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Title: Sciogli la treccia, Maria Maddalena
Author: Verona, Guido da, 1881-1939
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Sciogli la treccia, Maria Maddalena" ***

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MADDALENA ***



Internet Archive.


                            GUIDO DA VERONA



                          Sciogli la treccia,
                            Maria Maddalena



                                ROMANZO

                             TERZA EDIZIONE
                     (_dal 101º al 150º Migliaio_)



                  R. BEMPORAD & FIGLIO—EDITORI—FIRENZE
                                   —
                                 MCMXX



                                  ————


                          PROPRIETÀ LETTERARIA

  I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
                                 paesi


    Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C.—Via Zecca Vecchia 7, Milano



                                  ————



                                       _San Sebastiano, Settembre 1912_.



Fino ad oggi, nella regale città di Maria Cristina, in questa gloriosa
capitale del Nord, sul divino Atlantico, la cosa che più m’interessava
era—lo confesso—l’imbecillissimo gioco del «trente et quarante».

Ma questa sera ho incontrata una donna, che i miei calmi occhi di
navigatore forse non potranno dimenticare mai.

Eravamo seduti così presso, alla tavola del «trente et quarante», che un
sottile velo di cipria, staccandosi dal suo braccio seminudo,
impolverava leggermente la mia manica nera.

Giocava con febbre, giocava con irritazione, spingendo sul tavoliere, ad
ogni colpo, senza nemmeno contarli, grossi mucchi di gettoni e di
denaro. C’era in lei, nella luce della sua carne, forse nel colore de’
suoi lineamenti, un non so che di pericoloso e d’innocente, una bellezza
perfetta e funesta, torbida e scintillante, che formava, tra la luce de’
suoi capelli, un’aureola di splendore, la isolava dalla folla, quasi
cancellava intorno al suo volto la confusione di tutte l’altre
fisionomie.

Poichè la guardavo con fissità, ella d’un tratto si volse; parve
cercasse qualcosa, o volesse chiedermi qualcosa, pur seguendo con occhi
attenti la mano veloce del mazziere, che andava rivolgendo le carte.
Vinse il colpo; le sue ciglia dorate brillarono. Forse le mancava
esattamente un fiammifero per accendere la sigaretta, una piccola fiamma
rossa per mandare la vita in fumo.

Era una bellissima creatura, lunga, snodata, sottile, con una
capigliatura di mogano scintillante, un profilo rettilineo ma soave, le
mani così prive di colore che parevan quasi vecchie nella sua
trasparente gioventù. L’abito che portava, il fino intreccio di piume
del Paradiso che si arruffavano intorno a’ suoi capelli veramente
gloriosi, gli anelli che opprimevano le sue leggere dita, i braccialetti
che le avvolgevano il polso, ed il profumo doloroso, eccessivo,
irritante, che mandava la sua fina cipria, la sua fina seta, il respiro
de’ suoi labbri dipinti, la visibile forma della sua nudità, in quella
sala calda, gremita, nel rumore del gioco, sotto il peso dei lampadari
accecanti, nel brillare del tappeto, nella febbre del vincere, mi
stordivano, mi esasperavano, e quasi mi pareva che in lei sola fosse
l’origine di tutta questa concitazione.

Quando avvicinò alle mie dita le labbra, per accendere la sigaretta, i
suoi occhi risero, tutto il suo volto rise; non mi ringraziò, scosse
indietro la fronte, pose ancora denaro sul mucchio di gettoni che le
appartenevano—ed aspettò.

Aspettò immobile, quasi godesse la voluttà perversa di quel lungo
tormento, l’irritazione meravigliosa che le sue vene proverebbero,
vincendo, perdendo, sopra una carta imprevedibile.

Chi era? Da che luogo era giunta? Chi mai possedeva le sue labbra così
calde e così limpide?

L’elettricità rompeva in mille arcobaleni quasi verdi la sua triplice
collana di perle; perle tutte d’un colore, che pareva tenessero
imprigionato nella loro splendente anima un raggio di sole.

Era—io pensavo—una donna del Nord, nata fra i bianchi silenzi delle
nebbie settentrionali, forse in una casa grigia, in una piccola strada,
in un remoto villaggio delle vecchie contee.

Veniva dal Nord; l’amore le aveva dato que’ gioielli, quel riso, quella
sua bellezza inesorabile. Aveva la mano costrutta per bene immergersi
nelle ricchezze altrui; aveva un corpo fatto per regalare qualche ora di
voluttà costosa e indocile a chi potesse permetterle di giocare sopra
una carta fortuita il denaro che paga per un anno la fatica di numerosi
operai.

Le donne spagnole, dalla carnagione di camelia, stavano ferme
all’intorno e silenziose la guardavano. Di fronte a lei, su l’altro lato
della tavola, era seduto il suo amante: un fino tipo di giovine hidalgo,
sbarbato, liscio, elegantissimo, di quelli che si vestono a Piccadilly e
fischiano le canzonette di Montmartre nei corridoi dell’espresso
Paris-Madrid.

Pareva ch’egli avesse una certa paura di quel denaro ch’ella giocava con
tanta prodigalità, ed invano tentava di nascondere la sua inquietudine
ogni volta ch’ella poneva sul tavoliere una somma troppo forte;
impallidiva un po’ quando la rastrellavano, si rischiarava tutto, le
mandava un complimento in pessimo francese od in pessimo inglese quando
il colpo era vinto. Ma ella faceva esattamente il contrario, sempre il
contrario, di ciò che il suo amante le suggeriva.

Nondimeno questo giovine hidalgo era visibilmente fiero di lei; gli
pareva che tutto quello splendore fosse opera sua e tutto il reame di
Alfonso XIII contemplasse con invidia la sua compagna forestiera.

—Give me a cigarette, please...

Ed egli, traverso il tavoliere, prontamente le porgeva un suo magnifico
astuccio d’oro fiammeggiante, mentre un domestico in livrea gallonata
fendeva la calca, per accenderle in mia vece quel fiammifero,
esattamente, che le mancava.

Entrò nelle sale in quel punto un personaggio veramente illustre, che
fece per curiosità ondeggiare la folla, mentre il suo glorioso nome
volava di bocca in bocca, leggero ed intrepido come l’uomo che lo
portava:—Bombita.

Era la vecchia Spagna, la Spagna superba e fortissima degli antichi
tornei, che poneva l’agile piede nel Tempio dell’Azzardo e della
Prostituzione;—Bombita, il più celebre torero del regno di Alfonso XIII,
quegli che mandava in delirio le selvagge Arene, quegli che di notte
visitava in sogno tutte le vergini di Castiglia e d’Aragona, forse
l’ultimo Cavaliere dell’Ideale in questa vecchia terra cristianissima,
che fece tremare il mondo... Sì, era il perfetto, l’insuperabile
Riccardo Torres—Bombita nel battesimo della spada—ch’era venuto a
toreare in San Sebastiano la sua penultima corrida, giunto al
trentaquattresimo anno d’età con tremila tori uccisi, non so quante
gloriose ferite, oltre un patrimonio di parecchi milioni, che, insieme
con la fama già troppo sonora dell’adolescente Gallito, lo avevan ormai
consigliato a prendere la sua giubilazione.

Lo guardai. Aveva una faccia chiara e simpatica, fra il giocoliere, il
maestro d’armi ed il fantino; certo non era facile riconoscere in questo
amabile gentleman, asciutto, nervoso, forse un po’ timido, il magnifico
primo espada che già vidi, risfavillante nel suo costume d’oro e
chermisì, ora in abito civile, mansueto, quasi modesto, con la sua mano
lorda di tanto sangue che sembrava persino essersi affidata alle sottili
industrie di una manicure diligente.

Bombita mi faceva l’onore di alloggiare al mio medesimo albergo, o per
lo meno di pranzarvi, chè forse trascorreva le notti fra le bianche
braccia di qualche «aficionada», per la quale ogni buon torero
inevitabilmente comincia e finisce.

Questo albergo, dedicato al nome della Reina Maria Cristina, la vera
creatrice di San Sebastiano, e perciò statuata innanzi morte, riboccava,
sopra tutto nei giorni di corride, d’una folla rumorosa e varia, che
all’agilissimo primo espada soleva tributare onori pressochè regali.

Se questo ventesimo secolo non troverà più tardi un nome che meglio lo
definisca, non mi parrebbe irriverenza nè ingiustizia chiamarlo per ora
il secolo degli istrioni.

Ho veduto nel mio dolce paese la folla in delirio acclamare il divino
Enrico Caruso—altrettanto celebre per la sua gola d’oro quanto per il
Giardino delle Scimmie,—innalzando fino alle bianche stelle italiche la
gloria del cantore di melodrammi, come forse tanto alto non volò il nome
del soggiogatore Cesare, quando in Roma imperiale fece ritorno dopo
avere conquistate le Gallie.

Ho veduto—cosa indimenticabile—nell’Arena dei Giuochi Olimpici, a
Londra, l’arrivo di Dorando Petri dal Castello di Windsor, quando, al
giungere del piccolo italiano, che si vedeva rubata la vittoria perchè a
cinquanta metri dal traguardo, poi a venti, poi a dieci, cadeva e
risorgeva, ma piegandosi affranto ancora s’inginocchiava nella tenace
polvere—(allorchè uscì dalla folla un gigantesco policeman, il quale
commise l’imprudenza d’aiutarlo a risollevarsi)—ho veduto non so bene
quante centinaia di migliaia d’uomini sorgere con un impeto solo,
frenetici, urlando, quasichè volessero con tutta la forza de’ lor
muscoli far camminare per que’ pochi metri il piede che non camminava
più, far battere per que’ pochi secondi il cuore che non batteva più,—ed
ho veduto così tributare al piccolo panettiere di Carpi l’omaggio più
meraviglioso di popolo del quale sia forse memoria nell’epoca,
mentr’egli, del tutto allucinato, folle, portato innanzi dal respiro
della moltitudine, si buttava barcollando sul filo della meta e
stramazzava esausto nel lucente stadio, dopo aver rinnovato su la strada
reale di Windsor il prodigio dell’Olimpiade, l’impresa che tramandò nei
secoli la gloria del vincitore Ateniese.

Quella sera in Londra pareva scoppiata la Rivoluzione. Per una settimana
ancora il nome di questo atleta, che aveva bensì percorso quarantadue
chilometri di strada in condizioni eroiche, ma era tuttavia un omúncolo
in cui l’ala non giungeva più su del malleolo, impalvesò tutta Londra,
fu cantato da’ suoi sette milioni di vivi, l’immagine sua portata per i
quadrivi a suon di fanfare, stampata, messa in quadro, cinematografata,
fatta piovere su Londra come un ciclone di cavallette, disseminata con
trofei di bandiere sino ai più remoti angoli della terra.

Non altrimenti avrebbe ora la Spagna onorato il giubileo del taurómaco
Bombita: nella storia del secolo ventesimo questa era, fra mille,
un’altra gloria che passava.

Ma la bella ed insensibile forestiera non sollevò nemmeno gli occhi per
guardare il leggendario massacratore di fiere da combattimento, così
curva era ed intenta sul piccolo cartone a quadretti geometrici, ove,
con un lungo spillo, andava annotando le figure del mazzo di «trente et
quarante».

Invece, fra un colpo e l’altro, mi rivolgeva distrattamente la parola,
forse persuasa nell’intimo del cuor suo ch’io fossi l’autentico
propiziatore della sua tenace fortuna. E mi raccontava storie di giuoco
avvenute nel Casino di Biarritz, e mi domandava ogni tratto se non ci
fosse mezzo di far aprire un’altra finestra, per ricevere qualche soffio
d’aria dal tropicale giardino, che muoveva i suoi dolci carrubi, le sue
fragranti zágare gonfie di umidità notturna, sotto le brezze
dell’addormentato mare.

Ma le finestre infatti erano aperte, e si vedeva, tra gli archi del
loggiato, una specie di tendone azzurro, intessuto di stelle, scendere
sovra una collina buia.

Poichè dunque non era possibile aprire un’altra finestra ella risolse
d’interrompere il gioco, e poich’era già trascorsa di tre quarti la
mezzanotte, voleva riposarsi un momento sul terrazzo, poi scendere al
pian di sotto per la cena. Chiamò allora il suo giovine amico e gli
commise l’incarico di convertirle in carta francese quel ragguardevole
mucchio di gettoni e di banconote spagnole, che formavano il carico del
suo pesante bottino.

L’altero hidalgo raccolse con noncuranza in un apposito paniere quella
ricchezza disordinata, gettò al mazziere una mancia di mille pesetas,
poi, tra l’ammirazione della folla, s’incamminò verso lo sportello del
cambio, dietro il quale attendeva, con ironica e premurosa urbanità, un
ben rasato cassiere.

Quand’egli fu di ritorno, la bella forestiera mi pose familiarmente una
mano sul braccio e disse al giovine hidalgo:

—Vi prego, Lord Pepe: volete usarmi la cortesia di presentare voi e me a
questo giovine signore, che mi ha portata una così grande fortuna?

L’elegantissimo hidalgo mi squadrò velocemente, con uno sguardo non
troppo amichevole; poi, súbito, con la miglior grazia del mondo mi
declinò il suo nome altisonante:—don Josè Fernandez, vizconde de
Higuera.

—Io lo chiamo Lord Pepe,—corresse con un lieve sorriso la bella
forestiera. E Lord Pepe, messo di buon umore senza dubbio dal denaro
vinto, mi presentò con un gesto impercettibilmente ironico alla mia
vicina di tavola,—che si chiamava Madlen Green.

Più tardi, nella sala verso il terrazzo, durante l’ora della cena,
cominciarono fra noi le prime confidenze. Abitavano essi pure al Maria
Cristina ed erano venuti quel giorno stesso da Biarritz, col proposito
di rimanere a San Sebastiano per tutta la durata del Concorso Ippico e
delle grandi Corride. Il giovine hidalgo, don Josè Fernandez vizconde de
Higuera, l’elegantissimo Lord Pepe, súbito mi si rivelò per un uomo di
mondo fino ed assennato, pur tra le rade parole che interrompevano la
sua taciturna fame. Il vin generoso e la buona vivanda gli facevano
considerare la vita sotto un punto di vista ironicamente gaio.

S’affrettò a farmi conoscere che la sua famiglia, d’origine madrilena,
or da molti anni dimorava nella capitale inglese, ove suo padre
esercitava con fortuna l’alto commercio bancario. Per conto suo
l’elegantissimo Lord Pepe non trascorreva in Inghilterra che il breve
tempo della «Season», poichè preferiva negli altri mesi dell’anno gli
svaghi e le incessanti fatiche della vita continentale.

A mia volta gli confidai ch’ero nato nella felice terra d’Italia, dove
praticavo l’efferato e malinconico mestiere dello scriver libri—libri
anzi ove l’amore snuda sè stesso con implacabilità,—e che adesso ero
venuto peregrinando fino alla bianca terra di Guipuzcoa, forse con lo
scopo alquanto evasivo di contemplare il dolce Atlantico...

Madlen Green, co’ suoi dentini lucenti e minuti, non cessava dallo
stritolare un eccessivo numero di morbide crevettes grises, mentre il
violino del maestro zingaro, là fuori, nell’atrio, suonava un tango
lento e pericoloso.

Monte Igueldo brillava di tutte le sue luci, nell’alta notte stellata;
l’immensa baia della Concha, tremolante come uno specchio maraviglioso,
addormentava le sue bianche ville dentro giardini gonfi di soavità.

Ed io non vedevo che lei, ridere con la sua bocca scintillante,
sollevando nella mano inanellata il biondo cálice di Sciampagna.

Quando il bicchiere fu del tutto vuoto, i suoi braccialetti pesanti
fecero un rumore che mi stordì; tremarono, cantarono, come sottili
strumenti vivi, che brillando si attorcigliassero alla sua bianca
nudità.

Poi mi tese un’astuccio:

—Volete una mia sigaretta? Credo vi sia qualche goccia d’oppio. Quando
ne ho fumate molte, incomincio a sentire il paradiso...

Come suonavan bene, maestro zingaro, nella notte calma e profumata i
vostri pazzi violini!... Sì, è la vita che passa, è il tempo che vola, e
noi dobbiamo qualchevolta credere nella musica delle orchestre, nei
bicchieri colmi e vuoti, nelle sigarette sature d’oppio, nel riso d’una
donna che ci sembra la più bella donna della vita...

Ora teneva il mento piegato su le mani congiunte. Ne’ suoi capelli
oscuri, scintillanti, entrava, s’impigliava, come una lieve sciarpa, il
fumo. Era tardi; si udiva dalle sale contigue il rumore ubbriaco d’altre
cene. Scendevano giù dallo scalone, i giocatori, con le tasche ripiene
d’oro; altri, perseguitati dalla disdetta, lugubri, con facce sparute.
Bevevano, arsi, avidi, senza sete. Nel vino affogava l’irritazione, la
vergogna del denaro male usato. Era tardi. Le donne, le prostitute,
ormai stinte, spettinate, accentuavano, vicino all’ora della coltre, la
eccitata loro femminilità. I camerieri, sturando bottiglie, aizzavano
quella voluttà artificiale. Si amerebber, crudelmente, fra poco, uomini
e donne, con la rabbia della disdetta nelle vene, con la febbre del
guadagno nel sangue, maschi e femmine, destinati un giorno
all’elemosina, forse ai più turpi mestieri. Scendevano giù dallo
scalone, le vecchie, un po’ curve, un po’ zoppe, contando, ricontando
monete. Queste, nei letti solitari, stenderebbero le lor membra gialle,
continuerebbero forse nel sonno a giuocare la partita inguadagnábile. Un
po’ di sudore freddo ingrommerebbe le lor fronti calve; dormirebbero
senza dentiere, tossendo, con le ginocchia rattrappite, i ricci e le
mezze parrucche, sconvolte, sui cristalli delle specchiere.

Scendevano giù dallo scalone, i maestri del gioco d’azzardo, asceti e
filosofi della geometria, possessori del calcolo infallibile, avviati a
contrarre un prestito forse col borsellino d’un lacchè.

La guardarobiera del teatro sonnecchiava dietro un mucchio di soprabiti.
Per l’atrio passeggiava il custode notturno, aguzzando gli occhi
abilissimi nello scoprire una mancia probabile. Il violino di spalla
dell’orchestra zingara si avvicinava, suonando, agli ultimi gradini
della scalinata. Era tardi. L’elettricità fredda, quasi verde,
strisciava in mezzo agli alberi, su la ghiaia del giardino. Fra le
mimose, fra le acacie, le stelle orlavano di splendore le delicate
foglie. Dalle invetriate aperte, dal porticato, nelle sale, dappertutto,
entrava un odore di gaggìe, furioso e possente.

La bianca terra di Guipuzcoa nascondeva tra vecchie muraglie i suoi
fragranti gelsomini, le sue pazze tuberose. Qualche vecchio mendicante,
in cenci, aspettava di andar zoppicando a chiamare un «coche». Col suo
bastone frugava la terra per raccogliere le sigarette spente. Si udiva
ogni tanto, sul terrazzo del primo piano, fra il tintinnìo de’
bicchieri, uno scoppio di risa femminili. Dal vecchio porto saliva, nei
vortici d’aria notturna, un greve odore salmastro d’alghe marine. La
città bianchissima di Maria Cristina, piena di finestre azzurre, di
cupole d’oro, tutta color di luna, dormiva come un gregge candido sotto
il reale Castello di Miramar. Nella distanza, nello spazio, non so dove,
da qualche lontana basilica l’ora suonò...

E Madlen diceva:

—Sì, mi sono innamorata di Lord Pepe una sera a Montmartre, per avergli
veduto ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, nella
sala del Rat Mort... Ma ora il tango è una vecchia danza; passerà di
moda, come passa di moda l’amore... Vi prego, vi prego, Lord Pepe,
versatemi ancora un bicchiere di Cliquot!...

Ed il glorioso vino biondo cadde, brillò, fra le sue dita quasi azzurre,
mandando scintille di spuma, lampi dorati che incendiavano il bicchiere.

Io tacendo guardavo, nel fumo, il profilo bianco della forestiera;
vedevo, sotto i lunghi orli delle ciglia quasi d’oro, scintillare,
splendere le sue belle iridi variate, che mandavan colori d’indaco e di
topazio come due magnifici scarabei.

Pensavo alle donne belle che traversano i giorni della vita, e sono
forse il colore, il rumore, la musica dell’ideale che se ne va...

Forse avete ragione voi. Lord Pepe; voi che sapete intendere con poesia
la buona cucina, i cavalli da corsa, la disciplina del volante, la
saggezza del music-hall; voi che avrete, come odo, il buon senso di
rinunziare ad un’amante così bella, dopo la stagione di Biarritz; voi
che non leggete libri, non vi occupate di politica, non addolorate il
mondo con il vostro pesante ingegno, e di tutto ciò che forma divergenza
fra gli uomini solo pensate a discutere il buon taglio d’una stoffa o la
semicancellata marca di un antichissimo «Cru»... Voi siete, Lord Pepe,
un giusto e liberale filosofo; io sento, al vostro cospetto, il peso e
la inutile vergogna della mia fredda cerebralità.

Ora gli avevan acceso con molti riguardi uno smisurato sigaro Avana;
centellinava senza fretta un purissimo Triple Sec; faceva con l’erudito
maggiordomo una grave discussione gastronomica su certe «poulardines
truffées», che gli avevano servite poco dianzi dissertava con molto
umanesimo, comparando l’elegiaca purezza del Sauternes al moderato
lirismo del Château Rotschild...—e questo era per Lord Pepe, giovine
signore del ventesimo secolo, il terrestre paradiso.

—Ma voi,—mi diceva Madlen, con una voce profondamente impura,—voi che
avete scritto qualche libro, forse qualche libro d’amore, perchè venite
così lontano, in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle
case da gioco il vostro cuore che ama l’Atlantico?...

L’orchestra, su tutti gli archi dei violini, suonava «_Die schöne
Risette_»—la canzone di Leo Fall.

                                  ————

Amo questa maniera di vivere, la quale consiste nell’andar via. Quando
la musica del treno canta nelle mie vene d’esiliato, io sento battere in
me, più fervida, la poesia della vita. Non è la strada maestra quella
che mai conduce verso il dolore. Sono i vicoli tortuosi e bui, le vie di
pochi metri sepolte nelle città definitive.

Amo l’albergo luccicante, rumoroso, babelico, insolente, la casa che a
tutte le frontiere per noi accende un focolare provvisorio.

Amo il segretario d’albergo, azzimato e scrupoloso, che mi designa un
letto bianco del quale non sarò prigioniero. Amo la cameriera d’albergo,
in cuffia e grembiule, pulita e bellina, che mi porta gli asciugamani di
bucato e sfibbia le cinghie de’ miei bauli, tacendo, con una specie di
familiarità. Amo il parrucchiere d’albergo, indiscreto e linguacciuto,
che viene ad offrirmi con buona maniera, o tutto quello che mi occorre,
o solamente un profumo...

Nelle stanze d’albergo, la sera, quando le finestre lentamente rabbuiano
sul vasto rumore d’una città sconosciuta, è bene avere con noi, compagno
della solitudine, il nostro vecchio profumo.

Oh, signori Houbigant, Pinaud, Guerlain, Coty, che grandi poeti voi
siete!... voi che invece di sillabe grammaticali e pesanti, adoperate
nelle vostre poesie l’anima dei fiori...

Amo vivere frammezzo a questa gente forestiera, della quale non so la
storia e che non chiede la mia, gente la quale si rinnova e passa
continuamente, mi vive accanto senza nulla esigere da me, senza
incatenare il mio cuore di vagabondo col peso inutile degli affetti
definitivi.

Amo il portiere d’albergo, funzionario quanto mai solenne ed autorevole,
che mi consegna le lettere d’amore, mi porta i vaglia telegrafici, mi
prenota il palco in teatro e la cabina dello sleeping-car,—personaggio
veramente nuovo nella vita moderna e che i nostri poeti dovrebbero
esaminare un po’ più da vicino, anzichè tediare il secolo spolverando le
mummie della decrepita mitologia. Ed amo la fioraia d’albergo, dalle
bianche dita leggere, che m’infiorano l’occhiello e si lascian talvolta
rubare una carezza profumatissima, la sera, quando gioiose trillano
tutte le orchestre della terra e fin su le rive dei più lontani oceani
persegue noi, poveri ed inutili camminatori, l’ultimo ritornello del
repertorio di Fragson...

Amo l’importante maggiordomo, che mi porge la lista dei vini aperta su
la pagina dello «Champagne», ed amo questa babelica folla dei Palaces
cosmopoliti, ove s’incontrano a decine Ambasciatori senza governo e
Principesse da sempre divorziate, uomini d’affari e ballerini di tango,
qualche famosa nikilista russa e qualche ricco sfondato banchiere ebreo,
cantanti e boxeurs, signorine che si addestrano al marito e clergymen
che giocano al bridge, archeologi e cavalieri d’industria, signore sole
con camere a due letti e principi dell’Almanacco di Gotha che ipotecan
nelle bische d’Europa i dollari d’una fidanzata yankee...

Certo è insomma l’albergo moderno qualcosa che non videro nè concepirono
gli uomini prima di noi, poichè la loro vita lenta ed angusta non
comportava queste grandi aggregazioni precarie, queste dimore tumultuose
del nomade contemporaneo.

Non è una casa che vi ama nè che voi amate, o miei fratelli viandanti
per le lunghe distanze del mondo; ma vi offre nondimeno ciò che più è
necessario dopo la fatica della strada: un letto bianco nel quale
addormentare i vostri calmi sogni, una bella serena finestra, ove al
mattino il sole nuovo incendierà l’eterna magnificenza della vita. Vi
offre la bellezza provvisoria delle sue decorazioni di stucco, il
soffice silenzio de’ suoi falsi tappeti di Smirne, la premura, se non
l’affezione, di gente alla quale basterà prendervi un poco di denaro; vi
offre l’amore d’una notte, l’epilogo d’un’avventura di viaggio,
l’imprevisto che può nascere fra uomini e donne lontani dalle proprie
case, dispersi nella terra d’esilio, nell’infinita libertà.

Poi tutto questo, alla partenza d’un treno, al cantare d’un’elica, si
snoda, si scioglie, finisce: un altro forestiero dormirà nel vostro
letto fresco di bucato, un’altra forestiera traverserà, di notte, in
vestaglia, i lunghi e deserti corridoi dell’albergo, tra due file di
scarpe allineate. Sì, tutto questo è un po’ freddo, un po’ smorto, un
po’ vuoto: il focolare improvvisato si spegne, di esso non resta neppure
la cenere... Ma resta il colore della terra d’esilio, il sogno d’una
notte lontana, il bacio dato col fiore delle labbra sovra una bocca
d’amante che non vedrete mai più...

                                  ————

Quando, il giorno appresso, nell’atrio dell’albergo rividi la bella
forestiera, ella mi parve una donna improvvisamente mutata. Negli occhi
mi durava l’immagine di una magnifica e scintillante cortigiana, mi
durava nei sensi la memoria della sua crudele bocca dipinta, il suono
qualchevolta insidioso della sua voce soavissima, ed ecco, nell’atrio
dell’albergo, ritta in piedi presso un tavolino di vimini, riconoscevo
d’improvviso una lady veramente perfetta, forse un po’ rigida, bella
d’una più calma bellezza e che portava un abito ammirevole di
semplicità.

Lord Pepe stava neghittosamente sdraiato in una larga poltrona di cuoio,
con un piede accavallato su l’altro ginocchio, in modo che si vedessero
bene le sue finissime calze, colore della paglia di Firenze, con la
freccia ricamata in filo nero. Lord Pepe deliziava inoltre gli occhi del
pubblico indossando con la maggiore naturalezza, in quel pomeriggio
domenicale, un paio di stupendi calzoni quasi perfettamente gialli ed
una giacca da mattina di un tale dernier-cri da oscurare tutto quanto è
immaginabile in materia d’eleganze giovanili. La sua camicia era tutta
freschezza, traversata in lungo dal sottil nastro di una cravatta scura;
non aveva per tutta la persona un fil di polvere che gli facesse
macchia, un sol capello che al pettine disubbidisse nella sua giusta e
voluta piegatura.

Per quanto la sua maniera di vestirsi potesse ai profani od ai
provinciali apparire leggermente ridicola, certo egli rappresentava con
impeccabilità l’eleganza del giovine signore moderno, ciò che gli
artefici di Piccadilly tramanderanno come un figurino classico ai
lontani seguaci di Lord Brummel,—quel magnifico Lord il quale fu, senza
nemmeno averne l’aria, un saggio e sapiente collaboratore
dell’imperialismo inglese.

Dalla bocca di Lord Pepe ora usciva un altro enorme sigaro Avana, che
mandava così larghi vortici di fumo azzurro da ottenebrare tutta l’aria
del salone invetriato.

Un terzo personaggio era fra lui e Madlen, seduto con eleganza in un
angolo del sofà; un piccolo personaggio di pelo color giberna, con due
smisurate orecchie a frangia, mobili e ricciute, due rotondi occhioni
sporgenti, un musetto camuso, la coda lunga ed arruffata in un enorme
fiocco:—era costui l’arrogante nobilissimo Pompon, il pechinese di
Madlen Green.

Pompon era uno di quegli esseri cui la troppa felicità guasta il
carattere. Siccome il freddo cuoio poteva riuscire molesto alle sue
delicate membra posteriori, lo avevan posto sovra un bel cuscino, ed il
suo pelo focato come la tartaruga mandava qualche riflesso di biondezza
che pareva si accordasse mirabilmente con la capigliatura di Madlen. Era
lì, seduto su la coda, con molta distinzione; ogni tanto faceva un
piccolo sternuto, quasi per significare a Lord Pepe che il fumo del suo
grosso Avana gli causava una insopportabile noia. Siccome però Lord Pepe
non se ne dava per inteso, il nobil cane volgeva gli occhi adirati verso
la sua padrona.

E questa venne appunto in suo soccorso, pregando Lord Pepe di volersi
mettere a sedere altrove.

—Hombre!—borbottò questi,—el perrito es muy fino!

Ma non fece alcuna resistenza e docilmente cambiò poltrona. Così la
nuvola di fumo andò a finire proprio nel viso d’una vecchia pinzocchera,
la quale aveva sul labbro quasi giallo due baffetti assai dispettosi e
portava un luccicante abito di raso nero, guardava in giro con un
occhialetto montato in ebano, e, sul culmine delle sue trecce finte,
manteneva in equilibrio un allegro cappellino rococò.

Tutte le belle donne amano sacrificarsi ad un piccolo cane. Ma la
superbia di questo animaletto era in pieno contrasto con la democrazia
dei tempi nei quali viviamo, ed io, nei panni di Lord Pepe, avrei
continuato a mandar fumo sul muso di Pompon,—il profumato, il decadente
Pompon, al quale un Pari del Regno Unito poteva certo invidiare la
purezza della genealogia.

Lord Pepe, satollo e ben riposato, era d’eccellente umore; mi trattò
come un vecchio amico e súbito colse l’occasione per raccontarmi
sottovoce un gran numero di barzellette oscene, delle quali andava
pazzo, e ne sapeva tutto un rosario, d’ogni colore, grado e varietà.

Nel considerare questo epicurèo così ben pasciuto, così attento al suo
corpo, alle delizie facili della sua carne ben coltivata, mi avveniva di
trovare profondamente inutili, anzi dannose, tutte le complicazioni
cerebrali dietro cui si perde il miglior tempo della mia vagante
gioventù. Possedeva un’amante ammirevole, un sarto geniale, un cane
aristocratico; era giovine e doveva certo essere molto ricco; gli
piacevan le buone mense, gli ottimi sigari, l’alcool centellinato a
piccoli sorsi; pareva essere affatto libero da disturbi gastrici come da
mali di nevrastenia, credo fosse incapace di soffrire pensare o dubitare
profondamente:—questi, per vero dire, sono gli uomini che conservano
alla specie umana il suo calmo ed invidiabile retaggio di felicità.

In Ispagna si fa colazione assai tardi, si cena tardissimo; eran quasi
le tre del pomeriggio, e gli eleganti ospiti dell’albergo, sorgendo a
poco a poco dalle mense, traboccavan nell’atrio con un vivace
chiaccherìo. La corrida celebre, quella dove Bombita prenderebbe il suo
congedo estremo dalle Arene del Nord, aveva richiamato nella città
regale una folla enorme di curiosi, accorsi da tutte le villeggiature
del paese Basco e dalle frequentate spiagge di Biarritz.

Nel giardino dell’albergo e per l’ampio viale ch’era intorno alla
cancellata, una ressa d’automobili padronali mandava strepito di motori,
suoni di trombe, nuvole di fumo. Lentamente avanzavano in fila, per
fermarsi a piè della scalinata, ove una folla di bellissime donne, di
signorine loquaci, d’uomini decorati e risfavillanti aspettavano con
pazienza di veder giungere la propria vettura. Un portiere gallonato
chiamava ad alta voce i sonori nomi patrizi dei proprietari di cocchi o
d’automobili, man mano che le vetture s’avvicinavano; poi, scoprendosi
il capo, ne apriva con solennità gli stemmati sportelli.

Tutta l’aristocrazia di Spagna, non immemore del fasto che la fece
risplendere nei secoli della gloria e della preda, quando per ogni mare
della terra navigava il suo naviglio borbónico,—questa bella e fiera
stirpe d’autocrati, ridotti per una serie di colpe o di sventure a
nascondere sotto apparenze teatrali la squallida loro
povertà,—marescialli e governatori, consoli ed ammiragli, ministri,
ufficiali, dignitarî, e tutto quanto nella città di Maria Cristina
rappresentava la gloria del regno di Alfonso XIII, tutto a grado a grado
scendeva, lentamente, con soste, per quella bianca scalinata.

Ciarliere, incipriate, un po’ carnose, le nobildonne di Spagna offrivano
alle minacce del tempo nuvoloso i loro non del tutto novissimi abiti
parigini; le giovinette pettegole, i bruni smilzi adolescenti, facevano
su quel tumulto scoppiare fontane di riso, ma d’un riso così limpido e
gaio come soltanto può mandare l’anima d’una terra spensierata, ove, su
tutte le miserie della vita, splende con immutabile serenità la
magnificenza del sole.

V’eran frammezzo alcune celebri cortigiane di Francia, venute a
trascinare sui ruvidi gradini dell’Arena i loro inestimabili velluti, le
seterie tramate con splendore dalla pazienza di gloriosi telai. Nei lor
occhi scintillanti rimaneva un po’ di fatica notturna; si vedevan, sotto
i sapienti belletti, le tracce delle veglie consumate alle angosciose
tavole di baccarà.

Finalmente anche l’automobile di Lord Pepe giunse davanti alla
scalinata; vi entrammo, ed il nostro meccanico si pose nella
interminabile fila. Ma la ressa dei veicoli era tale, che non fu
possibile giungere all’alto piazzale dell’Arena, se non procedendo per
tutto il percorso a passo d’uomo.

Già dall’immenso anfiteatro scoppiava nell’aria un frenetico battimani.
Guardai l’orologio; erano le quattro e cinque minuti. Nella vecchia
Spagna, ove tutto procede alla mercè di Dio, la sola cosa che davvero
cominci all’ora esatta sono le corse di tori. Può esser festa giorno di
lavoro, che l’Arena comecchessia rigurgita; chi ha denaro, lo spende
volentieri per il suo posto in una gradinata di «sombra» o di «sol»; chi
non ne ha, porta qualche straccio al Monte, oppure ad uno qualsiasi fra
quei cento «montini» privati, che pullulan nelle città spagnole quanto
le rivendite di tabacco. Ma una persona che si rispetti non può far a
meno d’accordarsi ogni tanto lo spettacolo d’un bel colpo di spada.

Tutta la vita civile si ferma quando un torero celebre mette il piede
nell’Arena.

Entrare in uno di questi anfiteatri, allorchè son gremiti e l’entusiasmo
li solleva, significa retrocedere con la memoria verso qualcosa che il
mondo civile non conosce più, significa ritrovare l’uomo affacciato con
voluttà verso il crudele spettacolo della sua barbarie primitiva.

Bisogna tuttavia comprendere questo gioco selvaggio per potersene
lentamente inquinare come d’un malvagio vizio; bisogna che in ciò, come
in tutte l’altre passioni della vita, possa il nostro cuore veder
splendere un poco d’ideale. Quando per la prima volta entrai nell’Arena
di Barcellona e rabbrividendo assistetti a questo inglorioso eccidio, a
questo inumano strazio di miserabili carcasse equine, veramente avrei
voluto poter io solo avventarmi nell’Arena e di mia mano crocifiggere
agli spalti quel branco di forsennati macellai.

Ma dopo quel giorno lontano,—che ancora splende nella mia confusa
memoria, e splendeva, o limpida Barcellona, su te, nell’alta fiamma, la
nera torre di Montjuich—(calmi, con bianche ville, su te fiorendo
splendevano i poggi del bel Tibidado, dolce collina tua)—dopo quel
giorno lontano, quanti e poi quanti caddero sotto i miei occhi un po’
assorti, cavalli e tori senza numero, nella insanguinata polvere!...

A poco a poco il mio cuore di barbaro vinceva ogni misericordia umana,
l’odore voluttuoso del sangue mi esasperava come un vino ubbriacante, il
piacere della carne dilaniata, il rantolo della bestiale agonia, come un
piacere torbido e selvaggio lentamente s’impossessava di me.

Ho finito io pure con rassegnarmi al pensiero che quei poveri animali
seviziati, vecchia carne da randello e da macello, in fondo riuscivano a
comprarsi con un breve supplizio la pace definitiva; ho pensato che in
fondo la mia pietà era quella d’una femminuccia, e che il toro, sia
cadesse nell’Arena fra la schiuma e la gloria del combattimento, sia
d’un colpo d’ascia su la cervice nei recinti dei pubblici ammazzatoi,
era in ogni caso un animale da ingrasso e da mannaia, predestinato alle
cucine dell’uomo...

L’Arena di San Sebastiano appariva quel giorno in tutta la sua
magnificenza, quantunque non presentasse quell’aspetto così
tradizionale, così caratteristico, delle antiche Plazas di Sevilla o di
Madrid.

Eravamo giunti all’Arena mentre già si stava «matando» il primo toro; un
solenne irto animale dalle corna lunate, bianco di mantello, ed or
fasciato su gli ómeri da una vasta gualdrappa di sangue.

Gallo, espada smilzo e calvo, idolo di un grande partito che in Ispagna
giurava su la maestrìa del suo destro pugno invincibile, dopo aver
dedicata la morte del toro a non so chi del pulvinare, si avanzava nel
mezzo dell’Arena, verso il grande e fermo avversario che, ansante, non
più si avventava contro le fallaci cappe dei mantellieri, ma tenendo
basse le corna, gocciolando sangue, ormai sentiva di dover combattere la
sua pugna fino all’ultimo respiro.

E Gallo, venutogli di fronte a men di due passi, con tanta grazia
sciolse la sua «muleta» color di porpora e la sciorinò su la diritta
spada, che, invece di vederlo fermo davanti al pericolo della morte, mi
parve un uomo il quale s’apparecchiasse leggermente a qualche non
drammatica prova di agilità.

La bestia formidabile abbassò le corna ed irruppe contro il panno rosso.
Gallo, senza quasi muovere i suoi minuscoli piedi, se lo fece più volte
rigirare intorno, sotto i gomiti, dietro le spalle, con tanta
precisione, che le corna lunghissime dell’animale pareva sfiorassero gli
arabeschi del suo giubbetto luccicante.

L’uomo pareva combattere servendosi d’un mirabile istinto geometrico,
eludeva l’urto con un gioco di millimetri, schivava la morte, ridendo,
con un prodigio continuo d’esattezza e d’elasticità.

Ma Gallo, che aveva sollevato applausi nella sua lunga giostra col toro,
non ebbe fortuna nel portargli la stoccata. Era un animale restìo a
tener bassa la fronte; quando già pareva esausto e ridotto
all’immobilità, quando l’espada stava per colpirlo nell’insanguinata
cervice, d’improvviso il toro dava un altro balzo e rompeva contro il
panno, sebbene i garretti non lo reggessero quasi più. Il pubblico,
impaziente, strepitava perchè lo mettesse a morte. Gallo scelse male il
momento, peggio colse nel segno, la spada non s’immerse che a mezza
lama, poi, nel furioso dibattersi del toro, tra i suoi muggiti lugubri,
vacillò e ricadde. La bestia ferita vomitava un po’ di sangue; dagli
spalti gremiti cominciò a volare qualche fischio.

Allora, nervosamente, Gallo si fece tendere un’altra spada, sciolse di
nuovo il rosso drappo da combattimento per costringere il toro ad
abbassare la fronte, mirò alla nuca e diede la stoccata. Ma il secondo
colpo non fu migliore del primo. Gemendo, l’animale retrocesse,
gonfiandosi di dolore e di vomito sotto lo strazio della spada mal
confitta. Il soffio delle sue narici umide mandava larghi spruzzi di
sangue, gli occhi dilatati gli scoppiavano dalle orbite già gonfie
d’agonia. Con un boato quasi umile di povera bestia ferita guardò l’uomo
che l’aveva ucciso e tentò ancora di avventarsi. Ma i garretti si
piegarono, e sotto il peso della morte l’animale s’inginocchiò,
lasciando pendere dalle fauci la tumida lingua, bavosa ed insanguinata.

Accadde quel momento di silenzio con cui le folle d’uomini attendono il
rantolo di chi perde la vita.

Ma d’un tratto l’animale risorse, quasi più vivo, e con la spada infitta
nella coppa ricominciò furiosamente a combattere.

Grandi urla proruppero da tutte le gradinate.

Con rabbia l’uccisore prese una terza spada, si buttò contro l’animale,
gliela infisse di colpo nella dura cervice.

Questa volta cominciò il toro con retrocedere, dondolando il capo
enorme, quasi per resistere alla morte che gli entrava nelle vene; si
piegò, risorse, cadde, girando il collo tozzo, come per estirparsi dalla
carne il ferro che l’uccideva. E non moriva, sebbene gli agitassero
davanti agli occhi le rosse cappe, che forse non vedeva più.

Tra i rumori dell’anfiteatro Gallo strappò il ferro dalla piaga, ne
poggiò fra le due corna la punta forbitissima, diede un leggero colpo, e
la testa sollevata ricadde, il duro animale si stecchì.

La fanfara, su gli spalti, salutò a squillo di tromba la vittoria
dell’uomo.

—¡Malo, hombre! Muy malo, hombre!—andava gridando con tutto il suo fiato
l’indignatissimo Lord Pepe.

E Gallo, con un piccolo sorriso malcontento nella faccia segaligna,
compiva il giro dell’Arena, raccogliendo i berretti che forse per
confortarlo gli lanciavano i suoi pochi ammiratori.

Madlen non diceva parola nè dava segno di turbamento alcuno. Seduta
vicino a me, vicino a Lord Pepe, con un gomito poggiato su le ginocchia
sovrapposte, guardava nell’Arena, quasi distrattamente, osservando lo
sgombero delle stecchite carogne, che due mule grige, con sonagli e
pennacchi, trascinavano fuori di galoppo. Era leggermente pallida, e
stavano fermi, fermi sino all’immobilità i suoi grandi occhi lionati,
che variavano sotto il color del sole come due magnifici scarabei. La
caviglia del suo leggero piede quasi mi toccava uno stinco; la calza
fina, d’un nero d’argento, non formava su quel fuso perfetto la più
piccola grinza.

Frattanto, al galoppo di due squallidi ronzini, che a spruzzi perdevano
sangue dalle recenti ferite, i «picadores» compivan nuovamente il giro
dell’Arena, poi si fermavano, con le groppe dei cavalli contro lo
steccato, ad una trentina di metri dall’ingresso del «toril».
Spalancatosi questo al segnale delle trombe, un nero animale formidabile
vi si affacciò con impeto, fece tre balzi e di botto si fermò, come se
lo splendore del giorno l’avesse accecato. Chiuso da molte ore nel buio
del «toril», assillato con uncini pungenti, la sua bestiale furia si
abbacinava davanti allo spettacolo di quella gente infinita. Poi volse
in giro i suoi terribili occhi, vide i cavalli dei «picadores» e con una
galoppata che parve un volo, quasi ruggendo, si avventò nell’Arena. Tra
un nugolo di polvere sollevata precipitò nel mezzo del recinto, e di
colpo ristette. Lo accerchiavano i «capeadores», sventolando larghi
mantelli, provocando con astuzia il possente animale, poi da ogni parte
fuggendo a gambe levate. Il toro si mise a rincorrerne alcuni, ma essi
agilmente saltavano la barriera. La bestia infuriata menava cozzi
terribili contro il solido recinto, e più volte infisse le corna per
almen due póllici nel legno della palizzata. Poi si volse, vide a poca
distanza il tremante cavallo d’uno dei «picadores», con l’omaccio in
sella, pronto e curvo su la sua lunga pica. La gamba sinistra del
cavaliere aveva una solida corazzatura; bendato era l’occhio sinistro
del cavallo; un orribile palafreniere, in giubba rossa e calzoni di tela
greggia, stava dietro il cavallo con un lungo randello, per tempestarlo
di colpi se questo piegava sui garretti o per costringerlo a sostenere
la cornata se atterrito retrocedeva.

Il toro vi andò contro con tanta forza, che, nonostante il colpo di
lancia infittogli nella groppa, uno de’ suoi corni sparì nel ventre del
ronzino, l’altro gli squarciò la spalla, e tutto fu sollevato in aria di
peso, uomo e cavallo, poi rovesciato contro la barriera, schiacciato,
calpesto, mentre il toro non riusciva più a districare le corna dalla
orrenda ferita e scoteva rabbiosamente la cervice, cavando sterco e
viscere dall’addome dilaniato.

Quando infine lo squarcio fu così vasto che il toro potè strapparne le
corna divenute orribilmente rosse, tosto i «capeadores», agitando
mantelli, riuscirono ad allontanarlo dal cavaliere disarcionato.

Allora, nel buttarsi dappertutto alla cieca, il toro improvvisamente
vide contro l’opposta barriera il cavallo dell’altro «picador», che
invano i servi di stalla, bastonando come anime dannate, cercavano di
mettere in buona positura per il colpo di lancia.

Fissarlo, balzare, investirlo, fu questione di pochi attimi. Lo colse in
pieno, da tergo, affondando la cornata frammezzo alle due nátiche. Parve
di vedere la squallida bestia spaccarsi nel mezzo, con un’enorme
fenditura per tutto l’addome, dalla quale cadevan orrendamente le
viscere sgomitolate. Una sua zampa floscia pendeva, rotta
nell’articolazione. Il labbro violastro, sollevato su la dentatura
gialla, esprimeva un dolore straziante, un’agonia piena di terrore,
sotto la tragica maschera di quell’occhio bendato.

Sconciamente ruzzolarono, uomo e cavallo. I mantellieri accorsero,
accerchiando il toro con uno sventolìo di cappe, mentr’esso già stava
ponendo le zampe sul dosso del «picador», ch’era stramazzato vicino al
cavallo. Incapace di rialzarsi, per il fasciame della corazzatura che
gli stringeva un ginocchio, l’inerme «picador» non aveva ormai che una
sola difesa: quella di rotolarsi a terra, con le braccia stecchite lungo
i fianchi, cercando un rifugio sotto il ventre stesso dell’infuriato
animale o tentando d’incastrarsi fra la barriera e la carcassa del
cavallo agonizzante.

Qualche piccolo grido ruppe qua e là, tra il pavido silenzio della
moltitudine.

Fu allora che si vide Bombita leggermente balzare tra il furioso vortice
di mantelli che non riuscivano a distogliere il toro, gettargli proprio
su gli occhi la sua cappa disciolta, sì che il toro v’inciampava, e con
mille astuzie rapidissime, agili, pericolose, trarselo dietro
sorridendo, raccogliendo nella fallace cappa le sue furibonde cornate,
finchè, nel mezzo dell’Arena, battendo il piede imperiosamente, l’espada
lo fermò.

Un grido fantastico e grande sollevò l’anfiteatro. Più nessuno si curava
del «picador» scavalcato, che del resto avevan già rimesso in piedi e
pareva non avesse importanti ferite. Solamente si vedeva una leggera
striscia di sangue scorrergli giù dal polso e gocciolare dall’ápice
delle sue dita.

Il servo di stalla, con un colpo di stiletto, liberò lo squarciato
ronzino dalla sua straziante agonia.

Era stato un cavallo, un povero animale indifeso ed utile fino
all’ultimo giorno della sua vita; ma ora, in quello stato miserando, non
valeva più che il peso della sua carne dilaniata, il prezzo della sua
pelle troppe volte ricucita. Ucciderlo era dunque l’ultimo vantaggio che
si potesse ancor trarre dalla sua frusta affamata carcassa; di lui, come
vivo, nessuno darebbe una peseta; aveva dunque finito logicamente di
servire l’uomo.

Il suo muso giallo, intriso di bava e di polvere, pareva con un riso
tragico ringraziare gli uomini della pietà finale che avevano avuta di
lui.

E dire che il Pretore Urbano amministra tutti i giorni la Giustizia, fra
due libroni che rappresentano la Legge, in questa oscena e miserabile
commedia che si chiama la vita...

Quel toro fu prodigioso: quattro cavalli uccise, altri due ne mandò via
scuciti come tabarri da mendicante.

Infine le trombe suonarono «la suerte de banderillear». Gli furon messe
due paia di «banderille», ma piuttosto male, perchè il toro correndo
scuoteva la testa, onde riusciva pressochè impossibile collocare i
pungiglioni come l’arte classica del torneo prescrive, una per parte, a
qualche pollice dalla nuca. Il toro, messo in furore da quegli aculei
pungentissimi, si avventava di qua, di là, cozzando a vuoto nei
mantelli, stramazzando su le ginocchia e talora fermandosi deluso nel
mezzo dell’Arena, con la fauce spalancata, la lingua pendente, bavosa e
nera di convulsione, gonfia di dolore, con orrendi muggiti.

Le trombe allora suonarono la messa a morte. Bombita, col suo drappo di
porpora e la bellissima spada serrata nel pugno invincibile, si presentò
con brio davanti al pulvinare, si scoverse il capo, tese in alto il
braccio e brindò il toro ad una persona che non vidi nè potei scoprire
chi fosse, ma certo un alto dignitario, forse il presidente medesimo
delle corride, oppure una famosa bella donna. E pronunziò le parole di
rito, con le quali si vota in olocausto il proprio sangue pur di
compiere il sacrifizio del toro.

Con una mossa elegante lanciò verso il pubblico il suo piccolo tricorno,
insegna e nobiltà del torero, poi, con le labbra un po’ serrate, il
celebre scannatore s’avanzò di fronte all’avversario, verso il mezzo
dell’Arena.

Egli non aveva paura del toro:—questo era evidente, poichè da oltre
quindici anni, e senza retrocedere d’un passo, ne aveva messi a morte un
gran numero di migliaia. Ma invece aveva paura della moltitudine, la
fiera più temibile che sia nella creazione, la tiranna delirante,
implacabile, che consacra e sconsacra gli eroi.

Certo in quel momento egli aveva paura della propria fama e paventava
l’idolatria di quella immensa gente, davanti alla quale non gli sarebbe
stato mai lecito dare una botta ingenerosa o fare un passo indietro. Poi
sentiva nell’anfiteatro la presenza di molti suoi avversari, fra quelli
che lo davano per vecchio ed intimidito, mentre sorgevano gli astri
nuovi dei prodigiosi adolescenti Belmonte e Gallito Chico.

Nella terra di Spagna si professa il proprio espada come altrove una
fede politica; ognuno pensa che il bene uccidere dia fortezza di bene
morire; le donne amano i maestri di spada e il popolo canta chi meglio
colpì.

Accerrime fazioni custudiscono la rossa gloria dei più intrepidi, e
battezzato col sangue dei tori da combattimento esce dai selvaggi
anfiteatri l’eroe nazionale. Poi dappertutto si trovano a decine que’
certi «laudatores temporis acti», che a nessuno più, dopo Guerrita e
Fuentes, vollero si attribuisse la gloria della vera tauromachìa. Ed
inoltre, il pubblico di tutte le Arene spagnole, in ciò davvero
cavalleresco, pretende verso il toro la più assoluta e generosa lealtà:
oltre che uccidere, bisogna dare la bella morte, bisogna colpire diritto
e senza inganno, poichè, se i cavalli son materasse da cornate, non si
ammettono invece per il toro le strazianti agonie.

Fossero i nemici alle porte della capitale, un bel colpo di spada,
confitto sino all’elsa nella dura cervice, un colpo dirittamente
piantato nel mezzo del cuore e che in pochi attimi tragga di vita
l’animale, basterebbe a mandare in delirio questo popolo circense, che
perpetua con sè nel mondo l’anima del cavaliere Don Chisciotte.

Nello sfacelo di una immensa grandezza, due sole cose rimangono per la
Spagna inesorabilmente sacre: il Crocifisso e la spada.

Così non v’è fama che basti ad impedire il pubblico dileggio, quando
colui dal quale ci si attende una giostra da Paladino di Francia
combatta per disavventura con lo sgraziato procedere di un domatore da
serraglio. Questo pubblico, il quale fa tanti sacrifizi per recarsi ogni
giorno di corse alla «Plaza de toros», non dimentica il prezzo elevato
che si vuole dagli impresari anche per un’umile «tendido de sol», nè
scorda le sei o settemila pesetas che un buon espada si guadagna
giornalmente per uccidere due quadrati maschi de’ più famosi
allevamenti. Sicchè il presentarsi davanti al toro è sempre un gioco a
prezzo di vita, non tanto per le sue corna crudelissime quanto per lo
spettacolo che convien dare di sè.

Parecchi anni addietro avevo già veduto Bombita combattere nelle Plazas
di Siviglia e di Madrid; ora, nel rivederlo, già più non mi pareva il
medesimo. Su quest’uomo impavido era passato il trionfo; l’applauso lo
aveva logorato come logora il fuoco delle bevande troppo forti. Mi diede
l’impressione d’un uomo il quale ormai si sentisse impari alla propria
grandezza e tuttavia non potesse far a meno del delirio popolare,
dell’ovazione frenetica, del suo nome gridato al cielo, quando la fiera
vinta s’inginocchiava nel rantolo dell’agonìa.

Asciutto, smilzo, pallido, nel costume damaschinato che lo serrava come
un guanto, le calze candide, le sottili scarpe da ballerino, il
fazzoletto di seta che gli usciva dal taschino del bolero, consapevole
in ogni gesto, in ogni mossa, d’una eroica memoria di sè, grazioso,
agile, attento, era sì quel Riccardo Torres che vidi, per così dire,
ballare il minuetto coi terribili tori di Veragua e di Miura; ma in lui
si vedeva ora, sotto la pelle arida e rasa, tutto il fascio dei muscoli
tendersi con nervosità, e negli occhi fermissimi, sotto il cranio ben
pettinato, la paura, sì, la paura della propria gloria, confitta nella
sua temerità come un terribile chiodo.

Là intorno, fra quelle ventimila persone che gremivano l’anfiteatro,
così curvate verso di lui, così protese a vigilarlo, ch’egli forse ne
sentiva battere contro il suo polso le tumultuose vene, là in mezzo, tra
quella bianca voragine di facce umane, v’eran le donne che gli avevano
mandato lettere d’amore, gli uomini che lo avevano portato su le spalle
nei giorni di trionfo, i bimbi che giocavano al toro chiamandosi
Bombita, v’eran gli emuli ed i nemici, v’era infine la storia che lo
guardava.

La sua fatica era quella di scordarsene, di non considerare quegli
spalti gremiti se non come uno sfondo necessario e lontano, quasi come
una specie di formicolante velario, che per lui tornerebbe ad essere
umanità quando le fanfare inneggiassero alla ben data morte.

Ma non poteva; era evidente che non poteva. Un piccolo spasimo, d’ira o
di nervosità, contraeva la sua faccia smorta.

Ed allora mi piacque osservar quest’uomo, che aveva contro sè, non le
corna rosse dell’animale insanguinato, ma il potere, la tirannìa, la
febbre di ventimila uomini che lo volevano applaudire. Mi piacque
l’istante magnifico nel quale dimenticò e si vinse.

Fermo, il toro lo guardava. Col fiocco della coda, simile ad un lungo
scudiscio, si batteva minaccioso i fianchi ansanti. Teneva il muso
basso, con le narici dilatate, quasi volesse fiutare l’espada e misurare
l’attimo della terribile cornata. Non era tra loro più spazio che quello
d’un braccio teso, d’una lama diritta.

Bombita battè col piede la terra, quasi per chiamarlo a sè, poi, con
baldanza, come si srotola una bandiera, sciolse la sua «muleta»
fiammeggiante. Stavano soli, di fronte: l’uomo, sottile come un
serpente, il toro, quadrato e sinistro nella sua poderosa immobilità.

E pareva che l’uomo gli dicesse:—«Chinati e guarda. Vedi questo specchio
rosso? Ha il colore del mio sangue. Uccidimi, se puoi!»

E come se lo specchio rosso l’avesse in verità abbacinato, ecco,
d’improvviso, con una furia belluina, il toro si avventò. Ma l’uomo non
fece che sollevare il suo piccolo drappo rosso, inflettere un fianco, ed
il lembo del panno strisciò leggermente su la fronte ricciuta
dell’assalitore.

Inginocchiatosi nella vanità dell’urto, l’animale battè il muso nella
polvere; si volse, irruppe contro l’espada, il quale, per schivarlo, non
fece altro che piegare leggermente fino a terra il ginocchio sinistro.

Poi fu tutta una danza serpentina, circoscritta nel raggio di pochi
metri, l’uomo fra le corna del toro, di qua, di là, da tergo, di fianco,
di fronte,—fantastica ridda e maravigliosa: il toro con tutta la sua
forza, l’uomo con tutta la sua temerità.

Poi gli mise una mano su la fronte, quasi per dirgli:—Férmati!—e il
toro, esausto, si fermò.

La folla, da tutte le gradinate, proruppe in un applauso delirante.

L’uomo, il piccolo uomo arcato e snello, sorrideva stringendo le sue
labbra sottili. Poi di nuovo, palleggiando la sua «muleta», si mise a
correre di qua, di là, trascinandosi appresso il toro; e correva con
quel movimento ritmico, tortuoso, al quale si abbandonano i pattinatori
nell’eseguire un «balancé».

Veramente pareva questa una danza leggera e folle su l’orlo di un
pericolo vertiginoso; finchè, dopo mille giri, di colpo l’espada si
fermò. E senza nemmeno volgere il capo, sollevate ambo le braccia,
inquartato il fianco, distaccato il piede, lasciò che le corna
formidabili sfiorassero la sua giubba luccicante.

Ancora una volta, per pochi millimetri, la morte gli era passata vicino,
l’espada ne rideva.

—¡Hombre!—fece Lord Pepe,—que fino!

Madlen ansava leggermente; ma si mise a ridere.

Adesso ancora stavano di fronte, la bestia e l’uomo, proprio davanti a
noi. Tre volte l’animale, fermo su gli appiombi, chinò la testa, e tre
volte Bombita, appoggiando l’elsa della spada fra la bocca e il mento,
prese la mira. Ma invano; poichè l’indocile bestia ogni volta gli
rompeva contro, sferrando cornate. Allora bisognava ch’egli
ricominciasse a giuocar di mantello, a rigirarlo, di qua, di là, per
fargli abbassare la testa e poter riprendere la mira.

Nell’atmosfera dove tanta folla respirava si fece un silenzio trepido e
grande, mentre i fotografi correvan nel corridoio circolare lungo la
palizzata per tramandare ai posteri uno fra que’ mille colpi di spada
che resero celebre il taurómaco Bombita.

L’arte insegna due mezzi per uccidere: o da piè fermo, aspettando
l’animale che nel balzo da sè medesimo s’inferra; o correndogli addosso,
evitandone la cornata e piantandogli per il mezzo della nuca la spada
nel cuore. Il primo de’ due colpi—«matar recibiendo»—è quanto mai
pericoloso nè si può praticare se non di fronte ad alcuni tori che usino
combattere in modo assai regolare. Ma, comunque si uccida, una sola
spada è ben raro che basti. Così le folle gridano d’entusiasmo quando la
prima stoccata spegne istantaneamente la bestia inferocita.

Ora Bombita, scelto l’attimo che gli parve opportuno, fece due passi
avanti, spinse tra le corna lo stocco, diede il colpo, l’abbandonò. Ma
il toro ingannevole s’era di súbito raddrizzato; la spada non penetrò
che di alcuni póllici, e scossa via dall’animale infuriato cadde,
rimbalzò nella polvere.

Bombita si guardò la mano. Si guardò la mano, come se il corno l’avesse
punto. No: aveva perduta l’ovazione.

Un grave silenzio, poi qualche fischio, qualche lazzo. I suoi labbri si
serrarono ancor più; e ricomparve nella sua faccia arida, ne’ suoi
lineamenti contratti, «la paura».

Da capo mantiglie, passi, giri, scambi, ronde.

Il colpo di stocco aveva tuttavia lacerata la cotenna del toro, già
purpurea per lo strazio de’ molti aculei, ed ora ne sgorgava sangue a
fiotti, che pullulava nero e grumoso, macchiando la terra.

L’animale caparbio non voleva abbassare la fronte, anzi non faceva che
scuotere il capo con un muggito lamentoso, torcere il collo, aprire le
fauci, quasi tentasse di leccarsi con la nera lingua le ferite.

Allora, velocemente, Bombita prese la mira, scattò, colpì.

Questa volta la spada rimase confitta, ma solo a mezza lama, e nei
sobbalzi del toro l’elsa tentennava.

Un mormorio di protesta salì, serpeggiò, corse per tutte le gradinate;
dalla irrequieta folla partivano acuti sibili; taluno incominciò per
dileggio a battere mazzi di chiavi dentro latte di petrolio.

I mantellieri frattanto cercavano di far girare il toro, perchè la spada
mal confitta inasprisse la ferita ed il capogiro spegnesse più
celermente la sua tenace vita. Ma il toro non cadde nemmeno a ginocchi,
anzi, con una impetuosa falcata, corse addosso agli uomini. Tre di
questi si appesero alla barriera; il pubblico, indignato, ruppe in
assordanti fischi.

Bombita, nervosamente, afferrò la terza spada.

Sciorinando la sua «muleta» in guisa da ravvolgere come in un laccio
l’elsa tentennante, riuscì a divellere quel ferro che non aveva ucciso.
Poi si mise con rabbia davanti alla bestia ferita, mirò pochi secondi,
scagliò diritto e fulmineo il suo terzo colpo di spada.

Il toro gli spruzzò di sangue la mano ed il viso. Bombita, lentamente,
si avvicinò all’avversario.

Questa volta il colpo era stato profondo, giusto, mortale.

Cominciò la enorme bestia a dare indietro, con certi orribili singhiozzi
agónici che gli empivano la bocca d’un vomito rosso; poi, di schianto,
cadde su le ginocchia, soffiò nella polvere, tentò invano di
risollevarsi, rotolò boccheggiante.

Le trombe, con alti squilli, salutarono la vittoria dell’espada.

Volentieri gli furon perdonate dal pubblico le due lame che non avevan
ucciso. Quel fantastico padiglione di migliaia d’uomini si piegò verso
la lizza come un corpo solo. L’aria fremeva d’applausi, nereggiava di
cappelli e di berretti lanciati come ventole a piè dell’espada. Tre
pariglie di mule impennecchiate entravano a schiocco di frusta
galoppando nell’Arena, per trascinar via le carogne del toro e dei
cavalli, che sparivan torcendo verso il pubblico i loro musi convulsi
dall’orribile agonìa.

Fermo davanti al pretorio, la mano la cappa e la spada su l’agile
fianco, due passi oltre la schiera de’ suoi uomini di mantello e di
pica, Riccardo Torres—Bombita—innalzava il trofeo della vittoria:
l’orecchia recisa del toro.

Tutta quanta la moltitudine stava protesa verso quell’uomo pallido, ed
il clamore dionisiaco della folla in delirio s’attorcigliava intorno
alla sua gagliarda flessibilità, come se il pugno fermo dell’uccisore
sollevasse dinanzi a tutto il popolo una gloriosa bandiera.

Forse non v’è cosa che meglio d’uno spettacolo sanguinario confini e si
confonda con il principio della voluttà. Credo fermamente che l’amore
del Circo, tanto fervido in Roma e non estinto ancora nella Spagna
d’oggidì, abbia la sua profonda radice nella sessualità feroce delle
moltitudini.

Sempre fui curioso degli uomini, curioso di tutto ciò che all’uomo
rimane del suo carattere primitivo. Come tale, non mancai di riconoscere
in tutte le cose vive la loro tendenza pressochè unica verso la voluttà
generatrice.

La grande ansia del far nascere affaccia volentieri l’uomo verso lo
spettacolo della vita che muore. Il sangue rosso e caldo sveglia
naturalmente nelle sue vene l’ebbrezza del poter dare la vita. È
universale nel mondo una immensa e divina lussuria;—per questo la vita
mi piace. Mi piace anche nei giorni di tristezza, e quando è brulla, e
quando è vuota, e quando, nell’inerzia di tutti i miei spiriti, sento
sul mio cuore un po’ freddo la gioia degli altri passare.

Così, camminando per queste libere strade, ove incontro fiori che mi
profumano e pensieri che in me nascendo allietano il mio nascosto iddio,
sento fra tutte le cose, fra tutti gli esseri viventi, e ne’ meandri
stessi della materia unica fluire questo impetuoso torrente di gioia,
che solleva ogni umile vita e con ebbrezza la confonde nel miracolo
della universale fecondità.

Ora, in quell’Arena gremita, io sentivo sopra tutto fremere la
bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione
di tutti quei nervi esasperati dal sangue. Allora solamente, e per la
prima volta, compresi la comunione che può essere tra una efferata
sofferenza ed un’angosciosa voluttà, sebbene si trattasse d’una
comprensione puramente astratta, che scendeva in me senza quasi
toccarmi, senza darmi altro che un senso di ottuso e confuso dolore.

Forse, invece, nei sensi della mia bella compagna forestiera accadeva
precisamente il contrario; ella cioè pativa questo contagio senza
nemmeno intenderne il fondamento, si lasciava possedere dalla tentazione
con una specie di perversità involontaria.

Lentamente, sotto l’angoscia di quello spettacolo, i suoi occhi di color
mutevole, come due magnifici scarabei, si erano fatti grandi e fermi,
cerchiandosi fino al sommo delle palpebre d’una palpitazione di luce
oscura. Nel suo volto scolorato rosseggiava più cruda la macchia del
belletto, l’impronta bruna che allungava il termine de’ sopraccigli;
sotto le narici esigue la bocca fina e calda si accentuava come una
sottile ferita. Guardarla e dover per forza pensare alle attitudini
forti e strane che questa bellissima femmina assumerebbe nell’amore,
guardarla e dover per forza misurare la profondità de’ suoi nascosti
peccati, guardarla e veder vivere tutto il congegno de’ suoi nervi
complessi, fini, esasperati, guardarla insomma e desiderarla,
rappresentava in quel momento una cosa inevitabile.

Il suo corpo chinato in avanti mi nascondeva dagli occhi di Lord Pepe;
un ricciolo de’ suoi capelli vaporosi, aggrovigliandosi fuor dall’orlo
della veletta sollevata, pareva le formasse contro la tempia una specie
di lievissimo fiore biondo. E mi sembrava di amare, non lei, ma quel suo
dolce abito così ben tagliato, quelle sue morbide stoffe così bene
intessute; non lei ma il pizzo leggero che fioriva dalla sua camicetta
di lino, ed i suoi guanti colore di cenere, d’una finissima pelle
odorosa, e tutte quelle materie soffici, rare, delicate, perfette,
ch’ella portava sopra di sè come l’involucro necessario della sua nudità
perdutissima.

C’era nell’aria una vampa calda, una esagitazione voluttuosa, un acre
odore di carne tormentata e ferita. Ella sentiva tutto ciò, e sentiva il
mio desiderio vivere intorno alla sua bellezza come un respiro lento e
caldo che avvolgesse la sua pelle incipriata. Ogni tanto, senza
guardarmi, abbassava il capo e serrava gli angoli delle labbra con un
sorriso pieno di femminile ironia.

Lord Pepe, ritto su la gradinata, si accalorava nel discutere con alcune
sue conoscenze. Lord Pepe non era favorevole—credo—al trionfo di
Bombita.

Ma frattanto era balzato fuori dal «toril» un bellissimo animale bianco
e pezzato, che su l’erta fronte portava due robuste corna dalle punte
quasi verticali. Fermo, si frustava le costole con la coda schioccante;
volgeva intorno il collo possente con l’agilità d’un impetuoso polledro;
guardava gli uomini ed i cavalli quasi per scegliere la sua preda.

Poi con salti e cornate irruppe nella polvere dell’Arena, strappò ai
mantellieri una cappa, che trascinò via su le corna, rovesciò l’uno
appresso l’altro i cavalli de’ due «picadores» e subitamente uccise il
terzo, che a randellate stavano spingendo nel recinto. In breve il suo
bianco mantello portò su gli ómeri una larga fascia di sangue.

Piantatogli nella coppa un triplice mazzo di «banderillas», venne per
dargli la morte un espada che più non rammento se fosse Gaona o
Machaquito. Fu quegli che diede la miglior stoccata; ma il pubblico,
sempre ingiusto, non gli concesse che un applauso distratto, poich’era
venuto quel giorno per applaudire Bombita.

Il toro della quarta corsa era un animale basso e tarchiato, con le
corna spaziose, che mal difendevano la sua vasta cervice. Il pubblico, a
suon di fischi, cercò di protestare il toro, come inetto al
combattimento. Ma Gallo, cui spettava l’onore della quarta corsa,
interruppe le proteste, sollevando invece grandi applausi con tre o
quattro «veronicas» davvero sorprendenti.

Di cavalli ne lasciò quel toro due morti e due pressochè dissanguati,
calpestando anche un «banderillero», che mal pose le banderille e
scivolò sotto le zampe dell’animale infuriato.

Quando suonò lo squillo di morte. Gallo s’avanzò verso Bombita e gli
dedicò il toro.

L’uno di fronte all’altro, magnanimi entrambi, entrambi a capo nudo, con
altera cavalleria que’ due maestri di spada si strinsero la mano.

Erano, l’uno il più compiuto, l’altro il più avveduto, fra gli «espadas»
di primo cartello; rivali nell’arte, avversari fra loro come capi di
opposte fazioni, ma cortesi l’uno all’altro secondo le regole degli
antichi tornei.

