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Title: Gli amanti - pastelli
Author: Serao, Matilde, 1865-1927
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Gli amanti - pastelli" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



  GLI AMANTI



  PASTELLI

  DI

  MATILDE SERAO


  MILANO

  FRATELLI TREVES, EDITORI

  1894



  OPERE di MATILDE SERAO.

  (_Edizioni Treves_).


  _All'erta, Sentinella!_ racconti napoletani, 3.ª ed.      L. 4 --
  _Il romanzo della fanciulla_, 4.ª edizione                   2 --
  _Il paese di cuccagna_, romanzo, 2.ª edizione                5 --
  _Il ventre di Napoli_ (1885), 3.ª edizione                   1 --
  _L'Italia a Bologna_. Con 15 incisioni.                      2 --
  _Gli amanti_, pastelli.                                      4 --



  IN PREPARAZIONE:

  _L'inutile passione_.



GLI AMANTI


PASTELLI

DI

MATILDE SERAO


MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1894.



PROPRIETÀ LETTERARIA

_Riservati tutti i diritti._



Tip. Fratelli Treves.



_AL CARISSIMO AMICO

EUGENIO TORELLI VIOLLIER_

M. S.



L'IMPERFETTO AMANTE

_(Nino Stresa)_.


Donna Grazia scrive così, di questo suo amante:

La prima volta in cui Nino Stresa mi mancò di rispetto, fu in un
ballo. Ero vestita di broccato bianco, quella sera: e il busto del
vestito era sostenuto, sulle spalle, da due fascie di brillanti che
formavano manica. Egli, Nino Stresa, mi cominciò a guardare, di
lontano, poco dopo la mia apparizione nel ballo: e non potei più fare
un movimento per passeggiare o per ballare, senza sentire il suo
sguardo fermo sovra me. Ora, Nino Stresa ha uno sguardo singolare. I
suoi occhi sono semplicemente neri, senz'altro pregio. Ma lo sguardo
ha una dolcezza languida e persistente che, talvolta, dopo qualche
minuto di contemplazione, pare che si veli di lacrime per una profonda
emozione saliente agli occhi dall'imo cuore. Sembra, quando guarda
così, Nino Stresa, che tutta la sua anima si dissolva in una intima e
malinconica tenerezza, assolutamente contraria alla sua apparenza di
bellissimo giovane e di giovane elegantissimo. Vi sono, o pare che vi
sieno, in quello sguardo tesori segreti e inesauribili di un
sentimento nascosto con gelosa cura e trapelante, solo, in quella
dolcezza ostinata e adombrata di lacrime. Tanto che la donna guardata
così, da Nino Stresa, dimentica la soverchia, inquietante bellezza
dell'uomo, e nella creatura troppo fine e sicuramente corrotta, nella
creatura che porta la peggiore delle reputazioni, cioè quella della
fatuità, le par di scoprire, dallo sguardo così strano, un orizzonte
spirituale che giammai altra donna vide. Io ebbi questa impressione,
vivacemente: e, non so perchè, impallidii dopo averla avuta. Subito,
una curiosità ardente mi accese l'immaginazione: e, probabilmente, i
miei occhi, rispondendo a quelli di Nino Stresa, dovettero contenere
una interrogazione. Non subito egli si avvicinò a me; io fui costretta
a ballare una _mazurka_ e gli passai a poca distanza tre volte. Dio,
Dio! che struggimento di dolcezza in quello sguardo, quanto languore
malinconico, quanta celata tristezza che si rivelava, quasi
inconsciamente! Forse, la interrogazione dei miei occhi dovette
diventare più acuta. Discorrendo, fermandosi ogni tanto, voltandosi
sempre a ricercarmi, egli si avvicinò a me, facendomi un grande
inchino.

--Buona sera, signora,--disse con la sua voce sorda, un po' stanca.

--Buona sera, Stresa.

Aspettai, un po' ansiosa, come se egli si fosse avvicinato per
rivelarmi un grande mistero, per dirmi, finalmente, la unica verità
della sua anima. Egli mi disse:

--Avete delle spalle stupende.

A quest'atroce brutalità, io dovetti arrossire sino alla radice dei
capelli: mi sentii soffocare dall'ira e non risposi. Nino Stresa si
accorse di tutto, certamente, giacchè mi guardò, stupefatto, con una
meraviglia dolorosa negli occhi: mi salutò, di nuovo, e si allontanò
lentamente. Lo sdegno mio non ebbe sfogo quella notte: e, man mano, si
venne trasformando in un eccitamento di gioia, quasi convulso, che mi
fece molto ridere, molto ballare e che mi fece anche cenare, io che
non ceno mai, giacchè odio le donne che mangiano in pubblico. Vi erano
delle piccole tavole, per quattro. Io era con Clara Lieti, e due
cavalieri, briosi e insignificanti. Non avevo più riveduto Nino
Stresa, nella notte, e avevo supposto che se ne fosse andato, e questo
mi aveva fatto molto piacere, mentre mi arrovellavo di non avergli
potuto dire una fredda impertinenza, in cambio della sua brutalità. A
un tratto, lo vidi fermo presso la nostra piccola tavola:

--Non si fa l'elemosina all'affamato?--chiese.

Clara Lieti e i due nostri cavalieri gli dettero subito un po' della
loro cena, ridendo, mettendo tutto nello stesso piatto. Egli cenò
quietamente, in piedi, senza rivolgermi la parola. Io chinavo gli
occhi, abitata. Egli si curvò, a dirmi sottovoce:

--Datemi la vostra coppa di _champagne_.

Io non seppi fare altro che porgergliela. La mia mano tremava
lievemente.

--Bevete, prima, un sorso,--disse, con quella voce un po' rôca.

Bevetti un sorso di quello _champagne-cup_, odoroso e inebriante: gli
detti la coppa. Egli mise audacemente le labbra dove io le avevo messe
e bevve, guardandomi. In quel momento Nino Stresa mi piacque
immensamente: ma subito dopo, ne ebbi un disgusto immenso.

Non credete, però, che io sia divenuta l'amante di Nino Stresa dopo
poco tempo e per qualche bizzarra suggestione. No. Egli durò dei mesi
e dei mesi a farmi una corte assidua, irrispettosa, circuendo la mia
persona di un amore che mi offendeva, tanto era terra terra, e tanto
pareva fatto solamente di desiderio. Niuno aveva mai osato guardarmi
come egli mi guardava, niuno mi aveva mai detto quello che egli mi
diceva! Invano, io mi armavo di freddezza e di alterigia; egli
persisteva, ostinatamente, umiliandosi e allontanandosi, talvolta, ma
ritornando sempre, più innamorato, più audace, più desideroso. Vi
erano dei minuti in cui io lo odiava, assolutamente, per questa sua
insistenza amorosa e per la monotonia di quello che egli provava.
Pure, egli aveva, insieme all'audacia, tale una tenerezza fluente,
tale una morbidezza di parole, di voce, di gesti, egli aveva,
finanche, e di nuovo, e sempre, insieme all'audacia, tale una
malinconia, che io, sbalzata nel mondo delle sorprese dello spirito,
mi chinavo, ahimè, senza odio e con crescente interesse su
quell'anima, a scoprirvi un fantastico mistero, a cercare le sorgenti
ascose di quella espressione singolare. Nulla io giungeva a vedere, e
come la curiosità mi sospingeva, gli domandavo:

--Perchè siete così triste?

--Perchè non mi amate. Ed io vi adoro....--diceva lui, cercando di
prendere la mia mano e di baciarne le dita.

Lo respingevo, sempre. Egli ne provava un sincero dolore, non privo di
qualche ingenuità infantile. Era come un bimbo a cui negassero una
cosa promessa e dovuta: era come se gli si commettesse contro una
crudele ingiustizia.

--Perchè non mi amate, perchè?

--Perchè quello che voi sentite, per me, non è amore.

--Che cosa è, dunque?

--È desiderio.

--È la medesima cosa,--replicava lui, con un'aria di perfetto candore.

Ah, quando io lo udiva negare così la parte sentimentale e nobile
dell'amore, quando egli calpestava, così, tutto quello che vi è di
puro e di elevato, anche in una passione colpevole, Nino Stresa mi
faceva ribrezzo! Egli leggeva nel mio viso tutta la ripulsione del mio
spirito e dei miei nervi e taceva. Soffriva, forse, in silenzio.
Talvolta, si allontanava, per qualche giorno. Ma io, immancabilmente,
lo vedeva riapparire, riavvicinarsi a me, cercar di stringere la mia
mano, trattenendola sempre un minuto secondo fra le sue, cercando di
toccare qualche oggetto ch'io aveva toccato. Per questo, era un
superstizioso dell'amore. Se io lasciava un ventaglio, sovra una
mensola, Nino Stresa lo prendeva, lo schiudeva, lo avvicinava al viso,
continuava a tenerlo fra le mani, incapace di lasciarlo; se io perdevo
un fiore dalla cintura, se mi toglievo un guanto, egli raccoglieva
subito il fiore e rubava senz'altro il guanto. Una sera, d'inverno, la
mia pelliccia era restata nel salone e io ero andata in camera mia, a
cambiar d'abito: lo ritrovai col volto immerso nella pelliccia e con
una letizia indicibile negli occhi. Egli conosceva perfettamente tutti
i miei vestiti e tutti i miei mantelli, e ne prediligeva alcuni,
specialmente, e dava loro degli aggettivi carezzevoli, quasi fossero
cosa animata, e quando io mettea uno di questi vestiti, egli trasaliva
di gioia, e la parola sua, la sua gran parola, gli usciva dalle
labbra:

--Quanto mi piacete, quanto mi piacete!

Volgare e laida parola! La pronunciava un gentiluomo, un giovane
intelligente e colto, un bellissimo giovane, con una voce sorda,
velata e pure armoniosa: ma essa rivoltava tutto il mio sangue.

--Non sapete dirmi altro?--chiedevo io, fremendo di collera.

--Che debbo dirvi? Mi piacete assai, immensamente.

--Niente altro, niente?

--Ma non vi è altro, signora,--egli soggiungeva, meravigliato e
dolente.

Così io mi sono innamorata di Nino Stresa. Vi pare una contraddizione?
Non so. Cercherò di spiegarmi meglio, e voi noterete se vi è
contraddizione. Egli m'indignava, ma mi attraeva, anche, perchè era
giovane, perchè era bello, perchè, infine, a suo modo, mi amava. Ogni
volta che il suo desiderio si esprimeva negli sguardi e nelle parole,
io ne riceveva un sussulto di dolore e di sdegno: ma, nel medesimo
tempo, quasi senza che io me ne accorgessi, una delle difese del mio
cuore crollava. Gli imponevo silenzio, ma egli aveva già parlato. Lo
fuggivo, ma egli mi ritrovava. Mi chiedeva perdono, ma, nel chiederlo,
egli ricordava la colpa che aveva commessa e che, per me, sarebbe
stato più utile dimenticare. Lentamente, mi abituavo a una temperatura
alta di passione, dove scompariva la forma della manifestazione,
trionfando solo la potenza dell'amore, qualunque sia il grido del suo
trionfo. Certo, Nino Stresa era innamoratissimo; così assorbito, così
concentrato in me che, quando veniva a casa mia, mi aspettava anche
delle ore, solo, pur di vivere dove io viveva, mentre io era lontana.
Innamoratissimo, impallidendo quando io appariva, tremando nel toccare
la mia mano, non potendo sedersi troppo lontano, fissandosi
bizzarramente a guardare le mie labbra, o la curva del mento, o
perdendosi ad ascoltare la mia voce, senza intendere le parole.
Allora, vedendolo così preso, così vinto, così soggiogato, io mi
formai, come tutti quelli che stanno per commettere un errore, una
grande illusione: sperai, non solo sperai, ma fui certa che, se avessi
amato Nino Stresa, avrei, senz'altro, estratto dal fondo del suo cuore
tutta la sentimentalità che vi era, sicuramente, come vi è, in ogni
uomo, il più misero moralmente, in ogni più arido cuore. Io mi
incamminavo a uno strano viaggio, come colui che, per una via oscura e
malfida, discende sotterra, cercando nelle profondità la miniera che
lo deve arricchire: e non ha per sè che la speranza del prezioso
tesoro che va a ricercare, non ha per sè che la fiducia in una
illusione. L'uomo che mi amava, per carattere e per temperamento mi
spiaceva, violando tutte le idealità invincibili del mio cuore,
calpestando tutti gli istinti di elevatezza a cui si era educata e
legata per sempre la mia anima: ma io mi lusingava, fortemente, di non
conoscere l'ultima verità dell'essere di Nino Stresa. L'ultima verità,
la suprema di un uomo, si conosce nell'amore corrisposto, nelle ore
estreme della passione: tutto il resto è, o può essere, bugia. Questa
fu l'illusione che io mi feci e a cui mi afferrai, dandomi all'amore
di Nino Stresa. O, forse, volli ingannarmi da me stessa, non
resistendo più al mio amore per lui, amore nato dai contrasti, dalla
curiosità, dalla debolezza, dall'abbandono di tutte le mie forze
morali. Decidete voi. Forse, non speravo veramente nulla e non ero,
forse, che semplicemente innamorata, e vergognandomi di tale caduta,
trovavo fisime e creavo illusioni. Voi capirete meglio.

Vi dirò tutto. Il primo giorno della nostra felicità, noi fummo
infelicissimi. L'esaltamento della sua passione fu così grande, che mi
stupì: ed io gli dovetti parere freddissima. Nino Stresa cadde in una
tristezza immensa, da cui nulla lo potè trarre. Io gli giurai che lo
amavo, che lo adoravo: piansi innanzi a lui. Egli si vinse un poco e
fu molto tenero, di una tenerezza mesta che mi andò all'anima. Gli
vidi delle lacrime negli occhi.

--Che hai, che hai? Tu soffri, è vero?

--Sì,--egli mi disse, piano.

--Ma perchè? Non ti amo, io?

--Sì, mi ami, diletta.

--Non mi ami, tu?

--Sì, moltissimo.

--Ebbene? Perchè soffri?

--Così: non lo so.

Ma il dissidio che era fra noi, anteriore all'amore, sorgente dalla
nostra medesima essenza, non sparve per l'amore. Noi avemmo delle ore
violente di passione, in cui sembrò che il raro, l'altissimo miracolo
della fusione delle anime fosse accaduto: ma come l'ora declinava, le
anime si staccavano, gelide, e gli amanti si guardavano in viso, quasi
estranei, imminenti nemici. Come colui che ha una febbre di quaranta
gradi che cade, a un tratto, gittando l'infermo in una debolezza
mortale, appena l'entusiasmo della passione finiva, mi sentivo misera
e disfatta: ero così avvilita, così deturpata da quell'amore fatto
solamente di fiamma, che facevo nausea a me stessa. Comprendeva egli
ciò? Chi sa! Egli era felice, lo vedevo: e ciò che lo faceva soffrire,
era la mia freddezza, la mia diffidenza, la mia ripulsione. L'eterna
questione sorgeva, fra noi:

--Il tuo amore non mi piace, Nino.

--Hai torto: esso è sincero.

--Ma non mi piace.

--E perchè?

--Perchè è troppo ardente.

--Ti lagni di essere troppo amata?

--Vorrei esser amata meglio.

--Come, meglio?

--Con l'anima, col cuore, Nino.

--Così ti amo.

--Non è vero.

Egli taceva. Il suo silenzio m'irritava: pareva che confermasse questo
criterio dispregevole che mi ero fatto dell'amor suo.

--Non sai amarmi meglio?--gli chiedevo,--non sai?

--Proverò,--diceva lui umilmente.

Ahi, che non gli riusciva! Tutto ciò che è squisita sentimentalità,
raffinatezza spirituale, stima, rispetto, poesia, pietà, sì, anche
pietà, nell'amore, gli era ignoto. Mancava di quella delicatezza del
cuore, per cui, nell'amore, il più piccolo episodio è gravissimo. Non
gli importava nè dei miei pensieri, nè dei miei sogni, nè dei miei
ideali, nè di nulla che riguardasse il mio spirito: e non arrivava a
nascondere tale indifferenza. Gli premeva delle mie ore, perchè le
voleva per sè; gli premeva della mia casa, perchè era il nido
dell'amore; gli premeva del mio umore, perchè da esso dipendeva un
convegno di più o di meno; gli premeva il tono della mia voce, perchè
in esso vibrava la negazione o la dedizione: solo tutta la mia vita
materiale gli premeva, perchè era legata strettamente alle gioie
dell'amore. Invano, a un segno suo d'interesse, a un suo turbamento,
io lo interrogava affannosamente, per poter sapere se, infine, qualche
cosa della sua anima si muovesse, vivesse, oltre l'ardore della sua
fiamma: invano! Tutto il ciclo delle sue azioni si chiudeva in questa
fiamma. Quando una delusione novella mi abbatteva, io giungeva ad
ingiuriarlo.

--Ma sei incapace, dunque, di voler bene come tutte le altre oscure e
semplici creature della terra? Hai dei nervi e non un cuore? Hai del
sangue e non un'anima? Sei un mostro?

--Grazie, quanto mi piaci in collera!

--Oh che creatura arida e odiosa tu sei, odiosa, odiosa!

--Proprio, tanto?--chiedeva lui, con la sua voce rôca e carezzevole.

Alla mia sete di sentimento, a questo bisogno intimo e invincibile di
tutti gli esseri umani, a questa nostalgia che ci accompagna tutta la
vita, egli non sapeva rispondere, che con la seduzione della passione.
Monotono, monocorde, impotente a vibrare per qualunque espansione
dell'anima, egli si rigettava in quella sola forma che gli
permettevano il suo carattere e il suo temperamento. Il mio amore era
diventato per lui una necessità, come l'aria che respirava, come il
pane che mangiava: me lo diceva, così, credendo di darmi una prova del
suo completo soggiogamento, e invece mi faceva bollire d'ira, con
questi paragoni tutti tolti alla vita materiale. Per contrasto, in me,
tutta l'adorazione delle belle e buone e nobili cose dello spirito
diventava come un'ossessione, e solitariamente, nella mia stanza,
quando egli mi aveva lasciata, io scoppiava in lunghe e cocenti
lacrime sul mio abbassamento, sovra la mia irreparabile decadenza. E
se, all'indomani, io ritornava a lui, era perchè questo Nino Stresa,
come era, esercitava un fascino sulla mia ragione: era perchè
talvolta, nella sua natura limitata e misera, mi faceva pietà. Sì, io
piangevo spesso su me e su lui, a cui era negato, per fatalità, tutto
un mondo dell'amore, piangevo sull'aridità del suo cuore e sulla
impotenza della sua anima. Glielo dicevo, talvolta, così
esplicitamente e così duramente, che egli restava trasognato:

--Sono una creatura inferiore, io, come tu dici?--mi chiedeva fra
l'ironia e la tristezza.

--Forse.

--E perchè mi ami allora?

--Per un'aberrazione della mia fantasia,--gli dicevo, in faccia,
impetuosamente.

Lo vedevo decomporsi, per la collera, per il dolore. Che m'importava?
Mi aveva avvinta a una catena insopportabile. Tentai spezzarla.
Impossibile! Egli sopportava qualunque insulto, ora tranquillo, ora
umile, ora amorosissimo, e questo, non per amore, no, io lo intendeva
bene, ma per la consuetudine della passione, per il legame oscuro ma
saldo con cui la passione serra le persone, per la passione della mia
persona, delle mie labbra, delle mie braccia! Furiosamente geloso: di
una gelosia così folle che, varie volte, mi dette la illusione di un
amore completo e verace. Se io parlava a un altr'uomo, egli tendeva
l'orecchio alle mie parole e alla mia voce; se io dava la mano, egli
misurava la stretta di mano data a un altr'uomo; se io sorrideva, egli
fremeva e quasi si avanzava a provocare l'uomo cui io sorrideva.
Credetti all'amore, io, per la gelosia! Ma era una gelosia così cieca
e così bassa, così ingiusta e così brutale, che mi rivoltò. Non osai
mai provocarla, tanto le scene che ne seguivano mi accasciavano,
dandomi una novella prova che Nino Stresa viveva e amava e soffriva
solo per i nervi e per i sensi: non osavo provocarla, giacchè, dopo,
io era costretta a essere più amorosa che mai, con lui; e,
probabilmente, egli esagerava l'ardore di questa gelosia, per
ottenerne dei compensi di passione. Detestabile amore! Quante volte,
vedendolo fra amici e amiche, così bello e così corretto, con quei
suoi occhi dove nuotava uno sguardo di languore tenero, di mestizia
indefinita, io, rôsa dalla collera di tutte le delusioni, non avrei
voluto insultarlo, in pubblico, dicendo che quella soave maschera di
bellezza e di malinconia, nascondeva solo la vittoria più plateale
dell'istinto, che egli era ancora e sempre e non altro che l'uomo
fatto di argilla, senza il divino soffio! Non meritava egli l'insulto,
con quella sua apparenza di tristezza, dove chi sa quante altre donne
sarebbero cadute ingannate, con quella sua ipocrisia di tenerezza e di
languore, dove ogni cuor semplice si sarebbe lasciato prendere?

--Perchè sei ipocrita, anche?--gli domandavo per provocarlo.

--Io? Io?

--Sì, tu. Non fingi di esser triste, tu?

--Non fingo, sono triste.

--Tu sei un gaudente, niente altro.

--Gaudente e triste, insieme,--egli soggiungeva, sordamente.

--Ipocrita, niente altro che ipocrita!--gli gridavo, furiosa che egli
proseguisse nell'inganno.

Egli mi guardava, crollando il capo.

Oramai, purchè non mancassi ai convegni, purchè mi lasciassi amare,
purchè, sotto la sua seduzione--ah egli la esercitava su me, la
esercitava!--avvampassi anche io di passione, egli tollerava qualunque
mio affronto.

--Non posso fare a meno di te,--soggiungeva, come vinto da una
fatalità!

Come la invocavo, la mia liberazione! Ogni giorno di quell'amore che
trascorreva, ribadendo i miei ferri, mi recava un oltraggio di più. Mi
disprezzavo, per aver ceduto a un uomo così volgarmente predominato
dai bassi istinti della vita: e anche mi disprezzavo, per non averlo
saputo elevare sino a me, lasciandomi invece trascinare giù. Mi
sentivo indelebilmente macchiata. Avevo offeso l'amore e tutta la sua
santità e tutta la sua purezza. Chi ama forte e ama bene, non pecca
mai, nell'amore. Nella imperfezione dell'amore sta il peccato. La
colpa esiste solo dove è la debolezza, la miseria, la grettezza, la
bassezza. Eravamo due colpevoli, Nino Stresa e io: e mai, mai,
nessun'assoluzione, nella vita, ci avrebbe potuto redimere dalla
nostra macchia. Oh lui non ne soffriva, non capiva neppure la
volgarità in cui viveva, gli pareva di essere un perfetto amante, e si
lagnava della mia crudeltà! Io, io, sentivo tutto il disdegno di una
relazione simile, indegna di una donna, di una signora: io aveva
l'anima scoperta e ferita, e frizzava a ogni soffio d'aria. Egli,
intravvedeva il dramma del mio spirito, senza intenderlo. La sua sola
paura, era che lo lasciassi:

--Per carità, non mi abbandonare!

Ed esigeva sempre nuovi convegni, e ne prolungava le ore, e mi
seguiva, e mi cercava, temendo che gli sfuggisse il possesso di questa
donna che aveva orrore di lui. Lo lasciai, due volte: mi riprese due
volte. Allora, disperata, nel colmo dell'avvilimento e della
esasperazione, io tradii questo imperfetto amante, questo Nino Stresa.
Ah il vile, il vile, sempre il medesimo! Lo dovetti tradire molto, per
molto tempo, con una feroce ostinazione, con uno scandalo pubblico,
perchè egli mi lasciasse stare. Nulla vi è più, fra noi, da tre anni.
Eppure, quando mi incontra, egli mi guarda con quei suoi occhi così
dolci, così facilmente velati di lacrime e così infinitamente tristi,
che mi hanno mistificata, e la cui singolare espressione, lo confesso,
non so donde venga. Egli fu un imperfetto amante e io l'ho tradito,
ecco tutta la storia dei fatti.



L'IMPERFETTO AMANTE

_(Giustino Morelli)_.


Anna così racconta:

Per lungo tempo, l'amore che mi portava Giustino Morelli fu la mia
segreta consolazione e il mio segreto orgoglio. Io era una donna
assolutamente infelice, con mio marito: una di quelle infelicità
coniugali intime e inesauribili che assumono le più tormentose e
quotidiane forme, che mettono al cimento la maggior pazienza femminile
e che sconvolgono nell'anima più ferma ogni idea di giustizia. Mio
marito non mi era soltanto infedele, era volgarmente infedele; la
scortesia verso me, talvolta, non gli bastava, egli aveva bisogno di
esser villano; il suo disprezzo di ogni delicatezza giungeva alla
brutalità: e tutto questo con tale una sicurezza oltraggiosa, con tale
una severità tirannica, con tale preconcetto di avvilirmi, che io mi
domandava spesso se, proprio, io fossi la persona al mondo che egli
più odiava. Io ho sofferto immensamente, allora, poichè anche, mi
vergognava di soffrire: poichè, io non voleva che la gente conoscesse
il mio stato; poichè io celava con cura gelosa tutti i miei dolori,
non volendo perdere, oltre la felicità, anche il mio decoro di donna.
Il solo che mi ha aiutato in quel tempo a soffrire, è stato Giustino
Morelli. Egli sapeva tutto. Io non gli diceva nulla, per fierezza, ma
egli solo, oltre me, possedeva la misura esatta di tutte le mie
torture. Egli sapeva tutto, _da prima_. Quando io volli sposare mio
marito, tutti approvarono la mia scelta; solo Giustino Morelli
impallidì all'annunzio, si turbava ogni volta che gli si parlava di
questo matrimonio, tentò qualche vaga rimostranza, non osò insistere
innanzi alla mia cieca ostinazione, partì, sparve, non ritornò che
dopo un anno dai miei sponsali. Più tardi, amaramente, io gli
rimproverai le sue troppo tenui difficoltà, la sua fuga: gli
rinfacciai di avermi gittato nelle braccia di un uomo violento e
perverso insieme. Ricordo ancora il dolore che si manifestò sulla sua
fisonomia a questo rimprovero: era confusione, rimpianto, rimorso,
umiliazione. Mi pentii del rimproccio, sentendo per la prima volta che
il cuore di Giustino Morelli era troppo debole innanzi a me e sentendo
che io doveva risparmiarlo. Ma perchè non salvarmi quando lo poteva?
Egli mi amava, non avrebbe dovuto lasciarmi cadere in un precipizio di
dolore. Dopo, non gli restava che versare il balsamo del suo amore
sulle mie insanabili ferite, perchè io ne sentissi meno l'asprezza.

Così, il suo amore fu un balsamo nascosto, soavissimo, purissimo. Io
lo vedeva raramente, Giustino Morelli: giacchè mio marito lo teneva in
sospetto, mentre lo irrideva, e giacchè egli aveva ribrezzo di stare
con mio marito. A me stessa, in nome del santo e tenero amore di
Giustino, mi ripugnava di vedere i due uomini insieme. Ma da lontano,
divisi per giorni, per settimane, spesso per mesi, io sapeva bene che
il vigile cuore di Giustino Morelli era mio, tutto mio, così
completamente mio, che niuna donna, niuna assenza, nessun tempo,
avrebbe potuto togliermi mai nulla del mio possesso. Nelle ore più
misere e più affrante della mia esistenza coniugale, quando pareva per
me crollato ogni senso di tenerezza, di bontà, di compatimento, a
traverso le crisi terribili e negli accasciamenti profondi, il
pensiero che Giustino Morelli mi amava, di un amor silenzioso, tenace,
costante e certissimo, veniva a confortare le mie forze esauste.
Talvolta, lo incontrava, dopo uno di questi tremendi periodi: ed egli
mi appariva quale io lo aveva sognato, buono, affettuoso, di una
dolcezza così grande, che io mi sentiva struggere di riconoscenza,
innanzi a lui. Soli, c'incontravamo: egli mi guardava con una pietà
carezzevole, prendeva la mia mano senza stringerla, ne baciava
leggermente le dita, mi chiamava per nome, niente altro, ma con una
voce così amorosa e soave, che lo sguardo, la voce, la parola, la
carezza, mi avvolgevano in un'atmosfera d'amore. Quando
c'incontravamo, poco mi parlava: si contentava di guardarmi, con
infinita tenerezza: mi ascoltava parlare, come se udisse una mistica e
misteriosa musica, percepita solo dalla sua anima: e io, sentendo la
rarità dell'attimo amoroso, non gli dicevo nulla delle mie sofferenze,
volevo godere in tutta la sua essenza purissima quel momento di
suprema consolazione. Io intendeva che egli leggeva nel mio spirito,
senza che io gli parlassi: e che tutti i più segreti pensieri gli
fossero noti, per questa intuizione nobile e sapiente dell'amore. Se
io era triste tentavo nasconderlo: mi pareva di averla nascosta bene
la mia tristezza: ma subito io la vedeva in lui, riflessa magicamente.
Oh, egli sapeva tutto, di lontano, senza che io gli narrassi le mie
sventure, senza che io gli scrivessi di ciò una sola parola! Quando mi
rivedeva, dopo una lunga assenza, egli prendeva la mia mano e diceva,
in un impeto di compassione per tutti i miei mali che indovinava, che
aveva indovinato:

--Poveretta, poveretta!

Io piangeva, udendo questa parola. Egli non soggiungeva nulla,
lasciandomi piangere, asciugando le mie lacrime col suo fazzoletto,
con un moto gentile quale dovette esser quello di Veronica con Gesù,
carezzando fugacemente i miei capelli, come benedicendomi. Non altro.
Lentamente, le mie lacrime s'inaridivano, la mia anima si quietava e
io comprendeva che, ancora una volta, l'amore di Giustino Morelli era
stato il mio unico conforto. Tornavo a casa tranquilla, con una
novella forza in me e con una lieta luce negli occhi. Mio marito mi
guardava, diffidente: e la sua diffidenza lo spingeva all'ira, e
nell'ira egli m'infliggeva una di quelle brevi o lunghe scene che
erano il tossico della mia vita. Che importa? Io aveva il
contravveleno. Chiusa nella sublime fiducia dell'amore che Giustino
Morelli mi portava, sapendo che vi era nel mondo, nel vasto mondo così
deserto di ogni gioia, qualcuno che mi voleva bene, che mi adorava in
una dedizione continua di sè stesso, io opponeva a mio marito una
glaciale indifferenza. Mio marito mi lasciava: io andava nella mia
stanza, mi buttava sul letto, con la bocca sul cuscino per poter
ripetere il nome soavissimo di colui che era il mio salvatore. Tutta
l'anima mia, allora, si prostrava, si abbandonava, in un'estasi di
tenerissima gratitudine per il beneficio di quell'amore che era il
liquore essenziale di ogni mia forza. Non sapendo come sfogare ciò che
mi soffocava, trovavo modo di scrivergli, lungamente, confusamente,
delle lettere che, spesso, dovevo lacerare senza potergliele inviare:
raramente, arrivavo a spedirgliene una. Di lontano, io calcolavo
sentimentalmente che effetto gli avrebbe fatto la prova che il cuore
di Anna, della sua Anna, gli apparteneva e si dava a lui, novellamente
e sempre con entusiasmo. Ma i miei calcoli sentimentali fallivano
spesso. Io non lo rivedeva subito. Egli non mi rispondeva mai. Finivo
per non sapere nulla. Dimenticavo la mia lettera. Quando, per una
scarsa e fortunata combinazione, mi ritrovavo con lui, non gli parlavo
più di nulla, felice solo di essere accanto a lui. Sentivo che
l'impetuosità del mio temperamento lo turbava un poco: e mi moderavo.
D'altronde, era troppo nobile e troppo alto il nostro sentimento, per
disperderlo nei minuti fatti dell'amore. Anzi, il nostro amore era
senza fatti. Ci vedevamo troppo raramente, perchè le due esistenze si
unissero nella fusione degli avvenimenti quotidiani. Parlavamo di
amore, pianamente, soavemente, anzi con quella cautela delle persone
che molto soffrono, che molto temono di soffrire: e vi era in ogni suo
sguardo tanta effusione spirituale: vi era nelle sue mani che tenevano
le mie quasi senza stringerle, tanto fluido di affetto: vi era nella
sua voce tale onda di amore; che io mi scordava tutto il passato, che
io non aveva più paura dell'avvenire, e mi sentivo accanto a Giustino
Morelli assolutamente felice. Certo, mi dividevo da lui con un intenso
rammarico, sempre più forte come il tempo passava: certo, appena lo
avevo lasciato, un senso di vuoto e di morte mi coglieva, orribile. Ma
egli era partito da me, almeno in apparenza, senza dolore; ma egli era
calmo e tenero. Sempre, anche quando si separava, anche quando mi
vedeva turbata e agitata, separandosi da me, e poichè egli, vagamente,
profondamente mi amava, io dicevo che solo la sua calma era saggia e
pura, che solo il suo spirito intendeva l'amore in una forma sublime.
Quando ero sola, di nuovo, io pensava, sì, che Iddio mi aveva legata
ad un uomo odioso, che mi odiava: che ogni mia felicità innanzi alla
fede e innanzi alla legge, era morta, ma che, in compenso,
segretamente, io aveva per me la più bella forma di amore che dar si
possa nella limitata e misera natura umana, e che potevo esser superba
dell'adorazione di Giustino Morelli come del tesoro fra i tesori.

