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Title: Il Tenente dei Lancieri
Author: Rovetta, Gerolamo, 1854-1910
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

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Gerolamo Rovetta

Il Tenente dei Lancieri

ROMANZO


Sesto S. Giovanni, 1916.



I.


La ditta portava il nome del padre «Giovanni Monghisoni», ma chi
comandava, la vera padrona del negozio, era sempre stata l'unica
figlia del Monghisoni: la signora Maddalena, maritata Trebeschi.

Colla sagacia, col fiuto degli affari, uniti a una gran passione per i
quattrini, e di più col vento sempre in poppa, la signora Maddalena
aveva mandato avanti la nave a gonfie vele, aveva raddoppiata e
triplicata la sostanza paterna. Ma quanta attività, quanta tenacia,
quanto lavoro ci aveva messo, e quanto sforzo di polmoni! La voce
della signora Maddalena squillava, in ogni ora e in ogni stanza, come
una campana; giovane, sana, esuberante, il gridare era il suo unico
sfogo.

Il fondaco era in via Lentasio a porta Romana. Nei lunghi cameroni,
fra le botti d'aringhe, i barili d'olio, le forme di parmigiano, era
un continuo andirivieni, un vociare continuo, di commessi e di
avventori: il lampadino che ardeva in fondo in fondo, nel buio,
dinanzi ad una immagine della Santa Casa di Loreto, dondolava come un
pendolo, per il tremoto dei facchini che caricavano o scaricavan la
roba: ma la voce della signora Maddalena, sempre alta e forte,
dominava tutto quel gran fracasso, dando ordini e strapazzate.

Il babbo Monghisoni quand'era vivo, stava ben attento, e scantonava
nel fondaco, per non urtare la figliuola; se no, fioccavano le
strapazzate scroscianti come pioggia e grandine anche sul suo capo.

--Se non ci fossi io--strillava la signora Maddalena--se io fossi
come le altre donne, tutte matte da legare, che pensano soltanto a
spendere e a fare all'amore, colla tua poca testa a quest'ora
saresti al Ricovero o all'ospedale.

Morto il padre, essa aveva cominciato a lodarlo e a levarlo ai sette
cieli; ma lo faceva aggrottando le ciglia, e finiva sempre per
umiliare gli altri ed esaltare, sè stessa.

--Mio padre!... Era l'unico al mondo che poteva vantarsi, come me, di
essere un fiore di galantuomo!--Oppure:--Mio padre!... era insieme
con me la sola testa di casa in mezzo a un branco di bestie,

La Signora Maddalena, ancora prosperosa e piacente adesso che toccava
la cinquantina, era stata a' suoi tempi un bel pezzo di donnone: a
porta Romana la chiamavano _il bel granatiere_. Maestosa, forte, con un
profluvio di capelli nerissimi, lucenti, ondulati, spartiti a ciuffo
in mezzo alla fronte, colla peluria dei baffettini che le ombreggiava
le labbra rosse e dava risalto ai denti sani, con un'aria smargiassa
di me n'impipo, pareva la padrona del mondo. Pure, se le piaceva di
mettere in mostra la sue qualità virili per dar soggezione, ed
all'occorrenza anche per incutere un certo timore, non aveva mai fatto
caso della propria bellezza: e nemmeno, a dir vero, di quella degli
altri. Aveva scelto per marito il signor Daniele Trebeschi: un
perticone giallo, mal piantato, col naso storto e fatto a, spatola e
col mento pecorino; certo, il più brutto dei suoi commessi: ma che ne
importava alla signora Maddalena? In dieci anni che lo aveva, in
negozio, o non lo aveva mai guardato, o ci si era avvezzata. Aveva
notato invece quello che a lei premeva: cioè che fra i suoi commessi
era il più attivo, il più diligente, il più pratico: onde il giorno
nel quale essa si trovò di fronte a un dilemma inevitabile, o
crescergli lo stipendio o lasciarselo scappare, s'appigliò a un terzo
partito, che fu di sposarlo. E poi il signor Monghisoni diventava
vecchio, rimbambiva un giorno più dell'altro, e per il negozio, un
uomo sicuro, fidato, interessato, le era ormai necessario.

Essa non viveva se non per gli affari; pel buon andamento degli affari
aveva preso marito; e per l'incremento degli affari, per l'avvenire
della ditta aveva messo al mondo anche i figliuoli. Ma questa, per la
signora Maddalena, era sempre stata una faccenda affatto
secondaria. Se ne sbrigava il più presto possibile, rimanendo fino
all'ultimo momento al suo posto a gridare, a strapazzare, a far
conti. Il suo posto era lo scrittoio, un bugigattolo, in un angolo del
primo camerone del fondaco; e, dopo ogni parto, appena poteva reggersi
in gambe, colà scendeva, ancora pallida e debole, facendo un gradino
alla, volta, indifferente alle tanfate di mucido e di rancido che la
prendevano alla gola: appoggiata alte pareti fredde e viscide,
ricominciava a brontolare e a strapazzare colla voce fievole e rotta,
scrollando il capo faticosamente.

--No! no! no!... Quando non c'era lei, non sapevano far niente,
niente!... Erano tanti babbei, tanti mangiapane, che colla loro
indolenza e incuria volevano mandarla in rovina.

L'orgoglio, le gioie, le ansie della maternità essa le aveva provate e
le provava; ma per quella sua azienda, per la ditta, per i suoi
quattrini, accumulati col suo sudore e col sangue del suo
sangue. Stava in palpiti solo quando si spargeva la voce del possibile
fallimento di un suo banchiere o corrispondente. S'inebriava di gioia
solo quando le riusciva un bel colpo.

Menava vita regolare. All'alba entrava nel fondaco, dietro al signor
Daniele che le apriva la porta e non risaliva altro che la sera
tardissimo, qualche volta a notte inoltrata, facendo lume al marito,
che sotto i suoi occhi doveva richiudere diligentemente la cassa, i
cassetti, gli usci, la porta. Anche, la domenica, quando i commessi se
n'erano andati, la signora Maddalena teneva tuttavia nello scrittoio
il signor Daniele a rifare tutti i conti, a stendere il bilancio della
settimana. Era quella la sua vita, era quello il suo ambiente; per lei
la giornata più lunga dell'anno era il Natale, perché doveva, tener
chiuso e lasciar andar il signor Daniele a Melegnano, a portare il
panettone e gli augurî a' suoi parenti.

Quella mattina strapazzava anche per il resto della giornata:

--Non pensavano altro che a divertirsi, a far festa, a buttar via
quattrini a cappellate! Lei sola aveva nel sangue, come quel
pover'uomo di suo padre, l'amore al lavoro e alla casa!...

E non usciva: anche tutto quel giorno sola soletta, intirizzita,
rimaneva nel suo bugigattolo, scartabellando lo scartafaccio, e
passando e ripassando il portafoglio delle cambiali. In quell'androne
chiuso, durante il pomeriggio di Natale, il silenzio era profondo e
cupo: e soltanto in fondo, nel buio, crepitava il lampadino acceso
dinanzi alla Santa Casa di Loreto.



II.


La ditta Monghisoni commerciava in olio, formaggio, aringhe salate,
baccalà, ma lavorava molto anche in cambiali. Il saggio dello sconto
variava dall'otto al dieci per cento.

--Tutto sommato--esclamava la signora Maddalena--un poco più un poco
meno, quello che si paga anche alla Banca; e posso vantarmi che per
onestà, dopo morto quel bonomo di mio padre, come me non c'è
nessuno.

Ma «la ditta» non ammetteva, nè rinnovazioni, nè pagamenti parziali,
nè acconti sul capitale.

--Io sono puntualissima ne' miei impegni; e tutti devono essere
puntualissimi con me. Regola generale!

In questa idea la signora Maddalena si era intestata in modo che non
c'era verso di smuoverla: non lo faceva per avarizia, ma quasi per
puntiglio. Magari, di lì a poco, tornava a prestare la stessa somma ed
anche una più grossa, ma il giorno della scadenza--regola
generale--bisognava pagare.

Il sarto di casa, un vecchio portinaio di via San Barnaba, era venuto
per vestire d'inverno tutti i Trebeschi; e la signora Maddalena gli
stava appunto rifiutando la rinnovazione che il povero diavolo le
domandava per una sua cambiale di novantacinque lire.

--Capirà, signora Maddalena, può farmi questo favore! senza arrischiar
nulla: fra pochi giorni, quando le porto gli abiti fatti, lei stessa
si tratterrà le novantacinque lire sul mio conto.

La signora Maddalena scrollava il capo:--No, no, no! Sono
complicazioni che non mi vanno. Oggi scade la vostra cambiale e dovete
pagarla. Quando poi mi porterete gli abiti finiti, in perfetto ordine,
io allora vi pagherò il vostro conto. Vecchio mio!... Si cammina come
un orologio; anzi, molto meglio, perché gli orologi vanno sempre male
e io vado sempre bene.

Ciò detto, uscì dallo scrittoio e chiamò il marito che, per ordine
gerarchico e di anzianità, doveva essere il primo a farsi prendere la
misura.

--Daniele!...

Ma Daniele, in quel frastuono rimbombante, non udì, e non rispose
subito.

--Dààniele! Sei sordo?--ripetè quasi urlando la signora Maddalena.--E
sì, per diana, posso vantarmi di aver i polmoni di mio padre:
Dààniele!

--Eccomi! eccomi!--e il signor Daniele sbucò di dietro a due facchini
che facevano rotolare un barile sopra un lungo carretto a mano.

--Presto, la misura.

La signora Maddalena si era appoggiata col gomito a due pezze di panno
color bigio «resistente» che aveva comperato apposta per vestire tutta
la famiglia, e mentre il sarto prendeva le misure al signor Trebeschi,
Maddalena dava le opportune istruzioni.

--Giacca, _gilet_ e pantaloni; largo, comodo; e buone fodere, mi
raccomando.

--Non dubiti, signora, Maddalena.

Poi il sarto, mentre teneva alzato un braccio del signor Daniele per
prendergli la misura della manica, domandò, sempre rivolgendosi alla
signora Maddalena:

--Facciamo a un petto solo, o a due?

--A due, a due petti! Così, all'occorrenza, gli può servire anche da,
paltò. Io, che ho la testa sulle spalle, ho sempre tutte le
viste. Ha finito?

--Sissignora.

--E uno! Adesso a quest'altro!

E mentre il signor Daniele, che si era lasciato girare e rigirare dal
sarto senza mai dire una parola, tornava frettoloso là donde era
venuto, Maddalena ricominciò a gridare con quanto fiato aveva; in
gola:

--Temistocle! Temistocle!

Comparve, quasi subito, un altro perticone dinoccolato, arruffato,
colla faccia scialba, col naso storto e fatto a spatola e col mento
pecorino; era il primogenito dei Trebeschi. Si sbottonò subito il
panciotto e si fermò diritto dinanzi al sarto, anche lui senza
fiatare.

--Mi raccomando molta roba sotto alle maniche e in fondo ai calzoni,
per farli allungare a un bisogno: la mal'erba cresce.

--Non dubiti, signora Maddalena.

--I bottoni per le _bretelle_, ben forti.

E mentre Temistocle, come prima aveva fatto suo padre, si lasciava
voltare e rivoltare, la signora Maddalena continuava a strapazzarlo:

--Sei uno sciupone: è un peccato farti la roba! Ma perché non prendete
tutti esempio da me, giacché avete la fortuna di avermi sempre
davanti agli occhi? Questo vestito--e ne alzava la sottana
stirandola con una mano--ha più di sei anni ed è ancora nuovo
fiammante!

Poi, al sarto:

--Ha finito?

--Sissignora.

Temistocle non glie lo lasciò ripetere, e mentre la signora Maddalena
esclamava:--E due!--scappò in fondo al magazzino dove, tolta di mano
la bilancia ad un giovanotto che stava pesando un gran fiasco d'olio,
gli disse:

--Corri; tocca a te.

Infatti, in quel punto si udì la voce della signora Maddalena che
chiamava:

--Gian Maria!

Gian Maria, il secondogenito, sebbene avesse un anno soltanto meno di
Temistocle, era molto più piccolo. Ma. aveva la stessa testa
arruffata, lo stesso naso collo stesso mento da pecora.

Dopo di lui si presentò per la misura di un soprabito anche la nipote
del signor Trebeschi: la signorina Cammilla era assestata e aggraziata
nella elegante semplicità della giovane personcina; dal visetto
piacente traspariva la bontà e la dolcezza: tuttavia, chi osservasse
bene la forma del naso e del mento poteva riscontrare anche in lei una
lontana aria di famiglia.

Uno solo, l'ultimo dei Trebeschi, Giacomino, alto, sottile, elegante,
era un bel ragazzo, col naso diritto e il mento aristocratico: tutti
dicevano, per spiegarci tale anomalia, che Giacomino assomigliava alla
mamma. In ogni modo è certo che la somiglianza, se somiglianza c'era,
non rabboniva la signora Maddalena, non la rendeva nè più indulgente
nè più tenera per quel figliuolo; anzi sembrava che nutrisse contro di
lui una strana avversione.

Forse la signora Maddalena era così, perchè Giacomino dal canto suo
dimostrava un carattere troppo vivo e indipendente e certe volte anche
prepotente. Egli intanto dichiarava che non voleva saperne a nessun
patto di fare il «mercante», poi scappava, stava fuori la notte,
giocava al biliardo, dava pizzicotti e abbracci alla serva, e non
aveva nessuna paura di sua madre: fatto straordinario, questo, così
straordinario che gli suscitava intorno un tacito senso di ammirazione
e di simpatia. Tutti quanti facevano carte false per scusarlo, per
difenderlo, per salvarlo dalle furie materne.

Anche quel giorno Giacomino doveva essere lì cogli altri per farsi
prendere la misura; ma, al solito, se n'era dimenticato, e bisognò che
il babbo di nascosto lo mandasse a chiamare.

--Eccomi, _saperlotte!_ Avete detto alle dieci, e non sono che le dieci
e un quarto!--esclamò Giacomino arrivando di corsa, e quantunque la
mamma, muta, con gli occhi torvi (bruttissimo segno!) cercasse di
schermirsi e di respingerlo, egli riuscì a stamparle un bacio sul
collo.

Il sarto, che stava per andarsene, e si era già messo le due pezze
sotto le braccia, le posò sopra uno sgabello per cercare nelle tasche
il nastrino del metro; ma Giacomino, prima di lasciarsi prendere la
misura, volle vedere la stoffa; poi, appena l'ebbe guardata e toccata,
dichiarò che non ne voleva sapere: era troppo grossa, troppo
ordinaria.--No! no! no! E poi sempre vestiti tutti ad un modo, come in
un collegio; peggio, come in una casa di ricovero! No! no! no!...--non
ne voleva sapere!

--Del resto--e scoppiò in una gran risata--tu parli sempre di
risparmio e di economia, e poi non la sai fare, una giusta
economia. Questo inverno dovrò cominciare il mio anno di
volontariato. Che cosa me ne faccio degli abiti... da vile borghese?
Vado in cavalleria, _sapristi!_ Hoplà, là!--E mentre il signor
Daniele, Temistocle, la Cammilla, tutti quanti stavano attenti a
quella scena, cacciando fuori il capo tra le botti d'olio e i barili
di acciughe, Giacomino inforcò una sedia e girò con essa attorno alla
signora Maddalena, fingendo di cavalcare, gridando sempre
allegramente:--Hoplà, là! hoplà, là!

--Ha sentito: lei può andarsene. Se ne vada--disse la signora
Maddalena al sarto che, rimesse le due pezze sotto il braccio, cheto
cheto, infilò l'uscio.

L'audacia era stata troppa: le teste del babbo, dei fratelli, della
cugina non si vedevano più, erano sparite. Gli altri poi facevano
anche più rumore del solito, per timore che la voce della signora
Maddalena non si udisse in istrada.

Ma questa volta la signora Maddalena non fiatò. Continuava a fissare
Giacomo, immobile, muta: quando la signora Maddalena guardava uno dei
giovani del fondaco in quel modo, la sera si facevano i conti e il
disgraziato era messo in libertà.

E infatti essa ripensava a un suo progetto che da anni le mulinava in
testa per quel ragazzaccio. Altro che il _volontariato!_ Lo avrebbe
imbarcato come mozzo sopra una nave a vela: gli avrebbe fatto fare il
giro del mondo. Suo padre non voleva? Voleva lei, e basta.

--Hop! hop! hoplà, là!--continuava a gridare il monello.

Essa a un tratto, mentre le passava vicino, lo, afferrò per i capelli,
lo arrestò scotendolo con violenza.

--Scimmiotto!--borbottò fremente.--Va via! Fuori dei piedi!--e lo
buttò lontano, verso la porta del fondaco.

Il ragazzo alla sua volta impallidì.

--Sì! Anche subito--rispose.--Anche sul momento. Sono un uomo, e non
ti riconosco il diritto di trattarmi come un cane, d'insultarmi in
questo modo. Hai capito?--e si piantò diritto in faccia a sua
madre, fissandola pallido, ma sicuro.

Maddalena lo squadrò dal capo ai piedi; a un tratto si sentì confusa
da quell'occhio limpido, ceruleo, che la fissava, abbassò lo
sguardo.... e scorse allora, per la prima volta, la ciocca colorata di
un fazzoletto di batista che spuntava dalla tasca di Giacomino.

--Che roba è questa?--Di nuovo aggrottò le ciglia, ficcò due dita
nella tasca, ne tirò fuori lentamente il fazzoletto impregnato di
acqua, di Colonia, dietro al quale schizzarono via, e ruzzolarono in
terra un porta-sigarette d'argento ed un ritratto di donna.

--Che roba è?--ripetè la madre con una intonazione.--Roba mia.

--Roba mia--esclamò il giovanotto arditamente.--Roba mia.

E mentre Maddalena si chinava a raccattare il porta-sigarette, egli,
in un attimo, ghermì il ritratto, e se lo ficcò nella tasca interna
della giacca, che si abbottonò risolutamente.

--Quel ritratto a me, fuori!

--No.

--Fuori!

--No: mai.

Il giovane, per difenderlo ancor meglio, incrociò lo braccia sul
petto.

--Vi ripeto: lo voglio e me lo darete.--Ma essa era avvezza a quelle
ribellioni e sapeva che lì per lì, anche a pestarlo, non avrebbe
ottenuto niente. Allora, pesando il porta-sigarette sul palmo della
mano, come per valutarne il prezzo, cambiò discorso:

--Questo, intanto, rispondete, dove lo avete rubato?

--Rubato?...--Lì per lì il ragazzo si sentì montare il sangue alla
testa, ma non poteva, non voleva dire come lo aveva avuto; non
voleva compromettere suo padre.--L'ho comperato coi miei
denari--rispose.

--Bugiardo!--gli gridò in faccia la signora Maddalena colla voce
strozzata, poi, come mossa da un'improvvisa risoluzione:--Venite
con me--gli disse, e si avviò al solito bugigattolo: fece entrare
Giacomino per il primo; essa lo seguì e chiuse l'uscio.

--Tu fai debiti--gli disse, accostandogli la bocca al viso e quasi
bruciandolo con una vampata di fiato.

--No, mamma--balbettò l'altro un po' scosso.

--Tu fai debiti; non negarlo, io lo so. Da un pezzo me ne sono
accorta. I tuoi vestiti li fai rifare, stringere, accomodare. Dove
trovi i quattrini? E le cravatte?--E così dicendo, preso Giacomino
per il nodo della cravatta, lo scoteva, lo stringeva così forte da
soffocarlo.--Tutti i giorni hai una cravatta nuova. Chi ti dà i
danari? E questo... balocco? e mostrava il porta-sigarette--costerà
almeno una cinquantina di lire. Com'è che si trova nelle tue
saccocce? Io denaro non te ne do, tuo padre non può dartene, perché
non ne ha: dunque, o rubi o prendi la roba senza pagare, che fa lo
stesso. Ti conosco, mascherina. Tu non sei come i tuoi fratelli, tu,
tu--e nel crescendo di quel _tu_, misto alla collera, alla minaccia
pareva ci fosse dell'astio, perfino dell'odio.

Giacomo sentì tutto ciò. Nel viso alterato della madre non vide
nessuna espressione di bontà, di affetto; diventò ancor più smorto,
balbettò qualche parola sconnessa, poi, di colpo, scoppiò in un pianto
dirotto.

Alla vista di quelle lacrime, la signora Maddalena, invece di
placarsi, parve anche più inviperita: chissà? quelle lacrime le
ridestavano forse a suo dispetto un senso di pietà e di rimorso in
fondo al cuore.

--Coccodrillo--borbottò. Poi, credendolo vinto, fece l'atto di
mettergli la mano in tasca.-Fuori il ritratto.

--No: questo no!--rispose il ragazzo, ridiventando uomo a quella
minaccia: non piangeva più, e aggrottava a sua volta le ciglia,
guatando la madre cogli occhi torvi.

La signora Maddalena sogghignò beffardamente.

--Un'amante!... E non hai ancora vent'anni! Debiti, giuoco, perché so
che vai anche a giuocare al caffè Biffi, alla birraria Nazionale.
Debiti, giuoco... e donne. Tu sei di quelle buone lane che mandano in
malora le famiglie, che divorano i patrimoni. Ma questo non deve
essere, questo io non voglio che sia, per tuo padre, per i tuoi
fratelli e per me. Nè colle buone, nè colle cattive, nè da bimbo, nè
da ragazzo, nè da uomo, ho mai potuto farti perdere un solo dei tuoi
vizi. Ti ho battuto, persino; peggio che peggio! Non hai sentito nè
l'amor proprio, nè le botte. Ma non si deve andare avanti così.
Guardami bene, e non mi far perdere la bussola, e non farmi diventar
matta. È un caso di dovere e di coscienza: o accetti la mia
proposta... o so io ciò che farò.

--Non ho paura nè di te, nè delle tue minacce, chiare o
tenebrose--rispose Giacomino con piglio arrogante.--Non ho paura di
nessuno, io!... ma visto e considerato che in casa mia sono trattato
come... come non mi piace, così... se la tua proposta è che io me ne
vada... me ne andrò.

Quel bel ragazzo non era mai stato tanto bello come in quel
punto. Pareva l'immagine artistica di David in atto di sfidare il
Gigante.

La signora Maddalena gli disse seccamente che gli avrebbe pagato tutti
i debiti, a un patto: recarsi a Genova dal signor Rosasco, l'armatore,
e imbarcarsi: salute, forza e coraggio ne aveva. Col tempo e la
volontà di lavorare e di far bene poteva riuscire un buon capitano di
mare.

Giacomo si sentì stringere il cuore: e il babbo così buono?... E
_mademoiselle_ Fanny?... la piccola cavallerizza?... quella del
ritratto?... E i suoi fratelli, la sua casa? E Milano... la più bella
città del mondo?... Più, più, mai più! Ma pure il piccolo eroe rimase
diritto, impassibile, con una mano sul fianco, e rispose ancora con
calma senza che i piccoli baffettini biondi, tirati in su, tradissero
un sol tremito delle labbra:

--Sta bene; e sono molto contento di andarmene. Magari oggi per non
aspettare domani.

La signora Maddalena lo guardò, poi volse gli occhi altrove. Meno del
ragazzo, si sentiva sicura di sè; e la sua voce, proprio la sua voce,
era alterata.

--Il signor Rosasco era un buon amico--andava dicendo, quasi per far
animo a lui e a se stessa.--In fin dei conti anche quella poteva
essere una bellissima carriera, forse la sua fortuna. Fosse stata un
uomo lei! Subito in mare! A Milano non c'è più posto per nessuno!
C'è troppa gente!

E concluse rabbonita, sorridendo per la prima volta, per la prima
volta insinuante, dispostissima a sentire la confessione di una somma
enorme:

--La cifra de' tuoi debiti? Dimmi tutto. Prima di partire pagherai.

--Venti o trenta lire, al giovine del sarto Martinenghi, che mi
accomoda gli abiti.

--Va bene, va bene; il più grosso, sentiamo il più grosso.

--Ventidue lire alla calzoleria inglese, per un paio di scarpe gialle,
di bulgaro.

--E poi? E poi?... Di' tutto. Hai la fortuna di avere una madre buona,
generosa e che, a tempo debito, sa anche perdonare. E poi?

Giacomino pensò, ripensò. Doveva confessare anche quel centinaio di
lire che gli aveva prestato il babbo e colle quali aveva comperato i
fiori e un frustino di tartaruga col pomo dorato e anche quel
porta-sigarette per regalare a _mademoiselle_ Fanny? No; non lo doveva
dire: non lo poteva dire. Non voleva che il babbo fosse sgridato per
lui, povero babbo!

--E poi? Avanti.

--E poi--rispose forte e in fretta per finirla--un conto di
cravatte, due o tre paia di guanti e dodici lire alla confetteria di
Santa Margherita.

--E altro?

La signora Maddalena, per quanto avara, pareva desiderasse, in quel
momento, che il figlio avesse un monte di debiti.

--Proprio nient'altro?--domandò con una strizzatina d'occhi
significante.--E... la signorina del ritratto?

--Questo è affar mio. Quanto ai miei debiti, se ti paion pochi, non
posso inventarne degli altri per farti piacere.

--Eh, eh! signorino!--Non le pare che ce ne sia abbastanza?

La signora Maddalena, a poco a poco riprendeva il sopravvento sulla
madre.

--Che cosa si può sperare, quando, sotto la mia educazione e col mio
esempio, uno scapestrato che non ha ancora vent'anni spreca un
mucchio di danaro per la gola, per la vanità, per fare il milordino?
Io posso vantarmi di non aver mai buttato via quattrini nè per la
moda, nè pei capricci, e non ho mai sciupato dodici lire dal
pasticciere, avendo da mangiare a casa mia.

Povero Giacomino! La signora Maddalena non poteva immaginarsi che
quelle dodici lirette erano state rosicchiate in tanti confetti dai
candidi dentini di _mademoiselle_ Fanny.

--Dovrò partire, quando?--demandò il giovanotto, che voleva finirla;
anche per trovarsi solo ed essere padrone del suo dolore, per
sfogarsi, per piangere.

--Partirete... quando avrò la risposta del Rosasco: gli scrivo
subito. Andate.

Ma la signora Maddalena, anche questa volta, girò gli occhi per non
guardarlo in faccia.

--Sta bene--rispose Giacomino. Si avviò, poi tornò indietro.--Siamo
intesi: lo dirai tu al babbo... perché io... (sentì inumidirsi le
palpebre), perché io non gli dirò nulla--concluse arrogantemente,
con un'alzata di spalle. Si rizzò, s'inchinò e--uno, due, tre--se
la battè con un colpo secco dei tacchi.

--Siamo intesi: buon giorno.--E se ne andò.

--Superbo, donnaiolo, dissipatore! Io devo difendere la casa; la ditta
Monghisoni--borbottò la signora Maddalena rimasta sola. E
quand'ebbe finita e chiusa la lettera al signor Antonio Rosasco,
armatore, a San Pier d'Arena, vi scrisse sopra: _Urgentissima_.



III.


Tutti erano assai inquieti nel fondaco. Perché la signora Maddalena si
era chiusa nello scrittoio con Giacomino? Come mai?

Di solito, quando andava in bestia, strillava come un'anima dannata,
anche davanti alla gente, e quella volta non si udiva nemmeno la sua
voce!...

--Dio, Dio, Dio! Che cosa gli farà?--gemeva la signorina Cammilla, e
diventava pallida pensando a Giacomino.--Che cosa gli dirà? Che
cosa gli farà confessare?--pensava alla sua volta il signor
Daniele, più stralunato, più arruffato, più giallo che mai,
sbirciando alla sfuggita l'uscio del casotto, dove la sua signora si
era chiusa col figliuolo.

Pure la Cammilla si consolava un poco quando Gian Maria e Temistocle
rispondevano con un'alzata di spalle che quell'altro non aveva paura
di nessuno e avrebbe saputo difendersi. Il signor Daniele invece si
sentiva sempre più scombussolato e sgomento, sbagliava nel far le
somme, gli tremava la mano nel pesare, non capiva più niente.

E aveva ben ragione di essere inquieto; stava peggio lui di Giacomino:
l'aveva fatta più grossa.

--Dio, Dio, Dio! Se Giacomino, messo alle strette, minacciato,
spaventato, facesse una frittata? Se confessasse che i denari li
aveva avuti da suo padre?... Che a giuocare a biliardo, al Biffi, ci
andava con suo padre? Se... Dio, Dio, Dio! (e da giallo diventava
verde), se Giacomino confessava, tutto il resto!... Se parlava di
madamigella Fanny?...

Quando il ritrattino della cavallerizza era saltato fuori dalla tasca
di Giacomo, nessuno l'aveva visto, tranne la signora Maddalena. Se il
signor Daniele fosse stato presente, sarebbe scappato Dio sa
dove!... A Melegnano da' suoi parenti, e più in là, anche in capo al
mondo!

E causa di tutto, l'amor paterno. Un cieco, un eccessivo amor paterno;
un misto d'affetto e d'orgoglio pel suo bel ragazzo così ardito, così
sano, così prepotente! Insomma così diverso da lui!