L’un d’essi, Riccardo Torres, abbandonava la lizza dopo avere per
quattordici anni gloriosamente combattuto in tutte le «Plazas» di Spagna
e d’oltremare, dato morte a migliaia di tori, sofferte innumerevoli
ferite. L’altro era quel Gallo che sapeva congiungere ad una temerità
qualchevolta pazzesca certi attimi d’incontestabile paura; quel Gallo
che aveva addestrato il suo fratello diciassettenne, Gallo Chico, il
prodigioso Joselito, che doveva nel mese appresso «prendere
l’alternativa», ossia consacrarsi «espada», nella Plaza de Madrid.

Davanti alla scuola di Gallo, davanti alla fama insuperabile del
glorioso adolescente, doveva Bombita, l’eroe di ieri, cedere il campo:
eran così due capitani di parte, due condottieri di fazione, due superbi
e giurati avversari che lealmente si davano la mano.

E la folla, questa eterna spettatrice, che ama i pugnali e le
gualdrappe, la messa ed il libretto d’opera, questa vera femmina,
innocente e crudelissima, per la quale ci si camuffa da istrioni e si
diventa eroi, guardava con un grande silenzio, commossa fin nell’intimo
dalle teatrali cerimonie di questa inorpellata cavalleria.

Gallo combattè con il toro pezzato in maniera degna del suo glorioso
avversario; lo mise a morte con due spade, poi venne a rendere la sua
vittoria nelle mani dell’impassibile Bombita.

Davanti a queste grandezze un po’ coreografiche, la folla proruppe in
tumultuose ovazioni.

Madlen Green, fino allora silenziosa, non seppe tuttavia sottrarsi al
fascino di quella teatralità, mentre invece Lord Pepe, infervorato nel
discutere con quelle certe sue conoscenze, mandava gesticolando un gran
mucchio d’improperi, non saprei dire se all’indirizzo di Gallo o di
Bombita, come non giunsi a bene intendere qual fosse l’origine del suo
declamatorio furore.

Lì, nel gruppo dov’egli stava, eran due giovani donne spagnole, vestite
ugualmente, ugualmente oppresse da un orribile cappellone di paglia, con
il polso carico di braccialetti rumorosi e che portavan agli orecchi,
ciascuna, due larghi e pesanti cerchi d’oro.

Accalorate, piene di brio, con movimenti repentini ed angolosi, tra
bufere di parole pronunziate con incredibile celerità, chiudevano,
aprivano i ventagli di trina, talvolta li battevano sul braccio
dell’interlocutore; le lor mani dorate dal sole avevan l’unghie un po’
scure, la nervatura sottile e mobilissima.

Noi, sottovoce, parlavamo di loro; di queste bellissime donne spagnole,
un po’ insolenti, un po’ indolenti, con certe mosse da ballerine gitane,
avvezze a fasciarsi nelle grandi mantiglie, a inginocchiarsi nelle buie
chiese, a parlare con una voce vibrante, a incipriarsi con una cipria
molto fina. Son donne solite a lasciarsi amare da uomini di cui hanno
paura; nelle case vestono dimesse, in istrada cercano di apparire;
davanti alle Madonne si fanno il segno della croce; ricamano adagio,
parlano in fretta, e sanno pochissime cose. Hanno capelli molto lucenti,
labbra vive, calde, un po’ carnose; nei lor occhi pieni di gelosia ride
il sole. Amano i profumi forti, i colori vivaci, gli uomini prepotenti,
le canzoni d’amore; dicono malignità ridendo sottovoce; oziano e
ciarlano da mattino a sera; molto volentieri stanno alla finestra, e
diventano súbito irrequiete quando passa per istrada un mandolino.

Forse non potranno mai comprendere l’anima d’una donna del Nord...

Io le dicevo tali cose a bassa voce, in modo ch’ella sola potesse
intendere. Questa maniera di parlarle faceva nascere tra noi una specie
di complicità innocente, un primo, sottile, inesprimibile desiderio
d’amore.

Su le sue lunghe ginocchia, raccolte presso le mie, si distendeva, come
una sottile striscia di broccato, un raggio di sole.

Usciva in quel mentre l’ultimo toro della giornata, l’ultimo che avrebbe
morte per mano di Bombita nella Plaza di San Sebastiano.

Era un quadrato animale, corto e ruvido, con la cotenna irsuta come la
crescente criniera d’un lioncello.

Compiutosi di nuovo un grande cerimoniale, ricominciò il torneo di cappa
e di lancia, ove il toro diede prova di furibondo valore. Poi si
presentarono, a banderillare insieme in questa corrida, Gallo ed il
medesimo Bombita.

In una gara insuperabile di maestrìa ne piantaron all’esatto segno due
paia di corto manico per ciascuno.

Quando infine Bombita impugnò la diritta spada e la «muleta»
fiammeggiante per dar morte all’ultimo suo toro, una spettacolosa
ovazione sollevò l’anfiteatro.

Ma di nuovo la sorte gli fu singolarmente avversa. Fosse colpa della sua
manìa d’eccellere o fosse difetto nella guisa di combattere del toro,
Bombita mancò la prima volta quel suo colpo di spada, che, se fosse
stato mortale, mi avrebbe fatto assistere senza dubbio al più grande
spettacolo di delirio popolare, al più caratteristico esempio di trionfo
circense del quale mai potessi conservare la memoria.

Invece due spade furon vane; la terza, con prolungati rantoli, spense
l’animale inginocchiato in una pozza di sangue.

E mentre le gradinate si sfollavano con lentezza, io vidi portar su gli
ómeri dalla ragazzaglia che invase l’emiciclo un uomo irritato e restìo,
che forse in quel pallido giorno di commiato rivedeva la sua prima
levata su gli ómeri nell’Arena di Siviglia, la prima burrasca d’applausi
che innalzò fino al rumore della gloria, fino a quest’ora di perduto
apogeo il suo nome ignoto...

                                  ————

Nello scendere per le scale dell’anfiteatro Lord Pepe s’imbattè in una
comitiva di suoi parenti, che gli furono addosso da ogni lato e lo
tennero prigioniero, avvolgendolo in un furioso cicaleccio, in un
turbine di parole che più non finiva.

Quella brutta ricca gente colore della provincia possedeva una villa nei
dintorni di Zaraùz. Quando il calabrone cápita nell’alveare certo non
leva tanto scompiglio quanto ne mise Lord Pepe capitando fra quel nugolo
di cugine.

Una lo tirava per la manica, l’altra gli passava sotto il braccio le sue
lunghe magre dita, use ad intingersi nell’acquasantiera; e tutte quante
insieme volevano condurlo a Zaraùz. Si dava un piccolo ricevimento,
quella sera, nei giardini di Zaraùz. Gli offrirebbero il tè profumato
col fiore d’arancio di Zaraùz.

Adelaida, la cugina milionaria, svenevolmente lo guardava con i suoi
occhi di casta Susanna. Ella era, o doveva essere, colei nella quale
farebbe naufragio questo bel seduttore.

Che malinconia, povero Lord Pepe!...

Ma il figlio del banchiere a Londra pensò terribilmente ai milioni della
vecchia zia, doña Isabel. Non seppe resistere. Guardò noi con occhi
smarriti, mentre in cuor suo malediceva il tè profumato all’arancio che
gli offrirebbero nei giardini di Zaraùz.

Ma doña Isabel da tre anni era inchiodata in una monumentale poltrona,
con un rosario per braccio, due Bibbie sotto mano e il testamento
olografo sigillato nel libro dell’amministrazione. Di là, col suo
confessore, governava un feudo immenso. Nel suo vecchio cuore di donna
rapace e devotissima non aveva che una sola debolezza: l’amore per
l’unico maschio degli Higuera, Lord Pepe.

Gli avrebbe lasciato il feudo—pena: il matrimonio con Adelaida.

Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un vero
baronetto inglese, per finir sposo legittimo della provinciale di
Zaraùz, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande di
cotone! Aver dormito a fianco di Madlen, per slacciare poi, la sera
delle nozze, in una camera fredda, presso un tálamo in cui già
scricchiolava il peso della fedeltà, le dure balene di un busto quasi
verticale!... Avere quaranta soprabiti, trecento cravatte ben assortite,
saper ballare il tango argentino con le ragazze della Pampa, nella sala
del Rat Mort, per seppellire sè stesso all’ombra d’una buia moglie
romantica, sul labbro della quale, col volgere dell’età, comincerebbero
a spuntare i baffi... Oh, che il cielo vi scampi. Lord Pepe, dalle
insidie dei giardini di Zaraùz!...

Tuttavia non seppe liberarsi da quelle premure; disse a noi che verso le
nove e mezzo, non più tardi, sarebbe tornato al Maria Cristina, e
frattanto ci lasciava l’automobile per salire a Monte Igueldo.

Essi erano venuti sul carro a banchi, attaccato con le mule trottatrici.
Mule bionde, con sonagliere, che trottano a schiocco di frusta, nel
sole, senza levar polvere, con le orecchie diritte, il collo teso, la
schiena ossuta percorsa da una lunga striscia nera.

Sì, Lord Pepe, andremo a bere il tè su la terrazza di Monte Igueldo; e
penseremo a doña Isabel, inchiodata nella poltrona monumentale, con un
Rosario per braccio, le due Bibbie sotto mano e il testamento olografo
sigillato nel libro dell’amministrazione...

Come Dio volle giunsi a rintracciare l’automobile di Lord Pepe tra
l’immensa confusione di veicoli d’ogni sorta e le continue fiumane di
gente che invadevano il piazzale dell’anfiteatro. Poi, con estrema
lentezza, dovemmo compiere tutta la discesa di Monte Ulìa, sul quale
sorgono le Arene di San Sebastiano.

Brillavan sotto i nostri occhi le aquile d’oro del ponte di Santa
Catalina, ultima barriera verso l’oceano del grigio lento fiume Urumea.
Di là, fra i curvi promontori, si sciorinava la città regale, messa più
volte a sacco, incendiata, smantellata, or dall’incendio risorta con
bianchissimi edifici e larghe strade scintillanti, adagiata lungo la
maravigliosa baia della Concha, dalle arene morbide come velluto. Monte
Urgull e Monte Igueldo chiudevano, su le opposte rive, l’insenatura del
golfo; nel mezzo era l’isola di Santa Clara, ove, in quell’ora calma,
tornavano dal tremolante oceano le vele dei pescatori.

Ed ecco, in una sera di Settembre, volando per la Concha lungo il mare,
sotto i giardini reali dell’alto Castello di Miramar, imprigionato in
quel cofano di cristallo a fianco d’una donna forestiera, io sentivo di
andare incontro al pericolo d’una grande poesia.

E nel guardarla pensavo:—«Questo è forse l’amore.»

Pensavo:—«Rubare alle cose, alle anime che passano, il loro profumo più
inebbriante, abbandonarle prima che sfioriscano, allontanarsi prima di
conoscerne l’agonìa:—questo è forse l’amore. Portare con sè un
rimpianto, qualcosa di magnifico e di perduto, smarrirsi nei labirinti
della vita portando in sè un desiderio giovine, non ancora disperso in
polvere, pensare con una malinconia profumata a tutto quello che poteva
essere e che non fu:—questo è forse l’amore. Udire lontano,
confusamente, nelle distanze dell’anima, una musica lenta che si
trascina come nell’aria un velo, e credere che là indietro, in quella
musica del nostro cuore disperso, in quel colore d’aria distante v’era
forse, o vi poteva essere la felicità; sognare con occhi pieni d’aurora
l’amante nuova che s’incontrerà nei miracoli della strada più
lontana:—questo, questo è veramente l’amore.

I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

I leggeri fili della sua piuma di Paradiso tremavano con una specie di
nervosità, come se il delicato grappolo fiorisse da un troppo esile
stelo. Immerso nella calda luce della sera, il suo profilo perfetto
sembrava trasparente; le ciglia troppo scure, la bocca troppo rossa,
tradivan con esattezza il segno dei belletti finissimi. Vedevo il
pesante suggello d’ombra sotto il chiarore de’ suoi occhi dorati; ma
questo visibile artifizio le stava terribilmente bene, rendeva il suo
volto meno puro, gli dava uno splendore più torbido, una bellezza più
tormentata.

In un vasetto d’argento, fra l’orologio ed il portacenere, due lunghi
rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini; qualche petalo
s’era sfogliato; cadendo, affondava bianchissimo nella pelliccia d’orso
nero.

Avrei voluto dirle una parola d’amore, qualche bella parola d’amore, che
inutilmente cercai. E tacendo guardavo le sue mani.

Quella mani mi facevano sentire il dolore delle sue lente carezze.
Guardavo lei, per immaginare la sua maniera d’essere un’amante. Pensavo
a quelli che l’avevano posseduta, alle labbra che si erano immerse nel
respiro della sua viva bocca.

Tra il sole morente le sue trecce divenivano color di fumo. La sua pelle
dorata prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le sue forcelle di
brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli oscuri. Aveva nei
polsi, nelle ginocchia, un non so che di pericoloso, d’inerte, una
specie di musica ferma nelle sue lunghe giunture.

Se chiudevo gli occhi e volevo rivederne la sembianza, non era più lei:
spariva dalla sua immagine bella un po’ di sogno, finiva, quasi
cancellata, una specie di maravigliosità.

Ed allora parlammo.

Era stanca, le dolevan un po’ le reni... Oh, quelle gradinate incomode,
il peso enorme della folla, il rumore, il sole, il sangue...

Adesso la strada correva, libera, nella sera profumata. Monte Igueldo
era davanti a noi, con le sue ville cariche di rosai, co’ suoi terrazzi
pieni di sole.

Quando nella folta pelliccia muoveva i suoi piccoli piedi, la calza
nera, così fina, percorsa da riflessi d’argento, mi faceva indovinare
tra la balza il principio della sua nudità.

Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte
Igueldo!... Eppure anche tu passerai, dimenticato, ne’ miei occhi
d’errante; non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po’ di sogno,
l’azzurra ombra d’una sera d’estate su la bella Concha, davanti al sole
che moriva sul divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla,
un po’ d’anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo
lieve, di troppo azzurro, la memoria d’una sera d’estate, una striscia
di fumo, nulla...

I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

Voi che avete una casa, ed amate la vostra casa, nè per voi c’è fiamma
che vi scaldi lontano e fuori dalla casa, forse non potrete mai
comprendere quest’anima bella del navigatore, che da noi si alza come
polvere nelle distanze della strada che passò.

Mi piaceva; era funestamente bella; da lei cominciava la sera, brillava
il sole, odoravano i fiori, mandava un tremito nello spazio la bianca
terra di Guipuzcoa.

E nel guardarla pensavo:—Questo è forse l’amore.

La distanza è l’amore. Ciò che per noi fu tale in un’ora di bellezza, e
finì. La donna che passa è l’amore; la donna senza storia, senza nome,
senza il peso inevitabile de’ suoi mediocri peccati. Quelle che andarono
via, scomparvero, travolte nella musica d’un treno. Quelle che a noi
diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle,
quando cantava il maestrale...

Con noi passarono, risero, nel turbine d’una città sconosciuta. Forse un
teatro le portò; un albergo le diede; una strada buia.

Erano molte. Fra molte rimase una.

Aveva negli occhi e nell’anima il colore della terra d’esilio; portava
in sè la primavera e come la primavera passò.

Forse un po’ di sogno, la sera, affacciati ad una bella veranda. Chissà,
forse una canzone, distante, fra gli alberi, che se ne va... Il buon
odore de’ suoi gonfi capelli pesava, opprimeva, cadeva, come cade nelle
sere d’estate il caldo pólline dei gelsomini. E parlava con un po’ di
fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non
conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava
con una voce piana, senza ombra di paura, come una buona sorella...

E fu la vostra amante in una camera d’albergo, dopo una sera troppo
calma od un bicchiere troppo colmo... Chi era?... Forse nessuno; la
donna più bella che vedeste, il colore della terra d’esilio, l’unica
forse che v’innamorò.

Sul vostro guanciale disciolse per qualche notte la sua treccia
profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che
saranno fors’anche vere...

Poi, una sera, d’un tratto, pallida e quasi con paura, vi disse nel
bacio più tremante:—«Domani vado via.»

La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta
di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua fina vestaglia di seta.

Chi era?... Forse nessuno; il colore della terra d’esilio, la musica
dell’amore che passò; nulla, una striscia di fumo, la cenere d’una
fiammata che morì... e troverete ancora di lei, nella coltre, una
forcella dimenticata...

Aveva la infinita bellezza di appartenere ad una patria lontana, di
giungere da un mondo impreciso, di avervi abbandonato con una lacrima,
di avervi scritto con un fiore... Passando, in un giorno d’esilio, vi
diede con vero profumo tutto il bene che poteva dare di sè: la sua bocca
limpida e rossa, le sue treccie pesanti che si sciolsero in una notte di
stupenda follìa;—e sarà una striscia di fumo, nulla, un po’ di anima
dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo
azzurro, la memoria d’una sera d’estate, una striscia di fumo, nulla...

I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

                                  ————

Sì, Madlen, ho capito. L’amore... uno scherzo elegante! Un abito nero ed
una veste molto scollata. Una cravatta bianca ed un filo di perle.
Quattro scarpine da ballo, minuscole, fine come guanti, che sottilmente
calzano il piede. Il mio sparato che brilla d’immacolato ámido, e le
vostre leggere piume di colibrì. Due sartorie, due figurini di moda; Old
Bond Street e Rue de la Paix:—questo è l’amore.

Va bene. Tutto ciò richiede un’occasione, vuole un complice; bisogna
trovare il mezzo, il luogo, la congiuntura, per abbandonarsi a questa
folle poesia. Oh, l’amore del ventesimo secolo, come diventa una cosa
complicata, e, se vogliamo, anche un po’ sconclusionata! Non vi pare,
Madlen? No? A voi non pare?... Meglio così.

È l’alba. Le trasparenti nuvole cominciano ad orlarsi di chiarore; fra
poco il giorno si alzerà nel tremante infinito. Solamente i provinciali
credono che la notte sia fatta per dormire. Di notte si gioca, si balla,
si cena, si ama,—nei casi disperati, si medita. Non vi pare, Madlen?

C’è fra noi tutta l’altezza d’un piano, finestra su finestra, verso la
Zurriola. Un po’ di vento agita le irrequiete stelle. Questo immenso
casolare d’uomini, l’uno per l’altro forestieri, adesso dorme. L’Urumea
bianco di spume passa, canta, si disperde nel mare. Che fate voi ora?
Vedo splendere sotto il mio balcone due finestre illuminate. Certo voi
state ora nel lucente spogliatoio, che divide la camera vostra da quella
ove tra poco si addormenterà il consorte vostro e signore. Ma io, sovra
un tavolino malfermo, a piè del mio letto solitario, coi vetri aperti al
buon odore dei cantàbrici venti, per voi, bella Inglese che vi
spogliate, queste malinconiche riflessioni scrivo.

Sì, ho capito, Madlen; l’occasione è quella che a noi manca. Ma nella
vita è sempre un’occasione, piccola e fortuita, quella che divide gli
uomini dall’avverarsi di tutto quanto è sogno. Centinaia di volte sono
passato accanto alla fortuna, ed essa mi toccò, mi avvolse con la sua
treccia odorosa e lieve, come quella che voi ora pettinate con un bel
pettine di tartaruga... L’occasione mi trattenne il braccio, nè volle
che io la ghermissi. È la nemica degli uomini, questa megera che si
chiama Occasione!

Sono passato rasente i pericoli, rasente le tragedie; amai provarne il
brivido, eppure non vi caddi. Sono passato nell’amore senza un grande
amore, nella felicità senza una vera gioia, nella sventura senza troppe
lacrime; ho avuta la sensazione di tutto ciò, confusa ed inscindibile,
ma veramente non provai che stupore. Sono passato su l’orlo del bene, su
l’orlo del male; ho amata la giustizia con un cuore ingiusto, la
semplicità con artifizio, e con animo pigro la vittoria, e con
intelletto gelido la voluttà; ma d’importante in fondo v’è una sola
cosa: la gioia di ricordarmi che «sono passato».

Madlen, su gli alti scanni del Bar, mentre sorbivamo que’ buoni
cock-tails, generosi e raggelati, che somiglian un poco ai desiderî
delle persone eleganti, noi eravamo così presso l’uno all’altra, che le
nostre ginocchia leggermente si toccavano. Era già tardi, quasi le tre
di notte; a pianterreno vegliavano ancora i più inveterati nottambuli
dell’albergo; nella sala da ballo un pianoforte assonnato, un cattivo
cembalo in sordina, faceva ballare non so chi. Dietro il banco, sotto il
quadruplice ordine delle sue variopinte bottiglie, il barman andava
preparando con celerità, nei bicchieri senza piede, i suoi complicati
miscugli; li dosava, li affatturava, con una pazienza, con un ingegno da
perfetto avvelenatore.

L’Addetto Americano dormiva beatamente in una larga poltrona di cuoio.
Teneva le sue gambe lunghissime appoggiate ad una sedia lontana. Ma in
quella posizione acrobatica un de’ suoi piedi, come quello di
Cenerentola, aveva nel sonno smarrita la sua leggera pianella. Essa gli
era scivolata fuor dal piede; nel fulgore del pavimento brillava
solitaria. La paglia che voi usavate per sorbire l’aspro cock-tail vi
lasciò cadere una fredda goccia su la scollatura incipriata. Doveva
essere così fredda, su quel seno maravigliosamente caldo, ch’io pure ne
rabbrividii.

Tornavamo allora dal Casino; voi avevate perduto, io no. Tenevate il
gomito su la sbarra d’ottone che circondava in alto la ságoma del banco;
fra noi era una ciótola ripiena di mandorle toste, che brillavano di
sale cristallizzato. Al cerchio più basso del mio sgabello si
appendevano i vostri piedi sottili, che parevano due gioielli finissimi
in un astuccio di raso d’oro. Ed anche di splendente oro, ma con sovra
un tulle di color viola-piombo, era la stoffa del vostro abito glorioso,
il quale, invece di vestirvi, dovrei dire che vi spogliava. Ed eravate
così avviluppata nei drappi di quel velo pieno di fiamme, così bella
eravate, con le braccia quasi nude, l’ascelle trasparenti, le trecce, le
dita, i polsi, carichi di gioielli scintillanti, che la vostra infernale
paganità mi faceva pensare alle nicchie ove si custodiscono i tesori
delle Madonne bizantine.

Avete fatto male a non sparire con me nell’ascensore, mentre Lord Pepe
si era lasciato invogliare alla danza dagli assonnati ballabili di quel
pianoforte in sordina.

Sì, avete fatto male, Madlen; perchè mai come in quel momento avrei
saputo prendervi con violenza e con immaginazione; così, d’un tratto,
senza svestirvi, sciupando il vostro bell’abito di tulle color
viola-piombo e di raso d’oro; così, ritrovando su la vostra bocca umida
il forte sapore del cock-tail, premendo su voi, tra i seni malnascosti,
la fredda perla della mia camicia, impolverando con la vostra cipria
tenace il mio rigoroso abito nero.

È quello appunto che io vi dicevo, Madlen. E voi mi rispondeste con una
voce molto serena:—Oh... questo vi è poi talmente necessario, my poor
dear friend?...

In quel beato sonno l’anima semplice dell’Addetto Americano spaziava nei
paradisi artificiali dell’Old Scotch Whisky, paradisi certo superiori a
quelli del divino Baudelaire. Lo si udiva russare con dolcezza, mentre
appoggiava sul cuoio della spalliera la guancia perfettamente sbarbata.
Quelle sue gambe interminabili stendevan un ponte rettilineo fra la
poltrona e la sedia lontana. Lo scarpino lucido e piatto pareva che
avesse camminato da sè; ora brillava, sempre più solitario, nel mezzo
del pavimento. Il pianoforte, nella sala da ballo, ricominciava per la
decima volta l’eterna canzone di Mayol:

    Tout le long, le long du Missouri
    sous les grands mimosas fleuris,
    chaque soir à la brune,
    quand au ciel monte la lune...

Ed il barman usciva dalla sala reggendo sopra un vassoio molti bicchieri
colmi, appannati, che tremando si urtavano. Allora sentii le vostre mani
crudelissime toccare leggermente la mia spalla, ove rimase un po’ di
cipria. E con un riso che orlava d’un bacio non dato la vostra bocca
inafferrabile, voi dicevate a me, ch’ero di voi tutto perduto e pallido:

—Ebbene sì, vi dico sottovoce di sì... molto piano... molto forte... Ma
non so quando, forse d’improvviso, una sera... non domandatemi più
nulla... ho detto di sì...

E il ritornello della canzone ripeteva:

      Caprice fou!
      J’oubliais tout...
    Mes parents et mon pays,
      tous mes amis...

Quando Lord Pepe fu di ritorno dalle sue danze, ci trovò intenti a
lanciare mandorle toste nello scarpino solitario dell’Addetto Americano.

—Allô! allô! mister Hotkniss!—gridò egli con la sua voce risvegliante.

Il povero mister Hotkniss si destò di soprassalto e balzò in piedi come
un pagliaccio meccanico. Vide Madlen che rideva, e le disse:

—Well! I beg your pardon...

Poi, trovata nella scarpina una mezza mandorla tosta, ch’era l’unica
entrata nel segno a comprovare la destrezza di Madlen, per farsi da lei
perdonare quel sonno poco diplomatico, il rappresentante in Ispagna del
signor Teodoro Roosewelt ebbe con molto garbo la galanteria di
mangiarla.

Ora è venuta l’alba.

L’Urumea tace. I castani di Monte Ulìa scuotono tra una luce vaporosa le
foglie orlate di brina. Entra col rumor delle foglie un senso di freddo
sottile. È l’alba; è l’alba su Monte Ulìa...

Desiderare, non possedere, addormentarsi...—questa è la storia di una
notte, anzi è la storia di tutta la vita.

Così pure diceva, sul pianoforte in sordina, l’eterna Canzone del
Missouri:

      Et j’eus souvent
      d’autres romans;
    j’ai connu d’autres baisers,
      trop vite epuisés...

                                  ————

Una commedia spagnuola, fatta di chiaccherii, di sussurri, di trilli, di
frizzi, di baci, con molte ragazze da marito, maldicenti e ben
pettinate, che aprivano e chiudevano con volubilità i loro ventagli
vendicativi; molte matrone, stile cattolicissimo, un chierico balordo,
una zitella sorda, che dal principio alla fine della commedia non
cessava un attimo dal rotolare tra le sue lunghe dita gialle, su la
scrivania del fratello parroco, un infinito numero di sigarette. Poi
v’era un primo attor giovine, il quale, per fare l’irresistibile e
sedurre la figlia d’una cugina della cognata del parroco don Vincente,
si era messi perfino gli stivali da cavallerizzo...

Non vi piace, Madlen, questa commediola di Benavente?

Certo, se ripensate agli spettacoli sfarzosi dell’Olympia od alle
squisite finezze dell’His Majesty’s Theatre, non potrete molto
apprezzare questi scenari da teatro di terz’ordine, questi attori un po’
arruffati, un po’ disordinati, che recitan come si vive, agitando le
mani, scompigliandosi i capelli, sempre a scatti, a gesti repentini, a
scrollate di spalle; attori che su la scena vi dànno l’impressione di
riprodurre i cicalecci del «patio», i mille pettegolezzi borghesi che
s’incanalano sotto la Puerta del Sol...

Nondimeno io trovai delizioso il bisticcio fra le ragazze da marito, che
scoppiò in casa del vecchio parroco, tutto a frecciate, a botte
improvvisate, a colpi di ventaglio e di spilli, mentre la vecchia
beghina sorda, con le sue lunghe dita gialle, non faceva che rotolare
sigarette frammezzo a quella pazza gioventù.

Lord Pepe, in fondo al palco, annoiatosi di quell’intreccio troppo
casalingo, si era messo con le spalle al muro e profittava di quel lungo
atto per fare un dolce pisolino.

Ma presto la commediola finì; e siccome nei teatri spagnoli non di rado
si alternano brevi recitazioni con intermezzi di ballo e scene di
zarzuela, così ora si annunziava la parte migliore dello spettacolo: una
famosa danzatrice zingara.

Allora, da quel fino intenditore di danze ch’egli era, venne al
parapetto e prese il canocchiale, assicurandoci che la commedia di
Benavente non valeva la pena d’essere ascoltata.

In tutte le cose, Lord Pepe, c’è una maniera d’aver ragione, come una
d’aver torto: la saggezza vera consiste nel rimanere sempre in dubbio.

La danzatrice che apparve al proscenio portava un bel nome latino,
foggiato con la sampogna e col diadema, bucólico e regale, strano e
forte:—Pastora Imperio.

Questa Venere gitana è forse la più gloriosa fra le danzatrici di
Madrid. Fu moglie, ora divisa, dell’espada Gallo, il quale da lei
dovette apprendere quanto è più facile cosa inginocchiare i tori
formidabili di Veragua e di Miura, che non al proprio amore costringere
una sottile danzatrice zingara.

Le sue danze non erano accompagnate da orchestra; uno scuro adolescente,
seduto al proscenio sovra una seggiola di paglia, suonava per lei
mirabilmente la chitarra.

Questa donna mostrava un ingegno davvero sorprendente nel dimenare le
sue flessibili anche, nel tendere o nello scuotere la perfetta
convessità del suo largo ventre, nell’inflettere la spina dorsale,
formando con tutta la sua curvabilità un arco mirabile, nell’aprire il
bianco ventaglio delle sue braccia perfette, nel far tremare i seni
larghi e seminudi, che le sbocciavano dal petto come grappoli
stupefacenti.

Ella si chiudeva nella rete fittissima dei suoni che mandavan le sue
nácchere, si avviluppava nel rumore, nella gioia della danza, come per
scolpire in fugaci opere d’arte la bellezza del suo corpo inesauribile.
Aveva le anche agili e pesanti, le ginocchia salde, quasi buie, le
caviglie splendenti, aride, però innervate con forza ne’ sottilissimi
piedi, le reni asciutte, magre come il piacere, dolorose come la
voluttà.

Lord Pepe, al colmo dell’entusiasmo, dichiarò in modo perentorio che le
commedie di Benavente, come i drammi «de el malinconioso Ibsen o del
señor Gabriele de Anuncio» (tre autori fra i quali non faceva
distinzione alcuna) son cose che valgono su per giù quanto «un real de
Alonso Doze», allorchè su la scena mette il piede una danzatrice come
Pastora Imperio.

Siccome non protestai con sufficiente vigore, la bella Inglese parve
irritata. Forse una irreprimibile gelosia la pungeva, nel vedere tutti
gli uomini accaldarsi ed applaudire le danze voluttuose della bellissima
zingara. Cominciò con trovarla sguaiata; poi s’accorse che le sue
caviglie avrebbero potuto essere più fine; trovò che il saper scuotere i
seni ed il ventre a quel modo non era già una danza pura, come quelle di
Maud Allan, bensì un’osceno tremito epilettico; per ultimo disse che
Pastora Imperio aveva quel genere d’insolente bellezza la quale può
forse mettere in combustione il temperamento incendiabile di un galante
chauffeur.

—Bueno!—ammise Lord Pepe;—en cada hombre duerme uno chauffeur.

Questo magnifico dispregiatore di tutto ciò che può rodere un cervello
pensante ha sempre l’aria, quando parla, di deridere il suo
interlocutore. Sovra ogni cosa egli possiede un’opinione ben chiara, ben
definita, che non sarà forse la giusta, ma che per lui rappresenta la
categorica verità.

Quando Lord Pepe ammira il figurino di un abito ancor ignoto al volgo,
lo chassis di una macchina ultrapotente, le reni oscure di una
danzatrice zingara, è persuaso d’intendere con elevazione il senso più
lirico della perfetta vita, e certo gode una gioia molto più schietta
ch’io non provi nello scrivere una di quelle noiosissime poesie ritmate,
delle quali—non saprei dire perchè—talora, come poeta, mi vanto. Nel
giudizio di quest’uomo, Little Tich è un artista il quale supera
Eleonora Duse; un campo di corse gli dà maggior brivido che una sala del
Louvre; trova che l’inventore del rasoio Gillette si rese agli uomini
più utile di Emanuele Kant, e senza dubbio venera la cucina di Vatel più
che il teatro di Racine:—cosa nella quale non gli saprei dar torto.

Lord Pepe, dopo aver molto ascoltate le ragioni degli uomini sapienti e
di quelli, che amabilmente come voi se n’infischiano del genere umano,
son venuto a concludere che voi almeno sapete compatire le lor grandi
stoltezze, mentr’essi, con tanta levatura, non sanno e mai sapranno
indulgere alle piccole vostre.

Quel teatro si chiamava Teatro Circo. Ne uscimmo verso le undici, e per
vicoli oscuri, dove i popolani camminavano senza rumore su le lor scarpe
di corda, ci avviammo, come ogni sera, verso il Casino.

Confesso che molto volentieri sarei tornato per quei vicoli ambigui sino
al Teatro Circo, dove un portiere od una fioraia, un venditore di
_chufa_ o qualche altro cortese intermediario, mi avrebbe forse indicato
il mezzo più sollecito per far giungere un mio biglietto da visita, con
qualche dichiarazione d’amore scritta in pessimo spagnolo, fin dietro le
quinte ov’era il camerino della bellissima danzatrice Pastora Imperio.
Non già ch’io dividessi l’opinione di Lord Pepe, trascurando affatto
quella di Madlen; senonchè le promesse voluttuose di quest’ultima erano
lente quanto mai ad avverarsi, mentre la «Jota» è una terribile danza,
che certo non persuade gli uomini alla purezza francescana, e più
infernale danza è quella che porta il nome di «Olè».

Ond’io volgevo tra me stesso il pensiero di conoscere Pastora Imperio,
benchè non sapessi come avrei potuto sfuggire alla involontaria
vigilanza de’ miei nuovi compagni. Ormai avevamo presa l’abitudine di
passare tutte le serate insieme; spesso pranzavamo alla medesima tavola,
poi andavamo allo stesso teatro; si cominciava e si finiva il gioco alle
medesime ore; una lieta cena chiudeva le nostre lunghe fatiche, poi,
verso l’alba, tornavamo all’albergo insieme. Lord Pepe, con molto
spirito, non si mostrava punto geloso; anzi aveva l’aria di permettere
ch’io facessi alla sua bella compagna un briciolo di corte. Questo fatto
lo dispensava da una quantità di piccole cure, che forse affaticavano la
sua naturale pigrizia. Ero dunque io che a Madlen ponevo e ritoglievo il
mantello, accendevo le sigarette, offrivo da bere, procuravo i
programmi, le caramelle, i fiori, cambiavo i gettoni, domandavo al
violino di spalla la canzone preferita, ed ero persino io che, talvolta,
conducevo nel giardino dell’albergo il nobile pechinese Pompon. Questa
mi pareva in ogni caso una prova di fiducia, bella e delicata.

Lord Pepe, giovine hidalgo pieno di senno, amava risparmiarsi per le
fatiche maggiori.

Queste ragioni mi tolsero il mezzo di tornare al Teatro Circo in tempo
utile. Poi se n’aggiunse un’altra, non meno decisiva; e questa fu che,
appena giunto presso la tavola da gioco, perdetti senza indugio molte
migliaia di pesetas.

Nulla come un tale rimedio sopisce il fuoco dell’amore; sicchè dovetti
per prima cosa provvedere al ricupero delle involate pesetas, che dopo
lunghe alternative ridivennero mie. Ciò mi permise di ripensare alla
brunissima danzatrice di «Jota».

Madlen e Lord Pepe frattanto erano immersi fino alla gola nelle amarezze
del «trente et quarante». Lord Pepe assisteva con occhi attenti e
fulgentissimi alle pericolose fortune del giuoco di Madlen. L’unico
momento in cui, per nessuna ragione al mondo, egli avrebbe consentito ad
abbandonare la sua compagna, era infatti quand’ella sedeva presso la
tavola da gioco. Il buon senso amministrativo di quest’uomo vestito a
Piccadilly rappresentava per quella pazza Inglese un freno
indispensabile.

Dopo mezzanotte le attrici di tutti i teatri, e così pure quelle che
professan l’arte liberale del piacere al primo che le guarda, usavan
tutte quante radunarsi al Casino, per rischiare un marengo sovra una
serie di «trente et quarante» e bere, secondo i casi, o molte coppe di
freddo Sciampagna od una economica tazza di caffè.

La sala da giuoco apriva le sue belle invetriate sovra un ampio
terrazzo, dal quale tutto il golfo appariva, sino al termine della
incurvata Concha. Era il terrazzo dove si rifugiavano i perseguitati
dalla disdetta o gli accesi dall’amore. Un uomo solitario, il quale dopo
la mezzanotte sedesse ad uno di que’ tavolini e per caso, davanti a quel
mare così calmo, sentisse nell’anima nostalgica un tremante bisogno di
poesia, non rischiava mai di rimanere troppo a lungo in contemplazione
della solitudine.

Or accadde ch’io pure, quella sera, sentissi vagamente il bisogno d’una
boccata d’aria ed uscissi per un momento a passeggiare su quel terrazzo
romantico. La notte profumata e chiara, le stelle, il mare, che so io,
forse la scintillante statua della Reina Maria Cristina, mi facevano
danzare nel sangue la terribile «Jota» di Pastora Imperio.

D’un tratto la buona ventura che assiste gli scapoli ed i sognatori
venne spontaneamente in mio soccorso. O fu per caso un’allucinazione?...
Come potrei dirlo? Fatto sta che improvvisamente vidi Pastora Imperio,
la terribile danzatrice di «Olè», ritta e ferma contro l’invetriata.
Fumava una sigaretta, parlava, rideva con un piccolo ufficiale di
cavalleria, un vincitore di Coppe Reali nel Concorso Ippico.

Non era per me facile cosa riconoscere una donna veduta una sol volta su
la scena, e pressochè nuda, in un’altra che invece portava un abito
leggiadro e ben modellato, con le maniche fino ai polsi, la camicetta
fino al mento, e raccoglieva le sue belle trecce sotto un fino groviglio
di leggere piume. Potevo benissimo ingannarmi, od anche mettere nel mio
raffronto un poco di fantasia. Però, se i miei occhi non eran vittime di
un abbaglio sorprendente, quella era, dalla fronte al piede. Pastora
Imperio.

La medesima statura molto alta, snella, il piede fino, il fianco ben
segnato, le spalle aperte, un po’ rovesciate all’indietro, il collo
nervoso, mobile, due stupendi occhi da Carmen, il profilo da ebrea.

Cominciai a passeggiare in su, in giù, per meglio esaminarla da vicino
ed attrarre i suoi lucenti sguardi sopra la fronte non elevata
dell’ottimo cavalcatore. Questi le raccontava certo qualcosa di molto
gaio, perchè ogni tratto vedevo la sua bocca scintillante ridere. Quando
bene potei osservare le sue labbra, il suo riso, i denti limpidi, gli
occhi fatti a mandorla, più non mi rimase alcun dubbio: quella era
Pastora Imperio.

Ma il giovine ufficiale... perchè non pensava egli dunque a coricarsi di
buon’ora, visto che la mattina dopo i suoi veloci ed agili destrieri lo
avrebbero atteso al primo sole, per compiere il duro percorso volando
sotto lo scudiscio dell’intrepido cavalcatore? E non s’accorgeva
inoltre, il piccolo Ussero di Alfonso XIII, che gli sguardi luminosi
della bella Pastora Imperio non avevano affatto per me quella truce
ombra che ben conobbe a’ suoi tempi l’innamorato espada?

Passeggiai ancora un poco, indi presi una lodabile risoluzione.

Per la fortuna de’ giovini e de’ vecchi scapoli sonvi dappertutto, nei
luoghi ove convengono donne galanti, certe provvide e sapienti matrone
le quali interpongono l’opera della loro saggezza tra il frutto che si
vuol cogliere ed il prezzo che se ne vuol offerire.

A mia conoscenza la sala da gioco ne ospitava una in dimora stabile,
della quale un impiegato belga mi aveva tessuto i più caldi elogi,
dicendola molto accorta nel suo leggiadro mestiere, fidata ne’ servizi e
conosciuta per tutta la penisola come reggitrice d’una prospera casa di
Madrid. Ella era uno sfasciato quintale di rosea carne ribelle ad ogni
busto, con un sorriso da vergine folle. Aveva sempre intorno a sè certe
sue colombette, da lei menate in Cantabria per far fronte alle
occorrenze della stagione.

Doña Beatriz (questo era il dolce suo nome) non di rado mi aveva
sorriso, come a tutti gli uomini soli; ed ora me ne ricordai, perchè il
sorriso d’una donna contiene sempre qualche vaga promessa.

Abitualmente stava seduta in un angolo, a far la chioccia delle sue
pulcine; queste andavano intorno, scodinzolavano, schiccheravano, di qua
e di là, un po’ dappertutto; indi facevano ritorno a lei per
dirle:—Mammina, ho fatto l’ovo!

Con un sorriso quanto mai garbato e con maniere piene di rispetto mi
accostai al suo divano:

—Se digne Usted de excusarme...

—Hable, hable, Señorito!

Il mio gergo ed il suo fiorito linguaggio non si potevano intendere
senza una certa difficoltà; ma siccome la causa del nostro abboccamento
era d’indole alquanto internazionale, giunsi nondimeno a spiegarle ch’io
desideravo conoscere la bella Pastora Imperio.

—¿Pastora Imperio?... Donde està Pastora Imperio?...

Il triplice mento e le rosee guance della venerabile Donna si gonfiarono
di un solenne stupore; poi si levò, andò a vedere di persona qual fosse
la brunissima danzatrice che io le decantavo, e tornò indietro muovendo
le braccia, come se disegnasse nell’aria tanti punti esclamativi.

—No, señorito! no, señorito! La niña que Ud. quiere es Socorrito!...
Socorrito la Sevillana...

E lì un diluvio di parole per illustrare la perfetta rassomiglianza che
tutti riconoscevano alla Sevillana con Pastora Imperio, ed i meriti
assai maggiori di Socorrito in paragone dell’altra, senza contarne la
più fresca età—nove anni di meno, mi giurava doña Beatriz—e poi «la
delicateza» e poi «el desinterès» e poi «la hermosura» e poi tante altre
buone cose intime, per le quali era una fortuna impareggiabile quella di
poter conoscere Socorrito la Sevillana...

Un po’ deluso, le feci tuttavia scorrere nel palmo della benefica mano
un biglietto da cinquanta pesetas, ch’ella nascose nel seno, dopo avario
sbirciato, e mormorò, quasi arrossendo:

—Señorito, Ud. me humilia!...

Che purezza d’animo! che ineffabile candore!... Fatevi coraggio, doña
Beatriz!... Conviene prendere la vita con una certa filosofia. Non
vedete? Io sono innamorato di Madlen, volevo Pastora, e dovrò infine
contentarmi di una semplice Sevillana. Ma perchè dunque non mi avete
lasciato credere nel mio delizioso errore, dicendomi:—«Sì, è Pastora
Imperio,»—e facendo a lei stessa dire:—«Sono Pastora Imperio...»?
Ebbene, accetterò il vostro consiglio, doña Beatriz. Nove anni di
meno... Rassegnamoci. E dunque parlatele voi, doña Beatriz; ditele voi,
trovate il mezzo voi di scavalcare quell’intrepido ufficiale. Io vi
aspetterò sul terrazzo, nel buio, nell’ombra, come un innamorato, come
un reo...

Le donne, in fondo, non sono mai l’amore; sono qualche volta la via
necessaria per giungere all’amore.

Uscita che fu la matrona sul terrazzo, non saprei dire come le cose
andarono, ma forse, ad un certo punto, la Sevillana stessa dovette far
presente all’ufficiale di cavalleria che il giorno appresso, di
buon’ora, egli avrebbe dovuto addestrare al percorso un imbattibile
saltatore,—pensiero che i begli occhi della Sevillana avevano in lui per
un attimo dissipato.

Egli allora tracannò—grave imprudenza!—un ultimo bicchiere di Malaga,
strinse la mano di quella che fu per un momento Pastora Imperio, e se ne
andò facendo risuonare gli speroni.

Ecco,—ed io mi trovai di fronte all’amore.

Una bella ragazza impacciata ed una pingue affabile donna, che il mondo
calunnia di nomi scortesi per l’inoffensivo mestiere che fa...—ecco
l’amore.

Dopo tanti sogni, dopo tante follìe dei sensi e dello spirito nel
desiderare un’altra non ancora posseduta, ch’era lì, quasi a due passi
da noi, dopo le danze di Pastora e la voce di Madlen...—ecco l’amore.

Sì, va bene, va bene, povera Sevillana... se mi attenderete un momento,
giù dalle scale, o fuori, nel giardino... ora, fra poco, verrò.

E Socorrito, fiore di Siviglia, con i suoi occhi neri e calmi, fatti a
mandorla, belli come l’indifferenza, mi guardò, sorrise, disse di sì.

Non volevo mostrarmi a fianco della Sevillana, in quelle sale medesime
ove ogni giorno ero solito venire in compagnia di Madlen Green.

Rientrai. Madlen giocava; era in piena disdetta; Lord Pepe aveva una
faccia lugubre.

—Oh, ditele voi che si fermi un poco!—esclamò Lord Pepe.—Sono mazzi
terribili! Non si riesce a vincere un colpo.

Le avessi pur dato questo ragionevole consiglio, la mia raccomandazione
sarebbe stata inutile. Feci assai meglio. Contai la somma che ancora le
rimaneva sul tappeto, la raddoppiai con altrettanto mio denaro e le
dissi:

—Ora, vi prego, giocate anche per me. Vinceremo. Io torno all’albergo.
Sono stanco; mi duole il capo.

Ella si volse con un movimento veloce, un movimento imprevedibile, che
fece brillare la sua nuca e diede una specie di contrazione alle sue
spalle nude. Mi guardò, sorpresa, offesa, con i suoi bellissimi occhi
dorati, che la maraviglia empiva quasi d’innocenza; poi disse:

—Come? ve ne andate prima di cena? Ma perchè?

—Sono stanco. Poi debbo scrivere molte lettere, molte lettere...

—Dov’eravate finora?

—Là fuori, sul terrazzo.

—Ah?... sul terrazzo?...

E si rivolse, con un movimento più repentino ancora, prese un fascio di
denaro, lo buttò sul tavoliere, attese qualche attimo, vinse.

Io dissi:

—Comincia la fortuna. Continuate. A domani, Madlen. E Lord Pepe rideva.

Ella notò nel cartoncino, col suo lungo spillo, il colpo vinto; poi
disse, quasi fra i denti:

—Tieni, c’est drôle!... je n’aime pas les gens qui ont la migraine!...

                                  ————

La Sevillana mi aspettava sul limitare del giardino. Mi aspettava con
indifferenza, con pazienza, ed era già ravvolta nel suo mantello verde.
Camminava nel chiaro di luna, in su, in giù, lungo il porticato. Quel
suo mantello verde non mi piaceva. Era inoltre senza maniche. Non si
poteva darle il braccio.

Talvolta è più facile desiderare una donna che rassegnarsi alla gioia di
averla ottenuta. Nulla è triste come l’andare così—un uomo ed una
donna—meccanicamente a svestirsi. Questo io pensavo, nell’accompagnarmi
con la Sevillana, in quella notte calda e profumata, che illuminava di
stelle i viali della Concha.

Era certo una bella ragazza. Sì, era una bella ragazza. Ma come potevo
io perdonarle di non essere Pastora Imperio? E guardando i suoi occhi
fatti a mandorla pensavo con esasperazione agli occhi di Madlen.

Nord e sud: la distanza infinita.

Le domandai se volesse andare a cena. Ma Socorrito non aveva fame, non
aveva sete, non aveva niente... Le domandai allora se preferisse
camminare; mi rispose di sì.

Scendemmo lungo la riva del mare. L’acqua verde si muoveva come una bene
intramata stoffa di seta. Le acacie stormivano; il chiaro di luna
dormiva su l’acqua orlata di sottili frange. Un lume rosso brillava sul
Castello di Monte Urgull. Le cabine da bagno, addossate le une alle
altre su la bianca riva, sembravano in lontananza un gregge
addormentato.

«Je n’aime pas les gens qui ont la migraine...»—Questa frase mi
picchiava nel cervello, mi esasperava i nervi, volava intorno a me,
saliva, serpeggiava nel rumore delle mie concitate vene. Ogni tratto,
mentre pensavo a cercar materia di conversazione, quelle sue parole
tornavano, aspre, irridenti, con la medesima voce che le aveva
pronunziate, con il profumo stesso della bocca di Madlen... «Je n’aime
pas les gens qui ont la migraine...»

Allora guardai la Sevillana, volli dirle qualcosa di molto intimo, e le
feci questa bella domanda:

—Quanti anni avete, Socorrito?

—Veintecuatro, señor.

—E chi era l’ufficiale con il quale parlavate poco fa?

—El capitano Trebo.

—Di Madrid?

—Sì, de Madrid.

Questa conversazione interessantissima continuò sul medesimo tono sino
in fondo alla passeggiata. Parlammo, credo, anche del mare. Io provai,
di fronte alle bellezze della natura, una scettica e tetra sfiducia.
Così camminando noi cercavamo la via dell’amore. Qualche volta essa è
già fra un uomo ed una donna, forse brilla, e non la si vede. Bisogna
cercare, frugare; mettervi per caso il piede; sbagliando il passo,
inciampare in quel gradino invisibile che porta in alto, verso l’amore.

Qualche gente passava, rada, fra gli alberi, camminando piano. Veramente
non sapevo più cosa dire a questa bella Sivigliana, che portava un
mantello così verde. Presi a domandarle perchè non l’avevo mai veduta
prima di quella sera, e cosa faceva, dove abitava, se avesse un amante,
se fosse mai stata a Parigi, se conosceva qualche Italiano, se amava il
suo Re...

—Bene, torniamo indietro?

—Torniamo.

Davanti alla terrazza d’una birreria sostammo, perchè mi parve di aver
sete.


         _«Cerveza de Pilsen—Horchata de chufas—Limon helado»_


Ci sedemmo ad un tavolino, sotto i plátani. Era tardi; nel locale
semivuoto un cameriere scopava, sollevando molta polvere.

—È strana la rassomiglianza che avete con Pastora Imperio! Da principio
credevo che foste proprio lei.

—Doña Beatriz me lo ha detto. Vi piace Pastora Imperio?

—Sì, mi piace.

Bagnò il suo labbro carnoso nella schiuma del bicchiere di birra, poi
disse:

—Allora, forse, vi piaccio un poco anch’io?

—Perchè dite «forse»?

Quando il sorriso illuminava i suoi calmi occhi, pareva che le spuntasse
tra le ciglia un orlo di minutissime scintille. Da principio anch’ella
taciturna, divenne improvvisamente loquace. Il suo mantello verde non
era più così verde; si spegneva. E cominciò a narrarmi una dopo l’altra,
senza pause, con volubilità, un gran numero di cose.

Quando una donna, dopo la mezzanotte, sotto un viale di plátani, ha una
mezz’ora di tempo libero per discorrere con voi, ella comincia molto
spesso con raccontarvi la sua storia.

Questo fu precisamente il caso della Sevillana. Le biografie delle donne
sono molto interessanti, forse perchè mancano di senso comune.

Dunque il padre di Socorrito, a Siviglia, era un maestro di musica; le
aveva insegnato il canto. Ma durante un inverno assai rigido ella prese
la pleurite; guarì, grazie alla Beata Vergine più che al sapere dei
medici. Ma purtroppo non le tornò la voce. Una carriera spezzata!...
Ballare non le piaceva; prender marito non poteva, poichè nel frattempo
si era innamorata di un baritono, il quale, ammogliato e con prole, non
aveva punto esitato a regalarle un figlio. Il bambino se lo presero i
nonni; e morì. Quel baritono, l’anno dopo, era partito per l’Argentina
con un’altra cantante. Ah, i baritoni, che gente poco delicata!... Ed
allora Socorrito, che preferiva la vita onesta, cercò di aprire un
negozio di mode, nel Paseo de la Castellana, a Madrid. Ma nessuno
comperava i suoi cappelli, onde il negozio in poco tempo fallì. E
convien notare che i suoi cappelli costavano poco, non solo, ma erano di
buon gusto, poichè molto spesso li copiava dai modelli autentici della
rivista parigina _L’Art et la Mode_. Allora dovette farsi amica di un
generale in ritiro, molto ricco, il quale aspettava la morte di tutti i
suoi parenti per convolare seco lei a giuste nozze. Glielo aveva
promesso. Leale come un vero soldato, lo avrebbe anche fatto. Ma la
sfortuna volle che Socorrito, ancor prima di recarsi all’altare, si
facesse cogliere in flagrante crimine d’adulterio col nipote del
medesimo generale, un bel ragazzo di vent’anni, senza il becco d’un
quattrino. Laonde rimase vedova. Tutti, anche a Madrid, le parlavano
della sua grande rassomiglianza con Pastora Imperio...

In quel punto la birra finì.

—Camarero, dos otras cervezas.

. . . . e starebbe a San Sebastiano circa un mese ancora, nella speranza
di poter giocare alla «roulette». Il «trente et quarante» non le
piaceva. Si perde sempre!... Però un’amica di lei, Dolores, conosceva un
buon sistema. Quando seppe ch’ero stato a Siviglia, divenne affettuosa.
Poi mi domandò con circospezione se fossi l’amante di Madlen Green. Le
risposi di no, lealmente. Forse non credette. Aveva pure qualche intimo
dubbio su la ricchezza di Lord Pepe. Si udiva mormorare che fosse più
ricca lei... Mi fece sapere che fra tutte le pietre amava i brillanti,
fra le pellicce lo zibellino. Appunto aveva una costosa pelliccia in
deposito a Madrid. Ma non era, purtroppo, di zibellino. Volle sapere se
all’hôtel Maria Cristina c’era quell’anno molta eleganza. Poi mi domandò
se vi abitava un certo Argentino, piantatore di caffè, che le aveva
proposto l’anno prima di condurla seco in America. Gli Argentini,
secondo lei, spendono molto ma son poco educati. Gli Spagnuoli, secondo
lei, son gentili con la donna quando ne sono innamorati. Ma i forestieri
lo sono sempre. Mi raccontò che doña Beatriz aveva il difetto di alzare
un po’ il gomito. Non era cattiva di cuore, ma per cinque pesetas
avrebbe venduto Cristo. Lei, del resto, la conosceva molto poco...

—E in amore?

Oh, in amore, Socorrito fiore di Siviglia non era punto complicata.
Quella soverchia erudizione delle donne francesi le pareva cosa
riprovevole. Non sempre, ma qualche volta, le piaceva naturalmente avere
un bel giovine con sè. Lasciarsi fare:—ecco la sua teoria.

Parlammo anche della castità. Ne parlammo con perifrasi oneste. A lei,
dopo una settimana, veniva il mal di capo. Se le veniva il mal di capo,
era costretta a farselo passare...

Anche la seconda birra, su questo, era finita.

Ci levammo. I plátani avevano tra le foglie qualche lontana stella. Un
buon odore d’autunno saliva dalla terra umida. Il chiaro di luna batteva
su la case addormentate.

Un guaio. La bella Socorrito alloggiava in una pensione di famiglia,
dove la padrona era donna molto seria, che alle sue clienti non dava
licenza di ricevere ospiti. E poi si dice dai pessimisti che non vi sono
più case per bene!...

Laonde suonammo ad un certo albergo del Robinson Crosuè, dove, non
saprei dir come, il famoso viandante si è fatto locandiere.

Una stanza rossa ed un letto bianco; sul marmo del lavabo due catini
sfavillanti; una litografia; qualche seggiola di stoffa; un armadio di
noce; un’altra litografia.

Socorrito si tolse il mantello verde senza maniche, si tolse il
cappello, i guanti, e mi chiese una sigaretta.

Aveva le trecce così nere che parevano immergere tutta la sua persona in
un cerchio d’oscurità. Sedette su l’orlo del letto, con i due gomiti su
le ginocchia. Vedevo le sue ciglia brillare, le sue forcelle di
tartaruga splendere nelle treccie compatte. La gonna tesa, rialzata fin
sopra le caviglie, ben ravvolta contro i fianchi, scopriva la forma del
suo grembo, ch’era d’una sanità schietta come il pane.

Le sue calze traforate sparivano in su, nella profonda ombra. Il suo
mantello verde, buttato sovra una poltrona, era fra noi la sola cosa
estranea. Cominciavamo con esser intimi; la sua bocca, stringendo la
sigaretta, mi sorrideva. Le sue mani un po’ grandi, mani di una bella
Sivigliana che ha dovuto lavorare per vivere, adesso eran lisce,
limpide, intrise di pomate, con l’unghie molto rosse, rigenerate ormai
dalla sapienza dei profumieri di Francia. Quelle mani tuttavia mi
facevano pensare ad una imitazione.

Quando un uomo coltiva un poco la propria sensibilità, riesce facilmente
a scoprire nella donna il quadro falso.

Non importa. Ogni collezione ha le sue tele apocrife.

Socorrito fiore di Siviglia fumava come una zingara, con dispregio e con
voluttà.

Io frattanto pensai di mitigare la luce, ravvolgendo una sciarpa intorno
al lume. La via dell’amore, dicono, è semibuia.

Sedetti anch’io su l’orlo del letto;—e parlammo.

Naturalmente aveva già conosciuto un altr’uomo il quale mi somigliava.
Questo accade molto spesso. Tutte le donne han conosciuto un altr’uomo,
che le fa pensare a noi.

—Benissimo,—le risposi.—E che mestiere faceva?

—L’agente d’assicurazione.

—Dunque un uomo di spirito. E vive ancora?

—Perchè? v’interessa?

—No, affatto. Ma, visto che gli somiglio, m’informo della sua salute.

Socorrito fiore di Siviglia mi parlava in ispagnolo, io le rispondevo in
francese; ogni tanto, una parola che l’uno o l’altra non intendesse
richiedeva cinque minuti di elucidazione.

Allora mi permisi di ridomandarle se avesse in quel momento un amante
che amava. Domanda oziosa. Ella diede una leggera scrollata di spalle.
Socorrito, fiore di Siviglia, da molte settimane—anzi ne fece il conto:
da ben trentasette giorni—era casta.

E perchè no? Le donne galanti sono molto spesso incredibilmente
virtuose.

Que’ trentasette giorni di quaresima ci ricondussero a parlare della
castità. Questa volta con perifrasi un po’ meno letterarie.

La castità: un digiuno dei sensi che fa venire il mal di capo. Checchè
ne dicano i moralisti, è meglio non prendere questa cattiva abitudine.
L’uomo casto è ridicolo. Quanto alle donne, sono talora caste quelle che
non hanno il dovere nè l’ipocrisia di fingersi tali.

Senza volerlo cademmo nella fisiologia, ponendo lì, frammezzo a noi, su
la coltre del letto, qualche problema da risolvere.

Questo, per esempio:

«Come può accadere che le donne, molte volte, troppe volte, si diano
all’uomo senza davvero appartenergli?» Risposta:—«Perchè le donne, per
loro natura, sono diffidenti e sono rassegnate.»

Ciò rappresenta nondimeno una frode fisiologica molto grave. Però
involontaria. La conclusione ch’io le proposi fu la seguente:—Rinunziamo
alla castità.

Socorrito, fiore di Siviglia, parve accondiscendere al mio parere. Anzi
i suoi begli occhi fatti a mandorla divenivan un po’ scuri. Volli sapere
dove arrivava il suo busto. Disse:

—Qui...

Poi disse ancora, colla sua bella bocca umida, un «No...» prolungato e
opaco, il quale inoltre mancava d’ogni ragione palese.

Aveva il sapore d’un frutto maturo e caldo, un sapore di mela tolta via
dal sole. Rovesciata su la coltre, quasi felice di sentirsi, dopo
trentasette giorni, supina, mi carezzava i capelli con le sue mani
profumate, con le sue dita pesanti e calme.

Portava un paio di scarpine molto leggere; nel muovere i piedi, una
cadde. Le sue ciglia troppo nere, curvate, illuminate, ingrandivano le
palpebre quasi violette; un riso fermo le scopriva la dentatura
scintillante; le narici calde si aprivano, quasi palpitassero ansiose di
respirare la voluttà. Nella sua gola senza ombra, nello splendore del
suo largo seno, brillava su la medaglia d’uno scapolare da educanda _La
Virgen del Rosario_, quella buona e timida Vergine che il soave Murillo
dipinse.

—Ti sciupo l’abito, Socorrito?

—Non importa...

Si profumava la pelle con una cipria di gelsomino; quell’odore mi
stordiva; era troppo intenso, impregnava di sè la coltre, i guanciali,
tutta la stanza; dalla sua pelle troppo nuda penetrava in me.

Allora chiuse le palpebre; il suo naso leggermente aquilino si affilò
come una lama, e stordita mi disse con un gentile pudore:

—Spegni il lume...

La via dell’amore, dicono, è buia.

                                  ————

Piove. Lord Pepe è andato a Biarritz in automobile. È andato a Biarritz
in automobile, con un Russo lungo lungo ed un Belga piccino piccino.
Sono le cinque del pomeriggio; forse non torneranno prima di sera.

Voi, Madlen, siete rimasta, e veramente non oso indovinare il perchè.
Forse perchè piove. Od invece per addestrarmi nell’amabile gioco del
bigliardo inglese?... Quante biglie occorrono e che lunghe stecche per
il gioco del bigliardo inglese! Com’è noioso, nei pomeriggi di
Settembre, il gioco del bigliardo inglese!

Il profumato Pompon, dandy asiatico d’alto lignaggio, animaletto camuso
e petulante, che odio, quanto mi piacete voi, divina Madlen, è seduto
nel bel mezzo d’una comoda poltrona, e, senza muovere i suoi rotondi
occhi umanissimi, ci osserva con albagìa.

Piove. Convien ripeterlo, perchè la pioggia è un elemento essenziale nel
colore, nella poesia di questa lunga giornata. Laggiù, in fondo al
corridoio, nella sala di musica, un gruppo di signorine da marito compie
la propria educazione perfezionandosi nelle insidiose maestrìe del
tango. Non andranno così al talamo del tutto impreparate su quanto al
loro ingegno chiederà l’esigenza d’un marito.

Piove. Il mare fuma di pesante nebbia. Io pure fumo con iracondia queste
saporite sigarette spagnole, fatte con tabacco dalla foglia nera. Quando
vi piegate sul bigliardo per misurare il colpo di stecca, voi, Madlen,
nella succinta gonna che vi dondola sopra le caviglie, siete frivola e
seria come le figurine di certe stampe assai belle che si disegnano
appunto nel vostro paese. Manca il boy, con il suo giubbetto rosso ed il
cestello di vimini per raccogliere le biglie; manca e non fa difetto,
poichè, per fortuna, siamo rimasti soli, voi, Pompon ed io. Pompon, mi
sono accorto, non ama i gentlemen che fanno la corte alla sua padrona; è
un custode assai dignitoso del vostro malagevole onore.

Di grazia, Madlen, vorrete continuare a lungo in questo gioco di
pazienza e di precisione, che riesce per me ineseguibile? Il bigliardo,
come la matematica, è una scienza per la quale bisogna esser nati.
Quelle bianche sfere d’avorio somigliano un poco ai concetti puri della
filosofia; si urtano, s’intrecciano, corrono, brillano, rimbalzano, per
finire—ahimè!—in una buca. È tempo sprecato, Madlen! Io non possiedo il
senso della precisione. Purtroppo non è mai l’esattezza quella che mi
attrae, ma piuttosto l’armonia, che in fondo è molto spesso un
disordine.—Ho ragione? Ho torto?—Non saprei. Ma certo un vostro
movimento mi sembra oggi molto più meditabile che tutta la scienza
d’Euclide. La teoria degli angoli?... Ah, no! La teoria delle curve...
sì, delle vostre curve, Madlen... ecco una bella teoria!

Nel guardarvi, mentre giocate a questo freddo gioco del bigliardo
inglese, penso che davvero voi siete come una bella sciarpa, come un
guinzaglio perfido e sottile, un ramoscello tórtile, una lama
pieghevole, avvelenata.

E vi domando sottovoce:—Madlen, cosa pensate voi dell’amore? dell’amore
nei giorni quando piove? dell’amore nei pomeriggi di Settembre?
dell’amore a Guipuzcoa? dell’amore fra le nebbie di questo grigio lento
fiume Urumea?...

Voi mi rispondete solo che bisogna battere su la biglia rossa. Ecco, ed
io sbaglio tutti i colpi. Avete una superiorità indiscutibile, una
superiorità schiacciante, come dicono i Francesi.

Madlen, a quest’ora senza dubbio non c’è nessuno in camera vostra.
Perchè non vorreste invitarmi a prendere una tazza di tè in camera
vostra, oggi che piove—la buona pioggia del mese di Settembre—e che Lord
Pepe se n’è andato a Biarritz? Tra il suo Russo lungo lungo ed il suo
Belga piccino piccino, chissà mai ch’egli non riválichi la frontiera
dopo aver saccheggiato l’oro degli uomini, e delle donne il cuore, alla
gran tavola del giuoco di baccarà?

A quest’ora la vostra miss-cameriera è scesa, con un finissimo grembiule
di pizzo, nella sala dei corrieri, dove a lei pure servono il tè...
Quando mai avranno anche il lor giorno di ricevimento, le signore
persone di servizio?

Dunque, Madlen, vi dichiaro che il giuoco del bigliardo inglese mi
annoia disperatamente. Basta! vi dò partita vinta, e rifugiamoci presso
la finestra, guardiamo per un istante il mare.

Vedete? Poche onde grigie, sonnolente, che fumano tra la nebbia con
tristezza infinita. Passa un prete maestoso, che lascia nel fango le
larghe impronte de’ suoi piedi apostolici. Passa una bambinaia
spettinata, con due fanciulli disobbedienti, che si trascina dietro come
sacchi. Passa un fabbro, che porta su gli ómeri un pezzo di ringhiera. È
curvo e cicca. I suoi calzoni di velluto scuro, larghissimi, sono tenuti
in cintola da una fascia rossa. Non amate guardare, Madlen, la povera
gente?

Io penso talvolta alla mia vita, se fossi nato in una officina. E non
pensate voi alla vostra vita, se foste nata una povera donna, Madlen?
una di quelle che traversano i ponti di White Chapel, fra il nebbione di
Londra, nelle sere d’inverno?...

Sì, avete ragione: perchè mai si deve perdere il tempo nell’immaginare
quello che non è?

Vi siete messa ora con le spalle contro i vetri; la nebbia ch’è fuori
delinea senza precisione il contorno de’ vostri puri lineamenti, addensa
una specie di chiara oscurità ne’ vostri capelli color di fumo.

Sì, Madlen, nel rumore di questa pioggia calma e profumata io sento
nascere in me l’autunno e la vostra bellezza ed il mio amore come una
sola musica. Non vi dovete offendere se vi desidero; ascoltate bene quel
che dico: non vi dovete offendere se vi desidero, perchè nel mio
desiderio c’è anche un poco di tristezza. La tristezza di sapere che non
intenderete mai, mai, come si possa desiderare una donna, proprio coi
sensi, e ciò senza offenderla. No, forse non intenderete mai. Eppure la
cosa più bella, la cosa più felice, il bene maggiore che la vita possa
concedere all’uomo, appunto è questo: un vero desiderio. Sapete voi
com’è deserta e fredda la vita quando l’anima non ha più desiderî?
quando li uccide in sè, li oltrepassa, prima di averne sentito cantare
tutta l’ubbriachezza, fremere tutto il riso?...

C’è chi pone la sua maggiore poesia nella rinunzia e chi nel prendere
ciò che gli piace; io, Madlen, amo desiderare. Più che possedere, più
che vincere, amo desiderare. In quella musica dei sensi, che si chiama
il desiderio, trovo la gioia più perfetta, il rosso fuoco, la perfetta e
maravigliosa elevazione della vita.

E voi che regalate al mio cuore,—al mio cuore un po’ coperto di
cenere—la fiamma di un vero desiderio, siete come colei che al più
povero fra gli uomini sapesse regalare una ricchezza infinita.

Son ora molte notti che vi attendo, senza dormire: vi attendo fin dopo
l’alba, e non vi odo giungere, non vi odo giungere mai. Talvolta, nello
scrivere, mi sembra di far scorrere la mano su la vostra pelle
incipriata. E le stelle tramontano, e la dolce notte se ne va, lontana,
sul mare che impallidisce. Quando vien su dall’Urumea il fumo bianco del
mattino, allora chiudo la finestra, spengo il lume, per dormire. Qualche
volta ho freddo. Qualche volta ho voglia di piangere. Non per voi,
Madlen; ma invece perchè sono triste, perchè sento che il tempo se ne
va, perchè mi sembra di non avere camminato abbastanza, d’essere, nella
mia gioventù, quasi decrepito, e penso che nulla di durevole ho finora
costrutto nella mia vagante vita, leggera e provvisoria come una
striscia di fumo. Ho sciupato: questo sì; la mia vita e quella di altre
creature: questo sì. Ho sciupato il tempo, il denaro, l’ingegno,
l’anima, le idee, le cose ch’erano mie, le cose delle quali avrei
potuto, se avessi avuta costanza, impadronirmi... questo sì!...

Ecco perchè talvolta, la notte, ho voglia di piangere. Ma non piango.
Non è da uomo—è vero, Madlen?—non è da uomo, nemmeno quando si è soli,
piangere.

Oh, se sapeste come canta, nei mattini del mese di Settembre, il grigio
lento fiume Urumea!...

Dítemi solo una cosa, Madlen:—Non verrete mai?

E voi, con la nuca immersa nel pallido chiarore dell’invetriata, mi fate
segno di sì, leggermente, senza quasi muovere i vostri grandi occhi
pieni di nord, che ora diventano scuri come le violette.

Rabbuia; siamo quasi nell’ombra; piove. Che buon odore manda la terra
sotto la fina pioggia del mese di Settembre! Vedo gli alberi della
Zurriola scuotere, su l’orlo dei rami bui, qualche foglia d’argento. Il
viale deserto scompare nel crepuscolo, si perde nella sera infinita.
Lasciatemi prendere una vostra mano, Madlen... solamente una vostra
mano. È la forma più crudele che abbiate in voi; nel suo disegno c’è
l’attitudine a far male. Invece avete le spalle così morbide, che il
guardarle mi dà gioia, quasi mi fa pensare a quel senso di tepore, di
morbida foltezza, che ben conosce chi ama gli antichi velluti. Ancora
non vi ho dato mai un bacio dal quale possa bene conoscere la forma
della vostra bocca. È singolare, ma le donne amano come baciano, pensano
come baciano, vivono come baciano, e sono in verità innocenti o
colpevoli com’è il loro bacio.

