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Title: Falco della rupe - O, La guerra di Musso
Author: Bazzoni, Giambattista, 1803-1850
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Falco della rupe - O, La guerra di Musso" ***

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                          FALCO DELLA RUPE
                                 O
                         LA GUERRA DI MUSSO



                          RACCONTO STORICO

                                DI

                        GIAMBATTISTA BAZZONI


                  AUTORE DEL _CASTELLO DI TREZZO_.



                              MILANO
                 PRESSO ANT. FORT. STELLA E FIGLI


                              1829.

           Colle stampe dì Giovanni Pirotta in Milano.



                          INTRODUZIONE.



     _March._ Non paventate, amico: a gir sul mare
                   Pericolo non vi è
                   Purchè la sposa ancor venga con me.
     _Conte._    Sposa, sposa, io ti comando
                      Dar la mano ai Marchesino:
                      Egli merta, poverino!
                      La tua fede ed il tuo amor.

     GOLDONI, Dram. _Il Conte Caramella._ Att. 2º

"Tarderà molto tempo ancora a qui giungere il battello a vapore? io sono
impazientissima per tal ritardo".

Così diceva una vezzosa damina vestita da viaggio con tutta eleganza,
affacciandosi al balcone dell'albergo che porta l'insegna dell'Angelo, e
sta in Como sulla Piazza del Porto, ad un giovine signore che le si pose
d'appresso.

"Poco più di mezz'ora sicuramente, poichè son di già le sei e mezzo",
rispose questi con garbo traendosi tosto di tasca l'orologio a
ripetizione, e premendone la molla dopo averlo guardato.

"Ardo di desiderio, proseguì ella, di recarmi ad esaminare il _Lario_[1]
da vicino: tante persone mi parlarono di esso facendomene tutte sì belle
e pompose descrizioni, che quasi mi vergogno d'essere la sola fra le mie
conoscenti che lo abbia ancora a vedere".

[Nota 1: _Lario_ e _Plinio_ sono i nomi delle due barche a vapore che
dal 1825 e 26 scorrono ogni giorno tutto il lago di Como.]

"Oh certo, Contessina, replicò l'altro, una barca a vapore merita
destare così la vostra come la curiosità d'ogni amatore del
perfezionamento delle arti e delle agiatezze della vita:, oltre che il
suo aspetto sui fiumi, ed in ispecie sui laghi, è ancor più singolare e
spettacoloso che sul mare. Sta dessa sì elevata sulle acque e s'avanza
maestosa e rapida signoreggiando l'elemento su cui trascorre, che anche
le più grandi barche comuni non rendono la benchè minima idea di sua
bellezza, siccome son ben anco lontane dal possedere i vantaggi che ad
essa derivano dalla sua indipendenza dai venti, dalla velocità e
certezza di suo cammino. Nel lungo viaggio che ultimamente compii, ne
vidi per la prima volta in Inghilterra. Trovavami poche ore prima di
sera sul ponte di Londra, allorchè il _King George_, l'uno dei più bei
battelli a vapore che siano usciti dai cantieri inglesi, rimontava il
Tamigi tenendosi nel bel mezzo del fiume: non vi so dire quanta sorpresa
e diletto mi recasse quella vista. Volli il giorno seguente salirvi a
bordo, e provai su di esso il più gradevole viaggiare che mai facessi,
per cui tornando dalla Germania in Italia, feci gran tratto del Reno su
barche di tal fatta; e giunto a Trieste non tralasciai d'attraversare
l'Adriatico sul pachebotto a vapore".

"Quanto v'invidio, disse sospirando la Contessina: la brama di viaggiare
fu sempre la più gradita e viva ch'io m'avessi e m'ho tuttora, ma non mi
venne mai concesso di soddisfarla: mio marito, cedevole in tutto, su
questo punto è inesorabile. Ma a proposito di viaggi, proseguì,
porgendogli uno sguardo in cui si leggeva un non so che di rimprovero
che i suoi occhi neri rendevano significantissimo, fu detto che
pellegrinando faceste incontro di molte amorose avventure, e che il
vostro _album_ ribocchi di nomi e di memorie di belle Francesi,
Tedesche, Inglesi, e per sino Russe, di cui conquistaste il cuore: erano
di ben altro allettamento che le barche a vapore del Tamigi, del Reno,
dell'Adriatico: oh! quanto viveva mai tradita ogni bella milanese che
sospirava per voi!"

"Ah, Amalia, vi giuro, disse con vivacità quel giovine signore,
rendendole uno sguardo parlante, l'amor di patria e le sue dolci
rimembranze non sono uscite mai dal mio cuore. In qualunque più lontano
luogo io mi trovassi vi fu un nome ed un'immagine che mi svegliarono
sempre nell'anima una profonda impressione. Nè Parigi, nè Londra, nè i
luoghi più pittoreschi della Svizzera ebbero per me le delizie di questo
giorno; la veduta di questa amena parte di lago, delle ville, dei monti
che lo fiancheggiano dipinti del colore del cader del sole d'una
giornata trascorsa al vostro fianco, è la più cara e poetica..."

"Che diavolo s'è fitto in capo mia moglie per questo vapore, io non lo
so intendere! (Così disse al di dentro della sala, interrompendo quel
caldo ragionatore, una persona la cui voce ottusa indicavala occupata a
mangiare.) Non lasciarmi pure il tempo del pranzo, per la fretta di
partire! e sì che v'erano dei tordi stupendi presi ieri al roccolo, e
cotti a meraviglia, e perchè? per correre a Como a rompicollo a vedere
una barca".

"Eh via, non v'inquietate, caro Conte, rispose prontamente dal balcone
quel giovine signore, sul cui volto apparve il dispetto d'essere stato
interrotto; vi risarcirete questa sera con qualche dozzina di
freschissimi agoni del lago, che, cucinati alla griglia, sono ghiotta
vivanda al par dei tordi".

"È vero, anche gli agoni sono buon cibo, me lo ripetè più volte don
Martino che è di questi paesi? disse il grosso Conte apparendo sul
limitare del balcone, tenendosi con due mani alla bocca una coscia di
pollo che andava spogliando, ma soggiunse tosto come uomo addolorato: in
qual modo potrò sanare le maccature che mi produssero gli urti della
carrozza nel venire a precipizio sin qui per quella strada indemoniata
delle colline piena di nottoloni e di buche? Ci scommetto che se non
eravate voi, Marchesino, a guidare i cavalli, ci si rovesciavamo le
cento volte".

"Qui non mancano soffici letti per riposare le vostre tenere membra;
disse la Contessina con tuono ironico, infastidita doppiamente e dalla
comparsa colà del marito, e dalle sue importune lagnanze: le vostre ossa
però non si saranno scomposte, nè la pelle lacerata per cinque o sei
leggieri scosse del cocchio di cui io mi sono accorta appena".

"Tu le nomini leggieri scosse eh? rispose il Conte con voce flebile, il
so ben io quali fossero realmente, che mi sento tutte rotte le spalle e
le reni: erano terribili balzoni da farne spiritare chicchessia".

"Ecco, ecco, anche le quindici miglia della nuova strada dalla nostra
villa di Brianza a Como gli sono sembrati precipizii, burroni. Vedete,
seguitò, vedete Marchesino, i bei motivi per cui m'imprigiona nella
villeggiatura del Lambro e mi costringe ad annoiarmi mortalmente nei tre
mesi dell'autunno, senza voler mai che mi rechi a visitare un'amica, o
mi associi ad una partita di piacere?"

"Annoiarsi mortalmente alla nostra villa del Lambro! rispose il Conte
incrocicchiando le braccia sul petto e fissandola con meraviglia e
dispetto: Ti annoierai a Milano, ti seccherai qui, ma colà ohibò! Come è
possibile il soffrir noia con quel caro don Martino che farebbe ridere i
morti, e che quando poi parla di cucina è veramente maestro, col signor
Giosuè e donna Rosa che ragiona di tutto, e ci formano in casa una
continua vivacissima società? E posto anche questa non ti soddisfacesse
pienamente, non hai mille altri modi da sollazzarti? luoghi da
passeggiare non ne mancano, tanto se ami il piano quanto se vuoi
stradicciuole di collina: in somma, io teneva per fermo che non vi fosse
signora che villeggiasse in Brianza più contenta di te".

"Io sollazzarmi? Io essere contenta? replicò la Contessina, in cui lo
sdegno mal represso imporporava grado grado le gote. Credete voi che uno
zotico sacrestano e quelle caricature di donna Rosa e suo marito siano
per me una così gradevole compagnia che m'abbia a beatificare stando con
loro? Quanto siete in inganno! perchè, sappiatelo, i rancidi lazzi, le
vecchie storie e il giuoco del tarocco sono per me le cose più odiose
del mondo, e a passeggiare da sola in mezzo ai villani nè mi conviene,
nè mi diverte, nè lo voglio: se non avessi il mio piano-forte e i libri,
di cui mi provvedo abbondantemente, in due anni che vi sono sposa mi
sarei già attisichita. Vi protesto (e guardò di sott'occhi il Marchesino
addolcendo la voce), preferisco le cento volte una sol gita come questa,
a tutta la vostra villeggiatura ed ai piaceri che voi vi trovate".

Il Conte a tali parole tutto s'agitava, poichè non eravi cosa che
maggiormente gli eccitasse la bile quanto l'udir fare sprezzo de' suoi
amici di campagna, a lui sì cari perchè i soli che in grazia de' suoi
pranzi lo corteggiassero costantemente. Più volte sbuffando e gonfiando
le guancie aveva dimenate le braccia, ponendosi in atto di rispondere
focosamente, quando il Marchesino, cui doleva assai nascesse più vivo
alterco fra loro, "Vedete, vedete, esclamò interponendosi e additando
loro il porto, quelle banderuole rosse poste su varie barche che servono
a trasportare a terra i passeggieri ed il carico del battello a vapore:
ne danno indizio ch'esso sta a momenti ad arrivare; mirate quanta gente
s'affolla ad aspettarlo".

Molte persone infatti s'erano adunate sul molo che forma l'ala destra
del porto di Como, ed è praticabile a guisa di terrazzo, tutte curiose
di vedere un grosso naviglio che, sicuro dominatore delle onde, si muove
per meccanica interna forza, superando in corso quelli spinti dal vento,
spettacolo che sebbene in allora da più di un anno si rinnovasse due
volte ogni giorno, non aveva saziata la cupidigia degli ammiratori per
quell'interno senso di compiacenza e d'elevatezza che si prova nel
contemplare le potenze della Natura soggiogate e direm così ammansite
dall'industria dell'uomo. Dopo pochi minuti un mormorío universale
annunziò la comparsa del _Lario_ al di là del picciolo promontorio di
Geno, che innanzi a Como chiude a destra la vista del lago, se ne era
già veduta l'ampia bandiera sventolare presso la grossa canna da fumo, e
un momento dopo mirossi spuntare tutto il corpo di quella nave, ed
avanzarsi di qua dal promontorio in dirittura al porto.

"Scendiamo subito, ed affrettiamoci a porci in una di quelle barche che
ci condurrà all'incontro del battello onde appena si arresta poter
salire ad esaminarlo minutamente".

Così disse il Marchesino, e la Contessina ritrattasi tosto dal balcone,
si pose in testa un cappello di finissima paglia dalla cui larga ala
ricadeva un verde velo, e dato a lui il braccio, discesero
frettolosamente le scale, seguiti dal Conte che camminava a tutte gambe.

Pochi passi fuori dell'albergo sta l'acqua del porto, e vi son barche
d'ogni grandezza schierate ili semicerchio, uncinate alla riva: colà
stavano i barcaiuoli, affaccendati alcuni a disporre i navicelli, altri
a raccogliere i passeggieri. L'uno di questi, veduti appena que' tre
signori, s'accorse dai loro passi affrettati a che erano diretti, ed
accostatiglisi cavando il berretto: "Ecco la mia barca, signori, disse
indicandogliene una: se vogliono andar incontro al battello a vapore,
non hanno tempo da perdere: siamo due uomini, li serviremo bene, e per
la loro buona grazia: entrino, qua".

Era l'indicata barca una gondola cui stava un tavoliere nel mezzo
coperto da un vecchio tappeto di Fiandra. Essi non esitarono ad
entrarvi, e appena si fu da una parte collocato il Conte, e dall'altra
donna Amalia e il Marchesino per mantenervi l'equilibrio, l'uno de'
barcaiuoli l'allontanò con una spinta dalla riva, e balzatovi dentro
trassela di mezzo all'altre navi, e dando i remi all'acqua uscirono
rapidamente dal porto. Molte navicelle erano già in moto innanzi a loro,
altre venivano dopo, e non poche s'avviavano dai due sobborghi della
città che si stendono sulle opposte sponde del lago.

Il battello a vapore s'appressava: s'udiva distintamente il romoreggiare
delle ampie ruote che gli stanno a fianco come due robuste ali: vedevasi
il getto di fumo spandersi dalla sommità della grossa canna che li sorge
nel mezzo, e stendersi dietro ad esso per l'aria come una lunga striscia
cinericcia ondulata dal vento. I passeggieri erano tutti raccolti sul
cassero, e vi si miravano uomini e donne frammisti, alcuni col parasole
spiegato e altri che agitavano il cappello o il fazzoletto salutando gli
amici che rispondevano dalle barche, di mezzo alle quali il _Lario_
passava torreggiante.

Giunto che fu a breve distanza dal porto, le sue ruote rallentarono il
moto, uscì in lungo soffio lo sprigionato vapore, calò l'áncora che gli
stava sospesa in poppa, e si fermò. Allora come i cannotti degli
Esquimali che tenutisi lontani dalla balena sinchè questa sbuffa e si
dibatte trafitta dagli arpioni, appena il suo smisurato corpo galeggia
esangue sul mare, l'accerchiano numerosi e vi si posano sicuri, così
tutte le barchette si accostarono rapide al battello a vapore, cercando
a gara d'avvicinarsi alle scale che gli scendono dai lati. L'una
navicella l'altra spingeva, od affrettava col grido, si urtavano, si
respingevano, era un clamore, un domandarsi, uno sporgere per tutto di
involti, di valigie, di bauli, di casse. Il Capitano di quella nave ed
il pilota, posti alle sommità delle scale, procuravano colle parole, coi
gesti, di mantenere l'ordine d'intorno e far cessare lo schiamazzo onde
non accadessero inconvenienti; ma era un parlare al vento, poichè i
barcaiuoli ad altra cosa non miravano che ad avere l'un più l'altro a
trasportare _forestieri_, com'essi chiamano i loro avventori.

In tanta confusione non essendo possibile alla barca in cui trovavasi il
Marchesino d'accostarsi sì d'appresso al gran battello da potervi
salire, ordinò ai rematori s'aggirassero a quello d'intorno onde la
Contessina ne potesse esaminare la mole esterna, la lunghezza,
l'altezza, gli ornati, le ruote.

"Quelle aperture quadrate che vedete da un fianco e dall'altro, le disse
il Marchesino, chiamansi _boccaporti_, e nelle navi da guerra
corrisponde a ciascuno un pezzo d'artiglieria: in questa non sono che
finestrelle che danno luce a due sale l'una più dell'altra eleganti".

"I vascelli del mare, chiese donna Amalia, sono assai più grandi di
questo?"

"Le navi d'alto bordo, come le navi da linea, le grosse fregate, i
brich, sono molto più ampii, perchè possono contenere dai trenta sin ben
oltre ai cento cannoni, con varie centinaia d'uomini d'equipaggio, e le
munizioni da guerra e da bocca; ma in generale i bastimenti mercantili,
le corvette, ed altre minori navi da guerra sono di poco superiori ed
anche più picciole di questo battello".

"V'accerto che leggendo molte storie di viaggi m'aveva raffigurata
soventi volte la forma de' bastimenti, ma sempre credea ingannarmi sulle
loro vere proporzioni: or sono contenta di mirare una nave che potrebbe
viaggiare alle cinque parti del mondo".

"Senza dubbio. Ma non solo il Lario: navicelle d'un quinto di sua
grandezza percorrono oggigiorno i mari più grandi, essendovi uomini
tanto arditi che affrontano l'Oceano sopra barche con cui appena si
valicherebbero i fiumi: e specialmente i corsari americani che sono i
più audaci navigatori".

Mentre così ragionavano, il numero delle barche intorno al battello a
vapore s'era sminuito, vogando ciascuna verso la città od i sobborghi,
ed essi eranvisi avvicinati ponendosi a capo d'una delle scale per
ascendervi; ma il Capitano s'affacciò al bordo, e fece doglianza per non
poter ammettere visitatori, essendo quello il tempo in cui si governava
il battello, e s'assestavano gli attrezzi e la macchina pel viaggio del
mattino, dicendo che siccome d'altronde la luce già fosca per la sera
che s'avanzava non avrebbe loro permesso d'esaminare alcun che
minutamente, uopo era tornassero nel vegnente giorno che sarebbero stati
accolti.

Il Marchesino rese grazie al Capitano, e comandò a' barcaiuoli
retrocedessero a Como.

"Chi sa se mai più vi ritorno!" esclamò la Contessina rivolgendo lo
sguardo al battello da cui s'erano appena scostati. Il Marchesino intese
ben tosto che tale esclamazione aveva per significato che il marito non
le avrebbe più concesso di ritornar sul lago, perchè l'intesa fatta nel
partir della villa, era d'andare a vedere il battello a vapore, al che
alla lettera s'era soddisfatto, nè v'era speranza che il Conte fosse per
accettare un'interpretazione estensiva: però desiderosissimo per tutti i
conti il Marchesino di vedere accontentata donna Amalia, si diede a
spiare l'animo del Conte, il quale, mentre gli altri due vagavano colla
fantasia per l'Oceano, aveva sempre pensato ai tordi, a don Martino e a
donna Rosa, e stava in tuono sbadato guardando alle stelle che
cominciavano ad apparire."

"Che ve ne pare, gli disse, di questa nave? avete voi mai veduta una
simile meraviglia?"

"Oh che gran bella meraviglia! rispose il Conte aggrinzando il mento, e
sporgendo il labbro inferiore per dare al volto un'aria di disprezzo.
Finalmente non la è che una gran barcaccia un po' più grossa di quelle
che vediamo cariche di sale sul nostro naviglio".

"Quel che volete, mio caro, rispose il Marchesino un po' sconcertato;
non potrete però sostenermi che barche le quali camminino da se con
tanta velocità e sicurezza ne abbiate vedute sul nostro naviglio. E poi
ciò che sorprende, che è magico si può dire, non lo avete mirato ancora;
fa d'uopo salire là su; discendere nel sito della macchina, vedere che
ordigni vi sono, con che perfezione formati, e una fornace ardentissima,
una caldaia d'acqua bollente che somministra il vapore..."

"Immaginatevi or bene, l'interruppe quasi gridando il Conte, s'io voglio
andar là su! colla fornace e l'acqua bollente! che se non basta il
pericolo d'affogare nelle onde, v'ha poi quello d'abbrustolarsi per un
incendio, come beccaccie allo spiedo, o saltar per aria in mille pezzi,
ciò che con questo vapore, mi hanno detto, è facilissimo ad
accadere--No, no, non mi vi cogliete. Pazienza qualche scossa del
cocchio, ma alla fin fine sono sul sodo, posso discendere, ed alberghi
ce n'è da per tutto: ma il mettere per diporto la vita su un legno dove
v'ha rischio di morire pel fuoco, per l'acqua bollente e per la fredda,
la mi pare la più gran minchioneria del mondo".

Donna Amalia fremette di sdegno a tali parole, che conosceva dettate in
parte al marito dal desiderio di rappresaglia della malevolenza da lei
mostrata per la sua villa del Lambro, ed in parte dall'invincibile di
lui poltroneria; e il Marchesino non s'attentò ragionare più oltre,
conoscendo difetto principalissimo del Conte una ostinazione
insuperabile ne' suoi propositi. Pervennero silenziosi in porto,
discesero alla riva, ed entrarono nell'albergo: quivi preceduti da un
cameriere che recava i lumi, ascesero ad una sala ove doveasi attendere
la cena.

Il Conte adagiossi da un canto sopra un canapè, e guardava zufolando
alla soffitta, movendosi aria al volto coll'agitar d'un fazzoletto: la
Contessina sedette presso al balcone, dalle cui spalancate imposte
spirava un'auretta serale gradevolissima, e il Marchesino s'assise
presso a lei, posando il braccio sull'appoggiatoio della di lei scranna,
mirandone taciturno il melanconico atteggiamento del volto, quasi non
osasse interrompere il corso de' suoi pensieri.

"Non son io veramente sfortunata! diss'ella dopo alcuni istanti con tuon
di lamento, ma a bassa voce: anche quest'unico divertimento mi toglie
quell'anima di ghiaccio. Sperava che dovesse essere almeno solleticato
dalla curiosità e dall'agevolezza di soddisfarla: ma no, ei vi trova il
pericolo, la paura, e tutto ciò per non stare un momento di più lontano
da quella odiosa Villa, ove, son certa, ritorneremo domani
all'albeggiare, nè sarà possibile lo scostarsene mezzo miglio per tutto
il rimanente dell'autunno.--E voi! voi pure fra due o tre giorni ve ne
partirete, e mi lascerete isolata del tutto..."

"Ah Amalia! non dite così per pietà! Dovreste sapere che l'allontanarmi
da voi è più doloroso al mio che al vostro cuore, e che la sola
imperiosa necessità mi vi può astringere... Ma per ora non dubitate,
proseguì il Marchesino con voce più bassa, e dando un'occhiata di
sghembo al Conte, lo faremo calare quel coccolone, lo prenderemo
all'esca.--Se si potesse persuaderlo..."

Qui fu interrotto dall'aprirsi improvviso della porta, e dall'entrar
precipitoso d'un Signore che tutto gaio corse a lui, gli prese la mano,
e gridò: "Briccone, briccone, da più ore nello stesso albergo, e nulla
mi fai sapere?"

"Chi poteva immaginarsi, mio caro Annibale, esclamò il Marchesino
alzandosi ed abbracciandolo, che tu eri qui!"

"No, non ci sono scuse, ti voglio ammazzare, proseguì l'altro ridendo.
Ed ella, amabile Contessina, come sta? sempre benissimo, sempre lieta,
non è vero? Eh questo è il privilegio delle belle e gentili damine: del
Conte non domando, eccolo là, colla prosperità stampata in volto. Ma che
buon vento gli ha portati: deve essere stato un soffio brianzolo ben
gagliardo, perchè so che hanno costume d'abbandonare giammai la loro
villa".

"Ne sono stato io la cagione, parlò il Marchesino: l'altro giorno
essendo seco loro in Villa, il Conte mi mostrò desiderio di vedere il
battello a vapore. Io gli proposi la gita a Como, egli v'acconsentì, ed
oggi vi siamo venuti". "Bravo Conte, esclamò l'altro, ciò può dirsi aver
buon gusto nella scelta de' divertimenti. Domani avrete un ottima
giornata per far il viaggio del lago che è deliziosissimo: il tempo s'è
stabilito sereno, e ci scommetto che non vi sarà una sola nube in tutta
l'aria. Quanto darei a potervi essere compagno, ancorchè vi sia stato le
mille volte; ma molte coserelle cui debbo dare disbrigo mi chiamano a
Milano. Voi, Conte, non vi foste mai, mi pare? Proverete, proverete come
bene si va con quel vapore: oh che spasso! sarei per dire che se
s'aggiunge il vento in favore, non si corre, ma si vola.--Ma io non l'ho
punto desiderato, rispose il Conte tra stupito e stizzoso: fu mia
moglie".

"A dire il vero, disse troncandogli le parole il Marchesino cui era
venuto il pallone al balzo, il Conte ha qualche difficoltà, e sta in
dubbio di salirvi perchè teme il fuoco, teme lo scoppio della caldaia:
dimmi tu, c'è proprio motivo d'aver paura, il pericolo è evidente,
inevitabile?" e con questi detti caricati con gravità d'importante
richiesta, ma accompagnati da una burlesca espressione del volto,
rovesciò addosso al Conte un formidabile nemico. Don Annibale, uomo di
fresca età, dotato di vivace ingegno e di molta coltura, amantissimo di
tutto ciò che sentiva lo straordinario, era stato l'uno de' più ardenti
partigiani della navigazione a vapore; armato dei mille argomenti che ne
provano l'utilità e il diletto, qualificava col titolo di spiriti
_vandalici_ e _medioevisti_ tutti quelli che tenevano ragionamenti
contrarii a' suoi. Appena ebbe intese le parole del Marchesino, fissando
il Conte con due occhi spalancati: "Sareste mai, disse con veemenza, uno
di que' deboli o piuttosto pregiudicati cervelli che disprezzano ciò che
non conoscono, e volendo in ogni modo vedere deturpata ed avvilita una
scoperta maravigliosa, divina, vi appicchiano le idee di pericolo, di
paura, di danni immaginarii? Vi hanno delle menti dure, storte, cattive
che odiano tutto ciò che non è conforme ai loro torvi pensieri, alle
loro stupide abitudini. Voi non potete essere tra quelle, nè vi
lascerete sedurre da uomini che vorrebbero inaridir l'universo onde
spargere più diffusamente il loro fiele, e gridano lo spavento da per
tutto. È certo che un disordine, uno sgraziato accidente può dovunque
aver luogo: come ruinano le case, si spezzano i cocchi, naufragano le
navi, così pure una barca a vapore può incendiarsi o perire: ma fa
d'uopo aver calcolo dei diversi metodi tenuti nelle fabbricazioni, della
negligenza o imperizia de' regolatori del macchinismo, e d'un complicato
nodo di circostanze, impossibile a verificarsi sotto gli occhi della
prudenza e preveggenza massima con cui sono guidati questi battelli dei
nostri laghi.

"Che se per via maggiormente convincervene vorreste esaminare la cosa
con cognizione di causa, potrei parlare per ore intiere spiegandovi la
differenza che passa tra una macchina a _bassa_, ed una ad _alta
pressione_, soggiungervi che quest'ultima presentava la possibilità
d'uno scoppio, al che però s'è ovviato colla applicazione delle valvole
di sicurezza, e più recentemente colla sostituzione dei cilindri alla
caldaia, ottimo ritrovato di sir Gurney; sebbene la caldaia stessa
ottenne un aumento notabile nella solidità coll'ultima ingegnosa
armatura di ghisa: potrei farvi un paralello tra i sistemi di Wath, di
Perkins e di molti altri famosi meccanici inglesi, francesi, americani,
e delle officine di tal genere stabilite a Liverpool, a Charenton, a
Boston: potrei finalmente presentarvi un quadro statistico del numero di
tutte le macchine a vapore applicate alle arti, alla navigazione,
all'idraulica, col calcolo della loro forza rispettiva e della loro
utilità rappresentata dai prodotti, e ciò basterebbe ad illuminare le
pupille più lippe, le teste più ottuse. Ma voi non abbisognate di tanto
per penetrare il vero; vi leggo la persuasione negli occhi. Ebbene, qua
la mano, e datemi parola che domani salirete il battello a vapore e
farete il viaggio del lago?"

Così dicendo, siccome nel calore del discorso s'era a lui accostato, gli
stese la destra, presentandogliene il palmo per ricevere la sua in pegno
della promessa che attendeva. Al Conte, sbalordito da quella tempesta di
parole, da cui in sostanza dedusse che non si voleva che vi fosse
pericolo nel vapore, uscì un istante dalla mente la villa del Lambro e
la protesta fatta poco prima al Marchesino, porse la mano, e quando
stava per impalmare quella di don Annibale, improvviso gli attraversò la
fantasia l'importante pensiero del come si sarebbe provveduto al ventre
su una barca che correva per più ore senza toccare mai sponda, e tenendo
sollevata la destra con esitazione: "Indicatemi il modo, disse, con cui
potere colà su avere, senza fastidio, una buona colazione ed un buon
pranzo, ed io v'assicuro che tutte le difficoltà sono sparite, e
v'ascenderemo domani immancabilmente".

"Ma altro che colazione e pranzo!" dissero a due voci il Marchesino e
don Annibale. "Immaginatevi, proseguì quest'ultimo, tutto quanto può
esservi in un ben fornito albergo colà su si trova tutto: v'è ogni sorta
di vivande, di vini, di frutti, di dolci: ma che credete che sia una
barcaccia come le altre? C'è la sua cucina, la credenza, una sala, con
tutti i suoi comodi come in una casa. Quel correre poi sull'acqua
rompendo l'aria vibrata montanina, eccita un appetito, una fame da
divorare il ferro, e trovare a propria richiesta qualunque ghiottoneria,
ed essere fra le agiatezze come in un ricco palazzo, è un piacer tale da
quasi non credersi. Via, non ci mancate, datemene parola e credetemi che
non v'andando perdereste un raro complesso di divertimenti:--E fareste
uno sproposito da sapervene male per tutta la vita", soggiunse il
Marchesino.

"Ed averne le beffe universali", aggiunse colla sua voce dilicata, e con
tal modo di rimprovero la Contessina.

Stretto così da tutte le parti divenne pel Conte impossibile il battersi
in ritirata.

"Se in realtà è così, rispose stropicciandosi le mani lentamente, se
assolutamente lo volete, per me ci vengo volontieri; ma domani, ed
accennò per terra coll'indice della destra come fermasse un patto,
domani a sera qui, e dopo dimani alla Villa".

"Oh! ciò s'intende, replicò il Marchesino pago oltre modo del riportato
consentimento, e diede a donna Amalia uno sguardo di trionfante
compiacenza a cui ella rispose con un sorriso, mostrando negli occhi
tutto ciò che una bella donna sa farvi apparire per affettuosamente
ringraziare. Don Annibale accostatosi ad essi andava ripetendo or
all'uno or all'altro: "Ma era un errore, un torto, un insulto
imperdonabile venir sin qui per vederlo, e non salire sul battello a
vapore".

Per una concatenazione di idee che gli ideologi non durerebbero fatica
ad ispiegare, i pensieri del Conte s'erano rivolti frattanto a far
rivista del futuro desinare sul lago, indi con poca divergenza ritornati
sulle sue sensazioni presenti, e ritrovarono l'urgente bisogno della
cena, per il che rammemorò al Marchesino que' certi _agoni_ di cui gli
aveva parlato prima di sera, e soggiunse che gli sembrava venuto tempo
d'assaggiarli. Il Marchesino chiamò, ordinò la cena, e in pochi tratti
fu allestita la mensa, ed arrecate le vivande. Eglino vi si assisero
d'intorno, obbligando cortesemente don Annibale a rimanerti seco loro.
Gli agoni furono trovati saporitissimi, ed in ispecie dal Conte, che se
ne fece una scorpacciata, e terminata la cena, s'assise di nuovo sul
canapè a smaltirli addormentandosi profondamente.

La Contessina, tutta occupata della lieta idea della promessa gita, si
diede ad interrogare don Annibale intorno alle delizie del lago.

"Onde conoscerle tutte perfettamente, rispose questi che ne aveva esatta
cognizione, d'uopo sarebbe ch'ella visitasse ad una ad una le molte
ville che sono sparse a diversi punti delle sue rive, e salisse in
alcuni luoghi i monti, o s'internasse nelle valli onde mirare
pittoresche vedute, o singolari accidenti di natura, che molti ve se ne
trovano; ma giacchè non deve che percorrerne il lungo, ella cerchi di
tracciarne bene in mente l'aspetto generale e le posizioni diverse, che
poscia le descrizioni di chi ne ha esaminate le singole parti gioveranno
a formargliene nello spirito un quadro completo. Un abbozzo preventivo
del viaggio posso farglielo io con questa carta distesa in ampia scala".
Così dicendo staccò una gran tavola geografica che stava appesa ad una
delle pareti, e la stese sul tavoliere: donna Amalia e il Marchesino
accostandovi i lumi vi portarono attento lo sguardo.

"Il Lago di Como, come qui si vede, proseguì egli, ha la forma d'una
zanca di granchio aperta in atto d'abbrancare".

"Ah! ah! dite benissimo, lo interruppe ridendo il Marchesino, si può
assomigliare la forma del lago di Como ad una zanca di gambero, come
appunto si paragona quella dell'Italia ad uno stivale. Ah! ah! gambe da
per tutto".

"Sarebbe miglior cosa, vorresti forse dire, che vi si ravvisasse alcuna
parte che raffigurasse una testa. Tu sei troppo maligno: ma torniamo a
noi. Il grosso della zanca (e toccava coll'indice i luoghi che indicava)
appare formato da questa porzione di lago che sta tra il suo
incominciare e la punta di Bellaggio, e le due estremità sono la più
sottile a sinistra, cioè a levante, il ramo di Lecco, ed a destra quello
di Como. Quest'ultimo ramo ch'ella deve percorrere domani, presenta alla
vista di chi lo viaggia una serie di circoli che si succedono, ciascuno
de' quali ha un diverso aspetto, il che qui sulla carta non si scorge,
essendo quell'ottico effetto prodotto dalle montagne che lo
fiancheggiano, da cui apparentemente a diversi tratti è chiuso. Il
carattere però generale di simile spazio di lago sino al principiare
della Tramezzina è piuttosto alpestre e severo. Superata questa punta di
Lavedo, che è la Gibilterra del lago, esso si presenta ridente da una
sponda e dall'altra sino a Bellaggio, dove si vede in tutta la sua
vastità, cinto da monti giganteschi. La barca a vapore perviene a
Domaso, d'onde si scorgono a sinistra le bocche dell'Adda, ivi è il vero
incominciamento del lago di Como, poichè quest'altro laghetto inameno e
solitario posto all'estremità, detto di Riva di Chiavenna, si può
considerare segregato e facente parte da se. Da Domaso poi si ritorna
per lo stesso cammino dopo una brevissima fermata".

"E quante ore si impiegano nel percorrere questo spazio?" disse la
Contessina.

"Quattro o cinque sì nell'andata che nel ritorno, secondo la quantità
de' passeggieri, per ricevere i quali e dimetterli ne' varii luoghi
d'uopo è perdere alcun tempo, e secondo la forza e la direzione del
vento".

"Così avremo, tornò a dire la Contessina tutta gioiosa, otto o dieci ore
d'amenissimo sollazzo, di cui avrò obbligo a lei, caro don Annibale, che
ha stornato mio marito dal commettere un fallo imperdonabile; ed a voi
pure, Marchesino (e sogguardollo sorridendo), come promotore di questa
gita. Ma, or me ne avveggo, avete trascurato di darmi un suggerimento
importante, e si era di portar con noi qualche libro che ne indicasse
per viaggio i nomi dei paesi e delle ville del lago".

"Perdonatemi, Amalia, ma la colpa non è mia. Ieri guardai e riguardai
nella vostra picciola biblioteca della villa, e non vi scorsi di opere
relative al lago di Como che le _Lettere del Giovio_, e il _Viaggio ai
tre laghi dell'Amoretti_; dunque tenni per fermo che il vostro favorito
autore, il dipintor delle belle, il pellegrinante, il romanziere
sentimentale, Bertolotti, l'aveste già con voi, o il teneste chiuso
nella cassetta da viaggio".

"No, v'ingannaste, perchè il dovetti quest'anno lasciare a Milano,
essendo il suo, ed il posto di due o tre altre mie predilette opere
occupato dai _Promessi Sposi_, e da altri romanzi recenti: sebbene vi
dirò che le _Peregrinazioni_ di quel finto vecchio militare, la cui
vivacità e galanteria ne smentiscono ad ogni linea l'età e la
professione, me le so quasi a memoria. Desiderava non altro per domani
che un indicatore, una nomenclatura, una guida".

"Per questo, bella Contessina, poss'io soddisfarla immediatamente",
disse don Annibale, e tolse dalle tasche del _redingotte_ che vestiva,
due libri stretti in elegante copertura, ed uno gliene presentò
aggiungendo: "Questa è una raccolta di disegni miniati rappresentanti
vedute del lago, con brevi descrizioni: avrà in esse una guida, un
Cicerone laconico, ma vero e compiuto. Caso poi mai che pioggia
impreveduta, incomodi soffii di vento od altro accidente l'avessero a
costringere a tenersi nella sala sottocoperta, e così non le fosse dato
occupare il tempo a contemplare le viste, eccole in quest'altro libro
manoscritto un Racconto del lago, che potrà leggere per divagarsi".

"Oh gli sono doppiamente obbligata, disse la Contessina ricevendo con
piacere anche quel secondo libro, e sarà mia premura il fargliene,
appena letti, immediata restituzione; ma dica, dica: questo è una
novella, una vera storia, od un romanzo?"

"Non è, parlando a rigore, alcuno dei tre, ma tiene un po' di ciascuno:
si potrebbe collocare in quel genere botanico in cui mischiandosi il
seme di varii fiori, ne nasce un tutto più fragrante, più aggradevole ed
attraente delle specie separate: in una parola, è un romanzo
storico.--Oh! lo conosco questo genere cui tu alludi, disse il
Marchesino; esso si chiama dai Botanici _ebridismo_, che significa _non
legittimo_, e poco giudiziosamente raccomandi il tuo manoscritto, mio
caro Annibale, dichiarandolo appartenente ad un genere che si appella
con sì brutta parola. D'altronde non sai, continuò in tuono comicamente
enfatico, che uomini gravi, tenuti maestri in letteratura, disprezzano
appunto come spurie e deformi quelle opere in cui la storia è vestita
coi falsi colori del romanzo, e il romanzo foggiato coll'imponenze
storiche, che in alcune parti appaiono drammatiche, in altre filosofiche
o politiche, ma in conclusione non appartengono ad alcuna di quelle
classi, e recano il grave disordine di stravolgere o render false le
idee a quelle persone di spirito debole che hanno la sfortuna d'averle
nelle mani? Sono incalcolabili i danni che questo genere di moderno
lavoro detto Romanzo storico ha recati ai buoni studii ed alle profonde
storiche e filologiche investigazioni. Dappoichè la manía di simili
superficiali opere ha invase due parti del mondo.....

"Ih ih che sermone! Non imiti male un pedagogo di sessant'anni che
ritrova sullo scrittoio d'uno scolaro un tomo di Walter-Scott in vece
della grammatica.--Sappi però che io non posso nè difendere nè
commendare quel libro, perchè l'Autore, che è un giovine mio conoscente,
me lo ha espressamente proibito; non ripeterò altro che alcune opinioni
dello stesso intorno a tal genere di componimenti. La storia, egli
pensa, si può chiamare un gran quadro ove sono tracciati tutti gli
avvenimenti, collocati i grandi personaggi, e la serie d'alcuni fatti
esposta con ordine, ma dove la moltitudine delle cose v'è negletta o
appena accennata in confuso e di scorcio, e sole le azioni più
straordinarie e gli uomini sommi vi stanno dipinti isolatamente e quasi
sempre nella unica relazione dei pubblici interessi. Il Romanzo storico
è una gran lente che si applica ad un punto di quell'immenso quadro: per
esso ciò ch'era appena visibile riceve le sue naturali dimensioni, un
lieve abbozzato contorno diventa un disegno regolare e perfetto, o
meglio un quadro in cui tutti gli oggetti riprendono il loro vero
colore. Non più i soli re, i duci, i magistrati, ma la gente del popolo,
le donne, i fanciulli vi fanno la loro mostra: vi sono messi in azione i
vizii, le virtù domestiche, e palesata l'influenza delle pubbliche
istituzioni sui privati costumi, sui bisogni e la felicità della vita,
che è quanto deve alla fin fine interessare l'universalità degli uomini.
I romanzi di tal genere sono in somma i _panorama_ della storia. Alcuni
rigoristi portano loro l'accusa di frammischiare cose menzognere alle
reali, e deturpare in tal modo la storica purità: ma si potrebbe a
questi domandare: accusate voi i grandi storici, come Livio, Tacito,
Guicciardini, d'essere menzogneri perchè facciano tenere ai duci
d'armate, ai principi, ragionamenti in pubblico od in privato ch'essi
non hanno di certo ascoltati, nè altri ha loro riferiti? No,
risponderebbero essi, perchè è probabile e verisimile che in date
circostanze que' personaggi dovevano consimilmente esprimersi. Ora,
perchè, tenendosi nei limiti della verisimiglianza, non sarà lecito,
anzi utilissimo intrecciare la storia con fatti d'invenzione che la
rendano più drammatica, più evidente, quindi più studiata e proficua?"

Don Annibale continuò in tal modo per lunga pezza ora colle opinioni di
quel suo conoscente, ora colle proprie ad encomiare il genere dei
Romanzi storici;, inutilmente però, perchè la Contessina non aveva
d'uopo di tante parole per farseli aggradire, formandone da molto tempo
l'esclusiva sua lettura; ed il Marchesino s'era occupato a svolgere i
fogli del libro che conteneva le vedute del lago, nè aveva più oltre
badato a quel chiaccherare erudito. Stanca però anche donna Amalia
d'udire teorie, volle che don Annibale le dicesse il suo parere intorno
ad alcuni Romanzi storici italiani, addomandandolo della _Pianta dei
sospiri_, del _Gabrino Fondulo_, del _Castello di Trezzo_, della
_Sibilla Odaleta_, e finalmente dei _Promessi Sposi_.

"I _Promessi Sposi_, conchiuse don Annibale, s'udirono annunziare tanto
tempo innanzi che apparissero al pubblico, ch'ebbero tutto il campo di
ricevere dalle mani abilissime del loro valente autore quella forbita
lucente, e veramente nuziale acconciatura, di cui egli seppe adornarli.
V'ha in quei libri una inimitabile proprietà di vocaboli, espressioni
fine, vere, incalzanti: vi si trova per tutto una vita, un'indagine
profonda del cuore, delle circostanze, delle cause; un nesso invisibile,
ma universale, efficace, che offre pascolo a tutti i gradi
d'intelligenza; è un complesso in somma d'osservazioni e di quadri
affatto nuovi e sublimi. È vero però che vi si rinvenne un lato
vulnerabile come il calcagno nel fatato corpo d'Achille, ma però le
saette scagliategli dai nostri Priamidi non lo ferirono sì addentro da
toglierci la vita, che durerà anzi sempre robustissima".

Il Conte, che aveva in tutto questo frattempo dormito russando
tranquillamente, svegliossi di repente, balzò esagitato dal canapè, fece
due o tre giri intorno a se stesso, e sarebbe andato a dar del volto in
terra se non incontrava la tavola a cui affrancarsi colle mani. "Che
c'è? che avete? Cosa è avvenuto? gridarono ad una voce gli altri
accorrendo.--Ohimè! ohimè! esclamò egli cogli occhi stravolti: quel
maledetto battello a vapore... quella fornace, oh! che incendio!.. puh!
che spavento! Per fortuna che è stato un sogno... Ma il capo mi gira
ancora, e sento un peso gravissimo allo stomaco".

"Niente, caro Conte, gli disse il Marchesino, sono le quattro o sei
dozzine di quei pesciuolini che v'avete trangugiati; prendete un caffè,
ed andate a letto che tutto passerà in poco d'ora".

Così fece di fatto, conducendosi accompagnato dalla Contessina nella
stanza da letto. Il Marchesino e don Annibale, dopo aver conversato più
a lungo, salirono essi pure nelle camere rispettivamente assegnate a
riposo.

Il primo segnale di partenza dato il mattino dalla campana della barca a
vapore trovò la nostra comitiva già allestita pel viaggio nella sala
dell'albergo. La Contessina era involta nel suo mantello di finissimo
_circasse_ foderato di felpa: il Marchesino portava un tabarro
verdognolo alla _cocher_ di stoffa scozzese ed un berretto all'inglese
tessuto di neri crini di cavallo. Il Conte ancor sonnacchioso, ed a cui
il freschetto mattutino recava più molesta sensazione d'ogni altro,
stava imbacuccato in un _sourtout_ di peluzzo color d'orecchio d'orso, e
riceveva, senza rispondervi, i complimenti di don Annibale, che seco
loro discese sino al lago, ove porgendo braccio alla Contessina ad
entrare nel battelletto che li dovea trasportare alla barca a vapore, le
rammentò i libri a lei consegnati, e salutò tutti affettuosamente a due
mani quando quel battelletto s'allontanò dalla riva.

Saliti ch'essi furono a bordo, fu dato l'ultimo segno, ed alzata
l'áncora, il _Lario_ salpò, spinto rapidamente dalle sue ampie ruote.
Non è a dirsi quanto riuscisse gradevole quel viaggio alla Contessina,
che instancabile si recava ora da un lato, ora dall'altro del ponte
della nave tutto rimirando, di tutto interrogando il Marchesino,
servendosi del libro delle vedute per aver notizia del nome d'ogni luogo
più interessante a sapersi.

Riconobbero la villa d'Este, la Tanzi, la Passalacqua, la solitaria
Pliniana, videro la cascata di Nesso; e nella popolosa Tramezzina
ravvisarono varie case di persone conoscenti; scórsero la villa Melzi
co' suoi vaghi giardini, e il bel viale d'ipocastani che la fiancheggia,
e presso che di fronte sull'opposta sponda l'elevato palazzo Sommariva,
che tanti contiene eccellenti capi d'arte. Prossimi a sopravanzare la
punta di Bellaggio, gli occorse alla vista il _Plinio_, altra barca a
vapore che viaggiava alla lor volta con spiegata bandiera: a poca
distanza le due navi s'arrestarono, e calati a fior d'acqua i
palischermi, fecero cambio di passeggieri, indi ripresero cammino, il
_Plinio_ tagliando a levante per Lecco, e il _Lario_ in retta linea al
nord. Lasciato a mancina Menaggio, volsero i loro sguardi al famoso
_Sasso rancio_, e mentre la Contessina contemplava ammirata quell'erta
sinuosa rupe, rammentando i miserandi casi che lesse ivi avvenuti,
attrasse da destra la loro attenzione lo scoppio delle mine che aprivano
il varco alla nuova strada, che correndo pei monti della Valtellina,
riesce al cuore della Germania. Sempre più avanzandosi indicarono a
destra Bellano, già celebre per l'_orrido_ che gli stava vicino, e che
da pochi anni dirupatosi perdette tutta la maestà del suo orrendo
aspetto. Passato il promontorio di Dervio, scórsero le antiche ruinose
mura del forte di Rezzonico, la vecchia torre di Corenno, e più
inoltrandosi mirarono attentamente i pochi avanzi del castello sopra
Musso, della cui guerra faceasi cenno nel titolo del racconto storico;
quindi Dongo in un seno, e per ultimo il biancheggiante castello di
Gravedona, presso alla quale sta Domaso, innanzi a cui la barca a vapore
venne a fermarsi. Dopo non lunga posa quella barca virò di bordo e
s'avviò colla stessa rapidità al ritorno.

Un lauto pranzo che si protrasse in lungo, il conversare, il rimirare di
nuovo tutti i punti più belli e rimarchevoli delle sponde, non
lasciarono mai alla Contessina rinvenire un momento da dare alla lettura
del manoscritto consegnatole da don Annibale, nè, ritornata che fu alla
sua villa del Lambro, il che avvenne il giorno seguente di buon mattino
come avea voluto il Conte, potè ritrovar tempo da leggerlo sinchè ivi
rimase il Marchesino. Partito però che questi si fu, s'occupò di quel
libro sbadatamente da prima, poscia con attenzione; e rendendolo a don
Annibale, lo accertò che quella lettura le era riuscita in più parti
interessante in modo da farle desiderare di poter gire un'altra volta
sul lago di Como per visitare molti luoghi di cui teneva poetica
impressione nello spirito, derivatale dalle narrazioni contenute in quel
libro.

Per il che siamo venuti in pensiero di pubblicarlo, affinchè possa, chi
lo vuole, ottenerne lo stesso effetto senza difficoltà, persuasi
d'altronde che se quell'accertazione non avesse contenuto ombra di
verità, la qual cosa non è impossibile, pure alcuno fra i molti che
percorrono di frequente quel lago ci saprà grado di porgergli un mezzo
di più onde passare alcune ore d'un giorno nebuloso o di pioggia,
acquistando minute notizie di fatti che avvennero in questa bella parte
di Lombardia ch'ora non offre che placide e liete situazioni ad amene e
ricche villeggiature, e numerose mete sulle sue ridenti sponde a
sollazzevoli gite.



                            FALCO DELLA RUPE
                                   O
                           LA GUERRA DI MUSSO



                             CAPITOLO PRIMO.

     Era la notte e il mar non avea lume
     Quando s'incominciar l'aspre contese
     ...................
     Dalla rabbia del vento che si fende
     Fra i scogli e l'onde escon orribil suoni;
     Di spessi lampi l'aria si raccende;
     Risuona il ciel di spaventosi tuoni.

     ARIOSTO, _Orl. Fur._ Can. 41.


Veleggiando da Como verso settentrione, passata la penisola di Torno,
perviensi ad un lago solitario e di selvagge sponde. Fiancheggiato a
levante dagli alti monti della Valle Assina e da quelli di Val d'Intelvi
a ponente, non offre al riguardante che ripide balze e annosi boschi
sparsi per le loro falde e per le loro sommità; ivi le acque nereggiano
riflettendo il bruno aspetto delle vaste rupi da cui sono cinte, e più
d'un torrente in esse si versa precipitando biancheggiante dalle nude
roccie.

Sorge su quelle sponde la Terra di Nesso, di cui scorgonsi molti
casolari sparsi pel declivio del monte presso l'ingresso di ampia valle,
dalla quale sbocca pure un torrente che forma colà una grandiosa
cascata. Ne' passati tempi tutte le abitazioni di che constava quel
Borgo, stavano raccolte in un sol corpo, ed erano protette e tenute in
soggezione ad un tempo da una Rocca che consisteva in una larga torre di
pietre circondata da tre lati da un bastione, ed appoggiata di schiena
al monte da cui s'aveva l'entrata.

All'epoca del Dominio de' Visconti e de' primi Sforza, teneva dimora in
questa Rôcca un Commissario Ducale con forte mano d'uomini per mantenere
colà e ne' circostanti paesi i signorili diritti, esigendo i tributi e
le regalie: nel tempo però a cui si riferisce il nostro Racconto, cioè
nel 1531, trovavasi dessa già da alcuni anni priva d'abitatori. Ne
avevano da pria i Francesi sbanditi gli Sforzeschi, poscia ne erano
stati essi stessi scacciati dagli Svizzeri, quando questi (nel 1512),
condotti da Matteo Scheiner, il guerriero cardinale di Sion entrarono
nel Ducato di Milano, per sostenere contro i Francesi i diritti di
Massimiliano Sforza, primogenito del duca Lodovico detto il Moro, già
morto prigioniero in Francia. Tocca non per tanto la terribile sconfitta
nella famosa giornata di Marignano, ripresa Milano dai Francesi venutivi
col loro re Francesco, sgombrarono gli Svizzeri il territorio
ritraendosi nei baliaggi di Lugano, Locarno e Bellinzona, che erano già
possedimenti del Ducato, e da cui non fu più possibile lo scacciarneli.

Da quell'anno in poi poche squadriglie di Spagnuoli, d'Alemanni ed anche
di Francesi avevano, passando, fatta momentanea dimora in quella Rôcca;
nè ciò avveniva più affatto da che teneva dominio sul lago l'ardimentoso
Gian Giacomo Medici castellano di Musso, le di cui bande armate
approdavano di frequente a Nesso, essendo quegli abitanti loro
confederati, e riuscendo per ciò troppo difficile e pericoloso ad altri
militi il fermar quivi soggiorno.

Siccome il governare in quella età non dipendeva che dalla forza delle
armi, non essendo dato al duca Francesco secondo Sforza, tornato signore
di Milano, il mantenere quivi un presidio, come avevano praticato i suoi
maggiori, i Terrazzani di Nesso e di varii altri contadi del lago
s'erano ridotti a un'assoluta indipendenza, di cui si giovavano in que'
giorni di guerra onde commettere impunemente ogni sorta di depredazioni,
e far scorrerie e bottino a danno de' confinanti e delle parti che
battagliavano.

Tale sfrenata ribalderia degli abitanti di quella spiaggia, congiunta al
pericolo di cadere nelle mani de' soldati del Castellano o de' suoi
avversarii Svizzeri e Ducali, i quali trattavano con tutta la prepotenza
militare chiunque s'avessero avuto in sospetto di spione, rendeva
all'estremo periglioso e mal sicuro lo scorrere il lago e le rive al di
là poche miglia di Como. Il maggiore spavento però che assalisse il
cuore del pacifico navigante che arrischiava avanzarsi in quelle acque,
era la fama d'un uomo che s'era fatto un nome formidabile assalendo
armato le barche, depredando e spogliando i viaggianti, facendo in somma
pel lago il terribile mestiero del pirata. Come avviene d'ordinario, e
più di frequente accadeva in quell'età d'ignoranza, in cui le menti si
prestavano ad ogni falso terrore, s'erano attribuiti a costui fatti,
scelleraggini e poteri affatto straordinarii e quasi soprannaturali, per
cui il nome di Falco (così egli s'appellava) era il terrore de'
remiganti che s'affidavano al tragitto senza la scorta d'una nave
armata, benchè talora gli armati stessi non aveano potuto opporgli
resistenza.

Era Falco l'uno degli indipendenti uomini di Nesso, intrepido, fiero e
vigoroso, che la brama di vendetta d'un sanguinoso oltraggio aveva
spinto ad armeggiare in molte battaglie contro gl'Imperiali. Ricacciate
d'Italia le squadre di Francia, tra cui egli aveva combattuto, era
tornato alla patria Terra, dove insofferente di riposo, spinto da
un'indole audace, da guerresche abitudini e dall'astio che gli durava
vivissimo per gli Spagnuoli e gli Svizzeri, che uniti ai Ducali
mantenevano la guerra sul lago contro il Castellano di Musso, aveva
trascelti alcuni robusti compagni, co' quali, armato all'usanza de'
tempi, scorreva il lago corseggiando. Conoscitore espertissimo di tutti
gli scogli e i seni del lido, agilissimo rematore, sfidatore ardito dei
venti e delle burrasche, sapea appiattarsi per tutto e piombare
improvviso sulla preda. Se coglieva soldati nemici alla spicciolata, gli
assaliva sostenendo contro di loro regolari combattimenti, e fuggendo
poscia se il loro numero aumentava, si conduceva a sicuro salvamento ne'
porti occupati dagli uomini di Musso che avevano barche armate pronte ad
azzuffarsi ad ogni scontro.

