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Title: I moribondi del Palazzo Carignano
Author: Petruccelli della Gattina, Ferdinando, 1815-1890
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I moribondi del Palazzo Carignano" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



I MORIBONDI

DEL

PALAZZO CARIGNANO

PER

F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA



MILANO

Per Fortunato Perelli

1862.



Proprietà letteraria.

Tip. Fratelli Borroni.



HORS D'OEUVRE

PER LE PERSONE CHE NON SON SERIE.

I.

Come bisogna sempre ascoltare ciò che si dice in un wagon.


..................................................

Io mi risveglio, ed il grosso uomo parlava ancora.

--Io ho un vicino, raccontava egli al signore seduto al suo fianco, un
vicino che chiamerei il mio _onorevole amico_, se io avessi l'onore di
essere il signor Massari e se il mio vicino fosse ministro. Ma per i
tempi che corrono, che la si figuri! il mio vicino non è neppure un
_martire_. Egli è bene restato una dozzina d'anni in esilio, i suoi
beni furono sequestrati, i suoi parenti cacciati in prigione, la sua
casa ridotta ad albergo di sbirri e gendarmi, la sua fortuna minata;
egli lottò bene e senza posa della penna e della parola contro il
sovrano del suo paese.... ma e' non si credette giammai abbastanza
_martire_ per domandare un posto nel paradiso del Bilancio, quando i
_martiri_ invadevano la patria come gl'insetti invadono i cenci del
mendicante. Appena se lo nominarono deputato.

--Che razza d'uomo è dunque codesto vostro vicino? domandò un signore
della compagnia.

--Veramente non è della pasta comune, risponde il grosso cicalone. Lo
si direbbe fiero, ma io lo credo piuttosto un po' timido. Non parla
che con le persone che conosce. Un profondo sentimento del vero e
della giustizia lo rende sarcastico e bilioso. Veramente affettivo, e
perciò soggetto ad antipatie subite, a vive simpatie, all'entusiasmo
ed alla collera. Egli preferisce un paradosso ad una trivialità. Ama
il mondo e le brigate solazzevoli, e si rassegna alla solitudine per
l'invincibile nausea che gli destano gli sciocchi ed i nojosi. La
natura lo ha fatto infingardo; il bisogno, lavoratore e solerte. Il
tedio lo invade facilmente. La gioja lo inebbria. Si accende subito,
ma sa dominarsi. Alla Camera parla poco--nelle sue discussioni fogose
e drammatiche. È indipendente e burbero. In fondo, affettuoso, uomo
semplice, buon figliuolo, ma che ha dell'_humour_--come un inglese.

--Ella ne parla da amico, eh! interruppe un signore.

--Può darsi, continua il grosso galantuomo. Lo confesso, mia moglie ed
io lo amiamo molto. La sera andiamo a prendere il _thè_ in casa sua,
ed a canto al fuoco, i piedi stesi al caminetto, cinguettiamo un po'
di tutto, fino ad un'ora del mattino, quando egli può dispensarsi dal
lavorare. Mia moglie lo provoca, lo aizza con le sue indiscrezioni da
comare. Ma che cosa vogliono? io non ho potuto correggerla, la mia
povera moglie, di questo villano difetto--che non è solo! Essa si
riscalda inoltre la testa con la politica, con i romanzi, con i
giornali. Legge perfino la _Stampa_ e _l'Armonia_. E sa di politica ad
insegnarne a sette almeno de' nostri ministri.

--Mio caro signore, la di lei Eva non è mica solazzevole! gli dice a
bruciapelo un commesso per l'_Assicurazione Paterna_.

--L'è quanto mi dice altresì il mio vicino! Mia moglie farnetica
inoltre per i deputati. Ella si è fatta di quegli individui e della
loro missione ciò che ella chiama un _tipo_. E bisogna udirla a
parlucchiare su questo tema e su la 443.^a _parte della sovranità
nazionale_--come ella addimanda un onorevole della Camera Bassa.

--Vedete, signora, sclama infine una sera il mio vicino impazientato,
voi m'inasprite. Vi domando scusa, ma voi non osservate che la
superficie. Voi non vedete in tutto ciò che un signore il quale
recita, bene o male, un discorso innanzi a qualche centinajo di suoi
colleghi, i quali conoscono già di lunga mano ciò che egli va a dire,
ed un rispettevole pubblico, il quale sovente non capisce che a metà.
Ma andate al fondo, cercate nella vita di questo povero galeotto della
sovranità nazionale, e vi persuaderete che la sua posizione non è
punto da invidiare. Il più piccolo dei minimi giornalisti--nella sfera
politica--è più felice che lui.

--Ah! voi esagerate, risponde mia moglie mandando in aria un globo di
fumo della sua sigaretta. Voi siete abituato alle amplificazioni, ed a
tutti i _topi_ della rettorica. Io persisto nella mia opinione.

--A vostro piacere! sclama il mio vicino sorbendo un sorso di _thè_.
Quanto a me, io non auguro ad un cane di canonico le piccole e grandi
miserie della vita di un deputato.

--Ma quali dunque, Dio mio, quali dunque? domanda mia moglie gittando
la sigaretta nel fuoco. Voi andate ai balli di corte; voi andate alle
_ricezioni_ del barone Ricasoli; voi partecipate a taluni pranzi
diplomatici, a certi banchetti nelle grandi occasioni. Voi siete
invitati a tutte le feste. Voi viaggiate gratuitamente. Voi non pagate
spese di posta. La vostra medaglia in oro è un passa-pertutto,
generalmente rispettato. Voi non potete essere giudicati per tutto il
tempo che dura la sessione.--Voi potete fare dei debiti, si fa credito
a un deputato! Il telegrafo trasporta il vostro nome in tutti gli
angoli del globo, ove stampisi un giornale. Voi avete un palazzo
principesco per andarvi a leggere i giornali, parlare, fumare--senza
parlare dell'acqua zuccherata a discrezione e, durante le sedute, ben
anco dei liquori. Voi siete ben riscaldati. Voi avete una biblioteca.
Le ballerine del Teatro Regio sono ghiotte di deputati, perchè avete
la riputazione di gente ricca e non taccagna. Vi domandano a fare il
vostro ritratto per nulla. I giornali non parlano che di voi, come del
fiore della nazione. Anche la caricatura vi tratta con riguardi,
vedete Ricciardi! Siete indicati a dito quando passate per le strade.
Il vostro Presidente vi regala di _raout_, donde, egli è vero, sono
escluse la gajezza, le donne ed i rinfreschi _confortevoli_, ma dove
sono ammessi il sigaro, i canonici ed i guanti sporchi. Voi
troneggiate nel vostro circondario elettorale. Vi si danno dei
banchetti, trascinano a braccio la vostra vettura, vi fanno dei
_toast_. Voi potete perfino accomodarvi un ricco matrimonio! facendo
valere la possibilità d'essere un giorno ministro, o il favore di un
ministro. In una parola, voi siete una potenza, una forza, un
favorito, una gloria.

--Ah! signora, sclama con un sospiro il mio vicino, voi mi fate
rimpiangere sempre più che le donne siano escluse dall'onore di
rappresentare la nazione. Io vado adunque a raccontarvi una giornata
della mia vita, perchè voi venite di abozzare un quadro sì fresco, sì
raggiante di felicità. Si direbbe che voi leggete avidamente nel poema
della vita di qualche deputato della maggioranza. Voi traducete
liberamente Poerio, Massari, Caracciolo, e chi so altro. Ebbene,
signora, obliate l'oasis, e percorrete il deserto.

Il mio vicino riempì la sua tazza di _thè_ e continuò:

--Di ritorno dall'esilio, io mi occupavo a ristaurare la mia fortuna
intaccata al vivo e ad accomodarmi con creditori e debitori. Nel
frattempo, la mia penna andava, andava sempre, metteva giù di tutto,
toccava all'America, all'Inghilterra, alla Francia, alla Russia,
all'Italia. La mia penna era il mio feudo il più reale, e mi produceva
diecimila lire all'anno, senza pagare un soldo d'imposte al rapace
signor conte Bastogi. Poi indrogavo i miei malati nelle ore di ozio.
Tutto contato, installato ove io mi ero, il mio piccolo cervello mi
metteva in misura di rosicarmi quattordici o quindicimila franchi
l'anno.

--Mica male! sclama mia moglie sorridendo.

--Non molto, no! continua il mio vicino, ma in fine, per un uomo che
aveva vissuto Dio sa come nell'esilio per parecchi anni, questa
piccola rendita era il riposo, l'indipendenza, la comodità. Le
elezioni arrivano. I cittadini del mio villaggio, i quali pensano come
voi, signora, sulla vita dorata di un deputato, credendo farmi onore,
e me ne facevano di fatto, mi nominano loro rappresentante al primo
Parlamento italiano.

--Magnifico! l'interrompe mia moglie.

--Certo, signora, certo, continua il mio vicino, ma e' bisognava
rendersi a Torino. Ora, come io non poteva invaligiare e trasportare
meco i miei malati a Torino, ecc., in ventiquattro ore, un terzo del
mio reddito tagliato via.

--Ma la vostra penna? insisteva mia moglie.

--Sicuro, la mia penna era bene nel mio baule, dice il mio vicino;
però essa non aveva più la medesima importanza. La mercanzia ch'essa
produceva non era più dimandata. Là ove io mi recavo i miei
committenti avevano le loro pratiche di già. Ecco dunque, in
ventiquattro ore, un secondo terzo delle mie rendite. L'ultimo terzo
cessava poi anch'esso, perocchè il tempo che io occupavo alle mie
bisogne bisognava consacrarlo alla patria.

Ed eccomi in via per Torino.

--_Enfin!_ sclama mia moglie.

--_Hélas!_ soggiunse il mio vicino. Eccomi anzi a Torino. Gli onesti
abitanti di quella città avevano onestamente quadruplicato il prezzo
del fitto, e bisognava collocarsi con una certa convenienza. Tutti gli
oggetti necessari alla vita erano augumentati. Ed un deputato, perchè
deputato, è taglieggiato con avidità dovunque e da tutti. Dunque, non
più rendite, e la spesa spinta innanzi con la forza di cinquecento
cavalli. Ma un buon cittadino deve ruinarsi per l'amore del suo
paese--ciò è nei _Credo_.

--Hum! cominciava a borbottare madama.

--Nondimeno, tutto questo non è nulla, dice il mio vicino. Si va come
si può. Eccomi quindi installato. Io che amavo tanto a vaneggiare, a
_rever_ nel mio letto il mattino, alle sette sono ora in piedi. Il mio
portinaio mi porta su una intimazione del mio uffizio onde mi renda
quivi alle dieci e mezzo per discutervi, se il comune di Monmilone ha
il dritto di riunirsi al comune di Monmiletto. E poi prendere in
considerazione, che so io? la legge sulla instituzione delle colonne
Vespasiane a Napoli, che è piaciuto ad un Baldacchino o ad un De
Cesare qualunque di presentare all'onorevole Parlamento. La lettura di
questa roba, condita di sbadigli da scantonare Palazzo vecchio a
Firenze, mi ruba un'ora. Poi me ne vo.

La mia prima visita è alla posta. Vi trovo in media da quindici a
venti lettere ed una dozzina di giornali. Le lettere che noi riceviamo
non pagano nulla: noi paghiamo invece quelle che spediamo, ciò che
occasiona una spesa di due o tre lire al giorno. Siano due lire: e
cominciamo la lettura.

--Vediamo! sclama mia moglie.

--Sì signora, il conte Coletti, in casa del quale io passai, dodici
anni fa, una notte, essendo in viaggio, si ricorda di me e mi domanda
che gli faccia ottenere un posto di Maggiordomo maggiore di S. M.
Vittorio Emanuele II, il _re riparatore_. Il signor conte occupava lo
stesso posto alla Corte dell'ex principe! Io rispondo che re Vittorio
è un gran borghese, il quale non ha di queste funzioni nella sua
Corte. Il signor conte replica, che io sono un ignorante ed un
ingrato.

Il signor Ribaldi, mio elettore che ha votato pel mio competitore!--mi
scrive per dirmi che l'Italia se ne va, che il barone Ricasoli è un
_balordo_, che la maggioranza è assurda, che la minoranza va a
tastoni, che il ministro de Sanctis non capisce niente. Io rispondo
che l'Italia non se ne va, perchè è stazionaria; che il signor
Ricasoli è un galantuomo, che la destra fa il suo mestiere e la
sinistra quello che può, e volendo esser cortese, per non aver l'aria
di contrariare in tutto il mio elettore, ammetto che, quanto a De
Sanctis, e' potrebbe al postutto avere un tantin di ragione. Il signor
Ribaldi replica: che io sono sulla china di bassare le armi al
Ministero.

Il signor curato mi domanda una sovvenzione per il campanile del suo
villaggio, il quale non gli pare così compito come quello della
Cattedrale di Milano.

Il signor mio compare mi prega di sollecitare appo i ministri certe
petizioni che e' si dette la pena d'indirizzar loro. Il mio compare fu
ritenuto per ventiquattro ore al corpo di guardia, nel 1848, e da
quinci in poi egli si reputa furiosamente _martire_. E come egli ha
ogni specie di capacità, così domanda a questo ministro una carica di
presidente della Corte di Cassazione, a quello un posto di consigliere
di Stato, a Ricasoli di esser prefetto, a Bastogi di essere direttore,
a De Sanctis infine, non volendo gran che onorare così piccolo
ministro, chiede una cattedra per insegnare il dialetto del suo
villaggio, cui egli crede una lingua primitiva. Io rispondo al mio
compare che le sue domande sono tutte modestissime e perfettamente
scusate, ma che non ci sono posti per il momento. Il compare replica
che io non ho nè mente nè cuore, che quanto a me sono _soddisfatto_ e
non mi curo più dei _martiri_.

E poi le lettere anonime che c'insultano a grossi fiotti: le lettere
che ci danno consigli: le lettere che ci minacciano. Ma non ve n'è una
la quale infine non c'incarichi di domandare qualche cosa o di fare
qualche istanza presso dei ministri! Il deputato è il domestico
naturale--la serva ad _ogni occorrenza_ dei suoi elettori!

Ma come fra tante avidità vi è sempre qualche lamento ragionevole, dei
torti a far riparare--l'estenuante bisogna negli uffici
terminata--eccomi in volta per i ministeri. I colleghi, le persone
indifferenti che veggono un deputato in quelle anticamere lo guardano
di una maniera significativa; e se il deputato siede alla sinistra, un
mormorio bisbiglia che significa: non vel diceva io? egli emigra!

Il ministro, dal canto suo, mi riceve con un sorriso fino e sarcastico
sulle labbra. Egli è cortese--troppo cortese--mi fa degli elogi che
hanno l'aria di un rimprovero--perchè il giorno innanzi io lo aveva
attaccato a fondo. Egli si mostra sollecitissimo a darmi
soddisfazione. È impossibile di essere più amabile, più semplice, più
bravo uomo, più insinuante, più piaggiatore. Egli mi dà perfino
ragione sulla giustizia dei miei attacchi!

Un uomo forte si rileva contro queste trappole di cortesia perfida, e
non lascia il suo andazzo. Ma gli uomini forti son dessi numerosi?
Prendete su un buon borghese, il quale piova dritto dal fondo della
Calabria o della Sicilia, un bravo diavolo che abbia sempre
considerato un ministro come un essere soprannaturale, mettetemi
codesto sere negli artigli di un ministro scaltro, come Peruzzi, per
esempio: questo ministro lo volgerà, lo rivolgerà, l'ammalierà, quel
suo intrattabile deputato dell'estrema sinistra, il quale tornerà via
dalla sua visita al ministro abbacinato, cangiato, mistificato,
dicendosi nella sua coscienza: «ma non sono poi mica sì tristi questi
signori!»

Io non dico nulla come mai questo povero deputato, questo povero Adamo
sotto l'albero della scienza! debba sentirsi rimescolato se ha il
padre, il fratello, un parente qualunque, a cui s'interessi, preso nel
vischio del _budget_. Il ministro lo sa: egli ha anzi perfino la bontà
feroce di domandarne notizia, non importa che non l'abbia mai veduto,
d'informarsi se colui è contento del suo destino. Il povero deputato
dell'opposizione, che smaltisce giusto un prossimo discorso contro una
legge di quel ministro, preferirebbe il posto di S. Lorenzo sulla
graticola. Ora in tutta la Camera non vi sono venti deputati i quali
non abbiano, direttamente o indirettamente, per mezzo dei loro
parenti, un punto di contratto col bilancio. Un ministro abile, che
sapesse il suo M. Guizot a menadito, darebbe all'Europa il singolare
spettacolo di un Parlamento senza opposizione, proprio come quello di
Parigi, ovvero sgraverebbe il budget di parecchi milioni. E basterebbe
dire: «Signor deputato, ella è uomo indipendente poichè siede alla
sinistra; ora, come il pubblico maligno potria sospettar del
disinteresse della S. S., io le vengo in ajuto. Ella è funzionario; il
padre di lei è ricevitor generale, magistrato, il fratello di lei è
prefetto: io li metto in disponibilità!» Eh! credete voi che gli eroi
piovano sui banchi della sinistra, in presenza di un discorso così
eloquente del ministro Cordova, per esempio, che è di taglia da farlo?

--Malanno! considera mia moglie: al postutto si ha un cuore da
disponibilità? Perdere dodici o quindicimila lire l'anno?...

--Non è vero, signora? soggiunge il mio vicino. Ebbene, nè i parenti,
nè gli amici, nè gli elettori si curano di tutto ciò. Essi desiderano
tutti un deputato libero, indipendente.... che domandi e riceva dei
piccoli servigi dai ministri e che faccia tutti i loro affari! Ed ecco
sotto qual fuoco incrociato mettono ogni mattina il povero deputato
quindici o venti lettere che gli capitano da tutti gli angoli
d'Italia.

--Ma voi volete dunque che un deputato diventi un misantropo? sclama
con calore mia moglie.

--Nient'affatto, signora, riprende il mio vicino. Dio me ne guardi! Ma
allora perchè si fischia a Napoli il Pisanelli, si dà una berlina al
Vacca e si maldice del Massari! Ma usciamo dalle residenze dei
ministri e ritorniamo alla Camera. Bisogna leggere i giornali.

--Ah! non direte poi che non è lusinghiero di trovare il suo nome, i
suoi discorsi, le sue opinioni lodate o discusse in tutti i giornali!
dice mia moglie. Non direte che non sia questo, poi, un confortevole
compenso.

--Peste e ruina ai giornali, signora! grida il mio vicino furioso.
Francamente, se coloro che leggono il conto-reso delle nostre sedute
nei giornali, non si dicono poi che il Parlamento italiano è la più
completa riunione d'idioti, bisogna confessarlo, il senso comune non è
più di questo mondo. I giornali contrari ci sfregiano a disegno, onde
farci sembrare ridicoli: i giornali amici, per balordaggine, per
ignoranza. Ci si cacciano in bocca delle enormità, delle stolidezze,
dei controsensi a dar l'itterizia. Persuadetevene, signora, il vero
_quarto d'ora_ di Rabelais, del povero deputato, è quello appunto in
cui legge il conto reso del suo discorso. Quello è il suo Golgota!

--Ma! che volete voi al postutto che un giornale vi dia per un soldo!
domanda mia moglie.

--Proprio nulla, signora, replica il mio vicino. Ciò sarebbe più
economico! I dispacci telegrafici bastano. Ma continuiamo la nostra
giornata. Ed io vi fo grazia del lavoro negli uffici. Tre ore assise
per udire un notaro che parlavi di ferrovie, un medico che discute di
enfiteusi, un canonico che spippola cannoni rigati! Ah! io preferirei
un manigoldo che mi descrivesse le gioie e le glorie del paradiso! Ma
eccomi là a gittar qualche appunto sulla carta per il discorso che
debbo improvisare nella seduta. Un usciere arriva. Un signore mi
domanda, io interrompo il mio lavoro e vo fuori. Gli è un qualcuno il
quale viene a pregare umilmente la mia signoria illustrissima di
andare a _posare_ da un fotografo.

--Ma io non ho mica desiderio di farmi ritratto, io--dico io.

---Ah! signore, il pubblico lo desidera! insiste qualcuno.

--Il pubblico è ben cortese e ben curioso, signore! replico io.

---Esso ha sete dei suoi grandi uomini, signore. E come la S. S.
Ill....

--Comprendo, caro, dico io sorridendo, voi volete far quattrini del
mio sgorbio. Sia pure.

Quel cotale mi conduce in non so che sito. Il fotografo mi accomoda a
modo suo. Mi ferma la testa in un mezzo cerchio di ferro, onde io non
muovami. Mi si prega di restare immobile; e, di botto un grande occhio
nero e lucido si divarica dinanzi a me, che divora la mia persona.
Quell'occhio fascinatore, vampiro, mi dà il brivido--io resto come
preso. Tutto ad un tratto, una testa sbuca fuori di sotto di un panno
verde, all'altra estremità dell'occhio ironico che mi aveva fissato
per due minuti, e quella testa soddisfatta sclama:

--L'è fatto! grazie, signore..

Io respiro. Io mi sento sollevato da una inquietitudine, ed a passo
frettoloso me ne torno alla Camera. Qualche giorno dopo, io discerno
nelle mostre di un cartaio qualche cosa, cui l'_etichetta_ scritta di
sotto assicura di essere io. In quella cosa io non ho occhi, la mia
bocca smorfia di traverso, non si distingue il mio naso dalle mie
orecchie.... non importa! il venditore della mia laidissima figura
giura che l'è proprio la mia.

--Corbezzoli! che volete voi dunque per un ritratto gratuito, alla
fine? grida mia moglie.

--L'è giusto, signora, replica il mio vicino. La vanità o la bonomia
consigliano talvolta delle ben grosse scioperaggini! La seduta
comincia. Il mio sarto mi ferma nell'anticamera per domandarmi un
biglietto per la tribuna dei diplomatici: quegli per chiedermi conto
della salute del Ministero e del Governo: questi per assicurarmi che
fa caldo o freddo. Poi chi si raccomanda per essere raccomandato al
ministro, ed ha percorse trecento leghe per ciò. Altri mi propongono
una sottoscrizione per un'opera pia, il sollievo delle vittime
cristiane del Giappone, per esempio! o un incoraggiamento a dar ad un
signore il quale ha inventato il _concime profumato_. Un terzo
m'impegna a prendere un viglietto per un berretto da notte lavorato
dalla signora duchessa e messo in lotteria a benefizio dei tisici del
Brasile. Un quarto mi passa dodici viglietti per la serata di
un'artista.... Dio mi perdoni! si è venuti perfino a propormi di far
la conoscenza di una ballerina, alla modesta ragione di dieci
napoleoni le ventiquattro ore! Io caccio storditamente questa istanza
nella saccoccia: mia moglie la ritrova.... Voi capite il resto.

--Non avevate proprio nulla a rimproverarvi, eh! domanda ridendo la
mia incorreggibile moglie.

--Innocente come Gesù Cristo, signora! replica il mio vicino ridendo
anch'esso. Ma la seduta è cominciata. Io ho la parola. Il subjetto è
grave. Io ho bisogno di raccogliere le mie idee, di tenere la mia
attenzione concentrata. Un usciere viene a mettermi sotto il naso la
sua coppa all'acqua zuccherata, e m'interrompe. I miei vicini parlano
a voce alta. I miei colleghi, alle spalle, mi suggeriscono delle
considerazioni, che io non sollecito e che frastornano l'ordine dei
miei pensieri. I miei colleghi, di sotto, vanno, vengono, rimuovonsi,
leggono i giornali e mi confondono, mi forviano. Il presidente
strimpella col suo campanello. Gl'intolleranti interrompono. Si
rumoreggia, si strepita, si sbadiglia--ohimè! si sbadiglia--ciò che è
la più oltraggiosa di tutte le opposizioni. In verità, io non so come
un deputato possa combinar due idee di seguito in mezzo a questo
frastuono. Io mi sieggo alla fine, stanco, scontento. Un usciere mi
annunzia che qualcuno chiede di me. Vo: il signore, fastidito di
attendere, è ito dicendo, che io mi sono un mal creanzato. Rientro, si
vota. Un usciere mi rimette un viglietto di visita. Non posso uscire.
All'indomani ricevo una lettera di rimproveri: ho perduto un amico!
infine si passa ai voti. Nell'emiciclo gli zelanti della maggioranza
mi camminano sui calli dei piedi, perchè si ha fretta. Sono le sei.
Gli onorevoli hanno fame. Anche io corro a casa spossato, ansante....
mia moglie porta il broncio, i miei bimbi piangono, la mia fante
borbotta che il suo pranzo è ito a malora.... la minestra è fredda!

--Ma perchè arrivate voi così tardi, infine! dice mia moglie per
stuzzicare. Quando si apparecchia per le sei e si vuol poi mangiare
alle sette!...

--Poffar Iddio! signora, esclama il mio vicino impaziente; è colpa mia
se il signor Valerio ha cominciato a parlare alle cinque? Per me, ne
ho le mascelle dislogate! Infine, ingollo la mia pappa, e respiro. Mi
si presentano, col caffè, delle lettere arrivate dalla Camera. È il
signor presidente, il quale in nome di S. M. m'invita al ballo a corte
e mi domanda il nome di nascita di mia moglie, se mi piace condurla
meco. Figuratevi un po', miei cari, l'imbarazzo di un povero diavolo
che abbia una moglie nata, per esempio, _Troia_, _Porcella_, _Vacca_!
Figuratevi il dispetto di un uomo che abbia sposato la sua cuciniera o
si sia semplicemente maritato alla leggiera, a passo di carica! Andate
poi a persuadere ad una donna, dopo questo invito, che si debba
rinunziare all'onore di ballare da S. M.! Di qui, delle baruffe, del
dispetto.... E poi, infrattanto che il signor deputato difende alla
Camera la causa dell'istruzione primaria, l'amico di famiglia o il
cugino di sua moglie può dare in casa a questa onesta creatura, come
alla moglie di ogni altro semplice mortale, un corso pratico
d'istruzione superiore--di fisica per esempio--insegnandole la misura
della superficie con quel metodo che si può leggere in un canto di
Voltaire, ma che io non oso ricordar qui.

--Voi calunniate le donne, signore, grida mia moglie.

--E gli amici di casa sopra tutto. Perdono, signora--replica il mio
vicino. Ma poichè S. M. vuol bene ammettere in casa sua una _Troia_ o
una _Vacca_, prendiamo il nostro coraggio a due mani e rassegniamoci.
Ma pensiamo innanzi tutto alla toeletta di madama. Un flagello, parola
d'onore! Essa ne ebbe di già una per il ballo della Città; poi
un'altra per il ballo del presidente del Consiglio; la terza per il
ballo della Filarmonica.... Può dessa, la povera donna, presentarsi a
Corte con una toeletta mostrata in così bassi luoghi? Le moine di
madama raddoppiano: e la pioggia delle note dei mercanti diventa un
diluvio. No, il posto di deputato non è tenibile....

Qui il treno si arresta. Si annuncia che noi siamo a Vercelli. Il mio
grosso compare saluta la compagnia, pigia il piede in passando ai suoi
vicini, e discende.

Le sue parole mi avevano colpito....



HORS D'OEUVRE

PER LE PERSONE SERIE.

II.

Come mi decisi a scrivere, a pubblicare ed a ripubblicare i profili
de' miei colleghi.


Questi brani della conversazione del ciarliero viaggiatore della
ferrovia provano ad evidenza che la posizione di un deputato non è
constellata di rose. Egli urtasi ad ogni specie di grosse e piccole
miserie, che lo turbano, che lo stizzano. Io sono dunque ben disposto
in suo favore, ed a perdonargli se pecca, perocchè desso è mira di
lunghe ed aspre tentazioni. Perciò mi son mostrato, in generale,
benevolo. Se io avessi voluto rimuovere la belletta e squarciare i
veli, avrei forse messo più brio e varietà in questa galleria, avrei
avuto più vena e fatto più scandalo. Ho preferito scrivere mettendomi
in guanti di velluto! Io non sono di que' tristi augelli che infettano
il proprio nido. La moderazione e la temperanza sono la forza la più
reale di questo mondo! D'altronde, io scrissi queste lettere per la
_Presse_ di Parigi, a fior di penna e senza pretensione. Io non mi
ammanto di infallibilità. Riproduco un'impressione personale.

Quest'anno io mi sono uno dei girandoloni della Camera. L'anno scorso
era uno dei suoi membri i più assidui. Arrivato il primo, me ne iva
quando non vi restava più su i banchi che il signor Ranieri
addormentato, battendo la diana. Io provavo una specie di fascino nello
studio di questa riunione di quattrocento Italiani, mossi da tutti gli
angoli della Penisola. Io mi sentivo impregnato di un magnetismo
abbarbagliante. Ora, come gli objetti che si discutono alla Camera non
sono poi sempre nè solazzevoli, nè interessanti, io riportavo le forze
del mio spirito sull'analisi degli uomini. Io non conoscevo quasi
alcuno; ero ad un dipresso isolato. E mi bisognò dunque da prima tutto
indovinare, leggere a traverso le fronti discrete e fredde, pensieri
ardenti, desiderii aspri e diversi. Ogni parola che cadeva da un labbro
aveva per me il valore di una rivelazione. Per un lavoro psicologico
assiduo e fisso, io arrivai a vedere le relazioni di questa parola con
lo stato reale del cervello. Ed ei sarebbe davvero uno strano studio che
presenterei al pubblico, se mi lasciassi sedurre e mettessi al nudo lo
stato secreto dell'anima di ogni deputato. Io non parlo già delle
ignobili avidità, nè della massa ordinaria degli _Onorevoli_. Ma non
sarebb'egli straordinariamente curioso di prendere sul fatto la
fisionomia dell'anima di certi uomini--qual Ferrara, per esempio,
Guerrazzi, Pepoli, Brofferio, Depretis, Lanza, Conforti, Ratazzi,
Tecchio ed altri, al momento proprio in cui essi parlano, e metter
faccia a faccia il pensiero espresso e l'idea concepita? Non sarebbe
egli singolare di segnalare la doppia corrente di concetti e di
desiderii che partono dal banco dei ministri e da quelli dei deputati, e
s'incrociano, s'urtano, s'intendono, si respingono, si rapprossimano, si
attirano, si rompono? Curiosa sopra tutto era questa osservazione quando
il conte di Cavour sedeva al posto--mira di tutti, segno ad odii, ad
affetti, a vaghezza di stima o di ambizioni--ed all'altezza di tutto!
Ora, il barone Ricasoli ed il signor Ratazzi non sono giunti ancora a
dare alle loro eminenti persone questa natura magnetica che coagula
tante passioni e tante volontà diverse, le gruppa, le maneggia, le
domina, le foggia a suo modo, se ne impadronisce e le trasmette. Cavour
morto, la storia segreta delle anime non avrebbe oggimai altra
importanza che il valore di uno studio psicologico. La forza politica di
questa rivelazione sarebbe minima oggidì. Il nuovo Mesmer del banco dei
ministri non è ancora apparso.

Io lascio dunque nel mio portafoglio questi studi congetturali: l'ora
loro forse verrà. E mi limito adesso a questi schizzi a vol d'uccello
che colpiscono chiunque e soddisfano il più gran numero di gusti.

La fisionomia collettiva della Camera, che nell'anno scorso era nello
spirito mio stesso un po' confusa, si rischiara e si svela quest'anno.
Ecco perchè ho ritoccato qualche ritratto, ho aggiunto qui la ruga, ho
fatto lì scomparire la piega. Dodici mesi della vita politica sono un
secolo. E che che se ne sia detto in contrario, non vi è nulla di così
mobile e di così cangevole che la figura degli uomini di Stato.
Esaminate, per esempio, il signor Minghetti dell'anno scorso al banco
dei ministri, ed il signor Minghetti di quest'anno al suo banco di
deputato. Egli è irriconoscibile: è un altro uomo. La stessa figura di
legno del barone Ricasoli ha subito queste stimmate. La fotografia del
Parlamento italiano, così ritoccata, è più finita.

Io aveva esitato a pubblicare in un volume le lettere mandate alla
Presse. Io credeva da prima che questo primo Parlamento italiano fosse
un Parlamento di occasione, il quale avrebbe compiuta la sua missione
di proclamare l'Italia una, spedita la bisogna la più urgente, e
sarebbe poi ritornato a ritemperarsi al contatto dei suoi elettori. Ma
questo Parlamento mira all'immortalità. Io mi decido dunque a rivedere
il mio lavoro, tradurlo, e presentarlo al pubblico a nuovo e completo.
Dico completo, perchè nelle mie lettere alla _Presse_ io non avevo
parlato del centro della Camera, e ne parlo oggidì.

Ma, direte voi, voi spingete allo scioglimento della Camera; la sarà
sciolta; il vostro libro diventa inutile. _Sero venientibus ossa_!

Niente affatto. Questo libro resta, da prima, come lavoro storico per
quanto minima sia la sua importanza. Io poi ho avuto cura,
principalmente tratteggiando questi abbozzi, di mirare a due scopi.

Indicare, cioè, coloro che possono essere eliminati dalle novelle
assemblee d'Italia, senza il minimo inconveniente, anzi, forse, con
una incontestabile utilità:

Poi ho rivelati coloro i quali, in ogni tempo, faranno parte della
rappresentanza italiana, di cui sono l'onore, la gloria, l'ingegno.

La prima pubblicazione era indirizzata principalmente all'Europa, onde
insegnarle che, nel primo Parlamento italiano eranvi degli uomini
all'altezza di tutti gli altri Parlamenti. Con questa seconda
pubblicazione, io voglio segnalare all'Italia la portata dei
rappresentanti, affinchè essa possa, nelle elezioni posteriori, avere
un criterio alla sua scelta. Per l'Europa, io scrissi da Italiano: per
l'Italia, scrivo da patriota.

Impresi il mio lavoro per distrarmi dalle noje delle sedute, ove non
si trattano che affari di campanile. Il mestiere di deputato, a farlo
con coscienza, è un mestiere a rendere cheto l'uomo lo più svegliato,
a capo di tre anni! Lo pubblicai, perchè mi sembrò utile alla causa
italiana. Lo ripubblico, perchè parmi una buona azione, in questi
tempi nebulosi ed incerti, di concorrere, secondo le mie forze ed i
miei mezzi, a spandere un po' di luce. Io non ho nè amore, nè odio per
chicchessia. Avevo dei dubbi e delle prevenzioni; ma ho saputo
dominarmi. Mi sono astenuto, quando non ero convinto. _Dilexi
justitiam_!

Ora, che mi sia permesso di aggiungere qui _l'avant-propos_ con cui M.
A. Peyrat volle annunziare la pubblicazione delle mie lettere nella
_Presse_, affine di attestargli la mia riconoscenza. Gli dovevo un
ringraziamento pubblico: glielo fo.

«Noi segnaliamo all'attenzione dei nostri lettori la lettera seguente
indirizzataci da Torino. Questa è la prima di una serie di lettere, in
cui il signor Petruccelli della Gattina, uno dei membri i più distinti
del Parlamento italiano, si propone di tratteggiare a grandi linee la
fisionomia dei suoi colleghi i più rinomati ed i più influenti, e noi
mettiamo assai volentieri a sua disposizione le colonne della Presse.
Si leggono poco in Francia i libri ed i giornali italiani, e non si sa
mica abbastanza quanto l'Italia in sè rinchiude di uomini rimarchevoli
in ogni genere, di teste veramente politiche, di scienziati, di
pubblicisti e di oratori, che non temono alcun paragone. L'occasione
si presenta di far conoscere un giornalista, noi la cogliamo con
piacere.

Arriverà probabilissimamente al signor Petruccelli della Gattina di
esprimere delle opinioni che non saranno interamente conformi alle
nostre, di portar dei giudizi di cui noi potremmo contestare la
rigorosa esattezza, d'indirizzare a degli uomini che hanno la nostra
simpatia, il nostro rispetto e la nostra ammirazione, degli epigrammi
che noi saremmo tentati di cancellare: nol faremo punto. Noi
conosciamo il suo spirito e la rettitudine dei suoi sentimenti; noi
siamo d'accordo con lui sui principii essenziali: ciò è l'importante.
Quanto alla varietà delle tinte ed ai dettagli sugli uomini e sulle
cose, noi gli lasciamo la più completa libertà.

Noi non vogliamo dir nulla dello ingegno dei signor Petruccelli, i nostri
lettori lo apprezzeranno; egli ci è impossibile nondimeno di non
esprimere lo stupore che noi proviamo sempre, vedendo uno straniero
scrivere la nostra lingua con quella naturalezza, quella chiarezza e
facilità, sì rara anche fra noi. Sotto questo rapporto ancora gl'Italiani
sono eccezionalmente e maravigliosamente dotati. Basta, per
convincersene, di leggere le lettere dell'abate Galiani, i dispacci del
conte di Cavour, le ultime opere del Ferrari, numerosi lavori di Mazzini,
e parecchi scritti del nostro amico Bianchi-Giovini, questo pubblicista
eminente che la malattia ha disgraziatissimamente forzato di sospendere
la pubblicazione del suo giornale, ove egli ha così valorosamente
combattuto e reso dei così grandi servigi alla causa d'Italia e della
libertà religiosa.»--A. Peyrat.



I MORIBONDI

DEL

PALAZZO CARIGNANO.



I.