Il signor Daniele era la gallina che aveva covato un uovo di aquila;
rimaneva come sbalordito e timoroso dinanzi a quel figliuolo, che non
pareva dello stesso sangue dagli altri: lo ammirava, nelle sue
qualità, ne suoi difetti, nei suoi vizi; e non solo, ma di soppianto
dalla madre, lo contentava in ogni capriccio, quasi cedeva alle sue
volontà e ne seguiva persino i cattivi esempi.

Dal figliuolo si era lasciato indurre una sera ad entrare al caffè
Biffi: passeggiavano da un pezzo sotto la Galleria, quando ad un
tratto Giacomo scorse seduti ad un tavolino del caffè alcuni suoi
antichi condiscepoli dell'istituto tecnico, e tutti volontari di
cavalleria.

Come avrebbe potuto il signor Daniele trattenere quel diavolo di
Giacomino, che senza alcun riguardo si era buttato allegramente fra le
braccia dei compagni?

--Addio, Moretti!

--Oh, Trebeschi!

--Cosa fai?

--Come stai?

--Sono in cavalleria!

--Anch'io quest'inverno! Anch'io entro in cavalleria!--Ma, per il
momento, entrarono invece nella, sala da biliardo, dopo aver
traversato rumorosamente il caffè, urtando la gente... e il signor
Daniele dietro, trasognato, meravigliato per la disinvoltura e la
baldanza del figliuolo.

--Permettete? Facciamo le presentazioni: mio padre.

E Giacomino, con signorile eleganza, appoggiandosi ad una stecca di
biliardo, fece tutte le presentazioni speditamente e coi dovuti
inchini, mentre il buon Daniele sorrideva come uno stupido e
s'imbrogliava nello stringere tutte quelle mani.

--Complimenti!... Servitor suo!--e guardava Giacomino per farsi
coraggio.

E proprio lì, proprio in quel maledetto caffè Biffi, sempre per causa
di quel diavolo scatenato, una bella sera egli aveva fatto la
conoscenza, e aveva parlato la prima volta con madamigella Fanny.
Cioè, parlato no. Egli si era contentato di dirle: _bon soàr,
madamoasèl_, quando la signorina si era alzata per andar via. Ma
intanto aveva cominciato col pagare il _punch frappé_... e dopo...
dopo non c'era stato più rimedio.

--Se Maddalena venisse a saperlo!... Che finimondo!--E il signor
Daniele, tremante, tornava a guardare verso il bugigattolo e l'uscio
sempre chiuso. A poco a poco, l'oppressione, l'affanno gli
toglievano il respiro.

Gli, pareva a volte che il casotto traballasse, che sua moglie ne
scattasse fuori come una bomba, mettendo sossopra tutto il fondaco,
tutta la via Lentasio, vomitando ingiurie e vituperi.

E il signor Daniele, riguardoso e delicato, soffriva in cuore suo,
anche nel pensare alle brutte parolacce che senza dubbio avrebbero
colpito ingiustamente quella gentilissima signorina, così piena di
sentimenti dignitosi e disinteressati: con quel piccolo neo dietro
l'orecchio, col collo d'avorio, sottile e trasparente nel cravattone
rosso, e... e che, gli stringeva la mano con tanta forza da
storpiargliela, dicendogli: _mon cher ami!_

--Babbo! Il Cartolari ha rimandato il conto! Ancora non va bene.

--Chiama Temistocle!... Parla colla Cammilla!

Aveva altro in niente lui che il Cartolari e i conti sbagliati! Seduto
in un angolo buio del fondaco, tenendo sempre d'occhio l'uscio dello
scrittoio, riandava nella mente tutta la storia di quel suo incontro
colla signorina Fanny.

Una storia semplice, del resto e naturalissima nella sua... fatalità.

La signora Maddalena era andata a Lodi per affari, e non sarebbe
tornata altro che il giorno dopo: erano in piena libertà... non c'era
nemmeno il pericolo che la serva facesse la spia alla padrona, perché
era stata mandata via su' due piedi. Il pranzo lo aveva preparato la
Cammilla, e per stare allegri, invece del solito lesso e riso e rape,
avevano ordinato maccheroni, polpettone, tortelli; ne avevano fatta
una scorpacciata. Temistocle e Gian Maria russavano colla testa giù,
sulla tavola. Il signor Daniele sonnecchiava, ma con una certa
compostezza; Cammilla, accesa in volto, certo per il calor dei
fornelli, rideva e scherzava con Giacomino... Dio santo! Non potevano
continuarla così tutta sera, a divertirsi innocentemente?... Signor
no! Giacomino, a un tratto, passa vicino al babbo, gli tocca il
gomito, gli strizza l'occhio, fa l'atto di tirare un colpo colla
stecca del biliardo:

--Si va a prendere una boccata d'aria? _Saperlotte!_ Quattro passi e poi
si torna!

Invece, quando il signor Daniele tornò a casa col figliuolo, la mezza
era sonata da un'ora. Avevano fatto cinque o sei giri in Galleria, e
Giacomo, ad ogni giro si era scostato dal babbo per spiare dai
cristalli del caffè Biffi se vedeva il tavolino coi soliti amici: non
c'era nessuno.

--_Saperlotte!_

--Andiamo a dormire: è molto meglio.

Il signor Daniele pareva avesse il presentimento d'una grande
disgrazia. Ma il figliuolo entrò diritto nel caffè, e lui, par non
lasciarlo solo, gli tenne dietro sospirando.

--Un _punch frappè!_ Molto _frappè!_

Giacomino allungò le braccia, tirò fuori i polsini dalle maniche,
accese una sigaretta e domandò lo _Sport illustrato_ e il _Figaro_.

Il babbo lo contemplava estatico.

--Fumi troppo, ti farà male--gli disse poi con un tono di voce
sommesso e carezzevole.

Giacomo, per tutta risposta, fece passare il fumo della sigaretta per
il naso come i Turchi, poi lo inghiottì come gli Spagnuoli; poi,
alzando il capo, vide fermarsi poco innanzi al suo tavolino una bella
signora, mezzo vestita da uomo, accompagnata da un giovanotto con un
soprabitino cortissimo e un berettino di panno bigio; la signora
cercava un posto dove sedersi: ma il caffè era tutto pieno.

--Si accomodi, prego--esclamò il giovane Trebeschi alzandosi e
inchinandosi con perfetta galanteria. Si alzò quasi subito anche il
signor Daniele, ma per la confusione il cappello gli scivolò di mano
e andò a cadere sotto il tavolino.

--_Merci, monsieur_.

Il giovanotto fece un gran saluto col berrettino stendendo il braccio
all'inglese, e la signora,--_Merci, messieurs_--si accomodò fra
Giacomo e Daniele.

Quest'ultimo, seduto a mezzo sulla sedia per tenersi il più possibile
lontano dalla signora, cominciava a guardarla di sottecchi.

Essa aveva un soprabito come un uomo, ma era un gran bel... soprabito.

Dopo alcune domande, buttate là a caso da Giacomino, si avviò subito
un'animatissima conversazione. Il signor Daniele stava attento, a
bocca aperta, ma capiva poco perchè parlavano in francese e molto in
fretta. Ad un tratto vide Giacomino alzarsi; si alzò subito anche lui,
credendo di andar via; invece c'erano le presentazioni: il tic di
Giacomino.

--_Mon père_--poi voltandosi--_Mademoiselle Fanny Richard_.

--_Monsieur Richard, le frère de mademoiselle_.--Ah, era suo
fratello!...

Il signor Daniele s'inchinò, riafferrò a tempo il vecchio cilindro che
gli scappava di mano un'altra volta, poi mentre Giacomo chiamava il
cameriere e gli ordinava due altri _punch frappès_, disse sottovoce al
figliuolo che avrebbe preso anche lui un'acqua d'arancio. E fu
contento di quella risoluzione. Dinanzi alla sua acqua d'arancio, si
sentiva tornare il coraggio, aveva qualche cosa per occupare il tempo
e le mani, e, bevendo l'aranciata a sorsi, poteva sbirciare a suo
bell'agio madamigella Fanny.

Sotto il soprabito essa aveva la giacchettina e il _gilet_ bianco, la
camicia, la cravatta, tutto come un uomo.

--Ah, il giovinetto non era che suo fratello--continuava a pensare il
signor Daniele, e guardava la signorina con maggior fiducia.

Quella madamigella era proprio... un bell'ometto!

La grazia femminile risaltava in lei maggiormente per il contrasto
dell'abito. I labbruzzi procaci, bagnati dal punch frappé, parean
foglie di rosa. Daniele continuava a star attento, a sorridere quando
ridevano gli altri e a non capire. Gli pareva che parlassero di
cavalli: certo dovevano parlar di cavalli. Giacomino ci prendeva tanto
gusto! Giacomino andava matto per i cavalli! Certe volte rimaneva
estatico persino dinanzi ai _brum_ di porta Romana. E il babbo, dopo
aver guardato con compiacenza il figliuolo, tornava a bere un sorso
d'aranciata e tornava a rimirare la signorina. A un tratto egli
arrossì, abbassò gli occhi. Madamigella Fanny aveva caldo, si era
sbottonata, con una rapida scorsa della mano scintillante di gemme,
tutta la giacchettina e lo splendore del _gilet_ bianco aveva
abbarbagliato il signor Daniele. Giacomo e gli altri parlavano proprio
di cavalli. Figurarsi! Erano due cavallerizzi del _Circo Stanislao_.

Ma niente sottanino corto; «amazzone» e «alta scuola». Madamigella e
monsieur Richard erano ricchi proprietari di una scuderia in
Inghilterra, artisti per passione; l'ippodromo era uno _sport_.

Giacomino spiegò tutto questo al babbo, soggiungendo con calore:--E
domani sera un gran _debutto_ al Dal Verme!

Domani sera?...

Quel _domani sera_ ricordò al signor Daniele il ritorno della moglie
che aveva dimenticato. Il pover'uomo si rannuvolò, sospirò, e fece
cenno al figliuolo che era tardi, era ora di tornar a casa.

Ma che! Giacomino faceva il bravo col suo francese!... già aveva
sempre preso il dieci anche a scuola; e parlava persino coll'_erre!_

--Voi dovete essere--come si dice,--_molto fiero di vostro
figlio_--esclamò ad un tratto madamigella Fanny, rivolgendosi a
Daniele, sforzandosi di parlar italiano, e guardandolo per la prima
volta con certi occhi neri e luccicanti che diventavano sempre più
grandi.

Il babbo sorrise: chinò in fretta la testa arruffata e si accostò il
bicchiere alle labbra per bere un altro sorso d'aranciata, ma il
bicchiere era vuoto..

Dopo aver parlato di cavalli, parlarono di scherma. Un'altra gran
passione di Giacomino: ora peraltro non poteva esercitarsi come
avrebbe voluto, perché alla palestra non si dava se non una lezione
alla settimana.

Il signor Richard gli promise allora d'insegnargli un _colpo_
straordinario: un colpo, col quale a Parigi aveva; passato da parte a
parte un certo conte Brakonine, un russo, che si era permesso con sua
sorella certi modi che non gli andavano. E parlando mezzo francese e
mezzo italiano si voltò a raccontare il fatto al signor Trebeschi,
mentre madamigella Fanny, bisbigliando pianino con Giacomo, gli dava
appuntamento per la sera dopo al Dal Verme.

Il racconto del signor Richard andava per le lunghe. Aveva già
consegnato due _schiaffoni_ al conte Brakonine, lo aveva mandato a gambe
all'aria nella «pista», lo aveva già passato da parte a parte più
d'una volta, quando la signorina si alzò e dopo essersi fatta
promettere una visita per la sera dopo al Dal Verme, cominciò a
fissare il signor Daniele... continuò a fissarlo.

E mentre Giacomo impediva a monsieur Richard di pagare, essa strinse
la mano del babbo due volte con tanta forza, che il pover'uomo ne
rimase scombussolato.

--_Bonsoàr, madamoasèl!_

Il signor Daniele non seppe dir altro.

Per tutto il giorno dopo il brav'uomo fece il muso lungo con
Giacomino, modi bruschi, poche parole condite col _voi_ a tutto spiano;
cercava insomma di imitare la cera ed il farà imperioso della moglie.

Ma l'altro non se ne diede per inteso; dopo cena, dietro le spalle
della madre che, stanca del viaggio, cascava dal sonno, continuava a
strizzar l'occhio e a far l'atto di tirare un colpo colla stecca.

Daniele era sulle spine, temendo che sua moglie si accorgesse di tutta
quella mimica.

--Sì!... ho capito!...--diceva Giacomo sottovoce--appena la mamma
sarà andata a letto.

Si riservava di fare al figliuolo una solenne paternale per la strada;
e infatti, mentre camminavano in via Lentasio per sbucare a porta
Romana, ne rimuginava l'esordio, quando a un tratto Giacomino,
prendendolo a braccetto colla sua solita monelleria affettuosa, sparò
il colpo a bruciapelo:

--_Mon père_, andiamo al Dal Verme?

--Sei matto?... Siete matto!

E Daniele che aveva pensato tutto il giorno a quel teatro, appunto
perché non ci voleva pensare, si staccò a viva forza dal figliuolo.

--Siete matto! È ora di finirla! Dovreste imitare il mio esempio!
Lavorare! Andare a letto!

--Allora dammi i denari! andrò io solo--rispose Giacomo arrabbiandosi
lui pure, ma sul serio.--Ho dato la mia parola e non voglio
mancare. Non voglio aver osservazioni dal signor Richard. Non sono
più un bimbo, sono un uomo.

Che c'è di male? Meglio al teatro che in una bisca!--E, borbottando e
gesticolando, continuò a camminare in fretta verso il Dal Verme,
mentre il signor Daniele, curvo, muto, gli teneva dietro per non saper
che fare, per non lasciarlo andar solo, per paura che gli scappasse.

E così Giacomino sempre innanzi, il signor Daniele sempre dietro, si
trovarono alla porta del teatro.

--I denari per i biglietti--intimò il giovinotto fermandosi su' due
piedi.

L'altro cercò di qua e di là il portafogli, con una lentezza da far
disperare; infino lo trovò, lo apri meticolosamente e non meno
meticolosamente scelse il più sudicio fra i biglietti da dieci
lire... durò un pezzo a fregarlo colle dita per assicurarsi che non
erano due. Poi, scrollando la testa, seguì un po' alla lontana il
figliuolo... e finì col sorridere ancora di compiacenza, vedendo come
sapesse farsi largo fra la calca fino al finestrino.

--_Pardon messieurs, pardon mesdames_, due _fauteuils_ di prima fila, _s'il
vous plait!_



IV.


Il signor Daniele era sempre rannicchiato nel cantuccio buio del
fondaco; pure, al ricordo di quel suo primo ingresso al Dal Verme, si
sentì come avvolto da una gran luce allegra e calda: la folla muta
gremiva il teatro: l'orchestra sonava in tono lamentevole la _Stella
confidente_.

_Gladiator_, montato all'alta scuola da madamigella Fanny, eseguiva il
«passo spagnuolo».

_Gladiator_, come spiegava il manifesto, era il «famoso stallone arabo,
regalato alla _Stella del Circo Stanislao_ da Mohamed-pascià»,

--Sediamoci?--aveva detto Daniele a Giacomino, subito quando, a furia
di gomitate e di spintoni, erano arrivati ai loro, posti.--Sediamoci?

Il signor Daniele, alla vista di madamigella Fanny, così esposta al
pubblico, nell'amazzone nera, attillata, a cavallo di _Gladiator_, aveva
provato come un barbaglio, un senso misto di confusione, di gelosia e
di timidezza vereconda: non voleva, non osava guardarla: gli pareva
che, seduto, sarebbe stato più nascosto e tornò a domandare al
figliuolo:

--Sediamoci?

--Oh! Oh! C'è tutto il Nizza cavalleria!--esclamò Giacomino, che
aveva visto gli ufficiali prima ancora di madamigella Fanny, e di
corsa, saltando lo steccato e attraversando l'ultimo tratto della
pista, andò a salutare il capitano Braganza, un suo amico del caffè
Biffi.

--Che fai?..... Che fai?..... Giacomino! Giacomino!

--Giù a sedere--gridò una voce rabbiosa dietro il signor Daniele.

Il signor Daniele si sedette di colpo.

--Cappello!--intimò poco dopo la stessa voce: e il signor Daniele,
subito, si tolse anche il cappallo senza voltarsi: guardava sempre
Giacomino, aspettando che tornasse, o almeno gli facesse cenno.

Oh sì!... aveva altro in mente il giovinotto! Dopo stretta la destra
al capitano, si era avvicinato a M. Richard che, in falda e stivaloni
alla scudiera e con un grosso frustino in mano, teneva d'occhio ogni
movimento di _Gladiator_.

--Bellissimo teatro, _saperlotte!_

--Tutto quello che c'è a Milano, come a Parigi, a Berlino, a
Filadelfia!... tutto quello che c'è a Milano di più _high-life_, anche
il generale Piccolomini di Coccorito.

_Gladiator_, nel frattempo, sempre al suono della _Stella confidente_,
aveva finito il «passo spagnolo» e incominciava la «danza
scozzese». Il cavallo mordeva il freno bavoso, sbuffava, nitriva,
squassava la criniera, ma pure doveva piegarsi sotto la mano esperta o
il ginocchio di ferro di madamigella Fanny e fare lentamente e
leggermente tutto il giro del circolo, cullandosi sulle quattro zampe.

--Brava! Benissimo!

Il pubblico applaudiva, e il signor Daniele si faceva piccino nella
sua poltrona come per nascondersi. Aveva guardato una volta sola
madamigella Fanny, diritta sol cavallo bianco. L'aveva guardata per un
attimo, appena entrato in teatro... e dopo tanti giorni, anche allora
che ci ripensava in quell'angolo riposto del fondaco Monghisoni,
l'aveva ancora stampata negli occhi quella figura viva e procace: ne
vedeva ancora il cappello a cilindro, lucentissimo, un po' sollevato
dal grosso volume delle trecce, il solmo candido stretto ai collo
delicato, le spalle larghe, il vitino sottile... e il mazzo di
garofani rossi sul seno rotondo, sporgente, dentro l'amazzone
attillata...

Era stato un incubo per lui lo spettacolo di quella svelta
cavallerizza, di quel pubblico applaudente, di tutti quegli ufficiali,
di quei giovanotti eleganti, che sorridevano, che scherzavano con lei,
che la divoravano col desiderio.

Il buon uomo non vedeva l'ora che finissero gli sgambetti e le
giravolte di _Gladiator_.

Ma ecco un ultimo esercizio. Madamigella Fanny aveva fatto impennare,
il cavallo.--Su! su! su!--E il signor Daniele si era sentito un
brivido nella ossa.--Su! su! su!--_Gladiator_ tutto diritto, zampava
in aria furiosamente... Madamigella Fanny si aggrappava alla
criniera... Poi «hop» aveva gridato colla vocina acuta, ridente,
prendendo la rincorsa; una frustata schioccante di M. Richard, e via,
aveva saltato lo steccato fra uno scoppio di applausi.

--Brava! Benissimo!

E Giacomino?

Giacomino era in piedi, in mezzo allo stuolo degli ufficiali. Col
cappello sulle ventitré e la mazza ficcata in una tasca dei soprabito,
approvava e ammirava col gergo di chi se ne intende _Gladiator_ e la
Fanny.

--Se Dio vuole, è finito!

Il signor Daniele respirava e si allungava più comodamente nella
poltroncina; ma tutto ad un tratto, ricomincia la _Stella confidente_ ed
eccola... eccola daccapo!

E un terzo incanto; non più il «bell'omino» dalla sera innanzi, non
più la intrepida amazzone di prima: è a piedi, sola in mezzo al Circo
immenso, reggendosi con una mano il lungo strascico e coll'altra
mandando al pubblico saluti e baci...

Nuovi applausi, nuovo entusiasmo, e un'altra volta, due, tre, la
_Stella confidente_ e madamigella Fanny. Ma poi... la storia era
continuata... Dopo qualche sera--povera ragazza!--poca gente al Dal
Verme e pochi quattrini.

La virtù non è mai premiata a questo mondo: aveva ragione M. Richard.

--Se _ma soeur_--diceva--fosse come le altre centomila, bisognerebbe
tutta le sere allargare il vostro Dal Verme. Invece la mia sorella,
alto là, gentilissima, amabilissima, riconoscente a tutte le
cortesie, ma... alto là. E di giorno, durante la _répétition_, e di
sera con noi a cena, nessun altro che il generale Piccolomini di
Coccorito, vecchio amico, e voi se ci farete l'onore.

Come dir di no?... e, qualche volta di giorno, colla scusa degli
affari o della Camera di commercio, e qualche volta la sera, dopo che
sua moglie era andata a letto e si era addormentata, il signor
Daniele, strigliato, profumato, inguantato da Giacomino, scappava con
Giacomino medesimo da madamigella Fanny.--Ma lui ci andava soltanto
per sollecitudine paterna: per non lasciar andar solo il figliuolo,
per invigilarlo, per impedire all'occorrenza che commettesse uno
sproposito.

Proibire il Dal Verme al figliuolo?--Come poteva fare oramai?
Giacomino aveva vent'anni e Maddalena aveva torto di volerlo tener
sempre cucito alle sue gonnelle e sempre senza un soldo. Il troppo
stroppia. E alle volte una simpatia innocentissima poteva
salvare... dal pericolo. E pericolo con madamigella Fanny non ce n'era
punto. L'intrepida amazzone del Circo Stanislao era a prova di
bomba.--Lo diceva lei stessa, nel suo camerino, al signor Daniele,
fissandolo con quegli occhi magici, scintillanti come le stelle e
penetranti come un coltello--glielo diceva lei stessa sorridendo,
sfiorandogli il ciuffo dei capelli arruffati, colla punta del
frustino.

--No, no, no!... Quello che dovrà essere _lui_ non è ancora arrivato.

--E il generale?... Piccolomini?

--Il generale? Oh! il generale non è altro che _le grand
père_. Compris?...--Il nonno! E la bella ragazza, accarezzando più
forte colla punta del frustino il ciuffo arruffato di Daniele,
tornava a sorridere, tornava a guardarlo fisso e tornava a ripetere:

--No, no, no!... Marameo! Quello che dovrà essere _lui_ non è ancora
arrivato!

--Birichina! Birichina!

E ripensandoci, il signor Daniele sorrideva: sorrideva anche in quel
fondaco melanconico, davanti all'uscio chiuso dello scrittoio della
moglie.

--Birichina!... Birichina!...

Ma... e Giacomo?... Perché Maddalena lo teneva sempre chiuso?... Se
Giacomo avesse parlato? Se avesse confessato tutto?

Allora ricominciava la paura e colla paura il pentimento.

Aveva speso troppo: il _lunch_, come lo chiamava M. Richard, all'ora
della prova, e la cenetta dopo il teatro, ingoiavano un mucchio di
quattrini. Aveva fatto male a lasciar sempre ordinare e comandare a
quei ragazzi.

E poi i fiori? E poi il frustino per la beneficiata?... E l'astuccio
dalle spagnolette che dovevano regalare a madamigella Fanny quel
giorno alla prova, o quella sera a cena... appena insomma avrebbero
potuto svignarsela?

Aveva fatto male; anzi malissimo. Era stato imprudente. Avrebbe dovuto
subito, fino dalla prima sera, obbligare Giacomino ad andarsene a
letto, proibire il Dal Verme, proibire le lezioni di scherma di
_monsieur_ Richard, le passeggiate a cavallo di _Gladiator_... proibire le
spagnolette, le ostriche, il cognac, la _omelette soufflée!_

E coi pentimenti e coi rimorsi gli riappariva dinanzi, più che mai
terribile, minaccioso il fantasma della moglie, quando a un tratto si
spalancò l'uscio dello scrittoio e Giacomino--finalmente!--Giacomino
ne uscì in libertà!

Daniele, subito, gli passò accanto in mezzo al buio e gli domandò
sottovoce:

--Hai parlato? Hai confessato?

--Io? Per chi mi prendi? La mamma non sa nulla: règolati. Bada di non
cascarci tu. Senti? La mamma ti chiama. E il ragazzo, un po'
pallido, ma sicuro, attraversò il fondaco per salire in casa.

Temistocle, l'altro fratello, e più di tutti la Cammilla, gli giravano
attorno, inquieti, ansiosi, per interrogarlo.

--Niente! Niente! Una sfuriata delle solite--rispose Giacomo con
un'alzata di spalle e passò via in fretta,--mentre anche il babbo,
ormai rassicurato, lo seguiva e lo accarezzava con uno sguardo
amoroso.--Come lo avrebbe abbracciato volentieri!

--Daniele! Taartaruga!

Alla voce della signora Maddalena, Daniele si voltò di colpo,
traballando:

--Eccomi! Eccomi!--e corse affannosamente fin sull'uscio dello
scrittoio.

--Dentro--gl'intimò la moglie.

--Eccomi--ed entrò.

--Chiudete.

Il signor Daniele, chiuse d'uscio, sgraffiandosi anche un dito tra per
la fretta e la confusione.

--Bisogna mandare questa lettera alla posta, sul momento--strillò la
signora Maddalena mostrandogli la lettera scritta al Rosasco.--Ma
alla posta centrale. È più sicura.

--Dammela, la porto io.--Al signor Daniele non pareva vero di
cavarsela così a buon mercato.

--Un momento. Dovete prima sapere anche voi di che; si tratta--rispose
la signora Maddalena, che nelle occasioni più solenni dava sempre del
_voi_ a tutti.--Scrivo al signor Rosasco--soggiunse con voce, alquanto
velata e interrotta da una tossetta secca--per avvisarlo che gli
mando... gli mando... quel bel mobile.

--Giacomino?

--Sissignore; Giacomino, che tutti quanti avete guastato, viziato,
resa insopportabile, pericoloso!

Pareva a Maddalena, coll'andare in furia, di scaricare addosso agli
altri, in tutto o in parte, la gravita e l'odiosità della risoluzione
presa.

--Vuoi mandare Giacomino a Genova?

--Appunto a Genova; per imbarcarsi.

--Imbarcarsi?... Per dove?

--Per dove, pur dove... per dove sarà.

La signora Maddalena voleva far presto, finirla. Aveva le guance
rosse, era in orgasmo, sbuffava.

Le domande, le spiegazioni, le chiacchiere, la rimescolavano ancora
più del solite.

--Mi sono abbastanza fatto il sangue guasto con... quello là! Se non
vi siete proprio messi in testa di farmi crepare, abbiate; un po' di
carità, e meno discorsi.

--Ma, scusa--insisteva il signor Daniele sommessamente--deve
cominciare l'anno di volontariato fra pochi mesi.

--Il volontariato lo farà invece Gian Maria. È un tanghero che ha
bisogno di svegliarsi e di rinforzarsi. Del resto, quando io, colla,
mia testa, e io l'ho sempre avuta sulle, spalle, ho pensato una
cosa, vuol dire che tutte le altre... le ho già messe, in regola.

Il signor Daniele diventava, pallido, taceva succiandosi il dito
spellato.

--E voi, invece di fare opposizione, dovreste ringraziarmi... e
benedirmi.

--Io non faccio nessuna opposizione--balbettò Daniele dopo un
momento.--Soltanto vorrei capire meglio la tua idea. Vuoi
imbarcarlo? Per dove?... Come?... Vuoi farne... un marinaio?

E a, mano a mano anche Daniele si riscaldava, alzava la voce. Per la
prima volta sentiva in sè quasi un soffio di ribellione; il suo cuore
si rivoltava, e anche la sua coscienza: non poteva, non doveva
abbandonare Giacomino. Giacomino, che sarebbe stato punito così
ingiustamente, così barbaramente, perché aveva taciuto, perché lo
aveva salvato.

No! no! Doveva difenderlo; doveva salvarlo alla sua volta; lo doveva
come padre e come galantuomo.

--Vuoi allontanarlo dalla famiglia, dalla casa?--ripigliò, dopo un
momento, vincendo il tremito e l'affanno che gli soffocavano la
voce.--In fine, non ha commesso nessun delitto.

Il petto poderoso della signora, Maddalena ebbe un sussulto, che essa
fermò e represse a fatica, colle due mani.

Poi rispose colla, bocca amara e colle labbra asciutte, sforzandosi di
parer calma:

--Tu non hai due dita di comprendonio, ma io sì, ne ho per tutti
quanti, e per ciò, io non voglio aspettare a correggere quando non si
sarebbe più in tempo, quando ci avrà sciupato mezzo patrimonio.--Si
avvicinò al signor Daniele e gli bisbigliò all'orecchio:--Quel ragazzo
fa debiti, ha delle amanti, giuoca! Via, via presto!

--Come me! Come me!--gemeva in cuor suo il povero Daniele; e
dopo un breve silenzio riprese più umile, per riuscire più
persuasivo:--Scusami, Maddalena, ma... per il momento... per
il momento ripensiamoci.

--È un anno che io ci penso e ripenso.

--Tu sì, ma io no... e vorrei anch'io assuefarmi a questa... idea.

«Finché c'è tempo c'è fiato» e il signor Daniele, debole e incerto,
aspettava sempre molto dal tempo.

--Se non ci avete pensato--la signora Maddalena ricominciava col
_voi_--è colpa vostra. Non è la prima volta che io vi metto a parte di
questa mia idea, che vi propongo d'imbarcare...--cercò un epiteto per
non voler dire il nome, poi borbottò:--Giacomino.