Falco venia detto _Della Rupe_, poichè il suo casolare trovavasi sur una
rupe a poca distanza del borgo di Nesso, e l'avea dovuta costruire colà
in sito quasi inaccessibile per garantirsi da tradimento e da improvviso
nemico assalto. A mezzodì di quel villaggio vedesi un fendimento nel
monte che s'interna un trar di balestra, in fondo al quale piomba da
molta altezza il torrente, la cui spumeggiante caduta scorgesi da lungi
per entro quegli oscuri massi come una candida striscia, e vien nomato
l'orrido di Nesso. Al vertice di questo fendimento, sulla sommità di
eretti macigni inumiditi sempre dallo spruzzo delle cascanti acque,
stava su un piano del giro di pochi passi l'abituro di Falco, a cui
pervenivasi per due viottoli formati da informi gradini tagliati nel
masso, l'uno scendente dal monte, l'altro che saliva dal lago, ambidue
però non praticabili che colla guida di que' montanari. Era tal abituro
costruito di sassi che sostenevano rozze travi; aveva le mura
mediocremente spaziose e salde, una tettoia di lastre di pietre, la
porta formata da massiccia tavola ad un sol battente, e due finestre
difese da staggi di legno disposti a modo di ferriata: l'esterno
scorgevasi presso che tutto verdiccio per l'edera che vi s'arrampicava;
un antico castagno che gli sorgeva da lato, stendendo i numerosi e
fronzuti suoi rami, difendeva dalla pioggia e dai raggi solari la soglia
di quel casolare presso cui stavano quadrate pietre destinate a sedili.

Due persone abitavano quivi di continuo, e queste si erano la moglie ed
una figlia di Falco; imperocchè egli ne stava il più de' giorni lontano,
e solo dopo lunghe corse, dopo dati e sostenuti feroci assalti, molte
fiate nel cuor della notte remigava alla sua rupe, e saliva al suo
abituro talora carico di preda, e talora grondante di sangue e anelante
per la fatica e la foga degli sfuggiti perseguimenti. Colà deposte le
armi pesanti e i pugnali, respirava in riposo; e mentre sua figlia Rina
gli tergeva la fronte, e districavagli gli arruffati capelli, Orsola sua
moglie disponeva un desco, non sempre frugale, a cui d'intorno assiso
narrava le sue venture, sinchè vinto dal sonno posavasi tra rozze
coltri, dalle quali balzava all'albeggiare, ch'era pur sempre l'ora
della sua partenza.

Orsola e Rina, accostumate a quel modo di vita del loro padre e marito,
vivevano tranquille, confidenti nella bravura e scaltrezza di lui, non
che in una costante prosperità di eventi che a tutti i perigli l'avevano
sino allora sottratto. Era estraneo in tutto ai loro animi il rimorso e
l'agitazione che avrebbe dovuto infondervi il pensiero d'essere
congiunte sì strettamente di sangue ad un uomo che non s'adoperava che
nell'uccidere e nel depredare: nè era a dirsi per ciò che gli animi loro
fossero corrotti, o privi d'ogni senso di religiosa pietà, perchè anzi
possedevano desse, ed era comune in que' tempi, una morale severità di
pensieri, un sommo rigore di costumi, che però per l'indole fiera di
quell'età non avevano tanta forza da far sentire iniqua e scellerata la
violenza delle armi.

Per tutto in allora, ed in ispecial modo in que' paesi lungo teatro di
guerre, i fiacchi, i miti d'animo erano oppressi e spogliati; per ciò
nasceva in ognuno tendenza a farsi forte, audace, assalitore; quindi
vigeva un'operosità di azioni e reazioni che giustificava ogni eccesso
nell'uso della forza, e rendendo perpetue le zuffe e le atrocità,
facevale sì famigliari, che più non recavano agli spiriti quel
sentimento d'orrore che producono oggigiorno per la loro infrequenza e
pel raddolcimento universale de' sociali rapporti. Storie d'uccisioni,
d'incendii, fatti atroci accaduti per que' monti, o sul lago, erano le
sole che dall'infanzia avevano sempre risuonato all'orecchio d'Orsola e
della giovinetta figlia di lei: i loro conoscenti erano stati ognora
uomini truci e facinorosi che non ragionavano d'altro che di vendette e
d'offese, per ciò nella mente di esse andava congiunta alla naturale
sensibilità, al buono e leale carattere proprio degli abitatori delle
montagne una fiera e maschia tinta cui frammischiavansi i tetri colori
di superstiziose credenze.

Gli echi delle rupi, i verdi pascoli, le limpide acque mantenevano
nell'anima della giovinetta Rina la pastorale serenità e la calma soave
dei monti, ma talvolta ben anco duri pensieri, secreti ritorni sulle
tante spaventose immagini di che le avevano ripiena la fantasia vi
stendevano una nera nube, e tal fiata i suoi lineamenti vivacemente
animati prendevano un minaccioso aspetto, ed i suoi occhi scintillanti
come nere gemme s'affissavano fieramente, e tal altra, assalita da vago
terrore, stringevasi al seno di sua madre prorompendo in calde lagrime.
Rina toccava il sedicesimo anno; il suo corpo, senza essere esile,
mostravasi agilissimo, il suo volto, di rara bellezza, aveva una
leggiera impronta della fisionomia di sua madre, la quale, fresca e
robusta donna ancora, appalesava nel viso irruvidito dal sole tutta
l'arditezza che alla moglie d'un pirata conveniva. L'abito d'entrambe
era alla montanesca: vestivano sottane l'una color verdebruno, ed era la
madre, l'altra cilestre, le quali non oltrepassavano loro la caviglia
del piede: avevano grembialetti e corsaletti rossi di lana, senza
maniche, poichè le braccia le eran coperte dai larghi maniconi della
camicia, allacciati ai polsi, fatti di ruvida ma bianchissima tela che
risortiva sul petto a minutissime pieghe, ed era rafferma al cominciar
del collo da un bottone d'argento. Rina teneva nelle voluminose treccie
involto un nastro scarlatto che veniva ad annodarsi nel mezzo di esse,
ove era trapassato da una spilla d'oro.

Presso al tramontare d'un giorno di giugno, lungo il quale la
splendidezza dei raggi del sole era stata più volte offuscata da nuvoli
vaganti, Orsola e Rina s'assisero sulla soglia del loro casolare dando
mano, l'una all'altra vicina, a cucire insieme lunghe liste di telame di
canape per formarne una vela. Stavano da qualche tempo intente a tal
lavoro, che di tratto in tratto veniva interrotto da soffi di vento, che
agitando e sollevando quella tela le costringeva ad adoperarsi a
raccogliersela d'intorno, quando Rina impazientata da tali ripetuti
disturbi alzò gli occhi a mirare d'onde venisse quel ventilare
importuno, e vide stare sulle montagne di contro un nereggiante nugolone
i cui contorni irradiati dal sole, il facevano rassembrare ad un ampio
oscuro drappo frangiato in oro steso sull'azzurro del cielo.

"Guardate, o madre, disse a tal vista quella fanciulla, qual cappuccione
s'è messo la montagna d'Argegno: se il sole giunge là dietro verrà sera
prima del tempo; è da colà che viene il vento che mi distoglie la tela
dall'ago".

"Ciò poco monta, rispose Orsola girando gli occhi a spiar l'orizzonte;
quel che mi duole si è che veggo prepararsi un temporale cattivo pel
lago: sai che da tre notti Falco non ritorna; potrebbe forse giungere in
questa se vento contrario nol rattiene a Corenno od a Musso. Questa
mattina presso al ponte del torrente m'incontrai nella vecchia Imazza,
la comare di Palanzo, madre di Grampo, che partì con Falco; essa
recavasi a Lezzeno per sue faccende, ed era sì stravolta in viso, che mi
levò la voglia di trattenerla onde chiederle i pronostici del tempo".

"O la comare Imazza, disse Rina, v'avrebbe ben predetto il vero. Mi ha
detto la figlia d'un pastore che quand'essa va su al Tivano, entra in
una grotta, dove le apparisce uno spirito col quale ha fatto il patto di
viver più vecchia d'un corvo e sapere tutto ciò che ha da succedere.
Ella ritorna ogni notte a casa e la vedremo fra poco passare sul
sentiero del ponte".

Il sole s'era di già involto nelle nubi di prospetto, il cui seno
appariva solcato da lampi muti ma continui; scorgevansi pure in altre
parti del cielo salire e ammonticchiarsi altre nuvole, i soffii del
vento facevansi più frequenti, l'aria vedevasi rivestita da una luce
rossiccia pallida, che manifestava che gran masse vaporose riflettevano
gli ultimi raggi del sole. Mentre le due donne raccoglievano la tela,
per recarsela in casa onde non essere sorprese dalla bufera, videro
venire la comare Imazza con passo frettoloso sul sentiero che per l'erta
del monte poco al di sopra della loro capanna guidava ad un ponticello
di legno posto sul torrente, che lì presso formava la cascata. Era dessa
una vecchia grinza e secca, ma vigorosa oltre ogni credere: le sue
lacere vesti e i capelli canuti, ma folti e scomposti, sventolavano al
vento, le sue scarne mani stringevano un ruvido ed alto bastone che
soleva portare, sebbene non abbisognasse d'appoggio per vagare anche ne'
passi più difficili dei monti.

"Comare?... Comare?..." gridarono ad una voce la madre e la figlia,
facendole segnale colla destra onde scendesse a loro. "Non posso
(rispose quella seguendo il suo cammino); il torrente traboccherà fra
poco, e trasporterassi il ponte: la tempesta è vicina, vo' tornare al
mio nido, non fermarmi a gracchiare con voi".

"Dî almeno, replicarono le altre, il tuo Grampo verrà con te questa
notte?" "Questa notte là giù può piover sangue: vi sono barche di Como,
e pennacchi spagnuoli presso i sassi di Grosgallia: non è che il vento
che li può tener disgiunti, e... se... morti..." e le altre parole
andarono perdute giungendo appena come suoni indistinti, perchè quella
donna nel pronunciarle aveva valicato il torrente, e s'era già fatta
distante: le altre due la seguivano dello sguardo mirandola allontanarsi
su per le rupi con certa apprensione come di mal augurio che quegli
accenti, quantunque oscuri, avevano svegliato nell'animo loro.

"Che intese dire quella strega di Palanzo? (disse Orsola entrando nel
casolare, e chiudendo il battente della porta col chiavistello onde
affrancarla contro il vento) Che vi siano soldati Ducali al di là della
Cavagnola? Che vogliano tentare di cacciarsi dentro la vecchia torre di
Nesso? e gli uomini del Castellano staranno neghittosi senza dar la
caccia a quei lupi? Oh quanto bramerei che Falco fosse con noi questa
notte! S'egli sa che i nemici ci son sì vicini, non tralascerà di
ricondursi a casa, se per venirci dovesse anche urtar coi remi nelle
sponde delle loro barche. Che Dio voglia soltanto ch'egli non trovi un
ostacolo più forte nella burrasca che ho gran spavento stia per sorgere
impetuosa. Vedi, Rina, che bagliore mandano i lampi per le finestre:
ascolta come il vento rinforza, e il tuono mormora per entro i monti".

Rina porgeva attento orecchio, e infatti il rumoreggiare delle frondi
agitate del gran castano presso l'abituro, l'infrangersi delle acque del
lago a' piedi di quella rupe, il frastuono della caduta del torrente
fatto or più cupo or più rumoroso, appalesavano che il vento acquistava
ad ogni istante maggior veemenza. Di lì a poco, il tuono che non avea
ancora che susurrato leggiermente, s'udì trascorrere rimbombante per la
volta del cielo, ed in seguito ad un lampeggiare più spesso e più vivo,
a scoppii più clamorosi di tuono che tutto scossero quel casolare,
incominciò un martellare ruinoso di grossa grandine che dava pel tetto,
pei massi e le boscaglie della montagna.

"Sono certamente, o Madre, esclamò Rina a quello scroscio compresa di
terrore, sono i demonii che dal monte Bisbino vanno alle caverne del
Tivano, e passando presso alla cappella dell'Eremita, scagliano per
rabbia le fiamme e la tempesta, strascinando le loro catene".

Orsola, che stava assorta in tristi pensieri per l'annunziata improvvisa
comparsa de' nemici in que' dintorni, al che s'aggiungeva la dolorosa
persuasione dell'impossibile ritorno del marito in una notte in cui il
cielo sì fieramente imperversava, scossa dalle parole della figlia:
"Cred'io pure, disse, che i maligni spiriti si siano scatenati sulle
nostre montagne, ma sai tu perchè? Perchè vi si sono accostati coi
Ducali gli Svizzeri, fra cui stanno uomini che abitano di là dai monti
coperti di neve, che hanno rinegata la fede. Oh se tutto lo strepito che
c'è nell'aria fosse fatto dai diavoli che se li portano e li affogano ad
uno ad uno, m'accontenterei vedere il lago in burrasca e star qui sola
con te sino all'ingiallire delle foglie. Io spero intanto che Falco co'
suoi compagni, per l'aiuto de' morti e del Santo Crocifisso, si sarà
posto in salvo, giacchè gli amici di Musso gli accolgono sempre con gran
festa, e se non fosse colà, egli conosce per qualunque sponda uno
scoglio dietro cui l'onda non può flagellare la barca. Ma odi come la
tempesta va continuando furiosa e fa traballare il nostro tetto. Che la
santa Vergine di Nobiallo abbia pietà di noi! preghiamola di cuore, ed
abbruciamo la grandine sulla fiamma benedetta onde le potenze
dell'inferno non ci possano offendere". Così dicendo s'era accostata al
focolare che stava nel mezzo di quella stanza, e levatone dalle ceneri
un tizzone ardente destovvi col soffio la fiamma, con cui accese una
lucernetta di ferro e con questa recossi nella seconda camera terrena di
che constava quel casolare: colà staccò alcuni ramoscelli di lauro e
d'ulivo che stavano appesi al capezzale del suo letto, e li riportò
nella prima. Rina aveva frattanto, schiudendo la porta, raccolta una
manata di grandine; Orsola ne trascelse i tre grani più grossi, ed
ammucchiando sul pavimento presso la porta stessa i ramoscelli quivi
recati, vi sovrappose i tre grani, indi vi diede fuoco. Mentre i rami
crepitavano accendendosi spandendo gran fumo, a cagione della grandine
che si liquefaceva, s'inginocchiarono ambedue d'intorno e si diedero a
recitare fervorose preci, le quali nella mente di Orsola in ispecial
modo erano dirette ad invocare salvezza e ritorno del marito, danno e
rovina ai soldati nemici, e nel tempo stesso la propria sicurezza, alla
quale però s'avea gran fiducia cooperasse potentemente il denso fumo che
dal lauro e dall'ulivo che ardevano s'andava spandendo.

Al terminare della loro preghiera, quando i ramoscelli furono consunti,
il rumore del tuono erasi dileguato, cessato il grandinare, e tornato
calmo il soffiar del vento. Esse si rialzarono fatte tranquille, e
s'assisero presso una rozza tavola, la madre prendendo la conocchia e la
figlia ritornando al lavoro dell'ago nella vela; tenendo ragionamenti
che non aveano per iscopo che la tempesta, i soldati di Como e il
ritorno di Falco.

Erano da alcun tempo così al discorrere ed al lavorare pacatamente
occupate, quando il vento ricominciò ad incalzare con violenza, le
folgori a splendere e il tuono a rimbombare rumoroso. Esse abbandonarono
le loro opere tratte in agitazione da quel nuovo eccitarsi della bufera,
e stavano in grande attenzione, quando fra l'uno e l'altro scoppio di
tuono giunse al loro orecchio un suono di voci gridanti sul lago. Rina
era per parlare; ma Orsola, fatta immobile ad ascoltare, le accennò
colla mano tacesse, e s'udì in quel mentre un colpo d'archibugio, il cui
rumore, che veniva dalla parte istessa delle voci, rimbombò pei monti e
fu coperto dallo strepito del tuono.

"Che stia Falco in periglio? esclamò Orsola con crescente agitamento.
Che abbia con quello sparo chiamato soccorso alle barche di Nesso?
Accendi una facella, o Rina, ed esci meco, chè se è desso, ora che si
trova in queste acque potrà vederne dall'alto il lume e averne una
guida". Rina accese una face, ch'era un fascetto d'arbusti resinosi
legati insieme, di cui i montanari si servono a modo di torchia, e seguì
la madre che, spalancata la porta, s'era appostata sull'orlo del piano
che stava innanzi a quell'abituro da cui la rupe calava a picco nel
lago. Il vento soffiava loro di contro impetuosissimo e respingeva la
fiamma della facella attenuandone il lume; innanzi ad esse erano
foltissime le tenebre, nero il cielo, e tutto nero alla vista. S'udiva
il vento fischiare pei cavi del monte, le onde infrangersi
fragorosamente sulle rive sassose, e il torrente precipitarsi con
maggior fracasso. Il folgorare e il tuonare stettero sospesi per alcuni
istanti, nei quali tornarono all'orecchio d'Orsola e Rina suoni di voci
gridanti e colpi d'archibugi, di cui scorsero il fuoco dirigersi da
opposte ma vicine parti.

Stavano entrambe incerte, trepidanti, forzandosi invano in quella
oscurità di penetrare che si fosse, quando balenò un lampo sì lungo
abbagliante, che illuminò all'improvviso d'un vivissimo chiarore tutto
lo spazio compreso in quelle montagne, presentando rapidamente alla
vista gli strepitanti cavalloni del lago orlati di bianchissima schiuma,
e l'ondeggiar su di essi di due barche zeppe di gente, l'una poco
dall'altra discosta. Seguì tal lampo uno scoppio assordante di tuono,
che destò tutti gli echi dei monti; si fece il tenebrore più profondo, e
rovesciossi una pioggia densissima con uno scroscio infinito. Spentasi
la fiaccola nelle mani di Rina, furono costrette quelle donne a
ritornare nel casolare onde sottrarsi al ruinoso diluviare. Durò più
d'un'ora a scendere dirottissima l'acqua che, spinta dal vento, batteva
contro le imposte, poscia a poco a poco andò diminuendo, sinchè, cessato
il vento, altro non s'ascoltò che il gocciolare lento della pioggia dai
rami del castagno sulle pietre del tetto.

Le due donne, ch'eran rimase sommamente maravigliate dalla quasi magica
vista di quelle due barche battaglianti sul lago nel massimo infuriare
della procella, percorrevano colla fantasia tutte le possibili cause che
potevano averle colà condotte a tal combattimento; in quanto alle
persone, non credevano ingannarsi supponendo gli uni soldati Ducali, gli
altri di Musso: ma nessuna delle tante supposizioni che andavano
facendo, le soddisfaceva pienamente, per cui pensarono prender riposo
onde recarsi il mattino per tempissimo a raccogliere le notizie alle
Terre vicine.

Aveva già Rina rifrancato il chiavistello, e s'era Orsola avviata nella
stanza de' loro letti, quando si fece udire un acuto suono di corno da
pastore.

"È Falco, è Falco (gridò quest'ultima trasportata da improvviso
contento): riprendi, o Rina, la facella, corri ad incontrarlo: a qual
periglio s'è desso esposto questa notte per ritornare! Oh quanto gli sta
a cuore la sua casa! Egli scoprì che i Ducali erano a Lezzeno, e nè
vento, nè tempesta, nè barche nemiche poterono tenerlo lontano dalla sua
rupe. Scendi, Rina, agita la facella; egli è già sul sentiero".

Il suono era stato intanto ripetuto; Rina, uscita dal casolare, calossi
frettolosamente pel sentiero appena segnato e ripido che scendeva fra i
massi. Discesa due terzi di quella via, arrestossi, presa da subito
sospetto, ascoltando voci di persone straniere che salivano: già stava
per retrocedere precipitosamente quando le venne all'orecchio l'aspra e
sonora voce del padre che si diede a gridare: "Coraggio, coraggio:
discende un lume dalla mia casa; or siamo in porto: questa strada è un
po' malagevole, a dir vero, per chi non la conosce, ma in due tratti
giungiamo al piano. Ecco mia figlia che rischiarerà i nostri passi;
saliamo senza timore; sto dietro io per far sostegno. Cala, Rina, e
porgi lume, chè vi son meco persone che non hanno il tuo piede di
camoscia per correre sui greppi".

Rina a queste parole fatta sicura, balzando in giù più ratta, venne ad
incontrarsi in una magra e pallida figura d'uomo coperto da un abito
nero, che saliva a stento aggrappandosi agli sterpi ed ai sassi; a tergo
a costui venivane un altro di giovanile presenza, assai più spedito; e
dietro a loro saliva Falco ritto sulla persona e franco quasi camminasse
per piana via. Portava desso colla sinistra mano il suo lungo e grosso
moschetto, e teneva libera la destra per farne puntello, all'occorrenza,
a que' due che il precedevano: aveva la parte superiore della persona
involta in una grossolana schiavina, sotto cui apparivano infissi in una
rossa cintura, che il serrava al petto, due stili con impugnatura di
ferro; pendevagli dal collo appeso ad una catenella il corno d'ottone
ricurvo; i suoi capelli stavano raccolti in una fitta rete di corda, ad
ogni maglia della quale andava inserta una stelletta d'acciaio che
formavagli una specie di celata[2] che si poteva agevolmente ricoprire
col cappuccio della schiavina, o con altro berretto.

[Nota 2: Dal mille al mille e trecento s'usò in Italia una foggia di
berretto su cui andavano cucite lastre d'acciaio, e chiamavasi
_magliata_.]

La persona in abito nero, che veniva innanzi agli altri, veduta Rina,
sostò un istante a riprender fiato, ed alzando la faccia, con voce rauca
ed affannata per la salita, esclamò: "Siano grazie a Santa Maria della
Scala, che v'ha inviata col lume, brava figliuola, altrimenti in questa
notte indiavolata per me era finita; non mi sarei mai più recato a
salvamento". E proseguì tra sè e sè arrampicandosi di nuovo. "Uscire
dalle unghie de' soldati, e dal lago in tempesta, per cacciarsi
all'oscuro su questi sassi dritti come muraglie, per chi non ha mai
fatto in vita sua il mestiere di scalare le fortezze e le case, è
proprio un cadere dalla padella nelle bragie: e v'ha per di più un
maladetto fracasso come di voragine vicina a cui andiamo appressandosi,
nella quale mi pare di dover cadere da un momento all'altro. Chi sa che
razza di paesi son questi! Oh benedetta la mia Milano! se vi potessi
tornare...".

"Badate, gridò Falco, non scivolare al voltare dello scoglio: il
passaggio è ristretto, nè mi concede darvi mano; se vi mancano i piedi,
cadete a piombo nel torrente".

Tale annunzio produsse in volto a quel primo una strana contorsione di
paura; ma mirando Rina montarvi lesta, tenendo all'indietro rivolta la
facella onde allumargli la via, si fece più ardito, e con passi meno
dubbiosi oltrepassò quello scoglio e pervenne al casolare.

Orsola, che stava sulla soglia attendendo ansiosa il marito, fu essa
pure non poco sorpresa vedendo giungere colà quegli stranieri; ma scorto
Falco, si ritrasse al di dentro, ove essi vennero con Falco stesso, che
fattosi innanzi disse loro:

"Ecco il mio abituro; non è che la capanna d'un povero montanaro; e
nulla vi troveranno di meglio d'un buon fuoco e d'un letto di foglie. Ma
dormiranno più tranquillamente in questo covo di montagna, che tra le
fauci di que' mastini, che li avevano addentati; e certo credevano
rosicarli sino all'ossa; non è la prima volta che io strappo loro la
preda di bocca, e se non era il vento e quel maledetto colpo che colse
Grampo, non mi sarei da essi scostato sinchè non li avessi veduti
tuffare il pelo nel lago. Intanto noi pure non ne siamo partiti
asciutti: l'acqua, che è caduta a diluvio, avrebbe oltrepassato un
cuoio, e ce n'è venuta addosso più di quanta bastava ad ammorzare tutte
le micie d'una squadra d'archibugieri: a me non fa gran male, ma ad essi
loro, che sogliono quando piove rinchiudersi nelle sale d'un buon
castello, potrebbe l'umidità recare un malanno; fa dunque, Rina, che
splenda il fuoco onde si rasciughino loro i panni, poichè non poterono
evitare una sola goccia della tanta acqua caduta". Così dicendo posò in
un canto di quella stanza il suo moschetto, si trasse la schiavina,
sotto cui aveva un giacco di maglia; si sciolse la cintura, e l'una e
l'altra appese alla parete ad appositi sostegni; indi chiamò Orsola a se
vicino e premurosamente le favellò all'orecchio.

Per cura di Rina splendeva intanto la fiamma; e que' novellamente colà
venuti trafelati per la salita, storditi ancora pel terribile trascorso
evento, ignorando in qual luogo si fossero, contemplavano ammirati e
silenziosi quella casa dove erano stati condotti da un uomo che a loro
insaputa e quasi miracolosamente gli aveva salvi da estremo periglio, e
quella stanza tappezzata intorno da spade, coltelli, archibugi, brani di
armature rotti e irrugginiti, fra cui vedevansi qua e là cordaggi da
barca, timoni e remi, tutti trofei delle varie imprese di Falco,
accresceva in loro anzi che scemare la sorpresa.

Nell'uno però, ed era quegli d'età giovanile, tal sentimento dipingeva
in volto un non so che di contento; nell'altro all'incontro infondeva un
cruccio, un disgusto che invano forzavasi di dominare: il che dovea
naturalmente avvenire per l'indole e le inclinazioni tanto diverse de'
loro pensieri. Il primo, che di poco oltrepassava il quarto lustro,
abituato all'armi sin da fanciullo, aveva sempre esercitato il proprio
valore in quella guerra per lui di sommo momento, poichè era desso
Gabriele fratello ultimo nato di quel Gian Giacomo Medici che teneva la
sovranità di Musso: un avverso ed un prospero evento s'erano combinati
nel farlo colà pervenire. Uso a condur bande d'uomini armati contro i
Ducali, era stato da essi sorpreso all'agguato, vinto dal numero, fatto
prigione, e veniva condotto quella notte in una loro barca a Como per
subire l'estremo supplizio, quando Falco il tolse ad essi dalle mani.
Egli guardava soddisfatto le armi ivi sparse, oggetti per lui famigliari
e graditi, e nell'atto di quella contemplazione essendo il suo sguardo
trascorso un istante sulle vivaci e perfette sembianze della giovinetta
figlia del suo liberatore, gli portò all'anima un'impressione nuova,
indistinta, a cui la singolarità dell'evento e del luogo aggiungevano
una secreta esaltazione, raffrenata però all'intutto da certa sua
abituale ritenutezza, originata da una timidità che il mestiero delle
armi non aveva in lui distrutta: per il che rimaneasi in un riserbato e
quasi mesto atteggiamento. Gli abiti suoi, zeppi d'acqua in quel
momento, consistevamo in un giubbetto di panno cremisino rannodato sul
petto, da cui presso il collo a nudo risortiva la camicia frangiata, ed
in calzoni azzurri aderenti strettamente alle coscie ed alle gambe; avea
perduto nella zuffa il berretto, ed i capelli che portava lunghi e
inanellati, molli allora d'acqua, li ricadevano sul collo e sulle
spalle; il suo volto giovanile era appena segnato ne' contorni da peli
nascenti, e nel suo occhio bruno s'appalesava un'anima ardente bensì, ma
non sciolta da tutta la soggezione della prima giovinezza.

L'altra persona seco lui colà venuta era un uomo di lettere Milanese,
che aveva passati in patria cinquant'anni di pacifica vita e la maggior
parte fra i libri, le pergamene ed i discepoli. Nel momento che stava
per cogliere il frutto di sue lunghe meditazioni, l'avversità dei tempi
e la malizia degli uomini, com'egli soleva dire, l'avevano forzato ad
errare in triste esiglio abbandonando Milano, fuori delle cui porte non
avea mai per l'addietro portato il piede. Siccome in questa città era
stato conoscente della famiglia dei Medici, e precettore ben anco di
Gian Giacomo nella sua puerizia, erasi nel proprio infortunio rivolto a
lui chiedendo asilo, e questi l'aveva accolto e destinato a proprio
Cancelliere, magistrato delle gabelle, e stenditore degli editti ed
ordinazioni che pubblicava a reggimento della sua Signoria di Musso. Uno
sciagurato accidente l'aveva fatto assentare dalla sala della
Cancelleria del Castello, per seguir Gabriele, e per ciò era venuto seco
lui fatto prigione dai Ducali, e seco lui da Falco liberato. Nomavasi
desso Maestro Lucio Tanaglia, era d'ordinaria statura e sottile della
persona; moveva due occhi bigi ma vivi; aveva guancie incavate e
pallide, sul mento e sul labbro portava una barbetta a foggia di fiocco,
e due mustacchi poveri di peli, che così voleva la costumanza; la
capigliatura liscia e compatta formavagli una linea regolare intorno al
capo. Il suo vestito constava d'una giubba di nero saio, abbottonato
dalla cintura alla sommità del petto, di calzoni parimenti neri, calze
cinericcie, e scarpe quadrate alla punta; aveva pure manichini e collare
di tela di Fiandra trapunta; ma questi, ancor più che il restante del
suo abbigliamento, erano scomposti per l'acqua e lordi in più luoghi di
fango. La consuetudine della tranquillità d'un modo costante di vita
lungi dalle brighe armigere e dai pericoli, gli facea rinvenire
fastidiosissimo quel vedersi sempre circondato da uomini che ponevano
ogni loro studio nella guerra e ne' rischii, con cui non poteva mai
proporre una tesi filosofica, o dispiegare la scienza Blasonica che
possedeva in esimio grado. Nutriva per questo in cuore una stizza,
un'acritudine che s'aumentava per la necessità di non poterla mai
disfogare, guardandosi egli rigorosamente dal dimostrare spiacevolezza o
vigliaccheria alle persone fra cui gli era pur forza passar la vita, per
tema di dover pagare troppo caro ogni lieve sospetto o rancore che
avesse destato in uomini sì fieri e risoluti. Nel momento di cui
parliamo, il suo spirito risentiva una parte di quel disgusto, di quella
impazienza ch'era sempre costretto ad ingoiarsi, poichè, sebbene
l'essere stato tolto di mano ai Ducali gli fosse sembrata fortuna
inestimabile, il vedersi poscia colà condotto, il mirare quel
guarnimento d'armi e d'arnesi, che il facevano avvertito che il proprio
ospite essere non poteva che un uomo di mal affare, gli richiamavano
alla mente una folla di disgustose idee e di paure. Stava quindi in
quella stanza ritto accanto a Gabriele, volgendo intorno arcigno il viso
se nessuno il vedeva, e forzandosi tantosto di sorridere se temeva
ch'altri il guardasse.

Avendo Falco compiuto il colloquio con Orsola, la quale si diede subito
ad affaccendarsi per la casa, volgendo di tratto in tratto curiosi
sguardi a que' forestieri, s'appressò a loro e disse: "Mia moglie
m'assicura, che si trova ancora un po' di sangue nel ventre della
vecchia botte che teniamo qui fuori in un buco del sasso: ho pensato per
ciò di farglielo spillare pel frammischiarlo all'acqua che può esserci
penetrata nel corpo. Sediamo frattanto qui dintorno al focolare perché
il lungo ballo di là giù deve avere ad essi lasciate stanche le gambe.
Ma che temerità! (proseguì dopo aver accostati rozzi sedili su cui tutti
e tre si assisero) che audacia! sorprendere il mio signor Gabriele,
questo sì bravo giovine, per condurselo a Como a fare il mal fine: e
pensavano que' cialtroni d'approfittare della notte onde passare per di
qua inosservati: ma l'occhio di Falco vede nel buio, e avrei voluto
perderli entrambi, se s'avesse potuto dire che una barca di Ducali che
conduceva prigioniero il fratello del signor Gian Giacomo avesse passate
le acque di Nesso senza che Falco mandasse una palla del suo moschetto a
visitarli".

"Io debbo la vita, mio caro Falco, alla sola tua bravura, disse Gabriele
stendendogli la mano e stringendo la sua affettuosamente. Se tu non eri,
non avrei veduta la sera di domani, poiché il Gonzaga che co' suoi
Spagnuoli mi prese impensatamente sulla spiaggia di Dorio, facendomi
strascinare in barca, giurava che appena giunti a Como il mio capo
sarebbe stato reciso, e infisso su un'asta innanzi al Duomo".

Maestro Tanaglia, fissando Falco, con rispettoso sogghigno "Erano tali,
aggiunse, da fare il boia colle proprie mani, perché le loro faccie non
promettevano dì meglio; e pur troppo anch'io senza il vostro soccorso
m'avrei avuta cattiva parte di tal trattamento, perché so che i soldati
non sogliono far distinzione fra la persona efficiente e la
concomitante".

"Voi sareste stato squartato, od abbruciato vivo, disse Falco con una
vivacità che le sue dure fattezze e la voce fieramente espressiva
assomigliavano ad una minaccia, poiché gli Spagnuoli non usano
altrimenti con chi ha l'aspetto di mago o di giudeo".

Maestro Tanaglia illividì, fece una inclinazione profonda del capo, nè
s'avrebbe potuto dire se questa fosse un atto di ringraziamento,
riferibile alla liberazione da sì atroce aspettativa, o un moto
involontario di terrore. Ma Falco non gli porse mente, poiché
sopravvenutogli un subitaneo e triste pensiero, ottenebrossi in volto, e
cogli occhi fissi al suolo: "Dio non voglia, esclamò, che il colpo
d'archibugio che ha stramazzato Grampo nel mio navicello lo abbia a
cacciare sotterra: se le sue braccia diventano immobili, cesserebbero
queste acque d'essere trattate dai due remi più vigorosi del lago.
Trincone e Guazzo di Brieno, che rimasero nella barca quando noi ne
uscimmo a piè della rupe, l'avranno a quest'ora condotto a Palanzo e
recato a spalle a sua madre. Oh! che farà la vecchia Imazza quando vedrà
il suo Grampo traforato nella gola? le sue imprecazioni basteranno a far
affogare dieci barche di spiriti, non quella sola dei Ducali, se pure
non è già stata capovolta dal vento, e non sono già calati tutti a
radere la sabbia, tenuti in fondo dalle loro pesanti armature".

Orsola, uscita dal casolare poco prima, ne era rientrata mentre Falco
pronunciava quelle parole. "La vecchia Comare, diss'ella al marito, mi
predisse che si sarebbe questa notte sparso sangue sul lago, e mi
rattristò tenendomi in ispavento per te: ma era di quello di suo figlio
che s'era inteso parlarle la voce del Tivano, ed essa nol comprese.
Povero Grampo, quanto mi duole per lui!"

"Che la sua ferita (disse Falco con voce commossa) non sia più difficile
a serrarsi che il fesso d'una barca, o che la sua anima, se già gli uscì
dai denti, possa vogare in calma verso il cielo, perché egli era più
ardito d'un uomo d'armi, più destro d'un cacciatore. Quando s'accostammo
tacitamente col navicello alla barca in cui voi stavate prigionieri,
egli fu il primo ad afferrarla, e in mezzo a quel trabalzo furioso delle
onde non l'abbandonò mai sicché non cadde riverso dall'archibugiata, ed
io v'aveva già allora tratto di mezzo agli Spagnuoli, che fatti confusi
da sì inaspettata visita in mezzo all'infuriare della burrasca e
sconcertati dai colpi che loro menavano Trincone e Guazzo, non seppero
difendersi dal nostro assalto che tirando colpi alla cieca".

"Io il sentii cadermi vicino, disse Gabriele afflitto, appena m'era
assiso e rassicurato nel tuo navicello: la perdita d'un coraggioso è
sempre dolorosa e grave: questa del tuo compagno, ch'era sì valente, m'è
di doppia tristezza, poiché ne fui io la cagione".

"No, non vi rattristate, signor Gabriele; rispose Falco, in cui la
commozione svegliata dalla temuta morte di Grampo aveva già dato luogo
agli usati sensi d'intrepidezza: le palle, gli stocchi, i pugnali
allorché traforano un corpo non fanno che ciò a cui sono destinati. Chi
può pretendere tirar le reti e non bagnarsi le mani? e chi presume
d'accostarsi sovente agli archibugi e non riceverne mai un ruvido
saluto? Partire il più tardi possibile è tutto ciò che sì può sperare;
ma quegli a cui la polve di zolfo arse più volte i capelli, deve essere
convinto che il colpo che lo invierà per sempre nell'alto o nel profondo
gli verrà stando in piedi e il balzerà rapidamente a dormir nella terra.
Io ho veduti caderne così a mille in un giorno solo, e non erano
montanari che vestissero sdruscite casacche, s'avevano armature dorate
ed elmi sfolgoranti. Voi foste alla battaglia di Morbegno ed a quella di
Carate, in cui vostro fratello Gian Giacomo fece tanta strage di
Spagnuoli, pure immaginatevi che quelle non erano che scaramuccie a
fronte della gran giornata che fu combattuta, saranno ora dieci anni,
sotto le mura di Pavia. Il Re di Francia, vi comandava in persona, e fu
preso, come saprete, prigioniero, ma prima quasi tutti i suoi Baroni
caddero morti sul campo. Non vi potete raffigurare in qual numero
giacevano stesi nel fango colle finissime sopravvesti, coi pennacchii e
gli stendardi che poche ore prima ondeggiavano candidi come vele al
vento. Erano pur dessi padroni di castelli, avevano servi e destrieri in
gran numero, ma per essere fedeli alla spada, all'onore, rimasero uccisi
sulla nuda terra. Io era allora tra gli alabardieri, nè dir si può che
rimanessi ozioso od evitassi la mischia, perchè partii di là coperto di
sangue, pure nessun colpo fu vibrato sì giusto che mi ponesse a giacere
fra quei gentiluomini. Quando avrò tocco il momento prefisso dalla mia
stella, forse un colpo scagliato alla ventura mi coglierà come Grampo,
ma non permettino i santi che Falco cada senza il suo moschetto vicino".

Crollando il capo maestro Lucio senza levar gli occhi su l'uno o l'altro
di que' due, quasi ragionasse seco stesso: "Vedete, disse, come vanno a
rovescio le cose di questo mondo: vi son degli uomini a cui il sentirsi
un pezzo di ferro entrar nella gola o nel ventre non reca maggior briga
di quel che dia a me l'argomentare contro un licenziato; or perché a
questi tali che si vanno a pescare i malanni colla lanterna non sono
riserbati tutti i colpi d'archibugio, di colubrine, le dagate, le
lanciate, e che so io? Perché un povero Cristiano che non tratti altre
armi che quelle dipinte sui diplomi e i suggelli, non deve poter fare
due passi senza paventare d'esser colto da una botta che o metta nel
cataletto? Anche in Milano negli ultimi tempi era diventato difficile il
vivere in pace: non si voltava un cantone, che un Catalano o un
Lanzinecco non vi fosse addosso per rubarvi il berretto o la cappa; ma
pazienza, la pelle almeno era salva: qui all'incontro vi sono soldati
sulle spiagge, soldati nei castelli, artiglierie per le montagne, barche
armate sul lago, insomma se non t'ammazza l'uno, t'ammazza l'altro: e il
peggio si è poi, che se per isventura dai loro nelle mani, t'aggiustano
come un martire del Calendario. Oh meschino Tanaglia! quanti guai ti son
venuti addosso, e tutti per quattro parole d'un furfante che invidiava
il tuo sapere".

"Non dubitate, maestro Lucio, disse Gabriele: il soggiorno de' Ducali
sul lago non può essere ormai di lunga durata. Francesco Sforza non è
più in grado di mantenere gli stipendii agli uomini d'armi, e fu detto
che il De-Leyva è seco lui in contrasto e vorrebbe ritrarne i suoi
Spagnuoli; ma prima ch'essi si partano, mio fratello Gian Giacomo pensa
dar loro un addio, per cui molti abbiano a perder la lena di far
viaggio. Vedrai, Falco, in quel giorno se farò loro pagar caro il sangue
di Grampo e la minaccia di mozzarmi il capo come ad un assassino".

Così pronunziando, animato da tutto l'ardore guerriero che gli veniva
dal fervor giovanile, alzò baldanzosa la testa, portò la mano allargata
sul petto, e mosse vivacemente lo sguardo quasi ricercasse il nemico; ma
appena i suoi occhi girarono, vennero impensatamente ad affisarsi in
quelli di Rina, che ritta a lui dicontro teneva le pupille intente a
contemplare la leggiadria delle forme e la novità del vestimento di quel
giovine estrano. All'incontrarsi de' loro sguardi scese ad entrambi un
turbamento al cuore come se fossero stati colpiti da una subita
scintilla: ambedue abbassarono gli occhi al suolo; Rina, imporporate le
guancie, si ritrasse in disparte, e Gabriele ammutolito rimase nella sua
primiera meditativa attitudine.

Eransi intanto da Orsola disposte su rozzo desco rusticali vivande, e
collocatovi nel bel mezzo un vaso di vino tratto dalla botte accennata
da Falco; ed egli visto che s'ebbe compiuto l'apparato, s'alzò dal
focolare, invitando i due ospiti a prender parte a quella cena. Maestro
Lucio, che avea già più volte spinto lo sguardo di sfuggita a mirare che
stasse facendo la moglie di Falco, ed accortosi che disponeva la mensa,
avevala più volte accusata internamente della lentezza che vi
frapponeva, accettò tosto l'invito e andò a sedervisi, dandosi a
mangiare di que' cibi grossolani coll'ardore con cui avrebbe spogliato
un lauto convito. Gabriele e Falco ne imitarono più moderatamente
l'esempio: nel primo, mentre saziavasi l'urgente bisogno della fame,
ricorreva più limpido e brillante alla rinvigorita fantasia l'incontrato
sguardo di Rina, e svolgevagli mille dolci ed indefinite idee nella
mente; nell'altro le non tenui golate di vino fecero più fervido il
desiderio d'uno scontro coi Ducali, contro cui, oltre le antiche cause
di odio, l'accendeva in quell'istante il pensiero che per causa d'un
colpo da essi scagliato, non s'aveva a fianco un fidato compagno, con
cui solevano toccar le tazze animandosi a tracannare finchè vedeano a
secco il fondo di quel vaso.



                            CAPITOLO SECONDO.

     Son della bara funerale ai lati
       Con torchi in man pel nuovo di languenti
       Due lunghi ordin d'uomini incappati
       Che han nei cappucci le fronti dolenti,
       I cappucci in due parti traforati
       Apron le viste ai loro occhi piangenti.

            LA PIA, _Leggenda di B. Sestini_.


Albeggiava appena in cielo il giorno ed ancor tutti nell'abituro di
Falco dormivano profondamente allorchè ne venne bussata con forza la
porta.

"Chi batte?" gridò Falco risvegliandosi istantaneamente, e sorgendo d'un
salto dal giaciglio su cui erasi coricato cogli abiti indosso:

"Son io; son Trincone (rispose quello che stava al di fuori); apri tosto
che t'ho a parlare".

Disserrò Falco all'istante l'uscio di sua casa, ansioso d'intendere che
fosse avvenuto di Grampo; imperocchè Trincone, ch'era l'uno de' compagni
che l'avevano trasportato ferito al suo tetto, doveva di certo recar di
lui fresche novelle. Narrò infatti Trincone che giunti che si furono la
sera a Palanzo, Grampo non dava più segni di vita, ma depostolo in sua
casa, mercè le cure e gli unguenti di sua madre Imazza aveva riaperti
gli occhi e fatti tali contorcimenti delle membra da mostrare che il
sangue perduto non l'aveva esausto in tutto di forze, per cui egli
recavasi di fretta a Nesso alla Casa dei Malati a ricercare Frate Andrea
Cerusico, affinchè venisse a soccorrerlo dell'arte sua; e nel passare
per di là aveva voluto discendere ad avvertirne lui Falco, pel desiderio
che sapeva dover esso provare d'averne pronte notizie.

"Ben hai fatto, disse questi reso pago da quell'annunzio; corri a Frate
Andrea, e quando seco lui passerai qui su dalla via, mi darai voce, ed
io verrò seco voi a Palanzo".

Trincone partì, e Falco, rientrato nell'abituro, ripetè le parole di lui
ad Orsola ed agli ospiti suoi, che in que' pochi momenti eransi alzati
ed allestiti. A causa dell'ora tanto inoltrata della notte in cui si
trassero a riposo, e fors'anco per scrupoloso riguardo che i due
forestieri s'imposero verso le donne, quantunque si fossero coricati
nella più interna stanza, eransi posti a giacere colle vestimenta
d'attorno. Avevano dessi pensiero di dovere immediatamente partire, ma
Falco il tolse loro dicendo che non avrebbero fatto viaggio che
sull'imbrunir del giorno, avendo egli in animo di condursi a visitare il
ferito compagno. Il giovine Medici e Maestro Lucio si dichiararono
disposti a fare quanto meglio a lui fosse piacciuto, ed a seguirlo per
tutto ove venisse loro indicato, persuasi ch'egli avrebbeli ricondotti
in sicurezza nei dominii del Castellano.

Gabriele però di quella inaspettata dilazione annunziata al loro partire
s'ebbe la più viva compiacenza, poichè sentiva di già che a malincuore
abbandonava quell'ospitale abituro. La prima immagine a lui affacciatasi
appena tolto al sonno era stata quella che ultima l'aveva abbandonato la
notte, l'immagine cioè di Rina. Erano cessate la foga e l'agitazione
destate nel suo spirito dagli avvenimenti del giorno antecedente, e su
tutte quelle tumultuanti e spaventose impressioni una n'era surta
dominatrice che gli diffondea nel cuore una dolcezza nuova, lusinghiera,
che lo affezionava agli accidenti, sebbene disastrosi, dai quali era
stato colà condotto.

Non era una determinazione decisa, un'idea chiara, sviluppata che
Gabriele avesse concepito, e di cui rendesse a se stesso ragione; erano
immagini presentite, velate ancora e confuse, che lasciavano trapelare
una luce attraente e soave, qual egli non aveva mai traveduta da pria;
era una fibra del suo cuore non tocca mai per l'addietro, che appena
sfiorata rilevossi con un'armonia sì deliziosa, che nessuno de' suoi
consueti sentimenti sapeva raggiungere: erano quelli in somma i primi
battiti d'amore.

Avendo trascorsi i suoi verdi anni nei castelli, nelle rocche, o sul
campo tra uomini rudi e severi, che d'altro non s'avevano pensiero che
di ciò ch'era conforme a' loro guerreschi interessi, mai una parola
affettuosa era giunta al suo orecchio, nè mai gli si era offerto alcuno
di que' tratti che recano all'anima la soavità della simpatia, e lo
aprono all'effusione d'un gentile e delicato sentire. Con persone
d'altro sesso egli non avea mai avuto famigliare consorzio, e le sole
giovani donne con cui alcuna volta soleva conversare, erano le proprie
sorelle, che stavano in una casa foggiata a monastero in Musso, e
queste, d'età alla sua superiore, non davansi altra cura che
d'intrattenerlo di cristiani ufficii e di pratiche religiose, temendo
che le sue armigere occupazioni gli facessero porre in dimenticanza od
in dissuetudine i sacri doveri. Per il che eran sempre rimasti a lui
assolutamente sconosciuti i moti d'amorosa tendenza, o di tenera
affezione. Le forme e gli sguardi di Rina, ch'egli aveva colà pressochè
ad insaputa contemplati, avevano cagionato il suo primo palpito d'amore,
che in un intatto e puro cuor giovanile con tanto vigore s'addentra
possedendolo con intiero ed assoluto dominio.

Poco tempo dopo che Falco fu rientrato nell'abituro, Trincone ritornò
menando Frate Andrea, ch'era l'uno de' monaci che s'avevano in cura un
ospitaletto elevato da pia e facoltosa persona un secolo addietro nella
terra di Nesso per ricettare gl'infermi del contado, e veniva chiamato
la Casa dei Malati di santa Maria: diede quegli dalla strada un grido
chiamando Falco, e questi, postosi a spalle il suo moschetto, che non
abbandonava giammai, si fece a seguirlo.

Annuvolato tristamente era il cielo, e fosco appariva il mattino: larghe
zone di nebbia rigavano i dossi delle montagne, e riflettevano nelle
immobili acque del lago il loro cinericcio colore; le piante e gli
arbusti che fiancheggiavano il sentiero del monte vedeansi sfrondati ed
abbattuti dalla furiosa grandine della notte, ed in più luoghi frantumi
di macigni e sassi trascinati dalla correntia della pioggia lo avevano
ingombro.

"Foste chiamato per tempo a disastroso cammino (disse Falco a Frate
Andrea, che giva preceduto da Trincone) e n'avete a far buon tratto per
giungere al letto dell'infermo".

"Non è mai disastrosa, rispose il Frate, quella strada che dobbiamo
percorrere per recare la salute del corpo o dell'anima ad un nostro
fratello".

"Così avvenisse che poteste rendergli la prima, soggiunse Falco; ma temo
che nè le bende nè l'acqua del chiodo che portate abbiano a valere a
rimarginare la ferita che aprì a Grampo le canne della gola". "Sia pur
vero per volontà di Dio che l'opera delle mie mani non abbia ad avere
alcuna efficacia, rispose il Frate; ma voi mostrate poca fede dubitando
dell'effetto di quest'acqua miracolosa: non sapete quanti portenti ho
veduti co' miei proprii occhi operarsi per essa? quanti storpii
raddrizzati, quanti ciechi illuminati, persone giacenti da più anni
rinvigorite in poche ore? Ma fa d'uopo trovarsi mondi da gravi peccati,
ed avervi avuta sempre particolare divozione".

"Ohimè! il povero Grampo non deve dunque aspettarsene alcuna grazia,
disse Trincone crollando il capo: ci parlava sovente di gozzoviglie e di
vino, e l'ho veduto vuotarne delle tazze in gran numero; ma non mi so
che si risovvenisse pure una volta del viaggio che dobbiamo far tutti
per l'altro mondo".

"Sarà di lui ciò che ha disposto Quegli che sta là su, disse il Frate
alzando gli occhi al cielo: la sua misericordia è infinita, ed Egli può
attribuire qualunque mirabile potere a quest'acqua che fu benedetta col
chiodo miracoloso venuto da Terra Santa".

L'acqua di cui essi ragionavano veniva recata dal Frate in un secchiello
di rame argentato che aveva la forma d'un lungo bicchiere allargato alla
sommità, nel cui manico erasi passata una cordicella. Quest'acqua, che
veniva considerata qual santa reliquia di portentosa virtù, attingevasi
nel lago il giorno di San Giovanni Battista, e portavasi al Borgo di
Torno, dove nella Chiesa dedicata a tal Santo celebravasi una solenne e
sontuosa festa, e quivi vi veniva immerso per qualche istante un chiodo
che una pia credenza indicava per l'uno di quelli che avevano servito
alla crocifissione del Redentore, recato dalla Palestina da un
Arcivescovo Alemanno condottiero di Crociati, il quale, giunto a Torno,
non potè per furore di procella allontanarsene finchè non ebbe deposto
nella Chiesa quel prezioso ferro trasportato con tanta cura dalle sacre
contrade di Gerusalemme[3].

[Nota 3: Tatti, _Stor_.]

Seguendo quei tre il sentiero più breve pe' boschi, lasciando Careno ed
altre Terre alla destra, pervennero in brev'ora a Palanzo: internatisi
per una stradicciuola in quel paesetto formato d'ammassati montaneschi
abituri, giunsero alla porta della rustica casupola di Grampo. Presso a
quella stava Guazzo in mesto atteggiamento confabulando con due
confratelli Della-Morte, che così appellavansi i membri d'una religiosa
compagnia di cui era incarico il recare i trapassati a sepoltura.

Quando Guazzo ebbe veduti que' tre sorvegnenti, "È tardi, esclamò con
malinconica voce: altro non rimane a fare per lui che porlo sotto
terra".

Trincone, maravigliato, fece un atto di dispetto vedendo così delusa la
sua aspettativa, e accorgendosi d'aver gettati vanamente i passi; il
Frate abbassò lo sguardo al suolo chinando il capo, e incrocicchiando le
braccia sul petto recitò una preghiera; Falco, compreso da dolore,
"Lasciatemi entrare, gridò in tuono che palesava insieme l'ira e la
pietà: voglio almen vederlo un'ultima volta; voglio promettere sul suo
corpo di mandare più d'uno di quelli che lo hanno ucciso a dormire un
sonno eterno come il suo".

In una stanza di ruvide pareti, sotto una volta annerita dal fumo, e che
prendeva scarso lume da un elevato finestrello, giaceva sovra un letto
di tavole il cadavere di Grampo ricoperto per metà da un lenzuolo: la
sua gola era fasciata da bende tutte intrise del suo sangue, che
trascorsogli sul nudo petto in più striscie vi si vedeva nero e
raggrumato. Di fianco al letto stava assisa una vecchia donna, tenendosi
a due mani appoggiata ad un bastone, cogli occhi fissi immobilmente su
quel sangue: i denti di lei battevano di tratto in tratto tra loro, e le
membra tremavano per convulsivo movimento: era Imazza sua madre.

Entrato Falco là dentro seguito da Frate Andrea e da Trincone,
accostatosi lentamente al letto, vi si rattenne; posò a terra il
moschetto, e sovrapponendo all'estremità della canna ambedue le mani, su
quelle appoggiando il mento, rimase taciturno a contemplare d'uno
sguardo, fatto per tristezza fosco e socchiuso, la salma d'un compagno
d'armi, poche ore dianzi sì vigoroso per gioventù e salute, già fatto
immoto insensibile.

A piè del capezzale inginocchiossi Frate Andrea, il quale, alzata colla
destra la croce che andava unita al rosario che gli pendeva dalla
cintura, intuonò le litanie ed altre preci pei defunti, cui rispondeva
Trincone, postosi parimenti co' ginocchii a terra: rilevatosi il Frate,
appressossi ad Imazza, che non aveva mai tolti gli occhi dal volto del
proprio figlio, nè sembrava per anco essersi accorta della presenza di
quegli estrani, e come era suo ufficio e costume in simiglianti
circostanze per alleviarne il dolore, e distorla da quell'intenso
pensiero, cominciò con voce lenta e pietosa a così dirle: "Il Signore
non volle concedere che io giungessi a tempo di confortarlo colle sante
parole della Chiesa, o di lavargli la ferita coll'acqua mirabile che
recai meco a quest'uopo; ma non paventate per questo, o madre, anzi
abbiate viva speranza che egli sarà stato accolto nella schiera degli
eletti, e l'interno pentimento delle proprie colpe gli avrà fatta
vincere la guerra col nemico infernale che sta preparato a tutti
assalirci negli estremi momenti: fors'egli a quest'ora prega per voi e
per noi tutti; ed attende tra l'anime purganti che colle nostre orazioni
lo liberiamo dalle fiamme..."

La vecchia Imazza, volgendo la testa, diede uno sguardo sì torvo al
Frate, che gli troncò sulle labbra la parola, e con un raggrinzamento di
mascelle che aveva sembianza di un truce ghigno: "Liberarlo dalle
fiamme! disse: Qui è gelo: toglietelo dal freddo che lo agghiaccia, fate
che si levi da sè, e che questo non sia come piombo freddo e greve".
Così pronunciando alzò un braccio del morto, e lo lasciò cadere
rimettendosi a guardarlo fisamente.

