gli scultori attribuiscono al Genio dei sepolcri? Vedetela; ella ha
precipitato nella sepoltura un Popolo intero, l'ha chiuso con la
lapide, e vi si è posta a sedere sopra ridendo un riso da folle.

E quando l'aria prese a rombare dintorno d'uno stridore di penne
percosse, e torme di avvoltoi comparvero da occidente e da oriente, la
Francia levò le ciglia un poco in su, e disse loro: «Uccelli di rapina
dal becco acuto e dagli artigli taglienti, io ho ferito questo Popolo
di ferita fraterna: non bastava togliergli il sangue, io l'ho privato
della speranza: l'ho ricinto di due catene, e l'ho ricacciato nella
tomba: quando lo lascerò ne suggellerò il coperchio co' sette sigilli
della Repubblica, come il libro dell'Apocalisse[2]. Così confondendo
cose, affetti, e sembianza di cose, il dubbio uccide l'anima, e l'uomo
perde non solo la potenza, ma perfino il desiderio di vivere: andate,
voi siete mal destri soffocatori di Popoli».

Allora gli uccelli di rapina, ripiegando le ale verso le contrade
native, schiamazzavano per via:

«Gloria alla Francia soffocatrice sapientissima della libertà dei
Popoli!»

Bene stia. Intanto tu, o Francia, come la Scilla sicula, ti vai
fabbricando intorno alla vita una cintura di cani[3].--Quando essi
rivolgeranno contro i tuoi fianchi i loro denti, tu urlerai con
immenso guaio: «aita! aita!»

Il mondo udrà cotesto grido, e si turerà le orecchie esclamando:

«Non le badiamo; però che le parole di Francia sieno vortici, dentro i
quali scompariscono marinari e naviglio!»

In quel giorno un altro diluvio allagherà la terra, e l'antico patto
dell'alleanza sarà distrutto.

O Tevere! I sogni della gloria sono passati per me: il cuore è sazio
di passioni ardenti; egli non può più desiderare, ed imprecare
nemmeno: adesso egli si compiace a fissare in faccia la morte. Quanti
misteri di delitto stanno nascosti entro i tuoi gorghi, o Tevere! A me
fu concesso penetrare là dentro, e interrogare le ombre che li
traversano incorporee, e non pertanto visibili, come lo spettro di
Cleonice la trafitta appariva a Pausania quando si affacciava su le
acque[4]. Io li guardo, e vedo attraversarli un'ombra grande, e sento
dietro gridarle:

«Gracco! Gracco!»

Quali passioni mossero lo infelice tribuno? Cupidità di potenza, o
vaghezza di fama, o impeto d'ira, o vendetta di oltraggio patito?
Tutto questo può darsi: ma la sua stirpe, e il censo, e lo ingegno,
che pronto gli aveva dato natura, lui ponevano dalla parte degli
oppressori, ed ei poteva, seduto al convito della forza, bevere la
desolazione del Popolo. I Patrizii gli avevano detto:

«Scegli essere oppressore, o vittima».

Egli scelse la virtù, e lasciò loro il delitto[5]. Volontario si pose
fra gli oppressi, e li difese con le parole e col sangue, finchè
giacque col cranio spezzato dagl'implacabili Patrizii. Mani patrizie
lo strascinarono per le vie latine: Patrizii quelli, che, col pretesto
di _porlo in parte dove non potesse più nuocere_, lo gittarono
trucidato fra i tuoi gorghi, o Tevere.

Usurpare, e mantenere con la violenza e con la frode una potenza che
sono indegni di esercitare, e una sostanza che dovrebbe essere a molti
comune, formano il polo verso il quale si appuntano perpetuamente i
conati dei Patrizii.--Giano bifronte per essi cessò di essere favola:
se il pericolo dei privilegi mosse dal Despota, ed eglino gli
mostrarono faccia di Popolo; se dal Popolo, ed eglino gli mostrarono
faccia di Despota. Nè furono contro i re Agide e Cleomene meno
spietati ribelli, di quello che contro Caio e Tiberio Gracchi fossero
spietati tiranni.

Che cosa importa affaticarci ad indagare adesso se con violenza, o con
frode vincessero? Essi vinsero. Che cosa importa travagliarci a
scuoprire se vincessero con la propria virtù, o con l'altrui? Essi
vinsero, essi vinsero; e, temprato prima lo stile nel fiele del
proprio cuore, scrissero col sangue della vittima una lunga calunnia,
e la chiamarono storia, quasi consecrazione di un capo scellerato agli
Dei infernali.

Le fiere, quantunque incatenate, si lacerano; gli schiavi, in difetto
di spada, si percuotono con le catene che portano intorno alle
braccia: il padrone allo spettacolo di cotesti osceni strazii
sbadiglia, o ride; vivano o muoiano, oppressori ed oppressi, traditori
e traditi, gl'imprigionati dentro una casa e gl'imprigionati dentro
una città sono pari argomento di ludibrio per lui. Perchè, quando
strisciavano nella polvere come serpi, a cui si rassomigliano per la
insidiosa viltà, non furono calpestati? Fu creduto, che l'aspide
avesse posto in oblìo il maligno talento di offendere alla sprovvista
il calcagno dell'uomo, e fu errore.

Piacquero la fama gentile, e i modi magnanimi; e la fama venne
conseguita, e i modi furono laudati, comecchè tardi. Si volle provare
se cortesia vincesse tristezza, e la prova fu fatta; e sebbene costi
cara, sarebbe fanciullesca cosa lamentarne adesso la spesa. I Patrizii
si mantennero quali gl'incise sul bronzo della storia uno di loro, che
se ne intendeva: «nella prospera fortuna superbi, nell'avversa
abiettissimi, infami sempre»[6].

O sacro Tevere! Prima ch'io cessi di favellare con te, dimmi, chi mai
vedesti errare sopra le tue sponde in traccia del cadavere di Tiberio
Gracco?--Forse il Popolo, pel quale egli era morto? La madre Cornelia
venne sola a chiedere che tu le rendessi il suo figliuolo.

Popolo! Popolo! Anima di sabbia dove un perpetuo amore scrive senza
posa, e dove la eterna ingratitudine del continuo cancella, dov'eri
allora che Cornelia errava muta lungo le tue rive in cerca del
trucidato figliuolo? sussurrante nelle taverne della vile Suburra, fra
le anfore di vino e i ceci fritti[7].

O cieco! e non ti sei accorto per mille prove come la farfalla della
Occasione non sia della famiglia di quelle, che si ostinano a
bruciarsi le ale dintorno ad un perfido fuoco? Ella passa, e va via;
ma tu, o Popolo, non pure lasci passar via la occasione, ma strappi la
fiaccola di mano all'uomo mandato da Dio per illuminarti, e tu stesso
gliene accendi il rogo dove l'odio, che non perdona, lo condanna a
morire. Il pentimento sopraggiunge a passo zoppo, grinzoso in vista,
con gli occhi ciechi dal piangere dirotto come le preghiere di
Omero[8]; però giunge sempre infallibile... e quando arriva, a che
giova? Le tue tarde lacrime, o Popolo, hanno spento talvolta lo ultime
faville della cenere del martire; ma esso non possiedono la virtù di
riaccendere la fiamma nel corpo abbandonato dallo spirito.

E tu potesti un giorno, e forse ancora potresti, o Popolo, raccogliere
la polvere, che Gracco morendo gittò contro il cielo, e crearne
Mario[9], l'uomo di ferro trucidatore dei Patrizii; ma a Caio Mario
subentra Caio Silla, l'uomo di acciaio trucidatore del Popolo, e la
Patria muore con le vene aperte dalla empietà di tutti i suoi figli.
Io pertanto levo gli occhi al cielo, e domando: _dunque?_

Ahi! Esperienza, sapientissima stolta, perchè sopra la siepe arida del
passato vai tu cogliendo spine che ti pungono le dita? Chi sostiene
vivere per inebriarsi di vendetta, viva; i suoi occhi vedranno quel
giorno di sangue: chi poi dura, anima ingannata, a soffrire la rea
temperie, e la empia compagnia per salutare l'alba della umana
felicità, stringa la zona, e parta: i cuori delle presenti generazioni
non sono che possano ospitarla.

                                ------

Da molti giorni le domestiche mura aspettano invano Giacomo Cènci.
Luisa, quantunque si sentisse sempre l'animo acceso dalla passione,
pure lo impeto della ira principiava a declinare in lei: così cessato
il vento continuano grossi marosi a percuotere il lido minaccevoli in
vista, ma senza pericolo dei naviganti. La fierezza governava la
gentildonna romana; però, non ostante cotesta passione, male si
adoperava a imporre silenzio allo immenso affetto che sentiva pel suo
marito. Le parole perfidamente generose di Francesco Cènci, che la
buona moglie hassi con ogni supremo sforzo ad ingegnare per ricondurre
sul diritto tramite il forviato consorte, contro l'aspettativa di lui
le ritornavano alla mente come regole di dovere, e come rimprovero; e
poi ella considerava che di queste due cose aveva ad essere per
necessità accaduta l'una: o Giacomo aveva deposto giù dal cuore ogni
affetto per lei e pei comuni figliuoli, o a Giacomo era incolto
qualche grave infortunio; nè una spina pungeva la donna meno dolorosa
dell'altra; e comecchè ambedue i successi non potessero stare insieme,
pure ambidue la trafiggevano, così lacerando la maligna virtù della
incertezza.--Per divertire, come poteva, il suo dolore ella prendeva
cura straordinaria dei figli; poco si allontanava da loro; lo infante
recavasi del continuo al seno, e lo cuopriva con tale impeto di baci,
che quegli se ne spaventava e piangeva: ma troppo spesso le carezze
dei più adulti, i sorrisi, ed anche il pianto del pargolo la trovavano
col pensiero rivolto altrove, e talora eziandio, senza volerlo, le
lacrime le bagnavano le gote. Quantunque persistesse a credere
Angiolina prima radice del male che la travagliava, tuttavia, così
persuadendole la sua natura generosissima, non rimetteva punto della
sua carità verso di lei. Mentre così di pensiero in pensiero si
tribolava, certa sera girò chetamente sopra gli arpioni la porta di
casa, e allo improvviso comparve Giacomo.

Non disse parola, non salutò; si assise alla estremità d'una tavola di
contro alla moglie, coprendosi la faccia con ambe le mani. Noi già lo
vedemmo squallido, e male in arnese; e non pertanto adesso, oh come
mutato da quello! Barba e chioma scompigliate; lordo di fango il
cappello; i panni sordidi, e gli occhi infiammati nelle palpebre, e
cenerini allo intorno. Luisa si sentì a un punto spaventata, e
commossa. Siccome vediamo ordinariamente accadere che l'attenzione
nostra, sopraffatta dalla piena del dolore, si fissi sopra un oggetto
particolare, e si affligga per questo più che per motivi generali,
così ella, considerando le mani sordide e i manichetti sozzi, sentì
gonfiarlesi il cuore di un sospiro angoscioso.

Tolse pertanto il fantolino e se lo pose al petto, con la intenzione
medesima con la quale il messaggero, là dove non arriva il suono delle
parole, mostra da lontano l'olivo, o sventola un panno bianco in segno
di pace. Tutto questo non valse a richiamare l'attenzione di Giacomo;
il quale reputandosi tradito, piangeva, assorto cupamente, le
speranze, la felicità e la benevolenza perdute. Levandosi a un tratto,
squassandosi con le mani i capelli, esclamò con voce roca:

--A che sono venuto? Davvero, io non lo so.--Se si potessero gittare
via dal cuore gli affetti come il carico dalla nave per iscampare dal
naufragio!... ma se non se ne può far getto, bene è concesso sradicare
dal seno affetti, e cuore. Tutto può tacere in un punto, e
taccia.--Qui mosse per andare.

Luisa, con voce nè carezzevole, nè severa, disse:

--Il padre vorrà allontanarsi dai suoi figliuoli senza averli baciati?

--Dove sono, e chi sono i miei figliuoli? Quale di questi fanciulli
farà testimonianza ch'egli nasce da me? Tutto si fonda sopra la fede:
vetro fragilissimo! Ora come mi affiderei alla lingua della donna
fraudolenta, di cui le parole sono lacci tesi per condurre al
vituperio, e alla morte?

Luisa non sapeva che cosa avesse a capire in cotesto discorso, e se ne
stava come trasecolata. Giacomo con ghigno amaro soggiungeva:

--Comprendo bene che un uomo, quale mi sono io, incapace di provvedere
alla sussistenza della propria famiglia, ceppo sterile, e roso
dagl'insetti; che suda da tutti i pori la maledizione di Dio...
inutile, insomma, o funesto, deva ispirare disprezzo... e comprendo
ancora, e provo come il disprezzo uccida lo amore, e generi l'odio. Ma
perchè onestare con l'audacia il misfatto? Perchè convenire la propria
colpa in sasso, e lapidarne lo innocente? Bastava, io credo, avermi
preso a vile, cuoprirmi di vergogna, senza spingermi perfidamente
contra un turbine di male parole, che a modo di polvere accecandomi
gli occhi, m'impedisse vedere il vostro delitto.

--Giacomo, a cui favellate voi?

--State tranquilla, io non sono venuto qua per maledirvi; ma solo per
dichiararvi che voi avete potuto gettare la disperazione nell'anima
mia, non già ingannarmi. Adesso le parole bastano...--adesso, che si
spandono come fumo di fiamma spenta... tutto è detto fra noi...--e di
nuovo faceva atto di andare.

--Giacomo non partite; per la fede di gentiluomo onorato, non partite.
Quando le parole, come la nuvola che contiene il fulmine, portano
nella loro oscurità la distruzione della fama d'una creatura di Dio...
oh! allora è obbligo chiarirle. Credete che sia vostro il segreto,
quando mi avete fatto comprendere ch'egli cela il mio vituperio?

--Mi pare che a voi non ispetti dire questo, perchè le mie parole
possono suonare oscure a tutti altri fuori che a voi. Volete il
commento al mio testo? Ebbene; eccovelo pronto. Donde vi vennero
queste masserizie? Chi provvide questa copia di robe al vivere non che
necessaria, superflua?--In questa casa, è vero, io vi lasciai la
miseria, e vi trovo l'abbondanza; ma io vi lasciai ancora un'altra
cosa, che vi ricerco invano, ed è il mio onore.--Ora non hanno a
procedere dal padre la povertà, e la larghezza dei suoi?--Chi sono i
castaldi che hanno mietuto per voi? Dov'è il forziere donde prendeste
la moneta? Certo non erano del vostro marito. Come si chiama colui che
provvede ai bisogni vostri, e di queste creature? Dove si nasconde il
cortese, che prende cura di voi più che io stesso? Perchè l'amico
della mia famiglia teme di svelare la sua faccia a me?

--Giacomo, per onor vostro, pensate che voi oltraggiate una madre alla
presenza dei suoi figliuoli...

--Ma essi che cosa sono mai se non che testimoni, i quali v'incolpano
peggio delle mie parole?

--Un parente vostro... e mio... mi sovvenne; io non posso palesarvene
il nome perchè mi sono vincolata a tacere. Io mi sento donna da vedere
i miei figliuoli piuttosto morti di fame, che pasciuti di vergogna.
Questi sospetti di viltà non mi toccano, e vuo' che sappiate, o
Giacomo, che io mi sento pura quanto la madre vostra, che adesso è in
paradiso.

--Ma e voi, contro la fede del vostro consorte che cosa potevate
allegare, ditemi, tranne la perfida calunnia di una persona che
nasconde il suo nome, e nonostante questo ricusaste credenza ai miei
giuramenti, e alle mie lacrime? Ora come volete, che io chini la
faccia alle nude affermazioni vostre? Anche a me furono porti avvisi
segreti, e non pochi, ma a questi io non dava ascolto; sto ai fatti,
che voi non negate, nè potreste negare. Ora io non dirò con quale
giustizia, ma senno pretendete voi, che mentre ricusaste il giuramento
del vostro signore e marito a smentire parole calunniose, io deva
accogliere il giuramento vostro per giustificare fatti confessati ed
evidenti?

--Giacomo... di quanto io vi rimproverava ho prove manifeste in mano;
prove delle quali dubitare è impossibile... i vostri sospetti sono
infamie... andate...

--Sta bene. Io non ho cuore, nè lena per garrire con voi.--Dopo ciò,
senza minaccia, ma orribilmente tranquillo, le si accostò domandandole
a voce sommessa: «Potrei io sapere, come _in articulo mortis_, se fra
questi vi è alcuno che sia mio figlio?»

--Giacomo, voi avete parlato una stolta parola. Tutti sono figli
vostri...

--Sì, certo, così va detto. _Pater est quem justae nuptiae
demonstrant_; tale almeno dichiara lo jus civile, che fu fabbricato
proprio qui in Roma; e il pretore mi condannerebbe a far loro le
spese. Padre sono, ma per presunzione di diritto:--padre sono, ma
buono per darsi alle bestie. Gran danno che non costumino più gli
spettacoli dello anfiteatro Flavio! Non importa; in ogni luogo
occorrono travi, alberi, e pozzi, e fiumi.--La sua voce si animava, e
al pallore mortale sopra le sue guance subentrava un vermiglio
febbrile, e proseguiva:

--Potrei vendicarmi! Ma quando la vendetta ebbe mai virtù di ridonare
la perduta felicità? Misero, potrei rendervi misera:--ecco tutto! Il
mio cibo nella vita è stato bastantemente amaro per farmi aborrire di
tuffarlo per di più nel sangue. No... no... io non voglio
vendicarmi... anzi dal cammino della vostra vita io mi torrò come un
tronco, impedimento a cui passa... e voi proseguirete dove il cuore vi
chiama. Non vi prego a rammentarmi perchè non me ne importa, e voi nol
fareste; neppure v'invito ad obliarmi perchè me ne importa anche meno,
e questo farete molto bene da voi. Doglia di morto dura finchè non si
asciugano le lacrime, e queste si asciugano presto;--e pei mariti di
rado si piange. Ma io ho amato queste creature, le ho credute parte di
me, e doverle staccare adesso dalla mia affezione mi pesa... ve le
raccomando, donna Luisa... se non posso considerarle nate da me,
ricordatevi che sono nate da voi.--Certo in questa ora suprema mi
sarebbe tornato di conforto grande accostare le labbra sopra una
fronte, che fosse sangue mio. Le mie lacrime ormai non saranno piante
più per nessuno; torneranno indietro a piangermi sul cuore... amare...
gravi... ma brevi. Addio; vi desidero che gli anni vi passino senza
rimorsi, e un nuovo marito degno della vostra fedeltà...

Luisa non aveva osato inacerbire la esaltazione di Giacomo con parole
di contrasto, e di rampogna. Ora vedendo come gli s'infiochisse la
voce, e quasi gli diventasse piangente,

--O figli... abbracciatelo... fategli sentire s'egli è vostro padre,
disse affannosa accennando ai fanciulli...

I fanciulli, obbedienti alla parola materna, si mossero ad un tratto;
e quale attaccandosi ai lembi della veste faceva prova di attirarlo
verso la madre, quale gli stringeva le ginocchia, e quale s'ingegnava
salire sopra una seggiola per poterlo abbracciare al collo. Giacomo,
ridivenuto tranquillo, si sciolse da loro esclamando:

--Riparate al seno di vostra madre. Infelici! Non sapete che i Cènci
avvelenano col fiato?... Addio... e addio per sempre.

E sparì. Il suono dei suoi passi s'intese precipitoso giù per le
scale. Luisa si slanciò al balcone, e con la sua voce più lamentosa
esclamò:

--Giacomo! Giacomo!

E lo ripetè più volte; ma Giacomo fugge in balìa della feroce passione
che lo trasporta. Allora nella egregia donna l'amore vinse ogni
risentimento, e, gittatasi addosso una mantiglia, proruppe fuori di
casa in traccia del suo consorte. Ella aveva percorso diverse strade,
quando tra per la fatica, tra per lo affanno sentendosi venire manco
la lena, le fu forza sostare, e assidersi sopra il muricciòlo di un
palazzo. Guardandosi poi attentamente dintorno conosce cotesta essere
la dimora di monsignore Guido Guerra: levò gli occhi in su, e vide
lume. Sapendo cotesto prelato familiare di casa Cènci, e di Giacomo
intrinsecissimo, parve a lei che la Provvidenza l'avesse quasi per
mano condotta colà; onde fattasi coraggio salì le scale, e, tenuto
dietro allo staffiere, senza aspettare che l'annunziasse, penetrò
nella stanza, e rinvenne Monsignore in compagnia di due uomini, uno
dei quali le giunse noto, comecchè in quel subito non ricordasse in
qual parte lo avesse incontrato: esitò un momento; ma poi, sospinta da
smaniosa angoscia:

--O Monsignore, disse, voi che per bontà vostra portate amicizia a
Giacomo mio marito, deh! per amore di Cristo, mandate gente a cercarlo
per Roma, però ch'egli siasi partito da casa tutto infellonito, ed
ahimè! dubito con sinistre intenzioni.

--Contro cui, donna Luisa?

--Contro se stesso; e temo forte, ch'egli abbia preso la volta del
Tevere.

--Misericordia! Su, Marzio, andiamo; voi, con parte dei miei
staffieri, a manca; io, con l'altra parte, a destra del fiume.
Olimpio, voi accompagnate donna Luisa.

Omesso ogni saluto, Guido, Marzio e gli staffieri si precipitano fuori
di casa in traccia di Giacomo. Donna Luisa, andando a braccio con
Olimpio, così prese a favellare:

--Il vostro volto non mi comparisce nuovo: ma, Santa Vergine! così ho
sconturbato il cervello, che la memoria non mi regge... Ah! sì... me
ne risovviene adesso... voi vi trovaste allo incendio della casa del
falegname di Ripetta.

--Io?

--Sì, ed eravate di quelli che si affaticavano a sovvenire i desolati.

--Io non feci nulla, altro che male. A voi, egregia donna, tutto il
merito... Voi siete una santa: viva la vostra faccia. Se la mia
domanda non fosse indiscreta, ci sarebbe da sapere perchè vi mostraste
travestita da uomo in quella maledetta notte? Perchè vi metteste a
quel disperato cimento?

--Ve lo dirò mentre andiamo. La donna, che salvai, mi ha trafitto il
cuore; ella ha ricoperto di lutto la mia famiglia, certo non lieta
nemmeno prima, ma neppure desolata: che dove regna amore non si
allontana mai la speranza. Quello, che Dio ha ordinato all'uomo di non
separare, la sua mano ha diviso per sempre: insomma, ella mi ha rapito
lo sposo... ed in cotesta notte mi aggirava per là, con la intenzione
del lupo intorno alle stalle... voleva bevere il suo sangue, e mi
pareva che questo solo potesse bastare a spegnere la mia rabbia. Mi
percossero gridi disperati... comparve la donna col figliuolo al
balcone;--non vidi più la esosa rivale, vidi la madre... pensai ai
miei figliuoli, e mi precipitai per salvarla, però che Cristo mi
favellasse dentro al cuore, e mi dicesse: perdona!

Olimpio udendo parlare donna Luisa ardeva, e agghiacciava. Si fruga
con la mente dentro nell'anima per vedere se ci fosse luogo da deporvi
una speranza di misericordia, e gli parve di no. Allora gemè dal
profondo del cuore: così ricadono sul prigioniero le catene con romore
disperato dopo i supremi sforzi per romperle. Nondimeno, siccome
accanto alla fiamma della carità non vi ha cuore, comunque di selce,
che non si riscaldi, Olimpio suo malgrado si sentiva commosso.

--Se io, incominciò a dire, se io potessi sperare che l'assoluzione mi
salvasse, a nessuno io vorrei confessare i miei peccati tranne a voi,
venerata Signora, e tra Dio, e me non desidererei mettere migliore
mediatore di voi. Ma il libro della mia vita ho così empito di
delitti, che l'Angiolo Custode non vi troverebbe più tanto di bianco
da scrivervi sopra la parola _misericordia_ con la più fina delle
penne delle sue ali. Pazienza! E nonostante questo io mi confesserò,
perchè se la mia confessione non può giovare a me gioverà a voi, e
quindi io ve la faccio. Sapete voi chi incendiò cotesta casa? Io...

--Voi!

--Sapete chi portò al nobile vostro consorte la lettera perfidamente
calunniosa, che forse lo ha tratto in furore? Io.--Sapete chi tutto
questo ha immaginato perchè voi, e vostro marito vi odiaste?--Il conte
Francesco Cènci. Egli si fregava tutto allegro le mani, e disse: è più
facile che una rupe spaccata dal fulmine si riunisca, che la mia nuora
torni ad amare Giacomo. Ho seminato l'odio, raccoglieranno la
desolazione.

Donna Luisa si scioglie impetuosa dal braccio di Olimpio, e corre
veloce così, che avrebbe vinto nella fuga il cervo: giunge a casa,
irrompe nella stanza ove giaceva sempre inferma la povera Angiolina, e
approssimatasi al suo letto palpitante e affannosa, la interroga:

--Donna, per quanto amore porti al tuo Dio, guarda di non mentire.
Conosci tu il Conte Cènci?

Angiolina, spaventata dalla costei vista, e non la ravvisando per gli
abiti mutati, come quella che sempre l'era comparsa davanti in veste
maschile, risponde:

--Chi siete voi? Che cosa volete da me?

--Io non rispondo, interrogo, soggiunse imperiosamente donna
Luisa--dimmi se tu conosci il Conte Cènci?

--Ma voi... sareste forse sorella del mio benefattore?

--Che t'importa cotesto?--esclama donna Luisa, percuotendo impaziente
di un piede la terra;--o uomo, o donna, o demonio, non cercare da cui
ti venga la vita. Rispondi... rispondi;--e ripercuoteva co' piedi il
pavimento.

Angiolina, come sotto la pressione di un sogno tormentoso, diceva:

--Sì, lo conosco...

Lo conosci, eh! sciagurata, e questo è il figliuolo dei vostri amori?
E sì discorrendo caccia le mani nei capelli del fanciullino, che
sentendosi far male si mette a guaire...

--Lasciatemelo stare... in che cosa cotesta povera creatura vi ha
offeso?

E, come a proteggerlo, ella si spendolava fuori del letto.

--Questo è figlio del peccato, e tu lo hai avuto dal
  Cènci...

--Dal Cènci? Signora, prosegue Angiolina prorompendo in pianto;
conviene egli alle gentildonne straziare così la fama di una povera
inferma? Io, sì, conosco un vecchio barone, che ha nome conte don
Francesco Cènci; fu egli che beneficò il mio defunto marito, e questi
mi condusse certa volta a ringraziarlo; egli volle donarmi danari, che
io a male in cuore accettai, perchè, malgrado i suoi capelli bianchi e
le parole benigne, qualche cosa gli traluceva negli occhi, che metteva
spavento: da una volta in su io non l'ho più visto.

--Non di lui... non di lui ti domando, ma del suo figlio don Giacomo.

--Mi parve udire, che don Francesco avesse figliuoli; ma io non li
vidi mai, nè so come si chiamino;--e questa risposta ella dette con
tale una ingenua tranquillità, che le avrebbe creduto lo stesso
apostolo del dubbio, San Tommaso.

--Non lo vedesti mai? Ne ignori il nome? Giuralo pel tuo Dio; giuralo
per la tua anima, e coscienza... giuralo per questo Gesù redentore,
che, dove tu spergiurassi, sappi che sconficcherebbe le mani di croce
per maledirti in eterno.

E staccato un Crocifisso dal capo del letto, glielo poneva dinanzi
agli occhi. Angiolina lo prese, lo baciò devotamente, poi glielo rese
con atto pieno di dolcezza, chiedendole:

--Siete voi madre, Signora?

--E se non fossi madre avrei avuto cuore di avventarmi nelle fiamme
per salvare te, e il tuo figliuolo?

--Voi? E vi chiamate?

--Donna Luisa...

--Moglie?

--Di Giacomo Cènci.

--Ah! Signora; comunque io sia femmina di scarso intelletto, pure
comprendo che lingue malvage hanno ad avere messo scandalo di me. Ora
uditemi. Santo è il nome di Dio, santo è quello del Redentore, sacre
cose sono la coscienza e l'anima; ma io non giurerò per queste.--E
messa la mano sul petto del caro pargolo, che le giaceva in culla
accanto al letto, proseguiva così:--se io vi ho favellato parole di
menzogna possa... in questo momento cessare di palpitare sotto la mia
mano questo cuore del mio cuore...

Luisa, come donna tratta fuori di se,

--Ti credo... oh! ti credo, esclamava; e piegandosi sopra Angiolina,
le prese con ambe le mani la testa, la baciò pei capelli, per la
faccia, pel seno, senza avvertire punto come coteste scosse lei, non
bene risanata, addolorassero. Angiolina, per istinto di virtù gentile,
frenava appena i lamenti di angoscia che le cagionavano coteste
procellose carezze.

                                ------

Anche del cervello si conosce la carta topografica. Gall e Spurzheim
vi hanno tracciato sopra le strade maestre, le provinciali, e quelle
di sbiado; anzi perfino i viottoli, onde non si smarrisca chiunque
abbia vaghezza di viaggiarlo per lungo e per largo. Venite qua,
lettore; considerate questo cranio segnato: gittate l'occhio sopra
l'ordine delle _facoltà affettive_, genere primo; alla lettera B
troverete lo _amore della vita_, cioè subito dopo la lettera A che
distingue _la cupidità del cibo_. Da questo esame ne scendono due
conseguenze, la prima delle quali ha che fare col mio racconto, la
seconda no. E la prima è, che l'uomo possiede le facoltà principali
perfettamente pari a quelle dello avvoltoio; _divora per vivere_:
alcuni hanno sostenuto ch'egli vive _per divorare_, ma non è del tutto
vero. L'altra poi, che ci vuole più coraggio a non mangiare che a
morire, è maggiore violenza alla natura. Giacomo da più giorni non
gustava alcuno alimento, e lo istinto della vita così taceva in lui,
che lo aveva preso irresistibile il desiderio della morte.

Quando ciò avviene, occhio di donna non guardò mai così dolce come il
foro del teschio, nè labbra di ranuncolo sorrisero così voluttuose
come le scarne mascelle. Quelli, nei quali dura lo istinto della vita,
reputano acerbo il fato di coloro che si dettero la morte; mentre se
questi potessero continuare ad appassionarsi per cosa terrena,
sentirebbero immensa pietà per coloro che sono vivi. Rovesciato
l'appetito delle cose, tutto quanto piace a cui vive rincresce ai
consacrati alla morte: tutti i motivi che i primi trovano per restare,
i secondi li trovano per partire: niente è mutato nell'ordine delle
funzioni organiche; soltanto l'ago della bussola ha mutato polo: il
sentimento si affaccenda a mandar fuori della esistenza desiderii ed
affetti, come chi muta casa sgombra le sue masserizie; e quando il
letto è in casa nuova, e il riposo delle lunghe tribolazioni nella
fossa, noi ci andiamo con voluttuoso conforto a dormire.

Giacomo Cènci, quietato il primo impeto che gli fece abbandonare con
tanta passione la famiglia, prese a camminare lento perchè egli fosse
venuto nel proponimento di distruggersi non mica per impeto, sibbene
per discorso d'intelletto, e quasi sommando le ragioni del vivere e
del morire. Importa conoscere come Giacomo pervenisse alla medesima
conseguenza per una via diversa da quella di Beatrice.

--Quantunque, ei discorreva fra se, io abbia fatto mille volte questo
conto, pure, adesso che mi avvicino al momento di saldarlo,
ripassiamolo per vedere se torna. L'uomo ha da considerarsi in tre
maniere: riguardo al suo Creatore, riguardo alla città, e riguardo
alla famiglia. Incomincio dalla famiglia, e in questa parte la ricerca
ha da farsi così--per la famiglia propria, e per la famiglia dei
parenti. In quanto a me la famiglia dei congiunti si riduce alla
paterna, imperciocchè in quanto agli altri poco curano me, ed io
niente loro. Ora è chiaro che mio padre mi odia con tutti i sentimenti
dell'anima e del corpo, ed io per necessità mi trovo condotto a dargli
frutto corrispondente al seme. Posto che le cose rimanessero a questo
punto... oh quanto è incomportabile affanno dovere odiare il proprio
genitore! Ma qui non si fermano: egli mi perseguita, m'infama, e mi
travolge nella disperazione della miseria. Se la mia anima si
accomodasse a questo carico, un giorno mi avverrebbe di contrastare ai
cani le immondezze che gettano per le strade, o morire di fame sotto
il portico di una chiesa. Se, all'opposto, l'anima deliberasse
sferzare il destino, ecco mi trovo attraverso la strada la vita di mio
padre, io la calpesto, e passo; che cosa mi aspetta dall'altra parte?
Forse il patibolo, certo il rimorso, e la eterna dannazione. Luisa ha
inchiodato il mio nome su la gogna, e vivere e soffrire sarebbe un
prestare la marca del mio casato ai figliuoli che non nascono da me.
Bel mestiere, per dio! I fanciulli m'inseguirebbero con gl'improperii
per le vie; gli adulti mi tentennerebbero il capo dietro come a
miserabile ribaldo. Potrei vendicarmi;--sì, alzare la mia vergogna
come un gonfalone perchè possano vederla anche i più lontani. I tempi
non somministrano campo ad atti generosi, nè a studii onesti. La
Inquisizione aborre gente che sappia; ella vuole gente che creda: or
via, da bravo; consuma qualche rubbio di grano; divora qualche quarto
di bove; per uno che sei popola il mondo di quattro, o cinque, od otto
infelici; accendi parecchi moccoli ai santi, recita alcune dozzine di
rosarii, e muori. Ma no... ti si apre il cammino per farti degno di
fama; con che? Con le armi forse? Ingiuria partorisce ingiuria; la
maladizione scrive, e la vendetta legge. Con gli studii? Oh! questa è
una via, che dalla ignoranza conduce diritto allo errore. Se ti
mantieni ignorante, e tu cammini pel buio; se ti erudisci, l'anima si
circonda col cilizio del dubbio. E poi, che cosa avvertirà i posteri
del tuo sentiero nella vita? La lapide finchè le grappe la terranno su
per la parete, o finchè i piedi non l'avranno logorata sul pavimento
della chiesa. E ai posteri che cosa importerà di te? Importa a te dei
tuoi avi? Non li conosci. Pei tempi che corrono, però, tu puoi
scegliere tra la stupidità e la ferocia:--e se io non volessi essere
stupido, nè feroce? Se io gitterò via questa vita, che mi tribola, Dio
mi condannerà? Perchè?... Egli mi aveva concessa una tazza colma di
esistenza, e grazie gli sieno; parte ne ho bevuta, e parte io rovescio
a terra--facendone libazione agli Dei. La vittima quanto più cara,
tanto più riesce gradita nell'alto; ora, che cosa a noi può essere più
caro di noi stessi?--Così fantasticando egli giunse alle sponde del
Tevere.

                                ------

Il mormorio delle acque, per l'uomo che sta in procinto di annegarsi,
percuote i sensi sublimati dalla morte imminente; vario, distinto,
moltiplice a guisa degli effluvii che si spandono dalla famiglia
infinita dei fiori. Su la cima delle onde gli si affacciano forme
aeree che guizzano, scivolano, si tuffano, tornano a galla, si
baciano abbracciandosi, o prendendosi per mano menano balli
voluttuosi;--accolte nel cavo delle mani le chiare acque, gliele
spruzzano in volto invitandolo con sorrisi e con cenni. È questa
illusione di mente inferma, o gli elementi vanno abitati da spiriti
misteriosi, che camminandoci al fianco ci sussurrano alle orecchie le
buone, o le cattive determinazioni? Omero ci rappresenta dee e numi,
invisibili consiglieri degli eroi. A Socrate sapientissimo pareva
sentirsi un demone nel seno. Nelle sacre carte occorrono e pitonesse,
e larve, e genii malefici, e angioli amorosi. Il Tasso porgeva
ascolto al suo genio familiare. Sacrobosco insegnò le sfere sotto la
luna andare popolate di spiriti, e Cecco di Ascoli, ai tempi
dell'Alighieri, propagò siffatta dottrina. Milton favella di voci
arcane, che si odono fra il cielo e la terra; al fato e ai genii
prestarono fede Mozart, Napoleone, Byron ed altri infiniti, così
antichi come moderni. Nella Irlanda, paese cattolico per eccellenza,
non vi ha famiglia che non possieda una _Bauskie_, o spirito, di cui
lo ufficio si assomiglia a quello della Nonna sanguinosa, e di
Meleusina. Meleusina era una larva, che compariva sopra i torrioni
del castello dei Lusignano, quando alcuno di cotesta casata doveva
morire. Follìe!--Io non vi parlerò dei Mesmerismo, dello Illuminismo,
e di altre cose siffatte, alle quali i nostri padri, dopo Voltaire e
la Enciclopedia, posero piena credenza. Vi narrerò la cena di
Cazotte, attestata da testimoni gravissimi. La rivoluzione di Francia
si approssimava, e gli uomini destinati a sostenere in quella una
parte distinta raccolti a mensa parlavano del regno della ragione, e
della felicità universale. Cazotte torbido taceva. Interrogato circa
alla causa della sua mestizia, rispose: «con gli occhi della mente
prevedere orribili fatti»; e siccome il marchese di Còndorcet lo
scherniva, egli gli disse: «voi, Còndorcet, vi avvelenerete per
sottrarvi al carnefice». Scoppiano risa, e gridi giocondi. Cazotte
continuando predice a Chamfort, che si taglierebbe le vene; a Bailly,
a Malesherbes, a Boucher, che morirebbero sul patibolo.--Ma almeno
saranno risparmiate le donne?--esclamò allegramente la duchessa di
Grammont. «Le donne? Voi, signora, e bene altre dame con voi saranno
condotte alla piazza della Giustizia con le mani legate dietro il
dorso».--Per modo che voi non mi lasciate nemmeno il conforto di un
confessore?--«Confessore! L'ultimo condannato che lo avrà, sarà--e
dopo avere esitato un momento--sarà il Re di Francia». I convitati
compresi da terrore si levarono; e, quasi per provocare presagi meno
tristi, a lui, in procinto di partire, domandò la duchessa:--E a voi,
profeta, qual destino riserbano i cieli?--Piegò la testa, e, meditato
alquanto, rispose: «Nello assedio di Gerusalemme un uomo per sette
giorni di seguito fece il giro delle mura gridando con voce di
terrore: sventura a Gerusalemme, sventura! Il settimo giorno gridò:
_sventura a me!_ E al punto stesso un sasso enorme briccolato dalle
baliste romane lo colse, e lo stritolò». Ciò detto salutava, e
partiva; e come disse avvenne[10].

Non vi basta? Ebbene; eccovi uno esempio di caso recentissimo,
accaduto durante la mia prigionia. Nel 17 maggio 1850 il _Giornale dei
Dibattimenti_, dopo avere narrato che una larva bianca compariva alla
casa degli Hohenzollen quando stava per succedere a qualche membro di
cotesta famiglia alcuna sventura, assicurava correre voce, che nella
notte del 10 aprile 1850 la dama bianca era comparsa nel castello di
Berlino. La sentinella del reggimento imperatore Alessandro dei
Granatieri gridò tre volte: «chi viva?» Non ottenendo risposta,
insegue il fantasma con l'arme di contro al muro, dove ella sparisce.
Nel 22 maggio successivo Sefeloge trasse una pistolettata al re
Federigo Guglielmo mentre stava per partire alla volta di Posdam![11]

La ragione condanna simili fantasticherìe;--ma se la ragione condanna,
la coscienza approva; e la ragione in balìa del sentimento è straccio
di carta legato al piè di una rondine.

Inoltre, la ragione veramente condanna? Considerando la natura noi
vediamo com'essa proceda non già per via di salti, ma gradatamente
nelle sue creazioni: dai minerali, materia passiva e sterile, noi
passiamo alle piante dove incontriamo un moto, una serie di
sensazioni, una riproduzione, un palpito insomma di vita: poi ci
occorrono le conchiglie e i coralli, e stiamo incerti se devansi
annoverare nel regno animale, o vegetale: ancora, la transizione da
specie a specie tra gli animali si opera per via di anelli intermedii;
così l'anello mezzano, che unisce i volatili agli animali terrestri,
viene rappresentato dallo struzzo; tra gli animali terrestri e gli
acquatici si pongono gli anfibii; le scimmie stanno a cavallo sopra i
confini della bestia, e dell'uomo. Ora se così apparisce graduato il
passaggio negli enti rammentati, come avremo a supporre noi che
rimanga vuota la immensa lacuna che passa fra gli uomini e le sostanze
divine? Perchè le medesime sostanze divine non crederemmo varie fra
loro? Dio non è diverso dagli Angioli? Gli Angioli non serbano tra
essi gradi, e preminenze distinte? Le apparizioni possono nascere
dalla nostra fantasia; tuttavolta la fede diversa professata senza
interrompimento per tanti secoli da uomini di varia religione, di
varia civiltà, e di vario intelletto, merita pure richiamare il
pensiero dei filosofi. Se mi domandi: Quando avrai pensato, che cosa
ti verrà fatto concludere? Io rispondo, che questa è un'altra cosa. La
scienza è fuoco, l'anima farfalla, e la cenere troppo spesso il frutto
dei pensamenti umani...

                                ------

Giacomo Cènci, curvo il petto e le spalle, intendendo fissamente gli
occhi nel Tevere, vide, o gli parve vedere emergere dal profondo una
forma leggiadra di donna,_naiade, ondina_, o _ninfa delle acque_, e
apparire vaga, indeterminata come la nostra immagine quando ci
affacciamo per l'acqua commossa, e avvicinandosi a mano a mano farsi
distinta[12]. Aveva le chiome cerulee stese giù per le guance e pel
seno, stillanti gocce lucide dell'iride che scaturisce dalle gemme; la
faccia del colore di perla, dai suoi occhi verde mare balenano sguardi
i quali si appuntano dolorosamente negli sguardi del Cènci per modo,
che gli pareva glieli abbacinassero; ma non sapeva staccarsene,
sollecitandolo acuto una voluttà acerba, uno spasimo soave. Dalle
labbra di corallo, mobili quanto i suoi occhi stavano fissi, usciva un
suono che si diffondeva dolce su le acque, quasi note di
armonica;--suono che Ulisse non seppe vincere altrimenti che turandosi
gli orecchi con la cera.

--Benvenuto, ella mormorava, benvenuto l'amico segreto del mio cuore;
vieni, io sono fresca, e tempero l'arsura nelle membra febbrili;
vieni, io ti darò a bere l'acqua gelida, che non si attinge a fontane
terrestri;--l'acqua di Lete, che procura l'oblìo. Se vorrai dormire io
ti apparecchierò in questi miei umori un letto di aliche molle così,
da infondere sonno nei corpi che non conoscono più riposo;--qui nel
profondo tu albergherai in palazzi di carbonchio incrostati di
zaffiri; sotto la volta delle acque non morde aura ghiacciata di
verno, non affanna l'ardente Sirio; quaggiù viviamo dilettate porgendo
le orecchie allo arcano mormorio che muove dalle cose, le quali si
formano e si disformano perpetuamente nelle viscere del mondo. Noi, se
ti piace, o diletto, spazieremo seduti sopra la schiena dei delfini
per la superficie delle acque, o inseguiremo negli antri profondi i
pesci che fuggono, e gli altri che si difendono combattendo con la
spada, o con la sega;--io t'insegnerò a radere con la punta estrema
dei piedi il fiore dell'onda, e a palpitare di voluttà con le acque
quando i raggi della luna penetrano loro nelle viscere, e l'agitano
con tremito di fosforo. Io mi accosto a te, tu accostati a
me.--Scortese! Io, vedi, ti tendo le braccia; a me contesero i fati
oltrepassare il confino delle onde: qui ti aspetto;--qui
c'incontreremo;--e qui ti bacerò.

Il destinato allora sente un brivido nelle ossa; i piedi gli diventano
piuma, e il capo piombo; cerca anelante le labbra della ondina, fende
l'aria, tocca l'acqua, e la bacia. La ondina in quel punto solleva le
braccia grondanti, lo avviluppa, e lo cuopre nel suo abbracciamento.

Il giorno appresso sopra la sponda desolata, fra un canneto, per la
sabbia s'incontra un cadavere gonfio, pieno di arena i capelli, gli
occhi e la bocca: la sua pelle mostra i colori delle erbe marine: gli
occhi, comunque spenti, pare che cerchino sempre qualche cosa, nè mai
si giunge a farglieli stare chiusi:--egli sembra morto di piacere...
veramente il bacio della ondina gli ha dato la morte.--

Ma Giacomo Cènci sul punto di spiccare il salto fatale era tenuto
forte da due mani sul parapetto, ed una voce nota lo chiamò:

--Forsennato! che fate voi?

Giacomo attonito levò un momento il capo, e poi lo ripiegò verso il
Tevere. Ogni canto era cessato; le voci tacquero, la bella faccia
della ondina disparve. Allora la sua anima, spinta fino allo estremo
limite dello infinito, stornò aborrente agli uffici consueti della
vita, e vide, o conobbe l'amico Guido Guerra.

--Oh! Guido...

--Sciagurato!--Tra commiserando, e rimproverando proseguiva monsignore
Guerra; e i vostri figliuoli?

Giacomo scosse le spalle, e non rispose verbo; lasciò condursi
rifinito di forze come uomo senza volontà; solo quando si accorse
mettere il piede sopra la soglia di casa sua, volto a monsignore
Guerra gli favellò:

--Amico, se voi credete che io debba ringraziarvi, v'ingannate. A
questa ora, voi non impedendo, io aveva letto il _laus Deo_ della
vita, chiuso il libro, e conosciuto com'era andata a finire: non bene,
per dio, non bene; ma siccome potrebbe andare a concludere anche
peggio, così mi contentava. A rischio di passare per ingrato, no, io
non vi ringrazio.

Nello entrare in casa gli si presentò una vista assai strana.

«Temistocle, narra Plutarco, vedendosi perseguitato dagli Ateniesi e
dai Lacedemoni, si gittò in seno a speranze dubbiose e difficili
rifuggendosi ad Admeto re dei Molossi, dal quale era avuto in odio per
certa repulsa superba fatta alle istanze di lui mentr'egli teneva la
suprema magistratura in Atene. Pure Temistocle, temendo adesso più la
nuova invidia dei suoi nemici che lo antico sdegno del re, determinò
implorarne l'aita con modo singolare; imperciocchè presone il
pargoletto figliuolo nelle braccia, si prostese supplicando davanti
l'ara domestica; la quale maniera di pregare si reputava presso i
Molossi solenne, e la sola che non potesse rifiutarsi»[13].

Così un uomo di sembianza sinistra, membruto a modo dell'Ercole
Farnese, tenendo nelle braccia il minore dei figliuoli di Giacomo
Cènci, verso di questo lo sporgeva supplichevole.

Cotesta squisitezza di affetto era facile che si dimostrasse da donna
Luisa amante, e madre; ma come fosse caduta nell'animo ad Olimpio,
natura tristamente salvatica davvero, non si saprebbe immaginare.
Talora le api posero il favo del mele nella gola della fiera; ma ella
è cosa tanto straordinaria, che Sansone ne fece argomento di enimma
pei Filistei[14].

Ma il partito giovò ad Olimpio; che tenendo il fanciullo come il corno
dell'altare, confessò pianamente a Giacomo tutte le sue colpe commesse
per ordine del Conte Cènci al fine di distruggergli la pace domestica.
Intanto il pargolo sollevava di tratto in tratto le sue manine, e
tutto vezzoso rideva, sicchè Giacomo non seppe sdegnarsi contro
Olimpio; il quale, colto il destro, posto nelle braccia del padre il
fantolino, soggiunse:

--Ora, poichè col figlio vi ho portato la pace, in grazia di questa
innocente creatura, che per me intercede, io vi supplico, signore, che
mi vogliate perdonare.

Giacomo tacque, e girò gli occhi attorno torbido sempre, e sospettoso;
se non che Luisa, indovinando quel muto linguaggio, trasse da parte
Olimpio; e postasi genuflessa davanti al marito, così gli disse:

--Mio sposo, e signore; noi abbiamo scambievolmente dubitato della
nostra fede. A me valga per iscusa considerare che dalla perfida
lingua del serpente non seppe guardarsi neppure Eva, la quale, come
uscita dalle mani stesse del Creatore, deve supporsi che fosse
composta con perfezione maggiore di noi. Avendo conosciuto lo
scellerato fine a cui mirava Francesco Cènci, e considerando
gl'ipocriti non meno che tristi argomenti posti in opera da lui, io mi
credo sciolta da ogni promessa giurata, e vi faccio manifesto come,
mossa dalla disperazione, io me ne andassi dal suocero, gli esponessi
lo stato della nostra famiglia, e lo supplicassi a soccorrere i miei
figli desolati, che pure erano suo sangue. Di padre amoroso le parole
furono e gli atti: a me, credula per passione, narrò una lunga storia
dei vostri amori, e di danari profusi in lascivie, e negati ai figli,
e mi sovvenne benignamente di trecento scudi, a patto che non vi
palesassi da cui mi venissero: così, con perfido consiglio, a me dava
ad intendere voi perduto dietro adultera pratica; a voi, che io a
prezzo di vergogna procurassi agiato vivere a me, e ai nostri figli...

La donna con tanta veemenza, e prestezza aveva favellato fino a questo
punto, che Giacomo non la potè interrompere. Qui però le troncava la
voce dicendo:

--Cotesta posizione male conviene alla moglie di Giacomo Cènci. S'ella
meritasse che il suo marito la rilevasse da terra, egli non le
potrebbe dire: Luisa, il tuo posto è qui sul cuore del tuo Giacomo,
che ti ha amata, e che ti ama tanto...

Si abbracciarono, e piansero lacrime di tenerezza. Lasciamo che
sgorghino copiose, e soavi; forse chi sa se la fortuna appresterà più
loro la occasione di versarne di piacere.

I figli, comunque fanciulletti si fossero, che il maggiore non
arrivava ai sette anni, piangevano anch'essi di allegrezza, ed
esultavano aggruppati in atti dolcissimi quali intorno al padre, e
quali intorno alla madre. Monsignor Guerra e Marzio, quantunque li
premesse urgente il bisogno di mandare ad esecuzione certo loro
disegno, non ardivano turbare la santità degli affetti domestici.
Olimpio, postosi a sedere in terra con le spalle appoggiate alla
parete, quasi di soppiatto erasi di nuovo impadronito del fanciullino,
e, ora sollevandolo ora abbassandolo, lo faceva ridere.

Davvero egli era oltre ogni credere vezzoso: rassomigliava al bambino
Gesù dipinto dallo Albano, che dorme sopra una croce; e il figliuolo
di Giacomo Cènci rendeva la pittura dello Albano anche per un altro
motivo, imperciocchè la fortuna lo stendesse appena nato sopra una
croce senza fine amara, come conosceranno coloro che vorranno
proseguire la lettura di questa storia dolente.

Il bandito considerando cotesta fronte purissima richiamava invano col
desiderio i giorni nei quali, egli fanciullo, forse destò nell'anima
di cui lo guardava un simile affetto.--Quando glielo tolsero per
rimetterlo nella culla gli parve sentirsi uscire di mano la ultima
tavola, sopra la quale aveva confidato salvarsi dal naufragio.


NOTE

  [1] Nello intento di adulare Ottaviano Augusto, gl'inviati di
    Tarragona gli referirono, un giorno, come sopra la sua ara fosse
    cresciuto un alloro (altri dicono una palma). Augusto, sdegnando
    essere tolto a compare di questa goffa piaggerìa, rispose: «Questo
    è segno espresso, che voi non vi curate sagrificare vittime in
    onor mio.» _Vita di Ottavio Augusto_, attribuita a _Plutarco_.

  [2] «Poi vidi nella destra di colui, che sedeva sul trono, un libro
    scritto di dentro e di fuori, suggellato con sette sigilli».
    _Apoc. Cap. V. n. 1._

  [3] Scilla, racconta la favola, fu ninfa, e di lei innamorò Glauco
    dio marino; il quale non le potendo toccare il cuore ebbe ricorso
    a Circe maga, che gli compose certo suo filtro da mescolarsi con
    l'acqua della fontana dove la ninfa si bagnava. Scilla, entrata
    nel bagno, si trovò cangiata in mostro con sei bocche e sei teste,
    ed una cintura di cani le si cinse alla vita. (_Odissea_, lib.
    XII. v. 85 e segg. _Eneide_, lib. III. v. 424 e segg.) Il FLAXMAN,
    nelle sue composizioni della Odissea, rappresenta Scilla
    circondata da cani, e così pure si osserva negli antichi cammei.
    Questo vortice marino prossimo alla Sicilia, secondo che
    _Pausania_ afferma (II. c. 34), col fragore delle sue acque imita
    i latrati dei cani.

  [4] Dicesi che avendo Pausania, mosso da vergognoso appetito,
    mandato a prendere una fanciulla di Bisanzio, che aveva nome
    Cleonice, figliuola di genitori ragguardevoli e chiari, questi
    gliela lasciarono condurre da necessità costretti, e da tema; e
    che avendo ella pregato, prima di entrare nella stanza, che spento
    vi fosse il lume, inoltrandosi poscia all'oscuro, e tacitamente
    verso il letto in cui già Pausania dormiva, urtò non volendo nella
    estinta lucerna, e la rovesciò; e ch'egli destatosi con agitazione
    allo strepito, e sguainato un pugnale che teneva appresso,
    cominciò a dare dei colpi come se qualche nemico gli si facesse
    incontro, e ferì la giovane; la quale essendo morta per una tale
    ferita, mai più non lasciò poi riposare Pausania; ma
    frequentemente di notte gli appariva fra il sonno in forma di
    larva, e con impeto di collera gli diceva un verso eroico di
    questo significato

        _Va all'ultrice giustizia, che ti aspetta;
        Male assai grande è agli uomini la ingiuria._

    Per un'azione siffatta male potendolo sopportare gli alleati,
    andarono insieme con Cimone ad assediarlo; ma Pausania se ne
    scampò fuori di Bisanzio, ed agitato, per quanto si racconta, da
    quel fantasma, rifuggissi ad Eraclea nel tempio Negromantico; e
    chiamando quivi l'anima di Clèonice, supplicavala di volere
    deporre lo sdegno: ella però comparitagli, disse che ben tosto
    liberato sarebbe da ogni male come giunto fosse in Lacedemonia;
    alludendo, com'è probabile, a quella morte, ch'era quivi per
    incontrare. PLUTARCO, in _Vita Cimonis_. Che poi questo spettro
    comparisse a Pausania ogni qual volta si affacciava alla
    superficie delle acque, si ricava dal _Dizionario infernale_ alla
    parola _Idromanzia_.

  [5] Semplice traduzione di due versi di Condorcet, _giustiziato_
    nella prima rivoluzione di Francia:

        _Ils m'ont dit: choissis être oppresseur, ou victime.
        J'embrassai le malheur, et leur laissai le crime._

  [6]   _.......... in un col latte
        T'imbevvi io l'odio del patrizio nome;
        Serbalo caro; a lor si dee, che sono
        A seconda dell'aura o lieta, o avversa,
        Or superbi, ora umili, infami sempre:_

    disse il conte ALFIERI nella _Virginia_.

  [7] _Suburra_ che fosse lo diremo in latino, valendoci delle parole
    altrui: «Erat regio (Romae) in qua meretricium diversoria erant:
    quae ob id Suburranae dicuntur a poetis». _Thesaur, ling. latin.
    t. IV_.--In Roma poi vendevansi ceci e noci fritte, e di questo
    cibo assai si mostrava vaga la plebe. Nell'_Arte Poetica_ di
    ORAZIO troviamo il verso 249, che dice:

        _Nec si quid fricti ciceris probat, et nucis emptor;_

    e nella _Bacch._ di PLAUTO l'altro, concepito:

        _Tam frictum ego illum redeam quam frictum est cicer_.

  [8] «Imperciocchè anco le preghiere sono figliuole di Giove: zoppe,
    grinzose, e guerce degli occhi; e queste andando dietro la
    ingiuria la emendano. La ingiuria è gagliarda, e di piè fermo
    passa per tutta la terra offendendo, ed esse le tengono dietro, e
    medicano i di lei danni. Ora, chi rispetta le figlie di Giove
    allorchè gli si accostano, questo sarà vicendevolmente assai
    giovato da loro, ed esaudito quando ei prega; ma se alcuno le
    rigetta, ed ostinatamente le recusa, allora queste andando pregano
    Giove Saturnio che la ingiuria persegua colui acciocchè, offeso,
    paghi la pena della sua durezza». OMERO, _Iliade, lib. IX_.

  [9] «In ogni tempo, in ogni contrada i patrizii hanno perseguitato
    implacabilmente gli amici del popolo; e se per caso alcuno ne
    sorse nel grembo loro, sopra di questo particolarmente percossero,
    studiosi d'incutere spavento con la grandezza della vittima. Così
    periva l'ultimo dei Gracchi per la mano dei patrizii; ma giunto
    dal colpo fatale, lanciò un pugno di polvere contro il cielo
    prendendo in testimonio gli Dei immortali, e da quella polvere
    nacque Mario. Mario, meno grande per avere sterminato i Cimbri,
    che per avere abbattuto in Roma l'aristocrazia della nobiltà».
    MIRABEAU, _Mémoires, t. V p. 256_.

  [10] LUIGI BLANC. _Storia della Rivoluzione di Francia, t. II, lib. 3._

  [11] _Giornali del tempo_, e segnatamente il _Débats_.

  [12]  _Quali per vetri trasparenti e tersi,
          Ovver per acque nitide e tranquille
          Non sì profonde, che i fondi sien persi,
        Tornan dei nostri visi le postille
          Debili sì, che perla in bianca fronte
          Non vien men forte alle nostre pupille._
                                     Paradiso Canto III.

  [13] PLUTARCO, _Vita di Temistocle_. Il Visconte di _Chateaubriand_
    nelle sue Memorie, _t.I. p. 290_, scrive: «Quando un uomo
    domandava la ospitalità presso gl'Indiani, lo straniero
    incominciava il ballo del supplichevole. Un fanciullo toccava la
    soglia, dicendo: «ecco lo straniero!» Il capo rispondeva: «mettilo
    dentro». Lo straniero protetto dal fanciullo sedeva su la cenere
    del focolare. Le donne cantavano l'inno della consolazione ...
    Questi usi sembrano imitati dai Greci. Temistocle presso Admeto
    abbraccia i Penati, ed il figliuolino dell'ospite. Ulisse in casa
    di Alcinoo implora Arete così: «nobile figlia di Resenore, dopo
    avere durato mali crudeli io mi prostro davanti a voi ec.».
    Compiute queste parole l'eroe si asside sopra le ceneri del
    focolare».

  [14] Lo enimma dato da Sansone ai Filistei, diceva: «dal divoratore
    uscì il cibo, dalla forza venne la dolcezza»; ed accennava allo
    avere egli trovato un favo di mele nella bocca del lione morto.
    _Giudici, C. IV_.



CAPITOLO XVIII.

ROMA.

                    Or di tante grandezze appena resta
                      Viva la rimembranza; e mentre insulta
                      Al valor morto, alla virtù sepulta,
                      Te barbaro rigor preme, e calpesta.
                                               TESTI, _A Roma_


Giacomo Cènci convitato a mensa da monsignore Guerra si ridusse a casa
tardi nella notte successiva; e se a donna Luisa quella sua dimora
soverchia fu motivo di affanno, il suo giungere non la consolò meglio;
imperciocchè egli si dimostrasse pensieroso e mesto: ricusò vedere i
figliuoli; si astenne perfino da baciare, come soleva, lo infante;
anzi al vagire di quello tramutò visibilmente nella faccia. Postosi a
giacere lo travagliarono sogni tormentosi, e fu sentito lamentarsi
dicendo; è morto! è morto! Allo improvviso si svegliò esterrefatto;
girò attorno torbidi gli sguardi, e, vistasi la moglie al fianco,
l'abbracciò stretto stretto come soverchiato da interna passione,
esclamando non senza lacrime:

--Quanto era meglio che io avessi cessato di vivere!

--Ti penti forse essere tornato nel seno della tua famiglia che ti
adora?--gli rispondeva la moglie affettuosissima.

--No, Luisa, no; Dio me ne guardi; e ciò nonostante, credimi, sarebbe
stato meglio che io fossi morto... e lo vedrai.

--Luisa da femmina discreta tacque, attribuendo cotesto fastidio
angoscioso alle commozioni passate; e confidò nel tempo, nelle sue
cure, e nelle carezze dei figli per ricondurre la pace nello spirito
agitato di lui.

In quella medesima notte si partirono da Roma Marzio ed Olimpio
provveduti di molta moneta di oro. Cavalcavano due poderosi cavalli; e
comunque camminassero senza sospetto d'incontrare per via cosa che
fosse al loro andare molesta, pure procedevano muniti di armi pronte a
far fuoco.

Scorsi alquanti giorni, don Francesco sentendosi bene della persona
disposto, e del piede abbastanza rimesso, certa mattina, sul fare
dell'alba, sveglia di repente la famiglia, e le ordina, che così come
si trovava vestita scendesse.--Nel cortile Beatrice vide apparecchiati
cavalli da sella, la carrozza, ed uomini di scorta; indizio manifesto
di lungo viaggio. Dove il padre la menasse, per quanto tempo sarebbe
rimasta lontana da Roma, questo fu quello ch'ella non gli domandò, nè
alcuno della famiglia si attentò a richiederglielo.

Il Cènci aveva provveduto a tutto con la sua ordinaria solerzia. Non
gli parendo bene avventurarsi co' soli famigli per le vie infami, che
da Roma conducevano alla Rocca Ribalda, aveva stipendiato per alquanti
giorni una mano di guardie campestri, che gli tutelassero il cammino.
Altre volte egli aveva percorso le cinquantotto miglia che passano tra
la città e cotesto feudo, in un giorno solo; ma adesso non vi era da
contarci sopra, considerando da una parte la carrozza lenta a
muoversi, e dall'altra le strade o sprofondate nella polvere, o
dirotte pei poggi, e il caldo grande della stagione. Nei cariaggi il
Conte aveva fatto riporre biancherie, argenti, di ogni maniera
vettovaglie, e vini di più ragioni, fra i quali una fiasca di keres
che aveva sopra la veste dipinta la data del 1550, raccomandando che
ne avessero cura particolare.

Beatrice, prima di entrare in carrozza, indirizzandosi al Conte gli
disse:

--Signor Padre, ho da parlarvi...

--Silenzio; salite...

E Beatrice, volgendogli supplichevoli le mani, di nuovo:

--Signor Padre, uditemi per lo amore di Dio... ne va della vita
vostra...

Ma il Cènci, reputando coteste smanie sforzi per sottrarsi dallo
aborrito viaggio, la cacciò di una spinta in carrozza, chiuse a chiave
lo sportello, e fece abbassare diligentemente le cortine.

Dato il cenno della partenza don Francesco salì con gli altri a
cavallo, e tutti si posero in via senza dire un fiato. Cotesta
compagnia, più che di cavalcata viaggiatrice, aveva sembianza di
associazione di qualche illustre defunto. Uscirono dalla porta di San
Lorenzo, e tenendo sempre la strada Tiburtina giunsero a Tivoli.

