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Title: Terra vergine
Author: Barrili, Anton Giulio, 1836-1908
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Terra vergine" ***

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Internet Archive.


                            _Terra Vergine_



                           ROMANZO COLOMBIANO
                                   di



                          Anton Giulio Barrili



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                  1903

                           *Quinto migliaio.*



                          PROPRIETÀ LETTERARIA


    _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
    tutti i paesi, non escluso il regno di Svezia e Norvegia._

    A evitare confusioni di bibliografi e di librai, si avverte che
    questo nuovo romanzo Colombiano, che fa seguito a _Le due
    Beatrici_, è lo stesso che sotto il titolo di _Cosma e Damiano_
    ebbe una prima pubblicazione nelle appendici del _Caffaro_ di
    Genova.


                         Tip. Fratelli Treves.


                                  ————



                                 INDICE



  · I. In alto mare.
  · II. Getta l’àncora e spera in Dio.
  · III. Di una bella sconosciuta che mandò a Cristoforo Colombo un ramo
    di spino fiorito.
  · IV. Le maraviglie della terra promessa.
  · V. Il sogno di Damiano.
  · VI. Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del
    vecchio.
  · VII. Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.
  · VIII. Nel quale si ripete su per giù la medesima storia.
  · IX. Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d’allora.
  · X. Chi piange e chi ride.
  · XI. Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.
  · XII. Una nave che va, e l’altra che viene.
  · XIII. Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di
    Haiti.
  · XIV. In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le
    uova nel paniere.
  · XV. Come fu inaugurata e presidiata la fortezza del Natale.
  · XVI. Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.
  · XVII. Come la vista delle Sirene svegliasse l’ingegno di Ulisse.
  · XVIII. In fretta e in furia.
  · XIX. Il commiato.


                             TERRA VERGINE



                           _Capitolo Primo._



                             In alto mare.



Quelli de’ nostri lettori che mettono il venerdì tra i giorni nefasti,
sono pregati a non citare tra gli esempi a conforto della loro opinione
il giorno scelto, o accettato da messer Cristoforo Colombo, per dar
principio al suo primo viaggio di scoperta. Diciamo la loro opinione, e
non la loro superstizione; primieramente perchè non vogliamo essere
scortesi con nessuno, e in secondo luogo perchè non crediamo a questa
facile asseveranza moderna che gabella per superstizioni le idee di cui
non può darsi una ragione. Se dunque i nostri lettori hanno di queste
idee, ed amano tenersele, non saremo noi che ci proveremo a combatterle.
Uomini insigni con idee di tal fatta ce ne sono stati parecchi, e ce ne
saranno ancora, se Dio vuole. Il savio, che vede assumer forma di verità
e grado di certezza tante cose che ieri ancora sapevano di bugia,
d’invenzione, d’illusione e via discorrendo, non bolla di nomi derisorii
le cose che non intende, o che gli paiono escire dalla cerchia delle
verità riconosciute: per contro, diffida di queste ultime, non s’impegna
a sostenere che saranno verità domani, come sembrano oggi.

Così ragionando, si può ammettere benissimo che ci siano dei giorni
nefasti, o per tutti o per qualcheduno. Ma è permesso di credere che il
venerdì, tanto calunniato, non sia tra quei giorni. Io, se debbo
interrogare la mia particolare esperienza in proposito, ho il venerdì
per un giorno buono. E per buono doveva averlo messer Cristoforo
Colombo, che la mattina del 3 agosto 1492, essendo un venerdì, si
avviava da Palos per il suo viaggio di scoperta, con tre caravelle,
quasi con tre gusci di noce, e centoventi uomini d’equipaggio, tra
marinai, soldati, ufficiali di bordo e sopraccarichi. Voi non ignorate
che si chiamano sopraccarichi, in una nave, tutti i personaggi che ci
sono imbarcati, senza avere un uffizio particolare, di comando o
d’ubbidienza, nella nave anzidetta.

Ben altri pensieri, ben altri dubbi e timori occupavano lo spirito del
navigatore Genovese, che il terrore della partenza in venerdì. Due di
quei gusci di noce erano stati presi ed allestiti per ordine regio, come
a dire per forza. E per forza erano stati imbarcati in gran parte i suoi
marinai. Un primo esempio di sorda resistenza gli aveva dimostrato come
egli potesse far poco assegnamento su quella marinaresca, allorquando
era stato male aggiustato alla _Pinta_ il timone, per modo che al primo
colpo di mare dovesse spiccarsi dalla poppa, mettendo la caravella in
istato di non più governare. Oramai si era in acqua, e bisognava
navigare. Ma non poteva ancora il mal talento studiarne
qualchedun’altra, per far ritornare indietro le navi? La paura è tanto
ingegnosa! E l’almirante del mare Oceano ricordava a proposito che
un’altra caravella mandata celatamente dai Portoghesi sulla rotta
indicata da lui, per rubargli la gloria della scoperta, non era tornata
a Lisbona per poca voglia che avesse il suo comandante di andare
innanzi, ma per deliberato proposito della ciurma ribelle.

Una cosa era necessaria, perchè niente di simile accadesse a Cristoforo
Colombo: che tra la sua piccola squadra navale e le famose colonne
d’Ercole corressero leghe marine a parecchie centinaia. Ma come sperare
che quei marinai, costretti a navigare per forza, si adattassero a fare,
senza un tentativo di ribellione, parecchie centinaia di leghe? E se la
ribellione ci fosse stata, e se le navi avessero dovuto dar volta, che
vergogna per lui! quale impossibilità di tentare in altra occasione e
con altre forze navali il viaggio! Egli, a buon conto, per non lasciare
troppe armi alla resistenza della sua gente, aveva subito immaginato di
non segnare sul libro di stima il numero esatto delle leghe percorse,
tenendo il computo vero per sè. Ma quanti altri argomenti di rivolta
alla sua autorità non avrebbe offerti la paura a quegli uomini rozzi,
ignoranti, che egli aveva raccolti a furia, non scelti diligentemente
tra i migliori della classe marinara?

Queste cose pensava Cristoforo Colombo; e queste cose non lo facevano
lieto, non gli lasciavano gustare pienamente, come avrebbe potuto e
dovuto, il gaudio onesto della sua sudata vittoria su tante contrarietà,
su tanta guerra d’uomini e cose. Nè i suoi sospetti erano vani. La
mattina del 6 agosto, un lunedì, terzo giorno del viaggio, la _Pinta_
fece il segnale di non poter proseguire il cammino, avendo spezzato il
timone; proprio quel timone che sulla spiaggia di Palos era stato così
male aggiustato alla poppa. Gomez Rascon e Cristoval Quintero, padroni
della nave, che era senza fallo la migliore delle tre, tornavano dunque
alla riscossa con le loro alzate d’ingegno?

Del malvagio proposito non dubitava l’almirante, mentre governava verso
la _Pinta_ per recarle soccorso. Ma il vento soffiava gagliardo, il mare
ruggiva, e con quel tempo era più facile investire la _Pinta_ che
accostarsi al suo bordo. Per fortuna, il comandante della nave era
Martino Alonzo Pinzon, e questi non era della opinione dei padroni, in
materia di parziali avarie.

—Almirante!—gridò egli dal capo di banda,—non temete di nulla. Leverò io
la voglia a tutti di guastare un’altra volta il timone, dandone la barra
sulla testa al primo che parlerà di ritornarsene indietro. Per ora il
timone sarà accomodato con quattro giri di gomena; e poi si vedrà.
Magari zoppicando, seguiteremo la capitana. Ma io consiglierei, salvo il
parer vostro, di appoggiare alle Canarie, per provvedere un po’ meglio a
questa rottura.—

Non era intenzione dell’almirante di far sosta alle Canarie, come a
nessun’altra isola o costa di quei paraggi. Ma bisognava chinar la testa
al destino, e seguitare i consigli della prudenza. Il giorno appresso,
non era più questione di prudenza, ma di assoluta necessità. La _Pinta_,
di sicuro, era stata male raddobbata, e per il fasciame sconnesso
incominciava a far acqua. La legatura del timone si era anche
rallentata, e la caravella governava male da capo. La _Santa Maria_ e la
_Nina_ dovettero diminuire la tela, per serrar meno vento, e andar di
conserva con la povera zoppa. E l’almirante, non che risolversi di far
sosta alle Canarie, pensò che gli sarebbe convenuto cercare laggiù
un’altra caravella, per liberarsi da quella nave, che incominciava a
parergli un vero castigo di Dio.

Ma perchè andare alle Canarie? Quelle isole erano ancora molto lontane.
Non era meglio ritornare indietro, coi due legni che ancora reggevano al
mare, e sui quali si sarebbe potuto trasbordare tutta la gente e il
carico della _Pinta_, perchè questa seguitasse come poteva, magari presa
a rimorchio? Era questo il pensiero dei marinai, confortato dalla
opinione dei piloti. Alcuni di essi, come Pedro Alonzo Nino e Sancio
Ruiz della _Nina_, stimavano sicuramente di essere molto distanti dalle
Canarie. Forse meno sincero, perchè più desideroso del ritorno, era
Bartolomeo Roldan, altro pilota della _Nina_. Ma niente affatto sincero,
e più caldo sostenitore della grande distanza, era Perez Matteo Hernèa,
pilota della _Santa Maria_. Costui incominciava ben presto a far prova
del suo mal animo contro il comandante supremo, che egli non si peritava
di giudicare, sebbene ancor sotto voce, un ambizioso impostore.

Ma il comandante della _Pinta_, della nave zoppa, aveva manifestato egli
stesso il proposito di appoggiare alle Canarie, e per conseguenza di
proseguire il cammino fin là. Con Martino Alonzo Pinzon, marinaio
esperto e ben veduto dall’equipaggio, non si poteva lottare; specie
quando minacciava di ricorrere agli argomenti _ad hominem_. Più calmo,
ma più sicuro nella sua nautica dottrina, Cristoforo Colombo aveva
detto:—V’ingannate, nella vostra stima; le isole sono anzi vicinissime.
Tra domani o doman l’altro, le avvisteremo di certo.—

Il fatto seguì com’egli aveva annunziato. Sull’alba del giorno nove, si
scorgevano le vette della Gran Canaria. Disgraziatamente, ora per troppo
vento, ora per troppo poco, non era possibile l’approdo. Si stette due
giorni in attesa di una propizia occasione, ma invano; e l’almirante,
non volendo perder tempo a bordeggiare in quelle acque, si lasciò
addietro la _Pinta_, ordinando a Martino Alonzo Pinzon di approdare
quando potesse, e di cercare un’altra nave, per dare il cambio alla sua.
Egli intanto andava con le altre due caravelle alla Gomera, per il
medesimo intento. E giunse alla Gomera nel pomeriggio del 12 agosto
udendovi con sua grande consolazione che s’aspettava di giorno in giorno
una buona nave, andata per l’appunto alla Gran Canaria.

—Aspettiamo dunque con fiducia;—aveva detto l’almirante.—Se la buona
nave è a quell’ancoraggio, Martino Alonzo l’ha trovata, l’ha presa, e
viene con essa a raggiungermi.—

Ma lo aspettò invano. E stanco di aspettare, partì il 23 per andare
incontro al compagno. Giunse il 25 alla Gran Canaria. Martino Alonzo
Pinzon non v’era giunto che il giorno prima, e stentatamente; udendo da
quegli abitanti che la nave c’era stata, ma che da parecchi giorni ne
era partita, nè si sapeva per dove.

Bisognava rinunziare ad ogni speranza di barattare la nave, e lì per lì
provvedere invece a rimettere in sesto la _Pinta_. Martino Alonzo Pinzon
mandò a terra i mastri d’ascia per cercare il legname adatto e tagliare
alla svelta un altro timone. Frattanto, poichè la sua caravella faceva
acqua, i marinai si mutarono in calafati, e si diedero a fabbricare con
vecchi cavi disfatti le stoppe catramate, che con scalpelli e mazzuoli
dovevano poi ficcare nei comenti del fasciame, nelle ossature, nei nodi
del legname, intorno ai cavicchi, e dovunque bisognasse, ricoprendo poi
ogni cosa di pece.

La _Nina_ approfittò di tutto quel tempo per cambiar velatura. Le sue
vele latine si mutarono in quadre, e alle antenne, per conseguenza,
furono sostituiti i pennoni. Per tal guisa, di caravella che era, e
somigliante ad uno sciabecco, si trasformò in una specie di brigantino a
palo. Quanto alla velatura, s’intende; non già quanto alla alberatura.
Le caravelle portavano bensì tre alberi, il trinchetto, l’albero di
maestra e l’albero di mezzana, ma quest’ultimo era assai più avanzato
sulla poppa e più corto che non sia nei brigantini a palo d’oggidì;
d’onde la conseguenza che non fosse molto larga la vela, artimone o
mezzana che vi piaccia chiamarla, nella sua forma triangolare e latina,
oppure randa di poppa, nella sua forma quadra.

Quando la _Nina_ spiegò al vento la sua velatura nuova, dovette
affrontare i giudizi delle altre navi, che l’aspettavano per muovere di
conserva con lei. Il marinaio è criticatore per eccellenza; figuratevi
se poteva essere risparmiata la _Nina_, il giorno che si presentò in
riga così trasformata. La critica alle sue vele fu come un sorriso, il
primo, in mezzo a tanti giorni di nera malinconia.

—Sarà bella,—diceva uno,—ma mi pare un po’ goffa.

—Già,—soggiungeva un altro,—come un contadino di Biscaglia, quando mette
un abito nuovo.

—E guardate,—entrava a dire un terzo,—tra i pennoni e gli alberi, che
stonatura di tinte!

—Si capisce; i pennoni son nuovi, e gli alberi son vecchi.

—Albero vecchio.... fa buon fuoco.

—E quelle trozze! dovrebbero stringere un po’ meglio.

—Aspettate che bevano, e stringeranno, stringeranno anche troppo.—

Insomma, ognuno voleva dire la sua. E l’almirante, passeggiando
gravemente sul ponte della _Santa Maria_, poteva, come suol dirsi,
sentir suonare tutte le campane, ad una ad una, e magari tutte insieme.

Su tante, egli ne sentì una che lo colpì, facendolo voltare di
soprassalto. Due marinai stavano appoggiati al capo di banda, un po’ in
disparte dai loro compagni, e ragionavano di cose vane, non tali da
destare l’attenzione dell’almirante. Ma il tono è quello che fa la
musica; e quei due cantavano in un tono che doveva far senso a messer
Cristoforo Colombo. Parlavano, a farvela breve, in vernacolo genovese.
Come mai due genovesi a bordo? Ed egli non ne sapeva nulla?

L’equipaggio delle tre caravelle non lo aveva scelto lui. Quella gente
era stata presa per forza, nella maggior parte; e il resto era stato
tirato dall’esempio dei fratelli Pinzon. A Palos, ad Huelva, a Moguer,
erano tutti valenti marinai; si potevano prender tutti ad occhi chiusi.
E un po’ per una ragione, un po’ per l’altra, l’almirante non aveva
presieduto alla formazione della sua marinaresca. Quanto al nome di
tutti, alla patria e alle altre particolarità di quella gente, erano
cose che egli avrebbe conosciute via via, durante il viaggio, senza
bisogno di leggere il registro, che era tenuto dal suo primo pilota.

Immaginate dunque la dolce commozione che messer Cristoforo Colombo
provò in quel giorno e in quell’ora. La parlata della madre patria è
sempre la più soave all’orecchio dell’uomo, quando egli si ritrova fuori
paese. Egli accorre al suono conosciuto, come ad una festa dell’anima;
ascolta giubilante, vorrebbe subito barattar parole anche lui, come se
volesse provare a sè stesso che quell’idioma, che è senza dubbio il più
bello del mondo, egli non lo ha dimenticato. E parlandolo, dopo tanti
anni, in una regione lontana, egli sente in quell’idioma, in quel
vernacolo natìo, un gusto, un sapore di novità, che gli è fonte di gioie
inattese, rivelazione di arcane bellezze.

Ma per allora non era il caso di fermarsi a discorrere. La dignità del
comando voleva che l’almirante tirasse di lungo; e il momento, poi, non
era da chiacchiere. Le caravelle erano in riga, bisognava partire. La
_Santa Maria_ si mosse per la prima dall’ancoraggio della Gran Canaria,
dirigendosi alla Gomera, dove aveva lasciato a terra una squadra
d’uomini per far provvista di viveri. Era una domenica, il 2 di
settembre, un mese dopo la partenza da Palos.

Per andare alla Gomera, si passava davanti a Teneriffa, che è l’isola
centrale del gruppo delle Canarie. Il gran picco di Teneriffa era
proprio allora in piena eruzione vulcanica; maraviglioso spettacolo, che
per la maggior parte dei marinai di Cristoforo Colombo poteva dirsi
anche nuovo. Udendo i boati della montagna, e i tuoni frequenti che
facevano tremar l’aria tutto intorno, vedendo la immensa colonna di fumo
che usciva a fiotti dall’alto cratere, le fiamme che guizzavano in mezzo
a quel fumo, i torrenti di lava che scendevano rosseggianti nella notte
lunghesso i fianchi del cono, quei poveri marinai del secolo
decimoquinto provarono gli stessi timori che cinque secoli prima
dell’Era volgare avevano fatto dare indietro i compagni di Annone
Cartaginese.

Quella eruzione spaventosa di Teneriffa era una ammonizione ai mal
capitati. Così, per terremoti e per vulcani, si era inabissata una gran
terra, laggiù, di cui narravano oscure leggende; quell’istesso mare che
l’aveva inghiottita, non poteva divorare da un momento all’altro anche
loro?

L’arrivo alla Gomera fu occasione di altri timori, non più per i
marinai, ma per il comandante supremo. Da poco erano entrati in rada,
quando sopraggiunse una caravella, anch’essa spagnuola, che faceva
servizio tra quelle isole. Veniva dall’isola del Ferro, la più
occidentale delle Canarie, e recava notizie di una straordinaria
crociera. Tre navi portoghesi avevano toccato all’isola del Ferro; dai
discorsi dei marinai, dalle domande degli uffiziali, si era potuto
capire che il re Giovanni II di Portogallo mandava quelle tre navi ad
aspettare al varco una spedizione di scoperta, per farne prigioniero il
comandante.

Cristoforo Colombo, non durò fatica ad intendere chi fosse l’aspettato.
Sette anni addietro egli era fuggito dal Portogallo, non isperando più
nulla da quel re, che sempre lo aveva tenuto a bada con buone parole.
Richiamato da lui, che certamente si era pentito e temeva di veder la
Spagna far buon viso ai disegni del navigatore Genovese, non aveva
voluto a nessun patto ritornare a Lisbona. Ciò che il Portoghese temeva,
era accaduto; tardi, veramente, ma in tempo per nuocere alla fortuna del
Portogallo, i reali di Castiglia avevano dato a Cristoforo Colombo le
navi e gli uomini per tentare l’impresa dell’Oceano. Nuove isole,
fors’anche continenti, sarebbero stati dunque scoperti a profitto di
Spagna. Ma non erano del Portogallo tutte le nuove terre di là dai
confini d’Abila e Calpe? Già troppo era che Castiglia vantasse diritti
sulle Canarie, e di tanto in tanto, dopo l’impresa del Bethencourt, vi
facesse atti di padronanza. Niente altro doveva sperare, nient’altro
ambire la corona di Castiglia in un campo oramai devoluto alla operosità
portoghese.

Aiutavano questa pretensione, la fortificavano certamente nell’animo del
re Giovanni, le scarse cognizioni geografiche e cosmografiche del tempo.
Dove andava infine il navigatore Genovese? di là dalle Azzorre? di là da
Madera? di là dalle isole del Capo Verde? Tutte conquiste portoghesi
eran quelle; e portoghese doveva essere egualmente tutto ciò che poteva
ritrovarsi più in là. Ma se una grande scoperta fosse fatta per conto
della Spagna, difficilmente si sarebbe potuto contenderne alla Spagna il
possesso. Con la presa di Granata e lo sterminio completo della potenza
moresca, i reali di Castiglia e d’Aragona si ritrovavano forti e liberi
come non erano stati mai; la riunione di tutte le Provincie spagnuole
sotto un solo scettro segnava la decadenza del Portogallo. Una conquista
oltre i mari, sui confini dell’Asia, di quell’Asia a cui miravano allora
tutti gli sforzi della Corte di Lisbona, avrebbe dato il tracollo alla
potenza portoghese. Donde la necessità urgente di mettere ostacolo
all’impresa di Cristoforo Colombo, e ad ogni costo impadronirsi di lui.
E perchè, dopo tutto, non si poteva tentare con forze portoghesi la
medesima impresa? Tre navi allestite per catturarlo, potevano anche
proseguire il viaggio di scoperta, giovandosi dei suoi disegni e della
sua direzione. Comandante con le braccia legate, avrebbe ad ogni modo
raggiunto il suo fine e guadagnata la sua gloria. E forse, chi sa? era
meglio andar prigioniero, ma rispettato, a scoprire un nuovo mondo, in
un primo viaggio, che ritornare incatenato ed umiliato dal terzo, dopo
aver fatta e assicurata la conquista di quel nuovo mondo ad un monarca
sconoscente ed ingrato.

Ma non è dato agli uomini di prevedere il futuro. Se anche Cristoforo
Colombo avesse preveduto il suo destino, possiamo star certi che avrebbe
fatto egualmente quello che fece, appena udite le notizie della crociera
portoghese. Ordinò prontamente che si smettesse di far provvigioni,
richiamò tutti gli uomini a bordo, e fece spiegare le vele.

Le tre caravelle lasciarono l’ancoraggio il giovedì 6 settembre, due ore
innanzi l’alba. Allontanandosi un buon tratto verso ostro, l’almirante
sperava di uscir dalla vista del nemico, caso mai questi avesse lasciati
i paraggi dell’isola del Ferro per muovergli incontro. Un vento fresco
che era sorto nella notte, gli dava buona speranza di riuscire
nell’intento. Ma quella brezza d’improvviso cessò; e le tre caravelle
dovettero restarsene tutto quel giovedì, ed anche il venerdì, con le
vele penzoloni. Per fortuna, l’almirante aveva guadagnato tre ore di
cammino, e non era probabile che il vento delle isole giovasse tanto
alle navi portoghesi, da spingerle sulla sua strada. Neanche era
probabile che esse si fossero spiccate da ponente dell’isola del Ferro,
dove potevano egualmente vigilare a destra e a sinistra di
quell’arcipelago. Piuttosto era da temere che toccassero alla Gomera,
sapessero del passaggio di lui e muovessero a dargli caccia, appena il
vento si fosse levato.

Ed egli spiava ansiosamente quel vento, che si levò soltanto sul mattino
del sabato. Ma non era un buon vento; spirava da ostro, e spingeva le
caravelle sull’isola del Ferro. Ore terribili furono quelle per lui. Ma
anche per le navi portoghesi quel vento soffiava contrario. Non era
dunque perduta ogni speranza per lui.

Sull’alba della domenica, quel vento malaugurato cambiò finalmente, e le
caravelle lo ebbero in fil di ruota. Allora l’almirante rese grazie a
Dio della buona ispirazione che gli aveva mandata, di far mettere le
vele quadre alla _Nina_, che con le vele latine non avrebbe potuto
camminare di conserva con le altre, nè per conseguenza sottrarsi con
esse al pericolo. Messa tutta la sua tela al vento, la piccola squadra
di Cristoforo Colombo, in un giorno e nella notte che seguì, si
allontanò quarantadue leghe dalla isola del Ferro. E naturalmente
perdette di vista quell’ultima terra occidentale del mondo antico. Che
gioia, per Cristoforo Colombo, non veder più che acqua dintorno a sè,
quanto andasse attorno la vista!

Ma era scritto lassù che quando egli era lieto non lo fossero egualmente
i suoi marinai. Essi avevano veduto con terrore il picco di Teneriffa
vomitar fumo e fiamme. Con altrettanto terrore videro quella immensa
distesa d’acque, forse la prima che navigatori vedessero, senza certezza
di un lido. E un lido non si aspettavano di ritrovare laggiù, sebbene
l’almirante assicurasse di doverlo ritrovare a settecento leghe oltre lo
stretto di Gibilterra; s’aspettavano invece di veder sorgere dagli
abissi i mostri marini che avrebbero capovolte le navi e castigati i
temerarii violatori dei segreti dell’Oceano. Quante volte non fu
costretto Cristoforo Colombo a chetarli, a fare il suo sermoncino
cosmografico a quei rozzi marinai, tentando di persuaderli della vanità
delle loro paure! Lo stavano a sentire; lì per lì sembravano persuasi,
pieni d’insolito ardimento; poi ricascavano nella loro viltà, tremavano,
e si lagnavano peggio di prima.

Altra cagione di sgomento fu il giorno 11 di settembre, a cento
cinquanta leghe dall’isola del Ferro, quando videro galleggiare sulle
acque un pezzo d’albero di gabbia. Così ad occhio e croce si poteva
giudicarlo appartenuto ad un naviglio di cento venti tonnellate. Ma il
naviglio, dov’era? Sicuramente sprofondato negli abissi dell’Oceano.
Ugual sorte non era riserbata anche a loro?

Lo sgomento si mutò in alto terrore, quando osservarono la bussola, sei
giorni dopo aver trovato l’avanzo della barca naufragata. L’ago
magnetico, scambio di volger la punta alla stella polare, piegava di
cinque o sei gradi verso maestro. Che voleva dir ciò? Entravano essi in
una regione del mondo ove le leggi di natura non valevano più? E lo
sviamento dell’ago, ogni giorno osservato con ansia, si vedeva ogni
giorno aumentato.

Da parecchi giorni l’almirante aveva notato il fenomeno, e temeva che lo
notassero altri. Quando il guaio fu avvenuto, egli dovette inventare una
spiegazione plausibile del fatto.

—Che credete? che la calamita volga la punta alla stella polare? La
volge invece ad un punto fisso ed immobile. La stella polare, come ogni
altro corpo celeste, fa i suoi mutamenti nello spazio, girando bensì
intorno a quel punto invisibile. Ed ecco perchè qualche volta vedrete la
calamita scostarsi dalla direzione della stella polare. Nel fatto è la
stella polare che si scosta.—

Si persuasero i piloti, che avevano una grande opinione della dottrina
astronomica di Cristoforo Colombo. Persuasi loro, si persuasero anche i
marinai, che non guardavano tanto nel sottile.

Ed era tempo che una spiegazione fosse trovata, anche falsa; perchè già
tra i marinai si andava ricordando la storia di un luogo lontano sul
mare, dove i chiodi ed ogni altro genere di ferramenta si spiccavano dai
navigli, per volarsene ad un certo promontorio incantato, lasciando che
i legni si sfasciassero e colassero a fondo con le povere ciurme. Di
sicuro quel promontorio esisteva, era una montagna di ferro, o d’altra
diavoleria che tirasse a sè ogni specie di metalli; e quella montagna
non doveva essere lontana. Già infatti l’ago calamitato della bussola si
volgeva da quella parte; ancora una cinquantina di leghe, un centinaio
al più, e le tre caravelle sarebbero state attirate verso quella
montagna metallica, per far la fine di tante e tante altre. I marinai
narravano, senza saperlo, una favola orientale, fatta correre dai
novellieri arabi, per tutte le popolazioni marinaresche del
Mediterraneo.

Cristoforo Colombo non si era apposto al vero, immaginando la sua famosa
dichiarazione dello strano fenomeno. Ma lì per lì quella dichiarazione
faceva buon giuoco; ed anche, nello stato delle cognizioni fisiche ed
astronomiche del tempo suo, poteva passare per una divinazione. Oggi,
con tante ipotesi sui poli magnetici, sul loro numero e sulla loro
distribuzione, non ne sappiamo più di lui. Conosciamo le deviazioni
dell’ago calamitato in tutte le regioni del globo, ne abbiamo anche
delineate esattissime tavole; ma la causa del fenomeno costantemente ci
sfugge. Per possedere il segreto di tutti i congegni che fanno muovere
due sottili lancette sopra un quadrante di porcellana, un fanciullo non
dubiterebbe di disfare l’orologio. Ma noi non siamo più fanciulli, pur
troppo!



                             _Capitolo II_



                     Getta l’àncora e spera in Dio.



La calma ritornava negli animi sbigottiti. Ma era la calma tenue del
soldato, che tra una battaglia e l’altra gode il riposo dell’avamposto,
mettendo a guadagno tutte le ore di quiete, pure avendo sempre nello
spirito una vaga inquietudine, che gli leva la voglia di pensare alle
cose lontane nello spazio o nel tempo. Certamente, regna la quiete
intorno a lui, ma è quiete che precede la tempesta. Il sentiero è
sgombro, davanti a lui, ma l’insidia è vicina; la morte può stare in
agguato dietro quel canto di strada che verdeggia là in fondo. E verso
quel fondo: si guarda mal volentieri, anche dai più coraggiosi. Chi è di
servizio, ci pensi.

Anche laggiù, sull’Oceano, erano calme le vie. Il sole splendeva, senza
arrostire i cervelli; l’aria era dolce, mitissima; un aprile di
Andalusia, per usare una frase dell’Almirante, un aprile d’Andalusia, a
cui non mancava che il canto del rosignuolo, per far l’illusione
compiuta.

Cristoforo Colombo ebbe sempre una gran tenerezza per il canto del
rosignuolo. Il ricordo del cantore dei boschi ritornava spesso nelle sue
relazioni di viaggio e nel suo giornale di bordo. Ma se per allora
mancava il rosignuolo, una rondinella di mare e una cingallegra erano
venute a svolazzare intorno alle caravelle. Passi per la rondinella di
mare; è suo uffizio di volare sulle acque. Ma la presenza di una
cingallegra non s’intendeva egualmente laggiù, se non immaginando molto
vicina la terra.

E terra vicina immaginavano i marinai, argomentando dalla presenza di
quel grazioso uccello silvano in una così lontana latitudine marina. Ma
non tutti la pensavano a quel modo; particolarmente i nostri due
genovesi.

—Ahimè, povera _parissòla_,—diceva uno di essi al suo fedele
compagno.—Bisognerebbe conoscere per quali traversie abbia dovuto
sperdersi da queste parti, e che raffiche indiavolate l’abbiano gittata
in alto mare. Da principio si sarà rifugiata sulla gabbia di qualche
naviglio. Poi, seguitando questo vento di levante....

—Avrà perduta la tramontana;—interruppe l’altro, che era anche il più
faceto dei due.—E un bel giorno, veduto questo gran verde, l’avrà
scambiato per una prateria. Ci starà grassa, ci starà!

—Così noi, sperduti per il mondo!—mormorò l’altro, sospirando.

Ma al compagno non garbavano questi sospiri.

—Ohè, Cosma!—esclamò.—Vogliamo intenerirci un pochino? Bada che il tuo
Damiano da quest’orecchio non ci sente, e come è vero Dio ti pianta
sulla palmara.—

Voleva dire: ti pianta in asso. Palmara, dicono i genovesi quel cavo che
lega i battelli alla spiaggia.

—E piantami!—rispose Cosma, sforzandosi di sorridere.—Tanto, so bene che
andresti poco lontano.

—Ah bravo!—replicò Damiano.—Ho piacere che tu te ne ricordi, che siamo
tutt’e due nello stesso guscio di noce. Per la vita e per la morte non
abbiamo giurato di stare insieme? Tu piangi, io rido; e tra buon vento e
cattivo la barca va. Tu vorresti il mondo rifatto a modo tuo, caro
amico; io lo accetto com’è; per intanto andiamo tutt’e due a cercarne un
altro. Ci sarà? e se c’è, sarà migliore del vecchio?

—Mistero!

—Con che aria lo dici? A me non fa nè caldo nè freddo. Mi par di
giuocarla a croce e grifo; quel che sarà sarà. E spero,—soggiunse
Damiano,—che tu ammirerai la mia filosofia, molto adatta per un viaggio
di scoperta come questo.

—Perchè?

—Perchè si piglia il nuovo mondo come viene.

—Matto!—esclamò Cosma.—E così, tu non hai neanche bisogno di fede, per
conservare il tuo buon umore!

—Chi te lo dice? Ho la mia fede ancor io; incomincio ad averne molta
nell’almirante. Ed è naturale. Io vado a mano a mano raccattando quella
che pèrdono gli altri. Non ti nascondo che questo nostro concittadino mi
piace. Ed è nato lanaiuolo! Dunque fuori di porta Soprana, nella strada
che mette al ponticello di Rivo Torbido. I lanaiuoli abitano tutti da
quelle parti. E lanaiuolo com’è di origine, e marinaio di professione,
ci ha un’aria di gentiluomo che consola.

—Non dei nostri, per altro.

—Ah sì, di un’altra stirpe, davvero. Ma vedi.... Cosma? Io mi son fatto
un giudizio tutto mio, in questa faccenda. L’uomo fa l’aspetto secondo
le passioni che lo muovono. Metti per dieci, venti, cinquanta e
cent’anni una famiglia contro l’altra, tutte disposte a mangiarsi il
naso, e vedrai che facce ti vengon fuori. È certamente per questo che
gli Adorni e i Fregosi, da un pezzo in qua, son tutte facce proibite.
Anche i Fieschi, sai, anche i Fieschi;—soggiunse Damiano, ridendo.—E
frattanto, che avviene? Che le facce serene e piacevoli, da veri
gentiluomini, bisogna cercarsele altrove.

—Tra i lanaiuoli, allora?

—Sicuramente; e tra quelli, più facilmente che nelle altre professioni.
Quelli, a buon conto, devono esser nati nel soffice.—

Il colloquio dei due marinai genovesi fu interrotto dal suono della
campana, che dal castello di poppa chiamava l’equipaggio alla preghiera
serale. Era quell’ora che il nostro maggior poeta ha cantata con versi
tanto soavemente malinconici nelle celebri terzine del Purgatorio:

    Era già l’ora che volge ’l desio
      A’ naviganti e ’ntenerisce il core
      Lo dì ch’han detto ai dolci amici addio;
    E che lo novo peregrin d’amore
      Punge, se ode squilla di lontano
      Che paia ’l giorno pianger che si more.

Tutti inginocchiati in coperta, e fattosi umilmente il segno della
croce, i marinai della _Santa Maria_ mormoravano con l’Almirante, che la
proferiva ad alta voce, la preghiera dell’_Angelus Domini_, istituita
nell’anno 1095 da papa Urbano II, al concilio di Clermont, pei crociati
che andavano in Palestina, e rimessa in vigore un secolo dopo, da
Gregorio IX, per tutto l’orbe cattolico. Mai, fino a quel giorno,
squilla vespertina e preghiera di cristiani s’erano udite più lontano
nell’aria. Le navi di Cristoforo Colombo erano allora a trecento leghe
di là dai confini d’Europa.

La preghiera dell’_Angelus_ era finita da poco, e tutti i marinai che
non erano di guardia alle vele, in vedetta sulla gabbia, o al timone, si
disponevano a scendere nei ranci sotto coperta, quando una strana luce
apparì davanti a loro, quattro o cinque leghe, lontana sul mare. Una
striscia luminosa e rossastra si dipingeva nel cielo, solcandolo ad
arco, e facendo sentire un alto fragore, come di artiglierie sparate in
distanza. Pareva di vedere una palla di ferro rovente, o parecchie,
vomitate da un mortaio; le quali scoppiassero per via, andando a
sprofondarsi nel mare, e lasciando dietro di sè un gran solco di fuoco.
La straordinaria grossezza di quel globo luminoso non permetteva di
pensare alle stelle cadenti, fenomeno abbastanza comune nelle calde
regioni e in certi mesi dell’anno. Nè la più parte di quei marinai
avevano veduto mai bòlidi; nessuno ne aveva mai veduto uno così fuor di
misura; e del resto, ad ogni fenomeno naturale di cui non si conosce la
causa, è più facile sgomentarsi che rinfrancare gli spiriti. Che cosa
significava quel razzo? era esso il principio del finimondo? non
prenunziava forse tutta una sequela di scoppi e di rovine?

Ma niente avvenne, di ciò che incominciavano a temere. Del solco
luminoso non rimaneva più traccia nel cielo. La pace regnò quella notte
e i giorni seguenti. Spirava da levante una brezza viva e costante, che
teneva in continuo esercizio le vele, senza dar travaglio all’alberatura
e al sartiame. Tutto andava dunque a seconda; favorevoli i segni del
cielo, più favorevoli ancora i segni del mare.

Infatti, sentite: s’incominciava a vedere sulla superficie delle acque
un grazioso spettacolo. Qua e là galleggianti sui flutti, o, per dir più
veramente, sulla liquida lastra del mare, lievemente increspata dalla
brezza, si scorgevano piccoli strati, come chiazze di verde. Entrandoci
le navi per mezzo, si vedevano quegli strati esser fatti di erbe verdi,
tanto verdi che parevano strappate di fresco dalle zolle natali. E le
chiazze si facevano a mano a mano più larghe, più frequenti, più fitte.

Fu a tutta prima una festa degli occhi, e per conseguenza una allegrezza
dei cuori. L’assenza del verde è la malattia del marinaio. Il verde è il
gradito colore della terra. Dicono gli astronomi che a guardarlo
dall’osservatorio degli altri pianeti, il nostro globo tramandi una luce
di smeraldo, a cagione delle sue terre e della vegetazione che le
ricopre. Peccato non esser là, su Marte, o su Giove, a vedere la bella
figura di pietra preziosa che dobbiamo far noi, nella immensità dello
spazio!

—Le isole sono vicine!—gridavano i marinai.—Vedete come son fresche,
queste erbe. Sembrano staccate ieri dal suolo.

—Effetto dello stare in acqua;—notava qualcuno.

—E sia, diciamo due giorni, tre, cinque. Ma a lungo andare,
marcirebbero. E poichè queste sono così fresche, siano di un giorno o di
cinque, la terra dev’essere vicina.

—Mettiamo di sei, e crepi l’avarizia. Io mi contenterei di toccar terra
fra sette.—

Così ridevano e scherzavano, dimenticando le recenti paure. Un marinaio
si buttò in acqua per cogliere una manata di quelle erbe, e portò a
bordo un granchio vivo, che fu subito presentato all’Almirante.

Quel povero crostaceo dell’Oceano non differiva punto punto dagli altri
congeneri suoi delle coste d’Europa. Ma dalla sua presenza in quelle
latitudini si poteva, a sentire i marinai di Moguer, grandi pescatori
nel cospetto di Dio, cavare un eccellente pronostico di spiagge vicine.
Essi infatti sostenevano che di granchi, a ottanta leghe da terra, non
se ne ritrovano più.

—Distanza giusta per metterci casa;—bisbigliò Damiano all’orecchio di
Cosma.—Non c’è più pericolo di pescarne.—

Poco dopo il granchio, indizio sicuro di terra entro le ottanta leghe di
distanza, si vide uno sciame di tonni che vennero a guizzare nella scia
delle navi. E poco dopo i tonni che scherzavano in acqua, venne un’altra
cingallegra a svolazzare tra l’albero di maestra e il trinchetto della
_Santa Maria_. Fors’anche era la cingallegra dei giorni scorsi, povera
cingallegra sperduta, che aveva intenerito il cuore di Cosma. Ma
comunque fosse, cingallegra e tonni erano altri indizi di terre vicine.
Anche l’onda marina, assaggiata dal pescatore del granchio, e poi via
via da altri curiosi, era meno salata in quei paraggi che non fosse
nelle acque delle Canarie. E quello, per bacco, era indizio di terre
vastissime, di un continente a dirittura, donde si scaricassero
nell’Oceano le acque dolci di grandissimi fiumi. E il mare sempre
tranquillo; e il vento sempre favorevole. Laggiù da settentrione
l’atmosfera un tantino più fosca; altro indizio di terra. E poi un fitto
sciame d’uccelli che passavano alti, volgendo a ponente; nuovo e
prezioso indizio che da ponente o da tramontana, ma sempre là, davanti a
loro, fosse vicina la meta.

La _Pinta_, grande veliera della squadra, si accostò al bordo della
_Santa Maria_, chiedendo all’almirante la licenza di muovere innanzi
liberamente, per iscoprire quella terra benedetta. Martino Alonzo Pinzon
si struggeva d’impazienza; sicuro del fatto suo, avrebbe desiderato
esser primo a dare la buona notizia. Ma l’almirante non diede la chiesta
licenza. Si doveva andar tutti di conserva, per non aversi a smarrire.
Ed egli, dai suoi computi, non argomentava vicina la terra. Che
ostinazione era la sua? I segni crescevano ad ogni giorno, quasi ad ogni
lega di cammino che le navi facevano. Due pellicani non erano proprio
allora passati in aria, venendo da ponente? Ora i pellicani non sogliono
andar mai lontani oltre venticinque leghe dal lido. Questo non lo
dicevano i soli pescatori di Moguer; lo asserivano tutti. E quei grossi
nebbioni che si levavano all’orizzonte, senza mestieri di vento, che
cos’altro volevano dire se non questo, che il viaggio di scoperta
toccava al suo termine?

Bene operava Cristoforo Colombo, resistendo alle domande di Martino
Alonzo Pinzon. I suoi computi potevano essere errati; sicuramente lo
erano, ma non in guisa da giustificare le speranze precoci della sua
gente, poichè la distanza tra l’Europa e il Nuovo Mondo dovea
riscontrarsi anche maggiore delle settecento leghe immaginate da lui.
Per intanto egli manteneva la sua autorità; e per il giorno dei
disinganni non sarebbe apparso incerto nella sua dottrina, facile ad
infiammarsi per ogni nonnulla, come i suoi compagni di viaggio, vagante
a caso sui mari, come un avventuriere od un pazzo.

—Stiamo tutti in riga, Martino Alonzo;—gridò egli al comandante della
_Pinta_;—ci sarà gloria per tutti. Gli indizi che osserviamo sono
certamente notevoli. Forse ci dimostrano l’esistenza di qualche isola
sulla nostra diritta. Ma non mette conto per ora di cercar piccole cose.
Vedremo al ritorno. Approfittiamo ora di questo buon vento, e facciamoci
avanti verso ponente. Desidero di toccar terra al pari di voi; ma penso
che ne siamo ancora distanti un bel tratto.—

E si apponeva al vero. La spedizione era appena a metà strada. Ma non
aveva arcipelaghi sulla diritta, nè sulla manca; e i pellicani, le
cingallegre, i granchi, i tonni, l’acqua meno salata, i nebbioni, il
mare erboso, non significavano niente di ciò che gli altri speravano.

E andavano, frattanto, procedevano fidenti tra quelle chiazze di verde
vivo. Ma a grado a grado quelle chiazze crescevano, si allargavano, e
presto non si vide che una chiazza sola; tutto il mare, intorno alle
navi, era verde per quello strato di erbe, come è verde un palude, un
serbatoio di acque stagnanti. E ad un certo punto, quello strato d’erbe
era così fitto da impedire il corso alle caravelle, obbligando i marinai
a spenzolarsi dalla prora coi lunghi aldighieri in pugno, per rompere e
allontanare l’ostacolo.

Era la prima volta che i marinai della vecchia Europa vedevano quelle
praterie galleggianti. Ignoravano perciò che il mar di Sargasso, come fu
chiamato di poi dalle alghe di cui è formato, occupa nel mezzo
dell’Atlantico uno spazio otto volte più vasto della penisola Iberica.
La formazione di quello strato verde non è più un mistero per la
scienza, dopo la scoperta del _gulf stream_, ossia della corrente del
golfo, il gran fiume oceanico che si parte dal polo antartico rimontando
fino all’artico, ma partendosi a mezzo il suo corso in due correnti, una
delle quali costeggia l’Africa e l’altra va a far gomito nel golfo del
Messico, lasciando nel centro un vasto campo di mare più tranquillo e
più freddo, nel cui fondo vanno a finire tutti i tronchi di alberi,
carcami di navigli, ed ogni materia pesante travolta dalle acque, mentre
alla sua superficie si raccolgono e galleggiano tranquille come in uno
stagno tutte le erbe marine, strappate dagli abissi dell’Oceano.

I marinai si erano rallegrati da principio alla vista del verde. Avevano
anche riso, vedendosi costretti a far piazza pulita con gli aldighieri.
Ma non si può rider sempre; e dopo aver riso, incominciarono a seccarsi;
dopo essersi seccati, tornarono a sgomentarsi da capo. Quegli strati
d’erbe non si sarebbero fatti a mano a mano più profondi, tanto da
imprigionare a dirittura le navi? Non era possibile che i mostri temuti
fossero per l’appunto in agguato dietro a quei monti di viscida verzura?
E se non erano mostri, non potevano essere bassi fondi, secche e
frangenti, in cui dovessero incagliare le caravelle? Dei mostri non
temeva l’almirante; ma bene incominciò a temere anch’egli delle secche.
A lui, memore di tutti i testi delle antiche scritture, ritornava in
mente l’Atlantide di Platone, quell’Atlantide inabissata, i cui resti
potevano benissimo essere rimasti a fior d’acqua, o alti tanto
sott’acqua da cagionar gravi danni alle carene delle navi. Ma questi
timori erano presto dissipati dallo scandaglio, che fu gittato più volte
e non trovò mai fondo, neanche con dugento braccia di sagola.

—Animo, dunque!—diss’egli, dopo parecchie di quelle prove
convincenti.—Abbiamo varcati oramai gli strati più fitti, e il pericolo
dei frangenti e delle secche è passato, se pure c’è stato mai. Vedete
poi come è costantemente favorevole il vento.

—Sì, ben dite, signore, costantemente!—rispose per tutti il pilota Perez
Matheo Hernèa.—Soffia sempre da levante, questo vento benedetto!

—Non sempre;—disse l’almirante.—Qualche volta è caduto; e abbiamo avuto
un po’ di brezza da ponente. Rara, se vogliamo; ma basta a dimostrarci
che anche qui comanda la legge della varietà.

—Con questo particolare, per altro;—replicò il pilota;—che quando soffia
il vento da levante si fa molto cammino, e quando soffia da ponente non
ha nemmeno la forza di sbatacchiar le vele contro gli alberi.

—Orbene, che volete voi dir con ciò, Perez Hernèa?

—Che per andare all’incerto, il vento aiuta; ma che, se dovessimo dar
volta, per ritornarcene a casa, il vento non ci aiuterebbe più. Ecco,
signore, con vostra licenza, e col debito rispetto, quello che voglio
dir io.—

L’almirante aggrottò le ciglia, alle parole dell’Hernèa. Ma si contenne,
e, per non averlo a riprendere prima del tempo, si provò perfino a
scherzare.

—Bravo il mio pilota!—diss’egli.—Uomo di provato coraggio com’è,
penserebbe egli a ritornare? proprio ora, che siamo tanto vicini alla
meta?

—Eh, vicini!... vicini!...—brontolò il pilota.—Qui non si capisce più
nulla. Ma la vostra esperienza, signore, che cosa può dirmi, intorno a
questo vento di ponente che non ha forza di muovere una vela?

—Che cosa posso dirvene io, Perez Hernèa? Sa il marinaio perchè il vento
spiri tanti giorni da un lato, e poi d’improvviso si volti? Verrà
giorno, io spero, che questo ed altri segreti dell’ordine naturale
saranno conosciuti. Per ora governiamoci con la pratica nostra. Ci sono
venti di mare e di terra, di golfi e di canali, ed alti e bassi, e forti
e deboli. Per prevederne l’andamento bisognerebbe conoscere i paraggi.
Voi conoscete benissimo ogni particolarità dei venti che soffiano nel
canale del Rio Tinto, e in quello dell’Odiel; non è vero?

—Certamente. Poveri a noi, se non avessimo pratica dei brontoloni di
casa nostra.

—Ebbene, qui sono altri brontoloni;—replicò l’almirante.—E siamo in casa
d’altri, e non li conosciamo ancora. Ma non sarà sempre così. Quando ci
avremo fatta la mano, sapremo come governarci con loro. Per ora,
osserviamo e studiamo. A me intanto par di capire una cosa: che qui,
come altrove, certi venti sono proprii di certe stagioni. Qui, ora, è la
stagione in cui regna il levante; approfittiamone. Verrà la stagione in
cui soffierà il suo contrario, e un po’ più forte che non abbia fatto
finora. Anche debole, lo abbiamo sentito; ne conosciamo dunque
l’esistenza. E forse ci ha dato questo indizio di sè, per levare ogni
dubbio a voi, sospettoso uomo. A me dice ancora che una terra è laggiù,
donde egli viene a battaglia, ma finora con poca forza di resistenza. Ed
è meglio così, per la nostra navigazione; non pare anche a voi?—

Perez Hernèa si acquetò, per allora. L’almirante aveva ragioni per tutti
i dubbi, per tutti gli argomenti in contrario. Ma egli non era da per
tutto, e non poteva vincere ugualmente tutti i pregiudizi di una gente
ignorante e ostinata. Quella lunga navigazione dove gli indizi
favorevoli non conducevano a nulla, quel verde che non finiva mai, quel
vento sopra tutto, quel vento che soffiava costantemente da una parte,
come per portarli ferocemente a capitar male dall’altra, mettevano tutti
in apprensione; e urtava i nervi la inflessibilità dell’almirante, di
quello straniero che voleva condurre tanti poveri figliuoli d’Andalusia
alla morte, per un suo puntiglio, per una sua stravaganza.

Molti erano stati incerti fino allora se egli fosse un impostore od un
pazzo. Incominciavano a creder tutti che gli avesse dato volta il
cervello. Queste fissazioni, che mostrano tanta imperturbabile serenità,
son veramente proprie dei pazzi.

E non si chiedeva più nulla a lui. Si obbediva ai suoi ordini,
materialmente, macchinalmente, senza metterci punto di quell’ardore, di
quella buona volontà che fa della obbedienza una cooperazione
intelligente.

Per contro, incominciavano da prora i crocchi, i capannelli, quei
borbottamenti, quelle mormorazioni, che non sono ancora il principio
della rivolta, ma ne accennano l’intenzione. Le povere caravelle
malconce; i viveri scarsi; l’acqua fradicia; i venti contrari al
ritorno; di coste all’orizzonte neppur l’ombra; mare, sempre mare,
nient’altro che mare; quella era la prospettiva. E quanto sarebbe
durata?

Indizi di terre ne erano venuti.... Sì, anche troppi, ed era il caso di
richiamarsene, come della famosa sua grazia a sant’Antonio di Lisbona.
Quei pellicani, quelle cingallegre, tutti quelli uccelli di passo che
erano trascorsi a squadre, a sciami, a nembi, sul capo dei naviganti,
ora venendo da prora via, ora da poppavia, non indicavano essi, nella
capricciosa direzione del volo, che qualche spirito maligno si prendeva
giuoco di loro? E qui taluni notavano che quei negri volatori, passando
sulle caravelle, avevano fatto sentire un acuto stridìo. Sì, certamente,
era uno scherno di potenze invisibili; le quali infondevano con vane
immagini le speranze nei cuori, e si beffavano ancora dei troppo creduli
marinai. E quegli uccelli, quei tonni, quelle nebbie basse
all’orizzonte, non erano che apparizioni diaboliche. I mostri non
sorgevano ancora dalle acque, dond’erano aspettati; si mostravano invece
all’orizzonte, brulicavano in aria.

Questa spiegazione degli indizi ingannatori apparve così chiara, che fu
creduta a breve andare da tutti. No, non più avanti, per contentare il
capriccio dell’avventuriere, del pazzo. Quell’uomo voleva trovar terra a
ponente, o morire; proposito da disperati! Ma egli poteva farlo, egli
che non aveva famiglia; non potevano essi, che a Palos, a Huelva, a
Moguer, lasciavano occhi per piangerli. Bisognava dunque ricusargli
obbedienza, forzarlo a ritornare indietro. Chi li avrebbe biasimati? chi
li avrebbe accusati di viltà? Si erano spinti quattrocento e più leghe
sull’Oceano, sul mare tenebroso, spavento di tutti i naviganti del
mondo. Che si voleva di più? che morissero tutti di fame, errando
inutilmente sopra un mare senza sponde? o che nei gorghi di quel mare
trovassero il sepolcro?

Le coscienze più timorate si davano pensiero di ciò che avrebbero detto
i sovrani, vedendo ritornare le caravelle in Europa. Ma che cosa
potevano dire i sovrani? Essi medesimi non si erano risoluti di
concedere al marinaio genovese gli uomini e le navi, se non per levarsi
d’attorno quel molesto supplicante, e a loro malgrado, come in troppe
occasioni era stato dimostrato. Vedendo ritornare uomini e navi, la
regina, forse, si sarebbe addolorata, poichè il Genovese aveva saputo
ammaliarla col suoi racconti del Cataio e di Ofir; ma poi avrebbe capito
che quel cercare il levante a ponente era una stravaganza, una pazzia; e
buona com’era avrebbe finito con rallegrarsi di veder salve tante vite
di bravi spagnuoli. Quanto al re Ferdinando, egli aveva detto di sì per
contentare la moglie; ma che fosse contrario nel profondo dell’anima
alla impresa di Cristoforo Colombo non era mai stato un mistero per
nessuno. Il ritorno della spedizione, senza aver nulla ritrovato della
terra promessa, neanche uno scoglio fuor d’acqua, sarebbe stato un vero
trionfo per lui.

Sì, dunque, ritornare indietro, ricusando obbedienza all’almirante,
obbligandolo ad accettare la legge da loro. Ma se non avesse voluto
persuadersi con le buone, era egli conveniente di passare alle cattive?
Non sarebbe sempre rimasto a carico loro il fatto della disobbedienza e
delle conseguenti offese alla sua persona? Da senno, o da burla, era
almirante, era vicerè, era governatore; e tutto ciò per decreto reale.

Il modo di superare quella piccola difficoltà alcuni dei più audaci lo
avevano trovato, e ne avevano già discorso lungamente tra loro. Ma non
se ne aprivano ancora liberamente nei crocchi più numerosi; stavano a
bocca chiusa, o parlavano a monosillabi, a interiezioni, quando erano
presenti marinai di altre nazioni; specie quando c’erano i due genovesi.
E i due genovesi avevano capito; e si erano lungamente consultati tra di
loro, per venire ad una risoluzione che di giorno in giorno si faceva
più urgente. Finalmente uno di quei capiscarichi che quando è stato lor
confidato un segreto, credono di averlo colto a volo, non istanno più
nella pelle se non lo consegnano altrui, si lasciò sfuggire qualche
parola coi due.

—Ah sì? il vostro Genovese non vuol saperne di tornare indietro?—aveva
egli detto.—Ebbene, ci resti lui, a naufragare per tutti. Un’ondata che
spazzi la coperta, e si prenda quel matto ostinato, non è poi tanto
difficile a trovare.

—Trovare.... sinonimo d’inventare, non è vero?—aveva risposto Damiano.

—Eh sicuramente! Capirete bene, voi altri, che quando la pazienza
scappa.... E il vostro Genovese la farebbe perdere ai santi.—

Damiano non volle sentirne più altro. Quella sera dormì male. A
mezzanotte doveva andar egli di guardia alla vela, e Cosma gli teneva
compagnia. Era l’uso, tra loro, di non separarsi mai; tanto che i piloti
avevano finito col mandarli sempre insieme a far le quattro ore di
guardia.

—Senti;—disse Damiano al compagno, quando furono soli sul ponte;—io, per
me, non ho più pace, fino a tanto che non ho detto ogni cosa
all’almirante. E tu, che cosa ne pensi?

—Io penso,—rispose Cosma,—che avremmo fatto bene a parlare anche prima.
Finalmente, qui non si tratta di riferire i discorsi della gente; si
tratta d’impedire un delitto. L’almirante dev’essere posto in grado di
custodirsi da un colpo di mano.

—Giustissimo!—ripigliò Damiano.—Eccolo là, per esempio, che esce dal
gavone di poppa, come fa tutte le notti, per invigilare la guardia. Egli
infatti non dorme che da un occhio. Ma per la sua persona egli non ha
nessuna vigilanza. Due uomini risoluti potrebbero gittarglisi addosso,
afferrarlo per la vita, levarlo di peso, e una, due, tre, buttarmelo a
mare come un sacco di cenci.

—Che infamia! e sarebbero capaci di farlo.

—Dunque, si dice tutto?

—Si dica.—

Mentre i due si confortavano scambievolmente a parlare, l’almirante
veniva a passo lento da poppa, per vigilare le guardie, che non si
lasciassero prendere dal sonno.

—Buona notte, signor almirante;—disse Cosma, appena quell’altro gli fu
vicino.—Iddio vi guardi.

—Ed anche voi, ragazzi;—rispose a bassa voce Cristoforo Colombo.—Buona
guardia.

—E san Giorgio valente vi conceda vittoria sui vostri nemici;—disse
Damiano, parlando nel vernacolo della sua città natale.

—Ah!—esclamò l’almirante, fermandosi.—I miei genovesi?

—Sì, messere, e desiderosi di parlarvi. Se non era questa occasione,
avremmo chiesto domattina di essere ammessi alla vostra presenza.

—Cose gravi, dunque? e da non potersi confidare al pilota?

—Gravissime, e vorremmo che non le sapesse neanche l’aria. Guardatevi,
messere! C’è del torbido, a bordo.

—Lo so, ragazzi, lo so. Da più giorni ho dovuto avvedermene. Gente
ignorante ed ingrata! che ci volete fare? Un giorno i più lievi segni
del mare e del cielo, segni che non persuadono me, offrono a loro una
certezza maravigliosa di approdo imminente. Un altro giorno una cosa da
nulla, mettete anche la costanza del buon tempo, me li sbigottisce come
i bambini un racconto della balia, quando non ardiscono più spiccarsi
dalle sue ginocchia per andare nel fondo della stanza. In verità,
figliuoli miei, non avrei mai creduto così debole la fibra umana. E voi,
come fate a non seguire l’esempio degli altri?

—Noi? noi.... è un’altra cosa!—rispose Damiano.—Noi abbiamo fede nel
nostro Genovese.

—Abbiatela in Dio;—rispose l’almirante.—Da lui vengono le grandi idee
alla mente; da lui i forti propositi al cuore dell’uomo.

—E dal demonio i cattivi, signor almirante;—rispose Cosma.—Si guardi,
Vostra Eccellenza. Da certe parole che abbiamo colte per aria, alcuni
tristi avrebbero intenzione....

—Di che cosa?

—Veramente....—balbettò Cosma.—È così nero, il disegno!...

—Di uccidermi, non è vero?

—No, mio signore.... o piuttosto, sì, perchè infatti, uccidere e far
sparire è tutt’uno.

—Già!—soggiunse Damiano, venendo in aiuto al compagno.—Si comincia a
parlare di un’ondata furiosa, che spazzi opportunamente la coperta,
trascinando con sè fuori del capo di banda il comandante supremo.—

L’almirante rimase alquanto sovra pensiero.

—Si pensa a questo?—diss’egli poscia.—Per fortuna non c’è l’occasione.
Il mare è così costantemente tranquillo!

—Certo, ed è ciò che li annoia. Questi marinai son venuti a desiderar le
burrasche, e mi fanno ricordare quel che si dice dei nostri villani del
Bisagno e della Polcevera, che si scorticano i polpacci con le calze di
seta. Ma Vostra Eccellenza capirà che non c’è bisogno di un temporale,
per fare un colpo di mano. L’essenziale è d’inventarne la notizia, per
quando si sarà ritornati in Ispagna, e bisognerà render conto della
vostra sparizione al governo.

—È un disegno infernale!—esclamò l’almirante, più inorridito che
spaventato dall’annunzio.—E siete certi che abbiano pensato di giungere
a tanto?

—Oh, per questo, non dubiti Vostra Eccellenza; coi nostri orecchi
medesimi abbiamo sentito il discorso.

—Pazienza!—replicò l’almirante.—Sebbene questo non dovessi aspettarmi,
vedrò di fare buona guardia.

—E la faremo anche noi;—disse Cosma.—Così conoscessimo i buoni, quelli
in cui confidate di più, per metterci d’accordo, e vegliar tutti sulla
vostra preziosa persona!

—Amici miei,—rispose Cristoforo Colombo, traendo un sospiro,—conosco
voi.... da pochi momenti. Quanto agli altri, non so nulla di loro.
Eravate a Palos; potete ricordare in che modo si è formato il nostro
equipaggio.

—Pur troppo, mio signore! Metà per forza, l’altra metà per caso; tutta
gente raccogliticcia. I buoni ci saranno di sicuro, e si vedranno alla
prova. Per intanto....

—Per intanto, è buio pesto;—conchiuse Damiano.—Ma Vostra Eccellenza
potrà confidarsi di queste cose co’ suoi ufficiali.

—Sì, sì, figliuoli, lo farò;—rispose l’almirante.—Ma non è questo, che
importa. La mia speranza è altrove. Siete voi marinai?

—Noi? sì, come vede Vostra Eccellenza.

—Infatti, la vostra condizione è tale, per ora. Ma dal primo momento che
ho dovuto guardarvi in faccia, mi è parso.... che non ne aveste l’aria.

—Le nostre mani, signore....

—Sì, capisco, le vostre mani saranno tinte di pece. Ma non è la pece che
fa il marinaio, come non è l’abito che fa il monaco. Le mani del
marinaio possono essere anche pulite, ma si riconoscono egualmente;
specie nella palma, che par foderata con pelle di squalo. Ora, le vostre
mani, che sono lieto di stringere....

—Si faranno ruvide quanto è necessario;—rispose Cosma, inorgoglito da
quella dimostrazione di benevolenza, ma anche un pochettino turbato.

—Sta bene;—disse l’almirante, sorridendo.—Quantunque, io non domandi ciò
come una qualità necessaria.... a mani di cavalieri.

—Messere....—mormorò quell’altro, più turbato che mai.

—Oh, non temete, non voglio andare più in là,—rispose l’almirante.—I
vostri nomi, se ben ricordo, sono....

—Cosma e Damiano;—si affrettò a rispondere Cosma.

—E Cosma è lui, e Damiano son io;—soggiunse Damiano.

—Benissimo. Due nomi di fratelli!

—Noi non siamo che amici; ma come fratelli ci amiamo.

—E perciò avete preso il nome da due santi fratelli, che erano anche
colleghi di professione;—replicò l’almirante.—Erano infatti due medici,
e del primo di loro mi pare di aver letto in un certo libro, che si
conservi ancora una ricetta.

—Sono anche i santi protettori dei pellegrini;—disse Cosma, che pareva
poco desideroso di stare sull’argomento della medicina.

—Siano dei pellegrini o dei medici, son sempre due
benefattori;—conchiuse l’almirante.—E voi certamente avete assunti i lor
nomi per adempimento di un voto.

—Vostra Eccellenza legge nei cuori come nei libri;—disse Damiano.—Siamo
infatti legati da un voto.

—Per il quale, probabilmente, avrete lasciati gli agi della vita,
venendo partecipi alle fatiche, ai pericoli di questo viaggio: non è
così?—

I due marinai non risposero parola. Ma per essi rispondeva la sapienza
dei popoli, stillata in proverbi: chi tace acconsente.

—Non voglio chiedervi ciò che non potete dirmi;—riprese Cristoforo
Colombo.—Siete genovesi, e basta ciò, perchè io v’abbia in conto di
fratelli. Ricordate soltanto che bisogna amarla, amarla molto, la terra
dove si è nati; amarla tanto più, quanto essa è più sventurata. Sapete
quanto abbiano fatta dolente la nostra povera patria, le discordie
maledette dei suoi figliuoli!...

—Voi dite bene, messere,—rispose Cosma.—E noi lo abbiamo ricordato già
molte volte, pensando a voi.

—A me?

—Certamente. Ecco un uomo insigne, dicevamo tra noi, un uomo che ha
fatto un disegno sublime, e potrebbe e vorrebbe darne la gloria e il
profitto alla patria; ma perchè la patria non è in condizione
d’intenderlo, egli deve rivolgersi ad altre nazioni, dando ad altri il
profitto e la gloria delle opere sue.

—Ah!—gridò l’almirante.—Lo intendete anche voi che dolore sia questo? e
come profondo? Io non lo dico a nessuno, perchè nessuno lo intenderebbe.
Pazienza, miei giovani amici! E lasciamo questo argomento tristissimo.
Intanto, le vostre parole mi han detto assai più che non dicessero le
vostre mani. Vorrei fare qualche cosa per voi; chiamarvi almeno tra i
miei ufficiali. Ma quante invidie si desterebbero! Non per ora, adunque.
Il giorno che avremo toccata la terra promessa, io sarò davvero vicerè e
governatore; e quel giorno, vedremo.

—Guardatevi intanto, messere. Noi non abbiamo mestieri che di una cosa:
di vedervi incolume, trionfante su tutti i vostri nemici. Laggiù avete
avuto da lottare coll’invidia; qui avete da lottare coll’ignoranza.

—E sempre con la malvagità;—conchiuse Cristoforo Colombo.—Ma le vostre
parole mi fanno ricordare ciò che volevo dire poc’anzi. Vi chiedevo se
eravate marinai, per raccontarvi del primo capitano con cui ho imparata
l’arte del navigare. Eravamo nelle acque dell’antica Cartagine,
atterrati, con un vento che non si potrebbe immaginare di peggio. Non si
poteva reggere al mare, bisognava ormeggiarsi e tener fermo ad ogni
costo. Ma le áncore aravano, per la forza della corrente, e si temeva di
andare da un momento all’altro a battere negli scogli.

—Un guaio; dei grossi—esclamò Damiano.

—Certamente;—rispose Cristoforo Colombo—e non c’era tempo da perdere. Il
comandante ordinò di mettere mano all’áncora della speranza.
«Credete—diss’io—che ci farà buon servizio?» Domandavo troppo, più
ch’egli non potesse sapere. Ma ad ogni modo, me la trovò lui, la
risposta: «Getta l’áncora e spera in Dio!» E così, come mi fu
consigliato nella mia prima navigazione, ho fatto io in tutte le altre
che seguirono.

—Confidiamo nel suo alto volere;—disse Cosma, inchinandosi.

—Ma pensiamo ancora,—soggiunse Damiano,—che chi s’aiuta Iddio l’aiuta.

—Oh, sicuramente!—rispose Cristoforo Colombo, non potendo trattenersi
dal ridere, alla pratica ammonizione.—Vi ho già detto che farò buona
guardia alla mia vita, se occorrerà; non aspetterò che mi assalgano;
andrò io contro ai loro disegni. Non si compiace di sfidare i bassi
pericoli, chi ha cuor d’affrontare i maggiori. Ma se è necessario di
entrare in lizza coi rivoltosi, anche questo farò. Voi, frattanto
abbiate per certa una cosa: che presto, con l’aiuto di Dio, saluteremo
la terra.

—Con questa fede siamo venuti;—disse Cosma.

—E ci sia pure da navigare altrettanto, non ci lagneremo, noi
altri;—soggiunse Damiano.—Voi dite, messere, che si serve a Dio, con
questo viaggio.

—È la mia opinione.

—E bisogna dunque servirlo allegramente. Lo raccomanda perfino il
Salmista.—

L’almirante sorrise e battè amorevolmente della destra sulla spalla di
Damiano.

—Ottimamente, giovanotto!—esclamò.—E che Iddio vi guardi ambedue. Ma
domandiamogli ancora una grazia;—soggiunse.—A persuadere questa gente
che ha il furore della paura, un buon vento gagliardo, e da ponente,
farebbe meglio di tutti i nostri discorsi.—



                            _Capitolo III._



Di una bella sconosciuta che mandò a Cristoforo Colombo un ramo di spino
                                fiorito.



Cristoforo Colombo era stimato un gran dotto in materia geografica,
cosmografica ed astronomica, quando non era stimato un impostore, od un
pazzo. Per lui, si sa, erano stranamente mutevoli i giudizi del volgo,
nobile o plebeo che si fosse; e saltavano da un estremo all’altro, come
qualche volta usano saltare i venti, dal primo al terzo, o dal secondo
al quarto quadrante. Si può dire, dopo aver letto attentamente la storia
della sua vita fortunosa, che gli storti giudizi, i sospetti, le
animosità contro di lui non posassero mai intieramente finchè egli
visse, da prima volendo regalare per forza un nuovo mondo alla Spagna,
poi disputando ai suoi grandi una corona di vicerè nelle terre scoperte,
e da ultimo combattendo virilmente per la propria fama, per il proprio
onore, per il proprio decoro, contro le invidie e le ingratitudini
congiurate. Ma ci furono anche nella sua vita, e frequenti, i giorni
della lode e della reverenza universale. Ci furono anche i giorni in cui
egli era tenuto per un gran mago, padrone di alti segreti naturali, e
capace di comandare agli elementi coll’autorità di misteriose parole. E
per un negromante, di sicuro, lo avrebbero tenuto i marinai della _Santa
Maria_, il giorno 22 settembre del 1492, se dieci o dodici ore prima,
cioè nel cuor della notte che fu sopra a quel giorno, lo avessero udito
domandare al cielo un vento gagliardo di ponente.

Quel vento si levò per l’appunto nella giornata, fortissimo, teso,
dritto da prora; tanto che fu necessario serrare i velacci e le basse
vele, prendendo i terzaruoli alle gabbie ed anche alla mezzana, per
mettersi alla cappa serrata. Non si navigava più, con quel vento
indiavolato al traverso; ma ne avevano anche una patente mentita le
sciocche paure dei marinai.

—Ed ora direte ancora che in questi paraggi il vento fresco soffia
soltanto da levante!—esclamò l’almirante, volgendosi a Perez Matteo
Hernea, suo pilota.

—Non lo dirò più, ve lo giuro;—rispose umiliato l’Hernea.

Il giorno seguente, le cose mutarono. Pareva proprio che quel vento da
ponente si fosse levato solamente per dar ragione a Cristoforo Colombo,
contro il suo equipaggio, e che, dopo aver fatto quella buona
testimonianza per lui, non avesse più motivo di soffiare. Cadde,
infatti, e il 23 ripigliò la brezza di levante, con cui si poteva andare
a gonfie vele per la rotta stabilita.

La _Santa Maria_ aveva dato gloriosamente tutta la sua tela al vento. Ma
non durò a lungo con quella velatura di buon tempo. L’almirante, a un
certo punto della giornata, comandò di serrar fiocchi, velacci, vela di
maestra e mezzana, contentandosi di navigare con la gabbia, il
trinchetto e la trinchettina. Certi punti neri all’orizzonte, diventati
presto nuvoloni, l’aria più fresca, un color di piombo sulle acque, gli
avevano annunziato imminente un temporale.

Non si era ingannato. Il temporale si avanzò minaccioso, oscurando il
cielo e sollevando il mare a tempesta. Le navi balenarono un poco, indi
presero a menar la ridda sui flutti, ora balzando sulle creste spumanti
che il vento incalzava, ora ascondendosi a mezzo nei profondi
intervalli, per cui pareva che volesse ad ogni tratto scoprirsi il fondo
degli abissi.

La tela al vento era ancor troppa; e l’almirante comandò di prendere i
terzaruoli alle gabbie. Poi, rinforzando il vento, le fece serrare a
dirittura, ed egualmente il trinchetto, di guisa che la nave prese a
correre con la sola trinchettina.

—Che mare, Santa Vergine!—disse Damiano al compagno, mentre scendevano
da serrare le gabbie.—Par quello che ha inghiottiti gli Egiziani, quando
volevano dar la caccia agli Ebrei.

—E quello fu per miracolo;—rispose l’almirante, davanti a cui passavano
i suoi due Genovesi.—Così credo che sia anche questo. Ci vogliono dei
miracoli, per ischiodare il cervello a questa gente. Del
resto,—soggiunse,—le ondate propizie al gran salto son qua; e i miei
nemici hanno già troppo da fare per sè, aggrappandosi al capo di banda,
o alle sartie.—

La burrasca non si chetò che verso il mattino del 24. Col sole ritornò
la calma sul mare. Le caravelle, così duramente travagliate da quella
collera d’elementi, ripresero la loro velatura ordinaria, e col vento
più maneggevole si fecero a navigare di conserva. La _Pinta_, anzi,
venne accostandosi quanto più poteva alla _Santa Maria_.

—Ecco Martino Alonzo che ha qualche cosa da dirmi;—pensò l’almirante.

Difatti il comandante della _Pinta_ voleva parlare a Cristoforo Colombo.
Questi, alcuni giorni prima, gli aveva fatta passare la carta nautica, a
lui mandata da Paolo Toscanelli: una carta sulla quale era segnata la
famosa isola di Cipango, ad una distanza che oramai doveva essere stata
oltrepassata da loro. E di questo dubbio, che glie ne era venuto, voleva
intrattenersi Martino Alonzo Pinzon coll’almirante.

—Pare anche a me, che abbiamo fatto un cammino più lungo;—gridò
Cristoforo Colombo al Pinzon.—Ma forse il Toscanelli ha fallato il
punto, collocando la grande isola sulla carta, o noi, ingannati dalle
correnti che ci han fatto derivare, abbiamo fallata la stima.

—Potrebbe anche darsi,—ripigliò il Pinzon,—che noi ci fossimo tenuti
troppo a ponente. Non credete opportuno di appoggiare un poco a garbino?

—Non credo;—disse l’almirante.—Del resto, fatemi passare la carta, e
osserverò meglio ancor io. Intanto non cangiate di rombo; mi
raccomando.—

La carta arrotolata e raccomandata ad una sagola fu scagliata a bordo
della _Santa Maria_. Cristoforo Colombo la portò allora nella sua
cameretta, la spiegò sul deschetto, e si fece ad osservare, insieme coi
più sperimentati dei suoi ufficiali, quale potesse per allora essere la
posizione delle navi.

Il lettore si maraviglierà che Cristoforo Colombo volesse rilevare il
punto di stima sopra una carta fatta di suo capo da un fisico
fiorentino, e nella quale era segnata l’isola di Cipango ad una distanza
immaginaria. Ma pensi il lettore che quella carta, fatta avanti la
scoperta delle così dette Indie occidentali, era tuttavia condotta
secondo due norme, che parevano sicure a que’ tempi: la divisione della
circonferenza del globo terrestre in ventiquattro zone, di quindici
gradi ciascuna, che formavano in tutto trecentosessanta gradi, e il
passo biblico di Esdra, ov’era detto che, diviso il nostro globo in
sette parti, sei sono terra, e la settima è ricoperta dalle acque. Messe
a riscontro queste due nozioni, aggiunta la notizia delle parti della
terra già scoperte al tempo di Tolomeo, aggiunto finalmente tutto quel
tratto che Marco Polo aveva visitato ad oriente, e i Genovesi scoperto
ad occidente, non era difficile tracciare lo spazio di mare che doveva
intercedere fra le Azzorre, estremità occidentale di Europa, e Cipango,
estremità orientale dell’Asia. Il difficile sarebbe ora di credere a
quella sistematica fabbricazione di carte nautiche; ma non era difficile
allora. E ad ogni modo si può considerare con benevolenza un errore, il
quale, rasentando la verità, condusse un uomo ardito e intelligente a
scoprirla.

Lo studio di Cristoforo Colombo e de’ suoi piloti fu repentinamente
interrotto da un grido d’allegrezza. Quel grido, ripetuto e rinforzato
da molte voci, veniva dalla _Pinta_. L’almirante uscì tosto in coperta,
e vide Martino Alonzo Pinzon, ritto sul castello di poppa della sua
caravella, che alzava le mani al cielo, in atto di giubilo, gridando a
squarciagola: terra! terra!

—Che è ciò che voi dite, Martino Alonzo?—gridò l’almirante a sua volta.

—Terra, terra!—ripetè il Pinzon.—Signor almirante, io chieggo la mia
ricompensa.—

Martino Alonzo Pinzon alludeva al premio che i reali di Castiglia
avevano stabilito per colui che primo scoprisse la terra. Il premio
consisteva in una rendita di trenta corone, un poco più di seicento lire
della nostra moneta d’oggidì.

E con la mano distesa, il comandante della _Pinta_ accennava verso
garbino, o libeccio, se meglio vi piace, dove infatti appariva una
lingua di terra all’orizzonte, forse venticinque leghe distante dalle
navi. I marinai della _Pinta_ si erano lanciati come scoiattoli su per
le sartie; così fecero i marinai della _Santa Maria_ e quelli della
_Nina_; tutti vedevano la terra, tutti confermavano con liete grida
l’annuncio di Martino Alonzo Pinzon.

Cristoforo Colombo non era intimamente persuaso; ma lo scuoteva la
sicurezza universale. Commosso, si buttò ginocchioni, rendendo grazie a
Dio. Martino Alonzo Pinzon fece di più: intuonò ad alta voce il _Gloria
in excelsis_, a cui tosto risposero gli equipaggi delle tre caravelle.

La terra si vedeva così chiaramente, e così vivo era l’entusiasmo di
tutti, che l’almirante stimò necessario di lasciare il suo rombo, che
era stato sempre il ponente, governando per tutta la notte a garbino. Ma
giunse l’aurora gran dissipatrice di sogni; e dissipò anche le speranze
di ricompensa che Martino Alonzo Pinzon aveva così facilmente nutrite.
La terra che avevano creduto di veder tutti con lui, non era che nebbia
vespertina; i primi chiarori del giorno avevano disperso il fantasma.

Alla speranza, alla fede, doveva tener dietro lo scoramento. E avevano
creduto di vedere la terra! E quella immagine di terra altro non era che
un inganno degli occhi, un miraggio, una fata Morgana, il solito scherno
delle potenze invisibili. Costernati, abbattuti, gli equipaggi
obbedirono tacitamente al comando dell’almirante, che ordinava di
riprender la via di ponente; quella via ch’egli non avrebbe mai
abbandonata, senza i lor chiassi importuni.

Per molti giorni si procedette al solito, con buon vento, mare
tranquillo, cielo sereno e dolce temperatura. Le acque erano così chete,
che parevano di lago, e i marinai, riavutisi alquanto delle loro
malinconie, si pigliavano spasso a nuotare intorno al bordo. Nuovi
indizi di terra si offrivano, aiutando a calmare le loro segrete
inquietudini; incominciavano a mostrarsi a sciami i delfini; i pesci
volanti, scagliandosi in aria sulle pinne spiegate, ricadevano a bordo
delle navi.

Si giunse così fino al primo di ottobre. Quel giorno, secondo la stima
di Perez Matteo Hernea, la spedizione navale del mare Oceano doveva aver
compiute le sue cinquecento ottanta leghe di navigazione, a ponente
dalle isole Canarie. Ma questa era la stima fatta secondo i computi
apparenti di Cristoforo Colombo. L’almirante faceva una stima tutta sua,
tenuta gelosamente segreta: e questa ascendeva a settecento sette leghe.
Nel fatto, adunque, s’era oltrepassata di molto la distanza assegnata
dal fisico Toscanelli a quella benedetta isola di Cipango.

Le mormorazioni erano ricominciate tra i marinai; e con le mormorazioni
le congiure. Sarebbero trascorse un giorno o l’altro ad aperta
ribellione, se di tanto in tanto qualche nuovo inganno degli occhi non
avesse fatto intravvedere la terra all’orizzonte. Ma anche queste vane
visioni, salutate da grida di giubilo, e seguite sempre da imprecazioni
di gente disperata, annoiavano l’almirante. Il quale risolutamente
dichiarò, e fece bandire su tutte le navi a suon di tromba, che chiunque
gridasse terra, senza che questa si scoprisse nei tre giorni
susseguenti, dovesse perdere ogni diritto di ricompensa, quand’anche
un’altra volta scoprisse terra per davvero.

E terra non gridò più Martino Alonzo Pinzon. Il comandante della _Pinta_
non credeva più alla esistenza della terra, nel rombo seguito da
Cristoforo Colombo. Questa sua sfiducia crebbe tanto, che nella sera del
6 ottobre, Martino Alonzo Pinzon si fece ardito a proporre di piegare
risolutamente a sinistra, cercando terra verso mezzogiorno. Inutile il
dire che l’almirante non reputò conveniente di appagare il desiderio di
Martino Alonzo Pinzon.

La mattina del 7 ottobre, allo spuntar del sole, molti marinai della
_Santa Maria_ credettero di veder terra a ponente. Ma temevano anche
d’ingannarsi, e non dissero parola, per non avere a perdere la speranza
del premio. Non furono così prudenti sulla _Nina_, che quel giorno
veleggiava innanzi alle altre caravelle. Credette Vincenzo Yanez di
veder terra, e gli parve di vederla così chiaramente, da non consentire
alcun dubbio. Perciò fece innalzare lo stendardo sull’albero di maestra,
e sparare un colpo di cannone. Erano quelli i segnali stabiliti, per chi
primo scoprisse il lido sospirato. Fu grande la gioia su tutte le navi;
ma fu anche breve. La nuova lingua di terra, comparsa all’orizzonte,
svanì come quella dei giorni andati; e ripreso l’abbattimento,
ricominciarono i lagni.

Per altro, i buoni indizi non facevano difetto. Numerosi stormi di
passeri campagnuoli trascorrevano alti sopra le navi, spiegando il volo
verso libeccio. Era dunque di là che bisognava cercare il nuovo
continente? Cristoforo Colombo incominciò a dubitare di aver commesso
qualche errore di latitudine; e perciò, nella sera del 7, si risolse di
piegare alquanto verso la parte a cui aveva veduto avviarsi i passeri
campagnuoli.