"Sento" disse Falco, abbandonando d'un subito la sua posizione, e
prendendo la mano di Grampo ricaduta sul letto, "sento che è fredda e
rigida come se fosse rivestita d'un guanto di ferro; ma chi di noi avria
potere di riscaldarla? Se valesse immergerla nel sangue, ciò non sarebbe
un disperato rimedio; ed io giurerei su questa mano istessa di versarne
più di quanto ne facesse bisogno a tal uso. Ma tutto pur troppo è vano
quando la terra deve stendersi su di noi come un pesante mantello. Per
ciò compiango, o Imazza, il vostro dolore, poichè avete col figlio
perduto tutto ciò ch'era a voi caro al mondo: egli solo consolava i
vostri vecchi anni, e ne alleggeriva la gravezza: ora che farete voi
della vita? gli occhi vostri non sapranno su chi posarsi, nè la vostra
lingua a chi parlare. Ascoltate la voce di Frate Andrea: questi uomini
del Signore cercano di gettarci una corda di soccorso quando più non
abbiamo nè vele nè remi per accostarci alla sponda".

Imazza a tai detti dimenava il capo con ira, e: "Che parli tu? rispose,
a che venisti? Perchè tocchi quella mano? Non fu per esser teco, che
Grampo venne colto da un colpo ch'era a te destinato? Non fosti tu che
il conducesti alla morte? Attendi, attendi a consigliare le tue donne,
che forse non andrà a lungo che un cadavere più sformato di questo starà
nel loro casolare, se pure non avverrà che in vece delle donne ci
saranno dintorno i lupi ed i corvi".

"Taci, maledetta strega!" gridò Falco torbido e minaccioso in volto,
stringendo a pugno la destra, ed alzandola verso di lei; e ben avveniva
che l'avrebbe malamente percossa, tant'era l'ira che l'assalse e
l'acciecò a quel malaugurato presagio, se frate Andrea, messosi tra
loro, adoperando pacifiche ed autorevoli parole, non avesse sedato quel
bollore di rabbia, sì inopportuno e sconvenevole in tal luogo e in tal
momento in cui tutti i pensieri da null'altro essere dovevano compresi
che da tristezza e pietà. La vecchia donna chinò il capo sul petto, più
non pronunciando alcun accento, e Falco rimase parimenti muto, volgendo
nell'anima le più tetre e desolanti idee. Quella predizione fattagli
alla presenza d'un morto da una femmina che dicevasi aver conoscenza
dell'avvenire per mezzo di sortilegii ed altre diaboliche arti, lo aveva
colpito sì fattamente, che un gelo gli corse per l'ossa, e risentì uno
straordinario sentimento di terrore. Nelle battaglie, negli assalti, nel
calor delle mischie la morte aveva sempre avuto per lui un aspetto,
direm quasi, eroico e glorioso, nè altra cosa eragli rassembrata che un
rapido compimento della vita: là dentro la ristrettezza dello spazio, la
scarsezza del lume, la vista d'un cadavere insanguinato, il viso e la
voce sinistra con cui Imazza aveva pronunciate quelle parole, tolsero al
suo spirito ogni vivace ed energico slancio, e v'infusero nere tremende
idee come se gli fosse stato svelato uno spaventoso secreto.

Frate Andrea fece nuove esortazioni e preghiere, quindi annunziando che
gli era necessità ritornarsene al suo convento di Nesso, chiese
commiato, ed uscì dalla casa di Grampo; Falco, gettato un ultimo sguardo
sul corpo dell'amico, seguì il Frate, e ordinato a Trincone e Guazzo si
trovassero sul far della sera col navicello a piedi della sua rupe,
abbandonò Palanzo, riprendendo cammino verso il suo casolare.

Annuvolato era ancora il cielo, e soffio di vento non avvivava l'aria,
nè increspava la faccia del lago, che da nessuna barca appariva solcata,
onde melanconica se ne offriva la veduta dall'alto del sentiero tra le
selve del declivio del monte, pel quale Frate Andrea e Falco
retrocedevano. Camminò quest'ultimo alcun tempo meditabondo, recando
sotto il braccio il suo moschetto colla bocca a terra, tenendo una mano
fra i panni, e piegata al suolo la testa: a poco a poco però l'aria
aperta, la vista delle montagne e delle acque, quantunque non lucenti
per sole sereno, gli ritornarono i suoi abituali pensieri: sparve la
tetraggine che lo aveva invaso, rimproverò a se stesso come una
fanciullesca debolezza e una vigliaccheria quel momento di terrore da
cui s'era lasciato sopraffare, rammemorò le tante sue passate imprese,
si ricordò gli ospiti che lo attendevano, l'onore e la fama che gli
sarebbero derivati riconducendoli liberi a Musso, pensò alla probabilità
d'una gran battaglia che il Castellano darebbe ai Ducali, in cui sariasi
diguazzato nella strage; ed a tali pensieri gli ricomparve sul volto
l'usata ardimentosa espressione, gettò sull'omero il moschetto, e
sentissi necessità di favellare per mantenere le sue idee in quel
confacevole andamento. Si rivolse per ciò al Frate che gli veniva da
lato, e dopo vario parlare intorno ai fatti di quella guerra: "Chi fu,
gli disse, quegli tra voi della casa di Nesso che venne chiamato alla
rôcca di Reginaldo Rusca il Ghibellino onde sanarlo quand'ebbe il
braccio fracassato da una bombarda nel combattimento navale presso
Como?"

"Fu Ambrogio da Milano, rispose Frate Andrea, che da poco tempo ritornò
alla sua città onde prestare assistenza ai pellegrini della Commenda:
egli guarendo il Rusca profittò al nostro convento di Santa-Maria
duecento scudi di Musso di quei del Triulzo, chè tanto aveva fatto voto
quel ferito di sborsarne risanato che fosse".

"Pagò riccamente la cura, soggiunse Falco: ma che non avrebbe egli speso
per tenersi il suo braccio, e non essere chiamato Reginaldo il monco?
Giurerei che s'avrebbe tolto d'andare a Gerusalemme a piedi, e avrebbe
dato tutto il suo ai frati ed ai poveri. Ma in vero ei del suo brando
faceva grand'uso: io il vidi quel giorno della battaglia, poco prima che
venisse colpito, saltare dalla nave del Matto, che comandava i legni di
Musso, entro una barca comasca, e menar colpi sì vigorosi, che in poco
tempo n'ebbe spaccato l'albero, ed ammazzati non so quanti, indi balzare
in una scorribiessa, e ritornarsene tra i nostri gridando d'allegria".

"Fa d'uopo però dire, replicò il Frate, che perdendo un braccio fu
ancora l'uno de' meno sventurati tra molti che trovaronsi a quel fatto,
perchè m'ho inteso narrare che le bombarde e gli archibugi comaschi e
ducali abbiano allora fatta gran strage dei soldati del Medici, e la
nostra casa dei malati fu ripiena per più mesi di uomini che si colsero
ferite più gravi di quella del Rusca. Abbiamo però speranza che le cose
quanto prima tornino in pace, poichè un cappuccino di Domaso venuto al
convento narrò che il Medici ha in animo di rendere il Castello di Musso
a quei di Milano, i quali alla fin fine ne sono i veri padroni, e così
finirà ogni guerra, e gli Spagnuoli se ne andranno pei fatti loro, e
insieme ad essi anco gli Svizzeri, il cui soggiorno in questi paesi è
pestifero, poichè discesero dall'Alemagna certi preti che si sono messi
tra loro predicando false dottrine, e dicendo ogni male dei frati, delle
monache e, che Dio li confonda! per sino del papa; per cui se avessero a
rimanere costì più a lungo, e venisse a spargersi quella zizzania tra i
nostri, e mettervi radice, chi sa qual immensa rovina potrebbe
derivarne".

"Che vadino al loro malanno gli Spagnuoli e gli Svizzeri questo può
facilmente avvenire, ma che il Castellano renda Musso, che lo dia ai
Milanesi dopo averlo difeso per sì lungo tempo, ed esservisi fieramente
nicchiato come un orso sul Legnone, è la più gran pazzia il solo
immaginarlo!" Così disse Falco con un lieve risentimento di sdegno, che
la placidezza e mansuetudine con cui l'udiva Frate Andrea gli fecero
tosto deporre: "Non abbiate timore, proseguì quindi pacatamente, se ne
andranno, sì, e non avranno campo di spargere la falsa legge, e di
ripetere bestemmie in quella loro lingua del demonio: sul brigantino del
signor Gian Giacomo stanno bombarde e colubrine da squarciare i fianchi
a qualsiasi nave, e ben anco ad una torre, se ne verrà il caso. Una sola
giornata che si possa fare, ma lunga e di buon cuore, spazzerà il lago
da quei cornacchioni, come il vento ripulisce il lido dalle foglie".

Movendo tali ragionamenti, pervennero al torrente di Nesso, valicato il
quale, Falco discese al proprio casolare salutando il Frate, che
rispostogli: "Dio vi salvi" si mise sul sentiero alla volta del
convento.

Maestro Lucio aveva nel frattempo fatto un'importante scoperta, con cui
si era difeso dall'ozio e dalla noia due suoi mortali nemici. Dopo
d'essersi persuaso, dando un'occhiata dalle finestre, che il terreno
d'intorno non lasciava luogo ad alcuna gradevole passeggiata, frugatosi
invano negli abiti per vedere se mai a caso s'avesse posto qualche
opuscolo nelle tasche, nulla trovando a far di meglio si diede ad
esaminare i brani d'armatura che stavano appesi per quella stanza.
Guardatili pressochè tutti, e scorto, con gran sua soddisfazione, in più
d'un d'essi conservata l'impronta della fabbrica degli Armorari
Milanesi, venne alla fine il suo sguardo a cadere sovra una panciera di
ferro da cui dependeva un lembo di sopravveste di seta ricamata: il
sollevò con garbo, e qual fu il suo contento osservandovi tutto intiero
effigiato uno stemma gentilizio! non ne prova forse altrettanto un
navigatore d'ignoti mari alla scoperta d'un'isola vasta e feconda:
staccò quel lembo con ogni precauzione, lo stese accuratamente sur una
tavola, e vi si pose a meditare mettendovi tutto l'intelletto onde
arguire il significato degli emblemi, e scoprire a chi appartenesse.

Gabriele, abbenchè si fosse assiso al suo fianco, poca attenzione
porgeva allo sfoggio di dottrine Blasoniche che desso veniva facendo
applicandole all'interpretazione di quello stemma; la sua mente era
tutta occupata di Rina, verso cui li suoi occhi si volgevano
incessantemente, poichè, si stesse seduta, o fosse essa in moto,
dispiegava per lui sì nuove e dolci attrattive, che i passi, la voce, le
attitudini tutte di lei si stampavano nel più addentro del suo cuore.
Rina però ratteneva contegnosa i proprii sguardi, onde pochissime fiate
venne dato al giovinetto Medici d'affisarne le nerissime pupille, e
nessuna di quelle rare volte la rimirò senza vivamente arrossire, senza
provarne un palpito più vibrato, e sentirsi nel tempo medesimo divampare
d'ardentissima fiamma.

Messer Tanaglia, dopo aver contemplati a lungo gli emblemi trapunti: "La
cosa, esclamò tutto giulivo, è chiara come il sole: quegli che portava
l'armatura coperta da questo stemma era un Conte: ce lo dice
evidentemente la corona che sormonta lo scudo: ecco il cerchio d'oro col
rialzo di sedici punte con altrettante perle sovrapposte: questa è
_corona Comitis_, come scrissero tutti gli autori. Lo scudo ovale
spaccato in due campi bianco e verde, senza quarti, indica non essere
desso del genere delle _armi Pure di Parentado_ o _d'Origine_, ma bensì
delle _Agalmoniche_, ossia _Parlanti_, cioè allusive al cognome di
famiglia; e vedete appunto che il cognome lo troviamo espresso in questo
_pozzo_ delineato sul campo bianco, colore più nobile del verde, su cui
sta all'incontro dipinto un _pesce_, col quale ci viene indicato che la
famiglia ha dominio sulle acque. Si può quindi asserire senza tema
d'errare che il possessore dell'armatura e dello stemma era il _Conte
Pozzo_ o _Del Pozzo_ signore di qualche fiume o lago. Dite, Madonna
Orsola, non ho io côlto nel vero?"

"Nulla so di tutto questo, rispose Orsola con qualche sorpresa: d'altro
non mi rammento se non che Falco quando la recò qua su ne portò insieme
una lunga catena d'anelli d'oro, che cangiò ad Argegno con un sacco di
polvere d'archibugio che gli fu data da un mercante Svizzero". "Recò
pure allora, soggiunse vivacemente Rina, se ben vi ricorda, o madre, un
largo nastro colore di foglia d'ulivo su cui stava un bel ricamo, che il
padre disse ch'erano parole: voi non voleste mai che io me lo ponessi
dintorno, e lo donaste, son pochi giorni, a quel pellegrino che passò
qui sopra addomandando la carità".

"Era di certo la cintura della spada, disse Gabriele: e chi sa quanto
l'avrà tenuta in pregio il cavaliere che la portava, poichè non v'ha
dubbio che le parole che vi stavano marcate fossero opera d'una mano a
lui cara. Ne vidi molte di tali cinture fregiate di graziosi motti sul
petto de' nostri capitani d'armi, ad essi donate dalle loro donne: ma io
non ne ho portate mai che non fossero d'acciaio o di cuoio, poichè non
ho ancora trascelto verun colore, nè alcuna donna s'occupò sinora a
trapuntarmi un nastro".

E queste parole che a lui vennero la prima volta spontaneamente alle
labbra gli recarono un senso d'umiliazione che gli fece abbassare al
suolo lo sguardo; ma pensandovi, sentissi tosto contento dell'averle
pronunciate, e rialzollo più confidente e sicuro in volto a Rina, la
quale provò un ignoto compiacimento a quelle parole sì che per lo
innanzi non seppe più mai dimenticarle.

In questo punto rientrò Falco, che mestamente narrò l'occorso caso, per
il che Messer Tanaglia, obbliando gli scudi e gli emblemi, mostrossi con
tutti gli altri sommamente afflitto, di null'altro lungo il giorno
ragionando che della morte di Grampo, che per cause diverse riusciva a
ciascuno di grave cordoglio.

All'avvicinarsi della sera, essendo l'ora prefissa al partire, uscirono
per discendere a piè della rupe, ove il navicello di Falco venir dovea
da Palanzo. Il sole all'occidente mandava per mezzo a nebbioso velo
l'ultimo suo raggio che batteva sui monti e faceva pallidamente
rosseggiare le case e la bruna torre della vicina Nesso, intorno a cui
mille rondini giravano a volo. Mirarono tutti attenti al lago onde
vedere se la barca fosse giunta, ma non se ne scorgea alcuna che quivi
stesse o che venisse costeggiando a quella volta. Costretti per tal modo
ad attendere, Orsola approfittando di quel momento di dimora, condotto
Falco in disparte, caldamente il pregava non si tenesse troppo a lungo
assente, poichè aveva l'animo angustiato dal timore del ritorno dei
Ducali: nello stesso mentre Maestro Lucio guardava il viottolo per cui
doveva discendere provandosi a tentarne i primi passi.

Gabriele rimaso sotto il vecchio castagno da solo con Rina ardeva di
brama dirle alcune parole di saluto; ma tanta era la folla dei
sentimenti che il possedevano sì veementi e inusitati, che tutto il
calore del suo sangue concentratosi intorno al cuore, pareva avesse
tolto il potere al suo labbro d'esprimersi, poichè invano forzavasi a
pronunciar un sol motto; ma pensando che lasciare quella fanciulla senza
pur dirigerle un accento poleva aver taccia di villania, il che gli
sarebbe poscia riuscito dolorosissimo, riunito tutto il proprio vigore,
con voce mal ferma:

"Or mi debbo partire (disse; e Rina, nel cui volto vedeasi il mirabile
contrapposto dell'esitazione del pudore e della somma vivezza del
sentire, al suono di quelle parole alzò lo sguardo), ma mi rammenterò
pur sempre della casa di Falco e di chi mi ha tanto cortesemente
accolto: qui ebbi salva la vita e qui volerà ad ogn'istante il mio
pensiero".

"Voi che abitate un castello, rispose Rina dolcemente, un gran castello
lontano sul lago, come mai potrete ricordarvi di questo casolare? Forse
allorquando la vostra barca passerà innanzi a Nesso, guarderete a questo
tetto, sotto cui riparaste una notte, come noi miriamo le capanne poste
sui monti che ci difendono dalla pioggia".

"Se in quelle provaste ciò ch'io qui m'ebbi a sentire", replicò Gabriele
fatto più franco e sicuro dal parlar di Rina, "non riuscirebbevi agevole
lo scordarvene un istante: l'impressione delle ore qui trascorse mi sta
sì fitta in petto, che non è possibile che si cancelli giammai, e mio
unico desiderio non altro sarà, che di farvi almeno una volta ritorno".

Abbenchè di tali detti non fosse aperto a Rina tutto il significato,
s'accorse ella però che con tenero intendimento erano stati pronunciati,
poichè la fisonomia di Gabriele affettuosamente avvivata
nell'esprimerli, i di lui occhi fissi su lei con tutta eloquenza le
parlarono direttamente all'anima coll'evidente linguaggio dell'amore:
ella nè osò nè seppe rispondergli; solo rivolse in lui sì scintillanti i
proprii sguardi, che ogni argomento di parole sarebbe stato nullo al
confronto.

Spuntava intanto lambendo gli scogli della sponda l'aspettato navicello
che Trincone e Guazzo conducevano remigando. Quel debole raggio di sole
che aveva salutato il giorno era sparito, fosca cresceva la sera, e nubi
di bigio colore occupando tutto il cielo posavano sulle sommità dei
monti. Veduta la barca Falco affrettò alla discesa i due ospiti, onde
trarre vantaggio di quel barlume vespertino, strinse la mano alla
moglie, diede un bacio alla figlia e scese pel primo il dirupato
sentiero. Maestro Lucio poco frettolosamente il seguiva a causa del
torrente, il cui rumoreggiare gli tonava ancora all'orecchio; e dal
cader nel quale si assecurava piantando il piede con somma cautela sul
sasso: tal lentezza agio porgeva a Gabriele, che gli veniva d'appresso,
di soffermarsi ad ogni rivolto della strada a riguardare in su al piano
dell'abituro, sull'orlo del quale stavano Orsola e Rina, di cui però
discernevansi appena le forme.

Giunti in fondo alla rupe, sulle sabbie della riva, presso la quale
Guazzo e Trincone aveano condotto il navicello, entrarono in esso, e
dopo che Falco s'ebbe assicurato che erano stati posti gli archibugi e i
coltelli nel cassone, collocato su quello il suo moschetto, ordinò si
spingessero al largo. Allontanati che si furono un mezzo trar di
balestra, si fece loro udir da lontano un canto misurato in coro. "Tieni
qui ferma la barca, disse tosto Falco a Trincone, che parmi ascoltar
voci che siano della compagnia della Morte; essa si recherà Grampo a
seppellire nel prato del cimitero dentro la valle".

Rattenne il rematore la barca, e il canto s'andava a poco a poco facendo
più distinto venendo pel monte dal lato di Palanzo; indi apparve da
quella parte stessa un chiarore prodotto da una lunga fila di lumi che
s'avanzava in tregenda or ripiegata, or distesa a norma della sinuosità
della montagna di cui percorreva la via. Erasi la sera fatta oscura del
tutto, per cui le bianche tuniche vestite da coloro che formavano la
funebre processione vedevansi distintamente lumeggiate dai cerei che
ciascun d'essi portava. Il salmodiare ne era monotono e lento come i
loro passi, ed a cagione della distanza tutte le voci mescendosi e
depurandosi, ne riusciva un canto aereo prolungato, il più che dir si
possa tristamente solenne. Pervenuto il funereo convoglio al ponte del
torrente, s'offerse più che mai distinto alla vista di Falco e degli
altri che stavano nella barca, poichè quel ponte sendo elevatissimo,
sorgeva loro di prospetto con una parte delle acque cadenti al di là
d'uno sporgimento della rupe. Una croce mortuaria precedeva la comitiva,
e poscia a due a due camminavano i confratelli; al loro passare sul
ponte il torrente ripercuotendo lo sfolgorare dei torchii, pareva una
larga lista di fuoco che si trasmutasse scendendo: ultimo veniva il
cataletto coperto da nero drappo, recato da quattro uomini a spalle;
varcato ch'ebbe il torrente, lasciata la via di Nesso, s'allontanò la
processione internandosi nella valle alla volta del cimitero.

Al passar del crocifisso e della bara que' del navicello si trassero i
berretti e concordemente recitarono l'orazione dei defunti, indi spariti
che si furono i lumi: "Povero Grampo! (esclamò Guazzo dando con Trincone
de' remi nell'acqua) è una cattiva nave che ti porta, che per qualunque
vento tira, non riconduce mai alcuno al suo paese".

"Ed io questa mattina, rispose Trincone, m'aveva tutta la fiducia che
l'acqua del chiodo di Frate Andrea l'avesse a risanare; ma nel bel
mentre che m'ero andato per lui a Nesso, la vecchia Imazza se lo lasciò
morire tra le mani, del che ebbi la più gran stizza del mondo". "Prendi
più il largo, attendi a non battere sì forte i remi, disse Falco, e
statti zitto, chè se vi fossero Ducali appiattati per le sponde, non ci
abbiano a sentire: questa notte dobbiamo vogare drittamente a Musso, nè
vuolsi gettare il tempo a cangiar colpi con loro".

Così detto, rimasero tutti silenziosi navigando per quell'oscurità tanto
quetamente, che appena un finissimo orecchio sarebbesi a poca lontananza
avvertito di loro, poichè s'avevano tal arte nel maneggio de' remi, che
gl'immergevano e traevano dall'acqua senza il minimo diguazzo o
sbattimento; e tal maestria riusciva ad essi sommamente vantaggiosa,
poichè davagli il mezzo di oltrepassare le navi nemiche, od accostarsi a
quelle che volevano assalire, senza che altri s'avvedesse della sorpresa
pria che avessero ottenuto il loro scopo.

Quell'equabile moto, il tenebrore e il silenzio che regnava d'intorno
rotti flebilmente dal lieve susurrìo del progredir della barca, fece che
ciascuno di que' tre che vi stavano assisi venissero assorti in profondi
pensieri.

La memoria di Rina e l'ansia del distacco suscitavano nel cuor di
Gabriele una guerra dolcissima insieme e dolorosa, ma d'un dolore pieno
di vita e d'entusiasmo come lo spirito della giovinezza. L'immagine di
lei gli stava innanzi viva come la realtà e rivestita di tutta luce. Ora
la ricordanza del suono di sua voce, dello splendor de' suoi sguardi lo
riempiva d'una gioia soavissima: ora l'accorgersi d'esserne tratto
lontano il colmava d'angoscia, la quale era tosto attemprata dalla
speranza che gli sorveniva di poterla rivedere. Attraversavagli eziandio
disaggradevolmente lo spirito l'austero precettare delle sorelle, la
severità di Gian Giacomo, l'indole de' coabitanti del Castello, tutto in
duro contrasto con que' suoi nuovi e dilicati pensieri, a disfogo del
quale sentiva abbisognargli la più cordiale effusione. Agitato da tal
rapida successione d'idee muto si stava, esalando di quando in quando un
sospiro che improvvisa commozione gli traeva dal petto.

A Falco, che erasi sdraiato presso la punta della barca, torbidi
pensamenti occupavano la fantasia: la veduta del trasporto di Grampo
aveva alla sua mente richiamato l'avvenimento del mattino, coi
pronostici e l'ira della vecchia comare; e sentiva nel rimembrarli
attenuarsi nell'anima tutta la propria vigoria, sopraffatto da un
terrore che, sebbene non fosse sì cupo quanto il primiero, non potè
essere però per lunga pezza dissipato. Non zittiva tutto in sè raccolto
Maestro Lucio, cui sembrava stesse parata a piombar su di loro, ad ogni
lieve rumore, una salva d'artiglierie; e ringraziava la notte che sì
fitta com'era toglievali alla vista degli Spagnuoli, di cui figuravasi
guernite le sponde. Stette per tal pensiero in angustie sino a tanto che
veduti sulla destra riva alcuni splendori che davano indizio esser quivi
luogo abitato, udendo dai rematori bisbigliarsi "Bellaggio", conobbe
trovarsi in paese amico, e benchè il navigar pel buio gli andasse poco a
grado, deposta quella maggior paura, lasciossi vincere dal sonno e a
poco a poco addormentossi profondamente; nè si risvegliò che allorquando
ricevette una forte scossa provenuta al navicello dall'urtar che fece
alla sponda.

Più di mezzo il suo corso avea già varcato la notte quand'essi giunsero
presso Musso. Non vollero attentare d'entrare colla barca nel porto per
avere di là ingresso al Castello, potendo ciò riuscir loro sommamente
periglioso, a causa della pratica che vigeva per gelosia di difesa di
trarre a bombarda su tutte le navi che s'accostavano senza essere state
precedentemente riconosciute. Falco volle che il navicello s'arrestasse
in un seno della spiaggia a convenevole distanza dai luoghi fortificati.

Tutto era oscurità e silenzio, e solo dai varii piani del Castello, che
appariva come un nero rialzo sul monte, scorgevasi da alcune finestre
apparire chiarore di lumi; ed a piè d'un lungo casamento poco discosto,
ed era l'arsenale di Musso, luceva un fuoco che mandava gran fumo e
faville. Falco ed i suoi, sbarcati che si furono, colà s'addrizzarono.

La sentinella che guardava lo steccato che circondava quel casamento,
riconosciutili amici, aperse loro il cancello, per cui entrarono in
vasto cortile ove i lavoratori destinati alla scôlta notturna, per
ricrearsi, alimentavano una larga fiamma abbruciando frantumi di rotte o
fracide navi: visto ch'ebbero Gabriele, gli furono rispettosamente
dintorno; ed ei fece tosto richiedere di Prospero Onallo genovese,
mastro de' fabbri e capitano dell'arsenale. Abbenchè questi si stesse a
riposo, udito ch'ebbe l'annunzio della venuta del fratello del signor
Gian Giacomo, persuaso fosse di ritorno da qualche spedizione lontana,
abbandonò le coltri, gli corse incontro procurando ad esso lui ed a chi
seco era, quel più cortese accoglimento che gli fu possibile, e che a
lui incumbeva siccome stipendiato del Medici, ed in ogni cosa da lui
dipendente.



                            CAPITOLO TERZO.

     Forastier, che fermo il passo
       Guardi in su l'alta fortezza,
       Sappi ch'era alpestre sasso,
       Squallor tutto ed orridezza;
       Ma poi vinse la natura
       Dell'artefice la cura.

     Vedi là quei che costrutti
       Son lavor sull'aspra schiena
       A intervallo in su condutti?
       È di forti una catena
       Che la ripida montagna
       Fino al termine accompagna.

             IL FORTE DI FENESTRELLE,
             _di G. Tagliazucchi_.


Allorquando tra i popoli arde accanita la guerra, nulla v'ha che
intentato si lasci che recar possa a vicenda distruzione e ruina. Ciò
che natura creava a pro' dei viventi, ciò che le arti e le scienze
rinvenivano a beneficio degli uomini, vien rivolto con assidua cura a
loro danno e sterminio. Avvenne per tal modo che le meccaniche e la
chimica affinando i metalli, perfezionarono e moltiplicarono colle armi
gli stromenti di morte, e gli astrusi studii degli astri, dei venti, e
la nautica ingegnosa servirono a guidare lontane nazioni a ricercarsi
sulla profondità dei mari, e scontratesi commettere battaglie più
tremende di quelle che mai si vedessero sovra solidi piani, quindi i
laghi e persino il placido corso de' fiumi divennero sanguinoso teatro
di guerre e di stragi.

Nè la ridente Italia, perpetuo campo di bellicose imprese, offrendo
numerosi arringhi ad ogni sorta di lotte armigere, poteva andar esente
dal contemplare nel proprio seno anche pugne navali. Più e più volte il
Leon di San Marco inalberato sulle sue repubblicane navi risalì il Po ad
azzuffarsi colla vipera de' Visconti o sola, od innestata negli stemmi
Sforzeschi: l'Adige, l'Adda portarono barche guerriere, e sull'onde di
Garda e del Verbano galleggiarono intere flotte. Ma fra l'acque che si
stendono a specchio degli Insubri monti, quelle su cui il furore
belligero si dispiegò più fiero ed ostinato si furono pur sempre le
Lariane. Oltre gli indigeni abitatori, tra cui durarono continue
discordie, i Romani, i Longobardi, gli Elvezii e le genti Ispane,
Galliche ed Alemanne pugnarono navalmente sul lago Comasco: qui si
sfidarono da inveterato odio sospinte le fazioni Guelfe e Ghibelline: e
come i mari di Panama e del Messico ebbe pure questo lago i suoi
filibustieri, e furono i Cavargnoni, che sbucciati dai dirupi delle loro
montagne lo occuparono per alcun tempo mettendo ogni luogo che
assalivano a ferro ed a fuoco.

Ma dopo secoli di guerre colà combattute era serbata la gloria ad un
privato cittadino dell'allora dominante Milano, di creare su quel lago
forze navali sì numerose e imponenti, che tali per l'addietro non
s'erano vedute giammai, e costringere i suoi nemici a disporne
altrettante onde combatterlo e frenarlo. Fu questi, come ben si
comprende, Gian Giacomo Medici, la cui flotta composta di moltissimi
legni avrebbe potuto in que' tempi veleggiare temuta anche sul mare.
Nulla aveva egli posto in trascuranza onde le sue navi riuscissero di
grossa portata e fossero con solidità ad un tempo e prestezza costruite
ed armate: e potè per l'impegno e i mezzi da lui adoperati al
perfezionamento di quelle fabbricazioni avere dai proprii cantieri il
celebre Brigantino di cui ci accadrà sovente far parola.

Fece desso erigere arsenali in varii siti, e chiamativi uomini periti
nelle arti marinaresche per dirigerne le opere. Il più vasto però e il
più d'artefici ed attrezzi provveduto era quello di Musso, siccome
prossimo al Castello, e perciò con maggior facilità difeso e
sorvegliato. Maestro Onallo il Genovese, che, come vedemmo, n'era
capitano, lo aveva conformato a perfetta simiglianza degli arsenali di
mare. Era quello un edifizio di non molta larghezza, alquanto lungo, e
in varii scompartimenti diviso, ciascun de' quali conteneva un'officina
d'arte diversa, spettante all'armeria od alla nautica. Quivi erano
macchine a sega per le travi, telai per le vele, attorcigliatoi per le
gomene e il cordame minore, fucine pei fabbri: quivi scortecciavansi gli
olmi ed i pini per alberatura, e bollivasi la pece e il catrame per
calafatare i navilii. Trovavasi in quell'arsenale il quartiere degli
spadai, de' fabbricatori delle alabarde, degli archibugi e d'altre
simili armi da braccio, non però di quelli delle grosse artiglierie,
alla costruzione delle quali richiedevasi tanto dispendio e sì gran
numero d'operatori, che appena i più gran re e le possenti repubbliche
ne possedevano le fonderie: e infatti il Medici aveva le sue artiglierie
comperate in parte dai Veneziani, e in parte conquistate ai Francesi.
Dal lato del lago dove il lido scendeva con insensibile pendío nelle
acque eranvi molti casotti schiusi di fronte, in cui stavano
appuntellate sovra congegni di travicelli le barche in costruzione, le
quali condotte che erano a compimento, venivano lanciate nel lago,
lasciandole scivolare sovra un piano di curli all'uopo apprestati.

Il dar de' martelli, il rintronar delle incudini e de' percossi fianchi
delle navi, lo stridere delle seghe e delle lime, il gridare de'
lavoratori, il rumoreggiare universale annunziarono di buon mattino
l'operosità che per tutto regnava in quell'Arsenale. Maestro Onallo,
disceso dalle sue camere, accompagnando Gabriele e Messer Tanaglia,
mentre attraversava con loro le officine, veniva incessantemente
circondato dai capi delle arti, dai sovrastanti, dai custodi de'
magazzini che avevano a richiederlo intorno alle opere fatte, o
addomandavano istruzioni per quelle da intraprendersi: ma egli ne li
faceva scostare non porgendo orecchio ad alcuno, intentissimo a prestare
ogni ufficio di cortesia a que' due che disponevansi a partire di là.
Gabriele aveva già fatto ricercare di Falco, dicendo che non sarebbesi
di quivi allontanato senza di lui, onde questi dopo aver avuto una
mattutina conferenza con Trincone e Guazzo, se ne stava attendendolo
alla porta dell'arsenale, appoggiato a suo moschetto. Quivi venuti
presero commiato dal Mastro Genovese, che sino alla soglia li volle
seguire, e si misero di compagnia sulla strada del Castello.

Il vento del lago che suol spirare da tramontana dal far del giorno sin
presso a mezzodì, e chiamasi _Tivano_ (forse dal corrotto accozzamento
delle due francesi parole _petit vent_ perchè non soffia mai nè furioso
nè gagliardo), aveva quel mattino scacciate le nuvole e i nebbioni di
che era stata tutta ingombra l'atmosfera il dì antecedente. Splendeva
quindi limpido il giorno, e le montagne spazzate e nette innalzavano le
loro acute sommità dorate dai raggi nascenti del sole, disegnandole
sovra l'azzurra vôlta del cielo, le acque del lago leggermente
increspate dalla brezza mattinale, riflettendo il sereno dell'aria,
mostravansi cilestrine, qua e là più vivacemente screziate da alcun
raggio solare che trapassando pel vano delle valli veniva a dardeggiar
su di loro.

Gabriele con Falco e Messer Tanaglia andavano di buon passo sulla strada
che costeggiando il lago correva dritta verso il Porto del Castello,
presso il quale era l'entrata comune alla fortezza. S'incontravano per
quella via gran numero di persone, ed erano soldati, barcaiuoli,
contadini e contadine con canestri e provvigioni di pollami, di
granaglie, di frutti che recavansi al Castello, o da questo ne venivano
per varie bisogna al borgo di Musso. Vedevansi pure gli abitanti d'altri
paesi guidando bestie con alte some venire a mercanteggiare in quella
Terra, ch'era allora la Capitale della costiera; miravansi altresì
ricchi signori che vi si conducevano a diporto montati sovra cavalli
doviziosamente bardati, su varii de' quali sedevano in groppa donne o
fanciulle strette in abiti eleganti alla foggia dei tempi: fra mezzo a
questi camminava alcun viandante e pellegrino costretto a battere quella
strada onde evitare le vessazioni del viaggio per barca: e siccome
l'opposta sponda e tutte le alture dei monti erano occupate da vedette e
da guardie, e difese dalle artiglierie, non rimaneva alcun libero
passaggio per chiunque avesse d'uopo oltrepassar Musso, sì movendo verso
l'Alpi che procedendo alla volta di Como, fuorchè quella strada medesima
praticata sulla riva. Passava questa a piedi del Castello sotto un lungo
arco di massicce mura che formava una gran porta detta la _Porta di
Musso_, la quale appoggiava il suo fianco sinistro (guardandola dalla
banda di Musso) all'ultimo baluardo del Castello, ed il destro alla
muraglia del porto, per cui la strada correva per lungo spazio tanto al
di qua che al di là di quell'arco fra ruvide e grosse muraglie
ristretta. Presso la Porta di Musso, che era munita da ambi i lati da
battenti coperti di lamina di ferro, e rafforzati interiormente da travi
stavano sempre gabellieri e uomini d'armi, gli uni destinati a
riscuotere le tasse delle mercanzie che di là transitavano a norma delle
gride bandite dal Medici, gli altri per esaminare i salva-condotti de'
passeggieri più ragguardevoli e notare chi si fossero ed a che
venissero.

La vista di quella moltitudine di persone che percorrevano quella via,
produsse la più piacevole impressione a Maestro Tanaglia. Le strette di
cuore da lui provate nella burrascosa vicenda recentemente trascorsa
facevangli trovar gradito il vedersi ritornato ad un luogo il cui
soggiorno gli era sembrato da prima pesante e noioso. L'imponenza del
Castello dentro cui stava per riprendere le sue cancelleresche faccende,
la sicurezza che inspiravano quelle mura, i belligeri apparati, i molti
uomini pronti e interessati a difenderlo, fornivano al suo spirito un
più che evidente e vantaggioso raffronto coi gravi perigli ch'ei per
esperienza sapeva che s'incontravano in ogni altra dimora. Felicitavasi
quindi in cuor suo, ed era forse la prima volta che sinceramente il
facesse, di godere la protezione del Castellano, aver la confidenza di
lui, tener parte attiva nel regime del suo dominio. Così pensando,
camminava con più lentezza e gravità, volgendo con importanza il capo a
dritta e mancina a quelli che gli passavano d'appresso: ricomponendosi
l'abito alla persona, e col palmo della mano lisciando i capelli che da
tre dì non aveva potuti assettare.

"A ben riflettere, diceva tra se, dovrei pur chiamarmi fortunato, solo
che potessi evitare di seguire quello spensierato di Gabriele, che nelle
sue spedizioni incappa sempre in qualche malanno. Nel Castello, dopo
Gian-Giacomo, non son io forse il primo personaggio? tutta questa
canagliaccia non deve dessa star sottoposta agli ordini e alle gride che
vengono scritte da me? Il Mandello, il Borserio, e quel manigoldo del
Pellicione mostrano di tenermi in poco conto perchè io non aguzzo la
stambuchina al par di loro a danno del mio prossimo; ma quello che dà i
saggi pareri a Gian Giacomo sono io, e senza di me nulla si fa
d'importante. Anche il Cancelliere Morone non sapeva menar che di penna,
eppure il Duca se lo aveva più caro che venti comandanti di squadre, e
Carlo l'Imperatore darebbe mezze le gemme della sua corona per averne un
paio degli uomini di quella fatta. È vero ch'io non conosco le teorie
della _Ragion di Stato_ al pari di lui, ma egli non possedeva al pari di
me l'alta _Scienza Blasonica_, proclamata da tutti non meno di quella
utile e gloriosa. Oh! se si trattasse una volta la pace, e che questi
soldati cessassero dall'assordar tutto il mondo non parlando che
d'ammazzamenti e di guerra, comincierei ben io ad alzar la voce e darmi
a divedere per quell'uomo che sono".

Così fantasticando ei proseguiva il cammino, e nello stesso mentre Falco
teneva con Gabriele ragionamenti ch'erano per questi del massimo
interesse, sebbene l'armigero montanaro punto non ne dubitasse. La
triste disposizione di spirito destata in Falco la sera antecedente,
s'era in lui protratta la notte, e gli aveva l'animo ingombro di mille
dubbiosi pensieri, e come suol avvenire che i sentimenti profondi e
angosciosi ci risvegliano in cuore più vivo l'affetto per le persone
lontane cui andiamo congiunti con nodi di sangue o d'amore, così accadde
che quasi tutt'i pensieri di lui furono rivolti alla sua rupe, poichè
mai tanta pena aveva altravolta provata nell'essere discosto da sua
moglie e dalla figlia. Sapeva per fatto fin dove era capace di spingersi
l'accanimento de' nemici, e ben immaginava di quanto doveva aver
avvelenito ed acceso il loro desiderio di vendetta l'ultima intrapresa
da lui contro di essi condotta: però sembravagli che gravissimo periglio
sovrastasse a quelle donne se sole e indifese rimanevano più oltre nel
loro isolato abituro, considerando che la naturale difficoltà del luogo
era troppo lieve riparo a proteggerle contro la rabbia d'uomini feroci
che si fossero dati a rintracciarle. Restarsi sempre seco loro onde
difenderle, era per lui impossibile, poichè la sua vita dipendeva
interamente dall'esercizio delle proprie forze nel modo che le aveva
sino allora esercitate: unico rimedio alla sicurezza loro gli si
appresentava adunque il trovare ad esse un asilo, in luogo dalle ostili
incursioni più validamente guardato. Tal progetto d'abbandonare il
soggiorno della terra nativa, che Falco era venuto raffigurando la notte
come una dolorosa e necessaria risoluzione, gli si riofferse il mattino
sotto più evidente e meno spiacevole aspetto, alloraquando trovossi
sulla via del Castello con Gabriele. Mirava egli i molti edificii di
Musso, i tanti altri casamenti contadineschi, e i palazzotti sparsi in
que' dintorni, in cui gli abitatori menavano vita sicura sotto
l'immediata protezione del Medici che ne era il Signore, e in alcuna di
quelle case, andava pensando, poteva rinvenirsi un albergo convenevole a
sè, ad Orsola ed a Rina, ove lasciandole, per recarsi ad affrontare
rischii e combattimenti, avrebbe conservato l'animo tranquillo sul loro
destino, qualunque si fosse stata la sorte che lo attendesse.
Dell'esecuzione di tal divisamento, ch'egli fermò tosto in pensiero, ben
comprendeva doverne dare contezza al signor Gian Giacomo, senza la cui
concessione, un uomo qual egli si era, non avrebbe potuto trovar mai chi
quivi l'accogliesse; si fece quindi a tenerne parola a Gabriele, sulla
cui cooperazione faceva fondamento, appoggiato a quanto aveva in suo
favore operato.

"Si vede, signor Gabriele, gli disse, che questo è il paese dove si
battono gli scudi e i cavallotti[4], e che qui tutti ne hanno a ribocco:
ogni giorno par dì di fiera, tanta è la gente che vi viene a trafficare:
i ricchi signori lasciano le altre terre per starsi in questa, sì che a
guardarsi dintorno sembra un bosco di case; se Musso va aggrandendosi di
tal passo, diventerà tra poco qualche gran città da farne invidia a
Como. Qual differenza tra questi bei fabbricati e il mio povero casolare
che sta solitario sulla montagna come il nido di un uccello selvatico.
Voi il vedeste, e lo potete dire. Ma pure sappiate ch'io non avrei mai
avuto desiderio di cangiare quel mio coviglio con alcune di queste
abitazioni, e nemmeno col castello d'un re, se non fosse un sospetto che
m'è entrato in cuore, che un giorno o l'altro i camicioni rossi[5]
abbiano a montare la sù, e cogliendovi le mie donne alla sprovvista,
trattarle col vitupero con cui adoperano que' cani scellerati contro
chiunque dà loro nelle mani. Oh! se s'attentassero salire la montagna
quand'io mi stessi sotto il mio tetto! Ne li sentirei venire se avessero
il piede di volpe, e appostandoli col mio moschetto, ne manderei più
d'uno a rotoloni giù per gli scogli come tronchi di quercie spaccate.
Darei poscia io stesso il fuoco al mio casolare, e mi condurrei Orsola e
Rina sulle alture dei monti, dove essi cercherebbero indarno
d'innoltrarsi d'un passo. Ma temo che abbiasi a battere la selva
mentr'io mi son lontano, ed ho per ciò determinato di farle snidare di
là per condurle in sicuro".

[Nota 4: Così chiamavansi alcune monete di vario valore su cui era
impresso un cavallo portante un guerriero, che venivano nella zecca di
Musso in que' tempi coniate.]

[Nota 5: Venivano per ischerno disegnati in tal modo i soldati Ducali,
perchè portavano sull'armatura una sopravveste di quel
colore.--_Misaglia_.]

"Saggiamente tu pensi (rispose Gabriele fatto attentissimo a quel
parlare, ed a cui il suono del nome di Rina fe' salire un lampo di
rossore sul volto): è dover tuo di provvedere alla loro salvezza, chè
nel luogo ove ora si trovano può essere ad ogni istante minacciata: le
intraprese e le azioni tue ti fecero sì noto, che è gran meraviglia che
i nostri nemici non abbiano per anco fatto prova d'assalirti sulla tua
rupe: e certo se accingendovisi prendessero tua moglie o tua figlia, che
la Vergine le protegga! sfogherebbero su di esse lo sdegno che nutrono
da tanto tempo contro di te. E chi potrebbe colà difenderle? chi
accorrere in loro soccorso, per strapparle a quegli inferociti che ne
farebbero strazio per farti sentire più crudele e tremenda la loro
vendetta? In quella isolata dimora da cui sta con te assente ogni amico
tuo, invano spererebbero nella foga del periglio, che da Nesso
giungessero armi e braccia in aita? Bene pensasti adunque di mutare
soggiorno, ed agevole riuscir ti deve di trovarti un asilo più
tranquillo e difeso".

A queste parole, che il giovinetto pronunciò caldamente, Falco, dopo
breve silenzio, in cui mostrava star maturando una decisiva risoluzione:
"Ho stabilito, replicò, di venirmi a collocare sotto le guardie d'un
castello del signor Gian Giacomo, scegliendo stanza con suo
acconsentimento o qui a Musso, o là vicino alla rocca di Corenno" e ne
additò della mano la torre al di là del lago.

"Non dubitare, o Falco, ripetè Gabriele animato da visibile contento;
mio fratello ti accorderà non solo d'abitare in questa sua terra, od ove
più t'aggrada, ma ti terrà, se lo vuoi, in una delle sue case, e sarà
sempre proteggitore di tua famiglia: potrebbe egli pagarti con minor
ricompensa l'avermi salva la vita?"

Così parlando erano pervenuti là dove la strada s'internava come dicemmo
fra la muraglia meno alta del Porto, da cui vedevansi sopravanzare le
sommità di gran numero d'alberi di nave, dai quali pendevano corde,
puleggie e vele attortigliate, e quella dell'ultimo bastione che
massiccia e inclinata formava scarpa al Castello, Maestro Tanaglia
progredendo verso l'arco detto la _Porta di Musso_, sotto cui era
l'ingresso alla fortezza, si pose alla destra di Gabriele che, come
n'era partito, voleva colà rientrare al suo fianco.

Ma noi, pria di procedere accompagnandoli più oltre, crediamo
indispensabile il dare ai nostri lettori un'idea, quanto più potremo
precisa, di quel Castello che occupa sì luminoso posto nella storia del
Lago, desumendola dalle vestigia che tuttora ne rimangono e dalle
descrizioni di antichi scrittori che ne poterono raccogliere veritiere
notizie.

L'Ericio Puteano, autore d'una Istoria Cisalpina, fece cenno di quel
Castello colle seguenti parole: _Era una rocca sovra una scabra ertezza
posta come a vedetta di tutto il lago, di triplice lorica e di
altrettanti castelli provveduta[6]._ E veramente la falda di monte su
cui si erigeva quel forte venne da lui a buon diritto chiamata _una
scabra ertezza_ a causa della natura del sasso di cui va composta, e di
sua alpestre configurazione. Sulla sponda occidentale del lago, da
Rezzonico a Musso, le montagne si dirompono scendendo all'acque in
valloncelli e pianerotoli coperti d'erbe e di piante; ma poco a
settentrione dell'ultimo Borgo si scorge il monte nudo, erto, petroso
protendersi lungo il lago per un tratto considerevole. Dall'un lato si
stanno con Musso altre picciole terre disseminate pel pendío, dall'altro
la montagna s'interna con rapido rivolgimento quasi ad angolo retto ver
ponente formando un seno o piuttosto un golfo contornato da verdeggiante
pianura, che si stende da Dongo a Gravedona. Questa schiena di monte,
che s'appellava ne' passati tempi la Montagna del Castello, ed ora che
le mura di esso stanno diroccate al suolo, vien detto il Sasso di Musso,
è formata d'una pietra bigia, ruvida, spugnosa, congiunta così come
fosse un solo gran masso, su cui allignano pochi sterpi e bronchi
radicati nelle screpolature, entro cui le pioggie infiltrano un minuto
terriccio. Due vallette tagliano di prospetto la fronte di quel gran
sasso, l'una ver Dongo, che nomasi la Val-orba, in fondo alla quale
stagnano acque nereggianti; l'altra, la Val-del-merlo, più della prima
angusta, ma fruttosa in suo seno d'ulivi. Vicino a quest'ultima, dalla
parte di Musso, sovra alcuni rialzi che formano un profilo distinto del
monte, s'erigeva il Castello, ossia i varii forti che il componevano:
poichè dalla notabile altezza dove trovavasi il maggior fabbricato
ch'era la vera rocca, scendevano baluardi, mura e torri non interrotte
sino alla strada, chiudendo altre rocche, ed alla strada congiungevansi
per mezzo dell'arco, ch'era la Porta di Musso, alle mura del Porto, che
s'avanzava co' suoi moli nel lago. Siccome que' forti che formavano il
Castello, erano stati in tante riprese da diversi dominatori costruiti,
e in epoche disparate ampliati e precinti di bastioni e di vedette,
mostravano nelle varie foggie architettoniche di loro torri e finestre,
nel colore delle mura l'indole e la distanza delle età di chi gli aveva
innalzati, offrendo norma specialmente a distinguere la nazione o il
lignaggio de' passati signori negli stemmi e nelle imprese che vi
stavano scolpiti ad ornamento.

[Nota 6: _Arx in verrucosa crepidine velut universi lacus specula
erat... triplice lorica totidemque castellis munita._]

La parte principale, ch'era la più ampia ed elevata, avevasi recente
data, perchè fatta pressochè tutta erigere dall'ultimo suo possessore,
il Medici. Ben quattrocento passi s'innalzava dessa dal piano del lago,
e formava lo stremo superiore del castello, e tre terrapieni sostenuti
da rivellini, scendenti ad uguali distanze come altrettanti scaglioni,
su ognun dei quali eravi un forte con torri e bastite, dividevano il
rimanente dello spazio; e questi erano le tre loriche o corazze
dall'oltremontano Storico accennate. A fianco di essi scendeva un doppio
ordine di mura munito di altre torri che li serrava tutti in un sol
corpo, e vi si aggiungevano in più luoghi palafitte e steccati. Nella
sommità l'ultimo muro della fortezza non avea già a ridosso l'erto
pendío della montagna: un profondo taglio di smisurata grandezza,
praticato nel vivo masso, ne ve lo disgiungeva a guisa di vasto fossato;
e chi dal giogo del monte avesse avuto in animo di calare alla volta del
Castello, dopo essere disceso a grave stento per la precipitosa e nuda
balza, giuntovi dappresso trovava quell'insuperabile ostacolo del
taglio, ove chi fosse stato sì ardito e fortunato da scendervi illeso
trovava il fondo ghermito di triboli, punte e lame taglienti, e vedeasi
di fronte la rupe inaccessibile, e su quella la muraglia del Castello,
da cui scagliavasi per appositi pertugi una grandine di palle e di
saette a recare inevitabil morte. Le torri, le mura, i baluardi andavano
orlati di merli, e forati da lunghi ordini di feritoie e di balestriere:
in molti siti vedevansi le muraglie guarnite di grosse pietre tagliate a
tetragoni, ov'era il posto delle artiglierie, poichè fra i castelli
italiani fu l'uno de' primi quel di Musso ad aversi ne' suoi valli
costrutte le ballatoie per le colubrine e le bombarde. Sopra una torre
d'ogni forte stava inalberata una bandiera coll'armi del Castellano, e
sull'alto della torre più elevata di tutto il Castello sventolava il
grande stendardo Mediceo che portava per insegna tre palle d'oro in
campo rosso.

Tal era il prospetto generale che di quel Castello si offriva a chi il
guardava da lungi sul lago, dai monti o dalla sottoposta via; ma quelli
che venivano considerando da vicino e partitamente le sue quattro rocche
sui diversi spaldi innalzate, discernevano agevolmente quanto l'aspetto
di ciascuna fosse dall'altro svariato. Il più antico di que' guerreschi
edificii era il secondo, procedendo dall'alto, le cui mura più brune, e
più dell'altre semplicemente erette, ne attestavano a chiare note la
vetustà. Ma chi ne avea poste le fondamenta? Erano dessi stati i Galli,
i Romani, o gli aborigeni Lariensi? Ciò si asconde nella notte dei
tempi, e vano per noi sarebbe il tentare di rintracciarne notizia.
All'epoca di cui parliamo erano già scorsi più di otto secoli da che i
Goti ne avevano fatta una Rocca che veniva nomata di San Childerico,
perchè contigua ad essa si erigeva una chiesa sacrata a quel santo Re
del settentrione, e quivi si chiuse nel settecento, protetto dai
valorosi Pievesi, il longobardo Ansprando col figlio del re Liutberto,
per sottrarsi alle persecuzioni del possente Ariberto II, contro cui non
gli valsero gli scogli ed i baluardi di che andava doppiamente munita
l'Isola Comacina. Que' nordici dominatori avevano data all'antica Rocca
di Musso una gotica forma: non s'intende però disegnar con tal nome
quell'architettonica foggia cui peculiare distintivo sono i frastagli,
le gugliette, le statue, i rabeschi, che comunemente col titolo di
Gotica suol indicarsi, e che fu propria d'un'età a noi meno di quella
discosta, ma bensì una maniera semplice e liscia all'intutto, avente
solo qualche grossolano intaglio nelle modanature. La Rocca infatti di
San Childerico presentava un rettangolo non elevato di troppo nè largo,
costrutto interamente di pietre, con fronte piana fiancheggiata da due
quadrate torri cinte di merli a fil di muro, avea quadre le finestre e
la porta, sovra cui s'apriva nel muro una loggia distinta da colonnette
in tre vani, ad ognuno de' quali corrispondeva una picciola porta.
S'ignora come il patrocinio della Chiesa di quella Rocca passasse da San
Childelrico a Santa Eufemia, cui venne dedicata assai prima che il
Medici la possedesse; e mantenne poscia per sempre, poichè fra le tante
mura che rendevano inespugnabile quel luogo, unico quel tempietto rimase
fino a' dì nostri incolume e solitario sulla balza del monte.

È nota la possanza de' Visconti: dal Taro alle Alpi, dal mar Ligure
all'Adriatico tutto fu un giorno soggetto alla loro ducale corona. Non
paghi delle numerose castella che aveano elevate pel piano lombardo,
vollero premunire i poggi, le valli e le coste dei laghi di poderose
fortezze per avervi più certo dominio e difesa. Corenno e Rezzonico
videro allora costrutte le loro torri, e nel 1363 sorse un'altra Rocca,
fatta in brevi anni condurre a compimento da Galeazzo Visconte, sulla
montagna del Castello di Musso, sotto a quella di San Childerico. A
diversità de' primi posseditori di questa, che nell'erigerla non aveano
avuto di mira che di formarsi in essa un riparo, il Visconte
nell'edificare la nuova rocca ebbe in animo di costruire una fortezza
che valesse a tenere in freno i confinanti e i vassalli, e l'innalzò
quindi in una posizione mediana tra l'antica ed il lago, spianando il
pendio ed allargando lo spaldo con approcci di murate e terrapieni.
Quadrangolare era la Rocca Visconti, che avea la maggior parte de' suoi
muri contesti di mattoni: una sol torre le sorgeva nel mezzo dal lato
del monte, nel quale s'apriva la porta con arco di sesto acuto, della
qual forma erano pure le finestre che andavano difese da grosse
ferriate; a metà della torre stava infissa una gran lastra di marmo su
cui scorgevansi a rilievo le spire d'un serpe incoronato col fanciullo
tra' denti, e vedevansi qua e là per le mura scolpiti scudi con insegne
d'aquile e di croci, ritratti di duchi e duchesse, immagini di santi,
tra cui non mancavano quelle di Sant'Ambrogio e di san Giorgio colla
sferza e la lancia.