Non poeta traversò la campagna romana senza cantare il tumulto degli
affetti, e dei pensieri che destò nel suo animo la vista di tanti luoghi
solenni per grandezza di antiche memorie, per decoro di fabbriche, e per
desolazione moderna: solo che il cuore gli si commuovesse a pietà,
spontanee e belle gli uscirono le parole dai labbri come le lacrime
dagli occhi.--Nessuno ardì maledirci--nessuno--tranne uno solo, nato
dalla gente che ha per costume di rompere la fede ridendo[1];--il quale
non aborrì insultare un popolo fatto cenere per la vendetta del mondo
congiurato a suo danno, per la maligna onnipotenza dei fati, e pel
perpetuo tradimento dei suoi;--egli solo calpestava lo immane sepolcro
oltraggioso e protervo; però che ci venisse dalla gente leggiera,
farfalle insanguinate, astiosa _del parlare, e della fama romana_[2].

Non pittore traversò la campagna romana senza rapire a questo cielo
qualche tinta azzurra e di oro per trasportarla sopra i suoi quadri,
che indi furono divini. Dacchè Dio volle che l'aere di questo sepolcro
si mantenga glorioso, e magnifiche sieno le aurore, e stupendi i
crepuscoli. Le querce annose scuotendo le fronde al vento mormorano
antichi misteri, e l'erba cresciuta sopra le fosse funerali spira voce
fatidica.

Passerò io per la campagna romana senza gittarvi sopra uno sguardo di
pittore, o di poeta? Le pagine immortali del Byron, del Goëthe, della
Staël, del Montaigne, e di altri famosi antichi e moderni scrittori mi
sbigottiscono forse? Oh! l'ala della immaginazione percuotendo contro
i ferri della carcere si rompe, e gronda sangue. La musa, vergine
mite, si arresta sul limitare della casa dei sospiri, e torce altrove
lo sguardo. Levando gli occhi in alto io non incontro più la casta
faccia delle stelle, che versano su l'anima luce, amore, e poesia. I
campi aperti e il sole mi tornano alla mente affaticata dalla empia
virtù della prigione, come le immagini dei ruscelletti del Casentino
tormentavano maestro Adamo condannato a perpetua sete nello
inferno[3].--Ma dalle mani di Dio escono spiriti tranquilli, che, a
guisa di lago, compiaccionsi riflettere nella limpida superficie le
sponde floride, i colli cerulei, i bianchi casolari, la parrocchia, il
campanile, le croci del camposanto di campagna,--le gioie, insomma, di
coloro che nascono inosservati come le foglie di aprile, e muoiono
inosservati come le foglie di autunno. Ogni soffio leggiero da cima in
fondo gli scompiglia, e la pace, rimane in essi sconvolta con la dolce
armonìa. Altri poi, senza requie commossi, amano fare specchio di se
alla faccia di Dio divampante fra i fulmini come l'oceano in tempesta:
si nutriscono di procelle, e le corde di ferro delle loro arpe eolie
non rendono suono se non le scuote il fulmine. Ora, quando pure la
sventura non avesse inaridito il mio spirito come fa il sole della
erba dei campi; quando pure il mio spirito non avesse rovesciata la
sua fiaccola a guisa di genio al fianco di un sepolcro, perchè userei
la sua forza ad evocare sopra le pianure antiche eserciti di
combattenti, e agiterei con palpito nuovo i miei lettori sopra le
vicende della pugna, e i pericoli di una gente, il cuore della quale
cessò di palpitare da venti e più secoli? Perchè aprirei sommessamente
le porte del tempio di Giano, di cui il cigolìo scuoteva un giorno le
viscere della terra? Con qual consiglio popolerei la via sacra di
carri, di cavalli, e di cavalieri armati lampeggianti ai raggi del
sole? Perchè la ingombrerei di nuvole profumate, che si alzano dai
turiboli d'oro, (--profumi, e vasi rapiti--) di sacerdoti, di vittime,
e di re barbari incatenati? Perchè i nitriti di cavalli, e le grida
dei cavalieri già da mille anni disfatti spaventeranno gli echi ormai
usi da secoli a ripetere il salmo cantato dietro la povera bara del
villano morto di febbre dal frate tremante pel ribrezzo della febbre?
Scoperchiamo gli avelli, e interroghiamo le ossa dei sepolti in questa
parte della campagna romana--gli Orazii, i Plauzii, gli Scipioni--:
costringiamo anche Cestio,--anche Metella, entrambi i quali nascosero
il mistero della loro vita sotto splendidi monumenti, lasciandoli ai
posteri come uno enimma a indovinare--a narrarcelo intero. Io posso,
per virtù di poesia, farvi vedere dalle gelide labbra dei morti
scintillare parole come faville elettriche. E quando tutto questo
potesse farsi, e quando tutto questo facessi, qual prò ne ricaverebbe
la Patria? Forse dalla storia dei gesti antichi ricaverebbero
argomento di forza i viventi? Ahimè! Dio si è ritirato da noi perchè
la nostra ignominia supera la sua misericordia. Forse delle glorie
antiche vorrò comporre un flagello nuovo per percuotere la moderna
fiacchezza?--Tutti siamo rei. Vestiti di cilizio, col capo cosparso di
cenere, prostesi a terra i Profeti lamentarono la desolazione di
Gerusalemme: sopra i fiumi di Babilonia le vergini di Sion, sospesa
l'arpa ai salici,--piangevano l'amara schiavitù:--più felici di noi
perocchè lamentassero ad alta voce, e tutti i Giudei accompagnassero i
mesti inni con i singulti! A noi è tolta perfino la libertà del
pianto. Deh! sussurrate sommessi, onde per avventura il vostro ronzìo
non rincresca allo straniero, e vi calpesti come i vermi della
terra;--gemete sommessi, onde i vostri stessi fratelli non vi
denunzino al giudice fratello, e questi vi mandi in prigione o per gli
ergastoli, o a morte per amore dello straniero, che gli dà pane,
titoli, e infamia.

Addio, cascate di Tivoli; invano il vostro Genio tenta abbagliarmi
coll'iride, che mandano gli zampilli dell'acqua rotta su gli orli
dello abisso:--voi non avrete gli onori di altri canti.--Addio, flutti
pallidi dell'Aniene, consapevoli dei riti arcani degli Aborigeni;
scorrete in pace per la morta campagna: io non vi domanderò se le
stirpi andate degli Enotrii, degli Ausonii e degl'Itali fossero più o
meno infelici di noi sopra questa terra, dove la mèsse, alimento
dell'uomo, cresce per solchi pieni di morte; la vigna, letizia del
cuore, per la costa riarsa del vulcano; la intelligenza, fra i pruni
della superstizione; la virtù, sotto il taglio della mannaia. Ahimè!
ahimè! Il fegato di Prometeo non è favola in Italia.--

Ma se sarebbe vanità rammentare glorie vetuste, mi giova tratto tratto
soffermarmi nella via che percorrono i miei personaggi, e raccogliere
gli amari pensieri che desta la vista di luoghi famosi per ricordanze
lugubri. Il dolore è della famiglia dei cancri, e intende essere
alimentato di carne, e della più sensibile del cuore umano. E non
sapete voi, che la creatura può trovarsi ridotta in tale stato da
mettersi con piacere le dita nella piaga, e lacerarla, e vederne,
esultando, stillare fino all'ultima goccia il suo sangue? Catone,
quando altro non gli fu dato, si strappò le viscere, e le battè nel
viso alla fortuna, come costumavasi fare ai traditori.

Ecco da questo lato il campo di Marte, che fu podere di Tarquinio il
superbo. Il Popolo, nel giorno della vittoria ne svelse le spighe
mature, e le gittò nel Tevere;--i manipoli resistendo al corso delle
acque sceme mescolaronsi con la terra, e ne composero l'isola sacra
dedicata ad Esculapio, dio della Salute[4]. Ma quante volte il Popolo
seppe rammentare, che i doni del tiranno si convertono in arsenico
dentro le sue viscere? Tutti si stringono--ed io l'ho veduto, e lo
vedo--tutti si stringono intorno alla tirannide a succhiare, come
intorno alle infinite mammelle di Cibele. Vi aggrada cotesto umore?
Succhiate, maledetti! A stille, e per mercede, vi si rende quello che
a largo sorso fu bevuto dalle vostre vene.

Ecco la via Appia, che da Roma, traversando le paludi pontine, andava
a Brindisi, reliquia di paterna grandezza rimasta come scherno delle
nostre opere di un giorno. Lì presso contristano più moderne rovine,
quelle di Anagni, dove fece naufragio il superbo concetto del
Papato[5]. La guanciata di Sciarra Colonna sopra la faccia di
Bonifazio VIII infranse irreparabilmente il triregno. Non essendosi
aperta in quel momento la terra sotto i sacrileghi, come a Datan e a
Core[6], il mondo dubitò che Dio stesse davvero (come gli s'imponeva
credere sotto pena della eterna dannazione) col suo Pontefice. I colli
di Roma non imitavano ancora il monte di Gerusalemme, dove si annidano
le volpi[7]; qualche volta vi ruggiva anche il lione; ma da quel
giorno in poi le chiavi di San Pietro,--le chiavi della Città
Celeste--dall'avara viltà dei Sacerdoti furono sovente presentate ai
Potenti della terra come chiavi di vinta città.

Ecco Ferentino, là dove è fama che Manfredi, impaziente di regno,
calpestasse come uno scaglione la testa del padre Federigo per salire
sublime. O corona! quanto hanno ad essere infernali i tuoi splendori,
se un cavaliere sì degno non rifuggì acquistarti a prezzo di un
parricidio!

Più oltre apparisce San Germano, dove i Pugliesi furono bugiardi a
Manfredi per Carlo di Angiò; antica usanza di schiavi, che immaginano
mutare stato perchè mutano soma. Si abbiano l'abbominazione dello
antico signore, e il disprezzo del nuovo; chè troppo bene meritarono
ambedue.

Da questa parte giacciono i campi Palenti, dove la stella scintillante
della casa Sveva tramontò per sempre dentro un lago di sangue. Stella
imperiale, la tua aurora fu vermiglia; il tuo mezzogiorno purpureo; il
tuo tramonto sanguigno: nè quel colore fu ricavato dal mollusco dei
mari di Tiro, bensì dalle vene degli uomini, che non ne mancano mai.

Volgiti al Mediterraneo; là, là è un piccolo castello, infame pel
tradimento del giovane falco degli Hohenstauffen. Infelice Corradino!
quantunque cresciuto alla preda, ci commuove il tuo fato di fiore
reciso su l'aurora della vita. Tu almeno saresti stato leggiadro, ed
animoso tiranno!--[8] Tu avresti sbranato, non leccato il sangue... E
che cosa altro di meglio concessero le Eumenidi di fare al tiranno?

Poco oltre sorgeva un giorno Minturna; e lì Mario, trepidante per la
sua vita, si nascose nel fango fuggendo coloro che lo cercavano a
morte; e lì egli fugava col terrore dello sguardo il Cimbro omicida...
Dio del cielo! allora ai nostri padri per fugare i barbari bastava la
virtù di uno sguardo!--O Mario, che valsero i tuoi trionfi contro i
Cimbri e i Teutoni, e che cosa valsero quelli del tuo fiero avversario
Silla contro Mitridate? Andate perpetuamente maledetti, però che voi
foste la rovina di Roma. Le discordie della plebe co' patrizii
avvantaggiarono la repubblica finchè terminarono in leggi; ma quando
il sangue cittadino scorse a rivi per le strade, e toccò il limitare
dei tempii a guisa di onda commossa dagli Dei infernali; ma quando per
la prima volta furono viste le spoglie di romani trucidati portate in
trionfo insieme alle spoglie dei barbari, allora incominciò l'agonìa
di Roma, e l'ombra invendicata di Annibale rise fin su la foce di
Averno[9].

Dentro i sepolcri della proscrizione si generano i serpenti della
discordia; il sangue chiama sangue da Abele in poi; e la Vendetta,
tolti in prestanza dal Tempo l'orologio a polvere e la falce, guarda
quello, e arrota questa: quando l'ora sarà giunta, popoli e genti
cadranno come fieno mietuto:--anche la Morte ha da avere i suoi
saturnali; e lo vedrete.

Volgiamoci all'Adriatico, poichè da questi luoghi si scorgono entrambi
i mari; colà si levano ancora le torri di Ancona, le quali una volta
rammentavano disperata difesa cittadina, ed esoso nemico respinto;
oggi poi ricordano gemino stupro, e invendicato da gente, che si
nutrisce di vergogna come di pane. Cesena richiama alla mente la
strage nefanda ordinata dal Cardinale di Ginevra. Giovanni Acuto,
soldato di ventura, sentì ribrezzo dello indistinto eccidio; ma il
sacerdote furibondo urlava: «Sangue; io voglio sangue, e siano morti
tutti»[10] O Cardinale, tu a buon diritto ti guadagnasti la porpora
vermiglia.

Poco più oltre ecco Senigaglia, che dura famosa nel mondo pel modo
tenuto dal duca Valentino, il truce bastardo di Alessandro VI, per
ammazzare i Baroni della Romagna[11].

Così, sia che tu ti volga alla diritta, o alla sinistra sponda, i mari
d'Italia gridano lungo i liti: _tradimento!_

Da Rocca Petrella guardando a oriente vedi le acque del lago Fucino:
esse dormono adesso simili a quelle del mare morto. Un giorno furono
piene di stridi feroci, di aneliti, e di stragi. Claudio, sazio delle
morti del circo, qui volle letiziare i suoi occhi con lo spettacolo di
una battaglia navale, e trovò tremila uomini, o piuttosto belve con la
faccia umana, che consentirono a trucidare, e ad essere trucidati pel
piacere dello Imperatore; nè già con ira, o imprecando sul capo di lui
le furie, ma lieti e salutanti[12]. Così l'antica Roma ebbe più
schiavi disposti a morire per la ricreazione di un tiranno, che Roma
moderna cittadini per la libertà della Patria!

Basta.--Addietro visioni che spaventate l'anima agitandola.--Cessa una
volta, spirito infermo, di scuotere davanti a te stesso la camicia
insanguinata della umanità. Il gran Cieco inglese renunziò a dettare
la storia della Ettarchia sassone sul fondamento, che tanto valeva
scrivere quella degli avvoltoi; io avrei voluto sapere, che cosa gli
fosse sembrato scrivere raccontando quella degli uomini[13].

Sopra tutto questo mare di rovine la basilica di San Pietro Vaticano
con la sua croce in cima alla palla, pare che galleggi come l'arca di
Noè.--Perchè non ha ella salvato il genere umano, e perchè non
rinnuovò il patto dell'alleanza della terra col cielo?--Di cui è la
colpa?--Un'altra volta forse lo dirò, non certo nuovamente, ma
inutilmente sempre. La Esperienza, che scrive la storia, si assomiglia
alle figlie di Danao affaticate a riempire le botti senza fondo.
L'universo è un fiume, e la umanità spensierata sta sopra le sponde a
guardare scorrere le acque: può egli l'uomo rammentarsi dei flutti
dell'anno passato, o può farne suo vantaggio? Così passano gli eventi
irrevocati dalla memoria, sterili di virtù.--

I miei personaggi da Tivoli seguitando la via Valeria si ridussero a
Vicovaro, ove a cagione del caldo grande e della via malagevole ebbero
a soffermarsi, e con quanto cruccio del Conte Cènci non è da dire, il
quale invano tentò di spingersi innanzi. I cavalli trafelati non
obbedivano a frusta nè a sprone. A vespro ripresero il cammino, e
pervennero alla osteria della Ferrata ov'è mestiere lasciare le
carrozze, e salire il monte su cavalli e su muli. Il Cènci scese, e
chiamato l'oste lo interrogò se avessero dalla Petrella mandato
somieri per prenderlo.

--Io non ho visto muli, rispose l'oste con faccia brusca.

--Ma non si trattenne qui, passando, un mio fante che ha nome Marzio?

--Non so di Marzio, e non ho veduto marzi, nè aprili.

Don Francesco aveva mosso codesta domanda ad arte per assicurarsi se
fosse stato ucciso Marzio, e per infingersi ad ogni buon riguardo
ignaro dell'omicidio; ma poichè l'oste nulla sapeva, gli parve bene
simulare una gran collera, e bestemmiò Marzio, e la pigrizia dei servi
a soddisfare gli ordini dei padroni, mostrandosi imbarazzato a
procurarsi i trasporti; se non che l'oste, burbero sempre secondo il
costume dei romani, gli osservò:

--A che serve imbestialirvi, Eccellenza? E quando avrete bestemmiato
tutti i santi del paradiso, avrete fatto apparire muli e cavalli? Se
voi altri signori ci levate ancora il privilegio della bestemmia, che
cosa vogliate lasciare a noi, poveri vassalli, in fè di Dio io non
saprei.--Il vostro fante non gli avrà trovati; sarà caduto infermo
nella ròcca; non avrà pensato tanto prossimo il vostro arrivo; lo
avranno ammazzato i banditi per la via, e che so io? Si danno tanti
casi al mondo! Ad ogni male ci è il suo rimedio. Lasciate fare a me.
Voi sapete, che oste viene da ospite; e se la fortuna non mi avesse
sempre guardato in cagnesco, vorrei albergare la gente secondo i
comandamenti degli Apostoli.

--Io credeva, rispose il Conte sorridendo, che oste derivasse da
un'altra cosa...

--Da che?

--Da _hoste_, che vuol dire proprio nemico in lingua latina; ma forse
avrò sbagliato. Ora sentiamo un poco che cosa vi avvisereste fare,
ospite mio?

--Manderemo questo ragazzo qui su pei boschi dove stanno i carbonari.
A questa ora le buche del carbone hanno ad essere fatte; sicchè i
carbonari, un po' per usarmi cortesia, un po' per buscare qualche
scudo, saranno contenti di venire fin giù, e condurvi alla Rocca
Ribalda. Bisognerà che camminiate tutta la notte, perchè a un bel
circa, poco più poco meno, prima di arrivarci saremo su le
trentaquattro miglia.

--La strada è come quella del paradiso, che si vorrebbe fabbricata più
larga per comodo di noi altri poveri peccatori. Ad ogni modo la luna
si leva sul tardi, e agevolerà lo scendere e il salire.

--Ma perchè non aspettate domani? Qui troverei modo di ripiegarvi
tutti... rammentatevi che abbiamo un collo solo.

--No, a me importa arrivare presto.

--E aggiungete, che domani per tempo avrete cavalli da pari vostro...

--No, manda pei muli dei carbonari...

--Farò come vi piace, Eccellenza; anche i muli portano a
  casa.

Il ragazzo bruno di carne, con occhi fissi di falco stavasene
appollaiato sopra una catasta di legna, contento come su di un cuscino
di velluto. Nel sembiante mostrava tale idiotaggine, da mettere
ribrezzo in chiunque avesse avuto bisogno di alcun servizio da lui. Il
Conte sdegnoso, guardandolo di traverso, gli diceva:

--Non hai inteso? A questa ora dovresti essere lontano un miglio.

--Non vi date fastidio, Eccellenza, chè sarebbe fiato perso. La povera
creatura non vi può intendere; gli è sordo-mutolo di nascita, ma con
quattro ammicchi vi sbrigo.

Il Conte, dubitando essere tolto a scherno, stava per dare tale un suo
ricordo alla trista all'oste traditore, che se ne sarebbe rammentato
per tutto il tempo della vita; ma questi incominciò ad armeggiare con
le mani tanto, che parve avere fatto capire il ragazzo: se non che il
sordo-muto sbadigliava stendendo le braccia, e con altri moti
dimostrava repugnanza a partire. Allora l'oste, a guisa di
perorazione, aggiunse al suo discorso un prenderlo per l'orecchio
destro, e un trarlo giù dalla catasta dandogli al punto stesso un
calcio solennissimo, che lo mandò a rotolare contro la porta. Da tutto
questo il ragazzo potè comprendere, che si trattava di affare di
premura.

Messi i cavalli in istalla scaricano le carra apparecchiando fardelli,
e funi per adattarli a soma sui muli. Le donne e Bernardino furono
fatti salire in una stanza al primo piano, e lì chiusi. Il Conte
aggirandosi sospettoso, da per tutto spiava.

Il ragazzo corse buon tratto su per una viuzza: quivi si fermò, e
voltatosi dalla parte della osteria stese la destra col pugno; chiuso
in atto di minaccia, come costumano le scimmie quando le piglia il
dispetto: poi spiccò un salto, e via, a modo di capriolo, per la costa
del monte Santo Elia, che dalla Ferrata mena a Rio Freddo.

La salita, malagevole dapprima, incominciò a diventare aspra, e
finalmente dirotta. Il ragazzo non aveva rimesso punto dello ardore, e
balzando di greppo in greppo sembrava piuttosto volare che correre.
Lasciamolo andare, ch'egli conosce la strada, e non si smarrirà di
certo.

                                ------

Colà dove il monte Santo Elia è più scosceso, sotto querce secolari
che stendono largamente i loro rami sopra arboscelli, di mole minore,
arde un magnifico fuoco. Su per coteste vette l'aria punge nelle notti
di settembre, quantunque nei piani la caldura soffochi; e poi gli
uomini, che vi stavano intorno, con atti diversi lo avevano acceso per
vederci, e per compagnia. In quel punto pareva che la noia piovesse
giù dagli alberi sopra i loro capi; imperciocchè taluno fischiasse
supino tenendo ambedue le mani sotto la testa, il cappello tirato su
la faccia, ed una gamba a cavalcioni dell'altra ripiegata lungo la
coscia; tale altro aggomitolato dentro al tabarro si voltava ora di
qua, ora di là, traendo di tratto in tratto un sospiro:--sovente in
coro si alzava uno sbadiglio universale.

--Pericolo, che Marzio voglia convertirci?--favellò un
  bandito.

--Che cosa abbia inteso Marzio di fare io non lo so, rispose un altro;
per me intendo, come siamo di patti, tenere fermo fino a domani: poi,
quanto è vero San Niccola, diserto con arme e bagaglio.

--Su questi monti mandarci il vino a compito! Guarda! tutti i fiaschi
stanno morti per la terra. Io vorrei vedere piuttosto uno sbirro, che
un fiasco vuoto.

--E poi levarci anche i dadi!

--Le sono crudeltà da fare svenire Nerone.

--Quasi, quasi io mi sentirei tentato di recitare il rosario, Che ne
dici, Orazio?

--Ella è una cosa come un'altra; per passare il tempo. Però avete
torto marcio a lagnarvi, perchè domani termina il nostro debito; e se
in questo frattempo non arriva nulla di nuovo, io m'immagino che
saranno questi i primi danari guadagnati senza rimorso, come senza
pericolo.

Orazio è un bandito alto di persona; di sembianze gravi, e, comunque
sul declinare degli anni, bello sempre. La sua fronte e il suo cuore
portavano impressi i solchi di tutte le passioni; adesso elle erano
spente, ma le ceneri anche tepide facevano testimonianza dello
incendio fumando. Il fodero durava più della lama. Orazio sopravviveva
a se stesso. Fin lì erasi rimasto appoggiato a un tronco di leccio,
col capo chino su i ginocchi, senza profferire parola. Lui salutavano
i banditi poeta, medico, e legislatore della brigata. Interrogato
rispondeva, richiesto consigliava; invitato, senza farsi troppo
pregare cantava canzoni da lui composte, o raccontava strane vicende
di lontani paesi; altrimenti, sempre taciturno, meditava sopra i suoi
casi, che davvero molti, e varii la fortuna gli aveva apparecchiato
davanti. Spirito fantastico, amante del maraviglioso, il quale spesso,
invece di farsi cercare da lui, gli andava incontro. Vissuto in altri
tempi, dove tre o quattro omicidii non guastavano, con la prestanza
del braccio, e il valore del canto avrebbe avuto fama in corte di
Provenza su qualsivoglia menestrello o barone uso a servire dame:
adesso la miseria, che gli si era irrugginita addosso, la usanza
vecchia di far giudicare le sue liti dal coltello che teneva al
fianco, e finalmente il genio nativo lo avevano condotto alla macchia.
Tale era Orazio.

--Ma la noia, Orazio, non conti nulla la noia?

--Io la conto moltissimo; ma ella è un cilizio che si attacca alla
vita di tutti: imperatori e papi la portano cucita fra la camicia e la
carne; e vorreste non sopportarla voi per quattro notti, o sei? Noi
fummo pagati, e bene; e questo, che duriamo, non è troppo travaglio.
Così mi fosse avvenuto sempre, che non mi sarei trovato ad avere a
venti anni i capelli bianchi!

--Come bianchi! o non hai nera la barba?

--Ma i capelli sono bianchi.--E qui Orazio levò una specie di cuffia,
che gli cuopriva la testa intorno intorno rasente le orecchie, ed i
banditi conobbero per la prima volta, com'egli non avesse capello che
non paresse filo di argento; i sopraccigli poi e la barba si
conservavano nerissimi.--Da venti anni in qua io diventai canuto.

--_Domine in adiutorium meum_, esclamò un vecchio bandito; tu non
saresti mica parente del diavolo?

--Che io sappia, no.

--Qui dentro ci è della fattucchieria,--ripresero gli altri
spaventati.

--Con licenza vostra, non ci ha che fare il Diavolo; ma un'Aquila
grigia.

--O come un'Aquila?

E tutti gli si posero attorno. Orazio, sempre col capo scoperto, e
godendo della paura dei compagni, che non cessavano di contemplare con
maraviglia mista di terrore quei capelli bianchi, e quella barba nera,
incominciò a parlare:

--Ve lo dirò; in mancanza di vino, un racconto vi piacerà sempre
meglio dell'acqua; n'è vero? Il padre mio, boscaiolo, morì come visse
povero quanto San Quintino, che suonava a messa co' tegoli. La mamma
dopo la sua morte non ebbe più un'ora di bene, e, povera donna! cadde
inferma di palpito di cuore. Il curato, che era uomo saputo, ci disse
che cogliessimo certa erba, chiamata _fu_[14], la quale cresce per
questi monti; ne spremessimo il sugo, e glielo dessimo a bere, che le
avrebbe fatto bene; e come disse trovammo essere vero; ma _fu_, o non
_fu_, quando la candela arriva al verde bisogna che si spenga; e la
vecchia si spense: _requiescat in pace. Amen_.

E i banditi rispondevano:

--_Requiescat in pace_.

--Nell'anno domini... aspettate che me lo ricordi... l'anno, che il
terremoto mandò a terra il campanile di Santo Andrea... potevo avere a
un bel circa venti anni, in giorno di venerdì andammo in tre fratelli
al bosco per tagliare legna, e per cogliere un poco di erba _fu_. A
venti anni costa poco salire, e noi ci arrampicammo pei dirupi del
monte Terminillo. La neve ne cuopre quasi sempre la cima, ed in
coteste solitudini altro non si udiva che stridi, e il rombo delle
aquile arrabbiate per non trovare pastura. Arrivati proprio in vetta
al monte, ecco ci comparisce davanti una figura umana immobile, come
se fosse scolpita nel sasso. La credemmo il Diavolo, e ci segnammo
devotamente secondo la regola; ma quella ferma.--Candido, il nostro
maggiore, che aveva più seme in capo di una zucca, osservò, che avendo
resistito al segno della santa croce diavolo non poteva essere; ed
infatti diavolo non era; però poco meno. Costui, solo sopra quella
cima, stava considerando giù in fondo di un precipizio tagliato a
picchi sul fianco della montagna, un nido di Aquila. Noi gli si
accostammo cautamente, per timore che scosso allo improvviso non
pericolasse; nè egli ci avvertì. Io lo guardai: misericordia! che
occhi maligni! Pareva proprio dipinto in viso dalla invidia col colore
_verdenero_[15] dell'odio. Borbottava fra i denti:

«E' sono fuori di tiro, costà nessuno arriva a toccarli, e se ne
stanno tranquilli come pontefici; in breve... ecco torneranno i
genitori col cibo... e saranno tutti contenti;--i primi da me veduti,
e rimasti felici!»

Qui volgendo il capo ci scòrse; noi lo salutammo, e gli domandammo
qual fantasia lo avesse preso di avventurarsi sopra cotesti
scavezzacolli, e se non temesse del capo-giro.

--Perchè volete voi sapere il mio segreto?--ci rispose turbato. Che
--cosa importa a voi di me, a me di voi? Se siete banditi vi darò la
--moneta che ho indosso, e andatevene col diavolo, che vi porti.

E noi lo avvertimmo, che per quel quarto di ora eravamo boscaioli e
cacciatori, e che non avrebbe corso danno a mostrarsi meglio garbato.

--Sta bene; non volete acquistare come re, guadagnerete come servi;
accostatevi qua... presso me... guardate laggiù...

--Dove?...

--In dirittura del mio dito... in quel fondo là... il nido
  dell'aquila?

Circondato di nebbia, si scorgeva appena un punto nerastro.

--Sì, lo vediamo.

Ed egli, teso sempre il dito, aggiungeva: «A cui di voi si sente
capace di portarmi i tre aquilotti...»

--O come sapete, io interruppi, che ci hanno tre aquilotti nel nido?

--Perchè gli scorgo distinti con le piume saure dorate.--

Io pensai: s'ei non è il Diavolo, come ha detto Candido, per lo meno
ha da essere suo cugino; però che io ci vedessi allora, e veda sempre,
mercè santa Lucia, come un cacciatore; e non pertanto non mi bastasse
l'animo di scorgere altro, che una macchia cenerina grande come un
pugno.

«Chi di voi, continuava costui, mi riporta i tre aquilotti si godrà
dieci ducati di oro».

Dieci ducati di oro! E' ci era da comprare un reame. Volevamo andare
tutti: per metterci d'accordo facemmo il conto, e toccò a
me.--Sciogliemmo le corde, che noi altri cacciatori di montagna
costumiamo tenere cinte a più doppii intorno alla vita, ed annodatele
insieme ci parve potessero bastare per giungere laggiù: mi calarono;
con la sinistra agguantava la corda, con la destra stringeva la
coltella tagliente meglio di un rasoio: arrivo al nido, lo stacco, me
lo assicuro fra il braccio, e il costato. Gli aquilotti
strillano,--sono sordo; gli aquilotti beccano,--gli lascio beccare:
agito la corda, mi tirano su, ed incomincio a salire piano piano come
una secchia: ogni cosa cammina d'incanto. Giunto a due terzi, e forse
saranno stati anche i tre quarti, della salita, mi percuote un rumore
di aria rotta violentemente a modo di turbine, e m'intronano stridi
disperati. Il giorno diventa buio, e al tempo stesso due punte
m'investono, di cui l'una mi straccia la pelle del capo, e l'altra mi
fora il cappello, e se lo porta via; perocchè le aquile fossero due,
maschio e femmina, e a quanto pare, come Gildippe ed Odoardo, amanti e
sposi: per giunta poi, genitori degli aquilotti che portavo meco.
Ambedue rivolsero il volo per piombarmi di nuovo a perpendicolo sul
capo. Io non aveva mai visto aquile così sterminate. Santo Uberto mi
aiuti! Quando mi vennero vicino menai colpi da disperato; ne giunsi
una fra la spalla ed il collo, ma non la ferii bene; all'altra mozzai
un quarto di ala: ma egli era nulla; si alzavano, si abbassavano,
volteggiavano, mi ferivano nel petto, su le spalle, nei fianchi, si
avventavano così ratte ad artigli spiegati contro i miei occhi, che
davvero incominciai a pentirmi di essere disceso laggiù: però mi
difendeva il molinello, che faceva stupendamente veloce con la
coltella per tutta la persona. Pensate un po' voi se dovevano, o no,
essere nuovi spettacoli un cristiano sospeso per l'aria, che girava
girava come fuso che torce la canapa, col nido degli aquilotti in
collo, giuocare di scherma incontro alle aquile, le quali con tutte le
malizie loro s'ingegnavano lacerarmi, e lo abisso pieno di stridi
degli uccelli, e di voci umane le mille volte ripetute dagli echi, di
penne svolazzanti, di sangue grondante, e di furore. Nel voltare la
faccia in su incontro la faccia dello sconosciuto sporgente dalla
balza, che rideva mostrando i denti a guisa di lupo quando ha fame; mi
si abbagliarono gli occhi, e un sudore diaccio mi corse lungo la
spina... Santa Vergine! Quale orrore! Nel menare colpi io aveva per
inavvertenza tagliata più che mezza la corda, già abbastanza sottile,
la quale mi teneva sospeso... mi pareva che mi fosse, e certo mi era
cresciuto il vedere; imperciocchè io distinguessi cedere, e disfarsi
ad uno ad uno i fili della fune, e gli occhi taglienti dello
sconosciuto segare con le pupille la parte rimasta salda. In quel
punto sentii come darmi di un grosso picchio sul capo, rimpiccolire la
statura, strizzarmi nelle costole, e diminuire di grossezza. Chiusi
gli occhi, e vidi fuoco;--gli riapersi ben tosto, però che quattro
graffi dolorosi nella fronte mi ammonissero che accorressi a
difenderli, se non voleva che le aquile me li cacciassero di nido,
come io aveva fatto agli aquilotti loro. I fratelli, temendo che io mi
fossi abbandonato, non sapevano sovvenirmi in altra maniera, che
gridando «coraggio, fratello! Orazio, da bravo!» e dando alla corda
terribili squassi, per cui ogni momento più s'indeboliva...

Sono presso all'orlo dello abisso due... braccia... un braccio...
tremendamente atterrito stendo una mano al ciglione, getto il nido, e
con l'altra mi aggrappo convulso, e bene mi avvisai; imperciocchè i
miei fratelli, appena ebbi mostrato il capo, lasciassero la fune, e
fuggissero via urlando da spiritati: pure, come Dio volle, ne uscii a
salvamento, e mi gettai avvilito sopra la neve. Lo sconosciuto con
quei suoi occhi di vetro mi guardava curiosamente, e mi esaminava in
silenzio il capo: strappommi tre o quattro capelli, se gli recò nel
palmo della mano, sempre esaminando; li pose di contro alla luce, li
tagliò, e finalmente ridendo mi disse «tu hai avuto paura». I fratelli
intanto, riavuti dal primo stupore, si accostavano levando gli occhi
al cielo, e a grande stento si persuadevano che io fossi quel desso di
prima. I miei capelli, in uno istante di agonìa, di neri si erano
mutati in bianchissimi[16].

Lo straniero con certi suoi argomenti ci dette ad intendere essere
avvenuta naturalmente la cosa, che io non compresi allora; e molto
meno saprei ridirvi adesso. Mentre favellava egli trasse di tasca un
suo pugnaletto, e, senza punto cessare dalle parole, tagliò il capo
agli aquilotti. Le aquile ferite, e spennacchiate non ardivano
accostarsi a noi chè eravamo troppi, ed avevano già fiutata la polvere
dei nostri archibugi[17]; però da lontano gittavano tali strida
desolate, che fendevano il cuore. Colui, mozza ch'ebbe la testa
all'ultimo aquilotto, ci disse:

«Orsù, miei bravi, volete voi guadagnare due volte tanto danaro di
quello che avete avuto? Andate a rimettere questi tre aquilotti morti
nel nido donde gli avete cavati. Non ho meco altra moneta; ma venite a
Rocca Ribalda, ed io conte Cènci vi manterrò la promessa.»

A noi parve per quel giorno averne avuto d'avanzo; e poi, comunque
bestie, le aquile avevano patito troppo strazio. Allora il barone si
allontanò fischiando dall'altra parte del monte, senza nè darci, nè
aspettare il saluto.

--E tutto questo che monta?--notò un vecchio bandito, che pareva nato
a un parto col Caronte della cappella Sistina--O come hai provato, che
tutto questo non accadesse per opera del demonio?

--Ma o non hai inteso, che il barone era il conte Francesco Cènci di
Rocca Ribalda?

--Bella ragione! Non poteva il diavolo aver preso la sembianza del
Conte Cènci? E mettiamo il barone da parte; o le aquile e gli
aquilotti non potevano essere demonii?

--Ma vedi il caparbio! Ho sempre sentito dire che il diavolo è un gran
signore. Ora pensa s'egli avesse voluto prendersi briga di una povera
creatura come sono io.

--Eh! un'anima poi pesa quanto un'altra nelle bilance del diavolo.

--E dodici fanno una dozzina.

--Ma, a caso, portavi addosso nessuna reliquia?...

--Che domande!--Sicuro, eh!--Avevo un breve con la orazione di Santo
Brancazio contro le streghe; un cornino di mare per la jettatura; la
medaglia di San Tebaldo, oltre ad un pezzo di _lumen Christi_ in
tasca...

--Tutto questo può bastare; ma per chi va pei monti è necessaria la
medaglia di San Venanzio. Ricordatevene, figliuoli; il maligno, capite
Orazio, il maligno s'ingegnava, farti morire senza sacramenti, e
portarti diritto dentro lo inferno: di qui, figliuoli, chè posso
essere padre a tutti voi altri, comprenderete quanto profitto sia
all'anima vostra starvi vicini a santa madre chiesa. E poichè dianzi
mi è venuto parlare di rosario, o che trovereste male; per ammazzare
il tempo, recitarne una mezza dozzina? Ma che dico male? Non sarebbe
tanto bene messo nel salvadanaio per il mondo di là?

Il vecchio bandito trasse fuori di tasca una immagine della Madonna, e
la conficcò col coltello nel tronco di una quercia. Piegate le
ginocchia, prese a dire molto devotamente il rosario. I compagni, o
mossi dallo esempio, o per vera devozione, o per mille altre cause,
che sarebbe ricercare soverchio, conciossiachè i nostri atti sieno
mossi ordinariamente da un complesso d'incentivi, non già da una
singola cagione, piegarono le ginocchia, e rispondevano al vecchio
alternando _pater nostri_ ed _ave marie_.

Se il diavolo fosse passato per di là si sarebbe dato al diavolo.

--Basta così, Ghirigoro, disse un bandito alzandosi; e mentre con le
mani si poliva ambedue le ginocchia, aggiunse: ma sapete che il vostro
dubbio intorno al diavolo mutato in due Aquile patisce, con reverenza,
dello scemo!

--Scemo io?--E tu non sai, ignorante, che ventimila diavoli possono
entrare dentro un lupino, ed un diavolo solo condire tutto un convento
di frati Francescani? E non sai, che a salvarci dal diavolo non basta
metterci a sedere nella piletta dell'acqua santa, e tenere un Cristo
in bocca, chè tanto un foro per entrarci in corpo egli lo sa trovare,
come neanche a Santo Antonio fece profitto averlo preso con le molle
pel naso?

--Con le molle?

--Pel naso?

--Già!--rispose interrompendo il bandito--appunto con le molle pel
naso...

--O sentiamo anche questa...

--La è chiara come l'acqua. Una volta il diavolo, per fare scappare la
pazienza a Santo Antonio, si trasformò nello sgabello dove si metteva
a sedere: eccoti, che il santo viene in cella, e subito va a leggere i
libri di divinità; il diavolo gli scappa di sotto, e il santo a gambe
all'aria. Un'altra volta si convertì in leggìo, e gli cascò sul naso
rompendogli gli occhiali; e poi in cane, in gatto, e in donna; sebbene
molti credano che quando il diavolo apparisce in forma di donna non si
tramuti, ma che proprio vi sieno i Diavoli donne, o vogli dire le
Diavolesse, e questo credo ancora io. Insomma; il maligno quante ne
poteva immaginare, e tante gliene faceva; ma il santo, sempre con pace
esemplare, lo prendeva per un orecchio, e lo ammoniva: «Diavolo,
diavolo! ti par egli, che tu sia nato per gabbare un santo pari mio?
Il mondo è grande, e possiamo starci tutti e due senza darci fastidio:
va' pei fatti tuoi, e non mi rompere il capo». Poi lo metteva fuori di
cella, e gli chiudeva l'uscio in faccia. Un giorno, che il nostro
dabbene Santo Antonio si ammanniva a fare una bellissima
meditazioncella sopra la moltiplicazione dei pani e dei pesci,
inchiavacciò per bene la porta, e sul foro della toppa mise un pezzo
di _lumen Christi_, sperando in questo modo avere la pace: ma e'
furono novelle. Ad un tratto sente rodere, e con la coda dell'occhio
vede il diavolo, che aveva cacciato il muso fuori da un buco scavato
nella parete. Il santo, senza darsene per inteso, agguanta adagio
adagio le molle del cammino, e poi in meno che non si dice _amen_ si
avventa sul diavolo, e lo prende per il naso. Il diavolo strillò... ma
il santo sodo: il diavolo si provò in cima delle molle a trasformarsi
ora in leone grande quanto il monte Terminillo, ora in serpente lungo
un miglio; ma tanto non si usciva, e il santo lo tenne stretto fino a
che non lo ebbe affogato dentro un orciuolo di acqua vite, conforme io
stesso con questi miei propri occhi vidi, e verificai alla fiera di
Tagliacozzo, dove un religioso di santissima vita me lo mostrò, e mi
disse che il diavolo, prima di spegnersi nell'acqua arzente benedetta,
aveva durato a friggere mezza ora e più come ferro arroventato[18].

--Come! tu vedesti un serpente lungo un miglio?

--Il diavolo era rimasto nella forma ultima, che aveva preso nelle sue
tramutazioni. Quella del serpente non era stata l'ultima.

--Dunque, o che figura aveva egli?

--Quella di talpa lunga due palmi compresa la coda...

Uno scoppio immenso di risa proruppe da tutta la brigata, sicchè il
vecchio ne rimase sconcertato. Preso da cruccio, si avviluppò nel
tabarro brontolando:

--Già voi siete eretici; e un giorno o l'altro vi accorgerete voi, che
cosa significhi fare i banditi senza un po' di religione.


NOTE

  [1] Nella _Storia delle Rivoluzioni d'Italia degli anni_
    1847-1848-1849 del GENERALE PEPE viene attribuito al Salviati.
    Veramente cosiffatta osservazione è troppo più antica; e troviamo
    nelle Storie di TITO LIVIO screditati i Galli, come quelli che
    costumavano: _ridendo frangere fidem._ Però nè antichi, nè moderni
    esempii nostrali mi avrebbero persuaso a muovere questa querela
    grave, ma pur troppo meritata da un Popolo necessario così alla
    dannazione come alla salute del mondo, laddove in opera
    parzialissima alla Francia io non leggessi queste parole, che ho
    citate altra volta: «I Galli si dilettarono di buona ora a
    _gabbare_, come dicevano nel medio evo. La parola per loro non
    aveva nulla di serio: promettevano, poi schernivano, e così
    terminava ogni cosa!» Tristo giuoco, nel quale hanno troppo più
    scapitato che guadagnato. Deh! che anche per cotesto Popolo grande
    il giorno del giudizio non venga dopo la morte!

  [2] «Quando non ti possono far bene, tel promettono; quando te lo
    possono fare, lo fanno con difficoltà, o non mai: sono inimici del
    parlare romano, e della fama loro». MACCHIAVELLI, _Della natura
    dei Francesi_. Il detrattore nostro è LAMARTINE: di lui soventi
    volte mi dolsi, e mi dolgo; molto più che non emendò uomo di stato
    le colpe del poeta. Costui bandì impedire ogni intervento
    straniero a danno dei Popoli, i quali si rivendicassero in
    libertà; e poi nella sua _Storia della Rivoluzione di Francia_ del
    1848 sostenne, la Francia non potere in conto alcuno patire la
    formazione di uno stato grande fra l'Austria e lei. Vieta
    politica, scusabile forse ai tempi del cardinale Richelieu, ed
    ostentata dal poeta per figurare di saperne. La costituzione del
    1848, composta sotto gli auspicii di questo poeta, statuì, il
    Popolo francese non dovere far mai guerra contro la libertà di
    verun Popolo, e l'Assemblea francese assunse la impresa contro
    Roma; e questa fu brutta sequela di bruttissime ed antichissime
    ingiurie. Qual maraviglia pertanto che altri non rispettasse
    questa costituzione, se tanto poco mostrarono rispettarla quei
    dessi che la fecero? Provammo la Francia sotto tutte le sue
    trasformazioni politiche; è lecito tuttavia confidare in lei?--La
    condizione nostra mi sembra piena di dubbiezza; conciossiachè se
    la Francia non ci aita, quale altro Popolo lo voglia, e lo possa
    io non saprei vedere: e per altra parte deve sperarsi che la
    Francia senta la vergogna, e il pericolo della sua decadenza, non
    meno che il bisogno di riunire in un fascio i Popoli occidentali,
    per opporli agl'intenti a cui mirano i Settentrionali con
    miracoloso accordo.

  [3]   _Gli ruscelletti, che dei verdi colli
          Del Casentin discendon giuso in Arno
          facendo i lor canali freddi, e molli,
        Sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
          Chè la immagine lor vie più mi asciuga,
          Che il male ond'io nel volto mi discarno._
                                   DANTE, Inferno, C. XXX

  [4] TITO LIVIO, _Storie, lib. II. c. 2_. DIONISIO DI ALICARNASSO,
    _Antichità Romane, lib. V. c. 13_.

  [5] «Nell'anno 1616 passando di costà Leandro da Bologna trovò la
    città di Anagni tutta in rovina. Interrogati alcuni maggiorenti
    Anagnini intorno alla causa del soqquadro, questi gli narrarono
    come dal tempo della prigionia di Papa Bonifazio in poi non
    avessero avuto altro che sventure da piangere». Così il buon
    Monaco TOSTI, su la fede del CIACCONIO: _Vita di Bonifazio
    VIII_.--Questo monaco insigne propugnò, in varie opere dettate con
    fiore di lingua e singolare dottrina, le prerogative del Papato;
    al tempo stesso però egli si mostrava tenerissimo della Patria
    italiana: ciò bastava ond'ei non potesse più durare tranquillo, in
    Monte Cassino. Tanto, nella stagione che corre, la paura di non
    essere trovato abbastanza umile, ed obbediente dai suoi Protettori
    vince nel Pontefice il merito che monaco, o sacerdote possa avere
    acquistato appo la Chiesa: e i Padri Gesuiti cantano Osanna! Io
    non gli avrei mai creduti di così poca levatura, come li conobbi a
    prova.

  [6] _Numeri, Cap. VI_.

  [7] _Geremia, Cap. ultim._ «Propter montem Sion quia disperiit,
    vulpes ambulaverunt in eo».

  [8] Per questi fatti vedi i capitoli storici della _Battaglia di
    Benevento_.

  [9] Siccome quel che il MACCHIAVELLO scrive intorno alle discordie
    dei cittadini avrebbe giovato assaissimo negli anni passati, se
    avessero voluto leggerlo, e meditarlo; e siccome, forse, potrebbe
    essere di utilità nei futuri, io qui lo riporto supplicando Dio
    che i miei lettori lo antepongano, come merita, al testo:

    «Le gravi, e naturali nimicizie, che sono intra gli uomini
    popolari, ed i nobili causate dal volere questi comandare, e
    quelli non obbedire sono cagione di tutti i mali, che nascono
    nella città: perchè da questa diversità di umori tutte le altre
    cose, che perturbano le repubbliche prendono il nutrimento loro.
    Questo tenne disunita Roma, questo, s'egli è lecito le cose
    piccole paragonare alle grandi, ha tenuto divisa Firenze,
    avvegnachè nell'una, e nell'altra città diversi effetti
    partorissero. Perchè le inimicizie, che furono da principio in
    Roma infra il popolo, ed i nobili disputando, quelle di Firenze
    combattendo si disfinivano. Quelle di Roma con una legge, quelle
    di Firenze con lo esilio e con la morte di molti cittadini
    terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare accrebbero,
    quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una
    ugualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella
    città condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza ad una
    mirabile ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti
    conviene sia da diversi fini, che hanno avuto questi due popoli,
    causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori insieme
    coi nobili desiderava, quello di Firenze per essere solo nel
    governo, senza che i nobili ne partecipassero combatteva. E perchè
    il desiderio del popolo romano era più ragionevole, venivano ad
    essere le offese ai nobili più sopportabili, talchè quella nobiltà
    facilmente, senza venire alle armi, cedeva: dimodochè dopo alcuni
    dispareri a creare la legge dove si soddisfacesse ai desiderii del
    popolo, i nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano.
    Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era
    ingiurioso, ed ingiusto, talchè la nobiltà con maggiori forze alle
    sue difese si preparava, e perciò al sangue, ed allo esilio si
    veniva dei cittadini. E quelle leggi, che poi si creavano non a
    comune utilità, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano. Da
    questo ancora procedeva, che nelle vittorie del popolo la città di
    Roma più virtuosa diventava, perchè potendo i popolani
    nell'amministrazione dei Magistrati degli eserciti, e degl'imperii
    essere con i nobili preposti, di quella medesima virtù, ch'erano
    quelli si riempivano, ed in quella città crescendo la virtù
    cresceva la potenza. Ma in Firenze vincendo il popolo, i nobili
    privi dei magistrati rimanevano, e volendo riacquistargli, era
    loro necessario con il governo, con l'animo, e con il modo di
    vivere simili non solamente ai popolani essere, ma parere».
    _Storie, Libro III_.

  [10] Roberto di Ginevra, cardinale legato, cercò scostare i
    Bolognesi dalla lega promettendo loro il perdono del commesso
    errore, ed il mantenimento della libertà, che avevano ricuperata,
    purchè obbedissero alla suprema autorità della Chiesa; e siccome i
    Bolognesi risposero: «Noi siamo apparecchiati a tutto
    soffrire, piuttostochè sottometterci di nuovo a persone di cui il
    fasto, la insolenza e l'avarizia abbiano fatto sì crudele
    esperimento», il Cardinale proruppe: «ed io non mi allontanerò da
    Bologna, finchè non mi sia lavati piedi e mani nel sangue loro».

    «...Il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprirli la città di
    Cesena, da questo signore mantenuta in fede della Chiesa. La
    Murata, quartiere pochi anni prima difeso eroicamente da Marzia
    Ordelaffi, fu dato per istanza ai Brettoni; ma questi barbari vi
    si comportavano troppo peggio che in città vinta: rapivano robe,
    mogli, figlie, nè risparmiavano ai cittadini maniera veruna di
    strazii. Perduta la pazienza i Cesenati assaltano alla sprovvista
    i Brettoni, e ne ammazzano 300 nel 1.º febbraio 1377. Il
    Cardinale, presente al fatto, condannò i soldati, e promise
    perdono, purchè i Cesenati tornassero ad aprirgli le porte, ed
    essi così fecero: allora costui ordinò perfidamente si mettessero
    a morte tutti. Non contento di aizzare alla opera atroce i suoi
    Brettoni, chiamò ancora l'Acuto (Giovanni Aukwood--_falcone in
    bosco_) co' suoi Inglesi, che stanziava in Faenza, a far sangue; e
    siccome questo capitano non si sapeva risolvere a commettere tanta
    enormezza, «Sangue, urlava furibondo il Cardinale, io voglio
    sangue!» Durante la strage soventi volte fu udito gridare: «morte,
    a tutti!» SISMONDI, _Storia delle Repubbliche italiane, tom. VII,
    p. 78._--L'Abbate Cistercense aveva già comandato, alla presa di
    Bezieres, si uccidessero tutti i terrazzani eretici, o no, che Dio
    poi gli avrebbe scelti a comodo nell'altro mondo: «Caedite eos,
    novit enim Deus qui sunt ejus». CAESAR HEISTERBAC, _lib. V, p.
    21_.--Tali preti un giorno; quali adesso, vel dicano Roma e
    Romagna, e l'effemeridi loro truci, ed irrequiete eccitatrici agli
    odii, alle persecuzioni, alla servitù, ed al sangue. S'è giusto
    così, giudichi Dio.

  [11] MACCHIAVELLO. _Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino
    per ammazzare Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Viletto, il signor
    Gianpagolo, e il Duca di Gravina Orsini._

  [12] «Nel seccare, e dare la via al lago Fucino fece prima fare una
    battaglia navale. Ma gridando quelli che avevano a combattere:
    «sia il ben trovato lo Imperatore; ti salutano coloro, che stanno
    per morire» e avendo egli risposto: «ed a voi pure salute!» essi
    pensarono, che mediante cotesto saluto egli gli avesse licenziati
    dal mettersi in pericolo di vita, e non volevano combattere. Per
    la qual cosa egli stette un pezzo sopra di se pensando se avesse a
    mettere fuoco alle navi, o piuttosto tagliarli a
    pezzi.--Finalmente levatosi da sedere incominciò a correre intorno
    al lago balenando, e stando per cadere, tantochè egli li costrinse
    a combattere parte con le minacce, parte co' prieghi.
    Affrontaronsi insieme in cotesto spettacolo l'armata Siciliana, e
    quella di Rodi, dodici galere per banda, e nel mezzo del lago
    sorse un Tritone di argento, il quale suonava la trombetta.»
    SVETONIO, _tom. II, p. 226_.

  [13] HUME. _Storia d'Inghilterra, tom. I_.]

  [14] L'erba _fu_ è propriamente la valeriana _maggiore, o
    domestica_, rimedio specifico per le palpitazioni del cuore.

  [15] Ordinariamente la natura dipinge i malvagi con i colori dei
    serpi, e dell'erbe palustri. L'appellativo _verdinegro_ è di regia
    origine, e fu circa a quei tempi inventato da Filippo II, il quale
    in cotesto modo designava l'Escovedo, segretario del suo fratello
    don Giovanni d'Austria, commettendone la strage a don Antonio
    Perez suo ministro. «Certo convendrà abrebiarlo de la muerte del
    _Verdinegro_ antes que haga algo con que non seamos despues a
    tiempo, quel no deve de dormir ni descuidarse des sus costumbres.
    Acedlo y daos priessa ante que nos mate». Questo è un biglietto
    scritto da Filippo II di propria mano a don Antonio Perez,
    riportato dal signor MIGNET nella sua opera _Antonio Perez e
    Filippo II_, p. 70.--Tali erano le regie pratiche quando i
    principi volevano torsi davanti agli occhi un uomo increscioso:
    oggi si adopera diversamente: si chiamano sei, od otto paltonieri
    mascherati da giudici, e s'incumbenzano di finire l'uomo non
    _abrebiando_, bensì allungando, trapanando col diuturno carcere;
    uccidendo, insomma, il corpo mercè i dolori dell'anima. La morale,
    che presiede a siffatte giustizie, da Filippo in poi non è punto
    mutata; e chi ha vaghezza di conoscerla la può trovare esposta nel
    consulto del padre Diego de Chaves confessore del prelodato re
    Filippo II, al quesito, che gli mosse in proposito l'assassino
    Antonio Perez: «Lo advierto segun lo que yo entiendo de las leyes,
    que el principe seglar que tiene poder sobre la vida de sus
    subditos y vasallos, como se la pueda quitar por justa causa y por
    juyzio formado, lo puede hazer sin el, teniendo testigos pues la
    orden en lo de mas, y tela de los juyzios es nada por sus leyes,
    en las quales el mismo puede dispensar.--No tiene culpa el
    vasallo, que por sii mandado matasse a otro, que tambien fuere
    vasallo suyo por que se ha da pensar que lo manda con justa causa,
    como el derecho presume que la ay en todas les acciones del
    principe supremo». Vedi MIGNET, _Opera citata_, p. 66.--Le quali
    parole volte in italiano suonano così: «Vi ammonisco secondo la
    mia opinione intorno alle leggi, che il principe secolare il quale
    ha potere sopra la vita dei suoi sudditi e vassalli, come se la
    può prendere per giusta causa, e per via di regolare giudizio,
    così può torsela anche senza, essendo che le procedure giudiziarie
    nulla rilevino davanti i suoi comandamenti, potendo egli
    dispensare da quelle... Nè commette peccato il vassallo, che per
    ordine suo ammazzasse un uomo, che fosse pure vassallo di lui;
    conciossiachè si abbia a ritenere che il re comandi per giusta
    causa, conforme per diritto si presume che la giusta causa si
    contenga sempre in tutte le azioni del principe supremo.--Egregio
    re, più egregio ministro, egregissimo confessore! Secolo di oro, a
    cui sacerdoti e principi, stretti in fraterno abbracciamento,
    vorrebbero ricondurre la sviata umanità.

  [16] Questo fatto successe in Sardegna a _Domus nova_ nel 1839; con
    la differenza, che il cacciatore invece di andare pei nidi di
    Aquila, cercava quelli di Avvoltoio. Intorno a queste stupende, e
    subitanee trasformazioni di capelli, oltre gli esempii addotti in
    parecchie opere mie, il signor ALIBERT, nel _vol. I._ p. 180 delle
    _malattie della pelle_, narra di una donna bionda diventata nera
    dopo il travaglio del parto, e di altro individuo il quale per
    malattia tramutò i capelli bruni in rossi. Parla eziandio di
    capelli turchini, e verdi; questi si vedono frequentemente ai
    fonditori. Un tale Bichat imbiancò da un punto all'altro per
    cattive nuove. Perat moglie di Leclerc, citata a comparire davanti
    alla Camera dei Pari nel processo Louvel, incanutì nella notte. Si
    sono vedute barbe nere da un lato, e bianche dall'altro, come
    canuta una parte del capo soltanto. RAYER, _Malattie della pelle,
    t. III. p. 81_.

  [17] Questa virtù di odorato in alcuni uccelli si nega: eppure non
    si può mettere in dubbio, che quando una bestia morta passa in
    istato di putrefazione, dalle parti più remote dell'orizzonte si
    vedono comparire punti neri, a mano a mano avanzarsi, e svelarsi
    alfine per corvi, o per avvoltoi, attirati dagli effluvii
    ch'emanano dalla carogna per divorarla. GENÈ, _Errori popolari
    sopra gli animali_.--_Corvo ed Avvoltoio_.

  [18] Questo miracolo veramente non operò Santo Antonio, bensì San
    Dunstano abbate di Glaustenbury, e questa sua presa del diavolo
    con le molle tanto grande autorità gli compartì sul popolo,
    ch'egli ne trasse baldanza da imprigionare, e perfino uccidere la
    sua regina, senza che per ciò ei ne menomasse il credito. HUME,
    _Storia d'Inghilterra, t. I_.--Così sacerdoti, e re procedono
    concordi finchè si tratta immontonare il Popolo; immontonato che
    sia, si divorano fra loro; e la storia è lì aperta per
    dimostrarlo.



CAPITOLO XIX

LE FANTASIME.

                    Tra male gatte è capitato il sorco.
                                         DANTE, _Inferno_.


Appena il vecchio masnadiero aveva cessato di favellare, che una voce
sonora e argentina rompendo i silenzii della notte, portò agli orecchi
dei banditi questa canzone:

    _Avventa le zanne,
      Atterra lecciòli,
      Nocciòli--corniòli,
      Fa il bosco tremar._

--Non vi muovete, disse Orazio ai compagni, che entrati in sospetto
già già ammannivano le armi: egli è l'amico nostro; il sordo-muto
della Ferrata: egli non possiede in questo mondo nulla, eccetto voce e
miseria; e la prima voi non potete, e la seconda voi non gli volete
togliere.

Infatti indi a breve comparve il garzone della Ferrata, il quale oltre
la età scaltrissimo, aveva trovato il suo conto a fingersi sordo-muto,
e idiota, e così prese a interrogarli:

--Marzio dov'è?

--Se ce lo insegni noi te lo diremo. Questa è l'ultima notte del
nostro obbligo di aspettarlo; o viene in breve, o non verrà più: il
meglio, che tu possa fare, è di attenderlo qui con noi.

--Questo è guaio grande: che importa pescare, se non si bada alla
rete?

--Vien qua, fanciullo, e cantaci la tua canzone; intanto Marzio
potrebbe venire.

--Oh! vi pare egli? Ella è una canzone composta da qualche montanino
ignorante di questi luoghi;--pare proprio fatta con la piccozza.

--Che sia stata composta su questi poggi non ha da dubitarsi,
interruppe Orazio con modo acerbo; ma che l'abbia fatta uno ignorante
non è vero, brutta scimmia, perchè l'ho fatta io...

--Orazio... vi chiedo perdono... io non credeva...

--Credessi, o non, credessi, impara che non istà straziare, la canzone
a cui la canta: veramente la mia poesia non vale la tua voce; ma ad
ogni modo, senza i miei versi come sapresti far sentire i tuoi canti?

Il garzone, per torsi d'impaccio a rispondere, sciolse una nota
limpidissima. Orazio non ebbe coraggio interromperlo, ed egli
continuò:

    _Correte alle poste,
      Chè scende il cignale
      Non venne l'uguale
      Pei boschi a stormir.

    Avventa le zanne,
      Atterra lecciòli.
      Nocciòli,--corniòli,
      Fa il bosco tremar.

    Per setole ha stecchi,
      Ha fiamme per occhi:
      Nessuno mi tocchi,
      Grugnando egli va.

    Le belva percosse
      Del mostro allo strido,
      Disertano il nido,
      I figli, e l'amor.

    I colti devasta
      Così, che ai bifolchi
      Par corsa nei solchi
      La fiamma del ciel.

    Le macchie salvate,
      Ai campi accorrete,
      Battete--uccidete
      Quel verro crudel.

    La carne del verro,
      Un rubbio ben pieno
      Di gran saraceno
      Il premio sarà.

    La testa, e del tiro
      Si aspetta l'onore
      Al franco uccisore
      Del marzio cignal.

    E premio più caro
      Lo aspetta, del viso
      Di Clelia un sorriso,
      Baleno di amor;

    Di Clelia la bella,
      Che quale la mira
      Delira,--sospira,
      Più posa non ha._

--Eccoti un bacio, e uno scudo; disse Marzio uscendo da un macchione
in compagnia di Olimpio. Iddio ti ha dato la grazia del canto come il
raggio alle stelle--luminosa, e soave: io ti chiamerò l'usignòlo dei
banditi.

Ma il giovanetto, lusingato dalle lodi, ricusò la moneta, e rispose:

--Marzio, io per danaro non canto; la voce mi fu data senza pagarla,
ed io la dono, non la vendo: così mi sembra il canto più bello. Io ti
servo per amore, e basta. Il nostro amico della Ferrata mi manda a
dirti, che il Barone è giunto...

--È giunto?

--Certo, ed io l'ho visto; ha seco la moglie, i figliuoli, ed una
scorta di guardie campestri, o masnadieri che sieno. Io vengo ancora a
cercar muli dai carbonari perchè il vecchio non intende fermarsi, e
vuole continuare il viaggio in questa stessa notte.

--Quanti di scorta?

--Dodici; ma non di queste bande: alla parlata paiono delle parti di
Toscana.

Presto furono in ordine i muli. Orazio, così ordinando Marzio, si
tinse il viso e le mani di carbone; tolse la vesta di un carbonaro, e
insieme col garzone menò le bestie alla Ferrata.

I banditi levarono il campo, e seguitando Marzio si ridussero al luogo
predisposto alle insidie.

Arrivati i muli alla osteria don Francesco comandava li caricassero, e
quando fossero in ordine lo avvertissero per partire. Non passò bene
un'ora, che ogni cosa era in punto; ond'egli discese per esaminare se
tutto fosse a dovere. Mentre da un luogo ad un altro si affaticava, un
pipistrello investì con l'ale la lanterna che gli portavano davanti,
sicchè l'uccello sbalordito gli cascò in mano; egli la scosse
prontamente con un senso di ribrezzo gittando via la trista bestia, e
notò:

--Cattivo augurio è questo, e prudenza vorrebbe sospendessi il
partire... Qui l'oste, mostrando un viso di sasso--dove rompeva
qualunque vergogna--soggiunse:

--Non vi faccia specie, Eccellenza, perchè il cattivo presagio viene
compensato, anzi superato con uno buono...

--E quale?

--Caricando i fusti del vino, poco anzi, se n'è rotto uno... e siccome
il vino sparso è allegria...

