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Title: Fino a Dogali
Author: Oriani, Alfredo, 1852-1909
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Fino a Dogali" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



[Copertina]


  OTTONE DI BANZOLE

  (ALFREDO ORIANI)


  FINO A DOGALI



  MILANO

  LIBRERIA EDITRICE GALLI

  DI

  C. CHIESA & F. GUINDANI

  LIPSIA e VIENNA. F. A. Brockhaus--BERLINO. A. Asher e C.
  PARIGI. Veuve Boyveau--NAPOLI. Ernesto Anfossi

  1889


[Occhiello]


  FINO A DOGALI


[Frontespizio]


  OTTONE DI BANZOLE

  (ALFREDO ORIANI)


  FINO A DOGALI



  MILANO
  LIBRERIA EDITRICE GALLI
  DI
  CHIESA & GUINDANI

  LIPSIA e VIENNA. F. A. Brockhaus--BERLINO. A. Asher e C.
  PARIGI, Veuve Boyveau--NAPOLI. Ernesto Anfossi

  1889



[Verso]

  PROPRIETÀ LETTERARIA

  Milano--Stabilimento Tip. E. Trevisini--Roma



DON GIOVANNI VERITÀ



                Casolavalsenio, 25 dicembre 1885.


I.

Sono caduto il giorno tre di questo mese nel pomeriggio. La giornata
era fosca. Grosse nuvole oscillavano nel cielo sotto la pressione di
un vento troppo alto per essere sentito. L'aria, ancora più calda che
umida, bagnava tutte le piante come di un sudore malato.

Nella caduta non ero solo, ma fortunatamente fui solo ad azzoppirmi.

Ed ecco come avvenne.

Non so bene se raccontando questo ubbidisca alla ridicola ed
inesorabile vanità, che ci spinge a farci centro del mondo e a trovare
nella compassione o magari nel disprezzo della gente un sollievo ai
nostri dolori. Soffrire non è nulla, e sarebbe forse invidiato, se
tutti dovessero accorgersi delle nostre sofferenze e stimarci più di
prima, e sopratutto più di sè stessi. La nostra personalità afflitta
nel corpo cerca compensi nell'anima e, poichè questa vale più di
quello, tira a credere e a far credere che gli spasimi fisici abbiano,
per chi patisce e per chi vede patire, valore morale.

Invece non hanno significato che per la patologia.

Avvenne così.

La sera al caffè piccolo e fumoso, pieno di braccianti, dove vengo a
passare la prima parte della notte quando villeggio a Casola, alcuni
gruppi di giovinotti, vantando mandati di Società Operaie, erano
venuti a scongiurarmi di rappresentare Casola ai funerali di Don
Giovanni Verità. Il Municipio, dominato da tutte le bigotterie e le
imbecillità proprie dei contadi, non osava andare a Modigliana.
L'arciprete, il priore, i grossi elettori montanari sempre padroni,
avrebbero urlato d'indignazione se Casola fosse stata ufficialmente
rappresentata alle esequie di un prete, che aveva avuto il torto di
salvare la vita a Garibaldi. Giù nella folla, invece, alcuni vecchi
garibaldini e molti giovani socialisti strepitavano incolleriti da una
inerzia che avrebbe reso Casola ridicola presso tutti i comuni della
provincia. Infatti i paesi di val di Senio, val di Lamone e val di
Santerno avevano aderito o si preparavano a mandare rappresentanti e
bande musicali ai funerali dell'ultimo prete rivoluzionario. Nel caffè
il puzzo del carbone, il fumo delle pipe, il sito degli abiti, il
fiato del vino bevuto, la veemenza delle parole e dei gesti mozzavano
il respiro. La marea dello sdegno saliva.

Tutti i piccoli e fanatici odii municipali soffiavano in questa
questione, della quale nessuno capiva la vera importanza. In fondo a
tutti gli elogi prodigati al vecchio prete si sentiva ancora una
diffidenza, quasi un disprezzo che non osava analizzare sè stesso, ma
che vibrava ad ogni ironia lanciata alla sua memoria da qualche
scettico o avvinazzato. Don Giovanni era morto affermandosi prete, ma
ricusando di smentire la propria vita politica per ricevere i
sacramenti. I giornali della sera erano tutti pieni di commenti alla
sua dichiarazione.

Io stavo leggendola. Non era gran cosa e non palesava nè un gran
carattere nè una grande mente. Analizzandola attentamente molti
sospetti ne venivano alla riflessione. Al capezzale di quel povero e
semplice prete una fiera battaglia doveva essere scoppiata fra coloro,
che mandati dal vescovado avrebbero voluto dal cappellano garibaldino
una abiura di tutta la sua vita, e gli altri, rappresentanti officiali
o officiosi del partito radicale, che dopo essersi serviti di Don
Giovanni come di una catapulta per battere i molti bastioni del
clericalismo paesano, avrebbero forse preteso da lui una dichiarazione
d'incredulità.

Avevo finito di leggere i giornali e ascoltavo distrattamente i
discorsi. In essi nè commozione nè sentimento vero. Molti vantavano il
coraggio e l'abnegazione di Don Giovanni, nessuno lo stimava buon
prete.

--Se ti fossi trovato in punto di morte, chiesi al custode del
camposanto, tremulo per le sbornie di gioventù smesse un po' troppo
tardi e ora vecchio bonario agitato tratto tratto da impeti
liberaleschi: avresti chiamato Don Giovanni?

Egli si fermò di soprassalto. La gente non ci aveva udito, ma la mia
domanda lo aveva percosso nel petto come una piattonata di sciabola.

Agitò la testina calva e rossa, troppo rossa ai pomelli, gittando
intorno un'occhiata diffidente.

--Filomena! gridai alla caffettiera: porta un bicchiere di acquavite a
Venanzio.

Questa cortesia lo decise. Abbassò il volto, si strinse nelle spalle e
coll'aria di chi confessa un secreto, che tutti sanno ed approvano ma
niuno osa rivelare:

--Uhm! Io ho già deciso da un pezzo di chiamare il canonico.

E alludeva all'arciprete diventato canonico in Imola, già annunziato
per vescovo, prete signorile e fanatico precisamente all'opposto di
Don Giovanni.

Io sorrisi rivolgendomi per rispondere a un gruppo di giovani, che mi
avevano già circondato.

Volevano andare a Modigliana collo stendardo della società operaia,
poichè il Municipio rifiutava la propria bandiera, ma sempre per
l'onore del paese avrebbero preteso un oratore. Io, convinto di molti
libri stampati e di parecchie orazioni politiche, solo letterato del
villaggio, dovevo prestarmi al loro bisogno. Ricusai. Non avevo e non
dissi buone ragioni a ciò: ringraziavo dei complimenti. Essi
insistevano esagerandoli; a Modigliana sarebbero convenuti d'ogni
parte d'Italia rappresentanti, e quella era bene una circostanza
propizia per me e per Casola. Un certo orgoglio paesano vibrava nelle
loro frasi; la bontà delle loro intenzioni rendeva simpatica una
insistenza già cortese di per sè stessa, e nulla meno una secreta
inesplicabile ripugnanza m'impediva di acconsentire. Un non so quale
terrore, un presentimento di sventura m'involgeva la coscienza.

Lo compresi più tardi.

Dovetti accondiscendere. Allora avrebbero voluto che prendessi meco in
biroccino lo stendardo della società operaia per non portarlo essi
sulle spalle faticando pei monti. Feci loro riflettere che la bandiera
lunga come una partigiana, dal fodero vivace, sul mio biroccino rosso
e piccolo tirato da una rozza veemente e semistorpia, avrebbe reso
ridicolo in me il rappresentante, al quale tenevano tanto; mentre a
una svolta di strada la punta della lancia avrebbe potuto cavare un
occhio a qualche cittadino. Sorrisero e ne convennero.

Io sarei partito l'indomani, essi nella notte in drappello a traverso
i monti.

E i discorsi proseguirono. Un vecchio garibaldino d'umore faceto e
poetico, che aveva conosciuto Don Giovanni in una campagna con
Garibaldi, si pose a raccontare degli aneddoti. In uno di essi, il più
piccante, generale e cappellano avevano amato in comune una monaca
della carità, gran signora francese, che avrebbe così trovato modo di
sfogare con loro il proprio entusiasmo eroico e il proprio sentimento
religioso. Il garibaldino leggermente avvinazzato narrava, inventando,
i particolari più scabrosi dell'avventura; il pubblico credeva e
commentava, dimenticando il riserbo di poco prima e giudicando
finalmente Don Giovanni per uomo di coraggio, fortunato nell'essersi
fatto un nome col salvare Garibaldi, ma di nessun ingegno e pessimo
prete.

Non uno solo nel caffè che lo ammirasse e lo amasse.

Un altro lo paragonò a un prete del paese morto non era guari di
apoplessia e vissuto sempre ubbriaco. Il paragone parve esatto.
Nullameno qualcuno dei giovani socialisti protestò più per dovere che
per sentimento; secondo lui Don Giovanni non era stato un vero prete,
ne conveniva, ma tutti gli altri preti non erano veri uomini.

E la discussione deviò.

Sulle dieci tornai a casa. Un amico insisteva ancora per accompagnarmi
a Modigliana; avevo acconsentito.

Quando fui solo seguitai a pensare a Don Giovanni. Avevo inteso il suo
nome fin da ragazzo nei racconti di famiglia, lo avevo poi letto
sovente nei giornali, udito sulle bocche del popolo ad ogni
circostanza della epopea garibaldina, ma non avevo visto Don Giovanni
che una sola volta.

Ed era stato a Faenza in un Comizio per la morte del Generale.

Il Comizio si teneva nel teatro Comunale. La sua sala piccola ma
elegante malgrado alcuni capitali difetti di architettura, male
illuminata da poche finestre aperte nei fianchi del palcoscenico,
aveva in quel pomeriggio un'aria malinconica e quasi solenne. Una
folla bruna e fremente, a volta a volta chiassosa, lo riempiva, lo
stipava oscillando, vibrando, sollevandosi, abbassandosi in movimenti
ritmici che la facevano assomigliare ad un'inondazione. Tutti i palchi
ceduti buono o malgrado dai proprietari erano zeppi di uomini e di
ragazzi, che si ammucchiavano sui parapetti, s'ammonticchiavano dietro
sui sedili, avvolti nell'ombra cupa della tappezzeria mostrando
talvolta la faccia biancastra per un raggio che cadeva di sbieco. Una
ondulazione li faceva ogni tanto curvare la testa verso la platea per
rialzarla poco dopo verso il loggione con atto curioso ed insieme
pauroso. Gli abiti a festa erano generalmente scuri, i cappelli a
cencio. Le fisonomie in tale luce non si coglievano, ma si sentiva
come una fisonomia generale, un fondo di lineamenti, che rimaneva
fermo in quella mezza tenebria e faceva che tutti si rassomigliassero:
e, doloroso a confessarsi, l'aspetto del popolo non era bello. Tutte
quelle faccie chine, strette, che sembravano toccarsi nella luce
scialba filtrante dagli invisibili finestroni laterali del
palcoscenico, avevano perduto il rilievo della propria individualità
per non parere più che un allineamento di chiazze, nelle quali un
giallore di carta pecora sembrava mettere un'ultima verità di
malattia. I visi così spiattellati non conservavano che gli occhi, i
capelli e le barbe: qualche sorriso o qualche urlo in un angolo
aprendo una bocca lasciava brillare fugacemente una bianchezza di
denti entro una oscurità più piccola e più densa; molte cravatte rosse
mettevano sulle vesti certe righe di sangue che il balenìo bianco
delle fibbie di acciaio sui cappelli, simile a un balenìo d'armi,
avrebbe potuto a una fantasia troppo eccitabile spiegare
sinistramente. La folla strepitava scherzando con tale veemenza che
sembrava di minaccia. E non vi erano o non si vedevano signori.
L'impressione era di una immensa plebe, sciaguratamente vestita a
festa e quindi anche più brutta, che aveva tutto inondato con un senso
feroce di conquista. La gente cacciatasi nei palchi non vi si poteva
calmare, inebbriata di quella specie di sfregio fatto intenzionalmente
ai padroni assenti, troppo timidi per difendere i propri palchi,
mentre il Municipio, vile al solito in faccia alla folla, aveva
persino ceduto i palchi non suoi.

Le vanterie dell'assalto rimbalzavano da palco a palco ora che tutti
erano rivoluzionalmente occupati. Molte mani gesticolavano per aria in
segno di trionfo o agitavano cappelli: parole oscene scoppiavano,
affermazioni superbe di monelli che gremiti nel palco della Prefettura
e della Giunta municipale vi assumevano con grazia scimmiesca
atteggiamenti gravi di magistrati, ma per lanciare subito altre urla
di gazzarra, ricomponendosi a un rimbrotto inaspettato, accendendo
tutti i razzi di un riso inconscio e strepitoso, pel quale
l'aspettazione di quanto deve succedere vale più di quanto succederà.
Poi le figure accigliate e le pose impettite dei ribelli importanti
sempre in agguato per cogliere una circostanza nella quale mostrarsi e
che disseminati nei palchi col piccolo cappello floscio sull'occhio
sogguardavano con occhiate brevi di padroni, assorti in un
raccoglimento di oratori che si dispongano ad improvvisare, o vigili
in una curiosità d'impresarii che temano per il proprio spettacolo.
Fra di essi brillavano a forza di medaglie le vanità legittime, ma
appunto per questo meno simpatiche, dei veterani garibaldini col
cappello sormontato da penne, affettanti nell'orgasmo di tutti una
boria che la grandezza dei fatti compiuti poteva certamente
giustificare, ma che la semplicità eroica del loro modo non
consentiva; e questi fra la nuova folla dei giovani rivoluzionari, ai
quali Garibaldi non piace più, sembravano dispersi, talvolta
incoraggiati da sorrisi, tal'altra rattenuti dal sarcasmo di una
occhiata o di una parola.

A mano a mano che il teatro si stipava, cresceva il rumore. Il primo
ordine dei palchi, quantunque gli usci ne fossero aperti, era stato
invaso dai parapetti; la gente arrampicatasi sul basamento vi si era
lanciata strepitando, cadendo a grappoli sui sedili, brancicando le
tendine, strappando e ridendo. Pareva una festa. Agli altri ordini, i
primi arrivati s'erano chiusi nei palchi e ricusavano d'aprire agli
ultimi. Pochi o nessuno fra i proprietari invece aveva però osato far
questo o, facendolo, aveva ceduto il posto d'onore a qualcuno della
plebe come a un parafulmine che dovesse difenderlo in caso d'uragano
nella platea o nel loggione. Quindi rintronavano pugni negli usci,
urla di minaccia e di scherno. I conquistatori già calmi nel diritto
fondamentale della proprietà, l'occupazione, sentendo percuotere sulle
porte si voltavano dai parapetti con sorrisi di sprezzo o guardavano
per le griglie e, se per caso era un proprietario diventato coraggioso
per curiosità, si consultavano sul caso e finivano quasi sempre per
aprire. Ma il proprietario doveva restare nel fondo del palchetto. Tra
il frastuono della gente che strepitava per strepitare, così
ingannando il tempo dell'attesa, si coglieva l'insistenza di certe
voci, ed erano di compagni che dispersi nell'impeto dell'ingresso in
teatro tentavano invano di riunirsi, giacchè abbandonando il proprio
posto si era bensì sicuro di perderlo, ma non già di riguadagnarne un
altro.

Molti invece si drizzavano gettando un grido, tentando un gesto nello
spasimo di attirare l'attenzione della folla, e vinti dalla penombra
che spesso non li lasciava più nemmeno riconoscere, dalla agitazione
di tutti che non badava ancora ad alcuno, ripiombavano sopra sè stessi
con certi atti di scoraggiamento, nei quali osservando da vicino si
sarebbe forse notato del rancore.

Al quarto ordine ammirabile per disegno, uno dei più belli
dell'architettura italiana, coi vani dei palchi quasi in quadro, i
parapetti bassi bassi, i tramezzi nascosti da statue di eccellente
stile decorativo, la folla si era stipata a piramidi, gli uni sulla
schiena degli altri, di maniera che i primi appoggiati col petto sul
davanzale sembravano dover soffocare, ed invece ciarlavano. Altri
sporgevano temerariamente col busto e avevano gesti da nuotatori
guardando in basso, o aggrappati agli stipiti accennavano di passare
da palco a palco sullo spessore dei cornicioni, o afferrati ad una
statua vi facevano un'oscena macchia nera. Un'immensa allegria saliva
dalla fitta platea, s'insinuava nei palchi, scorreva per le corsie,
gorgogliava, ricadeva straripando dal loggione. La moltitudine
disoccupata e sovrana di sè, non avendo nulla a fare e niuno cui
obbedire, sentiva istintivamente la comicità della propria situazione;
cominciavano già le ironie al comizio eccitate dai significati che la
varietà dei palchi attribuiva agli invasori. In quello del Prefetto,
un gruppo di ragazzi, più numeroso e compatto del Consiglio Comunale,
rappresentava, momentaneamente il Governo: nell'altro della Giunta
un'orda di beceri sghignazzava intorno ad un piccolo borghese
ingenuamente repubblicano, capitato al comizio come in duomo e che
spaventato dal baccano aveva presa la più mortificata delle fisonomie.
La platea se ne era accorta, e rideva. Nel palco della deputazione
teatrale due lavandaie, le sole donne che si vedessero al comizio, ne
rappresentavano apparentemente anche la sola pulizia.

--Sei brutto! tuonò improvvisamente un vocione, e si vide un gesto
indicare un ometto calvo, dalla faccia ignobile e cadaverica, che
occupava in un palchetto del secondo ordine il posto della più bella
signora del paese.

Tutti capirono a volo l'allusione del confronto, ed applaudirono.

Egli comprese, arrossì, avrebbe voluto fuggire, ma i compagni lo
rattennero fischiando.

--Viva Garibaldi!

--Viva Mazzini!

--No, viva la comune!

--Viva Garibaldi e la rivoluzione sociale!

--Viva Garibaldi!

E questo nome dominava, riuniva tutti gli evviva. Una frase, nella
quale si distinse solo la parola carabina, suonò e si perdette nel
frastuono del loggione. Poi si intesero fuori lontano degli squilli di
fanfara e un fremito corse in tutte le persone, che si voltarono
istintivamente alla porta. Il corteo, che avrebbe dovuto formare il
vero comizio, si avvicinava e il teatro era già pieno.

E dalla porta tutti gli sguardi si riportarono sul palcoscenico. Una
scena calata in fondo lo lasciava in tutta l'ampiezza del suo vano. A
sinistra una luce filtrante da un vicolo per gli aperti finestroni lo
illuminava melanconicamente. La tela, che lo chiudeva in fondo,
rappresentava una parete di camera aristocratica colla porta tutta
ornata di goffi rabeschi: due ritratti degli antenati comuni a tutte
le commedie, un cavaliere del secolo passato in cappellaccio piumato e
bavarina bianca, e una dama scollacciata, in abito rosso orlato di
merletti bianchi, lo fiancheggiavano; e al di sopra della porta un
piccolo quadro chiuso in una povera cornice dorata rappresentava
Garibaldi. Il Generale era dipinto colla berretta in capo, avvoltolato
nell'immenso mantello cilestro. La sua testa rimasta bella attraverso
le falsificazioni di tutti i ritratti si distingueva male, e nullameno
tutti la riconoscevano e a tutti quella nobile e semplice fisonomia
faceva la stessa impressione. Non uno degli schiamazzatori che,
voltandosi al palcoscenico ed incontrando quello sguardo immaginario,
non smettesse di vociare colto da un senso affettuoso e pauroso di
rispetto. Sotto al ritratto del Generale, più innanzi verso la
ribalta, una lunga tavola coperta di un vecchio tappeto mezzo lacero,
prestato dalla generosità del Municipio, aspettava il Comitato del
comizio: una poltrona interrompeva a mezzo la fila delle sedie
imbottite promettendo nel Comitato un personaggio, che nessuno ancora
conosceva. La poltrona era di un rosso sbiadito e bisunto.

Chi mai l'avrebbe occupata?

Questa domanda, che mi rivolgevo mentalmente, la sentii ripetere più
volte intorno a me.

Sulla tavola quattro candelabri d'argento a tre branche cariche di
candele steariche, che sgocciolavano sotto il vento delle finestre
imitando la fiamma delle torcie, non accrescevano per nulla la luce al
palcoscenico. Pochi individui vi passavano ancora, forse incaricati
della polizia del comizio, faccendieri vestiti anch'essi a festa e
tutti superbi di occupare momentaneamente la scena destinata agli
oratori e ai principi del Comitato.

Gli squilli della fanfara si avvicinavano sempre; la moltitudine si
era calmata improvvisamente.

Dal mio palchetto di secondo ordine, già abituato alla poca luce della
sala, non perdevo una fisonomia della moltitudine. Il grosso e bel
lampadario solito ad illuminare il teatro era scomparso dietro il
zodiaco della vôlta lasciando libera in giro la vista dei palchi.
L'aria era calda, la gente già in sudore si asciugava le fronti.

--Viva Garibaldi!

--Viva l'Eroe! s'intese dal loggione.

In quel momento le fanfare entravano nell'atrio del teatro, e una
colonna compatta, irresistibile sfondando la folla accalcata sulla
porta della platea, si dilatava dentro la sala in torrente. Il corteo
era arrivato. Quasi contemporaneamente dalle quinte a destra del
palcoscenico irruppe un'onda di bandiere. La musica era cessata forse
per la impossibilità di mantenere le bande allineate nelle corsie, ma
le ultime note dell'inno garibaldino vibravano ancora nell'aria. Un
immenso fremito corse nel teatro. Tutti quegli stendardi dalle lancie
dorate, dai colori vivaci ondeggianti, che sfilavano e s'accalcavano
sotto il ritratto del Generale, benchè appartenenti a pacifiche
società operaie, parvero parlare a tutti di battaglie; e i sibili
della seta, i riverberi delle frangie, l'addossarsi dei gruppi che per
la esiguità dello spazio si scomponevano entrando l'uno nell'altro
mentre i vessilli oscillavano, le trombe finalmente arrivate
lanciavano gli ultimi trilli e la luce intercettata da tutto quel
tumulto si velava, sembrarono comunicarlo alla folla. Le bandiere
erano così alte e folte che il loro panneggiamento copriva tutto lo
sfondo intorno al Generale. Le fantasie s'infiammarono, i cuori
batterono. A tutti sembrò che quel ritratto si animasse. Le memorie
delle cento battaglie vinte, degli eroismi prodigati, ripalpitarono in
fondo a tutte le coscienze, mentre una bontà di commozione dolorosa e
superba, riavvicinandole, traeva un urrah irresistibile da tutti i
petti.

La figura di Garibaldi saliva fra le bandiere in una luce tragica di
crepuscolo.

Tutte le miserie e le ridicolaggini inseparabili da un comizio
popolare erano scomparse: egli solo restava, e la dolcezza del suo
occhio azzurro che nessuno vedeva e tutti sentivano, la semplicità
epica del suo abbigliamento così simile alla sua vita e alla sua
morte, sollevarono da tutti i cuori come un immenso peso.

Ma improvvisamente si fece un gran silenzio.

Garibaldi era morto, quelli erano i suoi funerali!

Forse fu illusione, ma mi parve che tutti fossero impalliditi; certo
tutti istintivamente si erano levato il cappello.

Nessuna voce, nessun evviva osava rompere la solennità di quel
rispetto.

Intanto mutamente, compostamente, il Comitato del comizio si disponeva
intorno alla tavola.

Quindi al rilassarsi di quella tensione troppo forte s'intese nel
teatro il sommesso rumorio della gente che si accomodava quanto meglio
poteva per assistere a una lunga ed interessante rappresentazione.
Tutta la platea, poichè ne erano state levate le panche, stava in
piedi così densa che nemmeno un grano di miglio cadendovi, secondo il
vecchio proverbio, avrebbe toccato l'assito; nei palchi la ressa s'era
acquetata subitamente: appena qualche moto provocato dalla positura
insostenibile di uno spettatore vi si coglieva e cessava. Volsi
un'occhiata in giro. Tutto il teatro rigurgitava. La folla,
impossibile a credersi e a descriversi, era raddoppiata: al quarto
ordine molti individui si reggevano alle statue. Ercole aveva un
cappello nero sulla testa, Nettuno ne teneva un altro sul tridente.

Si aspettava.

A fianco della gran tavola un'altra più piccola era occupata dalla
stampa: intorno al Comitato seduti, stretti, incredibilmente stretti,
tutti gl'invitati e i rappresentanti delle società romagnole
democratiche stipavano il palcoscenico. Molte teste espressive
spiccavano, molte medaglie lucevano sui petti. Cercai cogli occhi
Giuseppe Cesare Abba, eroica e gentile figura di troviero diventato
poi lo storico della spedizione di Marsala, la sua prima campagna di
giovinetto: ma non lo vidi. L'anno dopo egli solo parlò del Generale,
alla commemorazione della sua morte, in un discorso che fu un canto di
allodola interrotto da strida di aquila.

I rettori del comizio sembravano agitati. Alcuni erano calvi, altri
canuti, nessuno aveva sembianza di soldato, tranne l'ultimo a
sinistra, un fornaio, bella figura di littore romano, tozzo ed
energico, che non potendo restar seduto era venuto a postarsi presso
l'ultima bandiera e gladiatoriamente atteggiato pareva quasi pronto a
brandirla al primo impeto di rivolta. Vicino alla poltrona centrale
occupata da un signore ventruto, il sindaco giallo, sottile come una
distinzione scolastica, floscio si accasciava sul tavolo cercando fra
alcune carte che erano forse telegrammi. Alla sua sinistra la testina
viva, oramai bianca ai capelli e tutta rossa al viso di un medico
toscano, vecchio democratico dalla frase violenta e dall'accento
gentile, si torceva vivacemente parlando con chi le stava dietro.

Degli altri le fisonomie svanivano nella penombra.

E il comizio cominciò colle solite agghiaccianti formalità.

Ma quando uno degli oratori si trasse leggermente in disparte e col
braccio spinse innanzi una figura nera, recalcitrante, e con enfasi di
voce gridò:

--Ecco Don Giovanni Verità, il salvatore di Garibaldi!

La scossa nel pubblico fu così violenta che produsse come un tuono.

Primo il Comitato si era levato, e dietro lui tutti gli invitati
avevano fatto altrettanto. Le bandiere salite più alto del ritratto
del Generale squassavano guerrescamente e tutti dalla platea, dai
palchi, dal loggione, protesi coi cappelli in mano gesticolando,
urlavano con un impeto, uno scroscio irrefrenabile ed onnipotente. La
violenza dell'urrah era tale che quasi vi si sarebbe sospettata della
collera. Cresceva sempre, saliva di tonalità arrivando allo spasimo
dell'impotenza, mentre le voci meno robuste strozzate dallo sforzo
rantolavano o guaivano e nei gesti cominciava come un tremito di
disperazione. Ma l'urrah aumentava ancora, come un vento che sollevava
tutti i cappelli, investiva le bandiere, agitava le fiamme dei
candelabri, ruggiva nella penombra dei palchi, s'ingolfava nelle
corsie, urtava nella vôlta e, riabbassandosi, strisciava su tutti i
palchi, e tutti vi sorgevano per lanciarsi nella sala, di cui la folla
sollevata da un conato incomprensibile si premeva contro il parapetto
del palcoscenico e stava per soverchiarlo.

In quell'urlo nessuna parola era possibile, nessun gesto
intelligibile.

Poi tutte le bandiere, alte dinanzi al ritratto del Generale, quasi
sventolanti al vento di quell'ululo oceanico, si abbassarono
contemporaneamente come per istinto colle lancie verso la testa del
prete, scoprendo il ritratto del morto Generale.

Erano gli stendardi di cento vittorie, che si chinavano a toccare la
veste del prete che aveva salvato il vincitore. Non si videro più che
la testa del Generale olimpicamente sorridente e la testa del prete
curva come le bandiere, quasi nel dolore di averlo invano salvato,
poichè alla fine il Generale era morto.

Perchè dunque applaudire? Garibaldi era morto!

Le bandiere sempre più chinate parevano cadere, il volto del prete
piegato sul petto si era coperto di un pallore cadaverico.

Era la festa della morte.

Garibaldi era morto, Don Giovanni non tarderebbe molto a morire.

Lo osservai.

Benchè tutti fossero ritti intorno alla tavola, la sua figura spiccava
singolarmente. Non era nè molto alto nè molto grosso, ma si sentiva
ancora in lui una vigoria senile, che rendeva facilmente credibili
tutte le avventure eroiche della sua gioventù. Il suo soprabito nero
da prete non differiva quasi più dagli abiti degli altri signori del
Comitato, ora che la testa china tristamente sul busto gli nascondeva
il collare.

Capelli grigi e duri la coprivano così che la chierica vi si
distingueva appena. Una profonda commozione lo sopraffaceva. La bufera
dell'applauso passando sopra la sua testa, pareva piegarla senza
scuoterla, mentre le bandiere curve al pari di lui sotto lo sguardo
del Generale in una tragica stanchezza ubbidivano forse al medesimo
irresistibile senso di morte, che l'entusiasmo soldatesco di quella
ovazione non vinceva più.

Io lo osservavo.

Le sue mani ossute, brune dal sole di tutta una vita di caccia, e più
scure in quella penombra, tremavano sul cappello da prete posato
ingenuamente sul tavolo: lo sforzo come di un singhiozzo represso gli
sollevava a volta a volta le spalle. Improvvisamente con atto
affaticato, disperato di naufrago, sollevò la testa.

Era un bel volto nero di contadino dai lineamenti angolosi, livido in
quel momento e nullameno impresso d'una grande aria di bontà. La
fronte naturalmente bassa erasi alquanto alzata in un principio di
calvizie, che pel colore più bianco della pelle la cingeva come di una
benda; l'arco dei sopraccigli vigoroso e sporgente ombrava senza
nasconderlo il suo sguardo scintillante di cacciatore. Tutto il volto
raso e rugoso tremava di una commozione, che metteva come un sorriso
in tutti i suoi lineamenti modellati robustamente sulle ossa. Gli
zigomi erano sporgenti, il mento quasi quadro come negli uomini capaci
di forti azioni, gli occhi rotondi, il loro colore non si distingueva,
acuti e vibranti come quelli di un falco. Ma la sua bocca colle labbra
di un rosso cupo di mattone lasciava vedere i denti ancora bianchi a
traverso un sorriso timido, che i fremiti di quel trionfo scomponevano
ad ogni istante.

Stava piegato, ma era naturalmente un poco curvo.

Le sue spalle larghe e quadre si erano leggermente incurvate col peso
degli anni; nullameno ognuno di quel popolo osannante avrebbe potuto
ancora salirvi senza piegarle maggiormente. Garibaldi vi era montato
per guadare un fiume rigonfio e lo avevano portato asciutto ed
incolume all'altra riva. Era stato in una fosca notte di temporale
scelta abilmente dall'eroico prete.

Se ne ricordava egli in quel momento, mentre tutta Faenza applaudiva e
tutta l'Italia fremente e l'Europa stupita ripetevano il suo nome
raccontando l'epico aneddoto di quella notte? Quando nel buio di
quella tempesta notturna, al mattino della quale era così facile
essere sorpresi e fucilati, giunti in riva al torrente aveva imposto a
Garibaldi, l'intrepido marinaio invano recalcitrante, di salirgli
sulle spalle colle semplici e superbe parole:

--Generale, voi conoscete il mare, ma io conosco il mio fiume! e si
era lanciato nell'ombra entro l'acqua furiante: aveva egli pensato che
verrebbe un giorno, nel quale tutto il mondo lo ringrazierebbe, e che
la storia scriverebbe il suo nome sulla pagina breve e luminosa degli
eroi di questo secolo?

Lo guardavo attentamente: ebbene, giurerei che anche allora egli era
semplice ed ingenuo come in quell'istante nel quale rischiando la
propria vita si era appena accorto del pericolo. Nessun orgoglio,
nessuna spavalderia gli venivano da quel trionfo, nel quale tutti
ingrossavano forse la voce per la speranza di farsi notare. La
teatralità di quella scena antipatica malgrado la sincerità della
commozione generale gli sfuggiva interamente; il suo volto restava
tranquillo, le sue mani non facevano un gesto, mentre il suo orecchio
sembrava non udire alcuno dei mille complimenti che i più vicini gli
susurravano.

Tutti gli invitati del palcoscenico si erano stretti intorno a lui:
nessuno osava toccarlo con una mano, ma le spalle e i volti si
premevano sul suo. L'umiltà della sua posa umiliava quella gente tanto
a lui inferiore e così superba del proprio strepito. Se tutti non
volevano essere ringraziati, tutti avrebbero almeno preteso che egli
sentisse per un minuto la sincera grandezza di quel trionfo meritato
da tutta la sua vita.

Una profonda emozione s'era impadronita del mio animo.

Era dunque vero che tutti gli eroi fossero semplici e tutte le feste
volgari? Nessun popolo per quanto buono o ingenuamente commosso,
stringendosi colle lagrime della riconoscenza o col singhiozzo
dell'entusiasmo intorno ad un eroe, non giungerebbe dunque mai a
toccare la sua anima, poichè nella meraviglia universale per la
propria azione questi sentirebbe la bassezza della umanità e
l'insufficienza di ogni grandezza individuale?

L'umanità è dunque ben piccola se gli eroi sono così grandi!

Ma Don Giovanni alzò finalmente il capo. Il semicerchio delle bandiere
si era stretto in quel tumulto intorno ai capi della tavola, cosicchè
una arrivava quasi a toccarlo colla lancia dorata. Egli la vide, corse
collo sguardo su tutte le altre, che gli si appuntavano quasi al
petto, cercando ansiosamente il Generale.

Garibaldi era là, vestito come nelle battaglie, sorridendo come da
vivo in faccia alla morte, come un immortale per cui le follie della
gratitudine o della sconoscenza non hanno più valore, buono ma altero,
ora che il genio della sua vita, compiuta l'opera, era salito nella
storia.

--Viva Garibaldi! tuonò la moltitudine, che comprese per istinto
quello sguardo di Don Giovanni.

Don Giovanni si volse, aperse la bocca, fece un gesto vivace, urlando
forse un viva Garibaldi che non s'intese e ricadde seduto, quasi
intendendo così di scomparire nella gloria del generale che aveva
salvato, dell'amico che aveva perduto.

Il comizio proseguì.

Molti oratori parlarono commentando la vita di Garibaldi, ma il popolo
restava freddo, malgrado la voglia che tutti avevano di commuoversi e
di applaudire. I discorsi male concepiti, peggio pronunciati,
fors'anco poco intesi passavano nel silenzio del pubblico come un
mormorio insignificante. Le bandiere ritte intorno al ritratto del
Generale non squassavano più, l'inno dell'epopea garibaldina era
cessato da un pezzo. I suonatori borghesemente vestiti non si
discernevano nella folla.

Al banco della stampa i giornalisti scrivevano con atteggiamenti e
velocità di copisti.

E appena un oratore finiva ne sorgeva un altro: parevano una nidiata
di pulcini uscenti dal pollaio per pigolare intorno al cadavere di
un'aquila.

Che ne sapevano essi di quest'aquila, che aveva visitato tutte le
terre, valicato tutti gli oceani, gridato vittoria sull'albero di
cento navi, sulle torri di cento fortezze, sulla cima di cento
bastioni, sulle Alpi e sulle Cordigliere, sul Campidoglio e sull'Etna,
aspettata e conosciuta da tutti i popoli? Che ne sapevano essi di
quest'aquila così tremenda e così mite, così indomabile e così
mansueta, che figlia delle aquile romane e napoleoniche aveva lacerato
l'aquila bicipite d'Asburgo fra gl'inni di tutti i poeti e gli anatemi
di tutti i papi, mentre al suo strido i falchi della plebe
rispondevano esultando dai tetti e i gallinacci della borghesia
fuggivano chiocciando per i cortili a riparare nelle stalle?

Che ne sapevano essi?

Quale dei molti garibaldini accalcati nel teatro aveva una coscienza
chiara ed intera della epopea cui aveva preso parte? Chi aveva capito
il significato delle sue battaglie così piccole militarmente e delle
sue vittorie moralmente così grandi?

In questo secolo che comincia con Napoleone e si chiude con de Moltke,
perchè Garibaldi un soldato quasi di ventura che comandò sempre pochi
battaglioni, un ignaro che dalle scuole non apprese nulla e alle
scuole non lascia nulla, che veniva non si sa donde e andava dove
pochi, oggi egli morto, sanno ancora: che predicava la pace in mezzo
alle battaglie, creava una nazione con una piccola orda di armati,
fondava una monarchia affermando una repubblica, regalava libertà ai
popoli e reami ai re, conquistava una patria agl'italiani e perdeva la
propria, rovinava il papato in faccia al mondo e assicurava la
repubblica francese contro l'Impero germanico, moriva a Caprera nudo e
povero come lo scoglio al quale nudo e povero aveva approdato: perchè
Garibaldi che i centurioni degli eserciti stanziali deridevano, che i
ministri spregiavano, che i popoli stessi sembravano abbandonare,
perchè morendo diventava così incredibilmente grande e soverchiava
Napoleone e Moltke, e tutti dall'America adolescente all'Asia
decrepita, dall'Europa ancora centro della civiltà all'Africa ancora
teatro della preistoria, dall'Australia che essendo una terra non è
ancora potuto diventare un paese; perchè tutti dalle steppe della
Russia dove un vero dispotismo schiaccia alle officine d'Inghilterra
dove una falsa libertà assassina, dalle foreste germaniche ancora
dominate da castelli feudali ai monti spagnuoli ancora ammalati di
conventi cattolici, dalle isole che il mare fece libere e altere alle
immense valli continentali tuttavia ombrate da millenarie monarchie;
perchè da tutti i poveri, da tutti gl'infelici, da tutti i poeti, da
tutti i prodi, da tutti i lavoratori, da tutti i pensatori, da tutti i
giovani che anelano alla vita non conoscendola, da tutti i vecchi
pronti ad abbandonarla avendola troppo conosciuta, scoppiava il
medesimo sentimento, erompeva il medesimo urlo: Garibaldi non può
essere morto, non deve essere morto, non è morto: evviva Garibaldi!

Forse appunto perchè era morto allora allora, nessuno poteva anco
riconoscerlo bene.

Pochi sono gli occhi capaci di abbracciare tutto un paesaggio
trascorrendolo, meno ancora gl'ingegni così larghi da comprendere
tutto un fatto nel quale abbiano vissuto ed agito.

Come ogni vero grand'uomo, Garibaldi è un immenso viluppo di
contraddizioni, che la sua anima unificava, ma nel quale gli altri si
perdono analizzando.

Gli oratori del comizio non vi si smarrivano nemmeno perchè non vi
arrivavano.

Nessuno di loro si chiedeva il significato della nostra risurrezione,
il perchè l'Italia e la Grecia dopo diecine di secoli riapparissero
nel mondo col nome di nazione, mentre nella storia come nella vita non
vi sono e non vi possono essere risorti. Quali idee riapportavano
dunque la nuova Italia e la nuova Grecia? Come dalle sue generazioni
decrepite, per replicate infusioni di sangue barbaro e di idee civili,
era sorta un'altra gente? Quale secreto veniva essa a rivelare?
Dov'erano i segni della sua nuova vita, i testimoni della sua
legittimità? Nell'attuale civiltà, che mischiando tutti i popoli ha
fusi tutti i caratteri, certo è ben più difficile il distinguere le
nazionalità spirituali che non nella storia antica ancora senza unità
apparente e tutta occupata dall'antagonismo delle razze onde era
composta: ma poichè la storia è una tragedia, nella quale ogni popolo
è un personaggio che deve avere qualche cosa a dire o a fare, bisogna
pure riconoscerli tutti sotto pena di non comprenderne alcuno.

L'Italia moderna deve avere quindi alcuni uomini grandi diversi da
quelli che formarono l'Italia antica, perchè nella storia non vi sono
duplicati e ogni grande vi è fatalmente originale. Quali erano dunque
le figure veramente nuove dell'ultima Italia? Da quali caratteri
derivava la loro originalità? La nostra rivoluzione figlia del 89
perchè aveva tardato mezzo secolo a prodursi e che cosa aggiungeva ai
principii che l'avevano creata, al disegno storico nel quale entrava?
Conchiusa entro la monarchia costituzionale dei Savoia, la più
vecchia, la più abile se non sempre la più illustre e generosa delle
case dinastiche d'Italia, non aveva certamente avuto origine
monarchica, mentre tutti gli eroismi di pensiero e di azione, coi
quali aveva trionfato, sembravano aspirare a una forma più alta e più
pura di governo: e nullameno una piccola monarchia montanara, della
quale le ultime tradizioni erano meno che gloriose, l'aveva costretta
nel proprio àmbito, coordinando il suo impeto e profittando delle sue
vittorie, logorando il suo entusiasmo e organizzando i suoi bisogni,
uccidendo il suo ideale e rianimando i suoi interessi.

Se la forma monarchica aveva vinto sulla repubblicana, la vittoria era
legittima, poichè nella storia i deboli e quindi i falsi non vincono
mai; non pertanto questa vittoria poteva bene non aver creato la forma
definitiva della rivoluzione, se alla morte di Garibaldi, il vinto
volontario, i vincitori non osavano fiatare e tutto il popolo si
levava altero in faccia alla monarchia, che aveva seppellito nella
volgarità di un immenso trionfo artificiale il proprio re.

Vittorio Emmanuele dormiva sotto la vôlta del Panteon, deformato a
tempio cristiano, in un silenzio di abbandono che i passi della
guardia d'onore rompevano soli; ma Garibaldi vigilava ancora sullo
scoglio di Caprera e Mazzini intendeva dai colli di Staglieno, mentre
Cavour che li aveva entrambi avversati e battuti, riposava quasi
dimenticato nel santuario di Superga.

Questi, forse il più destro e profondo politico di questo secolo,
afferrando subitamente l'antitesi di una temporanea necessità
monarchica nel moto repubblicano, vi aveva soverchiato le due massime
figure, senza riuscire vincendo a mettere nel proprio governo un'anima
schiettamente rivoluzionaria e moderna. Tutti, aderenti e ripugnanti,
avevano sentito nella fatalità di questo processo che la repubblica
era immatura, ma che la monarchia non poteva essere longeva. Quindi
gl'interessi sopraffecero i sentimenti, Garibaldi riparò a Caprera e
Mazzini rimase nell'esilio. Ma in essi solo era la vitalità e la
legittimità della nuova Italia.

Italiani come l'Italia non ne aveva più avuto dopo Dante e
Michelangelo essi furono mondiali: nel piccolo moto nazionale
riassunsero tutti i principii dell'evo moderno, vincendo in Italia le
loro vittorie appartennero a tutto il mondo. La rivoluzione del 89,
che dopo l'Impero napoleonico la Francia non aveva potuto continuare
fuori di sè stessa, ridivenne per opera loro universale. Se l'Italia
non avesse prodotto Mazzini e Garibaldi non sarebbe risorta: essi
furono i rappresentanti della sua terza giovinezza che ricominciava
un'era nuova pel mondo. Quindi tutti i popoli se li appropriarono.
Ogni moto liberale della prima metà di questo secolo si fece nel loro
nome, per tutte le sconfitte ci fu del loro sangue, in tutte le
vittorie ci fu del loro genio. La razza latina che aveva fatto la
rivoluzione in Francia con Danton e distrutta l'Europa feudale con
Napoleone, creava l'Europa liberale con Garibaldi e con Mazzini;
mentre il suo antico genio dell'impero insegnava a tutti con Cavour la
disciplina necessaria alla rivoluzione per riuscire feconda nelle
inevitabili transazioni storiche. Ma Cavour ebbe molti rivali in
questo secolo, benchè nessuno di loro potesse poi forse vantare
risultati simili ai suoi, e Gladstone in Inghilterra, Bismark in
Prussia, Frère Orban nel Belgio, Gambetta in Francia mostrarono nelle
combinazioni parlamentari e diplomatiche un ingegno e una scienza
certo non inferiore alla sua.

La rivoluzione italiana però rimase e rimarrà eternamente incarnata in
Garibaldi e in Mazzini: Ercole e Prometeo, tanto maggiori oggi di
quanto il mondo antico greco è inferiore al mondo moderno.

E il comizio finì freddamente.

Me ne ricordo: il pubblico era accigliato, quasi triste.

Aveva veduto il volto di Garibaldi in un ritratto, non aveva sentito
l'anima di Garibaldi in nessuno di quei discorsi che avevano durato
quasi due ore.

Don Giovanni era dileguato fra la folla.

Non lo vidi più.

Quella notte dopo la sua morte, ritornando dal caffè, pensai
lungamente a Don Giovanni. La sua villica e schietta figura mi si
presentava al pensiero in tutti i racconti della sua vita. Lo vedevo
cinto di contrabbandieri trafugare ai confini della Toscana i
rivoluzionari romagnoli, vestito di una piccola giacca col fucile
sulle spalle: lo vedevo prete al letto dei malati, al banco degli
sposi, agli altari delle chiese: lo ritrovavo cacciatore sui monti col
gabbione sulle spalle, a sera innanzi la piccola casa curando gli
uccelli nelle gabbie assistito dagli stessi monelli che lo aiutavano
nel paretaio; lo seguivo nelle caccie alla lepre. Era un semplice e un
forte. Alla mattina dissi che sarei partito per Modigliana.

L'amico che doveva accompagnarmi era un giovane signorile,
fanaticamente liberale, che mi aveva spesso aiutato a ricopiare i
libri che do alle stampe.

La giornata brumosa e fosca accennava a piovere. Nullameno, attaccammo
il ronzino e partimmo. I monti in quella melanconia dell'autunno
parevano più belli: i campi erano già seminati e i boschi cominciavano
a perdere le foglie. Discendemmo a Riolo, dove molti che si
disponevano a partire per Modigliana ci salutarono; erano tutti
giovani eccitati che parlavano entusiasticamente di Don Giovanni. A
poche miglia da Riolo calando verso Castel Bolognese ci trovammo
davanti una lunga fila di biroccie cariche di legna: i birocciai, che
al solito camminavano loro innanzi un cinquanta passi, si rivolsero al
tintinnío delle nostre sonagliere, ma invece di ritornare ai loro
cavalli per darci il passo seguitarono ciarlando. La strada non molto
larga era quasi chiusa dalle biroccie. A sinistra le loro ruote
rasentavano i mucchi della ghiaia preparata per l'inverno, a destra
lasciavano un piccolo vano; misi il cavallo al passo, e riconoscendo
inutile ogni appello ai carrettieri tentai di passare. Lo stretto era
minimo ma sufficiente: però quando il mio cavallo arrivò colla testa
alla groppa del cavallo da bilanciere della prima biroccia, questo si
torse come per sferrargli un calcio. Il mio indietreggiò, una ruota
scivolò dal ciglio della strada. Il cavallo, sentendosi tirare al
petto dal peso del biroccino, si ritrasse di un altro passo; feci per
saltare, era troppo tardi e rotolammo giù nel burrone. Non era molto
profondo ed era il solo lungo la strada da Riolo a Castel Bolognese.
Nel fondo alcune acacie vi ombreggiano una fontana che serve ai
contadini dei dintorni, ma tagliate il giorno innanzi presentavano
come tante cuspidi sui cespi. Cadendo dall'altezza di cinque o sei
metri andai a battere col ginocchio destro, rattrappito, sopra una di
quelle punte. La percossa fu così forte che quasi non la sentii, ma
quando volli alzarmi, prevedendo che il cavallo rimasto a mezza costa
nel primo sforzo per drizzarsi mi sarebbe rotolato addosso col
biroccino, m'accorsi che la gamba non veniva.

--Mi son rotta una gamba, urlai al compagno che già stava in piedi
incolume e sorridente.

--Che!

Il cavallo non si mosse. I birocciai avevano proseguito senza nemmeno
voltarsi.

Quindi accorsero contadini dai prossimi campi.

Abbreviamo questo racconto che non può interessare alcuno. Per non
svenire dallo spasimo mentre mi portavano di peso su per il pendio
della strada, misi il labbro inferiore fra i denti e lo perforai senza
accorgermene: fui trasportato nella casa più vicina. Il medico di
Riolo, un amico, accorse prontamente e non constatò che una forte
contusione al ginocchio, che parve impressionarlo: il mio compagno,
prevedendo che il racconto della caduta sarebbe giunto a Casola
spaventando sinistramente i nostri genitori, mi consigliò di ritornare
alla villa invece di discendere a Faenza. Acconsentii. Il medico del
villaggio giudicando la cosa leggiera non volle mettere nè ghiaccio nè
sanguisughe sul ginocchio: al mattino una sinovite enorme era già
determinata.

I dolori infierivano.

Feci telegrafare a Modigliana l'accaduto e attesi fra gli spasimi che
ritornasse qualcuno a raccontarmi dei funerali.

Allora io stesso non credevo la cosa molto grave.

La notte seguente non dormii. L'indomani verso sera venne a trovarmi
un gruppo dei giovani che dovevo rappresentare.

I funerali erano stati imponenti per concorso di popolo, ma scarsi di
oratori e quel che è peggio infelici. Il sindaco di Ravenna, del quale
è inutile ricordare qui il nome, goffa figura di zoccolante diventato
poi deputato, aveva quasi asfissiato il pubblico con un discorso dei
più lunghi e dei più grevi. La gente, mi raccontavano quei giovani,
aveva ascoltato strabiliando le sue frasi mezzo pretine pronunciate a
voce chioccia.

Nullameno i funerali erano stati belli, gli oratori non avevano potuto
guastarli.

Quei giovani se ne andarono e rimasi solo.


II.

Colla morte di Don Giovanni Verità un gran problema religioso si
presentava alla riflessione. Garibaldi condannato dal papa era stato
salvato da un prete, cui non si era osato scomunicare. Perchè? Questo
prete morendo ricusava di abiurare il carattere di tutta la sua vita e
il clero dopo avergli amministrato i sacramenti abbandonava il suo
cadavere al popolo, che lo portava in trionfo. Tutto il suo piccolo
paese, tutta la provincia, tutta l'Italia era piena del nome
dell'eroico sacerdote: le persone più disparate per opinione e per
nascita, per educazione e per indole convenivano commossi intorno alla
sua bara, dalla donnina usa a scongiurare col rosario i terrori
dell'inferno al vecchio garibaldino cresciuto nell'odio della
religione che aveva per lunghi secoli assassinato la patria, dal
magistrato pedantescamente devoto al governo, al giovane ribelle
fremente nell'entusiasmo delle prime negazioni. E ognuno riconosceva
un prete in Don Giovanni. Certo le interpretazioni di tale parola
oscillavano e nelle frequenti clamorose discussioni pochi riuscivano
ad intendersi; ma da tutte il suo carattere sacerdotale usciva
radiante in una luce di trionfo. Grosse questioni vi tempestavano
attorno: le coscienze n'erano agitate.

Perchè tutti coloro che si vantavano di non credere nei dogmi
cattolici ammiravano entusiasticamente in un prete un fatto che
centinaia di soldati garibaldini avevano talvolta compiuto in
circostanze più difficili? Perchè gli altri non meno numerosi, che si
confessavano cattolici, s'intenerivano all'eroismo di un sacerdote che
salvando Garibaldi aveva disobbedito al papa ed era morto appellandosi
a Dio dalla sua autorità? Su quale sentimento idee così discordi
convenivano e in quale idea concordavano sentimenti così opposti?

Questa sintesi, che nessuno sapeva formulare, Don Giovanni l'aveva
realizzata nella propria vita.

Non so come fosse nato e credo inutile saperlo. Della sua infanzia,
della sua adolescenza, della sua prima educazione in seminario nessuno
si è mai occupato: nella sua vita vera, che cominciò più tardi, questi
antecedenti sono quasi senza valore. Don Giovanni non fu nè un
apostata nè un convertito. Nessuno di quei terribili drammi religiosi,
che Renan ormai vecchio si compiace a rivelare, scoppiò nella sua
anima. Era nato di popolo e popolo rimase, visse e morì.

Era forse un ignorante, senza dubbio un ignaro.

Nè poetici entusiasmi nè mistiche elevazioni lo trassero al
sacerdozio.

Nelle povere famiglie plebee come nelle minime famiglie borghesi
l'allevamento di un prete rappresenta ancora la più facile e la meno
dispendiosa delle speculazioni.

I seminarii accettano e educano i giovinetti per tre o quattrocento
lire all'anno: le parrocchie, incredibilmente numerose in Italia,
consumano un numero stragrande di preti, poi vi sono tutti gli altri
uffici sacerdotali più o meno lucrosi. Il ragazzo diventato prete esce
generalmente di casa portando seco metà della famiglia; la sua
parrocchia è una specie d'eredità capitata nella casa.

Quanto al sentimento e al carattere sacerdotale nè una parola nè un
dubbio; si diventa preti come avvocato. Certo i due mestieri diversi
esigono diverse attitudini, ma nell'economia domestica e nel concetto
sono pari. Se un prete ammalato d'idealismo religioso pretendesse
vivere come i primi cristiani, distribuendo ai poveri le proprie
rendite, la sua famiglia griderebbe al furto e tutto il paese allo
scandalo.

La poesia del sacerdozio è morta da un pezzo: negli stessi conventi,
ove da ultimo fu ospitata, è talmente sconosciuta che persino nei
libri che vi si scrivono non ne appaiono più traccie.

Don Giovanni sarà cresciuto come gli altri suoi compagni,
indisciplinato e villano, ignorante e coraggioso perchè così la natura
lo aveva fatto. Non so se fosse mai parroco, parmi che sì, certo servì
nelle parrocchie. Il suo era temperamento di soldato, ma nullameno
potè rimanere sempre prete senza soffrire e far soffrire. Era un
semplice. Della meschina filosofia del seminario non aveva appreso
nulla, della sua teologia fine, oscillante, piena di agguati pel
ragionamento, tutta sparsa di casi somiglianti a trappole, aperta qua
e là in prospettive metafisiche di una profondità perigliosa,
illuminata da raggi mistici abbaglianti ed improvvisi, egli sapeva
ancora meno.

Solo la morale evangelica, dura e semplice, lo aveva colpito.

L'aveva seguita senza discuterla e senza discuterla l'applicava. La
tragedia così profondamente filosofica del cristianesimo per lui non
era che un caso di sacrificio, tanto anormale nella grandezza che Dio
solo aveva potuto compierla: non vi trovava altri significati.
Accettava tutto il rito, tutti i Santi, le pene e i premi, le
rivelazioni parziali dopo la massima di Gesù Cristo, le tradizioni, le
autorità, i vizi commerciali insinuatisi nel culto, le deformità
idolatriche, gran parte delle pretese politiche, perchè la sua natura
fatta d'istinto ripugnava alla indagine e debole per troppa ignoranza
soggiaceva all'immane peso di un sistema che abbracciava tutto il
mondo da circa duemila anni.

Viveva. Avrebbe potuto agire sotto l'impulso di certi sentimenti, ma
sopratutto lasciava vivere. Il pensiero era troppo alto per lui,
l'azione non ancora matura. Ed era un prete come gli altri. Nato non
ricco, non pensò mai ad ammassare. Aveva le abitudini di un contadino
coi gusti di un cacciatore, nei quali fermentavano forse le sue forti
attitudini guerresche. Incapace di sentire tanto l'idealità della
Madonna quanto la tragica delicatezza di S. Francesco d'Assisi, la sua
pelle e la sua anima si eccitavano nelle albe frizzanti sui monti,
quando il sole sembra prorompere improvvisamente da un'onda rutilante
di colori e la terra palpita e tutti gli animali esultano. Amava
l'abito corto di cacciatore, le ore snervanti del meriggio nelle
stoppie, i ritorni lenti a sera accompagnandosi coi braccianti che
discendono dai monti, le stanchezze così sane e così buone che la
caccia lascia nei muscoli e nello spirito, quando appena suonata
l'avemaria si ha bisogno di dormire.

Quali erano le sue divozioni, poichè un contadino come lui deve averne
avuto?

Non ho potuto saperlo, e questo sarebbe il dato più interessante della
sua vita. Se in psicologia fosse permesso indovinare invece di dovere
sempre osservare, affermerei che il suo santo prediletto fu S. Paolo,
il suo evangelio preferito quello di S. Matteo. Il vigore, la
precisione romana nei ragionamenti del primo, la sua fulminea
conversione, l'indomato orgoglio soldatesco esplodente nelle concioni
d'apostolo, la tendenza così moralistica del suo insegnamento, la
bruscheria delle sue frasi ancora frementi di passioni mal dome, la
sua effigie rimasta in tutti i secoli e in tutte le chiese colla spada
in mano, quasi minacciando anche dopo la vittoria, dovevano piacere al
suo spirito meglio capace d'intendere la religione nelle battaglie
storiche che nelle origini metafisiche. Mentre il racconto austero e
quasi fanciullesco di S. Matteo dipingente un Cristo tutto cuore, come
un ideale diventato poi divino a forza di essere umano, blandiva
certamente la parte più tenera della sua rozzezza, quel fondo di
soavità malata e appunto per questo così facile ad inacidirsi, che la
mancanza della donna, suicidio parziale del sesso, lascia in tutti i
preti.

Don Giovanni potè forse amare Santo Stefano che in una piazza di
Gerusalemme dopo la morte di Cristo moriva primo nel suo nome, araldo
eroico e gentile di un esercito di martiri che dopo duemila anni passa
ancora per la storia; e la sua figura bella di gioventù immacolata,
incuorante con coraggio senza acrimonia i lapidatori a finirlo, gli
avrà forse da fanciullo strappato urla d'indignazione. Ma la clorotica
ed evanescente gracilità di S. Luigi Gonzaga, chiusa nell'invincibile
egoismo del santo che si isola dal mondo e vive, pensa, opera, si
consuma e muore entro al proprio sentimento, gli avrà senza dubbio
ripugnato.

Nella sua natura la poesia non arrivava fino alla musica: la sua bontà
poteva forse simpatizzare colla colpa, non ammirare una virtù chiusa
nel fondo del cuore e vaporante solo del pensiero i proprii effluvi
vivificatori.

I tempi politici della sua giovinezza ingrossavano.

La Romagna, terra di ribellioni, era tutta agitata da idee liberali
ancora torbide ed incerte. Il governo papale discendendo la propria
parabola millenaria era arrivato al di sotto del ridicolo
nell'impotenza, oltre la nausea nella corruzione; la sua stessa
religione, così robusta storicamente per guerre durate e battaglie
vinte, sembrava ed era profondamente malata. Il clero romagnolo,
numeroso come le cavallette, non aveva nè coraggio nè capacità
politica, nè valore intellettuale. Dominava tutte le attività della
vita pubblica e una invincibile anemia lo esauriva: senza idee e senza
passioni, gli erano rimaste le abitudini delle une e i vizi delle
altre. Oppugnando l'immenso sviluppo della civiltà moderna, non ne
sapeva nulla: vantava il proprio passato, e lo ignorava; a corto di
ragioni, non sentiva più la poesia; accattone di aiuti assassini da
tutti gli stranieri, non sapeva e non poteva esercitare sui popoli una
autorità che non trovava in se stesso.

Questo periodo di storia religiosa e civile oggi conchiusa non fu
ancora abbastanza studiato.

Don Giovanni lo visse.

Persecuzioni minute e ridicole inferocivano. Si imprigionava senza
processo, ma non si osava uccidere nemmeno condannando a morte: nei
pochi casi di esecuzione capitale il governo si rivolgeva all'Austria,
della quale stipendiava le truppe, e l'Austria fucilava colla ipocrita
ragione di una ribellione militare. L'epoca dei grandi inquisitori era
passata. Quel governo moribondo, incapace di saper morire, non sapeva
nemmeno ammazzare. Ma in fondo è la medesima cosa ed esige le stesse
facoltà.

Don Giovanni, uomo fra un clero che di virile non gli era rimasto che
il sesso, era troppo avveduto per dividerne gli ultimi morbosi
capricci. La forza della sua natura mantenuta dalla rozzezza della
razza e da una vita incessantemente rimescolata fra persecutori e
perseguitati, fra una gente che anelava alla libertà come alla prima
delle virtù, e una casta che pretendeva ancora la servitù verso sè
medesima come primo dovere verso Dio, lo fecero istintivamente tenere
per un dì coloro, che volevano essere uomini ed italiani contro gli
altri, suoi compagni o superiori, che non essendo nè l'uno nè l'altro
pretendevano imporre la propria incapacità come un divino ideale.

Ma prete campagnolo e cacciatore, optando per il popolo contro il
governo, non vide sciolto alcuno dei grandi problemi, che prima di lui
avevano perduto tanti illustri sacerdoti e dovevano seguitare a
perderne altri ancora.

La modestia delle sue brame e delle sue idee gli aveva sempre impedito di
comprendere le necessità avviluppate e profonde del potere temporale. Non
avendo nè a salire nè a discendere per restar prete, il suo buon senso di
villano gli suggeriva fatalmente una equazione fra sè stesso e il papa.
Perchè questi non potrebbe restare papa senza regno, se egli poteva
rimanere parroco senza i poderi della parrocchia? Dio era buono e l'umanità
infelice; Cristo l'aveva redenta, lasciandola nel dolore come in un aroma
che le impedisce di putrefarsi. Tutto il resto era rito, culto, bisogno di
rappresentazione e di traduzione per la povera gente: il cristianesimo non
era che il sacrificio di Dio per tutti e che ognuno doveva ripetere per sè
e per gli altri.

Come il cristianesimo erasi sviluppato nel mondo vincendolo? Per lui
il problema era facile: il cristianesimo era vero. Perchè dal
pontificato era sorto il papato? Necessità di tempi e di disciplina.
Perchè il cristianesimo lacerato sempre dalle eresie aveva finito per
scindersi in cattolicismo e in protestantesimo? Egli l'ignorava.
Secondo lui il cattolicismo avendo ragione ne aveva abusato, il
protestantesimo poteva aver torto, ma il suo errore non provava nè
malvagità di mente nè corruzione di cuore. E non ci pensava oltre.

Il vangelo bastava a tutti e a tutto.

Le condizioni presenti della religione, nella quale doveva agire come
prete, gli erano sconosciute. I curati, i canonici, i vescovi che
aveva conosciuto ne sapevano quanto lui. Le loro interpretazioni dei
vangeli, ormai vecchie quanto i vangeli stessi, avevano perduto nella
monotonia di una troppo lunga ripetizione ogni significato. Il
sacerdote le sviluppava straccamente dall'altare al popolo ascoltante
nella invincibile indifferenza di chi non può aspettarsi più nulla da
una spiegazione. Nessuna virtù, nessun ideale luceva più. La Chiesa
che aveva tanto canonizzato nel passato, aveva perduto il profumo e il
senso della santità: il clero non era più che un'immensa
amministrazione religiosa, nella quale i conventi rappresentavano ad
un tempo i magazzeni e le caserme.

Un vasto e freddo disprezzo li avvolgeva.

Nella campagna e nelle piccole città italiane, sprovviste di cultura,
rito e culto testimoniavano soli della religione. Le anime quetatesi
dopo la tormenta del rinascimento in una inerzia appena sollecitata
dai minuti bisogni quotidiani della vita, non aveva più nè aspirazioni
nè ricordi, nè ideali politici, nè sogni religiosi. Si viveva chiusi
entro la cerchia del paese grande quanto tutto il resto del mondo
ignorato. L'educazione dei seminarî e dei conventi troppo prolungata
aveva portato i proprii frutti uccidendo tutte le arti colla rettorica
e tutte le scienze colla teologia.

Se qualche intelletto spinto da una irresistibile forza intima
sorgeva, le fiacche curiosità paesane lo circondavano; ma rimaneva a
loro in mezzo applaudito ed incompreso, triste e solitario.

Tutte le classi erano disgiunte, mentre il clero più unito per
uniformità di tendenze e d'interessi, che compatto, bastava a
dominarle.

Ogni piccolo Stato italiano isolandosi per istintiva diffinanza
inceppava le comunicazioni. I suoi soldati incapaci di guerra non
erano che sbirraglia, la sua politica interna una tutela di convento
quando la prigionia e la pena di morte vi si praticavano ancora, la
sua politica estera una laida servitù verso l'Austria ultimo impero
feudale cinto di feudatari più grossi degli antichi e più abbietti dei
cortigiani moderni. Fra essi il Pontefice, immemore della grande epoca
papale, vantava ancora nei molteplici brevi un impero universale,
tremando pel rifiuto di un reggimento di croati. Nelle Università le
vecchie lampade non rifornite mandavano più fumo che luce: il
commercio viveva del piccolo contrabbando alle innumerevoli frontiere
interne.

L'Italia desta dai cannoni di Napoleone I, poi rialzata da uno
strettone della sua mano terribile, sembrava rimorta con lui.

Il suo ultimo poeta aveva conchiuso nel 5 Maggio l'inno a Napoleone
colle supreme parole dei funerali.

Nullameno l'Italia viveva ancora e intorno a lei l'Europa
grandeggiava.

Nella tempesta di mille questioni poste dalla rivoluzione francese il
problema religioso soverchiava. La rivoluzione avendo l'aria di
sopprimerlo colle feste della Dea Ragione lo aveva invece rianimato.
Il cristianesimo attaccato teoreticamente dagli enciclopedisti,
lacerato dai frizzi di Voltaire, aperto dalle potenti invettive di
Rousseau, soffocato dalle prime scoperte della nuova scienza,
impicciolito dalla recente sicura conoscenza di tutto il mondo fisico,
quasi soppresso dalla rivoluzione alla quale si era opposto come
vecchio alleato della feudalità, aveva trovato come sempre la propria
salvezza nella persecuzione. La rivoluzione per ricacciarlo dal campo
della politica entro i suoi confini naturali l'aveva seguito oltre ai
medesimi nel campo chiuso delle coscienze. Allora il cristianesimo
fuggente si era rivoltato resistendo. Moltissimi de' suoi preti
seppero morire; i suoi credenti trovarono con lui nel fondo della
propria anima l'energia di tutti i dolori e di tutte le speranze.
Parvero ritornati i primi tempi dell'apostolato.

Invece delle catacombe la religione abitò nei boschi. Le case ebbero
altari; all'eroiche superbie dell'ateismo si contrapposero le miti ma
inflessibili resistenze della fede.

Poi Napoleone, disciplinando la rivoluzione nell'impero per portarla
in tutto il mondo, sospese la persecuzione religiosa. Al rombo dei
suoi cannoni vittoriosi le campane risposero con squilli di trionfo e
le chiese si aprirono al culto, mentre tutta l'Europa vinta da una
apparente conquista si schiudeva alla libertà. Chateaubriand, che
avendo invano cercato giovinetto il passaggio del polo era tornato
esule della rivoluzione a Londra per seguir poi tutta la vita il
fantasma della regalità, scioglieva nel Genio del Cristanesimo, libro
futile e meraviglioso, l'inno della nuova religione pacificata colla
nuova libertà.

Le coscienze respirarono. La religione si rialzò avendo perduto nella
breve persecuzione gran parte dei falsi ornamenti procacciati nei
lunghi secoli della sua tirannide. Roma oscillando sotto la protezione
violenta di Napoleone, fra una repubblica fugace e una fuga del
Pontefice, trovò alcuni accenti tragici de' suoi primi secoli: la
libertà rivoluzionaria alleandosi istintivamente alla libertà
religiosa nel nome della libertà di pensiero resistette al nuovo
impero. Si potè essere orgogliosamente cattolici come dianzi si era
stati superbamente giacobini. Dio confessato da Robespierre all'ultima
ora, quasi nel presentimento della morte, sfolgorò nelle chiese fra i
Tedeum della vittoria: Cristo prima odiato come tiranno ritornò a capo
dei nuovi martiri, martire più antico e più bello di loro. Un vasto
sentimento patetico prodotto dai massacri della rivoluzione,
alimentato dalle carneficine dell'impero, poetizzato dai sacrifici di
quanti erano morti e morivano ancora su rovine fumanti, sostenuto
dalle energie della nuova vita creò nella politica, nell'arte, nella
religione un mondo nuovo di figure e di realtà.

La religione, ritornando di moda nei costumi, imperò nei libri.

Un moto di reazione la sospinse così in alto amplificandola che
un'altra reazione scoppiò, e la scienza, prima complice, poi
vergognosa degli eccessi della rivoluzione, e quindi ritiratasi in
faccia alla nuova ovazione cristiana, si ripresentò austera per
contraddirla.

Da Chateaubriand a Victor Hugo rimasto cristiano attraverso le
meravigliose metempsicosi della sua poesia, tutta una legione di
scrittori e di artisti agitò il problema religioso: l'ateismo cedette
al pessimismo, che fu ancora una contropprova della religione. Le
imprecazioni di Lord Byron, le maledizioni di Leopardi espressero il
dolore di non potere più credere pur conoscendo le bellezze della
fede, mentre l'ateismo vero del secolo antecedente, vissuto nella
calma della propria sicurezza, non aveva nè bestemmiato nè sofferto.
Lamartine e Manzoni rinnovando la lirica della Chiesa superarono forse
gl'inni più belli dei suoi primi tempi: De Maistre e De Bonald
sentendo la necessità del nuovo impero religioso vollero mantenerlo
colle ragioni dell'antico, e quegli reclamò il dispotismo del papa,
questi l'assolutismo del re; Ballanche conservò nel nuovo ardore
religioso la vecchia placidezza platonica, mentre madama Staël,
fondando con Chateaubriand il romanticismo francese, preparava la più
grossa falange di scrittori cristiani apparsa nella storia. Le nuove
generazioni arrivavano tumultuando, raggiando.

La Germania quasi sconosciuta nel commercio letterario compiva nella
calma di una fecondazione così enorme che oggi appena, dopo
cinquant'anni, si è potuto calcolarne le opere e i risultati, la
rinnovazione della filosofia e della scienza, dell'arte e della
politica. Se la Francia aveva agito, la Germania aveva pensato:
pensiero ed azione parvero combattersi un momento nella forma
conquistatrice della rivoluzione francese, ma stavano già per fare la
pace. Il soffio religioso seguitava a purificare l'aria dalle impurità
rivoluzionarie sconvolgendo molte teste. Alessandro di Russia ne
ammalò a Pietroburgo; il pontefice ammalò in Roma del vecchio morbo
vaticano. Roma che avrebbe potuto conquistare il mondo col nuovo
sentimento religioso largo e puro, pretese riprenderlo colle vecchie
armi del governo papale. L'avarizia del potere temporale e
l'affetazione della tradizione divina la fecero contraddire al recente
moto, e poeti, apostoli, scrittori, credenti, tutti furono
violentemente assoggettati alla interpretazione vaticana.

Ma generati dalle persecuzioni e nati nella libertà, la loro
maggioranza resistette. Roma, che doveva rappresentare la verità della
libertà eterna contro la tirannia della libertà rivoluzionaria,
divenne l'ultima cittadella del dispotismo, piena più di preti che di
soldati, immensa officina di idoli e di catene governative. Per
conservare le proprie provincie avversò ogni fortuna d'Italia,
costretta ad invocare soccorso da cattolici e da eretici benedisse
tutte le violenze e anatemizzò tutti gli eroismi; più vile che nella
decadenza dell'impero romano smarrì il senso della sua eterna
universalità per non conservare nella coscienza decrepita che il
dolore delle ultime ferite e il terrore delle nuove libertà.

Allora, nell'urto del sentimento religioso colla religione, scoppiò la
guerra fra il cristanesimo e il vaticanismo.

Da un lato una grande sincerità di idee, tratto tratto turbata da
passioni individuali, e una istintiva sicurezza nella equazione della
religione colla civiltà; dall'altro la forza di una organizzazione
sviluppata in tutto il mondo, mantenuta dalla certezza della
tradizione, stabilita sulla verità dei dogmi, raddoppiata dalla
potenza della gerarchia, ma il tutto guasto dalla politica di un regno
che avarizia e vanità tentarono sempre d'insinuare dogma fra i dogmi,
paralizzato dalle antitesi fra il dato umano e il divino favorevoli
alla corruzione dei costumi e alla confusione dei precetti. La nuova
guerra religiosa arse pressochè in tutti i paesi.