Cosa pensate voi di me? Sarei molto curioso di sapere cosa pensate voi
di me. Forse nulla.

—Cosa penso?... Lo volete sapere?

—Sì, ditelo, Madlen.

—Penso che oggi ho fatto male rifiutando a Lord Pepe di accompagnarlo a
Biarritz.

—E perchè non vi andaste?

—Per rimanere con voi. Che sciocchezza, non è vero?

Dal vestibolo entrava una striscia di luce elettrica, fendeva il panno
del bigliardo, batteva contro i vetri, si frantumava in minute
scintille, avvolgeva di un alone biondo il diffuso colore della pioggia.

E d’improvviso Madlen disse:

—Anche voi amate mentire. Perchè volete farmi credere di avermi attesa
ogni notte, quando non è vero?

—Oh, se lo dite voi...

—Lo dico, infatti, perchè una sera venni—la sera in cui vedemmo danzare
Pastora Imperio—venni, e voi non eravate nella vostra camera.

—Fu semplicemente un caso.

—Vi siete dunque rassegnato a mangiare ancora una volta la cucina
all’olio?

—Cioè?

—Non mi avete forse detto un giorno che le donne spagnole hanno il
sapore della cucina all’olio?

—Sì... ebbene sì; ebbi ancora una volta questo volgare cattivo gusto. Ma
fu solo, Madlen, per dimenticarvi.

—Grazie! E com’era, ditemi, questa cucina all’olio? Saporita? irritante?

—Mancava di sale, ma era in cambio molto genuina, molto semplice.

—Raccontátemi, vi prego, la vostra avventura. Dítemi chi era quella
donna.

—Semplicemente una donna. Ben fatta, un po’ sentimentale, un po’
ignorante, con i capelli molto neri.

—La conosco io?

—L’avrete veduta, suppongo. Mi ha domandato almeno tre volte se io
fossi, come tutti credono, il vostro amante.

—E voi le avete detto di sì, naturalmente.

—Le ho detto di no, Madlen. Ma ho pure soggiunto che la cosa mi era
indifferente.

—Davvero? E perchè?

—Non supporrete per caso ch’io voglia raccontare a tutti la infelice
storia delle notti che veglio nell’attesa d’una donna, la quale
probabilmente non si ricorderà mai di picchiare alla mia porta.

—Ho supposto che fosse Pastora.

—L’ho supposto anch’io. Ma si trattava di una imitazione. Poco male. Del
resto non oso nemmeno credere che siate venuta nella mia camera. Fu
questa una piccola bugìa per costringermi a dire la verità.

—Bene, allora vediamo. Su la vostra tavola c’erano alcune rose, mezzo
appassite, come nella camera di una cocotte; poi un grosso vocabolario,
un piccolo vocabolario, un terzo vocabolario; ed infine un libro, con
questo titolo sacrilego: _Les femmes qui aimèrent Jésus_.

—Non c’è che dire; è vero.

—Madlen Green non mente mai. Dunque, vi prego, raccontátemi con
esattezza, con molta esattezza, la vostra avventura. Quella imitazione
poteva per lo meno ingannare l’occhio di un conoscitore?

—Non ricordo. Ero distratto. Non feci che pensare a voi.

—Oh, come siete gentile!... Ve ne sarei grata, se non fosse una ben
triste maniera per lasciarsi possedere dall’immaginazione d’un uomo.

—Che volete, Madlen?... era involontario! Ma vi confesso che penso a voi
più soavemente quando non c’è nessuno, e meglio ancora quando sono
vicino a voi...

—Parole! tutte parole! State fermo; non mi toccate; siete impuro.

—Non più di voi; certamente non più di voi, che al mattino avete spesso
gli occhi, e la bocca, e perfino la voce colpevole.

—Oh, non ne sapete nulla, in fondo! Chi vi dice che Lord Pepe sia
davvero il mio amante? Potrebbe anche non esserlo, vi pare?

—Francamente Lord Pepe non giustifica una simile calunnia. Però, al
mondo, mai nulla è impossibile.

—Dunque raccontate.

—Cosa?

—I particolari; i più sottili, i più intimi particolari della vostra
avventura. Non rifiutate, vi prego, non ditemi di no. È forse un
capriccio, un cattivo capriccio... ma raccontátemi ogni particolare con
esattezza: mi farete piacere.

—Bene, se mi offrirete una sigaretta nella vostra camera, ve li
racconterò fedelmente. Qui, mi sembra impossibile.

—Dunque andiamo.

Raccolse Pompon, che ascoltava con un orecchio diritto le nostre parole
riprovevoli, e traversammo rapidamente l’atrio affollato. Madlen mi
diede Pompon su le braccia, con mille raccomandazioni, e sparì
nell’ascensore.

Due bambinelle assai leggiadre, con le gambe nude, mi vennero incontro,
curiose dell’arcigno animaletto. Una delle due già sorrideva come una
donna che vuol piacere; l’altra, più timida, era molto bellina.

—¿Caballero, que raza de perro es?

—Un perro de la China, nenita; un perro muy raro.

—Come se llama, caballero?

—Se llama Pompon, chiquita.

Ambedue, quella sfacciata e l’altra bellina, salirono con me su per le
scale, fin davanti all’uscio di Madlen.

Ella venne ad aprirmi con le mani ancor umide, avvolte in un
asciugamano. La stanza era quasi buia solo dal bagno entrava luce.
L’argenteria cesellata, l’avorio de’ suoi molteplici pettini, brillavano
sul vetro; della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo
con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa
nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.

Mi offerse una sigaretta, una delle sue bionde sigarette profumate,
nelle quali c’era forse qualche traccia d’oppio, e mi sgomberò il divano
dicendomi:—Sedete.

Io pensavo che un uomo non si sente mai tanto straniero ad una donna
come presso il letto ov’ella dorme con il suo amante. Invece di
esprimerle questa mia sconsolante sensazione, le dissi vagamente che mi
pareva di aver freddo.

—Freddo?

—Sì, nell’anima.

Era seduta contro la pettiniera; qualche filo de’ suoi capelli pareva
prendesse fuoco. E disse:

—Non muovetevi di lì; finisco di curarmi le mani, poi, se permettete, mi
cambierò d’abito.

—Va bene. Anzi va molto bene.

—Intanto raccontátemi le cose che voglio sapere. Ma dítele con
delicatezza, vi prego, e senza costringermi a provare il desiderio di
arrossire.

—Oh, Madlen! perchè volete ancora tormentarmi con queste memorie delle
quali non mi ricordo più?

Allora mi venne accanto, e si piegò, e si mise a ginocchi fra le mie
ginocchia, e tutto il peso della sua dolce persona, tra quella penombra,
si raccoglieva contro la mia persona. Diceva:

—Non credete voi che nell’amore la cosa più bella, più delicata, sia
forse il parlarne? Immaginare, tormentarsi, avvolgersi nel peccato fino
alla gola, rimanendo quasi puri? Contaminarsi piano piano,
squisitamente, con un po’ di sogno, con un po’ d’esitazione, stando
così, come noi siamo, non proprio nell’amore, nel faticoso amore, nel
pesante amore, ma su l’orlo di esso, quasi nel profumo di esso, ravvolti
nella gioia infinita che il vero abbandono forse non dà?

Ed il suo viso, con tutti i capelli, con tutto il respiro, si empiva di
un terribile pallore; la sua bocca si orlava di vizio; nella sua voce,
in tutta la sua carne, in lei, entrava una voluttà inesprimibile, quasi
un dolore.

Mi pareva d’avere indosso una calda pelliccia, una morbida pelliccia di
zibellino; il colore de’ suoi capelli somigliava molto a questo colore,
la sua pelle mandava il profumo denso, caldo, soffice, che in inverno,
quando si esce dai balli, nelle stanze troppo riscaldate, su le spalle
troppo nude, mandano le pellicce di zibellino. E diceva:

—Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire.
Io cerco un uomo che abbia la pazienza e l’immaginazione d’intendere
l’amore come io l’intendo. Non sono fra quelle che possono far dono de’
propri sensi al primo venuto e che vuotano il bicchiere d’un fiato,
regalando sè stesse all’uomo che per cinque minuti le desidera, poi
s’addormenta, o fuma, e pensa con orgoglio di averci fatto conoscere il
divino paradiso... Oh, voi dovete perdonarmi se io non sono fra queste!
Amo invece l’amore che tormenta i sensi fino all’esasperazione, poi li
esaudisce con lentezza, li addormenta, li avvolge in una specie di
meravigliosità, nella quale si sente la piccola gioia di noi stessi
divenire infinita...

Parlava con un po’ d’angoscia, con un po’ di febbre, come chi
raccontasse la storia d’un suo lungo ed inesaudibile sogno; vedevo
battere piano piano, con insidia, l’orlo delle sue ciglia quasi dorate;
vedevo della sua bocca brillare, in un sorriso pieno di sofferenza, la
rossa umidità; vedevo, sotto la camicetta quasi diafana, correre il
nastro azzurro della sua camicia molto scollata, sbocciare da essa, come
dall’invòlucro d’un fiore calmo e pallido, il disegno voluttuoso della
sua felice nudità.

E diceva:

—Se volete che sia vostra, non cercate di afferrarmi con ruvidità, come
si rovescia e si possiede una piccola cameriera. Invece tormentátemi un
poco, fátemi un poco male, persuadétemi sottovoce, parlátemi sottovoce,
poichè amo, amo infinitamente, la lussuria delle parole... Ora tacete.
Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne
ricordo più... Sì, me ne ricordo. Ascoltate. La prima sera, quando
eravamo seduti presso la tavola da giuoco, e vi domandai un fiammifero
per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere
fra voi e me. Provavo una irritazione singolare nel sentirvi così
vicino, e fu allora, non dopo, ch’ebbi di voi la tentazione più forte.
Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e
sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell’anima, qualcosa di
terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di aspro, di
amaro, d’insensibile... mi piacevate allora, e dopo di allora non più.
Dopo, anche voi, come tutti, non foste altro che un uomo, sì, un comune
uomo, che ubbidisce a’ suoi piccoli vizi. Quand’ero fanciulla, passavo
le notti leggendo libri di voluttà e costringevo i miei nervi disperati
a non sentirne alcun fremito. Certe notti mi addormentavo così, fredda e
bruciante, con i polsi avvinghiati al guanciale, con le ginocchia, le
caviglie irrigidite, come se le stringesse un laccio tormentoso, eppure
senz’avere pacificato il mio corpo nemmeno con la più leggera carezza.
Più tardi, nei giorni d’estate, andavo per i campi e mi piaceva battere
su la loro carne bruna i fanciulli di dodici anni... Anche oggi sono
rimasta, come allora, una donna che teme il piacere, forse perchè non
trova mai nulla che le possa dare una gioia veramente pacificatrice.
Ora, se non vi muovete, se non dite nulla, vi darò un bacio; io sola vi
darò un lungo bacio, e non voi, su la bocca...

Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel
vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto
si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.

Sì, avete ragione, Madlen: «Only as long as we are strangers, can Love
be a sweet spleen...»—solo fin quando si rimane stranieri può essere
l’amore un soave splene...

Se potesse contare il mio solo desiderio vorrei anche spegnere il lume
dell’altra stanza, restare con voi nel buio. Taciturni, e quasi
navigando nel soave splene,—a sweet spleen—ascoltare sui vetri opachi la
pioggia del mese di Settembre, sapere che il vostro bel corpo è mio,
conoscere il vostro respiro, ma non averne bevuto che un sorso, l’ultimo
sorso ancor mai...

Ed ora si faceva tardi; le prime campane dell’ora di cena suonavano per
i corridoi dell’albergo. Madlen si levò e disse:

—Accendete il lume; ora devo spogliarmi; andate via.

—Non ancora; lasciate che v’aiuti a sciogliere i ganci del vostro abito,
le fibbie della vostra cintura.

—Sì, provate.

Nel premere fra le mie due mani l’incavo de’ suoi fianchi, perchè si
slacciassero i ganci, mi pareva di stringere fra le dita il bel collo di
un levriero, focoso e docile. In quella fragilità sentivo scorrere una
grande vita. La sottana cadde, producendo una specie di soffio, che
agitò le frange della gonnella di seta. Portava un busto leggero, quasi
una fascia da educanda, che le teneva i fianchi senza premerli, come una
bella guaina. Poi slacciò e si tolse la camicetta, molto piano,
guardandosi le braccia. Quelle sue braccia splendevano d’impurità, senza
un’ombra, senza una incavatura, perfette. Ma in lei c’era qualcosa
d’indefinibile, che mi fece pensare alla sua vecchiezza; certo una
vecchiezza non d’anni, ma di anima sciupata, ma di carne troppo goduta,
ma di lascivie troppo dolorose. Non so perchè, in quel momento la
immaginai qualora fosse morta, morta nella sua giovinezza, ed immaginai
di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co’ suoi
capelli ancor segnati dall’ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora
evidenti su la pelle incipriata,—e pensai come sarebbe stato lieve il
peso di quel corpo da mettere nella bara...

Ma era viva, e diventerebbe vecchia—una piccola vecchia gialla, col
mento aguzzo, lo scheletro accartocciato. Il giorno del suo funerale,
quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in
miseria, qualcuno direbbe ch’era stata una prostituta; le darebbero, per
marcire, due metri di terra santa... Era stata un capolavoro, e nessuno
se ne ricorderebbe più. Ebbi una immensa pietà, un immenso dolore di
questa che doveva morire; avrei voluto in quell’istante farle un dono,
dirle qualcosa che la facesse almeno sorridere...

Ma ella d’un colpo sciolse tutti i suoi capelli, e questa magnificenza
la vestì.

Disse:

—Non vi muovete, non parlate; voglio darvi un bacio tutt’intorno alla
bocca... No, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli. Essi mi
fanno così male... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi; tanto
più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh,
lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia; non li toccate, ho
freddo... V’impólvero con la mia cipria?... Sì, v’impólvero. Però amo
arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei
seni... essi mi fanno più male ancora... E poi v’ho detto: mi occorre
lungo tempo, lungo tempo, innanzi d’essere innamorata... Bisogna che
nulla di voi mi dispiaccia, nè di me a voi. Ho sognato tutta la vita di
poter amare un uomo che fosse nel medesimo tempo un maschio veramente
superbo ed un’anima veramente chiara. Ma l’uomo non è mai che una cosa o
l’altra: ecco perchè innamorarsi è difficile. Se vi dicessi «tu»,
sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora
dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca e dire «voi»,
e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...» Ma
ora, vi prego, andate via. È tardi. Quando un uomo parte in automobile
non si sa mai a che ora può essere di ritorno. È meglio non ci trovi
così... vi pare? Forse non darebbe alla cosa una grande importanza, ma
osserverebbe senza dubbio che potrei anche mettere una vestaglia per
ricevere i miei amici... E, del resto, vi prometto che durante la notte
cercherò di salire da voi. Se non potessi, vi scriverò una lunga
lettera... Sapete? scrivo molto bene, anche in francese. Per quasi otto
anni fui chiusa in un educandato vicino a Parigi. Mio padre aveva un
castello; mia madre, prima d’essere la moglie di un Lord, era stata la
più acclamata, certo la più bella, fra le attrici dei teatri
metropolitani. Ma tutto questo non importa, poichè oramai è così
distante... In quell’educandato c’era una maestra, una bella monaca di
ventisei anni, molto bionda, molto pallida, un’Alsaziana, e quand’erano
le fredde sere dell’inverno ella veniva molto spesso a ravvolgersi nella
mia coltre, perchè, diceva, ho la pelle così fina...

E la pioggia cadeva, cadeva, con un rumore continuo, con un piccolo
ridere, con un sottile stridere; là fuori batteva, cantava, sui vetri
opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre...

                                  ————

Lord Pepe è tornato assai tardi e si è presa la libertà di pranzare in
abito grigio, dopo aver impiegato solamente mezz’ora per lavarsi le mani
e lisciare i suoi brillanti capelli. Ormai son divenuto il loro
commensale d’ogni giorno, ed anzi, da qualche tempo, la più cordiale
intimità regna fra noi.

Ben tornato, Lord Pepe! Se il mio calunnioso intuito non m’inganna, voi
dovete oggi, a Biarritz, aver presa una tazza di tè molto intima nella
camera ospitale d’un’amica di Madlen. Forse Yvonne Le Hannec? forse
Darclea Thibaud, l’attrice del Vaudeville? Forse, Lord Pepe,
l’indiavolata Baldwin?... È ancora quel ch’io vado investigando. Me
l’hanno fatto supporre alcune vostre celie garbatamente ironiche, poi
quello sguardo, affettuoso e compassionevole insieme, con cui l’uomo
suol avvolgere la propria amante dopo averla tradita. Voi siete inoltre
fra quelli che hanno quasi un bisogno fisico di lasciar sospettare le
proprie infedeltà, e dal principio alla fine del pranzo altro non
faceste che cercare sottili espedienti per provocare la gelosia di
Madlen. Invece, Lord Pepe, voi attizzate la mia, nel timore che un
simile gioco possa rinfocolare verso di voi la sua tepidezza.

Il prestigio che vi conferisce in tutta la Repubblica di Francia essere
l’amante, l’unico amante, l’invidiato amante di Madlen Green, è tale,
che certo nessuna, per quanto ben custodita camera di Biarritz può
rimaner chiusa alle vostre nocche irresistibili, quando, Lord Pepe, voi
bussate. Inoltre, per un appassionato e negligente amatore della
bellezza quale voi siete, nulla in amore supera la varietà.

Su le avventure della vostra gita Madlen vi ha chiesto ragguagli con una
voce un po’ sardonica. E voi rispondevate sul medesimo tono, anzi
alludendo senza ombra di rancore all’innocente flirt che noi due, sotto
i vostri benevoli occhi, andiamo intessendo.

Grazie al cielo voi siete un uomo del tutto moderno, e pieno di spirito,
il quale considera come una mancanza di buon gusto la volgare gelosia.
Ma il fatto strano è questo: ch’io sono invece molto geloso di voi.

Dopo il pranzo siamo andati al cinematografo.

Si rappresentava un dramma di oltre duemila metri, dov’erano esibite in
azione le truffe colossali di un finanziere tipo Rochette, con la
bellissima riproduzione dal vero della Borsa di Parigi pervasa dal
pánico, un giorno in cui precipita il Rio Tinto.

Non erano però queste le sole attrattive del ben architettato dramma. Si
vedeva, nella prima parte, un buon numero di vittime innocenti pagare
con le proprie lacrime le ricchezze dell’empio frodatore. Indi si vedeva
un ponte inabissarsi al passaggio d’un treno, e ciò era fatto in modo
che il cuore di tutta la sala per un istante cessava dal battere.
L’ignobile Rochette eseguiva poi un tentativo di stupro su la persona
d’una bella dattilografa, incredibilmente onesta. Nè il denaro nè la
violenza nè la promessa di vestirla da Paquin riuscivano a sedurre
questa fanciulla preistorica. Il finanziere ladro andava, com’è
immaginabile, su tutte le furie. Poich’era un uomo potente, macchinava
orribili vendette. Così assistemmo all’arresto arbitrario del fidanzato
di costei, cassiere onesto con fisionomia del giovine povero.

Si svolgevano in séguito infinite altre peripezie,
poliziesche-drammatico-sentimentali, così ricche di fantasia e di pathos
da potere assai bene reggere al confronto con tutto quanto produce la
fertile romanzatura del nostro secolo;—finchè, un bel giorno, verso gli
ultimi cinquecento metri, l’audace filibustiere vien preso ne’ lacci
delle sue proprie rapine; la vendetta covata negli animi per tanto
chilometraggio scoppia in modo esauriente; la
dattilografa-premio-di-virtù sventa in pochi secondi una rete d’affari
assai più complessa che il traffico mondiale della Casa Rotschild; il
cassiere onesto con fisionomia del giovine povero esce alfine di
prigionìa, mentre, al sopravvenire de’ gendarmi, il rovinato ingoiatore
di beni altrui apre con mano brancolante il cassetto della scrivania,
consegna tremando alla bella dattilografa un grosso fascio di documenti,
le domanda perdono con un viso da intenerire i sassi, e negli ultimi
cinquanta metri, con una pistola enorme, si fa saltare le cervella...

Esce un gallo che muove il collo, con la scritta: «_Pathé Frères_»

Lord Pepe ha preso parte vivissima alle alternative di questo palpitante
dramma, spesso mormorando improperi contro l’operatore, il quale
cancellava dallo schermo con troppa fretta i lunghi titoli che
illustravano l’avvicendarsi delle scene.

Lord Pepe è un uomo di principî onesti; quando vide il pseudo-Rochette
farsi giustizia, non seppe trattenere il grido verace dell’anima sua e
proclamò ad alta voce:

—¡Que muera el ladron!

È singolare come gli uomini, che son quasi tutti nel lor intimo rubatori
e furfanti, amino a teatro e nei libri vedere il vizio punito e premiata
la virtù. La letteratura del buon fine manda sempre a casa convinti e
soddisfatti gli spettatori. Ciò proviene dal fatto che ogni ladro si
crede un altruista e quella che va in letto col primo venuto si
considera una donna quanto mai difficile a lasciarsi debellare. In fatto
di morale, questo ventesimo nostro secolo si avvia, nelle sue
rettoriche, ad incarnare il verbo della perfetta francescanità. Il
cinematografo, che per noi tien luogo delle commedie di Plauto e
Terenzio, già è sottomesso alle ferule di una illuminata censura. V’è
poi chi cincischia e gracchia perchè di uguali cilici si affliggano le
disoneste lettere. Per conto mio dubito assai delle persone che hanno in
tasca la morale stereotipata, come di quelle che ogni dieci parole vi
buttano lì un principio inconfutabile; diffido assai di chi arriccia il
naso tutte le volte che vede alcuno vivere in guisa diversa dalla
propria, e sospetto gravemente gli uomini integerrimi, le donne
incoricabili, tutti coloro che nulla vogliono perdonare al loro
prossimo;—per ultimo tengo in accigliata e particolare diffidenza quelle
persone davvero spudorate le quali si ascrivono a Leghe di Pubblica
Moralità.

Essere onesti è cosa tanto intima e tanto involontaria, che mi sembra
impostura il farne pubblico mestiere. Sarebbe, a mio giudizio,
altrettanto ridicola una Lega per la universale modestia, o per conoscer
bene la sintassi, o per mostrarsi gentili con le proprie mogli, o per
reprimere la maldicenza, il pettegolezzo e la bugìa.

Nondimeno, poichè una Lega per la Pubblica Moralità esiste in Italia, e
si occupa ogni giorno più di cose deliziosamente amene, vuol dire che io
m’inganno, e la moralità è cosa da raddrizzare con buoni opuscoli e con
avvisi ne’ giornali, fra i prodigi del pneumatico Michelin ed i cachets
digestibili del miracoloso Tot.

Ma ecco dove può condurre un dramma veduto al cinematografo, l’odissea
del cassiere onesto e della dattilografa-premio-di-virtù!... Corrono
tempi ove tutto passa traverso gli apparecchi scientifici, dal siero che
guarisce l’avarìa fino a quel sentimento ancora in voga tra gli uomini,
che i nostri antenati avevano la dabbenaggine di chiamare amore.

Un guaio grave, questo cinematografo, che riproduce le cose dal vero e
minaccia di tramandarle ai più remoti secoli, come troppo fedeli
testimonianze della nostra fuggente vita. Esso purtroppo uccide la
leggenda, e la leggenda è poesia, che fa risplendere di eterna bellezza
l’irrevocabile passato. In verità noi ammiriamo gli antichi, per il
fatto che ad essi mancava il cinematografo, quindi non sappiamo com’essi
erano esattamente nè di quali realtà, forse umili, si componesse la lor
distante vita. Ma come potranno i posteri ammirare noi, ora che la
funesta pellicola eternerà davanti ai lor occhi la vicenda e la storia
delle gloriose nostre ridicolaggini?

Siamo noi ben certi che un operatore di cinematografo rintanato al passo
delle Termopili non potesse bastare a mettere in quarantena la immortale
gloria di Leonida? E chi dunque non sorriderebbe rivedendo il
macchinario quanto mai scricchiolante del coreografo che inscenò il
Cavallo di Troia? E cosa mai fu il secolo d’oro di Atene, retto insomma
da un demagogo e da una prostituta? Osereste voi rivedere Babilonia
quale in verità doveva essere: una immensa città di caravanserragli, con
un palazzo imperiale sontuoso e balordo, costrutto da ingegneri che
falsificavano il vecchio Egitto? E la gloriosa Tebe dalle Cento Porte, e
Menfi, e la figura di Ramsete II, che forse, come ideatore di
imperialismi, non superava in furfanteria il principe di Bismarck? E
ditemi, di grazia, che mai sarebbe avvenuto dei venti secoli di vita
cristiana, se un operatore della Casa Pathé avesse potuto assistere alla
scena della crocifissione di Cristo? Quale sarebbe la nostra opinione su
Roma signora delle genti, se ancora vedessimo in pieno Foro Cicerone
declamare le sue Catilinarie, o Cesare, il Lord Kitchener dell’Impero,
l’amante di Nicomede, cadere sotto il pugnale di Bruto?

Quando penso alla creazione dei futuri musei cinematografici e rifletto
che, magari fra duemil’anni, i figli lontanissimi dei nostri più remoti
figli andranno a teatro la sera per veder riesumati sul telone
commemorativo i calzoni a mantice dell’ex-Presidente Fallières, le cacce
affricane dell’intrepido Teodoro Roosewelt, le statue che diede a
Berlino il genio artistico di Guglielmo II, l’ossario dannunziano di Ida
Rubinstein e la faccia minossiana del parlamentare Filippo Turati,
quando penso ch’essi rivedranno due milioni di spettatori assistere al
match di boxe tra il pallido Geffries ed il negro Jack Johnson, e tutta
Parigi straripare nelle strade in tumulto la sera dell’arresto di Madame
Steinheil, e vedranno le Terme di Caracalla divenute il Palais de Glace
o le bighe del Circo Massimo tagliare il traguardo al Derby di Epsom, e
vedranno Aristotile tenere una prolusione sul Tango all’Accademia di
Francia e San Pietro dormire su lo strame nelle undicimila stanze del
Vaticano, quasi quasi temo che i figli remotissimi dei nostri più remoti
figli quella sera torneranno a casa dicendo con tutto il rispetto: «Che
buffoni, poveri noi, que’ nostri venerabili antenati!...»

Pertanto eravate assai dolce questa sera, Madlen. Nella sala quasi
perfettamente buia, nell’angusto palco, mi stavate vicina con
morbidezza, come la vergine appena isposata si preme al fianco del suo
defloratore. Vi sentivo respirare contro la mia persona, come se il
vostro calmo respiro prendesse origine in me.

Avevate su le spalle una stola d’ermellino, ch’era fredda quasi come
l’ápice delle vostre dita. Nulla io potevo dirvi, nè voi a me. Quel
ronzìo del proiettore sembrava una musica la quale andasse frugando,
frugando, nell’oscurità, in cerca di un’anima dalla quale farsi
comprendere. Avevate, credo, un profumo diverso dal consueto, ed io mi
sentivo malato di voi sino alle radici dell’essere, ma così
deliziosamente malato, che non avrei fatto alcuno sforzo per guarirne;
anzi mi affondavo nel mio male come in uno stordimento bello e
voluttuoso. Eravate stata così vicino ad esser mia, che già mi pareva di
conoscere il suono, il profumo, la musica del vostro più perduto bacio;
eravate in me confusa, come s’io portassi qualcosa di voi nelle mie
tormentate vene. Sentivo che una piccola grande cosa era nata fra noi:
l’intimità, la complicità, la memoria d’essere stati proprio su l’orlo,
proprio al confine di quell’istante meraviglioso che scioglie fra due
vite ogni paura e le confonde in una.

Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un
solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè
tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu.
Adesso mi si destava nell’anima una grande malinconia, quasi una bontà
nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un’anima nel
tuo corpo giovine come il sole; e stando così presso alla tua bocca
profumata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu.

Adesso, mentre scrivo e ti attendo, una chiara notte s’è alzata nel
cielo che non piove più. Dai giardini della Zurriola sale ad intervalli
un odore voluttuoso d’alberi stillanti. L’Urumea porta nel mare, con la
sua lenta ondata grigia, le foglie che l’autunno fa cadere giù...

                                  ————

Il Russo lungo lungo, amico del Belga piccino piccino, aveva una sorella
di media statura. Questa era una signorina ben fatta, poco seria, che
andava pazza per il ballo ed era dalla fronte alle caviglie cosparsa di
quella indefinibile seduzione che si chiama il fascino slavo. Sopra i
suoi fianchi molto ben disegnati già pericolava una minaccia di
pinguedine, come una vera spada di Damocle della quale un marito
romperebbe il filo.

Non so bene di quali cose in particolar modo si occupasse la signorina
Anastasia Mikailovna, figliuola d’un Boiardo ucráino; certo è che tutti
gli scapoli dell’albergo, di giorno e di sera, molto volontieri stavano
con lei. E la signorina Anastasia Mikailovna, per un senso d’altruismo
quanto mai lodabile, trovava il mezzo di regalare ad ognuno qualche
bríciola del suo fascino slavo.

Non rimase a mani vuote neanche Lord Pepe; il quale sapeva, beato lui,
comprendere il fascino slavo di tutte le nazioni.

Quando una signorina russa nata nella pingue Ucráina balla con un
giovine spagnuolo vestito a Picadilly, gli altri popoli della terra non
devono far altro che radunarsi all’intorno e tacitamente guardare. Io,
per l’appunto, seduto vicino a Madlen, contemplavo le perfette eleganze
tersicoree dell’hidalgo Lord Pepe, mentre vedevo dipingersi nella
fisionomia di Madlen quella sottile ironia tutta particolare del
carattere inglese.

Ciò accadeva pochi giorni or sono. Ma oggi la signorina Anastasia
Mikailovna, con la racchetta da tennis in mano, si era invece rifugiata
nel più intimo salottino dell’albergo e stava con molta lassitudine
appoggiata contro una scrivania; le sue trecce scure brillavano sopra un
golf color viola del pensiero, e, forse per pudore, forse per
indecisione, guardava con occhi bassi le sue belle scarpette di daino
molto fino. Lord Pepe, con una posa da seduttore altrettanto blasé
quanto irresistibile, dolcemente le andava parlando, non saprei dire se
con le mani oppure con le ginocchia. Le parlava, è probabile, di cose
attinenti al fascino slavo e delle pieghe certo involontarie che sul
corpo della signorina Anastasia Mikailovna, figlia di Boiardo, prendeva
il golf di lana color viola del pensiero.

Ciò avveniva in una piccola sala di lettura; luogo adatto, come ognun
vede, a leggere _I Fioretti di San Francesco_, od a scrivere lettere
alla propria famiglia su carta intestata con il regal stemma della Reina
Maria Cristina.

Quando entrai nella sala di lettura, fecero entrambi un movimento
repentino, poi Lord Pepe baciò la mano della signorina Anastasia
Mikailovna, e con il viso ancora compenetrato di fascino slavo venne a
prendermi allegramente sotto braccio.

Anzi mi propose—fatto molto singolare, data la sua naturale pigrizia—di
fare con lui una passeggiata.

—Volentieri, Lord Pepe—gli risposi.—Ma dove andremo? verso la Concha?

—Sì, verso la Concha, como quiere Usted. Allora, mentre camminavamo
sotto il pallido sole ancor soffuso di nebbia, Lord Pepe mi fece con
amabilità questo leggiadro discorso, che tenterò di riassumere in breve,
saltando, poichè prive d’importanza, le mie numerose interruzioni.

Disse Lord Pepe:

«Voi siete un molto simpatico ed amabile giovinotto, anzi vi confesso
che ho molta simpatia per Usted. Voi avete un carattere che va molto
bene con il mio, solo vi consiglio di non lavorare troppo la notte,
perchè avete spesso la faccia stanca, e non c’è bisogno di prendere la
letteratura tanto sul serio quando se ne può far a meno. Poi non
dimenticatevi che i libri, tanto quelli di scienza come quelli d’amore,
servono sopra tutto alle persone che non sanno trovare altro mezzo per
uccidere il tempo. Que sì, caballero!... La donna è poi come la
letteratura: più si legge e meno la si comprende.—Pausa—Io mi sono
accorto che a voi piace molto la mia piccola amica Madlen. Questo mi fa
piacere. Madlen è una donna molto elegante, muy fina, muy dispendiosa, e
che ha fatto apposta a lasciarsi fare la corte da Usted, perchè la donna
gode mezzo mondo se può vedere il suo amante consumarsi di gelosia. Ma
con me questo gioco non riesce, pauvre petite, por que soy un hombre qui
s’en fiche!—Pausa—La sola cosa davvero importante è questa: che in otto
mesi mi ha fatto spendere un mezzo patrimonio; ragione per la quale mio
padre, banchiere a Londra, mi ha telegrafato; «Mas nada.» Le due parole
irrevocabili che ogni tanto mi telegrafa in tutte le lingue, secondo il
paese dove mi trovo. «Rien plus.» «No more.» In Italia si dice: «Niente
più.» Mio padre, banchiere a Londra, quando scrive telegrammi, ha una
forza di carattere davvero inflessibile.

«Quando invece parla con suo figlio capisce sempre di aver torto. Dunque
bisogna ch’io vada a Londra. Ciò mi secca, per la traversata della
Manica, che in questi mesi non è del tutto conforteable, come
dovrebb’essere un canale degno del popolo Inglese.—Pausa—Mio padre,
banchiere a Londra, con un ordine di Borsa rifà in due giorni quello
ch’io sciupo in un anno; quindi potrei benissimo rimanere con Madlen
fino al principio dell’inverno, ed anche dopo, se ne avessi urgente
necessità. Ma questa mia risoluzione dispiacerebbe forse a Usted, e non
divertirebbe affatto il vostro amico don Josè de Higuera, che in amore
come in tutte le cose preferisce sempre all’abitudine la novità. È stato
un errore innamorarmi di Madlen, ed è la prima volta che ubbidisco per
otto mesi ai capricci di una sola donna. Ma il mio amore per fortuna è
fatto in modo che solo dura finchè non mi avvenga d’incontrare un’altra
donna la quale non sia peggiore della precedente. Ed io posso dire a
Usted che questo è il solo modo ragionevole d’innamorarsi. Claro? Dunque
volevo riferire a Usted che domani parto per Parigi, e dopodomani
traverserò la Manica. Fra otto giorni—poichè ci vuol sempre circa una
settimana prima che mio padre voglia riconoscere i suoi torti—sarò di
nuovo a Biarritz, con una deliziosa attrice del Vaudeville, ch’essendo
amica nel medesimo tempo di un deputato marsigliese e di un sarto
parigino, costerà lo stesso a mio padre, banchiere a Londra, ma forse a
me, in privato, permetterà di fare una certa economia.—Pausa—Ora penso
di aver fatto il mio dovere, informando voi per il primo di questo mio
viaggio a Londra. Viaggio che a voi farà piacere, ne sono certo, mentre
a me dispiace moltissimo di allontanarmi da un simpatico amico y
distinguido caballero como Usted.»

Sul mare sonnolento si adagiava una striscia di sole, vaporosa e calma;
lungo il Paseo de la Concha ferveva un corso animatissimo. E noi
tornammo indietro, allegri, senza la più piccola ombra di disagio, per
comperare dal primo tabaccaio che incontrammo quelle grosse ed aspre
_Elegantes emboquilladas_, delle quali entrambi eravamo sprovvisti.

Su la soglia della tabaccheria mi parve necessario dirgli, prendendolo a
braccetto:

—Cher ami... non ho purtroppo un padre, banchiere a Londra, nè una
Manica da passare con tanta facilità; ma se quello che il «trente et
quarante» finora non mi ha tolto può esservi utile per qualche
settimana, vi prego di trattare con me come fareste con un vecchio
amico...

Egli rifiutò indiscutibilmente, con un sorriso da Grande di Spagna.

                                  ————

Ella tese a Lord Pepe la sua lunga mano inguantata, con un saluto sobrio
e semplice, come se quella partenza definitiva non dovesse durare che lo
spazio di ventiquattr’ore. A piè del treno, presso il montatoio, ella
stava immobile vicino all’amante, lasciandogli nella mano la sua mano
aperta e guardandolo negli occhi senza il minimo segno di dolore.

—Good bye. Friend. Kiss for me London...

Non v’era in lei turbamento visibile, ma neanche la più piccola
simulazione. Otto mesi d’amore o di giornaliera intimità finivano per
lei senza una lacrima, invece con una stretta di mano, con un sorriso da
signorina, da miss inglese, limpido, illibato, sarcastico.

—Good bye, Friend. Kiss for me London...

Il marciapiedi bianco d’elettricità rifletteva la sua lunga ombra; il
cappellino frivolo e serio, l’abito a giacca, gli stivaletti luccicanti,
parevano stranamente adatti ad accrescere la sua impassibilità. In quel
momento era più che mai onesta, più che mai signora, e signora inglese
in tutta l’estensione del termine; tantochè ripensavo, quasi per amore
del contrasto, alla sua bella camicia di linon, fina come un ragnatelo.

L’express Paris-Madrid allungava sotto la tettoia della stazione
imbandierata le sue vetture luccicanti, collegate insieme da un
passaggio a mántice; nel mezzo del treno il salon-restaurant sfavillava
di luce come una sala da ballo. I pranzi ormai eran finiti, le tavole
sparecchiate; nel lunghissimo corridoio del treno molte cuccette chiuse
custodivano il sonno dei viaggiatori già coricati. Altre lasciavano
intravvedere dagli sportelli aperti i preparativi notturni d’una coppia
inglese che ammobigliava il proprio home, d’una parigina irrequieta che
trasformava il suo scompartimento in un profumato boudoir, con bagaglio
ad armacollo e piuma tirolese, infine d’un diplomatico turco in perpetua
vacanza, che avrebbe offerto molto volentieri alla sua vicina di parete
una bottiglia di Champagne...

Ormai, pare impossibile, non v’è treno di lusso che solchi l’Europa in
qualsiasi direzione senza contenere la Parigina e il diplomatico Turco,
questi due esponenti così caratteristici dell’umanità del ventesimo
secolo.

Gli eleganti controllori della Compagnie Internationale des Wagons Lits,
bei giovani, che talvolta, nel cuore della notte, una viaggiatrice
solitaria chiama con romantiche scampanellate, ora ciarlavano fumando a
piè de’ montatoi; altri andavano preparando i lettini candidi, altri
esaminavano fasci di tessere o facevano saltare il tappo d’una bottiglia
di Pale Ale. Sopravvenne un Herr Doctor bavarese, viaggiatore di seconda
classe, con occhiali a stanghetta e fasce di lana verde ai polpacci, uno
di quelli che il Creatore stampò con la creta che gli rimase
dall’ippopotamo. Costui andava da una vettura all’altra agitando uno
scontrino dell’Agenzia Cook. Dopo aver seccata molta gente, alla quale
non spettava occuparsi di lui, trovò finalmente un capotreno che gli
diede retta, ed osservato il numero dello scontrino, gli disse in un
tedesco irreprensibile che la sua cabina era stata riservata per un
Ispettore Generale della Compagnia—sede di Bruxelles—qualcosa come il
vice-padrone di tutti i treni a dormitoio che ánsano e vólano traverso
l’Europa. Altro dunque non rimaneva per lui che rassegnarsi alla suprema
ragion di Stato.

Da ultimo il capotreno si volse ad un impiegato che passava, e gli disse
con l’aria più serena del mondo:

—Fous-moi que’que part ce sacré diable d’Alboche!

Un cuoco enorme, il quale sporgeva con tutta la pancia dalla
finestrucola della sua cucina, sfogliava un numero dell’_Assiette au
beurre_, fumando con regale voluttà un eccellente sigaro Avana.

Trofei di bandiere appese dappertutto ostentavano le sigle unite del
Regno Iberico e della Repubblica Francese;—tra pochi giorni il Primo
Cittadino di Francia, con i suoi Ministri, avrebbe traversato i selvaggi
Pirenei per volgere a profitto delle tariffe doganali e del
«Mediterraneo lago francese» quella simpatia che il giovine Re Alfonso,
nel frequentare le regate ed i five o’ clock di Biarritz, aveva saputo
inspirare alle belle donne che governano la Francia.

La Compagnie Internationale des Wagons Lits mi sembra, nel ventesimo
secolo, un organismo sociale d’importanza e di significazione per lo
meno equivalenti a quelle ch’ebbe nei secoli trascorsi la benemerita
Compagnia di Gesù. Essa è davvero una forza, una ruota, un’ala della
vita moderna, come l’altra era una catena ed una potenza della vita
medioevale.

Quel treno lungo, sottile, snello, fatto d’acciaio terso e di legno
levigato, che trascinerebbe nel cuore delle montagne ciclopiche una
fantasmagorìa di specchi e d’elettricità, che brucerebbe la distanza
come il fuoco arde la miccia d’una mina, quel treno pressochè
ingioiellato, carico di belle donne, d’uomini ricchi e di bagagli
costosi, per cui le frontiere dei regni più non divengono che fermate
frettolose, quel treno dove corrono tutte le monete, dove si parla ogni
linguaggio, dove s’intrecciano avventure veloci, e che al mattino si
profuma nel suo tepido corridoio di soave cipria e d’Acqua di Lavanda,
era, per chi bene sapesse intendere, un segno dei tempi nostri, della
vita nostra, di quella nuova e transitoria bellezza verso la quale ora
cammina il mondo. Roma costruiva con la pietra millenaria, noi
costruiamo con la delebile velocità:—e questo mi pare più grande.

Per quanto gli spiriti amici del palinsesto, coltivatori instancabili
della polvere di museo, trovino che su la terra nulla di nuovo accade,
ma tutta la bellezza e tutto l’esempio a noi provenga dagli antichi,
pure io sono profondamente persuaso che nessuno fra quei sapienti
selvaggi che a noi diedero la seccatura di possedere una tradizione potè
mai concepire l’eleganza, o nulla d’equivalente all’eleganza d’una lady
inglese che saluta il proprio amante con un semplice shake hand sotto i
finestrini di un velocissimo express. Cleopatra e l’amica di Petronio mi
fanno sorridere quando penso a Madlen Green. Povere belle donne d’una
volta!... ormai servite al cinematografo, per sollazzare gli ozi
domenicali delle nostre ancelle, che al buio sopportano con brividi la
mano dell’innamorato contrabbandiere...

Lord Pepe indossava, per traversare la Manica, un soprabito da viaggio
così ampio e così adatto all’emigrazione, ch’era impossibile chiedere
alla fantasia d’un sarto qualcosa di più conforme alla fuliggine dei
treni ed alla inclemenza dell’acqua marina. Portava inoltre un berretto
scozzese, ben calzato fino ai sopraccigli, una camicia floscia, un
collettino di seta chiuso da una spilla doppia, che lasciava dondolare
con il voluto disordine la gala d’una cravatta ferroviaria.

Lord Pepe rappresentava in quel momento l’uomo che viaggia; perfino le
sue ghette sembravano fatte apposta per andare in treno; chiunque
l’avesse veduto in quel perfetto abito da grand-express, avrebbe detto
senz’altro:—Ecco un uomo che traverserà l’Europa.

Egli teneva tra le sue la mano di Madlen, senza dirle cosa alcuna, e
tuttavia sembrava turbato. In lui nulla esprimeva il turbamento, fuorchè
la sua bocca ben rasata, che si stringeva ogni tanto come per formulare
una impronunciabile parola.

Allontanarsi da una donna è sempre cosa triste, perchè ogni donna
possiede un poco della nostra gioventù. Quello che fu con una, certo non
sarà con altre; l’amore che finisce è un’illusione perduta, un gioiello
che non si ritroverà mai più. E lo sentono anche le anime semplici, se
pure non comprendono il senso di questa grave tristezza.

La cosa più amara che sia nell’amore non è forse l’abbandono in sè
stesso, quanto il suono indefinibile della parola: addio. Si può
talvolta essere giunti fino alla sazietà, fin quasi all’avversione, ma
nel momento in cui ci si dice addio, nel momento in cui la donna che fu
nostra ridiviene per noi la forestiera, e quando pensiamo che l’amore
d’un altro l’inseguirà, la gioia d’un altro la possiederà, ecco, ritorna
in mente un bacio, una parola, una musica del passato, e nasce
nell’anima di chi parte una desolata voglia di piangere.

Povera piccola Madlen!... s’era innamorata di lui per avergli veduto
ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, in una sala del
Rat Mort—e questa era senza dubbio una cosa molto gentile;—povera
piccola Madlen!... aveva cambiati al suo fianco centinaia d’abiti uno
più bello dell’altro, stritolate co’ suoi dentini scintillanti un
infinito numero di «crevettes grises», sorseggiate con le sue rosse
labbra tante coppe di amaro Sciampagna, giocato vicino a lui, con una
storditaggine ammirevole, tanti e poi tanti fasci di que’ larghi
biglietti da mille, che a lui mandava il suo ricco sfondato padre,
banchiere a Londra... povera piccola Madlen!... aveva inoltre fatto con
lui tanti gentili capricci, tante adorabili sciocchezze, tante piccole
civetterie... si era lasciata per così lunghe notti baciare, stancare da
lui... tutto questo non valeva dunque la pena ch’egli sentisse,
nell’abbandonarla, una piccola malinconia?...

Sì, certo; poichè queste cose per l’appunto sono l’amore; sono l’amore
di tutti gli uomini e di tutte le donne, anche se la forza del buon
senso cerca di reprimere in noi questa insoffocabile poesia. Forse Lord
Pepe se ne sarebbe dimenticato in poche ore, perchè il suo cuore non
aveva memoria, i suoi sensi non avevano fedeltà; ma in quel momento era
triste; io lo vedevo.

Ed infine le disse:

—Ecrivez-moi une lettre, Madlen, si vous n’avez rien de mieux à faire...

—Yes, dear.

—Je serai votre ami tout de même...

Le dava del voi, con un rispetto sincero. Fece tuttavia un movimento,
come se volesse baciarla su la bocca; ma il braccio di lei, teso, lo
trattenne. Egli piegò il capo sovra la sua mano inguantata, vi pose
leggermente le labbra, e salì nel treno.

Ella disse ridendo:

—Ecco, il treno parte in ritardo.

E non so perchè ridesse, non so perchè ripetesse ancora due volte questa
osservazione, che non era nemmeno esatta:—Il treno parte in ritardo.

Lord Pepe, venuto al finestrino, si abbottonava i guanti. I suoi guanti
erano color fuliggine; gli stavano bene. Mentre le ruote cigolavano,
accese una sigaretta. Io vidi a poco a poco allontanarsi, biancheggiare
nell’ombra il cuoco del Salon-restaurant, che fumava con regale voluttà
un eccellente sigaro Avana. Poi non vidi altro, laggiù nella notte, che
un fanale rosso trascinato verso il mare di Francia; un fanale rosso, un
po’ d’amore, nulla: un punto sottile come l’oblìo, pallido come la
distanza, che disperdeva la cenere d’un amore nella polvere della strada
infinita...

Rimanemmo lì, noi due, silenziosi, a guardare le bianche rotaie. E la
voce di Madlen ripeteva nel mio cuore un po’ deserto:

—Good bye, Friend...

                                  ————

—Cosa facciamo alla stazione ora?

—Nulla; andiámocene.

—Sì, e dove?

—Ritorniamo a piedi, se volete.

—Ritorniamo.

—Che ore sono?

—Le undici.

Il vento agitava le stelle disseminate nel lontano spazio; un odore
forte d’ondata marina investiva la terra buia. Nel passare frammezzo a
due nuvole un filo di luna batteva su qualche fredda invetriata.

Le diedi il braccio; e camminammo.

Si muoveva con leggerezza, quasi con gioia, rovesciando un po’ la fronte
all’indietro per immergere la bocca nel vento profumato. Era stranamente
simile a qualcosa che avevo già veduto, ad una sensazione che avevo già
provata. Non so dove, non so quando, forse ne’ miei lontani anni, quando
credevo all’amore; all’amore come ad un miracolo che ogni giorno può
nascere per via, all’amore come ad un profumo che venga da fuori di noi.

E pensavo:—«Adesso è tardi; la fontana che in me cantava ora si è
spossata; il mio cuore non è più così giovine; per troppe strade ho
trascinata questa mia deserta anima di navigatore.»

La città era sepolta sotto un grande velario di stelle; nuvole azzurre,
trasparenti, vi correvano sopra, si urtavano, si sfasciavano, senza
riuscire a spegnerle. Gli alberi, gonfi di notte, carichi d’autunno,
facevano stridere sotto i nostri piedi qualche foglia gialla. Nei
giardini della terra di Guipuzcoa la vecchia estate si andava consumando
in nuvole di profumo.

E allora Madlen si fermò, chiuse gli occhi, mi tese la bocca. Un orlo di
leggera umidità bagnava la sua fina veletta. Mi disse:

—Non dovete credere che vi ami...

—Appunto non lo credo; ma che importa? C’è forse bisogno d’essere
innamorati per provare tutto quello che può essere nell’amore?

—Ecco, voi dite assai bene. Voi dite come si dice da noi: «to be in
Love—essere nell’amore.» Questo mi piace. Vivere con un poco d’ansietà,
fra il desiderio e l’immaginazione; stare con l’anima e coi sensi nel
pericolo di provare un grande brivido. In fondo è sempre l’immaginazione
quella che dà le gioie meno volgari e più sottili. Ma io non vi amo,
siate certo, non vi amo. Anzi voi siete qualche volta così lontano da
me...

—Questo è preferibile. Così non correremo il rischio di abbandonarci
alle ineleganze del vero amore. Due persone come voi e me, se per caso
provano un sentimento hanno anche il dovere di nasconderlo. È il dovere
della nostra buona educazione, il senso di quella giusta misura in tutte
le cose che deve a noi proibire l’uso del «sempre», del «mai»—le due
famose parole tanto ridicole, che fanno somigliare i dialoghi di tutti
gli innamorati alla prosa del Segretario Galante.

—Cos’è il Segretario Galante?

—Non lo sapete, Madlen? Oppure questo libro non si trova nelle
biblioteche d’Inghilterra? Può darsi. La vecchia Inghilterra è certo un
paese molto ragionevole. Ma l’Italia, penisola piena di fuoco, possiede
fra l’altre dovizie anche un amabile prontuario delle frasi d’amore.
Siccome in Italia il parlarsi d’amore è un’abitudine nazionale come
quella di giocare al Lotto, così cápita che la persona più eloquente
finisca una volta ogni tanto con rimanere senza parole. In questo caso
un tale che, per esempio, ha un’innamorata e non sa più cosa dirle, si
compera il suo bravo Segretario Galante, vi dà un’occhiata prima di
abboccarsi con lei, quindi le snócciola tutto il più dolce frasario, le
più infocate e pittoresche immagini che mai seppe mettere in carte
l’ardente fantasia de’ poeti d’amore. Non solo; ma dovete per esempio
sedurre qualche bella recalcitrante con mandarle una epistola gonfia di
sospiri?—Ebbene, guardate l’índice:—a pagina tale, eccovi la lettera
conveniente al caso vostro, una lettera che struggerà il cuore della
donna più agghiacciata e produrrà un effetto altrettanto rapido quanto
infallibile.

—Oh!—disse Madlen—come dev’essere comodo far l’amore nel vostro paese!

—Così è di fatti, amica mia. Non solo comodo, ma variato e pieno di
originalità. Le frasi d’amore che dicono le donne italiane, come del
resto quelle che si leggon ne’ libri de’ romanzieri d’Italia, son dolci
come la liquirizia, profumate come il muschio, ed hanno tal forza di
persuasione che, per resistere alla loro seduzione, bisogna proprio
possedere un cuore sette volte impermeabile. È per questo che noi
Italiani abbiamo all’estero la fama di far bene all’amore, come gli
Inglesi hanno quella di bene giocare al foot-ball.

—E, ditemi: voi pure vi considerate un «champion»?

—Non ancora, Madlen. Pur troppo non ho mai saputo far uso del Segretario
Galante. Questo è il mio difetto. E siccome non riesco a farne uso
neppure nei libri che scrivo, così da molti è vituperata la leggerezza
ed il mal costume della mia letteratura.

—Vi compiango, mio povero amico.

—Oh, non importa, Madlen! Chi ama le proprie idee, può anche far a meno
di vederle applaudite; come si può far a meno di tutte le cose davvero
superflue, tra cui l’amore.

—Dunque non datemi il braccio... preferisco.

Le case che dormono sembrano tutte uguali. Gli uomini che dormono
tengono i piedi verso le finestre, il capo al muro, per vedere in faccia
il sole non appena tornerà. Anche le umili case, nella notte, sembrano
solenni. Il loro colore invade lo spazio. Il respiro di chi dorme trema
nelle finestre. La notte confonde ogni fisonomia, distrugge i limiti,
che consistono sempre nei colori; cerca in tutte le cose il loro
profondo scheletro.

—Dove mi conducete, amico mio?

—Non so; perdiámoci.

Si fermò a guardare dentro un vicolo, dove la notte, la luna, il
silenzio, davano l’impressione che si dovesse d’un tratto vederne
sbucare l’ombra d’un assassino. Poi disse:

—Chissà quante persone fanno l’amore in questo momento su la faccia
della terra...

E disse queste parole senza un brivido, senza riso, ma con una specie
d’angustia involontaria, di tentazione opaca. Io risposi:

—È questo un vizio antichissimo della razza umana. Bisogna credere che
ciò diverta gli uomini, e, qualche volta, anche le donne.

—Diverte anche voi?

—Forse... ma non sempre. E voi?

—Non vi saprei dire con esattezza la mia opinione.

—Peccato! È la sola che oggi vorrei conoscere.

—Le opinioni cambiano...

—Beninteso, Madlen. Ed è ridicolo, in tutte le cose, avere un’opinione
costante. La bellezza del mondo è nella sua mutabilità. I desiderî hanno
un valore perchè sono provvisori. Ma dove andremo a finire camminando
così? Volete che torniamo?

—Sì, torniamo.

Il rumore dell’ondata rotolava su la Zurriola deserta; l’oceano scuro,
immobile, se ne andava sempre più in là, in là, e continuava dopo
l’ultima stella. Le nostre ombre camminavano sotto gli alberi, davanti a
noi. Pensavo al treno di Lord Pepe, sfavillante come un lungo proiettile
d’acciaio e di cristallo, che su bianche rotaie perpetue come la
distanza traversava le dune del litorale di Francia. Forse anch’ella
pensava con un po’ di dolore, con un po’ di sogno, al veloce treno di
Lord Pepe. Sentimmo entrambi ch’egli era necessario al nostro amore;
partendo aveva lasciata fra noi una grande solitudine. La sua scomparsa
uccideva un poco del nostro desiderio, ci abbandonava, liberi e soli,
davanti all’improvvisa cessazione di un divieto. Questo, in ogni cosa, è
delusione.

La Zurriola bianca si perdeva tra gli alberi distanti; la città di Maria
Cristina pareva uno scenario di cartapesta elevato contro il mare.
Questo solo era grande, vivo, eterno: si vedeva con esattezza la
disparità fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Una ondata
conteneva più sogno che le infinite case bianche, i ponti dalle aquile
d’oro, i monumenti superbi e ridicoli degli uomini vittoriosi. Ed anche
noi, anche noi, eravamo due piccole figure tracciate su quel delebile
scenario, grotteschi eroi da melodramma, sui quali pesava l’artifizio,
l’intreccio, il dialogo di quel vecchio libretto d’opera che si chiama
l’amore. Oh, che noia dover ripetere, con qualche perifrasi più o meno
elegante, queste vecchie due parole, sciupate da tutte le bocche,
melense di tutti i sospiri, consumate come i sedili dei trams,
sfiducianti come le viole del pensiero, false come la cassa d’un
rémontoir di oro doublé, queste vecchie due parole che i parrucchieri
dicono, le commesse dicono, i fattorini del telegrafo le adultere i
dentisti e perfino le poetesse dicono:—«Ti amo!...»

«Ti amo...» Ah, che noia! Si apre un libro, e, dopo una ventina di
pagine, se non prima, éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti
amo...» Un povero diavolo carico di grattacapi vuole svagarsi, va a
teatro, dove si recita una commedia; egli ascolta un paio di scene: c’è
un uomo, c’è una donna, i lumi si spengono... éccoci arrivati a queste
vecchie due parole: «Ti amo...»

Altrove si scopre un delitto, un bel delitto, un tenebroso delitto; si
poteva sperare che l’uomo avesse ucciso per imbrattarsi di sangue fino
al gomito... No! Fruga e fruga, l’uomo ha di nuovo ucciso per queste
vecchie due parole: «Ti amo...»

Ah, basta per l’amor del cielo! Liberate noi, poveri uomini, da questa
eterna freddura! Salvate noi peccatori da questo malanno inestirpabile!
Basta, per l’amore del cielo!... non scrivete più, mai più, queste
vecchie due parole: «Ti amo...»

Ed allora la guardai. Non si vedeva, nel suo volto impenetrábile, che
una specie d’irritazione calma, di crudeltà sigillata e splendente.
Passammo davanti alle finestre del nostro albergo. La facciata
impallidiva di smorta e fredda luna; certi vetri parevano convessi come
globi d’elettricità. Di nuovo le presi un braccio, e camminammo nel
dedalo delle vecchie strade, verso l’altra spiaggia di San Sebastiano,
la bella Concha, ove pensai che fosse più vita.

Là il mare dormiva; dormiva nella custodia del golfo serenissimo, tra
beate ville, sotto i poggi calmi che tremolavano di nascosti lumi. Non
la più piccola frangia di spuma orlava il lento fruscìo dell’onda
notturna su l’arena di velluto. Laggiù, dietro gli alberi, un orologio
illuminato segnava un quarto alle due; sui terrazzi del Casino ancora si
muoveva gente; le sale da gioco sfavillavan nel mezzo dell’edificio,
come le bocche di una rossa fucina. I Baschi di Guipuzcoa traversavano
la Concha senza far rumore, con le lor scarpe di corda, bianche,
soffici, sotto i calzoni di velluto scuro. Il piccolo faro, annidato su
la torre dell’isola di Santa Clara, girava il suo fascio di elettricità
sul distante oceano, forse cercando le paranze dei contrabbandieri.

—Vi prego, non andiamo al Casino,—disse Madlen.

—No? E dove andremo?

—Non saprei. Ho sete.

Lungo la Calle de Alameda le terrazze dei caffè rigurgitavano ancora di
pubblico rumoroso. Là c’incontrammo con alcune persone, le quali
tornavano dal Casino ed erano dirette verso l’albergo Maria Cristina. Ci
unimmo a questa comitiva: quattro donne con un uomo.

Costui era un Francese, avvocato a Nimes, piccolo di statura, molto
largo di spalle, con la cravatta nera svolazzante, come usano i poeti
che fanno il bardo nazionale nei cabarets di Montmartre. Egli ora
tormentava la sua amante, incolpandola di aver giocato male.—«Vous avez
joué comme un pied, ma chère... oui, comme un pied!»

La sua amante, M.me de Lonard, si professava per una celebre cantatrice;
subiva le rimostranze dell’avvocato di Nimes solfeggiando qualche
leggera nota. Era molto alta, un po’ matronale, non bellissima di
lineamenti, però con una stupenda capigliatura. Vicino a lei camminava
una piccola donna, dalla faccia viziosa ed artefatta, che certo era
passata senza volersene avvedere oltre l’età canonicale, anzi aveva
l’aria di credersi ancora molto vezzosa, molto appetibile. Non lo era. I
tacchi esagerati rialzavano la sua piccola statura; un busto ingegnoso
cercava di costringere all’obbedienza i suoi mal conservati centri di
gravità. Parlava un francese duro ed ingrato, nel quale ogni tanto
faceva capolino qualche residuo di un caparbio accento tedesco. Perciò
la contessa Fellner si diceva russa di nascita, come in genere si dicono
russe rumene o scandinave tutte le tedesche stabilite in Francia. Ma la
contessa Fellner era un’assidua delle case da giuoco; avrebbe saputo far
a meno del cibo, non delle carte. Pretendeva di avere a Parigi un amico
serio ed altolocato, un ricchissimo finanziere, innamorato di lei come
un pazzo...

La terza donna della comitiva era la sua cameriera, tanto bellina e
tanto giovine quanto la contessa invano pretendeva di essere ancora. Ho
detto contessa, poichè sopra il suo astuccio per le sigarette, legato al
polso, figurava una corona di diamanti con nove punte. Nelle case da
giuoco e negli alberghi eleganti è difficile incontrare personaggi che
non portino titoli di nobiltà. Certo è questa una nobiltà creata dagli
albergatori e che finirà lentamente con invadere l’Almanacco di Gotha. I
domestici, quando ricevono buone mance, non sanno far a meno di
rispondere:—«Merci, madame la Comtesse; à vos services, Monsieur le
Marquis!»—A furia di sentirsi attribuire questi lusinghieri appannaggi,
un tale finisce poi con iscoprire tra i suoi bisavoli un glorioso
Cavaliere delle Crociate. Il suo patriziato figura con eleganza
nell’albo de’ forestieri, ed in fin dei conti anche la nobiltà è
un’opinione, come tutto il resto.

L’ultima era Odette Litzine, la quale aveva da qualche anno perduto il
suo illustre e munifico protettore; però di lui conservava, con i
vestigi della sua liberalità, l’ultime sillabe del suo nome: un principe
Galitzine.

Era una squisita giovine creatura, molto bionda, con la carnagione
trasparente come se fosse in porcellana di Sèvres. Aveva due magnifici
occhi, appassionati come gli occhi d’una educanda la quale si strugga di
solitario amore; il suo corpo era esile ma ben formato, voluttuoso più
de’ suoi occhi, attraente come la sua pericolosa innocenza. Quel giorno
era venuta in automobile da Biarritz verso l’ora del tè; anch’ella, come
Socorrito fiore di Siviglia, sperava che si giocasse alla «roulette».
Aveva trovato invece quell’orribile «trente et quarante,—«où jamais je
n’ai été fichue de gagner une thune!...» Si era messa a giocare verso le
sei e terminava ora, senz’aver mangiato che qualche «sandwich», con un
bicchiere di Porto, nell’intervallo fra un mazzo e l’altro.

—Pense donc!—ella diceva a Madlen;—j’avais sur moi plus de huit mille
francs, et je les ai perdus en vingt minutes. Blanche m’a prêté mille
francs; Garigou, tu sais, Garigou le tenor, m’en a prêté encore mille...
J’ai voulu taper la Direction, mais le caissier, ce vilain chameau, m’a
dit qu’il n’y avait pas le Directeur. Penses-tu!... Pour me prêter
cinquante louis il fallait déranger le Roi d’Espagne! Alors Blanche a
été tout ce qu’il y a de plus gentil; n’ayant plus le sou elle-même,
elle a demandé vingt-cinq louis à un monsieur qu’elle connaît à peine.
Ça m’a fait encore vingt-cinq louis de dette, mais Blanche est tout de
même un noble coeur. En voyant ma déveine, elle a fini par taper de
quinze louis le maître-d’hôtel; puis elle m’a dit: «Fiche-les donc à
inverse! Il va y avoir une série.» La série vint en effet: douze
inverse! J’avais tout rattrapé, avec du bénéfice... mais, zut! pourquoi
n’ai-je pas écouté Blanche? Il fallait à ce moment quitter la table et
m’en aller dîner avec elle. Non: j’ai voulu faire sauter la banque, pour
voir la tête du caissier, ce mufle à lorgnon... et voilà! je sors à
présent sans une pièce dans mon sac. Regarde donc, Madlen: quarante sous
et ce guignard de fétiche.... c’est gai! Avec ça, le chauffeur qui
m’attend à l’hôtel, tandis que je me meurs de faim, n’ayant pas déjeuné
le matin ni dîné le soir... charmante journée!»

Per l’allegria si mise a ballare in mezzo alla strada, facendo risuonare
i quaranta soldi che le restavan nella borsetta vuota. Madlen le disse:

—Non penserai tuttavia di ritornare a Biarritz durante la notte,
Litzine?

—Ma certo lo penso!

—È una pazzia.

—Forse; ma cosa vuoi che faccia qui ora? Non ho portato neppure una
camicia da notte, e domani dovrei far colazione al Carlton con
Crisòpulo, il Greco e pranzare con Ned, l’Americano.

—Ma neanche per sogno, Litzine! Rimani qui a dormire. Ti darò io tutto
ciò che ti occorre, anche il denaro per rifarti domani, se vuoi. Quanto
a Ned, gli puoi telegrafare di venire a prenderti. È molto più semplice,
non ti pare?

—Credi?...—fece Litzine, dubitosa ed allettata.

—Ma certamente.

—Bene, facciamo così. È infatti più semplice. Ti rimanderò il denaro da
Biarritz per telegrafo,—et je te dis merci, chère...

—Mais, voyons, quelle blague!

La contessa Fellner fece una piccola smorfia, perchè forse aveva già
premeditato di chiedere un prestito a Madlen, e Litzine complicava le
cose. Allora, sotto un lampione, si mise a rivedere il cartoncino d’una
«taglia» di «trente et quarante» ove c’erano state quattordici
intermittenze.—«Voilà où je devais me faire une fortune, l’imbécile que
je suis!...»

Frattanto l’avvocato di Nimes continuava il suo bisticcio con la celebre
cantante, M.me de Lonard, la quale, dall’alto del suo bel portamento,
guardava con indulgenza il piccolo uomo testardo e cavilloso. La
leggiadra cameriera camminava qualche passo dietro la nostra comitiva,
seria seria, fissando il marciapiede. Credo ella stesse facendo il suo
tirocinio di futura bella donna; ormai non le mancava che d’incontrarsi
con il protettore di buona volontà.

Nel giardino dell’albergo il meccanico di Litzine aspettava
pazientemente, fumando.

—Oh, voilà Madame!—fece con tranquilla impazienza.—Je suis là depuis 10
h. du soir, ainsi que Madame m’avait dit.

—Vous avez bien raison de vous plaindre, mon pauvre ami!—disse Litzine,
con un tono commosso.—Voyez-vous, c’est la vie!... Allez à présent garer
votre voiture et vous coucher de suite, car je reste.

—Ah... très bien, Madame! Bonne nuit, Mesdames et Messieurs!—rispose il
meccanico, senza ombra di malumore.

Ciò mi fece pensare che vi son uomini fatti come il tassametro, come
l’ascensore, come i becchi dell’acqua potabile, come i cavalli di
piazza,—uomini che vanno e stanno, salgono e scendono, aspettano e
camminano, senza perdere mai la pazienza.

Non sono forse i più infelici. Hanno capito che il tempo ha una ragione
d’essere, ha un pregio, solo in quanto serve a far guadagnare il prezzo
che costa la vita. Perciò, guadagnarlo stando fermi, è certo il miglior
sistema.

Una camera fu trovata per Litzine, non lontana da quella di Madlen; ma
difficile fu commuovere il custode notturno spiegandogli che Litzine non
aveva pranzato, perciò moriva di fame; anzi avevamo fame in parecchi e
si desiderava cenare. Dopo avere sollevate mille difficoltà, il custode
rispose infine che sarebbe andato a frugare nella dispensa.

—Porterete in camera mia tutto quello che troverete,—gli disse Madlen,
mentre l’avvocato di Nimes protestava d’aver sonno e di volersene andare
a letto, non senza, beninteso, la compagnia della celebre cantante, M.me
de Lonard. Però venne anch’egli nella camera di Madlen; anzi tutti
vennero, fuorchè la giovine cameriera.

Questo avvocato si chiamava Claude; era spiritoso cattivo e maldicente
come un perfetto avvocato meridionale. Quello che fece per prima cosa fu
di sedersi familiarmente sul bellissimo copripiedi che occupava quasi
per intero la coltre di Madlen. Là si mise a contare con iracondia i
biglietti ch’erano rimasti nel suo portafogli. Litzine si era sdraiata
sul divano e canticchiando fumava; M.me de Lonard aveva chiesto il
permesso d’entrare un momento nella stanza da bagno, della quale serrò
l’uscio. La contessa Fellner, toltasi il cappello davanti allo specchio,
si dava un po’ di cipria sul mento e si ricomponeva con civetteria la
capigliatura tinta.

—Dio mio!...—sospirava—cosa direbbe ora il mio amico di Parigi se mi
vedesse in uno stato simile?

—Poichè vi ama, egli direbbe innanzi tutto: «Quanto hai perduto stasera,
carina mia?»—rispose, chiudendo il portafogli, l’avvocato di Nimes.

—E Pepe?—fece allora, improvvisamente, Litzine.

—Pepe...—volle rispondere Madlen, con un certo impaccio,—come, non sai?
È partito proprio questa notte, poche ore fa.

—Per dove?

—Per Londra. È andato a Londra ove dimora suo padre. Tornerà, credo, fra
una decina di giorni. Ma non più con me. Siamo divorziati. Era deciso da
un pezzo, come ti avevo già detto.

—Sì, mi ricordo... mi ricordo.—Litzine fece una pausa, poi
soggiunse:—Tanto meglio.

Allora si mise a guardarmi con curiosità, pensando probabilmente di
scoprire in me il successore. Io conoscevo pochissimo Litzine; a
Biarritz avevamo giocato alla medesima tavola qualche rara volta. Ed un
giorno, appunto al Casino di Biarritz, mentre stavo per prendere la mia
mano ella mi aveva detto, come spesso accade fra giocatori:—«Cinq louis
dans votre main, Monsieur?»—«Si vous voulez, Madame...»—Ed avevamo
perduto.

Questa era la nostra piccola storia. Breve, lieve, sfortunata. Ma non si
sa mai cosa possa accadere fra un uomo ed una donna i quali abbiano
perduto insieme un colpo di baccarà.

M.me de Lonard, tra un rumore d’acqua corrente, rientrava nella camera
con aria più soddisfatta. Si era tolta ella pure il cappello ed ora
sedeva in una poltrona con posa meditabonda. Accese una sigaretta, poi
disse:

—Dans un mois je serai en Amérique...

La cosa non fece colpo su alcuno. Ond’ella soggiunse con un sospiro:

—Ah, les concerts classiques!... je me sens née pour les concerts
classiques!...

Allora l’avvocato di Nimes, dopo qualche minuto di raccoglimento, espose
questa ferma convinzione:

—Les concerts classiques, c’est la chose la plus bête qu’il y ait au
monde.

—Vous croyez?...—rispose con benevolenza l’angelica M.me de Lonard.