--Per avventura la fiasca dello keres, dove si leggeva il numero tinto
di bianco?

--Non vi si leggeva nulla; state tranquillo, e fiasca non
  era.

--Andiamo a vedere un po' dove si è rotto...

--Giù in cucina...

--Vi sarà rimasto il guazzo...

--Eh! no, i mattoni lo hanno bevuto; anche i mattoni hanno voluto fare
un brindisi a vostra Eccellenza...

--Ma questa casa parmi fabbricata almeno da un secolo addietro.

--Sicuramente; ma il pavimento è nuovo.

--Chi aveva ragione di noi altri due: tu, che facevi derivare il nome
oste da ospite; od io, che lo desumeva da nemico?

--L'oste, a vero dire, interruppe il carbonaro, non fa razza da se; ma
la natura lo ha messo nella grande specie, che dondola tra il somaro e
il coccodrillo.

--Chi vide mai questi animali?

--Voi gli avete davanti, Eccellenza; questa razza è il popolo, che
quasi sempre porta, qualche volta divora.

Don Francesco, percosso da coteste parole, prese la lanterna e la
sollevò al viso del carbonaro. Orazio riconobbe lo sguardo verde, il
riso maligno, la faccia di marmo del conte. Il Conte ravvisò i capelli
canuti e le sembianze di Orazio, comecchè gli sembrasse assai
prostrato dagli anni, e forse, come ei credeva, dai patimenti.

--Pare che noi non siamo conoscenze nuove, favellò il Conte;
l'avventura dei capelli bianchi non è di quelle, che si possano
leggermente dimenticare.

--È vero, i capelli bianchi non si dimenticano,--già si rammentano da
se.

--Quantunque io vi conservi rancore per non avermi contentato a
riportare gli aquilotti nel nido, pure, che siate uomo animoso non è
da dubitarsi.--Mi duole che la fortuna non vi abbia sollevato; e se
potessi, io le direi in viso che ha torto, e si vergognasse una volta.

Orazio, che incominciava a sentirsi venire i brividi addosso per la
paura che gli metteva lo aspetto del conte, alle parole oneste tutto
si riconfortò: gli piacque udire rammentare il caso del nido, e si
profferse svisceratissimo al conte. Però Orazio accanto a don
Francesco non era più quello di prima; il suo coraggio andava in fumo;
e questo avveniva perchè, secondo una bella espressione dello Sterne,
con molta ala di vela non aveva una oncia di zavorra; e imperterrito
contro le palle, credeva alle streghe, temeva della jettatura, e senza
le cinque o sei medaglie che portava appese al collo egli non si
sarebbe attentato giammai di passare solo la notte.

Don Francesco, Orazio, e il garzone (ch'era tornato a fare da idiota,
e a favellare con ammicchi) in compagnia di sei guardie campestri
aprivano la caravana; in mezzo le donne, Bernardino, i servi armati e
le bagaglie; dietro altre sei guardie chiudevano la comitiva.

Beatrice più volte si era affaticata ad accostare suo padre, più volte
lo aveva supplicato con parole, o con cenni a porgerle ascolto: prima
di uscire dalla osteria gli si era gittata in ginocchio davanti, e gli
aveva detto:

--Signor Padre, non andate oltre, o siete morto... Marzio...

Ma il Conte a cui cotesto nome suonava delitto, e reputando eziandio
le continue smanie della figlia come sforzi supremi a sottrarsi dalla
imminente prigionia della Petrella, la ributtò con maniere acerbe, ed
ordinò che la guardassero, e la impedissero di trascorrere dal luogo
che l'era stato assegnato.

La notte diventò più buia, chè metteva un'aria, piena di nuvole a
strappi, chiamata dai campagnuoli le pecorelle; e a mano a mano che
salivano il fresco si faceva mordente; il vento zufolava per le fronde
degli alberi: si cacciarono su per l'erta di Rio Freddo alternando
discorsi, e avvertimenti di badare al cammino, che davvero meritava
attenzione. Passato Rio Freddo, per la piana del Cavaliere pervennero
a Rocca Carenzia. Di qui ripresero a salire, per una viuzza del Monte
di Bove, fin sopra la cima, dove videro comparire la luna.

Quanto è diverso il primo quarto di questo pianeta dall'ultimo! Il
primo rassomiglia una speranza, l'ultimo uno addio: gli uomini che
videro di frequente il primo, bene pensarono a convertirlo in ornato
della Diva dei boschi; quelli poi che più spesso contemplarono
l'ultimo, ne fecero con migliore accorgimento lo attributo di Ecate,
la Dea dello inferno. Chiunque ha contemplato la luna nelle varie sue
fasi, per molte notti, ad ore diverse, comprende come possa essere
stata salutata a ragione Dea degli amanti, e dei ladri. Le tenebre,
non che ne fossero rischiarate, sembravano più triste; e il vento
trasportando le nuvolette spesse, e più o meno dense, venivano ad
alternarsi ora buio intero, ora mezza oscurità, ora splendida luce,
che trasformavano stranamente e rendevano più terribile la faccia
delle cose.

Potevano essere circa le due ore dopo la mezza notte, allorchè,
traversata Rocca di Cerro per la via Valeria, rasentarono il taglio
portentoso delle rupi di Tagliacozzo. Se avesse albeggiato, od anche
fosse stata luna piena, quinci sariasi potuto distinguere la Rocca
Ribalda; imperciocchè, passato alcun poca di valle, s'incomincia a
salire il colle della Petrella, in cima del quale, sopra una rupe di
pietra calcare giallognola, che si fa cenerina dalla ròcca.

Io co' miei viaggiatori ho percorso buon tratto della campagna; ma
quantunque prossimo, non sono arrivato anche al termine del cammino:
avanti dunque, chè pochi più passi rimangono.

La via che conduce alla Ribalda sopra la schiena del colle Petrella è
aspra, rotta, e incassata in due ripe donde si rovesciano giù per le
pareti pruni, e cespi di macchia cedua ove più radi, ove più folti.
Nella stagione delle piogge il sentiero convertendosi in torrente, nè
mai le acque giungendo, per la ripidezza dello scolo, a toccare la
cima delle sponde che fanno loro di letto, ne avviene che il sentiero
largheggi nella base, e si restringa in cima.

Quando il Conte Cènci con la sua compagnia entrò in questo cammino la
luna si era appiattata dietro una nuvola nera, che viaggiava, a
cagione della sua mole, più lenta delle altre, sicchè procederono
quasi tentoni per un buon quarto di miglio. Allo improvviso la luna
liberandosi dalla nuvola gitta un raggio obliquo, ed illumina la
scena. Don Francesco alzando la testa vede sbucare fuori delle macchie
una moltitudine di strane sembianze affacciate dal ciglione con gli
archibugi tesi pronti a sparare. Non vi era scampo a resistere: a
fuggire nemmeno, perchè l'erta dirupata rompeva la lena, e la china,
oltre all'essere impedita dalla gente stipata dietro le spalle, non
presentava intoppi minori. Coteste erano veramente forche caudine.

--Fermi tutti:--se muovete un passo siete morti!--

Così si fece sentire una voce dall'alto, come folgore che rumoreggi
per le nuvole; e la compagnia si fermò.

I banditi, i bravi, e le guardie campestri, maniere di gente che assai
rassomigliavano fra loro, come fu avvertito poco anzi, si mostravano
quasi sempre osservatori fedeli della data promessa. Nè si creda già,
che studio siffatto muovesse da sentimento generoso: tutto altro. Egli
veniva dalla considerazione, che dove avessero mancato, cotesto loro
mestiero diventava fallito; imperciocchè i Signori o avrebbero smesso
le ribalderìe, che da loro si volevano mandate ad esecuzione, o
avrebbero ricorso ad altri uomini e ad altri provvedimenti: sicchè
essi ponevano nella sciagurata loro vita lo impegno medesimo, che il
buono artefice mette a riportare un lavoro puntuale per mantenersi il
credito e lo avventore. Indotte da questo, le guardie campestri di
scorta al Conte Cènci non fuggirono; e il caporale, fattoglisi
dappresso, gli favellò:

--Eccellenza, che abbiamo a fare?

--Il leone è caduto nella fossa...

--Se ci muoviamo ci ammazzano come cani senza difesa, e senza
vendetta.

--Lo vedo; qui forza non vale. Entrate a parlamento; guardiamo se
l'arte giova, e procurate capitolare co' banditi...

--Oe, gridò il caporale, da quando in qua cane mangia carne di
cane?... Fin qui credeva, che dai confetti di piombo e dalle nozze di
canapa in fuori non avessimo a correre altri pericoli...

E gli fu risposto:

--Parole corte. Noi non cresceremo il fascio delle legna al
boscaiuolo. La scorta dei dodici uomini torni sopra i suoi passi senza
essere svaligiata: depositi gli archibugi, che domani alla calata del
sole ritroverà alla osteria della Ferrata. I lupi dello Abruzzo non
dicono due volte: badati; la seconda parlano con la bocca degli
archibugi.

--E la compagnia?

--Con essa abbiamo altri conti.

Le guardie campestri non istettero ad aspettare altre intimazioni, e
si allontanarono senza profferire parola, fatto prima fascio delle
armi.

--Il Conte Cènci passi alla coda della caravana;--intimò la medesima
voce.

Il Conte, ostentando allegria, obbediva. Orazio lo seguitava, e lo
intendeva favellare così:

--Semprechè nelle cose adoperai avarizia provai ogni successo a
traverso:--doveva prendere cinquanta di scorta, ed avrei risparmiato
un tesoro.--Cotesti gentiluomini, oltre la perdita delle bagaglie, chi
sa quanto pretenderanno di riscatto!

Giunto alle spalle della caravana, quattro banditi saltarono giù dal
ciglione; e siccome, malgrado il proponimento di andare per prova di
arte, il naturale istinto spinse il Conte a metter mano al pugnale,
appena fece l'atto si sentì stringere le braccia da due tanaglie di
ferro. Sì volse irritato per vedere chi fosse, e riconobbe Orazio.
Orazio, a cui cresceva forza la paura, che gl'incuteva il Conte.

--Ah! siete voi, cacciatore?

--Sono io...

--Pare, che il quarto d'ora del bandito sia venuto per te...

--Certo in questo punto smetto la parte del somaro, e prendo quella
del coccodrillo....

--Guarda da legarmi; io non ti perdonerei mai questo oltraggio:
impara, villano, a rispettare i gentiluomini.

--Ah! signore, perdonateci innanzi tratto perchè noi siamo ignoranti,
e non sappiamo altro che guardare alle nostre sicurezze.--Questi
quattro compagni sono scesi appunto per aiutarmi a legarvi...

--La comitiva, gridò la voce dall'alto, prosegua il suo cammino. Il
Conte Cènci ha da restare con noi.--

In questo punto un capo si affaccia per un momento all'orlo del
ciglione. Beatrice, che era stata attenta a contemplare i varii casi
che si succedevano, lo vide, lo riconobbe, e comprese pur troppo qui
non trattarsi di sequestro per estorcere danari, siccome costumano
ordinariamente i banditi romani e del regno: più terribile intenzione
covava lì sotto, nè s'ingannava; perocchè lasciatasi andare giù dal
cavallo si pose al fianco del padre, e incominciò a parlare di forza
con la faccia levata in su:

--Il ragnatelo insidia la mosca con reti di bava, e se la porta nel
buco per succhiarle il sangue. Voi non siete lupi dello Abruzzo, ma
ragnateli di sotterraneo. L'aquila per l'aria vive di preda, e il
leone sopra la terra; siate leoni, ed abbiatevi la preda: io non vi
parlo di quanto portiamo con noi; questo è già vostro: intendo
parlarvi del nostro riscatto. Chiedete; noi siamo pronti a pagarlo;
chiedete quanto vi basti ad arricchirvi tutti, e a farvi stare
contenti in casa vostra senza le cure della miseria, e il pericolo
della forca... noi possediamo danari più che non potete immaginare;
fissate voi i limiti del nostro riscatto...

--Beatrice, vaneggi? Per fare quello che suggerisci essi non hanno
mestieri dei tuoi consigli... e sono capaci da non lasciarti neanche
gli occhi per piangere...

--Tacete, Padre mio; voi non pensate qual pericolo vi pende sopra la
testa: lasciatemi favellare.--Noi vi pagheremo questo tesoro, purchè
lasciate che con noi venga il Conte: egli si legherà per fede a
sborsarvi il danaro di qui a dieci giorni. Se non vi basta la sua
promessa aggiungerò la mia, e la conformerò con giuramento; che dalla
parte di mia madre mi vennero moneta, e gioie in buon dato. Se neanche
questo vi basta, tenete me in ostaggio, e lasciate andare il Conte: io
sono giovane e sana, egli vecchio ed infermo. Pensate alle vostre
famiglie,--pensate alla contentezza di mangiar pane non immollato nel
sangue... ai figliuoli che avete... a quelli che potrete avere... ai
vecchi padri pieni di necessità... affamati davanti lo spento
focolare...

--Via--interruppe una voce imperiosa; ma Orazio rispose:

--Lasciamola parlare: udiamo fino in fondo... che molte cose buone mi
pare che le dica.

--Sentite, proseguiva Beatrice, se strascinate via il Conte voi ve lo
troverete ammazzato fra le mani; voi non guadagnerete nulla, perchè
quelli che vi hanno condotto non vogliono la moneta, ma il sangue di
un povero vecchio;--e poco scampo vi rimarrà dalla forca, che le corti
di Napoli e di Roma, mosse dalla fama del personaggio e dalle aderenze
potenti, v'inseguiranno come lupi di macchia in macchia, e vi converrà
morire di laccio, o di piombo. Dopo Sisto V, quale spelonca è rimasta
ignota? Qual ròcca inespugnata?--Come finì il Cavaliere dei
Pelliccioni? Impiccato. Come Marco Sciarra? Impiccato. Come il signor
Duca di Amalfi? Impiccato; tutti impiccati comecchè potentissimi.
Sappiate dunque adoperare la occasione che la fortuna vi mette fra le
mani...

La fanciulla favellando caldamente incominciava a insinuarsi nello
spirito dei banditi, in ispecie in quello di Orazio; e dove poco più
le fosse stato concesso parlare gli avrebbe svolti tutti, se Marzio,
comprendendo il pericolo, non avesse mandato Olimpio a qualche
distanza a sparare lo archibugio. La botta empì di sospetto i banditi;
e Marzio allora, per maggiormente spaventarli, gridò con quanto fiato
aveva in gola:

--Maledetti! Egli è tempo questo da sentir cantare la calandra?...
Alla foresta! alla foresta!--La corte ci è sopra.

E Olimpio, correndo, urlava a sua posta:

--Salva... salva... la corte ci è sopra.

--Il Conte... portate il Conte...

A Beatrice toccò una spinta nel petto, che la mandò a percuotere con
le spalle nella parete del cammino; e mentre, punto sbigottita,
continuava a gridare:

--Udite... siete ingannati... cinquanta contro uno..., e tali altre
parole, trassero seco loro il Conte; il quale persuaso che fosse
negozio cotesto da comporsi a danaro, sopportava meno acerbamente lo
affronto, volgendo già nel cupo animo mille disegni di vendetta
crudelissima. Per quale via lo traessero i banditi a lui non fu dato
di scorgere, però che a breve distanza, di costà gli ponessero la
benda sopra gli occhi; e poi, scaltrito com'era in simili arti, capì
che lo facevano avvolgere sopra se stesso per confonderlo, onde in
qualunque evento non riuscisse a rinvenire più il luogo.

Allo improvviso gli parve essere rimasto solo; portò le mani alla
benda, e non udendo voce alcuna che lo impedisse togliersela se la
levò ad un tratto, e si trovò dentro una caverna spaziosissima. Senza
indugiare un momento prese una lanterna lasciata appesa alla volta, ed
esaminò sottilmente le pareti, il pavimento, e il soffitto; gli parve
che le pareti e il pavimento in parte fossero vuoti, ed in vero erano;
ma così bene chiusi con assi, che ogni via alla fuga conobbe
disperatamente impedita.--Una tavola, qualche scranna, e un mucchio di
foglie coperto di pelli erano i soli mobili che guarnivano il luogo.
Don Francesco si pose a sedere, e più che pensava più si persuadeva,
che se il riscatto non gli apriva le porte di cotesto sepolcro,
qualunque altro modo per uscirne gli sarebbe tornato corto. Altre
volte si era trovato ad andare prigione, ed anche vi aveva corso
pericolo non piccolo, ma pure non si era mai sentito fiaccato come
adesso; forse la età gli aveva sottratto alquanto della baldanza per
cui fu temuto una volta, e forse anche un presentimento lo travagliava
indistinto, e grave, che lo teneva sbalordito: insomma, non può dirsi
che avesse paura, ma neppure il coraggio consueto lo sosteneva.
Posizione maravigliosa per sentire le trafitte del dolore;
imperciocchè da un lato manchi la forza per prorompere, e divertirci
in mezzo alla procella dello sdegno, e dall'altro manchi la
stupidezza, che ci rende insensibili ai colpi di ventura.

Dovevano essere passate parecchie ore dacchè ci si trovava chiuso là
dentro, avvegnadio s'impadronisse di lui uno sfinimento che gli faceva
desiderare qualche ristoro. I bisogni del nostro fisico si fanno
sentire anche in mezzo alle tempeste dell'anima: il pane par cenere,
il vino fuoco dentro lo stomaco, che li chiede con angosciosi
strappamenti, e l'uomo è costretto a nutrire il cancro che lo divora.
Stette un pezzo prima di risolversi a chiamare, però che alla sua
fierezza pesasse chiedere la vivanda ai banditi; ma la natura urgendo,
gli fu mestieri piegarsi a picchiare alla porta. Tocco appena l'uscio
gli venne aperto, e subito comparve un garzoncello accorto, che con
parole ossequiose, ma che pure svelavano un senso sottìlissimo di
scherno, gli disse, che da buon tempo stava di fuori aspettando; non
avere ardito prevenire la chiamata temendo disturbarlo nelle sue
meditazioni; ed egli sapere essere il carcere luogo adattatissimo a
meditare. Al Conte parve ravvisare il garzone, e veramente egli era il
sordo-muto della osteria della Ferrata.

--Dimmi, fanciullo, come hai tu fatto a recuperare la
favella?--domandò il Conte.

--Per virtù di Santo Andrea Avellino, il quale si diletta operare per
queste parti di miracoli assai.

--Se io n'esco, pensò il Conte, furfanti, ve li darò io i miracoli di
Santo Andrea Avellino. La rete è stata tesa da mano maestra; anche
l'oste d'accordo... Ma dov'è Marzio? Non fosse rimasto ucciso?--Fosse
una trama ordita da lui? Ah! potessi sapere che cosa avvenne di
Marzio!

--Eccellenza, proseguì il garzone, se ha cosa da comandarmi rimango;
altrimenti non vorrei riuscirle importuno...

--No, figlio mio; ti ho chiamato perchè tu veda portarmi un po' da
mangiare...

--Subito, Eccellenza;--e andava.

--Senti, vieni qua; adesso fa giorno, o notte?

--Notte, perchè senza lumi qui non ci si vedrebbe.

--Non qui... ma fuori...

--Fuori è buio ugualmente. Se poi lassù faccia notte o giorno io non
saprei informarne vostra Eccellenza, perchè per ora non mi concedono
salire...

--Che parli tu di salire? A me non parve scendere venendo qua dentro.

--Vi è parso perchè è dolcissimo il pendìo, che mena nello interno
della spelonca; ma avete da sapere, che ci troviamo delle miglia ben
molte sotto terra.

Don Francesco vedendo essere preso a gabbo, dal petulante garzone gli
vibrò tale uno sguardo, che per quanto costui fosse sfrontato non ebbe
forza di sostenerlo, ed uscendo avvertiva:

--In un baleno torno col pranzo, che

    _Il nostro gregge e l'orticel dispensa
    Cibi non compri alla non parca mensa_,

come dice il signor Torquato Tasso.

Questo baleno durò per così lungo spazio di tempo, che il Conte
attribuendo la dimora a nuova malizia del garzone, sempre più
s'inviperì contro di lui, e dispose dargli tale ricordo, che se ne
potesse rammentare per un pezzo. Tornò alla fine il ragazzo
simulandosi ansante come chi viene in fretta, e portò due candelieri
di singolare fattura: erano due mani scarne, che reggevano le candele
accese; i lini per imbandire la mensa, e di più ragioni vivande
accomodate squisitamente, e in copia da bastare a dieci: dispose ogni
cosa con accortezza sopra la tavola, procurando starsene lontano
quanto meglio poteva dal conte.--Questi spiava il modo di mettergli le
mani addosso; ma il garzone, svelto, si cansava a guisa di mosca sul
muso dello alano, che gli svolazza fastidiosa ed assidua pel naso, per
le orecchie, e per gli occhi; e quando sbuffando avventa le zanne
fugge via, ed egli morde l'aria. Don Francesco allora, traendosi di
tasca un ducato, gli disse:

--Vieni qua, figliuolo, come ti chiami?

--Chiamatemi come vi pare, Eccellenza...

--Ma un nome devi averlo; non ricevesti tu il battesimo?

--Sarà; sebbene avessi a trovarmici presente, pure non me ne
ricordo... Ah! aspettate; ora sì che mi viene in mente; mi posero nome
Onorato...

--Onorato! E' pare, che per metterti cotesto nome il tuo compare non
consultasse l'astrologo.

--Così diceva ancora io; ed anche se prima di battezzarmi avessero
sentito il mio parere, non avrei permesso simili bugiarderie.

--Va, tu mi piaci; siete tutti concettosi voi altri: prendi questo
scudo, che te lo dono.

--Ed io non lo voglio...

--Perchè?

--Perchè non si deve accettare per limosina quello che possiamo
pretendere per taglia.

--Ah! dunque anche tu vuoi taglieggiare il barone?

--Figuratevi ch'e' sia come carne di fagiano; tutti nella vita
vogliono assaggiarne una volta.

--Anche tu vuoi taglieggiare il barone!

E si frugava in seno; ma il garzone presagendo la mala parata, di un
salto toccò la porta, e si riparò dietro l'uscio.

--Prendi questo per taglia; e sì dicendo, il Conte scagliava il
pugnale contro il ragazzo: questi lo schivò facilmente, e il ferro
andò a piantarsi dentro la porta, dove, dopo avere alquanto
tentennato, quietò. Allora sbucò fuori, lo staccò senza ira, e
sporgendolo verso il conte gli disse:

--Io ve lo conserverò con diligenza, e spero in Dio potervelo rendere
quando i miei superiori me lo concederanno.

Il Conte vedendo fallito il colpo, mormorò dispettosamente: ne anche
un colpo mi riesce più ad assestare!--E si accostò alla mensa. Se la
cura molesta non vi si fosse seduta accanto a lui, per certo il cibo
gli sarebbe tornato accettissimo atteso la grande fame che lo
travagliava: ad ogni modo prese a tagliare la vivanda, ed
accostandosene alla bocca un frammento non potè trattenersi da
esclamare «ho fame!...»

Nel medesimo punto, a breve distanza da lui, una voce lamentevole
rispose «ho fame!..»

Gli parve illusione; ma nel sollevare lo sguardo ecco li, proprio
seduto a mensa dirimpetto a lui, gli apparisce uno spettro pallido,
lungo, orribilmente scarno, con occhi spenti a guisa di pesce morto,
il quale, poichè l'ebbe fissato in volto, gli parve che presentasse, e
presentava certo le sembianze di Olimpio. Il Conte, tenendo il braccio
sospeso fra il desco e la bocca, prese a dire:

--Ch'è questo? Sono io diventato don Giovanni Tenorio, e voi, mio
bello spettro, volete sostenere le parti del commendatore di Lojola?
Ma io mi permetto osservarvi, che il Commendatore era stato invitato
da don Giovanni, e voi venite spontaneo; la quale improntitudine
sconviene altamente a spirito bene allevato: inoltre il Commendatore
era di marmo, e voi di qual materia siete? Ad ogni modo, ben venuto
signore spettro, e se vi garba mangiare, mangiate, che buon pro vi
faccia.

Mirabile a dirsi! Appena ebbe il conte profferito coteste parole, che
lo spettro, come se lo travagliasse quella terribilissima infermità,
che i medici chiamano bulimo, o fame canina, si gittò frenetico sopra
le vivande imbandite, e tutte le fece sparire in un battere di occhio,
arraffando anche il piatto posto davanti al conte: nè qui fermandosi,
ingolò tovagliuoli, e tovaglia; poi azzannò le stoviglie, e
stritolandole co' denti ne trangugiava i pezzi[1]. Al conte, fra
maravigliato e atterrito, non bastò l'animo di salvare nulla, nemmeno
il frusto di carne fitto dentro la forchetta; ogni cosa divorò lo
insaziabile vampiro: poi ridivenne immobile; e guardando fisso il
conte, con la bocca aperta, e mostrando i denti ripetè:

--Ho fame!...

--Per la morte di Dio!--esclamò don Francesco, ostentando una baldanza
che era lontana dall'animo suo,--che cosa ho a darti io?---E scorto in
un angolo della caverna certo fascio di paglia, lo spinse presso a
cotesta belva dicendo:

--Prendi, divora...

E lo spettro divorò anche la paglia. Terminata che l'ebbe, tese come
prima la orribile faccia verso il conte, urlando a bocca aperta:

--Ho fame!...

--Io non ho altro a darti... mangiati il cuore...

--Ho fame!... ho fame!... non il mio cuore, ma la tua carne io
mangerò, cane, che mi hai fatto morire di fame...

E infuriando come belva rovescia tavola e lumi, e si avventa alla vita
del conte: questi provò svincolarsi; sennonchè, sbattuto giù come
sasso da forza irresistibile, si sentì mordere di rabbia sopra la
spalla manca. Don Francesco, quantunque fieramente commosso, e
rifinito dal digiuno, non per questo si abbandonava, chè il pensiero
di rimanere divorato da cotesto cannibale gl'infondeva nei muscoli
forza tetanica. Si rotolavano entrambi per terra mordendosi a vicenda,
e ingegnandosi di stringersi alla gola: di tratto in tratto cacciavano
urli disperati; si laceravano co' denti; si sgraffiavano con le ugne;
si pestavano a pugni; l'anelito usciva fumoso dalle narici e dalla
bocca; il cuore, tremante per tremendo palpito, minacciava scoppiare
loro nel petto... orribile lotta era quella!

Ma la potestà non corrispondendo al volere, ormai il Conte stava per
perdere conoscenza: radi, e compressi gli uscivano dalla gola i
sospiri: negli estremi sforzi si dibatteva, quando fu udito strepito
di catene, ed una voce che gridava:

--Il vampiro ha rotto la catena!

Al Conte parve, imperciocchè non vedesse distinto, che certe figure
nere, e truci, con tronchi di pino accesi entrassero da più parti
nella caverna staccandosi dalla parete, e gittandosi sopra la trista
belva giungessero ad incatenarla con quattro catene, e tenendone i
capi uno discosto dall'altro la strascinassero fuori della caverna.
Egli stava sempre disteso sul pavimento; puntando la mano a terra gli
riuscì, quantunque con isforzo, a mettersi seduto: ansava affannoso,
grondava sudore, e sangue. Delle candele una era spenta, l'altra
rovesciata; si provò a rimetterla dritta nel lugubre candeliere: forte
sentiva dolersi la gola, la spalla, ed altre parti della persona.
Volle richiamare la mente sopra coteste vicende, ma non gli successe:
anche il cervello gli doleva informicolito, e davanti agli occhi gli
andava in giro un diluvio di faville. Spossato dalla fatica, attrito
dal digiuno e dal dolore, il Conte brancolando... a tentoni cercò il
letto di foglie, e lo rinvenne. Il ribrezzo che gli si era fitto nelle
ossa lo persuase a mettersi sotto le pelli; prese a sollevarle con
mano tremante, quando una voce sepolcrale quinci uscendo incominciò a
favellare così:

--Venga il desiderato... quanto mai tardasti! è tanto tempo che io ti
aspetto vegliando!

Il Conte si drizzò su le ginocchia intendendo a quello che era, e vide
un corpo umano ignudo con la faccia coperta da un bosco di capelli
scarmigliati, e intrisi di sangue: in mezzo al petto gli usciva fuori
un manico di pugnale, e dalla ferita aperta gli spicciava perenne un
rivo di sangue.

--Sono la fanciulla di Vittana, proseguiva la voce: se io ti odiai una
volta e' fu perchè aveva dato ad un altro fede di sposa; ma ora la
morte mi ha sciolto dall'obbligo, e mi sono accorta dal dono, che mi
facesti, e porto qui in mezzo del cuore, quanto tu sii più generoso
amante.--Appressati, via... rimettiamo il tempo perduto... a me tarda
inebriarmi di amore.

E l'aborrita figura, tese le braccia, a sè lo attirava con gesti
provocanti. Il Conte rifuggiva inorridito, e con tutte le forze
rimastegli la respingeva. Invano però; chè la femmina sottentrando lo
ricinge alla vita duramente, e lo sforza a giacere. Ora se lo preme
delirante contro il seno, e col manico del pugnale ammacca le costole
e il petto del conte, che mugola pel nuovo spasimo, e poi lo bacia, e
lo ribacia con le labbra ingrommate di sangue. In breve mani, seno,
faccia, e capelli del conte grondano sangue: non poteva tenere gli
occhi aperti e la bocca senza che se ne sentisse piovere dentro caldi
ruscelli, e accecarlo, e soffocarlo. Finalmente il furore del succubo
toccò il delirio; raddoppia ardentissimi i baci e i singulti, e così
stringe spietato fra le braccia di ferro il vecchio conte, che questi
sentendosi spezzare le ossa del petto, singhiozzando per la
insopportabile angoscia venne meno.

Innanzi che lo intelletto tornasse a raggiargli nella testa, una
confusione di strida e di guai dolorosi mista di fragore di catene gli
percuote le orecchie. La pelle delle ciglia abbassata non basta a
difendergli le pupille dal molesto bagliore. Apre finalmente gli
occhi, e vede la camera in fiamme: balza atterrito sopra il letto, ed
ecco in mezzo a cotesto fuoco comparirgli diversi sembianti in
attitudini disperate, che urlavano in modo da intronare il cervello:

--Allo inferno! allo inferno! E dalla torma delle larve se ne staccò
una tutta nera, se non che getti di fuoco palesavano gli occhi, il
naso, le orecchie e la bocca: le rughe del volto erano segnate
parimente da liste di fuoco. La larva appressandosi al conte levò la
mano fiammeggiante in atto di maledire, e profferì queste parole:

--Io sono l'anima del falegname di Ripetta. Maledetto per la morte
atroce, che mi hai fatto soffrire:--maledetto per lo affanno della mia
moglie:--maledetto per la miseria di mio figlio:--mille volte
maledetto per lo inferno dove mi hai precipitato, però che io morissi
senza sacramenti, e la mia anima spirasse bestemmiando Dio.--

Il Conte, comecchè nel corpo si sentisse infranto da potere appena
trarre il fiato, e nell'anima avvilito, pure per abito, più che per
intenzione di scherno, favellò fiocamente:

--Poichè tu sei, per quanto io credo, il primo corriere che il diavolo
manda in questo mondo, fa' di darmi notizie dello inferno...

--Le vuoi?... Porgimi la mano...[2]

E siccome il Conte nicchiava, la larva irridendo riprese:

--Ha paura il conte Cènci?

E quegli gliela porse. Allora la larva stese lo indice della destra, e
lo appuntò in mezzo alla palma del conte. Come dalle torcie di bitume
sorrette obliquamente gocciolano stille infiammate, le quali cadute
sul terreno continuano ad ardere finchè non si consumino, così dal
braccio della larva scaturirono bolle di sudore di fuoco, che
stridendo si precipitarono giù pel dorso della mano, e pel dito sopra
la palma del Cènci. Urlò questi; e non potendo sopportare l'ambascia,
volle ritirare la mano per iscuoterne il fuoco, ma non potè; chè la
larva gliela tenne ferma dicendo:

--Ricevi le stimate del demonio, vecchio ribaldo.

E il Conte, mugolando per l'insoffribile crucciato, svenne da capo.

--Non ne può più, esclamarono le larve; lasciamolo a mordere la
terra;--e sì parlando si dileguarono con grandissimi scrosci di risa.

Umana, o divina, cotesta vendetta pungeva acerba davvero, e per quello
che sembrava eravamo al principio...

Lungamente stette privo di sensi il mal capitato conte. Quando con un
sospiro tornò in se si sentiva, a refrigerio delle angosce che durava,
detergere da mano soccorrevole il sudore della fronte, e con abluzioni
di acqua fredda temperare la vampa della febbre che gli ardeva le
vene: aperse gli occhi, e gli apparve cosa più delle altre stupenda.

Beatrice, la sua figliuola, sedutagli al fianco sopra le foglie, che
dopo avergli lavato la faccia e fasciato le ferite s'industriava a
farlo rinvenire. Le sembianze angeliche della fanciulla spiranti
pietà, e il dolce atto di amore avrebbero persuaso i più tristi e
villani intelletti, lei essere mossa da impulso dolcissimo di carità;
e non pertanto il Conte nell'anima malvagia immaginò subito che la sua
figlia fosse complice dei suoi persecutori, e quivi venisse a
rampognarlo dei casi passati, e a godere del suo trionfo. Beatrice,
tostochè lo ebbe scorto ritornato in se stesso, gli si accostava
all'orecchio, e con voce soave gli domandò:

--Vi sentite la forza di reggervi in piedi, Padre mio?

E siccome egli si apparecchiava a risponderle, ella prontamente
soggiunse sommessa:

--Non parlate, no... accennate col capo.

Il Conte accennò sì. La fanciulla riprese:

--Signor Padre, bisogna che vi aiutiate con ogni sforzo;--qui ci
vuole diligenza davvero, perchè io non solo dalla carcere intendo
condurvi alla libertà, ma dalla morte alla vita.--

Potenti suonano sul cuore della creatura umana le parole di libertà e
di vita; imperciocchè il Conte, malgrado gli acerbi patimenti, fosse
tosto in piedi, esprimendo col moto di tutte le membra: «andiamo!»

Lasciata la caverna entrarono in una seconda molto più spaziosa della
prima, e quivi, in mezzo alle masserizie rubategli sparse a rinfuso
per terra, vide, al chiarore incerto di lumi ottenebrati da densa
caligine, forse quindici o venti banditi addormentati quale steso sul
pavimento, quale appoggiato alle tavole. Quantunque egli usasse
infinito studio a camminare reggendosi sul braccio di Beatrice, pure,
andando com'ebbro per la debolezza e il dolore, investì dentro una
tavola, e rovesciò un vaso di terra, che cadendo si ruppe
strepitosamente. Gelò di terrore, che taluno si muovesse; ma girando
gli occhi intorno vide Olimpio e l'odiato garzone oppressi dal sonno,
e vide eziandio la fiasca dello keres col collo rivolto in giù sopra
la tavola.

--Ah! bevvero il mio vino medicato. Tardi si sveglieranno...
qualcheduno mai più;--e lasciava il braccio di Beatrice.

--Dove andate, signor Padre?

--Lascia che ne ammazzi a conto almeno un paio:--e sì dicendo
traboccava giù in terra, se le mani pronte di Beatrice nol
soccorrevano.

--Badiamo a salvarci, per amore di Dio... vedete, che male potete
reggervi in piedi;... e ripresolo pel braccio lo traeva seco.

Continuarono il cammino, e chiunque avesse potuto contemplarli avrebbe
creduto vedere la pittura di Raffaello nelle logge Vaticane,
rappresentante la liberazione di San Pietro dal carcere per opera
dell'Angiolo. I banditi dormivano atteggiati come i soldati; bella, e
divinamente benefica incedeva Beatrice uguale all'Angiolo. La testa
del Conte talvolta, lo abbiamo già avvertito, sembrava quella di un
santo: però, considerati i suoi meriti, era giusto che non a quella di
San Pietro, sibbene all'altra di San Giovanni decollato si
rassomigliasse.

Percorsa la caverna salirono una viuzza scavata nel masso parallela
alla porta, e dopo piccolo tragitto riuscirono all'apertura, nascosta
con diligente accuratezza sotto una folta macchia di pruni.--Soffiava
su que' poggi una brezza matutina mordente assai, in ispecie per
coloro i quali, come Beatrice e il Conte, uscissero da luoghi caldi, e
fossero leggieri di vesti: di più il Conte aveva la febbre addosso, e
non pertanto, assorti entrambi nel pensiero della fuga, o non la
sentivano, o non la badavano. Il sole non si era anche levato, ma
l'alba serena concedeva allungare la vista intorno alle cose
circostanti, e a Beatrice venne fatto di scuoprire immediatamente un
cavallo, che legato a un albero pascolava poco oltre i primi cespugli
del bosco.--Andò; lo sciolse: mancava di arnesi atti a cavalcare, e
ciò nonostante gradito sempre a cagione del padre, che poco a piedi
poteva aiutarsi. Il Conte lo riconobbe pel cavallo ch'egli aveva
raccomandato a Marzio; e sebbene a stento, pure, aiutato dalla figlia,
gli riuscì salirvi: voleva ancora recarsi in groppa la donzella; ma
questa considerando la debolezza sua, la febbre che lo consumava, le
dolenti ferite, e il difetto di sella e di staffe per potersi
sostenere, fece conoscere al padre ch'ella così sarebbe stata
impaccio, e pericolo alla fuga.

Ella era molto compassionevole vista quella di una fanciulla
delicatissima, con ogni maniera di barbari trattamenti tormentata dal
padre, immemore adesso delle ingiurie patite, presaga, eppure
improvvida degli strazii futuri, accesa di amore filiale guidare il
cavallo per quei greppi; e punto badando se i sassi di cui andava
aspro il sentiero ammaccassero i suoi morbidi piedi, avvertire poi che
in essi il cavallo non inciampasse, e le ferite del vecchio infermo
per isquasso repentino non s'inacerbissero.--Di tratto in tratto ella
fissava il suo nello sguardo del genitore; non mica per averne grazie,
ma per vedere se gli si sciogliesse punto la durezza del cuore, che a
se e ad altri aveva fatto passare tanti giorni pieni di affanno. Il
Conte, chiuso nei suoi pensieri, teneva gli occhi appuntati fissamente
alla testa del cavallo, torbido, e sussurrante accenti brevi, e
feroci. Egli, che tanto aveva offeso nel mondo, senza profondissima
ira non sapeva concepire come altri avesse ardito di offenderlo, e
mulinava fra se disegni spaventevoli di vendetta... Ora, come il
terrore di provocare il conte Francesco Cènci non gli aveva trattenuti
da mettergli le mani addosso?--Ah! qual supplizio di cotesti
miserabili avrebbe mai potuto placarlo?

Già si accostavano al luogo dove accadde l'aggressione, quando, con
maraviglia pari allo spavento, videro una mano di banditi sempre
appostata, anzi pure con gli archibugi tesi occupare il sentiero.
Beatrice agitata da affannosa ansietà si ferma, il Conte si riscuote,
e, vista la mala parata, torna sopra i vecchi sospetti interrogando:

--Mi hai tu condotto qui per vedere la mia morte? Non era meglio
lasciarmi uccidere dentro la caverna?

Beatrice solleva gli occhi al cielo, e sospira; poi abbandonata la
cavezza del cavallo, che teneva in mano leggiera e spedita, corre colà
dove vede comparire i banditi: ma prima assai di arrivare sul luogo
intendendo lo sguardo, si fu accorta dello inganno; onde voltasi al
padre lo confortava con voce e con cenni a venire risolutamente
avanti.

--Venite sicuro, chè non vi è pericolo alcuno.

Il Conte, affidato dallo aspetto e dalle parole di Beatrice, e
dall'altra parte considerando come nulla giovasse la diffidenza però
che fosse tolta alla fuga ogni via, spinse oltre il cavallo, ed egli
pure si fu accorto ben presto come i banditi, a fine d'incutere
spavento, e per comparire quattro volte più numerosi di quello che
veramente fossero, avevano disposti pali lungo il ciglione della via,
e fasciati di paglia e di stracci, dando loro sembiante di banditi
messi alla posta. Percorso il sentiero incassato riuscirono allo
aperto, e al sicuro; però che, quando anche i banditi fossero stati in
facoltà di farlo, non avrebbero osato appressarsi a giorno alto di
tanto alla Rocca Ribalda popolosa di ben mille persone, di cui la più
parte gagliarda per le quotidiane fatiche, e armata tutta di archibugi
e di scuri.--Qui il Conte con accento severo ordinò a Beatrice:

--Dimmi con quale argomento tu potesti giungere fino a me.

--Signor Padre, non sarebbe meglio affrettare il passo adesso, e
differire la storia a quando, ristorato dei patiti disagi, voi foste
in termine di porgermi più pacala attenzione?...

--Tu... appena io manifesto la mia volontà, sei usa a contrapporre
subitamente la tua... e sì... e sì che a questa ora avresti dovuto
capire, che io aborro gli oppositori.--Obbedisci.--Nelle mie mani la
gente ha da essere come morta...

--Obbedirò--rispose Beatrice levando gli occhi al cielo, quasi volesse
dire: Signore, dammi pazienza.--Marzio, mentre io era in carcere, mi
raccontò la pietosa strage della fanciulla di Vittana...

--Che? Come? Cosa favelli?

--Quando mi teneste chiusa in prigione nel sotterraneo del palazzo di
Roma, Marzio mi espose la morte di Annetta Riparella di Vittana...

--Avanti...

--E mi disse ancora lui esserle marito, voi avergliela ammazzata;
epperò legarlo un giuramento, fatto sul corpo della defunta, di
vendicarla nel vostro sangue. A questo fine essersi allogato in casa
nostra; ma vista la vita infelicissima che voi ci condannate a
condurre, l'odio suo contro noi essersi convertito in pietà, e non
avere voluto commettere in casa l'omicidio di voi, secondo che aveva
disegnato, per timore che noi ne fossimo incolpati, e ce ne venisse
danno.

--E tu, sapendo questo, me lo hai taciuto?

--Signore! E come poteva dirvelo io?--In carcere, appena schiusa la
porta mi gettavate lì acqua e pane, e volgevate crucciato le spalle...

--Ma se volevi, potevi...

--E quando? Sul partire, due volte io vi scongiurai ad ascoltarmi; voi
mi cacciaste in carrozza, e, chiuso lo sportello, vi poneste la chiave
in tasca. Alla Ferrata, lo rammentate, mi respingeste; per la via,
ordinaste che non mi lasciassero trascorrere, e voi ve ne andaste
lontano... come dunque aveva a fare io?

--Tu sempre ardisci avere ragione;--io ti dico che tu potevi
avvisarmi:--chè se non partecipasti alla iniqua trama in cuore, almeno
non desiderasti prevenirla. Continua...

--Marzio partì la notte, dopo avere posto in salvo Olimpio, che voi
avevate condannato a morire di fame...

--Dunque vive costui?... Ah scellerati, come bene congiuraste a mio
danno!... Continua...

--Al momento dello assalto procurai badare attentamente quello che
accadeva, e malgrado la diligenza usata da Olimpio e da Marzio a
mascherarsi...

--Marzio! Dunque nè anch'egli è morto?

--Io lo ravvisai tra i banditi; anzi guidatore dei banditi. Allora mi
accorsi che non si trattava del vostro sequestro soltanto, ma della
vita; e quindi il mio discorso, e le larghe promesse ai banditi
perchè, tratti dalla cupidità a separarsi da Marzio, noi lasciassero
andare. Riuscito il tentativo a vuoto, mi calai chetamente da cavallo
e vi seguitai alla lontana, appiattandomi ora dietro a un tronco, ora
dietro a un cespuglio: giunti che furono i banditi al taglio del
dirupo di Tagliacozzo, ecco sparirmi di subito davanti agli occhi. Mi
accosto studiando il passo, e trovo l'apertura, comunque coperta con
diligenza di piante; scendo il corridore, che abbiamo percorso
insieme, e ascolto uno schiamazzo confuso di bestemmie, e di scherni.
Io non sapeva allontanarmi, e per altra parte non mi riusciva
immaginare il modo di potervi sovvenire. In questa udii Marzio che
ordinava a un bandito di prender gente, e avviarsi a Tagliacozzo; onde
io mi ritirai di corsa, mettendomi di vedetta dentro una macchia.
Uscirono parecchi masnadieri, e per molte ore rimasi appiattata; a
notte fitta mi avventurai di nuovo nel sentiero che mena alla caverna;
tesi l'orecchio, e non udii rumore alcuno; sporsi la faccia, e al
chiarore moribondo delle lanterne vidi i banditi tutti addormentati;
mi attentai entrare; palpitando muoveva in punta di piedi; scòrsi una
porta, pensai che voi foste chiuso la dentro; levata la spranga
apersi, e vi trovai svenuto sul pavimento. Dio ci ha dato visibilmente
soccorso, e voi siete salvo.

--Sta bene, disse il Conte.--Intanto erano giunti alla ròcca. Don
Francesco prima di porsi a giacere, premendo le angosce che lo
travagliavano, chiamò alcuni dei suoi servi, e promise loro
quattromila zecchini se gli avessero portato morti o vivi i banditi,
che avrebbero potuto prendere a mano salva nella caverna di
Tagliacozzo.

                                ------

Dopo lungo sonno i masnadieri si svegliarono. Orazio fu il primo a
dire:

--E' pare che abbiamo legato l'asino a buona caviglia: questo
maledetto vino mi ha come impiombato il sangue nelle vene. Vediamo un
po' che cosa si ha da fare del nostro prigione: a me sembra che quando
avesse su l'anima anche il doppio dei peccati, ch'egli ha commesso,
meriterebbe ormai assoluzione plenaria.

--Sì, rispose Marzio, egli è tempo che noi gli celebriamo la messa di
_requiem_.

--Adagio ai ma' passi; prima del requiem bisogna cavargli di sotto
qualche cosa, come sarebbe un ventimila ducati...

--Sicuramente, riprese Ghirigoro, lo strazio che ha sofferto basta; e
non potremmo rinnuovarlo senza che ci restasse fra le mani.

--Davvero, continuò Orazio, io credo avergli sfondato lo stomaco col
manico del pugnale, che mi ero adattato sul petto; ed anch'io mi sento
indolenzito, perchè lo stringevo con rabbia, e con paura: ve' come
sono concio da quella criniera di cavallo insanguinata; il sangue
della vescica mi ha imbrodolato tutto, e mani, e seno, e braccia...

--Io ti so dire, riprese Olimpio, che senza le tue candele non saremmo
venuti a capo di nulla; come mordeva il tristo vecchio! Per certo ha
da avere il diavolo in corpo. Deh! Orazio, dì, o come hai fatto a
comporre coteste tue infernali candele?

--E' sono segreti, che a me per impararli costarono spesa e fatica.
Uno astrologo Armeno, in Venezia, per insegnarmi la ricetta volle che
io gli contassi cinquanta ducati di oro...

--Non ti credevamo avaro, Orazio. Se pretendi essere rimborsato, ti
renderemo i ducati; ma fra noi ogni cosa dovrebbe essere comune...

--Oh, io non l'ho detto mica per questo! Uditemi, dunque, e imparate.
Cotesta chiamasi _mano di gloria_, e si compone così: taglisi
primamente la mano sinistra allo impiccato, e avviluppatala dentro un
pezzo di tela nuova ripongasi in un vaso di terra, e vi si lasci stare
per quindici giorni coperta di balsamo di Arabia; poi ha da esporsi al
sole leone tanto che si secchi. Le candele si fanno di grasso
d'impiccato, di cera vergine, e di sesamo di Lapponia. Queste candele,
messe fra le dita della mano di gloria, hanno la virtù di stupidire la
gente a farla travedere con apparenze piene di terrore[3].

--E certo esse hanno istupidito anche noi, perchè io pure mi senta la
testa tutta confusa...

--Sarà; ma io temo che quel vino di Keres, che abbiamo bevuto, fosse
medicato...

--Se Marzio anch'egli faceva la sua parte sarebbe stata compita la
festa:--dì, Marzio, perchè non sei venuto?...

--Io? Perchè mi prese un furore di stringergli il collo, e strozzarlo
senz'altri argomenti; e così la mia vendetta non era piena, e voi
rimanevate defraudati del riscatto.--Orsù, ormai mi tarda lo indugio:
andate ad estorcere a quel dannato la moneta che volete; poi, secondo
il patto, lasciatelo in mia potestà.

Qui si fecero a rinnuovare l'olio nelle lanterne, e si accostarono
alla porta della prigione: trovarono la spranga levata; la prigione
vuota.

Alzarono un urlo di rabbia, al quale dalla bocca della caverna rispose
un grido di spavento. Entrò un bandito vacillando, che aveva rilevato
una ferita nel fianco, e disse tutto angoscioso:

--Siamo sorpresi... fuori, o ci ammazzano come volpi nel
  covo.

I banditi afferrarono le armi, e si affrettarono a uscire dalla
caverna.

Questo dialogo spiega i tormenti, che avevano fatto subire al Conte.
La mano e le candele di gloria erano superstizioni, alle quali
prestavano piena fede in cotesti tempi. Gli apparecchi per cura di
Marzio disposti nella caverna, e il terrore avevano fatto credere
paurosamente soprannaturale una scena da giocolieri.


NOTE

  [1] Pur troppo anche questa malattia terribile travaglia la umanità!
    I pratici la distinguono in _bulimo, cinoressìa_ e _licoressìa_.
    Il granatiere Tarare divorava un quarto di bove per giorno; in
    pochi minuti si trangugiò il desinare apparecchiato a ventiquattro
    operai: inghiottiva _carboni, calcinacci, turaccioli di sughero,
    ciottoli_, quanto insomma gli capitava sotto le mani; gli
    piacevano le serpi; mangiava i gatti vivi vivi, e dopo mezza ora
    ne vomitava il pelo. Essendo sparito dall'ospedale un fanciullo
    mentre egli vi soggiornava, caddero sospetti sopra di lui, che se
    lo fosse divorato; però lo cacciarono via. Morì nel 1799 di
    diarrea purulenta, che accennava putrefazione di visceri
    addominali. Vedi il DESCORET, _Medicina delle passioni_. Nel
    medesimo scrittore è da vedersi la storia di Anna Dionisia
    Lhermine, ammalata di fame canina. A me basti riferirne questo,
    ch'essendole caduto un tozzo di pane nella catinella mentre il
    cerusico la salassava, lo ritrasse, e se lo mangiò avidamente così
    com'era insanguinato; e che, presso a morire, ormai impotente a
    mangiare, pregò sua sorella che le mangiasse accanto al suo
    capezzale, perchè: «se il buon Dio non voleva ch'ella mangiasse
    più, potesse almeno morire col piacere di veder mangiare».

  [2] Leggesi che a Parigi fu uno maestro, che si chiamava ser Lò, il
    quale insegnava logica e filosofia, ed aveva molti scolari.
    Intervenne che uno dei suoi scolari, tra gli altri acuto, e
    sottile nel disputare, ma superbo, e vizioso di sua vita, morì. E
    dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio,
    questo scolare morto gli apparve: il quale il maestro
    riconoscendo, senza paura il domandò quello che di lui era.
    Rispose, ch'era dannato. E domandollo ancora il maestro, se le
    pene dello inferno erano così gravi come si diceva; rispose che
    infinitamente maggiori, e che con la lingua non si potrebbero
    coniare, ma che gliene mostrerebbe alcun saggio «....... Ed
    acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile ammaestramento
    di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che desti a me,
    porgimi la mano tua, bel maestro». La quale il maestro porgendo lo
    scolare scosse il dito della sua mano, che ardeva in su la palma
    della mano del maestro dove cadde una piccola goccia di sudore, e
    forò la mano dall'un lato all'altro con molto duolo e pena come se
    fosse stata una saetta focosa, ed acuta. «Ora hai saggio delle
    pene dello inferno» disse lo scolaro, e urlando con dolorosi guai
    sparì. Il maestro rimase con grande afflizione, e tormento per la
    mano forata ed arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga
    curasse, ma infino alla morte rimase così forata. Donde molti
    presono utile ammaestramento di correzione. E il maestro compunto,
    tra per la paurosa visione, e per lo duolo temendo di non andare a
    quelle orribili pene delle quali aveva il saggio, deliberò di
    abbandonare la scuola, e il mondo. Onde in questo pensiero fece
    due versi, i quali la mattina vegnente in iscuola davanti ai suoi
    scolari, dicendo la visione, e mostrando la mano forata ed arsa
    spose, e disse:

        _Linquo coax ranis,--ora corvis, vanaque vanis
        Ad loicam pergo--quae mortis non timet ergo_.

    «Io lascio alle rane il gracidare, ai corbi il crocidare, le cose
    vane al mondo; io m'incammino a logica tale, che non teme la
    conclusione della morte» cioè alla religione. E così abbandonando
    ogni cosa si fece religioso, santamente vivendo fino alla morte.
    PASSAVANTI, _Specchio della vera Penitenza. Dist. 2. cap. II_.

  [3] _Segreti del Piccolo Alberto_. Lione, 1731.



CAPITOLO XX.

LA NOTTE SCELLERATA.

                    . . . . Con mano empia tentava
                    I misteri di amore in quelle membra,
                    Ma lo respinse un Dio che lei vegliava.
                    Il Dio che pura se la tolse in cielo,
                    Come quando ella uscìa dal suo pensiero.
                                        ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.


Ecco come si ammenda il Conte Cènci.

Sparsa le bionde chiome, con la fronte volta al cielo, le braccia
abbandonate, genuflessa sul pavimento sta Beatrice Cènci dentro una
stanza della Rocca Petrella. Alla bellezza, e all'atto rassomiglia la
inclita statua della Fiducia in Dio, nella quale lo Artefice della
«terra dei morti» ha infuso un'anima, ch'egli stesso non aveva[1].

La stanza in cui si trova è una prigione:--ormai la sua vita sembra un
tristo cammino, del quale le prigionìe sieno le colonne milliarie per
distinguerne gli spazii. L'aspetto della stanza apparisce strano a
vedersi: splendido è il letto per cortine ampissime di damasco, e
cornici dorate; ricopre il pavimento uno arazzo rappresentante Enea,
che ascolta i presagi maligni dell'arpia Celeno: sopra una rozza
tavola di albero stanno vasi e bacili di argento: le pareti squallide,
e tracciate col carbone dalle sentenze, che la tristezza, o l'ira, o
il rammarico spremono dal cuore del carcerato... stille di essenza di
angoscia, uscite fuori per la gran forza dello strettoio della
necessità.--

Il cielo si contemplava per breve tratto traverso una ferrata, davanti
alla quale il Conte Cènci, quel perfido ingegno, aveva fatto
inchiodare uno assito a modo di tramoggia; sopra la tramoggia ordinò
adattassero una graticola fitta di filo di ferro. Nè qui si fermava la
vile crudeltà del Conte Cènci; chè col declinare del giorno procurava
calassero sopra la tramoggia una ribalta circondata intorno da festoni
di tela, togliendo a un punto la luce del cielo e l'aria, conforto
supremo alle viscere straziate. La carcere allora pareva chiudere la
bocca, ed ingoiare intera la sua vittima, come fece di Giona la
balena[2].

Povera Beatrice! Il cielo, che tu amavi cotanto; il cielo, consapevole
dei gentili pensieri dell'anima tua; il cielo, da cui attingevi
conforto negl'ineffabili dolori; il cielo, che sovente chiamavi in
testimonio della rettitudine del tuo cuore; il cielo, che desiderando
contemplavi come la patria libera del tuo spirito divino, adesso o ti
si mostra traverso le sbarre e le graticole di ferro, o ti si toglie
affatto nella guisa, che Dio vela la sua faccia ai dannati nelle pene
eterne dello inferno.

Il sole getta obliquo lo sguardo là dentro; i suoi raggi pesano, ed ei
si affretta a ritirarli, quasi per paura che gli rimangano avvinti, e
presi alla rete delle graticole[3].

Se durante la notte l'aria viene tolta a Beatrice, durante il giorno
non gliela ministrano a larga misura; anzi sottile come il cibo dentro
città bloccata. Se il Conte Cènci avesse potuto dargliela chiusa in un
vaso senza mai sollevare la ribalta, oh come volentieri lo avrebbe
egli fatto! imperciocchè gli ultimi casi lo avessero reso alquanto
pusillanime; e quando la codardìa ha sussurrato nell'orecchio alla
crudeltà: _trema_, non vi ha cosa o tanto assurdamente spietata, o
tanto atrocemente ridicola, che queste rifuggano da mettere in opera.

Beatrice si affaticò sovente arrampicarsi fino alla parte superiore
della inferriata, tentando quinci scuoprire o cima di albero o vetta
di colle, che le fossero all'anima come un ricordo della bella natura:
e quantunque tre, quattro volte e sei rimanesse delusa, non per questo
cessò ritentare; perocchè sia amaro rassegnarsi alla perdita
dell'aria, della luce, e della vista del creato, che Dio benigno
concesse all'animale più abietto. Dotata d'anima di poeta, capace di
rendere eco dalla sua più sottile e recondita fibra alle sensazioni
del bello, almeno per le fessure s'ingegnò vedere i colli azzurri, le
verdi vallate, il fiume, boa immenso delle acque, che serpeggia per la
pianura, ma non le fu dato. Malignamente invidioso di quell'aura di
refrigerio, il Conte più volte il giorno, e più sovente nelle ore
matutine, mentre un po' di sonno le rinfrescava il sangue infiammato,
mandò fabbri, che sospesi a corde aeree (non veduti da Beatrice)
martellavano, conficcavano, ristuccavano, ristoppavano, calafatavano,
tormentavano insomma con quel fragore continuo, che è proprietà dello
inferno;--onde il capo l'era diventato come infranto, e in
qualsivoglia parte, comecchè leggermente, lo toccasse si sentiva
dolere per tutta la persona.

Oh quanto riso di cielo balena di là da coteste luride tavole, oh come
la natura esulta nella sua bellezza oltre cotesto sozzo assito!
Maledetta la mano, che si pone fra gli occhi dell'uomo e la natura!
L'anima si strugge di desìo; e se vede trapassare un uccello, si posa
sopra la sua ala e gli raccomanda di portare per lei un saluto ai cari
parenti, e ai luoghi della sua infanzia.

O nuvoletta bianca, che traversi questo palmo di cielo che mi è dato
fruire, io non vedrò quando arrivi a baciare la luna; o stella
cadente, io ti ho veduto muovere, ma non posso vedere dove vai a
finire; o foglia, che voli sopra l'apertura del mio carcere, dove
terminerà di trasportarti il vento? Farfalla, le rose che desideri
sono lontane di qui; io non vedrò quando, innamorata, tu accarezzerai
con l'ale il tuo fiore diletto... No, viva Dio; per negare la vista di
queste immagini non basta che la crudeltà e la paura avviluppino nello
loro spire un'anima maligna, come i serpenti di Laocoonte; bisogna che
al lurido sabbato dei suoi pensieri intervengano ancora la
superstizione e la invidia: la prima, furia di fuoco che osò
seppellire vive le tenere fanciulle, le quali, odiati i riti infecondi
di Vesta, sagrificarono a Venere alma genitrice della Natura; la
seconda, furia di ghiaccio che accecherebbe il genere umano,
caccerebbe dal cielo l'occhio del Sole, vorrebbe insano anche Dio
perchè essa è cieca, e folle.

Lo insetto dalle ali dorate penetrò in questo sepolcro di vivi, ma
presto ne usciva cruccioso ronzando: «dalle cure del carcerato non si
fa mèle, ma tossico». L'uccello per un momento ha posato i piedi sopra
queste graticole; ma è fuggito via gittandovi dentro un pianto, come
se intendesse dire in sua favella: «tu sei infelice, ed io non posso
aiutarti».

Dentro il carcere, dietro la infame tramoggia, Beatrice invece di
ricevere le impressioni esterne, e consolarsi contemplando, o
ascoltando:--invece di blandire la memoria implacabile, e sopire la
febbrile attività del pensiero riducendosi in condizione, più che
potesse, passiva, ha dovuto all'opposto suscitare le fiamme divoranti
della immaginazione; alimentare la ferita.

Ha sentito, quando sparisce l'allegrezza del giorno, e la crescente
mestizia delle tenebre persuade ricorrere per consolazione alla
Vergine dei cieli,--lontano lontano alternarsi il canto delle litanie
dinanzi la immagine della Madonna dei Dolori, che sotto il suo gran
manto celeste ripara tutto il genere umano (tranne quelli che fanno
piangere), ma non ha potuto mescolarsi con le altre donne alla santa
preghiera.--Lei percosse a vespro la voce rozza, ma lieve come l'aura
dei poggi, della montanina, che riduceva a casa le capre, e non potè
conoscere dall'alacrità degli occhi rivolti frequentemente in giro,
dallo incesso irrequieto, dal simbolo dei fiori intorno al cappello se
pei suoi amori correva la stagione dei sospiri, o quella delle
lacrime.--Su l'alba udì scoppii di archibugi, e latrati di cani, e
grida di uomini, e non potè seguitare lietamente curiosa le vicende
della caccia, o sovvenire ai feriti, se i masnadieri avevano assaltato
gl'improvvidi viaggiatori. La campana suonò invano alla messa; invano
ai funerali: poca cura ci punge pei morti ignoti; e recitarci con le
proprie labbra il _de profundis_ è cura troppo molesta.--Per dio! A
tale l'aveva ridotta il vecchio maligno, che ella veggente non sapeva
che cosa farsi della luce degli occhi; ella viva non sapeva in che
cosa adoperare la vita.--Ma tempi di ferro erano cotesti, e Francesco
Cènci per cupa scelleraggine singolare, non raro.

Nè meno turbavano la desolata il passo della scolta, che per lo aperto
verone le camminava sopra la testa, e il frequente gridare all'erta, e
lo squillo della campana ogni quarto di ora,--conciosiachè noi tutti,
è vero, sappiamo che il Tempo va e fa andare, cacciandosi davanti
senza posa, e giorni e secoli verso la Eternità, a guisa di mandriano
che affretta gli armenti al presepio quando minaccia tempesta;--ma
starci seduti sopra la riva a vedere inerti sparire veloce il torrente
della propria esistenza, è troppo acerbo travaglio. Nel tumulto della
vita affetti, sensazioni e pensieri ci fanno dimenticare troppo più
spesso che non conviene la fuga della nostra vita; ma nel carcere
sentirsi misurare i minuti che passano dall'orma del carceriere sul
capo, è supplizio che supera la immaginazione. Tu provi quanto
tormenti acerbo il Tempo, allorchè deposta la falce prende la lima, e
lento, continuo, implacabile ti sega il cranio; e quanto sia
angoscioso contemplare speranze, ingegno, anima e corpo disfarsi in
atomi, e cadere come limatura di ferro ai tuoi piedi.

Beatrice nel volgere gli occhi al cielo non prega, e non rampogna;
sembra piuttosto che interroghi: «Dio! mi hai tu abbandonato?»

Le sue parole furono uguali alle estreme che profferì Cristo sopra la
croce, prima di declinare il capo, e spirare.

