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Title: La legge Oppia
Author: Barrili, Anton Giulio, 1836-1908
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La legge Oppia" ***

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      ANTON GIULIO BARRILI


         LA LEGGE OPPIA


        COMMEDIA TOGATA
          IN TRE ATTI


            GENOVA

  COI TIPI DI ANDREA MORETTI

             1873



Tutti i diritti riservati.

_Legge 25 giugno 1865, N. 2337._



A EDMONDO DE AMICIS,


_A te, che hai veduto nella mia_ LEGGE OPPIA _alcun che di buono, a
te, che hai cuore pari allo ingegno, a te, che io amo sopra tutti i
miei fratelli nell'arte, è dedicata l'opera mia._

_Certo, avrei dovuto intitolarti una cosa migliore. Senonchè, ad
aspettare che l'ingegno mio dèsse frutto veramente degno di te, avrei
dovuto durarla di troppo, e questa pubblica testimonianza di affetto
sarebbe stata anco rimandata_ «al limitar di Dite». _Abbiti dunque,
lontano amico, questa mia_ LEGGE OPPIA, _e fàlle il buon viso, che
solevi fare al tuo_

  Di Genova, il 21 dicembre del 1872.

                                        ANTON GIULIO BARRILI.



INTERLOCUTORI


  BIRRIA, servo.
  MIRRINA, liberta.
  CLAUDIA VALERIA, moglie di L. V. Flacco.
  MARZIA ATINIA, figlia di Claudia.
  VOLUSIA, figlia di Claudia.
  ANNIA LUSCINA, matrona romana.
  MARCO FUNDANIO, tribuno.
  LICINIA, moglie di M. P. Catone.
  FULVIA, sorella di Catone.
  LUCIO VALERIO, tribuno.
  TITO MACCIO PLAUTO, poeta comico.
  MARCO PORCIO CATONE, console.
  ERENNIO, littore.
  IL CÒRAGO.
  MATERINA, moglie di Erennio.
  IL BANDITORE.

Donne--Magistrati--Popolo.

La scena è in Roma--anno 557 _ab Urbe còndita_.

Consoli L. V. Flacco e M. P. Catone.



ATTO PRIMO

  La scena rappresenta l'interno di un tablino e parte
    dell'atrio, nella casa del console Lucio Valerio Flacco, sul
    Velia.--Pareti ornate di fregi e dipinti; soffitto a
    cassettoni dorati; solaio a musaico.--Nel fondo, a destra e a
    manca del tablino, le fauci, che mettono all'interno della
    casa; sui lati, l'una a riscontro dell'altra, due cortine
    alzate.--In mezzo alla sala, un monopodio di marmo, con suvvi
    uno scrigno ed altri arnesi di lusso; tutto intorno,
    seggioloni e scanni.--Lateralmente, distribuite a giuste
    distanze lungo le pareti, alcune edicole, che recano,
    effigiate in maschere di cera, le immagini degli antenati
    della Gente Valeria.--Verso il proscenio, a sinistra del
    riguardante, il Larario, colle statuette degli Dei Lari,
    sorretto da una mensola di marmo, che ha da piedi un'ara da
    incenso.--In un angolo del tablino, il canestro da lavoro,
    coi gomitoli e coi rocchetti dentro.


SCENA PRIMA

BIRRIA, _con uno spolveraccio di penne di pavone alla mano, sta
ripulendo gli arredi del tablino.--Indi_ MIRRINA, _con un canestro di
fiori_.

  (Birria è vestito di una tunica bigia, con maniche corte,
  stretta ai lombi da una cintura nascosta sotto le pieghe
  ricadenti dal petto. Capegli rossi e ricciuti. Calzari di
  cuoio.--Mirrina è vestita di una tunica talare e del peplo.
  Capegli pettinati alla greca. Braccia ignude. Suole allacciate,
  al collo del piede da maglie e correggiuoli intrecciati).

BIRRIA

Ah, giuro pel Dio Saturno che non è lieta cosa servire in casa di
consoli. Onor de' padroni, carico alle spalle dei servi! Ecco qua; due
volte al giorno lo si spolvera, questo tablino del malanno. E
l'essèdra, poi, s'ha da tenerla sempre in assetto, pei ricevimenti
magni. Poi c'è da curare il triclinio, poi da badare all'uscio di
casa, che è sempre affollato di visite. Come son farfalline, coteste
matrone! Su e giù, qua e là, continuamente in volta come le rondini,
«Filò la lana, stette in casa sua»; così canta l'epitaffio. Ma gua',
delle mie padrone non si potrà dire il medesimo?

                          (mettendo da banda il canestro da lavoro)

Filarono la lana, quando non le ci avevano altro a che fare; stettero
in casa, quando aspettavano visite. E avanti a ripulire; avanti a
spolverare!

MIRRINA

                          (passando attraverso la scena)

Tu brontoli sempre, peggio del tuono.

BIRRIA

Venere ti guardi, Mirrina liberta! Son essi per me, quei fiori?

MIRRINA

Vedete che ceffo da inghirlandare di rose! E' sono per gli dei Lari;
va via!

BIRRIA

Mirrina, che modi son questi? Da ieri vendicata in libertà per grazia
profumata del Console, che non sa negar niente alla moglie, già metti
contegno col tuo amato Birria?

MIRRINA

Amato!... quel coso!... Rosso di pelo e buono a nulla è tutt'uno.

BIRRIA

Non hai sempre detto così, ed io potrei ricordarti....

MIRRINA

Lasciami pe' fatti miei, mal arnese.... schiavo.... delizia dello
staffile!

                          (divincolandosi da lui, per andare al
                          Larario)

BIRRIA

Non ci hai proprio altro di meglio a profferirmi per colazione,
stamane?

                          (accostandosi timidamente, mentre ella sta
                          disponendo i fiori sulla mensola)

Mirrina, o come s'è fatto leggiadro il tuo collo, dacchè non ha più
tema del collare di bronzo!

MIRRINA

E tu ammiralo!

BIRRIA

Farei meglio ancora....

MIRRINA

                          (senza voltarsi)

Che cosa?

BIRRIA

Vi coglierei il fiore che non hai voluto darmi pur dianzi.

                          (chinandosi per baciarla sul collo)

MIRRINA

Numi, ei lo vuole davvero! Eccoti il fiore!

                          (assestandogli una guanciata)

BIRRIA

Ah, gli è di cinque foglie e pizzica come quel dell'ortica. Or dunque,
la è rotta?

MIRRINA

Tienla per tale.

BIRRIA

Vedete, che albagìa! Se non par Tanaquilla regina....

MIRRINA

Regina sicuro! Impara ad obbedire, perchè, quind'innanzi, comanderanno
le donne.

                          (andandosene gravemente col suo canestro
                          tra mani)

BIRRIA

Ah, sì, ci hai ragione; fin da ier sera me ne ero avveduto.

MIRRINA

                          (voltandosi indietro)

E da che?

BIRRIA

Oh bella! da che il padrone è partito. Ah, povero Console! Egli va
sicuro e tranquillo a combattere i Galli Boi; ma non sì tosto egli ha
messo il piede fuor della porta Nomentana, che in casa sua spadronan
le femmine. Ma bada; il padrone non è partito, e per Ercole, egli ha
da sapere ogni cosa.

MIRRINA

Che inventi tu adesso? Il padrone è a quest'ora colle legioni sulla
via di Reate.

BIRRIA

Era, ma gli è tornato in fretta e in furia stamane. Lo ha veduto il
figliuolo di Erennio littore, che è passato or dianzi di qua, mentre
io stavo in sull'uscio. E' pare che il padrone avesse a indettarsi di
cose gravi col suo collega Marco Porcio Catone, poichè gli è corso da
lui ed eglino sono tuttavia in istretto colloquio. E credi tu che,
tornato in città, non vorrà dare una scorsa a casa? Ah, tu la smetti
adesso? Or bene, e noi lo avvertiremo, noi che nulla sappiamo; gli
diremo noi di una certa porticina sul vicolo, a cui s'è tolto il
catenaccio; gli daremo noi la lista delle persone che hanno ad entrar
di soppiatto in casa.

MIRRINA

Birria, tu non dirai nulla.

BIRRIA

E perchè di grazia?

MIRRINA

Perchè.... tu sei buono.

BIRRIA

Rosso di pelo? Eh via!

MIRRINA

Il rosso è color senatorio.

BIRRIA

Ma io sono un mal arnese, delizia dello staffile.... uno schiavo....

MIRRINA

Che può diventar liberto da un momento all'altro, e tra liberti.... Ma
che siete voi, uominacci stupidi, da non intender mai per loro verso
le nostre parole?... Mirrina, quantunque fatta libera, è sempre
Mirrina. Tu pure, se andrai a' versi alle padrone.... Una parola detta
alla nobile Claudia Valeria dalla sua prediletta ornatrice, mentre sta
acconciandole il capo, e la tua sorte è cangiata.

BIRRIA

                          (porgendole la guancia)

Briccona! Dà il pegno!

MIRRINA

Eccotelo!

                          (dandogli della mano sul volto)

BIRRIA

Un altro schiaffo?

MIRRINA

No, una carezza. Non hai notato il divario?

BIRRIA

Poh, non guari; ma spiegata così, può anche passare. Basta, sappi; non
è niente vero del ritorno del Console.

MIRRINA

Ah, furfante di tre cotte! M'hai dunque ingannata?

BIRRIA

Ti restituisco i tuoi doni.

                          (accennandole una guanciata)

MIRRINA

Grazie; non ripiglio mai nulla.

BIRRIA

Suvvia, Mirrina, figlia di Venere, o sorella, o nipote, che certamente
qualcosa le sei, facciamoci a parlar chiaro. Che è questa ascosaglia
della porticina? s'inganna il Console qui?

MIRRINA

Oh, non c'è niente di male, sai? Non far giudizii temerarii! Ma ecco
le padrone; odo la lor voce; va via; il tuo lavoro è finito.

BIRRIA

Mi dirai tutto?

MIRRINA

Sì, tutto, ma vattene.

BIRRIA

Un altro di quegli schiaffi!...

MIRRINA

Va in tua malora!

BIRRIA

Udite, o Dei Lari, i dolci augurii di quelle labbra di rosa?

                          (esce dalla fauce a sinistra)


SCENA II.

CLAUDIA VALERIA, MARZIA ATINIA, VOLUSIA e MIRRINA

  (Con poche differenze ne' particolari, Claudia Valeria, Marzia
  Atinia e Volusia, sono vestite ad un modo. Stola di lana bigia,
  per Claudia, bianca per Marzia e Volusia. Maniche lunghe,
  serrate al pugno con una fibbia. Due cinture; la prima sotto il
  seno, l'altra sui fianchi. Capo scoperto. Calzari di cuoio.)

CLAUDIA

Che ora?

MIRRINA

                          (guardando in alto, all'orologio solare,
                          fuori della scena)

Siam presso alla quinta.

CLAUDIA

Così tardi? Le nostre vigile non istaranno molto a giungere. Bada,
Mirrina, tien d'occhio tu stessa l'uscio là in fondo!

                          (accennando dietro la scena a Mirrina, che
                          esce dalla fauce a destra)

Ah che la vada bene, figliuole mie! Ci siam messe ad una bella
impresa!

MARZIA

Eh via, di che temi? Il dado è tratto.

CLAUDIA

Pur troppo! Ma che dirà vostro padre, quando saprà che s'è aspettata
la sua partenza, per metter mano in un intruglio cosiffatto?

MARZIA

Eh via! Il babbo ci ama e ci perdonerà questa alzata
d'ingegno.--Infine, che gran male si fa? E operiamo noi diverso da
quante sono, non dirò matrone, ma femmine in Roma? Tutte, sai, tutte
ad una! Albina Lutazia, Giulia Flaminia, le tre di casa Cornelia, il
meglio di Roma, sempre dopo la casa Claudia donde tu nasci, dànno
l'esempio alle altre. Oramai la è una corrente, e noi non facciamo che
andar pel suo verso.

CLAUDIA

Sì, sì, sta bene; ma tutte quelle che mi hai noverate fin qui, non son
donne di magistrati.

MARZIA

Ci vengo. Anna Luscina, moglie a Fabrizio Luscino, pretore civile; io,
io Marzia Atinia, moglie di Caio Atinio Labeone, pretor peregrino;
eccotene due, donne di magistrati. E non puoi esserci tu, moglie di
console, segnatamente dopo che le donne di casa Claudia, tua sorella e
tua cognata, hanno mostrato di voler fare lo stesso?

VOLUSIA

Ed io, mamma?

CLAUDIA

Tu? sentiamo un poco che cosa sei tu.

VOLUSIA

Non sarò io moglie, appena torni il babbo, a Caio Claudio Pulcro, mio
cugino, eletto e consacrato àugure l'altro dì?

CLAUDIA

Ah, sì, dimenticavo che esistevi tu pure.

MARZIA

Insomma, non temere. Il babbo tornerà vincitore dei Galli e non gli
dorrà troppo di trovarsi vinto in cosa di minor conto. E poi, non
saremo noi che glielo diremo, e neppure Marco Fundanio nostro alleato.

CLAUDIA

Un tribuno! È pur dolorosa! La gente Claudia ha sempre avuto a dirla
con questi tribuni; e adesso...

MARZIA

E adesso si è fatta la pace. Storia romana in tre libri! Da principio
furono i re. Poi comandò il Senato. Ora, la mercè dei tribuni,
comanderanno un pochino le donne.


SCENA III.

ANNIA LUSCINA, e _Dette_.

  (Vestita come le precedenti, ma colla giunta del ricinio sul
  capo, i cui lembi le scendono sugli òmeri.)

ANNIA

Che gli Dei ascoltino l'augurio, mia bellissima, e custodiscano te al
nostro amore, nobilissima Claudia, e te Volusia, facciano felice col
più leggiadro degli Auguri.

MARZIA

Come sei rossa in volto, Dei buoni!

ANNIA

Ah lasciatemi stare! Dal Viminale fin qua! Un tremila passi a piedi,
nè più, nè meno. È una indegnità. Vorrei averlo io tra le mani, quel
tribuno che ci vietò d'andare in cocchio. A piedi! e con questi cenci,
poi....

CLAUDIA

Ah, i tribuni! Stavo per l'appunto ragionando dei fatti loro con
Marzia.

ANNIA

Ma, domando io, che cosa gli avean fatto le donne? E' doveva esser
brutto, ma brutto assai, questo Caio Oppio! Tu certamente lo hai
conosciuto, nobilissima Claudia, poichè la legge è.... recente.

CLAUDIA

Eh.... Di venti anni fa. Li ho contati tutti, io, e con essi se n'è
andata la mia gioventù. Gli era brutto davvero, più brutto di
Annibale, e parve anche peggio, quando la sua legge fu promulgata. I
tribuni! Io non li ho mai potuti patire, e quando penso che per voi,
pazzerelle, dovrò accoglierne uno in mia casa..... Sarà la prima
volta, io credo, che un tribuno varchi la soglia di un Console.

ANNIA

Perdonami, Claudia. Anche Lucio Valerio è tribuno, insieme con Marco
Fundanio e coi due Bruti. Or non va egli in casa del collega di tuo
marito, del ruvidissimo e burberissimo Marco Porcio Catone?

CLAUDIA

Ah, sì, quegli ci va, se la voce è vera, per sposarne la sorella.

MARZIA

Ma sì! Che te ne pare, bellissima?

                          (volgendosi ad Annia)

Valerio, l'elegante Valerio, innamorato della nostra Fulvia, di quella
campagnuola, che, due mesi or sono, non era anche uscita da Tuscolo!

ANNIA

Ma!... così è. Catoneggia, sia detto con tua licenza, o Claudia,
catoneggia Valerio, console e patrizio; catoneggia Valerio, tribuno e
plebeo. Ora, tra i varii modi di catoneggiare, c'è quello di
corteggiar la sorella del Tuscolano. Dov'ella è, si può metter pegno
che egli sia, o non istia molto a capitarci.... L'altro dì, ai giuochi
Megalensi, l'avete veduto?

MARZIA

E dove?

ANNIA

In teatro, alla recitazione dell'_Epidico_, di quel loro Tito Maccio
Plauto. In cambio di rimanere a posto co' suoi colleghi, il leggiadro
tribuno, già così alieno dalle donne, da passare in proverbio, è
andato a sedersi più in alto, presso a lei, cogli occhi rivolti al suo
òmero, anzichè alla scena. Si sarebbe detto che volesse contar le
pieghe del suo velo.... o le lentiggini del suo collo. E si gonfiava,
la superba; facea la ruota, come i pavoni di Giunone.