Intanto sopraggiungeva il custode notturno, con un vassoio
pantagruélico. E nomenclò:—«Uova, carne fredda, formaggio, burro,
frutte, pasticceria. Pomméry Gréno, extra-sec.»

Fece verificare l’«extra-sec» sul collo delle bottiglie non ancora
sturate: al che l’avvocato di Nimes rispose con irritazione:

—Io dunque berrò l’acqua del rubinetto, perchè questa marca di
Sciampagna mi dà i crampi allo stomaco.

—Poverino, com’è delicato!—lo compianse Litzine. E presa una coscia di
pollo, si mise ad imprimervi con avidità la sua bella dentatura
luccicante. L’avvocato Claude neghittosamente si provvide d’un paio
d’uova sode e tornò sul letto.

—Ebbene,—disse Madlen,—non mangerete sovra la mia coperta? Venite, vi
prego, a sedervi con noi.

—E dove?

In verità non c’era posto; ma l’angelica M.me de Lonard lo invitò a
sedere sul bracciolo della sua poltrona. L’avvocato di Nimes era
piccolo; ci stava. Sbocconcellò sbadigliando le uova sode, poi ne prese
altre due. Avvenne questo: ch’egli solo mangiò per quattro e si bevve
quasi tutta una bottiglia di quel Pomméry extra-sec che gli dava i
crampi allo stomaco.

La contessa Fellner, dopo il gioco e la cena, si lasciava prendere da
non so quale desiderio di sensazioni ulteriori.

—Oh...—sospirava—quanto mi struggo e mi sciupo in questo maledetto
paese! Non solo perdo al giuoco tutto quello che possiedo, ma purtroppo
sono anche disperatamente casta fin dalla vigilia del mio arrivo: ecco a
momenti due settimane...

—Appunto lo s’indovina dai vostri occhi, povera contessa!—rispose con
malizia l’avvocato di Nimes.—Per una donna di temperamento la solitudine
costituisce un vero guaio... Ma infine, perchè no?...—soggiunse, facendo
segno alla mia persona.—Ecco un giovinotto che certo aspetta solo una
strizzatina d’occhi...

La contessa Fellner arricciò il naso.

—-Prima di tutto, caro signor Claude, io non sono per vostra regola una
donna così facile!... Poi questo signore non è il mio tipo.

—Oh! oh!... illustráteci dunque il «vostro tipo»,—la incitò l’avvocato,
che ancora stava trincando.

—Io credo quasi di conoscerlo,—rispose Litzine.—Voi, contessa, amate il
tipo di Ned, il tipo Americano del Nord, non è vero?

—Oh, oui...—confessò, con un brivido artificiale ma prolungato, la casta
M.me Fellner.—Sì, è vero, è vero! Amo il tipo di Ned: biondo, sbarbato,
molto solido, molto energico...

—Molto ricco!—soggiunse l’implacabile Claude.

—Insolente!

—Che insolenza c’è nel dire che Ned è molto ricco? Ma infine, cara
contessa, poichè fra voi e Ned c’è una frontiera, mentre fra voi ed il
signore non vi sarà, suppongo, che un mezzo corridoio... spegnete i lumi
e pregatelo di parlare inglese.

—Andiamo, andiamo, caro avvocato...—lo ammonì la contessa Fellner con
una voce grave;—non sapete forse che a Parigi ho un amico il quale mi
adora e che io adoro?

—Noi sappiamo tutto questo!...—le accordò l’avvocato con enfasi
declamatoria.

—E quanto poi al signore,—aggiunse la contessa, guardandomi e guardando
Madlen,—egli è molto occupato altrove...

—Vous croyez, madame?—fece Madlen, con una voce tagliente.

—Ah... je ne crois rien, je suppose...

Litzine si mise a ridere. M.me de Lonard mi contemplava con occhi
svenevoli, forse perchè avevo ascoltato per un quarto d’ora le storie
de’ suoi trionfi americani.

M.me Fellner si rovesciò contro la spalliera della seggiola, gonfiando
il suo seno vedovile, poi disse con il suo più profondo sospiro:

—Ah, mio Dio, che buona cosa è stringersi accanto ad una persona di
fiducia, la sera, quando ci si addormenta... Solamente, volete credere?
io sono ormai avvelenata... sì, proprio avvelenata! Nel momento più
decisivo dell’amore, quando si perde la testa, mi accade spesso di udir
la voce del mazziere, che annunzia d’un tratto:—Rouge perd et la
couleur...

—Alors, assurément, le coup est perdu!—fece, con diabolica prontezza,
l’avvocato di Nimes.

Pudica, M.me de Lonard si coverse gli occhi; ma Litzine, Madlen, la
contessa ed io ne ridemmo di gran cuore.

Frattanto il custode notturno era venuto a sparecchiare la tavola dai
magri avanzi della nostra cena. Litzine era distesa sul divano,
leggermente ebbra, e fumava. Fumava con gli occhi sperduti nei circoli
azzurri, nelle ondeggianti nuvole della sua profumata sigaretta. Poichè
teneva le ginocchia un po’ sollevate, si vedevan nell’ombra della gonna
le sue belle caviglie delinearsi come lunghi fusi. Que’ capelli così
biondi, così leggeri, davano al suo viso d’educanda un non so che di
celestiale. Madlen le sedeva presso; il capo d’entrambe affondava nel
medesimo cuscino. L’avvocato di Nimes, dal bracciolo della poltrona, era
sdrucciolato nel grembo di M.me de Lonard, che, sebbene fingesse di
respingerlo, pur si lasciava con benevolenza perquisire dalle sue mani
curialesche.

Allora, con un altro sospiro, M.me Fellner disse:

—Oh, com’è tardi, amici miei! Vi prego, lasciatemi andar via...

—Sì, avete ragione, contessa. Ora verremo noi pure. Vedo che Litzine e
Madlen hanno bisogno di raccoglimento. Questo giovine signore, che
purtroppo non è il vostro tipo, le aiuterà probabilmente a spogliarsi,
ed è opportuno che noi provinciali, noi, gente a modo, non assistiamo a
questi gravi disordini...

—Provinciale io?—brontolò M.me Fellner, gialla di stizza.—Per vostra
norma son vent’anni che ho il mio appartamento in Boulevard Hoche!

—Non dico di no, cara contessa. Ma le donne che al giorno d’oggi si
contentano ancora di andare a letto con un uomo—voglio dire
semplicemente con un uomo—voi, di grazia, come le chiamate? Per conto
mio le chiamo provinciali, mentre giudico addirittura prive di
educazione quelle che ancora si permettono di avere un figlio... Dopo
ciò, non mi rimane altro che augurare a tutti quanti la buona notte!

                                  ————

Restammo soli, Madlen, Litzine ed io. Apersi una finestra perchè si
diradasse il fumo, ed uscii sul balcone.

Un incerto chiarore d’alba scendeva dal promontorio verso il mare;
correva giù con impeto, a grandi folate, avvolto in voluminose bufere di
nebbia, che si sfasciavano contro l’ondata. Il molo della Zurriola si
perdeva nel buio colore del vento. Su lo zoccolo del suo monumento
l’Ammiraglio de Oquenda pareva un grand’uomo. Il lampione ad arco del
teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare con un lento ronzìo di corde
elettriche il suo globo spento.

Una d’esse mi chiamò:

—Eh bien, monsieur le poëte, que faites-vous là? Inspectez-vous les airs
à la découverte d’une nouvelle planète?

—Non, mesdames; cette vieille terre me suffit. J’observais l’Amiral de
Oquenda; il vient de s’enrhumer; la rosée matinale dégoutte de son nez
historique.

—Mais vous allez bientôt nous quitter, je suppose...

—Jamais de la vie!

—Vous dites?... Ah, par exemple! on appelle ça une violation de
domicile.

—Eh bien, soit! En fait de viol, quelle est, dites-moi, la femme qui
oserait s’en plaindre?

Risero. Vennero entrambe sul terrazzo, si affacciarono, una contro il
mio braccio destro, l’altra contro il mio braccio sinistro. E Litzine
disse:

—N’exagerez donc pas, cher poëte!... L’aube est froide, et vous allez
vous refroidir vous-même par ce brouillard couleur de taupe...

Madlen soggiunse:

—Dieu! que la nature devient banale... Même les brouillards se
choisissent désormais des couleurs à la mode!...

Volsi la bocca verso Madlen e le diedi un bacio; le diedi con
irritazione un bacio su la nuca, dove i capelli premuti sul cuscino
leggermente si arruffavano.

Madlen non si mosse; rimase a guardare con una specie di fissità nella
notte lontana.

—Embrasse-le donc...—la esortò Litzine, con la sua voce carezzevole,
premendosi contro la mia spalla.

—Les Anglaises ne savent pas embrasser. I do not. Embrasse-le toi
d’abord.

—Voyons! Je ne suis pas sa maîtresse.

—Ni moi non plus.

—Tu as peut-être tort...

—Peut-être.

Il vento mi avvolgeva nel loro indivisibile profumo. Una piccola
striscia di cielo divenne in quel momento azzurra. Ma era laggiù, sul
mare, al confine dello spazio, e pareva uno spiraglio di eternità nella
infinita ombra.

—Dis-lui qu’il s’en aille, Litzine; j’ai très sommeil... l’aube est
froide... fermons la fenêtre.

Tornammo nella camera, senza chiudere i vetri. Confidai a Litzine tutto
quello che accadeva tra noi da lunghe settimane. Litzine si mise a
difendermi.

—Tu es cruelle, Mad. Oui, tu es vainement cruelle. A quoi bon exaspérer
un homme? On cède toujours, à la fin des fins... Vois-tu? même la
comtesse Fellner, ce vieux perroquet, nous le disait tout à l’heure...
Car, ma petite Mad, si c’est vrai que la nature est banale, rien n’est
plus banal que de ne pas vouloir lui obéir. Et enfin, moi aussi, toi
aussi, nous tous, la nuit, vers quatre heures, quand on a bu du
Pomméry...

—Mais alors, puisque tu le défends si bien, couche donc avec
lui!—l’interruppe Madlen battendo il piede. Poi soggiunse:—Moi je vous
regarderai...

E rise.

Litzine aperse più che poteva i suoi chiari occhi d’educanda, mi guardò,
la guardò, poi disse:

—Mais... c’est de toi qu’il veut, ma petite Mad; sans ça... évidemment!

Madlen, con un atto repentino, buttò le braccia al collo di Litzine,
mise la bocca vicino alla sua bocca e ripetè, alterata nel viso e nella
voce:—Couche donc avec lui... veux-tu, Litzine?

Questa, con molta pulizia, con molta educazione, rispose:

—Je ne vois pas quel plaisir cela puisse te faire...

Poi, dopo una riflessione, osservò senza il minimo rancore:

—Si c’est pour te débarrasser de lui, je veux bien te rendre ce petit
service.

—Non, ma foi, non! C’était pour autre chose... Tu me connais, Litzine;
j’ai parfois des idées irréalisables...

—Rien n’est irréalisable dans ce sens, Mad. Et, d’ailleurs, Monsieur
Claude avait parfaitement raison: nous ne sommes pas des provinciales...
voilà tout! Mais enfin, mol, chers amis, je vous dis bonsoir.

—Bonsoir, Litzine...

Ma nonostante questo commiato Litzine non se n’andava. Mi domandò una
sigaretta, che io le diedi. Poi, nell’accenderla, toccai la sua mano. La
sua mano era morbida, calda, profumata; la sua mano era lieve come un
piumino per la cipria. Forse non ho mai veduti occhi di fanciulla più
limpidi e più calmi de’ suoi. Era gentile come l’innocenza. Il suo
labbro superiore non le chiudeva bene la bocca; vi rimaneva sempre nel
mezzo uno spiraglio di sorriso. Non so perchè la guardavo, e Litzine
guardava me.

Suonarono le quattro di notte. Dal balcone aperto veniva il profumo del
mare. Mi ricordo ancora le sue braccia; mi ricordo con precisione la
forma delle sue nude braccia. Nel muoversi facevano pensare agli steli
dei narcisi, nelle praterie alte, quando il vento di primavera incurva
tutto il campo.

Madlen si era sciolta i capelli; ora si spogliava. La sua lunga treccia,
colore di vecchia tartaruga, nasceva oscura e diveniva intensamente
bionda. Il pettine vi cigolava, sollevando furiosi disordini tra quella
ricchezza buia ed incendiata.

Disse a Litzine:

—Dégrafe-moi ça...

Le si era impigliato un uncino dell’abito in un’ásola del copribusto.
Per far ciò, Litzine dovette sollevare il peso della sua lunga treccia,
che ad ogni mossa variava di colore, ingombrandole tutto il dorso.

Erano entrambe davanti alla grande specchiera, che le rifletteva con
fulgore, tra un nembo di elettricità.

Litzine raccolse quella stupenda capigliatura come si raccoglie un
grande fascio di fieno fragrante, e, prima di sciogliere l’uncino,
profondamente v’immerse la bocca.

Madlen rovesciò la gola, e rise.

Rise forte, rise con una voce sonora, quasi torbida, una voce che udivo
per la prima volta in lei.

—Tu es bien gentille de m’avoir aidée; je te remercie, Litzine...

L’abito era slacciato. Litzine si mise davanti a lei contro la
specchiera. Madlen ora si pettinava.

—Où est ta chambre, Litzine?

—Que sais-je? elle doit être par là...

Madlen teneva qualche forcina tra i denti; fece un piccolo giro per la
camera; poi disse:

—Couche donc ici, Litzine. J’ai un si grand lit et je suis toute
seule...

—Vrai?

—Oui, sans doute.

Mi guardarono. Entrambe risero. Ma io guardavo solamente il nastro di
fumo della mia profumata sigaretta.

Laggiù, sul mare, qualche stella cambiava onda. Il silenzio immenso che
precede l’alba era su l’infinito.

—Je veux bien coucher ici, Mad, puisque tu le désires,—le rispose
Litzine dopo una lunga riflessione,—car je n’aime pas être seule dans
des lits nouveaux.

Allora Madlen mi disse:

—Tâchez de vous rendre utile, mon ami! Allez vite chercher le sac de
Litzine.

Vi andai. E feci tutto questo con diligenza, con docilità, senza
produrre strepito, come un uomo desideroso di bene compiere quanto gli
si richiede.

La borsa d’automobile della bionda Litzine era molto grande, ma pesava
poco. Nel portarla vi si udiva un rumore di sottili boccette. Dalla sua
fodera si sprigionava un buon odore di cuoio fino e d’Acqua di Lavanda.

Ritornato nella camera di Madlen posai quella borsa nella poltrona di
M.me de Lonard, ove la gloriosa cantante aveva lasciata cadere una sua
piccola forcella.

—Oui... mais vous n’allez pas assister à notre toilette, j’espère...

—Pourquoi pas?

Anche Litzine si andava ora sbottonando la camicetta; il suo pudore non
le concedeva di lasciar cadere l’abito, perciò camminava nella stanza
con un visibile impaccio.

—Tout de même j’ai honte!—esclamò ridendo Litzine.—Les poëtes surtout
m’intimident, lorsque je me déshabille.

—Les poëtes?... Oui, je comprends ça. Quand vous leur montrez une épaule
très bianche, eux ils ne pensent qu’à l’orner d’une rime décrépite. Oh,
je les plains, ces idéalistes! Mais, quant à moi, chère Litzine, je ne
serai au pis aller qu’un poëte du vingtième siècle, pour qui Orphée
n’est plus qu’un mediocre tzigane, Mercure un employé du téléphone,
Apollon un chansonnier de Montmartre et la voluptueuse Vénus une belle
fille comme vous.

—Oh! mais alors il ne nous reste qu’à suivre l’exemple de cette Déesse,
qui dépensait très peu pour ses toilettes, préférant se promener toute
nue sur les plages que fréquentaient les Athéniens. Fermez donc les
volets, monsieur le poëte! Madlen est assez belle pour laisser tomber sa
chemise, et moi, si vous atténuez la lumière, je vous avouerai tout bas
que, pour mon compte, la Grèce n’a eu qu’un poëte: ce poëte était une
femme, son nom était Sapho...

Così parlando Litzine frugava nella borsa mezzo vuota; Madlen scioglieva
il suo leggero busto. Un profumo di nudità femminile riempiva la soave
stanza.

Chiusa la finestra, mitigato il fulgore delle numerose lampadine, or
novamente ci fasciava la notte scura e colpevole, ci avvolgeva il suo
torbido silenzio, che in sè custodisce ogni folle peccato.

Forse non ho mai vedute insieme due così belle creature. A poco a poco
mi dimenticarono. Solamente le donne timorose dei propri difetti si
rassegnano mal volentieri a lasciarsi veder discinte. Il pudore non è
per la donna che un dubbio di natura estetica, in contraddizione con la
sua fondamentale propensione ad essere impudica ed a giacere ignuda. La
forma femminile è ciò che deve aver suggerito ai primitivi artefici la
tentazione di esprimere un’idea con note musicali. Poichè la musica
viene dall’amore. Viene da quell’amor sensuale, da quella tendenza verso
l’amplesso, cui tutto l’universo ubbidisce.

Nulla nel mondo è così degno di religione come la bellezza del corpo
femminile. La voluttà è sublimazione d’intelletto, stupenda e grave,
poichè affaccia verso desiderî ulteriori, che non appartengono alla
umana vita. In verità la gioia dei sensi non è mai totale nè perfetta,
poichè s’inoltra verso l’ingaudibile.

Così pensavo, guardando lo splendore di nudità che sbocciava dalle tenui
biancherie delle due bellissime cortigiane. Que’ trasparenti involucri
di fino batista si scioglievan dai loro dolci corpi come da un fiore
l’involucro; per qualche istante rimanevano pregni e gonfi del lor
profumato calore. Un po’ assorto nel sogno e nella tentazione, avvolto
io pure nella ebbrezza musicale del vino biondo, sommerso in quel
profumo di capelli odorosi e di stoffe leggere, di fragranze carnali e
di ciprie imponderabili, non udivo che un rumor confuso d’acqua e di
braccialetti, un fruscìo di vestaglie, un ridere di parole sommesse, di
qua, di là, tra l’urto continuo de’ pettini e de’ cristalli; tutto ciò
nel caldo peso della notte, nel silenzio rumoroso delle mie battenti
vene, tra il fuoco delle rifrazioni minutissime che l’unica lampadina
ripercoteva nelle specchiere luccicanti.

Erano due perfette cortigiane, due creature gloriose di tutto lo sfarzo
che può essere nella bellezza umana, ed avevano dato sè stesse al
piacere altrui. Traverso i lor corpi formati con un raggio di sole era
passato il desiderio degli uomini come l’impeto lirico in una concitata
poesia. Eran forse due donne vendute, ma professavano la loro
sottomissione con una specie di stupenda regalità, esercitavano la
bellezza, dispensavano il perfetto piacere, come l’artefice d’un’opera
d’ingegno regala sè stesso nel suo felice capolavoro.

Il Codice di Diritto Civile, questo grottesco libro di satira sociale,
non possedeva un certo numero di articoli destinati a disciplinare la
lor vita insolente, come invece ne ha per incatenare la triste
obbedienza delle donne maritate. Nessuno le poteva costringere ad esser
madri, nessuno poteva imprimere su la loro nudità scintillante il
marchio dell’assoluta proprietà. Nel secolo di tutti i cataloghi e di
tutte le classificazioni esse vivevano, libere da ogni casta, franche da
ogni servitù splendenti come i loro gioielli, maravigliose come i loro
vizi, tuffando crudelmente nel denaro altrui la mano inanellata o
regalandosi al primo venuto, se questi era un uomo che poteva, per
qualche notte, impadronirsi del loro generoso piacere.

E nel guardarle pensavo all’infinito gregge perpetuo delle madri di
famiglia, le opache femmine d’un solo padrone, sovente a lui avverse,
umili e pazienti come bestie da lavoro, piegate al giogo domestico da
una fredda e necessaria fedeltà. Pensavo a tutta la gioia che si
disperde nella soffocante abitudine della coltre familiare, alla
distruzione d’ogni poesia che governa le astiose lussurie dei talami
coniugali, e mi pareva che qualcosa d’ingiusto fosse ancora nella sorte
della umana famiglia, dove un uomo ed una donna, condannati a patirsi
per l’intera vita, eran costretti a rifugiare nel silenzio di oscure
tentazioni l’insoffocabile amore della ubbriacante novità.

E pensavo al triste adulterio, alle buie camere pomeridiane ove si
consuma il tradimento; pensavo ai talami provvisori, dietro i subdoli
usci dei quartieri senza portineria, nei calmi vicoli crepuscolari, dove
l’infedeltà nasconde con paura i suoi mediocri paradisi.

Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre
delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d’Oriente custodiron
nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell’apogeo
del suo secolo d’oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti
navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli
immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de’ suoi
Cesari e l’Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella
fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni Dei
mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori
dell’Ellesponto?

Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della
bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere,
la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la
bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove
ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la
sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio
immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero
costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de’ lor
occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita
piegarono gli scettri dei monarchi; una d’esse fu anche la più
innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,—e si
chiamava Maria Maddalena.

Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente
in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei
fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti i peccati, l’amica dei
centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il
buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al
delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di
gioielli abbaglianti come l’estate, la più soave di tutte le peccatrici,
la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.

E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili
nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la
sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:—«Ti
amo, forestiero che vieni dal paese d’oltre monte. Préndimi! la strada è
bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale
profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d’estate.

E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi,
ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera,
presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava
con occhi sinistri la luce de’ suoi capelli così biondi; un ruvido
maschio di Giudea, taciturno come l’uomo che ha patito, rugginoso come
il pugnale che s’insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra
le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini,
dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure,
contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta
imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza
di Cesare, contro il vile Tetrarca.

Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che
i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non
sapeva liberarsi dall’odore delle sue fine ciprie, dal peso de’ suoi
fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli
uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come
il vento, e sempre gli diceva con amore:—«Préndimi, báciami, forestiero
del paese d’oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la
mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la
rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza
delle spade, l’eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il
rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe
creatrice d’ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre
al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il
suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente
cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di
rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito
parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a
camminare coi sollevatori di plebe, con l’uomo che il folle Giovanni
aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.

E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma
lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua
paziente anima tanti secoli d’incatenata civiltà, Roma costruttrice
d’anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva
sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua
medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per
le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie
decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare
le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi
discepoli, narrava il pallido Galileo.

Ma egli aveva con sè la bionda peccatrice di Mágdala e con sè
l’altr’uomo insonne, il ruvido maschio d’Israele quegli che fedelmente
lo seguiva dall’alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava,
ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere in fuori da
lui, e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra
riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano
dagli elevati picchi dell’Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il
fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva, l’uomo dal
tetro amore, il silenzioso che più tardi parlò:—Giuda Iscarioth...


                         . . . . . . . . . . .


E Litzine disse:

—Crois-tu, Mad, que je puisse laisser tomber ma chemise devant ce jeune
homme, dont les yeux m’inquiètent?

—Voilà un cas de conscience, ma chère Litzine! Moi, à ta place, je lui
dirais: «Monsieur, voulez-vous avoir l’obligeance de fermer pour un
instant vos yeux?»

—Ma foi, que tu as des idées intelligentes! Avoir l’esprit si éveillé, à
quatre heures de la nuit, voilà ce que j’appelle être une femme
supérieure!

Poi si volse a me, con le mani incrociate sul petto, più nuda che se
fosse nuda, nella camicia incredibilmente fina, e ripetè con la sua voce
piena di un adorabile pudore:

—Monsieur, voulez-vous avoir l’obligeance de fermer pour un instant vos
yeux?

Madlen era inginocchiata sul letto e stava per entrare sotto la coltre.

Le risposi:

—Mon précepteur m’a appris, lorsque j’avais douze ans, qu’il ne faut
jamais éviter de rendre service à une dame.

E chiusi gli occhi.

Mi pareva così di essere perfettamente in pace con la mia coscienza e di
poter continuare, fra me stesso, a trarre conclusioni su gli usi ed i
costumi del secolo. Pensai con fervore ai benemeriti Soci e Patronesse
della Lega per la Morale Pubblica, personaggi che, dovunque io vada, mai
si dipartiscono dalla castigata mia memoria. Pensai con vero conforto
alla timoratezza protocollare di questo secolo, nel quale non è lecito
scriver libri ove bruci l’ardore dei sensi e dove l’anima de’ buoni
credenti non trovi pane per la propria elevazione, secolo d’innocenza e
di timore in Dio, del quale soltanto un feroce umorista potrà più tardi
essere il fedele dipintore.

Fatta questa lieve riflessione, pensai che soltanto la giustizia è
bendata, non il buon senso; per il che provvidi a riaprire gli occhi.

Litzine e Madlen eransi coricate; una dolcissima coltre nascondeva
l’eterna forma del peccato. Sui guanciali di pizzo, disciolte, si
arruffavano le lor dissimili capigliature. Una entrava nell’altra, come
il fieno scuro nella paglia bionda.

Spensero il lume. Nella camera, che parve per un attimo buia, vidi la
finestra divenire fortemente azzurra: mi levai e la chiusi.

Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare, con un
lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.

Lasciai cadere le tende. Fra l’alba e noi ridiscese pesante la notte.
Una lampadina, dietro l’uscio semichiuso dello spogliatoio, mandava
nella camera torbida il suo mitigato chiarore.

Sentivo in me salire a ondate, a folate, con una specie di voluttuosa
lievità, il fumo del vino biondo, la spuma dorata che brilla sul vertice
d’ogni pensiero della vita, quel tremore dell’anima e dei sensi che i
poveri di spirito non osano chiamare poesia.

Parlavano. Le lor braccia nude, libere dal peso dei braccialetti, si
muovevano con lentezza, con insidia, tuffandosi nel tepore della coltre.
Madlen era dalla mia parte; i suoi piedi congiunti sollevavano appena la
seta leggera del piumino. Il lenzuolo delineava la sua lunga forma, come
la tela umida si avvolge al rilievo d’una statua supina. Litzine, con
voce un po’ sonnolenta, raccontava una storia veramente noiosa: la
storia d’un Commodoro Americano, ch’era giunto a Biarritz con il suo
yacht, e portava al guinzaglio un certo suo giovine leopardo, che
nell’atrio del Casino aveva morso non so chi...

La luce nella stanza era divenuta così morbida, così trasparente, ch’io
vedevo anche un piccolo neo, quasi fulgente, sul braccio sinistro di
Litzine. Vedevo bene il diverso colore de’ lor capelli. Quelli di Madlen
eran pieni di riflessi torbidi, violastri, tessevano sul guanciale una
specie di gualdrappa disordinata, nella quale passavan guizzi di
oscurità, come nella foltezza di un pesante velluto; quelli di Litzine
brillavano compatti, lucidi, pieni di trasparenze, quasi per avvolgere
la sua perduta nudità in un colore d’innocenza.

I loro polsi, ugualmente fini, si allacciavano, per dormire in pace. Il
sonno le avvolgerebbe, così belle, così nude, sul medesimo guanciale.
Sovra i lor grandi occhi orlati di khôl scenderebber le palpebre scure.
La gioia che potrebbero dare a chiunque le vedesse rimarrebbe sepolta,
addormentata, in quella femminile promiscuità.

I loro polsi, ugualmente fini, si andavano sempre più allacciando, vena
contro vena, per dormire in pace. Così l’una sentirebbe dell’altra il
cuore delicato battere.

La bocca rossa di Madlen s’immergeva, con una specie di semiriso ebbro,
nel respiro di Litzine.

Dalle cortine alte filtrava una trepidazione d’alba incerta e lontana;
la stanza, fra quelle due luci, pareva sommersa, dispersa, in un fumo
d’irrealità, radunava ne’ suoi confusi cristalli un pallido colore
d’infinito.

Vedevo, sotto le camice diafane, i loro seni dolcissimi gonfiarsi nei
calmi respiri. Qualche parola breve, non afferrabile, nasceva tra quel
caldo silenzio. Era forse la voce di una, o d’entrambe, che bisbigliava
nel tepore del sonno, tra il fumo del vino biondo, qualcosa di non
dicibile, di soffocato quasi con paura nelle trecce calde, voluminose.

Erano stanche d’aver portato gioielli splendenti, stoffe impalpabili,
fiori e piume;—questa, nel mondo, era la lor fatica;—stanche di aver
sollevato con mani trasparenti cálici troppo leggeri; stanche di musica
e di profumi, di lievi pericoli e di sottili tentazioni:—ora potevano
dormire.

Dormire nella gioia perfetta di sè medesime, quasi allacciate, forse
innamorate, sentendo il riposo incominciare con una specie di voluttuosa
ebbrietà.

Il desiderio d’amore, la tendenza naturale di tutte le cose belle,
muoveva con una specie d’insidia le lor mani profumate, istigava in
loro, con lenti lamenti, la gioia femminile del conoscersi con
esitazione. Gonfie di peccato carnale come il favo maturo è gonfio di
caldo miele, sentivano il riso della lor giovinezza nascere, tremare
profondamente, nei lor corpi formati con un raggio di sole...


                         . . . . . . . . . . .
                         . . . . . . . . . . .



Vecchio Adamo, tu eri, col tuo serpente, un personaggio biblicamente
necessario nel primordiale giardino zoologico denominato il Paradiso
Terrestre. Quell’impudica signorina Eva, che ogni sera, quando, stanco
della caccia, ti stendevi sotto alberi fragranti e l’Eden calmo si
addormentava sotto il fuoco delle sue stelle primaverili, quella gentile
«midinette» preistorica, dai seni rotondi come grappoli d’alveari e dai
fianchi snodati come anche di leopardesse, che veniva presso te, odorosa
di giaciture selvatiche, risciacquata la sua pelle fulva nei rivoli
delle primitive sorgenti, e così tentava persuaderti a ricercare la
costola perduta, quella pettegola signorina Eva, che non stava mai zitta
da mattino a sera, e si cambiava pettinatura, e portava collane di
lapilli splendenti,—vecchio Adamo, non t’illudere!—nella storia del
genere umano quella fraschetta incorreggibile poteva benissimo fare a
meno di te.

A que’ tempi tu eri, vecchio Adamo, un onesto cacciatore d’irsuti bufali
e di gazzelle innocenti; pago del grappolo che il sole maturava su le
vigne selvatiche, nemmeno pensavi ad inumidire i tuoi labbri nella polpa
del frutto proibito nè alcuna tentazione sentivi della compagna che
stava con te. Può darsi che già ti piacessero le sue ginocchia dorate
come ghiande, le sue braccia esili e deboli appresso alla forza de’ tuoi
bicipiti; forse ti piaceva udire la sua voce garrula imitar nelle selve
il trillo delle capinere, e quando i suoi piedi leggeri camminavano su
le foglie cadute, nella tua sorda potenza di maschio forse pur tu
sentivi una specie di trepidazione oscura.

Ma ella si mise d’accordo col saggio ed astuto serpente, il quale, nel
Paradiso Terrestre, faceva un mestiere certamente poco onorevole.
Cosicchè, insieme ragionando, bentosto capirono che tu eri, vecchio
Adamo, un debole gigante, il quale, se ancor tutti governava col peso
della sua dura forza, indi a poco avrebbe sottomesso l’Eden ai capricci
della signorina Eva, ed avrebbe continuato più che mai a sudare grosse
gocciole di sudore, a divellere tronchi centenni, a smuovere macigni e
rivolger glebe, onde far lei camminare sovra l’erba fiorita.

—Come dovrò io comportarmi?—domandava, perplessa, la innocente signorina
Eva.

Ed il serpente, muovendo piano piano le sue belle spirali a squamme di
smeriglio, rispondeva con quella voce modulata che riesce tanto bene a
persuadere le donne:

—Fate com’io dico, signorina Eva. Questa sera, verso il tramonto, quando
il coraggioso Adamo tornerà con gli ómeri a sangue per le spine dei rovi
e carchi di bestie uccise, voi levatevi piano piano, facendo muovere il
vostro sottile corpo, ed abbiate, vi prego, nella treccia un bel fiore
scarlatto, e ditegli con la voce più soave della vostra gentile
favella:—«Signore mio, come siete questa sera pieno di polvere! Venite
presso me, inginocchiátevi, ch’io possa con un fascio d’erba intrisa nel
ruscello rinfrescarvi dalla fatica della caccia e spegnere l’arsura che
vi diede il sole.» Adamo s’inginocchierà. E gli farete sentire, nel
dargli questo buon refrigerio, leggermente, contro il petto villoso, le
cocche dure dei vostri seni, e passerete le dita, leggermente, fra i
suoi capelli ispidi, e vi attorciglierete a lui piano piano, come il
tralcio s’inerpica sul tronco, e di tutta voi gli darete, leggermente,
il peso e la fragranza da sentire, finchè vedrete i suoi occhi ardere,
la sua fronte accendersi di rossore; poi gli direte:—«Signore mio,
levatevi...» E andrete via, su l’erba, senza volgervi, camminando piano.

La signorina Eva súbito corse in cerca del fiore scarlatto. Lo trovò,
tornò, e il saggio serpente le disse:

—Ora, signorina Eva, nei capelli avete messo un fiore. Questo fiore vi
sta molto bene. Vi rende più leggera e più alta. Siete bella ora come
non foste mai. E vi prego di ricordarvi che la donna deve sempre avere
su la sua nudità per lo meno un fiore. Ma io vi dirò, signorina Eva, che
dovrete poi attendere l’ora delle stelle. Nel colore azzurro della notte
meglio si prova il fuoco della tentazione.

—La tentazione?—mormorò la fanciulla.—Cosa è mai questa parola che io
non conosco?

—Ebbene,—le rispose il serpente,—io vi dirò ch’essa è la vostra forza ed
è come il profumo della primavera. Dunque, all’ora delle stelle, voi
dolcemente vi coricherete presso il grande uomo supino, metterete un
piede fra le sue ginocchia e farete in guisa di respirare, dolcemente,
vicino alla sua bocca. Poi gli direte:—«Signore mio, le foglie secche
stridono e la terra è dura; ponete, vi prego, un braccio sotto la mia
nuca, piegatelo, e fate ch’io m’addormenti appoggiata su di voi.» Se la
capigliatura v’ingombrasse, buttátela contro la sua bocca. E state
ferma; non parlate; chiudete gli occhi; lasciatevi così coprire dal
tremore delle stelle.

—Oh, signor serpente,—mormorò la signorina Eva,—io provo già il bisogno
di fare tutto quello che voi dite...

—Allora,—concluse il serpente—non importa ch’io vi dica di più.

E raccolte l’una su l’altra le sue belle spirali smerigliate, questo
vecchio libertino preistorico pensò al diletto ch’egli avrebbe, la notte
prossima, nello starli a vedere...


                         . . . . . . . . . . .
                         . . . . . . . . . . .



Ma questa vecchia parabola—direbbe l’avvocato Claude,—appartiene alla
letteratura provinciale. Nei paradisi del ventesimo secolo le donne di
una certa sensibilità troverebbero mediocri ed inefficaci le astuzie del
vecchio serpente. Queste leggere cose io medesimo pensavo, presso la
coltre di Madlen, nella stanza ove ancora ondeggiavano i fumi del vino
biondo, pesava l’irritazione di quella vita artificiale, di quella vita
prestigiosa e logorante che si conduce presso le tavole da giuoco, negli
alberghi di tutte le frontiere, tra le orchestre che ridono e trillano,
mentre saltano i tappi delle bottiglie di Sciampagna, in quella vita ove
tutto brucia, urla, splende, si consuma, e non v’è più amore, non v’è
più dolore, ma solamente la gioia di vivere, che diventa ogni giorno più
inafferrabile, ove i piccoli pregiudizi, tanto gravi per l’anima dei
borghesi, fan sorridere come storielle per i bimbi, e soltanto rimane
ancor bello ciò che nasconde un più tremante brivido,—vita che lascerà
in noi, dopo tanta fiamma, null’altro che un pugno di cenere...

E voi che sentite ne’ miei libri cantare questa irritata crudeltà,
fervere questo rogo micidiale, splendere questa povertà infinita, voi
direte forse di me che il mio cuore ha camminato per nulla, e per nulla
è passato fra gli uomini a ricercare il loro fuggente iddio, e per nulla
fu rosso come l’estate, per nulla consumò sè stesso nel rogo della sua
folle inquietudine.

Direte allora di me quel ch’io penso d’ogni cosa nel mondo, e troverete
il senso della vita in questo freddo e morto peso ch’è la fine di tutte
le vicende, la conclusione di tutti i pensieri, la storia di tutte le
anime, quel nulla, che ogni cosa riduce lentamente in un pugno di
cenere.

Ma or non sentite nell’alba cantare il pallido fiume Urumea?

Sì, canta, canta... E questa è la musica della giovinezza, il rumore
delle cose vive, la forza passeggera ed inestinguibile che ha per unica
sua meta quella di scendere un pendìo. Come ora canta, nelle origini
cantava. Di qui passava e passerà, nei secoli, una riviera lenta. In ciò
che da noi si allontana, uomini, è la musica della vita.

E tu, Madlen, se il tuo cuore di donna perduta vuol conoscere questa
femmina bionda, sii veracemente quello che sei, chiudi nel semiriso
dello sperdimento le tue palpebre scure, muovi su lei con lentezza le
tue braccia innamorate, fa che di te si strugga, e fa di te stessa,
Madlen, la perduta che sei...

Nel colore della notte, nel fumo della trasparente oscurità, mi pareva
che un suo piede si andasse allacciando, piano piano, alle caviglie di
Litzine...

Perchè?... Le voleva bene?... Si consideravano forse come due buone
sorelle?...

Nell’alba lontana—io pensavo—muoiono le bianche stelle. Qualcosa è
laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa
avvince tutte le creature all’eterna distruzione, all’eterna aurora. E
il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve:
nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la
creatura e l’infinito, l’ombra e l’alba, tutto finirà, sparirà...
Muoiono le stelle.

E comporranno un giorno, Madlen, la tua treccia bionda e buia, per la
eterna supinità, nel grembo della terra santificata; gli anelli mortuari
opprimeranno le tue dita spente.

Nell’alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare. Va per le
onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio
dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi; ésula,
nella trepidazione dell’alba, da questa povera cosa che io sono, e porta
me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini, e navigando
fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole,
Nell’alba grigia canta il pallido fiume Urumea. E suoneranno fra poco le
alte campane dorate, al dio mattutino che incendierà le splendenti
basiliche... Una vela è partita sul mare.

Madlen, inquieta, parlava con l’altra sottovoce, sottovoce...

Cosa diceva non so. La sua calda bocca, un po’ crudele, un po’ amara, le
sue narici sottili come le fenditure dei bóccioli, vellutate come
l’addome delle vespe, mobili ed ebbre, quasichè fiutassero un profumo
troppo forte, si andavano avvicinando, avvicinando alla bocca di
Litzine...

Fuori, laggiù, nell’alba, era la distanza infinita; nel mio cuore di
navigante saliva, brillava, scintillava la spuma del vino biondo,
cantava in me, non distinta, la folle musica dei bicchieri, la poesia
felice, ingannatrice, che trilla su gli archi dei violini e scuote via
dall’anima la polvere del buio dolore. In me, per ogni atomo, penetrava
la gioia della carne umana, lo spasimo del grembo che si contorce, la
viva e tremante furia della voluttà inesaudita.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole
veste la pannocchia del grano.

E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa, si levano tutte a
stormo e trillano, questa mattina, per andare. Con l’ala tesa e ferma
traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche
di stelle, andranno per le vie dell’altomare. E canterà lo spazio, e i
turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell’alta musica, dove la
strada è bella. Rondini, e l’amore vi porterà verso la stella ultima; vi
ucciderà, nel vento, la distanza implacabile; forse vedrete splendere il
sole della terra più lontana.

Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell’esilio, e due
volte nell’anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla
in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...

                                  ————

—Bilbao? preferite Bilbao?

—Sì, andiamo a Bilbao.

Questa risoluzione fu presa due giorni dopo. Litzine era tornata a
Biarritz; l’avvocato Claude, con la celebre cantante M.me de Lonard,
erano ripartiti per Nimes; la contessa Fellner aspettava di giorno in
giorno l’arrivo del suo amico parigino, ricco sfondato e pazzamente
innamorato di lei...

Quanto a Lord Pepe, egli non aveva nemmeno pensato a mandare un
telegramma; vera indelicatezza da parte d’un uomo al quale avevamo dato
entrambi tante prove d’amicizia.

Un caldo sole d’autunno dorava l’indolenza del glorioso Atlantico,
quando l’automobile mosse dal peristilio dell’albergo, svoltò e corse
quasi cantando lungo i dorati alberi della Zurriola. In breve la città
regale di Maria Cristina scomparve dietro il lontano Monte Urgull.

Addio, città radiosa dei Baschi di Guipuzcoa!... qualcosa di noi moriva
per sempre, là indietro, in quella bianca distanza... forse non udirò
mai più, nelle profumate albe, l’Urumea cantare...

Io mi sentivo profondamente male, quasi affascinato e sommerso nella
eccessiva luce di quella mattinata sfolgorante. In me, nelle mie stesse
vene, sentivo battere la pulsante furia del motore, godevo l’urto, la
potenza, di quella inebbriante velocità.

La miss-cameriera, seduta a fianco del meccanico, tutta seria, quasi
elegante, molto ben pettinata, portava con disinvoltura un cappellino
delle Galeries Lafayette. Madlen, col suo pechinese accovacciato nel
grembo, la testa un po’ rovesciata sotto la forza ed il profumo del
vento, guardava la variata campagna sciorinarsi come una stoffa morbida
e scintillante.

In un largo anfiteatro di colline vedemmo ridere Zaraùz. La spiaggia
formicolava di bagnanti mattutini; l’onda era cosparsa d’imbarcazioni
leggere; le figlie superbe delle matrone cristianissime, gli snelli e
bruni adolescenti che più tardi porterebbero con sontuoso squallore i
blasoni dei Grandi di Spagna, le procaci ed incipriate dame d’onore
della Corte di Madrid, i magnifici dignitari di cappa e di spada, eran
là, discinti, nella chiara onda, e liberamente nuotavano.

Un soverchiante profumo di gaggìe vampava dai giardini di Zaraùz.

Pompon fece tre o quattro ridicoli starnuti, imperlando il velo che
doveva riparare dalla polvere i suoi occhi rotondi e lucenti come ágate
scurissime. Davanti al pericolo che il nobile cane prendesse una volgare
infreddatura, Madlen avvolse nel plaid il decadente Pompon ed inoltre lo
ricoverse con un lembo del suo proprio mantello.

Madlen, voi siete una bella donna davvero incomprensibile. Oggi mi
sembrate una superba miss, terribilmente inglese, che dietro la sua
gelida e splendente bellezza nasconda una specie di sorda ostilità
contro il genere umano,—me compreso, che sono con voi, e parto,
provvisoriamente, con voi.

Abbiamo dunque deciso di andare a Bilbao. Per quale scopo veramente non
saprei. Lasciato il numeroso nostro bagaglio all’hôtel de la Reina Maria
Cristina con poche valige andiamo a Bilbao. Ieri, nel pomeriggio,
camminando lungo la Zurriola, abbiamo scoperto entrambi che San
Sebastiano era divenuto un luogo estremamente noioso. Io vi dissi:

—Volete fare con me un piccolo viaggio?

Voi, senza nemmeno riflettere, mi rispondeste:

—Volentieri.

Avrei desiderato condurvi a Pamplona; invece preferiste Bilbao. Avrei
voluto rivarcare il Passo di Roncisvalle e riveder la muraglia ove cadde
ferito il giovine condottiero Iñigo Lopez de Recaldo, che fu più tardi
il monaco Sant’Ignazio da Loyola. E voi, Madlen, or che siamo giunti su
la piazza di Motrico, volete fermarvi a guardare con i vostri occhi
lionati come due belle ágate il monumento marmoreo del generale Cosme
Damian de Churruca, grande stratega d’oceano, che trovò l’abisso e la
gloria nella battaglia di Trafalgar. Lo avete guardato abbastanza,
Madlen? Sì? Ebbene ripartiamo. Ecco la funzione de’ grandi uomini:
servir da pretesto a quegli orribili ornamenti architettonici che nelle
piazze pubbliche sorvegliano la circolazione degli affaccendati
borghesi.

Madlen, in questa bella mattina così gonfia di sole non mi ricordo più
se vi amo e nemmeno se vi desidero ancora.

Nella mia irritazione, profondamente esasperata, v’è qualcosa che non
trema più, non trepida più, quando la vostra bellezza mi guarda, lo sono
quasi un complice, ormai, del vostro tormentato vizio. Ma un complice
rimasto con le mani pure, su l’orlo e quasi nella perdizione della
vostra magnifica impurità. Litzine... Vi ricordate che bocca innocente
aveva la bionda Litzine? Ora io vedo sempre, dappertutto, le vostre
braccia così bianche, su la coltre, avviluppate; sento ancora in me la
gioia del nodo che vi strinse... Poi, la mattina dopo, voi eravate bella
come ogni giorno siete, calma come ogni giorno siete. Con un passo
agile, tra un rumore di gioielli, passavate nell’atrio dell’albergo,
senza nemmeno degnarvi di guardare quella povera piccola gente.

Litzine fece colazione con noi, tranquilla, come una signorina molto per
bene. Aveva gli occhi leggermente cerchiati, e di ogni cosa, mangiando,
rideva col suo bel riso d’adolescente. Più tardi comandò l’automobile,
discusse, pro forma, sul prezzo della camera; il segretario le portò un
gran mazzo di fiori, ed ella fece ritorno a Biarritz. Ecco la vera
innocenza: non ricordarsi nemmeno del peccato.

Ma voi, Madlen, voi, suppongo, ve ne ricordate. Voi, Madlen, non siete
una stordita fanciulla di vent’anni, che si abbandona o si regala, senza
nemmeno comprendere il piacere che dà.

Oh, vi prego, vi prego, lasciatemi dimenticare che vi amai...

                                  ————

Bilbao, regina di Biscaglia, città fortissima e serenissima, tra verdi
montagne adagiata su le rive di un largo fiume. E voi, belle ragazze di
Biscaglia, che parlate un idioma incomprensibile, facendo splendere nel
riso i denti saldi e limpidi, voi, giovanissime figlie di una gente
senza origine, larghe di spalle, di seno e di bacino, con occhi
brillanti e fine caviglie, con treccie senza forcelle aggrovigliate su
la nuca rotonda, voi bianche di pelle come lini mondi nel bucato, voi,
senza goccia di sangue arabo stirpe antichissima del divino Atlantico,
il mio cuore di eterno viandante, in questo giorno di gran sole,
felicemente vi saluta.

Era passato mezzogiorno; su le due rive del Rio Nervión la città
insoggiogabile, che invano assediò per fame la dura pazienza dei
Carlisti, si adagiava intorno al suo calmo fiume, pressochè taciturna,
sotto una dorata nuvola di calore. Su la riva destra del Nervión un
groviglio di vicoli senza fondo si arrampicava tra case decrepite, ove i
panni sciorinati tra finestra e finestra pendevano in file innumerevoli
come arazzi di mille colori. Alte barche, stracariche di legnami e di
cereali, scendevano la pigra corrente muovendo su l’acqua liscia le
barre dei loro immensi timoni. Poi, d’un tratto, il fiume svoltava, come
se volesse invadere la città, e su la riva destra si apriva in tutta la
sua magnificenza l’indimenticabile Paseo del Arenal.

O Paseo del Arenal, fresco ed ombroso, che non potrò nelle mie sere
d’esilio, nell’errante mio sogno dimenticare!... La bellezza vera del
mondo è giungere dove ancora non si giunse, guardare alle finestre delle
case dove non si conosce chi abita, essere per la prima volta nei
giardini di una città sconosciuta, frammezzo ad una gente straniera,
com’ero fra i tuoi dorati alberi dolce Paseo del Arenal...

La miss cameriera prese in braccio Pompon e scomparve nell’ascensore del
Grand-hôtel de Vizcaya, dopo che il segretario dell’albergo ci ebbe
destinate due belle camere vicine, con _mosquiteros_ sui larghi letti,
_en el piso principal_, cioè al secondo piano.

Madlen aveva molta fame, io pure; le proposi un _almuerzo_ di color
locale in una _casa de comidas_, e cioè in un ristorante veramente
biscagliese.

Madlen, ch’era un’altra donna quando non aveva su le braccia l’orribile
Pompon, accolse di buon grado la mia proposta; ed insieme uscimmo
dall’albergo, avviandoci verso il Paseo del Arenal.

Le campane di Bilbao, nell’alto sole, battevano il tocco. Un dragone di
Alfonso XIII camminava davanti a noi, come se la sua terribile spada
governasse l’intero mondo. Tra gli alberi profumati alcuni monelli
scalzi fumavano con molta serietà. Una piccola zingara, bruna come le
olive mature, c’inseguiva con un paniere di ciclamini. Su l’argine del
fiume una lunga fila di scaricatori mangiavan radicchi e pesce salato,
mentre un venditore ambulante di bibite ghiacciate li dissetava con
_horchatas de chufas, agua de cebada e zarzaparilla_. Le commesse di
negozio, un po’ larghe di fianchi nelle attillate gonne parigine, si
fermavan tratto tratto a cinguettare con qualche innamorato, snello,
asciutto e fresco di rasatura. Poi si vedevano andar oltre insieme,
tenendosi a braccetto, sotto un chiaro ombrellino. Qualche bella mula
bionda, con forti sonagliere, trascinava piccole vetture coperte da
larghi baldacchini. Le tramvie stridenti scampanellavano contro la folla
sbadata; certe maestose pingui matrone, per traversare la strada,
rialzavano fin sovra i polpacci la doppia e triplice gonnella nera.

Voi, Madlen, non so perchè, mi deste il braccio. Era la prima volta; e
questo atto mi parve una deliziosa intimità, un gentile timido
sentimento d’amore.

Dopo lungo andare, mi accorsi che avevamo sbagliato strada. Un signore
molto grasso, molto amabile, in cappello panama, con un grande ombrello
di cotone grezzo, interrogato da noi, ci spiegò cortesemente che il
ristorante _Antiguo_ si trovava in tutt’altra _calle_, poco lontano
dall’albergo de Vizcaya. Per maggior chiarezza, questo eccellente uomo
chiuse l’enorme ombrello di cotone grezzo e tracciò il disegno
dell’itinerario nella sabbia del viale.

—Muchas gratias, caballero!

—Obligado, señor!

Questa volta infatti non sbagliammo. Il ristorante _Antiguo_ puzzava
d’olio fritto e di _puros peninsulares_, micidiali sigari del Regio
Monopolio. Nondimeno ci furon serviti ottimi _ordubres_, con
_langostinos y jamón en dulce_; poi, per terrore della _manteca_ di
Biscaglia, comandammo _huevos pasados por agua_, nome complicatissimo
delle semplici uova à la coque, ed un rosso _biftec á la parilla_, che
fece onore all’onesto animale dal quale proveniva.

I clienti del ristorante _Antiguo_ stavan ora giocando a carte con mazzi
assolutamente lerci, oppure intrecciavano da un tavolino all’altro
conversazioni politiche molto rumorose. Vecchi scapoli, dalla fisionomia
di pretori urbani, pensionati governativi, ex-ufficiali od
amministratori di qualche Lotteria, lasciando cadere nel piattino della
chicchera di caffè la bianca cenere d’un magro Habano, leggevano con
accigliata e scrupolosa pazienza i loro grandi _periodicos_, trovando
chissà mai quali sbalorditive notizie nella prosa declamatoria di quei
giornali di provincia.

Una matrona forse cinquantenne, rotonda e prepotente come una tinozza,
era seduta quasi dirimpetto alla nostra tavola, e, non saprei per quali
meriti singolari, tanto la clientela come il proprietario del ristorante
_Antiguo_ le andavano prodigando continui segni di rispetto.

Con la sua mole rubiconda ella opprimeva un minuscolo marito, grigio e
piatto come una vecchia sardella, il quale, certo naufragando nella sua
pinguedine, le aveva pur dato il legittimo orgoglio di tre orribili
maschi e d’una bella bambina. Questa era seduta vicino a lei, e per
mancanza d’un seggiolone riusciva di ben poco a superare l’altezza della
tovaglia. Invece i tre maschi le stavano di fronte, mentre il generatore
di tanta fecondità, seduto a capotavola, ogni tanto sogguardava con
occhi timidi la sua gloriosa e tremenda metà, che in questo caso avrebbe
dovuto chiamarsi per lo meno il suo doppio. Doña Elvira—(questo era il
nome che udivo da tutti pronunziare con ossequio)—si lamentava delle
pietanze, delle saliere, delle oliere, del pane, del vino, della senape,
della tovaglia, del servizio, del marito, de’ figli, del Regno di Spagna
e della città di Bilbao. I camerieri, un po’ altezzosi con tutti, per
lei sgambettavano pieni di premura, visibilmente felici di poterla
servire. Supposi perfino che fosse la moglie del serenissimo Alcalde, e
lui, quell’omiciattolo angusto, con le sue fedine grige, l’Alcalde in
persona. Ecco le vere curiosità, cui si ripensa magari dieci anni dopo.
Chi era mai quella terribile Doña Elvira, con il suo vecchio abito di
raso nero, la sua triplice collana di corallo ed i suoi larghi anelli
d’ametista?... Mi ricordo che fece anche abbassare le tende, perchè il
riverbero del selciato le dava noia.

I suoi occhi porcini, rigonfi e maliziosi, ogni tanto sbirciavano
Madlen, e la sua bocca un po’ simile ad un guscio di lumaca non sapeva
nascondere un sorriso di riprovazione. Fosse la moglie dell’Alcalde, o
la padrona di cinquanta zattere sul fiume, certo era la vecchia Spagna
cattolicissima, che guardava con diffidenza e con rancore la forestiera
che si dipinge gli occhi e non porta l’abito di raso nero. Dopo essersi
empita la bocca d’un copioso boccone, apriva il suo ventaglio d’ebano e
ruminava con lenta ingordigia, rinfrescandosi le gote.

Doña Elvira, quando penso che anche voi, nelle vostre lontane primavere,
vi sentiste battere il cuore all’uscir di messa, con la mantiglia in
capo, sotto la profumata ombra, nel Paseo del Arenal!...

Madlen voleva ora che andassimo ad una corrida. Per soddisfarla
consultai un _periodico_; ma purtroppo in quel mese a Bilbao non si
toreava.

—Alors donnez-moi une cigarette,—disse Madlen.

Avevo una certa paura della potentissima Doña Elvira; nondimeno gliela
diedi, e per meglio irritare la forse-moglie dell’Alcalde, l’accesi fra
le mie stesse labbra, onde risparmiare a Madlen una oziosa fatica.

Doña Elvira guatò la bella forestiera, che stringeva tra le sue labbra
dipinte il sottile bocchino d’oro, e vidi gonfiarsi per lo sdegno la sua
faccia vendicativa. Non so cosa disse, ma qualcosa tuttavia che fece di
colpo volgere i tre maschiacci, figli dell’Alcalde. Osservarono Madlen
con insolenza ed anzi le risero in faccia come tre veri babbei.

Madlen, impassibile, mandò fuori una larga boccata di fumo, poi disse,
con voce molto calma.

—Oh, les chameaux!...

Essi, purtroppo, non compresero; però si rivolsero alla possente
genitrice, per assaporare le delizie di una larga torta istoriata con
arabeschi d’amarene.

In quel frattempo scoversi nel _periodico_ l’annunzio d’un _Circo de
gallos_, titolo stampato in carattere minuto sotto i resoconti ed il
programma d’un _Fronton de pelota_.

Ne feci parte a Madlen, che súbito arse dal desiderio di veder
combattere i galli. Io le spiegai ch’era questo un laido e barbaro
spettacolo, nè valeva la pena di perdere una così bella giornata per
veder due poveri animali spennarsi ed uccidersi a colpi di sperone. Ma
non fu possibile toglierle dal capo questa idea, benchè l’onesto
_camarero_ ci avvertisse che il così detto _Circo de Gallos_ era un
pessimo luogo e mal frequentato, indegno a parer suo di _tam
distinguidos huespetes_. Ed inoltre lo spettacolo non cominciava che
verso le quattro.

«Buon uomo, per la tua cortesia posso darti una mancia ragguardevole; ma
non sperare di convincere con buone ragioni questa curiosa e capricciosa
donna, che verso le quattro dovrò condurre in ogni modo a veder
combattere i galli.»

Nel frattempo feci venire un _coche_ e scarrozzammo traverso Bilbao.
Passato il Nervión sul ponte Isabella, scendemmo per il lunghissimo
rettilineo della Grande via Lopez de Haro, dove ammirammo anche la
statua di questo eccellente Signore della Biscaglia, il quale, non
saprei con esattezza quanti secoli fa, si prese la briga di mettere al
mondo Bilbao.

Qualche palazzo e qualche chiesa; chiari negozi aperti su marciapiedi
affollati; altre piazze; altre statue—infine un bel giardino.

«E voi, Madlen, non guardate la splendente Bilbao?»

No, ella guardava in alto, per l’aria colore d’autunno, verso le
grondaie che brillavano come fosser d’oro; guardava alle serene finestre
delle case più antiche, ove, ogni tanto, qualche treccia nerissima
balenava in un raggio di sole. Il suo sguardo sarcastico e freddo radeva
con una specie di antipatia que’ marciapiedi popolosi, quella gente
verbosa e pigra, che forse non arriverebbe mai a concepire la strada
come un semplice luogo di transito, bensì come un ciarliero ed ozioso
ritrovo, al quale si affacciano, e ridono dietro vasi di erba cedrina,
le fanciulle nascoste nell’ombra del _mirador_, e dove sboccano i
pettegolezzi del _patio_, dove si guardano le belle donne, dove si
fumano le migliori sigarette, sparlando a voce bassa della gente che
s’incontra per via.

Ma forse a quell’ora Madlen sentiva la profonda nostalgia d’un mazzo di
«trente et quarante». Le aiuole del Jardin Publico, gli alberi
dell’Alameda de Mazarredo, non valevano per lei certamente la voce
nasale del mazziere, che annunziava brandendo il restello: _Incarnado
gaña y la color..._»

Tornammo a passare il Nervión, e, salendo al passo per vie scoscese, il
vetturino ci condusse all’alta basilica di Begoña, costrutta sovra un
poggio dal quale si scopre in tutta la sua vastità Bilbao, divisa nel
mezzo dal largo nastro della sua riviera.

Immensi e pesanti barconi opprimevano il fiume lampeggiante; qualche
officina scagliava nel cielo i suoi cirri di fumo voluminoso; la città
ricca e superba diveniva da quell’altura un paziente gioco di
rettangoli, una ingloriosa costruzione dell’ingegneria moderna, con
dedali di rotaie ne’ pavimenti d’asfalto levigato e piazze elittiche o
rettangolari tra uniformi case di cemento armato. Aveva ragione
Madlen:—la cosa più bella, più nuova, era tuttavia quel lentissimo
fiume.

Per contemplare lo spettacolo di Bilbao, Madlen si era poggiata sul
muricciuolo del recinto e guardava nel grande spazio come da un balcone
soleggiato.

Allora d’un tratto io le diedi un bacio, un leggero bacio su la tempia,
tra il velluto fulvo de’ suoi capelli nascenti. Non avevamo parlato
d’amore, non eravamo forse più nell’amore; questo bacio improvviso ci
avvinse.

«Madlen, quel che può esser musica nella storia d’un uomo e d’una donna,
certo non è amarsi, non è possedersi, non è quel fatto volgarissimo che
perfino i geometri e le dattilografe osano chiamar l’amore. No, in
questi nostri linguaggi mediterranei, dove si sente la violenza ed il
colore della terra calda, le parole che definiscono questa passione
sembrano per noi troppo accese di plebea concupiscenza, e non ora,
Madlen, nè mai—come diceste una sera—potranno convenire al caso nostro.
Invece voi lo definite così bene, così dolcemente, nel vostro idioma
nordico: «_To be in love_, essere nell’amore.»

Nell’amore come in un profumo: così ero io con voi; nell’amore come in
una musica, nell’amore come nel miracolo di un torbido paradiso
artificiale: così ero io con voi.

Nel mio paese, Madlen, questa piccola grande cosa porta il nome di un
verbo riflessivo, che involontariamente fa pensare al triste lezzo
dell’amore democratico: «Innamorarsi.» Oh, non sentite voi come questo
verbo sentimentale e proletario somigli terribilmente a quelle cartoline
illustrate ove sono dipinte viole del pensiero?

Ma noi, Madlen,—voi ed io, Madlen,—certo non possiamo abbandonarci a
questa grave ineleganza. In verità siamo troppo scettici, troppo
raffinati, per rassegnarci a far naufragio in questo melodrammatico
luogo comune, che dalle Canzoni del Petrarca fino al libretto del
Trovatore ingombra tutta la storia della sentimentalità universale.

Quella passione che si trova per solito ne’ romanzi—e particolarmente
ne’ romanzi d’autore italiano—è peccato, ma non fa per noi. Se dovessimo
intrecciare un dialogo a parolette sospirose, con frasi dolciastre come
il rosolio ed appassite come lo zibibbo, chiamandoci ad esempio: «Anima
mia... unica mia... tutto mio bene... vita della mia vita...» credo che
voi ed io, Madlen, avremmo financo paura delle nostre ben educate ombre.

E cosa ne dite voi di quella mezzana insopportabile che i letterati
moderni usano chiamar Psicologia? Vi siete mai accorta, Madlen, di
possedere, fra l’altre seccature, anche una Psicologia? Come ben sapete,
non v’è libro moderno di qualche levatura il quale non ne sia, fin ne’
punti e nelle virgole, tutto pieno e zeppo. Anzi—dicono i sapienti—non
v’è letteratura senza Psicologia. Per ben rappresentare l’anima,
poniamo, d’un callista, bisogna saper essere, al giorno d’oggi, profondi
psicologi. Dunque vuol dire che, dell’universale malanno, anche noi,
figli del secolo, dobbiamo posseder quella parte ch’è di ragione; ma il
buon senso ed il natural pudore ci vietano di farne, come il secolo
vorrebbe, ad ogni piè sospinto esibizione. Anzi è la sola nudità vostra,
Madlen, che io non brami conoscere, fra tutte l’altre che invece mi
tentano.

E con voi non sento affatto il bisogno di adoperare que’ due avverbi
terribili e sfiducianti, che nell’amore adempiono all’ufficio dei
gendarmi di Offenbach; poichè l’amore dei borghesi, voi sapete, è tutto
quanto un rosario di «sempre» e di «mai».

No, Madlen, io non desidero affatto ingommarmi su la vostra libera vita
come un pezzo di antisettico taffetà, e guai se mi diceste ad esempio
che provate il mostruoso bisogno di appartenermi per tutta la vita...

No; io sono con voi nell’amore, voi siete con me nell’amore: questa è la
cosa più gentile che possa nascere fra due persone di buoni costumi, di
elevati sensi e di fina educazione.

La storia che noi cominciamo, non si chiuderà tragicamente con due colpi
di rivoltella; eviteremo nel modo più risoluto il dramma classico del
vetriolo, e per quanto la fisiologia moderna vada scoprendo in ogni
segno del carattere qualche prova dell’atavismo, non c’è in noi, questo
è ben certo, alcuna tendenza al suicidio ereditario. Siamo due caratteri
calmi, due persone prive di ogni drammaticità, che non amano mischiare
nelle proprie vicende amorose i ferri del chirurgo nè gli articoli del
Codice Penale. Non siete anche voi del mio parere, Madlen?

Questi lacrimevoli eccessi plebei appartengono al verbo «innamorarsi»;
mentre non tentano affatto chi semplicemente vuol «essere nell’amore».
Taluno dirà che non siamo personaggi da romanzo; ed è vero,
innegabilmente vero. A noi mancano tutte quelle passioni che dànno da
vivere all’armaiolo ed al farmacista. Noi, grazie al cielo, non abbiamo
istinti sanguinari. Se per caso vi prendesse la tentazione di essermi,
ancor prima del possesso, infedele, certo mi guarderei bene
dall’immergere le mie dure dita nella vostra dolcissima gola, bollandovi
con il letterario epiteto di «sgualdrina», come si usa nei romanzi
eleganti e nelle commedie che appassionano i teatri della buona società.
Ma invece vi manderei all’albergo un grande mazzo di fiori da vetrina,
magari di bianche violette oppure di costose orchidee, poi, come fece
l’amico vostro Lord Pepe, anch’io salirei leggermente su l’ultimo treno
della sera, benchè—ve lo confesso, Madlen—con l’anima tutta ravvolta in
un velo di sottile malinconia.

Poichè—vi ho detto—non sono innamorato di voi come un ricevitore delle
imposte, ma sono invece con voi deliziosamente nell’amore.

Sì, deliziosamente. Ora che tutti son lontani, ed una città sconosciuta
stringe il nostro amore solitario, mi sembra che sia per cominciare la
musica di una vera poesia. Senza davvero amarvi, sono con voi
nell’amore. Provo con voi quella sensazione che sta intorno all’amore
come il paralume sta intorno alla lampada. Con voi cammino su l’orlo di
un pericolo che può da un momento all’altro cessare, di una gioia che
può da un momento all’altro spegnersi; anzi, tutto questo è più
complicato ancora: sto con voi su l’orlo di una voluttà che non desidera
continuare nè finire.

I romanzi... oh, i romanzi!... che noia dover leggerli sino alla fine!
Per uno veramente bello, ve ne son diecimila scritti, ahimè, da uomini
che non sono stati mai nell’amore.

Noi certo nulla faremo, nulla diremo, di quello che si legge nei romanzi
d’amore. È tardi per poter credere a queste piccole vecchie storie,
davvero noiosissime. Nel ventesimo secolo, è di gran lunga troppo tardi.
Per solito, quando una verità entra nei libri, vuol dire che esce dalla
vita. Quel melodrammatico amore, del quale con poca varietà e con molti
errori di buon senso, talora di stile, ci intrattengono i romanzatori
moderni, se mai ebbe luogo tra l’uomo e la donna, certo al giorno d’oggi
è passato di moda. Non c’è più nessuno che prenda sul serio Paolo e
Francesca, Paolo e Virginia, Renzo e Lucia. Non saprei dire quando mai
gli egregi letterati provvederanno a riformare la lor arte; ma, grazie
al cielo, gli uomini e le donne dei tempi nostri hanno già provveduto,
per quanto li concerne, ad intendere l’amore con una certa modernità.

Madlen Green, ellenica etera del ventesimo secolo, io non so bene come
finirà la nostra piccola storia; nondimeno voi m’avete insegnato a
comprendere quanta soavità racchiude, nel vostro idioma nordico, la
dolce frase indimenticabile:—«_to be in love_, essere nell’amore...»

                                  ————

Il luogo dove andammo per assistere al combattimento dei galli era in
tutto simile ad una malvagia baracca da fiera. Tra la gente che
assiepava il piccolo recinto si vedevano facce veramente patibolari.
Durammo grande fatica a scoprire un angolo dove il contatto plebeo fosse
meno stringente. Credetti opportuno mettere in una mia tasca la pesante
borsetta d’oro che Madlen portava. Non scorderò così presto il ceffo
d’un venditore di dolciumi, tutto butterato dal vaiuolo e rôso da un
principio di lupus, il quale alzava davanti a noi un suo largo piatto di
zinco, dov’erano pezzi di torrone, frutti canditi e semi di zucca
salati. Gli gettai qualche moneta perchè se n’andasse.

Qua e là, per l’emiciclo, soffocati tra la folla, gli scommettitori
agitavano i cappelli gridando parole inafferrabili. Una pedana
circolare, chiusa intorno da una rete di fil di ferro, stava nel mezzo
del Circo, ed un vecchio la scopava, rasciugando chiazze di sangue,
raccogliendo ciuffi di penne. Un banditore, presso l’entrata della
gabbia, urlava come un indemoniato. Alcune ragazze del popolo, insieme
con giovinastri dal viso bello e temibile, pareva lo dileggiassero.
Ciascuna portava nei capelli un nastro di colore. Le aride lor braccia
scure, nude fino al gomito, avevano ai polsi braccialetti d’argento.
Sotto la stoffa tenue delle camicette variopinte si vedevano i lor seni
erti oscillare come robusti grappoli.

Qua e là una mantiglia nera. Gli «aficionados», in calzoni di tela
bianca e giacca d’alpagà, contavano e scommettevano danaro, tra il fumo
delle aspre sigarette. Si giuocava su la vittoria dell’uno o dell’altro
competitore, sul numero degli attacchi portati o respinti, su le offese
di becco, sui colpi di sprone, su le ferite mortali e su la durata
cronometrica delle agonìe.

V’era una bilancia, su la quale pesarono dapprima uno stupendo gallo,
irsuto e ricciuto, che si dibatteva urlando, nell’impazienza di
combattere. Il suo pennaggio era nero e luccicante, con riflessi verdi;
aveva una piccola cresta, ritta, scarlatta; una sottilissima lingua
scura tra il becco ricurvo e crudelissimo. Lo sprone d’acciaio luccicava
come un terribile pugnaletto.

Indi pesarono il suo competitore. Più snello, più alto, irto e
scarmigliato, con occhi rossastri nel pennaggio fulvo, qua e là
spiumato, con il ventaglio della coda mozza per metà, si scuoteva
sbattendo il bargiglio, gonfiando le ali, arrotando il becco sul piatto
della bilancia, mentre, nel suo pelo tutto a brandelli, ancor
rosseggiavano le cicatrici di numerosi combattimenti.

Quest’ultimo era, per quanto potei comprendere, il favorito del
pubblico; da ogni parte udivo gridare:

—Blas! Blas! Blas!

E questo grido si ripeteva continuamente, intorno alla gabbia, sui
gradini e fra le scranne della baracca, mentre gli scommettitori
agitavano i cappelli ripieni di monete. Blas era il nome di questo
glorioso gallo; Inglés il nome del suo competitore,—come poi seppi da un
vicino compiacente.

Infine il banditore diede un lungo ed acutissimo fischio, dopo di che i
due furiosi avversari furono scagliati nella gabbia, ove piombarono
quasi di volo. Per un istante, abbassate le ali, spazzarono il
pavimento; poi s’azzuffarono. Si presero per il becco, ed incominciarono
a roteare come intorno ad un perno. D’improvviso Blas dette all’altro
una beccata che gli spennò il cranio; Inglés rispose con una speronata
che fece volare in aria qualche penna. Un filo di sangue fresco rigò
l’assito; gli scommettitori ed i puntatori si misero a fare un baccano
indiavolato, a urtarsi, a dimenarsi, cosicchè pareva di assistere al
principio d’una rissa della malavita.

