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Title: L'indomani
Author: Neera, 1846-1918
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'indomani" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



_corsivo_ __grassetto__ =maiuscoletto=



  _Neera_

  L'INDOMANI

  PRIMA EDIZIONE

  MILANO
  LIBRERIA EDITRICE GALLI
  DI
  CHIESA & GUINDANI
  =Lipsia= e =Vienna=, F. A. Brockhaus--=Berlino= A. Asher e C.
  =Parigi=, Veuve Boyveau--=Napoli= Ernesto Alfossi.

  1889



  L'INDOMANI



  DELLA MEDESIMA AUTRICE

  =Vecchie catene=                               L. 2--
  =Novelle gaie=                                 » 3--
  =Il castigo=                                   » 3--
  =Un nido= (terza edizione)                     » 2--
  =Iride= (nuove novelle)                        » 4--
  =La freccia del parto=                         » 2 50
  =Un romanzo=                                   » 3--
  =La Regaldina=                                 » 2--
  =Addio= (quarta edizione)                      » 2--
  =Teresa= (quarta edizione)                     » 2--
  =Lydia= (secondo migliaio)                     » 4--
  =Il marito dell'amica= (seconda ediz.)         » 3--



  (Diritti di traduzione riservati).



    _Neera_


    L'INDOMANI

    PRIMA EDIZIONE

    MILANO
    LIBRERIA EDITRICE GALLI
    DI
    CHIESA & GUINDANI
    =Lipsia= e =Vienna=, F.A. Brockhaus--=Berlino=, A. Asher e C.
    =Parigi=, Veuve Boyveau--=Napoli=, Ernesto Anfossi

    1889



_Proprietà letteraria._

Milano. Tip. Lombardi.



_Ho pensato che qualche persona potrebbe arricciare il naso davanti a
questo_ indomani, _vocabolo non accettato da tutti; e qualche critico,
come succede a volte, concentrare tutto il suo acume sul frontispizio,
defraudando l'opera di quell'esame intelligente che è il miglior
premio cui aspiri lo scrittore._

_Cambiare_ l'indomani _con_ il domani _non era cosa difficile, se a
quel primo vocabolo, sortomi spontaneamente nel cervello col concetto
stesso dell'opera, io non ci avessi tenuto con una specie di simpatia
superstiziosa; oltre che mi sembra più snello, più vivo, più efficace,
più preciso._

_Decisi però di chiedere un consiglio, anzi ne chiesi parecchi, col
risultato di allargare la cerchia dei dubbi; perchè i partigiani del_
domani _e dell'_indomani _si moltiplicarono senza fondersi._

_Avevo, è vero, Manzoni dalla mia, per il fatto che nei_ Promessi
sposi _si trova_ l'indomani, _e con tale alleato mi potevo mettere in
guerra; ma volli ancora sentire il parere di un dotto giovane, valente
e noto poeta, che da Roma manda in giro tratto tratto versi squisiti
di pensieri e di forma; ed ecco la risposta:_

«L'indomani _ha avuto molti accusatori tra i quali Fanfani, e molti
difensori tra i quali Nannucci e Gherardini. Ne fece uso anche qualche
scrittore autorevole. Io penso che, mentre_ il domani _esprime meglio
un giorno determinato,_ l'indomani _esprime meglio un tempo
continuato; non è più il preciso avverbio, ma un vero sostantivo. La
preposizione_ in _gli dà questo senso, nè so vedere, essendone
l'etimologia puramente classica, perchè lo si dovrebbe bandire,
costringendo la parola_ domani _a significare un concetto che invece
ha la sua propria espressione nella parola_ l'indomani.»

             *
            * *

Nello schiudersi delle palpebre gli occhi di Marta, per abitudine,
cercarono la nota cameretta; ma prima ancora che le pareti, i mobili e
l'ampio letto la facessero avvertita del cambiamento, il cuore le
sussultò. Ella era sposa.

Guardò subito suo marito. Alberto dormiva, coi lineamenti calmi, le
guancie soffuse di un roseo colorito, così infantilmente placido e
sereno che la barba sembrava uno scherzo intorno al suo volto. Marta
lo guardò a lungo, intensamente, vedendo sfuggire in quel sonno
ostinato una delle sue più antiche fantasie d'amore, ma pur lieta di
vegliare e quasi di proteggere quel sonno, presa da una tenerezza
materna nella quale fondevasi la malinconia di un pensiero occulto.

Certo ella non poteva rimproverare a suo marito di non essersi
svegliato prima di lei; fors'anche era meglio così; sì, sì meglio. Un
altro ordine di idee la incalzò vivamente, facendola scivolare giù dal
letto con una sollecitudine che somigliava ad una fuga.

E intanto che si vestiva, adagio, nella penombra della camera,
prendeva intiero possesso della sua posizione di donna maritata,
guardando l'anello d'oro che le scintillava alla mano sinistra, avendo
paura di perderlo nell'infilare le maniche e studiando il problema se
dovesse toglierselo o no prima di lavarsi. Perchè ella voleva poi
continuare tutta la vita quello che avrebbe fatto il primo giorno; era
amica dell'ordine e del sistema; voleva essere una buona donnina come
la sua mamma e come tanti modelli di spose letti nei romanzi inglesi.

Il sogno della sua ardente giovinezza si era avverato a puntino; un
uomo giovane, simpatico, onesto, l'aveva chiesta in moglie, le aveva
dato il suo nome, la conduceva con sè; l'amava dunque. Era l'amore
ideale, vero, indistruttibile--_forte come la morte_.--La grandiosità
del paragone biblico la commosse; sentì uno slancio di profonda
riconoscenza per Alberto, che le dava tutto ciò e chinatasi lieve
lieve depose un bacio tenerissimo sulla mano che suo marito teneva
allungata fuori della rimboccatura.

Era però strano ch'ella si trovasse chiusa nella stessa camera con un
uomo che due mesi prima non conosceva neppure; che fino alla settimana
scorsa non le aveva dato del tu; ch'ella aveva sempre visto in circolo
con la mamma, coi parenti; del quale non sapeva il passato, e ne
ignorava i gusti, le abitudini, gli affetti, le ripugnanze. Ella che
era stata allevata nell'idea intangibile del pudore femminino, che non
avrebbe mostrato le spalle ad un fratello, ad un zio, aveva pur
dormito con quest'uomo!

Era giusto, legale, approvato dal codice e dalla religione; approvato
da lei stessa poichè aveva detto di sì, poichè Alberto le piaceva,
poichè aspettava da lui l'amore.

Aspettava! ma intanto si sentiva stordita, come uno che va a tentoni
con gli occhi bendati, urtando contro oggetti nuovi e indefiniti,
udendo la voce dei compagni che gli gridano: avanti, niente paura!


Quando le avevano presentato Alberto, Marta che aveva ventitrè anni,
che era intelligente e seria, comprese subito alle ansie della mamma,
allo sguardo scrutatore di lui, che si stava per compiere il grande
atto della sua vita.

Quello che non sapeva è che il suo destino veniva messo a partito da
parecchi mesi fra cinque o sei candidati scelti e vagliati dalle
amiche della mamma, per cui fu successivamente sul punto di diventare
la signora De-Martini, con un vedovo, capitano, nobile, uomo d'ordine,
discretamente provveduto; oppure la signora Valdranchi, sposando
Valdranchi, lo scultore di grido, che non aveva un soldo, ma
guadagnava assai, simpatico giovinotto a cui fioccavano le avventure
galanti. Si era contemporaneamente preso in considerazione Anselmo
Bianchi, negoziante di grani, un po' alla buona, piacente tuttavia e
ricco. Tre individualità assolutamente opposte, ma che, presentandosi
in forma di marito, offrivano le stesse garanzie di felicità per la
sposina, a detta delle amiche.

De-Martini, alto, sottile, biondo, un po' calvo, pieno di distinzione,
tranquillo, educatissimo, doveva piacere a Marta. Valdranchi, piccolo,
vivo, abituato alle compagnie equivoche, ma col fuoco del genio negli
occhi, irrequieto, simpatico, doveva pur piacere a Marta; e non vi era
nessuna ragione perchè non potesse piacerle Anselmo Bianchi quantunque
non più sul fiore degli anni, sano tuttavia, con una villa quasi
principesca, provveduta di una serra immensa, dove Marta avrebbe
potuto soddisfare la sua passione per i fiori. Di questo paragrafo fu
preso nota con molto interesse nel crocchio delle amiche.

Intanto che si discutevano le probabilità di tali matrimoni, che si
era già invitato a pranzo De-Martini, e che si era fatto parlare al
signor Bianchi della somma ventura per lui riposta in una brava
moglie; quando si stava persuadendo Marta che i capi scarichi sul
genere del Valdranchi diventano, alla lunga, i migliori mariti, capitò
Alberto Oriani. Guarda--osservò una cugina--che bella combinazione,
Oriani! E Marta è Oldofredi; non cambierebbe nemmeno le iniziali. Su
questa felice scoperta si incominciarono le trattative.

Alberto Oriani non era nuovo del tutto per la famiglia Oldofredi; la
mamma lo aveva conosciuto dieci anni prima; e poi a scuola, una Oriani
faceva lo stesso corso con lei, oh! si rammentava benissimo; una
morettina dagli occhi fulminei.

Alberto viveva in campagna, sorvegliando un suo podere; solo, agiato,
galantuomo, trentasette anni, la stanchezza del celibato, il desiderio
chiaramente espresso di prender moglie per finirla con la vitaccia di
scapolo. La mamma, i parenti, le amiche si guardarono in faccia e
gridarono: È lui!

Come poi Marta lo vide, parve il caso. Dopo aver passato tutta una
sera a teatro, avente al proprio fianco un giovanotto bruno, amabile,
con una vaniglia all'occhiello che odorava deliziosamente; dopo
essersi accordati sul merito della commedia e sugli abiti della prima
attrice, creando così una specie di simpatica intesa, di accordo
morale, Marta non ebbe nessuna ripugnanza a rivederlo, due giorni
dopo, uscendo dalla messa, e altri due giorni ancora accolto in casa,
da amico.

Quando fu il momento di decidersi, ognuno le fece osservare, ed
osservò ella stessa per quel po' d'esperienza che aveva, la singolare
fortuna sua nella media generale delle fanciulle; molte fra le quali
si maritano tardi, spoetizzate e già avvizzite; altre non si maritano
affatto; chi deve accontentarsi di un vecchio, chi di un vedovo, chi
di uno un po' corto a cervello, chi di uno spiantato o di un
balbuziente o di un mezzo tisico perchè--dicono le persone
assennate--tutto non si può avere.

Alberto aveva tutto o quasi, Marta dovette pur convenirne; e si
rallegrò seco stessa dalla buona ventura ed accettò con entusiasmo;
entusiasmo che non era precisamente per Alberto, ma per l'avvenire che
Alberto le avrebbe dato. Lo sapeva anche lei che così, subito, non
potevano amarsi; l'oggi non era che una preparazione; il domani solo
le avrebbe aperte le porte misteriose dell'amore.

A questo bene futuro Marta tendeva avidamente il cuore e le braccia,
in mezzo ai preparativi febbrili delle nozze; indifferente alla gioia
dei doni, toccando con mano distratta i ricami e le trine del corredo,
sorridendo lievemente agli auguri, non gustando, non afferrando quei
lembi, quelle particelle di felicità che le roteavano intorno, con gli
occhi fissi alla meta. Nè le gentilezze di Alberto, nè il bacio che,
presente la mamma, le imprimeva sulla mano e gli ultimi giorni sulla
guancia, la toccavano molto. Dopo--ella pensava--quando ci ameremo
davvero, quando saremo soli!

A quindici anni Marta aveva avuta la prima preoccupazione d'amore;
null'altro che un fremito, una lunga stretta di mano, uno sguardo che
la fece trasalire; e poi molte notti d'insonnia, molte ore di
tristezza, molte lagrime sparse in segreto; nessuna ebbrezza amorosa,
ma l'intuizione di tutte le ebbrezze. Ed era finito così.

Più tardi, in società, le era occorso di fissare a preferenza gli
occhi in certi dati occhi, di ballare volentieri con un giovane
piuttosto che con un altro; ma siccome ella non poteva andare incontro
a questi sprazzi d'amore, nè sollecitarli, nè abbandonarvisi, erano
passati otto anni, vuoti in apparenza e freddi.

Qualunque fossero stati i sogni, i desideri, le speranze, l'attesa
degli otto anni trascorsi, tutto doveva ora avere compimento. Nella
pienezza del suo sviluppo di donna, l'anima, i sensi, il pensiero
chiedevano la loro parte a Marta, che ripeteva trepidando: dopo! dopo!

L'altare, il municipio, la mamma che piangeva, la partenza dalla casa
paterna, ella vide tutto ciò ravvolto in una nube; una delle tante
nubi che avvicendandosi, sciogliendosi, riunendosi di nuovo sotto
forme ed aspetti differenti, le toglievano la percezione del vero, di
quell'unico punto essenziale dove ella figgeva gli occhi e che le
veniva sempre conteso. Non era mai stata sola con Alberto; quando si
trovavano insieme avevano una quantità di discorsi già preparati; il
tappezziere, la sarta, l'orefice, gli inviti, l'orario del viaggio.

Alberto correva avanti e indietro, affaccendato, con un fascio di
carte da controllare, da firmare; sempre sereno ed ilare.

È un angelo di bontà! esclamava la mamma. Marta lo guardava
intensamente, fino in fondo agli occhi, sì ch'egli diceva ridendo: Eh!
mi vuoi magnetizzare!

Finiranno questi trambusti, pensava Marta; egli sarà mio, tutto mio;
ancora due giorni, un giorno, un'ora....


Marta si vestiva adagio, in piedi nel corsello; allacciando a
malincuore il nastrino rosa della sua bella camicia da sposa,
fermandosi a guardare il fogliame dei trafori che spiccava in rilievo
sopra un fondo di piccole stelle.

Una delle sue preoccupazioni, prima di maritarsi, era stata quella di
dover mostrare le braccia ad Alberto, i suoi braccini esili di bimba
cresciuta presto. Fortuna, pensò, che non li ha nemmeno visti!

Strinse il busto, nuovo fiammante, punteggiato di seta bianca;
allacciò sui fianchi un amore di gonnellino tutto a balze ricamate
sopra un trasparente di flanella rosea--una gonnella pericolosa--aveva
detto la mamma. Perchè? Infilò le calze, gli stivaletti, l'abito; era
vestita.

Tornò a guardare Alberto e la riprese la commozione; una strana
commozione fatta di desiderio e di rimpianto, di tenerezza
ardentissima e di un freddo pauroso.--Oh! Alberto--mormorò con le mani
giunte--se io mi fossi sbagliata, se non dovessi comprenderti...

La serietà della sua educazione e del suo temperamento sorgeva
rigorosa in lei, inalberando il fantasma del dovere. Le pastoie
dell'immaginazione dovevano scomparire davanti al compito austero
della vita; assumeva ora una sacra missione, aveva in pugno la
felicità e l'onore di quell'uomo, gli doveva tutto l'affetto, tutta
l'ubbidienza, tutti i sacrifici. Si era sposata, era cosa sua.

Come avrebbe voluto fare qualche cosa di grande, di eroico, per
mostrare la sua forza di amore! Fuggire dal mondo, seppellirsi viva in
un deserto, rinunciare a tutto, ma coll'amore di Alberto, di quel bel
giovane che ella si struggeva d'amare, al quale chiedeva ancora con un
pauroso sgomento il responso della sua felicità.

Muta accanto al letto, sognava ebbrezze sconosciute, rapimenti
lontani, indefiniti, pur temendo di risvegliare Alberto, guatandolo
furtiva. Egli aveva un volto regolarissimo, il profilo nobile e puro;
una fossetta nel mento, la barba morbida e fluente, divisa alla
nazarena. I capelli vaporosi prendevano con la pressione del guanciale
cento forme, improvvisando riccioli fanciulleschi, circondando
capricciosamente l'orecchio di una delicatezza femminea.

Ma egli a che cosa pensava? Quali visioni gli attraversavano il sonno?
Aveva sempre dormito così su un fianco, con un braccio sotto la testa,
l'altro allungato? Così roseo, così calmo? Che cosa chiudeva la sfinge
di quel bel volto e quando mai ella potrebbe, penetrandogli
nell'anima, chiamarlo veramente suo?

Ella avrebbe tanto volontieri squarciata la sua mente e il suo cuore
davanti a lui, per mostrargli che ne era compresa; per un bisogno
irresistibile di fusione, che l'avvicinamento materiale aveva irritato
senza soddisfare. No, non poteva essere sempre così e niente altro che
così! Marta si sentiva ancora delle bende sugli occhi, dei lacci alle
mani; andava ancora tentoni, non possedeva ancora l'amore, non aveva
ancora afferrato il vero.

Un movimento di Alberto la scosse, e con naturale senso di pudore non
volle essere scoperta a rimirarlo. Mosse verso la finestra da cui
penetrava il gaio sole di marzo; alzò le tendine che coprivano i vetri
e dette uno sguardo alla via; l'ignota via di quella città. Era un
vicolo che metteva direttamente al porto, affollato in quell'ora da
carretti, da facchini e da pescivendoli, i quali tutti vociferavano in
un dialetto che Marta non capiva. Dette uno sguardo alle finestre
dirimpetto, basse, prive di persiane, tutte munite di funi, sulle
quali svolazzavano, asciugando, le biancherie.

Questo aspetto di città, così differente dalla sua città nativa, la
interessò senza piacerle; sollevò gli occhi, e, attraverso una fuga
grigia e malinconica di tetti d'ardesia, lontano, nello splendore del
mattino, scorse la linea azzurra del mare, grandioso e fantastico
nella sua calma, con qualche cosa di sognato, di immateriale, di al di
là....

             *
            * *

La carrozzella, dopo di avere accolti i due viaggiatori, il baule, le
ombrelle e la piccola borsa di cuoio che Marta collocò con precauzione
accanto a sè, mosse per il viale verde.

Finalmente!--pensava Marta--tocco il porto entro nel mio nido.

Era pur stanca di città, di alberghi, di monumenti, di musei, di
pinacoteche. Le Veneri che aveva viste, trionfanti nella loro nudità
superba; le Lede voluttuose, le Diane innamorate, uno sciame di ninfe,
un Olimpo di dee, tutte parlanti al senso della donna, proclamando per
la via dell'arte l'impero della bellezza, le avevano lasciato uno
sconforto e insieme un desiderio, una grande disillusione ed una
curiosità più grande ancora.

--Dimmi--disse, stringendosi ad Alberto, poichè in quella carrozza che
le apparteneva, le sembrava già d'essere a casa loro--la prima volta
che mi hai vista, quella sera, in teatro, ti piacqui subito?

--Subito--rispose Alberto, levando un virginia dal suo elegante
portasigari.

--Ti piacque il mio volto?

--Sì.

--E la mia figura?

--Sì.

--E la voce?

--Tutto. Io dissi fra me: Ecco una brava mogliettina.

Marta rimase sopra pensiero.--Egli le chiese se stesse comoda, se
volesse uno scialle sui ginocchi, ed avendo ella accennato
negativamente col capo, accese il virginia sorridendo, preso dal
benessere di quella trottata.

--E dopo, tornando a casa, ci hai pensato?--mormorò Marta, col viso
sulla spalla di lui.

--A che cosa?

--Nulla, nulla, una sciocchezza.

Il paesaggio si allargava ad ogni svolto della strada, ampio, sereno,
intersecato da viottoli bianchi che si perdevano indefinitamente da
lungi, sotto l'ombrello delle robinie. Il terreno leggermente ondulato
univa la pianura ai monti, i quali si ripiegavano su di essa, al
confine, a guisa di una legatura che stringe la perla. In giro, fin
dove l'occhio scorreva, una pace di campi ubertosi, di radi e lindi
casolari, di mulini giranti sopra ruscelli dalle acque cristalline. Un
asinello sul bianco dei sentieri, una mucca nel verde dei prati e al
di sopra il cielo soleggiato.

Quante cose voleva chiedere Marta, guardando l'interno della carrozza
rimessa a nuovo in onor suo, con una bella stoffa di color turchino, i
sedili imbottiti di fresco, il tappeto a rose! I suoi occhi, girando
sul cocchiere campagnuolo che, a casa, doveva disimpegnare altre
funzioni, si arrestarono sul cavallo.

--Come si chiama? È bello nevvero? Io non ho mai posseduto cavalli e
non me ne intendo affatto.

--Anzitutto è una cavalla--rispose Alberto allegramente--si chiama
Bigetta, non vanta grandi bellezze, ma mi appartiene da quattro anni e
mi serve bene. Non è vero, Gerolamo?

Gerolamo, dal suo posto, schioccò la frusta, assentendo.

Marta pensò che lei, la moglie, era la straniera fra il padrone, il
servitore e la cavalla. Suo marito e Gerolamo potevano intendersi con
una occhiata sopra una quantità di avvenimenti a lei sconosciuti; e la
cavalla stessa, quante carezze non aveva avute da Alberto prima, assai
prima che ella lo conoscesse! Tutto un passato li divideva dunque,
mentre ella avrebbe voluto fondersi con lui, immedesimarsi, formare
una cosa sola. Che altro se non ciò doveva essere l'amore?

--C'è molto prima di arrivare?--chiese mortificata quasi di non
saperlo.

--Tre chilometri circa li abbiamo fatti, ne restano cinque. Fra
mezz'ora saremo a casa. L'Appollonia ci aspetterà.

Almeno ella sapeva che Appollonia era la serva. Ne avevano già
parlato; suo marito gliel'aveva dipinta come una buona campagnuola
affezionata e fedele. Ma in quel momento volle sapere se l'Appollonia
era bella e lo domandò a voce alta; al che Alberto rispose con uno
scroscio di risa, a cui fece eco una specie di singhiozzo giulivo da
parte di Gerolamo, così che Marta stessa si pose a ridere
infantilmente, con molto piacere di suo marito, il quale amava le
persone di buon umore.

--Vedrai--soggiunse Alberto a sua moglie, toccandole la spalla da buon
camerata--anderai subito d'accordo con tutti, brava gente, ottima
gente. Il dottorone già, curioso, vorrà vederti per il primo.

--C'è un dottore curioso?

--Curioso proprio no, ma in questo caso sarà curioso, perchè mi
conosce da bambino e mi ha già avvertito che vuoi farti la corte. Te
ne intendi tu di poesia? E di cucina? Se hai sulle dita questi due
argomenti, il dottore è tuo.

--E con gli ammalati parla di poesia?

--Egli non fa visite a nessun ammalato; non s'intende nemmeno del
polso. Deve aver studiato medicina trent'anni fa, e per questo lo
chiamano dottore; ma poi ha fatto un po' di tutto, il signore, il
poeta, il cospiratore, il gaudente, il soldato, tutto fuorchè il
medico. È un originale, un essere squilibrato. A volte parla troppo, a
volte tace dei giorni intieri. Ma se hai da insegnargli qualche piatto
ghiotto, parlerà.

Intanto che Alberto schizzava il profilo del suo amico, Marta, che in
venti o venticinque giorni di matrimonio non si era ancora saziata di
guardarlo, seguiva i movimenti della sua bocca, de' suoi occhi, la
pozzetta graziosissima che il sorriso scavava nella sua guancia
sinistra. Mirava ad uno ad uno i peli dei suoi baffi e l'arricciatura
morbida della barba nella quale egli faceva spesso passare la mano,
seguendo quella mano, attaccandosi a lui per tutti i sensi, sentendosi
sempre troppo lontana. A poco a poco gli si era accostata, muta,
ansando lievemente col petto. Alberto allora si ritirò nell'angolo
della carrozza, gentilmente, per farle posto.

--Passa il signor Merelli--disse Gerolamo senza voltarsi, con la sua
voce da ventriloquo.

Ma Alberto l'udì. Si sporse vivamente fuori della carrozza
sbracciandosi verso due individui che costeggiavano la strada maestra.
I due si levarono il cappello.

--Salite?

--No, grazie. Ben arrivato.

Nuovo saluto alla signora.

--Nessuna novità?

--Nessuna.

--A rivederci.

Terzo saluto.

--Ah! cari--esclamò Alberto abbandonandosi sui cuscini della
vettura--quel capo ameno di Merelli, quel simpaticone di un
farmacista!

Tanto per dire qualche cosa, per interessarsi anche lei a quello che
interessava suo marito, Marta chiese:

--Sono tuoi amici?

--Merelli sì, Merelli fin dal ginnasio; abbiamo fatto la quarta e la
quinta insieme. Fu lui che il giorno onomastico del professore... Ah!
ma tu non sai, non sai, che bel matto!

--E l'altro?

--L'altro è il farmacista, Toniolo: quello che mi diceva sempre:
prendi moglie, alla nostra età è ancora il meglio che si possa fare.

Il piacere di aver riveduto i suoi amici, di riprendere le antiche
abitudini, coloriva il volto di Alberto e faceva luccicare i suoi
occhi piccoli e buoni. Egli si fregava i ginocchi colle mani,
guardando la coda della cavalla.

Marta si rimproverava di non partecipare a quella gioia, di provare
invece una impressione di tristezza, quasi d'invidia. Le venne in
mente sua madre, sua madre ch'ella aveva un poco dimenticata durante
il viaggio, e che da piccina le diceva e da grande le ripeteva: «Marta
sei troppo impressionabile, troppo esclusiva, senti troppo, pensi
troppo. Ciò non conduce alla felicità.» Parole che ella aveva ritenute
come un'aria da organetto e che ora le tornavano alla mente, ma più
chiare, della chiarezza improvvisa di un lume che s'accende. Volendo
vincersi, volendo uscire da quell'esclusivismo che, a detta di sua
madre, non l'avrebbe resa felice, guardò intorno la bella campagna,
gli alberi, le siepi entro cui svolazzavano le farfalle.

--Ti piacciono questi luoghi? domandò Alberto.

--Sì, molto.

--Io non posso vedermi altrove. In città sto bene otto giorni, poi
sento la nostalgia de' miei campi.

--A me pare che starei bene dovunque con te.

--Cara!

Egli disse: cara. Non era una dolce parola? Perchè Marta non esultò?
Perchè rimase fredda in apparenza e muta? Ella ascoltava ancora,
ripercosso nell'aria e nel suo orecchio, il suono uguale, identico a
quello di un momento prima, quando aveva detto: cari! E le pareva una
stonatura, una nota falsa che alterasse il valore della parola. Si
chinò verso di lui, con la bocca contro il suo collo, mormorandogli
nel folto dei capelli: Caro! caro! caro!

Egli la respinse vivamente, indicando Gerolamo. Marta alzò le spalle.

Sarebbe stato così bello baciarsi, lì, sotto il cielo fulgido, intanto
che la carrozzella correva! Chi li avrebbe visti? E quand'anche! Tornò
a guardare la strada che fuggiva, guardò gli alberi; dal cortile di un
cascinale saliva acuto nell'aria il chiocciare di alcune galline. I
mandorli fioriti allargavano le braccia, i boccioli dei peschi
punteggiavano, nella freschezza rosea di labbra dischiuse, i loro
ramoscelli privi ancora di foglie; e delle goccie sparse, rugiada,
gomma, lacrime misteriose della natura, luccicavano sopra il verde
tenero, frammiste ai fili d'argento che gli aracnidi sospendevano da
ramo a ramo.

Il cuore di Marta si gonfiava, pieno di tenerezza, con un bisogno di
espandersi, di abbracciare, col segreto desiderio di quelle ferite per
cui l'animo trabocca e dilaga in passione, deliri, abbandoni,
singhiozzi, tutta la forza rinchiusa, l'intima essenza del sentimento
femminile.

Assetata d'amore ella disse a se stessa, stringendosi nel mantello per
sentire la carezza del proprio calore. «Egli mi ama, ne sono sicura.
Perchè mi avrebbe presa? Mi ama sopra tutte le donne; è mio, tutto
mio!» E, sollevata, sorrise a suo marito.

Alberto, che per parte sua non pensava a nulla, fu molto soddisfatto
nel vedere che la sua sposina aveva un buon temperamento; questo lo
persuase sempre più di aver avuto la mano felice nella scelta.