MARZIA

Eh, queste cose s'imparano presto ed ella si fa in breve agli usi
delle gran dame. Tu la vedrai, Annia Luscina; tra poco ella sarà
qui.... A proposito, veniamo all'essenziale. Ci abbiamo di grandi
cose... che sono in relazione colla nostra congiura. Abbiamo..., sta
attenta!.... abbiamo un grande arrivo dalla Grecia.

ANNIA

                          (facendo il viso scontento)

Ah, filosofi?

MARZIA

Meglio ancora.

ANNIA

Manco male; mi avevate già fatto paura. E chi dunque?

MARZIA

Una....

ANNIA

Una?

MARZIA

Te la darei alle cento, e non ti apporresti. Una mercantessa di mode.

ANNIA

Qui? colla legge Oppia?

MARZIA

Sì, e per merito della legge Oppia ne avremo noi le primizie.
Figùrati; appena giunta, l'avean fatta carcerare. Ma Caio Atinio
Labeone, nostro marito, non è pretore dei forastieri per nulla. Egli
l'ha fatta chiamare a sè ed ha sequestrato la merce. E la greca e la
merce, saranno qui, per opera mia, entrando dall'uscio sul vicolo.
Tutto ciò per vedere, s'intende.... e per toccare eziandio.

ANNIA

Ah, sia lode agli Dei immortali! La legge Oppia avrà fatto una cosa
buona.... l'unica da vent'anni in qua. Vediamo dunque; io spasimo
dalla voglia.

MARZIA

Tosto che giunga. Chetati ora! Ma che è? Forse la greca?

                          (vedendo Birria comparso dalla fauce a
                          destra)

BIRRIA

No; è Marco Fundanio, tribuno.

CLAUDIA

Per te, figliuola, per te!

                          (volgendosi a Marzia)

MARZIA

Grazie, ed anche un pochino per te. Non sei tu sempre più bella di
noi?

CLAUDIA

Adulatrice!


SCENA IV.

MARCO FUNDANIO e _Detti_, BIRRIA _in disparte_.

  (Marco Fundanio indossa una tunica bianca, listata di porpora,
  che scende poco oltre il ginocchio. Calzari allacciati sul collo
  del piede con striscie di porpora. Toga portata con garbo sugli
  òmeri. Cappello di feltro a tesa stretta, che toglie nello
  entrare. Mazzetta nera tra mani).

BIRRIA

Tra male gatte è capitato il sorcio!

                          (tra sè)

ANNIA

Salve, speranza e presidio delle matrone romane.

FUNDANIO

Meglio amerei esser desiderio di una tra esse; ma valgo troppo poco,
lo so. Comunque sia, son cosa vostra.

VOLUSIA

                          (sotto voce a Claudia)

Senti, mamma, com'è carino? E' non par nemmeno uno di quelli che
mettono il veto da per tutto.

FUNDANIO

                          (che ha udito le ultime parole di Volusia)

Bella fanciulla, io, se potessi, non metterei che un veto solo in mia
vita.

VOLUSIA

E a che cosa?

FUNDANIO

Alle tue nozze con Claudio Pulcro. Ma, per ciò fare, oltre il tuo
beneplacito, mi bisognerebbe esser nobile, come uno della gente
Claudia, della nobilissima tra tutte.

CLAUDIA

                          (dopo un grazioso inchino)

Egli è pur vero che, di cotesti veto voi ne pronunziate troppo spesso,
o tribuni.

FUNDANIO

Ma egli è vero altresì che se fossero consoli le matrone, il
laticlavio ci avrebbe più ossequenti a gran pezza.

ANNIA

Oh, egli dee pur venire, il gran giorno! Dimmi, tribuno, non c'è' egli
un'isola, dove le donne regnano sole, dopo aver messo gli uomini al
bando?

FUNDANIO

Dicono, e invero, mi pare un po' troppo.

ANNIA

Ah, non dico già di mandarli via inesorabilmente....

FUNDANIO

Meno male!

ANNIA

Ma di tenerli in freno e di far le leggi un po' noi.

FUNDANIO

Dolcissime leggi! Esse hanno la mia tribunizia approvazione fin d'ora.

CLAUDIA

Or dunque, Marco Fundanio, poichè a queste giovani donne la è girata
così, e tutta Roma femminile lo vuole, siedi e narraci come stanno le
cose.

BIRRIA

Ah, sentiamo!

                          (da sè, stropicciandosi le mani)

MARZIA

                          (avvedendosi della sua presenza)

Che fai tu qui? Va al tuo posto.

BIRRIA

Alla porticina?

MARZIA

No, all'ingresso dell'atrio, al balcone che guarda sulla strada, e
chiunque venga, corri a darcene avviso.

BIRRIA

Che peccato! E' voleva esser gustoso, questo tribuno delle donne.

                          (esce)

FUNDANIO

Da dove comincierò? Che tutta Roma femminile vuole l'abrogazione della
legge, tu l'hai detto, nobilissima Claudia. Io dirò che; nel Foro,
alla Basilica, alle Botteghe vecchie, al tempio di Càstore, nel borgo
de' Toscani, al Velabro, non si parla più d'altro. Il popolo, così in
di grosso, non mi pare che veda di mal occhio la cosa. E lo si
capisce; tutti hanno donne, cui andare a' versi. Ma i vecchi...., i
vecchi son duri. Basta; s'andrà ai comizi e là ci vedremo. I senatori,
son nostri; già m'immagino che le belle matrone avranno fatto il poter
loro, che è molto....

MARZIA

Di ciò non darti pensiero; sanno il debito loro.

ANNIA

Io, tra ier l'altro, ieri e stamane, ho già veduto sessanta mogli di
senatori. E ho girato senza cocchio! Ecco qui le mie tavolette; vedi?
la Pubblia, le Cornelie, la Bebia; e qui la Giunia, le Flaminie, le
Claudie.... insomma, ho detto sessanta. E tutte, ognuna dal canto suo,
hanno fatto altrettanto. I mariti tentennano, ed è già molto che non
ardiscano dire di no, come facevano prima.

FUNDANIO

In casa, sta bene; ma, nei comizi, come si diporteranno costoro? Ecco
il guaio. Ma incominciamo dal meno. I comizi possono essere levati
innanzi di conchiudere. Il rito dell'assemblea offre appigli e
gretole agli avversarii, più che non vi pensiate.

MARZIA

O come?

FUNDANIO

Vedete, se già tutte le centurie fossero adunate e la discussione
avviata, e ad un tratto sparisse lo stendardo inalberato sul
Gianicolo, sarebbe sciolta l'assemblea senza fallo. Ciò si è veduto
altre volte, chè non si fece buona custodia lassù.

MARZIA

Oh! ma si provvede. Una guardia di donne al Gianicolo!

ANNIA

E chi leverà lo stendardo sarà bravo, fosser pure gli apparitori di
Marco Porcio Catone.

FUNDANIO

Oh, di questo non temo. Il console è uomo di virtù antica e non
tenterà cose illegali. Egli, e ciò temo davvero, ci fulminerà colla
sua maschia eloquenza. Un altro pericolo, e grave....

ANNIA

E quale?

MARZIA

E quale?

FUNDANIO

Mangieranno, i polli sacri?

VOLUSIA

Come? Bisognerà che i polli mangino?

FUNDANIO

I polli, sicuro. Tu sei giovinetta ancora e nol sai; ma nessuna cosa
di rilievo può farsi nella repubblica, senza aver favorevoli gli
auspicii. Anche una assemblea è valida, se sono propizii i segni del
cielo; se no, no. Ora, dico io, mangieranno, come a bestie ben
costumate si addice? Può importare ai padri il contrario, e Giove ed
Esculapio, patrono dei galli, possono vedere la cosa con occhio....
senatorio.

MARZIA

Non ci avevo pensato. Sì, questa è grave.

VOLUSIA

Ma.... se io potessi dire....

CLAUDIA

Sentiamo la tua.

VOLUSIA

Non è Claudio Pulcro l'àugure?

CLAUDIA

Sì, e che perciò?

VOLUSIA

Stassera egli verrà da noi....

FUNDANIO

A prender gli auspicî ne' tuoi occhi, a leggervi che il suo fato è
felice....

VOLUSIA

E i miei occhi non gli lascieranno leggere un bel nulla, fino a tanto
i suoi polli non promettano ai mangiare a modo.

FUNDANIO

Possiamo dunque andarne sicuri. Egli dee conoscere i suoi polli, il
tuo Claudio, ed ama certamente i tuoi occhi. Fin qui, dunque, tutto
andrebbe a gonfie vele. Ma, egli c'è....

ANNIA

Ancora un ma?

FUNDANIO

Sì, e il più grosso. Io non ho collega ad aiutarmi. I due Bruti sono
contrarii. Già, gente Giunia, sempre avversi alle novità e duri come
macigni!

MARZIA

Ma non hai dunque parlato a Valerio?

FUNDANIO

Se gli ho parlato!.... Averlo lui dalla nostra, lui, il più eloquente
dei romani dopo Catone, sarebbe un trionfo sicuro, come se io lo
tenessi nelle pieghe della toga.... Ma che volete? l'eloquenza del mio
amico è incatenata al carro del futuro cognato. Lo pregai, lo
scongiurai; ma invano. E mi troverò solo, e non son punto
eloquente....

VOLUSIA

Tu?

FUNDANIO

                          (inchinandosi)

Io, certo. Colle donne ho le parole più facili; il mio estro
s'accende; ma cogli uomini.... ah, cogli uomini, mi cascan le braccia.
Farò quanto posso; ma prevedo male.

VOLUSIA

Oh brutto, questo Valerio! Mi duole perfino ch'ei porti il nostro
nome. E Fulvia gli ha da voler bene?

ANNIA

Fulvia è sorella a Catone; catoneggia anche lei.

MARZIA

Lo credi?

ANNIA

Ma!.... E tu?

MARZIA

Io credo che la donna è ciò che vuole; e l'uomo la segue.

FUNDANIO

Questo ha da esser vero.... per gli uomini che hanno la fortuna....

                          (con aria languida inchinandosi verso
                          Marzia)

MARZIA

Di meritare....

                          (ridendo)

FUNDANIO

Di esser tirati. L'ho detta.

MARZIA

Cattivo! e che altro si è fatto, se non tirar dalla nostra il tribuno
Marco Fundanio? Vuoi di più? Sappiamo il debito nostro. Ti si
intreccieranno corone; ti si porterà in trionfo come Bacco.

FUNDANIO

                          (a Marzia)

Oh tigri! Parole, parole, e poi non sarà niente.

BIRRIA

                          (in fretta dalle quinte)

Due matrone si son fermate all'ingresso, precedute da due schiavi
piccini e bistorti.

MARZIA

Fa entrare.

                          (Birria esce)

ANNIA

Ah! dovrebbero essere di Marco Porcio Catone, che ci ha i più brutti
schiavi di Roma.

FUNDANIO

Stravaganze del grand'uomo. Ma, come qui le sue donne?

MARZIA

Avevo preveduto la tua mala sorte con Valerio. Ora vedremo d'esser noi
più fortunate.

FUNDANIO

Che non posson le donne?

MARZIA

Or dunque, un gran colpo! Si va incontro al nemico. Tu, mamma, bada a
Licinia; chè la va da consolessa a consolessa. Noi ci incaricheremo di
Fulvia.


SCENA V.

LICINIA, FULVIA _e Detti, con_ BIRRIA _in disparte_.

  (Licinia e Fulvia indossano la stola, stretta all'imbusto da due
  cinture. Quella di Licinia, di color bruno; quella di Fulvia di
  color cenerognolo, o bianco. Ambedue portano in capo il
  ricinio).

CLAUDIA

                          (muovendo incontro a Licinia)

Ben vieni, o Licinia. La casa di Lucio Valerio è tua.

LICINIA

Tu sei sempre cortese, o nobile Claudia. Marco Porcio rammenta sempre
ciò che deve a Lucio Valerio.

CLAUDIA

E noi, mogli a tai valentuomini, ci siamo sempre amate.

LICINIA

Bontà tua! Noi povere campagnuole....

CLAUDIA

Zitta! La virtù non conosce differenze di villa e di città, di
patriziato e di plebe. Tuo marito dalla sua virtù fu tratto in alto,
non dal favore di Lucio Valerio.

                          (sotto voce a Marzia)

Me ne fate dire, voi altre!

VOLUSIA

                          (a Fulvia)

Come ti sei fatta bella!

FULVIA

Ah, credi? Ne godo.

ANNIA

                          (a Marzia)

Come lo dice: «ne godo!» Vedete che contadina rifatta!

MARZIA

La bellezza, te lo dirò con mia madre, non conosce differenze di villa
e di città....

ANNIA

Salvo le lentiggini!

MARZIA

Ah sì, ne ha qualcheduna; ma certi uomini vogliono che sia questa una
bellezza di più.

ANNIA

Che gusti!

VOLUSIA

                          (a Fulvia)

Ti rammenti di Tuscolo e dei nostri bei campi? E di quella fontana,
dove c'era un'eco meravigliosa, che ci rimandava tante belle cose? Io
ero molto piccina....

FULVIA

Ed io molto grande.

VOLUSIA

Oh, vediamo! Quanti anni hai!

FULVIA

Indovina.

VOLUSIA

Diciotto. Io ne ho quasi sedici.

FULVIA

Sono più vecchia.

VOLUSIA

Venti?

FULVIA

Va innanzi.

VOLUSIA

Ventuno?

CLAUDIA

Zitta là! non si chiedon gli anni a nessuno.

FULVIA

Perchè, nobilissima madre? Lasciala dire. Amo parerle giovine tanto;
ma in verità, carina mia,

                          (volgendosi a Volusia)

ne ho venticinque.

MARZIA

Eh via!

FULVIA

Certamente. Son nata colla seconda guerra punica, sotto il consolato
di Livio Salinatore.... quando incominciò tanta carestia d'uomini. Il
che non era di buon augurio per me.

CLAUDIA

Cara ed ingenua sempre!

LICINIA

Ma, una così leggiadra adunanza?....

MARZIA

Comizii femminili!

FULVIA

Come sarebbe a dire?

MARZIA

Che qui si congiura.

FULVIA

                          (mostrando di vedere Fundanio)

Ah, per altro, fino a tanto egli c'è un tribuno della plebe, la
repubblica non ne avrà detrimento.

ANNIA

                          (sotto voce a Marzia)

Ben detto, per una contadina!

MARZIA

Or dunque, sediamo, con gravità romana. Vi dirò ora il perchè vi
abbiamo qui convocate. Tu, Licinia, e tu, madre, siete i consoli.
Fulvia, Annia, Luscina e Volusia, son le centurie.... un po'
smilze....

FUNDANIO

                          (sotto voce a Marzia)

Di numero?

MARZIA

Ci s'intende. Io, poi, sarò il tribuno, con tua licenza, o Fundanio.

FUNDANIO

Oh, di gran cuore; ma io?

MARZIA

E tu sarai il littore.

FUNDANIO

Sta bene; dunque incomincio. Non vengo attorno, o centurie, a
distribuirvi le tavolette pel voto, perchè questo già s'indovina.

FULVIA

Che ne sai tu, littore?

FUNDANIO

Possibile? Daresti tu il voto contrario alla dimanda.... d'un tribuno?
Basta, lasciamola lì. Dirò invece che non distribuisco tavolette,
perchè non ne ho. Sono côlto alla sprovveduta. Il voto lo darete ad
alta voce, nè ci sarà confusione.

                          (imitando il far dei littori)

Ora, se vi pare, fate silenzio, o Quiriti. Tribuno, esponi la causa.

MARZIA

                          (alzandosi)

Incomincio. Egli fu dopo la rotta di Canne, consoli Quinto Fabio
Massimo e Tito Sempronio Gracco, che i padri nostri votarono la
sciocca legge, proposta da Caio Oppio tribuno. Che dico sciocca?
scellerata ed iniqua. «Niuna donna abbia ne' suoi ornamenti più che
una mezz'oncia d'oro; nè usi vesti ricamate di varii colori; nè possa
andare in cocchio per Roma, o per altre città, ovvero a mille passi in
giro di quelle, se non per cagione di pubblici sacrifizii». E v'ebbero
cittadini, che la diedero vinta a quel pazzo!....

FUNDANIO

Per non dirne altro!