--Ma io credeva non fosse altro che una minaccia, per
ischerzo!--rispose il signor Daniele.

--Scherzo? Io non scherzo mai! Quando avrei tempo di scherzare, con
tutti i fastidi, i dispiaceri che mi date? Ad ogni modo, adesso lo
sapete: non è uno scherzo: basta così.

Daniele si risentì. Aveva la pelle dura, ma soltanto per sè: qui
trattavasi di suo figlio.

--No, non basta--rispose facendosi bianco come un cencio lavato e con
voce bassa, occhi bassi, capo basso, quasi aspettando di essere
fulminato, ma risoluto a tener fermo--no, non basta: in vent'anni
ho accettato tutto, non ho mai rifiutato: ma adesso si tratta del
mio sangue; c'è di mezzo il cuore.

Alla Maddalena scintillavano gli occhi e tremavano le labbra; e chissà
in quali parole stava per prorompere: ma quel giorno faceva miracoli,
e si frenò ancora.

--È anche per il suo bene--rispose dopo un momento.--Io posso
giudicarne perché ci vedo da lontano. E in quanto al cuore--qui
tornò ad alzare la voce--ho ereditato quello di mio padre, il che
vuol dire che ne ho più di tutti. Ma cuore--e così dicendo si
batteva forte sul petto resistente,--vero cuore, non sugo... di
pomodoro!--Poi, calmandosi daccapo e fingendo di crederlo oramai
convinto, par togliergli il coraggio di risponder altro, gli tornò a
porgere la lettera.

--Va, va; porta questa lettera alla posta. Un giorno mi ringrazierai.

Il povero signor Daniele sudava freddo e gli tremavano i ginocchi.

--I miei figliuoli... io... io non domando altro. Ho sempre taciuto,
non sono mai stato padrone di niente, ma i miei figliuoli... li
voglio con me!

Ciò detto, chiuse gli occhi, si era al finimondo.

--Hai sempre taciuto? Che cosa avevi da dire?--domandò la signora
Maddalena, più ancora maravigliata, quasi, che offesa.--Non hai mai
domandato niente? Non sei mai stato padrone di niente? Ma... sei mio
marito, sì o no?--E chi ti ha fatto padrone della casa, tal quale
come me?

--No, non è vero! Non è vero! Io servo; sono un servo. Come prima!
Come sempre! Padrone di niente! Padrone di niente! Ma dei miei
figli, questo poi, sì, dei miei figli sono padrone anch'io, voglio
essere padrone anch'io!

E per la prima volta in vita sua, trovata la via dello sfogo, il
signor Daniele, balbettando e tremando, tirava innanzi senza finir
più, ripetendo continuamente le stesse cose, le stesse parole.

Maddalena a un tratto ebbe un impeto di collera; gli afferrò il ciuffo
dei capelli arruffati, lo scossa violentemente, poi lo spinse fuori
dall'uscio.

--Va via!... non mettermi al punto di commettere uno sproposito.

E colla voce soffocata, tremando anch'essa, ma di rabbia, chiamò un
facchino e lo mandò alla posta colla lettera per il signor Rosasco.

In un momento, la gran notizia si sparse per tutto il fondaco: la
signora Maddalena voleva scacciare di casa Giacomino, voleva
imbarcarlo.

Era lo stesso signor Daniele che andava in giro a raccontarlo a tutti,
e colla speranza di acquistare maggior coraggio sentendosi dar
ragione.

--Sì--concludeva--prima che mio figlio mi sia strappato dalle
braccia per essere imbarcato, devo esserci anch'io: non ho forse
diritto di non volere? Non dovevo oppormi?

Tutti gli rispondevano di sì e il signor Daniele si era messo a
gridare, a smaniare, a predicare anche lui, come faceva sua moglie; ma
quando la vedeva in distanza tirava di lungo e si perdeva nel fondaco,
non bastandogli il cuore di affrontarla una seconda volta.

La sera, a cena, Giacomino non comparve: era rimasto tutto il giorno
chiuso in camera sua, aveva pianto, si era sfogato, e adesso aspettava
la notte, quando tutti fossero addormentali, anche il babbo, per
scappare solo, colla notizia del suo imbarco, da madamigella Fanny.

Chissà? Se riuscisse a commuoverla? a toccarle il cuore colle sue
disgrazie? Chissà?... Almeno un bacio?... _Saperlotte!_

A cena la signora Trebeschi non vide altro che musi lunghi: la rivolta
era muta, ma generale.

--Come ha saputo farsi amare quello scavezzacollo!--pensava. Maddalena
trinciando il lesso.

E forse, per un moto istintivo del suo cuore di madre, quella sera fu
insolitamente larga nelle porzioni. E parlava e voleva far parlare gli
altri, e cercava, con tutti i pretesti, d'intavolare la conversazione.

Anche quella sera, naturalmente, non faceva se non lodare sè stessa e
criticare gli altri, ma ci metteva minore acredine, e quasi una certa
bonarietà. Pareva che cercasse un complimento, una parola affettuosa.

--Io ho sempre avuto cuore, ricordatelo, ma il cuore,--diceva il mio
povero padre--il cuore non deve mai far perdere la testa. E se io
mi sono sempre mantenuta quella che sono, non è che non abbia avuto
cuore come le altre, è perché ho avuto più testa delle altre.

E versava da bere al marito, che lasciava il bicchiere pieno sulla
tavola, e offriva ancora del lesso ai figliuoli, che non ne volevano
più e respingevano il piatto.

Vedendo che non riusciva con gli altri, si provò a far complimenti
alla Cammilla:

--Adesso hai imparato: la minestra la sai far bene.

Ma anche la Cammilla rimaneva impassibile, nè smetteva di tenerle il
broncio. Allora essa cominciò ad aggrottar le ciglia, e a, far gli
occhi torvi.

--Che la stupida ragazza avesse del tenero per quel bel mobile?
Badasse bene ai casi suoi, perché era sempre lì come un uccel sulla
frasca. In quattro e quattr'otto la si poteva rimandare a Melegnano.

Il signor Daniele aveva desiderato prender con sè la nipotina, per
aiutare, sollevandoli di una bocca, i suoi parenti poveri, e la
signora Maddalena vi aveva acconsentito, dopo avere un po' storto la
bocca, ma con una condizione, anzi con due: primo, la Cammilla non
doveva mangiare il pane a tradimento: secondo, non voleva dir di _sì_,
definitivamente, senza qualche giorno di prova.

La Cammilla, quando era venuta a Milano, era una bimba di nove anni;
adesso ne aveva diciotto, ed era sempre in prova. Di giorno, nel
fondaco, teneva il carteggio e le prime note: la sera poi, in casa e
in cucina, puliva, rattoppava, faceva le calze a tutti i Trebeschi; e
di più, in quel continuo via vai delle serve e delle cuoche, sempre in
prova e per prova, doveva lei, bene spesso, durante gli interregni,
metter la pentola al fuoco per la colazione e pel pranzo.



V.


La risposta dell'armatore non si fece aspettare; l'_Arcobaleno_ partiva
diretto a Porman e da Porman per Filadelfia il 1. di novembre, e
perciò il signor Rosasco avvertiva la signora Maddalena che il suo
_pivetto_ doveva trovarsi a Genova per la fine del mese...

--Quindici giorni, quindici giorni soltanto!...--sospirava il povero
signor Daniele.

--Quindici giorni e poi... poi, forse non vederlo mai più!--gemeva in
cuor suo la signorina Cammilla cogli occhi gonfi e il dolor di capo.

Giacomino invece si dava buon tempo.

--Ancora un paio di settimane e poi... divertirmi e godermela più che
a Milano!

Passato il bruciore della prima impressione, aveva risoluto di farsi
animo, inghiottendo il boccone amaro, anzi mostrando d'infischiarsene,
e c'era riuscito.

Ma in quanto alla, genitrice...--ah! ah!--le preparava una magnifica
sorpresa per quando l'_Arcobaleno_ sarebbe stato in alto mare verso
l'Equatore: un mucchio di debiti da pagare; e intanto si divertiva a
tormentarla, a punzecchiarla.

La genitrice--adesso la chiamava sempre così--cercava di
sfuggirlo?... E lui si dava un gran da fare par cacciarsele sempre fra
i piedi; e quando la incontrava nel fondaco, la salutava nel modo che
alla signora Maddalena faceva più dispetto: strisciando i piedi,
battendo i tacchi. E su, in casa, quando si trovavano insieme all'ora
della colazione e del pranzo. Giacomino, con una compitezza affettata,
esagerata, correva ad aprirle l'uscio, ad offrirle la seggiola, a
metterle lo scaldino sotto ai piedi.

Talvolta mamma e figliuolo si fissavano in viso: lei pallida,
accigliata; lui, col sorriso impertinente sotto i baffettini tirati in
su: pareva che stesse per iscoppiare il fulmine: il signor Daniele
tremava, tremava la signorina Cammilla; Temistocle e Gian Maria non
battevano palpabra: ma poi la signora Maddalena voltava la testa con
una mossaccia dispettosa, e invece di pigliarsela con quello
sfacciato, si sfogava contro la Banca Generale in liquidazione e il
Credito Provinciale tentennante.

E strillava:

Queste sono le vere burrasche! le tremende burrasche!... Altro che
aver paura di un po' di mal di mare!--e affaccendata mandava il
signor Daniele in traccia di notizie e di informazioni alla Borsa,
alle Banche, dagli agenti di cambio, lo faceva correre di qua e di là,
a portar ordini, contr'ordini, minacce, strapazzate.

Il pover'uomo correva e sudava: ma dappertutto, appena, sbrigata
l'incombenza avuta, buttava fuori, con un sospirone, la gran notizia
della prossima partenza del figliuolo, del suo imbarco, chissà per
dove, chissà fin quando! e chiedeva consiglio e conforto con un
balbettamento affannoso che pareva un gemito:

--Che cosa devo fare? Che cosa si può fare? Ma io non voglio! Io non
lo lascio andar via!

--Che cosa doveva fare?...--Opporsi a sua moglie, dire un bel no!--Non
era lui il padrone?

Il signor Daniele approvava, col capo... e tornava a correre e a
gemere da un'altra parte.

--Che cosa devo fare? Che cosa si può fare?... aveva domandato una
volta anche a madamigella Fanny, e con un tremito più vivo e un
accento più fervoroso:--Io non voglio lasciarlo andar via!... Io non
lo lascio andar via. Che cosa si può fare?

--_On divorce!_--gli aveva consigliato la cavallerizza, schioccando la
frusta.

--Che cosa?

--Divorzio!--gli aveva urlato nelle orecchi _monsieur_ Richard.

Al povero signor Daniele non rimaneva più che la Cammilla.

--Che, cosa devo fare?... Che cosa si può fare?...--mormorava anche a
lei, ma sottovoce, per non essere udito dagli altri. E lì colla
Cammilla poteva sfogarsi; tutt'e due pensavano, studiavano se c'era
verso d'impedire la partenza di Giacomino, e finivano con piangere
insieme brontolando:--No, no, no! non deve andar via!... non deve
andar via!....

Giacomo, ciarliero, espansivo con tutti, evitava tanto il babbo,
quanto la Cammilla, ma per diversa cagione.

Il babbo che lo seguiva, stralunato, balbettando colla voce piena di
lacrime:--Ma io non voglio!... io non ti lascio partire!...--lo
commoveva troppo, e Giacomino voleva esser troppo forte, e sempre
allegro. Quanto poi alla Cammilla, quel naso di famiglia, sempre rosso
e gonfio per amor suo, lo infastidiva e lo indispettiva.

Nel suo cuore non c'era più posto che per il bel nasino della Fanny.

--Che c'entrava la Cammilla? Era forse sua sorella?... E le voltava
lo spalle.

Giacomo era innamorato di Fanny e Fanny di Giacomo. I due giovani se
l'erano detto ed anche provato.

La grande notizia dell'imbarco del giovane Trebeschi sull'_Arcobaleno_
aveva fatto colpo anche al Circo Stanislao.

La Fanny, fin dalla prima sera al Biffi, quando aveva ammirato quella
bocca fresca, intatta del giovanotto, non aveva aspettato altro che di
trovarsi a quattrocchi con lui, per mangiarsela di baci. Così, appena,
Giacomino le ebbe detto, sospirando:--che partiva per sempre e che
non ne provava nessun rammarico fuorché per lei--subito, la bella
ragazza, gli aveva buttato le braccia al collo, dicendogli, fra i
baci, all'orecchio:

--_Prends bien garde_, mio caro, _que le général_ non si accorga di
niente!

--_Saperlotte!_--aveva risposto Giacomino, rassicurando la ragazza.

Infatti, poco dopo, quando udirono picchiare leggermente
all'uscio,--erano nel camerino, al Dal Verme,--Giacomo, prontissimo,
si era già allontanato, mentre Fanny si passava il piumino della
cipria sulle guance, esclamando con una risata squillante:

--_Venez donc, mon général_.

Piccolomini di Coccorito, entrò, e si fermò in mezzo al camerino,
fieramente, colla pancetta traballante sulle gambette ercoline: non
salutò nemmeno madamigella Fanny; squadrò il giovinotto che aveva già
notato qua e là, ma che vedeva _lì_ per la prima volta.

--_Monsieur_ Trebeschi, un amico di mio fratello--disse tosto e con
gran disinvoltura l'intrepida amazzone, presentando Giacomo al
generale, senza voltarsi nemmeno, mentre col cappello a cilindro
sugli occhi e col frustino sotto il braccio, calzava, con grande
sforzo, i guanti gialli, lunghi, scamosciati.

Il generale continuava a, fissare il giovinotto, e, quasi annusasse
odor di polvere, gli si rizzavano i peli dei grossi baffoni, tinti di
nero, il ciuffetto irto in mazzo al cranio pelato.

Giacomo, dal canto suo sosteneva imperterrito quello sguardo.

--Trebeschi?--domandò finalmente il generale, gonfiando le gote e
soffiando ad ogni parola.

--Trebeschi?... Ufficiale?... In cavalleria?

Madamigella Fanny rispose di no, sorridendo, perché tutti pigliavano
quel bel ragazzo per un ufficiale... E così anche il Piccolomini che
pur doveva intendersene. Poi si affrettò a soggiungere che l'amico di
suo fratello partiva quanto prima per la Spagna, per l'America, per
l'Australia.

Il generale si rasserenò, e senza badar più a quel borghese, si
accostò saltellante alla Fanny, e si mise ad aiutarla a calzarsi i
guanti, gonfiando le guance e soffiando più forte che mai.

Giacomo salutò, con un altro inchino, e se ne andò serio,
impettito. Ma appena fuori fece anche lui un salterello, fregandosi le
mani e strizzando l'occhio.

--Ah! ah! la faceva in barba a un generale!

E il giovanotto in quei giorni fu pienamente felice; ma la felicità
non gli fece perdere la bussola; tutt'altro. Invece di essere geloso,
si divertiva a chiamare Fanny la sua bella generalessa, e così tutti,
compreso il Piccolomini, restavano contenti più di prima.

Il solo che, colla crescente felicità di Giacomino, si andasse
rannuvolando era _monsieur_ Richard, inquietissimo per l'avvenire.

--Sempre così--borbottava--a Milano, come a Parigi, come a
Pietroburgo!

E minacciava sempre, quando l'altro non poteva sentire, di voler
somministrare _schiaffoni_ a destra e a sinistra, e faceva gli occhiacci
alla Fanny, che gli rispondeva appena con un'alzata di spalle.

E il buon fratello, nella sua sperimentata antiveggenza, pur troppo,
era profeta. Era mancata la prudenza non a Giacomino, ma alla Fanny, e
proprio nel momento supremo, cioè quando al povero generale
Piccolomini, che aveva già speso un occhio, per la stella del Circo
Stanislao, e credeva ormai di essere arrivato in fondo, era capitato a
domicilio un altro fascio di conti da pagare: il _riassumendo_ della
fine di stagione. L'avarizia stimolata dalla maraviglia e dal dispetto
non scemò l'amore del generale, ma ne acuì la gelosia. Gonfiandosi e
soffiando, cominciò a impressionarsi, a impermalirsi, a guardare, ad
osservare.

--E quel Trebeschi? Quel giovanotto borghese?

Il Piccolomini non lo aveva più trovato _lì_, nel camerino, e non lo
aveva mai incontrato in casa di _mademoiselle_ Richard, ma spesso gli
capitava tra i piedi nei paraggi del Dal Verme, e gli dava sempre
nell'occhio appunto per quella sua aria di ufficialetto in
borghese... e per la fretta di sgattaiolare inosservato.

--Ohi! ohi!... Attenti!

Per scoprir terreno, cominciò a parlare: e a sparlare del signor
Trebeschi--di quel giovane di bottega che si dava un atteggiamento
marziale--cominciò a scherzare sul conto suo, a ridere alle sue spalle
e notò che ci stava a scherzare e a ridere anche la Fanny, ma
esageratamente, con un'esaltazione nervosa; e notò di più che monsieur
Richard, parlando del Trebeschi, pareva che avesse un nodo in gola,
benché si sforzasse di non darlo a divedere..

--Ohi! ohi! Cospetto di bacco!... Ma quando ci va? Dove si vedono?
Come si trovano?

Rimase molto perplesso; poi prese un partito. Regalando venti lire, in
due volte, alla portinaia, seppe tutto ciò che gli premeva di sapere.

Povero Giacomino! Con tutto il suo giudizio, con tutta la sua
prudenza, con tutta la sua furberia, era proprio andato a finire in
bocca al lupo.

Visite a Fanny, in casa, non ne faceva, non praticava più in teatro,
di giorno, all'ora della prova. E poi nemmeno la sera. Dacchè si erano
accorti che il generale sospettava di qualche cosa, Giacomino non
aveva più cenato coi Richard nè messo piede al Dal Verme.

In teatro correva la voce che il giovane Trebeschi si fosse già
imbarcato a Genova sull'_Arcobaleno_.

Tutto spirava pace, perfino la fronte del Richard cominciava a
spianarsi... quando una notte, molto tardi, mentre Giacomino, con
tutte le possibili cautele, stava per aprire lo sportello della casa
dove era alloggiata la cara Fanny, si sentì battere sulla spalla: si
voltò di colpo, e--_Saperlotte!_--si trovò a faccia a faccia col
generale.

Il giovanotto, pronto, si mise in posizione e rimase serio, mentre
l'altro dava in una risataccia insolente.

Prendete--esclamò dopo un momento il generale.--Vi aspettavo per
regalarvi un'altra chiave, la mia, nel caso che perdeste la vostra.

E così dicendo pose, una lunga chiave arrugginita nella mano che il
povero malcapitato gli stendeva macchinalmente. Poi gonfiò le labbra,
soffiò, soggiunse soltanto un:--Buona notte: a lei e a tutta la
compagnia--e così se ne andò, traballando sulle gambette a roncolo.

Giacomino, rimasto lì, immobile e muto con quelle due chiavi in mano,
seguì il generale collo sguardo finché lo potè scorgere: sospirò, ma
non si mosse. Riflettè a lungo, sul da farsi, e si persuase che, nel
caso suo, due chiavi erano troppe.

Allora invece di aprire e di salire, mise le due chiavi in tasca,
tornò indietro, tornò a casa sua, si cacciò in letto, e spense subito
il lume per addormentarsi più presto. Ma penò molto a prender
sonno. Il caso era grave.

Al mattino avrebbe dovuto andare da Fanny a raccontarle la scena col
generale: che bella improvvisata!

Furbo, per altro, quel Piccolomini! Ma che avrebbe risposto Fanny? E
il Richard? Apriti, cielo!

Giacomo sapeva che fratello e sorella erano pieni di debiti: debiti
col conduttore del teatro, debiti coi fornitori, debiti con tutti. E
nel calduccio del letto, dietro la sfilata dei creditori del Circo
Stanislao, vedeva anche venire quella de' suoi: il cameriere del caffè
del teatro, col quale, in tante colazioni, in tanti cognac, in tante
bottiglie di Marsala in ghiaccio bevute alle prove con tutta la
Compagnia equestre, aveva un conto che non finiva mai. L'orefice, che,
conoscendo la solvibilità e l'onorabilità della famiglia Trebeschi,
gli aveva venduto sulla parola un anello di brillanti. E il sarto. _A
la Ville de Paris_?... E il camiciaio alla _Città di Vienna_?...

--Che caldo! Auf! che caldo!...

Giacomo smaniava, si voltava, si rivoltava nel letto, ma ad ogni
giravolta c'era un debito, un creditore nuovo, una nuova
puntura. Finalmente gli venne un'idea; una bella idea. Se invece di
indugiarsi ancora gli ultimi quattro o cinque giorni, fosse partito
per Genova la mattina dopo?... Se invece di aspettare l'_Arcobaleno_, si
fosse imbarcato subito? Il generale credeva di avergliela fatta, ma
lui, ancora più furbo e più svelto, avrebbe preso il largo in alto
mare!...

Giacomo rise a questa idea; e col rider si rimise in calma. Allora,
dimenticate le due chiavi, si addormentò, e dormì profondamente fino
alla mattina molto tardi, quando venne a svegliarlo suo padre, il
signor Daniele in persona, tutto sossopra, ansante, piangente,
ridente.

--Non parti più! Non vai via più! Sono stato io!... Lo dirai alla
signorina Fanny!.. Lo dirai a _monsieur_ Richard!... Sono stato io! Io
e la Cammilla!

--Che cosa?--domandò l'altro, mettendosi a sedere sul letto,
fregandosi gli occhi, ancora trasognato.--Che cosa c'è?

--È arrivata la lettera del signor Rosasco! Il colpo è andato benone!

--Che colpo? che colpo?--E Giacomo fissava in viso il babbo, e nel
buio della sua testa intronata, col dubbio di non poter più partire,
ricomparivano ad una ad una le immagini della Fanny e dei creditori,
del Richard e del generale.--Che colpo?

--Il colera. Abbiamo inventato che a bordo c'è il colera! Non puoi più
imbarcarti. Non parti più, resti a Milano. Sono stato io; io e la
Cammilla. Ma non dir niente alla mamma. Guai! guai! guai!

E ad ogni «guai!» la faccia, del pover'uomo si rifaceva torva e
spaurita; il naso storto pareva che gli tramasse dalla commozione.

Giacomo cominciava a capire, e si arrabbiava, gridando che voleva
saper tutto, e cercando di sciogliersi dal signor Daniele, che non
rifiniva dall'abbracciarlo e dall'accarezzarlo, mentre ripeteva:

--Non dir niente alla mamma; non dir niente alla mamma!... Io non
potevo lasciarti andar via... Io non volevo lasciarli andar via!



VI.


--Pazienza il babbo--brontolava Giacomo alzandosi e vestendosi.--Lo
ha fatto a fin di bene. Ma la Cammilla come c'entra?... Con quel
naso?... e lo vuol ficcar dappertutto!

Mentre, chinato sulla catinella, si lavava rumorosamente, buttando
l'acqua in mezzo alla camera e spruzzandone le pareti, sentì aprir
l'uscio.

Si voltò colla faccia insaponata: era Gian Maria.

--Che vuoi?

L'altro, con un sorrisetto significativo, gli diede una letterina che
avevano portato allora dal teatro Dal Verme.

Gian Maria e Temistocle, per incarico del fratello, stavano alle
vedette, per badare in quei giorni che certe lettere o bigliettini non
capitassero fra le unghie materne.

Giacomo, mentre si asciugava le mani, guardava fisso la lettera con
occhio torvo:

--Dammela.

Erano due righe soltanto:

    «Venez vite: prestissimo.

                               «Fanny».


Gian Maria, che possedeva pure e teneva nascosto in un cassettone
della, sua camera un ritratto di _mademoiselle_ Fanny a cavallo di
_Gladiator_, contemplava a bocca aperta il fratello ed il bigliettino.

Giacomo se ne accorse, e se la pigliò con lui:

--_Marche!_

Gian Maria, abituato dal fratello alla militare, se la battè senza
fiatare, e Giacomo tornò a leggere:

    «Venez vite: prestissimo.

                               «Fanny».


--_Saperlotte!_...--esclamò, pensando che il generale, certo, senza
perder tempo, doveva aver dato e preso un congedo definitivo.

Infatti quella mattina, alle sette, prima di recarsi in quartiere dove
aveva una ispezione, il Piccolomini aveva già mandato il grosso
incartamento dei conti da pagare alla signorina Richard, scrivendo
sopra una seconda fascia:

    «Pel signor Trebeschi.

                                «proprie mani.»


Nella sua breve carriera, da maggiore a generale, il Piccolomini di
Coccorito si era trovato parecchie volte in simili contingenze, e però
ci aveva fatto la mano.

Alla lettura, del bigliettino di Fanny, il giovane Trebeschi era
diventato pallido; pure non indietreggiò: coraggio e avanti. Ma, lungo
la strada, mentre si recava dai Richard, pensava, con desiderio, al
porto di Genova; lo vedeva inondato di sole, mentre Milano era piena
di nebbia, e quasi si arrabbiava anche contro sua madre, così furba di
solito, e questa volta «tanto _oca_, da non capire il _trucco_.».

Quando Giacomino entrò in camera della Fanny, la ragazza, ancora in
sottanino e colle spalle nude, si stava vestendo; e intanto riscaldava
il caffè, ravviava la sua roba, assestava la sua camera, tutte cose
che la mattina faceva a comodo, un po' l'una, un po' l'altra, fra
l'andirivieni della gente da teatro, fumando un monte di sigarette e
leticando col fratello.

Il Richard dormiva fuori, coi cavalli, ma la mattina veniva a casa,
per buttarsi qualche altra ora sul letto, e poi lavarsi e far
colazione.

Appena essa vide entrare Giacomino, l'amico del cuore, e mentre
passava dallo specchio, dinanzi al quale si pettinava, al caminetto
dove scaldava il caffè, rovesciava un sacco d'improperi, nel suo
linguaggio internazionale, sul capo dell'antico protettore.

--_C'est une canaille, un filou!_..--cominciò anche il fratello a
gridare dall'altra camera, e _monsieur Crispì_, un pappagallo bianco,
grosso, con una cresta gialla, che s'arrampicava su tutti i mobili,
rosicchiandoli e insudiciandoli, nel sentir gridare a quel modo,
cominciò a gridare più forte, come un'anima dannata:

--_Amourreux! Pauvre Amourreux! Cafè! Cafè! Cafè!_

Fanny giurava di vendicarsi di quel miserabile _troupier_; aveva _dei
molti buoni amici_, dappertuto in Italia, ed anche a Roma, molto in
alto.

--A Roma, come a Parigi! Come a Pietroburgo! Come a Berlino!--urlava
il fratello.

Giacomo, colle orecchie intronate, si chinò per sedersi sopra una
poltroncina che la ragazza gli aveva spinta dinanzi col piede; ma di
colpo si rialzò; la poltroncina, sgangherata, cascava da una parte; e
lui andò a mettersi sul letto non ancora rifatto, ma un brontolìo
ringhioso, di sotto alle coperte, lo fece allontanare: era il vecchio
_bulldogh_ dei Richard che mordeva e che l'aveva con lui
particolarmente.

--_Falstaff! couche!_

Giacomo restò in piedi, girando su e giù, a testa bassa.. Aspettava la
stoccata, cioè che entrassero nell'argomento dei quattrini; se la
sentiva arrivare; e infatti, appena _monsieur Crispì_ e _Falstaff_ si
furono acquietati, fratello e sorella, la sorella di qua, lavandosi i
denti, il fratello di là, mutandosi la camicia, rivolsero la loro
collera non più sul generale, ma su quell'altro miserabile;
imbroglione, ladro... dell'impresario.

Non potevano partire, avevano tutto sotto sequestro; avevano un
contratto d'oro a Borgo San Donnino: per otto sere, mille lire per
sera. E poi due mesi al gran teatro di Terni, assicurati.

E recando queste buone notizie, il fratello della Fanny si presentò
sull'uscio dell'altra stanza, ancora in maniche di camicia,
stringendosi attorno alla vita una larga cintura di pelle.

Monsieur Crispì, che rosicchiava la cornice della credenza, vedendo il
Richard, col quale non andava, d'accordo, si fermò, lo fissò, gonfiò
le penne, drizzò tutta la cresta, e _ciao_: una chiazza, bianca sul
pavimento.

Giacomino tenne duro; la verità è quasi sempre la via più spiccia par
levarsi d'imbroglio; e Giacomo disse la verità.

Neppur lui aveva un soldo, ed era pieno di debiti, e con questo di
peggio, _saperlotte!_ che non poteva svignarsela. Doveva restare a
Milano un altro mese.

Fanny sorrise; il Richard strinse la mano a Giacomo, battendogli
amichevolmente sulla spalla:

--_Avez-vous besoin d'argent?_ Forse anche mille franchi, ma cinquecento
sicuramente; penso io.

Che cosa voleva, dire? Giacomino non capiva.

--Io faccio una... cortesia a voi: voi fate una cortesia a
me. _Compris?_ No? Adesso vi spiego l'affare; sedete.

Giacomo restò in piedi, sempre guardando, con tanto d'occhi, monsieur
Richard.

L'affare era semplicissimo. Un forte capitalista, il signor
Facchinetti, era contentissimo di scontargli una cambiale per due,
tremila franchi: in un altro momento anche cinque! anche dieci! Tutto
quello che voleva.