La cavalla intanto, sentendo prossima la stalla, prese un trotterello
giulivo. Già si vedevano da lungi i tetti del paese dominati dal
campanile, e, man mano che la carrozza progrediva, qualche cascinale
sparso, qualche cane che abbaiava, una fanciulla che conduceva le
oche.

--Sono le oche di Gavazzini--disse Gerolamo, indirizzando la sua
osservazione alla signora.

--Chi e Gavazzini?

--È il più ricco proprietario del paese--rispose Alberto.

--Tuo amico?

--Non dei più intimi, ma qui si è tutti amici. Del resto egli fa vita
ritirata, e sua moglie non si vede mai. Oh! un romanzo! Lei era una
istitutrice, fuggirono insieme, andarono in cima di un monte a passare
la luna di miele, scrissero i loro amori sulle corteccie degli alberi.
Figurati, una volta si punsero apposta un dito per bere il sangue
l'uno dell'altro.... quando ti dico romanzi!

Marta si interessava, avrebbe voluto chiedere di più, ma la faccia di
Gerolamo, che sembrava quella di un filosofo stoico in mezzo alle
follie del mondo, le dava un po' di soggezione.

Incominciarono le prime case allineate, coi portoni aperti, da cui si
intravedevano cortili verdeggianti, gruppi di vasi, lunghi anditi
freschi, riparati da tendoni a righe; una gonnella svolazzava tra due
usci, un visetto curioso spuntava da una finestra, i gatti
scodinzolavano sulle sedie di paglia, sbadigliando, socchiudendo gli
occhi. Più innanzi, nel centro del paese, si aprivano le poche
botteghe; il fornaio, il pizzicagnolo, il mercante, il tabaccaio, il
calzolaio, il barbiere.

--Ecco la farmacia--disse Alberto.

Marta guardò. Non c'era nessuno sulla soglia; una cortina verde,
strofinata e attorcigliata come una fune, lasciava scorgere
nell'interno un pezzo di scansia coi barattoli di terraglia bianca e
azzurra.

--Ha moglie il farmacista?

--È vedovo; ma la riprenderà. Che cosa deve fare?

--Sicuro--disse Marta, ripetendo macchinalmente tra sè: che cosa deve
fare!

--Guarda la casa di Merelli; sul canto di piazza, dipinta in giallo;
l'hai vista?

--No, non l'ho vista.

--C'era la serva davanti alla porta.

--No, non l'ho vista. Ha moglie Merelli?

--Sì, ha moglie.

--E la casa di.... di quel signore.... quello che ha bevuto il
sangue....

--Gavazzini? Ah! non è qui; è fuori di paese, isolata; più isolata
ancora della nostra.

--La nostra è l'ultima, nevvero? È forse questa?

La cavalla rallentò, Gerolamo fece una voltata da cocchiere esperto,
e, passando da un cancello spalancato, fermò di botto nel bel mezzo di
un cortile vellutato d'erba minuta, con alte muraglie imbrunite dal
tempo, su cui si sbizzarriva a rabeschi una lussureggiante glicina,
carica di fiori.

L'aspetto generale del fabbricato e del cortile era quello di una
vecchia casa borghese, comoda, dove un seguito di generazioni agiate e
tranquille si erano succedute senza scosse, senza cambiamenti.

Appollonia corse fuori, tutta traballante nella sua rotondità di pan
buffetto, con la facciona lucida raggiante di semplicità, la bocca
aperta, le mani sporche di farina.

Marta, nel guardarla, non potè a meno di sorridere, e balzando lesta
dalla carrozza gridò:

--Buon giorno, Appollonia.

Furono le prime parole che la nuova padrona pronunciò entrando ne'
suoi dominî. Gerolamo ammiccò segretamente Appollonia, con uno
stringimento di palpebre che voleva dire: Va bene, va bene! E la
grossa serva, sgangherando la bocca fino alle orecchie, mostrò di aver
inteso il senso di questa affermazione.

Marta non doveva dimenticare più quel momento del suo arrivo, in un
ridente giorno di aprile; i grappoli lilla che fiorivano sui muri,
l'erba del cortile, una pace, una serenità diffusa nell'aria, un
benessere sicuro che sembrava uscire dalle muraglie della vecchia
casa; perfino il volto bonario di Appollonia e il nitrito della
cavalla che scuoteva il muso fine sotto le carezze di Gerolamo.

Alberto, senza aspettare ch'ella si levasse il cappello, passò il
braccio sotto il braccio di sua moglie e la condusse subito a visitare
la casa.

Niente di ricercato nè di pomposo. Una grande comodità in tutto, nella
disposizione delle camere, nei mobili, negli ampi seggioloni, nei
divani sparsi con abbondanza; una certa ricchezza tradizionale ma
tranquilla; buoni quadri, stipi intarsiati, biancheria accuratissima,
delle vecchie maioliche di famiglie.

--Queste sedie le ha ricamate mia madre--disse Alberto.

Erano otto sedie di legno chiaro con profili dorati, coperte di ricami
a mezzo punto, bellissimi, tutti l'uno differente dall'altro.

Marta le ammirò religiosamente, commossa.

--Questo è il mio ritratto di quando ero bambino.

Marta vi si precipitò sopra, coprendolo di baci e di esclamazioni,
portandolo sotto alla finestra per esaminarlo meglio.

--Come è bellino! Care queste spalluccie nude! E che occhietti! E le
manine, Dio, che manine... ma avevi le mani così piccole allora?

--Caspita, i bambini!...

Risero entrambi, stringendosi il braccio, felici. Salirono così lo
scalone che conduceva al piano superiore.

--Ma è tutto bello qui, sai?

--Sì, non c'è male. È comodo.

Entrarono nella camera da letto. Tre finestroni la illuminavano,
facendo penetrare i raggi del sole attraverso un ricco cortinaggio di
stoffa a fiori sopra un fondo cilestrino. Della medesima stoffa era il
panno del letto, altissimo, ampio, per metà ricoperto di un piumino di
seta celeste, sull'orlo del quale ricadeva, accuratamente stirata, la
trina del lenzuolo. Sulla pettiniera un'altra trina, nel festone della
quale serpeggiava un nastro celeste, faceva da sopporto a un servizio
di cristallo, lucentissimo. Sugli specchi, sulle cornici non si
scorgeva un atomo di polvere.

--È stata l'Appollonia a preparare queste belle cose?

--Lei, certamente. Vi avrà impiegato tutto il tempo che ci volle a noi
per percorrere l'Italia; ma infine, ognuno fa quello che può.

Marta, levandosi il cappello e la spolverina, sedette sul divano che
era ai piedi del letto, sentendosi finalmente in casa propria.

--Oh come si sta bene qui!

Tese le mani a suo marito, invitandolo a sedersi anche lui sul divano.
Ora non dubitava più di essere la signora Oriani.

La sua felicità doveva incominciare da quel momento; prima era stata
una corsa vertiginosa, contraria all'amore. L'amore ha bisogno di un
nido.

Marta sollevò gli occhi, girandoli torno torno come per prendere
possesso d'ogni cosa; e quando ebbe ben riguardata la camera, il
letto, le cortine a fiori, fissò Alberto con un'estasi tale di
riconoscenza, di tenerezza timida e ardente, che egli, un po'
sorpreso, la baciò, non sapendo che dire. Ella trasalì tutta, colla
speranza di una rivelazione.

--O mio Alberto, mi amerai sempre, sempre?

--Che domanda!

--Dillo!

--Ne dubiti dunque!

--Dillo...--ripetè Marta, stringendosi, avviticchiandosi a lui tutta
tremante, con la bocca socchiusa.

Un'ondata di sangue colorì la fronte di Alberto, che rispose per la
durata di un attimo alla stretta di sua moglie. Poi si sciolse,
dolcemente, ravviandosi i capelli.

--Andiamo--disse--non facciamo ragazzate.

             *
            * *

La prima visita fu per i Merelli; lui, il marito, se l'era fatta
promettere solennemente da Alberto, quando questi era ancora
fidanzato.

Appena Marta pose il piede nella casa gialla, sul canto di piazza,
urtò un cestino dove un bimbo muoveva i primi passi; mentre curvavasi
ad accarezzare il bimbo, uscì come un razzo, da una porta laterale,
una ragazzotta sui venticinque anni, bruna, ardita, con due occhietti
che sembravano granelli di pepe, e senza aspettare che Marta od
Alberto parlassero, con facile loquela li invitò ad entrare, dicendo
che la padrona li aspettava, che li avrebbe visti tanto volentieri.

Sì dicendo, aperse loro la via attraverso una barricata di seggiole
capovolte, di balocchi, di pannilini ammonticchiati, ripetendo ad ogni
oggetto rimosso:--Scusino, sono i ragazzi, non si può mai tenere un
po' d'ordine, scusino.

Merelli apparve, alto, complesso, coi baffi rigogliosi, la pelle
lucida e piena, lo sguardo lucente; una certa eleganza campagnuola
negli abiti, che le sue membra riempivano fino a tenderne le cuciture;
tutt'insieme, un aspetto di uomo sano e senza fastidi; una voce da
toro.

--Giulietta! Giulietta!--si pose a gridare, intanto che aiutava la
serva a sgomberare il cammino, sorridendo in pari tempo ai visitatori.

Una faccina da monello, leggermente imbrattata d'inchiostro, uscì
curiosa da un paravento.

--Va a chiamare tua madre--tornò a gridare Merelli--sporcaccione!

La servetta era riuscita, in questo frattempo, ad aprire prima l'uscio
e poi le finestre del salotto, passando accortamente una mano sulle
sedie più in vista, e con atto cerimonioso invitò Marta a prender
posto sul divano.

--Ecco mia moglie--disse Merelli andando incontro a una donnina nè
bella, nè brutta, col petto liscio, e il ventre sporgente, un profilo
da madonna invecchiata troppo presto.

La signora Merelli salutò, un po' impacciata, inesperta, tenendosi per
mano una marmocchietta che rosicchiava una crosta di pane.

--La famiglia è tutta qui?--chiese Alberto girando gli occhi.

--Questa e l'Adelina: smetti di mangiare, via! Battistino era là
quando sei entrato, dietro il paravento, a farne delle sue; il piccino
lo hai visto, nevvero? e tre. La Pina è a letto, un po' indisposta, il
quinto è in viaggio...

Dopo questa enumerazione il silenzio gravò, penoso, per cinque minuti.

--Si annoierà in campagna--disse la signora Merelli, con una voce
stanca--se è abituata alla città...

--No, no, la vita di noi donne non è nella famiglia?

La signora Merelli assentì, facendo un lieve tentativo per togliere di
bocca il pezzo di pane alla piccola Adelina.

--Questo paese poi è simpatico, la posizione è bella... Lei ci è nata?

--Non qui, ma vicino. Mi trovo in questa casa da dieci anni.

--Già dieci anni?

--Molti nevvero? e--soggiunse la signora Merelli con un sorriso
rassegnato--in dieci anni cinque figli e quattro aborti...

Marta arrossì. Non era ancora avvezza a queste confidenze di donna
maritata. Involontariamente guardò il signor Merelli, poi la piccina,
poi si pose ad abbottonarsi un guanto.

Si udivano i respiri delle quattro persone e della personcina.

--Mi pare che non tieni allegri la signora sposa!--tuonò Merelli--e
dov'è andata Ninetta? Ninetta!

Con la prontezza di un baleno la serva apparve.

--Prepara il caffè.

Alberto volle protestare, Marta anche.

--Che? disse Ninetta. È subito fatto.

--Non prendo mai caffè--soggiunse Alberto--e mia moglie...

Ninetta intervenne lestamente:

--Un bicchiere di vin bianco allora?

--Brava!--fece Merelli.--Ben pensato; va' a prendere il vin bianco.

Durante la piccola discussione la signora Merelli non s'era mossa, con
le mani incrociate sul grembo, dolcemente. La bambina, accanto a lei,
rosicchiava il suo pane con un grazioso rumore di topolino sotto un
uscio.

Ninetta tornò, sorreggendo con una mano il vassoio carico di
bicchieri, coll'altra tenendo la bottiglia.

--Conduci via l'Adelina--le disse piano il signor Merelli--non vuole
ubbidire.

La serva rispose con un'occhiata d'intelligenza, ma prima stappò la
bottiglia, versò il vin bianco e lo servì, e siccome Marta esitava,
ella la incoraggiò, assicurandola che era vino schietto, fatto in
casa.

Indi prese per un braccio l'Adelina, scuotendola un poco, mormorandole
all'orecchio che era una cattivaccia, e se la trascinò dietro in
cucina.

Marta, che pure aveva una certa pratica di società, non trovava una
parola. Guardava quella famiglia singolare, cercando inutilmente lo
sguardo di suo marito, che sembrava sotto il fascino di Merelli.

--Ha la mamma, nevvero?--chiese ad un tratto la voce fioca della
signora Merelli.

--Sì, ho la mamma.

--Il padre no?

--No, sgraziatamente.

--È proprio una disgrazia quando muore il capo di casa!

La signora Merelli, che era rimasta coll'occhio vagante, quasi
seguendo nell'aria lo svanire delle proprie parole, riprese,
rassegnata sotto il peso dei suoi doveri di padrona:

--E fratelli?

--Nessuno. Ero io sola con la mamma; ora sono sola con Alberto.

--Ma non starà a lungo sola!--soggiunse con una grossa risata il
signor Merelli.

Marta tornò ad arrossire.

--Vorrei andare un momento a vedere la Pina--mormorò la signora
Merelli, che aveva esauriti tutti i suoi argomenti di conversazione.

--Va e conduci la signora.

--Oh!... non è un divertimento...

Marta protestò che le avrebbe fatto piacere conoscere anche l'altra
bambina.

S'avviarono su per una scala modesta, cogli scalini di mattonelle, ed
entrarono in uno stanzone che serviva di guardaroba, di dormitorio e
di ripostiglio per gli stivali del capo di casa: stivali rossi di
cuoio, stivaloni lunghi a gambiera, uose, tiranti, il tutto allineato
lungo una parete, colla canna di un fucile che luccicava in un angolo
e la casacca di fustagno dai bottoni di rame, gettata sullo schienale
di una sedia, tesa ancora e quasi calda della plasticità vigorosa di
chi la aveva rivestita. Davanti al letto della piccina, intanto che
Marta ne lodava il volto intelligente, la madre sospirò:

--Lei è adesso nella sua luna di miele... le auguro che duri a lungo.

--Oh! sempre--esclamò Marta con vivacità.

Un'espressione di meraviglia passò negli occhi della signora Merelli,
che poco dopo soggiunse:

--Almeno non avesse troppi figli... perchè qualcuno ci vuole, ma
troppi! Io non ho aspettato neanche un giorno; nove mesi giusti dal dì
del mio matrimonio nacque Battistino.

--Davvero?--fece Marta--È egli possibile?

--Come le dico. E ho sofferto tanto quella volta!

Si allontanò dal letto voltando le spalle alla bimba;

--Tre giorni interi coi dolori e poi un male, un male...

Marta ascoltava, terrorizzata, sentendosi un brivido alla superficie
della pelle.

Dopo un po' di silenzio si arrischiò a domandare:

--E gli altri?

--Meno; tuttavia è una gran brutta parte che il Signore ha dato a noi
donne. Gli uomini hanno tutto di buono, essi!

Quante domande sulle labbra di Marta! Quella donna maritata da dieci
anni avrebbe potuto scioglierle una quantità di problemi, ma non osò.
Diede timidamente un'occhiata all'esercito degli stivali e a quella
casacca baldanzosa, meditando le parole: hanno tutto di buono essi! E
le parve di sentire l'eco di risate rumorose, di passi pesanti, di
parole alte e brutali, tutto un egoismo scettico di padroni e di
conquistatori.

Di ritorno nel salotto provò un'impressione di sollievo vedendo
Alberto.

--Partiamo?--gli disse.

Egli rispose gentilmente:--Come vuoi.

Nell'andito sbucò fuori la Ninetta, complimentosa, aggiungendo i
propri saluti a quelli che i suoi padroni andavano facendo agli sposi.
Le due signore si abbracciarono, promettendo di vedersi spesso.
Ninetta soggiunse:

--Ma sì, venga!

Quando la porta della casa gialla fu chiusa, Marta si strinse al
braccio di suo marito.

--Ti sei annoiata un pochino?--chiese egli ridendo.

--No, ma desideravo trovarmi sola con te. Mi pare che tutti gli altri
abbiano a portarmi via qualcosa del mio Alberto, perchè tu sei mio,
non è vero?

--Oramai, se anche non volessi, è cosa fatta.

--E quel signor Merelli è lui pure tutto di sua moglie?--chiese Marta
insidiosamente.

--Oh! capirai, non posso saperlo...

--Non mi piacerebbe per marito.

--Ne sono ben lieto.

--È grossolano.

--Un pochino.

--E troppo pingue.

--Converrai che di questo non ne ha colpa. Sua moglie, che te ne pare?

--Una buona donna, con poco spirito se vuoi, oh! ma ha sofferto tanto.

--Ti ha raccontato?...

--Sì, il suo primo parto...

--Ah! solamente ciò?

--Sicuro--fece Marta, dandosi l'importanza di una matrona iniziata a
segreti misteri.

Tacquero fino a casa. Sulla soglia trovarono il dottorone, impettito.
Egli, che era già stato presentato a Marta, la salutò chiedendole che
cosa l'era parso dei coniugi Merelli.

--Ma... gentili.

--E la servetta?

Il dottorone lanciò questa domanda con tale malizia negli occhi, che
Marta stupì.

--Andiamo--fece Alberto prendendo il dottore sotto braccio--vieni a
desinare con noi.

--Non posso. Ho a casa una galantina di lepre con certi tartufi che
sono una meraviglia. La mia serva non ha l'abilità della Ninetta... ma
per la galantina!

Si baciò la punta delle dita, sempre con gli occhi birichini, e fatta
una scappellata alla signora, e detto che s'era fermato apposta per
augurarle il buon pranzo, se ne andò, lento lento, col corpaccione
male assettato nell'abito nero, coi calzoni color lumaca troppo corti,
il cappello a _tuba_ posto in bilico sopra l'orecchio.

Marta si spogliò in fretta; doveva preparare una salsa di cui ella
sola conosceva la ricetta e che, nel suo ardore di neofita, giudicava
più accetta ad Alberto, se fatta da lei.

Comparve a tavola tutta rossa, impaziente di conoscere l'esito. Quando
Alberto ebbe dichiarato che la salsa era gustosa, allora si calmò;
mangiò e bevve di buonissimo umore; fece l'enumerazione dei piatti che
preferiva, combinandoli con quelli preferiti da Alberto, vedendo con
soddisfazione che si incontravano nel gusto.

--E, dimmi--esclamò improvvisamente--che cosa intendeva il dottore con
le sue allusioni alla serva dei Merelli?

Alberto era l'uomo meno adatto del mondo a nascondere checchessia;
rispose, un po' imbarazzato, che il dottore scherzava volentieri.

--Non è ciò--interruppe Marta a cui si schiarivano le idee
meravigliosamente--se non ci fosse nulla di positivo, lo scherzo non
avrebbe avuto ragione d'essere.

--Ebbene, disse Alberto, pensando che, in fin dei conti, la cosa non
lo riguardava affatto e che Marta l'avrebbe saputa egualmente--Merelli
fa all'amore colla Ninetta.

--Così?--esclamò Marta sgranando gli occhi.

--Come, così?

--In presenza della moglie...

--Ma!...

--Con tanti bambini?

--I bambini non c'entrano.

--Ma è un orrore!

--Certo non lo approvo.

--Tu non avresti questo coraggio, eh?

--Non mi sono mai piaciute le serve.

--Ah!--tornò a fare Marta con un sospiro di sollievo, mentre l'onesto
faccione dell'Appollonia le attraversava il pensiero.

E dopo un po' di tempo mormorava ancora:

--È un'infamia, è un'infamia. Ma perchè sei amico di quell'uomo?

--Oh! bella, dovrei levargli il saluto in causa del suo gusto per le
serve? È una debolezza in lui, non può correggersi. Ninetta non è la
prima.

--Ma sua moglie? Poverina, voglio avvertirla...

--Non ci mancherebbe altro!

--Almeno consigliarla a tener serve vecchie...

--Non ci stanno in quella casa, con tutti quei bambini, rifletti.

--Oh! povera donna, povera donna!

---Senti--continuò Alberto prendendo le mani di sua moglie per
calmarla--secondo ogni probabilità, la signora Merelli non sospetta
niente; e se lo sospetta, forse non ci pensa; può anche darsi che lo
sospetti, che ci pensi, ma che non gliene importi un cavolo. In tal
caso tocca a noi farci cattivo sangue?

Marta stette zitta un momento.

--È impossibile--scattò poi--che ella resti indifferente!

--E perchè impossibile?--dopo dieci anni di matrimonio...

--Alberto, che cosa dici? L'amore fra marito e moglie non deve essere
eterno?

--Cara mia, se tutte le cose che _dovrebbero essere, fossero!_

--Tu dunque fra dieci anni non mi amerai più? E amoreggerai?...

L'Appollonia tornò a passare nella mente di Marta portandovi un raggio
così giulivo che, nel bel mezzo della sua indignazione, dovette
sorridere; di che accorgendosi Alberto, disse:

--Ma sì, farò all'amore coll'Appollonia.

Ella rideva, adesso; avendo posata la fronte sulla spalla di suo
marito, eccitata da un ordine nuovo di idee che le si erano parate
dinanzi.

--Però, senti, non capisco come una persona educata, un uomo che ha
studiato, infine che non è un villano del tutto, possa perdersi con le
serve.

--Anche un uomo educato non trova sempre delle duchesse, mia cara
Marta, e poi, se ti dico che è il suo debole! Vuoi uscire a fare due
passi in giardino?

--No.

Ella tornava al suo argomento, appassionandovisi con una voluttà
rabbiosa e crudele.

--Ma non pensa alle conseguenze, al disonore della ragazza, a...

--Che cosa vuoi che pensi!... Finiamola, se non ti dispiace, coi
Merelli.

Alberto si era levato in piedi, non dissimulando una certa seccatura,
e passeggiava innanzi e indietro fermandosi ogni tanto a guardar fuori
dalla finestra.

Marta sentì una stretta al cuore. Non cambiò positura, non si mosse.
Aveva ancora davanti il piatto sul quale stavano alla rinfusa dei
picciuoli di ciliegia; li prendeva a due a due, allacciandoli insieme
per vedere quale si rompeva; a conti fatti, i picciuoli rotti erano in
gran maggioranza. Li riunì con cura in un monticello.

--Hai detto all'Appollonia che non faccia più tanto rumore, alla
mattina, co' suoi zoccoli?

--Sì, gliel'ho detto.

--E tu sarai così buona da cucirmi, domani, quei bottoni alla mia
casacca di velluto?

--Sono già cuciti.

--Oh! che tesoro di donnina.

Ella sperava ancora che l'avrebbe guardata in faccia; ma Alberto si
fermò dietro la sedia di sua moglie, accarezzandole il collo colla
punta dell'indice.

--Addio, vado fuori un po'.

Chinossi, baciandola sulle guancie, sonoramente.

Marta rispose: addio--e si strinse nelle spalle, sembrandole che la
stanza diventasse fredda.

             *
            * *

Gli amici di Alberto Oriani non capivano perchè la sposina non
fiorisse di quel rigoglio pieno ed espansivo che accompagna
generalmente il passaggio dalla fanciulla alla donna.

Eppure Marta era felice; lo diceva a tutti, lo scriveva alla madre, ne
era ella stessa convintissima. Se la malinconia l'assaliva qualche
volta, era una malinconia vaga, uno scoraggiamento del quale non
accusava Alberto, ma sè stessa.

Ella faceva continui confronti tra suo marito e gli altri mariti,
trovando che Alberto li superava tutti in bontà, in gentilezza; certo
non era molto espansivo, ma è forse necessario? Egli diceva spesso che
l'amore, come lo descrivono i poeti, è un sogno da matti; e Marta
ripeteva questa frase nelle lunghe ore della sera, le ore che Alberto
passava in farmacia con gli amici. L'amore vero era quello che Alberto
aveva offerto a lei: il suo nome, la sua casa, i suoi servi; i pasti
presi insieme, le notti dormite insieme nella bella camera col parato
a fiori; e poi, il bacio che egli le dava tutte le mattine,
regolarmente, nello stesso tempo in cui allungava il braccio fuori
dalla coltre per prendere il bicchier d'acqua sul comodino.

Prima ella si chiamava Oldofredi, adesso era Oriani; dalla città era
passata in un borgo; poteva mettere piume sul cappello e diamanti alle
orecchie; in casa della mamma mangiava a un tavolinetto rotondo, con
un servizio di terraglia bianca di Germania; nella nuova casa la
tavola era quadrata e il servizio antico con dei fiori rossi e blù.
Per ventitrè anni si era sentita chiamare signorina, ora la chiamavano
signora e qualcuno anche madama. Tutto ciò costituiva una grande
differenza e il repentino cambiamento la stordiva; molto più che anche
tutti i visi erano cambiati attorno a lei, cambiati i nomi, per cui le
accadeva ancora tratto tratto di pronunciare Matilde invece di
Appollonia.

Forse Marta aveva sognato un cambiamento di un altro genere. Secondo
lei era il suo proprio essere che doveva sorgere a nuova vita, tocco
da una forza misteriosa e potente. Il suo cuore, l'animo suo, i suoi
sensi che cosa avevano immaginato, che cosa aspettavano? Ella non si
sentiva cambiata per nulla, si meravigliava e quasi si accusava di non
aver scoperto nessuna ebbrezza nuova, e niente, ma niente, di quel
trasporto che, giovinetta, le suscitava la sola parola--Amore.

Quando si gettava nelle braccia di Alberto, chiedendogli
affannosamente se l'amava, e che egli sorridendo la assicurava di sì,
una sensazione di freddo le correva dalla testa ai piedi, l'angoscia
dolorosa di uno sforzo senza riuscita, l'abbattimento di un carcerato
che si slancia contro l'uscio della prigione e la trova chiusa.

In quei momenti Marta diventava pallida.

Se questo era l'amore, qualche cosa altro ci doveva essere, più
sublime o più triste, virtù o colpa, ma altra cosa, altra ebbrezza,
altro trasporto; visione di cielo o vertigine di abisso, la sensazione
a lei ignota del rapimento per cui Francesca si era dannata
eternamente, per cui le anime grandi di tutto il mondo piansero,
crearono, morirono.

Rammentava una sera lontana, quando aveva quindici anni e che il suo
cuore per la prima volta si era aperto all'amore, attratto
irresistibilmente verso un giovane che conosceva appena, ma per cui
passava le notti insonni.

S'erano trovati finalmente soli, per pochi istanti, nella libertà
della campagna, e nessuno aveva parlato, ma egli le aveva presa la
mano e gliel'aveva stretta così dolcemente che a pensarvi, dopo tanti
anni, si sentiva invadere da una ignota voluttà.

Che cos'era dunque quello? Amore? E perchè la mano di Alberto non le
dava la stessa sensazione? Era possibile ch'ella amasse Alberto meno
di uno sconosciuto? O era forse Alberto che non l'amava? Ma sì,
l'amava, glielo aveva detto e l'aveva sposata. Se no, perchè l'avrebbe
sposata?

Sempre Marta tornava a questo dilemma, e voleva sapere degli altri
matrimoni con un interesse, con una curiosità morbosa. Dalla signora
Merelli, che era venuta a restituirle la visita, ella aspettava
trepidante e confusa uno sfogo di infelicità coniugale; ma la signora
Merelli non si lagnava che delle sue frequenti gravidanze, parlando
del marito con un feticismo da odalisca, esaltandone la bellezza e la
forza.

--Nei primi tempi del nostro matrimonio--aveva soggiunto, ravvivando
momentaneamente i suoi occhi spenti--non mi lasciava mai salire le
scale, mi portava sulle braccia. Ed ero pesante, allora, ero grassa.

Marta ebbe invidia della signora Merelli. Lei era più sottile, Alberto
non avrebbe fatta gran fatica a portarla sulle braccia...