MARZIA

Le madri nostre si comportarono degnamente. La patria era in pericolo.
Rinunziarono agli ornamenti loro, non pure al superfluo, ma al
necessario eziandio; certe che gli uomini non sarieno stati da meno di
loro e che, rifiorite le sorti della patria, la legge sarebbe stata
cassata. Vent'anni sono trascorsi, e questa bellezza di legge è viva
pur sempre. E perchè, perchè si conserva, ora che le sorti di Roma
sono di tanto cangiate? Vônno ricondurci ai vieti costumi dei pastori
del Lazio; pretendono che i nostri ornamenti, il lusso nostro (se
lusso può dirsi un limbello di porpora, due libre d'oro lavorato sulla
persona e un cavalluccio da tiro, due alle più grave, per fare le
nostre visite) guasterebbero, farieno tralignare questi forti Romani!
Ma, per Quirino e per Venere genitrice, chi è che li fa, questi forti
Romani?

VOLUSIA

Noi!

FUNDANIO

                          (sotto voce, da sè)

Finora no.

ANNIA

I nostri mariti trionfano in cocchio; noi andiamo umilmente a
piedi.... e non c'è mica occasione di trionfi, per noi.

FUNDANIO

                          (sotto voce, ad Annia Luscina)

Eh via, s'ha da credere?

ANNIA

Eglino in tuniche palmate, in toghe ricamate, listate di porpora; noi
in lana greggia, e d'un solo colore. Se capita un forastiero a Roma,
torrà noi per uomini, e per matrone romane i nostri mariti.

FUNDANIO

Se capita un forastiero con questa sorta d'occhi, io, nella mia
qualità di littore, lo accoppo!

MARZIA

Conchiudo. Le cause che fecero proporre la legge, dato che ragionevoli
cause ci fossero, non esistono più. E per dignità nostra, e per decoro
del nostro sesso, e per ragione d'uguaglianza cogli uomini, si chiede
la cassazione della legge. E la si concederà, se non si vuole la
nostra vergogna. Ho detto.

                          (segni di approvazione di tutti, salvo da
                          parte di Fulvia, che è rimasta sovra
                          pensieri)

FUNDANIO

Ottimamente,... tribuno. Ma consenti ad un amico del vero di mettere
in sodo, che, bene o male in arnese, siete poi belle del pari.

MARZIA

Grazie,... littore, sebbene, a te non spettasse parlare; ma vedi? come
la bruttezza può esser scemata, così la bellezza può essere
accresciuta, da un po' d'ornamenti. Olà, Birria!

                          (a Birria)

BIRRIA

Padrona!

MARZIA

Vanne a Mirrina, tu, e dille che si faccia innanzi. Or ora vedrai.

                          (a Fundanio)

BIRRIA

                          (da sè)

Ah, questa poi di fargliela vedere!.... Che volesse invescarlo di
Mirrina?

MARZIA

Non vai?

BIRRIA

Vo, corro, volo.

                          (esce)

FULVIA

                          (a Marzia)

Che è ciò che prepari?

MARZIA

Tu pure vedrai. La donna bella che può diventare bellissima; la natura
rinfiancata dall'arte!


SCENA VI.

MIRRINA _elegantemente vestita e Detti;_ BIRRIA _segue, con alcuni capi
di vestiario sulle braccia_.

ANNIA

Ah, buoni Dei, la leggiadra matrona!

LICINIA

In verità, l'ottava meraviglia! Ed è la tua ornatrice?

                          (a Claudia)

CLAUDIA

Sì, ed ornata alla sua volta da quella bricconcella di Marzia, colle
spoglie venute di Grecia.

                          (Tutti, tranne Fulvia che rimane in
                          disparte, vanno a considerare minutamente
                          Mirrina)

MARZIA

Eccovi; fo come Iperide, l'oratore ateniese, allorquando, per
guadagnare la causa della sua bella cliente, la messe in mostra
nell'Areopago. Questa è l'acconciatura greca, coll'anadèma ed i
capegli ricadenti a ricciolini sul fronte. A noi, con queste
tunicacce, non andrebbe; ma, con una veste sontuosa, fa spicco. Non è
egli vero? Eccovi; questa è la nostra stola, ma più aggraziata, colle
maniche serrate al pugno da armille d'oro, stretta da due cinture
all'imbusto e colla giunta dello strascico. Dite, non aggiunge maestà
al portamento?

                          (Mirrina fa alcuni passi lungo la scena)

Vedete adesso!

                          (pigliando un pallio diploide dalle mani di
                          Birria e aggiustandolo alla persona di
                          Mirrina)

Questo è il pallio che addoppiato si rafferma alla spalla con un bel
fermaglio d'oro. Togliete questo!

                          (come sopra, togliendo dalle mani di Birria
                          e spiegando un ampio velo di fine tessuto
                          di colore scarlatto, che aggiusterà sul
                          capo di Mirrina)

Abbiamo il velo porporino, i cui lembi si raccolgono sulle braccia, e
ravvolgono bellamente la persona. Guardate il grazioso meandro che
corre a' piè della stola! E questi sandali traforati!

                          (Mirrina solleva il lembo della stola sul
                          collo del piede)

ANNIA

Le armille alla noce del piede! Oh bella! Le metto subito anch'io.

VOLUSIA

Ed io!

FUNDANIO

                          (a Marzia)

Così che, mi pare inutile di andare attorno pei voti. Hai il «come tu
chiedi» all'unanimità.

MARZIA

Ma.... egli pare.... cioè, non affatto.

                          (muovendo verso Fulvia)

Che ne sembra a te, mia divina, di questi ornamenti?

FULVIA

Bellissimi.

MARZIA

Con che aria lo dici! Pare che a te non farebbe caso di vestir più
sfoggiato? Invero, saresti la prima.... e l'unica, poichè il seme di
tai donne finirebbe con te.... Ma già si capisce; sorella di
Catone!...

FULVIA

Oh, egli non è per cotesto. Non farmi così austera per vezzo
d'imitazione. Mio fratello pensa a suo modo, ed io.... se pensassi
diverso, non mi terrei men buona sorella per ciò.

MARZIA

Ma allora....

FULVIA

Cara mia, a dirti schiettamente ogni cosa, non sento.... come
chiamarla?

MARZIA

La vanità; di' pure la brutta parola.

FULVIA

Non volevo andare tant'oltre. Non sento.... Via, mettiamo il
desiderio.... Non sento il desiderio di comparire. Questo è il mio
modo di pensare. O si piace, o non si piace; e gli ornamenti che
fanno?

MARZIA

Orgogliosetta! Lo sai, che piaci così disadorna, lo sai?

FULVIA

Io?

MARZIA

Non lo negare! Fosti veduta alla recita dell'_Epidico_.... e fu veduto
e notato anche un altro.

FULVIA

                          (arrossendo)

Ah!

MARZIA

Ma l'amico è dunque molto possente su te? Egli t'ha ammaliata a segno
di farti dimenticare la tua.... Come chiamarla?

FULVIA

Dignità; di' pure la gran parola.

MARZIA

Arguta! mi rendi la pariglia? Orbene, sì, io la dirò, senza cercarne
un'altra; la tua dignità femminile.

FULVIA

Io non t'intendo.

MARZIA

Sì; non è forse noto che Lucio Valerio (parlo del tribuno, e non del
babbo console) difende a spada tratta la legge? E non fu udito a dire
che le donne sono ornate anche troppo?

FULVIA

Eh, può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.

MARZIA

Sì, ma egli ha aggiunto che le donne sono fatte per la casa....

FULVIA

Anche qui....

MARZIA

Che egli, qualunque sia la donna che condurrà in moglie, l'avrà per
ottima, purchè governi la casa, sappia filare e distribuire il lavoro
alle fantesche.

FULVIA

Ah, è ben poca cosa che egli richiede, per trovare una moglie!

MARZIA

E non basta. Che l'uomo dee mantener fermo il suo diritto e la maestà
maritale contro l'orgoglio delle donne....

FULVIA

                          (con piglio d'incredulità)

Ha detto questo? Valerio tribuno? E a chi?

MARZIA

A Fundanio, qui presente, che voleva indurlo a caldeggiare la parte
nostra.

FULVIA

                          (scossa dalle parole di Marzia)

A te, Fundanio?

                          (Fundanio, che s'era avvicinato, rimane
                          alquanto dubbioso: Marzia gli accenna
                          ripetutamente degli occhi)

MARZIA

Rispondi! Ciò che hai narrato a me, non puoi ripetere a Fulvia?

FUNDANIO

Egli è che.... Infine, sì, ha detto questo ed altro ancora. O fosse il
suo pensiero, o non mirasse che ad entrare nella grazia del Console
tuo fratello, egli ha per giunta chiamato la donna: questo sesso
arrogante! questo indomito animale! Animale!

FULVIA

                          (con accento di corruccio)

Anche questo?

MARZIA

Cara mia, egli può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.

FULVIA

Non mi far celia! Cotesta non è più materia da scherzo. Che così parli
mio fratello, padrone; egli ha moglie; se la intenda con lei. Ma
Valerio, che non l'ha ancora!... Vuol trovarla, e a modino, se pensa e
ragiona così.

MARZIA

Pure, sarai tu quella.

FULVIA

Oh, nè egli mi ha chiesta, nè io....

FUNDANIO

Ti chiederà.

VOLUSIA

                          (facendosi innanzi con un velo di color
                          giallo e brillante, che ella ha già
                          indossato)

E tu porterai un flammèo di sposa come questo. Provalo! Io l'ho già
messo. Ah, come ti va bene! vuoi vederti allo specchio?

FULVIA

                          (respingendo il velo)

Lascia, te ne prego. A te, non a me, queste allegrezze nuziali!

                          (l'abbraccia)

FUNDANIO

                          (a Fulvia)

Ma dimmi; e che farai, quando Lucio Valerio chiederà la tua mano.

FULVIA

Tribuno, vuoi saper troppo.

VOLUSIA

Oh! quello che tu farai, lo so io.

FULVIA

Tu?

VOLUSIA

Sì, fatti in qua! Sai che l'abrogazione della legge sarà proposta nei
comizi. I comizi non sarebbero validi se i sacri polli non
mangiassero. La capisci tu, questa relazione tra i polli e i comizi?
Io no, ma così è. Ora, io te lo giuro, non accetterò la mano di Caio
Claudio Pulcro, se, il dì dei comizi, i suoi polli non mi useranno la
cortesia di mangiare.

FULVIA

Brava! Comincia così, tu che lo puoi; comanda agli uomini! A far
diverso, ci si perde della sua dignità e non ci si guadagna nulla in
compenso.

MARZIA

Tu sei nostra; ho capito. Il tribuno Valerio ha da tenersi saldo, se
può.

FULVIA

Ah, quanto a lui!... Ma mio fratello, piuttosto....

                          (con aria peritosa)

MARZIA

Vinci; è l'essenziale. Tuo fratello farà come mio padre, come mio
marito, come il marito di Annia Luscina, come tutti i senatori; se la
recherà in pace. Infine, che cosa domandiamo noi? Un po' di lusso non
guasta. Ci volete? Fateci belle!

ANNIA

Brava, ben detto; fateci belle! Ah, se le donne volessero sempre
mettersi d'accordo!

FUNDANIO

                          (da sè, mentre le donne si accomiatano nel
                          fondo della scena)

Primo guadagno; non si graffierebbero più!


FINE DELL'ATTO PRIMO



ATTO SECONDO

  La scena rappresenta un tablino in casa di Marco Porcio Catone.
    Soffitto di legno a cassettoni, senza ornamenti, o dorature;
    pareti rozzamente dipinte; pochi e semplici arredi. Un
    Larario nel fondo, con entro le immagini di Saturno e di Opi.
    A destra uno stipo di ferro, con suvvi un gruppo di terra
    cotta, che rappresenta la lupa e i gemelli. A sinistra una
    tavola, su cui si vedono pezzi di stoffa e una scatola di
    aghi da cucire. A fianco della tavola una sedia alta con
    spalliera e senza bracciuoli, collo sgabello davanti, e
    vicino ad essa un canestro da lavoro. Sulla tavola è anche un
    codice dalle carte di legno.


SCENA PRIMA

VALERIO, _e un servo che sta per andarsene_.

  (Lucio Valerio è vestito a un dipresso come il suo collega Marco
  Fundanio nell'Atto primo. Per far varietà, può avere sotto
  l'angusticlavio una tunica intima, di color violetto, e sovra
  ambedue la toga anch'essa violetta).

VALERIO

Bene, non importa; aspetterò. Va pure per le tue faccende, che,
tornando egli da Tuscolo, non abbia a sgridarti.

                          (il servo esce)

Se Fulvia venisse! Di solito, a quest'ora, ella si aggira per l'atrio.
Che è ciò?

                          (vedendo il codice sulla tavola)

Ah, il _Trinummo_, la nuova commedia di Plauto. Che vena, che
festività, che sale, in questo capo ameno di Sarsinate! E come il
popolo ha ragione di volergli bene! Sarà bello, come tutta la roba
sua, questo _Trinummo_; ma io preferirò sempre l'_Epidico_. E perchè?
Lo sai tu, Valerio tribuno, il perchè? Com'era bella Fulvia, l'altro
giorno, in teatro! Dei buoni! e che fatica ho durato, per salir fino a
lei! Quella benedetta scalinata non volea più finire. Ci aveva le
gambe impacciate, il tribuno Valerio! Egli, avvezzo ai frastuono delle
assemblee, si trovava lassù, tra il primo e il second'ordine di
sedili, come un pulcin nella stoppia. Ah, mai ho sudato tanto come
allora; e in fede mia, se non era la vergogna, avrei dato volta,
appena fatti i primi scalini. Ma quando giunsi da lei, come fui pagato
della mia costanza, al vedere imporporarsi la bella guancia,
all'udirmi dare il benvenuto da quella voce divina!... E tarda ancora!
Tra poco sarà qui il Console, e addio colloquio sperato! Pazienza,
leggiamo!

                          (squaderna il codice, leggicchiando a
                          spizzico)

Ah, se la piglia colla moda! «Volesse Dio che in questo paese, più che
alla moda, s'avesse un po' di rispetto al costume dei nostri vecchi e
alla parsimonia antica! Questa è la morale, oggidì: quel che ti piace,
è lecito. L'ambizione è santificata dall'uso; le leggi! poverine!
vedetele in Campidoglio; le sono impiccate al muro con chiovi di
ferro. La moda, sì, la moda maledetta, bisognerebbe impiccarvi!» La
scena è in Grecia; ma qui si parla di Roma. Questa piacerà a Catone.
Il suo amico poeta lo serve a puntino, con questi colpi di frusta....
Ma infine, perchè questo ritardo?

                          (alzandosi spazientito)

Ah, donne, donne!... E dicono che amate? Non è vero. Vi lasciate
amare, e voi.... voi non sentite un bel nulla. Infatti, se ella mi
amasse, sarebbe già qui!

                          (passeggia stropicciando il codice tra le
                          mani)

Figurarsi, se non lo sa! Son qui tutti i giorni!.... Ed io, sciocco,
che mi disponevo quest'oggi a chiederla in moglie.... che stavo
mulinando le parole da dire a Marco Porcio!... Stupido animale! Vedi
come corrispondono alle tue premure le donne! Per la prima che amo,
son bene conciato davvero.

                          (battendo stizzito il volume sulla tavola)


SCENA II.

MACCIO PLAUTO _e Detto_.

  (Maccio Plauto, bel vecchio di cinquantott'anni, indossa una
  tunica e una toga di color amaranto carico. Un bastonello tra
  mani. Calzari di cuoio. Pètaso di feltro, pendente giù dalle
  spalle).

PLAUTO

Orbene, e che ti ha fatto il mio povero _Trinummo_, da maltrattarlo in
tal guisa?

VALERIO

                          (da sè)

Eccone un altro! Addio colloquio!

PLAUTO

Tribuno della plebe, tu usurpi l'autorità degli Edili. Soltanto ad
essi spetta di ammettere, o di scartare la roba nostra.

VALERIO

Perdonami; ero sovra pensieri, per certe cose mie.... che non francano
la spesa d'essere raccontate. Ma, tu lo sai, Tito Maccio; io ti stimo
grandemente.

PLAUTO

E grandemente ami. Fai tutto alla grande.

VALERIO

Io amo? E chi, di grazia?

PLAUTO

Tale che non è lungi di qua. Non ho i più bei piedi, ma ho i due
migliori occhi di Roma.

VALERIO

Ed infatti tu hai veduto in me ciò che io non vedo, nè so.