Ma Roma, depositaria dell'unità e quindi inflessibile con ogni nemico,
era sempre stata meno dura con coloro che uscivano dalla sua orbita,
che contro quei ribelli i quali volessero mantenervisi. Nullameno,
vincitori e vinti, nessuno aveva davvero avuto la nozione di un mondo
più vasto che contenesse il cristianesimo. Il paganesimo al sorgere di
questo era già una realtà dissolventesi nella putrefazione: quindi la
nuova fede impossessandosi di tutto potè vantarsi di essere tutto,
poichè i cristiani nelle loro più fiere battaglie non miravano che ad
imporsi vicendevolmente ideali ed interpretazioni cristiane. Appena
qualche setta filosofica rimasta prigioniera entro la conquista
cristiana tentava rompere il confine e vi dispariva dispersa o
trucidata.

Dopo circa duemila anni le condizioni erano mutate.

Il cristianesimo invece di contenere la civiltà vi era contenuto. Il
mondo si stendeva immenso oltre i limiti segnati dalla croce, la
storia rivelatasi alla critica aveva mostrato le sorgenti di questa
religione che si vantava al pari d'ogni altra discesa dal cielo. La
sua teogonia, la sua teodicea, la sua cosmogonia, la favola della
creazione, il romanzo di Eva, la tragedia di Adamo, l'odissea, dei
suoi primi figli, il peccato e la redenzione, Mosè e Cristo, tutto era
capito o almeno analizzato. Un altro sentimento religioso si librava
sull'opera cristiana.

Il cristianesimo, che si era annunciato nel mondo combattendo la
decadenza pagana, adesso era in lotta col progresso spirituale da lui
medesimo preparato.

Se Voltaire aveva deriso invano i suoi difetti, Hegel lo uccideva
trasportandolo nell'etere del più puro ideale mediante una simbolica,
nella quale svanivano tutti i dati precisi della sua divinità.

Il cristianesimo aveva oramai preso il posto del paganesimo. Mentre le
scoperte della scienza umiliavano i suoi miracoli e le altezze della
nuova metafisica superavano le cime nebulose de' suoi misteri,
un'altra poesia trovava voci più delicate e poderose di quelle
echeggianti nelle prime catacombe, e gli ultimi eroismi dei
rivoluzionari superavano gli eroismi dei martiri negli anfiteatri
romani.

Il clero, una volta alla testa dei credenti, si trovava ora alla loro
coda: la religione considerata per tanti secoli come la sintesi della
civiltà ne ridiventava un frammento.

Bisognava risalire, rifare una poesia, ricomprendere tutte le scienze,
raggiungere l'idealismo germanico, supremo sforzo del pensiero umano
nella storia.

Roma ricusò affermandosi maggiore del mondo. Essa, che aveva tanto
mutato e camminato, non volle più nè rinnovarsi nè muoversi, e dando
alla propria estrema interpretazione cristiana la divina
inflessibilità del testo, pretese nelle forme monarchiche della
propria gerarchia tutta la verità della sua instituzione religiosa.
Allora la battaglia si riaccese. Mentre gli ultimi increduli,
scienziati e filosofi, accusavano il cristianesimo di decrepitezza,
gli ultimi eretici gli ridonavano nell'entusiasmo di una fede piena di
dottrina e di poesia un'altra gioventù.

Questo secolo, del quale si dice ancora tanto male e che il volgo
addottrinato vanta come quello delle scienze, sarà forse annoverato
nella storia fra i più fecondi per la religione. Tutte le letterature
e le filosofie ne sono impregnate: mai tante voci, discordi di accento
e di tono, si accordarono in maggiore eloquenza d'invocazioni
tormentando i fantasmi divini per giungere all'orecchio di Dio.
Preghiera e bestemmia lottando d'energia si fusero nel medesimo
singhiozzo.

Vaticanismo e positivismo parvero assistere sdegnosamente immobili a
questa nuova patetica demenza del sentimento religioso: l'uno nella
certezza della fede, l'altro nella calma della incredulità. Il
Vaticano era sicuro di Dio, il positivismo più che certo della natura.

Fra questi due estremi la vita proseguiva.

Il dissidio cattolico, cominciato nei credenti colle espressioni vaghe
dell'istinto, ingrossò disciplinandosi per opera di grandi sacerdoti.
Dalla Francia, dalla Germania, dall'Italia, da tutte le parti del
mondo giungevano a Roma ammonizioni e minaccie, odi squillanti come
fanfare di guerra, apostrofi fievoli come gemiti, superbe proposte di
nuove conquiste, temerarie ingiunzioni di nuova povertà; e la poesia e
la storia cristiana investigate sprigionavano ogni giorno nuovi
profumi e nuovi raggi quasi ad annunziare l'avvento di un'altra idea
religiosa.

I prelati splendenti nella vanità della porpora vigilavano intorno al
pontefice come pretoriani diffidenti dell'imperatore ancora in debito
dell'impero; il clero minuto disseminato nelle campagne viveva delle
terre distribuitegli come gli antichi legionari romani mutati in
coloni, ma non conservando dell'antica vita di legione che la
servilità della disciplina.

Don Giovanni avrebbe dovuto essere uno di questi legionari.

Nella sua gioventù due illustri sacerdoti riempivano l'Italia del loro
nome, Gioberti e Rosmini: entrambi eminenti filosofi, l'uno più
eloquente, l'altro più dotto. Gioberti doveva poi tuffarsi nella
politica per uscirne più grande tra l'urlo feroce di partiti nemici
momentaneamente d'accordo nel maledirlo: Rosmini, compita l'opera
enorme, isolato dalla diffidenza del clero, colpito dalla riprovazione
di Roma, si spense più tardi nel silenzio tranquillo di un lago. Sulle
prime furono i due massimi campioni del cattolicismo contro le nuove
coorti scientifiche minaccianti da ogni parte d'Europa, ma trascinati
troppo oltre dall'ardore della difesa vennero percossi dall'anatema.

Senonchè tutti i cuori e le menti religiose stettero o s'aggiunsero a
loro. Mamiani e Manzoni, Grossi e d'Azeglio, Cantù e Balbo, Duprè e
Capponi, poeti, storici, letterati, artisti, tutti seguendo le loro
traccie finirono per incorrere nella loro condanna: qualcuno arretrò a
tempo, ma se uno spavento improvviso gl'impedì di varcare il confine,
la direzione del suo pensiero rimase nullameno palese. Tutti erano
sospinti e sospingevano per una rinnovazione religiosa. Il vaticanismo
rimaneva con un esercito senza generali, con molti combattenti senza
eroi. Non pertanto resisteva superbo. Tutta l'energia degli assalti si
fiaccava contro la sua inerzia. Lammenais stesso, impetuoso come
Demostene, ampio come Cicerone, vi urtò ribellandosi, e fu vinto. La
sua collera non bastò a scuotere il colosso. Ma coll'abbandono di
Lammenais le defezioni aumentarono; Lacordaire, meno forte ma non meno
facondo, sollevato dal soffio rivoluzionario andò a sedere fra la
montagna nell'assemblea del quarantotto, e se la repubblica avesse
durato il suo zelo papale si sarebbe forse esaurito; Gratry violentato
fuggì, il padre Giacinto si rifugiò volgare fra il volgo, mentre la
condanna che aveva sempre minacciato Chateaubriand colpiva
Montalembert, e Renan giovinetto, destinato ad oscurare le loro due
glorie di scrittori, emigrava dal seminario, pallido della grande
tragedia di Cristo, che doveva più tardi raccontare nel più bello fra
i romanzi di questo secolo. Il padre Curci scelto a prototipo del
_Gesuita moderno_ dal Gioberti nella sua astiosa e troppo spesso
volgare polemica, dopo la diserzione del Passaglia e la riprovazione
del Ventura parve rimasto solo come Ettore a difendere il Vaticano; ma
più infelice dell'eroe troiano fu poi costretto a rifugiarsi nel campo
dei nuovi greci per riparare ancora entro le mura abbandonate,
raccogliendo l'infamia di due tradimenti, rivelando nell'incertezza
della propria condotta, sempre inconseguente e sempre sincera, le
terribili oscillazioni del nuovo spirito religioso che si agitava nel
cattolicismo. E tutti i giorni recavano notizie di apostasie
religiose, ed erano piccoli curati, oscuri canonici, predicatori
esorbitanti dal pulpito, vescovi e porporati, che volendo trattare coi
ribelli ne pigliavano il contagio. La maggior parte di essi rientrava
nel campo al primo appello, ma il campo restava nullameno aperto a
fughe e invasioni d'ogni sorta.

Libri e discorsi fumavano di sentimento religioso: il romanticismo,
originalità e morbo della nuova letteratura, non viveva più che di
religione, e se talvolta ne sformava le immagini o ne ricusava il
culto, riconosceva tuttavia da lei ogni filosofia e ogni arte. Appena
qualche pagano classico protestava solitario. Foscolo non piaceva più;
Niccolini si faceva a stento perdonare il giacobinismo politico collo
splendore di una lirica, che diventava a volta a volta drammatica per
passione di patria; Guerrazzi non volendo essere cristiano aveva
dovuto diventare biblico; la satira di Giusti mordendo il clero
rispettava i dogmi; Mazzini stesso rovesciava la Chiesa per fondare
una nuova religione; Cattaneo, positivista incompiuto, non osava tutte
le massime del proprio sistema.

Lo scrittore preferito era Manzoni, non perchè artisticamente il
migliore, ma come il più temperato fra tanto tumulto di religione e di
bigotteria, di tradizione e di rivoluzione. Non commovendo alcuno e
piacendo a tutti, al di sotto della passione e lontano dal vizio egli
rappresentava meglio di ogni altro la vita del momento, calma ancora
di un'inerzia secolare, ma riscaldata già dallo spirito che doveva poi
sconvolgerla per rinnovarla. Non pertanto era l'ingegno più nuovo
d'Italia, che vi portava la prima rivoluzione. Forse egli stesso non
lo seppe, giacchè oggi solo si comincia ad intendere la sua vera
originalità, cui l'armonia del suo temperamento artistico o la
fiacchezza del suo temperamento umano tolsero di essere novatrice come
quella di Hugo in Francia.

Persecutori e perseguitati, preti e rivoluzionari, governanti e
ribelli, tutti parlavano il medesimo linguaggio vantando gli stessi
ideali. La religione era una gloria e un ornamento cui niuno si
ricusava, ma il clero esercitandola non era più fuso con lei come in
passato. La padroneggiava senza possederla, presso a poco come
l'Austria faceva coll'Italia.

Se i grandi spiriti religiosi coglievano nel cattolicismo i difetti
derivati dalla sua organizzazione e dalla supremazia vaticana, il
popolo sentiva vivamente nel clero la mancanza di religiosità; quindi
credulo e beffardo accettava i dogmi e rideva dei precetti, si
lasciava ammaestrare e spogliare, ricordandosi delle spoglie e
dimenticando gl'insegnamenti.

I preti, mutata l'antica parola, infedeli, nella nuova di giacobini,
minacciavano senz'ira e senza paura dagli altari sempre parati a
festa: parlavano di rivoluzionari credendovi poco e non comprendendoli
affatto. In fondo si tenevano sicuri e ridevano dei frequenti moti di
ribellione come di un malcontento prodotto dalla inguaribile
corruzione di tutti i tempi; pronti nullameno a combatterla col ferro
e col fuoco. Ma se la teorica e il sistema inquisitoriale duravano,
gli uomini erano mutati. Ai terribili asceti della tirannide, che
avevano curvato con una mano il mondo dei fedeli alle proprie
ginocchia respingendo coll'altra le ultime invasioni degli infedeli,
erano succeduti preti nè credenti nè increduli nè scettici: ubbidienti
al papa perchè i suoi ordini non imponevano sacrifici, simpatizzanti
senza gratitudine cogli stranieri che guarentivano loro i beneficî
delle antiche posizioni.

Le ultime grandi anime religiose, i veri discendenti dei grandi
inquisitori erano i sacerdoti condannati, i nuovi apostoli ribelli.
Èvvi davvero molta differenza fra lo spirito di Torquemada e quello di
Lammenais?

Don Giovanni, solo, nel piccolo paese di Modigliana, poco occupato
nelle funzioni ecclesiastiche e sempre distratto dalla caccia, non
sapeva nulla dell'immenso moto religioso che sollevava l'Europa, o
intendendone qualche motto bizzarro a un pranzo di parroci ove
capitassero professori di seminario, alzava le spalle. Tutte le eresie
dovevano secondo lui finire a un modo. Perchè discutere tanto
stiracchiando le parole? Sentire ed agire, ecco la verità: il
sentimento viene da Dio e non falla, l'azione viene dal sentimento e
lo realizza.

Allora i giornali erano pochi e i libri si fermavano quasi tutti nelle
città.

Pochi leggevano, Don Giovanni non leggeva affatto.

Nella sua camera, dopo morto, entro una scansia tarlata e sverniciata
non si sono trovati che cinque o sei libri, forse i medesimi che gli
avevano servito in seminario. Per credere nella grandezza d'Italia e
desiderarne appassionatamente la risurrezione non aveva certo avuto
bisogno di leggere il _Primato_ del Gioberti: le prove storiche della
grandezza italiana l'avrebbero imbarazzato senza accrescere il suo
orgoglio patriottico, mentre la sua conoscenza del clero gli avrebbe
tolto di cedere alla illusione che dal papato potesse venire una vera
rivoluzione nazionale.

Egli sentiva che il papa non poteva differire dal vescovo di
Modigliana, pel quale il paese non era che un vescovado.

Il cattolicismo, composto a quel modo, per diventare rivoluzionario
avrebbe prima dovuto rinnovare sè stesso; ma don Giovanni ignorante
pieno di buon senso ricusava d'inoltrarsi per così vasta e difficile
questione.

Troppe cose per questo avrebbe potuto intendere e sapere. Roma non
ostante i suoi abbominii in tutti i secoli, non aveva ancora mancato a
sè medesima: pagani e barbari dopo averla inutilmente oppugnata erano
caduti ginocchioni sotto le sue mura: le eresie lacerandola non erano
riuscite a scinderla, l'antagonismo dei pontefici cogli imperatori o
dei papi fra loro non l'avevano abbattuta; ad ogni disastro, ad ogni
abbandono, quando tutto sembrava perduto, Roma risorgeva
improvvisamente dominatrice più alta di prima.

Il suo clero talvolta tremendo, spesso corrotto, sempre abile, non
aveva mai abbandonata la suprema direzione religiosa: irresistibile
nelle blandizie e irrefrenabile nelle collere aveva fino al
protestantesimo trionfato di pressochè tutti gli scismi. Lutero e
Calvino gli avevano soli resistito trionfalmente, e nullameno Roma
andava ancora riguadagnando con lenti ed assidui approcci le provincie
della insorta Germania. Roma non aveva mai perduto.

Adesso nel suo regno peggiore che ai tempi del Petrarca e di Lutero,
nella confusione del sacro col profano, affermava come ultima
espressione religiosa la necessità del potere temporale.

Don Giovanni non vi credeva.

Le necessità di una religione secondo lui erano ne' suoi principii e
non nelle sue forme: una religione incapace di vivere in ogni secolo,
con tutti i governi, attraverso le più impari civiltà non era una
religione. Che cosa importava al cattolicismo il potere temporale?
Tutto il suo beneficio consisteva nel guarentire l'esercizio libero o
magari capriccioso del culto nelle provincie pontificie; per tutto il
resto del mondo quel minimo regno non aveva efficacia. Il papa, libero
anche nella più crudele persecuzione, avrebbe sempre potuto dirigere
tutte le coscienze interpretando i testi divini. Molti papi erano
morti di martirio senza che la religione fosse stata ritardata nel suo
sviluppo, offesa nel suo organismo. Una religione non deve temere per
sè stessa, sotto pena di non essere più una religione: abitando le
coscienze vi è inviolabile ed invincibile; nessuna tirannia saprebbe
impedire un sentimento o distruggere un'idea. Una religione non può
quindi temere che per il suo culto o pe' suoi membri. Terrori umani,
interessi umani. Chiudendo i conventi o rovesciando le chiese forse
che il cristianesimo perirebbe? Non era esso vissuto senza questi e
quelli? Se il clero ritornasse alla povertà del primo apostolato, le
sue predicazioni sarebbero forse meno efficaci? Se il papa invece di
essere un re e un semidio fosse un prete come gli altri, eletto perchè
santo fra i più santi, l'unità divina della religione ne andrebbe
rotta?

Don Giovanni si faceva talvolta queste domande e sorrideva
bonariamente.

Senza sapere nè come nè quando nel suo spirito si erano venute
profondamente differenziando chiesa e religione; questa era l'idea e
quella il fatto, l'una veniva da Dio, la seconda era opera degli
uomini. Certo Dio non aveva mai permesso che la sua Chiesa snaturasse
la sua religione, e infatti dogmi e precetti erano rimasti inviolati,
ma la chiesa conservandoli puri aveva troppo spesso bruttata sè
medesima. Così per difendersi da giuste accuse aveva voluto imporre
silenzio a tutti nel nome di Dio, e per resistere a più giuste
critiche aveva preteso difendere in tutta sè medesima la divinità che
era solo nel suo principio.

Di questo passo Don Giovanni sarebbe presto arrivato nel
protestantesimo colla coscienza libera in faccia al testo della legge,
ma il suo spirito inconsciamente disciplinato dal romanismo si
arrestava. Poichè Dio aveva istituito la Chiesa per sviluppare la
propria religione, solo attraverso di essa dirigeva e parlava. Tutti i
mutamenti fatti fuori della Chiesa o contro la Chiesa non avevano
durato e non durerebbero.

Inutile quindi ogni rivolta aperta, superba e vana ogni
contraddizione. Nessuna grandezza di cuore o d'ingegno poteva essere
maggiore di Roma. Bisognava adempiere la religione col cuore,
lasciando che la Chiesa per l'intima virtù depostavi da Dio si
correggesse.

Ma se la sua coscienza rifuggiva dagl'inutili eroismi della
ribellione, ripugnava ancora più alle condiscendenze della servitù.
Cristiano e prete, sentiva di non dipendere da altri che da Dio, del
quale non era possibile fraintendere la legge senza perfidia della
volontà, mentre la cornice lavorata dalla Chiesa per chiudervela non
essendo mai stata santa non era nemmeno più bella.

Queste idee torbide gli si rischiaravano a mano a mano nell'azione.

Se domani il papa cessasse di essere re, non uno dei cattolici
cesserebbe di essere tale: il re non era dunque necessario.

Gregorio XVI, il re d'allora, era crudele. Don Giovanni troppo
ignorante per aver letto il _Trionfo della Santa Sede_, e stimare in
lui il teologo, era troppo buon cittadino per non disapprovare il
pessimo sovrano; ma quando per propiziarsi lo czar il papa riprovò i
Polacchi morenti con disperato eroismo contro i Russi, Don Giovanni fu
quasi per trascendere. Il potere temporale, che teneva schiava
l'Italia, minacciava di mutarsi in ragione di schiavitù a tutti i
popoli.

Non bastava soffrire, bisognava aiutare. Don Giovanni entrò nella vita
politica chiamato dallo stesso strido di dolore, che lo aveva più
volte condotto al letto dei moribondi.

Così rimase prete.

Niuno sulle prime se ne accorse. La rivoluzione che si compiva
silenziosamente nel suo spirito, somigliava a quella che si veniva
maturando in Italia e della quale gli affigliati sapevano poco, i
governi nemici quasi nulla. Se Don Giovanni fosse stato un pensatore,
si sarebbe gettato con violenza nelle nuove teoriche religiose per
rovesciare il papato; essendo invece un uomo di cuore, discese
nell'azione aiutando quelli che rischiavano la vita a preparare i
combattimenti dell'indomani. Cacciatore sui confini della Toscana e
della Romagna, le sue amicizie coi contrabbandieri iniziarono le sue
relazioni politiche senza macchiare la sua austera probità, giacchè le
leggi doganali dei piccoli governi che separavano allora l'Italia non
gli erano mai sembrate vere leggi.

Quali fossero i suoi primi rischi di patriota sapranno forse i pochi
vecchi amici superstiti, ma non ne fu ancora scritto. Se prete
consentisse ad affigliarsi in una delle tante società secrete che
allora riunivano colla loro disciplina i ribelli, lo ignoro; forse
l'orgoglio del suo carattere indipendente e il suo abito sacerdotale
glielo impedirono. Ma presto fra i congiurati della Romagna si seppe
di un prete di Modigliana che aiutava, cimentando tutto sè stesso, a
trafugare coloro che audacia di generose impazienze o perversa abilità
di spie avevano compromesso. Modigliana, piantata fra i monti nel
confine toscano, divenne rifugio e passaggio di congiurati, ed era
sempre Don Giovanni che senza nemmeno conoscere il nome dell'uomo pel
quale arrischiava la vita; giovandosi delle proprie non sospette
abitudini di cacciatore andava di notte, a piedi o in biroccino, ai
convegni, per ricondurne a casa propria profughi e proscritti. I
contrabbandieri lo aiutavano spesso.

Intanto nelle apparenze della sua vita nulla era mutato malgrado la
rivoluzione che gli si allargava nella coscienza.

La sua religione invece di contraddirli si accresceva di quegli atti
patriottici.

Ma i tempi ingrossavano. L'eco delle vittorie di Garibaldi
nell'America valicando l'oceano veniva a percuotere per tutti i monti
d'Italia: le fantasie s'infiammavano, nobili orgogli e speranze anche
più nobili s'alzavano nelle anime che la tirannide secolare non era
riuscita a protestare. Mazzini esule, ma presente collo spirito in
ogni terra, organizzava congiure, dava ordini, scriveva lettere,
opuscoli, libri, agitando ogni sorta di questioni e riassumendole
tutte in quella della libertà, eloquente come la tempesta, luminoso
come un sole. Tutti ascoltavano e guardavano. La sua figura, cui la
tragedia della patria dava una tragica espressione accresciuta dal
mistero della sua vita privata e dalla ubiquità della sua presenza,
sgomentava le anime fanciulle attirandole col fascino del pericolo; la
lirica delle sue frasi e la religiosità del suo sentimento seducevano
persino coloro, che la sua politica troppo chiara ed insieme tenebrosa
minacciava.

I più giovani e i più intrepidi non parlavano più che d'insorgere.

Il disprezzo pei governi ancora più timidi che feroci fomentava il
coraggio, mentre le satire del Giusti, i romanzi del Guerrazzi, le
canzoni del Berchet infiammavano entusiasmi già esasperati dalle
ridicolaggini delle persecuzioni papaline. Nella Romagna, Beozia
d'Italia se il suo Monti fosse stato Pindaro, altrettanto scarsa
d'ingegni che robusta di temperamenti, scoppiarono i primi moti, ma la
nullaggine degli uomini che li dirigevano, impedì si diffondessero
guadagnando nome nella storia. Il coraggio che sa insorgere e
l'eroismo che sa morire, non bastano alla tragedia: solo l'ingegno,
che potrebbe vincere diventa tragico quando gli avvenimenti lo
sopraffanno e soccombe. L'ingegno mancò anche questa volta alla
Romagna.

Nel settembre del 1845 per moti di Rimini una mano di armati raccolta
a Bagnacavallo e a Faenza, scorrendo senza vera direzione le campagne,
tentò una sollevazione. La guidavano Pietro Beltrami e Raffaele Pasi,
gentiluomini entrambi, ignari ed ignoranti, che la chiarezza della
nascita e la distinzione delle maniere aveva naturalmente designati
capi. Del primo le cronache non seppero più nulla, del secondo
narrarono che soldato aristocratico ed intrepido diventò poi generale
e cortigiano. La sollevazione di un giorno dopo di essersi impadronito
della dogana delle Balze, sul confine fra Modigliana e Faenza, si
disciolse in una pacifica resa alle truppe toscane.

Don Giovanni che vestito da cacciatore aveva primo invaso la dogana,
non riconosciuto o protetto dalle simpatie di tutti, non ne subì dopo
il fallimento dell'impresa persecuzioni politiche. Oramai con quella
insurrezione il carattere della sua vita si era determinato.

Egli voleva essere prete e patriota, giovando senza brillare. La
vanità, così comune ai convertiti di ogni fede, non viziò mai la sua
anima. Le contraddizioni del cattolicismo colla libertà, che allora
s'affannavano a conciliarsi nel cattolicismo liberale, non erano
ancora penetrate e non penetrarono mai nella sua coscienza; più
cristiano che cattolico non sentì le antitesi, nelle cui soluzioni si
smarrirono i più grandi spiriti del tempo.

Fallito quel tumulto, nessun rimorso lo turbò: forse un rammarico
gliene rimase della inettitudine colla quale era stato promosso e
condotto. Attese. Ma restando prete fra i preti, che colla fatuità
degl'impotenti credendo di aver soffocato una terribile insurrezione
insultavano al sogno di una Italia liberale, non divenne ipocrita. La
rozzezza dei modi e delle abitudini, isolandolo dalle conversazioni
inevitabili al suo ufficio sacerdotale, gli facilitarono il nobile
riserbo nel quale si chiuse. Forse qualcuno lo sospettò, i più
seguitarono a giudicarlo uno spirito bizzarro, un temperamento villico
più appassionato di caccie che di processioni.

La maggior parte de' suoi amici insorti, dispersi per la Toscana,
corrispondevano ora più sicuri con lui risparmiato dalla persecuzione.

Intanto i moti religiosi e rivoluzionari procedendo verso la libertà,
preparavano la rivoluzione del quarantotto. Pio IX, cardinale imolese,
eletto pontefice suscitò entusiasmi, dei quali oggi è impossibile
rendersi conto. Il sogno del cattolicismo liberale parve avverato fra
un immenso soffio lirico che sollevava popoli e pensatori. Tutti
coloro, che da anni lavoravano a una rivoluzione guidata dalla
religione subendo gli scherni dei veri rivoluzionari e le diffidenze
dei veri cattolici, si credettero arrivati al trionfo. Pio IX
annunziatosi con una amnistia, che implicava la condanna del suo
predecessore, proseguì liberaleggiando: guelfi e ghibellini sospesero
le ingiurie per unirsi in un coro di lodi che finì d'ubbriacarlo.
Un'ira di guerra si univa al fervore della libertà; si parlò di
crociata. Gli entusiasmi cavallereschi del romanticismo scoppiarono,
mentre l'energie delle vecchie repubbliche e dei piccoli ducati
riapparivano improvvisamente, come evocate dalla forza dei tempi
nuovi. Era un tumulto di sentimenti eroici, un fracasso di frasi
liriche. Bisognava credere, perchè fra poco si sarebbe dovuto agire.
Mazzini ripiegando la bandiera repubblicana prima ancora di sollevarla
al sole delle battaglie, scriveva a Carlo Alberto e a Pio IX,
sfiduciato d'entrambi, sacrificando con magnanima accortezza politica
alla necessaria illusione del momento ogni sincerità di pensatore e
superbia di capo: Garibaldi, riempita l'America del nome italiano,
attendeva un segnale per rivalicare l'oceano e seguitare in più
splendido canto l'epopea delle proprie vittorie. Gli ultimi odii
irreligiosi erano sopraffatti dal coro instancabile di speranze che
cantava nelle piazze e nelle chiese, nei cuori dei giovani e nelle
teste dei vecchi.

Solo qualche classico cresciuto nell'odio del romanticismo o della
religione protestava tacendo. Niccolini colla chiaroveggenza del poeta
penetrando oltre l'illusione del momento si ricusò ad un'opera, che
fallita doveva lasciare discordie peggiori di quanto allora ne
conciliava; e feroce fra tanta bontà di accordi si chiuse prigioniero
volontario in fondo alla propria accademia per non uscirne che quando
la commedia insanguinatasi nel dramma spirerebbe nella più tragica
delle disperazioni.

Forse l'acrimonia del carattere e l'angustia dello spirito giacobino
gli acuirono la naturale perspicacia dell'ingegno.

Ma i principi d'Italia, malgrado la nuova aria che li sollevava
tant'alto, rimasero troppo più bassi che all'opera non fosse
necessario.

Il meno tristo di tutti, Carlo Alberto, bizzarra fusione di Don
Chisciotte e di Amleto, vano nelle speranze quanto vile nel dubbio,
invocato capo concedeva la costituzione e correva a farsela perdonare
dal confessore. Ambiva la conquista d'Italia e non osava arrischiare
il Piemonte, odiava la libertà e languiva assetato di favore popolare.
Nullameno, era il solo che ardisse desiderare se non un'Italia libera
almeno una gran parte di essa riunita e compatta. Ma giovinetto, che
aveva cominciata la vita col tradimento raddoppiandone l'infamia colla
espiazione del Trocadero, doveva chiuderla vecchio con un abbandono
che il popolo nella infallibilità dell'istinto chiamò traditore;
mentre l'astro da lui aspettato con romantica vanagloria sul suo scudo
immaginario di guerriero aveva duopo di altri dieci anni per apparire
sull'orizzonte d'Italia e fermarsi chissà per quanto tempo sul tetto
del castello savoiardo.

La guerra scoppiò prima che la confederazione dei principi italiani
fosse stretta: quasi tutti tradirono. Il pontefice, che aveva promesso
e poteva giovare più d'ogni altro perseverando, atterrito dalle
altezze cui lo innalzava la rivoluzione, riprecipitò nel fango oramai
secolare del proprio passato. Futile e rettorico nella vanità, fu
abbietto e pedante nella paura. Così il sogno del cattolicismo
liberale svaniva, mentre i sanfedisti ghignavano feroci aspettando
dalle prossime disfatte il massacro degli avversari, e gli spiriti
veramente rivoluzionari si gettavano alla testa della poca plebe non
guasta dalle lautezze dei governi corruttori, per morire
disperatamente nel nome d'Italia.

Il risveglio da tanti sogni fu violento. L'energia dell'odio subentrò
alla effervescenza dell'amore. Carlo Alberto solo tenne il campo e
rimase vinto senza gloria. Cattivo re, soldato nemmeno mediocre,
spirito falsamente italiano, il disastro lo rivelò forse
contemporaneamente a sè stesso e alla patria. Ridivenuto piemontese
nella fuga abbandona Milano, abdica la corona e va a morire sulle
sponde dell'oceano, perseguitato dalle maledizioni d'Italia, avvolto
nel disprezzo dell'Europa. Allora gli altri spiriti italiani
grandeggiarono, Cattaneo a Milano, Manin a Venezia, Guerrazzi a
Firenze, Poerio a Napoli, Garibaldi e Mazzini dovunque.

L'epopea si muta in tragedia, tutto fallisce, l'inesperienza dei
generali paralizza l'entusiasmo dei volontari, le diffidenze gelose
fra i capi disgiungono le forze restanti: poi le antipatie regionali
sempre alimentate dai vecchi governi e male sopite nella gioia della
prima fusione, infieriscono esasperate da rovesci che la vanità dei
vinti accusa di tradimento. Non si pensa più all'unità, si ricalcitra
persino all'unione. L'aristocrazia come classe rimane per codardo
egoismo aderente ai governi abbattuti; il popolo grosso e minuto senza
coscienza vera di libertà, poco uso alle armi e meno ancora ai
sacrifici, subisce malgrado ogni fascino delle novità il prestigio
delle antiche dinastie, mentre i preti lo riconfermano nel terrore
della religione e le vittorie austriache gli riconsigliano la
prudenza, colla quale da tanti anni resiste nella schiavitù. Le
campagne peggio che indifferenti sono ostili alla rivoluzione;
l'avarizia domestica e la bigotteria religiosa e politica
v'imperversano al punto che un clero meno vile avrebbe forse potuto
suscitarvi una contro-rivoluzione.

Solo la borghesia è rivoluzionaria, ma fiacca per abitudini, non
pratica di governo, non facile alle armi, nutrita più di rettorica che
di scienza, meglio atta a morire in un impeto di disperazione che a
perseverare in una lotta disuguale di forze, incerta di scopi e di
processi, si smarrisce. La sua parte più giovane e più numerosa
accorre sotto le bandiere, mentre i suoi seniori ammalati di
cattolicismo liberale non ardiscono proclamare davvero la rivoluzione.
Si parla ancora di confederazione, le forme costituzionali imbrogliano
gl'inesperti e favoriscono gl'ipocriti; in fondo si teme pel popolo e
si rammemorano i giorni sanguinosi della rivoluzione francese. Manca
il sentimento nazionale. Il problema della indipendenza si fraziona
per ogni provincia, la parola repubblica confonde e sbigottisce. Si
crede ancora che religione e libertà si accordino, che i principi
patteggino leali coi popoli e il papato possa concordarsi volontario
coll'Italia.

Non si sa nulla e manca tutto. La rivoluzione fallisce, ma spezzato il
dramma, le sue energie si condensano nelle scene. Il Piemonte resiste
come regno non ignaro d'invasioni, Venezia riassume morendo tutte le
virtù della sua lunga vita, Roma assalita da tutta l'Europa riapre la
storia immortale delle proprie guerre per scrivervi un'ultima pagina,
che ne vale molti libri. A Napoli tradimento e massacro. I Borboni
mentono ed assassinano, fedeli alla propria tradizione. A Milano
l'insurrezione inerme, dopo aver trionfato d'un esercito per cinque
giorni, sfinita più che vinta cede non patteggia: a Bologna i popolani
insorgono e abbandonati abbandonano la rivolta; la Romagna freme, ma i
suoi audaci sono tutti a Roma e i troppi codardi rimasti a casa
seminano diffidenze preparando persecuzioni e condanne.

L'Europa è sossopra. Parigi, Berlino, Vienna tumultuano: la
rivoluzione gloriosa e sanguinante è vinta dovunque, ma fra tutte
quella d'Italia, allora forse la meno osservata, è la più
significativa. Al principio della nazionalità essa congiunge il
problema del papato. Per tutta la storia, dal più oscuro medio evo
fino a Napoleone primo, nessuno aveva potuto risolverlo. L'Italia vi
si accingeva. Il papato colpito da improvvisa quanto inesplicabile
demenza aveva concesso una costituzione, che infirmava naturalmente il
suo principio; quindi l'aveva tradita per non essere trascinato fuori
della propria orbita, e la rivoluzione era scoppiata, uccidendo nel
ministro papale l'ultima illusione di un accordo fra l'Italia e il
Vaticano.

La repubblica romana doveva morire prontamente, ma bastava ad
interrompere la vita millenaria del papato.

Quindi il dissidio religioso invelenì nelle coscienze liberali. I più
coraggiosi nauseati dalle attitudini del pontefice, che fuggiva
piuttosto che resistere e malediceva invece di compiangere, si
gettarono nella rivoluzione oramai troppo male ridotta per trionfare,
e bestemmiando cattolicismo e federazione invocarono come suprema
necessità della patria gli esterminii del 93. I più arretrarono
mascherando di pretesti religiosi la prudenza, che li faceva disertare
una causa per la quale la sola onorevole speranza era di morire: i
meno sognarono una reazione papale iniziante un governo più largo
d'impieghi ai devoti e di stipendi alle spie.

La lunga servitù d'Italia pesava su tutte le coscienze come una
fatalità; la rivoluzione sembrava perdere non per colpa degli uomini
ma per ragione delle cose. L'Italia non poteva risorgere. Questa
acquiescenza al destino o alla provvidenza, come allora si diceva, era
favorita dal quietismo religioso e letterario a capo del quale
splendeva il Manzoni: la rassegnazione cristiana e il pessimismo ultra
mondano, che mette sempre nell'altra vita la soluzione di tutti i
problemi, coprivano le viltà depositate nelle coscienze da troppi
secoli di servitù, mentre l'educazione cattolica assoggettava coi suoi
terribili dilemmi spiriti anche non volgari.

Quindi i pochi eccessi rivoluzionari, che falsavano la nuova libertà,
bastarono a molti per abbandonarla, evitando loro di risolverne il
problema nella coscienza. I rivoluzionari rimasero pochi ma intrepidi,
i cattolici furono troppi ma quasi tutti vili, certo tutti inetti,
aspettando dall'Austria più che da Dio la pacificazione d'Italia.

Il clero che negli antecedenti begli anni della letteratura cattolica
liberale si era abbandonato a tutti i lirismi del sacrificio, rientrò
frettolosamente nel secolare egoismo: nessuno osò scindere le
questioni che il Vaticano fondeva in una sola. Pontificato, governo
temporale, romanismo, cattolicismo, cristianesimo, tutto si confuse
nell'anatema lanciato dal papa alla rivoluzione e rimase identico
nella coscienza del clero. I vantaggi della sua posizione storica
minacciati dalla rivoluzione gli tolsero la vista delle grandi riforme
da lui stesso invocate, mentre l'emancipazione dello Stato dalla
Chiesa proclamata altamente dai liberali lo guariva quasi
istantaneamente dalla passione della libertà.

Immaturo per la propria riforma, il clero non poteva accondiscendere
nella rivoluzione.

I suoi più grandi pensatori, riprovati da Roma, non avevano osato
nemmeno nello sdegno della propria condanna precisare la riforma
cattolica; imbarazzati fra loro nella parte dogmatica, non riuscirono
che a maledirsi scambievolmente ponendo il problema della nuova
costituzione ecclesiastica. Quindi le esigenze della libertà e della
autorità sviandoli nel pensiero li esasperarono nel sentimento già
atterrito dalla insurrezione e dal silenzio del popolo, fra cui
predicavano. Invece di una riforma religiosa, questi domandava una
rivoluzione politica. Il cattolicismo non era più un bisogno ideale
dello spirito popolare: i suoi dogmi, la magnificenza della sua
universalità non commovevano più, mentre la violenta interpretazione
papale riassumendo tutto nel vaticanismo aveva già prodotto negli
spiriti quell'indifferentismo beffardo e desolato, che Lammenais prima
di ribellarsi aveva cercato di combattere con un fervore di fede pari
allo splendore dell'eloquenza.

E a poco a poco i nuovi eretici trascinati dallo stesso spirito
novatore erano saliti dal campo religioso nel filosofico, abbandonando
la sicurezza dell'insegnamento cattolico, prono ma sodo, per smarrirsi
non visti dal popolo fra la turba dei grandi pensatori, che cercavano
già donde verrebbe la nuova religione.

Il problema del rinnovamento cattolico, intuito nella prima metà di
questo secolo, non sarà veramente dibattuto che nel secolo seguente e
risolto chissà in quale.

Certo prima di esaurirsi il cattolicismo, che sta rincorporandosi
tutto il cristianesimo, deve produrre in sè stesso nuove
interpretazioni e forme favorevoli alla espansione degli ideali, che
oggi ancora contunde nella idolatria o deprava nella politica.

Il clero italiano fu come da moltissimi secoli al di sotto della
propria posizione, il più vile di tutto il cattolicismo. La corruzione
vaticana scemandogli il carattere religioso gli aveva tolto, e non gli
ha ancora restituito, il carattere umano. Mentre l'Italia insorgeva
contro l'Austria in una guerra d'indipendenza scevra di questione
religiosa, e la rivoluzione assaltava il Vaticano scacciandone il papa
per conquistare la libertà religiosa e politica, il clero non osò
essere nè italiano nè cattolico combattendo l'Austria o schierandosi
col pontefice. La viltà del Vaticano, che oppugnava l'Italia per
conservarvi il minimo regno, si ripetè in tutte le parrocchie; i
curati trepidanti pei proprii beni lasciarono a Dio l'ufficio di
salvare il papa, e non uno di loro tentò di mettersi alla testa dei
molti fedeli per difendere, ultimo crociato, la tomba degli apostoli,
o salire almeno il pulpito per dire ai contadini che l'Austria
tiranneggiando l'Italia aveva il medesimo torto dei settari
insignorendosi di Roma.

Invece ripeterono a bassa voce la parola di Gesù altrettanto vera
nella filosofia che falsa nella storia: date a Dio quello che è di Dio
e a Cesare quello che è di Cesare; ma il nuovo Cesare stava a Vienna,
e quanto a Dio, i suoi beni e i suoi diritti erano quelli medesimi
delle parrocchie.

Sullo scorcio del secolo passato il clero francese morendo nella
Vandea per il proprio re si era contemporaneamente battuto per la
Francia contro gl'invasori, e la rivoluzione aveva dovuto stimarlo, e
Napoleone poco dopo l'aveva riconfermato. Il clero italiano, ignobile
ed ignaro, non volle morire nè per l'Italia nè per il papa, e visse a
sè medesimo.

Ma il papa stesso, moltiplicando per tutta la superiorità del proprio
grado l'antico errore di Pompeo, abbandonò Roma al primo scoppio
rivoluzionario ricusandosi ad un pericolo di morte altrettanto
improbabile che benefico alla religione. La prigionia di Pio VII era
bastata a riscaldare gli animi religiosi dopo la rivoluzione francese,
l'assassinio o la condanna di Pio IX avrebbero riaccesa in tutti gli
spiriti la fiaccola della fede disonorando per sempre la rivoluzione.

Invece riparò nella più solida fortezza del peggior tiranno d'Europa,
cingendosi di briganti contro i rivoluzionari. Mentre Garibaldi e
Mazzini venivano a morire sulle mura di Roma, disperati di salvarla ma
bagnandola del proprio sangue, come di un battesimo che la iniziasse a
nuova vita, il pontefice nella feroce umiliazione di re, che non sa nè
vincere nè morire, dimenticava il proprio carattere di padre
universale per cacciare contro Roma quanti soldati la reazione
trionfante in Europa poteva prestargli.

Ma la viltà del papa immortalata da Mazzini in una pagina rovente
d'indignazione sparve nella viltà del clero; a tutti sembrò dovere la
sua fuga, diritto la sua invocazione agli stranieri perchè lo
rimettessero in trono. Senonchè quella fuga e quell'appello oltre le
alpi provarono invece che principio e fatto di regno temporale erano
esauriti. Quando un principio è incolume e un fatto è intero, coloro
che lo incarnano non vi falliscono; l'energia della fede, il vigore
della coscienza li sorreggono in ogni frangente; possono perdere non
scappare, soccombere non prostrarsi. Il re che abbandonava Roma senza
chiamare il popolo alle armi confessava di non esserne che il papa, e
il mondo gli credette.

Quindi la sua fuga aperse nelle mura una breccia, che allargata dalla
soldataglia cosmopolita del suo ritorno non si potè più sbarrare:
vent'anni dopo Vittorio Emanuele, scoprendola, entrò e la chiuse.
Questa volta Pio IX non fuggì da Roma perchè non ne era più il re, ed
essendone il papa poteva sempre restarvi.


III.

In questo periodo così tumultuante di fatti, e di idee Don Giovanni
non si mosse. Molti fra i congiurati, che lo avevano conosciuto nelle
opere secrete, aspettavano forse di vederlo insorgere sulla montagna e
alla testa di una compagnia fra contrabbandieri e cacciatori correre
alla difesa di Roma. La Spagna era tutta piena in questo secolo di
curati belligeri, talvolta grandi come generali, più spesso fieri come
assassini.

La predicazione patriottica cominciata a Bologna dai padri Gavazza e
Ugo Bassi infiammava il popolo alla guerra. Invece che nelle chiese,
le prediche si facevano su per le piazze, dall'alto delle scalinate,
fra una ressa di popolo piangente di ogni entusiasmo, giacchè
l'effervescenza del sentimento patriottico permetteva qualunque
eccesso di pensiero e di parola. Si declamava di guerra, di massacri,
di trionfi, di perdoni: tutta la vecchia rettorica delle scuole piena
di esempi romani e cartaginesi, quella dei seminari, l'altra più
recente del romanticismo si mescolavano in una eloquenza ridicola e
commovente, deforme e poderosa.

Nell'aria agitata da tante voci passavano a volta a volta i veri soffi
della rivoluzione. Il popolo applaudiva strepitando ai due sacerdoti
senza capire delle loro frasi che le parole di guerra. Il nemico
scoperto era l'Austria, i nemici incerti tutti i principi, il papa e
il clero, i nobili e i borghesi che quello schiamazzo atterriva, e i
contadini che ascoltandolo lontani ne chiedevano la spiegazione ai
parroci.

Il padre Gavazza, energica figura di tribuno ribollente di passioni e
fors'anche volgare di vizii, piaceva più dell'altro, gracile poeta,
che la letteratura aveva travolto e la rivoluzione doveva stritolare.
Ad entrambi la stessa gloria e la medesima vanità prestò le forze ad
uscire dagl'ordini; ma nessuno dei due sapeva bene ciò che volesse.
Ugo Bassi additato alla reazione austriaca dal clero implacabile si
confessò, abiurò e cadde, martire coraggioso e recalcitrante, per
vivere nei ricordi del popolo che di lui non ricordò più che la morte;
l'altro, più fortunato o più abile, vinta la rivoluzione, riparò
all'estero e vi si convertì al protestantesimo, e tornò a predicarlo
in Italia agli stipendi della società biblica, non ascoltato dalla
borghesia, spregiato dal popolo, che stima poco coloro che mutano e
non crede mai alle conversioni fruttanti danaro.

Don Giovanni, sacerdote al pari di essi, non li seguì nella breve e
tempestosa predicazione. Differenze di indole e più ancora di testa
glielo impedirono, salvandogli l'originalità oggi ancora più sentita
che compresa.

Come Don Giovanni giudicò la rivoluzione del 48? Che cosa pensava dei
principi e del popolo? Di Carlo Alberto e di Pio IX acclamati primi,
di Mazzini e di Garibaldi arrivati ultimi?

Il suo pensiero non è rimasto scritto, ma la sua vita lo ha
chiaramente rivelato.

In tutto quel periodo, come prima e come dopo, seguitò la vita di
cacciatore ascoltando forse sulle cime dei monti nell'aria trepida il
rombo immaginario delle battaglie infelici, che si combattevano per
l'Italia. Intorno a lui tutto era calmo. I contadini non s'occupavano
che dei ladri infestanti per la mancanza di un qualunque governo,
mentre giù nel paese invece la grossissima maggioranza assisteva alla
rivoluzione come ad una avventura della quale era già previsto lo
scioglimento. Nessuna fede, nessuna idea netta; qualche sentimento
generoso fra molti avari, una certa smania di novità frammezzo
abitudini che la morte poteva interrompere, non già la vita mutare;
paure e ignoranze, viltà di ogni servitù, gelosie di qualunque grado.
La rivoluzione non era possibile, il popolo non la sentiva. Invano una
piccola minoranza aveva profuso da molti anni e seguitava a profondere
eroismi di pensiero e di cuore, prodigava sangue e danaro,
dimenticando tutta sè medesima nella passione della patria da
redimere; la patria indolenzita e indolente rimaneva accovacciata
sotto le sedie dei propri tiranni, guardando con stanco sorriso coloro
che tentavano di scuoterla ed arrischiavano in questo la vita.

L'Italia allora non aveva nè un re, nè un generale, nè un politico.

In qual guerra aveva trionfato Carlo Alberto? E non era che re di
Piemonte, e non aveva osato dire alteramente all'Italia: sii mia!
Quale fra i tanti ministri dei tanti piccoli Stati sarebbe stato così
forte da soffocare la voce degli altri per farsi intendere
dall'Europa? Il migliore, quello del papa, Pellegrino Rossi, smarriva
ogni senno politico nel sogno di un papato costituzionale.

Tutti gli italiani erano stranieri fra loro: piemontesi, napoletani,
lombardi, toscani, veneti, umbri, siculi, divisi per storie, per
indole, per produzione non avevano in comune che la servitù, e anche
questa diversa, cosicchè il dolore e l'odio frazionandosi
s'impicciolivano. Mazzini solo era italiano, ma la sua opera e la sua
fama male interpretate gl'impedivano d'abbracciare tutto il popolo. La
minoranza rivoluzionaria sola gli ubbidiva adorandolo. Garibaldi
sbarcato allora dall'America era per la gente volgare uno sconosciuto,
per tutti quei soldati invecchiati nelle parate un avventuriero
ricondotto in patria da bramosia di saccheggio.

I Governi, invece di confederarsi, patteggiavano contemporaneamente
coll'Austria e colla rivolta, conservando verso l'una molte velleità
d'indipendenza, verso l'altra tutte le pretese del comando. Solo un
forte moto di unità, rovesciando quei piccoli troni e galvanizzando le
piazze nel nome della repubblica, armandole, lanciandole sullo
straniero, avrebbe potuto trionfare; o un re temerario e abile come
Enrico IV, che affermandosi re d'Italia avesse nel suo nome eccitata
la rivolta e guidata la guerra contro l'Austria, avrebbe avuta qualche
probabilità di riuscita. Mazzini tentò la prima proclamando la
repubblica romana, nella quale, se persistente, tutti gli Stati
d'Italia sarebbero scomparsi; ma nell'ultima ora quando tutto era
perduto, e salvò con eroismo pari all'ingegno l'onore della
rivoluzione. Napoli e il Piemonte avrebbero potuto cimentarsi nella
seconda impresa, ma i loro re capaci di aspirarvi per vanagloria non
ne ebbero l'animo, tradirono o fallirono, poco sinceri nel sentimento,
meno italiani nel concetto.

E questa rivoluzione preconizzata da tanto splendore di arte,
preparata con lungo studio, assistita da tutte le forze, in un anno
appena si logorò e parve svanire. Il popolo in massa non vi aveva che
assistito.

Gl'italiani erano vinti. I campi veneti e lombardi fumavano di sangue,
in tutti i paesi la reazione del dolore e della paura sopraffaceva
l'entusiasmo della rivolta.

A sera la malinconia delle prime ore era più triste, il pianto si
mesceva colla rugiada. I volontari ritornavano sbandati maledicendo e
ascoltando le maledizioni ai generosi, che avevano predicato la
guerra. Si vantavano la pace umiliante, le molli delizie della
servitù.

Venezia e Roma resistevano ancora, quasi trovando nel nome antico
della repubblica l'eroismo della nuova morte. Il clero esultava. La
sua sordida e numerosa clientela liberata dallo spavento della
rivoluzione turbava con gioie parricide la tragica solennità di quel
momento. Tutti i maggiori uomini d'Italia erano sembrati impari
all'azione: i cattolici liberali mascherati da nuovi costituzionali
spingevano l'odio della rivoluzione più oltre dei sanfedisti,
seminando fra i vinti rancori che nulla poteva più consolare. Le
calunnie scoppiettavano ora che il fuoco della moschetteria si faceva
più rado e meno omicida; le speranze uccise dai sarcasmi del popolo
peggio ancora che dal piombo degli eserciti nemici cadevano come
Ferruccio avvolgendosi nelle ultime bandiere.

Don Giovanni assisteva a questa agonia prolungata di giorno in giorno
quasi per aumentarne il dolore.

La sua anima era in preda a mille passioni. La viltà del clero
tripudiante sulle stragi italiane gli dava a volta a volta degl'impeti
disperati, che la sua coscienza di uomo, ribellandosi alla coscienza
di prete, portava fino a Dio. La questione del papato avviluppata
intorno all'ideale religioso lo aveva reso irreconoscibile, mutando
una religione di sacrificio e di amore, talmente pessimista da non
considerare il mondo che come un tramite oltre il quale splendeva la
verità e si armonizzava la vita, in una feroce idolatria, nella quale
le avare ingordigie del tempio e gli ignobili silenzi dell'idolo
concordavano alle più ribalde affermazioni. Il pontefice, invece di
mostrare ai popoli la croce di Cristo, brandiva la canna dell'_Ecce
Homo_ come una mazza, minacciando di spezzare le teste che non si
sarebbero curvate.

I tempi parevano dar ragione al papa. Il cattolicismo sorretto
dall'ultima reazione della Santa Alleanza si disponeva a riconquistare
Roma abbandonata dalla viltà di Pio IX, mentre la libertà proclamata
dall'ottantanove a traverso un'immensa carneficina, e quasi soffocata
sotto i disastri del primo Napoleone, stava per essere uccisa. I
popoli non avevano in cinquant'anni potuto intenderla. I piccoli re
d'Italia accodati agli eserciti invasori, come valletti a saccomanni,
servivano gli schiavi che venivano a ristabilirli padroni, intanto che
il pontefice, re più abbietto di loro, infangando la propria eterna
religione nella politica di un'ultima ora di regno, confermava tutte
le menzogne assolvendo tutte le stragi.

Garibaldi e Mazzini soli resistevano.

La rivoluzione dell'ottantanove si riassumeva in loro, Garibaldi ne
era il soldato, Mazzini l'apostolo; e poichè la rivoluzione era
mondiale, la sua ultima battaglia si combatteva naturalmente a Roma.
Tutta l'Europa feudale era discesa sotto le sue mura; perfino la
Francia, agonizzante nell'agonia di una falsa repubblica che doveva
produrre un più falso impero, mandava i proprii soldati a mutare
quell'assassinio in fratricidio.

Tutto sembrava perduto.

Se l'Italia fosse insorta nella rivoluzione e sopraffatta dalla
reazione monarchica d'Europa avesse soccombuto, non sarebbe stato
nemmeno un disastro. La libertà conservata nelle coscienze avrebbe
preparato la rivincita, mentre l'unità del pensiero, la concordia del
sentimento, l'identità degl'interessi avrebbero consolato una disfatta
istantaneamente mutata in vigilia di guerra.

Invece il popolo credulo ai sofismi del clero, che gli mostrava nella
ripristinazione del romanismo la verità della religione cristiana,
ammirava la forza degli stranieri invasori.

Giammai nella storia vi fu momento più tragico.

Garibaldi, reso feroce dalla disperazione, irrompeva dalle mura di
Roma come Ettore chiamando ad alte grida l'Achille de' nuovi greci, ma
dal campo nemico nessuna voce d'eroi gli rispondeva, mentre una
immensa moltitudine d'armati lo obbligava invano reluttante a riparare
nelle mura. I suoi soldati di un giorno non avevano nè armi nè scampo:
italiani di ogni provincia, chiamati dalla rivoluzione, erano venuti a
morire nella sua tragedia. Non un dubbio, non un lamento. Roma eterna
si stendeva accidiosa dietro loro dalle mura. Il suo popolo troppo
pieno di cortigiane e di bastardi, rimasuglio di tutte le schiavitù,
guardava con suprema indifferenza di servi, che usi a non pagare lo
spettacolo non vi portano più e non ne risentono passione. I fastigi
dell'impero e del papato dominavano immani quest'ultima battaglia, che
stranieri italiani sostenevano contro stranieri d'oltre Alpe.

L'assedio non poteva essere lungo. Ogni giorno scemava il numero e le
forze degli assediati. L'Italia vile come Roma non osava nemmeno
incitare i combattenti sopraffatta dal dubbio della vittoria. Nulla.
In alto, sopra un colle, non uno dei sette immortali della storia
antica perchè sovr'esso doveva cominciare la storia moderna, Mazzini
pallido e sereno dominava una piccola assemblea, che percossa dal
rombo dei cannoni gli si stringeva intorno. L'immensità storica e il
silenzio attuale di Roma sbigottivano la Costituente, assemblea di
sbandati, senza nè l'energia del senato nè l'impeto dei comizi
antichi, in un momento nel quale nè l'uno nè l'altro sarebbero forse
bastati.

Campidoglio e Vaticano, ambedue deserti, intendevano dalla sublimità
della loro grandezza a Villa Medici, sede del nuovo Parlamento.

Roma taceva.

Il suo silenzio di quel momento fu un silenzio di morte.

La città, che dopo aver soggiogato il mondo coi Cesari l'aveva
dominata coi papi, era esaurita; vi sarebbe ancora una nuova Italia,
non vi sarebbe più una terza Roma.

E su quel silenzio di due mondi millenari, che il fuoco degli
assedianti non bastava a rompere, Mazzini pronunciò la parola della
vita nuova proclamando la repubblica moderna. Dopo i cesari i papi,
dopo i papi il popolo. Roma assediata dagli ultimi barbari della
monarchia liberava nuovamente il mondo; ma era l'anima italiana che
parlava in lei. La proclamazione della repubblica, appena udita per le
vie della città, echeggiò dovunque. Un'altra êra incominciava bagnata
di sangue come tutte.

Ma unico fra i forti italiani d'allora che affermasse l'unità
d'Italia, mentre i più intrepidi di spirito non ne sorpassavano la
confederazione, anche Mazzini dovette contraddirsi proclamando una
repubblica romana. La sua grand'anima resistè allo schianto di questa
contraddizione, che annullava l'affermazione di tutta la sua vita in
un momento che la morte rendeva libero da ogni menzogna. Senonchè
l'unità da lui affermata magnanimamente non era ancora cosciente
nell'anima d'Italia, e Genova e Venezia risognavano le proprie
repubbliche marinare, e la Toscana si affermava superbamente augusta
in sè stessa, e Napoli invidiosa del Piemonte accarezzava contro di
lui la stessa vanità di egemonia, e la Lombardia di tradizioni più
incerte evitava di risolvere, e nessuno malgrado le molte adesioni al
Piemonte sentiva davvero che l'unità sola poteva produrre
l'indipendenza e l'unione d'Italia.

Non v'era che un soldato italiano, Garibaldi, nel quale l'amore d'eroe
per l'Italia non fosse scemato dalla passione di nessuna delle sue
provincie. Mazzini condotto a Roma dalla stessa fatalità che
diciannove secoli prima vi attirava S. Pietro, non potè, limitato più
dalle singole insurrezioni italiane che dagli stranieri assedianti,
proclamare la repubblica italiana: Napoli e Torino, Firenze e Venezia
gli avrebbero risposto negando. Si sarebbe accusato il triumvirato di
tirannia, le dinastie sabaude e borboniche colpite nell'egoismo di
regno avrebbero urlato alla conquista.

L'unità mancava e doveva mancare ancora dieci anni dopo, giacchè il
trionfo della forma monarchica sulla repubblicana significa anche
adesso che la coscienza italica per comprendere la propria unità
politica aveva duopo di vederla prima in una unione esterna ottenuta
dalla conquista di un principe italiano sugli altri, e che la
soggezione al nuovo regno calmava le paure della maggioranza sugli
effimeri disordini inseparabili da una rivoluzione.

Roma proclamerà la repubblica quando l'Italia sentirà davvero nella
coscienza la propria unità.

Allora Mazzini non potè affermare che la repubblica romana, sapendo
benissimo che uccisa all'indomani profitterebbe colla propria morte
all'Italia. La repubblica romana proclamata fra il Campidoglio vuoto e
il Vaticano deserto chiudeva per sempre le loro due epoche; durando,
avrebbe invece negata l'unità italiana. A Roma, non più centro del
mondo ma capitale d'Italia, la repubblica non può essere che italiana.

Don Giovanni dai colli di Modigliana non guardava più che a Roma. Le
notizie arrivavano peggio che incerte, contradditorie. Nella piazza
del paese l'albero della libertà, piantato dalla canaglia nella prima
effervescenza della sollevazione, si essiccava al sole del tramonto,
visitato tutto il giorno da ogni classe di persone concordi nella
stessa ironia. Nei paesi vicini gli stessi alberi erano già stati
rovesciati. Quello di Modigliana resisteva ancora senza speranza.

In quel tempo la vita di Don Giovanni fu esercitata da terribili
agitazioni. L'energia della sua natura eroica lo avrebbe spinto a
marciare su Roma cinto dei più intrepidi fra i suoi amici
contrabbandieri, mentre la sua coscienza di cristiano e di
rivoluzionario glielo impediva. La rivoluzione era immatura nel
cattolicismo e nell'Italia; clero e popolo non la sentivano. La
generosità di una rivolta, che una morte quasi sicura avrebbe bastato
ad assolvere in ogni paese, diventava problematica allora che gli
spiriti avevano cessato d'intendersi. Nessuno parlava più della
libertà d'Italia: Roma e Venezia sembravano due città straniere
assediate da stranieri che si difendessero senza speranza; le vittorie
austriache ingigantendo nelle fantasie atterrite la potenza
dell'Austria rendevano ridicole e criminose le resistenze. Perchè
battersi ancora facendo massacrare tanti poveri giovani? E il clero
rispondeva insinuando che la rivoluzione non era per l'Italia, ma
contro la religione, e il popolo credulo per secolare abitudine
malediva ai rivoluzionari, invocando nel papa il santo dei santi. Le
minute superstizioni e i miracoli paesani rifiorivano; lo
scombussolamento e le morti della rivoluzione che avevano già
esasperato le donne e i vecchi, facevano ormai prorompere gli adulti.
Si denunciavano all'odio popolare le società secrete, si ricordavano i
tempi della schiavitù colla pace delle anime e degli interessi sotto
la sacra tutela del papa.

I volontari ritornati dai campi delle varie guerre regionali erano
guardati con orrore misto di scherno: avevano voluto distruggere la
religione e vinti erano scappati. Malvagi e vili, ingannati o
ingannatori.

Il papa sarebbe presto ritornato a Roma e tutto sarebbe finito.

Infatti Roma dovette capitolare. Gl'Italiani che la difendevano,
ridotti senz'armi e senza munizioni, si arresero. Roma non si mosse.
Molti romani generosi avevano certamente partecipato alla difesa della
città santa, ma il suo popolo vi aveva assistito come ad uno
spettacolo. Se Roma si fosse difesa come Saragozza, gli eserciti
stranieri discordi non l'avrebbero presa; se le popolazioni delle sue
provincie fossero insorte, li avrebbero fatti prigionieri. Roma non
era più Roma; i Latini, i Sanniti, i Bruzii moderni non somigliavano
più ai confederati di una volta, frammezzo ai quali Annibale non aveva
osato inoltrarsi. La Costituente si disciolse prosaicamente; Mazzini,
ultimo italiano, dovette nuovamente esulare solo.

Appena tacquero i cannoni, squillarono le campane.

La città dei preti e dei servi, usa a vivere della ospitalità degli
alberghi, accolse gl'invasori precedenti il pontefice e che tronfi
della facile vittoria rattenevano a stento il disprezzo per un popolo
senza coscienza di patria in una città, che era stata la coscienza del
mondo.

Tutto era perduto. Caduta Roma, Venezia vincitrice non avrebbe giovato
nè a sè medesima nè all'Italia.

Un silenzio di morte si stese sulla penisola, rotto dalle chiocce
invocazioni del clero osannante nelle chiese al ritorno del pontefice,
mentre un gran vuoto si faceva improvvisamente nelle coscienze di
tutti. Quella rivoluzione vinta, insultata nell'agonia, morta
diventava qualche cosa. Rivoluzionari e reazionari al rumore della
caduta di Roma si guardarono in viso allibiti: che cosa significava
quella repubblica vissuta un giorno nella gloria tragica di un assedio
senza scampo e morta di ferite fratricide senza gettare un grido di
paura o di odio?

I suoi soldati, ultimi superstiti di un'epopea che forse un giorno
avrà un poeta grande quanto Omero, si dicevano usciti dalle mura,
dispersi. Che cosa era avvenuto di Mazzini? Garibaldi era forse
prigioniero?

Ognuno se lo domandava, nessuno lo credeva.

Un fascino misterioso circondava quest'uomo rendendolo superiore a
tutte le circostanze.

Mazzini esulava, Garibaldi si ritirava, nessuno dei due fuggiva.

Coi rimasugli dell'esercito, forse un quattromila uomini, Garibaldi
era uscito al momento della resa da porta S. Giovanni. Il popolo lo
aveva visto ritirarsi con un senso di ammirazione paurosa. Come
avrebbe egli potuto salvarsi per una campagna tenuta da tre eserciti,
ognuno dei quali tanto maggiore del suo? Garibaldi andava innanzi
pallido e biondo. La serenità della sua fronte entrando dalla porta
nella campagna, era degna di Roma; aveva perduto la battaglia ma la
guerra proseguiva. Invece i soldati laceri e sfiniti, senza quella
fede incrollabile del generale nella unità d'Italia, cadevano quasi
sotto il silenzio di Roma. Non uno sguardo dalle mura dell'immensa
città li seguitava per la morta campagna.

La ritirata cominciava senza meta e senza scopo. Perchè salvarsi? Dove
salvarsi? La desolazione della campagna, eterna come Roma, avvolgeva
la disperazione di quelle ultime ore. Solo Garibaldi alzava la fronte
sul deserto e lo dominava colla sicurezza di chi scruta oltre i suoi
confini nelle terre che lo attendono. Roma era presa, ma l'Italia
poteva sollevarsi ancora. Perchè la ritirata da Roma non sarebbe un
ritorno dall'isola d'Elba? Il numero dei soldati non montava, giacchè
il popolo è senza numero, e dai monti, dalle valli, dalle pianure che
vanno a bagnarsi nelle paludi, dalle città che nessuna milizia
occupava, dai villaggi, dai porti, dai litorali deserti, fino dalle
vette più inesplorate insorgerebbero italiani al tuono delle nuove
battaglie, che inseguito da tutti i nemici egli darebbe a tutti loro
per tutte le terre d'Italia. Ora che le singole rivolte erano fallite
doveva cominciare la resistenza generale. L'Italia medioevale aveva
fatto le ultime prove in questa insurrezione frammentaria, inspirata e
sorretta dalle energie delle tradizioni locali, ma un'altra Italia
disciplinata da Mazzini nelle società secrete, rappresentata al
supremo sacrificio di Roma da' suoi figli più prodi poteva sorgere e
vincere.

Traversare l'Italia, sollevarla, spingerla sugl'invasori e mentre essi
dispaiono nella battaglia di tutto un popolo contro un esercito,
salire sulle Alpi e gridare all'Europa attonita: che la rivoluzione ha
vinto e un'altra Italia comincia per tutti una nuova storia di
libertà....

Era il sogno di quel momento, l'alba che egli vedeva attraverso il
crepuscolo sinistro di quel giorno di sconfitta.

Il pericolo dell'aperta campagna rianima la piccola truppa; Roma si
allontana all'orizzonte, mentre il deserto dell'agro romano si
distende oltre lo sguardo e le memorie dei più in una desolazione così
sublime che rivela loro la grandezza della propria.

L'anabasi incomincia: tre eserciti li cingono e li perseguono.
Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude, li inganna;
muta passo e direzione ad ogni ora, aumenta di velocità, dissipa le
proprie traccie, è introvabile, invincibile. Agile come un serpente,
ha dei balzi e delle ferme di leone che seminano nei persecutori la
confusione e la paura: guadagna i monti e vi si perde, sempre
inseguito e sempre in salvo, moltiplicando gli stratagemmi e gli
eroismi, lasciando ad ogni tappa una gloria e una speranza.

Il popolo non si è mosso e non si muove. I contadini lo guardano
passare svelto e superbo pei campi, seguito da soldati che di umano
non hanno più che la fatica e il dolore, e abbassano gli occhi colla
indifferenza di una ignoranza cui nulla più commuove, di una servitù
che da secoli non ha più tentazioni di libertà. Le città e i villaggi,
dove giunge, non lo ricevono o almeno non vorrebbero riceverlo,
percossi dalla notizia degli eserciti che lo inseguono o meravigliati
di vederlo vivo e forte, mentre una voce misteriosa lo annunziava
morto ad ogni ora. L'orrore dei sacrilegi immaginari di Roma allontana
da quei superstiti ribelli la pietà dei credenti, che il ritorno del
papa ha entusiasmato; le amare delusioni rivoluzionarie li colpiscono,
il solito disprezzo pei vinti li insulta.

Il piccolo esercito non è più che un manipolo, la stanchezza disperata
delle marcie ha di già abbattuto la maggior parte dei soldati avviliti
dalla indifferenza ostile del popolo. Solo Garibaldi, che non spera
più, non cede ancora. Invece di irritarsi di quella viltà del popolo,
la comprende e lo compiange. Tre o quattro secoli di schiavitù non si
cancellano in un giorno: il popolo che non ha ancora potuto credere,
malgrado ogni dimostrazione scientifica, al giro della terra intorno
al sole, perchè crederebbe subito che la storia giri intorno alla
libertà? I dolori centenari della sua immobilità sulla gleba fecondata
sotto l'occhio avaro del padrone e il sorriso beato del prete erano
ben maggiori delle sofferenze di quella ritirata, che la morte poteva
ad ogni istante interrompere e consolare: ma il popolo che non muore e
non si ritira, non poteva credere ancora alla propria resurrezione, nè
all'eroismo di coloro che avevano invano tentato di morire per
ottenergliela.

Garibaldi marciava sempre. Amici e nemici, nessuno in Italia sapeva
bene dove si trovasse; egli stesso ignorava la propria meta. Un
istinto lo guidava. La reazione trionfante in tutta l'Europa si
ricordava appena di lui per chiedere sbadatamente se lo avessero
fucilato, il popolo l'abbandonava, Mazzini l'astro del suo pensiero
era scomparso o si era spento, Roma si stordiva d'incenso e di
scampanio, i tedeschi stavano per uccidere Venezia, Genova più
infelice era stata riconquistata dai Piemontesi.

Egli solo, inerme capitano di un manipolo d'inermi, restava
all'Italia.

La sua coscienza lo sentì. Per una di quelle attrazioni che la poesia
è pronta a cogliere ma delle quali il volgo ride, avendo invano
traversato l'agro latino, l'Umbria, le Marche verso la Romagna, si
diresse a S. Marino per disciogliervi, ultimo difensore della
repubblica romana, nella libertà della sua minima ed antica
repubblica, le supreme reliquie dell'esercito, col quale aveva sognato
di sollevare l'Italia. I tempi non erano maturi: d'altri dolori e di
più profondi studi aveva d'uopo l'Italia per risorgere.

Egli riservato a quel giorno doveva restar solo e sparire.

Quindi senza un lamento congeda il drappello degli ultimi che
l'avevano seguito. Napoleone aveva singhiozzato a Fontainebleau
stringendo la mano al generale della sua vecchia guardia, e sublime
egoista le aveva gridato: Scriverò nell'esilio quanto operammo
insieme! Garibaldi moralmente più grande si perde nella sventura
d'Italia e non ha un solo motto d'orgoglio dopo tanti eroismi. Al
momento di sbandarsi generale e soldati, egualmente profughi e cercati
a morte, dimenticano ogni gerarchia di merito e di ufficio per
stringersi semplicemente la mano, forse per l'ultima volta, e si
separano.

Egli volle restar solo.

L'epopea si muta in romanzo. La ritirata è finita, il pellegrinaggio
incomincia. Invano gli consigliano di radersi la barba e di mutare
abito, giacchè la sua fisonomia e il suo abbigliamento reso popolare
dai ritratti è nella coscienza di tutti. Egli nega, non sa dirne la
ragione, ma nega. Tale prudente menzogna del viso e delle vesti
avrebbe mutato il suo pellegrinaggio in una fuga, e Garibaldi non può
fuggire. Sua moglie Annita, meravigliosa fusione di Andromaca e di
Clorinda, lo segue incinta e non teme; un amico solo, un capitano, li
accompagna. Come ha egli ottenuto questo privilegio? Forse da Annita
troppo ammalata malgrado tutto l'eroismo del suo cuore.

Da S. Marino scende al mare, s'imbarca, approda tra le valli di
Comacchio, s'interna nella pineta di Ravenna; perchè raccontare tutto
questo? Troppo e troppo sconciamente lo dissero poi tutti coloro che
lo giovarono di aiuto. La vanità dei salvatori fu questa volta
maggiore della grandezza del salvato; egli aveva sempre ricordato nel
silenzio della gratitudine, essi si percossero di contumelie dopo la
sua morte, litigandosi ognuno il vanto di averlo salvato e confessando
così tutti insieme di non averlo conosciuto.

Ma la sventura d'Italia persegue l'ultimo italiano; come l'Italia
aveva tutto perduto in quell'ora, a lui non doveva restare nulla, nè
un soldato nè un amore. Annita vinta dal travaglio di quella caccia,
che non dà requie, s'arresta un momento e spira. Garibaldi, solo, non
può nè soccorrerla nè seppellirla. Il suo dolore rugge colla bufera
che tormenta la pineta, ma la sua anima non cede tuttavia alla
tentazione della morte.

Morta Annita, l'Italia moribonda che aveva con lei diviso il suo
cuore, vi rimane sola, sventurata erede di nuova sventura; ma il cuore
di Garibaldi non si restringe. E i pericoli si rinnovano, la morte
incalza. Adesso tutto il mondo sa che Garibaldi, congedati gli avanzi
dell'esercito col quale era sfuggito alla capitolazione di Roma, erra
sul littorale di Ravenna in cerca di scampo: spie e pattuglie lo
cercano. Appena ravvoltolato nella sabbia il cadavere della povera
Annita, che i cani scovrirono e rosicchiarono nella notte, muta
ricovero di capanna in capanna, protetto da povera gente, più triste
perchè più solo, ma quasi tranquillo. Tutte le speranze d'Italia erano
ospitate nel suo cuore: egli lo sentiva e camminava senza affrettarsi
e senza nascondersi, seguendo le guide che il destino gli mandava e
dicendo a tutti:

--Sono Garibaldi, insegnatemi la strada.

Quale?