--Adesso non la porta più?--domandò.

--Oh! Le follie della luna di miele non possono continuare sempre.

Per tutto quel giorno Marta ebbe in mente le follie della luna di
miele. A pranzo, improvvisamente, come faceva per solito le sue
domande, frutto di lunghi pensieri solitari, chiese ad Alberto:

--Tu non hai mai fatto follie per nessuna donna?

Alberto che incominciava ad abituarsi alle domande di sua moglie, pur
trovandole bizzarre, rispose serenamente:

--Follie mai; son cose da manicomio, te l'ho già detto.

--E non hai mai amata nessuna donna più di me?

Alberto guardò il soffitto dondolandosi sulla sedia, con le mani
appoggiate contro la tavola.

--Non mi pare... no, no, ne sono sicuro.

--E... però...

Marta, sospinta dalle sue terribili curiosità, voleva sapere di più;
ma titubava davanti a quell'uomo che conosceva da pochi mesi, col
quale sentiva di non essere ancora una cosa medesima, che non le
apparteneva ancora intero. Tuttavia osò mormorare adagio, cogli occhi
bassi:

--Donne ne hai conosciute molte?

--Come no? il mondo ne è pieno.

--Voglio dire... sai... quelle donne che avvicinate voi altri uomini
quando non avete moglie.

--Sei amena con le tue domande; ma perchè ti interessi a queste cose?

--Perchè non le conosco, e perchè mi pare che il tuo passato, così
differente dal mio, ci tenga lontani. Forse è quello che io ignoro che
mi impedisce di essere per te la donna ideale...

--Non divaghiamo--interruppe Alberto.--Tu sei per me la donna che
cercavo, ti voglio bene, mi vuoi bene e basta.

Marta crollava il capo, sospirando, poco convinta.

--Abbi pazienza--disse ancora, tornando all'attacco con una tenacità
tranquilla, ma decisa--vi sono proprio alcune cose che io non arrivo a
capire. Dimmi almeno questo. Quelle donne, le amavi?

--Ma che! È un assurdo solamente il pensarlo.

--E allora...

Si fermò cercando la parola inutilmente e ripetè arrossendo:

--Allora... come potevi?

--Che diavolo!--esclamò Alberto gettando via il tovagliuolo.--Fa
bisogno di amare per questo?

Marta rimase impietrita, nè per quel giorno disse altro, ingolfandosi
sempre più nelle sue astrazioni, concentrando tutta sè stessa verso
quell'ignoto che sempre le sfuggiva, chiedendosi angosciosamente: Ma
che cos'è dunque l'amore?

Dopo suo marito e la signora Merelli, il dottorone era quegli che
offriva maggior pascolo alla sua smania di sapere.

Egli veniva quasi tutti i giorni a trovarla, ora montato sul trespolo
della poesia, ora diguazzando nella prosa grossolana, ma originale
sempre nelle sue opinioni; misto curioso del suo carattere che trovava
un perfetto riscontro nella faccia dai lineamenti volgari, sensuali,
tagliata a mezzo da un naso carnoso, sul quale gli occhiali avevano
lasciato il solco, e illuminata in alto da una fronte larga, dove gli
occhi brillavano con tutto il fuoco dell'intelligenza.

--Per le donne oneste--egli aveva detto una volta, prendendo vivamente
il braccio di Marta sotto il suo--l'amore non può essere che un dovere
o un peccato; un contratto stipulato, firmato, reso sacramento, reso
dovere civile, eguagliato all'estrema unzione ed alla vendita di un
podere; oppure uno strappo alle convenienze, alle leggi, alla
religione, all'onore... Nel primo caso l'uomo furbo lo idealizza. Egli
dice alle sue vittime: «Siete la gioia del focolare domestico, le
depositarie del nome e dell'avvenire nostro, le regine della nostra
casa; siete la pace, siete la sicurezza.» Potrebbe soggiungere: Siete
il minor male che noi scegliamo dopo d'aver conosciuti tutti gli
altri, siete la panacea delle nostre infermità, il letto di riposo
dopo il letto di campo, la sinecura dei nostri vecchi giorni. Per
cambio della vostra gioventù, del vostro candore, dell'ideale di tutta
la vostra vita, noi che non abbiamo più nè giovinezza, nè candore, nè
ideali, vi offriamo una cosa così comune, così facile, una cosa che
trovereste sul canto d'ogni via, se noi non ce ne fossimo fatto un
esclusivo monopolio, crescendola di valore col negarvene la libertà,
sostituendo il decoro, il pudore, la virtù umana alle divine leggi
della natura. E fin da bambine, all'età degli zuccherini, vi si fa
balenare davanti agli occhi quest'altro zuccherino, ammonendovi «se ve
lo meriterete con la docilità, la modestia, la pazienza,
l'abnegazione...»

Marta rideva, ma quando il dottore era partito meditava le di lui
sfuriate filosofiche e una lieve tristezza, che non era ancora
scetticismo, ma che gli scalzava la fede, si deponeva nell'animo suo.

Tutta sbigottita udiva una voce interna che diceva: Costui l'hai tu
scelto in mezzo alla folla, od è piuttosto quello che ti presentarono,
il solo che hanno potuto pigliare e che tu, perchè buona e docile,
perchè aspettavi da tanto tempo, ti persuadi essere veracemente colui
che deve formare la tua felicità?

Si disperava allora, correndo inquieta per la casa, urtando sempre
nella freddezza dolce di Alberto che non comprendeva nulla di queste
agitazioni, che le compativa però, suscitando così mille rimorsi nella
coscienza di Marta; per cui ella si gettava di nuovo fra le braccia di
suo marito singhiozzando.


Un desiderio, nato fin dal primo giorno del suo arrivo, le ero rimasto
insodisfatto e cresceva ogni giorno più. Ella avrebbe voluto vedere
quei due sposi modello, quei Gavazzali che si erano feriti per bere il
sangue l'un dall'altro. Non uscivano mai in paese; qualche sera, sul
tardi, nei viali deserti della campagna, due ombre apparivano da
lontano e si perdevano nel folto degli alberi.

La signora Merelli, che nemmeno lei aveva mai visto la coppia
singolare, propose a Marta di andare assieme a fare una questua per
gli asili infantili. Si posero subito d'accordo, e sui primi di
giugno, durante un caldo pomeriggio che metteva nell'aria una gaiezza
festosa, bussarono alla porta dei signori Gavazzini.

Una domestica dall'aspetto e dall'accento forestiero, dopo qualche
minuto di esitazione introdusse le visitatrici in un salotto molto
elegante. E aspettarono.

Aspettarono un buon quarto d'ora, avendo così tutto il tempo di
osservare l'arredamento nuovo e corretto, le poltrone che non
sembravano tocche, le piramidi di album lucenti nei loro fregi e nei
tagli dorati. Non un fiore, non un ricamo o un libro dimenticato, non
uno sgabello fuori di posto; niente del benessere comodo e lieto che
Marta aveva a casa sua; niente pure del disordine pieno di vita che,
in casa Merelli, quattro bambini pieni di salute si incaricavano di
mantenere costante.

Un fanciulletto di quattro anni, biondo, esile, con una faccina
anemica, fu il primo a mostrarsi. La signora Merelli volle
accarezzarlo, ma egli si ritrasse in silenzio contro lo stipite
dell'uscio.

E passarono altri dieci minuti.

Venne poi il signor Gavazzini, nascondendo, sotto un fare cerimonioso,
l'alterazione dei lineamenti, eccitati come dopo un alterco.

--Prego queste signore di scusarmi, e di scusare mia moglie; è un po'
indisposta...

Nello stesso momento una signora alta, molto esile, con la stessa
faccia anemica del bimbo, irruppe nel salotto; aveva un abito celeste
e i capelli sciolti per metà sulle spalle in una acconciatura
melodrammatica. Senza nemmeno guardare le due visitatrici, si rivolse
bruscamente a Gavazzini.

--Sapete bene che ho proibito a mio figlio di entrare nel salotto.

La confusione di Gavazzini divenne contagiosa; anche Marta e la
signora Merelli ne furono sorprese. Egli, con accento breve ed
imperioso, usando parimenti il pronome della seconda persona, rispose
che il bimbo era venuto in salotto da sè; poi, volgendosi alle
signore, balbettò:

--Mia moglie... scusino... era... è indisposta. Ha voluto presentarsi
egualmente.

La signora Gavazzini, in piedi, gualciva nervosamente i nastri del suo
abito, mentre il bambino guardava ora lei, ora il padre, con due occhi
malinconici.

Quando la signora Merelli espose timidamente lo scopo della visita,
Gavazzini mise mano al portafogli e con perfetta cortesia le consegnò
venti lire, guardando Marta con insistenza, tanto che ella sentì il
suo facile rossore di sposina salirle subito alle guance.

--Mia cara--disse poi volgendosi alla moglie con ricuperato sangue
freddo--ecco due buone e cortesi signore a cui potreste rendere sì
bella visita. Che ne dite?

--Non si fanno visite, quando si vive in un chiostro come vivo io da
cinque anni.

La voce aspra della signora Gavazzini echeggiava ancora nel salotto,
che già le visitatrici avevano preso commiato, seguite da Gavazzini,
il quale le volle accompagnare fin sulla porta, giustificando il
contegno della moglie con la scusa di crisi nervosa. Sì dicendo faceva
gli occhi teneri a Marta, tastandole il palmo della mano.

Marta uscì di là scandalizzata, incapace di parlare.

La signora Merelli, calma, domandò come le era parso quel nido di
tortorelle, e, nella sua rassegnata conoscenza degli uomini, aggiunse
che non vi era punto da stupire, che succede così spesso, spesso,
assai più di quanto si creda.

--Che cosa le dissi una volta? Follie della luna di miele! Non durano.

--E quando--chiese Marta con la voce che le tremava un po'--la luna di
miele non ha follie?

La signora Merelli riflettè un istante, crollò il capo e rispose con
lentezza:

--Chi sa! Forse è meglio.

             *
            * *

Toniolo prendeva il fresco sulla soglia della sua farmacia, coi
pollici nei taschini del panciotto, seguendo con occhiate lunghe e
profonde tutte le donne che passavano; occhiate che non gli costavano
nessuno sforzo, che erano naturali ai suoi occhi ben tagliati, dal
colorito intenso, che facevano supporre tutto un fondo di pensieri ed
avevano procurato alle sue attrattive di borghese sentimentale, un
discreto numero di simpatie femminili.

Stando così sulla soglia del negozio, assolutamente freddo, non
pensando a nulla, mostrando solo la faccia pallida illuminata dallo
sguardo, Toniolo aveva fatto fantasticare molte fanciulle del paese
che, da quando egli rimase vedovo, avevano sentito più che mai il
bisogno di prendere frequentemente della magnesia o del bicarbonato di
soda; egli, enigmatico come un cofano vuoto chiuso a chiave, non aveva
scoraggiata nessuna, vendendo a tutte la sua merce con la stessa
fisionomia romantica ed incompresa, mostrando, nell'accartocciare
gl'involti, le sue mani morbide, famigliari alle pomate, fini,
lunghette, ornate al dito mignolo da un piccolo brillante, ed il
sorriso vago di un uomo che insegue dei sogni.

Quando si era saputo che prendeva in moglie una ragazza del paese
vicino, la magnesia e il bicarbonato di soda divennero veramente
necessari a molte gastriti ed a languori di stomaco prodotti da
cruccio respresso; nè egli mostrò di accorgersene, manovrando con la
stessa dolcezza i barattoli e le spatole, prendendo il fresco ogni
sera sulla soglia della farmacia, guardando alternativamente le donne
e le stelle.

Alberto Oriani passò tenendosi a braccio sua moglie.

--Che miracolo!--disse Toniolo.

Si fermarono. Erano andati a vedere dei vasi di fiori che il dottorone
voleva regalare a Marta, Si parlò un momento di fiori, tutti e tre in
piedi sulla soglia; poi del tempo che voleva rannuvolarsi, infine:

--Vuol entrare?--chiese Tomolo a Marta, con molta gentilezza, e
soggiunse per incoraggiarla:--Le mostrerò la camera che sto allestendo
per la sposa; mi darà dei consigli.

Marta vide sulla faccia di suo marito la stessa gioia di quando, in
carrozzella, aveva scorti i suoi amici. Decisamente, pensò, egli li
ama molto. Un'altra idea stava per svolgersi nella sua mente, questa:
e si trova in loro compagnia meglio che... ma non volle terminarla.
Salì svelta il gradino della farmacia, seguita dai due uomini.

--Manca molto a questo matrimonio?--domandò Alberto intanto che
attraversavano il tinello.

--Sarà verso la fine d'autunno.

--Fa' vedere a Marta la fotografia della tua fidanzata.

Toniolo pose la mano nella tasca interna dell'abito, poi in quella
esterna, mormorando:

--È singolare, dove diavolo l'avrò cacciata?

--L'avrai lasciata sotto il guanciale, stanotte--disse Alberto
ridendo.

Marta guardò con interesse gli occhi di velluto di Toniolo,
accogliendo la supposizione che egli dormisse coll'immagine della
donna amata: ma Toniolo indicò subito con la mano la fotografia,
appoggiata sul caminetto, contro la pendola.

--Le assomiglia?--chiese Marta.

--Mi pare di sì.

Era una giovanotta rubizza, dalle forme pronunciate e dalla faccia
ingenua. Marta voleva domandare ancora: L'ama molto? ma non osò.

--E che dirà Giuditta?--esclamò Alberto, battendo sulla spalla
dell'amico.

--Oh quella si consolerà di me, come si è consolata di te...

Marta fremette, intanto che i due uomini scambiavano un'occhiata di
intelligenza. Toniolo soggiunse:

--Il successore c'è già; fa il suo tirocinio in questi ultimi mesi,
sai, io non sono geloso, e Giuditta trova che due valgon meglio che
uno, ma io l'ho già avvertita che il mio abbonamento scade alla fine
d'autunno e che non lo rinnoverò più. Non voglio impicci.

--Fai bene--disse Alberto con convinzione.

Entrarono nella camera dov'era già il letto di noce, i comodini e i
cassettoni.

--Sono quelli che avevo, li ho fatti rilustrare e mettere a nuovo; ma
le sedie e le tappezzerie le voglio rifare di pianta. Che ne direbbe
di un bel giallo?

La domanda era rivolta a Marta.

--È forse un po' fuori di moda e facile a macchiarsi...

--Avevo pensato all'azzurro, ma scolorisce col sole, coll'aria, con la
polvere, scolorisce anche al buio.

--Se prendesse una stoffa mista, a righe od a fiori?

Toniolo rifletteva, coi begli occhi abbassati, fissi sulla commessura
di due mattoni.

Marta intanto guardava il letto, dove aveva dormito la prima moglie,
dove la seconda avrebbe raccolto i baci ancora tiepidi avanzati a
Giuditta, e le danzavano davanti le parole «come si è consolata di
te.» Anche Alberto dunque? Anche lui?

I due amici si erano affacciati alla finestra; le loro teste, nella
luce crepuscolare, apparivano giovani, quasi somiglianti. Alberto più
colorito, più florido, ma egualmente dolce e simpatico all'aspetto.
Ridevano. Su quelle bocche i baci di Giuditta erano volati, senza
rivalità, stringendo anzi i loro vincoli, mettendo fra loro una cosa
comune, imparentandoli. Potevano pensare entrambi, nello stesso tempo,
allo stesso oggetto: le spalle o le braccia di Giuditta; intendersi
senza parlare, a gesti.

Il suo Alberto! Perchè suo? suo e di tutti. Quelle mani lì non avevano
abbracciata, stretta, accarezzata Giuditta? e quante altre! Ora lo
sapeva; e questa Giuditta era in paese. Quando lei passava al braccio
di suo marito, Giuditta poteva vederla, scrutarne il volto e
sorprendere i segreti della loro intimità. Avrebbe detto fra se
stessa: Ecco Alberto, ha la faccia de' suoi giorni buoni: oppure: non
ha la faccia de' suoi giorni buoni.

--Me le danno, sai, le trentamila lire?--diceva Toniolo affacciato
alla finestra.--Se non me le davano, lasciavo a loro anche la ragazza;
non ch'io sia interessato, ma quello che ci vuole ci vuole, e poichè
faccio questo sacrificio di mettermi la catena al collo per la seconda
volta, qualche compenso è giusto.

Si voltò, dando le spalle alla luce, così interessante nel suo pallore
di giovanotto linfatico, che Marta non riuscì a mettere insieme quelle
parole con quel volto, e stavolta la domanda, repressa prima, le
sfuggì:

--È molto innamorato della sua sposa?

--Oh! innamorato...--fece Toniolo, sul cui volto passarono
repentinamente la stanchezza e la vanità delle numerose conquiste--non
è poi necessario.

--Per lei, forse--interruppe Marta, meravigliandosi ella stessa del
suo ardire.

--Vedi--disse Alberto in tono conciliante--mia moglie si immagina che
quando un uomo sta per ricevere il settimo sacramento debba prepararsi
con mortificazioni, estasi, preghiere, ritiro dal mondo, astinenze...

--Già, già---esclamò il farmacista ridendo--sono tutte eguali. Non per
offenderla, sa? Le chiedo scusa, non per offenderla, ma anche la mia
fidanzata mi domanda sempre se l'amo, se amo lei sola, se l'amerò
sempre...

--E non è naturale?--disse Marta con fuoco.

Rispose Alberto:

--Tanto naturale che non occorre domandarlo.

Marta conosceva oramai quell'accento reciso, quella specie di muraglia
che suo marito innalzava quando il discorso non era di suo genio.
Sentì pure la sua debolezza, la sua solitudine in mezzo a quei due
alleati naturali, e allora più che mai vide la intimità di Alberto co'
suoi amici, quella grande porzione di vita da cui era esclusa, lei,
che aveva creduto, sposandolo, di fondere due vile. Un abisso la
separava dall'uomo a cui s'era data, che le era straniero, che non
aveva lo stesso sangue, nè gli stessi pensieri, nè la stessa anima,
che aveva vissuto trent'anni senza di lei, ch'ella non aveva mai visto
piangere, che trovava inutile dirle: ti amo... e un bisogno
irresistibile l'assalse, il bisogno di gettarsi nelle braccia di sua
madre.

I due amici erano usciti dalla camera, avviandosi giù per la scaletta
nel tinello.

--Badi che c'è un chiodo accanto all'uscio disse Toniolo--gentilmente
--l'avverto per l'abito.

Sul tavolino, nel tinello, giaceva ancora il ritratto della sposa.
Marta lo guardò a lungo, con una malinconica simpatia, e non riuscendo
a vincere la tenerezza di cui il suo cuore traboccava, si accostò ad
Alberto e gli strinse furtivamente la mano.

--Sì, sì--fece egli col tono di chi vuole acchetare un bambino
riottoso.

In quella entrarono Merelli e il dottorone.

--Che bell'incontro!

Il volto di Alberto raggiò:

--Nido di tortore!--esclamò il dottore.--Fortunato mortale cui è dato
abbellire la propria casa con la presenza di una donna! oh la donna!

    Tu che con ali d'angelo
    Scendi alla nostra vita
    E dentro gli occhi hai lacrime
    E rose infra le dita...

Marta osservò, meravigliatissima, che gli occhi del dottore avevano i
lucciconi.

Il farmacista accese la lucerna e fece sedere i suoi ospiti intorno al
tavolino.

--Bel tempo--disse Merelli--il grano turco cresce a vista, l'uva è una
meraviglia.

Soggiunse il dottore:

--Ho comperato oggi una razza di tacchini stiriani, i più belli che si
possano vedere, di quelli che appaiono sulle tavole dei principi con
la denominazione: _dinde truffée_. Le femmine però io le preferisco
lessate, con guarnizione di maccheroni al sugo.

--Che sigari cattivi!--disse Alberto tentando di accendere un
Sella--non si può più fumare.

Toniolo si alzò, andò a prendere una cassettina, e, dopo averne
chiesto il permesso alla signora, offerse dei virginia.

--Non ti annoi troppo, nevvero?

Così chiese sotto voce Alberto a sua moglie; ella che sapeva con
quanto piacere Alberto stesse con gli amici, rispose:

--Niente affatto.

Ma fra sè pensava: Casa nostra è molto più comoda, più elegante, non
ci manca nulla; io lo adorerei, vorrei spiegare per lui solo la mia
bellezza, il mio ingegno; so parlare anch'io, non sono una sciocca,
ma, a quanto pare, Toniolo, Merelli e gli altri valgono più di me. Io
però ho lasciato per lui mia madre, le mie amiche, tutto; e mi
basterebbe lui!...

--La signora è pensierosa?--chiese il dottorone chinandosi sulla sedia
di Marta, presentandole la sua faccia larga e sensuale, dove la parte
psichica si era tutta rifugiata nelle pupille.

Marta scosse il capo, e dopo una pausa chiese a sua volta:

--Perchè non ha preso moglie lei?

--Per umiltà, non credendomi degno.

--La ragione è speciosa.

--Dica vera. Come faccio ad essere sicuro che la donna che scelgo sarà
felice con me?

--Ma se è buona, se è virtuosa, se ha dei principii...

--Ecco tante belle cose che non hanno nulla a vedere con la felicità.

--Se si amano...

--Altra incognita. Le ho già detto, mi pare, che per le donne oneste
l'amore non può essere che un dovere o una colpa. Allevate nell'idea
fissa del matrimonio, il quale, con la morale odierna è la sola porta
d'uscita che esse hanno, non conoscendo l'amore nè l'uomo, ognuna
accetta quel marito che il caso, gl'interessi, la mamma o gli amici le
pongono davanti; è un _lotto_, una _roulette_, bazza a chi tocca, e
chi le piglia se le tiene.

--Oh!--fece Marta.

--La donna non è sempre vittima,--continuò il dottorone
animandosi--ella si vendica, come può, quando può. Ella risponde alla
mostruosa ingiustizia dell'amore civile coi suoi milioni di isteriche,
coi suoi miliardi di adultere. Colpita, colpisce; ingannata, inganna;
niente di più logico, Lei vede, cara signora, che rendo piena
giustizia al suo sesso, ma siccome non mi riconosco la forza di
legislatore, nè di apostolo...

Alberto, dall'altro lato del tavolino, gridò a sua moglie:

--Se dai ascolto a quel chiacchierone, ne esci intontita.

--Permetti, Alberto, io difendevo la causa della donna.

--Causa sballata--vociò Merelli facendo scricchiolare la sedia su cui
stava seduto.--Le donne sono tutte furbone, che pelano la gallina
senza farla gridare.

--Ciò è tanto più meraviglioso--aggiunse Toniolo--che nel loro caso la
gallina è un gallo.

--La donna--riprese il dottorone, con lo stesso accento ispirato col
quale aveva, un momento prima, recitato i versi di Prati--è la poesia
della vita, è la bellezza...

--Sì, parlatemi della bellezza delle donne!--interruppe Merelli.--Ci
vogliono dei babbuini come noi per lasciarci gabellare nei teatri, nei
balli, nella penombra delle alcove chiuse, tutta la quantità di
ovatta, di gomma elastica, di bianco di bismuto e di kool, che forma
la nostra beatitudine, citrulli che siamo!

Piano, all'orecchio di Toniolo, Alberto mormorò:

--È per garantirsi contro il kool e contro il bismuto che egli si
attacca alle serve...

--Che cosa dite voialtri?

--Eh! nulla. Si approvava.

--La donna--continuò il dottorone come se nulla fosse--creatura
delicata, gentile, anima sensibile messa a contatto della nostra
brutalità.....

--Oh! per anima sensibile--rincrudì Merelli--non ho niente in
contrario. Quando ero all'università conobbi la moglie di un
professore, una deliziosa donnina, una sfumatura, un ideale, proprio
di quelle che hanno le ali e le rose. Un mio amico le faceva la
corte... infine la dolce creatura lo pregò di regalarle un divano,
perchè sullo stesso divano dove essi filavano il perfetto amore, il
marito fumava tutti i giorni la sua pipa, e ciò non le pareva
delicato...

Tumultuarono tutti. Il dottorone rinunciò all'elogio della donna,
sopraffatto dalla voce taurina del suo competitore; ma Alberto,
approfittando della prima pausa, domandò:

--Puoi essere così pessimista? Non esistono forse donne che non si
dipingono e che si accontentano di un solo divano come di un solo
marito?

--Caro Oriani, una volta, in un Museo di Storia Naturale, ho visto un
passero con quattro gambe. L'ho visto, ti dico! Ciò è la pura verità.
Io persisto tuttavia a credere che i passeri sono bipedi.

A momenti gli facevano un'ovazione. Merelli trionfava, come sempre,
rizzandosi sull'alta persona, dominando il crocchio degli amici, rosso
e lucente in viso, sentendosi ammirato.

Alberto ebbe il delicato pensiero di avvicinarsi un momento a sua
moglie per chiederle sottovoce:

--Stai bene?

--Sì, grazie.

Era però buono Alberto! Ella lo segui con gli occhi mentre tornava al
suo posto, attratta da quel viso simpatico, intenerita per il suo atto
gentile, e intanto che il discorso si metteva alla politica ella restò
muta, alquanto illanguidita sulla sedia di cuoio della farmacia, col
desiderio della sua poltroncina e dell'uncinetto che almeno le avrebbe
fatto passare il tempo.

Nella politica si riscaldarono, qual più qual meno, secondo i
temperamenti. Il pletorico Merelli gridava come un ossesso; gli veniva
dietro il dottorone nervoso ed entusiasta; più calmo Alberto,
quantunque allegrissimo, e Toniolo quasi indifferente, approvando col
capo ciò che dicevano gli altri, i pollici nei taschini, l'occhio
vagante. Ma tutti insieme riempivano la stanza, con le loro persone
massicce, la voce alta, gli scarponi che si agitavano sotto il
tavolino, il fumo dei sigari che s'innalzava, addensandosi sempre più.

Il volto di Alberto, sul quale Marta teneva sempre gli sguardi,
scompariva tra le spalle poderose di Merelli e il torace ampio,
squilibrato del dottorone; ella lo scorgeva come un punto luminoso,
velato leggermente dal fumo, e ne raccoglieva ogni parola, ne seguiva
ogni gesto, pascendosi di un'occhiata che cadesse dalla sua parte,
raccogliendo le briciole dello spirito e della cordialità che Alberto
distribuiva agli amici.

Erano suonate le undici da un pezzo ed ella, nella muta
contemplazione, si sfibrava, presa dalla noia e da un principio di
sonno, con la visione lontana del suo letto, della sua dolce casa.

Ma si erano messi a discorrere delle colonie d'Africa e venne la
mezzanotte. Merelli sbraitava nella esuberanza del suo temperamento
sanguigno, per cui Toniolo mormorò piano, sorridendo:

--Ce ne vorrebbero due al giorno delle Ninette per quello lì!

Marta si sentì sollevata quando Alberto, levandosi in piedi, annunciò
che si partiva.

Non volle il braccio di nessuno; appena uscita si avvinse a suo
marito, carezzevole, amorosa, con certi scatti da bambino freddoloso,
tenendo voltata la faccia per sfiorare con le labbra la manica di
Alberto.

Merelli e il dottore lasciarono che i due sposi andassero a casa soli.

A mezzo d'una via, una donna, uscendo frettolosa da una porticina,
attraversò loro la strada, passando così presso ad Alberto da urtarlo.
Marta sentì il contraccolpo di quell'urto, vide la donna che si era
fermata mezzo minuto, audacemente, accanto a loro, ed Alberto che
aveva fatto un movimento indietro, ed ancora la donna che era
scomparsa rapida, rompendo l'oscurità della notte con la striscia
chiara del suo abito.

Tutto il sangue di Marta le affluì al cuore.

--È Giuditta!--esclamò stringendo con violenza il braccio di suo
marito.

Alberto non rispose subito.

--Dimmi la verità, è lei?

--Ma che!

--Pure la conosci...

--No, ti dico. Non l'ho nemmeno guardata.

--Ma potrebbe esser lei?

--Non so...

A che insistere? Tacque.