PLAUTO

Saresti tu l'ultimo a conoscer te stesso? Non mi farebbe meraviglia.
L'uomo, sia detto sui generali, è il meno sagace degli animali.

VALERIO

Di' pure il più stupido! Io stavo per l'appunto dicendolo a me stesso,
quando tu sei entrato. Ma, poichè vuoi farmi innamorato per forza, che
pensi tu della donna!

PLAUTO

Dei buoni! io non potrei parlartene che per mia esperienza.

VALERIO

E quale è stata la tua esperienza?

PLAUTO

Grama assai, Lucio Valerio; oh, grama assai! Ne amavo una.... Tra
parentesi, non ne ho amato che una.... sul sodo. Ero giovine, venuto
a Roma per desiderio di gloria, con un viatico di baldanza, di fede,
di speranza e di amore; tutte cose da giovani, che non sono mai
troppe, a chi fa il viaggio della vita. Ne mangi oggi, ne mangi
domani, e, senza avvedertene, la vettovaglia si scema. Un bel dì, fai
per guardar nella sacca.... Addio roba mia; la è sfumata. Per fartela
breve, vidi la bella in teatro, alla recita della mia prima commedia,
che non dispiacque ai Romani. Gloria ed amore!... Queste due
allegrezze mi capitarono insieme. Ma come fare per giungere
fino a lei, e, giunto, per rimanervi? La poesia era una magra
raccomandazione, in quella casa di gabellieri arricchiti. Cerca cerca,
non trovai niente, più al fatto mio che di darmi al traffico, per
diventare un grosso mercatante. Lo vedi di qui, un poeta mercatante?
Io fui proprio quel desso e pigliai presto il tracollo. Fino a tanto
ne ebbi nel forziere, pagai; quando non ce ne furono più, mi diedi per
morto in balìa del mio ultimo creditore. Le dodici Tavole parlano
chiaro: «Se il debitore non paga, nè altri per lui, il creditore lo
porti via con sè, carico di ferri, del peso di quindici libbre; o meno
pesanti, se al creditore piace». Vedi che cortesia di Tavole! E
fortuna che di creditori io ne avevo uno solo! Se ne avevo due o tre,
c'era l'altro articolo che faceva proprio al caso mio: «Il creditore
tolga al debitore la sua libertà, e, se gli torna, lo venda di là dal
Tevere. Se poi ci sono più creditori, il terzo giorno del mercato, se
lo facciano a spicchi». E la legge pietosa aggiunge che, se un
creditore, poverino, ne tagliasse un po' più del necessario, non gli
si mandino per questo i littori a casa. Io dunque ebbi un solo
creditore e cansai di finire salciccia; ma ebbi il peggio che da un
solo mi potesse toccare; fui posto alla màcina, come un giumento.

VALERIO

Povero Tito Maccio! A tutti, in Roma ne seppe male.

PLAUTO

Ma non a lei, non alla donna per cui mi trovavo in quel guaio. Quando
ella udì della nuova arte che imparavo, rise, rise saporitissimamente.
Poverina! Aveva così bei denti!

VALERIO

Tu le hai perdonato?

PLAUTO

Che vuoi? Macinando grano pel mio creditore, macinavo filosofia per
me; non di quella greca, col mantello unto e bisunto, col bastone e
gli scartafacci; filosofia vera, filosofia paesana, che m'è andata in
tanto sangue. Meritai allora d'esser libero, poichè avevo vinto me
stesso. Dal creditore mi riscattai, tornando a scriver commedie, che
gli Edili accettarono e pagarono. Quanto agli amori, alla larga! Feci
come il cane, che non passa più rasente alle botteghe dove fu
bastonato.

VALERIO

Non amasti più?

PLAUTO

Amai sì, ma leggermente, pochin pochino, ad oncie, a scrupoli, come il
greco Arcàgato spaccia le sue medicine, che il malanno se lo porti.
L'amore, Valerio mio, non dee soggiogarci; non la passione ha da
vincer l'uomo, bensì l'uomo la passione.

VALERIO

Parole! Ci s'accosta al fuoco per riscaldarci, e la fiamma ci
s'appicca alla tunica.

PLAUTO

Ah sì! ti ho veduto infatti alla recita del mio _Epidico_, ed eri un
incendio. Via, Lucio Valerio, lascia correre tutto il male ch'io t'ho
detto delle donne. Era la vendetta d'un autore inascoltato, che ti
vedeva tutt'occhi e tutt'orecchi per lei.

VALERIO

Chi, lei?

PLAUTO

Oh bella! Lei; quella che è lei; l'unica che possa e debba esser lei.
Se non lo sai, t'istruisco; lei è un modo dittico e calzante di dire
F.... U.... L....

VALERIO

Basta! Se ti sente qualcuno....

PLAUTO

Eh, se mi sente lei, non le dorrà certo. Amate, ragazzi, amate; è
questa ancora la più bella commedia, anzi il più bel poema del mondo;
nè Omero l'ha scritto, nè Ennio, che è l'Omero latino, scriverà il
somigliante.

VALERIO

Ah, io temo che ella non mi ami!

PLAUTO

Davvero? Oh povero amico! Ma senti! il mio _Epidico_ t'ha fatto
servizio; vuoi che ti faccia servizio l'autore? Ne entro a lei, e....

VALERIO

No, non incomodarti, non c'è bisogno.

PLAUTO

Aah!... Al fratello dunque? L'ho lasciato nel Foro, dove siamo scesi,
tornando da Tuscolo; appena e' torni in casa, ti servo.

VALERIO

No, per amor del cielo! Questa passione del tuo amico è ancora un
segreto.

PLAUTO

Sì, come la tosse.

VALERIO

Perchè?

PLAUTO

Tutta Roma lo sa. Se tu fossi uno di quei vagheggini sconclusionati
che s'aggirano intorno a questa e a quella, nessuno avrebbe posto
mente alla cosa. Una più, una meno, chi ne fa conto? Ma veder cercata
da Valerio una donna, da Valerio, il benvoluto del popolo, da quel
Valerio, di cui era tanto più notevole l'austerità, quanto più era
appariscente la persona, chi non si sarebbe fermato a ragionarci su?
Caro mio, una cosa è da farsi, e presto; parlarne al Console.

VALERIO

Ci pensavo fino da ieri....

PLAUTO

Bravo; così va fatto.

VALERIO

Ma.... non ardisco.

PLAUTO

Tu, tribuno della plebe?

VALERIO

Io, sì, io, tribuno della plebe, non ardisco. Che c'entra l'ufficio,
nelle cose del cuore? Io non ardisco parlare, non ardisco confessare
il mio segreto a quell'uomo, da cui dipende la mia felicità.

PLAUTO

Ha da stiacciare la noce, chi vuole la polpa. Il guscio del Console è
un po' ruvido, concedo; ma il cuore è ottimo. Fa a modo mio, Lucio
Valerio, parlane a lui, e quest'oggi. Egli è tornato di buon umore
dalla campagna. Tutto era in ordine colà. Il grano promette; la vigna
ha fatto prodigi; sei altri vitelli son nati in questo mese; gli
schiavi di catena han lavorato di buona voglia a sterrargli un campo
che sarà messo a coltura; l'aia, il cortile, la stalla, sono lucenti
come uno specchio. Egli non ha avuto che a lodare e, rimontando in
cocchio, mi ha detto che se ne andava più contento all'impresa di
Spagna. Sai che partirà fra quattro giorni, appena sia respinta, com'è
da credersi, la proposta del tuo collega Fundanio. Vedrai, gli è
proprio il momento buono per entrargli del tuo negozio. Te la concede,
amico mio, te la concede; tu se' nato vestito.

VALERIO

Tu mi consoli, Tito Maccio; credo che avrò la forza di aprirgli
l'animo mio. Ma ecco; mi par la sua voce.


SCENA III.

MARCO PORCIO CATONE, ERENNIO _littore e Detti_.

  (Catone indossa il laticlavio, tunica di lana bianca, partita
  sul dinanzi da una larga striscia di porpora. Toga bianca di
  lana. Petaso in capo, che deporrà nello entrare. Capegli rossi e
  crespi. Calzari di cuoio.

  Erennio ha tunica bigia, e toga. Capegli lunghi e barba. Fasci
  senza scure, nella mano destra, appoggiati sull'òmero. Una verga
  bianca nella mano sinistra.)

CATONE

                          (di dentro)

Per tutti gli Dei dell'Averno, che sì ch'io t'ho a conciar come
meriti, matricolato furfante!

PLAUTO

Ahi! gira il vento.

CATONE

                          (entrando, sempre rivolto indietro)

Non ammetto scuse. Fammene un'altra di queste e dal servizio della tua
padrona ti mando difilato a girare la màcina.

PLAUTO

È dura cosa, la màcina; io la conosco.

CATONE

Ah, non badare, Tito Maccio! Del resto tu avevi il debito. Chi non
paga di borsa paghi di persona.

ERENNIO

                          (in disparte)

Così sta scritto.

CATONE

Ma vedi questi bricconi! Se la va di questo passo in Roma, tra un
anno, o due, bisognerà darsi alla macchia.

PLAUTO

Con chi l'hai tu?

CATONE

Col mio servo, per Bacco, o, a dire più veramente, col servo di mia
moglie. Una perla, quando io l'ho comperato! Ed ecco, me l'hanno
guastato anche lui! Ah greci! Chi ci libera dai greci! Noi li abbiamo
vinti; essi ci ammorbano. L'è una vera peste ellenica. Ieri parto,
lasciando la casa sana. Torno, e già c'è penetrato l'inimico. Figùrati
Valerio.... Ohè, Valerio!

VALERIO

                          (che era andato verso la fauce a curiosare
                          nel peristilio, torna sollecito)

Son qua.

CATONE

Figùrati; entro in casa e trovo il servo di mia moglie che usciva. Si
tira da un lato, il manigoldo, e con la sua voce sguaiata mi sfrombola
un _chere despòtu_; mi saluta in greco! A me! Ma dove le imparano,
dico io? Perfino Erennio, il mio littore, ha impallidito dallo sdegno.
Non è egli vero?

ERENNIO

La lingua dei padri è sacra, come il diritto dei Penati di Roma.

PLAUTO

                          (da sè)

Bravo, il littore! O non pare una delle Dodici Tavole?

CATONE

Ma! Eppure egli c'è in Roma della gente che se ne dimentica, gente a
cui non è più sacro il Campidoglio, gloria e amore dei nostri antichi,
nè i numi laziari, nè i laziari costumi. Grecheggiano! È la loro
manìa. Nulla distingue più i giovani romani educati in Roma, dai
giovani greci educati in Atene. E il vecchio spirito romano se ne va,
cede di contro all'alito di questa genìa, la più perversa e
intrattabile del mondo, la quale non ha dato, che cicaloni,
spaccamonti, acchiappanuvole.

VALERIO

Pure, ha dato Leonida!

CATONE

Ti concedo Leonida. Ma abbiam mestieri di andare per fuoco da loro,
noi che ci abbiamo il tempio di Vesta? Leonida! Leonida! Io ti oppongo
Quinzio Cedicio, tribuno militare nella prima guerra punica, che salvò
l'esercito romano, tratto in agguato, in una stretta di Sicilia.
Toccava alle nostre armi la sorte di Caudio, e con peggiore vergogna,
poichè, gl'inimici stavolta erano cartaginesi. Che fa Cedicio? Piglia
con sè pochi animosi, si tira addosso tutto l'impeto dei nemici, cade
crivellato di ferite sopra un monte di cadaveri; intanto, l'esercito
romano sfila e si salva. Ora, io lo dimando a te; che cosa ha fatto
Leonida, più di Cedicio? Rispondi!

PLAUTO

                          (piano a Valerio)

Io non lo so; ma so quello che hai fatto tu;.... una sciocchezza!

CATONE

Che cosa borbotti anche tu? Tu che vai sempre a cercarmi in Grecia gli
argomenti delle tue commedie?

PLAUTO

                          (da sè)

La burrasca si volge su me!

                          (a Catone)

Dei buoni! Ma i poeti, nelle commedie, fanno tutti così. Spacciano i
fatti loro come avvenuti ad Atene, acciò la favola paia più facile a
mandar giù.... Piace il greco? Diamo alla commedia il sapor greco; ma
sia romano l'amaro; questo è l'essenziale. Tu sai quel che dicono
gl'intendenti di me; che mi son gittato il pallio greco addosso, ma
alla scapestrata, così che di sotto mi scappa d'ogni parte la toga.

CATONE

Ed è più degna portatura, la toga! Ah, giuro a Saturno, e ad Opi,
vecchi dèi paesani; o ci casco sotto, o sradico fin le ultime barbe di
questi cialtroni da Roma.


SCENA IV.

LICINIA, FULVIA _e Detti_.

  (Licinia e Fulvia sono vestite come nell'Atto primo, ma senza il
  ricinio in capo.)

LICINIA

                          (a Valerio, che è andato incontro alle
                          donne, fino alla fauce)

Che è ciò? In collera forse? Abbiamo udito a gridare....

CATONE

Ah, siete qua, voi, maestre di greco?

LICINIA

Di greco? e chi lo sa, il greco?

CATONE

Eh, non lo si sa? ragione di più per cincischiarlo. È la lingua alla
moda; che importa non saperla? ci si prova ugualmente e si fa quanto
basta per disimparare la propria. E non è solo la lingua che si
perde; è il costume che si corrompe; è la fibra romana che
s'infiacchisce. O padre Quirino! Ancora non sono i cent'anni da che
Pirro minacciava di abbattere la giovine potenza romana; son forse
venti, che, dopo la strage di Canne, Maertale consigliava d'incalzare
alle porte di Roma; Cartagine è in piedi; Annibale è vivo ancora e
fremente vendetta; e già i romani credono di potere impunemente gittar
fra le ciarpe gli austeri costumi che furono la loro difesa, e diedero
loro la padronanza d'Italia!

PLAUTO

Marco, non sei tu troppo severo con essi?

CATONE

Non sono severo. Amo ciò che facevano i nostri padri; vorrei che i
figli fossero di quella tempra su cui si fiaccarono i ferri di tante
nazioni congiurate ai danni di Roma. Si traligna, te lo dico io, si
traligna. Ami le citazioni greche? Eccotene una. Noi siamo
infemminiti; non sapremmo più tendere l'arco di Ulisse; i nervi
intorpidiscono nel braccio. Ah, i nostri padri non conoscevano mica
tante delicature, e non erano meno felici per questo! Una casa comoda,
senza sfoggio di marmi, di arredi e di vasellame d'argento; il rame
luccicava alla parete e la sobrietà negli occhi; servi erano quanti
bastavano a lavorare la terra, non già per accudire agli svariati
uffizi di portinaio, cameriere, valletto, arricciator di capegli,
coppiere, scalco, cantiniere, cuoco, sguattero e va dicendo. Allora i
padroni faticavano in compagnia dei servi, davano loro l'esempio de'
gravi travagli e de' pasti frugali, sotto il pergolato domestico. Io
mi glorio di queste mani, che hanno seminato esse il mio grano e
potato le mie viti; me ne glorio assai più che di vederle impugnare
questo bastoncello d'avorio. Austere erano le nostre madri, perchè
traevano la vita nel loro santuario, preparando il pasto, intendendo
alla nettezza della casa, o torcendo il fuso, mentre venian ragionando
d'antiche storie e di fortissimi esempi alla famiglia raunata. I
giovani, allora, succinti, abbronzati dal sole, crescevano saldi alla
fatica, destri ai giuochi del Marte sabino, non già alle amorose
follie del Marte greco. Anch'essi concedevano un'ora alla gioia, si
sollazzavano anch'essi, ma di gaie favole campestri, piene di sale
paesano, che davano il riso facile e largo.

PLAUTO

Riso che tu hai dimenticato stamane, tornando da Tuscolo.

CATONE

Ah, gli è vero, Tito Maccio, e tu mi riprendi a ragione di questa mia
sfuriata. Ma se mi fanno uscire ad ogni tratto dai gangheri! Basta,
siam gravi e pacati; non è egli vero, Erennio? Qui non bisogna
avvilire la dignità dell'ufficio.

ERENNIO

Quando il Console tuona contro i molli costumi, egli è sempre nella
dignità dell'ufficio.

CATONE

Ah, ah! Bravo, Erennio! Tu almeno non citi dal greco. Andiamo, via;
l'ora è tarda, e questa benedetta dignità dell'uffizio ci chiama al
campo di Marte.