Blas era ferito leggermente; lasciava pendere un’ala e si piegava su le
zampe, tuffando nel filo di sangue il ventaglio della sua coda mozza.
Allora tosto Inglés gli balzò addosso, e cominciò a beccare, a
speronare, ad infierire su l’avversario con tanto accanimento, che già
credevo di veder Blas soccombere. Ma egli si proteggeva aprendo le ali,
torcendo il collo, sicchè, d’un tratto, vidi una zampa d’Inglés presa
nel becco del suo fulvo avversario, che dovette abbandonarlo e
retrocedere per liberarsi da quella crudele morsura.

Vi riuscì. Tutti i partigiani di Inglés proruppero in alti clamori; gli
altri a lor volta rispondevano con fiere invettive, con lazzi e gesti
osceni. Più accanite fra tutti parevano quelle ragazze del popolo, in
trecce, con sottanelle nere, che si mettevan braccio sotto braccio e
scuotevano con irritata celerità i loro piccoli ventagli variopinti, su
le camicette procaci, adorne d’un fiore di camelia. Pareva che da un
istante all’altro qualche lama di pugnale dovesse brillare tra quelle
facce sinistre. Ma il peggio era quando alcuno tra il pubblico si alzava
diritto, in guisa da impedire la vista a chi gli stava dietro le spalle.
Allora tutto un gergo vituperevole di orrende contumelie scoppiava tra i
mucchi di scranne accatastate sui ripiani della baracca; facce pallide
si voltavano per rispondere all’ingiuria ed il vociferìo continuava, sin
quando gli altri pure s’alzavano, e tutto il pubblico era in piedi, su
l’assito scricchiolante.

Era in piedi, e si curvava con frenesìa verso la gabbia circolare,
sparsa di penne, di sangue, di polvere.

Nulla è paragonabile, fra uomo ed uomo, fra bestia e bestia, al
coraggio, al furore, all’implacabilità di due galli che stanno di fronte
per togliersi la vita. Nè i circhi di pugilismo nè quelli di tauromachìa
nè alcun altro spettacolo di umana barbarie, di umana sanguinarietà,
nemmeno le partite di coltello cui usan cimentarsi alcune consorterìe
negre del Nord-America, può dare una visione di efferatezza e di odio
che superi questi mortali assalti fra due galli da combattimento. È una
vita che vuol prendere il cuore d’un’altra vita, e resisterà combattendo
fino all’ultimo respiro, pur d’infliggere all’avversario la beccata che
lo soffochi, la speronata che l’uccida. Son due formidabili organismi
fatti nascere per dare la morte; non sentono il dolore, non le ferite,
nessuno strazio, nessuna mutilazione. Pare che il sangue li acciechi, li
renda inaccessibili al dolore, sia l’unico ed ultimo senso di tutto ciò
che per essi vuol dire il mondo. Seguiterebbero a colpire anche dopo
aver data la morte, così profonda è la voluttà che provan nello spegnere
un cuore, nel tormentare un’agonìa. Il coraggio de’ nostri eroi più
sanguinari è cosa ridicola davanti a questo furore implacabile.

Ne ho veduti ch’erano già trafitti, e combattevano, già dilaniati, e
combattevano, già percossi a morte più volte, acciecati, sgozzati, con
il cranio aperto, i tendini mozzi, orribili fasci di spasimo e d’agonìa,
ma che nel freddo sperone d’acciaio radunavano con insania l’ultimo
calore della vita, e ferocemente combattevano.

Questo è ciò che davvero si chiama uccidere; il resto, in confronto, può
sembrare una parodia.

Da secoli, coltivando la loro generazione come quella di perfetti
assassini, questi animali furono educati ad odiare il proprio simile,
anzi a volerlo spegnere; il loro corpo non conta, il proprio dolore non
c’è: nel becco robusto, nel sottile sprone d’acciaio, è tutta l’anima
sanguinaria di questi animali da combattimento. Son nati per immergersi
nel rantolo d’un’altra vita; ciò che amano è trafiggere:—sono crudeli
quasi più dell’uomo.

Ed ora tutta la gente urlava di nuovo:—Blas! Blas! Blas!... Questo
vecchio e prodigioso omicida pareva che intendesse il proprio nome,
s’inebbriasse di quegli urli selvaggi. Aveva confitto lo sprone due
volte nel corpo d’Inglés; questi perdeva sangue a flotti e combattendo
inciampava in un’ala stroncata. Ma vedendo gli occhi rossastri di quei
due piccoli animali, noi, robusti uomini, si aveva paura. Paura di
vederli com’erano: chiazzati, scarlatti, quasi fosforescenti, aizzati
ancor più dal proprio dolore, dal proprio sangue, dalla gioia feroce di
quel mortale combattimento. Le lor penne lacere, contorte,
impiastricciate di sangue, nascondevan brandelli di carne ed orrende
ferite. Ormai non era più possibile, almeno per un profano, intendere
quel che accadeva, ossia valutare le fasi del combattimento: era un
viluppo mostruoso di due bestie mutilate, che inciampavano, cadevano, si
scavalcavano, la prima soggiacente, poi l’altra vittoriosa, poi questa e
quella di nuovo sopraffatta; due becchi rossi di sangue, un turbinìo di
penne, le creste a brandelli, e tutto ciò frammezzo ad una cloaca di
gente che urlava, ridendo, battendo le mani, scagliando improperi,
contando monete, premendosi, eccitandosi, nell’infuriata gioia di veder
scorrere il sangue.

Poi, d’improvviso—e non so bene come ciò accadde,—io vidi lo sprone
d’Inglés, vidi chiaramente lo sprone d’Inglés, immergersi nel collo di
Blas, rimanervi confitto, anzi per qualche passo trascinare l’animale
sgozzato, che cadde, sbattendo furiosamente il capo su la pedana, mentre
invano cercava di liberarsi dallo sperone dell’avversario che lo teneva
prigioniero.

Inglés gli fu sopra con l’altra zampa, e cominciò a beccarlo con tanta
furia che gli tolse completamente gli occhi, gli rosicchiò fino all’osso
il rimasuglio di cresta, mentre lo sperone dilaniava la ferita e l’altra
zampa teneva la strozza di Blas come un ferocissimo artiglio.

Tuttavia Blas, cieco d’entrambi gli occhi, de’ quali non v’era più
traccia, riuscì a liberarsi da quella stretta ed a rizzarsi ancora,
spaventosamente.

Mai, per quanto io viva, potrò dimenticare quella insanguinata sembianza
d’animale, che brancolava cercando la luce, non per vivere, ma tuttavia
per uccidere. Dalla sgozzatura gli pendeva una specie di borsa flaccida,
gonfia di sangue, che a poco a poco diveniva più voluminosa, più
pesante, più irremediabile. Ad ogni passo egli cadeva giù, incespicando,
come un uomo cui manchino i ginocchi, e doveva mordere il pavimento per
riuscire a sollevarsi.

—Blas es hecho! Blas è ucciso!—gridava, con orrende bestemmie o con
forsennati applausi tutto il pubblico della baracca infernale,
secondochè avevan scommesso per la sua vittoria o per la sua morte in
combattimento.

Anche l’altro gallo era quasi cieco, a metà spennato, e saltava su le
zampe trafitte, che sembravan due moncherini sanguinolenti. Ora, per
incontrarsi e mordersi tra quel velo di sangue, dovevano entrambi
cercarsi lungamente, cosicchè andavano alla cieca, brancolavano,
starnazzavano qua e là, come anitre su le ali infrante. Ma non appena
s’accorgevan d’essere a contatto, la furia d’entrambi e quella dei loro
partigiani così fortemente aizzavan la lor vita esausta, che l’uno
all’altro s’avvinghiavano, si tenevan disperatamente, quasi tentassero
con una presa d’artigli di supplire alla vista perduta.

Ma ora Blas moriva. Blas il vittorioso, Blas l’omicida, il gallo fulvo,
pieno di cicatrici, Blas l’intrepido, Blas l’incoricabile, ormai cadeva,
rantolava, non poteva più reggersi... ancora un passo, due passi,
l’ultima beccata, l’ultima speronata nel vuoto, e la vescica di sangue
si gonfiava, pesava troppo, lo trascinava giù... Blas moriva.

E cadde. Aperse le ali monche, si piegò da un lato, giacque. Inglés lo
andava cercando. S’intese un fischio. Le popolane ridevano. I loro
ventagli, i loro braccialetti, le belle camelie che avevan nella
cintura, le lor trecce così ben pettinate, i lor occhi neri, pieni di
limpida crudeltà, tutto si muoveva, si agitava, sollevava una specie di
sanguinario palpito intorno a quella formidabile agonìa.

Inglés cercava l’avversario morente. Torcendo il collo implume per
vedere ancora un po’ di luce, lo andava dappertutto cercando a piccoli
salti, qua e là, frammezzo alle penne recise, alle pozze di sangue,
perdendo la direzione, come un ubbriaco. Finalmente lo trovò. Blas
agonizzava sul pavimento. La vescica di sangue era divenuta enorme; la
zampa armata di sprone ogni tanto sferrava un colpo nel vuoto. L’ala
infranta gli si era piegata sotto, come un tabarro lacero. E c’eran
uomini tutt’intorno alla gabbia, con l’orologio alla mano, che contavan
gli attimi della sua agonìa. Ciò voleva dire denaro, molto denaro...

Si udiva contare:—Venti seis... trenta y dos... quarenta y ocho...

Le popolane ridevano. Il venditore di dolciumi, con il suo ceffo
butterato dal vaiolo, rôso da un principio di lupus, ricominciò a
camminare tra la gente, alzando il suo largo piatto di zinco dov’erano
pezzi di torrone, frutti canditi, semi di zucca salati.

Ogni tanto si fermava, per numerare anch’egli, ad alta voce, i minuti ed
i secondi dell’agonìa:—Uno y tres... uno y medio... uno y trenta seis...

Blas era morto.

Ciò voleva dire denaro, molto denaro...

                                  ————

Una notte all’Hôtel de Vizcaya.

Doveva essere la nostra notte d’amore. Finalmente nulla più ci divideva
dal necessario epilogo d’ogni storia d’amore. Un uscio. Un uscio chiuso
con la sola maniglia, fra due camere quasi uguali. Pompon dormiva nella
sua cuccia di raso celeste. La miss-cameriera, dopo avere lungamente
preparata Madlen a questo rito nuziale, indugiava ora nella stanza,
riordinando le biancherie, vuotando l’acqua dai catini, e parlava, e
camminava con leggerezza;—finalmente uscì.

La finestra della mia camera dava sopra un balcone; m’ero affacciato
verso la Plaza Nueva. Nel chiaro di luna poche ombre si dileguavano per
le vie deserte; la vettura dell’albergo arrivò, carica di bagagli. Scese
un pastore anglicano, con sua moglie, con sua figlia, con l’istitutrice
di sua figlia, col cane dell’istitutrice di sua figlia; scese un
vecchio; scese un ufficiale.

Nessun vento muoveva il nastro di fumo della mia sigaretta. Pensavo a me
stesso con un poco di commiserazione. Madlen?... Chi era Madlen?... Una
donna che fra poco sarebbe mia. Seppellirei tra le sue braccia bianche
la stanchezza di un desiderio troppo a lungo inesaudito; soffocherei
nelle sue trecce calde, nel profumo della sua carne fino allora vietata,
il sogno che le dava bellezza e mi dava tormento; conoscerei quel
piccolo grido che i poeti chiamano amore.

Io non sono un poeta; ecco, non sono un poeta. La poesia, quando sta per
avvenire, mi esaspera e mi stanca. Di ogni desiderio bisogna
impadronirsi repentinamente; bisogna godere, possedere, quando il cuore
batte. Se un uomo ragiona, si accorge che ogni ragionamento conduce alla
fine di esso, alla inevitabile sua distruzione. Guai ad esaminare da
presso ciò che desideriamo. Quel che più ci tormenta è sempre una povera
cosa, una bellezza vuota e monotona, leggera e dimenticabile.

Solo i poveri di spirito hanno desiderî tenaci, apprezzano la durabilità
e si appendono al proprio cuore come ad una forca. Ma chi possiede
immaginazione, chi può e vuole rinnovare sè stesso, ha sempre il logico
timore che un sogno si disperda in cenere quand’esso diviene realtà.

Il bello nella vita è giungere al limitare di tutte le gioie; non
varcarle, non possederle, non immergere in esse la nostra fugace anima.
C’è una parola che mi sembra definisca tutte le bellezze; questa parola
è: «altrove». Sì, la vera bellezza—il vero sogno—è sempre altrove.

Questa notte all’hôtel de Vizcaya chiuderà la storia mediocre d’un uomo
e d’una donna, ravvolgerà sotto una leggera coltre il peso d’infinite
illusioni.

Guardo le case di Bilbao. Splendono. Dormono. Son case mediocri, ove
regna l’abitudine. Anche in esse, come dappertutto, un uomo ha sposata
una donna; dalla consuetudine de’ loro amplessi è nato, com’era
prevedibile, un figlio. Questo figlio è capriccioso, ingrato, ingordo.
Il triste odore della cucina pesa nei loro grevi appartamenti; ogni
sera, prima di addormentarsi, contano il denaro guadagnato; lo
porteranno alla Cassa di Risparmio; diventeranno vecchi e devoti; per
entrare nella grazia di Gesù inviteranno a cena, la domenica sera, il
prevosto che maledissero...

Buona gente, perchè siete venuti al mondo? Cos’è per voi la fiamma di
questa meravigliosa vita?... Qui, come altrove, il terreno vale un
prezzo. Vi cresceva l’erba; ora vi sorgono case. Da una, divenner
diecimila e formarono questo grande alveare umano che si chiama città.
Fra muro e muro avvengono cose le quali sembrano importanti; ma nessuno
si accorge che tutta questa fatica, tutto questo rumore, finisce
miserabilmente in un piccolo immondezzaio sotterraneo:—il cimitero.

Sono passato per mille strade, ho veduto le piazze di mille città, ho
inteso parlare tutti i linguaggi, sono entrato nelle case umili, nelle
case lucenti, ho mangiato il pane che si cuoce con tutte le farine, sono
andato in cerca di qualcosa che potesse dare veramente un senso alla
vita... ma tuttavia dovrò cercare più lontano, camminare più lontano:—il
senso della vita è altrove.

Queste sono le case di Bilbao. Brillano. Dormono. È tardi. Una bella
notte passa. Ma io chi sono? Io che faccio? Dove mai sarà la piccola
fossa definitiva, il metro quadrato sotterraneo, che fra pochi anni
racchiuderà me stesso, il mio cuore spento, il mantello di carne che
porto, e con me, per me, l’infinito cerchio dell’universo nella
irrevocabile ombra?...

Credete voi davvero nelle favole dei taumaturgi che vi promettono il
paradiso?

Davvero voi credete ne’ paradisi?

Cominciamo a parlare seriamente, uomini! Tutte queste favole sono
vecchie, vecchie, decrepite...

Sì, Madlen, voi avete una bella vestaglia, e siete veramente profumata
come il calore di questa notte d’autunno. Le vostre calme braccia sono
quasi nude. Guardando voi, penso che vi sono due maniere d’intendere la
vita. Sempre due maniere. L’uomo non dovrebbe chiedere alla vita più di
quanto essa gli offre. Dovrebbe godere la gioia senza esaminarla, e nel
dolore medesimo cercare un poco di poesia. L’uomo, al suo cervello, deve
dire:—«Non tormentarmi.» A’ suoi sensi deve dire: «Ubbriacátemi!» Ed
all’anima, se pure c’è un’anima, deve dire:—« Sii tranquilla; un giorno
riposerai.»

Per quanto pensiate, uomini, per quanto voi facciate calcoli assurdi e
meravigliosi con la geometrìa de’ vostri alfabeti, l’universo è una
prigione della quale non riuscirete mai ad evadere su le ali del vostro
pensiero.

Ebbene, che importa? I vostri capelli, Madlen, hanno il colore degli
abeti quando la sera li veste; mi sembrano—eppure non sono—scuri come le
violette. Mandano il profumo dei prati quando è caduta, nelle sere
d’estate, la rugiada. Voi siete bella: ecco una limpida verità. Come le
prime volte, ora che mi siete presso, desidero il vostro corpo. L’odore
che manda il vostro seno così bianco pénetra nelle mie vene, sopraffà il
torpore del mio desiderio esausto. Da voi si comunica in me una specie
di maravigliosa inquietudine. Penso a quelli che vi ebbero, e vorrei
quasi potervi possedere con la fatica di un altro, per custodire in me
all’infinito l’ebbrezza che non vorrei disperdere. Più non siete come le
altre donne:—ora siete per me la donna che possiede il mio piacere.
Sciogliétevi, svestítevi; coricate su molti guanciali, morbidi e alti,
le vostre spalle così bianche. Togliete ora da voi tutto ciò che non è
vostro; basteranno a vestirvi, nella penombra del paralume, i vostri
capelli dolcissimi. Perchè non volete?

Oh, che stranissima cosa!... una donna bella come voi, una donna che
appartenne a molti uomini, e fu talvolta quasi mia, e parlò con me di
tutto quanto il pudore vieta, e mi disse all’orecchio parole torbide,
parole che sorpassano la voluttà... una donna come voi, Madlen, la quale
ora si confonde, si turba, quasi mi dimostra una specie d’invincibile
pudore...

Cosa vi trattiene, Madlen? Forse ancora troppe lampade sono accese?
Avete paura che la vostra gola bianca sia, tra questa mitigata luce,
troppo nuda e troppo giovine?... Parlate! parlate! Non è questa la
ragione? Allora dítemi qual’è. Siate sincera. Vi ascolto. Dítemi... Ma
perchè piangete? Cos’è mai questa improvvisa commozione? A chi pensate?
Cosa debbo fare? Nulla?... Sedere vicino a voi? Sì? volete?...

Bene; mi siedo, vi ascolto. Anzi, vi prenderò su le mie ginocchia, vi
terrò fra le mie braccia; saremo così più intimi, voi mi parlerete
sottovoce...

Dátemi la vostra bocca, Mad, e parlate in modo che ogni parola, ogni
respiro entri, scenda, nel mio respiro.

Ma no!... ma no!... voi dite una cosa che non posso credere! No, Madlen,
questo no!... è assurdo! è infinitamente assurdo! Raccontátemi quello
che volete; io potrò ascoltarvi, potrò sorriderne... ma non questo! non
questo! È davvero una cosa impossibile... non credo, non credo!...
via... non credo!

Lo giurate?—Sia pure. Non voglio contraddirvi... non voglio essere un
uomo scortese ed irritante, sebbene dovrei supporre che vogliate
burlarvi di me.

Oh, allora, se questa mia supposizione vi offende, non so proprio cosa
pensare... Uno scherzo, una pazzia... come devo chiamarla? un caso
davvero inimmaginabile, davanti al quale dovrò, per cortesia, rispondere
che vi presto fede. Ma, scusatemi... e Lord Pepe? cosa faceva di voi
Lord Pepe in questo caso?...

Nulla?... Come nulla?...

—Questa è la pura verità,—voi rispondete.—Nè Lord Pepe nè altri.

—No, vi prego, parliamo seriamente! Questa è una cosa che non può
essere, una cosa che voi dite per tormentarmi ancora un poco, per
divertirvi ancora un poco di me. Lord Pepe non è uomo da tenersi per
otto mesi un’amante, la quale sia stata per lui solamente una sorella...
via!...

—Non ho detto questo. Vi ho detto che non gli appartenni. È un’altra
cosa.

—È una cosa peggiore.

—Forse. Ma non gli appartenni.

—Allora spiegatemi la ragione, Madlen.

—Io non amavo Lord Pepe. Questo è molto semplice.

—Ma essere fra le braccia d’un uomo, ravviluppata con lui nella medesima
coltre, od essere del tutto sua, non vi pare, Madlen, la stessa cosa?

—No, affatto; non mi pare la stessa cosa. Ed è un’altra; infinitamente
un’altra. Essere nelle braccia d’un uomo vuol dire permettergli
d’intingere le labbra nel nostro medesimo bicchiere, quand’egli suppone
di aver sete, o magari ha sete... Voleva dire, per me, scegliermi un
compagno di cena, un coraggioso guidatore d’automobili, un ragazzo calmo
ed elegante che sapeva ballare molto bene il tango argentino, e pregarlo
di lasciar credere al mondo ch’io fossi davvero, come invece non fui, la
sua amante. Voleva dire abbandonargli qualche volta, per curiosità, o
magari per indifferenza, non me stessa, ma la fredda superficie di me
stessa, e retribuire, con una specie di odio silenzioso, il denaro che
spendeva per me, la pazienza che aveva nel sopportare i miei capricci...
voleva dire insomma, che per quanto avessi provato a concedergli tutta
me stessa, in me c’era un’altra donna che terribilmente non voleva...
Anzi non dovete maravigliarvi: sono già quattro anni che vivo a questo
modo, fra donne che vendono e regalano l’amore; appartenni di nome a
cinque o sei amanti, ma il mio corpo non si concesse ad alcuno, perchè
la gioia, la vera e più forte voluttà, per me consiste nel non
appartenere a chi sta per prendermi. Questo vi sembra incomprensibile?
Può darsi. Ma è tuttavia molto semplice. Volete sapere perchè piangevo?
Volete proprio saperlo? Ebbene piangevo perchè ho sentito per un
momento, anzi per la prima volta nella mia vita, il pericolo, quasi la
tentazione, di rovesciare indietro la testa, e chiudere gli occhi, e
dimenticare tutta me sotto il pallore della vostra faccia che mi
guardava, la vostra faccia cattiva ed ironica, sì, come ora, come ora,
sotto le vostre dure mani, che mi piegano... così... così... Nella
stanza entrava la notte, calda, pesante, a continue folate. In me, in
lei, si propagava l’irritazione di queste parole, serpeggiava l’odore
della sua bellezza; io sentivo con una specie d’inerte coscienza fisica,
sentivo con una tentazione opaca e tormentata, che questa incredibile
cosa era esattamente vera, e mille particolari quasi dimenticati
risalivano d’improvviso nella mia memoria; sentivo che una creatura non
posseduta era nelle mie braccia, si premeva contro il mio desiderio, mi
faceva intravvedere una forma nuova dell’amore, una forma inattesa del
vizio, quella di passare immacolata su l’orlo d’ogni voluttà e negare ai
propri sensi la naturale pacificazione.

Pensavo:—«Ecco una donna che può sembrare inammissibile, quando invece
mi confessa la sua storia più vera; una donna che io chiamerei, se
dovessi darle un nome, l’esasperazione.»

La guardai, e mi pareva così lontana dalla purezza, ma nel medesimo
tempo così diversa dalle altre peccatrici, ch’io dissi, quasi per
deridere il senso delle mie parole:

—Dunque voi siete ancora imposseduta, e siete anzi, per me,
impossedibile?...

—Sì, la parola è questa: io sono veramente impossedibile. Tutto il mio
corpo non vuole, forse non può. Mi sono educata al piacere imparando a
rinunziarvi. Sano pazza di questo desiderio continuo, che i miei sensi
non vogliono esaudire. Ho atteso terribilmente questa grande cosa nuova,
che forse è nulla. Voi dovete sapere ch’io lasciai la mia casa molti
anni or sono, perchè volevo andare in cerca di un amore che non c’è, di
un godimento che non si trova; e sin da quando ero fanciulla sentivo
l’attrazione di questa vita notturna, che forse m’invecchierà in pochi
anni e mi lascerà il dolore di ricordarmi che sono stata bella, che ho
avuta un’anima limpida, e che forse amai questa vita perchè appunto non
doveva essere la mia. Infine, benchè la cosa mi sia indifferente, non
dovete nemmeno credere ch’io viva con il denaro altrui. Io sono ancora
molto ricca, forse più ricca di tutti i miei amanti.

Le sue mani, allacciate alle mie spalle, si muovevano con una specie di
dolore; ne’ suoi occhi era una luce innaturale, perversa, un’espressione
la quale mi faceva pensare alle orribili forme che assume talvolta la
sensualità nelle donne mal possedute.

Tutto ciò—pensavo—era colpa del primo che non la seppe genuflettere, che
male desiderò e male conobbe la sua bellezza tormentata. In fondo era
una povera donna, forse una donna malata, che cercava con esasperazione
d’immergere i suoi vivi sensi nella gioia della vita. E gli uomini, più
ciechi di lei, erano passati accanto alla sua complicata innocenza, nè
si erano mai dati la pena di guardare se in lei fosse nascosta un’anima,
forse un’anima profondamente offesa da quella fredda e brutale realtà
che per ogni fanciulla rappresenta il principio dell’amore.

Adesso, in lei, questa parola suonava come il rumore di una moneta
falsa; era divenuta, non la beatitudine, ma l’angoscia de’ suoi sensi.
Forse il grembo inesaudibile di questa vergine perduta cercava
nell’amore una gioia che l’amore per sè stesso non può dare.

Una tentazione lenta, calma, piena di novità, gonfia di sperdimento,
saliva nel mio turbato spirito, innamorava il mio cuore trepido, mi
faceva sentire, confusi nella tentazione delle sue pesanti colpe, il
singolare pregio della donna che non fu di nessuno.

E volevo domandarle mille cose, che mi parevano anche inutili...

Pensavo alla prima sera quando la vidi, quando eravamo seduti presso,
nel Casino di San Sebastiano; e ricordavo la fisionomia di Lord Pepe,
là, dirimpetto, che apriva e chiudeva con nervosità il suo bellissimo
astuccio d’oro scintillante, mentre si pavoneggiava con serietà, con
eleganza, davanti agli occhi di tutta la Spagna, orgoglioso di mostrarsi
con una donna tanto ammirata, benchè non sapesse nascondere la sua
palese inquietudine davanti allo sciupìo di quel denaro che le crudeli
mani dell’amante, quasi azzurre come le perle, raddoppiavano sul
tavoliere ad ogni messa perduta.

Di lei mi ricordavo con esattezza, quasi con dolore.

Il suo braccio nudo impolverava leggermente la mia manica nera; una gran
folla si muoveva; il denaro pesava sul tappeto, esagitava le convulse
anime dei giocatori; dai lampadari d’ottone oscillanti sopra i tavolieri
cadeva su noi, su tutti, una opprimente fiamma un alone caldo, una
specie di rossa eccitabilità, che alterava le cose, i lineamenti,
perfino i pensieri. Dalle finestre aperte verso il terrazzo entravano i
densi profumi, la pesante serenità della sera d’autunno; io mi sentivo a
disagio, sentivo quasi la tentazione di piegare la bocca sovra la sua
spalla così nuda... Perchè mai? Altre donne, forse belle come questa,
passavano davanti a’ miei occhi, vicino a’ miei sensi; ed io le guardavo
come si guarda un bel quadro, una bella vetrina, un gioiello che abbia
valore, ma nel medesimo tempo sia profondamente inutile...

Invece sentivo che c’era in lei qualcosa di non afferrabile, una specie
di novità funesta, un’attraenza contagiosa e perversa, che mi dava,
quasi ubbriacandomi, un senso di confuso dolore.

Pensavo a’ suoi movimenti, ch’erano così diversi da quelli delle altre
donne, alla sua voce, che rimaneva nei sensi come una ondata di musica,
e pensavo alle parole che mi aveva dette con la sua bocca rossa, quella
prima sera, mentre stava con i gomiti nudi appoggiati sul tavolino della
cena:—«... voi che avete scritto qualche libro, forse qualche libro
d’amore, perchè venite così lontano, in questa città piena di
perdizione, ad avvelenare nelle case da gioco il vostro cuore che ama
l’Atlantico?...»

Infinite altre cose pensavo; e la voluttà, l’attesa di possederla,
svaniva in un desiderio mille volte più profondo, più dolce, più intimo,
si alterava in una specie di riconoscenza fisica per questa donna così
piena di colpa ed ancor nuova all’amplesso; diveniva una specie di soave
dolore, di lenta musica, un’aspettazione vasta e grande, nella quale io
stesso riuscivo quasi a nascondere un senso indefinibile di purità.

E la notte cadeva su noi, ci avvolgeva nel suo musicale silenzio, ci
faceva godere la gioia d’esser tranquilli, d’essere vicini, d’essere
veramente giunti su l’orlo dell’amore, nella poesia di questa bella
favola eterna e lieve che si chiama l’amore, nella infinita, beata
ilarità che prova l’anima quand’essa può svegliarsi, può ridere, può
splendere, giovine ancora come una volta e piena di sole, di sole...

Nè io volevo essere per lei quello che altri furono. Custodisse ancora
il suo vizio indocile, la gelosia dell’ultimo suo peccato; fosse ancora
per altri, e non per me, una dispensatrice di tormenti, una perfetta e
ingaudibile amante; portasse ancora, illeso dal mio desiderio, quella
oscura febbre del suo grembo, quel tesoro di ebbrezza non goduta, dopo
il quale, forse, non diverrebbe che una povera donna di piacere,
irritata e ingrata, come altre mille che si piegano con la bocca fredda,
con gli occhi serrati, sotto la forza nemica di un possessore che le
opprime.

Sì, è tardi... è tardi... Ora posate il capo su la mia spalla, Madlen;
chiudete gli occhi, dormite... L’ora del sonno è bella quando la
finestra impallidisce.

                                  ————

Ora cominciava il pericolo. Il pericolo di prendere sul serio questa
leggera, fragile, inutile cosa, che tutte le donne possiedono, almeno
per brevissimo tempo:—una verginità.

Pare nulla, ed è quasi la storia del mondo. I popoli sono divisi dalla
maniera d’intendere questa fondamentale origine delle famiglie. In
Europa, e sopra tutto ne’ paesi latini, si dà un valore certo esagerato
a questo velo di purezza, che per la sua tenuità è facilmente soggetto
agli strappi. Ma il focolare non arde come dovrebbe ardere, là dove il
suo custode non fu quegli che accese la prima vampa. È una sciocchezza
voi dite?... Sì, forse. Un pregiudizio medievale, un residuo di barbarie
che la letteratura coltiva prodigiosamente?... Sì, forse. A bene
pensarvi, la cosa manca di serietà. Ma in ogni caso è un pregiudizio
importante, una inciviltà caparbia, un difetto per ora non superabile
dalla natura umana. Può darsi venga un giorno in cui le vergini non
saranno più di moda e spariranno queste imprecise distinzioni fra donna
e donna, tessute molto spesso dalla sola impostura. Io penso che un tal
giorno verrà; anzi lo credo e spero fermamente. Oggi nondimeno bisogna
riconoscere che la famiglia del ventesimo secolo è tuttora fondata su
questi due pregiudizi gravi:—l’obbligo della originaria purezza e della
conseguente fedeltà.

Quando s’incontra un uomo, il quale dice che può far a meno di entrambe
queste cose, noi riteniamo che sia un disonesto. In fondo lo è. Talvolta
può essere un semplice millantatore. L’ombra di un altro, che fu prima
di noi, è sempre funesta nella donna che si ama, e persino in quella che
solamente si desidera.

Dunque può darsi che ciò non sia un pregiudizio degli uomini, ma
veramente un pregiudizio della natura. Forse, quand’ella stava lavorando
a quell’invenzione pratica e geniale che poi nel mondo finì con
chiamarsi amore, si accorse che per renderla eterna bisognava
coinvolgere in essa il pensiero ed il segno del divieto. La natura fu
provvida, e sarebbe davvero peccato se la malizia degli uomini riuscisse
a mettere in quarantena questo leggero e dolce inconveniente.

Il secolo ventesimo è il secolo dei paradossi; piace a tutti confondere
in speciose negazioni le antiche verità. Ma questa è letteratura;
provvisoria ed acrobatica letteratura. Quando poi si viene al caso
pratico, ognuno di noi s’accorge d’essere nuovo e moderno su per giù
come un uomo preistorico.

Le teorie passano, i concetti puri sono miraggi che svaporano; l’uomo
rivolgerà, sovvertirà in ogni modo possibile i principî della vita;—ma
se v’è cosa che mai gli uomini riusciranno ad intendere con altri sensi
e con altra immaginazione, questa è certamente l’amore.

I seduttori di mestiere, i Don Giovanni da strapazzo, tutti coloro che
dispensano la propria irresistibilità come un sovrano munifico dispensa
le croci da cavaliere, poi gli annoiati, gli scettici, quelli che vi
parlano della donna come se conoscessero prodigiosamente i più
solleticabili cantucci della sua dolce anatomìa, tutti costoro
appartengono spesso a quel numero d’ingenui che un bel giorno finiscono
poi con riabilitare una prostituta o condurre al talamo la propria
cameriera.

Un solo uomo può non temere il pericolo della donna: ed è quegli cui
mancano le tentazioni della virilità. Ma gli altri dovrebbero guardarsi
bene dall’esprimere giudizi o teorìe, poichè nell’amore c’è sempre il
caso imprevedibile. Questo caso imprevedibile turba l’immaginazione,
piace più di tutti gli altri, è insomma il natural fuoco e la buia
tristezza dell’amore. Al mondo c’è una sola cosa veramente nuova: ed è
la donna della quale ci s’innamora. Ma quando non troverete più, fra
mille, una sola che vi piaccia, una che sia per voi bella come la
primavera e di sè infiammi con splendore tutto il cerchio del vostro
infinito, allora sarete per sempre una fredda cosa inaridita, un fuoco
morto sotto la cenere, una fontana esausta, un giardino distrutto, un
campo senza fiore, una sorgente senza vita.

Ora per me cominciava il pericolo. C’era in lei qualcosa d’innocente,
una purità insospettabile, una gioia non ancora posseduta. Questa
maravigliosa cortigiana aveva saputo custodire intatto il suo grembo di
fanciulla; si era data senza lasciarsi prendere, aveva tormentato senza
esaudire. Per quanto ciò paresse incredibile, io sentivo con esattezza
che ciò era vero. In questa femmina di piacere, perversa e complicata,
c’era un senso di verginità insoffocabile, che le impediva d’essere
un’amante. Quelli ch’erano stati vicini a possederla, di lei conoscevano
soltanto il vizio, non l’amore. Aveva lasciata la sua famiglia troppo
severa, per immergersi nel rumore delle orchestre, per vivere nella
soffocante atmosfera delle case da giuoco, per alzare col polso un po’
tremante i cálici che traboccano di vini biondi; aveva cercato nei balli
notturni, fra le donne perdute, come una libera cortigiana, l’amore
divino ed introvabile che ogni vergine sogna d’incontrare nell’amante al
quale si dà. Ma invece il suo freddo cuore dormiva nei sensi
terribilmente innamorati; ella si avvolgeva nel vizio con una specie di
opaca ira, voleva essere una dura e splendida cortigiana, per avvicinare
il suo corpo al fuoco di tutte le tentazioni e salvarlo dal pericolo di
gioie troppo lievi.

Io compresi perfettamente che una donna potesse custodire la sua purità
come un supremo vizio, e non per renderla ad altri, ma solamente a sè
stessa, più lenta e più pericolosa.

Ella mi raccontava queste cose, io l’ascoltavo; anzi, per meglio dire,
indovinavo tra le sue parole confuse una verità complessa e difficile,
assurda e verisimile, che solamente in lei, vicino a lei, nel guardare
la forma del suo corpo, il colore de’ suoi occhi, trovava una
spiegazione del tutto ammissibile.

Era—io pensavo—una donna che amava patire, una folle che andava cercando
su la terra l’introvabile paradiso, nell’amore una gioia così forte che
potesse ucciderla, mentre in lei si nascondeva, forse organicamente, una
specie di divieto ad esser femmina, quasi un oscuro ed incancellabile
segno di sterilità.

Per quanto si usi dire che ogni vera madre è una vera amante, forse un
medico potrebbe dimostrare il contrario. Nella vera amante c’è’ spesso
il desiderio, più ancora l’intenzione della sterilità. Il suo grembo non
vuol sottomettersi al peso, alla deturpazione della fertilità materna.
La infinita bellezza ch’ella prova e regala con i suoi sensi non vuole
giungere ad assorbire la vita, ma preferisce soffocarla, deluderla,
poichè le sembra sia questo un bene superiore alla vita medesima. La
perfetta voluttà esclude ogni altro fine; c’è in essa una tendenza verso
l’uccisione.

Le dispensatrici d’amore, quelle che posero ingegno ed anima nel
raffinare la tepida gioia della procreazione, quelle che fecero de’
propri nervi uno strumento complicato e mirabile, quelle che superarono
il loro natural destino e patirono la bellezza dell’amore come la
bellezza di un’opera d’arte, non sentirono mai, anzi rifiutarono, il
bisogno di perdere sè stesse in un’altra vita. Essere madre vuol dire
impoverirsi, vuol dire sommergere la propria vita in quella che nasce;
la vera madre sopporta il procreatore, non cerca l’amante.

Io pensavo:—«E questa non potrà guarire, se non trova chi le dia l’amore
inatteso, involontario, per una creatura sua. Forse la fatica materna
potrebbe ricondurre alla pace il suo grembo esasperato. Chi fu il primo
a baciare la sua bocca, doveva impadronirsi di lei, o con la violenza o
con l’amore. Sarebbe divenuta un’altra. Ma quel primo le permise di non
abbandonarsi; ed ella da lui si levò come una fanciulla che avesse
provato invano ad essere un’amante.»

Pensavo:—«Un giorno, dopo tante immaginazioni sterili e dolorose, forse
troverà, nel fumo d’una sigaretta oppiata, nella spuma d’un bicchiere
troppo colmo, nella fuggitiva illusione d’una parola d’amore, l’uomo che
saprà d’un tratto farle terribilmente male, contorcere fino allo spasimo
la sua perduta e bianca nudità. Allora sarà di lei quello che doveva
essere il primo giorno. Ma troppo tardi. Quando non potrà più
incamminarsi per la via naturale, fredda, calma dell’amore; quando i
suoi sensi avranno imparato a cercare la gioia sempre più oltre, dove
l’esaudimento non può essere, dove non è. Questa bella creatura, che in
sè nasconde forse un ideale, andrà cercando fra mille uomini chi le dia
l’amore, quell’amore che non è nei sensi, ma è nell’anima, e che l’anima
di una creatura così delusa non può nè dare nè conoscere. Invecchierà
presso le tavole da giuoco, strofinando i suoi gomiti nudi sui tavolini
delle cene, appressando le sue labbra tinte all’orlo dei bicchieri
ubbriacanti, riderà, splenderà, come una creatura che per vivere senta
il bisogno delle droghe artificiali. Qualche uomo prepotente sarà il suo
padrone, di qualche altro sopporterà la lascivia indelebile; e gli anni
passeranno, e la vita notturna incaverà i suoi occhi splendenti, e dalla
sua carne luminosa uscirà, più cruda, la forma dello scheletro, e sarà
vecchia, e sarà povera, e i denti falsi brilleranno di una luce opaca
nelle gengive pallide, e la sottile tosse dei tisici tormenterà i suoi
polmoni arsi dalle sigarette oppiate; un giorno avrà un deliquio, morrà
sopra un divano, la porteranno al cimitero... È triste.

Sì, Madlen, questa luccicante Bilbao diventa in breve una città
noiosissima; i suoi teatri sono teatri di provincia, le sue strade fanno
troppo rumore, i suoi campanili mancano di spiritualità, i suoi
abitatori, a ben guardarli, hanno facce plebee, rapaci ed insolenti...
La sola bellezza che riposa l’anima del forestiero è questo lento e
calmo Rio Nervion, che trascina fra i moli sfavillanti, su ampie
zattere, i tronchi delle sue foreste originarie. Ma camminiamo ancora un
poco, Madlen; è dolce camminare con voi, mentre l’afa del pomeriggio
svanisce tra gli alberi che profumano il verde Paseo del Arenal. Più
tardi, quando saremo lontani, voi da me, io da voi, Madlen, e la
distanza ed il passato—le due vere musiche del mondo—avvolgeranno le
nostre anime di camminanti, questa bella e profumata sera in noi
risalirà, come il sogno d’una bellezza perduta, sarà il tormento
sottile, divino, di un amore che perdemmo, il fuoco e la tremante
memoria di un lontano amore che passò. Camminiamo ancora un poco,
Madlen; cerchiamo di essere attenti: le città sono come le anime, non si
lasciano indovinare a prima vista. Bisogna guardarle, ascoltarle,
trovare in esse la via della lor confidenza.

Bilbao non vi piace?... Perchè non vi piace? Probabilmente senza una
ragione ben definita. Essa vi annoia. Vi sembra una città ricca e
malvestita, avara e sfacciata. Sia pure; andiamo altrove. Scegliete una
direzione; l’automobile può esser pronta fra un’ora; si partirà. Voi
siete un poco stanca? preferite riposarvi, dormire tranquilla una lunga
notte?... Va bene; sia come volete; io non ho preferenze; partiremo
domattina.

Tuttavia debbo dirvi una cosa, Madlen. Bilbao può essere una città
ingrata, come può essere la più felice della terra: i luoghi prendono il
colore dell’illusione che noi sappiamo trarre da essi. Chi vuol cercare
il paradiso fuor di sè stesso deve rassegnarsi a camminare eternamente.
A me qualche volta parve che la felicità ridesse da una piccola
finestra, sopra un cortile pieno d’erba, fra i due muri d’una strada
nascosta, ove non passava quasi nessuno; e talvolta mi sentii sperduto
nel rumore d’una città immensa, ove la febbre della gioia umana pareva
salisse a vortici dal cuore della moltitudine, come un riso perpetuo e
micidiale.

Non importa. Camminiamo ancora un poco, Madlen. Gli uomini vi guardano;
le donne osservano maravigliate le vostre calzature fine; si fermano con
sorpresa, e di voi parlano lungamente.

Ora dítemi una cosa:—Dove andremo? Volete girare in automobile, senza
una meta prefissa, tutta la Vecchia Castiglia? Passeremo un giorno a
Valladolid, un altro a Salamanca. O preferite invece telegrafare a
Litzine,—vi ricordate la bionda Litzine?—perchè ci fissi un
bell’appartamento, con le finestre verso la Grande Plage, all’Hôtel du
Palais? Rimarremo a Biarritz una settimana, due se vorrete; faremo una
cura di nervi alle tavole di _chemin de fer_, poi forse rivedremo Lord
Pepe—vi ricordate, ancora, Madlen, quel vostro elegantissimo Lord Pepe?

No?... Ed allora non rimane che una cura d’aria negli Alti Bassi
Pirenei: Cauterets, Pau, le Bagnères de Luchon o de Bigorre...
Aspettate!... volete fare una cosa davvero assurda, però molto
cristiana? Volete visitare Lourdes?

Lourdes?...—Madlen sorrise; mi guardò; poi disse:—Andiamo.

Camminando eravamo giunti sotto gli alberi del Campo de Volantin; il
fiume carico di zattere passava con la sua calma onda, che pareva
confondersi, perdersi, nelle distanze della sera. Qualche marinaio
scamiciato, bruno come il legname della sua zattera, fumava, immobile,
seduto su cumuli di mercanzie. Scendeva incontro al mare; portava i
tesori della sua città ricchissima verso l’infinita onda. Più lontana,
quasi cancellata nel rossore del tramonto, brillava l’attrezzatura di
qualche alto naviglio; il Rio Nervion sentiva cantare nella sua
terrestre anima, fremere nella sua lentezza dorata, nella sua docile
vasta navigabilità, il divino Atlantico.

—Ecco veramente una bella idea!—mi disse ancora Madlen.—Io non sono mai
stata a Lourdes. E voi?

—Sì, una volta; ma tornerei volontieri.

—Ebbene, volete credermi? Non so quante volte ho pensato che amerei
bagnare le mie dita in quella fontana miracolosa. Ma insieme ho sentito
che ne avrei paura, una paura forse invincibile... Non però con voi; mi
sembra che andando con voi non avrò alcuna paura. C’è in voi un uomo il
quale riesce a deridere ogni cosa, ed io vi amo perchè siete così forte.

—Non è una forza, Madlen; è una maniera dolorosa ed amara di abbandonare
agli altri la bellezza che non può esser mia. Veramente forti sono gli
uomini che credono ciecamente in cose non vere. Essi cominciano con una
conclusione; il dubbio non li tormenta; sono tranquilli perchè
racchiudono in sè una certezza definitiva. Ma io, quando penso ad una
cosa, vedo sempre mille strade, ugualmente vere, ugualmente false, per
le quali ci si perde. La sola verità è questa:—«Chi pensa non può
concludere; chi pensa non può credere. Il mondo, per l’uomo, è privo di
conclusione. Allora non rimane che una tranquillità: sorridere.»

Mi ascoltava, con i suoi occhi dorati, ove pareva salisse dal fiore
dell’anima una luce spirituale; mi guardava come se io possedessi di lei
quasi l’amore. Sul mio braccio la sua mano pesava; una docilità, una
stanchezza d’innamorata entrava in lei; nell’anima di questa giovine
donna oppressa da molte colpe vedevo quasi nascere un senso di
purificazione. Ed io mi domandavo se la più perfetta bellezza d’una
donna può anche non essere che un vano errore nostro, o se invece questa
bellezza è qualcosa di reale, di assoluto, nell’armonia totale della
natura, un segno di vita superiore, una forma divenuta musica, una vera
elevazione. Solo in tal caso amare una donna può essere una maniera
legittima e spirituale d’intendere la vita.

Ma io ripetevo a me stesso:—«Chi pensa non può concludere; chi pensa non
può credere...»

Un fiume passa; una città entra nella sera; l’esausta fatica delle
officine si alza nell’aria in pesanti nuvole di fumo; la strada è bella,
è nuova, confonde in sè mille anime; i giardini ancor pieni d’estate
mandano un profumo di maturità; le case diventano azzurre; qualche voce
canta, le vetrine brillano; chi è stanco dormirà; chi ama una donna la
stringerà nelle sue braccia violente; il fiume passa; ogni uomo trascina
con sè la forma della propria ombra, e questa ombra pesa; nel cielo
eterno si alza il respiro di una immensa fatica; il fiume passa; una
donna mi guarda; un povero, nella sua diseredata libertà, mi sembra
quasi felice;—tutto questo è il rumore d’una giornata umana, un po’ di
giovinezza finita, un po’ d’amore disperso... Madlen, e la tua bocca è
giovine, la tua mano è calda; il fiume passa, passa...

                                  ————

Da Bilbao avevamo rimandata a San Sebastiano la cameriera di Madlen,
perchè s’incaricasse de’ nostri bagagli e quindi ci attendesse, con
Pompon, alle Bagnères de Bigorre. Colà preferivamo alloggiare, anzichè
nei pericolosi alberghi di Lourdes, infestati ormai dalle cancrene di
tutti i pellegrinaggi. Noi, con l’automobile, (che un esperto ma non
economico guidatore avventava su le ripide strade maestre, assicurandoci
che il suo robusto motore non avrebbe fallato un battito neanche nel
valicare i selvaggi Pirenei), bene incappucciati, ben serrati l’uno
presso l’altra, ilari e curiosi come due giovini amanti, ci recammo da
Bilbao a Pamplona, la dura capitale dell’antica Navarra, ove il
condottiero Ignazio da Loyola prima conobbe la spada che il saio
d’umiltà. Poi da Pamplona salimmo a Roncisvalle, e traversammo il Passo
dove Rolando morì. Morì nella battaglia perduta, che fece cantare i
poemi di tanti secoli, morì tra le orde fuggiasche di Carlo Imperatore,
morì nell’immaginazione dei poeti, nella musica delle canzoni, primo
cavaliere della sua gente, usbergo e fiore dei Paladini di Francia.

E rivedevo il suo cavallo di guerra, senza cavaliere, sbrigliato e
formidabile, con la gualdrappa e le insegne di Rolando, galoppare dietro
bandiere fuggiasche, nella sera della disfatta...

Leggende, leggende... come siete belle!... come siete necessarie agli
uomini!...

La valle per dove passò tanto fiume di popoli, e dove tanta forza
d’invasori contese la bella terra di Francia, era quel giorno tutta
scapigliata, le sue foreste eterne si arruffavano, i suoi freddi
ruscelli balenavano tra l’erba delle alte praterie. Valicato un ponte
presso il villaggio di Arnéguy, fummo su terra francese. Di là rimaneva
la superba e squallida Spagna, il paese delle chitarre e dell’acqua
santa, la terra un po’ romantica, un po’ addormentata, ove il secolo
ventesimo, pieno di fumo e d’elettricità, pénetra con una certa fatica.
Spade rosse nella cervice dei tori da combattimento, alberghi nuovi,
costrutti da ingegneri svizzeri, giardini di mimose e d’aranci, chiese
decrepite, strade malagevoli, campi senza fertilità, ove ogni tanto
s’incontra qualche mandria errante, di lana scura, che va, che va,
dietro il suo pastore senza focolare, lenta e squallida... Addio,
vecchia Navarra, e tu, più lontana, più luminosa, bianca terra di
Guipuzcoa!...

Da Roncisvalle scendemmo a Saint-Jean-Pied-de-Port, la capitale degli
antichi Baschi di Navarra, cittadella incastellata e fierissima, per
dove scende, ancor bianco di montagna, un leggero fiume: la Nive de
Béhérobie.

Una locanda basca, linda e luminosa, con fiori di ciclamini su la
tovaglia finemente lavorata, soddisfece alla nostra fame gagliarda e per
qualche ora diede ristoro alla fatica della nostra lunga strada. Un
ceppo enorme ardeva su la cenere del vecchio focolare, spargeva, col suo
rumore di fiamma umida, nella stanza piena di sole un colore d’autunno.
Qualche ospite silenzioso rompeva con le sue mani bianche il pane
infarinato. Nessuno parlava; i bicchieri, le stoviglie facevano poco
rumore; radi passanti traversavano la strada silenziosa; la grande
piazza di «pelota» era quasi deserta. Larghi pezzi di montone, cotti con
salvia e rosmarino, venivan dai fornelli rossi dell’antica locanda,
fumavano su le tovaglie immacolate. Chi le portava era una bella
montanara, svelta e forte come una cavalcatrice della Camargue, pallida,
senza ombre nel viso, con gli occhi duri, le trecce ravvolte al capo, le
anche magre, il seno piccolo, che tremava leggermente sotto il grembiule
di fino merletto. Era difficile farla parlare; non rispondeva che pochi
vocaboli, con una pronunzia francese dura e cadenzata. C’era in lei
qualcosa di primordiale, una specie di lontananza da noi, quasi
un’antichità giovanissima sigillata nella sua razza splendente.
Camminava su le scarpe di corda; era attenta, veloce; i suoi occhi
immobili sorvegliavano la nostra mensa con una specie di vigilante
severità.

Poi, di nuovo, la strada; la strada bianca e lampeggiante, stesa fra
immense praterie, che scendevano dagli alti Pirenei come larghi tappeti
scossi dal vento, cosparsi di fiori, chiusi da foreste che brulicavano
di ciclamini; la strada chiara e violenta, bella come una creatura viva,
che batteva nei cancelli delle case, cantando, e lontano spariva, tra
gli alberi, in un vortice di azzurrità...

Arrivammo a Lourdes un pomeriggio del mese d’Ottobre, nella più alta ora
del sole. Avevamo percorsa in pochi giorni la più bella e felice strada
che forse ricordino i miei occhi di viandante.

Ora entravamo in Cristo. L’ala di Dio ricopriva noi, reduci dai luoghi
di perdizione. Dove la carne pentita si mondava dalle sue piaghe
insanabili, noi entravamo con la nostra infernale anima di peccatori,
noi, co’ nostri abiti e co’ nostri gioielli comperati alle vetrine del
diavolo, noi, che andavamo al Santuario come ad un mistico teatro di
fanatismo e di esasperazione.

Portavo ad immergere nella sacra Fontana le dita bianche di una vergine
offesa da tutto l’amore. Vedrei le sue luminose trecce, bionde e buie,
risplendere nella Grotta dei Miracoli. Udrei, nel silenzio della
Basilica ove si eterna il sogno di Bernadette, ove a migliaia brillano i
voti appesi dagli umili e dai potenti udrei, fra il bisbiglio delle
preci, suonare il mazzo de’ suoi braccialetti, la sottile musica degli
ori e delle sete, che fin presso l’altare scintillante confonderebber
nella voce grave degli organi l’eco delle canzoni di Montmartre...

C’era, in un tale contrasto, qualcosa di profondamente iniquo: la gioia
perversa dell’incredulo che vuol immergersi nel mistico dolore,
intingere le sue dita eretiche nella fontana dell’acqua miracolosa,
fissare con i suoi occhi pieni d’infernalità il simulacro della Vergine
che fa camminare gli storpi, urlare i mutoli, sorgere i paralitici,
tremare in Cristo i lontani da Dio.

Nella terribile città del dolore, ove giungono gli inguaribili di tutta
la terra, noi entravamo sopra una macchina di lunga strada, gagliarda e
sottile, avvolti nel rombo del suo motore possente, noi, che venivamo
dall’aver danzato su le musiche dei pazzi violini, noi, reduci
dall’altra vita, quella che alza la coppa, rompe il bicchiere...

Dissi al meccanico:—Férmati.

E scendemmo.

Davanti a noi, sopra un viluppo di strade anguste, che parevan scendere
verso una profondità, si alzava la collina di Lourdes, con la bruna
macchia del suo Castello, che aveva ceduto a sovrane Confraternite il
vassallaggio della guelfa Contea.

Guardavo quel forte castello, pensavo ai signori che lo tennero, secoli
fa, custodi acerrimi di otto vallate, e su cavalli armati salirono la
ripida erta, e furono assediati, e di fame patirono, e di buon sangue
tinsero l’onda sonnolenta del fiume di Pau, al quale un giorno discese,
nel rigore dell’inverno, e camminò solitaria la Vergine Bernadette.

Camminò; ed era una fanciulla di quattordici anni, pallida, un poco
emaciata, con grandi occhi scuri, troppo fissi, ove la giovinezza era
già spenta; gli occhi terribilmente lascivi e dolorosi delle pazze in
Cristo, gli occhi senza umanità ch’ebbero tutte le allucinate, le
portatrici di stigmate, le recluse nei monasteri pieni di supplizi,
Maria di Magdala e Santa Teresa, Lutgarde e Juana Rodriguez, Maria
Villani e Jeanne Boisseau, Bertine Bouquillon e Bernadette Soubirous...

Questa era una pascolatrice d’agnelli, nata nella casa di poverissima
gente; nulla sapeva, tranne che recitare il Rosario. Camminando per
l’alta erba davanti alla sua mandria bianca, faceva passare i granelli
della Corona fra le sue dita scure come ghiande. A quel tempo Lourdes
era una borgata selvaggia, un angolo di superstizioso e devoto Medio
Evo, sepolto in una dura valle dei Bassi Pirenei, col suo Castello in
rovina e la sua chiesa decrepita, con tetre case di sasso in fondo a
vicoli bui. Da queste case non si usciva, se non la Domenica, in
processione, per cantare a Dio. Le fanciulle andavano spose a chi le
guardava per primo. Erano alte, un po’ rozze di lineamenti, con lisci
capelli neri, e si vestivano di percalli variopinti. La più desiderata
era quella che meglio cantava nei cori, quella che a dottrina il parroco
designava come la più zelante nel fervore di Dio.

Nessuna bellezza del mondo, nessun rumore del secolo entrava in quella
pia solitudine; nulla fuorchè il vasto cantare del vento, che scendeva
dalle azzurre cime de’ Pirenei; le Gave de Pau, che faceva un gomito
burrascoso a piè della collina, ove più tardi sorgerebbero le tre
Basiliche; e boschi e silenzio; una religiosa povertà; i prati e le
stelle.

Qualche mercante girovago, al passo di vecchie mule grevi di sonagliere,
vi giungeva da lontani mercati. Sotto i lunghi portici, nei giorni di
festa, l’arcidiacono passava benedicendo le donne inginocchiate. Ogni
tre porte una nicchia: su qualche finestra un fiore.

Null’altro.

Ecco i luoghi dove nascon i perpetui miti, le atroci e maravigliose
follìe dello spirito umano, ciò che per sempre è vero e per sempre è
inammissibile:—Nazaret e Lourdes.

Un miglio più su nella vallata è Bartrès, il villaggio di quaranta
catapecchie, ove Bernadette visse i primi anni dell’infanzia, raccolta
in una cuna deserta dalla povera donna Lagûes, per alleviare la miseria
del mugnaio Soubirous. Là, divenuta grandicella, Bernadette pascolava
gli agnelli della povera donna di Bartrès e recitava la corona del
Rosario camminando per oscure pinete. D’inverno, d’estate, mai udiva
rumore alcuno, fuorchè il rumore delle foglie, la musica primitiva della
foresta e del fiume; nulla sapeva della vita; non c’era strada.

Verso la fine d’Aprile tutto si profumava di mughetti; nel Settembre la
foresta diventava un prato di ciclamini.

Poi, verso i dodici anni, Bernadette fece ritorno alla sua casa. Dormì
sovra un pagliericcio umido, nell’unica stanza del mugnaio Soubirous. I
vicini di casa, là, nella contrada buia des Petits Fossés, poco amavano
quell’uomo scontroso e miserabile, rintanato nel fosco tugurio, con la
sua donna ossuta, con le sue quattro creature mal nutrite, cui ora
s’aggiungeva la fame della sua primogenita, la taciturna Bernadette.

Questa oramai era nel suo tredicesimo anno; diveniva sempre più alta,
più pallida; i bei capelli neri le scendevano fin sotto gli ómeri.
Spesso era scalza; la succinta gonnella rossa, di un vecchio percallo
stinto, sfilacciato, con macchie d’erba e di ruggine, le scopriva i
nodelli asciutti, esili, delle ginocchia scure. Sui duri ciottoli della
contrada camminava con un passo di gatta, lungo il muro, trasognata,
senza guardare alcuno. Se una voce la chiamava, ella si fermava di
scatto, senza rispondere. Se un uomo la fissava, se una voce d’uomo
cadeva su lei, se un riso d’uomo passava nella strada silenziosa, le sue
magre spalle trasalivano impercettibilmente, si piegavano quasi con
dolore, sotto quella forza temibile. Poi andava, per lungo il porticato,
con gli occhi fissi ed il Rosario fra le mani, sperduta.

Di sera, quando tutto il borgo era nella chiesa, ella pure vi entrava,
per l’ultima, non tra le fanciulle, non tra gli uomini, sola, in
disparte; s’inginocchiava.

Era fredda; i suoi lisci capelli neri le cadevan su gli occhi luminosi;
usciva di sè; un colore di paradiso entrava nell’anima di questa
pascolatrice.

Qualche volta Marie Soubirous, la sorella minore, veniva presso lei per
dirle:—«Ora lévati Bernadette; hai molto pregato; vieni con noi.» Ma
ella non si muoveva. Era curva sotto la voce del lettore di parabole,
sperduta in Cristo, già presa nella febbre del suo divino amore.

Il cantore del Vangelo, il giovine diacono Ader, aveva notato quella sua
devozione; spesso, nel predicare, guardava le sue lunghe braccia nude,
allacciate ai polsi dalla Corona del Rosario.

Ed anzi, una sera, il diacono Ader disse davanti a tutto il
borgo:—«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»

E tutti si volsero, e tutti guardarono la vergine dai lisci capelli
neri, che sorrise, umile, nella sua bianchezza di fanciulla malata.

Sì, era malata in Cristo, e negli uomini, e nel dolore della sua fredda
verginità; malata nella sua adolescenza bella e fragile, malata nel suo
respiro, nelle sue dita scarne, tutta pallore, tutta amore, silenzio ed
allucinazione.

Ora, quando cadde l’inverno, Bernadette Soubirous, la figlia del
mugnaio, la pascolatrice di Bartrès, quella che dormiva sul pagliericcio
umido nel vicolo des Petits Fossés, la perduta in Cristo, compiva i
quattordici anni.

Il mugnaio era così povero che non potè farle alcun dono. Però sua madre
le pose intorno al collo un suo logoro scialle di lana
fulva,—«perchè—disse—il vento del Pic du Midi soffia con troppa forza
nella cenere del nostro focolare.»

Fin dentro il tugurio saliva il rumore d’acqua e di ciottoli che dal
basso della vallata mandava le Gave de Pau; nessun’altra voce di cose
vive; il borgo era sepolto nell’inverno; la dura vallata sbarrava ogni
accesso alla vita.

Ed allora, su l’umido pagliericcio, nel tugurio del mugnaio Soubirous,
ogni notte Bernadette cominciò a sognare. Vedeva nel suo delirio le
bellezze del regno di Dio, vedeva paradisi ed altari, fumi d’incensi ed
apparizioni di creature celesti; poi sempre udiva quella voce calda e
calma del giovine diacono Ader ripetere davanti a tutto il borgo:

—«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»

E la innamorata in Cristo cominciò ad uscire dal mondo. L’anima sua,
pura da ogni contaminazione, scorreva nel suo corpo inguaribile come il
fiume tra i dirupi della montagna inaccessibile. In lei era Dio; nella
sua pallida carne malata era la sorgente inestinguibile del divino
amore. Pativa il sogno come una fiamma carnale; si perdeva nel miracolo
come tra le braccia di un divino amante. Da lei doveva nascere una
grande leggenda; forse la più maravigliosa e terribile dopo il delirio
di Cristo; quella che a lei trascinerebbe una emigrazione infinita di
sciagure umane, tutto il dolore, tutte le piaghe, tutta l’ignoranza,
tutta l’umiltà del secolo che portò nella sua dura effigie il sogghigno
sarcastico di Voltaire.

Da lei, da questa pascolatrice di mandrie nelle praterie selvagge di
Bartrès, dall’allucinata che mal respirava in fondo al vicolo des Petits
Fossés, da lei, povera come un giglio, profumata come la preghiera,
semplice come la demenza, innocente come la felicità, da lei che dormiva
con sei altri miserabili nel tugurio del mugnaio Soubirous, doveva
nascere il sogno più spaventoso che mai abbia fatto splendere i secoli
di Cristo; e i disperati di tutta la terra, e i maledetti di tutta la
terra, vennero ad intingere le lor piaghe nella fontana della Vergine di
Bartrès.

Già una volta questo era accaduto, là sul Giordano.

Già una volta l’Allucinato sorse, e disse ai piagati di tutte le
infermità: «Venite a guarire in questo fiume, per il quale sarà
cancellata ogni colpa nel lavacro del battesimo.»

E disse ai dolenti, e disse agli inguaribili:—«Io vengo a voi, per voi,
da quello che non può essere nella vita.»

E disse ai laceri, e disse ai diseredati:—«Il mio regno non è di questo
mondo; la mia speranza non è di questa vita».

Già una volta il Battezzatore medicò di acqua innocente la piaga
insanabile, e veggenti fece gli orbi di Dio, e sollevò i tramortiti, e
camminare fece i contorti, e vivere nella speranza i percossi da ogni
miserabilità.

Allora quel Divino Folle usciva dalle vigne di Galilea, saliva contro la
terra di Roma, contro il giogo di Roma, ed entrava, bianco di rusticità,
nella insolente Gerusalemme, nei cortili del Tempio, dissoluti e
sfarzosi come anfiteatri, e diceva d’esser venuto agli uomini per
benedire gli umili di spirito, i soli che vedrebbero in Dio.

Oggi era una vergine inquieta, che scendeva dai pascoli di Bartrès,
laggiù, sul limitare della terra di Francia, dove cantava il secolo di
tutte le eresìe, dove i miracoli della potenza umana brillavano sui
vértici della vita. E nella valle ond’era sgorgata, quasi dalla sua
verginità, una leggera fontana, battezzava nella speranza e nel miracolo
quelli che il potere degli uomini aveva ormai abbandonati alle ombre
sotterranee, squallido pasto per la fame delle cancrene, putredine da
raccogliere ne’ cimiteri.

Così, dalle buie catapecchie, nascono le eterne religioni; così la
sapienza degli uomini cade a ginocchi e tace davanti al sogno
d’un’adolescente.

Ora, quel giorno, il fuoco stava per morire nel tugurio del mugnaio
Soubirous. Era inverno; inverno freddo e squallido, nel borgo esposto
alle bufere de’ selvaggi Pirenei. Louise Soubirous, la madre di
Bernadette, portò sotto il camino la pentola ove usava ogni giorno
cuocere il riso della cena. Ma guardò il focolare, e viste mancar le
fascine, disse a Maria, la sua figlia minore:—«Esci, Maria; va giù per
lungo il fiume, passa il ponte, portami un grembiule ripieno di legna da
ardere.»

Ed anche Bernadette allora si alzò, per scendere con la sua minore al
fiume. Però la madre disse:—«Rimani con noi, Bernadette. Non senti come
il vento fischia dal Pic du Midi?»

La udiva sempre tossire; vedeva i suoi larghi occhi divenir sempre più
immobili nel viso emaciato. Poi si era nel mezzo del Febbraio; l’11
Febbraio dell’anno 1858.

Ma Bernadette si avvolse le spalle nel suo logoro scialle di lana fulva
e silenziosa camminò dietro la sorella. Fuor del borgo s’incontrarono
con Jeanne Abadie, la figlia d’un vicino, che andò con loro.

Scesero. Le Gave de Pau traversava con impetuose onde la dura vallata.
Si udiva il rumor del fiume cantare fino al cielo, gonfiarsi, perdersi
nell’inverno scintillante. La bianca erba si accendeva di arcobaleni
sotto il gelo della brina. I sentieri lungo il fiume, di là, nei boschi,
erano deserti.

Non un rumore d’animali o d’uomini; dappertutto, a perdita d’occhio, lo
squallore silenzioso e fertile dell’inverno. Le tre fanciulle
camminavano; giunsero al guado; le prime due passarono; Bernadette
restò.

Restò presso il fiume, paurosa di mettersi nel guado, e co’ suoi grandi
occhi d’allucinata guardava la rupe di Massabielle.

Un senso di freddo sgomento l’assalse; non vedeva nemmeno più la
sorella, nè Jeanne Abadie, che si erano allontanate per la boscaglia
dell’altra riva.

Ella sola, con i suoi capelli pieni di vento, con le sue spalle
intirizzite sotto lo scialle di lana fulva, era in mezzo a quel grande
inverno; il fiume pareva l’assalisse con il suo fragore di ciottoli e di
spuma; lontano brillava le Pic du Midi.

E Bernadette guardava la rupe di Massabielle. Rossastra, tutta macigno e
ruggine, con ciuffi di rovi, essa entrava nel cuore della vallata,
costringendo le Gave de Pau a formare un gomito. A piè della rupe, tra
le sue forre, quasi dirimpetto al guado, era una vecchia spelonca, una
semplice fenditura nel macigno, non profonda, ma obliqua e buia. I
caprifogli selvatici l’ostruivano, e gli spini. V’entravan d’inverno le
bestie selvatiche; d’estate, qualche volta, i pastori.

E Bernadette guardava i nudi spini, fioriti per il gelo dell’inverno,
simili ad un cespuglio di trina. Forse, nell’anima sua di pascolatrice,
tra quel fragore immenso della solitudine, ripensava le praterie di
Bartrès, quando, in sul finire d’Aprile, tutto si profumava di mughetti,
quando, nel dolce Settembre, la foresta diventava un prato di ciclamini.

Ed anche allora quel fiume leggero correva sotto la catapecchia della
povera donna di Bartrès; talvolta pareva l’assalisse con il suo fragore
di ciottoli e di spuma. Lontano brillava le Pic du Midi.

E mentre guardava, e mentre quella bianca velocità passava, non fuori di
lei, ma in lei, dentro il suo cuore di pascolatrice, le pareva d’esser
presa nel guado, sollevata nella forza dell’ondata, percossa dai
ciottoli, travolta, come i rami neri che scendevano dalle pinete di
Bartrès.

Voleva chiamare la sorella, chiamare Jeanne Labadie; ma erano lontane,
andate su per il monte a raccogliere fuscelli secchi e sterpi di buona
scintilla, per far bollire l’acqua della cena, lassù, nel tugurio del
mugnaio Soubirous.

E le pareva ora d’esser lontana da tutti gli uomini, di sentirsi a poco
a poco sollevare come da un raggio di sole nell’inverno infinito, e che
una voce distante, simile forse a quella del diacono Ader, simile forse
alla musica del fiume, andasse cantando per tutta la montagna le parole
pronunziate nella basilica dal cantore del Vangelo:—«Bernadette
Soubirous è nella grazia del Signore.»

Cadde a ginocchi sul greto selvaggio; in lei passava uno straordinario
soffio di amor divino. Era la benedetta, la iniziata, la prescelta; era
la sposa del Sublime Possessore; vedeva in Dio, sentiva nel perfetto
Bene, aveva il raggio del miracolo ne’ suoi capelli pieni di vento.

E questo raggio, davanti a’ suoi ginocchi, formava una macchia di sole;
e questo sole, traverso il guado, brillava come una spada miracolosa; e
questa folgore assaliva la spelonca de’ caprifogli, de’ nudi spini,
bruciava tutta la rupe di Massabielle, era un fiocco luminoso, un alone
biondo, la fiamma terrestre del Divino amore, la presenza di Dio...

Lontano brillava le Pic du Midi.


Tornarono le due fanciulle, con i grembiuli ricolmi di fuscelli secchi e
sterpi di buona scintilla. Mentre ancor stavano su l’altra sponda e
s’appressavano al guado, videro Bernadette inginocchiata, con i due
polsi in croce su lo scialle di lana fulva, e le gridarono:—
«Bernadette, che fai? Lévati! lévati! ora veniamo.»

Posero il piede ignudo sul primo sasso del guado.

Ma la Santa di Bartrès non si muoveva.

E passarono su l’acqua, tra le frange di spuma, nel pericolo della
bianca velocità, con i grembiuli riversi e gonfi, attente ove mettere il
piede.

Ora vennero, e le posero la mano su la spalla, e toccarono i suoi
capelli pieni di vento, e dissero:—«Lévati! lévati, Bernadette!»

Allora, dal suo povero scialle di lana fulva, Bernadette sollevò, come
da un sogno estatico, gli occhi pervasi di un divino sgomento. E le
parlavano, ed ella non rispondeva; e le dicevano di levarsi, ed ella
stava prosternata.

Poi gridò:—«Inginocchiatevi! pregate con me! Ho veduta la Vergine Maria!
Mi apparve da quegli spini, camminando sopra una nuvola bianca. Di là
dal fiume, davanti alla rupe di Massabielle, come vedete voi me, così
vidi l’Immacolata Concezione.»

E quelle, dopo aver pregato, s’incamminarono. E tremando parlavano del
miracolo. E giunsero alle case del borgo. Ed ai primi che incontrarono,
dissero che davanti alla rupe di Massabielle, mentre stava Bernadette
presso il guado, si era formata una grande nuvola bianca ed erale
apparsa, in sembianza di umanità, la Vergine Maria...