Tre giorni di seguito veleggiò verso libeccio, e crescevano sempre
gl’indizi di terra. Sciami di uccelli di svariati colori svolazzavano
intorno alle navi; i tonni scherzavano numerosi a fior d’acqua;
passarono a breve distanza un airone, un pellicano ed un’anitra; erbe
fresche e verdi galleggiavano intorno alla _Santa Maria_, che parevano
staccate quel giorno istesso dal lido.

Ma quante volte non si erano già veduti questi segni ingannatori? Le
ciurme non potevano più pascersi di quelle illusioni. Domandarono ad
alta voce di ritornare indietro.

Proprio allora? C’era da perdere il lume degli occhi. Cristoforo Colombo
affrontò quel giorno risolutamente la sua marinaresca. Lo facessero pure
a pezzi, ma egli avrebbe resistito fino all’ultimo. La spedizione era
destinata dal re e dalla regina alla scoperta delle Indie; qualunque
cosa accadesse, egli, non nato Castigliano, avrebbe serbato obbedienza
ai reali di Castiglia; sarebbe andato avanti nella sua intrapresa, fino
a che, per grazia di Dio, non giungesse a compirla.

Cosma e Damiano si erano piantati in prima fila, non per tener bordone
ai rivoltosi, intendiamoci, ma per consentire con le parole e con gli
atti ad ogni frase dell’almirante, e preparati, caso mai, a menar le
mani in sua difesa. Ma per allora non fu mestieri; i rivoltosi non erano
andati più avanti; la fermezza di Cristoforo Colombo da un lato,
l’accenno alla lealtà castigliana dall’altro, fors’anche il dubbio di
non esser tutti d’accordo nel proposito di ribellarsi alla volontà
dell’almirante, li rimandò indietro come un’onda di mar lungo; che si
ritragga spumeggiando e brontolando da un ostacolo che non ha potuto
rovesciare.

Nondimeno, la condizione di Cristoforo Colombo si faceva sempre più
difficile e pericolosa. Si poteva egli durare in quello stato di
contrasto, non più sordo, ma palese e a volte clamoroso, tra lui e la
sua marinaresca? Per fortuna, il giorno dopo quella scena di rivolta, si
fecero più frequenti e più notevoli gli indizi della terra vicina. Oltre
una quantità di erbe fresche, e di quelle che nascono lungo le rive dei
fiumi (e c’erano persino dei giunchi), fu colto un pesce verdognolo, di
quelli che vivono solamente tra gli scogli. Su quella erba, su quei
giunchi, sul pesce verdognolo, stavano almanaccando i marinai, quando ad
uno dei due genovesi, a Cosma, che stava guardando sul mare, venne
veduto qualche cosa, che lo persuase a spogliarsi in fretta e a tuffarsi
nell’acqua.

Damiano aveva fatto voto di non spiccarsi mai dal fianco di Cosma. Si
spogliò in fretta anche lui, e tenne dietro al compagno.

—Dove andate, voi altri?—chiese l’almirante, maravigliato di tanta,
fretta dei due genovesi.

—Ma!... Io non lo so;—rispose Damiano nell’atto di tuffarsi a sua
volta.—Cosma va in acqua, ed io lo seguo. Egli ha un occhio di lince e
l’altro di falco; due animali che vedono molto lontano. Ma io ho due
braccia e due gambe che vanno più svelte delle sue.—

Cosma, per altro, aveva otto o dieci bracciate di vantaggio sull’amico,
e Damiano lo raggiunse quando egli aveva già afferrato l’oggetto per cui
si era tuffato nell’acqua.

—Oh bello!—gridò Damiano, vedendo la preda che Cosma teneva sollevata
fuor d’acqua.—E per me nulla?

—Vedi? C’è dell’altro laggiù;—rispose Cosma.—Mi pare una canna.

—Ah, si! ed anche qualcos’altro di più nero,—disse Damiano, nuotando
verso il punto che gli era stato indicato da Cosma.

Questi, frattanto, ritornava verso il bordo della _Santa Maria_,
nuotando sul fianco destro, per poter tenere in alto, agitandola davanti
agli occhi dell’equipaggio, la sua bellissima preda.

—Non è alga, per bacco!—gridò, come fu sotto al capo di banda.—Non è
neanche erba, che si possa scambiare per alga. Gettatemi un cavo, da
poter tirarmi a bordo, senza guastare questo raro presente. È destinato
al signor almirante.

—E a me, perdiana! un cavo anche a me;—gridò Damiano, a cinque o sei
braccia più indietro,—non vengo neppur io con le mani vuote.—

Il cavo era stato gittato, Cosma vi si era aggrappato, anzi
attorcigliato con tutta la persona, ed era stato issato a bordo. Con la
stessa manovra, fu pronto a seguirlo Damiano.

—Ebbene, che cos’è?—disse Cristoforo Colombo, verso di cui s’inoltrava
Cosma, tutto grondante d’acqua salata.

—Signor almirante,—gridò Cosma, levando nel pugno un bel ramo di spino
fiorito,—questo è il presente che manda a voi una bella sconosciuta.—

Cristoforo Colombo prese il ramo di spino fiorito dalle mani di Cosma,
ammirò i bei fiori del color dell’oro che ne adornavano le vette, e
sorridendo rispose:

—Conosco la bella dama, quantunque non abbia ancora avuto l’onore di
vederla.

—Ma ella, signor almirante,—replicò prontamente Cosma,—vi dice con
questo ramo fiorito che voi la scoprirete fra poco. Fregiatevi intanto
dei colori di lei, come suo cavaliere.

—Così farò;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma ecco dell’altro;—soggiunse,
vedendo Damiano, che si avanzava anch’egli col suo donativo.—Questo non
è un presente della dama. Potrebb’essere del marito, figliuoli miei, ed
ammonir tutti noi a guardarci ben bene.—

Damiano, infatti, oltre una canna verde, offriva un lungo bastone di
legno, di colore tra il rosso e il nero, tutto tagliato a rozzi disegni
geometrici. Cristoforo Colombo osservò lungamente anche questo, e poi lo
concesse alla curiosità de’ suoi ufficiali di bordo.

—La terra è vicina, signori;—diss’egli poscia.—Con un ramo di spino ella
si annunzia; ma con questi altri segni ci ammonisce che dove ella è,
possono anche trovarsi i frangenti. Non ci stanchiamo di gettar lo
scandaglio, per conoscere quando saremo finalmente atterrati; ma sopra
tutto raddoppiamo di vigilanza nella notte.—

Piloti e gentiluomini di poppa risposero con vivi segni di approvazione;
i marinai, grandemente mutati da quelli dei giorni innanzi, batterono le
mani.

L’almirante si ritirò nella sua cameretta; e là, deposto il ramo di
spino fiorito a piè d’una immagine di Maria Vergine, che pendeva
dell’assito, stette lungamente raccolto nella muta preghiera dell’anima.

Quella sera, in coperta, dopo che fu recitata la _Salve Regina_,
l’almirante fece il gesto di voler parlare, e trattenne tutta la sua
marinaresca davanti al castello di poppa. Fecero cerchio intorno a lui,
religiosamente silenziosi ed intenti, tutti quegli uomini che pochi
giorni addietro avevano fatto il proposito di buttarlo a mare, e ancora
un giorno prima s’erano levati contro di lui a tumulto.

Ma egli non ricordava più quelle brutte scene, e generoso le aveva
perdonate. Parlò con semplice dignità, come uomo di alti spiriti, che
non ha nulla a temere dagli altri uomini, neanche la loro invidia, nulla
a sperare, neanche il loro amore, tutto avendo il suo conforto in sè
stesso ed aspettando il suo giudizio da ben altro giudice che non sia la
moltitudine sciocca.

Notò, incominciando, come la bontà divina, scortandoli con dolci e
propizi venti sovra il mare tenebroso, da lei fatto limpido e cheto,
avesse ad ogni tratto con nuovi indizi ravvivato il loro coraggio,
moltiplicando quei segni in proporzione dei folli terrori da cui erano
così spesso agitati, e conducendoli quasi per mano in una nuova terra
promessa. Rammentò l’ordine da lui dato alle navi, prima di salpare
dalle Canarie, di mettere in panna alla notte, dopo che avessero fatto
il cammino di settecento leghe a ponente. Le recenti apparenze
comandavano di attenersi oramai a quella precauzione, essendo probabile
che in quella notte medesima si ritrovassero in vista di quella terra
sospirata. Conchiudeva raccomandando di stare attentamente alle vedette
sull’alto del gavone di prora, promettendo a chiunque scoprisse primo la
terra, non solo la pensione assicurata dai Reali di Castiglia, ma ancora
una cappa di velluto, ch’egli avrebbe pagata del suo.

Il vento aveva soffiato abbastanza fresco per tutto quel giorno. Anche
il mare si vedeva più mosso. Le caravelle fendevano i flutti con una
rapidità meravigliosa, veleggiando al gran largo, e precedendo al solito
la _Pinta_, miglior veliera di tutte. Regnava a bordo della _Santa
Maria_ una animazione straordinaria: nessuno chiuse occhio per tutta la
notte; ognuno aspettando di vedere la terra.

Verso le dieci di sera, Cristoforo Colombo stava sul cassero di poppa,
esplorando ancora con gli occhi fissi il buio orizzonte. Tutto ad un
tratto, gli parve di vedere in lontananza risplendere un lume. Era
piccino e tremolante, come il lumicino della favola; e l’almirante
credette a tutta prima di aver traveduto.

—Gutierrez!—gridò egli, volgendosi a quello dei gentiluomini di poppa,
che era rimasto ultimo a vegliare con lui.

Pedro Gutierrez, gentiluomo di camera del re, e ragionier generale della
spedizione, si avvicinò prontamente.

—Signor almirante, son qua;—rispose egli, facendosi al fianco di
lui.—Che cosa volete da me?

—Dite, Gutierrez; non vedete voi laggiù, sulla nostra sinistra, un
lumicino che sembra danzare sulle acque?—

Pedro Gutierrez si fece a guardare laggiù, dove l’almirante accennava;
stette un poco in silenzio, aguzzando gli occhi nel buio, per
rintracciare quel lume; finalmente esclamò, con accento di convinzione
profonda:

—Ah, sì, eccolo là. Avete ragione, mio signore. E si muove, difatti.
Pare il lume di una barca peschereccia.

—O una fiaccola di viandanti, lungo la costiera d’un monte;—rispose
l’almirante.—Ma vi prego, don Pedro, chiamate qualchedun altro. Non
vorrei che c’ingannassimo in due.

—Chiamo don Rodrigo Sanchez?—domandò Pedro Gutierrez.—Poc’anzi, per
l’appunto, egli passeggiava con me; non può essersi già addormentato.

—Sì, chiamate don Rodrigo;—rispose Cristoforo Colombo.—È il nostro
ispettore d’armamento, uomo di buon giudizio, e non facile a travedere.—

Pedro Gutierrez discese dal cassero ed entrò nel gavone di poppa.
Cristoforo Colombo rimase solo al suo posto, non potendo spiccar gli
occhi dalla fiamma lontana, che brillava veramente a guisa di fiaccola,
agitata da persona che corresse. Ma tutto ad un tratto la fiamma
disparve, e il mare e l’orizzonte non furono più che tenebre fitte
davanti agli occhi di lui.

Rodrigo Sanchez di Segovia, capitano generale d’armamento della
spedizione Oceanica, giungeva allora sul cassero, insieme con Pedro
Gutierrez.

—Troppo tardi, ahimè!—disse l’almirante, con accento di tristezza.—Il
nostro bel lume è sparito.

—Sparito!—esclamò Pedro Gutierrez.—Ma io spero che ricomparirà, e don
Rodrigo potrà goderne anche lui.

—Voglia il cielo!—disse Cristoforo Colombo.—Ma noi certamente lo abbiamo
veduto; non è vero, Gutierrez?

—Sul mio onore;—rispose Gutierrez.—E non mi sono neanche fidato dalla
prima apparenza; ho voluto distinguerlo bene, averlo bene negli occhi.
Ma pensate, signore, che quel lume, se è d’una barca peschereccia, può
esserci nascosto ora da un cambiamento momentaneo di direzione della
barca. Se poi è una fiaccola a terra, può esserci nascosta la fiamma da
qualche fitto di piante; ricomparirà alla prima radura del bosco.—

Pedro Gutierrez non aveva ancor finito di parlare, che il lume
ricomparve difatti.

—Ah, eccolo nuovamente!—gridò l’almirante, che non aveva perduto di
vista quel punto dello spazio donde gli era apparso la prima volta il
lume.

—Guardate, don Rodrigo, laggiù, sulla nostra sinistra; per ritrovarlo,
non avete che da calare una linea perpendicolare dalla cima del pennone
di maestra. Ci siete?

—Sì, sì, ho veduto;—disse Rodrigo Sanchez.—Lo distinguo benissimo. E non
è un fuoco fatuo, per sant’Jago, quantunque saltelli la sua parte anche
lui. Ma è vivissimo, veramente di fiaccola, come di legno resinoso, o
d’altra materia combustibile di quella specie.

—Magari d’olio d’oliva, non è vero?—disse ridendo il Gutierrez.

—Eh, che cosa ne so io?—rispose il Sanchez.—Per essere olio d’oliva
veramente, domanderebbe un lucignolo enorme, a giustificare una luce
così viva. Sia quel che vuol essere, voi siete fortunato, signor
almirante. Oggi la bella sconosciuta vi manda il ramo di spino fiorito;
questa notte vi mette il lumicino sul davanzale. Bisogna andare, da buon
cavaliere; anzi, bisogna correre, come un paggio innamorato.

—E si corre, come vedete;—disse l’almirante.—Le vele portano tutte
maravigliosamente. Incomincio a temere che siamo già troppo vicini alla
meta.—

Il lume frattanto era sparito da capo, e per non ricomparir più nel
corso della notte. Dopo qualche altra celia sul fare di quelle che
abbiamo udite, don Rodrigo Sanchez se ne ritornò nel suo covo; e poco
stante gli tenne dietro il Gutierrez. Ma non si mosse Cristoforo Colombo
dal suo osservatorio. Vegliava sempre, nella notte, e quasi quasi non si
sapeva dire, a bordo, quando trovasse l’ora per chiudere un occhio: ma
quella volta doveva vegliar più che mai.

Immaginate, del resto, con quale ansia egli aspettasse il mattino. Ma
erano a mala pena le undici di sera, e l’alba doveva farsi aspettare un
bel pezzo. L’almirante passeggiava convulso in quel piccolo spazio del
cassero di poppa; ma ad ogni tanto si fermava, aguzzando lo sguardo
verso l’orizzonte, immerso tuttavia nelle tenebre.

Intanto la _Santa Maria_ procedeva gloriosa, fendendo i flutti, col
vento in fil di ruota, e al fioco lume delle stelle baluginavano
nell’ombra tutte le sue vele gonfiate. Veniva di conserva la _Nina_, che
le sue vele quadre, sostituite alle latine nel forzato soggiorno alle
Canarie, avevano resa più svelta. Precedeva di buon tratto la _Pinta_,
la gran veliera della spedizione, a cui questa sua qualità e l’umore del
suo comandante Martino Alonzo Pinzon avevano fatto dare i soprannomi
d’impaziente e di smaniosa. «Sì, dite, dite quel che vi pare» rispondeva
Martino Alonzo Pinzon, quando sentiva celiare sulla andatura frettolosa
della sua caravella. «Se la _Pinta_ mangia più leghe di voi altri, ogni
giorno, è segno che ci ha buono lo stomaco. E senza bere; notate, senza
bere! quantunque il suo nome gliene darebbe quasi il diritto.»

Erano le due dopo la mezzanotte, e Cristoforo Colombo passeggiava ancora
sul cassero, quando da prora via gli venne un lampo negli occhi, e dopo
il lampo negli occhi uno scoppio rumoroso, uno schianto agli orecchi.
Era la _Pinta_, la precorritrice della squadra, che traeva un colpo di
cannone, il lieto segnale della terra veduta.

Un’altra volta la _Pinta_ aveva fatto quel colpo di cannone, e di testa.
Se n’era pentita, e non c’era più ricascata. Se questa volta si
arrisicava a sparare, doveva averlo fatto con buon fondamento.

Tutta la marinaresca della _Santa Maria_, tutti gli ufficiali di poppa,
saltarono dai ranci e furono tosto in coperta.

I marinai di guardia alle vele avevano già data la voce, da prora e
dalle gabbie. Era la _Pinta_ che aveva sparato; la _Pinta_ che aveva
scoperta la terra. Infatti, dopo quel colpo di cannone, imbrogliava le
vele, rallentava il suo corso. Così almeno pareva di vedere, nella
penombra della notte stellata.

La _Santa Maria_ proseguiva intanto il suo cammino. Raggiunse la
_Pinta_, mentre questa compieva la manovra per mettersi in panna.

—Terra! terra!—gridò Martino Alonzo Pinzon, appena vide accostarsi la
_Santa Maria_,—La terra, signor almirante, la terra!—

E tutti, dal bordo della _Pinta_, ripetevano il grido. Tutti lo
ripetevano con eco formidabile, dalla _Santa Maria_ e dalla _Nina_, che
si avanzava a gonfie vele pur essa.

Cristoforo Colombo aspettò che si chetasse il clamore; poi ad alta voce
domandò:

—Chi è stato che l’ha scoperta?

—Un marinaio di guardia, Rodrigo di Triana.

—A che ora?

—Un’ora fa; subito abbiamo sparato il cannone, per darvene l’avviso.

—Anche il signor almirante l’ha scoperta, e quattro ore prima;—gridò a
sua volta Pedro Gutierrez.—Erano le dieci di sera, quando egli ha veduto
un lume che brillava alla spiaggia.—

Così ricambiate le notizie tra le due caravelle, tutti si diedero ad
osservare la lingua di terra, che incominciava a vedersi distintamente,
come una massa nera, sulla superficie del mare, a due leghe di distanza.

—Lesti a serrar le vele;—gridò l’almirante.

Le vele furono prontamente serrate, sulla _Santa Maria_. La _Nina_ non
fu lenta a seguitare l’esempio. Bisognava mettersi tutti in panna, per
evitare il pericolo, dato che ci fossero frangenti, o bassi fondi, in
prossimità della riva. Per muoversi da capo, per accostarsi all’approdo,
si aspettava il sorger dell’alba.

Cristoforo Colombo era profondamente agitato. Avrebbe voluto pregare, ma
non poteva; il turbamento dello spirito, oppresso da mille pensieri
affollati, il tremito di tutte le fibre convulse, gli negavano, oltre
l’uso della parola, l’ordinata connessione delle idee. Temendo di dare
spettacolo della sua commozione, discese dal cassero; discese a stento,
sentendo che male lo reggevano le gambe; rientrò nella sua cameretta, e
là finalmente, gittatosi con le braccia in croce sulla sponda del suo
giaciglio, davanti allo spino fiorito e all’immagine di Maria, non
pregò, non ringraziò, diede in uno scoppio di pianto. E furono molte le
lagrime, prima che si sciogliesse il nodo che i singhiozzi gli facevano
alla gola, come i pensieri alla mente. Tutti gli affanni sostenuti, gli
stenti fisici, i patimenti morali, i dubbi, le delusioni, le paure di
tanti anni infelici, si sfogavano in quella abbondanza di lagrime, che
occhio umano non doveva vedere. Che sollievo, quel pianto! e quante cose
diceva, che la lingua non avrebbe mai saputo ripetere! che elevazione di
spirito, in quella prostrazione di nervi! che effusione riconoscente di
un cuore onesto, che amava confessare la sua pochezza, ripetendo
intieramente dal cielo quella fortunata virtù, per cui egli, oscuro
marinaio, deriso e disprezzato, era fatto ministro di una grande opera,
della più grande a cui creatura umana potesse raccomandare il suo nome
nel tempo!

Piangeva, e piangendo si addormentò. Sono dei più robusti organismi,
queste debolezze improvvise. Essi hanno vegliato tanto nello spasimo del
desiderio, nella agonia dell’aspettazione, che alfine, come corda di
arco troppo teso, si rallentano le fibre. E dormendo, egli sognò di
fantastici regni che offriva ai sovrani di Castiglia; sognò di luminose
regioni, a lui additate da una donna d’insigne bellezza, che teneva in
mano, accostandolo al seno palpitante, un ramo di spino fiorito. Ma
quella donna non era la sconosciuta dei mari. Egli aveva già veduto quel
volto, dai delicati e nobili contorni; non gli erano nuove quelle ciglia
lunghe, che ombreggiavano, senza nasconderle, due pupille scintillanti
di vivissima luce; nè il bianco incarnato delle guance fiorenti, nè i
bei capegli neri, nè l’alterezza della elegante e flessuosa persona. La
vide egli, e mormorò nel sogno il suo nome: Beatrice di Bovadilla. Era
per lei, protettrice generosa e costante, era per lei il ramo di spino
fiorito. Ma anch’essa non lo aveva accettato in presente, che per farne
omaggio alla Vergine, alla madre di tutti i dolori, ed anche di tutte le
consolazioni. E deponeva l’offerta, ma ancora la tratteneva, come per
dimostrare a lui di non avere sgradito il dono. Frattanto, volgeva a lui
uno sguardo, lampeggiante di passione, illanguidito nella espressione
dell’annientamento supremo; con lo sguardo un sorriso, un palpito, un
bacio, mandato lentamente col sommo delle dita; e spariva. L’angiolo dei
casti pensieri, che tutti abbiamo immaginato e intravveduto, amoroso
custode dell’uomo, di questo inesperto Tobiolo del viaggio terrestre,
non aveva a turbarsi di quel bacio, che la visione del sogno offriva al
povero almirante del mare Oceano. Era un bacio, poi? o non piuttosto un
pensiero compassionevole, un saluto, un addio?

Si destò finalmente. Quanto era durato il suo sonno? Era balzato in
piedi, ritornando alla coscienza di sè medesimo. Non aveva sicuramente
dormito molto, perchè nella cameretta era buio ancora. E poi, egli
sentiva le guance ancor molli di pianto. Rasciugò le sue lagrime, si
scosse, ed uscì nuovamente in coperta.

L’alba non era spuntata ancora; ma già, all’orizzonte, si distingueva
meglio quella lingua di terra, isola, o promontorio di continente
avanzato sul mare. Per quella volta, non era più da temere una delusione
mattutina; i contorni non erano di nube, nereggiavano come dorsi di
colline sull’azzurro cupo del cielo. Ed era la terra desiderata;
finalmente, era quella. Come si sarebbe mostrata ai suoi occhi?
Somigliante, nella vegetazione, alle terre d’Europa? Da qual gente
abitata? Ultimo confine del mal conosciuto Cattaio? Isola solitaria sul
mare, e lontana ancora di molto dalla ricca Cipango? Quali domande, a
quell’ora! Il giorno era imminente, i dubbi si sarebbero chiariti, le
curiosità pienamente appagate. Per intanto, era la terra.

A questa conclusione erano venuti più facilmente i marinai, che non
sentivano il bisogno di saper tante cose, e ballavano la ridda sulla
coperta, accompagnando i salti e le capriole con liete canzoni paesane.

L’alba sospirata imbiancò l’orizzonte, diffondendosi via via per la
volta del cielo. Col suo mite chiarore, un fremito gaio corse
sull’acque. La terra nereggiava ancora; ma a grado a grado si fece
turchina, azzurra, violetta, e da ultimo, spuntando dal lontano
orizzonte marino i primi raggi rossastri del sole, mostrò le sue vette
dorate, mentre le coste si andavano tingendo di verde.

La bella sconosciuta del mar tenebroso, la donatrice del ramo di spino
fiorito, era dunque là, manifesta allo sguardo di tutti. E tutti la
divoravano con gli occhi. Fu necessario che l’almirante ripetesse
l’ordine un paio di volte, perchè i piloti lasciassero di contemplarla,
e attendessero alla manovra delle vele, che volevano essere nuovamente
distese.

Si procedeva, sempre aiutando il buon vento di levante, che aveva
assistite le caravelle per quasi tutto il viaggio. E l’isola, scambio di
essere accostata dalle navi, pareva venir loro incontro sulle acque
d’argento. Perchè era un’isola veramente: l’occhio esperto del marinaio
non aveva durato fatica a riconoscerla per tale. S’indovinava estesa di
molte leghe; si vedeva tutta sparsa d’alberi come un giardino, ed era,
come un giardino, tutta fresca e ridente, sebbene non offrisse allo
sguardo che le silvestri bellezze di una incolta natura.

—A te, Cosma!—disse Damiano al compagno.—A te che hai un occhio di lince
e l’altro di falco, spetta di farti onore, questa mattina. Vedi tu case?
palazzi? tugurii? e cittadini che aspettino sulla calata del porto?

—Finiscila, matto!—rispose Cosma.—Io non vedo tugurii, nè palazzi, nè
case. Ma qualche cosa vedo brulicare alla riva, e sbucare fra i tronchi
degli alberi. Dovrebbero essere creature umane, poco vestite, assai poco
vestite.

—Ho capito;—disse Damiano;—tutta gente svegliata di soprassalto; molto
curiosa per giunta; e non avranno avuto tempo a vestirsi.—

Damiano interruppe a questo punto la sua chiacchiera, sentendo una mano
che dimesticamente si posava sulle sue spalle. Si volse, e vide
l’almirante; lui, proprio, il signor almirante del mare Oceano, ilare in
volto, radioso nello sguardo, nobilmente vestito di una cappa scarlatta.

—I miei Genovesi sono di buon umore, stamane?—diss’egli amorevole.

—Io, sì, mio signore;—rispose Damiano.—Il mio compagno, invece, non
tanto. Vedremo se le bellezze di.... come si chiamerà poi quella
benedetta città, che non si vede?... Vedremo, dico, se riusciranno a
scaldarmelo un poco.—

Cristoforo Colombo sorrise, e passò. Ai due concittadini aveva rivolto
il discorso nel vernacolo genovese. Quella mattina, felice com’era,
trovò modo di parlare con tutti i marinai della _Santa Maria_ nella
lingua di ciascheduno: in castigliano ai Castigliani, che formavano per
la massima parte il suo equipaggio; in portoghese ai due Portoghesi, che
v’erano associati, quasi per ragione di buon vicinato; in inglese e in
irlandese all’unico Inglese e all’unico Irlandese, che c’erano come
sperduti. Per costoro furono poche frasi, le sue, delle più comuni, di
quelle che ogni marinaio intelligente può subito imparare in un porto
straniero, come per prendere il verso della nuova lingua, e stabilire le
sue prime relazioni, nei più urgenti bisogni della vita. Ed anche
avrebbe potuto parlare islandese, se avesse avuto un Islandese a bordo;
poichè, nella sua vita di marinaio, aveva anche approdato in Islanda,
nell’_ultima Thule_ degli antichi.



                             _Capitolo IV._



                  Le maraviglie della terra promessa.



In un venerdì, che fu il 3 agosto del 1492, Cristoforo Colombo era
partito dall’isolotto di Saltes, sulla costa occidentale d’Europa, per
muovere alla ricerca del Nuovo Mondo. In un venerdì, che fu il 12
ottobre del medesimo anno, doveva egli approdare alla prima terra
scoperta di là dall’Atlantico, dal terribile mar tenebroso. Ed ora
seguitate a dir male del venerdì, gabellandolo sempre per un giorno
nefasto, se ne avete il coraggio.

Il disco del sole era già intieramente fuori delle acque, allorquando il
signor almirante del mare Oceano diede il comando di gettare le áncore e
di mettere in mare i palischermi. Il doppio lavoro fu compiuto alla
svelta, da una marinaresca giubilante. Nella barca, come più capace,
Cristoforo Colombo volle compagni i primari ufficiali della spedizione,
Diego di Arana, grande _alguazil_, o capo di giustizia, Pietro
Gutierrez, gentiluomo di camera, anzi cantiniere del re, diventato
ragionier generale della squadra, Rodrigo Sanchez, ispettore d’armamento
e revisore dei conti, Rodrigo d’Escovedo, regio notaio, Bernardino di
Tapia, istoriografo, e Luigi de Torres, ebreo convertito ed interpetre
per le lingue orientali, che si supponevano parlate laggiù. Seguivano i
piloti, o luogotenenti di bordo, Pedro Alonzo Nino, Bartolomeo Roldan,
Sancio Ruiz, Giovanni di Cosa. Il quinto, Perez Matteo Hernea, restava
di guardia a bordo. Il ringhioso uomo non aveva creduto alla terra; lo
puniva la sorte, non lasciandogli toccare fra i primi la terra.

Nel bargio, che era il palischermo minore, l’almirante fece discendere i
tre scudieri, addetti alla sua persona: Diego Mendez, il fedelissimo,
Francisco Ximenes Roldan, il futuro ingrato, e Diego di Salcedo. Con
essi, tra i marinai, diede posto a Cosma e a Damiano; segno di
particolare cortesia per i suoi due genovesi. E non vorrete mica
imputarlo di parzialità, per aver egli pensato in quella occasione ai
suoi concittadini. Erano stati due marinai esemplari per tutto il
viaggio; l’obbedienza, la prontezza al lavoro, meritavano un premio.
Egli, del resto, quantunque li sospettasse di condizione superiore a
quella che dalla loro scelta appariva, non mostrava di distinguerli
dagli altri marinai, poichè li chiamava appunto tra i rematori.

Ed egli, nella barca, ritto sulla poppa, dirigendo la voga, torreggiava
su tutti i suoi ufficiali. Stringeva nel pugno l’asta dello stendardo;
lo stendardo della capitana, quello che portava il gran crocifisso in
campo bianco; mentre gli altri comandanti, Martino Alonzo Pinzon, della
_Pinta_, e Vincenzo Yanez, della _Nina_, discesi anch’essi nei loro
palischermi, impugnavano gli stendardi delle loro navi; di bianco, alla
gran croce di verde, accostata dalle iniziali del re Ferdinando e della
regina Isabella, sormontate dalla corona reale.

I sei palischermi mossero a voga arrancata verso la riva, andando primo
fra tutti quello che portava l’almirante. Questi e i compagni suoi erano
presi d’ammirazione alla vista delle ampie foreste che vestivano le
basse colline dell’isola, e dei frutti di specie sconosciute, che
pendevano dagli alberi, fin sopra alle sponde. Il cielo era puro, le
acque trasparenti come cristallo, l’aria tiepida e fragrante di profumi
silvestri; tutto ciò che vedevano, tutto ciò che sentivano, era un
incantesimo lieto.

In prossimità del lido i vogatori presero a sciare coi remi, facendo
girar destramente sul proprio asse la barca, affinchè presentasse la
poppa alla spiaggia. Cristoforo Colombo fu il primo a balzar sulla rena,
e i suoi ufficiali lo seguirono, ma a rispettosa distanza, reverenti e
commossi, vedendo com’egli, toccato a mala pena il lido, cadesse
ginocchioni, baciando tre volte la terra. In questo atto di omaggio a
Dio lo imitarono tutti; ma forse nessuno versò le calde lagrime che un
vivo sentimento di profonda gratitudine gli strappava dagli occhi.

Alzatosi poscia da quella adorazione, Cristoforo Colombo sguainò la
spada, dispiegò lo stendardo reale, e chiamati al suo fianco i
comandanti della _Pinta_ e della _Nina_, mentre facevano ala tutti gli
altri ufficiali, recitò la preghiera latina che egli stesso aveva
composta in viaggio, per quella circostanza:

—Signore Iddio eterno ed onnipotente, che col sacro tuo verbo creasti il
cielo, la terra ed il mare; sia benedetto e glorificato il tuo nome, sia
lodata la tua maestà, che si è degnata di fare, per opera di questo
umile servo, che il tuo sacro nome sia conosciuto e predicato in
quest’altra parte del mondo¹.

   ¹ In latino (e merita di essere riferito testualmente, poichè è
     composizione di Cristoforo Colombo): «_Domine Deus æterne et
     omnipotens, qui sacro tuo verbo cœlum et terram et mare creasti;
     benedicatur et glorificetur nomen tuum, laudetur tua majestas quæ
     dignata est per humilem servum tuum efficere ut ejus sacrum nomen
     agnoscatur et prædicetur in hoc altera mundi parte._» La preghiera
     di Cristoforo Colombo, per ordine dei reali di Castiglia, fu usata
     in simili circostanze dagli altri scopritori spagnuoli, come
     Bilbao, Cortes e Pizzarro.

—_Amen!_—risposero divotamente gli astanti.

Finita la preghiera, l’almirante piantò lo stendardo, levò la spada, e
battendone la punta sul terreno, prese solenne possesso dell’isola in
nome del re e della regina di Castiglia, imponendole il nome di San
Salvatore.

Rodrigo di Escovedo, regio notaio, mise mano alla carta e stese l’atto,
che Cristoforo Colombo firmò, e dopo di lui gli altri ufficiali. In
quella occasione egli assumeva, firmando, i titoli di almirante, vicerè
e governatore. E gli ufficiali, innanzi di firmare a lor volta, gli
giurarono tutti obbedienza.

Le cerimonie erano finalmente adempiute. Ufficiali e marinai potevano
abbandonarsi alla gioia di quelle ore stupende, indimenticabili, che
seguivano a tanti giorni, a tante settimane di stenti e di terrori. A
tutti gli equipaggi fu data licenza di scendere a terra; armati, per
altro, e con ordine di non allontanarsi dalla spiaggia, dove potevano
preparare il loro pasto quotidiano.

L’arrivo di quei marinai a terra fu la scena più graziosa, nel suo gaio
disordine, che si potesse immaginare. Barcollavano tutti, come
ubbriachi, un po’ perchè disusati da tanto tempo al saldo terreno, un
po’ perchè la commozione era forte, e si reggevano male. Nell’eccesso
della loro allegrezza, preferivano saltare. Giunti alla presenza
dell’almirante, che ritto a’ piè di un albero li stava contemplando, gli
si strinsero attorno, quale baciandogli le mani, quale abbracciandogli
le ginocchia, e tutti gridando i più sperticati evviva al grand’uomo, al
protettore, al dio della gente di mare. Ed erano gli uomini che una
settimana prima volevano disfarsi di lui, buttandolo a mare!

E frattanto, le creature umane poco vestite, anzi punto vestite, a cui
aveva accennato Cosma, dov’erano? Sulla riva, affollate, al primo
apparir delle navi, di quei mostri ignoti, che fendevano coi negri corpi
le onde marine, spiegando in aria lunghissime ali di cigno. Ma ben
presto avevano veduto ripiegarsi quelle ali, i mostri fermarsi a mezzo
il loro cammino, cavandosi dal seno due mostricini per ciascheduno, e
quei mostricini affrettarsi alla spiaggia. Tanto era bastato perchè
quelle povere creature umane si allontanassero in fretta dalla spiaggia,
andando a nascondersi nelle vicine boscaglie. Da principio non avevano
ardito neanche di ricogliere il fiato, tanta era la furia del correre in
salvo; poi, dalla vetta di un palmizio su cui qualcheduno dei più audaci
si era arrampicato, giungeva l’annunzio che i piccoli mostri toccavano
terra, balzandone fuori uomini stranamente fatti, coperti di vivi
colori, e taluni di essi con la persona vestita di squamma lucente alla
guisa dei pesci. Quegli uomini strani si erano fermati, non mostravano
intenzione d’inseguire i poveri abitanti dell’isola. I piccoli mostri si
erano allontanati dalla riva, per ritornarsene là, d’onde erano venuti,
presso i mostri maggiori; e ai più savi uomini della tribù non era stato
troppo difficile argomentare che si trattasse di piroghe, ma più grandi
e più capaci delle loro, tanto sottili e così poco sicure, scavate
com’erano grossamente nei tronchi degli alberi.

Che cosa facevano quegli esseri maravigliosi, rimasti soli sul lido? che
riti compievano, agitando quelle aste, da cui pendevano quei pezzi di
tela? Perchè si buttavano alle ginocchia di uno tra loro, notevole per
la statura elevata e per quello splendore di rosso scarlatto? Perchè
alzavano le mani al cielo? Invocavano in quella maniera i loro spiriti
tutelari? Ma quell’uomo alto, dai lunghi capelli d’oro, non era egli
stesso uno spirito buono, disceso per essi, o con essi, dal cielo?

La curiosità aveva vinto il timore. I più giovani ed animosi
incominciarono a farsi avanti tra gli alberi, venendo fino al limite
estremo del bosco. Gli esseri strani avevano l’aria di non avvedersi
neanche della loro presenza; se pure accadeva che volgessero gli occhi
da quella parte, non si trattenevano mai a guardare, e tranquilli
attendevano ai loro discorsi. Taluni, anzi, andando attorno per la
spiaggia, raccoglievano stipa e rami secchi, che portavano a certi
focolari improvvisati, per accendervi il fuoco e preparare il pasto
all’aperto. Non avevano dunque cattive intenzioni; erano esseri buoni,
discesi a quella spiaggia per riposarsi, non per nuocere ai tranquilli
abitanti dell’isola. E allora i selvaggi osservatori prendevano animo,
si facevano sempre più avanti; qualcuno di essi era già uscito dalla
macchia, e, mettendo piccole grida, cercava di destar l’attenzione dei
nuovi venuti. I quali, finalmente, incominciavano a voltarsi, a
guardare, e, senza muoversi dal posto che s’erano scelto sulla riva,
invitavano coi gesti la timida gente ad accostarsi. Ma ancora non si
fidavano, i naturali del luogo; stavano là sospesi, continuando a
mettere le loro piccole grida, quasi volessero invitare quegli esseri
strani a far sentire anch’essi il suono della lor voce, che ancora non
avevano udita.

Cristoforo Colombo si era avanzato lentamente di pochi passi verso la
macchia. Col gesto cortese, e col tono di voce più soave che seppe,
chiamò quella gente a sè, esortandola a non aver paura degli stranieri.
Egli bene intendeva che le sue parole non sarebbero state capite; ma
parlava ad ogni modo, perchè le frasi giustificassero il gesto.

Una donna era in quella piccola schiera di selvaggi. Fu essa la prima a
farsi più avanti, rassicurata dagli atti amorevoli, e dal nobile aspetto
dell’uomo dai capelli d’oro. Poveri capelli d’oro, in mezzo a cui erano
già tanti i fili d’argento! La donna, a mala pena coperta d’una fascia
di stoia raccomandata sul fianco, aveva due bambini con sè, due putti a
cui non toglieva grazia il color di rame della carnagione. E parlava
loro, incitandoli con gli atti; e uno di loro finalmente si mosse,
facendo alcuni passi verso l’almirante, che ne aveva fatti altrettanti
verso di lui, mandandogli un sorriso e un gesto di carezza. Così, a poco
a poco, vinto il sospetto e la ritrosia dei bambini, l’almirante si
ritrovò tanto vicino ad essi, da poter porre la mano sulle lor brune
testine; poi, tratti fuori due sonagliuzzi di metallo, li fece
tintinnare al loro orecchio, destando in essi un senso di curiosità e di
grata maraviglia.

—Prendete,—diss’egli allora,—son vostri.—

E col gesto dichiarando le parole, diede i due sonagliuzzi ai bambini.

La donna si avanzò per abbracciare i figliuoli, fors’anche per
incuorarli a dir grazie. Ed ella pure ebbe un dono dal nobile uomo dei
capelli d’oro: un sottil vezzo di perline di vetro. Il gesto
dell’almirante, nell’offrirle quel dono, significava, che ella poteva
adornarsene, mettendolo al collo.

Donna e bambini ritornarono verso la macchia, saltellando e gridando in
segno di allegrezza. E il vezzo di perline e i piccoli sonagli furono
argomenti di ammirazione per tutti quei selvaggi affollati. Il ghiaccio
era rotto. Anche gli uomini, poichè ebbero ammirati i donativi, si
avanzarono verso il donatore, lo attorniarono, riguardosi da prima,
quindi a mano a mano più familiari, cedendo agli impulsi della loro
curiosità. Maravigliavano della sua vantaggiosa statura, fors’anche del
suo nobile aspetto; contemplavano le sue mani bianche, paragonandole
subito con le loro, del color di rame. Fu quello il primo gesto
parlante, il primo scambio d’idee tra i naturali dell’isola e l’essere
sovrumano sbarcato sulla loro spiaggia tranquilla. Il secondo gesto fu
ancora il paragone. Contemplavano i fili d’oro che ornavano le guance e
il mento dello straniero (immaginate, di fatti, che egli da più
settimane non avesse pensato nè a radere nè a scorciare la barba) e dopo
aver toccato quei fili d’oro, toccavano le loro facce che n’erano prive.

Cristoforo Colombo sostenne placidamente l’esame; sorridendo sempre,
lasciò toccare la barba, i capegli, le mani, le ricche stoffe di cui era
vestito, e gli elsi della spada che gli pendeva dal fianco. Cessarono
finalmente di toccare, e, fatto un po’ di cerchio intorno a lui, gli
chiesero nella loro lingua qualche cosa, aiutandosi anch’essi col gesto.
Intese che gli domandavano donde venisse. E rispose con le parole e col
gesto che veniva dalla parte di levante. Ma essi non parvero
aggiustargli fede; indicavano il cielo come patria di lui, e, additando
le navi ancorate alla costa, imitavano con le braccia il batter delle
ali, con cui egli sicuramente era calato tra loro. Sicuramente per ali
avevano scambiate le vele.

Anch’essi erano molto osservati, non solo dall’almirante, ma da tutti
gli uomini della spedizione, che a manipoli via via si erano avvicinati.
Damiano, che era capitato dei primi, potè riconoscere che il suo amico e
fratello Cosma non aveva traveduto. I naturali dell’isola erano poco,
anzi punto vestiti; non potendo passare per abiti i segni di rosso, di
nero e di giallo, onde avevano rigata e picchiettata la pelle di rame.
Non tutti, per altro, erano così dipinti con l’ocra, sulle braccia e sul
petto; ma tutti avevano segnata di rosso la punta del naso, e di rosso
avevano cerchiate le occhiaie.

—Strano modo di farsi belli!—diceva Damiano.—E quella donna là, che mi
pare abbastanza belloccia, gradirà così impiastricciato il naso del suo
dolce marito? Ma già, paese che vai, usanza che trovi. E siccome egli si
tingerà a quel modo per piacere a lei, è da credere che essa gliene
serbi riconoscenza.—

Altra particolarità degna di nota erano i capelli di quei naturali;
capelli di colore tra il fulvo e il nero, ma corti, non riccioluti,
lisciati all’ingiù, fatti untuosi e lucenti con l’olio di qualche frutto
del luogo. Se non fossero stati quei cerchi alle occhiaie, che in molti
di loro guastavano, si sarebbe potuto dire che tutti avessero gli occhi
assai belli ed espressivi. E avevano alta la fronte, regolari i
lineamenti, ben proporzionate le membra, non alta la statura, ma neanche
sotto il mediocre. A quella latitudine, che egli giustamente immaginava
esser quella dell’Africa, e sotto il capo Bojador, Cristoforo Colombo
pensava di trovare un tipo diverso, quello dei negri, per esempio; e non
fu poca la sua maraviglia, vedendo una specie così nuova. Il lettore si
riconduca col pensiero ai tempi del grande navigatore. Le carnagioni
color di rame si vedevano allora per la primissima volta.

L’almirante aveva osservate le persone; osservò anche le armi di quel
popolo nuovo. E potè farlo, perchè qualcheduno dei naturali era venuto
armato alla spiaggia. Povere armi, in verità! archi con le corde di
liana, e frecce di canna, con la punta di osso di pesce; lance, o, a dir
più veramente, lunghi e sottili bastoni di legno, la cui punta era
indurita al fuoco, oppure formata di una cuspide di selce, o d’un dente,
o di un osso acuminato di squalo. Quella povertà d’armi offensive, il
difetto di armi difensive, dicevano chiaramente la semplicità dei
costumi e la mitezza d’indole dei pacifici abitanti dell’isola. Che
vivessero allegri lo diceva abbastanza l’umor gaio di cui avevano fatto
prova recente: che non avessero da stentare la vita, era dimostrato
dalla ricchezza vegetale del terreno e dalla varietà, dalla abbondanza
dei frutti: che godessero anche di un certo ozio quotidiano, si poteva
riconoscere dal fatto che molti di essi erano venuti alla spiaggia
tenendo sul pugno pappagalli addomesticati, brave bestie chiacchierine,
le quali andavano ripetendo a perdifiato intiere frasi della lingua dei
loro padroni; una lingua per cui messer Luigi De Torres, interpetre
della spedizione, era venuto invano; così poco ella somigliava a quelle
del ceppo Arameo, che dovevano essere il suo forte!

Il pasto era imbandito, e l’almirante ne offerse ai naturali, specie ai
vecchi e ai bambini. Non si è detto ancora, ma facilmente s’indovina che
tutti gli abitanti del villaggio stessero a godersi la novità della
scena, seduti sulle calcagna, secondo il costume di tutti i selvaggi.
Qualcheduno dei vecchi accettò, per atto evidentissimo di cortesia;
qualcun altro per curiosità, non riuscendo per altro a maneggiare
convenientemente cucchiai e forchette; ma subito smessero, o fosse
perchè non volevano mostrarsi ghiottoni, o perchè non gradivano la
cucina dei figli del cielo.

Ma quando, per una delle solite disgrazie di tavola, che addolorano
profondamente ogni buona massaia, cadde ad un cuoco e si ruppe in molti
pezzi un gran piatto di maiolica, tutti quegli spettatori del primo
ordine, giovani e vecchi, si buttarono avanti, per dividersi la preda.
Era lucente la vernice di quei cocci, e chi poteva abbrancarne uno si
stimava felice.

La giornata passò in quel dolce riposo. I naturali volevano condurre i
figli del cielo a visitare i loro modesti tugurî; e qualche visita, alle
capanne più vicine, fu consentita dall’almirante, a cui premeva di
conoscere come vivessero, quali fossero i loro utensili domestici, e
sopra tutto a che grado fosse giunta la loro agricoltura. Del resto,
egli aveva già capito che non c’era da aspettare grandi cose. I regni di
Cipango, del Cattaio, del prete Janni, erano ancora molto distanti;
quell’isola non era forse che il più lontano avamposto delle Indie
sospirate e sognate.

Sull’ora del tramonto, fu risoluto il ritorno alle navi. I naturali
stettero estatici sulla rena a vedere i loro ospiti che montavano nei
palischermi; ed anche aiutarono con le loro braccia a spingere in mare
quelle massiccie piroghe. Ma quando videro allontanarsi l’uomo dai
capelli d’oro, il padre, il dio di tutti quegli esseri sovrumani che
erano scesi a visitarli, gettarono altissime strida, si sciolsero in
pianti e lamentazioni senza fine.

—Ritorneremo, buona gente, non piangete, ritorneremo domattina;—andava
gridando Damiano.

E col gesto li esortava ad avere un po’ di pazienza. Poi, additando il
sole, che tramontava da una parte, lo indicava rinascente dall’altra.
Alcuni lo capirono, perchè si messero a ridere, battendo allegramente le
palme.

La mattina seguente, come aveva promesso Damiano, i figli del cielo
dovevano ridiscendere a terra. Ma assai prima che i marinai pensassero a
calumarsi nei palischermi, il lido echeggiava di grida festose; molti
naturali nuotavano allegramente intorno alle navi; e le lunghe piroghe,
scavate nei tronchi degli alberi, guizzavano agilmente da poppa e da
prora, portando fino a cinquanta selvaggi. Erano lunghe e sottili, le
piroghe di quegli isolani; ma la loro snellezza era tutta a danno
dell’equilibrio. Spesso accadeva che per un’ondata più forte delle
altre, o per un tracollo improvviso, andasse capovolta la barca. Ma non
si spaventavano per così poco, i naturali dell’isola; dato quel tuffo,
erano subito a galla, e con certe zucche lunghe, tagliate di sbieco e
usate a mo’ di gottazze, svuotavano prontamente le loro saettìe d’un sol
pezzo.

Coloro che avevano assaggiata il giorno innanzi la sbroscia dei marinai
e provato il dente nel loro biscotto, portavano in iscambio le loro
provvigioni di frutta e di pane. Avevano infatti una specie di pane,
detto cassava, tratto dalle radici di una jucca, coltivata a bella posta
nei campi, come da noi il frumento. La radice era fatta in minutissimi
pezzi, tritata e ridotta in focacce, che disseccavano al sole; e poi,
quando volevano mangiarne, la mettevano in molle. Quell’alimento era
insipido parecchio, ma sano e nutritivo.

Non mancavano altri donativi: il cotone, ad esempio, di cui davano fino
a venticinque libbre in cambio d’un pugno di perline di vetro. Alcuni,
poi, avevano le nari bucate, e a quel forellino portavano appeso un
pezzetto d’oro nativo. Barattavano volentieri quell’ornamento con un
sonagliuzzo di bronzo. Ma di quei baratti si fece subito arbitro
l’almirante, perchè l’oro doveva appartenere alla corona di Castiglia, e
non dovevano farne incetta i marinai. Egli domandava ai naturali donde
provenisse quell’oro; ed essi accennavano ad un luogo lontano sul mare,
dalla parte di ponente, e frattanto rispondevano: Cibào.

Cibào! Non forse Cipango? E il pensiero di Cristoforo Colombo
naturalmente correva alle ricchezze di quell’isola, che Marco Polo aveva
descritta con sì vivi colori. Ed egli seguitava a segnare laggiù da
ponente, dopo aver mostrato ad essi quell’oro; e proferiva il nome di
Cipango; ma sempre i naturali seguitavano a rispondere Cibào. Cibào era
dunque una corruzione di Cipango; facile corruzione, ad una distanza di
due secoli. Cibào, dunque, laggiù. E l’isola in cui vivevano? Guanahani,
rispondevano essi, Guanahani. Che cosa volesse poi dire Guanahani, era
difficile sapere, essendo difficile il domandarlo. Ma questo importava
assai meno. L’isola, visitata alla svelta, non aveva tracce di metalli
preziosi. I suoi abitanti, poveri e semplici, vivevano di agricoltura e
di pesca; poche ed infrequenti erano le loro relazioni coi naturali
delle isole vicine, talune delle quali si scorgevano distintamente
sull’orizzonte, a destra e a manca di Guanahani.

La giornata del 13 era trascorsa in queste visite, in questi scambi, in
questi discorsi. La mattina del 14, l’almirante partì coi palischermi,
per fare il giro dell’isola, tutta sparsa di lieta verzura, con qualche
poco di terra coltivata, e capanne qua e là, presso le rive. La voce
dell’arrivo degli ospiti celesti a Guanahani era corsa tutta intorno,
anche nelle isolette vicine; e da ogni lido, al passaggio dei
palischermi, erano frotte di naturali che innalzavano grida di festa e
d’invito. Molti si gittavano a nuoto; erano tirati a bordo, regalati di
perline di vetro, e rimandati contenti.

Ma niente era che trattenesse più oltre il signor almirante nelle acque
di Guanahani. Gli si offrivano allo sguardo molte isole verdeggianti,
che tutte parevano invitarlo. Scelse a occhio la più grande, che
sembrava cinque leghe distante, e a quella drizzò il corso della sua
squadra, nella mattina del 15; ma non potè, a cagione delle correnti
contrarie, approdarvi che al tramonto del sole. Aveva intitolata la
prima isola al Santo Salvatore; intitolò la seconda a Santa Maria della
Concezione. V’ebbe, nella mattina del 16, le stesse accoglienze di
Guanahani; ci ritrovò gli stessi costumi, la stessa nudità, la stessa
età dell’oro in azione, ma senza alcuna abbondanza di quel prezioso
metallo. A Guanahani aveva preso sette naturali, che gli erano parsi di
più svegliato ingegno, e più pronti a formarsi un vocabolario spagnuolo
per i primi usi della conversazione. E i sette naturali erano andati
contenti fino all’isola vicina. Quando videro che l’almirante non voleva
trattenercisi, ma salpava nello stesso giorno per andare più oltre,
verso ponente, donde appariva un’altra isola più ragguardevole,
incominciarono a dolersi, come tanti Melibei, di dover lasciare «il
confin della patria e i dolci campi». Uno di essi, che era imbarcato
sulla _Nina_, non stette lungamente a piangere; si tuffò in mare e a
nuoto raggiunse una piroga di suoi connaturali, che passava da quelle
parti.

Fu l’unico episodio spiacevole di quei primi giorni vissuti tra le
isole. Alla terza di queste Cristoforo Colombo impose il nome di
Fernandina, in onore del re di Castiglia, disegnando in cuor suo di
chiamare la quarta col nome della sua regal protettrice, Isabella.

Gli abitanti dell’isola Fernandina somigliavano in tutto a quelli delle
prime due isole; ma parevano più ingegnosi e più scaltri. Alcune tra le
donne avevano dei piccoli grembiali di cotone; alcune altre giungevano
al lusso d’una specie di mantello. Le abitazioni, costrutte di rami, di
canne, di foglie di palmizio, avevano forma di padiglioni; grande
pulizia e decenza ci regnava per entro; i letti erano stoie di cotone,
sospese, chiamate dai naturali col nome di _hamac_. E il nome e la cosa
dovevano incontrar favore in Europa.

Nella quarta isola, che fu chiamata Isabella, Cristoforo Colombo trovò
bei laghi d’acqua dolce, e frutti svariatissimi, e sciami di pappagalli
«che oscuravano il sole»; molte lucertole, dei cani che non abbaiavano,
niente spezierie, niente oro, ma molti indizi di una grande isola verso
mezzogiorno, che i naturali dicevano ricca di ogni ben di Dio. S’intende
che i naturali parlavano agli interpetri, e questi riferivano,
servendosi di quel numero ancora troppo ristretto di parole castigliane,
delle quali avevano inteso, e fors’anche frainteso il vero significato.

Una grande isola! e ricca! Era dunque Cipango? Bisognava lasciare al più
presto quell’arcipelago di isolette, così belle, ma povere, e andare
alla scoperta della terra maravigliosa. Venti contrarii, bonacce, piogge
frequenti, impedirono per molti giorni la partenza, o ritardarono il
corso. Finalmente la squadra salpò alla mezzanotte sopra il 24 di
ottobre, e costeggiate alcune isolette a cui l’almirante impose il nome
di _Islas de Arena_, giunse la mattina del 28 all’approdo di una grande
isola, le cui alte montagne gli ricordarono quelle a lui note della
Sicilia. Posto piede a terra, ne prese possesso nelle forme consuete,
imponendo a quell’isola il nome di Giovanna, in onore del principe
Giovanni, il piccolo Infante di Castiglia.

Era destino che tutti quei nomi dovessero perire. San Salvatore diventò
l’isola del Gatto; Fernandina, l’Esuma; Isabella, l’Esumeta; le isole
_de Arena_, Mucaras; Giovanna riprese il nome che aveva dai suoi
naturali, il nome di Cuba.

Un fiumicello metteva pure nel golfo a cui approdava Cristoforo Colombo.
Quel fiumicello prese e ritenne il nome di San Salvatore. Entrandovi col
palischermo, per iscandagliarne la profondità, gli Spagnuoli posero in
fuga due piroghe, le quali si erano poc’anzi staccate dalla riva. Ed
anche posero in fuga gli abitanti della costa, nelle cui capanne non
erano che stoie, tessute di filamenti di palma, uncini, fiocine d’osso,
ed altri arnesi da pesca. Si incominciava male, per ritrovare i tesori
di Cipango. Rimontato in nave, l’almirante si accinse a scorrer la costa
verso ponente, e in quella esplorazione scese parecchie volte a terra,
visitando villaggi, donde gli abitanti costantemente fuggivano ai
boschi. Le case erano meglio fabbricate, la pulitezza notevole; non
mancavano indizi d’una civiltà più inoltrata; ad esempio, certe statue
d’idoli, rozzamente intagliati, ma con certa vivezza di espressione, nel
legno.

Sicuramente, le maraviglie descritte da Marco Polo non avrebbero
indugiato a mostrarsi. E questa non era solamente la speranza di
Cristoforo Colombo, ma anche quella di Martino Alonzo Pinzon. Tre
naturali di Guanahani, imbarcati sulla _Pinta_, dicevano che dietro ad
un promontorio, poc’anzi denominato delle Palme, era un grosso fiume,
rimontando il quale, si poteva andare in quattro giorni a Cubanacan!

—Cubanacan!—ripeteva Martino Alonzo.—Cubanacan! Non è corruzione,
questa, del regno di Kublai-kan? Siamo sull’orma, signor almirante,
siamo sull’orma.

—Vediamo di non far confusioni;—rispondeva l’almirante.—Se questa è
l’isola di Cipango, come potrebb’essere il regno di Kublai-kan, che
Marco Polo ha collocato in terraferma? Notate, Martino Alonzo, che
questa è un’isola; ce l’hanno annunziata per tale gl’interpetri,
indicandola a noi, verso mezzogiorno, quando eravamo all’áncora nelle
acque dell’Isabella.

—Avremo capito male,—replicava Martino Alonzo Pinzon.—Per intanto, i
miei tre selvaggi dicono che questa non è un’isola. E la chiamano Cuba,
e dicono che Cubanacan si ritrova a quattro giornate dentro terra;
soggiungono che c’è oro in abbondanza; che cosa si vuole di più?

—La scoperta del gran fiume, donde si avrebbero a prender le
mosse;—rispose placidamente Cristoforo Colombo.—Cerchiamo dunque il gran
fiume.—

Ma girato il capo delle Palme, non si trovò punto il gran fiume. Altri
promontorii furono veduti e girati via via; ma senza ritrovare, non che
il gran fiume, un sorgitore in cui gettar l’áncora. Il vento soffiava al
traverso; l’infoscarsi del cielo faceva prevedere un grosso temporale.
L’almirante pensò giustamente che fosse atto di prudenza ritornare
indietro, per ormeggiarsi alla foce di un altro fiume, già veduto tre
giorni prima; al quale, per l’ampiezza della sua foce, aveva imposto il
nome di _Rio de los mares_.

Così erano giunti all’ultimo giorno di ottobre. La mattina seguente, al
primo spuntar del sole, l’almirante mandò i palischermi alla riva,
perchè un drappello dei suoi marinai visitasse un villaggio, le cui
capanne si vedevano biancheggiare tra gli alberi. Andarono i marinai e
scesero a terra; ma al loro apparire, gli abitanti spaventati presero la
via dei boschi, nè ci fu verso, con parole o con segni, di farli
ritornare alla spiaggia.



                             _Capitolo V._



                          Il sogno di Damiano.



È lecito di sorridere delle illusioni di Cristoforo Colombo, partecipate
ed accresciute da Martino Alonzo Pinzon; ma non è altrimenti lecito di
riderne. Il sorriso è sempre benevolo: significa qualche volta la
condiscendenza; qualche altra è un giudizio pietoso che facciamo di noi
medesimi, stimandoci pienamente capaci, nelle stesse condizioni, di
cadere negli stessi errori. Ridere, per contro, è da orgogliosi che si
credono infallibili ed impeccabili; significa l’ironia, il sarcasmo, lo
scherno; abbonda di solito nella bocca degli sciocchi, e in quella degli
ignoranti, loro amici e compari. Vogliate, di grazia, considerare una
cosa, anzi due. Prima di tutto, bene aveva potuto Cristoforo Colombo
argomentare l’esistenza di un continente di là dall’Atlantico, avendo
egli presupposta la sfericità della terra. Ma posta la fede sua, come
quella di tutto il mondo cristiano, nella autorità scientifica delle
Sacre Carte, che quasi gli misuravano a palmi la superficie del globo; e
ammessa la veracità delle relazioni di Marco Polo e di Ser Giovanni
Maundeville intorno alle regioni estreme dell’Asia; di che avrebbe
colmato il poco spazio che gli rimaneva ignoto a ponente, se non delle
zone ultimissime dell’Asia, che il Veneziano e l’Inglese non avevano
intieramente visitate? La vera trovata del navigatore Genovese, quello
che si chiamerebbe oggi il lampo del genio, consisteva nel cercare quei
confini orientali dell’Asia per la via di ponente. In tutto il resto, lo
stringevano d’ogni parte le autorità, lo incatenavano i pregiudizi del
volgo.

E poi, e poi, contemporanei dell’anima mia, che avete a buon mercato i
manuali e gli atlanti, le carte murali sotto gli occhi e il maestrino in
cattedra, pensate che pericoli, che stenti e sopra tutto che costanza
c’è voluta, per imbandire a noi un così lauto pasto di dottrina.
Possiamo sorridere, non abbiamo il diritto di ridere. Del resto, si è
riso tanto a Salamanca, da tutti quei sapientoni, che ben possiamo
astenercene noi altri.

Ammettiamo invece, sorridendo, come e perchè i racconti di Marco Polo
comandassero allo spirito del grande navigatore Genovese. Lo vediamo
ora, alla foce del _Rio de los mares_, risoluto di trovare quel
benedetto Cubanacan, in cui Martino Alonzo, il comandante della _Pinta_,
vedeva una semplice corruzione di Kublai-kan. Ignoravano ambedue una
cosa risaputa più tardi: che i naturali di quei luoghi dicevano _nacan_
come noi diciamo il «mezzo»; donde la conseguenza che Cubanacan
significasse il mezzo, il centro di Cuba. Il Pinzon, che ci vedeva una
corruzione di Kublai-kan, avrebbe potuto con ugual fondamento vederci un
Cipang, che era il nome riferito da Marco Polo per il regno insulare del
Giappone. Del resto, il desiderio di associare le nuove scoperte ai
vecchi nomi, era proprio nel sangue. Cuba, quando si perdette ogni
speranza di farne tutt’uno con l’isola di Cipango, fu ascritta
all’arcipelago delle Antille; un nome opportunamente svecchiato dalla
famosa Antilla di Aristotele, cavata ad orecchio dalla non meno famosa
Atlantide di Solone, e del suo pronipote Platone.

Ma è tempo che ritorniamo al racconto. Fuggiti dalla riva i selvaggi al
primo entrare dei palischermi nella foce del _Rio de los mares_,
l’almirante lasciò riposare qualche ora la sua marinaresca, volendo
anche persuadere a quei sospettosi naturali che egli non aveva alcuna
intenzione ostile. Nel pomeriggio mandò solo, nel bargio, uno dei suoi
interpetri di Guanahani.

Gli abitanti del villaggio erano ritornati alle loro capanne; ma stavano
sempre all’erta, pronti a fuggire da capo. Videro accostarsi il bargio,
ravvisarono nel vogatore un selvaggio della loro specie, e stettero ad
aspettarlo. L’interpetre, come fu giunto in vicinanza del lido, tanto da
poter essere udito da terra, si rizzò sulla prora della piccola barca, e
rivolse il discorso a quei popoli, dipingendo loro gli stranieri come
esseri sovrumani, venuti dal cielo, bianchi nel volto, amici degli
uomini rossi, ai quali facevano molti bei donativi, simili a quello che
egli agitava a braccio teso davanti a loro, facendolo risuonare
piacevolmente agli orecchi. Finito il suo discorsetto, l’indiano si
buttò in acqua risoluto e volse nuotando alla spiaggia.

Era solo; fu accolto senza sospetto. La sua parlata, veramente, era un
pochino diversa da quella di Cuba; ma come può essere diversa tra popoli
del medesimo sangue, vissuti a lungo divisi. Stentarono alquanto a
capirlo, ma lo capirono finalmente, e si persuasero che gli stranieri
erano venuti da amici. E poi quel sonaglio che il messaggiero faceva
tintinnire al loro orecchio, che musica!

Subito fecero scivolare dalla spiaggia le loro svelte piroghe; ci posero
dentro cotone, frutti e cassava; con quei presenti mossero incontro alle
navi degli uomini bianchi.

L’almirante li accolse con dimostrazioni di giubilo; gradì i presenti, e
li ricambiò, al solito, con piccoli campanelli di bronzo e perline di
vetro. Quei naturali non portavano pezzi d’oro nativo sospesi alle nari;
ma pezzi d’argento. Metallo anche questo, e di maggior valore che non
dovesse averne venti o trent’anni più tardi, quando da Cuba, per
l’appunto, e da tutte le altre terre scoperte, se ne rovesciò tanta
abbondanza in Europa.

Anche l’argento aveva dunque il suo pregio, e la sua apparizione fu
salutata con gioia. Ma più lieta suonò all’orecchio degli uomini bianchi
la notizia (così almeno parve loro d’intendere) che nell’interno
dell’isola, a quattro giornate di cammino, era il soggiorno di un re
potente e ricchissimo. I naturali della costa gli avevano già mandati
messaggeri, per avvertirlo dell’arrivo di quelle tre smisurate piroghe
con le ali. Se gli uomini bianchi restavano ancora sei giorni, li
avrebbero visti ritornare, e molto probabilmente con messaggeri del re.

Cristoforo Colombo poteva aspettare sei giorni, ed anche di più; ma
voleva esser sicuro di entrare in relazione con quel re, in cui era
lecito di immaginare il gran Cane. Perciò, scambio di aspettare i
messaggeri del re, risolse di mandare i suoi nell’interno dell’isola,
chiamando per tale Ufficio Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres.

Ah, finalmente il grande interpetre avrebbe potuto sfoderare la sua
dottrina poliglotta? Egli conosceva e parlava l’ebraico, il caldaico, il
siriaco, e cincischiava anche l’arabo. O l’una o l’altra di quelle
lingue avrebbe intesa il gran Cane. Ma se non ne avesse intesa nessuna
fra tante?

Ad ogni buon fine Cristoforo Colombo mandò compagni all’interpetre
poliglotta due naturali, uno di Guanahani, il quale già conosceva quel
po’ di spagnuolo che si è detto, e un altro della medesima spiaggia di
Cuba, il quale, trattandosi di non uscire dall’isola materna, volentieri
accettò.

Ma non dovevano andar soli quei quattro. Non lo voleva quello spirito
bizzarro di Damiano. Indettatosi brevemente col suo compagno Cosma, si
presentò all’almirante per dirgli:

—E due genovesi, per caso, non potrebbero andare a Cubanacan?

—Per che fare? domandò l’almirante.

—Ma che so io! quello che faranno Rodrigo Xeres e Luigi di Torres.
Questo bravo Giudeo venuto alla fede, sa la sua lingua madre, la
caldaica, la siriaca, e un pochettino anche l’araba; ma poi....

—Orbene? che cosa vorreste voi dire?

—Vorrei dire che non sa il genovese, che è lingua madre, assai più
dell’ebraico.—

Sorrise l’almirante, e notò con accento di arguta bontà:

—Voi due, Cosma e Damiano, mi sembrate uomini da conoscere ben altro che
la sola lingua madre dei Liguri.

—Metta pure Vostra Eccellenza che conosciamo il latino;—replicò
arditamente Damiano.—Se si dovesse incontrare sulla strada il Prete
Janni, ci vorrebbe qualcheduno che potesse parlargli in latino, io
m’immagino. Come prete, infatti, leggerà il suo breviario ogni giorno.—

A quella trovata del bizzarro Genovese non si poteva che ridere. E
ridendo, Cristoforo Colombo diede licenzia ai due concittadini di
seguire la spedizione entro terra. Damiano saltò dalla gioia, e subito
corse ad avvisare il compagno.

—Si parte, sai? L’almirante manda anche noi a riverire il gran Cane. Mi
sa mill’anni di vederlo.

—Chi?—disse Cosma.

—Il gran Cane, perbacco. Mi preme di sapere se è muto anche lui, come
tutti i cani che abbiamo trovati finora.—

La mattina seguente, ai primi chiarori del giorno, si pose l’ambasceria
in cammino. Apriva la marcia il naturale di Cuba, che aveva pratica dei
luoghi; seguiva Rodrigo di Xeres, accompagnato da Luigi di Torres.
Chiudevano la marcia i due Genovesi. Il naturale di Guanahani andava un
po’ avanti, un po’ indietro, per servire, nella sua qualità
d’interpetre, al bisogno di tutti, quando volevano intendere i discorsi
del condottiero, o farsi intendere da lui. Ma molto più spesso era al
fianco di Damiano, che diceva di volergli insegnare il genovese, ma nel
fatto cercava d’imparare quanto più poteva della lingua selvaggia.

Si erano avviati per un’erta verdeggiante, dove non appariva traccia di
sentiero. Felicità dei selvaggi e dei cacciatori, di non conoscere le
strade battute. E giunti al colmo dell’erta, penetrarono in una macchia
che pareva di lentischi; donde, per vallette e colline alternate,
entrarono in una valle più grande, fuor dalla vista del mare. Passarono
accanto a certi laghetti d’acqua dolce, i cui margini erano vestiti di
borraccina, e su cui gittavano ombre amiche certi grandi alberi di
specie ignote, dal largo fogliame, quali vestiti di fiori, quali carichi
di frutti, quali ancora di fiori e di frutti ad un tempo: primavera ed
autunno associati in una sola verzura. Tutto rideva, in quel paradiso, e
tutto anche cinguettava, poichè c’erano gli uccelli a migliaia,
svolazzanti di fiore in fiore come i piccolissimi còlibri, rampicanti di
ramo in ramo come i pappagalli, trasvolanti da un albero all’altro come
le gazze, variopinte e loquaci non meno dei loro parenti rampichini.

La varietà dei frutti, la bellezza dei lor colori, e la stranezza delle
loro forme, destavano la curiosità e l’ammirazione degli ambasciatori. E
di molti assaggiarono, senza verun timore di avvelenarsi, poichè ne
mangiavano ghiottamente gli uccelli, questi primi conoscitori della
gastronomia vegetale. Del resto, anche i due naturali intendevano il
fatto loro, e andavano essi medesimi a spiccar dai rami i frutti più
squisiti, scegliendoli al punto loro di maturità, che gli Europei non
avrebbero potuto a tutta prima conoscere.

Era la festa del verde e dell’azzurro; del verde che splendeva con cento
gradazioni diverse intorno ai viandanti ammirati, dell’azzurro che si
stendeva, profondamente sereno, sulle vette degli alberi giganteschi.
Tra il verde e l’azzurro correva un’aria fresca e purissima, aggraziata
dall’effluvio di mille fiori, ravvivata dal predominio delle fragranze
resinose, che giungevano gradite alle nari, dando un senso di salute
alle fibre del cervello, e di vigore alle facoltà dello spirito. Per far
l’illusione compiuta, per lasciar credere che fosse quello un altro
paradiso terrestre, la creatura umana era assente da quei luoghi.
C’erano bensì i viaggiatori; ma è dell’animo nostro, davanti ai grandi
spettacoli della natura, il fare astrazione da noi medesimi, non vedendo
e non considerando che quelli. Nella gran solitudine erano voce unica i
contrasti della luce e dell’ombra; unica varietà i colori del quadro;
mancava la nota umana, così spesso stridente, che reca qualche volta
l’immagine e il senso della vita, ma guasta sempre la calma e riconduce
alla terra il vagabondo pensiero. Ad un certo momento, davanti ad una
radura della foresta, dove ad un lago seguiva una lunga e vasta
prateria, i nostri messaggeri avevano veduto bensì in lontananza un
drappello allineato di uomini, sicuramente guerrieri, immobili al posto
loro, e custoditi sul fianco dalle loro sentinelle, pronte a dare il
sognale di ogni imminente pericolo. Strana cosa, in terra di uomini
ignudi: quei guerrieri apparivano tutti vestiti di rosso. Ma la visione
non era durata che il tempo di avvicinarla ad un tiro di balestra. Le
sentinelle avevano dato un grido; e guerrieri e sentinelle avevano
allargati i rossi mantelli, spiccando il volo verso più lontane regioni.
Erano i rossi fenicotteri, allora così numerosi nell’isola di Cuba.

Un altro spettacolo incantevole era la notte; la notte, sempre così
bella sotto i tropici, rischiarata dal lume delle stelle scintillanti
dalla volta del cielo, mentre al mite chiaror della luna le cose tutte
sembrano avvicinarsi a voi nella trasparenza dell’aria, e le stesse
ombre della foresta, rotte dal balenio continuo di maravigliosi insetti,
simulanti la luce del rubino, dello zaffiro, del diamante, si lasciano
penetrare dallo sguardo, recandovi la immagine, quasi la sensazione, di
un letto morbido e dolce, su cui, più del dormire, è certo e promettente
il sognare.

Non pensò tutte queste cose il nostro Damiano, la prima notte del
viaggio a Cubanacan. Gli davano noia, forse, o turbavano la sua dottrina
in materia di storia naturale, gli uccelli dell’isola, che seguitavano a
cinguettare, a trillare, a gorgheggiare, come se fosse di giorno.

—Ma che hanno questi diavoli?—esclamò.—Non dormono, dunque?

—Sognano;—rispose Cosma, che qualche volta si adattava a parlare.

—Ah sì; e non hanno mica il torto!—riprese Damiano.—In quest’isola
benedetta, potrebb’essere un sogno continuo. Io, per me, ti voglio dire
quel che ne penso: ci vivrei volentieri per tutto il resto dei miei
giorni.

—Tu?—disse Cosma.

—Certamente, io. E nota che il più l’ho da vivere ancora, se la Parca mi
fila giustamente la mia parte di lino.

—Ma che faresti tu qui? Dormiresti sempre?

—Oh questo poi no. Vorrei anzi vegliare, vegliar molto, al fianco d’una
bella castellana....

—Che non hai pensato a condurre con te.

—Nella speranza di trovarla sulla faccia del luogo;—rispose Damiano.—Che
pensi? che ci siano donne solamente nel vecchio mondo?

—Io non pretendo questo.

—Ah, volevo dire! Mi potresti invece osservare, e con più ragione, che
non c’è da sperar castellane, in questi luoghi, perchè non ci sono
castelli. Ma un castello me lo fabbrico io tutte le volte che mi pare, e
una volta sempre meglio dell’altra. Del resto, dove andiamo noi, di
questo passo? Cioè, mi spiego, dove ripiglieremo ad andare, quando
spunterà l’alba dai lidi Eòi.... che per noi sono le acque dell’Oceano?
Alla corte del gran Cane, io m’immagino. Il gran Cane, per far che
faccia, non sarà così cane da ricusarmi la mano di sua figlia. Mi dirai
che potremmo dar del capo alla corte del Prete Janni: la qual cosa mi
piacerebbe meno, perchè i preti non fanno famiglia. Ma egli, per bacco,
vorrà avere un ministro, dei gran signori, dei principi assistenti al
soglio. Vedrai, Cosma; figlia di re, o figlia di principe, la prima
bellezza che mi capita tra i piedi paga il tributo del Nuovo Mondo al
tuo amico Damiano.

—Uomo volubile!—esclamò Cosma.

—Caro mio,—rispose Damiano,—sai che non voglio morir di crepacuore, io?
Se la bella Ca....

—Zitto, Bar....—interruppe Cosma.

—E zitto tu, ora!—interruppe a sua volta Damiano.—Vedo che commettiamo
un’imprudenza per uno. Fortuna che qui nessuno capisce la lingua madre;
altrimenti, il segreto sarebbe custodito per benino!—

La chiacchiera allegra di Damiano durò ancora un bel pezzo. Ma Cosma,
che la inframmezzava di poche parole, diradò anche quelle poche,
lasciando tutto il carico della conversazione all’amico.

—Ho capito;—disse ad un certo punto Damiano.—La notte è alta,
_suadentque cadentia sidera sonnos_. Vediamo dunque di dormire.—

E sdraiatosi sul fianco, si tirò sugli occhi il cappuccio della sua
veste catalana. Pochi minuti dopo, era profondamente addormentato.

—Felice amico!—mormorò Cosma, che stava ancora appoggiato al gomito,
contemplando le stelle.—Egli ha lasciato i tristi pensieri di là
dall’Oceano; e i miei frattanto....—

E i suoi frattanto li lasceremo lavorare a lor posta, nel silenzio della
notte serena. La gente malinconica, si sa, è amante del proprio dolore,
e non vuol essere molestata.

Del resto, anche Cosma si addormentò, un’ora dopo i suoi compagni di
viaggio. Per compenso (diciamo così) fu anche il primo a svegliarsi, e
balzò in piedi senza farsi pregare, al primo cenno delle guide, che
annunziavano il sorger dell’alba.

La comitiva si rimise in cammino; attraversò nuove valli e nuove
colline, salutò nuovi orizzonti, ammirò nuove scene pittoresche, e
ricevette il saluto di nuovi sciami d’insetti, di nuovi stormi di
pappagalli. Finalmente, poco dopo il meriggio, appena fornite dodici
leghe di cammino da che aveva lasciata la costa, vide aprirsi davanti a’
suoi occhi una gran valle, e nel centro di quella valle apparire una
lunga lista di terreni coltivati.

—Cubanacan?—domandò Damiano al selvaggio della costa.

—Cubanacan;—rispose quell’altro.

—Ma le case? dove sono le case?—

A questa domanda, fatta in lingua spagnuola, non poteva rispondere il
selvaggio della costa. Per rispondere, gli sarebbe bisognato capir la
domanda.

Rispose invece, o parve rispondere per lui, il selvaggio di Guanahani.

—_Bohio_;—diss’egli, accennando verso il fondo della valle;—_Bohio!_

—E _Bohio_ sia;—rispose Damiano.—Io speravo che fossimo giunti alla
capitale del gran Cane; invece, a quanto pare, non c’è neanche il
sobborgo.—

Per altro, seguitando a guardare, incominciò a distinguere qualche cosa.
Si vedevano dei tetti di paglia, d’una forma conica, come quelli che già
avevano veduti nelle isole dianzi scoperte. E dopo una mezz’ora di
cammino, alla svolta di un poggio, si vide un intiero villaggio; non più
di cinquanta capanne, ma tutte assai grandi, fatte di legno, esagone,
ottagone, tondeggianti, a forma di padiglioni. Non era la capitale del
gran Cane, no certo; non risplendeva di metalli preziosi; ma era sempre
un villaggio abbastanza pittoresco, ed era dopo tutto il primo centro
popoloso un po’ fitto, che fosse dato di scoprire, in quelle isole, dal
12 ottobre al 2 novembre dell’anno di grazia 1492.

—Bohio?—domandò Damiano al selvaggio della costa.

—Bohio;—rispose gravemente quell’altro.

—Ed ora, caro mio,—ripigliò Damiano,—ne so come prima. Amo per altro
illudermi colla opinione che sia il nome di quella città minuscola, che
apparterrà benissimo al gran Cane, ma donde non esce un cane per venirci
a ricevere.—

Anche qui Damiano s’ingannava, per soverchio di fretta. Aveva appena
finito di lagnarsi, che dalla strada principale di Bohio (diciamo Bohio
anche noi, per dare un nome al villaggio) si vide apparire una schiera,
una processione di naturali. Cosma, che aveva un occhio di lince e
l’altro di falco, avrebbe potuto riconoscere a quella distanza che i
cittadini di Bohio non erano niente più vestiti dei pescatori di
Guanahani. E tutta quella gente muoveva incontro agli ambasciatori.
Sicuramente, li avevano veduti da lungi, mentre giravano il poggio, ed
era facile scoprirli su quell’altura solitaria, dove il terreno era
sgombro di piante, e il verde del prato dava riflessi giallicci, sotto
la gran luce meridiana del sole.

Ancora pochi passi, e si potevano sentire le voci degli abitanti di
Bohio. Erano voci festose, grida di giubilo, a cui facevano
eloquentissimo commento le braccia levate, i salti e le capriole della
turba accorrente. Non vi maravigliate della poca gravità con cui gli
abitanti di Bohio, forse i più ragguardevoli di quella terra,
accoglievano i loro visitatori. Queste dimostrazioni allegre sono sempre
state di tutti i popoli giovani; e pare che non disdicessero nemmeno ai
re, se David potè ballare in mezzo ad una strada provinciale, davanti ai
buoi che tiravano l’arca del Dio degli eserciti.

—Ecco un popolo molto cortese, a cui bisogna render giustizia;—osservò
Damiano.—Non è quello di Quinsay, ma ci si accosta.—

E si accostavano nel fatto gli abitanti del villaggio; poco vestiti gli
uni, che parevano i più vecchi, e portavano un pezzo di stoffa di cotone
legata intorno alle reni; ignudi gli altri del tutto.

Come furono vicini agli stranieri, i naturali di Bohio, si fermarono; ed
uno di loro, che doveva essere un pezzo grosso nella tribù, forse il re
in persona, accompagnato da due giovani selvaggi, che in segno di grande
rispetto mostravano di sostenerlo sotto le ascelle, rivolse il discorso
ai nuovi venuti.

Don Luigi de Torres si lasciò sfuggire quel giorno una stupenda
occasione, che è sempre stata da fini diplomatici: quella di tacere in
più lingue. Volle in quella vece parlare in tutte quelle che sapeva, e
sventuratamente senza riescire a farsi intendere, nè dal suo
interlocutore, che lo guardava trasognato, nè dagli interpetri della
spedizione, che si guardavano tra loro, e avevano l’aria di dirsi a
vicenda: «come parla bene! non si capisce una saetta.»

—Sentite, collega;—disse finalmente Rodrigo di Xeres;—sarà meglio che
lasciamo parlare questi selvaggi.

—Sì, sarà meglio;—ripetè Luigi de Torres.—Per altro, non è stato male,
fare una prova con tutte le lingue d’Oriente. Siamo sicuri, per
conseguenza, di non essere sul territorio del gran Cane.

—Non dico che abbiate fatto male;—replicò Rodrigo di Xeres.—Vi approvo,
anzi, e vi lodo del vostro accorgimento. Sappiamo oramai che cosa
pensare di questa gente. A te, Caonec,—diss’egli, rivolgendosi al
naturale di Guanahani,—parla!

—_Quien?_—domandò Caonec.

—Quel che ti pare, purchè tu parli.