Il Parlamento riepiloga la nazione.--Lo dipingo al punto di vista
francese.--Sono imparziale perchè repubblicano.--Statistica della
Camera.--Sua divisione.--Le farfalle.--I pretendenti della
destra.--Gli agenti provocatori.--Gl'invalidi del centro.--Gli uomini
di Stato abbozzati della sinistra, ed il _terzo partito_.--Garibaldi
tentenna.--Guazzabuglio della estrema sinistra.--Gruppi per provincie,
e loro carattere distintivo.--I fabbricanti ed i traffichini degli
ordini del giorno.--L'addormentato.--Lo stanco.--L'indiscreto.--I
legislatori.--I Grandi di Spagna.--L'amico di tutti.--Crispi e la sua
posa.--L'ex-Mirabelli.--I successori di Turati e di Proto.--Fisionomia
degli oratori.--I lettori di giornali ed il signor Boggio.


        _Torino, 15 aprile 1861 e febbraio 1862._

Io credo--fatuità d'italianismo a parte--che un abbozzo a grandi linee
della fisionomia del Parlamento italiano potesse interessare i lettori
francesi--e, soggiungo, tanto più gl'italiani. Una nazione che si
attesta così altamente, che si alloga così francamente in mezzo alle
nazioni, rovesciando trattati, dinastie, vecchio dritto
internazionale, bravando minaccie e convenienze politiche.... non può
essere una nazione volgare e senza portata. Vi è in essa qualche cosa
di grande e di vivace che agisce e che crea. Ora una parte di questi
elementi debbonsi naturalmente concentrarsi in questo foco
dell'energia nazionale, che addimandasi Parlamento. Si deve trovar
quivi il pensiero di questa nazione, il segreto del suo movimento, il
meccanismo della sua vita. Ebbene, osservare questa nazione all'opera,
prendere quasi i lavoratori sul fatto, esaminare le molle interiori
che li muovono, specificare, classificare, disegnare i differenti
centri, i differenti elementi di questa forza; vi sembra desso un
proposito a negligere?

Io tratteggerò questi schizzi al punto di vista extra-nazionale, vale
a dire, senza dettagli inutili, senza simpatie di campanile. Tutti i
miei onorevoli colleghi sono degli uomini, relativamente,
ragguardevolissimi: ma essi non lo sono mica tutti allo stesso grado
al di là delle alpi ed al di là dei mari. Che io scriva due colonne
sul signor Borella, sul signor Bonghi, sul signor Capone e che so
altri ancora, l'Europa non ne saprà affatto più sull'Italia che la non
ne sapeva ieri, che non ne saprà domani.

D'un altro lato, io credo poter giudicare gli uomini ed i partiti con
imparzialità. Avendo abitato per dodici anni la Francia e
l'Inghilterra, io sono straniero a molte passioni ed a tutte le
rivalità. Essendo quasi il solo repubblicano della Camera che non ha
idolo--nè Mazzini, nè Cavour, nè Garibaldi--che non ha alcun partito
preso, come il mio amico Ferrari; non vedendo alcuna probabilità
prossima al successo delle mie idee, io riguardo la lotta dei partiti
con la più grande calma, e giudico il conte di Cavour, Mazzini,
Garibaldi, Ratazzi e perfino Antonelli, come se essi non
appartenessero più a questo mondo, come la posterità. Questa piccola
dichiarazione fatta, alziamo il sipario.

E da prima due parole di statistica. La statistica non è mica
solazzevole, ma essa è l'osteologia della società. Su questa ossatura
si fabbrica sempre con solidità, con sicurezza.

Il Parlamento italiano componesi di 443 membri; ciò che sur una
popolazione di circa ventitre milioni di abitanti dà quasi un deputato
per sessantamila anime. La Camera ha validate 438 elezioni. Si è in
via di rifare le altre. Su questi 438 deputati vi sono: 2 principi; 3
duchi; 29 conti; 23 marchesi; 26 baroni; 50 commendatori o gran croci;
117 cavalieri, di cui 3 della Legion d'onore; 135 avvocati; 25 medici;
10 preti--fra i quali _Apollo_ Sanguinetti, uno degli stuzzicatori del
Ministero, _Ippolito_ Amicarelli, e _Flaminio_ Valente--sacerdoti
silenziosi; 21 ingegneri; 4 ammiragli; 23 generali; un prelato; 13
magistrati; 52 professori, ex-professori, o dantisi come tali; 8
commercianti o industriali; 13 colonnelli; 19 ex-ministri; 5
consiglieri di Stato; 4 letterati; un Bey nell'Impero ottomano--il
signor Paternostro; 2 prodittatori; 2 dittatori; 7 dimissionari; 6 o 7
milionari; 5 morti che non contano più, ben inteso; 69 impiegati,
sopra 88 che sono ammessi dallo Statuto; 5 banchieri; 6 maggiori; 25
nobili senza specifica di titolo; altri senza alcuna disegnativa di
professione--e Verdi! il maestro Verdi.

Non si dirà per certo giammai che il nostro è un Parlamento
democratico!

Vi è di tutto--il popolo eccetto. Non vi sono neppure artisti, se ne
togli Verdi--e Verdi stesso darebbe bene il suo _Trovatore_ per fare il
più povero e piccolo discorso, che farebbe lo stesso Baldacchini. Il più
vecchio tra i deputati è il signor Zanolini, un avvocato distintissimo,
che è stato presidente di età e che riempì questa funzione con
moltissima capacità. Io credo nondimeno che il conte Sanseverino, il
signor Abatemarco, Avezzana, Gustavo di Cavour, Vegezzi.... siano così
vecchi per lo meno che il signor Zanolini. Il più giovine è un
siciliano, un tal Bruno, il quale siede.... alla destra! D'ordinario, io
ho veduto in Francia, in Inghilterra, in America, i giovani--i quali
sentono piuttosto che non calcolano--sedere alla sinistra. In Italia
servirebbero di _tabouret_ ai piedi di un ministro! Giovani come il
Bruno, ma più modesti e più degni, seggono altresì alla destra od al
centro, i signori di Sierra, Campagna, Barraceo, Serra, Mureddu... Noi
abbiamo inoltre sei balbuzienti, cinque sordi, tre zoppi, un gobbo,
degli uomini ad occhiali, un gran numero di calvi--quasi tutti. Non un
sol muto! ciò che è una sventura. Imperocchè parlando tutti, ciascuno
dimanda l'ora sua per farsi udire--non fosse che per farsi leggere dai
suoi elettori.

Noi abbiamo, come in tutti i Parlamenti, la distinzione di destra, di
centro, di sinistra. Ma questa distinzione non è assoluta. Vi sono
parecchi deputati che seggono alla sinistra e votano costantemente con
la destra: altri che, anche sedendo alla destra, votano talvolta con
la sinistra.--Verdi, per esempio, Gallenga. Poi vi sono le farfalline.
Sfido chi possa assicurare a qual _nuance_ della destra appartengono
Broglio, Alfieri, Scialoia ed oggi Minghetti--ed altri parecchi. Nelle
prime settimane videsi anche qualche cosa di più curioso. Un deputato
siciliano, il signor Paternostro, andarsene alla destra per attaccare
qualche deputato dell'estrema sinistra, onde esser sostenuto e sedere
nondimeno alla sinistra, a lato di Lafarina, suo capo di fila. Queste
due altre farfalle si sono ora fissate--non è duopo dir dove. Un bey
dell'Impero ottomano ed un consigliere di Stato del Regno d'Italia non
poterono incanagliarsi tra gli onorevoli della sinistra.

La destra non ha tinte ben recise; se non che seggono su i suoi banchi
parecchi pretendenti, parecchi rivali più o meno mascherati del conte
di Cavour--o di qualunque altro ministro--cui cercano rimpiazzare.
Ricasoli, Mamiani, Buoncompagni, Farini, Lanza.... sono là, spiando
l'ora, l'occasione, il pretesto sia per dare addosso al Gabinetto che
naufraga, sia per essere chiamati a farne parte. Essi hanno un occhio
al banco dei ministri, un altro alla sinistra dove accampa il _terzo
partito_. Essi attendono un segnale. La massa della destra vota come
un sol uomo col Ministero. Su questi banchi sonovi altresì gli agenti
provocatori, gli abbaiatori del conte Cavour. Trattasi di offendere
qualche membro della sinistra, di gittare una parola malevola contro
Garibaldi, di accusare il partito di azione? un uomo è presto trovato:
un siciliano--o Spaventa--scatta su da questi banchi, e mugge, e
morde, e bava. Ma su questi banchi siedono altresì degli uomini
convinti, di una grande considerazione, di un'onoranza a tutta pruova,
di una probità irreprovevole, i quali votano col Ministero, non perchè
esso è il Ministero, ma perchè la loro coscienza comanda loro di
sostenerlo. Io non voglio nominare che il signor Gustavo di Cavour e
Menotti.

La morte del conte di Cavour non ha fatto cangiare la tattica. Gli
stessi uomini, ed altri ancora, seguono le stesse evoluzioni
d'incontro al barone Ricasoli. Che questi cada domani, e la stessa
manovra comincia col suo successore. La strategia dei Parlamenti è
invariabile.

Il centro è _le radeau de la Méduse_. Là sonosi aggruppati tutti i
naufraghi. Tutti i frantumi, _épaves_, del partito del conte di
Cavour, che si ruppe nell'Italia meridionale, sono venuti a posarsi su
questi banchi. Questa consorteria può essere denominata il partito
delle pretensioni impotenti, degli ambiziosi fulminati.--Icari di
cartone imbrattato. Il centro è l'albergo degli Invalidi del
presidente del Consiglio. Non vi è quivi un sol uomo che non sia
sfregiato, _éclopé_, politicamente, o che non lo sarebbe prestissimo
se lo si mettesse all'opera: imperciocchè essi sono fusi quasi nello
stesso stampo, _moule_. Gli uomini dei centro non hanno più forza, ma
essi non mancano perciò di speranza. Al centro siedono Liborio Romano,
De-Vincenzi, Poerio, Piria, Conforti, Cicconi, Senegli, Scialoia,
Pisanelli.... l'è il quartier generale dei deputati napoletani, di cui
Poerio si crede il capo--il capo putativo--ma che non ha capo. _Pulvis
et umbra!_ Essi non hanno che un voto, cui cercano utilizzare.

Se il centro è l'accampamento degli uomini politici storpiati, la
sinistra è la sede degli uomini di Stato in isbozzo, per il momento.
Io dico per il momento, perocchè è là che si carica la mina, la quale
deve fare saltare il Gabinetto attuale--_l'attuale_ è di tutti i
tempi--è là che si formano, che si aggruppano, che si concentrano, che
si distribuiscono le parti coloro i quali--non passa giorno--si
mostrano sulla arena per dar battaglia a qualunque presidente del
Consiglio. Il capo naturale della sinistra ove tiensi il terzo partito
è il signor Ratazzi. Egli è l'ammiraglio di questo naviglio
minaccioso, carico di cifre, di lirismo, di libertà, di risparmi,
d'entusiasmo italiano, di armi e soldati a metter su, cui vedesi
spuntare all'orizzonte, e di cui capitano è Depretis, e secondo il
marchese Pepoli, il quale aprirà probabilmente il fuoco. È il terzo
partito che rappresenta veramente lo stato, non naturale ma
amministrativo, fattizio, officiale dell'Italia di oggidì. Se questo
partito arriva a costituirsi, se arriva sopra tutto ad intendersi con
le grandi individualità--tal che Garibaldi, Ricasoli--esso avrà con
lui il paese tutto intero, al di fuori della Camera, ed al di dentro,
il centro, il quale non sa a qual santo o a qual diavolo votarsi, onde
rivenire a galla--egualmente che la maggior parte di coloro stessi i
quali seggono all'estrema sinistra. Garibaldi è per due terzi con
essi--forse egli non è con noi, democratici, che per una vaga
aspirazione.

Dopo l'avvenimento del barone Ricasoli agli affari, dopo il ritorno
del Ratazzi da Parigi, la situazione ha subito qualche cangiamento--e
ne subirà-ancora dei nuovi--ma non radicali ed inevitabili. Il
Parlamento è un corpo vivo, animato da passioni forti e mobili,
d'ambizioni subite e calcolate, lungamente meditate, nascoste,
carezzate. Le esplosioni arrivano inattese. Così i calcoli sono
avventurosi e non si può, tutto al più, che riprodurre la situazione
del giorno. Spiri il vento, e queste foglie che chiamansi deputati si
rimescolano in un senso diverso.

L'estrema sinistra componesi di individui isolati, i quali hanno quasi
tutti un passato, un nome, una personalità morale, netta, recisa.
Tutti questi elementi non si accordano tra loro. Ve ne sono anzi che
risaltano, e di molto, sul colore dell'insieme. Amari, Ondes-Reggio,
Ugdolena, per esempio, sono cattolici ed un tantino autonomisti, ed
essi seggono a fianco di Ferrari, di Bixio, di Crispi, di Brofferio,
di Mellana, di Musolino, di Ricciardi--mio vicino--di Tecchio, di
Mordini, di Guerrazzi, di Sirtori, di Garibaldi, che ha preso posto in
mezzo di noi, accanto a Macchi, se tuttavia Depretis non riescirà,
quando il generale ritorni, ad allogarlo a fianco suo. Tutti questi
signori, ed altri, rispondono sia al nome di Mazzini, sia a quello di
Garibaldi, ovvero muovonsi nella loro propria orbita, un po'
scoraggiati, un po' stanchi.

Ma io ritornerò su ciascun partito e su ciascun lato della Camera. Che
vi basti, per il momento, questo colpo d'occhio sintetico dato
rapidissimamente.

Egli è ad osservare altresì che i deputati d'una stessa provincia
d'Italia tendono a ravvicinarsi, a grupparsi fra loro. Essi
prediliggono certi posti particolari. Per esempio, non vi è quasi
alcun toscano al centro e all'estrema sinistra--Mordini tranne. Questi
banchi brulicano di Napoletani e Siciliani. I Napoletani affezionano
il centro: i Piemontesi ed i Lombardi la destra o il centro sinistro.

I deputati delle differenti provincie possono classificarsi altresì,
per caratteri generali, salvo numerose eccezioni, in un'altra
categoria--quella dei sentimenti. I Siciliani sono ambiziosi e lottano
per proprio conto. I Napoletani si mostrano più flessibili in faccia
ai ministri. Essi si onorano di una stretta di mano, di una parola
lusinghiera, di un sorriso, delle moine di un ministro; essi
volteggiano, come farfalle, sempre intorno ai banchi dei membri del
Gabinetto. I Toscani pajono indecisi; essi portano scritto sulla loro
bandiera: _Ne quid nimis!_ I Lombardi sono i più caldi partigiani del
conte di Cavour--oggi del barone Ricasoli--ma non sì teneri che i
Toscani--e con vedute amministrative più larghe. I deputati
dell'Italia del centro sono ministeriali in genere. I Piemontesi, o
funzionari o del terzo partito--ma conservatori sempre--anche sedendo
alla sinistra. In generale il Ministero recluta i suoi uomini più tra
gli aspiranti agl'impieghi ambiziosi che tra gl'impiegati e tra
gl'inquilini del bilancio. E nondimeno, gl'impiegati conosciuti e
sconosciuti, i funzionari ed i pensionati, sommano almeno a 120 fra
noi. Ne ho veduti però votare con la sinistra ed altri alla sinistra
sedere.

Tocchiamo ora le specialità.

Non si agiterà mai una quistione senza che non avessimo a sorbire un
ordine del giorno di Ricciardi, o di Lanza, o di Buoncompagni.
Caracciolo porta attorno degli ordini del giorno in commandita, a cui
non mancano mai nè Lacarta, nè Bonghi, nè Massari, nè Baldacchino--e
non ho bisogno di dirvi di quale tinta. Il dormiglione il più assiduo,
il più intrepido del Parlamento, è il signor Ranieri. Bisogna domandar
la chiusura? il lasso della discussione è bello e trovato--è il signor
Gallenga--il quale troppo sovente, ahimè! non ha che ragione. De
Blasiis è sempre pronto a chiamarsi soddisfatto. Il signor Castellano
protesta sempre. L'anno scorso, quando sedeva alla destra, aveva
altresì la specialità delle proposizioni indiscrete. Domandava, per
esempio, un appello nominale quando i membri della sinistra credevano
opportuno di andarsene per non votare, ovvero gridava: Non siamo più
in numero. Ora è Ricciardi che prende questo vezzo--ma in senso più
liberale--egli dice legale. Colui che parla il più fuori, il meno
dentro della Camera, è il signor Ninco. Il passeggiatore il più
dispiacevole, il ronzatore il più antipatico che crispa i nervi, è
Lacarta, San-Donato parla sempre o frizza--quei della destra ben
inteso. Plutino ha lo più d'enfasi provinciale. Lo più irritato ed
irritante è il signor Paternostro. Lo più scipito e vuoto è Bruno.

Vi è una categoria di deputati che ha la malattia di proporre delle
leggi per avere l'occasione di recitare un piccolo discorso meditato,
mandato a memoria per sei settimane.

Un sol deputato siede alla Camera la testa coverta di un
berrettino--il mio eccellente amico signor Rendina. Mordini provò un
momento d'imitare questo Grande di Spagna della Sovranità nazionale;
ma il suo _fez_ di velluto ha soccombuto alla fine sotto
l'indignazione di una coppia di begli occhi che lo fulminavano dalla
tribuna delle dame, ed è scomparso. Massari è l'amico di tutto il
mondo--che non sia però un semplice mortale! Crispi ha l'attitudine la
più aggressiva nella Camera--quando s'indigna e rompe la monotonia.
Allorquando egli si alza per parlare, si direbbe che sia per tirar
fuori di tasca un paio di _revolvers_. Io ho udito il ministro
Minghetti a dirgli, ch'egli ne aveva paura. Macchi non manca mai di
parlare, quando si tratti di una protesta generosa.

L'ex-Mirabelli, giudice mascherato d'avvocato, era tutto sorriso
quando si protendeva in avanti per parlare. Il suo naso terribilmente
rosso--diventava un carbone infiammato per beatitudine. Non parlava
mai, ben inteso--che per cantare il _laudamus pueri dominum_. Il
lettore di discorsi il più intrepido era il mio dotto vicino, signor
Turati. La Camera mormorava, e Turati leggeva. Il presidente faceva
osservare che si era di già deliberato su quanto il signor Turati
domandava, e Turati leggeva. Lo si interrompeva, lo si interpellava,
si gridava, si strepitava, si chiamava all'ordine, e Turati leggeva.
Gli si versava dell'acqua zuccherata, Turati non beveva, e leggeva
sempre. Turati avrebbe letto perfin se la Camera avesse preso fuoco, e
non vi fossero restati su i banchi che i calamai--ed il signor Poerio.
Il signor Turati, infelicemente morto, i deputati che seguono il suo
esempio sono numerosi--anche troppo.

Il signor Proto era, tra gli onorevoli della destra, colui il quale
sorbiva con più beatitudine i discorsi del conte di Cavour. Questo
deputato avendo lasciato il Parlamento, la sua parte e la sua
soddisfazione di benessere è stata ereditata dal De-Blasiis--il di cui
cranio lucido diviene purpureo e la pallida figura trasuda scandelle
di grasso animale. Per questo deputato i ministri non hanno nome. Sono
ministri--unti di Dio avendo una chiave della cassa--ed egli li ammira
tutti.

Il conte di Cavour era l'oratore più logico del Parlamento. Il suo
posto è ora a prendere, Buoncompagni è il più linfatico. Ferrari il
più largo ed il più paradossale. Ondes-Reggio lo più dottrinario.
Brofferio lo più drammatico. Massari il più cortese, il più verboso, e
sovente il più vuoto. Mamiani il più amplificatore. Chiaves il meno
avvocato fra gli avvocati. De-Blasiis il più ristucchevole. Mancini lo
più monotono per dispiacenza di voce. Pisanelli e Conforti li più
teatrali. Il Minghetti il più elegante nella forma italiana. Lo più
scorretto, ma il più aggressivo e il più pieno di fatti, il mio vicino
Mellana. Lo più bisbetico è Boggio, cui annoiano molto i lettori ed i
scrittori di giornali. Boggio parla, e chi scrive di qua, chi legge di
là a oltranza, come se volessero protestare, come gente che si annoia.
Susani e Valerio li mettono in fuga. E nondimeno Boggio e Susani
dicono spessissimo delle cose molto sensate.

Io termino qui questo colpo d'occhio generale, il quale, ne ho paura,
è di già troppo esteso.

Ecco i tratti generici del nostro Parlamento. Comincio adesso a
delineare in dettaglio le fisonomie le più interessanti, e principio
dal presentarvi il conte di Cavour e il Ministero.



II.

Il conte di Cavour.--La sua giovinezza.--Paggio.--Luogotenente del
genio.--Viaggio in Inghilterra ed in Francia.--Scrive nelle
Riviste.--Suo stile.--Ritorna in Piemonte.--Il _Risorgimento_.--Il conte
di Cavour deputato.--Sue evoluzioni parlamentari.--Ministro.--Motto del
re al signor d'Azeglio.--Cavour al congresso di Parigi.--Dopo la pace di
Villafranca.--Carattere e genio di quest'uomo di Stato.--Cavour
oratore.--La sua tenuta nel Parlamento.--Dopo la sua morte.


        _Torino, 1 maggio 1861._

Io non so se la biografia del presidente del Consiglio sia
universalmente conosciuta. Ad ogni modo, e' non sarà fuor di proposito
che io ne dia qui un riassunto sommario. Il conte Camillo Benso di
Cavour nacque nel 1810. Fu educato alla scuola militare e instrutto
molto sommariamente. Poi esordì nel mondo, o per meglio dire alla
Corte, in qualità di paggio di Carlo Felice.

Il re trovò che il suo paggio non aveva la vocazione voluta per
servire in una Corte bigotta e triviale come la sua, e gli dette
congedo. Il conte di Cavour se ne vendicò dicendo: Che gli avevano
ritirato il basto. Ritornò al collegio militare, ed a diciotto anni ne
uscì col grado di luogotenente del genio. Ma il signor conte non fu
più fortunato nell'esercito, che non lo era stato alla Corte. Nel 1831
e' trovavasi a Genova per sorvegliare alcuni lavori di fortificazione.
Mostrò delle tendenze liberali: disse qualche parola smozzicata sugli
avvenimenti della Francia di allora. Per punirlo di questa audacia, fu
mandato di guarnigione nel forte di Bard. Il conte di Cavour dette la
sua dimissione e si mise in viaggio.

Visitò la Francia e l'Inghilterra, ove fissò principalmente la sua
residenza e dove si prese di amore per le istituzioni inglesi e per la
politica d'Inghilterra--cui egli neglesse di poi.

L'uomo inclinò verso la Gran Bretagna: il ministro si appoggiò sulla
Francia.

E ritornando in Francia scrisse qualche articolo di Rivista. Io non ne
segnalerò che due, i più caratteristici, l'uno _Sullo stato attuale
dell'Irlanda e sul suo avvenire_; l'altro, _Delle idee comuniste e dei
mezzi di combatterne lo sviluppo_. Nel primo articolo egli si mostra
partigiano del sistema di Malthus e dà ragione all'Inghilterra; nel
secondo egli dà ragione, come doveva essere, agli economisti su i
socialisti. Egli spera molto dalla beneficenza dei signori e dalla
carità legale. Ammira Pitt e ne fa un ritratto rimarchevole. In
generale, lo stile del conte di Cavour è arido, interrotto, nervoso,
senza altri ornamenti che una logica serrata e sottile. Il conte di
Cavour non ha il tempo di adornare un modello--_mannequin_; egli cerca
un uomo.

Il conte di Cavour ritorna in Piemonte saturo d'idee e di fatti, senza
avere largamente studiato, ma avendo molto osservato. Egli volle
utilizzarsi pel suo paese e entrò nella Direzione degli asili
infantili. Ma egli era sospetto di già. Egli riportava la peste del
liberalismo: veniva tutto pregno del profumo di progresso che
respiravasi a quell'epoca in Francia, come in Inghilterra, in tutto lo
sviluppo della vita pubblica. Il presidente degli asili lo pregò, _pel
bene della società_, di uscire dalla Direzione. Egli entrò
nell'Associazione agraria e nella Commissione della statistica.

Nel 1847 fondò un giornale politico coi signori Balbo, Galvagno, Santa
Rosa, _Il Risorgimento_, il quale aveva a scopo di propagare le idee
di progresso, di riforma, d'unione tra principi e popoli, e
l'indipendenza d'Italia. Il signor di Cavour era lo più vivo ed audace
tra i redattori di questo periodico ed uno dei più arditi pensatori
del Piemonte. Lo mostrò quando una deputazione di Genova venne a
domandare a Carlo Alberto l'espulsione dei gesuiti e l'organamento
della guardia nazionale. Il conte di Cavour appoggiò Brofferio, il
quale scappò fuori con un grido «La migliore delle riforme è la
Costituzione; dimandiamola senza indugio!» Valerio, Galvagno ed altri
respinsero questa idea audacissima. La petizione al re fu solo segnata
da Cavour, Brofferio, d'Azeglio, Durando e Santa Rosa--e la si fece
capitare a S. M.

La condotta del conte di Cavour, la petulanza delle sue idee, la sua
indipendenza, lo misero molto male col partito aristocratico,
egualmente che col partito democratico--a quell'epoca molto più
avanzato che oggidì in Piemonte. Dopo le cinque giornate di Milano,
Cavour consigliò al re l'audacia e la guerra immediata.

Alle seconde elezioni, Torino l'inviò al Parlamento come suo deputato,
ed il nobile conte prese posto al centro destro, onde tener testa,
come fece, alle esigenze immoderate della destra come della sinistra.
Qui comincia veramente la sua carriera politica.

Dopo la disfatta di Custoza, il conte di Cavour si arrolò come
volontario, ma non ebbe il tempo di partire, perchè le cose
precipitarono con una spaventevole rapidità. La capitolazione di
Milano ebbe luogo. Egli restò al Parlamento e sostenne il Gabinetto
formato dal re, il 19 agosto 1848, sotto la presidenza del marchese
Alfieri. Combattè Gioberti, che era allora il capo del partito
democratico.

Nelle elezioni di gennajo 1849 il conte di Cavour non fu eletto.
Malgrado ciò, trovando giusta la politica di Gioberti, il quale voleva
far occupare Roma e la Toscana da soldati italiani, la difese nel suo
giornale. Gioberti cadde. Il conte di Cavour sostenne il ministero
Ratazzi, il quale, nella condizione terribile cui gli aveva fatta la
situazione di quell'epoca di delirio, dovette dichiarare la guerra
all'Austria. La rotta di Novara fece cadere il Ministero.

D'Azeglio convocò un nuovo Parlamento; e Torino nominò di nuovo il
conte di Cavour. La Camera era ministeriale. Cavour divenne capo del
centro destro; Ratazzi del centro sinistro. E d'allora la divergenza
fra questi due uomini di Stato divenne ancora più pronunziata.
Nondimeno, il conte di Cavour si oppose altrettanto, e forse più alla
destra che alla sinistra. D'Azeglio lo vedeva innalzarsi e spuntar
all'orizzonte come ministro. Dopo la morte di Santa Rosa egli gli
affidò il portafogli del commercio e della marina. Infine, eccolo
all'opera.

Vittorio-Emanuele, che ha l'istinto di presentire la superiorità, lo
indovinò. Egli disse a d'Azeglio, che glielo proponeva: «Va benissimo,
ma quell'uomo lì vi rovescerà tutti!» Poteva dire, ci dominerà tutti.
D'Azeglio non se ne sbigottì. Poco dopo, Cavour accoppiò ai due suoi
portafogli poco serii, quello importantissimo delle finanze, cui
conservò dal mese di aprile 1851 fino al maggio 1852. A quell'epoca,
il conte di Cavour appoggiò Ratazzi, capo della sinistra, come
candidato alla presidenza della Camera. Ciò spiacque a Galvagno, il
quale, nel Ministero, rappresentava l'elemento conservatore ad
oltranza. Il Gabinetto, fu sciolto.

D'Azeglio ne compose uno a nuovo, il quale non potè vivere a causa
delle dissensioni sopravenute tra il Piemonte e Roma. D'Azeglio
consigliò al re di nominar capo del Governo il conte di Cavour, il
quale si era recato al Congresso economico di Bruxelles. Traversando
Parigi, egli si presentò per la prima volta all'imperatore Napoleone
III. Cavour divenne presidente del Consiglio e prese il portafogli
delle finanze. Poi, quindi a poco, Buoncompagni essendosi ritirato,
egli invitò Ratazzi al ministero della giustizia. Il conte di Cavour
si alligava al centro sinistro.

Nel 1857, Ratazzi avendo lasciato il portafoglio dell'interno, il
conte di Cavour accumulò quello degli affari stranieri, dell'interno,
dell'istruzione pubblica e la presidenza. Fu ministro fino alla pace
di Villafranca.

Il conte di Cavour aveva carezzate le idee inglesi, essendo deputato e
giornalista: arrivato al potere, ei comprese la parte che l'imperatore
Napoleone andava a far rappresentare alla Francia, e si appoggiò
apertamente e con abbandono sur essa. Ei fece decidere la spedizione
di Crimea, il di cui successo lo condusse al Congresso di Parigi,
Quivi egli si diede a conoscere meglio all'Imperatore, cui meglio
conobbe. Essi s'indovinarono, forse si compresero. E forse ei bisogna
datare da quest'anno quell'accordo che si manifestò di poi per un
seguito di avvenimenti fortunati per l'Italia. La questione italiana
fu iniziata, anzi posta nel Congresso di Parigi dal conte di Cavour,
con il consentimento dell'Imperatore, l'Inghilterra favorendolo. A
Plombières furono convenute forse l'alleganza di famiglia e
l'alleganza nazionale. E la guerra del 1859 spuntò in quel firmamento
ove dovevasi vedere quindi a poco la stella d'Italia brillare, quella
dell'Austria impallidire.

Ma un malinteso si era frapposto tra il ministro del re Vittorio
Emanuele e l'Imperatore. Il ministro voleva un'Italia intera,
un'Italia italiana; l'Imperatore aveva fatto delle riserve, delle
reticenze, aveva dei fini occulti. Cavour non volle tradire l'Italia.
E la convenzione di Villafranca fu precipitata.

Anche il re rinnegò il suo ministro!

Ratazzi, il quale rimpiazzò il conte di Cavour, _obbligato_ a
ritirarsi, Ratazzi si trovò imbarazzatissimo con la Francia. Egli non
osò nè bravarla, nè cedere. La caparbia resistenza del barone
Ricasoli, in Toscana, salvò l'Italia. Cavour fu richiamato agli
affari. Egli accettò l'annessione del Centro e segnò la sua pace con
le Tuileries, mediante la cessione, dolorosissima, ma giustissima,
astuta, politica, di Nizza e della Savoja. Egli inaugurava il
principio dell'Italia _una_, che contraponeva ai principj del trattato
di Vienna. Un altro atto del grande dramma italiano era ancora
rappresentato. Restava il quarto.

Il conte di Cavour lascia i volontari organizzarsi e li ajuta, sotto
mano, come può. Egli lascia partir gli argonauti che vanno alla
conquista del vello d'oro--l'unità d'Italia--a Marsala, ma non senza
uno stringimento di cuore, dubitando dell'esito. Egli li lascia
vincere, procedere, marciare, rovesciar la dinastia borbonica, e poi,
una volta sul Volturno, in faccia di quella ridicola Capua che barrica
loro la strada di Roma, il conte di Cavour si finge _debordé_, secondo
la parola dell'Imperatore, dalla rivoluzione e dai rivoluzionarj, e
gitta l'esercito del re negli Stati del Papa. Egli salva Garibaldi, la
rivoluzione, l'Italia. Il resto è noto. Ciò fu un colpo di genio come
ve ne ha pochi nella storia.

Io ho corso, ho divorati i dettagli. Ho fretta di riassumere, perchè
desidero di esser corto.

Il conte di Cavour, senza contestazione, è il terzo uomo di Stato
d'Europa--con lord Palmerston e l'Imperator Napoleone. La perdita di
questo uomo, nelle circostanze attuali, sarebbe, per l'Italia, una
sventura irreparabile. La forza del conte di Cavour non è nei suoi
principii; egli non ne ha alcuno d'inesorabilmente determinato. Ma
egli ha uno scopo, uno scopo fisso, netto, la di cui grandezza avrebbe
data la vertigine a tutt'altro uomo--dieci anni fa--quello cioè di
formare un'Italia una ed indipendente. Gli uomini, i mezzi, le
circostanze, gli sono stati, gli sono tuttora indifferenti. Egli
cammina diritto, sempre saldo, sovente solo, sacrificando i suoi
amici, le sue simpatie, qualche volta il suo cuore, spesso la
coscienza. Nulla gli è duro. La pieghevolezza del suo spirito è
maravigliosa. Egli indovina tutto, e raramente s'inganna, non già
sulla verità, ma sul successo dell'opera. Egli riunisce la solidità di
calcolo del temperamento inglese, con quel genio politico senza
scrupoli, senza idealismo, sovente senza generosità, del carattere
italiano. Il conte di Cavour è un tratto di unione tra sir Robert Peel
e Macchiavello. Egli ha qualche cosa di bizantino: l'astuzia, la
logica fina, il risultato sempre reale anche nel paradosso. Leggete le
sue note diplomatiche. Egli è impossibile di aver ragione, ed anche di
avere torto, con un scintillamento di argomenti più solidi, più
urgenti, che vi prendono alla gola con la loro eloquenza. Se ne resta
colpiti ed abbacinati--e sovente convinti.

Il conte di Cavour, il quale sventuratamente non ha sempre lo ingegno
d'indovinare gli uomini, ha sempre quello d'indovinare una situazione,
e più ancora, d'indovinare il lato possibile di una situazione. Ed è
questa maravigliosa facoltà che ha contribuito a formare l'Italia di
oggidì. Ministro di una potenza di quarto ordine, egli non poteva
creare le situazioni, come l'Imperatore Napoleone, nè appoggiarsi ad
una grande forza nazionale, come lord Palmerston.

Il conte di Cavour doveva trovare una fessura nell'addentellato della
politica europea, e guizzarvi dentro, ed appiattarvisi, e praticarvi
una mina, cagionarvi un'esplosione. Ed è per questo modo ch'egli vinse
l'Austria e si assicurò l'ajuto della Francia e dell'Inghilterra. Ove
altri uomini di Stato avrebbero rinculato, il conte di Cavour si gittò
testa in giù, dopo avere scandagliato il precipizio ed aver calcolato
perfino i profitti della caduta. La spedizione di Crimea, la sua
attitudine al Congresso di Parigi, la cessione di Nizza, l'invasione
degli Stati pontificii nell'ultimo autunno sono state la conseguenza
della vigorosa tempra del suo spirito.

Ecco in breve l'uomo della politica straniera. Egli è forte, egli è al
livello della situazione, degli uomini del suo tempo e dei tempi.

L'uomo della politica interna è meno completo; meno finito. Il signor
di Cavour possiede la conoscenza generale degli affari; egli ha delle
idee larghe, molto liberali, niente complicate; ma egli manca
dell'abilità pratica della messa in scena. Inoltre, egli ha sovente la
mano infelice nella scelta degli uomini. Testimone, la serie di agenti
ch'egli ha spediti nell'Italia meridionale--il signor Nigra compreso
ed il Principe di Carignano. Il conte di Cavour si sente al disopra
del dettaglio, il quale è nondimeno importante nell'amministrazione,
ed è questo il lato vulnerabile della sua politica; perchè, negli
affari stranieri, alcuno non contesta la sua superiorità.

Evvi ancora un altro punto che urta talvolta nella condotta del conte
di Cavour--ed è la sua personalità. Cavour si conosce, egli conosce la
gente che lo attornia; la stima poco, forse punto, ed ha il torto di
farglielo sentire. E' non tollera eguali, non essendo abituato ad
incontrarne molti. Quantunque egli tocca, deve piegare, deve
rassegnarsi a vedersi manipolato, _pètri_, da questa mano potente. Il
Re stesso ne subisce il magnetismo, ne freme, ne è geloso e tenta
invano di ribellarsi. Ora chi non consente a lasciarsi assorbire dal
conte di Cavour, si classifica, senza transazione, tra i suoi nemici,
o per meglio dire tra i suoi avversarj--perocchè il conte di Cavour sa
portare il broncio, conservar per un tempo il rancore; odiare no.

Arrogasi a ciò le sue maniere brusche, brevi, poco curevoli
dell'altrui suscettività, il sorriso sarcastico cristalizzato sulla
sua faccia; l'abitudine di dare degli ordini, il suo portamento e le
sue fattezze borghesi, le quali non lasciano alcuna probabilità al
successo neppur delle sue cortesie, delle sue piaggerie verso coloro
che vuole rabbonire, inzuccherare, _amadouer_! Si aggiunga la sua
parola spezzata ed imbarazzata; la sua voce acre e metallica che male
affetta la prima volta; il suo gesto petulante, brusco, _saccadè_, e
voi completerete l'uomo, il quale vi attira poco, quando non gli siete
legato per altri vincoli.