Il Richard, sorridente, riempiva la pipa colle sigarette che il
generale aveva regalate a Fanny, e nel parlare faceva lunghe pause,
perché il buon amico Trebeschi capisse tutto, ben chiaro.

--Io gli ho detto: Signor Facchinetti, la mia firma vi basta?--La
vostra firma? _Crénon!_ Per me, basta la vostra, parola. Ma devo
scontare anch'io alla Banca: oltre alla vostra, datemene un'altra,
qualunque sia, per formalità; è la vostra che conta.--_Très-bien!_
Accettate quella, del signor Trebeschi?--Trebeschi?... Mai sentito
nominare: lo conoscete voi? E allora basta. Affar fatto.--E
Richard, a questo punto, si mise a ridere come un matto.

Perché rideva in quel modo?... Perché? L'amico Trebeschi non capiva?

--Perchè la firma, Giacomo Trebeschi» è una firma
semplicamente... decorativa: non siete ancora maggiorenne! Voi
perciò non correte alcun rischio. E non mi dovete ringraziare. Il
signor Facchinetti mi dà tremila franchi? Mille sono per voi. Me ne
dà duemilacinqueceinto? _Crénon!_ Cinquecento sono per voi.

--La cambiale è a tre mesi?--interruppe Giacomino.

--Oh no; non ho voluto io per risparmiare l'interesse: anche troppo
quindici giorni. Appena a Borgo San Donnino, mando uno _chèque_ al
Facchinetti, e ritiro la cambiale.

--E le mie cinquecento lire?--replicò Giacomo, perplesso.

--_Très-bien!_ Voi me le manderete; a Terni, _quand vous voudrez_--rispose
il cavallerizzo con un'alzata di spalle.--Io non sono un affamato.

Intanto che il Richard parlava, la Fanny, alzata una gamba sopra una
seggiola, si abbottonava lentamente con un allacciascarpe di avorio
gli stivaletti lunghissimi, e _monsieur Crispì_, arrampicandosi col
becco sui piatti della tavola, rimasti lì sudici e ammonticchiati fin
dal giorno innanzi, borbottava colla voce nel gozzo: _Saccorrotto,
saccorrotto_, parola che aveva udita per la prima volta a Milano, e che
stava studiando in quei giorni.

--I mille franchi... diremo cinquecento, per essere sicuri--ripeteva
il Richard, con flemmatica prosopopea--me li manderete a Terni
_quand vous voudrez_. Non ci pensate.

No; Giacomino non ci pensava: ma quelle cinquecento lire--anche lui
non diceva mille per esser proprio sicuro--a mano a mano gli
rischiaravano l'orizzonte, e mentre la Fanny gli sorrideva,
abbottonandosi l'altro stivaletto e _monsieur Crispì_ continuava a
ciangottare nel gozzo: _Saccorrotto, saccorrotto_, egli mentalmente
distribuiva quel denaro fra i creditori più seccanti.

Centosessanta al cameriere del caffè del teatro; duecentocinquanta
all'orefice, quello dell'anello di brillanti; il resto per un acconto
alla _Ville de Paris_...

--E dunque?...  gli domandò, dopo un momento, il cavallerizzo.

--Che cosa?

--Accettate?

--Se è per farvi piacere, qua la mano!

E non essendo affatto un minchione, Giacomino assunse, alla sua volta,
una cert'aria d'importanza e di protezione.

--Si firma, quando? Stasera?

--Subito: vado e torno. _Attendez!_

Ma l'amico Richard non era ancora fuor dell'uscio che già la Fanny
s'era buttata fra le braccia di Giacomo, e gonfiando le gote, o
soffiando per rifare il generale: Meglio così, sai--esclamò.--Non ne
potevo più! quel miserabile _troupier_ m'era diventato antipatico,
odioso!

--_Saccorrotto, saccorrotto_--borbottava sempre il pappagallo,
accoccolato sulla spalliera di una seggiola.

Venendo via dai Richard, Giacomino continuò a far conti per tutta la
strada.

--Centoventicinque lire al cameriere, duecento all'orefice, cento alla
_Ville de Paris_... Così me ne restano anche per la _Città di
Vienna_...--Ma nel fare e rifare la somma, diminuiva questo,
diminuiva quello... tanto che sulla porta di casa aveva conchiuso:
cento lire al cameriere e centocinquanta all'orefice, che avevano
minacciato di scrivere a sua madre, e il resto tenerselo per
divertirsi in quei giorni e par fare un'improvvisata alla Fanny
quando sarebbe stata a Borgo San Donnino.

--_Hoplà, là!_--Il ragazzo si stropicciò le mani, ed entrò nel fondaco
fischiettando la _Stella confidente_ sul tempo di _Gladiator_... ma alla
porta, zitto: si fermò. V'era la genitrice...

--Intendiamoci--gli disse la signora Maddalena a bruciapelo.--Non
crederete di averla spuntata.

--No, mamma.

--Partirete lo stesso, quanto prima.

--Sì, mamma.

--E intanto si lavora. Imparate da me, e dopo pranzo, subito a letto,
come me. Vita nuova, avete capito? Vita nuova.

Ciò detto, la signora Maddalena entrò nello scrittoio sbattendo
l'uscio così violentemente che il piccolo casotto traballò tutto.

--Psst!

--Psst!

--Giacomino.

Temistocle, Gian Maria, il babbo, lo chiamavano di qua, di là, mezzo
nascosti fra i barili d'olio e le botti di aringhe. Volevano sapere
che cosa gli avesse detto la mamma; se la mamma aveva sospetti e se
proprio aveva creduto alla storiella del colera.

--Sì! Sì! Se l'è bevuta!... Niente paura.

Poi, avvicinandosi al babbo, Giacomino lo fissò, sorrise
furbescamente, e gli sussurrò all'orecchio:

--_Mon père_, tanti saluti!

Il signor Daniele diventò rosso; e cento domande che avrebbe voluto
fargli gli rimasero tutte nella strozza.

--Non voglio scherzi--gli disse poi, col tono severo della
genitrice.--Vergognatevi.

Anche la Cammilla, girando con femminile strategia in quell'oscuro
labirinto del fondaco, s'era fatta incontro al cugino, per averne una
parola buona. Ma con lei--niente!--L'aspetto della Cammilla, così
dimessa, e anche un po' trasandata per il gran da fare di quei giorni,
faceva troppo vivo contrasto coll'immagine ardita, florida, elegante
della cavallerizza, che gli appariva più seducente che mai, nell'atto
di sorridere abbottonandosi gli stivaletti.

Giacomo, con una mossaccia sgarbata, voltò le spalle alla ragazza.

Doveva capirla!... Non la voleva tra i piedi! La Cammilla,
mortificata, non fiatò: un nodo le serrò la gola... e inconsciamente,
rivolse lo sguardo nel fondo buio, dove il lampadino acceso dondolava
sempre dinanzi alla Santa Casa di Loreto. Ma non pianse, non pregò; e
invece, dopo un istante, parve rasserenarsi, quasi che si trasfondesse
nel suo animo la fermezza ostinata e la sicura fiducia del suo amore.

Intanto... quella cattiva se ne andava e Giacomino rimaneva.



VII.


--Non avete un soldo?--rispondeva Giacomino ai lamenti di Temistocle
e di Gian Maria.--Cinquanta dire ve le presterò io, stasera.

Infatti, non dando all'orefice, come al cameriere, più di cento lire
in acconto, poteva benissimo, senza incomodo, usare quella _cortesia_ ai
fratelli. Andò al teatro per prendere i denari dal Richard; ma, per
quella sera, niente. Il Facchinetti non aveva ancora sborsata la
somma. La darebbe domani; ma nè domani nè doman l'altro, non si vide
nulla, come nei giorni innanzi. Giacomo, inquieto, cominciò ad alzar
la voce; e allora il cavallerizzo, messo alle strette, confessò di
essere stato imbrogliato, truffato dal Facchinetti. Non glielo aveva
voluto dire, per non dargli un dispiacere.

--_Crénon!_ Che razza d'usuraio! Non aveva dato altro che duemila lire,
e ne aveva intascate cinquecento per quindici giorni d'interessi! Ma
per l'amico Trebeschi, nessun danno: soltanto ventiquattr'ore di
ritardo.

Appena arrivato colla compagnia a Borgo San Donnino, il Richard
avrebbe mandato un vaglia telegrafico.

--Fermo in posta--raccomandò Giacomino, pensando alla mamma.

E infatti, dopo la partenza dell'amico, per due o tre giorni, il
giovinotto non fece altro che andare e venire dal fondaco alla
posta. Ma niente vaglia telegrafico... e nessuna lettera, nemmeno da
Fanny, che gli aveva giurato e spergiurato di scrivergli subito.

--E il cameriere, e l'orefice, che strepitano, minacciano!

Telegrafò lui a Borgo San Donnino: «_Urge cinquecento in
giornata_». Nessuna risposta.

Una mattina, finalmente, sei o sette giorni dopo che il Circo
Stanislao era partito da Milano, venne fermato di colpo da un tale in
bicicletta, che quasi lo schiacciava contro il muro.

--Lei, signor Trebeschi, non mi conosce?--E il velocipedista,
saltando a terra, gli si piantò davanti, cacciandogli la bicicletta
di traverso.

--No! Non la conosco e non è questo il modo di fare!...--esclamò il
giovanotto arrogantemente.

--Io sono il Facchinetti, quello della cambiale di tremila lire.

--Duemilacinquecento,--rispose Giacomo, alzando la mano al cappello e
smettendo subito il sussiego.

--Tremila--replicò l'altro sempre più burbero e accigliato; e siccome
Giacomo lo guardava attonito continuando a negare, quegli alzò la
voce:

--Tremila... Tre cambiali da mille lire!

--Ma la terza l'avevo firmata in bianco; non si sapeva la cifra...

--Mille lire. Tre cambiali da mille lire...

--Scriverò al Richard: a Borgo San Donnino.

Il Facchinetti guardò Giacomo ancor più di traverso.

--È lei il responsabile. Lei deve pagare. Io non voglio conoscere
altri che lei.

A tale minaccia il giovanotto sorrise e negli occhi gli passò un lampo
che l'usuraio colse a volo.

--Stia bene in gamba, giovinotto. Lei crede di avermi imbrogliato
allegramente, perchè non è ancora maggiorenne? Ma io lo faccio
metter dentro. Lo faccio metter dentro, perchè ha garantito colla
sua firma un nome falso.

--Un nome falso?...

--Meno chiacchiere; Richard è un nome falso.

--È un nome falso? Richard?...--esclamò Giacomo diventando
pallido.--Ma io non lo so, non lo sapevo, non so niente! posso
giurarlo; lo giuro!

--Lo proverà... in tribunale.

--Io scriverò al Richard, andrò a San Donnino. Andiamo insieme a San
Donnino!

Giacomo, preso da subito spavento, balbettava, tremava come una
foglia.

--A San Donnino?... Non sa che il Circo Stanislao si è sciolto?... Non
facevano un soldo.

--Ma...

Il Facchinetti capì l'interrogazione muta, l'angoscia di quel _ma_, e
scoppiò in una risata.

--Coraggio, giovanotto!... Quei due imbroglioni sono stati scritturati
da un impresario americano; devono essersi imbarcati ieri per Buenos
Aires.

--Ma allora?... Allora?...--e Giacomo, più che alla Fanny e al suo
tradimento, pensava all'infamia del Richard e a quella minaccia del
Facchinetti--In tribunale!--e balbettava supplichevole:

--Non mi faccia del male!... Non mi faccia del male: io sono innocente
di tutto!

L'altro rimase duro, insensibile.

--Due parole sole--gli disse poi abbassando la voce, ma in tono
aspro, risoluto.--Le tremila lire scadono dopo domani: Lei paga? Io
mi accontento e sto zitto. Non mi paga? consegno la cambiale a chi
l'ha da avere e buona notte! Se lei è innocente lo proverà nel
giudizio.

Ciò detto, e messa la bicicletta in equilibrio, vi saltò sopra dandosi
una spinta, e via come il vento!...

Giacomo, sbalordito sotto il peso di quel disastro, colle gambe che
gli tremavano, si avviò verso casa.

Avrebbe trovato il babbo solo; voleva confessar tutto al
babbo. Bisognava disperarsi; strapparsi i capelli; minacciare un
suicidio.

--In tribunale?... Un processo?... Che canaglia quel Richard! Gli era
sempre stato antipatico, odioso. E lei... Fanny?.... Così
affettuosa, così tenera l'ultima sera... tante promesse!...

A poco a poco, gli entrava in cuore la sicurezza che il babbo lo
avrebbe salvato, che il babbo gli avrebbe pagata lui la cambiale; ma
quanto più si calmava tanto più provava dispetto e bruciore
dell'abbandono, del tradimento di Fanny; bruciore, sentimenti che, a
poco a poco, all'idea della sua bella, perduta per sempre, si
tramutavano in rammarico dolore.

--Dio!... Dio!... Che infamia!

E non più per far paura al babbo, ma sinceramente, sentendosi così
solo e tanto disgraziato, pensò di ammazzarsi.--Un colpo di revolver,
secco...--Ma poi, riflettendoci, vedendosi tutto insanguinato, e
magari ancora vivo, sospirò:

--Che bella cosa sarebbe stata, di potersi addormentare quietamente,
senza colpo di revolver... e non svegliarsi più.

Così, sospirando, borbottando e camminando sempre più lentamente, a
mano a mano che si avvicinava a casa arrivò in via Lentasio, e subito
vide suoi padre sulla porta del fondaco.

--Il babbo?.... Lo aspettava?... Sapeva già qualche cosa? Meglio così.

Il signor Daniele, appena scorse il figliuolo, gli fece un cenno colla
mano, come per gridargli:--Che cosa hai mai fatto?...--E poi, quando
gli fu vicino:--Vieni su subito--gli disse. E salì pel primo
frettolosamente la scala, sospirando, sbuffando, e crollando il capo,
finchè l'ebbe condotto in camera sua.

Voleva innanzi tutto strapazzarlo.

--Vergognatevi! Vergogna!--Ma non trovando le parole, proruppe in un
singulto:--Almeno... almeno correre da me, parlar con me,
subito!... subito!...

--Sa tutto--pensava Giacomino, chinando il capo con aria avvilita e
compunta.--Meglio così.

--Sai?--continuava il signor Daniele, sgranando gli occhi come uno
spiritato--sono venuti a dirlo alla mamma. Che scena! Correva la
gente!... Si fermava sulla porta! e tutto contro di me!... Addosso a
me! Tutto sulle mie spalle! Io sono un Pantalone, un cretino della
Val d'Aosta, un rimbambito; tu un malvivente da rinchiudere fra i
correggendi. Perché non mi hai confessato tutto?... Devo condurti a
Genova io stesso, subito, e imbarcarti. Non più col Rosasco, con un
altro. Non si sa chi; ha telegrafato la mamma. Anche il Rosasco è un
traditore; la Maddalena ha capito tutto; anche la gherminella del
colera. È furente anche per questo. Siamo tutti bugiardi! Tutti
impostori!

--Anche la mamma sa tutto--ripeteva Giacomino fra sè.--Meglio così--e
  per calmare e intenerire il babbo diede in un pianto dirotto.

--Si... Ci vuol altro che lacrime!--E il signor Daniele si esaltava a
gridare e a pestare i piedi per vincere la commozione e il
singhiozzo.

--In fine, non ho mica ammazzato nessuno...--esclamò Giacomo,
pensando essere venuto il momento di rimettersi in sella.

--Sicuro!--rispose l'altro.--Ma provati a dirlo a tua madre. Sai
che... non si può parlare. Non si può fiatare. È un eccesso; peggio
che sotto i croati. Peggio!... E se apri bocca, casca il
mondo. «Imparate da me! Imparate da me!» Non c'è che lei. Maledette
le perfezioni!...--Ma poi, accortosi di essersi lasciato
trasportare, si fermò, cambiò tono:--Sempre, per altro, con
giustizia... per il bene della casa... per il bene di tutti. E
voi... Vergogna... Vergognatevi!... E, fatto il male, nessuna
confidenza in vostro padre.

--Volevo dirti tutto. Ero venuto a casa, apposta, per dirti tutto.

--Non dovevate aspettare: oggi, proprio oggi, a parlare: dovevate
parlare a suo tempo.

--A suo tempo? Quando?

Anche Giacomino lo aveva saputo appunto allora, in quel momento, dal
Facchinetti, e lo disse a suo padre.

--Io non credevo di dover pagare, e non dovrei pagare se il Richard
non fosse una canaglia: lui ha preso i quattrini. Suo è il
debito. Sua è la cambiale. Lui solo, il Richard, quel pezzo da
galera...--ma Giacomino si fermò di colpo, spaventato dal viso di
suo padre.

L'equivoco, in ogni modo, non avrebbe potuto durare più a
lungo. Nessuno ancora, in casa, sapeva niente: della cambiale. La
signora Maddalena aveva fatto una scenata al marito per via del
cameriere del caffè del teatro, che, stanco di scrivere, era venuto in
persona, nel negozio Monghisoni, per farsi pagare i suoi
centocinquanta franchi.

--La cambiale?... La cambiale?... Una cambiale?--balbettava il signor
Daniele in convulsioni, aggrappandosi al figliuolo.

Giacomo, che non aveva mai visto quegli occhi, quel viso, quel color
verde, quella, bava alla bocca, si spaventò, gli buttò le braccia al
collo, stringendolo forte, disperatamente.

--Papà! Papà! Papà! Ascoltami!... Papà!

Dio santo!... il signor Daniele non poteva, più parlare. Era un colpo.

Giacomo, preso da terrore, voleva andare a chiamare aiuto: l'altro si
riscosse, lo fermò.

--Per... per... amor di Dio!--E non disse altro.

--Perdonami! Perdonami!--supplicava Giacomo alla sua volta, colpito,
scosso da quel gran dolore,--Ha ragione la mamma. Sono un tristo!
Un infame! Partirò! Nessuno mi vedrà più!... Ma prima, andiamo
insieme dal Facchinetti. Io lavorerò, non mangerò che pane e acqua,
finché non avrò pagato, ma pagherò io: tutto io. Con una tua parola
il Facchinetti aspetterà, nessuno saprà niente.

L'altro, livido tremando come una foglia, balbettava:

--Qua... qua... quanto?

--Tremila lire.

Tutta la lunga persona del signor Daniele dette un'altra scossa.

--E... qua... qua... quando?

--Doman l'altro.--Sì... Sì... Sì... Dal Facchinetti... Dal
Facchinetti... Subito, subito, subito dal Facchinetti!--esclamò
cercando cogli occhi il suo cappello che aveva lì dinanzi, sul
tavolino, e non lo vedeva.

--Andiamo.

--Andiamo.

E andarono in cerca del Facchinetti, girando e domandandone per mezza
Milano, ma il Facchinetti non si poteva trovare in nessun posto.

Giacomo aveva preso a braccetto e sorreggeva il padre che continuava a
tremare e a balbettare sempre più, per paura di non trovare il
Facchinetti, e di non fare in tempo.

--Tre... tremila lire... Dopo... dopodomani... Finalmente lo
imbroccarono: sulla porta del _Campari_.

--Cercavano di me? Cosa vogliono?--domandò l'usuraio col solito modo
brusco e affrettato.

--Mio padre--disse asciutto Giacomino, indicando il signor Daniele.

Allora il Facchinetti cambiò tono, diventò garbatissimo, si profuse in
complimenti, in scappellate, fece entrare i due signori nel caffè, e
li condusse a un tavolino in un angolo oscuro.

--Cameriere! _vermouth!_

--No... no...

--Mi faranno la cortesia di accettare il _vermouth_.

--No; no... grazie--balbettava il signor Daniele.

--Prego, prego; senza complimenti; sediamo. È sempre mio buon padrone.

Vedendo quella faccia stravolta, il Facchinetti aveva capito subito di
che si trattava, e aveva capito pure che teneva quel bonomo nelle sue
granfie.

Cominciò a calmarlo, a rassicurarlo, e a difendere il signor
Giacomino.

Oh Dio! spropositi di gioventù!

Il Facchinetti dichiarò al signor Daniele che anche lui era padre,
aveva un maschio e una femmina; e perdianabacco gliene facevano di
tutti i colori. Ma un padre che cosa può desiderare dai suoi
figliuoli? La salute e basta! Del resto anche il signor Giacomino,
evidentemente, ci avrebbe messo la mano sul fuoco, era stato raggirato
per troppa buona fede, per troppo cuore: e poi la ragazza--e strizzò
l'occhio...--Insomma, gioventù; egli era rimasto preso alla pania,
per le arti di due volpi sopraffine, che avrebbero ingannato mezzo
mondo. Il Richard non era riuscito a fargliela anche a lui? Sicuro! A
lui, Facchinetti!--Poteva gloriarsene!--Gli aveva truffate seimila
lire... una sull'altra. Ma ormai aveva preso il largo. Inutile il
pianto; inutile guastarsi il sangue.

--La loro cambiale scade, quando?...--Il Facchinetti non se ne
ricordava più.

--Doman l'altro--risposero, quasi insieme, padre e figlio.

--Che importa? Rinnoviamo, se crede. Sempre mio buon padrone.

Il signor Trebeschi metteva la sua riverita firma, e lui teneva la
cambiale chiusa, sepolta in fondo al cassetto, per tre mesi, per, sei
mesi, per un anno.

--E nessuno--concluse il Facchinetti--deve saper niente dei nostri
interessi.

--Sì... Sì... Bravo; facciamo così.--Oh Dio!...--Il signor Daniele
cominciava a respirare.--Io le pagherò subito gli interessi della
rinnovazione...

--Faccia come vuole; io mi contento del giusto.

--E lei mi giura, proprio, di tenerla in portafoglio?

--Basta la parola.

--Senza farla girare?

--Mai mai... Non ci sarebbe altro che il caso di dover dar fondo a
tutte le batterie; ma in tal caso, perdiana! l'avvertirò.

--Ecco, prima di farla girare, in tutti i casi, mi fa il favore di
prevenirmi.

--Si figuri!... Basta la parola!...--E così dicendo alzò il
bicchierino.

--Alla sua salute, signor Trebeschi.--Poi volle toccare anche con
Giacomino, e lì, nell'angolo buio del caffè, bevendo il _vermouth_, il
signor Daniele firmò la cambiale. Il signor Facchinetti la cacciò
subito nel suo portafoglio, col danaro degli interessi, e
andandosene in fretta e furia, dimenticò persino di pagare il
_vermouth_.

Padre e figlio rimasero ancona seduti, un momentino, per non esser
veduti uscire insieme coll'usuraio.

--E adesso, siamo sicuri!--esclamò il signor Daniele guardando il
figliuolo con tenerezza, come se lo avesse ricuperato. E gli si fece
più vicino, sul canapè.

--Raccontami tutto, com'è andata, fin dal primo principio, perché io
ancora non ho capito niente.--E soggiunse che aveva sempre
sospettato che quel Richard fosse un poco di buono... Ma
invece... la... quell'altra... la sorella...--non aveva il coraggio
di dire Fanny--la sorella non ci doveva, aver che fare.

--Oh, anche lei!...--sospirò Giacomino.

--Anche lei?... Anche lei?--replicò ansiosamente il signor Daniele.

--No! No!... Non è possibile!

Colla cambiale, colle bricconate del fratello, la Fanny non ci doveva
entrare, non ci entrava, affatto. E babbo e figliuolo si accordarono
nel difenderla buttando tutta la colpa addosso al Richard e alla
esistenza girovaga, e alla vita del teatro.

--Tutte le sere, esporsi al pubblico in quel modo...--sospirava il
signor Daniele.

--Sempre col pericolo di rompersi il collo--soggiungeva Giacomino.

Daniele si fece coraggio e finalmente diede libero sfogo alle
centomila domande che da tanti giorni gli stavano sul cuore.

--Ed era proprio partita per Borgo San Donnino? E poi doveva andare a
Terni?... E adesso era stata scritturata per l'America?... per Buenos
Aires?... Da chi?... Sempre col fratello?... E quel generale?... E il
Circo Stanislao?... Fallito? e in America?... Andava più gente al
teatro in America?... E la sua roba? Sequestrata?... Proprio anche la
sua?... Tutto venduto?...

Ci fu, dopo tante domande, alle quali il figliuolo aveva risposto per
lo più con monosillabi, un lungo silenzio.

--Andiamo?--disse a un tratto Giacomino.

--Andiamo--rispose Daniele.

Si alzarono, uscirono senza dir neppure una parola, e sempre
silenziosi e meditabondi, attraversarono la piazza del Duomo.

Poi, il signor Daniele, dopo un sospiro, domandò:

--E _Gladiator_?... Avrà dovuto, vendere anche _Gladiator_?



VIII.


Nell'animo del signor Daniele, dopo tanta agitazione, era subentrata
la calma e quasi un senso di benessere; ma poi, appena rimesso il
piede in quella benedetta via Lentasio, così angusta e tetra, appena
scorta da lontano quella vecchia insegna: _Giovanni Monghisoni_, tornò a
rannuvolarsi e a sospirare.

--Dio, Dio!... E adesso, saremo daccapo...

Che cos'era, a che si riduceva il piccolo conticino del cameriere, in
paragone delle tremila lire del Facchinetti? E la Maddalena colle sue
sfuriate, co' suoi «editti» gli parve più esagerata, più matta che
mai.

--Tanto strepito per così poco!

A buon conto peraltro si staccò da Giacomino: se Maddalena lo avesse
visto così a braccetto del malvivente, stava fresco.

--Tu va avanti difilato in camera tua, senza passare dal negozio.

Qui la vecchia insegna _Giovanni Monghisoni_, gli ricordò tutti i suoi
doveri: anche quello di far la predica al figliuolo, e continuò:

--Riflettete a quanto vi è successo, e a quanto di peggio vi poteva
capitare. Rifletteteci col fermo proposito di mutar vita. E per oggi
non muoversi più di camera; non si viene a pranzo: la mamma lo ha
dichiarato formalmente, non vuol più vedervi sino al momento della
partenza e, forse, nemmeno allora.

Giacomo tirò diritto col bastoncino sotto il braccio, svelto,
elegante, sottile, e infilò la porta di casa senza esitare: l'altro lo
seguì cogli occhi, intenerito.

No: non lo avrebbe lasciato partire; no; no.

--Oh _monsieur!_ ben arrivato!

Daniele trasalì. Era Maddalena che lo aspettava sull'uscio dello
scrittoio, le mani suoi fianchi, battendo i piedi per la stizza.

--Ben arrivato il _monsieur!_

--_Monsieur?_ perché _monsieur?_--e Daniele si sforzò di fare un viso
ridente, sbirciando la moglie per capire che cosa ci fosse di nuovo.

--Io, qui, sacrificata tutto il giorno: e il nostro _monsieur_ tutto il
giorno a spasso!

--_Monsieur?_... perché _monsieur?_--continuava a pensare il pover'uomo,
sempre più inquieto.--Che cosa c'è di nuovo?

--Sono stato dal Borgondio--rispose--dal Cartolari, dal Mazza, dal
Poncelletti, dal Vergani--e seguitò ad infilar nomi quanti gliene
venivano in mente, finché sua moglie lo interruppe con una
risataccia.

--_Simpaticone_, il nostro _Monsieur_.--Lo fissò, lo fulminò con
un'occhiata piena di sprezzo, di collera.--_Très sympathique_,
con... con, quel bel muso!--E di colpo gli voltò le spalle e se ne
andò per non scoppiare.

Il signor Daniele impallidì; il sorriso gli morì sulle labbra.

Che sua moglie avesse scoperto qualche cosa? Ma poi si tranquillò.

Se avesse scoperto qualche cosa, non si sarebbe accontentata di
borbottare fra i denti: avrebbe mandato all'aria tutto il fondaco
Monghisoni colle botti di aringhe e i barili d'olio.

--_Monsieur?_ perché _monsieur?_...--Era andata a inventare anche il
francese per tormentarlo?

E su. in casa, durante tutto il desinare, Maddalena tornò da
capo. Ogni due parole ci ficcava in mezzo un _monsieur_ od un
_sympathique_, mentre il povero signor Daniele rideva giallo e i bocconi
gli facevano groppo in gola.

--Il _monsieur_ non ha fame?... Io, invece, sono sempre di buonissimo
appetito--e si sbatteva sul piatto un'altra gran fetta di
lesso.--Sempre. di buonissimo appetito; oggi come ieri, tal'e
quale. Perché oggi come ieri, io ho lavorato, ho sgobbato; sempre in
banco o in magazzino per poter far fronte ai nostri impegni,
logorandomi la salute e stillandomi il cervello per gli altri,
sicuro!... per tutti quelli che dovrebbero imparare da me, come io ho
imparato da mio padre, il lavoro, la prudenza, l'onestà, l'oculatezza.

Temistocle e Gian Maria, col viso sul piatto, si davano calci sotto la
tavola, per sfogare la noia e la stizza; la Cammilla, vicino ai
fornelli, faceva smorfie e occhiacci allo zio per incitarlo a
rispondere, ma nessuno fiatava; e Daniele meno di tutti. Sempre a capo
chino, continuava a fare e a disfare nodi colla cocca del tovagliolo,
meditando su quella grande disgrazia di avere una moglie troppo
perfetta.