—_Castilla muy grande? Castillano muy fuerte?_

—Sì, tutto quello che vorrai, ti ho detto,—replicò don Rodrigo
spazientito.—Non vedi che i tuoi connaturali stanno aspettando a bocca
aperta le tue parole, come gli antenati del mio collega aspettavano la
manna nel deserto?—

Caonec non intese tutte quelle finezze di ragionamento; ma aveva capito
di dover parlare, magnificando la potenza e la bontà degli stranieri.
Non gli era difficile di dirne assai bene; anch’egli, come tutti i suoi
connaturali, credeva che fossero figli del cielo.

E parlò lungamente, con grande scioltezza di scilinguagnolo, in quel suo
strano idioma, così ricco di dittonghi e di suoni gutturali; parlò
lungamente, facendo inarcare le ciglia del re di Bohio, che di tanto in
tanto si volgeva a guardare gli stranieri, chinando la fronte e levando
le palme, in atto di adorazione.

Come l’interpetre ebbe finito il suo discorso, il re di Bohio rispose
brevemente, s’inchinò da capo, poi disse qualche parola ai suoi sudditi;
otto dei quali si avanzarono tosto, s’inginocchiarono a coppie, ogni
coppia davanti ad uno degli stranieri, offrendogli per sedile un
intreccio di mani e di braccia.

—Seggiolina d’oro!—esclamò Damiano ridendo.—Seggiolina d’oro! Come da
noi! Ma sai, Cosma, che son molto civili, questi signori selvaggi?—

Levati di peso i figli del cielo, le coppie umane presero tosto il
portante. Anche il re, o capo degli anziani che fosse, non credeva
disdicevole alla sua dignità di correre come gli altri. Correva anzi un
pochino di più, perchè andava sempre a capo della sua gente, facendo di
tanto in tanto qualche allegro scambietto. In verità, il re David,
buon’anima sua, poteva andarsi a riporre.

—Guarda, guarda!—continuava Damiano, sentendosi dondolare così
piacevolmente a mezz’aria.—È cento volte meglio che in lettiga. E si
gode la vista del paese, e non si guasta la digestione. Io ti giuro,
Cosma, che sono contento come una pasqua. Incomincio a credere che
questi naturali di Bohio siano uomini civili, i quali si sono fatti
selvaggi unicamente per non pagare il conto al sartore. A momenti
vedremo la loro capitale. Spero bene che ci saranno donne. Altrimenti,
come farebbero questi selvaggi a propagare la loro amabilissima specie?

—Metti,—rispose Cosma,—che ci abbiano le Amazzoni in un’isola vicina.
Noi siamo cascati in un’isola tutta abitata da uomini.

—Dio sperda il tuo augurio, o Cosma! Vuoi tu guastarmi la gioia di
questo ingresso trionfale in città?

—Eccola davanti ai tuoi occhi, la città di Bohio;—ripigliò Cosma,
sorridendo.—Guarda il popolo che si affolla sugli usci delle capanne.
Vedi tu una donna?

—No, per Giano bifronte, tuo santo patrono!—esclamò Damiano.—Non la
vedo. E incomincio a credere che i tuoi scongiuri, o nemico delle donne,
abbiano operato il prodigio. Ma bada, Cosma! io non ti perdonerò mai
questa azionaccia. Che tu non le ami, sta bene; ma io.... io, passando
l’acqua, ho cambiato di complessione.—

Erano giunti finalmente, come si è potuto anche capire dalla
conversazione dei due amici; erano giunti, in mezzo alle grida, alle
canzoni, ai salti, alle capriole, di tutto un popolo in festa. Tra
uomini e ragazzi, quei naturali potevano essere un migliaio. Le case, in
verità, non erano più di una cinquantina; ma tutte per capanne, assai
vaste, ed ognuna bastava, come i nostri ambasciatori seppero di poi, per
una numerosa famiglia, e magari per due.

Scortati dal re, accompagnati da quelle grida e da quei salti, gli
ambasciatori furono calati di seggiolina, davanti ad una casa più vasta
delle altre. Colà, il capo della comitiva li invitò molto gentilmente ad
entrare in una sala nobilmente arredata di scudi, d’archi e d’altre armi
selvagge. Sicuramente era la sala del consiglio, perchè tutto intorno si
vedevano dei sedili di legno, tutti d’un pezzo, evidentemente tagliati
in un tronco d’albero, e in quel punto del tronco dove questo incomincia
a spartirsi in rami. Quei sedili erano di forma stranissima, che
indicava un principio d’arte imitativa, raffigurando essi un animale di
corte gambe, con la coda rialzata in guisa da formare una spalliera. La
testa non lasciava indovinare a qual genere appartenesse la bestia.
Forse l’artista aveva voluto creare un animale fantastico; ma certamente
era riuscito a farlo prezioso, poichè gli aveva incastonati due pezzi
d’oro nelle occhiaie, e d’oro gli aveva fatte le orecchie.

—Noi siamo,—conchiuse Damiano, dopo avere osservate quelle orecchie
d’oro,—noi siamo alla corte di Mida.—

Un gesto del re invitò gli ambasciatori a sedere su quegli scanni. Luigi
di Torres e Rodrigo di Xeres presero posto nel mezzo, Cosma e Damiano
sui lati. Il re stette in piedi, gli altri naturali si accoccolarono sul
pavimento. E così fecero fuori dell’uscio tutti coloro che non avevano
potuto penetrare nella sala.

—Ed ora, che pesci si pigliano?—disse Damiano tra sè.—Sta a vedere che
ci contemplano come rarità, e non si ricordano che abbiamo uno stomaco.—

Damiano, nella sua impazienza, era sempre ingiusto. A buon conto, i
naturali di Bohio non li contemplavano soltanto come rarità; li
veneravano come figli del cielo. E per tali dimostrarono di averli,
poichè il re si avanzò, si gittò bocconi a terra, e baciò a tutti
quattro i piedi e le mani. L’atto del re fu imitato con molta
compunzione e regolarità da tutti gli astanti: i quali uscirono ad uno
ad uno per lasciare il posto a quelli di fuori.

—Non c’è male, non c’è male;—borbottava Damiano;—ma qualche cosa per lo
stomaco sarebbe a quest’ora anche meglio.—

Era scritto lassù che tutti i desiderii di Damiano fossero prontamente
appagati. Finito il bacio dei piedi, entrarono parecchi naturali,
portando su certi piatti larghi, in cui era facile riconoscere dei fondi
di zucche, radici arrostite, grani dorati arrostiti del pari, focacce di
cassava, frutta di specie diverse, orciuoli di terra con acqua dentro, e
piccole zucche dal collo allungato, in cui erano bevande fermentate.

I figli del cielo assaggiarono un po’ di tutto, e a certi piatti
ritornarono, senza far cerimonie. Il viaggio aveva aguzzato l’appetito,
e quelle radici arrostite in ispecie erano molto gustose. Damiano, per
altro, rendendo giustizia ad ogni cosa, diede la palma al dolce liquore
spiritoso che era contenuto nelle piccole zucche, e che gli era versato
in certi mezzi gusci di durissimo legno, che egli vedeva per la prima
volta, e non sapeva per ciò a qual frutto appartenessero. Lo seppe più
tardi, quando ebbe veduti i gusci intieri, e ne assaggiò la polpa bianca
di latte, che aveva sapore di mandorle.

—Cocco;—gli disse Caonec, vedendolo contemplare con grande attenzione il
frutto maraviglioso.

—Cocco? sta bene;—rispose Damiano.—È delizioso. Ma bisogna maritarci
ancora un sorso di quella bevanda, anche più deliziosa del cocco.—

Il pasto non era finito ancora, quando, ad un cenno del re, i naturali
si allontanarono tutti dalla sala del convito. Una strana musica, come
di nacchere e di tamburi, si sentiva di fuori.

—Che è ciò? dell’altre novità?—disse Damiano.—Io incomincerei a sentire
il desiderio di sdraiarmi sull’erba, all’ombra amica di un palmizio. E
poichè siamo destinati a non vedere il gentil sesso di Bohio....—

Ma ve l’ho detto poc’anzi; ogni voto di Damiano doveva essere esaudito,
come nelle favole orientali, per opera di un genio benefico.

I naturali del sesso forte erano tutti partiti. E al suono di quella
musica strana, apparve sull’uscio uno stuolo di donne.

Era una cortese attenzione del re, ed anche una bella improvvisata. I
figli del cielo poterono ammirare a lor posta le grazie delle figlie
degli uomini, coperte a mezzo da grembialini di cotone, e da mantelli
girati graziosamente a tracolla. Ma dei figli del cielo, due erano
Castigliani di nascita; gli altri due lo erano di elezione. E tutti
quattro si levarono prontamente in piedi, offrendo i loro sedili alle
dame.

Non accettarono esse l’offerta. Volevano buttarsi a’ piedi dei figli del
cielo, per imitare l’atto di adorazione dei loro uomini. E qui,
naturalmente, fu una gara scambievole: delle donne, per baciare i piedi
degli ospiti; degli ospiti, per ricusare quell’atto di umiliazione.

—Caonec!—disse Damiano al naturale di Guanahani.—Dirai a queste Veneri
di Bohio che da noi non è costume che le dame bacino i piedi agli
uomini; ma piuttosto, quando le dame li han belli, si usa di baciarli
noi alle dame.—

Se Caonec intendesse a puntino il discorso, non saprei dirvi io. Certo è
che l’interpetre parlò lungamente alle Veneri di Bohio; dopo di che esse
si contentarono di baciare le mani ai figli del Cielo.

E dopo averle baciate, vollero anche lavarle. Andarono infatti a
prendere gli orciuoli dell’acqua, e ne versarono sulle mani degli
ospiti. Dopo averle bagnate, era mestieri asciugarle, e le strofinarono
diligentemente con batuffoli d’erbe aromatiche.

—Ma questa è civiltà sopraffina;—disse Rodrigo di Xeres.—Che ve ne
sembra, signori?

—Si capisce, per altro;—rispose Luigi di Torres, con la sua asseveranza
dottorale.—Il lavar le mani è qui una conseguenza naturalissima del
mangiar con le dita.

—Popolo senza forchetta, volete dire?—ripigliò Rodrigo di Xeres.—E l’uso
dell’erba per rasciugar le mani si spiegherebbe ugualmente, in un popolo
senza salvietta. Ma osservate, don Luigi, che sono erbe aromatiche.

—Dare essenze odorose alle mani degli ospiti è costume dell’estremo
Oriente;—replicò Luigi di Torres, imperturbato.—Nell’India pastinaca, se
crediamo a Beniamino di Tudela....

—Ah sì! nell’India pastinaca;—interruppe Rodrigo di Xeres, che non
voleva conoscere le opinioni di Beniamino di Tudela.—Ma qui dobbiamo
esserne molto lontani, perchè il vostro siriaco non lo capisce nessuno,
don Luigi mio caro.—

Don Luigi si degnò di sorridere, e si strinse nelle spalle, quasi in
atto di rispondere:—«Se questi ignoranti non mi capiscono, che cosa ci
posso far io?»

Damiano, frattanto, in mezzo a quello stuolo di donne, aveva adocchiata
la sua. Dico la sua, perchè ogni uomo crede di doverla trovare, nel
numero. E qualche volta, per tema d’ingannarsi, ne prende più d’una.
Affrettiamoci a dire, per onor di Damiano, ch’egli ne prese una sola;
anzi meglio, non la prese per mano, la scelse a occhio, rivolgendo a lei
tutta la sua attenzione.

—Son collocato;—diss’egli a Cosma.—Quella brunettina là si è impadronita
del mio cuore. Non mi dir nulla. So già quel che vorresti dirmi. Tutti
discorsi al popolo! Quella donna è il mio sogno; lasciami sognare.—



                             _Capitolo VI._



   Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del vecchio.



Rendiamo quest’altra giustizia a Damiano. Se le giovani donne di Bohio
erano Veneri, quella che egli aveva scelta in un impeto subitaneo
d’affetto, era l’Anadiomene. E non vi paia che si sprechi il nome di
Venere, con donne che avevano la pelle color di rame. Ogni professore di
fisica vi dirà che i colori per sè stessi non esistono. Ogni fisiologo
vi soggiungerà che i gusti sono diversi, e i capricci egualmente. Io vi
ricorderò che se noi associamo il color bianco alla immagine di Venere,
la colpa è tutta del marmo Pario e del Pentelico, in cui l’abbiamo
sempre vista scolpita. Nel fatto, per piacere a Marte, a Vulcano, ad
Anchise e ad altri personaggi dell’antichità, Venere sarà stata di buon
colore come ogni altra femmina o dea, e magari più d’ogni altra. Il
colore del rame è un incarnato un po’ carico; questione di più o di
meno.

Aggiungete che la bella selvaggia non era neanche tanto bruna, o era
bruna con riflessi luminosi, come di rosa pavonazza. Era poi fatta a
pennello; aveva le labbra tinte nel succo della melagrana; aveva gli
occhi umidi e languidi sotto l’arco delle ciglia lunghe, e quegli occhi
nereggiavano come due more salvatiche entro due coppe d’indaco
stemperato. Che occhi, Dio creatore! E dicevano un visibilio di cose;
tutte quelle, almeno, che ameremmo farci dir noi, vedendo due occhi di
quella fatta.

Damiano aveva trovato modo di farsi lavare e strofinar le mani da lei. E
poi, afferrato a sua volta il batuffolo delle erbe aromatiche, aveva
voluto strofinar la sua parte anche lui. Con la eloquenza del gesto, le
aveva dimostrato che il bisogno c’era. In fatti, la bella Anadiomene,
versando dall’orciuolo si era rovesciata l’acqua sulle mani, e le aveva
inumidite anche lei. Bisognava dunque rasciugarle. Ed egli si mise a
strofinare con molta coscienza, ma perdendo altrettanta erba per via.
Non ne aveva più un filo tra le dita, che strofinava ancora.

La bella Anadiomene lasciava fare, guardandolo coi suoi grandi occhi
d’indaco stemperato. Ma infine, vedendo che il suo servente non
accennava a finire, si mise a ridere, mettendo in mostra due file di
denti che erano tante perline.

—Come vi chiamate, signora?—le disse con languido accento Damiano.

Ella non rispose, e lo guardò con aria trasognata.

—Che bestia!—proseguì egli allora, ma rivolgendo la parola a sè
stesso.—Ella non capisce lo spagnuolo. Se le parlassi genovese! Ma no,
questo bisogna serbarlo per i casi estremi.—

Fatto questo ragionamento, chiamò a sè l’interpetre di Guanahani.

—Caonec! domanda a questa bella bambina come si chiama, e trova anche il
modo di farle sapere che il mio nome è Damiano.—

L’interpetre parlò; e Damiano, sentendo profferire nel discorso il suo
nome, capì che la commissione era fatta.

—Si chiama Samana;—disse l’interpetre, come ebbe finito il suo breve
dialogo con la bella selvaggia.

—Samana! oh dolce nome, Samana! Già, capisco, è sempre dolce, il nome
che piace.... fosse pur Cunegonda. E che cosa vuol dire Samana?

—Sama....—disse Caonec.

E dopo aver proferita quella prima parte del nome, accostò l’indice alla
bocca aperta, e subito lo allontanò, in atto di cavarne fuori qualche
cosa.

—Soffio?—disse Damiano, facendo l’atto di respirare.

Caonec rispose con un atto di diniego.

—Voce?—riprese Damiano.

E per dare un esempio di ciò che diceva, mandò fuori le cinque vocali,
coi loro dittonghi rispettivi. Caonec sorrise, e fece un atto
affermativo.

—Ah, sia lodato il cielo. E poi?

—Ana....—riprese Caonec.

—Sicuro, Ana; sentiamo che cosa vuol dire Ana;—rispose Damiano.

Caonec prese una piastrella d’oro che Damiano portava al collo, e
accennandola rispose:

—Ana.... Oro!

—Ah, bene,—gridò Damiano.—Samana, contrazione di Samaana; voce d’oro! È
un bel nome. Su per giù, è come il nostro Boccadoro, che noi, per altro,
non abbiamo mai usato per le donne. E questo non ci fa onore, sia detto
di passata. Tu sei bella, o Voce d’oro, o Grisostoma. A proposito....
Caonec! Dille a mio nome che è bella. Come si dice bella, in questi
paesi?

—Taorib;—rispose l’interpetre.

—Diciamo dunque Samana Taorib;—gridò Damiano, volgendosi alla giovane
selvaggia, che rideva a più non posso;—Samana Taorib, ah! se tu volessi
trovare _taorib_ anche me, come sarebbe _taorib_! Vedete, amici? Io sono
l’uomo più felice di tutte le isole del mar Oceano. Mi fermo qui, col
permesso del signor almirante; non mi muovo più dal fianco di Samana
Taorib, e la domando in isposa.

—Con che rito?—disse Rodrigo di Xeres.

—Con quello dei suoi paesi; e non ci vedo modo di fare
altrimenti;—rispose Damiano.—Se per altro vuol esser sposata là col
nostro rito, venga con noi, la sposerò davanti al Prete Janni.—

Cosma si era avvicinato all’amico, e gli bisbigliava all’orecchio:

—Non dir sciocchezze, ti prego. E non ne fare, mi raccomando.

—Sciocchezze!—esclamò Damiano, ribellandosi alle voci dell’amicizia.—E
perchè, di grazia? Sciocchezza per te, se mai, non per me. Tu odii le
donne. Io sono più giusto. Perchè una.... Ma già, non mi fare gli
occhiacci! Volevo dire che se fossi nel vecchio mondo, potrei forse
pensare come te. Ma qui siamo nel nuovo, mi capisci? nel nuovo. Avessi
anche giurato di non amar più, siamo agli antipodi; agli antipodi il
giuramento non regge, casca nel vuoto. Non è vero, Samana Taorib, che
voi siete la più bella creatura dell’universo mondo?—

Samana rideva, rideva sempre, come ridono, sotto ogni latitudine, le
donne che sanno di non perder grazia a quel giuoco.

Quel fiume di parole aveva tirata su Damiano l’attenzione di tutta la
brigata. Le donne di Bohio, sentendo quel visibilio di _taorib_,
prodigati a Samana, avevano fatto cerchio, come ad uno spettacolo di
piazza. Sentivano invidia e gelosia, le donne di Bohio? A vederle così
allegre, ci sarebbe stato da scommettere che le sullodate furie non
fossero penetrate ancora nelle isole del nuovo mondo. Ma forse, chi sa?
le donne sanno padroneggiarsi così bene! Comunque sia, non cerchiamo di
approfondire certi misteri. Molti fatti sono rimasti oscuri, molti
particolari inesplorati, nei primi viaggi di scoperta di là
dall’Atlantico. Ai giorni nostri, se si dovesse scoprire una sesta parte
del globo, andrebbero botanici, zoologi, fisiologi, psicologi, medici,
speziali, perfino giornalisti, e si saprebbe ogni cosa appuntino. Ma
allora, niente di ciò; e troppe cose son rimaste nell’ombra.

Samana aveva dette, sulla spalla di Damiano, alcune parole al naturale
di Guanahani. Se ne avvide Damiano, e, sospettoso come un europeo,
chiese tosto a Caonec:

—Che cosa ti domanda il mio sole?

—Domanda,—rispose Caonec,—se quel giovane che ti ha parlato poc’anzi è
tuo fratello.

—No, non è mio fratello.

—E gliel ho detto.

—Ma dille ancora che Cosma mi è più che fratello, amico del cuore.
Capisci? del cuore.—

Caonec aggiunse qualche parola alla sua risposta, per contentare
Damiano.

Frattanto, per invito delle donne di Bohio, si usciva dalla sala del
convito in giardino, a prendere una boccata d’aria. Damiano offerse
galantemente il braccio a Samana Taorib. La fanciulla non capiva che
cosa significasse quell’atto, per cui l’uomo si accosta così gentilmente
alla forma di un’anfora col manico. Ma ella vide che Rodrigo di Xeres e
Luigi di Torres facevano lo stesso, pigliando a braccetto due altre
donne di Bohio, e si adattò subito ad imitar le compagne. Si voltò, per
altro, a guardare che cosa facesse il quarto figlio del cielo, e vide
che il quarto non faceva manico d’anfora a nessuna tra le figlie degli
uomini.

—Cosma....—mormorò ella.

E proseguì la frase, ma nella sua lingua; donde avvenne che il suo
cavaliere non capisse altro che il nome dell’amico, un nome da lei
imparato poc’anzi.

Damiano si volse per notizie all’interpetre.

—Che cosa dice la mia sultana?—gli chiese.

—Vuol sapere,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non fa come gli altri.

—Ah sì, è vero;—disse Damiano.—Cosma fa sempre tutto alla rovescia degli
altri. Dille che Cosma non ama le donne.—

Cosma udì le parole dell’amico, e alzò sdegnosamente le spalle.

—Mi raccomando,—diss’egli poscia, in vernacolo genovese,—non far
sciocchezze; non ne dire, almeno. Credo in verità che quel liquore
maledetto ti abbia dato al cervello.—

Damiano voleva rispondergli. Ma quell’altro si era già allontanato.

Erano andati a sedersi, come desiderava Damiano, sull’erba del prato,
all’ombra dei palmizi e dei cocchi. Le donne di Bohio si erano sedute
accanto ai figli del cielo. I colibri svolazzavano di fiore in fiore: i
pappagalli facevano un casaldiavolo sui rami degli alberi giganteschi;
l’idillio e l’egloga intenerivano i cuori della comitiva satolla.

Poco stante, capitarono anche gli uomini della tribù. E chiesero, con
l’aiuto degli interpetri, se i figli del cielo fossero rimasti contenti;
pregarono che volessero rimanere molti giorni con loro, nella pace
pastorale di Bohio, per riposarsi dei loro viaggi nell’aria e sul mare.
Ma no, era impossibile, facevano rispondere i capi dell’ambasciata.
Erano venuti per conoscere il paese, per chiedere come fosse grande
quell’isola, quanti fossero i villaggi, e quanti i re; da chi
dipendessero; se su quell’isola, o in altra terra vicina, imperasse il
gran Cane, o il Prete Janni, od altro monarca; dopo di che, era
necessario che ritornassero alla costa, per dar ragguaglio di tutto al
loro grande almirante, signore dei mari, ma soggetto egli stesso al più
grande monarca del mondo. Era necessario che partissero: sarebbero
rimasti a Bohio solamente quella notte. Ma perchè il re di Bohio non
sarebbe andato ad accompagnarli fino alla costa, per conoscere
l’almirante, signore dei mari, che lo avrebbe accolto come un fratello,
e gli avrebbe fatti dei ricchi presenti, per lui e per i principali
uomini di Bohio?

Erano in questi discorsi, quando venne un selvaggio, probabilmente un
servo del re, portando una cesta intessuta di vimini colorati. In quella
cesta si vedeva una quantità di piccoli arnesi, di color lionato carico,
in forma di fusi. Ma non erano fusi di legno; parevano di carta, o
piuttosto di foglie disseccate.

—Che roba è?—disse Luigi di Torres.

—Come?—esclamò Rodrigo di Xeres.—Non lo sapete? Nell’estremo Oriente,
nell’India pastinaca, non c’è nulla di simile? E non vi dà lume di
niente il vostro Beniamino di Tudela?

—Voi scherzate, don Rodrigo!

—Eh, Dio buono, a quest’ora, dovrebb’essere permesso. Non avete voi
pranzato di buon appetito?—

Frattanto avevano presi fra le dita quei fusi, li palpavano, li
guardavano, li fiutavano. L’aspetto non era brutto; la sostanza cedeva
al tatto, come un composto di foglie secche; l’odore era buono, ma di un
aroma sconosciuto.

Il re, forse per dare il buon esempio ai suoi ospiti, prese uno di quei
fusi, ne introdusse una estremità fra le labbra, e accostò l’altra ad un
tizzone acceso che gli porgeva un famiglio. Appiccato il fuoco a un capo
del fuso, il re si mise a tirare il fiato dall’altro, e incominciò a
render fumo dalla bocca.

—Oh, _taorib!_—esclamò Damiano, che aveva seguita con occhio curioso
l’operazione regale.

L’interpetre di Guanahani spiegò a Damiano e alla compagnia che quello
non era _taorib_, ma si diceva _kohiba_.

—Siamo lì!—disse Damiano.—E a che serve quel succhiar foglie accese e
dar fumo dalla bocca?

L’interpetre stentava a capire. La frase di Damiano accoglieva troppi
vocaboli nuovi per lui.

—Ti domando,—riprese Damiano,—che cosa è questa _kohiba_.

—Un’erba,—rispose allora l’interpetre,—un’erba che scaccia gli spiriti
della sera.

—Spiriti?... che sono in corpo?—domandò Damiano, aiutando le parole col
gesto.

Caonec rispose affermativamente. Ma forse intendeva di spiriti che
possono entrare in corpo. Nondimeno, si trattava sempre di spiriti, e
della utilità grande di mandarli a quel paese.

—Ah!—disse Damiano.—Credo di averne bisogno ancor io. Vuoi tu accendermi
questa _kohiba_, dolce Samana Taorib?—

La fanciulla non capì le parole, ma il gesto era eloquente; ed ella
appagò il desiderio del suo cavaliere. Prese il fuso, lo accostò alle
labbra, lo accese al tizzone, e poi lo porse graziosamente a Damiano.

Questi incominciò a guardare devotamente la traccia umida che le labbra
di Samana avevano lasciata sulla estremità del fuso. E più divotamente
accostò le sue labbra a quella traccia; poi diede la stura agli inni,
rubando frasi ed immagini al Cantico dei Cantici.

—_Taorib! Taorib!_ Sono dolci i tuoi amori, e il succo delle tue labbra
è migliore del miele. Non parlo del vino, come termine di confronto,
perchè il vino della _Santa Maria_ non è altro oramai che un
cattivissimo aceto, un aceto con sapore di muffa, neanche buono a
condire il cappone in galera. _Taorib! Taorib!_ i tuoi occhi sono due
pezzi di lapislazzuli, in mezzo a cui l’orafo divino ha incastonati due
diamanti purissimi. Il tuo collo è come la torre di Sion, a cui Davide
appendeva le targhe dei prodi, ed io appenderei una collana di baci. I
tuoi orecchi sono come capriuoli... cioè, no, veramente non sono i tuoi
orecchi; ma, sono capriuoli egualmente, sebbene non si levino tra i
gigli. Ed io mi levo... mi levo su, leggero leggero, enfiato come una
vela maestra, dal soffio di una legione di amori.—

Non era più un discorso, quello di Damiano; era un mormorio; un
bisbiglio all’orecchio di Samana, mentre intorno a loro erano parecchie
conversazioni avviate. Samana Taorib stava a sentire la filastrocca,
come trasognata, cadente dalle nuvole, mentre egli, sentendosi più
leggero che mai, andava con la fantasia più alto che non dicesse a
parole.

—_Taorib! Taorib!_—seguitava egli, balbettando.—Vuoi tu seguirmi lassù?
Ti porto in cielo. Strappo un par di raggi alla prima stella che passa,
e te ne faccio un diadema; qualche goccia di rugiada alle nubi, e te ne
faccio una collana di perle. _Taorib!_ Samana _Taorib!_...—

Samana Taorib, più confusa che mai da quella monotonia di suoni
deprecativi, volgeva intorno i suoi grandi occhi d’indaco.

—Caonec!—diss’ella, vedendo l’interpetre seduto sulle calcagna, a pochi
passi da lei.—Cosma _kohiba nericama?_—

Damiano incominciava a sentirsi impacciata la lingua; ma aveva ancor
sano l’orecchio.

—Caonec!—diss’egli a sua volta.—Che dice, la mia bella sovrana?

—Domanda,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non ha voluto fumare
_kohiba_.

—Dille che Cosma odia la _kohiba_ come odia le donne;—rispose
Damiano.—Cosma è uno sciocco.

—Cosma _taorib!_—mormorò Samana.

Un’opinione così recisamente espressa, non poteva piacere a Damiano, che
si voltò scorrucciato alla sua bella vicina.

—Ecco, signora;—diss’egli.—Bisogna distinguere. Cosma sarà _taorib_
finchè vorrai, ed anche di più. Ma ti prego di credere che nel mio
paese, agli occhi di una donna, non è _taorib_ che un uomo solo. Non mi
capisci, Samana? Ora te lo faccio spiegare da Caonec. O piuttosto,
no!...—soggiunse egli, ravvedendosi.—Non leviamo il velo dell’innocenza
a questa divina creatura. Ella vede che Cosma è mio amico, e crede farmi
un piacer matto, decorandolo dell’epiteto di _taorib_. Certo, il mio
compagno non è... non è... come si dice il contrario di taorib? A te,
Caonec! Come si dice brutto nella tua lingua?

—_Uruab;_—rispose prontamente l’interpetre.

—Ah sì? _Uruab?_ Dovevo immaginarmelo. Dicevo dunque a questa cara
fanciulla che Cosma non è _uruab_. Tutt’altro! Anzi, la signora Nina lo
trovava _taorib_.... molto _taorib_.... la qual cosa non tolse che un
bel giorno.... Ma già, c’è sempre nel mondo un _taorib_ che è più
_taorib_ di noi, o sembra tale, e viene a vogarci sul remo. Ebbene, che
cosa dicevo? Samana Taorib... tu mi guardi?... Cioè, non mi guardi
affatto. Ma il tuo fumo di _kohiba_ mi dà maledettamente alla testa.
Caonec! Caonec! dell’acqua... un sorso d’acqua, ti prego....—

Caonec corse nella capanna a prendere l’orciuolo, e ritornò prontamente,
per accostarne l’orlo alla bocca del fumatore giacente.

—Oh bene, grazie, Caonec. È buona, l’acqua; e noi siamo qualche volta
ingiusti con essa. Ancora un sorso... e un altro.... È tanto buona, che
la tracannerei tutta d’un fiato. Ma dov’è Samana Taorib, che non la vedo
più al mio fianco? Partita! perchè?... Dell’acqua ancora! E ti prego,
raccogline un poco nel cavo della mano, e spruzzami il viso.... Mi arde
la testa, e mi vengono i sudori freddi alle tempie. Che diavol è?
Pigliami tra le braccia, Caonec; tirami su, a sedere... così! Ma no,
tirami su, del tutto, in piedi... e sorreggimi. Sento che mi si rovescia
lo stomaco. Vorrei passeggiare, Caonec. Là, dietro a quegli alberi, ci
dev’essere più aria.—

Caonec, intelligente selvaggio, obbediva a tutti i cenni di quel figlio
del cielo. Presolo sotto le ascelle, lo condusse barcollante verso la
macchia.

—Che c’è!—domandò Rodrigo di Xeres, vedendo la scena.

—Niente, don Rodrigo;—balbettò Damiano, tenendosi lo stomaco, e
stralunando gli occhi.—Vado a prendere un po’ d’aria.

—Infatti, siete assai pallido.

—Sfido io... con quella _kohiba!_ Ma l’aria fresca mi farà bene. So un
poco di medicina, don Rodrigo, e penso che potrò liberarmi... da questa
oppressura. Vapori, capite? vapori dello stomaco. Ippocrate dà dei
consigli, in proposito; Galeno raccomanda; e Celso non contraddice.—

Così dicendo, Damiano si allontanò, appoggiandosi al braccio di Caonec.
Le gambe lo reggevano male, ma il braccio del suo compagno era saldo.
Così avesse egli avuto saldo lo stomaco! In quella vece, o Dio
liberatore!... Ma è giusto che certe cose avvengano, per salutare
esempio, se non per edificazione dei popoli.

Mezz’ora dopo, respirata l’aria fresca della macchia, risciacquata la
bocca e la fronte allo zampillo di una sorgente vicina, con lo stomaco
debole e il cervello intronato, Damiano ritornò verso la comitiva. Il
sole era tramontato, e la notte si avvicinava a gran passi. Nell’ombra
della sera, e attraverso le nebbie dei suoi occhi, Damiano vide Cosma
che stava presso l’uscio della capanna. La fanciulla dagli occhi
d’indaco era vicina a lui, e pareva guardarlo con molta attenzione.

—Samana!—disse Damiano.—Che fai tu qui, in così stretto colloquio con
l’amico mio?

—Cosma...—rispose l’ingenua selvaggia, non arrossendo neanche, sotto la
sua pelle di rame,—Cosma _taorib!_—

Damiano si morse le labbra. Ma aveva lo stomaco tanto debole, e il
cervello ancora tanto annebbiato, che non si provò neanche a gridare.

—Ho capito;—mormorò.—Buona fortuna, Cosma taorib! Io vado a letto. Come
si dice letto, nella lingua di questo popolo agreste? Ah, mi ricordo,
amac. Io dunque vado nell’_amac_... e senza _taorib_.—

Samana, tutta intenta a guardar Cosma, non diede neanche retta a
Damiano; lo lasciò andare senza dirgli crepa.

—Ingratitudine delle _taorib!_—borbottò Damiano, entrando nella
capanna.—Ma non diciamo male delle _taorib_, dopo tutto. Sono così anche
le lepri. Un cacciatore le scopre; un altro le prende.—

Damiano cullava ancora la sua filosofia nel pensile tessuto di un’amaca,
quando venne Cosma a raggiungerlo.

—Ah sei qua, tu?—gli disse Damiano—Troppo buono, in verità!

—Te lo avevo pur detto!—rispose Cosma.—Non ne ber tanto, di quel
liquore. È non ti sei contentato di bere; hai voluto anche aspirare il
fumo di quell’erba.

—Caro mio, per discacciare gli spiriti della sera. Avevo un diavolo in
corpo. E come sai, un diavolo scaccia l’altro.

—Quando non restano in corpo tutt’e due.

—No, sai? uno... è andato fuori di certo. Del resto, cose nuove; e
bisogna farci lo stomaco. Ma tu, caro amico, hai fatto un’opera di
carità, venendo a vedermi. Ed anche un sacrifizio, mi pare.

—Perchè?

—Perchè hai piantata sull’uscio la mia... no, la tua... infine la nostra
Samana Taorib.

—Ma che mia? che nostra? che Taorib?

—Come? e non era poc’anzi con te?

—Eh, sfido! volevi che la scacciassi?

—Non pretendevo questo. Ho detto di averla veduta con te. E ti chiamava
Cosma _Taorib_, la perfida! Sentiamo, che cos’altro ti ha detto?

—Caro mio, lo vorrei, ma non lo posso. Non l’ho capita.

—E non hai preso interpetre?

—No.

—Uomo raro! uomo singolare! giuralo.

—Te lo giuro;—disse Cosma, ridendo a suo malgrado della necessità di un
giuramento solenne.—Ma che, per caso, mi avresti tu preso in iscambio,
credendomi un altro te?

—Caro mio, che cosa vuoi che ti dica? L’uomo è un animale così
irragionevole!

—Parla per te, Damiano.

—È giusto, parlerò per me. Anzi, non parlerò più affatto. Con tua
licenza proverò a dormire.

—È il meglio che tu possa fare;—concluse Cosma,—E poichè vedo lì
un’altra amaca, ne prendo possesso, e ti fo compagnia.—

Così dicendo, Cosma pose le mani sull’orlo di una amaca, librò la
persona sulle braccia tese, e con una abilissima giravolta si gittò di
lancio in quel letto pensile, dove pochi minuti dopo dormiva
saporitamente, con molta invidia del compagno Damiano, a cui i dolori
del capo, l’arsura delle fauci e i vapori dello stomaco non lasciavano
prender sonno.

Ma tutto ha fine quaggiù, anche il mal di capo e il mal di stomaco.
Dormendo interrottamente, sudando freddo, voltandosi un po’ sul fianco
destro, un po’ sul mancino, Damiano trovò finalmente il modo di
riposare, aspettando una domani che era così lenta a venire. A giorno
chiaro si svegliò del tutto, e balzò dall’amaca, al rumore che gli altri
facevano dintorno a lui, essendo alzati già tutti.

Damiano aveva la bocca amara e le ossa peste, come dopo una febbre
quartana. Ma infine, se paragonava il suo stato d’allora con quello
della sera innanzi, poteva stimarsi abbastanza contento. Lo stomaco era
sempre dubbioso, ma non gli doleva più. Uscì all’aperto, per prendere
davvero una boccata d’aria; passeggiò un poco sotto i palmizi, e andò a
salutare la fontana, in fondo a quel prato nascosto, dove aveva corso il
risico di rendere l’anima a Dio, come tant’altre cose alla terra di
Bohio. Al vivo zampillo della fontana si lavò le mani e la faccia;
questa, poi, lungamente, una mezza dozzina di volte. Avrebbe fatto anche
un bagno, se non avesse pensato che ci voleva troppo tempo a spogliarsi,
mentre Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres parlavano già di rimettersi in
cammino, per ritornare alla costa.

Quando ricomparve nella brigata, era già l’ora della refezione.

—Mangiate qualche cosa;—gli disse Rodrigo di Xeres.—Niente, è più utile
d’un cibo moderato, a rianimare lo stomaco indebolito da un
stravizio.... e dalle sue conseguenze.

—A chi lo dite?—esclamò Damiano.—Sono anche un po’ medico. E assaggerò
di questa farinata gialla, che mi pare di ceci.

—Maiz;—disse Caonec—Qui mangiare, là nascere.—

Indicava, così dicendo, certe pannocchie dorate di quello che si chiamò
poi grano turco; le quali pannocchie pendevano dalle pareti della
capanna. Insieme con altre sementi di civaie, che gli ambasciatori
avevano raccolte, per portarle alla costa.

Il pasto fu leggero, ed anche breve; Damiano non innaffiò la sua
farinata di maiz che con sorsate di acqua pura. Finalmente, gli
ambasciatori si alzarono, per prendere congedo dai loro ospiti di Bohio.
In due grandi ceste di vimini, ricambiate con le solite perline di vetro
colorato e sonagliuzzi di rame, avevano fatti riporre i saggi della
agricoltura di Bohio; e i naturali del luogo vi aggiunsero una discreta
quantità di bambagia, che traevano da un fiore, non coltivato nei campi,
ma facile a trovarsi dovunque nello stato salvatico. Era, come
immaginate, il cotone. E i naturali dell’isola conoscevano l’arte di
filarlo, per tesserne le loro amache non solo, ma ancora i manti di cui
le donne più ragguardevoli si adornavano le spalle, e le _pernague_, o
pannicelli, che tutte si giravano intorno ai fianchi.

Insieme con le ceste di vimini, che erano confidate alle cure dei due
interpetri, gli ambasciatori dell’almirante portavano un carico meno
pesante, ma egualmente voluminoso, di utili notizie, raccolte a fatica,
e forse non tutte dirittamente intese, sulle condizioni dei luoghi.
Sapevano, per esempio, che in quell’isola, detta di Cuba, erano molti i
villaggi, ognuno col suo re, detto _cacìco;_ potevano riferire con
certezza all’almirante che quei villaggi erano tutti, dal più al meno,
come quello di Bohio, e che non era a sperare di trovarci il gran Cane,
nè il Prete Janni, nè altri segni di dominio orientale, nè perle, nè
oro, nè spezierie. Queste ricchezze, per altro, dovevano ritrovarsi a
staia, molto più lungi di là, verso ponente, in un’isola, o terra, che i
naturali di Bohio chiamavano col nome di Babeque.

O Babeque, o isola fantastica come quella di San Brandano, cercata
inutilmente come quella di Cipango, voi avete fatto perdere un tempo
prezioso al signor almirante del mare Oceano. E siete rientrata nel gran
limbo delle cose vane, senza che i posteri siano mai venuti a capo di
sapere che diavolo intendessero di accennare, pronunziando il vostro
riverito nome, i naturali di Cuba.

—Ed ora, amici, in cammino!—aveva detto Rodrigo di Xeres.—Bisognerebbe
esser domani alla costa, per non tenere in ansietà il nostro signor
almirante.—

Il cacìco e i principali della tribù accompagnarono l’ambasciata per un
buon tratto di strada. Le donne, affollate all’ingresso del villaggio,
piangevano sulla partenza dei figli del cielo.

Damiano vide tra quelle donne, e in prima fila, quella perfida Samana,
che lo aveva lasciato solo a combattere coi fumi della _kohiba_, andando
a chiamare _taorib_ il suo amico e fratello Cosma. Stette saldo,
vedendola, e guardò davanti a sè, fingendo di non averla veduta.

Le donne si accalcavano intorno agli ambasciatori, baciando loro le
mani. Samana approfittò di quella confusione per accostarsi a Damiano.

—Damiana!—gli disse, guardandolo con aria compunta.

—Damiana!—ripetè egli, sardonico.—Cambiami ancora il sesso, satirica
donna, che me lo son meritato.

—Damiana.... _taorib!_—ripigliò Samana con voce carezzevole.

—Troppo tardi, fanciulla!—rispose egli inflessibile.—Ma se _taorib_ vuol
dire imbecille, tu hai sicuramente ragione.—

Così dicendo, Damiano levò il braccio, come se volesse darle la sua
benedizione, o mandarla a farsi benedire altrove; e proseguì la sua
strada.



                            _Capitolo VII._



      Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.



L’almirante aveva spesi utilmente quei giorni di aspettazione, facendo
tirare a terra e spalmare la _Santa Maria_, che incominciava a sentire
il bisogno di essere racconciata. L’opera dei calafati era a mala pena
finita, e la caravella in pronto per navigare, quando ritornarono i
messaggeri alla costa, e riferirono al comandante supremo tutto ciò che
avevano veduto nel loro viaggio entro terra. Era quel giorno il 5
novembre. E perchè la freschezza delle notti faceva preveder vicino
l’inverno, l’almirante deliberò di non avanzarsi troppo verso
settentrione, e di non fermarsi più a lungo in così povere contrade.

Per altro, innanzi di salpare le áncore dal _Rio de los Mares_, comandò
che si prendesse qualche naturale dell’isola di Cuba, avendo in animo di
condurre d’ogni isola visitata qualche abitante in Castiglia. Furono
presi così dodici naturali, tra uomini, donne e fanciulli. Le navi erano
già alla vela, quando si accostò in una piroga un selvaggio, chiedendo
di essere preso a bordo egli pure. Marito di una delle donne prese dagli
Spagnuoli, padre di due fanciulli che con la madre erano stati condotti
alla nave, il poveraccio non vedeva che cosa avrebbe potuto far egli a
terra, lontano dalla sua famigliuola. L’almirante lo accolse
festosamente, e comandò che fosse trattato, egli e i suoi, con ogni
cortesia. Così contenti tutti, si uscì dalla foce del fiume, nella
giornata del 12, muovendo verso levante, alla ricerca dell’isola di
Babeque.

Fu un grave danno per lui, quella illusione di Babeque. Se avesse volta
la prora a ponente, e seguitato il suo consueto cammino, avrebbe toccate
le coste della Florida; od anche, seguitando a costeggiare l’isola di
Cuba, nel rombo di libeccio, avrebbe incontrate le sponde opposte
dell’Yucatan, così facendo nel suo primo viaggio la scoperta del
Messico, cioè della più ricca e della più incivilita contrada del nuovo
mondo.

Ma per allora, seguendo le indicazioni dei naturali di Bohio, egli andò
a cercare Babeque, la irreperibile Babeque. Le navi avevano appena
pigliato il largo, che incominciò a soffiare il vento di tramontana, e
così fresco, da consigliare una poggiata verso l’isola di Cuba. La
spedizione entrò allora fra alcune isolette, le quali sorgevano in
vicinanza di un gran porto, a cui Cristoforo Colombo impose il nome di
porto del Principe. Egli spese qualche giorno a visitare coi suoi
palischermi il grazioso arcipelago, a cui diè nome di Giardino del Re.
Erano quelle isole così fitte e vicine, che dall’una all’altra non era
più d’un quarto di lega; e tanto erano profondi i canali, le rive così
adorne di alberi e di erbe così verdi, che niente si sarebbe potuto
immaginare di più bello. Tutte quelle isole erano vuote di abitanti;
eppure ci si vedevano tracce di molti fuochi di pescatori. Sicuramente,
a quelle isole andavano i naturali di Cuba, per attendere alla pesca; la
qual cosa si seppe poi con certezza, insieme con altre particolarità,
che importano poco al nostro racconto, e che per amore di brevità si
ommettono. Ce ne sappia grado il lettore.

Il 19 dicembre, che fu un lunedì, l’almirante salpò nuovamente dal porto
del Principe, ripigliando il suo cammino verso la fantastica Babeque. E
seguitava a cercarla il 21, quando Martino Alonzo Pinzon, seccato di
cercare Babeque in compagnia dell’almirante, si mosse per suo conto alla
ricerca di una isola nuova, che i naturali a bordo della _Pinta_
chiamavano Bohio, come i villaggi dell’interno di Cuba. Evidentemente,
con quel nome di Bohio indicavano la casa, o un ceppo di case; un luogo
abitato, insomma.

Vedendo la _Pinta_ allontanarsi verso levante, Cristoforo Colombo la
richiamò coi segnali d’uso. Ma la _Pinta_ non fece caso dei richiami, e
andò innanzi per tutto il resto della giornata. Sopraggiunta la notte,
l’almirante fece serrare alcune vele, e appiccar lanterne all’albero di
maestra, pensando ancora che la _Pinta_, ottima veliera, lo avrebbe
raggiunto; ma invano. La _Pinta_ non ritornò; allo spuntar del giorno si
era dileguata del tutto.

Che voleva dir ciò? Noi sappiamo che i racconti di un selvaggio,
accennando ad una ricchissima regione, avevano abbagliato il Pinzon. Ma
senza sapere di ciò, l’almirante pensava dirittamente dell’altro;
pensava ad esempio che Martino Alonzo non era il più obbediente degli
uomini e sopportava con impazienza l’autorità del comandante supremo. E
sospettava, per conseguenza, di qualche brutto disegno. Il Pinzon
voleva, arrogandosi un comando separato, procurare a sè vantaggi
separati; oppure egli faceva conto di ritornarsene in Ispagna, per
usurpare al comandante supremo l’onore delle fatte scoperte.

La lentezza della _Santa Maria_ non permetteva d’inseguire la _Pinta_.
Cristoforo Colombo, che già tante contrarietà aveva dovuto sopportare e
tanti affronti mandar giù, ricacciò il suo giusto sdegno nel fondo
dell’animo; e seguitò a veleggiare lungo la costa di Cuba. Gli occorse
anzi di ritrovare un bel porto, e di ancorarvisi, per fornirsi d’acqua e
di legna. In quel porto, che egli chiamò di Santa Caterina, vide alla
foce d’un fiume alcune pietre che avevan mostre d’oro; e le montagne
tutto intorno erano vestite di pini così alti, che se ne potevano far
alberi per grosse navi.

Ma non era tempo d’indugiarsi. La tarda _Santa Maria_ e la tardissima
_Nina_ ripigliarono il viaggio: toccarono un altro porto, che fu
chiamato porto Santo, e di là volsero alla punta orientale di Cuba, che
prese il nome di Alfa ed Omega. Laggiù, mentre correva bordeggiando,
incerto della via da prendere, l’almirante scoprì a scirocco una nuova
terra: e questa a grado a grado si mostrava più chiaramente,
innalzandosi le sue alte montagne a foggia di piramidi, sulla linea
dell’orizzonte, ed annunziando un’isola di grande estensione.

I naturali di Guanahani e di Cuba, che erano a bordo della _Santa
Maria_, vedendo quell’isola in lontananza gridarono: Bohio! Quando
videro che l’almirante faceva drizzar la prora a quella volta, diedero
segni di gran terrore, e lo supplicarono di mutar cammino, assicurandolo
che gli abitanti erano feroci e crudeli. Parve anzi di capire dai
discorsi dell’interpetre che fossero antropofagi e che avessero un
occhio solo nel mezzo della fronte. Davvero, in quel maraviglioso
viaggio del navigator genovese, un po’ d’Odissea non guastava, e
Polifemo ci ritrovava il suo posto.

Il vento si era voltato contrario; nè osando far vela nella notte per
quei mari sconosciuti, l’almirante spese due giorni intieri per arrivare
alla temuta isola di Bohio. Ma egli potè lungamente ammirarla, in mezzo
alla trasparente atmosfera dei tropici. Le sue montagne erano più alte e
rocciose di quante egli ne avesse vedute in quell’isole; per contro,
sorgevano dal verde cupo di fitte boscaglie le ridenti colline; e le
verdeggianti praterie che la circondavano, i segni di coltura che
offrivano le pianure, i fuochi innumerevoli che si vedevano brillare
nella notte, le colonne di fumo che di giorno s’innalzavano al cielo,
davano indizio di un popolo numeroso e felice. Tale si offerse Bohio, o
per chiamarla col suo vero nome, Haiti, agli occhi dell’almirante e del
suo equipaggio.

Egli era partito dal capo Alfa ed Omega la mattina del cinque di
dicembre. Non toccò la punta occidentale della nuova isola che nella
sera del sei. Approdò ad un porto, a cui diede il nome del santo di quel
giorno, san Nicolò; nome che i posteri hanno conservato a quel
sorgitore, spazioso e profondo, attorniato di alberi d’alto fusto, molti
dei quali erano carichi di frutti.

Verso il fondo del porto si stendeva una vasta pianura, irrigata da
un’acqua limpidissima. Nel porto si vedevano cinque piroghe, grosse come
fuste spagnuole, di quindici banchi ciascuna. Sicuramente erano villaggi
in vicinanza; ma i naturali, alla vista delle navi straniere, erano
tosto fuggiti alla macchia.

Non potendo aver pratica con quella gente, l’almirante fece rimettere
alla vela, seguendo la costa verso tramontana, finchè giunse ad un altro
porto, da lui chiamato della Concezione. Anche in quel porto metteva
foce un piccolo fiume. La costa abbondava di pesci, molti dei quali
saltavano perfino nei palischermi. E perchè la più parte di quei pesci
somigliavano a quelli delle coste di Spagna, e perchè parve di udir dai
boschi vicini il gorgheggio del solito rosignuolo di Andalusia, e perchè
l’aspetto dei monti e delle colline ricordava anch’esso la terra
dond’erano partiti i navigatori animosi, l’isola ebbe il nome nuovo di
Spagnuola, innanzi che fosse conosciuto il suo vero nome di Haiti.

Erano nel dintorni del porto le tracce d’una grossolana coltura; ma non
si vedevano abitanti, perchè tutti erano fuggiti all’arrivo degli
stranieri. Quattro o cinque ne furono veduti in una radura del bosco,
che stavano spiando i nuovi venuti; si diede loro la caccia, ma non fu
possibile raggiungerli.

Desiderando l’almirante di entrare ad ogni modo in relazione coi
naturali dell’isola, mandò sei uomini bene armati in esplorazione.
Trovarono essi dei campi coltivati, delle tracce di sentieri, delle
eminenze con avanzi dì carbone e di cenere; ma gli abitanti impauriti si
erano sempre tenuti lontani da loro. Non era molto, ma bastava a
convincere l’almirante che la popolazione dell’isola fosse abbastanza
numerosa. Quei fuochi che egli aveva veduti risplendere la notte
innanzi, e di cui erano state ritrovate le vestigie, ricordavano ciò che
si sapeva per tradizione in Ispagna, dei fuochi accesi nelle montagne
dal popolo cristiano, al tempo della invasione degli Arabi, per
avvertire gli abitanti del piano di fuggire quanto più potessero lontani
dal lido minacciato.

Era il 12 dicembre, quando Cristoforo Colombo piantò solennemente una
croce, sopra un poggio all’ingresso del porto, per dinotare che ne aveva
preso possesso. Cosma e Damiano, che passeggiavano allora in quelle
vicinanze, scopersero sul confine di una macchia vicina un gran numero
di naturali. Data la voce ad alcuni compagni, e tosto seguiti da essi,
corsero sulle tracce di quella gente, che si era data, come potete
immaginarvi, alla fuga. Non impediti da drappi, nè da falde, quei
naturali guadagnarono facilmente terreno, e non furono potuti
raggiungere. Ma la fortuna arrise a Damiano, che era più innanzi dei
compagni, e potè metter la mano sopra una giovane donna, rimasta ultima
dello stuolo fuggitivo.

Confessiamo, per amore di verità, che Damiano da principio non pensò al
sesso della sua preda. L’aveva abbrancata e la teneva forte. Ma alle
strida di lei, riconobbe di aver sotto l’unghie una donna. E senza
lasciarla tuttavia, la strinse un po’ meno, cercando in quella vece di
chetarla, con quel po’ di lingua selvaggia che aveva imparata.

Quel poco, per altro, era pochissimo; una sola parola.

—_Taorib!_—le disse.—_Taorib!_—

La donna seguitava a divincolarsi, ma inutilmente. Del resto,
sopraggiungevano i compagni di Damiano, a prestargli man forte.

—Per caso,—disse Cosma all’amico,—avresti ritrovata Samana?

—Eh, qualche cosa di simile;—rispose Damiano.—Ma il diavolo mi porti, se
ricasco nelle sue tentazioni.—

Pure la donna era giovane e graziosa. Era nuda affatto, il che augurava
male del grado di civiltà dell’isola Spagnuola. Ma essa portava sospesa
alle narici una piastrella d’oro, e questo faceva sperare che il
prezioso metallo fosse comune in quell’isola. Una miniera d’oro valeva
bene uno stato di civiltà. Così almeno si ragionava allora, e il
narratore non ci mette del suo nè sal nè pepe.

La bella conquista fu portata in trionfo a piè della croce. Colà il suo
spavento fu presto calmato dagli interpetri, e più dal benigno aspetto e
dagli umanissimi gesti dell’almirante; il quale tosto ordinò che la
bella sbigottita fosse coperta d’un manto, le diede anelli di rame da
mettersi alle dita, una collana di perline di vetro e dei piccoli
sonagli da mettersi al collo. Eva fu prontamente tranquillata. L’avevano
ornata di bei presenti; la rimandavano libera: l’avevano chiamata
_taorib_.

—_Taorib!_ si, _taorib!_—le andava ripetendo Damiano, mentre ella si
allontanava.

Ed ella si allontanava lentamente; o fosse, come credette Damiano,
perchè non le dispiacesse quel complimento, o perchè al suo cuore
riconoscente piacesse meglio mostrare con la lentezza del ritorno che
era grata delle buone accoglienze ricevute.

—Accompagnatela;—disse l’almirante agli interpetri.—Forse troverete modo
di parlare agli uomini della tribù.—

Tre degli interpetri obbedirono al comando.

—Signore,—disse Damiano,—volete che l’accompagni qualcun altro di noi?

—Fatelo, se vi pare. Io non pensavo di darne incarico a voi,
immaginandovi stanchi della corsa già fatta.—

Damiano volse un’occhiata a Cosma, invitandolo.

—Io verrei;—gli disse Cosma, muovendosi;—ma non mi farai tu assistere a
qualche altra follia?

—Uomo di poca fede,—rispose Damiano,—ti ho detto che non ricascherò in
tentazione. E voglio averti per testimonio della mia maravigliosa virtù.
In questo momento, poi, mi ricordo di Scipione in Ispagna.—

La donna, vedendosi seguire da tanti, incominciava a pentirsi di essere
andata troppo lenta. Ma gl’interpetri furono solleciti a chetare i suoi
timori; ed ella si mostrò contenta di ritornare al suo villaggio così
bene scortata, con quel manto da regina sulle spalle.

Damiano, in quella spedizione, mantenne la parola che aveva data al
compagno. Non fece gli occhi teneri alla bella selvaggia; si contentò di
chiamarla un centinaio di volte _taorib_.

—Parole,—diceva egli a Cosma,—parole che si dicono, e il vento se le
porta. È sempre bene dire ad una donna che ella è _taorib_, anche se una
piastrella d’oro sospesa alle nari le sforma un pochettino la faccia.
Ella ritorna a casa sua, vede le amiche, s’intrattiene di cento cose con
loro, e trova sempre modo di ricordar loro quel gentil cavaliere che le
ha detto tante belle cose, magari dicendogliene sempre una sola.

—Ah, furfante di tre cotte!—esclamò Cosma, ridendo.—Così ti disponi tu a
non ricadere in tentazione? preparandoti il terreno in guisa che tutta
una popolazione femminile s’innamori di te? Vuoi dunque conquistare
tutti i teneri cuori del nuovo mondo?

—Sì, dammi la soia!—rispose Damiano.—Sei tu, Cosma _taorib_, che puoi
parlarmi così? tu, che appena saremo al villaggio, mi vogherai
bravamente sul remo?—

Con grande soddisfazione di Damiano, che era fresco di malattia e non
voleva far ricadute, non fu il caso che l’amico gli vogasse, anche
involontariamente, sul remo. Sopraggiunse la sera, senza che avessero
ritrovato il villaggio. Non volendo avventurarsi in piccol numero, e di
notte in quei luoghi sconosciuti, pensarono di ritornare alla costa. La
selvaggia, del resto, aveva veduto compagni sulle balze vicine; poteva
ritornarsene insieme con loro al villaggio. Fu salutata, ossequiata,
pose le mani sulla testa di tutti, in segno di riverenza e di fede, si
sentì chiamare un’altra volta _taorib_, e mezzo sorridente, mezzo
piangente, si separò dai suoi cavalieri.

L’almirante vide a tarda sera ritornare i suoi uomini. E facendo
assegnamento sul buon effetto che avrebbe dovuto produrre sui naturali
il racconto della donna così prontamente rimandata libera e tanto
onorata da tutti, pensò di mandar gente nell’interno dell’isola. Nella
mattina seguente egli scelse adunque nove uomini, comandò che si
armassero a dovere, e li spedì per la via di cui già avevano fatta una
parte, a rintracciare il villaggio.

Damiano, si capisce, era del numero; e Cosma non poteva non accompagnare
Damiano. Un naturale di Cuba fu aggiunto al drappello, per servire da
interpetre.

Il villaggio fu ritrovato, a quattro leghe e mezzo dalla costa, e sulle
sponde di un gran fiume. Conteneva un migliaio di capanne; ma tutte
deserte, essendone fuggiti gli abitanti al primo apparire degli
Spagnuoli. Per altro, non erano andati molto lontano; parecchi ne furono
veduti ronzare tra gli alberi, in prossimità del villaggio, e come in
vedetta, per dare avviso d’ogni novità ai loro compagni.

Ad essi, per consiglio di Cosma, che capitanava il drappello, andò solo
soletto l’interpetre. Trattenendoli coi gesti e con la voce amica, li
raggiunse, parlò, e riuscì a persuaderli, discorrendo a lungo della
bontà dei figli del cielo, che viaggiavano il mondo, facendo ricchi
donativi a tutti, e male a nessuno.

Si erano affollati in cento a sentirlo; crebbero a mille, mentre egli
parlava; In duemila lo seguirono al villaggio, circondando i nove
Spagnuoli, ma rispettosamente, sapendoli figli del cielo, e immaginando
forse che quegli esseri soprannaturali, scesi dalla patria della
folgore, potessero sprigionare da un momento all’altro scintille ed
atterrarli a diecine.

A poco a poco, vedendoli così buoni, che si lasciavano ammirare, e
rivolgevano loro occhiate amorevoli, si addomesticarono del tutto. I più
vecchi giunsero perfino all’atto di metter le mani sulla testa degli
uomini bianchi; il che, come sapete, era segno di onore grandissimo,
come di confidente amicizia per gli stranieri, e di buon augurio per sè.
Quindi, sparpagliatisi per le case e pei campi, ritornarono in piazza
con frutti, radici e pane di cassava. Vollero ancora che visitassero le
loro capanne, portandoci la benedizione del cielo, e li pregavano di
rimanere a lungo loro ospiti. Udito dall’interpetre che amavano i
pappagalli, ne recarono molti addomesticati. Non oro, ahimè, non oro,
che i figli del cielo anteponevano ai pappagalli. Salvo quelle
piastrelle che taluni di essi, specie le donne, portavano sospese alle
nari, non avevano in casa altro saggio del prezioso metallo. Ma
lasciavano intendere che la terra dove si raccoglieva l’oro, giaceva più
oltre a levante. Era un’altra parte dell’isola? era un’altra isola a
dirittura, o un continente lontano? Era povero ancora il vocabolario,
più povera la sintassi dell’interpetre; e quel punto difficile non fu
potuto chiarire lì per lì, come avrebbero desiderato i figli del cielo.

Gl’indigeni di quel villaggio erano dei più belli, per regolarità di
fattezze e proporzione di membra, che i cristiani avessero veduti fino
allora nelle isole scoperte. Avevano pure la pelle più bianca degli
altri. Apparivano anche singolarmente felici, poichè la terra ferace
produceva quasi senza coltivazione la maggior parte dei loro alimenti; i
fiumi e le rive del mare davano pesce in gran copia. Tutto avevano
comune, la terra del pari che l’acqua ed il sole; i loro frutteti, come
i lor boschi, non si vedevano circondati da fossi, nè divisi da
stecconate, nè protetti da muri. Vivevano senza leggi, senza giudici,
senza uscieri e senza gendarmi, riguardando siccome malvagio chi si
compiacesse di far male altrui, nè avendo altra cura fuor quella di
vigilare la riproduzione delle radici di jucca, donde ritraevano il
pane. Non era sconosciuta ad essi la poligamia, poichè assegnavano venti
donne al capo della tribù; ma ognuno di loro pareva contentarsi di una.
E non difettavano d’idee filosofiche, nè di credenze religiose.
Stimavano esser l’anima immortale, e pensavano che, dopo la morte del
corpo, ella andasse per boschi e montagne, vivendo eternamente collegata
alla sua patria terrena, nel fondo delle caverne. Queste, perciò,
avevano un culto, essendo riguardate con superstiziosa venerazione. E
quelle voci che rispondono alla nostra nei luoghi solitarî, dalla cavità
delle grotte, dalle pareti dei massi, erano, secondo loro, le anime dei
trapassati. Vita bucolica, religione poetica, come vedete.

Mentre i nove Spagnuoli stavano ragionando coi naturali del villaggio
(per intromissione dell’interpetre, quasi non sarebbe mestieri di
dirlo), videro avvicinarsi un numeroso stuolo d’indigeni, che portavano
una donna sulle loro spalle, come in trionfo.

—La regina!—disse Damiano.

—Sì, piglia fuoco, bombarda!—fu pronto a ribattergli Cosma.

—Eh, se sarà degna dei nostri omaggi, perchè no? Ne ho pensato una, sai?
L’altra volta, caro mio, mi hai sconfitto facilmente, avendo io bevuto
troppo di quel maledetto liquore, e sorbito quell’altro veleno nel fumo
dell’erba magica, o che altro diavolo fosse. Ma questa volta, per tua
regola, non berrò che acqua, non accosterò _kohiba_ alle labbra, e ce la
vedremo, mio caro!—

Cosma ascoltava e sorrideva, di quel suo sorriso malinconico che non
iscopriva i segreti dell’animo, ma li lasciava intravvedere, e faceva di
lui un personaggio singolare in mezzo a quella numerosa famiglia di
poveri naviganti.

Il drappello si era avvicinato, e i due amici riconobbero nella creduta
regina la giovane donna che avevano fatta prigioniera il giorno innanzi
e poi ricondotta a mezza strada verso il villaggio. Coperte le spalle
del suo manto dai vistosi colori, cinta il collo dei sonagli e delle
perline di vetro che le aveva donato l’almirante, ella veniva tutta
sorridente e felice su quel suo cocchio improvvisato. Il marito di lei
precedeva il drappello, e fu molto contento di aver lì pronto un
interpetre, per fare un lungo discorso, in cui esprimeva la sua profonda
riconoscenza per la bontà che i figli del cielo avevano dimostrata verso
sua moglie.

Una buona parola non è mai sprecata. Damiano ebbe il premio di quella
che aveva detta tante volte alla giovane selvaggia; lo ebbe sentendosi
da lei chiamare per nome. Era il nome con cui essa lo aveva sentito
chiamare dagli amici, e non lo aveva dimenticato.

—Damiano!—gli disse;—Damiano!—

E pareva contenta di rammentarlo; più contenta di dimostrargli che lo
aveva ritenuto.

—Ah! sia lodato il cielo!—mormorò Damiano.

—Questa, almeno, non mi cambia il sesso. Buon giorno,
_taorib_!—soggiunse ad alta voce, facendole con la mano un grazioso
saluto.

—Ella sa il tuo nome;—gli disse Cosma all’orecchio.—Chiedile almeno il
suo.

—A qual pro?—disse Damiano.

—Ma, che so io? Per ricordartene.

—E domandiamo il suo nome:—riprese Damiano.—Cusqueia!—

Il naturale di Cuba, che si chiamava così per lo appunto, si volse.

—Come si chiama quella _taorib_? Domandalo.—

L’interpetre contentò subito il desiderio di Damiano; poi ripetè il nome
che gli aveva detto la donna:

—Caritaba.

—Onore a Caritaba!—disse allora Damiano.

E levatasi una rossa fascia di lana che portava in cintura, la porse a
lei in presente. Caritaba ringraziò, battendo le palme e saltando.

Era giunta l’ora di lasciare il villaggio. I marinai volevano essere
prima di notte alla costa. Saputo della loro risoluzione, tutta la tribù
si diede a gemere, a guaiolare, come se fosse accaduta una grande
sventura.

Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello. _Fata trahunt_,
avrebbe potuto dir loro Damiano, che sapeva di latino. Ma a qual pro’,
se i naturali di Cuba non capivano il latino?

Il drappello si pose in cammino, accompagnato dal saluti, dai gemiti,
dalle acclamazioni di tutta la tribù. Era un tumulto assordante,
aggravato ancora, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei
pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con sè, per non aver aria
di sgradire i donativi di quell’ottima gente.

—E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti, nemici
dell’uomo!—gridava Damiano.—Se almeno si capisse il vostro linguaggio!

—Tu non hai pazienza;—gli diceva Cosma.

—Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre;—rispondeva Damiano.—Ma
queste bestie maledette, la farebbero perdere a Giobbe.

—Ah sì! bell’esempio che tu porti! un uomo che si lagnava dalla mattina
alla sera, e dalla sera alla mattina.

—E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti, con quel po’ po’ di
disgrazie e di guidaleschi addosso! e con quella razza di amici! e con
quella donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso moglie!...—

Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di Damiano.

—Scusami, sai;—ripigliò Damiano, vedendo, o piuttosto indovinando
l’effetto delle sue parole.—Volevo dire: felice te, che di amici
chiacchieroni non ne hai alle costole che uno.

—E lo amo, e son lieto di avercelo;—disse Cosma, stendendogli la mano.

Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero, per mandare un
ultimo saluto alla tribù, che era tutta quanta affollata all’ingresso
del villaggio, in atto di contemplare i figli del cielo.

—Che è?—disse Cosma.—Uno dei naturali viene verso di noi, correndo come
una lepre.

—Che cosa vorrà?—disse Damiano.—E che diavolo porta egli in mano?
Qualche cosa di verde. Una foglia di palma, forse? A te, che hai un
occhio di lince, e l’altro di falco; vedi un po’ tu.

—Povero Damiano!—esclamò Cosma, non potendo trattenere un sorriso.—Sta a
vedere che quella palma è per te! Infine, non hai tu trionfato? e non la
meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una foglia di palma. Tura gli
orecchi, Damiano; è un pappagallo.

—Che il diavolo si porti anche quello;—gridò Damiano.—Ma perchè poi
dovrebbe essere destinato a me? Non sei tu il capo della spedizione? I
donativi vanno al comandante, mi pare.—

Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color di rame non permetteva
agli Europei di riconoscerlo. Ma bene lo distinse l’interpetre.

—Marito a Caritaba;—diss’egli.

—Che cosa ti dicevo io?—mormorò Cosma all’orecchio di Damiano.—È il
marito della bella: ti porterà un ultimo saluto di lei.—

Era infatti il marito dell’indiana, a cui erano state fatte tante buone
accoglienze il giorno innanzi, e tanta festa un’ora prima. Veniva egli
con un pappagallo nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli,
guardò un poco nel crocchio, per cercare il suo uomo; lo ritrovò, diede
un grido, e gli offerse il pappagallo, dicendo con breviloquenza
spartana:

—Caritaba.... Damiano.

—Cari....—balbettò Damiano, confuso.

—Caritaba;—gli rispose una voce.

Ma non era la voce dell’indiano; era la voce del pappagallo.

—Diciamo dunque Caritaba;—conchiuse Damiano, rassegnandosi.—E tu,
Cusqueia, sapientissimo tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale
per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso presente.—

L’interpetre capì ad un bel circa il pensiero di Damiano. E parlò al
marito di Caritaba; ne ebbe la risposta, e la riferì prontamente a
Damiano.

—Caritaba,—diss’egli,—contenta dono Damiano. Figli del cielo amare
bestie parlanti. Caritaba mandar bestia parlante Damiano.

—Grazie!—rispose Damiano, commosso, ma non fino alle lagrime.—Dica
quell’ottimo naturale alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo
sul mio cuore, finchè mi duri la vita.—

L’interpetre capì quel che potè, disse quel che gli parve meglio, e fece
saltare quell’altro dalla gioia.

—È contento vedi? è contento;—rispose Damiano.—Ma già, quell’ottimo
naturale ha il suo segreto in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il
motto di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d’oro.—

Il marito della bella indiana levò le mani, salutando; fece una
giravolta da ballerino, e prese il volo verso il villaggio.

—Guarda,—disse Cosma,—guarda come è bene arnesato.

—Arnesato, di che? Mi par nudo.

—Non vedi? Ha la tua fascia rossa alle reni.—

Damiano guardò, e riconobbe la fascia che egli aveva donata un’ora
innanzi alla bella Caritaba.

—Ah figlio di cane! e cane egli stesso!—gridò.—Ma quell’altra....
quell’altra, che gli ha ceduto il mio regalo!

—Caro mio, non accusare quella povera donna. Non avrà potuto rifiutarlo
ad una domanda del suo signore e padrone. Quella fascia, del resto, era
arnese da uomini; doveva andare ad un uomo. Egli ha veduto che tu la
portavi in cintura; l’ha voluta, e l’ha messa anche lui in cintura.

—O giù di lì!—disse Damiano.

—Ma di che ti lagni, uomo incontentabile?—riprese Cosma.—È venuto ancora
a portarti il cambio del tuo presente; il pappagallo, la bestia
parlante....

—Cosma!—brontolò Damiano.—Giobbe aveva parecchi amici; tre, se io
ricordo bene la Sacra Scrittura. Ma io ne ho uno, che fa per trenta.

—Mi rinchiudo nel mio guscio,—rispose Cosma,—e non ti dico più nulla.—

Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo sul pugno il suo
pappagallo, che di tanto in tanto gli veniva ripetendo:

—Caritaba!

—Sì, Caritaba! e aggiungi anche _taorib_, bestia malnata!—borbottava
Damiano.—Io dunque ti porterò in Europa, perchè tu m’introni sempre gli
orecchi, con quel tuo Caritaba?

—Senti,—si provò a dirgli Cosma,—ora tu sei maravigliosamente ingiusto.
Vorresti dunque che egli ti dicesse.... Samana?

—Ah sì, non ci mancherebbe più altro;—rispose Damiano.—Ma infine, tu mi
ci fai pensare: qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana;
alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte di Bohio. Mi dirai che mi
contento di poco. Ebbene, che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero,
un ricordo; ecco l’amore.

—Caritaba!—gracchiò il pappagallo.—Caritaba!

—O senti, tu! non potresti cambiarmela, una volta tanto, la
musica?—gridò Damiano, seccato.—Dirmi, per esempio, Caratiba? Carabita?
Catariba? Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir Catarina; non è
vero, Cosma?—

Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero rinchiuso nel suo
guscio.

Quella sera, udita la relazione de’ suoi messaggeri, Cristoforo Colombo
depose la speranza, o l’illusione, di essere pervenuto ai confini
orientali del Cattaio, e di dover mai, per quel viaggio almeno, usare
della scienza poliglotta di don Luigi de Torres.

Selvaggi, selvaggi, ancora, selvaggi sempre. Terra vergine, adunque: e
non era la realtà più bella del sogno?



                            _Capitolo VIII._



           Nel quale si ripete su per giù la medesima storia.



Dobbiamo noi raccontare partitamente ogni cosa? riferire ogni
particolarità del viaggio di Cristoforo Colombo? Badate, lettori
umanissimi; si ruberebbe il mestiere al buon Las Casas, vescovo di
Chiapa, il quale ha narrato tutto per filo e per segno; oppure a
quell’altro scrittore, che corre il mondo sotto il nome di Fernando
Colombo, figliuolo dell’almirante e di donna Beatrice Enriquez, fingendo
di narrare la vita del suo genitore immortale, e non facendo altro che
copiare il Las Casas. Del resto, intorno ad Haiti, come intorno a Cuba,
come intorno a tutte le isole scoperte nel primo viaggio di messer
Cristoforo, troppe cose, nel seguirsi che fanno, si rassomigliano; e voi
fareste colpa al narratore di una monotonia, ch’egli, per amor vostro,
vorrebbe ad ogni costo evitare..

Ecco qua, per esempio. La mattina del 14 dicembre, persuaso di non
essere in vicinanza del Cattaio, l’almirante si muove con le due
caravelle per andare un’altra volta in traccia della favolosa Babeque. I
venti contrarii glielo impediscono, ed egli si contenta di visitare
un’isola che si vede all’orizzonte, di rimpetto ad Haiti. Ci arriva, e
dall’abbondanza di tartarughe marine che ritrova in quelle acque, dà
all’isola nuova il nome di _Tortugas_. Anche là i naturali scappano dal
lido, alla vista degli stranieri; anche là il paese è amenissimo; una
valle stupenda riceve il nome di Paradiso; un bel fiumicello è
battezzato (della sua propria acqua, m’immagino) col nome di
Guadalquivir. Dopo di che, nel giorno 16 dicembre, l’almirante rimette
alla vela, e, se ne ritorna ad Haiti, o alla Spagnuola, se meglio vi
piace.

In una rada, che porta oggi ancora il nome di _puerto de Paz_,
l’almirante fece a mala sorte buon viso; approfittò della inerzia a cui
lo obbligavano i venti contrari, per stringere più intime relazioni coi
naturali dell’isola. E là ricevette la visita di un giovane cacico, che
pareva aver fatti i suoi studi in Europa. Era venuto alla spiaggia in
lettiga, portato da quattro uomini, e scortato da dugento. Quando egli
giunse a bordo della _Santa Maria_, l’almirante era a tavola, co’ suoi
ufficiali. Voleva alzarsi, per ricevere l’augusto visitatore; ma
l’augusto visitatore non lo permise, e nella sua lingua, che tosto
tradusse un interpetre, lo pregò di non far cerimonie. Egli aveva
lasciati i suoi uomini, parte a terra, e parte nelle piroghe; due soli
lo accompagnavano alla mensa dell’almirante, due vecchi, forse due
ministri, forse due consiglieri aulici. Cristoforo Colombo gli offerse
di prender parte al suo modesto desinare; e il cacico si degnò di
assaggiare, forse per mostrargli di aver gradita la cortesia, ma subito
passando il cibo ai suoi consiglieri. I quali stavano attenti a
guardarlo, spiando ogni moto delle sue labbra, come se volessero
coglierne a volo le idee, prima che fossero compiute le frasi. Tutte
cose, come vedete, che somigliano a quelle d’ogni tempo in Europa. Ma
già, è noto all’universo mondo che noi non abbiamo inventato nulla;
neanche la polvere da cannone. E non mi stupirebbe, a questo proposito,
se un giorno o l’altro si venisse a sapere che i Cinesi, duemil’anni fa,
avevano già inventata la polvere senza fumo. Nel qual caso, a noi non
resterebbe altra gloria che di avere inventato il fumo senza arrosto,
che è, come a dire, la polvere negli occhi.

Il giovane cacico offerse all’almirante una cintura di grazioso lavoro,
e due piastrelle di quel prezioso metallo che ad ogni approdo gli
Spagnuoli vedevano in troppo piccola quantità, sentendosi dir sempre che
le miniere, o i depositi naturali, o i tesori pubblici, si ritrovavano
più in là, verso levante, o più su verso settentrione; ora a Bohio, ora
a Babeque, ora a Cibao. Che diavolo intendessero dire i selvaggi delle
Lucaie, o delle Antille, con certi nomi di luoghi lontani, è rimasto un
arcano nella storia.

Cristoforo Colombo ricambiò nobilmente i donativi del giovane cacico. In
primo luogo gli diede un pezzo di stoffa colorata, che molto gli
piacque, e di cui certamente egli si fece fare, dal sarto di Corte, un
mantello regale; poi una coroncina di chicchi d’ambra, perchè dicesse le
sue preghiere, quando fosse diventato cristiano; quindi un paio di
scarpe di cordovano, che gli avranno procacciate le prime delizie della
Venere.... Callipigia; da ultimo una boccetta d’acqua di fior d’arancio.
E ci si venga poi a sostenere che i maggiori dell’immortale Genovese non
erano di Quinto!

Qui si scherza un pochino per rallegrar la materia; ma non ignorando
neppure che ogni bel giuoco dura poco. L’almirante mostrò al giovane
cacico alcune monete d’oro, all’effigie di Ferdinando e di Isabella,
tentando, con l’aiuto degli interpetri, di fargli capire che quelle due
immagini esprimevano i volti di due potenti sovrani, dalle cui terre
egli era venuto, attraverso l’Oceano. Il cacico ammirò, ma non volle
intender altro che questo: che gli stranieri in mezzo a cui si
ritrovava, erano venuti dal cielo. Poveri naturali del nuovo mondo! e
poveri, sopra tutti gli altri, i naturali di Haiti! Mai fu presa da
creature umane una cantonata più solenne di questa.

Il ricevimento era finito, e il giovane cacico fu ricondotto a terra nei
bargio dell’almirante. Mentre egli approdava, si sparavano in suo onore
i cannoni della _Santa Maria_ e della _Nina_. Egli rimontò in lettiga, i
portatori si rimisero in moto, e la processione dei suoi sudditi si
distribuì nell’ordine con cui era venuta. Non c’era altro di nuovo che i
presenti dell’almirante, portati in gran pompa da due naturali, che
camminavano davanti al lettighieri. Pareva un trionfo romano in
miniatura.

In quei giorni, Cristoforo Colombo seguitò a costeggiar l’isola di
Haiti, piantando croci qua e là, per far atto di possesso, e dando nomi
a nuovi porti, a nuove rade che andava visitando. Quando fu nel porto di
San Tommaso, nella moderna baia di Azul, ebbe la visita di altri cacichi
a bordo, tutti amici, tutti confidenti ad un modo, e desiderosi d’una
visita ai loro distretti. Ma non si potevano contentar tutti; si
rimandavano consolati a mezzo con le buone accoglienze e coi soliti
donativi, in ricambio delle solite piastrelle d’oro.

Una visita di maggiore importanza fu ricevuta il 22 dicembre, essendo le
navi in prossimità della Punta Santa; un nome attenuato dai moderni
nell’altro di Punta onorata. Si avvicinò al bordo della nave capitana
una grande piroga, piena di naturali, inviati da un potente cacico,
chiamato Guacanagari, che governava tutta quella parte dell’isola.

Il principale di quegli inviati portava in dono all’almirante una larga
cintura, ingegnosamente fatta di osso e di chicchi colorati, ed una
maschera di legno, i cui occhi, il naso e la lingua, erano d’oro. Recava
inoltre una imbasciata a nome del suo signore, il quale pregava che si
conducessero le due caravelle rimpetto alla sua residenza, situata sul
promontorio a cui l’almirante aveva imposto il nome di Punta Santa,
ricordato poc’anzi.

Il vento, che soffiava al traverso, non permetteva di contentare il
desiderio di Guacanagari. L’almirante pensò di restituire per intanto la
visita, e nella medesima forma che aveva usata il cacico.

—Rodrigo di Escobar,—diss’egli allo scrivano della piccola armata,—voi
siete regio notaio; a voi si pertiene di rappresentarmi in questa
circostanza, presso questo cacico Guacanagari, che dicono essere il
principe più ragguardevole di quest’isola. Volete andar voi a portargli
i miei ringraziamenti, e i miei donativi?

—Io farò in tutto secondo i comandamenti di Vostra Eccellenza;—rispose
il degno tabellione.

—E voi altri, già si capisce,—soggiunse l’almirante, volgendosi ai due
Genovesi,—come pratici di queste spedizioni, accompagnerete don Rodrigo.

—Ai vostri ordini, messere;—rispose Cosma, per sè e per l’amico Damiano.

Damiano, del resto, aveva già risposto per conto suo, dandosi una
stropicciata di mani.

—Senti,—diss’egli sottovoce a Cosma,—questa volta rifiuto i pappagalli.—

Si erano messi in cammino, Rodrigo di Escobar, due Spagnuoli, i due
Genovesi, e Cusqueia, il naturale di Cuba. I primi tre andarono insieme;
l’ultimo per dar ragione alla massima evangelica, andava innanzi a
tutti; i due Genovesi chiudevano la marcia.

—Mi sai dire, Damiano,—incominciò Cosma, quando si fu avviato il
drappello,—perchè tu sei sempre così....—

E non sapeva risolversi di finire la frase.

—Così.... come sarebbe a dire?—chiese Damiano.

—Così.... dedito agli amori;—soggiunse Cosma.—Tu non pensi più altro,
oramai.

—Non mi pare, Cosma, non mi pare. Cita dei fatti, se n’hai.

—Dei fatti, no, veramente; ma i tentativi, le intenzioni, non si contano
più. Tu pigli fuoco peggio dell’esca.