Il conte di Cavour si tiene in Parlamento assolutamente come se la
sinistra non esistesse, come se egli fosse nel suo salone, in mezzo
dei suoi famigliari--sopratutto quando si annoja. Egli parla, egli
ride, egli petulantemente volta le spalle ai suoi colleghi, egli si
accoccola, sbadiglia, tormenta il velluto della tavola con il suo
tagliacarte, fa degli epigrammi;.... se avesse le abitudini americane,
metterebbe i piedi sul _bureau_! Egli non vede là che la maggioranza,
vale a dire, degli amici fedeli--dei confidenti.

Il conte di Cavour non è un oratore nel senso francese, egli lo è
piuttosto nel senso inglese. Egli ha la parola difficile, perocchè e'
non vuol dire una parola di troppo, una parola la quale non abbia la
portata ch'egli vuol darle. Egli non parla per la Camera, ma per
l'Europa. Egli ha un ragionamento serrato, sostanziale, lucido; tocca
il cuore della quistione; e se non ha sempre ragione, egli non cade
mai nella trivialità e nei nonsensi.

Conchiudo.-Il diplomatico è un gigante; l'amministratore, mediocre;
l'uomo, un antitesi. Con lui non si resta giammai in un'attitudine
indeterminata: gli si ubbidisce o gli si addiviene ribelle. E' non
lascia menarsi dai suoi amici, non conta i suoi amici. È il pensiero
d'Italia, all'estero; all'interno, ne è il cuore. Egli è l'anima
sempre del Gabinetto, che in lui s'identifica, s'_illusa_, direbbe
Dante.

Parlerò della sua politica attuale quando avrò abbozzati, a passo di
carica, i suoi sette colleghi.

Quando io pubblicai il giudizio su riferito, i miei amici della
sinistra mi lanciarono l'anatema, e poco mancò ch'e' non mi dessero
dell'apostata. Io fui considerato come un adulatore. Cavour me ne
ringraziò. Due mesi dopo, il grande ministro moriva. E l'Europa
intera, e l'Italia come un sol uomo mi davano ragione. Gli avvenimenti
che sono sopravenuti hanno confermate le mie appreziazioni.

Si può, in questo momento, misurare un lembo, calcolare un lato
dell'opera del conte di Cavour. Basta ravvicinare i due estremi: donde
partì, vale a dire, e dove fermò il suo passo, colpito dalla morte.

Egli trovò il _Piemonte_--dopo Novara!--egli lascia l'_Italia_--dopo
il Volturno e Gaeta.

Quantunque è stato fatto nell'intervallo, è stata opera sua, o egli
ajutando. Egli ha sempre marciato in avanti; ed anche allorquando
seguì al rimorchio gli avvenimenti che lo soverchiarono, anche quando
lasciossi scappare l'iniziativa, la sua parte di secondo ordine non
era che apparente. Un dubbio gravita ora sulla sua tomba. Volle egli
l'Italia _una_, ovvero un gran Piemonte--un regno d'Italia del Nord--o
tutta la Penisola indipendente?

Io credo che la concezione dell'Italia _una_ non gli venne che dopo
l'annessione della Romagna. Innanzi a Roma--quantunque indifferente in
materia religiosa--in faccia del papa, cui egli credeva più grande in
realità nel mondo, più radicato nell'anima dei popoli, il conte di
Cavour si arrestava, non già sbalordito o atterrito, ma dubbioso. La
sua mano provava un'involontaria convulsione stendendosi alla tiara--o
al triregno. Per tutto il resto, e' procedè di un passo sicuro. In
politica, e' fu giuocatore avveduto. La sua messa contro l'Austria,
era la ruina dell'Austria stessa--se dessa avesse vinto. Imperciocchè,
stendendo la sua potenza sulla Penisola intera, l'Europa sarebbesi
allarmata di tanto formidabile dominio. Ed il conte di Cavour non
aveva a temere che l'Austria. Ed egli aveva conquistato l'appoggio
della Francia e dell'Inghilterra.

Il conte di Cavour lasciò la sua opera interminata. La sua morte ha
forse anche ritardato il compimento di quest'opera. Ma forse altresì
egli è morto a tempo per sè stesso. Egli avrebbe dovuto fare dei
sagrifizi, ai quali il suo cuore avrebbe ripugnato, e cui la sua
ragione, il suo calcolo di uomo di Stato avrebbero consigliati e
sanzionati. La natura del suo ingegno, la tempra della sua mente,
erano meno propri a questo periodo di persistenza, di ostinazione, di
_raideur_, nel quale è entrata la quistione italiana--meno proprii che
al periodo precedente, nel quale bisognava lottare, provocare,
intrigare, mettere in sussulto l'Europa, gittare l'allarme, creare le
difficoltà, tirar partito di una forza che l'Italia non aveva allora,
e che è negletta oggidì.

L'eredità ch'egli ha lasciata non è imbrogliata, ma la gestione n'è
difficile. Egli aveva messo in movimento l'energia italiana sotto
tutte le sue forme--una parte per agire di concerto con lui, una parte
per resistergli. Tutte le file gruppate nella sua mano rispondevano ad
una delle funzioni della vita italiana. Lui morto, una specie di
paralisi ha invaso il corpo sociale della Penisola. Si è creduto
perfino inutile di resistere, di attaccare il potere. L'Italia si fa;
ma forse più per gli errori dei suoi nemici che per l'iniziativa ed il
concorso dei suoi amici. Vivente Cavour era l'inverso.

Il posto vuoto ch'egli ha lasciato resta inoccupato tuttavia. Le linee
ch'egli aveva tracciate sono religiosamente seguite; ma il pensiero
che poteva modificarle, dar loro la vita, farle deviare onde evitare
un ostacolo, quel pensiero non è più---non lo lasciò in eredità ad
alcuno. Si traducono le sue idee liberamente--ma esse cominciano già a
non essere più dell'epoca nostra. Sono la storia.

La potenza del genio del conte di Cavour si riassume in questo: che
egli indovinò l'anima della nazione, e, forte di quest'appoggio morale
e latente, plenipotenziario dell'Italia possibile--vale a dire
dell'Italia del popolo--egli agì nel mondo officiale e la fece sentire
all'Europa, non quale era, ma quale poteva essere. _Piemontese_, il
conte di Cavour applicò tutte le risorse del suo spirito per vendicare
la rotta di Novara. _Italiano_, egli si servì dello spirito
rivoluzionario--tradizionale in Italia--per compiere la più grande
opera di conservazione che si sia fatta dopo il congresso di
Munster--il principio della ponderazione dell'Europa sulla base delle
frontiere naturali.

Non si conosce ancora tutta l'estensione e la profondità dell'opera
del conte di Cavour, perchè quest'opera, essendo stata in gran parte
una cospirazione di tutte le ore, e dovunque, ed in tutto, l'epoca
delle rivelazioni non è ancora arrivata. Ma io credo che quest'opera è
stata immensa, avuto conto dell'intensità e dell'attività del suo
spirito. Egli fu il nostro Pitt. Ed io sarei quasi per dire, più
grande che lui--perocchè egli ebbe la costanza, la tenacità, la
fissità dello scopo, l'implacabilità dell'odio contro il nemico del
suo paese, come l'immenso uomo di Stato dell'Inghilterra, ed ebbe in
più a lottare contro l'esiguità dei mezzi di cui appena poteva
disporre l'Italia. Pitt agitava e rimoveva con una leva che chiamavasi
la Gran Bretagna; Cavour con un pezzo di cuneo che chiamasi Piemonte.
Ma come Pitt, egli usò di quella dittatura irresponsabile di cui
l'avevano investito il suo re ed il suo paese--ed il risultato ch'egli
ne ottenne fu cento volte più grandioso. Pitt abbattè un uomo; Cavour
creò una nazione!

Io mi arresto. L'ora di comprendere il conte di Cavour e di valutare
la sua parte non è ancora sonato.



III.

Cavour riassume in sè stesso il Gabinetto.--Minghetti prima di esser
ministro.--Ministro e dopo.--Fanti.--Della Rovere.--Peruzzi.--Cassinis.--Il
ministro amabile ed il suo _a latere_ signor Niutta.--De Sanctis.--Una
parola della politica del Gabinetto.


        _Torino, 6 maggio 1861._

Il Ministero dunque è il conte di Cavour. L'Europa lo sa: noi lo
sappiamo. I membri del Consiglio non sono uomini politici. Ciò avrebbe
potuto cagionare degli stiracchiamenti, imbarazzare la marcia del
conte di Cavour; e quest'uomo di Stato non si crea mica degli ostacoli
inutili, i membri del Gabinetto sono degli uomini d'affari, la di cui
personalità, per considerevole ch'esser possa, non potrà giammai
provocare un dualismo, funesto in questo momento all'Italia.

La politica italiana--qualunque essa si sia--è tutta di un pezzo. Un
sol uomo l'ha concepita, un sol uomo la mena, ed egli ha la confidenza
dell'Europa. Il conte di Cavour è investito della dittatura dalla
maggioranza legale della nazione, ed il Re stesso, il quale è
probabilmente italiano altrettanto che Cavour--vi si rassegna--con più
o meno di buona grazia--e ne raccoglie candidamente i frutti.

L'individuo, nondimeno, lo più spiccato nel Consiglio, dopo il
presidente, è il signor Minghetti, ministro dell'interno. Il signor
Minghetti, bolognese, ha 48 anni; è alto, biondo, ha fisionomia
mobile, ha maniere cortesi. Egli fece la sua apparizione nel mondo
politico sotto la protezione del signor Berti-Pichat, presidente della
società agricola delle Romagne. Ei si applicò agli studi economici, e
pubblicò un libro commendevole, intitolato _Saggi di economia
politica_. Poi, nel 1847, egli fu dei più vigorosi collaboratori del
_Felsineo_, giornale mellifluo che predicava la dottrina di Gioberti e
di Pellegrino Rossi. Poco dopò il signor Minghetti si recò a Roma,
attirato dall'ambizione e dalla sua confidenza nelle velleità di
riforma manifestate da Pio IX, ed il Santo, padre lo nominò, in
effetto, ministro dei lavori pubblici nel suo primo ministero laico.
L'illusione calmata, Minghetti, in divisa di guardia nazionale, si
portò, in compagnia di monsignor Corboli-Bussi, inviato di Pio IX, al
quartier generale di Carlo Alberto, il quale combatteva allora
l'Austria. Il conte Martini coprì il signor Minghetti della sua
benevolenza, e questo Commissario del Governo provvisorio di Milano
ottenne dal re che il suo protetto fosse decorato della croce di S.
Maurizio e nominato capitano. Il re consentì; il Minghetti fece la
campagna con bravura.

Dopo la disfatta dell'esercito sardo, il signor Minghetti ritornò a
Bologna, riprese i suoi studi, ed insegnò anzi in particolare le
dottrine economiche e quelle del diritto. Al Congresso di Parigi il
conte di Cavour aveva bisogno di un uomo, il quale conoscesse in tutte
le sue minuzie quella calamità che chiamasi governo pontificio. Farini
propose Minghetti, e questi andò a Parigi in qualità di segretario
particolare del conte di Cavour. Alla chiusura del Congresso, non
potendo senza pericolo far ritorno a Bologna, Minghetti viaggiò in
Francia, in Inghilterra, ed andò perfino in Egitto, attiratovi,
dicesi, non dal desiderio di contemplar le Piramidi ed i loro
_quaranta secoli_, ma da due piccoli bei piedi e da un crinolino. Un
anno dopo ritornò. Il conte di Cavour lo ritenne a Torino e lo nominò
segretario generale agli affari stranieri. Dopo la pace di
Villafranca, Minghetti si dimise col suo protettore e si restituì
novellamente a Bologna. Vi fu nominato presidente dell'Assemblea
Costituente, nel settembre 1859; poi ministro; infine deputato al
Parlamento di Torino. Egli esordì con un discorso eloquentissimo in
favore della cessione di Nizza e Savoja. Infine, s'ebbe il portafogli
dell'interno, quando il signor Farina, ahi lasso! preferì di andare a
troneggiare a Napoli, ove egli doveva perdere la sua rinomanza e
guadagnar l'itterizia.

Il signor Minghetti è ambizioso: egli farà il suo cammino. Egli è
largamente liberale--se tuttavia è qualche cosa--perocchè egli è tutto
con tutti--eccetto austriaco ed oltremontano--avvegnacchè alcuno non
contesti ch'egli sia cattolico a doppia fodera. Minghetti ha sfiorate
tutte le dottrine--da Melchiorre Gioja a Rosmini, da Balbo a Gioberti.
Egli è l'uomo ad impressioni vive, artista nella forma. È il primo
legislatore italiano che abbia scritte delle leggi in lingua italiana
pura--senza eccettuarne il Mamiani ed i ministri toscani, che vennero
poi, ed oggi sono. Il signor Minghetti ha la parola soffice, la frase
ben congegnata, la voce armonica, ma cadenzata; le idee sobrie, ma
chiare; la percezione viva. Egli è affabile. Assiduo al lavoro e
facile. È senza sussiego (_morgue_), insinuante, conciliativo, atto a
comprender tutto ed a comprender subito. Quando una questione lo
imbarazza, egli la evita con una promessa o una professione di fede di
liberalismo generale. Minghetti adora il futuro. Raramente ei risponde
che _ha fatto_ o che _è in via di fare_: ei _farà_! Egli non mette
alcun amor proprio nelle sue concezioni. Aveva presentata una legge,
per molti tratti commendevole, sull'organamento amministrativo delle
comuni e delle provincie, ove aveva infiltrato dentro un'idea un po'
sua--quella delle _regioni_. La Camera non vuole udirne a parlare.
Minghetti non se ne picca, non vi si attacca con affetto paterno: la
sagrifica come una trovatella--e conserva il portafogli. Egli è
l'oratore del Ministero.

Però, la sua abnegazione non gli valse gran che. Due mesi dopo dovette
uscire dal Gabinetto. In realtà, egli si era impegolato al portafogli;
ma i ministri toscani pretesero che Minghetti si fosse abbarbicato
alle sue famose regioni, ne fecero ressa, arroventarono la stampa, e
gli consigliarono amichevolmente di andare a respirare l'aria salutare
dei colli natii. Il colpo fu brusco. Minghetti ne è divenuto più calvo
e più stupefatto, n'è smagrito. Mi si dice ancora--quasi che ciò mi
facesse caldo o freddo--ch'egli è perfino annojato del bel sesso. Io
so, al contrario, che è tornato dal suo viaggio di Londra cotto di
lord Palmerston, che non vide, di Gobden, a cui scrisse una lettera--e
di una mezza dozzina di quelle miss che passeggiano la sera in
Regent-Street, all'uscita del ballo di Argyle-Room. Il signor
Minghetti è ritornato alla Camera.--e si è rassegnato a sostituire
alla vice-presidenza quel povero grand'uomo mancato di Poerio--cui ci
è impossibile sostituire con grande giubilo della Camera. Quando
Poerio presiede, noi siamo in carnevale!

Minghetti si è assiso tra gli imbronciati del terzo partito. Ma egli
appoggia apertamente il Gabinetto. In segreto, Dio solo conosce i
ripieghi dell'anima, poetica del signor Minghetti. Perocchè
l'ex-ministro è poeta, poeta a volontà, e scrive con l'estro stesso e
con la stessa leggiadria un inno alla Vergine ed una canzonetta un po'
brilla a Micheletta. Nelle riunioni della maggioranza il signor
Minghetti sostiene la parte di moderatore. E non ha parlato alla
Camera che una volta sola, dopo la sua caduta, e fu per difendersi con
un'indignazione che fece senso, contro l'imputazione di aver violato
il segreto delle lettere.

E' non si mette in rango per un nuovo Gabinetto: si lascia
negghiosamente portare, cullare dalla brezza dell'opinione pubblica,
la quale lo dà come uno dei depositari dei segreti del conte di
Cavour--che li portò tutti nella tomba! Non importa: depositario o no,
il signor Minghetti aspira agli affari stranieri ed al titolo di
marchese. I conti cominciarono a diventar troppo numerosi. E mi
assicurano i suoi elettori di Bologna, e le ballerine del Teatro
Regio, ch'egli studia ora il greco ed il turco, onde non far passare i
suoi segreti sugli affari ottomani a traverso di un dragomanno. Egli
ha in serbo del nuovo. Negli uffici, l'onorevole ex-ministro spande a
josa la luce della sua sperienza sulle giovani capacità. E' forma
degli uomini di Stato. Ah! perchè non apparteniamo anche noi
all'ufficio del signor Minghetti! Ci raccomanderemo a Massari, nel
prossimo sorteggio.

Il signor Minghetti sarà certamente ministro dì nuovo. Egli ha fatto
conservare il suo uniforme nella canfora, onde strapparlo alla stupida
voracità del tempo e delle tarle. Noi ne parliamo dunque con
riguardo--perocchè noi rispettiamo sempre l'autorità ed il suo
prestigio. Questa volta però, l'onorevole vice-presidente si guarderà
bene di ritornare con delle _regioni_--e riprenderà gli sproni e lo
scudiscio--sagrificati ingratamente al dolore della caduta. Minghetti
aspira adesso alle _legioni_, come più popolari. Noi gli auguriamo un
presto arrivo. L'Europa lo attende; i begli spiriti e le _miss_ di
_Argyle Room_ lo sollecitano.

L'altro ministro cospicuo del Consiglio, a causa del suo posto, è il
generale Fanti, il quale accampa sul portafogli della guerra.

Fanti rivenne dalla guerra di Spagna capitano e un po' mazziniano. Il
Governo provvisorio di Milano lo nominò colonnello delle milizie
lombarde. Dopo Custoza, e' si mostrò poco riverente verso
Carlo-Alberto e poco entusiasta della casa di Savoia. Egli segnò, col
signor Restelli, un libello in questo senso. Nondimeno e' si ritirò a
Torino quando Radeztki riprese Milano, ed entrò al servizio del
Piemonte. Dopo il disastro di Novara lo si pretese implicato
nell'infelice processo di Ramorino: ma il generale Lamarmora riconobbe
la falsità di questa insinuazione, e la sventò. Fanti fece la campagna
di Crimea, poi quella del 1859. Egli fu inviato quindi nell'Italia
centrale, onde organizzarvi l'esercito. Ed è da quell'epoca che data
la sua ostilità con Garibaldi. Fanti però agiva di concerto col re e
col conte di Cavour, e loro organi erano Cosenz e Malenchini, i quali
vedevano il tentativo su Roma, cui mirava Garibaldi, per lo meno
prematuro.

Il general Fanti fece poscia la campagna dell'Umbria, la quale,
quantunque materialmente, brillantemente comandata dal generale
Cialdini, fu concepita e tracciata da Fanti. Lo si dice forte in
strategia, ed in generale assai istrutto nelle scienze militari. Io ho
inteso perfino attribuirgli la prima idea di quella conversione di
fronte che portò l'esercito francese dal Po sul Ticino. Qualunque sia
però la sua capacità, gliela si contesta, a cagione del suo carattere
troppo brusco, troppo secco--_cassant_. Egli parla male, poco, sempre
di un tono irritato. Egli è severissimo--ma non senza predilezioni. Si
lascia dominare dalle antipatie per certo, se sa talora resistere alle
simpatie. Gli si rimproverano, in una parola, numerosi torti, e gravi
e funesti, che io non m'incarico nè di assolvere nè di contestare.
Però non gli si tiene conto di un merito supremo.

Il generale Lamarmora aveva organizzato un magnifico esercito
piemontese: il general Fanti ha creato l'esercito italiano. Egli gli
ha dato lo stampo, lo spirito di corpo, l'orgoglio, la coscienza del
suo valore; lo ha preparato alla vittoria. Perocchè vincere, gli è
conoscersi.

Fanti non osa, perchè egli vuol essere sicuro di ciò che fa. È uomo di
principii: è convinto. Poi è uomo onesto, come tutti gli uomini di
Stato del Piemonte, del resto. È la sua mancanza di audacia che lo fa
sembrare testardo, e che risveglia intorno a lui tanti odii e tanta
collera. Fanti è il solo che osasse resistere al conte di Cavour. Il
re non lo ama ma lo stima.

Il general Fanti ha lasciato anch'esso il portafogli per ritornare
alle delizie dell'_in disponibilità presso del Ministero_. Si assicura
ch'egli lasciasse le cose della guerra in grave scompiglio, anzi in
completo disordine. Io diffido di questi rumori. Il generale Fanti ha
dei nemici implacabili--l'esercito dei volontarii--ingrati! e
l'ex-esercito dei Borboni--ingiusti! Con ciò, fosse anch'egli un
Carnet, ve lo si darà irremissibilmente come un imbecille. Il general
Fanti, rientrato in Senato, vi fa la sua siesta, attendendo il ritorno
del sorriso della fortuna--la guerra ed il portafogli.

Per il momento, il suo posto è occupato da Della Rovere-Pascià. Pascià
e mezzo se vi piace! Egli non lo sarà mai quanto le circostanze lo
esigono. Della Rovere continua l'opera iniziata dal Fanti, senza
tamburi nè trombette, e lascia guaire chi guaisce, gridare chi
strepita. E' non mi sembra un uomo imbarazzato dalla moltiplicità
delle idee: ma ciò che egli sa, ciò che egli vede, è netto e chiaro.
Io non ho veduto mai un uomo parlare con più sicurezza, con più
convincimento. Sembra che sputi oracoli. Egli non svolge la
difficoltà, non colora nulla. Accetta la responsabilità del suo fatto,
testa alta, petto scoverto. Non mi pare inoltre entusiasta della
libertà; preferisce la disciplina--e della buona specie! Lo si acclama
come amministratore abile--ma non audace. Continua, non riforma. Sa,
non inventa. Però, come si confonde sovente la parola di
_amministratore_ con quella di _burocratico_, io mi riservo giudicarlo
a quando vedremo il nostro esercito in faccia del quadrilatero. Io
stimo la scienza del _rapporto_, cui si qualifica sovente per la
scienza amministrativa, meno che un zolfanello bruciato, meno che una
mozione dell'onorevole Baldacchini, un frizzo di De-Cesare, o il
sapere politico dell'onorevole Ciccone. Malgrado ciò, lo confesso, io
confido nel signor Della Rovere--il discendente di Giulio II, come
ebbe a dire un giorno il poetico Bertolami--che non sa adulare!

Della Rovere non è _fanfaron_: non promette che con riserva: vuota il
fondo del suo pensiero con franchezza, quando lo costringono a
parlare. Di frasi, punto. Serio, altiero, impassibile, con una figura
che respira l'autocrazia--forse la durezza--tutto d'un pezzo, sobrio
di parole, come un uomo che conosce il valore del tempo e che non ne
ha mica a sciupare, un po' pesante, ciò che augumenta la severità del
suo portamento.... il signor Della Rovere, ne sono persuaso, farà
l'esercito italiano, il quale deve compiere la redenzione della
patria. Egli lo farà in un anno piuttosto che in sei mesi, non
importa; ma lo farà. E, che è meglio ancora, egli ne comprende la
missione. Egli ha sviluppatissimo l'organo, la bozza che deve
principalmente avere un ministro pei tempi che corrono, e nella
situazione in cui trovasi l'Italia, voglio dire la bozza
dell'autorità, l'organo della coscienza delle sue funzioni. Egli parla
di queste come S. Michele arcangelo--come il papa! Egli ha inoltre del
carattere, ciò che concorda a maraviglia col Ricasoli e Menabrea.
Solamente, quest'ultimo ed il Della Rovere hanno più pronunziata la
peccaminosa tenerezza dell'egemonia piemontese.. Tutto calcolato,
l'uscita di Della Rovere dal Ministero della guerra sarebbe molto
rimpiangevole--quando anco dovesse essere il general Lamarmora che lo
rimpiazzi: e forse sopratutto allora! Della Rovere non ha idee
esclusive--nè idee sue a far trionfare, come Lamarmora!

Il ministro dei lavori pubblici, come lo sanno i lontani ed i vicini,
è quella gentile volpetta del commendatore Peruzzi--che non ha bisogno
di esser creato conte per decreto reale. La _savonette à vilain_ non
ha nulla a lavorare nel suo blasone. Peruzzi rappresentava nel
Consiglio--ciò che Ferrari chiamava la _federazione ministeriale_--la
Toscana prima che la Toscana invadesse il Consiglio. Egli uscì dalla
_scuola delle miniere_ di Parigi nel 1842-43. Nel 1848 fu gonfaloniere
di Firenze e lavorò callidamente contro il governo del Guerrazzi per
sollecitare il ritorno del Granduca--il quale, come Pio IX, si era
rifugiato nelle pacifiche casematte di Gaeta. Malgrado ciò, dopo la
ristaurazione, non volendo esser complice della reazione austriaca,
Peruzzi dette la sua demissione. Allora la Compagnia delle Ferrovie di
Livorno lo nominò suo direttore, funzione che fu esercitata con
universale soddisfazione. Peruzzi prese parte alla pubblicazione della
_Biblioteca civile_, inspirata dal colonnello Malenchini, col concorso
dei signori Ricasoli, Ridolfi, Galeotti, Corsi--tutti deputati oggidì.
Questa biblioteca, come tutti sanno, aveva per iscopo di formare gli
spiriti ed indirizzare l'opinione pubblica all'idea dell'unità
italiana, sotto la casa di Savoja.

Nel 1859 il bravo, l'infaticabile Malenchini si recò da Livorno a
Firenze per spingere l'esercito toscano a quel pronunciamento che
decise il Granduca a lasciar la Toscana. Peruzzi fe' parte del Governo
provvisorio, il quale prese le redini dello Stato dopo il 29 aprile.
Venti giorni dopo, Peruzzi ritornava alla direzione delle ferrovie, e
dopo la guerra; quando l'annessione della Toscana era contestata in
Europa, Peruzzi fu mandato a Parigi da Ricasoli.

Peruzzi ha pubblicate parecchie _brochures_ e lavorato in tutte le
commissioni per le ferrovie italiane Spirito facile, ma moderato e
flessibile, Peruzzi ha traversate tutte le tempeste della rivoluzione
italiana senza mai dare in secco nè correr fortuna. Egli è una
specialità distintissima, non un uomo politico. Ha nelle sue mani un
istrumento potente, di cui si serve con circospezione, non negli
uomini ma nella cosa--voglio dire il portafogli dei pubblici lavori.
Ha paura della foga americana, non del _puff_ degli Americani.
Preferisce i sistemi misti, le compagnie ajutate, sovvenzionate, o
assicurate dallo Stato. La necessità e gli errori lo hanno ridotto al
lavoro diretto dello Stato stesso. Lo abbiamo veduto per un pezzo
parlare, cercare, promettere--e lo ingegno pronto e la franchezza del
promettere mai non gli fallano--poi agire. Ma qui comincian le dolenti
note.

Peruzzi partorì di un colpo, la concessione di tutta la rete
ferroviaria dell'Italia centrale e meridionale--ed altro ancora. Egli
non ismentì punto la sua mirabile facilità nel negoziato degli affari.
Ma egli ha completamente fallito--fiasco su tutta la linea! Egli ebbe
cattiva fortuna. Egli ha sciupato i danari dello Stato con una
prodigalità furiosa--ma giammai ministro non produsse risultati più
minimi--relativamente, ben inteso, alla larghezza delle promesse ed
all'altezza delle aspettative. Tutte le Compagnie con le quali trattò,
a delle condizioni ruinose per far presto, ed aveva ragione di ciò
volere, gli si sono spezzate fra le mani. La parola _infedeltà_ ha
ulcerato, a torto forse, il suo secretario generale. La sconfidenza
nel successo accompagna ora, malgrado tutto, qualunque suo progetto.
Lo si dà inoltre come federalista, o regionista, ciò che torna allo
stesso. I suoi colleghi lo dicono difficile, _mauvais coucheur_,
direbbero i Francesi, ciò che ci affligge mediocrissimamente, perocchè
coloro che ciò dicono--non lo vogliono punto. Peruzzi è l'intelligenza
la più acuta del Consiglio. Egli ha la concezione vasta, ma gli manca,
come finito, il tutto dell'attuazione. Egli difende il fatto suo con
abilità, con fierezza, sovente con _verve_: ma ciò che egli difende
con più ingegno, è raramente stemmato del suggello del giusto e del
vero. Egli ha il fiuto degli affari: gli manca la mano, il metodo. La
perspicacia di decimare i ciarlatani--il _puff_. Egli ha il giudizio
dell'opera sua; gliene manca la coscienza. Altri faranno probabilmente
meno, ma con più economia; faranno men presto, ma meglio. Nondimeno,
per esser giusti, bisogna soggiungere che il successore di Peruzzi,
chiunque esso sia, troverà l'insieme dei lavori necessari all'Italia,
in parte in atto, e quasi tutti iniziati con sentimento di sintesi
oltre ogni dire rimarchevole. E' non avrà che ad addolcire le
predilezioni ed emendare la precipitanza. Peruzzi è il principale
pilastro del ministero Ricasoli: e se cade, non è per sempre. Peruzzi
è uno degli uomini necessari all'Italia, come il Ricasoli.

Io dirò la stessa cosa di Bastogi loro compatriota--che che nella lotta
delle passioni se ne pensi oggi in contrario. Il conte Bastogi è ministro
delle finanze e banchiere a Livorno. Egli è stato banchiere di Mazzini e
della casa di Lorena--a quegli dando, a questa prendendo e dando. Bastogi
è guizzato fra tutti i partiti, impaziente di rappresentare una parte
politica nella commedia sociale. E' cominciò da affari poco felici, ed è
oggi cinque o sei volte milionario. Ma egli ha fatto la sua fortuna
nobilmente, dando all'_exploitation_ delle mine dell'isola d'Elba una
estensione, alla quale il Governo toscano non seppe risolversi mai. Il
Bastogi è divenuto inoltre, poco a poco, il principal azionario delle
ferrovie della Toscana. Lo si dice abilissimo nelle operazioni di Banca e
nel maneggio degl'imprestiti--restando sempre un perfetto galantuomo!
L'imprestito del 1860 fecegli dono di una corona di conte--e, vuolsi, di
uno scapito di parecchie centinaia di mille lire! Bastogi parla bene, con
slancio, con spirito, e talvolta anche con lirismo. È versato nelle
teorie economiche e nelle lettere italiane. Vien poco alla Camera.
Ascolta come un angelo. Presenta bilancio su bilancio con ispaventevoli
deficit, sotto ai quali soccomberà--se soccomberà--avendo avuto l'abilità
di cader ritto su i piedi anche dopo la deplorevole riescita dell'ultimo
prestito. Bastogi ha una stella propizia. Un fiasco gli dà un blasone.
Dopo, la sua fisonomia si è meglio disegnata.

Come finanziero, egli ha presentato al Parlamento un plesso di leggi
nelle quali, malgrado l'inesorabile voracità del fisco, traspira che
colui il quale le ha proposte s'inspira a principii economici, elevati e
liberi. Bastogi ha una concezione sintetica ch'egli sviluppa per gradi,
e di cui si apprezzerà l'insieme quando coronerà l'edificio con la legge
della percezione. Per il momento, vi si sente un lavoro di bozze che
deve essere mondato e raffinato, semplificato, abbellito, armonizzato
forse in tutte le sue parti. Ma il ministro gitta dei fondamenti e va di
fretta. Le canne del tesoro sono divaricate. Bastogi mira a dotare il
nostro regno di un sistema finanziero, per quanto può italiano---se i
balzelli hanno patria. Io dubito che vi riesca. Le finanze sono
cosmopolite. Ed il signor banchiere livornese non ha l'ardimento di
romperla con le tradizioni ed abordare, nelle imposte, un sistema
radicale; nell'amministrazione, la semplificazione. Bastogi non sa far
agire la grande leva del credito pubblico--creare qualche cosa dal
nulla--moltiplicare come Cristo i pesci ed i pani. Dieci, nelle sue
mani, saranno tutto al più cento, ma non mai mille, diecimila, un
milione.

Come ministro, il signor Bastogi ha tenuto con grande convenienza il
suo posto. Attaccato, non ha rinculato e si è difeso con destrezza,
con ingegno, con franchezza, seminando il suo dire d'entusiasmo e di
epigrammi, a cui non mancano nè il fiele nè la punta. Ma il signor
Bastogi ignora la scienza del dettaglio. Egli è liberale ed italiano.
Ha lo spirito coltivato, facile, morbido, proclive all'esaltamento. Il
carattere troppo toscano: le maniere gentili. Non sembra ambizioso.
Nondimeno, cadendo, egli si rileverà, e più presto che non se lo
aspettano coloro che lo scalzano. Ai _saggi_ degli altri, Bastogi
verrà di nuovo ad apportare le correzioni della sua sperienza. Il suo
predecessore gli aveva legato il _caos piemontese_; egli lega il _caos
italiano_: ma egli lo lega di una maniera vitale ed organizzabile. Lo
si giudicherà meglio sul budget _unico_ dell'Italia, che prepara--e
che avrà forse il tempo di presentare.

Il più grazioso fra i ministri è il signor Cassinis, ministro di
grazia e giustizia. Quest'uomo amabile, avvocato distinto, parlatore
fluente, ha sempre il sorriso sulle labbra. Egli è il solo ministro
che non s'impazienti mai delle interpellazioni e delle interruzioni.
Egli sorride sempre, e non manca mai di risorse e di cortesia.
Brofferio e Mellana gli fanno passare dei tristi quarti d'ora:
nondimeno egli non perde giammai il suo buon umore, la sua facilità di
rispondere ed il suo sangue freddo--ciò che avviene talvolta a Cavour.
Il signor Cassinis non si è neppure piccato che lo abbiano
fiancheggiato di un a _latere_, senza pretesto.

Vi è in effetto un guarda-sigilli _in partibus_--non si sa perchè--il
senatore napoletano Niutta.

Questo pover'uomo rimuove le mie viscere di pietà. È muto come un
pesce. A Napoli, nel 1849, segnò la petizione per l'abolizione della
Costituzione. Servì Ferdinando e Francesco II--credo anche Francesco
I, Ora è co-ministro. Egli arriva alla Camera tutto ritto, raso come
la mano, ammiccando, vestito completamente di nero. Lo si vede ogni
giorno--esatto come la campana del refettorio dei frati, arrivare ad
un'ora e mezzo, assidersi all'estremità della tavola ministeriale,
stecchito sulla colonna vertebrale, le mani su i ginocchi, tenersi sul
lembo della sedia, il cappello sulle coscie, non osando giammai
volgere lo sguardo dal lato sinistro, per paura di restarne
pietrifidato, come la moglie di Loth. Fino alle quattro, il signor
senatore sta impassibile, immobile. Alle quattro solamente egli
comincia a rimuoversi un tantino--alle quattro e mezzo si muove
affatto e va a beccarsi un risotto o dar la caccia alle crestaie ed
alle contesse dei portici di Po. Un giorno Mellana parlava. Il signor
Niutta approvava furiosamente della testa. Il De Sanctis, suo vicino
ordinario, lo guarda con un aggrottare di indicibile indignazione:
quel caro signor Niutta.... dormiva! Lo si dice un singolar
giureconsulto ed uomo a buoni consigli nell'elaborazione del nuovo
codice italiano. Ora egli è ritornato nella notte, donde lo avevano
ritirato per azzardo. _Requiescat!_

Infine, il ministro dell'istruzione pubblica, signor De Sanctis, è un
altro napoletano. Egli era, è forse ancora, filologo di sapere molto
mediocre. Dava qui in Torino, nell'esiglio, delle lezioni di
letteratura con un certo successo, quando ottenne di andare ad
occupare una cattedra a Zurigo. Dopo la rivoluzione del 60--permettete
che la onori di questo nome--De Sanctis ritornò a Napoli
all'insegnamento della gramatica. Garibaldi, che aveva preso
l'abitudine a far dei miracoli, lo nominò governatore di una
provincia, poi consigliere d'istruzione pubblica. De Sanctis restò a
questo posto nove giorni, e fece più egli in quelle poche ore che
tutti i suoi successori in nove mesi. È vero che questi successori si
chiamarono Piria, Ciccone, Imbriani, vale a dire il _consumè_
dell'impotenza e dell'incapacità! De Sanctis ha pubblicato alcuni
articoli di critica, che dicono commendevoli. Esordì alla Camera con
un discorso abile, molto bene assaporato, ed applaudito sopra tutto
dalla sinistra. Era una sposizione di motivi veramente liberale. Fu il
solo suo discorso. Di poi, è stato infelicissimo e pretenzioso. E
l'ultima volta, testè, che parlò, fece pietà. Si smarrì, perdè il filo
dell'orazione mandata a memoria, bevve acqua zuccherata ad
annegarvisi, prese fiato, si lamentò del cicalio della Camera, del
muover delle carte, del vento, del ganimede che gli portava la
bibita.... fu lagrimevole!