Io conosco bene la mente selvaggia di uomini superbi, che le avrebbero
risposto così: «E chi ti ha detto, folle, che Dio protegge, ed
abbandona? Dio non abbandona, nè protegge. La forza misteriosa della
sua azione, che si manifesta con la moltitudine delle cose create,
getta assidua nello abisso pugni d'arena di oro, e cotesta arena sono
stelle. Egli le costringe a moti diversi secondo la legge della loro
durata. Se la polvere di questi mondi, animata o no, avvalla o
s'inalza, seppellisce sotto di se lo esercito di Cambise[4], o si
lascia arare, zappare, e si sottomette a produrre frutto: se piange, o
ride, o sta immota superficie di camposanto: se si agglomera in
mastodonte, o si sperpera in formiche: se si trasforma in penne di
aquila, o nelle fibre inerti del tardigrado, egli non cura questo, e
non lo può curare. Ai fini della natura basta che nulla giaccia
infecondo, o si disperda sterilmente; poi, che aumentino mille
avvoltoi, e diminuiscano dieci mila colombe poco le importa. Immensa
macina che infrange reami ed acini, imperatori e lumbrichi per crearne
nuovamente lupi, o pecore, od altri animali. La dottrina della
trasmigrazione insegnata a Pittagora dai Sapienti di Egitto, una volta
presa a scherno da insensati filosofi, è cosa tanto evidente, che
sembra impossibile come possa essere stata impugnata. Difficile è
spiegare quello che non si comprende, e non si può intendere; follìa
disprezzare, o negare ciò che supera la nostra intelligenza; ma che il
Supremo Fattore abbia a tenere conto, non che della specie, dello
individuo, non sembra che possa dirittamente credersi. La natura
recasi in mano l'universo, e lo soppesa; se torna il volume non le
importa la forma.

«E poichè gli uomini sortirono questa vita e questa forma senza
chiederle, e molti ancora senza desiderarle, perchè le non si possono
rassegnare senza offesa della natura? Singolari ella fece le vie del
nascimento, infinite quelle della morte; sicchè può ritenersi, che a
lei piaccia la vertigine delle trasformazioni. Se gli orecchi nostri
potessero udire la voce della natura, noi sentiremmo ch'ella predica
sempre ai mortali: =Ospite, io non ti trattengo a forza alla mensa
della vita; tra le bevande, che io ti appresto davanti, scegli quella
che meglio ti talenta; e se ti piace l'oblìo, bevilo, e vattene=.

«Veramente, come se l'uomo non fosse presuntuoso abbastanza, gli hanno
dato ad intendere, e la sua superbia glielo ha di leggieri persuaso,
sentinella infedele non poter disertare il posto al quale la
Provvidenza lo commise; lui essere re dell'universo; la favola di
Atlante adombrare il simbolo dell'uomo chiamato a sostenere il mondo
sopra le sue spalle. Il sole fu appeso nel firmamento per riscaldarlo,
la luna per illuminarlo, le stelle per divertirlo nelle notti di
estate.--Fin qui pazienza; le adulazioni da un lato, e la superbia
dall'altro erano follemente innocenti; ma diventarono crudeli quando
gli dissero: =tutte le creature che vedi furono fatte per te=. Allora
il vanaglorioso spietato stese la mano sopra gli enti che hanno anima
e sangue, e prese a vivere della loro morte, ed osò senza ribrezzo
convertirsi in sepolcro palpitante.

«Ora questo vampiro nudrito di superbia s'irrita di ogni lieve
sciagura, non vuole sopportare le infermità, aborre la morte. Cadono i
cedri del Libano, caddero le querce secolari delle foreste druidiche;
scomparvero città, popoli, imperi, e perfino rovine d'imperi. Nel
cielo aprono, e chiudono del continuo le palpebre i pianeti, e questo
verme petulante presume vivere eterno, e felice--satrapo della
natura.--Mora come fa morire. Si rassegni al fato comune; torni senza
mormorare alla terra donde è nato: polvere è, polvere ritorni».

O filosofo dalla mente selvaggia! io conosco questi argomenti, e il
mio intelletto li comprende; ma questo cervello che pensa, questo
cuore che soffre, tutto il mio ente, che si agita, non si appaga di
sermoni e di sofismi. Poichè la natura infuse nell'uomo lo amore, anzi
la smania della propria conservazione, non può averlo legato alla
vita, come Cristo alla colonna, per dargli seimilaseicentosessantasei
battiture. L'uomo ha diritto di essere felice, e nella natura si hanno
a trovare facoltà per diventarlo; che se così non fosse, l'uomo
avrebbe ragione di volgersi al cielo, e domandare: «Dio! perchè mi hai
creato?»

E questa domanda umile tornerebbe assai più terribile al trono di Dio,
che la minaccia di Encelado, o la ribellione di Lucifero.

Se tali fossero i pensieri, che tennero occupata la mente della
donzella finchè stette genuflessa, io non saprei; ma certo doverono
essere strazianti, però che quando si rilevò da terra come spossata
lasciasse cadersi sul letto.

E il sonno le fu meglio amico della veglia.

Sognò il mare Jonio là dove il cielo e l'acqua sembra che vengano a
contesa di limpidezza, di azzurro e di luce; imperciocchè se il cielo
ostenta i suoi fuochi di stelle, le acque sfolgoreggiano di fosforo; e
se il cielo si ammanta di nuvole di madre perla, il mare si vagheggia
nel dorso dei suoi delfini dalle scaglie di mille colori: gli abitanti
dei due elementi paiono colà bramosi di stringere parentela fra loro;
lo smergo e lo alcione scendono a battere l'onda con le ale, e vi si
posano in grembo come dentro al nido; all'opposto i pesci volanti si
sollevano descrivendo leggiadre parabole nell'aria con le pinne verdi
e dorate. Il Creatore volge uno sguardo al cielo, ed uno al mare; e
vedendoli entrambi stupendamente belli, ride compiacendosi della opera
sua: cotesto sorriso si spande dintorno, ed empie di allegrezza ogni
cosa.

In mezzo al mare sorge il promontorio di Santa Maura, l'antica
Leucade, come un'ara dedicata allo amore infelice. Quinci soltanto
Saffo, la derelitta, spense nel mare sottoposto l'amore a un punto e
la vita; e le acque memori nei pleniluni sereni lungo le spiagge
ricurve si lamentano in suono di lira[5].

A lei parve trovarsi sopra cotesto scoglio sola, e abbandonata da
tutti. Lungi di Sotto vedea le vergini oceanine intrecciare carole, e
instituire giuochi per la chiara faccia delle onde. Di tratto in
tratto le fanciulle a lei si volgevano, e lei chiamavano co' cenni
onde ai loro cori si mescolasse. Allo improvviso un rombo di ale sopra
il suo capo le fece levare gli occhi in alto, ed ecco apparirle, in
sembianza di Amore in traccia della rapita Psiche, il biondo Guido,
l'amico del suo cuore, che scendendo le tendeva le braccia: ella con
impeto grande alzò le sue, e le loro labbra s'incontrarono...

Canova ritrovò la immagine di quel sogno quando scolpì il gruppo
divino di Amore e Psiche.

Beatrice si desta: teneva tuttavia le braccia sollevate; ella le
lascia cadere di peso su la coltre, e sospira. Crucciosa di essersi
lasciata illudere da un sogno, si chiude sotto i lini; il seno
candidissimo si affonda fra le piume, e i biondi capelli si spandono
pei guanciali. Irridendo se stessa ella diceva:

--Misera! Ormai avresti dovuto imparare a prova come i contenti per te
sieno sogni, le sole amarezze vere. Guido con braccia di carne potrà
rompere la verga ferrea del destino?--E forse a questa ora gli sarà
venuta in fastidio la vittima segnata dalla sventura. Poveretto! Io
non lo vorrei mica biasimare: no davvero, perchè il contagio allontana
il padre dal figliuolo, il marito dalla moglie, senza che per questo
ne venga loro la taccia di cattivo cuore. Ora lo infortunio non
s'insinua più inevitabile, e più fatale dello stesso contagio? Ed io
come potrei in coscienza desiderare, o pretendere, ch'egli si
sprofondasse giù nel precipizio, dal quale nè uomo nè Dio pare che
possano, o vogliano salvarmi!--Volga il suo affetto su donna meno
infelice di me, e sia sposo avventuroso... e padre... io glielo
desidero... ah! no... sì--io devo desiderarglielo con tutta
l'anima:--ma intanto ella bagnava l'origliere di molte lacrime
involontarie.

Adesso si riprova a confortare col sonno lo spirito affaticato; invano
però, chè agli occhi vigili sotto le chiuse palpebre apparisce muovere
dalle lontane mura di Roma un punto oscuro, e avanzarsi, avanzarsi per
piani e per colline come polvere sospinta dal turbine: cotesto punto
nello accostarsi assumeva sembianza umana; si avviluppava dentro una
cappa bruna; teneva il nero cappello abbassato su le ciglia: arrivato
sotto la torre della Rocca Ribalda, ecco al raggio della luna
mostrarsi tutto quanto egli era aitante e bello, e chiamarla con la
mano. Il cuore con lo affrettare dei palpiti le aveva svelato chi
fosse lo straniero.

Giù a piè del colle, accanto al torrente delle acque perenni dove la
forra si chiude più ombrosa, mezzo celata tra le fronde degli olmi
s'innalza una cappelletta ufficiata da certo santo Eremita, a cui
veruno afflitto cuore ricorse mai invano. Egli, richiesto, consente ad
unire in matrimonio Beatrice e Guido. Ella tende la destra, e
maravigliando forte non essere prevenuta, chiede la destra di Guido;
ma questi si ricusa, e la tiene nascosta sotto la cappa. Ella insiste:
alla fine arriva a impadronirsene; la sente umida, e viscosa: ritira
la sua spaventata, e se la vede, ahimè! intrisa di sangue: che sangue
è questo? dimmi.... Guido sparì, sparì lo Eremita; ella si trova
circondata da uno inferno di tenebre.

                                ------

Un lieve tocco sospinge la porta; ecco si muove silenziosa sopra i
cardini: prima il capo;--poi il petto;--finalmente tutta la persona
apparisce di un uomo canuto, avvolto dentro ampia zimarra, col tòcco
rosso sul capo.--È il Conte Cènci strascinato dal destino. Tende
l'orecchio... ascolta... l'alito di Beatrice. Appoggia il corpo intero
sul piede di dietro, muove cauto l'altro, e sempre va innanzi; si
ferma in fondo al letto.

Beatrice ha chiuso gli occhi a sonno travagliato, e agitandosi
irrequieta si è scomposta la chioma, che le sta vagamente sparsa pel
seno divino.

Egli la guarda. La vista di forme così stupendamente leggiadre
rallegra l'anima; chè rosa e donna, quanto meno si mostrano tanto più
appaiono belle...

Che ardisce costui? Non basta, ed è anche troppo, vedere quel seno che
palpita?

Prassitele scolpì due Veneri: una velata, l'altra ignuda. Quei di
Gnido comperarono la nuda, modellata sopra le membra di Frine; per la
qual cosa ritenendo ella più della cortegiana che della dea, venne
laidamente contaminata, e la religione della divinità si dipartì dal
simulacro; ma i cittadini di Coo acquistarono la Venere velata, sicchè
n'ebbero fama di pii, e lunga si produsse la devozione pel tempio di
loro. Quivi convennero tutti, giovani e vecchi; i primi perchè la
vedevano pudicamente leggiadra; gli altri perchè leggiadramente
pudica[6].

Il truce vecchio stende le scarne braccia, e trae a se cautissimo i
lini. I tesori di coteste membra appaiono manifesti... di coteste
membra, che lo stesso Amore avrebbe velato con le sue ale agli occhi
di uno amante.

Cheta, cheta la porta della stanza torna di nuovo a volgersi sopra gli
arpioni: entra un altro uomo, e si ferma:--guarda... stupisce... e non
ravvisa il Conte al fioco chiarore del lume, che veglia fra loro, egli
solo innocente. Il Conte lussuriando per ogni fibra, trema; gli occhi
gli si aggrinziscono a modo di vipera: una striscia di fiamma di etico
gl'imporpora il sommo delle gote; lascia cadersi giù dalle spalle la
zimarra, e appaiono le pallide membra del vecchio... piega un
ginocchio sopra la estrema sponda del letto, e delirante si curva
protendendo le mani...

La grande rabbia di amore sconvolge l'anima di Guido; però che il
nuovo venuto sia Guido: prima di volerlo si è trovato nella mano
ignudo il coltello.--Il Conte intende un fremito alle spalle, e volge
la testa. Guido ha scagliato dentro gli occhi del vecchio un baleno,
ch'è morte. Il Conte atterrito lascia le tende, ma Guido lo arriva con
uno slancio... lo ghermisce per le chiome incanutite nel delitto.--Il
Conte apre la bocca con una contrazione convulsa... prega egli, o
minaccia? Invano: il ferro fulminando gli squarcia la gola, gli rompe
le arterie, e così profondo gli penetra nel petto, che non può
profferire la parola.--Vacillò... rovinò... percosse aspramente sul
pavimento gorgogliando dalle aperte fauci sangue a rivi, e un
borbottìo confuso.--

Beatrice mette un gemito, apre languidi gli occhi... Dio del cielo!
non è illusione adesso... gli ferma nel volto dello amante desiderato.
L'Amore con le mani di rosa schiuse i suoi labbri al più gentile dei
sorrisi--ma cadde su l'anima dello amante come sopra statua di
bronzo... egli la fissò inferocito, e col pugnale grondante le accennò
il caduto.

Il sorriso morì su i labbri di Beatrice siccome muore il bacio, che
sul punto di svegliarci mandiamo ad una visione notturna. Pure la
donzella non conosce ancora tutti i misteri di cotesta notte
scellerata. Chi è mai quel caduto, e che fa? Egli tiene riversa sul
terreno la faccia, non fiata, e scarso là giunge il raggio della
lampada. Beatrice ha già mosso le labbra per interrogare; Guido ha
scorto, comunque visibile appena, cotesto moto, e lo ha temuto...
guarda lei... guarda il moribondo;--ella segue con gli occhi lo
sguardo di Guido sul caduto,--poi torna a sollevarli su l'amante...
egli è sparito...

Una luce funesta ha balenato su l'anima di Beatrice. Immemore del
verginale decoro ella balza dal letto, e non rifugge, o non sente di
lordare il piè nudo nel sangue, di cui è inondato il pavimento.
Appoggia le mani su i capelli del moribondo,--gli volge la testa... è
suo padre!---

Egli agita lieve lieve la bocca nelle estreme convulsioni; i suoi
occhi stanno orribilmente fissi nella immobilità della morte. Beatrice
si rialza, come molla che scatti, con le braccia tese, curva alquanto
della persona, impietrita di spavento: pareva percossa da catalessìa.
Gli occhi del Conte si dilatano, si avvivano--mandano uno sguardo
lungo--poi diventano colore del piombo... si spengono... è passato.

La mano della Necessità, di cui le dita erano rabbia, spavento, amore,
furore, e pietà, tese orribilmente l'arco della intelligenza di
Beatrice; e se non lo ruppe, lo stupidì. La fanciulla, immemore di se,
stava ferma senza pensare, senza sentire.--Guido, come lo agita il
demonio, scende tempestando le scale, traversa la sala dove si
trovavano raccolti la signora Lucrezia, Bernardino, Olimpio e Marzio;
e, scagliato lungi da se il coltello sanguinoso, grida:

--È morto!--È morto!

--Perchè non lasciaste a noi la cura di saldare i nostri conti vecchi
col Cènci?--interrogava Olimpio.

E Marzio, freddo, soggiunse:

--Questo è caso da assicurarcene bene[7];--e s'incamminò verso la
prigione.

--Singolare natura umana!--Marzio, capace di ammazzare il Conte con la
medesima devozione con la quale avrebbe recitato il rosario, appena
ebbe visto la nudità della donzella si ritrasse verecondo, scese, e ne
avvisò sommesso la matrigna; la quale, superando il ribrezzo, si
attentò di entrare nella stanza del delitto. Si fece presso a
Beatrice; la chiamò a nome; la scosse; e non ottenendo da lei risposta
alcuna, la ricoperse con la zimarra caduta al Conte, e presala per
mano la trasse via. Ella lasciò condursi, non oppose resistenza alcuna
al lavacro dei piedi insanguinati, alle fregagioni di aceto, allo
adagiarla sul letto: guardava stupida, e non profferiva parola.
Conobbero essere necessario cavarle sangue; ma non possedevano arnesi
adattati, e il modo di adoperarli ignoravano: chiamare il barbiere
parve pericoloso, e si rimasero.

Allora Marzio, secondo il suo feroce proponimento, entrò nella stanza
seguitato da Olimpio, squassò per le chiome il cadavere, e tratto
fuori lo stiletto glielo spinse dentro l'occhio sinistro finchè la
lama vi potè affondare.

--Ora mi sono assicurato!

--Non ve n'era mica di bisogno, osservò Olimpio mettendo le dita nella
gola squarciata del Conte--vedete mo' che buca!--Potrebbe uscirne
l'anima anche in carrozza. Per un'anima questa è propriamente porta da
cocchiere. Adesso pensiamo un poco, che cosa dobbiamo farci di
costui;--e dette un calcio nel capo al cadavere.

--Portiamolo giù nel giardino, e mettiamolo sotto terra...

--Avete perso tutti il giudizio:--non basta seppellirlo; bisogna
innanzi tratto farlo morire in maniera, che abbia senso
comune.--Venite qua; prendetelo pei piedi; io lo prenderò pel capo, e
trasportiamolo sul terrazzo che dà sul giardino: ho notato che questo
terrazzo mena alle latrine, ed in parte manca di parapetto. Il povero
gentiluomo, levatosi per certo suo bisogno, si era condotto notte
tempo al destro senza lume... guardate che imprudenza! Forse si era
aggravato di cibo a cena, e certo poi di vino più del consueto...
Vedete la fatalità! disgraziatamente ha messo il piede in fallo, ed è
caduto...

--Be', be', va d'incanto. Ma l'uomo cadendo da un'altura si rompe il
collo, si spezza il cranio, e non riporta ferite operate da un ferro
tagliente, ed acuto.

--Ed anche a questo è stato provvisto: lo getteremo sopra gli alberi;
poi gli introdurremo la punta dei rami nelle ferite, e così basterà.
Credete voi, o Marzio, che vorranno andare a cercare il nodo nel
giunco? Chi è morto è morto, e salute a chi resta.

--Qualche volta i morti ritornano: però la proposta mi
  piace.

E come aveva suggerito Olimpio eseguirono appuntino.

Siccome quando donna Lucrezia, mediante una finestra terrena della
rocca che mancava d'inferriata, mise dentro al castello Guido, Marzio
ed Olimpio era notte fitta, e la famiglia giaceva tutta nel letto, non
furono visti da persona viva; così deliberarono uscire per la medesima
via com'erano entrati. Guido venuto a consultare sul modo di porre in
libertà Beatrice, poichè si era trovato ad uccidere il Conte, decise
partire senza indugio per Roma, Marzio e Olimpio s'incamminarono nella
stessa notte ai confini del regno, per quindi ridursi in Sicilia, o a
Venezia: ebbero di presente duemila zecchini, oltre la promessa di
futuri favori e la grazia, che per la parte di casa Cènci e di
monsignore Guerra non sarebbe loro venuta meno giammai.

Guido arrivato alla osteria della Ferrata ordinò gli sellassero subito
il cavallo; la qual cosa essendo stata fatta secondo il suo desiderio,
l'oste, che lo aveva osservato sottecchi con quei suoi occhi maligni,
nel reggergli la staffa gli favellò:

--Oe, gentiluomo! Ieri l'altro mi diceste che andavate su alla Rocca
Ribalda per farvi la villeggiatura del Settembre: o che vi siete
mangiato in due desinari un mese intero? Misericordia! Questo è
appetito!

--L'uomo propone, Dio dispone.

--Direi piuttosto, che siate andato a recitare qualche tragedia: avete
fatto la vostra parte, ed ora tornate a casa.

~~Che intendete significare con queste parole?

--Nulla; se non che avete la manica del giustacore
  insanguinata...

Guido guardò atterrito la manica, e conobbe che l'oste diceva la
verità; onde rivoltosi a lui, con mal piglio gli disse:

--Sareste voi il bargello di campagna?

--Mi maraviglio dei fatti vostri, gentiluomo. Io sono compare di un
certo Marzio, che immagino voi dobbiate conoscere un poco; e faccio
come da padre a questi poveri figliuoli del bosco: sono nemico
naturale della miseria, ma onorato. Tutto questo ho voluto avvertirvi
perchè, al bisogno, facciate caso dell'oste della Ferrata.

Guido entrò da capo nella osteria, e quivi troppo più tempo si
trattenne di quello che fosse necessario a lavare il giustacore. Nel
separarsi dall'oste egli gli strinse familiarmente la mano, e gli
sorrise come se fosse stato suo domestico antico. Strane amicizie fa
contrarre il delitto!

Il giorno seguente, che fu il dieci Settembre, la Rocca Petrella
risuonò di pianti e di gemiti, i quali echeggiarono tanto più romorosi
quanto meno sinceri. Gli abitanti del paese e i popoli del contado
dintorno accorsero a frotte per vedere lo spettacolo. Il cadavere del
Conte, non senza consiglio, fu lasciato lunga pezza confitto dentro i
rami di un sambuco. Le comari del vicinato, stando in circolo intorno
a cotesto albero con la faccia levata in su, contavano le più strane
novelle del mondo. Chi diceva che quel vecchio peccatore, recandosi al
_Barlotto_ di Benevento per rendere obbedienza al diavolo, si era
levato in aria a cavalluccio su di un manico di granata, il quale,
come sapete, è cavalcatura ordinaria degli stregoni; ma sul più bello
essendogli venuto di nominare Gesù, il manico di granata gli si era
rotto fra le gambe precipitandolo a terra da un'altezza di quattro
miglia e mezzo avvantaggiate. Altre poi sostenevano che fosse scaduto
il termine della scritta, con la quale si sapeva di certo, ch'egli
avesse venduto la sua anima al diavolo; e questi, come di giusta, gli
era comparso per prenderne possesso. Confermava in questa opinione il
vedere quel corpo appeso al sambuco, che, come la savina, il noce, ed
altri alberi parecchi, è pianta consacrata allo spirito maligno: se
non che a indebolirla usciva la levatrice della Petrella, la quale
assicurava come andando fuori di casa per affari del suo mestiero
aveva udito un grande scatenìo per l'aria, e tutti i gatti miagolare
su i tetti, e poco dopo un barbagianni averle spento la lanterna con
un colpo di ale:--cose tutte che stavano a significare, che
qualcheduno in quel punto passava per aria. Insomma tornerebbe
fastidioso di troppo raccontare tutte le novelle che solevano mettere
fuori a quei tempi intorno a simili casi, le quali venivano credute
non solo dalle femminucce e dalle genti grosse del contado, ma sì
ancora da uomini dottissimi, e da giureconsulti di gran nome; dei
preti non parlo perchè a figurare di crederci onde altri ci credesse
era affare di mestiere, e ci trovavano il conto. Chi campa di grano
semina grano, e chi d'errore vive non ischianta errore: e questo è
chiaro. Poco oltre il cerchio delle comari occorreva un gruppo di
uomini, in mezzo ai quali sembrava che facesse le carte il Curato, e
tutti insieme stavano speculando, come diavolo mai cotesto corpo
avesse potuto rimanersi così penzoloni per aria; ma ad interrompere
coteste indagini importune sopraggiunse un servo da parte di sua
Eccellenza la Contessa, che gl'invitava tutti a entrare in palazzo.
Andarono, e trovarono donna Lucrezia inconsolabile, giusta il costume
di tutte le vedove consolabili o no, la quale dopo favellato un pezzo,
interrotta ad ora ad ora da lacrime, e da sospiri del miserando caso,
ordinò al Curato apparecchiasse al defunto funerali quanto meglio
sapesse magnifici, e corrispondenti alla nobiltà, e potenza della
famiglia Cènci: invitò poi i montanari di convenire incappati alla
ròcca per associare il morto, promettendo elemosine larghissime in
sollievo delle povere famiglie, affinchè pregassero pace per cotesta
povera anima.--Uscirono pertanto edificati della pietà di Sua
Eccellenza, e per la strada non rifinirono di magnificare la
mansuetudine e la benevolenza sue. Quando tornarono per levare il
corpo del Conte lo trovarono non pure calato dal sambuco, ma chiuso, e
confitto dentro due casse di rovere.


N O T E

  [1]    _Lorenzo, o come fai
            A infonder nella creta
            L'anima, che non hai?_

    Versi stupendi della magnifica poesia di GIUSEPPE GIUSTI,
    intitolata _la terra dei morti_. Però, a vero dire, anima ebbe più
    lo interrogato Bartolini, che lo interrogatore Giusti. Questi con
    braccia di Sansone scosse il luttuoso edifizio della odierna
    società, e poi ebbe paura dei calcinacci che cascavano. Chi sa
    dire, non sempre sa fare.

  [2] Di queste immanità io molta parte soffersi: _et quorum magna
    pars fui_... Qual fosse la causa del tormì e vista e luce, si
    legge in un libro stampato dal conte Guglielmo Digny. La
    Commissione, informata di certi segnali che si facevano da una
    villa, temè fossero per darmi avviso di quanto accadeva in
    giornata: chiarita meglio la cosa, seppe che in quel modo si
    ragguagliava della salute di uno infermo giacente in villa i suoi
    congiunti dimoranti alla città: non pertanto le truci precauzioni
    non si dismisero, anzi crebbero. Altro di cotesto libro non dico,
    e quello che ne ho detto è anche troppo per me.

  [3] Ella è immagine del Redi, comecchè da argomento festoso io
    l'abbia trasportata a soggetto dolente:

        _Sì bel raggio è un raggio acceso
            Di quel sol, che in ciel vedete,
            Che rimase avvinto e preso
            Di più grappoli alla rete._
                              REDI, Ditirambo.

  [4] ERODOTO. _Storie, lib. III, § 26_.]

  [5] _Ebbe in quel mar la culla,
          Ivi erra ignudo spirito
          Di Faon la fanciulla:
          E se il notturno zeffiro
          Blando su i flutti spira,
          Suonano i liti un lamentar di lira_.
                                FOSCOLO. _Ode. All'amica risanata_.

  [6] PLINIO, _Hist. Nat. lib. 36. c. V_.]

  [7] Roberto Bruce palesa in assemblea generale ai nobili scozzesi,
    quivi ragunati, il suo proponimento di liberare la patria:
    assentano tutti, tranne Cummin. Bruce indignato lo assalta nel
    chiostro dei Francescani, e lo lascia per morto.--Sir Tommaso
    Kirpatric, amico di Bruce, lo interroga se lo abbia ucciso; a cui
    quegli rispondendo--crederlo,--soggiunse: «Io voglio
    assicurarmene»; e andato colà dove giaceva, gli passò il cuore con
    la spada. La famiglia di Kirpatric in memoria di questa azione
    assunse per istemma una mano, che brandisce una spada
    insanguinata, con le parole: «Io voglio assicurarmene». HUME.
    _Storia d'Inghilterra, tom. II_.



CAPITOLO XXI.

IL MANTELLO ROSSO.

                _Ulrico_. Non è il momento di dissimulare, o di
                    perderci in vane parole. Io ho detto che il
                    suo racconto è vero, e che egli deve essere
                    ridotto al silenzio.....

                    Voi siete in credito col Governo: quello, che
                    qui avviene, ecciterà leggermente la sua
                    curiosità;--conservate il nostro segreto; abbiate
                    un occhio vigile; non fate moti intempestivi,
                    non parlate... Noi non avremo un
                    terzo cianciatore, che stia in mezzo di noi.
                                                       BYRON, _Verner_


--La partita è perduta; rimescoliamo le carte.

--Ma don Olimpio, osservava il biscazziere con una vocina agro-dolce,
pensa mo che ti se' messo a giuocare un poco innanzi che suonasse
l'_ave maria_ della sera, e adesso mano a mano siamo all'_ave maria_
della mattina;--ogni minuto, che passa, parmi proprio di stare su la
gratella di san Lorenzo.

--Quando dianzi aprivi la bocca, ed io te la turava, con un ducato, ti
sei rimasto da abbaiare, brutto Cerbero.--Per dio! ho perduto anche
questa; a me le carte.

--Più della vostra moneta, avrei avuto caro che ve ne andaste via; da
biscazziere onorato...

--Se tu puoi fare che queste parole stieno insieme, anche un minuto
secondo... io... io ti dono la Sicilia di qua, e di là dal Faro.

--Sono ormai sette ore, ch'è scorso il termine assegnato dal bando del
Vicerè; e se il bargello, che ha una vecchia ruggine meco, mi
cogliesse in fallo, potrei andarmene più che di passo a gettarmi nel
golfo con un pietrone al collo.

--Brutto Giuda Scariotte!--gridò Olimpio dando di un grosso pugno
sopra la tavola, che fece rovesciare i fiaschi, e ballare i bicchieri,
e gli altri arnesi di terra cotta, e di canna, ch'ebbero nome
pipe[1];--tu mi mandi la jettatura sopra le carte... è andata anche
questa; perdo a bocca di barile.

Il biscazziere poi, secondo il solito, aveva mentito; imperciocchè
egli e il bargello stessero congiunti insieme come le dita di una
medesima mano, sempre pronta a chiudersi per afferrare. Nessuna spia
più puntuale, e precisa possedeva il bargello del biscazziere circa
alle cose che accadevano dentro la sua bisca, potendo ancora intorno a
quelle di fuori. Salario dello infame mestiero era la trasgressione
impunita dei bandi sul giuoco: costume in quei tempi riprovato
palesemente siccome anche ai nostri, e non pertanto in cotesti tempi
di barbarie, come ai nostri di pretesa civiltà, messo in pratica alla
sordina. Le belle leggi si rassomigliano ai tappeti di damasco, che si
mettono fuori nei giorni di gala per ricuoprire le muraglie sudice. Le
usanze pessime sotto le belle leggi continuano a camminare, perchè
bisogna persuadersi che la Società può vivere benissimo con i vecchi
abusi come l'uomo mastica anche coi denti guasti; e non è opera di un
tratto di penna emendare i disordini che derivano dalla secolare
corruttela degli uomini; e chi altramente si avvisa perde ranno e
sapone: poi impreca la indomabile perversità umana, e si getta al
disperato; mentre dovrebbe correggersi dello errore, e tornare da
capo. Ma qui il discorso menerebbe per le lunghe, e non farebbe al
caso; onde il meglio fia continuare il racconto.

--_Tabula rasa_. Eccoli finiti tutti...

--Coraggio, don Olimpio: bisogna appellarci in seconda istanza; ti
rifarai domani.

--Pei santi apostoli Pietro e Paolo! egli è un bel pezzo che io dico
così; ma la fortuna ha preso ad accarezzarmi co' pettini da lino...

--Chi la dura la vince; e che tu possa durare ce lo provi tornando
ogni giorno fornito di palle e di polvere: sicchè ho creduto, e credo,
che a ricevere il galeone dal Perù siate due: tu, e il Re Filippo
nostro signore, che Dio tenga nella sua santa guardia.

--Marzio bada a intronarmi quotidianamente negli orecchi che la mia
parte è finita... e che i suoi mille zecchini toccano al verde...

--Mille, e mille fanno duemila. Ma sai, don Olimpio, osservò il
biscazziere, che qui nel regno con duemila zecchini si compra un
ducato? O come hai tu fatto a guadagnare tanti danari? Raccontaci un
po' come gli hai tu acquistati.

Era troppo diretta la botta perchè Olimpio non sapesse schermirsene.
Egli guardò un cotal poco alla trista il biscazziere negli occhi, e
gli rispose:

--Mi vennero dalle prese quando combattevamo per la fede.

--Per qual fede? riprese il biscazziere; perchè, salvo onore, mi pare
che tu debba esserti trovato co' Turchi più spesso che con i
Cristiani. E in quali mari hai tu combattuto, don Olimpio?

--Oh! In tanti mari...

--Pure, quali?

Olimpio, stretto dalle domande insidiose, avrebbe dato agevolmente
dentro a qualche scoglio, se uno dei giuocatori non fosse venuto
casualmente in suo soccorso interrogando:

--O perchè non conduci teco questo tuo compagno don Marzio?

--Oh! Marzio se ne va per la maggiore; bazzica co' gentiluomini, e la
trincia da duca, come se non avessimo menato vita insieme nelle
foreste di Luco.

--Alla macchia, dunque--notava maligno il biscazziere appuntando il
dito teso sopra la tavola--alla macchia dunque, e non sul mare tu
facesti le prede.

--O al bosco, o al mare, che importa a te, brutto Giuda? Ah! tu vuoi
fiscaleggiarmi?--rispose turbato Olimpio; e il biscazziere, che aveva
paura di quel colosso, ritrasse indietro la voglia del sapere imitando
la chiocciola, la quale tira a se le corna quando se le sente toccare.

La sera successiva Olimpio non si pose al solito luogo davanti la
tavola del giuoco, sibbene in fondo della stanza col braccio piegato,
e la faccia appoggiata alla mano aperta: cacciava fuori dalla bocca
con irrequieta prestezza buffi su buffi di fumo, e il suo volto, già
abbastanza sinistro, adombrato da cotesta caligine compariva più
truce.

--Il galeone di Acapulco non è arrivato stasera?

--O perchè non hai condotto il tuo compagno don Marzio?

--Queste due domande andarono come due frecce a percuotere nel
medesimo bersaglio: sicchè Olimpio sentendosi punto, dopo avere
bestemmiato al corpo e al sangue, rabbiosamente favellò:

--Per avere addosso il mantello rosso gli pare essere il Conte Cènci,
a cui lo ha rubato...

--To' consolati, disse il biscazziere mettendogli davanti un boccale
di vino.

Olimpio lo vuotò di un tratto, e sospirando lo ripose su la tavola.

--Tu non mi vuoi bene, riprese il biscazziere, ed hai torto marcio; e
per provartelo, se vuoi una dozzina di ducati da giuocarteli, e
rifarti, io te gl'impresterò...

--E chi ti ha detto, che io non ti voglio bene? Anzi io te nè vo' più
che al pane...

--E quel Marzio, che tu onori come tuo sopracciò, intanto ti
bistratta, e ti nega danari...

--Figurati! Sai tu che cosa mi ha detto quando gli ho esposto che non
avevo quattrini? Se sei povero, impiccati.

--Ti ha detto?

--Già! e che gli dicessi dove volevo andare; perchè se io prendeva a
ponente, egli si sarebbe indirizzato per levante...

--Le sono cose da far piangere i sassi;--e il biscazziere beveva a
fior di labbro, e poi profferiva il boccale a Olimpio, che se ne
andava in fondo senza prender fiato--solite ingratitudini degli
uomini: finchè hanno bisogno, ti fanno vedere Roma e toma; passata la
festa levano l'alloro, e chi ha avuto ha avuto...

--Proprio così; ma!...

--Ed ora, che farai? Se potessi aiutarti fa capitale di me, e tu
vedrai se per gli amici mi sento capace a entrare nel fuoco in
camicia. Degli uomini bisogna dire come dei cavalli: alla svolta ti
provo... beviamo...

--Beviamo!--rispose Olimpio; e dopo avere bevuto, ed essersi asciugato
col dorso della mano la bocca, continuò:

--Non saprei. Se potessi far tenere sicuramente una lettera a Roma
alla famiglia Cènci, sono certo che non mi mancherebbe soccorso...
perchè bisognerebbe che mi soccorressero...

--Sì, eh?--incalzava il biscazziere, tenendo le orecchie tese a modo
di lepre che abbia paura, e i muscoli della sua faccia si dilatavano
come l'erba sul finire dello agosto per una scossa di pioggia:
mostrava la gioia degli animali carnivori quando, nascosti fra i
cespugli, vedono, o sentono accostarsi saltelloni la preda.

Nè era affatto vero, che Marzio avesse profferita la villana ingiuria
contro Olimpio; tutt'altro: egli lo aveva con molta benevolenza
chiarito come da più giorni fossero terminati i mille zecchini di
parte sua, e come, parendogli urgente di levarsi entrambi dal regno,
non poteva consentire ch'ei si lasciasse rubare per bische, o
spendesse per taverne anche la moneta necessaria al viaggio; ma
Olimpio mentiva scientemente, e fingeva un torto per farsi ragione:
caso frequentissimo a succedere tra genti malvage; e, quello che
sembra più strano, elleno stesse talora col credere alla propria bugìa
arrovellano se non vengono satisfatte per ingiuria, che non hanno mai
ricevuta.

Non pertanto a Marzio, ripensandovi su, parve non avere praticato da
uomo di senno, ed essere pericoloso contendere con le passioni brutali
di Olimpio, fuori di misura cresciute eziandio in mezzo alla
corruttela di una grande città; onde deliberò andarlo a trovare, e
raddolcirlo, finchè lo avesse tratto seco dal regno: proponimento che
intendeva compire presto. Sapendo a quale bisca per ordinario si
riducesse la sera, colà volse i suoi passi contando, come gli venne
fatto, di rinvenirlo a posta sicura.

--Bisognerebbe!--riprendeva il biscazziere,--o che sono tuoi banchieri
i Conti Cènci, Olimpio?

--Fa conto, che lo sieno...

--Ho capito, soggiunse il biscazziere, avresti forse mandato a dormire
qualche nemico di casa?...

--Per questi lavori non si danno pensioni; chè anche qui, come costà,
io mi figuro che i guastamestieri abbiano sciupato ogni cosa...

--O dunque?

--Egli è peggio... ma peggio di così... il segreto è qui dentro... e
perchè il coperchio stia chiuso bisogna metterci sopra un tappo di
argento...

--Sì?... E questo segreto tu me lo puoi confidare...

--Io so... chi ha ammazzato il Conte Cènci...

--Oh!--esclamarono a coro i giuocatori vedendo comparire in questo
punto improvviso fra mezzo a loro un uomo di maniere cortesi
avviluppato dentro magnifico mantello di scarlatto trinato di oro--ben
venga don Marzio; egli si fa dei nostri...

Maravigliò non poco Marzio sentendosi chiamare a nome; e girando
intorno gli occhi li fissò sopra Olimpio, che, torta appena la faccia,
si volse nella prima posizione senza guardarlo, e brontolando di
stizza.

--Mi piace di non giungere nuovo fra questi gentiluomini.

--Don Marzio, disse il biscazziere strisciandogli intorno a guisa di
biacco, vuoi tu posare il tuo tabarro? In fè di Dio merita bene che tu
gli abbia riguardo, perchè mi ha l'aria di una donazione _causa
mortis_ di qualche principe, marchese,--o per lo meno, conte.

Marzio guardò Olimpio una seconda volta, ma questi si rimase immobile.
Marzio allora depose di buona grazia il mantello, e si assettò al
giuoco. Siccome anch'egli andava esperto delle male arti dei
giuocatori, e stava su l'avvisato, così la fu guerra tra corsale e
pirata, dove non corrono altro che i barili vuoti. I giuocatori,
avvezzi alle facili vittorie sopra Olimpio, per questa volta a mala
pena poterono rimettere la spada nel fodero. Rimasto spazio
convenevole di tempo, Marzio sentendosi più del solito in quella sera
travagliato dalla tosse, che gli si era da parecchi mesi cacciata
addosso, profferendosi che in seguito avrebbe frequentato la bisca,
riprese il tabarro e andò via, lasciando Olimpio deluso nella sua
aspettativa di essere pregato da un punto all'altro a fare la pace, ed
accettare una quarantina di ducati per cotesta sera.--Marzio,
considerando la bestiale rozzezza di costui, se n'era adontato, ed
aveva risoluto risparmiarsi la mortificazione di blandirlo; andare a
casa, e, fatto baule, scansarsi la mattina su l'alba da Napoli.

Olimpio quanto stette duro finchè sperò venire ricercato di pace,
altrettanto cadde avvilito adesso che si vedeva negletto; per la qual
cosa uscì con presti passi fuori della bisca, affrettandosi a
raggiungere Marzio. Nè il biscazziere tenne i piedi in casa, e si
cacciò dietro a costoro imitando il moto che fanno i corvi tarpati, i
quali saltellano, saltellano di scancìo; poi ad un tratto si fermano,
voltando il capo sospettosi di qua e di là, per tornare a saltellare a
sghimbescio.

Marzio sentendosi camminare alle spalle con passi accelerati pose la
mano sotto il farsetto afferrando il pugnale, e soffermandosi allo
improvviso, con alta voce interrogò:

--Chi va là?

--Sono io, Marzio, non abbiate sospetto; non vi ho mica raggiunto a
fine di male!

--O di male, o di bene, poco m'importa. Insomma, che cosa volete da
me?

--Non v'incollerite; andiamo oltre, se vi piace, che ragioneremo a
bello agio.

E proseguirono la via. Il biscazziere anch'egli, saltellando, si
trasse innanzi.

--Ma vi par egli, incominciò Olimpio, che sia tratto da buoni compagni
lasciarmi senza un baiocco da far cantare un cieco? Mi avete salvato
da morire di fame per farmi poi morire di sete?

--Olimpio vi ho detto le mille volte, che quando vi piace veniate a
casa mia chè il mangiare e il bere non mancano; ma che vogliate dar
fondo anche ai miei pochi danari in vino, in giuochi, e in altri, che
io non vuo' dire, più brutti vizii; questo è quello che io non vi
consentirò mai. La vostra parte voi l'avete riscossa; io vi ho reso i
conti, e vi ho mostrato, che io sono in credito meglio che di duegento
ducati; nè voi lo avete potuto negare. Ora, qual diritto pretendete
sopra i miei danari?

--Voi mi avete insegnato, che la mancanza di diritto pei banditi e pei
soldati, ed anche pei grandi signori, non è buona ragione ond'essi si
astengano, quando capita, da prendere la roba altrui.

--E sta bene; ma io parlava di diritto, e non di forza; ed io di forza
ne ho quanta voi. Ora, quando le forze si bilanciano, voglionsi
mettere le mani alla cintura, e aprire alla lingua l'uscio di casa.

--E la lingua non fa peggiore piaga delle mani? Dove hanno la loro
forza l'aspide e la vipera?--L'uomo qualche volta rassomiglia
l'aspide.

--Lasciate pure da parte il qualchevolta, e dite addirittura, che
l'uomo si assomiglia all'aspide... ed io lo so, e l'ho provato.

--Specialmente nei luoghi dove, come in Napoli, governa un Vicario
criminale con facoltà amplissima di scuoprire delitti concedendo
taglie, e remissione di pena ai complici delatori...

--Di questa sorta vicarii ce ne ha per tutto il mondo; ma senza i
delfini che menano perfidamente i tonni, le reti si tirano su vuote.

--E la disperazione voi sapete, Marzio, fa gli uomini spesso peggio
che delfini; gli rende pesci-cani.

--Ho capito,--pensò fra se Marzio, e poi con voce blanda riprende:
Olimpio, Olimpio! certe parole ho inteso dal biscazziere, che mi fanno
temere forte non abbiate commesso qualche solenne imprudenza;--e
allora saremmo rovinati io, e voi...

--Sì veramente! Nascemmo ieri...

--Non v'infingete, Olimpio, perchè potrebbe darsi che il segreto non
fosse più mio nè vostro, e a me è toccato sempre rammendare i vostri
strappi: pensate che ne va la vita.

Olimpio fece lì su due piedi un poco di esame di coscienza, e pur
troppo conobbe che Marzio aveva ragione; però essendosegli cacciata
addosso una bella paura, proseguì a parlare con tronchi accenti:

--Ora che mi risovvengo bene... davvero... Marzio mio... bisogna che
mi aiutiate a raccattare una maglia... ma che volete? Avevo una stizza
addosso!--Insomma... mi è sdrucciolato... giù dalla bocca... qualche
cosa... da far credere... sospettare, che noi fummo insieme ad
ammazzare il Conte Cènci...

--Burlate voi? Allora noi siamo perduti...

--No... dico da senno... ma quelli, che mi hanno sentito, paionmi
tutte persone dabbene. Nondimeno, se io non avessi parlato... o se vi
fosse modo a far sì, ch'essi dimenticassero... o alla più trista che
non potessero più parlare...

--Come? Alle lettere si mette un sigillo di cera di Spagna: alle
labbra conviene apporre un sigillo di piombo a mo' delle bolle di Sua
Santità...

--Eh! potendo sarebbe la strada più breve... ed anche di ferro
potrebbe fare al caso.

--Lo credo anch'io;--disse Marzio, e guardò sott'occhio Olimpio; ma
gli parve ch'ei stesse su le parate: tese l'orecchio, e non sentì
muovere alito nella contrada, imperciocchè faccia più rumore il polso
di un tisico battendo, di quello che menasse il biscazziere co' suoi
saltetti misurati. Intanto giunsero davanti a un tabernacolo della
Madonna ove ardevano due lampade. Olimpio, che camminava a mano manca
di Marzio, sollevò la destra per cavarsi il cappello davanti la devota
Immagine; e Marzio, colto il destro, si volse improvviso sul fianco
sinistro, e gli cacciò lo stile fino alla impugnatura nel ventre.
Olimpio stramazzò gridando:

--Marzio, che fai?--O Santa Vergine, aiutami!

E Marzio gli fu sopra dicendo:

--Tu ti sei condannato da te, Olimpio, quando hai convenuto, che la
bocca ciarliera vuole sigillo di ferro; e così piaccia a Dio, che a
questa ora basti;--e mentre così favellava attendeva a finire con
altre coltellate Olimpio. Sicchè parendo a Marzio ch'ei fosse vicino a
spirare, asciugato prima lo stile sopra i panni del moribondo, si
segnò davanti la Madonna dicendo:

--Di questo sangue dovrò rendere conto un giorno; ma tu, Madre di Dio,
conosci se l'ho sparso per me; se così non faceva, costui avrebbe
mandato in perdizione intere famiglie, ed una vergine, che nel dolore
e nella bellezza ti assomiglia, se non nella gloria.--

E riprese il suo cammino come se davanti al tabernacolo avesse
recitato il rosario, non già commesso omicidio. Brutto, ed
infelicissimo miscuglio di devozione e di ferocia, pur troppo a
cotesti tempi comune. Però giunto allo albergo ripose con diligenza
vesti, danari, ed ogni suo arnese nella valigia; e quando la notte
diventò più profonda, lasciato il saldo del suo debito sopra la
tavola, levava il piede riducendosi a dormire in altro albergo, col
proponimento d'imbarcarsi il giorno successivo all'alba sopra
qualunque naviglio salpasse dal porto.--

Il biscazziere, che da lontano aveva sbirciato il caso, saltellò,
saltellò secondo l'usato costume, frettoloso presso Olimpio; ma lo
trovò spirante.

--Don Olimpio! Ti ha ammazzato don Marzio, eh? per paura che tu
scuoprissi alla giustizia quella matassa dei Cènci, eh?--

E lo covava con tutta la persona avidamente curioso.--A vedere quel
tristo ceffo e maligno a cotesta ora, al raggio obliquo della lampada
sopra il moribondo, lo avresti detto il diavolo che stesse al varco
per acciuffargli l'anima, e portarsela seco nello inferno.

Olimpio apre a fatica gli occhi gravi per morte, e, vista la faccia
del biscazziere, gli richiude gemendo. Il biscazziere instava:

--Vendetta! Vendetta!--Se vuoi vendicarti, e lo vorrai certo, di don
Marzio, svela a me ogni cosa, che io sono sviscerato del bargello; e
prima che la tua anima sia arrivata (-qui si trattenne alcun poco,
perchè gli veniva aggiunto naturalmente--allo inferno;--e sostituire
paradiso non gli pareva che andasse a dovere: per la qual cosa si
tolse d'imbarazzo con un mezzo termine, a modo dei diplomatici--)sia
arrivata di là, ti sentirai l'anima di Marzio dietro le spalle.

Olimpio non vedeva più, ma sentiva ancora; sicchè acquistando un cotal
poco di senso comune, nel punto in cui stava per separarsene
eternamente conobbe il mal fatto, e si persuase della ragione di
Marzio: mosse le labbra, e mormorò alcune sommesse parole.--Il
biscazziere in ginocchioni, curvo, con ambe le mani appuntellate sopra
il selciato della via, accosta avidamente l'orecchio alla bocca del
moribondo per sentire i suoi detti. Invero egli potè ascoltarli, e
furono questi:

--Brutto... Giuda... Scariotte.

Intanto il biscazziere, per la gran voglia di udire, aveva insinuato
la estremità dell'orecchio fra i denti di Olimpio, che stringendoli
senza sforzo potè mordergliela. Olimpio spirò, il biscazziere gridò;
ed entrambi rimasero in atto, quegli di confidare, questi di
accogliere un segreto. Recuperato ch'ebbe il suo orecchio dai denti
del morto, il biscazziere prese a stropicciarselo piano piano per
mitigarne il dolore; poi saltellò velocissimo, in guisa che parve
radere la terra, in certo vicolo oscuro posto nel bel mezzo della
città; e quivi senza adoperare cautela alcuna, poichè la notte,
diventata profonda, non permetteva che lo potesse vedere persona,
battè in modo particolare alla porta segreta praticata nella parte
postica di un palazzo. La porta si aperse, e si richiuse guardinga, e
quieta come la bocca della volpe che divora una gallina.

Alla dimane, prima che l'alba spuntasse, Marzio fu al molo; e non
trovando per quel momento altro legno in procinto di prendere il
largo, tranne una tartana la quale faceva vela pur Trapani, presto si
aggiustò pel nolo col padrone; e già saliva la scala per mettersi in
barca, e già era salvo, quando il mantello rosso gli cadde in mare.
Bisognò che i marinari calassero il raffio per riperscarlo: non
venendo loro fatto di agganciarlo subito, si riprovarono anche una
volta e due. Mentre così perdono fatalmente tempo, ecco apparire alla
lontana uno stormo di corvi, e piegare difilati contro la barca.
Marzio con la sua vista acutissima aveva di già sbirciato il
biscazziere; e questi, non meno sparvierato di lui, aveva scoperto il
mantello rosso, e chi lo portava.--Marzio si affaccendò a gridare che
lasciassero andare il malaugurato tabarro, e salpassero senza indugio;
ma ormai era troppo tardi.

--Ferma la barca per ordine del Vicerè.--

La barca rimase come impietrita, e gli sbirri arrampicandosi giunsero
in tempo ad afferrare Marzio per le falde giusto in quel punto, che
stava per precipitarsi dentro al mare.

--Dio non vuole!--esclamò Marzio, e si lasciò legare senza contrasto.
Per non fare accorrere gente, e non muovere rumore a cotesta ora
matutina, gli sbirri, seguendo l'antico costume di operare le cose
loro a chetichella, gli gettarono addosso il tabarro rosso dopo averne
strizzato l'acqua, cuoprendogli così le braccia ammanettate. Due
sbirri, uno di qua l'altro di là, lo accompagnavano in sembianza di
servitori: gli altri seguivano alla lontana.

Il bargello, rimasto addietro sul molo, gridò:

--Oe della tartana!--Potete andare a buon viaggio.

                                ------

--Eccellenza! gli sparvieri tornano con la cacciagione.

Così annunziava un servo, che al sembiante e agli atti partecipava
dello sbirro, e del chierico. Queste parole, sussurrate traverso al
foro della serratura dentro una alcova, ebbero virtù di sollevare un
carcame di ossa e di cartilagini di sotto alle coperte; e di qua e di
là dai lati del letto furono viste sbucare due persone, le quali,
voltatesi le schiene appoggiate alle sponde si affrettavano a mettersi
le calze, e cuoprirsi con qualche vesta le membra.

Da parte sinistra era un uomo lungo, magro, ossuto così, che quando
ebbe tirate su le calze, le gambe vi sguazzavano dentro come flauti:
aveva il volto giallo come olio da lumi, bucherellerato in guisa, che
sembrava composto di cacio parmigiano; intorno agli occhi ricorreva un
cerchio turchino, e gli occhi in mezzo lustri, ma privi
d'intelligenza, e fissi come quelli del falco. Negli sforzi fatti
tirando le labbra verso le orecchie, egli scoprì una immane
rastrelliera di zanne donde sporgevano maiuscoli i due denti canini, i
quali comprimevano il labbro inferiore anche a bocca chiusa. Aveva in
testa un berretto bianco di tela, trinato, e legato con nastro di seta
colore di fuoco: intorno al corpo gittò una zimarra di panno bianco
soppannata di colore di rosa.

Dalla parte destra era una donna... donna? Sì, donna: i suoi capelli
bianchi e neri le stavano arricciati, irti sul capo, come se tutta
notte avessero litigato fra loro. Io non ho tempo, e manco voglia, di
dipingere tutti i personaggi di questo racconto: molto più che se tu
volessi, mio diletto lettore, formati idea precisa di questa creatura,
non avresti a far altro che rammentarti il bassorilievo della morte
del Conte Ugolino, attribuito a Michelangiolo. Al sommo del quadro
apparisce la figura della Fame; torna a guardarla, e fa' il tuo conto
che la mia donna ne avesse somministrato il modello allo scultore.
Mentre l'uomo si vestiva in fretta così favellava:

--Carmina, cuore mio, questo negozio io spero che mi rimetterà in
grazia del Vicerè. Anni sono, pei delitti che succedevano su i confini
dalla parte della Chiesa egli voleva che bevessimo grosso; e se i
misfatti non riguardavano proprio gli Spagnuoli, non ne avevamo
nemmeno a parlare.--Chi sa? forse voleva ammonticchiarvi immondezze,
per dare faccende alla granata di Sisto V: ora, ad un tratto, pretende
che dobbiamo avere più occhi di Argo,--di quello Argo, sai, messo da
Giove a guardare la vacca Io,--e più mani di Briareo; ma sono curiosi
costoro! Quando dicono voglio, pensano avere fatto tutto. I fili della
giustizia vanno tenuti sempre in esercizio; se tu li lasci troppo
tempo inoperosi, quando li vuoi adoperare o si strappano perchè
fradici, o irrigiditi non molleggiano.

--Gioia mia, bisogna ad ogni costo tornare in grazia del Vicerè; molto
più che ho penetrato come quel tristo del vostro Collaterale s'ingegni
supplantarvi con ogni maniera d'industria. L'ultima volta che il
Vicerè venne alla vicaria, per maladetta sorte voi eravate uscito, e
il Collaterale lo ufficiò fino all'ultimo scalino del palazzo; e
quando e' fu per salire in carrozza gli si curvò davanti, come se
volesse dirgli con tutta la persona: Serenissimo, mi dia la felicità
di mettermi i piedi sul collo piuttostochè sul montatoio».--Cuor mio,
se voi foste stato presente questo onore sarebbe toccato a voi, e
avreste imparato ad abbassarvi quanto si deve, perchè in questo voi
non siete perito tanto che basti.

--E disse proprio al Vicerè le parole, che mi avete riportato adesso,
viscere mie?

--Gli disse! Così mi parve, dalla lontana, che gli dicesse,

--Ah! beato lui...

--E la vegnente domenica, quando incontrai alla messa quella brutta
vecchia della sua moglie, mi passò da canto senza salutarmi,--e vidi
che mi rideva per ischerno. Dunque, cuor mio, non risparmiate partito
alcuno di rientrare in grazia al Vicerè: vuol gente prigione, e voi
dategliela su la forca; la desidera impiccata, e voi fategliela
trovare in cinque quarti.

--Che diavolo dite, dolcezza mia? I quarti non possono essere che
quattro,--perchè avete a sapere, Carmina, che il boia... ma questo
sarà per desinare... adesso bisogna che io mi affretti, che il
bargello attende.--In quello poi che avete avvertito ci è del vero...
ci è del vero, perchè se non fossero, a fine di conto, gente di male
affare, non capiterebbero in mano alla giustizia.

--E quando anche, esempli grazia, non fossero gente di male affare,
quando il Padrone vuole che tu strozzi, e tu strozza. Vicario mio la
obbedienza è santa.

--Sicuro! Credono, i gaglioffi, che la Giustizia pesi a bilancia: è un
errore: ella pesa a stadera, ed ha due romani come aveva due staia
Burraschino il biadaiolo, che andò in galera per misure
false.--Carmina, colomba mia, fa' di portarmi subito il cioccolatte e
i biscotti, perchè tu intendi che stamani mi tocca a fare petto di
bronzo; ed io ho provato, che se sto digiuno mi casca il cuore.

--Anima mia, andate al banco che vi accomodo in un baleno...

Il Vicario andò nella stanza dell'uffizio; si adagiò gravemente nel
seggiolone, di cui la spalliera gli sopravanzava la testa un palmo
avvantaggiato, e subito diè di piglio al campanello. Quasi nel punto
stesso, da diversi lati si apersero due porte; da una entrò la moglie
Carmina con la cioccolata e i biscotti; dall'altra il Bargello con
Marzio ammanettato, e coperto col mantello rosso.

Carmina di dietro alla spalliera del seggiolone sbirciò Marzio, e le
parve, come veramente era, bellissimo uomo, comecchè pallido, e scarno
oltre il dovere. Però nel cuore suo di donna il capitale della
compassione crebbe venticinque centesimi per cento, mentre in quello
dell'uomo astioso per la medesima causa calò un franco intero.--Il
male è più sensitivo del bene.

--Capitano!--chiamò il Vicario, e il Bargello gli si accostò con certa
ossequiosa dimestichezza.--Capitano!--gli domandò il Vicario sommesso
nell'orecchio--avete badato ad ammanettarlo con sicurezza?

Il Bargello spinse in avanti la mascella inferiore; e alzato il labbro
di sotto, parve, mercè cotesto atto, che volesse dire:

--Ce ne fosse!

--E non vi è pericolo che quel ribaldo, con uno strettone?...--E il
bargello ripetè il segno.

--Posso dunque vivere tranquillo?--continuava il Vicario.

--Nèh!--rispose il Bargello scuotendo forte la lesta--l'ho
  legato io...

Allora il Vicario, addentata del biscotto la parte intrisa di
cioccolata e rimettendo l'altra nella tazza, mentre masticava da due
parti incominciò a dire:

--Dunque siete voi quel malfattore empio e scellerato, che dopo aver
fatto correre sangue il Tevere e gli altri fiumi degli stati di Santa
Madre Chiesa, non ha rifuggito di perpetrare omicidii atrocissimi nei
paesi felicissimi di Sua Maestà Cattolica il re Filippo nostro
signore,... e segnatamente l'ultimo nella decorsa notte, io non so se
più bestiale o sacrilego, davanti la immagine benedetta della
Santissima Vergine?--Qui, dato un altro morso al biscotto
prosegue--Santissima Vergine. Noi altri faremo vedere ai vostri
tribunali di Roma, che meglio vale incominciare tardi e durare un
pezzo, che incominciare presto e presto smettere. Se Papa Sisto in
quattro ore prima di andare a mensa fece prendere, processare, e
impiccare un dabben giovane spagnuolo, costumato e cristiano, che
dallo avergli ammazzato in chiesa quel suo lanzo in fuori si poteva
dire propriamente uno agnellino di latte[2]; noi altri, dico,
mostreremo che queste, e più mirifiche cose sappiamo mandare a
compimento nella metà manco di tempo.--E intanto alternava morsi, e
parole; sicchè vedendo che terminato il cioccolatte era rimasto quasi
intero un biscotto, rivolse di repente il suo discorso al biscotto,
favellando così: «biscotto! biscotto! credi che non abbia più
cioccolatte per inzupparti?--Carmina, speranza mia, gratificami col
propinarmi un'altra tazza di cioccolatte!»

Carmina via come il vento, e, curiosa di non perdere sillaba dello
interrogatorio, come se n'era andata ritornò veloce portando la
cioccolata.

Il Vicario, guardando Marzio, prosegue:

--Se in corte di Roma passò di usanza la salsa di forche e di mannaie,
che Pasquino apparecchiò per Papa Sisto, ora questa voglia è
incominciata a venire a noi. Già, si sa, le cose buone fanno il giro
del mondo...[3]

Adesso, mangiati tutti i biscotti, conobbe essergli rimasta alcun poco
di cioccolata nella chicchera; onde apostrofando la cioccolata,
esclamò: «cioccolatte! cioccolatte! credi forse che mi manchi biscotto
per inzupparti intero?» Carmina, fede mia, va, e portami un altro
biscotto per terminare questo insolente cioccolatte.

Carmina adesso prorompe fuori del suo riparo dietro la spalliera del
seggiolone, e, mettendosi entrambe le mani su i fianchi, rispose:

--Ma vicario, cuor mio, s'intende acqua, ma non tempesta! Continuando
di questo passo sarà mestieri portarvi la pasta reale a manovella, e
il cioccolatte dentro al bugliolo; e poi abbiatevi riguardo alla
salute, chè il cioccolatte, quando è troppo, guasta lo stomaco, e
genera malinconia: basta per oggi, cuore del cuore mio dolce. Non
sapete che lo imperatore Carlo V per lo abuso, che ne fece, diventò
matto?[4]--s'intende acqua, ma non tempesta! Da un pezzo in qua, gioia
mia, voi mi parete diventato uno struzzo...

--E voi, sapete che cosa mi parete diventata da un pezzo a questa
parte? Una... una... là... una cicogna.

Inesplicabile cosa è pure questo nostro cuore! Marzio fino a quel
punto, non badando ai discorsi del vicario, stava immerso nel pensiero
di darsi la morte. Ora venendo ad un tratto a posare l'occhio
consapevole sopra cotesti grotteschi sembianti, udendo il garrito
della femmina, e la cagione del garrire, così forte si sentì preso
dalla convulsione del riso, che proruppe in altissimo scroscio. Il
Bargello, di cui le labbra stavano ordinariamente chiuse come le sue
manette, non potè nemmeno egli trattenersi da ridere; ma frenato dalla
paura si nascose dietro Marzio, e, mettendosi un pezzo di falda fra i
denti, ebbe la buona sorte di non essere udito nè visto dal vicario.
Se il Vicario venisse in furore non importa che io dica: tenne cotesto
riso irriverente alla sua autorità, ingiurioso alla sua figura, alle
sue parole offensivo, un crimenlese universale: insomma un delitto
_connesso, complesso, e per di più continuato_[5]. Lasciata da parie
la tazza della cioccolata (chè, degl'istinti dello animale di rapina,
spenta la voracità prevaleva in lui la smania d'insanguinare gli
artigli) con la bocca tutta ingrommata gridò:

--Ah! cane traditore, marrano! Tu ridi, eh? tu ardisci ridere davanti
la veneranda maestà del Vicario della gran Corte criminale di Napoli?
Or ora, aspetta, che ti farò ridere di miglior cuore, e con motivo più
giusto: poichè ti vedo disposto al giuoco... sta lieto... io ti farò
ballare co' borzacchini ai piedi e acconciature in capo, che sono una
festa. Capitano Gaetanino, su, da bello, traducetemi questo
furfantissimo nella stanza delle prove, e apparecchiate tutti gli
arnesi _quoad torturam preparatoriam usque ad mortem_, col gran
trespolo, la capra, i tassilli, le cordicelle, insomma ogni cosa, e per
benino.

Senza compassione,--imperciocchè nel deserto dell'anima del bargello
cotesto pozzo non venisse mai scavato,--o se scavato una volta, da
tanto tempo lo aveva riempito, che qualunque traccia gli era ormai
scomparsa perfino dalla memoria--senza compassione dunque, ma con
tristezza, egli calcolò con quanti strappi angosciosi, con quanto
stritolio di ossa avrebbe dovuto quel misero scontare il riso, forse
ultimo, che gli era comparso sopra le labbra. Appena il Bargello e
Marzio uscirono dalla stanza, il Vicario, vano quanto iniquo, si
provava a scaricare la umiliazione sopra la moglie. A simile intento,
con aria di rimprovero incominciò favellando alla donna:

--Carmina io ve l'ho detto le mille volte, che a voi non conviene
entrare colà dove non vi spetta. Ora, vedete che cosa n'è avvenuto?
Cotesto ribaldo, viscere mie, vi ha preso a scherno, mancandovi
sconciamente di rispetto.