Situate com'erano quelle due propinque rocche al limitare delle tre
libere pievi di Dongo, Gravedona e Sorico, andarono soggette a numerose
e singolari vicende nel passar che facevano in potere dell'uno e
dell'altro dei signorotti che battagliando s'impossessavano delle vicine
terre. Venute in potere de' Francesi, furono sul finire del 1500 date in
feudo col borgo di Musso al maresciallo Gian Giacomo Triulzo, detto il
Magno, guerriero e duce il più illustre dell'epoca, di cui durerebbe
intatta e limpida la fama, se apporre non gli si dovesse a grave colpa
l'aver capitanate armi straniere a danno della propria patria,
riducendola a doloroso partito; e di tale obbrobriosa azione ebbe
condegna pena gli ultimi anni di sua vita, nei tanti contrassegni di
noncuranza e di sprezzo che ricevette alla Corte del gallico re
Francesco primo.

A' tempi del maresciallo Triulzo il formidabile ritrovato delle
artiglierie diffusosi tra le principali nazioni, abbenchè imperfetto e
in molte sue parti difettoso, aveva cangiato d'assai il modo dei
combattimenti, e prodotte considerevoli innovazioni nell'arte del
fortificare, arte che fu necessitata a totalmente differire da quella
adoperata allorquando non s'adoperavano ad atterrare le mura che arieti
e catapulte, e nelle pugne non venivano lanciati che sassi e dardi.
Divenuto adunque il Triulzo feudatario di Musso e delle sue Rocche,
pensò ridurle a tale che valessero a sostenere gli assalti di quelle
recenti armi fulminatrici; alzò a tal fine al di sotto di esse, poco
discosto dal lago, un baluardo di grosse mura coi valli atti a sostenere
lungo tutta la fronte le artiglierie, e questo serviva di scarpa, diremo
così, al Castello; ai lati di quel baluardo tracciò due linee di mura
che salendo paralelle pel monte venivano includendo la Rocca Visconti e
quella di Sant'Eufemia ad un forte di cui egli piantò le basi, e che
esser dovea assai più di quelle spazioso. Ma fosse predilezione ed
interesse pel suo Marchesato di Vigevano e per la Signoria di Musocco,
fossero le gravi cure delle faccende politiche e guerresche, il Triulzo
non badò a dar compimento alle ideate ed intraprese opere intorno al
Castello di Musso, non tenendo di quel Borgo a cuore altro che la zecca,
i di cui scudi d'oro e d'argento, detti del Sole, ebbero corso e furono
ricercati per tutta Europa.

Erano le edificazioni in tal punto quando giunse sul Lago, nel suo primo
vigore giovanile, Gian Giacomo Medici, volgendo l'anno 1516. Salvatosi
colla fuga da Milano, ove avea troppo prestamente trattato con successo
le armi, si collegò cogli altri suoi concittadini che esuli al par di
lui traevano la vita a ventura: fatto loro capo, per l'ardimento,
l'intrepidezza, la sagacità sua somma, condusse le più arrischiate
imprese combattendo contro i Francesi, i Grigioni ed i Valtellinesi: e
contribuì non poco al ritorno degli Sforza in Milano ed alla gran
vittoria di Pavia riportata dalle armi imperiali. La prima volta ch'ebbe
veduto il Castello di Musso, colpito dall'imponente sua posizione e
dalle sue numerose fortificazioni, gli nacque pensiero d'impadronirsene,
e di fermar quivi la sede del suo comando. Guerreggiava in quel tempo a
sostegno delle parti de' Ducali e degli Spagnuoli contro i soldati di
Francia, una squadra dei quali occupava il Castello di Musso: ei gli
assalì, li vinse, gli scacciò; prese possesso delle Rocche e vi si
stabilì colle sue bande armate. In premio di tal fatto il duca Sforza e
il De Leyva, generale di Carlo V, il proclamarono Castellano di Musso.
Proseguendo la guerra contro i Grigioni, le sorti si volsero, ed ei fu
vinto ed assediato da loro nel proprio Castello. Stretto d'assedio e
condotto agli estremi attese in vano soccorso dai Ducali, a favore dei
quali egli aveva tanto operato. Pieno di sdegno per questo mancato
aiuto, ch'ei considerò tradimento (a cui memoria ed odio fece nel
Castello stampare monete di cuoio coll'impronta d'una _F_ spezzata colla
leggenda _fracta fides_), liberatosi dall'assedio degli Svizzeri,
dichiarossi indipendente e nemico del Duca, facendosi dominatore
assoluto della parte superiore del lago, stendendo il suo comando a
Lecco ed a molte altre Terre in Valtellina, in Valassina ed in Brianza.
Resosi così potente signore, fece condurre a termine le opere del
Castello cominciate dal Triulzo: ordinò s'aprisse il gran taglio nel
monte sopra ad esso: ingrandì e rafforzò le mura, ristaurò le Rocche e
il baluardo: costrusse il molo del porto che cinse di forti muraglie,
eresse la gran porta sotto cui passava la strada, e diede in somma a
tutte quelle fortificazioni la grandiosa forma che presentavano nel
momento a cui si riferisce il nostro racconto.

Pochi istanti prima che Gabriele con Falco e il Cancelliere s'avviassero
al Castello, una barca venuta rapidamente dall'altra sponda del lago, e
colà approdata, mise a terra un valletto di Luca Porrino capitano della
Rocca di Corenno, il quale richiese d'essere immediatamente guidato dal
Castellano. Tale frettoloso messaggio fece supporre ai soldati ed ai
rematori, che stavano oziando sparsi qua e là presso le mura del porto,
che fosse accaduto qualche importante avvenimento. Spinti per ciò dalla
curiosità, si raccolsero intorno ai due uomini che avevano condotto
nella barca il valletto, e seppero ben tosto che desso era venuto a
recare a Gian Giacomo la novella che Gabriele e Maestro Lucio erano
caduti nelle mani dei Ducali, siccome notizia giunta a Corenno da
brevissimo tempo. Ad un tratto quella nuova si diffuse per tutto: i
soldati già attendevano desiderosi il comando di partire, i rematori
accorrevano al porto, e si disponevano nelle navi, animati gli uni e gli
altri dalla brama di recarsi a liberare quel loro giovine capitano,
quando egli stesso coi due suaccennati compagni arrivò appunto alla gran
porta presso l'ingresso del Castello. I soldati e gli altri tutti che
quivi trovavansi, maravigliati non poco nel vederlo comparire,
fattiglisi incontro, si schierarono sul suo passaggio salutandolo
rispettosamente, e rallegrandosi poscia tra loro tumultuosamente che
falsa fosse la voce di sua prigionia, schernendo e ingiuriando i
barcaiuoli di Corenno che l'avevano propagata.

Intanto Gabriele, Falco e il Cancelliere, passando sotto oscura vôlta e
salendo un'angusta scala, erano entrati nella stanza delle guardie ove
vedevasi una lunga fila d'archibugi a ruota appoggiati alle pareti,
colle miccie accese, e vi stavano sempre uomini d'armi seduti intorno a
rozze tavole a giuocare od a novellare bevendo. Di là per un'altra scala
praticata nella spessezza del muro riuscirono ad una picciola spianata
superiore a quella prima fortificazione ch'era il baluardo fatto erigere
dal Triulzo, e che chiamavasi allora _la Casa del Maresciallo_. Così di
scala in scala, le quali scorgevansi o cavate nel masso, o su quello
costruite, ascesero alla Rocca de' Visconti, che appellavano la _Torre
del Biscione_, e da questa alla Rocca di Sant'Eufemia.

Quando stavano per porre il piede sull'ultima gradinata, che si era
quella che adduceva al più alto edifizio detto _il Forte del Medici_ o
del _Castellano_, videro uscirne tre personaggi che alle vesti
mostravansi capitani, i quali seguiti da altri molti, si diedero a
calare correndo al basso. Gabriele e Maestro Lucio conobbero ben tosto
che l'un d'essi era il Borserio comandante l'antiguardo della flotta, e
gli altri il Negro e Pirro Rumo capitani di navi; presumendo che
scendessero per qualche premurosa fazione navale, li attesero allo
spaldo onde non recar loro inciampo mettendosi per le scale che
ristrette erano. Disceso che si fu alquanti gradi il Borserio, s'avvide
d'essi loro, e raffiguratili, fermossi d'un tratto, alzò le braccia
cogli indici stesi verso di essi, ed "Ecco, gridò, ecco Gabriele e il
signor Cancelliere, essi medesimi in persona tornati sani e salvi al
Castello. Come adunque ci si vien dicendo che gli Spagnuoli gli
agguatarono e li presero? non hanno dessi in compagnia Falco di Nesso?
egli è ben lui quel del berretto di rete e del moschetto. Salite, salite
(e così gridando con maggior forza li salutò delle mani), venivamo a
ricercar di voi, giacchè volevano farci credere che foste dati nel
laccio della gente di là giù, e ve ne andaste seco loro stretti alla
catena?"

"È pur vero, rispose Gabriele montandogli all'incontro, v'avevamo
incappato, ma vi fu chi tagliò il nodo e ci rese libero il corso a
ritornarcene a Musso".

"Mai sì, che s'aspettavamo che veniste voi a scioglierci dalla ragna,
disse Maestro Lucio, stavamo freschi! ci traevano a loro posta gli
occhi, il sangue, la pelle e giungevate in tempo come il soccorso di
Pisa!"

Sfilarono di comitiva su per le scale, chiamandosi e rispondendosi l'un
l'altro del modo in cui era ita la cosa, e pria che pervenissero al
Forte, scorsero nuovamente uscir frettolosi da quello due altri capitani
col valletto di Luca Porrino, ed erano il Mandello e il Pellicione;
questo, veduti i primi che retrocedevano, arrestatosi: "Che il malanno
vi colga! esclamò con ira. Perchè non siete ancora nelle vostre barche?
Qual diavolo vi porta indietro?" "È qui il signor Gabriele; è qui il
Cancelliere", ripeterono più voci. "Oh che siano i ben venuti! ma per la
spada di san Michele! (era il suo intercalare) come va questa faccenda?
o tu hai mentito per la gola, disse rivolto al valletto, o Luca Porrino
era più briaco del consueto quando ti ha spedito. Dimmi tosto il vero, o
per..." "Che vale lo spaventare questo ragazzo, l'interruppe
placidamente il Mandello: essi son giunti, nè serve cercar più oltre;
ritorniamo tosto a renderne avvertito il signor Castellano".

La porta del Forte rimanevasi sempre aperta, non necessitando quivi gran
cautela di difesa, poichè non pervenivano colà che gli abitanti del
Castello, o le persone che erano già state alle altre porte
riconosciute: ciò non pertanto andava dessa munita di pesante
saracinesca, tenuta sospesa da grosse catene di cui vedevasi il
battitoio nell'imposta: stavano su quella a continua guardia quattro
uomini d'armi coperti di tutta armatura colla lancia e lo scudo; al
passare dei rientranti Capitani in compagnia di Gabriele quelli posarono
le lancie al suolo, portando lo scudo al petto, e questi resero il
militare saluto.

Attraversato un porticato, entrarono nella parte dell'edificio abitata
da Gian Giacomo. Le stanze non ne erano nè eleganti, nè adorne di ricche
mobiglie: le principali avevano appesi alle pareti alcuni ampii e vecchi
quadri, su cui stavan dipinte battaglie, o ritratti di prelati e di
guerrieri ch'erano gli antenati de' Visconti o del Triulzo, poichè il
Medici non s'era curato di possederne de' proprii: le tavole e le
scranne erano di legno foggiate all'antica e coperte di cuoio.

Per quelle camere vedevasi una folla di persone d'ogni grado, sì civili
che addette alla milizia, notai, magistrati, uomini di chiesa, i quali
tutti stavano in aspettazione d'essere introdotti dal Castellano onde
esporgli le proprie bisogna e chiamarne provvedimento. Sull'entrata
della sala ove Gian Giacomo dava udienza a' suoi vassalli, vedevansi due
sergenti d'armi, armati di corazza e di picca, che rattenevano
l'affluente moltitudine. Allorquando giunse colà il valletto venuto
messaggiero da Corenno, era stato agli aspettanti dato avviso che alcun
più non s'avanzasse sinchè non ne ricevessero nuovo ordine. Molti a tal
cenno partirono, e gli altri, fatti dall'impazienza e dalla curiosità
fra loro amici, si riunirono in piccioli crocchii ragionando e
fantasticando in cento guise.

"State a vedere (diceva un mercante di drappi Bergamasco venuto a
chiedere la diminuzione delle gabelle imposte sulla propria merce,
trattosi nel vano d'una finestra accanto ad un curiale, ad un frate e ad
uno schioppettiero Mussiano), state a vedere che i fabbricanti di
Chiavenna mandano ad offrire una gran somma al signor Medici onde faccia
chiudere il passo ai panni delle nostre gualchiere: cercano ogni mezzo
per ruinarci, se non basta la guerra a trarci in miseria; le pescano
tutte per farci del male: ormai un povero mercante non sa più come
tenersi in piedi".

"No, no, no, rispondeva gravemente il Frate, quel corriere mostrava in
volto troppo turbamento, per essere un messo di buon augurio; io lo
direi portatore dell'annunzio di qualche sconfitta data dai Ducali agli
uomini di Monguzzo o di Lecco".

"Se ciò fosse, pronunciava il Curiale alzando la destra in aria di
disputa, son di parere che sarebbesi ricevuto previamente l'avviso della
battaglia, o per lo meno da quelli che vennero questa mane da que' paesi
se ne avrebbero avute notizie; ma ciò non avvenne, dunque (e fece un
inchino) _nego suppositum, illustrissimi domini_". Lo Schioppettiero
sorrideva lisciandosi le basette, e incrocicchiando le braccia zufolava
leggiermente.

Mentre tenevansi tali e consimili discorsi, si pervenne a sapere di che
realmente trattavasi, arguendolo da alcune tronche parole pronunciate
dai capitani nell'attraversare che fecero frettolosi quelle stanze per
partire. Nacque subito allora un bisbigliarsi all'orecchio, un ragionare
sommesso: si dedussero variatissime conseguenze secondo la diversità
degli interessi: chi condolevasi apertamente, chi rallegravasi in
secreto con motti e accennamenti, a norma degli affetti e del partito
che predileggeva. Ma il contento e il dolore cagionati dalla creduta
sventura di Gabriele ebbero cortissima durata; poichè un momento dopo
che se ne fu disseminata la voce, ivi giunse egli stesso seguíto dai
duci, da Falco e dal Cancelliere. Ognuno li mirò stupito; e quando
spalancatosi la porta della gran sala vi fu cogli altri entrato, tutti
se ne partirono, e scendendo dalle scale schiamazzavano ridendo o
gridando per ispiegare il fatto.

Ultimo e solo Arrighetto, il messo di Luca Porrino, calava dal Forte
indispettito e mortificato come uomo colto in menzogna; sebbene nel
recar l'ambasciata non avesse che eseguito un comando, pure provava
grande scorno nel vedere smentito l'evento appena l'era venuto narrando.
Agitando colla destra un suo acuminato cappelluccio in cui stavano
infisse due penne di vario colore, tenendo la sinistra nella cinghia del
giallo giustacuore che vestiva, balzava giù di gradino in gradino
maledicendo il messaggio, i Ducali e quei di Musso, tanto che giunto
_alla Casa del Maresciallo_ soffermossi un istante sulla soglia della
stanza delle guardie preso dal timore d'essere posto in dileggio dai
soldati. E fu così, perchè, sebbene entrassevi quattamente, appena
l'ebbero veduto: "Guarda, Coppo, gridò l'un dessi con cipiglio beffardo,
hai tu mai veduto una gazza col groppione tinto nel zafferano? Mirala!
essa ha passato il lago per cantare il mal augurio nel Castello, ma le
fallì la voce, e vorrebbe andarsene terra terra per non aversi
spennacchiata la coda". "Alto là, bel ragazzo (disse Coppo il
Bombardiere, uomo lungo e magro, che indossava una sdruscita casacca
color di piombo, e stavasi appoggiato alla porta d'uscita, di cui impedì
il passaggio ad Arighetto portando le braccia ai due grossi massi che ne
formavano gli stipiti), fermati un poco in questa stanza: siamo buoni
compagnoni, e tu non devi aver paura di noi: spiegaci un po' la cagione
perchè mai voi altri del di là del lago le bevete tanto grosse, e come
poi vi prenda fantasia di venire a venderle a noi, benchè le diate più a
buon mercato che un pezzo di miccia bagnata: m'immagino che qualche
giorno ci verrete a raccontare che il colle d'Olciasca va la notte in
giro per il lago come un barcone carico di legna!"

I soldati che avevano formato un circolo intorno ad Arighetto, diedero a
tali parole in scoppii di risa, e questo silenzioso, cogli occhi bassi
come un pulcino caduto in mezzo ad una truppa di galli, stette colà
prendendosi, senza far motto, tutte le beffe di che il venivano
tempestando, sin che ritrattosi Coppo dall'uscio, se ne andò
rapidamente, quasi non vedendo la scala, e riuscito al porto, entrò in
sua barca, e partissi con maggior fretta assai che non fosse venuto.



                             CAPITOLO QUARTO.

     .......... Vedi uno cremesino
        Ha il manto e la berretta, uno la bruna
        Toga si affibbia all'omero, un stiletto
        Brandisce questo, e quegli un'asta, e sovra
        L'inculto capo ha la mural ghirlanda:
        Chi fia colui ch'è sì sparuto e macro?
        Perchè quest'altro la cotenna arriccia
        E i mustacchi arronciglia? Infra lor tutti
        Gagliardo in armi ed in feroce aspetto
        Giganteggia Ugolin.
            _Maltraversi e Scacchesi_, Rom. Poet.
                di TEDALDI FORES.


Nella sala del Castello, appellata delle udienze, stava, come dicemmo,
il Castellano circondato da' suoi. Egli era seduto sovra un seggio cui
faceva baldacchino un ampio gonfalone di colore purpureo, polveroso e
traforato in più parti da palle nemiche; al di sopra di questo vedeasi
sospesa una campana di bronzo con cerchii d'argento, che chiamavasi la
_Martinella_, l'uno e l'altro de' quali arnesi venivano attaccati ne'
giorni di festa o di guerra all'albero maggiore del brigantino che
faceva in certo modo sul lago la funzione dell'antico Carroccio sì
famoso ai tempi delle repubbliche lombarde.

Gian Giacomo Medici, presso al suo trentesimosesto anno, era
vigorosissimo della persona, poderoso di braccio quanto altri mai, non
di troppo alta levatura, nè corpulento oltre il convenevole: nerboruto e
ben proporzionato delle membra, lasciava scorgere in esse tutta
l'attitudine che possedeva ai moti rapidi e vibrati. Il suo aspetto era
ben degno d'un capo d'uomini armigeri: atto ad atteggiarsi ad imperiosa
severità e fierezza, sapeva spirare ben anco intrepidezza ed indomabile
coraggio, cui aggiungeva a suo grado un far grave od affabile, non
dilicato, a dir vero, ma più che mai opportuno ad infondere rispetto
insieme ed amichevole confidenza a quelli che seco lui contrattavano.
Aveva neri capelli, corti e ricciuti come la barba e le basette, fronte
alta spaziosa, naso rilevato aquilino, arcuate e folte le sopracciglia:
lo sguardo appariva a primo tratto imponente, ma chi l'esaminava
accuratamente scopriva in esso quella sagace penetrazione di cui Medici
era in sì alto grado dotato, e di cui sapeva trarre mirabile partito in
ogni politica e guerresca circostanza. L'abito suo era semplice, e non
affatto cittadinesco in quell'incontro nè del tutto militare. Gli
copriva il petto un corsaletto d'acciaio terso, lucente, ma senza smalti
o rabeschi, aveva ampie maniche e braconi allacciati al di sopra del
ginocchio, di velluto bruno con striscie più nere; portava al fianco una
lunga spada con impugnatura larga e rintrecciata onde servire alla mano
di scudo, e teneva infissa obbliquamente nella cintura una pistola
abbellita con intagli d'avorio, arma pregevolissima e rara a que' tempi,
sebbene il congegno per iscaricarla essendo a ruota la rendeva incomodo
e complicato ordigno.

Siccome Gian Giacomo non chiudeva un animo soggetto ad essere
agevolmente sorpreso o sbigottito, non aveva prestata che poca fede
all'annunzio dell'imprigionamento del fratello Gabriele e del
Cancelliere, nè se n'era posto gran fatto in agitazione; ed abbenchè per
qualunque possibile evento avesse tosto ordinato a' suoi Capitani
andassero in traccia di loro per ricondurneli ad ogni costo, era
convinto che quella notizia fosse derivata da uno de' consueti abbagli
di Luca Porrino. Per ciò allorquando rientrarono in quella sala il
Mandello e il Pellicione facendo lieto viso, egli comprese all'istante
essere la triste novella già smentita, onde al giungere che quivi fece
Gabriele con sua comitiva, alzandoglisi d'incontro, girò intorno
sorridente il volto, quasi dir volesse ben mel sapeva ch'ei non era
preso.

Gabriele corso a lui affettuosamente l'abbracciò, e per suo invito
sedutoglisi d'accanto gli disse all'orecchio alcune rapide parole
accennando coll'occhio Maestro Lucio, che dopo essersi piegato in un
profondo inchino era rimaso immobile di fronte al Castellano, e Falco
che s'arrestò poco da esso discosto, e che sarebbe stato certamente di
là ripulso se, oltre il seguire Gabriele dappresso, col proprio contegno
fiero e sicuro non avesse persuasi gli astanti ch'egli sentivasi in
diritto di colà rimanersi.

"Cancelliere (disse Gian Giacomo a Maestro Tanaglia, dopo aver misurato
Falco d'uno sguardo indagatore), voi farete cosa graditissima a noi
tutti esponendoci con esatta narrativa il successo della vostra
spedizione col mio Gabrio, ch'essere dee stata per vero fortunosa se
diede luogo a strane dicerie".

Messer Lucio si dispose immediatamente a soddisfare quella inchiesta, e
fece il più minuto racconto di tutta l'accaduta ventura, esagerando ben
anco il periglio in cui s'erano trovati, e magnificando con molte
esclamazioni tanto il proprio coraggio quanto l'arditezza adoperata da
Falco per la loro liberazione: mano mano che progrediva narrando, gli
occhi del Castellano, de' suoi Capitani e degli altri personaggi ch'ivi
si ritrovavano, fermavansi con maggior curiosità ed attenzione sul
Montanaro di Nesso, le cui forme, l'abito e l'arme ben ne
caratterizzavano la forza e l'audace costume.

"Il tuo navicello equivalse altre volte ad una mezza flottiglia", disse
a lui rivolto Domenico Matto, capitano di nave, figlio del valoroso
ammiraglio delle Tre Pievi, "e mio padre ti tenne sempre in conto di
espertissimo comandante da che fosti seco alla battaglia di Limonta".
"Questo è quello stesso, o signor Castellano, soggiunse Lodovico
Bologna, che fece salvi gran numero de' nostri, quando ceduta che ebbi
Chiavenna allo Zeller, nel ritirarmi colla mia banda fui sorpreso dai
Valtellinesi a Proveggia, ove saremmo stati tutti spinti ad affogarci
nel lago o nell'Adda, se la barca di Falco e alcune altre poche delle
nostre non fossero giunte in tempo facendo forza di remi onde
raccoglierci".

"Oh per la spada di san Michele! aggiunse il capitano Pellicione, non è
questo quel Falco sì noto della rupe di Nesso? Non ti sovviene, Alvarez,
di quel giorno in cui trovandoci sulla spiaggia di Sorico sotto l'olmo
dell'osteria a vuotarne una misura, egli ci venne e bevette con noi, e
quando fummo per partirne, sbucciati non so quanti ribaldi volevano
ammazzarci, e noi combattemmo contro di loro sì fattamente, che nacque
un parapiglia per tutto il paese? allora non fu pel modo con cui questi
seppe menare le mani, che noi rimasimo padroni del campo?"

"Non vuoi che men ricorda? m'ho ben presente come se il vedessi ancora,
ch'ei maneggiava quel suo moschetto e il pugnale come il più bravo
guerillas della Morena"; rispose con una voce fatta roca e strillante
dal lungo uso di bevere e gridare Alvarez Carazon disertore Catalano, il
più intrepido e spensierato uom d'armi che mai vi fosse, gran fidato del
Pellicione, che aveva corso del mondo assai e navigato per fino alle
nuove Indie allora recentemente scoperte, del qual viaggio, che s'aveva
a que' tempi del maraviglioso, esso non menava altro vanto fuorchè
d'aver quivi fatto macello di centinaia d'abitatori e rubate in gran
copia verghe e polvere d'oro e d'argento.

Falco, sorpreso al vedersi fatto scopo delle parole e
dell'interessamento di que' Capitani, e più di quello di Gian Giacomo
stesso che sempre fisamente il mirava, a lui rivolto con aspetto sicuro
e franco disse: "Voi trovate un pregio in me l'avere combattuto con
valore in varii scontri contro gente che essendo a me nemica è nemica
pure del signor Castellano; ciò a me non pare sia sì gran merito da
valermi le vostre lodi, perchè sappiate che mi stimerei uomo infingardo
e da nulla, se quelli contro i quali determinai di pugnare non mi
avessero a incontrare sempre munito di tutta la mia forza e di tutto il
mio coraggio".

Gian Giacomo avea più volte udito far menzione delle imprese di questo
suo spontaneo abbenchè picciolo alleato, ma non essendogli mai accaduto
di venire seco lui a colloquio o vederselo vicino, non avea potuto
contrarre con esso una perfetta conoscenza, al che non era per essere di
benchè minimo ostacolo la diversità del loro grado e potere; parve
quindi ad esso ottima sorte, che l'obbligo in cui trovavasi di dargli un
premio condegno al salvamento d'un fratello, gli offrisse occasione di
renderselo dipendente ammettendolo nel numero de' suoi, e di porgergli
ad un tempo mezzi più adatti ad adoperarsi con maggior efficacia in suo
vantaggio.

"È singolare, diss'egli a Falco sorridendogli amichevolmente, che i
Ducali non abbiano mai pensato a distruggere un nemico così loro
formidabile come tu il sei: ed è ben d'uopo dire o che non ardiscono
cimentarsi teco, o che somma sia la tua destrezza nel sottrarti ai loro
perseguimenti. Ma tu non ignori di certo che non v'ha belva sì
guardinga, che aggirandosi tra boschi seminati di trabocchetti al fine
non v'incappi, e così può avvenire di te: giacchè se giungono una volta
a serrarti in mezzo alle loro navi, non devi aver speranza d'evitare
d'essere morto e disfatto col tuo navicello dalle bombarde Milanesi che
sono pur poderose. Però a scanso di tale sventura, che sarebbe a me
gravissima, tu salirai una delle mie navi e combatterai unito alla mia
flotta: ti creo Comandante di due _Borbote_[7] e della nave uscita testè
dall'arsenale di Musso, cui impongo sin d'ora il nome di _Salvatrice_.
Gabriele sceglierà cinquanta uomini della sua schiera i più destri e
capaci, e li porrà sotto il tuo comando, a questi tu aggiungerai quelli
fra tuoi che più ti piaceranno: il Cancelliere ti annoterà per stipendio
duecento scudi del brigantino[8] di cui ti faccio assegno, e d'ogni
preda che ti verrà fatto di prendere terrai tu una parte, darai un'altra
a me, e la terza a' tuoi soldati".

[Nota 7: Nome d'una specie di barche adoperate sul lago, adatte a
contenere milizie, artiglierie, ed ogni sorta d'ordigni da guerra.]

[Nota 8: Moneta su cui eravi improntato il Brigantino agitato dalle
onde, col motto: _Domine, salva vigilantes_, che si leggeva sulla prora
della nave stessa.]

Un mormorio, un susurrare universale sorse a tali parole, ed era
approvazione in alcuni, meraviglia nei più, e malcontento in altri
pochi. Approvarono coloro che o molto ligii al Castellano assentivano di
buon grado ad ogni suo volere, o propensi per Falco il vedevano
volonterosi di tal onore fregiato ed ascritto al loro novero:
maravigliava il maggior numero, e non senza giusta cagione, essendo
quella la prima fiata che Gian Giacomo accordava una sì importante
distinzione in un modo tanto spedito d'assoluta autorità senza
consultarne alcuno, e ciò che più sorprendeva, ad un uomo a lui presso
che sconosciuto: quei Capitani poi o Condottieri di minor conto che
aspiravano al comando della nave conceduta a Falco, sentitisi ferire
dalla preferenza data a quel rozzo montanaro, esprimevano con motti
sdegnosi il loro disgusto, nel che s'avevano pure in accordo alcuni i
quali, sebbene stessero colà come ribelli e banditi dalle Corti,
serbavano tutto l'orgoglio e la baldanza d'una superba nobiltà di cui
avevano fatto pompa in altri tempi. All'intendere quel misto favellío
Gian Giacomo rizzossi tosto in piedi, e copertosi iratamente il capo col
suo berretto di velluto rosso largo schiacciato, sormontato da lunghe
piume, vibrò d'intorno uno sguardo imperioso, e chiamati a se il
Pellicione, il Borserio ed Achille Sarbelloni, uscì a lenti passi da
quella sala entrando nel proprio appartamento.

Già incominciava il Medici a conoscersi sovrano, nè è improbabile che
nell'elezione di Falco in suo comandante, da lui fatta in quella
subitanea forma, oltre le cause suaccennate di suo speciale interesse,
avesse di mira d'esercitare un atto di potere con cui far palese che gli
altri non erano che suoi soggetti, e che egli a guisa dei Duchi e dei
Sovrani Signori poteva innalzare o deprimere chi più gli piaceva, senza
seguire altra volontà che la propria. Però non v'ha posto in dubbio che
pria d'arrischiarsi a tal atto e dar prova tanto aperta e decisa del
sentimento di sua possanza, egli avesse accuratamente fatto calcolo
d'ogni possibile conseguenza, e quindi conchiuso non potergliene
derivare danno di sorta, ma bensì utilità certa, poichè uomo di guerra e
d'armi come egli era, possedeva anche perfettamente quell'arte che
suolsi volgarmente chiamare Politica, e consiste nella conoscenza sicura
degli uomini e delle circostanze e nell'attitudine di preparare e
condurre, diremo così, le une e gli altri a seconda de' proprii
desiderii; arte senza di cui ben si può giungere a celebrità somma, ma a
sommi poteri e ricchezze non mai.

Gabriele, soddisfatto e gioioso di quanto avea ordinato il fratello in
favore di Falco, si tolse con questi dalla sala d'udienza, e volgendo in
cuore lietissime idee e soavi speranze, si fece a rammemorargli le
proposte del discorso tenuto il mattino tra loro, risguardanti il
traslocamento di sua famiglia dalla rupe di Nesso alla terra di Musso, e
gli disse che s'avviava a parlarne a Gian Giacomo, il quale avrebbe a
ciò pure di buonissimo animo e indilatamente provveduto.

"No, signor Gabriele, rispose Falco (la cui mente, ancorchè confusa e
quasi commossa da quel generoso procedere cui non aveva saputo
rifiutarsi, intravedeva però ch'era per costargli il sagrificio di sua
indipendenza, ch'ei teneva in sì gran conto, e di cui da tanto tempo
godeva), no: or più non conviene far di ciò parola al signor Castellano:
mi volle desso elevare molto al di là di quello cui io m'attendessi, e
sarebbe ora inopportuna ed ingiusta esigenza il pretendere che
s'occupasse più a lungo di me; grazie allo stipendio che m'ha prefisso
potrò trovare alla mia donna ed alla figlia una conveniente dimora, o
rendere sicura e difesa quella di Nesso. Pria di richiedere nuovi favori
a Gian Giacomo debbo contraccambiare quelli ch'ei m'ha già fatti: sarà
allorquando venuto a fronte al nemico colle navi e la squadra che voi
trasceglierete per me, facendo prova di mie forze unitamente agli altri
vostri Capitani d'armi, avrò contribuito a sconfiggerlo, che verrò a
richiedergli altri beneficii. Ora accertatelo del mio animo
riconoscente, nè vi date altro pensiero di me se non che di ordinare le
cose di modo ch'io m'abbia a trovare all'antiguardo nel primo fatto
d'armi che si disporrà contro i Ducali".

A tali inattese parole Gabriele fu preso da affannoso dispetto: vedea
svanirsi le concepite speranze dell'immediato stabilimento di Rina a
Musso, e quindi la probabilità di rivederla e di favellarle altre volte,
come ne nutriva ardente desío; frenossi però, e contenendo tutta in
cuore la smania, stretta una mano a Falco, amorevolmente guardandolo,
gli andò appresentando e descrivendo di nuovo colla maggior energia che
mai si potesse que' perigli che egli medesimo aveva palesato temere
potessero sovrastare alle sue donne, rimanendosi nel loro primiero
abituro: ma tutto fu vano. Falco andava col pensiero più minutamente
percorrendo gli inceppamenti e i legami di cui s'era lasciato cingere
coll'essersi fatto soggetto a non agire che dietro l'altrui comando: ciò
gli suscitava in cuore certa qual diffidenza verso il Castellano e
un'ira secreta contro se stesso per non aver saputo rigettare il titolo
a lui conferito; e però non voleva aumentarsi le brighe ed accrescere la
propria schiavitù col venirsi a porre interamente sotto la mano di
quello cui dovea ubbidire. La sua capanna, al cui soggiorno aveva poche
ore prime rinunciato volonteroso, gli ritornò alla mente come la più
cara e gradita dimora del mondo, e conobbe essergli assolutamente
necessario il conservarsela. In tale disposizione d'animo l'insistente
consigliare di Gabriele lo rese insofferente, per cui si rivolse a lui
con alterato viso ed aspra voce dicendo: "Voi non contate ancora
sufficienti anni per conoscere quanto costi ad un uomo l'abbandonare
quel tetto sotto cui riposò le cento notti unico padrone di se stesso e
di sue azioni, per trapiantarsi in una terra nella quale un altro è
Signore di lui e d'ogni sua cosa: l'orso stesso muore il verno di fame
sui gioghi del Legnone anzi che scendere al piano a farsi incatenare. Vi
basti che ogni opera mia sia d'ora in poi soggetta alla volontà del
signor Castellano, e non vogliate che io ponga in suo potere tutto
quanto m'appartiene, senza riserbarmi un solo asilo nelle mie montagne
ove ritornare ad intervallo a ristorarmi dalle fatiche come sono da
molti anni abituato. Giovine generoso! (continuò addolcendo lo sguardo e
la voce) se mai verrà giorno in cui siate preso d'amore per un luogo od
un oggetto, sentirete allora quanto riesca doloroso lo staccarsene, e
maggiormente allorquando vi si aggiunga la tema che ciò debba essere per
sempre".

Più profondo si fece a tali accenti il dolore nell'anima del giovinetto
Medici: le ultime parole pronunciate da Falco con certo lento patetico
modo, sì dall'asprezza delle prime diverso, dipingendo lo stato appunto
in cui trovavasi il suo cuore, suscitarono in lui una improvvisa ed
angosciosa tenerezza che gli tolse il potere di replicare. Alzò gli
occhi in volto a Falco, e in quei lineamenti abbronzati e duri su cui
appariva l'impronta della commozione lasciata da recenti idee, scorgendo
un non so che di regolare e di espressivo corrispondente ai tratti di
una beltà pura, celeste, di cui teneva l'immagine sì distintamente
scolpita in petto, una lagrima involontaria gli velò la pupilla, la
prima che dall'infanzia in poi inumidisse il suo ciglio.

Quel giorno stesso nella sala d'armi della Rocca Visconti, ch'era la
camera più adorna che vi fosse in tutti gli edificii della Fortezza,
siccome dipinta riccamente nella vôlta e nelle pareti coi fasti di
quella Ducale famiglia, fu per ordine di Gian Giacomo imbandita una
lauta mensa alla quale vennero convitati tutti i principali abitanti del
Castello.

Sedeva a capo al lungo desco Gian Giacomo medesimo, che era adornato
d'un mantelletto corto di broccato d'oro alla foggia spagnuola, di
grand'uso allora in Lombardia; alla sua destra stava Teodoro Schlegel di
Dares, Abate di Fristemburgo, già Vicario del Vescovo di Coira. Questo
vecchio personaggio, che sovra un sottabito di nero saio portava una
zimara di velluto pavonazzo orlata di bianco, infondeva, coll'aspetto
dignitoso e grave, riverenza e suggezione. Calva e rugosa erane la
fronte, bianca e folta la barba e gli occhi incavati; traspariva però da
tutto il suo volto una certa quale disposizione all'ira poco in accordo
colla carità e colla bontà evangelica debita nel suo stato, la quale
difettosa tendenza era a lui venuta forse dal lungo uso delle acri
dispute cui erasi dato in altri tempi con tutto il vigore della mente e
della parola. Nemico acerbissimo della Riforma che i Luterani
promovevano a tutta possa nella Svizzera, aveva sostenute contro di loro
pubblicamente ogni sorta di tesi in unione a varii Protonotari
Apostolici, e fatte dai pergami in odio agli stessi le più violenti
invettive; ma convinto al fine che le Diete Elvetiche assecondavano gli
sforzi de' Protestanti, procurò, favoreggiando le parti del Medici, di
dare il paese de' Grigioni in mano ad esso, sperando di trovare in lui
un valido alleato contro l'eresia. La sua trama però fu scoperta:
cercato a morte e forzato a trovare la salvezza nella fuga, si condusse
a ricovero nel Castello di Musso ove Gian Giacomo gli fece cortese
accoglienza, ben calcolando quanto poteva giovargli la costui secreta
influenza nell'andamento degli affari della Lega Grisa, che così
chiamavasi la confederazione de' Grigioni con altri Svizzeri tutti suoi
accaniti nemici. Viveva l'Abate una vita ritiratissima in quel Castello,
a null'altro dedito che a comporre una sua grand'opera in confutazione
del sì famigerato libro _Della Schiavitù di Babilonia_ pubblicato pochi
anni prima da Martino Lutero. Aveva desso l'incarico di celebrare ne'
giorni festivi i riti divini nella chiesa del forte di Sant'Eufemia,
dopo i quali chiudevasi solitario nella sua cameretta, e siccome non
parlava che la lingua alemanna, veniva lasciato colà in pace da tutti, e
ben anco da Maestro Lucio, che desideroso sulle prime d'appiccicare con
lui relazioni onde aver pascolo di scientifici ragionamenti, avendogli
diretta la parola in latino, ne venne sì stranamente da lui rabbuffato,
che da quel punto ad esso non pensava come se nemmeno fosse quivi
esistito. Il Castellano però, che aveva le sue mire nel tenerselo
affezionato, non trascurava occasione per mostrargli considerazione e
stima, invitavalo a tutte le principali adunanze de' suoi, e facevaselo
seder d'accanto al posto d'onore siccome vedevasi a quel convito.
D'intorno alla mensa fra gli altri capitani d'armi sedette pure Falco
qual nuovo eletto all'onorevole grado di Comandante di nave, e benchè i
suoi rozzi panni e la rete a nodi d'acciaio che gli copriva il capo il
facessero, quanto all'abbigliamento, dagli altri distinguere, a nessuno
però mostravasi secondo nella franchezza e sicurtà del contegno.

Allorchè consumate le vivande vennero recate nuove anfore di vino, ed i
calici girarono ricolmi nelle mani de' commensali, si ripetè più volte
da tutti acclamando il nome del Castellano, come solevasi fare alle
mense de' gran personaggi, il che dicevasi _gridare il nome del nobile
convitante_; si fecero in seguito gli evviva a Gabriele ed al
Cancelliere Messer Tanaglia pel prospero ritorno dalla loro perigliosa
spedizione. Messer Tanaglia, ringraziando umilmente, lesse in
contraccambio un suo brindisi, in cui era espresso in durissimi versi un
invito a Bacco a discendere dall'Olimpo e venire colà onde sedersi
accanto al dio Marte e temprare l'ardor suo guerriero e quello delle
altre deità delle battaglie che gli facevano corona; col qual dio Marte
è chiaro alludeva a Gian Giacomo, e colle altre divinità a' suoi
Capitani. Era allora sì comune il mitologico linguaggio, che quantunque
assai pochi di quel convegno avessero qualche tinta d'erudizione, pure
presso che tutti di leggieri concepirono il senso di quell'allusione, e
come che fra i vapori e l'esaltazione del vino la mente degli uomini
anche rozzi è facilmente colpita da immagini poetiche e dalle non
complicate allegorie, così riuscì di generale aggradimento il brindisi
del Cancelliere, del che egli s'ebbe attestato in un clamoroso battere
di palme che successe alla declamazione enfatica con cui recitò gli
ultimi suoi versi. Cessato l'applauso, alzossi Gabriele, e levando in
aria la coppa, gridò: "Alla salute di Falco mio liberatore"; Gian
Giacomo, assecondandolo, porse la sua e toccò ripetendo le stesse parole
guardando Falco con gioioso sorriso; tutti allora ne imitarono
l'esempio, e la sala rimbombò del nome del valoroso abitatore della rupe
di Nesso, del novello Capitano, del Condottiero della _Salvatrice_. Quel
suono unanime di lode di tanti guerrieri penetrò l'animo del fiero ed
armigero Montanaro, e scuotendolo sì l'esaltò, che videsi brillargli in
volto un vivissimo contento che tutti obbliare gli fece i rancori che
s'erano in lui antecedentemente destati: vuotò anch'egli la sua tazza
alla salute ed alla gloria dei Medici e di tutti quei prodi compagni
d'armi. Terminato il convito, Falco recossi dal Castellano, e da lui
chiese ed ottenne concessione di ritornare per alcun giorno al proprio
abituro, onde mettere a parte le sue genti di quella nuova destinazione
e trascegliere alcuni de' suoi pel servigio della nave; preso indi
congedo da Gabriele, salì il proprio navicello, e quella notte stessa
fece vela con Trincone e Guazzo alla volta di Nesso.

Gian Giacomo attendeva ne' giorni di cui parliamo, l'esito d'un
avvenimento ch'essere dovea per lui della massima importanza. La fortuna
e lo stato suo che tanta avevano sembianza di stabilità e grandezza agli
occhi di tutti, punto non ne offrivano a' suoi proprii, poichè, uomo
accortissimo e delle umane vicende sagace ed esperimentato conoscitore,
sapeva quali leggieri cause fossero spesso bastevoli a rovesciare più
grande dominio che il suo non fosse. Aveva egli per tre volte veduto i
Francesi occupare il Ducato di Milano con potenti eserciti, e tre volte
esserne scacciati: aveva mirati gli Svizzeri e gl'Imperiali entrare
vittoriosi in Milano stessa, ed indi a poco venire astretti ad
abbandonarla; di tre Duchi a lui contemporanei, due sapeva esserne morti
in Francia, prigioniero l'uno, l'altro privato, e il terzo, ch'era
allora regnante, starsi ciecamente soggetto alla volontà di Carlo V. Ben
è vero che questa catena di successi e rovesci aveva porta a lui
l'occasione di farsi forte e grande, ma gli presentava pure un troppo
evidente quadro del destino che attendeva chiunque avesse colle sole
armi a sostenere od ampliare il proprio dominio.

Due nemici assai più potenti di lui gli stavano ai lati, i quali non
poteva sperare fossero mai per accordargli pace: il primo era il Duca
soccorso dagli Spagnuoli, il secondo i Grigioni confederati con altri
Cantoni Svizzeri formanti, come dicemmo, la formidabile Lega Grisa. Ei
combatteva arditamente contro entrambi, e il valore suo e de' suoi, gli
stratagemmi, l'audacia somma l'avevano fatto sempre trionfare di loro,
per cui era pervenuto ad ottenere alla propria dominazione la fama e
l'aspetto d'una solida signoria che, ispirando confidenza e tema nelle
sue forze, aveva creato uno spirito di vassallanza nei soggetti, come
appariva nel gran numero accorso a stanziare a Musso ed in altre sue
vicine terre del Lago.

Ma la guerra si prolungava, le battaglie succedevansi incessantemente, e
Gian Giacomo considerava che l'armi non verrebbero deposte da' suoi
avversarii, sin che non avessero distrutta dalla radice la sua potenza,
la quale usurpatosi un posto in mezzo a loro, doveva riuscire all'uno ed
all'altro fatale se l'avessero lasciata più ampiamente distendere o
consolidare. Vedeva quindi di non essere in grado di sostenere tal
perpetuo combattimento, conoscendo troppo esigui i suoi mezzi a fronte
di quelli degl'inimici che erano inesauribili, siccome nazioni già da
secoli costituite e popolose: ogni vittoria era per lui una perdita, ed
i più piccoli vantaggi della parte contraria gli recavano colpi funesti.
Possedeva, è ben vero, oltre la regione del lago da Colico sino a Lecco,
da Gera a Brienno, anche molta parte di Brianza con Carate, Incino,
Monguzzo, presso che tutta la Valle Assina, la Valle Sasina; ma queste
valli in ispecie erano per lui possedimenti di poco profitto, perchè
terreni sassosi od incolti con rari e poveri abitatori traenti a gran
fatica dal suolo uno scarso alimento. Aveva però perduto Chiavenna e
tutta la Valtellina, di cui non possedeva che una porzione della sponda
del lago; Lecco stava per essere assalita dalle schiere Ducali; le bande
Svizzere s'andavano ogni giorno facendo più grosse, ed a Como
s'allestiva una numerosa flotta. Egli era privo di qualsiasi legittimo
titolo o diritto di Signoria; non teneva reali diploma che lo
investissero di feudo: la spada e la fortuna avevano fatto lui, bandito
e vagabondo, un Signore d'ampio paese, capo di banditi suoi pari, onde
se veniva a sminuirglisi un solo istante la forza tra mano, perdeva il
dominio con ogni speranza di ricuperarlo.

Gli erano non per tanto stati offerti onori, nobiltà, redditi cospicui
onde cedesse la podestà del Lago al Duca suo legittimo padrone; ma
Medici non era tale da discendere sì di leggieri dal sovrano grado in
cui s'era collocato, e sino a tanto che rimaneva un sol mezzo da tentare
per conservarlo, non voleva lasciarlo inoperoso: non disposto a venire a
patti che allorquando avrebbe interamente disperato d'ogni riuscita, ben
sapendo che i suoi nemici non avrebbero in qualunque tempo si fosse
ricusate le sue trattative, conoscendolo tanto più terribile quanto più
era ridotto agli estremi.

Poco prima dell'epoca del nostro racconto, Gian Giacomo, spinto da tutte
le suaccennate riflessioni, aveva tentato un gran colpo politico,
dall'esito del quale, se stato fosse favorevole, poteva ripromettersi
una legittimazione vera, e una sicurezza inalterabile di dominio, oltre
indefinita speranza d'ingrandimento; e nei giorni appunto di cui teniamo
parola doveva conoscerne il risultato, del che egli stava in ansiosa
aspettativa, potendo ad ogni istante succedere il ritorno di chi dovea
recarne le novelle.

Ecco in che consisteva la cosa. Aveva egli spedite secretamente due
ambasciate, l'una a Francesco I re di Francia, l'altra a Carlo V
imperatore, all'uno per invitarlo a scendere in Italia e impossessarsi
del Milanese, al che sapeva quanto caldamente aspirasse, colla promessa
d'aprirgli un passaggio sicuro e secondarne le armi, purchè mandasse una
parte dell'esercito a soggiogare i Grigioni; all'altro coll'offerta di
cedere la Brianza, di non più molestare il Ducato, e tenere Musso e il
paese circonvicino in suo nome, a condizione che lo investisse dei
titoli imperiali di Signoria, e comandasse la pace al Duca ed agli
Svizzeri. Se entrambe le ambascierie trovavano favore, egli sarebbesi
attenuto all'esito della più vantaggiosa; se una andava fallita, poteva
sperare nell'altra.

Suo messo in Francia aveva spedito il fratello Agosto Medici, uomo
d'aspetto leggiadro, peritissimo negli usi cavallereschi e nella
galanteria, e cortigiano di fino ingegno; ed in Germania mandò Volfango
d'Altemps, figlio del conte Marco Sittico capitano della famosa squadra
della banda nera, tanto prediletta dall'Imperatore per le sue prodigiose
gesta all'assedio di Pavia. Ambedue erano partiti con picciol numero di
fidati servi e molta scorta d'oro, senza che alcuno, eccetto i pochi
ch'erano a parte del segreto, sapessero realmente per dove fossero
diretti, avendo il Castellano fatto spargere voce che si recavano a
Basilea onde trattare della pace cogli Svizzeri; nel retrocedere,
trovare doveansi di fatti in questa città e ritornarsene unitamente a
Musso.

Erano già scorsi più di tre mesi dalla loro partenza, tempo calcolato
bastevole a quella spedizione, e il Castellano ne viveva già inquieto,
quando il terzo giorno dopo quello del ritorno di Gabriele, si vide
presso l'ora del mezzodì venire una barca verso il porto di Musso,
spinta da otto rematori, nella quale scorgevansi assise varie persone
che ai berretti ed all'abito mostravano dover essere di classe distinta.
Due piccioli legni, portanti dieci archibugieri ciascuno, uscirono dal
porto all'incontro di quella barca; non le si furono accostati appena,
che parlamentato un istante con chi vi stava in prora, rientrarono a
fianco di essa nel porto medesimo, dando varii segnali collo sventolare
di due bandiere. I segnali vennero ripetuti dalle bandiere del porto, e
un colpo di bombarda che partì dal molo in segno di saluto, cui tenne
dietro un altro tirato dai primi baluardi della fortezza, detti le Case
del Maresciallo, avvertì essere giunto qualche riguardevole personaggio.

Gian Giacomo che ritrovavasi in una sua camera posta sull'alto del
Castello, girando di frequente gli occhi al lago, aveva già, al solo
scorgere di quella barca, sperato forte contenesse i tanto aspettati
messaggieri; e ne fu pienamente accertato al vedere i segnali ed
all'udire i ripetuti colpi del saluto. Il tremito, i palpiti che
accompagnano l'ansia del dubbio erano moti troppo stranieri al petto del
fiero Castellano, nè tutte le speranze ed i terrori d'una desiante e
minacciata ambizione potevano farli penetrare in quell'anima
inconcutibile, ma non seppe però in quel momento difendersi da una certa
interna angustia, da un indeterminato serramento di cuore, come
all'avvicinarsi d'un grave periglio che inevitabile si fosse il
superare, ed erangli tali sentimenti destati dal pensiero che tra poco
verrebbegli fatta palese la decisione di sua sorte, convinto qual era
che se non fosse stato protetto dall'alleanza o dal favore dell'uno di
que' Monarchi cui aveva dirette l'ambasciate, cader doveva sotto gli
urti replicati de' suoi nemici.

Agosto Medici e il conte Volfango discesi che si furono col loro seguito
dalla barca, vennero all'entrata del Castello accolti da gran numero di
Capitani d'armi che dalle rocche, dai baluardi e da tutte parti
accorrendo, chiamati dal rimbombo dell'artiglieria, scendevano al porto
per saper chi si fosse. Alternati i saluti e soddisfatto l'impulso della
curiosa brama, i più si allontanarono e si dispersero ritornando ai
posti loro; rimasero il Pellicione, Borserio e Sarbelloni, ch'erano i
tre soli cui era noto il segreto ed i fini veri di quella ambasceria, i
quali si strinsero dintorno ai due tornati, e salendo seco loro di
celere passo le scale della Fortezza, bisbigliarono ad essi
premurosamente all'orecchio accumulate domande sulla riuscita
dell'impresa. Agosto, tacendo, crollò il capo, mostrando in volto
scontentezza e dispetto; e il Conte d'Altemps, stringendosi nelle spalle
con certo lieve e significante sorriso accennava aversi poco di bene a
sperare. Nessuno a tali malaugurose indicazioni insistette più oltre
interrogando, ma rimasi incerti e ammutoliti, entrarono nel Forte di
Gian Giacomo, avviandosi drittamente alle stanze di lui. Il Castellano,
fattosi sulla soglia, abbracciò il fratello ed il Conte, i quali poscia
serraronsi al seno Gabriele ivi anch'esso accorso col Cancelliere, col
Mandello e con altri Capitani.