De Sanctis sa di politica quanto gli uscieri della Camera. Lo si era
preso per dare nel Ministero un individuo di Napoli; e basta dire che
lo propose Poerio. Si mostrò da prima attivo, fornito di buona
volontà, avvegnachè debole--uomo infine da fare e da voler fare. Egli
ha ingannato completamente, radicalmente ogni aspettativa. Il fuoco
fatuo del suo debuto si è estinto miseramente nella confusione, nel
disordine, nel ridicolo. Men che un commesso, egli ha brancolato nel
vuoto; e quando ha voluto dar segno di vita, non ha fatto che
offuscare i qualche sprazzi di luce dei suoi segretari generali, per
gelosia o per intelligenza, non so. Fino a che il signor Quintino
Sella tenne il timone del suo ministero, De Sanctis non dette nelle
sirti melensamente. Dipoi, io non mi vidi mai miseria al di sotto di
questa miseria, orgoglio al di sopra di questo orgoglio. Attaccato
come una piattola, scusino i miei leggitori, al Gabinetto Ricasoli, il
quale non può demolire una pietra senza rovesciare l'intero edilìzio,
De Sanctis si è immelmato al suo posto, tollerato perchè la
responsabilità del Gabinetto tutto lo copre, perchè la maggioranza
sostiene il Gabinetto in blocco, e perchè egli rappresenta l'elemento
napoletano e burbanza un'ostilità, molto gustata dalla sinistra,
contro l'egemonia piemontese. Del resto, egli non è nulla. Egli non ha
saputo neppur demolire l'edifizio sì poco organico del conte Casati e
del conte Mamiani. Cadendo, De Sanctis non sarà nè compianto nè
desiderato da chicchessia--neppur dai qualche parassiti ch'oggi
dinanzi lo piaggiano, di dietro lo scherniscono. E' cadrà per sempre,
e noi saremo a domandarci ancora, come mai De Sanctis abbia potuto
esser ministro? Ma i portafogli hanno la loro stella come i processi!
Come uomo, De Sanctis è probo e galantuomo. Solo il peso del potere lo
ha reso ebete.

Ecco gli uomini che circondano il conte di Cavour. Sono degli atomi,
ai quali il nobile conte dà un impulso e che gravitano intorno a lui
con un movimento cieco, obbedendo alla sua attrazione.

Ora, quale è la politica del giorno del conte di Cavour?

Essa si riassume in una parola: _aspettare!_

Il conte di Cavour ha assunta la divisa di Guglielmo di Grange: _Je
maintiendrai!_

L'Italia si trova oggi in presenza di due fatti: completarsi,
unificarsi.

Per compiersi, bisogna che la ricuperi Roma e Venezia. Ma la bandiera
francese tutela Roma--e questa bandiera la si può allontanare, non
abbattere. Il conte di Cavour spera allontanarla con la pressione di
una forza morale, che il tempo solo da.

La quistione veneta è ormai una quistione europea. L'Italia non può
affrontarla sola, nè risolverla, per ora con le uniche sue forze;
perocchè l'Italia è ancora convalescente, viene appena di levarsi da
un sepolcro di quindici secoli. Bisogna dunque, innanzi tutto, avere
un esercito e degli alleati. Per raggiungere questo resultato, non si
saprebbe spiegar abbastanza di pazienza, di fermezza, di astuzia.

In fatto di politica straniera, agli occhi del conte di Cavour,
aspettare gli è riuscire.

Nella politica interna tutte le forze governative debbono convergere
ad assimilare, ad unificare. Quest'opera non s'improvvisa, sopra tutto
non si precipita, senza di che non si farebbe mica un edifizio, ma un
rappezzato.

Dunque? attendere!

Ecco la parola d'ordine del Governo italiano.

Parlando del terzo partito e della sinistra dirò ciò che si rimprovera
al programma del conte di Cavour. Per il momento, io non giudico, io
non discuto neppure--io espongo.

        --------

Il conte di Cavour morto, il Gabinetto non gli sopravisse. Il barone
Natoli naufragò al Senato, poi approdò aggradevolmente e leggermente
ad una Prefettura, di cui fa sua delizia. Cassinis ritornò
onorevolmente al suo banco di deputato--sempre lo stesso, molto
stimabile e molto stimato. I ministri toscani, perchè toscani, si
attaccarono alla fortuna ed al vascello del barone Ricasoli. De
Sanctis, non essendo nulla, accettò Ricasoli come avrebbe accettato,
che so io? il Kan di Tartaria! La politica inaugurata dal conte
Cavour, senza benefizio d'inventario, almeno in apparenza, servì di
paviglione al nuovo Gabinetto.



IV.

Urbano Ratazzi.--Un po' di biografia.--Non è l'antitesi di
Cavour.--Sue idee politiche.--Segretari.--Massari, Zanardelli,
Galeoni, Negrotti, Mischi, Tenca.


        _Torino, 10 maggio 1861._

Veniamo ora al signor Ratazzi.

Vi domando innanzi tutto il permesso di tratteggiare in qualche linee
la sua biografia. Il commendatore Ratazzi non è conosciuto in Francia
e nel resto di Europa, è poco conosciuto nelle nuove provincie
d'Italia--e nondimeno, il suo nome è quello che s'incontra lo più
sovente. Il signor Urbano Ratazzi è di Alessandria, dove nacque nel
1808, di una famiglia conosciutissima nel foro e sufficientemente
ricca. Fu avvocato a Casale. La sua entrata nella vita politica data
dal 1847, quando egli riuniva in casa sua il Comitato agricolo, il
quale mischiando alle quistioni dei concimi la quistione della libertà
e dell'indipendenza, spiaceva tanto al governo di Carlo-Alberto--detto
il _martire_ oggi, allora il _rinnegato_.

Nel 1848, la città d'Alessandria mandò il Ratazzi al Parlamento. Egli
vi si tenne a parte nei primi tempi. Sia tattica, sia istinto di
osservazione, Ratazzi volle conoscere di quali elementi si componesse
la Camera e fino a qual punto potevasi contare sur essa. Egli aveva
preso il suo partito fin dal primo giorno. Si mostrò però in tutto il
suo essere il 23 maggio, quando la Camera fu chiamata a discutere
sulla fusione della Lombardia col Piemonte. Ratazzi domandò una Camera
Costituente, la libertà assoluta della stampa, e l'armamento generale
della guardia nazionale. Tenne testa, per dieci giorni, al conte di
Cavour, il quale non ne voleva mica tanto. Ma le idee del Ratazzi
furono adottate a mezzo, ed il Gabinetto essendosi rimpastato, egli
entrò nella nuova combinazione con Casati, Ricci e Pareto.

Dopo la disfatta di Custoza, il Ministero cadde, ed il Gabinetto
conservatore del signor Pinelli rivenne a galla. La sua vita però non
fu lunga. Battuto sulla legge della pubblica istruzione, Pinelli dette
la sua demissione, ed il re riprese un Ministero detto _democratico_,
nel quale Ratazzi occupò da prima il portafoglio della giustizia, poi
quello dell'interno. Il suo primo atto fu una circolare ai vescovi,
con la quale li minacciava di farli arrestar tutti, se continuassero a
predicare ed a far pastorali contro la libertà. Il suo atto il più
importante però fu la resistenza che oppose all'abate Gioberti,
presidente del Consiglio, il quale voleva occupar la Toscana e gli
Stati pontificii colle truppe piemontesi. Egli dette la sua
demissione.

L'abate Gioberti, venendo a spiegare dinanzi la Camera la ragione di
questa demissione, volle dissimularne la natura e l'importanza. Allora
Ratazzi si alza, ed in un discorso magnifico ne rileva il carattere e
tutta la gravezza. L'abate lasciasi andare ad uno scoppio di collera, ed
una scena incredibile succede; imperciocchè l'abate Gioberti--questo
pregiudizio nazionale--passava allora, e passa ancora oggidì, per il tipo
dell'elevatezza e della somma scienza italiana. Gioberti dà la sua
demissione. Ratazzi l'aveva già data; ma egli resta finalmente padrone
della situazione e riprende il portafoglio.

Il 12 marzo 1849, spinto dagli avvenimenti, soccombendo alla pressione
di tutta l'Italia in fuoco, Ratazzi sale alla tribuna onde annunziare
che l'ora della riscossa era sonata. Era il rintocco che doveva finire
con la funebre campana di Novara! Dopo questo disastro d'Italia,
Ratazzi si dimette di nuovo. Nel 1852, avendo sempre conservato la
direzione della sinistra, egli appoggiò il conte di Cavour. Ma egli
respingeva la legge, la quale voleva restringere la libertà della
stampa. Bisognò intendersi, perchè le circostanze erano gravi e la
pace del Regno correva pericoli--minacciata dagli autori facinorosi
del colpo di Stato di Parigi. Ne seguì ciò che chiamossi _connubio_, o
più famigliarmente una coalizione; in sè un compromesso. Ratazzi fu
nominato presidente della Camera, ed indi a poco ministro della
giustizia. Nel 1856 Ratazzi presentò la legge per l'abolizione dei
conventi. Restò agli affari fino al 1857, epoca nella quale
amministrava l'interno.

Voi vi ricorderete il guazzabuglio che Mazzini provocò a Genova--in
seguito alla spedizione di Pisacane nel Regno di Napoli. Cavour voleva
usare misure eccezionali: Ratazzi non consentì di uscire dalla
legalità. L'opinione pubblica ed il Parlamento--senza contare la
Francia--sostennero Cavour; il signor Ratazzi si ritirò--e restò capo
della sinistra fino alla pace di Villafranca.

Il re era investito dei poteri eccezionali conferitigli al romper
della guerra. Il commendatore Ratazzi, avendo raccolta l'eredità di
Cavour, si servì di questa autorità dittatoriale per pubblicare quella
serie di leggi organiche, le quali reggono tuttavia il Regno d'Italia,
Leggi poco simpatiche, troppo municipali, poco chiare, scritte in uno
stile da curia, confuse, non attagliate all'indole italiana, con un
senso autocratico altrettanto più inesplicabile che esse furono
attinte a quelle del Belgio e ci furono attagliate da un uomo di
un'intelligenza elevata e che passa per il porta stendardo della
democrazia italiana. Non avendo però voluto segnare l'atto della
cessione di Nizza e Savoia, non avendo osato accettare l'annessione
del centro, bisognò che Ratazzi cedesse novellamente il suo posto al
conte di Cavour.

Ora Ratazzi è di nuovo presidente della Camera. Il conte di Cavour lo
fece portare al seggio dai suoi; e la sinistra, troppo semplice, non
comprese il tranello e dette dentro all'impannata. La sinistra
presentava alla Camera un presidente uscito dal suo seno, ma perdeva
il suo capo--vale a dire, si annullava. Oggi la sinistra è un composto
di briccioli potentemente vividi, vivamente accentuati, ma senza
nesso, senza legami. Il Parlamento ha guadagnato un presidente
rimarchevole, sopra tutto giusto, che afferra la quistione al volo,
che la espone con chiarezza, con precisione, che riassume, che
distingue, che espone con uno ingegno superiore; ma, lo ripeto,
l'opposizione è restata un corpo senz'anima, o, se meglio vi aggrada,
un'anima errante alla ricerca di una incarnazione.

Il commendatore Ratazzi non è l'antitesi del conte di Cavour, come per
avventura lo si potrebhe credere--egli ne è semplicemente il finito.
Il conte di Cavour è uno statista a viste generali, altissime: il
commendatore Ratazzi conosce a fondo il Piemonte, un poco l'Italia,
niente l'Europa. Cavour è economista e diplomatico innanzi tutto:
Ratazzi è giurista ed amministratore. Cavour mira al fatto, mira allo
scopo: Ratazzi si trinciera nel dritto, nella legalità, nello Statuto;
ed il più grande risultato del mondo non lo tenta, fuori dei
principii. Cavour allega la questione nazionale avanti la questione
politica, la questione politica avanti la costituzionale, Ratazzi vede
la legge innanzi tutto, poi viene il resto, se questa non è vulnerata.
Il conte di Cavour osa e rischia: il commendatore Ratazzi si avventura
poco. Cavour si preoccupa della forza, Ratazzi della libertà. Non già
che questi sia di molto più liberale, più democratico, più
rivoluzionario che quegli; ma l'uno fa buon mercato della forma onde
assicurare il fondo: l'altro opina che la forma, il metodo, abbiano su
tutto queste cose un'influenza capitale.

Quando vi darò il programma del terzo partito voi vedrete che la
differenza tra i due capi politici dell'Italia non è poi un abisso.
Non consiste che nella differenza del punto di appoggio, cui Ratazzi
cerca unicamente all'interno, ed il conte di Cavour domanda
all'Europa.

Il signor Ratazzi è un parlatore abile, facile, ma orbo di quello
scintillìo che affascina negli oratori francesi. Ed io comincio a
credere che la nostra lingua, troppo solenne, e lingua morta, ci
trascini in sfere troppo astratte, o ci ritiene in parlantine un certo
che pretenziose. Ma il Ratazzi è un atleta nella discussione. Nulla
resiste alla forza della sua logica, alla carica dei suoi argomenti.
E' vede del primo sguardo il nodo della quistione, vi si attacca, e
_non missura cutem nisi plena cruoris hirudo!_ non la lascia che non
l'abbia sviscerata, svolta a fondo. La sua lingua è pura e chiara; la
sua voce debole, ma insinuante. Ratazzi è il tipo della probità
politica in Italia. E' non ebbe mai deliquii, ciò che l'imperatore
Napoleone chiamò _défaillances_. Se ha perduto un po' della foga dei
suoi primi anni di liberalismo, bisogna dire ch'egli non ha nemmen
rinculato. Si vede non pertanto ch'egli carezza ancora qualche
velleità municipale e che crede all'efficacia del principio d'autorità
applicato largamente, non alla politica, ma all'amministrazione,
Ratazzi è timido, forse a causa della sua mancanza di sperienza nella
vita dei popoli. Qualche anno di viaggi e di fregarsi con gli uomini
di Stato di Europa l'innalzerebbero di cento cubiti. Non basta
sapere--ed e' sa molto--bisogna vedere e toccare. Malgrado ciò, nella
sua carriera parlamentare Ratazzi ha avuto dei momenti di una
splendida fermezza, di un coraggio che nulla seppe scuotere, sia
contro il conte di Revel, sia contro il Gioberti, sia contro il signor
Costa de Beauregard ed il conte di Cavour. E il commendatore Ratazzi
che fece cacciar i canonici dalla Camera. Il re, che cominciò per non
poterlo soffrire, l'ama oggidì e l'onora moltissimo.

_Arcades ambo!_ ambo soavemente teneri dell'egemonia piemontese!

Ratazzi ha le maniere aristocratiche e cortesi. Sempre gentile, sempre
benevolo e affabile.

Egli ha dei principii e delle idee fisse. Pendeva un dì, prima
dell'ultimo suo viaggio a Parigi, più verso l'Inghilterra che verso la
Francia. La Francia era per lui l'incognito. Egli aveva più fede
nell'iniziativa dei popoli che nell'impulso esteriore. Ora queste
credenze si sono in lui un cotal poco alterate. Ha subito il fascino
della Sirena, che chiamasi Parigi. Ratazzi è il ministro dei tempi
normali, se è solo: col conte di Cavour, ed anche col barone Ricasoli, e'
sarà sempre il benvenuto--perchè allora egli è l'equilibrio, l'armonia.
Ratazzi ha il tutto amministrativo. Egli ha inoltre del cuore e della
coscienza--ciò che in politica non è poi sempre di troppo. È
perseverante, severo, imparziale--nè manca di scaltrezza. Quantunque un
po' fantastico, la sua opposizione non esce mai dai limiti, non è mai nè
grossolana, nè personale: combatte le idee, i principii. Egli è il più
sapiente strategista parlamentare della Camera--con il signor Mellana ed
il conte di Cavour. È abile, e nel fondo sempre un poco avvocato. E'
manifestò questo tatto fino dal suo esordire, quando spinse nel
precipizio il suo rivale Pinelli--vi correva di già assai bene coi propri
piedi. E fu allora che il Ratazzi _sposò_ l'Italia--chi sa? forse al
_treiziéme_, come dicevasi a Parigi quando i rioni della città non erano
che dodici. Ratazzi è oggidì partigiano del progresso lento, ma
continuo--ovvero, conservatore progressista. Parlando del terzo partito,
completerò il suo ritratto col programma del partito suo. Però debbo
aggiungere, che dopo il suo ritorno da Parigi, il commendatore Ratazzi è
tutt'altro uomo. Non si vede il sultano delle Tuileries impunemente, se
non si hanno coscienza, principii, propositi, interessi determinati e
considerazione di sè altissima--tutto di bronzo. Ratazzi è tornato
partigiano ad ogni costo dell'alleanza francese. Egli ha assunto la parte
difficilissima di moderatore--parte che avrebbe consunto innanzi l'ora lo
stesso Cavour, se questi non si fosse di tempo in tempo ritemperato con
dei colpi di audacia, con delle risorse di genio, ma disperate, alle
quali l'onestà e la prudenza del signor Ratazzi non si piegheranno mai di
ricorrere. Ratazzi andrà al potere prestissimo--prima forse che questo
libro venga alla luce. Che ci pensi bene. Se egli non deve essere altro
che un _changement de relais_ del barone Ricasoli, è un uomo perduto.
E' non puote aspirare alle grandi missioni politiche: la constituzione
organica della sua mente vi si oppone. Può essere un benefico
amministratore, se vorrà persuadersi che l'amministrazione migliore è la
più semplice.

Ora, due parole su i segretari della Camera.

Il signor Zanardelli; di Brescia, fu, nel 1848, uno degli agitatori
dell'Università di Pavia ed uno degli attori della rivoluzione
lombarda. Prese il fucile e si trovò con quella colonna di volontari
la quale, a Rezzato, fece prigioniero un corpo di Austriaci marciando
su Brescia in rivolta. Zanardelli s'incorporò in seguito nel
battaglione di Brescia, che si battè nel Tirolo e sì trovò al
combattimento di Castel-Toblin. Poscia entrò nel battaglione degli
studenti inviato al blocco di Mantova. Il signor Zanardelli restò
quindi sempre sulla breccia, dopo la rioccupazione austriaca della
Lombardia, scrivendo libri, articoli di statistica, di economia
politica, di politica e di diritto, e pagando di nuovo, nel 1858 e
1859, di sua persona, onde cacciare la dominazione straniera d'Italia.
Il signor Zanardelli appartiene all'opposizione moderata, e si è
mostrato instruito ed abile oratore tutte le volte che, in gravi
questioni giuridiche o economiche, ha presa la parola.

Il signor Massari è cavaliere di parecchi ordini, e fra non guari
commendatore. E perchè no, se lo è Spaventa? Egli ha ingegno, non ha
carattere fiero e restio, è servizievole al di là che non glielo
chieggano--ond'è che è desso il meno rimunerato dei servitori del
Governo. Lo stesso Cavour, che usava senza scrupoli di questa sorta di
favoriti, fu piuttosto ingrato. Massari fu scudiero di Balbo, poi
d'Azeglio, poi di Gioberti, poi di Cavour, oggi di Ricasoli, domani di
Ratazzi.... Egli è, egli sarà.... sempre abile, mai disonesto. Ha
mente colta, ma alla superficie; parla con facilità ed aggiustatezza
di linguaggio, ha modi che variano a seconda del _partner_ con cui ha
a fare--dal monello al cortigiano. È l'uomo lo più calunniato tra i
mestatori della politica governativa, ma in verità egli è cento volte
migliore della sua rinomanza--e, comparato ad altri della consorteria,
un modello.

Il terzo segretario è il signor Galeotti, pubblicista toscano
distintissimo. Egli fu uno dei più attivi in mezzo a quella schiera
eletta di Toscani che contribuirono, con l'azione, l'esempio ed i loro
scritti, nel disegno di rigenerare la dinastia di Lorena--quantunque
austriaca. Fu per un momento autonomista; ma l'avvento dei Toscani al
potere ed alla direzione d'Italia l'ha corretto. Intelligentissimo di
cose amministrative, molto colto, parla con abbondanza e con grazia,
più negli uffici però che nella Camera. È modesto e grave. Egli ha
pubblicato parecchie opere e libercoli, tra cui eccellono quello
sull'_Organizzamento municipale_, quello intitolato _Considerazioni
politiche sulla Toscana_, ed una memoria piena di erudizione su
_Marsilio Ficino e la sua scuola_. Egli è stato di tutte le assemblee
della Toscana e del Piemonte, dopo l'annessione.

Non posso parlare in disteso di tutti i segretarii: accenno. Il
marchese Mischi fu ministro a Parma, poi nell'Emilia, poi mandato in
Toscana per regolarvi le cose di finanze, quando l'Italia Centrale
pareva fondersi. Prima del 1859 il signor Mischi visse lontano dalla
politica: dopo vi si tuffò intero; ed è uomo consideratissimo, a causa
della sua probità politica e del suo forte e sostanziale sapere in
cose economiche, di diritto, e di amministrazione. È eccessivamente
timido, onde è che non parla nella Camera: ma negli Uffici sparge
molto lume su tutte le quistioni in discussione. Dico lo stesso del
suo collega signor marchese Negrotti.

Mi arresto un minuto sul signor Tenca, sesto segretario. Egli fece la
sua apparizione nel mondo di una maniera alquanto bizzarra. Egli
amava, come si ama a venti anni, una crestaja di Milano, che lo teneva
in distanza. Il signor Tenca, _dandy_ caparbio, la perseguitava. Un
giorno e' le tenne alle calcagna, e l'incalzò tanto con propositi, con
promesse, con attestati di affetto, e forse con sonetti, che la restia
donnina si rifugiò nel Duomo. Ed il signor Tenca dietro. Egli avanza,
egli rimugina, egli fiuta in tutti gli spigoli; quella si caccia in un
confessionale, e questi dentro con lei. Figuratevi! la damigella
grida: la polizia arriva; e la polizia austriaca, non sapendo nulla di
queste storie di galanteria e di amore, mette le branche sul
giovanotto e lo trascina giù pel Corso, in pieno passeggio. Vedendo
questo giovane elegante, tutto azzimato ed attillato, in mezzo agli
sbirri, ognuno ne prende conto: e saputasi l'avventura e la ragione
dell'arresto, la metà di Milano--vale a dire le donne--sposano il suo
partito.

Così lanciato in pastura all'attenzione pubblica, il signor Tenca
cominciò a scrivere un giornale di mode. I suoi articoli, vivi e
forbiti, furono distinti. Passò alla _Rivista Europea_, ove i suoi
articoli di critica lo misero ancora più in evidenza. Allora
intraprese, per suo conto, un giornale letterario e politico, il
_Crepuscolo_, ove, più di una volta, stuzzicò i nervi della polizia
austriaca. L'imperatore Francesco Giuseppe arriva a Milano nel 1856,
ed il signor Tenca, il quale aveva di già rinunciato alla Redazione
del Giornale Ufficiale, nel 1848, per essere indipendente, ricusa
netto di annunziare l'arrivo di Sua Maestà. Il giornale è soppresso.
Il signor Tenca è scrittore colorito ed elegante. In critica, non
manca di viste nuove ed argute. Alla Camera non parla. Appartiene a
quell'eletta di giovani lombardi che formano la chiesa della
_Perseveranza_.

Parlerò degli altri e dei questori più giù. Adesso sono stanco.



V.

Terzo partito.--Suo programma.--Suoi capi.--Lamarmora.--Carriera di
questi.--Depretis, Pepoli.--Loro figura.--Partigiani.--Capriolo.
--Berti-Pichat.... ed altri.--Carattere di questo partito.--Situazione
e sua espressione.


        _Torino, 19 maggio 1860 e 20 febbraio 1861._

Il terzo partito è una frazione della sinistra; esso stesso frazionato
in quattro gradazioni di colore diverso. Contrariamente alla natura
delle cose miste, le quali in generale non sono nè carne nè pesce, il
terzo partito vuol essere ad una volta pesce e carne. Esso non vuole
rendersi impossibile, se l'occasione si presenta, di andare al potere
col conte di Cavour o col barone Ricasoli; e nel caso opposto, esso
vuol tenersi pronto per tutti gli avvenimenti.

Il programma del terzo partito non differisce da quello del Gabinetto
attuale--ossia del Gabinetto conservatore--che per dettagli di metodo
e tempo, i quali non cangiano in nulla la fisonomia generale della
politica.

Questo programma eccolo qui:

Il terzo partito desidera rimaneggiare l'Italia in grandi
provincie--ad un dipresso le _regioni_ di Minghetti, respinte quasi
unanimemente dal Parlamento nei suoi uffici. Il terzo partito darebbe
una grande autonomia alle comuni ed alle provincie--ciò che proponeva
ad un dipresso il Gabinetto Cavour nelle leggi Minghetti non discusse
nell'Assemblea, e ciò che farebbe altresì Ricasoli se non fossimo in
tempi anormali.

Il terzo partito domanda un armamento militare nelle proporzioni che
si convengono ad una grande nazione. Il general Fanti prima, oggi
Della Rovere, lavorano a questo intento. Esso vuole una marina
potente: gli è ciò che il conte di Cavour e poi il suo successore
Menabrea mirano a fare senza tamburo e senza trombette. Il terzo
partito darebbe inoltre un grande slancio alla mobilizzazione delle
milizie nazionali. Il Parlamento si mostrò in ciò ben tiepido, forse
timido, quando votò la legge Garibaldi su questo proposito: nè credo
che il terzo partito lo troverebbe oggi più ardente.

Il terzo partito farebbe in modo di presentare sempre il budget a
tempo, onde seriamente discuterlo prima di metterlo in atto. Nè il
conte di Cavour, nè poscia il Ricasoli, si sono mai opposti a questa
discussione dei bilanci: la difficoltà è di comporli tali che si
bilancino davvero. Ed a questo proposito, il terzo partito assicura
ch'esso andrebbe a rilento nell'imposizione di nuove tasse. Bisogna
dire che la sarebbe questa una promessa squisitissima, se la si
potesse tenere e realizzare--a meno che il terzo partito non abbia
trovato il segreto dei famosi tre pesci e tre pani del Vangelo. A
questa promessa stereotipa di tutti i Governi bisogna aggiungere
quella di una grande impulsione a dare ai lavori pubblici, la
prosperità dell'industria e del commercio, la vita a buon mercato....
ed il resto--che si può leggere nei programmi di tutti i ministri, di
tutti i Governi--non escluso quello di Solouque e quello di Pio.

Il terzo partito non isdegna le alleanze; ma esso vuole una buona
amicizia con tutti ed esser vassallo di nessuno. Ecco il programma di
Depretis, uno dei capi principali del partito--programma che avrà
probabilmente colorato ed accentuato un po' più, ora che passa per
duce della sinistra.

Il marchese Pepoli vi aggiunge il suffragio universale e l'alleanza
offensiva e difensiva con la Francia. Il generale Lamarmora ne toglie
via il mobilizzamento della guardia cittadina. E Ratazzi addolcisce
tutto ciò con quel tatto che danno la pratica e la comprensione degli
affari.

Voi vedete che il terzo partito non ha nulla inventato, e sopra tutto,
che esso non è affatto rivoluzionario--grazie a Dio! Io vi ho indicato
così i quattro uomini che formano le quattro gradazioni di tinte di
questo partito.

Quanto al generale Lamarmora, l'ho nominato _pro memoria_, e l'ho
classificato in questo partito, perchè esso se ne onora. Ma egli è
stato ministro per nove anni con Cavour e lo sarebbe stato di nuovo
all'indomani che il general Fanti lasciò il portafoglio della guerra,
se Cavour si fosse trovato fra' vivi e glielo avesse proposto.

Il presidente della Camera sarebbe entrato anch'egli benissimo in una
combinazione ministeriale con Cavour--chi sa? forse anche con
Ricasoli--senza imporre loro, come si crede ingenuamente da troppo
ingenui--senza imporre loro, dico, per forza la compagnia obbligata di
Pepoli e Depretis--e questi signori l'imiterebbero senza dubbio, anche
col sacrificio della Guardia mobile e del suffragio universale. La
verità è questa qui. L'Italia è più rivoluzionaria che il Governo,
essa è più in là con Ratazzi che in qua con Minghetti; ma gli uomini
di questi partiti non hanno principii esclusivi e cederebbero alle
convenienze della politica generale.

Il commendatore Ratazzi, il quale è il meno avanzato degli anzidetti
tre uomini politici, sarebbe forse il più sostenuto, perchè egli sa
che l'ora sua è inevitabilmente segnata ed egli non esordisce oggidì.

Il generale Alfonso Lamarmora non è che un soldato, e niente più che
un buon soldato. La politica è per lui del chinese. Egli si è
ravvicinato non ha guari all'Italia, come Ratazzi, a quell'Italia, che
sino al 1859 essi consideravano, da bravi Piemontesi, come un delirio
mazziniano, un'utopia infelice. Ora la s'intendono a meraviglia con la
nuova venuta--dicesi!

Il generale Lamarmora fece la sua carriera senza favori. Uscito
luogotenente dal collegio militare nel 1823, non fu nominato generale
che nel 1848, dopo la guerra di Lombardia, in seguito della disfatta
di Custoza. Lamarmora si era trovato agli affari di Monzambano,
Borghetto, Taleggio, Peschiera, di guisa che era stato decorato di una
medaglia in oro. Egli aveva eseguito quella magnifica diversione di
Pastrengo, la quale cangiò in vittoria la disfatta dei Piemontesi.

Così si fanno i generali seri.

Paragonate queste lente, lunghe, difficili, stentate, contrastate
promozioni con quelle di taluni dell'esercito meridionale, e
comprenderete la repugnanza alla fusione che risente l'esercito
regolare.

Ma Carlo Alberto non gradiva il generale Lamarmora, a causa delle
riforme che questi introduceva nell'esercito--riforme lungamente
studiate da lui in replicati viaggi traverso l'Europa ed in serie
veglie. Lamarmora tenevasi e tiensi tuttavia al corrente di quantunque
la scienza produce ed inventa. Egli comandò quel corpo di 15,000
Piemontesi, che il conte di Cavour mandò in Crimea e prese parte al
bel combattimento della Tchernaia.

Nella campagna del 1859 Lamarmora s'ebbe una parte secondaria, non
saprei proprio perchè, se non fosse ch'egli va considerato come un
generale organizzatore ed amministratore, un ministro, piuttosto che
un generale di strategia e di campi di battaglia. Egli è nondimeno
sommamente bravo e possiede l'intera confidenza dell'esercito.

Il generale Lamarmora è venuto una sola volta in Parlamento per
interpellarvi il ministro della guerra. Egli parlò come un soldato, ma
con calore e sovente con spirito. E serratamente logico. Lo si dice
liberale. Ad ogni modo, egli non oserebbe attentar mai allo Statuto,
avvegnachè nella sua carriera ministeriale gli sia avvenuto più di una
volta di seriamente vulnerarlo--per esempio nello affare delle
fortificazioni di Casale, cui e' cominciò senza la previa
autorizzazione del Parlamento.

Il generale Lamarmora ha due grandi meriti: egli ha speso parecchie
centinaia di milioni per dotare il Piemonte di un superbo esercito e
di un sistema di fortificazioni al livello dei tempi,--del paese e
delle circostanze terribili nelle quali l'Italia si è trovata: ed è
restato povero--o quasi tale! Inoltre, il generale Lamarmora
appartiene alla scuola degli uomini politici d'Italia, i quali pensano
che gli alleati sono ottimi, ma che il migliore alleato di una nazione
è la nazione stessa--fare da sè. Egli non ama i volontari. Egli è poi
inflessibile, corto, stecchito, dispotico--severo nella disciplina--ma
giusto fin dove vede. Tutto calcolato, il generale Lamarmora sarebbe
un acquisto per il terzo partito, se l'ex ed il futuro ministro della
guerra consentissero ad entrare come un pezzo d'intarsio, a
classificarsi in un partito qualunque. I militari guardano a lui e
giurano nel suo nome. Lamarmora è amico del Ratazzi. Caldeggia
l'egemonia piemontese. È ottimo amministratore--e sulla via del
ministero.

Quanto al signor Depretis, egli sarà senza dubbio uno di questi dì
ministro di qualche cosa--forse dei lavori pubblici o dell'agricoltura
e commercio. Il conte di Cavour lo mandò governatore a Brescia.
Garibaldi lo fece prodittatore a Palermo. Il Parlamento piemontese io
aveva nominato vice-presidente. Lo si sa come capace amministratore,
ma, manca completamente di audacia politica. Egli ha barcamenato,
_louvoyè_, tra Cavour, Ratazzi, Garibaldi, oggi all'uno, domani
all'altro, sempre per sè--perchè egli si sente l'animo di tenere
redini di governo. Ne ha egli il tatto? In Sicilia ebbe il malo
istinto di caldeggiare per l'annessione, desiderata a Torino come
un'audacia politica, quando l'annessione non tornava graditissima a
Garibaldi ed al partito radicale, quando l'annessione poteva essere
fatale all'Italia--vale a dire, quando Francesco II era ancora sul
trono di Napoli e quando Garibaldi non aveva ancora guadagnato la
battaglia del Volturilo: Garibaldi non divise le idee di Depretis, in
opposizione con Crispi, e ne accettò la demissione che andò ad
offrirgli poscia a Caserta. A Torino il generale e Depretis si
ravvicinarono, forse utilmente, perchè l'uomo politico temperò la foga
intempestiva del lione di Caprera.

Ora Depretis si democratizza di più in più, onde assicurarsi la
simpatia di taluni membri che ilotteggiano ancora tra il centro e
l'estrema sinistra. Ed è presidente delle riunioni della sinistra, cui
governerebbe abilmente se la fosse governabile. Egli è uomo d'ingegno.
Parla giusto, ma senza scintillìo, forte su i precedenti parlamentari,
sul dritto, sulla tattica dei partiti, conoscente a fondo gli affari.
Depretis è un deputato utile, un capo dubbioso ed indeciso nelle
grandi battaglie. I dettagli gli oscurano la vista delle grandi linee.
Uomo di analisi più che di sintesi. Egli è, come ho detto,
amministratore più capace che audace, volendo la costituzione in certi
limiti, non troppo radicali, l'Italia nei suoi confini naturali, una
libertà ben ordinata e regolata, un'autorità forte, ma non troppo
centralizzata. Egli tiensi, in una parola, due passi innanzi di
Ratazzi, uno indietro a Pepoli--il quarto capo della quarta gradazione
di tinta del terzo partito. Ed io vi dico capi, perchè li si credono
tali, avvegnacchè io mi conosca nella Camera più di un _onorevole_, il
quale parla dei _suoi_, e nondimeno io non mi abbia mai veduto ombra
di questi _suoi_. Poerio per esempio!

Il marchese Gioachino Pepoli fece la sua apparizione nel mondo
politico con un buon libro sulle finanze del Governo pontificio--un
colpo di fulmine che gittò la dirotta e lo scompiglio nella
consorteria del cardinale Antonelli. Pepoli fu quindi membro della
Costituente delle Romagne; poi ministro delle finanze dell'Emilia,
quindi commissario regio nell'Umbria, ove spiegò un vero ingegno
amministrativo. Egli è stato il solo in mezzo a quel nugolo di
luogotenenti, prodittatori, dittatori, consiglieri, governatori e
segretari generali spediti nelle provincie conquistate, annesse o
datesi, il solissimo che siasi davvero rivelato. Egli è stato il solo
che abbia fatto qualche cosa, e sopra tutto fatto a proposito. Se
avessero operato altrettanto in Sicilia ed a Napoli, non si avrebbero
adesso a deplorare quegli stiracchiamenti, quei sobbalzi, quegli
espedienti infelici che danno il mal di mare a quelle provincie.

Il marchese Popoli cova con amore il portafoglio delle finanze del
Regno d'Italia, ed avrebbe finito per ottenerlo anche col conte di
Cavour, il quale non era al postutto un diavolo così tristo e così
intrattabile come lo si avrebbe voluto far credere. Pepoli professa
oggi dei principii che lambiscono quasi il radicale, come tutti i
pretendenti. Ma, nel fondo, è egli forse così sensatamente
conservatore come Ratazzi e Cavour. La mercanzia dei tre è la stessa;
la bandiera che la copre spiega colori più o meno brillanti. Questa è
del resto la storia di tutti i Governi parlamentari--dir rosso quando
si aspira, e bianco quando si è arrivati.

Il marchese Pepoli si è mostrato oratore in tre o quattro discorsi
capitali che ha pronunziati al Parlamento--senza spanto inutile, ma
sobrio, sodo, autorevole, pieno di fatti e sempre liberale. Certo egli
sa fare manovrare le cifre con rara intelligenza, a giudicarlo dai
parlari e dagli articoli di giornali che vengongli attribuiti. Ma egli
non sembrami di una tempra bene aggressiva--neppur provocato. Non lo
si direbbe, su questo rapporto, il nipote del re Murat.

Gli affigliati principali del terzo partito sono il signor Capriolo,
segretario di Ratazzi, quasi suo aiutante di campo, spirito colto, ma
senza audacia, molto addentro in cose amministrative, ma allacciato
dalla rutina, tenero dell'egemonia piemontese, ma onesto e leale;
buono ed aggiustato parlatore. Egli è l'espressione repressa del
presidente del Consiglio. Segue Berti-Pichat, uno dei veterani della
stampa e dei liberali d'Italia, democratico più di ognuno del suo
partito, conoscitore perfetto di scienze economiche e scienze morali,
non nuovo in amministrazione; il barone Bianchi, il signor Bertea, il
Regnoli, Biancheri, Borella, Casaletto, Audinot, Pietro Mazza--tutti
uomini distintissimi, autorevoli, culti, ben parlanti e forniti d'idee
pratiche, non che altri.--Questi hanno ispirazioni più larghe che
quelle del Gabinetto attuale, perchè essi hanno un istinto più vago
della situazione e della natura delle cose. Tutte le _nuances_ di
questo partito comprendono, per ora, una trentina o poco più di
membri, i quali non prendono l'iniziativa d'una riforma o di un
cangiamento, ma che oppongono una certa inerzia alla politica del
conte di Cavour o del barone Ricasoli. Gli è un _non possumus_ non
motivato. Ora, perchè l'opposizione abbia un valore ed una forza,
bisogna che sia franca e recisa; bisogna che miri alle cose più che
alle persone; bisogna che abbia uno scopo chiaro; che abbia non
solamente dei capi, ma dei soldati; che la si comprenda, che la
s'intenda, che abbia un piano, un metodo di attacco, una conoscenza
fina e sicura delle forze del nemico; che mostri dell'audacia; che
abbia un fondo, una riserva, dei _coups de Jarnac_ ancora, che si
parli _de ses enfants perdus_.... e che so altro?