LICINIA

Sei giunto pur dianzi!...

CATONE

Ci ho le mie legioni da passare in rassegna. Cara mia, a giorni si
parte. Sarei già in viaggio per questa impresa di Spagna, se Marco
Fundanio non m'avesse gittato quella sua proposta tra' piedi. Cassare
la legge Oppia! Una legge che, se non la ci fosse, bisognerebbe
proporla! O dove è andato a pigliar l'imbeccata, quel ragazzaccio di
Fundanio? Già si capisce; me lo avran sobillato le belle patrizie!
Queste poppatole non pensano ad altro che a lisciarsi, a razzimarsi, a
coprirsi d'oro e di porpora, come di gualdrappe e sonagli si cuoprono
i cavalli alla fiera.... Mettimele in qualche commedia, Tito Maccio, e
ci faremo un po' di buon sangue.

LICINIA

Marito mio.... poichè ti vedo di buon umore.

CATONE

Anzi buonissimo. Di' su! Non ti amo io sempre anche quando alzo un
pochino la voce?

LICINIA

Epperò ardisco parlare. Tu l'hai col tribuno Fundanio. Ma che c'è egli
di male, se le donne chiedono di potersi ornare un tal poco, per
piacer meglio ai mariti?

PLAUTO

                          (da sè)

Ai mariti! ben detto!

CATONE

Che c'è? Che c'è? che siete sciocche e sguaiate. Ohè, dico, non mi
mettete la casa a soqquadro! Poc'anzi il servo che pizzica di greco;
adesso la ribellione alle leggi. Ah, volete lo sfarzo! Vi darò tutto
io! Avrete porpora ed oro a staia, ancelle, staffieri e donzelli e
carrozze da scarrozzare! All'uscio non picchieranno che visitatori a
modo! il ricamatore, l'orefice, il lanaiuolo; trecconi, merciai di
frange d'oro, di tuniche, di camicette; tintori, vuoi in color di
fiamma, vuoi di violetto, o di cera; sartori d'abiti, colle maniche
alla foggia asiatica; rigattieri, tessitori, profumieri, e più sorte
di calzolai, che vi calzino, ora alla greca ed ora alla romana. Ve li
darò io, i fronzoli; ve lo darò io lo sfoggio, da piacer meglio ai
mariti. Vedrete che larghezza di console! Roma è guasta; bisogna
correggerla, risanarla col ferro e col fuoco, incominciando di qua.
Che te ne sembra, Valerio? Saremo noi così sori, da lasciarci
soverchiare dalla ambizione e dalla follia delle donne? Suvvia, che
pensi?

VALERIO

Ah, io?... Penso che le donne son pure inesplicabili, coi loro
capricci.

                          (Fulvia, che fino ad ora è stata arcigna
                          con Valerio, si muove per andarsene, verso
                          la fauce)

CATONE

E bisogna frenarle!... Dove vai tu?

                          (a Fulvia)

Fèrmati, e fa tuo pro' dei consigli! Oh, vedete qua, che cosa mi tocca
di udire in casa mia? contro il diritto e la maestà maritale? Da
brave, bandite il vecchio costume e mettetevi le leggi sotto i piedi!
Oramai, non vi mancherà più che di ber vino e di costituirvi in
repubblica di Amazzoni.

ERENNIO

                          (da sè, in disparte)

La donna che berrà vino, sia flagellata dal marito e poi ripudiata. È
legge di Romolo.

CATONE

Andiamo via, se no, perdo il mio buon umore e Plauto mi riprenderà di
bel nuovo. Venite?

                          (a Plauto e a Valerio)

Erennio, precedimi e raduna gli altri littori. Piglierete i fasci
colle scuri, poichè si va fuor del Pomerio, al campo di Marte.

                          (Erennio esce)

A voi altre il buon dì, e non mi preparate altre molestie;
intendiamoci!

                          (Catone esce. Valerio si accosta a Fulvia,
                          che non lo degna pur d'uno sguardo; indi,
                          inchinatosi a Licinia, si allontana, in
                          atto disperato)

PLAUTO

                          (accompagnandosi a Valerio)

Amico mio, quest'oggi, non fai che sciocchezze. Da prima citi Leonida
al fratello; adesso dài della capricciosa alla sorella.

VALERIO

Ah! darei del capo ne' muri.

PLAUTO

Senti, fa meglio ancora; dà un giro in piazza; lascia il Console pe'
fatti suoi e torna qua, ad implorare il tuo perdono.

                          (Plauto e Valerio escono)


SCENA V.

FULVIA e LICINIA, _sole_.

FULVIA

Finalmente, sono andati. Ah! non ne potevo già più.

LICINIA

Hai udito tuo fratello, che tantafera?

FULVIA

Ho udito Valerio che gli teneva bordone, io! Tutto a modo suo, che
pare il suo eco!

LICINIA

Confessa, per altro, che sei stata troppo in contegno con lui.
Poverino! Egli soffriva, come se fosse alla tortura.

FULVIA

Ti pare? Ne godo; soffra un pochino anche lui. Oh, io non amo gli
uomini così umili ed obbedienti...

LICINIA

Cogli altri uomini?

FULVIA

Ci s'intende. Ed egli imparerà a volersi mettere sulle pedate di mio
fratello, a chinar la testa, come se parlasse un oracolo, a dirgli
così sia, in tutto e per tutto. Dimmi, cognata; come ti è parso che se
ne andasse?

LICINIA

Colle mani ne' capegli. Non vorrei che se li strappasse, povero
giovinotto!

FULVIA

Oh, imparerà, imparerà a disprezzare le donne! Lascia che strappi!

LICINIA

Purchè non pigli i tuoi rigori sul sodo e non si allontani per sempre!

FULVIA

Mi spaventi, cognata! Credi che davvero non tornerà? Oh, se non
tornasse, se non tornasse subito, sento che l'odierei.

LICINIA

Ih, che furia! Non avrai da odiare; il tuo scongiuro fa effetto. Hanno
aperto l'uscio di casa. Mi par lui, nell'androne.

FULVIA

Sì, è lui. Che cosa viene a fare? Io me ne vado.

LICINIA

Eh via, fanciullona! Andrò io e farete la pace. Questo qua non è così
intrattabile come il Console.

                          (esce dalla fauce)

FULVIA

Te ne vai? Ah, eccolo sotto l'atrio!

                          (siede in fretta e piglia un pezzo di
                          stoffa, per mettersi a cucire)


SCENA VI.

FULVIA e VALERIO

VALERIO

                          (avanzandosi peritoso verso di lei)

Fulvia!

FULVIA

                          (alzando gli occhi in atto di meraviglia)

Sei tu? Hai dimenticato qualche cosa?

VALERIO

Oh, nulla.

                          (si aggira irresoluto qua là; indi si
                          accosta alla scranna di lei)

Lavori?

FULVIA

Lo vedi.

VALERIO

                          (accennando il drappo che ella ha sulle
                          ginocchia)

Che è ciò?

FULVIA

Lana.

VALERIO

Che risposta!

FULVIA

E qual altra, se è lana? Non hai tu occhi?

VALERIO

Ah, così non li avessi....

                          (Fulvia alza le spalle in atto
                          d'impazienza)

che non sarei venuto in tanta pena!

FULVIA

Ti senti male! Chiamo Licinia, che è dotta di farmachi....

                          (in atto di smettere il lavoro)

VALERIO

No, gli è inutile; Licinia non ha farmachi per me.

FULVIA

E tu va da un medico.

VALERIO

Non valgono i medici, per questo mio male!

FULVIA

Un male insanabile, adunque?

VALERIO

Ben dici, insanabile!

                          (accosta uno scanno davanti alla tavola, e
                          fa per sedersi)

FULVIA

Fatti più in là; mi togli la luce.

VALERIO

Ma, la vien di lassù, la luce, e non da questa parte.

FULVIA

Io non la penso così.

VALERIO

E sia; eccoti servita!

                          (ritira lo scanno dall'altro lato della
                          tavola: ripiglia il codice di Plauto, e
                          leggicchia a caso)

«Il rimproverare un amico, quando ei se lo meriti, per qualche suo
mancamento, è cosa increscevole, ma utile assai, nella vita». Hai tu a
riprendermi d'alcuna cosa? Dimmi, te ne prego.

FULVIA

Parli con me? Credevo che tu leggessi.

VALERIO

Sì, ho letto una massima di Plauto. Non ti par giusta?

FULVIA

Chi ha da pentirsi di qualche suo mancamento, può giudicarne. Io non
so nulla.

VALERIO

Ah! Fulvia!... Se tu me lo consenti.... vorrei dire una cosa.

FULVIA

E tu dilla.

VALERIO

Ma temo che tu vada in collera....

FULVIA

E tu non la dire.

VALERIO

Infine.... la gente dice....

FULVIA

Che cosa dice la gente?

VALERIO

Che io.... ti amo.

FULVIA

Ah, dice, questo? Ma tu avrai risposto....

VALERIO

Che è vero.

FULVIA

Cortese bugia! Ma io non ne avevo bisogno, perchè non m'importa
nulla.... di quanto dice la gente.

VALERIO

Bugia! E perchè?

FULVIA

Perchè io sono una donna, e le donne, tu non le ami, le stimi soltanto
per quel poco che valgono; stare in casa, filare, tessere e
distribuire il còmpito alle fantesche.

VALERIO

Io?

FULVIA

E dici che bisogna tenerle a freno, rintuzzarne l'orgoglio....

VALERIO

Io?

FULVIA

E le chiami superbamente: questo sesso arrogante.... questo indomito
animale....

VALERIO

Io, Fulvia? Ma io non ho detto ciò?

FULVIA

Fundanio t'ha udito.

VALERIO

Fundanio!... il tribuno?

FULVIA

Lui, sì, lui! Non sei tu del resto contrario alla sua proposta?

VALERIO

Ma non ne viene di conseguenza che io abbia detto queste parole. Ah!
Marco Fundanio avrà da fare con me!

FULVIA

Sì, bravo! un litigio tra voi! Vi sgozzerete nel Foro....

VALERIO

Al Campidoglio, nel tempio di Giove, dovunque lo troverò, dovrà
rendermi conto....

FULVIA

Di ciò che non potresti negare. Fundanio avrà male udito; a me non fa
mestieri la testimonianza di Fundanio. Io t'ho udito, e basta. Ah, noi
siamo inesplicabili, coi nostri capricci? Siam capricciose, adunque?
Siam pazze?

VALERIO

Non ho inteso dir ciò. Non sapevo spiegare a me stesso i tuoi
inaspettati rigori. Te ne chiedo perdono.

FULVIA

Gli è comodo assai! Ma, se tale non era l'animo tuo, chè non hai
risposto al Console?

VALERIO

A tuo fratello? Al grande Catone?

FULVIA

Ah, in fede mia, bella scelta ha fatto la plebe romana! Un tribuno,
che ha paura di dire il fatto suo ad un Console!

VALERIO

Che parli tu di paura? Di' rispetto, amore, venerazione, per quel
nobile uomo, le cui virtù io mi propongo ad esemplare in ogni atto
della mia vita.

FULVIA

Orbene, imitalo e non se ne parli più.

VALERIO

                          (dopo una breve pausa)

Non adirarti, Fulvia. Che debbo io fare per....

FULVIA

Lasciare in pace questi aghi.... e questa matassa, che mi si arruffa.

VALERIO

Ti aiuto a dipanarla?

FULVIA

No. Il tuo esemplare potrebbe coglierti sul fatto e trovarti bene
infemminito, o forte romano! Dove andrebbero gli austeri costumi, che
debbono essere la forza e il presidio di Roma?

VALERIO

                          (passeggia a passi concitati per la sala;
                          indi si accosta da capo)

Che cosa fai?

FULVIA

Me l'hai già chiesto una volta.

VALERIO

E tu non m'hai risposto.

FULVIA

Segno che non credevo necessario di dirtelo.

VALERIO

È lunga assai; mi pareva una veste nuziale.

FULVIA

E so lo fosse? Che cos'ha da importartene, a te?...

VALERIO

Ah, gli è che ho fatto un sogno.... ad occhi aperti. Avevo chiesto una
fanciulla in isposa.... bella, oh, bella, come....

FULVIA

Lascia i paragoni.

VALERIO

Sì, perchè nessuna cosa al mondo può paragonarsi a lei. Il capo di
casa me l'aveva concessa, ed ella portava il mio anello di ferro,
emblema della nostra fede, là, nel quarto dito della mano manca, dove
ci hai la vena che corrisponde al cuore.

FULVIA

Che c'entro io?

VALERIO

Ah, dicevo così per dire. Tu eri.... cioè, ella era la mia _sperata_.
Poco dopo, con gran cortèo di congiunti, di amici, e di pronubi,
andavamo al Pontefice massimo, per la cerimonia nuziale. Era bella,
nella sua lunga veste di candida lana, colla cintura stretta alla vita
dal nodo d'Ercole, colla sua corona di fiori e verbene sul capo,
ravvolta nel flammèo, meno splendido delle sue guance, suffuse del
colore della modestia.... come le tue in questo punto. Ed ella veniva
a casa mia, toccava l'acqua e il fuoco, preparati sul mio limitare;
nè io diventavo il suo signore, ma essa la signora mia, per tutta la
vita. E fui felice allora..... e lo ero ancora stamane, pensando che
avrei chiesta la mano di quella donna a suo fratello....

FULVIA

Ah, non ha più padre?

VALERIO

No, ella è sotto la potestà d'un suo fratello maggiore.

FULVIA

E non l'hai chiesta?

VALERIO

No, perchè ella non m'ama.... ed io perderò la ragione.

FULVIA

                          (alzandosi da sedere)

Sarebbe un gran male! Una mente così salda, formata a così buona
scuola, ornata di così savie massime!.... Non potresti più fare il tuo
discorso per la legge Oppia, tuonare anche tu dai rostri, contro la
vanità di questo sesso arrogante.... di questo indomito animale.

VALERIO

Ah, non temere! Tacerò, lo giuro al tuo genio tutelare, tacerò!

FULVIA

                          (con accento ironico, passeggiando lungo la
                          scena)

Ma parlerà il Console per noi, e giungeremo egualmente ai nostri fini.

VALERIO

Ma che debbo io fare? Mettermi contro di lui?

FULVIA

                          (fermandosi con piglio risoluto davanti a
                          Valerio)

Se veramente ami la donna di cui sognavi, gli è il meno che tu possa
fare per lei. Ti dicono eloquente, l'unico in Roma che possa
contendere al Console la palma del Foro. Perchè starti addietro,
quando puoi procedere a pari? Farti eco umilissimo altrui, quando puoi
dir cose nuove e ben tue? Ah, siete, stolti, voi, colla vostra manìa
di metter freni da per tutto, di far camminare il mondo a ritroso, di
tener noi sotto un'eterna tutela! Non ci fate villanìa di parole; ma i
fatti, i fatti vostri, ci offendono. Roma, Roma, voi dite! Anch'io
l'amo, ma non di questo cieco amore, che soffoca i suoi cari, e, a
tutto volendo provvedere, diventa una nuova maniera di supplizio.
Nulla di troppo, o censori! La corda troppo tesa si spezza. Anch'io
m'attenterò di tuonar le mie massime. Una repubblica che non può
reggersi, se non facendo violenza a tutti gli istinti di natura, non è
degna di vivere. Sparta è caduta sotto il suo medesimo peso. Vada
anche Roma, se ha da essere quale la vorreste voi, indietreggiando
cent'anni, e così vadano tutti gli Stati, dove è pregio di cittadini
la ruvidità, virtù la ferocia, e le catene simbolo dell'unità e della
forza.

VALERIO

Hai ragione; che dirti? hai ragione. Ma andar contro a lui?... Sarebbe
un tradimento. Impossibile! impossibile! E come ardirei io guardarlo
in faccia? come rimetter piede in questa casa? Via, Fulvia, mia
diletta Fulvia, che te ne giova, a te, di questi vani ornamenti?...
Non sei tu bellissima tra le belle? Te ne supplico, non mi mettere a
contrasto col console; io non sono da tanto.

FULVIA

Ah, tu vuoi l'amor facile? Il mio è a prezzo d'un sacrifizio.
Guadagnalo.

VALERIO

Fulvia, te ne scongiuro....

FULVIA

Non una parola di più!

VALERIO

Dimmi, almeno.... Mi ami tu?

FULVIA

                          (dopo essere rimasta alquanto perplessa)

No!