--Dio, Dio! come le faceva scontare le proprie perfezioni!... Oh,
avesse avuto qualche virtù di meno, un po' meno di cervello, avesse
lavorato meno, e li avesse lasciati tutti respirare in pace!

--Che cosa medita il _monsieur?_ Mi sembra _sospiroso_, malinconico.

Maddalena, diritta sulla seggiola, rideva ironicamente, stirandosi il
lungo tovagliolo bianco sul petto rigonfio.

--Anch'io, anch'io avrei potuto essere la _simpaticona_, la _très
sympathique_ di qualcuno!

Daniele allibì; il sangue gli dette un tuffo.

--La signorina Fanny--pensò ad un tratto, e istintivamente chiuse gli
occhi, abbassò il capo, sprofondò sulla seggiola.--La signorina
Fanny!--Sua moglie sospettava, sua moglie aveva scoperto la verità!

Proprio così: Daniele lo seppe quella sera stessa dallo stesso
Giacomino, il quale cercando le sue lettere--_saperlotte!_--non le
aveva più trovate.

La signora Trebeschi, da donna pratica e avveduta, aveva subito
pensato che il conto del cameriere del Caffè del Teatro non doveva
essere il solo debito di Giacomino, e che quel malvivente non aveva
certo bevuto da solo tanto _cognac_, tanto _marsala_, per centocinquanta
lire.

Appena ebbe visto Giacomino uscir con suo padre, salì in fretta nella,
sua camera, frugò, rovistò in tutti i cassetti, trovò le lettere
minacciose dell'orefice, trovò i conti della _Ville de Paris_, della
_Città di Vienna_... e finalmente anche le lettere di Fanny, le prime.

Dopo, la cavallerizza aveva scritto meno, e Giacomino aveva sempre
stracciato tutto. E quelle prime letterine tra il sentimentale e lo
scherzoso, mezzo in francese, mezzo in italiano; scritte per lo più
per ringraziare di qualche regaluccio, finivano sempre con una stretta
di mano, coi saluti pel signor Daniele.

«_Bien des compliments a quel caro simpaticone, à monsieur votre père_».

Maddalena, a tale scoperta, aveva riso del marito facendo una sdegnosa
alzata di spalle, ma tutta la sua collera, anche la sua collera di
moglie offesa, si riversò sul capo di Giacomino, del figlio
scellerato.

--È riuscito a depravare anche quell'innocente semplicione. Giacomo!
Giacomo!--Essa lo aveva sempre preveduto. Ecco il pericolo della
casa; la corruzione, la rovina della casa.

Bisognava disfarsene. Altro che il colèra!... E ci aveva creduto anche
lei!... Ci aveva creduto perchè all'ultimo momento si era sentita
debole, non aveva voluto capire che la ingannavano. E adesso era
punita: se lo meritava. Bisognava disfarsene; bisognava saper tutto;
aver le prove in mano.--Far confessare quel _malvivente?_--Impossibile;
era troppo bugiardo.

--Fanny?... Che demonio era questa Fanny?... Fanny?...

La signora Maddalena sguinzagliò di qua e di là tutti i suoi segugi,
agenti, sensali, compari, e questi, in breve tempo, facendo cantare il
famoso cameriere del Caffè del Teatro, interrogando l'orefice, e via
via seguendo le orme di Giacomino fin dalla portinaia dei Richard,
riuscirono a sapere la verità; e anche più della verità.

Quella tal Fanny era una francese, una delle prime cavallerizze del
circo Stanislao.

--E Giacomino?... Il Trebeschi?

--Era il suo amante. La cavallerizza aveva piantato, per il
giovanotto, nientemeno che il generale: un principe, un milionario.

--E l'altro Trebeschi? Il signor Daniele?

--C'era cascato anche lui, per pagare i debiti. Padre e figlio ne
avevano fin sopra gli occhi, erano in mano degli usurai; di uno
specialmente, il peggiore di tutti, un certo Facchinetti.

Il Facchinetti?...--Quella gente, quei sensali, quei compari, erano
tutti pane e cacio col Facchinetti. Andarono da lui, direttamente, e
in un batter d'occhio la signora Trebeschi-Monghisoni fu messa al
corrente di tutti gli amori, di tutti i pasticci del figlio e del
marito, ed anche della famosa cambialetta di tremila lire colla firma
del signor Daniele.

--La firma di Daniele? Impossibile: non è capace, certo quello
scellerato di Giacomo--Giacomo!--lui, giurerei, ha falsificata la
firma.

No. Le dissero che il signor Daniele aveva firmato di suo pugno,
proprio di suo pugno, dal _Campari_.

--Dal _Campari?_... In pubblico?...

Il signor Trebeschi era stato messo alle strette. Quell'altra cambiale
da rinnovare, quella colla firma del Richard e del signor Giacomo, era
in scadenza, non c'era tempo da perdere.

Maddalena mandò subito a chiamare il Facchinetti per avere la
cambiale, ma era già stata girata alla Banca Popolare.

--Alla Banca! La firma Trebeschi!--Daniele Trebeschi--alla Banca
Popolare, sotto quella di Facchinetti!

Era il disonore, il discredito della ditta Monghisoni; e in quei
giorni di _crisi_, col timor _panico_ da cui era preso il commercio per
tante disgrazie, per tanti fallimenti, che nessuno avrebbe mai
preveduto, bastava un nonnulla, una voce sinistra, una cattiva
informazione, per mettere in allarme la gente e poi portare alla
rovina.

Infatti, alla Banca Popolare qualcuno del Comitato di sconto, trovando
quella cambiale con Facchinetti traente e Daniele Trebeschi
accettante, aveva fatto molti commenti e punto favorevoli.

Si fa presto a perdere il credito.

La signora Maddalena, a quel colpo, non strepitò; non fiatò
nemmeno. Stordita, accasciata, si lasciò cadere di peso sul vecchio
canapè dello. scrittoio, borbottando:--La peste! La peste! Doveva
essere il flagello della casa, di tutti: me lo merito; era destino.--E
non disse più altro. Soltanto, dopo mezz'ora buona di raccoglimento,
quando cominciò a riprender fiato, mandò in cerca del signor Mauro
Piazza.

Questi era un lontano cugino di suo padre; l'unica persona colla quale
essa si consigliasse qualche rara volta, nei momenti più difficili,
perché il Piazza le dava sempre ragione, e la ammirava estatico per i
suoi danari, per la sua testa e per la sua bellezza rigogliosa.

--_Lee e poeu pù!_--Era questo il motto, il saluto, la conclusione del
signor Mauro.

Maddalena rimase seduta nello scrittoio ad aspettarlo. Gian Maria,
Temistocle, i commessi una frotta di gente, correvano in su e in giù,
gridando, chiamando, abbaruffandosi, in quel continuo caricare e
scaricare, in quel fracasso, in quel tramestìo del fondaco; ma la
signora Maddalena. non badava a niente, non sentiva niente;
coll'occhio sempre fisso verso l'uscita di strada, aspettava il signor
Mauro. La Cammilla le portava lettere, conti, bollette: essa non
guardava nemmeno, appena le faceva cenno col capo di metterle tutta
sul banco, nello scrittoio.

Continuava a pensare a' suoi casi e a ruminarli nella mente, mentre
teneva d'occhio l'uscio di strada aspettando sempre Mauro
Piazza. Quando lo vide entrare, alto, diritto, colla barba brizzolata
e il pelliccione di volpe come suo padre:--Eccolo--esclamò; si alzò
e fece chiamare il signor Daniele.

L'infelice, in quei giorni, stava più che mai rincantucciato negli
angoli bui, per non lasciarsi vedere dalla moglie, per non lasciarsi
vedere da nessuno, più spaventato ancora perché sua moglie taceva.

--Andiamo su--disse la signora Maddalena.

Salì, e si avviò, dondolando i fianchi, verso il salotto, che aprì con
gran rumore di chiavi e un gran sbattachiar di porte.

Il salotto, una stanza fredda, con un forte tanfo di muffa, con pochi
mobili diventati vecchi senza essere usati, non si era aperto se non
per i grandi avvenimenti della famiglia; il matrimonio col signor
Daniele, i funerali del signor Monghisoni, il giorno del battesimo dei
figliuoli.

La signora Maddalena, sempre muta e maestosa nella solennità tragica
di quel momento, spalancò le persiane, tirò le tende, prese tre sedie,
che spolverò col fazzoletto e poi collocò presso ad un tavolino con
sopra un gran vaso di tulipani celesti di tulle stinto.

--Sediamoci, signor Mauro.

--_Semper lee e poeu pù!_--mormorò il vecchiotto, ch'era rimasto
assorto in contemplazione.

--Si tratta d'interdire Giacomino--disse lei di colpo.--Come si fa?

Daniele se l'aspettava; fece uno sforzo per dar la risposta che aveva
preparata, ma subito gli mancò la voce, tossì.

--Parlerò oggi stesso col mio avvocato--rispose Mauro
Piazza--l'avvocato Rossetti, un bravissimo avvocato. Sempre ai suoi
comandi, signora Maddalena--e le posò sulle ginocchia la mano rossa e
gonfia.

--Ecco... intanto... bisogna aspettare che sia maggiorenne--borbottò
Daniele, a testa bassa, strappandosi i pelolini dei calzoni.

--Ci manca poco. Io, sempre io, devo preveder tutto e prevenir tutto,
in tempo debito. Quando il signor Giacomo compirà i ventun'anni,
egli, sarà già chissà dove, speriamo, molto lontano; ma in ogni
luogo, anche in capo al mondo, se gli si lascia un giorno solo, può
compromettere il nostro nome. Lei, signor Mauro--il signor Mauro
continuava ad approvare ogni parola dondolando il capo--lei lo
condurrà a Genova domani stesso e lo consegnerà a quell'individuo
che io poi le indicherò, _maa_--e tirò lungo il _ma_, che non finiva
mai,--_maa_ tenga bene a mente, o guai a lei!:--nessuno deve saperne
niente.

Il signor Mauro giurò che non avrebbe aperto bocca.

--Nessunissimo--ripetè Maddalena.

--Nemmeno suo padre? Nemmeno suo padre?--esclamò di scatto Daniele
balzando sulla seggiola, e drizzando verso il signor Mauro, giacché
non osava di guardar la moglie, il naso affilato, lucente di sudore
e di lacrime.

--Voi...--proruppe la signora Trebeschi, ma poi, con uno
sforzo brusco, mordendosi le labbra e i baffetti, riuscì a
contenersi--voi--riprese con calma studiata--siete qui per ascoltare,
non per parlare. Voi non avete più voce in capitolo--e sgranando gli
occhi e fissandolo come se lo volesse mangiare, ripetè:--_in nessun
capitolo!_

--Sempre... sempre potrò... potrò parlare--balbettò Daniele con parole
strozzate che gli uscivano dalla gola come singhiozzi--sempre...
sempre quando si tratta di mio figlio... di... del... del mio sangue.

Maddalena si alzò di colpo; non si reggeva più; non poteva più star
ferma.

--Signor Mauro.

--Comandi?

--Andrà domattina alla Banca Popolare; parlerà col direttore, farà in
modo di ritirare una cambiale di tremila lire, colla firma del
Facchinetti, e la firma di questo signor... padre.--E pronunziò
quest'ultima parola--_padre_--con tutto il disprezzo e l'ironia di
cui era capace.

--Come?... Come?... Alla Banca Popolare?... Alla Banca Popolare?...

Anche Daniele era annichilito.

--Alla Banca?... Alla Banca Popolare?

--Sì, sì, sì!--strillava lei ridendo, sogghignando nervosamente e
andando su e giù per la stanza. Il signor Mauro, sbalordito, si
rigirava sulla seggiola e si ostinava a domandare all'uno e
all'altro senza ottenere risposta:--Come? è proprio il Facchinetti
del _Crocifisso?_ L'usuraio? Il Facchinetti del _Crocifisso?_ e intanto
il povero Daniele smaniava e protestava che il Facchinetti si era
impegnato solennemente a non girare quella cambiale e a tenerla in
portafoglio.

--Mi ha dato la sua parola d'onore! La sua parola d'onore!

--Il Facchinetti del _Crocifisso?_--domandò ancora per l'ultima volta il
signor Piazza.

--Ma sì, in nome di Dio!--strillò Maddalena--l'usuraio! l'usuraio
del figlio, l'usuraio del...--e qui un'altra occhiataccia ironica,
sprezzante, furibonda--l'usuraio del padre!

--Ah, ma allora...--e il Piazza, scandolezzato, si sdraiò sbuffando
sulla seggiola--allora la signora Maddalena ha tutte le ragioni, ha
cento, mille, un milione di ragioni.

--Ha un torto solo, per altro, fra tante ragioni--gli rispose Daniele
a mezza voce, non potendo frenare un fremito di stizza.--Ha il
torto di mettere gli... estranei nelle questioni nostre di
famiglia. È difficile poter giudicare di tutte le circostanze cha
capitano... nella vita.

--Lui, le cavallerizze del Dal Verme, le chiama _circostanze della
vita_, lui!--strillò Maddalena, afferrando il vecchio sbalordito,
per la pelliccia e sbattendolo violentemente.--Capisce, signor
Mauro? Io, quando per eccesso di prudenza, e posso vantarmene,
domando un consiglio al cugino di mio padre, metto in piazza i
segreti della famiglia; lui, invece, lui, che si fa menare per il
naso dalle cavallerizze di rango francese, che fa ridere alle sue
spalle mezza Milano, e spende a spande, e firma cambiali, e fa
debiti sporchi per le Fanny, lui è l'uomo, anzi il padre, il
genitore saggio e circospetto!

Daniele cercò di giustificarsi, ma sbagliò strada; pareva quasi non
volesse far altro che calmare la gelosia della moglie.

--Ah, non sei stato più di due o tre sere al Dal Verme? E soltanto per
tener d'occhio quella. perla del tuo ragazzo?... Hai paura, magari,
che io dia in convulsioni per te?... Gelosa?... Io?... della tua
faccia? Ma so, so, so, che sei incapace, incapacissimo di
tradimenti!--E qui una risata peggiore delle altre.--Tu ti sei
lasciato menar per il naso, ti sei fatto mettere in mezzo da quella
peste di Giacomo! Lui, lui, ti ha corrotto, ti ha istupidito; lui,
la rovina della casa, la rovina tua, mia, di tutti quanti; se non ci
fossi io, peraltro; io, che ho gli occhi aperti.

--Brava!--esclamò il signor Mauro, voltando le spalle a Daniele.

--Io, io--continuava Maddalena--che mi sono ammazzata a lavorare
tutta la vita come mio padre, perché poi i miei denari, vadano a
ingrassare le signore Fanny e i Facchinetti!

--Benissimo!

Daniele protestò, rivolgendosi al Piazza, obbligandolo a voltarsi.

Anche lui, in fin dei conti, anche lui, Daniele, sudava da venti, da
trent'anni in quel fondaco, in quella cantina, in quella prigione,
senza mai aver domandato niente, mai niente, nemmeno un tozzo di pane,
più di quel tanto che gli buttavano sul piatto come un cane; erano
venti, trenta anni che sgobbava anche lui, da mattina a sera, senza
aver chiesto niente, mai niente, nemmeno un giorno di riposo, un
minuto di pace. In fine c'era anche il suo sangue, il suo sudore in
quei danari tanto vantati dalla moglie; li avevano guadagnati insieme!
E quando, un giorno, non per divertirsi, ma per suo figlio, per amore
di suo figlio, che aveva commesso uno sproposito, lui, padre, voleva
spendere anche tremila lire per rimediare, per pagare, credeva di
poterlo fare, di avere il diritto di farlo, e di non essere, per
questo, nè un vizioso, nè un ladro, nè un'imbecille.

Il signor Mauro sogghignava:

--Per una cavallerizza?... Tremila lire?... Ha ragione, signora
Maddalena.

--Caro Piazza, lei non è padre--gli rispose Daniele ancor più
risentito, colla voce alterata. E forse, chissà, nell'ira, par
quell'intromissione indelicata, c'entrava pure un fremito di pudore
offeso, il risentimento di un'intima e gelosa verecondia: era la
signorina Fanny, nell'amazzone nera, attillata, tutta la signorina
Fanny, coi labbruzzi che parevan foglie di rosa, col piccolo neo
dietro l'orecchio, era il desiderio, la tentazione, l'ideale che
veniva buttato villanamente in pascolo alla curiosità, allo scherno
di quell'omaccione plebeo.--Lei non è padre--gridò--e non può,
non deve, non ha il diritto di criticare quello che può fare un
padre per suo figlio.

--Finiamola!--interruppe Maddalena.--È ora di finirla col padre, col
figlio, collo spirito santo!

Non ne poteva più!

--Imparate da me a saper tacere, a saper comandare anche al proprio
cuore e a farvi rispettare. E imparate da me ad educare, ed anche--me
ne vanto perché posso vantarmene--ad amar con giudizio e con coscienza
i propri figliuoli.

--Certo!--replicò ironicamente il signor Daniele.

Amava i suoi figli, lei, e li mandava in mare, lontano, incontro ad
una vita piena di stenti, di pericoli, una vita di galera! Amava i
suoi figli e li voleva interdire, voleva rovinarli, disonorarli per
sempre, prima ancora che cominciassero a vivere!

--E. questo perché?--rispose, sforzandosi di tornare in calma, la
signora Trebeschi--per impedire che uno solo possa essere la rovina
degli altri.

--Brava!... _Lee e poeu pù!_

--Per questo voglio imbarcare quel manigoldo; e siccome l'ha nel
sangue la peste dei debiti e delle cambiali, così non c'è scampo:
interdirlo, per mettersi al sicuro.

--No; niente.

Maddalena guardò suo marito trasecolata.

Grazie alla presenza d'un altro, essendo in tre, il signor Daniele
aveva meno paura della moglie; e poi erano su in casa; essa poteva
strillare e strepitare, nessuno sentiva. Infine, quel signor Mauro,
mortificandolo e punzecchiandolo, gli dava coraggio.

Suo, figlio imbarcato? No. Suo figlio interdetto? No. E continuava a
insistere, a ribattere, a ripetersi, con quella testardaggine che era
pure una forza, la sola forza che vincesse in lui la timidezza.

Tremila lire? Ebbene in quegli anni aveva guadagnato altro che tremila
lire! Aveva lavorato per suo figlio, le aveva guadagnate per suo
figlio, le aveva spese per suo figlio! Che cosa erano in fin dei conti
tremila lire? Ne poteva spendere anche trentamila senza rovinarsi... E
le avrebbe spese, e ne avrebbe spese anche centomila, avrebbe speso
tutto il suo per la salvezza, per l'onore di suo figlio.

Maddalena, non avvezza ad essere contraddetta, e nemmeno sentirsi
rispondere, dinanzi a quell'esaltazione e a quel profluvio di parole,
rimaneva sempre più attonita e sconcertata.

--Sta bene--rispose a Daniele un po' più sottovoce.--Hai perdonato?
Pagheremo e ritireremo la cambiale. Ma perdonare, impara da me, non
vuol dire dimenticare; perdonare non vuol mica dire tenere... quel
cattivo soggetto ancora in condizione di nuocere a noi e a' suoi
fratelli. Ho ragione, signor Mauro?

--Sempre.

Daniele, stupito a sua volta della moderazione di Maddalena, se ne
fidò troppo: essa abbassava la voce?... Credette far bene alzandola,
lui.

--Correggere--esclamò con forza, rizzandosi come sua moglie, e
battendo come sua moglie un piede in terra--correggere non vuol
dire... esagerare.. Si può correggerlo... senza mandarlo a fare il
mozzo, in capo al mondo.

--Che cosa vuoi farne di un ragazzo che non ha vent'anni e già
s'ingolfa nei debiti fino al collo, per donne di teatro?

--Correggerlo, sissignore! ma interdirlo; punto primo, non si può. e
anche se si potesse, non vorrei, piuttosto... mi cambio
nome. Vergogna: c'è da vergognarsi!

--Ma... se è d'una razza... se l'ha nel sangue la peste dei debiti,
delle donne, del giuoco, delle cambiali?...

--Tu, tu invece--non ho paura, parlo chiaro,--tu hai nel sangue
del... del veleno contro Giacomino.

Daniele gridava più forte, per non perdere il coraggio, ma era
diventato balbuziente, non trovava più le parole, era come fuori di
sè, ubbriacato dalla sua stessa temerità, e non sapendo che altro
dire, tornava da capo colle stesse cose.

--Adesso ne pagava tremila delle lire?... ne avrebbe anche pagate
trecentomila!... Era stufo di piegar la schiena, di servire, di
tremar sempre, di far la bestia, di non essere padrone di niente,
nemmeno dei suoi figli, delle sue creature, del suo sangue!

--Ma se è appunto per salvare i tuoi figli--soggiunse Maddalena
strascicando le parole e sorridendo con una dolcezza che graffiava--se
è per salvarli che io voglio allontanare...--quello là!

--_Quello là_ deve essere amato e rispettato come gli altri,
quello... quello là è mio figlio come gli altri; e lei, signor
Mauro, la finisca, sissignore, anche lei, la finisca di voltarmi le
spalle, di compatirmi, di... di... di sogghignare.

--Tu finiscila! Tu! Basta; basta! Basta di alzar la voce!

Maddalena, ormai fuori di sè, aveva, perduto affatto il lume degli
occhi, e siccome Daniele, sebbene un po' scosso, con voce più rotta e
più bassa, continuava sempre a rispondere, essa lo afferrò per la
cravatta, per il colletto, e prese a scuoterlo violentemente.

--Basta di alzar la voce! Hai capito? Basta! Adesso basta,
basta,--basta!

--No... no... non basta! No... mio figlio...--si ostinava a ripetere
Daniele, mezzo strozzato.

--Ma che tuo figlio!... Tuo figlio! Quello là non è mai stato tuo
figlio! Hai capito? hai capito?

Maddalena rauca, accesa in viso, continuava a tenere il marito per il
collo, a stringerlo, a scuoterlo sempre più forte.--Hai
capito?... Hai capito?... Allora basta di gridare, basta di
seccarmi. Va! Va via!... Fuori dei piedi!--e così dicendo, gli diede
tale una spinta che lo mandò traballante fin contro l'uscio.

Poi, a poco a poco, s'andò calmando e mentre si ravviava i capelli
arruffati e l'abito sgualcito, ripigliò:

--Avrei dovuto dir tutto anche prima: ho taciuto per riguardo tuo:
adesso lo hai voluto tu. Me ne hai fatto un caso di coscienza: colpa
tua. Del resto, se mi è capitata una disgrazia... tutte quelle che
perdono la testa dovrebbero imparare, da me, come si fa a vincersi,
a rimediare, a riparare. Non è vero, signor Mauro?

Questa volta il signor Mauro, che era rimasto a bocca aperta, trasalì,
ma non disse verbo.

--Tu--continuò Maddalena, rivolgendosi al marito--quando saprai
tutto, imporrai le tue condizioni: la mia punizione, se sarò stata
colpevole. Sei il capo della famiglia, farai tutto ciò che crederai
più necessario: fa tu, pensaci tu, Ricordati però che il nostro
nome, che l'onore e il credito della ditta Monghisoni, non è nè tuo
nè mio: è dei nostri figli, di Temistocle e di Gian Maria. Ed
ora...--la signora Maddalena cominciava a commuoversi--ed
ora... questo posso giurare... se... mi è toccata una disgrazia, non
ho... non ho rimorsi!

Vinta dall'affanno, dette in un pianto dirotto, e senza dir altro uscì
dalla stanza sbattendo l'uscio.

I due erano rimasti attoniti, trasognati.

--Signor Mauro--disse poi Daniele sottovoce, come per interrogarlo.

--Io?...--rispose l'altro abbottonandosi la pelliccia.--Io...Io per
me non lo crederò mai; nemmeno, nemmeno se avessi visto coi miei
propri occhi.--Si cacciò il cappello in testa, e se ne andò
lentamente, pesantemente, senza mai guardare il signor Trebeschi,
senza nemmeno salutarlo.

Daniele, lo vide uscire, lo sentì scendere le scale, ma non si mosse:
fermo, immobile, pietrificato, restò lì un bel pezzo a pensare.

--Imparate da me!... Imparate da me!...--mormorò alla fine,
scrollando il capo, sospirando melanconicamente.--Belle cose da
imparare.

Ma, poi, quando rientrò nel fondaco--si era fatto tardi; era l'ora di
chiudere--diede tutti gli ordini e le istruzioni necessario ai
commessi, con voce più forte, più alta delle altre sere.

Per la prima volta, il signor Daniele cominciava a sentirsi un po'
padrone in casa sua.



IX.


La disgrazia della signora Maddalena aveva avuto un nome ed anche un
titolo aristocratico: si chiamava, il conte Adelino di San Marsilio,
tenente dei lancieri.

A' suoi tempi il conte Adelino era stato famoso come uno dei più
galanti e dei più allegri viveurs del bel mondo di Torino, di Milano e
di Parigi, dove lo chiamavano _le comte des mille et une
nuits_. Ma... adesso? chi ne sapeva più niente?... Era morto? E se
vivo, dove era andato a finire?

Aveva dovuto dare le dimissioni, abbandonare il reggimento, perché
tutti i nodi vengono al pettine... e anche i debiti quando non si
pagano. Si era ritirato a Torino, perché i San Marsilio erano di
Torino; ma... poi? Chi se ne ricordava? Qualche creditore, forse.

Quanto alla signora Maddalena, ne sapeva ancor meno degli altri. Lo
aveva visto una volta sola; e poi più. Ne aveva avuto abbastanza.

--Mostro... canaglia.

Lo odiava, lo detestava perché anche lei c'era caduta.

Come mai? Com'era successo? Non poteva dirlo; non avrebbe saputo
dirlo.

Era stata la sorpresa? la stupidità? la paura? O le era mancata la
voce per gridare? per chiamar gente? Il caldo, l'afa di quella sera,
dopo pranzo; la testa le girava... chissà?...

E poi chi poteva aspettarsi un fatto simile?... Lì, nel fondaco,
proprio lì, in quello scrittoio, su quel vecchio canapè di pelle,
imbottito di stoppa, che aveva servito onoratamente a tutta la
discendenza dei Monghisoni!

Che bestia, lei; e lui, che sfacciato, che canaglia!

Forse anche quel profumo; quell'odore, anzi quel puzzo di... di
serpente, di basilisco che aveva addosso; così sottile, così acuto, e,
maledetto lui! così snervante!

C'entrava anche quel certo non so che di... di sopraffino, quella
bella maniera che non hanno che i gran signori. E, quello là, tuttoché
spiantato, fallito, era uno di quei tali che hanno nel sangue la gran
padronanza dell'universo.

Averne sentito parlare tanto e poi tanto, di lui, e di tutte quelle
matte che perdevano la testa per lui, e ad un tratto trovarselo lì,
seduto accanto, a far lo spasimante!

--Altro che criticarmi! Avrebbero tutte da imparare da me, che in fin
dei conti sono stata l'unica... che abbia dato prova di giudizio.

Era vero, infatti, che tutti a Milano, e non soltanto quelli che non
avevano niente da fare, si occupavano del conte Adelino di San
Marsilio, de' suoi amori, dei suoi debiti, de' suoi cavalli.

Anche i buoni borghesi della domenica se lo indicavano l'un l'altro
sui bastioni, nelle carrozze delle signore, e nei palchetti al teatro:
e così il nome e la fama e le gesta del conte Adelino di San Marsilio
erano arrivate vieppiù esagerate, perchè più lontane, persino in via
Lentasio, e nel fondaco Monghisoni.

La signora Maddalena, sebbene giovane e prosperosa, restringendo ogni
sua gioia nella cerchia meschina degli affari e dei guadagni, odiava
la gente di fuori che stava a divertirsi, a spendere e a far
all'amore; specialmente poi quello spaccone di un _conte senza contanti_
che non aveva mai visto, ma di cui le avevano empito la testa, non lo
poteva patire e provava per lui un'antipatia istintiva.

--Come facevano quelle matte--e quelle matte, per la signora
Maddalena, erano tutte le più grandi dame di Milano--come facevano
a perdersi dietro a un tisicuccio spiantato come quello?

--Spiantato?... Gli arrivavano da Torino i danari a sacca, e lui li
buttava via a palate! Tisico? Ma la signora Maddalena non lo aveva
mai visto! Era un bellissimo giovane.

No, non l'aveva mai visto; non lo voleva vedere; per lei, gli
zerbinotti li aveva tutti in uggia, non li poteva soffrire: tutti
leccati, impomatati, le davano la nausea; e sporgendo le labbra e
arricciando il naso, dimostrava energicamente il suo disgusto:--Peuh!

La signora Trebeschi si trovava appunto in queste ottime disposizioni
d'animo verso il conte di San Marsilio, quando un giorno le capitò nel
fondaco uno dei suoi soliti compari, il Fioccola, che strizzandole
l'occhio le propose un buon affaretto.

--Diecimila lire, un mese e mezzo, per il tenente di San Marsilio.

La signora Maddalena strepitò:

--Vada da quelle matte, vada dalle sue contesse a farsi pagare i
debiti!

L'altro, il Fioccola, rimase maravigliato. Era un buon affare, un
affare sicuro.