—Meglio, se mai!—disse Damiano.—Ti raccomando la proprietà della lingua.

—E meglio sia;—disse Cosma.—Tu dunque lo ammetti, di essere diventato
troppo tenero? E ti capisco, sai? ti capisco.

—Ah sì, sentiamo che cosa capisci.

—Che tu cerchi di passarla, di obliare, di affogare i tuoi dolori nelle
pazze avventure, come un altro li affogherebbe nel vino.—

Damiano stette un poco in silenzio; tanto che l’altro immaginò di
essersi apposto al vero.

—È così,—riprese Cosma,—non puoi negarlo.

—Senti,—rispose pacatamente Damiano,—t’inganni. Ma già, è il tuo
costume. Tu hai preso sempre lucciole per lanterne, mio buon amico. Ti
ricordi, a Pavia, di quella bella dama che vedevamo là, dalla Torre del
pizzo in giù? Una volta ebbe a dirtelo chiaro e tondo: Messer Gi.... oh
scusami! volevo dire: messer Cosma.... dove avete la testa? E a me la
divina signora Eleonora soggiungeva in disparte: «il vostro amico non è
mai presente a quel che dice, nè a quello che fa; perchè studia la
medicina? non potrebbe studiare l’astrologia, o la cabala?»

—Tira via!—disse Cosma.—È storia antica.

—E di tutti i giorni, per te. Le alte cagioni che la signora Eleonora
non sapeva, persistono. Tu sei l’uomo dell’unico amore, ed io non te ne
faccio le mie congratulazioni; no, perchè tu sei un malato cronico. E
vuoi che tutti siano malati come te. No, caro; io son risanato. Che cosa
t’ho a dire? avevo il petto sano, io. Sicuramente, ho sofferto ancor io
la mia parte; ma poi ho fatto un ragionamento.... Hai tu mai osservato,
Cosma, che la filosofia è la pietra di paragone dello spirito? Quando un
uomo può filosofare, è forte; quando non può più filosofare, è fritto.

—E tu hai sempre filosofato!

—No, pur troppo, non sempre. Fritto, per verità, non sono stato mai; ma
ad un bel punto di cottura, sì, quella volta sono stato, come tanti e
tanti altri. Ma poi, ho capito, ed ho riconquistata la mia freschezza di
mente. _Mens sana in corpore sano_. Infine, a qual pro’ tutte queste
pene d’amore? Un pochettino di febbre, non dico di no, tanto per
ravvivar gli occhi e dar colore alle guance. Specie quando la gioventù
incomincia a mancare. Ah, la gioventù, caro amico! quella è una gran
cosa. Fino a tanto c’è quella, non muor la speranza.

—Speranza!—disse Cosma.—Di che?

—Di passare qualche giorno allegro, che diamine! di aver l’illusione e
il gusto superficiale di tutte le cose che ad approfondirle troppo ti
dànno invece il dolore. E qui, perbacco, nel nuovo Mondo, io voglio
tante allegrezze quanti dolori mi ha cagionati il vecchio. Mi dirai che
non per questo siamo venuti di laggiù, a raggiungere il nostro
concittadino, per trovar nuova terra o affogare con lui. Ma al disegno
per cui siamo venuti, siamo stati fedeli; non ti pare? Quanto a me, se
ho adempiuta per questa parte la mia promessa, posso anche darmi bel
tempo, non vedere che il mio capriccio, non seguire che quello. Vedere,
conoscere, saper tutto quello che si può, ed abbracciare altrettanto,
ecco la vita del savio.

—Sopra tutto abbracciare!—disse Cosma.

—Eh, forse;—rispose Damiano.—Ma capisco che un uomo non basterebbe. Ah,
se tutte le donne del mondo avessero una testa sola!

—Bravo! e se in quella testa ci fossero due occhi che non ti vedessero
volentieri!...

—Taci! incomincio a credere che sia così.... anche al nuovo Mondo. E mi
pare di averne trovata la ragione, sai? L’altro giorno, vedendomi in
quel coccio di spera che ci è rimasto per guardarci le macchie sul viso,
ho notato che i miei capelli son neri. E tu sei biondo, Cosma, sei
biondo a quel dio! Ma che cosa vuol dire, che quando una donna si vede
davanti due uomini, un bruno ed un biondo, ella è molto cortese col
bruno, e molto tenera col biondo?—

Cosma rispose alla domanda con una alzata di spalle.

—Ubbie!—esclamò.

—Eh, niente ubbie, verità sacrosante. Non ti parlerò della vecchia
Europa, che m’annoia, solamente a pensarci. Ma ecco qua delle donne
nuove, degli occhi innocenti, dei vergini cuori. Che cosa fanno?
Sorridono al bruno, ma scelgono il biondo. Cosma _taorib_! E sai perchè
ti trovano _taorib_?

—Non dir sciocchezze, via! Per una che ha preso questa cantonata, c’è da
fare un trattato? Samana ha commesso l’errore; Caritaba lo ha riparato.

—Ah sì, parliamo di Caritaba! Che cosa n’ho avuto? Un pappagallo; un
pappagallo che, bontà sua, mi ha levato l’incomodo la mattina seguente,
rivolando alla spiaggia.

—E dovevi tenerlo per tutta la vita sul cuore!

—Già, per farmi beccare il costato, come un altro Prometeo! Non più
pappagalli, mio caro, nè avvoltoi, nè altre bestie che ti rodano il
cuore. Ce n’ho già abbastanza della gelosia che m’inspirano i biondi. Tu
mi guardi, Cosma? Ebbene, sì, questa è la verità; non ero geloso di te,
in Europa, e mi pare di avertelo dimostrato, da galantuomo; sono geloso
qui, dei tuoi capelli biondi e della tua aria da serafino. Anzi, senti,
volevo dirtelo l’altro giorno, e poi mi sono pentito; facciamo ancora
una prova, ho detto tra me.... Se la prova mi viene come a Bohio, ti
pregherò, caro amico.... quando ci siano spedizioni da fare, ti pregherò
con molto garbo, a discendere a terra tu solo, o di lasciare che scenda
solo io, per correre la mia ventura da solo.

—Matto!—disse Cosma, sorridendo.

—Ah sì, matto mi chiami? Così tu potessi chiamarmi biondino!

—Pure,—ripigliò Cosma,—la tua tesi non regge. Giulio Cesare, di cui
vorresti augurarti le fortune, aveva neri i capelli.

—Non mi parlar di Cesare; quello era calvo come un ginocchio; tanto che
gli permisero di metter corona d’alloro.

—Augusto, allora.

—Lascialo stare; doveva esser calvo anche lui. Non ti ricordi che
portava sempre il cappello in testa, perfino quando era nelle sue
camere, per paura d’infreddarsi? Lo racconta Svetonio. Parlami dei
biondi, Cosma; parlami d’Apollo.

—Apollo.... è il sole. Rammenta la sua bella statua di bronzo dorata,
che ammiravamo a Pavia.

—Il Regisole, sicuramente. E vorrei avere i suoi capelli d’oro, e durar
come lui. Ti vorrei vincere, allora! ti vorrei sopraffare!—

Cosma sorrideva dei pazzi discorsi di Damiano. Intanto, con quei
discorsi, non si era veduta la strada. Ma di questa si davano pensiero i
tre Spagnuoli e l’interpetre.

—Signori,—disse Rodrigo Escobar, rivolgendosi indietro,—voi siete molto
allegri, quest’oggi!

—E come no, don Rodrigo?—disse di rimando Damiano.—Si va alla corte di
Guacanagari, un re potente e ricco, che vorrà, speriamo, accoglierci
degnamente.

—E voi vi preparate all’udienza,—ripigliò l’Escobar,—parlando tra voi
una lingua.... una lingua....

—Indiavolata, volete dire? Badate, don Rodrigo: è lingua genovese, e
molto somiglia alla catalana.

—Non mi pare. Del catalano qualche cosa capisco; del vostro genovese non
capisco niente.

—Quanto avete guadagnato, don Rodrigo!—esclamò Damiano.—E quanto abbiamo
guadagnato noi!—soggiunse egli mentalmente.

Intanto erano giunti sull’erta, alla vista dell’abitato. La città di
Guacanagari sorgeva per l’appunto sovra un ripiano, il cui lembo estremo
pendeva sul dirupo a cui Cristoforo Colombo, vedendolo da lungi, aveva
imposto il nome di Punta Santa. Le case erano molte, e regolarmente
spartite, almeno sulle vie principali; ed erano case di legno, sì, ma
edificate con un certo garbo artistico, e con qualche idea di disegno,
specie per il modo in cui erano disposti i tronchi di pino, che tenevano
luogo di mura maestre.

È stato detto (da un matematico, sicuramente) che Iddio, in cielo,
geometrizza; e gli uomini, aggiungo io, gli uomini, fatti a similitudine
sua, geometrizzano in terra. Il quadrilatero, l’esagono, l’ottagono, il
circolo, il cono, son forme geometriche familiari al selvaggio; e queste
forme egli esprime naturalmente nella casa, quando incomincia a
fabbricarsene una. Il circolo e il globo sono ancora le sue forme
predilette, quando ha da foggiare il primo calice e il primo vaso di
terra. Su quella stoviglia, poi, egli imprimerà i primi segni della sua
arte bambina, in poche linee regolari, geometriche per conseguenza;
spezzate, s’intende, ma ripetute con uniformità matematica. Una cosa
sola non saprà farvi, nè seguitare, fino a che non abbia inventate le
seste: dico la linea diritta. Ma l’uomo non è nato perfetto. E poi,
anche dopo l’invenzione delle seste.... non so se mi spiego.

Le case dunque erano fatte con garbo, ed anche disposte in bell’ordine,
ognuna d’esse col suo giardino intorno: cose da selvaggi, che gli uomini
civili non si sono più curati d’imitare. Ed erano belle a vedersi da
lungi, coi loro tetti acuminati, intessuti di foglie di palma, per modo
che la pioggia vi potesse scorrer sopra, senza far visite a domicilio.
Ed erano anche belle a vedersi da vicino, con le loro finestre sotto la
gronda del tetto; talune con un terrazzino all’ingiro, talaltre coi loro
porticati a pian terreno, facilmente, anzi naturalmente ottenuti dalla
disposizione delle antenne, dei tronchi d’albero che sostenevano
l’edifizio, non avendo nel mezzo altro ingombro che una scala di bambù,
per la quale si ascendeva alle stanze, e che probabilmente all’ora del
riposo si tirava su in casa, per maggior sicurezza. Ma forse questa è
una mia supposizione, che fa onta ai costumi di quell’ottima gente.
Animali feroci, giaguari o gatti salvatici, non ce n’erano, nell’isola
di Haiti; nè l’idea di nuocere all’uomo era ancor penetrata nello
spirito dell’uomo; donde è facile indurre che quelle scale di bambù
restassero anche di nottetempo al posto loro. In qualche luogo le
antenne, o pali che vogliam dire, sparivano sotto una gaia veste di
verde; grazioso lavoro di piante rampicanti, che mandavano la pompa
delle foglie di smeraldo e i lor grappoli di fiori odorosi a rallegrare
il terrazzino soprastante. Le vie del paese erano larghe, come dovevano
essere in un luogo dove il bisogno non misurava lo spazio: e la piazza
maggiore, poi, non aveva nulla da invidiare ai villaggi d’Europa.

Questa era, veduta esternamente, la capitale di Guacanagari. Le case,
vedute di dentro, avrebbero fatto morir d’invidia, non pure le massaie
di tanti nostri villaggi, ma delle istesse città.

Il popolo, nell’ora in cui giunsero i messaggeri delle navi, era tutto
fuori dell’abitato ad accoglierli. In quella folla color di rame erano
spruzzate le gaie note del bianco e del rosso, indizio primo e sicuro
d’un principio di vestimenta. Le donne, infatti, portavano quasi tutte
certi guarnelletti di cotone, che si stringevano alla vita e non
giungevano al ginocchio, lasciando scorgere tutta la eleganza del busto
e le gambe fini e nervose. Meno coperti erano gli uomini, contenti della
lor fascia alle reni; ma essi mettevano tutta la cura dell’adornamento
mascolino nelle loro capigliature, legate a ciuffo sull’alto della
testa, un po’ verso la nuca, donde usciva a mo’ di cresta di pavone un
piccolo fascio di penne, verdi, rosse, gialle ed azzurre. Uomini e donne
avevano la carnagione d’un bel colore metallico; di rosso cupo, come la
terra di Napoli, con una velatura di lacca carminata; il color di rame,
insomma, quando lo esalta e lo rallegra la viva luce del sole. A questo
color di carnagione bisogna farci l’occhio, lo capisco ancor io; ma
domandate a Damiano, che ci si era avvezzato, e sarà capace di
rispondervi: facce pallide, guance smorte, cere d’ospedale, voi siete i
frutti d’una civiltà di stufa; venite alla Spagnuola, e vedrete di che
tinta abbia creato Domineddio il primo uomo, del quale io veramente non
so che farmi, e la sua dolce compagna, che mi preme assai più.

Diavolo d’uomo, quel Damiano! Ma sapete voi che prima d’entrare in paese
egli aveva fatti i suoi apparecchi di civetteria? In primo luogo si era
diligentemente ravviati i capelli; poi s’era arroncigliati i baffi in
forma di due rubacuori; da ultimo aveva fermate un po’ meglio nella
rivolta della berretta alcune penne di pappagallo, che il giorno innanzi
aveva ritrovate nei boschi. Sicuramente, il nostro allegro Genovese
voleva far colpo sulle belle suddite di Guacanagari. Ah, se per colmo di
fortuna fosse stato anche biondo!

Furono accolti, come al solito, da grida festose. Tutto quel popolo
acclamante si era precipitato incontro a loro, e si accalcava ai lor
fianchi, ma con rispettosa foga, se mi è lecito di accoppiare due
concetti come questi, che a tutta prima sembrano escludersi l’un
l’altro. Voglio dire, del resto, che la calca festante non si buttava in
mezzo alle persone che voleva onorare, non cercava di romperne le file,
di travolgerne, di sballottarne, di soffocarne le parti disgiunte, come
farebbe in simili casi ogni folla civile d’Europa. Sentite, i selvaggi
hanno del buono assai; quasi quasi vo sulle tracce di Damiano, mi fo
selvaggio ancor io.

Guacanagari, il cacìco della regione, sedeva nel mezzo della gran piazza
centrale, circondato da tutta la sua casa, figliuoli, donne, guerrieri e
servitori. Lo spettacolo non era senza maestà. Le lance e gli scudi,
senza alcuna traccia di metallo, non scintillavano al sole; ma nella
regolarità della loro disposizione contentavano l’occhio, mentre lo
rallegravano i vivi colori dei guarnelletti, dei mantelli, delle fasce
di cotone, che spiccavano per entro a quella massa di rame.
L’aggruppamento delle persone, poi, dava un aspetto sommamente
pittoresco alla cerimonia che stava per cominciare.

Alla vista di quell’apparecchio solenne, i messaggeri si fecero più
gravi nel volto e più composti negli atti. Rodrigo di Escobar, tutto
compreso della sua dignità di ambasciatore, come lo era sempre della sua
dignità di regio notaio, si fece avanti di due passi sulla prima fila
dei suoi colleghi. Da un lato, e in disparte, conscio dell’ufficio a cui
era destinato dalla sua parlantina, si avanzava il naturale di Cuba,
come nelle ordinanze militari il guidone a sinistra.

All’avvicinarsi dei messaggeri, e vedendo quello che veniva tutto solo
con tanta nobiltà di contegno, Guacanagari si alzò dal suo alto seggio
di bambù, e mise in atto di amicizia una mano sul cuore.

—Sei tu,—diss’egli,—il capo del figli del cielo?—

La domanda fu subito raccolta e tradotta da Cusqueia, che s’incaricò di
tradurre la risposta di Rodrigo d’Escobar:

—Non son io. Il capo dei figli del cielo deve invigilare i suoi uomini e
le sue grandi piroghe, a cui il vento contrario non permette di
avvicinarsi fino alla vista della tua sede reale. Egli manda un suo
ministro a salutarti, e a portarti il pegno di amicizia degli uomini
bianchi.

—Siano essi i ben venuti;—replicò nobilmente Guacanagari;—siano essi gli
amici miei, e di tutto il mio popolo.—



                             _Capitolo IX._



    Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d’allora.



Noi non istaremo a sentire tutti i discorsi che si fecero su quel tono,
il cacìco Guacanagari e il regio notaio Rodrigo di Escobar, essendo
intermediario il naturale di Cuba. Sono lunghi, troppo lunghi, i
discorsi che hanno bisogno d’interpetre; e per solito non sono neanche
piacevoli. Del resto, i due personaggi duravano già molta fatica a farsi
intendere dal loro intermediario, per il frastuono che si faceva intorno
a loro da una intiera tribù d’uomini, donne e fanciulli. La curiosità di
veder da vicino i figli del cielo era grande; tutti volevano
avvicinarsi, tutti volevano guardare e toccare. Sicuro, anche toccare.
Forse annettevano a quella tastatina la stessa virtù preservativa che
noi annettiamo, al toccare una santa reliquia. E per avvicinarsi tutti,
dovevano pigiarsi; per toccare, dovevano cacciarsi l’un l’altro; quei
che riuscivano ad avvicinarsi, a toccare, non si sarebbero più mossi di
là; donde gli spintoni, le grida, il tumulto, il baccano indiavolato,
che confondeva, a pochi passi di distanza, il cacico Guacanagari, il
notaio Rodrigo di Escobar, e l’interpetre Cusqueia.

Finalmente, il cacìco si alzò da sedere, volgendo da prima un gesto
autorevole, poi la parola alle turbe. Che cosa disse? Le turbe si
ritrassero umiliate: ma parecchi restarono al posto, battendo le palme
in segno di allegrezza; e subito, spartiti in manipoli, s’impadronirono
dei quattro compagni di Rodrigo di Escobar, mentre di lui s’impadroniva
il cacico in persona.

—Che cosa si vuole da noi?—gridò Damiano all’interpetre.—Che diavolo ha
detto il cacico?

—Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;—rispose
Cusqueia.—Amici consiglieri di Guacanagari condurre nelle case figli del
cielo.

—Ospitalità?—disse Damiano.—E niente banchetto nella casa reale? Tanto
meglio. E la fortuna assista ognuno di noi. Cosma mio bello, salute!—

Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone, che lo portavano, più
che non lo conducessero, verso il lato sinistro della piazza. Damiano si
lasciò trascinare verso il lato destro. E non era neanche scontento di
quella dolce violenza; neanche scontento di vedersi per un po’ di tempo
lontano dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi fratelli
amatissimi. L’amicizia è una bella cosa; ma qualche volta è pesante;
specie quando il cuore vi dice che essa non basta alla vostra felicità,
e che una.... Ma c’è egli bisogno di mettere i puntini sugli i?

Damiano era stato preso per le braccia da un vecchio, il quale gli
faceva un discorso e dei gesti vivaci. Egli non capì una parola del
discorso, ma indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero accolto
non era molto lontana. Anzi, tutt’altro, era in fondo alla piazza, e
molto vicina alla casa del re.

—Sono coi pezzi grossi;—pensò.—Cusqueia, del resto, lo ha detto: amici e
consiglieri di Guacanagari. Attento Damiano! qui bisognerà star bene in
gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.—

Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli, forse nipoti,
fors’anche generi del personaggio eminente. Generi!... Damiano pensò
naturalmente alle figlie. Infatti, dove son generi, son sempre
figliuole. Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto che i
generi abbondino.

Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle frasi del vecchio,
sorridendo alle frasi dei giovani, sorridendo a tutti e a tutto. Si
sarebbe arrivati finalmente in qualche luogo, dov’egli potesse
continuare a sorridere, e con più gusto che allora.

E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza e l’architettura
esteriore promettevano assai. Le antenne, che salivano a sostenere il
gran tetto di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di fiori,
bell’indizio di altri fiori ch’egli avrebbe ritrovati nell’interno. La
porta aveva stipiti di legno, intagliati rozzamente, ma di bella
apparenza, perchè l’intaglio era screziato di vivaci colori. In alto,
dove i grandi d’Europa mettono lo stemma e la corona, si vedeva un
bianco teschio d’animale, in mezzo ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze
ed altre armi selvagge.

—Questo,—disse Damiano tra sè, poi ch’ebbe veduti quei simboli,—è
certamente il savio che presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia
Minerva! Ma io, confesso il mio peccato, preferirei un’altra divinità.—

In quel mentre, una famiglia numerosa si affollava all’ingresso. E più
innanzi di tutti veniva una donna, vestita del suo guarnello bianco e di
un piccolo drappo girato ad armacollo dal fianco alle spalle.

—Che sia questa, Minerva?—pensò Damiano.—O non piuttosto la Giunone di
questo Giove sbarbato?—

Era infatti Giunone, la moglie del padrone di casa, la madre di
famiglia, che stese la mano per toccar l’ospite sulla fronte, secondo il
rito del paese, e gli diede il benvenuto con una frase ch’egli non
doveva capire.

Damiano rispose con un inchino. Ma subito gli venne un’idea luminosa.

—Qui,—disse tra sè,—onorano l’ospite a modo loro; l’ospite deve onorare
a modo suo i padroni.... e le padrone di casa.—

E fermatosi di botto sull’uscio, si volse al vecchio, lo guardò e gli
stese la mano, per dargli una stretta famosa. Poi, voltosi alla moglie
dell’ospite, prese la mano di lei, e s’inchinò, come per imprimervi un
bacio. Fece l’atto, s’intende, ma non andò fino a toccar con le labbra.
Non tutte le mani si baciano; e una bella cerimonia, uguale per tutte,
vi consente di aggiustarla come vi pare.

L’uomo era rimasto lì, in atto di osservare, studiando; si era lasciata
prender la mano, e stringere a quel modo che ho detto; e subito aveva
fatto un cenno del capo e data un’occhiata ai suoi, che pareva volesse
dire: capite? questa è l’usanza degli uomini bianchi. La donna, a sua
volta, aveva lasciato fare, notata la diversità dell’atto, e sorriso al
marito, come per dirgli: i figli del cielo fanno così, per dimostrare
l’amicizia e il rispetto. E tutti e due, guardandosi ancora, e
ammiccando, parevano accordarsi a conchiudere che il loro ospite faceva
le cerimonie secondo l’uso della sua terra; che queste cerimonie si
facevano sull’uscio, come da loro; che erano di due forme, per gli
uomini e per le donne, e volevano dire su per giù: sono l’amico del
padrone, sono il servo della padrona di casa.

Da uomo savio ed accorto, il nostro Damiano non prese altre mani, nè per
stringere, nè per baciare. Ce n’erano troppe, del resto, e di belle e di
brutte, di delicate e di ruvide. Ad un certo punto, guardandosi
intorno.... altro che mani, buon Dio! Tra vecchie e giovani, stavano a
contemplarlo due dozzine di femmine.

E si capiva che la più parte fossero ancelle della padrona, o del
padrone di casa. Ma cinque o sei, che erano in prima fila, più giovani,
e meglio adornate, si capiva ancora che fossero figliuole dei padroni di
casa, o spose dei loro figliuoli.

Tra persone che non parlano la medesima lingua, non è da far cerimonie.
Anche i naturali di Haiti intendevano questa verità elementare. E subito
condussero Damiano nella stanza più vasta, quella del focolare, che è la
più intima, e che, presso tutti i popoli primitivi, del nuovo mondo come
del vecchio, è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella dolce
intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti di canne, era imbandito
il pasto. Ciotole e vasi d’argilla erano disposti davanti ai commensali;
ma la parte maggiore del vasellame di tavola si componeva di zucche,
d’ogni forma, d’ogni misura, e in vari modi tagliate, per servire a
tutti gli usi, del mangiare e del bere.

Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato attentamente in giro. E
adocchiate le giovani donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva
ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli o no, a
qualcheduna bisogna pur dare la palma, e a lei volgere la muta
adorazione, la giaculatoria degli occhi. L’attenzione di Damiano si era
fermata sopra una bellezza nascente, dal color di rame assai chiaro,
traente al roseo. Come forma, era fatta a pennello, anzi meglio, a
scalpello, se non da Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più
valenti discepoli. Mi chiederete come potessero artisti greci aver
passato l’Atlantico, per modellare quella bella creatura; ed io
correggerò la mia frase dicendo che non un discepolo di Fidia o di
Prassitele, ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva plasmata quella
creta e spiratole in fronte il soffio della vita. L’opera ci guadagnerà,
in questo cambio d’artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti
del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa, è un altro paio di
maniche.

Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta dai ciuffi indocili
della sua negra capigliatura? Amerei meglio parlarvi della grazia
birichina con cui portava una ghirlanda di vitalba, o d’altro fiore
consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei parlarvi (ma
bisognerebbe farlo bene) delle sue guance floride, lucenti e morbide
come le pesche mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano spicco
due grandi occhioni neri, maravigliosamente frangiati di ciglia e di
sopracciglia nerissime. Erano quelli i veri occhi parlanti, e dicevano,
quando ella arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi dall’alto,
un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente un visibilio di
pazzie. E quelle labbra tumidette, coralline, rugiadose! E quei denti
piccolini, luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non voglio
che perdiate la testa, come il nostro amico Damiano. Vi dirò brevemente
che era dal capo alle piante un miracolo di bellezza, di salute, di
gioventù; che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native eleganze
che si sogliono immaginare oggidì nella creola americana, e che del
resto non mancano neppure in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.

Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete che questi sbalordimenti
non mettono un uomo per terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando,
stimolando, aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava a tutti e a
tutte, dicendo quelle frasi corte con cui si suole accompagnare il
gesto, quando si sa che solamente da questo e per questo possiamo esser
capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando e gesticolando con quanta
più grazia poteva; ma si volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo
aver ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare in un punto, e
pare che non abbiano guardato altrove, se non per descrivere il mezzo
cerchio, e ricascare a quel punto.

La bellissima creatura aveva capito tutto quel sapiente artifizio di
occhiate. E quando gli sguardi dell’ospite, dopo aver ben girato di qua
e di là, venivano a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su lei, si
confondeva, abbassando le ciglia. E allora le due frange nere pendevano
come lembi di velo, ad ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si
rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un doppio raggio bianco
azzurrino, che andava diritto agli occhi dell’ospite, e dagli occhi al
cuore, per accendergli il sangue.

Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva mestieri d’interpetre.
E se nella vita si potesse parlare sempre quello, confessiamo
sinceramente che nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere, nè
perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso e sciocco, che è
la grammatica.

Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano? Egli non se ne
avvide; mandò giù, senza badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò
pochissimo. Che cosa gli diedero da bere? Doveva essere uno di quei
soliti liquori, che mordono la lingua, bruciano il palato, e mandano i
fumi al cervello. Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone di casa si
avvide sicuramente che il suo ospite non gradiva le bevande fermentate
di Haiti, perchè ad un certo punto, fatta appressare una gran zucca, gli
versò dell’acqua nella ciotola. E allora Damiano tracannò tutta
quell’acqua, che era fresca e gustosa, chiedendone tosto dell’altra. E
bevve, da quel momento in poi, bevve largo e frequente. Gl’innamorati,
si sa, bevono sempre molt’acqua. Non hanno bisogno di bevande eccitanti,
perbacco; piuttosto di refrigeranti, che estinguano, insieme con la
sete, i soverchi ardori del sangue.

Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane indiana? Già ve
l’ho detto. Si era messo in testa di doversi innamorare, e innamorare a
buono, di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa, correva la sua
ventura, soggiaceva al suo fato.

Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto a lui quella bella
creatura. Ma era poi da vederci un capriccio della fortuna, o non
piuttosto una scelta, più o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei
padroni di casa? Poteva essere una delicatezza di costume, non rara tra
selvaggi, di collocare al fianco dell’ospite la più bella donna della
casa, come d’imbandirgli la più preziosa vivanda sul desco. Fors’anche
era un rito, che la più giovane donna fosse data per compagna al
forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il tetto ospitale.
Insomma, potevano essere tante cose e tante altre; e Damiano non poteva
immaginarsele tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero
balenate tutte alla mente, egli, nello stato d’animo in cui era, e nella
assoluta ignoranza degli usi selvaggi, non avrebbe saputo cavarne un
costrutto. Ora, delle cose che non si sanno, una scienza mediocre
insegna a non cercare il come e il perchè.

Egli, dopo tutto, non era uomo da stillarsi il cervello. Aveva quella
vezzosa creatura daccanto, e approfittava volentieri della vicinanza per
volgersi a lei, ora con un pretesto, ora con un altro, per guardarla
molto negli occhi. E le parlava ancora, offrendole cortesemente i pezzi
migliori delle vivande che gli erano poste sul tagliere, o sulla
focaccia di cassava che faceva uffizio di tagliere, di piatto, di tutto
quello che vi parrà meglio. Ma parlandole con tanto maggior libertà,
quanto era più sicuro di non esser capito, si guardava bene dal dirle la
sola parola della lingua di lei, che egli sapeva a memoria. _Taorib_, vi
ricordate? Ma questa la serbava per un discorso a quattr’occhi. In
quella numerosa brigata il suo _taorib_ sarebbe stato sentito da tutti.
L’amore ha la sua verecondia, la sua ritenutezza. E quella volta Damiano
era innamorato per davvero; anzi, diceva a sè stesso di non avere amato
mai, prima d’allora.

La bella creatura lo stava a sentire, senza capirlo mai, ma certamente
indovinandolo spesso. Forse dico male; forse ella indovinava sempre le
chiacchiere di Damiano, intendendo ch’egli parlasse a caso, e non per
altro che per poterla guardare negli occhi. Ed ella rideva, ad ogni
frase di lui, mostrandogli tra le due labbra di corallo tenero i bei
denti piccini, luminosi nella loro candidezza; e arrovesciando la testa,
con quel suo gesto consueto, lo guardava di sotto alle palpebre
socchiuse, di sotto a quei veli frangiati che sapete, e che, sollevati a
mezzo, come lembi di tende misteriose, parevano dirgli: qui non penetra
raggio importuno di sole, nè occhio geloso di rivale; vieni.

E quelle guance morbide, quella gola tenera, quel collo soave!...
Damiano guardava, e pensava; e il suo pensiero si potrebbe esprimere a
un dipresso così: Buon signore Iddio! che mirabile cosa avete voi fatta,
nell’ultimo giorno delle vostre creazioni! Si capisce che per farla così
bella, ve la siate serbata per l’ultima. Per noi, vedete, buon signore
Iddio? per noi, è la prima, senza contrasto la prima. Ah, poveri noi,
frattanto! Ma pensate, misericordioso come siete, che, se perdiamo la
testa, è ancora e sempre per ammirazione delle opere vostre; e non
vogliate farcene un capo d’accusa, _in novissima die_.

Il banchetto era giunto a quell’ora in cui tutti i convitati sciolgono
Giordano. Dovrebb’essere un cane; ma è invece lo scilinguagnolo. In
quell’ora ognuno incomincia a dire quel che gli pare, immaginando che
tutti lo ascoltino; e nessuno ascolta, o, se ascolta, non capisce un bel
nulla. Damiano incominciava a parlare; ed essendo egli l’ospite, l’uomo
bianco, il figlio del cielo, i commensali non si fecero dar sulla voce
dal padrone di casa, per prestare un’attenzione benevola al parlatore.
Ma questi, che aveva bevuto soltanto acqua, non s’ingannava, come a
quell’ora si sarebbe ingannato ogni altro parlatore. Sapeva benissimo
che nessuno lo avrebbe inteso; ma non gliene importava affatto. Parlava,
per bisogno di parlare, di farsi udire da quella cara bambina che sedeva
alla sua destra. Neanche lei lo avrebbe capito: ma che importava ciò,
per allora? La cara bambina avrebbe sentito il suono della sua voce, e
indovinato da certi segni, da certi indizi frequenti, che il discorso
era tutto per lei.

—Vedete, cari selvaggi?—diceva Damiano.—Voi siete brava gente, ed io vi
amo. Non già per le vostre facce, oh no. Voi m’inspirate un modico
affetto. Siete mio prossimo? Non lo so. Per averne un barlume, dovrei
almeno sapere che discendete da Cam, da Sem, o da Jafet. Perchè, io non
ve lo nascondo, il prossimo nostro si racchiude tutto in questa biblica
terna, moltiplicata per cinquanta secoli e più, secondo la regola antica
ed accetta. Ma siete brava gente, vi ripeto, e non voglio farvi torto,
mettendovi al bando della umana famiglia. Come potrei farlo, del resto?
Avete tra voi una bella creatura, che non mi sarà prossimo, ma mi è
prossima, e nondimeno mi pare ancora troppo lontana. Dove l’avete
pescata? Dove e come vi è nato questo fiore maraviglioso, che si
chiama.... Come ti chiami, adorata vicina? Io lo ignoro. E mi duole che
non sia qui, per domandartelo, il savio interpetre Cusqueia.

—Cusqueia!—gridò uno dei commensali, udendo la prima parola di cui
potere capire qualche cosa.

—Cusqueia: Cusqueia!—ripeterono parecchi.

E tutti risero, ripetendo quel nome. Damiano, lì per lì, ne rimase
sconcertato.

—Capisco,—diss’egli, dopo un istante di pausa,—il nome del naturale di
Cuba significherà qualche cosa ridicola, come avviene di tanti nomi nel
vecchio mondo. Ebbene, non importa, tiriamo avanti. Non vorremo mica
guastarci il sangue per un nome di selvaggio. Ritornerò alla bella
creatura che mi sta al lato destro, ed occupa già tutto il mio lato
sinistro. Una bella donnina in una società, è la mano di Dio. Niente
vale una bella donnina; nè ricchezze, nè onori, nè gioventù, nè salute.
Nel vecchio mondo, per una donna bella, due popoli si sono bisticciati
dieci anni, insanguinando largamente due palmi di terra; e il primo
poeta della Grecia ne ha cantato assai lungamente, alla maniera degli
orbi. Onore a lui, che non fu orbo per la bellezza di Elena! C’è nella
donna bella il gran _quid_ dell’esistenza. Perchè si vive, infine?
perchè si studia? perchè si cerca tutti di comparire, meglio che si può,
a costo di cento sacrifizî, e di mille? Fino a che siamo giovani, e gli
occhi scintillano, e le guance rosseggiano, e i capelli.... nereggiano
(alcuni uomini li hanno biondi, ma, credete a me, i capelli biondi non
valgono un fico secco), amiamo con fiducia, sicuri di essere amati, o
giù di lì. Poi.... perchè c’è un poi, l’ambizione ci si appiccica al
cuore; vogliamo avere gli onori, conquistar le ricchezze. Ma perchè? Per
comparire ancora, per comparir sempre, per essere amati, se ci riesce.
Non c’è altro che questo, nel mondo, o, se c’è altro, non vale. Voi, per
esempio, selvaggi dell’anima mia, valete pochino. Io pagherei non so che
cosa, perchè tu, vecchio consigliere di Guacanagari, ministro, anziano,
o che altro tu sia, te ne andassi di qua: e con te tutta la tua gente,
meno questa cara bambina, che mi fa girare la testa, come se avessi
bevuti i vostri liquori. Ma già, vicino a queste bellezze, anche l’acqua
ubbriaca.—

Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire quel discorso in lingua
sconosciuta, guardandosi ad ogni tanto l’un l’altro, e ridendo
stupidamente, come sempre avviene, quando si ride senza sapere di che.
Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli; naturalmente fuori di
tono. E risero anche di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano. A
breve andare parlarono tutti, alternamente da prima, e poi tutti
insieme, facendo un passeraio.

—Sì, bravi, parlate un poco voi altri;—diceva Damiano.—Io non ne potevo
già più. Parlate molto, fino a schiattarne. E non date retta a me, sopra
tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa vicina, che mi
arrovescia la testa, con tanta languidezza di gesto, e mi guarda di
sotto a quelle frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni,
selvaggia dell’anima mia, che io mi sorbirei tanto volentieri, come un
ovo fresco? Mi dirai che non è cortese, in un ospite, dopo aver
desinato, accogliere pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma che ci
posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi, come sei bella, esser
buona? Ah, infine, ve ne andate, voi altri? Volete lasciarmi con questa
dolce _taorib_.—

Aveva in Haiti il _taorib_ la stessa potenza magica del Sesamo nella
novella orientale di Alì Baba? Probabilmente non si trattò che di una
coincidenza fortuita. Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono
ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo, non c’erano neanche più i due
padroni di casa. Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli
altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando Damiano, poi
ammiccandosi l’un l’altro, quasi volessero dirsi, a mo’ di un babbo e di
una mamma d’Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere; avranno tante
cose da dirsi!

—_Taorib!_—mormorò Damiano, piegandosi sulla vita, verso la bella
selvaggia.—_Taorib!_—ripigliò, mettendo nella parola tutta la intensità
soave e profonda di cui erano capaci le sue corde vocali.

—_Mara Taorib;_—rispose ella, tentennando la testa.—_Ada turey taorib._

—_Mara!_—esclamò Damiano.—Che roba è questa? Ma vediamo. Le ho detto
bella, ed ella mi risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi
una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di capire. _Mara taorib_,
come a dire: niente bella. Ma che cosa vorrà poi dire _Ada turey_, che è
per giunta _taorib_? Dimmi, bambina;—soggiunse egli, facendo il viso
dell’uomo impacciato;—che cosa vuol dire _Ada turey_?—

La bella selvaggia rise delle angustie in cui era il suo povero
interlocutore. Poi, levato il braccio, e descrivendo coll’indice un
mezzo, cerchio in aria, più alto che potè gli disse: _turey_.

—Il cielo?—domandò egli.

E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta con ambe le mani la
volta del firmamento, fece l’atto, di curvarsi, pregando. La bella
selvaggia battendo le palme, ripetè ancora due volte: _turey_.

—Dio voglia che io abbia capita la prima parte del tuo discorso, come mi
par di capire la seconda. Infatti, che cosa ci ha da fare qui il
cielo... che è bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella, ma è
bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura, io sono il
_taorib_? io, il _taorib_, non è vero?—

E ripetendo la parola, Damiano si recava ripetutamente l’indice al
petto. La bella selvaggia fece prontamente un cenno affermativo.

—_Ada turey taorib;_—soggiunse, confermando il cenno con un gesto della
mano, che rivolgeva al suo interlocutore.

Qui, poi, fu Damiano che battè palma a palma, rallegrandosi di quella
prima vittoria.

—Grazie!—diss’egli.—Ma questa lingua è facilissima. Io farò miracoli,
fin dalla prima, lezione. Ora, o _taorib_, poichè siamo così bene
avviati, vorrei sapere il tuo nome.—

Questo era il guaio. Come farsi, capire? Ma il nostro Damiano si era
riscaldato al giuoco, e niente doveva parerai difficile oramai.

—Vediamo un poco;—diss’egli tra sè.

Poi, accennatole col gesto, di essere in procinto di fare uno sforzo
supremo, chiese ed ottenne facilmente tutta l’attenzione della bella
selvaggia.

—Io,—le disse, volgendo l’indice al petto,—io _taorib_ Damiano.
Damiano!—ribadì, segnando ripetutamente sè stesso.—E tu?—proseguì,
volgendo rapidamente l’indice a lei.—E tu?—

Ma la bella selvaggia non capiva quel monosillabo. E mostrò di non
capirlo, guardando lungamente Damiano con le ciglia inarcate.

—Ho messo il carro avanti ai buoi;—disse Damiano tra sè....—Studiamone
un’altra.—

Allora, indicando con la mano fuori della capanna, disse alla sua
vicina:

—Guacanagari!—

Ella capì; e non era difficile che capisse alla prima, poichè egli
proferiva il nome del cacìco della tribù. E rispose, accennando del
capo:

—Guacanagari.—

Damiano, allora, accostandosi la mano alla guancia e facendola scorrere
in atto di carezza fin sotto al mento, ripigliò:

—_Cacique Guacanagari.... taorib?_

La bella selvaggia si mise a ridere, e gli rispose:

—_Nala u nala._

—Dovrebb’essere: così così!—pensò Damiano.—Già, non avevo neanche
bisogno di domandarglielo; perchè io l’ho veduto, il cacìco, e non m’è
parso niente di prelibato.—

Poi, sempre accennando fuori della capanna, nella direzione della
piazza, ripetè:

—Guacanagari.—

E subito rivolgendo l’indice a sè, soggiunse:

—Damiano; io Damiano, io.—

Qui, come il lettore intenderà di leggeri, l’indice batteva
ripetutamente il petto.

La bella selvaggia stava a guardarlo con tanto d’occhi. E si capisce
ch’ella aveva un gran desiderio d’intendere.

Damiano ripigliò il suo doppio lavoro, di gesto e di voce, indicando il
lontano col nome del cacìco, e sè stesso col nome suo proprio,
aggiungendogli ancora l’epiteto.

—Damiano,—diceva egli,—Damiano _taorib_.—

Un lampo di allegrezza, balenato dalle pupille di quella vezzosa
creatura, disse al nostro Damiano che egli era stato finalmente inteso.
E glielo dissero ancora due parole di lei:

—_Taorib_.... Damiana.—

Ma questo non piaceva troppo a lui.

—Damiana!—borbottò egli.—_Mara_ Damiana! Damiano! Damiano!—ripetè,
battendo sulla finale.—Non mi cambiare il sesso anche tu, creatura
assassina!

—Damiano;—ripetè la selvaggia, con accento dimesso.

—Ah bene!—ripigliò egli allora.—Vedete che testina! Questa selvaggia
impara le cose a volo.—

Ma non bastava ancora ch’ella sapesse il nome di lui. Occorreva ch’egli
sapesse il nome di lei. E perciò il nostro Damiano fece da capo il gesto
solenne che invitava all’attenzione; poi disse, aiutandosi sempre col
gesto dell’indice:

—Io _taorib_ Damiano; e tu, _taorib_.... _taorib_....—

Ma ella non intendeva. E Damiano incominciava a disperarsi, quando gli
venne alla mente un’idea luminosa.

—Vediamo,—diss’egli a sè stesso,—se una scorribanda nel calendario
selvaggio mi potesse aiutare. Nel vecchio mondo, chi domandasse ad una
donna il suo nome pronunziando quello di un’altra, si farebbe
schiaffeggiare, a dir poco. Ma qui bisogna escire da un passo difficile.
Corriamo il rischio, per bacco.—

E ripigliò la sua frase, accompagnandola ancora col gesto dell’indice:

—Io _taorib_ Damiano; e tu?... _taorib_ Samana? taorib Caritaba?

—_Mara_ Samana;—rispose la selvaggia.—_Mara_ Caritaba. Abarima!

—Abarima!—gridò Damiano.—Abarima, tu? è il tuo nome, Abarima? _Taorib_
Abarima! Tu sei di tutti i miei pensieri in cima. Fino a’ tuoi piedi
questo cuor s’adima. Lascia che il labbro un caldo bacio imprima....
sovra quegli, occhi tuoi d’indaco, prima.... ch’ei ti esalti sua donna
in prosa e in rima. Abarima! o dolcissima Abarima!—

Non ardì per altro di accostar le labbra all’indaco che aveva accennato.
Si contentò di prendere la mano di lei, e di baciarle con cavalleresco
riserbo il sommo delle dita.

—Vedi, Abarima?—le disse, commentando il suo atto.—Nei nostri paesi si
comincia di qui; ordinariamente dal dito mignolo; poi su su, lentamente,
o alla svelta, secondo i casi, si procede al dorso della mano. Ci sono
anche dei sapientissimi uomini che con una dolce violenza ti rivoltano
una bella mano, dal dorso alla palma; così vedi, così....—

Abarima rideva; ma intanto ritirava la sua mano dal giuoco, e gliene
assestava un colpettino sul volto; quasi a punirlo, ma non troppo
gravemente, della sua impertinenza.

—Come nel vecchio mondo!—esclamò Damiano, ripigliando la destra di
Abarima.—Oh Dio! non siamo della medesima stirpe? piuttosto, non lo
siete voi donne, tutte figliuole d’Eva ad un modo? E così, da un
buffetto, da una ceffata, prendete occasione di far conoscenza col
nostro mostaccio. Abarima! Io ti adoro. Te lo lascierai dire, che hai
gli occhi d’indaco? e le guance morbide, profumate, come le pesche di
settembre? Vorrai tu venire in Europa? Io te lo giuro, ti sposerò
davanti a tutti i parroci della cristianità.—

Chiacchierava, chiacchierava, bene intendendo che ella non lo avrebbe
capito. Ma le parole gli davano animo a guardarla ben da vicino negli
occhi e a carezzarle la mano. Ella aveva incominciato a ridere: e aveva
riso ancora, dandogli quella lieve ceffata. Ma ormai non rideva più.
Guardava timidamente, si confondeva, abbassava le frange nere sulle
guance, fremeva e taceva. Nessuno, intanto, capitava là dentro.

—Capisco;—pensò Damiano, che aveva notata la cosa;—è costume di questi
paesi. L’ospite è padrone; il meglio della casa è per lui. Dicono che
sia così anche in certe regioni dell’Asia.... e nell’India pastinaca di
Luigi de Torres. E non mi dispiace, il costume di qui. Nel nostro
vecchio mondo, a quest’ora, sarebbero già venuti i servi a sparecchiare.
Oppure, vedendoci star bene a quattr’occhi, sarebbero capitati in venti
curiosi ad osservarci. Vecchio mondo, io ti abomino, ti esecro e ti
maledico. Abarima! dolce Abarima! senti, vorrei dirti un mio pensiero
all’orecchio.—

Abarima capì il gesto, e porse ingenua l’orecchio.

—Ti amo;—le bisbigliò Damiano.—Ti amo.

—Ti.... a.... mo;—ripetè la selvaggia, ammirata di poter proferire le
parole del figlio del cielo.

Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della mimica, le spiegò
il pronome ed il verbo. Per il pronome, veramente, bastava indicare la
sua graziosa vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete, è il gran
mistero di tutte le lingue. E i misteri si capiscono a volo, si sentono,
si afferrano di schianto con tutte le virtù dell’intelletto, ma non si
spiegano per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno,
trattandosi del verbo per eccellenza, e del suo modo indicativo, e del
suo tempo presente, e della prima persona, Damiano ci si provò con
coraggio. Additando lei parecchie volte, si carezzò il viso, storcendo
gli occhi in atto di spasimo; additò lei parecchie altre volte, come per
riferire a lei la carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente si
recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso di lei in atto di
preghiera, di desiderio, di tutto quello che segue e che per amor di
brevità si ommette; da ultimo, e continuando i gesti appassionati, le
ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:

—Ti amo.—

Ella era stata ad osservare con molta attenzione tutto quel lavorio
faticoso, ma chiaro nella sua intensità. Diede in una risata argentina,
mosse la testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase nella sua
lingua:

—_Lessinitli_

—E vada per _lessinitli_;—rispose Damiano.—Ti dirò allora la mia frase
completa: _Damiano lessinitli Abarima taorib._

Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in atto d’incredula. Poi,
a mezza voce, gli disse:

—_Mara nala kini sindekì?_

Damiano rimase male, a quella domanda, scoccata così a bruciapelo. Un
povero diavolo che crede di sapere il tedesco perchè ha fatti i primi
due esercizi dell’Ollendorf, e si sente domandare per via da un
pronipote di Arminio a che ora parte il primo treno diretto, non rimane
più sconcertato di quello che rimase Damiano davanti a quella selvaggia,
tanto bella e tanto birichina per giunta.

—_Mara....?_—diss’egli, tanto per dire.

—_Mara nala kini sindekì?_—ripetè ella, ridendo.

—Cara mia,—disse Damiano, avvilito,—questo è arabo, turco, egiziano, per
il tuo umilissimo servo. Così, credo io, parlavano i mastri muratori
della torre di Babele, quando incominciarono a non capirsi l’un l’altro.
Dove vai? diceva l’uno; e l’altro rispondeva: le son cipolle. Dolce
bambina, pensaci bene; io ti ho detto: _Damiano lessinitli Abarima
taorib;_ e tu mi rispondi....

—_Mara nala_....—replicava la bella selvaggia.

—Si, ho inteso, basta!—gridò Damiano.—Per mara, non ci vedo difficoltà;
è il vostro modo per dir di no. _Nala_, ora che ci penso, l’hai detto
poc’anzi, nella frase: _nala u nala_, che io ho interpetrato: così così.
Ma il tuo _kini sindekì_ mi allega i denti, bambina bella. «Non
così....» Che frase può incominciare con queste due parole, e con
accento interrogativo, come hai fatto tu? «Non così....» Oh, senti, io
ne faccio una, _Abarima taorib_. Tu vuoi burlarti di me; io non ti
ricaccerò le tue parole in gola, che sarebbe atto scortese, con una
donna; mi contenterò di suggellartele in bocca.—

E si accostava, come aveva già fatto una volta; ma non accennava al
desiderio di parlarle all’orecchio.

Un braccio alzato e un’occhiata espressiva interruppero a mezzo il gesto
di Damiano. Il braccio alzato, per verità, avrebbe fatto poca difesa.
L’occhiata espressiva gli diceva troppo chiaramente: fermatevi, c’è
qualcheduno che vede.

Damiano si volse di soprassalto, e intravvide qualcheduno che era
apparso allora sulla soglia. Il padre di Abarima, forse? o un altro
della famiglia? No, un compagno di Damiano, e il più fedele, Cosma!

La testa di Medusa non avrebbe.... Ma no, lasciamo lì i paragoni
classici. Questo, poi, non reggerebbe neanche. Damiano non rimase di
sasso; al più si potrebbe dire che egli, a guisa di un mattone, cavato
lì per lì dalla forma, e tenuto un pezzo al sole, rimase abbastanza....
seccato.

—Cosma!—esclamò.

—Son io, perdonami;—disse Cosma, inoltrandosi di qualche passo.—Do noia,
forse?

—No, caro; giungi un pochino a contrattempo; ecco tutto. E se tu fossi
rimasto dov’eri, ti saresti sicuramente meno annoiato. Perchè qui, vedi,
si studia. Ero tutto occupato a prender lezione di lingua Haitiana. Non
puoi immaginarti come ne siano difficili i principii. Ma con un po’ di
buona volontà, sudandoci naturalmente....

—È somigliantissima a quella di Cuba;—disse Cosma.

—No, sai? questa è più dolce; oh, molto più dolce.

—Questione di più e di meno, allora;—riprese Cosma;—e il nostro Cusqueia
potrebbe bastare.

—È vero, sì; ma Cusqueia, vedi, non ha metodo. Ti rammenti che cosa
diceva il nostro maestro, commentando Aristotele? Senza il metodo, uomo
non isperi di profittare in nessun ramo dello scibile. Ma io ti faccio
dei discorsi inutili, caro; e tu sei venuto per parlarmi di cose gravi,
m’immagino.

—Sfido io!—rispose Cosma.—Son venuto per dirti che è tempo di partire.
Son tutti sulla piazza, incominciando dal regio notaio, e non si aspetta
che te per metterci in cammino.

—Si va via!... e perchè?

—Per ritornare alle navi, che diamine! Dove hai la testa? ai grilli?

—Eh! almeno a quelli del focolare;—rispose Damiano.

E si volse con aria dolente a guardare la sua bella interlocutrice, che
era rimasta là, mezzo incantata a guardare i due figli del cielo.

—_Abarima taorib_,—disse Damiano,—vedi? questi è un mio amico, ma un
amico crudele. Egli mi rapisce a te, soavissima fra tutte le pelli
rosse. Ti prego, Cosma;—soggiunse egli, parlando all’amico, ma senza
voltarsi a lui;—non mi fare il bello, ora, col pretesto d’esser biondo.

—Ma che? sei matto?

—Perchè, vedi,—riprese Damiano,—questa volta sono innamorato a buono.
Addio, _Abarima taorib. Ada turey_ deve partire,—

Così dicendo, faceva il gesto dell’andare.

—_Azatlan_?—disse Abarima.

—Eh cara, non so che paese sia; ma il comando è di andare. Che fretta è
mai quella del regio notaio? Va, te ne prego, Cosma, digli che vi
raggiungo subito.

—Ma non perdiamo tempo, mi raccomando.

—No, no; un addio, l’ultimo addio, e ti corro sull’orma. Va.—

Cosma sorrise, fece una giravolta sulla persona, e si avviò verso
l’uscio.



                             _Capitolo X._



                         Chi piange e chi ride.



Rodrigo di Escobar, regio notaio di un’armata ridotta a due navi, anzi a
due caravelle, aveva adempiuta la sua commissione. Disceso coi suoi
compagni alla spiaggia, dove lo aspettava il palischermo della _Santa
Maria_, si ridusse quella medesima sera al bordo della capitana. Portava
egli a Cristoforo Colombo i saluti del cacìco Guacanagari, molti
pappagalli e una certa quantità di piastrelle d’oro in presente. I
pappagalli incominciavano ad ingombrare, dopo tanti che se n’erano
raccolti, da Guanahani e da Cuba. Per fortuna, parecchi se ne erano
volati via, come quello di Caritaba. All’almirante piacevano assai più
le piastrelle d’oro, che dovevano far fede ai reali di Castiglia della
importanza delle fatte scoperte.

Insieme coi presenti del cacìco, Rodrigo di Escobar portava qualche
notizia. L’isola si diceva assai ricca, non pure di frutti, di biade, di
legname e di spezierie, ma ancora di metalli preziosi. Questi, a dir
vero, non abbondavano nella regione su cui comandava il cacìco
Guacanagari; ma nell’interno, e dalla parte di levante, era il paese di
Cibao, dove ogni ben di Dio si sarebbe ritrovato. Figurarsi che il
cacìco di Cibao nuotava nell’oro, tanto che aveva fatte di quel metallo
perfino le bandiere del suo piccolo esercito. Così almeno dicevano i
naturali della costa; o così aveva capito, e così riferito l’interpetre.

L’almirante non istette più in forse. Bisognava restare alla Spagnuola,
esplorandone le parti interne e riconoscendone tutta quanta la costa.
Per intanto, cortesia voleva che al primo soffio di buon vento si
andasse ad ancorare di là dalla Punta Santa, alla vista della residenza
di quel Guacanagari, che si mostrava tanto cortese con gli uomini
bianchi e poteva riuscire un amico prezioso per essi.

Era il giorno 24 dicembre, avanti l’alba, quando Cristoforo Colombo
lasciò il porto da lui denominato della Concezione, per muovere verso la
Punta Santa. Il vento spirava da terra, ma scarso, e le due caravelle
facevano poco cammino. Ne fecero così poco, che alle undici della sera
la Punta Santa era ancora una lega e mezzo lontana.

—Per essere il giorno dell’Avvento,—diceva Damiano a Cosma,—si arriva
pochino, anzi niente!—

E gli doleva, al nostro Damiano; gli doleva molto di questo indugio che
lo teneva lontano dalla capitale di Guacanagari; da quella capitale che
egli aveva abbandonata con tanto rammarico, e dove un ottimo pensiero
dell’almirante lo riconduceva, per dargli modo di proseguire il suo
idilio selvaggio. Questo, veramente, non era stato l’intendimento del
principale; ma il garzone, si sa, vede sempre l’utile proprio, ed è
seconda natura nell’uomo di tirar l’acqua al suo mulino.

Tutto quel giorno l’almirante era stato in piedi. La stanchezza lo aveva
vinto; egli sentiva il bisogno di riposarsi un paio d’ore. Non usava
dormire, quando si costeggiavano terre, volendo veder coi suoi occhi
ogni cosa. Ma quella sera il mare era cheto e tranquillo come l’acqua in
una scodella. Il pilota che aveva accompagnata il giorno innanzi la
spedizione del notaio fin sotto alla Punta Santa, assicurava di avere
diligentemente osservate le acque all’andata e al ritorno.

—Non dubiti Vostra Eccellenza;—diceva.—C’è da dormire tra due guanciali.

—Ed anche con nessuno, prenderò un’ora di sonno;—rispose
l’almirante.—State dunque voi al timone, Sancio Ruiz, mi raccomando.—

Era la mezzanotte, e l’almirante si era coricato nel suo letticciuolo.
Il mare era in calma morta, e Sancio Ruiz pensò che se dormiva,
l’almirante, poteva chiudere un occhio il pilota.

—Infine,—diss’egli tra sè,—ieri ho veduto queste acque per tre leghe di
cammino. La Santa Maria, che entra nei fiumi senza toccar fondo, non ha
da temere di nulla in questi paraggi.—

Fatto questo ragionamento, Sancio Ruiz allungò una pedata amorevole ad
un batuffolo di cenci che stava mezzo nascosto sul cassero di poppa,
presso il capo di banda, e gridò:

—Olà, _pereza_!—

Il batuffolo di cenci si rivoltò in soprassalto. Era un ragazzo, come
avete capito, un mozzo di bordo; il quale si mise a sedere,
stropicciandosi gli occhi.

—Signor pilota!—diss’egli, riconoscendo Sancio Ruiz, e saltando subito
in piedi, per non ricevere altre carezze.—Dormivo così bene!

—Ti credo, mio caro, ti credo. Ma chi dorme non piglia pesci. Vien qua,
e stammi al timone, che vo’ schiacciare un sonnellino ancor io.

—Non piglierete pesci neanche voi;—mormorò il mozzo, vedendo che il
pilota era di umor maneggevole.

—Ci vorrà pazienza, ragazzo. Non si può cantare e portar la croce.
Animo, al timone; e fai bene attenzione. Il tuo rombo è quello: devi
aver sempre quella punta a sinistra, due palmi di là dal pennone di
maestra;—hai capito?

—Ho capito, signor pilota; buona notte!—

Sancio Ruiz si ravvoltolò nella sua gabbanella, e si sdraiò, in coperta,
presso il capo di banda. Ma non ci dormiva così bene come il ragazzo;
perciò, dopo essersi voltato e rivoltato parecchie volte, si alzò
brontolando, e andò sotto coperta a trovare il suo rancio.

Quello che Sancio Ruiz commetteva era un grave mancamento. L’almirante
aveva severamente: vietato che quando uno era alla guardia del timone,
se ne allontanasse per alcuna ragione, lasciando ad altri l’uffizio. E
più severamente aveva vietato che quell’uffizio fosse lasciato ai
ragazzi, la cui poca esperienza era pari alla poca robustezza di
braccio.

Dai canto loro, i marinai di guardia alla vela avevano detto:

—L’almirante è andato a dormire; lui, che non dorme mai, ha lasciato ad
altri l’incarico di vegliare. Segno che non c’è niente da temere,
stanotte. E difatti, il mare è cheto come l’olio. Questo po’ di vento
che soffia, stenta a far increspare le vele. Ecco là Sancio Ruiz che se
ne va a dormire anche lui. Buona notte a tutti.—

E chinato il mento in seno, si appisolarono anch’essi. Pochi minuti
dopo, non dormivano neanche più seduti; si accovacciavano a dirittura in
coperta.

Solo il mozzo vegliava, sulla _Santa Maria_, nella grande tranquillità
della notte. E pensava, pensava alla sua casa di Huelva, ai piccoli
compagni che aveva lasciati laggiù, ai giuochi in piazza, alle corse nei
boschi, alle sassaiuole sui greti, alle torte della nonna, e a tante
altre cosette egualmente piacevoli. Che cosa aveva da fare, povero
figliuolo, per ammazzare il tempo, mentre intorno a lui e davanti non
c’era pericolo di nulla? Guardava di tanto in tanto il promontorio; lo
teneva sempre sulla sua sinistra; quando gli pareva che con tutta la sua
attenzione quel promontorio gli sparisse dietro la velatura, poggiava
forte sulla barra e si rimetteva alla via.

Ma egli non aveva veduto una cosa, o non aveva ragionato sopra un’altra.
Non aveva veduto che la nave era lentamente tirata verso la costa; non
aveva ragionato sul fatto che ad ogni tanto gli bisognava cercar
l’orizzonte libero, davanti alla Punta Santa; segno che una forza
superiore alla sua vigilanza operava sulla caravella. Era un ragazzo,
non aveva esperienza, ed è qui la sua scusa.

Ad un certo punto gli parve di sentire sulla sua sinistra un rumore. Era
sordo da prima, quasi di onde lontane. Ma a grado a grado cresceva, era
diventato un fragore, uno strepito di marosi, che andassero l’un dopo
l’altro a colpire in un ostacolo. Si atterrì, pensando che qualche
scoglio dovesse apparirgli sulla sinistra. Guardò attentamente e non
vide scogli; ma qualche minuto dopo vide biancheggiare le spume e il
flutto far cresta poco lungi da lui.

—Jesus Maria!—gridò egli, atterrito.—I frangenti!—

Aveva a mala pena gridato, che sentì arare il timone. Non gridò più, il
povero mozzo; gittò un urlo senz’altro.

—Al soccorso, in coperta! al soccorso!—gridò il povero mozzo, con quanto
fiato aveva in corpo.—Ara il timone; al soccorso!—

I marinai di guardia alla vela si erano appena svegliati, che già
appariva l’almirante sul cassero di poppa.

—Come? tu qui, ragazzo?—esclamò, vedendo al timone il fanciullo.—E
Sancio Ruiz? Ma che cosa è egli avvenuto?

—Signor Almirante....—balbettò il povero mozzo, più morto che
vivo.—Sancio Ruiz era andato a dormire.... Io qui.... ma non è colpa
mia.... Tutto ad un tratto ho sentito arare il timone....—

Cristoforo Colombo non lo ascoltava già più. Aveva guardato sulla sua
sinistra, e veduto nell’ombra della notte biancheggiare le spume; aveva
udito il mugghiar furibondo del mare, e aveva riconosciuta la secca su
cui frangevano con tanta rabbia i marosi. Certamente la caravella,
passando troppo da vicino all’ostacolo, aveva toccato nel bassofondo che
accompagnava il frangente. Ed egli pensò subito un’altra cosa: che una
forte corrente dominasse in quei paraggi, e che questa per l’appunto
avesse tratto alla deriva il naviglio.

Non c’era tempo da perdere; bisognava tentare ad ogni costo di
liberarsi. I marinai, svegliati dalle grida del mozzo, erano già tutti
in coperta, confusi, sbigottiti e nella prima commozione facendosi
ancora più grave il pericolo.

—Lesti ad armare il palischermo!—gridò, l’almirante.—Prendete un’áncora,
e andate a gittarla venti braccia in fuori.

—Credete che basterà?—disse Sancio Ruiz con un filo di voce.

—Se non basterà a levarci di qui, impedirà che c’incagliamo
dell’altro;—rispose l’almirante.—Obbedite, e non mi fate il saccente.
Meglio sarebbe aver vegliato prima, com’era il debito vostro, che dar
sentenze dopo.—

Sancio Ruiz non fiatò più, e corse al palischermo, che i marinai
lanciavano in mare. L’áncora fu calumata nella barca, e i marinai che
restavano a bordo delta caravella le filavano la gomena. Ma il fragore
dei flutti che infuriavano sui frangenti della costa, il crocchiare
dello scafo della _Santa Maria_, che pareva ad ogni istante volesse
andare alla banda sullo scoglio, il buio della notte che ingrandiva il
pericolo, fecero perdere le testa ai marinai del palischermo.

—A che servirà quest’áncora?—dicevano.—Ci vuol altro che un’áncora. Fra
dieci minuti la nave è perduta. Bisogna pensare ai nostri fratelli, e
andare per soccorso alla _Nina_.—

L’idea parve ottima, quasi una ispirazione del cielo. Gettar l’áncora
inutilmente, sarebbe stato un buttarla via. Slegarono invece l’anello, e
a gran forza di remi corsero verso la _Nina_, che navigava mezza lega
discosto.

Quei della _Santa Maria_ sentirono molleggiare la gomena, e capirono che
il nodo si era disfatto a bordo del palischermo, o che la gomena si era
strappata. Non potevano infatti pensare che gli uomini del palischermo
disobbedissero ai comandi dell’almirante, rinunziando a gettar l’áncora,
per andare dove non erano stati comandati.

Ma così era; il palischermo si allontanava: sempre più. Ben presto non
si sentì più il rumore della voga.

—Signor almirante!—gridarono i marinai.—La gomena molleggia.... viene a
noi.

—Forse l’áncora non agguanta;—disse l’almirante.

—Oh c’è ben altro; l’áncora, non c’è più. Vedete quante bracciate di
gomena si prendono. Il palischermo è fuggito.

—Hanno paura!—mormorò Cristoforo Colombo.—E lasciano noi alla balìa dei
frangenti.—

La forza del mare incalzava sempre più il fianco della caravella,
spingendola contro lo scoglio. Scricchiolavano ad ogni ondata gli
staminali; c’era pericolo da un momento all’altro che la chiglia si
rompesse nel vivo sasso, e si sfondassero i fianchi della nave.

Cristoforo Colombo sospirò, e diede ordine ai marinai di metter mano
alle scuri. Bisognava abbattere l’albero di maestra, per tentare in quel
modo di alleggerire la _Santa Maria_. L’albero fu in breve ora
abbattuto, andando a spezzarsi, rimbalzando, sulla scogliera. Ma non
bastava ancora; la nave era sempre incagliata.

Mentre così lavoravano a furia sulla _Santa Maria_, ma disperati oramai
di rimettere a galla il naviglio, gli uomini del palischermo andavano a
voga arrancata verso la _Nina_. L’accostarono finalmente, e diedero
notizia di ciò che era accaduto, chiedendo di essere issati in coperta.
Vincenzo Yanez Pinzon, valoroso uomo, devoto a Cristoforo Colombo quanto
il suo fratello maggiore Martino Alonzo gli si era mostrato avverso e
disubbidiente, rimproverò con acerbe parole i fuggiaschi, ricusando di
riceverli a bordo.

—Se tentate di accostarvi—disse loro dall’alto del capo di banda,—vi
faccio andar sotto, come è vero Iddio. Ritornate alla _Santa Maria_, e
date una mano ai vostri fratelli, che ne avranno bisogno.—

Rimandati i pusillanimi, il bravo Vincenzo Yanez fece armar subito il
suo palischermo, ed egli stesso a gran forza di remi andò verso la
_Santa Maria_. Umiliati, gli uomini dell’altro palischermo lo seguirono
colà dove la violenza della corrente aveva spinta la povera nave
capitana.

Quando Vincenzo Yanez giunse in aiuto dell’almirante, l’albero di
maestra era stato troncato; ma il naviglio non galleggiava altrimenti;
peggio ancora, si era mezzo sfasciato sul fianco; poco dopo, era andato
alla banda. Per fortuna dell’equipaggio, il tempo era buono. Con vento
fresco e mare più mosso, la caravella si sarebbe sfracellata, e tutta la
gente sarebbe perita nei frangenti, prima di poter afferrare a nuoto la
riva.

Cristoforo Colombo e i suoi compagni della _Santa Maria_ ebbero il tempo
di scendere nei palischermi, e di ricoverarsi a bordo della _Nina_.
Intanto era spuntato il giorno, e si conobbe che non era troppo lontana
la costa. Qua e là si vedeva ribollire il mare intorno alle secche, o
rompere il flutto a certi scogli che venivano quasi a fior d’acqua. La
_Nina_ si tenne prudentemente in fuori, governando contro la corrente
traditora. Frattanto l’almirante, poichè ebbe meditato alquanto sulla
triste condizione in cui era posto dalla scomparsa della _Pinta_ e dal
naufragio della _Santa Maria_, pensò di mandare a terra il palischermo,
con Diego di Arana, capitano di giustizia dell’armata, e Pedro
Gutierrez, credenziere del re, suo ragioniere generale. Essi erano
incaricati di riferire al cacìco Guacanagari quello che era accaduto:
come l’almirante, volendo mantener la promessa di andare a visitare nel
suo porto il cacìco, avesse perduta la nave dirimpetto alla sua
residenza, dando in una secca, una lega e mezzo discosto dal lido.

Spirava da terra una brezza leggiera. E temendo l’ammiraglio che non vi
fosse in vicinanza qualche scoglio o banco di rena nascosto, rimase in
panna fino a giorno ben chiaro.

Diego di Arana e Pietro Gutierrez, con due scudieri, un interpetre e sei
marinai, andavano intanto verso la spiaggia. Apparivano tutti assai
tristi; anche taluno che non aveva ragione di esserlo nello interno del
cuore, lo era abbastanza nel volto. E il savio lettore intenderà
facilmente di chi vogliamo parlare.

Smontati a terra, e lasciati quattro uomini alla guardia del
palischermo, partirono gli altri sette per salire alla residenza del
cacìco. Il villaggio di Guacanagari non si vedeva di laggiù; afferrato
il colmo del poggio, i nostri ambasciatori lo scopersero, poco meno d’un
miglio lontano.

Non era un gran tratto di strada; ma bastò perchè fossero veduti dal
villaggio, annunziati al cacìco, il quale si mosse ad incontrarli fuori
dell’abitato. Guacanagari, infatti, s’immaginava che tra quei
viaggiatori fosse l’almirante in persona.

Come il cacìco ebbe saputo dalla bocca dell’interpetre ciò che era
accaduto sulla costa, molto si addolorò, e gliene vennero anzi le
lagrime agli occhi.

—E sono io la cagione di questa grave sciagura!—esclamò.—Dite al capo
degli uomini bianchi che io non saprò mai consolarmene.—

Ma i pianti e le querele non aggiustavano nulla; ben altro occorreva, e
Pietro Gutierrez lo fece dire al cacìco dall’interpetre Cusqueia.

—Amico degli uomini bianchi, le tue parole piacciono agli spiriti del
cielo. Ma tu devi mostrare la tua amicizia, dando aiuto coi tuoi uomini
e con le tue piroghe, affinchè tutto quanto si trova nella gran nave
abbattuta, sia messo in salvo alla spiaggia.—

Così parlava l’interpetre, riferendo la domanda di Pietro Gutierrez. E
il buon Guacanagari si mostrò sollecito a contentare gli uomini bianchi.
Non piangeva più; gli occhi suoi mandarono lampi di allegrezza, al
pensiero che egli avrebbe potuto in qualche modo esser utile ai
navigatori stranieri, che per amor suo avevano patito un danno così
grande.

Tutto il suo popolo fu prontamente convocato, e a drappelli avviato
verso la costa. Circondato dai suoi fratelli e parenti, seguiva egli
stesso la folla. Dal bordo della _Nina_, Cristoforo Colombo vide
discendere quelle lunghe file di naturali alla riva, ed egli stesso,
entrato nel palischermo, andò a stringer la mano di quel piccolo re
selvaggio del nuovo mondo, che avrebbe potuto dar lezioni di umanità e
di cortesia a molti potenti del vecchio.

I discorsi furono brevi, essendo urgente di operare. E tosto messe in
acqua Le loro piroghe, i naturali di Haiti si unirono ai marinai dei
palischermi, per discaricare la _Santa Maria_.

In breve spazio di tempo la coperta fu tutta sgomberata. A vedere quella
folla di burchielli che si aggiravano intorno alla scafo della nave
abbattuta, con uomini che andavano e ritornavano senza posa, dalla nave
ai burchielli, ricorreva naturalmente al pensiero un popolo di formiche,
affaccendate intorno ad una mollica di pane, che in breve ora riescono a
sgretolarla, a tritarla, a portarne via le briciole, facendo piazza
pulita.

Quanto era in coperta e sotto coperta fu portato alla spiaggia. E il
cacìco in persona, coi suoi fratelli e parenti, usava ogni diligenza,
così nella nave come in terra, perchè il tutto fosse ben governato e
custodito. E di tempo in tempo, mandava qualcuno de’ suoi all’almirante,
che era rimasto sullo scafo della _Santa Maria_, per pregarlo di non
prendersi fastidio dell’accaduto, che egli volentieri gli avrebbe donato
in compenso tutto ciò che possedeva.

Così passò per Cristoforo Colombo la mattina del Natale. Intorno al
meriggio ogni cosa era al lido; e dal lido, a braccia d’uomini, era
portata al villaggio. Non si poteva infatti lasciare tanta roba allo
scoperto, esposta alle intemperie. Quanto ad altri pericoli che potesse
correre, non era neanche da pensarci; cose grosse e minute erano in
buone mani; nessuno di quei naturali pensò di appropriarsi nulla.
Cristoforo Colombo potè dire, ammirato, e scrivere nel suo giornale di
bordo, che delle cosa salvate dalla _Santa Maria_, non mancò neppure una
stringa.

Giunti i preziosi fardelli al villaggio, Guacanagari li fece riporre
nella sua casa medesima, che ne fu tutta ingombrata. E li tenne là
dentro, fino a tanto non furono vuotate tre case, che aveva destinate
per una più lunga custodia. Agli usci di quelle case, e tutto intorno,
furono messi a guardia uomini armati, che dovessero starci di giorno e
di notte.

Così adempieva agli obblighi della ospitalità il cacìco Guacanagari,
amico agli uomini bianchi, e preso di grande affetto per il loro
comandante supremo.

Quella sera, discendendo coi suoi uomini alla spiaggia, per ritornare a
bordo della _Nina_, l’almirante non sapeva ristarsi dal lodare
Guacanagari e il suo popolo.

—Che gente amorevole!—esclamava.—È trattabile, e mansueta, che io credo
non ci sia la migliore sulla faccia della terra. Amano il loro prossimo
come sè stessi; hanno un ragionane dolce, umano, sempre accompagnato dal
riso. Quel loro re, poi! È servito con molta divozione da tutti, e con
altrettanta dignità riconosce i loro servizi. Ha buon contegno e mi pare
anche fornito di molta intelligenza. Avete notato come tutto osserva, e
di tutto vuol sapere il principio ed il fine, e la causa e l’effetto?

—Crederai tu che abbiamo messe le mani sopra un re filosofo?—disse
Damiano sotto voce a Cosma.—Mi piacerebbe moltissimo.

—E perchè, di grazia?

—Perchè si potrà discorrere, argomentare, disputare in famiglia, nelle
lunghe serate d’inverno.

—Vuoi tu dunque trattenerti alla sua Corte, matto insanabile che sei?
T’ha egli offerto un posto di ministro?

—Eh, sarà il meno ch’egli potrà fare per me, quando mi riconoscerà per
nipote.

—Nipote!—esclamò Cosma.—Eccone un’altra. Hai dunque già posto gli occhi
sopra una nuova bellezza?

—No, caro; sono fedele ad Abarima. L’ho riveduta oggi, e mi ha fatto una
festa da non dirsi. E per me e per lei la _Santa Maria_ ha fatto
egregiamente, a dare in secco. Non mi guardare con quegli occhi. So bene
ancor io che è una disgrazia; ma infine, poichè il male è fatto,
possiamo ben dire che esso non vien tutto per nuocere. E come è bella,
Abarima! Mi è venuta incontro battendo le palme, dopo aver gettato un
grido, che mi è penetrato qui, nel fondo del cuore. Anche il suo vecchio
padre mi ha accolto benissimo; mi ha perfino abbracciato. O son io che
ho abbracciato lui?... Non saprei dirti, ora; ma una cosa è certa, che
siamo stati un par di minuti l’uno nelle braccia dell’altro. La
parentela, capisci? la parentela imminente. Perchè io la sposo, quella
bella creatura; com’è vero Dio, la sposo.

—Secondo comandamento del Decalogo;—disse Cosma;—non proferire il nome
di Dio invano.

—E non fo conto di averlo proferito invano;—rispose l’altro con gran
sicurezza.—Non giudicare.... da quelle altre. Laggiù erano capricci,
morti appena nati; nuvolette formate all’orizzonte, e dissipate dalla
prima brezza del mattino. Qui è un’altra cosa. Sono innamorato come un
gatto. No, il paragone è brutto; saresti capace di dirmi che ora io ti
miagolo la mia canzon d’amore. Diciamo dunque come un piccione. E sai a
proposito di canzoni, che ho fatto cantare l’interpetre?

—Che c’entra l’interpetre?

—C’entra per parecchie notizie che io non potevo avere da me,
direttamente, da bocca a bocca. Perchè in materia di lingua Haitiana io
sono ancora ai primi esercizi. Orbene, oggi ho domandato all’interpetre
di sapermi dire chi fosse il vecchio naturale nella cui casa sono stato
ospitato. Cusqueia si è informato, e sai che cosa ha saputo? Sai chi è
il mio ospite, il padre di Abarima! Nientedimeno che il fratello di
Guacanagari, il fratello del ca.... No, non voglio dire cacìco! il
fratello del re; mi capisci? del re.

—Capisco;—rispose Cosma, sforzandosi di sorridere.—Per questo accennavi
alla tua qualità di futuro nipote.

—E futuro prossimo, perchè qui bisogna stringere,—riprese
Damiano.—L’almirante non vorrà mica restare troppo a lungo in queste
acque. Siamo a Natale; bisognerebbe far le nozze per la Befana....—

Cosma diede di sbieco una guardata al compagno, come per accertarsi se
parlasse da senno. Per matto lo conosceva oramai; ma non sapeva
acconciarsi all’idea che lo fosse diventato a tal segno. Ed era quello
il cavaliere che con lui, una volta.... Ma insomma, a che filosofar
tanto sul cuore e sulla testa dell’animale irragionevole? Non c’è che
l’uomo, per adattarsi alle condizioni di tempo e di luogo. Ma queste
cose non le aveva insegnate a Cosma la filosofia d’Aristotile, nè quella
del suo maestro che gli commentava Aristotile nella università di Pavia.

—Sta bene;—diss’egli al compagno.—Auguro fortuna ai tuoi novelli amori.—

E lasciò cadere una conversazione che fino allora, come in tant’altre
occasioni consimili, aveva tenuta viva per far piacere all’amico.

Il silenzio era una consuetudine, in lui. Spesso restava intiere
giornate senza aprir bocca. Nessuno tra i marinai della _Santa Maria_
era più attento di lui ai comandi dei piloti, nè più diligente al
servizio. Da principio, quel suo fare un po’ contegnoso era parso
superbo; ed avevano preso a motteggiarlo. Non ne aveva fatto caso,
finchè la cosa era rimasta in certi confini, tanto da lasciargli parere
che non dicessero a lui. Ma la prima volta che lo stuzzicarono davvero,
ed egli non poteva più far mostra di non avvedersi, entrò risolutamente
nel mezzo e parlò animosamente ai compagni.

—Sentite,—diss’egli,—ogni bel giuoco dura poco. Una volta e due si può
credere che chi ci ha dato uno spintone non l’abbia fatto a posta. Alla
terza, bisogna parlarci chiaro. Io voglio parlar chiaro con voi, poichè
siamo obbligati a vivere insieme, finchè duri questo viaggio. Ho buone
braccia come voi, e un buon coltello catalano per difendermi. Se avete
voglia di leticare con me, ditelo liberamente, e ce la faremo senza
tanti discorsi, sopra tutto senza tanti motteggi. Volete essere amici?
rimetto il coltello in cintura, e qua la mano. Dunque, siamo intesi;
scegliete.—

I patti chiari fanno gli amici cari. I compagni di Cosma scelsero
prontamente il partito migliore. Alla fin fine, non era egli un buon
figliuolo? Non dava mai noia a nessuno, e quando c’era qualche cosa da
fare, lavorava sempre per due. Troppo contegnoso in verità; ma questo
dipendeva dal suo carattere. Era un taciturno. Gli avevano affibbiato un
nome: il cavaliere. E non sapevano, chiamandolo così, di aver dato nel
segno. Del resto, quando gli si diceva qualche cosa, rispondeva sempre
con garbo. Gli si domandava un parere, e lo dava sempre con molto
giudizio. Era un po’ chiuso; ma niente affatto orgoglioso; e questo
bastava. Si avvezzarono alla sua indole severa; presero a rispettarlo
come un superiore, sapendo ch’egli non si teneva per tale; lo scelsero
volentieri giudice ed arbitro nei loro litigi, sperimentandolo giusto ed
umano in ogni occasione. Dov’era lui, regnava la disciplina; quello che
sopportava lui, sopportavano tutti senza farsi pregare, nè minacciare.
Gran virtù dell’esempio! Per contro, quando il cavaliere si degnava di
sorridere, gli altri ridevano e saltavano. Ma questo non era un guaio;
ed egli, frattanto, aveva conquistato il diritto di chiudersi nelle sue
meditazioni.

A sua volta, Cosma era tutt’orecchi quando parlava il signor almirante.
Cristoforo Colombo aveva una grande autorità sull’animo del cavaliere.
Questi raccoglieva religiosamente ogni parola del suo grande
concittadino; e sospirava spesso, pensando alla sua bontà di cuore, alla
sua dirittezza di mente.

—Venti di questi uomini a Genova,—diceva allora in cuor suo,—e ci
sarebbe da comandare al mondo. Invece.... Ah, povera patria, che le
discordie dei suoi figliuoli hanno resa l’ultima delle terre italiane!—



                             _Capitolo XI._



    Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.



Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco Guacanagari in
visita solenne alla caravella dell’almirante. L’ottimo re selvaggio
mostrava gran tristezza e dolore, vedendo lo scafo della _Santa Maria_
mezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente profferiva agli uomini
bianchi tutto ciò ch’egli possedeva, per ricompensarli dei danni patiti.