Ma ricalcando le orme della donna, sembrava a Marta che la sconosciuta
avesse lasciato qualche cosa dietro a sè, nell'aria rotta dalla sua
persona, sui sassi battuti dal suo piede; un miasma che saliva,
nauseante, che l'avvolgeva tutta, la prendeva alla gola con un'ondata
di impurità, soffocandola, strozzandola; e nella acutezza della
sensazione le sembrava di udire laggiù, fra le tenebre della notte, il
ghigno beffardo di colei che aveva posseduto suo marito, perchè era
lei, lo sentiva!

             *
            * *

Le lettere che Marta inviava a sua madre, parlavano tutte di felicità.
Si esaltava scrivendo dell'amore che Alberto aveva per lei, e si
diceva il suo tesoro, la sua vita; parole che Alberto da sua parte non
aveva mai pronunciate, ma di cui ella inebbriavasi al punto che quando
aveva scritto, versando sulla carta l'amore di cui era compresa,
rimaneva sollevata, immaginando che Alberto provasse tutto ciò che
ella stessa sentiva. Scriveva: «i suoi baci appassionati, le sue
tenere carezze,» e rileggeva poi quegli aggettivi che le davano una
dolce commozione, una specie dei piaceri immaginari che gustano i
bevitori d'oppio.

E come l'oppio, questa eccitazione del cervello la prostrava veramente
e indeboliva i suoi nervi.

Molte volte dopo d'aver scritto a sua madre che «si adoravano,»
Alberto entrava e non si scambiavano neppure un bacio; lui serenamente
freddo, lei distratta, paralizzata nella realtà dalle false sensazioni
subite prima.

Tutto il fisico di Marta si risentiva di questo stato patologico. Era
magra, coll'occhio spento; soffriva lunghe malinconie; già più volte,
senza una ragione apparente, era corsa a nascondersi nella sua camera
per piangere. Che cosa avrebbe detto Alberto vedendola piangere?

La bontà inalterabile e gentile di suo marito, il lieto umore, la
fiducia illimitata, il suo contegno riservato colle donne, la
convincevano che egli era il modello dei mariti, e quel malcontento
intimo, quella tristezza che l'assaliva, ella riversava su sè stessa,
sul cattivo suo temperamento. Che poteva essere se non ciò?

Per alcune settimane era stata divorata dalla gelosia e non aveva
fatto altro che osservare ogni atto, ogni passo di Alberto; era
ritornata parecchie volte nella via dove le era apparsa la donna
sconosciuta, aveva interrogato, cercato, spiato; allargando i confini
del suo sospetto geloso, si era messa a sorvegliare tutte le donne che
Alberto vedeva, compresa la signora Merelli. Ma da queste ricerche
l'innocenza d'Alberto era uscita così trionfante, che lo stesso giorno
ella scrisse a sua madre: «Sono felice, felice, felice.»

I giorni peraltro le sembravano più lunghi e più vuoti. Suo marito si
alzava presto per andare a visitare le campagne; ella, pigra, con le
ossa indolenzite, rimaneva ancora sotto le coltri finchè Appollonia
non le portava il caffè. Lo sorbiva lentamente guardandosi le mani, le
braccia, toccando i piccoli ricami della camicia, lavoro suo, de' suoi
giorni di fanciulla.

Una specialmente, una bella camicia fina con lo scollo tondo
arricciato, le faceva ricordare una incisione che l'aveva colpita
tanto quand'era ragazza, che ella guardava di nascosto della mamma,
dentro una vecchia strenna, e rappresentava _Diana_ _di Poitiers_,
semivestita, con uno scollo così tondo, arricciato e irresistibile,
allacciando le braccia intorno al capo del regale amante prostrato a'
suoi piedi. Forse--pensava allora--bisogna essere molto molto bella
per ispirare l'amore.

Ma non è vero--soggiungeva un momento dopo--no, non dev'essere questa
la ragione.

Dalla recente esperienza, dall'osservazione degli uomini i quali non
si mostravano più davanti a lei così ritenuti come fanno con le
ragazze, dalle confidenze della signora Merelli, era venuta ad una
conclusione, ancora confusa, ma che distruggeva completamente
l'edifizio delle sue credenze in fatto d'amore. La conclusione era
questa: Gli uomini si danno a qualunque donna, bella o brutta, con
affetto o senza, con simpatia o con indifferenza. Una cosa mostruosa
ma vera!

Dalla bocca stessa di suo marito, dietro insistenti richieste, ella
apprese che, a sedici anni, Alberto aveva avuta la rivelazione
dell'amore per parte di una donna vecchia e brutta, che andava in casa
a fare il bucato.

Alberto le disse questa cosa naturalmente, soggiungendo che a quasi
tutti gli uomini succede così, non sospettando neppure la profonda
impressione che tali parole avrebbero fatto su Marta. Ella ne pianse
di dolore e di vergogna.

Ragionando poi nella sua mente, le parve di dover attribuire a quella
remota causa la differenza di sentire che esisteva fra lei e suo
marito.

Misurando per la prima volta le esigenze di un uomo che aveva data la
sua fiorente giovinezza ad una ignobile femmina, nella stessa età in
cui ella credeva ancora agli angeli e cercava l'amore in cielo, fu
assalita da una ben più tremenda gelosia, la gelosia impotente del
passato, quella che non si può distruggere, che si urta contro la
sentenza inappellabile del fatto compiuto.

Con uno sforzo doloroso dell'immaginazione sognava il suo Alberto
bello, puro; ne vedeva la persona elastica, l'occhio lucente, la bocca
fresca come fiore che si schiude; e l'anima nobile, il cuore fidente,
affettuoso, tutti gli impulsi generosi della giovinezza... Oh averlo
conosciuto allora, essere stati entrambi così puri, l'uno dell'altro,
per sempre, quello doveva essere l'amore!

E non poteva più averlo così! La vecchia femmina, Giuditta, tutte le
altre, chi sa quante, chi sa quali, gli avevano portato via la
spontaneità dell'entusiasmo. Ella era giunta ultima, inesperta, non
preparata alla lotta contro tutto un passato.

Perchè quella veramente era la sua angoscia: il passato di Alberto,
indistruttibile.

Rifaceva a sè stessa, con una raffinatezza crudele, il ritratto di
tutte quelle donne; le immaginava belle, provocanti, piene di
seduzioni ignote, di occulti filtri amorosi.

Brancolava fra supposizioni assurde, fra ipotesi strane, con l'ansia
di chi ha smarrita la via e le tenta tutte per orizzontarsi.

Metteva insieme le sue memorie più lontane, ricordandosi certe malizie
della scuola, volendo spiegarsele.

Non aveva dimenticata una ragazza, Collini, in terza; una faccia
scialba, dagli occhi neri e dalle labbra rosse, con la carnagione
picchiettata di lenti, la quale aveva sempre delle storie misteriose
da raccontare in segretezza; storie che non si sentivano mai per
intero, di cui le parole strane, svisate, spostate, volavano di bocca
in bocca, eccitando la curiosità senza soddisfarla.

Erano discorsi proibiti e per questo solo interessavano, chè del
rimanente non ci si capiva nulla, almeno Marta che non era punto
maliziosa.

Una volta la Collini aveva recata una parola nuova, bizzarra, che
nessuna delle bimbe aveva mai udito pronunciare. Cercata la parola nel
dizionario, si trovò che rispondeva a «femmina di mal affare;» per cui
tutte si guardarono in faccia meravigliate di comprendere anche meno;
finchè un altro giorno la Collini spiegò loro che quella parola voleva
dire: «donna che si vende:» onde nuova confusione, che le giovani
menti sciolsero ognuna a suo modo, restando nel pensiero di Marta
l'idea di una donna sucida e puzzolente.

Nè da tale concetto potè liberarsi più tardi, quando incominciando a
squarciare i veli della vita, seppe che vi sono nel mondo donne che si
danno a tutti gli uomini; ed anche non sapendo precisamente ciò che
implicava, in tal caso, il verbo darsi, queste donne rimasero per lei
un mito, qualche cosa di fenomenale come le sirene, e se le immaginò
sempre sucide e puzzolenti; tanto lontane da lei, così fuori dalla sua
orbita, che non le destavano nemmeno la curiosità.

Vivendo con la madre in un ambiente onesto, nessuna circostanza
rimoveva intorno a lei il lezzo della società, per cui la sua anima
nobilmente femminile si era alzata a poco a poco, senza urti, senza
ostacoli, all'idea vaga dell'amore; idea che poggia fra l'ignoranza e
il desiderio, descrivendo la curva iridescente dell'arco baleno, dove
tutti i colori sono riuniti per l'occhio che li guarda da lontano,
dove la mano non stringe nulla.

La sua verginale ignoranza faceva sì ch'ella non ammettesse altri
strati all'infuori delle nuvole o degli abissi, ed ecco che la terra
le mancava sotto ai piedi, e alla nuova rivelazione della vita
arrestavasi sbigottita, incerta.

Quanti amori vi sono dunque? Quello che la Collini spiegava in
segretezza, ignobile, vergognoso e che per una mostruosa catena si
riallacciava al primo amore di Alberto? o l'amore etereo celebrato dai
poeti, sognato nell'ebbrezza di una notte di luna, cantato sulle note
del cembalo? o l'amore voluttuoso e ardente di Diana di Poitiers,
stringentesi al seno la testa adorata?

Ma perchè nessuno, nè la Collini, nè i poeti, i pittori, le amiche, e
nemmeno la madre, le avevano parlato dell'amore come ella lo aveva
trovato? Perchè non le avevano detto: Tu entrerai, ignota, nel letto
di un ignoto; il vostro contatto sarà senza delirio e i vostri cuori
si avvicineranno senza fondersi?

L'inutilità de' suoi slanci amorosi di fronte alla freddezza di
Alberto, le fecero germogliare un dubbio. Si era dunque ingannata in
tutto! Per piacere agli uomini, per cattivarseli, non occorreva nè il
sentimento, nè la devozione, nè la grazia; che cosa ci voleva dunque?

Abbandonata a sè stessa la sua immaginazione si smarriva. Decisa a
tutto per vedere suo marito innamorato, avrebbe voluto conoscere
quelle che nei libri si chiamano: le arti delle cortigiane. Anche
nella storia, anche ne' suoi libri di istruzione aveva trovato esempi
di quelle donne maliarde che affascinano. La morte di Oloferne, la
disfatta di Cesare, non erano forse l'opera d'una donna?

Recentemente aveva letto di un sultano che si innamorò di una ignobile
negra addetta ai più bassi servizi del palazzo, la sposò e la fece
sultana _Validé_, preferendola a tutte le odalische dell'_harem_.

Non era dunque la gracilità della sue membra e il suo profilo
scorretto che vietavano ad Alberto i deliri dell'amore. No certo,
perchè Alberto le aveva detto tante volte, col suo accento gentile,
che gli piaceva così come era, gli piaceva tutta e la trovava
immensamente simpatica, co' suoi capelli castagni ondulati, la sua
fronte bianca, gli occhi ridenti e la bocca seria, ciò che formava un
grazioso contrasto.

Ma non era ancor tutto. Il punto per lei più oscuro, più
incomprensibile era che ella stessa non trovava nelle braccia di suo
marito, amandolo come lo amava, la più lieve ebbrezza. E questo la
persuadeva di essere una creatura imperfetta, incapace a dare ed a
ricevere l'amore.

I suoi scoraggiamenti avrebbero fatto pietà se Alberto li avesse
osservati, se avesse potuto comprenderli, se, nella sua bontà
superficiale, non si fosse appagato del malinconico sorriso di Marta e
de' suoi occhi dolci che lo guardavano amorosamente.

Dimagrava, è vero, e su questo fatto visibile i commenti degli amici e
degli indifferenti si sbizzarrivano con le supposizioni più disparate,
spesso maligne. Egli sospettava che fosse incinta, e senza cercare più
in là raddoppiava i modi cortesi, sorridendo al futuro.

Insieme non stavano molto; a colazione e a desinare, raramente nelle
ore intermedie. Alberto tutte le volte che usciva per i suoi affari,
baciava la moglie sull'una e sull'altra guancia. Ella lo seguiva,
attraverso il cortile, fino alla porta di strada; quando egli era in
fondo alla via, si voltava indietro.

Marta rientrava in casa momentaneamente lieta, sentendo la sua dignità
di moglie e di padrona, decisa a occuparsi dei suoi doveri di massaia.

Si era provveduta di un cuciniere moderno e su questo spiegava
all'Appollonia una quantità di manicaretti; occupandosi ella stessa di
una faccenda che interessava moltissimo Alberto, riempì la credenza di
conserve, di frutta nello spirito; discese in cantina, e, aiutata da
Gerolamo, vi pose un ordine nuovo; salì in soffitta, arieggiando
mobili accatastati da anni ed anni, rimettendo fuori stoviglie
disusate.

Nell'ampio guardaroba, che la madre di Alberto aveva arricchito di
ogni ben di Dio, passò giornate intere, rovistando, spiegando,
ripiegando, mettendo in fila dozzine di lenzuola.

Il suo istinto di donna trovava un pascolo nella casa agiata, nella
vecchia casa dove le stanze erano così liete, dove tutto sorrideva nel
benessere, nella pace, dove perfino la voce da ventriloquo di Gerolamo
aveva intonazioni festose, ed il faccione rubicondo dell'Appollonia
spiccava sulla soglia della cucina, nella sua onestà ingenua, come lo
stemma della casa patriarcale.

A tavola, Marta narrava tutto quello che aveva fatto nella giornata,
con vivacità, con una mobilità nervosa, domandando l'approvazione di
suo marito, che le veniva sempre concessa per intero.

Dopo, Alberto, che era ottimo mangiatore, faceva il _chilo_,
discorrendo dei suoi interessi, fumando in una lunga pipa che aveva
appartenuto a suo padre. Erano i momenti belli di Marta, la quale
stava ascoltandolo e guardandolo, tutto per sè, con una adorazione
muta, sentendo il principio di quella calda intimità che aveva sempre
vagheggiata, sentendo che qualche cosa di insolito si svegliava in
lei, un ardore nuovo desideroso di espandersi, una attrazione che
partendo da tutta la persona di Alberto la avvolgeva in un'onda
dolcemente sensuale.

Ma Alberto si alzava reprimendo, per convenienza, un lieve stiramento
delle braccia.

--Ho bisogno di muovermi--diceva.

Prendeva il cappello, la canna, la baciava e andava in farmacia a
raggiungere gli amici.

Con le braccia inerti, svogliata, Marta passava la sera sulla stessa
sedia dove aveva pranzato, prendendo spesso una tazza di camomilla che
Appollonia le portava a forza, vedendola pallida, assicurandola che le
avrebbe fatto bene.

Dava qualche punto, leggicchiava il giornale, sbadigliava. Le ore
erano lunghe, eterne. Finalmente Appollonia, dopo d'averle chiesto se
le occorreva nulla, veniva a darle la buona notte. Ella udiva il
rumore che facevano sul mattonato gli zoccoli della brava donna che si
allontanava, ultimo frastuono della giornata; e la casa ripiombava nel
silenzio.

Marta aveva sonno, ma aspettava Alberto. Quando credeva prossima l'ora
del ritorno, si affacciava alla finestra, tendendo l'orecchio. La luna
d'agosto, rossa, brillava, sul cielo senza nubi, in un aere molle,
grasso di vapori, e l'afa, che mitigata dalla frescura notturna,
prendeva un sembiante di carezza, le passava sul volto con l'effluvio
dei prati, delle vicine campagne dormenti.

Che cosa faceva Alberto laggiù? Perchè tardava tanto?

L'attesa, dapprima calma e rassegnata, volgeva, col volgere delle ore,
ad una inquietudine generale. Non poteva più star ferma; la finestra,
la sedia, il divano, l'uscio e poi da capo la finestra, e poi più
nulla. Ritta nel mezzo della stanza pareva una statua; le sue
sensazioni si concentravano in un immenso, in uno sfrenato desiderio
di vedere Alberto.

Il tempo passava, e dall'immobilità angosciosa Marta entrava in uno
stato di allucinazione sensuale. Con mano inconscia slacciava i ganci
dell'abito, allentava i nastri, cedendo a una sensazione misteriosa di
abbandono, con dei brividi a fior di pelle, la bocca assetata, arida,
le braccia aperte disperatamente.

Incapace a reggersi, piegava il capo sopra un guanciale, su una
spalliera di poltrona, su tutto ciò che poteva darle l'illusione di
una carezza. Perduta nelle immagini d'amore scioglieva i capelli, e,
attorcigliandoseli sul volto, ne aspirava l'aroma giovanile, gemendo
il proprio nome «Marta, Marta!», che la notte raccoglieva e agli echi
deserti della campagna ripeteva «Marta, Marta!»

Il tempo passava ancora, finchè l'eccitazione passando, la lasciava
sfinita, con le membra rotte, gli occhi pesti e vacillanti. Tuttavia
non andava a letto. Aspettava.

Alberto la trovava quasi sempre distesa sul divano, pallida come cera,
inerte. E la rimproverava; le diceva: «Dovevi coricarti, dovevi
dormire.»

Ella non rispondeva nulla. Barcollante terminava di svestirsi, con dei
brividi nelle ossa, e si cacciava sotto le lenzuola. Ma quando suo
marito avvicinandosele mormorava: «Andiamo, via....» tutto il suo
corpo si irrigidiva, si gettava indietro.

--Le donne--concludeva Alberto, voltandosi dall'altra parte--non si
arriva mai a comprenderle.

E Marta, sotto le coltri, piangeva.

             *
            * *

Appollonia frugava dentro un mucchio di ferravecchi, con la larga
schiena curvata a terra, e il faccione, per quella posizione scomoda,
più rosso del solito.

--Che cosa cerchi, Appollonia?

--Cerco quella chiave, sa bene, la chiave della cassa vecchia lassù in
soffitta; m'è venuto in mente che possa trovarsi qui.

Marta, dalla soglia della cucina a cui s'era affacciata, entrò e
sedette sovra una seggioletta bassa di paglia.

Veniva sovente, ora, a trovare l'Appollonia; seduta su quella
seggioletta, seguiva per ore intere i movimenti della buona donna,
acchetando il suo spirito nella contemplazione di quella placidezza
non alterata mai, domandandosi spesso come facesse l'Appollonia per
conservarsi così grassa, così rossa, così fresca e serena.

A lei invece chiedeva notizie sulla casa, sulla madre di Alberto, su
Alberto stesso. Era venuta a servizio quando Alberto aveva già passati
i vent'anni, ma sapeva tante cose. Sapeva che da piccino aveva corso
il rischio di morire per aver ingoiato il nocciolo d'una susina; che
faceva le bizze nell'andare a scuola, al punto che Gerolamo se lo
doveva prendere nelle braccia a viva forza e trascinarlo davanti al
maestro. Gerolamo, interrogato in proposito, confermava l'asserto,
rifacendo il vocione che usava per incutere rispetto al signorino.

Tutto ciò che aveva relazione con suo marito interessava Marta
moltissimo; le sembrava di attaccarsi maggiormente a lui, di entrare
nella sua vita non solo col presente e col futuro, ma ben anco coi
ricordi del passato.

Una volta che Alberto si era lagnato di un dolore al ginocchio, Marta
gli aveva detto: Sarà la ferita che ti facesti cadendo dall'albero,
sul quale eri salito per guardare nel giardino dei vicini.

--Come sai ciò?--aveva chiesto Alberto meravigliato; e Marta si sentì
tutta felice per questa presa di possesso nella esistenza anteriore di
suo marito.

Certi abitini di Alberto fanciullo, i suoi scartafacci, i libri di
testo, sciupati, con scritto in alto _Alberto Oriani_, erano
altrettante reliquie che Marta conservava, interrogandole, quasi
avesse potuto assorbirne ciò che Alberto vi aveva lasciato di sè
stesso, de' suoi giuochi infantili, della sua lieta adolescenza di
figlio unico.

Scoprì che a dodici anni egli aveva ricevuto la prima comunione; conto
fatto sulle immagini conservate con la data di quel giorno; e che era
stato ghiotto, imprudente, disubbidiente; bugiardo mai.

Aveva tentato di avere, per parte d'Appollonia, la descrizione esatta
della lavandaia che veniva in casa quando Alberto aveva sedici anni;
ma questo desiderio le andò fallito, perchè al tempo in cui Appollonia
era entrata in servizio, la signora Oriani si era già decisa da un
pezzo a far lavare fuori di casa. Seppe però che donne ne bazzicavano
poche, essendo la signora Oriani severissima in fatto di costumi, e
che se il signor Alberto aveva qualche pasticcetto doveva pensare a
cucinarselo altrove.

Appunto--riflettè Marta intanto che Appollonia cercava la chiave--come
mai mia suocera, che era tanto accorta e previdente, si acconciò a
prendere una serva giovane quale doveva essere costei allora?

--Appollonia, quanti anni avevi il giorno che venisti in questa casa?

--Ventiquattro, venticinque o ventisei, non lo so neppur io.

--Eri però giovane.

--Oh sì, signora, ero giovane.

Marta non voleva esprimere tutto quanto il suo pensiero, scrutando la
fisionomia della serva, sembrandole al disopra di ogni sospetto; e
tuttavia dubbiosa, per quell'eccesso di zelo che in ogni cosa
dimostrano i novellini.

--E non hai mai pensato a prendere marito?

Tale domanda fu lanciata così a bruciapelo, che Appollonia sollevò gli
occhi e trasse le mani dal mucchio di ferravecchi, restando a bocca
aperta, tra il vergognoso e il meravigliato: finchè calma, calma,
scuotendo il capo e rimettendosi carponi, rispose:

--Chi vuol mai che mi prendesse!

Non v'era in queste parole neppur l'ombra del rammarico, dell'ira o
dell'invidia; nessun lampo di desideri assopiti, nessuna puntura di
vanità, niente altro che la semplice, serena accettazione del fatto
compiuto.

Marta l'ammirò questa volta, non da padrona a serva, ma da donna a
donna.

--Prima di tutto--disse, dolcemente, sentendo il bisogno di questa
carezza spirituale--non sei nè gobba, nè zoppa, e nemmeno brutta;
avresti potuto maritarti tu come qualunque altra...

--Ah! è vero, zoppa no, gobba no; ma pure...

--E quand'anche nessuno ti avesse cercata, potevi ben tu avere il
desiderio di collocarti.

Appollonia crollava la testa, sempre curva, ma dalle gote sporgenti
sugli zigomi appariva chiaro ch'ella rideva in pelle in pelle.

--Di', Appollonia?

--Nossignora, nossignora, questo desiderio bisogna essere in due per
averlo.

--Si può tuttavia avere, da sola, il desiderio di trovare il secondo.

--Ma sarebbe un desiderio inutile.

Marta rimase colpita da una manifestazione di criterio così solido in
sì umile creatura.

--Sei una testa forte--disse ridendo.

--Forte, forte--confermò Appollonia dandosi un pugno sul capo, per
avvalorare le parole.

--Sicchè ti trovi felice?

--Io sì.

--Ma felice di che?

Parve che Appollonia non comprendesse subito, perchè esitò qualche
istante; disse poi risoluta:

--Felice di essere sana e di poter lavorare.

Marta la guardò con stupore.

--Infine questa chiave non si trova--esclamò la serva levandosi in
piedi.--Credo che se lei vuol guardare nel cassone, dovrà farlo aprire
dal fabbro. Vado a chiamarlo?

--Non preme. Siedi un momento, riposati. Che cosa facevi prima di
venir qui? Hai servito in altre famiglie?

Appollonia si passò la mano sulla fronte, quasi per raccogliere idee
sparse e molto lontane. Fu ancora Marta che riprese:

--Già, mia suocera doveva conoscerti molto bene, altrimenti non ti
avrebbe presa.

--Sicuro che mi conosceva ed aveva conosciuto anche mia madre. Io no.

--Non hai conosciuto tua madre?

--Nossignora.

--E con chi vivevi?

--Con mio padre.

--Voi due soli?

--Noi due soli.

--Che mestiere faceva tuo padre?

--Era contadino.

--Anche tu hai lavorato la campagna?

--E come! Quando ero proprio piccina andavo a scuola, ma ci andai
solamente due inverni perchè una vicina mi mandava insieme alle sue
figlie, e quando venivo a casa mi dava un po' della sua minestra ed io
rifacevo il letto alla meglio.

--Dov'era tuo padre?

--Faceva il giornaliero, un po' qui, un po' là. Alle volte veniva a
dormire a casa, ma non sempre; d'estate stava fuori le intere
settimane, non lo vedevo che al sabato.

--E alla domenica.

--Alla domenica poco; si sa, egli preferiva andare all'osteria.

--Tu dunque rimanevi sola? Non ti annoiavi?

--Non ne avevo il tempo. L'anno che la mia vicina cambiò casa e che io
dovetti rinunciare alla scuola, mi rimasero le faccende da disbrigare,
il letto, la minestra; poi, tanto per guadagnare qualche cosa, andavo
anch'io a giornata per servizi leggeri. Alla sera cucivo quel po' di
roba nostra, rattoppavo i calzoni di mio padre; nei giorni festivi
leggevo.

--In complesso facevi una vita tranquilla.

---Oh! sì, per un po' di tempo.

Marta non avvertì queste ultime parole, intenta ad immaginarsi
l'Appollonia piccina, tonda, tonda, ruzzolare come una palla dal letto
al focolare, dal focolare al lavatoio, pacifica, col suo bel faccione
da luna piena.

--E quando tuo padre stava fuori alla notte, dormivi sola?

--Sola.

--Senza aver paura?

--Di che? Eravamo così poveri che la nostra casa non poteva tentare i
ladri; andavo a letto già mezz'addormentata e qualche volta non mi
ricordavo nemmeno di chiuder la porta. Una notte scoppiò un temporale
fortissimo che mi spalancò tutto quanto l'uscio; l'acqua entrava a
torrentelli ed alla luce dei lampi io la vedevo che saliva, saliva,
portando in giro per la stanza le scarpe nuove di mio padre, tanto
inzuppate alla fine che non si poterono più muovere e ci volle poi una
settimana per farle asciugare. Fu la sola volta che ebbi paura.

--Avesti paura allora?

--Madonna santa, pareva il finimondo! Mi cacciavo sotto le lenzuola
per non vedere e non sentire, ma vedevo e sentivo sempre; e credevo
che le anime dei morti venissero a portarmi via in mezzo alle saette.
Mio padre, il giorno dopo, mi battè ben bene perchè non ero scesa a
chiudere l'uscio. Aveva ragione.

--Ragione di batterti?

--Ma sì.

--E di lasciare in casa una bimba sola?

--Questa non era colpa sua. Doveva pur andare a lavorare. I signori
sono i signori e i poveri sono i poveri.

Marta si sentiva la voglia di abbracciarla, e lo avrebbe fatto se il
movente di quella sensazione fosse stato solamente la bontà; ma si
accorse che in una leggera sfumatura di bontà, il suo cuore
tripudiava, sollevato dai propri mali, ed ebbe vergogna di mostrare
una sensibilità che in fondo non era altro che egoismo.
Ripromettendosi di compensare altrimenti le modeste virtù di
Appollonia, si abbandonò per il momento al piacere che le dava quella
specie di autobiografia, dove la sua anima sitibonda di ideale,
trovava un pascolo inaspettato.

--E hai continuato in tal modo fino...

--Sempre, fin che visse mio padre.

--Lo amavi molto tuo padre?

--Sì; è dovere.

--Ma non si ama solamente ciò che è dovere--insinuò Marta.

--Si ama ciò che si deve amare--rispose Appollonia, candidamente.

--Era buono almeno tuo padre?

--Sì, come uomo.

Queste parole sintetiche fecero ridere Marta. Appollonia soggiunse:

--Nei primi anni le cose andavano discretamente. Mio padre, si sa,
ogni uomo ha il suo vizio, beveva; ma beveva soltanto alla domenica.
Tornava dall'osteria che sembrava un bambino, rideva, rideva e diceva
delle parole senza senso. Io lo chiamavo: «babbino, caro babbino.»
Egli mi abbracciava e poi cadeva sul letto. Non c'era niente di male,
nevvero? Ma quando il lavoro divenne scarso e che egli non potè andare
tutti i giorni a lavorare, me lo vedevo confitto in casa da mattina a
sera brontolando, prendendosela con tutti, anche con me, che ero una
bocca inutile e che se fossi stata un uomo avrei almeno potuto
aiutarlo. Io, naturalmente, non rispondevo nulla, e, sul tardi, se
egli usciva per «cacciare i dispiaceri,» come diceva lui, non potevo
impedirglielo. Così incominciò a bere tutti i giorni, proprio allora
che mancavano i denari!