Ebbene, il terzo partito non possiede nulla di tutto ciò--eccetto un
capo eminente--il commendatore Ratazzi, il quale li copre tutti
dell'autorità del suo nome. I partigiani di questa frazione della
sinistra sono certamente dogli uomini rimarchevoli, come individui,
che hanno fatto le loro armi nelle lettere, nelle scienze, nelle lotte
delle rivoluzioni, nelle zuffe degli articoli della stampa. Essi
rappresentano tutti delle brillanti molecole dell'anima e del cuore
d'Italia; ma, collettivamente, le loro forze sono paralizzate dalla
mancanza di carattere politico. Essi dubitano di sè stessi e del
principio della rivoluzione che si lusingano rappresentare. Essi si
credono democratici. Dio santo! democratici di carta dipinta!

Il terzo partito indebolisce l'estrema sinistra, da cui si distacca, e
non rinforza il centro, cui respinge. Nè il conte di Cavour, nè il
barone Ricasoli lo temono. È sospetto a tutti, come ambizioso: è
ambizioso, ma impotente: è impotente, ma orgogliosamente dottrinario.
Il terzo partito era per il conte di Cavour il guardaroba dei suoi
uniformi nuovi. Quando egli voleva far la corte all'Italia, egli si
addobbava dì questi signori, ed i gonzoloni a gridare: Viva il conte!
il conte progredisce! Per il barone Ricasoli poi, il terzo partito è
un serraglio di fiere addimesticate in mezzo a cui si deciderà un
giorno ad entrare e dire al lione: _petit, doune moi ta patte!_ e dire
al tigre: _drôle, salue moi donc!_

Ma non ci arrestiamo alle apparenze: scaviamo il fondo.

L'Italia è donna ed esce da una rivoluzione--o, per meglio dire, mette
giù la sopraveste della rivoluzione. Le rivoluzioni consumano
prontamente. Ed ecco perchè io diceva più innanzi, in qualche parte,
che la situazione degli spiriti nel Regno italiano è favorevole al
terzo partito--che questo partito esprimeva forse la superficie
dell'Italia d'oggidì. Si vuole il nuovo, non il diverso. Ebbene, il
terzo partito è forse alla vigilia di arrivare. Se il conte Cavour
avesse vissuto, egli avrebbe vestito il suo Ratazzi e si saria
separato dai suoi, i quali gli sariano corsi dietro gridando: E noi
pure, babbo, noi pure! Ricasoli rompe con loro in apparenza, per un
momento--giusto il tempo che gli occorre per provvedere la sua
_menagerie_ di belve egualmente ammansite, ma più giovani, più ben
nudrite, con migliori zanne e più belle unghie, poi rivenir in fiera e
dire al proprietario del serraglio del terzo partito: O fondiamo le
bestie o ti divoro!

Ohimè! quanta gente vado io ad offendere con queste parole....

3 Marzo--Oggi sopratutto che questo partito è arrivato ed è al potere.
Ma, hah!



VI.

Il barone Ricasoli.--Origine di sua famiglia.--Suo ritratto.--Un po'
di biografia.--Sua amministrazione autocratica in Toscana.--Suo
carattere.--Ministro.--Indole di questo Ministero.--Risultati.


        _Torino, 12 giugno 1861 e febbrajo 1862._

Il barone Ricasoli ha preso il posto del conte di Cavour. Io non dico
che lo abbia rimpiazzato. Il conte di Cavour apparteneva a quella
taglia di uomini che non si rimpiazzano dall'oggi all'indomani.
Nondimeno, il barone Ricasoli costituisce un tipo di alto valore.
L'uomo politico e l'artista sono attirati a studiare questa figura
che, in un momento così solenne, si presenta nel mondo e viene a
sostituirsi all'Atlante d'Italia.

L'origine della famiglia Ricasoli rimonta al più lontano medio-evo.
Essa era lombarda. Alberto di Guido da Malapresa assunse il nome di
Firidolfi al XII secolo. Raniero de' Firidolfi prese quello di
Ricasoli, dal nome di un feudo, di cui fu investito da Federico I di
Svevia. La storia di questa famiglia si confonde a quella sì piena di
vicende e sì drammatica della repubblica fiorentina. Ora guelfi, ora
ghibellini, questi guerriero, quello legato, quello priore della
Repubblica, i Ricasoli rappresentarono sempre le prime parti nel loro
paese. Qui è un vescovo che come inviato della Signoria va a Parigi a
domandare l'estradizione di Strozzi, e porta all'uopo la _fiala_ per
avvelenarlo. Là è il primo Bettino Ricasoli, che è più caratteristico
ancora. Io citerò questo aneddoto.

Verso la metà del XIV secolo, questo Bettino era ritornato vincitore
dalle guerre di Romagna. Capitano del partito guelfo, si adoperava a
fare allontanare dal Governo i ghibellini. Per ottenere la condanna di
due membri di questo partito egli aveva parecchie volte, ma
inutilmente, rimaneggiato il Consiglio dei _Ventiquattro_, il quale
doveva approvare questo decreto. Lasso di pazienza, il barone Bettino
lo convoca un giorno a palazzo, quindi ordina di chiudere le porte, e
se ne fa portare le chiavi. Poi giura che alcuno non uscirà di quivi
prima che il decreto di bando non fosse sanzionato. Il Consiglio
resiste. Bellino presenta ventidue volte lo stesso decreto. Infine
affamati, stanchi, nel mezzo della notte, i Ventiquattro cedono e
passan la legge.

Il Bettino d'oggi non vi par desso fuso nello stesso stampo del
Bettino del XIV secolo?

Per comprendere questo strano tipo bisogna vederlo nel suo vecchio
castello di Brolio. Quello è la cornice di questa figura di Holbein.
Quel castello non è mica una ruina. Sembra fabbricato d'ieri, talmente
è completo, instaurato in tutte le sue parti, studiato in tutti i suoi
dettagli. Si direbbe, a vederlo, essersi in pieno XV secolo, alla
vigilia di un assedio o di un assalto. Non una pietra che scaltrisi
dai vecchi muri, i fossati: intatti e netti, non un anello irrugginito
nelle catene dei ponti levatoi, non un chiodo che manchi ai ponti ed
alla saracinesca. La sala d'armi dei suoi antenati è in ordine e le
armature ne sono ricche e numerose. Ed il barone attuale, per provare
che egli non è degenere, le indossa di tempo in tempo, in convegno di
amici, e ne regge il peso senza soccombere. Se degli arcieri non
vegliano più sulle torricelle del vecchio castello, dei terribili
molossi ne guardano le porte. Poi vi si trova un'eccellente biblioteca
e dei magnifici giardini. La domenica, il barone Bettino, come gli
eroi di Walterscott, legge la preghiera nella grande sala del castello
ai suoi contadini ed ai numerosi suoi domestici, ed il cappellano
resta in piedi al suo fianco. Il barone sposò una nobile giovinetta
della famiglia dei Bonaccorsi. A capo di nove anni, passati quasi
sempre nel recinto del castello, questa graziosa castellana morì,
lasciando un'unica figlia. Ed al letto di morte solamente fu dato ai
parenti vederla. L'imperio misto di signor feudale e di patriarca, che
il Ricasoli esercita sulla sua corte e su i suoi fittaiuoli, non ha
più l'aria dei tempi nostri. Entrando a Brolio, si lascia il XIX
secolo ai limitari. L'età mediana rivive, col conforto della nostrana,
e la poesia di quei dì in cui si adoravano due poteri: la forza e la
bellezza.

Lo spirito è colpito all'aspetto del barone Ricasoli. Si crederebbe
risuscitato un ritratto di Alberto Durer o di Giorgione. Grande,
magro, ritto, i capelli rossigni, i lineamenti pronunziati ed
angolosi, l'occhio velato; sempre bottonato e inguantato; la faccia a
punta, come quella del cardinale di Richelieu; la fronte alta, lucida,
senza rughe, ampia; i movimenti subiti, bruschi, convulsi; impetuoso e
sanguigno, e nondimeno freddo e degno; il passo lento, e nondimeno
agitato come quello del tigre; la voce metallica, quantunque
leggermente nasale, ma non disarmonica, nè spiacente; camminante
dritto, ma dondolantesi; facile all'abordo, ma tenendosi in distanza
per un certo non so che, che interdisce la dimestichezza, la
confidenza, l'espansione del cuore.... il barone Ricasoli vi attira e
respinge nel tempo stesso. Voi provate in faccia a lui un misto di
trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d'inquietudine. Il barone
Ricasoli non ha età. Egli è un gentiluomo compito e di rara probità.

Fino al 1847, quando la vita italiana si risvegliò, il barone Bettino
viaggiò, sovraneggiò nelle sue torri e nelle sue terre, ove si addisse
all'agricoltura e scrisse talune memorie speciali. Egli fece
dell'agricoltura--sola cosa che resta oggimai all'aristocrazia, la
quale non possa più servire il suo paese con le armi, e disdegni
servire le corti.--Fece dell'agricoltura per il progresso, per la
scienza, per ammigliorare le sorti dei suoi vassalli. Il barone
Ricasoli ottenne, per i suoi eccellenti vini di Chianti, una medaglia
all'Esposizione di Parigi e la croce della Legione d'onore. Nel 1847
egli osò scrivere un _Factum_, ove espose al Granduca la difficile
situazione della Toscana, e domandò delle _istituzioni monarchiche_
secondo le convenienze dei tempi. Leopoldo II non se ne tenne mica per
offeso, perocchè il diapason di quell'anno era molto più elevato che
le istituzioni monarchiche. Vennero le difficoltà tra il duca di
Modena, l'Austria e la Toscana, a proposito della cessione del Ducato
di Luca. Leopoldo II, avendo scelto come arbitro Carlo Alberto, gli
mandò il barone Ricasoli, il quale compiè la sua missione con
successo. In questo frattempo la rivoluzione scoppiò.

Ricasoli fondò allora un giornale intitolato la _Patria_, con
Salvaglieli e Lambruschini, in cui si addotto il programma: _fuori i
barbari_. Il più spinto di tutti era il barone Ricasoli. Egli spiegò
il suo programma unitario di una monarchia nazionale e dell'Italia
affrancata dal papa e dall'Austria. Lo si trattò di utopista.
Nondimeno egli non volle unirsi a Montanelli ed a Guerrazzi. Dette la
sua demissione di gonfaloniere di Firenze, e declinò qualunque
partecipazione al governo democratico. Ma fece parte della
_commissione governativa_, la quale si formò poco dopo per richiamare
il Granduca.

Ricasoli richiamava il principe: il principe tornò con gli Austriaci.
Il fiero barone rimanda allora al Granduca la sua decorazione e va a
seppellirsi nel suo castello di Brolio. Poi, come Leopoldo II sotto il
pretesto di prosciugar le Maremme prosciugava le tasche dei suoi
sudditi, il castellano di Brolio, volendo dargli una lezione, compra
un distacco di questi stagni, si reca in Inghilterra, ove incetta
delle macchine possenti, torna in Italia, si conduce sul sito con i
suoi contadini, brava le spese e la febbre, e quei terreni sono
fertilizzati.

Gli avvenimenti del 1859 arrivano.

Il partito dei moderati aveva redatto un libercolo, che era una
dichiarazione di guerra alla casa di Lorena--_l'Austria e la
Toscana_--ma non osava pubblicarlo. Si voleva, tutto al più,
avventurare, un indirizzo e domandare delle riforme. Ricasoli respinge
con disdegno questo mezzo termine. Aggiunge il suo nome a quello degli
autori, ed il manifesto viene a luce. Il Granduca, sfidato, accetta il
cartello e sollecita l'ajuto del suo esercito in frattanto che
arrivassero i Tedeschi. L'esercito toscano fraternizza col popolo.
Leopoldo II, ricordandosi la storia del 1848, sale in sedia da posta.
Il popolo lo lascia partire, schierandosi in due ale, lungo la via,
sul suo passaggio, e dicendogli _addio_, di un'aria beffarda. Il
Granduca saluta serio serio, poi, alla frontiera, prendendo fiato e
coraggio, risponde del medesimo tuono sardonico: A rivederci!

Il bravo principe! Ah! non è mancato certo da lui se non ha tenuto
parola--nè dall'Imperatore dei Francesi--forse!

Il barone Bettino cominciò per essere ministro dell'interno del
commissario del re Vittorio, il signor Buoncompagni. Egli conobbe
probabilmente tutti i progetti che erano sul tappeto a quell'epoca.
Fece accoglienze graziose ed oneste al quinto corpo di esercito, che
occupò la Toscana, preparandosi di marciare su Mantova. Poi egli si
mise a meditare l'articolo della convenzione di Villafranca, ove è
detto: «I principi di Parma, di Modena e di Toscana saranno
_richiamati_!»--Non sono io certo colui che li richiamerà giammai,
dice il barone Ricasoli, ed i Toscani neppure!

Il signor Buoncompagni deve lasciar la Toscana. Ricasoli vi resta
governatore-dittatore. Egli fa il suo testamento, deciso a tutto, e
prende la risoluzione di compiere la sua missione: Dite a quei
signori, esclama egli una notte, facendo i suoi addii a qualcuno che
partiva per Parigi, dite loro che io ho dodici secoli di esistenza,
che io sono l'ultimo della mia razza, e che darò fino all'ultima
goccia del mio sangue onde mantenere l'integrità del mio programma
politico.

Voi non avete certo obliate le missioni officiose di La Ferrière, di
Reizet, di Pietri, di Poniatowski. Il conte di Cavour fece accettare a
Parigi il programma del barone Ricasoli. E come a Parigi si era
dimandato che si fosse guardata salva l'_autonomia_ della Toscana, ed
il conte di Cavour vi aveva consentito, Ricasoli protestò. «Io non
voglio dì codesta parola» fece egli dire a Cavour dal suo segretario.
La parola però passò nella formola officiale pronunciata dal re. Il
barone Ricasoli se ne dolse con S. M., la quale lo rinviò al suo
ministro. Il conte di Cavour calmò gli allarmi del barone, dicendogli:
«Teniamo conto dei fatti e non cavilliamo sulle parole.»

Ricasoli ritornò in Toscana come governatore generale, mentre che il
principe di Carignano vi andava in qualità di luogotenente del re.

L'amministrazione di Ricasoli, durante questi due anni, l'è una lamina
di ferro forgiata senza giunture. Nulla lo scuote, nulla l'adombra e
lo atterrisce. Il popolo comincia dal trovare che questa guerra, cui
il barone Ricasoli fa alla stampa, alla parola, alle persone che non
professano le sue opinioni, al voto degli elettori, alla guardia
nazionale, che questa guerra è fuori tempo, fuori luogo, fuori di
occasione. Ma quando il popolo vede quest'uomo, che non si commove di
nulla, che brava tutto e tutti, che lavora dalle sei del mattino fino
ad un'ora dopo la mezzanotte, che non tocca un quattrino di onorario,
anzi versa del suo nel tesoro, che non ha altre ambizioni che il
trionfo di una grande causa, che sacrifica senza muovere palpebra
questa nobile Toscana, di cui egli comprende meglio che ogni altro lo
splendore tradizionale; quando egli vede quest'uomo corazzato di una
fede di acciaio.... la confidenza nasce in tutti i cuori. Ognuno si
riposa sull'abilità, sulla magnanimità di questa terribile sentinella,
e la si lascia fare. Ed affè di Dio! Ricasoli non si addormì giammai.

Al Guerrazzi, bella gloria di Toscana, ed orgoglio delle lettere
italiane, è interdetto di passar la frontiera. A Mazzini, che era
sguizzato nell'impero del barone Ricasoli come una biscia, è data la
caccia dai carabinieri; ed il formidabile barone gli promette che, se
per avventura cadrà nelle sue mani, egli lo farà rinchiudere nel suo
proprio castello di Brolio, ove egli sarà trattato come principe, ma
donde non uscirà più che ad _Italia fatta e compiuta_! E ciò dopo
averlo udito, veduto, preso atto delle sue parole ed espressigli i
suoi intendimenti. Si permette a Montanelli di venire perchè non lo si
teme, ma lo si sorveglia e lo si annulla. In Toscana non vi fu allora
che un uomo, una voce, una volontà, un pensiero, uno scopo, una
forza--Bettino Ricasoli ed il suo programma!

Il barone Ricasoli non è mica una forza attiva, poichè egli manca
d'iniziativa. Egli ha la forza del bronzo: la tenacità, la resistenza.
Ricasoli non ha una comprensione larga, estesa; ma egli vede chiaro,
sa meglio sintetizzare che analizzare. La sua eloquenza è strozzata ed
oscillante: ma il suo pensiero è profondo ed esatto. Egli non è uomo
di genio, ma uomo di stato--nel senso, che ha il tatto sicuro, o se
vuolsi, l'istinto della situazione, e non bilancia punto in trovare ed
applicare i mezzi i più semplici, i più efficaci, i più spicciativi
per dominarla. Egli è logico come un colpo di spada: ei taglia.

Quando i diplomatici francesi lo circonvenivano in Palazzo Vecchio e
lo assediavano, e lo insidiavano con mille modi, minacce, promesse,
suggestioni, speranze, il barone non rispondeva che per queste parole:
_Vous traitez avec moi, donc vous me reconnaissez:--Du tout!_
sclamavano quei signori stupiti.--_Eh bien, alors_, ripigliava il
barone, _entre vous et moi il n'y a aucun point de contact:
laissez-moi la paix!_

Ricasoli non si stanca giammai. Quattro ore di sonno, una fetta di
pane al burro ed un bicchier d'acqua, ecco i suoi bisogni. Egli non ha
cuore: ma egli ha più di fierezza che Luigi XIV. Ride di raro. È
generoso, ma formidabile. I suoi contadini tremano al suo avvicinarsi,
e nondimeno egli li ha fatti ricchi e resi felici. Giammai
individualità non fu più intera, meglio custodita, più altamente
disegnata. La sua parola è sacra. Egli si è convertito tardi
all'Italia; ma questa conversione è divenuta una coscienza, con tutta
la severità di un principio.

Il barone Ricasoli si è fatto protestante, dicesi, nauseato degli
intrighi della corte di Roma. Grave, rigido, probo, disinteressato,
egli non teme alcuno, non guarda mai in giù, va dritto al suo scopo,
non considera nulla, non perdona giammai. Egli freme ancora che
Guerrazzi abbia osato un dì disonorare la dimora dei suoi antenati,
con una visita di polizia. Nel 1848 si accusava il barone Ricasoli di
nascondere dei cannoni al servizio del Granduca. Ed infatti la polizia
trovò dei cannoni dietro i vecchi merli delle sue torricelle, ma erano
dei cannoni di legno, dipinti in bronzo, per effetto del paesaggio!

Ricasoli scrive con eleganza fredda e sentenziosa, ha il gusto delle
arti. Il suo spirito è colto, ma sdegna farne parata. Sa dominare la
sua collera: ma non se ne cura sempre. È ambizioso, ma con grandezza e
pazienza. Amministratore poco pratico, ma perseverante, assoluto,
conscienzioso. Ha aria calma e severa, la parola corta; è incapace di
transigere, perchè fatalista; sdegna la collera del popolo: è audace,
perchè intrepido.... Il barone Ricasoli è un ammirabile strumento di
governo nei tempi difficili. Egli può salvare una nazione.

Ora il barone Ricasoli si presenta all'Europa con un programma
officiale. «Io continuerò, dice egli, la politica del conte di
Cavour.» Ma il barone Ricasoli non è uomo a fondersi in altro stampo
che il suo. Egli stesso è tutto un programma. Ricasoli è una
negazione.

Egli significa la negazione dell'egemonia piemontese e dell'autonomia
delle altre provincie. Egli significa la negazione di qualunque specie
di compromesso, che rimpicciolirebbe la grandezza, l'onore,
l'integrità della patria. Tutto--senza condizione! Ecco la sua divisa.
Egli non è uomo a perdere un sol pollice di terreno, un solo dritto
acquistato. Ei resta in piedi, senza rinculare giammai, o spezza le
difficoltà. Egli non mercanteggerà alcuna alleanza; ma solleciterà
l'armamento, onde mettere l'Italia a portata di farsi ascoltare e di
farsi rispettare. Il barone Ricasoli non è guanto gittato all'Europa:
ma un terrapieno innalzato contro qualunque specie di pressione
straniera, contro qualunque specie di violenza interna. Il barone
Ricasoli è la più eclatante attestazione dell'unità italiana.

Otto mesi di governo, per chi li giudica, come me, senza prevenzione
di sorta, han confermato il sopradetto giudizio che io dava di questo
uomo di Stato, appena qualche giorno dopo che egli fosse entrato al
potere. Egli ha compiuta l'opera dell'unificazione interna. In faccia
alla Francia ha tenuti alto i diritti d'Italia. Alla fazione
piemontese ha resistito--ma meglio sarebbe riescito se l'avesse
combattuta, non con la fazione toscana sola, ma con gli uomini presi a
tutte le provincie italiane. Le cabale, gl'intrighi, le coalizioni, i
connubi, i _verdetti_ della maggioranza, le suggestioni perfide di
perfidi amici, la pressione straniera, la malcelata antipatia della
corte, le cospirazioni subdole dei suoi stessi colleghi, gli attacchi
aperti della sinistra del Parlamento, tutto un mondo dì mezzi occulti
che si sono fatti giuocare, tutto si è rotto contro la forza, non dirò
tanto della volontà, ma della caparbietà di quest'uomo. Fatalista,
egli ha resistilo, restando inerte come uno di quei scogli della
Manica, sulle coste della Bretagna e della Normandia, a cui i più
spaventevoli marosi che han corso gli oceani vengono a rompersi e
sfasciarsi in bricciole di schiuma. Egli ha detto: io sto! e tutti han
rinculato, diffidando di sè e della fortuna. E nondimeno, non vi è
stato ministro che avesse commessi più errori amministrativi e che
avesse meglio prestato la fronte ed il fianco agli attacchi. Caetterra
più che ingegno, mal congegnato alle bisogne burocratiche ed alla
vasta sintesi, egli ha vinto gli ostacoli a forza di pertinacia, ed ha
usufruito il lavoro del tempo. Un ministro d'affari avrebbe fatto da
sè in un mese ciò che il barone ha lasciato fare al tempo, agli
avvenimenti, alla natura delle cose, agl'interessi ed alla necessità
della situazione, in otto mesi, in un anno. Però i risultati complessi
che presenterà al rendiconto saranno significanti. Egli ha voluto, e
ciò è bastato. E, cosa stranissima, egli ha voluto senza avere
preventivamente che un'idea vaga, incognita, qualche cosa di vaporoso
e d'ideale, che spuntava lontano lontano nell'orizzonte della sua
anima, ma ha voluto; e questo spettro si è condensato ed ha preso,
sotto l'azione della sua volontà, la forma che chiamasi Italia una.
L'organismo che ha dato a questo corpo sarà bene o male--ma l'è un
organismo. Egli prese al capezzale di Cavour un embrione; uscendo dal
potere, consegnerà nelle mani del suo successore un'Italia formata,
composta. Si dovrà cangiare questo o quel pezzo dell'armatura; ma
l'armatura è fatta. Il barone Ricasoli soccomberà senza dubbio, e fra
non guari, a qualche colpo di Palazzo o a qualche colpo di
maggioranza. Ma la sua scomparsa sarà corta. Egli ritornerà invocato
come una necessità, come la coscienza d'Italia, quando i governi
d'intrighi municipali, che gli terranno dietro, avranno meglio
manifestato la natura del suo carattere. Ed aggiungasi ciò, che egli è
essenzialmente progressista dicasi per ambizione o per dispetto, non
importa--ma il barone, lo più feudale dei baroni, si eleverebbe alla
concezione per fino della republica--se ciò fosse nei destini
d'Italia. L'idea della legalità predomina sui suoi concetti--e dove la
fosse violata, ed ei ne comprendesse la violenza, il ministro avrebbe
l'animo di farsi tribuno. Tra lui e l'Italia vi è armonia d'anima.
Armonia che diventerà altrettanto più magnetica se nell'interregno che
gli farà il commendatore Ratazzi, egli vorrà percorrere da _touriste_
tutte le provincie della Penisola e fare un giro per l'Europa.
Ricasoli ha bisogno di veder da vicino. La tempra del suo ingegno non
è di prevedere, ma di vedere.

3 marzo. Ricasoli è caduto. Non ho sillaba a cangiare a quanto più su.
Uomo privato, ho oggi di lui la stessa opinione, ne porto lo stesso
concetto.



VII.

La destra.--Suo carattere.--Il ministro rinforzato.--Menabrea,
Miglietti, Cordova.--La destra.--I suoi capi.--Buoncompagni, Farini,
Lanza.--Suoi membri.--Moggio, Pasini, Leopardi, Torelli, Jacini,
Yegezzi, Corsi, parecchi altri... Gustavo di Cavour.--Alfieri,
Bersano, Andreucci, Baldacchini, Lacaita e Caracciolo, Spaventa,
Chiaverina, Cantelli, Pettinengo e Cuggia.


        _Torino, 26 giugno 1861 e 28 febbraio 1862._

Nel tempo del conte di Cavour, la destra del nostro Parlamento votava
con un insieme ammirevole, sotto l'ispirazione del suo capo. Ora
questa destra è padrona dei destini del paese. Io non voglio discutere
se questa parte della Camera esprime veramente la maggioranza della
nazione. Il fatto è che la n'esercita il dritto, che la ne riassume la
forza, che la ne rappresenta la parte. La nazione può essere al di qua
o al di là; però essa non dà, riceve l'impulsione da questa falange
perfettamente disciplinata. La destra, indipendentemente dal suo
valore intrinseco, ha acquistato il valore della circonstanza. Essa si
è trovata senza volerlo, senza sperarlo, alla testa d'Italia, cui può
tenere a galla o lasciar naufragare.

Questa maggioranza, con la forza illogica del numero e l'audacia
dell'ingegno, può condurre, spingere, regolare o spezzare un
Gabinetto; fare delle leggi imprudenti, precipitare o ritardare gli
avvenimenti. Il suo stesso silenzio, la sua stessa indolenza, è una
forza. La sinistra discute, grida, rimprovera, si dibatte: cinque ore
suonano, un Baldacchini qualunque, un Pantaleoni, sclama, fra due
sbadigli: «Ai voti!» la destra alza la mano, uno, due, tre.... _le
tour est fait_, la discussione è strangolata, la legge è votata. La
sinistra si diverte a ragionare, a perorare per quattro ore contro il
Ministero; Minghetti, o un ministro qualunque, s'alza, trincia qualche
scusa, spiffera una tirata a proposito o no, promette, promette e poi
promette, la parola _chiusura_ salta su da un qualche banco.... ed il
Ministero è salvato--più ancora, trionfa, e quel caro signor Minghetti
ci ride sul muso. Per lo innanzi, essi si davano ancora la pena di
discutere, di brillare, di far parata d'ingegno e di sapere davanti al
conte Camillo. Ora, a che pro? Si suona la carica, e la bisogna è
sbrigata.

E nondimeno, egli è d'uopo dirlo, su i banchi della destra seggono
degli uomini rimarchevolissimi, degli uomini d'ingegno e di sperienza.
Il Ministero si è rinforzato di un personaggio di valore, dell'uomo
che organizzò in realtà la presa di Ancona e di Gaeta e disdegnò di
vantarsene--il generale del genio conte Menabrea. Questo generale,
Valdese, era il fiore il più squisito della reazione. Oltramontano
puro sangue, spiattellatamente piemontese, arrogantemente realista,
egli trattava l'Italia di assurda minchioneria. Il cannone di Magenta
rimescolò il suo sangue, scosse le sue fibre. L'aria lombarda,
quantunque ancora pregna di croato, vivificò la sua anima. Il conte di
Cavour lo prese per la mano, come il Satana di Cristo, inalzandolo sur
un pinacolo, gli fece vedere al di là dell'Adige Venezia, ed al di là
dei monti Roma e Napoli. Menabrea divenne italiano e credette
all'Italia--si dice almeno. Egli poteva però passare nell'esercito
francese, ed ottò per l'Italiano--dopo la cessione di Savoja.

Menabrea aveva di già ammirevolmente arrestato la marcia degli
Austriaci su Torino, con le sue fortificazioni improvvisate in due
settimane sulla Dora Baltea. A Gaeta mise in opera quello stupendo
sistema di attacco, il quale, secondato dalla rara energia del
generale Cialdini, fe' capitolare in 57 giorni una piazza che passava
per la Sebastopoli dei Borboni. Intelligentissimo, solidamente
istrutto, la parola facile ed elegante quando parlava francese, un po'
confusa, monotona e precipitata ora che favella in italiano, dotato di
grande energia e di volontà di fare, conoscente tutte le tattiche del
Parlamento e le specialità dell'amministrazione, Cavour lo aveva
indovinato. Egli lo destinava già al portafogli della marina, che il
barone Ricasoli gli confidò.

Il generale Menabrea ha l'aria scura, lo sguardo profondo, addolcito
dalle lenti, la voce gutturale, il gesto raro, la postura elegante ed
aristocratica, la testa alta finamente modellata, cui il sentimento
cattolico impronta un po' più che le abitudini militari. Egli parla da
uomo convinto, ma un tantin fastidito. Però è puntiglioso all'attacco,
preciso e vivo nella risposta. Le sue idee sono sobrie e chiare. Sa
lottare, e non sembra sfuggire la lotta, nè provocarla con jattanza.
Per dodici anni egli restò in mezzo all'opposizione reazionaria ed
aguzzò delle armi, che non sono smussate ancora. Il generale Menabrea
è senatore, ed un potente acquisto pel Gabinetto. Avvegnacchè, per
esser giusti, occorra dire che l'impulso da lui dato alla marina sia
inferiore alle speranze in lui rimesse. Lo si accusa di tenerezza per
l'egemonia piemontese, di poco tenero di libertà. Chi se ne sorprende?
Le conversioni di S. Paolo, in quattro secondi, sono roba da leggenda.
I cangiamenti nello spirito umano, ed in uno spirito matematico sopra
tutto come quello del Menabrea, si fanno per gradi--e non sono mai
radicali. La probità sola corregge lo instinto.

Degli altri ministri aggiunti al Gabinetto ho poco a dire. Il signor
Miglietti, che fu altra volta guardasigilli, appartiene al partito di
Ratazzi e ne professa i principii. Spirito moderato, un po' indeciso,
ma onesto, egli è una delle colonne su cui poggia l'egemonia
piemontese. Il signor Cordova è un economista italiano, la di cui
capacità amministrativa non è ancora incontestata. Ciò che è
incontestabile è la sua abilità parlamentare. Egli non si occupa molto
in sostenere il Gabinetto collettivamente: difende con tenacità il suo
portafogli. Lo si dice compagno poco comodo, _mauvais coucheur_,
direbbero i Francesi. Lo si dice poco ostinato nelle sue convinzioni
ed ambiziosissimo. Si che, per restar ministro, transigerebbe su
parecchi dettagli, e poco curerebbe di aver questi o quegli a
compagno. Lo si dice invasore su i dritti dei suoi colleghi, e non
risparmiando loro ogni specie d'epigrammi. Tutto ciò ci commuove poco:
bazza a chi tocca!--come non ci risguardano le sue doti ed i suoi
difetti come uomo privato. Noi, che abbiam vissuto in Francia
lungamente, non siam mica troppo pettegoli sul sibaritismo. Ciò che
dobbiamo constatare è l'incredibile facilità di favella e di memoria
del signor Cordova. Egli è un _jenny mull_ a parole. E parla con tale
velocità, con tanto seguito, che sveglia nella nostra sala di legno e
cartone una specie d'eco dispiacevole. I discorsi di Cordova sono
pieni di vita, di brio, di movimento. Egli cita talvolta di traverso,
sconvolge i fatti e li travisa, giuoca di antitesi, di metafora, di
paradosso ed abbarbaglia come un giuocatore di bossoli. Sembra un
fenomeno. E dopo di averlo udito, si resta stupefatto, stanco,
abbarbagliato, attonito: il capo gira, si vede innanzi agli occhi un
incrociamento di mille razzi di tutti i colori, ma non si rimane punto
convinti. Cordova è un eccellente acquisto in un Ministero, ma non so
se sia un eccellente ministro. Egli ha troppe passioni, ed impressioni
troppo vive. Ora occupa il portafogli dell'agricoltura e del
commercio, portafogli di un'inutilità magnifica, ma creato
appositamente onde lusingare, nei loro uomini, le provincie
meridionali. L'è la scuola normale ove si formano le capacità
ministeriali. Per il momento, è la patria di Machiavello che tiene
l'alto nella politica italiana, l'invade, l'assorbe, e resiste
all'aggressione dei conterranei di Cavour, i quali vorrebbero
invaderla a volta loro--credendosi tutti altrettanti Cavour, e
mediocremente stimando quantunque venga d'altrove. Quanto a Cordova,
egli si crede i polsi assai forti per reggere non uno, ma dieci
portafogli diversi--e già lo si dice in via per quello dei lavori
pubblici. Egli però non è l'angelo della destra della Camera, e la
sinistra ne diffida e non poco.

I banchi della destra dell'assemblea si trovano in parte popolati di
ex funzionari, di funzionari in attività, e di funzionari in
aspettativa. Il loro capo, dopo l'avvenimento alla presidenza del
Consiglio del barone Ricasoli, fu per un pezzo Buoncompagni; oggi, per
una rivoluzione di giannizzeri, è il signor Lanza.

Due o tre volte ministro, il signor Buoncompagni non si mostrò
veramente sotto il suo vero punto di vista che in Toscana, sia come
ambasciatore del re presso del Granduca, sia come Commissario di S. M.
dopo la partenza del Lorenese. Là, nelle due parti, bisognava un uomo
a figura spessa ed imperturbabile, che non tradisse giammai il suo
pensiero e la sua impressione; un uomo che parlasse molto, senza mai
compromettersi; un carattere facile ed affabile, perchè non lo si
stancasse molto di riclami, di proteste e di recriminazioni; pronto al
sorriso, ai modi cortesi, l'animo benevolo, carattere senza angoli. Il
signor Buoncompagni rappresentò la sua figura a meraviglia, e potè a
suo comodo imbaggianare Leopoldo II e provocare l'annessione.
Buoncompagni ha la parola fluente, è pieno d'idee politiche, un po'
scucite, è cattolico.... Ma quando domanda a parlare, tutti si
accomodano nella postura la più agiata per sonnecchiare sotto una
doccia di parole monotone, senza accento, senza vita, molli: ovvero
chi di qua, chi di là, terminata la corrispondenza con i suoi
elettori. Buoncompagni fa capo per _interim_, nè è uomo che sembri
ammagrirne, oggi che non lo è più.

Il vero capo sarebbe Farini, se fosse assiduo alle sedute--come
avvenne per un momento dopo la morte di Cavour. Farini non ha più
l'itterizia: ma egli l'avrebbe data, se avesse continuato, a quel
povero Minghetti, in faccia del quale si era assiso e lo covava con
occhi beffardi e sarcastici. Collocato tra Farini per davanti e
Ratazzi sul capo, Minghetti ne intisichiva a vista. Io non ho bisogno
di delineare il profilo di Farini. Da quattro anni non si parla che di
lui. Testa forte e profondamente accentuata, tratti vigorosi, naso
aquilino, spirito ambizioso e soffice, scrittore elegante e collerico
contro coloro che non dividono le sue idee, vanitoso ed epicureo,
trincia da principe con agiatezza, ma parla all'occorrenza da tribuno.
Farini ha pubblicato delle _Storie d'Italia_ che ebbero successo
meritato--avvegnacchè parzialissime. Fu ministro. Ma troppo inquieto
ed impaziente, ebbe velleità di disegnare la sua persona di una
maniera assai spiccata in faccia del conte di Cavour. L'astuto
grand'uomo lo sguinzagliò sulle ruine della casa di Borbone, lo lasciò
solo, senza consigli, senza direzione, e Mario-Farini ritornò, dopo
due mesi di dittatura, non per uccidersi come il vincitore dei Cimbri,
ma per purgarsi nella sua bella villa di Saluggia. Il signor Farini
sarà ministro di nuovo, e ciò forse fra non guari, e ciò non senza
utile. Perocchè Farini, malgrado il suo incomparabile fiasco di
Napoli--dove ha lasciato memoria d'implacabile rancore, Farini, dico,
possiede abilità incontrastabile. Egli ha idee, coraggio, iniziativa,
colpo d'occhio, spirito svelto e non inceppato da precedenti o da
convinzioni intangibili, e sopra tutto attività--se la malattia non lo
ha rotto, come si buccina. Se Farini disdegna comandare la falange
della destra, gli è per negghianza. E di quinci l'importanza di Lanza.