                          (si libera da lui, e fugge per la fauce)

VALERIO

Ah! fermati, Fulvia!... Partita! Che farò io? Austerità romana, tu
corri oggi un gran risico!

                          (si allontana precipitoso)


FINE DELL'ATTO SECONDO



IL PROLOGO

  A sipario calato, si avanza sul proscenio il Còrago. Egli porta
    una lunga sottana, di colore amaranto, che giunge fino a'
    piedi, con un paio di lunghissime e larghe maniche, le quali
    coprono l'intero braccio, fino ai polsi. Ha in mano una verga
    nera.


Signori, io sono il Còrago.... non vi spaventi il vocabolo!... sono
colui che nei teatri romani forniva le decorazioni, i vestiti, le
macchine e tutti gli apparati scenici, raccogliendo in sè i moderni
uffici di vestiarista, attrezzista e trovarobe. Non son nuovo alle
chiacchiere in pubblico; i comici antichi mi usarono spesso la
cortesia di farmi venire sul proscenio, per chiarire l'intreccio e
dire tutte quelle cose che all'autore mettesse conto di far sapere
alla gente. E questa cicalata era il Prologo.

Il Prologo dopo il second'atto! E perchè no? Plauto l'ha messo qualche
volta dopo il terzo, facendogli anche tener le veci di quarto, per
riempire una tela, che gli riuscìa troppo smilza. Al quale proposito,
l'autore m'incarica di dirvi che, s'egli non è andato oltre i tre
atti, così fece per guadagnarsi la vostra benevolenza. Si ascoltano
più volentieri i supplicanti che parlano meno. D'altra parte, i
cinque atti non sono di regola fissa; l'essenziale è di vedere, in
ogni azione drammatica, la pròtasi, che espone, l'epìtasi, che
rannoda, e la catastrofe, che scioglie l'intreccio.

La sua commedia è in prosa, sebbene di tempi che oramai non si sa più
scompagnare da un certo chè di poetico. Ma i latini avevano per la
commedia un verso fatto a posta, che arieggiava la prosa; tanto che
Cicerone istesso, orecchiante de' primi, non sapeva distinguerlo da
questa. De' versi italiani, il martelliano sarebbe piaciuto
all'autore; senonchè, gli parve troppo sdolcinato per una commedia di
toga ciò che si attaglia ad una commedia di gala e di cipria.
L'endecasillabo è troppo nobile; o dà un tuffo nel grave, o piglia un
volo nel lirico; ad ogni modo, mirabilmente adatto alle cose
patetiche, non riesce mai in commedia così spezzato, da dissimular la
cadenza e il suo bazzicare co' tragici. La prosa è più spicciativa; e
poi a sudar versi che sembrino prosa, che sugo?

Nè vi paiano troppo volgari i personaggi storici ch'egli ha posti in
iscena. E' ci sono, per necessità del soggetto; ci sono, colla lor
faccia di gente viva, non già colla pàtina che il tempo imprime sui
bronzi antichi e sulle antiche pitture. Per venire alle corte, la
festività un tantino plebea di Maccio Plauto ci è mostra dalle sue
commedie e da quel poco che si conosce de' fatti suoi; per farci
riviver Catone, le sue virtù e i suoi difetti, l'uomo intiero,
visibile da tutti i lati, abbiamo i suoi libri, i detti memorabili e
le testimonianze di gravissimi istorici. Il rigido moralista,
simpatico ai posteri perfino nelle sue sfuriate, fu molto ascoltato a'
suoi tempi, ma poco obbedito. Fu un bene od un male? Non è da
disputarne qui; solo e' mi pare di poter dire che il valent'uomo
esagerava alquanto la tesi. Progresso ce n'era prima di lui; doveva
essercene con lui e dopo di lui. Egli è un uomo per molti rispetti
esemplare, ma, quanto a novità, non sa sceverare il bene dal male.
Egli stesso, che, giovine ancora, erasi nutrito di greca filosofia,
egli stesso che avea condotto e fatto conoscere a Roma quel grande
Ennio, con cui s'inizia, per le lettere latine, l'imitazione de'
greci, non vuol vedere che nella civiltà greca è l'antidoto pe' suoi
stessi veleni; odia il greco Epicuro, che snerva la fiera indole
sabina, nè pensa al greco Zenone, le cui dottrine, sotto l'Impero,
rialzeranno i caratteri inviliti, e se, pur troppo non potranno più
dar norma al vivere, insegneranno almeno a morire. Ma basta; se no,
volgo alla predica.

Lascio l'autore colle sue fisime, e aggiungo invece una parolina per
me. Avrete notato la stretta osservanza dei tempi e costumi romani,
nelle decorazioni, nel vestiario e in tutto l'altro che io ci ho messo
del mio, perchè la commedia riuscisse proprio togata. Se più non si è
fatto, non ne incolpate noi, ma le condizioni del Teatro italiano. Se
Catone, verbigrazia, vi comparisse in un azione mimica, per
distribuire il premio di virtù ad un centinaio di ballerine, e' ci
avrebbe i suoi dodici littori, come la verità storica richiede, i
quali anzi eseguirebbero un passo di mezzo carattere, coi fasci e le
scuri. E le donne non verrebbero fuori per l'abolizione della legge
Oppia che in numero d'ottanta, o novanta, senza contar le comparse. Ma
non siamo nel caso, e la diversa fortuna del dramma e della pantomima
era già notata ai tempi d'Orazio. Il male c'è; consoliamoci pensando
che dura da diciotto secoli, e che durerà forse.... altri diciotto.



ATTO TERZO

  La scena rappresenta un ampio colonnato d'ordine etrusco, sul
    Campidoglio, colla veduta di Roma nel fondo. Fuori del
    portico si vedono magistrati, apparitori e cittadini, che
    vanno e vengono. È giorno comiziale, e molto popolo si
    accalca lassù.--Di dentro è Erennio littore, che passeggia
    lentamente col suo fascio sulla spalla. Poco stante entra
    Catone dall'intercolonnio, colla toga a sghembo, di cui tenta
    ravviare i lembi sugli òmeri.--Erennio lo saluta, abbassando
    il fascio infino a terra.


SCENA PRIMA

CATONE _e_ ERENNIO

CATONE

Ma si può dar di peggio? Vedete come mi hanno stazzonato quelle
Megère. E mancò poco non mi facessero a brandelli la toga!

ERENNIO

                          (avvicinandosi)

Che hai, prestantissimo Console? La repubblica avrebbe ricevuto in te
alcun detrimento?

CATONE

Smetti le frasi e dammi una mano. Così! Queste maledette donne che
corrono le vie di Roma a guisa di cavalli sfrenati! Ma che siamo ai
baccanali di Grecia? A vederle, come si dànno moto di qua e di là, e
questo affrontano, e quell'altro tirano pel lembo della toga,
dimandandogli il suo voto contro la legge! Vergogna! Io, io, ho
dovuto arrossire per esse. E a mala pena m'hanno veduto a sboccare sul
Foro.... È lui; sì, no; ci ha i capei rossi; è lui, sì, è lui, il
Console! E in quattro salti mi son capitate ai fianchi, come una muta
di cani, sguinzagliati addosso al cignale. Che te ne pare, Erennio?
Non arrossisci anche tu?

ERENNIO

Perchè non hai voluto che ti accompagnassimo? Le verghe dei littori
son di betulla; ma....

CATONE

Ma tu se' un bietolone; sia detto con tua buona pace. Che cosa
potevano fare le verghe, anco di dodici littori, contro quella turba
di furie, scaturite d'inferno?

ERENNIO

Oh, questo, poi!... Tu non potevi, per la dignità del laticlavio,
aprirti la via colle mani.... Ma era dell'ufficio mio il menar legnate
da orbi. Se c'ero io, se c'ero, le accomodavo secondo la legge.

CATONE

Vedi dunque di far buona guardia costì, mentre io salgo al Tabularlo.
Vorrei esser lasciato una mezz'ora tranquillo.

ERENNIO

Lascia fare; ho la consegna.

                          (fa il gesto di menare a tondo il suo
                          fascio)

CATONE

                          (avviandosi)

Ah! giornataccia! giornataccia! Se le donne son matte, saranno savi
gli uomini?

                          (esce a sinistra)


SCENA II.

ERENNIO _solo, indi_ MIRRINA, BIRRIA, MATERINA _e uno stuolo di Donne_.

ERENNIO

Ah! per Roma quadrata! Vengono proprio a questa volta. Vigiliamo
l'ingresso.

                          (si pianta dinanzi alla porta per cui è
                          entrato Catone)

MIRRINA

                          (affacciandosi all'intercolonnio, seguita
                          dallo compagne)

È entrato per di qua. Donne, seguiamolo!

BIRRIA

                          (a Mirrina)

Purchè non sia per fargli il bocchìno!

MIRRINA

Tira via, sciocco!

ERENNIO

Olà! che cos'è questo chiasso? Fatevi indietro!

MIRRINA

                          (avvicinandosi sempre più, insieme colla
                          folla)

Con che diritto? È luogo pubblico. Il Campidoglio appartiene a tutti i
romani.

ERENNIO

Ecco, dirò. Non c'è nessun testo di legge che lo stabilisca. Il
Campidoglio è fatto per gli Dei protettori di Roma e pel popolo
radunato in giusti comizii, non già per la moltitudine tumultante.
Capite? tu....mul....tuan....te! Chi tenta tumulto e sedizione in
città, sia punito di morte.

BIRRIA

Va là, burlone! Queste donne hanno a parlare di cose più gravi col
Console.

ERENNIO

                          (squadrando la sua tunica di schiavo)

E se il tumultuante è di condizione servile, sia battuto con verghe e
precipitato dal sasso Tarpeo.

BIRRIA

Alla larga!

MIRRINA

Che sasso? Che Tarpeo! Vogliamo andare dal Console.

ERENNIO

Ah! ricalcitrate? Vi parlerò da pubblico uffiziale. «Se vi pare,
allontanatevi, o Quiriti!»

                          (con gravità)

MIRRINA

E se non ci paresse?

ERENNIO

Ecco; il «se vi pare» è una locuzione, una formola, introdotta pel
rispetto dovuto alla maestà del popolo romano. Così fu stabilito _ab
antiquo_. Ma non ve fidate, perchè se non vi allontanaste colle
buone....

MIRRINA

                          (andandogli incontro con gesto petulante)

Che cosa faresti?

ERENNIO

Ehi, dico, giù quelle mani! Farei rispettare la legge. La legge è
dura, ma è legge.

MATERINA

A me! a me!

                          (facendosi strada in mezzo alla calca)

Che leggi vai tu sfringuellando? Vuoi, o non vuoi tirarti da banda?

ERENNIO

                          (con atto di stupore)

Oh!... Materina!...

MATERINA

Sicuro... sua moglie, o Quiriti, e vedremo se non lascierà passare sua
moglie.

ERENNIO

Che fai tu qui? Va a casa e medita le Dodici Tavole. Autorità di vita
e di morte sulla moglie, è data al marito. Il testo parla chiaro.

MATERINA

Tirati in là colle tue dodici.... Favole! Io l'ho tutte in un
calcetto. Figuratevi, Quiriti! Ei non fa che rompermi il capo colle
sue leggi. Ma le faremo e le disfaremo noi, le tue leggi! Si comanda
noi, oggi, e, se piace a Dio, si comanderà per un pezzo.

ERENNIO

Materina, dico! Non mi fate pasticci! Avreste bevuto vino, stamane?
Sarà bastone e divorzio.

MATERINA

Bastone a me? Tu hai già sentito qualche volta di quante foglie sieno
i miei garofani.

BIRRIA

                          (sottovoce a Mirrina)

Com'io i tuoi, Mirrina!

MATERINA

Ripudiarmi, poi! Ah, lo volesse Giunone liberatrice, ch'io le porterei
un voto largo tanto!

ERENNIO

Oh, insomma! La pazienza è stata già troppa e forza dee rimanere alla
legge.

MATERINA

Sì, eh? Qua una mano, voi altre!

TUTTE

                          (facendo impeto sul littore)

Dal Console! dal Console!

ERENNIO

Indietro, olà! Ehi, dico, Quiriti, se vi pare!...

                          (atterrato Erennio, la turba si scaglia
                          verso la porta e sparisce)

Altro che parere! questo è sentire....

                          (tastandosi le membra indolenzite)

E il Console che dirà? Suvvia, coraggio, inseguiamole!

                          (raccatta il fascio da terra ed esce per la
                          porta anzidetta)


SCENA III.

FUNDANIO _e_ MARZIA ATINIA _fuori del colonnato_.

  (Marzia Atinia sarà sfoggiatameate vestita, ma diligentemente
  coperta dalla rica, lungo ed ampio velo nero che dal sommo del
  capo le scende fino ai piedi).

FUNDANIO

                          (entrando da sinistra)

Ah bella! gustosa davvero! Il povero littore è andato ruzzoloni, egli
e i suoi fasci. Marzia Atinia, tu qui? Sola?

ATINIA

                          (entrando con lui dalla parte opposta)

Non sola; con mia madre, mia sorella Volusia ed Annia Luscina. Ci sono
anche le donne di Catone, che siamo andate a prendere, per condurle
qua, sotto pretesto di sciogliere un voto all'ara di Giunone. Noi
salivamo appunto la gradinata del tempio, quando io t'ho veduto venire
a questa volta....

FUNDANIO

Dolce inseguimento, che piacerebbe anco al Console! Io tenevo dietro
ad una baraonda di donnicciuole, che gli han dato la caccia fin qua.
Anche la tua liberta Mirrina era del numero.

ATINIA

Sollevazione universale! Patrizie e plebee hanno fatto causa comune.
Ma veniamo al sodo. Lo stendardo sul Gianicolo?....

FUNDANIO

Venivo appunto di là. Il terrazzo è pieno di popolane, che vi fanno la
guardia. Vedi? stanno inalberando il vessillo comiziale. Anche gli
auspicî son tornati favorevoli....

ATINIA

Lo credo. Volusia è stata inesorabile con Claudio Pulcro, come Fulvia
con Lucio Valerio.

FUNDANIO

A proposito di Valerio, sai? Egli sta grosso con me, per quelle parole
che Fulvia gli avrà riferite. È naturale. Erano la chiave di tutto
l'intrigo. Tu m'hai messo in un bell'impiccio, o divina.

ATINIA

Te ne duole?

FUNDANIO

Dei buoni! Si tratta d'un ottimo collega.... d'un amico! A questo
mondo si ha così poche persone che ci voglian bene!

ATINIA

T'aiuti di tutto, mi sembra!

                          (ridendo)

Via, non pensarci; a cosa fatta, vi metterò io in pace.

FUNDANIO

Eccolo! Scende dal Tabulario, con Porcio Catone.


SCENA IV.

CATONE, _col bastone d'avorio_, VALERIO, ERENNIO _e Detti_.

CATONE

Animo, dà il catenaccio anche a questa!

                          (Erennio chiude la porta a chiave)

Così! Ah, mègere d'inferno! Si sbizzariscano a lor posta, adesso; le
mura sono a prova d'unghie e di strida. Ma che! donne ancora?...

                          (vedendo Atinia nel portico)

VALERIO

È la moglie del pretor peregrino, la figlia del Console tuo collega.

CATONE

                          (inoltrandosi, con piglio sarcastico)

Marzia Atinia, in compagnia d'un tribuno!

ATINIA

Tu pure ci sei, con un tribuno, mi sembra....

CATONE

Ah, ma questi è il mio caro Valerio.

FUNDANIO

                          (piano ad Atinia)

Chè non gli rispondi tu pure: il mio caro Fundanio?

ATINIA

                          (a Catone)

Ah sì, il tuo caro Valerio, il nemico delle donne!

VALERIO

                          (confuso e sottovoce)

Io?... Anche tu?

ATINIA

Fundanio invece è l'amico nostro, il difensore della nostra causa.

CATONE

Benissimo! sentiremo la sua eloquenza!

FUNDANIO

Mi duole di averti a trarre d'inganno, prestantissimo Console. Non
sentirai nulla. Parlerà invece un altro, che in materia d'eloquenza
non la cede a chi si sia.

CATONE

Ah! Ah!... e sarebbe?...

FUNDANIO

Non lo sai?

CATONE

No, per Apolline.

FUNDANIO

                          (a Marzia Atinia)

Infatti!... lo chiama ancora il suo caro Valerio!

                          (piano a Valerio)

E tu, non gli hai detto?....

VALERIO

                          (con piglio iracondo)

Lasciami stare!