Lontano brillava le Pic du Midi.


La perduta in Cristo fu derisa ed imprecata, come quelle che dànno per
vere cose vedute nel delirio.

Ma dal borgo il rumore saliva.

Sotto i portici bui, ne’ casolari dispersi, ognuno parlava della Vergine
di Massabielle, comparsa davanti la caverna degli spini alla segnata nel
divino amore, che fu pascolatrice di agnelli nelle praterie di Bartrès,
alla pallida figlia del mugnaio Soubirous, a quella che sui duri
ciottoli della contrada camminava con un passo di gatta, lungo il muro,
trasognata, senza guardare alcuno.

Il rumore ogni giorno saliva.

Quel mugnaio, adirato, parlava di scacciare la figlia. Anzi disse
ch’ella aveva nel corpo il dimonio del fuoco degli uomini, e perciò
vedeva con doppi occhi, ed era meglio la buttasse per la campagna, con
la sua treccia spettinata ed i suoi occhi da trovar fortuna.

Ma dal borgo il rumore saliva.

E tutti volevano che Bernadette ancora tornasse alla rupe di
Massabielle, davanti la caverna degli spini, poichè, se apparsa era una
volta, certo poteva la Vergine riapparire. E tutti al mugnaio dicevano
che non bestemmiasse quelle sante cose, poichè, se la figlia del suo
sangue poteva essere il tramite fra loro e Dio, questo era il miracolo
più grande nella terra dei cristiani, e già tutta la valle ne parlava, e
già da ogni parte si scendeva dinanzi alla rupe di Massabielle, e
nessuno più ardiva di passar per il guado alla caverna degli spini, e
già un altro pastore, di là camminando, aveva udita una voce arcana
ripetere il nome di Bernadette, come il nome di colei ch’era in grazia
del Signore.

Dunque la condussero al guado, e Bernadette rivide l’Apparizione.

Anzi, quando ne tornò, il borgo era fermo sul limitare dei campi, e
tutti le chiedevan mille cose, toccando la sua veste lacera, i suoi
capelli pieni di vento.

Ma ella camminava come un’allucinata, senza guardare alcuno, alta e
pallida, con gli occhi visibilmente rapiti nella celeste immagine,
sicchè alcune donne si buttaron a ginocchi e baciaron l’orme de’ suoi
piedi, e il borgo si mosse dietro lei per seguirla, e tutti riconobbero
i segni dell’elezione.

Ma ella entrò nella Chiesa, camminò verso l’altare, si pose a ginocchi
sul marmo, e stette fino all’alba senza levare la fronte.

L’abate Peyramale, il nuovo parroco di Lourdes, fra così grande rumor di
popolo, non osava mettere il suo verbo a servizio dei fanatici ed ancor
meno bollare di empietà gli scherni dei diffidenti. Pur sapendo che la
visione di Bernadette avrebbe data potenza e gloria all’umile sua
chiesa, nondimeno egli era in gravi angustie fra la saggezza de’ vescovi
e la follìa del suo gregge. Andò per consiglio all’alto episcopato, e
venne di ritorno ad annunziare dal pergamo che l’apparizione delle
divine sembianze in ogni tempo e luogo è mirabil segno dell’elezione
celeste; non però tale da nominarsi miracolo, «ove non sia congiunta con
parole atti e fatti che abbiano per sè stessi la specie del miracoloso.»

Ma ora ogni giorno Bernadette andava presso il guado, alla caverna degli
spini, e rimaneva lunghe ore in solitudine di preghiera, tra il grande
canto delle acque primaverili e la musica del vento nell’alta erba dei
selvaggi pascoli d’alta montagna.

Comunicata in questa purezza, ella sentiva il prodigio compiersi e
rivedeva l’apparizione della Madre di Dio.

Ed una volta che apparì, questa le disse:—«Bernadette, il Signore ti
ama; tu sei chiamata per guarire le piaghe degli infermi, le miserie
degli addolorati. Va, Bernadette, e di’ ai Vescovi che di questa umile
pietra sarà costrutta una grande basilica.»

Già era venuto l’arioso tempo della primavera; per il guado scintillava
in bianchezza di spume la neve degli azzurri Pirenei: l’odor nuovo della
messe nascente si alzava da tutta la montagna, cosparsa di bianche
fioriture.

Ora il caprifoglio selvatico e gli spini della caverna di Massabielle,
pur sotto l’ombra della rupe sentivano il nascere delle foglie;
incendiato nell’alta lontananza, puro come l’eterna aridità, culmine di
tutte le altezze, brillava le Pic du Midi.

Ed un giorno il miracolo si fece.

Or che il Vescovo, e tutto il clero, e tutto il popolo sapevan del
messaggio divino, che per il labbro della pascolatrice di Bartrès
prediceva la costruzione della Basilica, un numero immenso di fedeli era
sempre davanti la grotta, e le visioni de’ credenti si moltiplicavano e
la speranza del miracolo era in tutte le anime. Quando appariva di
lontano la vergine Bernadette, co’ suoi capelli pieni di vento ed il suo
povero scialle di lana fulva, un immenso grido si alzava da quelle turbe
inginocchiate; la Santa passava tra loro, alta, pallida, senza guardare
alcuno.

Un giorno camminò fino al limitare della grotta, poi si volse e
disse:—«Ora vedrete l’acqua del miracolo.»

Entrò nella grotta, senza ferirsi traverso gli spini. E i più vicini
videro la sua mano bianca toccare la rupe arida, ov’era una fontana
suggellata.

D’improvviso un rivolo brillò. Dagli interstizi della roccia si vide
scaturire il filo argenteo, la polla gorgogliante, il nastro tortuoso,
che scivolò per il pendio della caverna e si mise a gemere sotto il
cespuglio de’ caprifogli e degli spini.

La vergine riapparve sul limitare della caverna, con la pallida mano
intinta nell’acqua miracolosa.

E le migliaia di fedeli, ch’erano adunati lungo il fiume per attendere
il segno di Dio, veduto il miracolo, si buttarono a terra carponi, ed
urlarono, e benedissero la Santa, ed asciugaron con la bocca tremante il
rivolo d’acqua della rupe di Massabielle; poi si vide un popolo intero
correre per la pianura, per il monte, gridando il miracolo della Vergine
di Bartrès.

E dicevano:—«La Santa! la Santa!... Nel casolare del mugnaio Soubirous
vive la Santa che può risanarci da ogni dolore. Con le sue dita pure ha
fatto scaturire dalla rupe di Massabielle la Fontana Incantata. Correte
a vedere il prodigio, uomini e donne di tutte le vallate! Quella che
ogni giorno parla con la Vergine dal Manto Azzurro, può, se vuole,
risanarci da ogni dolore. Portate alla Fontana i vostri infermi.
Conducete i mútoli e parleranno; i ciechi e vedranno. Intingete
nell’Acqua Incantata le piaghe antiche, le membra contorte, la carne
livida, gli ossi disgiunti; commettete alla Santa di pregare per voi,
uomini e donne di tutte le vallate.»

Ma ella non era che una pascolatrice d’agnelli, nutrita con poco pane e
qualche ciótola di latte nel tugurio del mugnaio Soubirous; la sera
tornava dal rumore delle moltitudini, con la sua treccia piena di vento,
alta e pallida, senza guardare alcuno.

                                  ————

«Sì, Madlen, le leggende sono belle come la storia o, per lo meno, la
storia non è altro che una continua leggenda. Ed io vi consiglio,
Madlen, di non avere inutili curiosità; vi consiglio di non indagare mai
cosa è vero e cosa non è vero nei documenti memorabili che di età in età
si tramandano gli uomini. Se non ci fosse qualche poeta in mezzo a
questa eterna gazzarra di giocolieri e di mercanti che per nove decimi
compongono la fiera umana, se non nascesse in ogni età qualche divino
illusionista, il quale riesce a colorire di sogno la volgare giunterìa
dell’esistenza, oh, cosa mai sarebbe, Madlen, questa buia terra nostra,
piena di templi ove si vende Cristo e di postriboli ove si vende
l’amore?

Sì, Madlen, lasciate cantare le leggende!... Sono ancora ciò che di più
bello noi udremo, in mezzo alle indecenti verità della vita, in mezzo ai
cenci ed agli orpelli degli istrioni che recitano la giornaliera
commedia umana. Lasciate cantare le leggende, sorgere dai pascoli e
dalle catapecchie gli inventori di paradisi!... Questo è ciò che
importa. Madlen:—ascoltare una bella favola e credere, come assorti
fanciulli, nella divina impossibilità.

Lasciamo ai geometri l’esattezza; per noi basti un poco d’ideale. Vadano
gli archeologi ed i conservatori di musei a disturbare le mummie o
compulsare i palinsesti:—noi continueremo a credere nei miti. La critica
storica non potrà che farci sorridere, come un triste giocattolo di
vecchi bambini. La «Weltanschauung» de’ filosofi tedeschi e le
inestirpabili «Categorie» di quel loico atroce che fu il signor Emanuele
Kant, noi le terremo nella tasca del soprabito, come un goffo e
pretenzioso Baedecker ad uso dei provinciali moderni che amano viaggiare
nell’infinito. Ma su la dolce nostra terra fiorita, noi sempre andremo
in cerca di provare qualche brivido,—e questo è ciò che importa.

Perchè noi veniamo dalle città piene di baccanali, dai teatri furiosi di
luce, dai transatlantici che portano con sè campi da golf e sale da
ballo; veniamo dalle inesorabili esperienze di quella vita senza catene
che non può tutta contenersi nel puzzo di rinchiuso d’un’aula
universitaria nè sul panno macchiato d’inchiostro d’una tarlata
scrivania; noi siamo i profani di tutte le cose, ma insieme i perfetti
nel vivere, cui nessuno può nulla insegnare; noi veramente sappiamo
conoscere quali fiori mandano profumo nei giardini della vita, e di
questi, non d’altri, per noi tesseremo la nostra conviviale ghirlanda.

Voi che vestirono le divine abbigliatrici di Francia, con tutto il sogno
che può comporre la trama del più sottile telaio, con tutta la lievità
che può essere nella morbidezza della pelliccia e dalla piuma, voi che
tempestarono di prodigiose fiamme i pazzi gioiellieri, e sovra ogni cosa
che toccò la vostra mano lasciaste un poco di profumo, voi ora entrerete
con me nella valle de’ cancerosi e degli sciancati, vedrete l’immenso
dolore della carne umana, offenderete i vostri occhi pieni di lucente
impurità con lo spettacolo di tutte le contaminazioni.

E gli anelli vostri, che brillarono sui tavolieri ambigui delle tavole
da giuoco, tremeranno per un attimo dentro la polla dell’Acqua
Incantata, e curverete sotto i portici di questa vecchia buia Lourdes la
fronte vostra di cortigiana che non si diede, la bocca vostra di vergine
che amò patire ogni offesa, e forse conoscerete ancora una ebbrezza
ultima:—quella di sentirvi crudelmente gaudiosa in mezzo a questa pena
infinita.

E forse voi comprenderete, Madlen—ed io pure sentirò con voi—che due
sono le maniere di vivere; due strade conducono ugualmente verso la
tomba: il piacere, da un lato; dall’altro la genuflessione.

Or io vi conduco ad intendere la ricchezza di chi non possiede, la gioia
di chi solo può essere incatenato al patimento, la voluttà meravigliosa
dell’astinenza, il sogno dei traditi.

Voi mi diceste una sera,—la sera che io vi conobbi, tra il rumor
dell’oro e le musiche dei pazzi violini:—«Ma voi che avete scritto
qualche libro, forse qualche libro d’amore, perchè venite così lontano,
in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle case da giuoco
il vostro cuore che ama l’Atlantico?...»

Ecco, ed ora vi rispondo:

«Io vado, traverso il piacere, Madlen, in cerca della genuflessione.»

                                  ————

—¡Hombre! Usted no conoce mas los amigos!...

Ero fermo con Madlen davanti alla vetrina d’un mercante di paternostri,
sul Boulevard de la Grotte, quando mi sentii battere con vivacità un
colpo su la spalla ed intesi una voce nota prorompere in quell’allegra
esclamazione: «¡Hombre! Usted no conoce mas los amigos!...»

Rivolsi gli occhi dalla vetrina, e mi trovai di fronte il giovine
hidalgo Lord Pepe. Appunto egli era venuto su la soglia di quel medesimo
negozio e teneva infilato sul braccio un gran mazzo di scapolari.

La mia confusione fu così grande, che guardai Madlen, e per un attimo
non seppi cosa rispondere. Ma il delizioso Lord Pepe, tutto vestito quel
giorno di uno smorto colore kaki, non concesse gran tempo alla mia
confusione.

—¡Deo gratias, caballero! Usted parece en excelente sanidad! Yo llego
expresamente de Biarritz para encontrarme con Ustedes!

«Con noi?... veniva egli appositamente da Biarritz per incontrarsi con
noi?...» Gli strinsi forte la mano, sebbene cadessi di sorpresa in
sorpresa.

Ma Lord Pepe, sempre col suo mazzo di paternostri sul braccio, scese dal
gradino del negozio, fece un profondo inchino, e sollevata per l’ápice
delle dita la mano destra di Madlen vi depose con impeccabilità il più
perfetto bacio che si fosse mai veduto nella cavalleria di tutta la
Spagna.

Madlen, ch’era tuttavia rimasta più ferma ed impassibile delle Madonne
di cera esposte nella vetrina, gli domandò con molta calma:

—Well? Are you already back, dear Lord Pepe?

E nulla potrebbe mai esprimere la sottile ironia di quella voce
tranquilla, con cui gli aveva detto senza turbarsi: «Dunque, siete già
di ritorno, caro Lord Pepe?»

—Ma certo! ma certo!...—rispose questi con precipitazione. E poichè la
fibbia d’una delle sue ghette si permetteva di lasciar saltare in su il
lacciuolo che la stringeva, Lord Pepe si chinò leggermente e rimise in
ordine quella fibbia che osava prendersi tanta libertà. Poi disse:

—Cari amici...—anzi aggiunse:—miei cari ed eccellenti amici,—come
vedete, sto scegliendo un paio di corone del Rosario. Però mi secca
moltissimo di non trovarne almeno due che non sembrino incise dentro
gusci di castagne secche. Il gusto francese, in materia di religione, è
peggiore del gusto americano in fatto di cappelli a cilindro. Ma questo
non è l’essenziale. Tanto più che i rosari di Lourdes saranno certo il
monopolio di qualche industria ebraica «Made in Germany». La cosa per me
importante è una sola, ed è questa: che finalmente vi ho ritrovati.
Pativo la nostalgia di voi. Sì, perdonatemi, cari amici... veramente
pativo la nostalgia di voi!

E Lord Pepe, così parlando, esaminava i rosari ad uno ad uno. Li
palleggiava tra le sue dita scure, tastandoli e pesandoli, con quel
gesto particolare che hanno gli esperti sceglitori di sigari Avana.

Ed egli era più bello che mai, accurato, ben pettinato, fresco di
rasatura, senza cappello in testa, come usar deve nel ventesimo secolo
un elegante giovine signore, il quale abbia due dita di saper vivere,
due granelli di buon senso e di fina educazione.

—L’interno del negozio è tanto scuro,—continuò Lord Pepe,—che non vi si
può conoscere la madreperla dalla noce di cocco. Vorreste aiutarmi nella
scelta, lady Madlen?...

E disse «lady Madlen» con quel tono protocollare e declamatorio che
userebbe, ne’ suoi complimenti ufficiali, a Buckingham Palace, il Gran
Maestro cerimoniere.

Lady Madlen scelse nel mazzo un degli scapolari più grossolani, e disse
ridendo:

—Questo va per voi.

—Grazie,—rispose Lord Pepe;—voi siete sempre stata una donna piena di
buon gusto. Però me ne occorron due.

—Due?

—Perchè no? Vi sembra forse che la spesa ecceda il buon senso? Dovete
sapere, lady Madlen, che i miei peccati sono molti, e maggiori sono
quelli della mia nuova compagna.

—Dunque avete una compagna?... Che fortuna per lei, caro Lord Pepe!

—Non ne dubito.

—E sarà probabilmente quella famosa attrice del Vaudeville...

—Neanche per sogno, lady Madlen. Purtroppo, quando io giunsi a Biarritz,
l’attrice del Vaudeville stava già recitando la commedia dell’Europa
Innamorata con un certo Commodoro Americano, il quale aveva la pretesa
di entrare nelle sale del baccarà conducendovi seco il suo giovine
leopardo. Era questo un mezzo radicale per difendersi dai banchieri
troppo fortunati. Ma l’Amministrazione del Casino, pedante all’eccesso,
lo ha pregato di lasciare il leopardo in guardaroba. «Déposez vos
léopards au vestiaire!»—dovrebbe avvertire un cartello affisso
nell’anticamera.

—Oh, mio caro Lord Pepe, come diventano insopportabili quei signori di
Biarritz!

—È quello ch’io dicevo appunto al Commodoro Americano. Pagare una
«cagnotte» disastrosa e non poter nemmeno condur seco il proprio
leopardo: ecco una restrizione che deve sembrare davvero insopportabile
ad un cittadino della libera America!

—Ma dunque, se non è l’attrice del Vaudeville, diteci chi è mai la
vostra nuova compagna,—domandammo a Lord Pepe.

—¡Un misterio, caballero! el mas grande misterio!

E, mentre così diceva, Lord Pepe ci sospinse ad entrare nella bottega
del mercante di paternostri. Quale non fu la nostra sorpresa, allorchè,
rincantucciata nel fondo, nascosta dietro la siepe de’ numerosi
avventori, appunto riconoscemmo la bionda Litzine.

Ecco finalmente un matrimonio che poteva dirsi ben combinato!

Le facemmo un’accoglienza festosa e Madlen cominciò ad abbracciarla con
effusione. Quel nostro parlar così forte, que’ baci, e l’incompostezza
delle nostre maniere, disturbavano la pace del religioso negozio; il suo
proprietario ci squadrava di sopra gli occhiali a stanghetta,
brontolando non so quali parole, tra la barba irsuta e malvagia come
quella d’un Fariseo.

Io pensavo intensamente al neo biondo ch’era sul braccio destro di
Litzine... Fra quelle medagliette, quelle Madonnine di cera, di stucco,
di legno, di bronzo, fra que’ rosari variopinti, d’ogni foggia e d’ogni
dimensione, fra i ceri grandi e piccini, che davano a quel rinchiuso un
puzzo di sego religioso, tra quelle devote in velo nero, tra que’ vecchi
baciapile dai borsellini enormi e semivuoti, io pensavo intensamente al
neo biondo ch’era sul braccio destro di Litzine.

E mi ricordavo l’alba senza stelle, davanti al lampione ad arco del
Teatro Eugenia Vittoria, che faceva dondolare, con un lento ronzìo di
corde elettriche, il suo globo spento.

Frattanto Lord Pepe, in un pessimo francese, tutto cosparso di vocaboli
spagnoli, discuteva da uomo competente sul prezzo de’ rosari. Aveva
deciso di comperarne almeno quattro; e li scelse con infinita cura, e li
fece ravvolgere in carta velina, trattandoli, adesso ch’eran suoi, con
particolare devozione.

Chissà?... Fors’egli li destinava ad essere una pia testimonianza della
sua devozione presso la zia paralitica e milionaria che governava il
feudo di Zaraùz, inchiodata nella vecchia poltrona, con un rosario per
braccio, la Bibbia sott’occhi, e il testamento olografo sigillato nel
libro dell’amministrazione.

Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un
baronetto inglese, per finire con sposarsi Adelaida, la cugina
provinciale, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande
di cotone! Aver dormito a fianco di Madlen ed immersa la bocca ne’
biondi riccioli di Litzine, per slacciare poi, la sera delle nozze, in
una camera fredda, presso un fuoco semispento, le dure balene di un
busto quasi verticale... Avere quaranta soprabiti, trecento cravatte
così bene assortite, saper ballare il tango argentino con le ragazze
della Pampa, nella sala del Rat Mort, per seppellire sè stesso all’ombra
d’una buia moglie romantica, sul labbro della quale, col volgere
dell’età, comincerebbero a spuntare i baffi!... Che malinconia, povero
Lord Pepe, que’ profumati giardini di Zaraùz!...

Nondimeno, questo figlio d’un banchiere della City, dal quale i Circoli
di Regent Street e le sartorie di Piccadilly, gli alberghi del
continente ed i balli di Montmartre, le case da giuoco internazionali ed
i boudoirs delle cortigiane di Francia andavano man mano cancellando
ogni traccia della dura provincia, questo meticoloso buongustaio ed
intrepido guidatore di macchine da lunga strada, aveva indelebilmente in
sè qualcosa di quella sua razza cattolica ed avara, superba e
superstiziosa, che stava ormai tramontando nella poltrona di doña
Isabel.

Questo era ben visibile, quand’egli palleggiava come un esperto
intenditore i piccoli rosari di Lourdes, o comperava le cartoline
illustrate della Grotta Miracolosa, e quando, involontariamente, nelle
botteghe di oggetti religiosi, per le vie della sacra Lourdes, non
poteva trattenersi dal riverire gli alti prelati ed inchinarsi alle
insegne del potere ecclesiastico. L’amabile ironia con la quale parlava
di cose della religione, anzichè nascondere, illuminava in lui, ne’ suoi
occhi di schernitore, l’anima del credente.

Ed un giorno egli sarebbe divenuto senz’alcuna fatica l’onesto marito
della buia cugina Adelaida, il duro padrone del feudo di Zaraùz, quegli
che avrebbe raccolto dalle mani tremolanti e gialle della zia
cattolicissima l’eredità secolare degli Higuera. E il confessore della
sepolta doña Isabel, un macilento Gesuita impenetrábile, sarebbe
divenuto il braccio destro del giovine vizcomde don Josè; con questo
freddo monaco, nella scura biblioteca, d’inverno, sotto il fumo d’una
lampada a petrolio, avrebbe riveduti i contratti d’affittanza, i redditi
già esosi, quelli da imporre con nuova usura, poi gli sfratti ch’era
opportuno dare agli antichi inquilini delle case di Madrid, e gli
impieghi da scegliere in titoli esteri, secondo il fluttuare della
malcerta peseta...

E la buia cugina Adelaida, or divenuta con severa magnificenza la
viscontessa Fernandez de Higuera, lo avrebbe lentamente attratto nella
viscosità della sua carne romantica e provinciale, lo avrebbe avvezzo a
preferire, fra tutte le ciprie, quella che odora di natural gelsomino,
fra tutte le pettinature quella che manca di ferro e di complicazione,
fra tutte le gioie dell’amore quelle che approdano alla eterna e sacra
maternità...

Dunque sbizzarrítevi ancora un poco, giovine Lord Pepe! Ha ragione
vostro padre, banchiere a Londra: per far bene tutto ciò che da voi si
richiede, bisogna prima aver dormito nelle braccia folli di questa
bionda Litzine!...

Ed ora noi camminavamo per le vie di Lourdes, frammezzo a quella densa
folla che sempre vi conduce il tempo dei pellegrinaggi. Litzine
raccontava in qual modo Lord Pepe aveva saputo del nostro viaggio a
Lourdes, e come in séguito avevano entrambi deciso di venirci a
ritrovare nel mistico eremitaggio.

—La mia gita oltre Manica,—diceva Lord Pepe,—non durò che pochissimi
giorni. Trovai mio padre d’eccellente umore. Le azioni d’una certa
ferrovia paraguayana, carta straccia ne’ forzieri della Banca, si eran
messe d’un tratto a rendere il cento per cento. Che allegro paese questo
Paraguay, il quale sembra inventato apposta per concedere un po’ di buon
umore ai tetri banchieri della City! Quando confidai a mio padre che,
rimasto privo di ogni altro espediente, mi ero deciso ad imbarcarmi per
il Paraguay come rappresentante del suo gruppo d’azionisti, mio padre
disse:—«Tu es experto de chemin de fer, no de ferrocarriles, hijo
mio,»—e con la sua penna stilografica mi firmò seduta stante uno chèque.
Io non guardai nemmeno la cifra, e gli risposi:—«Siempre respetuoso de
los vuestros órdenes, señor padre.» Tornato súbito a Biarritz, trovai
Litzine, che regolarmente faceva colazione con Crisópulo il Greco,
pranzava con Ned l’Americano e prendeva il tè con il marchese Sciogátsu,
ovverossia il Marchese Capo d’Anno, plenipotenziario del Mikado. Le
dissi:—«Poichè vi rimane libera solamente l’ora di cena, vi prego,
bellissima Litzine, di accordarla finalmente ad un Europeo.»

—Mais les Grecs sont aussi des Européens,—osservò Litzine con profonda
persuasione.

Lord Pepe non era di questo parere. Un tentativo di studî classici,
interrotti a metà onde permettergli di coltivare forme d’erudizioni più
moderne, gli aveva lasciata un’invincibile animosità contro il paese di
Sofocle e di Platone. Per punire questi molteplici ed antichissimi
seccatori, egli addirittura li radiava dalla carta d’Europa.

—Del resto,—concluse,—i giocatori di vantaggio, che son nati molto
spesso a mille miglia dalle Termopili, on les appelle aussi «des Grecs».

Passò in quel momento un Arciprete, seguito da due chierici, e Lord Pepe
gli fece largo. Invece, con la sua larga sottana, l’Arciprete sfiorò
quella di Litzine, ch’era d’un taglio molto più elegante.

—Dunque,—riprese a dire Lord Pepe,—Litzine mi concesse dapprima una
cena;—molto cattiva, per dire la verità, poichè il rimbambito maître
d’hôtel del Pavillon Henry IV sbagliò di sana pianta tutta la mia
ordinazione. Quel povero Cyprien! Si gloria d’aver servite le cene
galanti di Edoardo VII, quand’era Principe di Galles, e non sa nemmeno
che il «caviar gris» dev’essere servito nelle sue originarie scatole di
latta, conficcate in una montagna di ghiaccio trito, e con fettine di
pane anch’esso grigio, appena rosolate—burro a parte—ed un bicchiere di
Vodka, marca Smirnoff, che ne perfeziona il sapore; mentre il caviale
nero si può benissimo servire su piattini da antipasto, perch’esso è
ormai divenuto una ghiottoneria da Bouillon Duval. Ci ha poi fatto
gustare, quel povero Cyprien, un suo certo «Soufflé à la Reine», del
quale mi ricorderò sino alla fine de’ miei giorni, tante furono le
incongruenze della sua composizione. Ma nessuno può tutto avere su la
terra; mangiare deliziosamente, quando si è già con una deliziosa donna,
sarebbe come voler andare nel paradiso de’ Cristiani passando per quello
di Maometto. Non vi pare?

Madlen gli rispose:

—Vous avez une âme gastronomique, cher Pepe, et votre appétit a
tellement de style, qu’on devine par là toute la finesse de votre
esprit.

—Oui, c’est ça. Quant à vous, lady Madlen, c’est bien le contraire: vous
avez toujours très faim, mais «les entrées» vous effrayent...

—Oh, what a horrible men!...—esclamò, arrossendo, questa bellissima
«lady Madlen», che un vero pedante avrebbe dovuto chiamare «Miss».

E Lord Pepe continuava, imperturbábile:

—Il giorno dopo Litzine invitò nella mia automobile Ned l’Americano,
Crisópulo il Greco, ed il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese
Capo d’Anno. La mia ottima cinquanta-cavalli, divenuta per tal modo una
piccola Babele, ci condusse tutti quanti a San Sebastiano, con la
duplice speranza di trovare ancor voi al Maria Cristina e di poter
finalmente giocare alla «roulette». Speranze ugualmente vane! L’amore vi
aveva già involati verso il dolce Paseo del Arenal, mentre il signor
Maura, quando sale al potere, fa chiudere, non dico tutte le roulettes
di Spagna, ma per lo meno quelle che usa invece tollerare il Conte di
Romanones. E viceversa. I Governi del giorno d’oggi si dividono in
Ministeri di roulette, Ministeri di baccarà, e Ministeri di roulette con
baccarà. L’uomo di stato che davvero tentasse di sopprimere ambedue
queste forme di governo, sarebbe rovesciato in un batter d’occhi e non
tornerebbe mai più al potere. Di voi dunque nessuna traccia, come de’
milioni di Thérèse Humbert. Senonchè, nel passeggiare davanti al
peristilio dell’albergo dopo la colazione, intravvidi, o così mi parve,
un antico ed intimo conoscente. Chi per primo lo scoverse fu appunto il
marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d’Anno, che anzi volle
trattenersi a scambiare con lui qualche parola nell’idioma di Confucio.
Poichè appunto si trattava del vostro Pechinese, lady Madlen, il quale
mi fece una pessima accoglienza. Non si degnò nemmeno di muovere la
coda, e seguitò imperturbabile a beneficare di fresche rugiade le aiuole
polverose. Poco dopo vidi anche la vostra miss-cameriera, dalla quale
seppi ch’eravate a Bilbao, mentr’ella doveva partire quel giorno stesso
per le Bagnères de Bigorre, con i vostri bagagli, poichè avevate
deciso—nientemeno! che di fare a Lourdes un sacro pellegrinaggio.

E Lord Pepe soggiunse:

—Madlen e voi a Lourdes? La cosa parve a Litzine tanto fuori dal comune,
tanto nuova e straordinaria, che, tornati a Biarritz, ella mi propose di
venirvi a rintracciare. Anche mi parlò, in termini molto confusi, d’una
cena fatta con voi e con altri nella camera di Madlen, dopo la qual cena
vi sareste messi tutti e tre sul balcone a veder nascere l’alba tra le
nebbie del fiume Urumea. Dev’essere stata un’alba molto interessante,
perchè Litzine, dopo quel giorno così pieno di nuvole, non fa che
parlare di Madlen e di voi.

E disse ciò senza ombra di malizia; ma le due donne accelerarono il
passo. E Lord Pepe riprese:

—Quando poi giungemmo ieri alle Bagnères de Bigorre, la vostra cameriera
ci disse che di voi ancor nulla sapeva. Le Bagnères de Bigorre non sono
divertenti, e già Litzine esprimeva il dubbio che i Bassi Pirenei
fossero il Dipartimento più noioso della Repubblica. Per toglierle
questa falsa opinione, la condussi a fare un giro in automobile. Strada
facendo risolvemmo di fermarci a Lourdes, e il caso volle ch’io vi
riconoscessi, mentr’eravate fermi davanti alla vetrina del mercante di
paternostri. Ora concluse Lord Pepe,—anche Litzine finirà con ammettere
che la bellezza di un Dipartimento non dipende quasi mai dalla sua carta
geografica.

                                  ————

E il pallido Galileo era entrato nel Tempio della dissoluta Gerusalemme,
ed aveva gridato:—Fuori i mercanti! Fuori i simoníaci! Siano distrutti i
banchi dei venditori di Dio!

E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso
rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le
borse degli attoniti Farisei.

Nel cerchio delle infinite sue mura Gerusalemme la pazza, Gerusalemme
l’ingorda, Gerusalemme la dipinta come una cortigiana, chiudeva tra i
suoi palazzi di cedro e di marmo il secolo di tutti i piaceri, la foia
di tutte le colpe, la dorata e venale decadenza della sua voluttuosa
civiltà.

E lungo le sue mura, il Battista, l’Iscariota e gli altri suoi fedeli
discepoli andavano ripetendo:—È venuto il Battezzatore che sciacquerà le
colpe d’Israele; è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore
dalla mano trasparente, l’Annunziato nelle visioni dei profeti, Quegli
che parla co’ doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore
nostro, l’Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio.

«Levátevi su dai tugurî e portate a Lui tutto quanto è dolore. Sul
labbro del Nazareno è avverata la predizione di Elia. Quelli che tutti
frustano, Egli chiama suoi fratelli prediletti; chi manca di un denaro,
Egli dice possieda la sublime ricchezza; chi non ode, in Lui ode; chi
più è stremato, Egli fortifica; dalla sua mano è medicata la piaga
insanabile; i ciechi hanno per Lui veggenza; i muti per Lui
dissuggellano la voce spenta, dov’è lacrima Egli fa nascere allegrezza;
la donna sterile per Lui concepisce; anche i morti, anche i morti, per
Lui, se dice:—«Lévati!—risorgono.»

E Gerusalemme la turpe, Gerusalemme l’ignava, Gerusalemme la carica
d’oro mal guadagnato, Gerusalemme offertasi mancipia de’ centurioni
prepotenti, applauditrice di retori, innamorata dei mimi e degli efebi
imbellettati, co’ suoi magazzini che straripavano di mercanzie
asiatiche, le sue mense che ingaudiavano di vini attici e del Metaponto,
le sue cortigiane maestre di lussurie crudeli, le sue case piene
d’adulterio, le sue caserme piene di viltà, la sua gente tutta venduta
all’amore dell’ozio e del lucro, Gerusalemme sapiente, paurosa, lasciva,
da un capo all’altro piena di splendori e di miseria, da un capo
all’altro rumorosa di urli e di canzoni, Gerusalemme che possedeva
l’Arca Intangibile, ascoltò con una specie di millenaria paura la voce
del pallido Viandante, ch’era venuto al suo tempio di marmo dal
selvatico paese di Galil, ed ora entrava nei cortili de’ mercanti, e
rovesciava le tavole del mercimonio davanti agli occhi degli attoniti
Farisei.


                         . . . . . . . . . . .



Erano passati duemill’anni, e tutto ciò rinasceva; e questo era di nuovo
un sobborgo dell’antica, empia Gerusalemme; una turba immensa di
flagellati camminava per le sue strade anguste; una superba dinastia
sacerdotale raccoglieva óboli opimi; l’Arca Intangibile faceva scorrere
una Fontana Miracolosa; e là fuori, a centinaia di leghe, impazziva la
Capitale scintillante, brillava il secolo di tutte le perdizioni:
Babilonia e Tebe, Roma e Bisanzio; l’eterna caducità degli uomini e la
più eterna speranza in Dio.

Nelle botteghe dei rigattieri di religione, ora come allora, si vendeva
Cristo. Dagli ospedali rigurgitanti, dalle chiese gremite, dalle
sentine, dalle cloache, dai penitenziari della umana carne, ora come
allora, la speranza dei miserabili affluiva con tutte le sue piaghe
verso il mito intramontabile, cercava di medicare in un rivolo d’acqua
le maledizioni della vita.

Questa vergine che s’era inginocchiata presso il deserto guado,
raccogliendo nello scialle di lana fulva i suoi capelli pieni di vento,
era forse un’ultima sorella del pallido Galileo: da entrambi eran nate
basiliche, sogni e preghiere, persecuzioni e miracoli, scherni e
paradisi.

Vergine di Bartrès, tu hai veduta la Madonna del Rosario; e così pure il
Divino Folle udiva la voce de’ Profeti nominarlo Figliuolo di Dio;
vedeva sul popolo d’Israele, sui popoli di tutte le frontiere, la sua
regalità coronata di spine; vedeva sè stesso vivere per sempre nella
immensa forza del dolore umano. Ed Egli parlò per uccidere ciò che nel
mondo è gioia terrestre, fuoco di amore che passa, urlo di voluttà che
si consuma.

Tu eri, Vergine di Bartrès, la sorella del più divino e del più dolce
uomo che mai abbia traversate le vie della terra; in entrambi voi era
l’innocenza dei grandi sollevatori d’uomini, quella forza di fedeltà nel
sogno che le razze attendono per secoli e per millenni; era la
semplicità universale di que’ pensieri che riescono a divenir eterni, la
bellezza del dolore che s’inginocchia e sente in sè discendere
l’invisibile Dio.

Lévati, Vergine di Bartrès!... Dal monastero dove ti hanno sepolta,
lévati ancora una volta, co’ tuoi capelli pieni di vento; vieni alle
rupe di Massabielle e guarda l’opera che hai compiuta.

Fuori dalla vallata selvaggia urlano le città satániche; il fragore
dell’oro maledetto piove sugli asfalti lampeggianti; la forza crudele
degli uomini curva metalli e pietre; il secolo è pieno di miscredenti;
si adora la nudità, si vende la gioia; si fornica senza pudore, si ruba
senza vergogna; i tálami son pieni d’adulterio; i preti mentono, i
tribunali mentono, i governatori mentono... Lévati, Vergine di Bartrès!

Non c’è nel mondo più luogo per il dolore; la sofferenza diviene ira,
diviene speranza di vendetta; quasi nessuno ha tempo di soffrire. Vivere
vogliono! urtarsi, calpestarsi vogliono! Le chiese brillano come teatri;
anch’esse divengono esibizioni di fasto e di potenza; non si prega nelle
chiese; nelle chiese prega soltanto chi ha tempo da perdere. L’umanità
sente il bisogno che venga innanzi un nuovo Dio. Forse il medesimo d’una
volta, ma che abbia sembianza e spirito d’un Dio del ventesimo secolo.
Gli uomini han troppo orgoglio; la potenza del loro ingegno, dei loro
eroismi e dei loro delitti, giustifica un tale orgoglio. Si aspetta la
nuova Incarnazione, che forse uscirà dal campo, dall’officina o dalla
catapecchia. Non senti, vergine di Bartrès, come urlano le città
infernali? Non vedi come tutte árdono d’incandescenti fornelli e di
bianca elettricità? Non odi come splendendo cantano i loro terribili
supplizi? Non vedi che una immensa marea di rivoltosi già viene da tutte
le strade, bestemmia da tutte le glebe, ha sete anch’ella dei rossi vini
che ubbriacano i pazzi conviti? È la infinita miseria che torna dal
fuoco e dalla vanga, dal dolore antico ed inestirpábile verso il
miraggio della eterna rinnovazione... Lévati, vergine di Bartrès!

Esce la plebe cristiana dalle nere catacombe. Dio cammina. La forza
delle moltitudini è immensa come la forza del mare. Hanno vessilli che
bruciano come fiamme. Sono i piccoli uomini di tutte le età, che
emigrano da un errore verso un altro errore. L’urlo è immenso. L’urto è
immenso. Finirà con creare nuove potenze, nuove miserie; forse, per la
speranza dei miserabili, un nuovo Dio.

Ma si troveranno ancora davanti a due strade: una che va incontro alla
gioia, l’altra verso il dolore. Son l’uniche due strade che siano
tracciate chiaramente nella polvere della vita: la via pagana,
dionisiaca, soleggiata, ilare, invereconda;—la via della rinunzia, del
pentimento, dell’attesa, del gelo, dell’estinzione.

Due strade, sempre due strade, che dividon gli uomini fra loro, e
nell’anima loro. Quella che dice: «Io debbo godere nel tormento;»—quella
che dice: «Io debbo umiliarmi nel piacere.»

Due strade, che cercano entrambe la bellezza ed il senso della vita,
senza forse intendere ch’entrambe conducono alla stessa finale
uguaglianza: il cimitero.

Due strade: l’ostensorio ed il bicchiere di Sciampagna; Petronio e San
Francesco; la Maddalena e Manon Lescaut...

Due strade.

In entrambe manca il senso definitivo.

                                  ————

Erano gli ultimi giorni dei grandi pellegrinaggi che invadono la sacra
città nel mezzo dell’estate. Una folla immensa, forse di quaranta o
cinquantamila pellegrini, occupava ogni luogo abitabile, si accalcava
negli alberghi, negli ospedali, negli ospizi, nelle baracche
provvisorie, ne’ corridoi de’ conventi, nei dormitori delle
Confraternite: spesso accampava, di notte, per le strade.

Venivano a cercare il miracolo da ogni lontananza della terra cristiana;
camminavano in lunghi reggimenti, con abiti scuri, con facce devote, a
passi lenti, seguendo le insegne dell’Ordine al quale appartenevano. I
malati erano stesi nelle barelle, seduti nelle portantine, che a forza
d’omeri sorreggevano i penitenti lettighieri; ogni gruppo li custodiva
con gelosia, come preziose reliquie, nel compatto nucleo del
pellegrinaggio. Queste fanatiche schiere di credenti avevan con sè
talvolta il loro Vescovo, talvolta un umile parroco; poi tutto uno
stuolo di preti minori, dame della Misericordia, medici, suore di
carità, ed ubbidivano a comandanti laici. Solo per mantenere l’ordine
tra queste folle promiscue, albergarle, nutrirle, disciplinare la forza
dei validi e mitigare le pene degli infermi, occorreva un reale genio di
condottiero, sebbene Lourdes fosse tutta preparata a ricevere questi
immensi pellegrinaggi.

Confraternite possenti, ricche a milioni, vere dinastie sacerdotali che
tenevano il potere della sacra città, onnipresenti ma invisibili,
attente ma silenziose, governavan tutto quel mare di cristianità, quelle
turbe di mistici emigranti, quelle fiumane d’oro e di miseria, stando
fuori da esse, dietro le muraglie dei freddi claustri, ov’erano
incastellate.

Dalla universale povertà, l’avarizia degli Ordini traeva rapine
incalcolábili; un pazzo furore di lucro assillava gli abitatori della
nuova Gerusalemme; tutte le strade riboccavano di negozi religiosi; i
dintorni della grande spianata, ch’è di fronte alla collina del
Calvario, davano l’impressione di una terribile fiera. Ciò che si
vendeva era la grazia e la misericordia di Cristo; ad ognuno che passava
di là dovevasi, per forza o per amore, togliere qualcosa dal borsellino.
Lungo tutta la strada si ergevano baracche di legno e di tela, banchi,
edicole, cantine, ristori, capannette, friggitoi, tutte le specie di
mense adatte a sfamare o dissetare la moltitudine, tutte le specie di
malizie adatte a far denaro mungendo la pietà dei credenti. E il rumor
dell’argento, il nome delle varie monete, il prezzo de’ mille oggetti
che si vendevan per onore della Madre di Dio, era ciò che più si udiva,
che unicamente si udiva, in quella immensa marea di cristiani scendenti
verso la Grotta del Miracolo. Nulla poteva scampare dal nugolo de’
venditori e delle venditrici ambulanti, che v’imprigionavan nel lor
numero, vi tiravan per l’abito, vi mettevano in braccio per forza la
loro mercanzia: ceri dipinti, medagliette, statuette, scapolari,
libercoli, fasci di fiori, ex-voti, sacre immagini, bottigliette ripiene
dell’acqua miracolosa di Lourdes... Mi pareva di ritrovarmi nei vicoli
tortuosi dei bazars coloniali, tra la folla degli Arabi, insolente e
variopinta, che vi copre di sorridenti ingiurie e di viscide carezze
quando passate in mezzo a loro con le tasche ripiene di buoni scellini,
e bisogna farsi largo alzando il bastone, se incominciano quelle
accanite zuffe, quelle eterne contrattazioni, che altrimenti non
finirebbero mai più. E socchiudendo gli occhi sopra una immensa fuga di
secoli, mi pareva d’essere, col mio presente spirito, nella vera,
nell’antica Gerusalemme, frammezzo alla turba dei mercanti che travolse
lo sdegno di Gesù, negli spaziosi cortili del Tempio indistruttibile, un
giorno di sagra, sotto l’imperio delle aquile di Roma splendente, quando
nella reggia di Erode stava prigioniero il Battista e il turpe amore del
Tetrarca perseguiva la figlia di Erodiade...

No: ero in una valle religiosa della pagana Repubblica di Francia, e
venivo dalle città infernali, ove splendono le vetrine del diavolo,
sorgono le case della vita perduta, e la musica dei pazzi violini esalta
la nuda voluttà, il folle sperpero, l’eterno piacere... Venivo dai roghi
ove arde la torbida fiamma dell’amor profano, ed ero io stesso pieno
d’infernalità, sazio d’ogni colpa, uso ad ubbriacare tutto me stesso nei
fumi e nelle musiche dei falsi paradisi.

Ed una di quelle donne diceva: «Comprate alla Vergine un cero», ed una
soggiungeva: «Portate alla Vergine un fiore»; altre vendevano statuette
per le quali si era salvi da tutte le epidemie, altre vi davano, con
mezzo franco d’acqua miracolosa, la certezza di ottenere una grazia
ineffabile, per voi stessi o per i vostri congiunti... E il mare della
moltitudine vi spingeva innanzi, vi sbatteva come un rottame, senza che
fosse possibile resistere ad essa; vi premeva in sè, dandovi
l’impresione, il terrore, d’essere divenuto uno de’ suoi,
irremediabilmente uno de’ suoi, una preda lieve della infinita sua
miseria, una povera cosa inerte nel potere immenso della cristianità.
Questa folla camminava recitando preghiere, vi opprimeva col lezzo de’
suoi corpi devoti e sudici, vi comunicava un poco della sua anima
disperatamente accesa di miracolo, e fra quel mare di umana gente che
tutta credeva in una sola follìa, voi stesso comprendevate che non era
niente affatto assurdo inginocchiarsi davanti ad un simulacro di legno,
credere che i morti possano risorgere, le piaghe insanabili sparire, i
ciechi riaprire gli occhi al sole perduto.

Erano vecchie donne, lente e curve, che non si comprendeva qual forza le
reggesse in piedi; uomini gagliardi e barbuti, che non si comprendeva
come potessero cincischiar rosari con tanta devozione; dame di carità,
giovini e belle, che lenivano con mani bianche i dolori della gente
povera; fanciulle di campagna, ristrette in quegli abiti lunghi, rigidi,
che taglia e ricuce con solidità la sartina di provincia; bifolchi
legnosi come vecchi tronchi d’alberi, adolescenti emaciati, con
quell’occhio spaurito e fisso della creatura giovine che sente sfuggirsi
la vita; gentiluomini cattolici, con la croce rossa cucita su l’abito
nero; povere donne con un bimbo in collo, e sciancati su le grucce, orbi
a mano d’un infermiere; qualche figlia scarna che reggeva il suo
genitore paralitico, qualche zitella asciutta che teneva per mano i
figli rachitici della tabe altrui; famiglie intere, comitive d’interi
villaggi, i sani e gli infermi, quelli che mandavano a frotte gli
ospedali monastici e le congregazioni di carità; poi, frammezzo a
robusti lettighieri, una fila di barelle coperte da lenzuoli o da
scialli; e grassi monaci con il parasole aperto, e signorine troppo
eleganti, che portavano il velo della penitenza per mettere in luce i
lor capelli ben pettinati; qualche devota marchesa paralitica, sotto un
ombrellino di raso nero, con grossi diamanti su le dita gibbose di
senilità, che faceva spingere la sua sedia a rotelle da un domestico in
livrea; cappuccini svelti e súbdoli, medici ch’erano lì come funzionari,
a tutela della salute pubblica; ed i Cavalieri di qualche Ordine
religioso, in guanti neri, con cravatte del vecchio regime, fedeli a
Cristo, alla politica del Vaticano, ai misteri delle congiure
monarchiche, destinate a finire nelle canzoni dei cabarets...

Ogni tanto passavano gonfaloni e stendardi, bandiere di Congregazioni,
emblemi dei vari gruppi d’un solo pellegrinaggio; e chi li portava era
l’alfiere d’un grande sogno, il condottiero d’invalidi ai perenni
tabernacoli della superstizione umana.

Scendevano verso l’immensa Esplanade, ov’era la Collina del Calvario,
ov’eran le tre Basiliche, la Grotta e la Fontana. Il sole infiammava le
alte finestre del Castello di Lourdes; i bianchi monasteri costellavano
le alture della sacra vallata; la città dei mercanti sciorinava i suoi
moderni edifici costrutti con gli óboli dei pellegrinaggi, ed il fiume
di Bernadette scorreva su le ghiaie bene arginate, non più come quando
vi scese in un ventoso giorno dell’inverno la pallida Vergine di
Bartrès. Ora ponti maestosi allacciavano il sacro terreno del Calvario
alla nuova città dei mercanti; giardini stupendi si aprivano di fronte
alle tre Basiliche; dalla visione leggendaria d’una povera figlia del
mugnaio Soubirous, laggiù, presso la rupe di Massabielle, era sorto il
miracolo del Tempio Universale. Da ogni terra distante veniva il popolo
dei Cristiani; l’acqua eterna della speranza fluiva dalla rupe
inesausta.

Ed io mi lasciavo portare come un freddo peso inerte in quel mare di
umiltà; scendevo insieme coi percossi, coi fervidi, con gli esclusi,
verso il fiume sacro dove nacque il sogno di Bernadette. Nel mio cuore
non cantava la musica della preghiera; ne’ miei sensi era unicamente
l’odio contro il peso ed il lezzo della nera moltitudine, contro il
pensiero del tristo inganno che adunava tutto quel gregge alla fontana
medicatrice. Il mio senso scientifico della vita, il mio doloroso
raziocinio di uomo logico e diffidente, non mi permettevan di credere a
queste inspiegabili magìe d’un filo d’acqua sorgente, la qual valesse a
ripristinare i tessuti distrutti, le ossa disgiunte, le articolazioni
spezzate, le piaghe per sempre sanguinanti, le pupille spente.

Dal mio cuore di uomo del ventesimo secolo, freddo e beffardo, che
sapeva di poter ridurre a formule chimiche tutti i fenomeni della vita,
che intendeva l’universo come una specie d’immenso laboratorio chimico e
cercava di rinchiudere i confini dello spirito umano entro le serrature
anguste della possibilità scientifica, dal mio cuore dove non c’era
spazio per l’intendimento religioso dei miti, si alzava una specie di
addolorata pietà per questi orrendi e sublimi spettacoli di
fanatismo,—cieche rinunzie dell’uomo al coraggio d’intendere la vita
come un’avventura transitoria e distruttibile.

Ma più andavo, e più il fervor mistico della moltitudine lentamente
s’impossessava di me. Quella medesima demenza che portava migliaia di
miserabili a purificare la carne maledetta nella sorgente medicatrice,
ad esaltare i sogni dell’allucinato spirito nel fuoco della divina
comunione, quella medesima demenza entrava sottilmente nel mio cuor di
pagano, apriva le porte del miracolo davanti a’ miei freddi e vigili
occhi di profanatore.

Io sentivo a poco a poco la mia limpida carne invecchiarsi, dolere di
tutte le infermità; ero, come quei diecimila, un percosso dai morbi
ereditari, un brandello della umana putredine; il dolore dell’antica mia
gente pesava nel mio cuore angusto; la moltitudine mi comunicava il
bruciore delle sue ferite insanabili, piegava le mie salde ginocchia
sotto il peso della immane sua miserabilità.

Volevo sottrarmi a quella prigionìa, sfuggire a quella contaminazione,
tornare indietro, verso la vita splendente, verso i liberi paradisi, là,
dove le donne giovini si profumano di ciprie scintillanti, ove i
bicchieri brillano, l’oro sfavilla, i pazzi violini cantano... volevo
essere ancora una volta l’uomo di piacere, l’ingaudiatore, l’artefice di
voluttà, il pallido e inghirlandato celebratore di tutti i conviti;
volevo tornare agli uomini:—e più non potevo.

Questa immensa folla di credenti mi stringeva nella sua forza disperata;
la preghiera di tutte quelle anime penetrava nel mio freddo spirito;
l’eterno dolore dei diseredati inginocchiava, dinanzi alla collina del
Calvario, la mia stanchezza di uomo felice.

Ad essa giungevo per lunghe strade; il rumore di tutte le onde cantava
nel mio cuore di navigante. Stelle senza numero avevano brillato nel
cerchio della mia anima infinita; i peccati gloriosi erano stati miei,
mia la bellezza d’ogni cosa fuggente, le ghirlande lievi che si colgon
dai giardini terrestri, mia l’esclusione di tutti i cilici e mia, con lo
splendore d’una gemma, la serena, dolce, inafferrabile vita che passa...

Ora entravo nel buio dolore di Cristo. C’era nel mondo un altro mondo,
che tu pure imparasti a conoscere, Maria Maddalena. Da tutte le case
usciva un grido; nell’anima di tutti gli esclusi era il bisbiglio della
insoffocabile preghiera.

E il pentimento eri tu, Maria Maddalena. Tu eri la fredda rinunzia, il
raggio di sole che diventa ombra; il cimbalo ed il sonaglio della danza
nell’orchestra del canto liturgico; eri la ghirlanda sfogliata, il mazzo
reciso, la semenza fuor dal granaio, il rosaio spezzato dal vento.

E l’ultimo rifugio eri tu, Maria Maddalena. In questa vita rossa e calda
come il succo delle rosse melagrane, tu eri la via dell’altra sponda, il
passaggio all’altra fedeltà; eri l’addormentata che apre gli occhi e
vede il sole nascere nel lontano infinito. Brillasti nei conviti ed
umiliasti nella polvere la tua treccia bionda. Su te furono ghirlande,
su te gli spini; la tua carne denudata urlò, e pianse di fredda
solitudine. Ne’ tuoi capelli profumati si torsero le dita crudeli degli
amanti, e la treccia tua si sciolse per avvolgere il sonno del
Liberatore.

La tua treccia è gonfia di rugiada, le tue mani han l’odore dei
mandorli, Maria Maddalena...

E tu sei quella che tiene me prigioniero, in questa moltitudine che si
raduna davanti al Calvario; tu sei quella che risorgesti nel cuore della
pallida Bernadette, musica eterna dell’umano amore, peccatrice di
Mágdala, innamorata dell’Uomo di Galil...

Egli ti disse:—«Lévati; ora è l’alba. Se nel sonno hai peccato, scendi
alla fontana e detérgiti. Hai la veste orlata di brina: la tua treccia è
gonfia di rugiada; il sole sta per nascere dietro la neve dell’Hermòn.
Lévati; è già tempo di andare.»

E così, nella verde Galilea, fecero molta strada insieme. E camminando
ella era sempre con lui, spesso a fianco, talora nella sua ombra. E
l’amore della cortigiana di Mágdala fu l’amore che seppe andar più
lontano traverso la memoria degli uomini: pallido e voluttuoso amore
della rinunzia, eterna poesia del mito cristiano.

Ma ora tu risorgevi, cortigiana di Mágdala, dalle buie distanze dei
secoli; venivi tra quell’immenso gregge di umiltà, e novamente perduta
nell’amore di Cristo, me, davanti al Calvario, conducevi per mano.

Tu eri stata la povera figlia del mugnaio Soubirous, dai capelli pieni
di vento, che andava per vicoli umidi, rasente il muro, alta e pallida,
senza guardare alcuno. Tu splendevi, con la tua treccia bionda e buia,
nel sogno dei miserabili, e la carne tua che possedettero i centurioni
prepotenti, e l’amore tuo fedele che seguiva l’Uomo di Galil, era ciò
che nelle favole millenarie ti rendeva, o peccatrice, così umana.

Non la moglie vergine del falegname di Nazareth, ma tu sola eri, o
peccatrice, la divina bellezza del mito cristiano.

E il mare umano scendeva, con me prigioniero, verso il terreno sacro del
Calvario, alla Fontana dei Miracoli. Giunto in vicinanza del ponte che
varca il fiume di Bernadette, cominciai con veder allargarsi lo spazio
della dura vallata, e le montagne ovali scostarsi, chiudendo in sè una
specie di fantastico anfiteatro, dove nel fondo si alzava, nuda a
solenne, la Collina del Calvario. Pareva che la natura previdente avesse
voluto erigere uno scenario da leggenda intorno ai sacri misteri della
fede cristiana. E là poteva una gente senza numero trovare spazio per le
sue genuflessioni; tutto era costrutto con il senso dell’immensità,
quanto era travaglio de’ secoli od opera prodigiosa della fatica umana.
Vedevo dall’estremo angolo della vallata scendere il fiume balenante,
che pareva urtasse in un rogo di sole contro il macigno della rupe di
Massabielle. Lontana, quasi cancellata nell’azzurrità, immersa in un
vapor di sole, brillava di guglie d’oro la catena de’ Pirenei.

Su per la vallata, nelle alte praterie, nei boschi pieni di odorato
silenzio, erano i candidi monasteri delle pallide Carmelitane, gli
ospedali colmi di sofferenza inguaribile, gli oratorî delle
Confraternite, le piccole chiese bianche di umiltà, inginocchiate
anch’esse davanti allo splendore delle tre Basiliche.

Ed ecco vidi questo miracolo apparirmi, non appena fui giunto nella
immensa Esplanade, oltre il ponte che unisce Lourdes al terreno del
Calvario. La folla estatica si fermò davanti all’apparizione splendente.

Erano tre cattedrali, costrutte una sovra l’altra, con una immensa
duplice scalinata che le abbracciava insieme, salendo sino alla
Basilica, l’ultima, la più alta, ch’era sul vertice della collina e
pareva il raggiante culmine della potenza cristiana.

Percosso in pieno dalla veemenza del sole pomeridiano, il triplice
tempio avvampava ne’ suoi marmi e nelle sue vetrate; pareva uno scenario
meraviglioso, composto di oro e di fiamma, che tutto rivestisse con la
sua pietra incendiata lo sprone della dura montagna. Ed erano tre
immense chiese, anzi tre santuari sovrapposti, che sorgevan dalla rupe
medesima ove nacque il sogno di Bernadette. Nel pieno sole, davanti a’
miei occhi abbagliati, brillava l’Arca del Divino Amore, splendeva il
Tempio verso il quale giunsero, a centinaia di migliaia, con Vescovi e
stendardi, con infermieri e parenti, gli storpi di tutta la terra, gli
inguaribili di tutte le infermità, i condannati al male perpetuo dalla
crudele sapienza delle cliniche infallibili, quei moribondi che prima di
spegnersi chiedevano il battesimo dell’acqua santificata, quei maledetti
che venivano a cercare in Dio l’ultima folle speranza della miserabilità
umana.

E il Tempio ardeva, splendeva, nel sole giovine come la vita, con le sue
gradinate di marmo spaziose al pari di strade maestre, costrutte nel
sasso della montagna, simili a terrazzi aerei d’una reggia incoricábile;
il Tempio adunava in sè tutte le ricchezze dei centomila pellegrinaggi,
tutto il dolore delle innumerabili agonie; aveva ingoiate la pietà e la
speranza degli umili, tramutandole in voti splendenti; era la collana
delle infinite miserie, la gemma della universale povertà.

Ad esso venivano i cristiani, laceri di piaghe, corrosi dai cancri,
gonfi di oscene idropisie, già fetidi e violastri di carni necrotiche,
pregni fin nelle midolle dalla tabe dei mali ereditari;—e lasciavano al
Tempio splendente il triste oro che i medici e le farmacie non vollero,
che la fatica di un parente raccolse, o fu risparmiato giorno per giorno
sul pane, su l’olio, sul fuoco:—Dio riceveva quell’oro dalle mani povere
de’ suoi figli.

E il Tempio era là, davanti al mare della moltitudine, davanti ai
giardini dell’Esplanade, ove i mercanti assalivano a torme la folla dei
pellegrinaggi, scuotendo mazzi di medagliette miracolose, persuadendo
con raggiri e con minacce l’avarizia dei fanatici. E venivano le fioraie
co’ lor pieni canestri, le venditrici d’acquasanta con le bottigliette
suggellate, i figurinai con le Madonne di cera, i mercanti di
paternostri, addobbati solo di scapolari e di rosari; venivano gli
smerciatori di sacre immagini, con ogni specie di stampe o di tavolette
ov’erano le sembianze della divina Bernadette, mentre alcuno, parlando
sottovoce, vi proponeva per un prezzo indecente l’ultima camera
mobiliata... Il merciaiuolo vi prendeva per un braccio, costringendovi
ad esaminare i suoi astucci pieni di minute gioiellerie, di penne
stilografiche, di catenelle d’oro «doublé», mentre v’inseguiva la turba
dei falsi miracolati, ossia di coloro che fingevano d’aver ottenuta in
passato una guarigione miracolosa, e vi dicevan con qual fervore
d’elemosine avevan potuto acquistarsi la benevolenza divina; o tenevan
per mano un fanciullino rachitico, del quale andavano mostrando qualche
membro cicatrizzato, e si udiva dappertutto, accidiosamente, senza
requie, senza un attimo d’interruzione, quella voce lamentosa e monotona
dei mercanti di religione, che si attorcigliava intorno ai vostri nervi
come la cantilena di una feroce litanìa, e non faceva che ripetere sui
vostri passi: «Monsieur, Madame, achetez-moi quelque chose! Monsieur,
Madame, ça vous portera bonheur...»

E il tempio era nato, pietra su pietra, da questi lamenti; aveva
trasportati, a forza di lacrime, i suoi bianchi alabastri, aveva, con il
rame dei poveri, comperato l’oro de’ suoi frontoni splendenti, e man
mano era divenuto nell’ombra delle sue cripte una selva d’arazzi, un
cófano di gioielli, un favoloso corredo nuziale della Sposa Divina. Le
sue pareti, all’interno, non eran più che una tappezzeria d’argento; i
ricchi ed i poveri di tutte le terre cristiane avevano gareggiato
nell’abbellire la Casa del Miracolo. Ed era quella opaca voce dei
mercanti di religione, lenta e continua, dolorosa come uno stillicidio,
che si alzava da mattino a sera nel cielo di Lourdes nè lasciava partire
i pellegrinaggi prima di averli spremuti; era quella voce inesorabile,
sotto la quale si nascondeva l’altra, più sommessa, più súbdola, pei
monaci asseragliati nei freddi monasteri, l’unica fattrice di tutte le
opere, quella che alimentava l’insaziabile fame del Tempio, gremiva i
suoi forzieri, tempestava d’oro i suoi marmi, volgeva in tremenda
potenza il sogno dell’umile pascolatrice.


Così un giorno era entrato il pallido Galileo nel Tempio della dissoluta
Gerusalemme, ed aveva gridato:—Fuori i mercanti! Fuori i simoniáci!
Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!

E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso
rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le
borse degli attoniti Farisei.

Ma ora chi entrerebbe a disperdere i mercanti della nuova Gerusalemme?
Chi apparirebbe su la scena del teatro dove si rappresenta il dramma
dell’umano dolore, a dire, come diceva il Battista:—«Uscite fuori dai
tuguri, o percossi da tutte le sventure! Adesso è venuto il Messia
vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l’Annunziato
nelle visioni dei Profeti, Quegli che parla coi doganieri ed amano le
belle cortigiane, il Salvatore nostro, l’Uomo di tutte le penitenze, la
Carne di Dio»?...

Ed ora giunsi vicino alla rupe di Massabielle, dov’era, nei giorni di
Bernadette, la caverna de’ caprifogli e degli spini.

Lentamente si avvicinava il principio della sera; una fluente musica
d’acqua rupestre cadeva dai monti lontani. I bianchi monasteri, alti
nella vallata, parevano confondersi tra il color del cielo. Qualcosa di
eterno pioveva su quel sacro anfiteatro di monti: la vera luce
dell’ombra, la paurosa elevazione dell’anima verso il pensiero di Dio.

Qualche mandria invisibile faceva risuonare i suoi campani per i boschi
distanti e la folla sterminata pregava nella grande Esplanade; pregava
con una specie d’immobile fervore, curva davanti alla Basilica, nel
musicale silenzio del giorno che moriva.

E le Chiese di Lourdes cantarono. Questo rumore di bronzi e di anime
volò per l’infinito. Era la sofferenza eterna che si alzava dal cuore
degli uomini, usciva dalle piaghe della carne, dalle convulsioni dello
spirito, cercava il senso del dolore nella musica della eterna poesia.

Ciò che poteva parere assurdo, ecco diveniva una sublime possibilità. La
luce morente spegneva nelle fisionomie degli uomini la lor vana collera
d’incatenati al giogo terrestre; solo ed infinito rimaneva, sopra una
grande folla di anime, il senso del dolore.

Chiese di Lourdes!... povere chiese degli uomini, poveri templi d’oro e
d’alabastro, teatri della speranza, rifugi della umana paura... cantate,
o chiese di Lourdes!...

                                  ————

Sarò un monaco.

Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de’ miei giorni dionisiaci,
e porterò il capestro dei frati minori.

Un bel monastero, chiuso nella pace di alte solitudini, mi sarà l’ultimo
esilio dalle tentazioni del mondo, la tomba ove seppellirò il mio cuore
di navigante.

Lontano dal claustro, di là dal cancello sprangato nella bianca
muraglia, oltre il silenzio delle buie pinete, ancora sentirò con follìa
ridere il mondo, le orchestre cantare, le giovini donne urlare nelle
coltri sconvolte, ove uccideranno, sotto il bacio degli amanti, la
pallida loro verginità...

Ivi sarà la pace, la fredda pace, la perpetua lontananza dai paradisi
della vita, il finale oblìo.

Sarò un monaco.

Ne’ miei timpani rumorosi di lontani tripudii batterà il fragore delle
città oceaniche, l’urto infinito, pericoloso, della umana gente, la
forza de’ commerci terribili, delle imprese violente, il grido pazzo e
formidabile della umana volontà.

Nel mio cuore disamorato splenderà la rinunzia, brucerà il dolore della
solitudine, come sul giogo altissimo arde il nevaio scintillante.

E sarò il vero oltrepassato, il calmo, l’annoiato, il passato al di là,
quegli che non dovrà più ardere nei roghi e negli inferni della vita. O
donne belle come i vent’anni, profumate come il vizio, voluttuose come
l’odor del cínnamo ne’ cálici gonfi d’estate, donne sepolte per sempre
nel mio cuore di navigante, la muraglia bianca del claustro mi dividerà
dai vostri caldi tálami, e il vento notturno porterà nella mia cella
disperata l’odore forte come l’assenzio della vostra nudità
perdutissima...

Passerò le mie giornate oziose guardando il filo d’acqua scaturire, il
seme dare germoglio, la formica diligente ordinare la sua città
laboriosa; e conoscerò le stelle, conoscerò le azzurre meditazioni delle
veglie davanti all’infinito; una vecchia biblioteca sarà l’universo del
mio spirito disumanato; ne’ libri degli antichi solitari cercherà
l’esilio definitivo quest’anima fredda in cui pesa la cenere d’ogni
fiamma che mi arse.

Dopo essere stato lo squassatore di tutte le fiaccole, sarò il monaco
delle più nere discipline. Il sole dei rossi desiderii tramonterà nella
mia carne spenta. Io, diviso da ogni voluttà che brucia, non sentirò mai
più contorcersi nel serpaio di me stesso la gioia infernale di
crocifiggere alle infamate gogne del mondo l’anima del mio passante
iddio.

Sarò un monaco.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio
monastico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose
cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole
staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo del l’inverno,
serrato fra le corregge dei sandali d’umiltà. Una squallida barba
castana, con qualche filo biondo, contornerà l’inciso pallore del mio
volto notturno.

E la sera, talvolta, quando le stelle dei mesi d’estate invadon le celle
dei claustri, e trema di folle rinunzia nei monaci la deserta
solitudine, io, che discinta e nuda possedetti la folle giovinezza,
sentirò il peso di tutta la miseria umana affondar nella cenere del mio
cuore spento, e sarò con gli offesi, con gli umili, per sempre, in
comunione di dolore.

Povero monaco, frate minore, spegnerò la carne maledetta nel gelo della
vera estinzione.

E nell’inverno, e nei mesi del vento, e quando l’autunno trascinerà sui
mattoni della mia cella qualche ape morta, io, desolato come la
rassegnazione, arido come il ragionamento, povero come il mio capestro,
penserò a voi, beate ore che trascorsi nelle perdizioni della vita,
giorni luminosi e caldi come il peccato carnale, a voi, divine
ingannatrici, che al petto ignude strinsi come fasci di fiori
selvaggi...

Monaci, e nel mio cuore suonerà la campana del mio De Profundis...

Monaci, e se a me chiederete chi ero nel folle mondo, prima di portare
come voi la bianca tonsura e l’umile saio, dirò:—Monaci, uno straniero
in me stesso, che amava lo stupendo rumore. Un saggio, innamorato della
follìa. Un pazzo, un pazzo, che voleva trovare, chissà perchè, nelle
fogne della vita il colore delle stelle...

                                  ————

«Signore mio Lord Pepe, non posso che darvi ragione. Lourdes è una
triste fiera dei miracoli, dove si vende Cristo e si esorcizzano le
piaghe de’ cristiani; una bottega di atroce medievalità, ove governan
senza pudore il fanatismo e la superstizione. Questa insolente impresa
di alberghi e di monasteri, di ceramica sacra e di candele istoriate, ha
per sua fondatrice involontaria la figlia d’un povero mugnaio, che
disturbò notevolmente, con il rumore de’ suoi miracoli, gli ozî parigini
del terzo Napoleone.

Signore mio Lord Pepe, voi siete—come io ben conosco—l’ultimo rampollo
di una vecchia gente cristianissima, e siete un gagliardo possessore di
femmine disoneste, un fino artefice del lieto vivere, un amabile
fanatico della religione di Vatel:—questa buia Lourdes, invasa di storpi
e di catecúmeni, certo non è il teatro che si conviene ad un giovine
hidalgo pari vostro. Sebbene imbevuto di ortodossìa fin dentro le
midolle degli ossi, pur, nel cattolico epicureismo del vostro felice
_ubi consistam_, non è luogo per l’umano dolore. Il senso del mondo per
voi si compendia—unica teologia—nel perfetto piacere.

Signore mio Lord Pepe, voi siete un vero credente.

Nel passare davanti ai tabernacoli non dimenticate il segno della croce;
per istrada lasciate il passo al maestoso clero cattolico; fors’anche
recitate il Pater e l’Ave, ogni sera, prima di coricarvi con Litzine.
Gesù Cristo vi serve inoltre a formulare qualche sonora e pittoresca
bestemmia; la vostra fede, altrettanto superficiale quanto
inestirpabile, vi aprirà la via del Paradiso, allorchè, al termine di
tutte le gioie della vita, voi pure dovrete comporre la vostra spoglia
elegante in un freddo cimitero.

I pellegrinaggi, la follìa mistica, il traffico delle mercanzìe
religiose, la Fontana dei Miracoli:—ecco, signore mio Lord Pepe, un
certo numero di cattoliche seccature, alle quali, voi credente,
preferite i miracoli dello scomunicato baccarà. Per avere il capriccio
di strofinarsi a que’ mille contaminati, bisognava esser pazzi come la
folle Madlen, od essere—voi dicevate Lord Pepe—«un extraño caballero
como Usted.»

Orbene, in questo gran disordine della fiera umana, quali dovremo noi
scegliere, per disciplina dello spirito nostro, fra i sacri ed i profani
mercanti di paradisi? Chi è nel giusto? chi è più presso alla vena
d’oro, fra questi cercatori di felicità?

Gli uni e gli altri méntono; questi e quelli méntono. La vita è una
volgare sciocchezza. Mente il dolore, mente il piacere.