Sebbene ciascuno di quelli cui era palese il secreto ardesse di
desiderio d'udire immediatamente la narrazione dell'avvenuto, e
quantunque impazientissimo ne fosse Gian Giacomo stesso, pure affinchè
non nascesse sospetto negli altri quivi presenti, che si trattasse di
cosa di cui non si volesse ch'essi fossero consapevoli, il che
facilmente nascere poteva se venivano ad arte allontanati, il Castellano
diresse ai due Ambasciatori ragionamenti in tutto estranei al vero
oggetto del loro messaggio richiedendoli di cose unicamente relative
alle disagevolezze ed ai pericoli del viaggio. Non fu che verso il
finire di quel giorno che ritiratosi in una appartata camera posta a
ponente del Forte, fatti quivi cautamente venire Agosto e Volfango, e
que' soli che indicammo scienti del mistero, chiusosi colà seco loro,
dichiarò volere essere minutamente e con ogni esattezza istruito di
tutto il da loro operato e di ciò che ne era riuscito. Sedutosi in così
dire sovra un seggiolone, posò il destro gomito sul bracciuolo di esso e
fece appoggio della palma al volto, raccogliendo il sinistro braccio al
petto preparato con intensa attenzione a non perdere un accento: gli
altri si assisero in cerchio intorno a lui, tenendo gli occhi fissi in
viso ad Agosto Medici, che con certa sua spedita e chiara espressione di
voce pel primo parlando in tal modo si espresse:

"Tre giorni dopo ch'ebbimo lasciato Musso, passate con molto stento le
alte nevi del San-Gottardo, ci dividemmo: il Conte andò alla volta di
Zurigo, ed io di Ginevra, d'onde entrai tosto in Francia. Giunto
prosperamente a Parigi, credetti opportuno, pria di presentarmi al
Cardinale de' Gaddi colle lettere di Giovan Angelo[9], d'avere notizie
intorno al carattere di lui. Feci quindi ricerca del luogo ove solessero
darsi convegno gli Italiani che abitano colà, e mi fu detto recassimi
alla taverna della _Bicoque_, tenuta da un oste, Bolognese, ch'ivi
usavano principalmente gli uomini di mia nazione. V'andai infatti e
trovaivi raccolto gran numero di artieri, pittori e scultori Fiorentini,
Romani, Lombardi, coi loro fattorini e donzelli, persone le più
sollazzevoli del mondo, che spendono a larga mano, poichè quel Re
francese profonde tesori negli oggetti delle arti loro. Adocchiando
attentamente, riconobbi tra essi il nostro Ambrogio Viarenna,
quell'eccellente lavoratore di drappi di seta, che avea, se vi ricorda,
un opificio presso Porta Tosa, e di cui nostro padre era sì stretto
amico: corsi a lui e l'abbracciai, ed ei ravvisatomi, fecemi sì gran
festa come se veduto avesse un proprio figliuolo. Gli spiegai le mie
bisogna, e intese che l'ebbe, mostratosi pronto a servirmi, mi condusse
da certo messere Giuliano Buonacorsi tesoriere reale, il quale,
cortesemente accoltomi siccome gran conoscente del Viarenna, diedemi
intorno al Cardinale ogni novella, e dissemi ch'ei trovavasi colla
Maestà del Re a Fontanablò, ma che gli avrebbe fatto quivi immantinente
parlare di me. Il mattino del dì seguente feci dal Viarenna presentare
in mio nome il tesoriere d'una ricca veste di seta, e la sera stessa il
Cardinale mandò per me un suo Prete, dicendo mi recassi il dì venturo a
Fontanablò. Vi andai di buon'ora, fui tosto introdotto dal Cardinale,
che abitava in un lato di quel sontuoso palazzo, gli consegnai le
lettere di Giovan Angelo, e gli esposi l'oggetto di mia missione. Egli,
cortesemente uditomi, mi rispose increscergli gravemente dovermi
annunziare che la mia ambasciata non poteva riuscire a buon fine; che le
mie proposizioni sarebbero state in altri tempi più che mai accette e
grate al Re ed alla Corte, dove si aveva gran desiderio di rinnovare la
guerra in Italia per scancellare con prove di valore l'onta ricevuta dal
nome francese sotto Pavia per la prigionia del Re, che questi
specialmente manteneva sempre viva la brama di ricuperare lo Stato di
Milano, di cui aveva assunto titolo sovrano nella sua consacrazione,
tenendo per fermo d'averne un diritto ereditario siccome discendente da
Valentina di Valois figlia di Giovan Galeazzo Visconti: ma che però in
quel momento non verrei al certo ascoltato, poichè s'era appena
conchiusa una pace solenne con Carlo V, essendosi in segno d'amicizia
celebrate le nozze di re Francesco con Eleonora sorella di Carlo, che
trovandosi per tal modo le due Corti strette in perfetta alleanza, non
potevasi nè conveniva violare sì tosto i trattati rompendo ogni fede, e
mettere i due Stati in urto, il che sarebbe indubitatamente avvenuto
accedendo a ciò ch'io veniva domandando, poichè sapevasi che
l'imperatore Carlo protegge lo Sforza attuale duca, che d'altronde erasi
precisamente stipulato che nessun esercito francese dovesse per
qualunque motivo discendere in Italia: consigliavami quindi ad
abbandonare l'impresa e ritornarmene, attendendo per essa più opportuna
occasione. Io gli resi grazie de' suoi consigli, e gli chiesi nello
stesso tempo mi permettesse di porgli innanzi agli occhi che il tempo
stringeva, che le cose potevano da un istante all'altro cangiare
d'aspetto; che se il Re di Francia trascurava una circostanza e un
momento così propizii onde ricuperare il suo bel Ducato d'Italia, forse
non se ne sarebbero più mai presentati di così favorevoli; che
l'offrirglisi un ampio paese nel Ducato stesso con terre, fortezze e
soldati, tutto per lui avrebbe d'un tratto disanimato il nemico e fatto
solido appoggio alla sua stabile dominazione di là dai monti; che
dovesse inoltre riflettere quanto un tale avvenimento sarebbe andato a
sangue alla Corte di Roma, che mostrava ancora fumanti le piaghe
apertele dall'orrendo saccheggio fatto dalle truppe Imperiali guidate
dal traditore Contestabile di Borbone; che considerasse quanto Papa
Clemente VII, il quale non poteva dimenticare la propria prigionia in
Castello Sant'Angelo, dovesse desiderare di vedere depressa la possanza
di Carlo che si va ogni giorno ingigantendo, e come a tal brama
concorressero colla Repubblica di Venezia gli Estensi e lo Stato
Genovese.

[Nota 9: Altro fratello dei Medici che godeva gran favore alla Corte di
Roma, e fu poscia Papa egli stesso col nome di Pio IV.]

"Parve che tali mie parole colpissero l'animo del Cardinale: egli rimase
varii minuti silenzioso e pensante, indi mi disse che prima di parlarne
al Re era d'uopo comunicasse i miei progetti al Cardinale di Tournon, e
m'avrebbe poscia indicato come dovessi contenermi. Volle frattanto
ospitassi in un suo palagio di Parigi, da dove fecemi più volte
cavalcare a Fontanablò, ove ebbi conferenza coi due Cardinali, con
Claudio di Guisa, con Montmorancì, con Oliviero d'Epinais, col Sir de la
Trimouille e varii altri de' più cospicui Duchi, Marescialli, Scudieri
di Re Francesco, tutti al par di lui valorosi e gentili cavalieri.
All'esposizione ch'io andava facendo loro di mia domanda e de' modi di
porla ad effetto l'accoglievano con giubilo, dandomi ogni speranza di
riuscita, e più d'uno d'essi parlava con onorevoli parole, o Castellano,
di tua rinomanza e prosperità nelle armi, dicendo che ogni impresa a te
affidata aveva sempre ottenuto felice successo".

"Sarebbe stata fortuna maggiore per me, l'interruppe Gian Giacomo cui
brillò in volto un lampo d'orgoglio, che si fosse colà ritrovato quel
loro Lautrec, che poteva ben dire s'io sappia maneggiare la spada e
condurre una squadra, poichè mi provò il dì della battaglia di Vaprio al
passaggio dell'Adda; e m'aveva allora appena gli anni che or conta il
nostro Gabriele".

"N'ammazzammo pur molti de' Francesi in quel giorno, esclamò il
Pellicione battendosi a due mani le coscie, e per la spada di san
Michele! non sono soldati che combattano da burla".

"Ma venne l'istante che fece ogni bella speranza svanire (proseguì
mestamente Agosto, e tutti in atto di dolorosa sorpresa ammutendo
addoppiarono d'attenzione). Dopo un mese in circa di pratiche alla
Corte, volendo io assolutamente parlare al Re, una sera il Cardinale de'
Gaddi ottenne di presentarmi a lui. Stava desso in una magnifica sala
adorna di statue, vasi d'oro e quadri preziosi, fra mezzo a principi e
nobili dame, tra cui rimarcai ben tosto Margherita di Navarra e la
giovinetta Anna di Puisselin[10], ambedue le quali ci nocquero
grandemente consigliando esse sempre il Re a non abbandonare la Francia,
la prima per giovare agli eretici che protegge, la seconda per tema di
perderne l'amore. Venuto innanzi al Re, piegai un ginocchio a terra, ed
egli, affabilmente rialzatomi, disse che sapendo ch'io era venuto
dall'Italia per parlare con lui, avrebbe dovuto senza dilazione
ascoltarmi, ma che non convenendo ad entrambi abbandonare le belle dame
ch'ivi si ritrovavano, differiva la nostra conferenza al dì venturo.
Entrai senza altro ostacolo il successivo mattino nelle sue stanze;
parlò pel primo egli stesso, dandosi a vedere pienamente istruito di mia
domanda, ed opponendovi le ragioni già addottemi dal Cardinale,
conchiuse dicendo che per quanto amore portasse al suo Ducato di Milano,
così ei s'esprimeva, la fede di primo Cavaliere del suo regno, qual si
vantava d'essere, impegnata nei trattati, gli impediva di rivolgere le
armi all'Italia. Cercai rispettosamente ogni via ed ogni argomento per
farlo cangiare di proposito, ma vanamente, poichè egli in fine mi
rispose: _Qu'il avait autre fois en Italie tout perdu hormi l'honneur_;
che non voleva venire a perdervi anche questo, che teneva più caro della
vita stessa: e commessomi di ringraziarti, o Gian Giacomo, per
l'opinione in cui mostrasti tenere l'armi francesi, inviandomi a lui,
offrendosi benignamente di giovarti in altro modo, mi diede congedo".

[Nota 10: Favorita del Re che fu poi Marchesa d'Etampes.]

Si guardarono l'un l'altro i Capitani con occhio afflitto, e il
Castellano con moto di sdegno incrocicchiò strettamente le braccia al
seno, tenendo fisso per alcuni istanti lo sguardo al suolo, indi
rialzatolo accennò del capo al conte Volfango narrasse esso pure.
Volfango era uomo nel fiore della virilità, d'elevata mente, di squisita
immaginativa, di cui però sapeva assoggettare i più rapidi voli
all'impero d'una ragione assai superiore al suo secolo. Mandato
giovinetto nelle settentrionali contrade, aveva dimorato alcuni de' suoi
verdi anni in un gotico Castello sulle sponde del mar Baltico presso un
vecchio Elettore dell'Impero stretto a lui per lontano parentado. Quali
dottrine, qual sapienza egli quivi bevesse, qual conoscenza degli uomini
e delle cose in un'epoca in cui spuntava appena la prima aurora della
vera filosofia, non è agevole l'immaginarselo. Fatto si è però ch'egli
aveva il privilegio singolarissimo, tanto in quello come in ogni altro
tempo, di godere l'amore de' più opposti partiti e l'amicizia di genti
tra loro nimicissime: derivava ciò forse dall'arte ch'egli aveva di
pronunciare certe parole che suonavano dolcemente all'orecchio di tutti
ed ispiravano irresistibilmente per lui un'alta stima ed una illimitata
confidenza. Volfango era di bella statura, di nobile viso, ombreggiato
da biondi capelli; aveva occhi azzurri, penetranti ed espressivi.
Vestiva riccamente con panni trinati in oro, e soleva portare un
collaretto a lattuga, di foggia alemanna, di buonissimo garbo.

Legato d'amistà a' Sarbelloni, e per questo ai Medici, venne a visitarli
al Castello di Musso, e Gian Giacomo non credette poter meglio affidare
che a lui la difficile incumbenza del messaggio a Carlo V, di cui narrò
allora il successo dicendo "che giunto a Ratisbona dove trovavasi Carlo,
vide la sua Corte ingombra di Principi e Baroni, Spagnuoli, Fiamminghi e
Tedeschi, che ivi tutte le cure dell'Imperatore erano rivolte a frenare
i progressi della Riforma Luterana che cagionava nella terra Germanica
sanguinose guerre civili, che colà ebbe certa notizia che, a
suggerimento del Papa, stava Carlo per trattare le nozze del duca
Francesco Sforza con una principessa del suo sangue, la quale dicevasi
dover essere Cristina, figlia di Cristierno re danese, sua nipote, per
il che era dovere il figurarsi che l'Imperatore non poteva consentire a
veruna sminuizione di dominio nel Duca, che infatto parlando egli con
Carlo stesso e intrattenendolo delle richieste di Gian Giacomo, s'era da
prima sdegnato, poscia gli aveva espressamente comandato di riportare
che se il Medici disponevasi a cedere spontaneamente l'usurpatasi
Signoria di Musso, l'avrebbe ricompensato con generose largizioni e
posti d'onore, altrimenti il dichiarerebbe fellone al Duca ed
all'Impero, e farebbe a lui ed a' suoi pagare la resistenza a caro
prezzo".

Balzarono in piedi a tal riferita minaccia Borserio e Pellicione, e
"Così parlava quel superbo Castigliano? esclamò il primo fremendo:
pretende egli, perchè possiede cinque regni, ispaventare coi soli suoi
detti gli uomini di tutte le nazioni? egli che rifiutò la sfida di
Francesco di Francia per non sapere reggere nella destra la spada?"

"Qui, gridò il secondo, qui ci siamo posti da noi, e qui staremo: che
bravate son le sue? venga, venga, e, per la spada di san Michele! gli
daremo tal lezione che tutto l'oro delle sue Indie non varrà a pagarla!"

Gian Giacomo, ch'erasi dimostro compreso d'ira alla narrazione del
rifiuto a lui dato dal Re francese, all'udire le imponenti proteste e le
minaccie di Carlo apparve calmo, nè altro lasciò scorgere in volto che
un sardonico sogghigno; dopo il quale impose silenzio ai Capitani, e
chiese ai suoi due messaggieri in quale stato si trovasse la Svizzera,
ed in ispecie i Cantoni Alemanni.

"La face della discordia arde tra loro, continuò Volfango: le dispute di
religione cangiate in aspre risse hanno fatte impugnare le armi agli
abitanti delle Elvetiche valli, e le nuove dottrine si spandono col
sangue e colle stragi. Zuinglio combatte Lutero, ed un nuovo
riformatore, Calvino, si oppone ad entrambi. Berna e Zurigo, le più
potenti, hanno distrutte ed arse tutte le sacre insegne del
Cattolicismo: Lucerna, Svitz, Uri ed Underval, fide ai precetti di Roma,
si danno mano per sterminare l'eresia. Uomini stranieri di varii partiti
aizzano l'ire soffiando nelle fiamme dell'odio e della vendetta; intanto
Carlo rammenta l'antica potenza de' Duchi d'Austria in quella terra, e
la Francia non dorme: e voi, siatene gioioso, o Castellano, poichè
soccorsi nè d'uomini nè d'oro più da colà non perverranno alla Lega
vostra nemica, la quale non tarderà essa pure a sentire i morsi della
rabbiosa smania delle contese de' novelli principii che con favore
accolse e da cui è in più parti invasa".

La conferma sì evidente e sicura d'una tanto vantaggiosa novella, di cui
s'aveva prima incerto sentore, mitigò nell'animo del Medici i torbidi
pensieri destati dalla mal riuscita d'entrambe le ambasciate. Ei
vedevasi bensì decaduto da ogni speranza di sovrano sostegno da lui sì
lungamente nutrita, ma la tempesta che il minacciava era lontana ancora,
e le nubi non annerivano che d'una striscia l'orizzonte del suo politico
cielo; i nemici attuali erano più ostinati che invincibili, e se le
guerre intestine forzavano la Lega Grisa ad allentare la foga degli
assalti, egli poteva per lunga pezza tenere piede fermo contro il Duca.
L'Imperatore doveva avere altro ad attendere che a mandare eserciti
contro di lui; d'altronde in que' monti i battaglioni regolari e la
cavalleria non potevano nè dispiegarsi nè campeggiare: egli era certo
della fede de' proprii capitani e delle bande de' suoi armati, possedeva
un Castello quasi inespugnabile e una flotta numerosa, quindi il ridurlo
agli estremi non doveva essere l'opera d'un istante, e poteva ancora
ricorrere a cento mezzi di soccorso. Fatte rapidamente simiglianti
riflessioni, s'alzò, e stendendo la mano a que' suoi fidi: "Abbiamo
scoperto, disse ilaremente, che pensano di noi i due gran Re: conosco
che m'ingannai, credendo abbisognare di loro protezione: noi sapremo da
noi stessi tenerci indipendenti e liberi a Musso più ch'essi nol siano a
Parigi ed a Madrid: che nessuno sappia quanto fu qui detto tra noi". Ed
uscendo di là, salutò ad uno ad uno con misterioso sorriso quelli che
recaronsi in altre parti del Castello, ritornando esso col Pellicione
nelle proprie stanze, ove sino a notte avanzata si trattenne seco lui in
animati colloquii.



                             CAPITOLO QUINTO.

     Era sereno il ciel, splendea la luna
       Ridente a mezzo della sua carriera;
       Nessun fragor s'udia, voce nessuna:
       Sol quella universal quiete intera
       D'improvviso venia rotta talvolta
       Dal grido dell'allarme d'una scolta.
       . . . . . . . . . . . . . . . . . .
     Dall'alto spaldo del veron qual era
       Grande della persona ed aiutante
       Al lunar raggio discopríala intera
       Il desioso sguardo dell'amante.
           GROSSI, _Ildegonda_, P. 1.º


La più alta e maestosa torre del Castello di Musso quella si era che
sorgeva nel Forte di Gian Giacomo, posto, come dicemmo, nella parte più
eminente di esso; elevata dominatrice di tutte le merlate mura
dell'acclive Fortezza, potevasi propriamente ad essa sola applicare il
nome di vedetta del lago. Le mura de' suoi fianchi e le quadrate pietre
che ne munivano gli angoli, allora recentemente eretti, non erano stati
per anco imbruniti dalla mano del tempo, nè miravansi dal musco e dai
serpeggiamenti dell'edera rivestiti; onde quella torre giganteggiava
alla vista del lontano riguardante, ben distinta pel suo colore rosso
cupo e staccata dal bigio sasso del monte che le stava di schiena; il
vessillo Mediceo che le sventolava alla cima scorto dalle acque e dagli
erti vertici dei monti più discosti, appariva formidabile e minaccevole
insegna. Così negli adusti piani del Nilo una tenda che s'innalza alla
sommità di colossale granito indica da lungi alle moresche carovane
l'asilo dell'errante Beduino terrore del deserto.

Il baluardo del Forte Gian Giacomo stava congiunto ad essa torre per
oltre un terzo di sua altezza; e quivi vedevasi nella torre praticata
un'angusta porta, a forma d'un foro quadrato, da cui s'aveva accesso al
bastione medesimo. Presso la torre esisteva nel baluardo una casamatta,
ossia andito interno, in cui si scendeva per ristretta ed oscura scala
esattamente coperta, dalla quale pervenivasi alle stanze del Castellano
che aveva fatta costruire quella secreta comunicazione colle mura a fine
d'avere una uscita incognita dal proprio alloggiamento per recarsi
imprevedutamente ad invigilare il Castello, e nei tempi d'assedio
sorprendere all'improvviso le guardie del vallo per costringerle a
continua gelosa custodia del posto affidato.

Per far coperchio alla scala della casamatta s'era costrutta una
picciola vôlta con una rotonda apertura chiusa da grossa tavola, su cui
essendosi postata terra ed erba, pareva un naturale rialzo del suolo
cagionato da una larga pietra ivi sepolta; e siccome tal rialzo
trovavasi tra il muro della torre e le ferritoie del baluardo, porgeva
un comodo sedile a chi inosservato avesse voluto contemplare il castello
o il vastissimo prospetto d'intorno. La veduta che di là si presentava,
era, per vero dire, incantevole, ed offriva un ampio svariato quadro di
grandioso aspetto e di energiche tinte tutte d'un particolare e
pronunciato carattere, in somma armonia coi sentimenti vigorosi e
profondi, sebbene rozzi, degli uomini di quella età, a noi in certo modo
rappresentati ancora dalle impressioni che ci lasciano il racconto degli
avvenimenti e la vista degli edificii, e di presso che tutte le opere
d'arte e d'ingegno di quell'epoca a noi pervenute.

Lo sguardo da quella sommità scendendo d'una in altra delle turrite
Rocche del Castello perveniva al piano del lago, le cui acque
stendevansi alla vista per circa trenta miglia di lungo, ed ove quattro,
ove sei in larghezza, riflettendo come vasto specchio la vôlta del
cielo, e capovolti li paesetti della sponda e le montagne di cui si
spianano al piede. Mirando dal baluardo al di là del lago, vedevansi di
fronte i due monti Legnoni, immani fratelli che s'innalzano a piramide,
il maggiore de' quali mostra il capo presso che sempre cinto da una
corona di nubi: sui loro gioghi aspri e selvosi abitati dagli orsi
scorgevansi le solitarie chiesette di Santa Elisabetta e di San Siro. Al
loro destro fianco penetrava la vista pel pian di Colico nella bassa
parte della Valtellina rigata dall'Adda, fiume che s'ha l'aspetto di
lucida striscia che mette capo nel lago. Nel settentrione a ridosso di
cento culmini di monti minori conformati a scaglioni torreggiavano
all'occhio le dirupate creste delle Alpi perpetuamente biancheggianti di
neve, le quali come un candido muro sembrano invano quivi sorgere
insuperabili. Abbassando lo sguardo a sinistra vedevasi il piano di
Domaso protendersi verdeggiante nel lago, separato per un golfo da
quello di Gravedona, che interciso da seni e da torrenti, fra cui
primeggia l'Albano, si stende sino a Dongo, la terra più prossima da
quel lato al Castello, sui tetti dei cui casolari miravasi da questo
quasi a piombo guardando pel pendío mancino. Dalle spalle presentavasi
immediatamente il sasso della rupe, e l'occhio dal fondo del taglio che
ne disgiungeva quel Forte sino alla punta detta della Croce, che ne era
il ciglione, non aveva che l'aspetto della nuda cinericcia balza. Presso
il lago da destra mostravasi la popolosa Musso coi molti suoi
fabbricati, tra cui spiccavano le chiese, i conventi, la zecca,
l'arsenale, e le torri che munivano il ponte sul Carlazzo. Nel colle ad
essa superiore vedevansi Croda, Terza, Campagnano, sparse fra altre
picciole Terre, e più sull'alto nel monte distinguevansi la Bocca di
San-Bernardo e le punte di Palù. Lasciando poscia scorrere la vista su
quella costiera di mezzodì, miravasi il suo lembo variamente
frastagliato dalle acque, ed i poggi e i valloni ricchi di selve,
d'ulivi e di verdi pascoli succedersi gradatamente sin là ove si
nascondevano all'occhio dietro il dosso del monte che s'avanza formando
la punta di Rezzonico, del di cui antico e già potente Castello le torri
e le mura distintamente apparivano.

Di là lo sguardo balzava al lontano colle di Bellagio, che posto
all'estremità della Valle-Assina forma capo a due laghi: la tinta aerea
di quel promontorio bene ne indicava la distanza, che andava sempre
crescendo se spingevasi l'occhio pel lago di Lecco, alla cui destra
distinguevansi tra i monti le sommità di quello di Canzo, che hanno
sembianza di corna, ed alla sinistra la giallo-rossiccia Grinta di
Mandello tutta nuda e scoscesa montagna. Compiendo il gran cerchio,
ritornando coll'occhio ai Legnoni, si scorgeva tutta l'opposta sponda
dritta e bruna per balze selvose: e vedevansi in essa Varenna, prossimo
a cui da misteriosa grotta scaturisce il fiume Latte, Bellano, Dervio
che s'alza su un largo verdeggiante piano generato dall'impetuoso
Varrone, e finalmente Corenno, sulla torre della cui Rocca stava pure
inalberata la Medicea bandiera.

Toltosi alle brighe soldatesche, al favellare importuno de' suoi
compagni d'armi, Gabriele, solitario e pensoso s'aggirava sul finir del
giorno pei porticati ed i cortili del Castello sperando trovare nelle
illusioni dell'immaginativa la calma a quel tenero e doloroso pensiero
che costantemente il martellava e da cui aveva in vano sperato sollievo
nelle distrazioni dei consueti esercizii. Venuto nel Forte Gian Giacomo,
e giunto a piè della torre, pensò salire sul baluardo per sottrarsi vie
meglio alle ricerche, alle noiose inchieste dei capitani ed agli sguardi
d'ognuno: asceso a lenti passi la spirale scalea della torre, entrò
curvandosi per l'andito aperto nello spessore del muro ch'era la
picciola quadrata porta, e spingendo la ruvida imposta che la chiudeva,
uscì sul baluardo, dove andò tosto ad assidersi sul rialzo della
casamatta d'appresso alle feritoie. Il vasto magnifico prospetto che di
là dispiegossi ai suoi sguardi, occupò per un istante tutto il suo
spirito, attenuandovi l'assidua presenza di quell'immagine che mai
noll'abbandonava, e gli infuse in cuore un trasporto, un aumento di
vigore e di vita che le grandi scene della Natura non tralasciano mai di
produrre in un'anima appassionata che serba intatta e pura la vivida
tempra di giovinezza.

Il colore roseo ardente di cui si riveste il cielo negli estivi tramonti
splendeva quel giorno di tutta nitidezza e sfulgore essendo l'aria d'un
purissimo sereno. I monti e le valli di quel circolo spazioso dipinti da
un'aurea porporina luce riflessa nelle acque, fulgide esse pure come la
vôlta del cielo, s'avevano un così vago, un non so quale incantevole
aspetto, che traeva a mirarli con sentimento di gioia e di secreta
riconoscenza, quasi si sentisse che una mano creatrice e benefica avesse
preparato quel quadro sublime onde offrirlo a diletto dello sguardo
dell'uomo. L'occhio di Gabriele vagava dai monti alle acque, da queste
al cielo, e l'anima sua era compresa a quella vista da una piena e
indefinibile delizia.

Ma quella lucentezza dell'aria, quel lusso di raggi brillanti e di
colori pari in ciò ai contenti della vita, s'andava rapidamente
attenuando; e mano mano che le ombre dei monti vicini si estendevano,
che offuscavansi i lontani, che la porpora del cielo tramutavasi morendo
in un bruno cilestre, nel cuore di Gabriele svaniva quel senso di
felicità di cui era stato per varii istanti penetrato, e vi tornava a
risorgere più vibrato e affannoso il primitivo pensiero. Allorquando
intera oscurità coverse le montagne e i colli, ed abbrunissi il lago, nè
altro apparve distinto in nere forme a' suoi occhi che le mura e le
torri della sottoposta Fortezza, vi lasciò cadere mesto uno sguardo,
indi piegò addolorato il capo tra le palme e sospirando tutto s'ingolfò
ne' proprii pensamenti.

Nessun moto del cuore è sì espansivo, nessuno impelle sì forte l'anima a
diffondersi quanto quello dell'ammirazione che nasce alla vista del
bello profondamente sentito. Lo spirito invaso da una ideale armonia si
desta spontaneo ad un inno di gioia, che a molti è dato internamente
sentire, al solo genio concesso l'esprimere; guai però se nell'ebbrezza
dell'animo commosso s'affronta la convinzione che in niun petto un cuore
è partecipe alle vibrazioni del nostro, che muto all'altrui mente è il
nostro tripudio, e si esala e svanisce inconsiderato come una voce
melodiosa nella solitudine! allora il senso d'un cupo isolamento ricade
su di noi, ci tormenta, ci opprime, e non v'ha refrigerio allo spirito
se non nell'incontrare la traccia d'un oggetto cui sia cara la nostra
sorte, ed a cui tutto riferire quanto v'è di prezioso nella nostra
esistenza.

Tale era stato il giro delle idee di Gabriele, e quando chinata la testa
rimase immobile nella massima concentrazione, era pervenuto appunto
all'investigare se quell'oggetto a cui unicamente teneva rivolto il
pensiero, quello da cui solo bramava un ritorno d'affetti, quello che
aveva per lui dato un prezzo pria ignoto alla vita, e che stimava unica
e straordinaria fra le creature, sentisse per lui verace e fervoroso
interessamento. Nuovo però ed inesperto com'era nei nodi d'amore,
passava colla fantasia per cento chimere, senza saper trovare ove
potesse posarsi per dedurre con fiducia una speranza, ma pure incalzato
dal bisogno di dare a se stesso una positiva risposta:

"Chi son io per lei? (diceva tristamente tra se stesso) Come posso
credere d'averle cagionato ciò ch'ella produsse in me, se quello che io
provo non fummi destato mai da altra persona fuorchè da lei sola? Dunque
ella sola può operare sì maraviglioso prodigio: sperare d'aver causato
in lei un simigliante effetto sarebbe una vanità sconsigliata. Quante
donne non vidi, quante non mi guardarono? Eppure chi mai fu a' miei
occhi che pareggiasse costei, questa semplice montanina di celeste
sembiante, che certo gli angeli del paradiso non ponno averne un più
dolce e leggiadro? E le sue pupille! oh ch'io non vi pensi! un tremito,
un ardore mi scorre dalla testa ai piedi se mi rammento i suoi occhi.
Qual forza irresistibile sta in essi! che sia una malía, una potenza
sovrumana per consumare la vita di chi li affisa? No che sì stupenda
bellezza, una tale soavissima fiamma, non può essere l'opera d'arti
infernali? e se ben anco fosse un incanto, vi struggerei volenteroso
tutti i miei giorni. Ah con qual forza io sento che vorrei essere
davanti al suo pensiero così come essa lo è incessantemente al mio e
vorrei ch'ella sapesse quanto io provo per lei, quanto desio mi arde di
mirarla, di vagheggiarla, di pendere da null'altro che da' suoi sguardi,
dalle sue parole! Oh s'io vivessi sempre nella sua capanna, se la
seguissi pe' suoi monti, mi stassi ognora al suo fianco... se le
esprimessi... e se ella.. cielo!... qual gioia!"--Fu sì forte la sua
esaltazione a tal pensiero e il suo immaginare sì vivo, che invaso da un
trasporto d'amore, balzò in piedi quasi se Rina gli stesse realmente
d'accanto: ma ritornato in se ad un tratto lasciò cadere rattristito le
braccia, e s'assise meditabondo di nuovo.

Trasparente, leggiero come il velo d'un aereo spirto una nuvoletta che
s'andava argentando, annunziò il sorgere della luna, che, senza
ecclissare alcuno degli astri, in mezzo ad una sfera di pallida luce
spuntò col falcato disco sul nero ciglione degli opposti monti. Gabriele
mirò quel candido lume del cielo con occhio di tenerezza, quasi fosse
sorto ad arrecargli conforto e speranza, ed a lenire l'ardore che
l'infiammava colla soavità del suo mite splendore; ma poco stette che
anche quella luce gli parlò al cuore di Rina, e "No, esclamò con
affanno, no, io non vedrolla forse mai più:, e se pur la vedessi, come
mai farla mia? Il vorrebbe Gian Giacomo, l'assentirebbero gli altri
parenti miei? Ebbene, se, essi si oppongono a tale mia brama, che mi
veggano ben tosto morire. O Rina, o morte. Ecco il voto ch'io pronuncio
invocando i santi del cielo, di cui voi, o lucenti pianeti, adornate la
soglia. Sì, lo ripeto: o Rina o morte: e questo mio voto fia sacro come
se il pronunciassi innanzi al più miracoloso degli altari".

Come avviene egli mai che l'amore, il quale dir si può l'eccesso della
vita, faccia volgere sì agevolmente lo spirito all'idea del morire? Come
mai l'anima, anzichè venire atterrita dall'idea del passaggio dal più
profondo sentire all'assoluta quiete della tomba, la sospira e la brama?
Noi non osiamo investigarne la causa, ma qualunque essa sia, fatto è che
Gabriele fu condotto rapidamente dalla propria fantasia ad abbracciare
come rimedio estremo all'amor suo, se stato fosse sventurato, la morte,
e proferendone il voto, sentissi ringagliardire, e fatto maggior di se
stesso, aumentarsi in petto la speme.

Dopo avere così lungamente vaneggiato in amorosi delirii ora piegando a
placidi consigli, ora ad estremi rimedii avvisando, guardò la luna che
salita a mezzo il cielo annunziava essere già inoltrata la notte, e
pensò di là discendere per ritrarsi in sua stanza a riposo, onde,
alzatosi, entrò nella porta quadrata della torre per calare da essa al
basso; Nel momento però che stava per porre il piede sul primo gradino,
udì al fondo della scala lieve rumore di pedate ascendenti, e travide un
lucore debolissimo come di lanterna Coperta da mano o da altro
impedimento. Egli non potendo scorgere chi fosse che su venisse perchè
nel rimanente quell'interno della torre era oscurissimo, non vedendovisi
che alle sommità un barlume di luna che penetrava da ristrette fenditure
del muro, retrocesse di nuovo sul baluardo onde evitare uno scontro con
chi saliva fra quelle tenebre, che dar potesse luogo a sospetto o ad
allarme, poichè suppose si fossero soldati che salissero a far la scôlta
sul bastione medesimo. Retrocesso che si fu per ischivare eziandio di
mostrarsi improvvisamente al loro uscire dalla torre, si ritrasse a
qualche distanza di là, e oltrepassando il rialzo che copriva la
casamatta, ed ove era stato pria seduto, si pose ad una diecina di passi
lontano appoggiandosi ai merli che guarnivano il muro in vista d'uomo
che stesse quivi oziando a rinfrescarsi all'aria notturna.

Le pedate s'andavano facendo più distinte e indicavano al rumore
d'essere di più persone, l'una delle quali apparve al fine sul limitare
della quadrata apertura: era quegli che recava la lanterna. Porse in
avanti il capo pria di mettersi fuori del tutto, e portando la lanterna
all'altezza del volto spiò d'intorno con sospetto; ma non s'accorgendo
di Gabriele, uscì francamente dalla torre. Appena ebbe posto piede sul
baluardo, e venne rischiarato per intero dal chiaro della luna che quivi
batteva, Gabriele mirandolo attentamente s'avvide con istupore al suo
vestimento che non era un soldato, nè altro uomo del Castello a lui
noto: a tal vista immediatamente appiattossi traendosi tutto entro
l'ombra fitta del rialzo merlato onde attendere e scoprire a che e con
chi fosse quivi venuto quello straniero. Questo chiuse la lanterna di
maniera che non mandava affatto più lume, la posò al suolo e si rivolse
poscia alla porticella della torre accennando colla mano agli altri che
s'avanzassero: ne comparve uno ben tosto ed uscì traendo per mano un
altro che era pur tenuto da un terzo.

Guardinghi e cauti si fecero avanti anche questi appressandosi al primo;
e quale non fu la sorpresa di Gabriele riconoscendo nella persona che
stava di mezzo agli ultimi venuti, il Cancelliere Maestro Lucio
Tanaglia: volea levarsi, farsi palese, e chiedere ad esso lui, come e
perchè fosse salito a quell'ora insolita sulla muraglia, e di qual parte
venissero quegli uomini che seco erano; ma quatto ristette senza
moversi, udendo in tal punto lo stesso Tanaglia pronunciare tremando a
mezza voce queste parole: _Benedetta gente, perchè trattare così con un
galantuomo... con un vostro Milanese... con uno che cercava di farvi del
bene...--Taci_, dissero ad una voce, ma pianissimo, quei tre--_Ma
signore Iddio_, riprese Maestro Lucio un po' più forte, _voi volete
veramente...--Zitto, o mori_: ripeterono gli altri più piano alzando tre
pugnali. Maestro Lucio si contorse e tacque. Quello ch'era salito
innanzi agli altri, s'accostò al rialzo della casamatta, vi si mise
carpone d'appresso, e andò tastando e percuotendo leggermente il terreno
tutto d'intorno col pomo dello stile sinchè sentì rimbombarsi di sotto
un suono di cavità. _È questa l'entrata della scala secreta?_ chiese
allora con bassi accenti rivolto a Maestro Lucio; ma desso parve non
intenderlo e continuò a tacere: i due che gli stavano a fianco,
squassandolo per le braccia, gli dissero all'orecchio: _Rispondi.--Io
non so niente_, esclamò con voce alta Tanaglia:--_Piano: rispondi, o
mori_; e gli appuntarono i pugnali alla gola: _Oh povero di me, cosa
volete ch'io sappia? ahi... ahi... è quella... è quella...--Silenzio e
queto_: disse l'uno serrandolo più strettamente pel braccio ed
abbassando il pugnale, e l'altro l'abbandonò e si mise a terra presso il
primo. Sgrettolando il suolo e puntando insieme col ferro degli stili ed
una squarcina che s'avevano, sospendendo il lavoro quando udivano il
legno scricchiolare troppo forte, giunsero a scassinare una tavola, e
levandola, vedendovi sotto un vano tondo e nero come di pozzo: _Ci
siamo_, dissero tra loro; e l'uno, alzatosi, riprese la lanterna, e
scoprendone il lume, si mise in ginocchio presso quel buco, e ve la
internò spingendovi la testa: _Ih ih_, disse al compagno, _che scala
lunga? non vi si vede il fondo: ma tanto fa: tu scenderai pel primo,
dietro a te Tanaglia, poi ci verrò io, che ci terrò la punta alla pelle
per farlo parlare: esso ci deve additare i passaggi e la porta: se
questa è aperta, entra, e, ricordati, colpo alla testa perchè potrebbe
essersi coricato col giacco di maglia; se è chiusa, il Cancelliere
gliela farà aprire, e allora l'assaliremo in due: Gorano starà intanto
qui sopra a guardia per tenere libera l'uscita di questa scala: presto
all'opera che il tempo c'incalza._ Appena ebbe desso ciò detto, si
rialzò, fece accostare il compagno che teneva afferrato Maestro Lucio,
il quale continuava a fare strani motti col capo, e mentre l'altro si
calava a mezza persona giù pe' gradini della scala della casamatta,
ridestò il lucignolo della lanterna, il cui chiarore languiva e stava
appunto per consegnarla al primo già disceso, quando Gabriele, che dal
luogo ove stava nascosto, aveva perfettamente veduto ed udito ogni cosa,
non dubitando che l'intrapresa di quei tre fosse diretta all'assassinio
del fratello Gian Giacomo, acciecato dallo sdegno, nè potendosi più
oltre frenare, non badando a periglio, tratta rapidamente la spada,
scagliossi come folgore addosso a loro gridando a tutta gola:
"Traditori, siete morti".

Il primo ch'esso investì fu quello che ratteneva il Cancelliere, e il
trapassò sì giusto col ferro, che cadde morto di piombo. Balzò tosto
contro il secondo, che, esterrefatto a quell'assalto improvviso,
indietreggiò d'un passo, lasciandosi cadere ai piedi la lanterna che si
spense: Gabriele nello stesso istante aveva mirato un colpo a quegli che
era calato giù colla metà del corpo nel pertugio, ma gli andò fallito a
causa dell'abbagliamento che gli produsse alla vista la lanterna nel
cadere, nè ebbe campo di misurargli il secondo, perchè l'altro ch'era in
piedi al di fuori, gli si gettò alla persona furibondo col pugnale nella
sinistra e la squarcina nella destra: Gabriele difendevasi da costui
valorosamente, anzi l'andava incalzando, ma l'altro, che s'era tratto
fuori dalla casamatta, gli si precipitò di fianco, per il che a lui
rimase tempo appena ruotando la spada con una velocità ed una forza
incredibile di riparare gli opposti colpi che gli venivano tirati da
fianco, e dovette rinculando appoggiarsi di schiena al muro della torre,
ove all'incerto lume della luna ribatteva i disperati assalti di que'
furiosi che vedevano non esservi per loro altro scampo che
nell'ucciderlo.

Nel frattempo Maestro Lucio, che appena s'era sentito sciolto il
braccio, senza pur guardare da che lato venisse il soccorso, s'era dato
a gambe pel baluardo, andava gridando a tutto potere: "Ai nemici... Al
tradimento... Agli assassini"; le voci clamorose di lui, quella di
Gabriele, il suono dei ferri che si percotevano, destarono le guardie
del Forte, che abituate da qualche mese in quella elevata parte del
castello ad una inalterata notturna quiete, non vigilavano col dovuto
rigore ai loro posti, nè ponevano le ordinanze ad esatta fazione: in un
momento si sparse l'allarme, i tamburi sonarono a stormo, e gli uomini
d'armi ed i Capitani accorsero in folla nel cortile. Primo fra questi fu
il Pellicione che, discinto e coi capegli scarmigliati, balzato dal
letto, discese impugnando la sua lunga spada, ed a capo d'un drappello
di guardie munite di fiaccole e d'archibugi salì rapidamente per la
scala della torre al baluardo. Vi ascesero ben tosto da diverse parti
anche Alvarez Carazon, Sarbelloni e il Bologna con molti altri soldati
provveduti di lumi e d'armi. In pochi istanti si videro sbucciare dalla
torre le guardie, e venire gli altri uomini accorrendo colle fiaccole,
distendendosi in lunga fila per le mura. L'uno dei due che stava
combattendo con Gabriele, allorchè udì accorrere uomini, gettò il ferro
e corse per scagliarsi dall'alto della muraglia, ma balzato in quel
mentre fuori dalla torre il Pellicione, il raggiunse gridando "Per la
spada di san Michele, prendi questa" e con un colpo d'impugnatura nelle
tempia il fece precipitare al suolo tramortito e grondante di sangue;
l'altro, più fiero e vigoroso, benchè circondato da gran numero di
uomini d'armi, si difese disperatamente, sino a che vedendosi
accerchiato e stretto da ogni parte, ed accorgendosi di non potere più a
lungo resistere, si mirò al cuore una pugnalata; ma preso in alto il suo
braccio, venne distolto il colpo, e cento mani che gli caddero addosso
lo strascinarono a terra, da dove in vano tentò si dibattendo di
sollevarsi.

Intanto da tutti gli spaldi s'era accuratamente guardato se vi fossero
nemici sotto le mura o nei luoghi e pei monti vicini, s'era osservato se
vi stessero scale od insidie presso il Castello, ma non s'era veduto
ombra d'uomo: tutto era tranquillo, nè udivasi quasi un movere di
foglia. Fatte per ciò ricollocare le guardie ai primi posti, i Capitani
s'affrettarono parte intorno al Cancelliere, e parte presso Gabriele
onde udire come mai fosse nato quell'avvenimento. Ma Maestro Tanaglia,
pallido, tremante e contraffatto, piegando il capo alternativamente ed
allargando le braccia, non sapeva altro dire con affannosa voce se non
che "Le capitano a me... sono pure un uomo sfortunato!... tre Milanesi
costringermi a forza ad essere complice in un fatto simile!... a
rischio... oh! ma, mi credano, io sono innocente... povero Tanaglia!
povero Tanaglia!" Gabriele all'incontro, non agitato ed alterato se non
quanto l'ira e la foga del sostenuto combattimento necessariamente il
volevano, appoggiato alla propria spada, narrò succintamente tutto
l'occorso, dicendo però d'ignorare affatto, come era il vero, chi si
fossero quei tre, come penetrati nel Castello, e in qual modo colà
venuti. I Capitani rimasero maravigliati e confusi a quella narrazione
al pari di lui. Il Pellicione comandò ad alcuni soldati che prendessero
sulle spalle quell'ucciso e quello che giaceva tramortito, e giù se li
portassero dal baluardo recandoli nella sala della _Quistione_, che era
dove si giudicavano dal Castellano tutti i rei di gravi delitti, ed
ordinò che quivi pure si conducesse quel terzo preso vivo e sano. Così
fu fatto. In un momento venne sgombrato il baluardo, spente le fiaccole,
mandato ordine alle Rocche ed al Porto, ove quel rumore nato nel Forte
aveva eccitato un generale movimento, che tutti si rimanessero ai loro
posti in quiete, ed ogni cosa venne racquetata come era da prima.

Gian Giacomo, al battere de' tamburi sorto dalle coltri, s'era armato
prontamente, e saputo da' suoi sergenti essere causa di quella chiamata
all'armi alcune grida uditesi alle mura, accorreva quivi anch'esso
unitamente ad Agosto suo fratello, a Volfango, al Borserio, al Mandello
venuti tostamente intorno a lui; ma giunto appena a metà del cortile,
s'incontrò nel Pellicione, in Gabriele e ne' soldati che discendevano
recando due uomini a spalla, e tenendone strettamente afferrato un altro
di feroce cipiglio, e coi panni lacerati e sanguinosi. Subito che ebbe
udito in brevi parole l'accaduto, fu preso tosto da forte sospetto che
quello fosse stato l'esito d'una trama de' suoi nemici, e divenne cupido
oltre modo di scoprire in ogni parte l'arcano per trarne alta vendetta.
S'avviò quindi alla sala della _Quistione_ ove entrarono i principali
Capitani, Gabriele e Maestro Lucio, essendone rimandati i soldati con
ordine di tenere secreto quel fatto e vigilare attentamente alle scolte.

Pria che s'incominciasse il giudizio, vennero quivi sej robusti sgherri,
sbracciati e pronti ad eseguire ad ogni cenno quegli atti atroci che
costituivano parte integrante della penale giustizia di que' tempi, non
solo ne' castelli de' feudatarii e de' piccioli Signori, o piuttosto
tiranni di terre e paesi, ma eziandio nelle città più vaste dei reami e
degli imperii.

La sala della _Quistione_ era un'ampia stanza quadrangolare, la cui
vôlta era sostenuta da grossi e ruvidi pilastri; non avea finestre; solo
vi si vedevano due porte, l'una che da uno stretto corritoio metteva
quivi entro, l'altra, chiusa da grandi spranghe di ferro, che dava
ingresso ad un carcere sotterraneo. Gli arnesi ch'ivi si trovavano erano
una gran lampada che pendeva da un anello fitto nella volta, un tavolo,
una sedia a bracciuoli, altri sedili grossolanamente tagliati, un gran
braciere di ferro per accendervi carboni, catene, corde, randelli e
cavalietti, stromenti tutti che s'usavano per tormentare.

Stesi a terra l'uno accanto all'altro il ferito e l'ucciso, e messo
l'altro in salda annodatura, venne accesa la lampada e collocato sul
tavoliere l'occorrente per iscrivere, al che fare s'accinse il Mandello,
siccome l'uno dei più istrutti; quindi il Castellano, assisosi in mezzo
a' suoi, si fece condurre innanzi quello incatenato, e misuratolo dello
sguardo dalla fronte ai piedi, senza che desso mutasse punto di suo
audace e feroce portamento, gli domandò con voce severa: "Chi sei?" ed
ei rispose: _Sono Marco Spinaferro_.--Di qual luogo?--Milano.--Quando
venisti in questo Castello?--_Ci sono entrato ieri col seguito di quei
signori_ (ed accennò Volfango e Agosto Medici)--Con chi eri tu?--_Con
Ambrosio Bina e Antoniotto Gorano._--Sono quei due colà giacenti?--_Essi
stessi._--Per qual causa sei qui venuto?--_Per ucciderti_", esclamò con
tuono più fermo e con un lampo di rabbia e di minaccia in volto: tutti
fremettero di sdegno, ma il Castellano freddamente proseguì: "Chi t'ha
mandato?--_Nessuno._--Mentisci; tu non mi conoscevi; palesa chi fu
quello che t'ha dato tal ordine?--_Nessuno._--Morirai nei tormenti se
non rispondi il vero: da chi fosti spedito?--_Da nessuno, ripeto_".

Gian Giacomo accennò agli sgherri, e questi attaccarono tosto Spinaferro
alla corda: pria che s'incominciasse la tortura, il Castellano gli
ripetè più volte la richiesta, da chi avesse avuto il comando di
togliergli la vita, ma non ne ottenne alcuna risposta, nè gli squassi e
lo slocamento di tutte le ossa valsero a trargli alito mai dalla bocca
che sordi lamenti. Fu calato dalla corda: e benchè avesse pel tormento
perduto il vigore di reggersi, non gli fu dato che breve riposo, perchè
Gian Giacomo volle in sua presenza assumere tosto ad esame anche il
Cancelliere e Gabriele, onde tentare almeno di venire in chiaro del
fatto.

Eccolo in breve come risultò dalle deposizioni di Maestro Tanaglia, che
ebbe tanta parte a suo mal costo in quell'avvenimento, e che lo stesso
Spinaferro confessò per vero. Entrati che si furono i tre congiurati nel
Castello frammisti ai seguaci de' due ambasciatori di Gian Giacomo,
penetrarono con essi inosservati nel Forte, e vi si tennero celati sino
al principiare della sera. Quando si fu oscurato il giorno, si fecero da
un soldato guidare alle camere di Messer Lucio, che il Bina conosceva di
persona per essergli stato scolare, e sapeva trovarsi in quel Castello
nella qualità di Cancelliere: là pervenuti gli si appalesarono per tre
nobili Milanesi fuggiti dalla patria per la persecuzione degli
Spagnuoli, ed astretti per trovare salvezza a rifuggirsi a Musso, e
circondandolo caldamente lo scongiurarono a volerli quella notte stessa
condurre alla presenza di Gian Giacomo, onde intercedere da lui di
essere ammessi a militare sotto la sua bandiera in qualità di capitani
di ventura. Maestro Tanaglia, al quale riusciva incomoda e disgustosa
quella visita, ed a cui quella pressa sembrò strana e artificiosa,
rifiutossi d'accedere alla loro richiesta, e ciò fece principalmente
perchè temeva gravi rimproveri dal Castellano se avesse osato condurgli
innanzi di notte que' tre stranieri che s'avevano certe faccie sinistre,
che più le andava esaminando, più gli apparivano di cattivo augurio.
Infatti appena ebbe espressa la sua negativa, i tre Milanesi lo
guardarono con tali occhi cagneschi facendo certi atti di secreto
accordo, che desso dovette affrettarsi per calmarli ad addurre come
causa di suo rifiuto che il Castellano soleva in certe ore della notte
recarsi sul baluardo. Allora quei tre gli chiesero che li guidasse ad un
sito ove potessero scontrarsi in lui, ma inosservati, perchè non
volevano che altri s'accorgesse di loro. Tanaglia, affannato di vedersi
incalzato in tal modo, rispose che anche ciò era impossibile perchè il
Medici usciva dalle sue stanze per una secreta porta che s'aveva
comunicazione sotterranea coi baluardi, e che di là rientrava poscia
nelle sue stanze istesse, e guardi il cielo se alcuno avesse ardito
mostrare di conoscerlo quando percorreva da solo notturnamente il Forte
o le Rocche. L'uno di que' tre, e precisamente Spinaferro, fece un cenno
della mano agli altri due, e tutti insieme sfoderarono i pugnali e
furono addosso a Maestro Tanaglia, e puntandoglieli al petto lo
obbligarono a dire ove fosse l'entrata della scala sotterranea che
metteva capo alle stanze del Castellano: il Cancelliere che s'aveva
inteso un giorno narrare che quel rialzo che esisteva sul baluardo
presso la torre copriva una secreta strada, ignorando però che dessa
quella fosse realmente che scendeva all'indicato luogo, spaventato e
tremebondo, palesò quanto sapeva: i congiurati l'afferrarono tosto
strettamente e il forzarono, minacciandolo di morte, a seguirli
indicando la via che conduceva al baluardo. Tanaglia già più morto che
vivo tentò ogni mezzo di persuasione per farli desistere da
quell'impresa, ma strascinato a forza e sempre colle punte alla persona
dovette discendere, passare lungo il porticato del cortile, ove sperò
invano d'incontrare soldati, e gli fu forza salire dalla torre al
baluardo, ove quanto sia avvenuto è già noto ai nostri lettori.

Nel tempo che Gian Giacomo ed i suoi Capitani udivano con sorpresa ed
isdegno la narrazione delle particolarità d'un sì ardito ed iniquo
attentato d'assassinio, cui il truce viso, l'audacia e la costanza di
Spinaferro nel tacerne tra i più crudeli dolori la vera cagione motrice,
davano aspetto d'un fatto straordinario d'alto ed importante interesse,
gli sgherri che stavano d'intorno ad Ambrogio Bina, che il colpo dato
dal Pellicione aveva lasciato per lungo tempo privo de' sensi,
annunziarono che andava riprendendone l'uso e che proferiva chiare
parole. Sperarono tutti che costui, siccome affievolito del corpo, il
sarebbe stato anche dello spirito, nè avrebbe avuta la forza e
l'ostinazione del silenzio di Spinaferro, ma svelerebbe l'origine, la
causa e gli ordinatori di quel misfatto che ad ognuno stava sì a cuore
il conoscere. Non potendosi però Bina sollevare da terra, s'alzò il
Castellano e gli altri seco, e gli si portarono d'intorno.

Interrogato del nome suo e dei fatti già esposti, rispose conformemente
al compagno; ma quando si venne al chiedergli di palesare da chi
s'avessero avuto il comando di recarsi colà per torre la vita al Medici,
tremò, si confuse e tacque, Gian Giacomo, preso da estrema rabbia,
ordinò gli si strappassero le carni con ferri roventi se puntigliavasi
più oltre a tacere quel secreto: ad un tratto ardenti carboni
rosseggiarono nel braciere, entro cui vennero collocati bidenti uncinati
di ferro: si denudarono al Bina il petto e le spalle, e due sgherri gli
si accostarono scuotendo colla destra i grafii arroventati. Alla vista
di quei tremendi arnesi di martirio che stavano per lacerarlo, non potè
il Bina resistere, e invocò si sospendesse il tormento che direbbe il
tutto. A queste sue parole s'udì uno scroscio di catene e il grido di,
_taci, traditore_, che Spinaferro emise scuotendosi furiosamente, e
tentando di gettarglisi addosso, ma gli sgherri lo strinsero più
saldamente fasciandogli con un lino la bocca. Un freddo sudore, un
impallidimento mortale coprirono il volto di Bina, che tre volte tentò
parlare e tre volte si tacque, sin che ferito da una graffiata rovente,
"Ohimè! gridò, dirò tutto, dirò tutto benchè i miei figli debbano pagare
colla vita queste mie parole: io gli avrei fatti ricchi se il colpo non
andava fallito: essi stanno nelle mani di quello che ci comanda... non
il signor Duca, quell'altro di... Oh Beata Vergine della Scala,
soccorretemi! il demonio mi strangola perchè do la morte ai miei
figliuoli... e ho giurato di non parlare... soccorso... soccorso... mi
ha preso il collo... mi stringe... mi strozza..." A tal punto un
gonfiamento assai visibile della gola gli tolse la voce; esso portò
quivi le mani in atto di tentare d'allargarsi un capestro o strettoio
che il serrasse, stramazzò quindi convulso battendo il capo con forza
sul pavimento; venne rialzato e trattenuto, ma gli si rovesciarono le
orbite degli occhi, gli spumeggiò di bava e sangue la bocca; e
soffocando spirò.

Alla vista di sì atroce scena restarono compresi d'orrore anche gli
animi più duri di quegli uomini fieri: un terrore secreto si sparse ne'
loro cuori, perchè le parole e la causa ignota della morte di Bina li
persuase che fosse dessa veracemente l'opera d'una mano invisibile che
punisse in lui un enorme peccato con cui avesse provocata l'ira divina.
I Capitani, ammutoliti e aggruppati in diversi atteggiamenti d'intorno
al Castellano, contemplavano con occhio atterrito quel deforme cadavere.
Gabriele, fattosi da un canto, ritraendo lo sguardo da quello spaventoso
e ributtante spettacolo, gemeva come se avesse l'anima oppressa da un
sogno fatale. Il Cancelliere stava per svenire, teneva gli occhi
immobili ed era freddo come un morto: ei non sapeva in qual mondo si
fosse, ora gli ritornava alla mente il pericolo corso d'essere ucciso da
quei tre, e li voleva puniti, ora facea riflessione ai loro tormenti, e
gli parevano eccessivi; pensava quanto esso stesso avea arrischiato
d'essere preso in sospetto di traditore, e quindi trattato a quel modo,
e s'immaginava i casi futuri e paventava di modo che il suo spirito era
un caos di terrori, di paure e di funeste aspettative.