CATONE

                          (dopo essere rimasto alquanto sopra
                          pensieri)

Chiunque egli sia, vedremo il campione; udremo le salde ragioni!

ATINIA

E credi tu che non si trovi nella nostra causa niente di buono da
dire? Saresti, in fede mia, poco grazioso con noi!

CATONE

No, non lo sono. Amo mia moglie e mia sorella, ma tante smancerìe le
lascio.... ai tribuni delle donne.

FUNDANIO

                          (inchinandosi)

Accetto il titolo, come tutto ciò che mi viene da te.

CATONE

                          (dopo avergli dato un'occhiata, tra burbera
                          e ironica, si volge ad Erennio)

Dimmi, littore; gli è tempo?

ERENNIO

                          (che sarà stato prima fuori del colonnato)

No; ci vorrà un bel pezzo prima che le centurie sian tutte ai posti
assegnati. I censiti durano molta fatica a traversare il Foro. Tutte
le donne di Roma son fuori....

CATONE

Salvo quelle che son dentro.... e ci staranno un bel tratto, a
smaltire le bizze!

ATINIA

                          (a Fundanio)

Vedi Valerio, com'è rannuvolato!

FUNDANIO

Eh, lo vedo pur troppo.

ATINIA

Se tentennasse!... Bisognerà provvedere. Accompagnami!

                          (a Catone)

Saluto il Console, e vo' nel tempio a pregare gl'Iddii che confondano
la sua eloquenza.

CATONE

Sèrviti!

                          (Marzia Atinia e Fundanio si allontanano)


SCENA V.

CATONE, VALERIO, ERENNIO _in disparte_.

CATONE

Gli Iddii faranno quel che vorranno, per utile e gloria di Roma. Tu
prega a tua posta e va attorno per voti, con quel Fundanio di costa.
Buon per te, che tuo padre è fuori, e tuo marito ha dato il cervello a
pigione. Ma chi sarà questo oratore? Cornelio Cetego?... Un uomo
consolare! Non credo. E poi, me ne avrebbe fatto un cenno ieri, quando
ci siamo incontrati. Sempronio Gracco?... È amicissimo mio....
Impossibile!... Sulpizio Gallo? Quel ragazzaccio che sa tanto di greco
e comincia a volerla dire co' vecchi? Lui, forse! Che ne dici,
Valerio?

VALERIO

Perchè darti pensiero di ciò?

                          (con aria impacciata)

Chiunque egli sia, la palma dell'eloquenza sarà data a Catone! Ed
egli.... il tuo avversario, di un'ora.... sarà ben dolente di aversi a
misurare con te.

CATONE

Perchè dunque s'è messo alla prova? Ma, gliene dirò io, delle ragioni!
E che cosa mi potrà egli argomentare in contrario? Tu se' buon
giudice, Valerio; senti un po' qua....

VALERIO

                          (perplesso, cercando schermirsi)

Ma.... io....

CATONE

Senti, via! Comincierò da noi. La colpa di questa sommossa femminile
s'appartiene a noi magistrati; a voi tribuni, che avete condotto anco
le donne a muovere le sedizioni tribunizie; a noi consoli, che dovremo
ricever leggi da un tumulto di donne. Ed anche alle donne dirò il
fatto loro! Che nuova usanza è cotesta di correr fuori e affrontare,
come fate, gli altrui mariti per via? Perchè ognuna di voi non s'è
volta al proprio? Sapreste per avventura esser più lusinghiere cogli
estranei, che co' mariti vostri, più fuori di casa, che in casa?
Senonchè, anco in casa, e coi vostri, sarebbe pessima cosa; avendo le
leggi nostre saviamente disposto che le donne fossero in potestà dei
padri, fratelli e mariti loro. E noi comporteremo ch'esse scendano in
piazza, nei parlamenti e negli squittinii? Ponete freno, vi dico, io,
come altre volte v'ho detto, ponete freno, vi ripeto ancora una volta,
a questo sesso arrogante, a questi indomiti animali....

VALERIO

Ah!

CATONE

Che è ciò?

VALERIO

Nulla, nulla; notavo l'energia della frase....

                          (da sè)

Erano le parole sue! E Fundanio l'ha poste a mio carico! Oh, aspetti,
aspetti!

CATONE

                          (proseguendo)

Esse, già baldanzose, diventeranno audaci. Darete cinque; vorranno
cinquanta. Che chiedono esse, in tanta angoscia, e con veste di
supplicanti? Di sfoggiarla in porpora e oro; d'esser portate attorno
in cocchio, a guisa di trionfanti; di togliere ogni misura allo
spendere, ogni ritegno allo spreco! Oh! tempi mutati! Grecia ed Asia
s'impadroniscono di noi, non noi di esse. Non si ha in pregio che
l'arte greca e le greche delicature; i nostri Iddii romani di terra
cotta fan ridere! ah, io vorrei averli sempre favorevoli a noi, questi
umili Iddii, come furono in passato, contro Annibale e Pirro! Costui,
per mano di Cinea, suo ambasciatore, fe' tentar con lauti presenti
uomini e donne di Roma. Uomini e donne ributtaron le offerte. Ma
adesso? Se Cinea tornasse, troverebbe le matrone romane in volta per
le vie, colle palme tese per raccogliere.... che dico, per
raccogliere? per fare a ruffa raffa coi doni stranieri. Respingete la
proposta di Fundanio, o Quiriti! Troppo è già il lusso tra noi. Non
fate che nascano disuguaglianze e invidie perniciose. La povera,
sopraffatta dallo sfarzo della ricca matrona, chiederà nuovi
ornamenti all'esausto marito. Negherà egli; ma, non dubitate, ella
troverà un altro che dica: son qua. E avremo corruzione maggiore.
Conservate il freno sapiente della legge Oppia, o Quiriti; che non
v'accada come colle fiere selvatiche, istizzite da lunga prigionia,
che, appena lasciate, più feroci diventano. E gli Dei faccian prospero
ciò che sarà da voi decretato.

ERENNIO

                          (da sè in disparte)

Che oratore! Se avessi potuto parlar io così a mia moglie, come
l'avrei fulminata, annichilita! In quella vece!...

CATONE

Questo è il concetto; che te ne pare, Valerio?

VALERIO

Robusto.... incalzante....

CATONE

E che cosa si potrebbe rispondere? dico io; che cosa? Parole, sì, ed
ornate; ma ragioni, no certo.

VALERIO

Eh.... potrei dirtelo io, che cosa si risponderà.... debolmente...

CATONE

Di' pure, alla libera. E' sarà un esercizio per me.

VALERIO

Si comincierà da un elogio alla gravità dell'uomo ed alla sua grande
autorità, che mette in pensiero chiunque abbia a trovarseli contro. E
ciò sarà giusto.

CATONE

                          (con impazienza)

Concedo; va innanzi!

VALERIO

Poi, si potrà continuare a un dipresso così:... «Ma egli, il Console,
ha consumato molto più parole nel biasimar le matrone, che nello
sconfortar la proposta. Ha chiamato questo fatto una sedizione di
donne; una sedizione, perchè elleno han chiesto di rivocare, or che la
Repubblica è prospera e forte, una legge fatta per tempi infelici e
difficili? Sedizione! La parola è grave; ma io non vedo il fatto che
la richieda. Son venute fuori, a impacciarsi della cosa pubblica, tu
dici. Orbene, quante volte non hanno esse adoperato del pari? Volgerò
contro te le storie mirabili che tu hai scritto, o Catone. Impara da
esse quante volte siano le donne uscite fuori, e sempre per benefizio
pubblico». E qui ti si citano le spose sabine, che fecero posare la
guerra tra padri e mariti; le matrone, condotte da Veturia al campo di
Coriolano; le donne d'ogni condizione, che diedero tutti i loro
ornamenti per riscattar la città dal furore dei Galli; le vedove che
sovvennero del loro danaro l'erario, nella guerra coi Cartaginesi; la
processione femminile, da Roma al mare, per ricevere il simulacro di
Cibele, venuto di Frigia in aiuto e difesa di Roma. «E se non ti
maravigliasti tu ch'elle uscissero tante volte per benefizio pubblico,
perchè troverai a ridire se una volta escono per utile proprio. Che
fanno di così reo? Vengono e pregano. Ah, in fede mia, orecchie
superbe ci abbiamo, che, mentre i padroni ascoltano i lagni de' lor
schiavi, noi sdegniamo esser pregati da libere e nobili donne».

                          (segni di stupore in Catone. Nel fondo,
                          dietro il colonnato, saranno apparse Fulvia
                          ed Annia Luscina, e Plauto, che stanno
                          intenti ad udire)

«Vana è la difesa del Console, quando egli tocca del merito della
legge. Son forse le leggi così provvidamente ordinate, che più non
s'abbia a mutarle? E non ve n'ha di tali, che il tempo ha reso
inutili, o contrarie allo scopo? Questa legge non è delle prime e
sacrosante di Romolo; nemmanco delle Dodici Tavole. È nuova, e fu
fatta quando Roma, per la rotta di Canne, era minacciata dell'ultimo
eccidio. I socii ribellati; non uomini per l'esercito; non ciurme alle
navi; non denaro all'erario. La repubblica, per far soldati e marinai,
comperava gli schiavi dai loro padroni, con promessa di pagarli a
guerra finita. Tutti davano il proprio, dall'opulento senatore alla
vedovella meschina. E già allora questa tua legge Oppia si mostrò vana
cosa; imperocchè, dov'erano più le donne ornate d'oro e di porpora,
quando tutti, uomini e donne senza eccezione, e per spontaneo moto e
per legge, s'erano d'ogni cosa spogliati? E più vana apparisce ora; nè
solamente vana, ma iniqua; imperocchè la repubblica è forte e noi non
le diamo già più straordinario tributo di danaro, o di schiavi. E se
tu, fiorendo la repubblica, custodisci gelosamente il tuo, perchè solo
le donne vorresti tu escluse dal benefizio dei tempi?»

CATONE

                          (con stupore sempre crescente)

Valerio!

VALERIO

«Finisco. Noi uomini useremo porpora e toga intessuta a colori; toghe
ricamate porteranno i nostri figliuoli; porpora ed oro i magistrati
delle colonie e dei municipii; nella porpora si concederà alle
famiglie di bruciare i lor morti; solo alle donne romane niente sarà
consentito? Vedranno coperte d'oro e di porpora, trascorrere in
cocchio, le mogli dei sudditi ed alleati latini; noi stessi
risplendere di mille ornamenti nelle magistrature, nei trionfi, ne'
sacerdozii; e con ciò, pensi tu, non vi sarà emulazione, nè invidia?
No, tu non stabilisci che una nuova classe di schiavi; laddove noi
vogliamo che la donna rifulga liberamente di tutte quelle grazie, che
la fanno per noi il più caro dono de' cieli. E se tu nieghi loro gli
attributi del loro sesso; che non concedi loro per contro gli uffici
del nostro? che non le armi, non le spartisci in legioni e non le
conduci in Ispagna con te?...»

CATONE

                          (fuori di sè per lo stupore e lo sdegno)

Valerio! Pensi tu quel che dici?

ERENNIO

                          (da sè)

Bene! Ora il console me lo fulmina, me lo annichilisce!

VALERIO

                          (perplesso)

Io?... Penso che in tal guisa ti si potrebbe rispondere. Ah!

                          (vedendo Fulvia che gli accenna di farsi
                          animo)

Infine, sì; penso tutto quello che ho detto.

ERENNIO

                          (vedendo anch'egli le donne)

Ahi! Non son tutte chiuse nel Tabulario, le streghe!

VALERIO

Sì, sappilo; io t'amo, ti venero, o Marco; nè tu potresti avere
fratello minore, o figliuolo, che ti rispettasse di più. Ma io, vedi,
non son più padrone di me.

CATONE

                          (con accento d'ira profonda)

Anche te hanno ammaliato le donne?

VALERIO

Ah no; di' piuttosto che una di esse m'ha richiamato al mio debito di
giustizia, una sola che adoro.... e adorando lei, non vengo meno alla
mia divozione per te.

CATONE

Mia sorella!

VALERIO

Lo sapevi?

CATONE

Sì, e godevo dell'amor tuo; ma ora....

VALERIO

Ora?

ERENNIO

                          (da sè)

Non è più come allora.

CATONE

                          (con piglio risoluto)

Dimmi su; parlerai contro la legge?

VALERIO

Tu metti a prezzo....

CATONE

Rispondi! parlerai?

VALERIO

Ah, la è dura!... Io....

                          (attignendo coraggio dalle mute eccitazioni
                          di Fulvia)

Or bene, sì, parlerò, dovesse costarmi la vita!

CATONE

Ah, per gli Dei infernali, non riconosco più Roma. Littore, precedimi.

                          (le donne, al muoversi di Catone, si
                          appiattano dietro il colonnato)

ERENNIO

                          (precedendo il Console)

Sconfitto anche il Console! In fondo, ci ho gusto. Non sarò il solo.

                          (ad alta voce, sulla gradinata)

Quiriti, il Console!

                          (si odono squilli di tromba da varii punti
                          del Foro)

CATONE

                          (tornando indietro)

E bada, che non t'uscisse di mente! Mia sorella non sarà tua, fino a
tanto la tua eloquenza, insieme colla legge Oppia, non avrà anche
distrutta l'autorità del capo di casa.

                          (parte furibondo)


SCENA VI.

FULVIA, ANNIA LUSCINA, PLAUTO _e_ VALERIO _indi_ CLAUDIA, LICINIA, MARZIA
ATINIA _e_ VOLUSIA.

  (Le donne tutte appariranno chiuse dal capo alle piante nella
  rica, come Marzia Atinia, essendo di sotto sfarzosamente
  vestite. Fulvia sola conserva la sua veste degli Atti
  antecedenti, e porta in capo il ricinio.

  Del rimanente, le vesti, gli ornamenti e le acconciature delle
  donne saranno, salvo la varietà dei colori, e di qualche
  accessorio, simiglianti al vestiario indossato da Mirrina
  nell'ultima scena dell'Atto primo).

FULVIA

                          (inoltrandosi amorosa verso Valerio)

Valerio!

VALERIO

                          (mestamente)

Hai udito?

FULVIA

Ah! io non sarò che tua, sempre tua!

ANNIA

                          (facendosi incontro a Valerio)

Che eloquenza, tribuno! Consenti che io ti rapisca agli occhi
innamorati di Fulvia, per congratularmi con te. Il nostro sesso non ha
mai avuto un più valente campione.

PLAUTO

                          (intromettendosi)

Sì, ma ci ha troppo fuoco. Tempera, amico mio! tempera! Il Console
parlerò fieramente; metterà fiamme dal labbro. Tu, sii grave e pacato;
riposerai l'uditorio, entrerai nelle grazie dei vecchi, che amano
d'esser trattati con ossequio, e ti sarà più agevole il vincere.

                          (da sè)

Se l'amico mi sentisse a dar consigli di questa fatta contro di lui,
sarei bell'e spacciato.

ANNIA

                          (affacciandosi all'intercolonnio)

Ah, ecco, parla il Console!

                          (Valerio e Fulvia la seguono, per star ad
                          udir l'oratore, ma spesso guardandosi e
                          sempre tenendosi stretti per mano)

Bolle, come un mare in tempesta! Dei buoni, che furia di sarcasmi!...
E' vuol fare di nostra carne rocchi.

PLAUTO

Credo che sarebbe eccellente.

ANNIA

Antropofago!

PLAUTO

Eh, soltanto per metà! mangiatore di donne.

ANNIA

Ah, ecco Claudia coll'altre. Vedi? Ci avresti da farne una
indigestione.

                          (andando incontro a Claudia, a Licinia,
                          Marzia Atinia e Volusia)

Ecco dunque il gran giorno! Ecco l'ora che deciderà della nostra
sorte. Il Console ha cominciato la sua invettiva.

CLAUDIA

Licinia non ardiva accostarsi, fino a tanto fosse qui suo marito.

ANNIA

Bah! adesso siam tutte in ballo. O si vince, o si muore, ma tutte
insieme.

LICINIA

                          (a Plauto)

Tito Maccio, che te ne pare? Siam pazze?

PLAUTO

Eh, non dico che siate savissime. Ma alle donne va bene un granellin
di follia, un pizzico di capricci. A proposito di capricci, eccone
uno. Siete brune come tante larve.

ATINIA

Siamo in gramaglia. Se la legge non casca, ci buttiamo tutte quante in
vedovanza.

ANNIA

Anzi meglio; ci si ritira sul monte Sacro.