--Sicuro? È uno spiantato. E io che non sono una di quelle che si
divertono a far all'amore, non voglio rimetterci del mio con questa
sorta di gente.

Il Fioccola cercò di persuaderla. Il signor conte di San Marsilio
aveva casa di gran lusso, scuderia con dei cavalli; e il Fioccola del
resto aveva scritto a Torino. Si poteva dormire fra due guanciali, e
ad ogni modo egli stava garante.

Maddalena lo guardò: il Fioccola aveva denari; non c'era rischio. Ma
non ne volle sapere; con quella gente lì, non voleva sporcarsi. E
tornò a strillare.

--Che; cattivaccia!--esclamò il Fioccola sorridendo a questa
sfuriata.--Così bella, bianca, rossa e fresca come una rosa, e
sempre cattiva, cattivaccia!--E se ne andò: ma tornò il dì
dopo. Gli premeva quella cambiale del signor conte: prendeva i
denari dalla Trebeschi Monghisoni al dieci per cento all'anno; ma
poi lui si beccava, per provvigione, il dieci per cento al mese.

Tornò dunque alla carica.

--E così? Siamo sempre in collera col povero Fioccola? Sempre tanto
bella e tanto cattiva?

Maddalena lo guardò fisso, aggrottando le ciglia; ad un tratto le
saltò un grillo in capo e mutò parere. Conosceva il Fioccola da molti
anni: se metteva tanta insistenza in quella faccenda, voleva dire che
al signor tenente sarebbe costata salata. E perché no? Lei non si
insudiciava le mani perché i suoi denari li dava al solito saggio
ragionevole: non correva nessun pericolo, perché il Fioccola, in
ultima analisi, avrebbe dovuto risponder lui, e quel signor tenente,
quel conte senza contanti avrebbe almeno pagata cara, una volta tanto,
la bella vita che menava a Milano.

Si fece pregare ancora un poco, poi scontò la cambiale,

--L'ho sempre detto, Madonna!--disse il Fioccola,--andandosene, e
sorridendole, galantemente.--L'ho sempre, detto che era troppo una
bella donna, lei, per dir sempre di no!

Rimasta sola, la signora Maddalena guardò e rigirò in tutti i versi la
cambiale, prima di chiuderla nel portafoglio.

Quella firma, _Adelino di San Marsilio_, così lunga e sottile, cotor
violetto, risaltava aristocraticamente sotto il grosso caratteraccio
nero, scarabocchiato del signor Fioccola.

--_Adelino di San Marsilio_--ripetè, battendo le sillabe nel rileggere
il nome.--Questi demoni sanno essere, in tutto e per tutto, diversi
dagli altri!--E mentre guardava il foglietto, sentì un profumo
vago, sottile, penetrante, che a mano a mano pareva farsi più acuto.

--Che cos'è?--e fiutò a lungo la cambiale.

Certo il San Marsilio doveva averla tenuta in tasca varii giorni, e la
_lingua di cane_ aveva preso l'odore dei suoi abiti.

--Che puzzo!--mormorò dopo un istante.--E quelle matte si lasciano
ubbriacare da tutte queste droghe!--E di nuovo arricciò il
naso:--Peuh!--ma fiutò ancora, la cambiale... e finalmente, quando la
ripose nel portafoglio richiuse il cassetto, pensò con aria
soddisfatta di padronanza:

--Ma intanto, me lo tengo io, sotto chiave, il cicisbeo delle
contesse.

Per un mese non si parlò più del giovane ufficiale, finché, una
mattina, uno dei commessi del fondaco Monghisoni, che si piccava di
galanterie, portò una notizia da far strabiliare:

--Il duca Della Torre ha scoperto sua moglie in intimo colloquio con
un tenente di cavalleria: si sono battuti in duello, all'ultimo
sangue, e il tenente, un conte anche lui, il conte San Marsilio di
Torino, gli ha spaccato la testa di colpo, con, una sciabolata.--E
il giovane, esaltato, prese; a rifare le mosse del tiratore:--Uno,
due e tre! Il duca Della Torre è mezzo morto.

--Il tenente? il conte di San Marsilio?... È il mio!--pensò la
giovane scontista. E più tardi, quando lesse, la notizia di quel
gravissimo duello anche nella cronaca del _Secolo_, dove per altro non
c'erano i nomi, ma soltanto le iniziali: il duca D., il tenente
A. S. M. essa tirò fuori la cambiale per-vedere se proprio quelle
iniziali corrispondevano _alle sue_.

--Sicuro: _Adelino di San Marsilio_. A. S. M.--Adelino?... Che razza
d'un nome!--mormorò la signora Trebeschi.--E che razza di cane!
Ruba una moglie e rompe la testa al marito!--Ma in appresso ci
ripensò, e osservando il signor Daniele forse per la prima volta, le
balenò in mente:

--Se toccasse a quello lì, un fatto simile!--e le scappò da ridere.

Poi non ci pensò più: il cacio _parmigiano_ da un giorno all'altro aveva
fatto un ribasso favoloso, e i magazzini del Monghisoni ne erano
pieni. Aveva altro in testa.

Tornò a ricordarsi del San Marsilio dopo un paio di settimane, quando
venne il Fioccola a proporle la rinnovazione a un mese della cambiale
del tenente, di quel conte piemontese.

--No.

--Come no? Almeno per quindici giorni. Sta facendo un mutuo ipotecario
sopra una sua casa di Torino per cinquantamila lire: ho visto io le
carte.

--No; regola generale: alla scadenza si paga.

--Tutti i giorni, pare impossibile, diventa sempre più bella e sempre
più cattiva!--esclamò il Fioccola, dandosi un pugno sul capo con
comica disperazione. Poi le fece l'occhiolino:--Al caso ci sarebbe
un _pourboire_...

La signora Maddalena montò su tutte le furie e scacciò il Fioccola
come un can frustato.

--Imparate da me; che io non faccio l'usuraia!

Il Fioccola andò a passeggiare, e a far la posta attorno al _Cova_,
aspettando che il tenente uscisse, finito il pranzo.

Non c'era tempo da perdere!

Ma il San Martino lo fece aspettare un pezzo: poi, finalmente, uscì
dal portone di via Manzoni, ridendo, parlando forte, strascicando la
sciabola, in mezzo ad una brigata di amici. Appena visto il Fioccola
che lo aspettava, l'ufficiale si staccò dai compagni, e infilò via
Andegari.

L'altro allungò il passo, e lo raggiunse in due minuti.

--Fiasco.

--_Sapristi!_--esclamò il tenente dei lancieri, diventando pallido. E
anche lui strapazzò come un cane il povero Fioccola.

Ma il compare c'era avvezzo, e invece di offendersi gli diede un
consiglio da vero amico.

--Sa che cosa dovrebbe fare, signor tenente? Lei...--e fece
l'occhiolino al signor tenente come aveva fatto alla signora
Maddalena--lei sa come si fa... per convincere le belle donne. Si
provi lei. L'onore di una visita del signor conte, poi la sua
parlantina; ci scommetto la testa: le rinnova la cambiale vecchia, e
gliene sconta una nuova.

--Dove sta?

--Via Lentasio, 59. Se fa presto, trova sempre aperto.

--Pss!--Il tenente, alzando la mano stretta nel guanto bianco, fece
cenno di fermarsi ad una carrozzella che passava.

--Via Lentasio, 59, avete detto?

--Sissignore.--E il Fioccola ripetè l'indirizzo al cocchiere che,
frustata la rozza, riprese a correre verso via Manzoni, mentre il
tenente si sdraiava nella carrozza, accavallando le lunghe gambe
attorno alla sciabola.

--_Alt!_--Il signor conte fermò il cocchiere in piazza della Scala,
accese una sigaretta, poi:--Avanti!--gli gridò colla prima boccata
di fumo... e tre minuti dopo saltava dalla carrozza dinanzi alla
porta di casa Monghisoni.

In quei giorni, l'ultimo bimbo dei Trebeschi, Gian Maria, che era a
balia, a Sesto San Giovanni, era mezzo ammalato; cominciava a mettere
i denti, bisognava divezzarlo, e il signor Daniele tutte le sere, dopo
pranzo, andava fino a Sesto, a piedi, e ritornava in strada ferrata
coll'ultimo treno.

Ma la signora Maddalena doveva restare a casa e brontolava perché non
c'era un filo di aria e si moriva dal caldo; brontolava perché a lei
toccava di lavorare, e di sfacchinare giorno e notte come lo schiavo
alla catena e non poteva come certa gente, andar a spasso, e darsi
buon tempo, col pretesto di Gian Maria... che stava benone!

Infatti, anche quella sera, la sera del giorno, appunto, in cui si era
tanto arrabbiata col Fioccola, la signora Maddalena, dopo aver
imbarcato il marito per Sesto, dopo aver chiuso il negozio, dopo aver
messo a letto Temistocle, era scesa di nuovo nello scrittoio, e lì,
tranquillamente, in corset per avere più fresco, e col suo bravo
virginia in bocca--qualche volta si godeva dopo pranzo anche la
fumatina--s'era messa a rivedere le prime note e a sfogliare il
carteggio.

Di solito, nel fondaco, non faceva mai troppo caldo: ma quella sera,
anche lì, si soffocava. La signora Maddalena aveva pranzato di buon
appetito: forse, d'estate, colla gran sete, si beve anche di più,
senza accorgersene... Si sentiva le vampe al viso; s'alzò, si levò il
fazzoletto di _foulard_ che aveva attorno al collo; e tirò su fin sopra
il gomito le maniche del giubbino...

Ad un tratto sentì parlare nel cortile; udì dei passi che si
avvicinavano, poi aprir l'uscio del fondaco: non poteva essere
Daniele, era troppo presto.

--Chi è?

--Sono io, signora padrona!--gridò la voce di Teresa, la
  portinaia.--C'è un signore... Vuol parlar con lei!... Di gran
  premura!...

--Venga domani mattina!--rispose Maddalena forte, senza
muoversi.--Adesso è chiuso; è troppo tardi.

--_Pardon_, mille _pardons_, cara signora, ma domani sarebbe troppo tardi
per me.

--Chi è?--ripetè Maddalena, vivamente, balzando in piedi; e, presa la
lucernina a petrolio, e tenendola alzata col braccio, andò
sull'uscio dello scrittoio a vedere.

--Chi è?

Sentì un batter di sproni e di sciabola, e sotto i voltoni bui del
magazzino, fra i barili d'olio, le botti di aringhe e le forme di
cacio parmigiano, apparve, si avanzò, si fermò dinanzi a lei,
inchinandosi e picchiando i tacchi l'un contro l'altro, un giovane
ufficiale, alto, sottile, biondo, sorridente.

--_Pardon_, ancora mille _pardons!_...

--È lui, quel maledettissimo!--pensò Maddalena, e sentì una stretta
al cuore, per via della cambiale.--Mio marito non c'è; a quest'ora
non c'è nessuno: torni domani!--rispose in fretta, sgarbatamente.

--Il signor Fioccola mi ha detto di parlare con lei, e desidero
parlare con lei.--Il San Marsilio era risoluto a non tornare
indietro.

Maddalena entrò nello scrittoio, posò la lucernina sulla scrivania, e
mentre l'altro, ritto presso l'uscio, attendeva per entrare anch'egli,
essa cominciò a cercare il suo fazzoletto di _foulard_ voltandosi,
rivoltandosi di qua e di là, chinandosi, abbassandosi.

--_Sapristi!_--E il tenente dei lancieri, fissandola, si arricciava i
baffetti.

Maddalena, che aveva trovato il _foulard_ sotto il canapè, se lo buttò
sulle spalle, accomodandoselo al collo.

--Allora venga avanti: che cosa desidera?

La signora Trebeschi si mise a sedere sulla poltroncina dello
scrittoio, e l'altro sul canapè. In quel piccolo casotto, dove tutto
era ammonticchiato, ci stavano appena.

Il San Marsilio disse subito che gli premeva parlare per quella sua
cambiale di diecimila lire.

--Scusi, chi è lei?--gli domandò Maddalena, fingendo di non aver
capito chi era, e però rimanendo fredda ed impassibile, mentre
l'altro le sciorinava nomi e titoli.

--La sua cambiale--rispose poi seccamente--è stata girata alla Banca
Nazionale. Non ha ricevuto l'avviso?

--No, non ancora.

--Adesso lo sa: per ritirarla bisogna andare alla Banca Nazionale.

Ma l'altro, invece di andarsene, posò tranquillamente il berretto sul
canapè, cacciò la sciabola in mezzo alle gambe che prima allungò, poi
accavallò l'una sull'altra, e fissando negli occhi la signora
Trebeschi e sorridendo con galanteria, le domandò come il Fioccola, la
rinnovazione ad un mese.

--Impossibile.

--Allora quindici giorni.

--Impossibile. È regola generale: non si ammettono rinnovazioni. Alla
scadenza bisogna pagare.

Il tenente, chinandosi e avvicinando il viso, a Maddalena, mentre la
fissava negli occhi e sorrideva, cominciò a far un lungo discorso per
smuoverla, per convincerla, per ottenere la rinnovazione.

--No? proprio no?

--No.

--Sarei così sfortunato con lei?... Una così bella signora, mandarmi
via con un no?--riprese il San Marsilio adattando lo spirito
all'ambiente.

--No.--E Maddalena pensò fra sè:--Sarò la prima, e ci ho gusto,
così t'accorgerai che io non sono una matta come le tue contesse.

--No.

E per allontanarsi dal divano, si accostò di più alla
scrivania. Quella giubba succinta, quei pantaloni attillati le
facevano un'impressione penosa; e poi le urtava i nervi quell'occhio
sempre così fisso e quel continuo riso da scimmia, per far vedere i
denti bianchi! Era strano però, come egli aveva l'aria d'esser lì in
casa sua; toccava tutto, le aveva già preso la mano due volte; e non
era davvero aristocratico; questo poi no. Non dava nessuna
soggezione. Quasi quasi pareva anche a lei di averlo sempre
conosciuto.

--No, sa--ripigliò dopo un momento, interrompendolo per finirla, e
per farlo andar via, che voleva chiudere lo scrittoio e risalire in
casa.

Quel soldato aveva addosso un odore così acuto che le dava alla testa.

--No, sa, è impossibile. Del resto non dipende da me; se vuol provare
domattina con mio marito... ma già le risponderà come me: che non si
può.

Il giovane tenente, invece di perdere la pazienza, di andarsene, dette
in una gran risata, e tornando ad allungar le gambe, le accavalcò
dall'altra parte.

--Credo bene che suo marito... risponderà come lei!... Vorrei io
essere suo marito, aver la fortuna di essere suo marito, e farei
altrettanto. _Sapristi!_ e come volentieri!

--Se non avesse dovuto star sulle sue per cagione della cambiale,
anche a Maddalena sarebbe scappato da ridere a veder l'entusiasmo
del bell'ufficiale.

Suo marito, con quella faccia da miserere, che, cosa aveva capito,
lui, della gran fortuna che gli era toccata?

E invece, quel mostro, come sapeva fare! I gran signori erano proprio
di un'altra razza, tutta diversa.

Questo era il primo che Maddalena avesse avvicinato, che potesse
vedere, osservare con tutto comodo: e lo osservava e lo studiava con
curiosità crescente.

Chissà che mentre stava lì, a pregarla, a supplicar, lei--per
niente--qualche sua principessa non fosse in ansie ad aspettarlo!

San Marsilio parlando, si accarezzava i baffetti, e alla Maddalena
pareva impossibile che una manina così bianca, così sottile, così
delicata, potesse tirar di quelle sciabolate che spaccano la testa ai
mariti, con un colpo solo. E come faceva per aver le unghie così
lucide, e per conservarsi i denti così bianchi? E sotto le maniche che
pelle fina, delicata... E sotto quella pelle da donnina bionda che
muscoli d'acciaio, che forza, che coraggio temerario! Com'era diverso
da quei bei giovani di negozio che a lei facevano schifo, coi cappelli
unti e bisunti e colla camicia scollata!

--È inutile, signor conte; anche se resta qui fino a domani, io dovrò
dire sempre di no.

--Mi tiene qui fin domani? Io ci resto, beato, contento... anche a,
costo di sentirmi... di sentirmi dir di no--e scrollando la testa,
e sorridendo sempre con quei denti così bianchi sotto quei baffetti
così biondi, continuava a ripetere maliziosamente:

--No, no, no, no.

San Marsilio non era mai stato tanto eloquente; senza mai dimenticare
ch'era lì per la cambiale, si animava, si riscaldava davvero,
trovandosi solo, a quell'ora, in quel luogo, con quella donna, e,
_sapristi!_ che bella donna! A poco a poco la grossa cambiale e la
grassa bottegaia si fondevano in un desiderio solo dell'accesa
fantasia... e gli sorrideva molto l'idea che tutte le strade conducono
a Roma.

Un momento la Maddalena, che aveva il gomito sulla scrivania, si
ritrasse indietro, per sfuggire al contatto di quel braccio appoggiato
lì sulla sua poltrona, e un monte di carte, delle lettere, dei
libretti, ruzzolò per terra. San Marsilio balzò in piedi per andare a
raccattarli.

--Non si disturbi, signor conte!--esclamò Maddalena diventando
rossa.--Non importa! In questo stanzino è tutto in disordine; non
ci guardi, per carità!

--No; quando si è qui, non, si può guardar altro che lei!

Doveva offendersi? Far la selvatica? No. Era il modo di fare di quella
gente lì. Invece si alzò per fargli capire di andar via.

--Allora, _pardon_, mille _pardons_... per averla incomodata...--e il
bell'ufficialetto non sorrideva più. Pareva triste e un po'
mortificato.

Una cambiale di diecimila lire che scade il giorno dopo può esser un
affar serio, specialmente quando le diecimila lire non ci sono.

La signora Maddalena, per la prima volta, forse, in vita sua, pensò
una cosa simile ed ebbe un sentimento quasi di compassione per un suo
debitore.

--Creda, signor conte, se dipendesse da me, volentieri; ma, proprio,
non si può. Anche noi abbiamo i nostri impegni; e la sua cambiale
abbiamo dovuto girarla.

--Allora _pardon_, mille _pardons!_--E il tenente dei lancieri,
inchinandosi, le stendeva la mano per salutarla. Ma nel suo
sorriso, tra i baffetti biondi e i denti bianchi, c'era una punta di
amarezza e d'incredulità.

--Le assicuro, le dico la verità!--esclamò Maddalena, stringendogli
la mano.

--Ascolti, signora Trebeschi; avevo dimenticato un'altra cosa.

E il conte Adelino si sedette di nuovo, tenendo sempre Maddalena per
la mano.

--Le mostrerò una lettera del mio procuratore.

--No, no; adesso non c'è più altro da, dire, adesso vada.

Ma il giovinotto la teneva sempre stretta per la mano; dovette sedersi
anche lei.

--È tardi, adesso torna mio marito; ho detto di no, è no.

E l'altro daccapo, con quella voce tenera, morbida, insinuante a
pregarla, a supplicarla; ma pregarla di che cosa? Supplicarla per che
cosa? Ancora per la cambiale? Per la rinnovazione?

--No.

Perché la guardava in quel modo?... perché le baciava la mano?

--Dunque... signor conte, siamo intesi. Adesso vada via, torni domani,
da mio marito; cercherò anch'io di persuaderlo; vedremo se si potrà
combinare...

Il bell'ufficiale continuava, continuava a parlare; colla voce calda,
strascicando l'erre, continuava, sempre più vicino, stringendole la
mano sempre più forte, passandole infine un braccio dietro la vita.

--Ma che crede lei?... con chi crede d'essere lei?... Adesso siamo
intesi, vada via...--E restava lì, ad ascoltarlo, doveva
ascoltarlo; un po' perché, con quella gente lì, così diversa dagli
altri, non sapeva come trattare, nè come fare a cacciarlo via, un
po' per la curiosità, sempre per la curiosità.

Ma che cosa diceva? Che cosa voleva?... Lei, o la cambiale?... Certe
parole non le capiva nemmeno. Ma era quello il suo modo di fare? E
così quelle matte si riscaldavano, s'innamoravano? chissà quante di
esse avrebbero pagato un occhio, per tenerselo lì, come lei, ai suoi
piedi... Ma lei no; sempre no! Mascherina, ti conosco!

--Oh Dio! Adesso cosa fa?... Ma signor conte...--e lo fissò
corrugando le ciglia.

Il San Marsilio si era slacciato un po' la giubba per cercare il
portafoglio e nel portafoglio la lettera del suo procuratore.

Era una lettera lunghissima, che si riferiva al mutuo delle
cinquantamila lire. Il San Marsilio volle leggerla tutta, da capo a
fondo, stringendo sempre la mano alla signora Maddalena. Essa cercava
di allontanarsi tirandosi in fondo al canapè. La giubba era sempre
aperta, e lasciava scorgere la camicia finissima, colorata, e ne
usciva più forte, più acuto quel profumo strano che le dava tanto alla
testa.

Ma non poteva fare a meno di guardare, di osservare tutto.

Che stranezza!... Aveva una camicia fina, fina, di batista, come
quella delle signore...

Il giovane, continuando a leggere, si chinò, sotto la luce, per
vederci meglio, e allora scivolarono risonando, fuori della giubba, un
gran medaglione con un mazzetto di oggettini d'oro appesi ad una
catenella.

--Sono forse i capelli, i ritratti delle sue contesse?--pensò
Maddalena, sbirciandoli di sottecchi.

La lucernina a un tratto scoppiettò, dette un guizzo e poi si abbuiò.

--Sì! sì! sì!--insisteva il San Marsilio.

-. No, no, no, signor conte: sentirà mio marito; adesso, la prego,
vada via.

--Sì.

--No; sia buono, adesso vada via. Insomma vada via! Teresa!...

Il signor conte sparì a un tratto, e ritornò in un attimo; era andato
a chiudere l'uscio.

Ma... non è sempre vero che tutte le strade menano a Roma. Il giorno
dopo, la signora Maddalena, più rabbiosa, più bisbetica che mai,
strapazzando tutti e più di tutti quel povero signor Daniele, mandò il
Fioccola all'inferno e fece protestare la cambiale del conte Adelino
di San Marsilio.



X.


Ormai erano passati vent'anni, eppure la signora Maddalena non aveva
perdonato.

Ancora, certe volte, quel _maledettissimo_ le appariva dinanzi a un
tratto, fissandola, sorridendo, mettendo in mostra i denti bianchi,
sotto i baffetti biondi.

Era un dispetto continuo e un continuo tormento; e a mano a mano che
Giacomino cresceva lungo e sottile, anche lui con quei denti e con
quel sorriso, anche lui con quella faccia e quell'impostatura, erano
cresciuti pure nell'animo di Maddalena il livore e il rimorso, ma
sopratutto il livore. Ed ora poi, quando nell'impeto della rabbia e
quasi senza sapere, quel che dicesse, si era lasciata trasportare a
confessar tutto, non era stata la cieca ribellione del marito ciò che
le aveva fatto perdere la testa: no; era stato quell'altro, sempre
quell'altro--la sua disgrazia.

Essa, da prima, avrebbe voluto dimenticare; avrebbe voluto persuadere
sè stessa ch'era stato un sogno, un incubo, chissà, un effetto di
cattiva digestione; ma poi, fin dalla prima volta che il
piccolo. Giacomino--hop, hoplà-là!--si era messo a correre per il
fondaco a cavallo di una granata, essa non aveva più potuto ingannarsi
nè illudersi, non aveva più potuto mentire a sè stessa. Subito, di
colpo, si era sentita rimescolare il sangue; aveva dato quattro
potentissimi scappaccioni al povero piccino e aveva pensato con timore
che se il ragazzo fosse venuto su cogli istinti di quel _mostro_,
avrebbe dato fondo in un _fiat_ alla casa, alla ditta, all'universo!

--E adesso--rifletteva la signora Maddalena fra sè e sè--adesso ho
fatto bene a dir tutta la verità? a svelare la mia disgrazia? Sì, ho
fatto bene: ho fatto il mio dovere, e tutte quante avrebbero a
imparare da me.

Giacomo, ormai, non più protetto da quel balordo di Daniele, non era
più da temersi. Sarebbe stato allontanato da casa e da Milano, e lei,
lei sola, coi danari suoi, guadagnati da lei, per quello scopo, lo
avrebbe sempre aiutato. Aveva fatto bene a spiegarsi, a mettere le
carte in tavola: soltanto aveva un certo timore pel marito. Timore,
così per modo di dire; timore che d'ora innanzi negli affari volesse
far più da padrone, senza consigliarsi con lei.

E la signora Maddalena, chiusa nella sua camera, sospirava. A un
tratto si alzò e si accostò all'uscio, per udire.

--Ecco, non ci sono io, e chiudono il negozio mezz'ora prima.

La sua inquietudine cresceva. Il momento era critico.

--Quel pantalone di Daniele fosse almeno prudente cogli sconti! Dice
sempre di sì a tutto al mondo!

E la corrispondenza?

Pensò se non fosse il caso di scendere un momentino:--gli altri erano
a pranzo!...

No, non poteva, non doveva uscire da quella camera, finché suo marito
non fossa venuto lui stesso a cercarla, a chiamarla... a farle
intendere, insomma, che, senza di lei, non si poteva tirare innanzi.

Ma perché tardava tanto a venire? Avrebbe dovuto aver la smania, se
non altro, di saper tutto; di sentire le sue giustificazioni, le sue
discolpe, per uscire dall'incertezza, per perdonarla o per
strangolarla!

--Che pantalone!

Il signor Daniele, invece, questa curiosità, questa smania non la
sentiva nè punto nè poco.

D'inverno, i Trebeschi pranzavano appena chiuso il negozio: quella
sera non c'era Giacomino, non c'era Maddalena: ma egli non volle dare
alla famiglia nessuna spiegazione. Disse soltanto:--La mamma è un
poco incomodata--e non aprì più bocca per un pezzo. Pareva come
investito di una nuova e misteriosa autorità; non essendoci la moglie,
scodellò lui la minestra, tagliò e dispensò lui le fette del lesso; e
tutti zitti, mangiando adagio, lentamente, senza far rumore. Persino i
cucchiai, come fossero presi da un senso di rispetto, pareva che
evitassero di picchiare sui piatti. Tuttavia, il signor Daniele, più
che dalla propria autorità, sembrava angustiato da un altro pensiero.

Portavano, sì o no, da mangiare a... a quello di sopra? Soltanto
l'idea di quel ragazzo gli faceva venire caldo e freddo. Lui come lui,
avrebbe anche potuto lasciarlo morire di fame. Ma gli altri no. Quella
stupida della Cammilla, per esempio, no; lei avrebbe dovuto
pensarci... E a un tratto, vedendo che nessuno si moveva, che nessuno
si ricordava di... di quello di sopra, perdette la pazienza e sgridò
la Cammilla perché aveva messo troppo aceto nell'insalata.

Appena il signor Daniele aprì bocca, fu rotto l'incanto, e tutti
cominciarono a ridere, a gridare, a bisticciarsi, a fare una casa del
diavolo. Non c'era la gatta, i topi ballavano.

Il signor Daniele gridò più forte, pestò i piedi, poi tacque stanco,
seccato.

Si sarebbe fatto sentire il giorno dopo.

--Temistocle!... dove andate?... Gian Maria! Giù quel cappello!
Vergogna! Vergognatevi!

Ma che? non gli badavano nemmeno, e i due ragazzi, col boccone in
gola, scapparono di casa.

--Non c'era la mamma, dunque... viva la libertà!

Il signor Daniele pensò che sarebbe stata necessaria una di quelle
lavate di capo come le dava sua moglie; e tornò a concludere.

--Domani mi farò sentire.

La, Cammilla, senza che nessuno se ne fosse accorto, aveva già pensato
al cuginetto, a Giacomino, e rimasta sola con Daniele, gli domandò
della zia Maddalena:

--Bisogna rispondere a Verona; bisogna scrivere a Trieste...--Vado
dalla zia a sentire che cosa devo fare?

--No: niente--rispose il signor Daniele.--Penserò io; d'ora in
avanti si parla con me.

Si rizzò quant'era lungo, alzò gli occhi al soffitto, si fece ancor
più serio:

--Mi son fatto sentire.

--Allora, Giacomino non parte più? Giacomino resta a Milano?--esclamò
la ragazza cogli occhi scintillanti.

--Finiamola con questo Giacomino!--Il signor Daniele diede uno
scossone facendosi pallido.--Adesso siete diventata una donna;
vergogna! non voglio più confidenza con... coi giovani che sono
diventati uomini. Vergognatevi!

La Cammilla guardò lo zio stupefatta, e subito gli fece tanto di muso.

Fu primo Daniele a riprendere la conversazione.

--La zia Maddalena ha domandato qualche cosa da pranzo?

--No.

--E... a quell'altro lassù hanno portato da mangiare?

--Non so.

Daniele scrollò il capo malinconicamente.

--Alla zia--pensò--non avresti risposto in questo modo. Ma domani,
cominciando da domani, dovrò farmi sentire anche con te.

Passeggiò su e giù per la stanza, si sentì stanco, si sentì solo, si
seccò e andò a dormire, pensando forse, in cuor suo, che la libertà è
una gran cosa, ma un po' come le belle donne: bisogna farcisi da
giovani.