E lo guidavano al sicuro.

Fra tanti, cui si scoperse, nessuno dubitò di lui e lo tradì. Un
fascino fatale lo proteggeva. Biondo, coi capelli lunghi come la
criniera di un leone, coll'occhio azzurro come l'azzurro delle più
belle albe italiane, vestito come tutti i soldati d'Europa l'avevano
veduto sulle mura di Roma fra le tempeste dell'assedio, nessuno dei
tanti drappelli nemici, cui s'imbattè, lo riconobbe. Se gli avessero
chiesto il nome, avrebbe risposto:

--Garibaldi.

Non glielo chiesero.

Egli taceva abbandonato al proprio destino, non avvertendo quasi più
nulla di quanto accadeva intorno a lui. Una quiete superba si veniva
facendo nel suo spirito, come una inesplicabile sicurezza di essere
già in salvo per potere più tardi salvare l'Italia, e che raggiandogli
da tutta la persona assoggettava istantaneamente quanti gli si
accostavano per aiutarlo. Non pareva più un proscritto, ma un
incognito fatato e fatale. Comandava e accettava serenamente grato
della assistenza e sicuro nel comando.

E alla voce che lo gridava già morto quando nei giorni passati alla
testa di quattromila uomini scorreva l'appennino, ora più solo e
abbandonato che in alcun tempo della sua vita, ne era succeduta
un'altra che lo diceva salvo. Nessuno sapeva nè dove nè come, ma
Garibaldi doveva essere salvo.

Dai monti di Modigliana Don Giovanni tendeva l'orecchio a questa voce.

Per lui Garibaldi era ormai tutta l'Italia. La rivoluzione fallita per
sola colpa degli Italiani, che l'avevano indebolita disgregandola
nelle vanità delle singole provincie, non aveva avuto che due uomini,
Garibaldi e Mazzini: tutti gli altri per quanto alti di pensiero e
generosi di sentimento non erano arrivati al concetto in una sola
Italia. La maggior parte di essi, mascherando le vanità paesane di
piccoli studi storici, invocavano una federazione che mancando
dell'idea fondamentale dell'unità non avrebbe mai potuto produrre la
necessaria unione di tutti gl'interessi divergenti per combattere lo
straniero e conquistare la libertà. La confederazione possibile in uno
Stato già indipendente o livellato da una servitù uniforme,
nell'Italia d'allora non era che una ipocrisia dietro la quale i suoi
piccoli Stati tentavano salvarsi dalla rivoluzione; e coloro fra i
rivoluzionari che la caldeggiavano, e ve ne furono d'illustri,
dimenticavano la vera necessità del momento politico per smarrirsi
nella compiacenza di un futuro discentramento amministrativo, il quale
giovandosi dei caratteri spesso antagonisti delle nostre razze, e
delle incredibili differenze del nostro clima, traesse poi da tutte le
nostre forze parallelamente ordinate tutta la varia quantità di
risultati che possono dare.

Don Giovanni si era accorto fra i primi dell'errore della
confederazione. I moti parziali che avevano preceduto il 48,
determinati dalle diverse energie e condizioni delle provincie, erano
miserevolmente finiti: gli stessi dolori li avevano eccitati, le
medesime vanità li avevano condotti a fallire. Austria e clero
tremendamente unitari avevano sempre riso e seguiterebbero a ridere di
ogni tentativo rivoluzionario senza unità di mezzi e di scopi. Le
monarchie italiane costrette dalle necessità dei tempi a simpatizzare
colla rivoluzione, negandola nel proprio secreto per egoismo
d'esistenza, parlavano naturalmente di costituzione e di
confederazione per indebolire con piccoli fatti liberali e con grandi
promesse di libertà l'apostolato di Mazzini, che secondata abilmente
l'illusione federale monarchica, era ritornato più forte di prima alla
predicazione dell'unità.

Ma i tempi immaturi gli avevano mancato. Austria e clero coalizzati
avevano trionfalmente resistito a tutti gli sforzi del suo genio.
Caduta Roma, l'Italia rientrava nella infermità delle proprie forme
storiche, uscendo dalla rivoluzione come da un brutto sogno.

Il solo torto di Mazzini, secondo Don Giovanni, era di aver troppo
insistito sulla necessità di un nuovo cristianesimo più morale che
dogmatico, senza tradizioni e senza gerarchie. Certo nessuna
rivoluzione può prescindere dall'elemento religioso, sotto pena di non
essere rivoluzione intiera, ma quel dissidio filosofico con Roma aveva
indebolito, disperdendolo in altri campi, lo sforzo rivoluzionario. La
rivoluzione francese più abile e più profonda aveva preferito negare
il cattolicismo per giovarsi dei dolori e degli odii da esso prodotti
in tanti secoli di tirannia e di corruzione. Mazzini aveva sognato
contemporaneamente la resurrezione e la rigenerazione dell'Italia. Era
troppo. La lirica delicata e veemente del suo sentimento religioso,
invece di sollevare gli animi contro le brutture del cattolicismo,
riscalducciava la bigotteria latente in tutte le coscienze rendendo
più ascoltati i preti, che affermavano essere nella religione l'unica
verità della vita. Troppa era ancora l'ignoranza e la bassezza di
cuore perchè il nuovo cristianesimo umanitario di Mazzini fosse
compreso.

E piuttosto che una riforma questo pareva ai più una confessione
umiliante d'inferiorità in faccia al cattolicismo, mentre la scienza
aveva già spezzata da un pezzo l'orbita cristiana.

Invece Garibaldi, cansando il problema della rivoluzione religiosa,
aveva urtato impetuoso nell'ignobile tirannia di Roma: quindi
coll'infallibile intuizione popolare affermando cattolicismo e
romanismo, clero e religione identici nell'attualità storica, aveva
capitanato contro di essi l'odio delle plebi, solo rattenendolo negli
accessi per magnanimità di natura. Se nessuna forma religiosa era
stata rispettata da lui, nessun prete innocente o colpevole aveva
patito persecuzioni.

Questa sintesi del suo cuore era stata più larga ed efficace della
sintesi intellettuale di Mazzini per la rivoluzione.

Garibaldi solo in quel momento era tutta la rivoluzione: guai se fosse
morto!

A questo pensiero, che lo tormentava notte e giorno, Don Giovanni si
sentiva letteralmente morire. L'inerzia, nella quale si era per
eccesso di chiaroveggenza condannato durante il periodo
rivoluzionario, gli aveva prodotto nell'anima una specie di sdegno
contro sè medesimo che l'azione solamente avrebbe potuto calmare.
L'agonia d'Italia gli diventava rimprovero alla calma della sua vita
di cacciatore e di prete. Bisognava pur soffrire e morire in un'ora
che Dio aveva concesso alla morte. A Napoli, a Roma, a Venezia, a
Milano, dappertutto si moriva: gli ultimi tiranni trucidavano i nuovi
martiri; framezzo a un popolo per troppa miseria ignaro ed ignavo
drappelli di generosi morivano baldamente, gettandogli per ultimo
grido una parola di rivolta e di amore.

Garibaldi errava solo per la foresta di Ravenna; così gli avevano
scritto vecchi congiurati. Bisognava quindi salvarlo, adesso che Roma
da lui difesa sorrideva agli stranieri invasori e Venezia si
arrendeva, e il Piemonte per conservare la larva del proprio statuto
sotto le minaccie dell'Austria mutava larva di re; e il triumvirato
toscano, ombra del triumvirato romano, spariva nelle tenebre della
reazione granducale; e i borboni ritiravano a Napoli la costituzione
insanguinandola nelle vie, e la rivoluzione falsata a Parigi dalla
repubblica francese, che mandava ad assassinare la repubblica romana,
era tradita a Vienna, soffocata a Berlino nel sangue più generoso:
salvarlo adesso che generale senza esercito errava fra il popolo
incapace di riconoscerlo, ormeggiato da spie, circuito da pattuglie
pronte a fucilarlo! Morire ma salvarlo, perchè egli solo poteva un
giorno rialzare l'Italia, essendo stato solo a concepirla e a
combattere per l'Italia libera ed una! Mentre i più illustri uomini
delle varie provincie disonoravano di lamenti e di contumelie
reciproche la sventura di quell'ora, Garibaldi già rituffatosi nel
popolo e subitamente dimentico della propria gloria di generale, non
si difendeva, non si vantava. Come prima di battersi in Italia per
l'Italia, comprendendo per lei il bisogno di una nuova gloria
militare, era andato a conquistarla in America: sentendo che il torto
della rivoluzione fallita era solo dell'Italia, più coraggioso di
tutti nascondeva col proprio silenzio quella viltà all'Europa, conscio
per prova che il raccoglimento del dolore è sempre più fecondo di
tutta l'agitazione delle diatribe. Taceva ed errava. Dov'era in
quell'istante? Qual nuovo disastro lo colpiva?

Ma Garibaldi non poteva salvarsi che per la via di Toscana.
L'esperienza di Don Giovanni, che aveva trafugato tanti proscritti, lo
assicurava di questa necessità. Tutta la legazione di Ravenna era
coperta di pattuglie e di spie; impossibile penetrare nel Veneziano o
muovere per Bologna verso i ducati.

Ma ad ogni ora il pericolo aumentava: i minuti erano forse contati.

Dov'era Garibaldi?

Sotto il suo mantello di proscritto egli portava allora tutta la
fortuna d'Italia.

Bisognava salvarlo a qualunque costo, e che un prete fosse il suo
salvatore.

Garibaldi rimasto solo non era più l'eroico avventuriero d'America,
che figlio di patria schiava vinceva per la libertà di altre terre;
non il generale improvvisato che difendeva Roma contro l'Europa e la
repubblica contro l'impero e il papato, ma tutta la rivoluzione.
Coll'infallibile istinto del genio, fallita l'impresa di sollevare
l'Italia, aveva licenziato i soldati rinunciando a ritardare
inutilmente la resa di Venezia. Nessuna resistenza giovava più;
bisognava riserbarsi ad altro tempo, forse prossimo, ritemprandosi in
migliore preparazione. La nuova rivoluzione avrebbe mutato metodo e
processo. La trepidazione vile ed avara, colla quale tutti i piccoli
governi della penisola s'affannavano a ritirare dal naufragio quanto
meglio potevano, profittando magari delle peggiori condizioni del
vicino, significava che della rivoluzione vinta e della rivoluzione
futura non avevano la più piccola coscienza. Dopo di essersi battuti
per velleità nevrotiche contro lo straniero, si liticavano
stiracchiando i confini come i moribondi tirano le lenzuola. Avrebbero
ceduta tutta l'Italia per protrarre di un miglio la propria linea
doganale.

Roma benediceva e malediva. Per lei tutta la rivoluzione era infame, e
l'Austria tiranneggiava l'Italia per diritto divino, e Ferdinando
valeva S. Luigi, e Isabella di Spagna Santa Teresa, e la libertà era
falsa, la patria solamente in cielo, la storia italiana immutabile col
papa re di poche provincie esauste, col napoletano selvaggio nelle
campagne o putrido nelle città, col lombardo-veneto soffocato dai
croati, coi ducati lacerati da maniaci come Carlo III o da usurai come
Francesco V, con governi tutti senza garanzia di rappresentanza
nazionale, coi mari senza navi, coi campi senza strade, colle
frontiere senza eserciti, colle scuole senza scienze, colle arti senza
ideali, colle chiese senza Dio.

Era il programma di Roma.

No.

Non era vero, nè il cristianesimo nè il cattolicismo erano così. La
redenzione di Cristo non poteva conchiudere all'oppressione del mondo
per opera della sua chiesa. Una difficile e tremenda menzogna agiva
dentro la tradizione divina. La storia ecclesiastica, che avrebbe
dovuto essere la storia dell'ideale verso cui la storia umana piena di
delitti e di catastrofi doveva costantemente sollevarsi, non era più
stata, dai primi tempi della persecuzione e dell'assisa dei dogmi,
quello che doveva. Il mondo da lei purificato l'aveva corrotta; filtri
e lambicchi finiscono sempre così. I papi s'erano scannati fra loro, i
cardinali li avevano venduti, gl'imperatori erano spesso riusciti ad
assoggettarli; i preti, eredi di martiri, che avrebbero sempre dovuto
aspirare al martirio, s'erano abbandonati alle cupidigie di ogni
impero, e impotenti perchè il loro carattere sacro derivava da una
amputazione del carattere umano, avevano finito col preferire le
ricchezze alla gloria. Per conservare un minimo regno ottenuto da una
falsa donazione, quasichè i regni potessero donarsi, difeso per secoli
contro insurrezioni feudali e municipali, sempre negato dal popolo,
non avevano dubitato di turbare la storia di tutte le genti.
Possessori di beni immuni d'imposte, esenti da ogni obbligo civile,
erano quindi diventati stranieri nel mondo, entro il quale per
turbolenza di vizi avevano voluto discendere e sul quale avevano
regnato nel nome dell'ideale. No; Roma, sede del papa perchè il
cattolicismo è universale, non poteva e non doveva essere un feudo del
pontefice prolungando nel mondo moderno l'errore della feudalità, che
faceva risiedere la sovranità in un uomo invece che nella legge. Il
cristianesimo non era monarchico; il mosaismo stesso non lo era stato
che a malincuore e solamente di forma, poichè la legge non v'era fatta
dal re. Perchè dunque il papa avrebbe un regno? Per la sua libertà? Ma
un papa è sempre libero, perchè la religione è un fatto della
coscienza; si può uccidere un papa, non dominarlo. E perchè egli
temerebbe di morire per opera di coloro, che incapaci ancora di
apprendere le divine verità del cristianesimo rappresentano gli eterni
gentili, che il cristianesimo deve convertire? Una religione non deve
essere sempre in istato di conquista, e nella conquista il vincitore
non muore quasi sempre?

Che cosa era il cattolicismo nel cristianesimo? L'uniformità entro
l'unità, mentre il protestantesimo e tutte le altre confessioni ne
rappresentavano la varietà. Il cattolicismo era necessario al
cristianesimo come la grande strada ai viottoli, che vi si immettono,
ma a traverso le sinuosità di ogni curva l'una e gli altri miravano
alla medesima meta.

Perchè dunque i papi volevano un regno puramente mondano e i preti
cercavano sottrarsi ai pesi che la vita e la storia distribuiscono al
resto degli uomini?

Ma a traverso tutte queste domande in lui ancora troppo torbide
un'idea si faceva largo e splendeva.

Un prete doveva salvare Garibaldi.

Egli voleva essere quel prete.

Era tempo.

Da molti secoli Roma difendeva cogli anatemi i propri privilegi
politici, ma perdonando fatalmente appena fossero del tutto perduti.
Esenzioni dalle imposte, decime, immunità, gradi, uffici, tutte le
forme politiche del cattolicismo nel medio evo erano state abbandonate
da Roma dopo la più accanita difesa senza che coloro stessi, che li
oppugnavano, credessero di uscire dal cattolicismo. E Roma non aveva
osato ostinarsi nella contraria teorica. Invincibile nelle polemiche,
aveva sempre creduto alle resistenze popolari contro i suoi privilegi
mondani. Le discussioni filosofiche presto o tardi andavano a
percuotere in un dogma incrollabile sfracellandovisi, e Roma allora le
designava al mondo con una condanna: l'opposizione muta e sorda del
popolo contro le sue esorbitanze di regno o i suoi eccessi di dottrine
tendenti a pareggiare nella necessità della salvezza i precetti
disciplinari ai dogmi fondamentali, l'avevano sempre costretta a
rientrare lentamente in sè medesima.

Bisognava dunque agire invece di discutere, perchè le polemiche
irritano e gli esempi confortano. In quel momento Roma papale
rinnovava tutti gli errori de' suoi molti secoli di storia. Il papato
ricomponendosi il trono sulle rovine della rivoluzione aveva bisogno
della morte di Garibaldi; questi vivo, il popolo si ricorderebbe
sempre della breve repubblica romana guardandone i triumviri o il
generale e li stimerebbe sempre capaci di ricominciare. L'Austria
accorsa in aiuto del papa aveva altrettanto bisogno di uccidere in
essi l'idea della unità italiana. Gli ultimi casi della guerra si
prestavano meravigliosamente a una fucilazione quasi irresponsabile
per il governo; una pattuglia l'eseguiva, se ne riprovava magari
l'uffiziale, premiandolo secretamente. Le monarchie e i ducati
italiani ripristinati, folli di paura e d'egoismo reazionario,
applaudirebbero: il popolo mal desto dalla rivoluzione, aggirato dalle
calunnie, blandito negli interessi e nelle abitudini lascerebbe
compiere il delitto, che una interpretazione vaticana avrebbe subito
chiamato espiazione.

Bisognava che un prete scevro d'intenzioni riformiste e rimasto come
estraneo alla rivoluzione lo impedisse.

Ciò avrebbe significato che Roma aveva torto e che la dottrina di
Cristo non escludeva nessuna libertà. Il cattolicismo distrigandosi
così dal romanismo nella coscienza del clero avrebbe affermato che il
papa infallibile nella definizione di un dogma era fallace in tutto il
resto, e che gli si doveva magari in certi casi resistere.

Erano idee vecchie, ma erano la stessa rivoluzione tentata invano dai
magni spiriti ribelli e che avrebbe finalmente trionfato contro la
Roma dei papa-re. Salvare Garibaldi non era un votare per la
repubblica romana, che aveva dichiarata la fine del potere temporale?
Garibaldi riassumeva nella propria figura il principio e la storia
della rivoluzione.

Se Don Giovanni avesse potuto salvarlo, Roma non avrebbe osato
condannare.

Don Giovanni era sicuro di ciò; avrebbe potuto essere ucciso da una
pattuglia non colpito da una sentenza. Roma costretta a contraddirsi
dalla religione di Cristo, ecco l'immenso beneficio religioso che
sarebbe derivato al mondo dal supremo beneficio politico di aver
conservato Garibaldi all'Italia.

Così fu.

Dopo parecchi giorni di giri e rigiri per la pineta colle pattuglie
nemiche sempre alle calcagna, Garibaldi si decise per consiglio di
coloro che lo proteggevano ad abbandonarla. Siccome l'unica via era
quella di Toscana, fu scritto a Don Giovanni. Non gli si poteva
indicare il giorno, ma lo si avvertiva di trovarsi dalla sera all'alba
presso la dogana delle Balze. Così la rivoluzione finiva dopo un
lustro circa dove era scoppiata l'insurrezione. Egli non vi mancò.
Tutte le notti andava solo, mutando strada, armato, a questo
appuntamento, dal quale dipendevano le sorti dell'Italia. Nessuno ne
sapeva nulla: le sue abitudini di cacciatore lo protessero anche
questa volta. Erano aspettazioni tremende. Accovacciato sopra la
strada dietro un rialzo, dominandola per quanto le sue sinuosità
glielo permettevano, tendeva gli occhi e gli orecchi nel buio per
distinguere ogni passo. Nella sua fantasia diventata improvvisamente
timida si componevano e svanivano mille scene drammatiche: Garibaldi
non poteva giungere al confine, lo avevano già arrestato nella pineta,
lo inseguivano lungo la strada, lo raggiungevano tempestando;
Garibaldi inerme non tentava nemmeno di fuggire.... Era preso!

Più spesso gli sembrava di distinguere nel buio la sua fisonomia in
tutti coloro che passavano in biroccino. Quando i doganieri entravano
o uscivano dalla dogana per disporre un agguato ai contrabbandieri,
gli pareva che guardassero nella tenebra contro di lui e sorridessero.
Anch'essi sapevano che aspettava Garibaldi! E allora le sue mani
stringevano convulsamente la carabina, mentre tutti i muscoli gli si
tendevano per un balzo improvviso. Gli sembrava che Garibaldi sorgesse
in quel momento alla svolta della strada.... e allora egli gli saltava
incontro gridando:

--Fuggite, basto io a trattenerli.

Se quelle notti fossero state molte, la sua ragione ne avrebbe
sofferto. Ma l'appuntamento venne mutato; era stata scelta la strada
di Ravenna per la Coccolia e Forlì. La notte del 20 agosto Don
Giovanni, avvisato, si recò in cima al monte di Trebbio, che divide
Modigliana da Dovadola: pioveva dirottamente. Giunse Garibaldi in
carrettino; Don Giovanni uscì dal nascondiglio, il cuore gli batteva
da scoppiare. Non aveva riconosciuto il Generale perchè non lo
conosceva, ma lo aveva sentito. La strada e la notte erano deserte: nè
un baleno, nè una voce.

Garibaldi già disceso aiutava un compagno.

--Sono io, disse Don Giovanni.

--Sono io, rispose Garibaldi.

Tutto era detto.

--Andiamo?

--Il mio compagno è ferito e non può camminare, soggiunse Garibaldi
con voce calma.

Don Giovanni, che aveva riacquistato tutta l'energia della propria
natura nel pericolo di quel momento, ebbe un impeto che frenò a
stento. Che importava del compagno?

La strada era pericolosa, da un istante all'altro si poteva essere
sorpresi. Perchè imbarazzarsi di un soldato? Egli, Don Giovanni,
andrebbe avanti: al primo incontro ripiegherebbe; se fossero gendarmi
direbbe a Garibaldi di fuggire e resterebbe a divertirli facendo
fuoco. Perchè un compagno? mormorava nel proprio pensiero.

--Bisogna trovare una vettura.

La voce del generale era dolce ma imperiosa. Don Giovanni ubbidì;
proseguirono essi a piedi, il ferito sul carrettino che li aveva
condotti. Lungo la strada abitava un altro parroco, amico e congiunto
di Don Giovanni; questi batte all'uscio, lo fa alzare, gli domanda
cavallo e carrettino. L'altro acconsente. Don Giovanni fa guidare al
garzone di casa, tanto per aver qualcuno da ricondurre il cavallo;
giungono al Marzeno. Il temporale ha mutato il fiume pacifico in
furioso torrente.

Don Giovanni rimanda garzone e cavallo.

La notte era fosca, il fiume ruggiva. Allora Don Giovanni si offerse e
impose a Garibaldi e al suo compagno di montargli sulla schiena: egli
si sarebbe lanciato a nuoto portandoli così sull'altra riva. Era
talmente sicuro di sè che non si spogliò nemmeno. Garibaldi titubava.
Marinaio, gli sembrava ridicolo guadare un fiume sulle spalle di un
altro uomo. Ma in quel momento Don Giovanni, che avendo deposto il
capitano Leggero sull'altra riva ritornava per prendere Garibaldi, gli
disse colla voce ferma di chi sa di essere l'arbitro della situazione,
presentandogli le spalle:

--Montate; Generale, voi conoscete il mare, ma io conosco il mio
fiume.

Garibaldi comprese la semplicità eroica dell'invito e si arrese.
Quando toccarono la sponda Don Giovanni trasse un forte respiro, e
cercando la mano del Generale gli disse con voce tremante:

--Grazie!

Passato il pericolo l'emozione lo vinceva. Ma fu un attimo; si
abbassò, afferrò robustamente il ferito disteso sull'erba, se lo
caricò sulle spalle e, accennando a Garibaldi di seguirlo per un
sentiero tortuoso e dirupato, guadagnò l'orto della propria casa e
furono al sicuro.

La grande azione della sua vita era compiuta, tutto il resto ne
discese.

Perchè raccontare la vita degli otto giorni che Garibaldi passò nella
sua casa? Quello che dissero e quello che sognarono per l'Italia? Don
Giovanni nella forte modestia della propria natura non se ne aperse
con alcuno; quello solo che poterono poscia indovinare gli amici fu
che Garibaldi temeva per Don Giovanni, e questi per Garibaldi. Perchè
il Papa re di Roma, che faceva fucilare a Rovigo l'eroico Ciceruacchio
e Ugo Bassi a Bologna, non avrebbe inferocito su Don Giovanni?

Una grande ragione v'era che Garibaldi in quel momento non capiva.

Dopo otto giorni, combinati accordi con altri patrioti, Garibaldi
sempre guidato da Don Giovanni, prese l'Appennino, giunse a
Palazzuolo, e per Pietramala, le Filigare e Prato potè arrivare a
Talamone.

Al momento di partire da Modigliana, il più ricco possidente del
paese, certo Papiani, l'unico che Don Giovanni avesse messo nella
confidenza di quella perigliosa ospitalità, offerse timidamente a
Garibaldi tutto il denaro della propria cassa. Questi gli strinse la
mano e rifiutò cortese, ma austero.

L'altro insisteva; Don Giovanni, che sapeva il Generale senza un soldo
e che non ne aveva neppure egli per imporglieli col diritto
dell'amico, che gli salvava la vita, sorrideva.

Garibaldi mantenne il rifiuto.

Partirono in una notte cupa; sempre pei monti giunsero sopra la Badia
di Susinanna, antico feudo del celebre Maghinardo.

Erano sfiniti. Don Giovanni vi conosceva un mulattiere, che abitava
presso il mulino, e pensò di svegliarlo per chiedergli i muli. Nascose
i due compagni in una fratta e avanzandosi sotto la casa lanciò un
sasso alla finestra del mulattiere.

I monti neri nella notte, appena divisi dal fiume, parevano più
sinistri in quella gola; l'acqua mormorava sotto il ponte con lamento
continuo.

La finestra si aperse.

--Chi va là?

--Sono io, Don Giovanni di Modigliana.

--Oh! che c'è?

--Scendi.

--Che c'è? Vengo subito: come mai lei qui? vengo, ecco!

E si sentiva il mulattiere meravigliato di quella visita parlare ad
alta voce nella camera vestendosi.

Poco dopo aperse l'uscio di casa; teneva una lanterna in mano.

Don Giovanni vi soffiò sopra.

--Che c'è?

--Sono io, zitto! Hai i muli a casa, Pio Nono?

Era questo il soprannome del mulattiere, e ricordandoselo Don Giovanni
sorrise.

--Ne ho uno solo.

--Basterà: mettigli il basto, debbo andare a Palazzuolo. Ho meco due
signori, sono stanchi. Che cosa vuoi?! non conoscono la montagna.

--Già, signori di città... ci vuole altro per i nostri monti. Lei,
viene da Modigliana?

--Sì.

--Entri, sarà stanco, mi faccia l'onore... Ecco, veda; ho ancora in
casa due fiaschi. Ma perchè mi ha spento il lume? scoppiò
improvvisamente a dire.

--Via via, fa presto; non entro. Ho lasciato quei signori, vado a
trovarli. Metti il basto al mulo e sali sulla strada: noi vi saremo.

Lo lasciò.

Dopo cinque minuti Pio Nono apparve sulla strada tenendo il mulo per
la briglia: la bestia s'arrampicava con passo violento, si sentivano i
suoi ferri battere contro i ciottoli.

--Ohè, piano! urlava Pio Nono, rattenendola per la catena.

La bestia era impetuosa, nera e piccola. Pio Nono ansava.

--Ecco! esclamò scorgendo il gruppo dei signori. È un mulo troppo
vivo, e lo frenava con visibile sforzo, mentre colla voce sembrava
incoraggiarlo, superbo di quella sua vivacità.

I tre parlamentarono; il capitano Leggero dovette inforcare il mulo.

--Io vado innanzi, disse Don Giovanni a Pio Nono traendolo in disparte
mentre teneva sempre la catena del capezzone nella mano, e il mulo
impaziente scalpitava sbuffando: lasciami cento o centocinquanta passi
di scampo; se incontro una pattuglia...

--Ah!--esclamò soffocatamente Pio Nono.

--Hai capito! Io torno addietro, tu caccia il mulo nel bosco, nel
campo, nascondilo o, se non è possibile, ripara i due. Io fischierò,
in una stretta faccio fuoco.

--Oh!

--Non hai paura tu?

Pio Nono non rispose.

--Siamo intesi?

--Ma chi sono?

--Umh! E Don Giovanni si mise l'indice sulla bocca; si trasse il
fucile dalla spalla, l'armò.

--Vado innanzi, siamo intesi.

Don Giovanni si perdette alla prima svolta del sentiero.

Pio Nono era rimasto pensieroso. Amico di Don Giovanni e conoscendone
le azioni, pensò tosto che quei due signori fossero due banditi, come
si diceva nel linguaggio del popolo, ma importanti. V'era dunque un
pericolo serio ad accompagnarli.

Ma Pio Nono era naturalmente coraggioso. I due tacevano; quello a
piedi camminava alla testa del mulo. Pio Nono colla catena del
capezzone nelle due mani stava indietro il più possibile e si faceva
quasi trascinare per moderare l'andatura della bestia. Pensava fra sè
inquieto:

--Piano, Garibaldi! gridò improvvisamente.

I due si voltarono.

--Garibaldi! ripetè Pio Nono dando uno strappone al mulo.

Garibaldi gli si avvicinò.

--Che cosa c'è? Mi avete chiamato?

--Chiamato? Che! È il mulo che non vuole andar piano. Don Giovanni mi
ha pure detto di andare adagio. È il mulo, sa; ha quattr'anni, è
troppo ardente. L'ho comprato due anni fa a Scaricalasino. Era grande
come un porco, ma bello veh! Me lo sono fatto io. Gli ho messo sul
groppone sino a due balle da quattrocento libbre l'una; pare una bugia
a dirlo. E sa come me lo hanno battezzato? Indovini? ma già, ha
sentito come lo chiamo; gli dicono Garibaldi.

--Ah! Garibaldi sorrise voltandosi al capitano Leggero.

--Da quanto tempo, questi domandò, chiamate così il vostro mulo?

--Oh! non è molto, da quando è incominciata la rivoluzione. Garibaldi
è il migliore soldato, e il mio mulo è il miglior di tutti: non è vero
tu, Garibaldi?

Si voltò alla bestia, scuotendo la catena. Il mulo s'impennò quasi.

--Piano, piano: vuoi proprio fare il Garibaldi? E dopo una pausa:
Anche lui chi sa dov'è, poveraccio!

L'accento di quest'ultima frase era così buono che Garibaldi commosso
gli tese la mano.

--Che cosa vuole? rispose Pio Nono imbarazzato da quel gesto.

--Garibaldi sono io: vi stringo la mano, non posso ringraziarvi
altrimenti.

E la voce e l'attitudine del Generale furono così epicamente semplici,
che l'altro comprese di botto: e abbacinato, più incerto ancora dopo
aver compreso, tremante di un sentimento inesplicabile allora e che
neppure in seguito è mai riuscito a spiegarsi, lasciò sfuggirsi la
catena.

--Eh via! Pio Nono, seguitò allegramente il Generale: non c'è da
ridere piuttosto?

In quel momento riapparve Don Giovanni.

--Niente? gli domandò il capitano Leggero.

--Che c'è?

--Don Giovanni! esclamò ancora attonito il mulattiere: è lui
Garibaldi, non il mio mulo.

Don Giovanni comprese che Garibaldi si era nuovamente scoperto e
voltandoglisi bruscamente:

--Ma Generale...

--Oh! questo Pio Nono non è come quell'altro, non tradirà.

Vent'anni dopo Pio Nono mi raccontava in una bettola di Palazzuolo il
grande aneddoto della sua vita.

--E il mulo? gli chiesi.

--Di quelli non ne ho avuti più.

--Come Garibaldi.

--Con tutto il rispetto di lei e di lui, già!

Ora Pio Nono dev'essere molto vecchio, ma siccome fa ancora il
carbonaio e la fuliggine dei sacchi gli tinge barba e capelli, è
impossibile indovinare quanti anni abbia.


IV.

Appena salvato Garibaldi, l'opera di Don Giovanni fu conosciuta da
tutti: non ch'egli la dicesse, ma coloro che avevano preso parte
all'ultima fuga da Modigliana per l'Appennino, di confidenza in
confidenza la propalarono. Il vescovado ne venne istrutto e ne scrisse
alla Curia fiorentina: di là il quesito andò a Roma, e non vi si
risolse. Perchè? Le ragioni furono molte, ma non ne fu detta alcuna;
accennarle sarebbe stato un accettare pubblicamente il problema posto
dai fatti, impegnandosi a sentenziare.

Il Papa appena di ritorno da Gaeta aveva stabilito una commissione di
tre Cardinali colle maggiori attribuzioni politiche. Una reazione più
minacciosa che tremenda incominciò quindi per tutte le provincie
papaline ancora esercitate dalle ultime convulsioni rivoluzionarie.
S'imprigionava per denuncia di adepti senza vagliare nè discutere:
scarse le condanne, ma insoffribili le vessazioni; tutto e tutti erano
minacciati. I preti gongolanti dalla gioia dopo gli spaventi della
rivoluzione infierivano; le superstizioni compresse scoppiavano quasi
collo stesso impeto della rivolta liberale, mentre le lotte fratricide
dei partiti sembravano preparare un'altra guerra civile fra il lutto
delle famiglie orbate dalla guerra e lo sgomento del popolo incapace
di capire cosa alcuna attraverso affermazioni egualmente assolute di
libertà e di dispotismo. Roma, fatta proclive alla satira dallo stesso
scetticismo che la prostrava, chiamò la commissione dei Cardinali
triunvirato rosso della porpora, che nullameno si bagnò di sangue.

Il papato si riaffermava come regno. Nulla della rivoluzione, che lo
aveva rovesciato prima per sopprimerlo poi con un decreto di popolo
unico nella storia, doveva durare; la rivoluzione ispirata da Satana
come idea si era politicamente esplicata nella più ignobile e ladra
delle anarchie. Così almeno dicevano i diarii cattolici di allora. Ma
coll'istinto del popolo, che aveva veduto la rivoluzione riassunta
nella testa di Mazzini e nel cuore di Garibaldi, il papato concentrava
i propri attacchi nelle loro due figure, mentre tutti i suoi
predicatori tuonavano dal pulpito e il Padre Bresciani, estremo dei
gesuiti letterati, preparava nell'ombra le serie dei propri libelli
romantici, destinati all'infamia di una celebrità pari alla ribalderia
delle intenzioni e alla goffaggine dell'arte.

La reazione europea secondava la reazione papale fra la guerra
fratricida dei rivoluzionari, che rendeva quasi credibili se non
accette le violente affermazioni dell'autorità regia e papale.

Una corrente di odio alimentata dagl'interessi lesi durante la
rivoluzione, e rinvigorita dalla nuova persecuzione, sollevava le
masse inconscie contro la borghesia liberale; l'aristocrazia
minacciata dai principii più che dalle leggi rivoluzionarie
s'appoggiava alla plebe, e il clero proteggendo i privilegi dell'una e
l'ozio dell'altra, solleticava tutte le passioni per servirsene contro
l'entusiasmo generoso, che la tragedia della sconfitta sembrava aver
accresciuto nella miglior parte del popolo.

Ma troppo logico e spietato per perdonare nemmeno sè stesso, il clero
aveva fatto fucilare a Bologna Ugo Bassi, usando colla solita
ipocrisia di regno una pattuglia di tedeschi.

Ugo Bassi, debole e nervosa anima di poeta, aveva predicato prima
della rivoluzione e si era quindi battuto eroicamente in molte delle
sue battaglie, ma frate e suddito pontificio doveva essere doppiamente
inviolabile pei tedeschi alleati del papa. Nullameno, lo si volle da
loro fucilato.

Era dunque una rappresaglia contro la rivoluzione già morta, una nuova
fase di guerra a esterminio.

Ma poichè il numero di un popolo è sempre superiore a ogni smania
omicida di tirannia, e nella presente civiltà non è nemmeno più
permessa la decimazione di un villaggio, la persecuzione si accaniva
contro i capi più illustri per grado o per ingegno, comprando contro
di essi accuse di tradimento verso la rivoluzione, e cercando
contemporaneamente di coglierli prigioni. Senonchè la maggior parte di
essi avevano esulato o esulavano protetti dal popolo, che diffidente
degli stessi governi cui sosteneva, simpatizzava con loro banditi e
proscritti. Questo sentimento ostile del popolo alla legge, e che oggi
dopo tanta libertà di costumi e di ordini non accenna a scemare, basta
di per sè a qualificare i governi che lo hanno prodotto nella sua
coscienza.

L'odio più vivo del papato era naturalmente a Garibaldi, maggiore di
Mazzini nella coscienza popolare dopo il terribile dramma della
ritirata da Roma. Vinto ed ucciso, la riprovazione religiosa, che
colpiva la repubblica romana nella coscienza dei più lo avrebbe
pareggiato a tutti gli eroi di quell'assedio; non vinto e vivo e in
salvo grandeggiava sul disastro di Roma e pareva promettere al mondo
una rivincita. Nessun delitto era quindi peggiore dell'averlo salvato.
Garibaldi era la negazione di Roma papale.

Colpirlo nell'idea che incarnava, mostrandosi onniveggente ed
implacabile contro coloro che l'avevano in lui aiutata, doveva essere
necessariamente il programma di Roma. Gli uomini d'arme che avevano
accompagnato Garibaldi dall'America, i politicanti che lo seguivano
ora nell'esilio, non erano per lei colpevoli che a mezzo, giacchè
negando tutte le religioni, la loro negazione di Roma perdeva ogni
valore nella falsità del loro ateismo. Forse, anzi senza forse, Roma
guadagnava alla loro guerra.

I nemici veri, quelli che occorreva ad ogni modo distruggere, erano i
nuovi cattolici o i vecchi cristiani che dichiarando incompatibile
colla religione di Cristo l'attuale costituzione pontificia,
intendevano a rimutarla nella teorica e nella pratica: Roma papale non
poteva perire che per opera loro.

La fucilazione di Ugo Bassi era quindi stata una dichiarazione di
guerra.

Ma Don Giovanni aveva nuociuto al Papa bene altrimenti del barnabita.

Bisognava quindi arrestarlo e condannarlo. Difficoltà non se ne
sarebbero incontrate. Il governo del Granduca, che aveva consegnato
Renzi e cercato di consegnare Gavazzi al principio della rivoluzione,
questa prostrata, e sostenuto dagli Austriaci, acconsentirebbe di buon
grado ad abbandonare in Don Giovanni un suddito altrettanto nocivo nel
passato che pericoloso per l'avvenire. Lo stesso abito sacerdotale
della vittima avrebbe reso più facile il sacrificio. Pio IX avrebbe
potuto come Papa chiamarlo a Roma e trattenervelo come Re. Nessuno
avrebbe protestato.

Ma anzitutto premeva impedirgli ogni esercizio del culto. Il popolo,
che lo sapeva salvatore di Garibaldi, doveva riconoscerlo quanto prima
per uno scomunicato da Roma sotto pena di credere che Don Giovanni
avesse fatto bene a salvare Garibaldi e che questi avesse ragione
togliendo al Pontefice ogni diritto politico. Nulla è più sicuro ed
inflessibile del buon senso popolare. Se il Papa non condannava coloro
che avevano aiutato Garibaldi a cacciarlo da Roma e a dichiararlo
decaduto dal trono, abdicava alla propria sovranità: se un semplice
prete poteva contraddirla, tenendo per la rivoluzione contro il Papa
senza venir meno ai propri principii o alterare il proprio carattere,
non era vero che la rivoluzione, opera del diavolo, fosse nata e
vissuta nell'errore.

Il clero lo aveva troppo affermato per riparare adesso dietro una
distinzione scolastica o una riflessione politica. L'anima popolare
violentata da troppi dubbi esigeva una soluzione netta; forse ai più
era indifferente che Don Giovanni rimanesse libero o finisse come Ugo
Bassi, ma qualunque incertezza da parte del Pontefice, allora
sostenuto da tutte le nazioni europee, sarebbe sembrata una
confessione di torto.

Le fucilazioni di Ugo Bassi e di Ciceruacchio eseguite dai tedeschi
potevano ipocritamente spiegarsi come ultimi fatti di guerra dolorosi,
ma impossibili a impedirsi dal Pontefice nel trambusto di un ritorno
angustiato da troppe occupazioni straniere. Se la sua regia autorità
ne restava compromessa, il suo carattere di alleato all'Austria
attenuava l'impressione di un'ingiuria solamente formale.

Con Don Giovanni non era così.

Egli non aveva predicato, non prese le armi, giacchè l'impresa delle
Balze era passata inosservata, non capitanato insurrezioni di piazza,
non scritto, non affermato eresie. La sua condotta era esemplare, la
sua opera patriottica da tutti conosciuta ed apprezzata. Non un grido
era sfuggito alla sua coscienza di cattolico contro il Pontefice come
capo supremo della Chiesa, ma non una preghiera era salita dalle sue
labbra per il Papa re di Roma. Non si ostentava, non si nascondeva.
Tutto il suo passato parlava per lui, i suoi sentimenti rivelavano le
sue idee, le sue parole erano calme come la sua coscienza, limpide
come la sua vita.

Appena salvato Garibaldi ne aveva ringraziato Dio con una Messa: la
sua benedizione di quel giorno ai pochi popolani che vi assistevano,
aveva raggiunto il grande fuggiasco forse in atto di salpare da
Talamone.

Che i venti e le acque ti sieno propizie!

Da Roma, da tutte le altre chiese invece salivano invocazioni a Dio
per il trionfo del Pontefice e l'esterminio dei suoi nemici.

Il popolo era perplesso.

Don Giovanni aveva conciliato in sè medesimo con un processo lento ed
inconscio quanto si contraddiceva tempestando nell'anima del popolo.
La formula cercata indarno dai grandi filosofi cristiani per accordare
la libertà del pensiero coll'assolutismo della religione, e la
tradizione di Roma colla universalità della storia, egli l'aveva
trovata nella semplicità della propria coscienza tutta piena di una
idea morale, che riuniva dominandole l'idea metafisica e l'idea
storica. Senza saperlo, Don Giovanni riduceva tutta la religione a una
moralità illuminata dalla rivelazione e sorvegliata da Dio; le forme
esistenti della religione non lo disturbavano e non lo esaltavano;
potevano durare o cessare, nate pel costume e nel costume viventi: Dio
e la religione non erano lì, ma potevano anche esservi, perchè nessuna
forma era loro necessaria o nociva.

Il popolo, che voleva credere sicuro e sentendo le forme della propria
religione ormai vuote si ricusava nullameno a mutarle, era tutto
riassunto in questa coscienza di prete, che accordava la fede più
salda in Dio alla indifferenza più abitudinaria e indulgente del
culto, l'amore di ogni tradizione religiosa colla passione di tutti i
nuovi ideali politici.

Salvando Garibaldi legittimo difensore della repubblica romana contro
tutta l'Europa, non aveva rinunciato a salvare Pio IX, se la
rivoluzione invece di sopprimere in lui il re avesse voluto degradare
il pontefice.

E il popolo, che sentiva confusamente tutto questo, guardava a Don
Giovanni aspettando in lui la soluzione del proprio problema.

Che cosa direbbe Roma?

Roma tacque.

Certo in Vaticano il problema fu lungamente discusso; i più feroci
ultramontani avrebbero voluto l'imprigionamento e la condanna di Don
Giovanni, ma la maggioranza dei consiglieri più profonda e più abile
vi si ricusò.

Don Giovanni non si poteva accusare. Nella sua come nella coscienza
del popolo l'aver salvato Garibaldi implicava negazione del potere
temporale, e nullameno era impossibile formulare l'accusa sopra questo
fatto, che morale e religione assolvevano. Garibaldi vinto diventava
sacro come nemico, e quel prete abbastanza grande di cuore per capirlo
avrebbe avuto Cristo a difenderlo contro tutti coloro che volessero
rimproverarglielo. Roma, che aveva fatto decretare nel Concilio di
Trento l'anatema a tutti coloro che non credessero alla necessità del
potere temporale per la Chiesa, si trovava nella impossibilità di
applicare la condanna: la contraddizione fra l'idea cristiana e lo
spirito del papato l'impediva. La morte di Garibaldi, legittima nel
concetto politico di Roma, diventava colpevole nella morale del
Vangelo, secondo la quale il nemico deve essere più diletto del
fratello; assurda, quando impedita dall'opera di un qualunque
salvatore, si volesse astrattamente ottenerla nella condanna di
questo.

Si poteva chiedere a Don Giovanni, se proteggendo la fuga di Garibaldi
distruggitore del papato avesse inteso di approvarlo, ma Don Giovanni
avrebbe risposto di sì, e allora il problema si complicava. O Roma gli
permetteva questo dissenso, e Garibaldi aveva ragione; o glielo negava
e la morte invocata contro di lui, inflitta a Ciceruacchio e a Ugo
Bassi, doveva colpire Don Giovanni. Se il potere temporale è
necessario alla Chiesa, questa deve conservarlo a qualunque costo,
perchè nulla per una religione vale quanto sè medesima.

Ma il supplizio di un prete, docile a tutti gl'insegnamenti cristiani
e mondo d'eresie, diventava pericoloso. Tutto il popolo, che non aveva
potuto seguire i filosofi riformatori del cattolicismo, sarebbe stato
con lui; bisognava anatemizzare la maggior parte dei cattolici e tener
duro e ricusar loro l'ingresso nelle chiese, dannarli nell'agonia se
non mutavano opinione. Era impossibile. Il potere temporale, forma
storica del cristianesimo, non poteva prevalere sui dogmi essenziali;
nessuna coscienza cristiana accetterebbe di non essere più tale solo
per non credere alla sovranità politica del Pontefice. Già Roma aveva
più volte tentato simili esperimenti e v'era sempre fallita. A ogni
privilegio mondano annullato dai governi, aveva protestato
scomunicandoli, ma il privilegio non era risorto e Roma aveva ritirato
le scomuniche. Così era accaduto per le immunità, per le investiture,
per le decime e ultimamente nell'impero napoleonico per la vendita dei
beni ecclesiastici; i compratori erano stati maledetti, ma il
congresso di Vienna aveva mantenuto le vendite e Roma aveva cassato le
maledizioni.

L'idea cristiana era più forte del papato.

Adesso toccava al potere temporale. Uno dei due termini del dilemma
presso a risolversi doveva rompersi: i vangeli sarebbero stati più
forti delle costituzioni ecclesiastiche. Roma lo sentì, e non osò
affrontare Don Giovanni e non potè circuirlo. L'ignoranza del prete
montanaro giovò più dell'eloquenza del Lammenais e della filosofia del
Gioberti.

Poichè le religioni sono un pensiero del cuore, uomini semplici le
fondarono e le salvarono nelle mutazioni della storia, mentre i grandi
filosofi non riuscirono mai nè a stabilirle nè ad abbatterle. Il
popolo solo, che le produce in sè stesso, è infallibile decidendo
sovra qualche loro punto, ma il popolo aveva da un pezzo abbandonato
il papa nella sua querela di re. La stessa fuga di Pio IX da Roma al
primo pericolo di guerra era stata una abdicazione, giacchè i re non
possono fuggire se prima i sudditi non li abbiano disertati. Egli
medesimo non credeva quindi al potere temporale appellandosi agli
stranieri piuttosto che al popolo e violando un'altra volta la storia
italiana.

Il papa e il re di Roma non erano la stessa persona: una delle due
solamente rappresentava Cristo. I re non rappresentano la nazione che
quando essa lo consenta loro.

La coscienza popolare era così sicura in questa idea, per quanto si
venisse talvolta contraddicendo nell'esprimerla, che processare Don
Giovanni sarebbe stato uno snebbiargliela, provocando in tutti gli
spiriti una vera rivoluzione. Roma si sentì vinta.

Quest'immenso fatto, alla cui preparazione si erano consumati tanti
secoli, si compieva per opera di un prete semplice ed ignaro. Era il
grano di sabbia della leggenda biblica, pel quale ribaltava il
terribile carro dell'invasore che aveva superato tutti i monti,
guadato tutti i fiumi, corse tutte le pianure, rovesciate le porte di
tutte le città, sfondate le postierle di tutte le fortezze, prostrate
le masse di tutti gli eserciti. Da Arnaldo da Brescia a Cola di
Rienzi, da Marsiglio da Padova a Lorenzo Valla, da Stefano Porcari a
Carnesecchi, da Macchiavelli a Giordano Bruno, da tutti gl'italiani
che avevano combattuto il papato senza pretendere a una vera riforma
religiosa, a tutti gli stranieri che l'avevano prodotta per
sottrarvisi, le grandi anime si erano sempre stremate in questa lotta
senza conseguire la vittoria nemmeno nel trionfo della ribellione. Il
papato restava sempre più alto e più vasto dell'opera de' suoi nemici.
Come l'impero romano, che i barbari non sarebbero mai riusciti ad
abbattere e che il cristianesimo disciolse, perchè solo un'idea può
sostituire un'idea, il papato aveva resistito a tutti gli assalti
esteriori e a tutti gli schianti interni; la sua unità gerarchica
sostenuta dalla unità ideale del cattolicismo vi pareva fusa; nessuna
guerra lo aveva prostrato, nessun re o popolo aveva potuto
soverchiarlo. Imperatori magnanimi e feroci, repubbliche inflessibili
ed inespugnabili, corruzioni di clero e depravazioni di costumi,
effervescenze ideali e ricomposizioni storiche, splendidi eroismi
d'eresie e irradiazioni universali della scienza, invettive politiche
e assedî filosofici, divisioni di genti o fusioni di razze, nulla
aveva potuto prevalere contro un regno piccolo come un feudo, che
Costantino era accusato di aver concesso e Carlomagno confermato, e
che i sudditi stessi avevano mille volte sommosso uccidendo i papi.
Pareva un decreto di Dio e non era che una legge della storia. Il
pontificato sorreggeva il papato; il primo forte come il cattolicismo,
che solo una religione più ideale potrà abbattere, giacchè nella
storia il vincitore deve essere sempre maggiore del vinto; il secondo
forte della sua somiglianza col primo, che al mondo pareva una
identità.

Solo uno schietto sentimento cristiano scevro di ogni secondo fine e
inconscio come tutti i sentimenti, che hanno formato e formeranno
sempre la storia, poteva operare nel cattolicismo questa grande
rivoluzione, denunciando la falsità dell'equazione fra pontificato e
papato. Filosofia, scienza, politica, arte, nessuna di queste immense
forze della civiltà, essenzialmente diverse dalla religione che sola
può correggere sè stessa, avrebbe mai ottenuto simile risultato.

La morte del papato non poteva avvenire che nella forma di un
suicidio, dal quale il pontificato si levasse più sublime sul
cattolicismo.

Questo accadde per opera di Don Giovanni Verità.

Inconsapevole della grandezza che un movimento secolare in lui
accentrava, dopo l'ultima fuga con Garibaldi era ritornato alle
abitudini di prima, cacciatore e contadino. La gente lo guardava con
occhiate di stupefazione senza che egli se ne accorgesse. Non
immaginando nemmeno i pericoli che lo minacciavano, non pensò mai nè a
fuggire nè a schermirsi con qualcuna delle sue più illustri amicizie.
Allora venne crescendo uno strano confuso affetto per questo prete,
che gli altri preti anche disapprovandolo riverivano e che il popolo
delle campagne sentiva pari a sè nella semplicità della fede, quello
delle città superiore a sè nell'entusiasmo generoso della rivoluzione.
I bambini lo amavano per gli uccelli che gli vedevano tutte le mattine
sospendere nelle gabbie ai chiodi della piccola e grottesca facciata
della sua casa; le donne per la sua forte ingenuità che sentiva il
loro sesso senza turbamento, gli uomini per la prodigalità, colla
quale offriva sempre quanto aveva, compresa la vita. Egli non si
vantava nemmeno nel più fugace degli atteggiamenti, non raccontava;
avrebbe potuto chiedere tutto a tutti, tanta era la sua influenza, e
invece sembrava sempre aspettare che gli fosse domandato qualche cosa.

Dal cinquanta al cinquantanove le congiure seguitarono nelle Romagne
sempre occupate dai tedeschi per conto del papa, ma la persecuzione
cessò di essere feroce. Pena maggiore divennero la prigionia e
l'esilio. La prima quasi sempre evitabile col secondo. L'oppressione
del governo era tutta morale, e forse per questo più dolorosa. Pio IX,
temperamento femmineo troppo diverso dal fiero ingegno e dal carattere
superbo di Gregorio XVI, non infellonì che qualche rara volta per
suggestione di consiglieri.

Intanto Don Giovanni seguitò a prestare la propria opera a tutti i
proscritti traducendoli in Toscana, dove il governo granducale,
ignobile ma corrivo, li lasciava vivere o li espelleva senz'ira. E
furono anni febbrili di aspettazione. Il Piemonte messosi a capo del
movimento italiano, quantunque costretto troppo spesso a contraddirlo
perseguitando e calunniando i più illustri rivoluzionari, infiammava
tutte quelle speranze che aveva tradito nel quarant'otto; mentre il
conte di Cavour succeduto al Gioberti, di lui meno vasto e profondo,
ma più pratico di negozii politici e più pronto all'azione molteplice
di un momento, nel quale si dovevano concordare parlamenti, diplomazia
e insurrezioni, persuadeva al mondo che l'Italia aveva finalmente un
uomo di Stato. Torino era diventata il rifugio dei maggiori emigrati
italiani.

La rivoluzione scoppiò colla guerra. Cavour destreggiandosi abilmente
coi bisogni dinastici di Napoleone III, che doveva stordire di
vittorie la Francia per toglierle di pensare alle origini infami e
alla vita anche più bassa del secondo impero, lo trasse in Lombardia
contro l'Austria. La Francia generosa ed eroica ripetè dopo
settant'anni le glorie del novantasei contro lo stesso nemico; ma
anche questa volta parve che i Bonaparte non potessero compire
l'Italia. E fu bene, giacchè riconquistata e rimessa a nuovo
dall'epica cortesia di un popolo straniero per quanto fratello, non
avrebbe potuto riprendere la coscienza di sè medesima; mentre
abbandonata a mezzo il cammino, dopo essersi con puerile sgomento
lagnata dell'abbandono, si rivolse a Garibaldi guerreggiante ai piedi
delle Alpi, e Garibaldi corse a Genova, ne salpò, discese in Sicilia,
rivalicò lo stretto, traversò la Calabria verso Napoli sollevando
popoli e sgominando eserciti, cinto da pochi soldati, raggiante di
gloria, sereno come un arcangelo cristiano, terribile come un eroe di
Omero.

Ma Roma e Venezia, la più grande città e la più marinara repubblica
del mondo, mancarono ancora all'Italia.

La guerra sostò.

Don Giovanni cappellano negli eserciti del re d'Italia ritornò quindi
ai propri monti, affermando nell'orgoglio trionfante della sua vecchia
fede italiana, che prima di morire avrebbe veduta Roma capitale
d'Italia. I nuovi moderati, fanatici ammiratori di Cavour e di
Vittorio Emanuele, ne sorrisero, giacchè il bigottismo appiattato in
fondo ai loro cuori li faceva perfino dubitare del senno di Cavour, il
quale non osando assalire Roma la faceva nullameno dichiarare dal
Parlamento, accolto in Torino, capitale d'Italia.

Chiusa l'epoca delle congiure e posate le armi, Don Giovanni non
lasciò più l'aria serena dei proprii monti che per recarsi a Torino,
dietro invito del Ricasoli, ad impedire che il dissidio fra Garibaldi
e Cavour degenerasse in guerra aperta. La situazione, già molto grave
di per sè, poteva risolversi funestamente. Garibaldi esasperato dalla
cessione della propria patria alla Francia, punzecchiato da tutte le
invidie dei giornali monarchici inveleniti di una gloria che
stentavano a comprendere, offeso quotidianamente dalle fatali viltà di
una politica parlamentare, che mirava a sminuire la grandezza della
sua opera per ingrandirne la monarchia di Savoia così stretta fra
l'aiuto dei rivoluzionari e dei francesi da soffocarvi quasi, ebbe uno
scoppio formidabile d'indignazione. I suoi garibaldini, che avevano
operato per la patria più di quanto la monarchia di Savoia avesse
fatto per sè medesima accettando l'Italia dalla rivoluzione, erano dal
nuovo governo peggio che obliati, percossi. Allora egli che, ceduta
Napoli a Vittorio Emanuele, era ritornato a Caprera non trasportando
sulla piccola barca, frutto di tanta conquista, che un sacco di
fagiuoli, rientrò in Parlamento per ripetere con accento più
formidabile di Napoleone I il 18 brumaio, a Cavour fatto sicuro dalla
sgomenta inesperienza del Parlamento: Che cosa avete fatto delle mie
legioni?!

Quel giorno la nuova monarchia tremò: il lampo dello sguardo di
Garibaldi coperse l'aurea luce della recente corona posta dalla
servile compiacenza dei popoli ancora immaturi alla libertà sulla
fronte di Vittorio Emanuele. La coscienza italiana sentì uno strappo
improvviso e si trovò bagnata di sangue prima ancora di aver gettato
un urlo per rispondere al grido di Garibaldi.

Allora Cavour, che nel pericolo acuiva la naturale astuzia
dell'ingegno, si ricordò di Don Giovanni Verità e a mezzo di Ricasoli
potè condurlo a Torino per pacificare il Generale.

Don Giovanni andò, ebbe con Cavour un colloquio, nel quale la rude
franchezza del montanaro umiliò più di una volta la subdola abilità
del diplomatico, ma comprese tosto che la fortuna d'Italia esigeva da
Garibaldi, come supremo sacrificio, l'olocausto de' suoi soldati ai
codardi rancori, alle insaziate cupidigie delle genti nuove necessarie
a sorreggere il governo in quell'ora, e ricusando con nobile orgoglio
le offerte del ministro promise non già l'opera propria, ma in nome
stesso di Garibaldi, che il Generale si sarebbe un'altra volta
sacrificato sull'altare della patria. Così fu, Don Giovanni raccontò a
Garibaldi il suo abboccamento con Cavour; forse sospirarono assieme
sulla viltà di quell'ora, e l'eroe abbandonò al re la sorte dei
soldati che gli avevano conquistato più che la metà del regno.

Ma Don Giovanni, incapace per indole e per studi di comprendere i
viluppi del problema nel quale era stato chiamato, conservò sempre del
Cavour una spiacevole impressione. La viltà parlamentare e l'egoismo
monarchico gli si erano soli mostrati nel grande statista, che pure
aveva pianto di rabbia all'annuncio del trattato di Villafranca.

Quindi nel 1866 l'Italia monarchica fu vinta miseramente sugli stessi
piani, che diciotto anni prima avevano veduto la sconfitta del
Piemonte. La tradizione di Emanuele Filiberto era cessata per sempre
nella casa di Savoia, ma l'astro aspettato vanitosamente da Carlo
Alberto sul suo ultimo e fantastico scudo di re medioevale brillava
sulle alture del Tirolo espugnate da Garibaldi.

Dio e l'Italia erano con lui, vecchio che guidava in carrozza i
volontari della nuova generazione.

La monarchia battuta a Custoza e a Lissa impose tremando al solo
vincitore d'Italia, che retrocedesse; e il vincitore superò le viltà
dell'ordine colla sublime concisione della risposta: Obbedisco!

Quando Don Giovanni potè leggerla nei giornali pianse.

Garibaldi, come Cesare, aveva vinto sè stesso.

Ma fedele alla propria missione, Garibaldi ritentava nell'autunno
susseguente l'impresa di Aspromonte, a ciò incuorato e impedito
secretamente dal Rattazzi, che nell'audace profondità di una politica
allora maledetta, e oggi ancora incompresa superava continuandole le
più difficili e gloriose combinazioni del Cavour. Aspromonte era stata
l'ode, Mentana fu il dramma. Papato ed impero francese vi perirono,
mentre la monarchia italiana ne uscì moralmente diminuita. Garibaldi
sconfitto per l'ultima volta vi si trasfigurò in eroe mondiale
eccedendo nella sua lotta col papato le proporzioni di una battaglia
italiana. Napoleone ripetè imperatore l'errore, al quale aveva troppo
cooperato come membro della repubblica, rivelando nell'agonia
dell'impero il secreto delle sue origini ed affrettandone la
catastrofe fra l'odio della coscienza francese e il disprezzo della
coscienza europea; il papato assalito ancora una volta da Garibaldi
non osò chiamare il proprio popolo alle armi e invocò dalla Francia un
aiuto ai mercenari, confessando così che il suo regno era una
soperchieria senza diritto e senza avvenire. Garibaldi ritirandosi dai
campi sanguinosi di Mentana traversò l'Italia di Vittorio Emanuele
silenziosa ma fremente di sdegno contro il governo. Rattazzi, che con
audacia di genio aveva voluto un attacco contro Roma dalla
rivoluzione, risoluto ad impedirne il trionfo finale che sarebbe stato
la morte della monarchia, calcolando che l'impero francese con questa
suprema difesa del papato libererebbe per sempre l'Italia dal debito
del 59, cadde dal ministero, percosso da tutte le ire, magnanimamente
silenzioso e superbo.

Quella fu la più grande giornata del Parlamento italiano.

Don Giovanni, che nella sua fede in Garibaldi aveva profetato fra gli
amici la presa di Roma colla fine del potere temporale, ne rimase
sconcertato. Egli non capiva, e non capì forse nemmeno più tardi, che
se Garibaldi avesse preso Roma, l'Italia avrebbe dovuto proclamare
subito la repubblica, essendovi tuttavia immatura per difetto di
scienza e di coscienza.

Garibaldi a Mentana aveva tagliato il nodo del papato e dell'impero,
lasciando alla monarchia costituzionale d'Italia, larva incerta di
repubblica, di strapparne i capi tre anni dopo.

Roma e Parigi si liberarono quasi contemporaneamente del papa e
dell'imperatore.

Fu in una notte tiepida e serena che a Modigliano giunse il telegramma
della presa di Roma. Da qualche giorno la campagna era cominciata, e
quantunque il nemico fosse più che spregevole, il popolo non era senza
inquietudine. La tradizione dei disastri monarchici, quando la
monarchia si era battuta colle sole sue forze, pesava su questa
spedizione, che non meritava nemmeno il nome di guerra. Si
raccontavano aneddoti di La Charette generale dei zuavi, che fedele
alla memoria del proprio nome infestava la campagna romana deludendo e
superando i bersaglieri di Lamarmora, e allora l'anima del popolo si
voltava a Garibaldi. Ma questi, che sapeva di aver ucciso il papato a
Mentana, ne abbandonava le spoglie alla monarchia di Savoia incaricata
dalla storia di saldare l'una all'altra tutte le membra d'Italia.
Un'altra più grande idea occupava il suo spirito. Francia, Italia e
Spagna, tutto il vecchio mondo latino doveva riunirsi per rattenere
entro i limiti della nazionalità l'espansione del mondo tedesco,
contrabilanciando in Europa il dispotismo ancora chissà per quanti
anni necessario al mondo russo per sorgere alla propria unità. Francia
e Italia, congiunte a Solferino, divise a Mentana, dovevano provare a
sè medesime che le loro effimere differenze dipendevano dagli
inevitabili egoismi dei loro governi, non già dal loro storico ideale.
Garibaldi, che aveva perduto per opera della Francia contro il papato,
vinse per lei contro la Germania a Digione; mentre l'Italia
dichiarando al mondo la fine del papato salutava con Garibaldi una
nuova Francia fra le rovine dell'impero napoleonico e il trionfo
momentaneo dell'impero tedesco, fondatrice della repubblica moderna.

Solferino aveva congiunto le due nazioni, Digione fuse i due popoli.

Era la notte del 20 settembre.

Siccome le notizie arrivavano tardi e contradditorie, tutto il giorno
si era discusso vivamente; si bestemmiava, si scherniva l'esercito
monarchico, che per colpa del suo vizioso organismo a cento passi dal
confine era già rimasto senza viveri. Cadorna il generale era già
condannato, Bixio furioso e furiante bruciava gli ultimi razzi
garibaldini cercando di affrontarsi con La Charette e minacciando di
bombardare il Vaticano. Il popolo, che sollevatosi unanime aveva
spinto il governo su Roma, si agitava ancora nel medesimo oscuro senso
della propria epopea moribonda. L'ultima onda del canto s'innalzava
per frangersi in un supremo scroscio di battaglia, mentre la
monarchia, chiusa nella secolare prudenza che le aveva permesso di
profittare delle virtù e dei vizii di tutta l'Italia, sembrava
restringersi nella irresponsabilità del proprio alto ufficio,
lasciando ai ministri la cura dell'impresa. E fu errore. Vittorio
Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e penetrante primo dalla
breccia di porta Pia avrebbe giovato nell'anima del popolo alla
propria dinastia più che la stessa conquista di Roma.

Così la monarchia avrebbe sciolto il problema del papato; invece il
millenario problema si disciolse in essa. Il papa morente e sicuro di
risorgere maggiore come pontefice potè guardare ironicamente il re,
che non avrebbe profittato a lungo della sua morte e non sarebbe certo
risorto come presidente di repubblica. Infatti la morte del papato se
produsse per la conquista di Roma un grande vantaggio alla dinastia,
rimase e rimarrà gloria della sola democrazia; la monarchia, come
principio, invece di avvantaggiarsene ne ammalò per non guarirne forse
mai più, giacchè oggi stesso il Pontefice sovrasta a tutti i troni
d'Europa e colla sicurezza di chi non ha più niente da perdere offre
loro, minacciando, come ultima difesa le proprie armi spirituali.

Era la notte del 20 settembre; l'ultima gente stava per rincasare.

Improvvisamente giunse la notizia della resa di Roma. Fu uno scoppio,
una vampa. Tutti corsero a casa per comunicare la buona novella; usci
e finestre si aprivano, i dormienti destati di soprassalto si
affacciavano alle vie, bianchi nelle camicie come fantasmi: si
scambiavano parole, erompevano grida.

--Le campane, le campane! urlò una voce; e tosto un gruppo di giovani
si divise per arrivare contemporaneamente alle tre o quattro chiese
della cittaduzza. Molti già usciti formavano capannelli sulle porte.

--Roma è presa!

--Ah!

--Bene...

--Viva Roma capitale d'Italia!

--Viva!

L'applauso scoppiava da tutti i petti, mentre la gente si stringeva la
mano come rammemorando i giorni angosciosi delle congiure quando tutto
era pericolo, e promettendosi per l'avvenire una vita più alta e
felice. A un tratto da vari punti squillarono le campane, da una
finestra spuntò una bandiera: la notte era serena, la luna splendeva,
un vento tiepido alitava.

Quella bandiera infiammò le fantasie, che le campane scrollavano
coll'impeto disordinato dei loro rintocchi.

Don Giovanni, che rincasato da poco aveva il sonno leggiero dei
cacciatori e dei vecchi, ne fu desto. Discese dal letto, udì rumore
alla propria porta, si gettò addosso i primi abiti che potè afferrare
e corse ad aprire.

--Che c'è? esclamò spalancando l'uscio.

--Don Giovanni! Roma presa...

--Ah!

--Roma presa! urlarono quei giovani.

--Ah...

E il vecchio prete non potè rispondere altro. Le campane suonavano a
distesa come impazzite dalla gioia, tutte le finestre si schiudevano,
la gente si affacciava interrogando, ed era sempre quella risposta che
saliva di tono mutando voce ed accento, ripercuotendosi su tutte le
coscienze, cangiandosi in grido, scoppiando in urrah, affermandosi
violentemente quasi fosse troppo grande per essere creduta, e tutti si
guardavano in faccia commossi da una gioia che non trovava parole,
perchè non abbastanza limpida negli spiriti. Qualche grande cosa era
crollata, qualche grande cosa incominciava. Le donne sbigottite dal
rumore si mostravano appena alle finestre, più bianche nella maggiore
ampiezza dei corsetti, e ascoltavano non sapendo quasi nulla,
indifferenti alla enormità del caso, ma guadagnate a mano a mano dalla
emozione generale, impallidendo e sorridendo. Qualche fanciullo
cacciava una nota acuta nel frastuono crescente della strada,
voltandosi verso le campane che seguitavano a rispondersi di campanile
in campanile, mentre le chiese restavano tristamente mute al di sotto
e il soffio blando del vento, lambendo le finestre aperte e gremite,
sembrava lenire la violenta caldezza di quella emozione, che nessuno
poteva dominare e alla quale nessuno il giorno dopo avrebbe saputo
trovare una spiegazione.

Don Giovanni aveva rinchiuso quasi automaticamente l'uscio ed era
caduto ginocchioni colle mani giunte ringraziando.

--Roma, Roma!...

La sua preghiera di quel momento era il riassunto di tutta la sua
vita.


V.

Dopo quella notte, nella quale si era avverato l'ideale di tutta la
sua vita, D. Giovanni si chiuse nella calma silenziosa degli uomini
forti che si sentono finiti. Quanto accadeva intorno a lui nella nuova
Italia non lo interessava più. L'attitudine incerta della monarchia
combattuta da troppe correnti interne ed esterne, l'agonia del vecchio
partito repubblicano, che nella morte di Mazzini perdeva l'ultima
ragione col solo uomo dal quale ripeteva la vita, l'infanzia oscura e
plebeamente bassa del socialismo, al quale nessun uomo di vero ingegno
aveva ancora aderito, e che gittava ogni tanto per le piazze grida
incomposte e bestemmie pazze, gli erano peggio che indifferenti,
sconosciute. Il suo doppio sogno era stato la risurrezione dell'Italia
e la morte del papato politico; al di là di esso per lui doveva
cominciare il sonno eterno.

La generazione, colla quale aveva sofferto combattendo, oramai
dispersa nelle tombe, non era più rappresentata nella vita che da
pochi sbandati, solitari nella politica del momento, costretti ad
occuparsi di quesiti amministrativi o contristati dagl'insulti della
nuova generazione sopraggiunta come un'orda di saccomanni sui campi di
battaglia.

Malgrado le seduzioni dei repubblicani, cui la defezione dei migliori
personaggi assottigliando ogni giorno la vita consigliava di
presentare al popolo in ogni circostanza le poche glorie rimaste, non
volle mai uscire dalla propria oscurità. Cacciatore negli ultimi
autunni della vecchiezza come nei primi della gioventù, parve anzi
sfuggire con senso pauroso di modestia alla celebrità che lo veniva
cercando pei colli di Modigliana.

Poi Garibaldi morì.

Questa volta Don Giovanni non pianse, perchè se lo aspettava.

La morte, non mai temuta, gli sembrava ora la più ineffabile delle
grazie serbate all'uomo da Dio; d'altronde, anche per lui la vita
fisica dell'individuo, quando la sua missione storica è compita,
perdeva ogni senso e valore.

Solo la raccomandazione suprema dell'eroe, che un minuto prima di
spirare confidava all'amore della famiglia le due capinere da lui
educate nei dolorosi ozii della lunga malattia e che sentendolo morire
gli mandavano dalla finestra, già abbandonata dal sole, il più dolce
saluto della vita, gli trasse sugl'occhi una lagrima.

Tutta la grande anima di Garibaldi si rivelava in quell'estremo
pensiero.

Solo gl'invitti possono essere così sublimemente delicati!

Quando lo invitarono al comizio di Faenza per la morte del Generale
accettò e discese.

Lo vidi allora per la prima ed ultima volta.

Egli non parlò, non si accorse quasi della generosa emozione destata
dalla sua presenza; morto Garibaldi si sentiva già moribondo e
camminava a testa bassa, quasi contando i passi che lo avvicinavano al
sepolcro. Ritornò frettolosamente ai proprii colli; di lui si seppe
solo qualche anno dopo che era morente.

Ma la sua morte fu come la sua vita.

Il clero che lo aveva sempre dispettato, vendicando sopra di lui la
viltà di non avere osato condannarlo salvatore di Garibaldi, stimò di
poterlo sopraffare nell'agonia; e siccome Don Giovanni era sempre
rimasto prete, molti fra i suoi stessi amici credettero che avrebbe
abiurato le opinioni di tutta la propria vita per morire sicuramente
nella religione cattolica. Così poco era stato compreso il suo
carattere, e per gl'increduli romanismo e cattolicismo sono ancora la
stessa cosa!

Il vescovado fu sossopra. Tutti i giornali d'Italia recavano i
bollettini della salute dell'infermo, il paese era agitato.

Don Giovanni, calmo anche negli ultimi istanti, chiese i sacramenti e
si confessò; ma quando il confessore per concedergli l'assoluzione gli
domandò un'abiura di ciò, ch'egli chiamava le sue eresie e che, lui
sano, la Chiesa non aveva mai condannato interdicendogli l'esercizio
sacerdotale, il suo volto s'illuminò d'un sorriso.

Forse, anzi senza forse, si aspettava a questo.

Ricusò, umile e fermo.

Gli amici repubblicani, che soppravennero, lo complimentarono colle
solite frasi della incredulità sulla sua fermezza, e Don Giovanni
sorrise ancora. Il suo spirito limpido coglieva meravigliosamente il
doppio egoismo dei due partiti, che si disputavano la sua morte per
farsene argomento di battaglia. Nullameno sereno ed austero non mise
un lamento, non differenziò le due assistenze, che si contendevano il
suo letto.