Lasciate gemere le campane, cantare le orchestre: tutto questo non è in
fondo che un po’ di rumore...

Si passa, Lord Pepe. La strada è ciò che importa; la polvere della
strada è ciò che pesa; voi sarete un uomo giusto quando saprete
perdonare al mondo l’infinita sua vanità.

Perchè sorridete ora, vedendo migliaia di pellegrini che vanno ad
intinger le dita nella Fontana della rupe di Massabielle? Vanno ad
ubbriacarsi d’un sogno,—il sogno dell’umile pascolatrice—e tutti
camminando cantano:

—_Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix..._

Si passa, Lord Pepe!... Il sogno è ciò che importa; la delusione d’un
sogno è ciò che pesa.

Ed io vi dico:—Non ridete; se davanti a noi cammina un vecchio uomo,
scarno e gigantesco, tutto vestito di nero, col bracciale dei servi di
Gesù e nel pugno un cero enorme che sembra la clava di Ercole...

Questo gigante non fa che ripetere con profonda umiltà:

—_Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix..._

Porta un solino di celluloide, i guanti bianchi, di buio cotone; la sua
mascella scarna trema, tagliata nel mezzo dal colore falso de’ suoi
lunghi baffi tinti.

Non è che un pellegrino fra mille, una vecchia bestia paurosa e docile,
un cristiano che regge col suo braccio stanco la pesante fiaccola bene
istoriata, e prega, umile, infaticabile, con la mascella scarna che
trema sotto i lunghi baffi tinti.

Ha forse una figlia inferma, un parente in agonìa, taluno de’ suoi che
marcisce dentro una barella oscillante, sopra una gruccia complicata;
forse porta egli stesso un male giallo e nascosto che rode la sua
vecchia carne o gli scava l’incurabile anima; forse non è che un devoto,
un pio, l’uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con il solino di
celluloide, il bracciale dei servi di Gesù...

Signore mio Lord Pepe, siamo nel millenovecento dodici; la terra di
Francia è una repubblica dove si coltiva il libero pensiero; le sue
città infernali bruciano di fredda elettricità; l’oro d’ogni terra
fluisce dietro le sue vetrine scintillanti; è il secolo nuovo dello
Stato laico e della plebe tiranna; si muovono dalle catene infrante le
orgogliose democrazie; gli altari divengono teatri; la giustizia è
recitata con sfarzo da magnifici istrioni; è l’ora dei commerci
terribili, delle ricchezze brutali, delle cáttedre positive, delle
cliniche infallibili, dei laboratori onde forse uscirà, imprigionato nel
crogiuolo di un divino alchimista, l’elettrone della vita... e v’è
ancora un pellegrino di Cristo, che viene cantando alla Fontana di
Lourdes, l’uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con la mascella
scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti...

Sono centomila e centomila; vengono da tutte le chiese, affluiscono
dalle corsìe degli incurabili, dalle galere di tutte le infermità; nei
loro immobili occhi splende la follìa dei portatori di stígmate; nella
loro carne macerata s’incidono le piaghe del Calvario; un paralitico si
alza: e il popolo grida; i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi
guariscono:—e il popolo grida; entro la piscina fredda e letale il
cadavere assiderato riacquista il calore della vita... è il secolo di
tutte le irriverenze:—cantate, o chiese di Lourdes!...

                                  ————

«Cara Litzine, confidate a me le vostre pene. Vedo che siete questa sera
tutta rannuvolata, e si direbbe che la gita a Lourdes vi abbia lasciato
sul cuore il peso d’una mistica malinconia. Continuerete ora per un
pezzo ad introdurre franchi d’argento nel ventre insaziabile di questa
macchina infernale? Persuadétevi, Litzine: è un passatempo disastroso,
che ingoierebbe franco per franco il tesoro delle miniere di Golconda.
L’ingegneria moderna costruisce con matematica inesorabilità questi
balocchi pericolosi che allietano le ore d’ozio nei vestiboli dei grandi
alberghi. Non dáteli a questa macchina ingorda; fate una pia elemosina
con i vostri lucidi franchi d’argento.

Eccoci tornati alle Bagnères de Bigorre; Madlen è ancor sopra che si
veste per l’ora di cena; Lord Pepe... dov’è Lord Pepe? Cos’è accaduto
fra voi e Lord Pepe? Una piccola scena?...

Sì, una piccola scena di gelosia. Nuvole d’estate nel cielo sereno
dell’amore; violente irritazioni che si risolvono in bufere di baci.

Ed io ne so la causa; Lord Pepe ha ragione. Quando si ama un uomo,
bisogna odiare tutti gli altri. La donna che appartiene ad un uomo deve
segregarsi dal genere umano. Invece voi siete rimasta non meno di un
quarto d’ora a discorrere, a sorridere, a fare insomma la civetta con
Joe Wallace.

Come dite, Litzine? Che voi conoscevate Joe Wallace prima di Lord
Pepe?—Sia pure; non è questa una buona ragione. Lo avete conosciuto
probabilmente quando Joe Wallace, il popolare Jo, era un jockey di
cartello, ed a Longchamps, per entrare nelle vostre grazie, vi
comunicava i suoi favoriti. Ma non è questa una buona ragione. Ora egli
ha sposata una donna molto ricca, si è lasciato crescere di peso e fa
l’antiquario. Questa è tutt’altro che una buona ragione. L’arte ha i
suoi conoscitori, lo sport le sue vere glorie, ma voi potevate
contentarvi di fargli un piccolo saluto, e camminare via con quell’aria
intangibile delle donne che appartengono ad un amante serio. Invece vi
siete fermata, gli avete sorriso, ed io, con l’udito fino che mi
distingue, ho benissimo inteso il principio della vostra conversazione.

Joe Wallace vi ha detto:—Buona sera, Litzine!—Gli avete risposto:—Buona
sera, Jo!—Vi ha domandato:—Siete sola, Litzine?—Gli avete risposto:—Ho
un amico, Jo.—Ha insistito:—Siete innamorata, Litzine?—Avete
risposto:—Niente affatto, Jo!... In quel momento passava Lord Pepe.

Egli, da perfetto gentleman educato a Londra, finse di non dare alcun
peso a questo leggero inconveniente ma più tardi, quando fu nella vostra
camera, il sangue della Vecchia Castiglia ribollì nelle sue vene
britanniche.

Si capisce, mia cara Litzine! In quell’uomo c’era un jockey ed un
antiquario: due mestieri singolarmente pieni di attrattive, che
divengono irresistibili quando il caso li fa convergere in un uomo solo.

Io pure amo i fantini e prudentemente vénero gli antiquari; ma debbo
confessarvi, Litzine, che al simpatico Lord Pepe non saprei dar torto.
Per vedervi così leggermente farfalleggiare col popolare Jo, non valeva
la pena che il nobile hidalgo vi contendesse al fior fiore di due
continenti, quando a Biarritz dividevate il vostro giorno solare fra le
colazioni di Crisópulo il Greco, le cene di Ned l’Americano, e i tè
intimi del marchese Sciogatsu, ovverossia il marchese Capo d’Anno.

Adesso vi consiglio, cara Litzine, di abbandonare la macchina infernale,
perchè in tutto l’albergo non si trova più un solo franco d’argento.
Poi, la casella azzurra con la stella d’oro—quella che fa cadere la
pioggia di Dánae—uscirà forse una volta su mille, se pur non succede
nulla di ancor meno propizio nel regolare calcolo delle probabilità.

Il calcolo delle probabilità:—ecco invece, cara Litzine, la suprema e
filosofica legge della vita. Nella matematica universale degli
avvenimenti umani accade quel tanto che deve accadere: null’altro. Per
un uomo felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono
perdere.

Non è giusto?...

Che importa? È giusto matematicamente.

Il calcolo delle probabilità insegna che, fra i nostri tentativi, dieci
almeno debbono essere infruttuosi ed uno solo può riuscire; che, fra i
nostri pensieri, uno soltanto può non essere del tutto falso, fra i
nostri amori uno soltanto non del tutto inutile, fra le mille strade che
percorriamo una sola chiara ed inevitabile: quella del cimitero.

Il calcolo delle probabilità fa intendere che nell’accozzaglia delle
vicende umane il caso fortuito è quello che governa tutto quanto
avviene, mentre una sola disciplina conta nell’infinito, quella che si
riduce ad una espressione, o meglio ad una ipotesi numerica.

Noi siamo cifre, cara Litzine. Il tempo ci moltiplica, ci sottrae, fa di
noi un’algebra complicata ed apparentemente esatta, ci coinvolge in
sottili formule ove la nostra vana spiritualità cerca un senso
ulteriore, mentre una sola cifra è quella che in tutto e per tutti ha
ragione d’essere:—la cifra «zero».

E i biscazzieri, che sono grandi filosofi, come vedete l’hanno tenuta
per sè.

Non continuate a far cadere i vostri piccoli franchi d’argento nel
ventre metallico di questa fiera ingorda; essa, come tutte l’altre
soverchierie che dànno la ricchezza nel mondo, ha tenuta per sè la cifra
zero.

E poichè siamo stati oggi a Lourdes, cara Litzine, lasciátemi dire
un’ultima sciocchezza.

Il calcolo delle probabilità insegna che su mille condannati a morte ce
n’è sempre uno, il quale, come dicono anche i medici, guarisce
«miracolosamente»; insegna che uno fra gli aspetti clinici della pazzia
religiosa è precisamente quello di rendere il corpo atto a supplizi che
parrebbero mortali ed a rinnovazioni organiche tuttora ignote alla
scienza, ma dovute senza dubbio a straordinarie possibilità della forza
nervosa; ed insegna che l’uomo è un vecchio spettatore di miracoli, un
vecchio bimbo attonito, il quale ha sempre amato lasciarsi prendere
nelle trappole de’ giocolieri...

Infine, cara Litzine, per togliere al prossimo i piccoli franchi
d’argento il miglior espediente non è già la costruzione di queste
macchine infernali, dove, premendo una leva, il disco gira con velocità
e si attende, ma sempre invano, il rumore della pioggia di Dánae...

                                  ————

Lord Pepe non aveva sonno; io neppure. Madlen e Litzine erano salite
nelle rispettive camere, dove probabilmente, nello scambiarsi una lunga
visita prima di andare a letto, avrebbero incominciato a parlare di
noi,—come noi di loro.

La sala del bigliardo e quella del bar non erano divise che da
un’arcata. Lord Pepe—uomo calmo, preciso e logico, era un forte
giocatore di carambola. Io, sbadato, nervoso, illogico, perdetti con
disonore tre partite.

Il bigliardo è geometria; la geometria è logica.

Vedevamo il fantino-antiquario, l’illustre Joe Wallace, il popolare Jo,
sorbire con lentezza un quinto, poi un sesto, poi un settimo
gin-cock-tail.

Il gin-cock-tail è alcool a novanta gradi; l’alcool è poesia.

Quest’uomo, nato per la velocità e divenuto conoscitore di ruderi,
dimenticava nell’ebbrezza del bicchiere le compatte cosce d’una moglie
sposata per interesse. Forse vedeva un falso-Rembrandt brillare sul
disco del traguardo in un Gran Premio di Longchamps; forse una
fisionomia del Velasquez gli si confondeva con quella dello starter,
mentre i discepoli del Tiziano entravano a mutarsi la casacca nello
spogliatoio de’ fantini...

L’alcool distrugge l’esattezza dei confini; per questo l’alcool è
superumanazione.

Povero Jo!... non era forse meglio guidare alla vittoria un buon
polledro di M.r Edmond Blanc, che studiare con la lente una ipotetica
Madonna del Beato Angelico? Non era meglio riscuotere gli applausi
deliranti o le minacciose bestemmie del pubblico di Longchamps, che
tastare con nocche attente la Vecchia Cina ed inventare il romanzo d’un
frammento attribuito a Fragonard?

Povero Jo!... non vi conosco, eppure mi siete simpatico. Mi siete
simpatico, perchè in voi c’è un uomo che deve amare il suo passato, i
suoi giorni di quando era povero, di quando la sua bellezza era nella
velocità...

Tre uomini ed una signora giuocavano al bridge. Prima di risolversi a
buttare una carta sul tappeto essi riflettevano con accigliate
fisionomie, quasi avessero ponderato un comma del proprio testamento. La
loro tetraggine mi faceva pensare ai conciliaboli segreti della Santa
Inquisizione, alle congiure notturne del fosco Medio-Evo, ad una fatale
partita fra quattro despoti, ove ognuno si giocasse il regno e la vita.

No: stavano solo giocando «un contre à sans atout»—avvenimento che,
dicono, sia di capitale importanza nel secolo ventesimo.

Una cocotte prendeva il tè. Adocchiava un giovinetto biondo. Questi
fissava con pudore la punta de’ suoi scarpini da ballo.

Due Inglesi guardavano la loro bottiglia di Pale Ale, come si guarda la
propria moglie quand’è incinta: ossia con apprensione e con affetto. Il
barman discorreva con i clienti ch’erano seduti su alti sgabelli, contro
il suo banco; numerava l’incasso, verificando i sigari venduti.

Un’altra cocotte si congiunse alla prima. E questa comandò al barman
un’ala di pollo freddo. Era il tocco; la Francia dormiva; Lord Pepe fece
l’ultima carambola.

Basta, Lord Pepe. Ho perduto e basta.

L’illustre Joe Wallace, il popolare Jo, che aveva osservato il nostro
gioco, allora si levò dal tavolino del settimo gin-cock-tail e venne a
presentarsi, poichè intendeva giocare una partita. Disse a Lord Pepe:

—«Vous êtes l’amant d’un très jolie femme, oh, yes! Litzine, très jolie
femme! Je suis Joe Wallace.»

Lord Pepe fu molto garbato, e il popolare Jo gli propose:

—«Voulez-vous, sir, douze points avec moi? oh, yes!»

Lord Pepe mise le biglie in acchito, e rispose al popolare Jo:

—It is your play, mister Jo.

Questi comandò un gin-cock-tail, fece il primo punto, poi ne fece altri
undici di séguito, depose la stecca, vuotò il bicchiere, disse a Lord
Pepe:

—Good night, sir,—e scomparve.

Tutto ciò in un baleno.

Lord Pepe, rimasto lì, con la stecca in mano, senz’aver potuto giocare
un solo colpo, impiegò due lunghi minuti a riaversi dallo stupore, poi
si fece rosso di collera e bestemmiò fra i denti:

—Palurdo ladron! Mañana yo te rompo la caveza! Ma in quel frattempo
l’illustre Joe Wallace, il popolare Jo, era già salito al pian di sopra,
forse per addormentarsi un po’ ebbro nel calmo tepor coniugale d’una
moglie sposata per interesse.

Io dovetti ricorrere a tutta la mia moderazione per placare lo sdegno di
Lord Pepe. Voleva sapere il numero dell’appartamento di Jo, salire,
violarne il domicilio, prenderlo per il collo, buttarlo giù dalle scale;
voleva scrivergli una lettera insolente, fargliela recapitare per mezzo
d’un «boy»; voleva mandare me come ambasciatore, per pregarlo di
scendere a pianterreno, anche se fosse già in pijama, onde aggiustare i
conti con lui, don Josè Fernandez vizconde de Higuera, con lui, signore
probabile del feudo di Zaraùz, che un volgare stalliere, un sudicio
gabellatore di vecchie croste, si era permesso di trattare a quel modo,
appioppandogli una dietro l’altra dodici perfette carambole, senza
offrirgli la rivincita e senza permettergli di tirare nemmeno un colpo
di stecca.

Ma, eruttata in un vulcano di bestemmie, sfumata in una serqua di
minacce omériche, la collera di Lord Pepe si ammansò come per incanto.
Mentr’io temevo di vederlo trascendere a qualche atto inconsulto,
quest’uomo ragionevole depose la stecca nella rastrelliera, si nettò una
falange impolverata di gesso azzurro, e come se al mondo non esistesse
nemmeno più un personaggio nominato Joe Wallace,—l’illustre e popolare
Jo—ecco il sereno Lord Pepe accorgersi di avere appetito, e zufolando
recarsi ad intervistare il barman per vedere qual genere di fredde
vettovaglie fosservi ancora da prescegliere nella sua notturna dispensa.

E poichè una solitaria pernice allietava quel rifugio di scarni
gallinácei e di volgari giamboni, Lord Pepe, tutto giulivo, mi costrinse
a dividere con lui quell’ultimo spuntino dell’ágape giornaliera.

Fra le varie marche di Champagne,—generose fontane di sogno e di
transumanazione,—quella che più induce alle intime, alle difficili
confidenze, è senza dubbio la marca della Veuve Cliquot. Questa era
l’opinione di Lord Pepe, ossia l’opinione d’un erudito in materia, che
sapeva sottilmente variare i toni dell’ubbriachezza come un sapiente
musicista varia le sue musiche preferite.

Questo vino che portava il leggero nome d’una vedova, ci condusse
naturalmente a parlar d’amore. Verso le due di notte, non prima,—(le ore
che precedono sono ancora eccessivamente borghesi)—verso le due di notte
l’uomo elegante, il saggio distributore della meridiana, esce da tutti
que’ discorsi che intesero ad altre cure de’ suoi travagli diurni e
leggermente si risolve a parlar d’amore. Queste ore prima dell’alba sono
per lui un viatico a Citera, un dolce avviamento al desiderio ed alla
critica dell’altro sesso, l’ora spirituale che rende il suo scetticismo
proclive a tutte le confidenze.

Infatti chi mai, se non un caporale di fanteria, potrebbe risolversi a
parlar d’amore la mattina presto, od anche nelle prime ore del
pomeriggio? L’amore, come lo spiritismo, ha bisogno di un’atmosfera
semibuia. Quelli che fanno ballare i tavolini sanno benissimo che gli
spiriti si prestano volontieri ad entrare sotto le gambe delle tavole,
magari a scendere dai lontani Empírei per suggerire tre numeri del
Lotto, purchè il silenzio ed il raccoglimento creino la necessaria
medianità, quella specie di attesa tremante che induce i buoni spiriti
ad entrare in comunione con gli uomini.

Così press’a poco avviene per quello spirito ben più diffidente che si
chiama l’Amore.

Lord Pepe, assaporando il petto e le cosce di quella rotonda pernice,
prese a narrarmi le intime storie de’ suoi amori con Litzine. Litzine la
bionda, la pura come una educanda, l’azzurro-venata come un alabastro,
Litzine dalla gola di colomba, chiara e docile, distratta e sapiente...

Io mi ricordavo l’alba davanti ai mare della Zurriola, nella stanza
della peccatrice di Mágdala, ove saliva l’ultima canzone grigia del
lentissimo fiume Urumea....

E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a
stormo, e trillano, questa mattina, per andare. Con l’ala tesa e ferma
traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche
di stelle, andranno per le vie dell’altomare. E canterà lo spazio, e i
turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell’alta nuvola, dove la
strada è bella. Rondini, e l’amore vi porterà verso la stella ultima; vi
ucciderà, nel vento, la distanza implacábile; forse vedrete splendere il
sole della terra più lontana.

Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell’esilio, e due
volte nell’anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla
in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...

Sì, Lord Pepe, con questa ottima pernice un cuore di lattuga tagliato a
metà, condito con olio, pepe, sugo d’uovo ed un pizzico di sénape,
dev’esser proprio quello che ci vuole.

E quando le mele renette, i fichi umidi, le nocciuole di bosco giunsero
in un piccolo paniere, che sembrava fosse asperso di rugiada, Lord Pepe
mise l’occhialetto—(cosa che non faceva quasi mai)—si rovesciò contro la
spalliera della seggiola e venne fuori con questa innocentissima
domanda:

—¿Y Usted, Caballero? como fué con Madlen el primero certámen de
nuptias?

«Signore del feudo di Zaraùz, alludete voi forse a quello che gli
antichi pedanti chiamavano «ius primae noctis»?... Io rimasi lì, con la
forchetta infissa nel tórsolo giallo della mela renetta, e guardai
sorridendo Lord Pepe, che sorridendo riguardava me. Infine risposi:

—Mi sono fatto scrupolo a mia volta, caro Lord Pepe, di non ledere
quella innegabile priorità che in ogni caso vi spetta...

Dopo la qual confidenza, entrambi togliemmo dal paniere, con l’umido suo
frutto, una foglia di fico.

                                  ————

Madlen mi pose le sue braccia nude intorno al collo, e prese a
raccontarmi questa lunga storia...

«Se mio padre non si fosse occupato di politica, sarebbe stato, per lui
e per me, una gran bella cosa. Quella sua manìa di tenere discorsi alla
Camera dei Lordi assottigliò la sua ricchezza e gli fece perdere il
miglior tempo della sua vita.

Mia madre morì otto giorni dopo l’anniversario del mio settimo
compleanno; mi ricordo che poco tempo innanzi, tornando da una recita al
teatro di Corte, mi aveva regalata una bambola vestita con i ritagli
d’un suo abito di broccato. E questa bambola, che si chiamava Jade,
portò la sventura nella nostra casa; perchè, dopo la sua entrata, molte
gravi cose vi accaddero.

Non ho mai veduta una donna bella come fu mia madre. Là dove nacqui ne
parlano ancora; le avevano dato il soprannome di Contessa Fata. Anche
mio padre era un uomo bellissimo; però molto più vecchio di lei. Era
stato ufficiale nelle Colonie; poi si era messo a far l’agricoltore,
infine si era dato alla politica.

Avevamo un grande castello, nell’alta Scozia, presso un vecchio borgo,
dove tutti, come noi, eran cattolici.

Dopo la morte di mia madre fui messa in un educandato francese nei
dintorni di Parigi, e vi rimasi fin verso i quindici anni. Era una
specie di clausura, fredda e severa, dalla quale ogni giorno più sentivo
il bisogno di evadere. Quando feci ritorno al Castello, mio padre,
assorto nella politica, non poteva occuparsi della mia educazione. Lord
W., mio padre, apparteneva ad una famiglia di antichi immigrati; portava
il nome d’una vecchia gente normanna che passò il Canale non saprei dire
in qual secolo. Certo il nome che voi conoscete non è il mio. Per questa
sua fedeltà verso la terra de’ nostri antichi egli desiderava che mi
fosse data una educazione in parte francese; a tal uopo fece venire da
Bourges una istitutrice che gli avevano raccomandata.

Questa fu Mademoiselle Odette. M’insegnava, oltre la letteratura
francese, anche il pianoforte, il ricamo, la cucina e la buona
educazione. Per mancanza d’altri maestri, il diácono Ralph, ch’era da
poco venuto nel borgo, m’insegnava la storia sacra e profana,
l’aritmetica, la botanica, il disegno, la letteratura, l’economia
politica... non so bene quante cose m’insegnasse, con la sua voce
dolorosa come la tentazione, il diácono Ralph! Così, verso i diciassette
anni, ebbi tutta l’erudizione che occorre ad una signorina patrizia per
trovar marito.

Il diácono Ralph non pareva niente affatto un prete; c’era nella sua
fisionomia qualcosa di malvagio e di splendente. Nessuno lo amava;
nessuno conosceva bene in qual modo fosse capitato lassù. Forse vi
scontava una punizione inflittagli dal clero, una specie di esilio che
poteva durare per anni. Era un uomo bello e temibile, ancor giovine, con
uno sguardo pieno di fredda inquietudine, la bocca luminosa ed impura.
Forse non aveva più di trentacinque anni; ma le rughe incise nella
immobilità della sua faccia pallida gli davano quel segno di forza che
si vede nella maschera dei criminali e degli asceti. Quand’egli, con una
voce equilibrata, un po’ lenta, muovendo le palpebre de’ suoi occhi
freddi come l’argento, mi spiegava perchè fu mandato al supplizio frate
Savonarola, io, senz’ascoltarlo, guardavo le sue piccole mani.

Avevo allora diciassette anni.

M.lle Odette era nata a Bourges, nel Barry, ed i suoi discorsi
cominciavano spesso con questa frase: «Chez nous, dans la maison de mon
père...» E parlava di questa «maison de son père» come se veramente si
trattasse della culla d’una dinastia. Quando venne al Castello aveva
quasi ventotto anni; era una creatura deliziosamente fina, piena di
seduzione, di freschezza e di leggiadria. Non già che fosse molto seria,
tutt’altro!... Ma i suoi dentini bianchi e le sue lunghe trecce bionde,
il suo camminare a piccoli passi, e non so qual grazia leggera contenuta
in ognuno de’ suoi movimenti, attraevano la simpatia di chiunque la
guardasse, anzi portavan un soffio di vita giovine in quel nostro
vecchio Castello, dalle stanze per noi troppo solenni ed in parte anche
disabitate. M.lle Odette suonava il pianoforte con vera maestrìa;
cantava molto bene le sue vecchie canzoni di Francia; nei prati del
parco giocava con me al volano come se avesse ancora la spensieratezza
d’una fanciulla di vent’anni.

Una sera, verso l’ora del pranzo, mio padre fece chiamare M.lle Odette
nella grande biblioteca ov’egli teneva i registri della sua infelice
amministrazione, e la fece chiamare in forma dirò così ufficiale,
mandando il vecchio domestico James a dirle che Lord W. aspettava M.lle
Odette nella sua biblioteca.

Odette mi prese per mano, e scendemmo. Faceva quasi buio. Le tende si
gonfiavano. I due finestroni aperti verso il parco lasciavano entrare a
folate il vento serale, in cui pareva gocciolassero le resine dei pini.
Lord W., mio padre, stava seduto alla sua scrivania, con i due gomiti su
la cartella, e súbito m’accorsi che la mia presenza inattesa gli dava
una certa preoccupazione.

—Asseyez-vous, Mademoiselle Odette,—disse mio padre. Poi
soggiunse:—Madlen pouvait très bien ne pas descendre avec vous.

Poichè la sua osservazione rimase priva di risposta, Lord W., mio padre,
mise in ordine alcuni scartafacci ch’erano su la scrivania, poi
cominciò, con una voce monotona, questo grave discorso:

—Ma situation financière n’étant plus aussi brillante qu’elle était
autrefois, j’ai le devoir de réduire nos dépenses, afin de ne pas
entamer la fortune de ma fille...—Poi si confuse, arruffò le parole in
modo che non si comprendeva bene cosa volesse dire, e la conclusione fu
questa: che M.lle Odette dovesse cercarsi un altro servizio, poichè, per
mille ragioni non del tutto comprensibili, era opportuno che M.lle
Odette se ne andasse via da casa nostra.

Mi ricordo che M.lle Odette non rispose parola; solo si coverse la
faccia con un braccio, e pianse, io, su per le scale, vedendo piangere
Odette, cominciai a piangere anch’io.

Non so bene cos’accadde: certo è che M.lle Odette non andò via. Non fece
neanche i bauli; rimase triste qualche giorno, poi ricominciò a ridere.
Dopo quel giorno Lord W., mio padre, non parlò più di allontanarla da
casa nostra, ed anzi, quando vedeva M.lle Odette, la sua lunga faccia
scura si rasserenava come per incanto.

Il vecchio James, grigio, un po’ curvo, ringhioso, testardo e fedele
come un cane da guardia, sempre agghindato nella sua decrepita livrea
filettata di giallo, non poteva soffrire «quella francesina», come la
chiamava lui, ch’era venuta a comandare in casa d’altri ed anzi era
stata ammessa, contro ogni regola della tradizione, alla nostra così
deserta mensa familiare. La sua antipatia per «la francesina» era tanto
acerba e così poco giustificata, che un bel giorno pensai di domandarne
a lui stesso la ragione. Ora, quel giorno, io dovevo costruire una certa
gabbietta per un grillo che mi avevano regalato; e, benchè mi fossi
tagliuzzate le dita nell’acuminare legnetti e piuoli, era tempo
sprecato, la mia gabbia mal connessa certo avrebbe lasciato scappare il
grillo. Così mi rivolsi all’esperienza del vecchio James, che in quel
pomeriggio un po’ caldo si era seduto sotto il portico interno a
prendere il fresco.

—Ora vengo, miss Madlen,—rispose il vecchio James;—lasciátemi solo
togliere la marsina, perchè non si sciupi. Andremo nel parco e vi
costruirò la gabbia per il grillo. Ma il grillo dove l’avete?

—L’ho chiuso in un cassettone.

—E gli avete dato qualcosa da mangiare?

—Sì, gli ho dato da mangiare.

—Cosa gli avete dato?

—Sotto un vaso ho preso un verme; poi tre mosche.

—Ah, che sciocca! non sapete nemmeno cosa preferiscono i grilli!

Poi, quando fummo nel bosco, egli scelse con molta cura i ramoscelli che
gli occorrevano e cominciò piano piano a costruire la casa per il
grillo. Faceva le legature con piccoli vincigli di solide stoppie;
mentre lavorava, mi domandò:

—E «la signorina francesina» dov’è, che non la si vede?

—Ora è su in camera, e sta rinfrescando i miei pizzi.

Il vecchio James sogghignò, e mi fece vedere tutti i suoi grossi denti
gialli.—Ah! ah! se la passa bene in casa nostra, quella civetta che Dio
la maledica!

Io gli domandai:—James, perchè siete sempre così sgarbato con la povera
Odette?

—La povera Odette!... Ah! grazie! Per fortuna che voi siete innocente!
Ma quando lo sarete un po’ meno, anche voi domanderete alla «francesina»
cosa fa la notte invece di dormire...—Poi si dette un gran colpo su la
bocca, onde punirsi dell’aver parlato, e finì la costruzione della casa
per il grillo.

Ma quelle sue parole mi fecero d’un tratto indovinare molte cose. Io
dunque mi proposi di scoprir da me sola cosa faceva «la francesina»
invece di dormire, e, venuta la notte, in punta di piedi uscii dalla mia
camera, mi recai dietro l’uscio della camera di Odette. Accostai
l’occhio alla serratura; tutto era spento, non udii che il suo respiro
addormentato.

Vi andai la notte seguente. Fra le connessure dell’uscio, per la toppa
della serratura, filtrava una luce che nell’oscurità pareva intensa.
Udivo parlare sottovoce. Io, non so perchè, mi sentii così male, così
male, che per un momento ebbi l’impressione di sentirmi piegare le
ginocchia. Stavo su le mattonelle co’ piedi scalzi; avevo molto freddo,
i miei capelli sciolti mi cadevano su la faccia, su gli occhi. Poichè il
cuore mi batteva troppo forte, con ambedue le mani mi compressi il
petto, e forse allora per la prima volta, con una specie di paurosa
gioia mi accorsi de’ miei seni nascenti.

Mi piegai, misi l’occhio alla serratura; ma per la disposizione dei
mobili nella stanza non potevo riuscire a vedere che una finestra
chiusa, il lavabo, una poltrona e solamente un pezzo del grande
copripiedi rosso. Vedevo però assai bene, sotto le coltri, la forma del
corpo di Odette, dalle ginocchia in giù, muoversi...

Non saprei dire perchè, rimasi avvinta, ferma, piena di un’angoscia mai
provata. Mi drizzai, volli fuggire; non potevo. Ancora dovetti piegarmi
e paurosamente guardare. Il copripiedi stava per scivolare dal letto;
era sconvolto, arruffato; la forma del corpo di Odette non si muoveva
più. Le sue ginocchia, i suoi piedi, sollevavano appena la coltre;
qualcun altro, che doveva essere più in là, si mosse, discese, camminò,
se ne andò per un uscio interno. Avesse aperto quello dietro il quale io
stavo, e non avrei nemmeno avuta la forza di muovermi, per fuggire.

Tornò il silenzio; il silenzio profondo, assoluto, nella stanza, nel
corridoio, nella casa addormentata. Passò un tempo del quale non ho
memoria, poi vidi Odette scendere dal letto, cercare le pantofole,
venire verso il mezzo della camera, fermarsi davanti al lavabo, versare
acqua nei catini.

Ora la vedevo splendidamente, nella cruda luce. Non aveva sopra di sè
che i suoi lunghissimi capelli sciolti, i suoi capelli arruffati,
stupendi, gonfi e lucidi, che le scendevano sino all’anca, impigliandosi
e gonfiandosi ad ogni movimento su le perfette forme del suo corpo. Io,
veramente, non avevo mai creduto che Odette fosse così bella, e poichè
non avevo ancor mai veduta una donna del tutto nuda, guardavo lei, come
se vedessi una cosa per me nuova nel mondo.

Si lavava con minuzia e con attenzione, respirando forte; la sua faccia
mi sembrò piena di stanchezza, di sofferenza, d’irritazione. S’incipriò,
si fece la treccia, mise una bella camicia di fino batista; prese uno
specchio, lo sollevò davanti ad un altro per guardarsi la nuca. Nella
camicia trasparente vedevo così delinearsi la profondità dell’ascella
oscura e nascere, come un forte bócciolo gonfio di gioventù, il seno
impetuoso, che produceva una bella ombra nella tela fina.

Volli andarmene; anzi pensai:—«Ora devo andarmene. È tardi; fa freddo;
anche Odette fra poco spegnerà il lume...»

Invece non potevo. Ero lì, sempre lì, curva, incatenata. Ed allora,
senza bene intendere quel che facevo, d’un tratto la mia mano si alzò
fino alla serratura, cercai di girare la maniglia, feci rumore.

Odette venne all’uscio; vedendomi, s’impaurì.—«Che hai, Madlen? che
fai?...»—Parlava sottovoce, turbata, con il suo respiro caldo. Io non
risposi. Mi toccò la fronte, i capelli. Io non risposi. «Che fai,
Madlen?...» Solamente i miei occhi piangevano, mentre non piangeva la
mia gola, non la mia bocca, non io. «Perchè sei venuta, Madlen? Stai
male?...»—«Sì...»

E con tutta la mia debole forza m’avvinsi a quel suo braccio nudo. La
trascinai. Venne con me, nella mia camera. Il mio letto era sconvolto.
Mi coricai. La feci sedere su la coltre. Tenevo le sue mani, le sue
braccia, le sue spalle. Avevo terribilmente voglia, non so perchè, di
baciare la sua bocca. Le misi un braccio intorno al collo, intorno alla
nuca, la sua bella nuca scintillante... Così la piegai, la costrinsi ad
affondare il capo nel mio guanciale...

Dormimmo.


                         . . . . . . . . . . .


In quella stanza era un trofeo d’armi; una immensa tavola nuda,
macchiata d’inchiostro, logora dai tarli; due vecchi armadii, qualche
sedia di velluto, un braciere pieno di cenere.

Lì studiavo. Le finestre davano su la corte. Un vecchissimo cavallo di
mio padre vi camminava tutta la mattinata. James lo teneva per la
briglia. Si chiamava Ramir. Aveva, credo, vent’anni. Era stato il
preferito hunter di mio padre, e gloriosamente aveva galoppato per tutta
la contea. Negli ultimi anni lo attaccava qualche volta il fattore al
suo barroccio, per farsi condurre ai mercati vicini; ma ora il barroccio
stava nella rimessa con le stanghe all’aria, carico di ragnateli.
Piuttosto che vendere Ramir, mio padre si sarebbe fatto amputare un
braccio. Benchè non l’adoperasse mai, James doveva tutte le settimane
lucidare la vecchia sella. Così, a furia di strofinarla, si era
spelacchiata. E Ramir, ben satollo di fieno maggengo e di avena soffice,
calpestava i ciottoli della corte, cacciandosi via le mosche. Io gli
portavo zucchero e pane; Ramir, col suo muso bianco, mi sporcava di
schiuma le camicette. Quando giungeva il diacono Ralph per impartirmi la
sua lezione, sempre udivo il vecchio James dirgli:

—Salga pure, signor diacono; la piccina è su che lo aspetta.

Mi chiamava «la piccina», sebbene già di mezza fronte superassi la sua.
Quando si è state piccole nelle braccia di un vecchio uomo, per
quest’uomo non si diventa grandi mai.

James, nella corte, faceva interminabili discorsi al furbo Ramir.
Questi, ogni tanto, gli metteva il muso contro la spalla. Stando sempre
insieme, seguitando a girare così, tutte le mattine, ormai da lunghi
anni, erano giunti a somigliarsi un poco, l’uomo ed il cavallo; avevano
qualche volta gli stessi movimenti. Tac... tac-tac-tac... e ogni tanto
un inciampo.

D’improvviso il diacono Ralph entrava. La sua faccia pallida e fredda
non sorrideva mai. Si toglieva il mantello; mi guardava. Anzi mi
guardava con attenzione, quasi volesse indovinare se avevo quella
mattina l’anima pura. La sua statura un po’ troppo alta s’irrigidiva
qualche volta vicino alla mia; si fermava, come se in tutte le sue
membra, in ogni suo movimento, fosse una specie di pericolo. Poi, d’un
tratto, mi diceva quasi con ruvidità:—«Perchè vi siete lavata i
capelli?» Oppure:—«Cos’è questo profumo che ora portate?»

Io, con un singolare disagio, non gli rispondevo nemmeno. Però diventavo
rossa. Il diacono Ralph aveva due crudeli occhi, troppo virili, troppo
accesi di fiamma interiore. Spesso ero costretta, senza una ragione
palese, a chinare i miei. Quando mi guardava, io provavo con irritazione
la gioia d’esser bella. Fu il primo uomo davanti al quale m’accorsi del
peso che avevano i miei capelli splendenti, della forma che aveva il mio
corpo giovine.

Quando non sapevo una cosa, egli s’irritava straordinariamente.
Diceva:—«Non va! non va!—e si alzava, camminava per la stanza. Era
troppo alto; non portava i capelli abbastanza corti, per un prete. Poi
mi spiegava lentamente quello che non avevo compreso.

Ma queste sue lezioni diventavano di giorno in giorno più faticose; non
per quello che m’insegnava, ma per la sua presenza, per quel che v’era
d’innaturale, di assorto, quasi di temibile in lui.

Veniva la mattina, quand’ero da poco levata. I miei capelli brillavano;
io lo sentivo; le mie mani profumate, se per caso toccavano la sua
veste, vi lasciavano, come ali di farfalla, un po’ di cipria.

Qualche volta mi pareva che i suoi occhi si avvincessero alle mie nude
caviglie. Di primavera le tre finestre aperte mandavano su a vampate,
nei raggi del sole, il profumo nuovo delle violette. Spesso un colpo di
vento scompigliava d’improvviso tutte le pagine de’ miei libri. Ed io
ridevo. Egli no. Egli seguitava a parlare, impassibile, un po’ curvato
su me. Qualche volta il suo respiro mi toccava le mani. Ciò mi dava
noia. Quasi di nascosto le ritraevo. Allora i suoi occhi diventavano
scuri. A poco a poco la sua voce mi girava intorno, come si gira intorno
ad una preda. Quest’uomo di trentacinque anni, questo mio educatore,
questo prete, aveva una faccia consumata, non saprei dire se dal vizio,
dall’astinenza o dal dolore; sembrava intelligente: forse non lo era;
sembrava un malato, un incatenato, un soggiogatore di uomini costretto a
servirli, un distruttore di obbedienze curvato a fatica sotto il giogo
dell’umiltà. Non mi parlava quasi mai di religione.

Io non ero più innocente. Avevo già peccato, da me stessa, e pensando
all’amore. Quando le mattine erano calde, o molto profumate, e i miei
capelli, scuri, biondi, pesavano più del consueto, qualche volta la sua
voce, così vicina al mio respiro, mi dava una specie di soffocazione;
sentivo la sua presenza pesare su me, come una forza la quale tentasse
di coricarmi, e v’eran momenti ne’ quali mi toccava rovesciarmi
all’indietro, chiudere gli occhi, un po’ sopraffatta...

Egli se ne avvedeva. Diventava pallido. Cessava d’improvviso dal
parlare. Io pure. Si taceva. Tra quel silenzio sentivo nascere in me
stessa il buon odore della mia nudità.

Una mattina—(era quasi l’estate, faceva caldo, le praterie si muovevano,
gonfie di profumo e di rumore)—una mattina io stavo scrivendo su quella
tavola nuda, ruvida; egli era presso me, contro lo spigolo, e guardando
la mia scrittura, con lentezza, con chiarezza mi dettava.

Il sole entrò. A poco a poco invase la tavola. Giunse al mio gomito.
Avvolse il mio braccio. S’impadronì della mia spalla. Fasciò la mia
nuca. Toccò la mia guancia... Dovetti ritrarmi.

Così gli ero più vicina. E il sole camminava. Dopo qualche istante
illuminò di nuovo la mia mano, prese tutto il mio braccio, m’entrò nella
bocca, rise ne’ miei occhi... Dovetti ancora muovere la seggiola,
sottrarmi a questo raggio che mi voleva, a questo fulgore che sempre più
mi sospingeva, lentamente, verso il diacono Ralph.

Quando fui di nuovo tutta nell’ombra, i miei occhi lo guardarono. Mi
pareva di essere quasi nuda; il riflesso del sole mi rendeva
trasparente. Le mie braccia calde, la mia gola viva, il mio seno gonfio
di respiro, aspettavano quasi con impudicizia la irritata gioia di
sentirsi offendere...

Mi piegai; strinsi i gomiti; mi raccolsi tra le mani la faccia. Ora non
vedevo più il sole. Ma lo sentivo a poco a poco salire, invadermi,
abbracciarmi, ubbriacarmi... era in me, ne’ miei sensi, nel colore de’
miei vivi capelli, entrava, m’irradiava tutto l’essere, mi empiva di
estate l’anima...

E poichè i miei polsi erano congiunti, sentii che una mano li strinse,
li piegò, mi curvò, smemorata, nella fiamma del raggio di sole...

Quando capii che le mie vene troppo gonfie di primavera stavano per
inginocchiarmi, tutta viva, tutta ebbra, sotto il potere della sua
bocca, risi, risi, ancora ebbi la forza di ridere, nel sole, come una
pazza...

Non mi fece male. Se ne andò come un ubbriaco. Disse a mio padre che
avevo tutto imparato. Non lo vidi più.

                                  ————

Odette era la mia compagna, la mia amica, la sola mia confidente. Nè io
potevo dimenticare quella notte già lontana.

Ho detto innanzi che, dopo essermi rifugiata con lei sotto la mia
coltre, dopo averla fatta giacere sul mio guanciale, chiusi gli occhi e
dormii.

Non è vero. Chiusi gli occhi e piansi.

Ma una sola coltre ci avvolgeva, ed era la prima volta che sentivo il
tepore di un altro essere prendere me. Non potevo nemmeno ricordarmi chi
era; stavo così bene vicino a lei; tutto il peso de’ suoi capelli
soffici e caldi mi traboccava su la spalla ingombrata; le sue braccia
morbide, impure, avvinte alla mia persona mai da nessuno abbracciata,
oscuramente mi facevano sentire il bisogno di coricarmi supina.

Era tardi; faceva un po’ freddo; su noi, su la nostra coltre, dormiva un
raggio di stelle. Nei vetri più alti, contro il cielo, qualche lontana
cima d’albero si muoveva. Nella vasta notte non si udiva neanche un
rumore.

Ma io sentivo perdutamente il desiderio di soffocare ne’ suoi gonfi
capelli la mia bocca innamorata. Il suo respiro mi toccava, mi parlava;
era inebbriante come un forte profumo. Le parole sommesse, leggere,
pericolose come lenti baci, mi carezzavano la bocca, mi scendevano,
senza rumore, fin sull’anima...

—«... Se tu sapessi come non ho voluto, Madlen!... Era più d’un anno che
gli dicevo di no, di no... tutte le sere... Ma qualche volta l’ho veduto
piangere... E tu non sai com’è triste veder piangere un uomo. Allora,
per non partire, per non andarmene via da te, una sera ho chiuso gli
occhi, ed ho sentito la sua bocca fredda, la sua bocca pallida...
pesare, pesare terribilmente su la mia...»

Forse non l’ascoltavo nemmeno più. Ne’ miei sensi traboccava la memoria
di altre cose infinite, cose da nulla, pressochè inafferrabili, che
nondimeno erano state fra lei e me.

Avevo perduto per sempre il mio cuore di fanciulla. Ed ora,
improvvisamente, mi rammentavo certe sue parole, certi suoi movimenti
súbito repressi, qualche sua maniera di guardarmi, di toccarmi, di
vigilare la mia bellezza nascente, qualche suo riso innaturale, buio,
quando scopriva ne’ miei occhi di vergine la traccia notturna de’ miei
primi peccati.

Già da lunghi mesi Odette aveva cominciato a parlarmi di cose d’amore
come soltanto si parla fra due vere donne. Talvolta mi fissava, mi
fissava lungamente, con le sue ciglia quasi d’oro abbassate su gli occhi
splendenti, e mi fissava mutando colore, con un leggero cerchio d’ombra
che le scendeva sino agli angoli della bocca.

Giorno e sera noi eravamo insieme; la nostra intimità era maggiore che
fra due sorelle. Io mi chiamavo Madlen, ella Odette: i nostri due nomi
così lievi erano la cosa più fresca, più ilare, in quella vecchia
provincia.

E troppo sovente noi parlavamo d’amore. Anzi, ella ne parlava; io no. Io
l’ascoltavo. L’ascoltavo senza batter ciglio, con un senso di profonda e
voluttuosa paura. Mi raccontava di avere appartenuto a qualche amante;
me lo diceva, le prime volte, con parole imprecise. Ma quella sua voce
calda, lenta, che somigliava un poco alla sua maniera di muoversi, mi
faceva immaginare le carezze, le complicate carezze ch’ella doveva saper
dare ad un amante.

Si vestiva sempre così bene; aveva di sè una cura infinita; i suoi
trent’anni parevan meno di venticinque; si vedeva ch’era impossibile,
per lei, far a meno dell’amore. Sapeva cucire, cantare; sapeva scegliere
i bei libri e tagliare le fine stoffe, dipingersi un po’ troppo gli
occhi e suonare a memoria Bach; sapeva rendere piena di tentazione la
mia vita deserta.

A poco a poco, senza che io me ne avvedessi, ella incominciava con
divenire il mio vizio. Fra lei e me nessuna cosa era vietata; potevo
entrare nella sua camera, Odette nella mia, quando mi vestivo, quando mi
spogliavo, ad ogni momento. Ma io, per non essere indiscreta, prima di
entrare nella camera di Odette sempre battevo all’uscio, e non vi andavo
se non quando era necessario. Ella no; ella da me veniva senza ragione
alcuna, e sempre amava essere con me, nel bagno, nello spogliatoio, in
quelle ore d’intimità, quando anche gli occhi d’una sorella possono
divenire importuni.

Allora Odette, molto spesso, con l’aria di far quello che faceva
quand’ero una bimba, s’impadroniva di me, de’ miei capelli, della mia
gola bianca e nuda, mi pettinava, m’incipriava tutta la persona, e sul
mio corpo nuovo come un fiore lentamente muoveva le sue dita pallide.

Alle volte, mentr’io mi nascondevo sotto i miei capelli, tutta paurosa
di me, voleva mi guardassi nello specchio per vedere quanto ero bella.

Sì, bella ero splendidamente, bella e matura per il peccato, così bella
che non potevo guardare l’oscurità del mio grembo innocente, il pallore
de’ miei seni erti, senza pensare alla gioia infinita, che di notte, nel
buio, soffocando, ero costretta a prodigarmi...

Talvolta io stessa la trattenevo a sedere su l’orlo del mio letto,
finchè mi fossi addormentata. Ciò accadeva sopra tutto quando eravamo
sole nel Castello ed il silenzio mi pareva risuonasse di lontani
strepiti, fra quelle mura disabitate.

Quando sedeva su l’orlo della mia coltre, Odette, nelle sere
dell’inverno, ed i suoi braccialetti, brillando, si premevan nel mio
guanciale profumato, noi parlavamo a lungo, sottovoce, di cose veramente
colpevoli, o tremando, bocca su bocca, leggevamo qualche storia d’amore.

Presso il mio capezzale stava sempre un vecchio libro di preghiere.

Quando mi aveva raccontato qualcosa di troppo torbido, e sentiva nel
tepore della coltre leggermente il mio corpo tremare, allora prendeva
quel libro, lo apriva, sempre alla stessa pagina, e senza muoversi,
molto piano, con la voce alterata, leggeva una bella preghiera che, mi
ricordo, cominciava così:

«_Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé par mi
les pécheresses..._»

Ma una sera noi rimanemmo sole. In città si facevano le elezioni. Già da
un mese Lord W., mio padre, non faceva che aggirarsi per la biblioteca,
declamando con foga oratoria certi suoi lunghi discorsi molto rumorosi e
niente affatto eloquenti. Infine partì, ben sicuro d’esser l’uomo più
necessario alla politica dell’Impero Britannico.

Mi ricordo che faceva quella sera un terribile vento; il parco non era
che una fragorosa burrasca di foglie arruffate. Già doveva esser tardi,
forse le undici di notte, non so. Dietro le finestre, nell’aria
splendidamente limpida, si vedevano bruciare le stelle. Un non so che di
selvaggio penetrava tra muro e muro; io non potevo star ferma; quel
rumore, quello splendore, si propagavano in me, dandomi una specie di
febbre.

Tutti nel Castello erano già coricati. Noi due sole, in quella nitida
sera di Marzo, rimanevamo ancora vicino al fuoco spento. Sui nostri
telai formava un bianco ricamo il colore delle stelle. Nei vasi erano
fiori odorosissimi, raccolti a fascio. Il vento saliva, scendeva, nel
camino spento, muovendo la cenere.

Odette era sprofondata in una grande poltrona scura; vedevo le sue
braccia nude fino al gomito, vedevo le sue belle caviglie, del tutto
scoverte, nelle calze di filo nero, che parevan d’argento. E la macchia
de’ suoi capelli biondi, sul velluto scuro, sembrava quasi un vortice di
fumo.

Allora una péndola suonò. Io mi levai; ella pure. Salimmo le scale
insieme, con lentezza, fermándoci ogni tratto. Siccome l’elettricità si
era interrotta, coprivamo con le nostre mani aperte le fiamme delle
candele.

Giunte sopra, Odette mi guardò. Era estremamente pallida; le sue ciglia
d’oro le facevano battere fin contro le narici un lungo riflesso quasi
livido. La sua bocca non sorrideva come sempre; anzi aveva un non so che
di sciupato, come la bocca di chi voglia reprimere un intenso piacere,
un dolore acuto. Per non guardare lei, guardavo la candela gocciolante;
cercavo di non pensare ad altro che agli scrosci fragorosi del vento. La
fiammella si piegava, sfuggiva, guizzava, in rapidissimi fiocchi neri.
Ma io stessa mi sentivo come lei: pallida e con la bocca sciupata.

In fondo al corridoio, con fragore, una porta si spalancò.

Era il vento. Le due candele si spensero.

Il vento c’investì con impeto, quasi volesse attorcigliarsi ai nostri
fianchi, strappare via le gonne dalle nostre cinture.

Odette mi pose una mano sul braccio; disse, tra il vento:—«Spógliati.
Verrò da te; leggeremo un libro.»

Dall’invetriata ch’era nel fondo le stelle macchiavano il corridoio
d’una luce fredda e verde. Non risposi. La vidi andar via rapidamente.
Io restai qualche attimo ferma; il cuore mi batteva. Poi, siccome
sentivo le mie trecce sciogliersi, andai, camminando su le stelle, a
chiudere quella porta spalancata.

Entrai nella mia camera senz’accendere il lume. Nello splendore delle
due finestre si vedeva il parco arruffare nel vento le sue mille
criniere. Gli abeti si piegavano tutti da una parte come grandi vele
buie. Mi appoggiai con la fronte ai vetri, dai quali filtrava una lama
di vento, sottile. Guardai l’erba dei prati, che scorreva, come se la
traversassero in furia cento ruscelli. Sentivo il peso delle mie trecce
pesarmi fin su l’anima. Non ero più io, non conoscevo più me stessa, mi
sembrava di attendere un’anima straniera che stesse per entrare in me.

Il campanile, dal borgo invisibile, suonò l’ora. Mi parve di vedere
questi larghi rintocchi andarsene per l’aria infuriata come pesanti
mantelli gonfi di sonorità. Pensavo alla pallida fronte del diácono
Ralph, a’ suoi bellissimi occhi freddi come l’argento...

Non era più nel borgo il diácono Ralph. Dov’era il diácono Ralph?...

Mi slacciai la gonna, mi slacciai la camicetta, mi tolsi le forcelle
dalle trecce, ad una ad una. Così facendo pensavo alle ragazze che sono
tranquille, che non hanno bisogno d’amore, che vanno a letto con un po’
di civetteria, ma senza mai sentirsi così male...

Avrei voluto essere come loro; addormentarmi anch’io, tranquilla, con le
due mani in croce sul petto, finchè tornasse, la mattina dopo, il
sole...

Non mi pettinai; non misi profumo nè cipria; non andai nemmeno a
guardarmi nello specchio. Indossai una leggera vestaglia, e per togliere
le scarpe, le calze, mi sedetti su l’orlo del letto. Io non pensavo
all’amore; pensavo terribilmente a lei, a me...

In quel momento entrò Odette.

Chiusi gli occhi; mi feriva in tutta la carne la gioia più grande, più
paurosa, che provai nella vita.

Poi cessò. Mi parve di essere morta. Rimasi lì, ferma, con la mano che
più non sapeva togliere la calza; una gamba scoverta la gola nuda...
Ella mi disse:—«Non sei ancora svestita?» E venne lì vicino, rovesciò
del tutto la calza, me la tolse dal piede. Svestita?... Sì, lo ero. E
perchè me lo domandava? Troppo lo ero; quasi non avevo su me che la mia
bellezza e la paura di me stessa. Nel chinarsi, anche la sua vestaglia
s’aperse. Mi sentii venire contro la faccia, negli occhi, nella bocca,
nel respiro, un intenso buon odore di cipria calda e profumata.

Ella tornò a dire:—«Non sei ancora svestita?» Lo disse con una voce
opaca, una voce sorda, pesante, esasperata, una voce che dissipava
l’ultimo indugio. Vedeva bene la mia gola rovesciata; vedeva bene che mi
restava solo da entrare sotto le coltri.

E mormorò:—«Córicati...»—Mi tolse la vestaglia, sollevò il lenzuolo, mi
appoggiò la bocca su la fronte, per aiutarmi col suo peso a cader
supina.

Poi mi coverse; radunò sul guanciale i miei capelli disordinati;
ravvolse la coltre, piano piano, intorno alla mia gola.

Faceva tutto ciò naturalmente, come una buona sorella, con le sue mani
troppo calde, col suo respiro troppo intenso, lasciando sbocciare dalla
vestaglia i seni malnascosti, che tremavano. I suoi magnifici capelli
biondi formavano un semplice nodo, una specie di voluminosa matassa, che
da un lato, mal rattenuta, le ingombrava tutta una spalla.

Io chiusi gli occhi. Non la volevo nemmeno guardare. Ma pensavo agli
occhi freddi come l’argento, alla faccia devastata e bella del diácono
Ralph...

Allora ella sedette su l’orlo del letto, piegata su me, reggendosi ad un
gomito che affondava nel guanciale. Non ricordo bene cosa disse... molte
parole, delle quali sentivo sopra tutto il fiato; il fiato caldo,
vicino, insistente, gonfio d’una specie di grido represso, che mi
toccava come tocca una mano, come un labbro bacia, come un amante si
dà...

E quella voce mi penetrava nelle vene, spossandomi, ravvolgendo con
insidiosa lentezza il mio corpo inebbriato; anzi non l’ascoltavo nemmeno
più: era una voce piena di gioia carnale, che si confondeva quasi al
rumore del vento, al colore bianco delle stelle, a tutto il piacere
infinito che stava per nascere in me...

A poco a poco, le parole che mi diceva—parole che non ricordo e non so
quali fossero—divenivan più pesanti, più sorde, cadevano su le mie
palpebre chiuse, baciavano la mia bocca umida, mentr’io sentivo, ed ella
pure sentiva, il mio grembo tutto tremante sollevarsi, pieno di
felicità...

Nell’urto che ci avvinse, cadde il libro di preghiere.


E il vento pregava per noi, cantando, nella notte scintillante:


«_Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé parmi
les pécheresses..._»

                                  ————

Ma Egli andava coi poveri, co’ gli umili, coi veri derelitti, e vestiva
il lino tessuto su’ telai delle più misere filatrici, e beveva l’acqua
di carità nelle ciotole degli arsi cammellieri, e dormiva ne’ roseti,
ne’ palmeti, su l’erba ove nascosta germina la fragrante viola di Galil,
sicchè la sua bianca tunica sempre mandava odore di rugiada mattutina e
di erba selvatica.

E quest’Uomo ch’era il più povero fra tutti i poveri di Palestina,
passava davanti ai cancelli dei patrizi, e non volgeva lo sguardo;
passava davanti ai palazzi dei plutócrati superbi e dissoluti, passava
davanti ai teatri senza statue, dai frontoni dipinti, ove i mimi
imbellettati come cortigiane satireggiavano con scaltre adulazioni la
Romanità goffa e prepotente; passava davanti alle bacheche dei cambisti,
ove rilucevano le monete auree di tutto il Mediterraneo, passava davanti
alle mostre dei venditori di toghe e di clámidi, con l’insegna dipinta
di fresco in lettere latine per allettare il centurione dispendioso ed
ignorante, passava per i vicoli ambigui ove le belle prostitute di Siria
cantavano con voce flautata per allettare il danaroso viandante, passava
davanti ai collegi della dura sapienza giudaica, davanti alle
gioiellerie piene di gemme, ai fabbricatori di vassoi d’argento, agli
empori di tappeti mesopotamici, alle fabbriche di ánfore, ai fini
cesellatori di spade, ai librai che ostentavano edizioni alluminate di
pergamene elleniche, passava nell’empio cuore della città satanica,
alto, muto, e mai non volgeva lo sguardo.

In estate i bagni si gremivano; le bellissime donne di Giuda
corrompevano con un’occhiata la giustizia dei governatori latini,
carichi d’anelli e di collane trafugate nei saccheggi. Ogni tanto veniva
la notizia d’una lontana vittoria di Cesare; i banchieri ed i
commercianti s’impensierivano, pensando all’imminenza di nuovi balzelli.
Nelle affollate gelaterie, su tavolini di giunco flessibile, si
consumavano chiacchierando sciroppi e sorbetti simili a neve profumata,
che gli schiavi apprestavano entro scorze di lucenti melagrane;
sottovoce si deridevan le pessime abbigliature, i movimenti scomposti,
ma sopra tutto le grosse mani ed i piedi plebei che avevan le mogli de’
funzionari cesárei; si parlava di Roma come d’una immensa città
coloniale, piena di borghesi arricchiti e di despoti altrettanto
provvisori quanto balordi; chi poi diceva di venir da Roma e parlava
della sua magnificenza barbarica, era da tutti ascoltato, interrogato,
con una specie di curiosità sospettosa ed incredula.

Ogni tanto, per le strade ben pavimentate, passava a cavallo un giovine
patrizio di Giuda, ufficiale nella guardia romana, pallido ed effeminato
sotto l’alto elmo, che mal nascondeva in quelle fisionomie di decadenti
l’intima vergogna della irredimibile servitù. Quel parlar grave della
gente di Palestina metteva nell’aria un non so che di musicale, una
specie di ronzìo calmo e vasto, che pareva la nenia voluttuosa di un
popolo semidormente, la voce senza convinzione di anime passate al di
là.

Una bella stoffa, un prodigioso anello, una pettinatura insolita e
complicata, un motto di spirito, la notizia d’un fidanzamento, la
straordinaria ladreria di qualche beduino crudele, gli spettacoli dei
nuovi anfiteatri che si stavano aprendo, la questione dei precettori
stranieri che pervertivano gli adolescenti e quella dei linguacciuti
liberti che spadroneggiavano in tutte le case, il pericolo delle spie,
quasi tutte greche o levantine, cui non sfuggiva il minimo pretesto per
fare una denunzia o per tentare un ricatto, le prolusioni sapientissime
che i Dottori tenevan ne’ cortili del Tempio, dinanzi ad immensi
uditorii fra i quali nessuno si dava la pena di capire un’acca,
l’imbarazzo del Procuratore, il quale non mancava di perdere il filo e
di arruffare scempiaggini tutte le volte che aveva da parlare in
pubblico, ma sopra tutto il colorito sanguigno e le poppe indecenti che
aveva la moglie di costui, plebea ricca di bitorzoli e scarsa di virtù,
la quale faceva commettere un numero infinito di sciocchezze al
rappresentante di Cesare, le canzoni esotiche venute in Palestina coi
navigatori o con gli schiavi d’altre terre, le satire nelle quali si
tradiva il terribile spirito ironico della razza giudaica:—tutto ciò
formava l’argomento de’ discorsi consueti e pareva occupasse l’anima
superficialmente lieve di questa incatenata metropoli, più che l’epopea
mondiale degli eserciti romani o la distruzione lenta che Giuda subiva
sotto il regno del vile Tetrarca.

Ma Egli andava coi poveri, co’ gli umili, con i buoni derelitti, e
dappertutto era dove la fedeltà inestirpabile dalla razza batteva nelle
vene del popolo, e dappertutto era dove il sogno dei mistici antichi
rinasceva nella disperata nostalgia della gente semitica, e dappertutto
era dove i piegati, i flagellati, i curvi sotto le ingiustizie del
mondo, i preclusi al paradiso terrestre sognavano l’appressarsi del
regno di Dio; e dappertutto era dove la scintilla d’un sogno folle
poteva incendiare, come un granaio ricolmo di biade aride, la infinita
miseria del terribile mondo.

E la sera, davanti ai casolari, Egli passava, con il suo viso di uomo
che abbia tutto pensato, e carezzava la tonda fronte ispida, il ricciuto
vello ebraico dei fanciullini ch’egli amava; e stando vicino ai pozzi,
quando l’ora imbruniva, quando il cigolar delle secchie portava in su
l’acqua buia come se fosse piena di stelle, parlava dolcemente con le
vecchie femmine ancor onuste di tarda maternità, con le spose dalle
guance vellutate, con le adolescenti non ancor possedute, parlava coi
duri artieri, con la plebaglia senza moneta, con i gaglioffi e con gli
agguantatori che le guardie tenevano d’occhio, e parlava per tutti
ugualmente, nella maniera più dolce che mai s’era udita, lasciando un
lembo di sè stesso in chiunque parlava con lui.

Sicchè un giorno cominciarono con dire:—Questi è l’uomo che or venne da
poco annunziando il Battista; il re di tutti i miserabili, che avrà per
corona il serto di spini, per scettro il chiodo infitto nella mano.»

Ed un altro giorno dissero:—«Egli guarisce, Egli monda, Egli rigenera.»

Ed infatti, una volta, quando venne l’uomo ossessionato,—e tutta la
piazza era davanti—egli disse:—«Ma tu perchè farnetichi e ti fai male
con le tue stesse mani? Vieni a me, lascia che io ti tocchi, e sarai
libero da ogni dannazione.»

Così fece l’ossesso—e tutta la piazza vide il miracolo—e rimase
prosternata fin quando Egli sparì.

Un’altra volta venne a lui il paralitico, e la sua mano lo disciolse;
venne il mútolo, e questi parlò. Tutti quelli che pativano furon da lui
medicati. E già si parlava in ogni piazza del bianco taumaturgo, e tutti
venivano, e tutti, senza erba nè farmaco, venivano mandati alle lor
case, liberi dal morbo che li flagellava.

Poichè sopra tutto Egli diceva:—«Perdonate al vostro male, a chi vi dona
il male, a chi vuole che vi sia dato il male; poichè nel dolore umile,
nel dolore senza bestemmia è la via che conduce al bene ultimo. Anzi voi
dovete conoscere, uomini, che la felicità unica viene dal dolore.»

E v’era tutto un popolo, e v’era tutto un mondo ancor nuovo a questo
verbo di martirio e di purificazione, che usciva dai foschi tuguri,
pronto anch’esso alla croce del Calvario, pur di credere nelle parole
del bianco taumaturgo:

«La felicità unica viene dal dolore.»

                                  ————

Ed io sentivo il grande spirito del Cristo elevarsi dalle oscure
moltitudini di Lourdes, ove un giorno eravamo tornati, Madlen ed io,
nonostante le beffe del devoto e sardanapalico Lord Pepe.

Questi era sazio di pellegrinare ai luoghi sacri della cattolicità e
meditava di ascendere con la bionda Litzine al primo ghiacciaio del Pic
du Midi, per quindi presentarsi come un puntatore inaspettato nel Casino
di Pau e chiedere un banco di mille marenghi.

Dopo il suo ritorno d’Oltremanica, questo banco di mille marenghi era
divenuto la sua fissazione. Ormai non gli pareva cosa ragionevole
cimentarsi al gioco in alcun altro modo:—l’esperienza gli consigliava di
attendere pazientemente che un banchiere fortunato avesse davanti a sè
questa lucida somma, poi sorgere d’improvviso, chiedere il banco,
voltare possibilmente un nove di qua, un nove di là, dare la buona notte
a tutti e ritirarsi per otto giorni a vita privata.

Maniera in fondo rispettabilissima d’intendere il gioco d’azzardo e,
secondo la legge darwiniana della lotta per l’esistenza, tutto quel
trascendentale senso dell’uman vivere che il duro Schopenhauer
riassumeva nell’istinto di sopraffazione.

Senonchè l’amabile filosofo ispano-britannico (in ciò di gran lunga
superiore al tetro tedesco) ammetteva con molta lucidezza di spirito
che, in luogo di far nove a destra e nove a sinistra, si potesse anche
per disavventura fare baccarà e baccarà.

Ed appunto per premunirsi contro questa non improbabile jattura, il
saggio Lord Pepe aveva molta fede nell’allenamento fisico, nel giusto
equilibrio dei nervi e dei muscoli, bene temprati alle fatiche della
selvaggia montagna:—perciò Lord Pepe aveva immaginata, e predisponeva
ora ne’ suoi minimi particolari, un’ascensione al Pic du Midi.

Egli riteneva—secondo una esperienza non meno scientifica di quella che
governa i miracoli di Lourdes—che la perfetta sanità e la pienezza delle
forze fisiche pongan l’umano spirito in uno stato di maravigliosa
antiveggenza, la qual consente perfino d’intuire i colpi favorevoli
nelle oscure fortune del giuoco di baccarà.

Questa geniale teoria, non meno seria di tutte le altre che sorgono,
brillano, e passano di moda, gli aveva date ormai conferme
indiscutibili, tantochè, se invece di sostare al primo ghiacciaio avesse
voluto arrampicarsi fino alla cima del Pic du Midi, non v’era ombra di
dubbio che il banco da chiedersi poteva essere magari di cinquemila
marenghi.

Ciò che importa, nelle cose terrestri, è credere ciecamente anche in
assurdità, volere con assoluta fede una cosa magari impossibile; chi
porta nel cuore la incontrastata certezza, già si trova per questo solo
fatto su la via del miracolo. Ed il miracolo forse non è che una suprema
ed oscura potenza della volontà umana.

In fin de’ conti, se un pazzo era Lord Pepe, il qual credeva
nell’influsso dell’aria di montagna su le fortune imprevedibili del
baccarà, qual nome si meritava la demenza nostra, la fede o la curiosità
nostra, che non esclude a priori le virtù miracolose di una fontana
d’acqua sorgiva su la guarigione delle piaghe insanabili?

In verità eravamo pazzi entrambi, o saggi entrambi, secondochè si voglia
nominare folle o giusta quella tentazione che l’uomo prova di voler
guardare oltre i confini della stessa logica ed oltre l’esperienza della
umana possibilità.

Per quanto sia mediocre il fine che lo tenta, c’è sempre un po’ di sogno
nell’uomo che insegue una chimera. E bisogna infine comprendere che
nessuna verità è perfetta quanto la verità sublime delle cose
impossibili.

Soltanto il meraviglioso è bello nella vita, nè importa voler conoscere
per qual modo esso avvenga.


Questo noi cercavamo tra le oscure folle di Lourdes, nella grande attesa
del miracolo che percoteva la cristianità infinita.

Quanti erano? Quante migliaia erano?

Impossibile a contarsi, quell’immenso numero di cristiani, del quale si
gremiva tutta quanta la vallata; uomini e donne, secolari e monaci,
cristiani di tutte le terre, facce sperdute in Cristo, nel fuoco della
penitenza, nella febbre del digiuno, tutti confessati con l’ostia, mondi
come il lino del battesimo, tutti assorti nel veggente amore che accese
l’anima della bianca pascolatrice.

Era già questa l’ora, dopo le campane del vespero, quando i
pellegrinaggi di Lourdes si adunano intorno alla Collina del Calvario
per formare la processione del Santissimo Sacramento. Dai lontani
Pirenei scendeva nella vallata un vento scuro, che pareva trascinasse
con sè, dai prati alti, un melodioso e grande stormir d’abeti. Il bianco
fiume di Bernadette quella sera cantava, come nel tempo quand’ella venne
al guado, e la compagna e la sorella passarono per l’altra riva, e
sparvero, cercando legna di buona scintilla. Nel vento era un odor
confuso di nevai e di violette, un odor soave di bosco lontano e di
fragranti resine.

Ora il Vescovo si mise davanti alle bandiere sacre delle varie comunità,
e la processione cominciò a salire l’erta del Calvario. Di là dal ponte,
sotto il Castello che tenne il vassallaggio delle otto vallate, Lourdes
la empia, Lourdes la città monastica dei rigattieri di religione, si
andava cancellando a poco a poco dietro un confuso velario di alberi e
d’ombra. D’un tratto, sui bianchi steli dei ceri votivi qualche pallida
e tremula fiammella s’accese; poi divennero cento, poi mille, poi
divennero decine di migliaia; e tutto, nella valle di Lourdes, era un
fantastico tremore di piccole stelle, un brillar stupendo che infiammava
i marmi della raggiante Basilica, un improvviso ed infinito incendio,
che vacillando pavimentava l’immensa Esplanade come una specie di
terrestre firmamento.

Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio,
dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del
Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della
umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua
crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d’un Dio.


E là, nel fuoco della Basilica, l’altare incendiato folgorava come un
braciere splendidissimo.

Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di
perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei
Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi
come il sangue, gli smeraldi verdi come l’oltremare, le riviere di
brillanti che nessuna donna mai possedette:—questo possedeva la pallida
Signora di Lourdes, l’Apparsa con un manto azzurro nel sogno della
povera pascolatrice.

Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, e questa
voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro
i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così
abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.

Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce
sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle
ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come
plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d’argento, con vescovi
regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan
le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona
il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per
suggellare opere ch’egli maledisse!...

Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che
s’inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la
dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri
mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le
bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana,
tristezza della dolce terra, dolore del mondo...

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d’argento, un portico d’oro, un
teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le
turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d’un rito mirabile; un
rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il
trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che
potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e
sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.

Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza dei portatori di
fiaccole, servo io pure dell’idolo scintillante, e la mia voce sommessa
canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco
del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine
condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.

Pensavo:—«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine
de’ miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio
monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose
cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole
staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell’inverno,
serrato fra le corregge dei sandali d’umiltà. Una squallida barba
castana, con qualche filo biondo, contornerà l’inciso pallore del mio
volto notturno...»

Pensavo:—«E questa che viene con me, la bella fra tutte le belle, una
sperduta in mezzo alle perdute, un fiore lungo la mia strada, una donna
oscura che mi guarda con i suoi occhi pieni di nord, forse oggi diverrà
la sorella dell’altra peccatrice, quella che disse una sera al pallido
Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu
scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Pensavo:—«Siamo stati entrambi freddi e funesti come i gioielli che
brillan nelle vetrine diavolo; tutta la nostra vita fu spesa, là dove
l’anima perisce, negli ardenti pericoli delle sterili gioie; forse
patimmo senza piangere, forse in noi rise un dolore che ci costrinse a
vuotare il cálice, a rompere il bicchiere...»

E non udite voi, Madlen, come cantano i devoti pellegrini?

Essi cantano:—«Date a noi, Vergine Maria, la grazia, non di guarire, ma
di credere; non di possedere, ma di credere; non di essere felici, ma di
credere. Date a noi, Vergine Maria, l’altezza d’amore ch’è sopra il
dolore degli uomini; lontanáteci dalle cose del mondo, fate in noi
scendere quel che ogni spirito cerca: il vero Dio.»

Essi cantano:—«Il miracolo che noi cerchiamo è la testimonianza che voi
non siete unicamente una musica del nostro inginocchiato sogno, ma la
eterna luce dell’eterno infinito, la buona e verace ala che noi
raccoglierà dal peso della polvere.»

Essi cantano:—«Vergine Maria, dà ora un segno che tu sei, nella nostra
carne maledetta; solleva, se non me, il fratello mio che non ha
ginocchia, la sorella mia priva di labbra, che non può dire il tuo nome;
libera uno dei mille dal marchio dell’inguaribile infermità; muovi la
mano per toccare una sola fronte; fa che i nostri occhi vedano quel che
i nostri orecchi udirono; sii con noi, prega per noi, Signora di
Lourdes, Madre di Dio...»


La chiesa era bella; era tutta un arazzo d’argento, un portico d’oro; i
ceri si moltiplicavan tremando nel fuoco del tesoro inaccessibile; da
ogni pietra saliva in Cristo l’anima del pellegrino inginocchiato.

Ed io pure sentivo qualcosa di me uscire da questa mia pesante materia,
che tutto soffrì e tutto volle, per alimentarsi di quell’anima grande
che la folla tramandava, come se il principio della liberazione stesse
per invadere la mia spiritualità non ancora trascendente. E questo senso
della purificazione mistica era in me tanto più vuluttuoso, quanto più
sentivo di essere vicino all’amore di una donna, e quanto più sentivo il
braccio di questa mia donna impaurita tremare leggermente sotto il mio,
quando, nella splendente Basilica, fra la turba infinita, ella era il
solo profumo, la sola presenza che ancora potesse ricordarmi della mia
vita lontana.

Eppure, mai come allora, mai con uguale carnalità, avevo sentita la
gioia della sua bellezza invadermi, l’ardore del suo desiderio
possedermi, essere mio, confondersi nel tremore d’anima che pareva mi
volesse dividere dalle gioie della vita.

Forse quest’amante, che non mi diedero le coppe lievi, ricolme di vini
biondi, or mi darebbe la Chiesa dove l’organo balenante cantava, e mia
diverrebbe davanti alla genuflessione di tutti i percossi, davanti alla
miseria di tutti i pentiti, tra quell’incenso pregno d’immaterialità,
che salendo in larghi vortici offuscava le gemme dell’idolo
scintillante.

In una specie di sogno meraviglioso io pensavo alla liberazione dai
sensi e pativo l’odore della sua carne, intravvedevo le altezze della
mistica fedeltà e mi accorgevo del suo corpo ignudo, sentivo giungere
insieme l’ora di partirmi da ogni desiderio e quella di godere il più
logorante peccato.

Forse in lei, più profonda che in me stesso, era questa medesima
duplicità, e le sue mani crudeli toccavano me, come un’amante cerca di
comunicarsi al piacere dell’amante. Ne’ suoi occhi pieni di nord non
avevo mai veduta più ombra.

Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta—morta
nella sua gioventù—ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno
di trine, seminuda, co’ suoi capelli ancor segnati dall’ondulazione, con
tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata, e pensai come
sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...

Ma era viva, e diventerebbe vecchia,—una piccola vecchia gialla, col
mento aguzzo, lo scheletro accartocciato... Il giorno del suo funerale,
quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in
miseria, qualcuno direbbe ch’era stata una prostituta; le darebbero, per
marcire, due metri di terra santa...

E la sua bocca nuova come la primavera mi fece pensare alle notti del
pallido Uomo di Galil, quand’Egli dormiva sotto le stelle, vicino alla
cortigiana di Mágdala, quella che non sapeva liberarsi dall’odore delle
sue fine ciprie, dal peso de’ suoi fulgenti braccialetti, bella come la
rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti i
peccati, l’amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei
conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E fu il mio sogno così veracemente manifesto, che d’un tratto vidi, o mi
parve, un largo drappo d’oro sciorinarsi nel mezzo della Basilica, e
vidi la danzatrice di Mágdala, senza veli, più bella d’ogni altra che
mai portò nome di donna, sciolta fin sopra le anche i suoi capelli
biondi e bui, con braccialetti d’oro che si attorcevano a’ suoi polsi
come fini serpenti, e filigrane di gemme sui vertici dei seni gonfi di
voluttuosa pubertà, uno specchio d’argento che brillava sul tappeto
scintillante, e per musica unica la bellezza della sua nudità, danzare
le sacre danze oscene dei pallidi semiti, quelle che in Giudea
svigorivano le dure milizie italiche, e per lei da ogni parte
ammucchiavano sul tappeto scintillante le più costose gemme della folle
Tiberiade, ove nessuna finestra mai si chiudeva prima dell’alba e
nessuna donna era mai posseduta da un uomo solo, anzi a quelli più
sfrenatamente si dava, che nello stesso furor dell’orgia la natura
vieta...

E questo, ch’io vedevo, era uno splendido abbaglio de’ miei occhi, già
pieni di quella erroneità ch’è fuori dalle cose presenti, ma che il
forte calor dello spirito ágita e crea come un sogno non più
dimenticabile. Mai quella chiesa infiammata uscirà dalla mia memoria ed
il largo drappo d’oro sul quale mi apparve, nelle sembianze della donna
ch’era mia, la danzatrice di Mágdala.

I ceri ardevano, l’organo scintillante alzava il suo canto liturgico sul
fervore delle turbe inginocchiate; l’altare, circonfuso di fumo,
tramandava dagli ori de’ suoi tabernacoli quel senso dell’eterno e
dell’immanente che il sogno di tutte le stirpi custodì nelle arche
millenarie.

Dietro quell’altare, come se ogni cosa di Dio fosse trasparente, mi
pareva di vedere il bianco Taumaturgo allontanarsi per la terra di
Galilea, fin là dove ancora splendevano le rosse finestre di Tiberiade;
là era steso, tra incensieri che fumavano, il largo drappo d’oro della
danzatrice di Mágdala, cosparso di gemme che cadevano intorno al suo
specchio d’argento...

Era il peccato del mondo che si trascinava sin davanti gli altari, la
gioia della umana carne che non voleva dar pace nemmeno al cuore d’un
Dio.


Or vedevo la donna splendente, inginocchiata nel mezzo della Basilica,
sul drappo d’oro, immergersi nuda nel fumo degli incensieri, mentre
saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo
avvolto in una musica di fiamme, e l’alta chiesa bruciava come un
padiglione di sole—di fuoco e di sole—ov’erano tutti i peccati, le gioie
della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della
perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su,
in un vortice di sole—di fuoco e di sole—ubbriaca, nei paradisi
terrestri, l’infernalità dionisiaca della vita...


E la voce del mio spirito a lei gridava


—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più bella fra tutte le
donne; il mio dolore è con te; il mio amore è con te; sciogli la
treccia, Maria Maddalena...»


La chiesa era bella; era un arazzo d’argento, un portico d’oro, una
vetrata gloriosa di eccelsi cristalli, ove ogni fiamma si rompeva nel
fuoco settemplice dell’arcobaleno.

E la voce del mio spirito a lei gridava:


—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più soave di tutte le
peccatrici; dalla tua carne bianca si diffonde il profumo delle rose di
Galaad; nel giardino che tu sei nasce la fontana del terrestre amore;
esso è vivo, e trema nel tuo grembo di peccatrice, nel tuo grembo di
posseditrice... Sciogli la treccia, Maria Maddalena!...»


Dai sacri incensieri, appesi a doppie catene d’argento, dal suo drappo
d’oro steso nel mezzo della Basilica, quasi da lei, dalla inazzurrata
sua nudità, saliva lento e ricamato il fumo dell’incenso cristiano,
trasparente come l’elevazione dello spirito, casto come l’anima delle
creature comunicate, lieve come la speranza degli uomini, ascendente
come l’umano dolore.

Tra il fumo, che pareva le formasse una tenue veste azzurra, le sue
forcelle d’oro bruciavan nella capigliatura scintillante.

Ma d’un tratto le sue dita vive sciolsero il nodo che avvinceva quella
ricchezza disordinata, quel mantello biondo e buio, che pareva stellato
come sono i firmamenti nel mese d’Aprile.

Cadde.

Su lei cadde. Maravigliosamente la vestì. Nelle sue trecce disciolte
penetrò la nuvola degli incensieri. Vidi una striscia di vapore cingerla
come una clámide bianca. La musica, divenuta fumo, s’immerse ne’ suoi
capelli scintillanti. Non era più nuda, non era più la danzatrice di
Mágdala, ma quella che disse una sera al pallido Uomo di
Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia
treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

                                  ————

Or io vedevo, nel celestiale dirupo, quella che un tempo chiamavasi la
caverna de’ caprifogli e degli spini.

Quando scese al guado Bernadette, la Gave de Pau scorreva sotto la rupe
di Massabielle, rasente il greto selvaggio. Ma ora la sagacia idraulica
dell’ingegneria canonicale aveva respinto il fiume nel mezzo della
vallata e spaziose murature circondavano l’accesso alla Grotta del
Miracolo. Questa non era paurosa nè profonda; nulla in sè aveva
dell’antro o della spelonca, nulla dei sinistri abitácoli di uomini
primordiali o di fiere scomparse; ma solo appariva per due fenditure
nella roccia, che ne formavan l’entrata e l’uscita; odor rancio di
candele consunte appestava l’aria sotto la volta affumicata; le labbra
dei fedeli avevano intaccato e reso liscio il sasso delle pareti; nel
fondo era una specie di strozzatura, dalla quale pullulava un filo
d’acqua, scarso, debole, che ogni tratto s’interrompeva.

Questo era il sublime rivolo, che dissuggellò dal macigno la mano lieve
della pascolatrice.

Davanti alla fiacca sorgente vacillava un triste tabernacolo ed infinite
migliaia di lettere si ammucchiavano dietro un cancelletto, in una
specie di natural paniere. Là in fondo erano appese ancora le grucce e
gli ordigni ortopedici dei primi che furon tocchi dal miracolo, e tutta
la rupe, intorno all’accesso della Grotta, se ne vestiva come d’una
tragica e squallida reliquia di martirio.

I fedeli si stipavano all’ingresso, ov’era, contro il palco del
predicatore, un rozzo ed enorme simulacro della Signora di Lourdes. I
cristiani entravan come sonnambuli, dopo avere compresse follemente le
labbra su la pietra luccicante; compivano il giro dell’angusto presepe,
che doveva sanarli da ogni patimento: alcuni stramazzavano al suolo,
tramortiti, nel vedere l’acqua celestiale. Venivan tolti su di peso; il
lezzo era insostenibile; il cancello impediva di attingere alla divina
Sorgente; le fisionomie, tra quel barlume di ceri e quella nebbia di
sacra fuliggine, assumevano un non so che di orribilmente spettrale; un
silenzio, non interrotto che dallo strisciar de’ piedi, lasciava udire
il gorgoglio che l’acqua scarsa mandava nella sua fatica di gemere; e la
folla continua, pazza, pesante, muta, costringeva, dopo qualche attimo,
a procedere fra le pareti anguste, fino all’uscita.

Là, pareva che l’aria del mondo ancora fosse dolce a respirarsi, come
per chi esce d’improvviso da una galera sotterranea.

Ma quivi era la più turpe adunazione di carne moritura che mai si
accolse davanti allo stupore de’ miei occhi, e questa orribil fiera di
atroci difformità circondava la Grotta del Miracolo. Come i sacri
lebbrosi dell’Oriente, questi eran fatti segno all’adorazione della
folla ed erano lasciati stare innanzi a tutti, proprio sul limitare
della Grotta, come una larga platea di contraffazioni umane sotto il
pergamo del predicatore, in attesa del miracolo.

Chi poteva reggersi era in piedi su le grucce, oppure a ginocchi; gli
altri eran deposti su lettighe, barelle, sedie scorrevoli, od eran quasi
murati vivi entro macchine d’ortopedìa. Quasi fossero gli attori
spaventosi d’un liturgico dramma da Gran Guignol, erano lasciati soli e
campeggiavano in mezzo alla folla, sinistramente percossi dal chiarore
delle torce, neri di tabe, monchi delle membra, con piaghe senza nome,
con viluppi di fasce onde gemeva la nera putredine, meno simili a
creature che a cadaveri dissepolti.

Era scesa la rapida oscurità che fa breve in autunno il crepuscolo tra i
monti; un po’ di luna, fra nuvole, batteva sopra un angolo del Gave.
L’odore dei timi, l’odore dei boschi pieni di ciclamini, aleggiava su la
immensa folla che si andava perdendo nell’oscurità. Qualche lembo di
giardino appena intravvedibile, qualche fiore nato in mezzo ad un
cespuglio, facevano pensare alla vita con una specie di angoscia
inesprimibile, come se la muraglia degli storpi dividesse noi per sempre
dalle perdute primavere del mondo. Eravamo afferrati nel mezzo d’una
umanità che non era più la nostra; eravamo anche noi sotto il pergamo
del predicatore, sotto il rozzo enorme idolo dell’azzurra Signora di
Lourdes, e vedevamo, sopra uno sfondo buio, nel quale brulicavano
migliaia e migliaia di ceri, ardere gli occhi fanatici, le facce
spettrali dei percossi da tutte le maledizioni, quelli che i medici
abbandonarono ai supplizi delle tenaci agonie, quelli per cui la terra
più non produce balsamo, e tanto è l’orrore che fanno, da inibire a chi
li guarda il senso della pietà.

Ma essi avevano ancora la speranza di risorgere, sani e liberi, per il
tocco di una virtù ineffabile, che il crogiuolo dell’alchimista non ha
finora imprigionata. E questi reietti da ogni bene del mondo amavano
ancora la vita; queste povere cose già pregne della tentacolare
distruzione sotterranea, questi pervasi dall’amor di Cristo amavano
ancor la vita; questi laceri e difformi tronchi umani, atti a servir da
esperimento per i chirurghi nelle sale anatómiche, avevano ancora in
mente il sole delle mattine di primavera, la fresca voce delle donne che
cantano, il vino biondo che ride nei cálici colmi di stelle, tutto ciò
che porta gli uomini verso il terrestre paradiso, tutto ciò che non
vuole spegnersi:—e più terribilmente di noi questi uccisi amavano la
vita.

Io vedevo i lor occhi malvagi, spaventati, volgersi alla Grotta
fiammeggiante, cercare là dentro la salvezza, come l’avrebber cercata
forse nell’inferno; e que’ bracci monchi, e que’ labbri tumidi, e quelle
facce ove la speranza del miracolo dipingeva una specie di frenetica
irresponsabilità, si volgevano a cercare su la terra quel Dio che doveva
risuscitarli, quel Dio di tutte le basiliche, al quale volevano
estorcere un ultimo giorno di vita.

E quivi, come nelle Arene ove si vede sprizzare il sangue rosso del
combattimento, ove cadono le belle fiere inginocchiate sotto la spada
ferma del trucidatore, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità
sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti
que’ nervi, che amavano sentirsi atti alla crudele forza del godimento,
alla esasperata gioia della validità, mentre stavano così presso
all’inguaribile dolore.

E in questo violento contrasto, che par quasi raffiguri tutta quanta la
sintesi della vita, io scoprivo il senso voluttuoso della religione
cristiana, che inchinò i forti verso i deboli e costrinse ognuno a
guardare nel dolore altrui, come in uno specchio dove la propria
calamità grandemente si fortificava. Scoverta nella rinunzia la maggior
poesia della vita, essa giunse a concepire il patimento come la via del
gaudio superiore, l’umiltà come un segno di forza, la fede come un
elisire nel quale siano tutte le gioie dello spirito e dei sensi,
congiunte. Allorchè i più grandi rivelatori prima di Cristo non avevan
saputo giungere oltre il bene dell’annientamento, ecco levarsi dalle
vigne di Galil il bianco Taumaturgo e dire agli uomini di tutte le
terre, vestiti fosser di porpora o di rozza cánape, negli alti palazzi o
nelle fredde catapecchie:—«Bisogna saper giungere alla bontà: essa è
forse l’ultimo piacere della vita.»

Così parlava quest’Uomo; ed era un sensuale profondo, un vero intriso di
quella ricerca d’amore ch’è il fondamentale senso della vita, un
appassionato perdonatore, che in tutti vedeva la sorgente della propria
gioia nè poteva dividere sè stesso dalla comunione con l’amore altrui.
Egli era nel mondo come una radice che dappertutto vuol suggere, mentre
sapeva egli bene che la via più fraterna è quella del pianto. Nella sua
bontà infinita era la tentazione involontaria di trarre sollievo dal
male altrui, nel sentirsi meno afflitto del più afflitto, nel perdonare
alla vita le sue crudeltà indispensabili.

Ed egli non seppe, forse non volle, giungere all’isolamento. Questo
grande medico di sventure umane, questo divino inventore di fallaci
paradisi, ebbe la infantile innocenza di non sentire sè stesso infuori
«dagli altri», ed amò «gli altri», e quando lo derisero, e quando lo
percossero, egli seguitò a credere che il senso della vita fosse «negli
altri»; e quando, da tutti tradito, ebbe una croce da ergastolano come
ultimo soglio del suo regno terrestre, quando i suoi discepoli eran
fuggiti e lo scherano di fazione lo punzecchiava con la lancia nel
costato per affrettarne la tenace agonia, quest’uomo ch’era vissuto come
un fanciullo, chiamandosi re degli accattoni e messia del popolo
d’Israele, cercava in sè stesso un ultimo filo di voce per benedire i
suoi codardi assassini, che vicino a lui rappresentavano il vero simbolo
«degli altri.»

Eppure anch’egli aveva sentito il bisogno di veder camminare accanto a
sè la bionda femmina del terrestre amore, quella che non sapeva
liberarsi dall’odore delle sue fine ciprie, dal peso de’ suoi fulgenti
braccialetti, l’amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda
nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E questa musica d’amore,—forse la più bella che mai nascesse dai
giardini della terra fiorita—questa bianca storia della danzatrice di
Mádgala e dell’Uomo di Galil, è quella che oggi ancora sentiamo nascere
in noi stessi ogni volta che il nostro cuore trema, è il poema carnale
dello spirito, l’eterno peso della terra, che brucia e splende nei voli
della umana poesia.

Per ciò voi eravate, Madlen, così persa e posseduta di me, quella sera
che noi vedemmo gli storpi urlare nella febbre del miracolo, davanti
alla Grotta fiammeggiante. Com’eravate nella Basilica, davanti al mio
sogno di allucinato, così, ora e per sempre, in voi, Madlen, confonderò
l’immagine della vera Maddalena.

E tutto il cammino che noi compimmo traverso le perdizioni della vita,
forse più liberi ci condusse davanti a quest’ora definitiva. La terra
buona e dolce, voi e me chiamava dalla vostra carne profumata, mentre il
supplizio e la follìa di tutti i miserabili era davanti ai nostri occhi.

Le due maniere di vivere, qui per noi s’incontravano al bivio necessario
ed inevitabile.

Tutto il peccato nuovo e giovine della vostra carne splendente
m’innamorava in un modo così affascinante, che l’attesa della vostra
dedizione per me si confondeva in una specie di voluttà sacrilega. E voi
stessa non eravate più quella d’una volta, ma la donna forse della
vostra infanzia, una donna che si riaffacciava davanti all’inizio d’ogni
cosa della vita, e godeva d’esser stata impura, per meglio poter
conoscere alfine, la perfetta colpa.

Davanti a quel mare di folla cristiana così farneticante nel delirio del
miracolo, io, chiudendo gli occhi, ripensavo alle bianche albe del
lontano fiume Urumea, quando voi eravate ancora una donna bella come il
tormento, e la notte io v’attendevo, nella stanza piena di stelle,
sommerso nel vento che scendeva da Monte Igueldo pieno di rosai...

                                  ————

Urlavano; farneticavano; erano lì, proni e scomposti, nelle bende, su le
grucce, lividi, contagiosi, monchi, tronchi, senza mento, idrópici come
otri, consunti come cánapi, bacati, con la pelle impressa di lue,
scotennati, con mandibole torte, con labbri pendenti, argentati di
lebbra, con pustole del vaiolo; uno era perfino senza gola e si vedeva
l’attaccatura della lingua. I congegni ortopedici picchiavano su
l’asfalto; l’odore dello iodoformio stringeva la gola.

Erano lì, centinaia; formavano cerchio intorno al pergamo; strisciavano
innanzi, a poco a poco, simili ad un lento groviglio di rettili che
volessero avvolgere, stringere, l’enorme idolo della Signora di Lourdes.

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben
conoscere il sesso nè l’età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.

Ed era salito sul pergamo un prete calmo, liscio, tutto adorno di bei
paramenti, simile ad un magistrato, a un giudice delle cose divine, a un
distributore delle amnistìe celesti, il quale predicava con una voce
burocratica, senza mai variar di tono, quasi avesse premura di giungere
alla fine. Ogni tanto alzava le braccia, tutt’e due le braccia, di
scatto, con un gesto d’automa, e gridava:

—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...

La folla, tutta la immensa folla che si prolungava genuflessa
nell’oscurità, ripeteva, battendo la fronte sul terreno, il grido
fanatico:

—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...»

E l’urlo entrava nel corridoio del Gave, si perdeva, si ripercoteva
nell’eco lontana dei monti; una sola parola correva più alta fra tutte:
«le miracle!... le miracle!...»

C’era una monaca:—un decrepito corpo sfasciato, un pacco di vestimenti
religiosi e di carni morte, seduta in una grande seggiola, dalla quale
non poteva muoversi. Quando tutti si prosternavano, ella sola rimaneva
come in trono sopra lo stuolo degli storpi, anchilosata come un fachiro,
immobile in tutte le sue giunture. Questa monaca aveva una schiena lunga
più del verisimile, che la innalzava spaventosamente; le due mani eran
entrambe torte indietro, sotto il polso, perfettamente distese, cosicchè
gli ápici dei medii quasi toccavano i gómiti. Questa monaca non aveva
occhi, o per meglio dire, al luogo degli occhi aveva due piaghe rosse
come carboni ardenti. E si vedevan anche da lungi le punte aguzze delle
sue mandibole cineree masticare con una specie di visibile scricchiolìo
le sillabe dell’invocazione al miracolo.

I bambini nati nei sifilicomi, i figli senza padre delle femmine che
partoriscono in galera, i concepiti nel delirio alcoolico, nei tremiti
forieri dell’epilessìa, i mostri delle gravidanze infantili, i
contaminati, che le ciurme da sbarco lasciano alle meretrici vagabonde,
parevano atroci caricature dello scheletro umano, appesi al collo delle
dame di carità; ed uno, perfino, sotto una faccia tonda, piena d’eczema,
aveva due dita di barba. All’altro, senz’orecchi, usciva di dietro il
cranio la gibbosità di un secondo cranio. Ve n’era un altro, dalla
statura d’uomo, con la fisionomia d’un infante, il quale agitava i suoi
bracci rattrappiti, che gli arrivavan poco più giù dell’anche, mentre le
sue gambe smisurate non gli permettevan di tenersi bene in equilibrio,
cosicchè dondolava tutto d’un pezzo, come una catasta di sedie che stia
per rovesciarsi.

—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...

Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano
con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non
perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.

—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...

Laggiù, sino in fondo, nel barlume dei ceri quasi consunti, si vedeva
qualche pallida mano brancolare sotto le frange dei lunghi scialli neri.

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben
conoscere il sesso nè l’età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.

Poi v’erano i mostri dal muso di lepre, camuso, ottuso, con grosse
labbra sporgenti e fesse, che ciondolavano, pesanti, violastre, come le
pappagorge dei tacchini; v’erano i mostri dalla faccia di mops,
rincagnati, con tumidi occhi membranosi, piccole orecchie diritte, una
cotenna irsuta, ispida, senza fronte; i mostri dalle facce di
ermafrodito, con barbe nere intorno ai lineamenti femminili, piccoli
cerchi d’oro agli orecchi e la camicia da uomo gonfia d’un seno
flaccido; i mostri gozzuti e glabri come rospi, e quelli che andavano
ripetendo con espressioni percosse dall’imbecillità il grido di qualche
animale; ma contraffatto anch’esso, pregno di un opaco dolore, gonfio
d’una specie di fuggente umanità oppressa dal contagio ferino, atroce ad
ascoltarsi, come la voce dell’uomo che stia per diventare bestia.

Le malattie più rare, più sinistre, gli ultimi avanzi dei morbi spenti,
le infermità che hanno quasi apparenza di leggende, gli orrori che una
volta su mille s’incontran nelle vetrine de’ musei anatomici, si erano
adunate spaventosamente in una specie di fiera macabra, non concepibile
da nessuna immaginazione. Uomini con denti inestirpabili, simili a
zanne, che si eran confitte nell’osso del mento; facce prive di ogni
sembianza, cineree, cicatrizzate, dove i lineamenti non parevan essere
che un incompiuto rilievo sottocutaneo; gobbezze del tutto dissimili da
quelle comuni, venute, per esempio, sotto un braccio, o di sopra una
spalla, in guisa da superare l’altezza del capo; facce voltate quasi
all’indietro; senili rachitismi di adolescenti; esseri che parevan
composti di due mezze persone del tutto dissimili una dall’altra;
catalessìe che duravan da anni ed avevan suggellato il corpo giacente in
una specie d’immobilità calcarea, di sonno pietroso, tantochè la faccia
del dormente pareva divenuta selce, anzi luccicava e si sfogliava come
la superficie di un elemento fóssile; barbe formate, anzichè di peli, di
lunghe e fini escrescenze carnose, verdastre come licheni, grumose come
la muffa, orribilmente vive come le ventose dei pólipi.

E la voce del predicatore non cessava dal recitare la sua vecchia
predica, toccandosi ogni tanto il velluto dei paramenti, come per
sorvegliare se vi entrasse la rugiada della sera. E sebbene riuscisse
quanto mai difficile intendere le sue parole, forse narrava dei prodigi
ch’erano mille volte accaduti, lì, dinanzi alla Grotta Miracolosa, per
intercessione dell’enorme idolo di legno dipinto, con forza di speranza
e per virtù di preghiere.

Poi, di scatto, inattesamente, alzava le braccia ed urlava:

—Sainte Vierge de Lourdes effacez nos blessures!...—Sainte Vierge de
Lourdes ressuscitez nos mourants!...—Jésus, fils de Marie, faites pour
nous le miracle!... le miracle!... le miracle...»

Lo spirito di Dio passava su le turbe inginocchiate. Un senso d’attesa
invadeva l’anima dei cristiani, come la possibilità meravigliosa di un
fatto assurdo; bruciava nelle piaghe dei trafitti, nella demenza degli
occlusi, volava, cantava, si moltiplicava in tutto lo spazio della
vallata notturna, come il sublime Verbo di una forza che ormai diveniva
necessaria ed inevitabile.

Cominciò l’ora del delirio. Quei pazzi in Cristo, laceri di tutta la
miserabilità umana, sentivano la potenza della follìa collettiva
pervadere la lor carne martoriata. Quel che non poteva lo specillo del
chirurgo, la genialità del laboratorio chimico, potrebbe ora
l’allucinazione di migliaia e migliaia d’anime purificate con il lievito
dell’Eucaristìa.

Nulla impediva ormai che l’impossibile avvenisse.

Cominciò il delirio. I malati si agitavano; il cerchio terribile si
stringeva intorno all’idolo di legno dipinto; si vedevan dalle barelle
alzarsi facce sparute, come se uscissero dal sepolcro; mani contorte
lacerare le bende, spaventosi mutilati erigersi, maschere della
contraffazione, spettrali agonìe ritrovare la forza di drizzarsi ancora
sui ginocchi.

Il predicatore se ne andò; sul pergamo apparve la figura di un monaco,
tetra e smorta, con occhi freddi come l’argento, in una devastata faccia
terribilmente incisa di drammaticità, che mi fece pensare agli occhi
fermi, alla bocca perversa, alle piccole mani crudeli del diácono
Ralph...

E quel frate guardò, la folla dei deliranti, come s’egli solo avesse la
forza di poterli tutti risanare. Li guardò con una specie di sinistra
potenza, mentre i tentácoli di quell’unica idra dei flagelli umani
parevano avventarsi a lui, quasi per strappargli di dosso la sua pallida
gioventù e costringerlo a potere per tutti quel che potè nella terra di
Giuda il crocifisso Taumaturgo.

Ma egli rise; e bene si vide la sua dentatura bianca scintillare sotto
il fuoco delle torce. Rise anch’egli, forse, per la gioia di sentirsi
immune davanti a quel mare di contaminazione, o rise per una specie di
demente ilarità, che gli dava la sua medianica forza d’intercessore del
miracolo; rise alzando il Crocifisso, perchè tutto il popolo de’
Cristiani vedesse l’immagine dell’Inchiodato sul Gólgota.

Tra il fumo delle torce, un non so che di soprannaturale, una specie di
atmosfera magnetica si andava condensando su quella orrenda fiera di
carne lacerata, su quella convulsa demenza di anime allucinate, che
potevan per sè stesse generare il miracolo.

Mai vidi un’attesa più grande, più certa, più irremediabile, davanti al
compiersi di avvenimenti umani. Le più rosse memorie de’ crudeli
fanatismi arabi, de’ religiosi deliri musulmani, qui trascoloravano
davanti al potere comunicativo della follia cristiana, davanti alla
violenza d’amore di quelle infinite anime che si alzavano a Dio, perchè
un segno del cielo apparisse. Nulla ormai poteva impedire l’avverarsi di
un fatto superiore alla possibilità, ed io stesso me ne accorgevo nel
mio cuore di miscredente. Là doveva per forza compiersi quello che
altrove mai avverrebbe; là Dio era inevitabile, Dio stava per giungere,
Dio mi toccherebbe con la sua mano invisibile.

Il senso dell’estorsione, il contagio d’una formidabile volontà, il
potere di una immensa forza, che non era di alcuno ma di tutti, uno
spaventoso e fatale delirio si alzava come un bruciante soffio di
materia dalla diuturna macerazione di quelle anime cristiane, formava
con la immateriale sua visibilità l’atmosfera della presenza di Dio,
chiudeva nella folla infinita il potere stesso che appartenne ai divini
taumaturghi.

Ed io mi sentivo impallidire come il monaco dai freddi occhi d’argento,
e come lui sentivo il bisogno di adergermi davanti a quel cerchio di
disperazione, per estorcere dalle potenze oscure il miracolo folgorante,
per gridare anch’io, con la sua stessa voce cupa ed inesorabile:

—Les aveugles verront; les paralytiques jetteront leurs béquilles; le
cadavre surgira...

Da un capo all’altro, fin dove l’ombra li cancellava, le migliaia di
cristiani s’inginocchiavano, cadevano bocconi su la terra, pregavano
come non ho mai udito pregare altrove, nè da una creatura nè da mille.

—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades...

Tutta la valle cantava. Per il bianco rumor del fiume verrebbe il segno
di Dio; su la folla inginocchiata si alzerebbe, da una lettiga, da una
gruccia, da un fascio di bende rosse, il tocco dalla mano di Dio.

«Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora la
mattina piena di sole, quando il raggio camminava, camminava, sul
braccio, su la spalla, su la nuca di questa mia donna impaurita, e ne’
vostri occhi freddi come l’argento tremò la fiamma dell’amore umano, e
su lei vi chinaste con la bocca pallida come la voluttà, nell’odore
delle violette, nel raggio di sole, monaco di Lourdes, se voi siete il
diácono Ralph?...»

Cosa udivo?—Erano i tisici che tossivano, i febbricitanti che battevano
i denti, erano i cancerosi che si sentivan trafiggere dalle pugnalate
interne, gli artritici che non sapevano dove tenere le membra gonfie, i
tifosi che balbettavano sudando freddo, i pazzi che ridevano, con un
riso gutturale, aspro e corto; erano le donne sterili che domandavan un
figlio, i percossi dal ballo di San Vito che accompagnavano la propria
danza con un ronzìo de’ labbri simile ad un rumor di cicale, i gozzuti
che facevano gorgogliare la propria melopea nella vescica enorme che
pendeva dal loro mento; erano le fanciulle contaminate, che pregando
mettevano a nudo i loro seni rôsi e bucherellati come alveari, ed i
fetidi che trasudavano di umori viscidi, luccicanti come lumacature
delle biscie, gli epilettici che incominciavano a tremar di convulsione,
i ciechi che piangevano, lasciando colare dalle caverne degli occhi
lagrime di nero sangue raggrumato:—era la voce di tutta la umana
infermità che saliva nella invocazione del cantico:

—_Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes..._

Un pazzo, dai capelli rossi, con due buchi nelle guance, con due grossi
orecchini d’oro, faceva e disfaceva continuamente la sua floscia
cravatta nera.

Due nani gemelli, congiunti per un braccio, vestiti come due pretini,
senza la manica interna, s’inginocchiavano, s’alzavano insieme.

La monaca senza occhi, rigida come un fachiro, con le mani torte fin
sotto i gomiti, cercava di pregare anch’ella battendo insieme i
moncherini.

—_Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes..._

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben
conoscere il sesso nè l’età, villosa, marocefálica, abbaiava, abbaiava.

—_.... tu, in nomine Dei, parce nobis, mater..._

Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora il
profumo nuovo delle violette che ringiovanivano i prati della grigia
contea, quella mattina piena di sole, quando voi pure sentiste il potere
oscuro della felicità umana, la febbre della imposseduta carne che
scintillava sotto i vostri occhi freddi come l’argento, monaco di
Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...

—_.... parce, Virgo, nobis, Mater intacta Dei..._

La litania cresceva, saliva da ogni parte, più alta, nella notte buia.
Tremavano migliaia di ceri; la Grotta pareva un braciere; la sua vampa
investiva il pergamo, magicamente illuminava la figura del monaco. Tutto
pareva oscillasse in un chiarore di miracolo. Qualche stella ritersa dal
vento si accendeva, si spegneva, tra il correre delle nubi voluminose.
Il fiume passava, bianco, leggero, portando con sè, nel suo rumore
d’acqua eterna, le follìe degli uomini; limpida neve caduta su le cime
degli azzurri Pirenei, che andrebbe a morire nel divino Atlantico...

Quando la voce del monaco lanciava l’urlo dell’invocazione, si vedevano
i mille storpi contorcersi con una specie di frenesìa convulsa, quasi
volessero aiutare nella propria carne spenta il principio del miracolo.
Ed allora, sui materassi chiazzati, sui cuscini sordidi, nei sinistri
apparecchi di ortopedìa, nelle barelle ove tremavano i moribondi, sui
banchi ov’erano a frotte i ciechi, i sordi, i mútoli, cominciava una
specie di rabbioso dimenìo, con un brancolare di mani pallide e
squallide, quasi un tentativo di rissa, come accadrebbe in una turba di
affamati quando vi si gettasse ad intervalli qualche tozzo di pane. Ma
quel pane che ognuno voleva carpire per sè, togliere al suo fratello,
era il privilegio della grazia divina, la improvvisa luce del miracolo
che toccherebbe ad uno su mille, mentre tutti volevano con feroce
invidia riavere per sè tutta la vita.

Si erano aspersi con l’acqua della Fontana Miracolosa; da giorni e
giorni pregavano di continuo, senza quasi nutrirsi, per meglio cibare
l’Ostia della purificazione; da giorni e giorni solo ascoltavan cantici
e narrazioni di miracoli: eran venuti per lunghi treni gremiti di febbre
e d’agonìe come lazzaretti emigranti; vivevan nelle celle de’ monasteri,
nelle corsìe promiscue degli ospedali straboccanti; si lasciavano
trasportare di chiesa in chiesa, di barella in barella; vedevano morire,
toccavano piaghe immonde, ascoltavano urli strazianti, pativano lezzi
nauseabondi, soffrivano tutto quanto può soffrire la pazienza umana, e
poichè su la terra nessun medico più li salverebbe, credevano
disperatamente nel potere della grazia celeste, denudavano le proprie
infermità perchè meglio Iddio le vedesse, incrudelivano le piaghe
roventi sotto i rivoli dell’Acqua risanatrice; di giorno, di notte,
null’altro facevano che inveire a Dio con disperate preghiere.

Portati come spaventose reliquie dietro le bandiere dei pellegrinaggi,
serviti per carità, non dalle mani rozze dell’infermiere, ma da quelle
talvolta paurose della patrizia e del cavaliere di Cristo, si
accorgevano a poco a poco d’essere divenuti come brandelli sacri ed
intangibili della calamità umana. Quanto più erano difformi, tanto più
sentivano crescere il senso di questa venerazione, tanto più speravano
che il cielo volesse designarli per dare l’esempio del miracolo. Alcuni
forse giungevano sino ad amare la propria infermità, come un tramite per
essere più vicini a Dio. Tutto, in quel mondo soprannaturale della fiera
di Lourdes, era predisposto per condurre i sani e gli infermi a vedere
ogni cosa traverso il colore dell’allucinazione: dovesse pure non
accadere il miracolo, molti erano così pregni di miracolosità, che
giurerebbero d’averlo veduto. Quella carne così spietatamente incisa dai
crudelissimi artigli della malattia sentiva di esser esposta, come i
sacri ciborii, su l’altare della pietà cristiana; que’ mutilati
s’accorgevano d’essere gli attori precipui dello spaventoso dramma, la
torturata creta ove s’imprimerebbe, davanti alle turbe della gente
cristiana, il póllice della divinità.

Riarsi di sete, avevano bevuto con avidità, sotto i becchi delle
fontanelle canoniche, il filo d’acqua espresso dal tocco della divina
Bernadette. La scarsa e debole sorgente ora dava migliaia di litri al
giorno; scorreva giù, piana, liscia, innocente, come una qualsiasi vena
prigioniera in condotti sotterranei: si apriva un rubinetto di zinco, e
la possibilità del miracolo fluiva. Nudi, paonazzi di febbre, lividi per
gelo, morsi dalle trafitture di flemoni e di piaghe atroci, coi polmoni
fessi dai tarli dell’etisìa, le ossa frantumate dalle corrosioni dei
morbi céltici, si erano lasciati immergere nelle piscine immonde,
plumbee, simili a tombe di cemento nella melma verdastra d’uno stagno; e
le immersioni talora duravano sino allo svenimento, non di rado fino
all’agonìa.

Dentro quelle vasche, ove pareva si conservasse l’immondizia e la tabe
di tutta la cancerosità umana, l’acqua veniva solo mutata un paio di
volte al giorno, e quelli che chiedevan d’essere immersi erano talvolta
parecchie centinaia. Sul fiore di quell’acqua buia, chiusa da un sipario
di tende, si coagulavano fili di sangue, pezzi di croste orribilmente
infette, batúffoli d’ovatta o sfilacciature di bende, staccatesi dalle
úlcere in piena decomposizione; talora vi si agitavano piccoli brandelli
di carne morta. Su quell’acqua micidiale, nefasta, fredda, scura,
galleggiava una specie di oleosità, iridata come le ali delle libellule,
che formava chiazze d’ogni forma, rossastre, violacee, simili un poco a
vasti e folti ragnateli che si fossero adagiati su quegli orrendi
serbatoi della putredine.

Là dentro s’immergevan gli eczemi, le pustole, i contagiati dalla
malaria, dal tifo, dal mal sottile, dalla dissenteria; vi scendevan le
femmine sterili a rendere il lor grembo fecondo, gli ulcerati dello
stomaco a far chiudere la piaga vorace, le fanciulle possedute dalla
follìa del mal d’amore a cercarvi la innocente castità: vi entravano
ancora i fanatici del secolo ventesimo, quelli che in altri tempi di
superstizione chiesero ai divino Cagliostro la fontana dell’acqua di
gioventù.

Ed ora, dopo notti e giorni d’abluzioni, d’insonnia, d’inedia, di
preghiere, storditi dagli organi della fulgente Basilica, ebbri di
contagio mistico, saturi di comunione con Dio, prima di tornare alle
case distanti, o morir per istrada, o riprendere il gramo giaciglio in
fondo alle corsìe degli incurabili, erano là, forse mille, dinanzi alla
Grotta fiammeggiante, arringati dal monaco tragico, nell’attesa d’un
segno di Dio.

Ed il miracolo si fece.

D’un tratto, nel mezzo di quel recinto macabro che pareva il cortile
d’un antico spedale di lebbrosi, un uomo che stava carponi si levò
furiosamente. Gettò via le coperte macchiate di sangue, si strappò gli
abiti apparve seminudo; urlava.

Urlava con una specie di esaltazione furibonda, scagliando in ogni senso
le sue braccia villose, nere, possenti come quelle di un quadrumane.
Aveva nel fianco sopra la cintola, una piaga orrenda. I suoi capelli
grigi gli cadevano su la faccia imbestialita dal lungo patire Ma un riso
convulso torceva la sua bocca dai labbri smorti. Alcuni si precipitaron
su lui; ma egli tutti respinse. Metteva i piedi su le barelle dei più
vicini questi si rizzavan sui gomiti, per guardarlo. Ed egli, a torso
nudo, ancor atletico nella sua magrezza, disciolse tutte le bende, ne
fece un pacco rosso, che buttò lontano, sopra lo stuolo degli storpi. Si
vide orribilmente la piaga nuda. Ma egli chiuse il pugno, e ve lo
immerse. Quasi vi entrava; lo trasse fuori tutto insanguinato, lo agitò
in alto, sopra il mare dei percossi, e l’uomo dalla piaga urlava.

Urlava con una specie d’ilarità selvaggia, mostrando le cinque dita
insanguinate. Poi strinse il pugno, lo conficcò nella sua piaga viva,
una, due, tre, numerose volte. Ma la piaga non grondava più sangue. La
piaga si cicatrizzava a poco a poco, visibilmente, non del tutto, quasi
per metà...

Egli muoveva il busto, si agitava, rideva, urlava, rasciugandosi ne’
calzoni le cinque dita insanguinate; chiamava tutti a guardare la sua
piaga; e la sua piaga diveniva più piccola, più asciutta, più sana, più
rossa di nascente vita...

Poich’egli svitava il dosso e muoveva le cóstole per provare in ogni
modo se ciò gli desse dolore, pareva che il suo costato magrissimo
stesse per bucare la pelle. Non provava dolore. No: era tocco dal
miracolo, era libero, stava per guarire, camminerebbe, andrebbe da solo
per i vicoli del suo villaggio, dentro e fuori la soglia della sua casa,
porterebbe un grosso cárico di legno su le spalle, si lascerebbe urtare
da tutti, era libero, libero!...

Intorno a lui si formava una siepe umana; chi strisciava, chi si
arrampicava su gli altri, chi metteva le dita nel suo sangue; facce
sparute si volgevano a lui perfino dai guanciali dei moribondi; preti e
medici correvano; gli infermieri, presi nel mezzo della calca, non
riuscivano più a proteggere gli storpi dal pericolo del travolgimento;
la Grotta fiammeggiava; l’enorme idolo di legno dipinto era là,
sorridente; si udiva passare la musica dell’acqua eterna; il monaco
scomparve.

—_Gloria, Regina Coeli, Mater purissima Dei..._

Quello che accadde, nessuna parola può descrivere.

Tutta la gente cristiana, decine e decine di migliaia, caddero bocconi
contro la terra, baciarono la terra benedetta, si picchiarono la fronte
contro il suolo dov’era suggellata la Fonte risanatrice. S’intravvedeva
nella distanza, fin dove l’occhio poteva scernere, uno stuolo di gente
buia e di ceri vacillanti agitarsi come un mare in tempesta. La notizia
del miracolo si era propagata in pochi istanti fino alle ultime case di
Lourdes; da ogni luogo sbucava gente; una triplice fila d’infermieri, di
monaci e di guidatori de’ pellegrinaggi, male impediva che la folla
crescente si rovesciasse oltre le barriere di corda che limitavano lo
spazio destinato agli infermi. Tutti urlavano; la frenesia de’ malati,
per ottenere a lor volta il miracolo, diveniva una specie di parossismo;
sul pergamo salì un vescovo; si mise cantare:

—_Exultat domus mea, mea lucet benignitas..._

D’improvviso, dal suo congegno d’ortopedica ferraglia, un paralitico
sorse. Dapprima stette in bílico sui ginocchi, aprendo le braccia: indi
si levò.

Si levò barcollante, nuovo a quell’equilibrio verticale come un
fanciullo che discioglie i primi passi; e rideva di un riso ebete,
puntellandosi nel vuoto contro la minaccia di ricadere.

Camminò. Fece alcuni passi obliqui, vacillanti come quelli d’un
ubbriaco, e si volgeva per riguardare la ferraglia del suo supplizio,
l’apparecchio di metallo e di cuoio che aveva contenuta la sua lunga
immobilità. Poi si mise a guardare le sue gambe, a tastare le sue
ginocchia, le anche, tutto il basso del suo corpo che si raddrizzava,
che miracolosamente riacquistava l’elasticità nelle giunture
anchilosate, negli ossi fuorviati, nelle caviglie rigonfie, nei piedi
morti. E quando fu ben sicuro che il fuoco della vita rifluisse nella
sua carne spenta, quand’egli, come un sonnambulo, pur si accorse di
camminare, di camminare... una frenetica risata gli eruppe dalla gola
singhiozzante, le sue braccia batterono l’aria come le ali d’un
uccellaccio colpito a morte, urlò così forte che i più distanti
l’udirono, e cadde all’indietro, senza flettersi, con le braccia aperte
come un Crocifisso nella catalessi del miracolo, e rimase là irrigidito.

—Notre-Dame de Lourdes!... sauvez nos fils malades!...

Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano
con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non
perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.

E squassavano i párgoli rachitici, dalla enorme testa calva, con il
collo segnato dalla scrófola, con le orrende macchie indelébili del vino
e della pallida lue. Su questi visi di bámboli, átoni di senile
imbecillità, batteva il fuoco delle torce illuminando le tragiche
devastazioni dei crimini procreativi, sul braccio di quelle madri
spettinate, scarne anch’esse, logore dal contagio che inflissero al
figlio d’un contaminato.

E su la folla dei cristiani terribilmente passava la sensazione di Dio.
Una straordinaria demenza invadeva le turbe dei pellegrini. Davanti
all’enorme idolo di legno dipinto, sul limitare della Grotta piena di
fiamme, sotto il pergamo di pietra dove il pallido Vescovo alzava un
buio Crocifisso, era su tutti, meravigliosamente, l’immensa ala della
potenza d’un Redentore.

Adesso i ciechi vedevano, i sordi credevan udire, dalle labbra dei
mútoli sgorgava qualche sillaba confusa; il delirio mistico assumeva le
forme più assurde, contraddiceva, talora per qualche attimo, talora per
sempre, la scientifica impossibilità.

Ciò che i medici ed i chirurghi avevan escluso dalle lor cliniche atee
come la verità positiva, qui sgorgava da una polla scarsa d’acqua
innocente, brillava nello splendore della Grotta fiammeggiante, ardeva
nella divina poesia della fede cristiana. Ciò che il medico non poteva
ne’ suoi laboratori consci di tutto il sapere d’una secolare
investigazione, poteva, su le sventure dei battezzati, il buio
Crocifisso nella mano del Vescovo pallido. Ed il miracolo sempre
consisteva nella potenza taumaturgica della fede assoluta, nella
certezza di dover guarire, ch’è la forza incomprensibile di tutte le
guarigioni. La volontà miracolosa passava dall’uno all’altro, si
centuplicava nella forza medianica di una gente infinita, poichè nessuna
prova esclude che da uno sforzo titanico della volontà si possa ricreare
perfino la materia.

E più non eravamo nel secolo di tutti i sarcasmi, di tutte le eresie.
C’era un angolo del mondo—questa buia Lourdes—ove ancora un Cristo
poteva sorgere dalle folle inginocchiate per condurre gli uomini lontano
da quella che sarà in eterno la via del dolore. Qui si comprendeva
com’era nato, presso le soglie della pazza Gerusalemme, il grande mito
che fu sino ad oggi la più divina musica della vita, e qui si rivedeva
l’Uomo di Galil salire coronato di spine alla croce dei ladri, sul
Calvario.

Da tutte le terre dei cristiani venivano a Lui come una volta i percossi
dalle afflizioni del mondo. Quelli che avevano picchiato invano a tutte
le porte, ora venivano a Lui. Quelli che la natura crudele foggiava per
ischerno con il più guasto rimasuglio della sua creta, quelli che udivan
ridere senza mai poter ridere, cantare senza mai cantare,—da tutte le
terre dei cristiani ora venivano a lui. Se la pietà umana li aveva dati
per uccisi e la sapienza delle umane medicine li escludeva da ogni
speranza d’incolumità, quelli che udivano intorno a sè cantare le
vendemmie, ridere le primavere,—da tutte le galere del mondo fedelmente
venivano a lui.

E questi uomini sciancati, e queste femmine sterili, e questi bimbi
senza gioventù, allucinati ancor più di chi beve le droghe dei paradisi
artificiali, saturi di una fede spaventosa e mirabile, non si accorgevan
ch’erano venuti a lui, solo per carpire dalla sua divinità il piacere
della vita, il fuoco gioioso e pagano del terrestre amore, la gioia dei
sensi liberi, la felicità della carne. Volevano buttare a Dio le loro
piaghe immonde, le lor grucce dolorose, il fetore delle lor bende
mádide, il peso dei tumori soffocanti, la bruttezza delle membra
contorte, il freddo respiro delle imminenti agonìe;—volevano vivere,
splendere, ardere, tornare nei giardini della vita, spegnere nei rivi
della felicità la lor sete carnale, poichè, per tutte le creature che
nacquero, la transitoria bellezza del mondo è la più limpida forma di
Dio.

E quivi ancora, dove al bivio parevano disgiungersi «le due
strade»—quella del terrestre amore si nascondeva nel sogno dei pentiti,
bruciava di sole infuriato sotto la polvere dell’ascensione spirituale.

Al Cristo che morì per gli uomini, l’uomo eternamente chiedeva il
miracolo d’un raggio di sole.

                                  ————

La trascinai lontano.

Era mia.

Sentivo terribilmente il bisogno d’immergere la mia viva bocca nella sua
carne bella. Non potevo più tollerare quell’odor di ceri e di umanità
maledetta; sentivo il bisogno folle di lei, de’ suoi profumi, della sua
fina cipria, della sua bocca giovine, della sua purezza non infranta.

Quella che a me non diedero le canzoni dei pazzi violini, la
scintillante spuma de’ bicchieri colmi, diveniva or mia presso la
Fontana di Lourdes, nel ribrezzo dell’infinito umano dolore.

Fuggimmo.

I boschi erano verdi, erano fragranti; qualche rosa nasceva, chissà da
qual giardino claustrale; il buon odore dell’ultima estate scendeva
dagli orti chiusi dei bianchi monasteri.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole
veste la pannocchia del grano...

Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un
solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè
tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu.
Adesso mi si destava nell’anima una grande malinconia, quasi una bontà
nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un’anima nel
tuo corpo giovine come il sole, e stando così presso alla tua bocca
desiderata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu...

Vieni; la notte è quasi profumata come la tua gola che intravvedo. E noi
passeremo allacciati sotto i portici di questa vecchia Lourdes, cercando
una camera scura, un letto angusto, con due guanciali di freddo cotone,
sotto un Crocifisso di legno tarlato. Pregni ancora d’incenso, noi
discioglieremo in un tetro albergo di pellegrini questi abiti che
portano il segno della nostra insolente paganità. Vieni; così ti amo,
così ti voglio, contaminata come sei dal respiro di tutti i patimenti,
nuda, come fosti nel Tempio, quando eri la danzatrice di Mágdala...

E sul guanciale ove discioglierai la tua treccia bionda e buia, dove
annoderai le tue braccia nel contorto grido irreprimibile, sentirò
salire da me stesso e da te la gioia viva del mondo in mezzo alle piaghe
di tutto l’uman genere; mi bacerai con la tua bocca rossa, mi toccherai
con l’erto ápice de’ tuoi seni lussuriosi come la sterilità, mi farai
sentire, nel dolore gioioso del tuo grembo non ancor dissuggellato,
battere quell’unico senso della vita che non può disgiungersi da ogni
cosa viva, ma traversa come una eterna divinità la bellezza
universale...

Vieni; ancora ho voglia d’immergermi sino alla gola nella gioia del
mondo, e ridere in mezzo a questo pianto, e vivere in mezzo a questa
morte, ove ti condussi per intendere quale musica debba essere la mia.

I mistici organi delle basiliche hanno cantata l’apotéosi del divino
amore; vieni; ora forse riudiremo trillare da lungi le canzoni
vertiginose dei pazzi violini... E questo avverrà per le scale buie d’un
locandiere da pellegrinaggi, in una stanza rimasta vuota, forse perchè
aveva qualche vassoio di puro cristallo e qualche drappo di bianca
trina.

Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; un fiume
bianco di spuma entra nella sera infinita; per il cielo eterno si alza
il respiro di una immensa fatica; un fiume passa; il tuo braccio mi
stringe; tutto questo è il rumore di una giornata umana, un po’ di
giovinezza finita, un po’ d’amore disperso, Madlen... e la tua bocca è
giovine, la tua mano è calda, il fiume passa, passa...

Vieni; su noi piove il pagano amore del vivere; in questo immenso
tentativo dell’andare più in là, una sola cosa è necessaria:
impadronirci della barbara vita.

Vieni; troveremo una porta quasi conventuale, con sopra un lume
vacillante; se la porta sarà chiusa, noi picchieremo col battente.
Scenderà mezzo addormentato una specie di furbo scaccino sessantenne,
per vedere chi mai siano, a sì tarda ora, nella buia Lourdes, questi due
rumorosi importuni. E guarderà le tue mani accese di brillanti, le tue
dita quasi azzurre, con una specie di sdegno avido e scandolezzato,
mentr’io gli dirò che siamo due pellegrini del Sacro Cuore di Gesù,
rimasti senza tetto e senza giaciglio in questa città così deserta, ove
si comprime a stento una immigrazione formidabile. Nella sua casa, ove
par che ogni uscio vi chieda il favore di pronunziare un «Amen»,
troveremo tutto ciò che delicatamente occorre a bene dormire dentro lini
di bucato; le mura d’antica pietra, le porte di vecchio noce, le cortine
di spesso drappo, ci seppelliranno vivi fra il sonno di questa guelfa
città de’ conventi, e lontano, chissà dove, nei profondi nostri occhi
pieni di febbre ancora vedremo ardere la Grotta Fiammeggiante sul
piazzale dei Miracoli, ridere d’un riso immoto l’enorme idolo di legno
dipinto e gli ultimi guizzi della vampa lambire il pergamo dove apparve,
con i suoi occhi freddi come l’argento, la tragica ombra del diácono
Ralph...

Tu ed io guarderemo tacendo il pallore dell’uomo che ti abbandonò.

Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è
ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino
biondo; ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini...

Non tutto è rinunzia e buia preghiera; se due sono le strade, forse la
nostra è quella che passa nel cuore della vita.

Vieni; ora ti spoglierai; la tua pelle nuda mi ricorderà che il mondo è
pieno di sole...

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, ove pesa l’ombra della
tragica Lourdes, penserò la sera di Settembre, su la bella Concha,
quando la strada scintillante correva sotto i gonfi giardini del reale
Castello di Miramar...

Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte
Igueldo!...

In un vasetto d’argento, fra l’orologio e il portacenere, due lunghi
rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini. Avrei voluto dirti
una parola d’amore, qualche bella parola che non trovai. E tacendo
guardavo le tue mani. Pensavo a quelli che ti avevano baciata, alle
labbra che si erano immerse nel respiro della tua viva bocca.

Tra il sole morente le tue trecce divenivan color di fumo. La tua pelle
prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le tue forcelle di
brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli scuri.

I tuoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

E nel guardarti pensavo:—Questo è forse l’amore.

La distanza è l’amore. Ciò che per noi fu tale in un’ora di bellezza e
finì. La donna che passa è l’amore; la donna senza storia, senza nome,
senza il peso inevitabile de’ suoi mediocri peccati. Quelle che andarono
via, scomparvero, travolte nella musica d’un treno. Quelle che a noi
diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle,
quando canta il maestrale.

Con noi passarono, risero, nel turbine d’una città sconosciuta. Forse un
teatro le portò, un albergo, una strada buia.

Erano molte; fra molte rimase una.

Aveva negli occhi e nell’anima il colore della terra d’esilio; portava
in sè la primavera, e come la primavera passò.

Parlava con un po’ di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di
gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non
vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di timore, come una
buona sorella...

E fu la vostra amante in una camera d’albergo, dopo una sera troppo
calma od un bicchiere troppo colmo...

Chi era?

Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra
d’esilio, l’unica forse che v’innamorò...

Sul vostro guanciale disciolse, per qualche notte, la sua treccia
profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che
saranno fors’anche vere...

La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta
di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua bella vestaglia di seta.
E troverete forse di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, penserò a quel giorno
di pioggia sul finire del mese di Settembre, quando entrai la prima
volta, Madlen, nella tua stanza quasi buia. Dal bagno filtrava un po’ di
luce; l’argenterie cesellate, l’avorio de’ tuoi molteplici pettini,
scintillavano sul vetro della pettiniera. Si udiva la pioggia battere
sul terrazzo, con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità;
nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro
Eugenia Vittoria.

E dicevi:—«Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo
divenire. Se volete che sia vostra, tormentátemi un poco, fátemi un poco
male, persuadendomi sottovoce, parlandomi sottovoce... poichè amo, amo,
amo la lussuria delle parole... Ora tacete. Io sola parlerò con voi. Ho
molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più. Sì, me ne ricordo...
Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso, alla tavola di
giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho
capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me; provavo una
irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo,
ch’ebbi di voi la tentazione più forte. Quella sera voi eravate
veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli
occhi, forse nell’anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre
portarono via, qualcosa di amaro, di aspro, d’insensibile... Mi
piacevate allora, e dopo di allora non più...»

Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel
vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto
si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.

Sì, avevi ragione, Madlen:—«only as long as we are strangers can love be
a sweet spleen...»

Non so perchè, in quel momento t’immaginai qualora tu fossi morta, morta
nella tua giovinezza, ed immaginai di vederti giacere sovra un letto
pieno di trine, seminuda, con i tuoi capelli ancor segnati
dall’ondulazione, con tutti i tuoi vizi ancor evidenti su la pelle
incipriata, e pensai come sarebbe lieve il peso del tuo corpo da mettere
nella bara...

E dicevi:—«Non vi muovete, non parlate... voglio darvi un bacio
tutt’intorno alla bocca... no, vi prego, vi prego, non toccate i miei
capelli... essi mi fanno così male!... Chiudete gli occhi, vi prego, e
non guardátemi, tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono
quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia,
non li toccate, ho freddo... V’impólvero con la mia cipria?... Sì,
v’impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non
carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi, v’ho
detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi d’essere
innamorata... Se vi dicessi «tu» sarebbe assai più dolce, anche per una
Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un
bacio su la bocca, e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli
uomini, «voi...»

E la pioggia cadeva, cadeva, con un piccolo ridere con un sottile
stridere; batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata
pioggia del mese di Settembre.

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, nel profumo del tuo
grembo disciolto, nel calore delle tue braccia innamorate, penserò
all’altra peccatrice, quella che in te confusi quando eri la danzatrice
di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come
la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti
i peccati, l’amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei
conviti ove spremuto rideva il gráppolo delle vigne di Galaad, la
femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l’estate, quella
che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la
strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo
guanciale profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d’estate.

E camminaron per la verde Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi,
ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera,
presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Allora, nel popolo di Giuda, stava per nascere oscuramente la
rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza
delle spade, l’eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il
rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe
creatrice d’ogni terribile idea.

Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di
Tiberiade, e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il
mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea,
la figlia di Mágdala piena di rosai, si abbigliava come le portatrici
d’ánfore per camminare al fianco del pallido Galileo.

Poich’Egli aveva con sè la teoria di tutti i miserabili e con sè
l’altr’uomo insonne, il ruvido maschio d’Israele quegli che fedelmente
lo seguiva dall’alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava,
ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere infuori da
Lui; e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra
riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano
dai lontani picchi dell’Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il
fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva l’uomo dal
tetro amore, il violento che d’un tratto impallidiva nel guardare la
danzatrice di Mágdala:—Giuda Iscarioth...

In quella camera vecchia, fra quelle mura stinte, mi pareva riudir
lontane le canzoni di Tiberiade, e più lungi, con sordi strepiti,
rumoreggiare in un mondo piegato sotto la forza delle spade l’eterna
rivolta dei miserabili...

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole
veste la pannocchia del grano...

Pensavo:

—«E domani—forse domani—come venisti partirai da me. Una stazione
fredda, ravvolta in un nembo di elettricità, chissà dove, chissà quando,
forse in un villaggio di frontiera, vedrà partire lentamente il treno
tutto acceso di cristalli, che disperderà per sempre il mio sogno nella
musica delle infinite rotaie.

Domani—forse domani—ridiverrai per me la forestiera, quella che ha
smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante.

Non so dove, non so quando, una sera, mentre, affollato, rumoroso, il
treno del nord cigolerà, suoneranno fra noi le parole che diceste al
signore Lord Pepe, calme, su la bocca impassibile, con l’anima forse
ravvolta in un velo di grigia malinconia:—Good bye, Friend...

Ed io vedrò—tu vedrai—la tua ombra—la mia ombra—sparire.

Un fanale rosso, un punto, una striscia di fumo, nulla, diverrà il
nostro amore sparente nella notte infinita...

Quel treno lungo, sottile, fatto d’acciaio terso e di legno levigato,
che trascinerà nel cuore delle montagne ciclopiche una fantasmagorìa di
specchi e d’elettricità, quel treno pressochè ingioiellato, carico di
belle donne, d’uomini ricchi e di bagagli costosi, trascinerà per sempre
nello spazio il suono pesante, indefinibile, della parola: addio...

Tornerai nei balli scintillanti, nelle dorate case delle avventure d’una
sera; invecchierai presso le tavole da giuoco, strofinando i tuoi gomiti
nudi sui tavolini delle cene, appressando le tue labbra tinte all’orlo
dei bicchieri che avvelenano; riderai, splenderai, come una creatura che
per vivere senta il bisogno dell’eccitazione artificiale; qualche uomo
prepotente sarà il tuo padrone, di qualche altro sopporterai la lascivia
indelebile; e gli anni passeranno, e la vita notturna incaverà i tuoi
occhi splendenti, e nella dolce tua carne coltivata come un fiore da
vetrina trasalirà più cruda la forma dello scheletro, e sarai vecchia, e
sarai povera, i denti falsi brilleranno d’una luce opaca nelle gengive
pallide, la sottile tosse dei tisici tormenterà i tuoi polmoni arsi dal
fumo delle sigarette oppiate; un giorno avrai un deliquio, morrai sopra
un divano, ti porteranno al cimitero... È triste.

Sì, è triste, come il pensiero d’ogni cosa che tramonta, nella fredda
vita. Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nei
sepolcri vegetali della terra il seme di domani sta per nascere; solo
una cosa è bella nel mondo, solo una cosa è giovine
intramontabilmente:—la poesia di ciò che va oltre.

Nell’alba lontana—io pensavo—anche le stelle muoiono. Qualcosa è laggiù,
nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa avvince
tutte le creature all’eterna distruzione, all’eterna aurora... e il
mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve; nulla
in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la
creatura e l’infinito, l’ombra e l’alba, tutto finirà, sparirà...
Muoiono le stelle.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole
veste la pannocchia del grano...

Nell’alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare. Va per le
onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio
dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi, ésula,
nella trepidazione dell’alba, da questa povera cosa ch’io sono e porta
me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini; e navigando
fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole.
Nell’alba grigia canta il fiume della divina Bernadette, e suoneranno
fra poco le belle campane dorate al Dio mattutino che incendia le
splendenti basiliche... Una vela è partita sul mare.

Forse un giorno, quando saremo lontani, tu da me, io da te, Madlen, e la
distanza ed il passato—le due vere musiche del mondo—avvolgeranno le
nostre anime di camminanti, questa lenta e voluttuosa notte in noi
risalirà come il sogno d’una bellezza distrutta, sarà il tormento
sottile, divino, d’una illusione che perdemmo, il fuoco e la tremante
memoria di un lontano amore che finì.

Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando i
bastimenti escono dal porto, quando le città straniere, come lontane
isole, diventano buie, tu ridiverrai per me, io per te, Madlen, il
colore del sogno che fu nostro; e la distanza ed il passato—le due vere
musiche del mondo—avvolgeranno le nostre anime di camminanti nel triste,
perduto incantesimo della bellezza d’un amore che finì.

Forse, talvolta, la sera, quando la strada passa traverso l’anima di chi
va via, quando, nel cuore degli erranti, lontane, brillando si alzano le
foglie gialle del passato, qualcosa di noi riudirà, fra le musiche dei
pazzi violini, trillare sotto l’archetto dello zingaro le strofe della
_Chanson du Missouri_:

      Et j’eus souvent
      d’autres romans,
    j’ai connu d’autres baisers,
      trop vite épuisés...

A quel tempo il signore Lord Pepe sarà il monarca del feudo di Zarauz;
la buia cugina Adelaida, or divenuta con severa cattolicità la
viscontessa Fernandez de Higuera, lo avrà lentamente attratto nella
viscosità della sua carne romantica e provinciale; a governo di tutto il
latifondo siederà il Gesuita macilento ed impenetrábile che fu il
ministro-confessore della sepolta doña Isabel.

E Litzine, la bionda come il sole, con i suoi voluttuosi occhi da
educanda, seguiterà nondimeno a far cadere nei tranelli di Dánae i suoi
piccoli franchi d’argento; in estate a Deauville, d’autunno a Biarritz,
d’inverno a Cannes, di primavera sotto le acacie di Armenonville,
seguiterà nondimeno a dividere le sue laboriose giornate fra le
colazioni di Crisópulo il Greco, i pranzi di Ned l’Americano e le cene
del Marchese Sciogatsu, ovverossia il Marchese Capo d’Anno...

E mentre tutti noi consumerà la pesante polvere della strada, ogni anno
torneran le rondini su la bianca terra di Guipuzcoa, dove gonfie di
maturo pólline le tue rose ubbriacheranno l’estate, o felice Monte
Igueldo...

E torneranno alle Fontane del Miracolo i greggi degli eterni miserabili,
a dimenticare nel sogno d’un’umile pascolatrice il sogghigno freddo e
sarcastico dell’uomo che si chiamò Voltaire.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole
veste la pannocchia del grano...

Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è
ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino
biondo, ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini...
Domani—forse domani—ridiverrai la peccatrice di Mágdala, quella che ha
smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante.

E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a
stormo, e trillano, questa mattina, per andare...

Álzati ancora ignuda, com’eri sul drappo d’oro nel mezzo della Basilica
scintillante, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce
del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l’alta chiesa
bruciava come un padiglione di sole—di fuoco e di sole—ov’erano tutti i
peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il
riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere...
più su, più su, in un vórtice di sole—di fuoco e di sole—ubbriaca, nei
paradisi terrestri, l’infernalità dionisíaca della vita...

Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, peccatrice di
Magdala!...

Nell’alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare.

Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, e sii la cortigiana
di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come
la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l’intrisa di tutti
i peccati, l’amica dei centurioni prepotenti, quella che disse una sera
al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu
scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando la
strada passa traverso l’anima di chi va via—tu per me, io per te,
Madlen—chissà dove, chissà quando, riudiremo sottovoce cantare la musica
dei pazzi violini; e dell’amore che ci portò e del dolore che ci strinse
non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po’ di sogno, l’azzurra
ombra d’una sera d’estate, su la bella Concha, davanti al sole che
moriva nel divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla, un
poco d’anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve,
di troppo azzurro, la memoria d’una sera d’estate, una striscia di fumo,
nulla...

                                  ————


                                  FINE



                          DELLO STESSO AUTORE



L’amore che torna—1908
  Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_

Colei che non si deve amare—1910
  Ultima ediz. dal 131.º al 180.º migliaio _Romanzo_

La vita comincia domani—1912
  Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio _Romanzo_

Il Cavaliere dello Spirito Santo—1914
  dal 41.º al 70.º migliaio _Storia di una giornata_

La donna che inventò l’amore—1915
  Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio _Romanzo_

Mimi Bluette, fiore del mio giardino—1916
  Ultima ediz.: dall’111.º al 160.º migliaio _Romanzo_

Il libro del mio sogno errante—1919
  Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio

Sciogli la treccia, Maria Maddalena—1920
  Terza ediz: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_

_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la
ristampa_.


                                                   _Nota degli Editori_.



                         Nota del Trascrittore



Ortografia e punteggiatura originali, così come le grafie alternative
(cofano-cófano, diacono-diácono, ozi-ozî e simili) sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati
corretti i seguenti refusi [tra parentesi il testo originale]:

    123—n’ayant pas déjeuné [déjeûné]
    125—Allez à présent garer [gârer]
    137—préférant [préferant] se promener
    144—ma chère [chere] Litzine!
    168—dei gendarmi di Offenbach [Offembach]
    220—La «Weltanschauung» [Weltanschaung]
    229—no de ferrocarriles [ferro cariles]





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Sciogli la treccia, Maria Maddalena" ***

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