Il signor Giovanni Lanza ha lasciato, come Presidente della Camera
Piemontese, legato di odio alla sinistra, che lo addimandava un
gendarme, perchè toglieva inesorabilmente la parola ai membri di
questa parte dell'assemblea. Senza averne ben l'aria, il signor Lanza
è intollerante come un cattolico. La sua presidenza della destra è
inesplicabile; perocchè nulla in lui rivela la supremazia, nè
l'abbondanza e novità delle idee, nè l'acuzia e la prontezza
dell'intelletto, nè il prestigio della parola, nè la facilità di
riassumere _avec bonheur_ una discussione, una situazione, nè
l'ascendenza, brillante di una superiorità incontestata. Uomo
mediocre, pedante, a vista fosca, senza tatto politico, chiuso nella
cerchia della Dora e del Po, non sa armeggiare, non ha sangue freddo,
non ha prontezza di risorse, non ha sintesi, è personale, ristucca
quando parla--in una parola, è un corpo completamente opaco, e giammai
uno straniero che cadesse nuovo nelle nostre sedute si dubiterebbe, a
vederlo, ad udirlo, a riudirlo, a udirlo di nuovo, a vederne la
tattica, che quello sia il dittatore della destra. Mille e mille volte
questo posto sarebbe meglio spettato al Minghetti, al Mancini, allo
stesso Lafarina, ed a chiunque altro. Come semplice deputato, poi, il
Lanza è uno dei pregevoli e distinti membri della destra. Egli ha la
frega degli ordini del giorno--e ciò si comprende, dovendo
sintetizzare l'opinione della destra.

Vicino al Farini, o in quelli banchi, si rimuove il signor Boggio,
l'_ergoteur_ lo più complimentoso ed al medesimo tempo lo più
aggressivo della Camera. Intelligenza svegliata, parola facile,
tendenza pronunziatissima al paradosso, spirito fantastico e
stravagante, spingendo l'indifferenza del _che se ne dirà?_ fino al
difendere le proposizioni le più assurde, ed attaccare gli atti i meno
pericolosi del governo.... ecco il tipo di questo arguto, corto e
grosso professore del dritto costituzionale dell'Università di Torino.
Poco lungi sta il signor Pasini, il quale è incontestabilmente uno
degli uomini i più eminenti della nostra Camera. Il signor Valentino
Pasini si arranga tra i finanzieri. Egli ha pubblicati parecchi
articoli ed opuscoli sulle finanze italiane ed austriache. È il primo
che abbia parlato in blocco della situazione finanziaria d'Italia e
della necessità economica che avrebbe un dì o l'altro obbligato
l'Austria a disfarsi della Venezia. Erudito relatore dei progetti di
legge, che han rapporto a questa parte dell'amministrazione italiana,
lo si incontra sovente sulla breccia ove egli sa tenersi
gagliardamente.

Al disopra sbadiglia il signor Leopardi. Ma quando cessa di
sbadigliare, questo deputato dall'aria fina ed ironica, gli è per
difendere, per esempio, con una voce debole e melliflua, un convento
di Carmelitani, i quali domandano a restare malgrado la legge
dell'abolizione poi conventi--perchè i Carmelitani mangiano bene, o
per difendere la causa di una comunità dì religiose di S. Teresa, o di
S. Orsola--perchè quelle serve di Dio fanno delle eccellenti conserve
e dei squisiti camangiari. Il signor Leopardi fu per dieciasette
giorni, nel 1848, incaricato di affari del re Ferdinando II presso del
re Carlo Alberto. I dieciasette giorni di missione gli han procurata
una pensione di ritiro di franchi 12,000 l'anno. Il signor Leopardi è
convinto che, con questa missione, egli fece l'Italia per tre quarti.
Egli passa i suoi ozii attuali dando dei pranzi ai suoi amici e
nemici. Io non so se il Leopardi fu, o se egli è diplomatico. So che
egli accomoda i maccheroni al sugo con la stessa abilità di Rossini, e
prepara l'estratto di pomidoro quasi così bene che Mercadante. I
signori deputati preferiscono i pranzi ai discorsi di Leopardi.

Il migliore scrittore di _pamphlets_ politici in Italia è il signor
Torelli--_alias_ Ciro d'Arco. È pieno di brio, non manca di spirito,
ha la pennellata ora forte, ora graziosa, secondo gli piace, ha stile
pieno di movimento, che seduce e ricrea. Non so se sia oratore. Par
uom modesto e gentile, e poco curante di brighe, il deputato lo più
pretenzioso, dopo Zuppetta, è l'ex-ministro Jacini. Egli scrisse
taluni articoli sulle finanze lombarde superiormente rimarchevoli, a
tempo dell'Austria, quando era forse pericoloso occuparsi di simile
bisogna. Egli seppe resistere alle piaggierie degli arciduchi--che che
se ne sia susurrato in contrario, ed a causa di ciò, quando il conte
di Cavour concepì l'idea dei Ministeri topografici, ei destinò il
signor Jacini per quella famosa _sinecure_ dell'agricoltura e del
commercio, e poscia per il portafogli più importante dei lavori
pubblici. Il signor Jacini appartiene a quel piccolo gruppo di
innocenti dottrinali lombardi, che sieggono alla sinistra--detta la
chiesa della _Perseveranza_, e di cui parlerò più tardi. Egli è
competente in fatto di quistioni economiche e di lavori pubblici, ma,
si dice, egli si reputa troppo competente--quasi maestro. Il signor
Jacini, del resto, non si mostra mica sovente, nella discussione, da
uomo che si riserva.

A canto a lui tiensi l'ex-ministro Vegezzi, vecchio flemmatico, che
non ha rinunziato a rientrare agli affari, quando l'ora gli suonerà
opportuna. Egli ha ricusato per ora il portafogli della giustizia, e
deplora, senza potersi consolare, come Calipso della partenza dì
Ulisse, la partenza per Atene del suo amico vicino il conte Mamiani.

Un altro ex-ministro, il signor Corsi, resta intrepido al suo posto e
non sogna più, a quanto pare, del paradiso perduto, che non erasi data
la pena di guadagnare, nè si curò di conservare. Egli accompagna dei
suoi voti e del suo voto il vascello che conduce Ricasoli e la sua
fortuna. Se vi segnalo il signor Corsi tra i 350 membri della
maggioranza, egli è perchè egli ha un valore incontestabile.

Passiamo su Raeli, su Menotti, il solitario della destra, su Busacca,
un buon economista, su Bertolami, intelligenza viva, ornata, facile,
ma vaporosa; su Gustavo di Cavour, nobile e fiero carattere,
intelletto colto, ma corto, ultramontano; su Alfieri, il quale par
soccombere sotto il nome che porta ed il nome di Cavour che crede
gravitargli su per alleanza, luogotenente di Chiaves, e fino fiore
dell'egemonia piemontese, cattolico, spirito in ritardo con delle
velleità di diventar capofila; passiamo sull'ammiraglio Persano, il
valente bombardatore di Ancona e di Gaeta, sempre pronto a spandere i
suoi lumi sugli affari della marina, e non imponendosi mai. Passiamo
altresì su Andreucci, vice-presidente della Camera, toscano molto
istrutto, fino, logico, avvocato, autonomista amministrativo, molto
competente in tutti gli affari di Governo, lottatore infaticabile
negli Uffici e modestissimo nell'Assemblea; passiam presto, per
pericolo di morbo, su Baldacchino, estratto di gesuita, di
sufficienza, d'incapacità. Commendatore senza pretesto, figura di
fuina, o meglio, di topo in buon umore; passiamo su Lacaita e
Caracciolo, irrequieti, mosche del cocchio sempre affannati,
affannosi, dando l'affanno, vespe che ronzano intorno ai banchi
ministeriali; passiamo su Spaventa, impotenza incorreggibile, fiele
che intossica quantunque tocca, frantume astioso dei naufraghi
napoletani; grand'uomo che non parla, che non scrive, che non pensa,
che tutto dissimula per un sorriso d'importanza.... _prætereaque
nihil!_ passiamo.... ed arrestiamoci per un momento a quel signore
fulvo, smilzo, allo sguardo inquieto, che percorre la sala tutta
dall'alto del suo banco, a fianco del presidente. È il conte
Chiavarina, il questore, il di cui rigore cortese e a lunga
_silhouette_ ghiaccia l'inchiostro nella penna dei giornalisti e la
parola sulle labbra dei deputati nuovi--sì che sarebbero per dargli
dell'Eccellenza. Passiamo, perchè abbiamo fretta, su Cavallini,
segretario perpetuo di tutte le nostre assemblee, da dodici a
quattordici anni; sul questore conte Cantelli, che ha lasciato gran
memoria di sè nel suo corto passaggio alla luogotenenza di Napoli,
uomo colto, cortese, molto addentro nelle cose di pubblica
amministrazione; e sul bravo generale Pettinengo, il quale salì cinque
volte all'assalto delle alture di S. Martino, e che viene alla carica
contro la sinistra, come se fossero i suoi croati del 1859, ogni qual
volta questa si mischi degli affari del ministero della guerra. Il
Pettinengo fe' bella prova in Sicilia, dove assistè all'agonia
dell'autonomia di questa provincia, e ne partì festeggiato.

Ma come lasciar ancora qui nell'ombra questo severo general logico,
cui si tiene da un anno in qua alle porte del ministero della guerra,
in favore del quale e pel quale egli prende talvolta la parola con
tanta autorità ed abilità! Il generale Cugia è un sardo, di grande
nobiltà, della famiglia di S. Orsola; ha fatto la sua carriera con
rapidità; esercitò le funzioni di ministro della guerra a Napoli,
poscia a Torino per parecchi mesi. Ma non si osò confidargliene il
titolo perchè egli ha una colpa, una felice e fortunata colpa.... ha i
capelli neri ed è giovane, ahi lasso! Che non pagherebbe egli dunque
un cosmetico per darsi i capelli grigi! eh? Il general Cugia deve
sospirare i tempi de _l'Oil de poudre_ della corte di madama di
Pompadour.



VIII.

Gli ex-repubblicani della destra.--Lafarina, Amedeo Melegari,
Correnti, Arconati-Visconti, Giorgini, Broglio, Matici, Pescetto,
Ricci, Valerio e Susani, Finzi, Sella, Carutti, Malenchini.--Che
sarebbe la destra se la situazione cangia.


        _Torino, 7 luglio 1861 e 1 marzo 1862_

Vado a spigolare ancora qualche nome nel campo della destra per darvi
la fisionomia esatta di questa parte della Camera, poco variata quando
trattasi di votare, profondamente accentuata in sè stessa. La destra
componesi di uomini arrivati da tutti gli angoli d'Italia, usciti da
tutti i partiti che hanno animata ed agitata la Penisola da trent'anni
in qua. I transfugi della repubblica vi sono numerosi. Vi sarebbe uno
studio molto curioso a fare su i precedenti di questi uomini, sì
convinti oggidì, sì compatti innanzi alla parole d'ordine del
Ministero, ed jeri atleti di libertà, apostoli d'indipendenza e di
democrazia, verde o rossa poco importa. Ma non rimuoviamo delle ceneri
di già raffreddate, cui un nastro di Commendatore, una livrea di
consigliere di Stato coperse.

Vedete il signor Lafarina, per esempio, sul quale han piovuto tante
calunnie e tanti elogi egualmente immeritati! Nel 1848 il signor
Lafarina si dava come un repubblicano intrattabile. Restò ad un
dipresso tale in Francia fino al 1852 quando partì per Torino. Qui il
repubblicano si svaporò e ne sbucciò fuori il _piemontese_. Dal
_piemontese_, inaffiato dalle carezze del conte Cavour, germogliò il
conservatore, e poi, via via, il resto--e le metamorfosi non sarebbero
ancora finite se avessero più corso o valore venale sulla piazza.
Questi _revìrements_ non vanno a garbo a tutto il mondo: ed ecco
perchè quest'uomo di un ingegno vivo, ma superficiale, parlatore
facile; scrittore più facile ancora, imperciocchè egli ha messi giù
non so quanti volumi parlando di tutto e di tutti, ecco perchè egli è
attaccato d'ogni parte con passione, e difeso debolmente. La pagina la
più rilevata della sua vita è l'influenza ch'egli esercita sull'azione
della _società nazionale_ di Manin, e la lotta che osò intraprendere
contro Garibaldi a Palermo. Da quest'urto infelice egli si ritirò
pesto.... e consigliere dì Stato! Nondimeno, occorre il dirlo, l'uomo
vai cento volte meglio della riputazione che gli hanno fatta i suoi
nemici e la sua flessibilità--avvegnacchè l'uomo non valga gran prezzo
e le pretensioni siano immisurabili.

Il signor Amedeo Melegari fu un dì _l'alter ego_ di Mazzini in
Italia.--Rivisto e corretto dai tempi, è oggi un sapiente professore e
consigliere di Stato. Siede alla destra, quantunque amico di Ratazzi,
e sua creatura. È dispiacentissimo, non troppo intollerante,
competentissimo in tutte le questioni politiche ed amministrative; è
autore di lavori letterari molto stimati.

Il signor Correnti, un altro consigliere di Stato dell'anno scorso,
fu, prima del 1848, repubblicano e capo del partito democratico
lombardo. Egli era il tratto di unione tra la borghesia e la nobiltà
liberale di quelle provincie. Dopo la rivoluzione divenne segretario
del Governo provvisorio di Lombardia, e per conseguenza _fusionista_,
come chiamavansi allora gli _annessionisti_ del 1859. Al ritorno di
Radetzki a Milano. Correnti emigrò in Piemonte, dove servì di mira a
molte calunnie, a molte vessazioni del partito più avanzato. Cavour
provò di tirarne qualche cosa per un momento, poi l'abbandonò, perchè
Correnti ha in fondo un carattere svenevole, vaneggiatore,
_défaillant_, _réveur_, poetico, artista, ciò che ripugnava
supremamente al conte di Cavour. Nel 1859 Correnti si gittò testa giù
negli avvenimenti, si mischiò di tutto, e si trovò a gala e
potentissimo dopo Magenta--quasi Magenta fosse stata vinta da lui.
Ebbe un'ora d'imperio sui Lombardi disimbastati dai croati--un'ora
sola. Correnti è uno scrittore elegante e un pubblicista di primo
ordine. È l'uomo meglio versato nelle scienze statistiche in Italia.
Ha il carattere flessibile, ma puro; lo spirito elevato,
chiaroveggente, ed ornatissimo. Egli non parla, ma i suoi discorsi, a
metà letti ed a metà recitati, hanno avuto sempre successo. È egli
convertito? chi lo sa! Gli uomini nei quali il sentimento artistico
prevale e predomina, e la fibra letteraria risuona, ad un'ora data
scoppiano.... Ma io dimenticavo che il signor Correnti è consigliere
di Stato!

Evvi nondimeno un altro lombardo il quale non ha mai variato, ed è il
marchese Arconati-Visconti. L'anima si riposa arrestandosi su questa
nobile e ricca figura. Lo si prenderebbe per un canonico. Rosso, senza
un pelo sul volto, sorridente, vestito di nero; gli occhi a fior di
testa, illuminati da una lagrima; con una confortevole pinguedine,
delle maniere gaje e facili; il marchese possiede una grossa fortuna
ed è incontestabilmente uno dei più grandi filantropi d'Italia.
Aggiungerò, che non è intollerante, che è sensato e niente affatto
vanitoso. Esiliato nel 1821 dall'Austria, passò una parte della sua
vita a Parigi, ove consolò tutti gl'infortunii degli emigrati. Ora
egli spende le sue ricchezze in beneficenze. L'è in casa sua che fu
raccolto e morì il nostro Tirteo nazionale--Berchet. Il marchese
Arconati Visconti è cattolico, ma non oltramontano--io sarei per dire
che egli è piuttosto cristiano. Quantunque conservatore, resta in
quella indipendenza illuminata cui gli inspira un giudizio esatto e
severo della situazione.

Come antitesi di questa testa rigogliosa e fiorita, osservasi, proprio
a fianco a lui, la testa giallognola e malaticcia del Giorgini. Questo
toscano fu l'amico intimo di Giusti, il nostro inemulato Giovenale,
egli è l'amico di Ricasoli ed il genero di Manzoni. In ogni tempo
moderato, spirito vòlto all'ironia ed allo scherno, un po' scettico,
carezzando ed aguzzando l'epigramma, che sempre ferisce e talvolta
dilania, egli votava col ministero, senza guardar pel sottile, quando
ministri erano Cavour o Ricasoli. Il signor Giorgini è maestro nelle
scienze economiche morali; scrive con uno stile ammirabile, quantunque
un po' troppo fiorito, _pimpant_, e mirando al concetto di effetto. Lo
si legge con supremo diletto e con profitto. Egli non parla sovente,
ma la sua parola è chiara e correvole. Autonomista prima,
all'Assemblea toscana del 1859 credette all'unità italiana, e vi crede
ancora, ma bilanciando tra l'incentramento e le regioni del Minghetti,
con ogni dovere sepolte. La _commissione governatrice_ toscana, nel
1859, gli confidò una missione diplomatica a Torino onde sollecitare
l'intervento piemontese in Firenze. Giorgini ha pubblicati parecchi
opuscoli letterari e politici che si leggono con vivo interesse.
Rimarchevolissimo è l'ultimo sulla centralizzazione.

Bisogna che io dica una parola di un altro economista lombardo, assiso
ai medesimi banchi--il signor Broglio. Figura e spirito burbero,
all'apparenza pesante, ma nel fondo gajo e burliero, il signor Broglio
piacesi a far parte dell'impopolare. Io l'ho veduto, in questa
sessione, prendere due volte la parola per offuscare certe
disposizioni liberali dello Statuto stesso--e, più spesso ancora, per
difendere o per proporre misure odiose o illiberali. La sinistra non
l'ama, il centro diffida delle sue proposte, e la destra stessa
raramente lo segue. Del resto, Broglio è un uomo molto colto, ha senso
retto; quando la passione non lo altera, è di carattere molto
onorevole.

Io noto ancora a volo di uccello, in questa parte della Camera, il
signor Mattei, ingegnere delle costruzioni navali, distintissima
capacità: l'ingegnere Grattoni, che inventò le macchine del
perforamento del Cenisio; il colonnello Pescetti, il quale prende, con
una autorità incontestata, la parola negli Uffici su tutte le
proposizioni di lavori pubblici; il general Petitti, di cui parlerò
più appresso; il marchese Ricci di Macerata; gli ingegneri Valerio e
Susani, parlatori che danno l'asma, avvegnacchè competenti nelle
materie che trattano ordinariamente; il primo uno dei campioni perduti
del piemontesismo, l'altro, un dì ex corriere di gabinetto di Mazzini,
repubblicano, socialista, e tutto ciò che vi piace; ora autorevolmente
conservatore; Fenzi, a cui Ricasoli confidò il comando della Guardia
Nazionale di Firenze, moderato prima, adesso, e dopo, parlando
benigno, scrivendo meglio.

Io mi soffermo un poco su tre altre figure, le ultime che ho segnate
della destra, prima di passare alla sinistra--saltando sul centro, il
nostro _pantano_, o, se volete, la nostra _pianura_--vale a dire, il
colonnello Malenchini, il commendatore Carutti e Quintino Sella.
Indico in passando il valente professore e naturalista napoletano
Oronzio Costa--onore d'Italia e dell'Assemblea--avvegnacchè egli
prenda poca parte ai nostri lavori parlamentari. Egli è uno dei
caratteri i più diritti ed i più onesti dell'Italia meridionale.

Il signor Quintino Sella anch'esso è un naturalista e un chimico di
prima forza. Ma la sua specialità è la conoscenza delle mine. Il
signor Sella fu per qualche tempo segretario generale dell'istruzione
pubblica. Poi diede la sua dimissione, dopo la morte del conte di
Cavour, declinando qualunque responsabilità in un'amministrazione ove
il ministro De Sanctis pareva disposto a non far niente--e tenne la
promessa. Anzi, fece malissimo. Il signor Sella parla benissimo, da
uomo competente e sicuro di ciò che dice. Io l'ho udito trattare
quistioni d'industria, di tariffa, di libertà industriale, di
macchine, di finanza con un ingegno rimarchevole ed una lucidità poco
comune. Possiede molte lingue; ha viaggiato in Europa per
investigazioni scientifiche. È giovane cortesissimo e semplicissimo.
Ma ritornerò su di lui parlando del nuovo Gabinetto.

Il suo ex collega, signor Carutti, segretario generale degli affari
stranieri, posa un po' più. Ha l'andamento pretenzioso; la perorazione
gonfia; la frase sonora e rotonda, ma vuota, quando non la soppanna da
una tirata ad effetti; l'aria grave e pensierosa; il cranio calvo; un
insieme fine, che respira la diplomazia in abito da domenica, nelle
sue funzioni. Il signor Carutti è un letterato conosciuto. Ha
pubblicato parecchie cose. Il suo stile è ornato, la materia studiata
con coscienza; ma egli si riscalda troppo sovente a freddo nei libri
come nei discorsi. Egli vota, naturalmente, col Gabinetto. Nondimeno
egli non l'approva mica sempre, ed in questo caso esce della sala
prima del voto, come fece a proposito della legge sulla Guardia mobile
ed altravolta. Carutti è di passaggio alla Camera; egli andrà a
fossilizzarsi in qualche residenza diplomatica dell'importanza di
quella di Atene.

Contemplando i banchi così zeppi della destra, ogni sguardo si arresta
colpito innanzi di quella testa mezzo calva, cifrata da una cicatrice
profonda alla tempia destra, sorridente a metà ed a metà brusca,
silenziosa ed attenta. È il colonnello Malenchini--l'uomo che ha
strappato davvero la corona dalla testa dei Lorenesi di Toscana.
Malenchini, un dì repubblicano livornese, poi mazziniano, condusse
quella gloriosa legione toscana che fece sì bella resistenza a
Curtatone nel 1848. Dopo la restaurazione Malenchini emigrò a Parigi.
Vi ebbe un duello; ritirò a Torino, poi a Livorno. Presentendo la
guerra dell'Indipendenza un anno prima che scoppiasse, organizzò una
legione toscana e cominciò ad esercitarla. La polizia non osò aver dei
dissidii con una legione di mille giovani esaltati. La guerra scoppiò.
Malenchini intimò al Granduca di voler condurre questa legione contro
l'Austria; e Leopoldo II, volendo evitare disgusti, lasciò che la
s'imbarcasse di notte, dicendo forse in cuor suo, a nemico che parte
un ponte d'oro.

A Torino, una metà della coorte toscana passò nell'esercito, l'altra
restò sotto gli ordini del suo conduttore. Ad Acqui, un telegramma
chiama Malenchini a Torino. Due giorni dopo ci ritorna a Firenze, e,
malgrado l'opposizione di tutti, malgrado Buoncompagni, Fenzi,
Ridolfi, Ricasoli, egli prepara, combina, provoca ed ottiene il
_pronunciamento_ dell'esercito toscano. Il Granduca partito,
Malenchini, Peruzzi, Danzini formano il Governo Provvisorio. In questo
mentre l'imperatore Napoleone arriva ad Alessandria. Malenchini,
attirato dall'odore della polvere, lascia il governo civile e si reca
a Torino. Garibaldi gli dà il comando del magnifico reggimento
dell'Appenino. La pace di Viìlafranca lo trova nella Valtellina,
attaccato a Garibaldi. Malenchini lo segue nell'Emilia. Là egli
concepisce il progetto di dare il comando dell'esercito dell'Italia
centrale a Garibaldi. Farini, Ricasoli, il re stesso, dopo un
colloquio, consentono. Ratazzi, il quale comprendeva dove questo
comando avrebbe condotto, ricusa, onde non dar ombra alla Francia.
Ricasoli e Farini ritirano la loro promessa, ed il general Fanti è
sostituito a Garibaldi. Ecco l'origine del cattivo umore del generale
contro questi tre personaggi.

Garibaldi conservò solamente il comando del corpo d'armata delle
Romagne.

Sulle sponde del Taullo, il Rubicone di Cesare, l'impazienza di
Garibaldi divenne una tentazione irresistìbile. Vuole passarlo. Cosenz
e Malenchini lo ritengono. Malenchini si reca presso del general
Fanti, il quale comandava il corpo d'armata del Centro, onde ottenere
il permesso d'invadere l'Umbria. Garibaldi, dietro il rapporto di
Fanti al re, è richiamato e dà la sua dimissione. Malenchini,
rientrato indi a poco nella vita privata; andò a raggiungere il suo
amico in Sicilia con un corpo di Toscani.

Garibaldi ne sospettò--credendolo organo di Cavour, avente missione di
moderarlo--e lo allontanò. Nondimeno, Malenchini prese una parte
attiva a tutti i fatti dell'esercito meridionale. Egli si distinse per
sagacia e bravura nella giornata del Volturno. All'indomani, tutti
ricevettero un avanzamento.... Malenchini restò colonnello.... ma agli
avamposti, sulle sponde del fiume, sempre in faccia al nemico per
tutto un mese! Ciò basta. Questa ingiustizia deve pesare sul cuore del
lione di Caprera.

Malenchini ha sempre fatta la guerra a spese sue; mai non toccò soldo.
Egli è uno di quei quattro o cinque uomini che il conte di Cavour
stimava. Malenchini non si mostra mai, avvegnacchè abbia provato che
egli sa parlare, e ben parlare, al bisogno. Io non ho che un
rimprovero ad indirizzargli, quello di aver votato contro l'ordine del
giorno di Garibaldi, quando si discusse la sorte dell'esercito
meridionale. Molto istruito nelle lettere e nella storia, ha vedute
giuste, ma troppo moderate. Malenchini vota col Ministero, ad ogni
costo--quando questo è fra i suoi amici, nelle sue idee.

Ecco la destra. Ma io lascio nella mia penna delle specialità
rilevanti. Io indicherò i tratti generali, lo spirito, la forza, la
portata, le tendenze di questi trecentocinquanta deputati, riuniti in
corpo politico, agendo in massa, sotto il soffio di passioni o di
sentimenti politici; io vi segnalerò la loro tattica nel
combattimento, la loro disciplina alla voce del Ministero; io vi dirò
cosa vi ha nel seno di questa legione governativa, ciò che essa
sarebbe domani se cangia il vento, se l'unità corre pericolo, se
l'Italia è minacciata, e se il Parlamento dovesse trasformarsi.... in
Convenzione--se Ratazzi non lo licenzia, ciò che è assai
probabile,--quando riassumerò. Per ora, allorchè avrò abbozzato la
sinistra ed il centro a grandi linee, mi contenterò di dire: vien di
nascere in Europa una forza nuova, d'uopo è riconoscerla, è duopo
pesarla: e con essa contare.



IX.

Sinistra.--Principali divisioni di essa.--Suoi caratteri generali.--Suoi
intendimenti--Capi presuntivi.--Ferrari, Guerrazzi, Mazziniani, Saffi.--Gli
oltramontani.--Ondes-Regio, Amari, Ugdolena.--I dottrinari.--Allievi.--Il
gruppo della _Perseveranza_.--Visconti-Venosta, Massarani,
Guerrieri-Gonzaga, Finzi.--Gl'indipendenti.--Mosca, Costa, Pica, Giuseppe
Romano, Mandoi-Albanese, Marchese Ricci, Levi, Ranieri, Varese, Menighetti,
Toscanelli, Michelini, Bianchi, Tecchio.--I _boudeurs_, ecc.--Gli
smarriti.--Chiaves, Gallenga.


        _Torino, 16 luglio 1861 e 9 marzo 1862._

Ora, in avanti la sinistra; ed eccoci in piena sinistra. A vero dire,
io mi sento un poco imbarazzato per cominciare e per classificare
questo esercito di generali senza soldati, questi capi di partito
senza partiti. Proverò nondimeno di procedere con un tantino d'ordine.

La sinistra, e l'estrema sinistra, presentano le varietà seguenti:
Garibaldini, Mazziniani, repubblicani, federalisti, oltramontani,
autonomi, liberali, indipendenti e dipendenti, misteriosi, indecisi,
queglino che portano il broncio, gli esploratori del campo nemico, gli
uccelli di passaggio, gli smarriti per via, scettici, dottrinari,
pretendenti. Io potrei aggiungere ancora altre tinte, ma credo che ciò
basti. Notate, che questi deputati sono qualche cosa per sè stessi,
che essi han rappresentato tutti una parte o parecchie parti nel
passato, e che non hanno abdicato il loro avvenire. In questo lato si
vede, si pensa, si vive, si freme, si lotta, sì discute furiosamente
si dà la baia, si strepita--si combatte al bisogno.

Questa frazione del Parlamento non è compatta, ma è piena di audacia e
di vita, non perchè la fosse certa di prendere un giorno lo scettro
strappato dalle mani dei barone Ricasoli, o del Ratazzi, ma perchè
essa possiede, senza avvedersene, qualche cosa come un programma, una
bandiera che sventola su tutti i suoi membri e li copre tutti,
malgrado le negazioni dei suoi avversari politici. Questo programma,
dopo la morte di Cavour, era divenuto più potente: ma dopo le note ed
i discorsi di Ricasoli è impallidito. Il presidente dei Consiglio ha
posto la quistione di principio e di dritto di una maniera assai netta
ed assai energica; la sinistra non può dunque differire da lui che
sull'opportunità, il modo ed il tempo di applicazione. Quanto alla
politica interna, le divergenze sono forse più ricise e ricche di
dettagli; ma ciò oggidì interessa poco. Ciò è storia. Ciò sono i
piccoli affari di casa, che non allettano tutti i gusti.--Lo scopo
della sinistra, comune a quasi tutte le sue gradazioni di partiti, gli
è di rovesciare il Ministero poco curandosi di ciò che possa seguirne.
Parecchi membri di questa parte dell'Assemblea non si rendono neppure
un conto ben esatto delle loro antipatie contro il Gabinetto attuale.
Essi sono trascinati da un sentimento vago, sono forse strumenti di
ambizioni celate; essi aggiungono un suono all'eco che palpita intorno
a loro e nei loro ranghi. Gli abili si servono di questa forza;
imperciocchè la peggiore di tutte le forze è quella che, non
ragionando, colpisce come il martello della fatalità. E di quinci
questa unanimità di scopo mirato da tante personalità diverse e
variate.

Vi sarebbe ancora un'altra circostanza che potrebbe, non dico già
riunire, ma ravvicinare tutti gli elementi della sinistra, e sarebbe
la presenza del capo, vale a dire Garibaldi, il quale virtualmente
primeggia tutti i partiti. Ma Garibaldi non è presente. Egli ha una
capacità parlamentare molto discutibile, non è uomo da imporre o da
osservare la disciplina. Di guisa che, tranne nel voto e nello scopo,
la sinistra resta in frazioni come io ve la dipingeva più su.
Garibaldi a parte, sonovi qualche altri individui che potriano passare
per capi di partito, a causa dei loro precedenti. Io mi limito a
nominare Sirtori, Brofferio, Montanelli, Tecchio, Guerrazzi e Ferrari.
Ma essi sono ad una volta testa e coda della loro parte, perchè niuno
li segue.

Io non mi fermo molto su Ferrari. Egli è conosciuto in Francia, forse
più che in Italia; e fuvvi un momento in cui e' sollevò qui la collera
universale, non a causa dell'irreprovevole suo carattere, ma a causa
delle sue dottrine. Il signor Ferrari è il solo federalista della
Camera--perocchè io non so che, palesemente almeno, due ne fossero.
Egli non maschera punto vigliaccamente le sue opinioni; egli le
lancia, al contrario, a torto ed a traverso, ad ogni proposito; e,
cosa singolare, il Parlamento, che interromperebbe chiunque altro con
i suoi bisbigli, lascia Ferrari liberamente sporre le sue teorie--a
causa forse del suo nome, o a causa della tinta scientifica che
l'eminente filosofo-storico dà ai suoi fulgoranti paradossi. Il signor
Ferrari ha nondimeno degli sprazzi di luce, i quali riassumono
talvolta una situazione con un motto felice e profondo. Se il Ferrari
avesse rinnegate le sue prime convinzioni, egli sarebbe forse stato
una macchina di guerra. Restando onoratamente federalista, su i banchi
dell'opposizione resta impotente.

Ma che cosa è Guerrazzi? mi dimanderete voi adesso. Ohimè! io vorrei
ben dirvelo, se lo sapessi, se il signor Guerrazzi lo sapesse egli
stesso. Il fondo del suo pensiero di deputato è un mistero. Egli è
italiano, senza dubbio; ma sotto di qual forma politica? È desso
unitario, repubblicano, monarchico, costituzionale, anarchico? È desso
federalista, è desso autonomista? Se io osassi indovinare, io direi
che egli è, innanzi tutto, e non è altra cosa, che indispettito di non
essere ministro, ed egli odia, a causa di ciò, l'assorbente ed
invadente egemonia piemontese. Guerrazzi, come uomo politico, si è
poveramente sciupato. Ma egli resta ancora un terribile lottatore
parlamentare. Perocchè egli ha una lena inesauribile, e sulle sue
labbra l'epigramma scatta spontaneo, e dove tocca, taglia. Egli
ferisce a morte, ma fa ridere coloro stessi cui offende.

L'Italia poi deve a Guerrazzi il non aver essa veduto spento il fuoco
sacro del sentimento nazionale. Da trent'anni il cuore d'Italia
palpita potentemente rimescolato da questo scrittore veterano. _La
Battaglia di Benevento_, l'_Assedio di Firenze_, _Isabella Orsini_,
_Veronica Cibo_, i _Nuovi Tartuffi_, _Beatrice Cenci_, l'_Asino_, il
_Buco nel muro_.... ed i suoi scritti politici, hanno avuto un
rumoroso successo, non solamente letterario, ma nazionale. La
stranezza del suo stile, amalgama bizzarro di lirismo e di pedantismo
sonnolento, che si direbbe del Byron affannato e svaporato, del
D'Arlincourt concentrato, la singolarità del suo stile, dico, vien
compensata largamente da un olezzo di sentimento sempre
generoso--quando non è scettico o gallofobo, e da una profondità di
viste nuove, ampie, feconde, le quali rivelano un ingegno che lambe il
genio. Guerrazzi commuove e scuote, ovvero disgusta.

Al Parlamento egli combatte da bersagliere. È la sua parte. Per il
momento, egli sta sul broncio. Nella sessione passata non parlò che
due volte, e male--ciò che avviene sempre quando la collera fa velo
all'intelletto. Non vota mai. Fa dello spirito con i vicini, e lancia
dei bei motti per sotto, non per sopra il mio banco. Fortunato il suo
vicino che può raccoglierli!

Se gli ex-mazziniani sono numerosi, sopratutto sui banchi della
destra, i mazziniani attuali e fedeli riduconsi a quattro o cinque. Il
loro capo è Aurelio Saffi, gli altri, persone senza valore e senza
nome. Io non parlo dei mazziniani misti, dei mazziniani garibaldini,
tal che Brofferio, Crispi, Macchi, Mordini, Bertani.... Io
classificherò costoro fra i garibaldini, perocchè in realtà essi amano
meglio il sole di mezzodì che il sole quasi estinto. Il signor Saffi è
un uomo ardente, quantunque a giudizio esatto e moderato; uno spirito
elevato e molto colto; un polemista vigoroso nella stampa.
Sventuratamente, la sua voce fievole e velata gli osta di tuonar alla
tribuna come la tempra del suo cuore e della sua mente gliene darebbe
l'attitudine. Non nomino, come dissi, gli altri mazziniani: non ne
vale il fastidio. La voce di questo partito non ha eco nell'aula
nostra. Il solo nome di Mazzini vi suscita degli uragani. Ferrari
ringraziò un giorno il conte di Cavour, il quale gli permise di
pronunziare questo nome formidabile in mezzo a mormori sordi
dell'assemblea. E nondimeno si ascoltano intrepidamente Ondes-Regio,
Emerico Amari e Gustavo di Cavour, i tre oltamontrani più
proporzionatamente furiosi della Camera!

Il barone Ondes-Regio è il nostro Montalembert, meno la bile, ed il
sapere ed il municipalismo siciliano in più. Il signor Ondes insegna il
dritto constituzionale ed il dritto internazionale nell'Università di
Genova. È autore di parecchie opere di dritto e di filosofia morale, non
che di qualche libello cattolico--opere tutte fortemente pensate,
scritte con eleganza e facilità, e molto apprezzate da coloro stessi--e
sono numerosissimi--che ne combattono le teorie. Il signor Ondes non
ammette tutti i principii dell'89. Egli osò chiamare _scellerati_, dalla
tribuna, gli uomini della Convenzione--assolutamente come un cappuccino.
Lo si direbbe un resurretto dopo dieci secoli--_un revenant_, nel nostro
Parlamento unitario, scettico, e fortemente temprato dal battesimo della
grande rivoluzione francese. Malgrado ciò, l'allettamento della parola e
la considerazione tutta personale di questo fogoso cattolico son tali
che tutti lo ascoltano con interesse, alcuno non si rivolta delle sue
eresie sociali, molti si pregiano di essergli amici--ed io fra costoro!

Il conte Emerico Amari è il nostro M. di Falloux. Amari occupava la
cattedra di filosofia della storia a Firenze. Lo si dice profondo
giurista ed economista. Come il suo parente e vicino, signor Ondes,
egli è autore di talune opere di grande portata, e cattolico così
cieco, così convinto, che l'altro suo vicino e conterraneo, signor
Ugdolena, lo sembra poco.