Senza dubbio vi furono incidenti dolorosamente comici fra gli addetti
dei due partiti egualmente ammessi nella camera del moribondo, ma li
ignoro, e coloro che vi assistettero non li confesseranno. Il vescovo
rimase inflessibile e ricusò l'assoluzione; gli altri desideravano una
morte da libero pensatore.

Prete e cattolico, Don Giovanni che voleva morire come aveva vissuto,
sentendosi veramente vicino al gran passo, benchè avesse sempre
taciuto operando in vita, comprese il dovere di parlare. La sua morte
come la sua vita dovevano esprimere il medesimo principio: dettò
questa dichiarazione.


                                Modigliana, addì 19 novembre 1885.

«Sono nato nella religione di Cristo e in essa desidero e intendo
morire.

«Ho professato le sue massime, come quelle che furono fonte principale
di tanta civiltà. Credo nella vera religione di Cristo, non in quella
che è stata deturpata dal mondo e da' suoi ministri, che causa delle
conseguenze derivate dalla loro ambizione, prepotenza e crudeltà,
hanno fatto versare tanto sangue al mondo e specialmente alla patria
nostra, e Dio nol voglia che per essi si sparga altro sangue e non ne
venga l'estrema rovina all'Italia.

«Non sarebbe accaduto così, se i ministri della Chiesa e il loro capo
avessero ricordato quei detti di Cristo:--Il mio regno non è di questa
terra: date a Cesare ciò che è di Cesare.

«Non posso aggiungere altro perchè mi vengono meno le forze.

                                «DON GIOVANNI VERITÀ.


Era sfinito.

Allora accadde una gran cosa: il prete mandato dal vescovado per
ottenere dal moribondo l'abiura, tocco di quella modesta e serena
fermezza, diede senz'altro l'assoluzione. Don Giovanni si comunicò. La
novella si sparse subito nel paese, cosicchè il confessore appena
uscito dalla casa fu attorniato, complimentato. Il dramma era finito.
Al vescovado invece scoppiavano molte collere, ma poichè non si era
osato processare Don Giovanni all'indomani del salvamento di
Garibaldi, e solo più tardi con meschini pretesti gli si era tolta la
Messa, per ridargliela poco dopo senza alcun accenno alla grande opera
della sua vita, anche il suo confessore non fu scomunicato. Qualche
giorno dopo Don Giovanni moriva e il clero ricusava alla sua salma gli
uffici pietosi della religione. Non si era osato nulla contro il vivo,
si osava troppo contro il morto.

Naturalmente, il partito liberale s'impossessò del cadavere per
farsene argomento di trionfo. Tutta Italia ne fu commossa, i funerali
per concorso di gente e per sincerità di commozione riescirono quali
nessuno, nemmeno fra i più vecchi, ne ricordava nelle Romagne; il
popolo vi fu ammirabile, gli oratori, secondo il solito, rimasero
troppo al di sotto dell'idea e del fatto che dovevano esprimere.

Quindi si fece silenzio.

I giornali non si occuparono più oltre dell'oscuro prete romagnuolo,
che aveva avuto tanta parte nel risorgimento italiano: nessuna
rivista, nessun libro, ch'io sappia, ha ancora studiato i problemi
posti e risolti da Don Giovanni nella sua vita. La semplicità, che è
l'ultima forma della verità, è anche troppo spesso l'ultima ad essere
compresa.

Un amico, al quale l'ho richiesta, mi ha portato l'originale della
dichiarazione di Don Giovanni. Molti spiriti forti di quella mezza
coltura che fa disprezzare tutto permettendo di parlare su tutto,
avranno sorriso leggendola; infatti la sua forma letteraria è meno che
meschina, il suo contenuto filosofico piuttosto volgare. Io stesso al
primo tempo non sono riuscito a difendermi da un sottile senso di
scherno che si è poi mutato in ammirazione studiando e ricostruendo
tutta l'eroica e semplice vita di Don Giovanni.

Queste pagine che, ammalato per causa sua, scrivo di lui, a letto,
senza dormire e senza muovermi da una positura che mi toglie spesso di
seguitare a scrivere, sono ben lungi dall'essere uno studio storico e
psicologico; appena appena vi ho fissato le idee principali senza
nemmeno coordinarle in un disegno, che riveli la loro natura intima e
i loro più necessari rapporti. Divagazioni di malato, che cerca
nell'attività del pensiero l'oblio di dolori fisici, avranno forse un
giorno più alto valore biografico per chi voglia occuparsi dello
scrittore che non siano oggi una biografia di Don Giovanni.

Divaghiamo, divaghiamo!

In quel dubbio supremo della sua dichiarazione «che il papa possa
ancora riuscire fatale all'Italia insanguinandola in una guerra forse
più civile che straniera» Don Giovanni ha egli inteso di alludere ai
tentativi di conciliazione col Vaticano, che incominciati colla stessa
rivoluzione l'hanno sempre accompagnata di tappa in tappa,
insidiandone la sincerità dell'opera quando non riuscirono a
infirmarne il movimento?

Per coloro, che conoscono tutta la sua vita, il dubbio non è nemmeno
possibile, ma senza dubbio egli non ebbe un'idea molto chiara del
terribile problema accennato dalle sue ultime parole.

La rivoluzione italiana, conseguenza della grande rivoluzione francese
e sintomo di una maggior rivoluzione futura, ha avuto contro sè stessa
il cattolicismo disciplinato e riassunto da Roma papale; il popolo che
la seguì inconscio come sempre, era ed è ancora dominato nella
coscienza da tutte le idee cattoliche, che non giunge e non giungerà
per lungo tempo a sceverare dalle idee politiche del Vaticano. L'odio
ai preti e il disprezzo della religione non sono ancora che molto
superficiali: nel sentimento delle masse il matrimonio vero è quello
ecclesiastico, unica religione il cattolicismo; si battezzano
pressochè tutti i bambini, si affidano al clero per la prima
educazione, s'iniziano in tutti i gradi della religione. Si diffida
dei collegi laici, si amano tuttavia i conventi mutati in educandati;
tutte le Madonne e i Santi miracolosi sono più che mai vivi nella
illusione del popolo, un sottinteso scinde tutte le coscienze: si
vuole la libertà della vita pubblica e si crede ancora nella servitù
della vita spirituale. La scienza, incerta nei metodi, dubbia nei
risultati, contradditoria nelle affermazioni, rimane in alto, retaggio
e culto di pochi: la filosofia è quasi sconosciuta, la letteratura
disertata dai campi dell'ideale per una irreflessiva passione
scientifica non è più che pittura di superficie. La rivoluzione nata e
vissuta d'istinto non si è ancora mutata in riflessione. La maggior
parte di coloro che l'hanno sostenuta, morendo la sconfessano, onde i
preti se ne vantano affermando che la sua verità non resiste in faccia
alla morte.

Il sogno esposto da pochi, accarezzato da quasi tutti è di una
conciliazione, che accordando la coscienza religiosa colla coscienza
politica induca quella calma, che altri secoli hanno conosciuto.

L'ideale ultramondano, troppo spesso negato dalla rivoluzione,
invincibile in fondo a tutte le coscienze offusca e sminuisce
gl'ideali politici già intorbidati da interessi non sempre nè grandi
nè puri: l'uomo non vuole e non vorrà mai rinunciare alla immortalità
religiosa del proprio individuo per nessuna felicità storica ottenuta
da spostamento di classi o migliore assisa di ordini. Uno scetticismo
doloroso costringe quindi le coscienze a diffidare di tutte le forme
della vita. La religione cattolica più antica degli istituti politici
che la combattono, incrollabilmente superba nell'affermazione della
propria immortalità, sovrasta a popoli e a governi, scemando loro
colle condanne e colle ironie la fede già scarsa che hanno in sè
stessi.

La rivoluzione non è nemmeno arrivata alla conquista della propria
forma necessaria. Solo la Francia, che l'iniziò prima in Europa, dopo
quasi un secolo di tragiche prove, attraverso sanguinose ecatombi e
rovine economiche è giunta finalmente a costituirsi in repubblica, ma
con così debole maggioranza di voti e fiacca compagine di sentimenti,
che i residui monarchici possono ancora atterrirla minacciando o
rallentarle la vita con opposizioni parlamentari, mentre gl'informi
detriti rivoluzionari, che non hanno in essa potuto organizzarsi,
l'osteggiano avvelenando le idee delle quali vive.

In Italia invece la rivoluzione, determinata nelle migliori coscienze
da tutta una lunga serie di sviluppi storici, s'internò nel problema
dell'indipendenza nascondendovi per qualche tempo indole e principii.
Mazzini solo non la smarrì mai di vista e badò a spiegarla, poco
inteso da coloro stessi che lo seguivano, frainteso dai più che non
arrivavano a sbrogliare in sè stessi la contraddizione delle necessità
religiose e politiche, malinteso ipocritamente da molti, che l'egoismo
degl'interessi tendeva a raggruppare intorno alla forma monarchica
parassita della idea rivoluzionaria. La rivoluzione per sciogliere il
proprio problema fondamentale dovette contraddire al proprio sviluppo
sottomettendosi alla monarchia; Mazzini stesso, che nell'entusiasmo
del primo giorno di battaglia aveva ordinato ai propri fedeli di
combattere col Re, riconobbe vecchio che la monarchia di Savoia
entrando in Roma e compiendo così l'unità d'Italia, vi si assicurava
un regno di qualche generazione. Questa suprema e dolorosa confessione
del grande apostolo rivoluzionario fu raccolta servilmente da tutti i
valletti della monarchia.

Nullameno, la monarchia non potè diventarne più forte. Anzitutto la
mancanza di principio nella sua forma le toglieva di potersi davvero
impadronire di una qualunque corrente di vita. Uccisa come principio
dalla grande rivoluzione francese colla proclamazione della sovranità
popolare, non è rimasta dopo nei paesi, i quali accolsero l'elettorato
politico sulla base del diritto individuale, che un fatto storico
giustificato dallo squilibrio di coltura e di sentimento nelle classi
dello Stato. Le più colte si mostrarono in gran parte favorevoli alla
monarchia, nella quale potevano più facilmente imperare e difendere i
privilegi sopravvissuti al naufragio della grande rivoluzione: le più
incolte, dominate dall'antica servilità ed esasperate nel nuovo
orgoglio sovrano quotidianamente deluso dalla loro stessa incapacità,
soggiacquero alla monarchia accarezzando in sè stesse piuttosto la sua
negazione, come sfrenamento da ogni legge che l'avvento di una vera
democrazia, nella quale la legge pura di ogni influenza di ordini
fosse espressione della più astratta giustizia.

Ma nella monarchia costretta a scimiottare persino le forme più basse
della democrazia, sopravvivevano i ricordi e gli orgogli del vero
tempo monarchico, quando il re solo era la legge e intorno a lui e con
lui i feudatarii mutati in cortigiani spadroneggiavano. Il clero più
alto di principii e più largo di sistema era allora servo e signore,
manipolando, urgendo, sfruttando monarchia, feudalismo e popolo.
Papato ed impero avevano potuto ferirsi vicendevolmente, ma lo stesso
principio faceva la loro vita e doveva riunirli, quando un altro
sorgendo a combattere minacciasse di relegarli dalla storia.

Carlo Alberto il primo re, che attraverso troppe miserabili
contraddizioni parlava di un'Italia sognandone la conquista, pieno
ancora la fantasia delle forme medioevali e più savoiardo che
italiano, si componeva, come un cavaliero della leggenda, un nuovo
scudo e vi scriveva in francese--_J'attends mon bel astre_.

Dei tempi nuovi, della nuova coscienza creata dal diritto elettorale,
neppure il più lontano sospetto: lo statuto largito come generosa
concessione di monarca, invece che stabilito come diritto
fondamentale; terrore e odio verso i rivoluzionari, che parlavano solo
dell'Italia; pregiudizi religiosi, inflessibili vanità aristocratiche,
superbie intrattabili di chi si crede nato d'altro sangue che il
comune e si stima eroe acconsentendo nella rivoluzione, la quale
invece è un dovere.

Ma la monarchia, che s'accorgeva di essere senza principio, non poteva
non diffidare della rivoluzione, accarezzandola per giovarsi delle sue
forze.

Il clero, riuscito fino allora ad inimicare democrazia e principato,
vedendoli riuniti momentaneamente sotto la pressione del doppio
problema dell'indipendenza e della unità italiana, si chiarì nemico
per difendere il proprio minimo Stato di Roma, mentre la nuova
monarchia invece seguitava con lui l'abitudine degli antichi sorrisi.

La guerra coll'Austria scoppiò. L'Italia si riunì con processo
fortunato, sebbene troppo spesso umiliante, e al clero vennero ritolti
la maggior parte dei possessi e dei privilegi. Roma stessa,
abbandonata da Napoleone III nella caduta del secondo impero, si mutò
da capitale cattolica in capitale italiana. Quindi colla legge delle
Guarentigie, che il Parlamento dovette votare, appena insediato a
Roma, per calmare le apprensioni del mondo cattolico sulla libertà del
papa, e che fu la legge forse più abile e profonda del periodo
legislativo oggi ancora in corso, ricominciarono i tentativi di
conciliazione non più fra Chiesa e Stato, ma fra Papato e Monarchia.
Pio IX, spirito meschino immiserito dalla vecchiaia e dai disastri, li
accolse coll'acrimonia del vinto, cui uno sbaglio del vincitore
presenta il destro di un rimbecco: ma Pio IX e Vittorio Emanuele
morirono e Umberto I e Leone XIII si trovarono di faccia.

Se Vittorio Emanuele entrando in Roma nel 1870 aveva, nella sua fiacca
coscienza di cattolico, sentito il bisogno di scrivere una lettera
quasi di scusa al Papa, rincarando sulla vilezza dei ministri che si
confessavano spinti su Roma dal popolo, scambiando così per finezza
diplomatica la loro insufficenza in uno dei più grandi momenti della
storia universale, Umberto I nell'assumere il regno, riaffermò contro
il papa Roma intangibile degli Italiani. Questa salda sicurezza di
contegno gli valse subito le simpatie della nazione.

Ma le encicliche del papa, i discorsi ministeriali, certe proposte di
legge respinte e molte leggi interpretate a rovescio; opuscoli, libri,
doni alle chiese, cortesie al pontefice, ingegno preclaro di politico
quanto minuto e falso letterato: una prudente risurrezione del vecchio
guelfismo, tutto accennò ad una conciliazione non ben definita sulle
idee ma troppo chiara nei sentimenti. Il principato invocava dal
papato le sue armi spirituali a guarrentigia dell'ordine contro le
ignobili anarchie della piazza.

E, bisogna pur confessarlo, la maggior parte del pubblico vi era
favorevole. Ruggero Bonghi ne scrisse molti articoli sulla _Nuova
Antologia_ che furono poco letti e meno compresi. Ora la
conciliazione, apparentemente in preda ad una crisi, occupa tutti i
giornali e nello stesso Parlamento ne fu discusso, e un deputato,
guelfo fanatico, si è dimesso dopo la risposta confusa ma ferma del
Ministero.

Nullameno il problema della conciliazione rimane forse il maggiore
della politica interna conservandosi grave nella politica estera.

Esso è doppio. In tutti gli Stati parlamentari, dove il cattolicismo è
religione preponderante, la Chiesa difendendosi ostinatamente nei
privilegi storici perduti è partito di opposizione, troppo spesso
alleato cogli ultimi radicali per odio implacabile alla libertà e
offrendo nel medesimo tempo ai governi la propria alleanza per
conservare quanto le è rimasto della propria posizione privilegiata.
La conciliazione è allora fra Chiesa e Stato, entrambi basati sopra un
principio assoluto: la Chiesa, che arbitra della vita ultramondana
vuole signoreggiare la presente per indirizzarvela: lo Stato, che
prima e ultima sintesi della vita umana, pretende contenerne e
rattenerne tutte le forme, sottomettendole al suo diritto universale
entro cui ogni singolo diritto può raggiungere tutti gli sviluppi. Ma
questo dissidio per quanto filosoficamente profondo non è
politicamente molto grave, poichè Chiesa e Stato sotto la minaccia del
medesimo disordine rivoluzionario, possono sempre momentaneamente
accordarsi.

Nell'Italia la guerra fra la Chiesa e lo Stato si complica delle
diuturne battaglie fra monarchia e papato. Se il pontefice del
cattolicismo stendendo la propria influenza sopra 'tutto' il mondo a
certe epoche vi pretese una suprema sovranità sui popoli e sui re,
politicamente il suo regno era nullameno circoscritto a poche
provincie intorno a Roma. Il pontefice era universale, il papa romano.
Le necessità di tale piccolo regno dominarono sempre la politica dei
pontefici, costringendoli nelle più bizzarre e tragiche
contraddizioni.

La loro storia fu scritta in un immenso capolavoro dal Ranke, ma
l'antagonismo religioso e politico del pontificato col papato non fu
nettamente analizzato in nessun libro, che io conosca. Se il papato
nel medio evo aveva sottomesso l'Europa aiutandovi la civiltà malgrado
gli eccessi di ogni genere che gli macchiarono la vita, doveva
ultimamente soccombere per opera della rivoluzione italiana, la quale
svolgendosi monarchicamente gli oppose il Principato. Il papato ucciso
dalla repubblica romana del quarantotto fu seppellito nel settanta
dalla monarchia di Savoia. Sul principio i due alleati, divenuti
avversari, ne rimasero come trasognati; quindi il papato, più antico e
più forte, mutando in carcere la reggia conservata e in catene le
guarantigie concessegli, si affermò prigioniero. Pronto a patteggiare
con tutti i governi, non ebbe che una vera inimicizia: la monarchia
italiana.

La sua vecchia abilità di governo gli scoperse subito le parti deboli
del nemico. La monarchia italiana conteneva la rivoluzione come una
coccia o una cuna; ogni giorno che cresceva al bambino, scemava alla
culla, che questi doveva rompere per saggiare le proprie forze prima
di abbandonarla. Tutte le monarchie assorbite da quella dei Savoia, le
avevano legato col regno una pericolosa eredità di odii e di difetti,
mentre la rivoluzione, conquistandole mezza Italia, le aveva troppo
scemata la gloria delle battaglie e la legittimità dei trionfi. Il
popolo italiano nella sua massa più inerte era meglio cattolico che
monarchico, nella sua minoranza più attiva rivoluzionario anzichè
liberale; le classi, conservatrici per egoismo di censo e di nome, che
avevano abbandonati i vecchi signori pel nuovo solamente per paura
della rivoluzione, non resisterebbero intorno al re di Piemonte mutato
in re d'Italia, quando quella, acquistata la coscienza di sè medesima
e imparate nella opposizione le arti del governo, piglierebbe la
rivincita del cinquantanove.

Queste le analisi e le speranze del Vaticano. I suoi giornali
ripresero quindi la guerra recandovi una superbia d'ironia, alla quale
i conservatori non seppero opporre un'uguale superbia di regno. La
codardia delle frasi diplomatiche usate dal Ministero andando a Roma
dopo Sedan, la lettera umile ed umiliante di Vittorio Emanuele al
papa, che rigettava sulla rivoluzione la conquista di Roma, diedero
ragione al Vaticano. Il suo nemico aveva coscienza della propria
debolezza; temere d'essere vinto è sempre stata la meta di ogni
sconfitta.

Intanto il pontefice, libero dalle angustie del piccolo regno perduto,
cresceva nella estimazione dell'Europa: l'Inghilterra l'invocava
contro gl'Irlandesi e Leone XIII, ripetendo l'infamia di Gregorio XVI
contro i polacchi, colpiva i ribelli cattolici che ricusavano di
morire di fame sotto la tirannia degli inglesi protestanti; Bismark
circuito in Parlamento dai dissidenti cattolici cessava la
persecuzione del Culturkampf accettando il papa arbitro nella
questione delle Caroline, e spaventato dalla nuova floridezza francese
ricomprava da lui un voto del proprio Parlamento per la ricostituzione
dell'esercito vincitore a Sedan: lo Czar, tremante sotto l'eroismo dei
nichilisti morenti a migliaia come i primi cristiani, si rivolgeva a
Roma come al più vecchio focolare di autorità: la Spagna, scaduta a
una vedova di re, riconfermata regina da un Parlamento che non ha
ancora acquistata la coscienza di sè medesimo, si rifugiava sotto la
protezione del papa ancora arbitro delle coscienze cattoliche ovunque
istintivamente ostili alla rivoluzione.

La monarchia italiana si volse quindi al Vaticano affettando
l'orgoglio rivoluzionario, che in fondo non ebbe mai e fu spesso
costretta a simulare. I suoi più ardenti partigiani accumularono
proposte su proposte negli scritti per saggiare il terreno prima di
presentarle in Parlamento; Ruggero Bonghi al solito fu il più forte
campione del nuovo compromesso, ma il suo ingegno sempre più largo che
vasto, e troppo spesso uso a scambiare la bassezza per la profondità,
fallì anche questa volta. Il fondo delle sue, come di tutte le altre
proposte, era di rendere al pontefice qualche cosa dell'antico papato,
ricostituendolo parzialmente in modo da permettere alla Santa Sede di
uscire dalla sua ostilità verso la monarchia.

La conciliazione fra Chiesa e Stato, cioè l'accordo della libertà
politica colla autorità religiosa, la composizione dell'ideale storico
coll'ideale divino potrà essere più o meno difficile o lontana, ma
l'aspirarvi e il tentarla è sentimento di ogni alta coscienza; la
conciliazione fra il papato e la monarchia, fra un morente ed un morto
per combattere la vita, rappresenterebbe la più profonda negazione
d'ogni coscienza civile. La monarchia deve attingere la legittimità
del proprio tempo nei servigi continui resi alla nazione e che una
forma repubblicana più alta e quindi corrispondente a uno stadio più
avanzato di civiltà o non potrebbe rendere, o peggio ancora renderebbe
impossibili. Alleandosi invece al suo eterno nemico nella speranza che
le induca nel vecchio organismo quella immortalità del proprio
principio religioso che egli stesso non potè assimilarsi,
commetterebbe la maggiore e la più ignobile delle colpe.

Le monarchie plebiscitarie e rivoluzionarie come l'italiana debbono
saper vivere e morire della propria rivoluzione; forme incomplete
della repubblica, la loro gloria più vera e la possibilità di maggiore
durata stanno nel rendere la repubblica meno necessaria col più
generoso e regolare servizio di ogni libertà.

I cortigiani della monarchia savoiarda non hanno ancora ben compreso
questa necessità, che re Umberto ha pur mostrato di sentire in
parecchie circostanze della sua ancor giovane vita politica.

Ma se la monarchia si volse istintivamente al Vaticano, questi
addolcendo i termini dell'antico linguaggio tentò con suprema abilità
di adescarla; il suo disegno era semplice quanto tremendo. Se la
monarchia consentiva ad un accordo, che restituisse al pontificato
qualche forma politica del papato distrutto, e giovandosi della sua
influenza sul Parlamento riusciva a farla passare in una legge dello
Stato, la monarchia separandosi dall'anima nazionale si contrapponeva
alla rivoluzione. In questo caso era subitamente, irreparabilmente
perduta. Se il pontificato, come organo magno del cattolicismo
proseguendo la conquista religiosa del mondo è più o meno in
collisione con tutti i governi; il papato sopravvissuto nel suo
spirito non ha più che un ideale, la distruzione della monarchia, che
lo ha sostituito.

Ma intanto il pontificato, sicuro di non perire che colla propria
religione, si dispone a riordinarla per prepararsi alla grande
battaglia, che la democrazia gli darà nel giorno stesso del proprio
trionfo. Allora il pensiero storico e il pensiero divino, urtandosi,
creeranno la più bella epopea del pensiero umano.

Leone XIII forte della nuova unità monarchica cementata dall'ultimo
dogma della infallibilità, che gli permette un più rapido e sicuro
maneggio di tutte le forze, ha gettato il primo grido di guerra per
riconquistare storia e filosofia: e gli bisogna riorganizzare le
scuole rifondendone gli statuti, reintegrandone i programmi. Gli
ordini monastici necessari a tutte le religioni non funzionano quasi
più. Il monachismo ha due principii. L'uno passivo, e crea ospedali
per tutti i vinti della vita che vogliono fuggirla senza perderla, per
tutti i malati che inetti a vivere nella storia si rifugiano
nell'astrazione divina e non comunicano più coll'umanità che mediante
la preghiera; talvolta questi ammalati si mutano in infermieri e
guariscono ritornando all'azione colla carità. L'altro principio è
attivo e crea caserme, nelle quali vengono ad arruolarsi e ad armarsi
le legioni necessarie alla conquista del mondo. Naturalmente, questi
due tipi fondamentali del monachismo si sminuzzano in molte fisonomie,
ma in ognuna di esse l'asceta e l'apostolo sono sempre riconoscibili.
Oggi il cattolicismo ha un immenso esercito di preti e di frati diviso
come i moderni in due grandi classi, la milizia stabile e la milizia
mobile; i preti accantonati nelle parrocchie si battono troppo poco, i
frati distaccati nei conventi si battono male, e perfino le armi dotte
dei collegi e dei seminari smentiscono l'antica fama e si coprono di
ridicolo sostenendo qualche attacco contro lo stato maggiore del
laicato.

Leone XIII ha sentita ed espressa con vera eloquenza questa miseria
intellettuale della sua milizia.

L'Italia, che rinnovandosi nella rivoluzione trovò i preti ostili ma
impreparati, e quindi impotenti, deve attendersi a nuova e più
difficile guerra, dalla quale se non uscirà più sana e più grande,
sarà inevitabilmente fiaccata. Nella guerra del pensiero i vinti hanno
sempre torto e pèrdono il diritto alla vita.

Ma la guerra complicandosi appunto delle ultime rappresaglie
monarchiche colle impazienti esplosioni rivoluzionarie non sarà forse
senza molto sangue, e forse a questo pensava Don Giovanni moribondo
riassumendo la propria nobile vita di patriota in un'ultima angoscia
di carità italiana.

Ebbene, che importa? La guerra è una forma inevitabile della lotta per
la vita, e il sangue sarà sempre la migliore delle rugiade per le
grandi idee.

Alla guerra...! e guai al vinto, perchè la verità è invincibile.

L'avvenire dell'Italia è tutto in una guerra, che rendendole i confini
naturali cementi all'interno colla tragedia di pericoli mortali
l'unità del sentimento nazionale. Troppe sono ancora le differenze di
storia e d'interessi che ci separano, e troppo profondamente radicate
negli animi, perchè gli sforzi della vita ordinaria possano sperare di
svellerle. Se gli adepti delle antiche piccole corti soppresse sono
quasi scomparsi, quelli fra loro che per tradizione aristocratica di
famiglia o pregiudizi di educazione ricusano ancora la libera unità
della patria riparano fra le coorti del clero, che mutato capitano e
riordinato con migliore disciplina, si prepara a ritentare la
battaglia, appena una guerra dello straniero impegni tutte le forze
d'Italia alla frontiera.

Bisogna vigilare nello studio e rinvigorirsi nella passione superba
dell'avvenire.

Ai troppo prudenti cortigiani, che lusingano l'egoismo dinastico
consigliandogli alleanze con imperi, i quali diversi da noi per indole
di popoli e di periodi storici osteggiano ora tutte le libertà,
bisogna ricordare che la monarchia italiana fuse l'antica gloria di
Emanuele Filiberto colla maggiore odierna gloria di Giuseppe
Garibaldi, e che il conte di Cavour profondamente pratico come
Guicciardini, talvolta largo e generoso quanto Macchiavelli, si
mescolò nell'opera a Mazzini; ai clericali invece, che ebbri della
sfida temeraria lanciata da Leone XIII alla critica storica rivantano
i beneficii del papato all'Italia, e simulando passione di patria
mirano a mescersi nei pubblici negozi per rallentare il progresso, nel
quale non possono consentire, basta opporre Don Giovanni Verità,
salvatore di Garibaldi, rimasto prete dopo la sua negazione del
papato, morto prete, e contro il quale non si osò inveire che morto.
Don Giovanni più che tutte le altre grandi vittime del papato ne
rivelò le debolezze e smascherò le ipocrisie.

La sincerità della sua vita resterà nella coscienza italiana. Già il
municipio di Roma con solenne consiglio gli ha votato un busto sul
Pincio, nuovo Panteon delle glorie italiane. Io non so fra quali
grandi uomini sarà posto; forse egli vivo ignorava il nome de' suoi
futuri vicini, come non sospettava la gloria che la riconoscenza della
nazione gli ha tributato. Ma ai visitatori del colle fiorito, d'onde
si scorge tutta Roma e dirimpetto al quale la massa enorme di San
Pietro s'erge nella maestà del proprio orgoglio, e quando il sole
tramonta pare illuminarsi per le vetriate di un incendio di gloria,
parrà che la modesta e rustica figura del prete montanaro sia come
erroneamente capitata fra le grandi fronti marmoree delle migliori
teste italiane. Forse egli stesso, se nell'altra vita come piacque a
tutte le religioni infantili supporre e come le nostre religioni
decrepite affermano ancora, si conserva il carattere che fu l'essenza
di questa, sarà stato sorpreso da un senso quasi di modestia
trovandosi in così alta compagnia.

No, no, povero prete! Le grandezze del cuore valgono quelle
dell'ingegno, perchè la vita e la storia hanno egualmente bisogno di
tutti gli eroismi di sentimento e di pensiero. Se la tua fronte è più
bassa di quelle che ti circondano, il cuore che palpitava sotto la tua
tunica di prete era più largo di quello di tutti i tuoi vicini; se
essi giovarono alle scienze, tu assicurasti la risurrezione d'Italia
salvandone il redentore. Fra l'eroe di Nazaret e l'eroe di Nizza tu
prete non sentisti differenza, e fosti solo a non sentirla. Sii
tranquillo, la tua gloria è meritata; i grandi teco allineati sono
superbi della tua grandezza, che colma forse l'unico vuoto nelle loro
file. Ma verrà un giorno che l'Italia veramente una di mente e di
cuore, comprendendo finalmente tutte le epoche della propria vita,
riunirà nella propria riconoscenza a gruppi i figli migliori
incoronandoli delle idee per le quali vissero e morirono; e allora un
grande monumento verrà alzato, ben diverso dai troppi che gli si
ergono oggi, a Giuseppe Garibaldi, come al grande iniziatore del terzo
periodo italiano; e tu prete, che lo salvasti, gli sarai accanto,
emblema entrambi dell'accordo già conseguito fra la poesia ideale
della religione e la poesia reale della vita.

[Blank page]



VI. [La via Emilia]


In tutta la mia vita di trentaquattr'anni non ero mai rimasto a letto
un giorno solo; adesso sono già tre mesi che non me ne alzo, e il
medico non osa rispondermi allorchè lo interrogo febbrilmente:

--E così, quando mi fai uscire?

Il peggio della cura è superato: ho sopportato venti giorni e venti
notti un chilogramma di ghiaccio sul ginocchio, stando immobile come
un cadavere. Il freddo che si produceva sotto le lenzuola era così
intenso che la pelle mi è rimasta accaponata per tutti quei venti
giorni. Mangiare non era possibile, per riscaldarsi o stordirsi il
bere non bastava. Non ho potuto nè leggere nè scrivere. Gli amici
venivano e ritornavano nelle varie ore del giorno; la mia vecchia
cameriera mi si affannava talmente intorno non sapendo più che cosa
fare per lenirmi la esasperazione del dolore, che mi toccava sgridarla
quando piangeva.

Povera Lucia!

L'ho intesa più volte lagnarsi che la disgrazia non sia toccata a lei.

--Io sono donna; noi donne possiamo restare in casa o a letto quanto
ci pare.

In questo slancio di bontà vi era una profonda osservazione
filosofica, giacchè sento che l'inazione, alla quale sono costretto,
mi pesa assai più del ghiaccio che allora m'intormentiva il ginocchio.
Sopra tutto mi dispera il dubbio di rimanere a letto chissà ancora
quanti mesi, e zoppo per tutta la vita. Ah! trovare un ostacolo ad
ogni passo, sentire ad ogni moto la propria deformità, non poter
discendere una scala, accompagnare un uomo, raggiungere una donna,
afferrare un cavallo; impotente, smezzato, contemplando da una sedia
la campagna come un prigioniero dalla inferriata... ma il prigioniero
può sperare di segarla e fuggire....

Gli amici che mi confortano sembrano poco persuasi delle loro frasi.

Solo la Lucia è sicura che guarirò perfettamente, ma non ha altra
ragione a questo che un'affezione di trent'anni; sono quasi suo
figlio. Se restassi zoppo, ella sosterrebbe con tutti che non è vero.

Quando mi vide arrivare nel cortile, solo, colle gruccie sul
carrettino, guidando lo stesso cavallo che mi aveva rovesciato, gettò
un urlo. Aveva saputo della disgrazia, ma non la temeva così grave.

Avevo voluto discendere solo dalla villa, arrischiando così impotente
ad ogni moto di pericolare lungo la strada, non so bene il perchè. Era
una reazione della vanità offesa dalla caduta che si cimentava contro
l'oscura possibilità di altri pericoli, o il bisogno di fermarmi solo
a contemplare il luogo del mio disastro? Infatti, mi vi arrestai.

La giornata era nebbiosa, il vento aveva già disciolta la prima neve
caduta. Mancavano due giorni al Natale. La strada gremita di biroccie
era quasi impraticabile per la ghiaia distesavi di fresco; i passeri
volavano sulle siepi davanti al mio cavallo, o sfiancando
improvvisamente si cacciavano in un pagliaio o sotto un fascio di viti
abbandonate ai piedi degli alberi. Qualche pettirosso balzava dal
fossato sopra un paracarro guardandomi venire con due occhietti umidi
e brillanti, mentre la bavarina aranciata arruffandoglisi faceva
sembrare le sue zampine quasi troppo sottili. Ma d'un tratto schizzava
via, e posandosi sopra uno stecco salutava e spariva.

A mezza strada un impeto forsennato di collera mi fece frustare il
cavallo, che si slanciò alla carriera; perdetti quasi una gruccia.

Giunsi alla via Emilia!

Cominciava il tramonto. Lontano sulle ultime vette una muraglia di
nuvole nere si perdeva nel cielo frastagliandosi, quasi confine e
baluardo di sconosciute tempeste. Una tristezza umida si aggravava
nell'aria. Gli alberi dei campi già sfogliati dai contadini avevano la
desolata nudità del grande inverno, mentre le quercie rimaste sui
limiti fra podere e podere lasciavano cadere le ultime foglie
ingiallite. La via Emilia in quell'ora e in quel giorno non votato ai
mercati dei paesi vicini, era quasi deserta: il suo largo piano,
diritto e stupendamente conservato, allora senza ghiaia, aveva un'aria
di pulitezza e di abbandono che impensieriva. Ero trascorso oltre
Castel Bolognese e proseguivo al passo verso Faenza. I passanti erano
pochi, scarse e fievoli le voci che arrivavano dai campi. Riparati per
dormire nei cipressi e nelle edere sempre verdi delle ville
abbandonate, i passeri non si mostravano più; solo qualche pettirosso
s'affacciava ancora fra le siepi nella eleganza signorile dei propri
colori e con moti di delicatezza raffinata fino alla civetteria. La
sera si appressava velando sui campi il grano sorto da poco; qualche
lume appariva già alle finestre, molte scintille sfuggivano dai
camini.

La maggior parte dei lavoratori cominciava già a ritornare nelle case,
che si disponevano a riceverli colla letizia del fuoco e della cena.

Involontariamente abbassai la testa e rattenni il cavallo.

Il paesaggio era solenne, l'ora severa.

In quel momento nessuno passava per la strada.

Un tumulto di memorie, di pensieri, di sentimenti mi sopraffece. La
via Emilia immensa e vuota mi si allungava davanti: non un rumore
passava nella sera, non una forma saliva dai campi. Il cielo plumbeo
sembrava aver perduto persino il ricordo degli astri, sulla terra
bruna erano cessati tutti i colori ed i moti della vita. Una inerzia
crepuscolare copriva la natura arrestandone l'infinita instancabile
varietà; e la via Emilia aperta per essa da una storia di quasi tre
mill'anni, altrettanto nuda e deserta, pareva annunciare che anche la
storia era finita. Una stessa sera conchiudeva le date dello spirito e
i giorni della materia, le epoche della terra e i secoli della
civiltà.

Ero solo, ero l'ultimo.

Quanti popoli, quanti individui, quante vicende erano passate per
quella strada! Quanti mutamenti di natura intorno ad essa e nullameno
quanta immutabilità nel paesaggio, dacchè il primo sguardo lo consegnò
alla prima memoria! I colli erano sempre gli stessi: la natura vi si
era destata nella primavera ai medesimi venti, ornandosi dei medesimi
fiori; vi aveva soffocato nell'estate fra i raggi del sole e le vampe
più cocenti di una fecondazione maturante ad ogni minuto, vi si era
assopita nelle malinconie lagrimose degli autunni, aveva simulato di
morirvi sotto il bianco lenzuolo di tutti gl'inverni. Dietro ai primi
colli rugati da minimi ruscelli se ne alzavano altri più uniformi di
colore, e dietro altri ancora violacei e trasparenti a certe ore, in
altre rigidi ed acuti sul cielo grigio ed unito. E le stesse vette da
tremill'anni attiravano lo sguardo di tutti i viandanti, mentre la
stessa voluttà nelle curve, la stessa improvvisa arguzia nei
distacchi, la stessa soavità d'inclinazioni producevano le medesime
sensazioni e le medesime idee. Le esclamazioni dei passeggieri si
erano alternate in una rapida e tumultuosa vicenda di lingue, ma
significando sempre la stessa cosa: tutti trascorrendo sul facile
piano della strada avevano guardato quei colli, sui quali le case sole
mutavano in mezzo alla eterna bellezza della natura.

Non erano romani, ma galli, i primi che da quei colli videro la
pianura rigarsi di una larga striscia bianca. Era la nuova strada
Emilia, che staccandosi dalla via Flaminia alla sua estrema punta di
Rimini, la più antica colonia romana, proseguiva verso le più recenti
per Bologna sino a Piacenza. Allora la pianura, che dai colli
discendeva verso il mare, era ben più stretta di ora e si arrestava al
labbro della immensa palude Padusa entro la quale Ravenna, antico
villaggio lacustre, aspettava nella calma della ignoranza di succedere
a Roma come capitale dell'occidente. I più floridi paesi della romagna
non esistevano ancora; un'acqua torbida ed inerte, tratto tratto
percossa da innumeri tuffi di uccelli vallivi, evaporava lentamente al
sole avvelenando nell'aria ogni alito di vita; il mare lontano, cerulo
sotto l'argento delle sue spume, la chiudeva come in un immenso monile
niellato. La palude serpeggiava avanzandosi verso i colli o
indietreggiando verso il mare a seconda dell'impeto dei fiumi che vi
si cacciavano, sempre più intricata da vegetazioni acquatiche, nelle
quali s'impigliavano i remi dei piccoli canotti. Oggi nel medesimo
luogo i mietitori ripetono negli stornelli le canzoni di quei primi
pescatori, che la storia non conobbe o invitò pei campi,
trasformandoli sino d'allora in agricoltori o in mercanti.

Allora la strada era un margine alto sui campi e sulla palude, pel
quale Roma mandava le proprie legioni a frenare i popoli vinti o non
ancora fusi dalla sua civiltà. Alcuni fra essi, come i galli Senoni,
furono distrutti o cacciati; la maggior parte degli altri rimasero, e
quella lunga linea bianca, che li univa a Roma, li persuase ad altra
vita; l'agricoltura successe alla pastorizia, il commercio raddoppiò
l'agricoltura, dietro le legioni passarono i cittadini di Roma, i
barbari li seguirono, e Roma crebbe trasformandosi da città vincitrice
in capitale d'Italia, da capitale d'Italia in centro del mondo.

La strada costrutta nell'anno 567 dal console M. Emilio Lepido
quindici anni dopo la battaglia di Zama, nella quale la mediocrità
vanitosa di Scipione sopraffece il più gran genio militare apparso
nella storia, era destinata ad allacciare la naturale frontiera del Po
a Roma, vertice del grande triangolo della via Flaminia e Aretina
riunite a Bologna per la via Cassia. Al di qua del Po prevaleva la
costituzione civile degli Italioti, al di là la costituzione cantonale
dei Celti.

D'allora quanti popoli, quanti individui, quante vicende sono passate
per la via Emilia!

Sollevazioni di popoli soggetti, invasioni di popoli stranieri,
eserciti fuggenti nelle sconfitte, legioni taciturne nelle marcie
forzate di una riscossa o chiassose nel ritorno di un trionfo,
legionari mutati in coloni e pellegrini verso le terre loro assegnate
dal Senato, carovane di mercanti e di pastori; Galli ed Etruschi,
Celti e Veneti, Liguri ed Allobrogi, Insubri e Germani montati su
cavalli addestrati nelle guerre o selvaggi ancora della vita libera
delle foreste, sopra traini rotolanti su cilindri o carri falcati di
battaglia o bighe leggiere o plaustri dipinti trasportanti merci o
masserizie, famiglie e tribù, armati ed inermi, uomini e donne;
cacciati tutti dall'istinto inconscio della storia, forti, deboli,
morenti e morti, tutto è passato per questa strada verso Roma e da
Roma verso tutta l'Europa superiore. L'orma forcuta degli armenti vi
si è calcata sull'orma di tutte le cavallerie, il passo unito delle
falangi vi ha coperto le pedate disordinate dei viandanti, il solco
delle rotaie ha subíto il taglio di tutte le ruote e non ne ha
conservato alcuno. A ogni vento a ogni pioggia a ogni raggio di sole,
tutto era cancellato; il sandalo si sovrapponeva al coturno, i piedi
scalzi più larghi e più numerosi appianavano ogni rilievo pestando
colla stessa indifferenza la traccia lasciata nella polvere dal manto
del trionfatore o dal fieno spiovente sui carri, da una zampa di
elefante o da una coda di lucertola.

Per quanto cupa la notte e il sole cocente il passaggio non si è mai
arrestato sulla strada. I campi a certe ore sono deserti, ma la strada
non lo è mai, giacchè i mutamenti più terribili e subitanei della
natura vi sono senza efficacia e ogni temporale è sempre sicuro di
trovarvi qualche infelice su cui aggravarsi. Gli acquazzoni sono rari,
il fiotto umano incessante. Nulla può fermarlo. La cavalleria degli
eserciti intoppa lungo la strada nell'asinello del contadino o nei
porci del mandriano: mentre i soldati pensano alla battaglia
imminente, le fanciulle che ritornano dai villaggi li guardano tra
curiose e sbigottite e appena passati ripigliano il filo dei cicalecci
domestici; sulla stessa pietra miliare si sono sedute tutte le umane
varietà dal mendicante all'imperatore, dal fanciullo folleggiante al
vecchio estenuato, e tutti hanno consultata la sua cifra
interpretandola d'infiniti significati.

I campi che circondano la strada mutano padrone e coltura, ma la
strada non cangia e non sente: tutto passa per lei sempre egualmente
larga e piana a tutti. Gli uomini possono sognare tra sè stessi ogni
differenza, ma sulla strada non ne manterranno alcuna; nessuno potrà
farla più breve o più lunga, scemarvi la polvere o il fango, o
lasciarvi la propria traccia indelebile. La strada è come la storia,
nella quale nessuno può fermarsi. Non una parola o un'idea vi è
rimasta delle infinite che si dissero o si pensarono lungo i suoi
margini. I monumenti, che l'individuo s'innalza per sfuggire alla
morte, sono altrove: tutte le città ne spesseggiano, ma la vita della
città risulta appunto dalla sosta di tutte le vite individuali che vi
si addensano. La strada è il fiume che corre sempre, la città è la
palude che si agita talvolta ma non corre mai. E l'uomo ha sentito di
non poter lasciare la propria traccia che dove tutti gli altri si
arrestano; nella sosta di tutti il più forte poteva pretendere di
fissare per sempre la propria immagine, mutandosi così per quelli che
giungerebbero in nuova ragione di fermata.

Nella strada come nella natura uomini e viventi sono eguali. Nessuna
feroce e demente fantasia di tiranno ha mai pensato ad interdire la
strada a qualcuno, alzandola a privilegio di classe. Il cavallo più
veloce e il pellegrino più lesto possono raggiungere e sorpassarvi
chiunque vada più lento; a tutti gli stanchi i margini offrono lo
stesso erboso sedile, ma non vi sono posti privilegiati per nessuno;
non vi è regola pel passo, norma alla fermata, obbligo di ore nel
viaggio. Tutti sono egualmente liberi di proseguire o di arrestarsi,
di tacere o di cantare.

All'ombra dello stesso albero, forse nel medesimo giorno si saranno
fermati un grande poeta e un accattone scemo; dal medesimo parapetto
di ponte avrà abbassato lo sguardo Giulio Cesare e la bimba reduce
dalla più vicina bottega coll'ampolla dell'olio nelle mani. Mentre
Caio Mario sarà passato ruminando il gran disegno di distruggere i
Cimbri, dietro lui un vecchio mendicante, incantatosi nello spettacolo
delle legioni, avrà sorriso lungamente calcolando il guadagno del
concime raccattato entro un cesto, estremo capitale di tutta la sua
vita di lavoro. E quando il terribile guerriero sarà ripassato
vittorioso, non avrà riconosciuto quel medesimo vecchio intento a
spiarlo dal medesimo posto, e non avrà certo pensato che per lui il
suo passaggio nella strada era eguale a quello di ogni altro per
quanto il suo arrivo a Roma potesse essere diverso, giacchè quel
vecchio non avrebbe poi distinto nella piccola fossa del concime lo
sterco del cavallo di Caio Mario da quello di tutti gli altri cavalli.
Quel vecchio che restava e resta ancora sulla strada, giacchè la razza
di quelli che vi raccolgono il concime è indistruttibile, dietro ogni
viandante aspettando ciò che qualunque più povero è pur costretto ad
aver di superfluo, somiglia singolarmente al tempo, quale la fantasia
dei pittori ha sempre voluto dipingerlo: invece della falce un
mozzicone di badile e un cesto per giunta. Ma se ciò che vi depone è
tutto quanto resta di ogni viaggio umano, la sola differenza che sulla
strada distingua il passaggio dell'uomo da quello dell'animale, la
sola ricchezza che si possa raccogliere dove tutte passano, l'opera di
quel vecchio e il suo risultato sono la più vera definizione della
vita umana, che nessun filosofo ha ancora avuto l'ingegno o il
coraggio di formulare.

E nella strada, per la quale tutti sono costretti a passare più o meno
spesso, alcuni sembrano abitare, e sono mendicanti, carrettieri di
ogni sorta, pellegrini che nessuna città può rattenere, vaganti pel
mondo quasi per provare a coloro che vivono e muoiono nel paese ove
nacquero, che quello è sempre stato uno anche quando la sua unità non
era ancora passata dalla vita nella storia. Questi nomadi, pei quali
la curiosità della vita altrui è la suprema ragione della propria,
rappresentano il principio della eterna mutabilità. La loro patria è
il mondo, il loro Dio un ignoto, la loro famiglia imitata su quella
degli uccelli, che fanno il nido dovunque e costruendo il secondo non
ricordano più il primo; la loro intrepidezza è al di sopra di tutti i
bisogni, la loro costanza lunga quanto la loro vita.

Poeti del viaggio, cantano non scrivono: filosofi della umanità, prima
che questa idea fosse concepita e fusa questa parola, passano
artisticamente curiosi e cinicamente indifferenti attraverso tutti i
popoli, pensando quando capiscono, sorridendo quando non comprendono;
liberi nella schiavitù universale della storia che sottomette i
sudditi ai re e i re a sè medesima, ricompendia o in sè stessi la
poesia dei mari e dei monti, dei campi e delle paludi, delle città e
dei deserti, ma non amano che la strada nella quale sentono di essere
primi. I loro mestieri mutano ad ogni stazione; la loro esperienza che
ha visto tutto vince la diffidenza istintiva dei volghi, che li
accolgono e li attorniano interrogando; ma inflessibili quanto la
strada che passa oltre ogni difficoltà di terreno, attraversano ogni
zona di civiltà e di natura, raccogliendo omaggi e disprezzi come
tutti coloro che vivono diversamente degli altri.

Per essi una rivoluzione è poco più di un tumulto di mercato, se vi
arrivano nell'ora dello scoppio: una catastrofe di governo non ha
l'importanza della caduta di un ponte: ogni finale di dramma ne sia
Cristo o Socrate, Caio Gracco o Cola da Rienzi, Cicerone o Savonarola
il protagonista, diventa uno spettacolo pagato largamente dalla fatica
di un viaggio interminabile. Essi vanno, ma non arrivano e non
ritornano mai. Non aspettano alcuno e nessuno li attende: non migrano
perchè non intendono fermarsi, non viaggiano perchè non hanno scopo,
non lavorano perchè ogni lavoro suppone un ambiente, ma guardano e
girano. L'abbandono di ogni ricchezza, il dispregio di ogni posizione
li rende superbi, ma la coscienza della inanità di tutti gl'impieghi
umani li persuade all'umiltà, e accattano. Che importa il pensiero o
la parola di quelli che donano? Essi ricevono e dimenticano anche più
prontamente di loro. Tutta la civiltà e la natura è per essi un
teatro, giacchè dalla strada si vede e si sente tutto: come la strada
rimane bianca a traverso ogni luogo e malgrado ogni passaggio, essi
restano impassibili a traverso le sensazioni di tutti.

E così somigliano ai grandi individui della storia, incogniti tra
l'egoismo ignorante della piccola gente che non distingue quasi mai il
personaggio decorativo dal personaggio storico, mentre la natura anche
più indifferente si varia pei campi, e tutti i suoi viventi non hanno
per la strada la più vaga delle attenzioni. Che Giulio Cesare discenda
la via Emilia verso il Rubicone, o una compagnia di gladiatori la
rimonti verso il circo di Verona, per gli uccelli che cantano e pel
ramarro che fischia la cosa è ben indifferente. Invano gli uomini
sopraffatti da tragico senso scrutarono spesso nel volo degli uccelli
o nelle viscere dei buoi il secreto delle imprese nelle quali si
sentivano mortalmente attirati. Le cornacchie migranti a sera sui
campi per andare a dormire lungi lungi non mutarono mai il battito
delle ali perchè uno sguardo ansioso di aruspice lo studiava dalla
strada; ma se nel loro piccolo cervello di volatili avessero potuto
supporre che gli uomini, soli pensatori nella natura, cercavano nel
moto delle loro ali un indizio per la sorte delle imminenti battaglie,
avrebbero certamente sorriso se il becco l'avesse loro permesso.

Che importa all'usignuolo nascosto nel fogliame dell'albero più denso
presso il parapetto del ponte, se il viandante arrestatosi ad
ascoltarlo sia Catullo che si reca in villa a Sermione, o Tasso che si
allontana mendicando? Che importa al passero garrente sulle siepi nei
pigri mattini dell'autunno, se il primo frate che si ferma ad
ammirarlo e gli sorride come per un conforto ricevuto a una nuova
giornata di lotta, sia Lutero che ritorna da Roma meditando la
terribile rivoluzione onde incendierà tutta l'Europa, o S. Francesco
d'Assisi che s'affretta verso l'abituro di un povero per compiervi un
altro miracolo di amore? Che importa al falco roteante nell'aria colle
ali dorate dal sole del meriggio, se lo sguardo umano che lo ammira
dalla strada sia quello di Corradino di Svevia, fanciullo cacciatore
di corona, o quello di un vecchio uccellatore al quale la sua vista
ricorda molti drammi minuti di zimbelli ciuffati da altri falchi sulle
verdi platee dei paretai? Forse che i falchi d'oggi rammentano come i
falchi medio-evali cacciassero nei cieli per l'uomo, riportandogli la
preda appena li richiamava col logoro, o forse che anche allora i
falchi liberi sapevano qualche cosa della vita dei falchi schiavi?

La natura non muta allo sguardo dell'uomo, ma bensì nel suo sguardo.

Quando Michelangelo e Tiziano sono passati per la via Emilia,
guardandone i paesaggi e ritraendone colori pei quadri futuri, i colli
non hanno accresciuta per vanità la propria bellezza, come sotto lo
sguardo imbecille di tutti i loro abitatori per migliaia di anni non
l'avevano scemata. Nessun grand'uomo ha mai resistito senza dolore al
disconoscimento della propria grandezza, ma la natura che non pensa, o
della quale il pensiero cosmico è ben superiore al pensiero umano, non
sussultò ancora di dispetto sotto l'occhiata stupida di uno solo fra i
suoi ospiti.

Eterna, e quindi insensibile, il dramma umano che le passa attraverso
non la commove. Quanti drammi sono passati nella via Emilia per
conchiudersi altrove o vi si sono compiti? La storia che conta solo i
massimi, nei quali l'individuo lotta pei molti, ne ha registrati
troppi perchè la memoria possa conservarne la cifra e la serie. La
tragedia è una, ma le sue scene sono molteplici, i personaggi
innumerevoli, e nullameno la vita è anche più ricca della storia. I
suoi piccoli drammi circoscritti negl'individui che vi periscono senza
traccia e senz'eco, sono come l'atmosfera, nella quale si compie il
grande dramma storico assorbendo le forze più elastiche della passione
e gli elementi più puri dell'ideale.

In quanti condannati a morte, volgari delinquenti o volgari ammalati
si saranno incontrati Arnaldo da Brescia o Aonio Paleario passando per
la via Emilia già consci della morte che li attendeva? In quanti
contadini migranti colle ultime masserizie verso le città, colla
fronte bassa per nascondere le lagrime, vi si sarà imbattuto Dante
esule da Firenze, fervido d'ira e di poesia? Quante risa idilliache vi
hanno stormito all'orecchio di Properzio o di Petrarca? Per quante
combinazioni di calcoli domestici e mercantili vi passarono
Macchiavelli e Galileo, combinando nel forte pensiero cifre storiche o
astronomiche, dati di algebra fisica o sociale? Quante fronti
giovanilmente superbe alla vigilia del trionfo e della morte vi si
sono alzate da Pico della Mirandola a Gastone di Foix, da Keats a
Bellini? Quanti storici da Tito Livio a Gibbon, da Guicciardini a
Duruy vi hanno involontariamente cercate le orme dei popoli, dei quali
ricostruivano nel vasto ingegno la storia? Giano della Bella e
Catilina, Andrea Doria e Nerone, San Luigi Gonzaga e Goethe, Heine e
Caterina da Siena, Napoleone I e Farinello, Caio Gracco e Cosimo De'
Medici, Bianca Capello e Annita Garibaldi, Alessandro VI e Mazzini,
Attila e Raffaello, Ignazio di Lojola e Catone, Boezio e il
connestabile di Borbone, poeti come Virgilio, ballerine come
Arbuscula, dame come Stefania, imperatori come Barbarossa, generali
come Consalvo, conquistatori come Carlo d'Angiò, pittori come
Leonardo, architetti come Brunelleschi, attori come Salvini; torme di
saltimbanchi e di gladiatori, carri pieni di statue e di leoni,
processioni di santi e di prigionieri, labari e stendardi, aquile e
gonfaloni, reliquie di santi e di governi, macchine di guerra e
d'industria, cortei di giustiziati e di giubilei, anfore e cannoni,
scialli e corrazze, ogni varietà di uomini e di cose soavi e
nauseanti, ignobili e sublimi, tutto è passato per questa strada che
fu lunghi secoli la più frequentata del mondo.

Se i grandi uomini che l'hanno percorsa vi si riunissero in un'ora,
forse la riempirebbero così da impedirne il passaggio ai piccoli che
la corrono quotidianamente.

Byron vi ha galoppato furioso e furiante dietro un'immagine o una
donna; Goldsmith vi ha camminato lentamente suonando l'organetto, col
quale si guadagnava le spese del viaggio; Leopardi vi ha pianto senza
dubbio; Monti vi ha sparato le proprie rime inesauribili come un fuoco
di moschetteria allegro e superbo. Il duca Valentino impadronendosi
delle Romagne vi sognò la conquista d'Italia, Vittorio Emanuele la
percorse quattro secoli dopo, luminoso nell'apoteosi di quel torbido
sogno. Shelley e Guerrazzi vi pensarono entrambi alla stessa Beatrice
Cenci; Augusto Lepido e Marcantonio vi si incontrarono per dividersi
il mondo; Francesca da Rimini e Galla Placidia vi hanno lasciato colla
loro leggenda il canto più bello e il più fino mosaico di ogni tempo;
Tasso ed Ariosto vi hanno meditato peregrinando la propria rivalità;
Lombardini e Paleocapa studiando i mutamenti del suo territorio vi
hanno cercato i primi profili della geologia storica: Pio VII e
Garibaldi vi sono passati egualmente espulsi da Roma, Teodorico e
Odoacre vi si sono contesi l'impero d'Occidente; Astolfo coi
Longobardi, Pipino coi Franchi v'iniziarono la lotta per il potere
temporale dei Papi.

Gli avvenimenti vi si susseguono agli avvenimenti; la via Emilia, uno
fra i più grandi fiumi della storia, corre sempre.

Le sue piene sono invasioni, i suoi straripamenti assumono nomi di
battaglie; presso i ponti de' suoi fiumi sorgono città e villaggi.
Dopo i Romani passano i Barbari, dopo i Barbari i Crociati, dopo i
Crociati gli eserciti di tutta l'Europa, che vengono a battersi in
Italia ancora centro della civiltà mondiale. Talvolta il suo piano
echeggia sotto il galoppo leggero dei Numidi alleati dei Romani,
cavalieri impetuosi come il vento dei loro deserti e altrettanto
mutevoli; tal'altra risuona sotto il cupo ritmo dei cavalieri Normanni
tremendamente gravi di ferro. I primi emblemi guerreschi che vi
guidarono soldati furono le aquile d'argento date da Caio Mario alle
legioni nella sua riforma militare, l'ultimo che vi passa oggi è la
croce rossa di Savoia in campo bianco nell'iride dei colori nazionali.

Quando il medio-evo ebbe mutato tutto il mondo romano, e la croce si
sostituì lungo i margini della strada agli Dei Termini, i colli della
via Emilia si coronarono di castella e di torrioni. I ladri, che
l'avevano naturalmente infestata a ogni tempo, si mutarono in bande di
masnadieri guidate dal signore, e le scaramuccie e i saccheggi per
secoli la macchiarono di sangue; ma anche allora seguitò ad essere
bianca ed illare sotto la gente che vi passava frettolosa obliando una
storia millenaria per gli affari d'un mattino.

Dove avvennero dunque le più grandi battaglie lungo la sua linea? A
quale svolta, da qual vicolo, su qual ciglio di campo si distesero gli
eserciti? Dove furono massacrati i feriti e seppelliti i morti? La
storia lo racconta, ma chi rammenta tutta la storia e può dirsi
passando per la strada: qui Giovanni Medici arringò le Bande Nere, o
Alberigo da Barbiano insegnò le prime manovre a' suoi fanti? A qual
punto della strada furono commessi quei tremendi delitti, oggi
dimenticati, che hanno fatto inorridire tante generazioni? A quale
altro tanta gente per noi sconosciuta vi provò la maggior felicità
della propria vita?

Tutti sono passati, e secondo il proverbio di Salomone non vi hanno
lasciato più traccia del fumo nell'aria, del serpente sulla pietra,
della nave sul mare, dell'uomo sulla donna.

Nulla nulla nulla, ecco tutto!

Ogni rumore finisce fatalmente nel silenzio; quando finirà il rumore
della storia? Sarà in una sera che copra colla pietà delle sue ombre
la sconcia agonia degli ultimi pellegrini, o in un meriggio che
insulti col suo fulgore al tramonto del pensiero umano? La natura,
nella quale creammo il regno dello spirito e alla quale imponemmo
talvolta colle scienze le nostre volontà di un minuto, sentirà in sè
stessa la nostra morte, o già preoccupata della nuova vita più alta
che dovrà succederci, avvertirà appena la nostra ultima caduta come
negli autunni quella delle ultime foglie?

Il piano della via Emilia e di tutta la sua pianura si abbassa: ai
calcoli più recenti il progressivo dislivellarsi del suolo rispetto al
pelo del mare sarebbe dai dodici ai diciotto centimetri per secolo. Il
pavimento del sepolcro di Galla Placidia è sotto la comune alta marea
circa un metro. Invano la terra rapita ai monti dai ruscelli e portata
al mare dai fiumi allunga il litorale e sembra alzarsi sul mare; il
mare indietreggia, ma si drizza minacciando. La scienza sospesa non
osa ancora decidere, quantunque il pericolo cresca ogni giorno, dacchè
gl'ingegneri della Serenissima lo segnalarono primi nel secolo XV. È
il suolo che si abbassa sotto il peso della vita che porta, o il mare
che si eleva secondo l'ipotesi meteorica del Mayer, mentre la luna
accelera secolarmente il proprio viaggio nei silenzi del cielo?

I pesci dell'Adriatico passeranno un giorno sulla via Emilia come vi
passarono le legioni di Cesare e di Napoleone?

La strada si rifiuta forse a conservare ogni orma di viandante, perchè
destinata a discendere per sempre sotto il mare, le orme umane non
apprenderebbero nulla ai viventi di laggiù?

Forse!

[Blank page]



VII. [Niccolò Macchiavelli]


--Che cosa pensi tu dunque del Macchiavelli? Mi ha chiesto
improvvisamente Berti, volgendomisi dal caminetto con le molle in mano
e guardandomi con quella sua aria intelligente e curiosa. Quindi senza
darmi tempo di cominciare una qualsiasi frase di risposta, si è alzato
e prendendo di sul tavolo da notte uno dei tre volumi del Villari, ha
soggiunto:

--Li ho letti anch'io: è un lavoro largo e minuto. Tutta la critica
moderna lo ha encomiato; Macchiavelli vi è seguíto giorno per giorno,
passo per passo. La sua vita vi è esplorata collo scandaglio,
commentata colla finezza di un avvocato e qualche volta colla
penetrazione di un romanziere: il disegno dei tempi, nei quali passa
ed opera, è sicuro. Pare che tutto vi sia detto; un volume descrive
l'ambiente nel quale Macchiavelli sta per entrare, due altri quello
che vi pensa e fa.

E arrestandosi improvvisamente, colpito da una idea più concisa per
esprimere il tumulto di tutte le altre che il richiamo di quei libri
gli aveva destato:

--Sai che cosa mi è risultato dalla lettura attenta dell'opera del
Villari? Mi pare di aver sempre vissuto con Macchiavelli e di non
averlo capito.

--Ah! ho esclamato.

--Che te ne sembra?

--La stessa impressione che ne ho ricevuto io. L'opera del Villari ha
tutti i pregi e i difetti della scuola positivista alla quale
appartiene. La vita dell'uomo non può mai spiegare interamente la vita
del pensatore e dell'artista, come il quadro del tempo non rivela mai
tutto il mistero dell'individuo. Il Taine, ben più potente del
Villari, nella storia della letteratura inglese, servendosi dello
stesso metodo, ha fallito in faccia a Shakespeare tentando di
ricostruirlo. Ricostruire, ecco il motto della scuola positivista;
Michelet invece aveva detto: la storia è una resurrezione. Hai letto
lo Shakespeare di Victor Hugo? No, non importa. Victor Hugo falsa
Shakespeare col proprio riflesso, ma penetra nella sua anima. Taine
riunisce con dotta e sicura analisi tutte le sue opere, come un
anatomico riunirebbe saldandole con fili di ottone le sue ossa, per
dirvi: questo è Shakespeare.

--E non sarebbe che il suo cadavere.

Un gruppo di amici è sopravvenuto deviando la nostra conversazione.

--Studii? mi ha chiesto Fossa.

--No.

--Scrivi?

--Nemmeno.

--Non lo credo: è un pretesto per non dirci a che cosa lavori o per
non mostrarcelo. Macchiavelli! ha soggiunto pigliando dal tavolo lo
stesso volume preso da Berti. Sentiamo, sentite, si è rivolto con
scherzosa ironia agli amici: che cosa pensi tu del Macchiavelli?

--O del Villari? ho risposto barattando un'occhiata col Berti.

--Che m'importa del Villari! Il giudizio di un giudizio è come il
racconto di un racconto, il secondo è sempre peggiore del primo; non
vi è che il terzo che essendo addirittura insopportabile ci possa
consolare dell'averli ascoltati tutte due. Dimmi tu, piuttosto, che
cosa pensi del Macchiavelli. Io non l'ho mai letto, ma l'ho visto nel
mio viaggio a Firenze, in Santa Croce: mi è parso una vecchia testina
di monello intelligente. Intelligente e monello lo era di certo, ma
forse qualcos'altro ancora. Che cosa pensi tu del Macchiavelli?

L'insistenza di questa domanda cominciava a turbarmi.

--Napoleone avrebbe già risposto, ha replicato Fossa sorridendo al
sorriso degli amici, coi quali a ogni proposito cita sempre Napoleone
I.

--E Napoleone I avrebbe risposto in due parole? ha interrotto Berti.

--Già! e una sarebbe di più se ogni fatto non è che un'idea.

--Ohè! filosofo....

--E Napoleone avrebbe detto giusto?

--Già.

--T'inganni, mio caro: nel Memoriale Sant'Elena Napoleone ha giudicato
Macchiavelli, in un periodo di molto imperfettamente.

--Io non l'ho letto e non lo leggerò mai; non ammetto Napoleone che
scrive.

--E così che cosa pensi tu del Macchiavelli?

--Troppo per potertelo dire qui.

--Allora sei nel mio caso, che non ne penso nulla e non ne posso
parlare affatto: parliamo dunque di Napoleone I.

Un urrah di sdegno allegro ha coperto quest'ultima minaccia di Fossa,
che sedendo si è messo invece a parlare dei propri cavalli. Fuori
nevicava. Malgrado che le fiamme brillino da tre mesi nel caminetto,
la camera non è molto calda e gli amici debbono a ogni visita far
crocchio intorno al fuoco. Io seguiva coll'avidità di un infermo, da
quasi quattro mesi segregato dalla società, il loro cicaleccio che
raccontava forse per la centesima volta una storiella del teatro.

Poi se ne sono andati tutti insieme, ma Fossa rimasto ultimo colla
maniglia dell'uscio in mano, mi si è rivolto e:

--Che cosa pensi tu del Macchiavelli? Mi ha ripetuto burlescamente.
Bada che al mio ritorno mi dovrai una risposta; ti concedo di restare
a letto tutti questi giorni per scriverla se ciò te la renda più
facile.

Ed è fuggito ridendo.

Che cosa penso io dunque del Macchiavelli, di questa sfinge intorno
alla quale si affatica da tanto tempo il pensiero dei dotti, e che
mutata in simbolo sinistro esprime pei volghi quanto di più
profondamente perfido e serenamente cinico possa essere la natura
umana? Che cosa vi è di vero nella parola macchiavellismo per
Macchiavelli? Quale fu il suo pensiero nel pensiero del suo secolo,
nello spirito della storia? Ha egli meritato l'iscrizione
ampollosamente semplice che in Santa Croce lo dice superiore ai due
più grandi uomini dell'Italia, Dante e Michelangelo--_Tanto nomini
nullum par elogium_?--La sua azione nel mondo fu uguale alla loro, e
le sue scoperte ne mutarono il concetto come quelle di Galileo, che
gli è modestamente accanto nel medesimo tempio?

Certo che di lui possa chiedersi questo è già tale complimento che
vale poco meno dell'epitaffio fattogli dal Ferroni, oggi ancora citato
fra i più belli della letteratura lapidaria.

Le vicende della vita e della fama del Macchiavelli si rassomigliano
molto. Entrambe furono contrastate dal tempo, aspreggiate dalla
miseria, quasi soffocate nell'oblio. Le sue opere maggiori stampate,
lui morto, non ottennero subito troppa stima; il pensiero non ne fu
giudicato grande, la forma perfetta. Solo il Principe colpì lo spirito
del pubblico, e mantenendovisi come nello spasimo di un problema,
parve salvare da una probabile dimenticanza il nome di Macchiavelli. I
pochi contemporanei amici del Macchiavelli che l'avevano letto, non
gli dettero, quantunque apprezzandolo, un briciolo dell'importanza che
doveva poi acquistare: l'autore stesso non lo stimò mai tanto e non
avrebbe osato ripromettersene la celebrità fino ad oggi triste ma
universale.

La battaglia, che contro questo libro incominciarono primi i gesuiti,
mutata presto in guerra, ne ebbe ogni vicenda gloriosa ed infame.
Tutti vi entrarono, grandi e piccoli; uomini lo spirito dei quali
doveva morire con essi, e uomini dei quali l'anima è rimasta nella
storia mondiale. Poichè la politica è il motore e l'involucro della
vita sociale, ognuno sentì il bisogno di decidersi in faccia al
problema del Principe. Ma il suo concetto era vero nella politica
umana? Il governo dell'uomo non essendo che l'azione del suo spirito
collettivo sul suo spirito individuale, che debbono essere uguali
sotto pena di essere inconciliabili, gli aforismi della politica
possono davvero non essere che aforismi di psicologia?

La battaglia che il Principe ha sostenuto e sostiene ancora contro
tutti, decideva dell'onore dell'umanità: il Principe la dichiarava
naturalmente cattiva, essa si affermava naturalmente buona.

La durata della guerra è in favore del Principe, benchè la vittoria
debba restare fatalmente all'umanità.

Il Macchiavelli nacque nel secolo forse più ricco d'ingegni per
Firenze. I tempi erano grossi politicamente, la repubblica in continuo
pericolo: la forma politica del Comune stava per tramontare in quella
più larga e più alta degli Stati nazionali. La Spagna aveva già
compito la propria unificazione, l'opera di Luigi XI in Francia era
già sicura, Lutero preparava colla Riforma la grande costituzione
dell'Alemagna. In Italia l'equilibrio studiato e ottenuto da Lorenzo
il Magnifico, altrettanto fino politico che poeta, era cessato: i
Francesi l'avevano invasa e non se n'erano andati che per ritornare.

Pisa ribelle a Firenze si avvicinava ad un'agonia senza gloria,
profetando nella propria fine quella di tutti i municipii ancora
liberi nei vecchi ordini, o indipendenti per le armi di qualche
signorotto isolato nella disgregazione del sistema feudale. Genova era
in preda alle ultime fazioni famigliali osteggiantisi per la
supremazia: Venezia erede della universalità e del governo romano era
cosmopolita nel commercio e aristocratica nel patriziato, palladio e
tiranno della sua vita più ampia che nei regni recentemente riuniti,
più florida che nei comuni meglio dotati, più duratura che nelle
stesse monarchie destinate a prendere il posto delle repubbliche. La
Romagna, la Marca e l'Umbria lacerate dagli ultimi feudatari
conniventi o contrastanti coi papi vivevano nella miseria e nei
massacri. Milano dopo il dramma astuto e infelice del Moro si
accorgeva di non avere ormai più signore indigeno, e si preparava alla
gloria umiliante di un vicereame conservando nella nuova tendenza alla
servitù la cupidigia conquistatrice, che l'aveva resa nemica di
Venezia e per un momento quasi arbitra d'Italia. Al di sopra
dell'Italia oltre le Alpi si alzava l'ombra del sacro romano impero,
autorità mistica e brutale, che pesava ancora sulla coscienza italica
come un dogma, e discendeva tratto tratto su tutti i governi della
penisola come una rapina.

La Francia più piccola ma più unitaria della Germania, nella quale la
putrefazione della feudalità e il disgregamento dei Comuni impediva
quasi ogni coesione di Stato, ricordava contro di essa le pretensioni
imperiali di Carlo Magno, studiando intenta l'Italia come futuro campo
delle battaglie che dovevano decidere quale sarebbe il primo popolo
d'Europa. La Spagna sbarcata a Napoli sconfiggendovi gli ultimi
Angioini e sovrapponendo la propria dominazione alla loro, vi aveva
fondato una monarchia, la quale malgrado l'ostacolo di Roma immobile e
invincibile nel mezzo d'Italia, non rinunciava alla brama di
allargarsi in reame italiano. Al nord di Genova tra le Alpi, alla
testa di montanari indomiti quanto astuti, poveri e capaci di tutto
per arricchire, la casa di Savoia piccola, poco pregiata, male
conosciuta, chiamata per disprezzo portinaia d'Italia, spiava notte e
giorno colla passione instancabile del cacciatore l'occasione
d'impossessarsi di qualche stanza nel palazzo che era pronta ad aprire
a tutti gli stranieri.