--Mi pare che non fosse un padre modello! esclamò Marta.

--Bisogna compatirlo. Gli uomini, quando non hanno lavoro, fanno tutti
così. Prima non era cattivo; andandogli male i suoi affari gli si
guastò il sangue. Gli dicevo bene qualche volta: «Babbino non bere,
che sprechi i denari e la salute.» Ma egli mi rispondeva che le donne
devono tenere la lingua a casa. Anche questo è giusto. Dunque, più mio
padre beveva e meno i padroni volevano prenderlo a giornata; meno egli
andava a giornata e più beveva. Le lascio considerare! Dovetti allora
lavorare per due; fortuna che la salute c'era. Andavo durante il
giorno a falciare, a sarchiare, a battere il grano, a cardare il lino,
e molte ore della notte le passavo cucendo abiti per le donne e per i
ragazzi, che in questo ci riuscivo benino, ed anche mi piaceva. In
complesso non mi lagnavo; tolto di alcune feste in cui vedevo le mie
compagne andare alla sagra tutte vestite in ghingheri, ed io non
potevo accompagnarle; prima perchè non avevo abito, nè scarpe, nulla;
poi chi avrebbe avuto cura della casa e di mio padre? Il mio destino
era questo.

--E non ti capitò allora di prendere marito?

--Com'era mai possibile? Avevo due camicie in tutto!

--Nessuno ti fece mai la corte?

--Se non uscivo nemmeno!

--Dovevano sapere che eri una brava ragazza e che saresti stata
un'ottima moglie.

--Ma non avevo nulla. E mio padre chi lo avrebbe preso? Si sposa una
persona, non se ne sposano due. Del resto le giuro che non avevo
affatto voglia di prendere marito; mi bastava mio padre.

--Oh!--fece Marta--non è la stessa cosa.

Appollonia si strinse nelle spalle; la differenza, secondo lei, non
valeva la pena di essere discussa.

--Per finire, a che punto arrivò tuo padre?

--Mio padre arrivò al punto che non si moveva più dall'osteria.
Standosene là tutto il giorno gli capitava a volte di fare una
commissione, di scaricare roba, di tenere un cavallo, tanto per
buscare qualche soldo.

--E allora te li portava?

--Oh! nossignora, li beveva per farsi passare il dispiacere di non
poter guadagnare di più. Per parte mia ero contenta che trovasse modo
di farsi passare i dispiaceri; ma quando mi veniva a casa barcollante
che non gli si poteva far intendere una ragione, e mi toccava
prenderlo, svestirlo, metterlo a letto senza cavarne un costrutto al
mondo, proprio come un bambino appena nato, le confesso che mi sentivo
nel cuore uno stringimento e un desiderio di essere al suo posto; al
suo posto per fare diversamente, capisce?

--Sì, sì, capisco.

--Ma ognuno ha la sua parte e nessuno può cambiarla. Negli ultimi
tempi non andavo più nemmeno a messa; egli veniva a casa a qualunque
ora, in quello stato, e se non c'ero io rompeva ogni cosa,
bestemmiando, che se ne andava tutto il frutto della messa. Il signor
curato lo sapeva e diceva che facevo bene. Finalmente, quando fu la
sua ora, si sentì male davvero. L'oste e i vicini dicevano: È
ubbriaco! Io capivo che non era ubbriaco questa volta. Lo avevo
chiamato «Babbino, babbino» e non rispondeva più. Allora corsi, era di
notte, a chiamare il dottore. C'era la neve tanto alta! Il dottore
brontolò che non era tempo da disturbare i cristiani. Poveretto! ma
anche noi, come si doveva fare? Un po' per uno. E si tornò insieme,
nella neve, con un freddo che non si sentiva nemmeno. Quando arrivammo
a casa, mio padre rendeva l'ultimo respiro!

Dopo una pausa, Marta disse:

--Fu in quell'occasione che ti decidesti di andare al servizio?

--Io veramente non ci pensavo. La signora Oriani venne a trovarmi il
giorno del funerale e mi disse: «Che vuoi fare qui sola? Vieni da me.»
Non avevo nessuna ragione per rifiutare. Poi mi sono trovata contenta.
La signora Oriani è morta presto: anche questo era destino. E così va!

--Quanti anni hai adesso?--chiese Marta.

Appollonia rispose filosoficamente:

--Trentotto, trentanove o quaranta, chi lo sa!

             *
            * *

Finalmente la vecchia cassa era stata aperta. Da molto tempo Marta
chiedeva a suo marito che cosa contenesse, ma egli non sapeva
dirglielo.

Ora, rovesciato il coperchio, apparvero alla rinfusa oggetti
disparati: lembi di cortine, pezzi di frangia, un sacchetto di chiodi,
due o tre libri, lettere, guanti usati e due spalline della guardia
nazionale.

Si capiva che tutta quella roba era stata gettata là a casaccio, per
disfarsene, abbandonata ai topi, alle tignuole ed alla muffa.

I libri erano: due volumi scompagnati di Walter Scott, una grammatica
francese e una strenna, di quelle che usavano una volta, rilegate in
cartoncino filettato d'oro, con la prefazione alla gentile lettrice e
le vignette riparate dalla carta velina. Marta amava queste vecchie
strenne; le aveva guardate da piccina, nelle sere invernali, aprendole
prima adagio adagio, con precauzione, soffiando sulla carta velina per
poterla voltare senza sciuparla e gettando dei piccoli gridi
ammirativi ad ogni pagina illustrata. Più tardi vi aveva cercato le
forme dell'amore nei sonetti romantici, nelle leggende delle
castellane e dei paggi biondi, in certe frasi appassionate ed oscure.
Diana di Poitiers le era comparsa innanzi così bella e poetica come
Giulietta, come Desdemona, come Margherita. Al solo vedere una strenna
le tornavano a memoria i versi che ella aveva imparati più volentieri
di tutti gli altri, che l'avevano fatta piangere di tenerezza, quando
aveva diciotto anni.

    Oh! fanciulla, qual mesto contento
    Mi discenda nell'alma non sai.
    Se dischiudi l'angelico accento,
    Se mi fissi o mi stringi la man...
    Ah! se m'ami tu pur sentirai
    Quel che sento d'esprimerti invan!

    Quando a notte l'impero del cielo
    Si distende su tutto il creato,
    E palliata di candido velo
    La tua cara sembianza m'appar,
    E il mio nome con giubilo ascolta,
    E la bocca mi sento baciar...

    Sorge allora più ardito il desìo,
    Più gagliardo nell'alma romita;
    E sul labbro, bell'angelo mio,
    Questa voce dal core mi vien:
    Ah! se tutta trascorrer la vita,
    Me beato, potessi al tuo sen!

Le sembrava ancora la più bella poesia del mondo, l'aveva recitata un
giorno al dottorone, sperando di commoverlo, ma egli aveva risposto:
Non creda ai poeti; essi cantano d'amore nello stesso modo che i
becchini seppelliscono i morti, per professione.

Nelle pagine della strenna c'era un foglietto, staccato, come si
vedeva, da una lunga lettera. La carta era sottile, rasata; la
calligrafia femminile, diceva; «mai, mai lo dimenticherò, mai! Esso è
qui sulle mie labbra, più ancora che non sia nel mio cuore; perchè
sulle labbra me lo hai messo tu e ribaciandole lo risento.» Il
rimanente era stracciato.

Quel brano di lettera bruciava nelle mani di Marta. Quantunque non vi
fosse un dato positivo, ella sapeva già a chi era stata diretta, e i
pochi o molti anni trascorsi, non modificavano l'impressione violenta
ch'ella provava leggendo le parole d'amore scritte da un'altra a suo
marito. Un'altra!

La stessa calligrafia minuta, ineguale, la stessa carta sottile
leggermente azzurra, traversata da lineette dalle quali le parole
saltellavano or sotto or sopra, quasi nervose e indomite, riappariva
man mano che Marta toglieva gli oggetti dalla cassa; foglietti
spiegazzati, strappati, tra le cui pieghe si annidavano gli insetti
minuscoli che vivono di carta, su cui erano cadute delle macchie
ignote dilatando l'inchiostro, gonfiando le parole; foglietti che
avevano l'apparenza di lebbrosi, esalanti un odore stantìo di rose
secche e di muffa.

Qui--pensava Marta--qui è la giovinezza d'Alberto, i suoi entusiasmi,
i suoi palpiti, i suoi ardori, i baci che io aspetto invano.

Afferrava le lettere febbrilmente, volendo leggere subito, stentando a
mettere insieme le pagine, impazientandosi per le frequenti lacune.
Non pensò neppure un istante a portarle a suo marito; al contrario,
chiuse l'uscio per non essere disturbata, e sedendosi sopra un mucchio
di panni incominciò a fare lo spoglio per ordine, un ordine relativo
perchè mancavano quasi tutte le date. La firma invece c'era intera:
Elvira. Non fu più possibile neppure il dubbio sulla persona a cui
erano indirizzate: fin dalla seconda lettera il nome d'Alberto era
scritto e ripetuto con una compiacenza raffinata, con una calligrafia
migliore, quasi che su quel nome la mano inquieta si fosse arrestata
per prolungare la dolcezza di scriverlo.

Un'altra lettera, più fresca, chiusa ancora nella sua busta, col
suggello rotto, ma intelligibile negli arabeschi di un piccolo stemma;
la carta sostenuta, perlacea, sparsa di stelline; la calligrafia di
una eguaglianza perfetta: «Se tutto quello che mi avete detto è vero,
se io sono ancora per voi la più adorabile delle donne, venite oggi
alle cinque. Sarò sola.»

Nessuna firma.

Dopo un movimento di dispetto, gettò questa lettera in un canto. Il
suo interesse era per le prime, per quella Elvira appassionata che non
nascondeva il suo nome, che lo ostentava invece nella franchezza
prepotente del vero amore.

Adagino, con pazienza, riusciva a metterle insieme, le mani frattanto
le tremavano e la sua testa era in fiamme.

Fu distratta un'altra volta da un bigliettaccio mal piegato, male
scritto, con qualche errore di ortografia: «Ti ho aspettato in piazza
e non sei venuto. Non vengo più.»

Questo le fece male. Il fatto di una donnaccia che dava del tu al suo
Alberto, e che da lui era stata guardata, preferita, amata forse--e
senza forse amata nel modo che amano gli uomini--questo fatto, che
pure in genere conosceva, la ripiombava nelle sue amare riflessioni,
nei suoi eterni dubbi. Come potrebbe egli intenderla, se ella non
riusciva a intender lui?

Messe l'una sopra l'altra, le lettere d'Elvira formavano un piccolo
pacco.

La prima, l'unica che avesse una mezza data, era questa:


I.

            22 febbraio.

Gentile signore o amico mio? Amico mio è più dolce, il mio cuore lo
suggerisce subito e la mia penna lo scrive ben volontieri. Ma è poi
vero? Siete, sarete voi il mio amico per sempre? Sono così turbata,
così commossa che non oso dirvi tutto quello che sento. Forse faccio
male ad amarvi, ma Dio mi è testimonio che sono sincera e credo voi
pure animato dagli stessi miei sentimenti. Ditemelo, ditemelo!

                =Elvira=.


II.

    _Amico mio,_

Sì, io vi chiamo amico mio; oramai non potrei più riprendermi questo
cuore che è vostro, ma voi rispondete al mio affetto? La vostra
lettera era fredda, e di uomo distratto... scusatemi, Alberto; caro
Alberto, non vorrei recarvi dispiacere colle mie esigenze. Egli è che
mi rende tanto felice il pensiero di essere amata da voi!

La famiglia che mi tiene in pensione non fa altro che lodarvi; se
sapeste come ne sono orgogliosa! Non potreste entrare in relazione con
questi miei ospiti? Ci vedremmo allora più spesso...

Lo so che non sono degna di voi, che meritate ben più dell'amore di
una povera maestra, ma vi dò tutto quello che ho, tutto, tutto, o mio
sogno!


Mancava il secondo foglio di questa lettera.


III.

    _Diletto Alberto,_

Perchè non mi scrivete? Ho passato una notte agitatissima, senza
chiuder occhio. Alle undici e mezzo vi ho sentito passare sotto le mie
finestre insieme ai vostri amici; ridevate forte e, non so perchè,
quelle risa mi scendevano sul cuore come colpi di martello.

Pensate a me almeno? Scrivetemi subito una riga, una parola.

            =Elvira.=

Ve ne scongiuro, _subito_, _subito_.


IV.

                        Mercoledì.

Impazzisco, Alberto! Non una parola durante otto giorni interi. So che
siete in paese; vi ho visto ieri andando a messa; eravate lontano, vi
ho riconosciuto egualmente, e voi non mi avete sentita?

Ho passato questi otto giorni correndo dalla porta alla finestra,
sempre nell'aspettativa di una vostra lettera, non vivendo d'altro!

Forse siete in collera perchè non vi ho ancora dato l'appuntamento che
mi chiedeste? Ma come fare? Se ci trovassimo per istrada lo saprebbero
tutti e nei paesi sono così maldicenti! Perchè non venite a casa?
Tuttavia ci penserò, ci penserò tanto che pure troverò il modo di
poter stare insieme con voi almeno un istante.


Anche di questa lettera mancava la fine.


V.

            _Mio Alberto_,

Che gioia insperata! Vedervi, stringervi la mano, udirvi parlare,
respirare l'aria stessa respirata da voi... oh! che bel giorno ieri!
Lo ripenso continuamente, senza posa, intanto che lavoro, intanto che
faccio scuola, intanto che mangio o che parlo o che taccio, che
passeggio o che dormo, sopratutto quando dormo perchè il mio sonno non
è che un lungo colloquio con voi.

Non chiamatemi più _esagerata_ perchè mi fa dispiacere. Vi amo come
sento, ma vi amo sinceramente, con slancio, senza restrizioni. Voi non
mi avete promesso nulla ed io nulla attendo e nulla vi chiedo se non
questo: lasciate che vi ami! Ho fede che il mio amore scuoterà la
freddezza dell'animo vostro. Io per voi mi sento il coraggio di
affrontare qualunque ostacolo; mostratemi una meta e mi divida pure da
essa tempo, persone o destino, io moverò a quella contro tutto e
contro tutti, per voi!

Alberto, prendete queste due piccole violette che ho legate insieme
con uno de' miei capelli, che ho baciate, che ho tenute sul mio cuore
e che vi mando perchè le mettiate sul vostro; così come vorrebbe
esserci la vostra, tutta vostra

                =Elvira=.


Le due violette si trovavano ancora in mezzo al foglio, fermate con un
piccolo taglio nella carta. Il capello non c'era più.

Non sapendo precisamente dove collocare il frammento che incominciava
con le parole «mai, non lo dimenticherò mai!», Marta lo pose subito
dopo questa lettera, argomentando per il tono più intimo delle
seguenti che gli amanti dovevano essersi avvicinati.


VI.

        _Mia vita_,

Non ho che te! Non penso ad altro, non voglio niente altro. Tu dici
che non puoi ammogliarti ora, che m'importa? Sfido le ipocrisie del
mondo, voglio il tuo amore, non il tuo nome, non la tua casa, non i
tuoi beni, non la pace e la salvaguardia che mi verrebbero da te, ma
te solo, te, te, te!

Aspetto tue lettere con la sete di Agar nel deserto. Mille e mille
baci.


VII.

        _Alberto_,

Credevo di non avere più lagrime, ma soltanto nello scrivere il tuo
nome adorato esse mi sgorgano profondamente dal cuore, dal midollo
delle ossa. Non so bene da dove vengano, ma con esse tutto il mio
corpo si sfibra; e mi pare che non acqua, ma sangue cada da' miei
poveri occhi.

Tu non lo credi, nevvero? Oh! se lo credessi, non potresti lasciarmi
in queste angustie! Amor mio, vita mia, sei pur buono, e perchè mi fai
tanto soffrire? Quando penso che sono stata nelle tue braccia, che il
mio cuore ha palpitato sovra il tuo, che le nostre labbra si unirono,
che per un istante l'universo e Dio non esistettero più per noi, per
me... mi domando se vivo ancora, o Alberto!

Come le mie braccia sono vuote! E come fredde le mie labbra! Oh se
potessi morire...

        =Elvira= tua.


In margine a questa lettera, scritto a matita, c'era un conticino da
trattoria.


VIII.

        (_Frammento_).

..... eternamente tua.

Hai ricevuto la fotografia? Aspettai inutilmente un tuo bigliettino.
Nel momento di mandartela non potei scrivervi altro che il nome, in
fretta, fra una piega dell'abito; cercalo.

Ma non mi basta il nome; scrivo qui le parole che desideravo unire
alla fotografia; ritagliale e con un po' di gomma falle aderire al
cartoncino da tergo.

    Al mio unico amore Alberto Oriani
    Dò tutta me stessa in questo ritratto.

Ricordati, sai? Ci tengo.

Al tuo ritratto ho fatto un sacchettino di seta, vi ho unito il
garofano rosso che mi hai dato la prima volta che ci siamo visti e
porto questo con me, su di me

        =Elvira=.


Marta aveva cercato, avidamente, il ritratto di Elvira. Non era
insieme alle lettere, come non era unito alle ardenti parole della
dedica; nè altro chiudeva la cassa che potesse avere rapporti con
Elvira.

Lesse ancora e rilesse le lettere ben due o tre volte torturandosi con
tutte quelle frasi d'amore, sentendo una stretta al cuore per ogni
bacio che Elvira aveva dato ad Alberto, oppressa dalla disperata
convinzione che per quanto ella facesse o dicesse, non avrebbe potuto
cancellare dalla mente di suo marito quei ricordi. E con altri ricordi
era possibile l'amore pieno, illimitato come se lo era immaginato lei?
Se i suoi baci succedevano ad altri baci, se non poteva trovare nuove
carezze, se le parole che ella credeva di avere per lui non erano che
una ripetizione di cento e cento altre dette prima, che cosa era ella
dunque se non l'ultima arrivata, la grama viaggiatrice che trova tutti
i posti presi?

E accanto a queste riflessioni un'altra ne sorgeva, più profonda, che
avrebbe potuto superficialmente consolarla, ma che invece aggiungeva
amarezza ad amarezza. Era questa la persuasione che Alberto non aveva
corrisposto all'amore di Elvira. Tutto lo diceva; i dolci lamenti di
lei per la sua freddezza, le rare risposte, i fiori dimenticati,
quella dedica appassionata che egli non si era menomamente curato di
aggiungere al ritratto, e la taccia di _esagerata_, nella quale parola
Marta rivedeva Alberto tutto intero. Egli non aveva amata neppure
Elvira; non ricordava nulla, non aveva capito nulla.

E se l'amore delirante di Elvira non lo aveva infiammato, bisognava
proprio credere che egli fosse, al pari della salamandra, insensibile
a qualunque fiamma. Non era dunque per esaurimento di passione che
mostravasi nemico dei trasporti amorosi; non si trattava di guarire
una malattia, nè di ravvivare un sentimento; ella si trovava davanti
ad un nulla assoluto.

Ma questo nulla, percettibile alla sua analisi sottile, sfuggiva nella
sintesi che ogni onesta persona avrebbe potuto fare di Alberto. Egli
aveva tutto ciò che gli uomini credono sufficiente per una donna, e
che molte donne credono del pari; aveva di più la franchezza del suo
carattere e l'onestà de' suoi principii. Egli amava Marta nel solo
modo che gli era possibile di amare.

Poteva ella lagnarsene?

No, no, sarebbe stata una vile ed ingrata creatura. Piangeva, tenendo
ancora fra le mani le lettere di Elvira, dilaniata dalla tristezza,
sentendo il freddo di quelle ceneri morte, sentendo, insieme alla sua,
l'angoscia che saliva da tutte quelle illusioni distrutte, da
quell'irrimediabile passato.

Una cappa di piombo le sembrava caduta sulle spalle, fugando i sogni,
le mobili fantasie della giovinezza. Si sentiva vecchia di tutti gli
anni di Alberto, di tutto ciò che egli aveva visto, provato, di quegli
amori che egli aveva attraversato sfiorandoli, di quelle lagrime
inconsapevoli che aveva fatto spargere; e non provava ira nè invidia;
solo una grande, infinita stanchezza, come di ali spezzate.

             *
            * *

Alberto era uscito per la solita visita ai poderi e non sarebbe
rientrato che all'ora del desinare, verso le cinque. Come avrebbe
fatto Marta a deludere la smania che la divorava?

Decisa prima a tacere, dovette poi venire ad una transazione col
proprio orgoglio; parlerebbe, ma parlerebbe per sorpresa, volendo
impadronirsi degli intimi pensieri di suo marito, giocando con abilità
la carta che il destino le aveva posta tra le mani.

Intanto si era ricordata di un certo panierino dove stavano
ammucchiate fotografie d'ogni specie; andò a prenderlo e vuotate le
fotografie sul tavolino, incominciò ad esaminarle minutamente,
procedendo nella eliminazione di tutti gli uomini e di un can barbone
riprodotto con solennità nel bel mezzo di una poltrona.

Scartò poi frettolosa una caterva di vecchie zie, di avole, di
bisavole, di bambini ritratti nelle braccia della nutrice, di
bambinette raggruppate, finchè ridusse le fotografie ad una dozzina o
poco più di donne passabili.

E ancora occorreva molta immaginazione per raffigurarsi capaci di una
seduzione qualsiasi quelle figure sbiadite su fondo rossiccio, vecchie
come soltanto diventan vecchie le fotografie nel loro spietato
realismo; capelli piatti, oppure rialzati nella forma precisa di
polpette ripiene: occhi truci, terribili, o imbambolati nella
preoccupazione della posa; in generale faccie musone. E gli abiti?
Maniche larghe, a prosciutto, a zoccolo, a campana, alla contadina;
vite angolose, _falpalà_ arzigogolati, bottoni fuor del vero.

Che mostri!--pensava Marta--e probabilmente fra dieci o quindici anni
si dirà lo stesso di me.

Cercava minutamente, guardando in ogni piega delle vesti per scoprire
il nome di Elvira. Credette di averla trovata in una giovane donna,
appoggiata languidamente al tronco di una colonna, con l'indice della
mano destra affondato nella guancia, la mano sinistra ricadente lungo
l'abito; il nome di Elvira però non c'era in nessun posto. Allora fu
assalita dal dubbio che Alberto conservasse quel ritratto in qualche
luogo riposto, nel suo scrigno, in un santuario gelosamente nascosto,
forse sul suo cuore. Divampò. Certo, quello non era un amore dei
soliti; Elvira non si poteva confondere con Giuditta; egli ancorchè
più freddamente, doveva però aver amata quella fanciulla e conservato
di lei una memoria indelebile.

Crucciandosi per questo sospetto, non ricordava più di essersi
crucciata prima per l'impossibilità che Alberto avesse potuto
corrispondere all'amore di Elvira. Maneggiava una lama a due tagli; da
qualunque parte la girasse si tagliava.

Appollonia, vedendo la sua signora passeggiare smaniosamente per le
stanze, le domandò se si sentisse male.

Aveva l'inferno nel cuore. Fino a qual punto si erano amati? Fino a
quale? Era riuscita Elvira ad animare la statua? Si era data a lui con
quello ardore che traspariva dalle sue lettere?

E poi? E dov'era adesso?

L'inazione dell'aspettativa le riesciva insopportabile.

Prese l'ombrellino e s'avviò per i campi, incontro a suo marito. Anche
Elvira doveva aver percorso qualche volta quei sentieri, pensando a
lui, confidando all'aria e al cielo i suoi sospiri appassionati; e che
ne era rimasto? Dove va a finire l'amore, e perchè finisce? La fine è
la morte, ma la peggior morte è quella che si sente.

Oh! l'orribile tristezza!

Smaniava di vedere Alberto, di toccarlo, di persuadersi che era suo,
che non le sarebbe sfuggito mai; e voleva dirgli che lo amava, che lo
amava come Elvira, più di Elvira.

Piangeva, facendo rotolare i sassi cacciati dalla punta
dell'ombrellino, divorando la via.

A un tratto le si parò davanti il dottorone, tenendo tutto il sentiero
con la persona alta e grossa, con la _tuba_ voluminosa, l'unica _tuba_
che si vedesse in paese. Declamava versi, ma incontrando Marta si
fermò. La giovine sposa lo interessava, non aveva mai tralasciato
occasione di mostrarsele amico.

--Dove va?--le chiese senza complimenti.

--Vado incontro ad Alberto.

--Da questa parte?

--Non è di qui?

--No davvero. Ci arriverebbe ugualmente poichè tutte le strade
conducono a Roma, ma forse non incontrerebbe per quest'oggi suo
marito. Se permette, la metto io sulla dritta via.

Marta nell'imbarazzo aperse l'ombrellino per nascondere un po' la
faccia, intanto che si ricomponeva.

--Settembre è il più bel mese dell'anno--soggiunse il dottorone,
seguendo il corso de' suoi pensieri--i poeti dicono l'aprile, ma non è
vero. In aprile piove troppo, i campi non hanno spighe, nè gli alberi
frutti, le viti sono sfrondate, il sole non scalda, nevica qualche
volta! Maggio è un po' meglio; abbiamo le fragole se non altro. Giugno
glielo raccomando; tutto fiorisce, tutto sorge da terra, i campi sono
uno splendore, i piselli e i fagiuolini si vendono a buon mercato.
Tiriamo un velo sul luglio e l'agosto, è la sola cosa che si possa
fare in un tempo in cui ci si leverebbe perfino la camicia...

--Lei conosce--interruppe Marta approfittando della pausa--la maestra
del paese?

--Quella gobbina? Sì.

--Sta qui da molti anni?

--Sette od otto, non saprei.

--E la maestra precedente?

--Conobbi anche quella.

--Si chiamava Elvira?

--Ma!... Elvira, come?

--La parentela la ignoro. Era giovane?

--Abbastanza.

--Bella?

--Una morettina, sa, di quelle morettine con gli occhi neri e coi
denti bianchi, delle quali non si può mai dire che sieno assolutamente
belle nè assolutamente brutte.

--L'ha conosciuta molto?

--Oh! dir molto sarebbe troppo. Le ho parlato una volta o due. Era
simpatica.

--Perchè è andata via?

--Chi lo sa! Probabilmente le avranno cambiato destinazione.

--Non si può dunque rammentare se si chiamava Elvira?

--Proprio non lo rammento.

Marta avendo chiuso l'ombrellino, tornò a far rotolare i sassi in
silenzio.

--Settembre--continuò il dottorone--ecco il trionfo dell'anno! È il
mese in cui si riempiono le cantine e si provvede di selvaggina la
tavola; le aie si spogliano del loro bel tappeto giallo per colmare i
granai, la terra si riposa nella maestà tranquilla di una madre che
contempla i suoi nati. E veda, veda che cielo limpido, senza nubi! Che
splendore di vegetazione! Settembre--soggiunse dopo una pausa--è forse
anche la migliore stagione della vita. Non lo crede?

Marta, distratta, rispose con una esclamazione insignificante.

--Io ne sono convinto. La giovinezza è troppo acerba, la virilità
troppo burrascosa.

Rialzò con una specie d'orgoglio la testa brizzolata, da un lato della
quale la _tuba_ stava in bilico per un miracolo d'equilibrio; i suoi
occhi intelligenti scintillarono e le sue narici sensuali respirarono
l'aria fortemente.

--Le piante--disse Marta--sono più fortunate di noi.

Egli non sapeva a che cosa alludesse Marta; rispose a caso:

--Anche per esse c'è la grandine e l'accetta.

Tacquero poi, obbedendo entrambi alla tirannia dei propri pensieri,
subendo l'influenza di quel dolce pomeriggio d'autunno.