Il signor Ugdolena insegna all'Università di Palermo la _Santa
Scrittura_ ed è orientalista. Egli passò per gli ergastoli di
Ferdinando II, poi fu ministro di Garibaldi, che lo nominò giudice
della Monarchia Siciliana--specie di legato del Re in faccia della
Santa Sede. Ha un'eloquenza melliflua, untuosa, episcopale. Ma questo
esaltamento oltramontano e la tendenza di autonomia insulare a parte,
questi tre siciliani combattono il Governo nella misura della loro
coscienza, e tengono degnamente il loro posto alla sinistra.

Vi sono ora i liberali dipendenti o dottrinarii, imperciocchè essi
sono partigiani della politica straniera del barone Ricasoli,
carezzano l'alleanza francese e le idee inglesi, e difendono
furiosamente l'autonomia amministrativa, cui il ministro Minghetti
aspirava ad infiltrare nelle nostre leggi organiche, col nome di
_regioni_, e cui il barone Ricasoli combattè e fece rigettare. Questo
piccolo gruppo di democratici _blasés e blasonnés_, si compone
principalmente di Lombardi, repubblicani prima del 1848, rivoluzionari
o fusionisti a quell'epoca, in cui ebbero le prime parti nella
stupenda epopea della rivoluzione, e poscia un po' di tutto, per
intermittenza o per dispetto.--In fondo, convinti di nulla. Ma onesti,
culti e facendo parata di loro cultura, sì che ne vengono fastidiosi,
pesanti, affettati, uomini più di pensiero che di parola, abili, ma
non audaci, tendendo ai mezzi termini, alla mezza luce, allo sbiadato.
Il loro capo apparente è il signor Correnti, di cui discorsi innanzi,
il capo reale è il signor Allievi, direttore oggi della
_Perseveranza_.

Il signor Allievi è uomo che ha idee, ed idee ardite, ma le tempera
per smania di gravità ed ambizione di passare per un uomo di Stato.
Parla bene, ma senza calore, senza brio, dicendo cose sode, cose sane,
cose giuste. Amico di libertà, ma pauroso di parerlo troppo--sente
alto di sè, non dissimula sentir mediocremente di altrui--e non sempre
a torto--freddo, ma gentile nei modi. Fa parte delle più gravi
commissioni amministrative, ove porta sempre non mediocre corredo di.
sapere acquisito nei libri. È sovente relatore di leggi e si tiene
gagliardamente sulla breccia. Il più bel giorno della sua vita sarà,
non quando avrà scritto un brillante articolo nell'importante
periodico milanese, ma quando sarà nominato segretario generale di
qualche ministro. Ciascuno ha i suoi gusti.

Segue il signor Visconti Venosta, il quale occupò degnamente le
funzioni di segretaria di Farini nell'Emilia ed a Napoli. Oggi egli è
membro del contenzioso diplomatico, comitato instituito dal conte di
Cavour. Nominerò altresì il signor Restelli, uomo di portata politica
distintissima: il signor Massarani, polemista, nella _Perseveranza_ di
molto rilievo, serio, colto giovane; il marchese Guerrieri Gonzaga,
letterato ed economista di prima forza, poeta squisito che
squisitamente ha tradotto or ora il _Fausto_ di Goëthe, un dì
repubblicano; oggi piegato a casa di Savoja, per odio degli Habsbourg,
sotto di cui geme ancora la sua provincia. Citerò inoltre l'avvocato
Gadda, ed il suo vicino il signor Finzi, avanzo radicale, ma
intollerante, delle prigioni dell'Austria. Finzi restò dieciotto mesi
in una muda a venticinque piedi al di sotto del livello del lago di
Garda a Peschiera. Egli deve al suo silenzio implacabile se non fu
appiccato come i suoi complici. Garibaldi lo nominò direttore della
cassa per il milione di fucili. Aggiungo a costoro il napoletano
Giuseppe del Re, elegante scrittore, anch'esso della _Perseveranza_,
ed in quei principii, poeta, dalle cose politiche più alieno che
caldo, scettico e beffardo.

Tra gl'indipendenti nominerò un altro avvocato milanese, di cui la
Camera apprezza sempre l'autorità della parola, il signor Mosca.
Questi è un puro tipo milanese--cavillatore, onesto, democratico e
conservatore nel tempo stesso, intelligentissimo quando trattasi
d'interessi materiali, poco curante degl'interessi politici, un po'
ruvido, un po' brusco, un po' pesante, ma dotto, ed ostinato come un
mulo nelle sue opinioni, cui difende con abbondanza e con logica
stretta. Aggiungo a questa categoria il signor Costa Antonio di
Genova, spirito positivo e luminoso, sopra tutto in materie di
finanze; il signor Pica, che per dieci anni trascinò le catene di
forzato politico nei bagni di Napoli e che disgraziatamente troppo
carezza, per vezzo di popolarità municipale, l'autonomia napoletana;
il signor Giuseppe Romano, ardente di ben fare; il signor
Mandoi-Albanese; il marchese Ricci, che fu ambasciatore a Parigi e
ministro con Ratazzi all'epoca della seconda riscossa che così
infelicemente soggiacque a Novara; il signor Levi, razionalista,
autore di _Giordano Bruno ed i liberi pensatori italiani_, dell'_Unità
cattolica_ e l'_Unità moderna_, e di molti altri opuscoli politici e
filosofici, collaboratore di Ausonio Franchi; il signor Ranieri, che
spesso dorme ma vota sempre bene, autore anch'esso di opere storiche
rimarchevoli e rimarcate, carattere debole ed anima indipendente,
florido di velleità più che di volontà. Io potrei citare ancora molti
altri nomi, che sotto ogni rapporto meriterebbero fissare
l'attenzione: aggiungerò solamente il signor Varese, autore di una
bella storia di Genova e di parecchi romanzi, cuore freddo, dicitura
purissima e lambiccata, intelligenza elevata; il signor Menighetti,
redattore della _Nazione_ di Firenze, uno dei capi del partito
democratico della Toscana, oggi ragionevolmente moderato, scrittore
elegante e non senza lena; il signor Toscanelli, ex-officiale di
artiglieria a Venezia, capo del partito del movimento, giovane ardente
e fantastico, molto competente in cose agricole, che pubblicava, non
ha guari, un delizioso, spiritoso ed interessante libro sulle cose e
classi agricole della Toscana; il signor Castagnola, spirito positivo
e colto; il signor Michelini, il decano dei deputati italiani,
parlatore intrepido innanzi ai rumori ed innanzi agli sbadigli, che
sempre provoca, dotto economista, spirito difficile, costantemente
nell'opposizione per gusto, per carattere, per tendenza di mente più
che per cuore; il barone Bianchi, avvegnacchè propenda più dal lato
del terzo partito che dal nostro; il signor Saracco, oggi segretario
generale ai lavori pubblici, uno dei tre, con Mellana e Brofferio, che
dopo quattordici anni siedono sempre all'opposizione, avvegnacchè i
loro amici fossero passati e ripassati al potere; e Sebastiano
Tecchio--il distinto veneziano che è vice-presidente della Camera,
oratore e scrittore pieno di forza e di grazia, pensatore all'altezza
di tutte le quistioni parlamentari, dirigendo le discussioni della
Camera con una destrezza ed una capacità a niun altro secondo.
Gallenga disse di lui, con tanta grazia e verità, che sembra un
ritratto di quei veneti senatori del suo compatriota Tintoretto, che
vive, parla e cammina. Tecchio pende egualmente piuttosto verso il
partito di Ratazzi--ed un dì sarà ministro.

Io passo, ed a disegno, su i _boudeurs_ consolabili, su i pretendenti
a portafogli, sugli uccelli di passaggio e sugli esploratori che
vengono dal campo nemico.

E perchè ne sono ai deputati, i quali non fanno che passare, aggiungo
una parola su coloro che, traversando per recarsi alla destra, si sono
smarriti e si sono arrestati su i banchi della sinistra. Potrei
nominarne parecchi; mi limito a notarne di fretta e furia due soli, il
signor Chiaves ed il signor Gallenga, avvegnacchè questi, quest'anno,
abbia fatto un passo innanzi e sia passato al centro.

Il signor Chiaves ha degli slanci di oratore politico, la logica fina
e serrata, il colpo d'occhio sagace, e sarebbe uno degli uomini i più
notevoli del nostro Parlamento se non fosse autonomista, piemontese a
tre doppi ed ultra-cattolico. Lo si ascolta nondimeno con
considerazione e simpatia. Egli è il capo di coloro che rappresentano
l'egemonia piemontese con Alfieri, Bertea, Bottero, Mazza, ecc.

Il signor Gallenga, un po' nomade, è inclassificabile. Il signor
Gallenga, da due anni, mi perseguita nelle sue rimarchevoli
corrispondenze del _Times_, chiamandomi demagogo, anarchico,
mazziniano, murattista e pazzo. Peccato che non mi abbia ancora
chiamato cattolico! Dovendo parlare di lui, io non mi vendicherò con
una menzogna. Il signor Gallenga è una delle figure fantastiche della
nostra Camera, che scappano di un lancio ed in un attimo a tutti i
partiti. Egli è un misto di selvatichezza e di malleabilità, di
repubblicano e di despota, che scatta come una bomba, che subisce
tutte le vicissitudini della discussione come un barometro subisce
l'azione dell'aria. Eminentemente nervoso, a senso di giustizia
profondo, irritabile, disprezzando l'impopolarità, anzi vezzeggiandola
come la sua parte di eredità parlamentare, pieno di un coraggio
civile, che pochi, rarissimi, spiegarono con più a proposito, con più
fierezza imparziale, se non secondo la cosa, secondo la sua coscienza;
a giudizio acuto, sintetico e sovente paradossale, il signor Gallenga
prende assai sovente parte alle lucubrazioni parlamentari, e negli
uffici e nella Camera, là per portarci i lumi della sperienza del suo
lunghissimo soggiorno in Inghilterra, qui per gittare nella bilancia
la sua parola, la quale per essere troppo audace e troppo estrema, per
le fibre triviali della maggioranza dei deputati prende l'aria di
eccentricità. Il signor Gallenga ha pubblicato in Inghilterra
parecchie opere sull'Italia, opere marcate di una grande esattezza di
colpo d'occhio, riempite d'idee nuove ed originali e di molto sapere.
Imperciocchè il signor Gallenga sa molto, e se ne addobba forse
troppo. Le sue lettere al _Times_ sono rimarchevolissime per ingegno,
cui il signor Gallenga ha moltissimo, per imparzialità, per conoscenza
di fatti e per pittura viva, sincera, variata, brillante--sopratutto
quando dipinge gli uomini. Egli ha una corda di La Bruyère, una di La
Rochefaucauld.



X.

I repubblicani della sinistra.--Brofferio, Macchi, Crispi.--Partito
garibaldino.--Mordini, Cadolini, Musolino, Bixio, Cairoli, Bertani,
Sirtori, Zappolta.--Gl'indecisi.--Liborio Romano, Greco, Lamasa,
Assanti, Argentini, Polsinelli, Salaris, D'Ayala, Minervini, Ricciardi,
Mellana, Sineo, Montanelli.--Sintesi della sinistra.--Perchè in essa non
vi è un uomo di Stato.


        _Torino, 15 luglio 1861 e 9 marzo 1862._

Io pronunzierò dunque per gli altri, ma ben sommessa, la parola
_repubblicano_, che è stata rimproverata a me, che l'ho detta a voce
alta per mio proprio conto.

Il partito repubblicano in Italia non è numeroso. Al Parlamento è
ristrettissimo ma convenevolmente rappresentato. Brofferio va alla
testa. Egli è riconosciuto incontestabilmente ed unanimemente come
l'oratore più brillante della Camera. Sarebbe perfetto se volesse
disdegnare la piccola vanità di piacere alle tribune con delle tirate
drammatiche, con un _cliquetis_ di parole ad effetto, e lasciare la
cattiva abitudine dell'amplificazione del tribunale, come altresì le
tendenze di procuratore generale. Ciò eccetto, Brofferio è un oratore
incantevole. Egli traripa di spirito; abbarbaglia con le sue ragioni
altrettanto che con i suoi paradossi; rimuove tutte le corde le più
sonore dell'anima; assale a briglia sciolta con una lena di tutti i
momenti; parla al cuore altrettanto che all'anima, sopratutto quando
ha torto, ciò che gli avviene sovente, fa forza ai più malvolenti ad
ascoltarlo. La causa che egli difende è una causa perduta _a priori_;
ma essa ha avuto il suo quarto d'ora d'interesse e di. fascino.

Brofferio è inoltre poeta. Egli ha scritto delle canzoni in dialetto
piemontese, delle canzoni di cui ogni strofa è un busto--cui ha messo
in musica e canta egli stesso e declama con un'espressione deliziosa.
Egli è stato per lungo tempo il giornalista più giocoso e giocondo,
più sarcastico e più vigoroso della stampa italiana. Ma
sventuratamente egli è restato polemista e poeta anche in politica. Ei
sente troppo. Egli subisce l'influenza delle impressioni vive e
subite, ciò che toglie ai suoi apprezzamenti, ai suoi giudizii,
l'autorità cui dà loro il suo incontestabile ingegno. Brofferio è
tribuno anzi tutto, ciò che hanno obliato coloro i quali, volendolo
giudicare come uomo di Stato, gli rimproverano la mancanza di
continuità e di uniformità nella sua carriera politica e lo annegano
anche oggidì sotto vili ed ignobili calunnie.

Il signor Brofferio ama la libertà con passione, ama l'Italia, ciò che
è franco, ardito, dritto, e sopratutto ciò che è grande e colpisce
l'imaginazione. Egli ha sempre difeso queste nobili cause quando
furono in pericolo o minacciate.

Ora, gli uomini di Stato sono obbligati talvolta a subire certe
eclissi, certe retrogressioni, certe transazioni, in una parola, le
quali hanno offeso ed urtato il signor Brofferio. Egli non ha nulla
considerato allora, nè i tempi, nè gli uomini, ed ha attaccato, come
egli attacca, a briglia sciolta ed a fondo. Di ciò mille ire e la
reazione delle ingiurie e dei soprusi contro di lui.

Brofferio ha pubblicate parecchie opere avidamente lette, molto
incorrette, ma scritte con quello stile di vita in cui l'uomo rivelasi
in tutta la sua pienezza. Il suo difetto, in tutto, è la foga. A
sessantanni, Brofferio è giovanissimo. Un poco più di sobrietà, di
ritenuta, di calma nell'ebollizione della sua anima, raddoppierebbero
la portata delle sue parole. Brofferio avrebbe allora una parte
tutt'altra di quella che egli compie oggidì; vale a dire, di audace
partigiano. Avendo tutte le qualità per essere il capo della sinistra,
egli combatte da semplice gratatiere. Però, egli è La Tour-d'Auversme
del nostro Parlamento.

Io classificherò altresì fra i repubblicani il signor Mauro Macchi, un
dì redattore in capo del _Diritto_, amico e correligionario politico
del nostro eminente filosofo Ausonio Franchi. Macchi è nel tempo
stesso l'amico di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo, il loro
confidente, il loro organo, il loro gladiatore parlamentare.
Imperciocchè il signor Macchi ha tutti i movimenti d'anima
dell'oratore, fuoco, facilità, vita, brio, passione, prontezza di
idee, come egli ha la penna incisiva del pubblicista e del polemista
nella stampa militante. La sua parola è corta, viva, colorata, il suo
organo vocale simpatico, le idee sempre libere e generose. Lombardo,
fu espulso da Milano dagli Austriaci. Lo fu poi altresì parecchie
volte dal Piemonte, a causa della sua complicità con Mazzini. Ma lo si
cacciava dalla porta ed egli ritornava per la finestra--e sempre
armato per combattere. Egli siede nei banchi i più alti della
sinistra.

Sono obbligato di cacciare egualmente in questa categoria il signor
Crispi, per allogarlo in qualche luogo. Un giorno io domandava a
Crispi: Siete voi Mazziniano?--No, mi rispose egli.--Siete voi
Garibaldino?--Neppure, ei replicò.--E chi siete voi dunque?--Io sono
Crispi.

Ora, io conosceva un Crispi che, per dodici anni, aveva partecipato a
tutta l'opera di Mazzini; un Crispi che era andato audacemente a
preparare in Sicilia la spedizione di Garibaldi ed era stato, in
seguito, uno dei primi che misero il piede a terra in Marsala, di
unità all'eroica donna che porta il suo nome; io conosceva un Crispi
ministro di Garibaldi in Sicilia, poi per qualche giorno a Napoli,
avendo più energia che tatto, più volontà che idee, più coraggio che
capacità, più fermezza che autorità morale, uomo probo, perseverante,
altamente ambizioso, incapace di viltà.... sì, io conosceva quel
Crispi, ma io non conosceva questo Crispi _tout court_, questo Crispi
inedito, che brilla da sè e non riflette nè Mazzini nè Garibaldi.
Crispi si rivelerà forse ben presto sotto un nuovo punto di luce, una
luce tutta sua. Ma, come vi sarebbe stato poca buona grazia da parte
mia di classificarlo altrimenti che secondo la sua dichiarazione; come
egli non è mica ancora ministeriale e non sarà giammai il capo della
sinistra, come lo lascierebbe volentieri credere, io lo allogo, salvo
errore, fra i repubblicani in istato latente. Ad ogni modo, il signor
Crispi non è mica uomo a passare inavveduto in niun luogo, nè a
restare negli ultimi ranghi. Alla Camera, ogni qualvolta parla, parla
di sè o della Sicilia. È regionista, vale a dire, che carezza
l'autonomia dell'isola sua. E ciò si comprende. Parla con lentezza,
senza mirare a bagliori, ma al positivo, con una voce cadenzata di una
maniera monotona. È stringente negli argomenti, e sempre nella
questione. È laborioso e spiccio in mezzo alle panie amministrative.
Ha coraggio; ma troppa personalità di odi e di amori siculi--sì che
l'usbergo della prudenza sua rompe le maglie. Crispi sarà ministro un
dì--certo--e forse in epoca non lontana--nè sarà dei peggiori che
afflissero Italia.

Quest'anno egli ha accentuata meglio la sua persona, la sua posizione,
le sue tendenze, il suo carattere--sì che il Crispi inedito comincia a
comparire per barlumi. Comparirebbe intero, forse, se, ambizioso con più
calma, si scostasse da chi e da che gli sembra un appoggio per farlo più
presto arrivare. Ad ogni modo, se egli si allontana con infinita cautela
dal partito garibaldino, altri vi si barricano, e sono numerosi e
gagliardi. Il capo di questo partito è Mordini--nell'eclissi di Bertani.

Spirito svelto, figura fina, aria misteriosa, intelligenza vivissima,
tenacità di carattere, parola molle ma altiera e chiara, colpo
d'occhio giusto, modi che sentono in tutto alcun che del cospiratore,
occhio penetrante, intelligente, magnetico, tale è il profilo di
Mordini. Egli fu ministro in Toscana nel 1848, prodittatore in
Sicilia, ove egli ebbe la debolezza di sviluppare l'appetito, di già
sì vorace, dei Siciliani per gl'impieghi e per i posti nel budget. Il
signor Mordini bordeggiò lungo tempo nelle acque di Mazzini. Poi si
accostò a Garibaldi, ed ebbe l'onore di sedere in faccia a lui, nella
vettura del re, quando S. M. entrò in Napoli. Mordini è di quegli
uomini di cui le rivoluzioni fanno sempre qualche cosa. Ha stoffa
d'uomo. La lotta lo anima.

Tra i garibaldini della Camera io citerò l'ingegnere Cadolini, il
quale, maggiore nell'esercito meridionale, dette la sua dimissione,
disdegnando lo scrutinio ed il soldo senza servizio effettivo. Vien
quindi Musolino, che Garnier-Pagòs, nella; _Storia della rivoluzione
del 1848_, chiama, con tanta ragione, _un homme de trempe antique_ e
che essendo stato uno dei _mille_ di Marsala, fu il primo che, di
Sicilia, mise il piede sul continente napoletano. Poi nominerò il
general Bixio, il _conversationneur_ meglio ascoltato dalla Camera; la
di cui parola sgorga dal cuore erta, pittoresca, scintillante di buon
senso, piena sempre dì fatti, generosa; e sovente anche improntata di
uno spirito di conciliazione che parrebbe un'antitesi col suo
carattere forte ed energico. Bixio prende, sempre con grande autorità
la parola sulle cose di marina e di guerra. È indipendente. Lo sì
ascolta sempre con simpatia ed interesse, a causa delle uscite
originali e franche a cui si lascia andare, assolutamente come se
parlasse in un crocchio di amici, sul cassero di un legno da guerra.
Io mi stupisco che non gli sia scappato ancora un: _Sacre nom de
Dieu!_

Segnalerò in seguito il colonnello Benedetto Cairoli, il quale a causa
delle sue ferite non ancora cicatrizzate, si trascina sulle grucce e
fa di tempo in tempo un'apparizione alla Camera. Nobile famiglia ch'è
quella dei Cairoli di Pavia! La madre, vedova, aveva quattro figli.
Essa li manda tutti quattro alla guerra--e tutti insieme. Due volte
vedova--una per la mano di Dio, un'altra per amore d'Italia. Due di
questi figli muoiono sul campo di battaglia. Il terzo riceve una palla
alla testa; il quarto, il deputato Benedetto, è ferito alla gamba,
alla mano, al petto.... e ferito per tutta la vita. La madre porta un
lutto eterno nell'anima; i figli, l'eterno sovvenire della redenzione
della patria. Cairoli ha preso posto nell'estrema sinistra e vota
alzando la sua gruccia. Si è dimesso e non tocca soldo. Ha parlato una
volta--ed è stato lo più splendido discorso che abbia udito la Camera
nella sessione attuale. È vero che parlava per gli esuli veneziani che
domandano di essere italiani!

Io tacerò degli altri, perchè sarebbe troppo lungo nominarli tutti. Ma
non posso per certo passar sotto silenzio nè Bertani--l'_alter ego_ di
Garibaldi, nè il generale Sirtori.

Affondando il vostro sguardo nei banchi dell'estrema sinistra, tra
Saffi e Miceli--un altro dei _mille_ di Marsala--voi siete colpiti
dall'espressione singolare di una testa giallognola, a capelli neri,
agli occhi fiammanti. Quegli è Bertani. Al naso aquilino, alla figura
fina, acuta, tagliata a lama di spada, al fronte alto, ondulato da
piccole rughe, come il mare qualche minuti avanti la tempesta, agli
occhi viperini e concentrati, voi indovinate l'uragano eterno, come
quello dei mari polari, che rugge nel suo petto, che si ammoncella nel
suo cervello. La sua tinta biliosa denuncia le sue forti passioni; il
suo sguardo fisso e magnetico domina e fa paura. Voi conoscete la
parte immensa che ha rappresentata Bertani in tutta l'epopea
garibaldina. Egli fu all'altezza di questa parte; ha viste larghe e
lontane--avvegnachè meno radicali, che le si potriano per avventura
supporre. Parla bene, mira giusto, colpisce a morte, non perde mai la
staffa nè il contegno. Asperge di acido solforico, e par gittare
foglie di rose ed acqua lustrale! Fu Bertani che tirò dalle viscere
d'Italia quell'esercito meridionale che si mostrò, conquise due regni,
e disparve come un fantasma--armata fantastica, armata da poema! È
Bertani che la prepara di nuovo con i Comitati di Provvedimento, e la
creerà di nuovo, se occorre, e quando occorre. Volontà fulminante che
nulla ritiene, nulla sgomenta. Bertani è il solo il quale abbia potuto
affascinar Garibaldi, spingerlo avanti--o ritenerlo. Egli ha la fibra
di Saint-Just. È, politicamente, ciò che Sirtori è militarmente.

Il general Sirtori è una di quelle fisonomie di Alberto Durer che
esprimono il mistero e portano il suggello della fatalità. Sirtori
parla poco, e mai per non dir nulla. Ride di raro. Non conosce alcuno
dei piaceri della vita e della giovinezza. Fu prete. La rivoluzione e
l'Italia lo rapirono alla chiesa. È adesso generale e capo di stato
maggiore. Dovunque il cannone tuona per la patria, Sirtori si trova
alle prime file: in Lombardia, nel 1848, a Venezia nel 1849, dal 1859
con Garibaldi. Poi, nell'esilio, ove si urtò a tutte le prove, a tutti
i movimenti dei partiti. Sirtori morse a tutte le miserie, a tutti i
dolori, ai più fulminanti disinganni, e fortificò la sua anima di
gravi studi militari. La sua vita è piena. Egli l'ha conquistata passo
a passo, ora ad ora; severo fino all'orgoglio, degno puritano,
disdegnoso. Egli non ha inclinata la sua testa che innanzi di due
uomini--Garibaldi ed il conte di Cavour! Il suo difetto è l'eccesso di
coraggio. Nella mischia il sangue gli sale al cervello ed oblia che è
generale. Sirtori non ha parlato in Parlamento che una volta sola, ed
il suo _ex-abrupto_ fu un colpo di fulmine. Ogni parola ferì come un
pugnale. Egli lo lamentò di poi. Sirtori non ha finita la sua
missione. Su quella figura il destino ha impresso un misterioso che
colpisce l'osservatore ed il superstizioso.

Ma parlando di misteriosi, il nome di Zuppetta si trova sotto la mia
penna. Zuppetta è uno di quegli esseri terribili che la rivoluzione fa
giganti, la pace divora. Zuppetta è comparso due volte appena
all'Assemblea. La prima volta Garibaldi ve lo portò nelle pieghe del
suo _plaid_, al momento della prima sua entrata. Zuppetta non
pronunziò che una sola parola, una parola sorda, scura, una specie di
ghigno satanico: _io giuro_! Egli restò sulla _montagna_ durante tutta
la tempesta che il discorso di Garibaldi scatenò, restò freddo, la
beffa sulle labbra sardoniche, le scintille ed il sangue negli occhi.
Poi disparve. Quella testa moresca, ai denti bianchi ed aguzzi, agli
occhi elettrici, alla chioma lunga e nera che io vidi mangiare i
mustacchi per tre ore, mi turbava ancora. Zuppetta ricomparve.
Annunciato come un fulmine, scoppiò come un zolfanello. Si aspettava
ognuno, sulle _miserrime condizioni_ di Napoli, udire un tribuno
terribile: scappò fuori un retore leccato, artificioso, cavilloso,
puerile, pedante, freddo. Zuppetta morì. Che cambi parte. Il tribuno
non va più.

Questo gruppo di garibaldini è di già per sè stesso incisamente
pronunziato su i banchi della sinistra. Ma esso lo sembra di tanto più
a causa degli indecisi che lo attorniano. In quest'ultima categoria io
collocherò Liborio Romano--il quale, arrivando, si assise al centro,
poscia emigrò verso la sinistra. Io non so ciò che vuole Liborio
Romano, chi è desso, ove tende, s'egli vezzeggi l'unità italiana o
l'autonomia napoletana. Egli ha parlato due o tre volte _pro domo
sua_, per l'esercito borbonico, per il Ministero, per giustificare gli
atti del suo passaggio al potere. Egli matura dei progetti di legge
che probabilmente resteranno inediti. Presentò una legge sulla guardia
nazionale, che morì nascendo.

Classificherò inoltre tra gl'indecisi l'arcidiacono Greco, il quale
dicesi rinunziasse ad un vescovado offertogli dai Borboni--e che casa
Savoja non gli rioffrirà. Poi il general Lamasa, il colonnello
Assanti, il maggiore Argentini--tutti garibaldini--l'ultimo, uno dei
_mille_ che si è dimesso generosamente. Infine, il sardo avvocato
Salaris, Polsinelli, carattere fiero, dritto, il solo protezionista
economico che vi fosse nella Camera. D'Ayala, a cui la pace dette
tutti i gradì, e fece generale, uom speciale per organizzare i
funerali celebri, trovare le parole italiane ad ogni faccenda, e
scrittore coscienzioso di storie militari, elegante, ma freddo come il
Mont-Blanc. Infine il dotto ed officioso Minervini.

Lo più indeciso di tutti però, senza avvedetene, mi sembra essere
Ricciardi. Il mio vicino Ricciardi sì crede unitario, ed è napoletano;
si crede repubblicano, ed in verità io non so proprio cosa sia. Egli è
tutto, _pour le quart d'heure_, e ciò che è strano, lo è con
convincimento e con coscienza. Dominato dalla malattia della vanità,
egli ha fatto dei versi che sono della prosa, della prosa ripiena di
buona volontà, correntemente, in veste da camera, per parlar di sè
sotto il pretesto di parlar di non importa che. Se lo si dovesse
giudicar su i suoi scritti, Ricciardi avrebbe inventata la Italia.
Egli ha presentati finora quattro progetti di legge, cui il Parlamento
non ebbe la serietà di prender sul serio.

Ricciardi ha la sventura di rallegrare la Camera, quantunque egli dica
spessissimo delle cose giuste, vere ed assai bene esposte. Non ha
lunga lena di parole, di idee, di mente. Un pizzichetto di qualche
cosa, e passa. Però questo pizzichetto lascia un segno. Egli ha fatto
giuramento di vedere ogni giorno il suo nome nel conto reso delle
sedute--non fosse che per avere fatto rimarcare che nel processo
verbale si era omessa una virgolo. Se lo si lasciasse fare, Ricciardi
ci servirebbe un codice di sette articoli--come i sette sacramenti.
Egli ha l'epidermide enciclopedico. Del resto, molto intelligente,
perfetto galantuomo, convinto, coscienzioso, onesto, simpatico a
tutti, non mancando nè di a proposito, nè di dignità. Ha dei _travers,
non pas des defauts_.

Vi ho toccato, a due riprese, di Mellana, cui non posso collocare in
alcun sito, in niuna classe. Egli è stato sempre al Parlamento, dal
1848 in poi e sempre all'estrema sinistra. Bersagliere formidabile,
logico, serrato come un assioma, tattico, giudizioso ed abile. Mellana
ha preso parte a tutte le lotte politiche del Piemonte. Egli parla non
so qual lingua; ha delle maniere burbere e brusche, l'organo della
voce poco simpatico; ma non appena ha dimandato di parlare, tutti si
tacciono ed i ministri ascoltano. Chi usciva, rientra; chi leggeva o
scriveva, cessa. Il Ministero sa d'innanzi che l'attacco è serio e
senza riguardi. Se la sinistra dovesse riconoscere un capo, lo più
abile, senza contesto, sarebbe Mellana. Ma egli è stanco della sua
parte. La nomina di Ratazzi sembra galvanizzarlo. E forse vedremo il
caso nuovo, strano, paradossale--Mellana ministeriale! La sarà bella.

Due soli nomi, e finisco con la sinistra--Sineo e Montanelli, arrivati
non ha guari, e tali che non resteranno nell'ombra od indietro.

Sineo è uno dei veterani del Parlamento piemontese, noto al paese per
la costanza nei suoi principii democratici e l'abbondanza nei suoi
discorsi. Sedette e siede nell'opposizione. Mi sembra parteggiar per
Ratazzi. Non avendo avuto il tempo per giudicarlo da me, mi taccio.

Montanelli è più noto, perocchè egli ha traversato tutte le evoluzioni
della rivoluzione italiana; dal 1848 in poi, ed anche prima, si era
fatto rimarcare nelle cospirazioni--allora in favor di Carlo Alberto.
Montanelli ha portato nella sua vita politica due peccati originali:
era poeta e cattolico. Egli ha voluto dissimulare questi due germi di
debolezza nell'armatura di acciajo di cui deve essere corazzato un
uomo di Stato: ma la poesia e l'odore di sacrestia si sono in lui
sempre traditi--come l'odore del muschio. Di quinci tutte le
oscillazioni, le fiacchezze, i cangiamenti, i disinganni, le
aspirazioni inopportune, l'inconsistenza che hanno segnalato la
carriera politica di lui. Montanelli è stato tutto, a causa di
ciò--egli ha adorato Carlo Alberto, Pio IX, Mazzini, Lamennais,
Proudhon, il principe Napoleone, la repubblica, l'impero, la
federazione, oggi l'unità. Egli giudicava col cuore; calcolava con la
speranza. Ma nel tempo stesso è stata la poesia, la quale lo ha tirato
incontaminato di bassezze e di apostasia--malgrado i cangiamenti--da
tutti questi urti della vita politica. Artista innanzi tutto, egli si
è elevato sempre, anche quando sembrava discendere; si è elevato
perchè credeva arrivare più presto alla soluzione dei destini
d'Italia.--Egli credeva che questi tanti aeronauti, che egli salutava
come aquile, lo conducessero a volo sublime. La valvola scattava:
l'areonauta precipitava. Egli quindi ha suscitate in altrui molte
collere, e per sè si è creati molti dolori, ma non credo alcun
rimorso. L'ambizione, questo sublimato di tutte le poesie, gli aveva
esilarato il cervello. Ed e' si lusingava, poichè aveva il cuor largo,
la mente vasta, era istrutto, aveva fede, aveva ardire, e tutto gli
sembrava tinto del colore del successo. Nel 1859, quella che
apparivagli da Parigi una delle mille ed una notte, cangiossi in una
notte d'incubi e di uragani. Il disinganno arrivò. Egli volle tener
fermo. Ai disinganni si aggiunsero le traversìe. Infine,
ricreduto--mutato a nuovo, italiano oggi come lo era stato quando
gl'Italiani d'oggi erano non importa che, la clemenza, o
l'indifferenza di Bettino Ricasoli gli ha aperto le porte del
Parlamento, per cui era davvero una macchia ch'e' non vi fosse.
Montanelli è eloquente e sarà una delle gemme della nostra tribuna.
Egli sente, egli conosce la politica europea, sa di dritto e sa di
storia, e comprende gli uomini. Non manca di destrezza. È scaltro e
piacevole, insinuante ed affettuoso--a mo' dei Francesi, sul fiore
delle labbra--non ha nulla dì volgare nell'anima, e calcola come un
Toscano. Montanelli ascenderà, ed alto--accoppiando la nozione delle
cose pratiche al calore dell'entusiasmo, con cui sa vivificare,
elevare, infiorare le cose. Ora, l'esperienza ed i disinganni gli
serviranno di duci.

Ecco la sinistra. Io ne ho tralasciati, e dei valenti. Ora, come avete
potuto rimarcarlo, vi è in questa parte della Camera delle forti
individualità, ma neppur un sol uomo di Stato. Se domani il re fosse
obbligato di scegliere un Gabinetto in questo partito, S. M. potria
vantarsi di essere l'alchimista politico il meglio dotato se ella
sapesse estrarne due soli ministri. La ragione e la causa ne sono
semplicissime. I membri della sinistra sono degli uomini d'azione, i
quali, non avendo giammai trionfato, non hanno avuto giammai l'agio di
sintetizzare le loro idee. Si pensa, si riflette dopo il
combattimento. La sinistra si batte sempre, armeggia contro tutto e
contro tutti. Il suo destino è l'ideale. La sinistra ha i suoi capi,
il suo programma; ma non ha l'opportunità di farli valere. Essa è là:
si batte--e domani ancora si batterà come jeri. Bisogna uscire dai
suoi ranghi per spendersi in moneta di potere, farsi valere, arrivare.
Ecco come il terzo partito oggi domina--ecco perchè i più ambiziosi
diventano, presto o tardi, transfugi della sinistra. Il terzo partito
ha potuto costituirsi perchè la natura dei suoi principii gli dava dei
periodi di tregua. La sinistra non ne avrà mai. Il popolo la
rinnovella sempre di nuove forze e di forze giovani, come Iddio manda
la primavera alla natura.

Ora veniamo al centro. Apriamo la sepoltura. È il dì dei morti.



XI.

Il centro.--Sede della _consorteria_ napoletana.--Capo
putativo.--Poerio, Mancini, Conforti.--La _consorteria_.--Pisanelli.
Scialoja.--Altri deputati del centro.--Napoletani o no.--La _utilità_
della Camera.--Colpo d'occhio sull'insieme e sulla natura del
Parlamento,--Ciò che esso rappresenta e significa in Europa.--Ciò che
è all'interno.--Conclusione.


        _Torino, 25 marzo 1862._

Apriamo la tomba, ma per tirarne fuori i qualche vivi che dentro vi
caddero, non per contristare sguardi per spettacolo molesto.

Il centro è il sito più prediletto dei deputati napoletani--di quei
principalmente che vanno addimandati la _consorteria_--e loro affini.
Il capo di questo squadrone strisciante sarebbe naturalmente il
Poerio--se Poerio avesse capo o coda. Dio ne ha fatto un monumento
della fragilità umana: che la mano di Dio sia rispettata! Poerio è una
reliquia. Lo si imbandisce nelle tavole ministeriali, come un oggetto
di curiosità egiziana e di appetito ben conservato--perchè la poca
forza che resta a questo gran _martire_ si è concentrata nelle
mascelle, mascelle potenti, le quali quando non masticano, lavorano un
concettino all'Achillini, onde presentarlo ad una signora. Quanto al
cervello, Poerio l'ama meglio _à la sauce blanche_ che nella sua
testa. Colpa senza dubbio di quello scellerato di re Borbone, il quale
assiderò quest'uomo di Plutarco nelle prigioni di Montesarchio--ovvero
di quel burlone di Gladstone, il quale creò questo grand'uomo all'uso
di John Bull, come Caracalla creò console il suo cavallo. Infine,
colpa di questi o colpa di quegli, l'_illustre_ barone Poerio non luce
più, e la capitania del suo partito gli è sfuggita di mano. E' non è
capo che nel suo capo. I Pipino di questo Cilperico sono stati--cosa
strana--due diffidenti--Conforti e Mancini--ed una varietà--Scialoia.