Pure, da questo esaltamento spirituale che io celava con tanta
meravigliosa dissimulazione, nacque in me una sete più ardente di
veder l'uomo che mi amava e che io amava, di stare con lui, di vivere
insieme a lui. La mia casa e mio marito rappresentavano per me
l'avversità, la tristezza, la mala compagnia, mentre la fantasia si
fingeva il sole, la lietezza, la cara unione soltanto dove era
Giustino Morelli. Cominciai a cercarlo più spesso: e quando lo
ritrovavo, insieme alla espressione di immensa tenerezza, io vedeva in
lui un senso di pena. Mi pentivo della mia ricerca, subito. Gli
chiedevo:

--Ho fatto male, a cercarti?

--No, cara, hai fatto benissimo--diceva lui, dolcemente.

Ma quella dolcezza era anche triste. Forse, egli temeva per me.

--Perchè ti dispiace che io t'abbia cercato?--gli domandavo, ancora,
crudelmente verso me e verso lui.

--Non mi dispiace.

--Sì, sì, ti dispiace!

--Oh Anna, non ripetere ciò.

--Allora, se non ti dispiace, vediamoci anche domani.

--...sì--diceva lui, dopo un minuto di esitazione.

Quella esitazione avvelenava la mia gioia. Scorgevo in lui, adesso,
quello che prima non vi era mai stato, cioè una titubanza continua,
una inquietudine che non arrivava a reprimere.

--Di che temi?--gli chiedevo, guardandolo negli occhi.

--Di nulla, cara--mi rispondeva, guardando in su, per isfuggire alle
mie indagini.

--E mi ami, mi ami?

--Ti adoro--mormorava lui, con la intonazione antica, così schietta,
così sgorgante dall'imo cuore. Ma presto, la mia insofferenza divenne
spasimante. Io non poteva stare un giorno senza vederlo; avevo
annullato in me ogni repulsione, venuta dal contatto di mio marito con
Giustino Morelli, e pretendevo che egli, l'adoratore tenero e soave,
vincesse il proprio ribrezzo.

--Non posso--mi diceva lui, piano, con amore, per togliere a questo
rifiuto ogni durezza.

--Perchè non puoi?

--Non lo so, ma non posso, Anna. Venire in casa tua, dove vi è lui, mi
è insopportabile.

--Allora, non mi vuoi bene.

--Anna, te ne voglio infinitamente.

--Non è vero. Se me ne volessi, verresti da me. Vieni domani,
vieni....

--Anna, non posso.

--Non mi ami, non mi ami! Se mi amassi, vorresti vedermi sempre.

--Io so amarti anche da lontano.

--Senza soffrire della lontananza?

--Senza soffrire.

--Avendo un'altra amante, allora?--arrivavo a dire, io, esasperata.

--Non commettere sacrilegio, cara. Io non adoro che te.

--Così, a traverso le sfere, come le stelle?

--Così--replicava lui, con tanta nobiltà, che io mi riteneva subito la
più volgare fra le donne.

In quel tempo, per mia colpa, dunque--più tardi, poi, intesi che era
per colpa di Giustino Morelli--io finii per intorbidare la sorgente di
ogni mia consolazione. Mentre prima ogni sua tenerezza mi sembrava una
ricca parte fattami dal destino, e ne ringraziavo questo destino,
adesso non me ne contentavo più. Egli era sempre lo stesso uomo, aveva
per me, sempre, un amore tutto di pietà, di rispetto, di ammirazione,
di adorazione, ma mi sembrava freddissimo. Infine, io era giovane,
bella, elegante, molto corteggiata, poichè la pessima condotta di mio
marito, purtroppo, non era ignorata, malgrado le mie premure per
nasconderla: e sentivo intorno a me, come l'incenso di un omaggio
continuo che uomini giovani e belli abbruciavano nel desiderio
dell'amor mio. Giustino Morelli mi pareva freddissimo. La passione
violenta di Nino Stresa per Grazia, la mia amica, mi destava curiosità
e invidia. Il paragone che facevo, ogni tanto, di Nino Stresa con
Giustino Morelli mi faceva sempre più insistere nell'idea, che il mio
amante--era egli, forse, un amante?--non provasse per me un amore
forte e vivo, come si sente quando si è giovani, quando il sangue è
caldo, quando la donna si è già data a voi col suo cuore.

--Perchè sei così freddo?--era la mia interrogazione costante.

--Freddo, ti pare?

--Non mi pare: sei freddo.

--Niuno ti può amare più di me, Anna.

--Non ti vantare. Tu mi ami poco.

--Taci, anima mia. taci.

--Io non ti piaccio--soggiungevo io.

--Nessuna persona mi piace più di te, te lo giuro.

--Non ti credo.

--Che debbo fare, perchè tu lo creda?--mi replicava lui tristamente.

--Non so--rispondevo io, glacialmente.

Giacchè egli diventava più triste, a ogni nuovo colloquio e la mia
anima si gelava. Talvolta, lo sorprendevo che mi guardava con ansietà,
soffrendo di non so quale strano e ignoto dolore: il mio sgomento
diventava grande. La sua voce era infranta, nel parlarmi: più spesso
taceva, assorbito.

--A che pensi, amore?

--Non penso, sogno, cara.

--Che sogni?

--Un solo sogno, il tuo amore, Anna.

--Non lo hai qui, presente, reale, vivo, caldo?

--...sì--diceva lui dopo un dubbio.

--Come? Ti piace meglio il sogno?

--Forse--mormorava lui brevemente.

Invece, in me, la vita urgeva. Nella mia casa e con mio marito, ogni
pazienza, ogni indulgenza era finita. Il legame con quell'uomo mi era
insoffribile, e tutte le ribellioni accumulate nel fondo del cuore
sorgevano in armi per vincere. Io voleva la mia parte di bene, di
amore, di ebbrezza: ero stanca di lacrime, di abnegazione, di
mortificazioni. Mentre Giustino Morelli si concentrava nelle poetiche
visioni, in me tutti gli istinti della vita e della giovinezza
fremevano, rivoltandosi, contro il dolore. L'amante mio--ma forse egli
era l'amante?--mi guardava come spaventato, e bene spesso io ho visto
in lui la mestizia di una immensa delusione. Sentivo, così, vagamente,
di decadere nel suo spirito, e mentre ciò mi esasperava, mentre io lo
trovava un gelido sognatore, un poeta dell'amore, un ardor di passione
mi spingeva a lui potentemente, come alla sola creatura umana degna
dell'amor mio.

La sua profonda tristezza innanzi alle lotte che si combattevano in me
e che egli conosceva, tutte, era un insulto; ma io glielo perdonava,
giacchè lo amavo, giacchè egli mi amava, giacchè un solo poteva essere
il mio amante, ed era lui, Giustino Morelli. Questa ultima, estrema
verità non gliela dissi, io. Ero donna. Ero vissuta nelle altitudini
di un amore sublime e mi ero avvezza a una temperatura spirituale
delle più fini e squisite. Questa verità, che egli solo poteva e
doveva essere il mio amante, io, ve lo giuro, non gliela ho detta, ma
tutto di me glie lo disse, involontariamente, glielo disse la vita
istessa con le sue fervide e imperiose parole. Io non so quello che
accadde in lui, quale lungo sogno egli ricacciò nel mondo delle tenere
e pure fantasie, quale saluto egli dette a una sublime illusione,
quale suprema divisione accadde fra l'uomo e il suo sentimento. So
questo, che Giustino Morelli fu veramente e propriamente il mio
amante, e che ciò gli produsse un dolore grandissimo.

Grandissimo! Egli era sempre la cara anima che mi adorava in ogni
pensiero e in ogni sentimento, che vibrava a ogni vibrazione mia, che
per un miracolo sentimentale aveva fatta sua la vita del mio cuore,
che non divideva ma assorbiva tutte le mie sofferenze, che non solo
asciugava ma faceva inaridire le mie lacrime, che mi dava la pace e la
serenità: sempre il Giustino Morelli che mi aveva aiutato a vivere,
che, ancora, in tutti i momenti, era il mio sostegno e la mia guida.
Ma oltre questi, per lui non vi era che dolore intimo e represso, non
vi era che la rassegnazione a un fatto necessario, fatale, e
immensamente triste. I convegni che rassomigliavano agli antichi,
austeri e nobili, con la lieve carezza delle sue labbra sulla mia
mano, erano un sollievo per lui, lo vedevo: mentre i convegni della
passione a cui lo spingeva la voce di un amore diverso, lo
affascinavano e gli facevano male, un male orribile, il male del sogno
violato, il male della illusione fuggita, il male dell'irrimediabile
errore. Così, la passione si faceva tetra: e l'ebbrezza sembrava anche
uno spasimo di tutto l'essere che subiva la legge comune dell'amore,
ma aveva ribrezzo di quella fatalità.

Nulla vi dirò di me. Sarebbe troppo duro rammentare quello che io
provai, dinanzi a tale complicazione nel nostro amore. Ricordo
solamente di essere trabalzata, in quei tempi, dai sentimenti più
limpidi, alti e luminosi, alle vittorie della passione più oscure e
più contristanti: ricordo che io ho sentito, per Giustino Morelli e
per me, insieme, il disprezzo più profondo e l'ira più cieca. Ricordo
che, un giorno, quando più avevo visto il mio amante innamorato, sì,
ma quasi insorto contro le imprescindibili obbligazioni della
passione, quando più avevo inteso che Giustino Morelli era
infelicissimo, perchè era diventato il mio amante, quando più avevo
compreso che l'anima bella e pura e salda di quell'uomo si sentiva
deturpata nel suo sogno, allora ricordo di essermi sentita perduta,
perduta.

       *       *       *       *       *

--Voi, forse, avrete intuito la conclusione della mia istoria. Io ho
tradito Giustino Morelli, bruscamente, violentemente, malamente. Con
un uomo qualunque, io l'ho tradito. Non me ne chiedete il nome, la
condizione, l'età, la bellezza. Un uomo qualunque! Non potevo fare
diversamente, credetelo. Ho sentito tutto l'orrore della mia
mal'azione, eppure mi è stato impossibile di non farla. In fondo,
credo che avessi una ragione oscura e atroce di far quello; e non
seppi neppure dirla a me stessa. Giustino Morelli me la disse, nel
giorno in cui ci dividemmo, per sempre.

--È vero che mi avete tradito?--mi domandò senza tremare, sebbene
fosse così smorto nella onesta faccia.

--È vero--gli risposi con molta alterigia.

--Perchè avete fatto questo?

--Non lo so.

--Lo so io.

--Voi? Voi? Ditemelo, dunque!

--Perchè ero un imperfetto amante, mia povera Anna.

--E allora, perchè mi avete amato?

--Questo, nessuno lo sa, nessuno.

Sì, sì, Giustino Morelli era una grande anima, un grande cuore, ma è a
lui, è a questo imperfetto amante che io debbo tutte le mie sciagure.



IL PERFETTO AMANTE

_(Massimo Dias)_.


Teresa così racconta il suo amore per Massimo Dias:

Nessun uomo mai ha saputo, nessun uomo saprà mai chi sia e che cosa
sia Massimo Dias. Per conoscerlo, per intenderlo, per apprezzarlo in
quel che è, in quel che vale, ci vuole una donna: e una donna che lo
abbia avuto per amante come me, o che, almeno, sia stata amata da lui.
Già, sempre e dappertutto, soltanto la donna ha il diritto di
giudicare un uomo e, giudicandolo, può dire la verità, poichè ella
solamente lo vede e lo misura nella gran prova umana, che è l'amore.
Il giudizio di un uomo sovra un altro uomo o quello di mille uomini
sovra un sol uomo, ha un carattere originario di menzogna innocente
talvolta, conscia e interessata spesso: mentre la più piccola
confessione di una donna sul conto del suo amante, ha la limpidità, la
lucentezza, la schiettezza del cristallo. Notate, per Massimo Dias.
Che dicono gli uomini di lui? Lo trattano, dal punto di vista
dell'amore, con un esagerato disprezzo che ha per base l'ignoranza e
l'invidia: si meravigliano che possa piacere alle donne: negano una
quantità dei suoi amori più certi e più evidenti, lo trovano
insignificante, comune, talvolta insopportabile: e concludono col dire
che se Massimo Dias fa qualche conquista, è perchè la donna è una
creatura depravata, è perchè la donna, in amore, è capace di tutto.
Codesta è l'opinione di quanti uomini, giovani e vecchi, galanti o
misantropi, dediti all'amore e indifferenti, abbia io mai incontrato:
e Massimo Dias non la ignora, questa volgare e spregevole opinione che
hanno i suoi fratelli di lui, in quanto riguarda l'amore, e non la
confuta mai, questa opinione, anche quando un fratello più audace glie
la dichiara in volto, e lascia correre tutte le voci, e rimane
indifeso e incurante di difendersi contro quest'onda di antipatia,
d'invidia, di disdegno. Anzi, io ho udito, qualche volta, Massimo
Dias, con la freddezza più mirabile, sostenere il parere dei suoi
avversari e proclamare la sua inettitudine in amore, e le rare
conquiste, più rare di quelle degli uomini meno fortunati in amore, e
il non possedere lui nessun ricordo inebbriante, tanto i suoi amori
erano stati mediocri e limitati. Invece, tutto il contrario è il vero.
Quanti sono uomini, s'ingannano sul conto di Massimo Dias; forse
vogliono ingannarsi; egli li inganna, certo, quando si dichiara
inetto, e questo inganno è uno dei metodi più semplici per rassicurare
il pubblico. La verità vera è che Massimo Dias ha avuto ed avrà molte
amanti. E se ve lo dico io, che l'ho amato, che l'amo, che l'amerò
sempre, se ve lo dice una donna che è stata amata, che sarà sempre
amata da lui, potete crederlo. Egli avrà sempre delle donne; poichè
egli è un perfetto amante.

       *       *       *       *       *

Voi volete apprendere il come e il perchè Massimo Dias sia un perfetto
amante? Vi dirò la ragione e il modo come l'ho amato io, e
indovinerete, così, come se ne sono innamorate e come, ancora, se ne
innamoreranno le altre donne. Anzi tutto, quando una di noi, la più
casta, la più semplice, incontra un uomo giovane, ella calcola subito
se l'amerebbe o se non l'amerebbe: e così gli uomini sono
immediatamente divisi, nella mente femminile, in due categorie, quelli
che si amerebbero e quelli che non si amerebbero mai. Coloro che
appartengono a questa seconda categoria, non esistono più, per la
donna: possono essere belli, ricchi, galanti, non serve, sono creature
morte, sono larve che l'occhio muliebre non discerne neppure più.
Massimo Dias appartiene alla prima categoria; vedendolo, si pensa che,
in certo tempo, in certe condizioni, forse, se Dio volesse o se
volesse il diavolo, lo si amerebbe. Beninteso che la donna, con tale
pensiero, non si concede, non si dà; il pensiero è profondo, è tenue,
è condizionato, svanisce subito, non ha l'aria di lasciar traccia, non
riappare...., infine, è nulla, ma è un filo che si lega, sottilissimo,
capillare, fra la donna e l'uomo. Questo filo si annodò fra me e lui,
la prima volta che ci vedemmo; e passando il tempo, rivedendoci senza
nessuna volontà apparente, mia o sua, altri fili si legavano e si
riavvicinavano, indistintamente. Egli non mi faceva la corte, ma si
interessava di me, senza troppa ostinazione: e aveva nei modi, con me,
una certa dolcezza costante, simile al primo albore di una tenerezza.
Questa dolcezza primordiale che non fu mai guasta da una parola troppo
sensuale, che non rasentò mai il contegno solito verso le altre donne,
che era una cosa _diversa_, infine, rassicurò e fece schiudere il mio
cuore. Nulla che di tenero, io sentiva in me: ma in presenza di
Massimo Dias mi era impossibile pensare ad altro che all'amore.
Emanava dai suoi occhi, trapelava dalla sua voce, parlava da ogni sua
parola, anche la più gelida, come un mite color vivo, come una
suggestione giovanile, come quel soffio che fra l'aprile e il maggio
dà tante rose ai giardini e alle colline. Compresi, poi, più tardi,
che egli era un uomo fatto assolutamente per l'amore e solamente
dell'amore occupato e preoccupato, essendo egli materiato e
spiritualizzato d'amore; tutto questo non era che la manifestazione
del suo temperamento e del suo carattere. Negli occhi, nella voce,
nelle parole degli altri uomini può scintillare, vibrare, parlare ogni
passione umana, nobile e ignobile: in lui null'altro che l'amore. La
sua seduzione, quindi, lenta e fine, aveva anche qualche cosa
d'inconscio: e la conquista del mio cuore come della mia persona, non
subito, più tardi, fu fatta da lui senza violente richieste, senza
drammatiche tristezze, senza fughe improvvise, senz'abbandoni che
paiono inconsulti e sono meditati--mezzi, questi, che appartengono al
comune degli uomini, a coloro che debbono conquistare le donne con
gravi sforzi. Massimo Dias fu naturale: e fu amoroso, perchè la sua
natura fu amorosa e perchè bastava che vi si abbandonasse, per essere
efficace e attraente, per prendere possesso di tutta la mia volontà e
di tutta la mia forza. Semplicemente, come un esercizio della vita,
egli adoperava tutte le arti più squisite, per essere più amato, egli
sapeva attendere: egli sapeva apparire al momento opportuno, egli
sapeva andarsene. Mirabilmente, per quella felice intuizione amorosa,
il suo amore si equilibrava col mio, senza che nessuna causa esterna
li armonizzasse, e, nelle ore tristi, io trovava accanto a me l'uomo
che seguiva tutte le indefinite malinconie della mia anima inquieta,
come nelle ore brillanti, sfavillanti, io vedeva in lui l'eco della
giocondità giovanile, io sentiva il suo cuore balzare per la gioia di
vivere. Ma il suo gran segreto, quello che egli chiama il segreto di
Pulcinella, dicendolo a chi vuole saperlo, mentre nessuno ne sa fare o
ne vuol fare suo pro, il segreto era nell'amore che mi portava, vivo,
continuo, costante, che mi giungeva da tutte le parti, che mi
avvolgeva come in un'atmosfera di passione, che invadeva il mio
ambiente e me, che mi chiudeva in un roveto ardente, come quello delle
bibliche storie. L'amore sgorgava da l'animo di quell'uomo così e
sempre, che egli non si affidò che a questo, per avermi sua. Chi ama,
chi molto ama, chi ama bene, possiede il motto d'ordine della
conquista: è come colui che possiede la fede e che arriva alla grazia:
è come il mistico che a furia di evocazione e di ardore, ottiene la
visione del suo Dio.

Nè io spiegai altrimenti il mio consenso all'amore di Massimo Dias che
l'amor suo: e sentii che solo coloro hanno ragione, che dànno passione
per passione, e che sanzionano il vile peccato con la suprema legge
del premio. Ebbene, fu allora che io cominciai a misurare lucidamente
la perfezione di Massimo Dias. Mi amava, mi adorava, e io amava lui,
con tutta me stessa, ed ero sua, ed egli non mi ebbe subito, egli
aspettò qualche giorno, qualche settimana, perchè l'abbandono più
profondo e più completo dell'anima rendesse più alto e più impetuoso
l'amore della persona. Egli aspettò! Egli soffriva, la passione lo
torturava, ma ebbe la sublime pazienza di aspettare, perchè l'amore
nostro raggiungesse quella magnifica maturità che riempie i cuori di
ebbrezza. Quanto gli fui grata, io, di quest'aspettazione che doveva
essere insopportabile e che era piena di delicatezza, come sentii in
lui il rispetto della donna, dell'amore, di sè stesso, come intesi
che, in lui, l'amore aveva un tempio e che le feste che vi si
celebravano avevano tutta la squisitezza delle grandi aspettazioni,
delle grandi purificazioni, delle grandi preghiere!

       *       *       *       *       *

Un perfetto amante, sì. Naturale, cioè _disuguale_. L'un giorno di
nostro amore non rassomigliava all'altro, e i convegni avevano la più
bizzarra varietà, e la curiosità dello spirito raddoppiava il tumulto
dell'amore. Disuguale: io l'ho visto, ai miei piedi, piangere come un
fanciullo, per una tristezza improvvisa, capitatagli nel momento più
lieto del nostro amore, domandare a me la consolazione di questo
indefinito e infinito dolore che gli saliva dal cuore agli occhi: io
l'ho visto, innanzi a me, pallido d'ira gelosa, fremente, indomabile,
soffocare e non poter dire i motti ingiuriosi che gli si affollavano
sulle labbra, e fuggire, e ritornare, sempre furibondo, in tali
impeti, che io aveva di essi una paura mortale: io l'ho visto, accanto
a me, in una confidenza fraterna, in una famigliarità deliziosa,
aprirmi tutto il cuor suo, come a una sorella, a una madre: io l'ho
visto trascorrere delle ore, chiuso, tetro, senza risponder verbo alle
mie domande, senza muoversi alle mie scosse, vinto da una inerzia e da
un accasciamento, che non sapeva spiegare: e tutte le faccie del suo
spirito amoroso mi apparivano e mi sparivano, innanzi agli occhi, come
una visione, e mi stringevano a lui, così indissolubilmente!
Disuguale: talvolta così vinto da una crisi di amor passionato che
egli non conosceva, non vedeva, non sapeva e non voleva altro che me,
che la mia presenza, che la mia persona, come se io dovessi sfuggirgli
l'indomani, come se avesse bisogno del continuo possesso, per esser
certo dell'amore, con tale un'ardente sete di me che mi sgomentava:
talvolta, preso da un eccesso così strano di sentimentalismo, come se
l'anima sua fosse partita per i paesi dove solamente di pensiero e di
sentimento si vive, come se tutte le cose di questo basso mondo gli
fossero perfettamente estranee: talvolta, nei peggiori momenti,
assalito dal demone del sarcasmo, per cui il mio cuore era trafitto ed
egli aveva l'aria, il mio amante, di godere delle mie trafitture, e
non ristava neppure quando vedeva i miei occhi pieni di lacrime, e
aveva come la voluttà feroce dei miei e dei suoi tormenti. Frivolo e
profondo, geloso e indifferente, scherzoso e tetro, appassionato e
sprezzante, il mio amante non era un sol uomo, ma dieci uomini presi
insieme, e tutti nuovi, tutti attraenti, tutti affascinanti: e a ogni
nuovo colloquio io mi domandava, irrequieta, diffidente, ansiosa, che
avrei trovato, in lui, e ciò dava un sapore immenso a tutti i nostri
convegni, e ciò metteva il mio cuore in uno stato di continua veglia.
Vi erano minuti così intensi in cui io era certa della sua adorazione,
poichè io vedevo la verità dell'amore nei suoi occhi ardenti, perchè
la udivo nel balbettio della sua voce, perchè io sentivo, con orgoglio
e con tenerezza, che quell'uomo mi apparteneva completamente: ma il
minuto dopo io ricadeva nel dubbio, tanto le parvenze di Massimo Dias
erano singolari, e il dubbio suscitava in me tutte le forme della
passione. Vi erano dei periodi in cui sembrava che egli mi sfuggisse
intieramente: neri periodi di desolazione, di disperazione: e, forse,
forse, in quei tempi egli più mi amava, e io non intendeva l'enigma.
Tanto che, a poco a poco, tutta la mia esistenza morale e materiale
appartenne al mio amante: io sentii assolutamente che solo il suo
amore mi rendeva importante e cara la vita, e che egli era il _solo_
uomo che io potevo amare.

       *       *       *       *       *

Perfetto amante e traditore, anche. Mi sembra inutile di descrivervi
quello che io abbia sofferto, di atroce, la prima volta in cui il suo
tradimento mi fu palese come la luce del sole. Io ho creduto di
morire. Gli ero stata così lealmente fedele, ero così innamorata di
lui, ero così saldamente legata a lui, che tutti i sentimenti in me
erano crudelmente offesi, e palpitavano di angoscia e le loro ferite
gemevano sangue. Amore, amor proprio, vanità, sincerità, non una cosa
che non avesse la sua tortura, in quel tradimento. Egli negò sempre,
continuamente, anche innanzi alle prove: e la sua negazione che mi
parve una sfrontatezza, irritò maggiormente il mio furore geloso.
Compresi, più tardi, quanta tenerezza e quanto rispetto vi era in
quella negazione del tradimento. Ma in quella scena terribile, io
aveva smarrita la testa. Lo lasciai, così. Non volli più vederlo; lo
fuggii. Indescrivibili tormenti! Ero innamoratissima di lui e tutta la
mia anima come la mia persona gli apparteneva: figuratevi, dunque,
quale violenza io doveva fare a me stessa per non vederlo, per non
scrivergli, per non pronunziare neppure il suo nome. L'ambiente del
suo amore perdurava, intorno a me. Egli continuava ad apparire,
dovunque potesse credere che io andassi, e dovetti, man mano, quasi
chiudermi in casa, o uscire per vie deserte e lontane, abbandonando
tutti i comuni ritrovi. Egli continuava a scrivermi e io non aveva
modo d'impedirglielo, mentre m'imponevo delle pene atroci per non
aprire le sue lettere che erano intatte in un cassetto. Tutte le vie,
tutte le case, tutte le cose mi ripetevano un episodio del nostro
amore: egli aveva messo il suo amore dappertutto: egli seguitava a
farmi giungere l'eco della sua passione, come se mai mi avesse tradita
infamemente, vigliaccamente. E tutto, senza lui, mi sembrava ombra e
silenzio: inutile ogni dolcezza della vita; inutile il lieto
trascorrere del tempo; inutile la mia esistenza istessa. La vista di
qualunque uomo mi disgustava: Massimo Dias, il mio perfetto amante, mi
aveva divisa dal resto dell'umanità e mi teneva per sè, tutta per sè,
senza che mai, mai, fino a che avessi sangue nelle vene, un altr'uomo
potesse esistere, come amante, per me.

Ebbene, io gli perdonai il suo tradimento. Per quali illusioni, io mi
convinsi, non so bene: per quale ineluttabile bisogno di amore e
dell'amore di Massimo Dias fui così debole, io so bene, ma non vi
debbo spiegare. So che ridivenni l'amante di Massimo Dias, un giorno,
così, naturalmente, in cui egli m'incontrò e io non ebbi la forza di
evitarlo, in cui eravamo soli e non ebbi la forza di fuggirlo: un
giorno in cui egli mi apparve così triste e così innamorato che io
dissi a me stessa la gran parola, se non era un errore e una colpa
rinunziare alla propria parte di felicità, comunque essa sia, questa
felicità. Massimo Dias mi amava, me ne convinsi: il segreto della sua
rinnovellata seduzione era sempre nell'amore, di cui era fatta
l'essenza della sua anima e dei suoi nervi. Noi avemmo, in questa
ripresa, dei grandi giorni, indimenticabili: nell'ora della morte io
potrò tutto scordare, ma quelle giornate mi saranno in mente, nelle
confuse visioni dell'agonia! Egli mi giurò che non mi avrebbe tradita
mai, mai più, che se un errore aveva commesso--non poteva più negare,
gli era impossibile--era stato _così_, senza che lui neppure lo
sapesse. _Così!_ Parola strana, è vero? Egli mi volle far credere che
il tradimento era stato un fatto istintivo, di cui era inconscio,
fuori della sua volontà, anzi, forse, contro: certamente, contro,
poichè mi amava. _Così!_

Che dirvi? Massimo Dias mi tradì una seconda volta e anche più
gravemente: e se questa seconda volta il colpo fu meno forte, la mia
dignità fu più resistente. Egli negò ancora: diceva di no, di no a
tutto, come un bimbo; alle mie ingiurie impallidiva e negava, sempre.
Dopo questo secondo dolore, afflittissima, ma meno furente, io ebbi la
cura dolorosa di analizzare tutta la mia sventura. Posatamente, io
misurai tutto l'amore che avevo portato e che portavo a Massimo Dias:
misurai il suo tradimento e il tempo e le circostanze. Freddamente,
scesi in fondo al mio cuore e tastai la catena che mi serrava a
Massimo Dias: mi parve incrollabile. Gelidamente, pensai che solo
partendo, espatriando, non rivedendolo mai più, avrei potuto spezzare
questa catena; ma che se restavo dove egli era, mi sarebbe bastato di
rivedere il mio perfetto amante per esser sua, di nuovo. E, partendo,
non sarei forse ritornata da me a rimettermi nelle sue mani? Con la
massima glacialità, di fronte a così assoluta necessità, decisi di
perdonargli novellamente, e sempre, e di esser sempre la sua amante,
malgrado ogni tradimento. Più tardi, conoscendolo meglio, sono stata e
sono anche più giusta con lui. Se si vuole un amante perfetto, bisogna
subire il tradimento, soffrendo in silenzio. Il tradimento è uno dei
caratteri della perfezione, in amore. Sarà una verità crudele, ma è
così. Dalla sua stessa perfetta natura amorosa Massimo Dias trae
questo istinto della mutabilità e, in fondo, egli non inganna nessuna
donna, neppur me, anzi, me molto meno delle altre. Giacchè egli è
sempre innamoratissimo della donna cui dice di amare, come ad ogni
perfetto amante si conviene. Fedele all'amore, fatto di amore, egli
non mente mai, parlando della sua passione. Fedele, incostante e
perfetto.



IL PERFETTISSIMO AMANTE

_(Luigi Caracciolo)_.


Uno sbadiglio atroce contrasse la bella bocca di Maddalena Herz e un
piccolo grido esasperato di noia, un piccolo ruggito di sciacallo, le
sfuggì dalle labbra:

--Che hai?--le disse gravemente Beatrice Albano uscendo dal torpore
pieno di pensiero, dove era immersa.

--Tutti gli uomini sono sciocchi,--sentenziò Maddalena, con un atto
sprezzante della mano.

--Tutte le donne sono ingiuste.

--Sciocchi e seccanti, gli uomini: così seccanti, tanto
seccanti,---soggiunse Maddalena con uno scoramento profondo.

--Perchè seguiti ad occuparti di loro?

--Sono essi che si occupano di me.

--Fuggili: dividiti dal mondo.

--Io lo farò,--disse Maddalena, con una perfetta convinzione, girando
e rigirando i suoi anelli gemmati.

Poi dopo una pausa di silenzio:

--Nessun uomo vale nulla.

--E nessuna donna capisce niente--le replicò Beatrice, guardandola coi
suoi larghi e severi occhi, dove una gran bontà attenuava la durezza
dell'affermazione.

--Tu mi contrasti per farmi arrabbiare, Beatrice?

--No, cara.

--Tu disprezzi gli uomini, come me, confessalo, pensosa signora.