Mentre egli stava ragionando con l’almirante sul cassero della _Nina_,
si accostò alla caravella una piroga di naturali di un’isola vicina, i
quali portavano piastre e lamine d’oro, per barattarle con sonagliuzzi
di bronzo. Niente piaceva di più, a quella gente, dei piccoli strumenti
sonori che gli Spagnuoli avevano portati al nuovo mondo, opportunamente
imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi di scoperta lungo la
costa Africana. Amavano la danza, e saltavano spesso, cantando certe
loro canzoni, che accompagnavano col suono d’una specie di tamburo,
fatto d’un tronco d’albero scavato, su cui era una pelle distesa. Il
suono del tamburo non era sicuramente così piacevole all’orecchio dei
danzatori, come il tintinnio di quei piccoli sonagli di rame.

Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano a bordo della
_Nina_, riferirono all’almirante di altri naturali dell’interno di
Haiti, i quali accorrevano di tratto in tratto alla spiaggia offrendo
pezzetti d’oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne avrebbero portato,
anche piastre più grosse, ove fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi
di rame e con le perline di vetro colorato.

Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini bianchi, come erano
tradotti dagli interpetri, e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del
viso, osservò che quelle notizie facevano scintillar d’allegrezza gli
occhi dell’almirante. E noi possiamo intendere più facilmente di
Guacanagari come e perchè fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva
promesso di trovare per la via di ponente l’isola di Cipango e le
regioni estreme dell’Asia, famose per infinite ricchezze. In quella
vece, aveva trovato delle isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte
come Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba, Haiti e via
discorrendo, potevano esser considerate altrettante aiuole del Paradiso
terrestre. Ma questo ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco
guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che avevano fatto, di
concedere tre gusci di noce per mandare a scoprire il Cattaio, e far
vassallo di Castiglia il gran Cane dei Tartari! Perciò l’almirante del
mare Oceano giustamente pensava che nulla avrebbe operato sull’animo de’
suoi signori, meglio della vista dell’oro. Che importava più del gran
Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano sulle miniere di Ofir?
Isole ricche d’oro nativo, meglio trovarle selvagge, che abitate da
popoli numerosi, governati da re potenti, forse disposti a trafficare,
ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.

Conosciuto per tal modo il desiderio del suo ospite, Guacanagari fu
molto lieto di potergli dire che a poca distanza dalle sue terre, nella
regione più montuosa dell’isola, il metallo dal colore del sole era
tanto facile a ritrovare, che gli abitanti non ne facevano stima veruna.
Il luogo, soggiungeva egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango? pensò
tosto l’almirante. Ma fosse Cipango, o non fosse, egli aveva finalmente
trovato Cibao, la misteriosa regione aurifera, di cui gli avevano già
detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.

Guacanagari pranzò quel giorno con l’almirante, a bordo della _Nina_; e
quindi lo invitò alla sua residenza, dove gli avrebbe fatto vedere come
fossero tutte le cose di lui gelosamente custodite.

La refezione, imbandita quel giorno nella casa di Guacanagari, era
copiosa e scelta, per quanto permetteva ad Haiti la semplicità del
costume. I piatti forti erano di utia, che è una specie di coniglio, e
di pesci; le intramesse di radici, che erano di varii generi e in varii
modi preparate; delle frutte non si parla nemmeno, che abbondavano
nell’isola, e con la varietà degli aspetti rallegravano gli occhi, come
con quella dei sapori stuzzicavano i palati degli uomini bianchi.

Sempre maravigliosa la bontà d’animo dei cacìco, e delicatissime le
premure amichevoli, con cui cercava di consolare il suo ospite della
disgrazia sofferta. Ed era strano per i suoi convitati spagnuoli il
vedere com’egli fosse garbato nel modi. Il civilissimo tra gli Europei
non avrebbe recato con maggior dignità e pulitezza il cibo alla bocca.
Ad ogni portata Guacanagari si lavava le mani, e le strofinava con erbe
odorose. Era servito con molto rispetto dai suoi sudditi, e li
ricambiava con atti di graziosa maestà. Che dirvi di più? Bisognerebbe
ripetere il già detto, di questo selvaggio portentoso, che oggi ancora
si potrebbe proporre ad esempio presso tutti i popoli civili del mondo.

Intorno a lui, Damiano aveva compendiato il suo giudizio in queste poche
parole: Guacanagari, non ce n’è guari. E contemplava il suo futuro zio
con una tenerezza ineffabile.

Ma ci pensava egli davvero, a fare il nido in Haiti? Pare di sì. Damiano
era uno spirito bizzarro, pronto ad infiammarsi, e sincero nei suoi
innamoramenti, qualunque ne fosse l’oggetto. Abarima gli era piaciuta a
quel dio; egli era piaciuto a lei; non c’era nessuna ragione perchè ella
non fosse sua moglie, o con un rito o con l’altro, dei tanti che servono
a fermare in modo indissolubile il bel capriccio di un giorno, in quella
guisa che una spilla nera, un cartellino scritto con due parole latine,
e una lastra di cristallo in cornice, vi fissano un bel _Priamus_, una
bella _Vanessa_, dalle ali fatte di polvere d’oro, nella vetrina d’un
museo di storia naturale.

E di questo suo disegno era tanto invasato Damiano, che egli si era
perfino rallegrato della perdita d’un naviglio. Egoismo d’amore, che
dalla sua stessa ferocia è innalzato al sublime! Il naufragio della
_Santa Maria_ riduceva Cristoforo Colombo e la sua gente a vivere sulla
più piccola delle tre caravelle, e sulla meno adatta a sostenere la
forza del mare. Forse era per tutti la impossibilità di ritornare in
patria. Si sarebbero perduti laggiù, come Ugolino Vivaldi sulla costa di
Africa, senza che più si avessero nuove di loro. Ebbene? che importava
ciò? Si rassegnava a tutto, Damiano; anche a non rivedere l’Europa.

—Vecchia Europa!—diceva egli, in una di quelle apostrofi che gli erano
familiari.—Infine, che cosa sei tu, per un uomo del tempo presente? Un
giorno, sei piaciuta a Giove, che per te non dubitò di cangiarsi in
toro, e tu lo incoronasti di fiori, come una vittima. Per altro, da quel
giorno, ne sono passati, degli anni! Vecchia megera, se io potessi aver
la sorte di non rivederti mai più! Spero bene, ora che ti abbiamo
scoperto una sorella di parecchie migliaia d’anni più giovane, spero che
un giorno molti dei tuoi cavalieri passino il mare, uscendo dal tuo
vilissimo stretto di Gibilterra, per venirsene qua, a dimenticare in
questa vergine bellezza i tuoi vezzi cascanti, il tuo belletto, i tuoi
capelli tinti, i tuoi denti posticci. Per rifarti la pelle, vecchia
incartapecorita, non ci sarebbe che un espediente, ma eroico, anzi più
che eroico, divino. Sarebbe infatti mestieri che la mano di Domineddio
si aggravasse gentilmente su te; con un dito sui Pirenei, un altro sulle
Alpi, un altro sugli Urali, un altro sul Caucaso, un altro sui Carpazi,
un altro.... Ma no, ne ho contato già cinque, e cinque basterebbero,
purchè premessero, premessero bene, giù giù, fino a metterti un venti
braccia, sott’acqua, per venti minuti! E allora, crepi l’avarizia, ti si
potrebbe far ritornare a galla, per lasciarti respirare. Che bella
faccia pulita, mia vecchia Europa! e che bel bagno di gioventù!—

Sincero anche in questi suoi voti, il nostro Damiano! Vi pare di
dovergli dare il torto, per aver egli detto ad alta voce ciò che tanti
avranno pensato, ai suoi tempi, ed ai vostri? A buon conto, non glielo
voglio dar io.

Con questo modo suo di ragionare, figuratevi se non volesse restare ad
Haiti. Ci pensava tanto, che si risolse d’imparare alla svelta la lingua
del paese. Maestri ce n’erano parecchi: gl’interpetri di Guanahani e di
Cuba. Egli sapeva già parecchi vocaboli; ne imparò in due o tre giorni
parecchie centinaia, che scriveva sopra pezzetti di carta, di contro ai
corrispondenti vocaboli italiani. Con quel principio di glossario si
poteva fare molto cammino, e non desiderarsi la vicinanza di un terzo
incomodo, quando aveva da far conversazione con la leggiadra Abarima.

Il vecchio babbo, quantunque fratello di re, vedeva di buon occhio quel
semplice marinaio. Ma questo s’intenderà facilmente: il semplice
marinaio era un uomo bianco, un figlio del cielo. Del resto, il capo
degli uomini bianchi era molto amico di quel semplice marinaio, gli
rivolgeva spesso la parola, intrattenendosi con lui in una lingua che
essi soli parevano intendere. E questa familiarità di Damiano con
l’almirante rialzava molto il marinaio agli occhi del vecchio Tolteomec.

Quel giorno, per l’appunto, Damiano aveva accompagnato l’almirante alla
residenza di Guacanagari. Sedeva anch’egli alla mensa del re; ultimo
nell’ordine gerarchico, è vero, ma forse per sua elezione, volendo esser
vicino alla dolce Abarima. Nelle numerose comitive e nelle grandi
riunioni, il miglior posto è sempre quello degli ultimi, che hanno
sempre la libertà della scelta. Il personaggio maggiore s’annoia a capo
di tavola, e manda occhiate di desiderio ai felici che se la spassano
nel fondo, facendo il comodo loro e ridendo come matti.

Levate le mense, Guacanagari aveva condotto il suo ospite negli ameni
boschetti che circondavano la sua casa. Migliaia di naturali aspettavano
la nobile comitiva; e a mala pena Cristoforo Colombo si fu seduto con
Guacanagari al rezzo d’un palmizio, quella turba poco vestita si mise a
cantare e a saltare, accompagnando la voce ed il passo col suono dei
suoi tamburi, a cui si aggiungeva per grande novità il tintinnìo dei
sonagli di bronzo.

La danza era il passatempo prediletto dei naturali di Haiti. Se a quel
tempo fosse stato comune sulla faccia del globo l’uso delle carte da
giuoco, sicuramente quei buoni selvaggi avrebbero fatto carte false, pur
di ballare dalla mattina alla sera. Damiano, contemplando le loro
giravolte e i loro salti, aveva facilmente imparata la coreografla, del
resto assai scarsa, dei suoi futuri concittadini. Un ballo, tra gli
altri, gli era sembrato molto somigliante al trescone, che si ballava in
Europa. Preso da un capriccio subitaneo, chiese ad Abarima se ella
avrebbe consentito a ballare con lui. Abarima non aveva detto di no.
Animo dunque, e nel mezzo del prato, facendo fermare stupefatti tutti i
ballerini della tribù. Damiano provava un gusto matto a ballare con quel
fior di selvaggia; ma altrettanto ne provava la graziosa fanciulla a
ballare con lui. E non erano meno contenti i naturali di Haiti, vedendo
un figlio del cielo che non isdegnava di saltabellare in cadenza con una
figlia degli uomini. I tamburi battevano via via più affrettata la
misura; e più rapido girava Damiano, più forte stringendo nelle braccia
nervose la leggiadra Abarima. Essa era snella, egli robusto; durarono un
pezzo alla prova. Ma egli non vedeva già più il prato, nè gli alberi, nè
gli spettatori circostanti, quando la sua dama gli fece la grazia di
arrendersi, cadendogli ansante, quasi svenuta dal piacere, sul braccio,
e abbandonandogli la bruna testa inghirlandata di fiori sul petto.

Ma bisognava dare a Guacanagari altra idea che di avergli portato
ballerini, dalle regioni del cielo. L’almirante aveva mandato a prendere
a bordo della _Nina_ un arco moresco, col suo turcasso di frecce. Era
nel suo seguito un Castigliano, che aveva fatta la guerra contro i Mori
ed era stato all’assedio di Granata. A lui, destro arcadore, toccava di
far vedere la sua prodezza, con l’arco alla mano. Una foglia di palmizio
fu collocata in fondo alla prateria, sulla vetta di una canna. E il
Castigliano la prese di mira, piantando nel suo verde tessuto, una dopo
l’altra, tutte le frecce del suo turcasso, tra le grida di ammirazione e
gli applausi della intiera tribù.

Guacanagari chiamò con un nobilissimo gesto l’interpetre Cusqueia, e gli
dettò le parole che questi doveva riferire all’almirante:

—Potente signore, colpiscono diritto nel segno i tuoi guerrieri. Questo
è certamente un dono del cielo, donde siete venuti. Con l’arco e la
freccia non colpiscono così giusto i Caribi, nostri mortali nemici.
Vengono essi sulle lunghe piroghe, dalle isole vicine, verso
mezzogiorno, e fanno prigioni i miei uomini, che conducono nelle loro
terre a servirli, quando non ne bevono il sangue e non si cibano di
essi, fino al midollo delle loro ossa. Ahimè! i figli di Haiti nulla
possono contro quegli amici della strage, e non sempre i nostri buoni
spiriti li tengono lontani da noi.—

Udì l’almirante la querela di Guacanagari, e prontamente rispose:

—Ben altre armi abbiamo contro i nemici del nostro ospite e fratello. Or
ora tu le vedrai, e ti sarà facile intendere che niente vale contro gli
uomini bianchi, che ti hanno giurato amicizia.—

E lasciato di parlare all’interpetre, si volse a Damiano:

—Prendete gli uomini che vi bisognano,—gli disse,—e andate nelle case
che Guacanagari ha assegnate per la custodia delle cose nostre.
Prenderete un archibugio, con un po’ di munizione, e farete anche
rotolare fin qua un cannone lombardo della _Santa Maria_.—

Damiano prese con sè i marinai che erano venuti ad accompagnare
l’almirante, e con essi e con qualche selvaggio di buona voglia andò ad
eseguire i comandi dell’almirante.

Archibugio e cannone lombardo furono poco stante sul prato, davanti al
cacìco Guacanagari.

—Or ora,—disse Cristoforo Colombo al suo ospite,—tu vedrai un colpo ben
più veloce e più micidiale che non possa farne una freccia.—

E fatto caricare l’archibugio, ordinò a Damiano di prender la mira
contro un albero che sorgeva nel fondo del prato. Damiano si piantò
saldamente sul terreno, calò il moschetto, aggiustò la canna contro il
bersaglio, e accostata la miccia allo scodellino, diede fuoco alla
polvere. Partì il colpo, e il lampo che uscì dardeggiando dalla canna,
comprese di stupore i selvaggi; ma più li fece maravigliare lo strappo
che videro in pari tempo esser fatto nella corteccia d’albero, e il buco
in cui si era conficcata la palla: quella palla che essi avevano veduta
poc’anzi cacciar dentro la canna, ma che non avevano veduta altrimenti
uscir fuori.

Venne la volta del cannone. Damiano e uno dei marinai lo avevano
caricato con molta ostentazione, affinchè i naturali vedessero bene come
fosse quella fattucchieria. Poscia puntarono lo stesso albero contro cui
era stato scaricato il colpo dell’archibugio. La miccia fu accostata; il
forellino diede una piccola vampata, e tosto dalla gran canna di ferro
escì un globo di fumo, per entro a cui lampeggiava una grossa lingua di
fuoco. Non fu un rumore secco, accompagnato da un sibilo, come era stato
quello dell’archibugio; fu un rombo, uno schianto, che intronò gli
orecchi di tutti gli astanti, a cui parve di avere udito il fragore del
fulmine. E in pari tempo l’albero preso di mira si spezzava nel mezzo; e
si abbatteva la parte superiore del tronco, non restando che per poche
fibre appiccicata alla parte inferiore. La palla intanto proseguiva la
sua via nel bosco, sforacchiando in più luoghi la frappa.

Al fragore inatteso, molti naturali erano caduti per terra. Lo stesso
Guacanagari, che sempre cercava di padroneggiare i moti dell’animo, non
potè trattenersi dallo afferrare il braccio dell’almirante, come per
cercare istintivamente un appoggio.

—Sono queste le nostre armi;—disse Cristoforo Colombo.—I sovrani di
Spagna, nostri potenti signori, hanno di queste armi a migliaia; con
queste combattono i loro nemici; per esse sono rispettati da tutto il
mondo.

—Con esse ci difendano dai Caribi, invasori della nostra terra,
oppressori dei nostri figli, rubatori delle nostre figliuole;—disse
Guacanagari all’interpetre.

Non aveva mestieri di parlar per interpetre la leggiadra Abarima.
Fattasi accanto a Damiano, che essa aveva ammirato nei due saggi della
sua maravigliosa prodezza, così gli parlò dolcemente nella sua lingua,
ridotta per la circostanza alle forme più brevi:

—Damiano vivere casa nostra in Haiti, fianco Abarima; difendere
Tolteomec contro nemici Caribi.

—Fianco Abarima dolce cosa;—rispose Damiano, con quel po’ di glossario
che aveva messo da parte.—Damiano restare Haiti, amar sempre Abarima,
baciare suoi occhi.

—Difendere contro Caribi;—ripetè ella, a cui pareva che il suo
innamorato saltasse troppo volentieri di palo in frasca.

—Una cosa non esclude l’altra, che diamine!—esclamò Damiano, nel suo
vernacolo nativo.—Ma questo, come fartelo capire, in lingua Haitiana?—

Questo, per altro, glielo disse col gesto affermativo, ripetuto
parecchie volte, e con un lampo degli occhi, che non brillava meno di
quello del cannone lombardo.

Quella sera, tornando la comitiva alla spiaggia, Damiano faceva
all’almirante un discorso che aveva a lungo meditato.

—Messere,—incominciò timidamente;—vorrei dirvi una cosa....
intrattenervi di un pensiero che mi è venuto quest’oggi alla mente.

—Sentiamo il vostro pensiero, Damiano,—rispose l’almirante.

—Vi parrà poi una sciocchezza, messere. Ma infine, potrebbe anche non
esserlo.

—E non lo sarà. Dite ad ogni modo; tanto si fa cammino, e le ciarle
aiutano.

—Voi siete buono, messere, e date animo a chi non l’ha. Pensavo adunque
che noi eravamo imbarcati in sessantasei sulla _Santa Maria_.

—Sessantasei, difatti, tra ufficiali e marinai;—rispose l’almirante.

—E ventiquattro erano imbarcati sulla _Nina_;—ripigliò Damiano.—Ora,
sessantasei e ventiquattro....

—Fanno novanta;—conchiuse l’almirante.—Un bel numero!

—Esorbitante per la più piccola delle tre caravelle con cui siamo
partiti da Palos;—replicò Damiano.—Non pare a voi, messere, che ci si
stia pigiati, sulla _Nina_?

—Molto pigiati, troppo pigiati;—rispose l’almirante;—lo vediamo e lo
sentiamo fin d’ora, che per una ragione o per l’altra qualcheduno dei
nostri uomini passa la notte alla spiaggia.

—Ah, lo dicevo bene, io!—esclamò Damiano.—E peggio sarà quando dovremo
ritornare su quel guscio di noce in Europa.

—Certamente, mio caro, certamente. Quello che voi dite ora, l’ho già
pensato più volte ancor io.

—E non avete pensato, messere, al rimedio?

—Ci ho pensato;—rispose l’almirante, sospirando;—ma forse sarebbe un
rimedio peggiore del male. Chi vorrebbe adattarcisi?

—Ognuno che vi ami, messere. Perchè io l’ho già indovinato, il rimedio;
e sarebbe.... di lasciar qui gli uomini di buona volontà.

—Che sarebbero naturalmente assai pochi, mio caro Damiano!

—Non lo credete, messere. Io ne conosco parecchi, che sarebbero contenti
di restare. Non già per sempre, si capisce; ma cinque, sei mesi, magari
un anno, quanto vi bisognasse per andare e ritornare. Soldati in
sentinella, resterebbero fino a che il comandante non venisse a mutare
la guardia.—

—Dite voi da senno, Damiano?

—Tanto, che io stesso mi proporrei di restare.

—Voi?—esclamò l’almirante.—E il vostro compagno, naturalmente con voi?
perchè l’uno non può stare senza l’altro, siccome ho veduto. Ed anzi,
quella d’oggi mi pare una novità, e così strana, da doverla segnare col
carbon bianco.

—Cosma aveva l’umor nero, quest’oggi;—rispose Damiano, impacciato.—Del
resto, io credo che egli non rimarrebbe, per sua elezione, in questa
parte del mondo, salvo il caso di obbedire ad un vostro comando.

—Nè io sarò mai per dare di questi comandi a nessuno;—ripigliò
l’almirante.—Ma voi, piuttosto.... come vi adattereste voi a restare,
senza l’amico?

—Messere, la vita è varia, e varii sono i capricci degli uomini. A me
quest’isola piace moltissimo. Ed anche ad altri, che hanno perduta la
casa, e non si raccapezzano nella casa altrui. I marinai della _Santa
Maria_ si sentono ospiti, a bordo della _Nina_ La conoscono poco, non ci
hanno fatta la mano, nè l’occhio.

—È giusto, ciò che voi dite. Il marinaio si fa casa volentieri della sua
nave. Ma dunque, voi esponete, oltre il desiderio vostro, quello di
molti compagni?

—Si, messere; è un desiderio nato molto spontaneamente, come il mio. Il
paese è bello, si è detto; gli abitanti son pasta di zucchero. A
fabbricarceli con le nostre mani, come ha fatto Domineddio per il capo
della specie umana, non si potrebbe inventar niente di meglio. La vita è
facile, qui, poichè la terra produce tutto il necessario, senza che
l’uomo abbia da innaffiarla col sudore della sua fronte. E poi c’è
l’oro, che si raccoglie con facilità negli scambi, senza bisogno di
andare a cercarlo nelle miniere, almeno per ora.

—Ma voi non pensate al pericolo di dover combattere coi Caribi, gente
feroce delle isole di mezzogiorno.

—Gente feroce che fa paura a Guacanagari, e al suo popolo
pacifico;—rispose Damiano.—Contro i Caribi, se sono quei terribili
pirati che ci ha descritti il cacìco, avremmo sempre gli archibugi e i
cannoni della _Santa Maria_, che voi potreste lasciarci per nostra
difesa.

—Sicuramente, e con munizioni sufficienti. Ma tutto ciò richiede un
luogo adatto per la difesa.

—L’isola è vasta; il luogo si può trovare; le eminenze non mancano.

—Ci vorranno dei ripari.

—Si faranno. Abbiamo qui la caravella naufragata; si può fabbricarne una
fortezza. Della chiglia, degli staminali e del bagli si può fare
l’ossatura di una torre. Col fasciame si possono fare le pareti. E poi,
dentro o fuori, si può aggiungere un impasto di argilla e di paglia,
come fanno i nostri contadini, nelle gole dell’Apennino. Con uno scavo
di pochi giorni si fa un argine ed un fosso, che giri tutto intorno alla
fortezza. Quando il lavoro sia fatto, ci si starà dentro a meraviglia, e
sicuri come in chiesa. Non lo credete, messere?

—Voi rispondete a tutte le obiezioni, Damiano. L’idea non mi dispiace;
voglio pensarci. E quanti sareste, desiderosi di restare?

—Non saprei dirlo, ora. Ma così a occhio e croce, argomentando dai
discorsi che ho sentiti, potete far conto sui due terzi della _Santa
Maria_. Poi ci sarà da domandare a quelli della _Nina_, che non vorranno
perder tutti la buona occasione di passare qualche mese a terra.

—Vedete un po’!—disse Cristoforo Colombo, ridendo.—Ed io che non osavo
neanche vagheggiarlo nella mente, un disegno come questo!

—Vagheggiatelo, messere. Anzi, fate meglio, mandatelo tosto ad effetto.
Non già per darvi consigli, che a voi non occorrono, ma per dirvi
sinceramente quello che io penso, se fossi nei panni, vostri, metterei
mano all’opera fin da domani mattina.—

L’almirante non si potè trattenere dal ridere, a tanta furia del suo
concittadino. E pensò in quel momento ad un proverbio di casa: la furia
dei genovesi dura tre giorni. La qual cosa poteva anche esser vera, ma
certamente non era intieramente creduta dagli altri Italiani, che a
questo proposito solevano dire: genovese aguzzo, piglialo caldo.

—Avete ragione;—rispose l’almirante.—Ma bisogna pensare ad un’altra
necessità. Intenderete benissimo che per questa piccola colonia non
potrei lasciare soltanto marinai. Qualche ufficiale sarà necessario; e
non potrei, almirante di Castiglia, avendo quasi tutti Castigliani nella
mia gente, dare il comando della colonia che ad uomini di questa
nazione. Degli ufficiali che sono imbarcati con me dovrò dunque sentire
l’opinione, per vedere chi volesse restare ed assumere il comando della
fortezza. Se dovessi ascoltare il mio cuore, darei il comando ad uomini
come voi, o come il vostro compagno.

—Non pensate a noi, messere; noi siamo marinai.

—Infatti, come marinai siete venuti a me. Ma io non vi ho mai avuto per
tali. Anche parlando il nostro vernacolo, non vi nascondete abbastanza;
si sente che non siete di Maccagnana, nè della Marina; la batte da San
Lorenzo a San Luca, miei cari.

—Messere....—balbettò Damiano, confuso.

—Ebbene, ditemi che non è vero; che non ho colto nel segno.

—Eh, non saprei;—rispose Damiano.—Ci sarebbero altre chiese, da mettere
in riga; San Siro, per esempio, o Santa Maria di Castello, San Domenico
o Santa Maria delle Vigne. Ma io non potrei fermarmi su questo tema, se
non per ringraziarvi d’una curiosità che è figlia di benevolenza, e per
dirvi subito i nostri nomi, come sono scritti laggiù. Disgraziatamente,
ho promesso a Cosma.... di chiamarmi Damiano. Quando egli non vorrà
essere più Cosma, credetelo, messere, sarò felicissimo di restituire il
mio nome di guerra al santo da cui l’ho tolto ad imprestito.

—Nè io vi chiedo di rinunziarci per curiosità che io abbia di sapere i
vostri nomi veri ed autentici;—disse l’almirante.—Ho accennato alla
vostra condizione per significarvi il mio rammarico di non potervi dare
un uffizio più conveniente, e di vedere in pari tempo che voi, amico
Damiano, poichè Damiano volete essere, vi disporrete ad un sacrifizio
come quello di restare parecchi mesi, forse un anno, in questi lidi
lontani.

—Oh, non vi date pensiero di ciò!—disse Damiano.—Ho in uggia l’Europa.

—Capisco;—mormorò l’almirante.—Dolori?

—Che! Se ci avessi lasciato dei dolori, chi sa! L’uomo è un animale così
irragionevole! sarei capace di correr laggiù, per rinfrescarmeli tutti.
Il fatto è che non ci ho lasciato dolori, e non ne ho portati con me.
Forse li avevo nel fardello; ma devono essermi sdrucciolati nelle acque
dell’Odiel, sul punto di mettermi in barca.

—Avrete perdonato;—disse l’almirante.—E questo è segno di animo buono.

—Ahimè! neanche questo, messere. Io non so perdonare; il dimenticare mi
sembra più savio. Fors’anche è più sbrigativo. In ciò non sono d’accordo
col mio amico. Dove Cosma sospira, io alzo le spalle; dove Cosma piange,
io sorrido. Ma in una cosa ci siamo affiatati come due pive: nell’amar
voi, signor almirante, nel riverirvi, nello intendere la grandezza
dell’impresa che avete ideata e compiuta. Pensiamo qualche volta a ciò
che diranno laggiù, in Europa, quando vi vedranno ricomparire,
scopritore di un mondo ignoto, e allora....

—E allora,—interruppe Cristoforo Colombo,—dovreste anche immaginare che
mi faranno colpa di non avere scoperto il Cattaio. Quattro isole
popolate da selvaggi, gran cosa! S’intende che se un altro giungerà
prima di me alle coste di Spagna....

—Martino Alonzo Pinzon, non è vero?

—Sicuro;—ripigliò l’almirante.—Se il disertore giungerà primo alla sua
patria, sarà egli lo scopritore, avrà egli il merito e l’onore di tutto.

—Signor almirante, debbo dirvi intiero l’animo mio?—replicò
Damiano,—Dall’Europa ci si può aspettare di tutto.... anche un atto di
giustizia. È una terra tanto curiosa! Io metto pegno che quando voi
giungerete, nessuno crederà più a Martino Alonzo Pinzon. Del resto, voi
avrete sempre la testimonianze di due equipaggi, quasi intieramente di
Castigliani, in mezzo a cui è un fratello di Martino Alonzo, e qualche
altro suo consanguineo.—

L’almirante fece un cenno del capo e un moto delle labbra: due gesti che
dicevano e non dicevano, ma che, ad ogni modo, in quell’ora tarda di
sera, non potevano essere notati dal nostro Damiano. Per altro, era
eloquente anche il silenzio, e significava abbastanza i dubbi che
amareggiavano il cuore dell’almirante.

—E bisognerà quindi affrettare la partenza;—soggiunse questi,
proseguendo ad alta voce un ragionamento che aveva fatto dentro di
sè.—Ho osservato una certa regolarità nei venti che soffiano su questi
mari. Quando siamo venuti, li avevamo favorevoli, da levante a ponente.
Ora mi pare che incomincino a voltarsi da ponente a levante. Bisognerà
approfittarne; se no, risicheremmo di stare in panna per molto tempo,
avanti di far cammino per le coste di Spagna.

—Ebbene, messere;—rispose Damiano.—Si prende una risoluzione sollecita.
Disfacciamo la caravella, prima che se ne piglino l’incarico i marosi, e
facciamo la fortezza. È questione di giorni.

—Sì, dite bene, è questione di giorni, quando ci sia la buona
volontà;—conchiuse l’almirante.—Domattina ne parleremo.—

Il giorno seguente, Cristoforo Colombo chiamò a consiglio gli ufficiali
della spedizione e i piloti delle due marinaresche, della _Santa Maria_
naufragata, e della _Nina_ superstite. Espose la condizione di un
equipaggio raddoppiato, sulla più piccola caravella e sulla meno
maneggevole, rimasta l’unica per ritornare in Europa, ed accennò al
disegno di fondare una colonia ad Haiti, lasciandovi un certo numero di
marinai, con quegli ufficiali che volessero restare al comando. Gli
avanzi della _Santa Maria_ avrebbero fornita la materia per la
costruzione di una fortezza, che i suoi cannoni potevano difendere, e in
cui si sarebbero lasciati viveri per il sostentamento del presidio,
nello spazio di un anno. Tanto non credeva egli che la colonia avrebbe
dovuto aspettare il ritorno di una nuova spedizione dalla Spagna; ma era
meglio provvedere per un anno, che per sei mesi soltanto; le precauzioni
in simili casi non essendo mai troppe.

Del resto, in quello spazio di tempo, i nuovi coloni avrebbero avuto
agio di visitare, con le debite cautele, tutte le parti dell’isola, di
cercare le miniere e tutte l’altre sorgenti di ricchezza. Inoltre, col
cambio di tanta minutaglia che ancora si ritrovava a bordo della _Nina_
e nel carico sbarcato dalla _Santa Maria_, avrebbero potuto accumulare
dell’oro in gran copia. Imparando la lingua dei naturali, si sarebbero
avvezzati ai loro costumi, alle loro abitudini, in guisa da poter
prestare utilissimi servigi nelle spedizioni susseguenti. Alle quali,
appena ritornato in Ispagna, avrebbe pensato e provveduto l’almirante,
con quel pronto animo e con quell’ardore di desiderio che tutti
riconoscevano in lui, e che oramai dovevano intendersi piuttosto
accresciuti che diminuiti.

Piacque la proposta a tutti, assai più che l’almirante non isperasse. Ma
forse il pensiero di liberare la _Nina_ da un soverchio di gente, faceva
tutti più facili ad accettare un partito, sul quale, in ogni altra
occasione, avrebbero trovato molto a ridire.

Damiano aveva dunque ragione, pronosticando che l’idea sarebbe stata
accolta con giubilo. Ed oltre all’aver ragione, Damiano vinceva il suo
punto.



                            _Capitolo XII._



                 Una nave che va, e l’altra che viene.



Quel medesimo giorno, che fu il 27 dicembre, era annunziato agli
equipaggi della _Nina_ e della _Santa Maria_, morta ma non ancora
sepolta, il disegno del signor almirante del mare Oceano e vicerè delle
isole scoperte nelle Indie Occidentali. Il disegno era già in embrione
nella mente di molti; fu accolto da tutti con grida festose.

E bisognava sentire i discorsi che si facevano a bordo, nell’ora della
colazione.

—Ah, io resto nell’isola. E tu?

—Ancor io, certamente. Fossi pazzo, a chiudermi per due o tre mesi nella
stiva della _Nina_, per morirci soffocato dalla mancanza d’aria.... e
dall’odore del prossimo!

—Ancor io, sai? ancor io ci rimango, nell’isola. Vuol essere una vita
d’oro, la nostra, senza staffilate di vento, e senza schiaffi d’acqua
salata.

—Se la va di questo passo, figliuoli, si resta tutti a terra, e il
signor almirante se ne ritorna da solo in Ispagna.

—Ma già! Non ci avete pensato, a questo guaio? Se si vuol restar tutti,
l’ammirante dovrà sceglier lui quelli che lascerà e quelli che porterà.

—Deciderà la sorte, m’immagino.

—Ebbene, se decide la sorte, io, che son nato in un cattivo giorno,
dovrò restare a bordo. Ma badate, sono il primo a fare una proposta, e
intendo di averne assicurato il benefizio.

—Sentiamo la proposta di Ruiz.

—Eccola qua: mi profferisco per cambio a chi, essendo designato dalla
sorte per restare colono, volesse invece ritornare in Europa.

—Nella decrepita Europa!—borbottò Damiano tra i denti.

—Non mi dimenticate, adunque, nel caso che non mi avesse favorito la
sorte. Io voglio restare ad Haiti. Paese buono, donne belle, lavorar
poco, spassarcela assai; che cosa si vuole di più?

—Bravo! Così intendi tu una colonia?

—E come l’avrei da intendere, io? Son marinaio; sarei soldato. Non avrei
da partecipare ai profitti, o solo in troppo piccola parte, coll’aiuto
di queste cinque dita, che non sono neanche troppo lunghe, nè troppo
esercitate alla pratica di un perfetto tesoriere. Il mio guadagno sicuro
sarà di darmi bel tempo. Questo è il paradiso terrestre; voglio
godermelo.

—Facendo la parte del serpente, non è vero?—Si rideva, si sghignazzava,
si fantasticava a tutto spiano. Damiano, attento ai discorsi, ma non
mettendoci bocca, godeva della sua bella trovata. Egli sapeva bene quali
sarebbero stati i profitti suoi, nella nuova colonia. L’almirante, di
sicuro, gli avrebbe assegnato un uffizio. Magari, separandosi da Cosma,
egli si sarebbe risoluto di lasciare il suo nome di guerra, per
riprendere il suo nome vero ed autentico. E con quello, per bacco, e con
le qualità che lo accompagnavano, l’uffizio non gli poteva mancare;
nessuno, poi, ci avrebbe trovato a ridire.

Che momento, quando si fosse sentito leggere un ordine di questa fatta:
«Noi ecc. ecc. nominiamo il nobile uomo ecc. ecc. dei conti ecc. ecc.
alla carica di ecc. ecc.»! L’uffizio a cui l’almirante poteva
destinarlo, egli, per verità, non lo sapeva ancora, non aveva ancora
osato immaginarselo. Ma se non era il primo, nè il secondo, non sarebbe
neanche stato il quarto, per bacco baccone.

—Ma poi, perchè non sarebbe il secondo?—chiedeva Damiano a sè
stesso.—Ragioniamo un poco, e vediamo.—

Qui l’amico Damiano faceva i suoi conti:

—Un Castigliano al comando supremo, si capisce; l’ha detto anche
l’almirante. È un onore dovuto alla nazione per cui si è fatta
l’impresa. Si dovesse cercarlo col lumicino, trattenerlo qui con la
forza, un Castigliano ci vuole. Ma il secondo posto, vivaddio, dovrebbe
esser libero. Resteranno volentieri i marinai; vita per vita,
preferiranno sempre sei mesi, un anno di presidio a terra, anzi che le
noie d’un viaggio, fosse pure di ritorno In patria. Figurarsi il bordo
della _Nina_, che cosa sarà per due o tre mesi! Solo per andare a
dormire, bisognerà dividersi almeno in tre squadre, e darsi la muta nei
ranci. E se ne pregheranno, a vicenda!... se ne pregheranno di quei
secchi, o di quegli altri fatti a ferraiuolo, così quelli che vorranno
andarsene a schiacciare un sonnellino, come quelli che non vorranno
smettere il loro. Mi par già di sentirli. Per gli ufficiali, è un altro
paio di maniche. Il loro rancio, buono o mediocre, gli ufficiali lo
hanno. Sicuri per questo lato, non avranno nessuna ragione per voler
rimanere a terra; e il secondo posto dovrebbe toccare a me, per qualche
onesta ragione, oltre la benevolenza del signor almirante. Con un
uffizio simile, sarei bene collocato, agli occhi della dolce Abarima e
dei suoi. Comandante supremo, lo so, potrei domandare la figlia del re.
Secondo di grado, potrò sempre aspirare ad una nipote di re; senza
contare che Guacanagari non ha figliuole da marito. Veramente, m’annoia
un poco quello che ho udito delle leggi di successione in questo paese.
Morendo un cacìco senza figliuoli, gli succede, a preferenza del figlio
del fratello, il figlio della sorella, perchè c’è più sicurezza che
questo sia del medesimo sangue, dirò così, cacicale. E si capisce: i
figli creduti d’un fratello potrebbero alle volte non aver nessuna
consanguineità con lo zio; laddove i figli della sorella sono
necessariamente i figli della madre loro. Vedete che cervelli sottili,
questi selvaggi di Haiti! e sanno dove il diavolo tenga la coda.—

Damiano, come vedete, pensava molte cose, facendosi già in tasca il
contratto di nozze. Era un sogno in tutte le regole, il suo; egli se lo
ingrandiva, descrivendolo a sè stesso, ed era un po’ come colui che
s’ubbriaca delle proprie parole.

Alle chiacchiere di bordo seguì presto il lavoro, un lavoro animato ed
allegro di tutto il doppio equipaggio. Bisognava disfare pezzo per pezzo
la _Santa Maria_. Calafati e marangoni, con martelli, tanaglie, scuri, e
ogni altra maniera di ferri, schiodavano, strappavano, segavano,
facevano leva; ed assi, tavole, bagli, staminali, tutto saltava in
acqua, donde i naturali di Haiti, volontarii aiutanti, nuotando intorno
alla secca, spingevano al lido ogni cosa.

Mentre così lavoravano gli equipaggi, Cristoforo Colombo risaliva ancora
una volta alla residenza del cacìco, per informare l’amico Guacanagari
della sua nuova intenzione. Egli voleva lasciare una parte della sua
gente, per difender quell’isola dalle scorrerie dei Caribi; con più
gente sarebbe ritornato al secondo viaggio, ed anche con maggior copia
di preziosi donativi per il suo ospite, come di merci da barattare con
l’oro. Piacque a Guacanagari il disegno; l’idea di ritener seco una
parte di quegli esseri straordinarii, di quei figli del cielo, e il
pensiero di vedere un giorno ritornare alla spiaggia di Haiti il signore
degli uomini bianchi, con grandi piroghe cariche di sonagli di bronzo,
di braccialetti e bei monili di perle di vetro colorato, fece andare in
visibilio la tribù tutta quanta. Immaginate le grida, i salti, le
capriuole di quel popolo semplice, mentre Cristoforo Colombo,
accompagnato dal cacìco e dai grandi della sua casa, andava attorno per
ritrovare un luogo adatto, su cui edificare la sua fortezza di legno.

Il sole non era anche sparito dall’orizzonte, e già la maggior parte del
legname della _Santa Maria_ era trasportata dalla costa alla eminenza
che Cristoforo Colombo aveva scelta, non molto lontano dal villaggio di
Guacanagari. Lungo la salita si vedevano andare e venire i naturali di
Haiti in doppia catena: quei che ascendevano la costiera portando fasci
di tavole, o travi, e quei che discendevano a mani vuote, per andarsi a
rifare un buon carico.

Intanto che il lavoro procedeva, alcuni naturali di un’altra parte
dell’isola erano venuti ad annunziare che una grande piroga, con le ali
bianche, come quelle della _Nina_, aveva gettata l’áncora in un fiume,
alla estremità orientale dell’isola. Cristoforo Colombo diede una
rifiatata di contentezza. Quella grande piroga non poteva essere che la
_Pinta_, la _Pinta_ ch’egli oramai credeva già in cammino per l’Europa,
la _Pinta_, che di sicuro si era allontanata dalla squadra per obbedire
alla indisciplinata ambizione di Martino Alonzo Pinzon, insofferente di
comandi, avido di scoprire e di raggranellare per sè.

Comunque fosse, la _Pinta_ era là, ancora sotto la mano dell’almirante.
Disubbidiente o no, era una nave di più per il ritorno; e la sua
presenza, raffidando un pochino gli animi di tutti, consentiva di
dividere un po’ meglio l’equipaggio della _Santa Maria_, che altrimenti
sarebbe stato costretto a pigiarsi tutto sulla _Nina_, o a lasciare un
numero troppo grande d’uomini nella fortezza incominciata. Per questa,
niente era mutato nel disegni dell’almirante. Il suo naufragio, in una
calma perfetta, senza vento e senza mareggiata, era per lui un segno
manifesto di una volontà suprema. Sembrava una disgrazia; ma senza
quella disgrazia, egli non si sarebbe fermato tanto tempo ad Haiti, da
scoprirne le ricchezze nascoste. La decisione di fermarsi e di
fabbricare la fortezza era presa; non si doveva, non si poteva più
revocare.

Con tutti questi pensieri che gli ribollivano nell’anima, Cristoforo
Colombo ai era affrettato a chiedere al cacìco una delle sue piroghe più
veloci, con quanti più rematori del paese potessero starci alla voga.
Uno spagnuolo andava con essi, portando al Pinzon una lettera
dell’almirante. In quella lettera, che aveva scritta lì per lì,
Cristoforo Colombo, senza muover rimprovero alcuno all’indisciplinato
comandante della _Pinta_, lo invitava a raggiungere immantinente la
squadra.

La piroga ritornò in capo a tre giorni. Aveva costeggiata l’isola per lo
spazio di quaranta miglia, senza vedere la _Pinta_ e senza neppure
udirne novella dai naturali di quelle marine. Venivano intanto
all’almirante altri annunzi dello stesso genere, ma da altre parti
dell’isola; di qua, di là molti avevano veduta la gran piroga con le ali
di cigno; ma Cristoforo Colombo pensò che avessero tutti sognato, nè più
volle distoglier gente dal lavoro, per rintracciare quella nave
fantastica.

Ed era triste per lui non avere altro legno che la _Nina_, per ritornare
in Europa. Se la _Pinta_ era fuggita, e giungeva prima di lui alle coste
di Spagna, gli usurpava l’onore delle fatte scoperte, o, con calunniose
imputazioni preoccupando gli spiriti, guastava a lui ogni disegno di
spedizioni future. Se la _Pinta_ era perduta, la condizione di lui era
anche peggiore; poichè di tre caravelle che gli erano state affidate,
una sola ne restava, inferiore di troppo alle altre nel veleggiare, e
l’esito della sua grande intrapresa dipendeva dall’incerto ritorno di un
fragile schifo, attraverso la immensità dell’oceano. Periva egli nei
flutti? e con lui si chiudeva nell’abisso il grande segreto del mare
tenebroso.

Il pericolo era grande; ogni indugio, poi, non faceva che aumentarlo;
necessario dunque di lavorare con alacrità sempre maggiore alla
costruzione della fortezza. Della _Pinta_, se proprio si aggirava in
quelle acque non sarebbero mancate più sicure notizie, in quei giorni
ch’egli avrebbe dovuto pur troppo rimanere colà.

Damiano aveva seguite con una certa ansietà le peripezie di quel dramma
che si svolgeva nella mente del suo grande concittadino. A tutta prima,
udendo che la _Pinta_ era stata ritrovata, e vedendo l’almirante così
sollecito a mandar gente sulla traccia del Pinzon, gli era entrato
nell’animo il sospetto che della colonia d’Haiti non si dovesse fare più
nulla.

—Ahimè!—diceva egli quel giorno a Cosma.—Il mio bel sogno svanisce.

—Che sogno?—esclamò Cosma.

—Come?—riprese Damiano, con aria di stupore.—Non sai?... Ma tu dunque
vivi proprio nel mondo della luna?

—Mio caro, non so se sia il mondo della luna;—rispose placidamente
Cosma;—so bene che è il mondo dell’anima mia; ed è tutto qua dentro.

—Il mio, invece, è il mondo del mio cuore;—disse Damiano.—Ed è qui
presso, in Haiti.

—In Haiti!

—In Haiti, sì; o nella Spagnuola, per usare la denominazione del signor
almirante; o, per essere più precisi, nella Corte di Guacanagari.

—Ah, sì, ora ci sono;—disse Cosma, che proprio aveva l’aria di scendere
allora dalle nuvole.—Hai dunque e davvero in mente quella selvaggia?

—Una selvaggia, mio caro, che val più di molte dame della civilissima
Europa.

—Questione di gusti!

—E d’occhi, ti prego di aggiungere, e d’occhi che sappiano discernere.
So bene che non tutti vedono ad un modo. Ci sono i presbiti, e ci sono i
miopi, per esempio. Ma tu, Cosma, che hai un occhio di falco e l’altro
di lince, dovresti riconoscere che la figliuola di Tolteomec non è una
selvaggia come le altre. Che stupenda creatura! E non ti è mai venuto in
testa di raffigurartela vestita come una dama d’Europa?

—No, veramente. Ti dirò anzi che non l’ho neanche guardata.

—Male!—esclamò Damiano.—Cioè, mi correggo: potresti aver fatto anche
bene.

—Che discorsi son questi?

—Discorsi d’uomo savio.... e stagionato. Diciamo dunque: meglio così;
meglio che tu non ti sia fermato a guardarla. Non si sa mai. Or dunque,
io, che l’ho guardata moltissimo, e fo conto di non saziarmene mai, me
la son figurata in tutte le fogge possibili. Da principio nella foggia
di Diana cacciatrice. Con quel suo guarnelletto ai fianchi, con quel
manto, o stola che tu voglia dire, gittata con tanta grazia sull’òmero
destro e rigirata sul fianco sinistro, mi è parsa veramente la dea delle
selve. Ieri ancora glielo dicevo.

—E t’ha capito?

—Eh, così così. Sai che faccio profitto, nella lingua d’Haiti. È più
facile che non credessi a tutta prima. O forse, son questi i miracoli
della necessità, quando amore l’aiuta. Abarima mi appariva lassù, da
quella macchia che confina col prato, dietro la casa di Tolteomec... Ma
tu non conosci abbastanza i luoghi, mio caro. Non importa, del resto;
una macchia è sempre una macchia. Abarima usciva dalla macchia, quando
io attraversavo il prato, per andarla a cercare. Orbene, lo crederai, o
non lo crederai, l’illusione era perfetta; mi parve di vedere Diana,
uscente dal limitare della selva, alla ammirazione, alla adorazione dei
pastori.

—O dei lupi rapaci;—disse Cosma, sorridendo.

—Lascia stare i lupi, poveracci! Io, del resto, non sono quella bestia
feroce che tu credi. Ti ho detto che amerei quella donna vestita da dama
europea. E me la sono raffigurata anche con una gran veste di velluto, o
di ormisino, gallonata d’oro, col suo gran vertugadino ai fianchi, per
tener larghe le pieghe, una ricca mantiglia sul capo, accomodata sopra
una trecciera di perle.... Come dovrebbe star bene! Che portento di
gioventù, di bellezza e di grazia, da far morir d’invidia cento donne
d’Europa al giorno!

—Ci sarà sempre la carnagione,—disse Cosma,—su cui le donne d’Europa
potranno ricattarsi.

—Che carnagione!—gridò Damiano, facendo una spallucciata.—Quella di
Abarima è più chiara, in Haiti, al paragone delle altre. In Europa
sarebbe un tantino più carica, darebbe un po’ più nel rosso, ecco tutto.
E ti pare un difetto, quello? Il bianco, caro mio, ha un altro difetto,
e molto più grave: ti gira troppo spesso nel pallido, nello smorto, nel
giallo. Qui non ci sarebbe pericolo. Dunque, dico io, tanto di
guadagnato, ad innamorarsi di una pelle rossa. E poi, pensa alle pèsche,
alle belle pèsche duràcine della nostra dolce Liguria. È sempre
piacevole il pensarci.... fuori di stagione; ti corre l’acquolina alla
bocca, e dal palato ti sale alle nari una fragranza soavemente acuta, o
acutamente soave, che ti fa raggrinzare il collo e stralunar gli occhi
dall’eccesso del piacere. E queste, caro mio, sono le sensazioni che
prova il tuo servo umilissimo, quando pensa alla figlia di Tolteomec,
alla dolce, alla gustosa Abarima, alla pèsca di Haiti.

—Pèsca salvatica, Damiano, pèsca salvatica!

—Eh no, Cosma! Questi, se mai, sono selvaggi di un’indole strana. Hai
veduto il gran logorare che fanno di erbe aromatiche? Ad ogni momento se
ne strofinano le mani. Con certe erbucce fragranti, Abarima si rifà
spesso anche la bocca, che non ne avrebbe bisogno. E fa inoltre il suo
bagno, sai, quella Diana cacciatrice. Là, nella macchia, è una fontana,
una vera conca di smeraldo, e in quell’acqua ella si tuffa ogni giorno.
Me lo ha confessato ieri, quando usciva dalla macchia. Ed io ho pensato
alla fontana di Valchiusa; ed ho ripetuti a me stesso quei bellissimi
versi:

    Chiare, fresche e dolci acque,
    Ove le belle membra
    Pose colei che sola a me par donna!

—Povera madonna Laura!—gridò Cosma, rabbrividendo.—Se lo spirito di
messer Francesco ti sente, povero a te!

—Vorrai dire che mi manderà a graffiare dalla sua gatta? Io invece
scommetterei che s’egli vivesse ancora e vedesse la figliuola di
Tolteomec, si dimenticherebbe a volo della moglie di Ugo di Sade. Del
resto,—soggiunse Damiano,—il valentuomo se n’era dimenticato più volte,
quando era vivo. Ci sono delle storie, intorno a quel platonico
amatore!...

—Senti!—interruppe Cosma.—Non mi guastare la immagine del Petrarca,
neanche ad Haiti. La posterità vuol figure tutte d’un pezzo; e il
simulacro non deve mostrare la saldatura nè la rappezzatura
dell’artefice mal pratico. Sappiamo tutti che ogni metallo ha le sue
scorie. Io, per esempio, studiando te, vedo bene dov’è la tua. E un
giorno ti credevo più fedele a certe idee!...

—Delle quali, se mai, non avevo a star molto allegro!—esclamò Damiano,
seccato.

—E neppur io;—disse Cosma.—Nondimeno, l’uomo ha da essere tutto d’un
pezzo, come la statua di bronzo.

—Per che? per chi?—domandò Damiano.—Per la posterità, forse?

—No, caro, e risparmia l’epigramma;—replicò l’altro,—Nè tu, nè io,
possiamo aspettarci l’ammirazione dei posteri. Ci vorrà pazienza. Ogni
uomo, per altro, ogni uomo che pensi ed intenda, ha i suoi giudici....
dentro di sè. Qualunque sia il suo stato e la sua condizione, egli deve
poter esser contento, quando rientra in sè stesso ed osserva i suoi
atti.

—Cavalleria antica!—disse Damiano.—E sebbene incominci a dar giù, è pur
sempre una bella cosa; commovente, poi, commovente a quel Dio! Ma io non
credo neanche di far contro alla vecchia cavalleria, amando una donna,
dopo averne amata.... qualche altra. Una va, e l’altra viene, come le
nostre caravelle. La _Santa Maria_ va in pezzi? la _Pinta_ viene al
nostro ancoraggio; almeno, così ci si fa sperare, dalle notizie che sono
arrivate di lei. Io m’attacco alla _Pinta_.—

Cosma stette un pochino in silenzio, guardando il suo amico e
concittadino nel bianco degli occhi.

—Ma parli proprio da senno?—gli disse finalmente.—Sei veramente
innamorato?

—Innamoratissimo.

—E non per chiasso, come hai fatto.... nelle altre isole?

—Oh, credi che questa volta è la buona. _Ultima necat_, come è scritto
anche sulle meridiane. Ho ricevuto il colpo qui, al costato sinistro.
Son morto; mi seppellisco qui.... e faccio stirpe di re.

—Re d’Haiti!

—Eh, non posso mica farne una di re di Spagna Nota, mio caro, che qui ce
n’è proprio il bisogno. Guacanagari non ha figli. Ma per fortuna non ha
figli maschi neanche la sua unica sorella.

—Che c’entra questo?

—C’entra, per quella benedetta legge di successione al trono, che hanno
qui in vigore; una legge che esclude dal trono i figliuoli dei fratelli,
perchè, dicono, non ci sarebbe tutta la sicurezza della consanguineità.
Ma qui abbiamo un caso speciale. Tra una figlia della sorella di
Guacanagari, e una figlia del fratello, spero bene che per una volta
tanto si darà la preferenza a quest’ultima, se quest’ultima ha trovato
un partito di prima qualità, un _ada Turey_, un figlio del cielo.

—Ecco un titolo che tu ti largisci con molta liberalità!

—Ce lo dànno;—rispose Damiano.—Accettiamolo, e mostriamo di gradirlo,
vestendocene subito. con pompa e solennità. Ritornando al fatto, o al da
fare, non ti sembra che io debba operare come ragiono?

—Non mi sembra affatto;—disse Cosma.—Ragioni male, e ti proibisco di
operare in conformità.

—Tu?—esclamò Damiano, stupito

—Io, sì, io.

—E perchè, se è lecito saperlo?

—Perchè non mi piace.

—Non ti piace! non ti piace!—balbettò Damiano.—Questione di gusti, mi
dirai. Ma questa, caro mio, non è una mela, non è una sorba, non è una
susina; e voglio sperare che tu, uomo savio, dei gusti tuoi.... a
proposito dei fatti miei.... mi vorrai dir la ragione.

—La ragione!—ripetè Cosma.—Potevi dire le ragioni, perchè infatti ce ne
sono parecchie. Ma incominciamo dalla prima. Hai sempre sostenuto con
me, laggiù, in Europa, che un cavaliere ha da essere costante in amore.

—Ti potrei rispondere,—ribattè Damiano,—che di laggiù a venir qua si è
passata molt’acqua. E, se Dio vuole, siamo anche agli antipodi. Ma, per
tua norma e regola, io non ho mutato opinione: credo alla bellezza, alla
bontà, alla necessità morale di essere costanti in amore, quando l’uomo
è ricambiato. Il mio non è stato ricambiato; fattelo giudicare da quella
corte d’amore che vuoi, da tutti i tribunali di cavalleria che ti parrà
di convocare; nessuna corte, nessun tribunale giudicherà che si debba
esser fedeli ad una dama, la quale ha lasciato l’uno per l’altro, e
tutt’e due per un terzo. Se a te non pare d’imitarmi in questo
sentimento di libertà, serviti pure; ma non accusar me di mancamento
alla legge.—

Cosma rimase muto per un buon tratto; forse cercando argomenti contro la
logica del compagno, e non trovandone di buoni, o almeno di tali che si
potessero dire, senza offendere l’amico Damiano. Comunque fosse, egli
mutò discorso, passando ad un’altra forma di argomentazione.

—Dato e non concesso....—diss’egli, dopo quella lunga pausa,—vediamo il
caso tuo di qua dall’Oceano. Ci sei venuto libero di cuore, senza i
vincoli che avevi l’aria d’imporre a te stesso. Non ischerzi più, non
t’innamori per chiasso, come hai fatto nelle altre isole; sei innamorato
a buono, di questa principessa Abarima. Vedi? te la fo principessa di
schianto.

—Lo è, senza la tua liberalità, mio dolcissimo Cosma.

—E sia, non letichiamo per queste piccolezze. Mettiamo invece che questa
principessa Abarima non volesse saperne di te....

—Sei pazzo? Mi ama.

—Te lo ha detto?

—Sì, come si possono dire queste cose: ascoltando molto, sorridendo
altrettanto, arrossendo spesso, come ad una innocente creatura si
addice.

—E ad una pelle rossa, non è vero?

—Oh senti,—gridò Damiano, stizzito,—se tu credi di farmi un epigramma,
ti avverto che questo t’è riuscito senza punta. Anche le pelli rosse
arrossiscono, e un attento esame te ne persuaderebbe, come ha persuaso
me. Del resto, lasciamo stare il rossore; ci ho anche delle frasi sue,
belle e buone, che mi dànno il diritto di credere che sono riamato. Se
non ti piace, rincarami il fitto.

—Sei dunque felice?—disse Cosma.

—Sì....—rispose Damiano.—O quasi.

—È già un bell’avviamento;—riprese Cosma, assentendo cortesemente del
capo,—Ma se la tua principessa non durasse nell’amore che incomincia a
sentire per te?... Queste cose avvengono, lo sai.... anche di qua
dall’Oceano.

—Non me ne parlare!—gridò Damiano.—Sarebbe una maledizione.

—Mi basta che sia una cosa possibile;—disse Cosma.—E se questa cosa si
avverasse per te, tu, caro amico, rimasto tra i coloni, tra gli
abitatori della fortezza, non potresti più curare il tuo male, partendo.
Saresti confinato per sei mesi, per un anno, ad Haiti, bestemmiando la
tua risoluzione troppo sollecita, per la quale, a voler dire ogni cosa,
avresti anche mancato ad un’altra fedeltà, ad un’altra costanza: voglio
dire la fedeltà e la costanza nell’amicizia. Pensaci, Damiano;—soggiunse
Cosma, con accento di tenerezza solenne;—noi ci siamo conosciuti in
brutti momenti, lo sai. Due altri uomini si sarebbero odiati. Anche noi,
da principio, ci eravamo messi su quella via; ma eravamo due cavalieri,
e non abbiamo potuto, non abbiamo voluto durarci. E da quel giorno che
ci siamo strette le mani, quante ragioni non abbiamo avute noi per
amarci! Tutt’e due liberi dalle passioni malvagie di casa nostra, ci
siamo trovati d’accordo a compiangerle. C’era una gran cosa da fare, una
grande occasione da cogliere, che ai nostri concittadini era parsa una
follìa. Ci siamo guardati negli occhi, e abbiamo detto: vogliamo partire
noi due? vogliamo almeno partecipar noi ai pericoli e alla gloria d’una
impresa che i nostri concittadini ricusano? E la risposta è stata una
sola, che uscì da due bocche; partiamo; sempre uniti, nella vita e nella
morte, si segua quell’oscuro popolano, il cui animo è così grande, sopra
tutti i maggiori della sua terra, ai quali sarà gloria, se la fortuna lo
assiste, di potersi dire della sua medesima patria.—

Damiano asciugò una lagrima che gli era venuta sugli occhi.

—È vero, sì,—rispose egli, commosso,—abbiamo fatto quello che avevamo
promesso. Genova, la prima esploratrice del mare tenebroso, Genova che
aveva scoperte le Azzorre, Madera, le Canarie e le isole del Capo Verde,
le doveva scoprir lei, le nuove terre intravvedute dall’ingegno di un
suo valoroso figliuolo! Ma se ella non ha potuto, per le sue eterne
discordie, por mente ai disegni di Cristoforo Colombo, non sono vivaddio
mancati all’impresa due dei suoi cittadini.... oso dire il fiore dei
suoi cittadini. Tanto, non c’è qui nessuno che ci senta....

—I vicini sono in villa!—disse Cosma.

—Sicuramente,—rispose Damiano.—Aggiungi che il capo della spedizione,
l’uomo che l’ha ideata e così fortemente voluta, è genovese come noi.
Siamo in tre, perbacco; _omne trinum est perfectum_; tanto che, vedi, un
quarto Genovese guasterebbe. L’onore è salvo; è pensiero Ligure, qui; è
fatica di Liguri.

—Ah, bene!—gridò Cosma.—T’infiammi?

—Si, metto le ali ancor io. Ma tu sei Dedalo, ed io non sono che Icaro.
Il volo è fatto; si è fuori del labirinto, lontani da Creta quanto
basta. Icaro perde le penne, e dà il suo nome al mare in cui cade. Io dò
un tuffo ad Haiti, e mi fermo. L’impresa per cui siamo partiti è
compiuta. La nostra società, la nostra _maona_, ha dati i suoi frutti.
Tu ritorni, io resto. Perdio! al guerriero che ha combattuto, si concede
il riposo. Io riposerò sugli allori.

—È la tua risoluzione?—domandò Cosma, accigliato.

—Sì, caro; è la mia risoluzione;—riprese Damiano.

—Orbene;—ripigliò Cosma;—non è la mia.

Damiano si strinse nelle spalle e inarcò le sopracciglia, in atto di
dirgli: che importa?

Ma l’altro finse di non vedere il gesto canzonatorio, o di non
intenderne il significato.

—Non voglio,—soggiunse,—che tu rimanga in Haiti. Per il tuo onore, per
la tua pace, non voglio.

—Ma sai, Cosma, che è una pretensione strana, la tua! Non voglio! non
voglio! Tu parli come se tu fossi il soldano d’Egitto, ed io il tuo
umile schiavo.

—Come ti parrà meglio;—rispose Cosma, inflessibile;—ma io non voglio.

—E che diresti se io mi ribellassi?

—Mi dorrebbe all’anima, perchè dovrei.... usare la forza.

—La forza!—gridò Damiano.—La forza! Tu? con me? Vorrei veder questa!—

E si era piantato, così dicendo, davanti a Cosma, con le braccia al
petto e i pugni chiusi, come un atleta conscio della virtù de’ suoi
muscoli, e pronto a farla sentire.

Cosma stette un istante a guardarlo; poi disse:

—Vedetelo, l’uomo antico, che scatta fuori dal nuovo. Mi hai provocato,
Damiano; ho dovuto parlarti sinceramente. Che cosa sono queste tue
smargiassate? questi atteggiamenti da lottatore? Perchè un giorno potevi
uccidermi, e non lo hai fatto, credi tu di farmi l’uomo addosso,
opponendo braccia a ragioni?—

Ma Damiano non lo ascoltava già più. Le prime parole di Cosma lo avevano
colpito abbastanza.

—Che parli tu dell’uomo antico? che parli tu del passato?—proruppe.—È
stata la forza delle cose; è stata la fortuna del momento. A quei
giorni, a quelle miserie, io non ci penso neanche.

—Ma provi a ribellarti;—rispose Cosma.—E mi sfidi a fare il poter mio
per ricondurti in Europa....

—Questo sì;—replicò Damiano—Forza materiale, o forza morale che sia, ti
sfido ad usarne. Qui non c’è uomo antico che tenga. Anzi, guarda,
facciamo una cosa: immaginiamo di non esserci conosciuti mai, prima di
vederci a bordo della _Santa Maria_. Siamo amici, e con pari diritti. Tu
fai quel che ti pare, dal canto tuo; ed io dal mio.

—Sta bene, ed accetto il partito;—rispose Cosma, chinando la testa.

Ma quella chiusa fredda e repentina non piacque troppo a Damiano, che
restava al buio di tutto.

—Ti ringrazio;—diss’egli, cercando di riappiccare il discorso.—Ma che
cosa farai?

—Quel che farò non debbo dirlo a te.

—Capisco.... parlerai all’almirante.

—Non debbo dirlo a te, ti ripeto. Se vorrò parlare all’almirante, non
sarai tu che potrai impedirmelo.—

Damiano gli diede una guardata in cagnesco; alzò dispettosamente le
spalle; fece una giravolta sui tacchi, e si allontanò borbottando.

Cosma rimase pensieroso al suo posto. Come lo vide voltato e in atto di
andarsene, tentennò malinconicamente la testa, e mormorò:

—Che peccato! un cuore così buono, e un cervello tanto balzano! Ma ti
aggiusterò io, bambino, vedrai. E tu credi pure che io parlerò
all’almirante—



                            _Capitolo XIII._



   Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di Haiti.



Damiano si era allontanato dal castello di prora, dove aveva avuto
quella lunga ed aspra conversazione col suo concittadino ed amico. Ed
anzi, veduto che l’almirante era sceso poc’anzi a terra, non volle
rimanere a bordo neppur lui. Chiamata una delle tante piroghe di
naturali, che si aggiravano sempre intorno alla caravella, ci saltò
dentro e si fece trasportare alla riva. Quelli erano giorni di gran
libertà! fuori delle ore di servizio, ognuno faceva il comodo suo.
Damiano, del resto, era tra quelli che più particolarmente si occupavano
di provvedere a tutto il bisognevole per la costruzione della fortezza.
Niente, adunque, era più naturale del vederlo ritornare alla riva.

—Vedete che follia!—andava egli borbottando tra sè, mentre gl’Indiani
vogavano lesti con le loro pagaie.—Vuol parlare all’almirante! Ah, gli
parlerò io prima di te, all’almirante. Ma perchè questo capriccio di
farmi ritornare laggiù? Se ci vuole andar lui, buon padrone; io non vedo
la necessità d’imitarlo. È un fatto, sì, che io m’infiammo facilmente.
Devo averci dello zolfo, nelle vene. Ma finalmente, si vive una volta
sola: e quando si ritrova la donna che piace più dell’altre, sia pure in
un’isola dell’Oceano, come in una gola dei patrii monti, perchè non ci
si fermerebbe, come ci si ferma alla prima frasca, che promette di darvi
il migliore della cantina? L’amicizia! L’amicizia! una gran parola, ma
vuota!—

Damiano tossì, come se non potesse mandarla giù, si rivoltò sul sedile
di poppa, e ripigliò il suo monologo:

—Non dico che non abbia potuto essere in altri tempi una bella cosa.
Fors’anche era più utile, allora. Due amici erano due forze alleate,
contro il nemico. E in tempi barbari, di guerra continua, un aiuto
scambievole s’intendeva benissimo. Uno teneva ritto lo scudo; l’altro
tendeva l’arco e aggiustava la mira. Si veniva ai ferri corti? Quello
che aveva spacciato prima il suo nemico, si voltava con un manrovescio
addosso al nemico del suo compagno. Una mano lavava l’altra, e tutt’e
due il viso. Ma ora?... Ora si combatte in ordine serrato: l’amico è
quello di destra, è quello di sinistra, e l’uno e l’altro ci son dati
dal caso. Tutti si combatte per la bandiera, e quando la bombarda ha
mandato il suo lampo e il suo fumo dalla bocca, tu non puoi col tuo
scudo riparare l’amico da una nespola tanto fatta, che manda in pezzi
ogni cosa che incontra. L’amicizia è ancora un buon sentimento, di
stima, di cortesia, che ci prende, a ragione o a torto, per una persona
anzi che per un’altra. Questione di piacerti più o meno una figura, un
atto, una parola. Ma perchè questo sentimento nasce facilmente in noi,
facilmente si spegne. O se non si spegne, non è neanche troppo forte e
profondo. Se è un sentimento forte, diventa esclusivo, e allora addio
roba! è la padronanza di un uomo sull’altro. Ed io, perbacco, non sarò
mai lo schiavo di nessuno. Amici, sì, per una buona stretta di mano, per
darci aiuto all’occasione, per raccontarci, i nostri amori, i nostri
sogni, le nostre malinconie; ma fermi lì, con le pretensioni bislacche,
i voglio e i non voglio che fanno salire la mosca al naso!—

Il monologo finì, come potete immaginarvi, con l’arrivo della piroga
alla spiaggia. Damiano balzò dalla piroga sul greto, e si avviò per la
costiera al villaggio. Arrivato sulla gran piazza, non poteva
trattenersi dal volgere un’occhiata ad una certa casa sulla sua
sinistra; un’occhiata di saluto, di adorazione e di desiderio. Le mura
che accolgono la donna amata sono sempre il centro dell’universo per
noi. Questa è il cardine inconcusso d’ogni scienza, geografica,
cosmografica, astronomica. I dotti che la pensano diversamente, sono
pregati di andarsi a riporre.

—Dolce donna!—mormorò Damiano, attraversando la piazza.—Se tu sapessi
quello che io soffro per te! Vogliono portarmi via, capisci? portarmi
via, strapparmi da quest’isola di Citèra, dove io ho risoluto di finire
i miei giorni.—

Mentre così parlava, e teneva gli occhi fissi sulla casa di Tolteomec,
una figura di donna apparve sulla loggia, in mezzo al verde intreccio
delle piante rampicanti. La riconobbe subito, quantunque egli non avesse
gli occhi del suo concittadino Cosma; era Abarima, la pèsca di Haiti,
più appariscente che mai, più che mai deliziosa.

Anch’essa aveva riconosciuto Damiano, poichè, affacciatasi al parapetto
di legno, stendeva il braccio verso di lui, facendogli cenno con la
mano, e invitandolo ad accostarsi.

Damiano non si fece pregare. Andò, corse sotto alla loggia. Abarima gli
sorrideva; Abarima gli rendeva col sommo delle dita il bacio che egli le
aveva scoccato in quella medesima forma. E appena egli fu abbastanza
vicino, gli gittò queste parole:

—Damiano, laggiù, nel bosco; vengo subito a te.—

Il nostro Damiano sapeva già tanto di lingua Haitiana per capire quelle
parole, e delle altre ancora. Se anche non le avesse capite, il gesto
gliele avrebbe spiegate a puntino.

Rasentò la casa, riuscì sulla prateria, e in quattro salti fu nella
macchia. La fontana era il luogo del ritrovo. Colà egli aveva veduta al
bagno quella Diana del Nuovo Mondo, e la bella dea non gli aveva fatta
subire la metamorfosi nè la catastrofe di Atteone.

Abarima fu pronta a seguirlo nel verde. Venne a lui leggera e
sorridente, mise un grido di giubilo e gli cadde nelle braccia.

—Dolce donna!—esclamò Damiano, intenerito.—Ed io dovrei abbandonarti?
spiccarmi da te? sacrificarti al Moloch dell’amicizia?

—Che dice il mio signore?—domandò la bella selvaggia, fissando in lui i
suoi grandi occhi d’indaco.

—Nulla, nulla, Abarima _taorib_. Parlavo da me, nella lingua del mio
paese. Nella tua lingua ti domanderò invece una cosa. Dimmi, _taorib_
fra tutte le _taorib_; mi ami tu?—

Abarima chinò la guancia sul petto di Damiano, alzò le ciglia per
mandargli di sbieco un’occhiata assassina, e gli disse sottovoce:

—Ti amo.

—Mi amerai sempre?—riprese Damiano.

—Oh sempre, sempre!—rispose Abarima.—E tu?

—Io, cara, fino alla morte. Son fatto così, sai; sono stato creato per
l’amore costante, eterno, immobile come la vôlta del cielo. Finchè sarà
il sole lassù, il mio cuore ti amerà.... Cioè, non diciamo sciocchezze.
Io non vivrò quanto il sole. Volevo dirti che ti amerò finchè i miei
occhi vedranno il sole, o la luna e le stelle. Bambina dolce, tu sai che
il grande Spirito ci ha creati per l’amore. Senza l’amore si vive male;
anzi, non si vive affatto. Si è stanchi, fiacchi, svogliati....

—Che dice il mio signore?—domandò ancora Abarima.

—Ah sì!—rispose Damiano.—Capisco che vada nel difficile, e non riesco
più a farmi capire. Maledette lingue straniere! Se fossi nei panni, anzi
no, nella pelle di quello stupido Cusqueia, potrei dirti tante belle
cose! Pazienza, vediamo di girare la difficoltà che non si può superare.
Abarima _taorib_!—soggiunse Damiano, ritornando alla lingua
d’Haiti.—Uomini soli, senza donne, essere stanchi, non desiderare nulla,
essere ammalati. Ma quando apparire bella donna, come Abarima, uomini
subito ridere, saltare, ballare, come avere buon liquore in corpo. Ah,
donne, donne! Sapere voi vostro potere sopra uomo! E ridere, ridere
volentieri. Ridere bene, quando avere bella bocca come questa.—

Abarima commentava il discorso tripolino del suo innamorato, ridendo
veramente di gusto.

—Hai capito, ora, birichina?—ripigliò Damiano, nella sua lingua
nativa.—Vediamo un po’ se capisci quest’altra. È la lingua
universale.... e si parla da labbro a labbro.—

Un colpettino leggero, ma pronto, come una zaffata di micio, colse
Damiano sulla bocca protesa. Era uno scherzo, non prometteva più aspre
difese, e Damiano lo ricevette con buona grazia da quella dolce manina.

—Senti,—diss’egli, prendendo quella manina sotto il braccio e mettendosi
in atto di passeggiare,—vorrei dirti una cosa importante. Tu sarai mia,
non è vero? Tolteomec darà Abarima in moglie a Damiano?

—Damiano _ada turey_:—rispose Abarima.

—Si sottintende;—rispose Damiano;—ed è una condizione invidiabile,
quella di figlio del cielo, a patto che mi faccia ottenere la figlia di
Tolteomec. Sappi dunque, Abarima _taorib_.... Vogliono mandarmi in
Europa, laggiù, laggiù, dall’altra parte del mare.—

Il gesto spiegava le parole che non erano riuscite abbastanza chiare
alla bella selvaggia.

—_Azatlan_!—esclamò ella, turbata.

—Eh! diciamo pure _Azatlan_. Ma non è per me come una casa del diavolo?
Io dunque ti dicevo, Abarima, che i figli del cielo ritorneranno
laggiù.... nel brutto paese! E vogliono, che Damiano li segua nel brutto
paese.

—No, no!—diss’ella, stringendosi a lui; sbigottita.—Damiano restare in
Haiti, casa Tolteomec.

—E sposo ad Abarima, non è vero?

—Damiano,—rispose ella,—Damiano è _ada turey_.

—E dàlli!—esclamò Damiano, seccato dalla ripetizione.—Non vorrei esser
debitore dell’amor tuo a questa condizione privilegiata di figlio del
cielo, che ho comune, del resto, con tante birbe matricolate.

—Che dice il mio signore!

—Niente, niente, Abarima taorib. Dico che tu sei una cara donnina, e
che.... Ma senti! Vien qualcheduno.—

Si udiva infatti un fruscìo di rami nel bosco. Abarima levò la fronte e
tese l’orecchio.

—Forse Tolteomec che ritorna da vedere i suoi campi di maiz;—diss’ella.

—Ebbene, io ti lascio con lui;—rispose Damiano.

—Temi tu di vederlo?—disse Abarima.

—No, cara. Lo vedrò volentieri più tardi, nella giornata, quando potrò
fargli una certa domanda. Ora, e appunto per te, appunto per quella
domanda, vorrei vedere il signor almirante, il capo dei figli del cielo,
che il diavolo se li porti.... fatte, s’intende, le debite eccezioni.

—Che dice....

—Sì, ho capito «Che dice il mio signore?» Vorrei esserlo già, Abarima
_taorib_, il tuo signore, genero di Tolteomec, nipote di Guacanagari,
erede del trono di Haiti, e non più condannato a ritornare in quella
desolazione dell’abominazione, che si chiama la vecchia, la decrepita
Europa. Ora addio, cara; vado e ritorno.—

Così dicendo, Damiano si mosse per andare verso il prato. Giunto al
limitare della macchia, si volse ancora, gittò il cenno di un bacio alla
bella selvaggia, e senza attraversare il prato prese una scorciatoia tra
i campi. Gli premeva di giungere alla fortezza e di trovare l’almirante,
prima che questi ritornasse alla spiaggia.

—Se non lo combino lassù,—diceva egli tra sè—lo vede Cosma prima di me,
e mi guasta ogni cosa, con le sue alzate d’ingegno.—

Per fortuna sua, l’almirante non era ancora partito dal poggio, su cui
già era scavato il fosso e alzato l’argine della fortezza.

—Siete qui, voi?—disse l’almirante a Damiano, come lo vide apparire sul
ciglio della collina.

—Sì, messere, e molto desideroso di parlarvi, da solo a solo, se potete
concedermi qualche minuto di tempo.

—Tutto il tempo che vorrete, mio caro. Portate notizie di laggiù?

—No, si tratta di me.

—Sarò felicissimo di ascoltarvi;—disse l’almirante, sorridendo
benignamente al suo concittadino.

E presolo per un braccio, lo condusse un po’ più in là, dove non
potessero i loro discorsi essere uditi dagli uomini che lavoravano
all’argine.

—Sentiamo che cosa avete a dirmi;—incominciò, per dargli coraggio.

—Signore,—disse Damiano,—vi chiedo una grazia, che l’altro giorno mi
avevate concessa.

—Se io ve l’ho concessa, perchè me la chiedete ancora? Sarà piuttosto il
caso di rammentarmela, se mai l’avessi dimenticata.

—È giusto, perdonate. Ma sono tanto confuso! ed è così forte in me il
desiderio di restare alla Spagnuola!

—Ah sì.... ricordo;—disse l’almirante;—nel presidio della fortezza, in
questo principio di colonia cristiana. Ma siete voi proprio risoluto?
Non è un capriccio passeggero? Son cose gravi, e bisogna pensarci due
volte.

—Ci ho pensato, mio signore.

—Ed anche avete pensato che voi potreste restare lungamente senza alcuna
novella di noi? Rimanere alla Spagnuola, ritornare in Ispagna, sono due
partiti egualmente pericolosi. Se noi non potessimo recar nuove della
nostra scoperta in Europa, che sarebbe di questa colonia? Certo, varrà
sempre meglio,—disse l’almirante,—esser vivi e sani in quest’isola, che
sepolti negli abissi dell’Atlantico. Ma un troppo lungo soggiorno qui,
senza novelle di casa, e nella incertezza dolorosa di non averne mai,
potrebbe anche farvi pentire di una risoluzione come questa che voi mi
accennate.

—Signore, voi giungerete al lido di Castiglia e avrete il premio delle
vostre fatiche. Iddio non vi ha condotto fin qua perchè sia vana
l’impresa maravigliosa a cui vi aveva destinato. E non solo la Spagna,
ma tutto il mondo cristiano saprà che voi avete lasciata qui una parte
dei vostri.

—Vi ascolti il cielo;—rispose l’almirante.—La vostra risoluzione è
dunque irrevocabile?

—Con vostra licenza, mio signore, sì;—disse Damiano.

—E siate contento;—ripigliò l’almirante.—Poichè una colonia si fonda in
quest’isola, è bene che ci sia qualcheduno di cui io possa maggiormente
fidarmi. E di chi mi fiderei io veramente, se non di voi, o del vostro
amico? Restate dunque, messer Damiano. Ma quale uffizio vi daremo noi
qui?

—Qualunque esso sia, lo accetterò di buon grado.

—Bene; vi metteremo dunque per aiuto a Diego di Arana. Sappiate che il
nostro capo di giustizia rimane volentieri. Egli stesso si è offerto, e
la proposta sua mi ha levato da un grave impiccio. Lo Spagnuolo, per
comandare a Spagnuoli, è dunque trovato. Così voi, messer Damiano,
potrete rimanere suo primo uffiziale, senza dar gelosie.

—Io vi ripeto, signore,—disse Damiano, gongolante di gioia,—qualunque
uffizio, anche il più umile, mi basterebbe. Ma vedrò di tener degnamente
quello che voi mi avete conferito. Ho dunque la vostra parola, che io
resterò nella colonia?

—L’avete;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma perchè dubitate?

—Perchè.... vedete.... a voi non voglio tacer nulla.... Cosma, l’amico
mio, si è messo in testa che io ritorni in Europa.

—L’amicizia ha i suoi diritti, o le sue pretensioni;—disse
l’almirante.—Potete cedere, potete resistere; ma dovete sempre intendere
le ragioni che muovono un amico a consigliare in un modo, anzi che in un
altro.

—Le intendo, sì; ma gli è come se non le intendessi. Io amo restare a
terra, per ora. Debbo io dirvi tutto, mio signore? Dopo aver corsa
tant’acqua, non me la sento di correrne altrettanta. Quantunque
Genovese, sono un marinaio.... d’acqua dolce.

—Eh via! non vi calunniate;—disse Cristoforo Colombo, sorridendo.—Vi ho
veduto alla prova, ed eravate invece dei buoni. Certo,e questo io
l’avevo subito indovinato, voi non siete uomo d’albero; ma per
gentiluomo di poppa, o d’arrembata, andreste benissimo. Dio sa quanti
dei vostri vecchi, messer Damiano, han comandato galere!—

A questo accenno non credette opportuno di rispondere quell’altro.

—Voi dunque intendete la ragionevolezza del mio desiderio;—diss’egli.—Ed
ancora ammetterete che qualche persona di garbo, capace di stringere
buone relazioni con questi naturali, possa giovare.

—Questo, poi, non solamente lo ammetto, ma lo desidero e lo spero. Una
colonia come la nostra non potrebbe prosperare che a questi patti. Siamo
venuti tra gente buona, degna di trovare amici e protettori, non padroni
ed oppressori. Voi parlate secondo il mio pensiero, messer Damiano; ed
io, non che concedervi di recare, mi rallegro che me lo abbiate
domandato. È grazia che voi fate a me, non io a voi.—

Damiano non capiva in sè dalla gioia. Se non fece un salto davanti al
suo grande concittadino, mettete pure che gliene mancasse il coraggio,
perchè la voglia c’era tutta, e vivissima.

—Ed ora,—diss’egli dentro di sè,—mio caro Cosma, farai quel che ti pare;
io non ho più paura di niente; sono ormeggiato in barba di micio.—

Quella notte, per cansare le occasioni di discorrere con l’amico,
Damiano si fermò con la squadra degli uomini che dormivano a terra.
S’intende che andò a dare nella sera una capatina alla casa di
Tolteomec.