La mattina dopo, quando il signor Trebeschi scese nel fondaco, non
c'era ancora nessuno; cominciò a brontolare, a gridare da solo, e
continuò a strillare sempre più forte a mano a mano che capitavano i
commessi, i facchini, tutta la sua gente; ma per quanto li
strapazzasse e pestasse i piedi, gli altri facevamo il loro comodo
alzando le spalle e borbottando rispostacce. Nei lunghi cameroni,
l'andirivieni affaccendato, il lavoro, il frastuono di tutti gli altri
giorni stentava a ricominciare: la lampada, dinanzi alla Santa Casa di
Loreto, che la signora Maddalena accendeva ogni mattina, era spenta,
immobile.

--Vi caccio fuori tutti quanti, nel momento, su due piedi!

--Buhm!--fece un commesso nascosto dietro le botti.

Il signor Trebeschi finse di non aver udito.

--E Gian Maria?... e Temistocle?... Ancora a letto? vergogna! Dovreste
tutti imparare da me: sempre il primo la mattina; e la sera, sempre
l'ultimo.

Non aveva ancora finito di sfogarsi, quando i due figliuoli, invece di
scendere dalla scala entrarono dalla porta di strada, tutti e due
pallidi, smunti e cogli occhi pesti.

--Voi?... A quest'ora?...

Temistocle affrontò il padre, per il primo:

--Si lavora tutto il giorno e la sera abbiamo diritto di divertirci. È
carnovale. Giacomino stava fuori tutte le sere.

Piantarono lì il signor Daniele a bocca aperta; e andarono a levarsi
il soprabito dietro il banco.

Daniele, un po' scosso, stava per ricominciare la ramanzina, quando
un--Buon giorno _mon père_--che sentì dietro le spalle, gli fece
tremare le gambe.

Era _lui_: il momento terribile era giunto.

Si voltò coll'impressione, chissà, di trovare un'altra faccia a quel
ragazzo. Invece niente di mutato; egli provò quasi un senso di
sollievo trovando Giacomino, tal e quale come il giorno innanzi,
grazioso, allegro, sorridente, buono.

Il figliuolo, al contrario, fu colpito dal viso stravolto, dalle
labbra tremanti del babbo.

Domandò:

--La mamma sta proprio poco bene?

--Sissignore. E siete stato voi, vergogna, vergo...--ma il resto gli
rimase a mezzo, vedendo gli occhi di Giacomino che si erano empiti
di lacrime.

Gli voltò le spalle in fretta, e corse a rinchiudersi nello scrittoio.

--È l'unico, stamattina, che abbia pensato a sua madre. Quanto a
cuore, sarebbe più mio figlio quello lì che gli altri.

E non poteva aver ragione il signor Mauro? Il signor Mauro aveva
detto: _Io non lo credo e non lo crederò mai, nemmeno se avessi visto
co' miei occhi!_

Entrò la Cammilla ancora imbronciata:

--Bisogna rispondere a Verona, bisogna scrivere a Trieste.

--Sicuro.

Daniele frugò nei monte delle lettere, scartabellò i registri... alla
fine dovette arrendersi.

--Va su dalla zia, te come te. Scrivete insieme a Verona e rispondete
a Trieste. Ma, mi raccomando, senza allungar musi. Impara da
me. Intanto io vado in Borsa, poi alla Banca Commerciale.

E se ne andò.

Che cosa doveva fare lì, in negozio? Per il momento aveva già gridato
abbastanza. E poi gli avventori lo mortificavano in faccia ai
commessi, alla sua gente.

--Mia moglie non può scendere oggi, è incomodata. Ci sono io, parlino
con me.

--La signora Maddalena non c'è? Allora torneremo domani; e se ne
andavano.

Per istrada, solo, senza fretta, pensava al più importante. Era
inutile volere scacciare quel pensiero, bisognava aver coraggio,
guardare la verità in faccia e risolvere qualche cosa. Era vero, come
diceva sua moglie, o non era vero, come diceva il signor Mauro?

Si sbrigò in pochi minuti, distrattamente, delle cose da fare, alla
Borsa come alla Banca, e prese la via più lunga per ritornare al
fondaco Monghisoni.

--Fosse anche vero, che colpa ne ha quel povero ragazzo? Ma no, ma
no!--E il signor Daniele sorrideva.--Chi le fa, queste cose, non le
dice. D'altra parte, e tornava a rannuvolarsi--chi non, le fa, non le
inventa.

Eppure sua moglie era capace di tutto: anche d'inventare una storia
simile.

Essa aveva sempre detestato quel ragazzo; voleva disfarsene;
dunque:--Non è tuo figlio; non gli devi voler bene; mandiamolo in
malora!

--«Non è tuo figlio»; ma e le prove? E il tempo? Quando? Dove? Chi? Se
Maddalena non è mai stata sola un giorno? Se non è mai uscita di
casa, sola? Se non conosce, nessuno? Quando mai ha avuto il tempo,
quella lì, di perdere la testa, di innamorarsi?

--«Ti dirò tutto e saprai tutto». E se io non volessi saper niente,
perché non credo niente?

E... la voce del sangue?

Giacomino era sempre stato il suo prediletto, e per questo appunto
Maddalena non lo aveva mai potuto soffrire. Il cuore, il cuore di
Giacomino era il suo. Poi gli somigliava in tutto il resto... Glielo
aveva detto la signorina Fanny.

Quante volte la signorina Fanny lo aveva guardato a lungo, tanto da
fargli abbassare gli occhi, e gli aveva detto con quella sua bella
voce così profonda e penetrante:

--_Gran Dieu!_ Quanto rassomigliate al vostro _fanciullo!_

E glielo diceva anche quando scherzava, accarezzandogli i capelli col
frustino e mormorando:

--No, no, no; quello che dovrà essere lui non è ancora arrivato...

--Povera ragazza! Chissà come sarà andata a finire nelle mani di quel
fratello?...

Assorto in tali pensieri arrivò in faccia al fondaco Monghisoni; e
come al solito sentì una stretta al cuore e sospirò.

Le altre volte era l'apprensione di essere strapazzato; questa volta
la pena di dover strapazzare.

--Chissà che confusione, che disordine!... poi quei due veri _briganti_
di Temistocle e di Gian Maria...

Invece, niente di simile: nei lunghi cameroni del fondaco era
ricominciato il solito movimento, l'andirivieni, il vociare dei
commessi e degli avventori, il caricare e lo scaricare affaccendato
delle merci, il rimbombo e il rotolìo delle botti e dei barili... e
persino la lampadina davanti alla Santa Casa brillava dondolante in
fondo, nel buio.

Guardò verso lo scrittoio; l'uscio era chiuso, ma dietro il vetro
appannato scorse l'ombra nera di sua moglie.

La signora. Maddalena non aveva saputo resistere.

--Gli affari, la ditta, prima di tutto--Sarebbe rimasta tutto il
giorno a lavorare nello scrittoio, e poi, sempre, colla scusa dello
star poco bene, avrebbe pranzato sola in camera sua.

E questa specie di _modus vivendi_, tacitamente offerto dalla moglie e
tacitamente accettato dal marito, durò parecchi giorni, con ottimo
effetto.

Gli affari procedevano bene come al solito; nel fondaco tutti
lavoravano di lena.

Adesso, quando Daniele alzava la voce, e la signora Maddalena era
nello scrittoio, sempre taciturna ed _indisposta_, tutti ubbidivano
senza fiatare.

--Cominciano a temermi--pensava il signor Daniele.--Si fa presto a
far da padrone; basta saper gridare.

Aveva una sola inquietudine: di dover venire a una spiegazione colla
moglie. Che cosa sarebbe successo?

Non si vedevano se non in presenza di altre persone, non si
scambiavano se non poche parole, sempre relative agli affari. Ma
quando si incontravano sulle scale o attraversando il cortile, lei
pareva volesse fermarsi, e lo fissava risolutamente in un certo modo,
come per dirgli:

--Avanti, coraggio: hai paura? Io sono qui, pronta a risponderti.

Una sera, mentre sua moglie era sola nello scrittoio, Daniele si fece
animo e si avviò verso il bugigattolo tossendo forte per dare la
sveglia.

Nel breve discorsetto che aveva pensato le dava del voi.

--Voi non mi direte niente. Non voglio saper niente.

Ma invece, quando si trovò davanti a sua moglie, abbassò gli occhi,
abbassò il capo e mormorò appena con un fil di voce:

--Tu non mi dirai niente; desidero ignorare. Dobbiamo vivere insieme
per amore dei nostri figliuoli, nella comunione della nostra vita,
dei nostri interessi, del nostro lavoro. Quello che mi hai
detto... basta. Voglio ignorare per poter dimenticare; per
poter... perdonare.

E il signor Daniele, il quale, a mano a mano che parlava, si sentiva
commosso, a questo punto tacque, sentendosi una forte stretta al
cuore.

Maddalena, invece di fissarlo in viso con arroganza; aveva anch'essa
abbassato gli occhi, aveva chinato il capo...--Piangeva?...

...Dio, Dio! E se fosse vero? Se fosse vero? Sua moglie?... Quella
donna che gli aveva appartenuto per vent'anni?... La madre dei suoi
figli?... Il sangue, la carne dei suoi figli?....

Rimase stordito e una nube gli oscurò la vista. Allora, per la prima
volta, gli si affacciò alla mente tutta la vergogna della sua
disgrazia; ma fu un lampo. Sua moglie stessa, inconsapevolmente, si
salvò, e salvò la pace del povero uomo, domandandogli, sempre a capo
chino, colla voce rotta dalla commozione:

--Quando hai fissato che parta? Quando deve partire?

--Chi?

--Giacomino.

A questo nome, Daniele tornò a rasserenarsi. Era sempre l'idea fissa
di sua moglie, il suo maligno proposito di dividerlo da quel ragazzo.

--Giacomino--rispose, con tono risoluto, questa volta--Giacomino
partirà quando gli dirò io di partire. Per il momento non c'è
fretta; sotto di me, è docile, è buono.

La signora Maddalena non rispose, non si ribellò; si voltò verso la
scrivania e ricominciò a scrivere.

--Si rode perché non può spuntarla--pensò il signor Daniele, e
approfittò del momento per imporre tutte le sue condizioni.

--Bisogna regolare gli affari in modo da avere un'ora fissa, sempre
quella, per la colazione e per il pranzo. Bisogna dare una piccola
mesata a Temistocle, a Gian Maria e alla Cammilla. Lavorano dodici
ore al giorno: ne hanno diritto. La domenica e le feste non si apre
bottega; riposo generale.

Non voleva più che sua nipote facesse la cuoca e la serva. Adesso
aveva quasi vent'anni, non era cosa conveniente nè per la Cammilla, nè
per il suo amor proprio, nè per il rispetto che doveva al nome e ai
parenti.

Concludendo, lasciava a sua moglie la direzione suprema degli affari,
ma voleva tenersi lui, in mano, come capo della famiglia, le redini
della casa.



XI.


Giacomino aveva abbandonato il caffè Biffi, il teatro e stava sempre
in casa; ma per due ragioni: la prima, che non aveva un soldo e non ne
poteva trovare; la seconda... il buon Daniele non l'avrebbe mai
indovinata!... Cominciava a piacergli la Cammilla, e il suo capriccio
era stimolato da una gran curiosità: sapere se quel mucchio di capelli
era tutto vero, o se c'era sotto del crespo.

E questa curiosità gli era nata la prima sera in cui egli aveva dovuto
pranzare solo, in camera sua.

Da più di un'ora se ne stava buttato sul letto, al buio, mangiando
bile, e roso dalla gelosia per Fanny, quando a un tratto sentì un
fruscìo dietro l'uscio, poi picchiar leggermente, e una vocina
bisbigliare:

--Si può?

--La _nasona!_--pensò fra sè Giacomino,--e si voltò contro il muro
borbottando:--Avanti: cosa c'è?--Ma appena entrata la fanciulla,
si voltò attratto da un profumo vivificante. La Cammilla teneva un
lume e una bottiglia di vino da una mano, dall'altra un bel piatto
di risotto caldo.

--Hop, lalà--fece il giovanotto alzandosi a sedere sul letto, e i
suoi occhi, dopo aver fissato il risotto, si volsero alla ragazza,
ringraziandola.

Cammilla arrossì di piacere. Finalmente, dopo tanto tempo, dopo tanto
pensarci, era riuscita a fare cosa grata a suo cugino!...

--La zia Maddalena è scesa nello scrittoio ed io ho pensato di farti
il risotto; la zuppa di rape era diventata lunga e salata. Ti ho
fatto anche un piattino di _rosticciana_.

Giacomo tornò a sorridere guardandola; e restando sempre seduto sulla
sponda del letto, l'aiutò, mentre disponeva sul comodino il bicchiere,
il piatto e la bottiglia; la cameretta era un buco, non c'era altro
che il letto, un cassettone, una seggiola, un catino; nessun posto per
mettersi a mangiare.

--Grazie, Cammilla.

E proprio in quel punto, mentre la ragazza si chinava, posando sul
tavolino la roba, egli osservò, per la prima volta, tutti quei capelli
biondi, che cominciavano da ricciolini d'oro, sulla nuca rosata, e
finivano in un grande ravvolgimento di trecce, di ciocche ondulate,
massa pesante e ricadente sulle spalle.

Quando Cammilla scese per prendere l'altra roba, Giacomo cominciò a
mangiare il suo risotto, pensando alla cugina.

--E il naso?... come mai?... Dacché è un po' ingrassata le si è
raddrizzato, il mento e il nasone sono spariti.

Essa ritornò poco dopo colla _rosticciana;_ e lui, sempre seduto sulla
sponda del letto, le faceva cento domande, per tenerla lì, per non
lasciarla andar via, per avere da ridere e da scherzare. E intanto la
guardava, l'osservava, la scrutava, e la ragazza sotto quegli occhi si
sentiva accendere il sangue, battere il cuore, mancare il
respiro. Avrebbe voluto essa pure fissarlo a lungo per fargli capire
che lo amava, ma non poteva resistere, abbassava gli occhi arrossando,
impallidendo, tremante, vinta.

--Di profilo--pensava Giacomino--il naso torna a spuntare, ma di
faccia è un naso regolare.

E come era divenuta grande e si era fatta donna, senza che lui se ne
fosse accorto!

--Sono tuoi tutti questi capelli?

--E di chi dunque?--esclamò ridendo la ragazza.

--Scommetto che c'è del crespo.

--Oh no, te lo giuro.

--Allora bisogna, vedere per credere--rispose il. cugino fissandola
sempre e ridendo maliziosamente, intanto che ingoiava la
_rosticciana_.

--Guarda--e la fanciulla si chinò, allungando il capo. Giacomo sentì
da vicino l'odore acuto, caldo dei capelli, ma intimidito da quella,
franchezza, non osò toccarli. Invece le prese la mano.

--Come fai a cucinare il risotto e ad avere le mani così bianche?

--Ho visto le tue--rispose la Cammilla, superba di essere osservata.

--E i piedi? hai un bel piedino? Lasciami vedere.

--No, no, no!--gridò Cammilla, arrossendo, turbata, spaventata, e si
chinò per nascondere i piedi sotto le vesti.

Ma l'altro voleva vedere ad ogni costo, e le prendeva la vita, le
stringeva le braccia per sollevargliele.

--No, te ne prego, sta buono.

--Voglio vedere.

--Sta buono; domani.

--Voglio vedere.

--Guarda.--E Cammilla, alzatasi un poco la sottana, mostrò due piedi
sformati nelle scarpacce sdruscite e sgangherate, ma coll'altro
braccio si nascose gli occhi e pianse.

--È l'avarizia della mamma,--esclamò il cuginetto con
galanteria.--Devi avere de' bei piedini. Fatti sentire dal babbo, e
fatti fare degli stivaletti coi bottoni, alti così.--E le indicò come
li portava la Fanny. Poi tornò a fissare, a guardare la Cammilla, con
occhi esperti da conoscitore, immaginandola nell'amazzone attillata o
colle spalle nude come la Fanny.

Se tutti quei capelli erano suoi... doveva essere uno splendore.

Cammilla si lasciava premere, accarezzare la mano. Guardava anche lei
quegli occhi penetranti e sorridenti che la scrutavano in tutta la
persona, poi chinava il capo turbata, intimidita, innamorata, e il
piccolo seno palpitava sotto il grembiule di percallina, che dalle
spalle e dal petto le scendeva fin quasi ai piedi, allacciandola
stretta stretta alla vita.

Dagli occhi di Giacomo, a un tratto, venne quasi una chiamata, un
invito: corse un lampo nel viso della fanciulla, poi ella ebbe un
sussulto che parve un singhiozzo e fuggì.

--Cammilla! Cammilla!

Mentre la ragazza scendeva a precipizio la scala, Giacomo, rimasto
solo, dette in una risata.

--Comincia a trovarci gusto a civettare. Scommetto che son tutte
malizie per parer più donna che non sia: sotto i capelli, certo ci
deve metter del crespo.

E mentre il ragazzaccio, già corrotto, dai baci, e più che dai baci,
dal tradimento di Fanny, non indovinava, nè capiva nulla nel pudore
verecondo della povera ragazza, questa sognava e spasimava tutta
sconvolta e fremente per una inopinata e dolcissima speranza.

Finalmente egli l'aveva guardata!... Era riuscita finalmente a farsi
guardare! Aveva vinto lei! Sì, aveva vinto, a forza di pazienza, di
ostinazione, di tenacia: ma già non pensava a resistere. La dedizione
del suo cuore era intera; voleva essere amata, non altro, pronta ad
abbandonare in contraccambio tutta sè stessa, la sua giovinezza, la
sua vita.

Sola, sola, tardi, nella sua cameretta, essa vegliava e si tormentava.

Le voleva bene?... Cominciava a volerle bene?... Aveva vinto, aveva
vinto lei, dopo tante ansie, dopo tante angoscie, dopo aver patito il
suo disprezzo, la sua ironia, il suo odio, dopo averlo visto
innamorato di un'altra, pazzo per un'altra, tutto d'un'altra. Ora egli
l'aveva guardata, con quegli occhi belli, vivi, acuti, penetranti.
L'aveva guardata amorosamente, appassionatamente; e anche lei sentiva
il fascino di quel sorriso che mostrava i denti bianchi sotto i
baffetti biondi.

--Sì, sì; era sicura; piaceva a Giacomino, gli occhi di lui erano
pieni di baci... e la fanciulla si buttava sul suo lettuccio,
affondando il viso nel guanciale come per riceverli tutti.

Poi fece uno sforzo, si rizzò e cominciò a spogliarsi, ma con lui
sempre in mente. Appoggiata alla sponda del letto, stette un pezzo a
guardarsi i piedini nudi. Aveva ragione Giacomo, erano quelle
scarpacce che li sformavano. Oh, ma il giorno dopo avrebbe fatto una
scena allo zio: Voleva gli stivaletti alti così!

Poi, prima di coricarsi, corse al cassettone e, avvicinato lo
specchietto, si sciolse tutti i capelli, se ne riempì le mani, e,
chiusi gli occhi, prese a baciarli bisbigliando:--Sono tuoi, sono
tuoi, prendili, sono tuoi.

Giacomo, da quella prima sera, non lasciava più in pace la Cammilla:
la cercava, le correva dietro per le scale, la seguiva negli
andirivieni degli stanzoni del fondaco. Avevano insieme lunghi
colloqui, fra le botti d'aringhe e i barili d'olio. Egli scherzava
fissandola sempre collo sguardo acuto e malizioso, ridendo co' bei
denti bianchi luccicanti sotto i baffettini biondi; e anche la ragazza
lo guardava estatica, a lungo... arrossendo, impallidendo, tremando,
palpitando. Ma ogni giorno essa diventava più florida e più bella,
come un fiore levato dall'ombra e messo al sole. Ogni giorno essa
diventava più elegante, più flessuosa nel suo povero abitino, le sue
industri manine parevano affinate dall'amore e il _tic-tac_ degli
stivaletti nuovi faceva risonare nel vecchio fondaco buio una nota
insolita di gioventù e di gaiezza femminile.

Nessuno, in casa Trebeschi, badava a quei due ragazzi, eccetto forse
la signora Maddalena che osservava tutto, spiando dai vetri del suo
casotto. Ma la signora Maddalena si era imposto di non più fiatare;
altri aveva voluto toglierle di mano le redini della famiglia, essa
aveva accettato, e siccome era una Monghisoni, voleva insegnar a tutti
quanti come si doveva essere fedeli ai patti conclusi. E
forse... chissà? forse in cuor suo immaginava, aspettava un aiuto
dall'amore e dagli eventi.

Il signor Daniele non era, di sua natura, un grande
osservatore. Vedeva Giacomino allegro... e non credeva ai propri
occhi. Giacomino doveva dissimulare il suo gran cordoglio, tanto è
vero che si era cambiato, stava sempre in casa tutto il giorno, tutta
la sera. Era impossibile che il ragazzo avesse dimenticato... sicuro;
era impossibile che avesse dimenticato la signorina Fanny. E il babbo
sospirava lui, anche per il figliuolo.

Così i due cugini erano liberi ed erano sempre insieme.

Una sera, poco prima di pranzo, Giacomo chiamò la Cammilla in fondo
all'ultimo stanzone. Aveva da regalarle una bella cravattina rossa.

--Ma voglio mettertela io.--E per vederci tirò la fanciulla sotto la
lampadina, davanti alla Santa Casa di Loreto. Essa alzò il capo per
lasciarlo fare.

--Ma sono proprio tuoi tutti questi capelli?

Il ragazzo, intanto, le aveva fatto il nodo sfiorandole colle dita il
mento delicato.

--Qui no--riprese colla voce rauca.--Non si può vedere. Come si fa?

--Come si fa?--ripetè la fanciulla.

Il ragazzo dette un'occhiata dietro alle botti: tutto il fondaco era
pieno di gente, ma lì, in quel momento, non c'era nessuno.

--E se io, per donarti la cravatta, volessi un bacio?

Cammilla impallidì, i suoi occhi diventarono timidi e lucenti, le
corse un fremito per tutta la persona, e sporse le labbra.

--Va via, vien gente!--bisbigliò Giacomino; ma poi trattenne la
ragazza per la vita, e le dette il bacio sui riccioli della nuca.

Quel bacio!... Essa aveva sentito piegarsi le ginocchia, si era
sentita morire; ma poi, dal suo cuore, dal suo sangue, da tutto il suo
essere, prorompevano baci anelanti di rispondere al primo che
Giacomino le avesse dato.

Era sua, tutta sua. E già coll'anima si era data spontaneamente,
liberamente, senza esitazione, senza un rimorso.

Perché rimorso? Per chi? Non era libera di sè? Padrona di sè? Il suo
pane se l'era guadagnato lei fin da bambina; non doveva niente a
nessuno; nè ai suoi parenti di Melegnano che l'avevano mandata via
perchè non avevano da mantenerla, nè a questi di Milano, che l'avevano
fatta lavorare, sfruttandola come una serva. Non doveva render conto
di sè a nessuno al mondo. A tutto il resto, all'avvenire, non pensava.

Che cosa c'era fuori del suo amore?... di là del suo amore?...

Al poi, il suo amore non ci pensava nemmeno. Amava come respirava;
quando non c'è più aria, non c'è più vita--si muore.

Invece il cugino Giacomo seguiva un ben diverso ordine di idee.

--Ci sta--pensava, atteggiando le labbra quasi infantili ad un sorriso
scettico, anzi cinico.--Ci sta, subito, come quell'altra. Ma questa,
forse, per farsi sposare. Sono così false le donne, così perfide e
così viziose!

Pure, ripensandoci, i begli occhi neri, scintillanti della
cavallerizza, quando lo fissavano, gli dicevano tutt'altra cosa che i
grandi occhi cilestri, nuotanti fra le lacrime della Cammilla.

L'una rideva con trilli di gioia quando egli la stringeva, e quasi la
soffocava fra le sue braccia; questa tremava, pareva fosse lì lì per
svenire, solo che egli le toccasse una mano.

Era una stupida! Si sa: veniva da Melegnano! Pure, l'odore di quei
capelli?... Che odore strano, acuto, quasi selvaggio!

Che male c'è a farsi mostrare i capelli? Se era lei, lei stessa che
aveva la smania di farglieli vedere?

Che male c'era a scherzare?... I baci tra cugini sono di regola.

Ridere, scherzare, nient'altro. Egli era un galantuomo--_saperlotte!_

Un giorno, una domenica, il babbo e i fratelli erano fuori, la mamma,
al solito, nello scrittoio, e Giacomo, che teneva d'occhio la
Cammilla, la vide uscir dal fondaco, attraversare il cortile, salir le
scale.--Certo andava in camera sua.--Mancava poco all'ora del
pranzo; andava in camera sua per ripulirsi e ravviarsi i capelli.

Giacomo si sentì spuntare una certa tentazione che lo mise in orgasmo.

Se fosse salito, se fosse entrato a sorprenderla?

Che c'era di male?... Esitò, aggrottò le ciglia. Ma, come un baleno,
gli passò nella fantasia la visione di Fanny in sottanino, colle
spalle nude: fece le scale di corsa e volle aprir l'uscio della
ragazza, ma, lo trovò chiuso.

--Cammilla--bisbigliò--Cammilla...

Subito l'uscio s'aprì.

Egli rimase su due piedi, impacciato, sorridendo.

Essa lo chiamò con un accenno del capo, e poi chiuse l'uscio pianino,
trattenendo il respiro per non farsi sentir di fuori.

La cameretta in quella penombra del crepuscolo era rischiarata appena
dal fanale della strada, che stava proprio di faccia alla finestra.

--Vuoi i miei capelli?...

L'altro, guardandola, tremava, respirava ansante.

--Prendili, sono tuoi.--E chinando il capo, si appoggiò tutta contro
il suo petto.

Giacomo non si mosse; con le labbra, appena, le sfiorò i riccioli del
collo.

--Prendili, sono tuoi.--E Cammilla, rapidamente, snodate le treccie,
cacciò le due mani dietro la nuca, sollevò tutta la massa bionda dei
capelli e la rovesciò sulla testa di Giacomo. Questi baciò la
faccia, gli occhi, cercò la bocca che lo cercava, e impresse un
bacio sulle labbra tumide, ardenti.

Ma tosto le sentì diventar fredde ed esangui, mentre tutta la persona
gli sfuggiva dalle braccia, e, prima che potesse trattenerla,
scivolava a terra tramortita.

--Cammilla! Cammilla!...--balbettò Giacomo fuori di sè. Nella fioca
luce della cameretta vide il lettuccio bianco; cercò di rialzare,
per adagiarvela, la fanciulla svenuta; ma era troppo forte il suo
tremito, il suo turbamento; si guardò attorno smarrito... poi scese
a precipizio giù per le scale, afferrò nell'andito il cappello, il
paltò, e continuò a fuggire infilando la porta.



XII.


L'aria frizzante della strada lo rimise in calma; cascava un nevischio
minuto, e lui si levò il cappello per sentir sulla fronte il contatto
di quelle goccioline ghiacciate. Così rinfrancatosi, sorrise del suo
spavento.

--Un leggero deliquio; forse Cammilla lo ha fatto apposta. No, no;
questo no,--Sentì rimorso di un tale sospetto, e nel tempo stesso
si vergognò e s'arrabbiò di ciò che aveva fatto e tentato.

--In casa nostra: la nipote di mio padre, mia sorella, quasi!

Era stato sul punto di commettere un delitto, un odioso delitto; e
senza un perché, senza una scusa.

La Cammilla?... Egli l'aveva sempre vista, senza curarsene nè punto nè
poco; non gli era mai piaciuta, non l'amava.

No; sentiva di non amarla; non l'amava. Era stato un turbamento, un
capriccio. Sopito l'eccitamento dei sensi, la Cammilla era ritornata
quella di prima, indifferente, anzi seccante per le sue premure e per
quegli occhi sempre facili al pianto e sempre in adorazione. Non
sentiva più l'odore, l'acuta fragranza dei capelli biondi: non sentiva
più l'allegro e giovanile tic-tac degli stivaletti risonare nei
cameroni del fondaco: tutto il fascino era dileguato; essa era tornata
come una volta, la Cammilla di Melegnano col naso lungo e il mento
storto, la Cammilla che cucinava e lavava i piatti colle mani gonfie,
rosse, screpolate.

E la ripugnanza s'accrebbe in lui per il pericolo corso di sposarla.

Ah no; sposarla no; non l'avrebbe mai sposata. Voleva essere libero;
voleva divertirsi; e poi con quella lì? legato alla catena per tutta
la vita? Ah no; con quella lì, anche meno che con un'altra.

Era proprio sfuggito a un gran rischio: era un galantuomo lui! e un
po' più, ci restava impaniato per davvero!

--E adesso?... Che fare?

--Tornare a casa? Ritrovarsela tra i piedi? Tutti i giorni, tutte le
ore, aver sempre davanti quegli occhi imploranti che lo avrebbero
tormentato colle tante accuse, o peggio angustiato coll'umile e
devota rassegnazione?

Oh Dio, che bisogno aveva di un po' di Fanny, la Fanny ridente, la
Fanny sempre allegra!

Ma no, partire piuttosto, per sempre, in mare, in capo al mondo, come
voleva sua madre.

Anche questa del partire però sarebbe stata una bella penitenza. E
sospirò: era proprio disgraziato.