--Non li disprezzo; e tu neppure.

--Come, io neppure? Il mio disprezzo è mondiale, anzi universale, per
non dimenticare il cielo.

--T'inganni, su te stessa: non li disprezzi, li conosci poco, o male,
ecco tutto.

--Tu li conosci meno di me, cara donna Beatrice, che non avete voluto
nè amanti, nè corteggiatori, dandovi il raro e nobile lusso di essere
virtuosa.

--Io non sono virtuosa,--replicò Beatrice, con un lieve sorriso sulle
labbra vivide e sinuose, ma come suggellate in un volontario silenzio.

--Andiamo, tu ami la contraddizione, questa sera. Tu sei virtuosa, te
lo giuro: e io sono una donnina esecrabile.

--Non giurare, non giurare....--e Beatrice sorrideva ancora, in una
posa così tranquilla, con le mani bianche abbandonate sulla copertina
di seta antica del libro che aveva finito di leggere.

--Non mi farai mai credere che tu conosca gli uomini, per averne ben
conosciuto uno: non crederò mai che tu abbia avuto un amante,--esclamò
Maddalena Herz con un gesto risoluto e definitivo.

--Veramente, io ho avuto un amante,--dichiarò Beatrice Albano, con
molta tranquillità.

--Bugia!

--Sull'anima mia, io ho avuto un amante.

--Io non ti credo.

--Fa come vuoi, ma la verità è una sola.

--Un amante, tu, la impeccabile? No, no. Nessuno lo ha mai saputo.

--Infatti, nessuno lo ha mai saputo. Uno dei meriti speciali e
grandissimi di questo mio amante, era il segreto.

--Il segreto? Tu hai potuto ottenere il segreto?--chiese Maddalena
Herz, di già accendendosi all'istoria.

--Sì. L'amore nostro è stato solamente conosciuto da me e da lui.
Siccome egli, mi amava solo per amarmi, assolutamente ed
esclusivamente per amarmi, così volle e mantenne il segreto.

--E non lo violò giammai?

--Giammai.

--Forse vi siete amati per poco tempo?

--Per tre anni, insieme: però egli mi amava da molto più tempo.

---Forse vi vedevate raramente, così il segreto ha potuto esser
conservato.

--Non tanto raramente, cara. Spesso, anzi: quanto più spesso potevamo.

--Allora.... avete realizzato un miracolo. Io ho sempre creduto che il
segreto non esistesse, in amore,--mormorò Maddalena Herz, che pareva
sprofondata nelle riflessioni.

--Anche io, prima, così credevo.

--E vi è stato un uomo che non ha proclamato sui tetti il suo amore,
che non lo ha mormorato, sottovoce, a varii suoi amici e confidenti,
che non lo ha, almeno, lasciato compiacentemente trapelare?

--Vi è stato: è stato il mio amante.

--Ti amava, poi, costui?

--Immensamente.

--Come lo sai?

--La donna se ne accorge.

--È vero. Tu lo amavi?

--Moltissimo: meno di quello ch'egli meritava.

--Era bello?

--Non bello, probabilmente brutto....

--Ma ti piaceva?

--Era riuscito a piacermi molto.

--Basta così; era bellissimo. Giovane?

--Aveva trentacinque anni.

--Sicchè, aveva amato, prima?

--Egli non mi disse mai nulla.

--Perchè?

--Per rispetto, credo. E per riconoscenza, io non gli domandai nulla.
Però, tanto nell'ardore, quanto in una certa ingenuità, mi parve che
egli fosse al suo primo amore.

--Ti avrà ingannata.

--Allora, ha saputo ingannarmi. Ma, sai, alle volte il primo amore
viene molto tardi.

--O mai--disse malinconicamente Maddalena Herz.--Era geloso questo tuo
amante?

--M'immagino di sì.

--T'immagini di sì? Non lo sai?

--Non mi fece mai nessuna scena: ma era geloso. Lo vedevo dai suoi
occhi, in certi momenti; pure, subito si reprimeva.

--Amico di tuo marito?

--No: punto. Nè volle diventarlo mai.

--Tu glielo proponesti?

--Io? mai. Era una cosa che mi faceva ribrezzo.

--Già, tu sei stata sempre virtuosa, Beatrice.

--Chi ha avuto un amante, Maddalena, non è virtuosa.

--Un amante, un amante! Quello era un angelo!

--No, ti assicuro che era un uomo.

--Sentimentale?

--Mi amava.

--Molto fantastico?

--Mi amava.

--Molto appassionato?

--Mi amava.

--Ma che era, dunque?

--Niente altro che un uomo innamorato, senza divisioni e classifiche.
Innamorato, ecco.

--Hai detto tutto. Quante lettere al giorno ti scriveva?

--Due, ordinariamente: talvolta tre.

--E tu?

--Nessuna.

--Come sarebbe a dire? Non gli scrivevi?

--Egli aveva rinunziato alla dolcezza di avere mie lettere. Temeva che
mi sorprendessero, temeva che le lettere si perdessero, temeva che in
casa sua un ladro o un male intenzionato gliele rubasse.

--E aveva rinunziato alle lettere? Questa creatura maschile
eccezionale, che rinunzia alle lettere, è esistita?

--Sì.

--Forse ti amava poco,--soggiunse Maddalena Herz, ricaduta nel suo
scetticismo.

--Mi adorava; io vedevo bene, in lui, quanto gli costasse il suo
sacrificio: io l'ho visto pallido e scoraggiato, spesso, di lontano, e
ho tentato di consolarlo, con una lettera: ma, sentendo la stessa
ebbrezza del suo sacrificio, non l'ho fatto.

--Era un amore triste, però.

--Sì, spesso.

--Molto triste?

--Moltissimo. Ma l'amore non è sentimento gaio.

--Gli uomini lo guastano.

--Forse,--disse Beatrice Albano, incrociando le mani sulle ginocchia.

--Ma siete stati felici?

--Per quanto è possibile, felici.

--Poco felici, allora?

--Come tu vuoi. Giudica: due creature che si adorano, che s'intendono
perfettamente, che vivono in un'armonia completa, che credono
all'amore, che credono nella vita.... giudica.

--E che mi raccontavi di tristezze? Voi siete stati
felicissimi!--esclamò Maddalena Herz.

--Io lo credo,--disse con un fugace sorriso Beatrice Albano.

Un silenzio regnò fra le due donne. Maddalena Herz aveva gli occhi
assorti nel roseo, grande paralume che copriva la lampada.

--Beatrice, che faceva questo tuo amante?

--Nulla. Mi amava.

--Non giuocava, non fumava, non andava al _club_, non scommetteva alle
corse?

--Nessuna di queste cose.

--Era disoccupato, dunque?

--Era occupatissimo ad amarmi.

--Tutto il giorno?

--E la notte, anche. Pensa che le difficoltà erano enormi, che la
pazienza doveva essere infinita e infinita l'audacia, che l'occasione
fuggiva sempre, che la lotta era accanita.... e che egli ha sempre
vinto.

--Sempre vinto?

--Sì, egli era forte, paziente, acuto, sagace, audace, ostinatissimo:
e tutte queste qualità gli venivano dall'amore e all'amore servivano.

--I pericoli sono stati grandi?

--Grandi e imminenti. Non li ha curati. Era un uomo che credeva
nell'amore.

--Tanto pochi uomini ci credono!...--osservò tristamente Maddalena
Herz.

--E pochissime donne. Neanche io. Vedi! È lui che mi ha ispirata
questa fede.

--Chi ha fede, non naufraga: ma tanta gente affonda.

--Perchè non ha intesa la parola salvatrice; io l'ho udita.

--Beata te! Se fosse accaduto uno scandalo, che avresti tu fatto?

--Eravamo decisi. O lo scandalo era grave e allora saremmo morti
insieme: o lo scandalo era ridicolo, e saremmo andati via insieme.

--Morire? Avete parlato di morte?

--Sì, si è parlato di morte,--disse Beatrice, a voce più bassa,
chinando il capo.

--Egli era pronto a dar la vita, per te?

--Pronto. E io per lui.

--Lo avevate giurato?

--Ce lo eravamo detto, molto semplicemente. Poichè egli era un uomo
semplice, cara Maddalena.

--Alle volte, la semplicità viene da una raffinata corruzione.

--È vero, ma che importa? Ciò che preme è la conseguenza, non la
causa. Una virtù che si acquista vale una virtù naturale: vale di più
talvolta.

--È una bizzarra teoria, ma mi piace. Forse il tuo amante era un
infame, e ha voluto essere una creatura celestiale.

--Non lo so. Io non ho mai vista la bruttura, e ho sempre vista la
virtù.

--Dissimulava?

--Non credo. Pure, se ha dissimulato, anche questo era un omaggio
dell'anima sua all'amore: Maddalena, Maddalena, nessuna delle azioni
di quell'uomo, nessuno dei suoi pensieri, che non partisse e non
ritornasse all'amore. Per l'amore egli poteva essere laido come un
malfattore e apparire innocente come un fanciulletto: per l'amore egli
era profondamente buono, ma poteva arrivare al delitto.

--Oh Beatrice, quanto lo hai amato!

--Quanto, quanto!

--Non lo tradisti, tu?

--Io? Io? Puoi chiedermi questo?...

--Ed egli, ti tradì?

--Mai, mai.

--Ne sei certa?

--Certissima.

--Chi te lo ha detto?

--Nessuno: lo so. Non mi ha mai tradito.

--Qual donna può esser sicura?

--Io solamente.

--Pure.... non lo vedevi sempre.... eravate lontani....

--Che importa!

--....egli incontrava delle altre donne.... l'assenza.... il tempo....

--Mai, Maddalena, mai. Quell'uomo fu mio, in tutto il tempo che ci
amammo, in una unione perfettissima, senza mai ombra d'infedeltà.

--Era un uomo freddo?

--No, Maddalena.

--Disprezzava le donne?

--Niente affatto: le stimava e le compiangeva.

--Le fuggiva, forse?

--Tutt'altro: le ricercava, con gentilezza: restava con loro,
circondandole di un delicato rispetto.

--Ma perchè non ti tradiva?

--Perchè era fedele.

--La fedeltà assoluta o relativa, è impossibile, Beatrice.

--Sarà: ma io l'ho incontrata.

--Quanti anni di fedeltà?

--Da cinque a sei anni.

--Sembra una favola.

--Sembra: ed è una verità.

--Tu non ti annoiasti mai di questo amante così sublimemente perfetto?

--Lo amavo. Non mi annoiai.

--Però.... la natura umana è così irrequieta.... proprio, non ti seccò
mai?

--Non vi fu il tempo, Maddalena.

--E perchè?

--Perchè questo amore finì,--disse con immensa tristezza nella voce e
nel gesto, Beatrice Albano.

--Ah! è vero: finì. Questo meraviglioso amore, fatto di adorazione
segreta, di rispetto profondo, di sacrifizio silenzioso, di devozione
infinita, questo amore ardente e fedele, è finito, è finito, ha subito
la sorte comune, è finito.

--È finito,--e Beatrice Albano si covrì gli occhi con la mano, a
nascondere il suo pallore, la sua emozione.

Maddalena Herz la sogguardò. Ella era buona, nel fondo del cuore: e
amava la sua amica così austera e pure così tenera. Non osò, subito,
interrompere quella commozione. Le prese una mano e la carezzò:

--Dimmi come è finito, cara.

Beatrice Albano la guardò, silenziosamente.

--In un modo molto doloroso, è vero? Questi grandi amori, questi amori
unici.... tu avrai tanto sofferto?

--Orribilmente.

--Tu non te ne sei consolata?

--Non me ne consolerò mai,--disse Beatrice, desolatamente.

--Perchè non piangi un poco? Ciò ti farebbe molto bene.

--Io ho pianto, in segreto, nell'ombra, tante volte; ma le lagrime non
mi hanno guarita.

--Dimmi, dimmi come è finito,--disse carezzevolmente Maddalena Herz,
credendo udire una storia d'abbandono.

Beatrice fece uno sforzo per parlare: poi disse:

--Egli è morto.

--Come, morto?--gridò Maddalena.

--Sì,--disse Beatrice, con un atto disperato delle braccia.

--Più tardi.... quando l'amore era finito?...

--No, morto in pieno amore, morto nella verdezza e nell'ardore della
passione, morto quando il sogno era diventato realtà e quando la
realtà pareva una visione, morto, strappato all'amore!

--Oh poveretto, poveretto!

--Si chiamava Luigi Caracciolo,--singhiozzò l'amante infelicissima.

--Egli avrà dovuto esser disperato di morire?

--No: sulle prime, pareva straziato: poi si rasserenò. Diceva di morir
bene, senza disinganni e senza delusioni. Mi adorava, mi benediceva,
dal letto di morte. Quanto diventò bello, dopo, Maddalena....

E a lungo, a lungo, Beatrice Albano pianse su quel ricordo così vivace
e così fremente nel suo cuore. Piano piano Maddalena Herz le
rasciugava le lacrime, senza dirle nulla, con una piccola carezza
muta. Alla fine, le lacrime s'inaridirono; ma la donna dolente rimase
immobile, con le mani incrociate sulle ginocchia, guardando nel vuoto.

--Egli era troppo perfetto per vivere e per amare; doveva
morire,--disse Maddalena Herz, come se parlasse a sè stessa.

Beatrice la guardò: le palpebre le batterono, assentendo.

--E l'amore è una cosa imperfetta!--soggiunse Maddalena.--Imperfetta e
miserabile. L'uomo val meglio del sentimento.

Beatrice Albano acconsentì, col capo.



IL VIALE DEGLI OLEANDRI

(_Mario Felice_).


Nella grande e strana dolcezza di quell'aprile, tutto il vasto parco
era fiorito, fra la collina e il mare: i larghi viali dalle quercie
austere, dai platani austeri, sotto l'arco verde oscuro dei loro rami,
eran tutti biondeggianti di sottili raggi di sole, eran biondeggianti
di piccoli e scherzosi occhi di sole. Lontano, nella gran rotonda
luminosa era un cicalìo di bimbi e un cicalìo di passeri e il rombo
sordo della città giungeva ancora colà. Bastava allontanarsi cento
passi, verso il mare, perchè ogni rumore svanisse nell'aria lieve: e
la solitudine del parco era solo turbata da qualche rara persona che
passeggiava, lentamente riscaldandosi al sole, un vecchio o un
convalescente i cui occhi senza fiamma e senza forza non avean più
curiosità: turbato tavolta, il profondo silenzio vegetale dal fruscio
di un getto di acqua, con cui un invisibile giardiniere inaffiava
un'aiuola. Maria entrava nel parco dalla porta occidentale: al
piccolissimo orologio che ella portava sempre seco, nella taschettina
della giacchetta, sul petto, le ore di oro su fondo nero segnavano le
quattro in punto. Era sempre quella, l'ora del convegno quotidiano, ed
ella si doveva frenare per non giungere mezz'ora, un quarto d'ora più
presto.

--Se arrivo troppo presto soffro molto,--ella pensava, cercando di
diminuire ai suoi nervi la tormentosa impazienza e al suo cuore
l'intima tortura.

E perdeva un po' di tempo nel fermare la veletta nera del cappello,
abbottonava pian piano i suoi guanti, si guardava ancora nello
specchio, senza vedersi, e macchinalmente cercava se avesse preso
tutto, il fazzoletto, il portabiglietti, il bianco ombrello.
Quest'ombrello era la sola nota chiara sul nero vestito, sul
cappellino nero, sulla giacchetta nera di Maria: un ombrello tutto
bianco di merletti e di seta, con un grosso fiocco di nastro giallo e
un alto scintillante manico d'argento: sulla candida cupola, nei viali
delle quercie e dei platani, il sole faceva piovere i suoi
sottilissimi raggi biondi, simili a verginali e luminosi capelli, e la
bianca cupola si faceva bionda e sul pallido volto di quella inquieta
passeggiatrice un confortante riflesso primaverile scendeva,
carezzando i pensosi occhi lionati e la molle linea delle fresche
labbra. Maria si avanzava camminando piano e silenziosamente,
guardando innanzi a sé, così avidamente che le palpebre talvolta si
abbassavano per vincere quella fissità ardente di sguardo:

--Se guardo troppo, egli non verrà; meglio non guardare, mi sarà
innanzi improvvisamente,--ella pensava con la fatale superstizione
amorosa che accompagna ogni moto della passione.

Eppure Mario Felice non tardava mai molto: un quarto d'ora, venti
minuti, non più. D'altronde egli entrava dalla porta orientale del
parco e doveva fare più cammino di Maria, per giungere al posto
dell'appuntamento: arrivava camminando in fretta, un po' affannato e a
qualunque distanza egli apparisse, avesse ella lo sguardo levato o
chino a terra, ella sentiva che egli era là e un acuto senso di bene
le s'irraggiava dal cuore per tutte le fibre. Talvolta ella fingeva di
non averlo visto, mentre sapea bene che egli si avanzava, ne contava i
passi, fremeva per quell'appressamento, fra cinque minuti secondi la
sua mano avrebbe tremato in quella di lui: o, talvolta, non poteva
resistere al desiderio di vederlo giungere, i suoi occhi si metteano
fervidamente in quella figura alta e svelta di uomo che si avanzava,
in quel sorriso triste che ne trasformava malinconicamente la
fisonomia serena. Ella s'inebbriava di quella vista, ella aveva negli
occhi la rara luce dei suoi buoni giorni, e quando Mario Felice e
Maria erano vicini, si stringevano la mano e nulla dicevano.
Camminavano insieme accanto, ella levando ogni tanto gli occhi su lui
con una infinita dolcezza in una confusione di speranze compiute e di
novelli desiderii che le impediva ogni discorso: egli taceva, a occhi
bassi come pensando. E andavano insieme nel viale degli oleandri.

Il viale degli oleandri era lungo, stretto e sinuoso. Da una parte e
dall'altra, gli oleandri crescevano fitti e ricchi di tutte le
dimensioni, ad alberetti bassi, a cespugli, ad alberi grandi, dalla
verdura bizzarra di foglie a ferro di lancia, dalla fioritura rosea
così esuberante che il suolo era sempre coperto di fiori rosei: un
fine e singolare profumo era nell'aria del viale; profumo fresco e
triste, insieme. Era quello degli oleandri, il viale così roseo e così
bizzarramente odoroso, abbandonato da tutti, chi sa perchè: deserto,
il solo banco di marmo che vi era, era seminato di fiori d'oleandro
che nessuno levava mai per sedervisi: deserto e a ogni angolo che
formava il disegno sinuoso, parea stare in viale chiuso ermeticamente,
inaccessibile a tutti, salvo che agli amanti: deserto e nella sua
nobile e forte fioritura, nella beltà strana dei suoi fiori ingemmanti
la verdezza dei rami, come colpito dalla irremediabile fatalità
dell'abbandono. Non so quale misterioso fascino attirava nel viale
degli oleandri Mario Felice e la donna che lo amava: ricordavano, è
vero, ambedue di avere visto insieme, tanto tempo prima, una linea di
cielo azzurro e un muretto bianco, e i due amanti che parlavano di
amore, che quasi tendevano le labbra per baciarsi e sul cielo azzurro
il ramo ricco di fiori di un oleandro, il fiore di quell'idillio che
la mano sapiente di Alma Tadema aveva dipinto, turbando i cuori di
tutti coloro che hanno avuto il delizioso piacere di guardare quel
quadro. Ma i due amanti di Tadema sono così inebbriati di gioventù e
di amore e l'oleandro è così giocondamente voluttuoso! Mentre il viale
degli oleandri seduceva Mario Felice e Maria con segrete voci di
malinconia; e quando si vi trovavano perfettamente soli, essi si
guardavano pallidi e muti: essi sognavano, nei fiori rosei, il veleno
esiziale che vi si contiene e che, forse, esalava l'anima perversa nel
profumo bizzarro che riempiva l'aria. Per essi era rosso e
affascinante il fiore dell'amore: ma pieno di una profonda amarezza,
ma contenente un tossico invincibile.

--Mi vuoi bene?--chiedeva la donna a Mario Felice.

--Tu lo sai,--egli rispondeva, con; una lieve contrazione penosa sul
volto.

--Non lo so, non lo so, dimmi se mi vuoi bene,--insisteva lei agitata.

--Non domandare, cara,--continuava a rispondere Mario Felice, con una
crescente impressione dolorosa.

Ella taceva. Ma queste erano le risposte dei buoni, dei rarissimi
giorni, erano le risposte date solo tre o quattro volte, nel lungo e
combattuto loro amore: ella conservava preziosamente queste risposte,
che le parevano ispirate da un'immensa tenerezza. Quasi sempre alla
monotona domanda, alla domanda persistente di lei, a quelle ansiose,
affannose parole che erano il costante ritornello di quel cuore
femminile, _mi vuoi bene, mi vuoi bene?_ egli non rispondeva che con
un sorrisetto fra l'ironico e il pietoso, come se gli facesse
compassione quella folle ostinazione. Talvolta, nelle giornate nere,
irritato, egli rispondeva:

--No.

--Non mi vuoi bene?

--Non ti voglio bene.

--E che vieni, a fare qui?

--Niente.

--Perché ci vieni allora?

--Eh.... così,--diceva egli enigmaticamente.

A lei passavano negli occhi delle lacrime brucianti: e tutti i fiori
rosei degli oleandri intorno ondeggiavano. Egli guardava Maria
pensoso, triste: forse ne aveva pietà, ma taceva. Camminavano ancora,
ella con le braccia abbandonate, col bianco ombrellino che strisciava
sul terreno fra le foglie secche e i fiori di oleandri caduti e quasi
appassiti, con le spalle un po' curve, abbattuta da una infelicità che
la vinceva anche nel fisico: egli accanto, sogguardandola, ma non
trovando parole per confortarla. Ma nel fondo dell'animo di quella
pallida donnina dai fini capelli castagni, dalle guancie un po'
smunte, dalle fresche labbra, in fondo a quell'anima vinta e perduta
per l'amore, esisteva una forza imperiosa di volontà. Ella rialzava il
capo decisa ad accettare da quell'uomo che essa adorava, tutto quello
che egli poteva offrirle, freddezza, antipatia, amicizia, tenerezza,
omaggio di devozione, quello che egli sentiva e che ella non sapeva,
non sapeva. Purché egli si lasciasse amare. Maria era risoluta a
vincere la dolcissima debolezza femminile che vuole udire, anche se
false, anche se fallaci, le parole dell'amore; purché si lasciasse
amare, ella volea perdonargli tutto. Mario Felice, acuto osservatore,
le leggeva nella fisonomia subitamente infiammata, negli occhi fieri
del sacrificio, nelle labbra già quasi sorridenti, nel passo più
rapido, e sentiva che ella aveva allontanata la tempesta dove
minacciava di naufragare il suo amore. Egli l'ammirava in quelle
improvvise risurrezioni di forza che era anche amore: e tentava di
vincerla. Allora, fra i due, s'impegnava una lotta di parole, di
impressioni, di sentimenti, in cui Mario Felice, apposta, aumentava la
dose esterna della sua freddezza, non badava o fingeva di non badare
alla crudeltà di certi suoi silenzii, misurava glacialmente l'entità
perversa di certe frasi, e le pronunziava a tempo. Ella resisteva,
ripiegandosi, fuorviando, inebbriata di amarezza, ma più sollevata
dall'amarezza istessa:

--Verrai domani?

--No, non posso,--egli dicea, subito.

--Dopodomani, allora!

--Non so..., ho da fare.

--Che hai da fare.... meglio dell'amore?

--Oh mille cose!

--Meglio dell'amore?

--Meglio; più utili.

--Hai ragione,--ella diceva, umilmente.--Purchè tu non vada da
un'altra donna!

--Non ci mancherebbe che questa!--esclamava Mario Felice.

--Tu non ami nessun'altra donna, è vero?

--Io non amo nessuna donna, o signora,--egli concludeva gelidamente.

--Neanche me?

--Neanche voi.

--Peccato, peccato, peccato!--mormorava ella, pianissimo, lamentandosi
come un bimbo malato.

Anch'egli era pallido, udendo quel sommesso lamentio, che deplorava
l'aridità del suo amore. Ma continuava:

--Del resto voi siete un angelo, cara Maria. Un angelo che ha detto
una sola bugia, nella sua angelica esistenza.

--Quale?--chiedeva lei, smarrita.

--Tu dici la bugia, cara, quando dici di volermi bene.

--Io, io?---gridava lei stupefatta.

--Tu. Non è vero che mi ami.

--Oh Madonna mia,--gridava lei, soffocatamente.

--Se vuoi, te lo dimostro.

Così, Mario Felice la vinceva. Innanzi alla negazione precisa,
assoluta dell'amor suo, tutta la forza di abnegazione di Maria
svaniva. Ella non resisteva a quella negazione, ciò la esasperava e
l'avviliva, non trovava nulla da risponderle, il suo sdegno era grande
come il suo terrore. Ma che uomo era dunque, questo Mario Felice, a
cui ella si era avvinta? Ma che sciagurata natura di uomo, senza fede
e senza speranza, senza entusiasmo e senza carità, ella si era messa
ad adorare? Egli non l'aveva amata giammai; questa era la sola
certezza. Aveva ceduto, riluttante, quasi pauroso, alla impetuosa
passione di lei: aveva ceduto, pensoso, triste, per cortesia, per
pietà, forse per una sua intima debolezza: e quella mortale tristezza
che in lui sorgeva per tutte le cose e per tutti i sentimenti, non lo
aveva mai lasciato, la felicità non aveva mai lampeggiato dai suoi
occhi, non aveva mai tremato nella sua voce.

--Che hai? Che hai?--ella domandava, nei primi momenti del loro amore,
sentendo la sofferenza del suo silenzio.

Egli taceva, ancora. E più tardi, come se nel cuore di lui fosse sorta
una ribellione sorda contro questo amore che non divideva e che lo
opprimeva, come se egli avesse finito per detestare questa fragile
donna che lo rattristava con la sua passione, come gli altri col loro
odio o con la loro indifferenza, Mario Felice non aveva trovato che un
mezzo solo per ferirla nell'indomito coraggio, quello di negare l'amor
suo. Oh come egli aveva bene inteso ciò che a lei era insopportabile
di udire, come la mala volontà di perversione aveva visto in quale
parola consisteva l'irremediabile dolore! Il dissidio fra loro era
grande, basato sulle diversità dei temperamenti, dei caratteri,
dell'età: ella sentiva che Mario Felice non poteva amarla, perchè era
maritata ed egli odiava la posizione di amante furtivo: sentiva che
egli non poteva amarla, perchè odiava tutta la vita esteriore e
mondana a cui ella era costretta: sentiva, sì, sentiva che egli non
poteva amarla, perchè lui non era stato il suo primo amore, perchè a
questi uomini dal cuore profondo bisogna portare se non altro un cuore
verginale. Ella capiva, sì, capiva le ragioni di quella mortale,
tristezza e la spirituale ripugnanza di Mario Felice: si sapeva
indegna di essere amata e non chiedeva più se egli le voleva bene. Ma
che orgoglio inflessibile era dunque quello di quest'uomo che non
amava e non sapeva neppure perdonare all'amore? Ma che anima malvagia
era dunque quella di Mario Felice che colpiva freddamente e
risolutamente colei che lo adorava? Talvolta queste ingiurie
sgorgavano dalle labbra di Maria, per impulso involontario: egli le
ascoltava, a capo basso, seduto su quel banco di marmo dove tanti
fiori di oleandro erano piovuti: egli non attaccava più e non si
difendeva, lasciava rotolare rumorosamente il fiume della indignazione
muliebre. Ella si chinava, lo forzava a guardarla negli occhi, furente
di collera che tentava invano di reprimere; Mario Felice taceva. Poi,
quando i rossori del tramonto si cangiavano in ombre violacee, egli
guardava di cielo limpido, i cespugli degli oleandri, e i mazzi fitti
di fiori rosei: e pronunziava la gran parola:

--Questo amore deve morire.

Ella tremava come se il soffio della morte fosse passato sulla sua
fronte.

       *       *       *       *       *

Contro la condanna implacabile, Maria difese l'amore ora per ora,
giorno per giorno, con l'accanimento della madre che non vuol veder
morire l'unico suo figliolo; e la appassionata donna, vibrante di una
energia morale che nulla valeva a quietare, oppose una quotidiana
resistenza alla parola morte, che ritornava sempre nei discorsi di
Mario Felice. Ogni volta, ella fremeva di dolore e le sue guancie si
facevan livide: egli, paziente, aspettava che quella emozione
passasse, per ricominciare, come se vedesse soltanto il proprio scopo.
Adesso quei colloqui nel profumato viale degli oleandri, fra quella
esotica fioritura, le facevano terrore, ma vi andava, spinta da un
istinto di lei più forte: e talvolta, in grazia, gli chiedeva di non
parlare d'amore, tanto ella vedeva sorgere, dietro a quei discorsi, la
tremenda parola della distruzione. Tranquillo, malgrado la sua
tristezza, freddo nella impenetrabile sua malinconia, Mario Felice
acconsentiva, ed allora, gli oleandri del viale, in quella tregua,
udivano una assai bizzarra conversazione, trascendente, lontana da
tutte le quotidiane cose umane.

--Mi basta udire la tua voce:--essa diceva, più calma, quando il
colloquio finiva.

Egli sorrideva, con una lieve e fugace ironia. Per qualche tempo, come
obbediente a una segreta idea, egli risparmiava Maria e si lasciava
ancora amare, non rispondendole quando ella gli chiedeva la ragione
della sua contradizione. Ma eran sempre più brevi, le tregue; e ogni
volta che essi si rivedevano, direttamente o indirettamente, egli le
dimostrava che quell'amore doveva morire. Ah la povera donna, la
poveretta come chiudeva li occhi, sgomenta, dinanzi a quella
folgorante luce crudele; come trovava nella sua passione le preghiere
più umili e pure non vigliacche, perché questo amore non fosse ucciso
proprio da loro! Avevan vinto il tempo e le cose e gli uomini,
sormontando e calpestando gli ostacoli, e ora, ora bisognava che
questo amore morisse?

--Meglio prima che dopo,--egli ripeteva, sempre.

--Dopo, che?--ella chiedeva.

--Non domandare, lascia stare, tu capisci, forse: o capirai più
tardi....

La poveretta non gli parlava, soltanto gli scriveva: e ogni dieci o
dodici lettere di lei, egli rispondeva, per dimostrarle che
quell'amore doveva morire. Maria desiderava queste lettere come la
benedizione del cielo, ma quando gliene consegnavano una, non osava di
aprirla, immaginava tutto il suo straziante contenuto. Mario Felice
mancava agli appuntamenti: poi, partì. Ella cadde gravemente inferma:
egli ritornò, ma non potette assisterla, non gli era permesso di
andare in casa di lei. Le mandava un comune amico, che non ignorava il
loro segreto: e questo amico le diceva quelle vaghe parole di
consolazione, che dovrebbero confortare chi ha fatto una perdita
irreparabile. Nella convalescenza, ella scrisse a Mario Felice,
tristamente, delle lettere piene di lagrime: ed egli le rispose con
molta tenerezza, senza una parola di amore, ma con tenerezza, con
molta tenerezza, che si sarebbero riveduti, là, in quel viale degli
oleandri che era il nido più caro e più poetico del loro amore. E
Maria sperò di nuovo e con tale ardore desiderò di uscire, che nessuno
glielo potette impedire, malgrado la sua grande debolezza. Era estate,
ormai, e i tramonti eran lunghi e violenti di colore: il viale era
ancora fiorito, ma una messe rosea copriva il suolo. Ella trovò Mario
Felice seduto sul banco: lo trovò più pallido, più triste che mai, le
strinse debolmente la mano. Ella soffocava di emozione: e sul
principio non parlarono, a bassa voce, che della infermità di lei e
del viaggio che aveva fatto lui. Ella lo guardava negli occhi
aspettandone una parola decisiva, quella che era venuta a udire,
quella che le sue inaudite sofferenze, i tormenti morali e fisici e la
tenerezza di lui avrebbero dovuto ispirargli: la parola che meritava
la più pura e più ardente passione:

--Maria, questo amore deve morire,--egli disse fatalmente.