Non vi era nazionalità, non stato, non governo, non politica italiana.
Il papato solo poteva tratto tratto sollevarsi e parlare d'Italia o di
giustizia, ma oltrecchè essendo universale per istinto non avrebbe
potuto costringersi nella storia italiana senza annullarsi, i suoi
istinti e le sue necessità di regno lo costringevano a maggiori
contraddizioni e a più inintelligibili mostruosità. Talvolta il
pontefice non era che il re di Roma, usufruttuario di un regno per lui
intangibile come un fidecommesso; tal'altra un dinasta, che non
potendo trasmetterlo alla propria dinastia tentava d'ingrandirlo per
cederne così le accessioni. Poi il papa era pontefice capo della
cristianità minacciata ora dal solo scisma che dovesse restare davvero
importante nella sua storia.

Intanto il cinquecento si avanzava brillando. Tutte le arti rinate con
Dante, il più grande artista dell'umanità, divenute adulte, si
riunivano a Michelangelo quasi per finire come avevano cominciato;
l'erudizione aveva disseppellito pressochè tutto il mondo classico e
cominciava ad intenderlo; Colombo scopriva l'America, Copernico dava
il moto alla terra, Lutero la libertà alla coscienza, Raffaello
l'ultima bellezza alla forma, Ariosto l'ultimo poema alla poesia;
Giulio II era l'ultimo guerriero del papato, Firenze doveva essere
l'ultimo Comune italiano.

La coscienza italiana era vuota e torbida al tempo stesso; nessuna
dignità di popolo o tradizione o ideale. Roma antica, straniera
all'intelletto e al cuore, non viveva più che nelle memorie e nelle
immaginazioni dei letterati e del volgo; la religione, divenuta
superstizione in basso, traffico ed impero in alto, mescolata di
magia, ignorante e scostumata, nata di una tragedia sul Golgota,
sembrava finire in un carnevale che era un'altra tragedia per l'Italia
e per la coscienza umana. La filosofia ospitata dalla religione nella
bufera del medio evo n'era tuttavia la serva: San Tomaso guidato da
Aristotile la signoreggiava; la scienza, senza vero passato, non
accennava ancora a un sicuro avvenire. Però Copernico, Guttemberg,
Colombo, sconosciuti l'uno all'altro, si erano misteriosamente intesi
per guarantirla: la storia si dibatteva invano fra le fascie della
cronaca, la lirica morta nei giardini di Lorenzo il Magnifico era già
dimenticata, l'ultima epopea della cavalleria era più che mezza
satira, la prima tragedia e la prima commedia non sarebbero state
vitali.

Il rinascimento è un soldato, ha detto poeticamente il Michelet: il
rinascimento è un assassino, non ha osato dire il Ferrari pur
lasciandolo intendere, ma quando il Macchiavelli entrò nella vita, gli
assassinii erano ancora frequenti e i grandi condottieri usciti dalla
scuola braccesca e forzesca quasi finiti. I venturieri esteri avevano
già preso il sopravvento. Nessuna figura di principe folgorava nelle
armi, nessun generale proseguiva la gloria di Niccolò Piccinino;
l'ultimo soldato d'Italia e il suo ultimo eroe, Giovanni Dei Medici e
Francesco Ferruccio erano ancora sconosciuti.

Ma l'Italia era nullameno l'unico paese nel quale brillassero la
civiltà e la ricchezza. Oltre le Alpi molte fiaccole s'andavano
accendendo per la tenebra medioevale senza che il loro chiarore
potesse vincerne la notte: al di qua delle Alpi invece il sole
dell'antica Grecia illuminava capolavori che avrebbero fatto dubitare
di sè stessa la coscienza greca. I fieri feudatari mutati ora in
pomposi signori riunivano la ferocia della barbarie alla crudeltà
della decadenza, mentre il popolo, piuttosto cliente che vassallo,
parteggiava per loro meglio che non li servisse, e le classi sociali
distinte come nel resto d'Europa erano ravvicinate dal commercio più
vivo che altrove, dall'industria più progredita, dall'arte passione di
tutti, dalla religione complice delle passioni di ognuno.

La lingua, l'arte, il papato, l'antichità romana, il progresso
presente, la stessa mancanza di stato in tutti i governi della
penisola e la condanna che pesava sopra ognuno di essi di non potere
unificare l'Italia nè fondersi con altre nazioni; Dante, Michelangelo
e Colombo, ecco le glorie e le ragioni della ideale unità della vita
italiana, mentre la storia delle altre grandi nazioni europee aveva
già raggiunto o stava per raggiungere l'unità politica.

Dante aveva conchiuso il medio-evo, Michelangelo riassumeva il
risorgimento, Colombo apriva l'avvenire: tutto il mondo si accodava a
questi tre italiani. L'Italia, palestra dell'Europa, non doveva
chiudersi in nazione per non negarle la propria civiltà.

Macchiavelli, è stato detto, fu la coscienza italiana che nelle
proprie contraddizioni meglio riflettè ed espresse le antitesi di tale
posizione storica.

Niccolò Macchiavelli nacque, come si direbbe oggi, di buona famiglia:
la casa non era ricca, il padre morì presto. Non si hanno del giovine
le solite notizie profetanti un grande avvenire; fu educato assai bene
come usavasi allora che la coltura era al tempo stesso distinzione e
passione di classe. Michelangelo a ventinove anni aveva già compito
parecchi capolavori, Macchiavelli invece, non distintosi in Firenze
tutta piena d'ingegni, che fra un cerchio abbastanza ristretto
d'amici, ottenne a stento fra quattro concorrenti l'ufficio di
segretario col titolo di cancelliere della seconda cancelleria del
comune. Il posto era meno che grande, il grado non illustre, ed egli
l'illustrò. Marcello Virgilio Adriani, umanista importante, allora
segretario di Stato, lo predilesse: era gonfaloniere Piero Soderini,
onesta mediocrità che posta fra due tragedie, la cacciata e il ritorno
dei Medici, finì per sembrare comica a tutti.

La politica minuta, abile e feroce, di tutti i piccoli Stati italiani
era allora nella massima attività. Ogni avvenimento non preveduto o
mal calcolato poteva decidere dell'esistenza dello Stato. Firenze
divisa fra le parti pallesca e piagnone viveva di ringhii; i nobili
quasi tutti nemici della repubblica o nemici dei Medici solo per
rivalità; la plebe delle piccole arti ancora memore delle lautezze
medicee ne agognava il ritorno; le grosse arti rappresentate dalla
borghesia propendevano a libertà che per loro era naturalmente impero
nel comune.

Nessuna milizia, molte ricchezze, commercio incredibile, arte quale i
secoli posteriori più non videro e forse non vedranno; poi
Massimiliano imperatore di Alemagna, signore titolare del comune,
sempre pronto alla minaccia e a quietarsi per danaro, Ferrara preda
agognata da tutti e quindi pomo di discordia, Pisa ribelle e
guerreggiata, Alessandro Borgia a Roma, Francia sulle mosse per calare
in Italia, la Romagna contrastata fra i Veneziani e il Papa, i Medici
espulsi che mestavano in ogni imbroglio diplomatico e in ogni diverbio
cittadino.

Questa la condizione delle cose.

Il Macchiavelli giovane, agile nell'ingegno e nei modi, senza orgoglio
di classe o di carattere, libero da preoccupazioni di studi o di
gloria, assetato di azione per abbondanza di vita, fu presto
adoperato. Era adatto a tutto, nulla gli ripugnava. Non si mostrò
ambizioso nel profondo senso della parola, e non lo era: non parve a
nessuno uomo vero di parte, si accontentava di essere usato osservando
intorno a sè le cose e gli uomini. Non aveva che una passione, la
politica. Letterato non era e non fu mai, come intendevasi allora; non
aveva imparato il greco, passione di tutti gli eruditi del tempo,
sapeva il latino come ogni persona colta, ma i forti latinisti
d'allora avrebbero potuto sostenere che lo sapeva male.

In Firenze tutta piena di artisti, tra un popolo di statue e un
sorgere quasi per incanto di palazzi e di chiese, era forse quegli che
se ne occupava meno; in tutte le sue opere non si trova un periodo per
le arti figurative, che costituivano allora la pompa e dovevano restar
la più alta gloria, la vera originalità del secolo già decadente. I
negozi politici attiravano tutta la sua attenzione snodandogli lo
spirito; ma per sè stesso non faceva nulla. Eccellente impiegato,
arguto nella conversazione e sagace nelle pratiche, era senza
passioni: non si prescelse un partito, non aspirava a comando.
Preparare un disegno, scoprirne un altro, calcolare le eventualità
cittadine e italiane; comprendere e dell'aver compreso una volta
servirsi per comprendere ancora estraendone regole, astraendo dal
fatto e dalle persone per stabilire una massima, avendo messo nello
studio dell'una e dell'altra la maggiore esattezza e il più vivo
piacere: ecco il Macchiavelli dei primi tempi.

Amava l'azione o per dir meglio l'esercizio, ma non era uomo d'azione
nel significato che si dà oggi a questa parola. Se fosse stato
altrimenti, nato non in alto, corto a danari quanto proclive allo
spendere e senza forti parentadi, avrebbe presto dovuto comprendere
che per salire davvero bisognava attaccarsi a qualcuno che fosse al
potere o stesse per giungervi, servendolo da complice per diventare
poi suo padrone. Non solo Firenze, ma tutta l'Italia era allora piena
di cotesti ambiziosi, che tramavano pel principato, e osavano tutto
per conquistarlo o conservarlo.

Guicciardini, di lui più giovane e meglio nato, rinunciò non ancora
trentenne a una dote relativamente grossa per imparentarsi coi
Salviati, famiglia potente, creandosi aderenze. Ma Guicciardini era
aristocratico e Macchiavelli democratico, l'uno sentiva come un
gentiluomo, l'altro si lasciava spesso andare a modi e vizii plebei:
entrambi osservatori eccellenti. Nel primo il calcolo personale
vegliava sempre, e una equazione involontaria del proprio interesse
con ogni avvenimento o disegno si formava in tutti i giudizi; nel
secondo il calcolo personale non sorpassava mai lo stipendio e non si
destava che a qualche maggiore ristrettezza economica, mentre il suo
pensiero si alzava sulle osservazioni per ordinarle in serie e
formarne un codice.

Quest'uomo, che quasi tutta l'umanità doveva condannare come il
teorico della immoralità, è un moralista: non inculca il bene ma
studia il male, pessimista come tutti i moralisti veri. La sua
passione suprema è l'analisi, il suo trionfo la formula: un caso per
lui non è bello se non perchè è un problema, non è utile se non perchè
sciolto può preparare la soluzione di un altro. Un disinteresse
d'artista e di scienziato lo distingue da tutti coloro che operano e
studiano con lui. Egli s'oblia nella osservazione.

Del resto ha i costumi del suo tempo; non è ateo ma irreligioso,
prende le donne come un balocco; solo gli affari gli paiono
importanti, perchè allora gli affari decidevano spesso della vita.
Nella politica del secolo la frode e l'assassinio erano mezzi talmente
comuni, che la coscienza pubblica riconoscendoli malvagi, non vi
trovava più nulla di anormale, e Macchiavelli li accetta. Il mondo
andava così. Ma il cinquecento era, e si vide bene nelle arti, una
reazione del realismo sul misticismo, nella quale la realtà diventava
la sola verità. Politicamente l'unico ideale possibile era la gloria
del proprio Comune, e Macchiavelli fonde con essa la propria passione
politica, alzandola così da poter scrivere per essa le più belle
pagine della letteratura nazionale, slargandola fino a fantasticare
un'Italia intera, servendosene come di una soluzione morale alle
osservazioni che le cose e gli uomini gl'imponevano fatalmente
all'ingegno.

Poichè la realtà della vita era così e non si poteva cangiarla, il
miglior modo di purificarla stava nel renderla utile alla patria,
entro la quale solamente gl'individui per natura malvagi possono
mutare sè stessi fondendo il proprio nel suo interesse generale. Ma in
lui questa conclusione derivava piuttosto da un accordo spontaneo
d'istinti, che da un processo tragico della sua anima respinta
duramente dalla realtà e costretta a conciliarla in sè medesima per
vivervi.

Allora Macchiavelli non meditava ancora sè stesso, come più tardi
nella disgrazia del ritorno mediceo, quando scrisse per commissione
del cardinale Clemente le storie; e s'abbandonava alla spontaneità
della propria natura con tutta la foga di una gioventù, che vizii e
passioni non avevano ancora domato.

Le sue legazioni incominciate presto non gli dettero mai vero
carattere di legato. La piccolezza della sua condizione che lo
impediva allora, non crebbe mai abbastanza per la stima che il
pubblico facesse del suo ingegno, da meritargli grado di ambasciatore
di Firenze.

La prima fu a Forlì presso Caterina Sforza, la seconda presso il duca
Valentino ad Imola. La forte e astuta donna, della quale riveggo ora
nella memoria lo stupendo ritratto del Palmezzani conservato a Forlì
nella biblioteca, battè il giovane e forse presuntuoso diplomatico,
che in una lettera dovette confessare, e questa è una prova di forza,
di essere stato tenuto a bada per otto giorni senza nulla indovinare o
sorprendere. Il duca Valentino l'affascinò e diede la propria forma
agl'incerti fantasmi che si agitavano nel suo ingegno di pittore della
politica. Perchè Macchiavelli non fu mai veramente altro.

Forse questa affermazione sconcerterà il volgo delle persone colte e
farà sorridere più di un dotto; nullameno, dall'attento esame delle
opere del Macchiavelli interpretate colla sua vita, tale verità esce
raggiante.

Non so se il duca Valentino fosse allora bello come lo dipinse
Raffaello al ritorno di Francia in costume di gentiluomo francese, e
quale nel divino ritratto posseduto dal principe Borghese a Roma è
tuttora. Oggi dopo quasi vent'anni risento ancora la prima impressione
del suo incontro, giacchè nel ritratto è vivo e vi guarda e pensa. Ero
solo in una delle immense sale della pinacoteca Borghese: l'aria era
umida e la luce si velava. Una figura pallida attirò il mio sguardo da
una parete. Sembrava staccarsene ed inoltrare. Avevo in mano la
tabella dei nomi dei quadri e l'occhio mi cadde proprio sul numero di
quel ritratto; il duca Valentino. Diedi un balzo. Avevo letto il
volgare romanzo del D'Azeglio, e la brutta figura fisica e morale che
egli vi fa del Valentino m'era rimasta nell'animo; ero ancora un
ragazzo. Raffaello m'illuminò.

Quello era il ritratto di un grand'uomo: non ho più veduto fisonomia
così nobile, romantica e grande. Il ritratto è a mezza figura colla
faccia di tre quarti, un berretto rotondo gli copre il capo: ha il
giustacuore a righe, le maniche e i calzoncini a piccoli sbuffi, ma si
notano appena. Il suo viso affascina. Un pallore che forse il tempo ha
dato al quadro gl'imbianca tutto il volto immobile in un pensiero che
rende più grande l'abituale superbia dei lineamenti: la fronte
s'aggronda sugli occhi ma liscia e impenetrabile quanto il marmo, il
naso leggermente arcuato fa pensare a quello di Napoleone I, le labbra
strette, più rosse, sembrerebbero una cicatrice: il mento è quadro. I
suoi occhi grandi hanno l'immobilità dell'occhio degli uccelli rapaci,
ma quella immobilità è un effetto dell'anima. Tutta la sua fisonomia
esprime la volontà appena dissimulata dalla bellezza, resa simpatica
dall'ingegno.

Il duca Valentino ebbe comune coll'Aretino il fascino dell'ascendente,
e la metà delle sue imprese e della vita d'entrambi rimane
inesplicabile; ma sopra tutto fu il personaggio più complesso del suo
secolo. Suo padre, Alessandro VI, era uomo di molto ingegno e politico
non volgare, per quanto i vizii della vita fra le necessità della
famiglia e nell'indole dei tempi gli facessero mutare troppo spesso i
disegni e impiegarvi mezzi eccessivamente ribaldi.

Il duca Valentino avrebbe potuto menare la vita più pomposa ed
epicurea del secolo, ma invece era dissoluto come Catilina, bruciato
dall'ambizione come Cesare. La sua natura aveva impeti di tigre e
lentezze di serpente, esigeva il comando, aspirava alla gloria.
Gentiluomo perfetto, fu l'ammirazione della Corte francese;
comprendeva le arti, viveva nella politica. Giovane capì subito i
vizii di quella del padre e si affrettò a giovarsi del suo pontificato
per costituirsi un regno. Essendogli fallito il matrimonio di Milano
colla principessa Carlotta, il suo occhio di uomo di Stato non lo rese
dubbio nella scelta: la Romagna sola, sempre agognata dai papi, poteva
essere conquistata; ma per questo bisognava diventar capitano,
destreggiarsi fra Firenze e Venezia raggirando i migliori diplomatici
del tempo, giovarsi della Francia, tener l'occhio a Ferrara, non
fallare un'occasione, mutar disegno ad ogni evento, calcolare
l'impreveduto e fronteggiare l'imprevedibile.

Il cinquecento riassumeva, disfacendolo, il medioevo. Dal Municipio
alla Signoria e al Regno tutte le combinazioni della libertà popolare
di fronte ai nobili e al re si amalgamavano contrastando nell'Italia:
gl'istinti e le vicende della nobiltà contro il popolo e la regalità
si agitavano ancora; la mancanza di unità politica nella nazione
deformava ogni ordine politico: il frazionamento degl'interessi che il
commercio divideva meglio che non unisse, rendeva instabili tutte le
relazioni; la tirannia straniera poteva aprir l'adito a tutti i
disegni preparando con eguale facilità l'apoteosi e la decapitazione.
L'Italia era inerme. Per la troppo frequente sovrapposizione dei
domimii barbari e la loro fugacità e la mistura che ne era risultata,
il popolo sempre servo da secoli non era stato armato: la forma della
feudalità italiana, per essere l'impero lontano e il papato suo nemico
presente, non aveva potuto prodursi veramente militare come al nord
dell'Europa; poi l'Italia, agone sempre aperto di guerre che
oltrepassavano i suoi destini, non v'era intervenuta che parzialmente,
seguendo sempre il più forte e costituendosi in varie provincie che di
vittorie non proprie approfittavano per ampliarsi. Così fra le
battaglie di una guerra sempre diversa di nome e di guerrieri e pur
sempre la stessa, l'Italia era rimasta perennemente ingombra di
soldataglie, le quali disciplinandosi in bande avevano cangiato la
guerra in mestiere.

Era una nuova forma di oppressione per il popolo agricolo ed industre,
che non volle e non potè reagire. Il comune e la feudalità dovettero
quindi usare l'uno contro l'altra queste bande, giacchè il nuovo
armamento e la maniera del combattere rendeva il popolo nullo in una
guerra, nella quale cento uomini d'arme bastavano a prendere una
città. Allora sorse il condottiero, che fu il tipo più originale e
complesso nel medio evo. La supremazia militare sopra un popolo inerme
gli permise di far tutto e di arrivare a tutto; egli solo aveva il
monopolio del coraggio e della forza, e riunendo tutti i problemi
della diffidenza universale poteva ad ogni istante essere l'arbitro di
tutti. Principi che non volevano armare nè il popolo nè la nobiltà,
repubbliche sempre in sospetto di una dittatura militare, aristocrazie
gelose della popolarità di un loro vincitore, tutti reciprocamente
disarmati avevano dovuto reciprocamente accettare il condottiero.
Allora sulla volontaria umiliazione di tutti, questi si eresse
gigante. La scure che troncò il capo al Carmagnola non potè impedire a
Francesco Sforza di farsi signore di Milano: poco dopo Lodovico il
Moro era tradito da' suoi mercenari, e Firenze condannava invano Paolo
Vitelli, per finire tradita dal Malatesta. La politica informandosi
dal condottiero divenne vile, mentre principi e diplomatici, lontani
dal campo di battaglia, dovendo anzi tutto assicurarsi di chi vinceva
o perdeva per loro, finivano fatalmente per correre più volontieri i
rischii delle congiure che quelli della guerra.

Il Valentino, mettendosi principe fra i condottieri, volle diventarlo
per conto proprio. Il suo problema a distanza di secoli impicciolito
nelle proporzioni storiche dell'Italia d'allora, ricordò quello di
Annibale: costituirsi un esercito per impadronirsi dell'Italia. Se la
famosa frase del carciofo non fu vera, basta alla gloria, del
Valentino che gli sia attribuita. Ma incalcolabilmente superiore ai
condottieri del tempo, che dagli splendori di Francesco Sforza e di
Niccolò Piccinino precipitavano all'ultima decadenza, egli fu un
politico profondo come i migliori veneziani, efferato come tutti i
tirannelli di allora. Non bisogna dimenticare che gli Aragonesi, gli
Estensi, i Riario, i Bentivoglio, gli Sforza, i Comuni, i Pontefici,
le Repubbliche, tutti erano egualmente subdoli e feroci. Il pugnale e
il veleno erano in fondo a tutti gli amori e a tutte le diplomazie.

Il Macchiavelli mandato dalla Signoria al Valentino nella più
difficile crisi della sua conquista in Romagna potè studiarlo. Tutti i
condottieri gli si erano ribellati; egli temporeggiò, li ingannò, li
uccise tutti: era fatale, era morte per morte. L'impresa della Romagna
lo esigeva, l'Italia politica approvò, Macchiavelli ammirò il coraggio
e la destrezza di quel processo. Il duca Valentino gli si ingigantì
nel pensiero. Infatti, quel figlio di papa gittato nella tormenta
della politica d'allora senz'altro appoggio che quello precario del
pontefice, e nullameno così forte da pretendere a un regno; parato ad
ogni fine, capace d'ogni mezzo, gran signore, impenetrabile, romantico
al punto da mescolare imprese galanti a tragedie di guerra, non
obbliandosi mai: sobrio e dissoluto, spezzando impassibile i proprii
migliori strumenti come Don Ramiro appena gli si appesantissero nella
mano, era bene la più gagliarda figura italiana del secolo. L'orrore
che adesso in noi desta il solo suo nome era allora quasi tolto dai
costumi del tempo; solo la sua idea e la tragica costanza nel seguirla
restavano grandi. Involontariamente il Machiavelli lo paragonò a
parecchi eroi dell'antichità e il Valentino uscì trionfante dal
paragone: Agatocle non era certo nè maggiore nè migliore di lui.

La relazione mandata dal Machiavelli alla Signoria sulla strage di
Sinigallia pare scritta sul marmo, tanto freddo ne spira; mentre il
suo disprezzo per Vitellozzo e Oliverotto, che non sanno
coraggiosamente morire, rivela più che ogni altra frase, l'ammirazione
inspiratagli dal Valentino impassibile nella buona come nell'avversa
fortuna.

La figura del duca dominò quindi tutta la vita del Machiavelli, che la
pratica della politica veniva riconfermando nella necessità dei mezzi
da lui adoperati. Lo studio di Roma antica colla sua virtù puramente
politica e la gloria universale lo attirava invece nel sogno di una
nuova Italia libera e grande.

Ritornato a Firenze, la titubanza della Signoria e la timida
insufficienza del Soderini dovettero ancora fargli sentire più
vivamente quello che avrebbe potuto diventare il Valentino signore di
Firenze. Quindi ebbe altre cariche; provvide all'ordinanza della
milizia e vi accudì al punto di fanatizzarsene e farne la base di
tutto un sogno politico, la ricostituzione dell'Italia mediante la
costituzione di una milizia nazionale. Poi fu mandato a Siena incontro
al Cardinale di Santa Croce legato del papa all'imperatore
Massimiliano, che minacciava di scendere in Italia a cíngere la corona
imperiale. L'incarico del Machiavelli era d'indovinare possibilmente
dal legato quale potesse essere l'animo dell'imperatore. Allora la
Francia colla sanguinosa repressione di Genova risorgeva in potenza, e
Massimiliano naturalmente suo rivale era una testa così bizzarra da
pretendere qualche volta di farsi persino papa; ma la Dieta,
lesinandogli uomini e danari, gli impediva anche quelle imprese che
sembrava consentirgli.

Massimiliano aveva chiesto a Firenze in nome dell'impero 500,000
fiorini. I Fiorentini che non potevano pagare così grossa somma,
temevano di negarla, e non avrebbero osato concederla per non perdere
l'amicizia francese.

Si pensò a mandare ambasciatori a Massimiliano, ma parve finezza farli
precedere da qualcuno che saggiasse il terreno. Il Soderini nominò
Machiavelli; ma questi era un subalterno. L'orgoglio fiorentino
protestò; fu mandato il Vettori. Il Macchiavelli non era dunque
arrivato, dopo parecchi anni di ufficio, questi che doveva passare ai
posteri per il più furbo dei politici, a conquistare in Firenze
nemmeno l'importanza di un Vettori, volgare letterato e politicante,
che solo la sua amicizia con lui ha salvato dall'oblio.

Finalmente dopo molto armeggio il Soderini, che lo proteggeva, riuscì
a mandarlo al Vettori come corriere apportatore di uno schema di
accordo coll'imperatore, che il Vettori solamente doveva giudicare se
presentabile o meno. Dalle lettere del Macchiavelli risulta che quel
tenere a bada l'imperatore dilazionando il pagamento, gli pareva
altrettanto inutile che pericoloso; ma i fatti gli diedero torto,
poichè la tregua concordata nel Giugno 1508 fra Massimiliano e Venezia
salvò i Fiorentini dal pagamento.

Il Machiavelli scrisse su questo viaggio nella Svizzera ai confini di
Alemagna un rapporto, nel quale si è voluto vedere una grande
profondità politica, I Tedeschi ne sono andati lieti per i complimenti
alla Germania, gl'Italiani come di una scoperta fatta da uno dei loro.
Fra i primi il Gervinus, solito ad ingannarsi sui letterati italiani,
come nei giudizi sul Foscolo e sull'Alfieri, giudicò, cedendo al
fascino del patriottismo, questo rapporto del Macchiavelli come un
capolavoro di analisi sul governo tedesco e sull'imperatore; mentre il
Mundt con più fine accorgimento vi notò l'influenza della _Germania_
di Tacito; fra i secondi il Villari facile ad ammirare il
Macchiavelli, deve pur confessare che le relazioni dell'ambasciatore
veneto Quirini sono anche più acute, e che il Guicciardini a parità di
caso è sempre più sicuro. La meraviglia davvero singolare di questo
rapporto è invece l'oblio della rivoluzione religiosa e politica che
agitava allora la Germania. Il Macchiavelli non sembra nemmeno
sospettare che la Germania sia in preda a una delle più grandi
rivoluzioni del mondo.

Le sue osservazioni sulle costituzioni svizzere e tedesche non
oltrepassano le forme militari e politiche apparenti: raccoglie dati
statistici, s'impressiona alla differenza del costume nordico, robusto
perchè feroce, coll'italiano corrotto per troppa coltura, e ne fa un
idillio di virtù nazionale che la Germania era ben lungi dall'avere in
quel tempo. I libri stessi di Lutero, e lo studio fatto ora della
grande riforma lo hanno largamente confermato. In questo primo
rapporto si scopre già l'errore scientifico che informerà tutta
l'opera del Macchiavelli, il barattare sempre il Governo per lo Stato,
isolando le forme politiche dalle grandi ragioni sociali. La questione
religiosa d'allora, che conteneva tutta l'odierna civiltà, gli sfugge
quanto il cinquecento italiano collo immenso movimento artistico, nel
quale viveva. In quel rapporto da lui parecchie volte rimaneggiato non
fa alcun accenno alla storia tedesca; senza dubbio l'ignora, ma
trascurandola del tutto sembra giudicarla inutile alla conoscenza del
presente. Tutte le sue osservazioni sono sulla superficie; della
coscienza del popolo, delle idee che compongono la sua civiltà, de'
suoi bisogni spirituali, de' suoi ideali nessuna preoccupazione.
Vessel e Huss non gli richiamano al pensiero Savonarola. Il Cantone
svizzero non gli ispira alcun vero confronto col Comune italiano, la
feudalità teutonica e italica per essere egualmente ostili al comune
non hanno per lui essenziali differenze. Se gli Svizzeri e i Tedeschi
sono militarmente superiori agli Italiani, egli spiega volgarmente
tale inferiorità nazionale colla corruzione del popolo e l'insipienza
dei governanti, senza sospettare che una causa più profonda, debba
produrre questi effetti che gli paiono cause.

Così nei Ritratti delle cose di Francia non avverte il moto religioso
che già vi fermentava e non analizza l'opera compita da Luigi XI: nota
il Parlamento ma non l'esamina, coglie a volo la devozione e
l'accentramento prodotto dall'eccessiva unità di comando,
contentandosi di ripetere sul carattere francese le osservazioni di
Giulio Cesare.

In questo torno il Machiavelli nominato commissario al campo di Pisa
intese quasi esclusivamente all'ordinanza della milizia, confermandosi
nelle idee che doveva poi esporre nei _Dialoghi dell'Arte della
guerra_; e siccome finalmente Pisa gli si arrese, potè per la prima
volta dopo molti anni di pratiche politiche, sfruttando l'opera
dell'illustre e sfortunato Giacomini, acquistare in Firenze una certa
importanza, la quale nè durò nè crebbe. A traverso tutte le
conflagrazioni italiche d'allora il governo repubblicano del Soderini
si approssimava fatalmente alla morte. Infatti, dopo la battaglia di
Ravenna il cardinale Giovanni de' Medici, che doveva poi diventare
Leone X, l'assalì: il Macchiavelli si illuse sulla vitalità del
governo e sulla stabilità della propria ordinanza, che a Prato fu
ridevolmente sbaragliata dal primo assalto degli Spagnuoli. I Medici
rientrarono in Firenze, e il Macchiavelli, impiegato subalterno ma
fedele del governo vinto, fu licenziato.

Questo, che fu il maggiore avvenimento della sua vita, rivela il suo
carattere e il suo ingegno politico.

Democratico per istinto, Macchiavelli non aveva certo tempra
repubblicana; pittore della politica, non era politico vero, giacchè a
nessuno, anche minore di lui nell'ingegno, poteva o doveva sfuggire
l'inanità del governo del Soderini e la forza crescente del partito
dei Medici. Il Macchiavelli che disprezzava il Soderini, e morto lo
colpì col migliore dei proprii epigrammi, lo sostenne sino all'ultimo
per rivolgersi, appena lui caduto, ai Medici chiamandoli bassamente
padroni. Voleva così ottenere da loro la riconferma nell'impiego, che
invece gli fu tolto in quelle prime ore della diffidenza. La sua
condotta non fu quindi nè abile nè forte: impiegato ligio al governo e
senza fede ne' suoi uomini si limitò, egli che poco dopo doveva
scrivere il _Principe_ per consigliare ad un Medici l'arte d'imporsi
con qualsiasi mezzo, a conservare in quel trambusto che decideva della
fortuna e della vita di molti, il posto povero e inferiore di
segretario; e ne fallì persino il modo. La fedeltà nel suo caso non
poteva essere che eroica o volgare: politico del cinquecento, doveva
tradire la repubblica condannata irremissibilmente a morte e cacciarsi
nelle file dei Medici nuovamente arbitri dell'Italia; repubblicano,
doveva cadere colla repubblica rinunciando all'impiego per esulare o
congiurare. Invece sorpreso come Soderini dagli avvenimenti, non si
mostrò che impiegato devoto a ogni padrone e preoccupato anzitutto
dello stipendio.

Ma per Macchiavelli, come per la maggior parte degli artisti, scienza,
religione, politica e filosofia, tutti hanno i proprii, la fibra del
carattere non corrisponde sempre all'ingegno, mentre il suo ingegno
stesso per essere speculativo si smarrisce nel tumulto dell'azione,
alla quale poi ripensando rifà così facilmente il processo. Che cosa
avrebbe detto il duca Valentino del diplomatico, che doveva diventare
il suo storico, vedendolo in così triste arnese e con sì magra figura
in mezzo ad avvenimenti tanto facili a prevedersi e a sfruttarsi?
Macchiavelli decaduto dall'impiego rimase povero e sospettato. Il suo
ingegno si offuscò, la sua abilità venne meno. Incapace di trovare
adito ai nuovi padroni, dei quali non aveva saputo attirarsi
l'attenzione nè col tradimento nè colla resistenza, ripiombava
nell'oscurità e nella miseria con tutta la famiglia. Ma la sua era
meno l'amarezza di una grande ambizione delusa che l'umiliazione di un
gran disastro borghese. Le necessità della vita quotidiana sopratutto
lo esasperavano, togliendogli di meditare un qualunque espediente per
uscire di quella povertà, ora che il cardinale Giovanni diventato
Leone X spiegava un fasto, che doveva poi restar celebre nella storia.
Tutti correvano a Roma, venturieri, letterati, artisti, intriganti di
ogni risma e capacità. Il nuovo papa, politicante come tutti i Medici
quantunque troppo inferiore a Giulio II, tramestava moltissimi
disegni. Una folla di segretari lo circondava; i letterati arrivavano
a sciami. Il Macchiavelli che sentiva di non esserlo non osò muoversi,
giacchè in Vaticano fra il Bembo e il Sadoleto sarebbe parso un
ignorante. Si limitò quindi ad insistere presso il Vettori, legato a
Roma, perchè gli ottenesse la grazia di un qualsiasi impiego dai
Medici.

Ma a ciò faceva ostacolo sopratutto l'ultima congiura del Boscoli e
del Capponi, infelicemente troppo simile a quella dell'Olgiati in
Milano e nella quale il Macchiavelli era stato compromesso. Non già
che egli avesse congiurato; il suo animo non era da tanto, ma come
fautore del Governo caduto, il suo nome da quei giovani eroicamente
sventati era stato scritto sopra una lista di persone che speravano
aderenti. Il Capponi e il Boscoli morirono stoicamente; il
Macchiavelli ricevette quattro o sei tratti di corda, e riconosciuto
innocente fu rilasciato.

Su questo imprigionamento e sulla tortura patita le fantasie
patriottiche, specialmente italiane della prima metà di questo secolo,
hanno tessuto tutta una storia di martirio, facendo del Macchiavelli
non solo un rivoluzionario moderno nato per eccessiva precocità nel
quattrocento, ma un eroe. Il vero è che quasi all'indomani, poichè la
lettera è del 13 Marzo e le prime carcerazioni dei congiurati erano
avvenute il 18 Febbraio, il Macchiavelli scriveva al Vettori
lagnandosi del tristo accidente e scongiurandolo ancora di ottenergli
qualche impiego dai Medici; il vero si è, e molto brutto questa volta,
che in prigione compose tre sonetti indirizzati a Giuliano de' Medici,
in uno dei quali descrivendo il supplizio de' suoi compagni di corda e
la tragica attesa dei condannati a morte, egli già sicuro di esserne
fuori, usciva in questi versi pochissimo belli anche letterariamente:

      Quel che mi fè più guerra
    Fu che dormendo presso l'aurora
    Cantando sentii dire: per voi s'òra

      Or vadano in malora,
    Purchè vostra pietà ver me si voglia,
    Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia

Il cinico egoismo di questa suprema imprecazione ai condannati
repubblicani che l'avevano compromesso, e l'umile preghiera al buon
padre Giuliano onde lo sciolga dai lacci, rivelano nel Macchiavelli
l'uomo incapace di forti azioni e di eroici sentimenti, che piombato
dalla nuova miseria in una impreveduta tragedia insultava e pregava,
calcolando magari che l'insulto ai compagni sarebbe presso il tiranno
più efficace della preghiera.

Ma qui finisce la vita politica del Macchiavelli e incomincia la
letteraria. Nella prima non fu certo un politico, e i Signori che
l'adoperarono e i contemporanei che lo conobbero, gli concessero ben
poca importanza: non previde e non diresse avvenimenti, non fu di
nessun partito e non se ne creò uno, cadde travolto nello sfacelo del
governo come tutti i servitori che non sanno nè prevedere nè dividere
nè profittare della ruina del padrone. L'attività politica non poteva
avergli insegnato molto, giacchè non era mai riuscito ad applicare
idee proprie, e non s'impara davvero che governando: aveva molto
viaggiato, osservato, conversato, poco letto. Nella seconda elaborò
quanto aveva raccolto e vi aggiunse quanto di latente si agitava nel
suo spirito.


VIII.

Si è affermato, e il Villari è uno degli ultimi e più autorevoli in
tale opinione, che con Macchiavelli comincia davvero la scienza
politica, tanto meravigliosamente cresciuta in questo secolo. Se ciò
fosse vero la gloria del Macchiavelli varrebbe quella del Galileo,
giacchè le leggi della storia sono più difficili e non meno importanti
di quelle dell'astronomia; ma se il Macchiavelli fu un osservatore
solamente secondo al Guicciardini nello studio dei fatti politici e
diverso in ciò da lui tentò ordinarli nel _Principe_ entro una specie
di sistema, non solo non ebbe nè coscienza nè potenza di una vera
costruzione scientifica, ma le sue stesse osservazioni più spesso
psicologiche che sociali gli riuscirono monche e insufficienti
all'argomento.

Il medio-evo aveva avuto due scuole politiche: l'una guelfa e l'altra
ghibellina. San Tomaso ed Egidio Colonna dominarono nella prima, Dante
Alighieri e Marsilio da Padova brillarono nella seconda. Per San
Tomaso la Chiesa era la sola vera unità della vita che cominciata
sulla terra si compieva in cielo: il Papa riassumeva nella propria
autorità questa unità e doveva dirigere la storia verso il fine che la
trascendeva. Per Dante il fondamento della società è nel diritto, che
divino anch'esso, essendo la giustizia voluta da Dio, à nullameno
indipendente dalla religione e costituisce la base dell'impero.
L'Imperatore sintetizza in sè l'Impero come il Papa la Chiesa: debbono
armonizzarsi non sovverchiarsi; entrambi universali ed indiscutibili,
non dipendono che da Dio, del quale hanno in deposito sacro l'autorità
e la verità. Malgrado parecchie buone osservazioni storiche sul mondo
romano e le inconscie ma innegabili tendenze alla emancipazione della
società laica dalla ecclesiastica, Dante non ebbe e non avrebbe voluto
avere il concetto dello stato laico, che molti apologisti si ostinano
ancora ad attribuirgli. Il suo dissidio con San Tomaso rimane entro la
cerchia incantata della scolastica, e il suo impero è piuttosto un
riflesso che un avversario della Chiesa.

Con Marsilio da Padova, che la Germania sembra aver scoperto
all'Italia, appare invece e sfolgoreggia il concetto dello stato
moderno. Nel suo _Defensor Pacis_, il libro più meraviglioso del
medio-evo, la polemica lo porta così alto da volere addirittura
sottomessa la Chiesa allo Stato; quindi esamina i vari ordini
dell'attività umana, determina molte funzioni sociali, separa il
potere esecutivo dal legislativo emancipandosi primo dall'autorità
tirannica di Aristotile. La monarchia di Marsilio è quasi una
repubblica rappresentativa colla sovranità assoluta del popolo: la
Chiesa risiedente nella universalità dei credenti e nelle Sacre
Scritture non ha alcun potere coercitivo nemmeno sugli eretici. Se
Dante nella sua _Monarchia_ secondo la bella frase di James Bryce
dettò l'epitaffio dell'impero, Marsilio nel _Defensor Pacis_ scrisse
la prefazione della riforma evocando dal futuro lo stato moderno.
Certo egli non poteva dir tutto, nè tutto bene come il Villari
vorrebbe, ma nessuno, il Macchiavelli compreso e venuto tanto tempo
dopo, disse di più. Dopo questa grande vittoria di Marsilio sulla
Scolastica, ottenuta con uno sforzo allora incompreso e oggi ancora
quasi incomprensibile, non vi furono altri grandi tentativi. Fra
l'Impero e la Chiesa non più così compatti avversari, avendo
involontariamente colle loro discordie cooperato alla trasformazione
dei Comuni in piccoli Stati entro i quali l'equilibrio degli sforzi e
la moltitudine delle minime differenze favorivano in fatto la libertà,
il grande dissidio teoretico parve sopito. Quindi l'erudizione
dissuggellò il mondo classico traendone concetti e ragioni politiche
prima ignote o trascurate. L'antico Stato pagano, già rievocato da
Dante, abbacinò tutte le menti nel confronto involontario coi piccoli
Stati del tempo; la sua virtù politica signoreggiò come ideale di
grandezza storica la virtù cristiana.

Ma i molti eruditi, che scrissero allora trattati politici, fecero
misture di massime cristiane e pagane piuttosto per esercitazione
rettorica e con intendimenti di sermone che con vero scopo di
battaglia politica o intenzioni di scienza. La quale doveva tardare
ancora troppi secoli a nascere. In quella lotta di minimi Stati, che
inermi e padroneggiati dai condottieri preferivano naturalmente la
guerra degli imbrogli a quella delle armi, era sorta intanto una
diplomazia ribalda ed astuta, nella quale lo studio degli uomini e il
conflitto degli interessi menavano inconsciamente all'esame delle
realtà storiche. Ma poichè mancava lo Stato italiano e la coltura
intellettuale non si appoggiava sulla base solida di una coscienza
nazionale, non era possibile trovare le vere leggi sociali e la media
dei singoli interessi, o dalla morale puramente precettiva delta
religione risalire al diritto per determinare di qualche guisa i
rapporti dell'individuo collo Stato. Poi la storia avviluppata in
quella molteplice tragedia di tutte le forme medioevali dissolventisi
non mostrava indirizzo; il Comune era moribondo, lo Stato non nato, la
Federazione impossibile, l'unità inconcepibile, l'indipendenza dallo
straniero un desiderio mutevole negli interessi d'ognuno, la libertà
libera, secondo la bella frase di Macchiavelli sugli Svizzeri, un
mistero che solo l'unità dello Stato e l'eguaglianza politica
degl'individui potevano rivelare.

Macchiavelli e Guicciardini capitarono in questo mondo e lo
scrutarono.

Se San Tomaso ed Egidio Colonna avevano formulato nella loro teorica
il concetto dell'universale politico del medio-evo, Macchiavelli e
Guicciardini esposero in vari scritti le idee del particolarismo che
era la caratteristica del loro secolo. Nessuno di loro due fu
filosofo, ma cresciuti piuttosto nel disprezzo della filosofia che il
neo-platonismo del Ficino aveva finito di screditare presso gli
spiriti pratici, tendevano alla giurisprudenza senza raggiungerla,
come alla migliore scienza del particolare e alla vivente tradizione
di quella Roma nella quale tutti più o meno cercavano un modello.

E da Roma s'inspirò la maggior opera politica del Macchiavelli.

Ritiratosi, per evitare forse nuovi sospetti, nell'anno 1513 alla sua
piccola villa in Percussina e disperato dell'aspettarvi sempre un
ufficio non mai promessogli, si pose con più ardore allo studio. La
politica che aveva amato come una donna, e dalla quale era stato
respinto, lo perseguitava ancora con fantasmi e problemi. Non essendo
mai stato abbastanza forte per dominarla imponendole le proprie idee,
gli si acuiva ora naturalmente il desiderio di penetrare il segreto
delle sue, scoprendo i reconditi motori delle sue così strane
mutazioni e come si sviluppassero le sue forme; perchè si vincessero
l'una l'altra con perpetua vicenda, in qual modo gli uomini
cangiassero entro di esse e sopratutto come vi si potessero mantenere.
Era come una rivincita della sua passione, l'estremo sforzo di un
amante che cacciato dalla bella la decompone analizzandola e si rialza
vittorioso dell'averla finalmente capita. Comprendere non è forse più
che volere? Il pensiero non è sempre maggiore dell'azione?

Il fondo artistico della sua natura fermentava. Tutte le osservazioni
e le esperienze di quei quindici anni d'esercizio politico gli si
risvegliarono tumultuando nel pensiero. Era una ressa nella quale
nessun fatto andava perduto, nessuna idea restava nascosta. Una luce
bianca e fredda gli rischiarava la memoria, come il sole fa a certi
giorni limpidi d'inverno quando la terra è tutta coperta di neve.
Pensiero, anima, tutto gli si assorbiva nella memoria. Firenze col suo
interessante esperimento del nuovo governo mediceo, e l'Italia stessa
con tutta la sua tragedia di dolori e di pericoli, non esistevano più;
in lui la curiosità del grande problema politico soffocava persino lo
spasimo della sconfitta. Non gl'importava più nulla di essere un
vinto. Voleva scoprire e sapere. Non era un filosofo e non si alzava
troppo smarrendosi nell'astrazione, come più tardi doveva fare Vico
cercando le massime leggi della storia; la sua era l'astrazione
artistica che non oltrepassa la psicologia e non dissecca mai i fatti
che analizza e non dissolve mai le forme che scruta.

Studiava la stessa politica, che aveva vissuto, fatta solamente di
passioni, di bisogni, di idee individuali. Tutto quanto trascendeva
l'individuo rimaneva inutile all'individuo stesso ed al problema. La
vita era una realtà. Lo Stato non essendo composto che di individui,
questi dovevano fatalmente contenere il secreto della sua vita,
giacchè ogni società è basata sulla natura dell'uomo che pensa, sente,
opera unicamente per sè. I più forti s'impongono, i più deboli
subiscono. Ma come possono i forti imporsi? Studiando come e perchè i
deboli subiscano.

Così la storia diventa un immenso dramma di cui la sola unità è nelle
scene. Le parti non essendovi prestabilite, ogni attore può
impossessarsi di quella che più gli talenta, salvo ad averne la forza.
Una fantasmagoria sanguinosa si apre dinanzi al pensiero, ma così
incessante ed immensa che il cuore non può sopportarla se non
concentrandosi in qualcuno de' suoi quadri, mentre l'intelletto,
cercando il nodo che stringe scena a scena, spia già quella che
finisce per indovinare la fine di un'altra che incomincia.

È come un'altra visione ariostea trasportata dal sogno della
cavalleria medioevale alla storia del mondo. I vari gruppi delle scene
e dei personaggi vi rappresentano gl'imperi e le repubbliche
dell'antichità. Le decorazioni contigue rimangono nullameno distinte,
formando ciascuna un mondo a parte. Ma in questo caleidoscopio, che
pare così vario e nullameno è così uniforme, ancora un'altra
somiglianza con quello dell'Ariosto, giacchè la scena che vi si
eseguisce è sempre politica ed è sempre un uomo che vuol comandare ad
un altro che non vuol obbedire, solo l'eroismo di chi vince o di chi
perde, tanto più bello se di un capitano che si sacrifichi per il
proprio esercito o di un re che muoia per il proprio popolo, può
apprendere all'intelletto qualche entusiasmo. L'eroismo allora sale
oltre la virtù, la morte si complica di un olocausto che esaltando
l'esercito o il popolo pel quale è compito gli assicura nuove
vittorie. Ecco lo stato creato dall'eroismo del tiranno e mantenuto
dalla sua grand'anima.

Ma veniamo ai _Discorsi_ e al _Principe_.

Alcuni critici hanno voluto crederle due opere senza relazione, ma
l'esame più superficiale di esse persuade subito che i _Discorsi_
furono la preparazione, dalla quale si formò il _Principe_, per quanto
premuto da un esterno bisogno, questo uscisse prima di quelli. I
_Discorsi_ non sono un trattato e non hanno costruzione scientifica:
di essa il Macchiavelli non ha la più piccola preoccupazione. Dovevano
essere nel suo pensiero un commento a Tito Livio, ma non gli
riuscirono che divagazioni sparse di riflessioni, interrotte da
raffronti, da quadri storici, da mezze biografie. Nessuna critica
presiede al commento; Macchiavelli accetta il racconto di Tito Livio
come verità accertata e indiscutibile. Sono divisi in tre libri, il
primo dei quali discute come si fondino e si ordinino gli Stati, il
secondo come s'ingrandiscano e si conquistino, il terzo come crescano
e decadino. La distribuzione della materia è confusa, il richiamo da
un libro all'altro, e l'inversione dello sviluppo quasi continua.

Il futuro storico fiorentino nel grande storico romano, attraverso la
pompa magnifica dello stile, non cerca il critico o il filosofo, ma
l'espositore: tutto è uguale per lui, il racconto di una magia e
quello di una battaglia. La favola della fondazione di Roma non lo
mette in sospetto, la simbolica delle prime forme giuridiche e
politiche non nasconde nulla per lui quasi contemporaneo del Sigonio,
che stava per aprire all'erudizione la grande via della critica.
Macchiavelli non è nè un erudito nè un giurista. Il segreto della
storia romana starà per lui nella vicenda delle guerre, nel gioco
meccanico del governo. Dedicando questi _Discorsi_ al Buondelmonti,
dice di mettersi per una via non battuta da alcuno; ma questa
originalità consiste per lui nell'insegnare l'imitazione degli antichi
anche nella politica, mentre era già usata nella giurisprudenza, nella
medicina e nell'arte. Per progredire retrocede, anzi il progresso per
lui non esiste. La sua base essendo la psicologia nella quale l'uomo
risulta sempre uguale a sè stesso, il progresso è impossibile. Non
esamina la civiltà delle varie epoche, non ne interroga le religioni,
le arti, il diritto, l'economia: per lui la storia è già perfetta come
si trova in Tito Livio e gli basterà per risolvere i problemi che si
propone o gli vengono a mano a mano suggeriti dalla lettura e dai
ricordi.

Così l'origine, lo sviluppo, la morte d'uno Stato non può essere che
quella d'un Governo, nel quale i mutamenti riusciranno inesplicabili
separati dalla ragione della vita sociale. Per Macchiavelli l'anima di
un popolo non esiste, nel Governo solo che lo regge sta il segreto
della sua vitalità: se il Governo non decadesse, il popolo sarebbe
immortale.

Il concetto scientifico informatore di questi _Discorsi_, così
evidente per il Villari che nullameno ha dimenticato di dichiararlo,
non si vede. Se il Macchiavelli avesse avuto un vero temperamento di
scienziato, si sarebbe anzitutto preoccupato della forma e del metodo
del suo libro: se il suo ingegno avesse posseduto un'idea originale,
avrebbe intorno ad esso raggruppati tutti i fatti e li avrebbe con
essa interpretati. Ora l'idea originale gli manca come storico,
critico e politico. Dopo l'immenso monumento della _Politica_ di
Aristotile, nella quale lo Stato è concepito ed esaminato nella
molteplice unità delle sue funzioni, il concetto angusto del
Macchiavelli che lo scambia pel Governo, non è una originalità ma un
errore.

L'uomo concepito dal Macchiavelli, indifferente ad ogni attività che
non sia politica o militare, pensa solo a difendersi o ad aumentare la
propria forza, cosicchè la difesa, mezzo alla vita, ne diventa lo
scopo e la formula finale. Macchiavelli non imita Aristotile, lo
ignora o non lo comprende. Questi, fondando il metodo induttivo nelle
scienze naturali e il metodo storico nelle politiche, aveva affermato
che i fenomeni della natura e i fatti della storia andavano egualmente
trattati. Macchiavelli sembra non conoscere questo metodo che Leonardo
da Vinci aveva già usato e Galileo doveva fra poco perfezionare; la
sua induzione e la sua deduzione operano in un cerchio così stretto
che i fatti debbono snaturarsi per capirvi. Il Villari trova ancora
un'immensa differenza tra Macchiavelli e Aristotile, e quindi un
merito di originalità nel primo, perchè mentre Aristotile già in
possesso dell'idea concreta dello Stato mette a scopo della sua
_Politica_ la ricerca del migliore fra i governi, il Macchiavelli
dichiara inutile questa ricerca e vuole invece indagare quali essi
sieno o possano essere; ma per questo gli occorrerebbe l'idea dello
Stato, e non avendola nemmeno quale la possedeva Aristotile, non solo
tale indagine gli rimane impossibile, ma lo condurrà a maggiori
errori. Aristotile trovò lo Stato greco quasi immedesimato colla
religione e l'emancipò, esaminandolo, come un fatto naturale e
dichiarando l'uomo un essere essenzialmente politico; il Macchiavelli
prescinde anch'egli dalla religione, ma invece di svincolare lo Stato
lo isola, lo amputa, ne fa un meccanismo governativo, che muove sè
stesso senza ricevere e quindi senza poter comunicare ad altri il
proprio moto.

La _Politica_ di Aristotile è una delle tappe più gloriose nella
storia del pensiero umano, forse il monumento più grande delle scienze
storiche; i _Discorsi_ del Macchiavelli non furono e non saranno mai
che discorsi di un grande ingegno vagante nella storia colla
penetrazione dell'arte politica e di una varia esperienza personale.

I _Discorsi_ cominciando dal ragionare delle origini delle varie forme
di governo s'appropriano, traducendolo, tutto un brano del settimo
libro delle _Storie di Polibio_: le applicazioni che il Macchiavelli
ne fa alla storia romana concludono a questo, che Romolo avrebbe
potuto fondare diversamente Roma e diversamente informarne la storia,
ma che i Romani risultarono così da lui costituiti e così durarono per
gli scopi che dovevano realizzare. Secondo Macchiavelli la religione
fu causa precipua della grandezza dei Romani, non per il suo
contenuto, ma per avere conservato buono il costume; così la
corruzione della religione cristiana organizzando la Chiesa a Stato
diventò invece la vera cagione per la quale l'Italia non si potè mai
riunire in nazione. E questo è un doppio errore del Macchiavelli,
poichè i Romani furono un popolo pochissimo religioso e l'Italia non
fu mai nazione nemmeno sotto di loro, durante la repubblica perchè non
ancora unificata, nella monarchia perchè spezzata poi in provincie.

Quindi Macchiavelli arriva presto alla sua teorica prediletta, che
suggeritagli dalla politica vissuta e verificata secondo lui dai
racconti di tutte le storie, finisce non solo per sembrargli giusta,
ma decisiva.--Ove si deliberi della salute della patria non vi è più
nè giusto nè ingiusto.--L'uomo di Stato è al di sopra della morale. Ma
questa verità essenziale nello Stato, che retto dalle leggi storiche
non può soggiacere alla moralità delle leggi private, egli l'applica
ai governi e ai tiranni senza accorgersi di scemarne il valore e di
mutarne i risultati nell'applicazione. Poscia le tendenze democratiche
gli si intromettono nel ragionamento guastandolo ancora: fra Catilina
e Cesare per lui la differenza è solamente nel successo. La grandezza
di Cesare gli sfugge perchè uccisore di una repubblica.

Strana contraddizione nell'autore del _Principe_ che ammirava il
Valentino!

Prosegue quindi ad esaminare la condotta dell'uomo di Stato, quando
governi un popolo universalmente corrotto e intenda mutare la forma
del governo passando dalla tirannia alla libertà o viceversa; e i suoi
consigli e le sue osservazioni sono sempre della stessa maniera:
atterrire o corrompere. Il governo dello Stato si muta in governo
delle passioni o dei vizi dei governati. Talvolta le sue frasi sono
terse ed acute come un pugnale, ma l'argomentazione non gli si
consolida; la causa della mancanza di nazionalità dell'Italia è sempre
per lui la corruzione, alla quale non vede altra speranza o rimedio
che la tirannia di un grand'uomo. Coglie a volo il guasto prodotto
dalla putrefazione del feudalismo nella vita italiana e scorgendone
immune Venezia crede che ciò dipenda solo dalla diversa forma della
sua aristocrazia.

Quando si tratti di fondare un Regno, secondo lui bisogna disfare e
rifare tutto, abbattere città e fabbricarne, tramutare da provincia a
provincia i popoli come praticava Filippo di Macedonia: mai vie di
mezzo. Per governare una città sottomessa vi sono tre soli modi:
ammazzare i capi dei tumulti, rimuoverli, far fare loro la pace:
l'ultimo è il più pericoloso, il primo il più sicuro. Questa è la sua
scienza politica buona in tutti i secoli e con tutti i popoli. Quando
la forza non basti, bisogna aiutarla colla frode, che da sola può
vincere spesso mentre la forza da sola non vince mai; ma qui pare lo
colga qualche scrupolo e cerca di spiegare il significato di questa
frode, diminuendo il valore di quanto aveva prima affermato. Il
capitolo delle congiure è uno dei più belli perchè schiettamente
psicologico: quindi ritorna al problema della fondazione o
dell'ampliamento dello Stato, affermando pessimo quello tenuto dalle
repubbliche del medioevo che imponevano una servitù peggiore di quella
stessa delle monarchie. Ma questa profonda osservazione, già fatta dal
Guicciardini, non gli si slarga e non gli rivela la necessità che
condannava tutte le repubbliche di allora, alle quali invece propone
tre vie d'ampliare lo Stato: imitare gli Svizzeri e gli Etruschi, i
Romani, gli Spartani e gli Ateniesi. Ottimo dei tre il modo romano.

Al principio del terzo libro si ferma per dire che i governi e le
istituzioni per vivere lungamente debbano essere ordinati così da
poterli spesso richiamare ai loro principî; frase mal capita e peggio
combattuta da Gino Capponi, e di poco valore giacchè è ancora un
accenno all'ipotesi iniziale del grand'uomo che fonda profeticamente
lo Stato per la storia avvenire, e peggio ancora perchè misconosce una
volta di più l'azione fatale della vita dello Stato sul governo. Ma il
richiamo al principio informatore dello Stato il Macchiavelli lo
afferma più facile sul popolo che sopra un principe, facendo così
contro tutti e con accento e entusiasmo democratico l'apoteosi del
popolo, nel quale solo riconosce la capacità di mantenere le leggi,
che il principe è più atto a dettare. In varî altri capitoli sparsi
per l'opera si occupa già della milizia stabilendo le idee, che
svilupperà poi nell'Arte della Guerra, e condannando anzitutto le
compagnie di ventura, peste e rovina d'Italia; ma non si propone e non
si spiega il problema della loro esistenza. Ha una fede illimitata
nella costituzione e nella bontà delle milizie cittadine malgrado le
crudeli e quotidiane smentite dei fatti, che provavano l'impossibilità
di costituirle e la loro nullaggine in faccia alle bande di ventura:
disprezza assolutamente le armi da fuoco e le fortezze che dovevano di
lì a poco creare la nuova tattica e la nuova strategìa.

Da questa preparazione uscì il _Principe_: questi fu la figura, i
_Discorsi_ rimasero il fondo del quadro.

Evidentemente la cosa non poteva andare diversa nello spirito del
Macchiavelli. Quelle scorrerie attraverso la storia di Tito Livio
prodotte dalla sua passione per la politica del tempo nella quale era
stato battuto, dovevano conchiudere a un'impresa. La sua critica senza
metodo scientifico non era che una riflessione circoscritta nei fatti
storici e animata dai loro sentimenti. Macchiavelli osservatore
artistico della politica e da essa trascinato a diventarvi attore
subalterno aveva dovuto naturalmente prendere la propria facoltà di
osservare per la potenza di agire, e battuto duramente nella lotta
invece di ricredersi rientrando in sè stesso, alzare piuttosto la
propria singolare capacità di analisi fino alle pretese di farne una
scienza. Ma di questa non aveva nè il temperamento nè la conoscenza
dei limiti nè la coscienza del metodo.

Quei _Discorsi_ così slegati, soliloquio più atto a persuadere sè
stesso che a convincere gli altri, non potevano bastare all'energia
del suo spirito: bisognava condensarli in un sistema o in una figura.
Macchiavelli era artista e scrisse il _Principe_. Un personaggio fra i
molti conosciuti nella pratica del suo ufficio gli si era imposto
tiranneggiandolo e lo tiranneggiava ancora--il duca Valentino, eroe e
genio di quella politica, della quale egli credendo di essere il
maestro doveva restare il letterato. Il duca Valentino era l'uomo più
complesso del suo secolo, e teneva alla Chiesa e al Principato, alla
milizia e alla aristocrazia, alla politica e alle battaglie. Ultimo
nella storia dei piccoli principi medioevali, slargava l'ambizione
fino al sogno d'un Regno italico, riflesso dei grandi Stati nazionali
che si costituivano allora in Europa, sulla coscienza italiana. Il
Valentino aveva sentito il bisogno di schiacciare e di dissolvere le
ultime forme feudali attaccando Principati e Comuni, disciplinando
colla propria forza, che diventava quasi virtù, tutte le loro forze
disgregate.

La sua figura ritta dinanzi allo spirito del Macchiavelli illuminava
le sue osservazioni, coordinando le riflessioni confuse che gli si
sarebbero forse imbrogliate nella meditazione. Il Valentino aveva la
chiarezza dell'azione; era il sistema fatto uomo, il secolo
individualizzato.

La fantasia del Macchiavelli, così facile ad accendersi pel fuoco
dell'interna passione, s'infiammò: in poco tempo come sotto gli occhi
del duca interruppe i _Discorsi_ e scrisse il _Principe_. Nemmeno
questo è un trattato, ma una biografia di lui, spesso sottintesa,
frequentemente raccontata a brani, richiamata con esempi, narrata e
costrutta con osservazioni e massime riassunte dalla sua opera e dalla
sua vita. Lo stile di una trasparenza di cristallo è squillante e
tagliente. I due sogni di Macchiavelli, il grand'uomo e il grande
Stato si fondono nel Principe, ma egli vi coopera, ne è la mente che
spiega l'opera fatale del temperamento. Il duca Valentino è
l'inconscio, Macchiavelli la coscienza. Nessun dubbio lo turba, è
sicuro di sè stesso: agisce nella realtà; il cinquecento era così. Ma
egli e il duca sono sulla soglia di un mondo futuro, alla vigilia di
costituire l'Italia: il duca Valentino ne sarà il nuovo Cesare, più
fortunato dell'antico costretto ad uccidere la repubblica romana;
quanto a Macchiavelli non vi è nome cui paragonarlo nella storia e
resterà Macchiavelli. La gloria splende di già.

Nei _Discorsi_ il suo ingegno non sempre sicuro divagava richiamato
ogni istante alla realtà della storia presente; nel Principe la realtà
lo fortifica fino a renderlo invincibile e a fargli quasi dimenticare
la storia antica. Guicciardini aveva potuto contestargli trionfalmente
le sue osservazioni sui romani e sui greci, ma nell'analisi di quel
mondo moderno, nelle affermazioni tratte dalla vita del duca Valentino
e di tutti coloro che gli avevano somigliato, nessuno lo contraddirà.
Il suo Principe è il duca Valentino ingigantito, trasfigurato da tutti
i principi italiani vissuti nella politica, della quale questi era
stato la maggiore figura.

L'arte non ha moralità propria, poichè deve entro sè stessa lasciar
libera la manifestazione di quella dei fatti raffigurati; così il
Principe non ha morale. Macchiavelli inconscio e sereno come tutti i
grandi artisti muove la propria figura nelle massime e colle massime
dell'ambiente nel quale gli si è presentata.

Il libro è piccino e compatto come un getto. Originale sino a non
essere paragonabile a nessun altro anteriore e posteriore, ha tutto il
fuoco e l'improvvisazione inconsapevole di un capolavoro. Il Principe
è un ritratto in cui ogni massima è un lineamento: il cinquecento
politico posa davanti al suo pittore. Macchiavelli senza saperlo lotta
con Leonardo, con Raffaello e con Tiziano, i tre grandi ritrattisti
d'allora, e il realismo della sua ideale figura è più sicuro che non
nei ritratti del duca di Ferrara, della Gioconda e di Leone X.
L'entusiasmo di una idealità trascendente sostiene il nuovo pittore e
gli comunica nell'opera quella magica poesia, che tutti i grandi
pittori di quel tempo avevano. La figura del suo Principe
terribilmente sinistra, impassibile e serena, ha sulla fronte i vapori
luminosi di un sogno--costituire uno Stato nazionale, rifare
l'Italia.--

Questo desiderio vago di tutte le coscienze d'allora, acuito dalle
sofferenze della politica interna e dal risveglio della coltura
classica, diventa in Macchiavelli passione. Artista della politica,
porta la propria anima in una politica che fatalmente non poteva avere
coscienza: pare la fusione dell'assurdo e invece è la fusione della
vita. Il suo libro che dovrà essere tanto discusso non è discutibile
perchè i ritratti non si discutono; prendetelo per un trattato e non
varrà che ben poco e non sarà più intelligibile.

Così fu preso.

Certo il Macchiavelli intendeva di fare un trattato o di riunire un
codice, e qui sta la grande contraddizione della sua natura,
l'inconscio della sua arte. Petrarca disprezzava i propri sonetti e si
stimava un epico: Macchiavelli si crede prima un politico, poi uno
scienziato della politica e non ne è che l'artista. L'ammirabile
chiaroveggenza, la sicurezza d'analisi sugli uomini non gli hanno
giovato nella pratica. L'arte invece è una seconda vista: può fallare
un individuo, ma coglie il tipo e ricostruendolo nella idealità di un
ritratto sorpassa coloro che meglio avevano conosciuto e trattato
l'uomo reale. Balzac il più grande psicologo dei tempi moderni, il più
fino pittore di tutte le furfanterie sociali, fu sempre vittima di
tutti i furfanti. Quella insufficienza del Macchiavelli nell'azione
che gli faceva spesso sbagliare gli uomini e le cose così ben
maneggiate dal Guicciardini, è adesso abbondantemente compensata
dall'inimitabile rilievo, col quale disegna i caratteri del suo secolo
e trascendendolo nelle tendenze e nei sogni lo inizia al futuro.

La prosa non esisteva ancora e Macchiavelli la crea e la perfeziona
nel medesimo tempo; ma il miracolo è così grande che passa
inosservato. La coscienza nazionale mancava ed egli nel Principe le
offre il quadro di sè stessa insinuandole nelle più intime latebre il
ferro rovente della nazionalità. È un sogno! non importa: il sogno è
la prima forma dei fatti storici e ne rimane l'ultima.

Il _Principe_ non si può analizzarlo, bisogna leggerlo; per decomporlo
come molti hanno fatto, bisogna crederlo un trattato secondo
l'illusione del Macchiavelli, e allora non è più che una congerie di
massime monche, tronche, superficiali ed immorali! Come trattato,
benchè più serrato nelle parti e solido nella struttura, ha tutti i
difetti dei _Discorsi_; come opera scientifica è senza metodo. Siamo
ancora alla confusione fra Governo e Stato, all'oblìo di tutte le
attività sociali, al concetto del popolo senz'anima collettiva:
nessuna vera intuizione dei tempi moderni, nessun profondo esame dello
stato d'Italia, non un accenno alla Riforma tedesca, alla scoperta
d'America, a quella di Copernico, della stampa, della polvere. Col
formulario del _Principe_ non solo non si fonda uno Stato italiano, ma
non si governa nessuno Stato; colla pretesa di massime capaci per
tutti i casi non se ne risolve alcuno. Nel Principe il processo è
sempre quello di un piccolo tiranno esercitato da congiure di trivio o
di palazzo, intento a conquistare qualche terra vicina, pronto ad ogni
efferatezza per vincere e per vivere. Il fondo di esso è la barbarie
feudale, il suo ambiente il feudalismo in dissoluzione fra i Comuni,
Roma e l'Impero.

La scienza della politica non ha molto da imparare nel Principe di
Macchiavelli, la storia del cinquecento non può farne a meno: il libro
rivela il secolo nel quale vi è posto per ogni meraviglia.
Macchiavelli e Ariosto vi si ignorano, Michelangelo e Raffaello non vi
si comprendono: l'uno è l'ultima grand'anima italiana e assomiglia a
Dante, l'altro non somiglia a nessuno, è ingenuo, fa tutto, imita e
trasforma tutti, trova la varietà e la perfezione della bellezza in un
secolo che non sente e non crede più nulla. De' suoi letterati nessuno
vivrà tranne i due che lo sono meno, Macchiavelli e Guicciardini nella
prosa: nella poesia i due meno applauditi, Ariosto e Tasso. Nessuno
s'accorge ancora della rivoluzione già incominciata, Lutero fa
sorridere, Venezia non teme dell'America, Roma di Copernico, i
letterati abbominano la stampa, i soldati non credono alla polvere.
Giulio II grida: fuori i barbari, Massimiliano vuole farsi papa, San
Pietro è costrutto colle indulgenze, le statue antiche valgono più dei
santi, il progresso della coscienza storica deriva dal guardare
indietro al mondo romano, le Corti sono accademie di letterati e antri
di assassini, il Vaticano è un teatro di buffoni, la filosofia una
rugumazione di Aristotile divenuto indigeribile, la letteratura una
imitazione che solo il lazzo della satira e la lezia della pedanteria
animano. Il Principe di Macchiavelli, apoteosi del tiranno, codice
dell'assassinio, finisce colla più generosa apostrofe alla libertà
rimasta nella letteratura nazionale e con quattro versi della più
eroica fra le canzoni del Petrarca.

Ma appena finita l'opera quel mirabile accordo della fusione dei
contrarii nello spirito dell'artista finisce, e riappare l'uomo che
credendosi sempre un maestro della politica si muta in subalterno.
Quindi Macchiavelli pensa di dedicare il libro a Giuliano dei Medici,
pel quale Leone X stava intrigando un principato. A questo modo
Macchiavelli sperava di poter diventare il Mentore del nuovo Telemaco.
Ma procrastina tanto che Giuliano muore. Allora risolvendo di
dedicarlo a Lorenzo vi antepone una lettera e forse non manda mai nè
l'uno nè l'altro, giacchè non si è mai saputo se Lorenzo accettasse la
dedicatoria o prendesse conoscenza della scrittura.

L'uomo nel Macchiavelli è sempre al di sotto dello scrittore.

Sebbene il Macchiavelli avesse nel Principe la più trasparente
chiarezza, il libro, appena stampato lui morto, diede luogo alle più
disparate e direi quasi alle più disperate interpretazioni. Il Mohl ne
ha compiuto il migliore elenco fino al 1858, il Villari lo ha
proseguito sino ai nostri giorni, ma finchè visse il Macchiavelli, le
poche copie che girarono manoscritte del libro non destarono scandalo:
le opinioni e le massime del Principe erano quelle medesime del tempo.
Il secolo non aveva una coscienza morale che potesse offendersene,
mentre la sua coscienza storica vi si vedeva mirabilmente ritratta.
Guicciardini, che aveva combattuti i Discorsi non protestò contro il
Principe, Leone X consultò poco dopo Macchiavelli sulla politica
generale e sulle condizioni di Firenze; Clemente VII più tardi gli
commise le storie. Nifo di Sessa, volgare filosofo, tradusse in latino
il Principe, alterandolo per dedicarlo come scrittura propria a Carlo
V, finchè il Blado nel 1531, _cum gratia et privilegio_, di Clemente
VII e d'altri principi, stampò Discorsi e Principe.

Ma quando Firenze cadde, dopo l'eroica resistenza, per l'ultima volta
sotto i Medici, lo spirito politico cominciò ad osteggiare il
Principe, prendendolo per un codice vero della tirannide, e l'evidente
intenzione consigliatrice e scientifica del Macchiavelli parve infame.
Il secolo cominciava a mutare: la morte politica aveva messo
nell'anima di Firenze qualche reazione di vita morale. Del resto la
pretesa del libro di essere un trattato, la sua stessa forma, la
contraddizione che nello spirito del Macchiavelli l'aveva prodotto,
dovevano essere un problema insolubile fino a quando la critica
moderna ricostruendo il cinquecento e comprendendone il carattere per
mezzo della prospettiva e del raffronto cogli altri secoli, potesse
assegnare all'arte ciò che vi si oppugnava come scienza, spiegando nel
Macchiavelli le antitesi della sua natura amalgamate colle
contraddizioni del suo tempo. Certo per la gente volgare, che divide
gli spiriti in categorie, riuscirà piuttosto difficile non riconoscere
nel Macchiavelli che un grande ed incompiuto artista, mentre il titolo
e la materia delle sue opere sembrano tanti argomenti per negarlo; ma
la storia è tutta piena di quest'ingegni che congiungono le più
disparate attitudini, di queste indoli meravigliose che agiscono nelle
zone più opposte del pensiero. E poichè lo spirito è uno e la
divisione fra scienza, arte, filosofia, religione è in gran parte
formale, ognuna di esse ha uomini insigni che nella forma dell'una
inconsciamente lavorano la materia dell'altra. Di tutte le
classificazioni degli uomini la migliore resterà sempre quella del
temperamento spirituale, che aiutato dalla interpretazione della loro
vita spiegherà meglio di ogn'altra le loro opere.