Intanto bisognava tornare a casa; non c'era verso, bisognava tornare a
casa e spiegarsi con Cammilla.

L'aveva ingannata, doveva disingannarla.

Che cosa le avrebbe detto?

Che aveva scherzato?... che aveva fatto per chiasso?... E lei, che
cosa avrebbe potuto rispondere?--Se scherzavi tu, sapevi che non
scherzavo io. Sapevi ohe ti davo, coll'anima, il mio sangue, il mio
onore, e ti sei comportato con me, con la nipote di tuo padre, in casa
tua, come con una servaccia d'albergo.

Ma che! la Cammilla non avrebbe risposto così, non avrebbe risposto
niente; tutt'al più un singhiozzo represso, e sarebbe stato peggio.

Eppure, sì, bisognava spiegarsi, parlar chiaro, una volta per sempre.

Ma era ancora presto: poteva aspettare una meza'oretta. E continuò a
passeggiare sotto il nevischio, col vento gelato in faccia, per le
viuzze buie, diguazzando nelle pozze e affondando nel fango e nella
neve. Finalmente, stracco e rifinito--non aveva ancora desinato; e la
fame, senza che lui se ne accorgesse, gli raddoppiava l'uggia ed il
freddo nelle ossa--si trovò, per caso, sulla piazza del Duomo,
anch'essa, in quella prima ora della sera, deserta e melanconica sotto
il vento e la neve. Soltanto attorno al Duomo le vetture da nolo ferme
e nere, e i _tram_ risonanti che passavano al trotto dei cavalli, pieni
di ombre vaghe dietro i cristalli appannati... più oltre, sotto la
galleria e sotto i portici, una lunga distesa di luce squallida,
donde, tra le falde della neve, echeggiavano le vociacce degli
strilloni:

--La gran vittoria degli Italiani in Africa!

Giacomino non attraversò la galleria, continuò a passeggiare fuori dei
portici; nondimeno, pensando che sotto i portici c'erano il Biffi e il
Savini, sentì quasi il tepore e il profumo dei cibi e si accorse che
aveva fame. Ma non aveva un soldo in tasca; bisognava tornare a casa.

E il giorno dopo?... Sempre quella vita. Partire, per dove?... E poi
suo padre non lo avrebbe lasciato partire.

Giacomo aveva notato il gran mutamento avvenuto nei rapporti fra il
babbo e la mamma; e credendo di aver indovinato, spiegava tutto a suo
modo: il babbo aveva avuto il gran coraggio dei disperati, aveva messi
i piedi al muro perché la cambiale fosse pagata e Giacomino non fosse
imbarcato, tantoché la mamma aveva dovuto finire col baciar basso.

--La gran vittoria degli Italiani in Africa!

Il vento si era fatto più forte e più gelato, e Giacomo non poteva più
andare avanti. Si calcò il cappello in testa perché non gli volasse
via, e facendo una giravolta si trovò in faccia ad una donna cenciosa,
che pareva una strega, con una cassetta di fiammiferi e di giornali
appesa al collo.

--Supplemento straordinario!--borbottò con voce da ubbriaca.--La
gran vittoria degli Italiani in Africa!

Giacomo scansò la donna e tirò dritto, giù per il Corso; ma poi a un
tratto esclamò:

--In Africa! _Saperlotte!_

La sua risoluzione era presa.

La Cammilla, quella sera, non si era fatta vedere. Il signor Daniele
era salito domandandole, di dietro l'uscio, perché non scendesse a
pranzo, ed essa gli aveva risposto che era a letto coll'emicrania, che
non aveva bisogno di nulla, che il giorno dopo sarebbe stata bene. E
il giorno dopo, infatti, si alzò prestissimo; sapeva, presentiva che
si sarebbe incontrata con Giacomino, e che quel loro colloquio sarebbe
stato l'ultimo; il suo cuore non aveva più speranza. Quando nella sua
cameretta si era riavuta e riaperti gli occhi si era trovata sola, per
terra, aveva capito che l'abbandono di quel momento era l'abbandono di
tutta la vita. Non pianse, non sospirò. Si alzò pallida, aggrottando
le ciglia, e una prima ruga solcò la sua fronte candida e serena.

--Io sì però; io sempre. Lui solo, e nessun altro.

S'incontrarono nel fondaco e daccapo nell'ultimo stanzone.

Giacomo era là ad aspettarla: a lei nessuno glielo aveva detto, ma vi
andò difilata.

--Sai--le disse subito Giacomino--oggi vado al Distretto per
arruolarmi: sono già inteso con mio padre. Farò la domanda per
entrare nel ventiquattresimo fanteria, a Torino; c'è un capitano che
è mio amico.

La fanciulla lo guardava fisso, restando immobile e muta. Egli aveva
altro a dirle, e lei voleva udir tutto.

--Sai perché non vado più in cavalleria, com'era stata la mia prima
idea? Questo, ancora non l'ho detto a mio padre; lo saprà a suo
tempo. Perché voglio andare in Africa a battermi.

Gli occhi grandi e celesti che fissavano Giacomo si empirono di
lacrime; il seno della fanciulla batteva forte forte sotto il
grembiule di percallina; ma essa rimaneva immobile e muta: voleva udir
tutto.

--Capirai--ripigliò il giovinetto dopo un momento--io resterò
lontano molti anni.

--Aspetterò--rispose semplicemente la Cammilla con una voce così
grave e lenta, che pareva uscisse dal più profondo dell'anima.

--Potrei anche non tornar più. Io, peraltro, non posso, non devo
ingannarti--riprese Giacomo abbassando lo sguardo, titubando, sentendo
tutto il rossore della vigliaccheria che stava per commettere.--Io lo
dico, perché devo dirtelo francamente, per il tuo avvenire, perché tu
devi essere libera... affatto libera... capirai, interamente libera.

--Ho capito--rispose la fanciulla interrompendolo.--Ho capito tutto,
ma non importa, aspetterò--sempre.

--E se io ti dicessi...--principiò l'altro con un fremito
d'impazienza nella voce rauca; poi si fermò.

--Che cosa puoi dirmi, che non mi sia detto anch'io?... Ma non
importa; _per me_ è così, è sempre stato così, sarà sempre così.


Tre mesi dopo, il fondaco Monghisoni era sossopra. Doveva arrivare
Giacomo da Torino, per salutare la famiglia e ripartire per l'Africa.

La signora Maddalena aveva ripreso da due o tre giorni, e per questo
fatto, a dar le sue grandi strapazzate.

Chi la capiva più? Lei che aveva sempre voluto liberarsi di quel
_manigoldo_, mandandolo in mare, in capo al mondo, adesso che egli si
era arruolato, che doveva proprio ripartire quella sera stessa
irremissibilmente, adesso la signora Maddalena era su tutte le furie e
strillava contro tutti, cominciando da quell'Africa maledettissima, la
rovina del commercio, poi contro il Governo, contro i commessi e i
facchini che si perdevano in chiacchiere, contro Temistocle e Gian
Maria che non avevano cuore. Fissava sulla Cammilla certi sguardi
rabbiosi; pieni d'ironia e di sarcasmo, come per dirle:

--Nemmeno tu sei stata capace di tenerlo a casa. Se tu avessi saputo
fare, _quello lì_, invece di andare in Africa, avrebbe potuto sposarti
e mettere giudizio.--Stupida! Stupida la Cammilla! Stupida io!

--Forse--pensava la signora Maddalena--anzi, senza forse, certo,
certissimo, se ci fosse stato di mezzo un po' di tempo, tre mesi,
un. mese, quindici giorni, avrei potuto avvezzarmi. Ma così, detto
fatto, da un'ora all'altra, senza remissione, senza nemmeno potersi
fermare fino al treno dopo, per non passare da disertore...

Sicuro, essa aveva voluto imbarcarlo, quando Giacomino ne faceva di
tutti i colori, anche adesso lo avrebbe mandato via per un anno, per
due, perché si facesse uno stato indipendente. Ma non a farsi scannare
in quella maledettissima Africa!

Soltanto quando c'era Daniele, taceva; marito e moglie si scansavano
il più possibile; l'uno avendo quasi vergogna dell'altro, pel proprio
dolore.

Daniele, per conto suo, si spiegava quella risoluzione del figliuolo
col suo amore per la signorina Fanny, amore che il povero ragazzo non
era riuscito a vincere.

--Certo non può.... non potrà mai dimenticarla!

E il buon Daniele, fra le lacrime che gli solcavano le gote smorte e
gli rigavano il naso verdognolo, nella sua grande ambascia pel
figliuolo che partiva, sospirava, sospirava pure per quell'altra,
dietro a quell'altra lontana... il sogno, la visione; il solo punto
luminoso della sua vita oscura e misera: la figuretta nera
nell'amazzone attillata, a cavallo di _Gladiator_, il cappello a
cilindro e il garofano rosso...

E _Gladiator_, tutto dritto, che zampava in aria? e il grido, quel grido
dalla vocina acuta e ridente: _hop!_

Il signor Daniele rabbrividiva, poi sorrideva, poi tornava a sospirare
profondamente.

No, no, no; il povero ragazzo non avrebbe mai potuto dimenticarla.

Intanto Giacomino, coi distintivi di caporal maggiore sulla giubba di
tela e coll'elmetto dei soldati d'Africa, destava la meraviglia dei
commessi, dei fattorini, di tutta la gente del fondaco. Colle mani in
tasca e colla sigaretta in bocca, battendo a terra la punta del piede
in atto di spavalderia soldatesca, raccontava i fasti del quartiere,
come aveva saltata la _barra_, come aveva risposto a tono al tenente,
come avrebbe fatto in Africa e tornando d'Africa a passare in
cavalleria, perchè, già, non voleva rimanere a lungo fra i _pista
pauta_.

No, non era più Giacomino: come si era mutato in quei tre mesi!

Aveva perduto l'aspetto fanciullesco e l'umore allegro, aveva perduto
quell'ingenua freschezza che rendeva simpatiche anche le sue
mariuolerie. Sogghignava, invece di sorridere, e la bocca giovanile,
coi denti bianchi sotto i baffi impeciati, puzzava di acquavite; nel
parlare, mischiava un po' di piemontese a un po' di napoletano, e
mentre Temistocle ammirava la sua daga e Gian Maria si provava
l'elmetto, egli seguiva con l'occhio freddo e indifferente ogni passo
della Cammilla per essere pronto a schivarla se gli fosse venuta
appresso.

--Com'è diventata secca!--Accidenti!--E che naso!

Il signor Daniele, sempre più agitato e affannato, girava attorno al
figliuolo; gli si accostava, lo chiamava; voleva pigliarselo lui una
buona volta, lui solo, tutto per sè. Era l'ultimo giorno, le ultime
ore, erano gli ultimi momenti! Gli voleva parlare, voleva sapere tutte
le sue intenzioni, voleva che Giacomino gli aprisse il suo cuore.

--E se fosse pentito di andare in Africa?

Gli fé cenno col capo: poi gli battè sulla spalla.

L'altro non gli badava, nè si moveva, sempre beato di farsi ammirare
da tutto il fondaco. Daniele aspettava che Giacomino avesse finito;
rideva anche lui cogli altri; ma soltanto a fior di labbra. Aveva
bisogno di star solo con lui, ma non osava interromperlo.

No, non era più il suo Giacomino; non era più quello di una volta;
adesso era diventato più alto, più forte, più bello; si era fatto uomo
e il signor Daniele si sentiva intimidito dalla sua divisa, dal suo
gergo soldatesco, dal suo piglio di spaccamontagne.

Finalmente si fece coraggio: sapeva o immaginava che anche Maddalena
avrebbe avuto da parlare al figliuolo e voleva essere il primo.

Lo prese a braccetto:

--Scusa, un momentino, due parole soltanto.--E se lo portò in fondo
allo stanzone, dietro al banco, dove aveva la sua seggiola.

--Dimmi la verità... proprio la verità....--balbettò il signor
Daniele con voce supplichevole, e rotta da un singhiozzo.

--Sicuramente!--rispose Giacomo coll'aria seccata, e tenendo sempre
le mani in tasca e la sigaretta in bocca.

--Sei pentito d'andare in Africa?

--Niente affatto.

--Se lo avessi saputo in tempo, io mi sarei opposto; non lo avrei
permesso. Capisco tutto, ma una simile risoluzione, no,
abbandonarmi, no!

--Due o tre anni, e poi si torna.

--Ma, non sai, per me che sono vecchio, come son lunghi, come possono
essere lunghi due o tre anni?

--Che ci posso fare?--esclamò Giacomino con una gran boccata di fumo.

--Ho indovinato tutto, capisco tutto; ma dovresti avere un po' di
cuore, anche per me.

--E che ci posso fare? Non c'è rimedio!

--Io non me ne intendo; ma se si potesse mettere un cambio, io sono
disposto a spendere quanto occorre. Oggi, ti pare così, ma domani ti
pentirai. No? Ti pentirai. Lontano dalla tua famiglia, lontano da
tutti. Credi così di... di dimenticare?... Quando ti troverai
laggiù... solo; sarà peggio.

Giacomo non capiva dove suo padre andasse a parare. Ma tre mesi di
quartiere, se lo avevano cambiato molto, non lo avevano cambiato del
tutto. La faccia stravolta, le lacrime del povero uomo, a poco a poco,
ritrovavano la via del suo cuore, ed egli si stizziva per paura
d'intenerirsi come una volta.

--Laggiù ci sarà da menar le mani. Farà caldo laggiù; e non ci sarà
tempo da pensare al resto.

Il signor Daniele rabbrividì: se glielo ammazzavano il suo figliuolo?
Lo abbracciò strettamente, lo accarezzò, e gli disse sottovoce,
baciandolo sui capelli:

--Dovevi pensare anche a me, e non soltanto a lei.

--A lei?... A chi?

--Ho capito subito; ho capito tutto. Ti compatisco, ti compiango; ma
non dovevi pensare soltanto a lei, dovevi pensare anche a me.--E
continuava a stringerselo al cuore, ad accarezzargli e baciargli i
capelli, a bagnargli il viso di lacrime.

--Ma lei?... Lei, chi?--continuava l'altro a ripetere, a
domandare.--Lei?... Chi?

Il signor Daniele appoggiò tutta la faccia sul capo del figliuolo, e
gli bisbigliò nei capelli con un lungo sospiro, con tutto lo strazio
del suo cuore.

--La signorina... la signorina Fanny.

--La cavallerizza?...--La generalessa?--esclamò Giacomino con una
gran risata, sciogliendosi vivamente dalle braccia del babbo.--Ma
non sai...--E stava per raccontarne una molto bellina al babbo:
stava per dirgli che monsieur Richard non era mai stato monsieur
Richard, cioè che non era mai stato il fratello di sua sorella,
quando ad un tratto fu interrotto dalla voce squillante della
signora Maddalena che lo chiamava nello scrittoio.

--Vengo, mamma!

Giacomino si avviò, ma poi, vista la Cammilla, tornò indietro girando
fra i barili e le botti; ma la ragazza che stava in vedetta, gli andò
incontro risolutamente e lo fermò.

--Mi ha chiamato la mamma--disse Giacomo duramente.--Lasciami
passare.

Cammilla non si mosse; lo guardò fisso cogli occhi aridi, bruciati
dalle lacrime.

--_Io, sempre_.--Questo volevo dirti, e nient'altro. _Io, sempre_.
Adesso va,--E sparì con un singhiozzo, mentre la signora Maddalena
continuava a chiamare; Giacomino.

--Eccomi, mamma, eccomi!--ripetè il giovanotto, entrando in due salti
nello scrittoio, e presentandosi dinanzi a sua madre ritto,
impalato, come dinanzi al colonnello.

--Dentro, e chiudete l'uscio.

Giacomo eseguì prontamente, e tornò a mettersi in posizione.

--Lì.--La signora Maddalena, ch'era seduta nella poltroncina,
gl'indico il canapè.

Il giovanotto sedette, e sdraiandosi un poco, sorridendo, cacciò la
daga fra le gambette lunghe e sottili.

--Ci deve essere un perché sotto questo nuovo capriccio
dell'Africa. Che c'è? Sentiamo.

--No, mamma. Quello che ti ho detto è la verità. Laggiù c'è da menar
le mani e da far fortuna.

--Bella fortuna! La fortuna che ci manda tutti quanti in
malora--borbottò rabbiosamente, diventando pallida per la stizza, la
signora Maddalena. Poi si calmò.--Non si fa un progetto simile...
senza dir niente a nessuno, se non c'è il suo perché. Per tua regola,
io ho la testa sulle spalle, e ho sempre un occhio aperto, anche
quando dormo. Tu hai fatto perdere la testa alla Cammilla; poi, dopo,
averla stregata, te ne sei seccato, e per cavartela pulitamente hai
pensato di andare in Africa. Già, ventiquattr'ore, il capriccio del
momento, il caffè del dopopranzo, e poi non ci si pensa più! Eppure,
vedi, le donne, tutte, anche le peggiori valgono meglio, molto meglio
di tutti voialtri. E quella ragazza lì, quella povera stupida... ha un
tesoro qui e qui.--E così dicendo la signora Maddalena si era dato un
pugno sul petto e un altro sulla fronte.

Giacomo guardava sua madre sbalordito.

--Quella povera stupida, che formerebbe la felicità e la fortuna di un
galantuomo, ha tanta bontà, tanta pazienza e tanto cuore da poter
convenire, meglio di ogni altra, anche a una testa matta come te. Il
giudizio che non c'è da una parte, ci sarebbe dall'altra.

--Ma io, mamma, io ho preso la ferma; io devo partire; parto oggi
stesso.--E Giacomino si alzò; pareva che volesse andarsene sul
momento.

--Lì,--intimò la madre, facendolo sedere sul canapè per la seconda
volta.

La signora Maddalena, che metteva in tutto l'aritmetica e accomodava
tutto coll'aritmetica, anche i rimorsi e gli scrupoli, non voleva
rinunciare al suo disegno. Giacomino, sposando la Cammilla, diventava
nipote da una parte come era figlio dall'altra, e la signora
Maddalena, facendo la somma delle parentele, degli affetti, degli
interessi, dei diritti, ne ricavava un totale che la metteva in regola
col patrimonio e in pace colla coscienza.

--Lì.--Quando poi il figliuolo si fu rimesso a sedere, essa, come
faceva qualche rara volta, lo guardò spianando la fronte con grande
compiacenza. Anch'essa lo accarezzò sui capelli, poi gli guardò a
lungo la bocca bella, dai denti bianchi, e la baciò.

--Non ti dico di sposarla adesso. Hai tempo davanti a te. Quando
torni, vuoi continuare a fare il militare? Puoi sposarla lo
stesso. La Cammilla è di quelle donne rare, che si trovano sempre
quando si vogliono, e non seccano mai. Poi avrà una dote grossa. A
questa, se non ci penserà suo zio, ci penserò io. E tu, ricordati,
starai male a quattrini, ne avrai meno de' tuoi fratelli, perché
essi hanno il capo a lavorare, e tu a divertirti.

--Oh, mamma! io non ci penso a queste cose!

--Sicuro;--esclamò Maddalena, ridendo ironicamente del disinteresse,
un po' altezzoso e sprezzante, del figliuolo.--Tu non ci pensi a
queste cose, perché trovi sempre la minestra scodellata, e il babbo
ti paga le cambiali.

--Allora, per tornare all'altro discorso, ti dirò che non ho nessuna
intenzione di prender moglie.

--Adesso, ma fra qualche anno? E ricordati bene: se non vuoi quella
lì, nessun'altra. Io, in casa, non voglio facce nuove. Quella lì la
conosco; sposandola, faresti la tua felicità, la sua e la mia. E
faresti il tuo dovere, perché colle ragazze non si scherza, signor
mio. Ce ne son tante delle pazzarelle che non domandano altro che di
rovinarsi; ma le ragazze a modo si rispettano, e quella lì poi... la
nipote di tuo padre... Non l'hai vista, poverina? Che faccia! che
occhi! Non fa che piangere.

--No, mamma--rispose Giacomino, diventando serio alla sua volta, con
accento risoluto.--No. Avrò fatto male; ma farei peggio a
sposarla. Le avrò dato un dolore; sposandola, la renderei infelice
per tutta la vita. Io non voglio prender moglie. Voglio fare il
militare. Ormai ci sono, mi piace, ci sto.

La signora Maddalena continuò ad accarezzare il figliuolo; era
paziente perché capiva che in quelle cose lì, e con un tomo come quel
suo ragazzo, non si può riuscire alla prima e ci vuol molta pazienza,
dolcezza e persuasione.

--Fra un anno, fra due, fra tre; quando sarà. Per ora non le devi dir
altro che una parola per consolarla, per rimediare alla tua condotta
con lei, per mostrarti galantuomo. Oh, quella povera ragazza
aspetterà, e anch'io, ti perdono tutto, anche questo capriccio
_maledettissimo_ dell'Africa e anch'io ti aspetterò più tranquilla, e
mi farai proprio contenta, e ti vorrò molto più bene.

Giacomo rimase confuso e sorpreso da quella nuova effusione, da quella
improvvisa tenerezza; non osava rispondere, non sapeva che dire.

La mamma singhiozzava! Sì; lo bagnava di lacrime, abbracciandolo
stretto stretto, appassionatamente. Lo abbracciava così per la prima
volta.

E Maddalena mormorava sotto voce, premendosi il capo del figliuolo
contro le gote calde e molli di pianto:--Forse ti sarò sembrata
ingiusta, cattiva certe volte; senza cuore. Ebbene, accontentami in
questo; sposa la Cammilla, e vorrò più bene a te, molto più bene a te
che a tutti gli altri.

--No, mamma; è impossibile--rispose Giacomo arricciandosi i baffetti
scomposti. Parlava tranquillamente, senza nessuna commozione, da
uomo che fa un ragionamento e nient'altro.

--No, mamma; colla Cammilla sarò stato imprudente, avrò avuto torto;
ma ho scherzato, nient'altro: come ha scherzato anche la Cammilla
del resto. Sposarla no,--e la faccia del giovanotto così dicendo
diventava dura, gli occhi si facevan torvi; capiva di dover
combattere contro l'amore di quella testarda, e combatteva
accanitamente.--Sposarla, no; nè quella lì, nè nessun'altra; ma
quella lì poi, meno di ogni altra. Sarà così, perchè è mia cugina,
perchè l'ho sempre veduta, perchè non l'amo, perchè sento che non
l'amerò mai, perché non mi piace, perchè...

--Perchè non hai cuore! Te lo dico io! Perchè non hai
cuore!--interruppe Maddalena, frenando la voce per non farsi sentire
nel fondaco, ma diventando livida di rabbia.--Sei un egoista senza
cuore! Un vizioso, un mostro, una canaglia! Tutti, cominciando da..
quel balordo--si riferiva certo al signor Daniele--dovrebbero imparare
da me a valutarti secondo i tuoi meriti. Vattene! Vattene! In Africa,
in malora, a casa del diavolo! Va via!

E Giacomino, se ne andò; dopo qualche ora partì, chissà per quanto
tempo, chissà per quanti anni; e partì sorridendo, sempre colla
sigaretta in bocca, levandosela appena per ricevere i baci dell'addio,
per asciugarsi le gote bagnate di lacrime, lacrime non sue, ma degli
altri che lo baciavano piangendo.

Un momento solo fu lì lì per commuoversi, tornando il Giacomino d'una
volta; e fu nell'abbracciare suo padre.

Il pover'uomo era così pallido, così disfatto... ed era sempre stato
buono!

Giacomino non volle assolutamente che lo accompagnassero alla
stazione; lo seccava di dare spettacolo alla gente.

--Addio! Scriverò!... Buon dì, Teresa--e saltò in fretta nella
vettura, gridando al cocchiere:

--Alla stazione centrale! _Allez! vite!_

La Cammilla non era stata presente a quella partenza. Nessuno, del
resto, se n'era accorto, fuorchè Giacomino e la Maddalena. Lui, che
temeva di quell'incontro, dapprima aveva avuto piacere di non vederla;
ma poi ne era rimasto quasi seccato; e la zia dal canto suo non aveva
avuto cuore di chiamar la ragazza per farla assistere a quella
partenza.

La Cammilla era rimasta sola, accasciata, nell'ultimo standone del
fondaco, immota, cogli occhi asciutti e spalancati nel buio.

Era rimasta così lungamente, insensibile al tempo, insensibile al
dolore; non aveva nemmeno la forza di pensare a colui che era partito,
senza salutarla, senza dirle una parola, lasciandola forse per sempre,
con un moto di stizza e con una spallata.

Che cos'era successo? cos'era morto in lei?... Il suo cuore era stato
spezzato, e anche la sua vita era stata spezzata... era finita.

No, la vita no. A poco a poco cominciava a riaversi, a sentirsi viva,
ancora viva, per un primo fremito di collera e di ribellione.

--No, basta...--_più!_

Si alzò, si asciugò gli occhi colla palma della mano così forte da
schiacciarsi quasi le pupille, e ritornò al suo posto come gli altri
giorni, al suo banco, a scrivere, a far conti, a lavorare.

Il fondaco Monghisoni, dopo una breve sosta nel momento degli addii a
Giacomino, aveva ripreso la solita vita affaccendata e rumorosa. Di
nuovo c'era questo soltanto: Temistocle e Gian Maria, che s'eran messi
a chiamarsi per ischerzo, l'uno Menelik e l'altro Mangascià. Era
l'ultimo ricordo e quasi l'ultima traccia del giovane soldato, oramai
partito e andato lontano, lontano.... in quei brutti paesi del
malaugurio, come borbottava la signora Maddalena.

--Mangascià!... Menelik!...

La Cammilla volle ridere anch'essa, a quello scherzo--perché
no?--Ormai basta;...--_più!_ E sforzandosi volle chiamare anch'essa
Temistocle, Menelik. Poi si volse, coll'animo disperato, laggiù, nel
fondo buio, dove dondolava il lampadino acceso dinanzi alla Santa Casa
di Loreto. Ed esclamò trucemente:

--Tutto falso! tutte bugie!

Guardò fissa, con aria di sfida, l'immagine benedetta, e, col
sogghigno beffardo di... di quell'altro, ripetè:

--Tutto falso! Tutte bugie! Non c'è nulla di vero, nè di qua, nè di
là.

Tuttavia c'era quaggiù qualche cosa di vero e di grande: il dolore del
signor Daniele. Quando la Cammilla guardò quel povero babbo, quando
tutti e due si guardarono negli occhi, quelli della fanciulla
lampeggiarono; essa scappò via dal fondaco, fece le scale di corsa, e
si rinchiuse nella sua camera, dove si buttò sul letto, prorompendo in
singhiozzi disperati.

Lei sì, sempre, come prima!

Ricominciava a piangere e a sentire il dolore: ricominciava a vivere.

--Giacomo! Giacomo!...--Oh, egli era partito! Era lontano!... Non la
udiva più!--Giacomo! Giacomo!...--e il cuore di Cammilla tornava
ansioso a cercarlo, e il suo pensiero a seguire una nave fumante nel
mare plumbeo, nel mare immenso... una nave che si allontanava
sempre, e scompariva sull'orizzonte bigio e nella densità della
notte.

Si asciugò le lacrime, facendo uno sforzo per cercarlo, per vederlo,
per seguirlo sempre....

Egli era solo solo, colla nostalgia profonda di quel primo tramonto,
in quel deserto di acqua bigia e di cielo buio; e allora Cammilla non
soffrì più del proprio dolore, ma soltanto della nuova tristezza di
lui, e con uno slancio supremo di tutta l'anima, di tutto il suo
amore, di tutti i suoi baci, gli disse ancora, non per sè, ma per lui,
come a consolarlo ed a rinfrancarlo, perché non si sentisse più solo
in quel mare immenso; in quel mare ignoto:

--Io sì! Io sì! Io sempre!


Quella sera, appena scodellata la minestra, il signor Daniele scese
nel fondaco. Si avvicinò allo scrittoio, si fermò un istante ancora
titubante, poi risoluto, aprì l'uscio di colpo.

Maddalena ebbe appena il tempo di nascondere il fazzoletto col quale
si asciugava gli occhi e di rimettersi a scrivere.

--No, no, Maddalena; non aver paura di me... Vedi... anch'io come
soffro, come sono ridotto.

Il signor Daniele si mise a sedere sul canapè, si trasse la moglie
vicina, se la strinse forte contro il petto e le disse ancora con
tutta l'angoscia del suo cuore di babbo, con tutta l'effusione della
sua timida e grande bontà:

--Non fingere più con me; non fingere più. Oggi abbiamo tanto bisogno
di sfogarci insieme. Nelle stanze di sopra, non mi posso vedere:
Temistocle, Gian Maria... non fanno altro che ridere e scherzare.
Lasciami star qui con te...

E avvicinandosi di più, le bisbigliò pianino all'orecchio:

--Sai?... quella tua storia, di quel giorno, non l'ho mai creduta!....

L'accarezzò ancora, le diede un bacio sui capelli, e accortosi che
singhiozzava, se la strinse più forte al petto, esclamando con un gran
sospiro:

--Povero il nostro figliuolo!... Chissà, a quest'ora, dove sarà!
Maddalena... di', di'... Maddalena, dove sarà?...



FINE.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il Tenente dei Lancieri" ***

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