Ella non battè palpebra, non impallidì: solo, pensò un poco e rispose:

--Muoia, dunque.

Non aveva tremato la bella voce di Maria confermando chiaramente la
sentenza di morte. Altro non dissero. Pallido come un morente, egli
aveva vinto. Ella si levò, senza guardare né il roseo cielo, né i
fiori che parevano tante fiammelle rosee, in quel tramonto:

--Addio, Mario,

--Addio, Maria.

Ella se ne andò, senza raccogliere un fiore, senza voltarsi, sparì,
lontano, verso la gran rotonda luminosa dove arrivava il rombo sordo
della città. Mario Felice restò seduto sul banco, e le prime ombre
della sera lo avvolsero, poi la notte discese e lo trovò ancora lì,
immobile. Nella notte olezzavano più acutamente i dolci fiori
dell'oleandro, pieni di un veleno sottile: qualcuno di essi si
staccava dal ramo e cadeva al suolo. Per sempre desolato era il cuore
di colui che aveva vinto: e le lagrime della suprema tristezza
piovevano dai suoi occhi, nella notte. [Blank Page]



NELLA VIA

_(Vincenzella)_

[Blank Page] Ritta presso il largo parapetto di pietra, Vicenzella con
una mano teneva fermo il grosso polipo grigiastro e con l'altra ne
tagliuzzava in pezzetti i tentacoli, adoperando vivamente un sottile e
affilato coltellino. Accanto a lei, per terra, sopra un piccolo
focolare di tufo giallo, bolliva una pignatta di creta bruna; vi era
dentro acqua di mare e peperone rosso, secco, fortissimo; ogni tanto
Vicenzella vi gettava una manata di pezzetti di polipo, dalla pelle
grigia, dalla polpa candida: quando lo ebbe tagliato tutto, e tutto
messo a bollire nell'acqua di mare, vi aggiunse delle gallette
durissime: coprì ermeticamente la pignatta. Con un moto istintivo, si
assicurò meglio negli zoccoli di legno, dal tacco alto e sonoro, e si
avvicinò a Maria Grazia, l'acquaiola, che faceva andare in su e in giù
la gran secchia chiusa dell'acqua e col piede sinistro cullava il
canestrone, dove dormiva il suo figliuolino.

--Non sia per comando, Mariagra', mi daresti un bicchier d'acqua?

--Acqua, tu volessi! Te', figlia mia.

Vicenzella non bevette il bicchier d'acqua, ma se lo versò sulle mani,
rasciugandosele al grembiule di cotonina azzurra.

--Quel polipo appesta,--mormorò,--e Ciccillo non può soffrirne il mal
odore.

--Tanto gentile, è?

--È un signore, Mariagra'; che ci vuoi fare!

--Ciccillo non è per te, Vicenzè, senti chi ti vuol bene.

--Ciccillo dev'essere,--ribattè brevemente Vicenzella.--La creatura
tua s'ingrassa ogni giorno. Dio la benedica.

--Se la mangiano le mosche, povera Cannitella,--e si chinò per
scacciarle.

Vicenzella ritornò pressò il focolaretto. Ora, seduta sopra una
seggiola sgangherata, appoggiata al largo parapetto di pietra, per non
cadere, sorvegliava la cottura del polipo, scoperchiando ogni tanto la
pignatta, immergendovi uno schidioncino a due rebbi. E taciturna, coi
fieri occhi lionati che guardavano la via di Santa Lucia che era piena
di sole, di carrozze, di persone, che era attraversata ogni minuto dai
_trams_, ella lavorava a una sua calzetta azzurra, col tallone bianco.
Gennarino, il _pizzaiuolo_, passò, portando sul braccio un largo scudo
di stagno, su cui erano disposti, a corona, i segmenti di _pizza_,
odorosi di pomodoro e di origano.

--O Vice', è cotto il polipo?

Essa fece finta di non udire: e conservò la severità della sua bocca
larga ed espressiva, la fierezza dei suoi occhi che non conoscevano
lusinghe, la durezza delle nere sopracciglia aggrottate.

--Se mi dai un po' di polipo, Vice'; ti do una fetta di _pizza_.

--Non ho appetito, e il polipo è crudo.

--Scommetto che se viene Ciccillo, il polipo è cotto. Per lui
succedono miracoli, succedono.

--Si capisce.

--Quanto sei cattiva, Vice'!

--Chi ti chiama a parlare con me? Va', vattene.

Gennarino represse un moto di rabbia e si allontanò, gridando e
decantando l'odore e il sapore delle sue _pizze_. Vicenzella continuò
placidamente a far la calza fra il chiasso e il rumore della via,
guardando in su, ogni tanto, come se aspettasse qualcuno. Una grossa
femmina, con la giacca di lanetta nera, il grembiale bianco e un
fazzoletto rosso al collo, le si accostò: aveva in mano un mucchio di
soldoni, mentre una bambinella le si attaccava alla gonna.

--Questa è la chiave, Vice', e questa è Fortuna. Bada alla casa e bada
alla piccola.

--Gnorsì, ma'--fece l'altra, senza muoversi.

--Io non so quando torno: debbo andare ad esigere del denaro sino a
Porta Capuana, dalla mamma di Ciccillo. Vicenzella arrossì: e, per un
momento, la voce le tremò.

--Non la maltrattate, ma'--disse piano.

--L'interesse è una cosa e l'amore è un'altra,--disse gravemente
l'usuraia, scuotendo i soldoni,--Ciccillo si mangia tutte le fatiche
di sua madre.

--Voi non l'avete mai potuto soffrire, ma'--disse Vicenzella, chinando
gli occhi, abbassando la voce, per reprimere la collera.

--E si mangia anche le tue!

--Voi non ci entrate, voi non mi siete madre. Matrigna, matrigna, come
si dice, ma sempre matrigna siete!

--Poi, vedrai la verità,--soggiunse quietamente Gesualda, che non
voleva litigare nella via.--Ti raccomando quest'anima di Dio.

Si allontanò lentamente, grassa, ondeggiante, con la pappagorgia che
si allargava sul fazzoletto rosso. Vicenzella avea lasciato di far la
calza, ancora tutta pallida dì collera soffocata.

--O Vice', Vice'--strillava la piccolina, attaccandosi alle sue
gonnelle,--raccontami un racconto.

--Non ci ho la testa, Fortuné, lasciami stare.

--Sì, sì, raccontami il fatto della _Bella mbriana_.

--Senti, Fortuné, se ti contenti, la sorella tua ti da un soldo, e tu
ti compri una bella cosa.

--Che mi compro, che?

--Un soldo di nocciuole infornate? Ne hai tante!

--No, no.

--Un soldo di caffè?

--No, no.

--Un soldo di fichi d'India, ne hai due.

--Sì, sì, dammelo.

E Fortuna scappò via, verso il fondo di Santa Lucia, per comprarsi un
soldo di frutti freschi e insipidi. Vicenzella guardava in su verso il
Gigante, con la faccia bruna, di un bruno affocato di rosso, dove non
compariva sorriso.

--Vice'--disse Aniello, il marinaio, dammi un carboncino per accendere
--la pipa.

--Tenete, _tata_,--fece Vicenzella, sollevando la pignatta.

Aniello era scalzo, vestito semplicemente di un paio di calzoni di
tela bianca che gli arrivavano a metà gamba e di una camicia portata
come una blusa sopra i calzoni: si vedeva il bruno petto villoso:
sulla testa un cappellaccio di paglia, tutto sfondato. Era salito su
dalla spiaggia di Santa Lucia, veniva dallo stabilimento di bagno dove
faceva da _marinaio_, cioè da bagnino.

--Gesualda?--disse lui.

--Va esigendo denaro.

--E Fortuna?

--È andata a comperare un soldo di frutta.

--Mi meraviglio che non ci è qua don Ciccillo,--disse il
bagnino.--Starà facendo il bagno, con quella ragazza.

--Quale ragazza, _tata_?

--Non lo sai? Mi ha detto Gaetano, il compare mio, quello dello
stabilimento del _Sole_, che ieri don Ciccillo ci ha accompagnato una
ragazza, una bella ragazza, con lo scialletto e la frangetta sulla
fronte.

--Non può essere.

--Come, non può essere? Gaetano non è pazzo.

--Non è pazzo, ma quello che vi ha detto, _tata_, non può essere.

--Lo ha visto coi propri occhi!

--Santa Lucia non lo assiste: questo che ha detto, non può essere.

--E va, che sei una bestia!

Il bagnino si allontanò, scese la scaletta che porta sulla riva:
Vicenzella crollava il capo, come se niente avesse potuto convincerla.
Ma l'impazienza la faceva fremere: e mentre guardava in su, verso il
Gigante, immergeva macchinalmente lo schidioncino nella pignatta, dove
bolliva il polipo nella sua acqua di mare.

Erano le undici, la via di Santa Lucia era tutta presa dal sole,
Vicenzella non stava più alle mosse: Fortuna, seduta per terra,
accanto a lei, dormicchiava. Come l'ora del mezzodì si approssimava,
la vendita del polipo cotto cominciava. Vicenzella aveva tre o quattro
piattelli di cretaglia bianca, sul parapetto della via: appena un
avventore si presentava, ella immergeva lo schidioncino nella
pignatta, ne traeva un pezzo di polipo, tutto riccio e lo metteva sul
piattello, aggiungendovi un pezzo di galletta, già molle, e una
cucchiaiata di brodo rosso. L'avventore, in piedi, chiacchierando,
mangiava con le mani il saporito e tenace frammento di polipo, poi
accostava le labbra al piattello e sorbiva il brodo. La porzione
semplice costava due soldi, la doppia quattro soldi. Vicenzella,
misurava con equità la porzione, non si confondeva, non esitava: in un
momento ebbe intorno due o tre muratori che lavoravano al Chiatamone,
un ostricaro, un postiglione di tramvai: ella si sbrigava, assai
seria, non dando retta alle parole di quelli che le facevano la corte,
stringendosi nelle spalle, con un moto di superbia e di disprezzo,
buttando i soldi nel taschino del grembiule. Quando venne
Franceschella, la venditrice di acqua sulfurea, per avere due soldi di
polipo, non ve n'era più.

--È finito adesso adesso,---disse Vicenzella, mostrando la pignatta
dove solo un po' di brodo restava.

--Buona giornata, allora?

--Buona.

--Beata te! Con questa paura della malattia, che Dio ci scampi,
nessuno beve più acqua sulfurea. Non facciamo niente: e sì che ho
promesso il voto alla Madonna della Catena, se mi riesciva una buona
stagione. Che ci vuoi fare? Non isposerò neppure quest'anno.

--Ma Carluccio fa ancora il soldato?

---Lo fa sino a Natale: poi, torna. Mi ha scritto la lettera. Ciccillo
non ha fatto il soldato?

--No: il governo non lo piglia, è figlio unico di madre vedova.

--Quando vi sposate?

--Ci vogliono i soldi,--disse Vicenzella, con una malinconia profonda.

--Non li fai, tu?

--Li fo, li fo....

--Ebbene?

--E poi se ne vanno. Non ci è che fare.

--O che brutta sorte! Basta, tu non hai più polipo e io vado a
comperare due soldi di pesce fritto. Vicenzella aveva ricoperto il
fuoco del focolaretto e in una conchetta di creta, sul marciapiede,
lavava i piattelli e la pignatta: poi li mise ad asciugare al sole,
sul parapetto largo. Ora, in piedi, dopo essersi passate le mani sui
capelli giallastri, contava i soldi che aveva fatti, e prendeva le
mosse per partire.

--Vicenze', io vengo con te,--mormorò la sorellina.

--Sì, sì,--disse Vicenzella, impazientita, rimettendosi i soldi in
saccoccia.

Ma un giovanotto tutto agghindato si fermò innanzi a Vicenzella.

--La grazia vostra,--disse lui, toccandosi il cappello alla sgherra.

--Padrone mio, Pascalì.

--Vi debbo fare un'imbasciata.

--Vi manda Ciccillo?

--Sissignore, vi saluta assai assai e vi fa sapere come lui non ha
potuto venire, perché ci è stata una combinazione di certi amici, che
lo hanno invitato in una trattoria: e che si trova là e vi prega, se
potete mandargli un paio di lire, perché non vuol far cattive figure.
E vi saluta tanto e vi manda a dire come lui, fra una mezz'oretta, è
qua.

--Queste sono le due lire, Pascalì.

--Vi saluto: e grazie.

--Ciccillo viene?

--Fra una mezz'oretta è qua.

--Salutatemelo, Pascalì; ditegli che scusasse, se sono tutti soldi.

--Non fa niente.

Ella restò pensosa, un momento, mentre Pasqualino se ne andava,
facendo scricchiolare le sue scarpe. Poi, traendosi dietro la
sorellina, attraversò la via, aprì la porticina di un basso e ne
trasse fuori un cestino ed un banchetto: Fortuna le portò il
banchetto, riattraversarono la strada, ritornarono al loro posto, sul
marciapiede. Ora, tenendosi il banchetto innanzi, accovacciata per
terra, Vicenzella traeva le noci fresche dal cestino, e vi batteva su,
presto presto, con un pezzo, di legno, per staccarne la scorza verde.
La scorza verde gocciava acido gallico e le dita di Vicenzella si
facevano nericcie, mentre ella formava dei castelletti di sei noci e
di dodici noci, aperte, lasciando vedere il mallo bianco.

--Dammi una noce, Vicenze'.

--Tieni.

Dopo averle aperte tutte tutte, Vicenzella mise il banchetto innanzi
alla sua sedia e si pose a sedere. Guardava in su, dalla parte del
Gigante, se Ciccillo comparisse. La vendita delle noci, sulle prime,
andò scarsamente: venne una serva del vicinato, ne voleva otto per un
soldo e le deprezzò, erano o fradicie o insipide.

--E perché ci vieni qua?--le disse selvaggiamente Vicenzella.--Rompiti
le gambe in un altro posto.

--Così speriamo, di vederti morire uccisa!--esclamò la serva,
andandosene.

Un vecchio pensionato, invece, ne comprò due soldi, non leticò sul
numero, ma le scelse una per una, disfacendo i castelletti.
Pazientemente Vicenzella li rifaceva, domandando a sè stessa,
mentalmente, se la mezz'oretta era passata. Giusto, i bambini uscivano
dalla scuoletta di don Ferdinando, l'ex capitano borbonico: erano le
tre, dunque. I bimbi circondarono il banchetto di Vicenzella,
strillando, pestando i piedi, mentre ella cercava di quietarli,
fermando le loro mani impazienti: uno specialmente, voleva due
centesimi di noci, voleva a forza quattro noci, piangeva,
singhiozzando, stringendo convulsamente il due centesimino. Essa
gliele dette, egli se ne andò, saltando. Già una striscia di ombra si
allungava sulla via di Santa Lucia, e la gente vi s'infittiva: una
lieve ombra si distendeva anche sulla faccia di Vicenzella. Aveva
vendute tutte le noci, anche. un castelletto di piccolissime, anche un
castelletto di fradicie: e restava inerte, con le mani sotto il
grembiule, non perdendo mai di vista la discesa del Gigante, donde
Ciccillo doveva venire. Fortuna era andata a giuocare con la
bambinella di Mariagrazia l'acquaiuola, quando una donna si avvicinò a
Vicenzella. Era una donnina magra e bruna, con un filo di coralli
rossi al collo, e un vestito di percallo giallone.

--Salute, Vice',--disse, deponendo per terra una canestra vuota.

--Sei stata a portare la biancheria?

--Già: torno adesso da Porta Capuana.

--Hai esatto?

--Ma che! Figurati che ho scambiato una camicia alla signora e non ha
voluto pagare. È proprio una disperazione. Stasera, vedi, avevo
promesso a Ciccillo, a quel povero fratello mio, così buono, di fargli
certi maccheroni con le alici e con l'olio, che gli piacciono tanto.
Sta fresco! Pane e acqua se li vuole.

--Gli piacciono assai?

--Assai.

--Questi sono venti soldi, Carmela, fagli trovare i maccheroni.

--E che vuoi fare? Se lo sa lui, mi grida! Io non li prendo.

--Fammi questo favore, non glielo dire, prendili: me lo fai proprio
per piacere.

--Sì, ma te li restituirò.

--Sì, sì, purché li prendi, ora. Digli che venga, poi, stassera, che
non se lo scordi.

--Glielo dico, glielo dico.

Anche Carmela sparì, con un passo rapido, portando la canestra vuota
della biancheria sul fianco. Già il tramonto discendeva sul mare e
sulla strada, ma Ciccillo non era comparso, non compariva. Gesualda
era tornata, col suo passo di oca grassa, col suo pugno pieno di
soldi: e si era portata con sé Fortuna, in casa, per cucinare un po'
di pranzo. La piccolina venne a cercare quattro soldi a Vicenzella,
per sua matrigna.

--Non li ho.

--Come non li ha?---gridò la matrigna, coi pugni sui fianchi.

E venne sulla strada.

--Dammi quattro soldi, Vicenze'.

--Non li ho.

--Non è vero, bugiardona.

--Non li ho: e se li avessi, non ve li darei.

--Sì, per darli a quello straccione, a quel briccone, a quello
scroccone! Ora fa all'amore con una sarta, fa.

--Non è vero.

--Me lo ha detto la mamma.

--Non è vero.

--Bene, lo vedrai.

--Se lo vedo, non lo credo.

--Sai che vi è di nuovo? Chi non mi dà niente, non mangia: oggi, non
mangi.

--Non mangio.

--Sei birbona come tua madre, la buon'anima.

--Se non ve ne andate, vi misuro lo zoccolo in fronte, ma'.

--Sei capace di tutto: ma tu, stasera, non mangi.

Difatti, poco dopo, Gesualda mandò Fortuna a chiamare il padre, allo
stabilimento. E si misero tutti tre, intorno a un largo piatto di
maccheroni. Vicenzella andava e veniva, preparando certe sue cose per
la sera.

--Perché Vicenzella non mangia?--chiese il padre.

--Non ha fame,--disse brevemente Gesualda.

--Non ho fame,--disse Vicenzella.

E se ne uscì. Aveva riportato in casa tutti gli arnesi che le erano
serviti per la vendita dei polipi e delle noci. Ora, al suo posto,
aveva trasportato un piccolo braciere di creta, dove un fuocherello di
carboncini ardeva: e sul fuocherello avea messo a cuocere le spighe di
granturco. Con acuto e appetitoso odore le spighe si arrostivano e
macchinalmente, con un ventaglio da un soldo, Vicenzella soffiava sul
fuoco. Più che mai, ora, ficcava gli occhi nell'ombra, per vedere se
colui che aspettava dalla mattina, spuntasse. Non badava ai golosi
pescatori che venivano a comperare le spighe arrostite, due per un
soldo, non badava alle parole di Maria Grazia, l'acquaiuola, che
cenava con un soldo di spighe e le diceva di lasciarlo stare,
Ciccillo. Ora, non aveva più pace e tutte le parole che aveva udite
contro il suo innamorato, dalla mattina, le ritornavano in mente,
cattive, crudeli.

Una comitiva di studenti che avevano fatta una scommessa, volevano
delle spighe: essi avevano fatto cerchio, aspettando che si
arrostissero, scherzando con Vicenzella, che li guardava senza
rispondere, seriissima, quasi truce. Ma ad un tratto, una visione le
passò fugacemente innanzi agli occhi: le parve di vedere in _tram_,
Ciccillo, Ciccillo suo, accanto a una ragazza con lo scialletto nero e
la frangetta bionda sulla fronte. E senza curarsi delle spighe che si
abbruciavano, degli studenti che aspettavano, ella si mise a correre,
dietro il _tram_, come una pazza, stringendo nella saccoccia il
coltellino affilato con cui tagliava il polipo, la mattina. Ma il
_tram_ fuggiva: e i viandanti si fermavano a guardare questa popolana
che lo inseguiva.

Quando arrivò alla piazza Vittoria, il _tram_ era fermo, lasciando
discendere i passeggieri.

Un giovanotto e una ragazza discesero; si tenevano per mano,
andandosene per la grande via che la luna illuminava. Cauta,
silenziosa, feroce, Vicenzella li seguiva: e spasimava, un vapor rosso
la faceva delirare. Quelli andavano, lenti, stretti, come perduti
d'amore. Ella non resse. Li raggiunse, li divise:

--Assassino, assassino!--urlò come una bestia ferita.

--Ebbene?--disse Ciccillo freddissimamente,--che c'è?

Ella non rispose, guardandolo con gli occhi stralunati.

--Vattene subito a casa tua,--comandò lui.

--Me ne vado, me ne vado subito,--singhiozzò lei, implorando.



LA VESTE DI SETA

_(Madame la marquise)_


Nel mese di aprile, come rifiorivano le rose, nella piccola,
irrequieta e capricciosa testina di Emma Lieti sorse un'idea che le
parve subito di un'altissima importanza. Nell'improvviso eccitamento,
ella scompigliò con mano distratta la fine aureola dei suoi bei
capelli biondi, strinse nervosamente il laccio d'oro che le serrava
alla persona la sua vestaglia di lana color avorio e fece
l'invocazione suprema, cioè chiamò la cameriera. Questa Cristina, la
cameriera, assai stranamente occupava un posto saldo e durevole nelle
mobili simpatie e nelle fugaci tenerezze della padrona: molte cose e
varie persone eran tramontate nella vita di Emma Lieti, senza
ribellione sua e senza rimpianto, ma Cristina, la cameriera, restava
all'orizzonte da varii anni e un poeta di stampo antico avrebbe detto
che ella non conosceva occaso. Cristina, chiamata, non accorse
immediatamente: e allora, donna Emma Lieti quasi si sospese al cordone
del campanello--giacché ella odiava esteticamente i bottoni
elettrici--non potendo sopportare l'aspettazione. Infine, la
desiderata giunse, nel suo vestito nero, nel suo gran grembiule di
batista bianca guarnito di merletti, e con la sua aria indifferente e
stanca.

--Scusi, signora: ero dietro a riporre della biancheria negli armadii.

La biondina andava su e giù, sempre inquieta, battendo sui tacchetti
d'argento delle sue scarpette bianche, di un bianco d'avorio.

---Senti, Cristina, senti.... tu devi fare una gran cosa....

--Eccomi qua.

--Tu devi cavare dagli armadii, dalle casse, da dovunque si trovano, i
miei vestiti di primavera e d'estate, dell'anno scorso.... Tutti,
tutti! E anche i mantelli, le mantelline, le sciarpe, i cappucci; e
anche i cappelli, gli ombrelli, i ventagli.... quanto mi è servito,
l'altr'anno, dal maggio a settembre..., hai bene capito?...

--Ho capito.... dove metterò tutta questa roba?...

----Nel salone, sulle poltrone, sui divani, sulle sedie, come in una
esposizione, così io potrò veder tutto.

--Ci vorrà del tempo, signora.

--Senti, Cristina, tu devi far questo per questa sera. Io ho bisogno
urgente di sapere quello che ho di buono, ancora, quello che debbo
smettere e quanti vestiti nuovi mi sono di assoluta necessità. Va là,
che vi sarà una larga parte per te: mi rammento di non aver conservata
troppa roba. Questa sera, Cristina....

--La signora sarà servita--disse la cameriera, senz'apparire lusingata
dalla promessa, a cui teneva molto invece.

--Capisci, Cristina, che soltanto questa sera, io ho un po' di tempo,
per questa rivista. Sono sola, non vado in teatro e dopo pranzo non
verrà nessuna visita: speriamolo! Non vorrei esser disturbata in
questa faccenda che è molto grave. Nel caso, farai dire che sono
uscita.... debbo risolvere il mio grande affare e non voglio
seccatori....


Tutta la giornata Emma Lieti non pensò che alla rivista della sera,
con una sottile ansietà che aumentava il suo piacere. La frivolissima
donna aveva sempre provato, da giovinetta, le più vivide sue gioie al
contatto di un vestito, all'aspetto di un cappellino, innanzi a un
mantello di forma originale: e la sua gioia ne domandava subito il
possesso, tanto che ella aveva un numero strabocchevole di abiti, di
cappelli, di mantelli e non desiderava altro che di aumentare questo
numero, e il solo aprire una scatola, una cassa, un armadio le dava un
sussulto di voluttà. Biondina, pallidina, non magra, anzi rotondetta,
ella si facea rosea, toccando una stoffa, abbassando gli occhi sovra
una vetrina, guardandosi in uno specchio, con una veste nuova. E le
sue vesti erano sempre nuove: ella non aveva il tempo di affezionarsi
a nessuna di esse, che la smetteva: le sue amiche povere, Cristina,
tutte le famigliari di casa, ricevevano dei doni insperati e superiori
alle loro aspirazioni: il guardaroba era sempre pieno zeppo di vesti,
e ogni tanto Emma Lieti scrollava la testolina pensando che mai si
sarebbe interamente disfatta dei suoi vestiti vecchi che aveva
indossato quattro volte! Specialmente quelli da ballo che non si
sciupano mai, restavano sospesi in lunga fila, nei loro sacelli di
percalla, vedendosi solo il corpetto di stoffe delicate adorno di
molli trine, col cordoncino raccolto in una matassata: ogni anno,
altri vestiti da ballo venivano a raggiungere quelli antichi e la fila
cresceva, cresceva. Giammai, schiudendo le grandi porte del
guardaroba, guardando quei sacelli dove erano raccolti gli strascichi
sontuosi sulle sottogonne ricche di merletti, Emma Lieti pensava di
farsi un vestito di meno, di portare, magari rifatto, il vestito
dell'anno prima. Questo, lei, giammai! Era nata frivola, prodiga,
adoratrice di tutte le fallaci bellezze della moda, così morrebbe.

Ora, con quell'ordine dato a Cristina, Emma Lieti si era procurata una
buona serata. Dopo aver pranzato nella gran sala da pranzo, adorna
austeramente nello stile di Enrico II e a cui dava risalto un gran
quadro d'animali di Rosa Bonheur, dopo aver preso il caffè, tutta
sola, nel suo salottino personale dove una stoffa Pompadour alle
pareti e sui mobili s'intonava così perfettamente con la sua
bellezzina bionda e pallidetta, con la sua grazia un po' minuta, ella
si levò e passò nel grande salone da ballo, bianco e oro, dove le
laboriose e sapienti mani di Cristina avevano disposto tutti i vestiti
di primavera e di estate dell'anno prima. Con quella preziosa cura che
le assicurava il costante affetto dell'incostante Emma Lieti, Cristina
vi aveva unito tutto, persino le scarpette da ballo estivo e da
campagna, persino i costumi del bagno, persino il cappelletto delle
escursioni in montagna. Ed entrando, per avere una impressione
generale, Emma che era abbastanza miope, coi suoi occhi bigi e
carezzevoli nel loro sguardo un po' vagante, non adoperò l'occhialino;
ed ebbe un moto di piacevole stupore. Sette od otto candelabri accesi
versavano la loro piena luce sui vestiti, sui mantelli, sui mille
complementi della beltà femminile e tutto il salone era occupato,
nella sua grandezza! Non credeva, non supponeva neppure di aver avuto
e di aver cambiati tanti abiti l'anno prima, ed ebbe un senso di
grazioso imbarazzo.

--Quanta roba!--mormorò, fra la giocondità e la preoccupazione.

--Ce n'è della buonissima,--soggiunse Cristina, che l'aveva seguita e
che aveva sempre l'aria di dar consigli di saviezza.

--Vediamo,--disse Emma.

E schiuse l'occhialino stretto e lungo di tartaruga su cui, in cifre,
di brillanti, vi era il suo motto, spagnuolo: _Nada_. Essa guardò
intorno, pian piano, passando da un oggetto all'altro con una lentezza
per lei piena di sapore. Giacchè i suoi vestiti, i suoi mantelli, i
suoi cappelli, formando una così stretta parte, non solo con la sua
persona, ma col suo cuore e con la sua anima, le riapparivano innanzi,
non già come tanti metri di stoffa tagliati in una foggia più o meno
bizzarra, ma comme lembi della sua esistenza. Il vestito delle corse,
dell'anno prima, era di merletto nero ricamato di pisellini di seta
azzurra, sovra una gonna di raso nero e con una gran cintura di seta
azzurra: in quel giorno delle corse, ella si era sentita così giovane
e così gaia, e aveva dato tanto volentieri delle primole azzurre a
Massimo Dias che la corteggiava così strettamente, da due mesi.
Quest'anno ella avrebbe avuto un altro vestito, molto chiaro, di un
verde pallidissimo, una vera audacia, per una persona bionda: e
Massimo Dias era partito, dall'autunno, per l'ambasciata di
Pietroburgo, dove era addetto. Quel vestito di broccati lilla, corto,
ma molto ricco, era servito, l'anno prima, per assistere al matrimonio
di Giovannella Casacalenda, un matrimonio di convenienza, dove la
sposa era così smorta e aveva pianto nelle braccia di Emma Lieti,
mentre costei si commuoveva profondamente, a quelle lacrime: il
vestito restava, testimone di un minuto intenso di fraterna tenerezza,
mentre Giovannella Casacalenda, ora, presa la sua decisione, era una
delle rivali di Emma Lieti, nel campo della moda, e delle conquiste di
società. Oh, non si faceva vincere tanto facilmente la biondina dalle
manine incantevoli e dai piedini deliziosi, la piccola donna dalla
testa arruffata come quella di un uccello! Ognuna di quelle vesti, di
primavera, di estate, costumi di lanetta inglese da mattino, leggieri
abiti bianchi da passeggiate serotine, gonne e, giacchette da
_lawn-tennis_, vestiti di merletti da visite di gala, costumi per
andare in barchetta, col gran goletto aperto alla marinaia e il
berretto bianco, abiti per camminare, per ballare, per salire sui
monti, per fumare una sigaretta, sulla terrazza di una villa, tutti
quanti, sfarzosi o eleganti, corretti o capricciosi, le rammentavano
una conversazione, una figura, una parola di amore, qualche piccolo
amore. Piccolissimo, anzi: come poteva andare d'accordo col cuoricino
fallace di Emma Lieti, con la sua fantasia saltellante, con la
mobilità invincibile del suo spirito. Un po'di tenerezza e un po' di
_flirt_, ecco tutto. Poi, l'uomo partiva o la signora partiva: o egli
era preso da una più viva passione, altrove, mentre ella si
precipitava nervosamente in un altro capriccio, così tutto finiva,
benissimo, e restava solo il vestito a ricordare che, in un meriggio
sul mare, o in una sera stellata, qualcuno aveva detto all'orecchio di
Emma Lieti le sacre parole dell'amore ed ella aveva udito queste
parole ondeggiarle nell'anima trepidante! Un po' sorridente, ella
aveva, con le sue piccole mani, raccolti insieme un vestito di seta
cruda, un costumino di lana bigia e una mantellina di merletti e
giaietti neri:

--Prendi,--aveva detto a Cristina,--sono tuoi.

--Grazie,--rispose la cameriera senza troppa espansione.

--Prendi, prendi,--e con le mani prese da un tremore di generosità, le
gittò sulle braccia degli altri oggetti, un cappellino, una cintura di
cuoio, un ventaglio.

La cameriera ringraziava, con un principio di sorriso: s'intravvedeva
in lei un'esitanza, forse un desiderio.

--Vuoi qualche altra cosa?

--La signora è così buona.... perché non mi dà quel vestito....

--Quale?

--Quello color crema, a fiorellini rosei?

E avviandosi verso una poltrona, lo indicò alla padrona. Il vestito di
una seta leggiera e molle, molto fine, era fatto di una gonna con
un'arricciatura, al basso; un po' increspato sui fianchi; e il
corpetto era coperto da una mantellina della stessa seta, molto
arricciata. Giaceva sulla poltrona, in un mucchietto, quasi: e la
mantellina pendeva sul bracciuolo, come se fosse stata buttata via.
Con l'occhialino dove era scritto _Nada_, cioè _Nulla_, Emma Lieti
guardò la veste di seta, mentre dalle sue labbra era sparito il
sorriso e tutto il suo volto di bambola bionda e frivola, senza
sorriso, pareva invecchiato, d'un tratto.