PLAUTO

Come la plebe, per farla in barba ai patrizi.

VOLUSIA

No, come i patrizi offesi dalla plebe, nella persona di Coriolano.

PLAUTO

E di lassù ci piglierete colla carestia; ci affamerete....

ANNIA

Peggio ancora. Troveremo dei Volsci, che ci terranno.

PLAUTO

Oh, se li troverete! io lo giuro.

ANNIA

E coi romani, non più pace, nè tregua.

PLAUTO

Ma noi, Veturie a rovescio, verremo in lunga fila di supplicanti ad
implorare la mercè dei nuovi Coriolani; ci butteremo ai loro piedi,
abbracceremo le loro ginocchia....

ATINIA

Non vi concederemo tanta libertà!

PLAUTO

Via, via!.. Per fortuna avremo amici nel campo. Eccone uno laggiù,

                          (additando Valerio, in contemplazione di
                          Fulvia)

che sarà sul monte Sacro.... che c'è anzi fin d'ora. La sua felicità è
senza confini. Poveretto! E Marco avrà cuore di dividere quelle due
creature, che s'amano tanto?

FULVIA

                          (additando verso il Foro)

Ah, vedi? Il Console scende dai rostri!

ATINIA

Che è? Ha finito? Infatti egli è sceso.

VOLUSIA

E come lo applaudono! Oh brutti!

VALERIO

                          (traendo Fulvia in mezzo alla scena)

Mia sempre?

FULVIA

Fino alla morte. Va! sii uomo; egli finirà col rispettarti. Ma sii
cortese, ossequioso con lui; è mio fratello! Va, va!

_Voci_

                          (di dentro)

Viva il Console! Viva!

FUNDANIO

                          (di dentro)

Il Console ha finito. Chi gli risponde?

VALERIO

                          (slanciandosi alla gradinata)

A me, Quiriti! Rispondo io!

                          (esce)

_Voci_

                          (di dentro)

Sì, Valerio, tribuno! Ai rostri Valerio!


SCENA VII.

_I precedenti, tranne_ VALERIO.

PLAUTO

Bel fuoco giovanile! Tienlo caro, o Fulvia; è desso il fuoco sacro,
ch'egli ha attinto da' tuoi occhi.

FULVIA

                          (intenta ad ogni moto di Valerio)

Ecco, ascende il suggesto, s'affaccia a rostri. Stende la mano in atto
di voler parlare. Che silenzio tutto intorno! Vedi come sono intenti,
come pendono tutti dalle sue labbra! Incomincia.... loda il
Console.... il popolo approva.

PLAUTO

Vedi tuo fratello, che gronde sugli occhi! Pare il monte Algido,
quando mette il suo cappello di nuvole. Lo guarda a squarciasacco,
come se volesse sbranarlo. Ah, bene, Valerio! Cortesie su cortesie! Le
centurie applaudono! Avanti, avanti così! Ah, Dei immortali! prodigio,
portento!... Catone spiana le rughe.... sorride.... Bene, calma,
Valerio, calma sempre! La causa è vinta!

ANNIA

                          (accorrendo)

È vinta? Così presto? Allora butto via questo velo.

PLAUTO

Non ancora; volevo dire che la è come vinta. Sentite, eh, come parla
dei fatti vostri, al tempo di Romolo... di Coriolano.... Vedi, Annia
Luscina? anche di Coriolano! E come vi loda! come vi esalta!

VOLUSIA

Fa bene.

PLAUTO

E giù applausi! Applaudono tutti e tutto, queste care centurie! Già, i
fatti generosi della storia han sempre questo potere su noi;
commovono, inteneriscono, comandano anche alla fredda ragione....

ANNIA

Che dici? La ragione è dalla parte nostra.

PLAUTO

Chetati, Annia Luscina! Parlavo della fredda ragione. Tu lo sai pure;
ragioni ce n'ha di calde e di fredde. Voi avete le calde....

ANNIA

Io credo che tu ti prenda spasso di noi, poeta comico! Non c'è caldo,
nè freddò che tenga, quando siamo nel nostro diritto.

VOLUSIA

E il torto lo avete tutto voi altri.

ATINIA

Uominacci!

ANNIA

Scellerati! Prepotenti!

PLAUTO

Ih, che vespaio! Avete ragione; la calda e la fredda; va bene così? Ma
bada, Annia Luscina; nella foga del dire, t'è sfuggito un lembo della
rica, e mostri un polso, che non è da gramaglia.

                          (accennando uno splendido braccialetto
                          d'oro che porta Annia Luscina)

Ma che vedo?

                          (scoprendo una stola intessuta di porpora,
                          e man mano tutti i capi d'un vestimento
                          sfoggiato)

Che splendidezza? Tu sei più in fronzoli che non fosse Giunone,
quando scese sul monte Ida a far perdere la tramontana al marito. Ah,
erano queste le vostre gramaglie? Queste le vesti da supplicanti? E
poichè tutte siete imbacuccate ad un modo, io mi penso che tutte,
levata la prima scorza....

                          (Volusia gli si scopre, elegantemente
                          vestita)

Anche tu fanciulla?

                          (Marzia Atinia fa lo stesso)

Anche tu! Ma gli è proprio un trionfo di donne! E m'immagino che tu
pure, o nobile Claudia....

CLAUDIA

                          (scoprendosi a mezzo)

Un po' meno, un po' meno, come s'addice ad una vecchia matrona.

PLAUTO

Di bene in meglio! E Licinia del pari?

                          (Licinia si schermisce, stringendosi nella
                          rica; ma Plauto la scopre tanto da vedere
                          il vestimento elegante di lei)

In verità, la bellezza ci guadagna, e Catone sarà ben duro di petto,
se resisterà a questi colpi. Ma, ora che ci penso.... E se la legge
non è abrogata?

ANNIA

Te l'ho detto; di questo passo ci si ritira sul monte Sacro.

PLAUTO

Con que' socchi leggiadri? Eh via!

                          (accennando la calzatura di Annia Luscina)

FULVIA

                          (che non si sarà mossa dal suo posto)

Ecco, ha finito! Vittoria! Scende dal suggesto tra gli applausi
universali.

FUNDANIO

                          (di dentro)

Or dunque, ai voti!

_Banditore_

                          (di dentro)

Quiriti, al ponte dei suffragii. Venga innanzi la prima centuria!

PLAUTO

                          (affacciandosi dall'intercolonnio)

Ah, ah! come si vota quest'oggi! ridendo. Il ponte dei suffragi è
pigliato d'assalto. Qua la tavoletta, distributore, e via! Eccola già
nella cesta. Si finirà presto, così! E qui sotto, vedete i personaggi
più gravi, che parevano i più caldi partigiani della legge, come
circondano Valerio! Vedi, eh, Fulvia, come gli stringono la mano,
congratulandosi con lui! Perfino Cornelio Cetego! E Sempronio Gracco!
Gli è tutto dire! Povera legge Oppia, ti vedo brutta!

ANNIA

Nacque, visse, morì.

PLAUTO

Breve compendio di più lunga vita. Ma zitto! la prima centuria ha
votato. Aspettate; contano. Ah, non c'è nemmanco da farne due mucchi!

VOLUSIA

Vanno tutti da una banda, i voti!

PLAUTO

Segno che son tutti contrari.

MARZIA

Che gli Dei sperdano l'augurio.

_Il Banditore_

                          (di dentro)

I voti della prima centuria, son tutti per la cassagion della legge.

                          (applausi)

PLAUTO

Ah, non c'è' più timore. Ciò che la prima fa, le altre fanno. Ecco,
infatti; Catone si ravvolge nella toga e s'alza dalla sedia curule....
Viene a questa volta. Guai, a voi, troppo ornate matrone!

ANNIA

Sì, venga; lo accoglieremo come va.

LICINIA

                          (a Claudia)

Io mi tiro in disparte.


SCENA VIII.

CATONE, _seguìto da_ ERENNIO, _con altri Littori e Detti_.

CATONE

  (Rientra in scena, colla toga stretta ai fianchi, con piglio
  iracondo, borbottando alcune frasi sconnesse fra i denti. Vede
  le donne in vesti sfoggiate e rimane stupefatto a guardarle.
  Claudia Valeria sostiene con dignità il suo sguardo; Annia
  Luscina, più vivace, gli fa una mezza riverenza, a cui egli
  risponde con un ghigno ironico e quindi fa l'atto di tornarsene
  indietro seccato. Ma in quel mentre gli vien veduta Licinia, che
  vorrebbe starsi nascosta. S'avanza a lei, la trae fuori del
  crocchio, e meravigliato di vederla tutta ravvolta nella rica,
  le scioglie i lembi del velo. Licinia appare come le altre,
  nobilmente vestita, sebbene non così sfarzosamente. Egli dà un
  balzo indietro, tra per stupore e per rabbia).

Ma la è una ribellione universale! La follia s'è impadronita dunque di
Roma? Sta bene! Due donne consolari!

                          (volgendosi poscia a Marzia Atinia ed Annia
                          Luscina)

E due mogli di pretori.... dei primi magistrati della città, dopo i
consoli!... La sedizione, il disprezzo delle leggi, il mal esempio,
hanno tolto le nostre case a baluardo, donde potessero più sicuramente
rovesciarsi sul popolo!

                          (Claudia gli risponde con un gesto severo)

A te, nobile Claudia, non dirò altro.... sebbene, come Console rimasto
in città e depositario del comando supremo, potrei....

_Il Banditore_

                          (di dentro)

Le centurie hanno votato. Marco Fundanio e Lucio Valerio tribuni, la
vostra dimanda ha il consenso del popolo.

FUNDANIO

                          (di dentro)

Ciò che il popolo ha statuito, abbia forza di legge. Quiriti, la legge
Oppia è cassata.

_Voci_

                          (di dentro)

Viva Marco Fundanio! Viva Lucio Valerio! Viva!

CLAUDIA

Vedi? non potresti più nulla. La legge Oppia è sepolta.

CATONE

E sia, col piacer degli Dei! Ma son marito.... e questa donna.... oh,
avremo a dircela insieme. In casa mia non è abrogata la legge.

ERENNIO

Undicesima Tavola; i suffragi del popolo decidono; ciò che il popolo
ha statuito....

CATONE

                          (stizzito)

Eh, va in tua malora, tu e tutte le dodici....

ERENNIO

                          (scandolezzato)

Oh!

CATONE

Me la facevi dir grossa! Usciere di tribunale! Repertorio ambulante di
leggi!... Una dovevi trovarmene, una sola, da metter fine a questo
sconcio baccanale.

                          (le donne offese si ritraggono in disparte)

PLAUTO

                          (mettendosi in mezzo)

Càlmati, via! È dinanzi a te il fiore delle matrone romane.

CATONE

Ah, sì, gli è vero! Fiore velenoso, ma fiore! Ma già ve lo annunzio, o
nobili matrone, che ridete della sconfitta del Console; uscito appena
di magistrato, domanderò la censura. Ho fede di ottenerla, perchè dirò
ai miei concittadini: «la repubblica è inferma; volete voi un medico
che la risani, curando le sue membra col ferro e col fuoco? Eleggetemi
censore». E mi vedrete all'opera. Vi prometto una legge, più rigida
della legge Oppia a gran pezza.

FULVIA

                          (avvicinandosi)

Che durerà ancor meno di questa.

CATONE

Ah, sei tu? sei tu, che hai stregato Valerio? Quel Valerio! Una perla!

                          (Valerio apparisce dal fondo)

Ma almeno tu non hai profittato della abrogazione; sei vestita come
prima.

FULVIA

                          (guardando Valerio che si avvicina)

Mi ha trovato bella così; rimarrò dunque così.


SCENA IX.

VALERIO, _indi_ FUNDANIO _e Detti_.

VALERIO

  (S'accosta timidamente. Annia Luscina, Marzia Atinia, Volusia,
  Claudia Valeria, vorrebbero farglisi incontro festose; ma egli
  le prega col gesto di rimanersi, e va a mettersi dall'altro lato
  di Catone)

CATONE

Ah, ti trova bella? Ma io gliene caverò il ruzzo, a quel....

VALERIO

Taci, te ne prego, padre mio; imperocchè io come padre t'amo e ti
venero. Fui contro te; ma potevo io resistere? Tu stesso, qualche anno
addietro, messo al punto di guadagnarti l'affetto di Licinia, che
avresti tu fatto?... Non dirmi il contrario. Licinia non lo
crederebbe. Ho vinto, insieme con Marco Fundanio, al quale io non
perdonerò già certe sue invenzioni....

FUNDANIO

Non mie.

ATINIA

                          (intromettendosi)

Mie; perdonale a me.

                          (Valerio s'inchina e stringe la mano a
                          Fundanio)

CATONE

Ah, qui si perdona.... si....

VALERIO

Cose da nulla, che non meritano l'attenzione del Console.

ATINIA

                          (piano a Fundanio)

Sebbene da piccole cause....

FUNDANIO

Derivano i grandi effetti! Io lo desidero vero.... per me.

VALERIO

Abbiam vinto, ripeto; ma la vittoria non è dovuta alle mie parole,
tanto meno eloquenti delle tue: bensì è dovuta all'ardore, con cui
tutta Roma sposò la causa di queste leggiadre matrone. Non ci ho
avuto merito; non ci ho dunque colpa; e perchè vorresti farmi patire
una pena? Io, per me, porto opinione che questa vittoria non
insuperbirà le donne gentili, ed esse ne useranno con temperanza, bene
intendendo che tu difendevi la legge, non per avversione ad una onesta
larghezza nello spendere, ma per timore di esorbitanze possibili. Che
se queste avvenissero, se così fosse adulterato il nostro concetto, tu
allora mi avresti, e ardentissimo, dalla parte tua....

CATONE

                          (tra burbero e rabbonito)

Avresti fatti meglio a non discostartene mai. Basta; cosa fatta capo
ha; dimentichiamo questa pazza giornata.

LICINIA

Perdoni?

CATONE

Bella forza! Come fare altrimenti? Dopo aver soggiogato il popolo,
questo bel cianciatore soggioga anche me. Mi chiedevi Fulvia? Le darai
l'anello!

VALERIO

Eccolo!

                          (mettendo l'anello in dito a Fulvia)

CATONE

Ah! non si perde tempo?

VALERIO

Non già per timore che tu abbia a cambiar di parere, ma perchè....

CATONE

Sì, ho capito; son vecchi come la stirpe umana, questi perchè....

ERENNIO

                          (facendosi innanzi)

Console, poichè si perdona a tutti, apre le porte del Tabulario?

CATONE

E per che fare?

ERENNIO

Non sai? C'è una turba di donne sotto chiave, e tra esse quella
sciagurata di mia moglie. Anch'io le perdono. Tavola nona: non si
hanno a far leggi per casi particolari.

CATONE

                          (ridendo)

E tu apri, e tirati il malanno e l'uscio addosso!

                          (Erennio va al Tabulario)

PLAUTO

Ah bene! un matrimonio? In fede mia, qui c'è da farne una commedia, ed
io ho una voglia matta di scriverla.

CATONE

Bravo! per mettere alla gogna un amico!...

PLAUTO

Hai ragione; lasciamola scrivere da un altro, nei tempi venturi.

CATONE

Se la scrive, io fo voto che me lo fischino.

PLAUTO

Poverino! perchè? Io ho una paura maledetta dei fischi, e tremo sempre
a verghe, quando ci ho qualcosa di nuovo da mettere in scena. Posteri
uditori, fatelo per amor mio; applaudite!

                          (Cala il Sipario)


FINE DELLA COMMEDIA



ERRATA CORRIGE


  Pag. 36.--«pretendono che il lusso nostro»--_leggi:_
            «pretendono che i nostri ornamenti, il lusso nostro».

   »  111.--«Venga innanzi la centuria»--_leggi:_
            «Venga innanzi la prima centuria».



  Nota del Trascrittore

  Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
  correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le
  correzioni indicate nella lista ERRATA CORRIGE sono state
  riportate nel testo.

  Sono stati inoltre corretti i seguenti refusi (tra parentesi
  l'originale):

     11--E tu ammiralo [ammmiralo]!
     39--Mirrina solleva il lembo della [delle] stola
     50--Ne [Nè] amavo una
     96--e le greche [grece] delicature;
    103--chiuse dal capo alle piante [pianto]
    106--dei Volsci, che ci terranno [teranno]

  Grafie alternative mantenute:

    dei / dèi
    mègere / Megère
    Petaso / Pètaso





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La legge Oppia" ***

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