Ora il Macchiavelli nella sua vita fin qui analizzata non fu nè un
politico nè uno scienziato: nel resto che doveva vivere vedremo che
non si mutò. Discorsi e Principe non sono produzioni di un vero
spirito scientifico, giacchè in tal caso l'intenzione e la tessitura
mostrerebbero il tentativo logico per stabilire veri principii
generali, le angoscie del metodo, l'impersonalità voluta se non
raggiunta dell'opera. Discorsi e Principe hanno invece caratteri
essenzialmente opposti. La materia loro certo è scientifica, ma la
materia non è l'opera, nè la scienza nè lo scienziato.

Che il Macchiavelli avesse vere attitudini di scienziato sarebbe
insensatezza negarlo e furono appunto quelle che gl'impedirono di
svilupparsi grande artista, ma aveva troppe attitudini artistiche che
gli contrastavano l'equilibrio e l'astrazione necessaria alla scienza.
Fra una legazione e l'altra scriveva i Decennali, cronaca sua e degli
avvenimenti in versi mediocri; in ogni ritaglio di tempo tentava un
Capitolo, in prigione nella peggior crisi della sua vita scriveva
sonetti, nell'esilio alla campagna, dalla quale dovevano uscire le sue
due opere maggiori, s'abbandonava a una corrispondenza la più
artistica del secolo per la forma dei racconti e delle cose. Le sue
qualità politiche essendo le più duramente negate dai fatti e dalla
poca stima dei contemporanei, egli vi condensa tutto lo sforzo
dell'ingegno; crea uno stile, una lingua, ammonticchia ritratti,
osservazioni, formule, apostrofi, ironie, eloquenze; sa essere breve
come Tacito, largo come Livio, mentre l'istinto realista della sua
natura e la sua poca educazione classica in quella necessità di vivere
nella vita politica lo rendono il letterato più vivo e moderno del
tempo. Ma appunto perchè troppo fuso col proprio secolo, che i secoli
immediatamente posteriori non comprenderanno animati di un'altra
coscienza, Macchiavelli e il Principe vengono mal giudicati. La
ribalderia di questo diventa ribalderia di quello; il problema morale
che per Macchiavelli nell'opera non esisteva, ne rimane il solo,
gl'altri essendo tutti dileguati coll'ambiente che li aveva prodotti.

Se Macchiavelli avesse veramente fatto opera di scienza, il problema
morale nel Principe avrebbe esistito anche per lui; egli doveva
distinguere la moralità pubblica dalla privata, quella della storia da
quella della vita, e poichè quest'ultima non può farne a meno e la
politica è parte di essa, cercare quale potesse essere la sua morale.
Il Principe in un vero trattato scientifico non avrebbe potuto avere
la personalità assorbente che ha nell'opera del Macchiavelli, quella
unità che in lui fa sparire potere legislativo ed esecutivo, polizia e
diplomazia, diritto, guerra, tutto. Nel fuoco della sua creazione
artistica il Macchiavelli era così poco scienziato che non se ne
accorse nemmeno. Domandargli se il Principe dovesse essere morale
sarebbe stato come domandare a Cellini se le sue modelle erano oneste.
Infatti allora nessuno glielo domandò fra i tanti amici che lo
lessero. Mutati i tempi gl'esuli fiorentini non gli perdonarono nè i
favori nè i consigli dei Medici; i nuovi cortigiani si adontarono de'
suoi sentimenti democratici, i protestanti gli rinfacciarono
l'irreligione, il cattolicismo si offese de' suoi attacchi alla
chiesa.

Ma la battaglia durata intorno al Principe, inutile per l'arte e per
la scienza, giovò alla morale. A traverso le infinite stravaganze
delle interpretazioni e le bizzarrie delle accuse e delle difese tutti
riconobbero che nella politica vi è fatalmente una morale. Quale?

Primi all'attacco furono i gesuiti che fecero bruciare in effigie il
Macchiavelli ad Ingolstadt e ottennero da Paolo V di mettere le sue
opere all'indice: Carlo V e Caterina de' Medici lessero il Principe,
Enrico III e Enrico IV si disse lo avessero indosso quando furono
uccisi; Richielieu lo meditò, Sisto V ne fece di sua mano un sunto.
Quindi entrarono in lizza i protestanti, pei quali Macchiavelli, che
non s'era mai occupato della Riforma e non aveva nemmeno presentito il
problema della libertà di coscienza, era diventato l'oracolo del
dispotismo. Al Gentillet troppo superficiale nel criticarlo succede il
Bodino quasi profondo, ma Bacone da Verulamio e Giusto Lipsio lo
difendono; il Campanella, bizzarra mistura di misticismo e di
realismo, stravagante sino ai confini del genio ed eroico fino
all'olocausto, lo maledice. Cristina di Svezia, stramba e violenta
figlia di un eroe del quale aveva in parte ereditato l'ingegno, annota
di propria mano il Principe; Federico II di Prussia gli contrappone
l'_Antimacchiavello_ facendo il ritratto del vero e virtuoso sovrano,
senz'avere per questo compreso il ritratto del Macchiavelli; Napoleone
I che si trova personalmente nella condizione del duca Valentino, se
si moltiplichi la Romagna per l'Europa, invece lo ammira pur
sentendone l'angustia. Prima di Rousseau che nel Principe vede un tiro
giuocato dal Macchiavelli ai tiranni esponendo i principii fatali
della loro condotta, Alberico Gentile aveva già trovata questa
interpretazione, che Foscolo appoggiato sull'Alfieri doveva cantare in
versi immortali: e questa interpretazione, una delle più false, dilaga
quando il patriottismo italiano s'impossessa della figura del
Macchiavelli. Poi in Germania col Bollmann comincia una critica più
seria: il Raumer e lo Schlegel credono di trovare la sorgente degli
errori di Macchiavelli nel concetto pagano che egli aveva dello Stato,
ma il Principe così spiegato non è meno impossibile nel paganesimo che
nel cristianesimo.

Ranke, il grande storico, è il primo a comprendere che il Principe,
ispirato dai tempi, senza di essi diventa inintelligibile: s'accorge
che non è un trattato e che il modello ne fu Cesare Borgia, ma finisce
col credere che il Macchiavelli scrivendolo davvero per Lorenzo dei
Medici, nella disperazione di rianimare l'Italia osasse così
propinarle il veleno. E non è vero che il libro fosse scritto per
Lorenzo dei Medici, nè che il Macchiavelli perfettamente conscio e
quindi in disaccordo colle massime del Principe, si buttasse a questo
eroismo. Due anni dopo il Leo notò benissimo che il Principe era più
che altro una pittura storica dei tempi, e limitando a più giuste
proporzioni il patriottismo del Macchiavelli il quale non poteva
davvero credere alla immediata costituzione di uno Stato nazionale,
stimò falsamente che il libro, invece di sorgere spontaneamente dal
suo spirito, gli venisse suggerito dal calcolo basso di ottenere un
impiego giustificando i Medici.

Il primo saggio compiuto sul Macchiavelli fu quello del Macaulay, che
pubblicato nella Rivista di Edimburgo suscitò entusiasmi. Scrittore
splendido e fine il Macaulay era nullameno troppo poco filosofo per
l'argomento: buon giudice letterario esagerò affermando la Mandragola
un capolavoro shakspeariano e giudicò invece assai bene la superiorità
dello stile del Macchiavelli su quello del Montesquieu; descrisse il
carattere italiano, come usavano e usano ancora gli stranieri, per
conchiudere che la corruzione del popolo italiano e del Macchiavelli
era la chiave dell'enigma del Principe. Secondo il Macaulay le massime
generali sono senza valore e il solo merito di quelle del Macchiavelli
sta nell'essere più applicabili delle altre; ma via di questo passo
non si accorse di annullare l'opera che intendeva spiegare e con essa
tutta l'importanza delle scienze morali. Il Gervinus in largo e minuto
studio storico anatomizzò invece tutte le opere del Macchiavelli, per
ripetere nella spiegazione del Principe quello già detto dal Ranke,
illustrando col proprio patriottismo germanico il supposto eroico
patriottismo del Macchiavelli. Lo Zambelli nelle sue Considerazioni
del Principe sembra riprendere con maggiore sicurezza la tesi del
Macaulay, provando contro di lui la corruzione europea pari se non
maggiore di quella dell'Italia, ma poi tira a scemare l'odiosità del
Valentino colla solita necessità pratica e collo scopo patriottico,
spiegando come il Macchiavelli, morto il Valentino, disperato del
proprio sogno tornasse a fantasticare la repubblica. E repubblicano lo
dipinse il Guerrazzi nell'Asino e nel primo capitolo dell'Assedio di
Firenze mettendogli in bocca un discorso che il Macchiavelli per primo
non avrebbe compreso. Il Desanctis critico più famoso che forte, nella
sua storia della letteratura italiana girò per un lungo capitolo
intorno al Macchiavelli e al Guicciardini senza intendere nè la natura
artistica del primo nè quella politica del secondo, divagando in
inutili teoremi morali e in confuse riflessioni storiche. Con ben
altro ingegno il conte di Cavour alla prima lettura delle opere
postume del Guicciardini lo giudicò sicuramente per vero politico
contro e al disopra del Macchiavelli, del quale però non ha lasciato
verun giudizio scritto.

Solo fra tutti Giuseppe Ferrari in un ammirabile opuscolo che il
Villari non si è nemmeno degnato di citare nel suo lungo catalogo sui
giudizi dati del Macchiavelli, quantunque valga per lo meno i tre
volumi da lui consacrati al Segretario fiorentino, coglie con stupenda
ed irresistibile critica tutti gli errori del Macchiavelli come
legislatore storico politico e l'influenza su lui del secolo; ma
trascurando il lato artistico della sua natura, è costretto a
scemargli troppo l'ingegno nelle molte insufficienze storiche e
legislative; mentre, spaventato quasi dal risultato della propria
critica e seguendo la trascendenza del proprio pensiero filosofico,
cerca poi di provare come da quegli errori derivassero tutte le verità
della scienza politica moderna, ricostruendo in una visione profetica
il Macchiavelli distrutto da una analisi troppo chiaroveggente.

Ma fra tutte queste più o meno illustri opinioni inconciliabili, la
figura del Macchiavelli resterà sempre un enigma finchè si voglia
crederlo un filosofo che fonda un sistema: le sue innegabili qualità
di scienziato disperse, impedite dal suo temperamento artistico non
potranno mai in lui riunirsi per giustificare la sua stessa pretesa
alla scienza. La sua opera esprime la contraddizione della sua vita,
entrambe quella dei tempi. Così all'indomani dell'aver voluto
consigliare Lorenzo dei Medici col Principe senza nemmeno conoscerlo o
se fosse almeno uomo da comprendere il consiglio, interrogato sul
governo di Firenze da Leone X, seguendo la propria natura democratica
gli suggeriva di ristabilire la repubblica: consiglio ridicolo dato a
Leone X che l'aveva uccisa, assurdo ed impraticabile nella condizione
dei tempi. Il Guicciardini invece consigliò ai Medici gli espedienti e
i modi che convenivano al loro problema.

Ma questa contraddizione nel Macchiavelli non è disperato
patriottismo, bensì urto di facoltà spirituali e di tendenze che in
lui non arrivavano ad armonizzarsi. Così nella vita fu volgarmente
buono e non commise ribalderie: natura piuttosto arida, scarsa di
sentimenti e quindi ironica, non si macchiò nè di danaro nè di sangue:
ammiratore del Valentino e consigliere a tutti delle sue maniere non
avrebbe poi avuto il coraggio di servirlo. Dimandare dunque se
Macchiavelli fu onesto o disonesto, è supporlo un filosofo che
stabilisce un sistema: invece artista, colpito dalla fatalità
assassina della politica di allora, vi ragionò sopra descrivendola
senza oltrepassarla.

Il vero problema della morale nella politica Macchiavelli nè vide nè
poteva vedere mancandogli la visione sintetica di tutte le forme dello
Stato; sentì solamente che la piccola morale privata non era quella
della storia di nessun tempo, e non scorgendone altra in essa non
pensò a cercarla. La storia gli parve ripetizione dei medesimi fatti
prodotti dalle medesime passioni. La filosofia della storia
rappresentata nella Bibbia colla elezione del popolo ebreo, quella
schizzata da Zenone o da Sant'Agostino nella Città di Dio non potevano
piacere a lui irreligioso e realista, incapace di sollevarsi tanto
sopra ai fatti da vederli sparire in una idea; il cristianesimo che
pure metteva un disegno nella vita, egli cinquecentista non
l'intendeva, la critica non era ancora formata, l'erudizione non aveva
che cominciato il proprio lavoro. Il quadro era angusto ma il suo
sguardo non riuscì a sfondarlo, quindi osservazioni e conclusioni
tutto gli riuscì falso.

Ma l'arte vera più confacente alla sua natura lo riprese. Quindi lo
vedremo dopo un libro sull'arte della guerra, ultima illusione della
sua capacità di Governo, scrivere molte commedie, un romanzo politico,
una storia, una novella, una satira, un dialogo sulla lingua, molti
capitoli, alcuni canti carnascialeschi; ritornare un momento sulla
scena politica per prendervi qualche abbaglio e morire.


IX.

Il libro dell'Arte della Guerra deriva come il Principe dai Discorsi e
in certo modo ne è il complemento; il Principe impersonava il sogno di
uno Stato nazionale, il libro sulla milizia era lo studio del miglior
mezzo per conquistarlo. Ma questo sogno non prese mai nella mente del
Macchiavelli i contorni più o meno precisi di un disegno; il
Guicciardini, che lo aveva egualmente accarezzato, in una ammirabile
pagina ne dimostrò a sè stesso tutte le impossibilità politiche e
storiche. Così rimase sogno che dopo aver inspirato al Macchiavelli le
pagine più belle andò a morire in un troppo vantato sonetto del
Filicaia per risorgere nei Carmi del Foscolo.

Macchiavelli ammesso nella brigata dotta ed aristocratica degli Orti
Oricellarii, rimasta poi celebre nella storia, vi contrasse illustri
amicizie che gli permisero di arrivare fino a casa Medici. In quel
circolo, nel quale capitavano uomini di guerra, concepì la forma del
suo libro che è un lungo dialogo immaginato tra Cosimo Rucellai,
Zanobi Buondelmonte, Battista della Palla e Luigi Alamanni nel 1516,
quando il Colonna ritornò a Firenze dalla guerra finita di Lombardia.
La forma artistica del libro rivela l'indole dello scrittore: le sue
idee sono quelle medesime dei Discorsi e del Principe, le sue
illusioni e le sue pretese quelle stesse contratte occupandosi
dell'Ordinanza nell'Assedio di Pisa. Soldato non era, guerre non aveva
mai vedute giacchè l'assedio di Pisa e la rotta di Prato non meritano
tal nome.

Comincia deplorando l'errore funestissimo che in Italia separando la
vita civile dalla militare aveva creato le compagnie di ventura, ma di
questo errore così pieno di problemi storici invece di cercare la
spiegazione, enumera piuttosto le conseguenze; compito facile ed
inutile allora per l'infelice esperienza di tutti.

Vorrebbe una milizia nazionale nella quale non si facesse il soldato
per mestiere, e con uno dei soliti paragoni riunisce i tempi di
Attendolo Sforza e di Braccio da Montone a quelli di Cesare e Pompeo:
ma entrando presto in materia imita o traduce addirittura il famoso
libro del Vegezio. Non ammette altro modo di guerra che il romano, ma
cercando di rifarne gl'ordini mescola la legione col battaglione
svizzero, riproduzione della falange greca, e le scema così quella
mobilità e capacità ad atteggiarsi prontamente sopra ogni terreno, che
rappresentava tutto il progresso dei romani sui greci. In quel mondo
del cinquecento con altri costumi e diversa coscienza propone il
servizio militare per tutti e l'educazione della gioventù alla romana.
A questo punto, siccome uno degli interlocutori domanda perchè gli
antichi ebbero maggiori virtù politiche e libertà dei moderni,
Macchiavelli risponde: perchè erano repubblicani e pagani. Per lui il
cristianesimo è ragione assoluta di decadenza politica; la differenza
della individualità pagana e cristiana gli sfugge ancora. La sua poca
stima della cavalleria e la grande importanza della fanteria sono idee
romane: così pure la battaglia che dispone teoreticamente al terzo
libro, nel quale si ride delle artiglierie. Nel quarto nel quinto e
nel sesto ragionando dei movimenti dell'esercito e del suo
alloggiamento, il Macchiavelli che di guerre non ne aveva vista
alcuna, segue sempre l'esempio romano. A proposito delle pene
militari, egli politico che pure avrebbe dovuto conoscere gl'italiani
di allora, propone che a modo dei romani e degli svizzeri siano date
popolarmente: consiglio che parrebbe ridicolo in bocca di ogni altro e
che nella sua riesce addirittura inesplicabile. Finalmente nel settimo
libro parla delle fortificazioni, ma nella sua niuna fede alle
artiglierie e nella sua ignoranza della ingegneria, non arriva nemmeno
al punto che la scienza d'allora aveva toccato: quindi mette in bocca
al Colonna il ritratto del capitano ideale componendoglielo al solito
con esempi di storia; e chiude colla inevitabile invocazione al
principe liberatore.

L'opera scientificamente non ha dunque nè originalità nè valore; è un
ritorno agli ordini antichi piuttosto ispirato da un sistema di idee
letterarie e storiche che da vera conoscenza della materia. Così
Macchiavelli studiando il modo e la difficoltà di comporre un esercito
invece di guardare intorno a sè per vedere che differenza
presenterebbero la Romagna, la Toscana, il Reame o Venezia si contenta
di tradurre un brano di Vegezio sul soldato ideale: trattando della
educazione guerriera, secondo la sua teoria l'uomo è sempre uguale e
un cittadino del foro romano e un borghese del mercato fiorentino
hanno le stesse attitudini; il cristianesimo, che aveva dieci secoli
di guerre non interrotte, è per lui antimilitare e nullameno non cerca
come controbilanciarne l'influenza; l'Italia non ha coscienza
nazionale e tuttavia egli crede possibile riunirla in un esercito; vi
sono armi nuove da fuoco, imperfette che non pertanto hanno già mutato
parte della tattica, e non ne tien conto; non vi erano più generali
italiani di gran nome, le bande stavano per finire, gli stranieri
occupavano più che mezzo il paese, i Comuni più che inermi erano
inetti alle armi, ed egli astrae da tutto. Risuscitare i romani ecco
ancora il suo sogno d'artista; essi avevano coi loro ordini militari
conquistato il mondo, e coi loro ordini militari l'Italia del
cinquecento avrebbe riconquistata sè stessa.

Ma se gl'ordini militari romani avevano prevalso nel mondo antico era
dipeso dalla inferiorità dei sistemi militari degl'altri popoli
incapaci di ordinarsi come i romani per troppe ragioni d'indole e di
civiltà, ragioni che l'Europa del cinquecento non avrebbe più avuto
contro l'Italia. Il ritorno dell'ordine romano imitato naturalmente da
tutti i popoli, lasciando intatte le loro differenze avrebbe
conservato in faccia ad essi l'inferiorità militare dell'Italia.

L'argomento del Macchiavelli, che gl'italiani nei combattimenti
isolati riuscivano spesso superiori agli stranieri, non provava la
maggiore attitudine della nazione d'allora alle armi, ma piuttosto un
effetto delle guerre continue e delle compagnie non mai congedate,
nelle quali i migliori individui potevano raggiungere la perfezione
degli antichi gladiatori romani.

E coll'Arte della Guerra e colla vita di Castruccio Castracane si
chiude il ciclo politico-letterario del Macchiavelli.

In cotesta vita, che molti credettero una vera biografia e fu poi
chiamata un romanzo, il Macchiavelli andato a Lucca per affari di
certi mercanti fiorentini, sempre signoreggiato dalle idee e dalla
figura del Principe, ripensando ai casi di Castruccio, il miglior
generale del medio evo, ne compose un racconto come quelli di Diogene
Laerzio e di Diodoro Siculo, mescolando il vero all'immaginario,
amalgamandovi in un ammirabile getto le gesta di Agatocle. Nel
racconto breve ma letterariamente perfetto la figura del duca
Valentino è sempre dietro a quella di Castruccio, il quale si muove
nullameno con personalità tanto viva da far credere quel romanzo una
vera storia. Gli amici degl'Orti Oricellarii ammirati del nuovo stile
consigliarono il Macchiavelli a scrivere storie e gli ottennero dallo
Studio, cui era capo allora come vescovo _pro tempore_ il cardinale
Medici, la commissione di scrivere quella di Firenze in due anni con
cento fiorini all'anno.

Macchiavelli si accinse subito agli studi preparatorii, ricusando
l'offerta fattagli dal suo antico padrone Pietro Soderini di andare
segretario presso Prospero Colonna con duecento ducati d'oro di
provvisione e le spese. Era questo uno spiraglio che gli si apriva
finalmente sulla politica, nella quale l'illustre capitano era attore
importante; ma il Macchiavelli ancora atterrito dalla congiura del
Boscoli, e sapendo che i Soderini congiuravano coi francesi per
cacciare i Medici, rimase a Firenze nel codazzo del cardinale Giulio,
al quale ripropose il disegno offerto a Leone per il ripristinamento
della repubblica. E nemmeno s'accorse che quegli ben più fino politico
di questi, domandando tali disegni a tutti intendeva di saggiare la
pubblica opinione, niente disposto a largheggiare di libertà con
Firenze; chè anzi i più giovani ed ingenui frequentatori degl'Orti
Oricellarii, ai quali le declamazioni del Macchiavelli avevano
scaldato il sangue, avendo congiurato contro il Governo, il cardinale
fu prontissimo a reprimere la rivolta, decapitandone senza pietà due
fra essi. Il Macchiavelli, nel quale il cardinale Giulio aveva fiutato
la natura puramente letteraria incapace d'azione malgrado i grandi
discorsi, non ne fu nemmeno disturbato, mentre dal canto suo non si
mosse a favore degli amici proscritti.

Il suo patriottismo che doveva essere tanto decantato si scoperse
anche questa volta di puro intelletto senza cuore e senza carattere.
L'antico segretario di Pietro Soderini contro i Medici non volle
seguirlo nella congiura da lui e dal fratello cardinale tramata a
favore di Firenze, per non perdere coll'incipiente protezione dei
Medici la provvisione delle Storie e la calma necessaria alla sua vita
di letterato. Impiegato e cliente subalterno, la fede della quale si
vanta così spesso nelle lettere, non è che troppo spesso docilità e
poltroneria. Forse la viltà dei tempi lo scusa, quantunque anche
allora vi fosse chi sentiva altamente e sapeva arrischiare la vita per
idee, nelle quali Macchiavelli con artistica sincerità non realizzava
che la bellezza incomparabile del proprio stile.

Quando il Macchiavelli si pose alle Storie, dice benissimo il Villari,
v'erano in Firenze due scuole di storici, quella del Villani nella
quale proseguivano annalisti e diaristi, e l'altra degli eruditi con
alla testa Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini non molti anni
addietro segretari entrambi della Repubblica. Spregiatori della
cronaca, pur nella forma rispettandone la divisione per anni, costoro
avevano mirato alla dignità classica solamente trasformando ogni
minima scaramuccia in battaglia e vestendo tutti i personaggi alla
romana. Quindi in essi non critica degli avvenimenti, non ritratti,
non aneddoti che mostrino il carattere dei tempi: l'aggruppamento dei
fatti, determinato sempre da ragioni letterarie e decorative, finisce
quasi ad annullarli. Nullameno questo esercizio rettorico della storia
aveva inconsciamente condotto gli eruditi nel dilatarsi del campo
storico verso la critica filosofica e filologica.

Flavio Biondo infatti v'era già entrato stampandovi un'orma di leone,
ma scrivendo egli pure in latino per dispregio della lingua volgare.
V'erano quindi storie di materia italiana piuttostochè storie
italiane.

Al tempo del Macchiavelli, però, col nobilitarsi della lingua italiana
e lo studio profondo che della politica aveva necessariamente iniziato
la diplomazia di tutti i Governi, era cresciuto in tutti il desiderio
di una storia che dettata nella lingua corrente e basata sulla realtà
dei fatti ne fosse insieme specchio e spiegazione. Il Guicciardini
giovanissimo, che del proprio secolo era senza forse colui che meglio
doveva esprimerne il carattere e comprenderne i bisogni, aveva già
scritto una _Storia Fiorentina_, rimasta inedita sino quasi ai nostri
giorni, nella quale preludendo maestrevolmente alla sua futura grande
_Storia d'Italia_, forzava primo il passaggio dalla cronaca alla
storia. Chiaro, più elegante nello stile che non dovesse poi esserlo
in seguito, con un giudizio già maturo in tutti i fatti e
un'esperienza precoce di tutti gli uomini, sebbene non avesse allora
che ventisett'anni e non fosse per anco entrato nelle pubbliche
pratiche, analizzava già l'avvicendarsi dei partiti, metteva a nudo i
caratteri, determinava le passioni degli avvenimenti. Imparziale coi
Medici ammirava Savonarola, ricercava i documenti originali, esponeva
le leggi, citava persino le frasi testuali delle ambascerie. Certo a
lui pure sfuggiva la parte impersonale degli avvenimenti, troppo
violentemente tirato dalle forti qualità della sua natura realista e
politica; ma questo difetto in lui comune col Macchiavelli e col
secolo, non era come nel suo rivale peggiorato dalle licenze di una
fantasia teorizzante sui fatti e contro i fatti. Guicciardini
aristocratico potè in seguito lasciarsi cogliere dalla passione della
forma che era allora l'aristocrazia della letteratura, e mal sicuro
nel gusto falsare il proprio giovane stile nell'imitazione
ciceroniana; ma politico e storico nato non si curò mai di poesia, non
scrisse come il Macchiavelli Commedie e Decennali fra quella ressa di
tragedie che componevano allora la politica, non divagò dietro
pretensiose e false teorie come nei Discorsi, non ebbe mai il sogno
fantasmagorico del Principe, non si atteggiò a capitano precettore di
guerra, non eccitò a libertà per poi abbandonarla timidamente in
faccia al pericolo, non mendicò impieghi, non predicò la necessità
della furberia; ma profondamente furbo, privo di coscienza come il suo
secolo, coperse eminenti cariche, si rivelò uomo di gran Governo e non
fu veramente vinto che vecchio da Cosimo II, politico ben altrimenti
terribile del cardinale Giulio che aveva potuto così facilmente
giocare il Macchiavelli colla proposta delle Riforme, accettando poi
da lui con scettica indifferenza la dedica delle Storie piene di odio
contro il papato e di riserbo cortigiano per Casa Medici.

Nel Proemio alle Storie il Macchiavelli annuncia subito il pensiero
che lo dirige e sul quale baserà il proprio edificio: se l'Aretino e
il Poggio «duoi eccellentissimi storici» non avevano parlato che di
guerre esterne, tacendo delle civili discordie, delle intrinseche
inimicizie, e dei loro effetti, egli intendeva riparare all'errore
«perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano quanto quella
che dimostra le cagioni degli odii e delle divisioni, massime in una
città come Firenze, in cui le divisioni furono per nome infinite;
portarono esigli, morti, devastazioni e pur non poterono impedire la
prosperità della Repubblica; anzi pareva che l'aumentassero.»

Il principio e l'intenzione delle Storie è dunque quello medesimo dei
Discorsi, del Principe e dell'Arte della Guerra: una lezione di
politica data agli uomini di Stato, una verificazione delle teoriche
che Macchiavelli ha stabilito nelle opere precedenti. Guai ai fatti
che le contraddiranno! L'artista politico non è mutato ma sta per
ingrandirsi: il campo che gli si apre davanti è così vasto che il suo
ingegno vi si può dare carriera, l'innegabile originalità del suo
proposito storico nel quale Guicciardini lo ha preceduto senza che
egli lo sappia, non gli viene da una meditazione filosofica della
storia, ma dalle tendenze del suo spirito e di tutta la sua vita. I
grandissimi modelli antichi, Tacito e Livio, non sono più presenti al
suo pensiero e non gli compariranno che ad intervalli per suggerirgli
qualche forma di stile o disegno di orazione: fiorentino, i suoi
autori sono i cronisti che l'hanno preceduto. L'Introduzione generale
che premette alle Storie, falsa nelle proporzioni architettoniche come
vestibolo enorme di piccolissima casa, non sarà che un esercizio
artistico, un ritardo volontario intorno a qualche massima o a qualche
personaggio, una imitazione ed un plagio di Flavio Biondo e di
Leonardo Aretino.

Il Villari costretto a notarvi la poca o nessuna originalità così
nella erudizione come nell'ordinamento dei fatti, vi si ripiega
giustamente sul merito letterario. Una figura però vi campeggia troppo
simile al duca Valentino nel Principe e come questi salvatore
d'Italia, Teodorico re degli Ostrogoti. La solita esaltazione riprende
il Macchiavelli che, pur copiando dal Biondo, per idealizzare il
proprio ritratto tralascia quanto gli nuoce e svisa addirittura fatti
importanti, come l'espulsione di ogni italiano o romano dall'esercito
decretata da Teodorico.

Ma presto il Macchiavelli arriva all'altro concetto determinante le
sue Storie, la facilità colla quale l'Italia avrebbe potuto riunirsi
in nazione se i papi non l'avessero invincibilmente mantenuta divisa
per rabbia di regno. E qui è il Villari che si riscalda ammirando il
coraggio di questa affermazione in un libro ordinato dal papa, e la
sincerità dell'uomo che poi tutto il mondo doveva ostinatamente
negare: ma poco dopo confessa egli medesimo che eroismo non vi fu
mentre Clemente VII non mostrò nemmeno meravigliarsi della cosa, così
i tempi erano scettici e scarso il sentimento religioso nel Vaticano.
Senonchè il concetto del Macchiavelli per essere diventato popolare
quando il patriottismo dovette per riunire l'Italia osteggiare il
papato, non è storicamente meno falso. L'Italia non fu mai nazione. I
Romani la conquistarono senza fonderla con sè medesimi nella
repubblica; durante la monarchia fu pareggiata alle altre provincie
conservando in sè stessa tutte le differenze che l'animavano. La
civiltà romana divenuta troppo presto universale coll'assorbimento
della civiltà greca, non potè attendere la fioritura italiana e non
ebbe quindi nè arte nè scienza nè filosofia nè religione veramente
originale; la sua grandezza derivò dalla giurisprudenza e dalla
politica. Poi nel franare dell'impero i barbari ruinando sull'Italia
vi portarono e vi produssero altre differenze. Rotta l'unità romana,
l'unità cristiana anche più universale ed astratta non poteva riunire
l'Italia. La lotta ricominciò fra la Chiesa e l'Impero: quella
malgrado tutte le proprie contraddizioni era per la libertà, l'Impero
per la tirannia; l'infallibile istinto storico fece guelfo il popolo e
ghibellina l'aristocrazia feudale. Il Macchiavelli lo nota ma non
arriva a comprendere neppure confusamente la vera posizione e l'azione
storica del papato nel medio evo. Il suo pregiudizio irreligioso lo
trascina, la sua inettitudine alla filosofia e alla critica lo
paralizza. Egli che considerava il popolo senz'anima come cera in mano
al Principe legislatore, non poteva nemmeno sospettare che la
nazionalità derivasse dalla unità delle coscienze individuali. Così
gli sfuggono tutti gli elementi spirituali del cristianesimo, del
quale si ostina a non vedere che gli eccessi penitenziari e le
mostruosità rituali. Per lui le crociate, il più gran fatto del medio
evo, che iniziava tutto l'avvenire, è opera di Urbano II, il quale
odiato a Roma ripara in Francia e vi predica contro gl'infedeli: le
sole conseguenze di esso sono la fondazione dei due ordini di
cavalieri, Templari e Gerosolimitani, e poche conquiste in Oriente.
Nella grande contesa fra papato ed impero non vede Gregorio VII,
figura gigantesca di cui l'ombra potè per un momento coprire tutto
l'impero, mentre in ogni avvenimento scorge poi sempre una causa
personale. Considera la religione solamente nella forma della Chiesa,
la civiltà nell'azione di un Governo, l'uno e l'altra più volentieri
ancora riassunte in personaggi politici. Sfiora la lotta dei Comuni
col Barbarossa, tace dell'immenso sviluppo dato da Federico II alla
civiltà del mezzogiorno, nomina appena i Vespri Siciliani, le
discordie dei Guelfi e dei Ghibellini, le vicende del Reame di Napoli
per non perseguitare che i pontefici e i capitani di ventura,
fermandosi solo ai fatti che aiutano le sue teorie dei Discorsi e del
Principe.

Questa l'Introduzione generale tanto vantata dai suoi apologisti; la
quale se si prescinda dal merito letterario troppo in essa ancora
disuguale quantunque a certi punti singolarissimo, non contiene
nessun'idea, non inizia nessun metodo che possa attribuire al
Macchiavelli un grande posto fra gli storici.

Il secondo, terzo e quarto libro abbracciano la storia di Firenze
dalla sua fondazione sino al trionfo dei Medici, ma dell'origine del
Comune dice appena poche parole per saltare subito alla tragedia di
Buondelmonte nel 1215, dalla quale crede erroneamente derivare la
divisione della città in Guelfi e Ghibellini. Il Villani da cui copia
condensando con ammirabile potenza letteraria, e Ricordano Malaspina
avevano pur narrato prima del triste caso una serie di guerre fra il
Comune fiorentino e i baroni del contado, che vinti e costretti a
vivere nella città vi avevano portato colla ferocia dei costumi la
crudeltà di un odio di razza. Il Macchiavelli, tratto dal suo bisogno
di mettere sempre una causa drammaticamente personale ad ogni
avvenimento politico, muove dal caso del Buondelmonti, ma più acuto
del Villani che andava smarrendo il filo della grande contesa,
s'accorge subito che dietro i Guelfi e i Ghibellini non stanno solo
l'Impero e la Chiesa, bensì la feudalità e il popolo: l'una
rappresentante la razza dei vincitori sovrappostasi alle genti latine
nell'invasione, l'altro ancora in gran parte latino malgrado la
mistura del sangue e nemico inconciliabile della feudalità per la
tradizione del suo passato e la necessità del suo futuro. Ma anche qui
il Macchiavelli non arriva ad abbracciare tutto il problema, giacchè
non cerca nemmeno di cogliere i veri rapporti della feudalità italiana
coll'Impero e le sue affinità colla vita italiana, e fuorviato
dall'odio alla Chiesa travisa l'opera del papato, del quale l'alleanza
col popolo diventa un assurdo inesplicabile.

Inesatto nelle date, poco scrupoloso dei fatti, sospinto dalla
passione politica verso le epoche che maggiormente si presteranno alle
considerazioni e alle teoriche che lo signoreggiano, analizza
distrattamente la Costituzione del Primo Popolo, oblia la Costituzione
precedente dei Consoli e la Costituzione del Potestà: quindi narra
rapidamente il ritorno dei Ghibellini, l'ingrossare continuo dei
Guelfi, il mal ripiego della politica ghibellina per ottenere il
favore del popolo aiutando la costituzione delle arti Maggiori e
Minori, il magistrato dei Priori che affretta la rovina dei nobili,
gli Ordinamenti di Giano della Bella che la compiono. Così prostrati i
Ghibellini, sorgono i Guelfi che si dividono in Bianchi e Neri per
suddividersi ancora vinti i Bianchi in Grandi e Popolani; la contesa
fra l'aristocrazia e la democrazia muta nome e terreno conchiudendosi
egualmente colla vittoria del popolo.

Ma se il Macchiavelli vede un certo nesso logico in queste discordie,
non ne afferra bene l'idea e non ne sbroglia gli aggruppamenti che per
lui hanno sempre come causa prima una scena drammatica. Poscia narrato
dì Corso Donati e delle guerre con Uguccione della Faggiola e
Castruccio Castracani come di avvenimenti casuali, entra nell'episodio
del Duca d'Atene con sì calda eloquenza che dimenticando ogni
proporzione nel quadro aggiunge episodi, inventa discorsi, s'allunga
in considerazioni, drammatizza ogni circostanza per conchiudere alla
terribilità dell'eccidio con una descrizione non meno terribile. In
questo secondo libro, come nota egregiamente il Villari, sta il
secreto della storia di Firenze; però se il Macchiavelli lo avverte a
quando a quando e qualche piccola parte ne scopre, non è men vero che
in lui come nei cronisti dai quali copia, le passioni, il valore e la
fortuna sono sempre la ragione unica degli avvenimenti: l'idea dei
quali risulta nel suo racconto piuttosto dal modo col quale il suo
istinto artistico signoreggiato dalla loro seria logica li coordina,
che non sorga in lui da vera coscienza filosofica di storico.

La letteratura storica è già nata preparando in sè stessa la storia;
alla prima è bastato il letterato, alla seconda occorrerà l'uomo.

Col terzo libro, che va dal 1353 al 1414 e al quale il Macchiavelli
premette, e seguitò poi nel costume, una specie d'introduzione
filosofica richiamando una teoria dei Discorsi, comincia lo studio
della decadenza della repubblica e il conseguente sorgere dei Medici.
Gli autori prediletti sono questa volta Marchionne di Coppo Stefani e
Gino Capponi, ma su questo nuovo terreno meglio adatto all'indole sua
il Macchiavelli procede più cauto e forte. Il paragone fra Roma e
Firenze, che apre il libro, è al solito così forzato che il Villari
stesso ne conviene, mentre dalla profondità delle susseguenti
osservazioni nelle quali molti si sono perduti ammirando non sfolgora
nessuna idea. Il racconto si costringe tutto nella contesa fra gli
Albizzi ed i Medici. La posizione dei primi vi è assai bene studiata,
ma non appena entra in scena Salvestro dei Medici favorendo le arti
Minori contro le Maggiori e sollevando destramente il tumulto dei
Ciompi, per profittare poi solo della rovina degli Albizzi nella
reazione succeduta naturalmente al tumulto col simultaneo abbassamento
delle arti Maggiori e della plebe, si direbbe che un'inconscia
antipatia scoppi tra il fine politico borghese e il terribile politico
del Principe. La presenza del Valentino turba ancora lo spirito del
Macchiavelli al punto di fargli idealizzare la mediocre figura di
Michele di Lando, docile strumento in mano di Salvestro, e di non
lasciargli comprendere tutto il merito della politica di quest'ultimo
così abile e paziente e sicura che nelle Storie Fiorentine non se ne
era ancora e forse non se ne vide più l'esempio. Gl'istinti
democratici trassero il Macchiavelli a trasfigurare Michele di Lando,
come la politica di semplice intrigo, senz'armi e senza gloria troppo
diversa da quella conquistatrice del Valentino, gli dispiacquero in
Salvestro. Oramai nel Macchiavelli la teorica politica e la forma
drammatica si erano talmente fuse che a lui stesso non riusciva più di
separarle. D'altronde la sua avversione ai Medici, dai quali colla
cacciata dalla Signoria e le conseguenti miserie aveva pur ricevuto
quattro o sei tratti di corda, malgrado i riguardi dovuti per
quell'ultima commissione di scrivere le Storie, traspare dal libro.
Così nel quarto pel quale si giova moltissimo delle _Storie
Fiorentine_ di Giovanni Cavalcanti altrettanto false nella forma che
vere nei fatti, riprendendo l'analisi della contesa fra gli Albizzi e
i Medici sembra non volersi accorgere della politica di Giovanni
Medici, non meno fina di quella di Salvestro e velata anche da maggior
bonomia. Quindi alla sua morte gli fa tenere ai figli Cosimo e Lorenzo
un discorso privo di senso per dissuaderli in nome della virtù
dall'aspirare al principato; e morto, gli fa un insolito e volgare
elogio di uomo caritatevole quanto prudente. Discorso ed elogio sono
presi dal Cavalcanti. Se non che l'averli solo corretti nella forma e
il ricusarsi a studiare veramente la politica di Casa Medici, mentre
nella Introduzione generale si era fermato troppo a lungo per le
proporzioni del libro ad esaminare quella analoga di Matteo Visconti
contro i Della Torre, mostra fin troppo che la paura dei nuovi padroni
gli toglie il coraggio della sincerità storica.

Quell'eroismo che al Villari era sembrato di vedere nel Macchiavelli
fieramente avverso alla Chiesa scrivendo per commissione di un papa,
scompare trattandosi di narrare come Casa Medici rovinasse la
repubblica impadronendosene con mirabile costanza di buone e pessime
maniere. Il lirismo repubblicano del Macchiavelli ammutolisce: la sua
fierezza di pensatore e di scrittore si ammansa, e ritorna l'uomo
della congiura del Boscoli, il letterato di Clemente VII che non osava
più parteggiare contro di lui pei Soderini in favore della repubblica.
Nè con questo intendo rimbrottare aspramente il Macchiavelli di non
essere stato un eroe, ma solamente di ribattere quegli apologisti che
tirano a mostrarlo troppo maggiore nell'ingegno e nel carattere che
veramente non fosse. Nel racconto della lotta suprema fra Rinaldo
degli Albizzi e Cosimo de' Medici si scoprono nel giudizio del
Macchiavelli una falsità e una costrizione insolita; fa di Cosimo il
ritratto più umano, non vuole affermare la sua mira costante al
principato, vede nell'ipocrisia della sua condotta una virtù piuttosto
che un mezzo per raggiungerlo, s'intenerisce quasi per la sua
prigionia all'Alberghettino e pel suo confino in Padova, non ha una
frase per la repubblica morente, non ammira nemmeno l'altera risposta
dell'Albizzi, nella quale sono pure, ed egli stesso forse ve le mise,
parecchie delle sue frasi favorite.

Il periodo di Casa Medici così importante nella storia fiorentina è
dunque in certo modo evitato dal Macchiavelli che non solo scansa di
giudicarlo, ma vi si rattiene da quelle considerazioni che false
storicamente la più parte, rivelano l'animo suo e qualche volta
accennano a veri tentativi di critica filosofica.

Nei libri seguenti che costituiscono l'ultima parte delle Storie, il
disordine della composizione e il cortigiano riserbo in faccia
all'opera dei Medici degenerano in menzogna. Dopo aver accennato col
solito disprezzo alle due scuole braccesca e sforzesca, che allora
dividevano le guerre italiane sotto gli ordini dei due più grandi
capitani del secolo, Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, ed avere
assai malamente raccontate le loro imprese nello Stato della chiesa,
viene al ritorno trionfale di Cosimo e vi si imbroglia descrivendone
le circostanze. Il suo odio democratico trapela dalla sua prudenza di
letterato cortigiano, mentre la passione dell'analisi politica gli
viene soffocata dalla paura di uomo povero alla mercede dell'ultimo
papa dei Medici. Poi divaga in altre guerre italiane. Valendosi dei
Commentari di Neri Capponi, descrive il gran torneo militare fra
Niccolò Piccinino al soldo del duca di Milano e Francesco Sforza
generale della Lega, e neppure qui l'odio ai capitani di ventura
abbandona il romanziere di Castruccio Castracani, che non s'accorge
d'avere davanti due soldati, ai quali solo i migliori dell'antichità
sono paragonabili. Almeno Francesco Sforza nel mutarsi di venturiero
in capitano sembrerebbe a prima vista dovesse sedurre la sua
immaginazione; senonchè il Machiavelli dimentica a questo punto tutta
la sua ammirazione pel Valentino, politicamente un imitatore dello
Sforza, per abbandonarsi ai propri istinti democratici, denigrando in
questi l'uccisore della repubblica ambrosiana. Eppure Francesco Sforza
accarezzava nel forte pensiero il sogno di farsi re d'Italia, che
altri forti prima di lui avevano ripetuto. Nel 1240 è Ezzelino da
Romano che si vanta di voler fare in Italia più che Carlo Magno, e
muore prigioniero; Mastino II della Scala ottant'anni dopo conquista
tutte le terre di Ezzelino collo stesso proposito, e fallisce.
Castruccio Castracani militarmente maggiore d'entrambi soccombe del
pari, poi Ladislao re di Napoli, poi i Visconti i Medici i Borgia,
ogni condottiero, ogni trionfatore, re e papi, tutti sono tormentati
dal sogno di un regno italico infrangendo il patto medioevale fra
papato ed impero, e nessuno vi riesce.

L'acciecamento del Macchiavelli contro i capitani di ventura è tale
che dopo aver messo in ridicolo le loro battaglie affermando che
nessuno vi morisse, nega perfino l'ingegno politico dello Sforza.
Ritornando nel VII Libro a Cosimo dei Medici, il quale aveva pur
condotto Firenze con meno valore al medesimo punto che lo Sforza
Milano, muta ancora linguaggio: attenua i mali del nuovo governo o li
attribuisce a malvagità di partigiani che Cosimo vecchio non riesce a
frenare; e quando Cosimo muore si ferma a fargli l'elogio. Non una
parola di biasimo, non un accento di dolore per la morta libertà di
Firenze: accennando alla protezione da lui concessa alle lettere e
alle arti, non trova nè modo nè tempo di analizzare quell'epoca unica
nella storia del mondo. Poi le sue contraddizioni aumentano ancora.
Dopo avere attribuito arbitrariamente l'assassinio di Niccolò
Piccinino ad un complotto tra Francesco Sforza e Ferrante d'Aragona,
raccontando della congiura tramata contro Piero dei Medici, uomo meno
che mediocre, ne travisa romanzescamente le circostanze per fare di
lui un grande personaggio. Il medesimo ripete nell'altra congiura del
Nardi e del Nerone a Prato contro Lorenzo e Giuliano, inventando
l'episodio della voluta impiccagione del Potestà alla finestra del
Palazzo e il suo discorso per liberarsene e la seguíta liberazione
colla sconfitta dei ribelli. È strano l'oblìo non solo di ogni verità
storica ma persino di ogni possibilità drammatica nei discorsi, che il
Macchiavelli inventa tratto tratto secondo le bizzarrie
dell'immaginazione per ì personaggi delle sue Storie. La congiura
scoppiata contro Galeazzo Visconti duca di Milano è invece narrata con
molta efficacia, quasi preparazione a quella dei Pazzi contro Lorenzo
e Giuliano, che occupa buona parte del Libro VIII, ed è forse
letterariamente il miglior brano delle Storie. Le quali si chiudono
colla morte e l'elogio di Lorenzo, di cui non osa riconoscere la
tirannìa e non comprende intera nè la grandezza artistica nè quella
politica. Il Guicciardini invece nella Storia Fiorentina scritta a
ventisette anni lo giudica tiranno amabile nei modi, inferiore a
Cosimo nella politica, governante col sospetto e premuovendo la
corruzione. Tutto questo è da lui scritto colla massima calma, senza
amore alla libertà o rispetto pei Medici.

I due grandi storici del secolo s'incontrano l'ultima volta per
dissentire come quasi sempre. Il confronto dei loro ingegni e delle
loro opere è così facile che nessuno ha potuto evitarlo e nullameno
fino a ieri nessuno ha saputo ben precisare le loro vere nature.
Macchiavelli parve grande e diventò popolare per la profondità
dell'ingegno politico: il suo cognome si mutò in nome a significare
con terribile complessità tutto quanto la scienza, l'arte, la natura,
la società possano in un uomo solo condensare di valore politico.
Guicciardini nelle scuole e nella coltura comune non era che un
letterato cinquecentista, dalla frase italiana entro un periodo
ciceroniano, e quindi un classico. Macchiavelli era il pensatore e
Guicciardini lo scrittore, l'uno il filosofo l'altro l'artista, quegli
l'uomo di stato questi il letterato; la verità invece è nel contrario.

Le ultime opere inedite del Guicciardini e i migliori recenti studi
sul Macchiavelli cominciarono ad invertire i giudizii. Il grande
politico, il grande storico è Guicciardini, l'artista il letterato lo
scrittore è Macchiavelli. Le sue Storie Fiorentine non s'alzano troppo
come metodo e concetto sulle cronache donde sono tratte, non iniziano
critica, non hanno principio filosofico, non intendimenti elevati.
Tutti i difetti e i pregi artistici del Macchiavelli vi si accoppiano
con troppo maggiore prevalenza dei primi. La materia vi è mal
distribuita, non sicuri i fatti, non sinceri i giudizii, non ben
tratte le conseguenze. Il loro disegno è così angusto che nulla vi
cape: la vita vi si compone di battaglie consciamente falsate la più
parte e di congiure drammaticamente e spesso falsamente narrate. Il
periodo dei Medici vi è condotto in modo da non capirvi nulla. Un urto
continuo d'istinti democratici, di teoriche tiranniche, di pregiudizi
militari, di romanzesche invenzioni, di concioni e di scene vi
disordina gli avvenimenti che riassunti sempre nelle persone e nella
forma politica vi diventano incomprensibili. Il vanto di correggere
l'Aretino ed il Poggio coll'analizzare le cagioni intime e cittadine
dei mutamenti nei governi non è certo realizzato; che se qualche volta
lo sembri è piuttosto fortuito incontro o fuggevole accenno che
proposito di sistema.

Invano i suoi ammiratori per resistere al paragone col Guicciardini
hanno voluto sostenere che l'ampiezza del campo è nel Macchiavelli
tanto maggiore, questi arrivando dalla decadenza dell'impero romano
fino a Lorenzo il Magnifico e quegli da Lorenzo sino alla morte di
Clemente VII; mentre nell'uno la lunghezza del periodo storico è
piuttosto nel tempo che nelle Storie composte di pochi brani
arbitrariamente staccati e tra loro cuciti con scarsi avvenimenti
allineati e narrati a capriccio; e nella Storia d'Italia dell'altro se
più breve il periodo è ben più vasto il campo. Gli avvenimenti sono
simultanei, il loro aggruppamento più difficile, più complessa la loro
logica, più molteplici le conseguenze. Mentre il Macchiavelli può
sbrigliare e sbriglia la propria fantasia in episodii immaginarii o si
attarda sui fatti che gli piacciono, s'abbandona a teoriche, cede ad
antipatie, tace per riserbo, chiude gl'occhi per paura; il
Guicciardini coll'impassibilità, che l'altro consigliò sempre e non
ebbe mai, ripensa la propria vita nella propria epoca e ne vede
l'ordine, lo riproduce, lo analizza. Diplomatico di prima forza,
intimo dei più grandi personaggi, per lui non ci sono secreti: senza
opinioni morali e senza sogni patriottici vede subito nei fatti il
loro significato immediato; conosce l'Europa quanto l'Italia; non ama
nessuno, non ammira che sè stesso. Di questo difetto, rimproveratogli
accortamente dal Ranke, trionfa però facilmente. Il proposito politico
che nel Macchiavelli risulta da troppo eterogenea congerie di qualità
filosofiche, scientifiche e artistiche è in lui espressione di una
natura non d'altro capace e di null'altro occupata. Politico prima che
storico non scrisse che quando non potè più agire. Ma nell'azione era
riuscito altrettanto bene che male il Macchiavelli. La sua superiorità
nella politica si ripete nello studio della medesima. Se le Storie del
Macchiavelli non avessero l'insuperabile pregio dello stile e non
fossero tutte piene di bellezze letterarie non sarebbero così lette, e
come hanno giovato meno delle cronache alla ricostruzione delle epoche
narratevi e non molto più di esse alla scoperta dell'idea e del metodo
storico, così non avrebbero avuto maggiore fortuna. La Storia del
Guicciardini malgrado la pesantezza dello stile e la falsità del gusto
letterario è rimasta il più gran passo fatto nelle scienze storiche
dopo i romani. Nessuno dei maggiori storici antichi avrebbe potuto
seguire con sì infallibile penetrazione e con tanta profonda sagacia
la politica di quel tempo unico nella storia del mondo, che aveva
tutte le corruzioni di una decadenza nelle fermentazioni di un
rinascimento.

Solo un italiano in Europa poteva esserne capace e fra tanti italiani
egualmente culti nessuno era meglio adatto di un fiorentino. I
Veneziani non ebbero che uomini di governo e ambasciatori: la loro
repubblica compatta e sicura disciplinava troppo presto e troppo
fortemente gl'ingegni per lasciar loro la libertà necessaria allo
storico; Firenze teatro ai maggiori mutamenti, primissima sede della
gran contesa guelfa e ghibellina, centro dei migliori ingegni, e che
condannata ad esaurire la vita di comune prima delle sue grandi rivali
aveva anche minore coscienza politica, era meglio atta a produrre lo
storico italiano. Ma città dell'arte accanto allo storico mise
l'artista della storia: il critico ne nasceva già a Modena, il
filosofo ne nascerebbe fra non molto a Napoli; Sarpi doveva esserne il
primo combattente, Giannone il primo martire.

Ma il momento del Macchiavelli e del Guicciardini rappresentanti nella
Politica e nella Storia la mancanza di coscienza passò presto. E
quando colla Riforma cominciò a formarsi l'uomo morale e il
cattolicismo si riformò e le scienze mutarono il concetto della natura
e il mondo non fu più l'Europa e la stampa centuplicò le idee e alle
tragedie cinquecentiste della passione successero i drammi del
pensiero ricostituendo la spiritualità e l'intimità della vita, il
Davila e il Bentivoglio assistenti colla impassibilità del Machiavelli
alle stragi di Fiandra, o giudicanti colla neutralità del Guicciardini
le infamie dei re francesi o spagnuoli, parvero abbominevoli e lo
furono. La Politica era già costretta ad avere una coscienza come il
popolo e la Storia a riunirle in sè stessa.

Ma fra tutti questi lavori di letteratura storico-politica il
Macchiavelli non perdè la passione dell'arte vera. In ogni ritaglio di
tempo andò riprovandosi in varii generi, dalla commedia alla satira,
dai canti carnascialeschi alla novella. In nessuno riuscì a sorpassare
la mediocrità, se si eccettui la Mandragola, commedia intorno la quale
si urtarono in ogni tempo i più disparati giudizii e per la quale oggi
i giornali iniziano un'impresa di esumazione.

La contesa sul teatro italiano è ormai troppo vecchia e
sciaguratamente troppo risoluta contro di esso perchè convenga ancora
risuscitarla: l'Italia non ebbe e non avrà quindi teatro nazionale. Le
ragioni di questo difetto bisogna cercarle nella storia dalla quale si
rileva la sua natura. Nella civiltà romana non vi fu arte veramente
originale e nazionale. Popolo destinato nel disegno della storia del
mondo a stringervi la prima unità, i romani non vi recano quindi che
le qualità militari e politiche necessarie allo scopo: nessuna poesia
ha cullato di canti la loro infanzia e non hanno epopea; la loro
religione e i loro Dei sono l'espressione del più volgare
antropomorfismo: la loro anima è arida, ma il loro senno è sicuro
quanto il loro coraggio. Hanno la casa e il governo. Siccome la
fatalità li spinge sul mondo vi marciano e lo conquistano. La loro
originalità è la politica e creano lo Stato: la loro filosofia è la
giurisprudenza e stabiliscono la giustizia, la loro astrazione è la
personalità dell'individuo e dello Stato. A contatto coi greci dei
quali debbono assimilarsi e spandere le idee, la grandezza
intellettuale di questi li soggioga di buon'ora; prima ancora che
possano fiorire i loro scarsi germi naturali l'imitazione li schiaccia
o li inaridisce. Poi la loro vita nel lungo periodo della conquista è
troppo piena d'azione, troppo riassunta nella sola azione politica,
perchè vi sia posto per le arti; gl'Italioti sottomessi da loro
perdono la libertà, la prosperità, la coscienza necessarie alle arti.
Essi invece incapaci di sentirne la spiritualità le ammirano come
lusso o decorazione di vittorie colla cupidigia rozza del soldato.
Come cittadini invece le spregiano considerandole appannaggio di
popoli deboli e corrotti.

Le feste e i divertimenti romani erano militari: il teatro che vi
cominciò tardi fu di gusto plebeo, quasi degradante, autore e attore
erano schiavi dei meno apprezzati. Solo coll'invasione della coltura
greca, il teatro crebbe d'importanza perdendo ogni speranza di
originalità. Poichè ogni arte ha d'uopo di libertà individuale e d'una
certa compiacenza della vita, quando la civiltà romana vi sostituì
invece la coscienza del proprio ferreo dovere politico, l'arte
s'arrestò. Nel migliore e più vero periodo repubblicano mancò quindi
la letteratura. Solamente allo sparire della civiltà nazionale sotto
le molteplici tendenze ellenico-cosmopolite, la letteratura comparve a
Roma manifestandosi grecamente in opposizione collo spirito nazionale;
ma le esigenze della scuola vi sopraffecero gl'impulsi della natura,
mentre l'imitazione anticipando sulla creazione atteggiava scuole e
teatro antiromanamente e rivoluzionariamente. I primi autori romani
sono greci come Livio Andronico, greche anch'esse di soggetto e di
forma le prime produzioni, commedie non tragedie. Il teatro era quindi
null'altro che un divertimento popolare, nel quale mancavano la
coscienza e lo spirito. E poichè il teatro greco era in decadenza,
l'imitazione romana fu la corruzione di una corruzione, con questo di
aggravante che la grossolanità romana doveva gualcire quanto la
decadenza greca aveva avvizzito.

Filemone di Soli e Menandro posano da modelli; Nevio, Plauto, Terenzio
per non citare che i migliori sono i copisti. Nevio è il più
originale, Plauto ha maggior vena, Terenzio miglior sentimento nella
forma. Dopo di loro la commedia decade ancora: nè il sentimento
nazionale, nè il costume politico, nè il carattere romano, nè l'epoca
storica la consentivano. La scuola che generò e educò tutte le arti
romane produsse più tardi la tragedia sullo stampo di Euripide, poeta
decadente, dal quale gl'imitatori latini nullameno rimasero
infinitamente lontani.

Dai romani bisogna venire al rinascimento per trovare ancora la
commedia. Sopravvissuta nel popolo fra le atellane, mummificata nella
tradizione letteraria ricomparve nelle sacre rappresentazioni per
uscire poi dalle chiese e, ricoprendosi colle maschere che
sintetizzavano la giovialità e il carattere speciale del popolo,
riprendere il corso delle proprie rappresentazioni col nome di
commedie dell'arte. Una coscienza nazionale e popolare che avesse
bisogno di essa per rappresentare a sè medesima le proprie passioni,
una società che volesse riprodursi col doppio senso della critica e
dell'arte non v'era; l'individualità italiana forse troppo mista,
senz'altra tradizione che il cosmopolitismo, scarsa nella fede
religiosa, scema nella coscienza politica, colla vita troppo
concentrata e contrastata da non potervisi mai affermare in una forma
precisa, non potè ottenere in sè medesima la libertà e la
condensazione necessaria alla commedia. Rappresentarsi significa
ripensare, risentire sè medesimo nella individualità singola e
collettiva con tanta forza e con tale chiarezza di visione da
diventare sdoppiandosi in certo modo il creatore di sè stesso.
L'individualità italiana non ebbe questa forza. Il teatro moderno
doveva sorgere in Inghilterra, dalla nazione nella quale
l'individualismo era il carattere più spiccato della vita e della
storia, riassumendo tutte le sue potenze spirituali. Cosi
l'Inghilterra non ebbe epica e non avrà mai nè filosofia nè musica. La
potenza della sua obiettività così necessaria al teatro la rende
inferiore nelle facoltà più alte come la filosofia, che è l'astrazione
del pensiero, e la musica suprema impersonalità del sentimento.

La formazione del teatro italiano ebbe dunque due massimi ostacoli; il
popolo era troppo basso nella vita, i letterati troppo fuori di essa.
Quindi gli eruditi preferirono Terenzio miglior letterato a Plauto
maggior artista. Si cominciò a tradurre e a rappresentare, le
accademie pullularono. A Ferrara dove il romanzo cavalleresco
amalgamandosi coll'erudizione classica trovò la sua vera forma, dalla
mistura di Plauto e Terenzio con pochi elementi nazionali nacque la
commedia italiana. D'entrambi fu padre il maggior poeta del secolo
Lodovico Ariosto.

Ma se nel Bibbiena, nel Lasca, nel Berni il Decamerone riverberava una
certa vita licenziosa e buffonesca da potere qualche volta simulare la
vita comica, nelle commedie dell'Ariosto vissuto sempre fuori di tale
ambiente in un mondo tutto pieno di erudizione, l'imitazione classica
soffoca ogni spontaneità esaurendo l'azione in un puro gioco
meccanico. Basti per esempio paragonare il suo Negromante col prete di
Varlungo o col frate Cipolla del Boccaccio. La sua Cassaria che fece
urlare al miracolo e i Suppositi sono rifazioni di Terenzio e di
Plauto; migliore assai la Scolastica di contenuto e più agile nella
forma, e nullameno pittura di superficie, rappresentazione incosciente
di gente senza coscienza.

La Calandria che oscurò la fama dell'Ariosto, ricopiata dai Menecmi di
Plauto non vi aggiunse di proprio che l'oscenità negli equivoci entro
una forma esteriormente nuova, con un dialogo abbastanza vivo di frase
per quanto strascicato nella forma. La sua maggiore originalità nella
storia è rimasta la qualità e il grado del suo autore, prima
segretario di Leone X poi cardinale di Bibbiena. Dopo di essa la
Mandragola del Macchiavelli doveva restare il tipo vero, l'ultimo e
unico progresso di quel teatro.

Intorno a questa commedia oggi ancora fioccano critiche acerbe ed
elogi passionati. Alcuni sostenendola come sola gloria del teatro
nazionale portano nella sua difesa tutto l'accanimento di un
patriottismo agli estremi, altri la denunciano come opera immorale che
basterebbe da sola a disonorare l'epoca nella quale fu prodotta e
applaudita. Infatti recitata, come tutti sanno, al Vaticano fra un
pubblico di cardinali e di dame vi ottenne le più festose accoglienze.
Ma tutto ciò non è critica.

Il Macchiavelli s'era già provato prima della Mandragola, che doveva
restare la sua migliore opera d'arte, in altra commedia, le Maschere,
andata poscia perduta, imitandovi da lungi le Nuvole del gran padre
Aristofane.

L'azione della Mandragola che par suggerita da un fatto avvenuto a
Firenze, ha luogo nel 1504 ma fu scritta nel 1512 ai giorni meno lieti
del Macchiavelli: questa circostanza rivela sempre più l'animo
dell'autore, che poteva consolarsi di un insuccesso politico con una
commedia. Infatti così accenna nel prologo.

Il fatto si racconta in due parole.

Callimaco giovane fiorentino, vissuto vent'anni a Parigi, sentendovi
celebrare la bellezza e la virtù di Lucrezia moglie di Nicia Calfucci
è ritornato a Firenze per vederla, e si è innamorato. Non può
avvicinare Lucrezia, la sa onesta. Il marito vecchio scemo si danna di
non averne figliuoli. Mezzano di questo amore entra un tal Ligurio,
scroccone ammesso in casa Calfucci, al quale Callimaco promette danari
se riesca a procurargli l'amore di Lucrezia. Il mezzo è questo.
Callimaco si finge medico possessore di una ricetta, bevendo la quale
Lucrezia resterà incinta, ma l'uomo che l'avvicinerà la prima volta ne
morrà. Bisogna dunque persuadere a Lucrezia la pozione e al dottor
Nicia di agguantare il primo gaglioffo che passi per strada a notte
presso la casa, di bendarlo, d'introdurlo nel letto maritale al buio,
e prima che spunti il giorno, sempre bendato, portarlo fuori di casa
che non possa mai sapere dove abbia passata la notte e con quale
donna.

Si capisce naturalmente che quel gaglioffo vorrà essere lo stesso
Callimaco. Nicia acconsente presto, le difficoltà vengono dalla
Lucrezia. Allora si mettono in gioco la mamma e il confessore che la
persuadono. Si dispone lo stratagemma il quale riesce, gli amanti
s'intendono, Nicia non intende, e tutti insieme vanno in chiesa a
farsi benedire da frate Tìmoteo che ha procurato l'adulterio.

Questo l'ordito. L'intenzione e veramente più satirica che comica, la
satira ancora più caricatura che satira. L'amore o meglio l'appetito
che Callimaco sente di quella donna non è vero, la stessa esagerazione
di venire da Parigi a quei tempi per vederla e la prontezza
dell'incendio al primo incontro, la fraseologia che Callimaco usa col
mezzano, descrivendogli la propria passione e nella quale non trova né
gli accenti del cuore nè le parole del vizio, lo dimostrano.
Callimaco, mal disegnato, non è nè un innamorato nè un libertino:
parla, si muove, si agita, sembra appassionato e non lo è;
l'espediente al quale ricorre, non urta la sua coscienza d'innamorato
e non sorride alla sua depravazione di dissoluto. Egli è vuoto sotto
tutto quell'apparato di azione, freddo con tutto quel calore di frasi.
L'amore è più contradditorio quando domina una coscienza, il vizio vi
è più calmo. Callimaco è un manichino per Macchiavelli che concepisce
la propria commedia come una burla, nella quale il vero e solo
personaggio è il burlato. La _Mandragola_ non deriva da Plauto o da
Terenzio ma dal Boccaccio: è la sceneggiatura di una novella.

Nicia è un imbecille, parente, discendente di Calandrino: Macchiavelli
ha presente allo spirito i migliori tipi boccacceschi, qualche cosa
dell'antica ed eterna gaiezza fiorentina gli scoppietta nell'anima. Il
suo Nicia non è un uomo, ma una caricatura, che egli si diverte a
caricare di ridicolo: lo fa ricco perchè possa essere frodato, dottore
per farlo asino, marito per farlo cornuto, quasi impotente per farlo
padre; ma accarezzando troppo questa figura del Nicia la mano gli si
aggreva. Macchiavelli non è Boccaccio, il critico e il dialettico non
sono in lui rattenuti dalla mano dell'artista. Nicia troppo imbecille
arriva all'incoscienza e perde ogni interesse: egli, che non saprà mai
la burla e non sarà mai al caso di scoprirla, le toglie ogni sapore;
viene così a mancare il pericolo che non riesca, il pregio quando sia
riuscita. La commedia non rivela nulla dell'intimità fra Nicia e la
moglie, che possa fare vivo contrasto colle intenzioni di Callimaco:
se Nicia è una caricatura, la quale non ha altra vita se non quella
che la burla di cui è oggetto gli comunica, Lucrezia, che vi fa da
scopo, non è che un'ombra. Nella sua posizione di donna giovane,
bella, ricca, maritata a un vecchio scemo che non può nemmeno renderla
madre e la deve tremendamente annoiare coll'assidua presenza e la
senile gelosia, a rovescio di Callimaco che è tutto azione, ella non
si muove, non parla, non sente, non pensa. È come un fantasma: arriva,
si ferma, se ne va dalla scena senza lasciarvi orma e senza avervi
fatto nulla. È più che la passività, siamo all'inanità.

Macchiavelli avrebbe potuto scegliere fra i molti caratteri femminili
per Lucrezia, ma per torsi d'imbarazzo non gliene ha dato alcuno;
persino la femmina è morta in lei è non risorgerà che in un gesto
impaziente all'ultimo atto. La resistenza che ella oppone alla madre,
incaricata nel complotto di persuaderle la pozione, non erompe nè
dalla coscienza nè dal temperamento: è un'altra forma della passività
colla quale Macchiavelli l'ha composta, e Lucrezia resiste meno ancora
per scrupolo che per insegnamento religioso. Ella non ha nè cuore, nè
sensi, nè testa.

La madre, che nella commedia è del medesimo stampo e della medesima
pasta, riesce anche meno disegnata, senz'altro rilievo che quello
attribuitole dalla parte. Non sospetta della burla, non s'offende
dell'espediente come non si era afflitta della posizione creata alla
propria figlia con Nicia. Lucrezia è quindi condotta da lei al
confessore per sottoporgli il caso e accettare la di lui decisione.

Qui riappare il solito Macchiavelli. Il mediocre imitatore del
Boccaccio scompare, la burla s'interrompe e una figura s'inoltra nella
commedia riempiendola. Se Nicia era la preoccupazione artistica del
Macchiavelli, Frà Timoteo ne è il proposito critico. Il terzo atto,
che si apre con un monologo magistrale, ha subito una scena breve e
stupenda. Frà Timoteo cicaleggia con una fante; il dialogo non
potrebbe essere più vero, le due figure più vive. Macchiavelli deve
averle colte nella vita o sorpreso quel dialogo che ripete. La scena
rapida è piena di rivelazioni: i costumi, i tempi, tutto vi è
espresso; quella fante è uno schizzo che farebbe meraviglia ed invidia
al Boccaccio, Frà Timoteo una figura disegnata colla verità dei
migliori quattrocentisti.

Ma la fante se ne va portando seco la maggiore verità della commedia.
Timoteo resta e si muta. Nicia e Ligurio, che arrivano, lo persuadono
tosto: il frate non oppone loro nè gli scrupoli della coscienza, nè i
riserbi della furberia. Alla prima parola di denaro si abbandona; non
è uomo, non è frate: pel primo il mercato sarebbe infame, pel secondo
un sacrilegio, per entrambi quella posizione di manutengolo
susciterebbe difficoltà di testa se non di cuore, di avarizia se non
di paura. La prontezza, la schiettezza ribalda del frate, così ben
disegnato nell'apertura dell'atto, non sono umane; non ha un dubbio
sulla secretezza dei due compiici, non ha uno scrupolo sull'obbrobrio
dell'azione, non un'incertezza riguardo alla docilità delle due donne,
non una vera passione di avaro che tremi di commozione in faccia
all'oro o qualche altro vizio cui quell'oro sia necessario. Non
mercanteggia, non si accanisce sulla somma, non sdrucciola sulla
lubricità della scena, non si diverte della scempiaggine di Nicia; è
cinico senza l'acredine e la sensualità del cinismo. Perchè acconsente
egli? Pel danaro: e perchè vuole il denaro? Non si capisce. Non ha la
passione del proprio convento, non confessa di avere altri vizi.
L'ironia troppo viva delle frasi, colle quali persuade Lucrezia, è
piuttosto del Macchiavelli che sua. Frà Timoteo in quel lenocinio non
si scalda il sangue. Rimasto solo, filosofeggia secondo il costume del
Macchiavelli, ma senza rivelare altri lati del proprio carattere.

Anche qui il filosofo e il critico dei _Discorsi_ e del _Principe_
hanno appesantito la mano dell'artista. Frà Timoteo, per farlo troppo
privo di senso morale, è rimasto del tutto senza coscienza, caricatura
non ritratto di frate. L'odioso in lui toglie il vero. Come frate
corrotto ha poca ipocrisia, come uomo ipocrita non abbastanza
corruzione, giacchè le sue azioni non hanno scopo e non conducono lui
a un risultato. Il denaro guadagnato in quell'impresa per lui non
soddisfa alcun bisogno preciso; la gratuità del male ne scema la
credibilità e l'importanza.

Macchiavelli ha sfogato in Frà Timoteo il suo odio e il suo disprezzo
per il clero, guastando la migliore figura della sua migliore
commedia.

Se Nicia gli si sciupa nella esagerazione di una imitazione dal
Boccaccio, Frà Timoteo gli si àltera sotto la penna per le
considerazioni che dai Discorsi e dal Principe gli ritornano alla
memoria; invece di compiacersi in lui come ogni artista si compiace
creando, egli si diverte a odiarlo, a renderlo più brutto, facendolo
diventare impossibile. Il critico insiste dove l'artista doveva appena
sfiorare. Per colpire l'istituzione del monachismo sfonda l'uomo nel
quale la raffigura.

Il complotto immaginato da Ligurio, vacua figura evidentemente
staccata dal teatro romano, trionfa: in una scena abbastanza viva, ma
eccessivamente giocosa, Callimaco vestito da gaglioffo e fingendosi
mezzo ubbriaco, si fa sorprendere da Nicia, da Ligurio e da Frà
Timoteo che lo bendano, lo aggirano, lo trascinano sino al letto di
Lucrezia.

La burla è riuscita, ma non produce alcuna impressione; era troppo
facile. Callimaco è un falso innamorato, Nicia un'imbecille
incredibile, Lucrezia un fantasma, la madre un'ombra, Frà Timoteo una
caricatura, Ligurio una maschera: non un uomo o una donna sono vivi
nella commedia, la quale rimane una novella. Come tale, coi gusti e
coi costumi del tempo, sarebbe divertente in una brigata di artisti e
di signori, di gentildonne e di monsignori che non domandano di
credere ma di ridere, non vogliono la verità ma la baia;
l'esagerazione e l'inverosimiglianza in questo caso sono redente dalla
arguzia di un motto, dalla scabrosità di una situazione,
dall'arditezza di una proposta. La novella si ode e non si vede. Per
essere ricordata le basta un razzo finale in una risposta, l'oscenità
o la delicatezza di una qualunque soluzione. In una novella non tutti
i personaggi hanno obbligo di essere vivi basta che essa sia tale come
racconto per il divertimento che dà ascoltandola, per l'impressione
che lascia ascoltata. Nella commedia, troppo più alta, non è così. La
vita ha da esservi intera e l'azione, svolgendovisi, deve mostrare il
fondo dei caratteri che vi agiscono.