Camminavano lesti, leggeri, aspirando il profumo dei prati, nella
tranquilla ascoltazione delle cingallegre che volavano d'albero in
albero; l'occhio vagante, il pensiero alato.

Egli si fermò di botto.

--Che cosa guarda?--domandò Marta dopo di aver aspettato qualche
istante.

--Coraggiosa bestiola!

Questa esclamazione non essendo una risposta, Marta si pose anch'ella
a guardare.

Tra due rami d'acacia un ragno aveva gettato i suoi fili dall'alto al
basso, regolarmente, per accingersi poi a lavorare in tondo la tela;
un bruco cadendo da un ramo superiore, gli aveva rotto uno dei fili,
ed esso stava rimettendolo da capo.

--Non è coraggio questo?

Marta sorrise.

--Ma non basta. Aspetti un momento, tanto che esso abbia attaccato il
filo. Benone! Or ecco un colpo della sorte.

Diede un buffetto, coll'indice e il pollice, al nuovo filo.

--Cattivo!--fece Marta.

--Guardi, guardi--esclamò il dottorone entusiasmato--esso torna a
zampettare, bravo! Bravo, ti dico. E così vita natural durante, sa?
Questa bestiola non si avvilisce mai; rotto un filo ne getta un altro;
il secondo si spezza, viene il terzo. Avanti, sempre avanti! È il suo
motto gentilizio. Osservi come è già salito; è all'apice. Paf!

--Oh! crudele--gridò Marta nel vedere che aveva strappato ancora il
tenue filo--perfido uomo!

Egli la scrutò in fondo agli occhi che ella chinò subito, turbata.

--Le chiedo scusa; ho voluto mostrarle fino a qual punto si può essere
coraggiosi.

Il ragno rifaceva la tela, salendo, salendo, intanto che Marta lo
guardava non senza sorvegliare il suo brutale compagno.

Ma egli disse con semplicità:

--Andiamo a trovare Alberto.--Ed ella subito si mosse in silenzio.

Lo incontrarono non molto lontano. Se ne veniva lemme, lemme, con la
sua bella fisionomia aperta, serena, il passo regolare d'uomo senza
fastidi.

Ritornarono insieme tutti e tre fino al paese, fino alla porta dei due
coniugi, dove il dottorone si accommiatò.

Marta pensava che Alberto era finalmente nelle sue mani, e se lo
divorava con gli occhi, mentre egli appendeva tranquillamente il
cappello.

Visto così, di dietro, la sua nuca aveva una seduzione particolare,
colle orecchie morbide bene attaccate, i muscoli solidi; la guancia
offriva per tre quarti una linea pastosa, appena adombrata dalla
lanuggine, che attirava i baci.

--Ho appetito, e tu?--diss'egli sedendosi alla mensa apparecchiata.

--Ma si, discretamente.

--Appollonia è riuscita a trovare queste benedette quaglie?

--Oggi no, vi saranno per domani.

Marta aveva le lettere in tasca; le levò e andò a riporle nel tavolino
da lavoro; poi sedette accanto al marito, calma in apparenza, ma
coll'occhio fisso, la mente inquieta.

--La signora Merelli ha avuto una bambina stanotte.

--Sì?

--Potrai andare domani o dopo a farle una visita.

--Ci anderò.

--Pare che stia benissimo.

Dopo una lunga pausa, intanto che Alberto versava da bere ella chiese:

--Se io avessi una bambina come la chiameresti?

--Come vorresti tu.

--Ma però?

--Il nome di mia madre, per esempio, o della tua.

--Questo è meglio certamente; tuttavia vi sono persone che
preferiscono nomi di fantasia: Ida, Olimpia, Elvira... Ti piace
Elvira?

--Nè più, nè meno degli altri; dò poca importanza al nome. Non mi sono
mai informato come ti chiamavi tu, lo seppi da te stessa.

Marta lo osservava attentamente, mentre un tremito l'agitava tutta,
sperando che egli almeno si accorgesse della di lei inquietudine e
glie ne chiedesse il motivo. Si era già preparata. Se le domandava: Ti
senti male? la risposta doveva essere press'a poco così: Sì, di un
male che tu solo puoi guarire, ecc., ecc. Ma nulla di tutto questo.

Alberto mangiava, e, solamente, vedendo il piatto di Marta quasi
sempre vuoto, la esortò a mangiare anche lei. Sulla fine del desinare
domandò:

--Tua madre non ha ancora scritto?

--No.

--Se tarderà molto a venire, sopravverrà il freddo.

Ella avrebbe potuto svelare le ragioni del ritardo, entrare nei
particolari di un contratempo abbastanza buffo, ma ciò l'avrebbe
portata lontana dalle sue preoccupazioni e non si sentiva la forza di
fingere, nè di frenarsi. Preferì restare muta, bucherellando con lo
stuzzicadenti la tovaglia.

Alberto disse ancora:

--Quando viene le puoi allestire la camera in fondo al corridoio; vi
starà meglio che altrove, è bene esposta e molto allegra.

L'evocazione di sua madre commosse Marta nell'intimo dell'anima; il
ricordo di tante tenerezze perdute le fece gruppo alla gola, per cui
si alzò e fece due o tre giri nella stanza. Passando accanto al
tavolino da lavoro aperse rapidamente il tiretto, ne tolse le lettere
e buttandole davanti a suo marito:

--Vedi che cosa ho trovato oggi nella cassa, la cassa vecchia su in
soffitta!

Alberto guardò le lettere, prima con indifferenza, poi con sorpresa,
infine leggendone una esclamò:

--Ma da qual parte sono venute fuori?

--Te l'ho detto; erano nella cassa.

--Sole?

--Oh! con della frangia, delle cortine usate, dei chiodi...

--To, to, to!

--Non sapevi che erano là?

--Neppur per sogno.

--Ti dispiace che le abbia lette?

--Figurati! Acqua passata non macina più.

Respinse le lettere dolcemente, come dolcemente faceva tutto, disposto
a parlar d'altro.

Marta ebbe un'audacia insolita; andò a sedersi sopra i suoi ginocchi e
cingendogli il collo gli mormorò con la bocca contro l'orecchio:

--L'hai amata molto?

Egli ebbe un momento di imbarazzo; la situazione richiedeva uno di
quegli slanci ai quali il suo temperamento era refrattario; un solo
bacio, ma ardente, sarebbe bastato. Alberto invece provò un movimento
di stizza verso Marta che gli faceva subire questa seccatura.

--Che c'entrano adesso tali cose?

--Sono gelosa del tuo passato, lo sai--disse Marta senza staccarsi da
lui, sprofondata nel tepore del suo collo, che succhiava con piccoli
baci spessi.

Alberto si sciolse adagino dalle braccia di sua moglie replicando:

--E che ci posso fare io?

Era una risposta ad uso Appollonia, una di quelle osservazioni fredde,
piene di buon senso, che non lasciano nessun posto per le soavi bugie
del sentimento. Eppure Marta, nel caso suo, avrebbe trovato, senza
mentire, un'altra parola...

Si tolse dai ginocchi di suo marito e si pose sulla sedia, mettendosi
davanti le lettere.

--È morta?--domandò a un tratto.

--Non credo, ma da quando lasciò il paese non ne seppi più nulla.

--Tu non le avevi promesso di sposarla?

--Mai.

Marta fu ripresa da uno dei suoi slanci:

--Dimmi il vero, Alberto, dimmelo! Io ci capisco così poco in questi
vostri amori d'uomo...

--Che devo dirti?

Ella si accorse che formulare con una frase il suo pensiero non era
tanto facile; balbettò:

--Se l'hai amata molto... molto... e che ella pure...

--Non so se m'abbia amato molto molto.

Marta interruppe:

--Come dubitarne con queste lettere?

--Oh! le lettere--esclamò Alberto ridendo--è l'amore di voi altre
donne, frasi! Per parte mia mi piaceva.

--Niente di più?

--È quanto basta, credo, per fare all'amore con una ragazza. Ella poi
si esaltava, immaginando una passione romanzesca, rapimenti, fughe,
veleno. Sarei stato molto sfortunato sposandola.

Marta tacque un po', e poi:

--Era bella?

--Simpatica.

--Bionda o nera?

--Nera.

--Alta?

--Così così.

Altro silenzio.

--Grassa?

--Oh!... non so, non ricordo, non mi pare.

--Aveva le mani piccole?

--Ma è un passaporto quello che mi chiedi. Parola d'onore, ci pensi
più tu in cinque minuti di quello che ci abbia pensato io durante un
anno intero.

--Ciò vuol dire che non l'amavi come ti amava lei!

--Può darsi, e allora consolati, brucia questi scartafacci alla
buon'ora. Tanto il passato non si cancella, nè si rinnuova.

Era appunto ciò che pensava Marta, ma senza trovarvi nessuna
consolazione. Che Alberto avesse amato Elvira molto, poco o niente
affatto, restava per lei il fatto di quella corrispondenza infuocata
che parlava pure di baci dati e ricevuti. Se dati per amore, perchè
dimenticati? Se dati senza, perchè dati?

Stracciava i foglietti lentamente sotto la tavola, ascoltando il
piccolo rumore che facevano, divisa tra i rimorsi che le suscitava una
eccessiva delicatezza e il piacere materiale, indegno di lei, di quel
meschino trionfo; ma la vinceva il piacere.

Quando i pezzettini delle lettere non furono più suddivisibili, ella
riunì le pieghe della gonna, tenendoveli come dentro a un sacco e si
levò in piedi.

Diede uno sguardo ad Alberto, il quale aveva infilato la punta di un
sigaro in uno stecchino, lo stecchino nel tappo di una bottiglia,
mantenendo il sigaro trasversale, ed accostata una candela all'altra
estremità del sigaro, assisteva alla combustione attentamente, con le
mani in tasca. Pensò: gli farò dono di un accendisigari. E cedendo
alla tenerezza egoistica del suo affetto di moglie, Marta appoggiò,
passando, le labbra sul collo di Alberto.

Poi corse leggera in cucina, dove, scostando Appollonia dal camino,
rovesciò sul fuoco i frammenti di carta che teneva nella gonnella.

             *
            * *

Simpatico il volto un po' lunghetto, di un pallore bianco, che si
accendeva talvolta fino all'incarnato di una fiamma velata, non più in
in là. Intorno, sulla fronte quasi rettangolare, dietro le orecchie,
giù molto abbasso nella nuca, una cornice di capelli castagni, bruni
in massa, ma luminosi, accendentisi qua e là con striscie seriche, con
picchiettature d'oro brunito, spartiti modestamente nel mezzo e
appuntati con due spilloni d'argento. Gli occhi tranquilli, di un
colore indeciso, francamente aperti e sereni guardavano dritto, a
guisa di dardo scoccato; ed era il loro sguardo tutta una dolcezza,
una dolcezza invadente che assorbiva l'attenzione e la sviava dalla
irregolarità dei lineamenti. Il mento stesso, senza carattere, di un
disegno sbagliato, scompariva nella luce generale di quel volto a cui
la bocca, raramente sorridente ed anche nel sorriso mesta, dava una
speciale espressione di bellezza concentrata. Sotto il collo elegante
e fiero, le spalle non sembravano interamente sviluppate e la
delicatezza del seno che segnava ma non accentuava la femminilità, le
dava una vaga somiglianza colle statue classiche di Ebe giovinetta.
Piccola la mano, dove le vene si gonfiavano facilmente, dove, sotto
l'epidermide fina, si sentivano trasalire i muscoli.

Vestiva un abito di una mezza tinta, che ricordava un po' la peluria
delle tortore, un po' quel pulviscolo dorato che copre gli alberi in
autunno; e terminava ad ogni lembo, al giro del collo, all'apertura
delle maniche, con una striscia di pallido rosa.

La signora Oriani si trova in uno de' suoi giorni belli--pensò il
dottorone, dopo aver dato una occhiata ingiro e fermatala con compiacenza
sul volto di Marta, che gli sedeva proprio dirimpetto.--Non è certamente
una bella donna, ma è di quelle che hanno la possibilità di diventarlo a un
dato momento; è la donna che si trasforma, la donna per eccellenza.

Marta si accorgeva forse dell'effetto prodotto, perchè un raggio più
vivo brillò ne' suoi occhi, che rivolse ad Alberto, come per metterlo
a parte del suo trionfo e fargliene omaggio.


Sedevano al pranzo di nozze dato da Toniolo per presentare la sua
sposa. C'erano tutti; gli Oriani, i Merelli, il sindaco, il dottorone,
il vero dottore che per solito non frequentava la compagnia, ma che in
quella circostanza non aveva voluto mancare. Lo si era detto anche ai
Gavazzini, ma inutilmente; essi non si mostravano mai in pubblico.

Erano venute da un paese vicino le sorelle di Toniolo, l'una maritata,
l'altra no; due false bionde incipriate, cui era rimasta la farina
sugli zigomi, goffe civettuole da villaggio; e con esse un paio di
cugini incaricati di far loro il cascamorto; più il marito, uomo denso
e pacifico.

Il pranzo, cui aveva presieduto il dottorone in qualità di cuoco
consulente, si annunciava squisito con una specie di cappelletti fatti
in casa, mescendo pane grattugiato, cacio, salsiccia e uova; cotti poi
_rari nantes in gurgite vasto_ nel socculento brodo di due capponi
maritati lì per lì a un pezzo di manzo vero lombardo.

--Signori--disse il dottorone appendendosi il tovagliolo sotto il
mento--vi invito al maggiore raccoglimento, ad una concentrazione
religiosa davanti a questa tavola imbandita con ogni ben di Dio.
Mangiate, o signori; la mensa è l'unico vero.

Toniolo, a capo tavola, sorrise, volgendo i begli occhi di velluto
alla timida sposina che non osava contraccambiargli l'occhiata.

Il vocione di Merelli tuonò, attraverso i cucchiai rumoreggianti:

--Per un pranzo di nozze avresti potuto dire qualcos'altro.

--Oh!--fece il dottorone col naso nella scodella--non incominciamo
troppo presto.

Le due sorelle incipriate abbozzarono un mezzo sorriso, indecise tra
il fare la furba e il fare la ingenua. Avevano tutte e due un nastro
celeste nei capelli e dei braccialetti di similoro; mangiavano
smorfiosamente, avvicinando alla bocca la punta del coltello,
lasciando sempre qualche cosa sul piatto, accomodandosi ad ogni
istante il busto e la cintura.

La maggiore, quella maritata, sedeva vicino ad Alberto, che conosceva
fin dall'infanzia. Quantunque non si vedessero più da parecchi anni,
gli parlava con molta animazione, e non avendo nessun altro da
conquistare, per il momento, sfoggiava con Alberto tutte le sue
risorse, prendendosi una famigliarità di amica d'infanzia, con una
certa irrequietezza nei ginocchi che faceva fremere Marta dall'altro
capo dalla tavola.

Marta oramai tenevasi sicura della fedeltà di suo marito, ma ne era
gelosa sempre; sarebbe stata gelosa di una vecchia, di un bambino,
così come era gelosa de' suoi amici e di tutto ciò che egli amava.

Non aveva la sicurezza audace di colei che ha visto un uomo delirare
a' suoi piedi, quella sicurezza che mette un raggio intorno alla
fronte, per la gioia del dominio, per l'ebbrezza dei sensi
soddisfatti, e quel corteggio di memorie che avvolge come in una
nuvola, che solleva al di sopra dei mortali, per cui tutto in lei,
incesso, parola, sguardo, rivela la donna amata, la trionfatrice. No.
Marta si sentiva debole, mal sicura, diffidava di se stessa, provava
l'avvilimento di un soldato che dopo essersi preparato ad una rude
battaglia trova il campo libero e il nemico che dorme sotto la
bandiera bianca spiegata.

In questo stato d'animo, ogni piccola cosa la irritava, le dava ombra;
trovandosi malcontenta non era più nemmeno gentile; non compativa e
non tollerava più nulla.

Una sorda antipatia le sorgeva in petto per la sorella di Toniolo,
vedendo ch'ella osava servirsi del pane di Alberto, toccarlo sul
braccio, parlargli così vicino col volto che i loro capelli quasi si
confondevano; e chiamarlo ad ogni momento: «Oriani! Dica Oriani! Non è
vero Oriani?»

Aveva una vocetta stridula e volgare, voce da pettegola, a cui ella
dava certe inflessioni pretenziose, false come l'oro de' suoi
braccialetti e come il biondo della sua zazzera.

Evocarono dei ricordi d'infanzia: «Rammenta quella sera della
luminaria? E quando si improvvisò un ballo in farmacia? E quando ella
gli aveva cucito l'abito, per ischerzo?» Alberto rideva, eccitato, di
buon umore; nella pienezza della sua salute inalterabile, nella
felicità del suo cervello tutto al momento presente, senza dubbi,
senza curiosità ne per il passato, nè per l'avvenire.

Invece la mente inquieta di Marta continuava a struggersi. Prima di
uscir di casa ella aveva baciato Alberto al suo posto prediletto,
dietro l'orecchio, facendogli promettere che a tavola, quando ella lo
avrebbe guardato, ricorderebbe quel bacio e sarebbe come se ne
ricevesse un altro. Ma Alberto la guardava smemorato, si capiva,
attratto dalle ciarle della sua vicina, messo in vena allegra
dall'ottimo vino, dal pranzo squisito. E di mano in mano che a suo
marito cresceva il buon umore, cresceva a lei la tristezza.

Si domandava se quelle erano le gioie della vita; mangiare, bere,
discorrere con degli indifferenti, sorridere a delle sciocchezze,
divertirsi a delle puerilità.

Già le allusioni più o meno velate correvano or all'uno or all'altro
dei due sposi, facendo arrossire la novizia e piombando Toniolo in una
vanitosa beatitudine. Merelli sfondava una parete ad ogni parola che
gli usciva di bocca. Il dottorone, intento ai piatti, andava dicendo
inutilmente: «È troppo presto, è troppo presto.» Il _diapason_
scottante continuava a salire con un crescendo meraviglioso.

Una specie di nebbia avvolgeva la mensa, evaporazione delle vivande,
dei doppieri accesi, fiato, sudore, odor di vino e di pasticcio caldo,
con una sottile venatura di muschio che partiva dalle due sorelle di
Toniolo. Le faccie dei commensali, rubiconde, si confondevano colle
piramidi di mele, tagliate a mezzo dalle bottiglie, spostate
dall'animazione crescente che faceva muovere i più giovani dalle loro
sedie, ritornarvi, ripartirne ancora. La sorella nubile di Toniolo
aveva sbucciata una melagrana e girava attorno, offrendola sulla mano,
con attitudine civettuola e provocatrice.

Marta vedeva tutto ciò nella impassibilità letargica di un sogno,
trovandosi sempre più isolata e più triste. Le venivano in mente cose
tragiche: la morte di suo padre, un fanciullo ch'ella aveva visto
cadere da una finestra, le crociere degli ospedali, i manicomi; e poi
un dolore al cuore ch'ella aveva provato, da giovinetta, e che avrebbe
potuto essere vizio cardiaco incurabile. Guardava Alberto con una
passione, con uno struggimento di tutto il suo essere che le affilava
il volto, che le toglieva qualsiasi altra sensazione. Ad un tratto, in
mezzo al vociare generale, colse a volo questa parola «Elvira» che la
vicina di suo marito aveva pronunciata con malizia, nascondendosi
dietro il ventaglio.

Per cinque minuti buoni, l'incrociarsi dei piatti e dei bicchieri, gli
evviva tumultuosi, le impedirono di vedere Alberto; ma quando il di
lui viso apparve accanto a quello della bionda incipriata, l'argomento
doveva essere cambiato, ed era evidente che si facevano dei
complimenti reciproci sulla precedenza nell'assaggiare dell'uva di
Corinto.

Marta pensava che sul cavalletto di tortura si può almeno gridare. Al
contrario ella doveva stare composta, con un certo qual sorriso di
partecipazione alla gioia degli altri e rispondere, tratto tratto,
alle parole che per cortesia le rivolgeva il suo cavaliere di destra,
e mettere pure in bocca qualche cosa e fingere di bere.

Dal suo cuore gonfio si sprigionavano delle lagrime che ella sentiva
affacciarsi alle palpebre. Era così persuasa di essere brutta,
sciocca, incapace di farsi amare, che avrebbe in quel momento
desiderato di morire; senonchè un amaro rimpianto, il desiderio
insoddisfatto delle ebbrezze terrene, la trascinava violentemente
verso suo marito, il solo a cui poteva, a cui voleva chiederle; e in
questa tenzone odiava tutto il mondo e se stessa.

Pare impossibile--pensò il dottorone riposando le mascelle e le mani,
coll'occhio lucido, il torace prominente--come quella donna cambia ad
un tratto. Non si direbbe più lei.

Un momento dopo mettendosele vicino, ancora col tovagliolo al mento ma
con un raggio diverso nelle pupille, quasi il suo cervello staccandosi
improvvisamente dal corpo volasse in regioni eteree, le disse:

--Che follia festeggiare le nozze con inviti e brindisi! È la stessa
follia che fa dipingere l'amore rubicondo, paffuto, intento a ridere e
a trastullarsi, mentre si dovrebbe cercare l'amore nello scheletro più
distrutto della danza macabra; uno che non abbia più nemmeno le
occhiaie per tenervi le lagrime, e il petto squarciato da cima a
fondo. Così vorrei dipingere l'amore!

--Sì, sì--fece Marta senza comprendere, solo perchè quelle parole
tristi rispondevano alla sua tristezza.

Al caffè si ruppero le file. Alberto, sempre gentile, venne a chiedere
a sua moglie se avesse pranzato bene.

--È fortunata--disse la signora Merelli mettendosi al fianco di
Marta.--Io, nel suo stato, mi sentirei orribilmente; tolta
quest'ultima gravidanza, che è andata un po' meglio, tutte male, tutte
male!

--Mia moglie non vuol sentir parlare del _suo stato_,--soggiunse
Alberto sorridendo--non ci è ancora avvezza. Lei porrebbe darle
qualche lezione, signora Merelli!

--Buon Dio!--esclamò la prolifica signora giungendo le mani.--Sono
uscita ieri di puerperio. Ma lei sta proprio bene, carina, nevvero che
sta bene? Nausee, al mattino, non ne ha?

--Un poco, quasi nulla,--rispose Marta, seguendo collo sguardo suo
marito che si allontanava.

--Sarà un maschio allora. E bruciori di stomaco?

--No.

--Segno che non avrà capelli.

--Non avrà capelli?

--Nascendo, s'intende. De' miei figli, solo la Pina e l'Adelina erano
calve; gli altri vennero al mondo pelosi come Esaù. Ma che bruciori di
stomaco, le dico!... Del resto è fortunata in tutto; non si accorge
nemmeno... parola d'onore; sembra una bimba.

Alberto si era appoggiato al caminetto insieme a' suoi amici. Avevano
accesi gli sigari e nel benessere sensuale della digestione la loro
affettività d'uomo esplodeva con gesti vivaci, con romorosi scoppi di
voce e colpi di mano. Lucide le facce, gli occhi scintillanti, essi
discorrevano fra loro in un gergo speciale, a sottintesi, urtandosi
coi gomiti. Alberto, il più educato, si poneva davanti a Merelli
quando parlava, per impedire che le di lui parole giungessero
all'orecchio delle signore; Toniolo invece vi si crogiolava, nella
voluttà egoistica di un gattino che fa le fusa.

--Sibarita!--mormorò il dottorone--si prepara lo stomaco cogli
stimolanti.

La sposina intanto, circondata dalle donne, si lasciava ammirare ed
invidiare, facendo girare gli anelli sulle dita, più stordita che
contenta, rispondendo a monosillabi.


--Che bel matrimonio nevvero?

Marta si voltò. La bionda incipriata le stava alle spalle, col suo
fare lezioso, di protezione.

--Bellissimo--rispose Marta.

--Anche lei è sposa da poco tempo nevvero?

--Sei mesi.

--Io conosco molto suo marito; siamo cresciuti insieme. È un simpatico
giovane!

Obbedendo alle leggi naturali, Marta le avrebbe dato uno schiaffo; ma
frenandosi e dominandosi, riuscì ad abbozzare un sorriso.

La buona signora Merelli intervenne, chiedendo alla sorella di Toniolo
se fosse guarita da una nevralgia che aveva sofferto.

--Sì, sì, sono guarita perfettamente. Ma nevvero che molte ragazze
sarebbero state felici di sposare Alberto Oriani?

--Senza dubbio; eppure egli ha preferito questa sposina, nè io so
dargli torto--tornò a dire dolcissimamente la signora Merelli.

--Già, le ragazze del paese non hanno i vezzi delle
cittadine,--esclamò con enfasi la sorella di Toniolo.--A proposito,
non si è saputo più nulla dell'Elvira, la maestra?

A questa improvvisa e inopportuna domanda, la signora Merelli stette
per perdere le staffe, osservando che Marta impallidiva. Tossì,
tuttavia, si spianò le gale dell'abito, e disse col suo bel candore:

--E chi ci pensa più? Manca da tanti anni!

--Oh! questo non serve--rimbeccò l'altra malignamente,--quando si sono
lasciati certi ricordi dietro a sè... Non dicevano che avesse avuto un
figlio?

--Quante calunnie!

La signora Merelli, indignata, tese la mano quasi per attestare
l'innocenza dell'assente, Marta afferrò quella mano, e alzandosi, e
trascinando con sè l'ottima creatura, uscì dalla stanza, soffocata dai
singhiozzi.

Alberto che l'aveva vista uscire, le tenne dietro subito.

--Non si spaventi--disse la signora Merelli--fa un po' caldo in sala,
e poi tutti quegli sigari! Per quanto si stia bene, lo creda a me,
qualche cosa si soffre sempre...

--Ti senti male?--chiese Alberto con premura.

Marta gli si appese al braccio, negando col capo; e quando la signora
Merelli, vedendola al sicuro ritornò nella sala da pranzo, ella mosse
verso il cortile, proprio come se provasse un senso di soffocazione.

Il cortile della farmacia era messo a giardino, con delle scalinate di
fiori e degli arrampicanti piantati dentro a botti vuote. La luna lo
batteva in pieno, rischiarando ogni angolo colla sua luce fredda ed
eguale di doccia.

Marta si gettò nelle braccia di suo marito scoppiando in lagrime.

--Ma Dio, Marta, che hai?

--Dimmi che mi ami, dimmi che mi ami...

Alberto pensava che se lo avessero sorpreso nel cortile, abbracciato
con sua moglie, sarebbe diventato lo zimbello degli amici.

--Via--disse con un leggero accento di rimprovero---sono scene da
bambina, torna in te, sii ragionevole. Siamo qui per divertirci e non
per piangere.

Ella raddoppiava le lagrime, avviticchiata al suo collo, tremando,
spasimando.

--Marta... insomma!

Pensò poi che fossero fenomeni nervosi inerenti alla prima fase della
gestazione, e per il rispetto che professano gli uomini a questo
misterioso travaglio femminile, replicò con dolcezza annoiata:

--Lo sai bene che ti amo.

--Dimmelo ancora!

--Ti amo.

Ma ella non si staccava, sospirando sempre, aspettando che un guizzo,
un fremito passasse dal corpo di lui al suo, dandole la sensazione di
un'anima sola, rispondendo a ciò che ella stessa provava, la vita, la
rivelazione attesa... ed egli se ne stava ritto, rassegnato, e la luna
li illuminava entrambi freddamente serena.

--Camminiamo, ti passerà.

Marta non disse più nulla. Docilmente si lasciò infilare la mano nel
braccio di suo marito e fecero due o tre giri intorno alle botti degli
arrampicanti.

Egli non sapeva che cosa dirle. L'umidità della sera, forse, le
avrebbe dato noia? Ma doveva sentirla anche lei. Non era un gusto,
davvero, aver lasciata una stanza calda, un crocchia di amici, un buon
bicchiere e delle ciarle e degli scherzi, per passeggiare tondo tondo
in un cortile.

--Ti senti meglio?--domandò infine.

Marta fece un movimento impercettibile colle spalle, schiuse le labbra
senza poter parlare ed appoggiò il cuore, che le batteva
violentemente, contro il braccio di lui.