Il vecchio fratello di Guacanagari era seduto accanto all’uscio, in atto
di prendere una boccata d’aria vespertina; ma nel fatto ne prendeva
parecchie di fumo da una foglia aromatica che teneva arrotolata ed
accesa fra i denti: la foglia che sapete, e per cui si era rivoltato, a
Cuba, lo stomaco del nostro Damiano.

Salutato il suo futuro suocero, e accolto da lui con paterna
amorevolezza, Damiano ricusò il tabacco di Tolteomec, ma accettò qualche
goccia di un liquore che per ordine del vecchio gli era ministrato dalla
leggiadra Abarima. E lì, seduto anch’egli sul limitare della casa,
stette a prendere il fresco; da prima beandosi negli occhi d’indaco
della fanciulla, poi, essendo sopraggiunta la notte, contentandosi di
ammirare i contorni della sua graziosa persona. La scena era
patriarcale; ma appunto perchè c’era il patriarca, e non accennava mai
di andarsene, Damiano non fu contento della sua serata com’era stato
contento della sua mattinata. Ed anche Abarima doveva sentire la
differenza dal giorno chiaro alla sera, dalla fontana alla piazza,
perchè era taciturna, ed appariva anche impacciata.

Parlava il vecchio, e per lei e per Damiano. E tra le molte cose che
disse, ci fu l’invito al figlio del cielo di passar la notte nella sua
casa.

—Una stoia non manca mai per il forestiero.—diss’egli.

Damiano accettò con giubilo. In fin dei conti, il patriarca era un buon
diavolo.

—Sii dunque il ben venuto;—soggiunse Tolteomec.—Noi faremo in modo che i
tuoi sonni non siano molestati. Nella mia stessa camera ti sarà
apprestata la stoia.—

A mala sorte buon viso, dice un proverbio. E Damiano, un po’ seccato
dalla troppa bontà dei patriarchi, doveva meditare quel proverbio per
tutta la notte.

Il vecchio Tolteomec sarebbe stato un buon compagno di camera per un
ammalato, ed anche per uno che soffrisse di nervi. Non russava, nè alto,
nè basso, nè squillante, nè sordo; aveva il sonno leggero come i bambini
lattanti. Ad ogni voltarsi di Damiano sulla stoia, si sentiva la sua
voce sommessa che domandava dall’altro canto della stanza: «Che hai,
figlio del cielo? Non puoi dormire? Vuoi tu qualche cosa? La mia casa è
tua. Sia con te il grande Spirito; allontani il mal occhio da te» ed
altre cosette ugualmente graziose, ugualmente piacevoli.

Damiano mandò con tutta l’anima il suo ospite in un’altra casa, che non
era neppur quella del grande Spirito. Ma questi voti del cuore, si sa,
non sono mai esauditi dalle potenze invisibili. Damiano si adattò a non
muoversi più, e risolse di dormire. Rabbia impossente, stanchezza
fisica, gioventù e sanità di corpo, fecero presto il miracolo. Damiano
si addormentò per uno, e russò ferocemente per due.

La mattina seguente si destò forse un po’ più tardi dell’usato. E si
capisce; non aveva intorno i compagni a far rumore, a guastargli il
sonnellino d’oro. Regnava nella casa di Tolteomec un religioso silenzio;
era ospite il figlio del cielo, e il figlio del cielo dormiva; bisognava
dunque andar tutti in punta di piedi, parlare a bassa voce, per non
disturbare i sonni del figlio del cielo.

E non bastava ancora. Quando il nostro Damiano si alzò a sedere sulla
stoia, e si fu strofinati gli occhi col dorso della mano, vide nella
stanza, vigile custode, pronto ai suoi desiderii, il vecchio Tolteomec,
il patriarca, il fratello del re. In verità, Damiano era trattato da
principe; avrebbe avuto il torto, a dolersi; avrebbe dato prova di
cattivo carattere.

E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra i denti una preghiera
mattutina già pronta a scattar fuori; anzi, mutò quella preghiera in un
sorriso, tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un sorriso.

Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò fino al limitare
della casa. Damiano andò verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano
si pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise a due passi da
lui, guardandolo negli occhi, come è dovere del padrone di casa, quando
ha da interpetrare, da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.

—Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello di re?—domandò
Damiano a sè stesso.—Non c’è uno straccio di consiglio di stato, a cui
egli debba assistere, come uno della famiglia?—

Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda a nessuno. Damiano si
provò ad interrogare il padrone di casa.

—Tolteomec, lume dei savi,—gli disse,—tu ti prendi molta cura di me. Il
mio cuore te ne ringrazia. Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato
nella casa reale, per assistere alla levata del gran sole di Haiti.

—È vero;—rispose Tolteomec.—Ma il gran sole è buono. Egli non mi avrebbe
veduto volentieri in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella casa
mia un figlio del cielo.

—Ah sì, capisco;—disse Damiano.—Gli hai mandato a dire che io ero tuo
ospite.

—Così ho fatto,—rispose il vecchio, ridendo, come l’uomo che gode in
cuor suo della propria intelligenza,—e Guacanagari se n’è mostrato
contentissimo.

—Grazie anche a lui!—conchiuse Damiano.—Voi siete i migliori tra gli
uomini.—

Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando qualche cosa, ma
senza farsi scorgere troppo. Egli temeva infatti che
quell’intelligentissimo vecchio gli facesse qualche altra domanda. E
perchè Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava a spiccarsi
di là, Damiano fece un altro ragionamento tra sè:

—Certamente questo figlio della terra si è insospettito, ha indovinato
le mie intenzioni. Ma esse, in fin dei conti, sono purissime. Voglio
diventare suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è stato tanto
noioso, che non gliene voglio dir nulla. No, sarebbe una debolezza, una
viltà, comperare la pace di un’ora con una confessione di questa fatta.
E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per questo. Nei nostri
paesi, quando uno ha chiesta la mano di una ragazza, o i parenti
gliel’hanno accordata, proprio allora incominciano a guardarla con
maggiore attenzione, a tener d’occhio il fidanzato, a far muso arcigno
per ogni parola che dica, per ogni atto che accenni di fare. Son tutti
selvaggi, nel mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno bene. Con
certi cacciatori nella macchia, non si è mai selvaggi abbastanza.—

Egli aveva appena finito di dar ragione a quel lume dei savi, a quella
perla dei padri, che un servo apparve nel prato, con una gran foglia di
palma disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo vide e si alzò.

—Devo partire;—diss’egli.—Il sole è già alto e sarà necessario ch’io
vada.

—Vai via?—chiese Damiano, con la ipocrisia naturale di simili occasioni.

—Sì,—rispose Tolteomec,—un buon padre deve invigilare la terra che dà il
sostentamento alla famiglia; l’occhio del padrone fa prosperare il suo
campo.

—Ah, bene! e ti lodo;—disse allora Damiano, facilmente persuaso da
quelle savie massime di economia domestica.

—Andiamo dunque;—ripigliò Tolteomec.—Mi duole di lasciarti, figlio del
cielo; Abarima ti terrà compagnia, fino a tanto ti piacerà di restare.
Ma capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo tutti lavorare,
finchè il grande Spirito ci mantiene in vita.

—Già!—disse Damiano.—Anch’io dovrò andare.... fra poco.

—Ma dov’è quella cara figliuola?—soggiunse il patriarca.—Abarima!
Abarima! Sarà alla fontana, m’immagino.

—Lasciala stare; aspetterò, per salutarla

—No, ella deve esser qua. Abarima!—

La fanciulla era andata per l’appunto alla fontana. La voce del padre la
richiamò tosto verso la casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire
sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle movenze come una
gazzella, accorse ella, stringendosi i capi della sua breve mantellina
intorno alla vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo
padre.

—Mia dolce figliuola!—mormorò il vecchio.—Amore di Tolteomec!

—E di tutti coloro che la vedono;—soggiunse Damiano, parendogli che in
quel punto non disdicesse una frase galante.

—Sì, bella e buona;—rispose il vecchio.—Ora io vi lascio. Tu, Abarima,
offrirai il pane di cassava al nostro ospite, e i frutti più saporiti.
Egli partirà, perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa dei figli
del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto della famiglia, sarò
felice di vederlo alla mia tavola.—

Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri quell’Argo,
quell’Acrisio selvaggio, ed anche a capire che tanta vigilanza su quella
Danae dalla pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale della
sua sollecitudine eccessiva per l’ospite.

Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano si disponeva a far
vendetta allegra di tutte le ore che aveva dovuto passare senza vederla.

—Vieni,—diss’ella,—il pane di cassava ti attende.

—Non ho fame;—rispose Damiano.

—È caldo di questa mane, vieni;—ripetè la fanciulla.

—Non ho fame, Abarima;—replicò Damiano.—Bene ho desiderio di guardarti
negli occhi. Sai che non ti ho più veduta da ier sera? Vieni, _taorib_
Abarima; andiamo lassù alla fontana. Ci dev’essere una così grata
frescura!

—No,—disse Abarima,—ne son venuta or ora, e l’aria è troppo fredda, nel
bosco. Restiamo qua, se non vuoi rientrare nella casa di Tolteomec. Il
sole mi fa bene.

—Il sole ti bacia;—disse Damiano, accostandosi, e involgendola tutta
d’una sua languida occhiata.

—Bacia tutti, il sole;—rispose Abarima, crollando il capo, come se non
gradisse, o non intendesse la galanteria di Damiano.

—Ho capito;—pensò egli, stizzito.—Oggi non è come ieri. La dolce Abarima
non ha dormito bene, stanotte; fors’anche ha sognato uno scorpione, od
altra bestia di mal augurio.—

Poi, rivolgendosi alla fanciulla, le disse:

—Sai, Abarima, la grande notizia? Io rimango in Haiti. La cosa è stata
risoluta ieri. Resterò con la nostra gente, che difenderà questo popolo
dalle incursioni dei feroci Caribi.—

La fanciulla sgranò tanto d’occhi, sorrise e battè palma a palma, con
atto di gioia infantile.

—Vero?—diss’ella.

—Verissimo; non posso più dubitarne, poichè il capo dei figli del cielo
mi ha data la sua promessa solenne, mettendo la sua mano nella mia....
così, come io faccio con te, Abarima _taorib_.

—Lascia! tu stringi troppo forte;—disse Abarima, ridendo.—E le tue mani
sono troppo ardenti.

—Mani d’innamorato, mia cara.

—Va,—disse Abarima,—va là in fondo al prato, e coglimi di quei fiori.
Voglio farne una ghirlanda.

—Non vuoi altro?—rispose Damiano.—Ti servo subito.—

E spiccato un salto, andò in fondo al prato, dove incominciò a cogliere,
a strappare quanti rami fioriti gli vennero alle mani.

—Non tanti! non tanti!—gridò Abarima.—Basta così.—

Damiano ritornò a lei con una bracciata di fiori e di foglie.

—Per una ghirlanda son troppi;—disse la bella Haitiana, ricevendo il
presente.

—Butterai quelli che non ti serviranno;—rispose Damiano.—Purchè tu non
butti via il mio cuore!—

La capricciosa fanciulla finse di non aver udite le ultime parole del
suo innamorato; e con molta gravità si diede a scegliere i tralci d’una
specie di vitalba, con cui voleva fare la trama della sua ghirlanda, per
innestarvi i fiori più belli. Damiano, seduto accanto a lei,
contemplava, e contemplando aspettava.

—Dunque,—disse Abarima, mentre seguitava il suo lavoro;—tu resti in
Haiti. E chi sarà il capo dei figli del cielo?

—Diego di Arana, il giudice... quello che fa giustizia, quando alcuno
trasgredisce le leggi.

—Non lo conosco;—disse Abarima.

—Egli non è mai venuto nella casa di Tolteomec;—rispose Damiano.—È stato
ospite di Guacanagari. È un uomo magro, lungo, con una barba nera nera.

—Non sarai dunque tu, il capo?—ripigliò la fanciulla.

—No, io sono.... troppo giovane;—disse Damiano.—Ma sarò il suo primo
ufficiale; comanderò io, dopo di lui.—

Non c’era male, per la sua età; ed Abarima mostrò di capire che Damiano
diventava un personaggio importante nella colonia, anche restando al
secondo posto.

—Sarò tra gli uomini bianchi,—soggiungeva Damiano,—come Tolteomec fra
gli abitanti di Haiti. Dopo Guacanagari, il gran sole, è Tolteomec, lume
dei savi, il più ragguardevole capo di questa terra.—

Abarima lo stava a sentire, continuando a tessere la sua ghirlanda.

—E il tuo amico,—diss’ella,—che posto avrà? il terzo o il quarto?

—Il mio amico!—ripetè Damiano.—Chi sarebbe egli?

—Cosma;—rispose Abarima.

—Cosma!... lo conosci tu?

—Mi pare. Non è quello che è venuto a cercarti nella casa di Tolteomec,
quando per la prima volta sedevi alla nostra tavola?

—È vero, sì, hai ragione;—disse Damiano.—Guardate che buona memoria, in
questa bella testina! Ella ha ritenuto anche il nome del mio compagno.
No,—soggiunse egli allora,—Cosma non resta in Haiti; Cosma ritornerà in
Azatlan.

—Male!—esclamò la fanciulla.—Gli amici buoni devono restare sempre
uniti.—

Il ragionamento di Abarima parve a Damiano la voce della sua propria
coscienza. E gli risuonò nel profondo dell’anima, e gli diede noia come
tutti i suoni repentini, specie quando sono anche squillanti.

—Lo so,—diss’egli, contorcendosi un poco,—ma che ci vuoi fare, mia
bella? Egli non ha per restare le stesse ragioni che ho io.

—E quali sono le tue?

—Veramente,—soggiunse Damiano,—si restringono ad una. Ti amo, e voglio
averti mia. Consentirai tu al mio desiderio, Abarima _taorib_?

—Tolteomec comanda;—rispose Abarima, chinando la fronte.

—È giusto;—disse Damiano.—Parlerò quest’oggi a Tolteomec.

—Non oggi, non oggi;—gridò prontamente Abarima.

Damiano rimase un po’ sconcertato, guardandola.

—Non oggi?—ripetè.—Sia dunque domani.

—No, non domani, non subito;—rispose Abarima sollecita.—Per dare la sua
figlia ad un uomo, Tolteomec deve invocare il grande Spirito.

—Ah!—disse Damiano.—È il grande Spirito che fa i matrimonii, nell’isola
di Haiti?

—Sì,—rispose Abarima.—Il grande Spirito sa tutto. Il grande Spirito solo
può dire se l’unione di due creature deve essere felice.

—È naturale, se egli sa tutto;—conchiuse Damiano, un pochettino
umiliato.—E capisco che dovrò farmi divoto del grande Spirito, per
ottenere il suo responso favorevole. Ha egli i suoi ministri in terra,
ai quali si possa parlare?—

Abarima non intese la domanda. Parecchie cose non intendeva, nei
discorsi di Damiano. E ciò accadeva molto facilmente, perchè non sempre
Damiano aveva pronta la parola in lingua Haitiana, o perchè, avendo
pronta la parola, non gli veniva egualmente giusta la frase.

—Basta,—diss’egli, conchiudendo,—vedremo ad ogni modo Tolteomec. Sono
impegnato al giuoco, e intendo di guadagnar la partita.—

Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si muoveva dalle vicinanze
della casa, e pensando che la sua presenza poteva essere desiderata
altrove, si alzò e prese commiato.

—Che dirò a Tolteomec?—domandò la fanciulla.—Che tu ritornerai per il
pasto?

—Se potrò.... se ti farà piacere che io torni....—balbettò Damiano.

—Tolteomec sarà contentissimo;—rispose Abarima.

—Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;—conchiuse
Damiano.—Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già—soggiunse
egli, nel suo vernacolo,—son pazzo io a volere che una donna sia due
giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande
Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in
riserbo.—

Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il
naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a
tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva
indossata.

Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell’arnese. Non sapeva, non
avrebbe immaginato mai, che l’interpetre di Cuba possedesse una camicia.

—Ma bene, Cusqueia!—gli disse, rispondendo al suo saluto.—Chi ti ha
vestito così nobilmente?

—È stato Cosma;—rispose Cusqueia, facendosi bello.

—Cosma!—esclamò Damiano, inarcando le ciglia.—Cosma, che ha due sole
camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha data
una a te?

—Cosma buono!—rispose Cusqueia.

—Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la
sua camicia..... di rispetto?—

L’interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai
genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese
sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose:

—Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza,
Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.

—Ieri!—esclamò Damiano.—Ieri Cosma è disceso a terra?

—Sì, Cosma disceso; Cosma salito al _bohio_ di Guacanagari; poi venuto
cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.

—Strano!—mormorò Damiano.—Ed io non l’ho veduto. È vero che io sono
andato alla fortezza un po’ tardi. Ma egli poteva andare prima di me
dall’almirante; e non c’è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei
avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino.—

Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco.
Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.

—E tu?—diss’egli allora a Cusqueia.—Che cosa hai fatto?

—Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte,
coma hai fatto tu.

—Ah, bene!—borbottò Damiano;—Cosma vuol fare un gran profitto in breve
ora.—

Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di
Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l’intenzione, non
era ancor nulla a petto dello studio d’una lingua, per cui non aveva
mostrata mai nessuna propensione. L’idea di muoversi da bordo poteva
essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l’amico, o
per andargli a fare un cattivo servizio presso l’almirante. Questo,
anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era
pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare
all’almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare
dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli
ultimi giorni di dimora in quell’arcipelago, era un negozio molto più
difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non
ne vedesse l’acqua chiara.

Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e
pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui
adempieva l’uffizio.

—Buon giorno;—gli disse Damiano.

Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l’amico.

—Buon giorno;—gli rispose poi, adattandosi a quell’eccesso di cortesia,
che veniva sei ore dopo la diana.

—Che cos’è che mi ha detto Cusqueia?—riprese Damiano.—Tu impari la
lingua di Haiti?

—La imparo;—rispose Cosma, con breviloquenza spartana.

—E perchè.... se è lecito saperlo?

—Per due ragioni;—disse Cosma.—In primo luogo per legittimo desiderio
d’istruirmi. E poi.... te l’ho a dire?

—Dillo, in nome di Dio.

—E poi, perchè ho cambiato opinione. L’Europa dà noia anche a me.

—Ah!

—Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti.—



                            _Capitolo XIV._



 In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel
                                paniere.



Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia, ricevuta così a
bruciapelo dal suo dilettissimo Cosma. O, per dire più veramente, se
anche un vago sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito,
egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare con tanta
tranquillità.

Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma avesse deliberato di
restare? Non restava ancor egli? E non era naturale che, vedendo lui
tanto fermo nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi alla
medesima fine? Tutto considerato, si poteva ricostituire benissimo la
serie di argomentazioni per cui era passato l’amico. Da principio aveva
tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa; poi si era stizzito
vedendo la sua ostinazione, e aveva lasciato trapelare il disegno di
ricorrere all’autorità dell’almirante. Di lì la risoluzione di scendere
a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove l’almirante era
andato. Ma per via si era pentito, o perchè gli paresse che le sue
ragioni non sarebbero bastate a muovere l’almirante, o perchè temesse di
render ridicolo il suo compagno, con la esposizione di quelle ragioni. E
allora, non sapendo più a qual santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un
quissimile del caso del profeta Balaam, che, andato per maledire, si era
voltato di schianto a benedire. Damiano voleva restare ad ogni costo?
Ebbene, non bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana; anche
Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù; e la sua risoluzione
avrebbe fatto arrossire di vergogna l’ingrato Damiano, per cui Cosma si
disponeva ad un sacrifizio così grande.

Questa risoluzione tornava sicuramente a grande onore dell’amicizia. Si
era detto, nei tempi antichi, Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e
Pilade; si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano. È sempre
bene che certi tipi, belli ma antiquati, si rinnovino, in quella stessa
guisa che si rinfrescano i vecchi dipinti.

Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche per cui poteva
esser passato Cosma, non finiva di persuadere Damiano. Egli sentiva
Cosma, da parecchio tempo, come uno che gli vogasse sul remo. Senza
volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario che uno sia innocente
dell’averci pestato un piede, se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti
abbiamo in uggia il nostro compagno di passeggiata, che, senza farlo a
posta, solo per vizio d’abitudine, ci dà l’eterno colpettino sul
braccio.

Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir molesto l’amico. La
noia che Cosma gli aveva data in altre isole non poteva dargliela pure
in Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano per la mente di
Damiano. Abarima che sapeva il nome di Cosma.... E perchè ciò? Come
poteva ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola, e alla sfuggita,
l’amico di Damiano, mentre questi non ricordava di averne proferito il
nome, vedendolo apparire nella sala del convito?

E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma restasse! Gli amici
dovrebbero star sempre uniti; bella ragione! Ma deve passare per la
mente di una donna, che ami l’uno dei due? L’opposto dovrebbe essere,
precisamente l’opposto.

E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito dopo di lui, ma
senza lasciarsi vedere da lui!... Abarima diventata ad un tratto così
capricciosa, che non pareva più quella del giorno innanzi!... Il rumore
venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto più ritornare con
Damiano!... Ah, per tutti i diavoli!...

Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su certi fatti che vi
riguardassero, e di cui non sapeste darvi ragione? Voi mettevate in fila
tutte le ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più logiche,
ricavandone una spiegazione naturalissima del problema che vi affaticava
lo spirito. Un matematico se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate
a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino dimenticato per via, e
su quello fondavate un altro ragionamento, più leggero, più sottile, più
vano. Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò? perchè un vago
sospetto, un presentimento sordo, come la voce dell’istinto, vi diceva:
la traccia è quella; tutto il resto è.... logica; e la logica, in questa
materia, non serve.

—Ah, per tutti i diavoli!—aveva detto Damiano, tra sè, mentre uno
sprazzo di luce ideale gli balenava alla mente.—Se è così come io vedo,
ti aggiusto io, bell’amico.—

Quell’altro, stando sempre a capo chino, rovesciava acqua a secchie sul
tavolato del cassero, e subito dopo ripigliava a lavorare di
strofinaccio. La posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo
di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano colse l’occasione
d’uno spruzzo che gli era venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal
cassero di poppa nella corsìa.

Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone, seguitando a
svolgere la sua coroncina. Non erano avemmarie nè paternostri, come vi
potete immaginare.

—Ah sì, eh? Mi guasti le uova nel paniere? Vedrai, vedrai in che salsa
ti accomodo. Perchè, non c’è dubbio, egli ha veduta Abarima.... Questa
volta, per altro, è arrivato un po’ più tardi del solito. Sono meglio
avviato, qui, che non fossi a Cuba. Ma qui mi preme assai più di vincere
il giuoco. Fossi pazzo!... Ho detto di voler diventare l’Infante di
Haiti, il principe ereditario..... e vivaddio, lo sarò, in barba a tutti
i biondi dell’universo. Purchè quell’altra non sia rimasta stregata dai
suoi capelli d’oro!... Strano, del resto, questo capriccio delle donne,
al Nuovo Mondo! Hanno l’oro a bizzeffe, lo dànno in cambio del vetro e
del bronzo, e rimangono incantate davanti a quattro fili di quel colore.
Ma non corriamo tanto coi sospetti, via! Abarima non ha ancor lasciato
trapelare di avere di questi gusti sciocchi. Comunque sia, qui bisogna
lavorare di fine, mio caro Damiano; «qui si parrà la tua nobilitate.»,
come ha detto il poeta.—

Così mulinava Damiano dentro di sè, quando vide Cosma che scendeva dal
cassero di poppa. Non volle più rimanere, e si affacciò al capo di
banda, per chiamare una piroga delle solite, che si aggiravano intorno
alla _Nina_.

Cosma si fermò presso di lui, in atto di voler appiccare discorso. Ma
egli non aveva nessuna voglia di tenergli bordone.

—Ti saluto;—gli disse.

—Te ne vai?

—Sì, vado a terra.

—Bravo! e dàtti bel tempo.

—Che credi?—brontolò Damiano, seccato di quella licenza.—Che ci sia
solamente da sollazzarsi, a terra? Ho il mio da fare, lassù. Non debbo
anche prepararti l’alloggio?

—A me?—disse Cosma.

—Certamente. Non mi hai annunziato poc’anzi che hai mutato opinione, e
che vuoi restare alla Spagnuola anche tu?

—Ah sì, è vero;—rispose Cosma, che aveva l’aria di risovvenirsi in quel
punto.—Ma tu parlavi di un alloggio per me; ed io mi contento di poco!

—Sei camere ti bastano?

—Anche dodici.

—Benissimo; le avrai.... E la tredicesima, per il buon peso.—

Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il resto nella chiostra
dei denti, Damiano scavalcò il capo di banda e saltò nella piroga.

—Ora, facciamo giudizio;—mormorò egli mentre lo schifo scivolava leggero
sull’acqua.—Prima di tutto, niente a quella capricciosa principessa, che
possa metterla in sospetto. Già, col poco che so della lingua di Haiti,
potrei fare poco lungo discorso; non potrei di sicuro addentrarmi nelle
sottigliezze di una conversazione agrodolce.—

Prima ch’egli giungesse al _bohio_ di Guacanagari, Damiano aveva
stabilito il suo disegno di battaglia. Per verità, egli si disponeva ad
usare di tutte armi, e la coscienza gli rimordeva un pochino.

—Oh, infine!—esclamò, dando una scrollata di spalle.—La mia è difesa
legittima. Un uomo mi vuol mettere il piede addosso, ed io non devo
mandarlo a gambe levate? S’intende che io metterò mano agli estremi
spedienti solo nel caso che egli abbia veduta Abarima. Se l’ha veduta,
il suo intento di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più usare
riguardi.—

Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse veduto Abarima?
Sospettarlo non bastava; era necessario di averne certezza. Ora, con una
donna, sia pure selvaggia, non c’è mai verso di sapere quel che vi
preme. Le accennate in coppe, vi risponde bastoni.

Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le prime avvisaglie,
Damiano salì al villaggio di Guacanagari; e come fu sulla piazza, si
volse alla casa di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta,
perchè due naturali, che si stavano soleggiando all’aperto, entrarono
subito in casa, e poco stante apparve il vecchio sull’uscio.

—Mandavo a cercare di te,—disse Tolteomec.—È l’ora di metterci a tavola.

—Ah si? molto bene!—rispose Damiano, affrettando il passo.

L’accoglienza festosa del vecchio gli parve di buon augurio. Entrò più
allegro nella casa ospitale.

—Purchè tu non mi stia sempre alle costole, benedetto
patriarca!—diss’egli tra sè, muovendo verso la sala del banchetto, che
era già tutta preparata come pochi giorni addietro.

Abarima comparve, più bella che mai e con un’altra ghirlanda di fiori
sulle chiome nerissime. Sorrise all’ospite, parve anche guardarlo con
attenzione, tra curiosa e benevola, come le donne usano, che non si sa
mai quale sentimento sia il vero.

Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile. Era in presenza della
donna amata, la vedeva sorridere e dimenticava volentieri una parte
delle sue inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo
posto al fianco di Abarima, e immaginate che egli fosse molto disposto a
dimenticare anche l’altra metà.

Un pranzo non si racconta, se non quando sia da trarne occasione per
descrivere le sensazioni gastronomiche dei personaggi. Del resto, il
pranzo è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro, quando
l’ospite è innamorato, e siede accanto a lui la donna ch’egli ama. Se a
Damiano avessero servito in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno
che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi gli avessero domandato
come lo trovasse, di sicuro avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come
il tempo, che si tinge sempre del colore dell’anima nostra. Il cielo è
sempre azzurro, quando siamo al fianco di una cara creatura.

Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola con questo pranzo
di Tolteomec. Abarima si è alzata, e Damiano la segue all’aperto. Ella
prende un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli di filamenti
erbacei, disseccati e tutti di variati colori; snoda due o tre manipoli,
prende alcune fila tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il
suo ricamo. Damiano vuole imparar l’arte, o dice di volerla imparare, e
prende occasione da questo suo desiderio, per aver sempre la faccia
china sul braccio della bella selvaggia.

Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli non ci aveva le stesse
ragioni, per imparare a tessere una stoia. Perciò si mosse di là, e andò
in casa a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma di fusi.

—Ne vuoi?—diss’egli, ritornando, e offrendo uno di quegli arnesi a
Damiano.

Damiano fece un gesto di orrore.

—No, grazie;—rispose.—non mi piace.

—Molto buono!—disse Tolteomec.—Questo discaccia dalla casa gli spiriti
della sera.

—Per cacciare i miei ci vuol altro!—rispose Damiano.

Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese. Col gesto, intanto,
ringraziava, ricusando l’offerta.

Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal focolare domestico,
accese la sua foglia, e poscia si allontanò. Aveva sulla piazza i
notabili del villaggio, e se ne andava volentieri a barattare due
chiacchiere con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere del proprio
nei discorsi dei giovani. Così restarono soli sul prato Abarima e
Damiano.

—Voglio imparare a tessere le stoie;—aveva detto Damiano, stringendosi
più presso alla fanciulla.

—È facile;—rispose Abarima.—Vedi, come si fa?

—Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con la tua sveltezza, del
resto, e con la tua grazia, credo che non lavori nessun’altra donna.—

Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò a pensare di
essere corso troppo innanzi coi sospetti.

E si accostava via via. Ma si accostò forse un po’ troppo, ed ella
incominciò a trarre indietro la spalla ignuda, su cui veniva a morire
l’alito caldo della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell’atto,
e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata indietro. Abarima non
poteva ritirarsi dell’altro, senza rimuovere il sedile. Perciò si volse
a lui e gli disse:

—Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche più in là.

—Dove?—chiese Damiano.

—A questa distanza.... così.—

E fattolo alzare, lo mise a posto lei, due spanne più in là dal suo
braccio.

—Troppo lontano!—mormorò egli, con voce piagnolosa.

—Oh, basta così! Sei vicino anche troppo.—

Così dicendo, la bella Abarima sorrideva ancora. Anzi, diciamo più
veramente, sorrideva senz’altro.

Donna che ride è di buon umore, ha detto il savio. E con una donna di
buon umore si può fare a fidanza. Damiano prese animo ad entrarle in
discorso dei suoi disegni nuziali.

—Oggi dunque,—diss’egli,—parlerò a Tolteomec.

—Di che cosa?

—Del nostro matrimonio, mia cara.

—No; non ancora, ti ho detto.

—Ma perchè?—diss’egli,—Perchè questi ritardi? Ed è male, sai? Vedi tu e
giudica se non devo aver fretta, anche dopo la ragione principale
dell’amor mio per te, Abarima _taorib_. Fra pochi giorni la nostra
fortezza è finita, e il capo degli uomini bianchi fa stender le ali alla
sua grande piroga per ritornarsene.... in _Azatlan_. Prima che
l’almirante se ne vada, io vorrei potergli dare una buona novella. Gli
farei tanto piacere, a dirgli che sono il tuo sposo.—

Abarima volse la faccia sulla spalla, a guardare il suo interlocutore.

—E perchè tutto questo piacere?—domandò.

—Perchè egli mi ama, e la mia felicità deve esser la sua. Aggiungi che
egli dovrebbe assistere alle nostre nozze.

—Come te le fai vicine!—esclamò la fanciulla, con un risolino asciutto e
sarcastico.

—Ma....—disse Damiano.—Se tuo padre è contento.... mi pare....

—Ed anche se fosse contento mio padre, credi tu che le nozze, da noi, si
facciano così presto? Prima di tutto, bisognerebbe aspettare la luna
piena: poi la risposta del grande Spirito; poi....

—Oh diavolo?—esclamò Damiano, interrompendo la filastrocca.—C’è ancora
più difficoltà qui che in Europa, per metter la corda al collo di un
galantuomo!

—Che cosa hai detto?

—Niente, non badare; sono sbruffi di lingua patria, e vengono così
naturalmente alle labbra! Ma parliamo chiaro, e nella lingua di Haiti.
Vuoi, o non vuoi?—

La fanciulla rimase un istante sovra pensiero; poi brevemente rispose:

—Tolteomec comanda.—

Damiano, a sua volta, ristette un poco, masticando la sua stizza; poi,
col medesimo accento, ripigliò:

—Ma tu? che ne pensi?

—Quello che Tolteomec vuole;—rispose Abarima.

E doveva essere stizzita un pochino anche lei, perchè aveva smesso
d’intrecciar le sue fila di sparto, e guardava davanti a sè, verso la
macchia, non mostrando a Damiano che la sua guancia in isbieco.

—Perchè sfuggi il mio sguardo, Abarima?—diss’egli.

—Perchè guardo di là.

—Di là! c’è la macchia, di là; ed oltre la macchia, c’è la fontana.

—Ebbene?

Ebbene,—rispose Damiano, che perdeva la pazienza;—la fontana, presso la
quale tu hai veduto.... ier l’altro.... un altr’uomo.—

Abarima diede un sobbalzo, e si volse turbata a guardare Damiano.

—Sicuramente,—ribadì egli,—un altr’uomo; il mio compagno Cosma... il cui
nome ti è noto.

—Come lo sai?—diss’ella, fissandolo negli occhi, con un’aria di stupore.

—Il come importerebbe poco;—rispose Damiano, gustando, in mancanza di
meglio, la feroce voluttà di avere indovinato il secreto.—Ma tu immagina
pure che io lo abbia saputo dal grande Spirito. Cioè, dico male, dal
piccolo spirito. Voi altri interrogate il grande, quando la luna è
piena; noi abbiamo il piccolo, che vive con noi, e ci avverte, ad ogni
quarto di luna.—

Abarima era rimasta lì, come trasognata.

—Di tutto?—chiese ella.

—Di tutto, e d’altro ancora. Io dunque so che Cosma è venuto qua, dalla
macchia; che ti ha veduta, che ti ha parlato, e ti ha detto.... tante
belle cose, che tu non hai capite, perchè egli non ha potuto parlarti
nella tua lingua.—

Abarima si era a grado a grado riavuta dal suo alto stupore. E Damiano,
per apparirle tanto bene informato dal suo genio tutelare, incominciava
a parlare un po’ troppo.

—Il tuo piccolo spirito si è ingannato!—gridò ella, ridendo.—Il tuo
piccolo spirito ha occhi, ma non ha orecchi.

—Come sarebbe a dire?

—Che non ha orecchi, e non sa riferire quello che è stato detto,—rispose
Abarima, seguitando a ridere di gusto.

—Lascia stare gli orecchi del mio piccolo spirito;—disse Damiano,
pentito di essersi cacciato troppo avanti sulla via delle scoperte.—Sono
migliori che tu non creda. Fermiamoci agli occhi, che hanno veduto
giusto. Puoi tu negare di aver parlato a Cosma?

—No;—rispose Abarima.

—E sentiamo;—soggiunse Damiano, dopo essersi morse un pochino le
labbra;—che cosa ti è sembrato.... della sua faccia?

—_Taorib_.

—Non è vero, che è _taorib_, il mio caro amico Cosma? Sono proprio
contento che tu abbia su questo particolare la mia stessa opinione. E
quei capelli, poi....

—_Turey_.

—Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicati _turey_. È una
maledizione, oramai. Tutte queste figliuole del nuovo mondo amano i
capegli d’oro. E quelle del vecchio, niente?... Ah, se ritorno in
Europa, com’è vero Dio, mi faccio radere come una pelle di capretto, e
mi compero una parrucca, per fare la mia bella figura tra le genti.
Vedrete allora, mie belle capricciose, che capelli d’oro filato saranno
i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà andarsi a nascondere. Ma
ci vorrà del tempo, ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l’acqua
chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono un buon figliuolo,
e non voglio dar noia a nessuno. Sono anche capace di un atto eroico.
Tutto sta a prendermi per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo.
Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente, come la diresti al sacerdote del
grande Spirito, quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?

—Io non t’intendo;—rispose Abarima, che era stata fin allora a sentirlo
con gli occhi tesi, ma non venendo a capo di nulla.

—Ti domando se ami Cosma.

—Cosma è bello;—rispose Abarima.

—E viva la tua faccia!—gridò Damiano.—Tu almeno, figlia delle isole
dell’Oceano.... Ma no, che dico io? Anche in Europa si dànno, questi
esempi d’audacia. Non creder dunque che la sincerità sia privilegio dei
tuoi paesi.

—Che dici?—chiese Abarima, che ritornava a non intendere.

—Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria. Tu dunque lo ami. E
se egli chiedesse di sposarti?...—

Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia e rannicchiò il collo
tra le spalle.

—Brava!—esclamò Damiano.—Io aspettavo che tu mi rispondessi: Tolteomec
comanda.... quello che Tolteomec vuole.... il grande Spirito.... la luna
piena.... Brava la mia principessa selvaggia! Ma io ho il dolore di
doverti dire una cosa, Abarima taorib.... una cosa che ti raffredderà un
pochettino il sangue nelle vene. Il mio amico Cosma non può amare la
figliuola di Tolteomec.—

Abarima si scosse, e diede un’occhiata curiosa a Damiano.

—Come lo sai?—gli disse.

—Eh lo so;—rispose Damiano.—Lo so bene, perchè Cosma è mio amico da
tanti anni.... come fratello. L’esser venuto a vedere la bella del suo
amico, te ne faccia fede solenne. È il nostro uso, in _Azatlan_, di
vogarci sul remo, ed è prova di un affetto, di una cortesia, di una
lealtà, veramente ammirabili. Incominci a non capire? Hai ragione;
ritorno alla lingua di Haiti. Vuoi tu sapere, Abarima, perchè Cosma non
ti può amare? Vuoi tu sapere la storia della sua gioventù?

—Racconta;—disse Abarima.

Damiano si raccolse un istante, pensando.

—Vengo meno alla data parola. Ma in fine, perchè mi guasta egli le uova
nel paniere? Io sono guarito di questa passione.... sicuramente, sono
guarito.... lo voglio essere.... ho un diavolo per occhio, e non patirò
mai che mi si pestino i piedi. Animo dunque, e non usiamo riguardi.

—Racconta;—ripeteva Abarima.

—Sì, racconterò, non dubitare. Cosma, per tua regola, è innamorato di
un’altra donna; di un’altra donna, capisci?... di un’altra donna, che ha
i capelli biondi come l’oro.... anzi, più che l’oro, biondi come il
sole, quando è nel segno del Leone. Ah, che bei capelli di sole ha la
donna amata dal mio caro compagno, dal mio fratello Cosma!

—Ci sono donne con capelli d’oro, in _Azatlan_?—chiese Abarima, con aria
di stupore.

—Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai, non c’è altro che
capegli d’oro. E si dànno via, come le perline di vetro, come i sonagli
di bronzo. Ami una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito si
taglia una ciocca dei suoi capelli d’oro, e te ne fa un presente.
Domanda a Cosma che ti faccia vedere quella ciocca di capelli d’oro, che
porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che bellezza!
Ma già, capisco che tu vorrai sapere la storia di Cosma, la storia dei
suoi amori, non è vero?—

Abarima stava con tanto d’occhi a guardarlo, come se volesse cavargli le
parole di bocca. E ne capiva così poche! Damiano s’ingegnava come
poteva, a farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta in
tutt’altro idioma da quello di Haiti.

—Incomincio,—riprese Damiano,—Il mio buon Cosma è nato a Genova. Non sai
che cosa sia Genova? È un _bohio_, come questo, ma venti, trenta volte
più grande. In quel _bohio_, che si chiama Genova, lo zio di Cosma è
doge. Sai che cosa è il doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?

—Racconta;—disse Abarima.

—Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all’età di vent’anni, volle
studiar medicina. Sai che cos’è la medicina? È l’arte di guarir le
malattie del corpo, o di lasciarle durare, aspettando che il grande
Spirito le guarisca lui. Il medico è quello che conosce la virtù delle
erbe....

—E dice le parole magiche;—soggiunse Abarima;—t’intendo.

—Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza rara. Torniamo
dunque a Cosma. Egli partì da Genova, per andare a Pavia, dove poteva
studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia è una vecchia
abitudine per noi naturali di Genova, fin dal tempo che il re Liutprando
ci portò via i resti mortali di sant’Agostino.... Ma tu non capisci
queste cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire. Oltre di
che, ci vorrebbe un corso di storia.... Bene, capisci quello che puoi, e
lascia stare il rimanente. Anch’io ero a Pavia; c’ero prima di Cosma, e
soltanto in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo naturali dello
stesso _bohio_; ci legammo subito in amicizia; studiavamo insieme, o
fingevamo di studiare, che finalmente è tutt’uno. L’arte è lunga, si sa;
ma quando si hanno i vent’anni, pare anche lunga la vita.—

Abarima non capiva più, e non si studiava neanche di capire. A Damiano
parve anzi di vedere che ella reprimesse uno sbadiglio.

—Questi particolari ti annoiano, non è vero? E tu vorresti sbadigliare,
deliziosa selvaggia? Sbadiglia pure liberamente, e consentimi soltanto
di bere quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro.—

Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma anche un atto di
Damiano, che veramente meritava il garofano di cinque foglie.

—Buon segno!—pensò Damiano.—La mano di una bella donna è come la lancia
di Achille; ferisce, ma può risanare le piaghe che ha fatte. E siccome è
una lancia intelligente, non ne farà, voglio sperare, senza avere in
animo di risanarle.—

Abarima non gradiva il silenzio di Damiano. Era una selvaggia, ma era
donna, e sapeva che quando l’uomo sta zitto, c’è sempre pericolo che
pensi. Ora, il pensiero che non ci si manifesta con parole, è come le
armi insidiose, come le pistole di corta misura, che il nostro vicino
può avere in tasca, e trarle da un momento all’altro, per farci un
brutto partito.

—Racconta;—gli disse Abarima, dopo la lunga pausa che era seguita al suo
amabilissimo ceffone.

—Racconterò;—rispose Damiano.—Ti ho detto che eravamo a Pavia, per lo
studio della medicina. Naturali del medesimo _bohio_, ci riconoscemmo
per tali e ci legammo subito di grande amicizia, sebbene le nostre
famiglie a Genova si vedessero di mal occhio. Avevamo preso a vivere
insieme, eravamo inseparabili, come quei vostri piccoli pappagalli che
stanno sempre a coppie, e non c’è’ caso che uno si discosti un passo
dall’altro. Ma l’uomo non è fatto per l’uomo, e l’amicizia non gli
basta: Cosma s’innamorò di una bellissima donna, della bionda che ti ho
detto poc’anzi.

—Come si chiamava quella donna?—chiese Abarima.

—Oh, non dubitare; non voglio defraudarti del nome. Si chiamava
Catarina.... Catarina Bescapè. Vecchia ed illustre famiglia, la sua,
come la tua in Haiti. Donna Catarina abitava sulla piazza del Regisole.
Hai capito? No certamente. Ma queste sono minuzie, che non importano
affatto. Importa invece moltissimo il dire che donna Catarina era
bellissima, quantunque avesse i capelli d’oro.

—Non ami i capelli d’oro, tu?

—Ohibò, che roba!—gridò Damiano, facendo un gesto di orrore.—Eccoli, i
capelli che amo.

—Lascia stare, e racconta.

—È già un’ora che racconto, e capirai che qualche riposo ci vuole. Ma
ritorniamo a Catarina. Un grande amico di Cosma se ne era innamorato....
e prima di Cosma. L’amico poteva sperare di essere riamato dalla
bellissima donna; anzi, ti dirò che poteva esserne certo.... come si può
esser certi di queste cose, specie avendo da fare con la più cruda metà
del genere umano. Ma un giorno l’amico si avvide che Cosma andava troppo
volentieri anche lui nella piazza del Regisole; s’insospettì, stette in
agguato, disdisse la sua amicizia al rivale. Incominciarono a guardarsi
in cagnesco, erano già per venire alle brutte, quando Cosma capitò
d’improvviso nella casa dell’amico, gli si gittò fra le braccia, e gli
pianse sul petto tutte le lagrime dei suoi occhi. Cosma non poteva più
vivere, se non gli si lasciava amare la bella Catarina; Cosma si sarebbe
buttato nel fiume Ticino, dove è più profondo, se l’amico non lo
lasciava libero di far la corte alla sua dama. Allora io....

—Tu?.... sei tu l’amico?—interruppe Abarima.

—No, cara; non ti ho già detto che io non amo il turey nei capelli?
Volevo dire: allora io mi misi in mezzo ai due contendenti: e tanto
dissi, che persuasi l’amico di Cosma a ritirarsi dal giuoco, a lasciare
che Cosma facesse liberamente l’occhio languido a donna Catarina
Bescapè.

—L’amico si è contentato? Amava dunque assai poco.

—Oh cara, come t’inganni! Egli amava moltissimo. Ma era un’anima grande.
Se fosse nato due mil’anni prima, sarebbe stato un eroe Romano, o Greco,
o giù di lì, e Plutarco ne avrebbe scritta la vita, mettendolo in
parallelo con qualche Scipione. Tutte cose che non capisci, lo so; fa
conto che io non te ne abbia parlato. Del resto, l’amico non si chetò
mica alle prime. Egli fece a Cosma questo ragionamento: «Senti, bambino,
queste cessioni non si possono fare; bensì è la donna che deve
scegliere. Io posso credere che ella veda me di buon occhio: ma posso
anche ingannarmi. E tu, dal canto tuo, che cosa puoi dire?» Cosma non
poteva dir nulla; pure, sentendo che l’amico si sarebbe inchinato alla
scelta della dama, Cosma si rallegrò; si buttò un’altra volta nelle
braccia del rivale, s’inginocchiò, gli abbracciò le ginocchia, fece un
visibilio di pazzie. «Caro il mio Tolomeo!» gli disse: «Io sono un uomo
morto, se quella donna non mi ama. Che perdi tu ad esplorare l’animo di
lei? a lasciare che i fati si compiano?» Insomma, tanto pregò, tanto
pianse, che io.... consigliai all’amico rivale di andare da madonna
Catarina e di parlarle chiaramente. Povero amico, tanto generoso, e
tanto.... come chiamarlo? Di nome si chiamava Bartolomeo; gli amici, per
abbreviazione gli dicevano: Tolomeo; altri più sbrigativamente Tomèo. Di
cognome, poi.... Ma lasciamo il cognome, che non importa al racconto.

—E Catarina, seppe tutto?

—Aspettami, impaziente creatura. Tolomeo andò dalla bella Catarina e le
disse: «Io amo Cosma come un fratello. Le nostre famiglie, a Genova,
sono nemiche, appartengono a due fazioni diverse. Ma qui, siamo fuori di
casa nostra, lontani dalle ire cittadine, avvicinati dal medesimo
studio. Per altro, è strano che dobbiamo innamorarci della medesima
donna. Sapete, Catarina? Egli è pazzamente innamorato di voi.»

—Tolomeo ha parlato così?

—Sì, cara; egli è stato tanto.... Tolomeo. Ma chi avrebbe mai
preveduto?... Basta, quel ch’è fatto è fatto. L’amico Tolomeo parlava da
uomo leale, senza immaginare che madonna Catarina lo piantasse lì per
quell’altro.

—Catarina ha fatto bene;—disse Abarima, sentenziando alla svelta, come
una dama di Provenza in una corte d’amore.

—Diciamo pure che Catarina ha fatto bene;—rispose Damiano.—Ma Tolomeo ha
fatto male. Non credi?

—Chi sa?—rispose Abarima.—E Catarina, che cosa disse a Tolomeo?

—Due sole parole: «povero giovane!» Ma se tu avessi sentito con che
accento!

—Tu c’eri?

—Si capisce. Io ero un po’ da per tutto. E come io capii il senso di
quella esclamazione, così l’amico fu pronto a capirlo. Si chiuse la sua
rabbia nel cuore, e andato da Cosma gli parlò in questa guisa: «Senti,
Cosma, tu mi hai tradito. La tua è un’azione da coltello. Tu sei più
avanti nelle grazie della Bescapè di quello che io potessi immaginarmi.
Ella mi ha tutto confessato. Tu la segui quando io non sono con te, ed
ella ti guarda con benevolenza. Perchè non dirmi tutto? Mi avresti
risparmiata la figura.... dell’uomo che fa ridere.»

—Ah, ah!—gridò Abarima, ridendo la parte sua.

—Capisco,—riprese Damiano,—che è lo stesso anche in Haiti, e che le
donne, sotto ogni cielo, ridono saporitamente.... dei poveri Tolomei. Ma
non importa. Ritorniamo a Cosma. Egli non rideva; egli ricavava maggior
profitto dal piangere. «Perdonami, Tolomeo!» diss’egli all’amico. «Io
non so nulla di quello che tu mi racconti. Che confessioni può averti
fatte madonna Catarina? L’amo, ecco tutto. Se n’è ella avveduta? È
possibile. Io credo che tutti abbiano dovuto avvedersene, come te n’eri
avveduto anche tu.»—«Bella forza!» scappò detto all’amico.

—E poi?—disse Abarima.

—E poi, avvenne tutto ciò che avviene in simili casi. Tolomeo amava
anch’egli davvero. Ma non si può stare per forza nel cuore di una donna,
ne convieni? Tolomeo non ci stette; e disse a Cosma: «fai la tua strada,
e crepi l’avarizia! se quella donna ti ama, sia tua.»

—E Cosma la sposò?

—Ecco....—disse Damiano.—C’era una piccola difficoltà. Madonna Catarina
non era libera. C’era di mezzo.... un Bescapè.

—Non capisco;—disse Abarima.

—Oh cara! è meglio che tu non capisca. È sempre bene che ti rimanga
qualche cosa di oscuro. Altrimenti, che cosa ci avresti più da studiare,
nei costumi di Azatlan? Per ora, Abarima _taorib_, ti basti di sapere
che Cosma non sposò madonna Catarina. Ma egli l’amava, e ne fu riamato.
Fu allora che la bella donna gli regalò una ciocca dei suoi capelli
d’oro, quella ciocca di capelli che egli porta sempre sul cuore, entro
una borsa di cuoio.

—E Tolomeo?

—Tolomeo.... era l’uomo più infelice della cristianità. Non sai che cosa
sia la cristianità? Ebbene, non te ne dolere; è un’ignoranza felice, la
tua. Se tu sapessi infatti che bestie feroci son mai, a comporla! Quanto
a Tolomeo, egli aveva finito il suo studio di medicina. Sarebbe rimasto
ancora, sarebbe rimasto per sempre, se Catarina lo avesse amato. Ma ella
non lo amava; ella rideva di lui, vedendolo passare per via. Che
vergogna! che rabbia! In quei momenti, vedi? io.... essendo in compagnia
di Tolomeo, arrossivo per lui. Lasciai Pavia, in quell’anno; e Tolomeo
mi seguì. Ce ne ritornammo verso il mare, nel nostro _bohio_ di Genova.
Laggiù si viveva sempre in guerra gli uni con gli altri, e noi, da buoni
naturali di Genova, partecipammo alle civili discordie.

—Che è ciò?

—Ecco.... è un po’ difficile a dirsi. Ma figurati che Genova sia come
Haiti, e che da quattrocento anni i Caribi siano entrati a far parte di
questa popolazione. Per un po’, secondo la fortuna, comandano i Caribi,
per un po’ gli Haitiani, e una volta il cacìco è Caribo, un’altra volta
è Haitiano. Ti capacita?

—Se è l’uso di cambiare così....

—No, non è l’uso; è la forza, o l’inganno, che comanda. E quando il
cacìco di Genova è un Haitiano, i Caribi sono abbattuti, dispersi,
cacciati dal _bohio_. Quando il cacìco è un Caribo, gli Haitiani hanno
la peggio. Ora veniamo a noi. Tolomeo era, come tutti quelli della sua
famiglia, amico degli Adorni, i Caribi del paese. Perciò era nemico dei
Fregosi, che erano gli Haitiani, e che in quel mentre erano al governo,
essendo un Fregoso il cacìco di Genova. Divampò la guerra in città, per
ragioni che è inutile di dirti. Tolomeo si trovò un giorno con le armi
alla mano, con quelli della sua gente, contro quelli della parte
contraria. Era con gli Adorni, ti ho detto; diede addosso ai Fregosi.
Tutte ire che, essendo fuori di Genova egli aveva dimenticate, ma che
gli tornarono vive nel cuore appena ebbe respirate le dolci e fraterne
aure della patria! Nel fitto della mischia fu un punto di vittoria per
lui: poteva uccidere il capo della squadra nemica; già aveva alzata la
scure su lui, quando riconobbe il nemico che aveva sotto il ginocchio.
Quel nemico era Cosma.

—Ah, povero Cosma!—gridò Abarima sbigottita.

—Sì, povero Cosma, che da un mese appena era ritornato in patria, e
anch’egli aveva riprese tutte le care abitudini del _bohio_! Ma io ti ho
detto, Abarima, che Tolomeo aveva un’anima grande. Tolomeo, alla vista
del fortunato rivale, sentì tutte le sue ire ribollenti nel sangue; calò
la scure.... ma senza colpire; e perdonò al suo nemico.

—Bravo Tolomeo!—gridò Abarima.—Lo amo.

—Amami, deliziosa selvaggia; perchè Tolomeo.... sono io.

—Ah!—esclamò Abarima, ridendo.—Lo avevo immaginato; e l’ho detto a bella
posta.... per farti parlare.

—Assassina!—gridò Damiano.—Ebbene, tanto fa. Potevo uccidere Cosma, e
non l’ho ucciso. Anzi, l’ho tratto in salvo, l’ho ricoverato nelle
nostre case. Era ferito; io l’ho curato; e quantunque fossi medico, l’ho
guarito. Che te ne pare? Non sono io un uomo di Plutarco?—

Abarima lasciò cadere l’accenno classico, e per una buona ragione, che
non è mestieri di dirvi.

—E Catarina?—diss’ella.

—Ecco: madonna Catarina si era lasciata amare da Cosma. L’amico aveva i
capelli d’oro, i capelli di sole, di cielo, di tutto l’altro che dite
voi in Haiti. Ma pare che una provvida legge di natura non permetta alle
bionde di amar lungamente i biondi. Venne un giorno che le due
capigliature d’oro non andarono più d’accordo. Madonna Catarina
incominciò a seccarsi di Cosma. E allora si lasciò amare da un altro,
che non aveva i capelli biondi, che non gli aveva neanche più neri.
Quell’uomo, per altro, era un gran professore.

—Professore! che cos’è?

—Come fartelo intendere? Voi altri, in Haiti, non avete professori. Già,
molte razze d’animali vi mancano. Figurati dunque una bestia rara; uno
che insegna agli altri tutto quello che sa lui, ed anche quello che non
sa; uno che ti sa dire come devi parlare, e come devi tacere, se devi
ber fresco o caldo, sputar tondo o quadrato. Quello è un professore, mia
cara. Tu sai che Catarina era moglie di un Bescapè. Il Bescapè, per
certe sue ragioni di possesso, aveva bisogno del parere del professore,
che era un gran conoscitore delle leggi, e i suoi pareri se li faceva
pagare a peso d’oro, in tutti i _bohio_ dell’Italia dove era stato. Oh,
un gran professore, quel Giasone del Maino! Quando doveva parlar lui
nella scuola, c’era tanta folla, che non c’entrava più neanche una
mosca, o se c’entrava, non ardiva più di farsi sentire.

—Ma lei?... Catarina?...

—Ci vengo. Catarina conobbe il professore. Giason del Maino andò nella
casa di lei, sulla piazza del Regisole. Madonna Catarina andò nella casa
di lui, alla Torre del pizzo in giù. Questo è un particolare che non
occorre spiegarti. Qui non ci sono torri, nè campanili, e l’idea di una
torre il cui tetto a campanile sia voltato all’ingiù e posi sopra una
grossa colonna, sullo spigolo della casa, non la potresti comprendere.
Ti basti sapere che madonna Catarina andò nella casa del grande legista,
e che, dopo esserci andata, ci ritornò. Cosma ne aveva avuto un
sospetto; Cosma si appostò, conobbe che era vero, fece il geloso, e fu
mandato gentilmente.... a quel paese. Da noi, cara, è l’uso costante.
Quando una persona ci è venuta a noia, la mandiamo a quel paese; un
paese sconosciuto, di cui nessuno sa darci notizia, e quando c’è andato
non può portarcela di sicuro.

—E Cosma?

—Cosma non andò a quel paese; ritornò in patria, al suo _bohio_ di
Genova. Ma egli era sempre più innamorato che mai. Non ha più potuto
levarsi Catarina dal cuore. L’ama ancora, l’amerà sempre. È fatto così,
quel povero ragazzo. Io sono guarito, egli no. E tu capirai, dolce
Abarima, che egli, seguitando ad amare Catarina Bescapè, non può amare
la figlia di Tolteomec.—

Abarima fece un gesto di compassione. Ma non era di compassione per il
triste amore di Cosma, bensì per lo storto ragionamento di Damiano, o,
se vi piace, meglio, di Tolomeo.

—Capisco, sì, capisco;—diss’ella.—È un sortilegio.

—Come, un sortilegio?

—Sì, Catarina ha detto una parola magica, perchè Cosma sia sempre
innamorato di lei;—rispose Abarima, con accento di grande sicurezza.—E
quella parola magica l’ha pronunziata sopra qualche cosa che Cosma porta
sempre indosso. Sì, ora ci sono; su quella ciocca di capelli d’oro che
Cosma ha fatto male a non gettar via.

—Mettiamo pure che sia così;—disse Damiano.—Che ci vuoi fare? Cosma non
rinunzierebbe a quella ciocca di capelli per tutto l’oro del mondo.

—Effetto del sortilegio;—rispose Abarima.—Devi rubargli la borsa di
cuoio, mentre egli dorme.

—Io? sei pazza? me ne guarderei bene.

—Non hai coraggio; lo farò io;—disse Abarima.

—Tu? e come?

—Verrà nella casa di Tolteomec, ci dormirà, ed io strapperò il
sortilegio. Io guarirò Cosma, povero Cosma! ed io allora sarò amata da
Cosma.

—Ah briccona!—esclamò Damiano.—Ma guardate che Tolomeo sono stato io!
Valeva proprio la pena di tradire il segreto dell’amico, per giungere a
questo bel resultato!—

Dopo questi ed altri ragionamenti interiori, Damiano si volse ad
Abarima, dicendole:

—Ed io, Abarima _taorib_! ed io che ti amo?

—Tu....—rispose la capricciosa selvaggia,—vai a quel paese.—

Damiano ammirò la prontezza d’ingegno di quella figlia d’Haiti, che
imparava così presto le usanze della civile Europa. E dopo avere
ammirato, voleva andarsene di là, per ismaltire la sua rabbia.
Immaginate quanta ne avesse in corpo, mista alla vergogna della
sconfitta patita. Gli era parso di avere così buone armi, per mettersi
in guerra, e quelle armi gli si erano spuntate nel primo assalto; peggio
ancora, egli se l’era sentite crocchiare nel pugno. Ma a proposito
d’armi, non è la gelosia un’arma a due tagli? Andate a dire ad una
donna: «il tal di tale non può amar voi, perchè egli è innamorato di
un’altra» e sentirete che cosa ella sarà capace di rispondervi. «Ah si!
di un’altra? Volete vedere che cosa ne faccio io, di quell’altra?» Il
frutto proibito non sarà che una mela; la butteremo via, magari dopo
averla manimessa; fors’anche la passeremo al vicino; ma per intanto, e
perchè si tratta d’un frutto proibito, un morso glielo vogliamo dare ad
ogni costo. E così faceva Abarima, dando a modo suo, e senza pure
saperlo, una prova della unità di origine delle stirpi umane.

Ma lasciamo queste sottigliezze. Damiano era sul punto di andarsene;
Abarima lo trattenne, e non già, voglio sperare, per prendersi giuoco
dei tormenti di lui. Queste raffinatezze di crudeltà non dovevano essere
in lei. Unità di origine, sta bene, fin che si vuole; ma la civiltà è di
molti gradi, e quella figliuola di Haiti doveva essere ai primi scalini.

—Raccontami ancora;—diss’ella.—Come si è deciso Cosma ad andare così
lontano da questa Catarina sciocca?

—Ah, debbo narrarti di lui vita e miracoli? E sia, parliamo ancora di
questo amatissimo Cosma;—rispose Damiano.—Ti ho detto che io lo avevo
raccolto ferito, e lo avevo ricoverato e guarito. Di ritornare presso
madonna Catarina non era più il caso. Saremmo andati ad ornare della
nostra presenza il trionfo di messer Giasone del Maino. Del resto, noi
siamo fatti così;—soggiunse Damiano, con un tal piglio aspretto che non
era senza grazia;—quando una donna ci tratta male, possiamo amarla
ancora, come fa Cosma, o dimenticarla, come ho fatto io, ma la
rispettiamo sempre e non ci ostiniamo a darle noia. Restammo dunque nel
_bohio_ di Genova. E fu allora, nei nostri colloqui amichevoli, che io
seppi da Cosma tutta la serie delle sue disgrazie amorose. Quel giorno,
vedi la grandezza dell’animo mio!... quel giorno, gli perdonai tutto
quello che egli mi aveva fatto soffrire.

—Soffriva anche lui!—esclamò maliziosamente Abarima.

—Ah, bene! lo avete anche in Haiti, il proverbio: mal comune è mezzo
gaudio? Ne ho piacere, perchè vi vedo già ben preparati per godere i
frutti della nostra civiltà. Quel giorno, adunque, ci giurammo
un’amicizia eterna, molto più forte di prima. E stavamo sempre insieme,
non uscivamo a diporto che insieme, con grande maraviglia di tutti i
naturali di Genova.

—E perchè questa maraviglia?

—Oh bella! perchè si era tutti in guerra, gli uni contro gli altri; e
noi soli, di diverso partito, uno Caribo e l’altro Haitiano, eravamo in
pace.

—Si, è vero; ti capisco, ora.

—Sia lodato il cielo! E non volevano capire, i nostri concittadini. Gli
Haitiani dicevano a Cosma: perchè vai tu a braccetto con quel Caribo? E
i Caribi dicevano a me: perchè vai tu a braccetto con quell’Haitiano? E
gli uni e gli altri, con questi discorsi, non ci lasciavano aver pace. A
sentirli loro, non si poteva essere buoni uomini, se non si sposavano
tutte le ire della propria fazione. Così ad ambedue era venuta in uggia
la patria. Triste quel _bohio_, dove non si può essere amici per
elezione di cuore, dove si è condannati dalle collere accumulate di
cinque o sei generazioni di matti, o d’imbecilli, a vivere in guerra con
le persone che piacciono, a far lega con altre che si manderebbero
volentieri....

—A quel paese!—soggiunse Abarima.

—Si, cara. La frase ti è rimasta impressa nell’anima? Ricordati almeno
che te l’ho insegnata io, e non ne usare contro di me, ferocissima
donna. Io ritorno al racconto. Seccati di quelle discordie, pensammo di
andarcene. Ma dove? La sorte decida, fu detto tra noi. E allora si mise
mano alle sorti Virgiliane.

—Sorti?...—ripetè la selvaggia.

—Virgiliane;—rispose Damiano.—Vediamo di farti capire questo bel giuoco.
Si piglia un libro.... Ma sapete voi altri che cosa sia un libro, gente
felice? Si piglia qualche cosa dove ci sono molti segni, molte parole
dipinte.... E le parole su cui cadono gli occhi, sono il responso del
grande Spirito. Noi dunque prendemmo un libro.... mucchio di parole
dipinte da un gran mago, chiamato Virgilio, e leggemmo, aprendo a caso,
queste parole:

    _Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva._

Tu non lo capisci? è latino; e significa: noi ce ne andiamo da casa
nostra. Il grande Spirito, adunque, ci faceva sapere in tal modo che
aveva capito il nostro desiderio. Ma il suo consenso? e l’indirizzo che
noi chiedevamo? Voltammo i fogli, e gli occhi ci caddero su quest’altro
verso:

    _Bella cient primâque vetant consistere terra._

Il che significa, mia cara; qui c’è guerra, e non ci si può rimanere. Ma
dove andare? dove? Altra consultazione allora, con parecchie voltate di
fogli; e gli occhi ci cascarono su quest’altre parole:

    _Qualia multa mari nautae patiuntur in alto._

In mare, adunque, in alto mare, a far vita di marinai, e cercar
ventura.—«E sia» disse Cosma. «Non abbiamo noi sentito per l’appunto
discorrere di un nostro concittadino, chiamato Cristoforo Colombo, che
ha formato il disegno di cercar nuove terre di là dai mari d’Occidente?
Egli è andato alla presenza del grande cacìco di Spagna, e gli ha detto:
dammi tre grandi piroghe con uomini volenterosi, ed io ti scoprirò un
nuovo mondo? Il grande cacìco di Spagna ha risposto a Cristoforo
Colombo: sia; ti darò gli uomini volenterosi, e le grandi piroghe; va e
trova le isole di là dai mari, per onor tuo e della Spagna.»

—Colombo!—esclamò Abarima.—Il capo degli uomini bianchi! Come sapeva
egli che dopo il mare avrebbe trovate queste isole?

—Non saprei dirtelo;—rispose Damiano.—Ma si può credere che glielo
avesse detto il suo piccolo Spirito, a lui mandato dal grande.

—Capisco;—disse Abarima.

—Ah, bene! tu capisci tutto, Abarima _taorib_. Capisci dunque ancora
come arda il mio cuore per te; mentre quello di Cosma è freddo.... come
la notte in un bosco. Vorrei dir neve, o ghiaccio;—soggiunse mentalmente
Damiano.—Ma bisognerebbe saper la parola. Chi sa se conoscono la cosa,
in questo tiepido clima!

—Continua;—disse Abarima.—Voi due, allora, avete voluto raggiungere il
capo degli uomini bianchi.

—Sicuramente, dopo aver consultato ancora una volta le sorti. Il libro
dalle parole magiche fu riaperto a caso, e diede quest’altra risposta:
_Fata viam invenient_.... Che cosa si voleva di più chiaro! So bene che
non è ugualmente chiaro per te. Ma tu potrai intendere
approssimativamente che la volontà del grande Spirito avrebbe fatto
ritrovar la via delle isole lontane. Allora noi siamo corsi a cercare il
capo degli uomini bianchi; siamo saliti sulle grandi piroghe con lui, e
siamo arrivati qua, dove io mi sono innamorato della figliuola di
Tolteomec, della dolce Abarima. Vorrai tu concedere la tua mano a
Damiano, che t’ama? Vorrai tu ricusargliela, per tener dietro a Cosma,
che è innamorato di un’altra donna, laggiù.... in Azatlan?—

Abarima stette un istante sovra pensiero, come se volesse nella sua
mente pesare il pro ed il contro; poi sentenziò:

—Damiano buono; Cosma.... _taorib_.

Il buon Damiano si morse le labbra.

—È la tua ultima parola?—diss’egli.

—Cosma _taorib_;—ripetè la capricciosa selvaggia.

—Sta bene;—conchiuse Damiano.—Ti saluto.—

E si alzò dal sedile, che ormai gli pareva fatto di carboni ardenti.

—Parti?—diss’ella.—E dove vai, ora?

—Vado.... a quel paese, dove tu mi hai gentilmente mandato;—rispose
Damiano.

L’ingenua selvaggia ebbe la crudeltà di ridere. Ma in verità, ella non
poteva fare altrimenti. Era così buffo, il dolore di Damiano!

—So bene che tu ritorni alla grande piroga;—riprese Abarima,
rimettendosi al grave.—Sia dolce il tuo sonno, Damiano. E salutami il
tuo fratello Cosma, e digli che venga domani nella casa di Tolteomec.—

Qui il nostro Damiano, che già stava male in sella, perdette a dirittura
le staffe.

—Oh, per questo, stai grassa, se lo speri,—gridò egli, stizzito.—Non sai
tu che un uomo, per buono che sia, non cede ad un altro la donna ch’egli
ama?

—E Catarina....—domandò la selvaggia.—Non hai tu ceduto Catarina, al tuo
fratello Cosma?

—Che paragoni son questi?—replicò Damiano.—Per tua norma, io non ho
ceduto nulla. Se Catarina mi avesse detto: «Tolomeo, andatemi a cercar
Cosma, e mandatemelo qua», le avrei risposto.... mandandola a quel
paese.

—Brutto!—gridò Abarima, facendogli il viso arcigno.

—Cara,—rispose Damiano,—se non ti piace, sputala! Oh, per tutti i
diavoli!—soggiunse mentalmente.—Le ho detto una cosa che non è da
cavaliere. Fortuna, che non può averla capita.—

Infatti, lo sapete, Damiano mescolava spesso, a quel po’ d’haitiano che
conosceva, lo spagnuolo, l’italiano, e il suo vernacolo genovese. Con
tutti questi ingredienti, egli impastava la frase; e la sua
interlocutrice non riusciva sempre ad intenderlo.

Rassicurato per quel verso, Damiano fece una bella riverenza alla dolce
Abarima, e subito dopo una giravolta sui tacchi.

—Non ci vedremo più, cara!—borbottava egli tra i denti, muovendo verso
la casa e infilando l’uscio per cui doveva andare alla sua
liberazione.—Ho fatto un marrone, ma di quelli!... Ci vuol pazienza....
sicuro, ci vuol pazienza. E per ritrovarla, questa pazienza benedetta,
dovrò bestemmiarci un giorno e una notte, peggio d’un turco. Ma per
l’anima.... delle radici, da questo giorno in avanti, mi capiti pure una
donna tra’ piedi; se prima non mi casca in ginocchio....—

Damiano esciva in quel momento sulla piazza. Tolteomec era là. Veduto
Damiano, lo fermò al varco, per dirgli qualche cosa. Damiano non intese
sillaba di quello che diceva il suo suocero fallito. Ma le buone creanze
volevano che egli rispondesse qualche parola. E Damiano rispose, facendo
bocca da ridere, con gesti cortesi, con inchini ossequiosi, ma tutti in
lingua.... d’Azatlan.

—Oh, caro amico, che il diavolo ti porti! Vecchio cane. Lestrigone,
antropofago! Perchè tu lo sei di sicuro, un antropofago. Qui dovete
esserlo un po’ tutti, sebbene non vogliate averne l’aria, con noi. E
mentre voi stritolate gli ossicini coi denti, le vostre donne bevono il
sangue del prossimo. Cara gente! ed io avrei dovuto imparentarmi con
voi? Alla larga! Ma che idea pazza mi era venuta alla mente? È stata
un’ubbriacatura, come a Cuba; senza liquore, senza kohiba, e nondimeno
un po’ più lunga di quell’altra. Ora, vedi, caro antropofago, dalla
faccia incartapecorita, io mi sento risanato, e ti mando gentilmente al
diavolo, senza eufemismi, senza complimenti, senza bugie d’uomo civile.—

Tolteomec rideva e ringraziava, senza intendere per qual ragione o
capriccio il suo ospite ed amico Damiano gli facesse quel giorno i suoi
convenevoli nella lingua del cielo, anzi che in quella dei miseri
mortali d’Haiti.

—Chi sa? forse il grande Spirito gli ha intenebrata la testa;—diss’egli
tra sè, poi che Damiano si fu allontanato.

Damiano frattanto infilava la discesa, per ritornarsene a bordo della
_Nina_. Cosma era laggiù, seduto sul cassero di prora, accanto
all’interpetre Cusqueia. Un’occhiata corse tra i due, e dopo l’occhiata
un cenno di saluto, breve breve, secondo l’uso di quegli ultimi giorni.
Ma se in Cosma un certo riserbo era abituale, non doveva parere
egualmente naturale l’arcigna taciturnità di Damiano, che era sempre
tanto espansivo, non solamente nell’allegria, ma ancora nella tristezza.
Cosma, per altro, non mostrò di far caso della taciturnità di Damiano. E
questi, vedendolo accanto all’interpetre, disse stizzosamente tra sè:

—Studia, bambino! studia l’haitiano, e fatti onore. Ci starai tu,
nell’isola, e magari la imbiondirai. Quanto a me, non vedo l’ora di
scioglier le vele.—

Quella sera, il nostro Damiano si buttò nel suo rancio prima del solito.
Non voleva pensare a nulla, e mezz’ora dopo russava come un mantice. Ma
i molesti pensieri che non aveva voluto accogliere desto, lo visitarono
addormentato. Damiano sognò che Abarima si attaccava ai panni di Cosma,
e che Cosma era stato obbligato a sposarla, per alta ragione di governo.
Infatti, dipendeva da quel matrimonio la quiete della piccola colonia
spagnuola nell’isola di Haiti. Le nozze si celebravano in chiesa. In una
chiesa che non c’era ancora; ma si sa, il sogno non bada a queste
piccolezze, e quello che non c’è, se lo fabbrica. Gli sposi erano dunque
in chiesa, davanti all’altare, e Cosma stava mettendo l’anello rituale
al dito di Abarima, quando si udì una sonora risata, che fece voltare
tutti gli astanti. Catarina Bescapè compariva da una navata laterale, e,
seguitando a ridere, si avvicinava agli sposi; faceva a Cosma un inchino
canzonatorio, poi si accostava alla figliuola di Tolteomec, la guardava
ironicamente, la fiutava sopra una spalla, e poi torceva il viso,
dicendo: «Che olio usate, ragazza mia? che olio usate, per farvi la
pelle lucida?» E il cavaliere di madonna Catarina, il vecchio e
sofistico legista Giasone del Maino, aggiungeva del suo, rivolgendosi a
Cosma: «Ragazzo mio, perchè non aspettare che madonna Catarina si fosse
annoiata di me? Ella è vedova; potevate sposarla voi. Quanto a me, lo
sapete, io voglio restar celibe, aspettando che il papa mi mandi il
cappello di cardinale.»

A farvela breve, Damiano sognò un visibilio di sciocchezze, sul far di
queste, che vi ho fedelmente riferite. La mattina seguente, si svegliò
con la testa pesante, ma felice di essersi liberato da tutte quelle
immagini sciocche. Balzato dal suo rancio e uscito in coperta, trovò
l’almirante che si disponeva a scendere nel palischermo.

—Signore,—gli disse,—voi andate alla fortezza?

—Sì, messer Damiano,—rispose Cristoforo Colombo.—Volete forse
accompagnarmi?

—Un tratto di strada, se permettete; fin lassù ed oltre, se è per vostro
comando.

—Eh, senza comandarvelo, desidero che veniate. Oramai il lavoro è
finito, e non sarà male che ci intendiamo per la distribuzione delle
parti.

—Ah, sì, le parti.... sicuramente, bisognerà distribuirle;—disse
Damiano, seguendo sul palischermo il suo grande concittadino.—Ma appunto
per questo, signor almirante....

—Che cosa?

—Appunto per questo, se non vi paresse offesa un cambiamento di opinione
da parte mia....

—Non istate a mendicar le parole, messer Damiano;—interruppe Cristoforo
Colombo, ridendo.—Voi non volete più rimanere alla Spagnuola?

—No, non ho detto, non intendevo dir questo;—rispose Damiano.—Alludevo
al posto che la vostra bontà mi vorrebbe affidare. Esso è troppo alto
per me; io non mi sento da tanto.

—Modestia!—esclamò l’almirante.

—Eh, signore, così fosse! che avrei merito di una bella virtù. Ma ho
fatto il mio esame di coscienza, e mi son ritrovato dappoco; ho
riconosciute le mie forze.... _quid valeant humeri quid ferre
recusent_....

—Messer Damiano, la vostra non è più modestia; è canzonatura del
prossimo;—rispose l’almirante.—Un uomo che parla latino, e mi cita
Orazio, pretenderà dunque di essere gabellato per semplice marinaio e
per semplice soldato?

—Come tale son pur venuto;—replicò Damiano, schermendosi.—Soffrite che
tale io rimanga.

—Ma che strano pensiero è il vostro? E come v’è saltato in mente? Spero
bene che vorrete dirmelo. Per intanto, saltiamo a terra, mio caro.—

Così dicendo, poichè il palischermo era giunto alla riva, l’almirante
balzò sulla rena colla grazia agile e pronta del marinaio. E Damiano lo
seguì, per ripigliare il suo discorso.

—Il pensiero, signor almirante, mi è venuto così. Non credeva da
principio che Cosma, il mio buon amico e concittadino, volesse restare
nell’isola. Ieri finalmente, ho saputo che il suo desiderio sarebbe di
rimanere. E in questo caso mi pare che il posto di aiutante spetterebbe
a lui, piuttosto che a me. Cosma ha ben altre doti, che io so di non
possedere. Perchè io mi conosco, signore. Non ho ragioni per essere
modesto; ne ho invece per essere sincero. Ho l’umor gaio e mattacchione,
io: quando mi saltano i grilli in capo, addio gravità! Cosma è grave,
anche quando dorme; ha l’indole e l’aspetto più confacenti a chi deve
esercitare un comando. Io dunque vi prego, messere, vogliate metter
Cosma in mio luogo, come aiutante di don Diego di Arana.—

Cristoforo Colombo era stato a sentirlo con molta attenzione, senza mai
interromperlo. Quando vide che aveva finita la sua perorazione, gli
disse:

—Ma sapete, messer Damiano, che voi siete la perla degli amici?

—Voi mi date la baia, signor almirante!—rispose Damiano, abbassando la
fronte, in atto di grande umiltà.—La perla degli amici è Cosma, ed io
troppe prove n’ho avute. Per una volta tanto, vorrei pagarlo delle sue
cortesie.

—Se volete ad ogni costo....—disse Cristoforo Colombo.—Se così siete
intesi tra voi....

—No, nessuna intesa è corsa tra noi;—rispose Damiano.—So che Cosma
rimarrebbe volentieri; tanto che da due giorni non fa altro che studiare
la lingua di questi naturali, insieme coll’interpetre Cusqueia. Vorrei
che fosse contento: vorrei che restando avesse un ufficio degno di lui.
E se voi, messere, mi amate....

—Certamente, vi amo. Siete mio concittadino; siete un gentiluomo,
quantunque il vostro nome mi sia sconosciuto; siete stato anche un buono
e intelligente compagno di fatica per noi; debbo dunque amarvi e
pregiarvi grandemente. Mi duole che ricusiate un ufficio che vi avevo
offerto, stimandovene degno; ed oggi ancora ve l’offro.

—Ed io ve ne ringrazio, signore, e torno a pregarvi di conferire
l’ufficio a Cosma. Egli, badate, non sa che voi avete offerto un tal
comando a me; voi, messere, non ne avevate ancora parlato a nessuno....

—A nessuno,—rispose l’almirante.

—Ebbene, gli verrà dunque offerto da voi come cosa nuova; l’avrà come
una primizia, ed io sarò, doppiamente felice se il mio buon amico e
fratello Cosma ignorerà che l’onore gli è fatto per mia intercessione.

—Voi dunque, messer Damiano, volete proprio così? Sarete contento.

—E già contento mi vedete fin d’ora, signor almirante, e pieno di
gratitudine per voi. Posso dunque dire a Cosma che voi volete vederlo
alla fortezza?

—Che fretta è la vostra?—esclamò l’almirante.

—Signore, non dicevate voi dianzi che sarà utile vedere fin d’oggi, con
gli ufficiali, come possano essere distribuite le parti lassù?

—È vero, è vero, e voi avete buona memoria. Sia dunque chiamato il
vostro amico. Manderemo indietro qualcuno.

—Vado io, se permettete. Tanto, poichè non ho da comandare, non è
necessario che io venga a studiare i particolari del servizio.

—È giusto; andate dunque, messer Damiano,—conchiuse Cristoforo
Colombo.—E sia fatta la volontà di un uomo, che vuole ad ogni costo....
obbedire.—

Damiano non istette a ribattere la celia del signor almirante; fatto un
profondo inchino, si allontanò sollecitamente, ritornando verso la
spiaggia. Il palischermo non era ancora partito, ed egli ebbe tempo di
rimontarvi su, per farsi condurre a bordo della caravella.

—Ah, caro il mio Cosma!—mormorava egli, avvicinandosi alla
_Nina_.—Uomini di Plutarco come me, non ne troverai ad ogni canto di
strada. Tu volevi rubarmi il posto nella casa di Tolteomec, ed io te lo
lascio. Un po’ per forza, è vero; ma qual è l’atto di virtù che non
costi uno sforzo? Aggiungi che un altro posto ti lascio, e questo era
mio, destinato a me dalla espressa immutabile volontà del signor
almirante. Io ho filato, e son nudo; tu non hai filato, ed hai due
camicie. Ti compensino esse di quella che hai regalata all’interpetre.
Caro il mio Cosma, che facevi l’inconsolabile! il messer Francesco
Petrarca, senza lo sfogo del Canzoniere! Ma già, anche del Petrarca e
del suo costante amore, sappiamo che cosa si debba pensare.—

Damiano sorrise a se stesso, contento com’era del suo ragionamento.

—Vediamo,—proseguì, dopo essersi padroneggiato;—che cosa faccio io? Mi
vendico, forse?... Eh sì, un pochettino. Il mio caro ed amato Cosma
resterà preso al suo laccio. Egli non era invaghito di Abarima; dovrà
giulebbarsela, e si seccherà.... oh, si seccherà, molto prima che non
avrei fatto io. Perchè certamente io mi sarei seccato, con quella pelle
rossa. Che idea è stata la mia? Ma già, con le donne, si pigliano certe
ubbriacature! Un po’ la galanteria, che è sempre viva nell’uomo, un po’
il sangue, che non è acqua, un po’ il puntiglio, che è sempre appiattato
nel fondo dell’anima, in compagnia dell’orgoglio suo padre, e addio
roba! Lì per lì, sembra di toccare il cielo col dito; e poi.... oh vile
umanità!...—

L’arrivo del palischermo contro il bordo della _Nina_ interruppe un
trattato di filosofia pratica, che avrebbe potuto durare dell’altro,
magari dalle acque di Haiti fino alle coste di Spagna.