--Vede?--disse Cristina,--è tutto macchiato di pioggia.

--Sì, è macchiato di pioggia,--rispose macchinalmente la padrona.

--Ed è impossibile che lei lo metta di nuovo.

--Proprio impossibile....--soggiunse la frivolissima donnina, con una
voce immensamente triste.

Era con quella veste di seta che Giovanni Serra, vedendola tutta
bionda e gentile, tutta piccola e graziosa, tutta fine e giovanile,
con un gran cappello di merletto crema, col vento che sollevava e
gonfiava la molle stoffa, in quella veste le aveva dato, il più buono,
il più onesto, il più innamorato de' suoi adoratori, le aveva dato il
soprannome poetico e quasi fragile di _madame la marquise_. Dinnanzi
al tessuto chiaro e morbido su cui si delineavano delicatamente i
fiorellini rosei, Emma Lieti vedeva risorgere nella sua immaginazione
la sola figura degna di uomo, incontrata, nella vita, quel Giovanni
Serra dai fieri occhi d'un azzurro d'acciaio, dalla figura snella ed
elegante, dai capelli che erano passati al castano: quel giovane
adoratore così ardente, e così mite, così geloso e così indulgente,
così austero per i terribili e continuati peccati di frivolezza che
ella commetteva e così disposto irresistibilmente a perdonarglieli. La
veste di seta dai tenui colori le rammentava quell'uomo che solo aveva
osato rimproverarle l'infinita nullità della sua vita e la freddezza
del suo piccolo cuore muliebre, e l'ipocrisia dei brevi amoretti, e la
misera dispersione sentimentale della sua esistenza. La morbida veste
abbandonata e sempre graziosa, su quella poltrona, le rammentava i
suoi soli momenti di pentimento, la volontà, ahimè, fallace, di
sottrarsi all'avidità, alla leggerezza, al capriccio. La veste
esisteva, come cosa viva, come testimone quasi palpitante di un
passato non lontano, ma la buona, tenera, austera voce, ecco, era
taciuta per sempre e il piccolo mobile cuore era ricaduto nella
frivolità e nella aridità, per sempre.

Eppure la cara piccola donna che portava così dolcemente il nome di
_madame la marquise_ aveva amato con sincerità e con profondità
Giovanni Serra. Per un giorno soltanto, è vero: ma tutte le
ventiquattr'ore erano state sue, di questo amante così giusto e così
misericordioso, così appassionato e così leale. Per mesi e mesi, per
un lungo volger di tempo, Giovanni Serra aveva amato invano, sentendo
volta a volta la tenerezza, la pietà e il disgusto per quella creatura
che nulla aveva di stabile e nulla di serio, in sè, per questa
leggiadra donnina che aveva una volubilità disperante, per quest'anima
senza forza e senza nobiltà: ma niente, niente aveva potuto
distaccarlo da una immagine così seducente, da un fantasma così
infinitamente caro. Paziente, amoroso, Giovanni Serra aspettava sempre
che una grande ora venisse, un'ora trasformatrice che fondesse
l'impuro metallo dell'anima di Emma Lieti e rigettandone le scorie, ne
traesse il divino gioiello dell'amore; mentre la capricciosa donnina
seguitava a cambiar vestiti, ad amoreggiare superficialmente, a
_flirtare_, a mutar cappellini, mentre ella sorrideva e rideva di lui,
chiamandolo _l'homme qui attend_. Una sublime speranza, certo,
sosteneva il cuore di quell'uomo, giacché cento volte egli avrebbe
dovuto ritrarsi, ributtato da quella civetteria vibrante e pur
glaciale, da quell'abbandonarsi, anche di passaggio, a tutte le parole
d'amore mormorato, da quell'impiccolirsi nel continuo variare di
vesti, di foggie, di mode.

Nè questa sublime speranza era un inganno; poichè in un giorno
inaspettato, impreveduto, _madame la marquise_ fu quella che aveva per
tanto tempo invocata e desiderata Giovanni Serra e in quel giorno ella
lo amò, con tutto il suo cuore, con tutta sé stessa. Non più di un
giorno: ma completamente, come per una vita intiera.

Sola nella gran luce del salone, Emma Lieti si chinò a toccare la
veste di seta, quasi fosse un talismano. Ella portava quel vestito,
nel gran giorno, quando egli era giunto alla Villa delle Rose, in
un'alba di maggio. Ella gli era andata incontro nel viale tutto
imperlato di' rugiada e vedendolo apparire, aveva sentito un sussulto
ignoto: con gli occhi, Giovanni Serra le aveva domandato se eran soli:
sorridendo, senza parlare, ella aveva risposto di sì: e sotto gli
ontani verdi egli aveva abbracciata _madame la marquise_ che rideva
teneramente. Ah in quel momento, ella sentì che tutte le istorie
amorose e appassionate non erano una fola di scrittori, come aveva
sempre creduto. Per la giornata odorosa di maggio, nel giardino come
alla campagna, nella casa magnifica, come in una capanna, ella restò
attaccata a lui, con un abbandono della sua piccola persona al saldo
braccio di colui che l'amava. Emma Lieti ebbe, negli occhi, nel
sorriso, nella voce, negli atti, la manifestazione di un'anima tutta
nuova e fresca, una bontà amorosa, una dolcezza amorosa, una fiducia
amorosa, un'infinita tenerezza amorosa che giammai erano esistite in
lei.

Quello che disse, quello che fece, ogni sua manifestazione portò il
suggello divino che solo gli amanti riconoscono e che gli indifferenti
invidiano: l'impronta indelebile della passione, unica e viva.
Insieme, andarono lontani, nella campagna, e ella non temette di
guastare le sue deliziose scarpette dalle fibbie antiche, né di
impolverare le sue fini calze di seta donde traspariva il roseo del
piede: _madame la marquise_ rideva degli spini, della polvere, delle
pietre, mentre il suo amante fremeva di gioia a quel riso e baciava la
cara piccola donna sotto gli alberi frementi al ponente che veniva dal
mare. Poi, le nuvole si addensarono un poco: il cielo si oscurò: essi,
ridendo, amandosi, adorandosi, crearono un ricovero di una capanna dal
tetto sfondato: ma ne uscirono subito, per correre sotto una grande
quercia: pure, la pioggia li colse e tutta la veste di seta fu
bagnata. _Madame la marquise_ fu così lieta e così felice per quella
pioggia che le rovinava la sua bella veste e batteva i suoi piedini in
terra e il suo amante, in quell'ora, credette di morire d'amore!

Tutto un giorno, ella fu sua, come egli l'aveva sognata per anni e
come ella non aveva mai supposto potesse essere, tanto si sentiva
indegna e fallace e perversa. Ella fu nella sua massima bontà senza
perfidie, nella massima sincerità senza ipocrisie, nel massimo
abbandono senza restrizioni. Giovanni Serra vide, per ventiquattr'ore,
nell'alba come nel meriggio, nel vespro come nella meravigliosa notte
indimenticabile, una donna nata e germogliata come un magnifico fiore,
per una intensa e breve ebbrezza. Quello che vi è di amore in un lungo
spazio di tempo e in cento cuori diversi fu raccolto, dalla volontà
del destino, in una sola coppa, perchè egli conoscesse di non aver
vissuto e di non aver amato invano. La piccola bionda pallida e fine
ebbe tutte le bellezze ed ebbe tutte le grazie, senza che mai una sola
traccia dell'antica donna deturpasse la divina immagine di quelle
ventiquattr'ore. Ah ella ricordava, _madame la marquise_, di aver
ricondotto l'amante suo, nell'alba seguente, dieci volte in capo al
viale rorido, donde egli doveva partire, e di avergli dieci volte,
trattenendolo, ripetuto le parole di Giulietta, di averlo dieci volte
scongiurato di restare, mentre egli partiva, pallido, col cuore
schiantato: poichè ella giurava di amarlo sino alla morte, ma l'uomo
intendeva che tutto era finito.

       *       *       *       *       *

Ardevano i candelabri del salone. Crollata in terra, col capo perduto
nelle pieghe della veste di seta, con le braccia prosciolte, _madame
la marquise_ piangeva, macchiando di lacrime la molle stoffa già
bagnata dalla pioggia, nella gran giornata. Ella piangeva,
inutilmente.



LA VESTE DI CRESPO

_(Madame Héliotrope)_.


L'ultimissima e febbrile eccentricità di Luisa Cima era il
giapponesismo: e minacciava di superare tutte le altre a cui si era
abbandonata la giovane donna, nel suo insaziato desiderio di
originalità. La penultima stravaganza era consistita in una immensa,
mostruosa collezione di francobolli per cui Luisa Cima aveva delirato
graziosissimamente un anno, spedendo agenti in tutta l'Europa,
viaggiando lei, facendo la caccia al francobollo con l'ardore più
selvaggio e uscendo vittoriosa dopo le lotte più accanite con gli
altri collezionisti, più o meno deliranti come lei: infine, si era
stancata e aveva dichiarato che nulla è più stupido di una collezione
di francobolli ed è un cretino chiunque se ne occupa. L'ultima
stravaganza, per citare così le due più prossime, era stato
l'alpinismo: Luisa Cima aveva trionfato della sua naturale pigrizia e,
vestita di bigio, con gli stivaletti ferrati, col bastone ferrato, con
gli occhiali azzurri, aveva scalato prima le altezze più facili, poi
le più difficili, aveva camminato sui sassi e sul ghiaccio, aveva
dormito in tutti i rifugi e segnava sul suo taccuino una delle
ascensioni più pericolose, quella delle _Grandes Jorasses_ sul Monte
Bianco: dopo di che, tornata a casa, col viso escoriato dal freddo,
con gli occhi ammalati di oftalmia, aveva deposto per sempre
l'_alpenstock_ e si era dichiarata un'alpinista della pianura. Ella
non visse normalmente, come tutte le altre donne, che un paio di mesi
e l'esistenza le parve subito la cosa più sciapita, più scialba e più
soffocante. Per sua fortuna venne a salvarla dalla monotonia e dalla
volgarità, questo innamoramento subitaneo del Giappone, innamoramento
appena nato diventato gigante, come accadeva sempre nel temperamento
eccessivo di Luisa Cima e nella sua immaginazione sempre pronta al più
amabile e al più innocuo delirio.

La cosa andò così. Tornò da un viaggio intorno al mondo un ufficiale
di marina, Paolo Collemagno, amico d'infanzia di Luisa Cima, e fra gli
altri doni esotici che le portò, vi fu una veste di crespo,
giapponese. La veste era di un colore azzurrino molto pallido, come
scolorito: e vi era tessuto dentro un disegno bianco e grigio di rami,
di fiori e di uccelli, molto bizzarro, come appare alle fantasie
europee tutto quello che esce dalle mani degli artefici dell'Estremo
Oriente. La veste di crespo aveva la forma giapponese, perfetta:
aperta innanzi, s'indossava come un accappatoio, incrociandosi poi,
sul petto, con due risvolti, e riaprendosi un pochino, verso i piedi,
facendo un po' di strascico rotondo e stretto, dietro. Alla cintura si
serrava con una larga fascia che girava due volte intorno alla persona
e che si annodava dietro, con un gran ciuffo. Ma le più strane e
seducentemente strane erano le maniche, larghe, di una forma fra
quadrata e triangolare, che si sollevavano come ali, che rialzandosi
mostravano tutto il braccio nudo e che, riabbassandosi, coprivano le
mani sino alla punta delle dita. Appena ebbe questa veste di crespo,
Luisa Cima corse in camera sua a provarla: trovò che essa non
rassomigliava a nessun'altra veste e che era, quindi, affascinante
nella sua singolarità: riapparve a Paolo Collemagno tutta rosea di
gioia, gli fece tre o quattro riverenze e gli chiese, con ansietà, se
ella non sembrava una perfetta giapponese. Ora, Luisa Cima era una
donna di media statura, mentre le giapponesi sono piccole: aveva dei
piedini lunghi e snelli, mentre le giapponesi li hanno brevi e
rotondi: era pallida, sì, non tendente al giallo: aveva gli occhi
larghi aperti, non così curiosamente piegati agli angoli sotto l'arco
curioso delle sovracciglia. Di giapponese, veramente, ella non aveva
che i capelli nerissimi. Ma Paolo Collemagno la trovò così carina nel
suo improvviso appassionamento del Giappone, ella girava intorno a lui
con tanta grazia di movenze, che egli non esitò un momento a giurarle
che ella era la più graziosa creatura che fosse mai apparsa in uno dei
sobborghi di Yeddo, in una festa di notte, coi lucidi capelli neri
legati in ciocche larghe, attraversati da spilloni e farfalle,
portando in mano sospesa a un bastone, una lanterna di carta.
D'altronde, da vicino e da lontano, Paolo Collemagno aveva sempre
avuto un debole per la sua amica d'infanzia, Luisa Cima.

--Paolo, Paolo, trovami subito un nome giapponese,--ella disse, tutta
fremente della sua novella eccentricità.

--Te lo troverò, non dubitare,--egli disse, ridendo, pigliandole le
piccole mani bianche che escivano dalle grandi maniche e baciandole,

Luisa Cima lo trovò da sé, il nome. In un paio di settimane, con
quella facilità e quella felicità che dà la fortuna, ella aveva
riempiuta la sua casa di tutti i mobili giapponesi, utili e inutili,
di semplice ornamento, quasi tutti, tanto è la loro fragilità e tanto
il loro criterio è solamente quello del lusso. I suoi divani erano
coperti da stoffe ricamate a draghi e a vegetazioni incoerenti: le
pareti erano tese di rasi dipinti dove la gru, l'animale fantastico e
pur familiare ai paesi del Sol Levante, appariva dappertutto: le sue
tavole, le sue scansie, le sue mensole, ogni ninnolo piccolo, come
ogni grande bronzo, ogni candelabro come ogni fermacarte, era del
carattere più autentico. Ella beveva del tè in una tazzina di
porcellana squisita e scriveva sovra quella carta che sembra fatta di
un tessuto che mai si frange. In quanto alla veste di crespo, Luisa
Cima non portava che quella e nulla era più piacente che vedere fra le
grandi maniche che sembrano ali, le braccia rotonde e bianche. Paolo
Collemagno che, ad ogni ritorno, voleva un po' più di bene alla sua
amica, glielo diceva sempre: ella che anche lo amava, un pochino, lo
udiva volentieri, ma purchè le parlasse del suo caro, del suo diletto
Giappone. Pigliava per mano Paolo e, gravemente, lo conduceva ad
ammirare tutti i paraventi dipinti ad acquarello, dove i fiori rosei
del mandorlo mettono una eterna primavera, le doppie mensole di bambù,
le scatole di lacca per i gioielli e per i guanti, quei grandi pugnali
ricurvi o piuttosto sciabolotti nascosti in una guaina di avorio
scolpita delicatamente, i vasi, immensi, dove appaiono processioni di
piccoli galantuomini, dell'Estremo Oriente, verdi, azzurri e rossi
sovra un fondo glauco e i piccoli vasi di Sahzuma sul loro fondo
appannato di oro.

--Ti piace, ti piace?--gli domandava, nella sua gentile frenesia.

Egli sorrideva, contento di averle dato una febbre così mite e così
interessante, e felice di vederla felice, poiché egli l'amava più di
quanto credesse.

--E il nome, il nome?--le diceva, seguendola in quella vivificazione
dell'esotismo più leggiadro.

--Lo troveremo,--rispondeva Luisa Cima.

Lo trovarono insieme, questo nome. Nelle sere di estate, presso la
terrazza carica di gelsomini odoranti, essi avevano letto l'una
accanto all'altro, con le teste che si toccavano, il libro di Pierre
Loti: _Japoneries d'automne_. Era anche un ufficiale di marina, lo
scrittore, e aveva lasciato nella patria delle persone care, eppure
aveva amato il paese delle donne piccoline, degli uomini gialletti e
delle casette che sì chiudono e si aprono come uno scatolino di
domino. E il libro era anche così triste, poichè le due nostalgie vi
formavano un insieme di tristezza; e Luisa e Paolo, talvolta, si
fermavano, guardandosi, colpiti dalla medesima malinconia. Si amavano
un poco, ambedue: ma non lo dicevano e ciò sembrava loro anche più
delizioso, in quella libertà e in quella solitudine. E lessero anche
l'altro libro giapponese di Loti: _Madame Crysanthème_, una storia di
amore lontano, fine e malinconico, di una malinconia così sottile e
così penetrante che Luisa e Paolo vollero rileggerlo, la seconda
volta. E subito, vedendo che molti nomi di donnine giapponesi
corrispondono a dei fiori, Luisa Cima trovò subito il suo: _madame
Héliotrope_. Il fiorellino di così chiaro viola, di un profumo
carezzevole nella sua acutezza, l'eliotropio, fu il suo fiore: ed ella
non firmò altrimenti, e non volle che altrimenti la si chiamasse che
col nome di _Madame Héliotrope_. Pure, a sentirselo dare da Paolo
Collemagno, ella era presa, immediatamente, da una tristezza e
mormorava, in quel francese che era stato sempre la sua lingua
prediletta e che rimaneva prediletta:

--_Pauvre madame Héliotrope!_

Ora, accadde che Paolo Collemagno era diventato molto innamorato di
lei e che, non potendo più tacerlo, glielo aveva detto: ell'aveva
ascoltato questa confessione di un sentimento che già conosceva, con
un misto di allegria e di mestizia. Anche ella era innamorata di
Collemagno, ora più di prima. Prima, prima, quando eran giovanissimi
ambedue, ella non aveva ceduto alla nascente simpatia, perchè un
fidanzato o un marito che doveva partire spesso, che dovea rimaner
lontano molto tempo, non le andava. Glielo aveva anche detto. O tutto
o niente, in amore, come nelle altre cose della vita: ed egli si era
rassegnato, tanto più che l'inclinazione non era ancora vivace, tanto
più che egli adorava la sua carriera. Luisa Cima si era anche
maritata, in un minuto di frenesia, con qualcuno che le pareva un uomo
d'immenso talento nella politica, poichè ella, allora, non fremeva e
non vibrava che per la politica. Aveva egli sofferto, colui che
viaggiava nei mari lontani, quando lesse, in qualche giornale, la
novella di quel matrimonio? Chi sa! Egli aveva chiesto ed ottenuto dei
lunghi imbarchi, mentre, dopo tre o quattr'anni, il qualunque uomo
politico di Luisa Cima moriva, a Roma, in tre giorni, colpito e
atterrato da una di quelle febbri mortali; e Luisa Cima che era stata
una moglie stravagantissima ma fedele, era una vedova dedita a una
quantità di originalità consecutive, ma senz'amanti. Lentamente, ad
ogni ritorno, le relazioni fra Paolo Collemagno e Luisa Cima si erano
riannodate, e solo adesso, non più giovanissimi entrambi, egli le
aveva parlato di amore con vivacità, con ardore. Anche essa lo amava;
sorrideva, mostrando i suoi denti bianchi, dicendoglielo, ma i suoi
occhi erano pieni di lacrime:

--_Cher Paul, madame Héliotrope vous adore...._--gli diceva, nel suo
preferito francese dove aveva meno timidità a parlare di amore.

Ebbene, ella strinse con Paolo Collemagno uno stranissimo patto, senza
il quale ella non avrebbe mai consentito ad amarlo. Aveva letto nel
romanzo di Loti _Madame Crysanthème_ di quelle unioni coniugali, che
gli ufficiali di marina celebrano con qualcuna di quelle donnine dai
piccoli occhi sorpresi e dai piccoli piedi che non sanno camminare, e
che durano tutto il tempo della loro dimora a Nagasaki o a Yokohama:
dopo, la nave da guerra riceve l'ordine di partire, gli sposi si
separano, per non rivedersi mai più, senza lacrime e senza sospiri.
Non è questo il fondamento del romanzo di Loti, di un sapore così
orientalmente mesto? Metà scherzando, metà sul serio, ella propose la
medesima cosa a Paolo Collemagno, come se si trovassero laggiù, in una
di quelle minuscole case di legno bianco, il cui solo ornamento è una
stuoia intrecciata e una scatola di té; metà sul serio, metà
scherzando, egli disse di no, ella non era mica una minuta e vezzosa e
leziosa giapponesina, da prenderla e lasciarla dopo sei mesi; e
subito, molto sul serio, ella andò in collera, dichiarando che non se
ne faceva niente. Ella si sentiva _madame Héliotrope_ sino alla punta
delle unghie: e voleva esser come quelle: se no, no. D'altronde--e qui
egli intese che vi era di segreto spasimo, in quel patto--ella non
voleva legarsi per sempre a un uomo che doveva partire, che doveva
restare lontano. Meglio prendere l'amore in ischerzo, allora, come al
Giappone; meglio combinare un piccolo romanzo senza seguito. Così, più
tardi, quando l'ordine di imbarcarsi sarebbe venuto, non avrebbero
sofferto nè l'uno nè l'altra e ognuno avrebbe serbato un dolce
ricordo.

Ahimè, egli fu debole e consentì, poichè l'amava moltissimo, poichè
l'aveva sempre amata, nel fondo dell'anima, e aveva sognato solo di
lei, nei lunghi anni di viaggio! Egli fu debole perchè l'adorava e
perchè ella era irresistibilmente adorabile, e perchè, infine, egli si
sentiva amato. Qual uomo, di fronte al compenso supremo, non accetta
qualunque patto, col segreto desiderio, con la segreta speranza che il
patto; per il destino, per la volontà istessa dell'amata, non si
mantenga? Egli accettò l'amore come glielo offriva la deliziosa
_madame Héliotrope_ avvolta nella sua veste di crespo di un azzurro
scolorito, coi suoi bei capelli neri rialzati a larghe e lucidissime
treccie fermate da spilloni a farfalla: egli l'amava troppo, per non
accettare tutto, dalla diletta donna.

Quanto tempo trascorse, così, nella casa dove l'arte dell'Estremo
Oriente creava a colui che vi aveva viaggiato, tutto un sogno, tutta
una visione lontanissima? Del tempo. Luisa Cima tenne lei, meglio, il
patto, poichè ella amò con maggior convinzione e con maggior
profondità, forse. Gli è che Paolo Collemagno, innamoratissimo come
era di _madame Héliotrope_, non temeva la sua partenza. Egli _sapeva_
che il patto di lasciarsi, di dividersi per sempre, senza che nè una
lettera nè una notizia dell'altro arrivasse mai all'orecchio dell'una,
non poteva esser mantenuto: egli sapeva che avrebbe sempre amato la
sua prima ed ultima amica, da vicino o da lontano, e che sarebbe
ritornato a lei, con tutto l'ardore represso nel cuore, più tardi e
sempre. Non così _madame Héliotrope_! Ella pareva perfettamente
convinta che la loro unione temporanea sarebbe finita fra non molto
per non riannodarsi più, mai più; ella si prodigava tanto e parlava
del suo avvenire senza Paolo, con una perfetta disinvoltura. L'amante
sorrideva e lasciava l'amata al suo gentile e ostinato capriccio.
Quando due si amano, nulla li divide, neppure la loro volontà: e il
patto sarebbe caduto. Così, _madame Héliotrope_ era più ardente, più
appassionata, più intiera, nell'amore che doveva avere una tanto breve
scadenza: mentre Paolo Collemagno amava meno, sapendo, di dover amar
sempre.


E l'annunzio della partenza fra un mese, fu accolto da _madame
Héliotrope_ con un pallore mortale, quasi la vita le fosse venuta a
mancare: mentre Paolo Collemagno, benchè triste, era rianimato da una
speranza costante e invincibile. In quel mese _cette pauvre madame
Héliotrope_, come si chiamava da sè Luisa Cima, fu di una dolcezza
snervante, di una vivacità nevrotica, di un languore dolente e tetro,
dove si riflettevano le alternative di un'anima che soffriva nella sua
essenza più intima. Pallida nella sua veste di crespo azzurro pallido
come lei, ella restava le giornate intiere accanto a Paolo Collemagno,
senza parlargli, tenendogli la mano, fumando qualche sigaretta oppiata
per calmare i suoi nervi, dicendogli di tacere ogni volta che apriva
la bocca. Egli voleva parlarle d'amore, dirle che quel patto non
sussisteva, che egli l'avrebbe portata con sè, l'immagine cara,
lontano lontano, che sarebbe ritornato a lei, più innamorato di prima,
giacchè egli l'amava per la vita e per la morte: ma appena egli
cominciava questo discorso, ella si turbava talmente, che Paolo non
osava continuare. Dei due, ella affettava una tristissima gaiezza, o
una forzata indifferenza, o una glacialità tetra; mentre egli aveva la
tristezza semplice di chi soffre, ma non è senza speranza. _Madame
Héliotrope_ tenne la sua parola. Ella non pianse e non sospirò: ma il
suo pallore faceva paura, nella sua bizzarra veste di crespo che
pendeva come un cencio, sul corpo abbandonato: e le povere braccia
appena ebbero forza di sollevarsi dalle grandi maniche, per l'ultimo
abbraccio.

--_Fini, l'amour_--ella balbettò, mentre egli spariva.

       *       *       *       *       *

Il viaggio della corazzata dove era imbarcato Paolo Collemagno durò
più di quello che egli credesse: ma in tutte le ore di pace, in tutte
le ore di raccoglimento, egli pensava alla diletta donna, lasciata
nella patria. Il viaggio si prolungò, molto. Che importa? L'uomo era
innamorato e fedele e il patto non poteva sussistere. Non le scriveva,
perchè ella non aveva voluto; ma l'amava, con tutta l'anima. Non aveva
sue notizie, giacchè ella non voleva dargliene: ma l'avrebbe ritrovata
al ritorno! Pure, fu un viaggio così lungo! A San Paolo, egli ebbe
notizie. La letterina, scritta da una mano morente, sovra tenace carta
giapponese, diceva: _Cher Paul, cher Paul, cette pauvre madame
Héliotrope se meurt de vous...._



UN SUICIDIO

_(Julian Sorel)._


Egli saliva, lentamente, per via Nazionale, movendo i passi con
fatica: e sul bel volto pallido, consumato, disfatto, vi era
l'espressione di una mortale stanchezza. Andava con gli occhi bassi e
le mani prosciolte lungo la persona, urtato, sospinto dalla gente che
camminava in fretta ed egli pareva che nulla vedesse, nulla sentisse:
solo, ogni tanto, squillava, passando, la cornetta del _tram_ che
ascende da piazza Venezia a Termini, e Julian Sorel sussultava a quel
suono acuto, si voltava, si fermava e fissava coi suoi occhi smorti e
dolorosamente stanchi il carrozzone, che traballava sulle ruotaie con
un sordo fragore. Poi, Julian Sorel riprendeva la sua strada, sempre
più lentamente, fermandosi a guardare le vetrine delle botteghe, i cui
cristalli erano appannati dalla pesante umidità di quella mattinata di
marzo: ma i suoi occhi avevano l'atonia, la stupefazione fredda di chi
non vede. Pure, restò varii minuti dinnanzi a una mostra di
giocattoli, guardando una fila di bambole dai capelli biondi come la
stoppa, dagli occhi più azzurri di qualunque azzurro cielo, dalle
guancie più rosee di qualunque rosa: bambole in camicia merlettata, o
sontuosamente vestite di raso e di velluto, bambole impellicciate come
grandi dame russe, bambole col loro corredo e con i loro mobili. Una
nube di pianto venne a velare gli occhi aridi di Julian Sorel, innanzi
a quella biondezza tutta ricca di stoffe, innanzi a quelle creature
rosee cariche di adornamenti di lusso: ed egli dovette appoggiarsi
allo stipite della bottega, per non cadere. Se ne staccò, più affranto
di prima. Ma per quanto il suo passo fosse quello di chi non ha forza
di raggiungere la meta o teme di raggiungerla, egli giunse all'angolo
di via Torino, dove doveva voltare: si fermò, restò immobile, quasi
incapace di giungere fino al bigio villino, che già si vedeva, fra la
sottile fascia di verdi alberi che lo circondavano. Adesso, una
espressione di spavento si era unita, sulla sua faccia, alla profonda
stanchezza che ne trapelava: il grazioso villino sorgente fra i rami
che cominciavano a fiorire, gli faceva paura. Fu in preda a mille
esitazioni che egli attraversò quel breve spazio di strada; la sua
mano, pigiando il bottone bianco del campanello elettrico, tremava. Un
cameriere, ancora in giacchetta da mattina e con un grembiule di
cotonina azzurra davanti, gli venne ad aprire:

--La signora dorme ancora?--chiese Julian Sorel, con una debole voce
infranta, sperando tristemente di avere una risposta affermativa.

--No, Eccellenza: ha già chiamato da un'ora.

Gli aveva dato, è vero, dell'_eccellenza_, quel cameriere, ma lo aveva
guardato con tanta freddezza disinvolta, si era avviato innanzi con
tanta indifferenza, senza guardare neppure se Julian Sorel lo
seguisse, che costui fremette di dolore, cogliendo subito con la sua
sensibilità malata quella sfumatura di disprezzo, in quel servo.
Julian Sorel aveva attraversato una grande anticamera e due salotti,
ammobiliati col lusso più autentico, più austero, e più artistico e si
era fermato nel _hall_, nel salone-serra, tutto coperto a cristalli e
velato da sottili ma impenetrabili tende di garza orientale, tutto
pieno delle piante più rare e dei mobili più ricchi e più bizzarri,
distese sul pavimento le più morbide pelli e sorgenti da ogni vaso di
rara porcellana di Delft o di Cina i fiori più esotici. L'aria vi era
riscaldata, tiepida: e un assai strano e inebriante profumo era in
quell'aria. Seduto in una poltrona di bambù, con i gomiti appuntati
sulle ginocchia e il mento appoggiato alle mani, egli si abbandonava,
direi, a tutto il suo accasciamento, senza levare il capo, senz'udire
neppure il lievissimo passo di Gwendaline Harris; e la bionda e snella
donna gli era avanti, lo fissava coi suoi freddi e brillanti occhi
azzurri, più azzurri di qualunque cielo, passando le dita rosee e
sottili nella piuma bianca volitante onde era guarnita la sua
vestaglia di lana bianca, tutta ricamata di argento come una stola.

--Dunque?--chiese la voce fresca e nitida della donna.

--Oh Gwendaline....--egli mormorò diventando più pallido ancora, non
reggendo a sostenere lo sguardo di quei glaciali occhi azzurri.

Ella si sdraiò, tutta bianca, in un divano di riposo bianco, coperto
di cuscini di seta bianca così molli che vi affondò. Si vedevano i due
piedini calzati di pianelle di velluto bianco con l'orlo di piuma e di
calze sottilissime di seta nera, sottilmente ricamate di argento. La
massa dei capelli biondi era sostenuta da un gran pettine, tutto
seminato di minute perle, e due grosse perle bianchissime le pendeano
dalle orecchie. Ella giuocava coi fili delle piume, pian piano, come
un uccellino che liscia le sue piume. Il roseo della sua candidissima
pelle era più veramente roseo di qualunque rosa.

--Dunque?--domandò, di nuovo, a Julian Sorel.

Costui non osò ancora rispondere, e la guardò con gli occhi preganti.
Gwendaline crollò un poco la testa biondissima e si mise a giuocare
coi suoi fulgidi anelli, che le coprivano le dita sino alla prima
falange, sino all'indice, come a un idolo di Egitto.

--L'affare è andato a male?--chiese poi Gwendaline con la pura voce
cristallina.

--A male,--egli rispose fievolmente.

--Per sempre?

--Per sempre,--egli ripetette come un'eco fatale.

Nessuna impressione di meraviglia, di tristezza, di pietà venne a
turbare quel roseo volto di donna, quella nitida e serena fronte, quei
gelidi occhi di cielo.

--Tu sei un uomo morto,--ella dichiarò, freddamente.

--Già,--disse Julian Sorel, terreo nel volto come un cadavere.


--Che sei venuto a fare, qui? Questo non è un cimitero e nessuno dei
miei cofani antichi può servirti da bara,--disse Gwendaline, senza
collera, alitando sopra un suo anello di opale per farlo ridiventare
lucido.