Egli stette ancora un momento incerto, guardò l'uscio della sala da
cui usciva uno sprazzo di luce allegra, guardò sua moglie, le botti,
il cortile deserto, e:

--Se rientrassimo?...

             *
            * *

Le avevano ordinato delle lunghe passeggiate. Accompagnava qualche
volta Alberto al podere, qualche altra gli andava incontro, prima del
desinare, ma senza entusiasmo.

Era diventata indifferente, pressochè apata; ella stessa non si
riconosceva più. Non aveva nessun desiderio, le dava noia il vestirsi,
l'adornarsi; si guardava raramente nello specchio.

Le sue belle camicie da sposa, le vite scollate guarnite di trine, le
calze a ricami giacevano nel cassettone, legate ancora coi nastrini
color di rosa, come gliele aveva accomodate la mamma. Portava la
biancheria liscia, semplice, quella che si stira più in fretta, che
non avrebbe data a lei o all'Appollonia una briga inutile.

Le sembrava che la sua giovinezza fosse finita e sentendo parlare
delle amarezze, dei disinganni dell'esistenza si riconosceva saggia,
si infervorava sempre più nel concetto serio che la felicità è
un'illusione.

Accudiva alle sue domestiche faccende, lavorava, era premurosa,
gentile con Alberto. Seguiva le variazioni del tempo per far asciugare
le frutta, per riporre le uova; andava spesso in cucina a trovare
l'Appollonia, le faceva raccontare qualche episodio dimenticato della
sua infanzia e l'ascoltava con interesse.

La casa non doveva essere il suo regno, il suo orizzonte, il suo
tutto? Ella procurava di animare i mobili e le stoviglie, si metteva a
cucinare qualche intingolo per vedere di soddisfarsi alla fine, di
trovare un appoggio al suo continuo bisogno di un perchè. Era stata
fantastica, ideale, ed aveva avuto torto; ora cercava la felicità
terra terra, non doveva essere così? Non l'avevano tutti così?

Alberto raggiava. Le faceva dei complimenti sinceri, la chiamava il
modello delle mogli, e il vedere lui contento non doveva essere la sua
parte di felicità per lei stessa? Era dunque felice appieno.

Ma perchè non aveva mai voglia di ridere? Perchè non le veniva sulle
labbra una nota di canto? e nessun impeto giulivo le faceva mai
balzare il cuore? Tutto era scolorito e monotono in lei, principio di
una anemia generale, del torpore che assale i viaggiatori smarriti
nelle nevi, che non soffrono, che non si lagnano, che muoiono
dolcemente nella tranquilla evanescenza di un sogno...

Il medico le dava la sicurezza che era incinta. Ella aveva avuto,
qualche mese prima, dei leggeri disturbi di digestione, che erano
scomparsi, e null'altra sensazione fisica abbastanza sensibile le
rammentava questo fatto che la lasciava indifferente al pari di tutto
il resto. Le grandi cose che aveva udite sulla maternità dovevano
essere, come quelle udite sull'amore, esageratissime; oppure ella era
una disgraziata priva di sensi e di viscere, sospetto che le veniva
tratto tratto e che la rendeva orribilmente triste.

Perchè sarebbe madre? Se non aveva mai trasalito, mai, in ciò che il
mondo chiama l'amore, se questo amore ella non lo capiva, se un
estraneo si era avvicinato a lei senza infonderle il brivido della
creazione, perchè ella avrebbe dato il proprio sangue e la propria
carne, ed avrebbe rischiato di toccare le soglie dell'eternità senza
conoscere quelle del piacere?

Se i figli sono frutti dell'amore, ogni frutto fa supporre la
precedenza di un fiore; ma ella sentivasi arida; niente del suo io
pensante rispondeva alle inconscie funzioni del suo io meccanico. Un
profondo avvilimento la degradava a' suoi propri occhi; il germe
caduto nel suo grembo poteva fecondare una Giuditta qualsiasi, e
sarebbe stato egualmente il frutto dell'amore.

No, l'amore non esiste!

Ella era giunta a questo.

Padre, fratello, amico, socio, marito, tutti sinonimi; uno poteva
valere l'altro, non l'amante. L'amante restava ancora per lei il
giovinetto imberbe che aveva sospirato sotto le sue finestre, che le
aveva rapito un fiore e stretta la mano, per cui ella recitava,
struggendosi di voluttà, i versi della vecchia strenna:

    O fanciulla qual mesto contento
    Mi discenda nell'alma non sai.

Una visione, una fantasia che non aveva corpo, nulla.

Del resto che cosa vedeva altrove? Gavazzini, dopo aver rapita la cara
donna e bevuto il dolce liquore delle sue vene, occhieggiava le donne
degli altri, fra due liti intime. Merelli dava bensì dei frutti
d'amore annuali alla angelica moglie, ma teneva le serve giovani e
belle. Toniolo, morta la prima sposa pigliava la seconda, con molte
consolazioni frammezzo e il contrappeso di una buona dote. Trasporto
momentaneo, eccitazione, sensualità, cupidigia, calcolo; amore, come
lo aveva sognato lei, mai!

Ma Romeo, ma Paolo, ma il fatto quotidiano dei bracieri di carbone
accesi nella soffitta di una modistina, ma i cadaveri trovati sui
talami, stretti insieme, bocca su bocca?

Romanzi.

Ma i delinquenti dell'amore? ma gli eroi dell'amore?

Mattoidi.

E le storie di tutti i secoli?

Leggende.

E i poemi di tutti i popoli?

Fantasia.

Così era giunta a recidere ogni aspirazione; l'anima sua nello
schianto, come pianticella orbata de' suoi rami, non sembrava più cosa
vitale.

Vegetava in una esistenza da vecchierella, sentendo già i brividi di
novembre, coprendosi molto, avvicinandosi al fuoco. Tolto il leggero
arrotondarsi della vita, le altre membra sembravano spersonirsi, la
pelle perdeva la lucentezza della gioventù; accanto alle labbra si
disegnava in permanenza una piega triste e gli occhi s'incavavano,
velati, e i muscoli apparivano meno elastici, meno pronti all'appello
di una volontà che sonnecchiava; un tutto insieme di lampada a cui
l'olio manchi, di macchina guasta ne' suoi più delicati congegni.


Appollonia le aveva ben detto di non uscire quel giorno, che il tempo
minacciava pioggia. Marta non le credette o credette di poter giungere
al podere prima che il tempo si guastasse. Erano gli ultimi bei giorni
dell'autunno, bisognava pure approfittarne innanzi di chiudersi in
casa a fare l'invernata; e poi aveva presa l'abitudine di quella
giterella, e l'abitudine, nella sua esistenza quasi monastica, teneva
già un posto importante.

Modesta modesta nel suo abito grigio, con un tocco di lontra in testa
ed uno scialletto sul braccio, Marta si allontanava sul sentiero
coperto di foglie secche, sparendo e ricomparendo col suo passo aereo,
mentre le serviva di sfondo ora una colonna d'edera addossata sul
tronco di una quercia, ora il pennacchio onduleggiante delle acacie
che sfioccavano via per l'aria le piccole foglie gialle.

Vi erano degli alberi dorati come le treccie di una Margherita ideale;
altri ancora che ricordavano i bagliori di una fiamma morente; ed
alcuni strisciati in rosa, con gradazioni tenere di carne, di corallo
pallido, sfumati, diafani, con una morbidezza di velo e d'ali d'angelo
cadute.

Tutta la materialità dell'amore e della fecondazione sembrava sparita
dai campi mietuti, dalle piante che non avevano più nè fiori, nè
frutti, che lasciavano pendere le foglie a guisa di pensieri vacui, di
illusioni isterilite; nè dai nidi pigolavano le rondini oramai
lontane; solo il freddo passero saltellando sui rami denudati,
salmeggiava la vanità di tutte le cose.

E Marta passava col suo lieve fardello, creatrice inconsapevole in
mezzo alla natura che moriva, sentendosi penetrare nell'anima una
dolce e tranquilla malinconia.

Sui lembi del cielo errava il suo sguardo, così come errava la sua
mente perduta nei ricordi, vaneggiando dietro il filo fantasioso che
riunisce una nuvola al colore di un abito, al profilo di un volto
conosciuto, ad una iniziale; per cui rinascono all'improvviso memorie
disparate, e scene e detti; e si riodono suoni di voce dimenticati.

Ella ricordava un salottino parato con una stoffa a grandi fiori
sanguigni, con certi divanucci bassi di una forma affatto speciale,
con un velario che mascherava il soffitto e sembrava proteggere quel
nido elegante dai contatti plebei. Ricordava sopratutto un trespolo,
poggiato in un canto, sul quale bruciava un qualche cosa di odoroso,
evaporando nuvolette cineree che si innalzavano misteriosamente verso
le pieghe del velario, lasciandosi dietro un profumo sottile e caldo
di persona viva. Una donna giaceva, coricata a mezzo, sopra uno dei
divanini; ma di quella donna rammentava appena gli occhi nerissimi e
un anello che portava sul mignolo della mano; anello bizzarro formato
di sette pezzi; un diamante, un rubino, uno smeraldo, un topazio, un
zaffiro, una perla nera e un dente--un piccolissimo dente di bimbo,
bianco e lucente come un'opale. Marta, che era allora una fanciullina,
non aveva visto altro. Conobbe più tardi esser quella una compagna di
collegio di sua madre, che aveva avuto grandi sventure ed amori
tragici, di cui il mondo sparlava e che sua madre non nominava mai
senza volgere gli occhi al cielo e dire: Poveretta!

Poveretta! ripeteva Marta a vent'anni di distanza. Non sapeva nulla
della sua vita e de' suoi errori, non ricordava nulla di lei, altro
che gli occhi ed un anello; era forse morta a quest'ora! Il segreto
del piccolo dente legato insieme alle pietre preziose, quel segreto
che aveva tanto colpita la sua immaginazione giovinetta, stava al
sicuro nel pudore e nell'oblio della tomba; eppure le sembrava di
averla conosciuta, di comprendere i suoi dolori; ed aveva un desiderio
ardente di assolverla, di rivederla nella purezza fredda di quel
giorno di novembre, assorgere fra le nuvole, e di là sorridere a lei
co' suoi occhi neri.

Ed altre visioni ancora, rotte, fuggenti; lembi di conversazioni,
ritornelli di canzoni ignote, battute di _walzer_; e certi sguardi che
non sapeva più a chi avessero appartenuto, e scoppi di risa di bocche
invisibili; tutto il suo mondo interno che si agitava, che usciva a
far parte del mondo esteriore, fondendosi col cielo, coll'aria, colle
foglie cadenti, col silenzio dei prati, colla tavolozza inimitabile
delle masse d'alberi, col respiro misterioso della terra e delle
acque.

Venivano a lei i lamenti degli alberi sfrondati, dei nidi deserti;
venivano le voci occulte dei fili d'erba, le timidi voci dei fiori
còlti e dimenticati; e ad essi ritornavano i sospiri della sua
giovinezza, i sogni, i rimpianti, le larve abbrunate.

Camminava senza sentire la terra, come portata da un amplesso; e non
s'era nemmeno accorta che il tempo s'andava rannuvolando sempre più,
tanto che giunta al podere incominciava già a cadere qualche goccia.

--Mio marito?--chiese subito.

Alberto non l'aspettava con quel tempo; egli era già partito da
mezz'ora, prendendo le scorciatoie attraverso i campi.

--Ed ora?

--Ora non le resta altro che entrare in casa.

Così disse allegramente la fattora, una sposina anche lei, ma che
aveva preceduto Marta nel riempire una piccola culla di vimini,
intorno alla quale si affaccendava con grandi ansie.

Marta conosceva appena la fattora; per solito incontrava Alberto
sull'aia, gli prendeva il braccio e non guardava altro. Fu sorpresa
della gaiezza di quel volto, della luce strana che le brillava negli
occhi, dell'aria disinvolta, padrona di sè.

Entrò.

Il bambino piangeva. La fattora se lo prese tra le braccia,
cullandolo, baciandolo lieve lieve sulla fronte, mormorando parole
tronche, senza senso, dolcissime.

Ella dunque avrebbe fatto allo stesso modo? E quello era l'amor
materno?

--Lo amate molto questo piccino?

--Se lo amo! Cara gioia... Proverà, proverà... non le dico altro...

Marta guardava il fantolino, rosso, rosso, con due occhietti tondi
senza sguardo ed una bocca continuamente umida. Per fermo egli non
doveva comprendere nulla.

--Dorme alla notte?

--Qualche volta sì, qualche volta no, secondo.

--E quando non dorme piange?

--Sicuro!

--E voi allora che cosa fate?

--Mi alzo, lo prendo e lo porto ingiro per la camera. Non c'è altro,
cara la mia signora. A lei sembra che non debba intendere perchè è
piccino, invece intende meglio di noi e si fa intendere. Bisogna
vedere quando entra il suo babbo!

--Vostro marito non dorme a casa tutte le notti, nevvero?

--Purtroppo! Quando va al mulino vi dorme anche; così fu jeri; ma oggi
lo aspetto, ed anche il piccino lo aspetta. Nevvero che aspetti papà?

Baciucchiando il suo bimbo, la giovane madre si animava. Aveva due
labbra fresche e mobili che dovevano conoscere i baci; un riso perlato
di donna felice; il collo sciolto, il seno palpitante velato appena;
una morbidezza in tutti i movimenti, un calore di membra appagate, di
sangue circolante, sano, nella completa espansione del benessere.

Marta domandò ancora:

--Vostro marito vi ama?

Al che l'altra non rispose se non arrossendo e chinando il capo sulle
guancie del suo bambino.

Continuava a piovere, e dalla finestra che dava sui campi la massa
verde degli alberi luceva, morbida e vaporosa, con dei contorni da
pastello. La fattora, rimesso il piccino nella culla, si diede a
rattizzare il fuoco:

--Il mio uomo se la prende tutta!

Marta pensava come avrebbe fatto a tornare a casa.

--Per fortuna--sentenziò la fattora, dopo aver data una guardatina di
traverso al cielo--non è un'acqua che durerà molto.

E girava dal caminetto alla culla, ed alla soglia dell'uscio, di dove
sbirciava nella via con occhiate lunghe, impazienti.

Marta, rannicchiata dietro il canterano sulla prima seggiola che aveva
trovata, seguiva tutti quei movimenti, guardando successivamente il
caminetto, la culla, la soglia dell'uscio e la gaia sposa che
trotterellava nel suo modesto regno con passo franco.

Rapidamente, un'ombra otturò il vano della porta; un uomo, gettando
via il cappello intriso d'acqua, si precipitò nella stanza. In un
balzo si ebbe sollevato tra le braccia la sua donna, tenendola alla
vita con una mano, cercando con l'altra il di lei cuore, mosso da un
impeto di sensualità appassionata, e con tale trasfusione di tutto il
suo essere che si squarciava per essa il mistero delle parole
bibliche: _formerete una sola carne e un solo spirito_. Per un istante
si udì il fremito delle labbra congiunte, il rantolo della voluttà;
poi la donna si sciolse, vergognosa, additando Marta.

Marta aveva soffocato un grido, come colpita al cuore; e nello stesso
momento aveva sentito le sue viscere sollevarsi, muoversi nel suo
grembo un essere, e per le sue vene, per la sua carne correre il
palpito atteso, la rivelazione di un'altra vita, scoppiata colla
rivelazione stessa dell'amore.

Ogni velo era tolto, sciolto ogni dubbio, la sua virginità cadeva in
quel punto, ella era fatta donna. Comprendeva, sentiva, desiderava
tutto. L'impressione era stata così rapida e violenta, che la presenza
di quell'uomo, adesso, le faceva male.

Si rizzò, pallida, volgendo altrove gli occhi.

--Vuol partire con questo tempo?--balbettò la donna.

Voleva partire.

L'uomo si offerse di accompagnarla; non accettò. Allora i due sposi,
imbarazzati, le diedero un ombrello, insegnandole la via più breve.

Quel balzo, quella stretta, quel bacio, quel rantolo, Marta portava
tutto con sè, l'avrebbe portato l'intera vita. E correva sotto la
pioggia, mentre da' suoi occhi scorrevano larghe lagrime, inondata dal
cielo, inondata dall'anima sua. Piangeva e rabbrividiva, con una
consolazione lontana, una consolazione che le veniva dalle viscere,
debole ancora, confusa, eppure deliziosamente soave.

Poco lungi da casa incontrò Alberto che la sgridò con dolcezza,
dicendole che era stata imprudente. Egli era agitato, temeva per lei;
ma sotto l'ombrello che la riparava, non vide le sue lagrime, no,
queste non le vide. Egli aveva d'altra parte una notizia a darle.

--Quale notizia?--disse Marta, distratta.

--Vedrai, vedrai!

Marta tornò a correre, precedendo suo marito, febbrile, ansiosa, tutta
fracida per l'acqua presa. Appena entrata nel cortile le apparve
davanti sua madre.

--Ah!--gridò. E le cadde nelle braccia.

             *
            * *

Le cortine fiorate del letto, velando la luce, spandevano intorno
un'aria raccolta d'alcova, una dolce aria di intimità, che Marta
respirava voluttuosamente.

Aveva avuto una febbriciattola, leggera, tuttavia non le permettevano
di alzarsi per quel giorno. Pioveva sempre, e nell'uggia del cielo
grigio la camera sembrava per il confronto più lieta, coi parati
nuovi, i veli della pettiniera candidissimi, i fiocchi azzurri così
dolci all'occhio, i cristalli del lavabo lucenti, iridati, entro cui
prolungava i suoi giorni un ciuffo di vaniglia, l'ultimo della
stagione.

--Come è simpatica questa casa!--disse la mamma.

La signora Oldofredi era ancor giovane, piuttosto piccola e
grassoccia, con una distinzione che le veniva dal sorriso, lo stesso
sorriso malinconico di Marta; senonchè l'espressione serena di tutto
il volto, la calma della persona, annunciavano un abito di filosofica
indifferenza alle tempeste della vita, un partito preso di ottimismo
ad ogni costo.

Aveva i capelli neri, acconciati con cura, le mani piccole e ben
tenute, una sciarpa di trina allacciata con un ampio fiocco sotto la
gola. Quando girava il capo le si vedevano scintillare i diamantini
appesi all'orecchio.

Stava seduta sulla poltrona accanto al letto, e di lì fissava un paio
di pianelle scalcagnate, poste dov'erano i vestiti di Marta.

--Che cosa guardi mamma?

--Sono tue queste pianelle?

--Sì, perchè?

--Non te le avevo comperate nuove, di pelle bianca, con una fodera di
raso _bleu marin_ che doveva accompagnare la vestaglia? E a proposito,
dov'è la vestaglia?

--La mettevo nei primi tempi--rispose Marta con esitazione--poi mi
parve di sciuparla inutilmente.

La signora Oldofredi rimase pensierosa su quell'inutilmente.

--Noi donne--disse poi--dobbiamo avere molta cura della persona, delle
vesti, di tutto ciò che indica pulitezza e grazia; specie quando si ha
per marito un giovinotto.

--Oh!--interruppe Marta--Alberto non bada a queste cose.

Tacquero, trascinate entrambe dai loro pensieri, divise per modo che
dopo un po' di tempo si guardarono in faccia disorientate. Molto c'era
da dire da una parte e dall'altra; immenso il desiderio di chiedere,
di confidare, ma un pudore ed un orgoglio di donna le tratteneva. La
madre si accontentava di guardar Marta intensamente, studiandone il
volto affilato, e Marta si lasciava covare da quello sguardo, restando
dolce, malinconica, sempre un po' distratta, coll'aria di una persona
che assiste a delle visioni.

Per farla parlare, la signora Oldofredi si interessò alle nuove
relazioni di sua figlia; ebbe così la descrizione dei coniugi Merelli,
di Toniolo, del dottorone. A sua volta le narrò degli amici di città,
dei matrimoni fatti o da farsi. Disse di una loro cugina che voleva
sposare per forza un sottotenente, che i parenti non acconsentivano,
che d'altra parte non vi era neppure la dote militare, che
l'ufficialetto pazzo d'amore minacciava di togliersi la vita e che
lei, la ragazza, sognava combinazioni incredibili per riunire la
somma; l'ultima trovata era di farsi attrice, andare in America...

Marta ascoltava in silenzio.

--Teste esaltate--concluse la signora Oldofredi, accomodandosi il
fiocco della sciarpa.--I buoni matrimoni sono quelli combinati dalla
ragione. Io, vedi, avevo diciotto anni quando conobbi tuo padre. Non
ne ero innamorata proprio niente. Veniva in casa nostra due volte alla
settimana a giuocare al sette e mezzo; si usava molto allora. Mi par
di vederlo: entrava duro duro, un po' angoloso, miope, salutava con
quel cenno vago delle persone che non veggono un palmo più in là del
naso: ed era molto meno bello di Alberto, senza confronto. Perdeva
spesso al giuoco. Mio padre gli diceva: fortunato in amore! Io
ricamavo, lo rammento come fosse adesso, due conigli sopra un fondo di
lana rossa; questo ricamo penzolava un po' qui, un po' là, non ero
allora quella terribile nemica del disordine che sono adesso...
Ebbene, egli guardava il mio lavoro con un interesse, con una
attenzione che non avrebbe potuto essere maggiore se la sua vita fosse
dipesa da quello. Il fatto è che terminati i conigli, chiese la mia
mano. Ed ecco tutto. Vedi che non è un romanzo.

--Mio padre però ti amava--disse Marta con una voce profonda che fece
trasalire la signora Oldofredi.

--Sì--rispose questa semplicemente.--Io pure gli volevo bene;
apprezzavo la sua onestà, le cure gentili di cui mi circondava, il suo
affetto nobile, sicuro, e fu una grave disgrazia il perderlo così
presto.

--Ti amava d'amore?--domandò Marta bruscamente.

E siccome la mamma esitava, cogli occhi erranti sulle pianelle di
Marta e con mille dubbi nel cuore, ella rincalzò con quel suo impeto
appassionato:

--Dimmelo mammina, mammuccia, mammolina...

--Oh! Marta--fece la signora Oldofredi chinandosi a baciarla--sei
ancora la stessa.

E si pose a ravviarle i capelli sulla fronte, le coltri intorno al
collo, e il guanciale, e il piumino, proprio come ad una bimbetta in
culla, bevendo il raggio di quei cari occhi mesti, dove ondeggiava un
pensiero inafferrabile.

--Vi sono delle parole sulle quali io credo non si arriverà mai a
metterci tutti d'accordo, bimba cara. Il sesso, l'età, il
temperamento, la educazione, l'ambiente, le circostanze sono
altretante cause che modificano il significato della parola amore. Noi
generalmente ce lo figuriamo come la quintessenza delle gioie mortali;
è naturale, lo vediamo così da lontano finchè siamo fanciulle! È la
fiammolina che guizza sulle zolle umide, è la fosforescenza dorata
della farfalla, è un gaz, è una polvere alla quale noi diamo i grandi
nomi di passione, di delirio, di estasi...

La voce della signora Oldofredi tremava un poco; ella riprese tuttavia
sforzandosi di parere calma e padrona di sè:

--E quando si scopre l'inganno, invece di accusare la falsità della
nostra immaginazione, ce la prendiamo coll'amore che, poveretto, non
può essere diversamente da quello che è sempre stato, un sogno, un
miraggio...

--No, mamma, l'amore esiste.--Marta, che dapprima aveva ascoltato
quietamente, si rizzò sui guanciali, febbrile, rosea, con quella
bellezza improvvisa che le veniva a sbalzi, colla pupilla ardente e
dilatata.--L'amore esiste!

Per un istante la madre scrutò fino in fondo il pensiero di sua
figlia.

--Facciamo una supposizione--continuò Marta appoggiandosi col gomito
sul guanciale--mettiamo una ragazza che abbia passato otto, dieci anni
della sua vita, divisa fra questi due pensieri che sono il fondamento
della nostra educazione: l'onestà e l'amore. Vuol amare, primo perchè
è il suo istinto, poi perchè trova scritto e sente ripetere che
l'amore è la massima delle felicità, che la donna è creata per
l'amore, ecc. La religione stessa, più castamente, le parla però di
amore e fa anzi dell'amore un sacramento. Vuol essere onesta, di
quella onestà tutta femminile che è il pudore, la riserbatezza, la
sottomissione; onestà che l'uomo non conosce, che è stata inventata
unicamente per la donna e che la porta a fuggire con orrore tutto ciò
che ha l'apparenza di una colpa. Che fa la ragazza? Ella riunisce le
due aspirazioni, i due punti principali del suo catechismo, e
dall'unione di due cose ben reali ne esce quel non so che di
incorporeo, di vaporoso, di sublime e di ridicolo insieme che si
chiama appunto l'ideale.

--Ma...

--Abbi pazienza mamma. Già non si parla di noi, è una supposizione,
nevvero? Lasciami dire. Se, entrando nella vita, quella ragazza non
trova le due aspirazioni riunite, se vede che l'amore non è sempre il
premio e il compagno dell'onestà, che, legati insieme barbaramente
come gemelli mostruosi, non sempre vanno d'accordo, non sempre si
intendono e viene il momento in cui uno dei due...

La signora Oldofredi scandagliò l'abisso e non la lasciò terminare; ma
trascinata dall'impeto che Marta frenava invano, ella pure si sentì
donna, ella pure colle guancie arrossate, l'occhio ardente, le labbra
che tremavano urtandosi al placido sorriso abituale, ella pure
illuminata da una arcana bellezza, esclamò:

--L'amore è una illusione! Credi tu che vi sarebbe tanta attività nel
mondo, che l'arte produrrebbe i suoi capolavori, che la pietà
innalzerebbe i suoi monumenti, che il patriottismo darebbe i suoi eroi
e la religione i suoi martiri, se l'amore come lo intendi tu
esistesse? Perchè si coltivano tanti fiori nei vasi e si tengono dei
canerini in gabbia, perchè si riempiono le case di ricami e di lavori
all'uncinetto, perchè leggiamo i romanzi e i giornali di mode, perchè
andiamo ai concerti, perchè vi è sì gran numero di istituzioni
filantropiche dove le donne sono patronesse, ispettrici, visitatrici,
se l'amore fosse una realtà, se l'amore potesse bastare almeno alla
vita di una donna?

--Eppure--ripetè Marta scuotendo il capo--è l'amore che ispira l'arte,
è l'amore che riscalda la carità...

--Sono i disinganni dell'amore, è l'impotenza, l'assoluta
impossibilità di estrinsecare nell'amore, nel solo amore, quella
tendenza al sublime che c'è in noi. Oh! ma tutto il mondo perirebbe,
non vi sarebbe più posto per nulla, per nulla capisci, se il lampo
dell'amore potesse durare?

Marta fu colpita dalla luce straordinaria che brillava negli occhi di
sua madre, rivelandole un fondo di ardore che ella non avrebbe mai
sospettato; come l'eco di battaglie lontane, di lotte, di pianti, di
morti, su cui era passata la grande, la benefica ala del tempo; e
sentì di amarla doppiamente; si sentì sua eguale, sua compagna.

Forse l'amore non è per tutti, forse è il più gran dolore della vita,
forse non dura, forse è un miraggio; ma ella aveva visto, aveva
visto!.. e cogli occhi gonfi di lagrime, mormorò, quasi parlando a se
stessa:

--Esiste.

Nel silenzio raccolto dell'alcova quest'unica parola cadde con un
mormorìo solenne di responso.

--Senti--disse la signora Oldofredi prendendole le mani e abbassando
la voce in ragione inversa dall'emozione crescente--facciamo un'altra
supposizione. Mettiamo una donna, una giovane donna libera di sè, e
mettiamo pure che ella incontri sulla sua via l'amore.

--Dunque c'è.

--Ma Dio!--gemette la signora Oldofredi con tutta l'anima negli
occhi--c'è il desiderio, il sogno, l'illusione! C'è l'istante del
delirio, c'è la febbre che fa dimenticare tutto, lo spasimo per cui il
piacere rasenta il freddo della morte; ma poichè tutto ciò passa,
poichè non resta nulla dei più sinceri trasporti, poichè gli amanti
finiscono col diventare stranieri l'uno all'altro e incontrarsi senza
che più nulla trasalisca del loro cuore nè dei loro sensi, bisogna
rinnegare l'amore, bisogna dire l'amore non esiste! Credi a me...
credi, credi.