Cosma, che aveva veduto partire Damiano mezz’ora prima, fu maravigliato
di vederlo ritornare; e più maravigliato di vederselo venire incontro,
con aria risoluta ed allegra, come se nessun dissapore fosse mai stato
tra loro. Ma se di ciò poteva maravigliarsi Cosma, non si maraviglierà
certamente il lettore. Damiano poteva star grosso con l’amico, fino a
tanto che l’amico gli dava noia, contrariando i suoi disegni. I disegni
di Damiano erano per allora tutt’altri, e l’animo suo si era mutato del
pari. Egli poteva andare incontro a Cosma, ridendo e canterellando, come
andò incontro ai ladri il viandante della favola, poichè fu alleggerito
della borsa.

—Tu sei di buon umore;—disse Cosma, dopo avergli fatto un cenno di
saluto.

—Sì, caro, come sempre, quando le cose vanno a modo mio.

—Ah, me ne congratulo.

—Grazie, non t’incomodare; avremo tempo, se resti in Haiti, come mi hai
annunziato.

—Certamente;—rispose Cosma, guardandolo negli occhi.—Ma perchè non sei
lassù, nelle tue solite occupazioni?

—Comando dell’almirante;—disse Damiano.—Ha dimenticato certe faccende,
che son tornato io a sbrigare per lui. Sai che domani egli parte, dopo
aver messa a posto la colonia?

—Domani?

—Sicuramente; tutto è all’ordine, lassù. Non resta che di destinarvi il
presidio. Anzi, tra le cose che dovevo fare, c’è questa, di avvisar te
che il signor almirante ti vuole a terra, e subito.

—Vuol me? per che fare?—esclamò Cosma, stupito.

—Non so; mentre ero sul punto di ritornare, mi ha detto: a proposito,
avvertite il vostro amico messer Cosma, che lo aspetto alla fortezza;
devo parlargli. Così mi ha detto, nè più nè meno.—

Cosma stette un pochino sovra pensiero, cercando dentro di sè che cosa
potesse volere l’almirante da lui. Ma non trovò nulla di nulla; perciò
si strinse nelle spalle, e si alzò, per andare alla scaletta di bordo.

—Debbo aspettarti?—diss’egli a Damiano, prima di giungere al capo di
banda.

—No, io non potrò sbrigarmi così presto;—rispose Damiano.—Ho da cercare
qualche cosa fra le carte del signor almirante. Poi ho da far
raccogliere e portare a terra certe minuterie per gli scambi, che a lui
non bisognano più e che serviranno meglio a noi altri. Addio, dunque, e
a rivederci più tardi.—

Cosma, ingannato dalla calma apparente, e più dalla parlantina
dell’amico, scese nel palischermo e si fece condurre alla spiaggia.
Damiano lo guardava intanto con la coda dell’occhio.

—E dire,—pensava egli,—e dire che mi rincrescerà di piantarti,
all’ultim’ora!... Perchè, infine, si era amici per la vita e per la
morte. E se non era questa selvaggia capricciosa, la nostra amicizia
sarebbe durata fino alla morte. Aveva già superate tante prove! E perchè
non dovrebbe superare quest’altra?... No, per tutti i diavoli,
no;—soggiunse Damiano, cacciandosi la destra sotto il corpetto di lana e
comprimendosi il cuore.—No, viscere infame, stai zitto! La mia vendetta,
per questa volta deve passare avanti tutto. Una gran vendetta, poi! Vi
faccio un regalo, miei cari sposini. Vivete felici, crescete,
moltiplicate, e ch’io non senta più parlare di voi.—



                             _Capitolo XV._



        Come fu inaugurata e presidiata la fortezza del Natale.



Era il secondo giorno dell’anno 1493, quando si potè dire che la
fortezza fosse finita di tutto punto, da otto giorni che era stata
incominciata. S’intende che non era una gran fabbrica; non bastioni, non
mura, ma fossi, argini e terrapieni, sul fare delle moderne
fortificazioni passeggere, o piuttosto degli antichi accampamenti
romani, poichè, alla guisa loro, l’argine interno era difeso da una
palizzata che correva tutto in giro. Nel mezzo del terrapieno sorgeva un
grosso torrione di legno, entro il quale stavano al coperto le munizioni
da bocca e da fuoco, che Cristoforo Colombo aveva fatte estrarre dalla
_Santa Maria_ naufragata. Il provvido almirante aveva aggiunto alle
provvigioni della fortezza tutto ciò che non era strettamente necessario
alla _Nina_; poichè questa doveva ritornare senz’altre esplorazioni in
Ispagna.

La fortezza così costruita ebbe nome dal Natale, essendo nella notte
sopra quel giorno naufragata la _Santa Maria_. E come il legname della
nave naufragata era servito a formare l’ossatura del torrione, così i
suoi cannoni servivano alla difesa della nuova costruzione. Quelle due
bombarde e quei quattro falconetti erano più che bastanti a tenere in
rispetto non solamente un popolo ignudo e quasi inerme, come quello di
Haiti, ma gli stessi Caribi, se mai avessero ardito far nuove incursioni
sulla costa, perchè essi d’altro non andavano armati che di archi, con
frecce di canna, chiaverine di legno, e piccole accette di selce.

Del resto, diceva l’almirante, più che dal timore così facilmente
ispirato nei naturali dell’isola, i nuovi coloni dovevano trarre
argomento di sicurezza dalla loro disciplina e dalla bontà paterna con
cui avrebbero trattate quelle pacifiche tribù, avvezze oramai a venerare
gli stranieri navigatori come figli del cielo.

La mattina del 2 gennaio, adunque, vestito in pompa magna e seguito dai
suoi scudieri tutti coperti d’acciaio brunito, il grande almirante del
mare Oceano scese nel suo palischermo alla spiaggia. Erano là ad
aspettarlo gli ufficiali ed i marinai delle due caravelle, che tosto lo
seguirono per il noto sentiero fino al villaggio di Guacanagari, e di là
alla fortezza del Natale.

Innanzi di scendere nel palischermo, Cristoforo Colombo aveva scambiate
alcune parole con messer Damiano.

—Come?—gli aveva detto.—Voi non venite a terra?

—Signore,—aveva risposto Damiano,—è ben necessario che qualcheduno stia
alla custodia della _Nina_, lasciata per un giorno così sola. E dopo ciò
che la vostra bontà mi ha consentito questa mattina....

—Sì, sta bene;—rispose Cristoforo Colombo, ridendo.—Ma non sarebbe una
buona ragione perchè voi rimaneste a bordo, senza pur dare un abbraccio
agli amici. Dubitate già della vostra fortezza d’animo? e temete di
mutare ancora una volta di opinione?....

—Signore,—disse Damiano, umiliato,—avete ragione a rider di me.

—Celiando, non è vero?—soggiunse l’almirante, battendogli amorevolmente
la mano sulla spalla.—L’amicizia consente lo scherzo, purchè non ecceda.
Restate dunque, se così vi pare.

—No, messere;—rispose Damiano.—Poichè tutto è inteso oramai, e per
dimostrarvi che questo cambiamento è stato l’ultimo.... se mi
permettete, verrò.—

Così, anche Damiano aveva seguito l’almirante. Del resto, a bordo della
_Nina_ restava un pilota, e parecchi uomini di guardia con lui. La
presenza di messer Damiano non era dunque necessaria.

Sulla piazza del villaggio, Guacanagari era venuto incontro al capo
degli uomini bianchi. Offriva a tutti una refezione, il buon cacìco di
Haiti; ma Cristoforo Colombo non poteva accettarla che due ore più
tardi, quando fosse compiuta la cerimonia della inaugurazione del forte
Natale e del giuramento dei nuovi coloni che dovevano esserne il
presidio. Il cacìco fu anzi invitato a quella solennità militare, e con
lui i più notabili tra i naturali del luogo.

Preceduto dal suo trombettiere e dall’alfiere che portava la bandiera di
Castiglia, l’almirante entrò dal ponte levatoio nel forte. I due
equipaggi, armati di archibugi e di scuri, lo seguirono, andando a
schierarsi contro le palizzate. Cristoforo Colombo, avendo Guacanagari
al suo fianco, e i suoi ufficiali d’intorno, prese posto in mezzo al
quadrato.

Era uno spettacolo solenne per sè stesso; ma più solenne lo rendeva la
figura maestosa di Cristoforo Colombo, la cui fronte alta e bianca,
illuminata da un raggio di sole, e lo sguardo azzurro, che volentieri
spaziava nei mondi lontani, avevano un certo che di sacerdotale,
effondendo tutt’intorno un senso di cose sacre ed arcane.

Impugnata l’asta della bandiera che l’alflere gli aveva presentata,
Cristoforo Colombo fece un passo avanti e parlò alla sua gente.

—Compagni ed amici,—diss’egli,—trentanove di voi rimarranno a formare la
prima colonia castigliana del nuovo mondo. Questo è un grande onore, ed
altresì una grande malleveria. Confido che essi saranno degni dell’uno e
dell’altra, ricordando di esser qui nel nome di don Ferdinando e di
donna Isabella, re e regina di Castiglia e Leone. Rodrigo di Escobedo,
vogliate leggere, anzi tutto, i nomi dei marinai destinati a rimanere
nell’isola di Spagnuola. E a mano a mano che i nomi saranno letti,
escano gli uomini dalle ordinanze, e vadano a destra, per allinearsi
sotto gli ordini di Pedro Gutierrez.—

Rodrigo di Escobedo, regio notaio, cavò dal giustacuore un rotolo di
carta, lo dispiegò, e lesse ad alta voce trenta nomi di marinai; e
questi, ad uno ad uno, usciti dalle ordinanze, andarono a mettersi in
fila, a pari con Pedro Gutierrez, primo pilota della _Santa Maria_.

—Compagni ed amici,—ripigliò Cristoforo Colombo, dopo che l’ultimo
chiamato ebbe preso il suo posto,—ho pensato che alla nuova colonia
bisognino uomini esperti di alcuni particolari uffizi: un bombardiere,
un calafato, un legnaiuolo, un bottaio, un sarto, un cerusico. Rodrigo
di Escobedo, leggete i nomi degli uomini che io destino a questi
servizi.—

Rodrigo di Escobedo spiegò da capo il suo rotolo di carta, e lesse i sei
nomi; ad ognuno dei quali un uomo si mosse ed andò a collocarsi a
destra, presso i trenta uomini allineati.

Ultimo dei nuovi chiamati era il cerusico. Ma non è da credere che fosse
un dottor fisico, un medico, od altro di somigliante. Cerusico, nelle
antiche marinaresche, era un marinaio che faceva il barbiere. A quei
tempi, ed anche nei tre secoli che seguirono, il marinaio che maneggiava
il rasoio sulla faccia dei compagni, sapeva all’uopo trattar la
lancetta. Ed anche faceva dei discepoli, senza essere professore
d’università, poichè insegnava la doppia arte del radere e del cavar
sangue, dello sfregiare i volti e del medicare le piaghe, ad un suo
giovane alunno, che assumeva il nome di barbierotto.

Trentasei uomini erano ordinati in disparte. Allora Cristoforo Colombo
riprese a parlare.

—Voi, Pedro Gutierrez, pilota della _Santa Maria_, e voi Rodrigo di
Escobedo, regio notaio, mettetevi a capo di questi uomini, riconoscendo
per vostro comandante il nostro capitano di giustizia don Diego di
Arana, che in virtù dei poteri vicereali a me conferiti dalle Loro
Altezze io destino al comando del forte Natale e della colonia
castigliana nell’isola Spagnuola.—

Qui il nostro Damiano incominciò a dar di gomito al suo buon amico
Cosma, che gli stava da lato.

—Ed ora a te, mio caro;—diss’egli sottovoce.—Mi duole, sai, di non
restare con te; ma poichè il signor almirante ha voluto così....

—Sciocco!—mormorò Cosma, tirando indietro il suo braccio.

—Come sarebbe a dire?—esclamò Damiano.

—Sciocco, ti ripeto;—tornò a dirgli Cosma.—E accoppami poi, se ti piace.
Ma ora sta zitto; il signor almirante ci vede.—

Il signor almirante riprese il suo discorso.

—A voi, don Diego di Arana! prendete questo vessillo, fatelo sventolare
sull’alto della torre, e adoperate in guisa che sia riverito e temuto.
Dovunque è la nostra bandiera, ivi è la patria nostra. Voi, ora, che
siete destinati al presidio del forte, alla difesa di questa bandiera,
nel nome della Santa Trinità, per l’onore di Ferdinando e d’Isabella,
per la gloria della Spagna, giurate fedeltà ed obbedienza al vostro
comandante don Diego di Arana.

—Giuriamo!—gridarono tutti, da Pedro Gutierrez fino all’ultimo dei
soldati.

Allora Diego di Arana si avanzò alla sua volta, prese la bandiera dalla
mano dell’almirante, snudò la sua spada, e abbassandone la punta verso
di lui, così ad alta voce parlò:

—Ringrazio Vostra Eccellenza della fede che in me riponete, e farò di
mostrarmene degno per l’onore dei nostri sovrani e per la gloria della
patria, che saranno i miei pensieri costanti. Ed ora, secondo il vostro
comandamento, signor vicerè, almirante e governatore generale, isserò la
bandiera che mi avete affidata, sulla torre del forte Natale.—

Ciò detto, salutò con la punta della spada, e si avviò, seguito dai suoi
trentotto uomini, verso il ponte levatoio della torre. Pochi momenti
dopo, raccomandato ad una sagola corrente, il vessillo di Castiglia e
Leone saliva in vetta al brandale della torre di legno. E la gloriosa
ascensione dei colori di Spagna nel sereno del cielo fu salutata dal
rimbombo delle artiglierie; un rimbombo inatteso, che fece tremare il
cacìco Guacanagari, e cadere i notabili della sua corte sulle braccia
del loro vicini spagnuoli.

Cristoforo Colombo si volse cortesemente a rassicurare il suo buon amico
Guacanagari. Quelle terribili macchine che vomitavano fuoco non erano
destinate ad offendere i pacifici abitanti dell’isola, bensì a
proteggerli contro i loro nemici Caribi. La cosa era già stata detta più
volte; non era male ripeterla ancora a quei semplici uomini; i quali,
vinto il primo ed involontario moto di paura, si abbandonavano
volentieri alle più pazze dimostrazioni di allegrezza.

Lasciata una guardia sufficiente nella torre, Diego di Arana ritornò
sulla spianata, col grosso dei suoi.

—Abbracciate i vostri amici che restano;—disse Cristoforo Colombo ai
suoi marinai.—Avete tutti due ore di libertà; poi ritorneremo alla
nostra caravella, per salpare le áncore.—

Damiano era rimasto un po’ sconcertato.

—O come?—diss’egli a Cosma.—E tu non hai avuta la tua destinazione?

—Ci sarà tempo;—rispose Cosma, alzando le spalle.

—Tempo? Non troppo. L’almirante ha detto che fra due ore si mette alla
vela. E per intanto bisognerà accettare la refezione che ci offre il
capo dei Lestrigoni.

—Che Lestrigoni? che ci hanno a far qui le tue reminiscenze classiche?
Non siamo già in paese di antropofagi.

—Oh, non badare. Dicevo così per dire. Sono anzi carissima gente.
Peccato che io non possa restarci!

—Come? e tu hai cambiato opinione?

—Sì, caro, cioè.... non io, veramente, ma il signor almirante, che ha
preferito di godere della mia compagnia fino alle coste di Spagna.

—Ma bravo! e quando è stato questo cambiamento?

—Questa mattina.... poche ore fa.... mentre si veniva alla fortezza.

—Oh guarda, guarda!—esclamò Cosma, con l’aria di uno che cascasse dalle
nuvole.

—Sai?—ripigliò Damiano, felice di essersi levato quel peso dallo
stomaco.—Io lo dicevo poc’anzi, che mi doleva della nostra separazione;
e tu, senza starmi a sentire, mi hai detto sciocco.

—Ebbene? non ho io forse ragione?

—Non mi pare;—rispose Damiano.—Si può esser modesti, e non credere di
meritare un titolo così alto.

—Capisco che bisognerà trovartene un altro più umile;—riprese Cosma,
ridendo.—Ma allora, di modesto che volevi essere, mi diventerai
orgoglioso.

—Senti,—conchiuse Damiano,—fa una cosa equa e ragionevole; non mi dare
nessun titolo.

—Il nome solo, adunque?

—Sicuramente; Damiano, nient’altro che Damiano.—

Così dicendo, Damiano pensava:

—O non ha l’aria, questo caro ed amato Cosma, di volermi chiamare....
Tolomeo?—

Cristoforo Colombo si mosse, per ritornare al villaggio. Damiano a sua
volta si scosse, e in compagnia di Cosma seguì la brigata. Guacanagari
aveva convitati quel giorno tutti i suoi amici Spagnuoli nella residenza
reale. La casa, sicuramente, per quanto fosse spaziosa, non sarebbe
bastata ad accoglierli tutti; ma il savio cacìco aveva fatte disporre le
mense in giardino, e là c’era posto per dugento, magari per cinquecento
persone.

L’almirante e i suoi ufficiali notarono con grata maraviglia che il loro
ospite aveva copiate le usanze d’Europa, da lui osservate a bordo della
_Nina_, facendo stendere sulle tavole dei pezzi di cotone tessuto, a
guisa di tovaglia. Quanto ai sedili, non aveva avuto da copiar nulla,
poichè i sedili c’erano, in Haiti, e più belli e più ricchi a gran pezza
di quelli che aveva l’almirante nel suo castello di poppa. S’intende che
al banchetto di Guacanagari i sedili non erano tutti intagliati e ornati
d’oro, come i due che si vedevano destinati al cacìco e al suo ospite.
Tutte le case dei notabili avevano data la parte loro di sedili, per
modo che ogni invitato potè trovare il suo posto, e aspettare
comodamente le imbandigioni della cucina Haitiana.

Alla tavola, o, per dire più veramente, alle tavole di Guacanagari non
sedevano donne. E questo fece piacere a Damiano; quel piacere agro dolce
con cui si usa di assaporare la mancanza di una noia alla quale eravamo
già predisposti, credendola inevitabile.

Ci sono dei dolori che vegliano, e dei dolori che dormono. Lascio i
primi, e mi fermo ai secondi, per dire che essi stanno in noi, e non si
fanno sentire, se non quando è toccata e tormentata la parte del corpo
in cui hanno posto dimora. Così era un certo dolore di Damiano. A patto
di non vedersi davanti agli occhi Abarima, la capricciosa selvaggia,
egli si sentiva abbastanza tranquillo.

Una pena in apparenza più forte era per lui in quel momento l’idea di
doversi separare tra poche ore da Cosma. Erano concittadini, erano
amici, si erano ritrovati per tanto tempo a vivere insieme, a pensare
insieme, ed anche, pur troppo, ad amare insieme. Son cose, queste, che
imprimono carattere, e diventano in noi come una seconda natura. Senza
quel tormento di Cosma ai fianchi, come si sarebbe sentito solo! Pari di
condizione, avevano fatti i medesimi studi; da sei o sette anni non si
erano lasciati per un giorno intiero. Non andavano sempre d’accordo, oh
no! se ne dicevano qualche volta di crude e di cotte; ma infine, a
questo trattamento scambievole si erano anche avvezzati. Tutto ciò, da
un momento all’altro, sarebbe finito.... E perchè? perchè a lui,
Damiano, era piaciuto di restare in Haiti e di sposare una pelle rossa;
perchè a Cosma era saltato in mente di restare anche lui, e di
guastargli le uova nel paniere. Ed egli, Damiano, si era seccato, aveva
risoluto di andarsene, lasciando l’amico nella trappola che questi aveva
immaginato di tendere a lui. Il tiro, perbacco, era da furbo; ma non
era, perdiana, da amico. Damiano incominciava a sentirsi nel fondo
dell’anima la puntura di un piccolo rimorso, e immaginava che il giorno
seguente, a bordo della _Nina_, quella puntura gli sarebbe diventata una
piaga.

Povera amicizia, che i poeti hanno cantata come un amore senz’ali! Fate
che una donna si metta di mezzo, e vedrete dove va l’amicizia. Il che,
forse, prova che l’amicizia è un sentimento superficiale, incompiuto,
artificiale in gran parte. Certo, non è un sentimento originale,
connaturato nella specie umana. Se lo fosse, Domeneddio avrebbe disposte
diversamente le cose; prima di fare quel grande miracolo che sapete,
avrebbe creati e messi a discorrere insieme due uomini. Non vi pare?

Questi ed altri pensieri consimili chetarono lì per lì i rimorsi del
nostro Damiano. Del resto, l’allegria d’un banchetto non è fatta per
lasciar pensare a lungo; e molte tristezze ad una cert’ora vanno
affogate nella varietà dei discorsi che escono di cento bocche, e delle
bevande che entrano in cento stomachi assetati. Per quel giorno Damiano
faceva a fidanza coi liquori del Nuovo Mondo; dal liquore del cocco
fermentato, a quello del palmizio distillato, li accettò tutti ad occhi
chiusi. Intorno a lui, così facevano tutti. Lo stesso almirante, che
aveva capito dove si andasse a parare con una refezione finale in casa
di Guacanagari, aveva annunziata la partenza per quel giorno, ma
solamente per potere ad una cert’ora far suonare a raccolta; nell’animo
suo era già fermo il proposito di lasciar dormire quella sera la sua
gente nei ranci, rimandando la partenza al mattino seguente. Ignoravano
questa concessione i marinai; ma si erano governati come se ci
contassero sopra; e bevevano, e ridevano; e qualcheduno, più tenero,
incominciava a piangere la lagrimetta affettuosa dell’amicizia
inumidita, anzi diciamo pure inzuppata.

E proprio allora, Dio misericordioso, dovevano capitare le dame?
Spettatrici lontane, sì, appostate fra gli alberi, ma pur sempre
spettatrici. Damiano intravvide tra quelle graziose ma inopportune
creature, la sua bella e crudele Abarima.

—Che vuole costei?—borbottò egli tra i denti.—È venuta a farsi beffe di
me? Mi vedrai ridere, cara, mi vedrai ridere di gusto, come non ho riso
mai, dacchè sono cascato in questa valle di lagrime. Caro il mio Sancio
Ruiz,—diss’egli, al suo vicino di destra,—versami da quella amabile
zucca una goccia di liquore, ma che non sia una goccia da avaro. Sento
che mi rinfresca il palato. Va giù come l’acqua. Ottima è l’acqua; lo ha
detto Pindaro. Non conosci Pindaro, amico Sancio? È un poeta greco, che
ha detto molte cose, ma tutte assai meno chiare di questa.—

E ciarlava, il buon Damiano, cercando di svagarsi. E beveva ancora,
tenendo bordone a tutti i discorsi, rimbeccando tutti i motti che si
volgevano a lui. Così bevendo e ciarlando, capirete che si svagò quanto
occorreva, ed anche un tantino di più. Sancio Ruiz, non era più Sancio
Ruiz; diventava Rodrigo di Triana, poi un altro, e ancora un altro, fino
a diventar Cosma, Tolteomec, Diego di Arana e Cusqueia. A quell’ora non
c’erano più razze, non c’erano più gradi; tutti amici, tutti fratelli, e
viva l’allegria.

—Tolteomec, io t’amo;—diceva Damiano.—Ci dobbiamo lasciare; ma non
importa, io t’amo. Perchè non ti risolvi di venire con noi in Azatlan?
Capisco; tu vuoi restar qua, perchè sei innamorato di Caritaba.... no,
dico male, di Abitaba.... cioè, no, di Carabima. Oh, infine, si chiami
come le pare. Quando un nome non vuol venire, si lascia stare. E bisogna
anche lasciar stare le donne. Usane con parsimonia, amico. La scuola di
Salerno lo raccomanda; lo raccomandano a gara Celso, Galeno e....
quell’altro.... chi è più quell’altro? Aiutami a dire, per bacco!

—Sei ubbriaco, mio caro;—gli disse Sancio Ruiz all’orecchio.

—Io ubbriaco! Sei matto? non so chi tu sia, caro amico, perchè un po’ mi
sembri uno, un po’ mi sembri un altro. Ma questo è effetto di strabismo.
Del resto, che cosa fa il nome, quando c’è la persona? Il nome, quello,
è un ritrovato dell’uomo.

—Che diavolo annaspi tu ora?

—Sì, ripeto, un ritrovato dell’uomo; che cosa ci trovi di strano? L’uomo
dice: io mi chiamerò così e cosà.... Cioè, no, non lo dice lui, ma un
altro per lui.... il prete che lo battezza.... Se, per esempio, il prete
avesse battezzato quest’acqua di cocco, dicendole: tu ti chiamerai vino
di Cadice.... Che cosa volevo dire? Ah, ecco, che tu ti chiami
Gutierrez, e che oggi si sta allegri a quel Dio! Viva l’almirante, e
crepi chi gli vuol male.—

Si era rimasti abbastanza a tavola. Il signor almirante si alzò, e il
cacìco Guacanagari con lui. Quali di buona voglia, e quali a malincorpo,
ad uno per volta si alzarono tutti i commensali. Damiano si alzò, perchè
si alzava Pedro Gutierrez, ossia Sancio Ruiz, o, se vi piace meglio,
Rodrigo di Triana. Il nome, del resto, non fa e non conta; che cosa è il
nome, quando c’è la persona? Damiano, adunque, si alzò da sedere, perchè
si era alzato il suo vicino di destra, quello che gli versava da bere.
Ma appena fu in piedi, sentì di non essere in gambe, e di aver bisogno
del braccio di Tolteomec; cioè, no, di Cusqueia; anzi, no, di Diego di
Arana; o meglio, del primo venuto, purchè lo sostenesse bene.

Frattanto, nel vasto giardino di Guacanagari, i crocchi, i capannelli,
si andavano facendo e disfacendo senza posa. Erano anche in gran numero
gli abbracci, i baci, le tenerezze. Chi rideva e chi piangeva. Certuni,
come Damiano, piangevano tutt’insieme e ridevano.

—Buona notte, amici!—balbettava Damiano.—Voi restate, io parto. E poichè
parto, aspettate, vi faccio un discorso. Bisogna andare. Il comando è
quello; e quando c’è il comando, l’uomo, sia marinaio o soldato, deve
obbedire. Tutti obbediscono, all’uomo, alla donna, al destino, alla
legge di natura. Si va, si va, e qualche volta si arriva. Noi
arriveremo. Addio, dunque, miei vecchi amici. Oh, sei qua, tu, Cosma? Ti
saluto e ti abbraccio. Ti prego di abbrac.... no, abbracciare, no! Ti
prego di salutarmi tanto e poi tanto Caritaba, quella divina
selvaggia.... quella selvaggia fera, come direbbe un petrarchista.
Addio, caro biondino! Ma che vedo? a proposito di colore.... che cos’è?
ci hai già la pelle rossa anche tu?—

Cosma (perchè era lui, quella volta, e Damiano, per miracolo, non si era
ingannato chiamandolo a nome) Cosma prese l’amico sotto il braccio, e lo
condusse fuori, col resto della comitiva.

—Caro amico! son proprio contento di sentire il tuo braccio sotto il
mio.... o il mio sotto il tuo.... Fa lo stesso, non è vero? Son proprio
contento. Tu non lo sarai ugualmente, già me lo immagino. Te l’ho fatta!
ma devi perdonarmela, vedi, devi perdonarmela. Perchè infine, capirai,
certi tiri agli amici non si fanno. Ero già il re di Haiti, o stavo per
diventarlo. E tu non l’hai voluto; tu sei venuto a vogarmi sul remo.
Confessalo, è stata un’azionaccia. E non per me, finalmente. Un regno!
che cos’è un regno?... Ma intanto, ecco un povero paese che sarà per tua
colpa infelice. Se pure non hai fatto giuramento di renderlo felice tu
stesso!... Ma già, non riescirai, te lo pronostico io. Tu sei troppo
grave, troppo accigliato, troppo malinconico, mio caro; non sei l’uomo,
per questo popolo, lasciatelo dire, non sei l’uomo. Vuoi che te lo canti
in musica? Non sei l’uomo. Io, io, ero l’uomo per questa gente; li avrei
fatti stare allegri dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina.
Sire, il popolo soffre! Soffre? Ebbene, balli, e beva, sopratutto, beva
molto. Chi beve balla; e se non balla lui, gli balla la terra sotto i
piedi, come a me in questo punto. Perchè io sono felice, mio caro.
Scusami, sai, perdonami la mia felicità. Io non ne posso nulla; è stato
il desiderio dell’almirante; e credi pure che mi strappa le lagrime.
Ahimè, Cosma! ti vedrò io più, su questa buccia di limone? Parto, ti
lascio, addio, voglimi bene e non se ne parli più. Vado in Ispagna; ma
non fo conto di trattenermi molto. Andrò in Italia, e laggiù.... laggiù,
voglio accasarmi ancor io. Bisogna farla tutti, prima di morire, la gran
corbelleria. Sposerò anch’io.... chi sposerò?... Se è vedova, guarda, la
sposo lei.... Se non è vedova lei, sposo Giasone del Maino.—

Cosma non diceva parola. Era profondamente seccato di quella parlantina
dell’amico e temeva ad ogni istante di sentirlo dar fuori. Alle ultime
frasi, poi, gli diede una stratta poderosa, tentando di ricondurlo in
carreggiata. Ma quell’altro non era in grado di capirlo.

—Ti dispiace?—ripigliò.—Forse hai ragione. Il cane non deve ritornare
dove fu bastonato. Quanto al legista, capirai che dicevo per ridere. E
mi fa ridere, quel Giasone del Maino. Con quella faccia di cartapecora!
Ma come ha potuto madonna Ca....—

Damiano non potè finir la parola. Cosma non gli aveva più dato una
stretta, ma un pizzicotto.

—Che c’è?—gridò Damiano.—Mi hai forse preso per lei? Oso dirti che se
ella fosse nei miei panni, avrebbe strillato peggio delle oche del
Campidoglio, quando Manlio Torquato andò.... Cioè, dico male, non era
Manlio Torquato.... Ebbene, sia chi vuol essere, io non voglio
impicciarmi di storia, a quest’ora.

—A quest’ora, dovresti star zitto;—gli brontolò Cosma all’orecchio.

—Eh, potrebb’essere un buon consiglio;—rispose Damiano.—Ma se io
tacessi, vedi, mi addormenterei. E chi dorme non piglia pesci.

—Non hai bisogno di prenderne; hai bisogno di trovarti nel tuo rancio, e
di smaltire la tua.... come chiamarla?

—Chiamala come vuoi, ma aggiungi che è solenne.

—Ah, te ne avvedi?

—Sì, per bacco baccone! Credi che io non ci veda, dentro di me? Ho
studiato filosofia, e l’uomo interiore l’ho tutto qua, sulla palma della
mano.

—Ebbene,—disse Cosma,—studia l’uomo interiore, e lascia che io e Sancio
Ruiz, se vuole essermi cortese del suo aiuto, portiamo sulle braccia
l’uomo esteriore.

—Dite bene, amico;—rispose Sancio Ruiz.—Levando di peso questo caro
Damiano, andremo più svelti. Siamo rimasti gli ultimi, e troppo indietro
di tutta la brigata. Ci siete? Una.... due....

—E tre!—disse Damiano, sentendosi balzato in aria.—In seggiolina d’oro,
perbacco! Non sono il re di Haiti, ma poco ci manca. A buon conto, il
cacìco Guacanagari non ha due gentiluomini come voi a portarlo sulle
braccia. Vi prego, amici, lasciate che io vi abbracci. Non è solamente
per ringraziarvi, ma ancora per sostenermi un po’ meglio. Mi sento
sballottare.... mi sento sciabottare, come un fiasco mezzo vuoto.

—Strana illusione!—esclamò Sancio Ruiz.—Voi siete pieno fino all’orlo.

—E non mi fate spandere, allora.—

Furono, per quel giorno, le ultime parole di Damiano. Quell’andatura dei
portatori e quel dondolio regolare gli conciliavano il sonno. Balbettò
ancora poche sillabe sconnesse, reclinò la testa sulla spalla di Cosma,
e si addormentò di un sonno profondo, che non dovevano romperlo neanche
le cannonate con cui mezz’ora dopo la _Nina_ salutava la partenza di
Guacanagari dalla spiaggia.

Il cacìco aveva accompagnato fin là il suo amico Cristoforo Colombo. La
scena del commiato fu tenera e commovente per tutti. Cosma e Sancio Ruiz
avevano approfittato dell’affollarsi che facevano gli astanti intorno
all’almirante e al cacìco di Haiti, per portare Damiano in uno dei
palischermi che stavano aspettando alla riva. Come lo ebbero coricato là
dentro, misero mano ai remi e presero il largo. Giunti sotto la
caravella, issarono il dormente a bordo, come avrebbero issata una botte
d’acqua. Cinque minuti dopo, mentre l’almirante e il grosso della sua
gente erano ancora a terra, Damiano era steso nel suo rancio, e dormiva
il sonno del giusto.



                            _Capitolo XVI._



    Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.



Dirvi che la mattina seguente Damiano si svegliò con la bocca amara, la
lingua impacciata e una sete da cani, è un dirvi ciò che avrete
immaginato, sapendo in che condizione fosse andato, o, meglio, fosse
stato portato a dormire. Questa è la storia di tutte le.... come
chiamarle?... quando sono state solenni. Ma al nostro Damiano,
svegliandosi, parve ancora di essere nella sera antecedente; poichè,
aprendo gli occhi alla luce, si vide Cosma da lato. «Sogno, o son
desto?» avrebbe egli potuto domandare a sè stesso, come un personaggio
da tragedia. Ma le tragedie, bontà loro, non erano nate ancora (parlo
delle italiane), poichè la _Sofonisba_ di Galeotto del Carretto doveva
aspettare ancora dieci anni, e quella di Gian Giorgio Trissino ventidue.

—Come?—diss’egli, invece.—Ancora qui?

—Ancora, e sempre;—rispose Cosma.

—Sempre? A terra ti aspetteranno.

—Lasciali aspettare.

—E, quanto a me....—disse Damiano, sbadigliando e stiracchiandosi le
membra,—possono far questo ed altro; ma forse non si deve partire, prima
di notte?

—Spero bene;—rispose l’amico;—ma di qui a notte, c’è tutta la giornata.

—Che cosa vuoi tu dire?

—Che non è più ieri; che hai dormito saporitamente dodici ore, e che
siamo all’alba del 3 di gennaio.

—Il signor almirante ha dunque ritardata la partenza?

—Sembra;—disse Cosma;—forse per dare a molti dei nostri compagni un
riposo di cui il banchetto di Guacanagari faceva sentire il bisogno.

—Ho capito;—rispose Damiano, sorridendo;—tutti cotti come monne?...

—E come te, dolce amico.

—Non me ne parlare! devo essere stato assai brutto.

—Bello non eri di certo; ma consolati, ne ho veduti dei più brutti.

—Tu metti un balsamo pietoso sulla mia ferita,—disse Damiano.—Te ne
ringrazio dal profondo dell’anima. Ora, dovremo separarci, non è vero?

—Matto!—mormorò Cosma.

—Perchè?—rispose Damiano.—Non devi tu restare in Haiti?

—Matto!—replicò l’amico, con accento tra canzonatorio e compassionevole.

—Matto!—esclamò Damiano.—Ieri, se mi rammento bene, tu mi hai detto
sciocco. Oggi mi dai del matto. Non potresti scegliere?

—Non c’è da scegliere;—rispose quell’altro.—Matto e sciocco ad un tempo.
O che? credevi tu che io fossi capace di lasciar te, come tu eri capace
di lasciar me?

—Io....—balbettò Damiano.—Io ero in un caso diverso.

—Si, difatti,—rispose Cosma,—tu avevi preso una ubbriacatura più che
solenne, e non di bevanda. Ma ti saresti svegliato anche da quella, mio
povero Damiano; e un po’ peggio che non ti svegli oggi da questa.
Comunque sia, e per ciò che riguarda il mio restare in Haiti, pensa di
aver sognato; e svegliati, e non se ne parli più.

—È presto detto: non se ne parli più! L’almirante.... non ti aveva
parlato?

—Mi ha parlato, sì, offrendomi.... quello che tu devi sapere. Ed io ho
ricusata l’offerta.

—Egli non me ne ha detto nulla!

—Lo credo, io stesso l’avevo pregato di non dirti nulla. Per
contro,—soggiunse Cosma,—gli ho detto tutto, io, dall’_a_ fino alla
_zeta_. Povero grand’uomo! egli ride tanto raramente! Ma ieri l’altro ha
riso veramente di cuore.

—Alle mie spalle!—mormorò Damiano.

—Volevi che ridesse alle mie?—ribattè Cosma.—Io non ho fatto nulla.

—Eh via, non esser tanto modesto! Hai fatto il tuo madrigale alla bella
selvaggia.

—Madrigali! io? Sai che non so far versi.

—Mettiamo che non fosse un madrigale in versi; l’avrai fatto in prosa. E
sarai stato gradito egualmente. Con quei capelli biondi, che strappano i
cuori!

—E dàlli, coi miei capelli biondi!—balbettò Cosma.—Vuoi tu che me li
faccia tagliare? Ti servo subito.

—Sì bravo!—replicò Damiano.—Perchè se ne faccia una costellazione, come
della chioma di Berenice!—

Mentre i due amici si stavano bezzicando così, in istile agro dolce,
all’ombra del gavone di prora, un rumore di voci giungeva dalla coperta.
Non erano le solite voci dei marinai, intenti a qualche manovra di
bordo; era un gridìo confuso, che in certo punto pareva un alterco.

—Che è ciò?—disse Cosma, tendendo l’orecchio.—Selvaggi? Mi par di
riconoscere delle voci Haitiane. Che cosa vengono a fare, proprio sul
punto che si devono salpare le áncore?

—Verranno per darci l’addio;—rispose Damiano.—Cioè, intendiamoci, per
darlo a qualcuno dei più desiderati. A te, per esempio. Se tu resti a
bordo, è naturale che Abarima venga a darti un ultimo amplesso.

—Finiscila!—gridò Cosma, alzando le spalle.—Sarebbe il primo, se mai.

—Giuralo.

—Te lo giuro, per tutti i santi che vuoi. Io non le ho detto una parola.

—Che? come? non le hai neanche parlato?

—No davvero.

—Non l’hai veduta?

—Sì, l’ho veduta.... e nient’altro.

—Ho capito,—disse Damiano;—s’è innamorata a volo.

—O stando ferma al suo posto,—rispose Cosma, ridendo,—come io ero fermo
al mio. Ma che ti salta in mente di credere? Io ho inventata la
risoluzione di restare in Haiti, vedendo che ci volevi restar tu, per
fare una sciocchezza; e l’ho inventata, nella speranza di farti mutare
opinione.

—E l’ho mutata, ma non per la tua invenzione;—rispose Damiano.—L’ho
mutata perchè quella capricciosa pelle rossa, dopo tanta tenerezza per
me, mi venne fuori coi capricci, parlandomi di Cosma, non sapendo più
parlare che di Cosma.... e di Cosma _taorib_. Mi capisci? di Cosma
_taorib_. Spero bene che tu conoscerai il significato di questo
maledetto aggettivo.

—Mio caro,—disse Cosma, arrossendo come una fanciulla,—che cosa ti posso
dir io? Contro ogni merito mio, contro ogni ragione, le sarò
sembrato.... _taorib_. Ma una cosa è certa, e tu la puoi credere: che io
non le ho detto una parola.—

In quel punto capitò sull’uscio del gavone di prora Bartolomeo Roldan,
terzo pilota della _Nina_.

—Cosma e Damiano!—diss’egli.

—Siamo qua;—rispose Cosma.—Che cosa comandate?

—Il signor almirante vi domanda.

—Tutti e due?—disse Cosma.

—Tutti e due, subito, a poppa;—rispose il pilota.

Ciò detto, si allontanò, e per lasciarli passare, ed anche per andarsene
alle sue faccende.

—Che cosa vorrà il signor almirante da noi due?—disse Damiano.—Se non
chiamasse che me, capirei; vorrebb’essere una ramanzina, per quella
cotta di ieri. Ma tutti e due!...

—Per saperlo,—disse Cosma,—sarà meglio che andiamo.

—È giusto, e tu parli come un libro;—rispose Damiano, saltando dal suo
rancio, dove fino allora ora rimasto seduto.

Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma con passo sicuro, e
Damiano barcollando un pochino. Non aveva nulla; ma si sentiva un po’
vuota la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante del solito.
L’equilibrio delle parti era per conseguenza turbato. Ma l’aria aperta
lo rinfrancò, e più la necessità di star saldo, alla presenza del signor
almirante.

Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta, entro il castello di
poppa. Là dentro c’era posto solamente per lui e per un tavolino, su cui
l’almirante teneva le sue carte nautiche spiegate e il suo giornale di
bordo. Quella volta c’era un personaggio di più; non fu senza meraviglia
che Cosma e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello di
Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec, insomma, il vecchio
Tolteomec, che piangeva, come un vitello giovane, strappato dalla poppa
materna.

L’almirante non pareva di buon umore. I due marinai fiutarono subito il
vento della burrasca, e non osarono neanche domandargli che cosa volesse
egli da loro.

—Messeri,—incominciò l’almirante,—una fanciulla del villaggio di
Guacanagari è stata rapita questa notte. Da voi, forse?

—Da noi, signor almirante?—gridò Cosma, levando la fronte.—Noi non
abbiamo più lasciata la caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo
imbarcati prima di voi.

—È vero, questo; vi avevo ben veduti;—rispose Cristoforo Colombo.

Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che stava lì mezzo
ingrognato e mezzo piangente, gli disse:

—Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto salire a bordo questi
uomini che tu accusi; ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello
che io già sapevo di loro.

—Mia figlia?—gridò Tolteomec.—Voglio mia figlia.

—Quando è sparita dalla tua casa?—chiese Damiano, dopo avere col gesto
domandata licenza all’almirante.

—Questa notte;—rispose Tolteomec.

—Se è venuta questa notte da noi,—ripigliò Damiano,—qualche piroga
l’avrà portata. Non ne hai chiesto a nessuno dei tuoi?—

Tolteomec non seppe rispondere. Egli non aveva pensato a fare una simile
inchiesta. Gli era mancata la figliuola; era corso subito a bordo.

—Se ella è qui, come tu hai sospettato, bisogna cercarla qui;—riprese
Damiano.

—E non sarà difficile ritrovarla, se c’è;—soggiunse l’almirante.—Messer
Damiano, chiamatemi Vincenzo Yanez Pinzon.—

Il comandante della caravella era sulla corsìa, in attesa di ordini per
salpare le áncore. Chiamato da Damiano, giunse subito alla presenza
dell’almirante.

—Vincenzo Yanez,—gli disse Cristoforo Colombo,—fate radunare tutti gli
uomini, ufficiali e marinai, in coperta.—

Il comando dell’almirante fu subito eseguito. Allora Cristoforo uscì
dalla sua camera, seguito da Tolteomec e dai due genovesi.

—Sono tutti fuori?—domandò egli a Pinzon.

—Signore, ci son tutti;—rispose il capitano.

Cristoforo Colombo passò sulla fronte della sua marinaresca, andando
verso il gavone di prora.

—I nostri naturali son laggiù, non è vero?

—Sì, mio signore.

—Bene, venite con noi, e veda questo povero padre che noi non gli
abbiamo rubata la sua figliuola.—

Entrarono allora nel gavone di prora. Là dentro stavano accovacciati i
naturali di Guanahani, di Cuba e delle altre isole visitate dalla
spedizione, prima di toccare ad Haiti.

—Vedi, Tolteomec;—disse l’almirante.—Qui sono tutti i tuoi confratelli,
che vengono per loro elezione, spontaneamente, con noi. Guarda bene,
fruga dovunque; se tra essi è la tua figliuola, prenditela e riconducila
a terra.—

Tra i naturali era Cusqueia, il più intelligente e il più utile degli
interpetri. Egli, in quel momento, tremava a verga a verga, e volgeva di
qua e di là i suoi occhietti smarriti.

—Signor almirante,—disse Damiano, che aveva notato il turbamento
dell’interpetre,—chiedete a Cusqueia perchè egli tremi a quel modo.

—Padrone!...—balbettò il selvaggio, buttandosi ginocchioni.—Cusqueia
innocente.

—Ah! davvero!—disse l’almirante.—Tu ti scusi innanzi di essere,
accusato! Dimmi dunque dove hai nascosta la figlia di Tolteomec.

—Cusqueia innocente! Cusqueia non rubato. Figlia di Tolteomec voluto
venire con lui.

—Di bene in meglio;—riprese l’almirante.—E dov’è ora, la figlia di
Tolteomec, che non la vedo in mezzo a queste donne?—

Cusqueia non rispondeva, ma i suoi occhietti bianchi ammiccavano verso
certe casse di marinai che erano collocate l’una sull’altra, contro gli
staminali della nave.

—Se tu non ce lo vuoi dire, daremo noi un’occhiata tutto
intorno;—ripigliò l’almirante.—Vincenzo Yanez, volete incominciare di
là?—

Il Pinzon, che aveva ben veduto dove ammiccasse Cusqueia, andò difilato
verso quella catasta di casse, diede una guardata dietro all’ingombro,
stese un braccio, e lo tirò a sè, traendo fuori un involto di cenci.
Tale infatti appariva in principio, e nella mezza oscurità del luogo; ma
ben presto da quel grigio involucro balzò fuori, quantunque riluttante,
una figura di donna.

Tolteomec riconobbe sua figlia, e corse avanti, prendendola fra le sue
braccia.

—Abarima! mia dolce figliuola!—gridava egli, ma a stento, con voce
soffocata dalla gioia.—Ti ho ritrovata.... ti ho salvata, mia povera
bambina! Se non me ne avvedevo subito.... Se non venivo subito dagli
uomini bianchi.... ti avrei perduta per sempre!... Ma chi è.... dimmi,
chi è l’uomo che ti ha rubata a tuo padre?... Il capo degli uomini
bianchi è buono per noi, terribile per tutti i cattivi.... Egli punirà i
cattivi, che rubano le creature ai padri loro.

—Nessuno....—rispose Abarima, singhiozzando.—Sono stata io.

—Tu? come? non è possibile.

—Io, io sola... sono fuggita dalla tua casa.... venuta io. Il capo degli
uomini bianchi non punisca nessuno.—

Tolteomec era rimasto atterrato da quella confessione della sua dolce
figliuola.

—Vedi?—gli disse l’almirante.—Nessuno è colpevole qui.

—Ah!—esclamò Tolteomec.—Un nero spirito ha turbata la mente della mia
creatura.—

Qui il nostro Damiano non potè trattenersi dal volgere un’occhiata al
suo vicino Cosma.

—O nero, o biondo,—diss’egli tra sè,—un turbatore c’è stato.

—Non ti affannare, amico;—diceva frattanto l’almirante.—Ella finalmente
ti è resa, e tu puoi ricondurla a terra. Vincenzo Yanez, non è che un
piccolo ritardo nella nostra partenza; fate armare il palischermo.

—No, no!—gridò tosto Abarima, che aveva ben capito l’ordine
dell’almirante, quantunque fosse dato in lingua castigliana.—Non uscirò
dalla grande piroga. Voglio andare.... con gli uomini bianchi.... in
Azatlan!

—Questa ci voleva!—scappò detto a Damiano.

Non aveva parlato ad alta voce; pure l’almirante lo udì.

—E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia il piacere di star
zitto;—diss’egli, in dialetto genovese, volgendosi dalla parte di
Damiano, ma senza guardarlo in viso.

Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che potè; arte insegnata
all’uomo dalla lumaca e dal riccio.

Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola per un braccio, facendo
prova di tirarla fuori. Ma ella si mise a piangere, ad urlare, a
strillare che non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan, lei,
voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli del cielo; e volgeva a
Cosma delle occhiate supplichevoli, che Cosma non vedeva, poichè
guardava ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l’amico Damiano, per
cui erano tante trafitture ai precordii.

—Senti, bambina....—disse Cristoforo Colombo.—Sii buona, obbedisci a tuo
padre. Diglielo tu, interpetre,—soggiunse, volgendosi a
Cusqueia,—diglielo tu, che una buona ragazza deve obbedire a suo padre;
altrimenti il grande Spirito la punirà.—

Cusqueia si provò a tradurre l’ammonizione. Ma la capricciosa selvaggia
non aveva mestieri di traduzioni; intendeva il testo, leggendo negli
occhi alla gente.

—Obbedirò;—diss’ella.—Mi portino via; ma questo sarà segno che si vuole
la mia morte.

—Che cos’è che tu dici, Abarima?—gridò Tolteomec.—Pensi tu ciò di tuo
padre?

—Io penso,—rispose Abarima,—che voglio andare in Azatlan. Volete che io
ritorni in Haiti? Ritornerò; ma di lassù, da quella rupe che pende sul
mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa, come la figlia
di Niguana.—

Tolteomec cacciò un urlo, inorridendo. Egli rammentava troppo il fatto
doloroso, che un anno prima aveva commosso di raccapriccio e di pietà il
villaggio di Guacanagari. Anche la figlia di Niguana si era uccisa per
amore.

—Tu vuoi dunque far morire tuo padre?—diss’egli piangente.

—No, padre mio;—rispose Abarima.—Voglio andare in Azatlan.—

Tolteomec rimase un istante perplesso; poi, scuotendo la testa, come un
uomo che abbia presa una risoluzione, le disse:

—Sia fatta la tua volontà.—

Abarima diede un sobbalzo, a quelle parole di suo padre, e sgranò tanto
d’occhi, per guardarlo nel viso.

—Che vuoi tu fare?—chiese a Tolteomec l’almirante.

—Il grande Spirito lo vuole;—rispose Tolteomec, sospirando.—Seguirò mia
figlia. Tutti questi altri abitatori delle isole vengono con te in
Azatlan, mio signore?

—Si;—rispose l’almirante.

—E tu li fai prigionieri?

—No, essi vengono liberamente, come ti ho detto. Vedranno il re e la
regina di Spagna, della terra ricca e felice donde noi siamo partiti;
vedranno le nostre città, siederanno alla nostra tavola come fratelli,
adoreranno il nostro Iddio nella sua casa d’oro, e poi, nobilmente
vestiti, ritorneranno con noi a queste isole.

—Dici tu il vero, mio signore?

—Io non ho mai detto menzogna. Per il mio Dio ti giuro che i nostri
amici delle isole ritorneranno alle loro case.

—Ti credo;—disse Tolteomec.—Tu sei un padre per noi, e l’amore di un
padre brilla nei tuoi occhi del color del cielo. Sii buono coi tuoi
figli delle isole, che confidano in te.—

Abarima si avvinghiò al collo del vecchio e coperse il suo volto di
baci.

—Rimani mio ospite;—disse l’almirante.—Certo è Dio che lo vuole, perchè
la sua fede sia radicata più presto per il tuo nobile esempio in questa
terra da noi dischiusa al suo culto.—

Ciò detto, e più per sè che per il suo nuovo ospite, che non era in
grado d’intenderlo, Cristoforo Colombo uscì dal gavone di prora.

—Messeri,—diss’egli a Cosma e a Damiano, che lo avevano seguito in
coperta,—perdonate se ho avuto l’aria di dubitare della vostra lealtà.
Ma anche voi converrete, io spero, che uno di voi è cagione di questo
aumento di passeggieri a bordo.

—Cagione involontaria;—soggiunse Damiano.

—Ne siete ben sicuro?—rispose l’almirante.—Non eravate voi, che volevate
restare in quell’isola?

—È vero;—disse Damiano.—Ma il voler restare nell’isola è tutt’altra cosa
dal portarne via gli abitanti. Perdonate, signor almirante, se io mi
difendo. E forse mi difenderò male. Ma una cosa dovrebbe esser certa:
che la figliuola di Tolteomec non viene in Ispagna per i miei capelli
neri.

—I neri avranno incominciato; i biondi hanno finito di far perdere la
testa a quella povera ragazza; dunque, lasciamola li;—conchiuse
l’almirante, con accento benevolo.—Io in fondo non sono scontento che
due naturali di nobile famiglia vengano con gli altri alla corte di
Spagna. Istruiti nella nostra religione, potranno far molto, al ritorno.
Piuttosto, prima di salpare le áncore, bisognerà chiamare qualcuno di
questi naturali che girano sempre intorno alla caravella, perchè si
rechi da Guacanagari, ad avvertirlo della risoluzione di Tolteomec.
Cusqueia!—

Cusqueia si avanzò, per ricevere gli ordini del signor almirante.
Frattanto, Damiano e Cosma si tiravano rispettosamente in disparte.

—Ed ora, come te la cavi?—disse Damiano all’amico.—Rispondimi.

—Parli a me?—disse Cosma di rimando.

—A te, sì. A chi vuoi che parli? a Kublai kan, che non c’è? al prete
Janni, che non abbiamo ritrovato? Ti domando che pesci vuoi pigliare, in
questo tragitto. Se la principessa è venuta per te, cortesia vuole che
tu la sposi.

—Io? Sei matto.

—Sì, lo so, matto o sciocco; anzi l’una cosa e l’altra ad un tempo. È
una storia vecchia, e non mi dà lume di nulla. Amore con amor si paga,
dice il proverbio. Ed anche Dante, nel quinto canto dell’_Inferno_....

—Oh vacci un po’ tu!—proruppe Cosma, seccato.

Ma quell’altro non si sgomentò del passaporto che aveva ricevuto.

—Neanche questo è rispondere;—diss’egli.—Io andrò all’inferno, se mai,
col grande Achille, con Paris, Tristano, ed altre mille ombre che amore
ha fatte uscire di vita; tu nel purgatorio della gente ammogliata.—

Cosma gli fece una delle sue solite spallucciate. Poi, mutando registro,
gli si accostò, prendendolo per il braccio.

—Non mi fare il ragazzo, e ragioniamo;—gli disse.—Ti ho detto e ti
ripeto che non ho nessuna colpa di ciò che avviene. Questo è un gran
guaio; e mi dà anche molta noia, perchè mi rende ridicolo.

—Non lo dire! Può esser ridicolo un uomo amato a quel modo? e biondo per
giunta?

—Finiscila, ti prego. Qui bisognerà studiare qualche cosa.

—Io ho bell’e studiato;—disse Damiano.

—Sentiamo dunque. Che cosa faresti tu, nei miei panni?

—Quello che farei ugualmente, stando nei miei.

—E sarebbe?

—Di non darmene pensiero.

—È possibile? qui, su queste quattro tavole, dove c’incontreremo ad ogni
piè sospinto?

—Oh Dei!—esclamò Damiano.—Su queste quattro tavole ci passeggiano cento
persone. Gli è come essere in una folla. Del resto, potresti andartene
lassù, a vivere sulla gabbia, come san Simone Stilita sulla colonna. Non
andare in collera; sai bene che si scherza. Guai a noi, se non sapessimo
più ridere. Infine, sai anche tu un po’ di Haitiano. Parlale, quando ti
viene alle costole; dille che non è possibile, ciò ch’ella si è messo in
testa. Dille che tu ami un’altra, madonna Ca....

—Taci!—gridò Cosma, tentando di mozzargli la parola in bocca.

—....tarina;—aveva intanto proseguito Damiano.—L’ho detta. Ma non ti
confondere, mio dolce amico. Non le diresti nulla di nuovo.

—Perchè?

—Perchè io le ho spifferato ogni cosa. Che vuoi? Avevo un diavolo per
occhio, e non ci vedevo più lume. Speravo di sviarla da te,
raccontandole che eri innamorato di un’altra donna, e che non avresti
potuto mai levartela dal cuore. Sai che cosa m’ha risposto? Che
certamente la Bes.... quell’altra, insomma, ti aveva gettato un
sortilegio, e che bisognava scongiurarlo. Di questo, anzi, ella stessa
si sarebbe presa la cura. Capisci, a che rischio eri? Chi te ne ha fatto
fuori è stato l’almirante, con la sua risoluzione di partire. Se no, Dio
sa quali pentolini metteva al fuoco, questa cara selvaggia! e Dio sa
quali succhi di erbe magiche sarebbero stati filtrati! Almeno ci fosse
stata speranza di guarirti!...

—Non è possibile,—disse Cosma, sospirando.

—T’intendo; sei l’Oraziano _tribus Anticyris insanabile caput_.

—Smettila, col tuo latino;—brontolò Cosma.—E lasciami in pace, se non
hai altro che chiacchiere da offrirmi in rimedio.—

Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove era stata tenuta quella
piccola conversazione.

—Vedete che pretese!—disse Damiano tra sè.—Viene a mettersi tra me e la
figliuola di Tolteomec; fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole che
io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a me, sono come l’uomo che
ha cenato; prendo il fresco e me ne vado a letto.—

Damiano parlava per figura; nel fatto, non era l’ora di andare a letto,
sebbene fosse quella di prendere il fresco. Le áncore erano state
salpate; gli uomini d’albero avevano spiegate le vele, e la _Nina_
incominciava a sentire l’impulso del vento.

Si faceva rotta per levante, andando verso un alto promontorio, coperto
di verzura, in forma di padiglione; il quale, per essere unito alla
Spagnuola da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava
da lontano ad un’isola piramidale. Cristoforo Colombo, ricordando
l’arcipelago del Tirreno, diede a quel promontorio, che pareva un’isola,
il nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto, crediamo noi, per
miracolo. Infatti, di tanti altri nomi che il grande scopritore impose
ad isole e coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati. «Tanto
fa!», può dir egli, dal luogo di pace in cui vive il suo spirito. «Non
han dato il nome di un altro a tutta quella parte di mondo che ho
scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida malevolenza
degli uomini?»

Il vento, che era scarso da principio, ma pareva favorevole, si voltò
ben presto contrario. La _Nina_ fu costretta a temporeggiare due giorni
in una vasta baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6 incominciò
a spirare un fil di vento da terra, e l’almirante si rimise in cammino.
Ma quel po’ di vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò che
per quel giorno il meglio fosse di restare in attesa. Noiose giornate,
quando il marinaio aspetta il vento; noiosissime, quando il vento, dopo
essersi fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz’ora e vi pianta lì
sul più bello! I marinai dell’antichità ci avevano almeno la
consolazione di attaccare quattro moccoli all’indirizzo di Eolo; ai
moderni questa consolazione è mancata. È vero, per altro, che hanno
trovato dei succedanei.

A bordo della _Nina_ fu presto dimenticata quella piccola contrarietà
meteorologica. Un marinaio, che stava in vedetta sull’albero maestro per
iscoprire le secche, gridò che scorgeva in lontananza una vela. Corsero
tutti a proravia; alcuni s’inerpicarono sulle sartie; tutti guardavano
all’orizzonte, dove il marinaio di vedetta aveva indicato. Non c’era
alcun dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella, e quella
caravella era la _Pinta_, la scomparsa, la irreperibile _Pinta_.

Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo, e il giubilo, il
tripudio dei suoi marinai. Tra questi, meno tripudianti, ma più
profondamente lieti, erano Cosma e Damiano,

—Caro mio;—diceva Damiano all’orecchio di Cosma;—questo è il rimedio che
tu volevi da me. Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sulla _Nina_,
siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare. O i principi
selvaggi, o noi.... è naturale.—

La _Pinta_ aveva il vento a seconda, e veniva a golfo lanciato verso la
_Nina_. Cristoforo Colombo l’aspettò un’ora, quanto occorreva per farsi
bene avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al sorgitore che
aveva abbandonato quella mattina. La _Pinta_ capì che egli faceva ciò,
non potendo lottare col vento contrario, che a lei serviva così bene, e
lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni erano accostati, e
Martino Alonzo Pinzon saliva a bordo della nave capitana.

Fu allora uno strano dialogo tra lui e l’almirante; un dialogo in cui
l’uno faceva discorsi a perdifiato, e l’altro rispondeva a monosillabi.
Martino Alonzo sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione;
e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla involontaria; parlava
di grandi cose che aveva fatte, non potendo ritrovare l’almirante, di
regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava, e aveva l’aria di
aspettare un premio, se non per il merito suo, per la fortuna che lo
aveva assistito. L’almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e
accettava in silenzio le scuse; a tutto l’altro rispondeva con brevi
cenni del capo.

Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo confermavano
l’opinione che egli avesse volontariamente disertato, mosso com’era da
un sentimento di cupidigia. Separandosi dalla _Nina_, egli aveva fatto
vela verso levante, cercando un’isola immaginaria di cui i selvaggi
imbarcati sulla _Pinta_ gli andavano magnificando i tesori. Dopo aver
perduto un po’ di tempo in mezzo ad un gruppo d’isolette (forse le
Caiche) era stato condotto alla costa di Haiti, dove si era fermato tre
settimane, trafficando in più luoghi coi naturali, e più particolarmente
in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore in cui era rimasto
l’almirante, dopo il naufragio della _Santa Maria_. Martino Alonzo aveva
ammassato oro in gran copia, serbandone la metà come capitano,
distribuendone l’altra ai suoi uomini, di cui per tal modo intendeva
assicurarsi la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole,
abbandonava il fiume, traendo seco quattro naturali e due giovani donne
da lui prese a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva
di non avere avuto alcun cenno della presenza di una nave nelle acque di
Haiti; e protestava di essersi mosso per l’appunto alla ricerca
dell’almirante, quando (vedete combinazione fortunatissima!) lo aveva
avvistato nelle acque di Montecristo.

Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure di non credere
alle sue scuse. Perduta ogni confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare
in Ispagna, senza spendere il tempo in altre scoperte. E per disporsi al
viaggio, mandò a fare provvigione di legna e d’acqua sulle rive di un
fiume che metteva foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il nome
che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo lo chiamò rio dell’Oro, per
le pagliuzze di marcassita che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben
simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il Santiago.



                            _Capitolo XVII._



       Come la vista delle Sirene svegliasse l’ingegno di Ulisse.



Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della figliuola una
risoluzione troppo forte, e l’animo suo la sopportava male. Seduto di
continuo sul castello di prora, per concessione del signor almirante,
che voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor conto, egli non
faceva altro, durante il giorno, che guardare la terra da cui si
allontanava. Fino a tanto la _Nina_, tra l’andar poco e il non andare
affatto, restava a ponente dalla penisola di Montecristo, il fratello di
Guacanagari aveva nel suo stesso dolore un conforto; la terra da cui si
allontanava, egli l’aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino del
9 gennaio, essendosi svegliato da capo il vento di terra, la caravella
spiegò nuovamente le vele e si mosse per andar oltre. Voltato il
promontorio di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo di paese a
lui caro, non vedeva più i poggi, le colline, i gioghi risalenti via via
dalla spiaggia del mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal
centro della sua isola natale.

Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare quel mesto dolore.
Ma ella non sentiva il mal del paese, e non intendeva lo strazio del
cuore che suo padre nascondeva sotto quel malinconico aspetto di
simulacro antico. Assai più volentieri che verso terra, ella guardava
nell’interno della caravella, sperando sempre il momento di veder Cosma,
l’impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di aver faccende gravi
alle mani, e cansava quanto più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino
alla figliuola di Tolteomec.

Pure, su quelle quattro tavole, e contro l’opinione di Damiano, evitarsi
era difficile. A buon conto era impossibile di non essere continuamente
gli uni sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno, Cosma dovette
passare una volta daccanto alla bella selvaggia. Di sicuro ella credette
che il biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi a lei; e
stette aspettando il suo saluto, e lo guardava intanto fissamente coi
suoi grandi occhi d’indaco.

—Cosma!—bisbigliò essa, mentre egli le passava daccanto, per andare
all’albero di trinchetto.

Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire più veramente, non
potè più fingere di non averla veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso,
fece un modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare in alto, a
sbrogliare una vela; non poteva dunque trattenersi da lei. Abarima lo
seguì attentamente cogli occhi, per tutto il tempo ch’egli stette lassù;
lo vide discendere; sperò che passasse un’altra volta daccanto a lei; ma
fu una vana speranza, la sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere
un’altra necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall’altra parte
della prora? Forse una scotta era troppo lenta, e voleva esser meglio
legata. Cosma lavorò con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi
scese da quella parte in coperta, andando verso la poppa, donde più non
gli avvenne di muoversi, finchè ella rimase con suo padre sul castello
di prora.

Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma non le aveva parlato mai;
restando lontano da lei, non faceva niente d’insolito. E di nessuno
poteva essa dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar
modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec, riconoscendo in loro
due persone di quella famiglia reale dell’isola Spagnuola, da cui tutti
avevano avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor almirante
trattava i suoi ospiti con somma cortesia; di tanto in tanto, quando le
cure del comando glielo permettevano, si fermava a scambiare qualche
parola con essi, dimostrando loro di tenerli in gran conto.

Ma tutte le cortesie dell’almirante, se potevano temperare il rammarico
del vecchio principe di Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un
istante ciò ch’egli perdeva. Tolteomec sospirava, e i suoi occhi erano
spesso bagnati di lagrime. In quei momenti, per altro, egli si voltava
da un lato, perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò ch’egli
tentava di nascondere agli occhi, era facile d’indovinare dal gesto.

—Padre mio!—gli disse Abarima, il secondo giorno del loro imbarco sulla
grande piroga degli uomini bianchi.—Tu piangi, e non ami più la tua
creatura.

—No, bambina, t’inganni;—rispose il vecchio.—Se non ti amassi, non
saremmo qui. Ma io penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che
abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra dove dorme tua madre.—

Abarima chinò la testa e non soggiunse parola. Sentiva anch’essa un po’
di rimorso? o riconosceva che suo padre si doleva a ragione di quel
capriccio infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini
bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non era giunto fin là; ma
certamente ella incominciava a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui
non rispondeva punto la verità delle cose.

Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso figlio del cielo
che le era apparso un giorno dalla macchia, restando là, fra i tronchi
degli alberi, in atto di ammirazione per lei? Egli non le aveva parlato;
non si era neanche accostato, come ella avrebbe voluto; ma infine, è
egli sempre necessario che la mano stringa la mano, e la immagine
dell’uno si veda riflessa negli occhi dell’altro? Anche stando lassù,
venti passi distante da lei, Cosma, l’amico di Damiano, aveva guardato
lei, le aveva pagato il tributo che l’uomo paga sempre alla bellezza, e
che la bellezza è sempre disposta a gradire. Poi, messo l’indice sulle
labbra, egli si era allontanato, ritornando per la via da cui era
venuto. Che cosa significava quel gesto? Poteva essere l’accenno di un
bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito al silenzio; comunque
fosse, era un segreto tra loro, un dolce segreto che alcune confidenze
di Cusqueia le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto che tu sei
bella.» Queste erano state le parole dell’interpetre; poche parole, ma
chiare. E Abarima aveva sognato di essere amata dall’uomo dei capelli
d’oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera creatura, non ancor
temperata agli usi civili, che insegnano di non lasciar l’uno innanzi di
esser sicuri dell’altro! La schiettezza agreste della sua indole si era
liberamente manifestata; il povero Damiano, credendosi saldo in arcioni,
si era trovato di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un brutto
risveglio; anche per lui la verità delle cose appariva troppo diversa
dalla splendidezza del sogno.

Ma Iddio misura il freddo all’agnello tosato. E come rideva il nostro
Damiano, dopo aver masticato male quel tradimento della capricciosa
Abarima! Mentre il suo compagno Cosma si studiava di star lontano dalla
figliuola di Tolteomec, pagando assai caro un piccolo stratagemma di
guerra, Damiano passava e ripassava di continuo accanto ai suoi buoni
amici di Haiti, distribuendo sorrisi e strette di mano. Forse egli
appariva più allegro del vero. Ma coloro che dovevano giudicare la
sincerità della sua allegrezza erano selvaggi, gente non usata ai
sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono nascondere le rughe
del volto e quelle del cuore.

Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir nulla; doveva
attenersi a ciò che mostrava l’aspetto.

—Tu sei felice,—diceva egli a Damiano,—tu sei felice, di ritornare alle
tue terre.

—Ma sì! molto felice;—rispondeva Damiano.—Al mio _bohio_ mi vogliono
fare gran festa, quand’io ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova
mi verranno incontro, mi ammireranno come una bestia rara. E per averne
l’aria, mi legherò i capelli sulla nuca, piantandoci dentro delle penne
di pappagallo, che ho portate per l’appunto con me.—

Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.

—Di che cosa ti rammarichi, mio vecchio amico? Vedrai la nostra terra
d’Europa; sarai accolto dal re e dalla regina di Spagna; conoscerai gli
usi e i costumi degli uomini bianchi; quando ritornerai carico di
esperienza al tuo _bohio_ di Haiti, ognuno dovrà riconoscere in te un
pozzo di sapienza; tutti penderanno dalle tue labbra. E i giovani di
Haiti, quando vedranno Abarima vestita di seta e di velluto.... Tu non
hai idea, deliziosa creatura, della seta e del velluto! Figùrati il tuo
mantello di cotone, ma che sia più morbido, più lucido, più.... non
saprei, e che ti faccia delle belle pieghe dal fianco fino al piede,
mentre ti disegnerà il busto fino alla radice del collo; donde usciranno
certi merletti sopraffini.... Tu non conosci i merletti, Abarima
_taorib_? Vedrai che fior di roba! Le figlie di Azatlan vanno pazze per
i merletti. Credo che li metterebbero perfino nell’insalata. Ci son
quelli di Venezia, e quelli di Fiandra, che dànno il capogiro, solamente
a vederli. Per otto braccia di quei merletti, da ornarsene la veste, le
figlie di Azatlan darebbero l’anima agli spiriti neri, e il resto sopra
mercato.—

La chiacchiera di Damiano era stata interrotta da un grido, che veniva
dall’alto dell’albero di maestra. Il marinaio di vedetta sicuramente
aveva veduto qualche cosa. Pensarono tutti alla bella prima che avesse
veduta una secca. In quelle acque, il caso era abbastanza frequente. Ma
no, non era una secca; il marinaio aveva veduto dell’altro, a fior
d’acqua; tre nuotatori, tre rarità, a quella distanza dalla costa; donde
il sospetto che fossero tre poveri naufraghi.

Tutta la marinaresca della _Nina_ era corsa al capo di banda, sulle
sartie, sui castelli di poppa e di prora, per vedere ciò che aveva
indicato il marinaio di vedetta. Anche l’almirante era uscito dalla sua
camera, per salire sul castello di poppa.

Laggiù, sulla distesa del mare, a forse un tiro d’archibugio, si
vedevano infatti tre corpi che avevano aspetto umano. Si distinguevano
le teste, erette sull’acqua; e ben presto, appressandosi quei corpi al
naviglio, si distinsero i capelli neri, spioventi sulla nuca e sulle
tempie. I volti erano di tinta scura, e non parevano di naturali delle
isole. Del resto, non era più possibile di pensare a selvaggi di quelle
parti che si salvassero a nuoto, essendo andata sommersa la loro piroga.
In primo luogo, non nuotavano come gente perduta che cercasse di
mettersi in salvo; nuotavano come gente balda ed allegra che si
trastullasse sulle acque. Spesso saltavano fuori dei flutti, mostrando
intiero il torso, fino alle reni; ed anche alzavano le braccia, mettendo
fuori certe estremità che non somigliavano punto alle mani della specie
di Adamo, bensì alle pinne dei pesci.

—Le Sirene!—gridò un marinaio.—Le Sirene, signor almirante.

—Oh diavolo!—esclamò Damiano.—Ecco delle persone mitologiche, di cui non
speravo fare la conoscenza.

—Voi dite, Pablo?—domandò l’almirante, volgendosi al marinaio che aveva
parlato poc’anzi.

—Dico, signor almirante, che sono le Sirene. Io le conosco, per averle
già vedute, un’altra volta, sulla costa d’Africa. Osservate le mani,
come finiscono in alette di pesce. Se poi saltassero fuori dell’acqua,
si vedrebbe la coda.

—E sono tre, come le antiche;—disse Damiano, che si era avanzato anche
lui al capo di banda, come uno spettatore ai primi posti.—Non una di
più, e non una di meno. Ma in che modo possono trovarsi qui, tanto
lontane dai loro classici paraggi?

—Saranno altre, e non quelle;—gli rispose Cosma, che si era avanzato al
suo fianco.

E poi,—disse Pablo,—credete voi che siano così poche, le Sirene? Si
vedono di rado; ma ce ne sono per tutti i mari.

—Scusate, Pablo;—rispose Damiano.—Io non conoscevo che quelle a cui
Ulisse non volle usare la cortesia di starle a sentire, mentre
cantavano.

—Questo Ulisse dev’essere stato un uomo di giudizio,—rispose Pablo,
tentennando la testa.

—Eh, infatti, questa è la fama che corre di lui;—soggiunse Damiano.—Egli
è stato l’uomo più furbo dell’antichità. Ma perchè dite voi che fece
prova di buon giudizio, voi che non avete letto Omero?

—Non so chi sia questo Omero;—disse Pablo.—So che le Sirene non
appariscono mai che per cantar burrasche e naufragii.

—Oh diavolo, diavolo! Questo non è un procedere garbato, da parte delle
Sirene.—

Cristoforo Colombo aveva chiamato Pablo sul cassero di poppa, e Damiano
era corso dietro a Pablo.

—Che cosa dicevate voi?—chiese l’almirante al marinaio.—Ne avete già
vedute?

—Si, signor almirante; sulla costa d’Africa, dieci anni fa, e abbiamo
avuto un tempaccio, che me ne ricorderò fino a tanto che io viva.

—Se non è altro che cattivo tempo,—osservò l’almirante,—possiamo
adattarci al pronostico. A me, che non ho mai veduto Sirene, questo è
uno spettacolo strano. Vedete, signori, che agilità di movenze. Sembrano
davvero ninfe marine che scherzino sui flutti.

—Oh per la grazia, ce n’hanno d’avanzo!—disse Pablo.—Ma son cattive e
traditore a maraviglia.

—Non vorranno mentire al loro sesso;—mormorò Damiano, che pensava ai
casi suoi, spesso e volentieri.

Un altro marinaio si avanzò, l’inglese. Anch’egli aveva le sue storie
intorno alle Sirene. Nei suoi mari era conosciuta la _Mermaid_, donna di
mare. Ed egli narrava che sessanta o settant’anni addietro, in un
villaggio della Finlandia occidentale, alcune fanciulle avevano trovata
una _Mermaid_ impigliata nel fango, e dopo averla presa e vestita di
abiti loro, le avevano anche insegnato a filare. Mangiava come loro, ma
non parlava; era vissuta due o tre anni, e tutte le volte che passava
davanti alla chiesa si faceva il segno della croce molto divotamente.

Sentito il marinaio inglese, era il caso di sentir l’irlandese, poichè
nella marinaresca di Cristoforo Colombo c’era anche un concittadino di
san Patrizio. Ed anche l’irlandese ci aveva la sua storia d’una sirena
di Correvrekin, la quale seduceva i giovani, per trarli con sè
nell’abisso; non dissimile in ciò dalle Sirene della costa Tirrena,
conosciute e celebrate da Omero.

Nel complesso, tutte le notizie si accordavano in ciò, che la presenza
delle Sirene non era di buon augurio per chi le vedeva. E i marinai di
Cristoforo Colombo, data la sua parte alla curiosità, non furono punto
lieti dello spettacolo che si offriva ai loro occhi.

—Suvvia, buoni amici, non diciamo sciocchezze!—mormorò
l’almirante.—Guardiamo attentamente queste creature strane che ci mostra
l’Oceano, perchè tutte le maraviglie del mondo debbono essere osservate,
quando l’occasione se ne offre. Ma non ci mettiamo in testa delle ubbìe,
delle vane paure; perchè il buon tempo e il cattivo, la fortuna e la
sventura, non dipendono da esseri secondarii, bensì solamente dal
creatore ed arbitro di tutto ciò che esiste; in una parola, da Dio.
Vediamo piuttosto, poichè queste Sirene non si allontanano da noi, di
prenderne una. Pronti ad armare il palischermo, ragazzi!

—Ah perbacco, questo mi piace!—disse Damiano.—Ci vado ancor io.—

Cosma, che gli era venuto vicino, lo afferrò per un braccio.

—Per caso,—gli bisbigliò all’orecchio,—vorresti sposare una Sirena?

—Ah sì, è vero!—rispose Damiano, ridendo.—Son tanto infiammabile, io!
Non andrò; sei contento? Tanto più presto mi persuado di non
andare,—soggiunse egli tosto,—che la Sirena potrebbe piantare il bruno,
per rivolgersi al biondo. E tu non la vorresti sposare; e bisognerebbe
rimandarla nel suo elemento. Ah, perbacco, un’idea!...

—Che cosa?

—Niente, niente, un’idea pazza; non badare;—disse Damiano.

Frattanto, le tre Sirene seguitavano a folleggiare davanti alla
caravella, di tanto in tanto balzando a mezzo il petto fuori dell’acqua,
e ammiccando alla marinaresca, come allegre ragazze d’un porto di mare.
Ma appena videro il palischermo lanciato in acqua, parve capissero il
tiro, perchè subito si allontanarono; poi si tuffarono intieramente
nell’acqua, nè più ricomparvero che assai lungi di là, per tuffarsi da
capo e sparire.

Il palischermo fu issato nuovamente a bordo; gli spettatori ritornarono
alle loro faccende quotidiane, non senza intrattenersi in racconti e
congetture su quegli esseri strani che avevano dato due ore di svago
alla marinaresca della _Nina_. Lo spettacolo, in verità, era stato
grazioso. Peccato che quel palischermo lanciato in acqua avesse
interrotto il divertimento! Se non era il timore di vedersi pescate, chi
sa? forse le tre Sirene si sarebbero avvicinate ancora di più, e magari
avrebbero cantato, come quelle di cui raccontava Damiano.

Questi, frattanto, ragionava con Pablo; il quale seguitava a tentennare
la testa, mormorando:

—Brutto segno, queste Sirene! brutto segno! L’almirante non vuole che si
dica. Ma noi, in costa d’Africa, siamo andati a rompere negli scogli,
per le maledette Sirene.

—E noi, Pablo, non ci abbiamo dato, negli scogli, anche prima di
vederle?—rispondeva Damiano.—State di buon animo; il guaio è avvenuto in
anticipazione, e questo, se la scienza augurale non falla, è uno
scongiuro più che bastante.

—Sì, sì, avrete ragione;—borbottava quell’altro;—ma in costa d’Africa
abbiamo fatto naufragio, ed io non mi sono salvato che per un miracolo
di sant’Iago.

—Gli dovete un pellegrinaggio;—rispose Damiano.

—E gliel ho fatto, non dubitate, gliel ho fatto;—replicò il marinaio
brontolone.

Damiano se ne ritornava frattanto verso il cassero di prora.

—Che cosa dicono?—gli domandò Tolteomec.—Mi sembrano spaventati, i tuoi
compagni.

—Caro amico,—rispose Damiano, atteggiando il volto ad una espressione di
tristezza,—c’è da spaventarsi davvero. Non le hai vedute anche tu, le
Sirene?

—Quegli animali nei flutti?

—Sì, quegli animali;—ripetè Damiano.—E non ti sei spaventato anche tu,
Tolteomec? Non ti sei spaventata anche tu, Abarima _taorib_?

—No,—disse Abarima.—E perchè avrei dovuto spaventarmi?

—Perchè? mi domandi il perchè? Sappi, fanciulla, che quegli animali son
donne, ma donne di una specie particolare, sommamente pericolosa. Tutti
i pesci hanno lische, mia cara; ma ci sono dei pesci che ne hanno
troppe. E questo è il caso delle Sirene; son donne.... tutte lische.
Vivono nel mare, nuotano come i pesci, e come i pesci hanno la coda. Chi
le incontra a fior d’acqua, come le abbiamo incontrate noi poco fa,
finisce male, non vuol morire nel suo letto.

—Dici tu il vero?—esclamò Abarima, rabbrividendo.

—Sì, cara; e così non fosse! Sono spiriti maligni, o invenzioni degli
spiriti maligni, che torna lo stesso. Abitano ordinariamente in certe
grotte, nei più profondi abissi dell’Oceano. Vengono fuori di rado; ma
quando ci vengono, è segno di temporale. E sai perchè vengono a fior
d’acqua? Per invitare i marinai ad andare di sotto.

—Ma non ci si può vivere, sott’acqua;—disse Abarima.

—La tua osservazione è piena di buon giudizio;—rispose Damiano.—E non ci
si vive, infatti; ci si muore. Questo è per l’appunto il fine a cui
mirano le Sirene. Esse pigliano i morti nelle loro braccia, li adagiano
gentilmente sull’erba verde che tappezza il fondo del mare, ci mettono
sopra una pietra, e non se ne parla più.

—Brutta cosa!—gridò la fanciulla.

—Oh, bruttissima;—riprese Damiano.—E questa fu la morte che rischiò di
fare il re Ulisse. Non sai tu che cosa sia accaduto ad Ulisse?

—No, ignoro chi sia questo Ulisse.