--Di me?--rispose la donna con profondissima convinzione.--In verità
io credo che sbagliate, e ch'egli abbia riso di voi, cuore mio dolce.

--Di me?--Come di me? Egli ci avrebbe pensato due volte... e si alzò,
appoggiandosi ai bracciuoli del seggiolone, mordendosi le labbra.

--Mi pare ch'ei non ci abbia pensato nè manco una, gioia mia: in
quanto a me, la Dio grazia, non sono ancora tale;--e così favellando
si volse ad uno specchio contornato di larga cornice di ebano appesa
in cotesta stanza. Il vetro era verde, come per ordinario a quei tempi
si fabbricava nelle officine di Murano a Venezia, e l'umido della
muraglia, squagliato il mercurio, ne aveva fatta rifiorire tutta la
foglia. La natura veramente con madonna Carmina si era comportata
peggio che da matrigna: aggiungete gli anni, parecchie infermità, che
non importa dire quali, e il matutino disordine; e, come se tutto
questo non fosse anche troppo, il vetro traditore verde, e rifiorito,
si mise a parteggiare pel vicario. Ella vi si contemplò dentro, e
conobbe in coscienza di non poter sostenere il constrasto. Caso unico,
io credo, così nelle antiche come nelle moderne storie: conciossiachè
nelle femmine la vanità sopravviva alla bellezza come il fosforo dura
a brillare nella notte anche dopo la morte della lucciola. Il Vicario
uscì trionfante, però evitava la prova dello specchio: se vi si fosse
sottoposto si sarebbe per avventura convinto, che Marzio aveva riso di
ambedue.

Seduto davanti ad una lunga tavola, avendo dall'uno e dall'altro lato
due notari, e alla sua presenza schierati tutti gli arnesi della
tortura, lo egregio vicario ostentava la fierezza di Scipione
Affricano, che monta al Campidoglio in mezzo alle insegne dei popoli
debellati. Pende dai suoi cenni il boia, ed ai cenni del boia stanno
attenti due valletti... così è: l'apice della gloria umana si tocca, e
presto; per la infamia non vi ha scandaglio che basti. Inferno senza
fondo è questo nostro civile consorzio: anche il carnefice ha i suoi
subalterni.

Marzio stava costà come trasognato. Il Vicario gli lanciò addosso uno
sguardo di sfida, quasi volesse dirgli: «or ora vedremo se riderai».

Un notaro intanto veniva interrogando il bandito sopra le sue qualità,
e circostanze del misfatto, che gli avevano apposto. Cessate le
domande, il Vicario le lesse; e fattone come un sunto per sovvenire
alla sua memoria, volgendosi con mal piglio allo sciagurato favellò:

--A noi, mio bel gentiluomo. Marzio Sposito, io vi contesto che siete
accasato e dalle carte processali largamente convinto: In primo luogo,
che, in compagnia del vostro complice Olimpio Geraco, avete ammazzato
barbaramente e con premeditazione l'illustrissimo conte don Francesco
dei Cènci, gentiluomo romano, nella Rocca Petrella, situata nei
confini del regno. In secondo luogo, che il mandato a uccidere voi
l'aveste da _tutti, o da taluno_ della famiglia di esso Conte Cènci.
In terzo luogo, che in prezzo dell'omicidio vi vennero pagati zecchini
duemila; dei quali mille per voi, e mille al predetto Olimpio. In
quarto luogo, che voi vi rendeste debitore di furto rubando allo
ammazzato Conte Cènci un mantello di scarlatto trinato di oro, statovi
reperito addosso al momento dello arresto. In quinto luogo, che in
questa decorsa notte avete ucciso proditoriamente il vostro complice
Olimpio Geraco con istrumento tagliente e perforante, ammenandogli
quattro colpi che hanno cagionato la morte pressochè istantanea del
prefato Geraco. Sopra questi cinque punti, che vi ho letto a chiara
voce, e che a vostra richiesta potranno esservi letti da capo, siete
esortato a dire la verità confessandoli, previo vostro giuramento; e
ciò non perchè la giustizia abbisogni punto di altri riscontri, ma per
bene ed utile vostro così in questa vita come nell'altra, e per
adempire al voto della legge che desidera simili ammonizioni,
quantunque superflue. Lo eccellentissimo signor Notaio vi deferirà il
giuramento.

Il notaio, seduto dal manco lato, prese un Cristo con tale garbo, che
parve essere uno di quelli che si trovarono a crocifiggerlo, non già
degli altri che lo calarono di croce, e gli suggerì la formula con
queste parole:

--Dite: Io giuro sopra questa immagine rilevata di Gesù crocifisso...

--Io non giuro...

--Come non giurate, se giurano tutti?

--E tutti mentiscono. Vi pare ella cosa naturale, che un uomo
spontaneo giuri il suo danno e la sua morte?...

--Ma avreste evitato lo esperimento,--osservò il Notaro.

--E che importa a voi s'egli intende provarlo?--interruppe il Vicario
con viso acerbo.--Egli è nel suo diritto, e nessuno può toglierglielo.
Sposito, voi volete esercitare lo _jus_ che vi viene dalla legge, ed
io vi lodo. Mastro Giacinto, tocca a voi...

Col garbo stesso col quale lo artefice industre si accinge a metter
mano ad un sottile lavorìo, maestro Giacinto, ch'era il boia,
secondato a maraviglia dai suoi valletti, spogliava in un attimo,
legava, e traeva in alto per le braccia il meschino;

Marzio sofferse gli atroci spasimi senza mandare neanche un sospiro:
solo quando adagio adagio lo calarono sul pavimento, il suo demonio
gli sussurrò dentro gli orecchi: «a che stai?» E la memoria gli
schierò, come traverso uno specchio, davanti lo spirito tutte le
vicende della sua vita. Tradito dagli amici, perseguitato dagli uomini
nelle più care affezioni, queste gli si erano convertite in flagelli
dell'anima; le sue furie portavano faccia di amore. L'amore filiale lo
fece bandito; lo amore di amante, perfido e dissimilatore; lo amore
per Beatrice, omicida.--Di quale natura era questo ultimo amore? Egli
non lo aveva saputo chiarire a se stesso, avvegnachè gli riuscisse
sovente incominciare a volgere il pensiero ad Annetta e terminarlo a
Beatrice, o viceversa: così errava l'anima sua dallo amore disperato
allo amore impossibile, e dallo impossibile al disperato. La sua vita,
in perpetua compagnia dell'aspra cura, aveva fatto come il ferro
premuto su la ruota quando gira; si era consumata mandando faville.
Non si sentiva più voglia di nulla. Diventa pure sazievole questo
cammino mortale quando non sai dove, o perchè indrizzare le piante!
Spesso, nel golfo di Napoli, steso per terra con le spalle appoggiate
ad uno scoglio, stava per ore e ore a contemplare la pianura dei mari
pien di svogliatezza, essendo che la cura corrosiva fosse più intensa
per tenerlo assorto in se, che non leggiadro il golfo per sollevarlo
con gioconde sensazioni. Gli si spossarono le membra; madide di sudore
si sentiva sempre le mani e la fronte: una irritazione irresistibile
ai bronchi lo constringeva a prorompere di frequente in nodi di tosse.
Certo giorno, allo improvviso, gli si empì la bocca di umore viscoso,
che sapeva di piombo;--attese allo spurgo... era sangue. Tremò da capo
a piedi; corse allo specchio, e si guardò... Dio! che orrore! Quale
mai rovina di se stesso! Il sangue gli si era fermato in breve spazio
sul sommo delle gote, quasi raggio di sole che tramonta sopra la
estrema vetta dei colli;--ultimo addio del giorno che muore. Molte
volte, col filo di rasoio alla gola, o col focile della pistola alzato
alla tempia, stette per troncare una vita di miseria e di colpa; ma si
trattenne sempre, adombrando a se stesso la esitanza col desiderio di
vedere prima Beatrice contenta: in verità poi cotesta esitanza nasceva
dallo istinto animale di vita, aumentato in ragione della debolezza.
Di Marzio era morta gran parte; molta vita e molto coraggio gli
fuggirono dai pori del corpo col frequente trasudare. Cotesta prova,
sebbene sostenuta con costanza, pure lo aveva abbattuto così, che
desiderò come sommo bene la morte, e sollecita. Però, appena deposto a
sedere, il Vicario ordinava:

--Tra un quarto di ora, mastro Giacinto, replicherai _cum squasso_: se
frattanto volesse bere, dategli acqua e aceto; e sì dicendo faceva
atto come di andarsene.

--Vicario!--chiamò Marzio con fievole voce, trattenendo le lacrime--se
m'inducessi a confessare, potrei contare sopra una grazia?...

--Figlio mio, andandogli incontro premuroso, e ponendoglisi al fianco,
il Vicario gli favellava dolcemente:--farò quello che posso: ti
raccomanderò al Vicerè. Il signor Duca è magnanimo e cortese, e delle
grazie donatore generosissimo.--Voi frattanto, ser Notaro, registrate
che lo imputato ha proposto di confessare, _ergo_ le accuse sono vere.
Questo è un passo ormai acquistato al processo, e non si cancella
più.--Dunque, figlio mio, dicevi?...

--La grazia, che domanderei, non è forse di quelle che immaginate
voi...

--O dunque che cosa chiedi? Su, da bello, diletto mio; aprimi il tuo
cuore intero, fa' conto di confessarti proprio a tuo padre.

--Confessati appena i miei falli, vorrei essere tratto subito a
morte...

--Per questo non dubitare dell'ottimo cuore del Vicerè... e anche io
ti aiuterò...

--Solo desidererei non fosse di corda, ma sì di scure... la morte
mia...

--Se non vuoi altro!-interruppe maestro Giacinto, al quale non riuscì
tacere, trattandosi di cose che toccavano tanto da vicino il suo
mestiero--il Vicerè ha un'anima di Cesare in cosiffatte faccende...

--Silenzio!--gridò severamente il Vicario--non sono cose queste che
ti riguardino...

--Mi pareva di sì... ma avrò sbagliato... perdonate,
  Eccellenza...

--Senti; in quanto alla prima domanda, di essere mandato subito a
morte, statti allegro, che la prendo sopra di me; intorno alla seconda
poi bisogna consultarne il signor Vicerè: non è mica piccolo
privilegio quello di farsi tagliare il capo! Qui cotesto privilegio
appartiene ai nobili, che ne vanno giustamente gelosi: però, carissimo
mio, per satisfarti in tutto ne muoverò espressa domanda al Vicerè.

Il Collaterale, sopraggiunto in mezzo allo amoroso colloquio,
attendendo sempre a dare la spinta al Vicario per farlo cadere,

--Clarissimo don Boccale, gli disse, questo arbitrio potete benissimo
torvelo; perchè, chi vorrà riguardarvi così sul sottile le costure,
quando con la sagacità e solerzia vostre andate acquistandovi meriti
ogni dì più luminosi presso sua maestà il Re nostro signore?

La insidia del Collaterale consisteva in questo: che dove per vanità
avesse il Vicario offeso i privilegi dei nobili, presagiva vedere
scatenati contro tutti i Seggi di Napoli. Ma il Vicario non era pesce
da prendersi a coteste vangaiuole; per la quale cosa asciutto asciutto
gli rispondeva:

--Signor Collaterale, voi mi farete la garbatezza di attendere a
somministrare consigli quando vi saranno richiesti.--Orsù... dunque,
figliuolo mio, parla... che cosa hai da dire?

Marzio aveva declinato il capo sopra la spalla destra; e, chiusi gli
occhi, gli sfuggivano dagli angoli grosse lacrime non piante, ma
traboccate per la piena dell'angoscia...

--Or via, insisteva il Vicario, da bravo, figlio mio, confessa...
confessa...

Marzo sembrava assopito, e non rispondeva. Allora il Vicario gli
compresse la scapola destra con ruvidezza: quegli abbrividì, aperse
gli occhi e domandò dolorosamente:

--Che cosa volete?

--Mantenmi la promessa, e confessa...

--Come! così presto? Dov'è il prete?

--Non si tratta qui della confessione sacramentale; questa farai più
tardi, amor mio; si tratta della processale: ora il lampo, poi il
tuono; un poco di rumore in appresso, e finalmente tutto finisce...
sai?

--E che cosa ho io da confessare?

--O bella! Quello che dianzi ti ho letto, dilettissimo mio; vuoi che
io te lo rilegga?

--Oh! no: sta bene, io merito la morte.

--Dunque confessa, via, e ratifica in tutte e singole le sue parti
l'atto di accusa.

--Sì, come volete, purchè mi tolghiate presto di vita.

--Provati un poco, cuor mio, se ti riuscisse firmare il foglio: e voi
altri fanulloni porgetemi una penna,... e che sia nuova, e ben
temperata... tuffatela per bene nel calamaro... Prendi, Sposito, e se
in vita non hai avuto buona indole, mostra almeno in morte un bel
carattere. Signor Collaterale notate, di grazia, l'_agudezza_; se la
risapesse il Duca, ch'è vago di bei motti, se ne andrebbe in
visibilio.--Adagio... così... a modo... con tre dita... carino mio...

Ma le dita di Marzio, dolorosamente inerti, lasciavano andare la
penna; ond'egli sbadigliando mormorava:

--Oh quanto sono più generosi gli omicidi nel bosco, che nel
tribunale!... non posso firmare...

--Ma quel benedetto Giacinto poteva anche usare un poco più di carità
nel dargli la corda!...[6] disse il Vicario volgendosi al boia in
tuono di rimprovero.

--Che dite, nè! Eccellenza? Io l'ho trattato da sposo: se avessi a
dare la corda a voi, non potrei condurmi con maggiore garbatezza.

Il Vicario, intento affatto in Marzio, non badò alla conclusione del
discorso: andati a vuoto gli sforzi per farlo firmare, ordinò che
chiudessero l'atto di accusa con le formule neccssarie per supplire al
difetto della firma del prevenuto. Distese, firmate, bollate, e
impolverate le carte se le pose diligentemente in seno, indirizzando
la parola agli uscieri:

--Adesso abbiate cura di questo povero uomo: rammentatevi ch'egli è di
carne battezzata come siete voi altri, e rammentate ancora che se la
giustizia umana non lo può perdonare, molto bene può farlo la divina:
onde, un giorno, chi sa? la sua intercessione potrebbe essere
necessaria anche a noi lassù in paradiso: pensate al buon ladrone, e
non vi dico altro. Confortatelo con vino, e confetto, e con
brodo:--badate a non fargli mancare nulla... bisogna che viva.

Marzio era caduto nella consueta letargìa.

_Per lo splendore di Dio_! (e notate, che la esclamazione non è mia;
bensì di Guglielmo il Bastardo) non vi pare egli caritatevole il
vicario? Maisì e avvertite, che quantunque morto da due secoli e
mezzo, io ho veduto, ed ho udito questo vicario, epperò mi attento a
descriverlo. Il Vicario aveva posto amore a Marzio: gli voleva proprio
un bene dell'anima per molte ragioni, una migliore dell'altra: per lui
contava potersi presentare trionfalmente al Vicerè; per lui
ricuperarne la smarrita grazia; per lui dare la spinta all'odiato
Collaterale; per lui dimostrare la molta sufficienza sua; per lui
trattenere il popolo nello spettacolo sempre gradito di una tragedia
criminale; per lui somministrare subietto a far parlare di se tutto
Napoli almeno tre giorni continui; per lui, finalmente, ottenere un
ciondolo all'occhiello, ed aumento di paga. Per le quali
considerazioni, e per altre, che non si dicono, importava assaissimo
che Marzio vivesse--ma per morire sopra le forche! Di qui la tenerezza
dello egregio Vicario per la conservazione del condannato.--Non vi
pare egli caritatevole il mio vicario?

                                ------

Il Vicario affrettandosi si presenta al palazzo di don Pietro Girone
duca di Ossuna, vicerè di Napoli per Filippo III re di Spagna[7]. Nel
trapassare per le anticamere egli, prima di tutto, con disgusto non
piccolo osservò, come le guardie e gli staffieri non si
affaccendassero punto ad annunziarlo, secondo che la gravità del caso
gli pareva meritare: considerando poi, che non gli potevano leggere in
faccia la grande notizia di cui veniva portatore, gli scolpava quasi
da questo lato; sennonchè crescendo allora il malefizio del poco
ossequio alla sua dignità in questa parte, gli aggravava al doppio di
quello che gli aveva sollevati dall'altra. E se non lo volevano
onorare come don Gennaro Boccale, pareva a lui che lo dovessero temere
come l'uomo che avrebbe potuto mandarli da un punto all'altro alle
forche: però gli staffieri del Duca, servi insolentissimi d'insolente
padrone, lui non curavano, e molto meno temevano. Il Vicario consolava
la sua vanità offesa volgendo la mente alla necessità di contenere con
regolamenti opportuni la petulanza dei famigli dei grandi, per lo più
meccanici, riottosi, e ribaldi; ma la suprema mortificazione lo
aspettava nella ultima anticamera, dove, dopo avere pestato mani e
piedi per essere introdotto dal Vicerè, trascorso spazio lunghissimo
di tempo, durante il quale gli parve provare quei tormenti, che tanto
spesso aveva applicato ai derelitti che gli capitavano nelle mani, si
presentò un segretario per informarsi del suo bisogno. Il Vicario gli
disse: negozii di suprema importanza: desiderare che gli fosse data
licenza di conferire col serenissimo Vicerè. Il segretario oppose
negozii di troppo maggiore importanza dei suoi tenere occupato il
Vicerè, nè quindi potergli concedere udienza.

--Ma il negozio, per cui sono venuto, tocca urgentemente la sicurezza
degli stati di Sua Maestà.

--Sì; ma vi ho detto che non può pareggiare mai la importanza di
quello che tiene adesso per le mani il serenissimo Vicerè duca.

Il criminalista, con un ghigno derisorio, disse al cortigiano:

--Salvo onore, o come fate voi a indovinare il negozio che qui mi
conduce?

E il cortigiano, con sorriso punto meno fino, pronto alla parata,
rispose:

--Non conosco il vostro, sibbene quello del Vicerè, a cui pochi
possono andare pari, superiore nessuno.

Ed il criminalista dall'arguta risposta si trovò capovoltato.

Ora ecco il negozio, che in quel momento teneva occupato il
potentissimo Duca di Ossuna. Sua Eminenza il cardinale Zappata (quel
desso donde nasce il proverbio, che predicava bene, e razzolava male)
gli aveva mandato in dono da Madrid un magnifico pappagallo, ed egli
si sollazzava con quello: non già che don Pedro fosse un perdigiorno;
tutto altro: aveva fama di solertissimo nelle faccende di stato, e
veramente era: ma tanto è, in quel momento gli era saltato per la
testa il ticchio di divertirsi col pappagallo, e non voleva in cotesta
ora essere infastidito. D'altronde l'arco sempre teso si rompe, ed un
po' di sollievo giunge accettissimo agli spiriti più irrequieti.

E' fu mestieri che si rassegnasse il buon vicario ad esporre il motivo
della sua venuta al segretario, il quale accolse il racconto con
mediocre premura, e a mezzo discorso gli tolse le carte di mano, e,
voltegli le spalle, disse: «ho capito!»

Il segretario entrò improvviso, e sorprese il Vicerè che insegnava al
pappagallo... che cosa mai gl'insegnava? Una parola spagnuola, che
verun gentiluomo vorrebbe profferire, e nessuna gentildonna
ascoltare... quantunque, pronunziata dal pappagallo, ecciti la ilarità
delle donne e talvolta ancora il rossore; sicchè esse si celano la
faccia dietro al ventaglio,--talune per sentire, talaltre per fingere
di sentire vergogna.

Questo don Pedro (sussurrava la fama) in fatto di costumi e di
religione procedeva più rilasciato, che non consentivano cotesti
tempi; e fra le tante si narra questa di lui. Visitando a Catania, in
compagnia della Duchessa sua moglie, la chiesa di Sant'Agata, gli
porsero a baciare le mammelle di cotesta santa, conservate con
grandissima venerazione colà. Postesi pertanto in ginocchio, prima di
baciarle si volse ridendo alla Duchessa, dicendole: «donna Caterina,
senza gelosia»[8]. I preti lo predicavano infetto di eresia; e fra le
altre accuse, messegli davanti al Re di Spagna, vi fu quella di
seguitare i riti della religione maomettana. Al Vicerè increbbe essere
colto in quel punto, e si voltò con cera sdegnata al segretario, che,
pilota sagace di corte, vista la marina turbata, non sapeva a qual
santo votarsi. Non gli soccorrendo consiglio migliore, si accostò al
pappagallo; ma questo, impaurito, gli dette di becco nella mano, e gli
stracciò la carne. Il segretario sotto voce mormorò:

--Benedetto prezzemolo! E a voce alta: magnifico, bellissimo
pappagallo!...

Ma il Vicerè, stizzito, lo interrogò con voce severa:

--Ynigo, chi vi ha chiamato?

Il cortigiano, a sua posta stizzito, se la rifece col vicario
rispondendo:

--Serenissimo! Il Vicario criminale, che, salvo onore, è più
fastidioso del fistolo, tanto rumore ha mosso nell'anticamera urlando
trattarsi della salute del Re e della sicurezza dello Stato, che mi fu
forza, onde non irrompesse fino a Vostra Serenità, torgli queste carte
di mano, e presentarvele per liberarvi dalle importunità sue.

--Sappiamo a prova, disse il Vicerè con signorile alterezza e porgendo
là mano per ricevere le carte, negarsi a noi quello di cui gli altri
uomini hanno copia;--un momento di riposo. Informate, don Ynigo.

--Serenissimo! Un bandito dello stato romano nella decorsa notte ha
ucciso proditoriamente certo suo compagno presso il tabernacolo della
Madonna del Buonconsiglio: arrestato stamane, confessava su i
tormenti. Il Vicario, considerata la confessione spontanea, sarebbe di
avviso si condannasse a morte senz'altra procedura, per frenare gli
omicidi e i ladronecci, che incominciano a parere già troppi anche al
signor Vicario.

--Ed è questo il motivo per cui mi siete piovuto in camera fragoroso e
improvviso, come palla di bombarda briccolata in cittadella nemica?

--Serenissimo! si degni rammentare che la colpa non viene dalla palla,
bensì da cui la manda.

--Voi non avete mai colpa, assomigliate gli assistenti dei sagrifizi
di Giove, dei quali l'uno scaricava su l'altro il fallo del bove
ammazzato; sicchè la pena toccava finalmente al coltello, che,
innocentissimo, pagava per tutti.

Il cortigiano, per non far peggio, sorrise come estatico all'arguzia
del motto. Il Vicerè blandito, prendendo una penna stava per firmare
senz'altro la proposta del vicario; ma si fermò:

--Per Santo Yago! ella è cosa da nulla firmare uma sentenza di morte?
Tra firmarla, e patirla una tal quale differenza ha da essere.--Passare
di un tratto da un mondo dove risplende così luminoso il raggio del
sole, ad un altro dove la cosa più chiara, che io possa comprendere, è
un buio eterno... parmi un brutto passaggio in verità.--E qui
intingeva la penna nello inchiostro.--Comprendo eziandio, aggiungeva,
che deve riuscire più facile levare l'ancora da questa vita in
un giorno di gennaio a Stokolma, che a Napoli in un giorno di
aprile.--Alzatosi si approssimava al balcone, e, muovendo discorso al
cielo, continuava:--Occhio del cielo, perchè apparisci sì bello ai
nostri occhi, se poi dobbiamo così presto lasciarti? Il tuo raggio
divino dovrebbe illuminare cose degne della sua divinità. La notte
dovrebbe vedere i supplizii delle colpe che si commettono nel suo
grembo, ed io non so con quale senno o giustizia il giorno ha da
contristarsi col castigo del delitto, ch'egli non ha illuminato: l'uno
e l'altro rimangano al buio...

Questi pensieri uscivano lambiccati dal cervello del Duca:
imperciocchè non gli partissero mica dal cuore, ma gli ostentasse,
quasi per far dimenticare al cortigiano la parola turpe con la quale
in bocca lo aveva sorpreso educante il pappagallo: cotesti pensieri
tenevano officio d'incenso bruciato intorno ai cataletti per vincere
l'odore del morto. Avrebbe piuttosto desiderato sfogarsi a danno di
qualcheduno, ma la fortuna non gli presentava l'orecchio. Intanto il
pappagallo, per aumentargli la confusione e il maltalento, ripetè con
voce sonora la oscenità imparata, e parve che di lui si prendesse a
dileggio e della sua mentita filosofia. Allora si pose in fretta
nuovamente a sedere, e per liberarsi dal testimone importuno si
accinse a firmare.

--Che se il ribaldo merita commiato... via... lanciamolo nella
eternità.--

Ma il pappagallo, o percosso dalla nuovità dell'oggetto, o cruccioso
per non vedersi più vezzeggiare, con una beccata trasse la penna di
mano al Vicerè.

--_Montezuma_ non vuole che muoia... o piuttosto _Montezuma_
rimprovera il Vicerè di firmare proposte di morte senza pure esaminare
le carte del processo. Il pappagallo ha ragione; il Vicerè torto.
Grazie allo avvertimento, _Montezuma_. Se io fossi re, forse, chi sa?
in premio _dei lunghi ed onorati servigi_, potrebbe darsi che un
giorno tu ti trovassi premiato con una immagine di bestia come te; o
di santo, e non posso dire come me; o con un bel mazzo di prezzemolo:
ma invece, essendo io soltanto vicerè, ti darò un biscotto di Maiorca
intero. Io ti rimanderei volentieri per consigliere allo Escuriale
onde far conoscere allo Eminentissimo cardinale Zappata, che quanti
gli escono di mano pappagalli io glieli rimando consiglieri.--

Don Pedro con molta accuratezza si pone a leggere, e tuttavia leggendo
pensava a quello che fosse da farsi; imperciocchè è fama che i1 Duca
di Ossuna fra le altre sue qualità possedesse quella di dividere
contemporaneamente la sua attenzione sopra svariatissimi oggetti, come
leggere una cosa, e pensarne un'altra; o pensare al tempo stesso a più
cose; o conversare con varie persone udendo senza perdere sillaba,
rispondendo a segno, e al punto stesso scrivere dispacci intorno a
materie importantissime. Io ho detto facoltà, ma doveva dire vizio;
conciossiachè questo abito alteri la virtù intelettuale, siccome il
guardare strambo guata la visiva. Adesso, mentre leggeva meditando,
conobbe: non correre più tempo opportuno di provocare il Papa; anzi
con ogni maniera di riguardi doverselo tenere bene edificato,
imperciocchè egli si fosse messo in braccio alla Francia assolvendo
Enrico IV, e stringendo con quel regno vincoli antichi. Francia,
cessata la guerra civile, presto tornerebbe più bella, e più gagliarda
che mai, per la facilità maravigliosa che possiede a fare scomparire
in un giorno le rovine di un anno; mentre, all'opposto, Spagna
spirare, come Crasso, con la bocca piena di oro: le flotte, studio
indefesso di dieci anni del re Filippo II, distrutte da un colpo di
vento; i Paesi Bassi rimasti fitti a Spagna nel palato come l'amo al
pesce cane; Germania avere teso sempre la mano per prendere, e mai per
lasciarsi pigliare; consumato seicento milioni di ducati; cagionato la
morte di venti milioni di uomini; empito di rovine e di odio il mondo,
e della passata grandezza oggi rimanerle la superbia soltanto[9].
Formarsi a poco a poco il turbine contro la casa di Austria, di
Germania e di Spagna. E al Papa, già sottratto dal dominio di Spagna,
non doversi somministrare pretesto di odiarla, dacchè, baldanzoso a
cagione del fresco acquisto di Ferrara, per poco che s'inciprignisse,
era uomo a fare vive le sue pretensioni sul regno di Napoli; nè gli
sarebbero mancati soccorsi francesi, nè i milioni di oro messi da
Sisto V in castello parevano per anche reputi a fondo: Clemente VIII
poi mostrarsi di natura meno bestiale di Sisto, e qualche termine di
buona composizione potersi trovare con lui: d'altronde, come vecchio,
dovergli piacere che i trambusti cessassero per fondare la grandezza
di casa sua, nel che procedeva accesissimo, e per purgare gli stati
della Chiesa dalle bande dei ladri che gì'infestavano. In tutti i
paesi questo vediamo accadere ordinariamente dopo le guerre; e Roma
aveva terminata pure ora la impresa di Ferrara, e in ogni tempo fu
terreno classico pei banditi. Papa Aldobrandino in questa parte non
mostrarsi punto meno severo del Montalto; rammentandosi il Duca
ottimamente, come creato Cardinale dal medesimo, e conoscendolo a
prova asprissimo e spietato, giubbilando esclamasse: _avere pure alla
fine trovato un uomo secondo il suo cuore!_[10] Ancora, oltre il
piacere grande che avrebbe fatto al Papa porgendogli occasione di
palesare al mondo la diligenza adoperata da lui per rimettere in
assetto i suoi dominii, gli pareva cotesta essere matassa da doversi
sbrogliare a Roma... e poi... e poi più di tutto gli piacque, ed anzi
fu questa la ragione capitale, prendere da cotesto fatto occasione di
mortificare il segretario che lo aveva sorpreso ad insegnare oscenità
al pappagallo, e il vicario che lo aveva mandato. Così mescolato a
molta scoria si cava l'oro dalla miniera, e per questa volta il
destino folleggiando lo affinava.

--Don Ynigo; _Montezuma_, salvo onore, si mostrò troppo più acuto di
voi quando mi ha persuaso a leggere carte che non avete letto, e che
dovevate leggere voi. Questo è negozio appena incominciato, e si
vorrebbe tagliare il capo del filo per perderne ogni traccia. Viva
Dio, che prudenza sia questa io non so vedere! Bisognerà inviare
questo uomo sotto buona scorta a Roma, accompagnandolo con lettere
adattate a gratificarci l'ottima mente di Sua Santità. Esaminerete
come, sebbene trattisi di misfatti commessi nella nostra jurisdizione,
tuttavolta sembra che sieno stati preordinati di lunga mano da persone
di alto affare dimoranti a Roma. D'ora in poi, signor Segretario, non
mi farete rapporto veruno se non previa diligente lettura delle carte
relative; e tenetevi per avvisato. In quanto al signor Vicario, mi
sono accorto, recandomi io stesso alla vicarìa, che sta assente dallo
ufficio troppo più spesso che non conviene per la importanza delle
funzioni che esercita; mi pare oltre il dovere svagato; e certo poi la
età gl'indeboliva il senno, che non ebbe mai troppo anche nei giorni
migliori. Speditegli pertanto lettere di dispensa con la pensione che
merita, sostituendogli il suo Collaterale, persona di proposito e
manierosa. A noi così giovi sempre la fortuna come oggi, la quale ci
ha risparmiato la firma di una sentenza di morte, e offerto adito a
confermarci nella benevolenza del Sommo Sacerdote, del quale avranno
compre mestieri i Principi savii, finchè vorranno durare a reggere con
freno di autorità assluta li popoli soggetti.--

E tutto questo per essere stato sorpreso il Duca di Ossuna a insegnare
una parola oscena al pappagallo! Ridere? Oh! se questo fosse tempo
opportuno di ridere io vi condurrei nel buio dove si cova il destino
dei popoli, e vi chiarirei come da cause più lievi, spesso meno
oneste, e talora più burlevoli, derivassero guerre, rovine di stati,
distruzioni di popoli, ed altri dei più funesti flagelli della
umanità.

Il segretario si partì dal cospetto del Vicerè curvo come se lo avesse
caricato con mille libbre di peso. Quando gl'impiegati ricevono una
mortificazione si studiano rovesciarla sopra gl'inferiori; ella è come
un sasso, che rotola finchè trova scalini; ma no, il paragone non mi
sembra adattato; direi piuttosto, che la scintilla del malcontento,
sprigionata nelle alte regioni, ricerca velocissima le parti più
recondite delle segreterie, dove però si sperpera fra tanti, che
sovente o non la sentono, o non la curano; e ad ogni modo tutti con
una squassatina se la gittano via dalle spalle.

Il segretario annuvolato passò dinanzi al vicario impaziente, e gli
disse torbo «aspettate!» Dopo venti, e più minuti il segretario,
maggiormente torbo, ripassa per entrare nella stanza del Vicerè, e
dice al vicario, maggiormente impaziente, «aspettate!» Il segretario
dopo lunga ora esce dalla stanza del Vicerè, e al povero vicario, che
non capiva più nella pelle per la rabbia, ripete per la terza volta
torbidissimo «aspettate!»

Il capo del vicario aveva girato dall'uscio della stanza del Vicerè a
quello della stanza del segretario, e da questo a quello come un
girasole: alla fine, dopo inenarrabile agonia, esce per la quarta
volta il segretario; e, messo fra le mani al vicario un plico
suggellato, lo squadra di traverso, lo inchina, e senza dire un fiato
sparisce.

--Ouf!--borbottò il Vicario,--questi Spagnuoli fumano come cammini:
giuoco che costui al suo paese avrà suonato le campane in qualche
convento, non cibando mai miglior vivanda che la broda dei frati; ed
ora ci viene a squadrare dall'alto al basso... a fare lo idalgo, con
noi--che abbiamo in corpo nobiltà quanta il re.--E questo mettermi in
mano suggellato il plico, o che novella è?--Forse sarà segno di
attenzione, e riguardo alla persona e alla carica:--deve essere
così:--e allora io non troverei in ciò da biasimarli,--anzi gli
lodo;--e correva via a gambe.

Prima di proseguire il racconto del mio Vicario bisogna che mi sbrighi
del segretario. Ora vuolsi sapere come, tornato a casa, egli dicesse
al figliuolo, che gli andava incontro tutto festoso: «Figliuolo mio,
facciamo le nostre valigie e ritorniamo in Ispagna, perchè qui in
Napoli l'aria non tira più buona per noi». Signore! rispose il
figliuolo, che cosa vi è mai accaduto di nuovo? Avreste per avventura
mancato di rispetto alla nostra santa religione? «Peggio, figliuolo
mio, peggio». Avreste, ohimè! ucciso in duello qualche gentiluomo di
corte? «Peggio». Per sorte, avreste ardito inalzare i vostri affetti
fino alla Serenissima Viceregina? «Peggio ancora». Voi mi spaventate;
ma che, dunque? «Ho sorpreso il potentissimo Duca di Ossuna sciupando
il tempo a insegnare parole oscene al suo pappagallo». Misericordia! è
finita per noi.--

Adesso torniamo al Vicario. Egli giunse ansante, bagnato di sudore
alla vicarìa: si pose a sedere con il Collaterale al fianco, notari, e
copisti; fece rientrare sbirri, valletti, carnefice, e vittima, che fu
portata a braccia col capo spenzoloni giù come ubbriaco. Il Vicario
levò le ciglia in su, e quando li vide tutti attenti passeggiò i suoi
sguardi allo interno nella miseria del suo orgoglio, poi ruppe il
suggello e si pose a leggere,

--Come? Come? qual tradimento si è questo?

--Che avvenne? Che fu? Che cosa è stato?--si udiva a coro replicare
dintorno.

--Sono tradito peggio di Cristo;--e piangendo si coperse gli occhi con
le mani.

Il Collaterale, che gli stava al fianco come lo jakal alla jena, gittò
lo sguardo obliquo su le carte; e, vedendovi scritto il suo nome, con
un baleno di malignità indovinò il mistero: onde in un punto,
postergato ogni rispetto, allungò le mani bramose; ed arraffando le
carte si accinse a leggerle, rovesciato il capo su la spalliera del
seggiolone. Nel conoscere ch'era stato promosso alla carica di Vicario
in luogo di don Gennaro Boccale fu per ispiccare un salto, prorompere
in pazze risa, battere palma a palma, fare cose insomma da spiritato;
ma si contenne, e, col collo torto più loiolescamente che potè, con un
risolino sopra le labbra sottile quanto il filo del rasoio gli
favellò:

--Avvocato Boccale (di secco in piano gli toglieva il titolo di
Vicario) credete che mi sento proprio trafiggere il cuore per la
vostra disgrazia; molto più che, dentro domani, avrei a pregarvi di
lasciarmi sgombra la casa...

--Ed io credo che non vi devo credere nulla, signor Collaterale.
Intanto io me ne vado per le scale: badate che voi, don Ciacchero, non
abbiate un giorno a uscirne dalla finestra.--E sì dicendo don Gennaro
si levò tutto infuriato; e allontanandosi dal palazzo col garbo di
Scipione quando mosse in esilio, esclamava: «Ingrata vicarìa! tu non
avrai la mia cappa».

Così a mannaia vecchia sostituivasi mannaia nuova, e i miseri accusati
ebbero ad accorgersi ben tosto ch'era stata affilata di fresco,
Intanto il Vicario novello leggendo oltre il dispaccio del Vicerè
conobbe come la sentenza di Marzio non dovesse eseguirsi altramente,
bensì avesse ad inviarlo sotto buona scorta a monsignore Governatore
di Roma, la quale cosa egli fece con la diligenza consueta
agl'impiegati nuovi, o nuovamente promossi, secondo il costume delle
granate; e per la più parte di loro il paragone non è ignobile
abbastanza.

Il licenziato Boccale ridottosi a vivere in altra casa, stette
parecchi giorni smemoriato come se avesse ricevuto un picchio sopra la
testa, e di ora in ora prorompeva in risa; ell'erano coteste le gocce
grosse precorritrici della tempesta: per ultimo la tempesta scoppiò, e
terribilissima, nella quale rimase annegata la sua intelligenza: del
cuore egli aveva fatto getto da tempo immemorabile, e solo (infelice
reliquia!) gli rimase a galla l'agonia di tormentare. Tutto periva in
lui tranne la libidine di Vicario criminale, ed a ragione;
conciossiachè cotesta qualità per conservarsi non abbisogni punto
d'intendimento, bastando il solo istinto di belva. Nei feroci delirii
fondò un'alta Corte di Giustizia istituendo offici di sbirro,
accusatore, giudice, e boia; e tutte queste incumbenze, come se
altrettanti benefizii semplici fossero, accumulò sopra il suo capo,
risolvendo da matto quello che già era andato spesse volte per la
mente dei savi: voglio dire, che componendo le rammentate cariche
diverse specie simpatiche, e relative fra loro, amore di ordine
persuadeva a classarle sotto la stessa famiglia, e amore di economia,
a cumularle tutte sopra una medesima testa,--almeno in certi tempi e a
certi luoghi.

Il licenziato don Boccale incominciò a processare i volatili del suo
cortile: pretesti non gli mancarono, e, comecchè non sapesse col suo
cervello matto distinguere gl'innocenti dai rei, nondimeno procedendo
perfidamente a tastoni dichiarava, che _tutti, o taluni_ avevano
commesso il delitto; e poi, che tutti erano stati _complici a farlo, o
impotenti a prevenirlo_; e finalmente, che il delitto non risultava
già da uno o più fatti peculiari, bensì da una congerie di cose
_connesse, complesse_, e _per di più continuate_; per le _quali, e con
le quali_ tutti come felloni, e di _perfido cuore_, invocato prima il
nome santissimo di Lui, che sempre sta vicino a chi lo sa chiamare,
tutti dannava irremissibilmente a morte. Di questo piccola cura
prendeva donna Carmina, perocchè i giustiziati fossero da lei (che si
era assunto il carico dell'Arciconfraternita della Misericordia)
trasportati con ragionevoli intervalli nella pignatta, e quivi tenuti
sepolti finchè non avessero fatto buon brodo. Quando i polli vennero
meno, egli mosse terribilissima accusa contro Giordano cane di casa:
certo da anni ben lunghi ei gli aveva badato le sue masserizie dai
ladri; una volta ancora gli salvò la vita, ma invano; fedeltà e amore,
e beneficii fatti lui non iscamparono dalla rabbia del giudice matto:
egli ebbe a morire: e di questo anche poco increbbe a donna Carmina,
anzi ci ebbe piacere, dacchè il cane fosse vecchio, e per di più aveva
perduto un occhio. E poi, si sa, gli anni dei servi quando diventano
troppi pei padroni, anche battezzati e cattolici, formano capo di
delitto supremo; e di ciò fanno fede i coloni di certa parte di
America, i quali con tranquilla coscienza accusano gli schiavi vecchi
e disutili al Governo di non commessi misfatti, ond'egli gli ammazzi,
e in parte ne rimetta il prezzo!

Morto il cane venne la volta della gatta, delizia di donna Carmina: se
mai visse al mondo gatta incolpevole, proprio fu quella; dopo tanti
anni di buona condotta le si potè imputare un errore solo: rubare un
cacio fresco dallo armario[11]. Ahimè! Anche i santi cascano, e la
tentazione superava le forze della gatta; non ebbe rispetto il fiero
giudice alla fragilità del sesso, al naturale istinto, alla
provocazione del cacio fresco, e al prolungato digiuno, dacchè
resultava dagli atti, che da bene ventiquattro ore il povero animale
era rimasto senza governo: ogni circostanza attenuante rigettò, e come
rea di famulato qualificato da scalata, e colta in _fragranti_,
condannò barbaramente a morte. Donna Carmina si gettò ai piedi dello
inesorabile, supplicando con molte lagrime la grazia della gatta
diletta; il giudice parve commuoversi, e rispose «vedremo»; di che
racconsolata la donna, pensò poter vivere sicura. Ahi! sicurezza
funesta. Un bel giorno levandosi da letto, la prima cosa che le si
parò davanti agli occhi fu la gatta impiccata. Quantunque ella avesse
l'anima e la vita assuefatte a spettacoli quotidiani di orrore, non
resse a quello; ed irrompendo insana con furiosissima ira, empì di
ululati la casa e la contrada; di atroci contumelie lacerò il
consorte. Per colmo d'ingiuria, quando armata di coltello si fece a
tagliare lo infame capestro, e riscossa la salma diletta dal patibolo
comporla in sepoltura onorata, il giudice le si oppose risolutamente
dicendo, che non si aveva a disturbare l'amministrazione della
giustizia: rispettasse costei la veneranda maestà delle leggi; a
quello che si attentava commettere ella avvertisse due volte, chè egli
voleva, e sapeva adempire il suo dovere: fellonìa espressa essere il
levare di su la forca lo impiccato; e ricordasse per suo governo, che
chi spicca lo impiccato, lo impiccato impicca lui. Figuratevi come gli
animi s'invelenissero! Gli antichi dolci appellativi mutaronsi in
orrende minacce, e dalle male parole trascorsero in peggiori fatti: nè
il Vicario uscì lieto dalla baruffa, che riportò il capo pelato, e la
faccia in parte graffiata, in parte pesta. I vicini accorsi li
separarono un po' con le parole, e un po' co' manichi delle granate;
anzi più con questi, che con quelle; quindi fecero prova di ritornarli
in concordia, e crederono esservi riusciti.

Ma il Vicario, rotto nelle turpi slealtà del suo mestiere, appena
profferita la parola del perdono pensò, che se aveva perdonato come
uomo, perdonare come magistrato non istava nelle sue facoltà; onde si
pose a istruire segretissima procedura di lesa maestà, violenza
pubblica, impedita amministrazione di giustizia, e offese qualificate
contro il Magistrato nello esercizio delle sue funzioni; insomma
rovesciò il sacco del codice criminale contro donna Carmina. Tutto
questo bastava, e ce ne avanzava, per una condanna di morte: e così
fu. Il giudice profferì sentenza capitale, e da quel giorno in poi
ogni sua cura pose per mandarla ad esecuzione.

Certa notte, che donna Carmina dormiva placidamente, il buon marito le
passò cheto cheto il laccio intorno al collo, e poi di un tratto la
tirò su per le traverse del cielo del letto. Compita la opera riprese
sonno tutto contento, e la mattina si mise a sedere sul letto
aspettando che la Carmina si svegliasse, per godere della sua sorpresa
nel trovarsi impiccata[12].

Lo trasportarono nell'ospedale dei pazzi dove un giorno, per ammazzare
l'ozio, non potendo impiccare altri, impiccò se stesso alle inferrate
della stanza.

Oh! si fosse impiccata con lui tutta la generazione dei Vicarii
criminali.


NOTE

  [1] Quantunque Francesco Hernandez di Toledo avesse incominciato a
    propagare in alcune parti della Europa, fino dal 1520, l'uso della
    pianta chiamata tabacco, dalla isola di _Tabago_ dove prima la
    segnalò, tardi venne adoperata in Italia, e particolarmente nei
    luoghi marittimi; però a Napoli nella epoca del mio racconto,
    1599, costumava assai, per la doppia ragione ch'egli era porto di
    mare, e sottoposto al dominio della corona di Napoli.

  [2] Certo giovane spagnuolo con un colpo di bastone uccise un
    lanzo.] *[Sisto V comandò si giustiziasse, e subito. Il
    Governatore di Roma avendogli fatto osservare essere necessario il
    processo, Sisto, che aveva in uggia le ipocrisie della legge,
    rispose risoluto «volerlo morto prima di pranzo, ed il Governatore
    si spicciasse, però che egli si sentisse fame». E questa era
    ingenuità della ferocia. Ancora gli ordinò piantassero le forche
    in maniera, ch'ei potesse vederle dalla finestra: non volle
    concedere gli mozzassero la testa: dice volere onorare di sua
    presenza cotesta giustizia, e di vero egli stette a vederlo
    impiccare, e poi comandò mettessero in tavola, dacchè cotesto
    spettacolo gli serviva di salsa allo appetito. GREGORIO LETI,
    _Vita di Sisto V, par. II_.

  [3] Nella occasione, di cui è proposito nella nota antecedente,
    Pasquino, satireggiando, finse portare un bacile pieno di forche,
    di ruote, mannaie, e catene. Interrogato ov'ei ne andasse con
    arnese siffatto, rispondeva: «a metterlo in tavola per la salsa di
    Sua Santità». LETI, _loc. cit_.

  [4] Gli Spagnuoli appresero l'uso della cioccolata dagli Americani
    fino dalla conquista del Messico, ma lo tennero segreto per tutto
    il secolo decimosesto. Quale fosse la causa del geloso mistero
    ignoriamo: però Carlo V e Filippo II appena ne offersero qualche
    tazza ai sovrani loro fratelli, o cugini. Affermano che lo abuso
    di questa bevanda fomentasse nello imperatore Carlo V la nera
    malinconia, che lo condusse a cantarsi vivo le preghiere da morto.
    Forse l'essere nato da madre pazza contribuì alla sua tristezza
    troppo più dello abuso del cioccolatte. Nel 1640 questa bevanda
    diventò comunissima per tutta Europa: a Napoli però, come paese
    dependente dalla Spagna, assai prima di cotesta epoca si adoperava
    fra le persone agiate. Dei medici alcuni la celebrano come bevanda
    sanissima, atta a confortare i deboli e i vecchi; altri
    all'opposto, siccome suole, come dannosissima la maledicono.
    Linneo la chiama _teobroma_, o vogli _cibo degli Dei_.

  [5] Le frasi, che occorrono distinte con carattere italico,
    appartengono ai documenti giudiziarii del miserabile processo per
    lesa maestà allo Autore, e sostenuto contro di lui, con fronte che
    vince ogni più duro metallo, durante gli anni 1849-50-51-52-53!

  [6] Burleigh, nella sua dichiarazione del 1584, confessa essere
    stato costume dei tribunali inglesi applicare la torture ai
    prevenuti; ma che però facevasi con tutta carità cristiana!
    _Quartierly Review, Agosto 1834--Delle condanne politiche
    d'Inghilterra_--MARTINO DEL RIO va più oltre, ed afferma che «la
    tortura si dava alla persona denunziata per lo suo maggiore
    vantaggio, conciossiachè vi sia speranza, che vinta dai tormenti
    ella confessi il delitto, e così salvi l'anima; mentre se non la
    si pone alla tortura, ci è da temere che muoia senza confessione,
    e per conseguenza si danni»--ALBOIZE e MAQUET, _Le prigioni più
    celebri della Europa, tom. VII, pag. 61_.

  [7] Vicerè di Napoli nel mese di giugno del 1599 andò il Conte di
    Lemos, e tenne lo ufficio fino alla sua morte, successa nel 19
    ottobre 1621; lui morto surrogò il figlio don Francesco di Castro,
    e questo il Conte di Benavente; a Benavente fu sostituito don
    Pietro Fernandez di Castro conte di Lemos, e dopo lui venne don
    Pietro Girone duca di Ossuna. BALDACCHINI, _Vita di Tommaso
    Campanella_, p. 90.--Tuttavolta io trovo un Duca di Ossuna vicerè
    di Napoli nei tempi antecedenti al primo Conte di Lemos: questa
    carica durava tre anni; onde io ho ritenuto che fosse quel desso,
    che vi ritornò nel 1618. Ad ogni modo se avessi commesso
    anacronismo, mi verrà, io spero, di leggieri perdonato in grazia
    di aver fatto conoscere il cervello balzano di cotesto duca, il
    quale nella sua vita sperimentò gli estremi così della prospera
    come dell'avversa fortuna.

  [8] Questo fatto ho letto narrato nella _Storia di Venezia_ del
    DARU, che riporta eziandio le affettuose, e forti suppliche di
    questa egregia moglie in pro del marito, caduto in disgrazia della
    Corte di Spagna.

  [9] Terribile insegnamento ai Principi, se lo volessero intendere,
    darebbero le avvertenza contenute nel testamento di Filippo II re
    di Spagna. Di loro, sia che vuolsi: al Popolo, cui è familiare
    cotesto personaggio per la terribile tragedia dell'Alfieri, non
    fia discaro conoscere come finisse quel pugno di polvere coronata,
    che per la potenza e per la voglia di operare il male fino dai
    suoi tempi venne salutato col nome di _demonio meridiano_. Nè vi
    ha pericolo che verun Gesuita la riprenda per lui, sostenendo
    esagerato il racconto, dacchè egli è desso che scrivendo ammonisce
    il figliuolo, il quale ben fu più imbecille, non già meno tristo
    di lui: «Una infinità di esperienze, travagli, fatiche, disegni, e
    pretensioni (la più parte inutili) mi hanno fatto conoscere (ma
    troppo tardi pel mio bene, e per quello dei miei popoli, e vicini)
    le cose necessarie al buon governo dei popoli.... di cui un giorno
    bisognerà rendere conto al Re dei re, davanti al quale
    _sutterfugi_, e _cavilli non valgono_, conoscendo le inclinazioni,
    i disegni, e i pensieri segreti degli uomini... tanti dolori, ed
    accidenti strani da tanti mesi mi assalgono, che sono diventato un
    _supplizio a me stesso;_ onde io prego Dio, che dalla terra mi
    chiami al cielo usandomi quella misericordia _che io ed i miei non
    usammo a tanti popoli_, che ce ne richiedevano...» E venendo più
    particolarmente allo scopo di questa nota, odasi come cotesto
    sciagurato re continui: «Dopo avere aspirato a farmi imperatore
    del Nuovo Mondo, a conquistare Italia, domare i Paesi Bassi, farmi
    eleggere Re d'Irlanda, vincere Inghilterra con la più grande
    armata che mai siasi veduta, alla formazione della quale consacrai
    dieci anni di tempo, ed oltre a venti milioni di ducati, e Francia
    con le corruttele, mi trovo ad avere consumato trentadue anni di
    vita, più di seicento milioni di ducati in ispese straordinarie;
    cagionato la morte di venti milioni di uomini, spopolato provincie
    più vaste di quelle ch'io possiedo in Europa... di tutti i
    disegni, rovine, e fatiche appena ho acquistato il piccolo regno
    del Portogallo. Irlanda mi sfuggì per la indole salvatica dei suoi
    abitanti, le spiagge ardue, la dimora trista; Inghilterra, per
    fortuna di mare; Francia, per leggerezza francese; Lamagna, per
    astio dei miei parenti... Il tutto per volontà di Dio!!...»

    Filippo II moriva divorato dai pidocchi. Possano i tiranni, e i
    tormentatori dei Popoli non fare mai miglior fine della sua: e
    possano i loro disegni non riuscire mai ad esito meno tristi di
    quelli di costui!--Questo documento si trova nelle memorie del
    duca di Sully ministro di Enrico IV, e viene riportato dal signore
    ARTAUD DE MOUTOR nella sua _Storia dei Papi_. Quantunque questa
    nota sia già lunga, tornerà, io penso, oltre modo piacevole ai
    lettori sapere come questo Re, cattolicissimo e colonna principale
    della Chiesa, sentisse degli Ecclesiastici:

    «Aiutatevi nei vostri bisogni con l'entrate dei beni
    ecclesiastici; conciossiachè le troppe dovizie precipitino i Preti
    nelle delicature e nei piaceri, donde poi nascono l'empietà.

    «Diminuite ecclesiastici, cortigiani, magistrati, e finanzieri
    perchè questa gente _divora_ il grasso dei vostri dominii, e non
    porta frutto che valga... moltiplicate mercanti, artigiani,
    agricoltori, pastori, e soldati: i primi spendono poco, ed
    arricchiscono le provincie; i secondi le difendono.

    «Abbiate quanti più potete voti in Conclave; pagate bene
    cardinali, elettori, e vescovi di Allemagna col mezzo dei vostri
    ministri, senza far passare i danari per le mani degl'Imperatori.

    «Ricevete in grazia, a qualunque patto i ribelli dei Paesi Bassi,
    purchè vi abbiano per principe: ad ogni modo fate pace con loro».

    Quali i suoi intendimenti politici sopra le altre parti di Europa
    si ricava dai seguenti ricordi:

    «D'Italia e di Lamagna non vi date fastidio: questi paesi sono
    posseduti da troppi, e troppo diversi principi, i quali aborrendo
    deferire a cui fra loro è più degno, e governandosi con umori
    diversi, riesce difficile che si accordino.

    «Dividete la Francia dalla Inghilterra».

  [10] Sisto V inviò il cardinale Aldobrandino, poi Clemente VIII, in
    Polonia per la pace, e per rivendicare Massimiliano in libertà; le
    quali cose tutte gli vennero prosperamente condotte a fine. In
    cotesto viaggio egli tolse seco, e si valse della opera di Cinzio
    Passeri nipote ex sorore, che poi creò Cardinale nepote col titolo
    di San Giorgio. Sisto, per simili geste riputando assai lo
    Aldobrandino, frequenti volte esclamava «avere trovato alla fine
    un uomo secondo il suo cuore». LETI, _Opera cit. parte II. l. 3_.

  [11] «Imputar le si puote un error solo:
         Mangiarmi dall'armario un raveggiolo».
                           COTTA, _Canzone in morte della Gatta_.

  [12] Questa mania di giudicare, e fare con le proprie mani
    giustizia, e non già sopra le bestie, bensì sopra gli uomini, fu
    per un tempo esercitata da Giovanni Tina ciabattino, di cui lessi
    la narrazione minuta nella Raccolta di Novelle antiche e moderne
    fatta per opera di _Robustiano Gironi_.



CAPITOLO XXII.

LA TORTURA.

          _Barbarigo_ «Egli non versò una lacrima.

          _Loredano_ «Due volte gridò.

          _Barbarigo_ «Un santo lo avrebbe fatto anche con la corona
                           celeste davanti gli occhi, se fosse stato
                           sottomesso a così barbara tortura; ma egli
                           non chiese misericordia... quei gridi non
                           avevano nulla di supplichevole; glieli svelse
                           il dolore, e non furono seguitati da veruna
                           preghiera».
                                                 BYRON, _I Due Foscari_.


Beatrice amava il sole di autunno, i raggi del crepuscolo, e le ombre
lunghe dalla parte di occidente. Spesso, in compagnia della cognata
donna Luisa, che aveva appreso ad amare come sorella, e reverire qual
madre, si piaceva aggirarsi per le strade di Roma seguita dall'uomo
nero[1] e da due o più staffieri, giusta il costume delle patrizie
romane. Certo giorno, andando esse, secondo il consueto, a diporto,
riuscirono alla piazza Farnese: quinci proseguendo per la strada della
Corte Savella giunsero nella via Giulia: a metà di questa gli occhi di
Beatrice si fermarono sopra una fabbrica di apparenza lugubre; nera,
vastissima, senza finestre od altre aperture tranne la porta, bassa
per modo, che non fosse dato ad uomo passarla se molto non si chinasse
con la persona[2].

Sopra lo stipite della porta un Cristo condotto in marmo di mezza
figura apriva le braccia in atto di favellare all'ospite dolente,
trasportato là dentro, queste parole: «Quando l'angoscia del patire ti
vincerà, se sei innocente pensa a quello che, innocentissimo, io
soffersi; se colpevole, considera che in qualunque momento tu mi volga
il cuore pentito io tengo le braccia aperte per istringerti al seno».

Contristava il cielo un vapore umido dello scilocco, e l'aere denso
uscendo dal Tevere investiva la fabbrica tutta; sicchè dalle buche,
lasciate nelle pareti per inserirvi al bisogno le travature dei ponti,
filtrava lo stillicidio in forma di aguglie. Beatrice stette a
considerare cotesto lugubre edifizio; e saputo essere quello la
prigione della Corte Savella, lieve percosse sul braccio alla cognata,
e favellò:

--Non ti pare, che pianga?

--Chi?

--Cotesta carcere.

--Certo molte hanno da essere le lacrime che si piangono là dentro; e
se si fossero fatta strada a sgorgare traverso i muri, io non me ne
maraviglierei.

--E quelle erbe vetriole, che spingendosi per le commettiture delle
pietre hanno trovato modo di sbucare fuori, non paiono le preghiere
dei carcerati, che escono a stento da coteste mura?...

--Pur troppo paiono! E come coteste erbe rimangono attaccate alle
pareti del carcere per esservi sbattute dal vento, o riarse dal sole,
le preghiere si volgono invano al passeggero perchè ricordi chi geme
là dentro, e ne senta pietà.

--Luisa! E quelle tasche, che attaccate a spaghi pendenti di sopra, ai
muri scendono giù fin presso a terra, che cosa ci stanno a fare?

In questa ecco passare lì presso un plebeo romano dalla lingua
mordace, e dagli atti petulanti, il quale avendo inteso la domanda
della giovane, quasi invitato dalla onesta bellezza delle gentildonne,
rispose:

--E' sono archetti tesi dai carcerati alla carità di passo; ma al
tempo, che corre, la carità non si lascia chiappare più a volo, nè a
fermo...

Ed un altro plebeo, sopraggiungendo, disse:

--Non è come la conti. Coteste tasche, eternamente vuote, stanno lì
per dare immagine delle mammelle della carità dei Preti, con le quali
allattano il povero popolo.

Le gentildonne rimasero contegnose a quei motti; e poichè si furono
assicurate che nessuno le scorgeva, quanta moneta si trovavano addosso
distribuita prima per coteste tasche, partirono.

--Non già la moneta, osservò Beatrice; bensì la idea, che altri pensa
a te, e come può ti soccorre, deve tornare di consolazione grandissima
ai derelitti. Nè si dica che il baleno non giova; perchè talvolta
basta a illuminare la strada, e a ritrarre dallo abisso il pellegrino
smarrito.

--Veramente, riprese donna Luisa, io comprendo quanto abbia a recare
conforto in cotesto sepolcro di vivi conoscere come qualcheduno senta
pietà di te... però non lo vorrei provare.

--Noi siamo foglie davanti al soffio della Provvidenza; ed io, qui
presso a queste mura dolorose, imparo la ragione per la quale Gesù
Cristo annoverò la visita dei carcerati fra le opere di carità
fiorita. Guarda bene, e vedrai starsi sopra la porta del carcere la
paura che respinge addietro il visitatore, e con labbra tremanti gli
sussurra: va via, chè il giudice non ti sospetti complice del
carcerato, e te pure imprigioni; sta l'abiettezza che, fatti i conti,
trova che dall'albero cadente bisogna allontanarci, per tornare poi
quando è caduto a farne provvista di legna da ardere; sta il rigore
dalle viscere di pietra, il quale dissuade da sentire pietà dei
colpevoli, perchè per lui l'uomo in carcere è reo, predica sempre
meritata la pena, ed infallibile l'autorità; vi è... Ma ahimè! se io
volessi rammentare tutte le fantasime, che stanno appollaiate su la
porta del carcere minacciando da lungi i visitatori, sarebbe troppa
impresa, e per di più fastidiosa; però non reca punto maraviglia se i
carcerati passino ordinariamente la vita soli.

Così alternando malinconici ragionamenti si condussero a casa sul fare
della sera. Don Giacomo con la famiglia erasi ridotto nello antico
palazzo dei Cènci, e sotto questo tetto abitavano tutti, parte sicuri,
parte paurosi, e Beatrice in cuor suo desolata; quantunque non lo
desse a divedere, e presaga d'impenitente sciagura.

Alla veglia dei Cènci non manca mai frequenza di familiari e di amici
per la parentela grande che aveva la casata, e la bella rinomanza di
cortesia; ma stasera non si è veduto ancora comparire veruno,
quantunque le due di notte fossero battute alla torre di nona. I
convenuti s'ingegnano a tenere vivo il colloquio, ma soventi accade
che la proposta rimanga senza risposta, e poco si prolungano i
dialoghi penosi: il sollazzo diventa fatica; ognuno di loro desidera
starsi solo in colloquio con l'anima sua; ma fatto silenzio, della
propria solitudine impauriscono: allora si ode fragoroso lo
spensierato folleggiare dei fanciulli, e rabbrividisce come uno
scoppio di riso tra i funerali, sicchè ritornano con favelli scomposti
a divertire l'affannato pensiero. Donna Luisa incomincia:

--Orsù, io mi accorgo che questa sera domina fra noi lo umore
taciturno: prendiamo l'Orlando furioso, e proviamo sollevarci lo
spirito con qualcheduna di coteste maravigliose fantasie.

--Io per me l'ho a noia per quel suo costume piuttosto discolo che
facile, notò Beatrice; e per di più non mi garba quel fare leggiero:
leggiamo invece, se vi piace, la Gerusalemme liberata.

--A me piace, soggiunge breve don Giacomo.

--Ma voi non la pensaste sempre a questa maniera; per parte mia non mi
rimuovo, e come pensai altra volta penso anche adesso intorno a messer
Ludovico: fantasie, superstizioni, stranezze, amori, battaglie, buone
o ree passioni, pianto, riso, terra, cielo e inferno, tutto cantò quel
benedetto ingegno: chi più di lui assomiglia alla natura sempre varia,
e sempre bella? Vedetelo come nuvola di estate dondolarsi gaiamente
fra gli aliti della sera, e ad ogni momento mutare di forma: guizza
per un mare di piacere, e, a modo del delfino, ad ogni scuotere di
squamme egli cambia colore. Parlando del poeta quasi mi pare diventare
io pure poetessa, dacchè i suoi versi passando per la mia memoria vi
scuotono l'ale pregne di poesia. Ditemi, in grazia, Armida forse non
emula Alcina? Sì certo; ma in poema così solenne, come pretese
comporlo il signor Tasso, cotesto colore sfacciato offende; mentre nei
vispi canti di messer Ludovico diletta, e piace: arrogi che diavoli e
streghe, incanti, e selve custodite da demonii femminini quanto mi
talentano nell'Orlando, perchè davvero vi stanno come in casa propria,
altrettanto nella Gerusalemme m'increscono. L'Ariosto parmi meglio
avvisato del Tasso, perocchè il primo cotesti errori schermendo
s'ingegni bandirli dalla mente del popolo; mentre il secondo
favellando sul sodo, ve li conferma.--Ora nei poemi solenni il buon
poeta deve valersi della religione depurata dagli errori vulgari, non
già amministrate agl'ignoranti il male per medicina. Nel demonio
abbiamo a credere, e Dio ci salvi dalle sue tentazioni; ma non
dobbiamo nella maga Annida, e negli stregoni Ismeno ed Idraotte; anzi
è peccato; onde io giudico ohe il signor Tasso, avendo in poema
religioso accreditato queste favole malefiche, non abbia punto bene
meritato della umanità.