Pel primo Gian Giacomo riprese la consueta sua fredda apparenza:
qualunque fosse la brama che s'avesse di mettere a luce quell'arcano,
pensò essere prudente consiglio di più non insistere per iscoprirlo:
pronunciò all'orecchio d'uno degli sgherri alcuni secreti comandi, indi
fece aprire la porta di quella sala della _Quistione_ e ne uscì assieme
a tutti i suoi.

Sebbene spuntasse appena il giorno, mandò a risvegliare l'abbate di
Frustemburgo parroco del Castello, e fece sonare le campane della Chiesa
nella Rocca di Sant'Eufemia per far celebrare immediatamente la Messa,
il che venne eseguito con gran concorso di Capitani e soldati, i quali
tutti si recarono poscia ad assistere a più solenne celebrazione nel
tempio maggiore di Musso. Furono distribuite elemosine ai conventi
d'intorno: per cui si sparse una vaga voce d'uno strano avvenimento
accaduto nei Castello, ma non se ne conobbero mai bene nè gli autori, nè
la causa, nè il fine. I tre congiurati assassini vennero sepolti
nascostamente nel sotterraneo, e tutti gli animi si rivolsero ai fatti
più importanti che si preparavano, la cui aspettativa era quivi di
massimo e generale interesse.



                              CAPITOLO SESTO.

     Il dì seguente allorch'aperte sono
       Del lucido orïente al sol le porte,
       Di trombe udissi e di tamburi un suono
       Onde al cammino ogni guerrier s'esorte.
       Non è sì grato ai caldi giorni il tuono
       Che speranza di pioggia al mondo apporte,
       Come fu caro alle feroci genti
       L'altero suon de' bellici instrumenti.
             TASSO, _G. L._, C.° I.°


Sul finire di quella burrascosa notte in cui storditi e confusi
dall'inaspettato assalto del formidabile abitatore della rupe di Nesso
lasciaronsi strappare dalle mani la preda che tenevano di sì certo ed
importante possedimento, Alessandro Gonzaga ed i suoi armati giunsero
colla nave rotta e sconquassata dal vento e dalle onde alla vista di
Como. Scorto che fu dalla città l'inalberato vessillo Ducale, venne dato
di subito ordine a varie navicelle che s'affrettassero a recare soccorso
a quel legno che mostravasi in manifesto pericolo, poichè vedevasi il
suo bordo radere a filo le acque, e i rematori affaticarsi invano per
vincere l'impeto del vento che aveva rapidamente cangiata direzione.
Quando rimorchiata da freschi e robusti remiganti giunse la nave in
porto, il capitano Gonzaga sceso a terra, e ordinato a quartiere il suo
drappello, recossi prontamente al palazzo del Governatore della città
onde narrargli tutto l'occorso, e procurare di giustificare in
quell'evento la propria condotta, ciò che ad esso lui forte premeva,
poichè il Governatore era in obbligo di tenere esattamente istruiti con
doppio rapporto la Corte Ducale e il De Leyva d'ogni avvenimento
relativo alla guerra col Medici, la quale era tenuta per affare di sommo
momento, ed a cui stava rivolta l'attenzione dell'intera Milano.

S'aveva allora Como per governatore il cavaliere spagnuolo _Dom_ Lorenzo
Mugnez Pedraria, successo in tal carica a Federico Bosso, e nominatovi
dal duca Francesco Sforza per consiglio, o, diremo meglio, per espresso
comando di Antonio De Leyva, che, come s'intese, era Generale supremo
delle forze di Carlo V in Lombardia. Importava assaissimo a questi che
la città di Como, considerata per una delle piazze più forti, e che
aveva avuta decisa influenza nelle ultime contese tra il Ducato e
l'Impero, si trovasse nelle mani d'un suddito dell'Imperatore per farla
affievolire e decadere, poichè di tal modo qualunque avvenimento nascere
potesse per l'avvenire, era pur sempre una città che avrebbe opposto
minore ostacolo ad essere conquistata e sottomessa, e un gran punto
d'appoggio per le consecutive militari operazioni. La scelta fatta dal
De Leyva della persona del Governatore serviva mirabilmente al suo
scopo, imperciocchè in tutti i vasti possedimenti del Monarca Spagnuolo
al di qua e al di là del mare non eravi vassallo la cui fedeltà si
potesse asserire più intera e incorrompibile di quella di _Dom_ Lorenzo
Mugnez Pedraria.

Era questi uno di quegli uomini che si potrebbero dire nati colla scala
delle dignità e delle gradazioni sociali stampata nel cerebro, per i
quali diventa natura il sottomettersi ciecamente ai voleri delle
autorità superiori e l'esigere d'essere nell'egual modo dagli inferiori
ubbediti: era desso in somma l'uno di que' tali che _por ordinacion de
su Magestad_ sarebbe saltato a piè pari in una voragine o in un forno,
ma v'avrebbe fatto saltare altresì il più prossimo parente od amico se
così gli fosse stato imposto.

Fra le segrete istruzioni che vennero date dal De Leyva a _Dom_ Lorenzo
Mugnez appena fu nominato Governatore, la principale era quella di
sguarnire Como di difese, e guastarne e demolirne il più ch'ei potesse
le fortificazioni, compiendo però tutto questo di maniera tale che
apparisse fatto a solo interesse del governo del Duca, adducendone
sempre motivi che valessero a togliere dall'animo dello Sforza ogni
sospetto di causa opposta al proprio vantaggio. Infatti, dopo brevissimo
tempo da che Mugnez Pedraria era Governatore, accadde che Gian Giacomo
Medici, vinta e sconfitta la flotta Ducale, pervenne colle proprie navi
sotto le mura di Como, mise a fiamme i sobborghi della città, e per poco
stette non si rendesse assoluto padrone della città medesima. Colse
tosto occasione da quel fatto il Governatore, che bramosissimo era di
dare esecuzione ai comandi del De-Leyva, ch'ei riguardava come sola
legittima autorità a lui superiore, e riferì al Duca che la sicurezza
della città da esso governata richiedeva che si atterrassero tutte le
opere forti esteriori, ed in ispecie il Castello, poichè avendosi
moltiplicate prove dell'audacia e dell'abilità del Medici
nell'impossessarsi delle Rocche le più diligentemente custodite, siccome
aveva fatto di quelle di Chiavenna, di Morbegno, di Lecco, di Perego e
di Incino, era da temersi che con qualche stratagemma potesse giungere
ad ottenere anche le fortezze che contornavano Como, da dove avrebbe poi
facilmente colle artiglierie costretta la città ad arrendersi; opinava
quindi essere prudente ed utile partito lì concentrare le forze dentro
le mura della sola città, dando tosto mano all'atterramento di tutte le
esterne fortificazioni. Il De-Leyva chiamato dal Duca a consiglio
sostenne con tutto il suo potere l'avviso del Governatore, e il Duca, o
fosse che rimanesse convinto delle ragioni addotte nella proposta, o più
probabilmente stimasse inutile l'opporvisi, sperando ben anche
coll'acconsentire d'ottenere in quella guerra maggiori e più costanti
rinforzi di truppe Imperiali, rescrisse a _Dom_ Lorenzo Mugnez operasse
quanto meglio stimava opportuno alla difesa della città a lui affidata.
Appena lo Spagnuolo s'ebbe nelle mani tale consenso, impiegò quanti potè
soldati e popolo a smantellare pel primo il Castello Baradello, antico e
famoso Forte che sorgeva a ponente della città sovra una altura, e di
cui si vede tutto giorno unico avanzo una quadrata torre, ch'è quella
stessa in cui morì rinchiuso entro una gabbia di ferro il Milanese
guerriero Nappo Torriano che, vincitore de' Comaschi in tante guerre,
cadde alla fine lor prigioniero nella battaglia di Desio, e fu da essi
per vendetta fatto in sì barbaro modo miseramente perire. Come il
Baradello vennero distrutte le rocche, i ridotti e i baluardi che
munivano a qualche distanza quella città, e colle ruine e le macerie ne
furono colmi i fossati. D'uopo è però dire che per rendere più
verisimile agli occhi del Duca la cagione di quel disfacimento, ed
eziandio per non rimanersi affatto scoperto ed indifeso, stante la
minacciosa vicinanza del Castellano di Musso, furono dal Governatore
fatte restaurare ed afforzare le mura e le torri che cingevano
immediatamente la città dal lato del lago, dove il bastione era guasto e
cadente per gli infiniti colpi a cui era stato meta nei tanti quivi
tentati assalti.

Il governo però che _Dom_ Lorenzo Mugnez Pedraria esercitava sui
Comaschi non era duro troppo nè gravoso, avuto riguardo alle circostanze
dei tempi: voleva che nessuna resistenza s'opponesse a' suoi cenni,
nessun ostacolo od indugio si frapponesse all'esecuzione degli ordini
che venivano da lui emanati, esigendo che gli uomini di tutte le classi
indistintamente li eseguissero, ma siccome ei non era per se stesso nè
capriccioso, nè spogliatore, nè iniquo, manteneva in Como un regime
equabile e scevro di que' tirannici e mostruosi eccessi di cui erano
stati sì feraci i tempi del Bosso e del Martinengo. Ciò poi che faceva a
tutto suo vantaggio piegare la bilancia di confronto co' due suoi
accennati predecessori, si era la castigatezza esemplare de' suoi
costumi, per cui non solo rispettava egli stesso, ma costringeva gli
altri tutti ad avere scrupoloso riguardo alle donne ed alle fanciulle
altrui, nessuna colpa sì severamente multando quanto quelle che in cose
di tal fatta si commettevano. Dicevasi che nella sua giovinezza avesse
seguiti i costumi alquanto liberi e gentili del Duca di Medina-Celi,
sotto il cui comando aveva militato, ma venuto poscia in Alemagna alla
Corte di Carlo, e vedendo che l'Imperatore, tutto involto in teologiche
disputazioni, ne aveva sbandita ogni galanteria, s'accasò immediatamente
con _Dona_ Graciana, figlia del conte di Vandesten di Anversa, e non
affisò più mai lo sguardo se non accigliato in volto ad altra femmina.

La severità del Governatore, sebbene non valesse a por argine a tutti i
disordini cagionati dalla sfrenata licenza della soldatesca, giovò non
per tanto sommamente agli abitanti di Como, perchè essendo la città a
molte riprese piena d'uomini d'armi la maggior parte Spagnuoli
inclinatissimi ad ogni libidine, oltre la roba che questi giornalmente
al popolo consumavano, oltre il fastidio che dell'albergarli arrecavano,
e la necessità in cui ponevano di concorrere i doviziosi colle sostanze,
i poveri coll'opera al rintegramento della flotta, alla compera delle
armi e delle salmerie, avrebbero eziandio date gravissime molestie
d'altro genere e commesse le più odiose e crudeli violenze, se alcuni
potenti cittadini Comaschi non avessero ottenuto col mezzo del Pedraria
clamorose soddisfazioni a simili ingiurie.

Il Governatore albergava in un palazzo che s'avea l'aspetto di Castello
abbellito da varii fregi e dagli stemmi ducali e del municipio, e
sorgeva a mezzodì della città poco lungi da Porta Torre: all'entrata di
esso stava sempre a guardia un corpo d'alabardieri Spagnuoli, e un
drappello di Micheletti pronti ad eseguire quanto fosse necessario per
fare rispettare gli ordini e le leggi.

Allorquando entrò Alessandro Gonzaga in quel palazzo, il Governatore
trovavasi in una delle interne sue sale, ove stava tutta raccolta la di
lui famiglia, imperciocchè era l'ora del _distillado_. Chiamavasi con
tal nome una bevanda d'uso comune a que' tempi tra i ricchi
Spagnuoli[11], la quale veniva composta di essenza di drogherie
consumate negli spiriti, e stillata nell'acqua frammista allo zucchero:
ed era costume il prenderla il mattino da tutte le persone della stessa
famiglia riunite insieme, la quale usanza è praticata tuttogiorno in
alcune città per bibite d'altra specie. La sala del _distillado_ era
addobbata con arazzi fiamminghi: in mezzo ad essa vedevasi sopra un
tavolo, coperto da ricco tappeto, un gran vaso d'argento che conteneva
l'odoroso liquore, e avanti a ciascuno de' seduti stava collocato un
alto calice di cristallo entro cui veniva versata la bevanda. Dom
Lorenzo Pedraria era quivi assiso in un gran seggiolone: grande e magro
mostravasi di corpo, i di lui capelli, che incominciavano ad incanutire,
vedevansi corti e smozzicati, ad eccezione d'un picciol ciuffo che gli
stava ritto sulla fronte; portava un ampio elevato collare, ed il suo
viso, scarno e improntato d'un'aria grave imperiosa, andava distinto da
due mustacchi e da un fiocchetto di pelo sul mento, tagliato in forma
triangolare, ch'era alla moda del re Dom Filippo. A fianco a lui da
destra stava Donna Graciana, nel cui pingue e imponente aspetto appariva
tutto il _sussiego_ che conveniva alla moglie d'un _hydalgo_, d'un
governatore: aveva dessa d'intorno al collo ornamenti di pietre di gran
valore, ed il suo abito nero a larghe maniche era adornato di pesanti
ricami in oro; presso ad essa stava una sua giovinetta figlia, la cui
bionda capigliatura rilevata ed intrecciata di perle consuonava
mirabilmente colla singolare bianchezza del suo volto: gli abiti di lei
non erano meno ricchi di quelli di sua madre. A sinistra del Pedraria
sedevano Diego e Fernando suoi figli, ardenti, leggiadri ed orgogliosi
giovani che aspiravano ai primi gradi della milizia e che avevano già
cinto il fianco della lunga spada Ibera. Nè mancava in quel convegno
quegli che aveva la spirituale supremazia nella famiglia: stava desso a
capo al desco in contegno umilmente fiero, e dalla foggia dello
scapolare e dalla bianca tonaca che indossava appalesavasi un monaco
dell'ordine dei Domenicani.

[Nota 11: _Lopez Her. Hisp. mor._]

Al momento della venuta colà del Gonzaga regnava quivi perfetto
silenzio, perchè il Governatore, mentre andava vuotando a sorsi il suo
calice di _distillado_, leggeva con somma attenzione frammista a
sorpresa un foglio che teneva nella destra e che gli era stato recato
pochi istanti prima da un messaggiero giunto da Milano. Al rumore dei
passi fatto dal Gonzaga nell'avanzarsi, levò gli occhi di sfuggita, e
appena vedutolo, gli fece una dimostrazione giuliva del volto indicando
essere desso appunto la persona che in quel momento desiderava: scorse
rapidamente le ultime linee del dispaccio, e vuotato d'un fiato il fondo
del bicchiero, il depose sul tavolo, s'alzò, e fattoglisi incontro,
"Avrei mandato, disse, in questo istante a ricercare di lei, signor
Capitano, se per buona sorte non si fosse ella stessa recato in palazzo:
ho a comunicarle un ordine pressantissimo del signor Duca e
dell'Eccellentissimo signor Generale, che mi è pervenuto brevi minuti
sono, e che si è della massima importanza". Ciò detto, chiamò i servi ad
alta voce, salutò della mano la sua famiglia, e preceduto da due paggi
che spalancarono le porte, entrò col Gonzaga in una camera di poca
dimensione, occupata in gran parte da uno scrittoio ornato d'arabeschi
dorati e tutto ingombro di libri, di carte e di fogli stampati, al di
sopra del quale vedevasi in un gran quadro il ritratto in piedi di Carlo
V coll'abbigliamento guerresco, avente sul petto una collana in cui
tenevano luogo di gioie gli stemmi di tutte le provincie del suo impero.

Il capitano Gonzaga, tosto che si fu quivi adagiato, pria che il
Governatore prendesse la parola, disse doversi a lui perdonare l'essersi
recato in sua presenza colla corazza e coll'abito soldatesco lordo e
disordinato, poichè era venuto esso pure premurosamente, e appena tocca
terra di ritorno da una perigliosa e sfortunata spedizione onde
dargliene pronto ed esatto ragguaglio. Il Governatore l'invitò a narrare
tosto l'evento, ed esso raccontò la presa da lui fatta del fratello e
del cancelliere del Castellano di Musso, ponendogli poscia l'avvenuta
loro liberazione sotto l'aspetto il meno che potè obbrobrioso pel
proprio valore e per la propria vigilanza. Fece esagerato novero delle
forze e del numero degli assalitori da cui si disse sorpreso nel più
forte incalzare della tempesta, e ad irrecusabile scusa di sua sconfitta
nominò siccome capo di quella masnada Falco di Nesso, il cedere al quale
non era intero scorno anche ai più esperti Capitani d'armi.

Dom Lorenzo Pedraria quand'ebbe udito con faccia scura e meravigliata
tutta la narrazione del Gonzaga, scosse il capo lentamente, animando il
volto d'un misterioso sorriso; e "Speriamo, rispose, signor Capitano,
che questa sarà l'ultima che ci fanno, e che il Medici e i suoi banditi
non avranno più gran tempo da rimanersi nei loro ripari e molestare con
ruberie ed assassinii gli abitatori di tanto paese d'intorno, come pur
troppo avviene da qualche anno, contro l'intenzione del signor Duca e
dell'Eccellentissimo signor Generale. Ora è preciso volere della Maestà
dell'Imperatore (e rizzossi in piedi inclinando il capo nanti il
ritratto, indi si riassise) che il dominio Ducale sia libero da tali
masnadieri, vengano dessi cacciati in paese straniero, o presi e messi a
morte. Bene adunque comprende, signor Capitano, che avendo i soli
desiderii, non che gl'imperiosi voleri d'un tanto monarca ottenuto
sempre prontissimo e pieno soddisfacimento, andar guari non può che
eziandio questa espressione della suprema volontà sia completamente
adempiuta; onde i felloni incalzati e stretti dalle gloriose armi sue
congiunte alle Ducali ed a quelle della Lega de' Grigioni, dovranno
cercare salvezza in precipitosa fuga, o perdere con meritata pena la
vita".

Così dicendo pose con gravità sott'occhio al Capitano il pervenutogli
dispaccio, improntato al piede da due grandi suggelli, l'uno del Duca,
l'altro del De Leyva. Conteneva desso primieramente a modo d'informativa
essere volontà di Carlo V si riducesse il Medici all'obbedienza o il si
sterminasse; seguiva l'ordine al Governatore ed al Gonzaga, che
capitanava le bande ch'erano allora in Como, dessero immediata mano ad
allestire ed accrescere la flotta disponendola a tutto punto per uscire
a combattimento; aumentassero le vettovaglie, facessero accatto d'armi e
munizioni, e disponessero magazzini per riceverne in gran copia da
Milano: chiudevasi lo scritto coll'annunzio che tra pochissimi giorni
sarebbero giunti in Como un Commissario del Duca per la suprema
direzione dell'armata, uno di Spagna, ed uno degli Svizzeri con gran
numero di soldati e d'artiglierie.

A tenore di tali comandi non vi fu veglia o fatica a cui perdonassero,
sì il Governatore Pedraria, che il Gonzaga per dare compiuta esecuzione
a tutto il prescritto. I lavoratori vennero triplicati intorno alle
navi, che calefatate e munite d'ogni specie d'attrezzi, fecero ben tosto
in porto sontuosa mostra: i cittadini e quei del contado furono posti in
obbligo di pagare gravi contributi; i monasteri, i capitoli, le chiese
stesse non andarono esenti da grossi balzelli in granaglie o danaro da
pagarsi in misura de' proprii tenimenti. Le doglianze per tale enorme
aumento di tributi divennero nella Comasca popolazione universali e
risentite: già il progetto d'una aperta resistenza manifestavasi in più
luoghi, già il tumulto minacciava di farsi generale e imponente, quando
l'arrivo di quattrocento archibugieri spagnuoli guidati dal capitano
Alonzo Canto, ponendo in tema i più arditi e furiosi agitatori della
plebe, sedò e fece sparire ogni sintomo di ribellione.

Dopo quella prima banda giunse in Como Giovan Battista Speziano capitano
di giustizia e commissario generale del campo per il Duca; con esso lui
vennero da Milano i provveditori della milizia seguiti dai carri che
recavano vettovaglie, armi, foraggi sotto scorta di cinquecento e più
fanti d'ogni arma con varie bandiere di cavalli. Arrivò poscia il
Commissario di Spagna, e quello della Lega, indi un nuovo battaglione
d'archibugieri, due di lanzinechi, uno di bombardieri con molte
artiglierie, e finalmente un centinaio di _Lancie libere_, ch'erano così
detti que' giovani patrizii di Milano, o d'altre città soggette al Duca,
che si recavano a combattere per elezione, mantenendo sè, lo scudiero ed
i paggi col proprio danaro, vestendo svariate armature, e portando sullo
scudo, sul cimiero o la sopravveste quegli stemmi od _imprese_ che
meglio bramavano.

Poichè tutta l'armata si fu congiunta in Como, raccoltisi i Commissarii
nel palazzo del Governatore, chiamarono quivi a conferenza il Gonzaga e
gli altri principali Capitani per deliberare in pieno consiglio del modo
da tenersi nella distribuzione di quell'esercito, onde far seguire un
assalto generale contro le forze del Medici, perchè si voleva
annichilirlo, o sloggiarlo per lo meno da tutti i luoghi che possedeva.
In quell'unione d'uomini periti nell'arte della guerra per essere tutti
o condottieri d'armati o sovrintendenti agli eserciti, molti e discordi
essere dovevano i pareri in quella bisogna. Varii infatti furono i
progetti ed i piani di battaglia che vennero quivi proposti e discussi
talora con moderate, ma più spesso con caldissime parole. Coloro che non
s'erano trovati mai a giornata campale contro Gian Giacomo, siccome il
Commissario spagnuolo e molti de' Capitani di recente venuti in queste
terre d'Italia, opinavano che vincere e disperdere quel branco di
banditi, di cui esso era capo, fosse facile e certa impresa per tanti e
sì agguerriti armigeri, quanti erano quelli che si stavano in allora
colà disposti ad assalirli: essere quindi inutile macchinare a lungo
intorno il piano di guerra: non doversi che cercare il nemico e
combatterlo. Alessandro Gonzaga all'incontro, e molti altri Comandanti
di squadre che avevano più volte battagliato contro il Castellano, e ne
conoscevano la potenza, non cessavano dal far presente che desso era tal
uomo da dare una rigorosa lezione a qualunque esercito s'azzardasse
venire seco lui a zuffa disordinatamente e senza un ponderato e perfetto
accordo d'operazioni, ed in ispecial modo allora che trovavasi favorito
dal luogo e già in possesso delle più vantaggiose posizioni.

Dom Lorenzo Mugnez Pedraria appoggiò eloquentemente i detti del capitano
Gonzaga, ed asserì con tutta imponenza, che ogni cura era lieve, ogni
studio dovere, ogni sagrificio necessità allorchè trattavasi di
soddisfare i desiderii e il volere della Maestà dell'Imperatore, Re
delle Spagne e del Brabante, del serenissimo Duca e del Generale
supremo. Lo Speziano, commissario Ducale, uomo autorevole, accorto e
prudente, in mano del quale stava in quel momento la somma delle cose
concernenti la guerra, rimase ben tosto persuaso dell'importanza e
difficoltà di essa, e pose termine ad ogni differenza convenendo coi più
sperimentati, che si dovessero prendere tutte quelle accurate ed
opportune misure che valessero ad assicurarne prospero il risultamento.
Accedettero i dissidenti all'avviso dello Speziano sulla necessità
d'adottare un piano di battaglia, ma allorchè si diè principio a
discuterne le particolari disposizioni, vennero in campo tali ostacoli e
dispareri, che ne fu protratta oltre modo la definitiva conclusione. E
qui cade in acconcio il notare che per un Duce era più malagevole di
quell'età il condurre e disporre a generali fazioni alcune poche
migliaia di combattenti, di quello che a' nostri giorni non sia il
capitanarne un mezzo milione. De' nostri dì fitti battaglioni, immense
squadre di fanti e di cavalli s'avanzano, retrocedono, si volgono a
destra o a mancina ad un cenno, ad una parola di speciali comandanti che
tutti pendono pure da un segno, da un moto d'un duce supremo, il quale
stando a centro della grande massa armata imprime a tutte le parti di
essa un impulso unico, consentaneo, regolare. Tale assoluta
concentrazione di potere che s'emana con sì rapido ed ordinato
concatenamento di comandi opera è tutta della attuale soldatesca
disciplina e dei moderni militari istituti, condotti a perfezione dal
calcolo, dalla sperienza, dal genio dei sommi capitani di cui fu ricca
l'età nostra, in cui si videro e si mirano tuttora eserciti infiniti
essere mossi con maravigliosa agevolezza, e un numero immenso di volontà
e di forze venire spinte, frenate, dirette a desiderio d'una volontà e
d'una mente sola. Nei secoli trascorsi, benchè alle armate presiedesse
un capo supremo, i comandanti delle singole squadre che le componevano
non erano tutti così a di lui ordini sottomessi da eseguirli alla cieca:
alcuni vi si opponevano per orgoglio, altri per ignoranza, altri per
invidia o per odio, e ben di frequenti non era in podestà del Generale
il forzarli all'obbedienza, perchè la difettosa costituzione e la
tenuità dei governi degli Stati e degli eserciti dava facile accesso
alle rivolte, ai tradimenti, alle diserzioni; quindi avveniva che per
evitare difficoltà maggiori d'uopo era spesso pel primo duce piegarsi a
perfetto accordo co' suoi capitani e di tutto seco loro tenere
anticipato consiglio.

Così dopo avere ponderate diligentemente le circostanze, udite tutte le
voci, si venne in quella adunanza di Commissarii e di Capitani a
stabilire alla fin fine il seguente piano di battaglia.

"Ciascuna delle dieciotto grosse navi che stavano preste nel Porto di
Como verrebbe armata di quattro cannoni e porterebbe quaranta uomini
d'armi, cioè venti bombardieri e venti archibugieri, oltre dieci
rematori e un pilota; ad ogni nave presiederebbe un capo-bandiera, ad
ogni tre un capitano. Alessandro Gonzaga terrebbe il supremo comando
quale ammiraglio e generale di tutta la flotta.

"Questa partirebbe una prefissa notte per trovarsi sul far del giorno in
vista di Musso ove accetterebbe la battaglia se la flotta nemica stesse
parata in ordinanza a presentarla, o l'assalirebbe nel Porto medesimo
del Castello se non ne fosse ancora uscita.

"Alonzo Canto con cento Spagnuoli, quattro bombarde e due colubrine
andrebbe a bordo della flotta sino a Bellaggio, ove, messo a terra,
occuperebbe il promontorio postando le artiglierie in modo da impedire
il passaggio alle navi di soccorso che potessero essere spedite al
Medici da Lecco. Tridelberg con duecento lanzinechi, tre bandiere di
cavalli, cinquanta _Lancie libere_, movendo per la Brianza, andrebbe a
sorprendere Monguzzo difeso da Battista fratello del Castellano; mentre
Rinaldo Lonato con altrettante forze assalirebbe Lecco dalla parte del
ponte, per tentare l'uno e l'altro d'atterrirne e vincerne le
guarnigioni, impossessarsi delle Rocche, o togliere almeno ogni
possibilità ai nemici di comunicazioni e d'aiuti.

"Nel frattempo que' Grigioni (di cui, come dicemmo, si trovava in
quell'adunanza un Commissario) i quali stavano in grosso numero
accampati presso il Lago di Chiavenna, penetrando per le valli
secretamente, apparirebbero sull'alto delle montagne di Musso il mattino
stesso stabilito alla battaglia, recando quivi quel numero d'artiglierie
che meglio potrebbero pei difficili cammini dei monti trascinare, e di
là fulminando il Castello, e scendendo a squadre sopra Domaso,
Gravedona, Dongo, e sopra Musso stesso, cercherebbero penetrare nel
Castello se ne venisse il destro".

Chiaro apparisce da tale progetto di guerra ch'era pensiero dei Duci
spagnuolo-ducali d'assalire le forze di Gian Giacomo partitamente sui
diversi punti in cui si trovavano sparse, per isolare quanto più loro
fosse possibile quelle che si stavano con esso lui a Musso, contro le
quali dirigendo il maggior nerbo delle soldatesche con impeto vigoroso
verrebbero costrette a cedere per la disparità del numero, e la
contemporanea moltiplicità degli assalti. Essi supponevano inevitabile
dei due casi l'uno: o il Medici prevedendo l'inoltrarsi della flotta
Comasca uscivale allo scontro colla sua da Musso, e allora mentre il
combattimento era nel massimo calore impegnato tra le navi, i Grigioni
calando dai monti penetravano senza ostacolo nel Castello indifeso, e
fattisene padroni, toglievano ogni speranza di ritirata e di rifugio al
Castellano, le cui milizie, sminuite dalla battaglia, scoraggiate alla
vista della caduta del vessillo Mediceo dalle sue torri, sarebbero
compiutamente fugate e tagliate a pezzi dalla flotta vittoriosa: o Gian
Giacomo, conscio anche dello accostarsi de' Grigioni, non osava
abbandonare le mura del suo Castello (chè dividere le proprie forze già
scarse a tanto impegno nol farebbe, credevano, il più imperito de'
condottieri), e allora la flotta investendo quella fortezza dal lago, li
Svizzeri dai fianchi e dalla sommità battendo accanitamente da ogni
parte, la diroccherebbero e ne farebbero un mucchio di ruine, sotto cui
rimarrebbero sepolti gli ostinati difensori.

Quanto s'avverassero questi micidiali supposti, lo apprenderanno tra
poco i nostri lettori: che se tra questi mai vi fosse alcuno edotto per
lunga esperienza nelle cose della guerra, nella quale tanti uomini
vennero educati al principio di questo secolo, pensando e rammentandosi
quanto il caso, la fortuna e la destrezza abbiano impero, più che
sull'altre umane cose, sulle vicende dell'armi, potrà con giusta lance
ponderare le esposte ducali previggenze ed estimarne la probabile
riuscita senza scostarsi gran fatto dal vero.



                             CAPITOLO SETTIMO.

     _Gualtiero_. Ma dî, che fa Imogene?
         Mi è fida ancora? d'ogni nodo è sciolta?
     _Solitario_. Lasso... e pur pensi!
     _Gualtiero_.                A lei soltanto. Ascolta!
             Nel furor delle tempeste,
               Nelle stragi del Pirata
               Quell'imagine adorata
               Si presenta al mio pensier
               Come un angelo celeste
               Di virtude consiglier.
                   IL PIRATA, _Dramma_.


Rapida, rasente il lido una barca vogava alla volta di Musso prima che
la stella del mattino che brillava a filo delle nere vette dei monti
illanguidisse interamente nella luce della nascente aurora. Era la barca
di Falco in cui stavano con esso sei de' più fidi e valorosi tra' suoi
pirati da lui trascelti a commilitoni.

Sul breve margine arenoso che cinge il piede alla rupe di Nesso, due
donne, l'una all'altra d'accanto, miravano attente ed immote quella
barca che s'allontanava, nè di là si rimossero sin che non fu sparita
dietro gli sporgenti scogli della spiaggia, e sinchè non scomparve ben
anco dalla superficie delle onde la increspatura prodottavi dal battere
dei remi: allorquando le acque ridivennero piane ed oleose, nè giunse
più al loro orecchio la cadenza della voga, nè il bisbigliare dei
partenti tra loro, si mossero dal lido ponendosi a risalire a lenti
passi l'erto sentiero che guidava alla sommità della rupe. Erano Orsola
e Rina che discese dall'abituro ad accompagnare Falco al battello,
condotto colà dai compagni salitivi nella vicina Nesso, avevano a lui
dato un angoscioso ripetuto addio, poichè sapevano dover esso rimanersi
lontano assai più del consueto da che era divenuto Capitano di nave del
Castellano, come egli stesso aveva loro narrato ne' giorni antecedenti
appena si fu retrocesso da Musso.

In que' primi momenti di nuovo abbandono, mille pensieri tra consolanti
e tristi agitavano ad Orsola il cuore. Ora la di lei fantasia esaltata
per l'onorevole grado di che le ritornò fregiato il marito, e la cui
importanza ella non sapeva a se stessa ben definire, fecondando il
futuro di prosperi avvenimenti, si riempiva delle dolci illusioni di
potenza, di ricchezza, di vendette soddisfatte, di fortunato cangiamento
di sorte: ora la possibile necessità di questo stesso cangiamento le
incuteva una anticipata desolazione. Dolorosi pensieri le passavano
eziandio come lampi nella mente d'una sproporzione di stato tra lei e il
marito: Falco non era più il libero guerreggiante battelliero che dopo
avere spinta la sua temuta nave su tutte le acque e presso ogni lido del
lago, tornava colla preda alla patria rupe, unica meta de' suoi pensieri
e de' suoi fatti: esso ora s'aveva novelli rapporti di specie della
prima affatto diversi, il suo cammino rimaneva prefisso, le sue azioni
da un altrui comando dipendevano, quindi alla sede del potere che il
dominava tenere doveva rivolta la mente sua, e più nessuna attrattiva
s'avrebbero per lui, da sì importanti interessi divagato, la sua capanna
e la sua montagna. Orsola a tali idee sentì piombarsi in cuore un
sentimento di solitudine, che la prima fiata da che albergava colà le
fece rassembrare il suo casolare troppo isolato e discosto dalle
abitazioni degli altri terrazzani. Così trambasciata disse sempre
salendo alla figlia: "Vorrei, o Rina, che la nostra capanna si trovasse
più vicina alle case di Nesso, poichè anche tuo padre ha sospetto che il
rimanerci qui tanto solinghe possa esserci cagione di qualche sventura.
Egli adesso si starà molti e molti giorni in quel Castello di là su, e
noi ci rimarremo qui come perdute su questi scogli. Lo hanno fatto
Capitano di nave: ma forse che la sua vita sarà per tal modo più sicura?
O non sarà desso così esposto ai colpi d'un maggior numero di nemici? Ei
disse che verrà giorno in cui, scacciati dal lago tutti i Ducali,
scenderemo ad abitare un popoloso contado ove vivremo come castellane,
nè esso scorrerà armato pel lago fra rischii estremi... ma intanto...
egli è lontano... e noi qui sole..."

La voce d'Orsola s'affievolì a queste parole quasi non osasse proseguire
per tema di fare un'involontaria accusa al marito dell'averle
abbandonate. Rina nulla a lei rispose, se non che essendo allora giunta
sul piccolo piano ove s'alzava il loro abituro, soffermossi d'un tratto
perchè al di là del fosco dirupo vide sulle acque la barca del padre e
de' suoi compagni, e vivamente l'affisò mostrando di seguirla col
desiderio nel suo veloce corso; ma alzato lo sguardo per mirare verso il
luogo ov'essa era avviata, abbassò tostamente le pupille e rimase in un
atto di tenera mestizia. Col capo lievemente inclinato, colle nerissime
chiome che non ancora addirizzate ombreggiavanle le guancie, fatte
all'improvviso del candido colore dell'alba già sorta, e le ricadevano
morbidamente sul collo e sul seno, le cui perfette forme non erano punto
alterate dal corsetto e dal lino che il ricoprivano, coll'uno de' bracci
steso lungo la persona e l'altro raccolto al petto, essa rassembrava a
quelle angeliche sembianze che sogliono talora apparire ne' sogni di
un'anima che langue di pietà o d'amore. Ma questo pensieroso atteggiarsi
di Rina fu per dolore che l'assalì del lungo distacco del padre? fu per
consentimento all'agitata fantasia della madre? Ah no: esso palesava una
commozione del cuore più potente e secreta. Quante volte da breve
volgere di giorni mentre seduta sotto il vecchio castagno attendeva a
femminile lavoro, le rose del suo viso avevano subitaneamente
impallidito, l'ago s'era arrestato infitto a mezzo nella tela e i suoi
neri occhi parlanti erano rimasti fisi a lungo e immotamente al suolo!
Allora il suo spirito errava per le piagge del lago che gli alti monti
chiudevano al suo sguardo, allora l'immaginativa le creava un castello
ampio, sontuoso, fra tutti i di cui potenti abitatori però uno solo ella
scorgevane, d'uno solo le pareva distinguere i passi e le parole. Le
forme del giovinetto straniero le stavano incessantemente dinanzi,
poichè nulla che fosse bello e soave al cuore poteva avere per lei altre
sembianze che quelle di Gabriele, le quali avevanle infuso un sentimento
d'inesplicabile voluttà tanto per lei più puro ed arcano, in quanto che
sparita rapidamente la realtà dell'oggetto che ne era la causa, nella
impressione che in lei durava s'era frammista una melanconia che le
traeva l'anima soventi in quel vago misterioso della speranza, ove gli
affetti della terra sembrano tramutarsi nelle perenni gioie del cielo.

Distolse Rina dall'intimo immaginare la voce di Orsola, che pervenuta
alla capanna, dischiudendone la porta, esclamò: "Io m'ho il tristo
presentimento, e Dio voglia che si smentisca, che la venuta qua su di
quegli stranieri liberati da Falco ci debba essere cagione di qualche
gran danno! Ben ti sovvieni che per essi loro la comare Imazza perdette
l'unico figlio Grampo: chi sa quella maledetta vecchia quali stregamenti
ha fatto per vendicarsene. Il sole che sorge la coglie forse presso le
grotte della montagna intenta a fare sparire col suo bastone le orme
lasciate dalle unghie dei demonii che si saranno raccolti questa notte
intorno ad essa". Rina provò sommo spavento a tai detti, ed affrettossi
ad entrare nell'abituro rammentando alla madre che nè l'una nò l'altra
avevano ancora pronunciate le preghiere del mattino.

La barca di Falco correva intanto celeremente sulle onde. Stava desso
ritto presso la prora, appoggiato al suo moschetto, mirando i suoi
compagni pirati; due de' quali, che erano Trincone e Guazzo, remigavano,
e quattro stavano seduti ai lati del battello, tenendosi ciascuno
d'accanto il proprio archibugio. Questi, uomini tutti nerboruti e
infaticabili, mostravano visi fieri colla pelle arsa dal sole e dalla
polvere, vestivano casacche di lana di colore sanguigno serrate loro ai
fianchi da larghe cinture di cuoio, da cui risortivano impugnature di
coltelli e spuntoni; il loro capo era coperto da berrette brune pure di
lana, lunghe, ricadenti sugli omeri, sulle quali riponevano talora
larghi acuminati capelli che celavano ad essi metà del viso.

Il fresco soffio del Tivano agitava la nera capigliatura che in folte
ciocche usciva a Falco dalla rete d'acciaio; sui suoi vigorosi
lineamenti stava l'espressione d'una fiera compiacenza per vedersi con
que' suoi fidi e valenti seguaci avviato ad assumere il comando di
grossa formidabile nave da guerra e d'una squadra regolarmente ordinata
alla milizia. I suoi pensieri non spiravano che combattimenti, gloria,
vendetta: una pugna contro i Ducali era certa, l'angosciava solo il
dubbio che si dovesse frapporre lungo indugio ancora a disporla. Di tal
dubbio si fece a parlare calorosamente a que' suoi, e Negretto il
Tornasco, il più giovane ed il più astuto che vi fosse tra loro, il
quale aveva avuta soventi volte l'audacia di recarsi nei luoghi tenuti
dai Ducali, e persino in Como, e d'ivi frammischiarsi con essi, lo
accertò che impossibile si era si tardasse a lungo a dare una battaglia,
poichè già da varii giorni i vassalli del Duca venivano incessantemente
vessati onde fornissero tutto quanto era necessario ad assestare le
barche da guerra ed a far gozzovigliare i soldati, il che ei sapeva per
averlo udito e veduto nei sobborghi di Como, dove aveva dato mano a
varii barcaiuoli ad appianare coi remi le cuciture ad un commissario
delle gabelle che voleva asportare ad uno di loro la vela e gli attrezzi
che teneva nel battello. A questi detti, che rallegrarono sommamente
Falco, passò poco d'ora che s'aggiunsero tali novelle che sgombrarono
ogni ombra di dubbio dal suo spirito.

Superata ch'ebbe la sua barca la punta di Bellaggio, ne apparve
un'altra, che venendo dal ramo di Lecco prendeva la stessa loro
direzione. Volsero tutti l'occhio a quella banda guardando acutamente
per distinguere chi vi fosse dentro, e vi scorsero due rematori ed un
uomo in arnese non rozzo colle piume cadenti sulla falda del cappello.
Falco ordinò a' suoi s'accostassero a quella barca, dalla quale giunti
che furono a portata di voce, venne gridato replicatamente: "Medici",
cui essi risposero pronunciando lo stesso nome, e poscia la raggiunsero.
Riconobbe Falco in essa un suo antico conoscente, Daniello Perego di
Lenno, servo e soldato di Battista Medici, fratello del Castellano, che
si stava con buona scorta d'uomini a Monguzzo: "Addio, Daniello, gli
gridò tosto, ben tornato sul nostro lago; come sta il tuo padrone? e
come vanno le faccende nel vostro castello?"

"Oh ti saluto, mio caro Falco e la tua bella compagnia (rispose l'altro
che all'amichevole di lui parlare rinvenne dall'assalto di paura che il
veloce accostarsi d'una barcata di simil gente gli aveva cagionato). Il
signor Battista sta ottimamente, e le faccende di Monguzzo sono sempre
andate benone sinora".

"È molto tempo che non vedete i camicioni rossi?"

"Sono già mesi che si stanno lontani dalle nostre muraglie più che gli
scudi dalle mie scarselle; ma adesso suonano cattive campane, e pare che
il diavolo ci voglia dare da travagliare. È per questo appunto che vado
a Musso: le nostre spie sono tornate ieri da Como, ed hanno narrate
grandi novelle, che il signor Battista mi manda con una lettera a
partecipare al signor Castellano. Non saranno bagattelle, si parla di
migliaia e migliaia d'uomini: ne sono venuti da tutte le parti; a Milano
non c'è più un soldato, li hanno mandati tutti a Como per piombarci
poscia addosso".

"Che vengano pure: qui si hanno buone braccia per sostenerli, disse
Falco".--"E buone bocche per dar loro il ben venuto", gridarono i suoi
pirati accennando gli archibugi.

"Vi dico, amici, proseguì il messaggiero di Monguzzo, che deve essere un
macello per terra e per acqua come quello accaduto ai tempi del Matto.
Che botte abbiamo menate allora! ed i nemici erano gente di Francia:
sono ben certo che se ne verranno ora date di somiglianti, si troveranno
a mal partito anche gli Spagnuoli, gli Alemanni e tutti in somma i
Ducali, se pure non hanno la pelle più dura di quei _Monseigneurs_. Mi
pare di vederlo il Matto co' suoi Pievesi quando lì, presso la sponda
che abbiamo oltrepassata adesso di Bellano, assalì quattro navi zeppe di
soldatoni grandi e grossi che rassembravano torri di ferro, e in meno
d'un'ora non ne lasciò uno vivo. I pescatori di Rezzonico, di Dervio, di
Menaggio e di tutte le terre d'intorno, accorsi al luogo del
combattimento, avevano due giorni dopo tratte dall'acqua una cinquantina
d'armature che, sebbene foracchiate e peste qua e là, furono vendute
sino a quindici cavallotti l'una; e mi ricordo di più che molti di que'
cavallotti li vinsi io a picchetto nell'osteria della Rocca Rusca".

Alle parole del messaggiero di Battista Medici l'aspetto di Falco
apparve animato da un sorriso di feroce gioia; il suo spirito guazzava
anticipatamente nella strage: "Ah sian rese grazie al cielo, esclamò; ci
siamo una volta! Che tutti i cavallotti che hai truffati in tua vita, o
mio caro Daniello, ti possano ritornare duplicati nelle tasche senza
farti paventare la corda o la ruota, per la buona novella che mi hai
data! Si farà finalmente ripassare il filo alle spade e si accenderanno
le micie delle bombarde e dei moschetti. Vedi questa lama quant'è
offuscata dal sangue e dalla ruggine? (trasse, così dicendo, ed alzò
l'uno de' due pugnali che portava infissi nella cintura) Non ti pare che
si mostri in grande necessità d'essere arrotata e ripulita? Pure è gran
tempo che attendo l'istante di porla alla cote: ora finalmente il giorno
è venuto, e voglio farla divenire più tersa e lucente dell'acciaio d'una
lorica da parata. Ma dimmi un po', le porte del vostro Castello di
Monguzzo sono massiccie e ben foderate? Polvere e ferro ne avete quanto
basta per non patire nella disputa coi nemici lo scorno d'essere i primi
a tacere?"

"I nostri ponti levatoi[12] sono pesanti e sodi al pari di grosse
muraglie, ed abbiamo due sotterranei del Castello ripieni di polvere di
zolfo e palle che comperammo dai Veneziani. Però la migliore provvigione
pel caso d'assedio venne fatta da me. Con una banda di trenta de' nostri
bravi archibugieri mi diedi a girare il paese a dieci miglia d'intorno,
e fatti radunare quanti buoi, maiali e pecore ho potuti trovare, li ho
spediti al Castello, dove stanno in parte salati e affumicati appesi nei
cameroni, e in parte vivi e ben pasciuti nelle stalle per fornirci carne
fresca quando i Ducali ci toglieranno d'andare a pranzare colle belle
massaie dei siti vicini".

[Nota 12: È noto che il ponte levatoio rialzato per mezzo delle travi e
delle catene che il sostengono, chiude la porta a cui dà ingresso a
guisa di battente.]

"Anche a noi piacciono i buoni bocconi e le belle massaie, disse
Passamonte altro de' compagni di Falco; ma ora ci conviene cangiare il
fumo delle vivande con quello delle artiglierie, e gli abbracciamenti
dell'amorosa con quelli delle mani di ferro dei nostri nemici".

Così ragionando e remigando insieme giunsero le due barche in vista di
Musso. Daniello, che da gran tempo non era quivi stato, "Oh ohe! gridò,
guarda, guarda il porto del Castello! che rumore, che chiasso si fa colà
su! Ih che selva d'alberi e d'antenne! quante navi si stanno di fuori!
le scorribiesse, i battelli e le piatte non si ponno contare: s'io non
m'inganno, quel legno più alto ed ampio d'ogni altro, tutto ben dipinto
ed adorno, è il Brigantino del signor Castellano?"

"Sì è desso, rispose Falco, e giuocherà tra poco colle barche Comasche a
chi s'abbia più dure le costole".

Pervenuti alle muraglie del molo, vennero dalle barche armate in guardia
riconosciuti, e quindi lasciati entrare nel Porto, ove procedendo
lentamente frammezzo ai numerosissimi navilii, toccata la sponda,
balzarono a terra, e s'avviarono alla volta del portone del Castello.

Chi può narrare quanto fosse colà il trambusto, il subbuglio,
l'affollamento dei rematori, dei soldati, degli artieri, l'ire il redire
sulla strada, ne' moli, dentro e fuori della fortezza, il gridare, lo
spingersi, il richiamarsi? Ad ogni istante giungevano nuove barche, e se
ne vedevano venire da tutti i punti: si scorgevano per tutto gruppi di
soldati ed operai affaccendati in mille guise. Varii di essi con curli e
puntelli facevano rotolare verso la sponda grossi cannoni e falconetti
di ferro e di bronzo, che altri calavano a stento con corde e cinghie
dai gradini del porto e collocavano sopra zattere, appositamente
costrutte, che li recavano alle navi, verso cui dirigevansi pure altre
picciole barche cariche in parte di sartiame ed altri attrezzi navali, e
in parte di barili di polvere, e cassoni di palle, e ferramenti che una
mano d'uomini che discendevano dai magazzini della Fortezza portavano a
spalle e deponevano alla riva. Tra le grosse navi la sola che stavasi in
mezzo al Porto si era il Brigantino, le altre sette, che s'avevano
sembianza di vascelli del mare, erano state condotte al di fuori onde
non ne stipassero colla loro mole l'interno, impedendo il libero
transitare delle navicelle che recavano ad esse gli oggetti d'armamento.
Tutte portavano un grand'albero per le vele, s'avevano banchi laterali
per i rematori, erano munite di áncora, e sebbene racchiudessero un
ponte solo per le artiglierie, portavano otto cannoni da quaranta libbre
di palla, che gl'imperfetti metodi delle fusioni di que' tempi,
rendevano di peso maggiore di quelli che attualmente hanno un calibro da
sessanta.

Ognuna di queste navi aveva allora in faccende tutta la propria ciurma
per il caricamento: una parte di questa cogli argani e le gomene era
occupata a tirarsi dentro armi, casse, munizioni, levandole dalle
zattere e dai battelli che mano mano venivano inviati dal Porto; altri
affaticavano a riporle nelle batterie, sui carretti e calarle nella
sentina, e i più destri finalmente arrampicati sull'albero e per le
antenne, rannodavano le corde, le faceano scorrere per le puleggie,
ravvolgevano le vele e disponevano in somma tutto quanto indispensabile
riesce al governo spedito e sicuro d'un pesante navilio.

Venivano pure collocate bombarde e colubrine sulle Borbote e sulle
Piatte, che erano barche di mezzana dimensione, ma assai basse e quasi a
fior d'onda: le scorribiesse, le lancie, i navicelli non importavano
lavoro di sorta, poichè non erano destinati che a contenere drappelli di
schioppettieri, e di un corpo d'armati creato dal Medici, terribile
specialmente nelle guerre sui legni, che si era di guastatori ed
incendiarii.

Il Brigantino, opera, come accennammo, quasi maravigliosa dell'arte
delle fabbricazioni navali, si stava nelle acque del porto già in tutto
allestito e pronto al pari d'un arcionato destriero a slanciarsi nella
battaglia. Era desso un legno più ampio ed alto degli altri tutti, ma
costruito con sì perfetto disegno, che mostravasi tanto snello
all'occhio e leggiero, come lo era sommamente infatti a proporzione di
sua mole, che si sarebbe detto nel suo cammino non fendere ma survolare
alle onde: unico tra le navi del lago aveva due ordini di batterie,
guarnito ognuno di quattro cannoni e quattro colubrine, e portava cento
uomini d'armi e trenta rematori; pure, ad onta di tanto carico, era
stato fatto con arte sì fina, che ogni soffio d'aria il faceva
viaggiare, ed alla mano dei rematori e del pilota obbediva e volteggiava
con un'impareggiabile agevolezza. Dei venti e delle tempeste si prendeva
giuoco, poichè nel massimo fortuneggiare del lago soleva Gian Giacomo
uscire su di esso dal porto di Musso, e dirigersi e pervenire là ove
meglio gli andava a grado, con istupore sommo degli abitatori della
costiera che accorrevano a contemplarlo. Era sui fianchi dipinto d'un
colore rossiccio a bande nere, e sulla prora portava scritto il motto:
_Domine, salva vigilantes_. Conteneva una splendida stanza pel
Castellano che ne era il comandante, ed altre adorne camerette pei più
distinti capitani che vi salivano seco. Quando usciva a giornata, presso
all'albero di mezzo, sul quale spiegavasi il gonfalone Mediceo,
erigevasi un altare, al di sopra del quale s'attaccava la campana detta
la _martinella_; quivi dal Parroco del Castello in grand'abiti
sacerdotali facevansi continue preghiere onde ottenere dal cielo
prosperità e vittoria[13]. Nè una tale pia costumanza, imitata dall'uso
del Lombardo Carroccio, era stata da Gian Giacomo stabilita a solo
religioso fine: aveva desso calcolato ben anco quanto aumentasse
l'ardore dei combattenti, e gli eccitasse in caso di sconfitta a
disperata difesa il pensiero di far trionfare e di proteggere un santo
segno ed una sacra persona che stavano come palladio nel centro delle
schiere.

[Nota 13: Missalia, _Vita di G. G. Med._]

Dentro la Fortezza non era chiasso minore del Porto: siccome Dongo, e
principalmente Musso, erano ingombre delle truppe del Castellano già
tutte chiamate e raccolte dai contadi, dai borghi, dalle rocche ove si
stavano alla spezzata, accresciute da bande paesane, in ispecie Pievesi,
uomini intrepidi, ed amici del Medici, i capitani, i capi-bandiere, e
tutti i condottieri insomma di quelle truppe s'erano recati nel Castello
chi per comando di Gian Giacomo, chi per proprie bisogna, e non pochi
per curiosità e passatempo. Tutti questi andando su giù per le scale,
passando dall'una all'altra Rocca, e spargendosi pei baluardi, pei
terrapieni, gridavano, schiamazzavano con infinito rumore. Di essi pochi
vestivano l'intera armatura, il maggior numero s'aveva corazza, o giacco
di maglia, col resto dell'abito di saio o panno: vedevansi elmi piumati,
cappelli a larghe falde, e berretti di cento foggie: colori e forme
d'abbigliamenti e d'armi se ne scorgevano d'ogni specie per la molta
varietà delle bande di che constava l'armata del possente Castellano.

Quando Falco s'avanzò co' suoi sei compagni verso la gran porta del
Castello, gli uomini d'armi che vi stavano a guardia si schierarono al
primo vederli ponendosi in atto di vietar loro il passaggio; gente
armata d'ogni aspetto ne passava per di là a tutti gl'istanti, ma una
mano d'uomini in sì fiera sembianza da masnadieri non se n'era loro
giammai offerta. Falco, ponendo il piede sotto la vôlta del portone,
s'accorse tosto che il farsigli incontro delle guardie colle alabarde
abbassate, e il loro guardare minaccioso era causato dall'inusitata
presenza de' suoi; ei s'arrestò senza arretrare però d'un passo, e con
un sorriso di sprezzo "Che! esclamò, vi facciamo noi paura? noi poveri
montanari vestiti di lana a voi soldati coperti di ferro? Ma paura o no,
vi dico che saprei e potrei condurre questi miei camerata sino alla
presenza del signor Castellano, il quale son certo non ci farebbe occhio
sì torvo come ci fate voi. Però, onde abbiate a rimanervi qui più
tranquilli, mi vi recherò da solo, riserbandomi a condurre questi nel
Forte, allorchè v'avranno in altro modo persuasi che molti fra quelli
che vi entrano liberamente non sono migliori di loro".

Si volse quindi a' suoi che, fermatisi in semicerchio dietro a lui cogli
archibugi calati a mezza persona, mostravano nel volto e
nell'atteggiamento la capacità e la pronta disposizione ad eseguirne
ogni cenno per qualsiasi arrischiato colpo, e guardatili colla fiducia
d'un'antica intelligenza: "Andate, disse con fermo accento, ma orecchio
alla chiamata; e non perdete la mia barca di vista".