Conforti era stato--ed è uomo ad essere ancora, finchè si faranno de'
Ministeri provinciali: Mancini è. Egli ha toccato infine la meta per
cui aveva tanto fatto, tutto fatto per arrivare. Egli è ministro. Che
il portafogli gli sia leggero--come egli è leggero. Mancini è una
parola di _caoutchouc_, una parola fatto uomo, flessibile, profusa,
incolore, dicendo tutto, non dicendo niente, buona alla prosa ed al
verso--buona a tutto--giustificando tutto. Ora Mancini è ministro
dell'istruzione pubblica, e' sarebbe domani, con la stessa
imperturbabilità, con la stessa capacità, ministro della guerra o
della marina--tutto ciò che volete. È una stoffa di cui e' lascia
fare, a volontà, un mantello o un berretto--purchè qualche cosa se ne
faccia. Mancini non sa nulla--ma comprende tutto--e se non lo
comprende, vi tiene persuaso che l'abbia compreso--ve ne parlerà per
due ore! Mancini è entrato a far parte in un Gabinetto che non dà
indizi di lunga vita. Cadranno tutti sul sedere: Mancini solo sui suoi
piedi. E' non farà nulla--eccetto qualche cosa per il signor Oliva e
per gli olivi che gli spargono la via di fiori--ma niuno avrà tanto
detto di fare, di voler fare, di poter fare, di saper fare, di avere a
fare, e di tutte le combinazioni possibili che potete trovare a questo
verbo magico--eccetto il preterito passato--ho fatto! Mancini--con un
po' di pratica, diventerà il tipo dei ministri parlamentari--vale a
dire, dei ministri minchionatori. Il _no_, nella sua bocca, sarà una
parola introvabile, impossibile a proferire. Sta fresco però chi si
addorme sul suo sì, accompagnato e preceduto da un franco sorriso e
cementato da una generosa stretta di mano. Che volete? sono le miserie
del mestiere. La grande arte di un ministro constituzionale è di saper
cacciare le mosche. Ora sfido chi mi trovi qualche cosa di più gaio,
di più leggero, di più mobile, di meglio variopinto che Mancini per
tenere a distanza per un momento questi insetti petulanti. Un
imperatore romano le uccideva: Mancini apre la finestra per lasciarle
volar via, o apre la porta onde cacciarle dentro la stanza del suo
vicino. Uomo d'ingegno pronto e vivo, di parola facile, di coscienza
larga, di carattere compagnevole e non egoista, onesto e liberale,
vano ma non puerile, anzi modesto nella vanità, sibarita di buona
compagnia, senza fiele e senza rancori; più studioso di parere che di
essere, più credulo che cospiratore, abindolato dai _consorti_, ma di
costoro per ogni verso ripugnante ed in tutto superiore, fresco e
roseo come una pasqua, inanellato come un cheruhino di villaggio....
tale è il commendatore Mancini--fra non guari conte del Regno
d'Italia. A Mancini mancano due cose per essere ministro: la tempra
forte e la pratica. Questa l'avrà presto: quella non mai. Sarà dunque
un ministro ad uso del Parlamento, ma non mai un ministro.

Conforti, con talune tinte più fosche, riproduce parecchi di questi
tratti. Per Conforti la parola non ha altro ufficio che quello cui le
attribuiva Talleyrand, dissimulare le proprie idee, o servire il
proprio intendimento. Questa parola è fluente, flessibile, ornata,
simpatica, talvolta un po' gonfia. Conforti è certo uno dei migliori
oratori della Camera: ma ha il buon gusto di non prodigarsi. Egli è
stato ministro a Napoli di Ferdinando II, di Garibaldi, di Vittorio
Emanuele. Non ha lasciato desiderio di rivederlo; ma neppure
repulsione, nè la mala fama che contaminò altri. Gli fe' torto
l'agognare a popolarità, prodigando cariche ad immeritevoli: non lo si
accusò di nepotismo. Fu leggero, fu largo, fu debole; non perfido, non
avido. Egli ha capacità pei tempi ordinati e nelle amministrazioni
ordinate; ma non ha mente organica e guardo sereno. È uomo che non si
apre volentieri; che non guarda mai in viso nè gli uomini nè le
situazioni; sempre un certo fare da chi cospira, da chi diffida, da
chi disprezza gli uomini e non crede più in nulla. Ha figura corta e
larga, sguardo torvo, dimenarsi inquieto, sorriso impertinente, aria
beffarda. È smemorato, spesso a disegno: è distratto: è piaggiatore,
ma con garbo e misura: è ambizioso, ma incapace di bassezze: non è
fedele agli amici politici, perchè ha mente politica mobile e cuore
politico scettico: vuole complici, non vuole esserlo che a ragione
veduta ed a guadagno netto. Conforti ritornerà sulla scena del
Ministero. Farà come gli altri. Poi ascenderà, discenderà con flemma
ed a tempo. Ha il tatto di non aver pressa. Egli ha un piede nella
_consorteria_: ma lo dissimula bene. Trincia da indipendente.
Giustifica tutto con fina prontezza, ha comprensione viva, sottile,
logica divagata e dilavata nel profluvio delle parole sonore. Ha
attitudine più amministrativa che politica. Se i gesuiti fossero alla
moda, Conforti sarebbe un affiliato. È di quegli uomini di cui non si
può dire con sicurezza: è questo: sarà questo! Sarà, e bazza a chi
tocca.

Se io volessi ora rimestare nella così detta _consorteria_ napoletana,
molte miserie e cose non liete dovrei ricordare. L'odio, il disprezzo
di Napoli l'ha marchiata, dopo averla veduta alla prova. Io schivo di
ripetere. Capo di questa associazione di mutua difesa d'incapacità e
di mutua assicurazione di profitti è Pisanelli: soci ordinari,
De-Blasis, Capone. Missari, Bonghi, Imbriani, Spaventa, Piria,
Caracciolo, De Vincenzi, De Cesare, Leopardi, Ciccone.... ed altri, di
cui, come di questi, non è delizioso il parlare. Essi son passati
quasi tutti per gli affari a Napoli. Non fecero che impinguare i loro,
non obliando punto sè stessi, considerando la cosa pubblica come
affare di famiglia. Un giornale di Napoli accusò taluni di essi di
peculato. Si commise un'inchiesta sulla denunzia. Poi La Francesca,
che istruiva, fu traslocato, e l'inchiesta rimase sepolta, senza che
alcuno degli accusati reclamasse. Se io mi fossi trovato nei panni
loro avrei dato fuoco ai quattro angoli del regno onde tirare le cose
al netto ed espletare l'inchiesta, il giudizio: quei messeri
zittiscono. Della capacità dei _consorti_ è inutile discorrere. Le
pruove che la disegnano sono molte, dimandatelo ai Napoletani. Se ne
hanno di più recondite, che canti il budget. Io, per poca mente forse,
per limitata percezione, non so vederne alcuna, al di sopra di quella
trivialissima di _toute le monde_. Mediocrità, petulanza, alto sentire
di se, rimestare senza scrupoli.... ecco la _camorra_. Ah! respiro che
non abbia più a scrivere il nome di costoro.

Due parole sole per Pisanelli--il capo di fila. Questi ha svegliata
più collera degli altri--forse perchè l'opinione che avevasi di lui
era più considerevole. Infatti, Pisanelli passava per uomo istrutto;
per parlatore enfatico, sì, ma facile, colorito ed elegante; per
carattere sostenuto, per disinteressato ed alla cosa pubblica atto, e
delle cose politiche intelligente. Messo a prova, il disinganno fu
completo. Alla Camera ha parlato due volte o tre, ma da avvocato, con
un'enfasi drammatica ed un periodo cadenzato a schiantar l'anima;
parole sesquipedali ed assenza completa d'idee. Fe' da ministro a
Napoli: popolò gli uffici di parenti, di amici, di amici dei parenti e
parenti degli amici; mostrò fiacchezza, presunzione, assenza di
cognizioni, mancanza di tatto e d'imparzialità; velleità, non
determinazione, flessibilità muliebre, vanità, non attitudine;
brancolò, afferrò per sè.... di cui restagli adesso la cattedra di
dritto constituzionale nell'Università di Napoli. Ho letta la sua
Prolusione: una miseria di luoghi comuni, di roba vecchia, di spasimi,
d'entusiasmo e di piaggerie. Non voglio aggiunger altro. Pisanelli
aveva la stoffa per essere un uomo distinto, se non un uomo di genio;
la parola facile, la mente svelta, la persona attraente, il carattere
ameno e pieghevole. Un'ambizione precoce eccessiva, avida, ha tutto
precipitato. Napoli, al suo ritorno dal Parlamento, lo salutò di un
indegno _chiarivari_. Gli studenti non lo amano nè lo stimano. I
liberali lo respingono; i conservatori ne diffidano; i _consorti_ non
lo risparmiano. Ritirandosi per un tempo dalla vita pubblica, facendo
pelle nuova, consolidandosi di studi serj per insegnare ciò che ha
debito, rinunziando con fermezza agli affari, Pisanelli potria ancora
riabilitarsi e brillare fra i primi nei futuri Parlamenti italiani. E'
non è corrotto, e vale assai meglio della sua fama. Cosa singolare! se
Pisanelli avesse avuti nemici che lo avessero aspreggiato, forse
avrebbe rimbalzato e si sarebbe risollevato. Egli non svegliò collera:
destò indifferenza, disdegno, pietà--un'atmosfera tiepidissima di
favore o di rancore l'ha mollificato e stemperato.

Quanto a Scialoja, me ne sbrigo con poche parole. Nessuno gli contesta
capacità ed abilità. Egli parla bene, scrive bene, pensa bene nelle
cose economiche, senza lampi di genio però: riduce, coordina, riassume
ciò che altri scrissero, trovarono, pensarono. È scaltro in grappare
le cifre; sa parare e ferire; dissimulare il lato debole di una
posizione; far dei muri di cartone dipinti sì che sembrano proprio un
macigno. Dietro le sue esposizioni, il tesoro è proprio un tesoro. Non
cura i risparmi, spende, s'impania, s'imbraga nella burocrazia. Ha
mente più analitica che sintetica. Saprebbe ordinare, non fondere e
creare. Scialoia è l'uomo che, dopo Pisanelli, si è più distinto per
nipotismo a Napoli, e contro di lui si grida più che la croce. Gli si
rimproverano modi alteri, dispotici: lo si dice presuntuoso. Di ciò io
non so, che lo rinvenni modesto e cortese tutte le poche volte che mi
ebbi a trattare con lui. Ha figura acuta, sorriso beffardo e maligno,
lo sguardo penetrante, ed un insieme che significa scaltrezza,
investigazione, vita gaia e scetticismo incorreggibile. È rotto agli
affari; ma assapora meglio la rutina, che non ha voglia e mente ad
organizzare semplificando--come mi par disposto l'attuale ministro
Sella. Scialoia è stato ministro--o qualche cosa di simile--e lo sarà
ancora. Ma non sarà nè per apportare risparmi nei bilanci, nè per
togliere abusi, nè per cangiar stile e metodo; si tiri avanti come pel
passato--ecco tutto.

Tra i membri del centro, che sornuotano e che non appartengono alla
società del Dio Crepito napoletana, io disegno il Baracco, Garofalo,
Agudio, Pessina, Torre, Compagni. Tra i non napoletani si distinguono
il Castelli, il Gadda, il Briganti-Bellini, il Cappino, il
Sanguinetti, che sta sempre sulla breccia, se non sempre con successo
sempre con audacia; il Marliani, che è, uno dei deputati i più
distinti del Parlamento per esperienza, per finezza di tatto, per
concetto politico opportuno, per scienza di cose e di uomini, che
parla di rado, ma sempre con felice a proposito, e sempre per dire
cose non ordinarie; il Torreggiani, che è valente economista e usa di
ciò che sa con parsimonia, con gusto, con opportunità.

Ora che mi sia permesso di nominare al _desert_ un certo numero di
deputati che io sarei per addimanciare le _utilità_ della Camera, e
che non ho potuto cacciare qua e là nei compartimenti del mio lavoro,
onde non alterarne l'economia ed il disegno.--Non mi ricordo più se
taluni di essi li abbia di già nominati. Il pleonasma però non nuoce.
La schiera è numerosa, ed i loro nomi debbono essere familiari ai
lettori delle tornate della Camera.

Segnalo innanzi tutto i miei vicini. Castagnola, spirito sodo e
positivo, che ha la parola sicura ed autorevole ogni qualvolta si
parli di cose di mare e di commercio, ed in generale in tutte le
quistioni amministrative; Bertea, che va tra i campioni pel
piemontesismo e tra i partigiani del terzo partito, mente calma, senza
passione ma tenace; Castellano, che quest'anno ha emigrato dalla
destra alla sinistra e vi ha tenuto distintissimo posto, sempre
all'avanguardia, e sovente battendosi nella confezione delle nuove
leggi di finanza. Questo giovane, che non manca di abilità, di
sagacia, di comprendere da che parte del pane stia il burro, che ha i
mezzi di pervenire, perverrà certo. Segnalo altresì il signor Giovanni
Ricci, il quale non passerà guari sarà un distintissimo ministro della
marina d'Italia, avvegnacchè Bixio, dimandato un giorno dal Gallenga a
chi confiderebbe quest'importantissimo portafogli, se la scelta stesse
in lui, rispondesse che lo darebbe al Monti. Ed in vero, Monti e Ricci
sono ambo espertissimi nelle cose di mare, ed il loro voto è di somma
autorità--senza parlare dell'onorabilità del carattere che è a niuno
seconda. Tra gl'ingegneri civili e militari, avendo, credo, già
ricordato il colonnello Pescetto, ho l'obbligo di nominare il maggiore
Conti, il signor Ranco, che oltre la sperienza della sua professione,
mostrava in una discussione alla Camera, del decimo d'imposta sui
trasporti per le strade ferrate, distintissima sagacia parlamentare e
finezza di dire. Vi aggiungo pure gl'ingegneri Biancheri e Mongenet,
quegli, del terzo partito, questi del centro. Tra gli economisti
distintissimi della Camera, che non mancano mai di prendere la parola
quando trattasi di affari che abbiano attinenza a questa scienza,
credo di non aver già parlato del Cini, nè del Nisco, nè del Saracco,
nè dell'Oytana, nè del De-Luca. Credo di avere altresì obliati
l'ardente vecchio e veterano di tutte le guerre per la libertà,
combattute nei due mondi, il generale Avezzana. Nè aver parlato del
bravo ex parroco di Sorrento, canonico Maresca, all'aspetto, ai modi,
alla riserva, al parlar untuoso, alla pinguedine, alla placidezza
vescovile. Nè aver segnalato il Brioschi, segretario generale
dell'istruzione pubblica, mente capace, amministrativa, ma senza
audacia. Nè aver toccato del San Donato, oratore aggressivo e
pittoresco, uno dei paladini del terzo partito. Nè del conte
Borromeo--Minghetti in scorcio--il quale ha di futuro ministro
l'incesso e la speranza. Nè del distintissimo giovane Pietro Mazza,
spirito arguto, parola facile, intelligenza viva ed ornata; nè
dell'Ugoni, nè del Trezzi, nè di Ara, nè del Monticelli, nè del
Tonello, nè del Sanna-Sanna, che non ha guari così elegantemente e
profondamente discorreva della sua Sardegna; nè del Plutino, che parla
una lingua impossibile, con un accento impossibile, ma che fissa
spesso l'attenzione della Camera sulle cose che dice; carattere
_insaissiable_, che fa delle evoluzioni da beduino, che non si sa mai
se è contro o in favore di un Ministero, ma che è sempre un campione
ad oltranza degli interessi della Calabria. Credo pure di avere
obliato il Lissoni, il Fiorenzi, il Silvestrelli, che in mezzo a noi è
l'immagine di Roma che protesta e dice: anch'io vi sono!--il Luzzi,
ardente mostra del carattere marchegiano, brusco, audace, positivo. Se
ne ho già parlato, ricordo tre distintissimi giureconsulti della
Camera, Mari, Regnoli e Panattoni, che non mancano mai al loro
compito, e sovente con grande distinzione di modi e di scienza. Poi
ricordo due napoletani, anzi tre, il cui nome e la cui parola risuona
sovente nella Camera, e sempre udita con simpatia rimarcata, vo' dire
l'originale Mandoi-Albanese, l'enfatico ed accademico Minervini, dalla
frase rotonda, dall'idea a marchio sempre scientifico, troppo
cerimonioso ed intrepido in mezzo alle impazienze della stanchezza, e
Lazzaro--che finirà per conquistare il suo posto quando avrà
acquistato più calma, e la foga delle idee o dell'affetto non lo
mutilerà. Aggiungo Leardi, istruttissimo giovane; Bottero, che, tutti
sapete, ha figura da canonico, ma canonico come Swift e Rabelais.
Infine, il silenzioso Cosenz ed il ministro della guerra, generale
Petitti--il quale è un diminutivo del generale Lamarmora: come questi
cocciuto, ma non avendo, come questi, antipatie e repugnanze _a
priori_.

Se di tutti avessi voluto dire, ed a lungo, non me la sarei sbrigata
sì presto. Ogni individuo del nostro Parlamento ha una storia, è una
figura--ed avrebbe di giustizia dimandata una pagina. Ma nè io li
conosco tutti, nè tutti ebbero finora il tempo di mostrarsi sotto il
vero loro punto di luce. Ogni giorno io scopro là un carattere, qui un
pubblicista e talvolta un uomo di Stato, altrove un oratore, più oltre
un valente economista, ed ancora degli uomini pratici, culti, utili,
che portarono, ciascuno dal lato suo, la pietra per elevare la
piramide che chiamasi Italia una, e ne formano la vita, il pensiero,
la gloria. Specialità infinite, maniere squisite, intelligenze vaste
ed audaci, scienziati.... Presi ad uno ad uno i deputati del
Parlamento italiano sono quanto l'Italia ha di eletto fra i suoi figli
più eletti--ed a niuno dei membri degli altri Parlamenti, europei
secondi. Anzi i nostri han la modestia in più.--Avvicinateli negli
Uffici, nei ritrovi, nelle riunioni eventuali.... ogni nuova
conoscenza è una deliziosa sorpresa--sorpresa tanto più profonda
quando siamo a ricordarci che tempi ebbimo a traversare, dal 1815 in
poi, e che governi!

Se io fossi di natura men selvaggia e meno obliosa, avrei forse
raddoppiate le pagine di questo libro, ed augumentatone l'interesse.
Ma la mia ritrosia non so vincere, e non ho sfiorato che i profili di
chi conobbi, di chi lambii, in passando, un bricciolo di conversare.
Quindi, il mio libro è incompleto. E ne domando scusa a coloro di cui
tacqui e di cui avrei dovuto favellare, ed a coloro di cui mi sbrigai
con una frase, la più corta possibile, e perciò talvolta monotona. Ho
scritto però senza malignità ed a seconda dettava dentro la mia
coscienza.

Presi in massa intanto quegli individui sì vari, sì diversi, sì
completi, sì scelti, formano un insieme che sembra una grande
dissonanza al primo audito, al primo colpo d'occhio. Ma poscia, quando
si compara, quando si rapprossima, quando si conosce il tuono e si è
fatto l'occhio allo scintillìo di tanta mobilità di luce, si vede che
il Parlamento italiano è un corpo perfettamente organizzato,
all'organismo forte, ai legami potenti, agli organi diversi
vigorosamente sviluppati, e di cui la varietà forma l'unità. Vi è in
esso un sistema di compensazione continuo; di completamento
provvidenziale--in cui Ricasoli completa Ratazzi, il marchese di
Cavour completa Ferrari, Mellana completa Mancini, Brofferio completa
Buoncompagni, Ondes completa Levi, Crispi il Paternostro ed io il
Chiaves, e Conforti il Mordini. Cento antitesi danno la grande tesi
dell'unità nazionale--espressa in questo teorema che chiamasi
Parlamento. I partiti sono vivi, gl'interessi pronunziati, le passioni
esigenti, le titubanze legittime, le impazienze logiche.... la ragione
del clima, della latitudine, del sole, del suolo scoppia per tutto.
Ma, nell'urto, nasce quella temperatura media che si vede poi regnare
di ordinario nell'atmosfera delle nostre discussioni. A gruppi, ti
sembrano divoratori, sovvertitori; riuniti, ti stupisce la loro calma,
la prudenza, la moderazione. E prova ne sia l'amministrazione Ricasoli
e l'attuale.

Nelle sale, un Ministero non ha un'ora di vita: nell'aula delle
sedute, esso ha sempre una maggioranza che stupefà. Solo questi
elementi centrifugi diventano centripeti nel contatto, perchè là si
stabilisce una corrente di compensazioni che smussa ogni angolosità;
la volontà domina l'istinto, il calcolo tempera la passione,
l'interesse soprasta all'idea, l'opportunità fa tacere il principio,
la prudenza mette la musoliera alla foga. Ed è ciò che chiamasi
coalizione, o connubi--ed è ciò che, mentre attesta il gran senso
pratico che hanno in politica gl'Italiani, rende importante ed
effimere le loro amministrazioni. Un Gabinetto non può contare
sull'indomani, perchè gl'interessi si muovono e variano, mentre i
partiti, i principii, le idee, gl'ideali permangono. Noi non avremo
mai i lunghi ministeri di Walpole e di Pitt, di sir Robert-Peel, di
Palmerstori, di Guizot. Questi rappresentavano un corpo completo; poi
un embrione che si fa uomo, che cangia, che cresce, che si dilata, che
acquista varietà di vita a misura che ne viene rigogliosa
l'esuberanza. Il conte di Cavour e la sua dittatura fu possibile
perchè ebbe a fare con un Piemonte, Stato di già omogeneo e completo.
Oggi anch'esso, malgrado la sua mutabilità di forma, di metodo e di
mezzi d'azione, egli stesso subirebbe le leggi di instabilità e di
varietà che presiedono alla formazione della nazione. Le forze vive
cangiano. E queste forze vive sono i vari elementi che si osservano,
si mischiano, si urtano, si compenetrano, combacciano, si respingono,
si amalgamano nel Parlamento.

Ogni Parlamento nuovo è un sostrato completo che forma la scorza del
consolidamento nazionale. Esso è un'epoca--un'epoca intera con tutte
le sue fasi, le sue facce, i suoi portati, i suoi prodotti. Questo
sostrato consolidato, quest'epoca finita--la natura viva che si
rinnovelia addimenta altro, entra in altra crisi, in altra formazione.
Quindi altri elementi, altre forze, altri agenti. L'attuale Parlamento
ha finito il suo tempo. La fase della nostra storia, che lo rese
indispensabile e legittimo, è cangiata. Esso non ha più presa, non ha
più eco, non più ragion d'essere. Non risponde ad alcun bisogno, non
soddisfa più le esigenze dei tempi. Quindi deve ritirarsi. Quindi lo
si vede oscillare, brancolare. La sua _sève_ è esaurita. L'Italia
d'oggidì non è più quella dell'anno scorso. Un mondo nuovo è nato.
Altri interessi sgruppati, altri nuovi sorti ed esigenti. La corrente
elettrica tra il popolo ed i suoi mandatari è rotta. Bisogna
ristabilirla. Nuove elezioni sono indispensabili. Però questo
Parlamento fece il suo compito, e largamente. Esso lascia un marchio.

In Italia esso esprime l'unità; fuori, l'unità e la rivoluzione. Il
Parlamento è il cuore che palpita ed indica in Europa che l'Italia una
vive, pensa, parla, vuole, ed è pronta ad agire. Se il Parlamento
italiano non esistesse, l'Italia una, per l'Europa, sarebbe un'utopia,
un sogno, e forse un attentato da cospiratori. Tanti individui,
convenuti da tutti i punti d'Italia, con tante passioni, idee,
precedenti, interessi diversi, sedere insieme, intendersi, formare una
maggioranza ed una minoranza, esprimere concetti identici, desiderii
comuni, scopo unico, stupisce, atterrisce l'Europa. Questa cominciò
dalla meraviglia, anzi dall'incredulità, oggi subentra in lei
l'agitazione, la paura. Ed è perciò che le ostilità contro l'unità
italiana, da sei o otto mesi in qua raddoppiano in tutta l'Europa.
Oggi, uditelo nell'Assemblea francese, noi siamo la rivoluzione--il
_long Parliament_ che aspetta il suo Cromwell. Per l'Europa l'Italia
si concentra in due fuochi: nel Parlamento--un'incognita da cui la
crudeltà dei tempi può tirar fuori Dio sa che--ed in Garibaldi--non
l'uomo della logica, della ragione, della convenienza, ma del
destino--forza selvaggia di una natura concentrata per quattro
secoli--l'Italia! Il Parlamento è per l'Europa un vulcano, una
negazione terribile, delle basi cui essa credeva riposare. Il
Parlamento ha attestato il suo dritto su Roma e su Venezia. Ed a
Venezia e' rappresenta la negazione dell'Impero; a Roma, quella del
papato--vale a dire, il rovesciamento, del dritto che per quattordici
secoli servì di ritmo alla vita di Europa. La terribile Convenzione,
in paragone a questa placida, moderata, flemmatica nostra assemblea,
fu un'assemblea di fanciullette. Essa non concepì un cataclisma così
completo della società europea--fu difesa, non aggressione. E noi
aggrediamo. La tenace temperanza stessa, la pazienza, la ipocrisia del
nostro Parlamento sconvolge l'animo delle potenze. I furori duran
poco, l'entusiasmo si calma, l'ebbrietà svapora; la tranquilla fede,
la perseveranza intemerata nostra, la calma dell'insieme nello scoppio
e nei bagliori delle varietà che minacciano, che sfidano, che
protestano, che s'impazientano, che si mostran pronte a fare, ed
impellono ad agire, gittano nei gabinetti europei un turbamento
indefinibile. Essi veggono un fantasima che leva il capo e sormonta la
cima delle Alpi, e si domandano: che vuole costui in definitivo? dove
andrà? E lo spettro di Roma--delle due Rome forse--di quella di Cesare
e di quella di Gregorio VII--sembra risorgere minaccioso.

Sopprimete il Parlamento--questo crogiuolo della vita italiana--e
l'Italia scompare, ed il fantasma si dilegua. Finchè questa sintesi di
sette antichi Stati--sta in piedi, si presenta all'avanguardia, va
compatta, sta soda, confidente, concorde, si attesta, attesta i suoi
diritti, tien testa ai rifiuti, alle minacce, alle negazioni, alla
lotta, ed incede, ed avanza, e non si arresta mai, e non trasmoda, e
non perde nè la dignità, nè la calma, ed ha fede, ed è inesorabile o
clemente a seconda le vicessitudini e le circostanze, e non si
subordina a chicchessia; finchè questa sintesi della nazione italiana,
dico, fa udire la sua voce in mezzo all'Europa che ascolta e ne spia
ogni movimento, l'Italia non corre pericolo. Essa è in via di
formazione: si completerà.

Quindi è mestieri non colpire il prestigio che esercita ed ha il
Parlamento. Esso è l'arca santa della nazione. Resterà, quando
ministri e re non saranno più. Esso è la nazione--vale a dire
l'immortalità. Perocchè l'Italia, che si credeva morta, squartata e
sbranata come era in sette membra--l'Italia si è trovata viva, quando
Este, Lorena, Borboni, Asburgo non sono stati più, non sono più.
Anatema a chi bestemmia contro il Parlamento, ed al Parlamento, esso
stesso, se contamina la sua dignità! L'insignificanza, la bruttura
stessa di qualcuna delle sue membra non alterano la vita e la nobiltà
del corpo. Il corpo, si rinnova nella giovinezza eterna della nazione.

L'esistenza del Parlamento all'interno è il faro su cui si poggiano e
riposano gli occhi di tutte le provincie: esso è la sua fede, la sua
coscienza. L'Italia sente che è una--e come tale pensa, ordina,
obbedisce, agisce. L'antica geografia, che palpita forse ancora nei
brani dei vecchi interessi, diviene un solecismo politico dal momento
che si ode la voce che parla dalla tribuna italiana. Toscana, Sicilia,
Napoli, Lombardia, non sono più che un nome, ed in questo
battesimo--la rappresentanza italiana--tanti nomi che non ne fanno più
ch'uno--l'Italia. L'irradiazione della forza nazionale qui si
concentra, e parte di qui. Cuore e cervello, dal Parlamento sgorga la
vita, la volontà, il pensiero e la coscienza, la forza, la fede;
procede da tutti, ed è tutto. Esso è la legge.

Conchiudo. L'attuale Parlamento non sarà forse più quando questo libro
verrà a luce, o gli sopravivrà di poco. Non importa. Il libro resta
egualmente. _Le roi est mort, vive le roi!_ Gli uomini che compongono
l'attuale Assemblea, pochi tranne, ritorneranno ritemperati di vita
nuova. Le elezioni saranno per essi una trasfusione di sangue. Oggi
già ha avuto luogo nel suo seno uno spostamento significantissimo. La
maggioranza del conte di Cavour, dislocata dal barone Ricasoli, è
dissipata affatto dalla presenza del commendatore Ratazzi. I partiti
han cangiato tempra, se non scopo; perocchè la loro composizione è
adulterata, ed alterata. Nuovi interessi sorgono, e con essi nuovi
elementi di attività e di azione. I colonnelli divengono generali, ed
i generali passano ai veterani. In questo momento tutto fermenta come
in una caldaja che bolle: tutto ruota ed ha la vertigine, Domani,
quando le nuove elezioni avranno impresso un movimento regolare a
questo agitarsi, aperta o indicata la via che ha uscita e mette capo
ad un fine, tutto si arranga, tutto si assetta e l'ordine ricomincia,
e con l'ordine viene la forza, l'autorità, la fede. Sciogliere la
Camera attuale è una necessità: l'armonia fra i suoi membri è rotta.
Fra le sue parti non vi sono più punti di contatto: tutti son punti ed
angoli. Ciò però non altera punto la maestà del Parlamento.--I suoi
membri variano, il suo spirito resta. Possono avversare lo
scioglimento taluni, che temono non più ritornare. Coloro che hanno la
coscienza ferma, coloro che sentono di rappresentare il paese, non sè
stessi ed i loro fini, costoro anelano anzi di trovarsi in contatto
con i loro mandanti. Essi vanno a ricevere una parola d'ordine che
loro servirà di bussola.

La missione del Parlamento non è tanto legislativa ed amministrativa.
Al punto in cui si trova l'Italia, essa è affatto politica, è
sovranamente nazionale. Il Parlamento è il simbolo visibile dell'unità
d'Italia, parlando, agendo così. Il resto è secondario. Questa
espressione esso ha in Europa: questo scopo esso debbo avere per
l'Italia. La missione legislativa verrà poi--quando non vi saranno più
in Europa increduli che l'Italia sia. Il Parlamento italiano sarà
forse un giorno chiamato a prove più ardue ancora di fede, di forza,
di audacia, di patriotismo. Che gl'Italiani ricordino, ciò quando
verranno a mettere i loro bullettini nell'urna--alle prossime
elezioni. Io non voglio spiegarmi di modo categorico. L'Italia deve
sapere che essa è in lotta, e sola contro tutta l'Europa. Chi lotta ha
bisogno di lottatori dovunque, sul campo di battaglia come al
Parlamento, nella diplomazia come nella chiesa.

Con questo intendimento, avanti con Dio.

FINE.



INDICE


HORS D'OUVRE PER LE PERSONE CHE NON SONO SERIE.

I. Come bisogna sempre ascoltare ciò che si dice in un wagon.     Pag.    7


HORS D'OUVRE PER LE PERSONE SERIE.

II. Come mi decisi a scrivere, a pubblicare ed a ripubblicare i profili
dei miei colleghi.                                                 »     27


I MORIBONDI DEL PALAZZO CARIGNANO.

I. Il Parlamento riepiloga la nazione.--Lo dipingo al punto di vista
francese.--Sono imparziale perchè repubblicano.--Statistica della
Camera.--Sua divisione.--Le farfalle.--I pretendenti della destra.--Gli
agenti provocatori.--Gl'invalidi del centro.--Gli uomini di Stato
abbozzati della sinistra, ed il _terzo partito_.--Garibaldi
tentenna.--Guazzabuglio della estrema sinistra.--Gruppi per provincie, e
loro carattere distintivo.--I fabbricanti ed i traffichini degli ordini
del giorno.--L'addormentato.--Lo stanco.--L'indiscreto.--I
legislatori.--I Grandi di Spagna.--L'amico di tutti.--Crispi e la sua
posa.--L'ex-Mirabelli.--I successori di Turati e di Proto.--Fisionomia
degli oratori.--I lettori di giornali ed il signor Boggio.          »   37

II. Il conte di Cavour.--La sua giovinezza.--Paggio.--Luogotenente del
genio.--Viaggio in Inghilterra ed in Francia.--Scrive nelle
Riviste.--Suo stile.--Ritorna in Piemonte.--Il _Risorgimento_.--Il conte
di Cavour deputato.--Sue evoluzioni parlamentari.--Ministro.--Motto del
re al signor d'Azeglio.--Cavour al congresso di Parigi.--Dopo la pace di
Villafranca.--Carattere e genio di quest'uomo di Stato.--Cavour
oratore.--La sua tenuta nel Parlamento.--Dopo la sua morte.         »   51

III. Cavour riassume in sè stesso il Gabinetto.--Minghetti prima di esser
ministro.--Ministro e dopo.--Fanti.--Della Rovere.--Peruzzi.--Cassinis.
--Il ministro amabile ed il suo _a latere_ signor Niutta.--De Sanctis.--Una
parola della politica del Gabinetto.                                »   67

IV. Urbano Ratazzi.--Un po' di biografia--Non è l'antitesi di
Cavour.--Sue idee Politiche.--Segretari.--Massari, Zanardelli, Galeotti,
Negrotti, Mischi, Tenca.                                            »   91

V. Terzo partito.--Suo programma.--Suoi capi.--Lamarmora.--Carriera di
questi.--Depretis, Pepoli.--Loro figura.--Partigiani.--Capriolo.
--Berti-Pichat.... ed altri.--Carattere di questo partito.--Situazione e
sua espressione.                                                    »  101

VI. Il barone Ricasoli.--Origine di sua famiglia.--Suo ritratto.--Un po'
di biografia.--Sua amministrazione autocratica in Toscana.--Suo
carattere.--Ministro.--Indole di questo Ministero.--Risultati.      »  113

VII. La destra.--Suo carattere.--Il ministro rinforzato.--Menabrea,
Miglietti, Cordova.--La destra.--I suoi capi.--Buoncompagni. Farini.
Lanza.--Suoi membri.--Boggio, Pasini, Leonardi, Torelli, Jacini,
Verrezzi, Corsi, parecchi altri.... Gustavo di Cavour.--Alfieri,
Persano, Andreucci, Baldacchini. Lacaita e Caracciolo, Spaventa,
Chiaverina, Cantelli, Pettinengo e Cuggia.                          »  129

VIII. Gli ex repubblicani della destra.--Lafarina, Amedeo Melegari.
Correnti, Arconati-Visconti, Giorgini e Broglio, Mattei, Pescetto,
Ricci, Valerio e Susanni, Finzi, Sella, Carutti, Malenchini.--Che
sarebbe la destra se la situazione cangia.                          »  141

IX. Sinistra.--Principali divisioni di essa.--Suoi caratteri
generali.--Suoi intendimenti.--Capi presuntivi.--Ferrari, Guerrazzi,
Mazziniani, Saffi.--Gli oltramontani.--Ondes-Regio, Amari. Ugdoleno.--I
dottrinari.--Allievi.--Il gruppo della _Perseveranza_.--Visconti-Venosta,
Massarani, Guerrieri-Gonzaga, Finzi.--Gl'indipendenti.--Mosca, Costa, Pica,
Giuseppe Romano, Mandoi-Albanese, Marchese Ricci, Levi Ranieri, Varese
Menighetti, Toscanelli, Michelini, Bianchi, Tecchio.--I _bouders_,
ecc.--Gli smarriti.--Chiaves, Gallenga.                             »  153

X. I repubblicani delta sinistra. Brofferio, Macchi,--Crispi.--Partito
garibaldino--Mordini, Cadolini, Musolino, Bixio, Cairoli, Bertani, Sirtori,
Zupetta.--Gl'indecisi.--Liborio Romano, Greco, Lamasa, Assanti, Argentini,
Polsinelli, Salaris, D'Ayala, Minervini, Ricciardi, Mellana, Sinco,
Montanelli.--Sintesi della sinistra.--Perchè in essa non vi è uomo di
Stato.                                                              »  167

XI. Il centro.--Sede della _consorteria_ napoletana.--Capo
putativo.--Poerio, Mancini, Conforti.--La _consorteria_.--Pisanelli,
Scialoja.--Altri deputati del centro.--Napoletani o no.--Le _utilità_ della
Camera.--Colpo d'occhio sull'insieme e sulla natura del Parlamento.--Ciò
che esso rappresenta e significa in Europa.--Ciò che è all'interno.
--Conchiusione.                                                     »  183





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I moribondi del Palazzo Carignano" ***

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