--Ero venuto a salutarvi per l'ultima volta.

--E ieri sera, non ti avevo detto _addio_? Non lo hai capito?

--Non lo avevo capito: e avevo la speranza del banchiere Colzado,
stamane....--egli mormorò, umilmente.

--Speranza inutile: ai morti nessuno dà denaro.

--Hai ragione,--sentenziò lui, a bassa voce, a capo chino.

Ella lo sogguardò stranamente. Pareva che misurasse la morale
profondità di quell'abbattimento e che volesse sapere di che fosse
capace quella immensa debolezza. Egli taceva, perduto, esausto.

--A che cifra ascendono i tuoi debiti?--ella domandò, a un tratto, con
la voce fredda e limpida.

Julian Sorel alzò la testa e guardò Gwendaline, trasognato: quasi non
avesse udito, o non avesse inteso.

--A che cifra ascendono i tuoi, debiti?--ella replicò, dominandolo coi
suoi azzurri occhi glaciali.

--Non lo so.... non so.... non me ne parlare,--egli pregò fremendo,
passandosi una mano sulla fronte.

--Tu devi duecentosettantamila lire, ho fatto io il conto.

Parve che le sillabe di questa dura frase battessero tutte sul
cervello dell'infelice, perchè il suo volto si decompose.

--E non hai un soldo per pagare; e non hai più nessuna risorsa, le hai
esaurite tutte; e non hai nessuna speranza di eredità, perchè ti sono
morti tutti i parenti, nessuna speranza nel tuo lavoro, perchè non sai
lavorare, sei stato un uomo dato all'amore e al piacere, nessuna
speranza di affare, di speculazione perchè fra un mese, fra una
settimana, tu sarai un fallito, un truffatore.

--Gwendaline, se mi vuoi bene, taci, taci....

--Io non ti voglio bene,--ella proclamò, ma quietamente.

--Se me ne hai voluto, taci, non mi uccidere tu....

--Io non ti ho mai voluto bene,--ella insistette a negare, serrando
fieramente le belle labbra rosse e fresche.

Julian Sorel la guardò, con tale una novella disperazione negli occhi
che la superba donna sorrise di orgoglio.

--Qualche volta.... mi hai detto che mi volevi bene....--egli
balbettò.

--Ho mentito, naturalmente,--spiegò ella,--e tu sapevi bene che
mentivo. Ti faceva piacere che io mentissi, ecco tutto.

--Sì, è vero, la tua bugia era la mia più grande felicità.

--......e così,--ella concluse,--tu hai speso tutto quello che
possedevi e tu hai fatto duecentosettantamila lire di debiti per
pagare questa bugia. Per questa bugia sei alla morte.

--Alla morte,--ribattè lui, aprendo le braccia, col gesto dell'ultima
desolazione.

--Era una dolce e bella bugia, diciamolo,--riprese Gwendaline,
incrociando i suoi piedini leggiadri, calzati finemente, delicatamente
di nero e di bianco,--e vale la pena di morire per essa. Non sperare
che i tuoi creditori ti lascino tregua! Tu devi fra cinquanta e
sessantamila lire di denaro, a Giacomo Levi, a Francesco Sangiorgio, a
Giovanni Lamarca, tuoi amici, che ti sei inimicati per sempre e che ti
perseguitano assai peggio dei due strozzini, Pietro Toscano e Angelo
Cabib a cui devi meno, molto meno, ma gli interessi sono saliti così
in alto! Tu devi, poi, ai fornitori di Parigi, a Worth, a Morin, a
Redfern, tutti vestiti che sono serviti per me e ti han fatto credito,
perchè avevi speso da loro la metà della tua fortuna: devi ai sarti
italiani, a Bellom, a Pontecorvo, alle sorelle Borla, alla Tua; devi a
tutti i negozi di gioielleria, a Marchesini qui, a Franconeri di
Napoli; e devi a tutti i negozianti di mobili e di ninnoli eleganti, a
Janetti, a Cagiati, a Maria Beretta, devi anche a Guglianetti di
Milano; tutti costoro ti han fatto credito, perchè avevi tanto e tanto
comperato, prima, da loro! Ma vogliono il loro denaro, e hanno
ragione; perchè lo dovrebbero perdere?... Sono della brava gente!

--Gwendaline, Gwendaline, non essere senza carità, taci, taci, io
muoio....--gridò lui, con gli occhi stravolti dal dolore acutissimo.

--Sai quale è il bilancio della bella e dolce bugia?--continuò ella,
come se non lo avesse udito.--Un milione e ottocentomila lire. Tu,
m'immagino, non hai neanche il denaro per comperare una rivoltella....

--Non l'ho,--egli gemette, dal suo abisso di dolore.

--Un milione e ottocentomila lire: e dover anche ricorrere a un
suicidio economico, a un suicidio poveretto, a quello degli
straccioni, delle serve tradite, al fiume, al Tevere!--mormorò ella,
con un vago sorriso, come se parlasse a sè stessa.

Egli levò i suoi occhi dolorosamente stupefatti, su lei. E Gwendaline
comprese il senso di quella stupefazione.

--Tu, adesso, dici fra te stesso, che io sono un mostro di
crudeltà....

--Non dico nulla....--balbettò la debolissima creatura.

--Lo dici. Hai torto. Facciamo il nostro bilancio, poichè non dobbiamo
vederci più. Tu, che hai voluto da me?

--Che mi volessi bene, che io potessi essere il tuo amante, il tuo
amico, il tuo servo....

--E io che ti ho chiesto?

--Niente.

--E tu mi hai dato tutto, per farti amare o perchè io fingessi di
amarti. Ecco il bilancio. Ora io, per farti vedere che non sono
crudele, non posso darti che un solo savio consiglio: ucciditi. Avevi
una fortuna, non l'hai più; avevi un'amante, non l'hai più; avevi un
onore, esso è naufragato: sei un'anima fine e molle, un temperamento
sensibile e debole, un cuore tenero e sentimentale e hai, insieme, un
bisogno di godere, di esser felice, che è il tuo maggior bisogno; non
puoi, dunque, combattere contro la miseria, contro l'abbandono, contro
il disonore. Ucciditi, ucciditi, non ti puoi salvare diversamente. A
che vivresti? Chi si uccide, paga i suoi debiti: chi si uccide, non ha
più bisogno nè di onore, nè di amore, nè di denaro: chi si uccide,
conquista la pace suprema. Non hai più nulla da fare, nel mondo;
vattene via, nella fossa comune, ivi non sono creditori, nè
appariscono più i divini e dannati occhi azzurri che furono la causa
della tua morte.

Lampeggiarono, gli azzurri occhi, a queste ultime parole. Julian Sorel
li guardava e ne beveva il veleno di morte, Julian Sorel udiva la
chiara e ferale voce e ne sentiva, al cuore, le mortali, le lugubri
vibrazioni.

--Sono due mesi che ho deciso di uccidermi, quando non vi fosse più
rimedio,--egli disse, fiocamente.

--Hai aspettato troppo: va, va a buttarti nel Tevere,--diss'ella,
guardandolo, ipnotizzandolo, dandogli la suggestione dell'amore, del
dolore, del terrore.

--Vado,--disse Julian Sorel e si levò.

Ma non fece un passo. Ella lo guardò ancora, per vincerlo intieramente
nella sua infinita debolezza.

--Va, va, sarai più felice, morto,--gli disse ancora, Gwendaline.

--Dammi un bacio,--chiese egli, umilmente, inginocchiandosi innanzi al
divano dove ella giaceva sdraiata, per non darle il fastidio di
levarsi.

Ella si voltò leggiermente, all'uomo inginocchiato: gli prese la testa
fra le mani sottili e ingemmate e gli posò le belle e fresche labbra,
sulla fronte. E a lui parve che, ancora, in quel lungo bacio, le
labbra di Gwendaline gli avessero detto:

--Va, va, sarai più felice, morto.

       *       *       *       *       *

Scendendo, per via Nazionale, Julian Sorel andava alla morte. Non
trascinava più a stento le sue gambe stanche, ma non correva neppure;
non si fermava più, a certe vetrine, ma gli occhi che fissava sui
viandanti, avevano la stessa dolente espressione di chi non vede; non
trasaliva più, quando squillava la cornetta del _tram_, ma il pallore
del suo volto era diventato livido. L'uomo agonizzante aveva ricevuto
la estrema ferita: ma gli era anche stata indicata una via ed egli vi
andava, senz'affrettarsi, ma fatalmente, alla luce azzurrina e
glaciale di due occhi divini che lo conducevano, al suono funebre di
una cristallina voce muliebre che lo accompagnava, alla carezza di due
mani sottili sulle tempie e nei capelli, all'ultimo bacio dalle labbra
parlanti, ultimo bacio e ultime parole, penetrate nel cervello,
nell'anima, nel cuore, in tutto l'essere. Adesso, camminando, Julian
Sorel pensava soltanto in quale punto del gran Tevere egli si dovesse
andare a buttare: Gwendaline Harris non glielo aveva detto. Non a
Ripetta, poichè il ponte è troppo frequentato di giorno e vi sono le
imbarcazioni dei canottieri e il suicidio vi fa fiasco quasi sempre:
non all'Albero Bello, perchè un posto prediletto alla morte e vi è una
barca di salvataggio; non a Ripa, perchè vi sono troppe tartane
cariche di vino di Sicilia; dove, dunque? Si rammentò una sera di
agosto, in cui, di passaggio per Roma con Gwendaline Harris, venendo
da Vienna e andando a Sorrento, erano andati a Ponte Molle,
borghesemente, come tutti coloro che sono costretti a restare in Roma
nell'estate: e avevan passeggiato, su e giù, lungo il fiume, verso i
vasti prati di Tor di Quinto, verso la ombrosa via Angelica:
Gwendaline era vestita di molle seta bianca, come sempre di bianco, e
aveva un gran mantello leggiero di lana bianca: sì, sì, egli sarebbe
morto a Ponte Molle, verso Tor di Quinto o per la riva di via
Angelica, era ancora lei che gli suggeriva questa idea. Era a piazza
Venezia, quando si decise. E prese per il Corso, sulla diritta.
Qualcuno lo salutò, egli non riconobbe chi fosse e passò innanzi:
varii lo fermarono, eran creditori di piccole, di grandi somme e la
domanda variava, ora brutale, ora piagnolosa, ma insistente, ma
implacabile, lo avean saputo ricco e gli avean fatto credito, e
credevan che avesse denaro ancora, credean che si negasse per mala
volontà. Tutta la traversata del Corso fu una lunga tortura, per lui
fu il tormento immeritato, ingiusto, poichè, infine, egli andava a
morire, di questo passo, fra un concerto di voci, di parole, di frasi
che gli dicevan, tutte, cercandogli i denari:


--Va, va a buttarti nel fiume: sarai più felice, morto.

Tanto che giunto verso piazza del Popolo, fu preso, nella mitezza
sentimentale della sua debole natura, da un furore di morte. Andò
contro un pesante _omnibus_ di albergo che correva, per farsi
arrotare: ma il cocchiere lo schivò bestemmiando, gridando. A
quell'ora, in quella giornata umida e triste di marzo, fuori porta del
Popolo non vi era quasi nessuno: e quella crescente solitudine lo
calmò un poco, mentre si metteva per il fangoso marciapiede che per la
via Flaminia, lungo i colli Parioli, porta a Ponte Molle. Nessuno nel
piccolo caffè dove si fermano i cocchieri da nolo e i carrettieri;
nessuno, nelle piccole osterie che pullulano ogni cinque passi, sino
alla metà di via Flaminia; nessuno, pei campi deserti, tutto un
deserto di mota, dove cresce a stento qualche alberetto nerastro. Egli
pensò, se avesse dovuto scriver qualche cosa prima di morire, una
spiegazione, un saluto: e un novello fiotto di disperazione lo
soffocò, non aveva nessuno, nessuno cui scrivere, nè un parente, nè un
amico, nè una conoscenza, non lo avrebbero rimpianto e maledetto che i
suoi creditori: aveva vissuto come un gaudente, solo per l'amore, pel
lusso, pel piacere, e moriva così, per queste cose, portando
nell'anima come ultimo addio le parole di Gwendaline Harris per cui
aveva speso un milione e ottocentomila lire, le parole con cui gli
diceva di uccidersi, perchè sarebbe stato più felice, morto. Nessuno,
nessuno, non la madre, non una sorella, non una fidanzata, non un
amico, niente, niente, non una lacrima umana, su lui: e l'estrema
scena della sua vita nella gran solitudine, nel gran silenzio della
campagna romana, in quel tristissimo giorno di marzo, camminando e
affondando nel fango, era il degno compimento della sua esistenza.

A un tratto, sentì un urto contro una gamba: si voltò. Gli veniva
dietro un cane e lo guardava. Era un bruttissimo, sporchissimo e magro
cane, che pareva avesse addosso dieci giorni di vagabondaggio e di
fame, pel fango della campagna; un cane che faceva schifo. Donde era
sbucato? Julian Sorel non avrebbe potuto dirlo. Non vi erano più case,
sulla via Flaminia: forse era sbucato, inopinatamente, dalla viottola
dell'Arco Scuro che porta alla piana dell'acqua Acetosa. Gli veniva
dietro, forse, da qualche tempo: e guardava Julian Sorel, coi suoi
buoni e dolci occhi di cane.

--Passa via,--gli disse costui sgarbatamente.

Il lurido cane si fermò un minuto: poi, ricominciò a seguire Julian
Sorel.

--Passa via,--e gli diede un calcio.

Il povero cane prese il calcio in una spalla e guaì dolorosamente: ma
sempre guardando Julian Sorel, lo seguì ancora. Quello si fermò,
turbato assai. Perchè lo seguiva, quel cane, così ostinatamente, anche
dopo essere stato battuto? Perchè lo guardava con quegli occhi che
parevano umani, tanto esprimevano la pietà e il dolore?

--Sarà un cane perduto e affamato e cerca un padrone,--egli pensò,
mentre stava fermo a contemplare quella bestia singolare.

Anche il cane si era fermato: e teneva il capo basso aspettando.

--Va via, va via,--gli disse Julian Sorel,--io ho da morire.

La bestia levò il capo e guardò, con quegli occhi di animale
caritatevole, povero e dolente. Tutta l'anima di Julian Sorel tremò,
di sgomento, di stupore. Ma _chi, chi_ lo guardava, in quel tenero
sguardo animalesco, quale novella ossessione di pietà veniva a dargli
un ultimo dolore, un dolore fatto di tenerezza umile, di struggimento
amarissimo e dolcissimo?

--Ho da morire, ho da morire,--egli disse, parlando a quella bestia
come a un uomo,--sarò più felice morto.

E si avviò, di nuovo, verso Ponte Molle, reprimendo tutte le lagrime
di una ignota tristezza che gli salivano agli occhi, reprimendo
l'acutezza di un misterioso rimpianto. Il cane lo seguiva, passo
passo: e Julian Sorel lo udiva, dietro a sè, camminare fedelmente,
sudicio fino alla nausea, brutto fino al disgusto, mezzo morto dalla
fame e dalla fatica, ma deciso a seguirlo, fin dove voleva andare
l'uomo che andava alla morte. In preda a un invincibile turbamento,
fra una bizzarra novella disperazione e fra un bizzarro disfacimento
di tutta la sua volontà, Julian Sorel fremeva, udendo quel passo di
animale, vigile, quasi inflessibile nella sua affettuosa persecuzione:
avrebbe voluto fermarsi, batterlo, buttargli delle pietre, ucciderlo a
calci nel ventre, ma l'idea di affrontare quei teneri occhi canini
così impregnati di umana pietà, lo spauriva. Ah certo, certo,
_qualcuno_ lo guardava per quegli occhi! Non osava fissarli, quegli
occhi di animale quasi che essi gli parlassero di tutte le bontà umane
che egli aveva disdegnate, di tutte le sofferenze umane che egli aveva
disprezzate, di tutte le umane lacrime che per lui erano scorse
invano: non osava fissarli, quasi che vi si trovasse, in essi, il
rimprovero ignoto, mistico e austero che fa la Vita a chi non seppe
conoscerla e non seppe, quindi, meritarla. _Chi_ lo guardava, per
quegli occhi così profondi di compassione, _chi_ piangeva ancora, su
lui, sulla esistenza di bruto capriccioso e gaudente che egli aveva
vissuta, chi piangeva su quella nobile anima trascinata nella vergogna
da un amore impuro? Ah quella bestia non se ne voleva andare, lo
seguiva, lo seguiva sino al suo ultimo passo, nessuna forza umana
avrebbe potuto liberarlo da quella compagnia.

--Venga, dunque, a vedermi morire,--egli pensò.

Ma a Ponte Molle incontrarono tre carretti di pozzolana che venivano
lentamente verso Roma, al fischio malinconico dei burberi carrettieri:
e verso Tor di Quinto parve a Julian Sorel che il paesaggio fosse
troppo largo, troppo aperto per uccidersi, buttandosi nel fiume.
Meglio la grande e sinuosa via di porta Angelica, che costeggia, sotto
i grandi alberi, il vasto fiume giallo pieno di gorghi e i prati alla
Farnesina.

Sarebbe disceso sulla proda e tacitamente, cadendo più che buttandosi,
senza nessun rumore, sarebbe morto nel profondo e truce fiume. Ma il
cane era dietro a lui, lambendogli le gambe, ma il cane avrebbe
latrato vedendolo cadere nel fiume, ma il cane si sarebbe forse
buttato nel fiume per salvarlo, ma il cane non voleva che egli
morisse, ecco l'idea terribile sorta nello sconvolto cervello di
Julian Sorel. Ed allora, quasi che quello sconosciuto animale fosse un
uomo, quasi che egli potesse intendere, tutto, Julian Sorel, nella via
deserta e fangosa, sotto i grandi alberi neri e nudi, innanzi a vasto
e giallo fiume, gli gridò, desolatamente:

--Io debbo morire, io debbo morire, ho duecentosettantamila lire di
debiti e non posso pagare, debbo morire, lasciami morire....

La povera bestia, sordida e laida, guardava Julian Sorel, cogli occhi
spiranti pietà, come velati dalle lacrime: non una voce, non un passo
per la campagna ampia e fumante umidità dal fango dei campi: non una
voce, non una barca, sul largo fiume dai gorghi esiziali: soli,
quell'uomo e quel cane. Quello sguardo! Non diceva forse, a Julian
Sorel, quell'umile sguardo d'animale che la morte non salva dal
disonore, che è più onesto vivere scontando la pena del grande errore
anzi che rifugiarsi nella tomba? _Chi, chi_, glielo diceva, in quegli
occhi e nella sua coscienza? Tutti i suoi che erano morti, alla loro
ora, quietamente, toccati dal destino, ma onorati, ma ridenti di esser
rimpianti, glielo dicevano, forse, in quegli occhi: tutti quelli che
lo avevano amato e che erano lontani, e che non potevano salvarlo,
adesso: tutti coloro che egli aveva amato, nell'infanzia, nella
giovinezza, dieci anni, un giorno, un'ora, costoro, forse, o le loro
ombre amate, o le loro lontanissime tenere voci o i loro occhi buoni
che lo volevan salvare, o le loro mani carezzevoli che lo volevan
trattenere: costoro, in quello sguardo! Vinto da una immensa
debolezza, Julian Sorel si lasciò andare sulla proda arenosa del
fiume, nascondendo la faccia nella umida arena, con le braccia aperte,
singultando lievemente, ogni tanto, ma senza piangere. Il cane si era
seduto accanto a lui, aveva posato il muso infangato sulle sporche e
scarne zampe: e per tutto quel tempo in cui Julian Sorel giacque,
lungo disteso, nella fatalità della Vita e della Morte che si
combattevano la loro preda, la povera bestia non si mosse, tenendo
fissi i suoi occhi sull'uomo che spasimava. Spasimava la debolissima
creatura che aveva sempre vissuto pel sorriso del minuto, senza
volontà, senza fede, senza bontà: spasimava, l'anima fiacca, l'anima
vinta, l'anima immeschinita dalle piccole idee e dagli impuri
desiderii: spasimava la creatura che aveva gittato via la parte nobile
di sè, e che temeva il castigo, e che voleva fuggire il castigo:
spasimava! Correvano le acque torbide del fiume micidiale che avean
portato alla deriva tanti cadaveri; taceva la feral campagna romana
immobile sotto l'umido fiato maligno del marzo; cadeva il giorno. Il
cane, pian piano, lambì la mano aperta di Julian Sorel: quella carezza
indistinta fu come un soffio, come una voce, come una parola, fu come
l'apparizione di un fantasma. Il corpo dell'uomo disteso ebbe un gran
sussulto, e il cuore, veramente, gli si franse nella tenerezza, nel
pentimento, nella pietà, nel desiderio dell'umano e del divino
castigo. Poi, nel crepuscolo gelido, tornò verso Roma, lentamente: fra
la via Angelica e la via Trionfale, il cane disparve, nell'ombra, e
Julian Sorel continuò la sua strada verso Roma, verso il castigo.



IL CONVEGNO

_(La piccola Maria)._


I.

Due o tre volte, durante il pranzo, Paolo, guardando gli occhi dolci e
maliziosi della sua ospite mentre essa lo guardava, aveva avuto un
subitaneo moto di stupore, immediatamente represso. Gli era parso di
rivedere gli occhi di Maria nella loro perfida dolcezza e nella loro
trionfale malizia. Ma la cortese signora ospite si rivolgeva agli
altri suoi convitati e i suoi occhi mutavano di espressione, si
facevano pensosi, o schiettamente ridenti, o serenamente indifferenti
nella gentilezza esteriore: e Paolo rientrava in sè, fuggito il lieve
e pure sorprendente inganno. Tre volte, egli ebbe la illusione che gli
occhi di Maria gli fossero riapparsi: e alla terza volta, nel salone
dove si conversava, dopo il pranzo, lo scintillìo di quello sguardo fu
così teneramente dolce e così vividamente malizioso, che egli non
resistette e attraversò la sala, per raggiungere l'amabile donna che
l'ospitava, non sapendo bene quello che le avrebbe detto, nell'intimo
turbamento che lo aveva invaso. Quando le fu vicino, tutto era finito:
gli occhi della signora avevano assunto un'aria placida e lo sguardo
aveva una limpidità dove l'anima mite della donna si rivelava. Nulla
più: si era ingannato. Restò ancora qualche tempo, muto, lasciando
discorrere gli altri, aspettando come una riapparizione. Ma non vi fu:
si era perfettamente ingannato. Prese commiato, con quel suo fare
rispettoso ma distratto, con quella attitudine di uomo che, assorbito
da un'idea, non perde mai l'equilibrio della gentilezza. Un amico che
andava via, anche lui, lo voleva condurre a teatro: si rifiutò di
andarci. Si separarono sul portone, in piazza Vittoria. L'amico risalì
per la via di Chiaia: Paolo se ne andò per via Caracciolo, camminando
piano. Nel tempo in cui Maria lo amava, erano andati spesso, molto
spesso, per quella strada che, nelle ombre della notte, è cara agli
amanti poetici e appassionati. Si erano anche baciati, nell'intervallo
di penombra fra un lampione e un altro: ella, non lasciando il suo
braccio a cui si legava, incrociando le manine lunghette e magrette,
levandosi in punta di piedi, poichè era molto piccola, per arrivare
colle molli labbra un po' pallidine, sino alle labbra di lui.
Talvolta, mentre il doganiere si allontanava, sorvegliando la banchina
contro i contrabbandieri, ma non contro gli amanti, Paolo si voltava,
si chinava un po' e lievemente baciava i capelli di Maria, nerissimi,
così morbidi, così fini, così lucidi che sembravano bagnati. Per una
consuetudine triste, ora che Maria non lo amava più, egli aveva preso
la nota strada, fermandosi ogni tanto, con gli occhi chini a terra,
ricordando ancora qualche episodio brevissimo, di un nonnulla, ma che
nell'anima dell'amante abbandonato assumeva una grande importanza.
Egli non guardava punto il mare: si rammentava che ella aveva avuto
sempre una seria antipatia pel mare, di piccola persona paurosa e
freddolosa, e che aveva finito per ispirargliela, a lui, uomo, forte e
coraggioso. Maria era scomparsa: ma in lui era restato tutto quello
che ella ci aveva voluto mettere.

Verso l'angolo del Chiatamone, egli ebbe uno schianto. Una coppia di
amanti scendeva dalla più popolosa via di Santa Lucia e veniva verso
le care ombre di via Caracciolo. Dovevano essere una sartina e uno
studente: non si tenevano a braccetto, ma per mano, con le dita
intrecciate, giovenilmente. Un po' intimiditi dalla presenza di Paolo,
essi si lasciarono, camminarono pian piano, come due passeggiatori
quieti e freddi, discorrendo semplicemente: ed egli, guardando la
donna, sotto la luce del lampione non vide che il pallore del suo
volto e trasalì dolorosamente. Maria era pallidissima, come se mai una
goccia di sangue fosse venuta ad animare quella carnagione: proprio
esangue. Quante volte, nell'amore più alto di temperatura, nelle loro
grandi giornate, egli si era sgomentato, così, di quel volto esangue
che nessuna emozione di tenerezza, di entusiasmo, di languore
coloriva, giammai! Il bacio più impetuoso rendeva più pallido il posto
dove le labbra lo mettevano, sul viso esangue: e un morso vi poteva
lasciare un livido, mai mettervi un rossore. Egli si voltò, mentre i
due amanti allontanatisi ridevano fra loro: di lui, certo. Egli aveva
sempre riso degli uomini che incontrava, in quelle sere, quando Maria
lo amava.

Quell'incontro aveva dato un'acuzie di spasimo al suo sonnolento
dolore. Così era, per lui, sempre, lo spettacolo dell'amore altrui, da
che ella lo aveva lasciato, per sempre. Tutta la sua vita, dopo
l'abbandono, dopo il periodo violento del furore e della ribellione,
non era che un voler addormentare la sua segreta tortura. Vincerla non
poteva, questa tortura, e nessuna persona, nessuna cosa lo avrebbe
potuto: egli non poteva che toglierle l'asprezza, cullandola,
tenendola chiusa in sè, preziosamente chiusa, e carezzandola, e
dandole il beveraggio che fa sonnecchiare, che fa dormire, ma che non
può togliere il senso e il sentimento. Colui che ha un dolore fisico,
intollerabile, finisce per ricorrere alla morfina: egli sa bene che la
morfina non è la morte del dolore: egli sa bene che il dolore rimane,
quietato, ma esistente, ma vivo, ma pronto a trafiggere: pure, la
morfina è il sonno molle dove la potenza del male si attutisce. Paolo
sentiva, in fondo al suo spirito, dormire questo spasimo, e, già
debole innanzi alle furibonde e mordenti sofferenze dell'abbandono,
tentava di non risvegliarlo, che quando gli era impossibile di vincere
sè stesso. Ma se, in una giornata, egli si procurava qualche ora di
torpore spirituale, andando fra la gente, parlando, fumando, fingendo
di vivere, fingendo di fare tutto quello che fa la gente che vive,
bastava il più piccolo incidente, perchè il suo dolore uscisse
vividamente dal sopore e gli schiantasse il cuore: bastava il più
umile aspetto dell'amore, perchè egli sentisse tutta la crudezza della
sua insanabile ferita. Quanto aveva cullato il suo tormento, lassù, in
quel pranzo dove tutti sorridevano e ridevano, dove anche lui avea
sorriso, sonnambulo della vita! Ma tre volte aveva visto lampeggiare
gli occhi di Maria, o gli era parso, in quelli della padrona di casa:
ma la passionale consuetudine lo aveva portato per via Caracciolo,
dove, si erano amati e dove si erano baciati: ma aveva incontrato due
amanti felici ed essi avevano riso di lui, che era solo, ed egli era
veramente così solo, come mai nessun uomo fu solo al mondo!

Adesso, in tutta la sua sensibilità risvegliata e fremente, mentre
risaliva per Santa Lucia e per Toledo, andandosene alla sua casa,
abbassava gli occhi, ogni volta che incontrava una donna, per non
soffrire tanto della sua solitudine e del suo abbandono. E il
rientrare a casa, ora che strideva in lui la sottile e permanente
angoscia di un amore per sempre perduto e infinitamente desiderato,
sempre, con tutti gli ardori dell'anima e dei sensi, gli fece
spavento. Pensò, disperatamente, se non fosse meglio tentare di
tradire sè stesso e il suo postumo amore, cercando una donna presso
cui finire la serata, Chérie, la ridente Chérie. Ma gli tornò in mente
tutto l'orrore del primo tradimento che egli aveva tentato, con
Chérie, per cercar di guarire, per un giorno o per sempre, della sua
inutile e inefficace passione per Maria che non lo amava più. Ricordò
tutto il falso entusiasmo, tutta l'amarezza dei baci, tutta la
profonda nausea dell'ora amorosa che gli pareva mai finisse, tutto il
disgusto di sè stesso e la pietà per quella poveretta che sapeva così
graziosamente ridere e donarsi, tutto il ribrezzo per la violazione
che aveva commessa, non rispettando neppure, miserabile e vile uomo,
l'altezza di un amore che può essere disprezzato, ma che resta
inviolato e puro. Ah, come più seducente, più suggestiva, più
affascinante, dopo il tradimento con la bionda e sempre ridente
Chérie, gli apparve nella mente Maria piccola, dal volto lunghetto ed
esangue, dagli occhi tutti dolcezza e tutti malizia, dalle labbra
rosee ma pallide, dai capelli neri, fini, che formavano un mucchietto
lucido, come bagnato: come essa lo riprese, subito dopo l'ora amorosa,
più vivacemente, nei ricordi dei sensi, nei ricordi delle
consuetudini, in modo da renderlo folle di desiderio, nella solitudine
della sua stanza, donde Chérie, che nulla aveva compreso, era partita,
portandosi via dei dolci e delle rose, tutta felice, ridendo con sè
stessa, nelle scale! Come egli si pentì, bruciando di amore, di avere
ridestato l'uomo in sè e come desiderò di ritornare alle dolorose e
solitarie contemplazioni spirituali, dove, almeno, non soffriva anche
nel sangue vivificato ed eccitato e non tendeva le braccia a una vana
piccola ombra che gli sfuggiva! Tradire nuovamente? No, gli bastava il
veleno della prima e inutile pruova: sentiva che non avrebbe neppure
la forza di mentire, come disperatamente aveva fatto la prima volta, a
Chérie. A che avvilirsi di nuovo? Il suo cuore e le sue fibre si
sarebbero ribellati alla violazione, adesso. Il tempo che era
trascorso, poteva rendere sonnolento il suo dolore: ma lo aveva reso
inguaribile e inconsolabile. Tutto era inutile. Andò a casa.