—Ah, è vero, tu non sai le storie di Azatlan. Buon per te, Abarima,
poichè esse son tante, che ti ci confonderesti il cervello. Sappi dunque
che Ulisse era il potente cacìco d’Itaca. Itaca, un’isola; su per giù
un’isola come Haiti, ma alquanto più piccola. Egli era partito sulle sue
piroghe per andare a far guerra al cacìco di Troia. Ritornando
vittorioso, era impaziente di abbracciare sua moglie, la bella e
virtuosa Penelope, che non vedeva da dieci anni. Capisci? da dieci anni.

—Triste cosa!—disse Abarima.

—Oh, tristissima! E tu immagina come desiderasse di arrivare al suo
_bohio_. Ma che vuoi? a mezza strada, il povero Ulisse incontra un paio
di Sirene che si mettono a cantare, invitandolo nelle loro grotte.
Ulisse era furbo; per non sentire, si mise della cera negli orecchi. Ma
le aveva vedute, ad ogni modo, e il solo vederle era già molto
pericoloso per lui.

—E così andò in fondo al mare?

—No, non ci andò, perchè il grande Spirito gli voleva bene e aveva
giurato di farlo arrivare alla sua casa. Ma intanto, quell’incontro
delle Sirene fu cagione che Ulisse con la sua piroga fossero sbalestrati
per dieci anni sui mari, prima di giungere in porto.

—Ancora dieci anni?—esclamò Abarima.

—Sicuro;—rispose Damiano.—Dieci e dieci son venti. Aveva lasciata la sua
sposa giovane di venti, e molto _taorib_; la ritrovò di quaranta.

—Vecchia molto!—disse Abarima, che era forte ed orgogliosa delle sue
quindici primavere.

—Vecchia.... no, non esageriamo. Anche a quarant’anni, era un boccone da
principi. Di fatti, ci aveva in casa parecchie diecine di innamorati,
che le mangiavano allegramente la sua cassava e le bevevano il suo
liquore di cocco, tutti i giorni cantandole la stessa canzone.

—E lei?

—E lei tesseva una tela, dicendo: cercherò un marito, quando avrò finito
di tessere.

—Tela lunga!—osservò la fanciulla.

—Infatti, in Azatlan si dice «tela di Penelope» un lavoro che non
finisce mai. Ma per fortuna Ulisse ritornò. Altrimenti la sua Penelope
avrebbe dovuto prendersi un altro marito.

—Questo Ulisse,—notò Abarima,—è stato ancora favorito dal grande
Spirito, perchè non è andato al fondo del mare.

—Ma è stato l’unico. La storia non parla che di uno, che abbia vedute le
Sirene senza morire annegato.

—E i tuoi compagni... lo sanno?

—Lo sanno, e perciò si spaventano. Ma via, perdonatemi, amici; sento la
campana che mi chiama. C’è la distribuzione dei viveri, ed oggi tocca a
me di aiutare il cuoco per fare le parti.—

Così dicendo, Damiano lasciò i suoi amici di Haiti, felicissimo di
essere stato interrotto dalla campana del cuoco. Qual cuoco, ohimè, un
cuoco di bordo, e nelle navi d’allora! Ma se i cuochi delle caravelle e
delle altre navi a vela non erano da paragonarsi a quei di Lucullo e di
Apicio, gli stomachi erano quelli di tutti i tempi, e l’appetito serviva
ai marinai del buon tempo passato, come a quelli dei tempi moderni.

—Goccia d’olio,—andava dicendo Damiano tra sè, mentre si allontanava dal
cassero di prora,—io ti ho versata in buon punto; allargati, goccia
d’olio, e penetra il tessuto, come è dell’indole tua. Passerò domani a
vederti; e ne riparleremo, per bacco.—

Quel giorno, seguitando favorevole il vento, le caravelle avevano fatto
buon cammino. Del temporale, a cui accennava Damiano, non si era veduta
pur l’ombra nel lontano orizzonte. Ma non era mica detto che le Sirene
annunziassero le burrasche da un’ora per l’altra. Del resto, se il
temporale non era nell’aria, bene era sulla fronte e negli occhi di
Tolteomec; il quale era rimasto impensierito, e guardava la sua
figliuola e seguitava a sospirare.

Abarima si era sbigottita, ai discorsi di Damiano; ma il fermarsi sui
neri pronostici di lui, il farne soggetto di lunghi ragionamenti
interiori, non era della sua età giovanile. Ella pensava troppo più
spesso a Cosma, lo scorgeva ostinatamente lontano dal castello di prora,
e di questo si crucciava profondamente, vedendo volgere i fatti così
contrarii alle speranze ch’ella aveva formate e vagheggiate nella sua
mente. E si sentiva sola, abbandonata, la giovane principessa di Haiti.
Anche senza potersi decorare di quel titolo, che in Azatlan riempiva la
bocca a tante sue pari, Abarima non ignorava di essere a casa sua una
fanciulla superiore a tutte le altre; e là, su quella nave degli uomini
bianchi, ella non era più nulla. Tutti quegli uomini affaccendati che
andavano e venivamo da poppa a prora, da destra a sinistra, da un albero
all’altro, pensavano tutti ai fatti loro, non occupandosi punto di quei
poveri ospiti dalla pelle rossa, o forse considerandoli come
impedimenti, ingombri e seccature, alla pari con quegli stormi di
pappagalli che erano stati portati a bordo, e che, dopo aver dato un’ora
di passatempo ai marinai, riuscivano molesti in sommo grado, coi loro
garriti continui, facendosi maledire in parecchie lingue europee, per
tutte le altre undici ore del giorno.

Le guardate malinconiche e i sospiri profondi del padre erano
altrettante trafitture al cuore della fanciulla; e quel cuore dolorava
già tanto per sè!

—Padre mio,—diss’ella ad un tratto, stringendosi amorosamente al petto
del vecchio,—tu sospiri; e perchè?

—Figliuola mia, non hai udito Damiano? Morire inabissati in questo mare,
è orribile. Ti rammenti dell’uragano che l’anno scorso ha imperversato
in Haiti? Quanti alberi schiantati! quante case abbattute! Pareva che la
furia del vento volesse strappare la nostra isola dal fondo della terra.
E noi, non abbastanza sicuri nella nostra casa, abbiamo dovuto cercar
rifugio nelle grotte. Qui, sopra un fragilissimo legno, dove troveremo
noi il rifugio, quando l’uragano comincierà a soffiare?

—Tu mi sgomenti, padre!—disse Abarima.—Poveri a noi! qual fine sarà la
nostra?

—Ed io non mi sgomento per me;—disse Tolteomec.—L’arco delle mie
stagioni è sul discendere; sia prima la caduta, sia dopo, importa poco.
Sicuramente, io morirei più contento, se potessi dormire nella caverna
dove sono andati a riposare i miei vecchi. Ma più per te mi addoloro,
più per te, figliuola mia dolce.

—Padre, non è troppo il tuo timore?—disse Abarima.—Gli uomini bianchi
sono come noi su questo fragilissimo legno; corrono anch’essi il nostro
pericolo.

—Sì, sì,—rispose Tolteomec.—Ma è questa la loro vita: correr sempre sul
mare, e sfidarne le collere. Essi, poi, sanno raccogliersi nelle loro
piroghe, più capaci e più salde delle nostre; e ce ne hanno quante
bisognano, per entrarci tutti. Penseranno a noi.... penseranno a te,
Abarima, quando sia l’ora di metterci in salvo, poichè l’uragano avrà
spezzata la nave?—

Abarima rabbrividì, e si strinse ancor più al seno di suo padre, come
una colombella sbigottita al suo nido.

Mentre il fratello di Guacanagari teneva questi discorsi con la sua
bella figliuola, e più si sgomentava quanto più si raffigurava imminente
il pericolo, la _Nina_, preceduta dalla _Pinta_, entrava in una rada,
nella quale metteva foce un bel fiume. Era quello il fiume in cui,
durante la sua diserzione, Martino Alonzo Pinzon aveva trafficato coi
naturali. Cristoforo Colombo aveva manifestato il desiderio di visitare
quella parte della costa; e non senza una ragione più forte, che non
fosse la curiosità dello scopritore. Egli voleva sapere con quali modi
Martino Alonzo avesse trattati gli abitanti del luogo, parendogli di
poter sospettare, dalla cattura di sei naturali, che le cose non fossero
andate com’egli aveva sempre raccomandato ai suoi compagni di scoperta.

E veramente in quel fiume ebbe egli la prova della doppiezza del Pinzon;
il quale aveva detto e fatto dire dai suoi marinai che in quel fiume la
_Pinta_ era stata a mala pena sei giorni, mentre egli poi giungeva a
scoprire che c’era stata sedici giorni, e che fin là era pervenuta al
Pinzon la notizia del naufragio della _Santa Maria_; della quale
sventura egli si era dato assai poco pensiero, indugiandosi a salpare di
là, per muovere al soccorso del suo almirante, perchè assai più gli
premeva di procurarsi oro in gran copia.

Cristoforo Colombo raccolse tutte quelle notizie, e diligentemente le
consegnò nel suo giornale di bordo. Ma col Pinzon non mosse lamento, non
fece rimprovero. Il suo silenzio, per altro, diceva a Martino Alonzo
assai più d’ogni più lungo discorso. Due soli atti d’autorità fece
l’almirante in quel luogo. Il primo fu di chiamare Rio de Gracia il
fiume, a cui il comandante della _Pinta_ aveva imposto orgogliosamente
il suo nome.

—Perchè dovrebbe chiamarsi _Martino Alonzo_?—disse l’almirante al
Pinzon.—Son troppo povera cosa i nostri nomi, e non vanno dati alle
scoperte che andiamo facendo per assistenza di Dio e dei santi, e con le
navi fornite a noi dalla munificenza dei sovrani di Castiglia. Da Dio,
dai santi, dal re, dalla regina e dai principi nostri signori, dobbiamo
noi intitolare queste isole e i luoghi che andiamo visitando. La
compagnia dei nostri nomi, oltre che sarebbe prova di superbia in noi,
suonerebbe offesa ai nostri padroni, come alle potenze celesti.—

A questo ragionamento, che era religiosamente e politicamente ortodosso,
non seppe che cosa rispondere Martino Alonzo Pinzon. E l’autorità
dell’almirante fu per questo verso ristabilita senza contrasto. Tornò
più difficile far ingoiare al Pinzon l’altra pillola del restituire i
sei naturali fatti prigionieri da lui. Ma il signor almirante si mostrò
su questo punto inflessibile. Unica concessione che egli fece fu quella
d’indugiarsi a dire le ragioni per cui gli pareva necessario di
rimandare liberi i quattro uomini e le due donne dell’isola.

—Sola scusa per voi,—diss’egli a Martino Alonzo,—sarebbe stato il non
sapere che noi lasciavamo una quarantina di Spagnuoli all’isola di
Haiti. Ora lo sapete, e non potete negare che un atto di giustizia come
questo potrà rendere i naturali di qui più amici agli uomini bianchi. A
Guanahani, a Cuba, e in quest’isola medesima, abbiamo preso dei
naturali, ma come interpetri, non come schiavi; e se essi ci
accompagnano in Europa, lo fanno come liberi uomini, per loro elezione,
e non per nostro volere.—

Quest’altro ragionamento dell’almirante era inoppugnabile, come il
primo. Si poteva immaginare che i sei catturati fossero contenti della
loro sorte, e di andare pur essi in Ispagna, liberamente, in quella
guisa che Martino Alonzo aveva voluto condurli per forza. E di questo
era facile accertarsi, esplorando la loro volontà.

Ma questo non voleva l’almirante che si facesse a bordo della _Pinta_;
perciò diede il comando che i sei naturali fossero condotti alla sua
presenza, sulla nave capitana.

Mentre così ordinava l’almirante, Tolteomec si presentava a domandargli
un’udienza.

—Che desideri tu?—gli chiese Cristoforo Colombo.

—Potente signore degli uomini bianchi,—disse Tolteomec,—la mia figliuola
non è più desiderosa di lasciare la terra dei nostri padri. Oggi abbiamo
toccata nuovamente la riva. Domani tu riprenderai l’alto mare, e Haiti
sfuggirà dai nostri occhi.... forse per sempre.

—Tu sei pentito, non è vero?—domandò l’almirante.—Non vuoi più venire in
Azatlan, a vedere il re e la regina di Castiglia?

—Mio signore....—balbettò il vecchio Haitiano,—il mare è perfido.... le
Sirene hanno dato l’annunzio della morte....

—E tu credi a queste sciocche paure?

—Anche Damiano lo ha detto;—replicò Tolteomec.—Le Sirene annunziano
l’uragano.... l’uragano che sommerge le grandi piroghe.

—Oh povera scienza!—esclamò Cristoforo Colombo.—E chi vi ha messe queste
ubbie nella testa? messer Damiano?—Cusqueia,—soggiunse egli
all’interpetre, che aveva accompagnato il fratello di Guacanagari
all’udienza;—chiamami Damiano.—

Damiano fu pronto ad accorrere, ed ugualmente pronto a capire che la sua
macchia d’olio si era allargata, penetrando anche molto bene il tessuto.

—Perdonate, messere,—diss’egli all’almirante, parlando nel vernacolo
genovese, che Cusqueia non poteva capire.—Mi pare necessario di levarci
questi due selvaggi dai piedi. La ragazza è venuta per capriccio, ed ora
incomincia a pentirsi della sua risoluzione. Cosma è seccato; io più di
lui....

—E per far piacere a Cosma e a Damiano.... Ho capito;—disse l’almirante,
ridendo.—Mi ritrovate per l’appunto in via di rimandare alle case loro i
sei naturali di Martino Alonzo Pinzon.

—Dove vanno sei, possono andar otto;—soggiunse Damiano.

—E magari tutti;—conchiuse l’almirante.—Voi aggiustate ogni cosa a
comodo vostro, messer Damiano carissimo. Se non foste Genovese,
meritereste di esserlo.—

Mentre così parlava il signor almirante, giungevano a bordo della _Nina_
i sei naturali del Rio di Grazia. Cristoforo Colombo li richiese, per
mezzo dell’interpetre, se volessero andare in Azatlan. Essi stettero
muti, non sapendo se dal rispondere dovessero aver danno o profitto. Ma
quando seppero da Cusqueia che erano liberi di andare o di restare, si
sciolse loro la loquela; e tutti, uomini e donne, gridarono di voler
scendere a terra.

—Cusqueia,—disse l’almirante all’interpetre,—fate sapere a questi
naturali che io concedo loro libertà di ritornarsene al loro villaggio,
ma ad un patto: che essi vogliano scortare e mandar sicuri di ogni
rischio, fino al _bohio_ di Guacanagari, il vecchio Tolteomec e la sua
figliuola. Sono anch’essi Haitiani, e debbono trovare assistenza presso
i loro fratelli.—

I sei prigionieri di Martino Alonzo Pinzon udirono da Cusqueia i patti
che poneva il capo degli uomini bianchi alla loro liberazione. E lieti
promisero che avrebbero fatto ogni cosa secondo il desiderio
dell’almirante. Uno di essi, per dar più forza alla promessa, si levò
una collana di nicchi marini dal collo, e la consegnò all’almirante.

Quella era la cintura di Vampun. Che cosa intendessero per Vampun i
naturali di Haiti non è chiaro. Forse era il nome d’un loro Dio? Forse
significava amicizia? Certo, era un pegno d’alleanza, quella cintura, e
dinotava amicizia per la vita e per la morte.

Tolteomec e la sua bella figliuola furono calati nel palischermo.
Abarima, prima di scendere, volse in giro i grandi occhi d’indaco,
bagnati di lagrime.

—Addio, cara!—le disse Damiano.—Tu cerchi qualcheduno. Ma che vuoi? I
biondi hanno paura del sole.—

Tolteomec baciò la mano a Cristoforo Colombo, come aveva veduto fare per
atto d’ossequio da alcuni marinai.

—Il grande Spirito sia con te, gran capo degli uomini bianchi;—gli
disse.

—E con te, buon amico;—rispose l’almirante.—Dirai a Guacanagari che io
confido in lui, perchè i miei uomini non abbiano a mancare di nulla,
nella fortezza del Natale.—

Abarima seguitava a piangere. L’almirante le fece portare nel
palischermo una collana di perle di vetro a tre filze, e un pezzo di
stoffa moresca dai vivaci colori. Con quel donativo egli chetò la bella
selvaggia, che seguitò a piangere, ma incominciò anche a sorridere. Così
avviene anche al cielo, quando finisce l’acquazzone e ritorna il sereno,
che il sole si mostra fra mezzo alle nuvole rotte e i suoi raggi d’oro
si rifrangono nelle ultime gocce di pioggia.

Cosma era stato tutto quel tempo nascosto nel suo rancio, sotto coperta.
Damiano andò a lui, appena vide il palischermo allontanarsi dal fianco
della nave.

—Ebbene?—domandò Cosma, levando gli occhi.

—Partita;—rispose Damiano.

—Ah, finalmente, respiro.

—Sì, respira, fortunato briccone! Ma ti ho dovuto salvar io, da questa
noia. Io, capisci? E se tu non mi fai erigere una statua, dirò che non
sei capace di gratitudine.—

Cosma balzò dal suo rancio, e gittò le braccia al collo del suo amico
Damiano.

—Tu salvi me da una seccatura che non avevo meritata, ma che mi rendeva
abbastanza ridicolo;—diss’egli a Damiano.—Ma io ho salvato te da una
sciocchezza, che poteva costarti la vita.

—La vita!

—Sì, la vita. Che cosa ne sai tu che possa avvenire di gente perduta tra
i selvaggi, lontana dall’occhio vigile ed accorto del signor almirante?
Io non ispero niente della fortezza del Natale, e di quei trentanove
uomini lasciati laggiù. C’è voluta tutta a portarli fin qua, tanti
rozzi, indisciplinati e prepotenti marinai. Mi figuro quella parte di
loro che rimane, abbandonata a sè stessa, e a tutti i suoi pessimi
istinti!

—Profeta di sciagura!—esclamò Damiano.—Vuoi tu dunque imitarmi?

—In che cosa?—disse Cosma, che lì per lì non riusciva ad intenderlo.

—Eh sì, dolce amico!—rispose Damiano.—Me ne hai fatte dire anche tu,
delle sciocchezze! Povere Sirene, che ho dovuto calunniare per farti
servizio! E nota che di queste Sirene se ne trovano anche nei nostri
mari, e non hanno la cattiva riputazione che io ho fatta loro,
nell’animo del mio suocero fallito. Io stesso ne ho vedute due, nelle
acque di Corsica; e si chiamavano.... vitelli marini.—



                           _Capitolo XVIII._



                         In fretta e in furia.



La _Nina_ era uscita dal Rio di Grazia, salutata dalle grida dei
selvaggi, riconoscenti a Cristoforo Colombo per la liberazione di quei
loro compagni che aveva catturati Martino Alonzo Pinzon. Seguitando il
suo viaggio lungo la costa, l’almirante vide un bel promontorio, a cui,
per ricordo della figliuola di Tolteomec, impose il nome della
Innamorata. Ma il _cabo de l’Enamorada_ non seppe conservare il suo
poetico nome; si chiama oggi assai volgarmente il capo Cabron.
Proseguendo il cammino, si entrò in una vasta baia, le cui rive erano
abitate da una forte tribù, armata di lunghi archi, e spade di legno di
palma, dure, pesanti come il ferro, e tanto affilate da poter tagliare
il cuoio delle corazze, e perfino la lamiera degli elmi, come se fossero
state d’acciaio. Quei selvaggi erano fieri ed intrepidi; ma non diedero
molestia agli uomini bianchi; ai quali anzi vendettero due archi, che
essi desideravano portare come esemplari in Ispagna.

Cristoforo Colombo immaginò che fossero quelli i Caribi, tanto temuti da
Guacanagari. E ne domandò a quei naturali; ma essi risposero che i
Caribi erano in un’isola verso greco, chiamata per l’appunto da loro. E
soggiunsero (se pure gl’interpetri riferivano giustamente le parole) che
di rincontro all’isola dei Caribi ne era un’altra, chiamata Mantinino,
abitata solamente da donne; le quali accoglievano una volta all’anno i
loro vicini, affinchè non si estinguesse la stirpe. Tutti i fanciulli
maschi nati da quelle nozze si consegnavano ai padri; le figlie
dimoravano con le madri loro. Insomma, la storia delle Amazzoni ripetuta
di là dall’Oceano.

Che c’era egli di vero in quella chiacchiera? La tribù dei Siguaiani,
tra cui si trovava allora Cristoforo Colombo, parlava un dialetto poco
intelligibile agli interpetri della forza di Cusqueia. Qualche frase
male intesa, tirata ad un senso nuovo dal desiderio di vedere da per
tutto confermati i racconti di Marco Polo, poteva bene indurre
Cristoforo Colombo nella credenza di essere capitato in vicinanza delle
due isole che Marco Polo aveva descritte, collocandole presso la costa
orientale dell’Asia, abitate spartitamente da donne e da uomini. Ed
anche messer Marco Polo, così veridico narratore di ciò ch’egli aveva
veduto, che cantonate non aveva prese, quando si fidava ai racconti
degli altri!

L’isola delle Amazzoni avrebbe dovuto tentare la curiosità degli uomini
bianchi. Ma la stanchezza si era impadronita degli spiriti. Lo stesso
Damiano, richiesto dall’amico se gli sorridesse l’impresa, rispose che
oramai di donne del nuovo mondo ne aveva fin sopra i capelli. Se questi
li avesse avuti biondi, chi sa?... Ma erano neri, ed egli faceva conto
di portarli alle donne di Scandinavia o d’altre terre settentrionali,
molto settentrionali d’Europa, dove sarebbero stati apprezzati un po’
meglio.

Anche l’almirante si era risoluto di dar volta. Dopo un altro giorno di
esplorazione in quel golfo, che egli chiamò delle Frecce, e dove accadde
a sette dei suoi uomini di far baruffa con una cinquantina di Siguaiani,
ferendone due, e mettendoli nel debito rispetto verso gli uomini
bianchi, Cristoforo Colombo pensò che fosse venuto il tempo di ritornare
in Europa. Un bel vento gagliardo si era levato da ponente, e invitava a
far vela. E più che il vento lo persuadevano parecchie altre ragioni: il
cattivo stato delle sue caravelle, la poca fedeltà della sua
marinaresca, e la slealtà di Martino Alonzo Pinzon, da cui non poteva
aspettarsi che il peggio.

—Mettiamo le fatte scoperte al sicuro dai colpi di
fortuna;—diss’egli.—Un’altra volta, e con migliori auspicî, ritenteremo
la prova.—

Fu un mercoledì, 16 gennaio del 1493, che l’almirante lasciò il golfo
delle Frecce, detto ora di Samana, per navigare alla volta di Castiglia.
Seguitando il cammino con tempo buono, le due caravelle corsero tanto,
che il 10 di febbraio, al parere dei piloti, dovevano ritrovarsi al
mezzodì delle isole Azzorre. Ma l’almirante, avendo osservato
attentamente nel ritorno i limiti estremi del mar di sargasso che
attentamente aveva osservati all’andata, conchiuse che si fosse un
quaranta leghe più indietro. Ed egli ragionava dirittamente, come poi si
vedrà.

Il 12 di febbraio già speravano di veder terra da un momento all’altro,
quand’ecco il vento incominciò a soffiare con violenza, e il mare a
gonfiarsi. Il giorno dopo, fu anche peggio; incominciò a balenare da
greco, e tosto si scatenò un temporale dei più grossi che mai si fossero
veduti. Quei deboli navigli, sprovveduti di ponte, non erano troppo in
istato di resistere ai fortunali dell’Atlantico. Bisognò per tutta la
notte andare con le vele imbrogliate, abbandonandosi alla discrezione
del vento e del mare. Un po’ di calma seguì nella mattina del 14; ma fu
di breve durata. Un vento impetuoso si era levato da ostro, durando
tutto quel giorno e la notte seguente. Le povere caravelle andavano
palleggiate sui flutti come gusci di noce, non avendo più modo di
sostenere quella furia degli elementi, e rinunziando quasi del tutto a
governare. Il buio della notte non permettendo di vedere la _Pinta_,
l’almirante fece sospendere il fanale all’albero di maestra, come per
significare alla _Pinta_ di imitarlo, affinchè potessero le due navi
andare di conserva. Ma la _Pinta_ aveva poco saldo il trinchetto, e non
potendo tener testa al vento, fu costretta a riceverlo in fil di ruota,
correndo verso tramontana, mentre la _Nina_ si sforzava di governare per
greco. La _Pinta_ parve rispondere per qualche tempo al segnale
dell’almirante; ma il suo lume a grado a grado si allontanava; nel cuor
della notte era sparito del tutto.

Cristoforo Colombo aveva l’anima oppressa da funesti presagi sul destino
della _Pinta_ e della stessa sua nave. Alla punta del giorno, il mare
gli offerse un pauroso spettacolo. Non si vedevano tutto intorno che
cavalloni inferociti e ruggenti. Della caravella di Martino Alonzo
Pinzon non appariva più traccia sull’orizzonte. La _Nina_ spiegò alcune
vele per tenersi di prora al mare, e non andarne sommersa. Si levò il
sole, e con esso crebbero il vento e le ondate; per tutto il corso di
una terribile giornata la _Nina_, non più in grado di resistere, fu
trascinata, sbalestrata per ogni dove dal furore dell’uragano.

Vedendosi perduti oramai d’ogni soccorso terrestre, i marinai della
_Nina_ si volsero al cielo; ed estrassero a sorte il nome di quello tra
loro che dovesse andare in pellegrinaggio per tutti alla Madonna di
Guadalupa, portandole un cero del peso di cinque libbre. La sorte
designò lo stesso almirante. Un altro pellegrino fu sortito per andare
alla Madonna di Loreto, e fu designato un marinaio, a nome Pedro de
Villa, a cui l’almirante promise di rifar le spese del viaggio. Indi fu
gittata la sorte d’un terzo pellegrino, il quale andasse a vegliare una
notte a Santa Chiara di Moguer; e la sorte designò un’altra volta
l’almirante. Ma crescendo tuttavia il fortunale, tutti quelli della
caravella fecero voto di andar scalzi e in camicia al santuario della
Vergine, nella prima terra a cui fossero approdati. Il cielo non di meno
si mostrava sordo ai lor voti; la burrasca si faceva sempre più
spaventosa, e non fu alcuno che non si stimasse perduto. La mancanza di
zavorra rendeva più difficile la condizione della nave, avendola
alleggerita il consumo delle vettovaglie. L’almirante immaginò di far
riempir d’acqua salsa le botti vuote; e questo fu di qualche aiuto,
operando in guisa che meglio si potesse sostentare il naviglio, senza
così grande pericolo di travolgersi.

Cristoforo Colombo si sarebbe rassegnato di buon animo alla morte, che
già tante altre volte s’era veduta innanzi agli occhi, se fosse stata in
rischio la sua persona soltanto. Ma gli era di pena e di dolore infinito
il pensare che con la morte sua si perdeva il frutto e la gloria di
tante fatiche. E lo crucciava ancora il vedersi attorniato da gente, che
egli aveva trascinata a forza in quella impresa, e che, presa da
terrore, malediceva il giorno in cui si era imbarcata, e l’autorità di
lui che l’aveva costretta a proseguire il viaggio, quando tutti si erano
ammutinati, e potevano obbligarlo al ritorno.

Già, sopra una pergamena, egli aveva scritta una concisa relazione del
suo viaggio e delle sue scoperte, indirizzando lo scritto al re e alla
regina di Castiglia. Su quella pergamena, piegata e suggellata, scrisse
che chiunque la consegnasse alla sua destinazione senza aprirla avrebbe
dalle Loro Altezze mille ducati di premio. Poi, ravvolto il plico in una
fascia di tela cerata, e chiusolo in un pane di cera, pose l’involto in
un barlozzo che gittò subito in mare, lasciando i suoi marinai nella
credenza che egli sciogliesse in tal guisa un voto di religione. E
un’altra copia del memoriale, suggellata e custodita nel medesimo modo,
collocò sulla poppa del naviglio, con la speranza che il barlozzo
potesse galleggiare, ed essere spinto a qualche spiaggia, nel caso che
la caravella andasse travolta negli abissi del mare. Queste precauzioni
calmarono alquanto il suo spirito. E nuovo conforto gli arrecò il vedere
sull’alba il cielo meno fosco ad occidente: indizio di vento che si
sarebbe levato da quella parte. Infatti, poco dopo incominciò a soffiare
il ponente. Le onde, per altro, erano sempre così alte e ribollenti, che
nella notte si potè camminare con poche vele soltanto.

La mattina del 15, allo spuntar del giorno, Ruy Garcia, un marinaio
della Santogna, dall’alto dell’albero di maestra dove stava in vedetta,
gittò il grido di terra. La gioia manifestata dall’equipaggio nel
rivedere l’antico Mondo, eguagliò quella che esso aveva manifestata alla
vista del nuovo.

Appariva la terra a greco levante, argomento di subita controversia fra
i piloti: uno di essi sostenendo che quella era l’isola di Madera; un
altro che era la rocca di Cintra sulla costa del Portogallo; un altro
ancora qualche punto della costa di Spagna. L’almirante, forte de’ suoi
computi e delle sue osservazioni, giudicò essere una delle isole
Azzorre.

Era infatti l’isola di Santa Maria, la più meridionale di quel gruppo.
Per due giorni, a cagione del vento contrario e del mare agitato, non fu
possibile l’approdo. La sera del 17 si stava per gittar l’áncora, quando
si spezzò il canape, e da capo fu necessario avventurarsi in alto mare.
Finalmente, la mattina del 18, fu possibile alla _Nina_ di ancorarsi
dalla parte settentrionale dell’isola.

Gli abitanti della Santa Maria si maravigliarono molto di due cose: che
quel fragile schifo avesse potuto sostenere tanta furia di mare, e che
un Nuovo Mondo fosse stato scoperto. Del dire chi fossero e donde
tornassero, male incolse ai reduci dalla memorabile impresa. Discesa a
terra una parte dell’equipaggio per sciogliere il suo voto ad un
santuario della Vergine, che si vedeva a mezza costa, furono presi
prigioni dal capitano dell’isola e catturato il palischermo sul quale
erano venuti a terra. Quel capitano, certo Castaneda, avrebbe volentieri
pigliato anche Cristoforo Colombo, che era rimasto a bordo con l’altra
parte della sua gente, aspettando che la prima squadra ritornasse.
Furono molti, per quattro giorni alla fila, i discorsi e le
tergiversazioni del signor capitano; il quale, finalmente, la sera del
22 mandò una barca con due preti e un notaio, che domandassero in nome
suo di vedere le carte di Cristoforo Colombo, assicurandolo esser egli
disposto a prestargli ogni servizio dipendente da lui, purchè fosse
davvero almirante dei reali di Spagna.

Cristoforo Colombo intese esser quello un raggiro del Castaneda, per
dissimulare una ritirata e abbandonare con un po’ di decoro il contegno
ostile che aveva assunto prima. Represse allora il suo sdegno; rispose
ringraziando delle cortesi profferte, e riconoscendo che la loro
domanda, rispetto alla commissione regale a lui affidata, era secondo
l’uso e la ragione del mare; perciò si fece a mostrare la lettera
generale di raccomandazione dei Re Cattolici, indirizzata a tutti i loro
sudditi e agli altri principi; e parimente la commissione che gli
avevano data di imprendere il suo viaggio di scoperta oltre l’Atlantico.
Il che veduto dai tre inviati, questi se ne ritornarono a terra
soddisfatti, e rimandarono il palischermo, coi marinai sostenuti fin
allora in prigione.

L’almirante non vide altrimenti il Castaneda, nè approfittò delle sue
tarde profferte di servizi. Il 24 di febbraio, partì dall’inospite lido
della Santa Maria, facendo vela per levante. Ma non erano ancor finite
le peripezie del ritorno. Il 3 di marzo, la povera _Nina_ dovette
sostenere un altro temporale, donde riportò le vele squarciate. La furia
del vento e quella del mare erano tali, che l’equipaggio si stimò
un’altra volta in gravissimo pericolo. Un altro voto fu fatto, di
mandare un altro pellegrinaggio al Santuario di Santa Maria della Centa,
presso di Huelva; e la sorte ancora una volta designò l’almirante.

Nella orribile notte che seguì, fu veduta al chiarore dei lampi la
terra. Ma quella vista non fu salutata con giubilo, temendo tutti che la
caravella non fosse sbalestrata contro gli scogli. Dov’erano andati a
parare? Se ne avvidero la mattina del 4 marzo, riconoscendo la rocca di
Cintra e la foce del Tago.

L’almirante diffidava delle disposizioni dei Portoghesi verso di lui. Ma
la burrasca, che sempre più infuriava, non gli dava modo di scegliere un
altro rifugio. Entrò nel Tago, andando a gettar l’áncora dirimpetto a
Rastello, bene accolto dagli abitanti, che tutta la mattina avevano
osservata da lungi la povera caravella in continuo pericolo.

Un corriere fu subito spedito dall’almirante ai reali di Castiglia, per
dar nuova del suo ritorno e delle fatte scoperte. Un’altra lettera al re
di Portogallo, che si trovava allora a Val Paraiso, chiedeva licenza di
avanzare la sua nave fino a Lisbona, dove sarebbe stata maggiormente al
sicuro. Per dissipare intanto ogni dubbio nella mente del re, Cristoforo
Colombo soggiungeva di non essere stato sulle coste di Guinea, nè in
nessun’altra delle colonie portoghesi, ma di essere venuto dalla
estremità orientale delle Indie.

Innanzi di muovere per Lisbona, l’almirante del mar Oceano ricevette la
visita solenne di don Alvaro di Acuna, capitano della nave grossa che
stava a guardia del porto di Rastello. Seguirono le visite d’una
moltitudine di barche e di burchielli, con gente venuta perfin da
Lisbona, dove la notizia del maraviglioso viaggio era corsa. Uomini
d’alto affare, grandi ufficiali della corona, gentiluomini, ed ogni
sorte di curiosi, tutti si affollavano intorno alla caravella che
ritornava dalla scoperta di un Mondo; nè fu poca la tristezza di coloro
che vedevano assicurata quella strepitosa conquista alla Spagna, mentre
il Portogallo era stato il primo a cui Cristoforo Colombo aveva offerto
di tentare l’impresa. Ma tardi si pente chi ultimo arriva.

Don Martino di Norogna, gentiluomo della Corte portoghese, giunse il
giorno 8 con una lettera del re Giovanni, che invitava il fortunato
scopritore alla sua residenza. Partì Cristoforo Colombo quella medesima
sera; giunse a Val Paraiso, ricevuto da una grande cavalcata, ed ebbe
dal re accoglienze cortesi. Non mancarono per altro le allusioni ai
diritti del Portogallo, che potevano essere stati offesi da quel viaggio
di scoperta, e l’almirante dovette penar molto a persuadere il re
Giovanni e i suoi consiglieri che le conquiste portoghesi non erano
punto in questione. Quelle, del resto, erano faccende da potersi
trattare direttamente fra la Corte di Portogallo e la Corte di Spagna.

Dopo parecchi giorni di dimora a Val Paraiso, ebbe Cristoforo Colombo
licenza di ritornarsene alla sua caravella. E giunto a bordo, come Dio
volle, il mercoledì 13 marzo, a due ore di giorno, fece vela per andare
alla Corte di Spagna. Il venerdì seguente, sull’ora del meriggio, girava
la punta dell’isoletta di Saltes, donde, addentrandosi nel fiume, venne
a dar fondo nel piccolo porto di Palos.

Da quel porto era egli uscito il 3 di agosto dell’anno antecedente 1492,
cioè sette mesi e undici giorni prima.

Quivi fu ricevuto da tutto il popolo in processione, e con una festa,
con un giubilo così alto e chiassoso, che parve piuttosto un delirio.

La prima visita dell’almirante e dei suoi marinai fu alla chiesa
principale della città. Il grande navigatore passò per le vie in mezzo
ad una calca acclamante e plaudente; quella stessa calca che lo aveva
maledetto un anno prima, come un avventuriere, per il cui pazzo orgoglio
erano condannati a morte sicura tanti valorosi marinai di Castiglia.

Cristoforo Colombo non pensò neanche alle contrarietà, agli ostacoli,
alle esecrazioni dell’anno antecedente. Pensò piuttosto al giorno in
cui, oscuro e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era giunto a
Palos, e di là, non trovandoci modo di vivere, si era avviato per l’erta
della collina sovrastante, fino al convento dei francescani di Santa
Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il sorso d’acqua e il tozzo
di pane, da cui era dipesa la sua vita, e la scoperta di un mondo.

Ma mentre egli pensava con gratitudine alla Rabida, don Juan Perez di
Marcena scendeva dal colle ad incontrare l’amico. E con lui veniva il
medico don Francisco Garcia.

L’incontro dei tre amici fu commovente. Corsero abbracci e baci senza
fine; ed anche si piansero molte di quelle buone lacrime, che provano
all’uomo la bontà sua, e perfino la bontà della esistenza; almeno in
qualche momento solenne.

Echeggiava ancora la piccola città di Palos delle acclamazioni al grande
almirante del mare Oceano, quando nel suo porto entrava un’altra
caravella, la _Pinta_. Nessuno badava alla nuova arrivata; nessuno, del
resto, poteva badarci, poichè le calate erano deserte, e sulle navi
ormeggiate nel porto non apparivano marinai.

Un palischermo si staccò dalla _Pinta_, venendo alla calata, e ne smontò
il comandante della caravella, Martino Alonzo Pinzon, molto maravigliato
di quel silenzio, di quella solitudine. Solo un pescatore, un povero
storpio, stava seduto là presso, con le gambe penzoloni sull’orlo della
calata, in atto di innescare la sua lenza.

—Che cos’è, Sancio?—gli chiese il Pinzon, riconoscendolo.—Son tutti
morti, a Palos?

—Al contrario, più vivi e più allegri che mai;—rispose il pescatore.—Ma
sono tutti fuori; hanno accompagnato il grand’uomo sulla collina, al
santuario della Rabida.

—Il grand’uomo!—esclamò Martino Alonzo Pinzon.—Chi è questo grand’uomo?

—L’almirante, don Cristoval Colon, che ha scoperte le nuove isole. Non
lo sapete? Non eravate con lui?

—Sì, sì;—borbottò il Pinzon.—Ma quando è egli arrivato?

—Questa mattina. E si è fatta una gran festa, in paese. Ma dove eravate
voi, Martino Alonzo? rimasto indietro, non è vero?

—Sì, rimasto indietro;—replicò il Pinzon;—quantunque io per il primo
abbia toccata la costa di Spagna. Ma io ho avuto la disgrazia d’essere
spinto dal fortunale nel golfo di Biscaglia. Perciò arrivo tardi.... e
chi tardi arriva, male alloggia, a quel che vedo.

—Beato voi che per alloggiare avete una bella casa, Martino
Alonzo;—disse il pescatore.—Ma voi andrete ora incontro al signor
almirante, m’immagino. Egli sarà ben contento di vedervi.

—Non andrò;—rispose il Pinzon.—Ci sarà tempo domattina. E tu bada,
Sancio, non dire di avermi veduto. Voglio andarmene a riposare nella mia
bella casa, amico Sancio; nella mia bella casa, dove non isperavo di
dormire.

—Eh, certo! dopo tanti mesi di fatiche, il vostro letto vi piacerà. Ma
sarete l’unico a dormire, questa notte; tanta è l’allegrezza del nostro
paese.

—Dove io sono accolto come un cane;—brontolò Martino Alonzo.—E come un
cane me ne andrò ora alla cuccia. Ti ripeto, non dire a nessuno di
avermi veduto; altrimenti....—

E accentuò la sospensione della frase con un gesto di minaccia.

—Non dubitate, Martino Alonzo;—rispose lo storpio.—Sarete obbedito.—

Il comandante della _Pinta_ si allontanò dalla calata, andando verso la
casa sua, dove non era aspettato. E giunse nella sua casa senza avere
incontrato nessuno per via; e nella sua casa si chiuse, col suo mal
talento nell’anima.

Che cos’era avvenuto, per renderlo tanto scontroso quel giorno?
Sicuramente, era triste il giungere a quel modo in patria, non veduto,
non salutato da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo, di cui
Sancio gli aveva data la spiegazione. Ed anche si capiva che nell’animo
di Martino Alonzo Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia
d’esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta la sua giusta parte
nelle accoglienze di Palos ai suoi marinai reduci dalla spedizione
portentosa dell’Atlantico. Ma era questa una buona ragione perchè
Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi in casa?

Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda, quali fossero le
ragioni della tristezza e della rabbia di Martino Alonzo Pinzon. La sua
caravella, separata dalla capitana per la violenza dell’uragano, era
stata spinta in un’altra direzione, verso il golfo di Biscaglia, ove,
non senza stento, aveva approdato a Baiona. Ignorando se Cristoforo
Colombo fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente di
precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo favore il giudizio della
corte e del popolo di Castiglia, Martino Alonzo aveva scritto subito al
re e alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma il linguaggio
suo, in quella lettera, non era di un ufficiale subalterno, che
riferisse al suo comandante la gloria dell’impresa; era quello di un
millantatore, che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di
Cristoforo Colombo egli non faceva parola; forse aspettando dal tempo la
certezza di un naufragio che gli pareva molta probabile, si disponeva a
non parlare che di sè, dimenticando il comandante supremo. E frattanto,
chiudeva la sua lettera domandando licenza di recarsi alla Corte, per
esporre alle Loro Altezze la peripezie del suo viaggio e l’ordine e la
importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall’Oceano. Il tempo,
frattanto, si era abbastanza rabbonito; e Martino Alonzo Pinzon aveva
spiegate nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia di Palos,
dove si faceva sicuro di essere accolto in trionfo. Quanto alla nave
capitana, egli avrebbe potuto assicurarsi in quel tragitto di ciò che
poteva esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da Baiona a Palos,
certamente la _Nina_ si era inabissata; l’Oceano aveva sepolta per
sempre la gloria del navigatore straniero; e trionfava due volte il
Pinzon.

Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. La _Nina_, non che
perdersi, era giunta prima di lui; e quella tal lettera ch’egli si era
affrettato a mandare da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di
essere interpetrata e giudicata molto severamente, così per le
millanterie del suo autore, come per il silenzio serbato intorno al
comandante della spedizione, al vero scopritore delle nuove terre di là
dall’Atlantico. E con tante orgogliose speranze nel cuore si era egli
appressato all’isolotto di Saltes! Con tanta baldanzosa fiducia aveva
rimontato il corso del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera
baldanza! Finivano ambedue nella vergogna; e in una vergogna tanto più
grande, in quanto che essa gli capitava nella sua patria, in quel porto
di Palos, dove fino allora egli era stato riverito come il primo fra i
primi navigatori di Castiglia.

E come fu grande la vergogna, così fu grande il rimorso. Martino Alonzo
pensò all’arroganza, alla insofferenza d’ogni freno e d’ogni autorità,
di cui aveva fatto prova in tante occasioni, durante il viaggio; ed
anche all’atto di vera disobbedienza a cui si era lasciato trascorrere,
abbandonando il suo almirante nelle acque di Cuba, così rendendo
impossibile al grande navigatore di proseguire le sue scoperte.
Ricordando queste cose, era naturale che non osasse mostrarsi per le
vie, fino a tanto che l’almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque
che fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse partito di
là. Il fatto seguì assai prima che egli non isperasse. L’almirante aveva
mandato un corriere alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a
Barcellona; il giorno seguente, disceso dal convento della Rabida, dove
aveva passata la notte, Cristoforo Colombo si avviò, per via di terra,
alla volta di Barcellona.

E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal suo nascondiglio. Un buon
pretesto per quel suo rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche non
fosse stato buono, egli non doveva render conto degli atti suoi a
nessuno. Era giunto tardi, perchè il temporale lo aveva mandato a parare
in Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare le feste fatte
al suo comandante; era stanco morto; più che esser portato in trionfo
gli premeva di riposarsi qualche ora. Si era riposato, era uscito; qual
colpa era la sua, se non aveva veduto l’almirante? Per tanti mesi di
seguito si erano veduti ogni giorno. E anch’egli, uno di quei giorni, si
sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona. Intanto, egli
approfittava di quel riposo a Palos, per mettere in sesto le cose sue,
che ne avevano bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore;
lavorar sempre, o in una cosa o nell’altra, senza un giorno di tregua.

Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi, quando l’occasione si
offriva, Martino Alonzo Pinzon credette di giustificare la sua dimora
prolungata a Palos. Ma intanto ch’egli si consumava di rimorsi e di
rabbia, gli giungeva una lettera dalla Corte. I sovrani non tenevano
verun conto delle sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece
della sua disobbedienza all’almirante, e finivano dispensandolo da una
visita che sarebbe stata penosa per tutti.

Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo. Già poco ci voleva per
abbattere quella rovina d’uomo. Vittima dell’invidia sua, dei rimorsi,
della vergogna ond’era stato oppresso così duramente, il comandante
della _Pinta_ in capo a pochi giorni fu trovato morto nel suo letto. Gli
stenti del fortunoso viaggio, un vizio del cuore, un insulto
apoplettico, diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.

La storia non sarà disumana con Martino Alonzo Pinzon. Essa, obbligata
ad essere la più umana di tutte le scienze, poichè ha per sua materia
gli uomini e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre a più
giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi da vecchi narratori
sulla traccia dei grandi eventi a cui ritrovarono il loro nome
associato. Ma essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare
di esser giusta, con quei modesti cooperatori delle grandi imprese, i
quali ebbero il torto di voler parere più alti del vero. Quanti eroi
della leggenda, ed abbastanza rispettati dalla critica, non si mostrano
da meno di quel povero Martino Alonzo Pinzon! Intrepido marinaio, ma di
poca coltura, in un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva nessuna,
egli cedette in un cattivo momento ai demoni della superbia e della
cupidigia. In lui erano potentissimi gl’istinti, e non dominati dalla
ragione. Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo Pinzon, in un
felice momento, udì le voci del suo buon genio, che lo chiamava ad una
nobile impresa, avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti. Fu
egli il primo marinaio di Spagna che si persuase della verità e della
grandezza delle idee di Cristoforo Colombo. Se egli non era, il povero
Martino Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava l’esempio di
avventurare la sua vita col navigatore Genovese, nessun marinaio di
Palos, di Huelva, di Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella
nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta lettera morta.
Quell’atto redime molti falli, e può farne dimenticare molti altri. E
noi deponiamo un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo Pinzon.



                            _Capitolo XIX._



                              Il commiato.



Cristoforo Colombo avrebbe voluto recarsi a Barcellona con la sua
caravella. E sarebbe stato, agli occhi della Corte di Spagna, un bel
contrasto fra la importanza della scoperta e la povertà dei mezzi con
cui la scoperta era stata fatta da lui. Ma la povera _Nina_ imbarcava
acqua da tutte le commessure, e bisognò rinunziare al disegno.
L’almirante si recò dunque per terra a Siviglia, per aspettare colà gli
ordini del re Ferdinando e della regina Isabella.

A Siviglia lo accompagnarono sette dei dieci naturali che egli aveva
condotti da Guanahani e da Cuba. Uno era morto in viaggio; due erano
infermi, e furono lasciati a Palos, affidati alle cure amorevoli di don
Francisco Garcia. Ma l’almirante volle con sè tutti i suoi ufficiali e
tutti i marinai che avevano partecipato ai rischi e alla gloria
dell’impresa, così quelli della _Pinta_ e della distrutta _Santa Maria_,
come quelli della _Nina_, diventata la nave capitana.

Dei marinai che lo seguivano, due mutarono spoglie, appena giunti a
Siviglia. Erano i due genovesi, Cosma e Damiano, che apparvero alla
presenza del signor almirante in veste da gentiluomini. La cosa non
doveva parer strana a nessuno. Tutta la marinaresca sapeva da un pezzo
che quei due erano marinai per celia; sebbene, lavorando e faticando
come gli altri, non avessero fatto niente per celia.

L’almirante era da pochi giorni nella capitale dell’Andalusia, quando
ricevette la lettera dei sovrani, che lo pregavano di dare
immediatamente, a Siviglia, o dove gli piacesse meglio, gli ordini
necessari ad affrettare la sua partenza per un nuovo viaggio,
informandoli a volta di corriere di ciò che avessero a fare dal canto
loro, per agevolare gli apparecchi. S’intende che lo invitarono anche a
recarsi alla Corte, in Barcellona; ma questo era il meno. E certamente a
Cristoforo Colombo doveva piacere, assai più del cortese invito, la
fretta con cui Ferdinando e Isabella miravano ad assicurarsi la
conquista di un nuovo impero di là dall’Atlantico; una conquista che per
tanti anni si erano peritati d’intraprendere.

Il ricapito della lettera regia era questo: «A Don Cristoval Colon,
nostro almirante sul mare Oceano, vicerè e governatore delle isole
scoperte nelle Indie». Anche questi titoli, come erano stati lesinati,
un anno addietro! Per la insistenza di Cristoforo Colombo a domandarli,
era pericolata all’ultimo momento la spedizione. Tempi mutati! Ma il
marinaio genovese non serbava rancori nell’anima, e ad altro non pensò
che ad eseguire i comandi delle Loro Altezze, inviando a volta di
corriere, come chiedevano, una minuta descrizione delle navi, degli
uomini e delle munizioni necessarie al suo secondo viaggio.

Dopo di che, si pose in cammino per andare a Barcellona. La via non era
lunga; ma dovevano renderla lunghissima le numerose fermate, di cui egli
non poteva passarsi, essendo costretto a traversare molte delle più
belle e popolose città della Spagna.

Il suo viaggio parve la marcia trionfale di un conquistatore. Ovunque
egli passava vedeva affollarsi la gente dei luoghi circonvicini, che
fiancheggiava le strade maestre ed ingombrava borghi e villaggi. Nelle
grandi città, le vie, le finestre, i terrazzini, i tetti, brulicavano di
spettatori curiosi che facevano suonar l’aria dei più lieti clamori. Ad
ogni tratto era fermato dalla calca, che voleva veder lui da vicino, per
imprimersi bene i suoi lineamenti negli occhi. Con molta maraviglia
erano anche osservati gl’Indiani, che veramente erano facce dell’altro
mondo, e parevano piovuti in terra da qualche pianeta.

Così trattenuto ad ogni punto, obbligato a passare un giorno nei luoghi
più importanti, a passare almeno qualche ora nei luoghi più piccoli,
affinchè fosse appagata la curiosità di tutti, l’almirante non giunse a
Barcellona che il 14 di aprile. Colà tutti gli apparecchi erano fatti
per accoglierlo con solennità e magnificenza. Ad una certa distanza
dalla città, gli mosse incontro una splendida cavalcata di gentiluomini,
con gran moltitudine di popolo, per fargli onoranza.

Il suo ingresso nella nobile capitale della Catalogna fu paragonato al
trionfo che solevano concedere gli antichi Romani ai loro consoli
vittoriosi. Andavano primi gli Indiani dipinti d’ocra a vari colori,
secondo la foggia del loro paese, adorni di armille alle braccia, di
piastrelle e di cerchietti d’oro alle nari. Dopo di questi, che
camminavano portando i loro archi, le loro frecce e le loro zagaglie,
venivano i marinai, portatori dei pappagalli vivi, dalle molte varietà e
dai più lieti colori, delle piante rare, e sopratutto dell’oro in
polvere, o in masse più o meno vistose. Giungeva ultimo l’almirante a
cavallo, accompagnato dai suoi ufficiali, e seguito da quella splendida
cavalcata di gentiluomini, che era venuta ad incontrarlo.

La calca era così fitta, che spesso era impossibile di farsi largo per
via. Le dame sventolavano i fazzoletti dalle finestre e dai terrazzini;
dai tetti al basso della strada era un agitarsi di teste, un levarsi di
grida festose. Sembrava che il popolo non potesse saziarsi di
contemplare i trofei di un Nuovo Mondo, e l’uomo maraviglioso che aveva
saputo indovinarlo, che aveva potuto scoprirlo.

Per accoglierlo con maggior pompa, Ferdinando e Isabella avevano
ordinato che il loro trono fosse incalzato in una gran loggia aperta,
accessibile al maggior numero di persone, sotto un ricco baldacchino di
broccato d’oro. Ivi il re e la regina attendevano l’arrivo dell’eroe;
vicino ad essi stava il principe Giovanni; tutto intorno gli uffiziali
della corona e la prima nobiltà di Castiglia, di Valenza, di Catalogna e
d’Aragona.

Cristoforo Colombo entrò nella sala, accompagnato dai suoi ufficiali, in
mezzo ai quali si distingueva egli per l’alta statura, la nobiltà del
portamento e il raggio di viva allegrezza che gli sfavillava dagli
occhi. Superbo non era, in quell’ora; e avrebbe potuto esserlo,
vedendosi davanti la più parte di coloro che più fieramente avevano
avversati i suoi disegni, negata la sua dottrina, disprezzata la sua
persona e calunniate le sue intenzioni! Non era superbo; ma poteva farlo
apparir tale la solennità del momento, e quel suo ritorno di
trionfatore, da una impresa che era seguita punto per punto quale egli
l’aveva immaginata e proposta.

Del resto, il legittimo orgoglio che poteva dipingersi nel suo viso
radiante d’allegrezza, era ancora un giusto omaggio a coloro che in lui
avevano creduto, a coloro che lo avevano consolato e confortato nei più
tristi momenti della sua vita, nei giorni troppo lunghi e troppo
frequenti delle sue amarezze. Certo, non vedeva di mal occhio quell’aria
di onesta alterezza la regina Isabella, che tanto si era adoperata per
appagare i voti del navigatore Genovese; di quella alterezza doveva
compiacersi, come di propria vittoria, quella nobile dama che stava in
piedi accanto allo scanno della regina, la marchesa di Moya, Beatrice di
Bovadilla.

Qual turbamento, e come dolce, in quel cuore di donna! Ci sono le gioie
che opprimono, tanto sono violente; pure, chi vorrebbe rinunziarci? A
buon conto, non voleva rinunziarci la nobile signora, che aveva
aspettato quel giorno e quel turbamento profondo, come il premio di
tutte le sue fatiche, come il compenso di tutte le sue ansietà, di tutti
i suoi terrori, di tutti i suoi scoramenti.

Comprimendo a stento i battiti del suo cuore, Beatrice di Bovadilla
guardava davanti a sè. Non aveva da muoversi, non aveva da voltare la
faccia; l’argomento di tutte le sue cure doveva giunger là, in quel
breve spazio, rimasto vuoto per lui. E quell’uomo era giunto, quello
spazio era finalmente ripieno, della persona, della luce, della gloria
di lui. In mezzo a quella gran folla di dame e di cavalieri, nessuno
badava a lei, in quel punto; neanche don Francisco di Bovadilla, il suo
scontroso e sdegnoso fratello; neanche don Fernando Talavera, il
burbanzoso ed ignorante vescovo di Granata; neanche don Giovanni
Cabrera, marchese di Moya, suo signore e padrone. Tutti gli sguardi,
come tutti i pensieri, erano rivolti al trionfatore; la curiosità, la
commozione, e tutti gli ardori che può comunicare in certi momenti una
moltitudine giubilante al cuor più ribelle, usurpavano il campo ad ogni
altro sentimento. I vigilatori sospettosi di Beatrice Bovadilla, perfino
i suoi molestissimi innamorati, le davano tregua per quell’ora di
animazione straordinaria, di commozione solenne. Ella era dimenticata,
come perduta, in quella folla che aspettava un uomo, che lo sentiva
avvicinare, che lo vedeva presente. Qual gioia, poterlo guardare
liberamente anche lei! poter cercare con avida cura su quel volto la
traccia dei pericoli corsi, degli stenti patiti, e in quegli occhi la
visione dei grandi segreti strappati all’Oceano! Perchè egli era partito
con tre navi, ed era ritornato con una, con la minore delle tre,
portando sovr’essa la sua fortuna, la sua gloria. Egli trionfava,
finalmente; ma era anche un po’ lei la vincitrice di quella guerra, e
sentiva di trionfare con lui.

Nessuno guardava Beatrice di Bovadilla, di tanti gentiluomini che si
affollavano intorno ai gradini del trono. Ma quell’uomo, su cui si
fissavano gli occhi di tutti, dove volgeva egli i suoi? Si era avanzato
fino ai gradini del trono; il re e la regina si erano alzati per
riceverlo; ed egli, prendendo rispettosamente le destre di Ferdinando e
d’Isabella, si era inginocchiato per baciar quelle destre. Lo avevano
amorevolmente rialzato, pregandolo di voler sedere davanti a loro, sopra
uno scanno che due valletti si erano affrettati a mettere innanzi. Ma
egli, prima di sedere, aveva fatto il gesto di chi vuol guardare
intorno, come per raccapezzarsi, in una compagnia che veda la prima
volta. Pure, non aveva girato molto con gli occhi; il suo sguardo era
andato diritto al fianco della regina, si era incontrato nello sguardo
di Beatrice Bovadilla, e sul volto di lui era corsa una vampa. Ah, bene
facevano tutti, non guardando che lui; meglio aveva fatto egli, non
cercando altro sguardo che quello di lei.

—Don Cristoval, nostro amico, voi state bene? Vi siete rimesso di tante
fatiche?—diceva la regina Isabella.—Abbiamo palpitato di profonda
ansietà, leggendo nella vostra lettera il racconto di ciò che avete
sofferto nel ritorno dal vostro maraviglioso viaggio. Ma ora siete con
noi, e ci sentiamo più tranquilli. Vorrete voi raccontarci di tutte le
grandi cose che avete operate?

—Con l’aiuto di Dio e sotto il padronato delle Vostre Altezze,—rispose
Cristoforo Colombo,—l’impresa non poteva sortire un esito migliora.
Umile istrumento della provvidenza celeste, io la ringrazio ogni giorno
di avere inspirato ai Sovrani di Castiglia tanta benevolenza per me.—

Benevolenza un po’ tarda, non è vero? e sopra tutto, ben misera negli
effetti! Ma il navigatore Genovese era sincero, ringraziando i reali di
Castiglia di quanto avevano fatto per lui. Chi pensa alle difficoltà,
agli indugi, ai contrasti, quando l’impresa è compiuta e il trionfo l’ha
coronata?

Cristoforo Colombo, per obbedire al desiderio della regina, incominciò a
raccontare il suo viaggio. Era facondo, come sappiamo, ed anche spesso
eloquente, di una eloquenza che toccava in certi punti il sublime, nella
sua stessa semplicità. Quella volta, poi, doveva riuscire più eloquente
d’Iperide, usando a più nobile fine un famoso argomento dell’oratore
ateniese. Egli, infatti, poteva presentare i documenti della sua gloria,
in quelle sette creature umane, tanto diverse da ogni specie conosciuta,
alle quali, oltre il rosso colore della pelle, dava tant’aria di novità
lo strano costume di tingersi il corpo, segnandolo di svariate figure, e
quell’altro, non meno strano, di portare al sommo della nuca quei ciuffi
di penne dai vivaci colori.

E non era men bello vedere quei selvaggi sgranar tanto d’occhi, per
contemplare quella società europea, tutta coperta di seta, di broccato e
di trine. I cortigiani di Castiglia godevano, senza darsene ragione, di
quel naturale contrasto fra due razze, una delle quali, ignota fino a
quei giorni, e padrona di sè, doveva cadere in servitù dell’altra, e a
mala pena conosciuta, e a mala pena assoggettata, sparire dalla faccia
della terra. Poveri selvaggi del Nuovo Mondo! Ignorando la loro sorte,
contemplavano attoniti la grandezza, la maestà dei reali di Spagna,
offrendo loro nei canestri di vimini, intessuti con la loro arte
bambina, la polvere d’oro che doveva destare tante cupidigie, ed esser
cagione di tanti delitti all’uomo civile.

Della attenzione con cui tutta la Corte era stata ad udire il racconto,
non occorre parlare. Erano così nuove le cose che diceva l’almirante del
mare Oceano; e ciò che tutti vedevano riusciva a così vivo commento
delle parole sue, che due ore trascorsero senza che alcuno di tanti
ascoltatori se ne fosse avveduto. Pure, egli non aveva raccontato che
sommariamente. Ma tutti si ripromettevano di udirlo ancora, e di avere
da lui in tutti i più minuti particolari ciò che per sommi capi era
stato esposto, quasi a sfiorare il tema, ad acquetare la prima sete, ma
senza spegnerla ancora.

Com’ebbe finito di raccontare, Cristoforo Colombo presentò ad uno ad uno
i suoi compagni di viaggio. Isabella e Ferdinando ebbero una cortese
parola per tutti.

Quando venne la volta dei due amici, che sappiamo, Cristoforo Colombo
non potè dire, naturalmente, che due nomi di battesimo, e per giunta non
i veri ed autentici.

—Cosma e Damiano,—diss’egli,—miei concittadini; due nobili genovesi, che
hanno voluto venire con me, nell’umil veste di semplici marinai.—

Ferdinando salutò graziosamente con un cenno del capo e con un sorriso i
due marinai gentiluomini.

—Nobili uomini,—rispose egli,—e più nobili cuori! Qui troveranno in buon
punto due loro illustri concittadini, a noi inviati per ambasciatori
della eccelsa Repubblica di Genova. Signori,—soggiunse, volgendosi a due
gravi personaggi che erano sulla sua destra,—vogliate riconoscere ad
abbracciare i vostri concittadini, che si son fatti compagni di fatiche,
di pericoli e di gloria del nostro grande almirante e vicerè, don
Cristoval Colon.—

I due personaggi uscirono dalle prime file. Erano essi messer Francesco
Marchesio, legista, e Giovanni Antonio Grimaldo, ambasciatori mandati da
Genova alla Corte di Castiglia, per negoziare un trattato di pace e di
alleanza fra i due Governi.

Il Grimaldo riconobbe Cosma alla bella prima, e già aveva incominciato a
dirgli:

—Siete voi, messer Gia....—

Ma un’occhiata di Cosma gli mozzò in bocca il nome che egli stava per
proferire.

—Siamo Cosma e Damiano, qui;—soggiunse Cosma, a guisa di commento, e
parlando il vernacolo di casa;—due amici, due fratelli, come i santi di
cui abbiamo assunti i nomi. Le nostre famiglie non sono d’accordo
laggiù; ma voi non vi maravigliate, messer Giovanni Antonio, se noi due
ci ritroviamo amicissimi qui. Siamo fuori di casa; e fuori di casa
possiamo anche incontrarci volentieri con gli ambasciatori del doge
Adorno.

—Una bella gloria per voi, messeri, di aver partecipato a questo
miracoloso viaggio!—disse Francesco Marchesio, cercando di sviare il
discorso dalle cose di Stato.

—E per il nostro insigne concittadino Colombo d’averlo ideato e
compiuto;—aggiunse Damiano.—Vedete intanto, messeri? Gli hanno già
smozzicato il cognome. E questo mi pare il primo rimprovero alle nostre
discordie, le quali non hanno consentita la gloria di scoprire il Nuovo
Mondo ai figli di quei Genovesi che avevano pure scoperte le isole
Canarie, quelle degli Astori, del Legname e del Capo Verde.

—Di chi la colpa?—mormorò Giovanni Antonio Grimaldo.

—Non vostra, messere, nè del vostro onorando compagno; nè la nostra, a
buon conto;—replicò Damiano.—Ad un per uno, siamo tutti innocenti; ma
posti a mazzo....

—È vero; non dite di più!—interruppe il Grimaldo.—Ma qui, fuori di casa,
tutti amici, non è vero messer Bar....

—Damiano, per ora, e felicissimo al pari di Cosma, di aver salutati due
valentuomini della nostra cara Genova.—

Le presentazioni erano finite, e il re Ferdinando aveva fatto un cenno.
A quel cenno risposero dall’alto i gravi accordi di un organo. La
regina, il re, le dame e i gentiluomini della Corte s’inginocchiarono. I
cantori della cappella reale intuonarono il _Tedeum_, e ad essi fecero
eco le voci di tutta quella gente adunata. Il maraviglioso inno
Ambrosiano, vera elevazione delle anime a Dio creatore, a Dio
consolatore, a Dio datore d’ogni bene, non fu mai cantato con tanta
pienezza di gratitudine, con tanta commozione di cuore. Le lagrime
corsero più volte agli occhi della regina; di lagrime, per tutto il
tempo che durò la modulata preghiera, si mostrarono rigate le guance del
navigatore Genovese.

Finito il canto si levarono tutti, e incominciò la sfilata. Accompagnati
dal vicerè delle isole scoperte, dal grande almirante del mare Oceano,
Ferdinando ed Isabella si avviarono al palazzo reale, in mezzo ad una
moltitudine acclamante.

In più ristretti colloqui il grand’uomo raccontò partitamente ai reali
di Castiglia la fatte scoperte. E allora gli toccò di ricevere le
congratulazioni, le lodi, le strette di mano di tutti i più eminenti
personaggi. Molto egli gradì l’abbraccio di don Pedro di Mendoza,
cardinale e primate di Spagna, che era stato il più autorevole dei suoi
difensori al tempo del consiglio di Salamanca. Ma egli non potè
reprimere un atto di stupore, vedendosi prendere tanto amorevolmente per
tutt’e due le mani da don Fernando Talavera, vescovo di Granata,
confessore della regina, e già presidente di quel famoso consiglio in
cui l’ignoranza aveva fatta una delle sue più solenni comparse.

—Figliuol mio!—gli diceva il Talavera, con una voce chioccia che voleva
parer soffocata dalle lagrime della consolazione.—Figliuol mio
dilettissimo, è una grande contentezza per me, di potervi abbracciare!
Che uomo, signori!—soggiungeva, voltandosi a guardare intorno; e non
lasciando tuttavia sfuggire le mani del figliuolo suo dilettissimo.—Che
uomo! Lo avevo sempre detto, io, che un grande onore ci sarebbe venuto
da lui. _Lumen veniet e coelo et hoc lumine implebitur terra_. Che uomo!
che uomo! Don Cristoval, voi dovete andar superbo dell’opera, vostra. E
noi dobbiamo andar superbi di avervi conosciuto, di avervi indovinato.

—Questo io non dimenticherò mai,—disse Cristoforo Colombo, inchinandosi.

E liberatosi finalmente dalle strette del vescovo di Granata, si volse a
don Alonzo Quintanilla e a don Luigi Santangel, che aspettavano la volta
loro. Questi, poi, li abbracciò, e li baciò con effusione di cuore.

—A voi, consolatori, a voi confortatori miei nei tristi giorni
d’abbattimento, io ho pensato ogni giorno, come a don Juan Perez
Marcena, il degno guardiano della Rabida, e al fisico Francisco
Garcia;—disse l’almirante, non curandosi più del Talavera, che ancora
non si era allontanato di là,—Siete stati voi, buoni amici, i miei
quattro punti cardinali; da ognuno di voi, se è lecita a cuori allegri
una celia,—soggiunse egli ridendo,—vorrei intitolata una delle quattro
parti del mondo.

—Ma per opera vostra, don Cristoval, son diventate cinque;—rispose il
Santangel.—Mi è parso di capire dal vostro racconto che le isole
occidentali son molte, e che non sia il caso di regalarle all’Asia.

—È un dubbio, questo, che altri viaggi risolveranno;—replicò
l’almirante.—Ma se una quinta parte sarà, non dubitate, troveremo da cui
intitolarla.

—Saranno tanti oramai quelli che vi hanno protetto!—esclamò il
Quintanilla,—che vi troverete molto impacciato a ringraziarli tutti.—

Così dicendo, l’ottimo don Alonzo non potè trattenersi dal volgere
un’occhiata al vescovo di Granata; il quale, scuotendo la testa nella
sua pappagorgia, rotando gli occhietti astuti e succhiandosi le labbra,
si tirò gravemente in disparte.

Più dignitoso a gran pezza si mostrò don Francisco di Bovadilla, il
fiero commendatore di Calatrava. Non isfuggì il suo nemico, non negò il
saluto riverente al fortunato uomo, che i suoi sovrani festeggiavano,
che tutta la sua nazione acclamava; ma altro non fece, non mentì con le
labbra una allegrezza, una amicizia, che non aveva nel cuore.

Fu molto cortese don Giovanni Cabrera, il marchese di Moya. Il vecchio
cavaliere, dopo tutto, non aveva che da inchinarsi in quella stessa
guisa che tutti gli altri avevano fatto al nuovo astro sorgente; da buon
cortigiano, non aveva che da seguire l’esempio dei suoi eccelsi padroni.
Aggiungete che la nube occorsa tra lui e don Cristoval, o piuttosto tra
lui e la sua nobile compagna, era stata così lieve! Si poteva dir quasi
che niente fosse avvenuto. Se poi era avvenuto qualche cosa, quel poco
era stato facilmente dimenticato.

Per tanto, non fu difficile a don Cristoval di vedere la marchesa di
Moya, in privato colloquio. Quel colloquio, nessuno dei due poteva
cercarlo, nessuno dei due poteva fuggirlo: era naturale che se ne
offrisse l’occasione; era naturale che ambedue l’accettassero.

Pure, non era il colloquio più naturale del mondo. Chi ci ha seguiti
nella prima parte di queste istorie, facilmente lo immagina. Donna
Beatrice aveva veduto giungere quel momento solenne; non aveva fatto
nulla per affrettarlo; e là, davanti a quell’uomo, era rimasta come
inchiodata al pavimento, guardandolo senza vederlo, rispondendo al suo
inchino con un cenno del capo, e con un moto delle labbra, a cui non
rispondeva alcun suono di voce. Gli sorrideva, intanto, gli sorrideva
placidamente, come a persona amica, da cui si fosse separata a mala pena
il giorno prima. E tanto tempo era passato! tante cose erano avvenute,
dopo il loro ultimo colloquio! e del dramma dei loro cuori così poca
parte era stata confidata alle labbra!

Don Cristoval doveva fare tutta la strada che intercedeva fra lui e
Beatrice di Bovadilla. L’obbligo era tutto del cavaliere; e da buon
cavaliere, don Cristoval si avvicinò alla bella marchesa di Moya.

—Signora....—incominciò, ma senza andare più oltre.

Era, lo sapete, tutto ciò ch’egli sapesse dire, rivolgendo il discorso a
donna Beatrice; tanto che un giorno la bella dama spazientita gli aveva
risposto: «non sapete voi dirmi altro, don Cristoval?»

Ma per quella volta la bella dama non gli disse così; anzi, non gli
disse nulla di nulla. Gli porse in quella vece la mano. E don Cristoval
prese quella mano; la tenne a lungo tra le sue; poi, chinatosi
divotamente, v’impresse un bacio anche più lungo della stretta.

Quello era il suo premio, e il buon cavaliere lo gustava intiero. Ed era
anche il tributo della riconoscenza e dell’amor rispettoso per lei. Nè
ella ritirò la sua mano, sebbene la sentisse ardere come per febbre
violenta.

Ma quella scena muta non poteva durare eterna. Don Cristoval, facendo
uno sforzo, aveva levata la fronte, guardando la sua protettrice.
Davanti a quegli occhi aperti che la fissavano, Bovadilla socchiuse i
suoi, e timidamente gli chiese:

—Avete pensato a me, qualche volta?

—Oh!—disse il buon cavaliere.—Più di qualche volta; ogni giorno; tutte
le volte che m’era dato di rientrare col pensiero in me stesso. Ed
anche, ve lo confesserò, mi accadeva di adirarmi con me, di ritrovarmi
assai debole, di scacciare l’immagine....

—Importuna?—soggiunse Bovadilla.

—Non importuna, pericolosa:—rispose don Cristoval.—Voi foste il mio buon
angelo, donna Beatrice, quando io disperavo di raggiungere l’intento.
Là, sull’Oceano, eravate ancora la mia forza interiore. Ma voi lo
intenderete; c’erano i momenti in cui la viltà degli uomini o la collera
degli elementi richiedeva ogni mia cura; ed io allora dovevo temere che
quella immagine, troppo.... presente al mio spirito, non mi facesse
dimentico degli obblighi miei. Perdonate, signora, voi che intendete
sicuramente più che io non dica. Ma a voi pensavo, quando mi venne sui
flutti il primo saluto delle terre sconosciute.... un ramoscello di
spino fiorito; e nel mio pensiero io l’ho dedicato a voi, come l’omaggio
dovuto a colei che mi difese a viso aperto, alla nobile donna per il cui
patrocinio costante fu possibile a me di tentare l’impresa. Eccolo,
signora;—soggiunse don Cristoval, traendo da un piccolo astuccio di
cordovano il ramoscello di spino;—era fiorito, quando io lo destinavo a
voi. Oggi, il poveretto non ha più che le punte. Io spero tuttavia che
non ferisca la nostra amicizia.

—Esso invece la suggellerà;—disse Bovadilla.

Così dicendo, Bovadilla accostò prontamente il ramoscello alla bocca. Si
punse le labbra, come vi sarà facile immaginare; ma fu pronta anche a
premervi su col suo fazzoletto di seta. E quel fazzoletto, tinto di
alcune piccole gocce di sangue, porse tosto a don Cristoval.

—Prendete,—gli disse,—sia questo il pegno d’amicizia eterna fra noi.—

Seguì un lungo silenzio; l’ineffabile silenzio che accompagna le grandi
gioie, come i grandi dolori. Noi lo rispetteremo, ben sapendo che ogni
parola, comunque studiata e riguardosa, guasterebbe. Quando il vicerè
delle isole dell’Oceano partì dalle stanze della marchesa di Moya, egli
aveva gli occhi ancor bagnati di lagrime.

Quel giorno, ritirandosi nel suo appartamento, Cristoforo Colombo ebbe
una pena, a cui del resto era già preparato. Cosma e Damiano, i suoi
concittadini, i suoi compagni di stenti e di pericoli, venivano a
prendere commiato da lui.

—Messere,—gli disse Damiano,—avete comandi da darci per Genova?

—Come? voi volete già andarvene?

—Sì, oggi stesso, se non vi dispiace. L’occasione è qui, l’afferriamo
per il classico ciuffo. In altre parole,—soggiunse Damiano,—salpa di
qui, nella notte, la _Bella Maghellona_, una galeotta genovese; io la
sposo, e Cosma mi accompagnerà nel viaggio di nozze.

—Beato voi! sempre di buon umore;—disse l’almirante.

—Ma sì! perchè mi guasterei il sangue con le malinconie?—rispose
Damiano.—Ho studiato tanto di medicina da intendere che non me lo
aggiusterebbe più nessuna ricetta.

—E non ci rivedremo più, miei signori?

—Chi sa?—disse Cosma.—Non verrete voi mai a salutare la patria?

—La patria!—esclamò sospirando il navigatore Genovese.—Ora, la patria
mia è quello spazio di mare che va dalla foce del Guadalquivir al porto
del Natale. Lo scopritore è incatenato alle sue scoperte, come il Titano
alla sua rupe.

—Con la giunta dell’avvoltoio; la grazia!—rispose Damiano.—E tuttavia,
messere.... Cosma vi ha detto: chi sa? Io vi rispondo: sicuramente. Ci
rivedremo, messere. Vado a Genova e torno.

—Ah, bene! Faccio assegnamento su voi. Ma non saprò io per intanto chi
siete voi due?

—È giusto;—disse Cosma.—Nell’atto di ringraziarvi, il meno che possiamo
fare è di dirvelo. Giano di Campo Fregoso è il mio nome.

—E il mio, Bartolomeo Fiesco;—disse Damiano.

—Due nemici, una volta, e due rivali;—riprese Giano Fregoso;—ora due
fratelli nella vostra gloria, a cui siamo orgogliosi di essere stati
compagni.

—Bravi! e siate fratelli sempre;—rispose Cristoforo Colombo, dopo averli
abbracciati.—E ciò sia per conforto di quella povera patria, a cui vi
prego di portare il mio reverente saluto. Vedevo ieri gli ambasciatori
di Genova non lieti, e mi pareva d’intenderne la cagione. Essi
certamente pensavano che la bella impresa da cui eravamo tornati noi, si
sarebbe potuta compiere con forze genovesi, se ai grifi di Genova non
avessero tarpate le ali le sue maledette discordie. Ma io pensavo in
pari tempo un’altra cosa, e più grave. A danno delle repubbliche
Italiane i grandi Stati si vanno formando e fortificando in Europa.
Oggi, neanche la nostra concordia basterebbe più a scongiurare quel
danno. La nostra Repubblica non ha terra, alle spalle, e va perdendo
l’imperio dei mari; intanto i suoi cittadini non pensano neanche a
prepararle un glorioso tramonto. Questo, per Genova, è peggio del non
aver favoriti essa i disegni di un suo figlio devoto. Come ci rialzeremo
noi, Italiani, da questa miseria? e quando? Non è dato a noi di
prevedere il tempo e le vie; perciò siamo tristi. Ma voi, amici, voi
gentiluomini, non fate nulla che aggravi le tristezze e accresca i danni
alla madre comune. Tristi morrete anche voi, ma senza rimorsi. Andate
ora, nel nome di Dio, ricordate ed amate.—


                                _Fine_.


                                  ————

    _Il terzo romanzo colombiano che fa seguito a «Le due Beatrici»
    e a «Terra Vergine» porterà per titolo_:


                          *I figli del Cielo.*


                                  ————



                        OPERE di A. G. BARRILI.



    _Capitan Dodéro_ (1865). 12.ª ediz. L. 1 —
    _Santa Cecilia_ (1866). 10.ª ediz.  1 —
    _Il libro nero_ (1868). 4.ª ediz. 2 —
    _I Rossi e i Neri_ (1870). 5.ª ediz. (2 vol.) 2 —
    _Le confessioni di Fra Gualberto_ (1873). 13.ª ediz.  1 —
    _Val d’olivi_ (1873). 18.ª edizione 1 —
    _Semiramide_, racconto babilonese (1873). 8.ª ediz.  1 —
    _La notte del commendatore_ (1875). 2.ª ediz. 4 —
    _Castel Gavone_ (1875). 10.ª ediz. 1 —
    _Come un sogno_ (1875). 23.ª ediz. 1 —
    _Cuor di ferro e cuor d’oro_ (1877). 18.ª ediz. (2 vol.)  2 —
    _Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª ediz. 3 50
    _L’olmo e l’edera_ (1877). 18.ª ediz. 1 —
    _Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª ediz. 3 —
    _La conquista d’Alessandro_ (1879). 2.ª ediz. 4 —
    _Il tesoro di Golconda_ (1879). 12.ª ediz. 1 —
    _Il merlo bianco_ (1879). 2.ª ediz. 3 50
    — Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. 5 —
    _La donna di picche_ (1880). 6.ª ediz. 1 —
    _L’undecimo comandamento_ (1881). 10ª ediz.    1 —
    _Il ritratto del Diavolo_ (1882). 3.ª ediz. 3 —
    _Il biancospino_ (1882). 9.ª ediz. 1 —
    _L’anello di Salomone_ (1883). 3.ª ediz. 3 50
    _O tutto o nulla_ (1883). 2.ª ediz. 3 50
    _Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª ediz. 3 50
    _Dalla Rupe_ (1884). 5.ª ediz. 3 50
    _Il conte Rosso_ (1884). 3.ª ediz. 3 50
    _Amori alla macchia_ (1884). 3.ª ediz. 3 50
    _Monsù Tomè_ (1885). 3.ª ediz. 3 50
    _Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª ediz. 4 —
    — Edizione illustrata (1891). 5 —
    _Victor Hugo_, discorso (1885). 2 50
    _Casa Polidori_ (1886). 2.ª ediz. 4 —
    _La Montanara_ (1886). 7.ª ediz. 2 —
    — Edizione illustrata (1893). 5 —
    _Uomini e bestie_ (1886). 2.ª ediz. 3 50
    _Arrigo il Savio_ (1886). 2.ª ediz. 3 50
    _La spada di fuoco_ (1887). 2.ª ediz. 4 —
    _Il giudizio di Dio_ (1887). 4 —
    _Il Dantino_ (1888). 3.ª ediz. 3 50
    _La signora Àutari_ (1888). 3.ª ediz. 3 50
    _La Sirena_ (1889). 5.ª ediz. 1 —
    _Scudi e corone_ (1890). 2.ª ediz. 4 —
    _Amori antichi_ (1890). 2.ª ediz. 4 —
    _Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª ediz. 1 —
    _La bella Graziana_ (1892). 2.ª ediz. 3 50
    — Edizione illustrata (1893). 3 50
    _Le due Beatrici_ (1892). 5.ª ediz. 1 —
    _Terra Vergine_ (1892). 5.ª ediz. 1 —
    _I figli del cielo_ (1893). 6.ª ediz. 1 —
    _La Castellana_ (1894). 2.ª ediz. 3 50
    _Fior d’oro_ (1895). 4.ª ediz. 1 —
    _Il Prato Maledetto_ (1895). 3 50
    _Galatea_ (1896). 3.ª ediz. 1 —
    _Diamante nero_ (1897). 3.ª ediz. 1 —
    _Sorrisi di gioventù_ (1898). 2.ª ediz. 3 —
    _Raggio di Dio_ (1899). 2.ª ediz. 1 —
    _Lutezia_ (1878). 2.ª ediz. 2 —
    _Con Garibaldi, alle porte di Roma_, ricordi (1895). 4 —
    _Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888). 20



                         Nota del Trascrittore



Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (cacico-cacìco, Cibao-Cibào, colibri-còlibri,
desideri-desiderî e simili) correggendo senza annotazione minimi errori
tipografici.





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