Parve che que' sei sparissero, tanto fu la prontezza con cui, obbedendo
a quegli che tenevano per loro capo, s'allontanarono di là,
frammischiandosi alla folla di gente che ingombrava il porto. Le guardie
rimasero attonite a tal fatto, e deposte le alabarde diedero facoltà a
Falco di entrare nella Fortezza, il che egli fece raggiungendo Daniello
Perego che l'aveva frattanto preceduto. Pervenuti al Forte di Gian
Giacomo, il messaggiero di Battista Medici dovette spiegare al Capitano
che ne guardava l'ingresso chi fosse ed a che venisse, e quindi fu
diretto alle stanze del Castellano; e Falco, riconosciuto e salutato
qual Comandante, venne condotto, come n'espresse il desiderio, ove
trovavasi Gabriele, che era nella sala d'armi del Forte dove stavano
raccolti quasi tutti i capitani.

Il giovinetto Medici, scorto che s'ebbe appena il suo liberatore, il
guerriero montanaro di Nesso, gelò tutto, indi arrossì per un palpito
secreto di contento: gli corse incontro e l'abbracciò con tal atto
affettuoso e riservato ad un tempo, che appalesava un sentimento d'amore
e di rispetto maggiore assai di quello inspirato dalla semplice
confidenziale amicizia che esistere poteva tra loro. "Quando è utile o
desiderata la tua presenza, gli disse, si è certi allora che tu giungi,
o mio Falco; qui pensavamo con premura a te, perchè se più tardavi eri
il solo dei Comandanti di nave che fosse mancato alla pubblicazione
degli ordini che tra poco sarà fatta da Gian Giacomo per una generale
fazione".

"I preparativi che avrai veduto farsi, disse il Mandello accostandosi
con varii altri al soppraggiunto Falco, i molti uomini in cui ti sarai
scontrato, ti avranno fatto accorto che attendiamo in queste acque una
visita dei Ducali; ma che dico? tu devi saperne le novelle più fresche
di noi perchè vieni di giù verso Como?" "Io le so recentissime in fatti
(rispose Falco, e tutti l'accerchiarono bramosi in parte di mirare
d'appresso quel celebrato pirata, e in parte d'udire ciò che avesse di
nuovo a narrare), ma le ascolterete tra poco anche voi tutti più
estesamente che da me, perchè sono pervenute nella Fortezza con lettere
che ora si stanno nelle mani del signor Castellano".

"Dimmi Falco, gli chiese con istanza Gabriele, tramutata in fierezza la
dolce espressione del viso, sai tu se Alessandro Gonzaga sarà il
condottiero dei nostri nemici? Una vittoria ov'ei non vi fosse mi
sarebbe dolorosa al pari d'una sconfitta".

"Il loro ammiraglio sarà il signor Gonzaga senza alcun dubbio, rispose
Falco, poichè nessun altro capitano hanno i Ducali che valga più di lui
a sostenerne l'impegno".

"È vero, entrò dicendo Lodovico Bologna, che debbono essere in sì gran
numero, che per ciascuno di noi vi saranno dieci di loro?"

"Eh te le danno a credere grosse, si fece a rispondergli Domenico Matto:
quanti vuoi tu che siano, se non hanno che da sedici a dieciotto navi da
poter salire? A piedi per il lago non crederai che ci possano venire;
per i monti non v'è passaggio: dunque se fosse giunto a Como anche
l'esercito del Soldano, potrebbe starsene là a scalcinare le pietre del
Baradello, poichè più di due migliaia di loro, a dirne assai, non ponno
oltrepassare Bellaggio".

"Così avvenisse, parlò Falco, che non solo l'armata di Como, ma tutti
quanti sono i nemici avessero facoltà di salire sulla flotta, che almeno
distruggendola compiutamente non vedremmo più alcuno di quella razza
scellerata a comparire su queste sponde; ma credo che molti di loro,
invece di attenderci sulle acque, se ne andranno a molestare quei che si
stanno a Monguzzo ed a Lecco".

"Evviva loro! lascia, mio bravo _guerillero_, che ci vadano pure, gridò
Alvarez Carazon prendendo gioiosamente la mano di Falco. A Monguzzo c'è
Battista, buon soldato, sai tu, e furbo, che se ne ride del Moro di
Marocco; a Lecco me ne andrò io, e voglio vuotare tanti bicchieri quante
teste vedrò fracassarsi contro le barricate del ponte d'Adda: quando ci
ha da... (ed alzò il braccio con stretto il pugno e il pollice teso
accennando alla bocca) un Catalano porta sempre con se buona fortuna. Io
sono stato anni sono in un paese di là del gran mare che c'è dalle
nostre parti, in un paese strano, vi dico, dove l'oro è sparso a
bizeffe, ma dove non si trova una goccia di vino. Oh se vedeste che
razza di gente, che qualità di serpenti e d'animali si trovano colà! Gli
uomini e le donne vanno nudi, e non hanno che una fascia di penne
intorno ai lombi ed un'altra in giro sul capo; sono cani ostinati che
non vogliono saperne nè della croce nè di san Giacomo di Compostella,
per cui noi quanti ne potevamo incontrare, tanti ne ammazzavamo per
ridurli alla fede. Ora voglio contarvi un caso singolare che mi è
accaduto in quel paese, per farvi conoscere come un fiaschetto di Malaga
portato per accidente dal vascello abbia salva la vita a me ed a dieci
altri Spagnuoli. Entro un foltissimo bosco sulla riva d'un lago che
chiamano... aspettate... chiamano di Mexico..."

"Il tamburo, il tamburo, gridò il Mandello, uditelo, annunzia la venuta
del signor Castellano: ei s'arreca in questa sala per darci gli ordini
suoi e parteciparci le notizie venute da Como". Dolse ad alcuni di que'
Capitani più amici delle venture del vino che di quelle delle armi, che
la narrazione del Catalano venisse tronca, e più a lui stesso, che era
di natura cicalone, massime ragionando di fatti che lo risguardavano, ma
piacque al maggior numero che a quelle inutili ciarle preferivano il
conoscere quali fossero per essere le disposizioni che si darebbero dal
Medici loro capo e signore, sulla cui perizia delle cose guerresche
s'avevano somma fidanza, e tanto più nelle circostanze difficili, nelle
quali estimavano che la di lui sagacità s'addoppiasse a pro comune,
avendo l'interesse proprio a quello di ciascuno di loro strettamente
collegato.

Annunziato dai tamburi delle squadre del Forte, e preceduto dal Borserio
e dal Sarbelloni, entrò il Castellano in quella sala avendo al suo
fianco il confidente Pellicione, il fratello Agosto ed il conte Volfango
d'Altemps. Tutti i Capitani si raccolsero in cerchio intorno a lui
rimanendo nel più perfetto silenzio. Gian Giacomo, posata la sinistra
mano sull'elsa della spada, curvato l'altro braccio sul fianco, tenendo
ritta la persona ed alta la testa, col viso animato da straordinaria
energia e intrepidezza: "Miei Capitani, disse con voce forte e gioiosa,
vi do il grato annunzio che il secondo giorno che sorgerà sarà il dì
della tanto aspettata battaglia. Tutti i movimenti che si faranno dai
nostri nemici mi sono già perfettamente noti, e i più recenti avvisi non
mi lasciano ormai alcun dubbio anche sulle più minute particolarità del
piano di battaglia che verrà seguito dai Capitani Ducali. Il palesare a
voi ch'essi spiegheranno tutte le loro possibili forze per vigorosamente
assalirci, non è che dimostrarvi in qual alto conto ci tengono. Nostro
impegno però sarà il provare ad essi che si sono ingannati, credendoci
soltanto possenti e gagliardi: debbono venire da noi costretti a
stimarci a fronte loro invincibili. Tutte le nostre navi sono allestite,
i soldati pronti, e le bande delle nostre terre più discoste, già
pervenute a Musso e poste in armi, non attendono che l'istante del
combattere. Fuorchè cinque di voi che ho destinati a fazioni di terra, e
tu, fratello Agosto, che col conte d'Altemps ti rimarrai a comando ed a
guardia di questo Castello, gli altri tutti mi seguiranno ad incontrare
il nemico sul lago. Do frattanto ordine espresso che nessuno de' miei
comandanti possa uscire dalla fortezza se non dietro mio cenno o del mio
luogotenente (ed additò il Pelliccione), cui ho dato l'incarico
d'indicare a ciascuno di voi la nave e gli uomini che gli vengono
assegnati a condotta, il posto che gli converrà tenere ed i segnali cui
dovrà ubbidire nella battaglia. Tu, Alvarez, partirai quest'oggi stesso
per Lecco, conducendo colà bombarde e munizioni che ho già fatte
disporre sulla nave di Pirro Rumo; quivi il capitano Amadeo ti cederà il
comando del Castello e del ponte, che tu difenderai da tuo pari; siccome
il presidio di là giù è assai numeroso, farai salire trenta uomini sulla
nave di Pirro, che, retrocedendo ben tosto, raggiungerà con essi la
flotta. Tu, Luca Porino, ritornerai questa notte a Corenno, e di là ti
recherai con metà di tua schiera a munire il passo d'Olgiasca, e
manderai il Gatto col rimanente delle barche a Varenna, ove gli
ordinerai di fare trascinare le artiglierie sugli scogli, appuntarle
verso il lago ed adoperarle coll'usata bravura a tempo opportuno. Pietro
Polto si recherà con cinquanta Pievesi nel Castello a Gravedona, e
Lodovico Bologna a Rezzonico: là troverete armi e provvigioni; custodite
diligentemente il passaggio. Alla tua brigata di cacciatori, o Mattia
Rizzo, cui non piace lo starsi sull'acqua, ho prefissa un'incombenza
degna di te e di loro. Andrete sull'alto dei monti ad attendere al varco
non faggiani o camosci, ma orsi fieri e rabbiosi, cui son convinto non
cederete il dominio della montagna; quando starai per partire ti darò il
comando d'un buon drappello di uomini d'armi e di guastatori che ti
gioveranno all'impresa. Quanto volentieri, o Falco, darei a lui per
compagno anche tu stesso, poichè so qual terrore incutano ai Grigioni le
stelle lucenti del tuo berretto: ma non vo' privare la flotta d'un
comandante par tuo; tu devi nella battaglia rimanerti colla nave a
fianco di quella del mio Gabriele, e la _Salvatrice_, guidata da te, non
può smentire il suo nome".

Qui fece un istante di pausa, e tosto nacque un generale bisbiglio a
comento de' suoi detti, ma dato un segno colla mano e ricomposti tutti a
silenzio, riprese: "S'io presentemente dubitassi della vittoria avendo
voi per capitani, e per soldati uomini sì fidi ed esperimentati quanto
lo sono i nostri, farei il più manifesto torto al coraggio ed allo
splendido valore di tutti. La serie delle nostre battaglie fu una catena
di trionfi: questa, che sarà forse la più grande d'ogni altra, dee
coronarci della massima gloria, per cui può essere accertato l'assoluto
decadimento de' nostri nemici, l'ingrandimento della potenza di Musso
sul lago, e l'obbedienza dell'orgogliosa Como alle nostre bandiere".

In così parlando sfavillava di fuoco guerriero al Medici lo sguardo, e
pari ardore agitando i suoi Capitani, ad una voce applaudirono a' suoi
detti, gridando: "Viva Musso, viva Medici; morte ai Ducali", e tali
_viva_ vennero ripetute sin che Gian Giacomo, uscito dalla sala d'armi,
non si fu condotto di nuovo nelle sue stanze; dopo di che que'
guerrieri, abbracciandosi per contentezza tra loro e ripromettendosi
ogni buona ventura, si dispersero per il Forte, ove a tutto quanto
poteva ad essi abbisognare in cibi, bevande ed alloggiamenti era stato
per cura del Castellano abbondevolmente provveduto.

Di qual modo il Medici possedesse una compiuta conoscenza del piano di
guerra adottato dai Ducali, agevolissimo si è lo scoprirlo ove si ponga
mente al molto numero delle persone che ne dovettero essere poste a
parte. Le spie che Gian Giacomo manteneva in Como, oltre i partitanti
suoi che si stavano colà, avevano avuto cento mezzi d'essere esattamente
istruiti di quanto si tramava, e di trasmetterne quindi a lui le più
minute relazioni. Anche Battista mandava da Monguzzo a Como i suoi
esploratori, e da questi appunto avendo ricevuta la notizia del giorno
stabilito per l'uscita della flotta Comasca nel dì stesso che fu dai
Commissarii Ducali prefisso, spedì immediatamente il servo Daniello
Perego qual messo, colle lettere per avvertirne il fratello. Non
distraendo che pochissime forze, Gian Giacomo distribuendo nel modo da
lui accennato i suoi Capitani, provvide alla sicura difesa dei punti
principali de' suoi dominii sulle due sponde del lago. La più
considerevole di tutte per la qualità ed il numero degli uomini era la
spedizione ordinata a Mattia Rizzo donghese, spedizione importantissima,
perchè doveva impedire alle truppe della Lega Grisa d'occupare le
sommità dei monti, e di discendere quindi verso Musso o verso il
Castello. A norma dei comandi di Gian Giacomo, Rizzo dovea condursi
sulle alture della soprastante montagna, appiattare la squadra d'uomini
d'armi e di guastatori presso il luogo ove vedrebbe avviarsi
dall'opposta valle i nemici, e distribuiti pei dirupi circonvicini i
suoi cacciatori, pratici da lungo tempo di quelle ertezze, attendere il
giusto momento in cui gli Svizzeri si trovassero maggiormente
imbarazzati e stanchi dell'aversi tirate là su a sommo stento le
artiglierie, piombare loro addosso, e ricacciarneli in fondo. Viveva
certo il Castellano, che condotte le cose in tal maniera, la sorpresa,
la lassezza del nemico, le naturali difficoltà dei luoghi avrebbero
assicurato l'evento. Nella pugna navale s'aveva pure grande speranza di
vittoria, perchè fatto calcolo di tutti i suoi mezzi, gli risultavano
superiori a quelli dei nemici: Lecco e Monguzzo stavano nelle mani di
Capitani avveduti ed impavidi; quindi non dubitava quasi che il
complesso delle cose non fosse per essere a lui favorevole: per ciò
quantunque la necessità di provvedere a mille bisogna, d'ordinare, far
disporre, dirigere, esaminare le opere eseguite il tenesse in continua
agitazione e fatica, pure la mente sua mostravasi nè abbattuta nè
depressa nè agitata, che anzi ilare ed in lieto aspetto presentavasi a'
suoi capitani e soldati, gli uni e gli altri intrattenendo, più che non
fosse da pria assueto, con giocondi motti e famigliari richieste.

Quel giorno medesimo partì dal Castello, come venne ordinato, sulla nave
di Pirro Rumo, il capitano Alvarez per alla volta di Lecco: al
principiare della notte partirono pure i capitani Porino, Polto e
Bologna, ed in ora più avanzata Mattia Rizzo co' suoi cacciatori ed i
soldati. Verso il mezzodì del giorno seguente tutti i lavori d'attrezzo
e di carico intorno alla flotta erano compiutamente finiti, ed ogni
armamento messo in perfetto sesto, onde i capitani, i soldati ed i
rematori non si diedero altro pensiero pel rimanente della giornata che
di nutrirsi e starsi in riposo.

Gabriele, dopo avere passato il giorno intero insieme agli altri
Capitani, sul far della sera ridottosi da solo con Falco, gli disse che
pria di recarsi a giacere quell'ultima notte innanzi la battaglia,
voleva andare a prendere congedo da una persona che stava nel Forte, per
cui s'aveva molto affetto e stima, e questa si era il suo maestro,
Messere Lucio Tanaglia, di cui aveva esso pure conoscenza. Falco disse
che si rammentava assai bene del signor Cancelliere che non aveva
sdegnato di prendere asilo nella sua capanna, che si maravigliava anzi
di non averlo ancora incontrato nel Castello, e che lo avrebbe
volentieri accompagnato da lui onde dargli esso pure un cordiale saluto.

Il povero Maestro Tanaglia, dopo la fatale catastrofe da noi narrata, in
cui s'aveva avuta involontariamente una tanta parte, preso con frequenza
da tremiti, febbri e convulsioni, non era presso che mai uscito dalla
sua cameretta contigua alla cancelleria del Castello, se non per recarsi
in questa a stendere le ordinanze di Gian Giacomo, ciò che però gli
costava grandi sudori, poichè dopo un tiro di quella sorte, come diceva
desso, aveva perduta interamente la testa.

Entrati in un corritoio ed ascesa una picciola scala, Gabriele e Falco
giunsero all'uscio ben chiuso del Cancelliere, ove il primo battendo
moderatamente, per risparmiare inevitabili domande disse tosto con
chiara voce: "Aprite, Maestro, che sono Gabriele, venuto a darvi la
buona notte". Dopo pochi istanti si fece sentire uno strascico di
pianelle, e s'udì levare la spranga e dischiudere il chiavistello, indi
apertasi lentamente la porta, apparve Messere Tanaglia tenendo una
lucerna nella sinistra mano, facendo della destra scudo al lume verso di
sè e riverbero sugli entranti: "Siete voi Gabriele?" pronunciò con una
voce stentaticcia, sporgendo la testa verso di lui per meglio
riconoscerlo, ma la ritrasse tosto indietreggiando due o tre passi,
esclamando spaventato: "Ohimè! chi è là! cosa volete! sono ammalato!
andate via". E la causa di tale suo terrore fu la vista di Falco ch'ei
punto non riconobbe. Così avviene talora ad un timido cittadino, che
posando per avventura in albergo da villaggio ode raschiare alla mal
ferma porticella della stanza assegnatagli, ed ei s'affretta ad aprire
credendo sia un figliuoletto dell'oste o il domestico gatto aspettatore
dei minuzzoli della cena, ma vede all'incontro affacciarglisi un gran
mastino con occhi rossi, con collare a punte di ferro che entra snodando
la lunga coda leonina.

"Ma che! disse Gabriele, voi v'intimorite? non conoscete dunque Falco,
il nostro amico, il nostro liberatore?" "Sì, son io, signor Cancelliere,
che vengo pel desiderio di dargli un saluto in memoria di quella notte
passata nel mio abituro, e vederlo anco una volta prima di domani, in
cui tante conoscenze verranno troncate". "Ah! siete voi quel... quel
brav'uomo di Nesso, vi ringrazio, vi ringrazio: entrate pure, sedetevi
là: perdonatemi se non v'ho ravvisato alla prima, è colpa del lume che
suole alterare le fisonomie". Entrarono Falco e Gabriele, e messere
Tanaglia, serrata di nuovo diligentemente la porta, posò la lucerna
sullo sporto d'un leggío che sosteneva un gran libro in pergamena tutto
dipinto a stemmi e simboli araldici, indi si assise nel seggiolone che
vi stava dappresso, fattisi sedere a rincontro i due venuti a visitarlo.

Lo scarmo viso fatto più pallido dal poc'anzi concepito spavento, la
barbetta ed i capegli incolti, una zimaraccia nera che, sdruscita e
rattoppata in più luoghi, sembrava scritta d'arabiche cifre, davano a
Maestro Lucio il vero aspetto d'un negromante, e pareva che non gli
mancasse che la magica bacchetta con cui toccando quel gran libro che
gli stava allato far nascere incanti e prodigii. E ben può dirsi che a
Falco passassero somiglianti idee pel capo, poichè appena si fu colà
seduto, girati gli occhi a quel volume, intorbidossi in volto, e li
ritraendo quasi con orrore, avrebbe forse cercato d'uscire tosto di là,
se mirando Gabriele, dalle belle e soavi sembianze di questo giovinetto
atteggiate ad una placida calma, ed all'espressione di un sentimento
affatto opposto al terrore, non gli fosse stato all'istante dissipato
dallo spirito, troppo agevolmente suscettivo di strani e pregiudicati
pensieri, ogni sospetto di stregoneria. Maestro Lucio, ben lungi
dall'immaginare quali cose intorno a lui si volgessero nella fantasia di
Falco: "Dunque domani, pronunciò con voce un po' tremola ma pacata, è
proprio vero che vi deve essere battaglia? Già me lo avevano fatto
supporre le lettere di richiamo ordinatemi giorni sono dal signor
Castellano ai condottieri di truppe delle vallate, e l'affaccendamento
in cui vedeva dal mio finestruolo tutta la gente del Castello e del
Porto. Chi sa quanti poveri meschini vi lasceranno la pelle! però non
dico che non s'abbia a fare, anzi è una cosa necessaria,
necessariissima: fate assai bene a darla ad intendere a quei prepotenti
di Ducali: così Dio volesse, che li costringeste una volta a starsene in
pace". "No, no, non vogliamo pace, l'interruppe Falco, sinchè uno solo
di loro rimane sulle sponde di questo lago".

"O certo, certo, ripigliò messer Tanaglia, diceva per dire..."

"State pur lieto, Maestro, l'interruppe Gabriele, perchè passato domani
non udirete sicuramente per lungo tempo altri spari d'artiglierie che
quelli che si faranno per allegrezza o per festeggiamento".

"Così desidero appunto che avvenga, rispose il Cancelliere, perchè in
tal modo non ci occorrerà più di far mettere a pericolo la vita dei
nostri amici, o Falco, per venire a trarci dalle unghie di quei birbi
che ci avevano proprio aggrappati come leprotti da mettere allo spiedo.
Mi ricordo ve' di quella notte così fatta. Che burrasca! e quel dirupo
per cui mi faceste salire? Oh! se non era la vostra brava figliuola a
farmi un po' di lume, per me era spedita: ma, a proposito, come sta
quella bella fanciulla? e sua madre è ella ancora sì spedita e
rubiconda?"

Una scintilla che tocca ed incende non produce sì grande e rapido
effetto, come tale inchiesta al cuore di Gabriele: un indomabile
commovimento lo scosse, sudò tutto e si coprì di rossore, poichè
sembravagli che il Cancelliere gli avesse letto nell'anima, giacchè
aveva pronunciate le parole che egli ardeva di proferire e che pure non
aveva osato mai di fare. Cogli sguardi scintillanti di desiderio, le
labbra semichiuse per l'intensa attenzione, raccolse la risposta troppo
breve di Falco che disse: "Lasciai Rina e sua madre oggi a mattino sane
e vigorose, e tali spero ritrovarle al mio ritorno alla rupe".

A queste succinte parole, ma che pure contenevano il nome di lei
pronunciato dal padre, parve a Gabriele rivederla, accostarlesi, e sentì
un prezioso soddisfacimento al cuore, per cui rimase assorto nelle più
care e deliziose idee. Falco si restò muto anch'egli e pensoso, ma per
assai differente cagione, e volendosi distrarre dalle angosciose
riflessioni che lo assalirono, s'alzò per chiedere commiato al
Cancelliere.

Levossi da sedere questi pure, e Gabriele già da tanti sentimenti
intenerito, pria d'uscire, abbracciollo con affetto figliale, dandogli
con voce quasi rotta dal pianto l'addio. "Addio, rispose non senza una
sincera commozione Maestro Tanaglia, addio, mio caro figliuolo: che
Sant'Ambrogio vi protegga nel giorno di domani: ricordatevi di non
esporvi troppo; abbiate giudizio; tornate sano e salvo dal vostro
maestro, che se il cielo gli dà vita e quiete ha ancora molte e molte
cose da insegnarvi, che sin ora per le altre vostre faccende si sono
dovute mettere da parte. Addio voi pure, mio Falco (e si strinsero
amichevolmente la mano), abbiate cura di questo giovane; non lasciatelo
precipitare, e se me lo ricondurrete bello e robusto come ora si trova,
vi formerò e vi regalerò lo stemma di vostra famiglia". Falco pronunciò
un maschio addio, e presosi per mano Gabriele, il guardò con una fiera
sicurezza che tutto esprimeva l'interesse e la premura che prometteva a
quello, alunno del Cancelliere, e fratello del suo Signore. Uscirono
così entrambi dalla cameretta di Maestro Tanaglia, che udirono
rinchiudere tostamente, e pei porticati ed il cortile del Forte, già
fatto silenzioso ed oscuro, pervennero alle loro stanze di riposo.



                            CAPITOLO OTTAVO.

     Cadon le schiere d'ogni orgoglio emunte,
       Difese invan dall'orrida mitraglia
       E dal filo dei brandi e dalle punte.
     Che in mezzo ad esse rapido si scaglia
       E tronca e fora e penetra e calpesta
       Sin che l'ultime file apre e sbaraglia;
     Poi sotto la vulcanica tempesta
       Assal col brando nella destra eretto
       De' grossi bronzi la trincera infesta.
          GIANNI. _La Battaglia di Marengo_.


Fittissime regnavano le tenebre, chè prossima non era ancora la luce
mattinale di quel dì ventun agosto 1531, allorchè una fiaccola brillò
all'improvviso sull'alto della torre del Forte; subito dopo
l'apparizione di tal lume partì un colpo di bombarda dalle batterie
delle _Case del Marasciallo_ poste a piè del Castello. Un suonare
rapidissimo di tamburi eccheggiò dietro questo segnale, ed il
rumoreggiare di que' ripercossi strumenti di guerra si diffuse in pochi
istanti dal Forte alle Rocche, da queste al Porto e dal Porto alle
strade della vicina Musso e di Dongo. Cento e cento lumi si accesero e
si sparsero ben tosto per tutta la Fortezza, lungo il lido, e sulle
navi, poichè nessun uomo fu tardo ad allestirsi e porsi in armi al
battere di quella diana. Tutti i Capitani, precedentemente istruiti di
quanto avessero ad operare, uscirono dal Castello e si posero ciascuno a
capo della squadra per condurla al Porto mano mano che veniva sgombrato,
e farla salire sulle navi o grosse o minori secondo che ne avea ricevuto
il comando.

Il Pellicione ed il Borserio con varii capi-bandiera e sergenti, postisi
innanzi a tutti presso le sponde, sopraintendevano allo ordinato
imbarcarsi de' soldati ed alla regolare distribuzione di essi sopra la
flotta. Due grandi fuochi accesi sulle opposte estremità dei moli
spandendo un chiarore rosseggiante, rischiaravano tutto il Porto, le
acque ed i legni ivi adunati, e davano comodità alle schiere di salire
dalla ripa ai battelli, da questi agli elevati bordi delle navi, senza
che nascessero confusioni, abbagli o sventure.

Falco trovò vicini al Porto i suoi sei compagni e seco li condusse sulla
_Salvatrice_, su cui montò pure una banda eletta di cinquanta uomini
d'armi che Gabriele pose sotto il suo comando, pria di ascendere colla
propria brigata la nave _l'Indomabile_ che sorgeva accanto alla
_Salvatrice_.

A capo dell'ultima schiera che uscì dal Castello apparve fra mezzo a
numerose ardenti fiaccole Gian Giacomo, coperto d'intera armatura,
coll'elmo lucentissimo sormontato da bianche penne. A fianco a lui stava
il vicario del Castello, Teodoro Schlegel, abate di Dares, in auree
vesti sacerdotali, preceduto da varii camilletti in bianche stole, l'uno
de' quali recava un crocifisso d'argento, ed un altro la sacra
_martinella_ da sospendersi all'albero del brigantino: davanti ad essi
procedeva un gonfaloniero armato che portava il gran vessillo mediceo
coll'asta dorata. Il brigantino era stato, per quanto il concedeva il
basso fondo delle acque del porto, accostato al molo, ove la ciurma
aveva gettato un ponte mobile onde renderne comodo l'accesso, togliendo
la necessità di salirvi dai fianchi; entrarono da tal ponte nella nave
il Castellano, il Vicario coi chierici, il Pellicione e gli altri
capitani che seguivano Gian Giacomo, e finalmente il gonfaloniero con
tutti i soldati. Quando il supremo comandante trovossi a bordo del
brigantino, i rematori levarono il ponte che l'univa al molo, e
cautamente sospingendolo, lo mossero e uscirono dal porto.

Il Borserio, che, montato sul _Busto di ferro_, aveva il comando
dell'antiguardo della flotta, veduto il brigantino movere al largo
sventolando il vessillo alla sommità dell'albero, diè il segnale della
partenza, e tutti i legni sì grandi che piccioli che componevano la
flotta di Musso, spiegate le vele e dati i remi alle acque, salparono di
conserva con infinito mormorío delle onde percosse e rotte da tante
prore.

Le aure notturne spirando da settentrione favorivano il veleggiare verso
mezzodì della classe medicea, per cui al primo diradarsi dell'oscurità
essa era di già pervenuta all'altura di Rezzonico, e quando il sole,
spuntando dietro i monti di Lecco, vibrò i suoi primi raggi sui liquidi
piani del Lario, illuminò quella flotta, che, passate le acque di
Sasso-Rancio, progrediva a gonfie vele ver' quelle di Menaggio. Giunta a
poca distanza da questo borgo, un susurro improvviso si diffuse su tutte
le navi, e ad un segnale dato dal brigantino, ripetuto dal _Busto di
ferro_, si rattennero i remi, si ravvolsero le vele, e tutto il navilio
mussiano arrestossi disposto in lunga fila siccome aveva viaggiato.

Era apparsa la flotta ducale, che, sprolungandosi tra Bellaggio e la
Cadenabbia, s'avanzava lentamente a forza di remi, avendo l'aria di
fronte. Distavano a quel primo vedersi l'una dall'altra le due flotte
nemiche un miglio e mezzo all'incirca. Gian Giacomo Medici fece
soprastare le sue navi un buon quarto d'ora, attendendo l'accostarsi dei
legni ducali, ma sembrandogli che punto non s'inoltrassero, tant'era la
tardità con cui procedevano, trovandosi esse sotto-vento, diede ordine
a' suoi d'avanzarsi, ma a soli remi e senza foga. Quando però ebbe viste
le navi comasche essere giunte presso il capo del promontorio di
Bellaggio, fece dall'albero del brigantino porgere di nuovo il segno
della fermata, ed altrettanto venne comandato ai ducali dal Gonzaga, che
saliva la nave ammiraglia. Dopo questo secondo movimento le flotte si
trovarono discoste un giusto tiro di cannone, ma per alcun tempo nessuna
di esse volle incominciare l'attacco. Spiegato era il mattino, il sole
ora splendeva in piena luce, ora appariva leggiermente velato dalle
nebbie che posavano sulla sommità degli erti monti: azzurrine,
ondeggiate stendevansi le acque che si frangevano mormoranti contro i
numerosi legni che sostenevano. Le due armate, collocate paralellamente
l'una all'altra di fronte, si guatavano immobili e silenziose in
aspettativa ciascuna che l'altra desse principio al combattimento.

Le otto grosse navi medicee stavano d'un bel tratto distanti fra loro,
poichè negli intervalli erano frapposte le borbote e le piatte, alcune
però delle quali tenevansi in una seconda fila formata dalle
scorribiesse e dai battelli. Il purpureo vessillo colle palle d'oro che
sventolava sull'albero del brigantino, il quale sorgeva torreggiante in
mezzo alle altre navi, avrebbe sufficientemente indicato che desso
portava quegli che capitanava la flotta, se Gian Giacomo stesso, che
tanto il suo quanto il nemico esercito riconoscevano alla splendidezza
dell'armi ed alle candide piume del cimiero, non si fosse tenuto
costantemente colla spada impugnata sull'alto della prora; intorno a lui
si stavano i suoi principali capitani, ed una fitta schiera d'eletti
soldati guarniva i bordi di quella nave, nel centro della quale vedevasi
eretto l'altare, che, essendo su un palco elevato d'alquanti gradini,
era veduto da lungi in uno col sacerdote che, prostrato innanzi ad esso,
adorava l'argentea croce, a cui gli assistenti in bianche stole ardevano
incensi. Tra i molti uomini però di che si vedevano guerniti i ponti
delle altre grosse navi, e piene le barche minori del Castellano, pochi
drappelli se ne scorgevano in totale guerriero abbigliamento; gli altri,
benchè tutti in armi, non offrivano il vero militare aspetto dei soldati
Ducali.

Le loro diciotto navi, pressochè tutte d'una portata, stavano schierate
in una sola lunga linea: su ognuna di esse vedevasi inalberata la
bandiera azzurra collo stemma sforzesco, e il loro legno ammiraglio non
distinguevasi per altro che per avere lo stendardo più espanso e più
ricco, e per portare intorno all'albero una gabbia, come sul brigantino
mediceo, da cui due uomini con banderuole alla mano comunicavano i
segnali alla flotta a norma dei comandi. Vedevansi i soldati disposti su
queste navi in perfetta guerresca tenuta: sui lati di ciascuna di esse
stava una squadra di alabardieri del Duca colle sopravvesti rosse e le
penne del morione di simigliante colore; la prora ne era occupata da una
doppia fila di moschettieri spagnuoli ed alemanni, i cui elmi, le
corazze e gli alti archibugi, non portanti però la moderna baionetta,
sfolgoravano allineati ai raggi del sole. Gli abitanti delle prossime
terre del lago saliti sulle torri, e quelli delle valli accorsi alle
vette dei colli e dei monti circostanti, prospettavano ammirati ed
ansiosi quelle due nemiche armate, poichè giammai s'era veduto in quelle
acque un numero tanto grande di legni starsi a fronte in sì potente e
minaccioso aspetto.

Gian Giacomo, dopo avere atteso alcun tempo, vedendo che l'ammiraglio
ducale non disponevasi ad incominciare la pugna, ordinò ad una borbota e
due piatte s'avanzassero ed ingaggiassero il combattimento. Uscirono
immediatamente queste tre barche di schiera, e inoltratesi a mezza
gittata di cannone dal nemico, il comandante la borbota fece appuntare
una bombarda, e ne spiccò il colpo. Un globo di fumo si sollevò, ed
avvolse tosto quella barca, sperdendosi in forma d'una colonna
biancastra. Il trambusto che si vide tra gli uomini d'una nave dell'ala
destra ducale indicò che la palla aveva dato in quella; infatti essa
stessa girò di fianco e ripostò due colpi; la borbota e le piatte
replicarono subitamente. Gian Giacomo comandò s'avanzassero due altre
borbote con quattro piatte: progredirono queste pure, e, unitesi alle
altre, trassero di bombarda all'inimico. Con meraviglia però de'
Mussiani, e non senza sospetto nel Medici di qualche stratagemma, che ne
addoppiò la vigilanza, i Ducali ripostavano radamente e sempre dalla
loro ala destra, la cui estremità toccava al piede del colle di
Bellaggio. Le nove barche mandate innanzi da Gian Giacomo inclinarono
inavvedutamente da quel lato che unico rispondeva al loro fuoco, e
diedero così nell'agguato, poichè quando furono pervenute a buon tiro
sotto il colle, smascheratasi su di esso una batteria piantata la notte
dagli Spagnuoli, le colse fulminando sì in pieno, che tre piatte e una
borbota sfracellate affondarono ad un punto solo, e le altre, eccetto
sol una che rimasa incolume rapida retrocesse, guaste e spezzate,
bersagliate di nuovo dalle batterie del colle e delle navi, non potendo
nè governarsi nè reggersi, andarono a perdersi tra la flotta nemica.

Fremettero a tal vista i Mussiani, ardendo di vendicare que' loro
compagni; ma il Medici non sgomentossi punto, che lieve stimò la perdita
di quelle barche minori a fronte del grave periglio in cui sarebbe
incorsa tutta la sua flotta s'egli l'avesse fatta accostare a quel
colle, ciò che poteva facilmente avvenire, giacchè avendo desso avuta
cognizione che il piano dei nemici si era d'assalirlo più prossimamente
al Castello che fosse loro possibile, non aveva nè saputo nè calcolato
che il promontorio bellaggiano verrebbe da artiglierie munito.

Senza frapporre indugio fece dare i segnali all'antiguardo onde uscisse
ad attaccare l'ala sinistra ducale, ed a tutta la linea, onde
s'obbliquasse accennando verso l'ala medesima per costringere in tal
modo l'inimico ad allontanarsi colla sua ala destra dalle difese del
colle. Le navi il _Busto di ferro_, la _Salvatrice_ e l'_Indomabile_,
seguite dalle scorribiesse e dai battelli di guastatori ed incendiarii,
che costituivano l'antiguardo, s'avanzarono a grandi spinte contro il
nemico, traendo unitamente con tutte le artiglierie.

Il Gonzaga credette da principio poter respingere l'antiguardo,
rimanendo nella sua primiera posizione, perchè essendo superiore in
numero di grosse navi, pensava potersi ciò eseguire senza scorciare di
molto la propria linea. Ma tale suo divisamento non ebbe effetto, perchè
quelle navi scagliavano con tanta furia e prontezza, che le ducali non
valevano a rigettarle: onde il loro ammiraglio si vide sforzato ad
ordinare il movimento progressivo di tutti i suoi legni anche dell'ala
destra, abbandonando così la prossimità del colle, e facendo diventare
universale quel combattimento.

Al rimbombo generale delle artiglierie rintronarono i monti, e
quell'immenso fragore salendo di vetta in vetta, destò gli echi più
sommi dei giganteschi Legnoni non usi a rispondere che ai muggiti del
tuono. In pochi momenti un densissimo fumo ricoprì le due armate,
stendendosi come vasta nube, fuori della quale apparivano qua e là le
estremità degli alberi sormontati dagli ondeggianti vessilli.

Lampi spessissimi di fuoco seguentesi incrociantesi squarciavano il seno
a quella nube e la rendevano più fitta e vorticosa: tra il tuonare
assordante delle bombarde s'udiva il rumoreggiare incessante minuto
degli archibugi, e veniva anche all'orecchio il tintinnare della campana
del Brigantino e lo stormire dei tamburi ducali. Sempre più rinserrando
s'andavano le linee, e la pugna facevasi maggiormente terribile e
micidiale. Alle clamorose grida che d'ambe le parti davano eccitamento
al distruggere, all'uccidere, alle voci d'imprecazione, di minaccia, si
frammischiavano i gemiti, i lamenti, le invocazioni pressanti di
soccorso dei feriti e di quelli che perigliavano naufragio.

Nell'impeto primo dell'assalto le navi ducali urtando in molte delle
navicelle mussiane che s'erano spinte avanti, varie ne rovesciarono,
altre ne resero malconcie e le costrinsero presso che tutte a trarsi
addietro; ma allorquando i grossi legni del Medici, con un fuoco ben
nutrito e continuo di bombarde e falconetti, fecero rallentare quella
foga nemica, le barche minori vogarono di nuovo alla presa, e cacciatesi
sotto i bordi delle navi comasche, in parte schermendosi, in parte non
curando arditi la grandine di palle che era fatta su di esse cadere, i
guastatori, martellando colle scuri e le mazze, incominciarono l'opera
del tagliare, rompere, divellere le tavole di che ne erano contesti i
fianchi, e gli incendiarii del gettare per entro agli squarciati seni
fiaccole accese, fasci di stoppie impegolate, lane intinte nelle rage e
nell'olio, cui avevano dapprima appiccato il fuoco. Per effetto di tale
tremendo lavoro, innanzi che fosse trascorsa un'ora da che durava il
conflitto, si vide manifestarsi l'incendio su due delle navi ducali,
l'una del centro e l'altra dell'ala destra. Dietro neri globi di fumo si
manifestarono in esse le fiamme uscenti da pria come lingue lambenti
dalle aperture praticate nei fianchi, e impossessandosi poscia del
cassero e di tutto il ponte, salirono pei cordaggi alle vele
volteggiando nell'aria rosse, elevate, tramandando con immense scintille
un fosco chiarore. Le navi che trovavansi vicine a quelle che ardevano,
fecero forza di remi per allontanarsene, paventando che lo scoppio che
doveva necessariamente susseguitare, dardeggiando fiamme e tizzi
all'intorno, comunicasse loro l'incendio. Non andò molto infatti che la
nave che abbruciava nel centro, da cui s'era appena scostato col suo
legno l'ammiraglio Gonzaga, con immenso fragore spezzandosi, slanciò a
considerevole altezza e distanza, fra tronche membra d'uomini, frantumi
ardenti e scheggie d'armi e ferri arroventati, che ricadendo frizzando
nell'acqua si spensero: così avvenne dell'altra allo stremo dell'ala
destra della schiera.

Questo fatto ruppe interamente le ordinanze della flotta ducale; per cui
deviando ogni nave dalla linea in cui era stata primamente disposta, si
spinse più d'appresso alle mussiane. Si formarono per tal modo
impensatamente due distinti gruppi di combattimento, l'uno assai dentro
il lago nello spazio da Varenna a Bellaggio, ed era tra l'ala destra e
parte del centro coll'Ammiraglio ducale contro quattro navi, il
Brigantino e le seguitanti barche del Castellano; e l'altro verso la
sponda di Menaggio tra l'antiguardo mediceo e l'ala sinistra col
rimanente del centro nemico. L'ardore della battaglia che era sminuito
al momento dell'orrendo spettacolo dello incenerirsi delle navi
comasche, rinvigorì più calorosamente.

La _Salvatrice_, comandata da Falco, presa di mezzo da due navi nemiche,
fulminava da poggia e da orza con una furia indicibile. Gli uomini
d'armi che erano al suo bordo, traevano degli archibugi con celerità e
destrezza somma, non però in sì perfetta guisa da stare a fronte ai sei
pirati ed al battagliero montanaro di Nesso loro capo, poichè a ciascuna
delle vicine scariche dei loro moschetti sette nemici immancabilmente
cadevano.

Gabriele colla sua _Indomabile_, dopo avere fatti prodigi di valore a
fianco alla _Salvatrice_, ne era stato disgiunto dall'impeto di una nave
nemica, che spintolo al largo il tempestava aspramente, uccidendo e
ferendo alquanti de' suoi; egli non ripostò sulle prime che con fuoco
minuto, ordinando si ponessero forzate cariche in tutte le bombarde, di
cui fece inclinare alcun poco le bocche. Quando fu ciò eseguito,
appressatosi quasi bordo a bordo alla nave ducale, comandò si traesse
pria da un fianco e poscia, girata la nave, dall'altro. Diè
l'_Indomabile_ due sì perigliosi trabalzi a quei tremendi simultanei
colpi, che se non fosse stata con fina arte costrutta, sarebbonsi al
certo le sue travi sconnesse: il legno nemico, colto sì prossimamente da
grosse palle nelle sue opere vive, squarciandosi a fior d'acqua aprì
l'adito in cento parti alle agitate onde d'entrarvi, dal cui peso
investito cominciò tostamente inclinando a calare. La ciurma e i
guerrieri che il montavano, cessato ogni fuoco, si diedero tutti
all'opera per riaversi gridando aita e soccorso; ma fu invano, perchè
essendo le artiglierie incatenate ai bordi, pria che avessero campo di
rovesciarle nel lago per alleggerire la nave, tutto il corpo di questa
era già sotto l'acqua, e i miseri naufraghi gettando l'ultimo grido
s'inabissarono con essa, e fra loro solo chi non era dal peso delle armi
impedito potè trovare salvezza guadagnando a nuoto le sponde. Gabriele,
tocco in cuore a quella vista, fe' cessare l'eccidio che dei nuotanti
facevano i suoi moschettieri, e spinta l'_Indomabile_ sulle onde stesse
che ricoprirono gli affondati ducali, corse a portare rinforzo al
_Busto-di-ferro_.

Circondato questi da quattro navi nemiche, travagliava faticosamente a
difendersi in ispecial modo da prora, ove il martellava la squadra
comandata dal castigliano Enrico Nedena, che sconquassate quante
borbote, piatte e barche minori scortavano e facevano scudo a quel legno
che capitanava l'antiguardo, voleva a forza impossessarsene e condurlo
prigioniero. Il comandante Borserio aveva pugnato con portentosa
avvedutezza e coraggio, ma tutto l'ardir suo e la bravura non erano
stati bastevoli a sottrarlo al riboccante numero degli assalitori che da
quattro parti il bersagliavano: le sue bombarde erano smontate, l'albero
infranto, spezzati i banchi dei rematori, spezzato il timone, tutto il
ponte pieno di moribondi e d'uccisi, per cui i lacerati fianchi del
_Busto-di-ferro_ grondavano sangue. Il Borserio, benchè ferito in più
parti, animando colla voce quello spizzico rimastogli de' suoi, ruotando
disperatamente la spada teneva lontani ciò non per tanto i Ducali, che,
gettati dalle loro navi i roncigli, tentavano di venire all'arrembaggio.
L'arrivo colà dell'_Indomabile_ fece sospendere quell'intrapresa, poichè
i nemici si rivolsero tuonando contro di essa.

Aveva Falco nel frattempo colla sua _Salvatrice_ sì guasta e rotta una
delle navi nemiche che gli erano venute d'intorno, che trovossi
costretta a si ritrarre per salvarsi alla spiaggia; la seconda, assai
sminuita di combattenti, vedutasi sola contro quella formidabile nave,
se ne era staccata, e volgeva precipitosa a raggiungere il grosso della
flotta. Cessato così il combattere per la _Salvatrice_, e dissipatosi il
fumo che la cingeva, Falco e tutti i suoi guerrieri, mentre la ciurma
gettava in acqua i morti e recava i feriti sottoponte, anelanti per la
lunga sostenuta fatica, rifiatarono, rimanendo inerti, appoggiati ai
loro moschetti, a mirare d'intorno la scena della battaglia.

Non spirava soffio d'aria, pure il lago ondulava agitato per i moti di
tante navi che quivi procedevano, s'urtavano, retrocedevano: vedevansi
sornuotare per tutte quelle acque frantumi di barche, pezzi di tavole
carbonizzate, pennacchi, cappelli e lembi di sopravveste: l'intero
orizzonte era oscurato dal fumo che si stendeva in forma d'un gran
cerchio cinericcio intorno al luogo della battaglia, e veniva aumentato
verso levante dai vortici che continui s'alzavano, ove stando in lotta
col maggior numero delle loro navi i due sommi condottieri delle flotte
si fulminavano incessantemente colle artiglierie. A mezza portata di
bombarda dalla _Salvatrice_ vedevasi combattere accanitamente quel
branco di legni fra cui stava il _Busto-di-ferro_, e contro le quali
aveva fatta rivolgere la sua prora Gabriele. Il fragore della scarica
fatta dai Ducali contro l'_Indomabile_ e la risposta subitanea di
questa, scossero Falco da quel momentaneo riposo a cui si era
abbandonato, onde alzato il suo moschetto gridò: "Presto, mano
all'opera, che il più bello del giuoco sta ora per incominciare. Di
camicioni rossi e di quei di Spagna ne abbiamo già mandati all'inferno
un buon numero, ma ne potevamo spedire di più se quei vigliacchi non si
fossero posti in ispavento per quattro parole un po' risentite che loro
dissero le nostre bocche da fuoco, Vedeste come gli uni si sono
trascinati a terra, e gli altri se ne andarono frettolosi al pari d'un
volo di anitre selvatiche alla vista del cacciatore? Or via ricarichiamo
gli archibugi e le bombarde, giù tutti i remi, e corriamo a ripetere noi
pure il saluto che venne dato sì bruscamente dal signor Gabriele alle
bandiere della biscia. Quel giovine capitano ha pugnato come un leone
qui accanto a noi; ora che vuol combattere da solo non mostrerà meno
terribili i suoi denti al nemico". "Pochi istanti sono, disse uno dei
soldati della _Salvatrice_, esso ha misurato un colpo sì giusto da
degradarne la più vecchia barba di comandante di tutte le flotte del
mondo, giacchè con una scarica sola sbrigò per sempre gli uomini e la
nave che lo avevano staccato da noi. Se voi, Capitano, non eravate da
prora avvolto nel fumo, avreste potuto vedere, come scórsi io da poppa,
tutto quel barcone seppellirsi bello e intiero sotto le acque".

"È vero (aggiunse Trincone mentre caricava il moschetto, stando cogli
altri compagni pirati in ischiera attorno a Falco), l'ho veduto anch'io:
pareva che i demonii se la tirassero all'ingiù colle catene. Oh sarebbe
pure stata la mala cosa se ad un giovine di tanto valore avessero
tagliata la testa sulla piazza di Como, ciò che avveniva di certo se non
eravamo noi a toglierlo a coloro là dalle mani, quella notte che Grampo
restò ferito mortalmente!"

"Guarda, esclamò Falco, qual compenso dà loro per quella minaccia: odi
che strepito fanno i Ducali intorno a lui; ma la sua _Indomabile_ vomita
fuoco come un drago di sette teste. Bravo, mio signor Gabriele,
continuate in tal modo ancora un momento e veniamo noi pure a darvi
mano. Attenti, camerata... pronti i moschetti... appuntate le
bombarde... ci hanno veduti... fanno fuoco... Coraggio!.. non è saltata
che una scheggia del bordo... rispondiamo... fuoco intiero".

La _Salvatrice_ gittò da orza a mezza tratta d'archibugio dal nemico,
ripostando ad una sua fiancata, indi correndo innanzi mentre ricaricava,
fulminò da poggia la nave del Nedena, che si trovava essere a più giusto
tiro, guastandola nella chilia e negli ormeggi. Il sopraggiungere di
questo nuovo legno mussiano parve facesse scemare nei Ducali gran parte
del loro ardire, poichè si videro rinunciare al progetto d'impossessarsi
del _Busto-di-ferro_, cominciando il Nedena a staccarsene dalla prora e
tirarsi al largo, il che fu tosto eseguito pure dalle altre sue navi,
per cui la mischia cessò dall'essere tanto accanita. Datosi luogo dai
legni ducali, mentre l'_Indomabile_ sosteneva il combattimento da lungi
contro di esse, la _Salvatrice_ accostossi al _Busto-di ferro_; non
offriva esso più che l'informe aspetto d'un ammasso di tavole e travi
frantumate e ridotte a scheggie, frammiste a cadaveri detroncati, ad
armi, a pezzi di vela e di cordaggi anneriti dal fumo e semi-arsi. Il
valoroso Borserio, perduto l'elmo, perduta la spada, coperto di ferite e
pressochè esangue, giaceva steso sulla prora di quella sua fracassata
nave sul corpo de' guerrieri che ultimi avevano combattuto al suo
fianco. Falco ordinò a quattro de' suoi salissero su quel legno, e
trasportassero a bordo della _Salvatrice_ il Capitano e gli altri
guerrieri che davano ancora segno di vita. Il Borserio appena fu deposto
sul ponte mandò alcuni inarticolati accenti e spirò, con grave cordoglio
di Falco e de' suoi soldati che lo estimavano prode guerriero e
valentissimo comandante di nave: esso, a differenza degli altri uccisi
che erano gettati nelle onde, venne calato sottocoperta, dove furono
collocati i feriti d'entrambi i legni.

Il trarre delle artiglierie che s'era intanto proseguito tra
l'_Indomabile_ e le quattro ducali, cessò ad un tratto dalla parte di
queste, perchè diedero i remi all'acque per accostarsi all'altre loro
navi. Tale mossa fu cagionata da un lume che si mirò splendere elevato
in mezzo al fumo ove stavasi il grosso della flotta combattente, ed era
un segnale fatto sulla gabbia dell'albero dell'ammiraglio per chiamare
d'appresso tutti i suoi legni. L'_Indomabile_ tenne loro dietro, la
seguì pure la _Salvatrice_, abbandonando all'arbitrio delle onde il
lacerato e inconducibile _Busto-di-ferro_.

Il lungo e furioso durare della pugna là dove trovavasi il Gonzaga a
fronte di Gian Giacomo Medici, aveva quasi esaurite le munizioni da
guerra, e rese roventi ed inservibili un gran numero di grosse armi da
fuoco, per cui il fulminare delle artiglierie era diminuito d'assai, il
che si comprendeva ben anco dalla minore densità del fumo attraverso il
quale potevasi omai distinguere la duplice fila delle pugnanti navi.
Cinque erano stati i grandi legni mussiani, annoveratovi il brigantino,
che avevano sostenuto quel combattimento contro dieci dei ducali; ma
siccome la gran quantità delle barche sottili che si stava coi primi per
l'agevolezza dell'accorrere, del volteggiare, guastava, ardeva e
danneggiava in mille modi il navilio nemico, e siccome la perizia del
combattere navalmente, e la perfezione delle armi e delle barche era
maggiore dal lato del Castellano, così delle due flotte quella che si
trovava meno guasta e meno di morti e feriti ripiena era la sua. Il
segnale dato dal Gonzaga onde chiamarsi vicini i suoi legni discosti era
stato appunto determinato dal periglio ch'ei vedeva ognor crescente di
dover cedere il campo all'inimico. Era riuscito agli incendiarii del
Medici d'appiccare per la terza volta il fuoco ad una nave della linea
ducale; le bombarde del brigantino ne avevano sì malconcie due altre,
che rese inabili ad avanzarsi ed a retrocedere, minacciavano ad ogni
istante di andare a picco: una quarta, che nell'inseguire alcune piatte
appressossi agli scogli di Varenna, aveva ricevuto dalle artiglierie
quivi collocate dal Gatto un trattamento eguale a quello fatto alle
barche medicee dai bombardieri spagnuoli trincierati nascostamente sul
colle di Bellaggio.

Non è però a dirsi che il navilio mussiano si trovasse incolume ed
intero: delle barche sottili una metà era perita rovesciata dalle palle
o dagli urti dei legni ducali: delle grosse navi, oltre la perdita del
_Busto-di-ferro_; la _Donghese_, comandata da Domenico Matto, per
essersi cacciata più volte assai d'appresso al nemico, n'aveva riportati
tali guasti, che movevasi a stento; e il _Sant'Ambrogio_, vedeasi casso
dell'albero, la cui caduta era stata causa di morte a Romeo Casanova
comandante di esso.

Quando le quattro navi ducali che avevano sostenuto il conflitto contro
l'antiguardo si furono raccozzate al rimanente della flotta,
l'ammiraglio Gonzaga per togliere al nemico il vantaggio delle
artiglierie, che, sebbene scemate ne' colpi, molta strage e danno gli
recavano ancora, e vedendosi superiore tuttavia in numero di navi e
d'uomini, disperando d'ottenere la vittoria altrimenti che con un colpo
decisivo, comandò a' suoi legni si spingessero tutti contro i Mussiani
serrandoli d'appresso per venire all'arrembaggio. Gian Giacomo tentò
evitare l'effetto di tale movimento dell'inimico, ma non ne ebbe il
campo, perchè le dieci navi che rimanevano ai Ducali obbedirono sì
prontamente ai comandi del loro ammiraglio, che in un battere di ciglia
le mussiane si trovarono avviluppate ed investite da esse. Il brigantino
fu circuíto dall'Ammiraglio e dal Nedena, e così vennero assaliti da due
navi comasche ciascuno degli altri quattro legni mussiani. Rinserratosi
in tal modo il combattimento, fu forza ad ambe le parti abbandonare
interamente l'uso delle bombarde, e non s'udì più che lo sparo della
moschetteria, non come innanzi ad unite e strepitose scariche, ma
disordinatamente susseguito. Mano mano che le navi s'attaccavano bordo a
bordo, frammischiavasi a quel rumoreggiare degli archibugi un ribattersi
di spade e di scuri che s'incontravano e si ripercuotevano, un gridare,
un inveire più aspro e clamoroso.