--Poter del mondo! Luisa, ma sai che tu difendi il tuo
  Orlando

    _Come orsa, che l'alpestre cacciatore
    Nella petrosa tana assalito abbia?_

Io te la do vinta; leggiamo, se ti aggrada, la storia di Ariodante e
di Ginevra.

--Leggiamola pure, soggiunse don Giacomo; comecchè quella di Olindo e
Sofronia mi paia troppo più mesta cosa...

--Ma noi non vogliamo malinconie, esclama donna Luisa; se di queste
avessimo vaghezza non farebbe di bisogno uscire dall'Orlando. Sapreste
voi indicarmi più pietoso racconto che quello di Brandimarte e di
Fiordiligi, o l'altro di Zerbino e d'Isabella?

--Dirai bene, notò Beatrice; ma che vuoi tu? I casi di Olindo e di
Sofronia m'invogliano al pianto come di fatto veramente successo;
mentre le storie dell'Ariosto mi hanno l'aria di finissime
immaginazioni: e poi, vedi, temo sempre che ad un tratto gli prenda il
capriccio di farmi ridere;... ma via, leggiamo di Ginevra.

Donna Luisa, altera alquanto della riportata vittoria, andò a cercare
il volume; e quello aperto, pose davanti a don Giacomo dicendo:

--Incominciate voi.

Don Giacomo appena vi ebbe gittato gli occhi sopra diventò pallido in
faccia, e prestamente rispose:

--No... no... a voi tocca essere prima.

--Ed io incomincerò; ma aveva sbagliato: la storia non principia al
Canto sesto, bensì al quinto; e sfogliato di alquante pagine il libro,
prese con bella grazia a declamare dal verso _Tutti gli altri animai
che sono in terra_, fino ai seguenti:

    _Quel, dopo molti preghi, dalle chiome
    Si levò l'elmo, e fè palese e certo
    Quel che nell'altro canto ho da seguire,
    Se grato vi sarà la storia udire._

Ora basta, disse donna Luisa riposandosi; qualche altro sottentri.

--Deh! in grazia Luisa, la supplicava Beatrice, continua; chè con la
tua voce deliziosa tu fai all'Orlando quel medesimo officio, che fa la
bella vesta alla bellezza: _Chè spesso accresce alla beltà un bel
manto_, per dirla col tuo Ariosto.

--Lingua dorata! E sì, e sì che avresti a sapere essere la lusinga
peccato, ed anche dei grossi. Non in virtù delle tue lodi pertanto,
bensì per lo amor che ti porto mi fia grato compiacerti in questa come
in ogni altra cosa, ch'io possa.

Adesso come familiarissimo di casa, senza farsi annunziare, pone il
piede su la soglia della porta della sala un giovane di bella
sembianza, in abito prelatizio colore pagonazzo, dall'occhio azzurro,
dalla chioma bionda: non salutò, ma quivi fermo e taciturno si pose a
considerare quel gruppo di teste, maraviglioso argomento pei pennelli
fiamminghi, che in quel tempo erano in fiore,

E donna Luisa, non avvertendo il sopraggiunto, con voce vibrata
continuava:--Canto sesto.

    _Miser chi male oprando si confida
      Che ognor star debba il maleficio occulto;
      Chè, quando ogni altro taccia, intorno grida
      L'aria e la terra stessa in ch'è sepulto:
      E Dio fa spesso che il peccato guida
      Il peccator, poichè alcun dì gli ha indulto,
      Che se medesmo, senza altrui richiesta,
      Inavvedutamente manifesta._

Il Prelato questo intendendo stette per ritirarsi inavvertito com'era
venuto, ma gli parve malagevole farlo; e poi don Giacomo non gliene
dette campo; però che alzata la testa lo vedesse, e gli gridasse:

--Ben venuto, Guido nostro...

--Qui si fa accademia: avvertite, di grazia, che in Roma non vanno a
finire bene siffatte accademie letterarie; e Pomponio Leto informi[3].

--Non ci è pericolo, riprese don Giacomo; noi stiamo in famiglia, e
per aggiungervi voi io spero che in famiglia rimarremo pur sempre.

--Questo con tutto il cuore desidero; e poichè in famiglia abbiamo a
restare, piacciavi in cortesia, donna Luisa proseguire nella lettura.

Di vero nella famiglia Cènci consideravasi monsignor Guido Guerra come
fidanzato della Beatrice: questa notizia andava per le bocche della
gioventù romana, e lui chiamavano avventuroso, e al suo felice stato
invidiavano: sapevanlo anche in corte; e il Papa lo sofferiva
acerbamente sì perchè avesse posto la mira su Guido, conoscendolo
sufficiente molto e di abito gentilesco, per inviarlo legato a
qualcheduna delle Corti straniere; sì perchè egli non lo avesse prima
richiesto del suo consenso, o per lo meno consultato; infine gli dava
uggia quel sentirlo proclamare sposo, e vederlo con la mantellina
addosso: conciossiachè uno dei punti più ardentemente combattuti fra
Cattolici e Luterani fosse stato, e durasse ad essere, il celibato dei
preti. Maffeo Barberini, cardinale di molto seguito, come
intrinsecissimo di Guido, lo tenne avvertito di quanto buccinavasi in
corte, ond'ei si governasse: e questi informatosi se il memoriale di
Beatrice al Papa avesse avuto corso, e sentito che no, fu cauto di
ritirarlo dallo ufficio, temendo che, capitato sotto gli occhi di
Clemente, non valesse a suscitargli qualche sospetto nell'animo, già
troppo per natura sospettoso.

Guido con leggiadra scioltezza si accostò alla Beatrice, e fece atto
di prenderle la mano per recarsela alla bocca; se non che questa,
invece di porgergliela, si levò risoluta in piedi accennandogli che la
seguitasse. Ella lo condusse nel vano di una finestra, e l'ampia
cortina li ricoperse completamente.

Però rimasero celati colà uno istante; un solo istante; tutto al più
quanto un ferito a morte pone a raccomandare l'anima a Gesù e a Maria
prima di spirare, e uscirono poi uno dopo l'altro, e tali nel volto da
chiarire, che invece di avere stretto il laccio di amore, lo avessero
rotto con violenza, e per sempre. Invero ognuno di loro sentivasi il
cuore legato; ognuno di loro strascinava un tronco della catena, e
nondimeno i capi erano stati infranti irreparabilmenle. Una parola di
Beatrice l'aveva spezzata come colpo di scure: con lo stringere la
mano dello uccisore del padre suo non si rendeva ella complice del
parricidio? Questo aveva pensato, e questo nel brevissimo istante fu
da lei al suo amatore significato.

Guido, percosso da sgomento, adducendo il pretesto di certo suo
negozio che lo chiamava altrove, poco si trattenne, e come meglio
poteva celando lo affanno si accomiatò. Donna Luisa accortasi della
confusione del giovane, e attribuendola a qualcheduna di quelle brevi
procelle, che agitando accrescono la fiamma di amore, disse
scherzando:

--Beatrice, Beatrice! non essere tanto corriva a scartare il re di
cuori; bada, che carta male scartata, spesso è partita perduta.

Monsignore Guido appena svolto il canto della contrada occorse in un
suo fidatissimo servo, il quale veniva frettoloso in traccia di lui.
Appena lo ebbe scorto, quegli gli disse:

--Monsignore l'eminentissimo Cardinale Maffeo ha mandato un donzello
del Governatore al palazzo, affinchè adoperasse ogni diligenza per
trovarvi, e consegnarvi questo paio di sproni[4].

--Sproni! E non ha egli soggiunto altro?

--Sì; ha soggiunto, che tornato l'Eminentissimo di campagna aveva
trovato in palazzo monsignore Taverna che lo aspettava; e dopo essere
rimasto chiuso lungo tempo con lui, l'Eminentissimo aveva aperto
appena l'uscio della camera e dato gli sproni al donzello, dicendogli
«subito a monsignore Guerra»; e poi era tornato dentro.

Guido soprastette alquanto a meditare; poi, come illuminato da subita
luce, esclamò:

--Ho capito!

In casa Cènci protratta per qualche altro tempo penosamente la veglia,
tacquero tutti. I fanciulli erano stati condotti a giacere, onde ne
seguitava un silenzio profondo solo interrotto dal fruscìo delle tende
seriche, agitate appena da una bava di vento. Ognuno desiderava
separarsi, e, come avviene, a nessuno bastava l'animo di proporlo;
quando ad un tratto si ode un rumore sordo... cresce... si distingue
il calpestìo di molta mano di persone, e vi si mesce strepito di arme.

Don Giacomo si leva, preso da maraviglia e da spavento, incamminandosi
verso la porta per ispecolare che nuovità fosse. Appena giunto a mezzo
cammino, si aprono gli usci fragorosi, e un'onda di sbirri allaga non
pure il luogo ove stavano convenuti i Cènci, ma anche tutta la casa.
Alcuni rimasero sopra le soglie delle stanze cou le spade sguainate,
per impedire lo accesso da un luogo ad un altro.

--Siete arrestati per ordine di monsignore Taverna, gridò certo
uomiciattolo bistorto, che pareva un grimaldello; il quale postosi le
mani sui fianchi, si dava aria da Sacripante.

--E perchè?--interrogò don Giacomo, con voce che invano ostentava
sicura.

--Questo saprete, a suo tempo e luogo, nello esame. Intanto con vostra
buona licenza...

Ma ciò diceva per ischerno; imperciocchè non avesse anche posto fine
alle parole, che già con le impronte mani lo aveva frugato da capo a
piedi. Assicuratosi per siffatta guisa ch'ei non portava addosso
neppure il breve, lo interrogava beffardo:

--Avete armi sopra di voi?... Confessatelo addirittura, che sarà pel
vostro meglio.

--Ma parmi, che ve ne siate chiarito con le vostre mani abbastanza.

Altri nel medesimo tempo, con pari diligenza e improntitudine
maggiore, ricercavano Lucrezia e Bernardino, i quali sbigottiti
lasciavansi fare, e piangevano. Certo sozzo, e avvinazzato sbirro si
attenta stendere la mano sul seno della Beatrice; ma questa, prima che
lo arrivasse, gli lasciò andare su la guancia un potentissimo
schiaffo. Proruppero in risa i compagni, e taluno consolandolo gli
disse:

--Guanciate di femmina non fanno sfregio.

--Canchero! Sgraffia la gatta, rispose il birro simulando allegria; e
Beatrice allora, senza sdegno, alteramente parlò:

--Persone infami non hanno diritto di mettere le mani addosso a
gentildonna romana: mi chiamo pronta a seguitarvi dove comanda
monsignore Taverna; ma voi procurate starvi lontani da me.

Nel punto stesso un altro sbirro, fetido di tabacco e di lezzo,
pretendeva frugare donna Luisa, che lo guardava in molto truce
maniera; senonchè il bargello lo ammoniva:

--Rimanti, Piero; chè non ho ordine per lei...

Intanto i fanciulli, desti al rumore, nelle contigue stanze spaventati
piangevano, più degli altri il lattante; sicchè quinci usciva un
suono, che percuoteva le anime di pietà e di dolore. Donna Luisa, tra
lo amore di moglie e lo amore di madre perplessa, esitò uno istante;
alfine cede al grido maggiore della natura, e muove ad acchetare i
figli, e a porgere la mammella al pargolo. Uno sbirro leva la spada,
e, puntatagliela al petto, grida:

--Non si passa.

Donna Luisa guarda fisso negli occhi lo sbirro, e così gli favella:

--Tu non puoi avere ricevuto comando d'impedire la madre di allattare
il suo figliuolo. Ma se mai qualche Prete, la quale cosa non conosco,
nè credo, chiuso ad ogni affetto di natura, ti dava questo ordine, gli
dirai ch'egli è uno scellerato; tu, se l'obbedissi, saresti più
scellerato di lui; ed io, se vi dessi retta, più scellerata di tutti.
Largo alla madre che va ad allattare il figliuolo.--E risoluta
allontana con la mano la spada, e passa oltre. Il birro attonito non
ardisce fermarla.

Poichè la Corte ebbe rovistato ogni masserizia, frugato pei mobili e
per ogni canto, e non rinvenuto cosa che le paresse buona ad
assicurare, il bargello intimò la partenza.

--E dove ci conducete?--domandarono tutti ad una voce.

--Lo vedrete.

Donna Luisa adempiuto lo ufficio di madre, tornava a soddisfare quello
di moglie. Accortasi dello abbattimento del marito preme l'angoscia, e
si accosta a lui per dargli animo, ed abbracciarlo; senonchè lo
sbirro, che prima l'aveva lasciata andare, quasi sdegnoso di avere
sentito affetto, si pone fra il marito e lei, e, respingendola, in
molto dura maniera le dice:

--Addietro; qui non venimmo a sentire piagnistei.

E cosa degna di considerazione grandissima come gli esecutori di
giustizia, qualunque sia il nome col quale si appellino, e qualunque
assisa essi vestano (chè l'abito e il nome nulla mutano al costume),
per ordinario pacati, ed anche cortesi negli arresti dei volgari
facinorosi, procedano poi con villana compiacenza nel mettere le mani
addosso a persone di alto affare. Della quale diversità volendo
indagare la causa, ci parve essere la seguente. Cotesta carnaccia non
s'irrita contro i ribaldi come quelli che sono stoffa tagliata dalla
sua medesima pezza, e perchè in certo modo eglino somministrino
materia al mestiero professato da lei. Lo scultore percuote, e manda a
schegge il marmo; il sarto frappa il panno e lo trapunta, e non per
questo essi odiano il sasso, o la stoffa; anzi così fanno per amore
della opera donde sperano ricavare guadagno ed onore. Gli sbirri ed i
ribaldi assai si rassomigliano ai marchigiani, o vogliamo dire
abitatori delle frontiere, i quali spesso passano da una terra
nell'altra per bisogno o per vaghezza: così i primi si trovano ad
essere sbirri perchè in quel quarto di ora non sono masnadieri, ed i
secondi si trovano ad essere facinorosi però che in quel punto non sia
loro toccato di fare da sbirri; e fra loro, tutto bene considerato,
altra alternativa non corre. Epperò s'intendono molto più spesso che
altri non pensa, e molte imprese di misfatti e di arresti si
commettono fra loro di amore e di accordo: essi si corrispondono come
l'eco alla voce, come il coltello alla guaina, come il cherico al
prete. Inoltre usare qualunque umiliazione tornerebbe inutile,
imperciocchè i ribaldi ogni loro sensibilità abbiano ridotta nelle
braccia e nei polsi. Infatti tu non gli odi profferire altre parole,
se non queste une: «Compare, non istringermi tanto forte!» Sarebbe
proprio un dare del capo nel muro il tentativo di eccitare in costoro
vergogna, o pudore. All'opposto quando la fortuna mette in mano allo
sbirro, od altro arnese cotale un uomo dabbene, gli si allargano le
viscere, e si rifà in un'ora del diuturno disprezzo nel quale venne
saziato; il serpente invece di fango trovò finalmente da mordere vive
carni, e infondere il suo veleno dentro vene che sentono. Percorri i
tempi, e non troverai signorie peggiori di quelle dei servi fatti
padroni; coteste appaiono, e sono i lupercali della feccia umana: a
misura di carboni, essi pagano con moneta di ferocia le umiliazioni
patite. Alla mota pare essere onorata quando, pesta dai piedi, schizza
a deturpare la veste signorile. I rettori dei Popoli s'ingegnano
tramutare, e travasare i berrovieri; in questo adoperano ogni arte, e
sempre invano. I littori si assomigliano agli apparitori, gli
apparitori agli sbirri, ai donzelli, ai fanti, e ad altri cotali
antichi, moderni, e modernissimi cagnotti della polizia. Chi più ne
ha, più ne metta; parenti sono tutti _in vinculis_. Cerca tra cento
lupi il meglio, e forse lo troverai; non lo cercare fra costoro, che
opera perduta sarebbe. Ogni potere ne abbisogna, e li mantiene e
s'industria nobilitarli, e levarli a cielo. Egli è nulla: uno
scarabeo, per raggio di sole che gl'illumini il groppone non diventa
cavaliere. L'abito morale informa l'uomo, non già il materiale:
sicchè, prendi il più degno soldato, e mettilo sbirro; non egli
migliorerà il mestiero dello sbirro, bensì il mestiero guasterà lui: e
questo è sicuro.

Ahimè! il soldato, il vecchio soldato convertito in birro!--Io per me,
che estimai sempre, e tuttavia estimo il soldato il quale dura il
travaglio degli aspri cammini, e serena nelle gelide notti, e gli
ardenti soli sopporta, e per mille disagi si conduce a perigliare la
vita per la Patria senza premio condegno nel presente, con premio
incertissimo nel futuro; tenuto a vile, forse, e certo poi non curato
trascorso il pericolo; io per me, dico, estimai questo soldato come
divinità. E a lui vorrei che si dessero largamente i frutti della
terra, avvegnadio, sua mercè, lo straniero non li colga; a lui le
migliori stanze nelle città, che valse a difendere; a lui reverenza
figliale, ed affetto... onde io quando incontro qualche vecchio
soldato avvilito sotto la veste di sbirro, mi sento scoppiare il cuore
dalla passione.

A voi, liberi uomini, tanta predilezione pei soldati infastidisce. Ma
udite me, che parlo aperto; occorre speditissimo il rimedio per
licenziarli: fatevi tutti soldati, come adesso fra gli Svizzeri, e
come una volta (per poco) nelle Repubbliche del medio evo. Io vi
avverto però, che per qualche ora bisognerà abbandonare le botteghe, e
i fondachi; non registrare qualche sessione, o perdere lo sconto di
qualche cambiale; udire più tardi se metta bene la vigna, o se la
vacca sia pregna; forse (sagrifizio più duro!) mancare qualche sera
alla veglia, o al teatro... bastavi l'animo a tanto? Se bastavi, e se
sentite la necessità di vestire a corrotto finchè la servitù della
Patria dura, licenziate gli eserciti stanziali; imperciocchè oltre la
spesa strabocchevole, che sempre portano seco, le armi poste in mano a
pochi se talora difendono la libertà, più spesso convertonsi in arnese
di tirannide.--Privi di virtù civili e di virtù militari, che Dio vi
benedica, o come mai presumete voi acquistare la libertà, ed
acquistata serbarla?

--Voi voleste mietere, e non seminaste; voi non piantaste, e voleste
raccogliere. E quando avreste seminato e piantato, avreste eziandio
dovuto sapere che altra è la stagione del seminare, ed altra quella
del mietere: che alla primavera non si domandano i frutti dello
autunno, nè allo autunno i fiori della primavera; che i frutti
bisogna, prima di coglierli, lasciare al sole perchè maturino; e colti
anzi tempo guastano la pianta, e morsi allegano i denti. Io parlo a
voi, che vi chiamate amici della libertà; però che altrove non sarei
inteso, e forse chi sa se lo sarò da voi. Voi avvisaste, e per
avventura avvisate anche adesso, tenere su ritta la libertà co'
chiodi; però in cotesta guisa fannosi crocifissi, non già cittadini
liberi. Per forza non si fonda libertà, come per forza non fondasi
servitù: per forza si fa l'aceto. Quantunque volte sopra terreno non
dissodato da forte, e generosa virtù tu pianterai con violenza la
pianta della libertà, perderai irreparabilmente gli effetti della
persuasione e della violenza: quella, perchè non bada alle parole, ma
ai fatti; questa, perchè essendo proprietà di tirannide, comunque
invocata dalla libertà, bisogna che a tirannide ritorni. Qui fo punto
e torno agli sbirri: rispetto ai quali, quando hai meditato un pezzo,
ti converrà concludere con la ragione dei gatti, che si tengono in
casa per prendere i topi; o, se ti piace meglio, con quella delle
passere, le quali Rougier della Borgerie raccomanda ai francesi suoi
concittadini lasciar vivere in pace, imperciocchè se ogni anno
divorano duegento milioni di libbre di grano, distruggano ancora
centotrentasei bilioni, e quattrocento milioni d'insetti[5].

_Misericordia Domini super nos!_ Chi avrebbe mai creduto che tanti
insetti vivessero in Francia! Eppure ci vivono...

Nel cortile trovarono pronte diverse carrozze con le stoie abbassate;
vi entrarono al sinistro chiarore di lanterne sorde, preceduti,
fiancheggiati e seguiti dalla turba dei birri, e si avviarono al luogo
destinato.

Guido vide passare il corteggio lugubre; ed avvertito dal popolo
accorrente del caso, vinto dalla passione, stava sul punto di
manifestarsi e di accorrere, se il buon servo, forte tenendolo per le
braccia, non gli avesse detto:

--Monsignore, voi perdete, e loro non salvate... libero, giovate a voi
e a loro.

Guido, represso in seno il gemere vano, esclamò:

--Ora staremo a vedere dove ne conduce la fortuna; e trasse verso casa
sua. Giunto a breve distanza mandò innanzi per ogni buon riguardo il
servo, a speculare se si vedesse gente di corte da cotesta banda.
Tornato addietro, questi lo avvertì del no: ond'egli entrato nelle sue
stanze scrisse lettera pietosissima alla madre sua, nella quale la
ragguagliava della soprastante sciagura, e della urgenza di sottrarsi
alle ricerche della giustizia senza perdita di tempo: la lettera
stesse in luogo di abbracciamento, e di addio; in fortuna migliore
sperasse; le avrebbe mandato sue nuove dal luogo ove prima giungesse;
in qualunque parte capitasse, qualunque avventura fosse per
accadergli, dopo Dio prima ella avrebbe occupato l'anima sua. Quindi
mutati panni, e tolta seco quanto maggior copia potè di danaro, uscì
dalla porta segreta del suo palazzo, disegnando guadagnare la
campagna; nè andò guari, che s'imbattè in certa brigata di sbirri
incamminata verso la sua contrada, la quale gli passò da canto, e così
com'era travestito non lo riconobbe. Comprese pertanto il caso farsi
grave davvero; licenziò il servo, e con cauti avvolgimenti si appressò
alla porta Angelica; se non che rifece la via più che di passo,
notando da lontano come gli sbirri, uniti ai gabellotti, quanti
volevano varcare le porte minutamente esaminassero, e perquisissero.
Ora vaga improvvido per le strade di Roma fantasticando di questo e di
quell'altro partito, senza riuscire mai a capo di nulla; camminando ad
occhi bassi, ecco lo percuote una luce che scaturiva dai sotterranei
di un palazzo. Guardando traverso la inferriata vide intorno una
tavola un gruppo di carbonai, che passavano il tempo, secondo che
fecero i loro padri, ed i più tardi nepoti loro faranno, bevendo e
giuocando, in onta agli sforzi poco lodevoli del Padre Matteo lo
apostolo della temperanza.

Sì certo; poco lodevoli, e non mi disdico. O filosofi, che Dio vi
tenga lontani dalle disgrazie, mi sapete un po' dire come voi non
facciate altro che levare al Popolo, e a dargli non pensiate giammai?
Malthus al Popolo contende i connubii; il Padre Matteo il bere; altri
il giuocare. La suprema felicità a poco a poco ripongono nella
privazione di ogni cosa. Apicio diventato gesuita non pubblica più
libri _de arte coquinaria_, nè imbandisce le mense agli amici; solo la
esercita per uso proprio, ed a finestre chiuse in casa sua.--Aristippo
recita in bigoncia i sermoni di Zenone, che ha imparato a mente dopo
il convito. Continuate, filosofi; in breve spero persuaderete il
Popolo a risparmiare le vesti, e a cuoprirsi di foglie di fico come il
primo Padre Adamo. La gaia vita che stanno per filarti queste Parche
novelle, o Popolo! «lavorare, soffrire, e morire». Suonate le
cornamuse, intuonate il peana a questi pellegrini Benefattori della
Umanità. Davvero così appare fronzuto l'albero della felicità del
Popolo, che merita bene andare potato dei rami rigogliosi. Noè, ch'era
quel gran patriarca che tutto il mondo onora, e favellava col Creatore
a tu per tu, per essersi inebriato una volta tagliò egli forse le
viti? No certamente; annacquò il vino, e continuò a bere;
conciossiachè il vino letifichi il cuore dell'uomo. Licurgo, pazzo
melanconico, recise le viti; ma Bacco crucciato operò in guisa, che
costui scambiando le proprie gambe pei tralci se le tagliasse di
netto; e Bacco fece bene.

Guido si risovvenne allora dell'oste della Ferrata; e ricordando in
quella stretta le parole di contrassegno, ch'ei gli aveva dato, scese
improvviso nella grotta dei carbonari. Quivi costoro battezzavano
quotidianamente il carbone con copia di mezzine di acqua; non mica per
lavarlo dalla macchia del peccato originale, bensì perchè crescesse di
peso: onesta pratica, che si costuma anche adesso; avvegnadio le cose
buone una volta scoperte, ragion vuole che tanto presto non si
dismettano. I carbonari, quantunque Guido comparisse senza usbergo fra
loro, sbigottirono come il Pastore allo apparire di Erminia: senonchè
Guido a rassicurarli incominciò:

--Viva San Tebaldo. e chi l'onora.

I carbonari si guardavano in viso irresoluti. Però uno di essi, cui
tornarono a grado le sembianze di Guido, riprese:

--Lodato sia; ma la fatica del carbonaro è molta, il guadagno scarso.

--San Niccola protegge il carbonaro, e i suoi guadagni
  moltiplicano.

--Il carbonaro vive nei boschi, e lo circondano i lupi.

--Quando i carbonari faranno lega co' lupi scenderanno al piano dove
pasturano gli armenti, e prenderanno le stanze dei pastori.

--Datemi il segno.

--Eccovi il segno.--E furono tre baci: uno in fronte, l'altro su la
bocca, il terzo nel petto.

--Sta bene: voi siete dei nostri; non vi è che dire. Nondimeno mi pare
strano, andando composta la nostra consorteria di gente disperata
unita insieme dalla povertà, e dal bisogno di difenderci dai soprusi
degli uomini potenti: basta, forse anche voi sarete dei perseguitati.
Che cosa volete? Quale aiuto domandate? Ma innanzi tratto seguitatemi
in luogo più riposto.

Guido pensava avere frainteso, dacchè in cotesta grotta non vedesse
pertugio capace di condurre in altra parte: però rimase chiarito in
breve, avendo i carbonari rimosso il cumulo del carbone, e sollevata
dal pavimento una selce, che aperse lo adito a più basso, e segreto
sotterraneo. Il carbonaro e Guido vi scesero per una scala a piuoli, e
tosto egli intese riporre la selce, e sopra essa di nuovo
ammonticchiare il carbone. In quella stanza si vedevano raccolte
masserizie e argenterie di ogni maniera, e, giusta la empia
profanazione di cotesta sorte di gente, vi ardeva una lampada davanti
la immagine di San Niccola venerato come protettore dei ladri, e non
meno solenne nemico dei birri. I carbonari stavano da tempo
immemorabile legati co' banditi della campagna, e li servivano da
fattori nelle città: taluni di loro esercitavano a un punto i due
mestieri. La roba rapita trasportavano in città, e quivi gli argenti
struggevano, e per interposte persone mandavano al conio: le merci
affidavano a certi loro amici mercadanti di Civitavecchia e di Ancona,
i quali soprammare le spedivano a Napoli, a Venezia, o in Levante;
onde accadde talora che un gentiluomo veneziano ritrovasse presso
qualche rigattiere del regno il suo mantello smarrito nella campagna
romana, e un barone napolitano si vedesse servito alle locande di
Verona o di Padova co' suoi pannilini, perduti passando per Terracina.
Parecchi in questi onesti traffici avevano avanzato assai, e se ne
sussurrava palesemente; ma la corte non li sapeva cogliere in fallo, e
gli arricchiti non ne scemavano punto di credito; anzi in virtù del
bene acquistato danaro procacciavano ai proprii figli illustri
parentadi, e cariche insigni, ed onorificenze. I cittadini ne
mormoravano otto giorni o dieci, non mica per istudio di virtù, bensì
per astio di non poter fare altrettanto; poi tacevano; e quando
incontravano di questa razza nobili erano i primi a scappucciarsi, e a
chiamarli Eccellenze. I nobili antichi in palese ostentavano
spregiarli; in segreto gli accarezzavano, e ne accattavano danaro: e
così a quei tempi remotissimi camminavano le cose di questo mondo.
Oggi poi la faccenda è diversa:

    _E s'egli è vero, il fatto nol nasconde_.

Guido aperse al nuovo amico, che la fortuna gli parava davanti, il
pericolo in cui si versava, e lo richiese di consiglio e di aiuto.
Costume dei carbonari era muoversi due volte la settimana: quando
veniva in città col carico una caravana, l'altra partiva per la
campagna. Il carbonaio ristretto a favellare con Guido, giunto in
quella medesima mattina, doveva partire dopo tre giorni da Roma a
vespro, o verso l'_ave Maria_ della sera.

Intanto costui in questa guisa ammoniva Guido:

--Domani manderò fuori delle porte qualcheduno dei nostri, per vedere
se vi fossero nuovità. Voi vi raderete barba e capelli; vestirete i
nostri panni, ed anche dei peggio: vi tingeremo con certe erbe la
pelle, e v'insozzeremo con la polvere di carbone in maniera, che voi
non ravviserete più voi stesso. Qui fra noi abbiamo un compagno che
zoppica; egli v'insegnerà a imitarlo nella voce e negli atti. Domani,
appena farà giorno, ve ne andrete con due somari a vendere carbone per
la città: se vi chiamano per comprare, poche parole bastano; che le
balle ragguagliano le duegento libbre, e il prezzo è fermo a mezzo
scudo per balla: anzi potreste recare in bocca qualche pietruzza,
fingendo masticare; in questa maniera le gote si gonfiano, e meglio
rimanete trasformato. La gente vi torrà in iscambio dello zoppo; ad
ogni modo si assuefarà alla vostra vista, e così spero, con lo aiuto
di Dio, condurvi fuori a salvamento.

Siccome fra gente di simile natura i fatti abbondano più delle parole,
in breve per opera del carbonaio Guido venne trasformato nella guisa
ch'egli aveva detto; ed alla mattina il bellissimo fra i gentiluomini
romani fu visto, in sembianza di laido carbonaro, aggirarsi per Roma
vendendo carbone, recandosi in mano pane nero e cipolle, che fingeva
masticare; di tratto in tratto gridava con accento aquilano, e
ranchettava stupendamente. Tanto bene insegna, e in breve tempo, il
pericolo!

Giunto il giorno prefisso i carbonari uscirono senza ostacolo di Roma,
e Guido con essi. Per via occorsero nella squadra della corte, che
tornava da perlustrare la campagna; e taluno di loro avendo
interrogato il bargello, come fra gente amica si costuma, che nuove ci
fossero, n'ebbe per risposta: «Uscimmo per caccia di pelo, ma ha fatto
la BELLA; e a questa ora neanche _caramella la pizzica_».

                                ------

Le carrozze che conducevano la famiglia Cènci fermaronsi. Aperta
quella nella quale stava chiusa Beatrice, le venne ordinato di uscire;
e mentr'ella, obbedendo al comando, poneva il piede sopra del
montatoio, al chiarore vermiglio dei lampioni che il carceriere ed i
serventi portavano, s'incontrò di faccia a faccia col Cristo di marmo,
da lei poche ore innanzi avvertito sopra le porte del carcere della
Corte Savella. Gli volse la desolata ambe le braccia, esclamando nella
effusione del cuore:

--«Mio Dio, abbiate misericordia di me!»

E scesa, curvò la persona varcando la porta della prigione... vera
forca caudina del pianto! Quando volse il capo per rivedere i suoi
essi già erano tratti lontano, e tra lei e loro intercedeva un'onda di
armati: come naufraghi divisi dalle onde si rimandarono
scambievolmente il saluto con un grido, che rimbombò doloroso di
corridore in corridore per cotesta immensa prigione.

A Beatrice fecero percorrere lunghi anditi, salire e scendere scale;
poi in fondo di una stanza a volta apersero un uscio e la cacciarono
là dentro: subito dopo richiusero l'uscio con impeto, trassero il
catenaccio, a doppia mandata girarono la serratura, ed ella si trovò
al buio in luogo freddo ed umido; inferno vero di vivi. Non mosse
piede; da qual parte volgersi non sapeva: le tornarono a mente certe
storie udite raccontare di trabocchetti, mediante i quali, a quei
tempi meno ipocriti, non meno scellerati dei nostri, si toglievano di
mezzo le persone, che non si ardiva condannare o perchè incolpevoli, e
nondimanco odiate, o perchè troppo potenti. Ella ebbe paura, e si
tenne ferma presso alla parete.

Allo improvviso ecco col solito strepito si spalanca il carcere, e
irrompe dentro una turba di laida gente affaccendata a portare acqua,
e taluni grossolani arnesi accomodati alle prime necessità della vita.
Non le proffersero conforto, non le dissero parola; tornarono
carcerieri e serventi com'erano venuti, chiudendo fragorosamente la
porta.

Beatrice aveva scorto da qual parte stesse il pancaccio; colà si
condusse tentoni, e sopra la estrema sponda inferiore si pose a sedere
nello atteggiamento della statua della Scoltura che ammiriamo al
sepolcro del divino Buonarroti; e quivi si rimase assorta in quiete
dolorosa. Ad un tratto trasalì, percossa da orribile rovinìo sopra il
capo: intende gli orecchi, e parle che muova da imposte chiuse e da
catenacci violentemente tirati. Assicuratasi che non era per uscirne
peggio, si acquieta; quando di nuovo venne schiusa la porta del
carcere, e gente come la prima volta affaccendata recò pagliericcio,
coperta di pelo, ed altri arnesi, e come la prima volta se ne andò
villana, o feroce. Allora Beatrice giacque sul pagliereccio senza
voglia di nulla, rifinita di forze, stupidamente impassibile; chiuse
gli occhi, ma non dormì: il suo cuore era oppresso, e non trovava la
via di sfogarsi, quantunque le lacrime le sfuggissero dalle palpebre
non piante, ma chete chete, come vena di acqua che spicci di sotto a un
sasso. La facoltà pensante, quasi sole senza raggi, le stava fissa nel
mezzo della fronte inerte, e tuttavia ardente. In arroto di spasimo
sentì per la intera notte un rammarichìo a mano a mano più fievole di
persona che si doleva, e le parve ancora udire, e udì certo, le preci
degli agonizzanti: nè punto s'ingannò, imperciocchè nella cella accanto
alla sua in cotesta notte passasse a vita migliore uno sciagurato
prigione per male di asma. Una malignità suprema, od una stupidità di
mente da non temere paragone in terra o in inferno, aveva presieduto
all'ordinamento di cotesta carcere; conciossiacosachè, quasi fossero
poche le riferite tribolazioni, dieci battagli battessero nel bronzo, e
più nel cranio della povera Beatrice, i mezzi quarti, i quarti delle
ore, e le ore intere: nella dodicesima ora furono percossi
centosessanta tocchi; e v'era da diventarne matti. Più tardi, quando
Beatrice domandò per quale causa menassero così increscioso scampanìo,
udì rispondersi placidamente: in primis, che così aveva ordinato il
Soprastante delle carceri; e subitochè il soprastante l'aveva ordinato,
la sua ragione ci aveva da essere; e poi, che in quanto al fracasso il
soprastante aveva osservato che i detenuti ci si abituavano, e che le
campane alla lunga la vincevano sempre sopra i nervi degli uomini. Nè
qui finiva lo strazio: allorchè, dopo tormentosa vigilia, gli occhi di
Beatrice incominciarono a chiudersi sul fare del giorno, tre campanelli
presero a suonare a distesa, e subito dopo tenne loro dietro lo
insopportabile strepito di trecento e più catenacci tirati, altrettante
porte spalancate, e l'odioso fragore della moltitudine delle chiavi
cozzanti fra loro. Quindi si levò una nenia lugubre di voci
discordanti, le quali stridevano le litanie su la musica della sega
scuffinata a suono di lima, o di marmo raschiato; e cessate le litanie,
da capo i trecento usci chiusi, i trecento catenacci tirati, e lo
squasso dei mazzi delle chiavi. Queste cose accadevano fra tenebre
fittissime, per modo che Beatrice ignorasse se avesse perduto la vista,
o se a buio perpetuo l'avessero condannata. A torla dal dubbio indi a
breve la spaventa un rovinìo sul capo, e subito dopo un cotal poco di
luce grigia si mise nel carcere. Recatasi, tra stupida e atterrita, a
sedere sopra il giaciglio specola il luogo dove l'avevano rinchiusa:
era una cella quadrilatera, lunga, e larga fra sei passi e sette, di
soffitto altissima, terminata a cuspide ottusa: nella parte superiore
aprivasi un pertugio sbarrato da grosse bande di ferro, donde però non
si contemplava il firmamento, chè andava a sboccare in certa maniera di
abbaino, il quale prendeva luce da una finestra per traverso. In
cotesto macello di carne umana un meriggio di agosto appariva come un
vespro nel mese di dicembre, e un vespro di dicembre come l'_Ave Maria_
della sera nelle terre boreali. Allora Beatrice conobbe due cose essere
senza misura nel male: lo inferno nella vita futura, e la perversità
dell'uomo nello escogitare trovati capaci a tribolare il proprio simile
nella vita presente. Piegò vinta la faccia pensando ai destini di
questa razza feroce, la quale si vanta creata ad immagine di Dio[6].

Lei misera, che delibava appena il calice del dolore!

Più tardi le portarono pane nero, vino di agresto, e una broda
nauseabonda ove galleggiavano frusti di carne grassa e di erbe. Si
attentò ancora guardare in faccia i carcerieri. A quale razza di
bestie spettassero costoro, chi lo può dire? Uno di essi rassomigliava
al geroglifico egiziano, che presenta forma di uomo, e capo di
sparviere; un altro pareva un pomodoro fradicio imbrattato di calcina,
così lo aveva concio nella faccia l'erpete maligno inasprito dalla
perpetua ubbriachezza: invece di occhi tu avresti detto che tenesse in
fronte coccole di cipresso, tanto elli apparivano duri, e senza
sguardo: gli orecchi poi erano un vero laberinto della pietà, dacchè i
gemiti degli afflitti o vi si perdevano, o vi restavano divorati da
bestia più crudele del Minotauro, voglio dire dall'anima malnata di
costui. Di rado accade che nelle cose belle, per quanto leggiadrissime
esse sieno, le parti armonizzino perfettamente tra loro; ma in questa
trista carcere tutto accordavasi, così uomini come cose, con istupenda
corrispondenza. Il brutto e il cattivo occorrono in natura troppo più
copiosi del bello e del buono.

Come talora, per giuoco, facciamo passare sopra la buia parete una
serie di figure spaventevoli o grottesche, in quel giorno davanti agli
occhi maravigliati di Beatrice dovevano fare la mostra stranissimi
aspetti. Preceduto dal solito scatenìo, mezza ora dopo che costoro
erano spariti, ecco entrare nel carcere un uomo molto lindamente
abbigliato, con certi orecchioni a guisa di conchiglia marina, camuso
il naso, le labbra grosse e sporgenti in fuori come quelle della
scimmia. Questi esaminò con diligenza le mura, il pavimento e lo
spiraglio, e poi alla sfuggita sogguardò anche Beatrice, mostrando
egli solo fin lì un'aurora boreale di compassione. Sul punto di uscire
dalla cella fu udito favellare queste parole:

--Sana cotesta prigione non si può dire in coscienza, e per di più è
buia: trasporterete il numero centodue al numero nove, e gli
addobberete la stanza con mobili convenienti; pel trattamento gli
somministrerete quanto desidera, già s'intende nei limiti della
temperanza... Avete capito? Trasgredendo, due tratti di corda senza
pregiudizio di pene maggiori. Avete capito?

Così anche la umanità assumeva faccia di ferocia, e di contumelia.
Però Beatrice ritenne che cotesto personaggio, il quale in seguito
conobbe essere il soprastante delle prigioni, si fosse soffermato a
dare con voce alta cotesti ordini perchè giungessero a sua notizia, e
ne prendesse conforto; ond'ella lo raccomandò al Signore, non le
rimanendo altra via per manifestare la propria gratitudine.

Al soprastante fu inteso rispondere con un forte grugnito, il quale
poteva apprendersi per un: «Illustrissimo sì».

Il traslocamento avvenne nel modo col quale fu ordinato, e Beatrice si
ebbe nella nuova cella un tozzo di pane bianco, e un raggio di sole
puro: con questi la creatura umana può vivere, o almeno aspettare che
la scure o l'affanno la uccida.

Una volta la scure, perocchè la giustizia ferocemente sincera
gavazzasse brandendo la spada; ai miei giorni lo affanno; avvegnadio,
piegando ai tempi, anche la giustizia, educata in collegio dai
Gesuiti, siasi fatta ipocrita: ma non dubitate, no, i suoi colpi per
essere ammenati co' bastoni di arena non riescono meno mortali di
quelli percossi con la piccozza. Il giudice del decimosesto secolo,
sbrancato dalla razza dei tigri, con un colpo di granfia ti faceva
scemo del capo, il giudice del secolo decimonono, se timore di Dio non
lo soccorre, e paura d'infamia, a modo di serpe ingola poco a poco
gì'improvvidi uccelli, sicchè tu glieli senti pigolare fin dentro lo
esofago, e glieli vedi palpitare anche in mezzo del corpo. Con una
botta in testa, nei tempi passati anima e corpo estinguevano; adesso
il secolo civile ha ribrezzo del sangue; onde imparò ad acuire
l'anima; e dopo averla per bene affilata su la cote della
disperazione, se ne lava le mani, e lascia a lei la cura di traforarsi
una uscita traverso le viscere del condannato: prima erano colli
mozzi, oggi sono cuori rotti. Quale dei due fosse più caritativo
argomento altri giudichi: gli antichi sistemi non ho provato; conosco
i moderni, e so che i nervi delicatamente gentili dei nuovi pietosi si
offendono della disperazione scarmigliata, e vogliono ch'ella appaia
in pubblico co' capelli pettinati a statua; così anche al vizio più
sozzo si apre la porta di casa, gli si augura la buona sera, alla
veglia domestica si accoglie, purchè si ammanti di verecondia, e la
virtù ha da smettere coteste sue superbe jattanze, che ci hanno
fradici; matrona e meretrice formano un terreno di confino, dove la
virtù e il vizio esercitano il contrabbando su gli occhi ai gabellieri
della morale pubblica. Dolori, affanni e delitti s'inverniciano con la
tinta della decenza. Per amore delle fibre sensitive delle femmine, e
sopra tutto per amore di quelle degli uomini, bisogna piangere con
ordine, ruggire armonicamente, agonizzare con arte; ogni lacero di
anima, ogni crispazione del cuore ha da essere classata, e numerata.
Tutto occorre ai giorni nostri con esattezza prodigiosa, e proprietà
uguale; l'acqua del santo battesimo, e l'olio della estrema unzione;
la cappa castagnola del frate francescano, e la camiciuola rossa del
condannato allo ergastolo. Le prigioni appaiono eleganti; gli
architetti s'ingegnano disegnarle vaghe a vedersi. Oh andate, via, a
credere che sotto cotesti edifizi lustri, levigati, e inverniciati
uomini dalla anima immortale s'inverminiscano di disperazione e di
disagio!... Le gentili donne vengono a passeggiarvi la tetra noia, e
la spietata vanità; passano come rondini fischiando qualche parola di
_filantropia_, ed assicurano poi che le prigioni sono luoghi
_superbi_, e _d'incanto_. Guai al misero che osasse temerariamente
affermare, potersi condurre vita meno trista che in prigione; tenga in
mente il fato di Orfeo, e il furore di umanità non agita meno violento
il petto delle nostre gentildonne, di quello che per vino sentissero
le antiche Menadi. Intanto il Promotore di tante belle cose, curvo il
dorso come il primo quarto di luna, assapora il profumo delle lodi; e,
tutto umile in tanta gloria, ponendosi una mano su la parte dove
comunemente si crede che stia il cuore a pigione, esclama: «facciamo
ogni sforzo perchè... _compatibilmente alla loro condizione_... i
detenuti stieno con _ogni riguardo_... perchè _alla fin fine anche i
detenuti sono uomini_... però la prigione, bisogna avvertirlo, non
_può essere paradiso_...--Ma voi, lo interrompe un Diplomatico, signor
Cavaliere (però che ai giorni nostri anche i Soprastanti sieno
cavalieri) fate di tutto onde presto lo diventi; e questo affermo,
perchè ho esaminato i vostri _stabilimenti_ di dietro agli usci». Il
Cavaliere, sospettoso, guarda il Diplomatico coll'occhio porcino; ma
questi dura col volto impenetrabile come quello della sfinge; e
costui, non distinguendo se lo lodi da senno, o gli dia la baia, sta
in bilico: al fine, non sapendo che pesci pigliare, per torsi
d'impaccio gli mostra i denti con un risolino agro dolce, che pare di
gatto quando ha leccato l'aceto. O Ipocrisia, o gran Madre Cibele
della moderna Divinità!

«Ma insomma, che modo di raccontare egli è questo? Voi fate, come le
balie, un passo innanzi, e due indietro». Così parmi udire esclamare
una mia gentile leggitrice, ed io le rispondo: «Gentil donzella, o
donna, o quello che sarà; se non ti piace il traino, e tu smonta, che
già non ti pregherò io a restarci su. Io scrivo per tale a cui le mie
fermate non dorranno; all'opposto poche parranno, e troppo brevi: per
questo mi affaticai nei giovanili anni miei, e per questo soffersi in
quelli della virilità: certo ho servito _un signor crudele, e scarso_;
ma pure è il solo, che sappia emendarsi, piangere, e amare; e questo è
il Popolo: gli altri non vale il pregio servire».

Per tre dì Beatrice ebbe pace, se pace poteva dirsi quella; il quarto
giorno verso nona le si presentarono nuove sembianze: erano due uomini
vestiti di nero; uno rimase alquanto indietro, lo distinse poco; però
le parve di cera acerba: l'altro bianco, con la fronte di porcellana e
lo sguardo socchiuso, sembrava uomo compassionevole, almeno col
sospirare frequente, e lo incrociare le dita di una mano in quelle
dell'altra in atto di preghiera. Questi si palesò pel medico delle
carceri, le mosse accurate domande circa la sua salute, la visitò
attentamente, consultò il polso, il corpo le tentò con tatti onesti,
poi si congratulò seco lei delle ben disposte membra, le offerse
tabacco da una scatola che sul coperchio presentava bellamente miniata
la immagine del sacro Cuore di Gesù; e confortandola a starsi di buono
animo, che presto le sue miserie sarebbero terminate, aggiungeva: in
quanto a se disponesse; poi, raccomandatala alla gran Madre di Dio, si
allontanò.

--Ed anche questo pare uno dei buoni, esclamò Beatrice un po'
consolata.

--Quantunque a prima giunta (diceva il medico nell'andito al notaro
criminale, dacchè il suo compagno fosse appunto il notaro) io mi fossi
benissimo accorto che non faceva mestieri, tuttavolta l'ho voluta
esaminare con diligenza, perchè voi capite che la umanità deve andare
innanzi ad ogni cosa... e l'anima preme...

--Capisco!... l'anima, e il corpo altresì... Diavolo! Sicuramente... e
voi potete assicurarla, eh?

--Con certezza capace, capacissima a sostenere la tortura. I polsi
battono regolarmente, ed escludo ogni indizio, comunque remotissimo,
di gravidanza... sicchè vedete...

--Sicuramente; per formalità vi compiacerete, eccellentissimo signor
Dottore, rilasciarmene il solito _certificatino_ per metterlo in
processo, e procedere con tutti i modi legali prescritti dai
_veglianti regolamenti_.

--Volentieri, illustrissimo-signor Notaro; questi scrupoli vi onorano:
bisogna pensare che un giorno i nostri posteri leggeranno questo
processo, ed importa che veggano con quanta regolarità, e con quanto
riguardo procedemmo pei sacri diritti della umanità...

--E della giustizia, Eccellentissimo, aggiungeva il Notaro; la Dio
grazia non viviamo mica in tempi di barbari!

Anche a costoro pareva essere civili, e se ne vantavano. Il Notaro,
col certificato dello Eccellentissimo in mano, s'incamminò verso la
stanza degli esami.

Questa era una sala immensa, e forse un giorno servì per oratorio; da
capo, sopra un rialto di legno, stava il banco dei giudici coperto di
panno nero: nero il corame dei seggioloni: dietro il capo del
Presidente pendeva dalle pareti un immane Cristo nero scolpito nel
legno, il quale non avresti saputo dire se stesse lì per consolare, o
per mettere spavento nei miseri condotti dinanzi a lui; tanto lo aveva
scolpito truce il fiero scultore.

Siccome non si era per anche visto comparire nessuno dei giudici
all'uffizio, il dabbene notaro, che poteva vantarsi _l'ordine_
incarnato, si pose a dare sesto ad ogni cosa; accomodò i seggioloni
con simetria, mise su la tavola davanti al Presidente il certificato
del medico umanissimo, e l'orologio a polvere; ricollocò nel posto
consueto i grandi candeglieri di ottone rinettando i torchietti di
cera gialla dalle sgocciolature, e in mezzo a quelli il Cristo di
bronzo, sopra il quale gli accusati e i testimoni giuravano di
confessare la verità. Cotesto Cristo avevano più volte arroventato, e
così offerto al bacio degl'inquisiti di eresia, onde, lasciandolo
cascare a terra con paura, resultasse la doppia prova dello
aborrimento loro pel Redentore, del Redentore pel loro. O Cristo, se
non ti avessero inchiodato in croce, come non avresti menato le mani
sentendoti tante volte, e tanto sconciamente spergiurare! Nè qui si
rimase il metodico notaro, che volle eziandio ordinati i calamari e i
quinterni; tagliò le penne; di più le guardò di contro alla luce per
esaminare se le punte fossero pari e il taglio diritto, e le dispose a
scala una accanto all'altra a guisa di frecce, pronte ad essere tratte
contro San Bastiano legato al palo.

Poco oltre il banco un forte cancello di ferro separava questo spazio
dalla rimanente sala, ed anche là si vedeva un altro uomo che
apprestava gli ordigni del proprio mestiere, quasi per virtù di
simpatia; e questo era mastro Alessandro, celebrato giustiziere di
Roma. Mastro Alessandro appariva di membra proporzionato egregiamente;
senza adipe, muscoloso come atleta, olivastro di pelle, o piuttosto
bronzino; i capelli aveva ricciuti, e neri; le sopracciglia irte
calanti su le palpebre in modo, che dai peli rabbuffati vedevi
comparire la pupilla ardente come fuoco tra pruni; le labbra poi
sottili, e compresse parte per natura, parte per la lunga abitudine di
tacere: minutissime rughe gli attraversavano la fronte; se così fitto
avessero solcato gli anni, o piuttosto lo interno avvoltoio non si
sapeva, nè alcuno curava sapere; avvegnachè anche i suoi anni fossero
mistero e parecchi vecchi prossimi alla decrepitezza narrassero di un
mastro Alessandro carnefice ai tempi della loro puerizia: forse era
stato suo padre, o suo nonno; ma il volgo lo credeva lo stesso uomo; e
ciò gli accresceva la paura. Nello insieme però la sua faccia
dimostrava durezza, non bestialità: tipo degenerato, ma pur sempre
romano. Ci trattenemmo non senza ragione a descrivere così
particolarmente mastro Alessandro, avvegnadio ricorresse in quei tempi
il giustiziere spesso, quanto ai nostri ricorre il soprastante dei
carceri solitarii. E il Soprastante dei carceri solitarii, se lo
ricordino bene, è moneta con la effigie del Boia, tosata dalla Civiltà
con una lima presa nella bottega della Ipocrisia.

Nella stanza erano ritti parecchi pali con un braccio traverso, e in
cima a questo pendevano carrucole fornite di girelle di bronzo con
funi adattate a tirar su pesi; in terra sparsi piombi da mettersi ai
piedi per dare la corda con lo squasso, e tassilli, e canobbi, eculei,
capre, imbuti, sgabelli da vigilia, aliossi, torcie bituminose,
cordicelle di sverzino, fruste, flagelli con triboli in fondo, seghe
con altri più arnesi; corredo che la Ferocia e il Vitupero dettero
alla Giustizia quando la maritarono con lo Inferno. Mastro Alessandro
li passava tutti in rassegna, li rimetteva in sesto; qualcheduno
forbiva da certe macchie nere, che le vene umane vi avevano sprizzato
vermiglie. Il notaro e il giustiziere, ognuno dal canto suo si
apparecchiava a celebrare degnamente la solennità giudiziaria.

Intanto sopraggiunsero un altro notaro, e due giudici; i quali poichè
si furono ricambiati gli onesti salutari, ed ebbero lungamente
favellato del tempo, della stagione, della loro salute, e delle donne
loro, Cesare Luciani creatura bruttissima, con un capo che pareva un
corbello; di faccia verde, come composta di sego vieto e di verderame,
disse che l'aria fresca gli aveva inacerbita la gotta, e la tosse; ed
il notaro Ribaldella, che lo considerava suo protettore, gli
raccomandò con voce lacrimosa, che per lo amore di Dio avesse cura
della sua preziosa salute. Egli brontolando rispose:

--Lo faremo,--lo faremo, Giacomino;--e non può sapersi se questo
dicesse o maravigliato, o impaurito, o soddisfatto che vivesse
creatura al mondo la quale sentisse, o fingesse affetto per lui.

Un altro giudice (e questi passava per pietoso) così per la faccia
vermiglio, che pareva un terzino di vino puro lasciato per
dimenticanza sopra la mensa di madonna Giustizia, con occhi tondi,
fissi, e stupidi come quelli di un tacchino, saltò su a raccontare
come gli fosse toccato a vegliar tutta notte a cagione di un suo cane
preso dalla colica, e:

--Che volete?--egli aggiunse--gli è questo il mio pecco; mi sento il
cuore troppo tenero; proprio non era nato per fare il giudice
criminale.

E il Ribaldella lusinghiero:

--Illustrissimo, chi non vuol bene ai cani non vuol bene manco ai
cristiani.

--Certamente, Giacomino; stanotte (tra un nodo di tosse e un altro
continuò a dire il giudice Luciani), stanotte furono commessi quattro
omicidii, e sei furti. Stiamo su la traccia di certe streghe; e se
mettiamo loro le mani addosso, io vi so dire che ne faremo un processo
famoso. Questi processi, la Dio grazia, ogni giorno più spesseggiano,
e presto ha da capitare qualche altro Giordano Bruno[7] da mandarsi
alle fiamme. Io vi so dire, che non vidi mai più bel fuoco di quello
che fanno i filosofi: sicchè, Giacomino mio, studiate impratichirvi
presto, sapete. Il diavolo non manca mai di tagliare le legna al
giudice che vuol fare bollire la pentola.

--Pare impossibile! Voi sapete tutto, siete informato di tutto;--non
si sa come diavolo fate!--Eh! uomini istancabili come siete voi non ne
nascono più,--astutamente osservò il Ribaldella. A cui il Luciani:

--È una passione che ho avuto sempre fin da piccino; ma, vedete, io
pago in moneta di gotta la mia curiosità.

--Desiderate tabacco?--interruppe il notaro amico dell'ordine, il
quale aveva nome Bambagino Grifi, e pavoneggiando mostrò una magnifica
scatola.

--Stupenda! Superba!--esclamarono a coro i circostanti.--Questa è
nuova di zecca. A quante siamo arrivati?

--Me ne mancano dodici per compire le trecentosessantacinque, dove mi
fermerò. Lo Eminentissimo cardinale Evangelista Pallotta, per quanta
industria ei abbia adoperato, è giunto a trecento solamente; e poi,
salvo il debito ossequio, egli le compra a gatta in sacco, e, sto per
dire, come le pentole, purchè appaiano di forma diversa; ma io,
signori, no; laddove, non sieno tabacchiere storiche, e le non mi
vengano profferte coi certificati autentici della loro celebrità,
ancorchè fossero di oro e di argento non mi degnerei classarle in
collezione[8]. Ne possiedo una... una sola, che non cambierei col
bottone del piviale di gala di Sua Santità;--mi fate celia! Se ne
serviva il glorioso imperatore Carlo Quinto nel convento di San
Giusto, ed io potei acquistarla da un religioso di santa vita
dell'ordine dei Girolamini in baratto del naso di Santo Serapione,
devota reliquia conservata _ab antiquo_ in casa dei Grifi. E questa
qui, di cui vi credereste voi che fosse fattura? Sentite veh!
nientemeno che di Benvenuto Cellini...

--Mastro Alessandro, avete insaponato la corda?--domandò il giudice
Luciani infastidito al carnefice, il quale col capo gli rispose di sì.

--Osservate, continuava il notaro Grifo esaltandosi, il portentoso
magistero, e il sottile lavorìo di niello. E a chi immaginereste voi
che fosse appartenuta? Io ve lo dirò di un tratto. A monsignore Duca
di Guisa Enrico lo _sfregiato_, e la ebbi da certo padre Minore
Osservante che a Blois gli diede l'olio santo, quantunque lo
rinvenisse già spedito nell'altro mondo con la unzione di cinquanta
tra spadate e colpi di alabarda. Adesso vi racconterò il modo col
quale venni in possessione di tanto tesoro...

--Lo illustrissimo signor Presidente!--gridò un usciere spalancando la
porta; e tutti, tacendo, si volsero a quella parte donde si affacciava
il sole.

Ulisse Moscati si fece innanzi con passi gravi, e lenti. Cotesto suo
incesso non procedeva da burbanzosa jattanza: malgrado il lungo
esercizio della sua professione infelicissima, nello accostarsi al
banco dei giudici egli erasi sempre mai sentito compreso da ribrezzo.
Teneva il capo chino, e gli occhi intenti alla terra; gemendo
nell'anima cercava colà gli oggetti della sua tenerezza, la moglie
diletta e la figlia trilustre, che, seguendo da presso la madre in
paradiso, lui aveva lasciato solo sopra la terra, e quando per gli
anni già troppi sentiva maggiore necessità di consolazione. Di
sembianze appariva duro, nè poteva fare a meno; ma sotto cotesta
crosta di ghiaccio scorrevano le lacrime, le quali non piante
tornavano amarissime ad allagargli il cuore. Per natura inchinevole
alla pietà, ragioni di famiglia lo avevano costretto ad esercitare
ufficio da cui repugnava; e così tra fare una cosa ed aborrirla erasi
condotto a quella parte della vita, dove, spento il vigore dell'anima,
l'abitudine tiene luogo di volontà: adesso gli mancava la forza per
troncare il vecchio costume, e, come la più parte degli uomini
spossati, lasciavasi menare dalla corrente dei casi esterni. Esitanza
di voglie; inanità di affetti, sazietà di ogni cosa fastidioso il
rendevano a se stesso e ad altrui: immenso sentiva il bisogno di pace,
ma non sapeva dove trovarlo, nè donde gli potesse venire. Stato
passivo, che una foglia caduta, una farfalla che voli, un suono
improvviso, od altro simile avvenimento può determinare ad estrema
risoluzione. Ebbe fama di giureconsulto valente per quei tempi, e lo
fu; dacchè allora da per tutto, in ispecie, a Roma, far procaccio di
sofisticherie scolastiche chiamavasi scienza.--Di vero. le lettere
scarse e servili piacquero ai Preti; e quando nella universale
ignoranza esse valsero a somministrare fondamento alle tenacissime, ed
improntissime cupidità loro, giovandosi del credito e del decoro che
le accompagnano, le molte e generose odiarono, come quelli che tremano
del volo del pensiero, se prima, legatogli un laccio al piede, non ne
abbiano la cima stretta in mano. Però i Sacerdoti nel buio universale
tennero acceso un lampione che tanto lume spandesse dintorno, quanto
bastasse a rischiarare loro il cammino: quando poi si levò sul mondo
la luce, che deve illuminare tutti, si strinsero insieme smaniosi, e
vi soffiarono su; la propria scienza infante usarono come verga,
l'adulta altrui tentarono soffocare; invidia, e peggio. Così quando
sorse il sole dell'universo, quello di Roma declinò al tramonto. La
Umanità cammina a oriente, Roma a occidente; e ad ogni passo che
muovono rendono la separazione loro più ampia, ed irrevocabile.

Salutati cortesemente i colleghi e gli ufficiali minori, il Moscati
prese posto al suo seggio; dove essendogli per prima cosa caduto
sott'occhio il certificato del medico intorno allo stato di salute di
Beatrice, lo lesse due volte, poi pacato favellò:

--Pare dunque, che quante volte ne faccia di bisogno possiamo in
coscienza sottoporre alla tortura questa sciagurata fanciulla.

--Sicuramente, rispose tossendo il Luciani,--addirittura...

--Dubito però che le si possa applicare legalmente, per avere
l'accusata poco più di quindici anni. Su di che desidero sentire il
vostro savio parere, Signori...

--Io per me sono chiaro, soggiunse il Luciani, e non ha luogo dubbio.
Dirò nondimeno in tutta coscienza, e per convinzione, quello che sento
per la verità. Se consideriamo il diritto, per comune consentimento
troviamo stabilito come la età non faccia caso in _atrocioribus_; e
poichè atrocissimo, e immanissimo è il parricidio, così con piena
coscienza possiamo omettere in questo processo le regole della
procedura ordinaria. Inoltre, Signori miei, la malizia nella femmina
precorre di assai quella del maschio come la pubertà: di fatti, il
gius dichiara pubere la donna agli undici anni, l'uomo a quattordici,
nè la quistione della malizia già deve risolversi a ragguaglio degli
anni, o per presunzione astratta, bensì in ragione della prova di
fatto: per questo modo quei solenni giudici dello antico Areopago
condannarono saviamente a morte il fanciullo ladro della corona di oro
al tempio di Minerva, avendo saputo distinguere al paragone le fronde
del vero lauro dalle fronde dell'oro; e per me penso, e voi tutti,
signori Colleghi, ne andrete persuasi, che pravità maggiore di quella
mostrata da questi scelleratissimi nella strage paterna difficilmente
possa, non che trovarsi, immaginarsi. Se poi vogliamo attendere alla
pratica vi occorrerà copia di casi, per cui conoscerete che la età non
forma ostacolo; tra i quali piacemi ricordare quello che somministrò
materia a Sisto Quinto, pontefice veramente grandissimo, di profferire
auree parole. Monsignor Governatore faceva, col debito ossequio,
considerare al Papa non potersi, com'egli desiderava, condannare a
morte il giovane fiorentino, reo di resistenza alla corte in
Trastevere, perchè non avesse la età stabilita dalle leggi. _Se non
gli mancano altro che anni_, rispose quella bocca benedetta di Sisto
Quinto, _lo potete far morire addirittura, perchè noi gliene daremo
dieci dei nostri_[9].

E Valentino Turchi giudice collaterale, che presentava tutta la
sembianza di un cane da macellaro con gli occhiali, affermando
osservò:

--Ed io rincaro osservando, che non si trattava di caso
  atroce.