Giunto colà, nella sua stanza da studio che era anche il suo salotto,
egli fece accendere il fuoco nel caminetto dal suo servo che
l'aspettava. Prese dei libri, dei giornali, delle riviste e le
ammucchiò innanzi alla sedia a sdraio, dove leggeva, accanto al fuoco:
si fece portare del tè, del _cognac_, delle sigarette: fece chiudere
tutte le imposte ed abbassare tutte le tende. La stanza, così, era
raccolta e calda e confortante. E, rimasto solo, in quel momento
terribile quando, nella casa, nella stanza dove sempre si vive, dove
sempre si pensa, dove tutto è segreto, poichè si è soli e niuno vede e
niuno ascolta, in quel momento terribile in cui il cuore si apre,
stanco della soffocazione impostagli dal mondo, egli tentò di non
ascoltare il suo cuore, egli tentò di non sentire e di non pensare,
forzandosi a operazioni macchinali, fumando, scorrendo dei fogli,
preparandosi il tè, scegliendo la sigaretta più morbida, gittandone
una, accendendone un'altra. Così, l'urto atroce del primo minuto fu
respinto da lui: e il suo primo nemico, che era il suo dolore, tacque,
per poco. Ma le sigarette, tre o quattro, caddero in cenere, sul
portacenere di metallo cesellato: ma il tè si raffreddò nella tazzina
giapponese: ma egli non distese più la mano alla fialetta di cristallo
dal coperchio di argento, dove era il _cognac_: e i giornali, le
riviste, i libri giacquero sparsi, ai suoi piedi, sul tappeto. Non
potea nè leggere, nè fumare, nè ubbriacarsi di cognac, per più di
mezz'ora, e non erano che le undici e mezzo e non aveva sonno.
Sdraiato sulla lunga poltrona, abbandonato sui cuscini che aveva
ammucchiato sotto le sue spalle e sotto la sua testa, egli si mise a
guardare un orologetto di bronzo antico, delicatamente cesellato,
posato sovra una mensoletta, presso a lui. Era un orologetto
minuscolo, che egli aveva cercato di mettere in maggior evidenza,
appoggiandolo sopra una piccola base di velluto azzurro cupo; e aveva,
il picciolo orologio, di un bianco latteo, il quadrante e le ore
segnate in caratteri azzurri. Era un dono di Maria: l'unico dono!
Quando glielo aveva dato, ella lo amava; e aveva aggiunto,
all'orologetto piccolo come ella era piccola, un pezzettino di carta
su cui era scritto, col bizzarro caratterino che sembrava fatto di
tante manine che si tenevano fra loro, queste parole: _Siano azzurre
tutte le tue ore!_ L'orologetto era sempre lì, con le brevi sferette
che correvano sulle ore azzurre, ma l'augurio mancava. Paolo lo
portava sempre, nel suo portafogli, questo pezzettino di carta e lo
rileggeva, ogni tanto, nella giornata: ma un giorno, maliziosamente e
dolcemente, quasi senza che egli se ne accorgesse e quasi senza che
egli potesse opporvisi, Maria glielo aveva ripreso. Così, pian piano,
Maria gli aveva ripreso tutte le sue lettere e i suoi biglietti; e due
rosette appassite, che erano la più viva memoria del loro primo
convegno; e un nastro scioltosele dai capelli, che egli aveva portato
via e che avea baciato, tutte le notti, tornando a casa, e tutte le
mattine, levandosi, come un bimbo, egli che aveva trentasette anni,
come un devoto della Madonna, egli che non credeva. Non aveva più
nulla, di lei: nulla. Crudelmente e ostinatamente, ella si era ripreso
tutto: ed era, poi, andata via anche lei. E perchè, allora, gli aveva
lasciato quell'orologetto che beffardamente segnava, con le sue
sottili piccole sfere, le ore azzurre? Ella lo aveva dimenticato,
forse: e le ore di Paolo non avevano più nessuna tinta, erano fatte di
una immutabile ombra.

L'orologetto segnava le undici e mezzo. Egli si ricordava che nel
tempo in cui Maria lo amava, quest'ora della sua serata passava sempre
accanto a lei, non soli sempre, ma sempre insieme. Egli la cercava in
qualche teatro, in qualche ritrovo, in qualche casa di comuni amici, e
appena entrato nella sala, la vedeva, subito, senza averla neppure
quasi guardata, la vedeva col suo visetto un po' lungo, coi suoi denti
minuti e bianchi, che il sorriso delle pallide labbra scovriva
intieramente, con le gengive roseo-smorte, con quegli occhi castani
dove si mescolavano così perfidamente e trionfalmente la malizia e la
dolcezza, agitando la testina, mostrando il piccolo orecchio
roseo-tenero sotto l'arco nero dei morbidi capelli che erano
moltissimi e pure si chiudeano, per la finezza, in un pugno. Anch'ella
aveva l'aria di non vederlo: ma lentamente, senza far mostra di nulla,
Paolo e Maria si avvicinavano, scambiavano con semplicità, con
disinvoltura qualche saluto. Poi, sedevano vicino. Egli taceva,
spesso; ella parlava con lui, o con qualche altro, vivacemente. Egli
ne udiva la voce, un po' infantile, un po' interrotta, talvolta, da
improvvisi languori di creatura debole che si esalta e si accascia
facilmente: e ne adorava la voce. Egli le guardava le mani fini,
magrette, lunghette, con le unghie così lucide che parea
scintillassero, con gli anelli gemmati che ella, nervosamente, passava
da una mano all'altra, cambiandoli sempre di posto: ed egli adorava
quelle mani. Ella gli parlava e rapidamente, un po' sorridendo, un po'
lamentandosi, gli narrava una giornata di mali improvvisi e
misteriosi, di svenimenti e di soffocazioni, ed egli, mentre la
compativa con tutta la più tenera pietà dell'uomo sano e robusto,
l'adorava per la sua debolezza. E in quest'ultima ora, egli attendeva
una parola da lei, era il segreto della sua felicità che ella gli
comunicava, con qualche parola: era il miraggio di un pomeriggio
appassionato e delizioso che essa gli faceva balenare innanzi. In
quell'ora ultima, essa gli dava il convegno pel giorno seguente, se
era libera. Ogni volta la maliarda glielo diceva in un modo diverso: o
attraverso una frase ingarbugliata, in cui appariva una cifra, così,
stranamente, ed egli solo la intendeva: o sottovoce, in un soffio, che
egli solo ascoltava: o salutandolo, mentre egli s'inchinava
devotamente innanzi a lei: o con la massima disinvoltura, scherzando,
tirandolo da parte, come se continuasse lo scherzo e dicendogli
all'orecchio l'ora del convegno. Ah egli ne aveva di felicità, per
tutta la notte, andando a casa, ripetendosi quell'ora e rivedendo
l'adorata immagine che gliel'aveva data, come una magica promessa di
bene!

Quasi mezzanotte. Il fuoco si covriva di cenere, nel caminetto; la
stecca che sfogliava i libri era caduta dalle mani di Paolo, a terra;
non un rumore saliva dalla deserta via di Costantinopoli, dove egli
abitava; non un rumore nella sua stanza. L'ampio paralume concentrava
la luce in un cerchio presso la gran poltrona dove egli giaceva
sdraiato; e il resto della stanza era in penombra. Egli non vedeva
più, fra le palpebre socchiuse, le sferette dell'orologetto, su cui
ancora era fissato il suo sguardo; e tutto si era rallentato in lui,
il pensiero e il sentimento, nel sonnambulismo di una indicibile, ma
torpente amarezza. Era voltato sopra un fianco, con la faccia
appoggiata ai cuscini di raso e le mani abbandonate lungo la persona.
A un tratto, di lontano, gli parve che avessero aperta e richiusa la
porta di casa. Chi poteva venire, a quell'ora? Nessuno. Era una
fantasia. Ma poco dopo gli sembrò che si schiudesse chetamente la
porta del suo salotto e che un piccolo piede camminasse alle sue
spalle. Restò immobile, ascoltando, aspettando. E bene chiaramente,
bene limpidamente, egli udì la voce di Maria al suo orecchio, dirgli
questo, mentre vedeva, un po' velata, un po' imprecisa, la sua piccola
figura, innanzi a lui, col viso esangue, con gli occhi brillanti di
dolcezza e di malizia, piegarsi e dirgli questo e lui udire
perfettamente queste parole, da una voce che egli distingueva fra
tutte, dire questo:

--Domani, alle cinque.

Balzò dalla poltrona, come folle. Il lume urtato vacillò, fu per
cadere: egli lo rèsse, gittò via il paralume, si guardò intorno,
follemente. Non vi era nessuno. Eppure egli aveva visto Maria e udito
le parole, dalla sua voce:

--Domani, alle cinque.

Chiamò il servo, suonando a lungo. Quello venne, sonnacchioso. Non era
venuto nessuno? No, nessuno, proprio nessuno era entrato. No, no. Il
servo uscì. Paolo rimase, in mezzo alla stanza, tremante di terrore e
di gioia, poichè egli aveva inteso la voce di Maria, così precisa,
così nitida, dirgli le parole del convegno:

Domani, alle cinque.


II.

Tremante di terrore e di gioia! Tutta la notte egli sentì questa
duplice convulsione partire dalla più intima essenza della sua anima e
allargarsi nei suoi nervi e nel suo sangue: e fu pieno di sgomento ed
ebbro di felicità. Egli non volle lasciare quella stanza dove aveva
inteso, ancora una volta, quella cara voce seduttrice, dirgli le
parole che sempre avevano sconvolto il suo essere e che adesso gli
avevan dato l'indicibile tumulto interiore. Immoto nella persona e
pure fremente, egli udiva ancora le sillabe precise che gli davano il
convegno, che lo chiamavano alla consueta ora, quando già è declinato
il giorno, nella casa dove li conduceva l'amore e che egli non aveva
mai più riveduta, da che l'amore lo aveva abbandonato. Era la voce di
Maria quella che gli aveva parlato, all'orecchio, bassa, ma netta e
viva, battendo sulle lettere e sempre un po' imperiosa, malgrado il
velo della dolcezza. Tutta la notte egli stette cogli occhi fissi
sulla porta della sua stanza, come se ella dovesse apparirvi, come
l'aveva vista, alla mezzanotte, nelle fantastiche contemplazioni piene
di tristezza e di desiderio: e stette con l'orecchio teso, coi nervi
vibranti, come se ancora l'adorata voce dovesse ripetergli il giorno e
l'ora dell'amoroso convegno. Talvolta, la sua ragione tentava di
vincere questo tremore di paura e di piacere, per cui egli invocava la
presenza e la voce dell'amata, dicendogli che egli era solo, che niuno
entrava per andare da lui, che niuno parlava, e che la notte era alta
e la stanza si faceva fredda; ma l'uomo giaceva sotto l'impressione
indimenticabile di quell'avvertimento e di quell'invito, dove si
riussumeva ogni suo desiderio, dove si chiudeva il segreto unico della
sua vita. Nella notte gelida e nella solitudine, nel bizzarro giro dei
suoi pensieri e dei suoi sogni, egli credeva francamente che la donna,
che l'amata, fosse arrivata fino a lui, mirabilmente, misteriosamente,
per dirgli che ella lo voleva l'indomani, alle cinque, in quella casa,
come nel tempo che si amavano: e silenziosamente e quietamente era
sparita, detta l'amorosa parola. Lo credeva, poichè le ore notturne
nei loro singolari eccitamenti avevan vinto la sua fredda ragione: e
non si domandava, nelle esaltazioni tenere e appassionate, come ella
fosse giunta, come fosse partita: e vedeva solamente quell'ideal
piccolo volto esangue piegarsi verso lui e dirgli all'orecchio, che il
domani, alle cinque, l'amore lo chiamava, l'amore lo voleva.

Le bianche e tristi chiarità dell'alba diradarono la sua febbre e
calmarono i suoi sgomenti: la sua ragione parlò: e dopo che ebbe
eletto le sue calme cose, non restò, a Paolo, che l'ebbrezza della
felicità. Forse, Maria non era penetrata nel suo appartamento, in
quella notte strana, ed era una visione della sua fantasia, l'averla
vista accanto a sè, come nelle migliori sere della loro passione;
forse, Maria non aveva pronunziata, con la sua voce, quella parola
vicino al suo orecchio, ed era un inganno del suo udito, quel suono
lusinghiero. Che importava, però, il fatto materiale? L'appello vi era
stato, l'appello sentimentale di un'anima languente d'amore, l'appello
lontano a cui la volontà ardente dell'amore da tanta forza, che
l'altra anima lo sente, a traverso il tempo e a traverso lo spazio,
come se la persona e la voce fossero presenti. Talvolta, nel felice
tempo del loro amore, questo legame fra le loro anime e fra i loro
sensi, li aveva colpiti coi più bizzarri fenomeni di contemporaneità
spirituale: talvolta, l'uno aveva intuito il muto desiderio
dell'altro, essendo lontano: talvolta, l'uno aveva obbedito alla
volontà dell'altro, senza conoscerla. Il metallo delle loro anime,
troppo spesso si fondeva insieme, nel rovente crogiuolo dell'amore,
perchè i due metalli si dividessero, dopo, perfettamente. Si
rammentava, Paolo! E come la mattinata di questo suo grande giorno si
avanzava, egli riteneva sempre più fermamente che alla mezzanotte
Maria aveva pensato a lui con improvvisa passione e che aveva
vivamente invocato la sua presenza, per questo pomeriggio, alle
cinque. Ah, ella doveva averle ripetute a sè stessa, nella nostalgia
del bacio, le parole del convegno, le doveva aver dette con
quell'impeto e quella imperiosità che dicevano l'ardore della piccola
debole donna esangue, e l'amante lontano le aveva intese ripercuotersi
nel suo spirito, nitidamente, come un invito e come un ordine!

E perchè non avrebbe ella inteso, a un tratto, la perfida e crudel
donna, il rimpianto di un amore così schietto e così tenace? Non era
ella stata di una brutalità feroce, quando aveva voluto morto l'amore,
a qualunque costo, ostinandosi ciecamente nella sua ferocia,
calpestando ogni senso di bontà e di gentilezza muliebre? Non aveva
egli reagito, in tutte le forme, contro questa morte dell'amore, non
aveva egli esaurito le sue violenze e le sue lacrime? Non aveva egli
pregato alla porta di questa donna fragile e smorta, come un fanciullo
lasciato nella via, al freddo, alla fame e al terrore, senza che la
porta si aprisse mai più? Non aveva ella opposto la grande idea,
l'idea semplice, l'idea liberatrice, a tutti i furori e a tutte le sue
desolazioni, dicendogli: _non ti amo più_? Non aveva egli inteso,
ahimè, con tutte le più dure e le più gelide intonazioni, questa idea
semplice e definitiva e inappellabile: _non ti amo più_? Non aveva
egli sentito che tutto periva, in lui, uomo, giovane ancora, sano,
robusto, non corrotto; giacchè questa piccola donna capricciosa e
malaticcia lo aveva scacciato da sè, per sempre? Non aveva egli voluto
che tutto perisse, se veramente, nel tempo avvenire, questo amore non
potesse mai più rivivere? Nei mesi che trascorrevano, non vincendo il
suo dolore, ma addormentandolo, non era restato nel fondo di tutte le
amarezze, nella feccia di tutti i calici, una speranza lieve e breve,
ma viva, ma imperitura, che l'anima immortale di quella donna si
ricordasse un giorno di quell'amore, e lo rimpiangesse, e lo
desiderasse? Ebbene, ebbene, era accaduto il miracolo spirituale: il
tragico capriccio era fuggito e la crudel donna aveva sentito
intenerirsi quel suo piccolo cuore di pietra: ella aveva, forse,
pianto su sè stessa e sul fedele cuore di uomo che ella aveva gittato
via, nella strada: e a mezzanotte, in un momento di solitudine, Maria
era stata presa dal soffocante desiderio di essere ancora amata e di
amare ancora. Il fato si era compiuto: e Paolo non aveva sofferto
invano.

Egli visse, dunque, in quel giorno del convegno, in preda alla letizia
indicibile di un amore rinnovellato: e le ansietà e le trepidazioni
del primissimo loro convegno, di cui egli si rammentava, non avevano
il suggello di questa gioia suprema. Egli uscì tre volte di casa,
camminò per le vie, parlò con la gente, assorbito e sorridente, col
suo segreto che gli saliva alle labbra in parole di tenerezza e gli
velava gli occhi con lacrime di gioia: e tre volte tornò a casa sua,
tanto impaziente, tanto morente di amore e di felicità che, talvolta,
pensò non avrebbe avuto forza di resistere all'apparizione di Maria,
nella casa del loro amore. Era in questo momento che si concentravano
tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sogni. Si sarebbe egli
inginocchiato innanzi all'amata che ritornava a lui e le avrebbe
baciato il lembo dell'abito? Avrebbe egli detto, all'amata, una parola
di adorazione? Le avrebbe forse fatto qualche rimprovero per quel
lungo anno di dolore e di solitudine, a cui Maria lo aveva condannato?
No, no. Gli sarebbe, certo, mancata la voce, per dire nulla: gli
sarebbero, certo, mancate le forze per prostrarsi e adorare. Non
avrebbe fatto altro che aprire le braccia e chiudere sul suo petto
affannoso e scoppiante pel palpito, la cara piccola persona, deciso a
non lasciarla fuggire più, poichè ella era solamente il suo amore e la
sua vita. Nulla dirle: poichè niuna parola potea compendiare quello
che egli aveva sofferto e quanto era felice. Chiudere nelle sue salde
braccia la diletta, null'altro: e tacere: e lasciare che scorressero
le ore e il tempo, senza sapere di esso: e credere che il mondo fosse
chiuso in quell'abbraccio. Quando egli si fermava, col pensiero, con
la fantasia, su questo minuto profondo e intenso, egli abbassava il
capo e impallidiva mortalmente. Queste emozioni, qualche volta, sono
superiori alle forze umane.

Erano le tre e mezzo quando, lentamente, per calmare la sua
esaltazione, Paolo si avviò alla casa del loro amore. Non era molto
lontana, proprio nel centro della città e nel mezzo di una via
popolosa. Allora, Maria aveva preferito che fosse così, ella che
odiava la campagna quanto odiava il mare: e voleva aver l'aria
disinvolta di una signora che passeggia, o che va a visitare una
signora sua amica, mentre si recava al convegno di amore. Egli aveva
obbedito, schiavo di tutte le volontà della delicata e pallida donna:
e il loro nido era posto in un qualunque volgare ambiente, circondato,
sopra e sotto, da volgare gente. Soltanto che Paolo vi aveva profuso
internamente, non il lusso, ma la gentile poesia di un'anima presa e
che non vive che per le feste dell'amore. Giammai le tende che
velavano le finestre delle tre piccole stanze si levavano, per paura
di farsi vedere, le pareti erano foderate di stoffe leggiadre e i
tappeti non facevano udire il rumore dei passi. Ebbene, dal giorno in
cui era stato abbandonato da Maria, Paolo non vi era mai più tornato.
Ne portava sempre la chiave in tasca, devotamente: ma non osava
neppure accostarsi al portone di quella casa, senza sentire il
ribrezzo della paura e un cocente dolore togliergli ogni forza.
Spesso, nelle sue crisi più terribili, egli aveva pensato di andare
colà, di salire nel tempio, di lacerare i veli e le stoffe,
d'infrangere le statuette e le porcellane, di spezzare ogni cosa e,
devastato tutto, di richiudere per sempre quella porta e fuggire.
Spesso, nelle sue ore desolate, egli aveva pensato di andare a
piangere colà, solo, solo, solo, sperando che quel fiume di lacrime
avrebbe deterso la torbida anima sua e l'avrebbe rinnovata. Ma non ne
aveva avuto il coraggio, mai. La casa era chiusa da un anno. Anche
Maria aveva una chiave. Ella, certo, non vi era tornata, mai. Ma vi
sarebbe andata oggi, lo aveva avvertito, ed egli, vinto il terrore di
ritornare colà, vi andava con l'ebbrezza dell'amante felice, le cui
braccia già si stendono all'abbraccio, le cui labbra già si protendono
al bacio.

Pure, innanzi al portone, ebbe un singolar trasalimento. La sua
emozione era diventata acuta e il respiro gli mancava. Era quasi sera,
già. Faceva freddo, ma egli affogava di fiamme che gli invadevano il
sangue. Non intese mai come fosse salito, a quel terzo piano. Quando
fu innanzi alla porta, vacillò. Il suo amore lo faceva agonizzare
prima del tempo, dunque? E che sarebbe stato, fra un'ora, alle cinque,
quando Maria, Maria sarebbe entrata da quella porta e gli sarebbe
caduta nelle braccia? Vacillando, egli mise la chiave nella serratura;
questa stentò ad aprirsi. Pensò, un istante che gli parve lunghissimo,
eterno, che quella porta non si sarebbe aperta mai. Ma si schiuse:
egli vide innanzi a sè il vano nero: e vi entrò: quasi, vi si
precipitò: e la porta si richiuse, dietro a lui, con un bizzarro
fragore.

Ah quando egli fu dentro, nell'oscurità, nel silenzio, e quando gli
ebbe fatta un po' di luce, con le mani tremanti che tentavano
accendere la candela e quasi non vi riuscivano, quando gli ebbe dato
uno sguardo intorno, egli richiuse gli occhi, per non vedere, e si
lasciò cadere, sfinito, sopra un divano, nascondendo la faccia fra le
mani. Fra un'ora ella doveva qui venire, la diletta. Ma come tutte le
cose parlavano di lei, prima, sempre, parlavano alto, insieme, di lei,
solo di lei, dell'amore, del solo amore, dell'unico amore, che era
lei! Qui, sulla spalliera del divano dove egli appoggiava la testa,
ella soleva appuntare gli spilloni del suo cappello, per ritrovarli
subito, quando voleva scappar via: e ancora vi era un mezzo spillone,
rotto, nella fretta di strapparlo. Ella sarebbe venuta, più tardi,
cara, piccola, affascinante: ma ella era già là, in quella fotografia
sul tavolino, nella brillante cornice d'argento che circondava la
testina dai nerissimi, lucidi e fini capelli, che ne delineava il
profilo sottile mostrando lo sguardo un po' levato, dolcemente,
maliziosamente e l'angolo di un sorrisino delicato, sulla delicata
bocca. La fotografia non portava nome di dedica: ma ella vi aveva
scritto il suo nome e la parola _sempre_. Lei, sempre, sì, sempre e
sopratutto, ma specialmente qui, sull'ampio divano dove erano ancora
ammucchiati i cuscini, come essa li aveva lasciati l'ultima volta: e
uno portava la forma della sua testa, ancora, ancora! Ah egli non
resistette a quella impronta del raso, dove la testina si era posata,
egli si trascinò là innanzi e vi cadde in ginocchio e baciò lievemente
quella impressione concava, temendo che un troppo rude bacio la
distruggesse. Un singhiozzo di amore, di gioia e anche di sommo dolore
gli sollevava e gli spezzava il petto. Qui, era la casa, era il nido,
era il santuario, dove egli aveva vissuto il tempo più inebbriante
della sua vita: qui, egli aveva raggiunto quel supremo limite
dell'umana felicità, che pare voglia infrangere l'umana natura cui è
dato arrivarvi: qui, solamente, egli aveva inteso che la esistenza non
è un gretto e miserabile volger di giorni, ma che ha una sublime
ragione di essere, quando l'amore la nobilita e la slancia nelle
armonie infinite, dove l'anima trascina e purifica i sensi! Quante
donne erano passate, nella sua vita? Tre, quattro forse; e anche egli
le aveva amate, forse. Dove erano questi glaciali fantasmi? In quale
tomba erano spariti? Qual nome portavano? Egli non se ne ricordava
più. Già, le aveva dimenticate subito, come Maria gli era apparsa e
piaciuta. E invece lei, lei, perfida e crudele, lei che egli non
vedeva da un anno, lei che lo fuggiva, beffandosi di lui, era così
trionfante, ancora, sempre, non nella memoria soltanto, non nelle
testimonianze del passato solamente, ma nel presente, ma in quel
minuto, che a lui bastava vedere l'angelo dal fine sorriso, sulla
fotografia, per fremere di amore desideroso; e bastava di vedere la
traccia della sua testina sul raso abbassato del cuscino per
sussultare di passione, di voluttà e di un ignoto spasimo! Ah, egli lo
sapeva che quella casa, che quell'ambiente gli avrebbero detto la
grande verità, la verità unica, la verità innegabile, che egli viveva
solo per l'amore di quella donna e che senza quell'amore egli non
poteva vivere; lo sapeva bene ogni mobile, ogni stoffa, ogni piega del
merletto, il profumo antico ma persistente di tutto quello che ella
aveva toccato, gli avrebbero parlato di una seduzione unica, di un
fascino unico, di una voluttà unica, di una passione unica! Perciò,
nell'ora della desolazione e dell'abbandono, non aveva osato venirci:
perciò vi era venuto solo per aspettarla.

Erano le cinque, l'ora del convegno. Egli balzò in piedi, tendendo
l'orecchio. Nessun rumore. Passarono dei minuti; poi, varii minuti;
poi, molti minuti. Ritto, immobile, in mezzo alla stanza, rigido di
ansietà, egli aspettava. Nulla. Udì, una volta, un passo: ma nessun
giro di serratura vi corrispose: e la sua persona s'irrigidì, di
nuovo, in una intensità terribile di aspettativa. Nulla. Si mosse:
andò sino alla porta, origliò, se per le scale alcuno salisse. Nulla.
Andò presso alla finestra, sollevò una tenda, guardò nella via: i
passanti erano rari, rarissime le donne, niuna si fermava. Talvolta,
prima, tardava; anche oggi, dunque, poteva tardare. Cavò il suo
orologio e si mise a seguire le sfere del minuti secondi col tichettìo
che gli cresceva di fragore, nel cervello. Guardava, ma non vedeva:
sentiva che il tempo passava, ecco tutto. Minuti secondi, minuti
primi, ore? Tempo che passava. Adesso quel silenzio, intorno, lo
terrorizzava; e uno strazio nasceva, germogliava, cresceva dal fondo
del suo essere convulso. Nulla, intorno. La candela ardeva, con un
battito leggiero e appena diradava le ombre. Le altre stanze erano
oscurissime. Non le aveva visitate, preso e vinto dall'attesa. Ora,
non levava gli occhi verso esse, come se racchiudessero paurose e
terribilissime cose. Volle provare a parlare, per dar della vita a
quella stanza oramai tetra e taciturna: ma la voce non gli uscì dalle
labbra. Avrebbe voluto andare ad aprire la porta, così per farla
entrare più presto: ma una misteriosa volontà lo inchiodava al suo
posto. Quanto tempo? Lo ignorava. Aspettava il suo unico amore e la
unica donna. Non conosceva altro. Ella doveva venire, poichè lo aveva
detto e poichè lo aveva chiamato, alla mezzanotte del giorno prima,
dandogli il convegno. Forse era in via; forse già arrivava; forse era
quello il suo passo. Egli aspettava, la creatura, unica, la sola per
cui egli vivesse, la sola per cui egli avesse del sangue nelle vene e
un palpito nel cuore: Maria.

       *       *       *       *       *

Egli non si levò dal divano dove si era buttato, che udendo battere
mezzanotte a una chiesa poco lontana, con suono cristallino. La
candela era quasi consumata. Maria non era venuta. Freddamente si
rammentò tutto quello che era accaduto, fra loro, nel passato, come se
ne vedesse la rappresentazione in uno specchio: egli si guardò
attorno, freddamente, trovando sopratutto quell'amore e quella donna
riflessi e viventi e pur finiti, dapertutto. Poi, si ricordò quello
che aveva visto e inteso la notte prima, il convegno datogli da una
voce che _pareva la sua_, il convegno a cui era venuto,
ineluttabilmente. E intese subito. In quella casa, gli aveva dato
convegno la Morte.



L'INELUTTABILE.

_(Miss Geraldina)._


Miss Geralda Fitz-Gèrald, di Gèrald Castle nel Somerset, per
diminutivo vezzoso chiamata miss Geraldina, passava nove mesi
dell'anno in Italia, e gli altri in viaggio sempre altrove che in
Inghilterra. Miss Geraldina non amava punto il suo paese e non vi
ritornava che malvolentieri, una volta l'anno, per tre o quattro
giorni. Faceva i conti coll'intendente, firmava i nuovi contratti coi
suoi affittaiuoli, visitava Gèrald Castle, visitava la sua vecchia
matrigna lady Hilda Brosborough, visitava il cimitero dove dormivano
suo padre, sua madre e tutti i Fitz-Gèrald suoi antenati, lasciava una
grossa elemosina al Pastore, e partiva senza aver voluto vedere
nessuno. Miss Geraldina era ricca, possedendo per sè sola ottantamila
lire di rendita; era senza fratelli, senza sorelle, senza parenti
poveri che la seccassero, e a ventotto anni, era perfettamente libera
di andare, venire, viaggiare, dove le paresse e piacesse. Miss
Geraldina conosceva e parlava cinque lingue; aveva studiato il canto,
il pianoforte e l'arpa; era un'acquarellista molto abile; aveva molto
spirito e lo manifestava in tutte le forme: dallo spirito secco e
caustico allo spirito placido e bonario. Miss Geraldina aveva delle
idee. Miss Geraldina pensava.

Miss Geraldina a diciotto anni pesava novantacinque chilogrammi, a
ventidue ne pesava cento, a ventotto ne pesava centoquindici. A
centoquindici si era fermata da un anno e pareva che non ingrassasse
più. Era naturalmente e mostruosamente grassa. Aveva la diffusione
eguale e permanente della grassezza, per tutta la persona;
l'uniformità del grasso; era un grasso coscienzioso ed onesto che si
allargava dapertutto, senza parzialità. Grasse le braccia, come le
spalle; grasse le mani come i piedi, grasse le guancie come il collo.

In questo modo, a prima vista, non si distinguevano le forme del suo
corpo, ma si percepiva confusamente una massa informe, semovente a
stento: un testone grosso, grasso e rotondo, quasi affogato nelle
spalle che salivano: sulla testa un treccione nero, che per quanto
fosse folto, pareva miserabile, come una corda sdrucita. Gli occhietti
neri, vivaci, troppo piccoli, scomparivano nel grasso della faccia,
sembravano due bucherelli neri; il naso rotondo, come senza ossa,
lucido, polputo nelle nari, era sommerso fra le due masse carnose
delle gote. La bocca troppo piccola, troppo infantile, era sempre un
po' schiusa di traverso, per respirare: un primo mento piccolo,
bambinesco, giaceva sopra un secondo, largo come una collana. Di collo
solamente una linea. Poi un corpo quadrato, largo, senza linea di
cintura, senza curva di fianchi, con due grosse travi per braccia, con
due masse di grasso per mani, un grasso roseo, tutto pieno di
fossette. Nessuna curva, nessuna linea spezzata. Il cubo--e
nient'altro.

A cagione di questa sua formidabile persona, miss Geraldina non poteva
fare moltissime cose che le altre ragazze fanno. Non poteva, per
esempio, vestirsi in nessun altro modo, che con una larghissima veste
da camera, in lana, a pieghe profonde, serrata con un cordone dove
avrebbero dovuto essere i fianchi: veste senza ornamenti, senza balze,
monacale. Le erano inibiti la seta, il raso, il velluto che disegnano
le forme; i merletti che ingrossano la persona. Questa veste doveva
essere per forza nera, o molto scura; sarebbe stato ridicolo portare
un colore chiaro, che raddoppia le proporzioni. Di goletti in
merletto, di cravatte a cappii vistosi, non se ne parla: la
straziavano. Appena una linea di goletto, dritto, in tela bianca: e
spesso per quello stringimento, le saliva il sangue alla testa, il
viso si faceva scarlatto e il naso cremisi. Pei cappelli, era un affar
serio; piccoli, erano ridicoli; grandi, ridicolissimi: non si trovava
una forma che le andasse, senza sfigurarla troppo. Miss Geraldina
aveva finito col portare una cuffia in velo nero come le portano le
vecchie nonne. Aveva da tempo rinunziato a tutti gli ornamenti, fiori,
piume, nodi di nastro, gioielli, spilloni: poichè tutte queste cose
minute ed eleganti erano sproporzionate a quell'adipe. Così non poteva
portare gli stivalini bizzarri, dalla suola inarcata, dal tacco
svelto: non ci si reggeva sopra, e portava le scarpe di panno, molto
forti, a doppia suola e senza tacco. Così non poteva infilare quelle
dita simili a salsicciotti nei guanti di seta, di camoscio, di
capretto, poichè li faceva crepare su tutte le cuciture; invece
portava i mezzi guanti di filo nero, quei mezzi guanti borghesi che
servono a deformare la mano.

Naturalmente miss Geraldina non andava mai al ballo, poichè sarebbe
stato buffo, solamente l'immaginare quella massa in giro per un
_waltzer_. Buffo e spaventoso. Non potendo usare altra acconciatura
che il suo sacco di lana nera, ella non andava ai concerti, non andava
a nessuno spettacolo pubblico, dove la _toilette_ è di obbligo. Che
lei cantasse, che lei suonasse il pianoforte, che lei suonasse l'arpa,
nessuno poteva saperne nulla, poichè niuno pensava che un elefante
mormorasse le romanze di Tosti, che un elefante facesse scricchiolare
la sedia del pianoforte ed i tasti, per suonare una polka di Chopin,
che un elefante osasse sedersi presso l'arpa e abbracciarla e trarne
suoni divini. Alle esposizioni non andava, poichè non poteva molto
camminare e le poltroncine giranti non la contenevano; così non andava
mai a visitare i musei. In conversazione non andava, poichè il moto di
stupore e quello di terrore talvolta, d'ogni nuova presentazione,
erano cose non destinate a farle buona impressione. Non usciva se non
in carrozza, una carrozza speciale, bassa di montatoio, larga di
cuscini, dove lei si distendeva, sola, in tutto il torpore della
propria persona.