Macchiavelli non lo sospetta nemmeno. Poichè l'arguzia boccacciesca
del suo carattere e l'acredine satirica del suo spirito avevano
bisogno di uno sfogo, scrisse la _Mandragola_ sui modelli d'allora,
transigendo fra le novelle del trecento e le commedie romane, mirando
solamente a divertirsi e a divertire. Non volle e non fece pittura di
società. Solo Frà Timoteo lo trasse più lungi che non avrebbe dovuto
andare, irritando tutta la sua irreligione di politico e di uomo;
invece di colpire il frate colla invettiva, Macchiavelli lo deformò
colla caricatura. Lo scopo per lui era egualmente raggiunto.

Ma l'elegante e briosa agilità dello spirito del Macchiavelli
apparisce nel monologo che, trascinato Callimaco in casa di Nicia e
quindi interrotta l'azione contro i vecchi precetti rettorici, Frà
Timoteo pronuncia raccontando argutamente a sè stesso che cosa faranno
quella notte tutti i personaggi di quell'imbroglio. Era impossibile
vincere più bellamente una difficoltà allora invincibile, dicendo con
più graziosa mordacità cose più indicibili.

Al mattino per tempissimo Callimaco è cacciato dalla casa di Lucrezia,
che si alza assolutamente diversa da come vi si è coricata. Il
fantasma, la donna, la femmina che non pensava, non sentiva, ha mutato
di colore e di accento: i suoi occhi scintillano forse perchè è anche
più pallida, le sue maniere sono brusche, è ancora un po' nervosa.
Nicia, che le si accosta tutto ilare, è respinto da un gesto violento
di disprezzo che quasi lo rovescia. Qui Macchiavelli è davvero grande
artista. La ribellione, l'odio al vecchio rispettato sino allora, che
scoppiano improvvisamente, inconsciamente, nel cuore di Lucrezia e si
condensano per l'impossibilità di qualunque altra espressione in un
accento più stridulo delle solite parole, nell'irritazione
irrefrenabile di un gesto, sono uno di quei tratti comici che bastano
a stabilire la natura di un ingegno. In Macchiavelli v'era del grande
artista malgrado che nessuna delle sue opere sia artisticamente
grande.

Finalmente arriva Callimaco, accolto con festa da tutta la famiglia, e
si va in chiesa a ringraziare Dio.

Di questa commedia, che Macaulay nel suo _Saggio_ su Macchiavelli è
stato può dirsi il primo a circondare di gloria mettendola al di sopra
di quelle di Goldoni e uguale quasi alle migliori di Molière, si
dissero le cose più strane. Siccome Macchiavelli aveva scritto i
_Discorsi_ e le _Storie_, opere gravi, vi si vollero vedere grandi
intenzioni politiche e si affermò che la Mandragola era la commedia di
una società della quale il Principe era la tragedia. Bella frase,
null'altro che frase. La Mandragola non è una commedia nel vero
significato di questa parola giacchè vi manca il primissimo elemento
dei caratteri, che la sceneggiatura e il dialogo vivissimo non possono
sostituire. Nata da una novella, rimane novella, malgrado l'abilità
della scena: concepita a burla, arriva alla caricatura senza passare
per la satira. Perchè satira fosse, le occorrerebbe quella coscienza
che manca nell'autore e negli attori. Recentemente Ruggero Bonghi
volle vedervi la condizione e il concetto che allora si aveva della
famiglia; ma la società del cinquecento, priva di coscienza politica e
licenziosa di costumi, non arrivava a questa empietà morale, o almeno
le classi medie cui apparteneva il Macchiavelli e che avrebbe inteso
dipingere nella commedia, non erano così. Certamente non vi sono nella
_Mandragola_ intenzioni morali malgrado alcune critiche alte e
minutissime nel personaggio di Frà Timoteo, ma nessun severo o amaro
proposito presiedette alla sua concezione. Essa non è la riflessione
d'un grande spirito o l'opera inconscia del genio che scolpisce sè
stesso e il proprio tempo in un'opera d'arte, bensì uno spasso
artistico, di una natura artistica tutta piena di qualità
contradditorie, la quale non trova nulla, non inventa nulla, nè
figure, nè idee, nè forma, ma combina e maneggia con maggiore
sicurezza quelle che tutti usano: Una sola cosa è miracolosa nella
Mandragola, il dialogo. Giammai commedia o racconto nella letteratura
italiana lo ebbero tale; Macchiavelli creatore della prosa ne
esaurisce tutti i generi, in tutti egualmente perfetto. Fu la verità
del dialogo che fece sembrar viva la commedia, la vivacità delle
parole che animò i personaggi. Macchiavelli che scriveva come pensava,
senza falsarsi attraverso modelli classici, fece nella propria
commedia parlare gli attori come nella vita; ecco il solo miracolo, e
non è dei più piccoli.

Ma l'Italia non poteva e non doveva avere teatro. Se la Mandragola
fosse stata una vera opera d'arte, la sua vita si sarebbe ripetuta e
comunicata ad altre opere; invece rimase sola. I capolavori solitari
sono impossibili e inconcepibili. Così quando Machiavelli ritentò la
prova nella Clizia abbandonando l'ispirazione del Boccaccio per
l'imitazione di Plauto, secondo la tendenza degli eruditi non riuscì
che a peggiorare il proprio modello: nell'Andria si limitò a tradurre
assai bene Terenzio, ma poco forte nel latino, non l'intese sempre
sicuramente.

Delle altre opere minori del Macchiavelli scritte in quegli stessi
anni non è il caso di parlare molto. Nell'_Asino d'Oro_, inspirato da
Apuleio, l'intenzione di satireggiare Firenze s'impaluda nelle solite
considerazioni politiche senza trovare un accento di vera satira: la
forma è inelegante, il verso slombato. Nei Capitoli il migliore è
quello dell'Occasione, il peggiore quello dell'Ambizione, tutti
egualmente inquinati di ragionamenti teoretici; invece i suoi Canti
Carnascialeschi richiamano involontariamente alla memoria quelli di
Lorenzo il Magnifico, per far poi nel confronto ben magra figura. La
novella di Belfegor arcidiavolo, nella quale la solita critica volle
vedere una satira di Macchiavelli ai tormenti ricevuti dalla moglie,
buonissima donna che egli amò sempre, è invece presa dal libro turco
dei Quaranta Visiri derivato da fonte araba e questa da indiana, del
quale il Macchiavelli ebbe forse conoscenza, almeno oralmente, per
mezzo dei mercanti fiorentini allora in gran commercio con
Costantinopoli. Macchiavelli stesso aveva colà un nipote; ma la
novella non ha che un valore letterario.

Singolare per acume di buon senso è il Dialogo sulla lingua, che se
non profetizza tutta la scienza filologica come vorrebbe il Villari, è
nullameno la più notevole scrittura di tale argomento per allora.


X.

La battaglia di Pavia richiamò sulla scena politica Macchiavelli.

Clemente VII, che gli aveva commesso le _Storie_, era succeduto ad
Adriano VI sul trono di Leone X, del quale era stato segretario così
accorto e stimato che pareva, secondo il giudizio del Guicciardini,
piuttosto guidare il papa che servirlo. La politica era allora
intricatissima per opera del papato, che mirando alla propria
ricostituzione si mutava di guelfo in ghibellino, tenendo dalla
Francia e dall'imperatore, imbrogliando sè medesimo colle pretese
dinastiche dei varii papi, ma in fondo seguendo la politica che la sua
Storia e il suo istinto gl'imponevano.

Macchiavelli in quel giuoco non aveva compreso nulla. Pieno di tutti
gli istinti del risorgimento, che tendeva alla costituzione delle
nazionalità esaurendo le forme feudali colla unità delle monarchie e
dell'impero, fuorviato dal sogno di un'Italia libera, non intese la
posizione che le faceva la grande contesa della Francia coll'impero e
del papato con ambedue. Nè guelfo nè ghibellino non penetrò entro la
logica di nessuno dei due partiti. Il movimento del Savonarola,
insurrezione guelfa contro il pontefice aiutata dai sentimenti
repubblicani del Comune e dal nuovo spirito religioso latente in tutti
gli spiriti non gl'inspira che una lettera mezzo satirica, nella quale
Savonarola è un furbo impostore che tira a comandare. La seconda
calata francese di Luigi XII, che annulla per sempre tutte le speranze
del risorgimento italiano mutando Milano e Napoli in una parentesi di
forze straniere che soffocano l'Italia, non gl'ispira un lamento, non
gli svela il secreto della politica italiana: più tardi nel 1502 a
Rouen parlando col cardinale d'Amboise, primo ministro di Luigi XII,
per impegnarlo ad estendersi in Italia combattendo il papa, consiglia
di piantarvi colonie in Lombardia tramutandone gli abitanti: consiglio
di storia antica e di odiosa impossibilità politica. Anche questa
volta non s'avvede che il movimento guelfo è favorevole alla Francia,
la quale deve secondarlo per poter conquistare. Col permesso di Luigi
XII i Borgia opprimono i feudatari della Chiesa per costituirsi uno
stato; Machiavelli inviato da Firenze presso il Valentino, lo vede
all'opera, s'entusiasma d'ammirazione, dimentica l'impossibilità della
sua impresa che alla morte di Alessandro VI doveva urtare nella
politica impersonale del papato, inverte la propria posizione di
legato fiorentino per proporre alla Signoria di aiutare il Valentino
in una conquista che già la minaccia. E quando Giulio II detronizza,
imprigiona Cesare Borgia, Macchiavelli non comprendendo che la Chiesa
trionfa sola fra gli Stati italiani del risorgimento attribuisce la
catastrofe del duca alla fortuna.

Giulio II prosegue la politica del papato e dei Borgia risuscitando
tutti i vecchi diritti della Chiesa; e Macchiavelli non vede in lui
che un prete prepotente ed armato, che ogni principe italiano potrebbe
rattenere e che il signor Baglioni ha fatto male a non pugnalare
immortalandosi. Giulio II stringe la lega di Cambray e prostra Venezia
per strapparle l'esarcato di Ravenna; avutolo, si volta con Venezia
contro la Francia per conquistare Ferrara, Parma e Piacenza: mutatosi
in ghibellino favorisce i Medici contro i guelfi a Firenze, gli Sforza
contro i guelfi a Milano e ingannando tutti, forse sè stesso, urla:
fuori i barbari!

Macchiavelli non prevede il ritorno dei Medici come non aveva previsto
il trionfo di Giulio II in quella politica prettamente papale. Salito
al pontificato Leone X, il primo consiglio ch'egli dà in una lettera
al Vettori è di richiamare Luigi XII alla conquista di Milano,
ricadendo così fra le due occupazioni spagnuola a Napoli e francese a
Milano distruggendo tutta l'opera di Giulio II; e questo per
premunirsi contro il pericolo immaginario di una conquista svizzera.
Non suppone nemmeno che Leone X debba seguire la politica del suo
antecessore complicandola colle aspirazioni regali della propria casa.

Perfino il tentativo del concilio di Pisa contro Giulio II, che in
quell'epoca fra Savonarola e Lutero poteva pure ad un pensatore
politico ispirare qualche riflessione, non ne suggerisce alcuna degna
di un grande ingegno al Macchiavelli; il quale rituffato dalla sua
buona sorte nella vita privata, potè scrivendo i _Discorsi_, il
_Principe_, le _Storie_, la _Mandragola_ acquistare nella letteratura
quella gloria che la politica gli contendeva giustamente. Nessuno ha
colto con maggiore profondità e finezza di Giuseppe Ferrari tutti
questi errori politici del Macchiavelli.

La battaglia di Pavia dando a Carlo V una supremazia incontestata su
tutta l'Europa gli subordinava pure la politica del papato.

Perciò Clemente VII alleatosi per abbassare la Spagna con Francesco I,
dopo la prigionia di questo, rimase solo contro il vincitore irritato.
La posizione era terribile; se i pericoli della Riforma non avessero
costretto papato ed impero ad allearsi, tutta l'opera di Giulio II
andava forse perduta. Il problema politico si avviluppò allora così
stranamente che Guicciardini, la miglior testa del secolo, vi si
sgomentò. Per resistere all'imperatore si pensò ad una Lega italica
contro di lui, aiutata dalla Francia. Clemente VII ne pareva invasato,
tutti aderivano, la Francia prometteva; ma l'uno non si fidava
dell'altro, nessuno aveva fede in nessuno, tutti trattando fra loro
della Lega, per tenersi aperta una porta, ne avvisarono Carlo V.
Quindi ebbe luogo la congiura rimasta nella storia col nome del
Moroni, che ne fu il mestatore e che consisteva nell'offrire al
Marchese di Pescara la corona di Napoli e il grado di generalissimo
della Lega. Il Moroni, finissimo diplomatico meglio che grande
politico, non ne conchiuse altro che perdervi provvisoriamente la
libertà per opera dello stesso Marchese di Pescara, che glie la ridonò
morendo. Congiura e lega concepiti come espedienti finirono
naturalmente in un aborto.

Il Guicciardini allora Presidente della Romagna coll'incarico di
pacificarla, fra le cure del nuovo difficilissimo governo, nel quale
mostrò le più eminenti qualità politiche, non solo non perdeva di
vista gli avvenimenti, ma preveduto mirabilmente l'esito della
battaglia di Pavia, ne aveva anticipatamente dedotte tutte le
conseguenze con tanta singolare nettezza di visione da far prendere i
proprii giudizi per profezie.

A lui venne mandato dal papa il Macchiavelli, che recatosi a Roma per
ottenere qualche altro sussidio alle storie s'era fatto riprendere
dalla smania di azione politica e dalla vecchia utopia della
Ordinanza. Sognava già di sollevare il popolo e di lanciarlo armato ed
invincibile contro gli eserciti di Carlo V. Il Guicciardini
naturalmente ne sorrise: opporre Giovanni dalle Bande Nere con un
esercito raccogliticcio, e come raccoglierlo? a Carlo V; un
condottiero al padrone della Spagna, dell'Impero, delle Fiandre, di
Milano, di Napoli, dell'America, vincitore esasperato della Francia,
ecco quanto seppe concepire l'ingegno politico del Macchiavelli. Così
discutendo col Guicciardini sulla prigionia di Francesco I, egli
sostenne che Carlo V o non l'avrebbe liberato mai, o che Francesco I,
sarebbe poi stato fedele alla propria parola e avrebbe rinunziato al
ducato di Milano: Guicciardini affermava precisamente il contrario, e
la storia gli dette prontamente ragione.

Macchiavelli partì desolato da Faenza, giacchè l'assicurazione datagli
dal Guicciardini, che la Romagna, guerriera d'istinti, era meno che
atta per le proprie divisioni di guelfi e ghibellini a dare un
esercito, recideva l'ultima ala al suo ultimo sogno. A Firenze si
distrasse ancora occupandosi della rappresentazione delle proprie
commedie, tenne corrispondenza col Guicciardini, e tanto fece che
fallito il disegno dell'Ordinanza e l'altro su Giovanni dalle Bande
Nere, ottenne di essere cancelliere e procuratore della commissione
nominata dal Consiglio dei Cento per la fortificazione delle mura. Ma
anche questa volta, sebbene l'aiutasse Pietro Navarro, il primo
ingegnere militare d'allora, la sua febbrile attività non potè vincere
il disaccordo degl'ingegneri, nè ottenere danari all'opera. Era
destinato che Firenze non riuscirebbe a difendersi se non
nell'entusiasmo della libertà e sotto lo scudiscio della disperazione,
e che un ingegnere ben altrimenti grande del Macchiavelli,
Michelangelo Buonarotti, fortificherebbe le sue mura.

I tempi ingrossavano, Carlo V per impadronirsi dell'Italia doveva
inoltrarsi coll'esercito, ma difettava di danaro: Francesco I uscito
di prigione contro le supposizioni del Macchiavelli armava; il
cardinale Colonna, nimicissimo di Clemente VII, alla testa di 800
cavalieri e di 3000 fanti irrompeva nella città eterna per
imprigionarvi il papa, che potè a stento riparare in Castel S. Angelo,
e furioso della fallita impresa saccheggiava chiese e palazzi
cardinalizi. Il papa scese a patti, il cardinale abbandonato da Carlo
V si ritirò a Grotta Ferrata, chiamandosi tradito. Intanto i soldati
di Clemente fuggivano sotto Siena, Frundesberg nel Tirolo alla testa
dei lanzichenecchi giurava di venire a Roma per impiccarvi il papa, e
il Guicciardini luogotenente generale pontificio non riusciva a
persuadere il duca d'Urbino, generale di Clemente VII, a più risoluta
azione in tanto frangente. Il papa irresoluto non si decideva nè alla
pace nè alla guerra.

Macchiavelli andò due volte al campo della Lega per conto della
Signoria, e ne tornò sconfortato: tutto andava a rifascio. Firenze
esposta ai primi colpi poteva essere da un giorno all'altro presa e
saccheggiata. Intanto gli imperiali comandati dal Borbone, congiuntisi
ai lanzichenecchi avanzavano su Bologna: il duca di Ferrara, il grande
artigliere d'allora, sempre minacciato dalla politica assorbente del
papato li spalleggiava. Firenze abbandonata dal papa, che trattava
coll'imperatore, mandava di nuovo Macchiavelli al Guicciardini; il
quale non riuscendo a smovere il duca d'Urbino dal proposito timido o
traditore di non attaccare gl'imperiali, promise di accorrere al primo
pericolo della patria colle genti del papa, anche malgrado la volontà
del duca generale. Ma gl'imperiali presero tumultuando la via di Roma.
Allora il papa concluse una tregua col Lannoy, vicerè di Napoli,
impegnandosi a reintegrare i Colonna e a ritirare le armi dal
Napoletano, lasciando il reame a Carlo V, Milano allo Sforza e pagando
60000 ducati al Borbone, il quale si sarebbe ritirato. Il popolo
romano indignato si ribellò: il Borbone, che aveva ordini secreti di
procedere, dichiarò insufficienti per il suo esercito i 60000 ducati,
e passò il Reno presso Bologna.

Nessuno ci capiva più nulla. Il povero Macchiavelli, vecchio e
ammalato, ritornò a Firenze, nella quale il terrore di un assalto e lo
sdegno contro il cardinale Passerini, reggente pel papa, erano al
colmo. Bastò l'occasione di un tumulto provocato da un soldato perchè
tutti si levassero al grido di popolo e libertà. Si dichiararono
decaduti i Medici e ripristinata la repubblica. Ma il cardinale
Passerini accorse alla riscossa con pochi archibugieri e colle guardie
medicee assediando il palazzo; si temeva una strage e non ne fu nulla:
tutto parve finito con una promessa di perdono generale e l'elezione
di nuova Signoria. Poco dopo arrivò la notizia del sacco di Roma e del
papa prigioniero in Castello: allora il tumulto mutandosi in vera
rivolta, il cardinale dovette andarsene coi due pupilli, Ippolito e
Alessandro dei Medici, mentre si proclamava la repubblica.

Questa fu per Macchiavelli l'ultima e la maggiore disgrazia. Già
repubblicano col Soderini, quindi piaggiatore dei Medici cui dedicava
il _Principe_ e le _Storie_, loro servo fino allora senza prevedere la
nuova e suprema rivoluzione repubblicana, fu sospetto a tutti; la sua
vita, il suo carattere, la mutabilità delle sue opinioni, tutto lo
accusava. Invano oggi il Villari e molti altri vorrebbero difenderlo
ripiegandosi sul patriottismo delle sue vaghe aspirazioni a uno stato
nazionale, e sulla fatalità che lo aveva costretto a servire casa
Medici; il patriottismo necessario d'allora non poteva essere
compensato da un patriottismo immaginoso e immaginario come quello del
Macchiavelli, che non fece mai nulla nemmeno per esso e lo disdisse
troppe volte e non arrivò a dargli mai i contorni di una vera utopia.
Firenze non era e non poteva essere l'Italia; l'infedeltà alla
repubblica fiorentina non era scusabile con un'aspirazione a una
repubblica o a una monarchia italiana. Poi nulla giustificava la
servilità del Macchiavelli verso i Medici così nelle _Storie_, come
nel _Principe_; solo l'egoismo e i bisogni domestici di un letterato
di molto ingegno e di poca coscienza potevano spiegarla. E a quei
tempi, nei quali fazioni e partiti si combattevano e si esiliavano
ancora a vicenda, la fede alla propria parte era tuttavia abbastanza
sentita in tutti. Macchiavelli servì fedelmente tutti i padroni, ma
non serbò fede a nessun principio. La mollezza del suo carattere e lo
scetticismo del suo spirito come gli scemarono il valore politico
nell'azione, così gli tolsero quello morale nella vita. I repubblicani
di quest'ultima repubblica, nata in tanto difficile ora per morire
tragicamente, dovettero guardare con disprezzo questa figura di
vecchio impiegato e letterato, che credendosi un gran politico aveva
sempre dato a tutti consigli non mai seguiti da alcuno e che nelle
crisi dolorose della patria aveva sempre separato il proprio dal suo
interesse. La congiura del Boscoli, nella quale egli aveva fatto così
magra figura, non poteva essere dimenticata: il rifiuto opposto alla
congiura Soderini doveva essere noto.

I duecento fiorini delle Storie a lui commesse dal Medici e nelle
quali i Medici erano falsati ed elogiati, saranno sembrati a più d'uno
di coloro, che si disponevano a morire per Firenze repubblicana, come
il prezzo di un tradimento, il danaro di Giuda.

E la coscienza del proprio torto oppresse il Macchiavelli. Scartato
dalla nuova commissione per la difesa delle mura, dimenticato nella
nomina del nuovo segretario dei Dieci della Guerra e che fu certo
Tarugi, un ignoto rimasto ignoto, mentre egli si era illustrato nel
medesimo ufficio, non protestò. Egli, lo scrittore più eloquente del
secolo, il letterato che avrebbe bastato alla sua gloria, non scrisse
su ciò una sola pagina, grido sublime di dolore e di amore di patria.
Il suo patriottismo soccombette. Era quello il grande momento per una
grande anima. La tragedia che minaccia ogni uomo nella vita lo aveva
finalmente colto: la patria risorta per morire diffidava di lui, non
voleva morire con lui. Nessun'offesa, nessun maggior dolore per una
coscienza di cittadino e di poeta. Respinto dalle cariche, isolato
dalla diffidenza, colpito dai dispregi, vecchio, povero, solo con se
stesso, col suo ingegno, col suo cuore, colla sua anima, Macchiavelli
avrebbe potuto, sentendosi grande e calunniato, scrivere il proprio
testamento politico e dettare così l'epitaffio per la tomba che
aspettava la repubblica fiorentina.

Non lo fece, non lo poteva fare. Egli era una piccola anima in un
grande ingegno.

Quando, morta la repubblica, Buonarotti si trovò costretto a servire i
Medici, si nascose per lungo tempo a tutti nella loro cappella e
scolpì sulle loro tombe le più tragiche figure, che vanti ancora la
storia dell'arte: così sfogò il proprio dolore, e interrogato lo
spiegò in una quartina, che Dante invidierebbe e vale sola tutta
l'opera letteraria del Macchiavelli.

Ma Buonarotti era un genio, e il genio deve avere l'intelletto pari al
cuore.

Dopo quest'ultimo sfregio, sciaguratamente meritato, Macchiavelli
ammalò e morì con tutti i conforti della religione. Fu suprema
ipocrisia, suprema indifferenza, che consente nel costume universale,
o una vera conversione? Forse un po' di tutto, perchè le opinioni del
suo ingegno non bastarono forse alla debolezza del suo carattere
nell'ora estrema.

Sepolto in Santa Croce nella sua cappella gentilizia, non ebbe pompa
di funerali nè rimpianto di popolo. La sua famiglia si estinse presto;
la cappella, passata in altre mani, cadde in tale abbandono che non si
potè più indicare il luogo preciso della sua sepoltura. Quasi tre
secoli dopo per opera di lord Cowper, auspice Leopoldo, si fece la
prima grande edizione delle sue opere, e gli si eresse nella stessa
cappella un piccolo monumento, sul quale il dottor Ferroni pose
l'ampollosa iscrizione:

TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM.

E Dante e Buonarotti e Galileo, che gli dormono accanto, dottor
Ferroni?!

Poichè di ogni uomo, per quanto grande, una parte muore, quale è
dunque nell'opera del Macchiavelli quella che rimane? I suoi
_Discorsi_ hanno davvero fondato la scienza storica, il suo _Principe_
stabilito la scienza politica, le sue _Storie_ iniziato il metodo
storico? Lo si è affermato molte volte, ma nessuno de' suoi più
ferventi ammiratori è riuscito a provarlo.

Come reazione al medioevale concetto mistico della vita i suoi
Discorsi non sono che una negazione; all'ipotesi della legge divina
Macchiavelli sostituisce come verità suprema la realtà effimera del
fenomeno. La sua teoria è quindi più angusta e più falsa della
precedente. La sua storia non ha perciò altra legge che la gravità di
un fatto, il quale ne sposta o ne schiaccia un altro. La sua
legislazione prescinde dal diritto, il suo _Principe_ è la
soppressione di ogni governo nella unificazione personale di tutti i
poteri. La sola idea che in esso valga è la negazione della moralità
privata nell'azione storica ma negazione impotente che non si converte
in affermazione trovando quale possa essere la moralità della storia.
Macchiavelli non sente che l'umanità non può essere diversa dall'uomo;
se l'individuo ha una morale, l'umanità deve averne un'altra, e
ambedue sono egualmente vere. Il loro antagonismo apparente nella vita
dovrà conciliarsi nella storia.

Macchiavelli sacrificò egli le proprie teorie all'ideale della patria?
La sua utopia, se pure può chiamarsi così, fu in lui coscienza di
filosofo o di uomo? Come coscienza filosofica sarebbe stata
sistematica, come coscienza umana sarebbe stata operosa; Macchiavelli
la contradisse in tutte le opere e la dimenticò sempre nell'azione.
Una utopia e un disegno, la sua fu un'aspirazione. Desiderare uno
stato nazionale non è concepirlo; concepirlo allora sarebbe stato
trovare una combinazione inattuabile ma organica, nella quale tutti
gli Stati di allora o si fondessero o si confederassero in un corpo,
mettendo in questo corpo una coscienza, tracciando una legislazione,
coordinando le varietà nell'unità, le differenze nelle funzioni, le
funzioni nei poteri. Macchiavelli espresse l'aspirazione che era in
tutti gli spiriti colti di allora, potè appassionarvisi meditando o
fantasticando, ma non passò mai dal sogno al disegno, dal disegno allo
studio dei mezzi.

Le sue Storie non afferrarono nè il concetto del medio-evo nè quello
del rinascimento. Il medio-evo per raccontarlo bisognava intenderlo, e
Macchiavelli lo sopprime. Il medio-evo è il mondo delle invasioni sul
mondo romano, col cristianesimo sul paganesimo, colla scolastica sopra
Aristotile, col papato sopra la chiesa, coll'impero sopra la
feudalità, colla nuova individualità sopra l'antica, con un'altra
unità nella storia, un altro principio e un altro fine in entrambe. Il
mondo antico ebbe la città, il mondo nuovo ha il comune: il mondo
antico si basava sulla servitù, il mondo nuovo sulla libertà; in
questo l'uguaglianza spirituale preparava tutte le altre, in quello le
differenze storiche distrussero tutte le forme nelle quali si erano
realizzate. Il mondo barbaro si riunisce nelle invasioni, il mondo
cristiano nelle crociate. Macchiavelli, che cita una volta sola Dante,
non sospettò il medio-evo. Le sue Storie sono una successione di
drammi, nei quali la politica è al tempo stesso anima e decorazione.

Il risorgimento è un fiore che spunta sopra un albero che muore.

Il mondo di S. Tommaso e di Dante, di Gregorio VII e di Barbarossa,
delle crociate e delle invasioni, della fede e delle barbarie, dei
santi e dei vassalli, dei signori e dei comuni, dell'imperatore e del
papa scompare; l'uomo moderno libero nella coscienza, nella vita e
nella storia s'inoltra. Tutto rovina intorno a lui; Copernico gli dà
il cielo, Colombo l'America, Lutero la libertà, Guttemberg la cultura
universale colla stampa, Cesalpino il moto nel sangue, frate Bacone
l'uguaglianza militare colla polvere, gli artisti il senso della vita,
gli eruditi i secreti della tradizione, gli scienziati la padronanza
della natura, i filosofi la sovranità del pensiero. Nel risorgimento
la prima tendenza politica è la nazionalità, conseguenza della
individualità: si costituiscono i regni sulla base delle razze,
nell'orbita del possesso storico. Per arrivare all'unità bisogna
quindi passare per l'unificazione, che avrà un processo dispotico.
Ecco la necessità che uccide i comuni. Il dispotismo per sopprimere
tutti gli antagonismi deve divorare tutte le Signorie: la sua
livellazione produrrà l'eguaglianza, e la sua pressione fortificherà
la coscienza. L'Italia, che ha troppe e troppo antiche differenze, non
potrà costituirsi in uno Stato solo: le piccole Signorie si fonderanno
in reami e ducati; lo straniero è necessario a quest'opera. La contesa
fra papato ed impero è esaurita, il papato dovrà battersi colla
Riforma, più tardi unito ad essa contro la scienza.

L'Italia nel risorgimento non è conquistata come credette il
Macchiavelli; non è lo straniero che la soggioga, ma italiani che
combattono contro italiani. I minimi governi scompaiono, e siamo allo
stato col sovrano e col suddito.

L'Italia allora non era guerriera ma artistica, commerciale, industriale,
erudita; la sua coscienza era fiorentina, veneziana, milanese, genovese,
napoletana, non italiana; il suo ideale non poteva essere diverso. Solo
nell'orbita di un maggiore Stato, nell'uguaglianza sotto un re potevano
fondersi queste diverse coscienze in una sola. Le ultime passioni d'allora
erano medioevali, libertà di comune, odio di fazione. L'Italia, i cui
eserciti si battevano così male, aveva dei partigiani che si battevano fin
troppo bene; tutta piena di eccellenti capitani, aveva dei venturieri e non
una milizia.

Il risorgimento sfuggì al Macchiavelli. Predilesse la repubblica
quando diventava impossibile, credè al Valentino che era l'ultima
espressione del principe fuso col condottiero, sognò la milizia quando
cessava la patria, lo Stato mentre mancava ancora la nazione, offrì ai
Governi futuri la politica dei Governi passati, non s'accorse che la
religione stava per rinnovarsi, il diritto per prodursi, la libertà
per regnare. E il suo regno dovendo essere nella coscienza, la libertà
religiosa era la prima.

Come i suoi _Discorsi_ sono senza l'idea del progresso, così il suo
_Principe_ è senza quella della morale, e le sue _Storie_ senza
l'altra del diritto, e la sua arte senza passione.

Macchiavelli nel proprio secolo è uno straniero; se ne ha i vizi, non
ne ha le idee e non ne sente le passioni. Ha l'istinto del nuovo, ma
non lo afferra e si avviluppa in contraddizioni insolubili;
chiarissimo nella visione dei fatti, l'intorbida appena ne cerca la
ragione: realista, è un sognatore. Non comprende e nessuno lo
comprende, vuole agire e non può, insegnare e non gli si bada;
consiglia il dispotismo ed è un democratico, adora il proprio comune e
vorrebbe una patria italiana, odia Roma e non si volge verso Lutero: è
un artista e non parla mai d'arte, è un indipendente sempre in cerca
d'un padrone, un libero che ignora la libertà.

Così diventa a sè stesso e agli altri inesplicabile, ma la sua
spiegazione sta nel suo secolo, nel quale muore tutto il medioevo e
nasce il mondo moderno. Egli vi è il vertice di tutte le
contraddizioni, la vittima di tutti gli antagonismi. La sua coscienza
era solo nell'intelletto, la sua infallibilità nell'istinto; vuole
l'impossibile e l'impossibile diventa la verità del futuro; si stima
un politico e rimane un letterato. A Boccaccio, a Petrarca non era
succeduto altrimenti; divennero celebri per le opere cui davano meno
importanza, il _Canzoniere_ e il _Decamerone_. Del resto questa
incoscienza è la caratteristica del tempo. Uno solo, il più grande fra
i grandi d'allora, sente il vuoto e la morte intorno a sè: la sua
anima è tragica, Michelangelo Buonarotti. La diversità delle sue
attitudini e la varietà delle sue opere non lo distraggono come
Leonardo, la bellezza non lo appaga come Raffaello, la ricchezza non
lo soddisfa, la gloria non lo consola. In un secolo dissoluto è casto,
in un'epoca irreligiosa sente sopratutto la religione; ha tutte le
fierezze di un cittadino nella dignità dell'uomo. Rimane scapolo, non
lascia figli.

Come Dante, il suo grande antecessore, sovrasta al medio-evo,
Michelangelo domina il risorgimento; entrambi tragici ma sereni,
riassumendo il loro tempo, sono universali.

Il cinquecento, che pare tutto corruzione, ha pure una grande sanità
nel popolo, che Michelangelo rappresenta: ecco l'avvenire.

La generazione che sta per sorgere avrà tutta la coscienza che manca a
quella che tramonta; Campanella, Telesio, Bruno, Tasso, Sarpi,
Galileo, filosofi, scienziati, storici, poeti, tutti diventeranno
martiri nella coscienza e per la coscienza. Tragedia e carnevale sono
finiti, comincia il dramma. La vita diventa una conquista del mondo
interiore ed esteriore. La _Mandragola_ e il _Principe_ non si
capiscono più; alla delicatezza della forma è succeduta quella del
sentimento.

L'indagine si sostituisce alla ipotesi, la prova alla autorità; il
papato, che aveva accettato la dedica dei libri di Copernico e di
Macchiavelli, processa Galileo, pugnala Sarpi, imprigiona Campanella,
brucia Bruno. Le corti respingono Tasso, il grande poeta che muta
l'eroe classico e il cavaliere romanzesco nel gentiluomo moderno.

Ma nessuno di questi grandi scrittori, nemmeno il Galileo, supera il
Macchiavelli nella prosa. Quasi sempre più fluido, spesso più limpido
del Macchiavelli non ne ha l'eloquenza, il rilievo, la sicurezza dei
moti bruschi ed improvvisi. La prosa del segretario fiorentino
considerata nel suo tempo è un miracolo di potenza e di originalità.
Non vi si sentono influssi latini nè contorsioni scolastiche, tutto vi
è vero, tutto vi è fuso; ha la bellezza greca alla quale non occorre
la grazia e che ignora gli ornamenti. Pensiero e parola, frase e
periodo, tutto è colato in un solo getto: l'argomento, che vi si
svolge, l'avviluppa, la conduce seco, l'anima e n'è animato. Il colore
viene alle parole dalle cose, la sonorità vi è ritmata sul sentimento
senza che una volontà straniera o un gusto posteriore l'àlteri per
abbellirla.

Macchiavelli, che non era un letterato nel senso attribuito allora a
questa parola, e che credendosi un politico non scriveva per scrivere
ma per esprimere il proprio pensiero reso lucido dall'evidenza della
percezione artistica e dalla sicurezza di una dialettica che nessun
dubbio filosofico inceppava, trova senza cercarla, come doveva
fatalmente accadere, la prosa italiana. Se fosse stato più artista,
forse non avrebbe saputo sottrarsi al gusto dell'epoca; se fosse stato
un filosofo o un vero politico, le difficoltà della materia gli
avrebbero disturbata l'armonia della forma. L'entusiasmo col quale si
obliava nelle proprie teorie e la passione che metteva nei fatti loro
favorevoli, erano la sua coscienza e la sua verità di scrittore,
giacchè senza l'una e senza l'altra non si può esserlo.

Macchiavelli si è contradetto spesso, ma non ha mentito mai a sè
medesimo; nessuno fu meno macchiavellico di lui.

La sua prosa è uno specchio, il quale riflette tutto il suo pensiero
con tale nettezza che a nessuno può venir in testa di credere che fra
quella e questo l'ipocrisia abbia calato i proprii veli.

Che se questa gloria di aver fondato e perfezionato nel medesimo tempo
la prosa italiana paresse troppo scarsa agli ammiratori del
Macchiavelli, la gloria di Dante fondatore della poesia non dovrebbe
sembrar loro molto maggiore, giacchè fra prosa e poesia la differenza
non è poi grande quanto il volgo immagina, essendo entrambe egualmente
necessarie alla vita del pensiero nazionale. E alla prosa solo
Macchiavelli deve la popolarità delle sue sentenze, che luoghi comuni
al suo tempo la coscienza non potè poi ratificare e nullameno lette
una volta non uscirono più dalla memoria nemmeno di coloro che le
respingevano dall'intelletto. Questa immortalità della bellezza se non
vale quella della verità, non è seconda a nessun'altra, e Macchiavelli
smentito dalla storia, abbattuto dalla scienza, misurato dalla
critica, non più temuto o vagheggiato dalla coscienza moderna, può
rimaner calmo nella sicurezza dalla propria gloria, poichè fino a
quando in Italia si pensi e si scriva la mente di tutti ricorrerà
involontariamente alle sue opere, invidiandone quella bellezza
d'espressione, nella quale sola il pensiero trova la coscienza di sè
medesimo e l'immortalità.



XI. [La Tragedia]


Pare strano a me stesso: in questo libro incominciato come sfogo agli
orribili spasimi della mia malattia, non riesco a parlare di me. Un
orgoglio intrattabile mi vieta di gettare in pascolo al pubblico
dolori che hanno talvolta vinta la mia volontà e fiaccato il mio
carattere, giacchè mi sembrerebbe in tal modo di elemosinare coi
lenocinii della frase quella compassione, che gli accattoni di
mestiere tentano coi lenocinii della voce.

Ho scritto cento pagine sul Macchiavelli in venti giorni, ma d'allora
non ho più toccato la penna.

La primavera è tornata, sono ancora a letto. Mi hanno seppellito per
tre volte la gamba entro una parete di gesso e mi hanno detto di
restare calmo.

Quando potrò alzarmi la debolezza sarà tale che dovrò per qualche mese
usare le gruccie.

Così rientrerò nella vita.

Vi sono dei giorni che sento sollevarsi dal fondo dell'anima dei
turbini di collera, che fischiano e ruggono come il Simoun può fare
nel deserto. Tutta l'energia della mia volontà non può nulla su la mia
gamba ferita: per muoverla debbo chiamare la povera Lucia, che me la
solleva come un tronco. E tutto questo perchè? Se avessi ricevuto nel
ginocchio una palla di falconetto come Giovanni dalle Bande Nere, alla
buon'ora! ferita e morte avrebbero un significato; invece sono caduto
come l'ultimo degli imbecilli, e quanto soffro e tutto il tempo
necessario a guarire è dolore e tempo perduto.

L'inutilità della sofferenza, ecco il dolore del dolore!

Alzate dunque un patibolo davanti ad ogni morente, giacchè val meglio
essere ucciso che morire; nel primo caso è una lotta, nel secondo un
esaurimento; la tragedia è un diritto dell'uomo, la morte è una fine
da animale.

Quante volte mi sono inteso chiedere che cosa sia la tragedia e quanti
libri si sono scritti per spiegarla! Ma domanda e risposta egualmente
malinconiche confondevano tragedia e morte. No, non è vero. La
tragedia non è la morte, ma la morte umana, nella quale lo spirito
discende colla coscienza della propria immortalità. Sapendo di morire
l'uomo è il solo che non muoia nella natura. L'animale si esaurisce:
esso non sa nè come nè quando sia nato, ignora le leggi della vita,
non si domanda se il paesaggio nel quale passa abbia un passato, e che
cosa sia venuto a rappresentarvi. L'uomo invece interroga, apprende;
tutto passa nella natura, ma ciò che è passaggio in essa diventa serie
nel suo pensiero; la serie gli dà la legge, la legge gli rivela il
secreto. Appena lo spirito pensa sè medesimo, ripensa il mondo
nell'antichità della sua geologia e nell'eternità della sua durata.
Solo l'eterno può pensare l'eternità.

Ma lo spirito è nell'uomo e non è l'uomo: colui che pensa non è pari
al proprio pensiero; il pensiero si realizza in lui e non è lui.
L'uomo morrà e il suo pensiero sarà immortale, ecco la tragedia. La
morte accade dunque dentro di noi e sotto di noi. Il nostro spirito
può contare i passi coi quali si avvicina, studiare il riflesso della
sua ombra sulla nostra fisonomia, analizzare le impressioni del suo
freddo nel nostro organismo. I sentimenti che nel nostro spirito
soffrono e gridano non sono della sua natura, ma saliti dal fondo
della nostra animalità si sciolgono come vapori nella impassibilità
adamantina del suo cielo.

Che cosa importa al sole delle esalazioni, che incapaci di salire fino
a lui ricadono in pioggia a fecondare i campi, che il sudore di tutte
le generazioni umane non basterebbe ad inumidire?

La prima tragedia si svolse sulla terra col primo uomo. Era egli un
animale perfezionato o una statua animata dal soffio di Dio? In ambo i
casi la tragedia fu uguale, giacchè animale era diventato uomo col
pensiero, statua riteneva il pensiero che l'aveva vivificata. Ma nella
sua coscienza di primo sentì egli tutto ciò che sarebbe accaduto nella
sua posterità? In questo mondo, che forse lo guardava colla stessa
meraviglia onde era da lui spiato, vide egli l'immensità del teatro
che doveva accogliere le tragedie di tutti i suoi nascituri? Quando il
sole tramontò la prima volta a' suoi occhi, pensò egli che la morte
doveva essere come l'ombra? E quando la luna sorse a diradarla,
comprese egli che l'ombra e la morte non erano che apparenze come
tutte le negazioni?

Lo stormire delle foreste e il murmure del mare gli parvero voci come
la sua, nelle quali più grandi parole esprimessero un più grande
pensiero?

In questo secolo si è potuto rifare la preistoria, ma chi ci darà la
psicologia del selvaggio? Chi analizzerà i sentimenti che la sua
lingua non può tradurre e hanno impresso sulla sua faccia quella
terribile immobilità contemplativa, davanti alla quale la temerità
della nostra analisi, che ha decomposto Dio, si arresta interdetta?

Poi la tragedia divenne storia appena l'uomo invece di battersi colla
natura si battè con sè medesimo. Alla terribile seduzione dell'ignoto,
colla quale la natura attirava il selvaggio negl'antri delle selve e
nelle voragini del mare, la storia sostituì l'attrazione delle idee, e
gl'individui si avventarono verso di esse, generazioni intere si
slanciarono, popoli innumerevoli si precipitarono, e muoiono ancora
gli uni sugli altri per estrarle dagli abissi dello spirito, donde
fiammeggiano cerulamente come le stelle nelle alte notti sull'oceano.
Tutto passa e non ne resta nella scienza e nella coscienza che
un'idea: ideale per le genti che volevano conquistarla, ricordo per le
genti che l'hanno ereditata.

Il popolo più grande nella storia è il più tragico, l'ebreo, che si
immola al conquisto di Dio: l'uomo più grande è Cristo, che si lascia
uccidere per diventare Dio, e lo diventa.

Tutto è tragedia. Se il popolo vi è inconscio e nel giubilo delle
proprie forze vi agisce obbliando la fine, la tragedia diviene epopea,
e allora il suo canto ha la sonorità delle onde, l'impeto del venti,
la trasparenza del cielo. Ovunque l'epopea è uguale a sè stessa.
L'uomo vi si muove in una superba giocondità, che lo rappatuma colla
natura da lui chiamata a parte del suo trionfo sulla idea nella quale
si trasfigura: ma l'epopea è breve e non si rinnova mai più. Pochi
popoli vi arrivarono, nessuno vi è ritornato. E non appena il canto
epico finisce, comincia il coro tragico. La grande idea, nella quale
l'anima del popolo sperava di quietare, diventa un promontorio da cui
si scorgono più radianti lontananze, una stella dal lembo estremo
della quale si vedono carovane di stelle migrare per l'infinito.

E la tragedia riappare nella severità del proprio pensiero, mentre il
suo ritmo è spezzato dai singhiozzi dei morenti sotto lo spasimo della
nuova disillusione. Ma se nell'epopea il popolo si era sollevato in
massa, slanciandosi collo sforzo di un sentimento comune verso il
prossimo ideale che lo inondava di luce e di calore, nella tragedia
vera il popolo guarda aggrondato in cupo silenzio i suoi più intrepidi
eroi ripetere soli quel conato, che tutti avevano fatto e che a tutti
per un momento era sembrato trionfare.

È l'era dei grandi individui. Qualunque sia l'idea alla quale
s'immolano o il fatto nel quale soccombono, la loro tragedia non muta:
mentre tutto il popolo guarda nell'immobilità della stanchezza o nel
terrore della disperazione, essi soli osano levarsi. Che la loro
fronte sia coperta da un elmo o da un'infula, la loro mano armata di
spada o di compasso, si avanzano verso la morte. Il progresso umano
esige in quell'ora il sacrificio dei migliori, perchè solamente la
loro morte può rendere intelligibile a tutti il secreto della legge
che la storia sta per rivelare.

Ma al momento culminante della tragedia il popolo, che non capisce
quasi mai, maledice l'eroe morente per lui. È questa la suprema
differenza della tragedia colla epopea. Nell'una l'eroe è acclamato
prima della battaglia, sostenuto in essa da tutti i voti, pianto dopo
di essa da tutti gli occhi: nell'altra l'eroismo è come un insulto
alla impotenza del popolo, che spia quindi arcigno la lotta cercando
nella catastrofe una ragione alla propria inerzia.

Eppure di tutti i destini individuali il più degno d'invidia è il più
tragico.

Se nell'epopea l'eroe rappresenta il popolo, nella tragedia lo
riassume, giacchè vi compie la vita della propria generazione
iniziandola in quella della generazione non nata. L'epopea è un
meriggio, la tragedia un'aurora, nella quale la esultanza della luce
erompe dalla lacerazione delle tenebre.

La tragedia antica, la massima rimasta nell'arte, ha per tema un Dio,
non in quanto è tipo religioso ma per quanto si mescola nella vita
umana e vi opera. Amore ed eroismo vi sono quindi espressi con
un'altezza di sentimento e di linguaggio quali l'arte posteriore non
seppe nemmeno più comprendere. Le prime battaglie significate nelle
prime tragedie esprimono o la lotta che l'individuo spirituale impegna
colla natura, e vi brilla il raggio giocondo dell'epopea; o quelle che
impegna con sè medesimo, e sono la vera tragedia nella quale la
vittoria o la morte diventano egualmente impossibili. Ercole può
acquetarsi nell'amore o morirvi: Prometeo è immortale, e non può nè
vincere, nè morire, nè essere liberato. La battaglia che il suo
spirito ha cominciato coll'infinito ricomincerà a ogni ora, in ogni
uomo, in ogni popolo. Tutti vi saranno uguali. Nell'epopea la
gerarchia sembra costituire o almeno risultare dall'eroismo; nella
tragedia il grande pensatore e il selvaggio, l'austero e il dissoluto,
il mistico che crede a tutto e lo scettico che dubita di tutto,
saranno egualmente trattati. Se la loro ragione cercherà di evitarla,
il loro istinto la troverà nelle proprie profondità; la tragedia è nel
pensiero umano, che limitato dalla propria umanità sente l'infinito e
l'eterno non potendo nella propria forma momentanea essere nè l'uno nè
l'altro.

E mentre la prima tragedia si ripete nella immobilità dei proprii dati
a traverso tutte le generazioni, scoppiano fra di esse i drammi
storici composti di tragedia e di epopea. In essi l'urto non è più fra
il pensiero umano e il pensiero cosmico, ma fra il pensiero storico di
una generazione e quello della serie alla quale essa appartiene. Il
ritmo dei periodi e delle forme storiche regola i mutamenti della
scena e delle parti; i maggiori individui dì ogni generazione non
recitano che nei prologhi e nei finali, giacchè il loro ufficio è
doppio e debbono significare in sè stessi la morte e la risurrezione.
La loro vita si diffrange in questo sforzo per ricomporsi nella
idealità del tipo storico.

Nessuna generazione di popolo è quindi senza tragedie. La loro
sceneggiatura potrà variare dall'olocausto all'assassinio: i
personaggi avranno o crederanno di avere in sè stessi scopi ben più
piccoli di quelli pei quali muoiono, e daranno della loro inevitabile
sconfitta finale meschine ragioni di più meschini errori commessi; ma
la fatalità delle idee, che per tragica spira discendono dall'infinito
spirituale nella realtà storica, saranno le vere cause delle loro
catastrofi.

A distanza di secoli le grandi vittime si rimandano il medesimo grido
di dolore e di orgoglio; a distanza di continenti e di mari le cime
tragiche si veggono l'una l'altra, e Cristo morente si volge verso il
Caucaso, e Napoleone da Sant'Elena guarda verso il Golgota.

I più grandi uomini, che conchiusero o iniziarono le più grandi
epoche, soccombettero nelle più disperate tragedie, Mosè morì sul
Tabor, Cesare sotto il pugnale di Bruto, Alessandro nelle acque del
Cidno: Colombo, che scopre l'America, ne ritorna carico di catene, il
rogo brucia quasi tutti coloro che agitano nelle tenebre la fiaccola
del pensiero, il trionfo è negato a tutti quelli che vincono nel campo
dell'idea. La tragedia del pensiero umano col pensiero cosmico
ricompare nei drammi storici, nei quali il grand'uomo non può
interamente assorbire nè la generazione che spinge nel futuro, nè
indovinare quella che ne evoca; e allora tutto quanto rimane fuori di
lui, o dietro alle sue spalle nella storia del suo popolo, o davanti
alla sua fronte oltre i raggi de' suoi occhi nel destino del popolo
che sta per sorgere, si congiunge sul suo capo come un'immensa vôlta
che si abbassa e lo schiaccia.

Una più tragica necessità aggiunge ancora la commedia alla tragedia.
Quindi tutte le generazioni innumerevoli dei piccoli si addossano
feroci al grand'uomo per rattenerlo lungo la via, o insinuare almeno
nell'eroico dolore della sua meditazione lo spasimo della loro
mordacità animalesca; e lo odiano come non possono odiarsi fra sè
medesimi, e lo perseguono col coraggio che la coscienza del numero dà
agli insetti e l'inconscio dell'istinto ai bruti. Dietro al tallone di
ogni Achille vi è sempre un Tersite, a fianco di ogni Sigfried vi è un
Hagen.

La commedia ride delle ferite che prodiga senza accorgersene, e ha
ragione; ma ride anche di quelle di cui s'accorge, e ha torto.
Nullameno, le sue bassezze sono necessarie all'altezza della tragedia
per attirare l'attenzione di coloro, che migrano nella storia e
guardano continuamente indietro per rinvigorirsi il coraggio di andare
avanti.

Mentre la tragedia segna il passaggio di un periodo ad un altro, e
quindi ha per ragione di dolore e di grandezza la differenza fra la
totalità di quanto una generazione morente consegna a quella che nasce
e la piccola originalità che vi aggiunge, differenza e contraddizione
che spiegano il disprezzo delle generazioni pei proprii grandi troppo
preoccupati del futuro; la commedia invece è tutta circoscritta nella
vita storica della generazione che la produce. E come non può
abbracciare tutta la sua vita, giacchè cogliendone l'agonia si
muterebbe in tragedia, così in quella stessa dell'individuo non può
cogliere che un momento, il quale isolato diventa falso. La commedia
non esprimerà mai tutto l'uomo, non potendo farlo morire: ma se non
può farlo morire, non può nemmeno farlo vivere. La vita comica
nell'arte e nella natura non sarà mai che un frammento ingannevole
della vita reale.

Se la commedia tripudia nella gioia del proprio istante, presto si
cangia in farsa; se pensa nel proprio tripudio e sale fino alla
satira, tramonta tosto nella tragedia. Essa non è dunque che un
sorriso su due labbra fatte per parlare o in due occhi aperti per
vedere.

L'efficacia delle rappresentazioni comiche e tragiche è quindi
profondamente diversa: il riso suscitato dalle prime inclina l'anima
verso il piacere irreflessivo del sentimento, l'angoscia eccitata
dalle seconde l'innalza sulla cima più alta del pensiero, scoprendole
il destino del quale vive e del quale deve morire.

Nessun grand'uomo è passato senza tragedia nella storia. Quando la
catastrofe non potè livellare la sua testa alle altre colla mannaia,
la sua vita sopportò tutta la contraddizione che parve mancare alla
sua morte. Il presente fu per tutti i grandi uomini una carcere, donde
spingevano il pensiero nel passato e nel futuro: il loro linguaggio
non era quello dei discorsi loro indirizzati, la loro parola suonava
come un'eco che rispondesse ad echi lontani. Sulla loro fronte, che di
rado il diadema segnò del proprio peso, le rughe s'impressero ben
presto; i loro occhi avevano e comunicavano l'abbarbaglio d'invisibili
visioni. Invano talora i piccoli impietositi offersero loro con
ingenua vanità il conforto della propria ammirazione: una superba
malinconia isolava quegl'inconsolabili e metteva sulle loro labbra un
triste sorriso perfino nel tumulto dei maggiori trionfi.

No, non compiangete, non adorate! Lasciate Cristo morire sulla croce:
tutta la vostra riconoscenza non vi farà penetrare nel secreto della
sua bontà; lasciate Socrate bere la cicuta: il perchè del suo eroismo
resterà sempre un mistero per voi che non l'avreste fatto; lasciate
Dante errare nell'esilio: cacciato da Firenze discenderà nell'altro
mondo; lasciate Colombo ritornare dall'America carico di catene: egli
che l'emancipa, ne riporta le catene all'Europa che deve spezzarle;
lasciate Napoleone morire a Sant'Elena: egli che ha liberato l'Europa
dal dispotismo, ultimo despota deve finire prigioniero; lasciate
Garibaldi esulare a Caprera: egli ha fatto l'Italia; che cosa potreste
voi fare per lui?

Che cosa v'importa se Galileo diventa cieco e Beethowen sordo? Non
sono già gli occhi che scoprono i segreti della natura, o le orecchie
che ne sorprendono le armonie. Che cosa v'importa se Camoëns muore
all'ospedale e Giannone in carcere? I loro poemi e le loro storie non
saranno per questo meno liberi, poichè la fortuna della vita non ha
mai influito sulle opere dei grandi. Essi vivono soli: anche quando il
mondo li acclama si sottraggono per un invincibile orgoglio alle
ovazioni. Vittor Hugo si rifugia a Guernesey, Carlyle si chiude nel
proprio studio come in una cella, Wagner erra per tutte le campagne
come un bandito.

Lasciate passare la tragedia del pensiero e andate piuttosto a
criticare quella dell'azione. Ieri è morto Gambetta, fondatore della
terza repubblica francese, giovane, nell'apoteosi della vittoria:
Bismark, il suo gigantesco rivale, ha taciuto e forse per ciò tutti
gli altri hanno parlato sul destino di un uomo, che diventerà un'epoca
nella storia del proprio popolo. Cavour morì come Gambetta; Mazzini,
che era già stato vinto prima, venne a spirare in Italia come le
rondini vecchie tornano, potendo, a morire sotto il tetto della casa
nella quale nacquero. Che cosa hanno pensato tutti questi grandi
all'ultima ora, mentre i piccoli ciarlavano sapientemente della loro
opera e cercavano fra sè stessi il loro successore? Vela, scolpendo la
testa di Napoleone I morente, è forse riuscito ad esprimerne il
supremo pensiero in un dolore che i muscoli non sentono più e in
un'idea che la morte non può colpire: ma il tragico capolavoro rimane
per sempre un mistero, perchè una maschera non è un viso, nè una
espressione della sua fisonomia tutto il suo pensiero.

La tragedia artistica non può contenere tutta la tragedia spirituale
nella propria azione.

Se Cristo non avesse predicato ed agito, forse che non sarebbe stato
Cristo egualmente? O forse che Cristo non pensò oltre quello che disse
e non volle oltre quello che operò? La sua tragedia nella storia non è
dunque che una scena di quella che in lui si svolse, e forse la sola
accessibile al mondo e quindi la più bassa. Il Cristo vero è quello
che non conosciamo, ma indoviniamo confusamente attraverso le sue
opere e le sue parole.

La tragedia artistica ha per limite e quindi per negazione l'azione.
Eschilo ebbe d'uopo d'una favola per scrivere il Prometeo, che gli
riuscì grande oltre i confini della medesima.

La tragedia del pensiero balenò allo sguardo di Shakespeare quando
scrisse l'_Amleto_, poichè l'infelicità del suo principe danese non
deriva già dall'assassìnio del padre o dall'incesto della madre, ma
dalla contraddizione di una coscienza eroica col mondo, nel quale
anche fuori della propria famiglia avrebbe trovato gli stessi dolori e
gli stessi delitti. Amleto non è un malato, padre di tutti i futuri
romantici come si è preteso; allora non sarebbe tragico, perchè nella
tragedia occorrono due forze egualmente libere. Ma è l'uomo che si
libra col pensiero al di sopra della propria condizione, oltrepassando
i confini del proprio tempo, sfondando le convenzioni della morale e
della religione per affacciarsi fra le loro rovine all'infinito. Il
suo dolore è profondo ma sano, come sicura la sua opera e puro il suo
amore.

Ma neanche a Shakespeare fu concesso di rappresentare la tragedia del
pensiero: il suo abbozzo rimasto nella storia dell'arte accanto al
Prometeo di Eschilo non è che ombra ed eco.

Se l'arte potesse giungere nelle proprie rappresentazioni alla
tragedia del pensiero, i suoi tipi, troppo più alti di Prometeo e di
Amleto, si chiamerebbero Satana e Cristo: ma Dante si è esaurito nella
caricatura del primo e tutto il cristianesimo si è estenuato nella
spiegazione del secondo.

E vi è nella vita e nella storia una posizione più tragica di tutte
quelle trovate dall'istinto artistico, nella quale periscono i grandi
uomini indarno preparati dalla natura ai grandi avvenimenti. Non è
vero, non è possibile nemmeno come ipotesi che i massimi genii sieno
soli e un tegolo caduto per caso sulla testa di un ragazzo, che si
chiamava Cesare o Napoleone, potesse arrestare o deviare la storia del
mondo. Bisogna che nel disegno della storia molti individui fossero
capaci di quella stessa funzione, nella quale uno solo appare per
ragione di unità. Nessuno ha mai saputo o saprà mai in qual luogo o in
quale circostanza la storia avesse dato la posta a questi grandi
sconosciuti e per quale accidente, uguali nelle forze e nella
coscienza delle intenzioni, arrivassero a tali distanze di tempo che
il primo diventò l'unico, e l'ultimo non fu sospettato da alcuno.
Forse il fatto che li rattenne fu frivolo e l'ostacolo leggero, perchè
la storia non avendo più specialmente bisogno di alcuno fra essi era
indifferente ai loro nomi. La loro giovinezza ebbe le medesime ansie e
i medesimi sogni; la loro vita era scissa: saranno sembrati
stravaganti se non pazzi ai mediocri ragionevoli che li circondavano.
Ma quando venne l'elezione e l'eletto si chiamò Cesare, tutti gli
altri innominati sentirono il coperchio del sepolcro racchiudersi
sopra la loro anima.

Perchè si parla dunque ancora della Maschera di ferro, di questo
povero gemello di Luigi XIV, che morì alla Bastiglia senza aver mai
potuto mostrare il volto? Non è dunque una maschera il viso di ogni
uomo grande, al quale gli avvenimenti non consentono di mostrarsi? Che
cosa è più il pugnale di Bruto o lo scoglio di Sant'Elena, che
conchiudono una vita gloriosa nella quale l'individuo assorbì tutto un
mondo, dinanzi a questa prigionia nell'ombra e nel silenzio sofferta
dai rivali, cui fu contesa l'espressione del pensiero e l'azione della
volontà?

Dov'è il poeta che scenda in questo abisso e sappia poi descriverlo?
Da chi sarà compreso questo poeta degl'incomprensibili? Perchè
Michelangelo e Kant, vecchi, a distanza di secoli pronunciano la
stessa parola: sono stanco?!

Immaginate Cristo muto e paralitico, e ditemi se l'impotenza ad agire
non sarebbe stata per lui più straziante di tutti gli strazii che la
fantasia de' suoi credenti ha poi accumulato nella sua passione?

Ah! non turbiamo con questa tragica curiosità la tragedia di coloro,
che portarono nella eternità il rimpianto di avere inutilmente
vissuto!

Una strana leggenda circola nei giornali sopra Emilio de Girardin,

Da quando giovinetto ebbe i primi sogni di gloria egli non chiuse più
la porta del proprio appartamento. Una notte un amico va a trovarlo
per un bisogno improvviso. Suona, il portinaio della casa gli apre,
infila correndo le scale, arriva all'uscio di Girardin: è socchiuso.
Un sospetto lo turba, ma non si ferma, entra. La camera è buia,
Girardin dorme. Al rumore si sveglia.

--Ah!

--Come mai, esclama l'amico che aveva già acceso un fiammifero, il tuo
uscio è socchiuso?

--Lo lascio sempre così.

--Perchè?

Un lampo passò negl'occhi di Girardin:

--Se fosse chiuso, il solo ritardo necessario ad aprirlo potrebbe
farmi perdere l'occasione suprema della mia vita.

L'altro, che non comprese, alzò le spalle.

Un giorno a Girardin vecchio fu chiesto col sardonico sorriso della
gente seria, se adesso chiudeva l'uscio.

--Ieri per la prima volta: ho compiuto i settant'anni. Troppo tardi!

Troppo tardi, l'ultima parola di tutti i destini falliti.



XII. [Dogali]


Pur troppo è vero!

Il 26 Gennaio Ras Alula ha sorpreso la colonna De Cristoforis,
spiccata da Monkullo per soccorrere il maggiore Boretti assediato in
Saati, e l'ha distrutta sulle alture di Dogali. Tutti i giornali sono
frementi della truce novella: la Camera ha tumultuato, il popolo si è
scosso per le piazze all'odore del sangue. È parso come un vento
infocato del deserto che passi per la frigida e grigia atmosfera del
nostro inverno, sulle nostre coscienze, che dopo le vampe luminose
della epopea garibaldina si erano adagiate nel crepuscolo secolare
della nostra vita di servitù.

L'impresa d'Africa, se pur merita questo nome, nacque secretamente fra
le file diradate del partito, che Cavour aveva con temerità pari alla
destrezza condotto alla doppia vittoria sull'Austria e sulla
rivoluzione. L'audace statista, che aveva arrischiato la spedizione di
Crimea, non sospettò forse, morendo, che i suoi epigoni sarebbero
costretti a ritentarne la caricatura sulle coste africane memori
ancora del nome romano. Nessuno in paese e alla Camera dubitò sulle
prime della cosa: si parlava di una striscia di lido comprata sul Mar
Rosso, di una specie di rada, nella quale le future navi del nostro
futuro commercio coll'Oriente avrebbero potuto riparare. Di sbarco, di
guerra, di conquista neppure una parola; quella sabbia se valeva poco
costava anche meno.

Poche capanne vi formavano un villaggio: selvaggi mendichi respinti da
guerre interne, o indefinibili mercanti, o avventurieri abbandonati
dalle navi di tutto il mondo, vi formavano una popolazione senza
fisonomia e senza passato.

Quando si seppe che il Governo vi aveva spedito una brigata di
carabinieri, fu per tutto uno scoppio di lazzi; le caricature
fioccarono nei giornali, si rideva allegramente di una meschinità che
avrebbe dovuto impensierire. Poi vi furono compromessi coll'Egitto,
fortilizi abbandonati dalle sue truppe alle nostre: quindi Massaua di
villaggio si mutò improvvisamente in capitale senza contrada nè
popolo; si discusse di una diga che ne allacciasse l'isoletta al
continente, di fortificazioni che dovevano proteggerla da nemici
allora insupponibili.

E la gente rideva ancora.

Poscia si aperse l'Esposizione di Torino, mercato delle poche
ricchezze dell'arte italiana, nella quale un villaggio medioevale
costrutto colle leggi prospettiche di un scenario, col suo castello
medioevale in fondo, improvvisato, falso, più meschino di un balocco,
più ridicolo ancora dell'idea d'onde era nato, più labile forse dello
stesso scopo cui era destinato, fu la sovrana meraviglia e il vanto
più orgoglioso. Gli affreschi vi erano dipinti sulla tela, ma i
camerieri vi portavano le assise degli antichi servi. Il castello,
invece di sorgere sui monti armonizzando con essi la propria
architettura, era nascosto nel fondo di una pianura oltre il Po; le
case che vi conducevano non avevano che la facciata, ma in compenso
nelle loro botteghe imitatamente vetuste artieri moderni abbigliati
all'antica vi facevano per la curiosità dei passanti, addottrinati da
appositi ciceroni, le stoviglie di un tempo. Era una mascherata nella
quale arte e scienza, storia e patria facevano la più umiliante delle
figure.

E parve alla stampa che giammai il genio italiano avesse avuto più
nobile e meravigliosa fantasia.

A quel castello, nel quale alcuni illustri sedotti da tutte le
amabilità della lode, dovevano tenere conferenze sulla vita spirituale
e storica del quattrocento, capitarono non meno vilmente e
ipocritamente mascherati alcuni indigeni di Massaua, una specie di
regina con un paio di guerrieri. Era il Ministero, che imitando per
profondi concetti politici la profondità concettosa del Comitato della
Esposizione, il quale fabbricava in fondo ad un vicolo di Torino un
castello alpigiano nelle proporzioni di un ninnolo per iniziare i
borghesi del nostro secolo ai segreti del quattrocento, mandava in
giro per le grosse città italiane tutta la dinastia e tutto il popolo
della sua nuova compra massauina vestiti come i pagliacci che girano
per le fiere nei carrettoni; ma dinastia e popolo non erano ancora
abbastanza numerosi per riempirne uno solo.

Allora la gente non rise più, si compiacque. Si cominciò a credere che
la costa comprata fosse più che una costa; nelle fantasie si accrebbe
il numero degli armati speditivi dal Governo: l'antico orgoglio delle
conquiste sopravissuto nella rettorica di tutti i nostri secoli, si
levò nuovamente per affermare che il Ministero, malgrado le meschine
apparenze da lui date all'impresa d'Africa, fosse composto di grandi
uomini intorno ad una grande idea.

Intanto l'Africa aumentava di anno in anno il proprio fascino sulla
coscienza italiana. Le sue notizie correvano attraverso quelle del
resto del mondo, respingendole, per entrare prime nello spirito di
tutti. L'ultimo dei Napoleonidi, fanciullo infelice ed imbecille, era
andato a morire, coscritto inglese, all'estremo capo dell'Africa
contro una popolazione superba e feroce che l'aveva trucidato.
L'immensa epopea del primo impero, depravata in lurido dramma dal
secondo imperatore, finiva in un meschino e sanguinoso aneddoto entro
un lago d'erba nell'interno dell'Africa. Il primo Napoleone era morto
alto sull'Oceano nel cospetto del mondo; l'ultimo soccombeva sotto le
zagaglie di pochi selvaggi, perchè cavallerizzo timido ed inesperto
non era riuscito ad inforcare la sella del proprio cavallo fuggente.

Poi Gambetta, il Dittatore che colla gloria delle proprie sconfitte
aveva riparata l'infamia della resa di Sèdan, ritentava l'esperimento
delle armi francesi contro i Crumiri oltre i confini dell'Algeria: la
Spagna vegliava sul Marocco, l'Inghilterra stava fisa all'Egitto colla
mano fremente sulla corda dei propri cannoni. L'Olanda minacciava di
voler risottomettere i suoi Boeri, la Francia risaliva il Senegal, il
Belgio con abilità di mercante e sapienza di scienziato si preparava
alla conquista del Congo, accodando il proprio re al più intrepido dei
viaggiatori del secolo, l'americano Stanley.

Mentre il Governo italiano comprava qualche chilometro di arene lungo
il Mar Rosso e menava per le piazze le mascherate de' suoi nuovi
cinque sudditi, ogni mattina i giornali italiani levavano l'inno
augurale a giovani viaggiatori che partivano per l'Africa. Nessuno
prima li conosceva e in un attimo diventavano celebri. Una gloria
improvvisa e malinconica circondava il loro nome, un interesse tragico
rendeva prontamente noti tutti i particolari della loro spedizione.
Nessuno sapeva bene a che cosa intendessero, arrischiando così le loro
floride vite, ma ognuno si sentiva lusingato dalla intrepidezza dei
loro propositi, sperando non so che da questi viaggi senza ritorno nel
cuore dell'Africa rimasto sempre chiuso a tutti gli sforzi della
civiltà mondiale. E nullameno non erano nuovi nè l'idea nè il fatto di
tali spedizioni. Anche trascurando quelle continue dei missionarii,
che hanno tanto arricchito in questo secolo le scienze archeologiche,
vi furono audaci in ogni tempo, che malati della nostalgia dell'ignoto
esularono verso tutte le contrade inesplorate e vi soccombettero o ne
ritornarono senza destare nell'anima della nazione la profonda
emozione appresavi dall'addio dei nuovi viaggiatori.

Qualche cosa era dunque avvenuto fra l'anima europea e africana che,
riavvicinandole, le predisponeva ad innamorarsi l'una dell'altra. La
separazione storica dei continenti già vinta dalle religioni, dai
commerci, dalle immigrazioni, dalla scienza aveva dunque cessato
coll'apertura del canale di Suez. L'Africa, diventando un'isola, si
riuniva all'Europa, giacchè dalle sponde del nuovo canale l'espansione
europea si sarebbe allargata, oltre i suoi immensi deserti, fin sopra
i suoi favolosi altipiani. Dopo aver tagliato il suo istmo l'Europa
risalirebbe i suoi fiumi, e forse fra non molto congiungendo con un
altro canale le fonti non troppo discoste dello Zambese e del Congo la
spezzerebbe in due grandi isole per irradiarla della propria civiltà
da tutto il littorale e dal centro. Un immenso progetto allaga già il
deserto di Sahara e convertendolo in mare vi crea sulle sponde
fecondate una cintura di città pari a quella del Mediterraneo; le
ferrovie cingono fin d'ora tutte le coste africane con un monile di
ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non può
ricusarne più i beneficii.

Ma l'Africa antica, quale appariva alla sbigottita fantasia europea di
pochi secoli fa, non è ancora tutta vinta. Il suo clima è una vampa,
il suo deserto un infinito, la sua aridità una maledizione: oltre i
suoi deserti un baluardo d'inaccesse montagne, sulle quali echeggia il
ruggito del leoni, ne fende il centro, che la vecchia geografia
chiamava Nigrizia. Che cosa vi era dunque in questo centro? Le
fantasie dell'arte e della scienza vi si sbizzarrirono nelle più
orribili ipotesi, nei sogni più spaventevoli. La civiltà dell'Egitto
non era stata africana ma mediterranea, fecondata dall'acqua, solcata
dal Nilo e aperta sul mare: la Nigrizia, aggravandovisi, aveva
sinistramente atteggiato la sua così spirituale religione. Ora si sa
che oltre quei monti vi sono territorii incantevoli, sui quali vive la
più feroce razza che forse il sole abbia annerito. Una feudalità
selvaggia vi sminuzza l'impero in minime tirannie, una sanguinaria
incoscienza vi fa della guerra l'unica industria e della strage il
supremo divertimento: i suoi monumenti sono ancora di teschi, le sue
vie segnate da ossa. L'antica favola delle Amazzoni vi è ancora una
verità nell'impero del Bahomey, che ha il proprio esercito composto di
donne: i sacrifici di Moloch, nausea e spavento dell'antico mondo, vi
si celebrano ancora ai funerali dei re, nei quali si trucidano
migliaia di mogli e di servi.