Colle mani strette nelle mani si guardarono in fondo all'anima,
misurando le loro disperazioni; la madre violentata per non poter dire
di più, la figlia temendo di indovinare troppo.

--Allora--fece Marta, tergendosi la fronte quasi un sudore improvviso
l'avesse bagnata--non c'è nulla.

In quel momento si arrestò ascoltando. La stessa sensazione che
l'aveva fatta trasalire il giorno prima nella casuccia dei due
contadini, si rinnovava. Sentiva le sue viscere commoversi sotto un
impulso di persona viva, colla strana rivelazione di un altro essere
in se stessa. Sembrava una piccola mano che battesse contro il suo
seno, una piccola mano che voleva dire: Aprimi, io sono l'amore e la
verità.

--Gli uomini--continuò la signora Oldofredi, presa nella foga
vertiginosa delle proprie parole--conoscono presto l'amore, lo
valutano per quello che è e passano oltre, attratti dalla ambizione,
dagli affari, della vita pubblica. Ma anche noi non possiamo vivere
nella continua illusione dell'amore; per questo abbiamo la religione e
la maternità. È ancora l'amore, ma l'amore che si trasforma; l'ideale
risale al cielo, mentre la parte materiale di noi si anima e vive
della nostra stessa carne...

Marta non udiva, delle parole di sua madre, che il bisbiglio. Colle
mani raccolte sul grembo, le palpebre socchiuse, il corpo abbandonato
nei guanciali, aveva l'apparenza della più gran calma, ma un brivido
la scuoteva internamente, un brivido e una puntura. Vedeva ancora
quell'amplesso, quel bacio... come dubitarne, se tutto il suo essere
ne era stato scosso, se all'improvvisa rivelazione aveva compreso, lei
già donna, il mistero della virginità, quel mistero che è il segreto
di Dio e che l'amore solo comunica agli uomini?

Lievi lagrime brucianti sfuggivano dalle sue palpebre.

--Marta! Marta!--chiamava la mamma, curva su di lei, divinatrice
amorosa della lotta che si combatteva nel di lei cuore.

Marta, senza parlare, ripeteva fra sè: Sarà il raggio che sfolgora e
muore, sarà l'illusione che passa, sarà il sogno, il delirio di un
istante; pure esiste. Raggio che non scalda tutti i cuori, sogno che
non rallegra tutte le notti...

Ma intanto la piccola mano ripeteva con insistenza: Apri, io sono
l'amore e la verità.

E Marta rivedeva, in una specie di visione magnetica, la bella
campagna estiva, gli alberi frondosi ramificanti sopra lo sfondo
azzurro e un meschino insetto che tendeva i suoi fili d'argento.
Spezzato un filo gettava l'altro, e un altro ancora e ancora, sempre
avanti, la tela prendeva proporzioni gigantesche, i fili abbracciavano
tutto il creato, salivano ad altezze vertiginose, toccavano il cielo.

Era la vasta tela della vita umana, il lavoro ogni giorno rinnovato di
chi soffre e combatte; il lavoro temerario che poggia nel vuoto
guardando arditamente la luce; lo sforzo immane di milioni di esseri,
intelligenze torturate, cuori spasimanti, schiavi in pena, tutti
sorgenti dalle loro catene, tutti lanciando il loro filo d'argento al
misterioso Ignoto. E i fili si spezzano, e la tela si strappa e la
felicità dondola sempre sospesa all'impalpabile bava di un aracnide.
Che importa?

Tutto muore, tutto nasce, tutto cambia, tutto si rinnova, le tombe
scoperchiate servono di culla, i cuori insanguinati e piangenti danno
nuovo sangue e nuove lagrime alla vita.

Avanti, coraggio!


FINE.



LIBRERIA EDITRICE GALLI

DI

=Milano C. CHIESA e F. GUINDANI Milano=


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RACCOLTA DEI MIGLIORI ROMANZI MODERNI ITALIANI


UGO VALCARENGHI


I RETORI

LE CONFESSIONI DI ANDREA

Seconda edizione.--Un bel volume in-16 __L. 3.__


__Diamo alcuni giudizi dei più importanti Periodici su questo Romanzo,
che forma il primo volume della Serie «I RETORI.»__

«....La prefazione è splendida, e credo fermamente sia quanto di più
notevole si sia scritto da molti anni a questa parte intorno agli
intenti del romanzo.

«... Predomina nel romanzo la ricerca decisa, quasi febbrile, della
verità. Il Valcarenghi ha avuto il coraggio di dominare coll'idea il
sentimento, e di studiare a fondo l'anima propria non badando ai
dolori, agli strazi di vedere mille illusioni andarsene, dinanzi alla
necessità ineluttabile del vero scientifico.

«....Il romanzo del Valcarenghi sintetizza in modo chiaro e semplice
quello cui pochi hanno accennato appena, e che infine è nella
coscienza di molti. _Neera_, Gerolamo Rovetta, Antonio Fogazzaro,
_Bruno Sperani_, Filippo Turati, _Memini_ non hanno potuto leggere le
_Confessioni di Andrea_, senza provare una commozione profonda.

«....Il romanzo italiano, per vivere, ha bisogno di giovani, che, come
il Valcarenghi nutrano forti convinzioni e principii veramente
positivi.»

        _Rivista di Filosofia Scientifica_ (Agosto 1888).


«Nelle _Confessioni di Andrea_, il Valcarenghi esce ardito,
gagliardo... egli vuole smascherare gli ipocriti della società; vuole
ribellarsi contro le convenzioni sociali.

«....L'Andrea, il suo protagonista, si confessa con sincerità brutale:
non giustifica nemmeno sè stesso quando erra nei suoi pazzi amori,
quando si mostra negli espedienti dell'egoismo; la sua anima non è
corrotta sino all'eccesso, ma è spesso cinica, in qualche momento fa
orrore, si svela tutta nelle sue convulsioni, e nello stesso tempo
tende inesorabile a smascherare le altre, mostrandone le bassezze.

«....In ogni pagina stride e quasi sghignazza uno scrittore che ha
stomaco di ferro e non ha peli sulla lingua; uno scrittore che ha
molte idee, filosofeggia molto, troppo, e che farà strada!»

        =C. R. Barbiera=, nell'_Illustrazione Italiana_ (8 Gennaio 1888).


«Il libro del Valcarenghi sarà certamente molto discusso, perchè è un
libro ardito e coraggioso: tanto coraggioso che, veramente, nelle 370
pagine di cui si compone, non corre che una tenuissima favola. Sarà
molto probabilmente giudicato nei modi i più diversi: ma la
discussione e la disparità dei giudizi saranno la miglior
soddisfazione dell'autore; il quale, dopo tutto, ha dimostrato ed
affermato bene un fatto, quello di volere e di saper fare un libro con
intendimenti serii, con viste larghe, con profondità di pensiero.»

        _Gazzetta del Popolo della Domenica_ di Torino (8 Aprile 1888).


«Le _Confessioni d'Andrea_ iniziano una serie, un ciclo di romanzi,
che meglio e più propriamente potrebbero chiamarsi studi sociali. Il
Valcarenghi mira con essi ad interessare i suoi lettori con lo studio
assiduo e paziente dei vizii, dell'ambiente, delle consuetudini ed
ipocrisie sociali che corrompono il carattere, la coscienza, quanto
v'ha di più nobile nel sentimento umano. Egli cerca di fondere
nell'artista il filosofo ed il sociologo, per dare dei mali della
società una descrizione fotografica, esatta; per studiarne in seguito,
con amore e verità, i rimedii.

«.... Questo volume nuovo del Valcarenghi, di gran lunga si lascia
addietro i suoi precedenti: e per esso e con esso s'avanza in prima
fila fra i migliori cultori del romanzo italiano.»

        =M. Mariani=, nella _Cronaca Rossa_ di Milano (22 Aprile 1888).


«....Un uomo che mette a nudo il proprio egoismo con una schiettezza
rara, in omaggio alla verità.... Chi non sente gemere un cuore
d'artista e di galantuomo sotto le pagine spietate? E quella larga
nota di dolore che sale acuta, persistente da ogni pagina, non è dessa
la moralità tutta, tutta la bontà e la efficacia dell'opera
d'arte?...»

        =Neera=, nel _Fanfulla della Domenica_ (15 Aprile 1888).


«....Già più d'una volta ebbi a lodare, ed anche in queste stesse
colonne, dei libri sinceri; principalmente perchè sinceri. Eccone un
altro da aggiungere al numeroso stuolo.

«....Innamoratomi alla prefazione, bellissima, lo divorai tutto in un
fiato....»

        =Filippo Turati=, nell'_Italia_ (4 Aprile 1888).


«....Malgrado le lacune e le sovrabbondanze, le _Confessioni d'Andrea_
sono un romanzo forte pel concetto e bello di pagine, nelle quali
l'esecuzione corrisponde al concetto.

«....Le _Confessioni d'Andrea_ si leggono con profitto e con diletto
dalla prima all'ultima pagina.»

       =G. Depanis=, nella _Gazzetta letteraria_ di Torino (7 Aprile 1888).


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UGO VALCARENGHI

SOTTO LA CROCE

ROMANZO

Un bel volume, in-16 L. 3.


«Dopo _Baci perduti_: _Sotto la Croce_; vale a dire, dopo le scene
della vita borghese, il romanzo. Questo prova che il Valcarenghi non
si è fermato sul successo di quel primo lavoro, ma che ha voluto far
qualche cosa di più seriamente pensato.

«L'argomento è una storia triste, ma vera, uno dei romanzi umani che
leggiamo nella vita d'ogni giorno. I fatti si succedono naturali ed i
caratteri, per lo più, sono disegnati con cura e sempre conseguenti a
lor stessi. Anche la forma è generalmente buona.

«..... _Sotto la Croce_, non ostante difetti parziali, è sempre un
romanzo di merito e di merito grande.»

        _Gazzetta letteraria_ (20 Febbraio 1886).


«...Questo romanzo segna un gran progresso sui precedenti lavori
dell'Autore che è giovanissimo.

«Il libro si legge con interesse, non per curiosità dello svolgimento,
bensì per la naturalezza del racconto e per la verità della
rappresentazione.»

        =A. Fogazzaro=, nella _Provincia di Vicenza_ (18 Marzo 1886).


«....Il romanzo del Valcarenghi mostra nell'Autore un giovane che ha
dell'ingegno, tanto come osservatore, che come artista. Il sentimento
della realtà non manca quasi mai in _Sotto la Croce_, e questo vuol
dire che i personaggi sono veri, e che vero è l'ambiente.»

        Giornale _Cronaca Azzurra_ di Firenze (8 Aprile 1886).


«L'Autore ha facoltà di intuire e cogliere la vita borghese con
ischiettezza. Bel saggio n'è la descrizione di una festa da
ballo;--più bella, perchè molto più breve, la descrizione d'una
passeggiata nei giardini pubblici....»

        Giornale _La Nuova Antologia_ di Roma (1 Aprile 1886).


«Se il giovane Autore dei _Baci perduti_, segni un progresso col nuovo
suo lavoro, tanto nello studio dei caratteri e dell'ambiente, quanto
nella forma, ognuno lo vede fra quei critici imparziali che lo
giudicarono con logica di criterii, e ne fanno testimonianza le lodi
tributategli da molti giornali, fra cui la _Piemontese letteraria_, la
_Lombardia_, l'_Italia_, la __Ronda__, l'_Illustrazione Italiana_, il
_Presente_, il _Patriota_, la _Venezia_, l'_Indipendente_ di Trieste,
la _Provincia di Vicenza_, con un articolo di Fogazzaro, ecc,»

        =F. Cameroni=, nel Giornale _Il Sole_ (24 Marzo 1886).


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UGO VALCARENGHI

BACI PERDUTI

SCENE DELLA VITA BORGHESE.

Terza edizione.

    Un elegantissimo volume con copertina disegnata
    dall'illustre pittore L. Conconi __L. 2__.


«....Rilessi la 2^a edizione dei _Baci perduti_ collo stesso diletto,
come se si trattasse di un racconto nuovo, e questo è il miglior
elogio che per un racconto italiano si possa concretare. Il
Valcarenghi possiede qualità preziose di novelliere, prima fra tutte
l'arte di rendersi simpatico, di infondere nelle cose sue vita e
colore. Attraverso alle pagine dei suoi libri palpita l'anima
dell'uomo e dello scrittore, il quale, senza sostituirsi mai ai
personaggi, infonde loro un po' della passione che lo agita e lo
commuove.

«Triste e semplice è la storia di Ulisse, di questo spostato dell'arte
e dell'amore, che nell'una deve appagarsi del supremo ideale, e
nell'altra di alcuni sorrisi, di alcuni baci, e di molti rimpianti; la
vigliaccheria delle piccole cose uccide in lui la facoltà di produrne
delle grandi. Le pagine nelle quali dopo la partenza di Ada, è
descritto il naufragio dell'anima di Ulisse sono tali che niuno fra i
più celebrati scrittori dell'oggi sdegnerebbe di firmare.

«_Baci perduti_, per intensità di emozione, è degno di pigliar posto
fra i migliori racconti italiani di genere intimo pubblicati negli
ultimi tempi.»

        =G. Depanis=, nella _Gazzetta letteraria_ di Torino (Giugno 1887).


«Il libro ha vita di osservazione acuta, e si distingue per questo dai
troppi che, senza avere nulla di vero, fan pompa di nascere da studi
coscienziosi. Il Valcarenghi ha scritto pagine dalle quali è chiara la
molta attitudine che egli ha al romanzo.»

        Giornale _Nuova Antologia_ di Roma (1 Settembre 1887).


«È un racconto semplice, alla mano, senza arruffate vicende, né
intrecci a sorprese, che si legge volontieri per la spontaneità dello
svolgimento e la chiarezza dell'elocuzione corretta: due pregi di buon
novelliere, che non si possono negare al Valcarenghi.»

        Giornale _La Domenica del Fracassa_ di Roma
                      (24 Maggio 1885).


«...Queste _Scene della vita borghese_, pur essendo molto semplici
nell'impianto, presentano larghezza di disegno e sicurezza di
colorito. I due caratteri principali di Ulisse, il giovanotto
ingenuamente innamorato, e di Ada, la provocante civettuola senza
cuore, sono tratteggiati con un certo sviluppo psicologico. L'ambiente
borghese delle due famiglie, che appigionano le stanze ammobigliate,
parmi reso con naturalezza.»

        =F. Cameroni=, nel _Sole_ di Milano (19 Dicembre 1884).


«...Un libro pensato, d'indole tutt'affatto patologica, fondato su uno
studio appassionatamente fedele del vero.

«È impossibile, con quattro righe, entrare nelle viscere di questo
volume, che anatomizza con una provvida asprezza di clinico perfino le
più minuscole fibroline dell'uomo e della donna odierna. Però deve
essere lecito conchiudere, che l'eco di questo arditissimo e
castigatissimo volume, non si smorzerà per un pezzo nella sonorità del
mondo del pensiero.»

        =F. Giarelli=, nel _Caffaro_ di Genova (30 Dicembre 1884).

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    UGO VALCARENGHI

    SPERGIURO!

    _Battaglia perduta--Tragitto di anime--Amore e fame
               In Valfonda--Antitesi
        Dramma e paesaggio--Il Ragioniere Bertini._

                      NOVELLE

Un elegantissimo volume con copertina disegnata dall'illustre pittore
Conconi __L. 3__.

«_Spergiuro!..._ Il racconto si fa leggere con molto piacere ed
interesse, poichè l'analisi della passione al suo pieno sviluppo è
fatta con coscienza e conoscenza del cuore umano... e da quest'analisi
accurata, i caratteri dei due giovani amanti, escon fuori delineati
bravamente da mano maestra, sul fondo verde della bella campagna
lombarda, descritta con una freschezza ammirabile.

«Nel _Ragioniere Bertini_, v'è lo studio d'altri tipi abbandonati
nella società moderna: la vedova esperta del mondo, che predica
continuamente alla figlia di trovarsi un marito; la giovinetta,
corrotta in parte dalla madre, che civetteggia; ed il burocratico,
pieno di studi, che non conosce il mondo.»

        Giornale _Il Napoli_ (2 Dicembre 1888).


«Tutte le pagine del nitido volume allettano per la vita vera e
palpitante, che emana forte e spontanea... Il libro s'intitola dalla
prima novella, che apre degnamente il volume.

«Ma la migliore, a mio giudizio, è la terza, _Amore e fame_. In essa è
tratteggiata splendidamente la lotta contro la miseria, contro
l'esaurimento delle forze intellettuali, a cui sopravvive e grandeggia
l'amore.

«Non prenderò qui in esame le altre novelle: ognuno, leggendo il
libro, potrà trovare da solo le bellezze in esso contenute, e gustare
quei pregi di cui il rinomato Autore sa ornare i suoi scritti.»

    _Giornale di Udine_ (26 Dicembre 1888).


«_Spergiuro!..._ Della fantasia si sente il difetto, ma forse a bella
posta: l'Autore, sull'esempio della nuova scuola naturalista, sceglie
apposta soggetti noti, comuni, collo scopo di trattarli
artisticamente, nuovamente.

«In _tragitto d'anime_ c'è una scena deliziosa, con quelle piccole
collegiali dai capelli svolazzanti al vento come piccole bandiere
spiegate, gracili, malaticcie, colla loro allegria triste...

«_Battaglia perduta!_ per evidenza artistica, e verità, è il miglior
lavoro e fa onore all'ingegno del Valcarenghi.»

        =R. Barbiera=, nell'_Illustrazione Italiana_ (30 Dicembre 1888).


«_Spergiuro!..._ Cose scritte con molto garbo artistico, con una forma
limpida e scorrevole.

«Il Valcarenghi occupa, nella novellistica moderna, un posto che molti
gli invidiano, e questo volume rappresenta un intermezzo piacente e
pregiato nella sua forte ed ampia produzione di raccontatore geniale.»

        =P. De Luca=, nella _Luce_ di Salerno (19 Gennaio 1889).


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DELLO STESSO AUTORE

___PERCHÈ RITA?...___ ed altre novelle.

Un volume in-16 __L. 1__.



=I Retori.=--FUMO E CENERE.

Un volume in-16 __L. 3 50__.


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GRANDI ORAZIO

LA PRESENZA DEL NUME

Un volume in-16 L. 2.


«Il Grandi è un eccellente pittore della natura, e sa animare i suoi
paesaggi con garbate figure tratte dalla vita reale. In questa
narrazione alla antipatica cognata, fa riscontro la nobile e buona
donna Claudia, madre di Massimo; e compiono il quadro l'ottimo Sante,
marito di Paolina, l'enologo Raveggi, il notaio poeta, l'antico
sindaco colla sindachessa, e sopratutto lo zio vescovo nelle parole
dette sul suo letto di morte, spiega il concetto morale del lavoro. La
lingua è di buon conio paesano; e lo stile corre via rapido e
spigliato. Sicchè il nuovo racconto del Grandi è degno degli altri,
che gli han data meritata lode, ed offre onesta e piacevole lettura.»

        =A. Franchetti=


«Non sono più di centoventisei pagine in-16 di un bel garamone, con
molto lusso di spazii interlineari e marginali. La lettura non mi rubò
più di un'ora, ma se anche ne avessi impiegate due, non me ne pentirei
nemmeno.

«Il racconto è dedicato ad una bambina, la figlia dell'autore, il
quale con una prefazione, che è una vera gemma, la affida a lei,
rivolgendole fra le altre queste delicate parole:

«O piccola fata, lascia che, come segue la fortuna, preceda queste
pagine, nel mio pensiero l'immagine tua... Quando i tuoi labbrucci si
schiudono verso di noi e il lieve sospiro del tuo cuoricino si
confonde col nostro, non ti dice, Lina, quella gara di baci qual vuoto
crudele la tua presenza ha colmato?»

«L'azione del racconto è semplicissima e si svolge con la più serena
naturalezza.

«La falsa posizione di una giovine donna moglie a un uomo che non sa
nè può amare, costituisce la tela nella quale è ricamato il racconto.
Paolina, che potrebbe abbandonarsi nelle braccia di Massimo è
trattenuta dal culto per la sua bimba morta sulla tomba della quale
ella si reca con Massimo a piangere e pregare.

«L'autore dell'_Abbandono_ e delle _Macchiette_, possiede oltrechè una
intuizione felicissima nel tratteggiare i caratteri, una stupenda
tavolozza per dar risalto alle figure e all'ambiente nel quale le fa
muovere e agire. E però reputo che la lettura di questo nuovo suo
libro piacerà senza dubbio a tutti, perchè non soltanto è dilettevole,
ma pure naturale.»

        Dall'_Alabarda Triestina_ (Luglio 1888).


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A. G. CAGNA

ALPINISTI CIABATTONI

Elegante volume in-16 con copertina illustrata L. 2.


«L'autore di _Un bel sogno_, di _Noviziato di sposa_, di
_Provinciali_, ecc., ingegno facile e geniale, ha voluto questa volta
far passare un'ora di buon umore ai suoi lettori. In questo racconto
pieno di _verve_, pieno di trovate, l'autore ci descrive con evidente
verità le avventure di un Alpinista... ciabattone, appunto una specie
di Tartarin italiano; e v'è riescito così bene, da far ritornare ai
bei tempi del Ghislanzoni.

«Questo volume è forse il miglior lavoro del Cagna; l'emanazione più
naturale, spontanea della sua mente. Un umorismo, fine, bonario spira
da tutto il libro. Il grottesco è la nota che vi domina, ed è la nota
vera. Quanti non ne abbiamo visti noi di questi alpinisti ciabattoni
sulle rive del lago, o alle acque termali, i quali vengono per
osservare la natura e non la intendono, salgono un monte, come i due
onesti coniugi e droghieri Gibella, e si fermano meravigliati a
guardare le teste di morto di un vecchio ossario, o un verme che
attraversa la strada, nè mai danno un'occhiata d'intorno perchè
trovano che anche fuori del loro paese, dal grande al piccino, le cose
hanno tutte lo stesso andazzo; dappertutto cielo, terra e
montagnaccie, seccature, gabbamondi e ciarlatani di ogni specie.

«Le lacrimevoli odissee di questi coniugi Gibella, ne' sette giorni
che passarono sulla riviera d'Orta, sono divertentissime;
magistralmente descritto anche l'ambiente. La _vis comica_ vi abbonda,
ed è di buona lega.»

        Giornale _La Postilla_.


«Sono scene le quali valgono a fissare uno dei tanti aspetti che
presentano le cose della vita; aspetto passeggiero, fuggevole se si
vuole, ma profondamente vero e ritratto con meravigliosa efficacia di
rappresentazione.--Esse rispondono dunque alla tendenza del pensiero
moderno.

«Negli _Alpinisti ciabattoni_ abbiamo realtà vivissima di ambiente, di
personaggi, di tipi; non manca, per chi sappia ritrovarcelo,
l'elemento psicologico. Essi costituiscono adunque un vero e proprio
lavoro d'arte.

«La realtà che il Cagna descrive negli _Alpinisti ciabattoni_ è
semplice, bonaria, credo anzi ch'egli stesso la definisca una _realtà
borghese_. Ma è forse meno difficile a cogliere di un'altra? Sarebbe
illusione o pochezza di mente il crederlo. Quelle pagine sono una
miniatura così delicata di particolari, di circostanze minutissime,
tutte però significative, tutte concludenti, da rilevare il lavorio
sottile di una intelligenza penetrante.

«Sfilano davanti a noi numerosi paesaggi. Colli verdi ed ameni,
montagne brulle e nevose; cieli limpidi e sereni, cieli plumbei corsi
da nubi scapigliate; distese d'acque calme, azzurrine, ridenti; acque
sconvolte dalla bufera, il lago nero e imbronciato. E poi aurore,
meriggi infocati nelle solitudini dei campi, tramonti. Una varietà di
scene da non finir più; ma tutte belle, tutte magistralmente ritratte.
Nessuna monotonia.

«Questo lo sfondo della scena, nel quale s'aggirano pieni di
freschezza, _viventi di vita vera_, figure e tipi umani colti con
meravigliosa verità del mondo reale e trasportato in quello artistico
che il romanziere ha creato.

«E poi una lettura buona, che fa bene al cuore, che parla alla parte
migliore di noi. Nessuna predica morale, nessun sermone; eppure
sprizzano fuori d'ogni lato, per l'indole stessa dei fatti, quelle
idee, quei sentimenti che valgono a rendere gli uomini migliori.»

        Giornale _La Sesia_.

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    FOGAZZARO ANTONIO

    FEDELE

    ED ALTRI RACCONTI.

    Elegantissimo volume in-16 L. 4.



«Ogni nuovo lavoro dell'Autore di _Malombra_ è una prova del suo non
solo grande, ma originalissimo ingegno che, appunto per la elevata
singolarità non è stato apprezzato come meritava da quei lettori
passivi che precuravano degli smerci favolosi ai più sconclusionati
romanzi, e specialmente a quelli, magari barbaramente tradotti di
Montépin e Ponson du Terrail. È un miracolo che _Malombra_ sia
arrivato alla quinta edizione, ad onta del merito singolare di forma
unito ad un grande interesse, palpitante dal principio alla fine.

«....Rare volte mi è avvenuto di leggere con tanto gusto una così
bella raccolta di garbate invenzioni. Le novelle di Antonio Fogazzaro
pubblicate in questi giorni dall'avveduto editore Galli sono destinate
al più grande successo.

        =Filippo Filippi=, nella _Perseveranza_.



RACCOLTA DEI MIGLIORI ROMANZI ITALIANI MODERNI

EDIZIONI GALLI

                                                             Lire

  FOGAZZARO A. _Malombra_. Quinta edizione                   4 50
  --_Fedele ed altri racconti_. Seconda edizione             4 --
  --_Il Mistero del Poeta_. Quarta edizione                  1 --
  NEERA. _Teresa_. Quarta edizione                           2 --
  --_Lydia_, Secondo migliaio                                4 --
  --_Il marito dell'amica_. Seconda edizione                 3 --
  --_Addio!_ Quarta edizione                                 2 --
  BRUNO SPERANI. _Numeri e Sogni_. Sec. ediz.                4 --
  --_L'Avvocato Malpieri_. Seconda edizione                  3 50
  COLAUTTI A. _Fidelia_. Secondo migliaio                    3 --
  LA MARCHESA COLOMBI. _Prima morire_.
  Terza edizione                                             2 50
  SERAO, _Vita e avventure di Riccardo Joanna_.
  Secondo migliaio                                           4 --
  --_Fior di Passione_                                       3 50
  OTTONE DI BANZOLE. _Al di là_. Seconda ediz.               4 --
  --_No_. Seconda edizione                                   4 --
  VALCARENGHI U. _Spergiuro!_                                3 --
  --_Le Confessioni di Andrea_. Seconda edizione.            3 --
  --_Baci perduti_ Seconda edizione                          2 --
  --_Sotto la Croce_                                         3 --
  --_Fumo e Cenere_                                          3 50
  ROVETTA G. _Montegù_. Seconda edizione                     4 --
  --_Mater Dolorosa_, Settima edizione                       5 --
  MEMINI. _La Marchesa d'Arcello_. Seconda ediz.             5 --
  BERMANI E. _Frate Gaudenzio_                               2 50
  CAGNA A. G. _Provinciali_. Secondo migliaio                3 --



NOTA DEL TRASCRITTORE

Sono stati corretti i seguenti refusi:

    e studiando il problema se dovesse torglieselo
    Ella avrebbe voluto vedere que due sposi modello
    Ce ne vorrebbero due al giorno delle Ninette per quello li!
    non mi ricordavo memmeno di chiuder la porta.
    Mi padre, si sa, ogni uomo ha il suo vizio,
    Non una parola durante otto giorno interi.
    sempre nell'aspettiva di una vostra lettera
    No, no, sarebbe stata una vile ed inrata creatura.
    ora una colonna d'edera arrossata sul tronco di una quercia
    aveva compreso, lei già donna, i mistero della virginità,





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'indomani" ***

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