Naturalmente miss Geraldina non aveva amiche. Nel suo passato
giovanile due o tre disinganni amari le avevano fatto intorno questa
solitudine femminile. In fondo all'affetto di tutte le sue amiche essa
aveva trovato, o la falsità, o la compassione. Ed anche la
compassione, per quanto ella sopra i nervi avesse quel settemplice
strato di grasso, non le andava a' versi. Poi il paragone delle donne
sottili, magre o anche grassottelle ma gentili, non era fatto per
allietare il suo spirito, ed essa aveva, a poco a poco, ferite una ad
una le amiche, con la sua acredine. Tutte si erano allontanate,
mormorando: "quella specie di mastodonte sembra buono, ma è maligno."

E neppure gli uomini amava miss Geraldina. Sfuggiva la loro compagnia,
sempre, dovunque; sfuggiva le presentazioni, le nuove conoscenze. Essa
non credeva alla loro bontà, quando le si mostravano premurosi e
cortesi: pensava che lo facessero per interesse e li disprezzava;
pensava che lo facessero per pietà e ne aveva sdegno. Forse, preferiva
quelli che la burlavano apertamente, che la guardavano con aria
ironica, che la squadravano fra loro, additandosela e soffocando le
risate. Mai miss Geraldina si sarebbe maritata. A farle la corte, non
pensava nessuno. In verità era troppo enorme perchè si potesse
concepirla maritata. La cieca ispira una gentile pietà, la gobba ha lo
spirito e la malignità per sè, la zoppa può dissimulare il suo
difetto, tutto può essere nascosto o attenuato, ma l'esagerazione del
grasso non si nasconde, non si attenua. È ridicolo. È ridicolo per
ogni chilogrammo, per ogni palmo, per tutta la sua estensione, per
tutta la sua enormità. È ridicolo ed è volgare. E per quanto le
ottantamila lire fossero lì per sollievo, niuno osava affrontare tanto
ridicolo e tanta volgarità. Miss Geraldina lo sapeva; richiesta,
avrebbe rifiutato. Ma non la chiedevano.

Così questa giovane miss inglese viveva singolarmente, in Italia, a
Sorrento, in un albergo, dove aveva bisogno di sedie fatte apposta, di
letto fatto apposta, tutto vasto, tutto solido. Pranzava nella sua
stanza, sola; leggicchiava storie d'amore che non la riguardavano e
versi che nessuno mai le avrebbe mormorati; canticchiava ritornelli
amorosi; dipingeva all'acquerello qualche veduta di Sorrento; sempre
sola. Non scriveva mai, perchè non doveva scrivere a nessuno e perchè
scrivere le faceva venire l'affanno. Non cuciva nè ricamava perchè era
inutile. Non piangeva perchè non aveva per chi piangere; non rideva,
perchè il suo destino era di far ridere.

Questa miss Geraldina Fitz-Gèrald di Gèrald Castle nel Somerset, morì
a trentaquattro anni, dopo due anni di una crescente malattia di
cuore, che le toglieva il respiro. È la malattia dei grassi. Di rossa
divenne gialla; invece di dimagrare si gonfiò tutta. Nell'albergo dove
morì, dovettero ordinare una cassa grandissima per chiudervela dentro.
Io l'ho vista questa morta. Sulla larga faccia, simile a quella di
certi angioloni di marmo diventati gialli col tempo, sulla larga
faccia bonaria stava il rancore doloroso di un essere innocente,
inoffensivo, colpito da una grande ingiustizia.



IL SEGRETO.

_(Cariclea)._


Nella camera chiusa, in quelle giornate di agosto, si soffocava; al
mattino vi ronzavano pesantemente le mosche, attirate dalla
zuccheriera scoperta sul comodino, dal bicchiere di aranciata, dallo
sciroppo di codeina che stillava dal collo di una bottiglina e
dall'odor grave di malattia che era nell'aria. Esse si posavano sul
volto bruno dell'ammalata, dai pomelli arrossati, mentre ella dormiva,
gittata in quei torpori profondi che sono il preludio della morte: il
figliuolo invano le scacciava con un ventaglio, esse ritornavano a
posarsi su quelle labbra semiaperte da cui sfuggiva breve, rôco,
rantoloso, il respiro. Di sera non si poteva aprire la finestra, non
un filo d'aria entrava ad agitare la fiammella diritta; di sera, vampe
di calore, fra cui mettevano una nota acuta l'acqua di finocchio e il
catrame distillato, salivano al cervello di Pietro, il figliuolo che
vegliava sua madre. Il silenzio della camera era rotto dal rantolo
cupo o dal fischio sottile di quei polmoni agonizzanti; era rotto
dallo scoppio di quella tosse dura, insistente.

Egli vegliava, tenendo lo sguardo fisso, immoto, sulla faccia di sua
madre. Pareva volesse scolpirsi in mente quel volto affilato,
diminuito dal male, volto di cui già alcune linee erano diventate
immobili. Egli sapeva che la madre moriva; lo sapeva, e l'anima sua lo
mormorava a sè stessa, quasi per convincersene. Non una lagrima saliva
agli occhi riarsi di quel figlio, non un singulto lacerava il petto di
quel figlio. Era stupefatto. Egli viveva, quasi pietrificato, in
quella stanza, andando, venendo, porgendo le medicine, porgendo da
bere, accomodando i cuscini, aiutandola a sollevarsi. Viveva come un
sonnambulo, con gli occhi spalancati e fissi, prestando tutte le cure
più affettuose e più umili, lentamente ma carezzevolmente, meglio di
una donna, senza parlare. Non si scuoteva, non trasaliva, avendo
costretto all'indifferenza il proprio viso; solo quando la tosse si
faceva sentire, egli impallidiva lievemente e voltava la testa in là.
Mentre la madre giaceva in quei torpori che lo spaventavano, peggiori
della veglia, egli pensava. Che madre era stata quella per lui! Per
lui quella era la madre delle madri, era stata l'amor materno come
idea fissa, l'amor materno come follia. Dalla nascita fino a quelle
ultime giornate, così monotonamente disperate, non si erano lasciati
mai un minuto, madre e figlio. Aveva dormito fino a dieci anni nel
letto della madre, con la testa appoggiata sul petto di lei; dopo,
nella stessa stanza; dopo, nella stanza accanto, con la porta aperta,
parlandosi. Ella lo aveva salvato da tutte le terribili malattie
d'infanzia, pregandogli la vita con la voce, comunicandogli la vita
con lo sguardo magnetico, soffiandogli la vita col respiro; aveva
preso da lui una volta il vaiuolo, una volta il tifo. Ma essa si
ammalava pel figlio e guariva pel figlio. Ella lo conduceva a scuola,
sotto la pioggia; ella veniva a riprenderlo. A casa studiavano insieme
le lezioni e lei si stillava il cervello come lui sui problemi di
aritmetica. Pietro era impertinente, nervoso; la madre lo sgridava,
poi piangeva, e lui scoppiava in lagrime. Andavano insieme a
passeggiare, Pietro bello ed elegante, cogli abitini che ella gli
cuciva, lei dimessa e sorridente. Parlavano insieme lungamente, nei
tramonti estivi, il figlio abbracciato alla madre, guancia a guancia;
ella gli diceva con la voce bassa dove mormoravano le note
dell'intimità, tutto quello che vi è di bello e di brutto nella vita.
Il figlio ascoltava, senza rispondere; poi con la mano accarezzava la
faccia della mamma e talvolta la trovava bagnata di lagrime. La mamma
non gli parlava mai di sè, mai del proprio passato, mai della propria
vita; gli parlava di lui, dell'avvenire. Talvolta, più grandetto, egli
domandava:

--Dimmi di te, mamma buona.

--No; non serve,--rispondeva lei brevemente, mentre un'onda di pallore
le saliva al viso.

Tale madre era stata la moribonda per lui; madre per il cuore, madre
per la mente, madre per il corpo, madre per il sacrifizio, madre per
la stravaganza dell'affetto, madre per l'immensità della passione. Il
figliuolo le rassomigliava tratto per tratto, tanto era stato _fatto_
da lei. Nell'anima era come lei, tanta era stata la trasfusione del
pensiero e del sentimento. Fra quei due vi era un continuo scambio di
vita. Si sorridevano col medesimo sorriso; si guardavano e l'idea
andava dall'uno all'altro, senza bisogno di parola. Ancora egli sedeva
ai piedi della madre e le appoggiava il capo sulle ginocchia, mentre
la mano delicata e lieve di lei gli carezzava i capelli, mentre la
voce bassa susurrava a lei le parole della vita--ma questo bambino era
un uomo, a diciannove anni, forte, virile, coraggioso, apprezzatore
sereno degli uomini e delle cose. D'un tratto, come se finita l'opera
sua, la madre non avesse più ragione di vivere, tutte le forze della
sua robusta salute declinarono: parve colpita fatalmente e
sicuramente.


Come la morte si avvicinava, questo scambievole amore di madre e di
figlio aumentava d'intensità senza parole, straziante e profondo.

--Mamma, mamma,--si ripeteva egli a sè stesso sperando di impazzire a
furia di ripeterlo.

E le girava attorno, incapace di lasciarla un minuto. Ella lo guardava
fisamente concentrando nello sguardo tutto il suo amore.

--Come ti senti, mamma?

--Meglio.

--Mamma cara, mamma bella....

E il figliuolo nascondeva il capo nei cuscini. Poi venivano certi
lunghi e paurosi silenzi che lo sgomentavano.

--Dimmi qualche cosa, mamma....

Ella faceva cenno che non poteva, chiudeva gli occhi, crollava il capo
come stanca. Sempre quel sonno penoso, in cui la faccia s'induriva, le
palpebre socchiuse, la bocca storta, la testa inclinata sul lato
destro, poichè il polmone sinistro era consumato.

--Mamma....--mormorava il figlio, piano.

E lei, svegliata, conservava quella durezza di tratti, gli occhi fissi
e vitrei.

--Mamma, parlami, dimmi....

Talora quando la vedeva così ritirata in sè stessa, l'anima lontana,
con quella indifferenza suprema per cui la mente sembra già staccata
dalle cose terrene, con quel disinteressamento per cui il morrente
pare già fatto cosa di un'altra sfera, pare già in alto, trattenuto
appena da un filo invisibile, egli la chiamava, disperato, con la voce
turbata con cui il Redentore dovette chiamare Lazzaro:

--Mamma, mamma!

Ella viveva ancora. Si pigliavano per mano: Pietro le parlava
sottovoce, come un bambino, pieno di carezze nella intonazione,
dicendole che l'amava, che le voleva bene, che l'adorava, che la
idolatrava, che era la sua mamma cara, unica, immensa. Ella stava a
sentire, come rianimata da quella voce tutto amore, respirava meglio,
la mano non bruciava più tanto, la fronte non aveva più quei sudori
gelati. Ma quando, in fondo alle parole del figliuolo, ricompariva,
inconscia ma fatale, quella interrogazione; quando quel _dimmi_, vago
ma insistente, ritornava sulle labbra del figliuolo, quando la
curiosità ardente e latente trapelava da quanto egli dicesse, allora
ella si riversava sui cuscini, chiudeva gli occhi, voltava la testa,
come se scegliesse la posizione per morire in pace. Se lui, cieco,
disperato, mosso da un istinto egoistico o da un istinto amoroso
insisteva su quel _dimmi, dimmi_, un lamento tetro usciva da quel
petto distrutto, un lamento di anima morente e disperata. Il figlio
taceva, mortificato, avvilito.

E per dieci giorni, fra questa madre e questo figlio che si adoravano,
fra questa madre che non voleva morire per amore e questo figlio che
non voleva farla morire per amore, una lotta muta e terribile fu
combattuta.

Il segreto si ergeva grande, possente, feroce fra loro, il segreto che
faceva balbettare quel figliuolo ai piedi del letto di sua madre,
mentre lei si rigettava nell'ostinato mutismo dell'agonia. Fu una
lotta accanita, in cui l'anima umana mostrava tutta la sua dolcezza e
tutta la sua mostruosità, in cui l'amore era egoismo e l'egoismo
amore.


Ardeva la sottile fiammella della candela. Dalla via saliva il suono
di un organetto che mandava nell'aria le note di una _mazurka_. Nella
stanza soffiava la morte. Ella aprì gli occhi.

--Perchè hai spento il lume, Pietro?

--Dio! non vede più il lume! mi muore, dunque,--pensò lui.

E allora, buttato accanto al letto, perduto nell'immenso dolore della
sua vita, smarrito dalla solitudine in cui entrava, gridando,
piangendo, strappandosi i capelli, singhiozzando, gli salì alle labbra
la domanda che mai aveva osato pronunziare:

--O mamma bella, dimmelo! O mamma buona, mamma del cuore, mamma,
dimmelo! Non vorrò bene che a te, non amerò che te, dimmelo! Per pietà
di tuo figlio, dimmelo! Se mi vuoi ancora bene, dimmelo! Mamma, mamma,
dimmi il nome di mio padre.

Ella gli spalancò in volto gli occhi vitrei, aprì la bocca per pigliar
fiato:

--No,--disse con la voce confusa e pastosa dei morenti.

Poi, volto il capo, dette tre gridi lunghi, striduli, strazianti; non
respirò per un minuto secondo; tastò vagamente il lenzuolo con le
dita; respirò fortemente e morì.



L'ULTIMA LETTERA

_(Angelica)._


                _Signora_,

Voglio scrivere a voi, in quest'ora di morte. Non voglio mandare a mio
padre, così amabile e così indifferente, così indulgente e così
freddo, l'ultima mia parola: non a mio marito, tanto cortese e tanto
crudele, voglio scrivere io, per dargli l'ultimo saluto. Quando
sentiranno che io mi sono uccisa, ne avranno grande sgomento, perchè
la morte fa paura agli indifferenti e ai crudeli: dopo, diranno che
_così dovea finire_. Dieci lettere, mille lettere, scritte nel dolore
di questa lenta agonia, innanzi alla piccola rivoltella scintillante
come un prezioso gioiello, non giungerebbero a dare a mio padre, a mio
marito, la pietà, o il rimorso. La loro glaciale e confortante ragione
ripeterebbe loro che _dovea finire così_ e lo strazio mio soffrirebbe
una postuma ingiuria. No, no, ad essi non voglio scrivere nulla. Solo
a voi, signora, mentre non vi conosco, mentre non mi conoscete, voglio
dire che muoio, uccidendomi, voglio dire perchè mi uccido. Vi è un
uomo che adoro, Francesco Sangiorgio: ma è inutile che io gli scriva,
è inutile che io gli mandi l'estremo addio, è inutile che io gli
raccomandi la mia memoria, è inutile tutto. Francesco Sangiorgio vi
ama: voi lo amate. Ecco perchè tutto è inutile, il mio amore come il
mio dolore, la mia vita come la mia morte. Egli vi ama e voi lo amate:
ecco perchè debbo morire. Scrivere a voi, significa scrivere a lui:
voi siete lui. Gli leggerete questa lettera: la leggerete insieme. E
il soffio tragico della morte che ne spira, darà un sapore più
profondo di emozione ai vostri baci; la immensa dolcezza della vostra
passione avrà una vena di amarezza, che legherà più solidamente i
vostri cuori; all'impeto dell'amore, si unirà il supremo orgoglio di
aver fatto soffrire, l'orgoglio che hanno le persone più buone e più
dolci: egli vi sembrerà più bello, più nobile, più degno di essere
amato, poichè non ha saputo tradirvi e ha lasciato che me ne andassi
alla morte; voi gli sembrerete più bella, più cara, più preziosa,
poichè una donna è morta per voi. Per voi muoio, signora: morire per
voi, significa morire per lui: voi siete lui. E le ultime torbide
visioni di quest'ora terribile, queste visioni che mi fanno fremere di
angoscia, di gelosia, di odio, mi mostrano sempre voi e lui, sempre
insieme; e le schernitrici visioni mi dicono che, morendo, io vi
unisco più saldamente, che eravate amanti e che io vi rendo compiici.
Oh Dio, Dio, Dio, non avere scampo neppure nella morte!


Signora, vi odio. Mi hanno detto che siete stata amata, che uomini
austeri hanno singhiozzato d'amore alle vostre ginocchia: so che
Francesco Sangiorgio vi ha dato tutto sè stesso, nell'abbandono della
più ardente passione. Ma nessuno amore del vostro passato e del vostro
presente può arrivare alla misura dell'odio profondo, cieco,
invariabile che trabocca dal mio cuore per voi: ma tutti gli amori
presi insieme, compreso quello di Francesco, non giungono all'altezza
del mio odio. Ho ventiquattro anni: sono piena di gioventù e di
salute: ho dritto alla mia parte di gioia, di felicità--eppure debbo
morire disperata, senz'avere avuto il conforto di un bacio, senza
sperare il conforto di un rimpianto. Muoio a ventiquattro anni, lascio
la mia famiglia, la mia casa, il mio paese dove è tanto sole e sono
tanti fiori, me ne vado nella morte, sette palmi nella terra nera e
pesante, chiusa in una bara di legno, nell'ombra eterna, nella morte,
nella morte: e questo per voi, e per questo vi odio, così mortalmente
vi odio, che il mio sangue abbrucia e le mie tempie scoppiano, quando
l'anima mia pronunzia il vostro nome. Vi odio. Se voi non foste, ora,
non morirei: se voi non foste, Francesco Sangiorgio mi avrebbe amato.
Era l'uomo del mio cuore, Francesco: era l'uomo dell'anima mia,
destinato a me dalla legge arcana della passione e voi me lo avete
tolto, per sempre. Sentite, sentite, quando io penso al passato tutta
la mia collera si abbatte e si trasforma in una tenerezza immensa,
tutte le lacrime della mia esistenza piovono dai miei occhi e io
piango già--saranno le sole lacrime versate su me--su questa povera
creatura a cui hanno portato via l'unica forza e l'unica speranza. Ah
signora, signora, che siete così dolce, così soave, così umile, che vi
chiamate Angelica, come avete potuto far questo, come avete potuto
volere la morte di una donna, di una cristiana, perchè mi avete fatto
questo, voi che siete una buona e mite anima femminile? Signora,
signora, voi siete innocente: ma veramente, ve lo dico, voi avete
armato la rivoltella che mi deve uccidere e voi mi avete detto che
debbo morire.


Poichè, se voi non foste, egli mi avrebbe amata. Ci conoscevamo da
tanti anni, siamo nati nello stesso paese e nello stesso anno, amiamo
le stesse cose, abbiamo insieme desiderato un ideale di esistenza più
buono, più semplice e più intimo. Mi avrebbe amata! Io conosceva tutto
il morboso vagabondaggio del suo spinto irrequieto e dolente; io
conosceva tutte le miserie di una volontà ribelle, di un ingegno
potente e incompleto, di un cuore che fluttuava fra il cinismo e
l'entusiasmo; e dove il mondo lo misconosceva e lo biasimava, io aveva
pietà per questa nobile tempra di uomo, in lotta con le idee e con le
cose.


Egli mi conosceva: egli aveva pietà di me! Francesco Sangiorgio sapeva
che sotto la vivacità insolente dei miei discorsi e del mio sorriso,
si celava la piaga insanabile di una esistenza sbagliata; egli sapeva
che la seducente dama che appariva a tutti i teatri, a tutte le feste,
sempre lieta, col diadema fulgente sui neri capelli, tornando a casa,
soffocava i suoi singulti nell'origliere, piangendo sopra la vita
frivola e sciocca che faceva; egli sapeva che non avevo conforti nè
dalla ricchezza, nè dal nome, nè dai trionfi della vanità, perchè
l'anima vuole il suo pascolo, perchè è l'amore che serve all'anima,
perchè niuno sfuggirà a questa necessità dell'anima. Come egli aveva
compassione di me! io leggevo nei suoi occhi, quando mi guardava, una
così infinita tristezza, che mi faceva fremere di dolore: io sentiva
tale compassione, nella sua voce, quando mi parlava, che mi veniva una
disperazione immensa, come se tutte le sorgenti segrete della mia
infelicità fossero interrogate, insieme. Ah egli era il fratello
dell'anima mia, era il mio fratello e il mio amante, il mio protettore
e il mio sposo: i suoi occhi eran tristi tanto, guardandomi, e la sua
voce era triste, parlandomi, perchè egli doveva essere il balsamo
malinconico delle mie sofferenze--e l'ho perduto, l'ho perduto! Una
sera di estate, mi rammento, io sono escita sulla terrazza della mia
villa, lasciando nel salone tutti i miei invitati, cercando un po' di
pace nella fresca notte, volendo respirare l'odore inebbriante dei
bianchi gelsomini del giardino: e sono restata lì, nella notte,
abbandonata a una stanchezza improvvisa, sentendomi crollata in fondo
a un precipizio. Non so quando Francesco mi raggiunse; ma lo trovai
accanto a me, improvvisamente, e un gran tremore mi colse, come
nell'imminenza di un grande pericolo, di una grande gioia. Fumava una
sigaretta: e i suoi occhi, fissi su me, avevano una tristezza, una
dolcezza! Io lo guardava, tremante, aspettando che mi dicesse una
parola. Tacque, per qualche tempo.

--Perchè ridete tanto?--mi chiese, con una profonda malinconia nella
voce.--Non ridete più tanto.

--È il mio modo di piangere,--mormorai.

L'ho veduto impallidire, nella notte. Poi la sua mano ha preso la mia
e l'ha tenuta un minuto brevissimo: tutta la mia vita è corsa in
quella mano e mi sono sentita vacillare.

--Povera e cara donna,--egli soggiunse, pianissimo.

Egli lasciò la mia mano e se ne andò, lentamente. Così l'ho amato.

E quanto ho pianto, su quella terrazza dove giungevano tutti i profumi
dei voluttuosi fiori dell'estate. Lo aspettavo ogni sera, tendendo
l'orecchio a ogni rumor di carrozza che arrivasse da Napoli: e
arrivava un indifferente, una qualunque delle tante inutili conoscenze
che ci contristano minutamente la vita. Egli non giungeva e io
continuava a chiacchierare, e ridere, sfogando in parole e in sorrisi
la mia agitazione: tutti andavano via: la notte era avanzata, egli non
sarebbe più venuto e io diventava pallida come un lenzuolo funebre, mi
colpiva il freddo dalla desolazione. Signora, egli era presso voi, in
quelle sere, perchè voi me lo avevate preso, quando ancora egli non mi
aveva detto di amarmi: e ora non me lo dirà mai più, non udrò mai la
sua voce pronunziare le più vibranti parole dell'amore, le due parole,
_ti amo_, oltre le quali nessun'altra parola esiste! Egli giungeva,
talvolta molto tardi, e subito ogni mia pena si dileguava: ma voi mi
mandavate, signora, un uomo assorto, chiuso nel suo segreto che non
aveva più occhi per vedere, nè orecchie per udire. Veniva da voi! L'ho
saputo dopo. Una volta, signora, voi lo avete accompagnato in
carrozza, sino all'angolo del grande viale della mia villa: e io non
ho sospettato nulla, a quella carrozza che se ne tornava indietro.
Dopo l'ho saputo. Lo accompagnavate da me! Non eravate gelosa, voi. Ah
quanto vi odio, creatura debole e timida, che rubate i cuori, che
rubate gli amanti e ve li tenete per sempre, e non siete gelosa, di
nessuna donna, tanto il vostro fascino, fatto di debolezza, è più
forte di ogni cosa e di ogni persona. Quanto vi odio, per questi due
anni di atroci dolori segreti, che mi avete inflitti, per queste
roventi lacrime che hanno consumata la freschezza del mio volto, per
questa rovina quotidiana di tutte le mie speranze: quanto vi odio, per
le torture che mi avete fatto soffrire, voi che siete, dicono,
un'anima semplice e tenera; quanto vi odio perchè voi amate Francesco
Sangiorgio e perchè egli vi adora, perchè in due anni egli non ha mai
cessato di adorarvi, perchè in tutti i giorni, in tutti i minuti di
questi due anni, egli ha preferito sempre voi a me, così,
naturalmente, con la inconscia crudeltà degli amanti. Quanto vi odio,
per quello che siete, per quello che rappresentate! I miei occhi sono
neri e anche se l'amore m'ispira tutta la sua tenerezza, io non posso
dominarne il fiero lampo: i vostri occhi sono azzurri, con
un'espressione d'infantile candore. I miei capelli sono neri e si
torcono in masse brune: i vostri biondi capelli vi mettono un'aureola
dolcissima alla fronte e alle tempie.


Io sono alta e non so piegarmi: e voi siete piccola, voi avete la
piccolezza che piace all'amore, poichè l'amore dell'uomo vuol essere
anche protezione. Io rido, sempre: voi sorridete, talvolta. Io mi
nascondo, quando piango, per superbia: quando l'amore vi fa piangere,
voi piangete innanzi a lui e Francesco non resiste al pianto di una
donna. E mentre in me, in tutto quel che faccio, in tutto quel che
dico, vi è l'orgoglio sterile della mia nascita e della mia
tradizione, in voi vi è la infinita umiltà della donna che è
semplicemente donna, che sa soltanto amare e immergersi in questo
amore. Ah come io odio questi vostri capelli biondi e questi vostri
occhi azzurri, come io odio il vostro tenue sorriso e la vostra
profonda umiltà, come io odio il vostro nome che è quello degli
angioli, mentre io mi chiamo Teresa, un duro nome di donna che ha
spasimato ed è morta nella passione! Come vorrei che tutto questo non
fosse, che i vostri capelli cadessero, che i vostri occhi perdessero
il loro innocente azzurrino fulgore, che il vaiuolo divorasse le pure
linee giovanili del vostro volto, come vorrei che voi non esisteste,
che non foste mai nata! Maledetto quel giorno e quell'ora in cui siete
nata, maledetto il primo vostro respiro, maledetto chi vi ha dato
questi bei capelli e questi cari occhi che Francesco adora, maledetto
chi vi ha messo il nome di Angelica, maledetto chi vi ha insegnato a
sorridere, maledette, maledette tutte le persone che avete conosciute,
tutti i paesi dove avete abitato, tutte le cose fra cui siete vissuta,
maledetto il primo bacio che avete dato a Francesco, maledetti tutti i
baci di voi due, essi sono la febbre delle mie vene, la pazzia del mio
cervello, la dannazione della mia anima!


Ho cercato di salvarmi, io. Sono giovane, l'istinto della vita
combatte in me. Ho viaggiato, ma il mio tormento mi ha seguito
dovunque, nei paesi più lontani; ho cercato di riamare il mio cortese
e crudele marito, ma non sono giunta che a violare la mia coscienza;
ho cercato di amare qualcun altro, di farmi amare, ma non ho potuto,
non ho potuto. L'immagine di Francesco Sangiorgio, nitida, imperiosa
fin nella dolcezza, gloriosa fin nella tristezza, è restata in me,
intangibile. Nessun uomo, nè io stessa, nè Dio potranno giammai
cancellarla da me: e io vado a chiedere alla morte la salvazione. Ho
tentato di vivere, ho tentato di sperare. Ho tentato! Ho sperato che
il suo amore per voi s'illanguidisse, ho sperato che voi lo tradiste;
ho negato fede all'amore, ho negato fede alla costanza femminile,
mentre io amava sino a morirne, mentre nulla al mondo mi potea
consolare di non essere amata! Ho aspettato, poichè dicono che
l'amore, l'arte, la felicità sono il risultato di una sublime
pazienza. Ma da tutte le parti, da tutte le persone, ogni giorno io
sapeva una novella pruova del vostro amore; ma quasi che tutto mi
spingesse alla perdizione, la cronaca sentimentale dell'amor vostro mi
era riferita, da mille testimoni indifferenti, che credeano di
narrarmi una cronaca indifferente. Quanto vi odio! So tutto: e per
quel che so, vi odio. Vivevate, vivete quasi sempre insieme, uscite
insieme, insieme tornate a casa e voi suonate il pianoforte, assai
dolcemente--egli odiava il pianoforte, un tempo--ed egli vi ascolta, e
vi parlate teneramente, soavemente, e quando egli è nei suoi periodi
di collera, la vostra soavità è tale, che lo vincete. Oh io sono una
donna appassionata, io ho l'impeto dei temperamenti generosi, io non
so essere dolce, io non so che amare violentemente, sino a morirne: e
così voi mi avete vinta, voi che siete dolce, mentre che io amo con
tutte le forze del mio spirito e della mia gioventù, debbo fra cinque
minuti tirarmi un colpo di rivoltella al cuore. Signora Angelica,
l'altro giorno, per la grande via lungo il mare, vi ho incontrati. Era
la prima volta, che vi ho visti insieme. Andavate accanto, senza
tenervi a braccetto, senza darvi la mano, senza sfiorarvi, ma andavate
così uniti, avevate così le anime assorte nello stesso sentimento, vi
amavate tanto, senza parlarvi, senza guardarvi, che io ho inteso
tutto. Ho inteso che nulla vi avrebbe divisi giammai e che io dovea
morire. I miei occhi non vi vedranno per la seconda volta insieme.
Qualcuno di noi tre dovrebbe morire, se rivedessi questo spettacolo
atroce: e siccome vi amate e vi amerete sempre, sono io che muoio.
Addio dunque, signora Angelica: io amo Francesco Sangiorgio e odio
voi. Il resto è silenzio.

                            TERESA.


FINE.



  INDICE


  L'imperfetto amante (Nino Stresa)              Pag.   1
  L'imperfetto amante (Giustino Morelli)          "    25
  Il perfetto amante (Massimo Dias)               "    47
  Il perfettissimo amante (Luigi Caracciolo)      "    67
  Il viale degli oleandri (Mario Felice)          "    85
  Nella via (Vicenzella)                          "   107
  La veste di seta (Madame la marquise)           "   129
  La veste di crespo (Madame Héliotrope)          "   151
  Un suicidio (Julian Sorel)                      "   171
  Il convegno (La piccola Maria)                  "   199
  L'ineluttabile (Miss Geraldina)                 "   237
  Il segreto (Cariclea)                           "   249
  L'ultima lettera (Angelica)                     "   261



  PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: _Lire 4_.

  NEL MEDESIMO FORMATO:


  POESIA

  BALOSSARDI. _Giobbe_                       L. 4 --
  D'ANNUNZIO. _L'Isotteo e La Chimera_          4 --
  ---- _Poema Paradisiaco--Odi navali_          4 --
  DE AMICIS. _Poesie_                           4 --
  GRAF. _Dopo il tramonto_                      4 --
  MARRADI. _Nuovi canti_                        4 --
  ---- _Ricordi lirici_                         4 --
  NEGRI (Ada). _Fatalità_                       4 --
  SARFATTI. _Rime Veneziane e Minuetto_         4 --
  VIVANTI (Annie). _Lirica_                     5 --

  PROSA

  GIACOSA. _La Contessa di Challant_.
      Dramma in 5 atti                          4 --
  MANTEGAZZA. _L'arte di prender moglie_        4 --
  PANZACCHI. _I miei racconti_                  4 --
  RAGUSA MOLETI. _Memorie e acqueforti_         4 --
  ---- _Miniature e filigrane_                  3 --
  SERAO (Matilde). _Gli Amanti_                 4 --
  VERGA. _Storia di una Capinera_, 13ª ed.      3 --


  SOTTO I TORCHI


  _L'ARTE DI PRENDER MARITO_
  DI
  PAOLO MANTEGAZZA

  _LE PELLEGRINE_
  poesie di REMIGIO ZENA


  Dirigere commiss. e vaglia ai Filli Treves, Editori.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Gli amanti - pastelli" ***

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