--Giustissima considerazione, soggiunse il vecchio Luciani, sentendo
quasi rimorso per non averla aggiunta al suo discorso.

Il Luciani, secondo la giustizia di cotesti tempi, aveva ragione da
vendere. Pur troppo la giustizia di oggi pare ingiustizia domani; anzi
da un luogo all'altro essa muta, e tale si condanna a Firenze, che si
assolve a Parigi. Di questo non vogliono rendersi capaci gli uomini
che giudicano: e sì che se vi pensassero sopra ventiquattro ore del
giorno non sarebbe abbastanza. Il Moscati non trovò da opporre cosa,
che valesse; onde, abbassati gli occhi, ordinò:

--Conducasi la prigioniera Beatrice Cènci.

E venne condotta. Circondata da molta mano di sbirri, e fatta subito
voltare con la faccia al banco dei giudici, ella non vide gli arnesi
lugubri di cui era ingombra la sala. Gli astanti appuntarono
cupidissimamente gli occhi in lei; e, percossi dalla sembianza divina,
pensarono tutti come mai tanta perversità di mente potesse
accompagnarsi con bellezza sì portentosa di forma. Tutti così
pensarono, tranne due soli, i quali ebbero il coraggio di sospettarla
innocente: e questi due furono il giudice Moscati, e il giustiziere
Alessandro.

Il notaro Ribaldella prese tosto ad interrogarla intorno alle sue
qualità, ed ella rispose nè timida, nè proterva, come conviene a
persona che senta la dignità della propria innocenza.

--Deferite il giuramento: ordinò il Moscati.

E il Ribaldella, impugnato il Cristo con tale un garbo, che parve
piuttosto volerglielo dare sul capo, che presentarglielo per compire
un rito solenne, disse:

--Giurate.

Beatrice distesavi sopra la destra candidissima, così favellò:

--Giuro sopra la immagine del divino Redentore, che fu per me
crocifisso, di esporre la verità perchè so, e posso dirla; se non
potessi o volessi, mi sarei astenuta da giurare.

--E così aspetta la giustizia da voi. Beatrice Cènci, incominciò a
interrogare il Moscati, voi siete accusata, e le prove in processo lo
dimostrano sufficientemente, di avere premeditato la strage del vostro
genitore conte Francesco dei Cènci, con la complicità della matrigna e
dei fratelli vostri. Che cosa avete da rispondere?

--Non è vero.

E con tale ingenuo candore pronunziò queste parole, che, non che
altri, San Tommaso si sarebbe chiamato vinto; ma il giudice Luciani
brontolava fra i denti:

--Non è vero, eh?

--Accusata; v'imputano, e le carte del processo lo provano
sufficientemente, voi avere, in compagnia dei predetti parenti vostri,
conferito il mandato a uccidere il conte Francesco Cènci ai nominati
Olimpio e Marzio banditi, con la promessa del prezzo in ottomila
ducati di oro; di cui la metà subito, e l'altra metà dopo consumato il
delitto.

--Non è vero.

--Adesso adesso vedremo se non è vero;--mormorava il Luciani, come se
le tenesse il bordone.

--Siete accusata, e dalla procedura resulta provato sufficientemente,
avere voi fatto dono, o dato per giunta di prezzo, al nominato Marzio
un tabarro scarlatto trinato di oro, che fu già del defunto conte
Francesco Cènci.

--Non è così. Il padre mio donò quel tabarro a Marzio suo cameriere,
prima che da Roma si partisse per la Rocca Petrella.

--Siete accusata, e dalla procedura resulta abbastanza provato, avere
voi fatto commettere la strage paterna alla Rocca Petrella il giorno
nove di settembre dell'anno millecinquecentonovantotto, e ciò per
comando espresso di Lucrezia Petroni vostra matrigna, la quale impedì
che si commettesse il giorno otto per essere la ricorrenza della festa
della Santissima Vergine. Olimpio e Marzio entrarono nella stanza dove
giaceva il conte Francesco Cènci, al quale era stato precedentemente
propinato vino coll'oppio; e voi, in compagnia di Lucrezia Petroni,
Giacomo e Bernardino Cènci, attendevate nell'anticamera la
consumazione del delitto. I sicarii essendo tornati indietro
sbigottiti, voi gl'interrogaste, che cosa ci fosse di nuovo: alla
quale domanda avendo essi risposto non sentirsi cuore a bastanza per
ammazzare un uomo che dormiva, voi li rimproveraste con queste parole:
«Come? se preparati non siete capaci di uccidere mio padre dormente,
immaginate se ardireste di pur guardarlo in faccia se fosse desto! E
per venire a questa conclusione voi avete già riscosso quattromila
ducati? Orsù, poichè la codardìa vostra vuole così, io stessa con le
mie mani ammazzerò mio padre, e voi non camperete molto». Per le quali
rampogne e minacce i sicarii rientrarono nella stanza dove giaceva il
conte Francesco Cènci, ed uno di loro postagli sopra l'occhio una gran
_ferla_, l'altro gliela conficcò prima nella testa, e poi nel collo,
donde accadde la morte del prefato conte. I banditi riscosso il saldo
del prezzo si partirono, e voi, in compagnia dei fratelli e della
matrigna, strascinaste il cadavere del trafitto genitore sopra una
vecchia loggia, dalla quale lo dirupaste su di un albero di sambuco.
Che rispondete?

--Signori miei, rispondo che domande di tante, e tanto orribili
perversità vorrebbero volgersi più acconciamente ad un branco di lupi,
che a me. Io le respingo con tutta la forza dell'anima mia.

--Siete accusata, e lo chiarisce il processo, avere voi consegnato
alla donna Laurenza Cortese, cognominata la Mancina, un lenzuolo
intriso di sangue perchè lo lavasse, ponendo mente di avvertire la
curandaia provenire questo sangue da perdite copiose; e siete accusata
altresì aver fatto uccidere Olimpio dal bandito Marzio, per paura che
costui rivelasse il delitto alla giustizia. Rispondete.

--Posso io favellare?

--Anzi vi s'impone: favellate apertamente tutto quanto valga a
chiarire la giustizia, e difendere voi dall'accusa.

--Signori! Che io non venissi educata a siffatti orrori, non importa
che dica; vi parlerò ingenua come il cuore mi detta, e voi scuserete
la insufficienza mia. Di poco oltrepasso i sedici anni; me educarono
la santissima madre mia donna Virginia Santacroce, e donna Lucrezia
Petroni femmina preclara per pietà; nè gli anni miei, nè
gl'insegnamenti altrui persuadono a sospettare in me gli atroci
delitti i quali appena s'incontrano nelle Locuste, ed in altre famose
colpevoli, che pure mano a mano s'indurirono a misfare. Posto eziandio
che la natura avesse voluto creare in me un prodigio di perversità,
considerate, di grazia, come la indole atroce tanto non possa celarsi,
che in parte almeno non trapeli, per così dire, novizia, prima che
stampi profonde le orme nel sentiero della maledizione. Ora quale io
mi sia stata, e come io abbia vissuto, vi sarà facile conoscere
interrogando gli amici, i parenti, e i servi di casa. La mia vita è
libro che si compone di poche pagine; svolgetelo, consideratelo
attentamente, e tutto. Poi, se non prendo errore, mi sembra che per
giudicare con discretezza le azioni umane faccia di mestieri avvertire
le cause, che possono averle per avventura persuase. Qual fine
pertanto immaginereste voi, che mi muovesse a così enorme delitto?
Cupidità di averi? Ma la più gran parte dei beni di casa Cènci
vincolati a fidecommisso credono al maggiorasco. Dei benefizii, delle
prebende, e di uffici altri siffatti non si avvantaggiano le femmine.
A me era ignoto, che il mio defunto genitore avesse per testamento
disposto dei beni liberi a favore di luoghi pii: morendo di morte
violenta ed improvvisa, doveva supporlo intestato; e da questi beni
del pari, come femmina, mi avrebbero escluso le leggi. La mia sostanza
mi viene dalla madre, che il padre non poteva tormi; e, tra doti e
stradotali, ho sentito dire che sommi a quarantamila scudi: sicchè
vedete, che avarizia non ci può entrare. Io non nego, anzi confesso,
che mio padre mi facesse passare giorni pieni di amarezza, e... ma
religione vieta ai figli volgersi addietro a riguardare la tomba
paterna per maledirla, onde io mi astengo da mettere troppe, e non
degne parole su questo: bastivi tanto, che volendo sottrarmi alle
diuturne sevizie, e procurarmi meno tristo vivere, fra i cattivi
partiti pessimo aveva da comparirmi quello del parricidio;
imperciocchè oltre alla eterna dannazione dell'anima nell'altra vita,
fosse pieno di rimorsi, di pericoli e di paura in questa. Non mi
mancavano poi esempi domestici di pratiche riuscite prosperamente, le
quali mi ammaestrassero il modo di tutelarmi dalle paterne
persecuzioni. Olimpia mia maggiore sorella ricorse alla benignità del
Santo Padre, e mercè umile memoriale ottenne le onorate nozze col
Conte Gabbrielli di Agobbio: e di vero com'ella m'insegnò io feci,
scrivendo una supplica, e la consegnai a Marzio affinchè mi usasse la
carità di presentarla allo Ufficio dei memoriali...

--Sapete voi, che veramente la vostra supplica fosse
  presentata?

--Signor mio, io la raccomandai a Marzio onde fosse messa in corso.

--E perchè affidaste a Marzio commissione tanto importante?

--Ah! mio padre mi teneva chiusa; sicchè, tranne Marzio, in cui mio
padre unicamente confidava, non mi era dato abboccarmi con altra
persona in quel tempo.

--Proseguite.

--E supponete, che la natura m'avesse dato la ferocia, il padre il
motivo, il diavolo la occasione per commettere il delitto, ditemi,
potreste voi immaginare modo più assurdo per consumarlo di quello che
finge l'accusa? Perchè adoperarvi il ferro? Con ottomila ducati
possono facilmente procurarsi veleni che uccidono come il mal di
gocciola, o disfanno come le febbri etiche, senza lasciare vestigio
alle indagini della giustizia; ma che dico io, che possono procurarsi
veleni? L'accusa suppone averli io procurati; nè solo procurati, ma
propinati: dunque se versai al padre mio vino alloppiato per farlo
dormire una notte, bastava aumentargli la dose perchè non si
svegliasse mai più in questo mondo. A qual pro tante operazioni
pericolose? A qual pro banditi? Perchè tanti complici, sovente
traditori, sempre funesti? E soprattutto, qual bisogno, qual consiglio
fu quello di chiamare a parte della congiura Bernardino, fanciullo di
dodici anni? In che cosa poteva giovarmi costui, o piuttosto, in che
cosa non doveva aspettarmi ch'egli non fosse per nuocermi? Se in casa
Cènci viveva un lattante, anch'egli avrebbe tenuto per complice
l'accusa; come se, tolto in fastidio il materno latte, con gridi e con
minacce avesse chiesto nudrimento del sangue del padre? Assurdi
paionmi questi, e sono. Don Giacomo quando avvenne il caso funesto
trattenevasi in Roma, e di questo potrà somministrarvi buone
testimonianze. Del tabarro vi dissi. Del lenzuolo può darsi; altre
volte udii raccontarlo, ed aggiunsero la curandaia avere confessato
che glielo consegnò una donna di trent'anni: ora nè io ho trent'anni,
nè parmi dimostrarli; almeno non li dimostrava allorchè non era
passata per tante tribolazioni; e il luogo dove si asserisce che la
curandaia lo trovasse macchiato, esclude il sospetto che sgorgasse dal
capo del giacente. O Signori! voi siete valentuomini, e pratichi di
queste materie; onde io non dubito che sarete per ricusare fede a
tante gagliofferie. A che il chiodo e il mazzuolo? I banditi vanno
sempre armati oltre il bisogno di pistole e di pistolesi; pensate un
po' se gli avessero lasciati quando venivano appunto per commettere
omicidio! Bene trovo, che il chiodo venne adoperato per ammazzare
Sisara; ma Giaele non faceva professione di sicario, nè ella aspettava
il nemico nella sua tenda.--Perchè avrei strascinato io il cadavere,
mentre uomini poderosi ne circondavano? Forse così persuadeva il
bisogno? No certamente. Forse m'inviperiva ferocia d'istinto? Oh! Le
cose fuori dell'ordine naturale non si suppongono; e moglie, e figlia
che strascinansi dietro il corpo del marito e del padre come due volpi
un coniglio, avrebbero mosso in un punto a riso e a ribrezzo gli
stessi banditi. Se qui avete cuore,--e con una mano si toccò il
petto;--se qui senno,--e coll'altra si toccò la fronte,--non pure
cesserete angustiarmi l'anima sconsolata con simile accusa, ma vi
guarderete di confondermi la mente col miscuglio di tante mostruosità.

E tutto questo pronunziava Beatrice speditamente, con tuono di voce, e
garbo bellissimi; per la qual cosa gli astanti, con le braccia tese
sopra i banchi, inclinato il corpo e sporgente la faccia, stavano in
ammirazione: fino il notaro Ribaldella, con la manca ferma su i fogli
e la destra sospesa in alto, era rimasto senza scrivere: fino
l'auditore Luciani maravigliando aveva esclamato:

--Come s'impara presto alla scuola del diavolo!

--Io vi ammonisco, riprese il presidente Moscati, a mantenere la
promessa di confessare la verità, e ad osservare la religione del
giuramento; imperciocchè i vostri complici abbiano ormai palesato la
colpa, e ratificato la confessione con la prova della tortura...

--Come! Dunque pel dolore dei tormenti non hanno abborrito di
aggravarsi l'anima, ed infamarsi perpetuamente? Ah! La tortura non fa
prova di verità...

--Non fa prova di verità la tortura?--proruppe furibondo il Luciani,
incapace di contenersi più oltre; e levatosi mezzo da sedere,
appoggiava le mani sopra i bracciuoli della sedia sostenendo il corpo
tremante. Se avessero calunniato l'onore della consorte e delle
figliuole sue non sarebbe salito a tanto furore.--Non fa prova di
verità la tortura, che i giureconsulti tutti, _nemine nemine
discrepante_, predicano la regina delle prove? Te ne avvedrai fra poco
se la tortura abbia virtù di far confessare il vero...

Beatrice scosse il capo, come un mal vento glielo avesse bruttato di
polvere, e continuò:

--Donna Lucrezia, già attempata, pingue, nudrita nelle delicature di
poco animo, non prevedendo il male futuro, in grazia di sottrarsi al
male presente si è condotta di leggieri a confessare il falso. Con
Bernardino fanciullo non faceva mestieri tormento; per indurlo a
confessare quanto da lui si voleva bastava un po' di treggèa. Giacomo
poi da lungo tempo sente fastidio della vita; ed altre volte ha
tentato gettarla, come peso troppo grave per lui. Tali sono quelli che
provaste con la tortura, e presumete avere scoperto il vero?

--Non tutti questi furono i vostri compiici, soggiunse il Moscati.
Altri pure confessò.

--Chi dunque?

--Marzio.

--Ebbene; mi venga Marzio davanti, e vediamo un po' se ardisce
sostenermelo in faccia. Quantunque io debba credere l'uomo capace
delle più orribili cose, se da me non lo sento ricuso prestar fede a
tanta iniquità.

--Ebbene; chiaritelo da per voi stessa...

--Ahimè!

E parve questo uno di quei sospiri, che rompono il cuore che lo esalò.
Beatrice allora volse gli occhi, e vide quello che non aveva scorto
prima, lo apparecchio degli arnesi infernali, e rabbrividì dal capo
alle piante. A piè d'una forca stava Marzio, o piuttosto l'ombra di
Marzio: la pelle gli s'informava dalle ossa, e, se togli gli occhi
vitrei, ogni altra parte del corpo pareva morta in lui; avresti detto
che lo avessero tratto colà per ispirarvi l'anima: egli tentò muoversi
per gittarsi ai piedi di Beatrice, ma non potè mutar passo, e cadde su
la faccia stramazzone per terra. Beatrice stette a considerarlo un
istante bieca negli occhi; il piede irrequieto fece atto di
calpestarlo; ma di subito l'ira le si converse in pietà, e chinò le
braccia per sovvenirlo a rilevarsi.

--Dunque, con un filo di voce favellò Marzio, mia dolce signora, sono
io sempre degno della vostra pietà? O signora Beatrice, abbiatemi
compassione per lo amore di Dio; chè io sono misero... misero... ma
misero assai.

--Marzio, perchè mai mi avete accusata? Che cosa vi ho io fatto, onde
anche voi vi siate congiurato con gli altri per tormi la fama?

--Ah! conosco tardi la mano divina che mi percuote; tardi, che la
innocenza sola può darci contentezza: io tenni altra strada, ed ecco
mi trovo ad avere fabbricato, con la mia, l'altrui rovina: e di me
pazienza; ma di tanti altri innocenti... oh!... Io ammazzai Olimpio
temendo che la sfacciata scelleraggine di costui non vi offendesse, e
mi è riuscito il contrario. Ma io giuro per quel Gesù che dovrà
giudicarmi fra poco, che mai ebbi intenzione di nuocervi. Sazio di
vita, logoro dalla infermità, lacerato dal rimorso dei commessi
delitti, sbalordito dai tormenti, io nulla intesi di quanto mi
lessero, e mi fecero affermare; confessai tutto quello che vollero, a
patto che mi mettessero a morte, e subito: essi non mi tennero fede, e
le mie parole hanno convertito in stiletti per piantarli nel cuore di
creature innocenti...

--Signor Presidente, interruppe l'auditore Luciani, non penso io già
che voi ci abbiate radunati per udire recitare egloghe fra Amarilli e
Melibeo.

--Approvo l'assennatissima osservazione del meritissimo auditore
Luciani,--rincalzava per parte sua il giudice Valentino Turchi.

--Abbiate pazienza, Signori, gli ammoniva placido il Moscati, e
rammentatevi che noi non siamo convenuti qui per sollazzarci: poichè
sta in noi la terribile facoltà di troncar le parole con la mannaia,
lasciamo ai miseri lo infelice sfogo del pianto.

--Per piangere non mancherà loro il tempo quando saranno tornati in
prigione: se voi, signor Presidente, vi foste preso cura di voltare
l'orologio a polvere, vi sareste accorto come sieno già passate due
ore senza costrutto di nulla. Lo Stato per certo non ci paga onde in
siffatta guisa noi scioperiamo... e continuando di questo passo,
chiederei licenza di andarmene ad accudire a faccende di maggiore
rilievo.

--Dio vi accompagni...

Ma il tristo non si giovò del commiato del Presidente; anzi parve
accomodarsi con agio maggiore sopra la seggiola. Intanto il Moscati
voltosi a Marzio gli disse:

--Accusato, rispondete breve: ratificate, o no, il vostro esame in
confronto dell'accusata?

--Signori Giudici! oggimai il male, che voi volete farmi, sarà grave
ma corto. Io conosco trovarmi presso a comparire davanti al tribunale
di Dio, a cui non fanno di mestieri confessioni nè testimoni.--Tanto,
voi potete scorciare il filo di questa mia vita; allungarlo no. Orsù;
udite la verità come la conosce Quello che ha da giudicare me, ed
anche voi. So bene queste essere le mie ultime ore, e chi sa come
orribilmente dolorose!... non importa... benedette elle sieno, poichè
per esse mi è dato porgere testimonianza della innocenza di questa
divina fanciulla. Chi fosse Francesco Cènci molti di voi l'avrebbero a
sapere, che si saranno trovati ad esaminarlo, e a giudicarlo per
gl'immanissimi suoi misfatti.--I santi del suo calendario furono
delitti uno più atroce dell'altro; suo passatempo pestare le leggi
divine ed umane; a lui parve aver posto la natura i confini, dinanzi
ai quali i più solenni scellerati si arretrano, solo per provare la
sua empietà a saltarli. Tale fu il Cènci: e chi di voi lo ignora? Un
giorno cotesto demonio mi fiatò accanto, e mi seccò il cuore.--Avete a
sapere. Signori, che io aveva contratto le nozze con una fanciulla di
Vittana... Annetta... dopo la Madonna Santissima, da me, povero
orfano, adorata; ed ei me la rapì bella, fresca, e piena di vita... e
me la rese... sì, me la rese; ma cadavere trasformato, con uno stile
nel petto che la passava da parte a parte. Lo assaltai nella rocca,
che, per le infamie commesse dentro le sue mura, ha titolo di Ribalda;
e non ve lo trovando, detti il guasto alle case: quanto mi capitò
sotto le mani arsi: su quelle pietre rimangono i vestigi delle mie
fiamme. Lasciai il paese, sacramentando trarne vendetta di sangue
sopra la sua famiglia e su lui. Mi ridussi a Roma, m'industriai a
entrargli in casa, e vi riuscii: mi venne fatto altresì di guadagnare
la sua grazia; con quali argomenti non importa dire... a rammentarli
mi mettono ribrezzo; e neanche vi narrerò quello che egli mi
confidasse... bastivi, che furono cose da sgomentarne lo stesso
demonio. Colà, mentre studio portare a compimento la vendetta, conobbi
lo inenarrabile affanno della sua famiglia. I figli odiava come
nemici: Dio supplicava ed i Santi affinchè gli concedessero, prima di
morire, la grazia di vederli tutti ammazzati. Andate nella chiesa di
San Tommaso, e troverete i sepolcri ch'egli aveva fatto apparecchiare
pei figli che bramava seppellirvi;--andate, e vedrete accanto ad un
suo figliuolo sepolto... chi? un cane.--Una sola creatura amava... ho
io detto amava? Ho detto male, e pure non saprei esprimermi
diversamente: temo aver detto poco, e più non saprei dire senza
cuoprirmi il volto per la vergogna... ma io non posso alzarmi le mani
alla faccia... perchè voi mi avete fatto troncare i bracci dai
tormenti.--Amava dunque Beatrice. Carceri, fame, battiture, e le
peggiori assai corruttele, lusinghe, e immagini abbominevoli, tutto
adoperò lo infame vecchio per contaminare questo angiolo di purità.
Allora la compassione mi vinse per la infelice famiglia che io aveva
giurato sterminare, ed in un giorno solo io impedii più delitti, che
voi forse non avete giudicato in un anno. Quando giunsero al Conte
Cènci di Spagna nuove della morte dei suoi figliuoli Rocco e
Cristofano, gli bastò l'animo imbandire convito ai parenti e agli
amici, dov'egli disse, e fece cose, che parve miracolo se Roma non
sobbissasse: ricercatene i commensali; erano tra questi Cardinali di
Santa Madre Chiesa, e Baroni cospicui. Quando la gente, cacciata via
dal terrore, lasciò la sala deserta, egli, ebbro più di empietà che di
vino, osò levare le scellerate mani sopra Beatrice. Cotesto sarebbe
stato il suo ultimo giorno, però che io dietro le spalle di lui
alzassi un vaso di argento per ispezzargli il cranio, se questa
innocente, urlando, e riparandolo con le braccia, non lo avesse
salvato. Mosso da lei con ardentissime preghiere di non attentare alla
vita del padre, io non volli deporre la mia vendetta; ma determinai
uscire di casa, e coglierlo altrove. Però il maligno vecchio mi aveva
tolto in sospetto; e, fingendomi amore, m'inviava alla Rocca Petrella
por apprestargli le stanze. Le stanze!--Già aveva innanzi spedito alla
posta sicarii perchè mi ammazzassero, e intanto mi donava cortese il
tabarro scarlatto trinato di oro; e comecchè io mi difendessi da
accettarlo, non mi parendo dicevole al mio stato, egli volle che ad
ogni patto io lo prendessi per preservarmi dalla influenza della
malaria viaggiando per la campagna romana: così egli diceva; ma invero
perchè il tabarro rosso servisse di contrassegno ai sicarii. Mi salvai
dalle sue insidie, e le tesi a lui: raccolsi una mano di compagni; e
quando mi credeva morto, lo feci prigione nel suo ultimo viaggio alla
Ribalda, e lo trassi alle caverne di Tagliacozzo. Colà doveva morire;
ormai pareva che ingegno, o potenza di uomo non valessero a salvarlo;
e pure ei fu salvo. Bevemmo certo vino alloppiato, che il Conte si
portava seco da Roma; e mentre eravamo immersi nel vino ci fu tolto di
mezzo, comecchè io tenessi la chiave del suo carcere in tasca. E il
suo liberatore chi fu? Eccolo; questa divina figliuola. Non per questo
deposi il fiero animo, anzi sempre più mi arrovellai nella vendetta;
ed una notte, avendo prima speculato cautamente il luogo, tolti meco
due compagni, per una finestra del piano terreno, rotta la inferrata,
penetrai nella ròcca: qui ci spartiamo a perlustrare la casa; uno dei
miei compagni vede traversare un'ombra; si nasconde nel buio, e poi le
tiene dietro alla lontana: l'ombra ascende le scale della torre, apre
una stanza, ed entra: il mio compagno si affretta a seguitarla; tocca
la porta, gli cede; sia che non volesse, od obliasse riservarla colui,
che andava avanti stimandosi sicuro. In cotesta carcere il Conte Cènci
teneva chiusa la figlia Beatrice in guiderdone della vita salvata...
Dovrò io dire che cosa traeva costà l'empio vecchio?--No... ve lo dica
il ribrezzo, che a voi, tutti padri, fa tremare le carni e le ossa...
e il mio compagno gli si avventò sopra, e di coltello lo uccise, meno
in grazia della mia vendetta, che per vendicare la natura; e fece
bene: e chiunque fra voi sostenesse che non avrebbe operato
altrettanto, io lo dichiaro qui, alla presenza di Cristo, più
traditore di quello che gli diè la guanciata. Noi strascinammo il
cadavere maledetto, noi lo precipitammo giù dalla loggia su l'albero
di sambuco. La signora Beatrice fu desta al rumore del tracollo che
fece il trafitto sul pavimento. Il lenzuolo rimase intriso nel sangue
del Conte; ma nè ella il vide, nè ella lo diede alla lavandara, perchè
cadde tramortita nella prigione; e quinci tratta semiviva, giacque più
giorni in letto travagliata da fierissima convulsione. Olimpio
ammazzai io, e come, e il perchè vi dissi... A Napoli confessai quello
che vollero, per forza di tormenti... questa è verità... ogni altro
menzogna... Ora di me fate quello che vi piace.--Intanto, concludendo,
ringrazio di vero cuore Dio, il quale mi ha dato tanta lena da
finire... perchè tornare da capo io non potrei... E ciò detto cadeva
giù in terra un'altra volta, se mastro Alessandro, prontamente non lo
soccorreva.

--Ditemi, signor Presidente, non ci sarebbe pericolo ch'ella lo avesse
stregato?--sussurrò il Luciani, in aria di mistero, nell'orecchio al
Moscati; e siccome questi fece spallucce senza rispondere motto, il
Luciani continuò a brontolare:--Già... già... voi non credete a
questo... vi pare novella... badate a non lasciarvi allucinare dai
lumi tenebrosi del secolo, perchè io vi so dire ch'essi rischiarano un
cammino solo, e questo è quello che mena dritto all'inferno.

Al Moscati acerbamente dolse la petulanza del Luciani: tuttavolta,
sentendo mettere in dubbio la sua fede, imperciocchè in quei tempi
credere nelle streghe fosse articolo di fede, come colui che piissimo
uomo era si scosse, e domandò risoluto al Luciani:

--Signor Auditore, e per qual causa dubitate voi che io non creda alle
fattucchierie? Io ci credo benissimo; ma qui non parmi che cada il
caso.--Dunque persistete a ritrattarvi, accusato?

Marzio assentiva col capo.

--Tortura definitiva... non ci è rimedio, sempre pronto osservava il
Luciani; e Valentino Turchi ripeteva latrando:

--Non ci è rimedio; tortura definitiva.

Il Moscati, trattosi il fazzoletto di tasca, si asciugò il sudore
dalla fronte; poi si volse al notaro, e gli disse:

--Notaro, ammonite lo accusato a non insistere nella sua
ritrattazione... ammonitelo, che diversamente la legge vuole che venga
esposto alla tortura definitiva... ammonitelo, tortura definitiva...
che sia... e in caso di persistenza stendete il decreto.

--Il dabbene uomo queste proposizioni favellava singhiozzando, e il
notaro per filo e per segno le ripeteva a Marzio; cerziorandolo
inoltre, che tortura definitiva significava applicarlo ai tormenti
_usque ad necem_; le quali parole latine, in lingua volgare suonavano
_fino alla morte_. Marzio anche a questo assentì col capo, perchè
ormai la lingua ingrossata gl'impediva la favella. Disteso, letto, e
sottoscritto il decreto, il notaro Ribaldella, volto prima al Luciani,
che alacre gli ammiccava con gli occhi, disse al carnefice:

--Tocca a voi.

Mastro Alessandro prese le braccia di Marzio; gliele tirò dietro la
schiena; le soprammise una all'altra; le legò con un nodo in croce;
tentennò il canapo per assicurarsi se scorresse spedito dentro alla
carrucola, e poi, cavandosi il berretto, domandò:

--Illustrissimi, con lo squasso, o senza squasso?

--Diavolo! con lo squasso, s'intende, e co' fiocchi...--rispose il
Luciani, che non si poteva contenere in verun modo.

Gli altri affermarono assentendo col capo.

--Mastro Alessandro, sovvenuto da uno dei suoi valletti, trasse su
piano piano Marzio. Beatrice inclinò la faccia sul petto per non
vedere; ma poi fu spinta da uno interno moto ad alzarla.--Orribile!
orribile!--Urlando si coperse gli occhi con ambe le mani... quel nudo
ossame, stirato in truce atteggiamento metteva a un punto terrore e
pietà. Il giustiziere, poichè ebbe fatto toccare a Marzio con le
braccia tese in angolo sopra la testa la traversa della forca alta sei
braccia da terra, si recò in mano il capo della fune, e lasciò andare.
Marzio rovinò giù a piombo fino a quattro dita distante dal pavimento:
tremendo fu lo squasso, e si sentirono scricchiolare le ossa, e
stracciarsi i muscoli. Marzio spalancò gli occhi stralunati come se
volessero schizzargli fuori dei cigli; aperse la bocca spaventevolmente
mostrando tutti i denti, e un singulto secco gli chiuse la gola: subito
dopo si sentì come un leggiero gorgoglìo, e dalla bocca aperta apparve
una bolla d'aria, che scoppiando lasciò gocciare giù dagli angoli dei
labbri bava sanguigna. In fede di Dio egli era stato uno dei più famosi
squassi, che avesse saputo dare mastro Alessandro in vita sua: s'egli
se ne compiacesse, o se ne dolesse, non poteva indovinarsi; stava duro,
e taciturno a considerare l'opera sua.

--Su, mastro Alessandro, da bravo... agguantamelo con un altro squasso
dei buoni,--appoggiate ambe le mani ai bracciuoli del seggiolone, e
mezzo ritto con la persona, insisteva l'auditore Luciani.

--Non monta, Illustrissimo; l'ultimo squasso glielo ha dato la morte.

--Come? come? È morto?--imbestialito urlò il Luciani.--Perchè lo avete
fatto morire voi? Perchè ha ardito morire costui prima di annullare la
sua ritrattazione?

E siccome mastro Alessandro stringendosi nelle spalle non fece motto,
il giudice instava:

--Vediamo,--proviamo se fosse sempre vivo; dategli una stretta co'
tassilli--un po' di fuoco sotto le piante, per tentare se gli
tornassero gli spiriti.

E si levava, quasi per aiutare mastro Alessandro; sennonchè il
Moscati, sdegnoso, lo tenne pel braccio esclamando di forza:

--Per dio! vi sovvenga della dignità del vostro ministero! Siete voi
giudice, o giustiziere?

Ma il Luciani svincolò il braccio; e, padroneggiato dal bestiale suo
istinto, si fece in fretta presso il carnefice, che teneva stesa la
mano sul cuore di Marzio, e ansiosamente lo interrogò:

--Ebbene?...

--Illustrissimo ve l'ho già detto, egli è morto.

Allora il Luciani, pieno d'izza, voltando il discorso al cadavere lo
rampognava:

--Ah mi sei scappato, furfante! Sei morto per giuntare la giustizia
della confessione, e mastro Alessandro di cinquanta scudi di salario
per impiccarti.--E quindi tornando al banco, con voce e gesti
infelloniti di faccia al Moscati gridava:

--Su via, signor Presidente, battiamo il ferro quando è caldo:
mettiamo a profitto lo sgomento che deve avere incusso il terrore
nello spirito dell'accusata;--sentiamo un po' in qual nota canti
costei a suono di corda;--e dardeggiava gli occhi contro Beatrice come
lingua di vipera.

--Basta, ordinò severamente il Moscati; io regolo il processo: la
seduta è chiusa;--e mosse per uscire.

Il notaro Grifo, vinto dal costume, si trattenne alquanto per nettare
le penne; e ripostele frettoloso in bell'ordine, corse dietro ai
giudici dicendo:

--Adesso terminerò raccontarvi, com'io acquistassi la tabacchiera del
signor Duca di Guisa...

Beatrice, bianca come un lenzuolo da morto, tentennò per cadere; le
labbra le diventarono pagonazze, e gli occhi suoi tremolarono
smarriti; indi a breve scosse il capo, e lo rialzò a guisa di albero
piegato dal remolino che passa; poi animosa andò incontro al cadavere
di Marzio, gli stette davanti, lo guardò fisso, e favellò:

--Sciagurato! Tu non hai potuto salvarmi; ma ti perdono, e supplico
Dio che ti perdoni. Tu hai peccato molto; ma hai amato, e patito anche
molto. Tu non vivesti alla virtù, ma sei perito per la verità. Io
t'invidio... chè la mia vita è tale, da portare invidia ai morti[10].
Adesso non posso dimostrarti l'amor mio (e sì dicendo stese lo indice
e il pollice, li soprappose ai cigli del morto e gli chiuse gli occhi,
ch'egli teneva sempre aperti in molto terribile maniera; poi trasse un
pannolino e gli asciugò le labbra dalla bava sanguigna) in altro modo,
che rendendoti questo ultimo ufficio, e te lo rendo di cuore.--Ciò
detto si volse ai custodi, e con fermo sembiante riprese: ora torniamo
al carcere.

Ma il fitto ribrezzo delle carni palesava la tremenda commozione
dell'anima sua: le gambe le tremavano sotto, e ad ogni passo incespava
per cadere. Mastro Alessandro trattosi il berretto di capo, e
tenendosi lontano con doverosa distanza, così le favellò:

--Signora, io so che non mi potete toccare; così a Dio piaccia, che io
non tocchi mai voi: voi avete bisogno di qualcheduno che vi sostenga;
se me lo concedete io chiamerò tale, su cui vi appoggerete senza
paura: di mala pianta nacque, e in carcere; e non pertanto è fiore,
che può presentarsi alla Madonna... è mia figliuola.

E con un fischio prolungato chiamò: indi a breve fu vista comparire
una fanciulla bella sì, ma bianca, bianca come voto di cera.
Poveretta! ella sapeva essere nata alla sventura.

--Virginia, le disse il padre, da' braccio a questa Signora... è
disgraziata quanto te.[11]

Beatrice fissata la fanciulla in volto, si sentì bene disposta verso
di quella: quando poi intese che si chiamava come la madre sua. le
sorrise mesta, e le si appoggiò sul braccio incamminandosi al carcere.

Mastro Alessandro avvisatamente dava cotesta terribile strappata di
corda a Marzio, tentando farlo restare sul colpo; e come aveva
immaginato gli riuscì, stante il miserabile stato in cui lo infelice
si trovava ridotto: non mica per odio; all'opposto, per pietà. Onde
costui morisse presto, e con meno patimenti, il boia mandava male una
trentina di scudi; e per boia non era poco, anzi moltissimo: troppo
più, che le pietose viscere, di un Soprastante di carceri umanitarii
non gli potrebbero permettere; il quale per trenta scudi e un po' di
seta tinta nel sangue di Santo Stefano venderebbe trenta Cristi, con
la Beata Vergine per giunta; e se colmo la misura di un grano solo, il
diavolo mi porti mentro che scrivo.


NOTE

  [1] Le gentildonne, nei tempi che descrivo, non andavano mai sole
    per le pubbliche vie; bensì con marito, o parente; e, in difetto
    di questo, accompagnate da un servo di fiducia, il quale dal
    colore dei suoi abiti distinguevasi col nome di _uomo nero_.

  [2] Le porte delle prigioni, almeno le principali, costumarono
    fabbricare basse; e tal'era anche la porta delle carceri di
    Firenze, oggi demolite, chiamate _Stinche_. Il BERNI giocondamente
    la descrive nel suo Capitolo in lode del _Debito_. Anche adesso
    non sono andate in disuso, e nelle prigioni umanitarie io le ho
    notate. Quale ne sia la causa, io non saprei: non certo quella di
    prevenire la fuga: forse, e senza forse, per un lusso di martirio.
    Devo ancora avvertire, che queste carceri non si espongono
    all'adorazione delle vezzose e tenere visitatrici: se ne avessero
    vaghezza, andando alle _Murate_, prigioni di Firenze, domandino le
    tenere visitatrici all'amabile Conduttore, e ne rimarranno
    edificate.

  [3] Pomponio Leto, di casa Sanseverina, fu perseguitato da Papa
    Paolo II insieme col Platina, ed altri felicissimi Ingegni. Questo
    pontefice soppresse il Colleggio degli Abbreviatori, e si mostrò
    acerbamente avverso ad ogni maniera di lettere umane. VALERIANO,
    _Della felicità dei letterati_, PLATINA, nella _Vita di Paolo II_.

  [4] Questa avventura degli sproni accadde in Francia nella strage di
    San Bartolommeo, e fu trovato di una dama cattolica per salvare il
    suo amante ugonotto. La riporta BRANTOME.

  [5] Il signor Rougier de la Burgerie calcola, che in Francia sieno
    10 milioni di passeri; che ognuno di loro consumi libbre 20 di
    grano, e così in tutti mette a perdita 200 milioni di libbre di
    quel frumento; ma perchè ogni passero per quattro settimane
    nutrisce la sua nidiata esclusivamente di insetti, ritiene che
    ogni coppia di passeri ne divori 26880, e così in tutti 136
    bilioni, e 400 milioni: e siccome, anche passato tutto questo
    tempo, i passeri durano a pascere insetti, così non gli par forte
    portare a 300 bilioni questi enti nemici alla prosperità della
    Francia distrutti dai passeri. Però le passere si devono stimare
    come una _seconda provvidenza_ di cotesto paese felicissimo: in
    quanto alla prima è posto preso.

  [6] Dolcezze di carceri umanitario. Se taluno s'infastidisse
    leggerle, lo prego a pensare ch'io le soffersi, e di parecchie
    tacqui per non parere esagerato.

  [7] Anco questo è anacronismo, però che Giordano Bruno fosse
    condannato al fuoco nel 17 febbraio 1600. Dicono che tanta infamia
    si commettesse in odio agli Spagnuoli, ed è scusa trista quanto la
    colpa. ARTAUD DE MOUTOR, gesuita laico che ha scritto la Vita dei
    Papi, nega risolutamente il fatto; senonchè, poche pagine dopo,
    accusa i Veneziani perchè lo consegnarono al Papa, e non ne
    proseguirono il processo a Venezia, sopportando così che la
    sentenza di cotesto filosofo venisse dettata dagli Spagnuoli. Bara
    coerenza di storico! Il medesimo scrittore si fa a confutare la
    opinione di coloro che affermano, il supplizio del fuoco inventato
    dai Cristiani contro gli Eretici; e dichiara com'esso
    ordinariamente si praticasse dai principi secolari in pena dei
    ladri e dei felloni alla patria ed al re, allegando gli esempii
    del Dante nostro, e di San Fruttuoso vescovo di Tarragona. Questi
    esempii non fanno punto al caso, dacchè altro sia inventare, ed
    altro imitare; e poteva darsi benissimo che cotesto supplizio,
    trovato dai sacerdoti cristiani, dai principi secolari venisse
    adottato: però se l'Artaud non ha ragione, mercè gli esempii suoi
    egli si appone al vero, e degli esempii avrebbe giovato meglio, a
    sostenere il suo assunto, quello che si legge nel libro VII della
    _Guerra Giudaica_ di GIUSEPPE FLAVIO. Catullo, governatore della
    Libia Pentapolitana, trae partito da una sedizione di ebrei
    fuggita da Gerusalemme, per accusare gli ebrei più ricchi di
    Cirene. Gionata, capo dei ribelli, lo seconda nella calunnia;
    Catullo ne ammazza tremila. Chiamati poi a Roma, e chiarito il
    vero, Vespasiano condanna Gionata alle verge, e al _fuoco_.
    Catullo è rimandato assoluto; sennonchè colto da morbo insanabile,
    agitato dagli spettri, gli escono fuori le interiora, e muore.

  [8] Il DESCURET nella _Medicina delle Passioni_ referisce parecchi
    esempii piacevoli della mania delle collezioni. Uno raccolse tutti
    i bottoni della soldatesca dal 1789 al 1843; un altro in
    trent'anni raccolse i più celebri tappi di sughero; un ufficiale
    tutte le specie dei fagiuoli. Io ho conosciuto certo maggiore
    Chelardi, comandante di piazza a Livorno, il quale aveva
    completata la collezione del notaro Grifo, possedendo 365
    tabacchiere di varia forma, e di vario pregio; e ciò, in difetto
    di ogni altro merito, gli procurava una tal quale celebrità.

  [9] GREGORIO LETI, _Vita di Sisto V, parte II, lib. I_.

  [10]  «Signor, non mi abborrire
        S'io porto invidia ai morti»;

    sono versi di un madrigale di _M. Buonarroti_.

  [11] La donna, che servì Beatrice Cènci durante la sua prigionia,
    non si chiamava Virginia, bensì Bastiana; e questo si ricava dallo
    antico _Estratto del Giorn. della Confraternita del S. Giovanni
    decollato a Roma, Liv. XVI, carte 66_.--Fra le altre preghiere di
    Beatrice sul punto di morire leggiamo: «Vuole anco, che sia pagata
    Maria Bastiana quale l'à servita in questa sua prigionia, e nella
    carcere con molta carità, che oltre al suo salario ordinario le
    sieno dati scudi 40 di moneta, oltre anche quello, che lassa per
    testamento, e che tutto le lassa per amore di Dio».



CAPITOLO XXIII.

I GIUDICI.

                    Di nuova pena mi convien far versi.
                    . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                    Chè dove l'argomento della mente
                      S'aggiunge al mal volere ed alla possa,
                      Nessun riparo vi può far la gente.
                                               DANTE, _Inferno_.


Ha la sventura un vento che la precorre, e chiamasi augurio: le anime
pacate per mille indizii lo presentono, come gli uccelli lo
approssimarsi del turbine: le altre poi, dalla vicenda dei quotidiani
eventi perpetuamente commosse, non se ne accorgono, e la sventura le
coglie subitanea e improvvisa.

Invano il giudice Ulisse Moscati chiudeva le orecchia alla voce
interna, la quale insistente gli diceva: «tu getti via i passi». La
voce tornava a sconfortarlo, e per la sua mente si avvolgevano
pensieri simili a spettri, che in parte celino, e in parte palesino il
minaccioso sembiante; nè egli osava interrogarli, e che si
scuoprissero più palesemente aveva paura: tuttavolta, sciolto un
grandissimo sospiro, e supplicato il cielo di uno sguardo, si avviò al
palazzo Vaticano. Fattosi annunziare aspettò con pazienza per bene due
ore, finchè il camerario del Papa gli partecipò che poteva entrare, e
scortato da lui si trovò al cospetto del Sommo Pontefice.

Fosse per amore della vista, o quale altra causa più vera lo
persuadesse, il candelabro appariva circondato da un cerchio di seta
verde per modo, che dal busto in su la faccia di Clemente VIII non si
distingueva, nè punto vedevansi Cinzio Passero e Pietro Aldobrandino
cardinali nipoti, che stavano fermi in piedi dietro la spalliera della
seggiola. Allora i Papi si assomigliavano tutti come le dita della
stessa mano, stesa per molti secoli sul capo di parte non piccola del
genere umano... e se per benedirlo, Dio onnipotente un giorno
giudicherà. Adesso qualche maggiore differenza corre tra loro; non
tanta però, che paiano nati di diversa famiglia: e tacendo degli altri
per dire degli ultimi, Pio IX si mostrò tenerissimo delle libertà dei
popoli; e della patia sua, la veneranda madre Italia, figlio
amorosissimo: delle cose di religione poi studioso sì, ma non
rigidamente zelatore, almeno sul principio del suo pontificato:
all'opposto Gregorio XVI non versò in altro che in divinità, di cui fu
maestro solenne; della libertà, e felicità dei figli suoi dilettissimi
prendendo cura alquanto minore. Questi, per istringere il vincolo
soave tra figli amati e il padre amante, chiamò uno straniero solo;
quegli, per istringerlo più forte talchè in processo di tempo non
avesse ad allentarsi più mai, ne chiamò quattro, e due ne conserva per
aiutarlo a far portare al popolo romano quel dolce giogo, ch'è il suo
amore: e se io dica il vero, la _Civiltà Cattolica_ (dotto, pio, e
soprattutto sagace diario dei Reverendi Padri Gesuiti) informi.

Clemente vestiva la mezzetta di velluto sanguigno ornata di ermellino,
e il roccetto di trina finissima; il cappuccio pur di velluto rosso;
la toga, le calze e le scarpe di seta bianca, e sopra queste ricamata
la croce di oro. La luce dei doppieri spandendosi su la parte
inferiore del capo del Pontefice metteva in rilievo un piede del servo
dei servi, che, posato superbamente sul pulvinare di velluto vermiglio
ornato di gallone e di nappe di oro, sembrava che comandasse a
chiunque si accostava: baciami. Il giudice Moscati era troppo buon
cattolico per non sentire cotesta voce; e comecchè per gli anni male
egli si tenesse fermo su la persona, la vanità non consentì che
l'altro si rammentasse caduco essere e mortale come lui, e
gl'impedisse l'atto ignominioso: il Moscati cadde giù gravemente, e
col capo venerando di canizie urtò nella gamba del Papa, il quale,
malconcio da abituale podagra, forte se ne sentì trafitto; ma
mordendosi il labbro compresse il lamento, finchè con voce acerba potè
dire:

--Sorgete.

Il vecchio, appuntellata la tremula mano sul pavimento, non senza
tornare a piegar le ginocchia più volte, giunse a raddrizzarsi sopra
le gambe. Sorto, e ripreso lena, con ingenua franchezza egli aperse al
Pontefice l'animo suo intorno al processo; della famiglia Cènci; lo
chiarì della incertezza degl'indizii, espose la inverosomiglianza dei
deposti, la età novella di alcuni fra gli accusati, i fatti non pure
discordi, ma contrarii; e quantunque parecchie ne aggiungesse di suo,
ripetè le considerazioni discorse da Beatrice; si avventurò eziandio a
toccare (suprema audacia in cotesti tempo) delle prove dubbiose, che,
a parer suo, nascevano dai tormenti; imperciocchè se Marzio aveva
confessato in grazia della tortura, aveva ancora soppresso la sua
confessione, ed era morto fra i tormenti in testimonianza di aver
detto per ultimo la verità. I Cènci poi, tranne la donzella, un po'
avevano confessato, un po' negato, dichiarando essersi accusati
unicamente perchè costretti dalla forza del dolore: maravigliosa, egli
aggiunse, essere la ingenuità di Beatrice, stupenda la efficacia dello
eloquio, il modo di persuadere irresistibile, sicchè in quanto a lui
giudicarla innocente. Queste cose avere voluto per debito di coscienza
significare a Sua Santità, onde nel suo infallibile giudizio avvisasse
quello che fosse da farsi pel meglio. Bernardino, fanciullo di dodici
anni, avere sperimentato con la corda, e sentirsene al cuore un
rimorso e uno affanno indicibili. Beatrice no, parendogli proprio
commettere peccato mortale.

Mentre favellava il Moscati, i due Cardinali per quella mezza oscurità
avvicendavansi sguardi simili a baleni precursori della tempesta, e il
Papa anch'egli aggrottò i sopraccigli più volte; ma, per antico
costume, a dissimulare e a simulare espertissimo, si contenne, e in
suono di voce più pacato assai che di ordinario non soleva, commendò
il Moscati della ottima mente sua, promise far capitale delle cose
rapportategli, e, confortatolo con amorevoli parole a tornare il
giorno veniente alla medesima ora, lo accomiatò impartendogli
l'apostolica benedizione.

E il Moscati, pratico della temperie di corte, nonostante le singolari
dimostrazioni di benevolenza, se ne andava col cuore più chiuso di
quando ci era venuto: la voce interna, più incresciosa che mai, lo
ammoniva aver gittato la opera e i passi: educato alla scuola della
esperienza, ben egli sapeva come con gli uomini in generale, ma
segnatamente co' Prelati, quanto il promettere si allunga si accorcia
lo attendere, e le speranze nate in corte o su la pianta appassiscono,
o, a modo del fiore di papavero, al primo soffio si spelano;--spiagge
insidiose si provano le corti, dove mai tanto non fosti prossimo a
naufragare come quando il cielo si mostra sereno, e il mare
tranquillo.

Nonostante il presagio, l'uomo dabbene alla ora destinata andò,
supplicando il Signore che almeno gli tenesse conto del buon volere.
Accolto dai camerarii con insolito ossequio, lo resero avvertito
attenderlo nelle sue stanze lo eminentissimo Cardinale San Giorgio,
nipote di Sua Santità. I tristi auspicii sempre più si colorivano; ma
l'uomo, che cosa può mai contro il fato? Certo quando ogni industria
nostra per procurare alcun bene riesce invano, piccolo conforto è
pensare che noi operammo quanto stava in nostra potestà; e nondimeno,
da questa in fuori, altra consolazione non ci avanza. Il Cardinale
Cinzio, versato per tempissimo nelle faccende di governo (chè tuttavia
giovanetto accompagnò come segretario lo zio Ippolito, allora
Cardinale di San Pancrazio, nella sua legazione di Polonia) andava
famoso per la perizia delle arti cortigianesche, onde non fa mestieri
raccontare se accogliesse il Moscati con esquisita urbanità: lo fece
sedere accosto a se, non senza essersi adoperato in prima con
preghiere, che sopra la sua medesima sedia si assidesse. Poichè si
furono entrambi adagiati, il Cardinale con piacevole favella
incominciò:

«Sono lieto, clarissimo signor Presidente, poterla assicurare, Sua
Santità avere avuto accettissime le savie avvertenze di lei intorno al
processo dei Cènci; e questo essere stato segno manifesto non pure del
suo ottimo cuore, quanto del suo eccellente giudizio; onde se prima lo
reputava assai, adesso averle a mille doppii accresciuto l'affezione e
la stima:--però essere mente di Sua Santità considerare questo negozio
_seduto_, e con quella gravità di cui gli sembrava meritevole:
rifuggire il Beatissimo Padre dalle asprezze, comecchè salutari, della
gloriosa memoria di Papa Sisto, ma detestare nel medesimo tempo la
soverchia benignità Gregoriana: con inestimabile amarezza egli vedere
come le male piante, a cagione della poca diligenza usata durante la
guerra di Ferrara, ripullulassero più spesse e maligne che mai in
grembo ai suoi stati: questo la sua religione non potere comportare, e
il debito che gli correva davanti a Dio. Tuttavolta non potersi
mettere in dubbio, senza offesa della somma pietà del Beatissimo
Padre, che i partiti a cui avesse reputato nella sua suprema saviezza
doversi appigliare, non fossero consentanei alla giustizia». E qui di
punto in bianco data una giravolta, vie più benigno aggiungeva: «Le
paterne viscere del Sommo Pontefice sono state commosse nel
considerare il deperimento notabile di salute d'un servitore zelante,
e benemerito quale ella è, chiarissimo signor Presidente; egli ha
saputo con profonda amarezza avere la sventura visitato casa sua, e
desidera, per quanto a mano mortale è concesso, alleviare il dolore di
vostra signoria illustrissima. Questo per bocca mia le significa: il
Santo Padre rimane dello zelo di lei, chiarissimo signor Presidente,
edificato; ma carità, ma giustizia non consentono accettare il più che
umano sagrifizio suo.

--Ah! vi sono affanni qua dentro (rispose il Moscati, a cui le parole
soavemente spietate del Cardinale fecero lo effetto di una mano che
prenda a fasciare la piaga per vederla, non già per medicarla) che gli
uomini non possono consolare; inasprire si. Iddio solo lo potrà, e
forse col rimedio unico a tutti i mali--la morte.

--Ed io lo credo; però tanto più mi maraviglio come, travagliato da
tanto domestico lutto, le basti la mente per dare opera alle
incumbenze del suo officio, le quali, faticose e per propria natura
malinconiche, invece di sollevarla devono mantenere nello animo suo
lugubri considerazioni.

--È vero; ma io vi persevero perchè ho sempre creduto, e credo, che
tra soldato e magistrato non corra divario; e debba questi per sommo
onore morire al suo banco, come quegli sul campo di battaglia: anzi
gl'Imperatori romani, considerati i travagli e la costanza dei primi,
la Eminenza sua conosce meglio di me come non dubitassero di preporli
con amplissime lodi ai secondi.

--Questa, che vuolsi estimare e commendare bontà egregia di suddito,
sarebbe ripresa come durezza nel Principe; il quale non può patire che
il magistrato fedele si logori nella fatica finchè diventi pianta
infracidita, buona solo a farne fuoco: anche i Romani, che furono sì
operosi, com'ella dottissimo non ignora, quando giungevano a quella
parte di vita, da loro distinta col nome di _senio_, senza infamia
potevano ritirarsi dai pubblici negozi; verso sera ogni animale, che
vive in terra, cessa dalle opere.

--Ed anche a me, Eminentissimo, piacerebbe seguitare lo usato tenore
di tutte le creature; non già per riposarmi, chè a riposare tempo ne
avanza anche troppo nel sepolcro; bensì per apparecchiarmi con la
meditazione delle cose divine a quel termine, per tutti noi quanti
siamo comune, e da me sopra gli altri mortali desiderato; ma
nonostante gli esempii pagani, ne temo biasimo. Bene altramente
c'insegnò la virtù del sagrifizio Gesù Redentore; onde io, che per
questa parte mi sento incolpevole, vorrei senza rimprovero portare i
miei capelli bianchi alla fossa.

--In primo luogo io la conforto, carissimo fratello in Cristo, a
porgere volonterose le orecchie alla chiamata che le viene dall'alto;
inoltre io l'assicuro, che invece di biasimo dai buoni non può
venirlene altro che lode, e dal Beatissimo Padre amplissima
approvazione; a nome del quale io le profferisco tutti quei favori,
che possa desiderare più acconci per condurre a termine l'ottimo suo
proponimento.

--Poichè, Eminentissimo, con tanta benignità le piace consolare questo
mio cuore trafitto, io le paleserò sentirmi vocazione di rendermi a
Dio in qualche Regola di religiosi insigne per santità non meno, che
per opere utili ai miei fratelli di tribolazioni.

--E di queste regole siffatte, mio caro, abbonda sì la santa Chiesa
Cattolica, che non vi ha altro imbarazzo se non quello di scegliere.
Ella ha i monaci di San Giovanni di Dio, consacrati alla cura dei
poveri infermi; ha gli Agostiniani del Riscatto; l'Ordine dei
Predicatori, veri atleti di Cristo; i Francescani, che, coi
Domenicani, Papa Onorio (per rivelazione, divina) conobbe sostenere la
Chiesa periclitante; ma tutte queste religioni, come quelle che
appartengono alla Chiesa militante, quantunque convenevoli allo zelo
di vostra signoria illustrissima, male si confanno agli studi suoi ed
alla età. I reverendi Padri Benedettini di Montecassino, consacrati
alla vita contemplativa, andarono per esercizio di cristiane virtù e
per dottrina famosi fra i più distinti ordini della Cristianità; ed io
le proporrei riparare fra loro, se per mia convinzione non trovassi a
preferire i Padri della Compagnia di Gesù...

--I Gesuiti?

--Per lo appunto. Chi meglio di loro meritò della Chiesa? Francesco e
Domenico sostennero la Chiesa pericolante, i Gesuiti la rilevarono
pericolata. Chi sarebbe stato a pari di loro gagliardo a durare le
lotte della fede co' Luterani, Calvinisti, Zuingliani, e l'altra peste
maledetta di eretici, che Cristo confonda? Al Papato e al Principato i
Gesuiti sono più necessari che i denti in bocca all'uomo; senza essi
non si mastica: ed io so quello che mi dico. Il Principato attese a
deprimere la Chiesa; e la Chiesa, legittimamente difendendosi, crollò
il Principato: dannose le mutue offese, e quelle dei Principi, per di
più, empie. Ora poi che assursero i Popoli ad avvantaggiarsi delle
diuturne discordie, e, rotto il freno, minacciano il trono e l'altare,
i Principi hanno fatto senno; e, uniti in bel vincolo di amore,
attendono a sanare le scambievoli ferite: di entrambi adesso ne
stringe pari la cura, però che entrambi derivino da Dio, quantunque
immediatamente la Chiesa, mediatamente il Principato. I Gesuiti
ottimamente compresero la doppia missione, e la esercitano con la
sapienza del serpente, e la semplicità della colomba: non dubbii in
loro, non esitanza, non disonesto spirito di discussione. Obbedienza e
fede trionferanno del mondo, perchè deve capire, chiarissimo signor
Presidente, come colui, che si avvisa a sottoporre ad esame i dogmi
della Chiesa e i motuproprii dei Principi, se non è diventato eretico
e ribelle, già cammina per la strada di esserlo.

--Eh! sì... i Gesuiti... non dico; in verità meritano moltissimo: ma
dei Girolamini, Eminenza, che ne parrebbe a lei?

--Santa Vergine! Vorrebbe, signor Presidente, scegliersi per avventura
ritiro imperiale? Questa non mi parrebbe umiltà: _extra jocum_, anche
i Girolamini meritarono ottimamente della Chiesa. Già come sono frati
ella può andare a occhi chiusi; se quelli paionle buoni, e questi
proverà meglio; è tutta messe del seme di Dio. S'ella si sente
vocazione per la regola di San Girolamo, dia retta alla chiamata di
Dio.

--Il Signore la rimuneri di avermi illuminato: in breve, se la
Eminenza sua si degnerà concedermelo, depositerò nelle mani
riveritissime di lei il memoriale onde Sua Santità mi dispensi dallo
ufficio; e nel presentarglielo, che farà la Eminenza sua, io la
supplico di renderla capace, con quelle parole che le parranno più
acconce, delle ragioni che mi muovono a questo passo, affinchè mi sia
continuata la grazia del Padre dei Fedeli.

--Non rimettere a domani quello che puoi far oggi, ci ammonisce una
sentenza antichissima. Davanti a lei, carissimo, ella ha quanto
bisogna per iscrivere; tregua agl'indugi: dei buoni ufficii miei stia
sicuro, della ottima mente del Santo Padre verso di lei non dubiti
punto.

Ulisse, stretto dall'ardente pressa, scrisse la supplica, e scritta
che l'ebbe la consegnò al Cardinale di San Giorgio; il quale l'accolse
con sottilissimo riso, che appena gli fece tremolare i peli estremi
dei baffi: forse era di compiacenza, forse di scherno, e può darsi di
ambedue. Ridottosi a casa, meditando sopra lo accaduto, e riandando
con mente quieta le parole e i fatti, Ulisse si accorse come,
prevalendosi del turbamento dello animo suo, lo astuto prete lo avesse
condotto se non a sbagliare, almeno a mutare strada, e cavatogli di
sotto quanto ei desiderava. Però quegli che n'ebbe profitto questa
volta fu il vinto; avvegnadio il Moscati senza viltà si ritraesse da
un passo, donde indietreggiare senza pericolo, e oltrepassare senza
infamia non poteva. Di grazie, favori, pensioni od altri simili
vantaggi non fu fatto parola nel memoriale, nè nel breve; e il Moscati
non si curò ricordarli al Cardinal Cinzio: egli schivo e superbo,
avarissimi gli altri; sicchè avevano detto, consigliandosi fra loro:
nulla ha chiesto, nulla pertanto egli vuole; e poi, un povero frate di
che cosa abbisogna? E poi, copia di beni possiede anche troppa, e fa
anni più di quaranta che tira paga dallo stato; e poi aggiungete, che
questa impresa di Ferrara ha propriamente disastrato lo erario, e
bisogna rinsanguarlo; inoltre assegnandoli pensione parrebbe un
guastare la umiltà e spontaneità dell'atto; e chi sa ancora, ch'egli
non siasi taciuto su questo tasto per superbia? Chi più ne ha più ne
metta, chè tanto non arriverà a indovinare tutti i _poi_, pei quali
l'avarizia crede potersi sdebitare dall'obbligo senza metter mano alle
tasche.--D'altronde è cosa nota che papi, principi, e cardinali
eziandio, non meno che l'altra gente di alto affare, ed illustri, che
Dio manda per sollievo della umanità, sono di _buona memoria_ (quando
ce lo incidono) sopra le lapide soltanto; in ispecie poi Papa
Clemente, il quale pativa di chiragra e di podagra; e se ne teneva, a
quanto pare, avendo donato due gambe di argento massicce alla Casa di
Loreto, allorquando la visitò incamminandosi a prendere possesso del
Ducato di Ferrara, quasi perchè i posteri non dimenticassero cotesta
sua qualità[1].

Ulisse Moscati si ritrasse, come aveva divisato, nel chiostro; però
non prese mai gli ordini sacri, e godè per alcuni anni quella pace
stanca, che aspetta gli uomini, non già tutti, bensì i meglio
fortunati, dopo le contese e le percosse di questa battaglia, che si
chiama vita.

Il Cardinale di San Giorgio nella sera stessa presentò la supplica al
Papa, il quale postala sopra la tavola la compresse col pugno chiuso;
e poi, assentendo col capo e con uno stirare delle labbra verso gli
orecchi, che per lui voleva dire riso, favellò breve al nipote della
sua predilezione:

--Or, Cinzio, abbiate avvertenza all'altro.