L'Africa, che ha avuto una civiltà propria sulle coste oggi ancora
efficace nella civiltà mondiale, giacchè senza Tebe ed Alessandria la
storia è impossibile; che da molti secoli ospita l'Europa sui proprii
lidi ripetendovi in molte città la gloria solitaria di Cartagine; che
si è lasciata penetrare dai due massimi sforzi religiosi,
cristianesimo e maomettanismo; difesa nel centro da monti e deserti
egualmente inaccessibili, vive ancora nella più atroce preistoria. Per
essa tutto quanto avvenne nella storia del mondo non è avvenuto: i
nomi dei più vasti imperi, degli eroi più sublimi, tutte le glorie di
tutti i popoli, tutte le creazioni di tutti i pensieri è come se non
siano state. La sua vita è ancora nel suo sole che brucia il sangue e
dissecca nell'anima tutti i sentimenti; il suo popolo vive nudo come i
suoi deserti e con una coscienza arida del pari. Nascere, uccidere,
morire, ecco tutta la sua vita. Cielo e terra non hanno poesia di
misteri per lei: Dio è il sole, la terra eterna, che divora quanto
produce, la sua religione. La forza è il diritto, il fatto la sola
verità. Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha
consumato la preistoria africana, che immobile nelle proprie idee
rudimentarie si ripete colla disperata monotonia di un vagito e di un
rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che è ucciso?

Finchè la storia ignorava la preistoria, questa poteva durare fra le
bellezze della natura e l'incendio del sole come uno dei tanti alberi
mostruosi del suo clima o delle troppe fiere della sua fauna; ma
quando la storia dilatandosi irresistibilmente verrebbe a battere
colle proprie onde al suo confine, la preistoria incapace di aprirsi
volontariamente, doveva essere sfondata e allagata. Storia e
preistoria si batterono ovunque, sempre colla vittoria della prima. Le
armi della storia erano infinite; quelle dell'altra solamente due, la
freccia che vola e la mazza che schiaccia. La storia è un esercito e
la preistoria una massa immobile e tempestosa nel medesimo tempo,
senz'altra forza che il suo peso e il suo urto. Mentre quella si
avanza per esploratori, poeti della redenzione che si inoltrano alla
scoperta dei bruti umani, questi alla repentina presenza dei loro
scopritori o li adorano o li scannano: ma dietro al missionario, che
sperava convertirli, arrivano l'industria ed il commercio che li
sopprimono. Il frate in cerca di anime pel cielo diventa così il
segugio del colono, che ha bisogno di uccidere il selvaggio per
fecondarne il terreno colla propria civiltà.

L'Europa, che quattro secoli or sono discendeva dalla vecchia
caravella di Cristoforo Colombo all'America per costringerla ad
entrare nell'orbita storica, decisa a distruggervi quanto il suo
contatto non vi potrebbe rinnovare, assedia oggi l'Africa per tutte le
coste, sulle quali ha già improvvisato miracolosamente molte città. Ma
se una volta all'avanguardia del suo esercito non v'erano che
missionarii anelanti a piantare la croce del loro Dio su tutte le
terre, oggi la sua conoscenza storica più adulta manda viaggiatori
egualmente intrepidi a scoprire nuovi paesi per le storie future.

L'attrazione è universale ed irresistibile. Tutto l'istinto poetico
delle nuove generazioni si volge verso nuovi mondi. Mentre la scienza
e l'arte ricostruiscono quello antico, la vita aspira ad un mondo
futuro: l'Europa centro della storia è piccola agli europei. I popoli,
che vi si sono costituiti e vi si stanno esaurendo nei loro periodi,
sono spinti a cercare una rinnovazione sopra terre vergini; la
preistoria deve cedere alla storia tutte le contrade, nelle quali la
natura consenta a ricevere il quadro storico.

Oggi, che sono tracciati tutti i suoi confini e ritratte tutte le sue
fisonomie, il mondo è troppo angusto perchè la preistoria possa ancora
occuparne tanta parte: rispettarvela, suppunendola uguale alla storia,
sarebbe un negare la legittimità dell'origine e dello sviluppo di
questa.

L'Italia fu la prima ad esercitare una grande influenza sull'Africa.
L'antichissima civiltà egiziana non aveva avuto scopo africano, ma
cresciuta sul Mediterraneo e sul Mar Rosso era una stazione, dalla
quale l'oriente per immensa curva saliva verso l'Europa. Dopo l'Egitto
venne la Palestina, poi la Grecia, poi Roma. Roma fu il centro del
mondo; l'Egitto vi aveva mirato come l'India, come la Persia, come la
Grecia. Roma ritornò dappertutto restituendo nella unità del proprio
pensiero il concetto frammentario a lei venuto da ogni parte. Infatti
il Cristianesimo vi si fermò suggellandovi l'universalità per tutta la
durata della storia.

Roma distrasse Cartagine, ma fecondò Alessandria; ridusse l'Egitto a
provincia romana attirando l'Africa nella storia universale. D'allora,
l'azione italica sull'Africa fu continua: tutto il commercio africano
fu coll'Italia, il Cristianesimo vi ebbe Santi Padri e concilii, vi
mandò crociate, vi si battè coll'Islamismo, e unito con lui penetrò
nei deserti. L'Africa ebbe quindi due centri fuori di sè stessa, Roma
e la Mecca; il suo Egitto risorse meno africano dell'antico; i suoi
imperi litoranei fiorirono guardando oltre il mare all'Europa.

Dopo le antiche barche fenicie le prime flotte che cinsero l'Africa
furono italiane: i pennoni di Amalfi e di Pisa, di Genova e di
Venezia, di Roma e di Firenze si gonfiarono superbamente ai venti dei
deserti. Primi i Veneziani nel secolo XV offersero ad un sultano di
tagliare l'istmo di Suez, miracolo di audacia allora, miracolo di
scienza oggi e che senza forse si sarebbe avverato anche allora.
Mentre Colombo e Vespucci scendono in America, Cadamosto, veneto,
penetra nel Senegal e nella Gambia: la conquista saracena respinta
dall'Europa è proseguita in Africa. Ma se l'Islamismo vi si
immobilizza, il Cristianesimo vi si inoltra; la civiltà sorpassa il
primo, urge il secondo, gli centuplica le forze, gli slarga il
programma, gli concretizza l'ideale.

Poi il movimento italico s'arresta, mentre l'Europa prosegue. Inglesi,
portoghesi, francesi passano pel solco segnato dagl'italiani; gli
ultimi barbareschi sono distrutti, la tratta degli schiavi negata: il
segreto del Nilo è rivelato, i viaggiatori s'incrociano nei deserti e
si salutano con un grido di trionfo; prima di morire, l'uno affida
all'altro le proprie scoperte. L'Africa è vinta, l'Europa ne ha la
carta. Conoscere il campo del nemico non è già averlo preso?
Napoleone, l'ultimo Cesare dell'Europa, all'indomani della grande
rivoluzione francese che dilata la rivoluzione cristiana, discende in
Egitto, mostra ai proprii soldati le Piramidi di Sesostri, e alla loro
ombra sconfigge gli ultimi soldati dell'Islamismo, che incapace di più
espandersi voleva mutarsi in barriera. L'Egitto passa dalla Turchia,
ultima forma dell'oriente, all'occidente: l'Asia, che l'aveva difesa
per migliaia d'anni, abbandona per sempre l'Africa all'Europa.

Una dinastia macedonica s'improvvisa un trono in Egitto con barbarica
imitazione della monarchia napoleonica, ma non vi dura se non il tempo
necessario all'Europa per la soluzione del grande problema dell'istmo,
tagliato il quale soccombe nella più ignobile delle sconfitte.

Intanto l'Italia, che sta per sorgere, prosegue coll'Egitto l'antico
commercio e le sapienti relazioni: Rosellini ne disegna forse le
tavole migliori, Belzoni e Caviglia penetrano nelle Piramidi e
scoprono le tombe degli antichi re: Servolini, un mio compatriota,
succede a Champollion e tenta superarlo nella interpretazione dei
geroglifici. Passalaqua riporta a Torino la prima mummia: ieri un
altro italiano, l'illustre Maspero, disseppelliva quella del grande
Sesostri, il conquistatore centenario, e ne leggeva nelle fascie
l'iscrizione al mondo meravigliato. Ad Alessandria e al Cairo la
colonia italiana se non la più numerosa è la più importante: oltre
l'Egitto altri italiani s'inoltrano. Piaggia, Antinori, Gessi
risalgono il Nilo e origliano e stringono le ciglia verso il centro
dell'Africa. Ma la gloria di traversarla sarà divisa fra Stanley e
Pellegrino Matteucci, il mio eroico e mite compagno di scuola.

Stanley ha raccontato con epica e superba sobrietà il proprio viaggio;
Matteucci invece ne è morto a Londra, mentre si disponeva a ritornare
trionfante in Italia, forse per scriverlo. Solo con un compagno, quasi
senza aiuti, egli, intraprese questa spedizione, per la quale il suo
avversario americano non aveva nulla risparmiato. Matteucci non aveva
ancora trent'anni. Era stato prima verso la terra dei Gallas e il sole
gli aveva annerito il viso, accendendogli così l'anima che in Europa
si sentiva straniero.

Il deserto lo attirava, immenso, mobile, biondo, pieno di abbarbagli
come il mare, ma senza la sua trasparenza che è un inganno e la sua
schiuma che pare una malattia. Il silenzio del mare è un tumulto
paragonato a quello del deserto. Mentre il cielo sotto le vampe del
sole s'arroventa come il metallo e diviene quasi bianco, il deserto
assume tutti i toni dell'oro, liquido e vaporante dove il vento agita
lieve le sabbie lontane, unito e caldo nelle distese inerti, opaco nei
seni delle ondulazioni, vecchio addirittura entro l'orma stampata
dall'ambio del camello o dai salti del leone. Essere solo nel deserto,
del quale non si conosce la carta e pel quale forse nessuno è ancora
passato, neppure dai selvaggi che errano a' suoi confini! Essere il
primo uomo per gli animali, che vi scorrazzano e che ignorano l'uomo
come i selvaggi ignorano la civiltà!

Appena si entra nel deserto tutto il mondo della nostra memoria e del
nostro sentimento dilegua. In alto mare il vascello, sul quale si
naviga, è ancora quel mondo che abbiamo abbandonato: tutte le sue
gerarchie, le sue scienze, le sue industrie, le sue miserie, le sue
glorie vi si trovano condensate, e quindi più vive e vibranti. Per
essere veramente soli in mare bisogna naufragarvi, altrimenti la barca
è un compagno. Solamente nel deserto si è soli. Là bisogna camminare,
vincere, esaurire l'immensità di quello spazio: si ritorna come al
primo giorno della creazione, si procede inermi ed intrepidi: tutto è
luce e fiamma, e il pensiero brilla e fiammeggia.

Matteucci, che aveva visto il deserto nel primo viaggio, n'era rimasto
fatalmente innamorato.

Ripartì superbo e malinconico.

Qualche cosa forse lo avvertiva che quello era il viaggio della morte.
Ne' suoi occhi, che all'abbarbaglio del sole africano avevano
acquistato una vivezza per noi strana, passavano dei lampi; la sua
fronte era minacciosa, il suo gesto aveva talvolta delle ampiezze, che
a noi le nostre città e le nostre campagne egualmente rasserrate non
consentono. Ci disse addio con uno squillo nella voce che a me parve
un appello. Matteucci era un cristiano dei primi tempi, che aveva
potuto traversare con noi l'università senza che la sua fede
trepidasse un momento. Forse s'era innamorato del deserto perchè nella
sua sfolgorante immensità sentiva meglio Dio.

Il deserto lo ha ucciso.

Un anno intero è durata la lotta del viaggiatore col deserto,
dell'atomo coll'infinito. Non sappiamo nulla di questa epopea e non la
sapremo mai, nè possiamo colla temeraria fantasia riprodurcela. Che
cosa è un giorno nel deserto con quell'arena, con quel sole, con quel
cielo, quando nessuno ci vede e nessuno ci ascolta, quando si può
ridivenire vili senza avvilirsi ad alcun occhio; quando si può
piangere ed è inutile, o si può essere ancora impassibili e
quest'eroismo pel quale la gloria non esiste può rimanere sopraffatto
istantaneamente dal primo leone che passa o dal primo insetto che
vola? E la notte col terribile freddo della evaporazione quando le
sabbie nelle quali si è coricato si assiderano e non si ha che lo
stesso mantello che al meriggio ci riparava dal sole, e le stelle si
affacciano nel cielo diventato di un sereno vitreo, e il deserto è
ancora biondo ma percosso da urli di animali vaganti per la notte in
caccia? Dove sarà l'Oasis? Dove ci coglieranno le febbri, giacchè la
febbre sale il giorno dalle sabbie fra i baleni e vi ridiscende la
notte colla rugiada!?

Un anno durò quella marcia, e il deserto si esaurì e le sue Oasis si
perdettero in lontananza e apparvero fiumi, territori fertili, valli
di paradiso. Tutta la preistoria fu attraversata e il deserto
ricomparve, i monti si drizzarono vergini ed inaccessibili, i laghi si
distesero immensi come mari non ancora solcati dall'uomo, tutte le
fiere passavano fuggendo dinanzi agli occhi del viaggiatore. Uccelli
strani dai colori incredibili e dalle immense ali si libravano
attoniti sulla sua testa, le nuvole degli insetti urtavano nel suo
volto, le serpi scivolavano sotto ai suoi piedi. E avanti avanti: la
febbre entrata nel sangue dell'intrepido viaggiatore glielo bruciava
la notte e glielo gelava il giorno. Ma la marcia proseguiva sempre. Le
centinaia e le migliaia di chilometri restavano dietro a lui; il
centro era oltrepassato, un'altra spiaggia e un altro oceano lo
attendevano. L'Africa era vinta, la gloria conquistata, L'Italia aveva
scoperto un nuovo mondo. Il viaggiatore, che si sentiva morire, voleva
vivere; l'anima gli raddoppiava le forze. Le ultime tappe furono senza
dubbio sublimi di eroismo. Lacero, sfinito, marciava sempre; adesso
contava i giorni, e la distanza scemando sembrava aumentare alla sua
impazienza. Morire allora sarebbe stata una indegnità da parte di Dio,
ma il credente era sicuro e Dio non lo abbandonò.

Toccò la spiaggia, una nave francese raccolse lo sconosciuto e lo
sbarcò a Londra. Quando il mondo seppe della sua traversata si alzò un
urlo di ammirazione: l'indomani ne scoppiava un altro di dolore.
Pellegrino Matteucci era morto delle febbri prese nel deserto.

L'Italia si scosse e fece un glorioso funerale alle spoglie del
Pellegrino; ma Pellegrino Matteucci aveva avuto compagno nella
traversata il tenente Massari, che l'Italia dimenticò presto avendolo
prima scarsamente applaudito. Adesso il nome di Matteucci è scritto
sopra una linea rossa che traversa il continente africano e si chiama
via di Pellegrino Matteucci; tutta la sua gloria e la sua opera è in
questa riga rossa, che i ragazzi guarderanno indifferenti nei loro
atlanti, ma che resterà sull'Africa come la cintura onde è avvinta
alla storia.

La morte di Pellegrino Matteucci non fu sola nè inutile. Altri si
slanciarono sulle sue orme e quasi tutti perirono; Chiarini Giulietti,
Bianchi, Porro furono trucidati. Cecchi più fortunato mutò l'epopea in
romanzo cavalleresco e rimase cinque anni prigioniero amato dalla
regina di Ghera, preparando pei poeti dell'avvenire uno di quegli
ammirabili temi che ebbero nell'antichità i poeti della Persia e della
Grecia.

Ma intanto che gli eroi morivano, il Parlamento e il Governo come
inconsapevoli di questa tragica e storica attrazione dell'Africa
sull'Italia sembravano persino dimentichi della loro compra massanina,
o interpellati da qualche generoso negavano ogni solidarietà colla
morte di quei precursori.

Quindi la nazione sembrò sollevarsi così sdegnosa che il Governo
credette di passare dalla compra alla conquista.

La vendetta della strage di Bianchi ne fu il pretesto: non si ebbe,
non si volle, non si osò avere alcuna idea. Eppure il momento era
storicamente solenne. Dopo secoli e secoli la bandiera italiana
tornava minacciando sui mari che sembravano averla dimenticata, e non
era la bandiera di Venezia o di Genova che aveva scoperta l'America e
salite le mura di Costantinopoli, non la bandiera di Roma papale che
aveva annichiliti i Turchi a Lepanto, ma la bandiera d'Italia che
sventolando sull'asta delle antiche aquile romane riprendeva la loro
via. Dacchè le aquile romane erano state uccise dallo stormo degli
sparvieri nordici, il mondo non ne aveva viste altre, e nullameno
eternamente memore del loro volo le aveva eternamente cercate sulla
cima di tutti i pennoni e di tutti i vessilli, che lo percorrevano
trionfando. Il nuovo stendardo italiano portava nell'iride dei più
espressivi colori il simbolo redentore della croce.

Tutti gli sforzi millenari dell'Italia per costituirsi in nazione, il
sangue de' suoi eroismi e le tragedie del suo genio non miravano che a
questo giorno nel quale rientrando, attrice immortale, nella storia
dopo essersi circoscritta nei confini del proprio diritto,
veleggerebbe un'altra volta sui mari portatrice di nuova civiltà.

Il popolo sentì, senza dubbio, la grande ora quando fremente
d'inesprimibile emozione si accalcò sul porto salutando con epico
orgoglio i soldati che tornavano in Africa. Sì, tornavano in Africa,
perchè da tremill'anni durava la lotta fra l'Africa e l'Italia, e
l'Italia vi aveva già vinto Annibale, imprigionato Giugurta,
sottomessi i Tolomei, vinti i Saraceni, dissipati i Barbareschi;
perchè l'Italia, altra volta sintetizzando tutta l'Europa e
profetandone l'avvenire, vi si era battuta contro tutto lo sforzo
dell'Oriente e aveva vinto. La guerra ricominciava. Poichè l'Europa
stava per aprire tutta l'Africa, l'Italia risorta non poteva, non
doveva mancare all'impresa. I suoi soldati avrebbero ancora ritrovato
su quelle arene le orme degli antichi padri: l'Africa destinata alla
civiltà era quindi votata alla sconfitta.

Ma Parlamento e Governo, l'uno più meschino dell'altro, non compresero
nulla dell'immenso significato dell'impresa: il Governo intese a
sminuirla dandole aspetto di rappresaglia contro pochi ladroni;
l'opposizione non vi scorse che uno sperpero di pochi milioni, e guaì
le solite doglianze sulle miserie del popolo. L'ingresso trionfante
dell'Italia nella storia mondiale contemporanea si mutò in una entrata
di soppiatto, senza coscienza di sè medesima e con troppa coscienza
de' suoi più grossi vicini che la spiavano.

Il momento della gloria si cangiò in un momento di vergogna.

Garibaldi, Mazzini e tutte le coscienze eroiche della rivoluzione
erano morti; una volgare democrazia snaturava la grandezza del loro
genio e del loro carattere nelle più miserevoli interpretazioni; non
si voleva nessuna guerra coll'Africa riconoscendole lo stesso diritto
nazionale dell'Italia; si confondevano storia e preistoria, si
pareggiavano le loro diverse epoche e le loro contradditorie
personalità. Si dimenticava che se i più civili non avessero sempre
conquistato i più barbari, la civiltà non sarebbe mai cresciuta: che
se Alessandro non avesse invaso l'Asia, la fusione fra Oriente e
Occidente non sarebbe avvenuta: che se Roma non avesse assoggettato
tutto il mondo, lo spirito greco non l'avrebbe penetrato e la sua
unità non si sarebbe costituita: che se il Cristianesimo non avesse
debellato tutte le idolatrie, non si sarebbe stabilito: che se i
barbari non avessero invaso l'impero romano, il medioevo non si
sarebbe avverato: che se le crociate non avessero assalito
l'Islamismo, l'Europa feudale vi sarebbe soggiaciuta: che se la Spagna
e l'Inghilterra avessero rispettata la nazionalità degli indigeni
americani, adesso l'America non sarebbe quasi pari all'Europa e la
scoperta di Colombo non le avrebbe giovato più che l'essere già stata
tanti secoli prima scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e
dagl'indiani. Nutrita del principio di eguaglianza morale e politica,
la democrazia non comprendeva che tale alta verità diventava falsa
applicata fuori del proprio periodo storico a popoli barbari: che il
loro contatto cogli inciviliti, reso oggi inevitabile, doveva
costringerli alla guerra come a un saggio della loro potenzialità. O
resisterebbero all'urto, difendendo la loro nazionalità
coll'assimilarsi rapidamente le nostre industrie e le nostre scienze,
o perirebbero. La storia, anzichè consacrare l'intangibilità di nessun
popolo, ha sempre distrutti tutti quelli, che non potevano entrare nel
suo disegno.

La redenzione dell'Africa non è già quella degli africani attuali, ma
la sostituzione di una più alta vita alla loro: che se essi non
possono raggiungerla hanno vissuto fin troppo vivendo inutilmente.

Per penetrare nel centro dell'Africa bisogna quindi conquistare tutti
i suoi imperi litoranei; l'Europa e più particolarmente le sue nazioni
adagiate sul Mediterraneo non hanno altra missione. L'Europa, che non
lo fu mai, non può essere oggi scopo a sè stessa. Se la terribilità di
questo processo storico iniziantesi fatalmente colla guerra e colla
distruzione irrita l'ammalata sensibilità di quei recenti cultori del
diritto, che sognano la diffusione della civiltà con mezzi
esclusivamente pacifici, giudicando popoli circoscritti da migliaia di
anni nell'inferiorità della propria razza siccome capaci d'intenderli
e di mutarvisi così da poter servire nei periodi storici che
succederanno al nostro; questa terribilità è antica e fatale quanto la
storia stessa. L'Europa che per tre secoli si è rovesciata
sull'America creandola, ora preme sull'Africa e punta sull'Asia per
aprirle. La razza bianca disputa il terreno alle razze inferiori
chiamandole alla propria civiltà: quelle che non rispondono sono
condannate, quelle che resistono saranno distrutte.

L'Italia, stata due volte il centro del mondo e risorta oggi nazione,
non può sottrarsi a quest'opera d'incivilimento universale, di cui le
tragedie per essere inevitabili diventano incolpevoli. La storia segue
la stessa morale e lo stesso diritto della natura nel trionfo della
forma più perfetta e dell'idea più alta: e poichè vincitori e vinti
saranno pareggiati dalla stessa morte, la disparità del loro
trattamento scompare nella idealità conquistata.

L'odierna democrazia, che negando ogni impresa come quella d'Africa,
vorrebbe che Francia, Inghilterra e Russia abbandonassero a sè
medesimi i popoli conquistati, lasciandoli ricadere nella immobilità
del loro stato storico, invece di ritenerli forzatamente nella mobile
orbita della storia mondiale e costringendo quelli incapaci di mutarsi
o troppo numerosi per essere prontamente distrutti a contribuire colle
loro ricchezze allo sviluppo della civiltà europea, non si è certo
chiesto il perchè della terza resurrezione italica. Evidentemente la
storia non può averla consentita nel solo interesse degli Italiani
dopo averla negata a tanti altri popoli che come noi soccombettero in
altre epoche. Se l'Italia è ridivenuta nazione, il secreto di questo
fenomeno storico sta nella necessità che la storia mondiale può avere
della sua opera e nella facoltà del nostro popolo a prestarla.

Ma se la democrazia abbandonata dal grande spirito rivoluzionario non
capì l'impresa d'Africa, impigliandosi nelle contraddizioni del
diritto politico col diritto storico, non meno inetti si mostrarono
coloro che accettandola le imposero i brevi calcoli dell'interesse
industriale e, facendo pompa di scienza nell'analisi de' suoi
possibili vantaggi, conclusero a rigettarla perchè nel nuovo libro
mastro l'entrata non sarebbe stata pari all'uscita. E rifecero quindi
la critica delle colonie provando come tutte costassero più di quanto
rendessero, ma dimenticando di chiedersi come mai tutte le nazioni
fossero potute tanto facilmente cadere in un errore di semplice
aritmetica. Nessuno di loro sospettò nemmeno che l'interesse
industriale e commerciale fosse una illusione necessaria nella storia
per produrre il fatto delle colonie, le quali, come modo di
propagazione civile avevano per iscopo non già lo sviluppo di una
nazione ma la creazione di un'altra. Le colonie piantate ad immense
distanze non furono mai e non sono ancora che stazioni e fari
facilitanti alla storia la sua marcia pel mondo. Nemmeno i recenti
luminosi esempi moderni parvero bastare. Quindi si affermò che le
colonie non andavano fondate perchè appena grandi si emancipavano,
come oramai ha fatto tutta l'America, quasi che la trasformazione
trionfante di questa in popolo originale non fosse lo scopo recondito
e il premio supremo delle sue prime colonie. Non si sa ancora
abbastanza che la storia di ogni paese è non solo coordinata, ma
soggetta alla storia universale, e che ogni impresa vi oltrepassa
sempre l'interesse di chi la compie, lasciandogli per sola grandezza
quella di adempierla bene.

L'impresa d'Africa per l'Italia era la prima conseguenza del suo
risorgimento. Potenza storicamente e geograficamente mediterranea,
uscendo di sè stessa non poteva agire che in Africa; alla politica de'
suoi uomini di Stato scegliere il momento più opportuno, il lido più
adatto a discendervi colla più sapiente preparazione.

Ma l'Italia, scivolata dopo la morte di Cavour nelle mani di uomini
meschinamente parlamentari, dovette eseguire il proprio ingresso in
Africa con Agostino Depretis, volgare rivoluzionario costituzionale,
che aveva contrastato accanitamente nella Camera Subalpina la
spedizione di Crimea al grande statista. Giammai il corso storico
esercitò sopra un individuo più crudele ironia: colui che aveva negato
al Piemonte di diventare Italia, associandosi colle maggiori nazioni
nella guerra contro la Russia, dovette vecchio spingere l'Italia in
Africa associandola alle grandi potenze mondiali.

La sua vita politica tutta circoscritta nel Parlamento aveva limitato
fatalmente il suo ingegno, rendendogli più malleabile il carattere e
instancabile il temperamento. Fra i capitani di Alessandro, come
Giuseppe Ferrari chiamò con sdegnosa ironia i successori politici del
conte di Cavour, egli non ebbe dapprima importanza. Il giacobinismo,
che rimase sempre la parte più nobile del suo spirito, lo rendeva
sospetto e inadatto in quei momenti tanto difficili per la monarchia,
nei quali bisognava esautorare la rivoluzione attirando con ogni
favore nell'orbita costituzionale la grossa maggioranza retriva del
paese. Il Cavour, che aveva iniziata l'opera con meravigliosa
destrezza, era morto troppo presto, ma i suoi migliori scolari la
perseguirono credendola meno un espediente necessario alla
consolidazione del fatto rivoluzionario che una vera legittimità del
principio monarchico più alto della rivoluzione medesima.

La tradizione politica e moderata, nella quale il Cavour aveva agito
slargandola, era ancora viva nel nuovo partito costituzionale, che
considerava come nemici i rivoluzionari. Depretis rimase dunque
sospettato e subalterno: la sua indiscutibile abilità parlamentare non
gli permise di stare a paro con Minghetti e con Ricasoli, il miglior
borghese e il miglior aristocratico del nuovo governo, nè di abbinarsi
col Rattazzi, che solo aveva potuto rivaleggiare col Cavour e in
alcune qualità forse lo superava.

Ministro a più riprese, possibile in tutti i gabinetti di mezzo
carattere, capace di disimpegnare qualunque funzione come a reggere
ogni portafoglio, insinuante, indifferente sui mezzi politici e
privatamente onesto, avido di attività più che di azione, ambizioso di
potenza meglio che di gloria, si destreggiò per quindici anni fra i
successori del Cavour, abili partigiani, che istintivamente retrivi
avrebbero voluto immobilizzare la rivoluzione nei propri sentimenti.
Ministro della Marina nel 1866 per una di quelle fantasie della nostra
infanzia costituzionale, che prendendo i portafogli per balocchi se li
distribuiva al di fuori di ogni tecnica capacità, subì se non preparò
colla propria imperizia il disastro di Lissa; prima sconfitta che una
flotta veramente italiana patisse dopo migliaia di anni. Inattivo
durante la intrepida e profonda combinazione di Mentana tentata dal
Rattazzi, arrivò a Roma lasciando a Quintino Sella, ultimo giunto
nella fazione moderata e migliore di quanti v'erano rimasti, la gloria
di spingere il Ministero reluttante su per la breccia di porta Pia. A
Roma il partito costituzionale, che con Cavour aveva assunto di
disciplinare la rivoluzione entro le forme parlamentari,
italianizzando la monarchia piemontese coll'insediarla in Firenze e
nazionalizzandola col sollevarla sino al Campidoglio, doveva
esaurirsi.

La sua transazione storica, iniziata nel Parlamento piemontese e
proseguita in quello nazionale, aveva raggiunto il proprio scopo
logorando ogni varietà di uomini e d'ingegni. Del vecchio mondo
italico nelle nuove generazioni non restava più nemmeno il ricordo;
tutte quelle necessità di accomodamento e di concessioni, spesso
trascorse oltre il ridicolo o discese troppo spesso fino sotto la
viltà, erano non solo cessate, ma diventate inintelligibili alla nuova
critica non giustificavano più nè la bassezza di certi metodi nè
l'ignominia di parecchi risultati. La monarchia accettata dalla
maggioranza come una forma ancora idonea alla vita nazionale, non era
più venerata per tradizioni domestiche o considerata per pregiudizi di
educazione come unico rifugio contro le ferocie ribalde della
rivoluzione. Il nuovo re doveva conquistare personalmente l'adesione
dei propri sudditi per regnare, o accontentarsi altrimenti di essere
tollerato come una forma poco nociva per la nazione sino al momento
opportuno per sostituirla.

Con Roma capitale l'Italia era organicamente e storicamente perfetta.
Se qualche lembo de' suoi confini stava ancora fra le mani
dell'Austria, secolare nemica, alla prima bufera che ne minacciasse
l'impero eteroclito, l'Italia saprebbe abilmente e valorosamente
riconquistarlo.

La lotta dello Stato colla Chiesa passava colla conquista di Roma
dalla politica alla scienza, giacchè il diritto nazionale, ormai
invincibile sul Campidoglio, avrebbe rispettato e imposto rispetto al
diritto religioso.

La politica del Governo entrando in Roma doveva dunque murarsi, poichè
la stessa rivoluzione dalla forma filosofica di Mazzini e epica di
Garibaldi scendeva ad un'altra più precisamente politica ad impararvi
i metodi parlamentari e a ricorreggervisi con studio più calmo nelle
scienze. Tutti i rappresentanti del vecchio partito moderato erano
caduti lungo la via, o caddero toccando Roma. La loro fine fu triste.
Malgrado gli eminenti servigi resi e la gloria del tempo nel quale
avevano operato, il paese li dimenticò vivi, non li curò moribondi,
non li compianse morti. Il difetto della loro opera, maggiore nelle
intenzioni che nei risultati, giustificò l'indifferenza della nazione;
la quale sentiva come tutti quegl'illustri avessero meno lavorato per
lei che per la monarchia, mentre lo spirito dell'avvenire stava ancora
nella rivoluzione lasciatasi generosamente immolare alla gloria e
all'utilità della monarchia. La morte di Garibaldi e di Mazzini lacerò
tutte le coscienze, quella prematura di Cavour le aveva sbigottite: la
morte de' suoi successori così varii di ingegno, alcuni così egregi di
carattere, tutti così benemeriti di lavoro, non destò nè paure nè
rimpianti. La nazione sicura di sè medesima non poteva turbarsi per la
morte di uomini, che non avevano voluto fondersi con lei. Mentre la
piazza rimaneva calma, forse la corte diventava pensosa.

Agostino Depretis, superstite di tutti quei morti, fu il loro erede
universale.

Ma nel troppo lungo arringo parlamentare, il giacobinismo del suo
spirito e della sua prima educazione si era logorato. L'immensa
eredità della politica monarchica avviluppò il suo ingegno e schiacciò
il suo carattere. Così iniziando la sua ultima carriera di statista
con largo programma di riforme, alle quali venne gradatamente
fallendo, non vi pose dentro alcun nuovo concetto, e non comprese
quanto la monarchia di re Umberto fosse diversa da quella di Vittorio
Emanuele. Eppure a nessuno dei successori di Cavour era toccata la
fortuna di aprire un nuovo periodo nella storia italiana. La terza
Roma entrava nel mondo con Agostino Depretis. L'epopea e la tragedia
del risorgimento erano conchiuse, tutte le contraddizioni conciliate,
tutte le differenze etnografiche e storiche fuse: un'altra Italia con
nuova coscienza, con diverso aspetto, alzandosi sulle Alpi guardava
l'Europa.

Mentre la Francia trascinata dall'ultima forma del cesarismo
napoleonico a combattere l'unificazione della Germania per un falso
ricordo della politica di Richelieu e di Luigi XIV, sostenendo il
papato e rinnegando nella propria tradizione lo spirito
rivoluzionario, era stata schiacciata dal maggiore dei disastri, e
dibattendosi convulsamente fra le insidie degli ultimi legittimisti e
le violenze dei recenti anarchici abbandonava la direzione della
politica europea per costituire la propria repubblica; mentre la
Germania, avendo d'uopo ancora per unificarsi della più arcaica forma
imperiale, doveva tergiversare a ogni ora in ogni questione, smentendo
ed usando tutti i principii al coordinamento politico del proprio
fatto; mentre l'Austria minata dal germanesimo e dal panslavismo,
povera, eterogenea, battuta, non aveva conservato altra unità che la
dinastica e altra forza che la tradizione: mentre la Russia si educava
nell'immenso duello fra nichilismo e assolutismo, e l'Inghilterra
rientrata nella propria isola scemava la propria azione europea per
accrescerne la propria attività cosmopolita; era il momento per
l'Italia, giovane, forte, figlia ed erede della rivoluzione francese,
di entrare in Europa capitanando i diritti e le aspirazioni dei
popoli. Ella sola, non vincolata da tradizioni, con una storia più
lunga e gloriosa di ogni altra, poteva mettersi al centro della
rivoluzione francese maturandola in Europa.

L'Italia, necessaria per ragioni d'equilibrio, era invincibile:
nessuno avrebbe potuto attaccarla senza suscitare una guerra europea.
Appoggiata sulla Francia, colla Spagna di dietro, banditrice della
rivoluzione, avrebbe avuto tutti i popoli con sè; la sua influenza, la
sua potenza sarebbero miracolosamente cresciute. Bismark preso fra la
Francia e la Russia, poco aiutato dall'Austria, non sarebbe più stato
onnipotente; la sua immensa opera germanica, ancora poco compatta e
troppo combattuta fra la tradizione imperiale e lo spirito
rivoluzionario, fra il particolarismo dell'antica feudalità e
l'antagonismo delle religioni cristiane, gli avrebbe impedito di
occuparsi tanto dell'Europa.

Era il grande momento dell'Italia! Cavour lo avrebbe compreso,
Rattazzi l'avrebbe osato; Depretis non comprese e non osò.

La sua politica estera, ammalata di monarchismo, osteggiò la Francia
perchè repubblicana, appoggiandosi a Bismark, mentre questi aveva
bisogno d'appoggi; trascinò il re a Vienna per ottenergli lo sfregio
di una visita non restituita. E questo insulto dovremo pur vendicarlo!
Al congresso di Berlino si presentò come subalterno e mendico, e fu
accettato per tale. All'interno tutta la sua politica mirò alla
disorganizzazione suprema dei partiti, i quali naturalmente
disorganizzati dal nuovo momento storico, nel quale avevano a
ricomporsi mutando base e metodo, si disciolsero. Fu il regno della
confusione e dell'atomismo. Maggioranze e minoranze si addensarono e
si rarefecero non lasciando nuclei; le migliori tradizioni
rivoluzionarie, i più alti sentimenti politici s'infransero: abilità
suprema fu il trionfo nelle votazioni, ultimo scopo la durata del
Ministero. E in esso, con triste novità d'esempio, passò e ripassò una
folla di uomini mediocri che venivano ad annullarvisi, mentre Depretis
solo durava, Proteo indefinibile ed inafferrabile, che tutti
condannavano e nessuno poteva colpire; politicante monarchico, che
comprometteva la monarchia opponendola alla rivoluzione e
sacrificandole le glorie e gl'interessi della patria.

Nullameno l'Italia doveva agire. Questa necessità, facendosi a mano a
mano più intensa, forzò la politica di Depretis: Bianchi era stato
trucidato, la spedizione d'Africa fu risoluta. Ma se la Francia,
insignorendosi di Tunisi, era stata rapida e sicura; l'Inghilterra,
conquistando l'Egitto, violenta e superba: l'Italia fu depressa e
timida. Non si osò parlare, si temette di provveder troppo, si
lesinarono i denari più necessari, si negarono le truppe, si
economizzarono i bastimenti. Non era l'Italia, non una grande nazione
che agiva: parve si aspettassero permessi, si cercasse di non essere
avvertiti, non si volesse essere giudicati.

A dirigere l'impresa Depretis con servile cinismo aveva chiamato il
conte di Robilant, soldato mutilato e diplomatico peggio che
impotente, il quale, ambasciatore a Vienna, aveva procurato al Re lo
sfregio di visitare come un vassallo, al quale non si rendono le
visite, l'imperatore d'Austria. Mentre occorreva un uomo di Stato
forte ed abile, l'Italia non ebbe che un parlamentare logoro e un
diplomatico monco.

Un immenso palpito di passione e di orgoglio sollevò tutti i cuori
italiani, quando salparono i primi bastimenti. Il mare era bello, il
cielo sereno; Napoli sublime, distesa sovra i suoi colli, salutava
augurando i vascelli che s'allontanavano, fisa al fumo delle vaporiere
come al fumo d'imminenti vittorie. Finalmente! L'Italia, che dopo le
umilianti sconfitte di Custoza e di Lissa si era con immensi sforzi
d'economia e d'ingegno ricostituita una marina e un esercito, li
avventava sull'Africa.

Urràh! marinaio, tu porti la fortuna d'Italia! Urràh, marinaio! Le
navi sparirono all'orizzonte e tutto ricadde nel silenzio.

Solo di quando in quando si avevano notizie di minimi fortilizi
costrutti, di brevi acquedotti scavati, di capanne nelle quali i
soldati basivano dal caldo. Erano pochi, stavano inerti. Il Governo,
per sapiente economia, non aveva nemmeno allacciato il teatro della
guerra con un cavo sottomarino a qualcuno delle grandi stazioni
telegrafiche.

Intanto la democrazia riprendendo il cicaleccio femminile
s'impietosiva sulla sorte dei soldati, o spropositava sul diritto dei
selvaggi; il Governo inoperoso dimenticava l'impresa pel quotidiano
dibattito parlamentare. Bande nomadi, racimolate dal più feroce e dal
più abile dei generali abissini, scorazzavano minacciose sui confini
del nostro campo, marcato da fortilizi sprovveduti, mal difeso da
truppe così scarse, che non potevano nemmeno comunicare fra loro senza
pericolo.

Invece di vendicare l'eccidio di Bianchi, il nostro piccolo esercito
assisteva inerte alla nuova strage della spedizione del Porro, che il
Ministero non osò considerare italiana, e alla cattura dell'ultima
missione Piano e Salimbeni, mandata secretamente dal Governo stesso.
Una immensa malinconia di una viltà nè voluta nè meritata si aggravava
sulla nazione: le antiche diffidenze lasciate dai disastri di Custoza
e di Lissa risorgevano nella coscienza popolare; si dubitava
dell'esercito regio, s'invocava il nome di Garibaldi morto, ma più
vivo e grande che mai nello spirito di tutti. Dov'erano adesso i suoi
garibaldini di Montevideo e di S. Pancrazio, di Marsala e di Digione?
Dov'era morto Nino Bixio, tigre fra i leoni, così violento che solo
Garibaldi poteva frenarlo, e così intrepido che egli stesso lo
guardava ammirando? Dov'era Alfonso Lamarmora, ultimo cavaliere del
Conte Rosso, che con diecimila Piemontesi aveva resistito a
ottantamila Russi, strappando eroici applausi ai primi soldati del
mondo, i Francesi che avevano sempre vinto, e gl'Inglesi che non
avevano mai perduto?

Depretis in quello stesso momento strangolava con pessimo contratto le
ferrovie italiane, e Robilant mandava le navi dell'Italia risorta a
minacciare la Grecia, che aveva dato un balzo sotto il calcagno del
Sultano.

Poi, ieri, improvvisa come una bufera calda di sangue e di sole,
arrivava la truce novella: la nazione agitata da funesti
presentimenti, che la scipita e bugiarda parola del conte di Robilant
aveva avvelenato tentando quetarli, si drizzò convulsamente come
ferita al cuore, il Parlamento parve destarsi; il Ministero allibì. Un
telegramma di sconfitta, che i giornali inglesi avevano già avuto, era
giunto finalmente a Roma.

Depretis, pallido, lo lesse balbettando alla Camera.


                                Massaua, 23 Gennaio 1887.
                                Perin, 31 Gennaio 1887.

Il 24 Ras Alula lasciò Ghinda accampandosi a Sud-Est di Saati, che
attaccò il 25, ma fu respinto dopo tre ore di combattimento. Nostre
perdite, quattro feriti e cinque morti. Le perdite degli abissini sono
sconosciute.

Il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari partiti da Monkullo per
vettovagliare Saati, furono attaccate a mezza via. Dopo parecchie ore
di combattimento, la colonna fu distrutta. Novanta feriti sono già
ricoverati all'ospedale di Massaua. Mi riserbo spedire particolari
esatti circa le perdite e i feriti.

Causa l'eccessiva estensione della nostra linea, ho richiamato i posti
di Saati, Wuà e Arafali. Ras Alula sembra essere rientrato a Ghinda,
causa le gravi perdite e i numerosi feriti, e probabilmente anche per
attendere l'arrivo del Negus, che si dice essere in marcia.

                                Il Maggior Generale
                                      GENÈ


Una battaglia era dunque scoppiata, nella quale tutti gli italiani
erano periti. Un nugolo di abissini, impetuoso come il vento dei loro
deserti, aveva sorvolato le aride montagne del nostro confine
militare, travolgendo, rovesciando una delle nostre colonne, spiccata
da Monkullo a difesa di Saati, avamposto assalito il giorno prima da
Ras Alula.

La guidava il tenente colonnello De-Cristoforis, e si componeva di tre
compagnie distaccate da varii reggimenti; in tutto forse un
cinquecento uomini. Non avendo potuto trovare i cammelli necessarii al
trasporto delle munizioni chieste dal comandante di Saati, non era
potuta partire che alle 5 antimeridiane. Per unica artiglieria
scortava due mitragliere. La marcia era rapida.

I soldati, consapevoli dell'attacco di Saati, camminavano fieri e
guardinghi; erano tutti giovani di venti anni, usciti ieri dalle case
paterne, che non avevano mai provato il fuoco. Il silenzio solenne del
pericolo, la prima emozione dell'eroismo stringevano le loro
coscienze. Avevano lasciato Monkullo; sarebbero giunti a Saati?

Le due compagnie rimaste a Monkullo attendevano: un eguale pericolo le
minacciava. Ras Alula dov'era? Dove sarebbe piombato dopo la ritirata
di Saati? Le sue forze erano relativamente immense, i suoi soldati
feroci. Tutti sapevano che il maggiore generale Genè, da molti mesi
chiedeva invano rinforzi al Ministero impigliato entro un ignobile
dibattito parlamentare.

Alle 11 antimeridiane il capitano Tanturi riceveva due biglietti dal
colonnello De-Cristoforis, il primo, datato ore 8,30, diceva: che
giunto presso Dogali aveva cominciato il fuoco contro il nemico
immensamente superiore di numero, e che le mitragliatrici si erano
spezzate; il secondo, datato ore 9,30, dichiarava: che senza un aiuto
di uomini e di cannoni non poteva più muoversi.

Dalle nove alle undici la tragedia doveva essersi compita.

Il capitano prese una mitragliatrice, una compagnia, e partì. A che
scopo? Con quale idea? Se Ras Alula aveva attaccato la colonna
De-Cristoforis, a quell'ora doveva già averla distrutta. Una compagnia
e una mitragliatrice non potevano certo ristorare le sorti della
battaglia. Partì: Mohamed Nur, che doveva seguirlo coi basci-buzuc, vi
si ricusò naturalmente; otto soli fra essi s'accompagnarono
coll'interprete Raduc.

Era una marcia verso la morte.

Lasciamola raccontare a lui.


«..... Poco dopo le tombe di Dogali vidi una cassa di mitraglia senza
polvere e spolette, e quasi nel medesimo tempo i basci-buzuc, che
erano in esplorazione, segnalavano la presenza del nemico.
L'interprete, interrogati due indigeni, mi disse che tutti i nostri
erano stati massacrati, e che gli abissini erano ancora numerosissimi
ed in posizione.

«Ciò mi sembrò esagerato, come di fatto (essendo l'interprete poco
dopo fuggito pieno di paura), e proseguii la marcia. Giunto là dove la
valle si allarga di un poco, gli esploratori tornarono di corsa
avvisandomi che si avanzavano cavalieri abissini. Presi immediatamente
posizione facendo staccare la mitragliera e formando la compagnia in
quadrato. Nello stesso tempo mandai tre soldati nella direzione ove
era stato segnalato il nemico. In questo mentre l'interprete e parte
dei basci-buzuc scomparvero. I soldati tornarono presto dicendomi che
non avevano visto altro che tre o quattro cavalieri abissini correre
velocemente verso Saati. Per essere più sicuro mandai il tenente
Sartoro con una piccola pattuglia sulla mia destra, e questi ritornò
riferendomi che non vi erano nemici, ma che aveva visto basti da
cammello, un cammello morto, casse di cartuccie vuote, scatolette di
carne, ecc. Nello stesso tempo feci arrestare un pastore Saortino che
si trovava ivi presso nascosto.

«Questi, interrogato, alla meglio mi fece capire che gli abissini
avevano attaccato i nostri, indicandomi anche la posizione da questi
occupata. Immediatamente feci riattaccare la mitragliera e mi diressi
a quella volta. Nessun segno lungo il cammino oltre quelli citati di
uno scontro: solo cinque o sei tombe scavate di fresco indicatemi dal
Saortino come quelle di abissini morti poche ore innanzi. Sul primo
monticello, prima posizione occupata dai nostri, vidi un soldato
ferito che mi disse trovarsi i nostri poco più su e tutti morti. Non
credei alla funesta notizia e corsi con la compagnia sul sito
indicatomi. Dietro la cresta del monticello superiore vidi l'immensa
catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati!»


Capitano, questa frase resterà immortale come la battaglia.

Tutti giacevano in ordine, allineati, morti sulla grigia altura, dalla
quale avevano resistito tre ore senza volgersi indietro. Erano vestiti
di bianco, insanguinati. Il sole alto sull'angusta vallata dardeggiava
impassibile infiammando i loro cadaveri col calore e col colore della
vita, ma nessuna voce turbava il superbo silenzio della loro morte. La
storia Italiana doveva trovarli là, allineati sulla soglia
dell'Africa, nell'eroismo di un atteggiamento che il nemico stesso non
aveva osato scomporre fuggendo dopo la strage; e così resteranno
eternamente nella gloria della poesia! Il primo capitolo della nuova
storia mondiale d'Italia doveva essere un canto epico.

L'Africa è vinta. La Persia invadendo la Grecia trovò alle Termopili
Leonida coi trecento Spartani, li schiacciò, ma fu respinta: il
coraggio è di tutti i popoli, ma l'eroismo è solo di quelli che
debbono vincere; l'eroismo di De-Cristoforis assicura la vittoria
all'Italia, Non si muore così, quando non si è che un soldato e la
bandiera, intorno alla quale si è raccolti, può indietreggiare o
essere strappata senza lacerare la coscienza nazionale. L'eroismo è
una rivelazione improvvisa, che illumina le anime nell'ora della morte
e ne toglie ogni paura, ogni desiderio mondano.

Urrah, colonnello! Lo ha raccontato qualcuno dei feriti, che voi,
ultimo a cadere, credeste già morto. La battaglia, nella quale Dio
solo vi guardava, è già passata nella storia: tutto è noto; la vostra
estrema parola, il vostro saluto prima di morire ai fratelli morti è
stato raccolto da tutto il mondo.

Fu un agguato imprevedibile, inevitabile. La vallata era angusta; vi
ritraeste sul colle. Gli abissini sorgevano da ogni banda, volanti su
cavalli sfrenati. Le loro urla sembravano venire dai deserti; erano
confusi come il turbine. Un abbarbaglio di fiamme bianche vampeggiava
sulle pelli dei loro scudi e sul ferro delle loro armi. Non era
possibile contarli; erano troppi per essere battuti, troppi ancora per
non sopraffarvi. Erano l'Africa selvaggia, nuda e nera nel sole, che
sitibonda di sangue uccide quando perde, uccide quando trionfa, perchè
la morte è il suo solo pensiero e la sua unica sensazione. Il suo
ruggito, circondandovi, era come quello de' suoi leoni, quando
sentendosi sicuri della preda drizzano la bruna criniera coll'occhio
metallico scintillante al raggio del sole.

Bisognava morire! La battaglia era impossibile, altrimenti la vittoria
sarebbe stata sicura.

Alto sul colle, col vostro drappello allineato come i gladiatori sotto
il palco del Cesare romano e salutanti prima di trucidarsi, voi
guardaste oltre il nemico, attraverso l'Africa, al di là delle sue
montagne e de' suoi deserti, che i viaggiatori italiani avevano
bagnato di sangue, ma pei quali un giorno passeranno fischiando le
vaporiere.

L'Africa, prigioniera delle proprie coste, si difendeva invano
assalendovi.

I soldati sono pallidi, l'ombra della morte è passata sotto quel sole
che da molti mesi non conosce le nubi e ha scolorato i loro volti.

Nessun testimonio, nessuna speranza. La morte sola, orribile come
l'aspetto di quella moltitudine turbitante, che si solleva da ogni
parte e armata di pochi fucili rapiti in altre carneficine avventa già
le prime palle. Sul drappello bianco il silenzio si stende come una
tenebra.

Morire! L'Italia lontana non sa nulla di questo momento, l'Africa
presente non lo comprende: solo la storia, che lo ha voluto, dovrà
raccoglierlo; ma essa pure, divina memoria della vita, non potrà
narrarne lo schianto del supremo ed improvviso dolore, mentre nessuno
sopravviverà per confessarlo. Quel colle, arido e grigio, non è che un
immenso altare, sul quale il sole africano chi sa da quanti secoli
aspettava immobile ì vapori dell'imminente olocausto. Una reminiscenza
indistinta dei più grandi sacrifici della storia si alza da tutte le
coscienze, vacillando come le ombre di un crepuscolo oltre il quale
fiammeggia la luce insolita di un altro giorno; uno spasimo di minime
ed irresistibili contrazioni stringe i cuori che stanno per perdere
tutti gli affetti e le memorie della vita.

Urrah! colonnello, fuoco!

Il drappello alto, allineato tuona: non è una battaglia, ma una
tragedia. Gli eroi sono pallidi, bianchi come le statue e fermi del
pari; il fumo della moschetteria che li avvolge sventola sulle loro
teste come un'immensa bandiera, attraverso la quale il sole accende
capricciosamente le iridi di tutti i vessilli del mondo. I loro
movimenti sono ritmici, giacchè nella loro impassibilità l'orgoglio è
succeduto alla speranza. Siccome non possono arrendersi, resistono con
quel forte sentimento della morte che scoppia in ogni uomo, quando
sente che la sua vita è già conchiusa e non difende più che la propria
personalità.

E il fiotto nero dell'Africa si addensa, discende da tutti i colli,
ondeggia e rugge. I cavalli vi nuotano furiosamente nitrendo, o vi
scorrazzano invasati dinanzi come sulla ripa di un torrente che
dilaghi. Un orribile tumulto vi copre il gemito supremo dei morenti e
le strida dei feriti. Infatti, da tutti i suoi lembi si veggono uomini
fuggire con altri uomini morti o moribondi sulle spalle, come
naufraghi strappati ai suoi vortici, entro i quali terribili figure di
donne infuriano confusamente tra il lampeggiamento delle armi e lo
scintillio dei colori sventolanti su tutto quel nero. Non vi si
distingue nè ordine nè forma: non è un esercito, non è un'orda, ma una
moltitudine in una caccia, che l'agguato ha preparato e la strage deve
compire. Hanno poche armi da fuoco e si avanzano carponi, balzando
come le tigri, strisciando come i serpenti dietro ogni asperità del
terreno, evitando il fuoco della moschetteria, che cade sovra di essi
come una grandine regolare ma sempre più rada. Colla destrezza
meravigliosa dei selvaggi, senza guida di capitani hanno largamente
circuito quel colle e attendono che l'eroico manipolo abbia finito le
cartuccie per slanciarsi all'assalto. Sarà come un soffio del Simoun,
uno schianto d'uragano. La sicurezza della vittoria centuplica la
ferocia della loro attesa, guardando quel drappello ancora allineato,
bianco sul colle grigio, immobile sotto il sole e davanti alla morte.

Ma il fumo della moschetteria, giacchè le mitragliatrici si sono
infrante ai primi tiri, non è più che un velo leggero sulla loro
fronte rotto qua e là e macchiato di sangue.

Il terribile momento passa entro tutte le anime come un freddo di un
altro mondo: sono inermi. I pochi che bruciano ancora le ultime
cartuccie, sembrano con esse gettare un appello disperato ai compagni
abbandonati come essi nei radi fortilizi di quel confine, o inerti a
Massaua spiando sul mare il sorriso di una vela o di una bandiera
italiana. Ma l'Italia è troppo lontana, oltre due mari, nell'incanto
della sua eterna bellezza che le fa dimenticare persino i soldati
morenti per lei sul primo lembo del deserto africano.

--Italia, Italia! è la loro suprema invocazione fu il grido supremo di
sfida, col quale risposero all'immenso ruggito abissinio.

E disparvero.

Quel turbine nero li urtò aggravandosi sopra di loro come una nuvola,
entro la quale non si distinse più nulla, ma nella quale l'ultimo
gruppo che difendeva il colonnello, udì ancora il suo ultimo comando
di salutare quelli che erano già morti:

--Presentate le armi!

Le presentarono e caddero con esse intorno a lui, che aveva trovato
per tutti una di quelle parole, che traversano i secoli come una
meteora lasciandovi una traccia inestinguibile.

Quando quella nuvola si dileguò, tutti giacevano in ordine come
fossero allineati.

Era tempo.

L'Italia, troppo facilmente schiacciata nei moti del 21 e del 31,
battuta per tutte le sue città e le sue campagne nel 48, scarsa
vincitrice nel 59 a lato della Francia che la risollevava nel cospetto
della storia, sconfitta miserevolmente nel 66 sulla fatale pianura di
Custoza e nelle acque di Lissa; l'Italia, alla quale Garibaldi non
aveva potuto infondere li cuore, Mazzini il genio, Cavour il senno;
che entrata nel 70 a Roma di sorpresa mentre l'Europa preoccupata
dell'immane duello franco-germanico non le badava e l'impero
napoleonico, protettore del papato, ruinava nella ignominia di Sedan,
da sedici anni stava china davanti a tutte le potenze, quasi
vergognosa di aver compito la propria unità stracciando un trattato
che la coscienza di nazione avrebbe dovuto vietarle di firmare;
l'Italia trascinata a Vienna come damigella dell'impero austriaco,
accettata a Berlino come una riserva dell'impero germanico, irrisa dal
papato, mal rappresentata dal Parlamento, peggio governata dai
Ministeri, aveva d'uopo di un eroismo nazionale che risollevandole la
fronte le riassicurasse la coscienza. Vissuta, prima di risorgere
nazione, nella servitù di ogni forte e nella gloria di un passato al
quale nessun presente o futuro di popolo potrà mai somigliare;
cresciuta accattando aiuti e dispregi e tremando della propria
rivoluzione, perfino sotto la corazza degli ultimi re di Savoia ai
quali si sottometteva per incorreggibile abitudine di servitù; discesa
ipocritamente da Torino a Firenze per salire trepidamente a Roma;
sospinta dalla legge storica dell'Europa all'impresa africana senza
comprenderne nè il carattere nè volerne la grandezza, aveva d'uopo che
un drappello de' suoi soldati trasformandosi in eroi le provasse che
nelle vene del suo popolo ferveva ancora il sangue latino e che la
rivoluzione, per la quale era rinata e dalla quale aveva rifuggito,
proseguiva nell'impresa d'Africa sospingendola col proprio soffio.

Quei cinquecento soldati, che prigionieri di un'immensa moltitudine
non avevano nemmeno rivolto il capo per cercare istintivamente il lido
lontano di Massaua, erano l'Italia nuova. Parlamento, Ministero,
Monarchia, tutto disparve in loro, davanti a quest'Africa selvaggia
che voleva respingerli, e sorpresi si disponeva a trucidarli.
Indietreggiare era sottomettere la loro coscienza all'istinto di quei
selvaggi, che si battevano per non diventare uomini.

Non bastava morire, poichè la morte era inevitabile, ma bisognava
morire colla impassibilità di un orgoglio nel quale la morte non è più
una sconfitta, con un valore che provasse ai nemici quanti africani
valesse un solo soldato d'Italia.

L'Africa antica incatenava le proprie legioni per impedire loro di
fuggire: l'Africa moderna, ancora uguale all'antica, vedrebbe un
manipolo più compatto che se stretto di catene resisterle tre ore e
cadere simultaneamente conservando nella morte l'allineamento della
battaglia, simbolo dell'ordine superiore della loro vita. Questo
eroismo non aveva uguale e non poteva averlo come inizio di epoca
nuova. Leonida difendendo le Termopili non ebbe che l'eroismo della
passione; i Maccabei non superarono Leonida, i Fabii non sorpassarono
i Maccabei. In tutti gli eroismi immortalati dalle cronache o
consacrati dai poemi la passione è l'anima quando la disperazione non
è tutta la forza; nei cinquecento di Dogali l'immobilità della
battaglia e della morte provano una coscienza sollevata al di sopra
della vita da una di quelle rivelazioni improvvise, che la storia fa
nell'anima di un popolo.

Si sentirono grandi, e lo furono.

Il loro colonnello, crivellato di ferite, ravvolto nell'immenso
turbine africano, riassunse morendo tutto il loro orgoglio per gettar
loro un saluto, che nè Rama nè Achille, nè Sigfried nè Orlando
avrebbero compreso.

--Presentate le armi!

e gl'ultimi feriti, forse poveri contadini degli Abruzzi o della
Sicilia, lo compresero e presentarono le armi ai loro morti,
offrendosi inermi agli ultimi colpi dei sacrificatori.

La poesia immortale ha protetto la vita di uno di quegli oscuri eroi
per salvare dall'oblio quella parola che nessuno de' suoi più grandi
poeti, da Valmiki a Firdusi, da Omero a Dante, da Shakespeare a Hugo
nelle più fervide ispirazioni del genio avevano saputo trovare, e che
l'eroico colonnello pronunciò davanti ai proprii morti nell'oblio del
mondo, per la civiltà del quale moriva.

E nell'Italia, istupidita nelle viltà privilegiate della sua borghesia
costituzionale, vi fu chi non credendo a questa parola l'analizzò per
giudicarla inventata. Da chi? Dal povero soldato che avrebbe mentito
per la gloria del proprio colonnello morto. Ebbene: dite a Carducci
che ceda a quel ferito il proprio posto di primo poeta d'Italia,
perchè se quel soldato ha mentito è molto maggior poeta di lui. Andate
a Caprera e ripetetela sulla tomba di Garibaldi: egli la crederà e
perdonerà forse all'Italia che, lui morto, ha ancora dei
De-Cristoforis, di aver negato per riguardi cortigiani e vaticani il
rogo al suo cadavere.

Ma la tragica solennità di Dogali non ha potuto sollevare la nazione
dal fango della sua vita politica. Mentre i superstiti, sui quali la
ferocia degli abissini si abbandonò alla più selvaggia demenza di
sangue, erano trasportati a Massaua, tagliuzzati evirati, deformati,
il Parlamento s'imbrogliava nella procedura contro il Governo non
osando cacciarlo. Depretis è ancora presidente del Consiglio, il conte
di Robilant dimissionario è adulato perchè non se ne vada, Ricotti
ministro della guerra, politicante insidioso quanto inetto generale,
più d'ogni altro colpevole della catastrofe di Dogali, rimane ancora
alla testa dell'esercito, che avrebbe costretto al disonore d'una
sconfitta se l'eroismo della morte non l'avesse trasformata in gloria
immortale.

Il generale Genè da lui costretto ad allargare la linea militare del
confine, assottigliandone fino all'assurdo la difesa, ha richiamato
gli avamposti e si trincera in Massaua. Dopo aver romanamente risposto
a Ras Alula minacciante con barbara iattanza di trucidare la
spedizione Salimbeni catturata prima della battaglia, se tutta
l'Africa non fosse immediatamente sgombra d'italiani: che considerava
morti i prigionieri e s'affretterebbe a vendicarli; dietro ordini del
Ministero, adesso impaurito da un probabile scoppio di ira popolare
all'annunzio di altre vittime, ha dovuto mancare alla propria parola e
mercanteggiare col barbaro e consegnargli un migliaio di fucili
sequestrati ad un suo mercante e cedergli cinque capi di tribù
assaortine a lui nemici e riparati nel nostro campo sotto la
protezione dell'onore italiano.

E Ras Alula li ha fatti immediatamente massacrare, e dei nostri tre
prigionieri riscattati con tanto sacrificio d'infamia, non ne ha
liberato che due.

Ora i giornali annunziano che Depretis accoglie nel ministero
Francesco Crispi, l'audace rivoluzionario che preparò la spedizione di
Marsala, e senza dimettersi, giacchè morente di troppo lunga malattia,
gli consegna la direzione del potere. La sua implacabile vanità di
parlamentare non gli permette dunque di morire semplice cittadino come
Lamarmora che vinse alla Cernaia, Garibaldi che trionfò dappertutto,
Lanza che entrò sulla breccia di Porta Pia. E così morrà. I funerali
splendidi di tutti gli onori dovuti al presidente dei ministri saranno
la sua ultima compiacenza di moribondo: tutte le rappresentanze della
Camera, del Senato e della Corte accerchieranno la sua bara, ma la
nazione severamente impassibile non avrà un palpito per l'ultimo e il
peggiore dei politici, cui in difficili momenti dovette affidare le
proprie sorti, mentre i reggimenti allineati lungo la via al comando:

--Presentate le armi,

crederanno di udire la voce del colonnello De-Cristoforis morto sulle
alture di Dogali, e imitando il suo eroismo le presenteranno.



XIII. [Ex Imo]


Sono passati quattordici mesi dalla caduta.

Mi sono alzato, ho zoppicato, sono stato due volte nell'estate ad
Abano. È un paese squallido: gli stabilimenti immensi e deserti
aspettavano invano i soliti forestieri, che la paura del cholera
scorrazzante per la provincia ha dispersi. Vi ho fatto novanta fanghi
in quarantacinque giorni, conquistando l'ammirazione di tutti
gl'inservienti, che non ricordavano d'alcun altro tale follia.

E come tutte le follie è stata inutile.

Ora sono di nuovo a letto per un mese, ma il mio amico Loreta,
l'illustre clinico bolognese, mi ha giurato sul suo onore di
gentiluomo che fra non molto guarirò perfettamente.

E sia.

Intanto i vescicatorii applicati sul ginocchio mi costringono da
quindici giorni alla più dolorosa immobilità.

Nelle _Assemblee del sabato_ Boguet narra di una contadina, che
recandosi ad una di quelle tragiche veglie, nelle quali tutto il
popolo raccolto intorno ad una congrega di streghe invocava da Satana
la consolazione della vita invano redenta da Cristo, si fermò a lungo
considerando una pietra solitaria. Era di notte; la luna alta nel
cielo inondava di melanconico splendore la campagna. I boschi
tacevano. Per la distesa dei prati un silenzio d'ineffabile stanchezza
si dilatava fino alle più remote lontananze, che sembravano naufragare
in una tenebria trasparente.

Era il secolo XV. La lunga tragedia medioevale aveva esaurito perfino
il dolore nella coscienza popolare. Tutto aveva pesato sul popolo, le
invasioni, le crociate, le feudalità, l'impero, la chiesa: ogni
miseria aveva avuto il proprio sopravvento ed era stata soprafatta da
un'altra: tutte le speranze erano morte nelle anime cristiane. I campi
abbandonati non producevano più le messi necessarie alla esistenza
umana: le case non riparavano più gli abitanti, sui quali il signore
poteva sempre stendere la mano per strappare loro il primo fiore o
l'ultimo frutto della vita.

L'antica passione pagana, che alla decadenza di Atene e di Roma aveva
spinto il popolo alle feste dionisiache, restava sola negli spiriti
cristiani: Satana, l'eterno nemico sconfitto da Cristo sul Golgota, si
drizzava dal fondo di tutti i cuori con un sorriso di dolorosa
simpatia. No, non era vero che egli fosse il malvagio. Il paradiso
terrestre non aveva mai esistito, perchè Dio non aveva mai amato
l'uomo condannato da tutta l'eternità a lavorare per vivere, a far
soffrire la propria madre per nascere. Dio che puniva i bambini delle
colpe dei padri era stato in ogni tempo coi potenti, coi crudeli che
spremevano dai dolori del popolo i piaceri della ricchezza e del
comando; e s'era fatto fabbricare chiese dorate, mentre il popolo non
aveva nemmeno capanne, voleva le gemme per gli altari, la seta per gli
addobbi, le decime per i preti, la servitù verso i signori. Dio era il
nemico, che nessun dolore aveva mai impietosito, nessuna preghiera
commosso, nemmeno quella di suo figlio morente sulla croce per espiare
la condanna dei popoli che dovevano ancora nascere.

E Satana, il grande ribelle precipitato dal cielo perchè non aveva
voluto adorarvi il tiranno, diventava l'amico del popolo, il suo eroe
più antico, non fiaccato nemmeno dalla onnipotenza di Dio. Egli solo
poteva ancora offrire qualche consolazione agli infelici, liberandoli
da tutti gli scrupoli del peccato che toglievano loro perfino l'uso
delle proprie carni; egli solo, che non s'era curvato al Signore del
cielo, poteva rialzare la fronte del popolo troppo piegata davanti ai
padroni della terra.

La passione di Cristo non era nulla in faccia a quella di Satana
condannato al fuoco eterno: la passione di Cristo non aveva consolato
nessun dolore, tolta nessuna miseria.

Il mondo era sempre così, i poveri sempre poveri.

E allora tutti i cuori si volgevano al più antico infelice, che non
aveva mai ricevuto conforto, che aveva sorriso sdegnosamente della
redenzione di Cristo e lo invocavano, lui il dannato che li aspettava
nell'inferno, chiedendogli un atomo di felicità, un atomo di gioia.

Anche la terra era ammalata di dolore: d'inverno soffriva il freddo
come i poveri, aveva tutte le loro malattie e tutta la loro fame.
Adesso non produceva più. La grandine e il fulmine non cadevano sopra
di essa che dal cielo.

Dio lontano, in alto, superbo ed insensibile, non domandava che
incensi, non esigeva che ringraziamenti.

La demenza tragica delle antiche orgie dionisiache scoppiava in tutti
gli spiriti travolgendovi misteri e riti cristiani; si chiamava
Satana, si volevano i suoi miracoli, la sua incarnazione di un momento
nella strega, l'emancipazione di tutta la vita e di tutta la natura
dalle leggi di Dio. Era la rivolta della debolezza costretta a
sfogarsi nella empietà.

Le feste si facevano di notte perchè il sole era di Dio. La luna
abbandonata e fredda poteva sola comprendere l'abbandono della terra.
Era come il delirio doloroso di tutti quei lavoratori che per
generazioni di generazioni si erano estenuati a fecondarla e vedendola
estenuata com'essi volevano consolarla. Sentivano i suoi lamenti nei
boschi, il suo silenzio disperato nei prati, il suo pianto lento nelle
rugiade.

La terra piangeva, la terra soffriva. Il suo destino era come quello
del lavoratore: i signori le calpestavano nelle guerre e nelle sue
caccie le poche messi, le abbattevano le quercie per i loro castelli,
le uccidevano i più miti animali per allevare i più infesti.

La terra pativa immobile, chissà da quanti secoli.

E quella contadina sorpresa da una angoscia di pietà guardava la
pietra solitaria, che il sole e il ghiaccio avevano tanto bruciata:
quante grandini, quante pioggie l'avevano sferzata! La pietra non
poteva muoversi. La sua faccia pallida in quel lume di luna era tutta
corrosa, bucherata come quella dei poveri vaiuolosi, con una lebbra
arida che solo il vento di quando in quando spazzava.

Quella pietra era lì abbandonata senza speranza, senza consolazione.

Ella si chinò.

--Che cosa fai?

--La volto.

L'altra contadina, che era con lei, ebbe un tristo sorriso.

--Povera pietra! come dev'essere stanca di stare sempre sul medesimo
lato.

Come sono stanco io pure di stare sempre immobile!

                                 *
                                * *

Stamane è venuto il mio editore per chiedermi un libro nuovo; gli ho
mostrato il manoscritto sul tavolo da notte.

--Già finito?

--Libri come questi lo sono sempre.

Lo ha preso e se n'è andato sorridendo:

--Appena il libro sarà stampato ella sarà guarito.

--Accetto l'augurio e possa fare il libro migliore strada della mia.


        FINE.



  INDICE


  Don Giovanni Verità         Pag.   1

  La via Emilia                »   189

  Niccolò Macchiavelli         »   213

  Tragedia                     »   355

  Dogali                       »   374

  Ex Imo                       »   429



PRESSO GLI STESSI EDITORI



    =Al mare! Al mare!=  o la difesa navale delle coste .   L.   1 --

    =La disciplina militare,= bozzetti, di G. C. Cassio.    »   -- 50

    =La milizia in Italia,= pochi pensieri di un
        sottotenente in fanteria                            »   -- 50

    =Delle riforme e delle discipline nell'esercito,= di
        A. Bignami                                          »    1 --

    =La difesa dello Stato,= considerata relativamente
        all'oro-idrografia del paese ed indole delle guerre
        odierne                                             »    2 --

    =L'esercito Federale della Germania del Nord,= cenni
        sulla sua organizzazione                            »    1 --

    =Il fatto di San Salvario,= colla biografia del capitano
        Vittorio Ferrero                                    »    1 --

    =Ricordi dell'Alsazia,= di B. Prina                     »    1 --

    =I Volontari dell'anno 1886,= di A. Ghislanzoni         »    1 50

    =Spedizione dei monti Parioli= (23 Ottobree 1867) di G.
        Cairoli                                             »    2 50

    =Le tre giornate d'Italia,= di F. Dall'Ongaro:
        21 giugno: S. Martino e Solferino  |
        20 Settembre: Roma.                }                »   -- 50
        25 dicembre: il Moncenisio.        |

    =Le scuole militari di canto,= di B. E. Maineri         »   -- 50

    =Corrispondemza di Giuseppe Mazzini con X=              »    2 --

    =Ricordo di Massaua.= Elegante Album di 33 fototipie
        ed una carta geografica (legato)                    »    2 --

    =Le forze terrestri e marittime d'Italia= esposte e
        giudicate da un ufficiale tedesco. Studio
        pubblicato dal signor Wachs                         »    1 --



NOTA DEL TRASCRITTORE

Nell'originale, i titoli delle parti risultano solamente dai
capipagina e (talvolta leggermente diversi) dall'indice. Li abbiamo
riportati in parentesi quadre in corrispondenza della prima sezione
nella forma dei capipagina.


Sono stati corretti i seguenti refusi:

  col rosario i terrori dell'infermo al vecchio garibaldino
  all'eroismo di un sarcerdote che salvando Garibaldi
  che in una piazza di Gerusalmente dopo la morte
  violentemente assoggettati alla interpretazione vacana.
  Senonche tutti i cuori e le menti religiose stettero
  religiosa, aveva urtato impetuoso nell'ingnobile
  solo rattenendolo negli accessi per magnaminità di
  che volessero rimproverarlielo. Roma, che aveva
  quasi imcomprensibile, non vi furono altri
  anni d'esercizio politico gli si risvegliarano tumultuando
  i nuovi cortigiani si adontarono de' suoi sensentimenti
  riprese. Quiudi lo vedremo dopo un libro sull'arte
  ottenere il favore del popolo aiutando la costitutuzione
  che ne fu il mestatore e che consisteva nell'ofrire
  di quelli pei quali muiono, e daranno della loro
  dal Nido e aperta sul mare: la Nigrizia, aggravandovisi,
  dalla forma filosofica di Mazzini e epica di Gairbaldi
  dilaghi. Un orribile tumulto vi copre li gemito supremo





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