Se nelle pianure dell'Affrica o dell'Asia, ed anche nei campi di
Sardegna, avvenga mai che muoia cavallo o montone, e sotto la sferza
ardente del sole incomincino appena a svilupparsi da cotesto cadavere
i primi effluvii della corruzione, ecco tu levi la testa, e dal punto
culminante dello emisfero passeggiando il tuo sguardo fino all'estremo
orizzonte ti comparisce tutto dintorno limpido e puro: torni ad
alzarla di nuovo, e tu vedi, colà dove il cielo pare che tocchi la
terra o le acque, avanzarsi un nuvolo di punti neri, il quale ad un
tratto dilatandosi ti è sopra, e all'occhio attonito ti manifesta una
torma di avvoltoi, i quali, in virtù dello stupendo odorato, vengono
tratti all'oscuro convito. In questa guisa stessa i perversi, senza
paura d'ingannarsi, fiutano alla lontana i perversi; si ravvisano
subito, si stringono, e prestansi aiuto. Soventi volte, e con
inestimabile dolore, io ho notato la immensa e forte fratellanza dei
maligni. Non è mica giuramento di setta che sospinge gli uni verso gli
altri, nè disciplina di collegio, nè istituto di consorteria, no;
bensì un arcano magnetismo animale, un soffio alitato sopra il capo di
costoro dalla bocca del demonio. Quando ti muovono guerra renditi per
vinto, dacchè tu non li potrai neanche combattere; dispersi in polvere
sottilissima ti si avventano agli occhi, penetrano nei pori,
s'insinuano nel sangue; invisibili, e nondimeno potenti; impalpabili,
eppure invincibili: essi ti stritolano nelle mani un disegno come
vetro; ti fermano lo strale sopra la noce; si cacciano sotto la rota
del carro trionfale, e lo arrestano a mezzo cammino; accosti le labbra
alla tazza, ed essi si mescolano nel vino che prende sapore di fiele;
accosti le labbra a quelle della moglie, dei figli e del padre, ed
eglino si posano sopra coteste labbra sicchè ti sanno di terra;
insomma, anima e corpo ti seppelliscono sotto un cumulo di arena. Per
altra parte, e con altrettanto rammarico, ho avvertito la indifferenza
dei buoni fra loro; non già perchè patiscano difetto di cuore, o
rifuggano dal sovvenirsi cortese con mutui offici; all'opposto,
completi di virtù e di senno, pensando bastare a se stessi, non
credono doversi collegare a difesa, molto meno ad offesa. Ercole potè
raccogliere nella pelle del lione tutta la gente _dei pigmei_ perocchè
essi fossero almeno alti un cubito; ma oggi, ridotti in polvere,
sfuggirebbero al tatto di lui, che ne avrebbe irrimediabilmente pieni
gli occhi e la bocca. O sapienti, fate senno una volta; e conoscete a
prova, che se il diritto è l'elsa, la forza è la lama della spada. Sì
legge scritto come, nelle Indie orientali, le turbe dei formicoloni
assaltino lo elefante, ed in breve ora lo riducano a tale, che di lui
non si trovano altro che le ossa politissime, e bianche: quello che
nella India costumano le formiche, in Europa fanno i nulli, i mediocri
e i perversi, a detrimento dei buoni e dei grandi. Certo il lione va
solo; ma nel deserto, dove non trova gesuiti, nè commissioni
governative, nè formicoloni dell'India, nè corti regie, nè procuratori
generali.

In questo modo il cardinale Cinzio Passero avendo a sbrancare dalla
trista mandra della magistratura una bestia malefica, alzò le narici,
e gli venne dalla lontana fiutato il giudice Luciani. Chiamatolo a se
gli usava le consuete carezze feline, e poi gli diceva come il Santo
Padre, suo gloriosissimo zio, non rifinisse mai di favellarne con
rispetto grande per la sua molta dottrina, e più per la prontezza e
salutare severità con le quali egli spediva i negozii; egli sapere per
conto suo, che la santa memoria di Papa Sisto lo teneva in ottimo
concetto, e che lo aveva, prima di morire, raccomandato al Pontefice
suo zio come soggetto commendevole per ogni punto, e da potersi
adoperare a chiusi occhi in emergenze difficili: essere stata
intenzione del Pontefice suo zio promuoverlo, e riconoscerlo dei molti
meriti suoi, ma fino allora avergliene impedito il modo le faccende
dello stato, e le cure della guerra, e di questo sentirne amarezza
infinita. Intanto, per rimettere il tempo perduto, come segno della
sua fiducia volergli confidare la procedura dei Cènci scandolosamente
protratta, mentre, per quanto correva universale la voce, tante, e
patentissime abbondavano le prove della reità degli accusati. Andasse,
rompesse gl'indugi, facesse cosa gradita al popolo romano, e al Santo
Padre accettissima: il nome di restauratore della giustizia si
meritasse...

Anche le civette impaniano, dice il proverbio; e il Cardinale,
infiammato dal desiderio di venire a capo del suo disegno, ci aveva
messo troppo più mazza che non ci bisognava. Le pupille del Luciani
oscillarono corruscando, come quelle delle belve prima di spiccare il
salto; e la parola prorompendo impetuosa gli si rompeva fra i denti.

--Certo, balbutiva costui, certo, Eminentissimo, col signor Moscati
non ci era verso di trarre un ragnatelo dal buco: gli avevano fitto in
testa certi scrupoli... lo assalivano tali uggie... tanti rispetti,
che nemmeno io mi sapeva dove mi trovassi. La s'immagini,
Eminentissimo, io lo sperimentai renitente perfino ad applicare
Beatrice Cènci alla tortura preparatoria _monentibus indiciis_, mentre
(Dio mi guardi da formare giudizii temerari) a me sembra che la prova
abbondi per farla impiccare (domando perdono del _lapsus linguae_,
essendo ella nobile)--per farla decapitare dieci volte.

--Guardate un po' voi!--esclamava maravigliando il Cardinale, ed
alzava ambe le mani.

--E quando dubitai che la potesse essere ammaliata, considerando la
perspicacia dello ingegno e la pronta favella, niente affatto naturali
in giovanetta ingenua, mi fece spallucce come se avessi pronunziato
qualche eresia. La Eminenza vostra sa troppo bene, come il diavolo
quasi sempre dia il dono delle lingue a coloro cui entra in corpo.

Sua Eminenza all'opposto sapeva, pel secondo capítolo degli Atti degli
Apostoli, che il dono delle lingue si diparte dallo spirito; e che
quando, dopo la Pentecoste, gli Apostoli scesero per la via favellanti
in più lingue, le turbe non li giudicarono già invasi dal demonio,
bensì ebbri di vino dolce[2]: tuttavolta, non trovando il suo conto a
contradire il giudice, approvò stringendo le labbra, ed abbassando la
testa.

--Riposino pure sopra di me, continuava il Luciani, come su due
guanciali; io sono avvezzo a far presto, e bene. Quando Papa Sisto mi
mandò a Bologna pel negozio del conte Peppoli, io ebbi l'onore di
darglielo spacciato nelle mani in meno d'una settimana...

--Ah! il povero conte, che fu decapitato nell'ottantasei...

--Domando perdono, Eminentissimo è' fu nel
millecinquecentottantacinque, il venerdì dopo la pasqua del Corpo di
Cristo, nel primo anno del suo pontificato. Quel benedetto conte ne
aveva fatte delle bige e delle nere; sicchè anche i suoi nodi un
giorno vennero al pettine. Caduto in potestà della giustizia,
siccom'egli era di ricchezze copioso, potente di parentadi, e
abbondante di partiti, non si trovava persona la quale si avvicinasse
deporgli contra; per le quali cose si correva pericolo di doverlo
metter fuori per mancanza di prove. La Santità di Papa Sisto
apprendendo queste novelle mi spedì incontanente per le poste fino a
Bologna, affinchè significassi alla recisa a quegl'illustrissimi
signori giudici, che se non condannavano alla forca, e subito, il
conte Giovanni, Sua Santità avrebbe impiccato loro. Messi così nello
strettoio, o d'impiccare o d'essere impiccati, impiccarono; e fecero
bene: non però senza qualche scapito della reputazione della
magistratura, per i passati indugi; avvegnachè, che cosa sia la legge
nei governi bene ordinati? Niente altro che regola di condotta pei
sudditi. Ora, chi fa la legge? Il Principe; dunque la sua volontà è
legge; scriverla, e pubblicarla spetta alla forma, non alla sostanza;
e Papa Sisto, che sapeva governare, volle che legge fosse la sua
volontà non pure scritta, ma eziandio manifestata con la voce e col
cenno[3].

--Eh! Papa Sisto la intendeva pel suo verso.

--Le suppliche mandate al buon pontefice in pro del Conte sommarono a
cinquecento, e tante; egli ne graziò una sola, e fu proprio del Conte
stesso, il quale allegando i privilegi del nobile lignaggio, domandava
reverentemente essere decollato piuttostochè impiccato. Sisto, con la
consueta sua benignità, oltre la grazia supplicata, aggiunse di suo,
che per maggiore onore gli concedeva di andare al patibolo con la
spada al fianco; come di fatto successe. Però, continuava esitando il
Luciani, io non capisco come la gloriosa memoria di Papa Sisto si
degnasse raccomandarmi in morte; conciossiachè io gli venissi in uggia
per modo, ch'io ci ebbi a rimettere il collo; e la veda,
Eminentissimo, proprio in me non era colpa al mondo, e Dio sa se io lo
servissi di cuore. Basta, un papa veramente grande egli fu; ma quando
cotesta sua accesa natura montava su le furie, non ci era modo di
poterlo attutire.

Lo Eminentissimo, che aveva detto una bugia, non era uomo da
sgomentarsi per così poco; ond'è, che senza punto turbarsi così
rispose:

--Certamente: siccome Papa Sisto passato il primo bollore di leggieri
si ravvedeva, è da credersi che, riconosciuto lo error suo, non
avendolo potuto riparare in vita, si adoperasse di farlo in morte.--E
subito dopo, studioso di divertire l'attenzione del Luciani,
interrogò: «E come vi avvenne, illustrissimo signor Presidente, di
cadere in disgrazia ad un tanto pontefice?

--Avete a sapere, Eminentissimo, come una idea fissa si fosse
impadronita della mente di Papa Sisto, infastidito di volgari
supplizii; ed era una smania sterminata di far morire sul palco
qualche principe. Tanto lo dominava questa fantasia, che talora,
facendosi leggere per diletto la relazione della prigionia e morte
della regina Maria Stuarda, sospirava dicendo: «O Signore! e quando
verrà quel giorno in cui capiterà una tale occasione anche a me?» Ed
altra volta, affacciatosi alla finestra, si voltò alla plaga di
ponente, dove si dice che giaccia Inghilterra; e, sollevata la mano,
quasi volesse parlare con la regina Elisabetta, ad alta voce favellò:
«O te beata, regina, che sortisti dai cieli l'onore di poter far
cadere una testa coronata! Va, che tu sei un gran cervello di donna».
Ora mentre stava sopra questo appetito, la fortuna gli parò dinanzi la
occasione per poterlo satisfare. Il signor Ranuccio Farnese, figliuolo
del serenissimo duca di Parma Alessandro Farnese, contravvenendo al
divieto del papa, si attentò portare armi per Roma; e non solo le
portò per Roma, ma con esse venne in Vaticano, e si presentò al sommo
pontefice. Papa Sisto, come colui che con le spie non soleva fare a
spilluzzico, avvisato minutamente del fatto mise il bargello e gli
sbirri in anticamera, dove il temerario giovane venne preso, e poi
portato dritto come un cero in Castello Santo Angiolo. Chiara la
legge, il delitto manifesto, e per di più qualificato dallo spreto
dell'autorità e del luogo venerabile. Appena successo il caso si levò
rumore grande per Roma, ed all'universale sembrava agevolissimo
ottenere grazia al signor Ranuccio, considerando il credito che godeva
infinito presso la Corte il cardinale Farnese, la fama del duca
Alessandro tanto benemerito della fede cattolica, che Papa Sisto per
via di legato speciale gli mandò sino in Fiandra il cappello, e lo
stocco benedetti; l'autorità della casa inclita a paro delle più
illustri, il parentado co' meglio potenti Principi della Cristianità,
e finalmente la leggerezza degli anni giovanili del signor Ranuccio;
ma quelli che conoscevano il papa da vicino tentennavano il capo, e
dicevano: «e' ci è l'osso!» E questi la indovinavano. Di vero Sisto si
mostrò, piuttostochè duro, incocciato a farlo morire; ed a quelli che
gli esponevano i meriti del duca Alessandro Farnese, rispose: «nessuno
meglio di lui averli tenuti, e tenerli in pregio; ma le virtù del
padre non dovere, nè poter compensare gli errori del figliuolo»: agli
altri, ed erano i giureconsulti, che gli obiettavano i principi ed i
forensi non andare suggetti alle leggi statutali, a differenza delle
altre che nascono dallo jus comune, opponeva cotesta ragione non
correre, avvegnachè il principe Ranuccio, come vassallo della Chiesa,
non potesse allegare ignoranza di statuto: per ultimo a coloro che
adducevano la novella età del contumace, rivoltava contro lo argomento
osservando, la poca età doversi apprendere come circostanza
aggravante; e chi sentiva altramente parergli scemo di senno: dacchè
se così tenero tanto egli ardiva, qual termine estremo, quale ultimo
confino non avrebbe passato adulto? Insomma, egli era un gusto a
sentirlo schermire; pareva un toro quando caccia per aria i cani nello
steccato. Il cardinale Farnese, personaggio di quella gravità che la
Eminenza vostra conosce, prese come prudente il suo partito; e fatti i
suoi apparecchi con sagacia pari alla segretezza, calato il sole si
fece a visitare Sua Santità. Giunto al cospetto del papa prese con
ogni maniera di pietose supplicazioni a raumiliarlo, esortandolo di
tratto in tratto a non empire di tanto lutto la casa Farnese, e
contristare così l'anima del campione invittissimo della fede, il duca
Alessandro. Per la qual cosa Papa Sisto, volendo torsi cotesto
fastidio dattorno, presa una carta vi scrisse sopra l'ordine al
castellano di Santo Angiolo di consegnare alle ore due precise di
notte il prigione al cardinale Farnese, e al tempo stesso scrisse un
altro ordine al medesimo castellano, che senza porre veruno indugio
tra mezzo, nè anche di un minuto secondo, mettesse a morte il signor
Ranuccio. Pare impossibile quale, e quanta fosse l'accuratezza dello
eminentissimo cardinale Farnese, il quale, nel presagio che la cosa
andasse come veramente successe, corruppe con danari l'orologiaro del
castello, e gli fece avanzare l'ora; ond'egli presentatosi con tutta
diligenza al castellano ne ottenne facilmente il Principe, che tosto
mise in carrozza, e con tanto precipizio spinse fuori di Roma, che
correndo, senza mai fermarsi, le poste, si ridusse in salvo ai suoi
stati di Lombardia in meno di trenta ore. A me poi, senta qual trama
tese cotesto benedetto cardinale. Papa Sisto mi aveva confidato
l'ordine secondo, affinchè lo portassi, aprendomi l'animo suo; e,
volendomi esercitare ad usar diligenza, mi diè una spinta, quasi
intendesse balestrarmi di punto in bianco in castello. Ora mentre io
mi affretto, allo scendere del ponte, o per corda tesa traverso o per
altro argomento che vi adoperassero, i cavalli stramazzano di sfascio;
la carrozza si rovesciò su di un lato, ed io, comecchè a fatica, pure
senza offesa potei uscire dagli sportelli. Rimanendomi poca più via,
mi disponeva farla a piedi; quando mi vennero attorno parecchi
gentiluomini, i quali commiserando il mio stato si mostravano timorosi
che qualche guaio mi avesse colto: io badava a ringraziarli, e a
renderli capaci, che per grazia di Dio era rimasto illeso; ma essi,
niente; non vollero rimanere convinti, e quasi a forza mi fecero
salire nella carrozza loro, profferendosi pronti di condurmi al luogo
ch'io mi fossi compiaciuto indicare. A questo patto, per non mostrarmi
di soverchio scortese, accettai, manifestando subito il desiderio di
esser condotto in Castello Santo Angiolo. «Subito; la rimanga servita,
disse uno di quei gentiluomini; e affacciatosi allo sportello ordinò
al cocchiere: «a Castello Santo Angiolo». Appena egli ebbe profferite
queste parole ecco i cavalli s'inalberano, prendono a imbizzarrire, e
quinci in breve a scappare via rovinosamente: andammo di su e di giù,
percorremmo in tutti i lati la. città: a me pareva trovarmi nella
botte in cui i Cartaginesi misero Regolo; sudava acqua e sangue
pensando all'ira del papa. Finalmente i cavalli si acquietarono, e i
gentiluomini, forte rammaricandosi dello accaduto, non senza molte
cerimonie mi deposero alla porta del castello: io gli ringraziai con
la bocca, mentre li malediceva largamente col cuore. Nello affrettarmi
con celeri passi cavai l'orologio di tasca, e vidi che mancava qualche
minuto alla un'ora e mezza di notte. Riprendo animo, e, rinforzato il
correre, mi trovo davanti al castellano, a cui metto senza potere far
motto la carta nelle mani: egli la prende, la legge, la volta sotto
sopra, e poi mi sbarra in viso due occhi stralunati come avesse dato
volta alle girelle. Gli domandai che cosa aveva, ed ei rispose, che
ore pensava che fossero: ma, ripresi io, l'un'ora e mezza di notte
circa.--Domani torneranno; per oggi contentatevi che sieno le tre.--Le
tre?--Le tre, e staranno lì lì per suonare.--Io mi trassi l'orologio
di tasca, che in quel punto segnava le due meno cinque minuti, e
glielo posi sotto gli occhi. Nel medesimo istante all'orologio del
castello batterono le tre.--Le trame dello astuto cardinale apparivano
manifeste; ci aveva gabbato tutti, e me peggio degli altri. Quando al
Santo Padre venne riferito il successo, non s'incollerì punto, com'io
aveva immaginato, col cardinale Farnese; all'opposto, quando lo vide,
gli andò incontro congratulandosi dell'arguzia e diligenza sue; me
poi, allorchè mi condussi ai santi piedi per iscolparmi, non volle
ascoltare; ma squadratomi bieco, con labbra tremanti di rabbia mi
disse: «Toglimiti dinanzi in tua malora, e ringrazia Cristo s'io non
ti mando adesso adesso in galera». Io non me lo feci ripetere due
volte; ma lascio considerare a vostra Eminenza s'io mi meritassi
siffatto rabbuffo[4].

--Consolatevi, via, signor Presidente: vedete, l'ora del risarcimento
non manca mai a cui la merita, e la sa aspettare... Orsù, andate, ed
attendete al negozio, ch'io in nome di Sua Santità vi raccomando.

Il presidente Luciani inchinandosi fino al pavimento rinnuovò la sua
alleanza con la polvere, e prese commiato. Nel condursi a casa non
aveva membro che non gli sussultasse; tremava, il codardo. nella gioia
pregustata di tribolare a voglia sua enti sensibili, creature di Dio.
Se io affermassi che in cotesto feroce e vile intelletto non capisse
desiderio di avvantaggiarsi con promozioni e pecunia, non sarebbe
vero; ma siffatta passione veniva di gran lunga seconda all'altra di
tormentare. Guardagli la faccia, e poi dimmi se sia uomo costui; la
testa ha quadra, depressa la fronte, le orecchie indietro, il muso
assai più largo nelle mandibole inferiori che negli zigomi, le guance
pendenti, la bocca senza labbra si perde per le rughe, e non lascia
indovinare dove abbia confine; i capelli irti, e rasi; il colore è di
grasso vieto tranne la parte pelosa, che ha lite col verderame, e lo
vince; gli occhi piccoli e tondi, e gialli come l'orpimento: creazione
sbagliata, distrazione della natura; conciossiachè con una variante
leggerissima nella gola la voce non gli sarebbe uscita articolata in
parola, bensì abbaiata in latrato; ed allora invece di doventare uno
arnese pessimo di quella, che gli uomini sogliono chiamare giustizia,
sarebbe riuscito un ottimo cane da macellaro.

Ridottosi a casa, il presidente Luciani si mostrò fuori dell'usitato
giocondo: favellò piacevole alla moglie, che di cuore diverso dal suo
gli aveva dato il cielo; accarezzò le figliuole, poi si mise a sedere,
e volle cena; festeggiando, come la gente del volgo costuma, col bere
smodatamente la domestica allegrezza. Diventato più sciolto, anzi
impudente di lingua per virtù del vino, esclamò:

--Orsù, via, figliuole mie; venite qua, che voglio darvi una buona
novella, ed è, che prima che finisca la settimana intendo presentarvi
di un magnifico dono.

--Magari! E che cosa ci dona, signor padre?--rispose la maggiore.

--Indovinate.

--Una faldiglia di seta?

--Meglio ancora.

--Un viaggio a Tivoli?

--Meglio, meglio. Io vi donerò quattro teste tagliate di gentildonne,
e gentiluomini romani; e tra queste una attaccata ad un collo bianco,
e rotondo come il tuo.

E sì dicendo, con gl'indici e i pollici delle mani le cingeva il
collo. La fanciulla si sottrasse con ribrezzo alla stretta esclamando:

--Cotesti sono presenti pei carnefici: io non lo voglio.

E le altre sorelle, in coro:

--Tristo dono, tristo dono; noi non lo vogliamo.

--Donna, gridò il Luciani guardando con occhi arruffati la moglie, la
nostra schiatta madreggia;--e così dicendo si levò in piedi, si trasse
il berretto fino sul naso, e preso un lume s'incamminò borbottando
alla sua camera, dove si chiuse per di dentro.

La mattina veniente, appena fatto giorno, fu visto il Luciani nella
carcere di Corte Savella accompagnato da due vecchie femmine, o
piuttosto furie, incamminarsi alla prigione di Beatrice.

La mesta fanciulla giaceva assorta da moltitudine di pensieri, i quali
tutti mettevano capo ad affannose conchiusioni; ond'ella infastidita,
e sazia di giorni, non rifiniva di raccomandarsi a Dio, che per pietà
da questo martirio la chiamasse alla sua pace. All'improvviso, aperta
strepitosamente la imposta della carcere, si presentano davanti alla
dolente le sinistre sembianze del Luciani e delle sue compagne.

Costui con parlare succinto ed acre le dichiarò, essere venuti per
visitarla se avesse fattucchierie addosso; però di buona grazia si
accomodasse allo esame. Egli intanto si ridusse in un canto della
stanza, e quinci, con la faccia rivolta al muro, ordinò alle due
Megere che compissero lo ufficio.

Beatrice avvampando d'ira e di vergogna si ravviluppa nelle coltri, e,
forte stringendolesi intorno al corpo, rifiuta sottoporsi alla
umiliante ricerca. Non si rimasero per questo le due carnefici
pinzochere, che, adoperandovi le mani loro adunche ed ossute, le
strapparono di forza coltri e lenzuola. Nudo quel bell'angiolo di
amore cadde in balìa di costoro.

--Dal capo vien la tigna, diceva il Luciani dal suo cantuccio; però
incominciamo a perquisirle la testa: separate in prima i capelli per
bene, guardate con diligenza la cotenna... voi, signora Dorotea,
forbitevi gli occhiali... ve lo ripeto per la ventesima volta... voi
le troverete una macchietta livida, o nera un poco più grande di una
lenticchia... come sarebbe a dire un granchio secco... avete trovato?

--Non trovo altro, rispose Dorotea, che un visibilio di capelli
sufficienti per farne una parrucca a tutt'e due, e ne avanzerebbe.

--Basterebbero a tutt'e tre, osservò l'altra.

--Scendete giù... guardate il collo, il seno, le spalle...

--Nulla...

--Come nulla? Egli è impossibile.

--Ella è così. Sarebbe più facile che passasse inosservato un bufalo
sopra la neve, che un pelo vano sopra queste carni di latte.

In questo modo fu ricercata Beatrice sottilissimamente per tutta la
persona, senza che potessero scuoprire il segno indicato.

--Veramente, prese allora a brontolare, sempre nel suo canto, il
Luciani, i maestri dell'arte insegnano come il demonio per ordinario
imprima la sua macchia sul seno, o sopra la coscia sinistra;
tuttavolta, non essendo astretto a veruna legge, voltatela bocconi, e
perlustrate con la solita diligenza la schiena.

--Ecco... troviamo...

--Che cosa trovate, nè?--domandò il Luciani, mal si potendo contenere
nel cantone.

--Troviamo a mezza vita un neo, circondato di alquanta calugine color
dell'oro.

--Bene!... benissimo! Comecchè i maestri dell'arte ammoniscano che la
macchia deva apparire livida, o nera, tuttavolta ricorre la
osservazione, che il maligno essendo spregiatore di ogni legge, non
può essersi assoggettato a regola fissa: in ispecie adesso, che,
avendola a fare con me, avrà capito che la va da galeotto a marinaro.
Signora Dorotea prendete lo specillo, e procurate prima tuffarlo
nell'acqua benedetta.

La beghina tratto fuori un lungo spillo di ferro lo immerse,
borbottando non so quali preghiere, dentro un vaso di acqua santa. Il
Luciani impaziente domandava:

--Insomma, avete fatto?

--Illustrissimo sì.

--Or via, da brava, cacciatelo giù adagio adagio dentro la macchia
infernale.

Beatrice piangeva di rabbia nel vedersi ridotta a tanta abiezione, e
forte dibattendosi cacciava lunge da se ora l'una, ora l'altra delle
spietate pinzochere; ma costoro le tornavano sopra più gagliarde che
mai. Adesso poi al sentirsi trafiggere le vive carni proruppe in
furore, interrogando con voce concitata che insania fosse mai quella;
ed aggiungeva lei essere cristiana quanto, e meglio di loro; e si
vergognassero con quelle superstizioni turpissime tribolare una povera
fanciulla, la quale avrebbe potuto essere a loro figliuola.

--Santissima vergine, belava la Dorotea con voce caprettina, menando
tuttavia le mani audaci, noi non vi vogliamo mica male, cara sorella;
no davvero, ma lo facciamo per vostro bene; proprio per la salute
dell'anima vostra.

Intanto il presidente Luciani, senza mai volgere la testa, aveva
borbottato nel cantuccio uno di quei tanti _oremus_, che incominciano
_In nomine Patris, Filii et Spiritus Sancti_, e finiscono col _per
omnia saecula saeculorum, amen_; col quale si faceva intimazione e
precetto allo Spirito delle tenebre di sfrattare immediatamente,
lasciandolo libero sgombro e vacuo, dal corpo di Beatrice Cènci; e
compito ch'ei l'ebbe, così prese a favellare:

--Lodato sia Dio; adesso mi sento soddisfatto, e potrei dire
quasimente sicuro, conciossiachè o il diavolo ci fosse, o non ci
fosse: se ci era, in virtù dell'esorcismo a quest'ora se ne torna più
che di passo in cammino per lo inferno; o non ci era, e ormai di
entrarci non avrà più balìa.

E richiamate le donne, senza pure volgere uno sguardo alla derelitta,
usciva con esso loro di prigione alternando insieme pii e dotti
ragionamenti intorno alla potenza del demonio, a cui, secondo il suo
avviso, la misericordia di Dio ne aveva lasciata troppa;--che se
avesse avuto l'onore di consigliare il Padre Eterno lo avrebbe
persuaso a impiccarlo addirittura ai corni della luna, e lasciarvelo
penzoloni perchè servisse di esempio ai malfattori avvenire, così in
cielo come in terra: poi, dato a ciascheduna di loro uno scudo, le
supplicava a pregare per lui San Gaetano _padre della divina
provvidenza_, ed impetrargli la grazia di riuscire a bene nello
importante negozio che aveva per le mani, a sbigottimento degli empii,
e alla maggiore esaltazione di santa madre chiesa cattolica. Le
pinzochere corrisposero al desiderio incamminandosi difilato alla
chiesa del Gesù, e pregando fervorosamente Santo Gaetano onde si
degnasse concedere al dilettissimo fratello in Cristo presidente
Luciani la grazia di poter mandare legalmente al patibolo tutta la
famiglia Cènci, nessuno escluso, nè eccettuato.

E mentre il dabbene Luciani stava in aspettazione degli aiuti divini,
non tenne le mani alla cintura per mettere in opera i terreni; dacchè
appuntatosi con gli altri giudici di trovarsi la mattina di poi per
tempissimo alla carcere di Corte Savella, vi si recarono di fatto; e
quivi, senza porre tempo fra mezzo, egli ordinò si conducesse loro
davanti la fanciulla.

Al posto resultato vacante per la promozione dell'auditore Luciani
avevano preposto un certo coso, sciapito più del cetriolo; nè buono nè
cattivo come uomo; iniquo poi come giudice, e veramente pessimo;
imperciocchè, da quello di ritirare la paga nelle debite ricorrenze in
fuori, non si fosse dato il travaglio di pensare a nulla, piegando
sempre, a mo' che fa l'elitropio al raggio del sole, la sua volontà
nella parte che gli veniva indicata da tutti i suoi superiori. Impasto
vergognoso di viltà, d'ignoranza e di accidia, comunissimo fra
gl'impiegati di ogni maniera, in ispecial modo poi fra coloro che
chiamansi _sacerdoti della giustizia_, senza dubbio in allusione al
costume dei sacerdoti pagani, di scannare e divorare le vittime. In
ciò costoro trovano il tornaconto; onde siffatta pratica, nata dalla
natura, essi rinforzano con l'arte: dacchè in questa guisa
primieramente non consumano olio a studiare, con vantaggio così della
economia come della salute; in secondo luogo schifano la noia del
contradire, e i pericoli della opposizione; per ultimo, leggieri e
galleggianti, si trovano a poco a poco trasportati alla riva della
buona pensione con la croce, o senza. E il vulgo non li guarda in
cagnesco; anzi gli accarezza, e li vezzeggia col nome di buoni
figliuoli: quel vulgo, che non dìstingue tra bontà che delibera, o
vuole, bontà di pendolo, che oscilla quando riceve la pinta,--e bontà
di cappone perchè nacque cappone, e l'hanno accapponato.

Ecco Beatrice davanti al presidente Luciani Atrocemente barbaro fu lo
spettacolo, che fece trovar acuto solletico nel contemplare nei circhi
fiere duellanti contro fiere, uomini contro uomini, od uomini contro
belve: però sovente pari erano gli argomenti di difesa; e se talora
impari, la disperazione più di una volta domò la forza feroce, e fu
veduto il condannato spingere il braccio ignudo nella gola del lione,
e soffocarlo. Ma egli è troppo più laido, e schifo spettacolo esporre
una creatura stretta di ceppi alla rabbia, quanto quella delle belve
bestiale, ma più ingegnosa assai, di un uomo che si chiama Giudice, il
quale le si muove contro armato di terrore, circondato di forze
insuperabili, accompagnato dai tormenti che neppure il demonio avrebbe
saputo ricavare dalla corda, dal ferro, e dal fuoco.

--Accusata!--incominciò il Luciani con certo suo piglio plebeiamente
acerbo, ch'ei per avventura immaginò rendere solenne,--udiste altra
volta le imputazioni che vi vengono apposte; desiderate che vi sieno
rilette?

--Non fa mestieri; le sono cose coteste, che udite una volta non si
dimenticano più...

--Specialmente poi quando le abbiamo commesse. Ora io vi ammonisco,
come pel deposto dei vostri medesimi complici voi siate pienamente
convinta della vostra empietà; cosicchè la giustizia a rigore di
termine potrebbe molto bene farne a meno.

--E allora, perchè con tanta insistenza me lo domandate voi?

--Ve lo domando per la salute dell'anima vostra; perchè come cristiana
e cattolica, quantunque indegnamente lo siate, dovreste sapere, che
morendo senza confessione voi infallibilmente andreste perduta.

--Come! la cura che voi, signore, dovreste porre alla salute
dell'anima vostra, può darvi agio di pensare anche alla mia? Lasciate
che ognuno provveda alla sua salvezza come meglio la intende. Queste
sono cose che passano tra il Signore e la sua creatura, e non ci
entrate voi. Voi, se siete convinto, condannatemi, e basta.

--Accusata! Fate senno, e avvertite che i modi temerarii adoperati da
voi al cospetto dei vostri giudici ad altro non possono condurre che a
peggiorare la vostra condizione, già grave abbastanza; e in quanto a
me poi non possono partorire effetto veruno perchè, oltre all'avervi
esorcizzata nelle regole, porto qui meco un rimedio sicurissimo contro
le malìe e le incantagioni, quando mai vi fosse rimasta facoltà di
adoperarle a mio danno. Ora, per la seconda volta ve lo domando;
volete, o non volete confessare?

--Quello che la santa verità mi faceva debito confessare, ho
confessato; la menzogna, che voi cercate, con lo aiuto di Dio, nelle
braccia del quale io mi rimetto, non sapranno strappare i vostri
tormenti, nè le vostre blandizie.

--Questo è ciò che staremo a vedere. Intanto io vo' che sappiate, bene
altri cervelli che non è il vostro aver saputo mettere a partito, io.
Notaro Ribaldella scrivete: «Invocato il santissimo nome di Dio. Amen.
Decretiamo ec. prima di passare _ad ulteriora_ la vigilia nei modi et
termini consueti per ore quaranta, la quale dovrà subire l'accusata
Beatrice Cènci in luogo di tortura _ad quaestionem ec._, incaricando
di assistere alla predetta il notaro Jacomo Ribaldella per le prime
quattro ore; per le seconde quattro ore il notaro Bertino Grifo; per
le terze quattro ore il notaro Sandrello Bambagino; e così, tornando
da capo, succedersi di mano in mano, finchè non sia decorso il termine
assegnato, o non sia intervenuta la confessione dell'accusata».
Firmate...

Così, dopo aver firmato il foglio che gli porgeva il notaro, ordinò il
presidente Luciani, passandolo agli altri giudici; e gli altri
giudici, come pecore (e il paragone è benigno) lo firmarono, quasi il
Luciani pensasse, sentisse, e deliberasse per tre. Benefizio ordinario
dei tribunali collegiali, di cui la trinità può rettamente definirsi:
Due persone che dormono, ed una terza che fa le carte!

La vigilia era uno sgabello alto da terra un braccio e mezzo, col
sedile acuminato a punta di diamante, e largo poco più di un palmo; la
spalliera pari.--La mia storia non si fermerà a raccontare come quivi
costringessero la derelitta a sedersi; come le legassero le gambe,
affinchè distendendole non toccasse il pavimento ricavando refrigerio
al suo martirio; come con una corda, calata dal soffitto per via di
carrucola, le mani dietro i reni le avvincessero. La mia storia
torcerà lo sguardo spaventato dagli sbirri, che vegliavano accanto
alla misera vergine, i quali di tratto in tratto l'andavano urtando
nei fianchi, onde con inaudito spasimo sopra la cuspide del sedile
dondolasse, o nell'acuta spalliera percuotesse. La mia storia non dirà
come il carnefice mastro Alessandro, due volte almeno per ora, avesse
commissione di sollevarla con tratti di corda, e lasciarla quindi
cascare |a piombo sopra il sedile angoscioso; ed egli, come gli era
stato ordinato adempiva; e che cosa poteva fare? Troppi erano gli
occhi che lo guardavano attorno; e poi, a lui non era dato mostrare la
sua tenerezza senonchè mandando per linea retta il paziente alla
morte, e removendo il lussurioso, e il vano dei martirii: oltre ciò nè
poteva, nè forse voleva; pietoso era, ma boia. Intriso di sangue il
pane quotidiano che lo nudriva, e più infami, più atroci, più
scellerate cose, che le sue non erano, e da persone a lui maggiorenti
si commettevano tutto dì allora, e tutto dì si commettono anche adesso
per un tozzo di pane, destinato a mantenere per brevi istanti una vita
di verme per un mondo di fango.--La storia mia tacerà le scene turpi,
i vituperii, le oscene allusioni: prodigate alla santissima fanciulla
da tutte coteste belve dalla faccia umana, e sopra tutti dal notaro
Ribaldella, che riverberava come specchio l'anima del Luciani:--tacerà
del frequente apparire che fece, anche nelle ore più tarde della
notte, il presidente Luciani infellonito della divina costanza di
Beatrice, e il perpetuo digrignare fra i denti di costui «stringete
più forte, squassate più spesso»:--tacerà le lacrime ardenti, il
freddo sudore, gli spasimi ineffabili, gli spessi svenimenti della
fanciulla, e la pietà crudele dei carnefici nel ritornarla con sali e
spiriti al sentimento delle angosce: no; quelle cose, che i vicarii di
Cristo sopportarono, e non solo sopportarono ma consentirono e
promossero, oggi la penna aborrisce di scrivere, e lo inchiostro
tracciandole diventerebbe rosso per la vergogna. Dirà ella piuttosto
del coraggio sopraumano e della costanza della inclita donzella, la
quale nonostante la immensità del suo martirio rimase ferma nel
proponimento di morire in mezzo ai cruciati, anzichè contaminare la
sua fama con la confessione di un misfatto, ch'ella non aveva
commesso. Tolta quasi spirante dalla tortura lei portavano di nuovo al
carcere, e quivi adagiavanla sul letto.

Colà fu lasciata stare due giorni: la sua intelligenza, ora luminosa,
rischiarava il dolore percorso; e il tratto di gran lunga più amaro,
che le rimaneva a percorrere, ora le s'intenebrava circondandola di
trepidante incertezza: così il fanale di una nave per notte
tempestante apparisce a vicenda e scomparisce sul dorso, o nel gorgo
dei marosi, segno funesto di prossimo naufragio a cui palpitando la
contempla dalla riva: solo irrequieto, durava in lei il senso
dell'ambascia, il quale con le sue traffitte rammentava a quel cuore
sicuro non già di cedere, bensì il proponimento di morire in silenzio.

Il terzo giorno gli sbirri tornarono per lei, che il Luciani chiamava
a nuovi strazii. Ormai rassegnata al suo destino, ella non repugnò
andare; solo li supplicava con voce soave volessero di tanto
aspettare, che si fosse vestita: e poichè i manigoldi capirono che
così ignuda, com'ella era, dinanzi al tribunale non la potevano
trarre, risposero acconsentirebbero attendere; però fossero brevi
gl'indugi, dacchè i giudici stessero adunati, e non conveniva ai
colpevoli farsi aspettare. Intanto che Beatrice, sovvenuta dalla
figlia del carnefice, si vestiva, così favellò:

--Senti, sorella mia; se mi chiamano, lo sai, e' lo fanno per
tormentarmi: ora io dubito forte di rimanere morta fra le torture,
come vidi accadere a quel povero Marzio; e come ho provato con lo
esperimento proprio, che potrebbe pur troppo succedere anche a me:
però io intendo non già ricompensarti della tua carità, Virginia mia,
bensì lasciarti un ricordo di me sventurata. Tu ti prenderai tutti i
miei pannilini e le vesti, che ho qui meco in prigione... e tieni...
prendi ancora questa croce, che fu della signora Virginia mia madre; a
patto... che se io torno viva dal tormento, e possa in altro modo
lasciarti ricordo di me, tu me la renda; avvegnachè vorrei che fosse
sepolta meco. Di queste viole, ahimè! innaffiate di pianto, e
cresciute al raggio del sole che penetra obliquo e tristo per le
inferrate della finestra, tu, finchè durano, ne farai ogni giorno un
mazzetto, che offrirai alla immagine della Santa Vergine che tengo a
capo del letto... anzi... ascoltami... Virginia,--e qui si fece per la
faccia tutta vermiglia, e favellò più basso,--tu devi sapere ch'io
ho... oh! no... io ebbi un amante grande, ben fatto a maraviglia, e
buono; ed io l'amai... ed egli mi amò, e tuttavia io credo che
svisceratamente mi ami;... ma in terra uniti noi non potremmo essere
mai... e dubito forte se un giorno anche in cielo... colpa non mia,
ahimè!--Tu prenderai cotesta immagine, e t'ingegnerai penetrare fino
al cardinale Maffeo Barberini, e gli dirai che gliela mando io onde
procuri che l'abbia il suo amico, e gli faccia nel punto stesso saper
com'io sovente abbia pregato davanti a lei per la salute dell'anima
sua: bada, tienlo bene a mente, per non avertelo a scordare: ed
aggiungerai...

--Oe, o che vi pensate andare al corteo? È un'ora che aspettiamo...
venitevene via come vi trovate.

Beatrice andò; nè Virginia le potè rispondere una parola, tra per la
pressa degli sbirri che le ne tolse il campo, tra per la passione che
le stringeva la gola: l'accompagnò piangendo fino alla porta, e quivi,
dopo averla abbracciata e baciata, l'abbandonò. Beatrice volse il capo
sul limitare, e vide come la pietosa fosse corsa ad inginocchiarsi
davanti alla immagine della Madonna, appendendo sotto di quella la
crocellina di diamanti, che fu della Virginia Cènci sua madre.

Il presidente Luciani, con ambe le braccia fino al gomito stese sopra
la tavola in attitudine del cane mastino quando si posa, in questa
maniera discorreva agli onorandi colleghi:

--Pare impossibile! S'io non l'avessi fatta ricercare sottilmente, si
può dire sotto i miei occhi, avvegnachè _honestatis causa_ io tenessi
la faccia volta alla parete, non mi potrei persuadere che la non fosse
ciurmata.

--Però,--notava gravemente Valentino Turchi con ostentata umiltà, che
lasciava trapelare la sua prosunzione come da imposta mal chiusa sbuca
fuori di scancio il raggio del sole,--però mi permetto avvertire, che
non fu fatta tosare...

Il Luciani volgendo _exabrupto_ la testa, qual mastino punto dal
tafano, all'auditore Valentino Turchi, con voce acerba gli rispose:

--Io non la feci radere perchè Del Rio, Bodino, e gli altri più
schiariti scrittori di materia infernale non indicano la parte pilosa,
come quella sopra la quale il demonio eserciti per ordinario la sua
potenza.

--Per ordinario; e sta bene, soggiunse il Turchi, arduo anch'egli a
lasciare la presa; ma avendo meco considerato più volte, da una parte
come Dio la gran forza di Sansone nei capelli di lui collocasse, e
dall'altra come al diavolo piaccia sempre imitare, e volgere a male
quello che il Signore opera a fine di bene; così dirimpetto
all'autorità, d'altronde negativa unicamente, degli scrittori allegati
io ho ritenuto sempre, che i capelli potessero bene e meglio essere
scelti dal demonio come sede delle sue perfidissime incantagioni: per
ultimo _utile per inutile non vitiatur_; ed in faccenda siffattamente
grave il _tuziorismo_, voi siete per insegnarmi, non è mai troppo.

--Il vostro dubbio, riprese il Luciani piegando vinto la testa, e con
tal suono, che mal celava lo interno dispetto, non è per certo privo
di fondamento, e...

Ma qui il notaro Ribaldella, il quale era come un'eco dell'anima del
suo patrono Luciani, sovvenendo prontissimo a lui pericolante, scrisse
sopra un pezzetto di carta una parola, ed umile in atto glielo porse
mentre stava per finire il discorso. Lo vide il Luciani, ed i suoi
occhi balenarono di ferocia e di superbia: rilevò il capo, e prima lo
volse al fido creato con tale un garbo, che pareva volesse dargli un
morso, e gli volea sorridere; poi all'auditore Valentino Turchi, e
continuò a dire:

--e meriterebbe plauso se non ci togliesse modo di sperimentare la
tortura _capillorum_, che presagiva applicare in questa mattina; e voi
siete troppo rotto nella pratica delle cose criminali per non sapermi
istruire, come questa prova partorisca quasi sempre ottimi effetti.

Il notaro Ribaldella sopra il frammento di carta aveva segnato:

--E la tortura _capillorum_?

L'auditore Valentino Turchi declinò a posta sua il capo confuso; il
Luciani insistendo favellò:

--Anzi per me sono di avviso, che si abbia stamani a incominciare
dalla tortura _capillorum_; secondo poi quello che butta, noi ci
regoleremo.--Oh! sì, come dice il proverbio: come il padron ci tratta,
e noi lo serviremo.

--Allo apparire di Beatrice pallida, in aria soffrente, con gli occhi
smorti dentro un cerchio azzurro, il Luciani, sempre in atto di
mastino quando si posa, s'ingegnò, per quanto gli era dato, comporre a
mitezza il sembiante sinistro e la voce arrotata:

--Gentil donzella! quanto il mio cuore abbia patito nel dovervi porre
ai tormenti, Dio ve lo dica per me; chè con parole convenevoli non
potrei dimostrarvelo io. Anch'io sono padre di fanciulle per età, se
non per bellezza, uguali a voi; e nel vedervi straziare, non senza
sgomento ho interrogato me stesso: Luciani, qual mente, quale animo
sarebbero i tuoi, se tale aspro governo facessero del sangue tuo?
Dovere di magistrato, senso di uomo, pietà di cristiano mi persuadono
raccomandare voi stessa a voi. Deh! vi calga della vostra giovanezza.
A che monta la pervicace caparbietà vostra? Io ve l'ho detto, e vel
ripeto adesso; abbondano in processo le prove per convincervi rea: la
confessione dei vostri medesimi complici vi condanna. Meritatevi con
ingenua confessione la grazia del beatissimo Padre. Delle somme
chiavi, di cui egli ha l'augusto ministero, troppo più gli piacque
adoperare quella che apre, dell'altra che serra. Soprattutto a lui
talenta la fama di benigno; e davvero, qual è nel nome, così nei fatti
vuol dimostrarsi Clemente. Non mi sforzate, via, signora Beatrice, ad
usare rigore; considerate che i tormenti da voi, mio malgrado, patiti
sono quasi piaceri in paragone delle atroci torture (e qui lasciò
libero il corso alla voce arrotata) che la giustizia riserva contro i
contumaci ostinati.

--Perchè mi tentate?--rispose Beatrice pacatamente. Come se non vi
paresse abbastanza la facoltà di straziarmi il corpo, perchè
v'industriate ad avvilirmi l'anima? Queste sono le parti del demonio,
non quelle del giudice, o almeno una volta non lo erano. Il mio corpo
è vostro... la forza feroce lo pone in balìa di voi... a posta vostra
straziatelo;--l'anima il mio Creatore mi diede ben mia, e questa,
anzichè lasciarsi sbigottire dalle vostre minacce, o prendere dai
vostri blandimenti, mi conforta a sostenere più di quello che voi non
possiate tormentare.

Le sopracciglia del Luciani si strinsero come tanaglia; e percuotendo
con ambo le mani aperte sopra la tavola, urlò furiosamente:

--_Ad torturam... ad torturam capillorum..._ Dov'è mastro Alessandro?
Egli dovrebbe trovarsi sempre presente al tribunale quando presiedo
io[5].

--Egli ha dato un salto fino a Baccano per faccende di mestiere, con
ordine superiore; ed ha lasciato detto che tornerebbe in giornata.

--Al maggior uopo tutti mi lasciano solo. A voi dunque, Carlino, che
so che siete un giovanotto per bene; fatevi onore adesso.

Queste parole volgeva il Luciani allo aiutante del boia, il quale
replicava ingenuo, stropicciandosi le mani:

--Eh! c'ingegneremo...

La verità era che mastro Alessandro, colto il destro che il caso gli
aveva posto davanti, si era allontanato da Roma. Due sgherri ora si
avventano sopra la Beatrice, le disfanno le bellissime chiome bionde,
le scarmigliano, le ravviluppano, e legano, e stringono intorno ad un
mazzo di corde così prestamente, come fuori di ogni immaginazione
orribilmente;--poi la sollevano da terra...

La beltà sformata stringe, a vedersi, più angosciosa il cuore che la
bruttezza medesima. Se mai tua ventura ti condusse per le contrade di
Grecia, tu passasti, senza pure avvertirli, accanto ai ruderi di
qualche fortilizio veneziano, o turco; ma il tuo spirito si contristò
contemplando il Partenone mutilato dal tempo, dai Turchi, e da lord
Elgin, lasciando il passeggiero incerto se al delubro di Minerva abbia
più nociuto o la forza distruttiva del primo, o la barbarie dei
secondi, o la dotta rapina del terzo.

I capelli più sottili della misera martoriata schiantansi, la pelle
stirata distaccasi dalla fronte, ed anche sopra le guance, tratta
violentemente verso le orecchie, minaccia crepare: le labbra
semiaperte parevano ridere, gli occhi allungati a mandorla per le
tempie davano alla donzella la sembianza di fauna. Doloroso a vedersi!
troppo più a patirsi! Il Luciani, sempre le mani appoggiate come le
zampe il mastino in riposo, andava di tratto in tratto abbaiando:

--Confessate la verità...

--Sono innocente.

--Datele uno squassetto... un altro... un altro ancora.--Confessate la
verità.

--Sono innocente.

--Ah! voi non volete confessare? Ebbene, a testa di leccio capo di
sorbo.--Aggiungete voi altri un po' di ligatura _canubis_.

Carlino, obbedendo in un batter d'occhio all'ordine ricevuto, aiutato
dai valletti attortiglia dentro una matassa di canapa il pugno della
mano destra di Beatrice, e torce forte come costuma la curandaia
allorchè strizza il panno bagnato per ispremerne l'acqua. La mano e il
braccio stridono slogandosi, i muscoli si strappano, la epiderme si
lacera con istravaso di sangue e mostruosa tumefazione. Il presidente
Luciani, senza batter palpebra, ad ogni scontorcimento abbaia:

--Confessate il delitto!

--Oh Dio! Oh Dio!

--Confessate il vostro delitto, vi dico!

--Oh Dio del cielo... soccorri la tua creatura innocente!

--Stringete più forte, e squassate con gagliardia;--così, risoluto...
per bene; in un punto medesimo stretta, e squasso...

--Ahi madre mia! Un sorso di acqua... mi sento morire... per carità,
una stilla di refrigerio...

--Che refrigerio, e non refrigerio? Confessate.

--Io...

--Giù, via... siete?...

--Sono innocente.

A questo punto il furore del Luciani non ebbe più modo: cieco di
rabbia, tremante per ira, co' denti della mascella superiore si morse
il labbro inferiore per guisa, che ci rimasero sopra le orme impresse,
alcune pagonazze, altre stillanti sangue.

--Stringi... stritola le ossa, urlava insatanassato il presidente
degli assassini, allora chiamati giudici, finchè non crepi fuori della
strozza la confessione del suo delitto.

--Ahimè! che dolori... che martirii sono questi! Sono cristiana...
sono battezzata.--O morte! morte!

--Confessate... con...

Un nodo spaventevole di tosse sorprese in questo punto il Luciani, e
parve dovesse restarne soffocato: anelavano convulsi la gola e il
petto; umore viscoso gli gocciava giù dalla bocca e dalle narici; gli
occhi venati di sangue gli scoppiavano fuori dai cigli, e ciò
nonostante singhiozza ringhioso:

--Con... confe... confessate... scellerata!

--Sono innocente.

--Qua... tosto le cordicelle... la tortura delle
  cordicelle...

Cotesta era una infame contesa: gli astanti erano sazii dello
spettacolo; i carnefici stessi spossati dalla fatica; Beatrice non
dava più segno di vita.

--Le cordicelle, vi dico... le cordicelle...--tra un nodo e l'altro di
tosse singhiozzava il Luciani.

I valletti del boia sbigottiti stavano inerti, e l'ira strozzava il
Luciani, che ormai balbutiva suoni indistinti. Costoro infatti non
potevano immaginare che il presidente avesse il cervello a segno;
imperciocchè il tormento delle cordicelle consistesse in infinite
cordicelle sottili e taglienti, con le quali si avviluppava e
stringeva il martoriato per modo, che recisi i nervi, le vene e le
carni, il corpo di lui diventasse tutta una piaga; e compariva
manifesto che non potesse applicarsi in cotesto stato alla paziente,
senza volerla finire.

Sopra il limitare della porta, dirimpetto al banco dei giudici, ecco
si presenta la faccia livida di mastro Alessandro; si soffermò
alquanto, volse uno sguardo tenue sopra cotesta scena, e sembra,
tuttochè boia, che qualche cosa sentisse, avvegnadio nel volersi
abbottonare la sopravvesta vermiglia la mano gli saltasse da un
occhiello all'altro senza poterne venire a capo: da cotesto indizio in
fuori non si palesò altro in lui che desse ad argomentare commozione,
e fu visto accostarsi impassibile alla paziente, guardarla fissa, e
toccarle i polsi; ciò fatto, con quel suo cipiglio, che metteva il
ribrezzo addosso agli stessi giudici, nonchè ai condannati, rivolto al
Luciani favellò in questa sentenza:

--Illustrissimo, spieghiamoci chiaro; volete voi che la paziente
confessi, o che muoia?

--Morire, adesso?--Dio ne liberi! Bisogna che confessi...

--E allora per oggi, non può sostenere altri tormenti.

Così a quei tempi il carnefice insegnava umanità, e convenienza ai
giudici: ai tempi nostri non le insegna loro nessuno;--lo sanno da se.

--Mastro Alessandro, proruppe il Luciani indispettito, dell'arte
vostra io credo intendermene quanto voi, e...

Il notaro Ribaldella, che si agguantava alla fortuna del Luciani come
all'ancora della speranza, presagendo imminente qualche grave
scandalo, con quella sua fisonomia da tantummergo, troncò le parole
dicendo:

--Illustrissimo signor Presidente, voi che siete così solenne maestro
di proverbii, rammentate avermi ammonito più volte, che chi troppo
l'assottiglia la scavezza: se la bontà di vostra signoria
illustrissima si degnasse concedermelo, direi, sempre però
remissivamente ai lumi superiori di vossignoria illu...

--Orsù, parlate, con mal piglio gli rispose il Luciani.

Allora il Ribaldella si levò agile e presto dal suo scanno, e
accostatosi all'orecchio del Luciani vi sussurrò sommesso un suo
concetto. Egli aveva ad essere infernale davvero; conciosiachè il
Luciani, che gli aveva porto ascolto con torbida faccia, la rasserenò
ad un tratto, e quasi sorridendo gli disse:

--Jacomuzzo andate là, chè voi farete passata.--Indi rivolto al
carnefice:--Sospendete pure i tormenti, mastro Alessandro,--proseguì a
dire,--anzi confortate la paziente, e ingegnatevi a farla
riavere.--Voi altri, prestantissimi signori colleghi, compiacetevi
aspettarmi seduti nei vostri seggi per breve ora di tempo.

Ciò detto sparì.

Quinci a poco più di venti minuti, nel corridore dond'erasi
allontanato il Luciani fu udito strepito di catene, e subito dopo
dalle aperte imposte comparvero Giacomo, Bernardino Cènci e Lucrezia
Petroni, attriti come gente che abbia fuori di misura sofferto, e non
siasi per anco rimessa dalle angosce durate. Il Luciani li seguitava
come il mandriano caccia dinanzi a se il bestiame, che spinge al
macello.

Dopo la notte dello arresto Giacomo e Bernardino Cènci non si erano
più veduti fra loro, e la Lucrezia Petroni nemmeno. All'improvviso
sentirono aprire l'uscio del carcere, e si trovarono, senza sapere nè
che nè come, l'uno frombolato nelle braccia dell'altro.

Ognuno pensi come per tutti cotesti malearrivati fosse pietosissima
cosa, e piena a un punto di sollievo e di affanno, incontrarsi, e
piangere, e baciarsi insieme, comecchè le braccia incatenate ogni
altra dimostrazione di affetto non concedessero.

Posciachè la piena della passione si fu sfogata quattro volte e sei,
al Luciani, il quale per contenere la inquieta impazienza si rodeva le
ugna, parve bene richiamarli, ed ammonirli di quella, ch'ei chiamava
invincibile caparbietà della Beatrice. Cotesta sua riprovevolissima
pertinacia, egli aggiungeva, formare ostacolo alla chiusura del
processo, e per conseguenza trattenere la grazia pontificia, pronta a
sgorgare, dopo cotesto atto di umiltà, come le acque scaturirono sotto
la verga del santo patriarca Moisè: in quanto a lui sentirsi
profondamente travagliato per le torture alle quali, così imponendo i
penosi uffici del suo ministero, aveva dovuto sottoporre la Beatrice;
ormai non gli reggere più l'animo di proseguire; venissero eglino in
suo aiuto per vincere cotesta mente ostinata; di ciò supplicarli da
verace amico, e da cristiano; qui il giudice non entrare per nulla: di
questo andassero persuasi, non poter eglino desiderare patrono od
avvocato che più fervorosamente di lui zelasse la causa loro presso
Sua Santità.

Egli è così lieve ingannare chi si assicura! Riesce tanto gradito
prestar fede a quello che si desidera! Così hanno i miseri sete di
conforto, che i fratelli Cènci e la Lucrezia Petroni si abbandonarono
affatto in balìa del Luciani; il quale, diventato mansueto, promise
loro di non farli separare più mai. Vinti e ingannati, adesso se li
spingeva davanti a se; e gli si leggeva manifesta nel volto la
superbia del trionfo.

Le vittorie della forza sono elleno forse più, o meno gloriose di
quelle della frode? Lo ignoro: io so unicamente, che forza e frode
nacquero gemelle nel ventre della ingiustizia.

Quando i due Cènci e la Petroni videro l'osceno strazio del corpo
divino di Beatrice, e lei in sembianza di morta, proruppero in pianto
irrefrenato, e le s'inginocchiarono dintorno baciandole i lembi delle
vesti... non osavano toccarle le mani lacerate, per tema d'inasprirle i
suoi dolori. In verità di Dio stringeva il cuore contemplare quei
derelitti, con le mani legate di catene, starsene genuflessi intorno
alla donzella svenuta tutti in se raccolti, come se l'adorassero.--Così
per lunga ora rimasero: quando Beatrice rinvenne, e prima assai di
riaprire gli occhi alla luce, la percosse un rammarichìo doloroso, onde
tenne per certo di trovarsi colà dove si purga lo spirito umano, e
diventa degno di salire al cielo; la quale opinione tanto più le venne
confermata quando, riacquistato il senso della vista, si vide
circondata dalle care sì, ma squallide sembianze dei suoi diletti. Del
quale successo quasi contenta, esclamò:

--Finalmente, la Dio grazia, sono morta!

E richiuse gli occhi; ma gli spasimi, che cocentissimi la
travagliavano, l'avvertirono pur troppo com'ella fosse sempre in vita.
Riaperse pertanto le palpebre, e continuò:

--Ahi! diletti miei, come mai vi riveggo?...

--E noi come rivediamo te, Beatrice? Ahimè! ahimè!

Decorso alquanto tempo don Giacomo si levò in piedi, e lo strepito
delle catene intorno al suo corpo servì di esordio lugubre al seguente
discorso, ch'egli indirizzò alla sorella:

--Sorella io ti scongiuro, per la croce di nostro Signore Gesù Cristo,
a non lasciarti fare così acerbo governo del corpo tuo. Confessa
quello che pretendono sia confessato da noi, come noi abbiamo fatto.
Che vuoi tu? Per uscirne men peggio io non ci vedo altra strada; e,
dove non conducesse ad altro, questa pretesa confessione ci salverà da
martirii che non hanno fine, e con un colpo solo ci troncherà i
tormenti e la vita. La ira di Dio passeggia sopra le nostre teste:
ora, pretenderemo noi contrastare a quella forza terribile che svelle
le montagne dai loro fondamenti di granito, e le travolge come fa il
turbine i granelli di arena? Io mi piego alla sferza con la quale Dio
mi flagella, dinanzi a cui io mi atterro; e poichè contendere non
giova, io m'ingegno mitigare la rigidezza del destino con le
supplicazioni, la umiltà, e le lacrime.

Bernardino, fra i singhiozzi levando supplici le fanciullesche mani,
anch'ei raccomandava:

--Confessa per amor mio, Beatrice; di quello che questi signori
vogliono, chè poi il signor Presidente mi ha promesso farmi
sciogliere, e mandarci tutti per le vendemmie a casa.

Donna Lucrezia rassegnata, a sua posta:

--Confidate, figliuola mia, le diceva, nella Madonna santissima dei
dolori: ella sola è la consolatrice degli afflitti: e, a fin di conto,
chi di noi può vantarsi incolpevole? Tutti siamo peccatori...

Beatrice a mano a mano che la supplicavano volgeva intorno gli sguardi
minacciosi. Per sorte i suoi occhi vennero ad incontrarsi con quelli
del Luciani, i quali divampavano maligna esultanza: ormai sicuro
dell'esito del suo nuovo trovato, egli covava la nidiata dei traditi.
Ira, ribrezzo, e soprattutto senso di schifo infinito agitarono
l'anima di Beatrice, che per poco non proruppe: pur si contenne; non
tanto però, che queste diverse passioni non le si vedessero passare
per la fronte, a modo di nuvole traverso il disco della luna.
Rimessasi alquanto, con voce fioca, che poi a mano a mano le crebbe,
risoluta e gagliarda prese ad ammonire i suoi congiunti in questa
sentenza:

--Che voi non abbiate potuto resistere alla prova dei tormenti, e
piegato ai primi assalti del dolore, e fatto gettito della vostra
bella fama, come il soldato che abbandona l'arme nel giorno della
battaglia, io intesi con infinita amarezza dell'anima mia, ma mi
astengo di rimproverarvelo: solo mi sia concesso di volgermi
severamente a voi, e domandarvi perchè mi vogliate a parte della
vostra ignominia? Due avevano ad essere le Regine dei dolori; una in
cielo, l'altra in terra; ed io sono la terrena. Non m'invidiate, vi
supplico, la mia corona di martirio, dacchè io la porti più
gloriosamente che se fosse di gemme. Udite! Uomini santi ci hanno
ammaestrato come noi non possiamo volgere le mani micidiali contro il
nostro corpo, ch'è fattura di Dio, senza fare violenza alla volontà
suprema: ora, quanto a noi ha da parere maggiore peccato distruggere
con lingua dolosa la propria fama, ch'è la vita dell'anima? E notate,
che la vita sembra più cosa nostra, e però maggiormente facultati a
disfarcene, che non della fama; imperciocchè questa dobbiamo
tramandare ai nostri posteri, e per noi hassi ad aborrire ch'eglino
del proprio nome si vergognino, o vadano soggetti a sentirsi dire: «il
vostro casato rammenta un parricidio». Dunque Roma pagana vide una
femmina di partito durare costantissima inaudite torture, e tagliatasi
co' denti la lingua gittarla in faccia ai carnefici suoi, piuttostochè
scuoprire la congiura alla quale ella aveva partecipato pur troppo[6];
ed io, vergine ingenua e cristiana, non saprò sopportare i tormenti in
testimonio della mia innocenza? Sciagurati! E che cosa pensate con la
vostra viltà conseguire? Forse di conservare la vita? E non vi
accorgete, che la si vuole spenta non già come fine, bensì come via
che conduca a intento oggimai stabilito; nè a questo pare che basti la
nostra morte, la quale oggimai ci avrebbero dato, ma si richieda
eziandio la nostra infamia? Ora, avete voi pensato qual possa essere
questo intento? Chi può lanciare lo sguardo nello abisso d'iniquità
della Corte Romana, e distinguere tutti i disegni tenebrosi che si
ravvolgono là dentro? Nella passata agonia una larva traversò la
caligine della mia mente, e migliaia di voci le urlavano dietro:
avarizia! avarizia! La lupa sacerdotale già assaggiava la sostanza dei
Cènci; e trovatala buona, l'è cresciuta la fame, col pasto. Molti sono
i lupi dal muso affilato venutici da Firenze, che mostrando le costole
ignude, e battendo denti a denti, gridano preda. E il papa gliela
darà... I vostri delitti sono i vostri averi. Voi perderete tutto; la
buona rinomanza, che nessuno al mondo poteva torvi, avete da per voi
stessi gittato via; la vita e la roba, cose caduche ed in potestà
altrui, vi torranno quando loro torni in acconcio. Io, che tronchino i
giorni miei, e con la vita mi rapiscano gli averi, non contrasto; e
volendolo ancora, io non potrei; ma sta nel mio pugno la fama, e
questa non perverranno a rapirmi. Mentre tutto ciò che è della terra
mi abbandona, ecco che più mi si stringono allo spirito due angioli;
quello che ha in custodia la innocenza, e l'altro che premia la
costanza; e grande, miei diletti, sento il potere loro sopra di me,
avvegnadio non solo mi sostengano in mezzo all'atrocità dei miei
tormenti, ma mi promettano appena saranno compiti (il che avverrà
presto) di levarmi genuflessa sopra le santissime loro ale verso il
mio Creatore. Addio terra, limo stemperato di pianto e di sangue;
addio turbine di atomi maligni, che vi dite uomini; addio tempo,
sfregio brevissimo sopra la faccia della Eternità: un raggio delle
gioie celesti mi piove sopra la persona, e toglie via ogni pena...
come mi sento felice! come sono contenta! qua