I guerrieri del brigantino si divisero prontamente in due squadre: una
stando a sinistra, comandata dal Mandello, teneva lontani gli uomini del
Nedena; e l'altra postasi a destra, avendo a capo Gian Giacomo,
ributtava la squadra dell'Ammiraglio. Il Pellicione, balzato giù dal
brigantino in una scorribiessa, radunate tutte le navi minori, le
distinse in drappelli e le spinse ad assalire le navi ducali, ordinando
ai più risoluti d'arrampicarvisi dai fianchi onde prendere i soldati di
schiena mentre tentavano penetrare in quelle di Musso: esso medesimo ne
diè pel primo l'esempio, poichè, impugnata una scure, montò con venti
guastatori sulla nave comasca che da orza lottava fieramente col
_Sant'Ambrogio_, le cui genti avendo perduto il capitano pericolavano di
cedere, piombò sui Ducali e fecesi strada a passare a quella nave, i di
cui soldati animati dalla sua presenza e dalla sua voce, sostennero
vigorosamente l'assalto.

Era nel frattempo sopraggiunto colà Gabriele, il quale veduto il
brigantino alle prese col legno ammiraglio, spinse addosso a questi la
sua _Indomabile_ sì furiosamente, che l'urto ne li fece disgiungere gran
tratto. Il brigantino approfittando di quell'intervallo, si mosse
subitamente in senso opposto dell'Ammiraglio, e venne a porsi a poppa
della nave del Nedena, contro cui gli fu agevole scaricare una salva
d'artiglierie traforandola d'entrambi i lati.

Il Gonzaga, cieco di sdegno per l'urto dell'_Indomabile_ che gli
toglieva ogni speranza di trionfo, appena vide la propria nave
arrestarsi, il che fu appunto a perfetto contatto di quella di Gabriele,
comandò venisse tosto arroncigliata e fermata al suo bordo con catene,
onde entrarvi immancabilmente e trucidarvi ogni persona. Non s'oppose
Gabriele a chè le due navi fossero saldamente congiunte, ma quando fu
ciò fatto, balzò egli pel primo sulla ducale, ed affrontò il Gonzaga,
che gli si fece incontro ferocemente circondato da' suoi. Gli occhi di
Gabriele scintillarono al mirarlo per ardore di vendetta e di gloria:
precipitossi ver lui, ed i loro ferri lampeggiarono nello scontrarsi;
arse subito la pugna intorno ad essi, e in mezzo a quella tremenda
mescolanza d'elmi e di spade, l'elmetto d'argento e l'acciaro del
giovinetto Medici vedeansi splendere e vibrarsi con impareggiabile
destrezza.

Tutta la squadra dell'_Indomabile_ s'era riversata sull'Ammiraglia, e
combatteva con indicibile valore imitando il suo giovine capitano,
imprudente però in quel fatto, perchè il numero dei soldati del Gonzaga
essendo quivi di quasi una metà superiore al suo, per quanto
intrepidamente ciascuno de' suoi pugnasse e vendesse cara la propria
vita, ne rimase in poco tempo trucidata una gran parte, e l'altra era
prossima a soccombere. Gabriele aveva portato un sì gran colpo di spada
tra le ciglia al Gonzaga, che caduto questi immerso nel proprio sangue,
era stato tratto fuori della mischia quando mandava gli ultimi aneliti;
ma egli stesso vedeasi vicino a subire un'egual sorte, poichè chiuso in
mezzo da un drappello d'inferociti Spagnuoli, avendo l'elmo pesto in
fronte, rotta la corazza, senza filo la spada, sbalordito dai tanti
colpi e lasso per la sproporzionata pugna, sentiva di non poter
sostenere il ferro che per pochi istanti, e mancargli la forza a
difendersi.

Nel momento però che sembrava più disperata la salvezza di
quell'ardimentoso giovine, un grido d'accorrenti al soccorso ridestò il
suo quasi spento coraggio. Era la _Salvatrice_ che quivi giungeva: un
grand'urto scosse la sanguinosa nave ammiraglia, e tutti gli uomini di
quella balzarono in essa, assalendo con furioso impeto i già stanchi
Ducali.

"Avanti, avanti; vendetta dei nostri: morte ai nemici, si salvi
Gabriele". Così gridò Falco con voce tuonante, scagliandosi al di là del
grand'albero al luogo ove pugnava Gabriele, trafiggendo uno dei di lui
assalitori col pugnale, atterrandone un altro con un colpo del calcio
ferrato del suo moschetto: i quattro superstiti compagni di Falco,
seguendolo d'appresso, scagliaronsi sugli altri combattenti e li
atterrarono, nel momento istesso che Gabriele, fuori di lena, assalito
da subitaneo torpore, colla vista oscurata e vacillante, andò a cadere
quasi tramortito nelle braccia di Falco. Questi, gettati tosto al suolo
il pugnale e il moschetto, lo raccolse e premurosamente il sostenne,
affannato e in ispavento che quel valoroso giovine, per cui gli era nato
in cuore un amore quasi paterno, perisse già vittima del ferro nemico:
gli slacciò l'elmetto, glielo levò di fronte, e gli ritrasse dal viso e
dagli occhi gl'intricati cappelli, che molli di sangue e di sudore gli
si erano diffusi per la faccia. Pressochè mortale era il pallore ed il
gelo delle membra di Gabriele; ma siccome non aveva riportata alcuna
grave ferita, e quel tramortimento non era effetto che di estrema
spossatezza, dopo un istante di riposo si riebbe, e tornato ai sensi
guardò Falco con occhio in cui tra la più viva riconoscenza appariva un
lampo inesprimibile d'affetto. Reggendosi ben presto da sè, mirò
d'intorno, e veduti tutti i Ducali od uccisi o coll'armi abbassate al
suolo innanzi ai Mussiani: "Fa tosto, disse, o mio Falco, abbassare la
bandiera del duca e dare il segno che l'ammiraglia è nostra". Falco ne
porse subito il comando a due uomini della sua ciurma che, salito
l'albero, staccarono dalla sommità il vessillo Sforzesco, e sventolatolo
per porgere indizio della presa, lo calarono sul ponte. Fu quel segnale
tostamente inteso, e un grido d'applauso e di gioia partì da tutti i
legni medicei. Gian Giacomo avea frattanto disalberata e fatta sua la
nave del Nedena, per cui gli otto legni ducali, che soli di tutta la
flotta rimanevano, da tante perdite disanimati e smarriti, abbandonarono
i Mussiani e precipitosi si diressero alla volta di Bellaggio, onde
porsi sotto la guardia delle artiglierie del colle per evitare di essere
inseguiti.

Il Castellano vedendo per quella ritirata dell'inimico decisa pienamente
per lui la vittoria, scorgendo eziandio assai lacero e scemato anche il
suo navilio, non credette opportuno il tentare la presa di quei legni
fuggenti. Fece dare alle sue navi il segnale della raccolta e della
partenza, e rivolte le prore verso Musso facendo rimorchiare le
conquistate navi, verso l'ora terza dopo la metà del giorno abbandonò il
luogo del combattimento colla sua trionfante flotta, la quale si ridusse
sul far della sera parte a Rezzonico e parte in vicinanza delle basse
spiagge di Dervio.



                             CAPITOLO NONO.

     Altri il fianco ristoppa alle sdruscite
       Navi, e sarte rintegra e monche antenne
       E lacerate vele..... Per le vie
       Brulicanti frattanto e per le prode
       Tale un gemer di rote, un incessante
       Ire e redir di ciurme e di soldati,
       D'armi, di carri e di navali arnesi,
       Che l'udire e il veder mettean nell'alma
       Diletto e meraviglia.
           MONTI. _Il Bardo_, C. III.


Esploratori spediti sopra battelli, al far del mattino, verso Bellagio
riportarono che le navi ducali, in cui erano risaliti gli Spagnuoli che
occupavano il colle, avevano di notte tempo abbandonato quel lido
veleggiando alla volta di Como: Gian Giacomo dopo tale annunzio fece dar
l'ordine che tutti i suoi legni salpassero per Musso. Quando dalle torri
del Castello fu scorta la flotta vittoriosa ritornare a' suoi porti,
replicati colpi di bombarda la salutarono, ed al rumore di quelle salve
tutte le vicine popolazioni accorsero alla spiaggia per ammirare ed
accogliere i vincitori.

L'unica nave però che rientrò nel porto della fortezza si fu il
Brigantino del Castellano, il quale a fronte d'una tanta sostenuta lotta
movevasi ben anco spedito e sicuro, e mostrava di non aver riportata
alcuna dannosa frattura: gli altri legni d'ogni grandezza retroceduti
dalla battaglia toccarono il lido presso Musso là ove sorgevano i
cantieri dell'Arsenale, poichè fra essi alcuni, minacciando d'affondare,
necessitavano d'essere prontamente scaricati e tratti a secco, e gli
altri s'avevano tutti d'uopo di venire riattati a causa dei gravi
sconquassi del combattimento.

Presa terra, discesero tosto dalle navi gli uomini d'armi e le ciurme, e
vennero fatti calare i soldati Ducali che stavano prigionieri sui
conquistati legni, e tolta ad essi ogni arma, legati due a due, furono
col Nedena e gli altri loro Comandanti condotti da una squadra nel
Castello, ove si recarono pure i principali guerrieri Mussiani: si
trasportarono poscia a terra i feriti, che vennero collocati nelle case
e nei quartieri, e per ultimo si tolsero alle navi i corpi dei capitani
uccisi e si deposero entro un'antica chiesuola che sorgeva vicina al
lido, per recarli poscia coi dovuti onori al Tempio di San-Biagio di
Musso, e quivi dar loro convenevole sepoltura.

Al primo rivedersi e rimescolarsi degli uomini d'armi e dei rematori,
tanto fra loro che colle donne ed i terrazzani che non avevano presa
parte alla sanguinosa azione dell'antecedente giornata, nacque un lungo
e clamoroso gratularsi ed esultare per l'ottenuto trionfo, ed
insiememente un condolersi e piangere per i perduti e feriti amici o
congiunti.

Sulla sera venne dai banditori del Castellano promulgato l'avviso che il
domane sarebbonsi celebrate sacre pompe in rendimento di grazie ai Santi
protettori e ad invocazione dell'eterna pace agli estinti in battaglia,
e che il terzo giorno si sarebbero fatti giuochi e pubblici conviti per
festeggiare sì la navale che le altre riportate vittorie.

Rientrato appena nel suo Castello il Medici, aveva con grandissimo
contento ricevuta dal fratello Agosto la notizia del felice successo
della spedizione del capitano Mattia Rizzo contro i Grigioni. S'erano
questi, come ben erasi preveduto, inoltrati strascinando le artiglierie
sino alla sommità dei sovrastanti monti, ma appena giunti colà, assaliti
imprevedutamente e con gran vigore e coraggio dai cacciatori e dagli
uomini d'armi del Rizzo, lasciato un gran numero di morti pei dirupi,
dovettero retrocedere precipitosamente abbandonando le artiglierie, che
essendo impossibile calarle al Castello, vennero dai guastatori
rovesciate nelle macchie e nei burroni, d'onde era assai difficile il
trarle intiere o servibili. Mattia Rizzo aveva però creduto prudente
partito il rimanere in agguato su pei monti, vegliando alla difesa dei
passaggi sin che il nemico non si fosse ritirato per intiero dalla valle
Zebiasca, il che però era certo dovere tosto avvenire, giacchè una gran
parte delle squadre della Lega Grigia, alla vista dello scompiglio
avvenuto pel riurto della loro vanguardia, sorprese da sommo terrore,
conoscendo per prova l'attività guerresca del Medici, avevano
retrocedendo già oltrepassata Bellinzona e s'avviavano all'interno paese
passando per le gole del Gottardo e dello Splugen. Faustissime vennero
pure le notizie da Lecco: i Ducali s'erano presentati in poderoso
aspetto innanzi a quelle mura; ma l'apparato delle fortificazioni, e il
modo con cui furono respinti da Alvarez Carazon i loro primi attacchi,
gli aveano fatti desistere dall'assalto, ed anzi con generale sorpresa
dei difensori la notte istessa s'erano inopinatamente tutti partiti.
Solo da Monguzzo non erano per anco giunte novelle, e siccome Battista
Medici, che quivi capitanava, soleva essere solerte e ingegnoso nello
spedire messi o corrieri a dare sue nuove al fratello anche frammezzo
agli imbarazzi che gli cagionava il nemico, l'attuale ritardo teneva
sospeso oltremodo l'animo del Castellano, per cui fece il giorno stesso
partire a quella volta due uomini de' più spediti affinchè gli recassero
avviso del come quivi andassero le bisogna.

Importava forte a Gian Giacomo di sapere eziandio se i Ducali
nell'abbandonare le posizioni di Bellagio non avessero o colà o in altri
prossimi luoghi lasciato alcun presidio, per cui sollecitò Falco, già
per sè assai desideroso di rivedere il proprio casolare, a recarsi a
Nesso, ma con espresso comando ritornasse tostamente al Castello
istruito di quanto avessero dopo la sconfitta operato i Ducali. Volendo
forzarlo a non procrastinare la tornata, gli fece premurosa istanza
riconducesse seco le proprie donne onde fossero spettatrici delle feste
che verrebbero nel terzo giorno celebrate: oltre a ciò Gian Giacomo
s'aveva in animo di fissare interamente presso di se la dimora di questo
suo nuovo Capitano, a cui aggiungeva doppia stima da che l'aveva veduto
sostenere nella battaglia una tanta parte, ed a cui sapeva essere
singolarmente dovuta la presa della nave ammiraglia ducale, non che la
salvezza una seconda volta del troppo intrepido ed arrischievole
fratello Gabriele, le quali due circostanze avevano deciso in precipuo
modo della vittoria. Per fare adunque completamente suo il valoroso
montanaro di Nesso, pensò servirsi della via tenuta nell'arruolarlo alle
sue bandiere, cioè mostrare di rimunerarlo, ma facendo ciò in modo che
le proprie larghezze estendendosi anche alla di lui famiglia, fosse
costretto per giovarsi del dono a trasportare la propria stanza a Musso.

Le sollecitazioni alla partenza e l'invito a ritornare colle donne
furono dal Castellano fatti a Falco alla presenza di Gabriele, il quale
tutto a que' detti giubilando in cuor suo, già più non sentendo nelle
membra il travaglio sopportato sul lago, seguendo Falco al porto, quivi
nell'abbraccio del congedo scongiurollo a non mancare alle richieste del
fratello, accertandolo ch'egli stesso non avrebbe presa parte alcuna ai
pubblici trattenimenti se quivi esso pure non era.

Falco gliene diede fede, e salito sul suo battello partì di là coi
quattro compagni, a cui per ordine di Gian Giacomo erano state date
alcune dozzine di scudi del sole, il che giovò mirabilmente a far loro
perdere la memoria d'alquanti tagli e maccature riportati nel combattere
per lui, ed a mitigare il rancore per la morte di due della loro banda
rimasti uccisi nell'assalto alla nave del Gonzaga, dell'uno de' quali,
ch'era Guazzo, doleva gravemente a Falco, perchè aveva perduto in lui
uno de' più fidi ed antichi compagnoni.

Le campane di San-Biagio, di San-Rocco, dei Cappuccini e degli
Agostiniani di Musso, quelle di Sant'Eufemia del Castello, di
Santo-Stefano e dei Riformati di Dongo e di altri monasteri vicini
suonando alla distesa di buon mattino annunziarono che in tutte quelle
chiese (nelle quali il Castellano aveva mandato, cogli ordini suoi, doni
e monete) si celebravano messe e si cantavano inni sacri in rendimento
di grazie all'Altissimo ed ai Santi per il favore accordato ai Mussiani
nella battaglia di Bellagio, che così dalla prossimità di quel borgo
venne denominato il navale combattimento da noi descritto
nell'antecedente capitolo. Accorrevano frettolose alle preci in ciascuno
dei nominati templi le popolazioni; ma dove mostravasi maggiore
l'affollamento era a San-Biagio, la cattedrale di Musso, che vedevasi
addobbata con gran pompa sì nell'esterno che al di dentro con paramenti
bruni a fregi d'oro, in trofei d'armi simmetricamente disposti lungo le
colonne e le pareti, nei quali riflettevasi la luce d'infiniti cerei
collocati sugli altari e sui gradi d'un catafalco erettosi nel mezzo.

Due ore avanti il mezzodì dalle altre chiese di Musso non che da quelle
di Dongo tutto il clero secolare coi canonici e vicarii, i frati cogli
Abati de' loro monasteri, e le scuole de' disciplini cogli stendardi e
le croci s'avviarono processionalmente a San-Biagio.

Gli uomini d'armi del Castellano, i lavoratori dell'arsenale e le ciurme
delle navi s'erano adunati essi pure lungo le strade e la piazza di quel
tempio, a cui poco dopo recossi Gian Giacomo col seguito de' suoi
Capitani, tutti in abito dimesso, poichè cingevano la sola spada, e
avevano tolte ben anco ai berretti le piume. Veniva con loro il
cancelliere Maestro Lucio Tanaglia che s'aveva poste un paio di calze
bigie, le migliori che s'avesse, un giustacuore di velluto nero, un
collare a lattuga stirato di fresco, ed era stato quel mattino più
d'un'ora sotto le mani di Mastro Pellucca barbiere del Castello per
farsi acconciare i capelli e la barba alla spagnuola, poichè doveva
pronunciare l'orazione funebre pei guerrieri rimasti estinti in
battaglia, che così gli era stato imposto da Gian Giacomo. Tutti i mali
che di consueto ei pativa, l'avevano assalito in un punto all'annunzio
di quell'inaspettato e difficile incumbente che gli fu dato la sera; ma
nel trambusto dello spirito una felice idea che passandogli pel capo gli
suggerì un esordio, ridestò il suo pristino vigore d'eloquio, e postosi
allo scrittoio, standovi sino ad avanzatissima notte, tanto fece che
venne a capo di stendere un discorso ch'ei credeva in ogni parte
perfetto. Quando il Cancelliere entrò nella chiesa frammezzo a tanti
Capitani d'armi, vedevasi sul suo pallido volto un non so che di
baldanzoso, che era a lui ispirato dalla supposizione che profondissimo
senso dovevano far i suoi detti su quell'uditorio, e che l'antico motto
_cedant arma togæ_ sarebbesi nuovamente per lui verificato.

Allorchè il Castellano si fu nel tempio, i Sacerdoti intuonarono alcuni
canti Davidici, a cui tutti gli astanti risposero in coro: indi gli
_Avviatori_ della processione fecero sfilare al di fuori, secondo i
gradi e la dignità, le compagnie, i frati, i preti, indi Gian Giacomo a
capo de' suoi Capitani, poscia i soldati e quindi tutto il popolo d'ambo
i sessi. La sacra comitiva s'avviò alla Chiesuola del lido, in cui erano
stati depositati i cadaveri dei capitani Borserio e Romeo Casanova, i
quali posti in cassa e coperti da ricchi strati vennero levati a spalle
da sei soldati, e portati alla Cattedrale dopo una lunga circonflessione
dei seguitanti sulla spiaggia, perchè il Castellano volle che quel
funebre corteo passasse innanzi alla casa posta poco fuori di Musso,
nella quale stavano le sue sorelle Margherita e Clara colle cugine Lucia
e Cecilia Sarbelloni, che con alcune matrone milanesi menavano quivi una
così severa vita da farle credere soggette all'austerità d'una regola o
d'un voto, e non persone libere e secolari siccome esse erano. Uscirono
queste nobili donzelle esse pure dalla loro abitazione coperte da fitti
veli, e si posero in coda al convoglio entrando in San-Biagio, ove il
popolo, che le stimava e riveriva altamente per l'esemplarità dei
costumi e la consanguineità col Castellano, benchè stipato oltremodo,
fece largo comprimendosi onde lasciare che liberamente si recassero al
luogo consueto ad esse prefisso. Deposte sul catafalco l'arche
contenenti le mortali spoglie dei due guerrieri, e collocatosi Gian
Giacomo in apposita adorna scranna, intorno a cui eranvi quelle de' suoi
fratelli Agosto e Gabriele, del Sarbellone, di Volfango d'Altemps, del
Pellicione e del Mandello, si diede principio alla solenne funebre
messa, giunta la quale alla lezione degli evangelii venne sospesa, ed
adagiatisi i Sacerdoti, il Cancelliere Tanaglia salito in eminente
posto, non senza qualche veemente batticuore, poichè in quel momento la
sua audacia l'aveva abbandonato, fattosi universale silenzio, si diede a
recitare con voce cattedratica e un po' nasale il preparato funerale
elogio.

Non aveva di certo la sua orazione un nobile incominciamento al pari di
quella che venne poco dopo scritta da monsignor Giovanni Della Casa per
Carlo Quinto, che così principia: _Siccome noi veggiamo intervenire
alcuna volta, Sacra Maestà, che quando o cometa o altra nuova luce è
apparita nell'aria, il più delle genti rivolte al cielo ecc._, la quale
orazione non vi sarà alcuno fra' miei lettori (parlo di quelli che
sedettero il loro buon paio d'anni sulle panche della rettorica), il
quale non l'abbia udita magnificare altamente, e forse senza prendersi
poi cura, vedete negligenza! di ponderarla colla dovuta gravità da capo
a fondo. Non si potrebbe asserire però che il dire di Maestro Lucio
fosse affatto palustre, giacchè oltre la naturale facondia aveva avuto
campo di formarsi su ottimi modelli, poichè di que' tempi le belle
lettere in Milano s'avevano molti e valenti coltivatori. L'eloquenza era
più che mai in fiore, siccome lo prova patentemente un libro impresso in
quell'epoca che ha per titolo: _Breve tractato de portare il scuffiere
sotto la beretta con gratia ed legiadria, composto per me Bernardino
Rocca_[14]: nè la poesia tenne mai più elevato seggio, poichè il prete
Francesco Tanzio, in una sua prefazione ai componimenti _dell'arguto et
faceto_ poeta Belinzone dedicati al duca Lodovico Sforza, dovette dire:
_Che io credo non solo la Cantarana et il Nirone, ma tutti dui i navilii
siano diventati de l'acqua di Parnasso_[15].

[Nota 14: Prato.]

[Nota 15: _Cantarana e Nirone_, o _Nilone_, così chiamavansi due fosse
interne della città, dall'ultima delle quali prese nome una contrada
detta tuttora _Nirone di San-Francesco_, ed è vicina al luogo ove
sorgevano la chiesa ed il monastero dedicati a tal santo, ora cangiati
in una magnifica caserma.]

Pronunciata dal cancelliere l'orazione funebre, venne continuata la
celebrazione della messa, terminata la quale fra i canti sacri alla pace
degli estinti, si tolsero dal catafalco le bare, ed aperto il sepolcro,
che era prossimo ai gradini dell'ara maggiore, vennero in esso calate e
chiusevi col pesante cippo: uscirono poscia tutti dalla chiesa
attendendo ansiosi quel prossimo dì, in cui un gaio e festevole convegno
doveva compensare i tristi ma doverosi e solenni ufficii di quel giorno.

Falco ritornato alla sua rupe mandò i suoi compagni sulle sponde destra
e sinistra del lago al di qua di Bellaggio, ordinando loro, ed in
ispecie al Negretto il Tornasco, di recarsi in tutte le terre prossime
alla spiaggia a spiare se vi fossero rimasi in esse camicioni rossi,
come ei diceva, ossiano soldati ducali, e quindi recargliene le nuove il
domane in Nesso, ove egli giunto salì bentosto al proprio casolare. La
di lui inaspettata comparsa portò somma contentezza all'anima di Orsola
e di Rina, che da tre giorni stavano fra la paura e l'angoscia, poichè
avendo desse veduto con somma loro sorpresa e spavento passare per
quelle acque la numerosa flotta Ducale, e udito il lontano rimbombo e
confuse narrative della battaglia datasi presso Bellaggio, non che
dell'immensa strage d'ambe le parti ivi commessa, tremavano che Falco,
avendovi avuta necessaria parte, non vi fosse rimasto ferito, o
prigioniero, o ben anco ucciso. L'ardito guerriero montanaro rimproverò
loro que' dubbii e quelle paure, siccome effetto di debole animo
femminile, e ripetè per rianimarle in somiglianti casi la massima assai
divulgata in quella pregiudicata ignoranza di tempi, e a lui fatta cara
e probabile dal trascelto periglioso modo di menare la vita, che, cioè,
a ciascuno era prefisso dalla propria costellazione o pianeta il fatale
momento, e che alle umane forze non era dato nè anticiparlo nè evitarlo,
ed essere quindi vano ogni studio di precauzione e difesa, ed inutile
l'angosciarsene. "Per ciò, diceva, vuotando una tazza e prendendo il suo
moschetto per ripulirne gli ordigni da fuoco, per ciò anche il povero
Guazzo ha seguíto il figlio della vecchia Comare di Palanzo all'altro
mondo, mentre io che esposi la testa ed il petto a dugento palle più di
lui non ho avuto ben anco la più piccola graffiatura".

"Ne sia ringraziato il Santo Crocifisso! (disse Orsola non istraniera in
tutto al fatalismo adottato dal marito, ma la cui molta sensibilità la
rendeva incapace dell'apatia che esso voleva ispirarle per farla
tranquilla) e possa sempre avvenire così sinchè io sono in vita, e sin
che questa nostra figlia non abbia trovata una casa ed il braccio d'un
uomo che come il tuo la difenda e sostenga".

Falco a tali detti della moglie, che coincidevano perfettamente co' suoi
pensieri, lasciò cadersi a piedi il moschetto, alzò commosso lo sguardo
sulla figlia, e tra intenerito e sdegnoso "Per l'anima di mio padre,
esclamò, che io dovessi essere pascolo dei pesci o dei vermi pria che
questa fanciulla si stesse in un abituro posto frammezzo agli uomini e
custodita dai lupi e dai nemici meglio che qui non sia?--No, non
sarà.--Ti cercherò io un asilo in luogo tale che si dovranno sfasciare
mura e porte di ferro anzichè vi regnino quelli che potrebbero per odio
mio godere nel tormentarti".

La sua mente volgevasi nel così parlare al già concepito progetto
d'abbandonare la rupe per istabilire sua dimora in Musso, e questa idea
richiamógli alla memoria la parola data di quivi condurre le sue donne
ond'essere spettatrici delle feste, e parvegli tornasse assai opportuna
la loro presenza al suo divisamento. Raccontò quindi ad esse gli eventi
e l'esito felice della guerra, soggiungendo che dovendosi per tale
prospero successo dare in Musso pubblico spettacolo, aveva divisato che
v'avessero ad intervenire, e si disponessero a partire all'alba della
posdomane. Tale proposta recò non poco stupore ed imbarazzo ad Orsola,
che da molti anni usata a non staccarsi da quel casolare della rupe se
non per recarsi alla chiesa di Nesso, alle Terre ed agli abituri delle
montagne vicine, ignorava quasi cosa si fossero pubblici spettacoli,
specialmente col concorso di uomini ricchi e possenti, come ve ne aveva
allora in sì gran numero a Musso; però la brama di seguitare il marito e
di conoscere que' luoghi e quelle persone di cui Falco soleva sì
frequentemente intrattenerla, le fecero caro quell'invito e sollecita
d'acconsentirvi.

Rina a quell'annunzio avea mirata in volto la madre collo sguardo
attento, interrogante, di chi udendo cosa straordinaria e nuova, ne
chiede conferma a quegli in cui per costume ha intiera fidanza: quando
vide la madre dopo un istante di titubamento alzare gli occhi ver' lei
con certa espressione di compiacenza, quasi dir volesse che assecondava
volenterosa le richieste del marito, ella abbassò i suoi al terreno,
suffuse le guancie di un vivo rossore. Il pensiero di rivedere l'oggetto
di sue arcane speranze, l'oggetto ch'ella s'aveva sempre presente come
l'immagine d'un sogno prediletto che si conosce non potere diventar mai
vivo e reale, ma che pure forma la soavità della vita; il convincimento
di rinovare quella dolcissima impressione d'un sentimento che, sebbene
vago, indefinito, era tutto per lei, abbenchè non le facesse ancor
presentire l'appassionamento più positivo, direbbesi, e concreto che
nasce dalla lunga contemplazione e dal consorzio dell'essere amato:
tutte queste cose scossero l'anima di Rina in sì fatto modo, ch'ella
sarebbesi per l'eccesso della gioia slanciata nel seno del padre e della
madre sua, se la natura stessa di que' pensieri timidi e peritosi
fattala temente di disvelarli, non l'avesse rattenuta e resa muta ed
immobile.

Il giorno seguente Falco discese a Nesso, e quivi ritrovati i suoi
compagni, seppe da loro che in nessuna delle Terre o dei borghi
d'entrambe le sponde del lago i Ducali avevano lasciati presidii, e che
anzi que' drappelli e spizzichi di soldati nemici che vi stavano
dapprima, udito l'esito della battaglia, temendo di cadere nelle mani
del Castellano, s'erano affrettati o pei sentieri del lido o nelle navi
a ritornarsene a Como. Avute queste novelle, Falco comandò a due di loro
si trovassero allo spuntare del dì venturo ai piedi della sua rupe colla
sua barca perchè voleva recarsi a Musso.

All'alba infatti del nuovo giorno Orsola e Rina assettate
convenevolmente alla loro foggia le chiome, e indossate le vesti che
s'avevano più splendide, chiuso diligentemente il loro casolare,
discesero con Falco al lago, ed ivi si posero nel navicello guidato dal
Trincone e dal Tornasco, sostituito da Falco per remigante all'estinto
Guazzo. Pervenuta la loro barca nelle acque di Bellaggio, Falco ed i
rematori indicarono alle donne il luogo della battaglia, distinguendo i
siti ove erano accaduti i principali avvenimenti del conflitto sulle
navi, i di cui resti erano già stati dalle onde dispersi, gettati al
lido, o raccolti dai naviganti e dai pescatori.

"Là, disse Falco accennando col dito verso il promontorio, là le nostre
borbote s'ebbero il primo ruvido saluto dalle bombarde che i Ducali
postarono sulla collina: qui incominciò l'attacco, e qui, ti sovvieni
Trincone, l'_Indomabile_ e la _Salvatrice_ mandarono a lavarsi nelle
acque non pochi di quegli sporchi camiciotti rossi: qui il bravo
capitano Borserio lasciò la vita con tutti i prodi che montavano il
_Busto di ferro_: là combatteva Gian Giacomo, là fu preso il Nedena, e
un poco più in giù il signor Gabriele saltò nella nave dell'ammiraglio
Gonzaga. Quanto mi sarebbe doluto se non avessi potuto giungere a tempo
di trarlo d'impaccio! Appena fu sbarazzato da quelli che il serravano
d'appresso, ei mi cadde nelle braccia bianco, od Orsola, come la tela di
tue maniche, e sfinito in tutto di forze: che valente giovine! quanto si
dimostrò coraggioso! ei non cessò mai dal combattere sin che la giornata
non fu vinta, ed egli stesso, a dirla vera, fu che la vinse, poichè esso
fu quello che uccise il Gonzaga, e fu dietro suo ordine ch'io ti
comandai, o Tornasco, di salire l'albero della nave, e calare la
bandiera ammiraglia".

"Sì è vero, rispose il Tornasco, mi ricordo quand'egli te lo disse, ed
io e il Sordo montammo rapidamente per le scale di corda a porre le mani
addosso a quel bastardo d'un biscione d'argento[16] che sventolava là in
alto con in bocca un uomo, come se indicasse di voler fare un boccone
anche di noi".

[Nota 16: Allude allo stemma Visconti che si vedeva negli stendardi
sforzeschi.]

Orsola udiva ammirata tali e più estesi parlari intorno alla zuffa,
prendendovi però in cuor suo pochissimo interessamento, poichè alla fin
fine pensava dessa gliene era uscito salvo il marito, e tanto a lei
bastava; ma così non avveniva di Rina, a cui que' racconti facevano ora
agghiacciare, or ardere il sangue, poichè le parole, l'espressivo
gestire del padre e la propria fervente fantasia le mettevano innanzi
quadri veri e vivi che le agitavano ogni fibra del cuore. Poco innanzi
il finire del loro navigare diede diverso e più dolce e pacato corso
allo immaginare della bella montanina l'apparire che le fecero alla
vista le torri ed i baluardi del Castello, che s'alzavano a scaglioni
sull'erta montagna, e lo sventolare su di esso dei vessilli medicei, il
cui purpureo colore e le palle d'oro spiccavano gradevolmente ai fulgidi
raggi del sole mattinale. S'era Rina assai volte raffigurata nella
propria mente la forma di quel Castello, ma s'accorse al vederlo quanto
la fantasia l'avesse condotta lungi dal vero, poichè nulla s'aveva
presupposto che ne eguagliasse la vastità, l'imponenza e l'altezza,
nulla pure dell'ampia e popolosa borgata che gli stava vicina, onde
piena di meraviglia e di segreto contento mirava con occhio attonito
quelli eretti edificii che facevano dal lago sì superba mostra.

Procedeva rapida la barca a quella volta scorrendo sulle increspate
acque del lago, e non pure le due donne, nuove a quella veduta, ma Falco
stesso ed i compagni rematori non poterono astenersi dal riguardare con
molta ammirazione le forti e grandiose mura della residenza del
Castellano, che sembrava quel giorno aversi un non so quale festivo
aspetto, di cui era causa il duplicato numero delle bandiere piantate
sulle torri e sui baluardi.

Pervenuti alla sponda, fermarono la barca poco lungi dalla fila dei
legni reduci dalla battaglia, tratti per gran parte in secco, e scesi a
terra Falco, Orsola e Rina, si volsero ver' Musso per avviarsi di là al
Castello. In mezzo al piano formato dal lido, che si stende a mezzodì
dalle ultime case del borgo al torrente Carlazzo, era stato costruito
uno steccato a foggia di circo, intorno al quale, onde difendere gli
spettatori dai cocenti raggi del sole, vedevansi alzati estesi
padiglioni, alcuni riccamente addobbati, uno in ispecie con palchi e
sedili distinti riserbato al Castellano, altri formati con tele listate
in bianco e azzurro, o con vele sostenute da pali, ed altri finalmente
con sole frascate di rami d'alberi trecciati insieme. Presso l'entrata
di tale steccato sorgevano due grandi tende circolari perfettamente
chiuse, guardate da un uomo d'armi ciascuna, poichè quivi entro stava
quanto servir doveva allo spettacolo.

D'intorno a questo steccato, lungo il lido, e per le strade di Musso,
vedeasi una moltitudine di gente convenuta colà da tutto il circostante
paese per aver parte ai pubblici sollazzi indicati a quel giorno. Gli
uomini e le donne di ogni condizione mostravansi più ornate del
consueto, e miravansi quivi congiunte svariatissime e singolari foggie
di montaneschi e civili vestimenti tutti in allora pittoreschi e
bizzarri.

Orsola camminava per quella folta a fianco del marito, e Rina di essa
lei, che, stordita da tanta varietà di persone e d'oggetti facendo atti
di meraviglia ad ogni passo, chiedeva di ciascuna cosa il nome e la
ragione, e Falco, tolto alla naturale ruvidezza dall'aspetto di
quell'universale tripudio, cordialmente la compiaceva: Rina
all'incontro, procedeva raccolta e taciturna. Aveva dessa all'uscire dal
navicello tolti gli occhi con libera e pressochè infantile curiosità ai
primi guerrieri in cui si scontrò, il cui ferreo abbigliamento riusciva
per lei strano a mirarsi, e questi arrestatisi d'un tratto l'avevano
fisata in volto con sì spavalda ed eccessiva insistenza, ch'ella dovette
ben tosto convincersi non essere a lei convenevole il guardare
smodatamente ai passeggieri, e contemplando di preferenza gli ornati
delle case, e trovavasi al di fuori di Musso osservando alle navi, al
porto, e specialmente al castello, sentissi lo spirito invaso ed
occupato da nuove indefinite sensazioni che le tolsero ogni volontà e
potere di prestare attenzione agli altri oggetti.

Quando essi tre giunsero a breve distanza dalla gran porta del Castello,
udirono un rumoroso eccheggiare di trombe e di tamburi che veniva di là,
ed era una banda di suonatori che precedeva due drappelli d'uomini
d'armi che, guidati l'uno dal Pellicione, l'altro da Gabriele, erano
destinati a guernire lo steccato onde mantenervi la quiete e il buon
ordine, ed onde dare certa qual più dignitosa ed armigera apparenza a
quella numerosa adunanza, guarentendo ad un tempo la sicurezza e il
rispetto che esigeva il Castellano, il quale aveva quel trattenimento
ordinato, non senza lo scopo d'intervenirvi ben anco qual sovrano che si
reca tra i vassalli a ricevere gli applausi d'un riportato trionfo. Al
suono de' militari stromenti che indicava il procedere dei soldati,
Falco si ritrasse colle sue donne da un lato della strada, presso la
muraglia del porto, divisando di ricondursi dietro di essi allo
steccato, poichè era segno che lo spettacolo stava per incominciare.
Passarono innanzi a loro i tamburi ed i trombettieri con bianchi
pennacchi sugli elmi, lietamente suonando, passò il Pellicione con sua
brigata d'archibugieri portanti corazza e celata, e venne alfine
Gabriele a capo alla sua squadra d'alabardieri posti in tutta armatura.
Il giovine Medici portava un elmetto d'argento liscio, lucido, con una
candida penna sul cimiero; aveva il corsale dello stesso metallo
profilato in oro, e vestiva il resto del corpo di panno cremisino
stretto alle braccia ed alle gambe, ma che s'allargava moderatamente
alle spalle ed alle coscie, ove era coltellato con bianche striscie di
drappo di seta: portava nuda nella destra la lunga spada, camminava
presto al pari degli altri, ma teneva gli occhi al suolo, e gli si
leggeva in volto una grave mestizia. Quando fu poco lungi dal luogo ove
trovavasi Falco, di cui egli non s'era punto accorto, ascoltò i soldati
che marciavano dietro a lui susurrare tra loro: _ecco Falco... ecco il
capitano della Salvatrice_.

Alzò Gabriele subitamente lo sguardo, e quasi trasognando vide quivi
accanto al suo valoroso liberatore la figlia di lui, il pensiero della
di cui non venuta colà era l'unica causa di sua tristezza. Orsola fu la
prima a vedere e riconoscere Gabriele, ed accennandolo a Rina che
attenta osservava al passar de' soldati del Pellicione: "Guarda, guarda,
esclamò, quel giovine signore che dormì nella nostra capanna!" e non
potè trattenersi dall'aggiungere: "oh come sta mai bene! esso mi sembra
le cento volte più bello d'allora".

Rina rivolse avidamente il capo ove accennava la madre, ed al
distinguere le care forme del giovinetto, al vedere il suo leggiadro
sfolgorare nelle armi tremò, impallidì ed appoggiossi al braccio di lei,
mal reggendo alla foga dei palpiti violenti. A quella vista Gabriele
rimase immobile un istante, ma incalzato dalla sorvegnente colonna de'
suoi soldati, fatto colla spada un saluto a Falco, che della mano
sorridendo glielo rese, dovette proseguire rapidamente il suo cammino
con una gioia in cuore che non avea più freno.

Allo squillo delle trombe, al battere dei tamburi, al vedere i soldati
dirigersi verso i padiglioni dello steccato, tutto il popolo s'avviò
quivi tosto accorrendo ed affrettando dalle abitazioni più discoste le
donne ed i fanciulli. Il Pellicione giunto al circo fece postare la
banda de' suonatori in apposito luogo, indi distribuì i suoi
archibugieri nella parte esterna delle tende onde sorvegliassero alla
quiete ed al convenevole collocamento di ciascuna persona secondo il
grado e l'età.

Gabriele pose il maggior numero de' suoi soldati in giro nell'interno
dello steccato a proporzionate distanze, e fece rimanere il restante
all'ingresso dello steccato medesimo aperto fra le due tende erette di
fronte al padiglione del Castellano. Dopo l'uscita delle due squadre
d'uomini d'armi della Fortezza ne discese Gian Giacomo seguíto non solo
dalla numerosa comitiva de' principali suoi comandanti e cortigiani, ma
avente seco eziandio un ospite riguardevolissimo il quale si era il
giovine conte Giberto Borromeo signore d'Arona. Arrivato il giorno
antecedente a Musso di ritorno d'una gita fatta in lontani paesi, aveva
voluto visitare Medici nel suo Castello, poichè da lungo tempo le loro
famiglie erano strette in amistà. Non è a dirsi quale onorevole
accoglimento venne a lui fatto da Gian Giacomo sì per i pregi personali
del conte Giberto, quanto per riguardo alla distinta nobiltà, ricchezza
e possanza di sua stirpe. Sottile e pronto com'era il Medici in
profittevoli ritrovati, la visita di quel personaggio gli suggerì
tostamente un progetto ch'ebbe poscia, sebbene non per lui, un ottimo
successo.

Quando il Castellano entrò co' suoi seguaci e s'assise nel padiglione di
mezzo s'udì una generale acclamazione e reiterati applausi colle grida
di _Viva Medici_--_Viva Gian Giacomo_--_Viva Musso_ e gli alabardieri
alzarono tutti le lancie e le riposero al suolo. Gabriele, appena ebbe
compita la sua fazione del collocamento de' soldati, s'affrettò a
ritrovare Achille Sarbelloni, ed a lui confidò per quel giorno
l'ulteriore incarico del comando di sua schiera; e corse quindi in cerca
di Falco e di sue donne tolti a lui di vista dall'onda del popolo. Stava
Falco con esse in una delle ultime baracche tra una turba de' suoi
conoscenti, terrazzani di Nesso e d'altri luoghi vicini. Gabriele quando
li ebbe veduti s'aprì il passo sino a loro, e con replicati inviti e
preghiere costrinse Falco, la moglie e la figlia a togliersi di là e le
condusse nel padiglione che stava a fianco a quello di Gian Giacomo;
ove, con imperiosa voce fatto sgombrare da chi l'occupava il posto
principale, obbligò con dolce forza ad assidervisi Orsola e Rina,
entrambe intimidite e riluttanti per rossore a quell'inusato cortese
procedere; ed egli rimase presso a loro ed a fianco di Falco, che,
lasciato per la prima volta il suo fido moschetto, stava colle braccia
incrocicchiate, e gli arditi lineamenti del volto spianati e impressi di
contento, aspettando anch'esso non senza qualche ansietà la spettacolosa
rappresentanza il cui soggetto gli doveva andare tanto più a genio, in
quanto che sentiva d'avere contribuito per quanto era in lui alla
vittoria che ne dava cagione.

Vago, diverso, aggradevole era il prospetto della corona di gente che
stipata ne' padiglioni circondava quella spaziosa arena: si vedevano ne'
varii gruppi spiccare elmi, piume, berretti, cappucci e fratesche
coccolle; miravansi donne con abiti a maniche cadenti fregiati e
trapunti, altre con cinture nastri e gioielli sparsi per le treccie e
sulla persona, ed altre finalmente vestite di semplici tele o panni, ma
con vivaci colori e singolari costumanze. Il padiglione del Castellano
appariva fra tutti bellissimo: nel mezzo stava seduto egli stesso col
berretto piumato, il mantello alla foggia spagnuola sopra un sottabito
di raso ricamato in oro; gli pendeva al fianco una spada di brillantata
impugnatura con guaina coperta di velluto purpureo e d'aurea frangia:
alla sua destra stava il Borromeo, alla sinistra l'Altemps, il fratello
Agosto e il Cancelliere, e dietro e dai lati gli altri Capitani.

Datosi il segnale dalle trombe, tutti gli sguardi si conversero alle due
serrate tende da cui dovevano uscire gli attori della mimico-sacra
rappresentazione, detta in allora _Mistero_ costituente la parte
principale dello spettacolo; il di cui soggetto tolto dalle Scritture,
ed allusivo alla circostanza, era il Trionfo di Davide o la Morte del
Gigante Golia. Gli attori erano terrazzani di Sala, borgo prossimo
all'isola Comacina, esperti nell'eseguire tali specie di drammi perché
assueti a rappresentarne ogni anno nella chiesa di San-Giovanni in
quell'isola, a cui accorrevano spettatori da tutte le parti del lago, e
godevano quindi fama di valenti mimi.

L'azione ebbe principio dall'uscire che fecero dalla tenda sinistra
alquanti uomini con certi strani abiti dintorno con che volevano
significarsi Ebrei, i quali, fatte varie militari evoluzioni per lo
steccato, s'arrestarono dinanzi alla tenda destra gridando e
schiamazzando: s'aprì allora anche questa, e ne apparve fuori una figura
altissima e voluminosa, era il gigante Filisteo, che indossava una
sopravveste rossa stretta al corpo a mo' dei Ducali, e s'aveva sulla
smisurata testa un elmo di latta: reggeva a due mani uno spadone
lunghissimo con cui avanzandosi a gran passi trinciava l'aria. Gli Ebrei
al suo avvicinarsi fuggirono scompigliati in ogni senso, e dopo molto
correre inseguiti da lui, rientrarono nella tenda d'onde erano venuti.
Allora il Gigante si condusse in mezzo all'arena e quivi si rattenne
appoggiato al suo gran ferro volgendo il capo superbamente dintorno.
Mentre esso si stava colà, s'aprì di nuovo la sinistra tenda, e ne uscì
un giovinetto vestito da pastore, che rappresentava Davide, il quale
girò l'arena mostrando di non avvedersi dei Gigante siccome questi di
lui, ma venuto al fine nel mezzo di essa il pastorello mirò Golia
facendo un atto di soddisfatta meraviglia come di chi trova quel che va
cercando. Il Gigante fe' cenno al pastorello s'allontanasse, ma questi
all'incontro diedegli segno d'essere venuto a disfidarlo. Golia
indispettito alzò la spada andando con ira verso di lui, ma il
giovinetto si ritrasse a moderata distanza, inginocchiossi invocando il
soccorso del cielo, indi alzatosi sciolse una corda che il cingeva, la
quale s'aveva nel mezzo la reticella che servire doveva di fionda, la
caricò d'un sasso, e ruotandola slanciò la pietra nella testa al
Filisteo, che dopo aver barrollato per alcuni istanti, cadde con gran
tonfo riverso al suolo: allora il giovinetto, piegate di nuovo le
ginocchia, rese grazie della vittoria al Signore, indi levò di mano al
Gigante il ponderoso ferro e con quello gli spiccò il capo, ch'era
artefatto e dipinto, e andava unito con cordicelle all'imbusto, entro
cui stava un uomo de' più alti e vigorosi che vedeva fuori per due buchi
praticati nella sopravveste. Al suo cadere erano accorsi dalla tenda gli
Ebrei, che giubilando alla vista della completa vittoria del pastorello,
lo levarono in alto sovra un seggio, infissero la testa di Golìa sur una
picca, e trascinandone pei piedi il corpo, fecero un giro trionfale per
lo steccato al suono di trombe e tamburi, e fra clamorosi applausi e
novelle grida di: Viva Musso, viva il Castellano, morte ai Ducali.

In seguito a tale drammatico spettacolo, che ben lungi dal sembrare,
come sarebbe avvenuto a' dì nostri, goffo e rozzo, fu tenuto da tutti
straordinariamente bello e interessante, si diede principio a giuochi di
corsa, d'assalto e di tiro al bersaglio. Primo fra questi fu il correre
al pallio, ch'era un'asta a cui stava appesa una collana, un pugnale ed
una veste, i quali oggetti dovevano appartenere ai tre primi tra i
gareggiatori che dopo varii prefissi giri pervenivano a toccare il
pallio. Dopo la corsa al pallio vi fu combattimento di lancia e spada,
senza punta e filo, tra varie coppie di disfidatori, e finalmente
piantato il bersaglio, fu lecito a ciascuno il trarre ad esso dapprima
colle balestre, poscia cogli archibugi, ottenendo i bersaglianti che
coglievano in bianco il premio d'un _cavalletto_ d'argento.

Gian Giacomo, accommiatando tutti quei che il seguivano, ad eccezione
del conte Borromeo, dell'Altemps, del fratello Agosto e del Sarbelloni,
uscì dal padiglione e recossi con essi loro nella casa in cui abitavano
le di lui sorelle colle cugine, ove per suo comando era stato disposto
un sontuoso pranzo.

Diede termine ai giuochi nel circo l'arrivo colà annunziato di quantità
di vettovaglie e botti di vino, recate entro barche dal Castello, da cui
appena scaricate se ne fece larga e pubblica distribuzione, per il che
erettesi prestamente nuove tende per tutto quel lido, nell'interno
stesso dello steccato i terrazzani colle loro donne e fanciulle
frammisti agli uomini d'armi, ai rematori, seduti in gran numero di
distinti crocchii, si diedero lietamente a mangiare e vuotar tazze, con
chiasso infinito di grida, di scoppii di risa, di canti e di evviva
diretti la maggior parte al Castellano, il cui rimbombare giungeva grato
e soddisfacente all'orecchio e scendeva al cuore dell'ambizioso Medici,
e si spandeva lontano per le sponde, annunzio ai discosti del festevole
universale tripudio che regnava sulla riva di Musso.



                             CAPITOLO DECIMO.

                         S'ei non potesse
     Tutto staccare il suo pensier da un trono
     Ch'egli alzò dalla polve?...
     Un Duca ardente di conquiste, inetto
     A sopportar d'una corazza il peso,
     Che d'una mano ha d'uopo e d'un consiglio,
     Al Condottier lo chiede, e gli comanda
     Ciò ch'ei medesmo gl'inspirò.

     MANZONI. _Il Conte di Carmagnola_. Att. III.


Nel tempo che durarono i giuochi, Gabriele rimasto sempre al fianco di
Falco e presso a Rina s'era beato delle più dolci e delle più soavi
sensazioni che sia dato provare all'uman cuore. Egli aveva tenuto
tenacemente attaccato lo sguardo alle forme dell'adorata fanciulla e
sentito nel contemplarle quel compimento di felicità che l'antecedente
vaneggiare di sua mente gli aveva lasciato intravedere possibile.

Meno subitanea per vero nacque la gioia nel seno della bella giovinetta
montanina. La novità del luogo, la varietà delle cose, la quantità delle
persone quivi raccolte recarono sulle prime somma confusione e
divagamento nello spirito di lei, che abituata alla solitaria quiete
della sua capanna e de' suoi monti, vedevasi per la prima volta in
simile rumorosa adunata. Lo splendore, la ricchezza delle armi e
dell'abito del giovine Medici, che tanto lo illeggiadrivano e ne
rendevano più nobile e interessante l'aspetto, avevano in essa fatta più
eminente l'idea dell'alto suo grado, e resa quindi maggiore una certa
impressione non mai cancellata in suo cuore, di vergogna, di soggezione
portata quasi sino alla temenza per l'affetto profondo per lui concepito
e per le illusioni a cui per esso s'era abbandonata, la qual cosa unita
allo sbalordimento cagionatole dal tumulto che la circondava, le teneva
l'anima oltremodo angustiata e sospesa. Allorquando però fu principiata
la mimica rappresentazione e tutti gli occhi degli spettatori,
compresivi quelli di Falco e della propria madre, furono rivolti
attentamente agli attori che comparvero nello steccato, Rina s'avvedendo
che quei soli di Gabriele stavano fisi immobilmente sovra di lei, provò
un sensibile alleggerimento al cuore e non seppe resistere ai desiderio
di girare lentamente il capo e sollevare, sebbene con assai di timidezza
e trepidazione, su di lui le pupille. Alla vista del fuoco,
dell'espansione, della vita di che mirò animati gli occhi ed i
lineamenti tutti di quel caro viso, si sciolse ad un tratto, come neve
al sole, ogni titubanza e turbamento che le serrava il petto, e
rimirandolo una seconda volta meno pavidamente, sentì scorrere più
libero per le vene il sangue acceso da quella fiamma che secreta ardeva
in lei con tanta forza.

Lunghi e pieni d'inenarrabile dolcezza furono gli sguardi di quegli
amanti, che una purissima voluttà invadea, quella tenera voluttà d'amore
a fronte a cui è gelido e fosco ogni altro diletto. Belli entrambi a
perfezione nelle loro giovanili forme, la varietà del loro vestimento ne
faceva più attraente e singolare la prossimità; Gabriele col piumato
elmetto d'argento, collo splendido corsaletto e la ricca spada offriva
l'immagine della forza ingentilita che contempla la schietta e semplice
bellezza rappresentata da Rina, il cui unico adornamento era un nastro
purpureo che le serpeggiava nelle nere e lucide treccie trattenuto da
uno spillone d'oro.

Terminati i giuochi del circo, Gabriele volle che Falco e le sue donne
prendessero ristoro di scelte vivande ad una mensa ch'era stata disposta
in uno de' più addobbati padiglioni per esso lui, pel Cancelliere e pei
più distinti Capitani d'armi. Colà venuti e sedutisi tutti intorno al
desco, nacquero tra i cibi e il vino i più fervorosi colloquii, e
rimbombarono là dentro ripetuti _evviva_ al Castellano come risuonavano
all'intorno. Falco, cui la vista dei singolari ed armigeri spettacoli
poco innanzi rappresentati avevano esaltato lo spirito, trovandosi fra
quel crocchio di cospicui guerrieri commensali che giocondamente seco
lui s'intrattenevano, vedendosi dalle cordialità del giovine Medici
pagato ad usura dell'affetto che per lui nutriva, lieto in cuore ed
animato andava esprimendo co' suoi franchi e robusti modi il suo
attaccamento alla causa del Castellano e la speranza che nutriva di
cooperare per lui a nuove e più clamorose vittorie. Orsola godeva alla
contentezza che leggeva in volto al marito, e frammetteva spesso qualche
suo motto alle semplici parole che Rina e Gabriele andavano tramutando,
e di cui essi soli però sentivano la vera espressione ed il valore.

I raggi del sole, rivolto al declinare, penetrando obbliquamente per le
aperture di quel padiglione, spandevano una luce calda rossiccia che
riflettevasi pei vasi, le tazze, il metallo dell'armi e degli
addobbamenti, e dava singolare risalto alle forme ed agli abiti di tutti
quei personaggi assisi quivi alla mensa. Lumeggiati da tal chiarore
apparivano più distinti e caratteristici i volti di que' guerrieri, ne'
cui pronunciati lineamenti stava improntata la fiera ed audace vivacità
dell'indole, fatta ancora più incontinente e decisa dai fumi del vino
senza parsimonia tracannato, che rendeva a molti rubiconde le guancie, e
faceva ad altri lucide ed ardenti come carbonchi le pupille. Giovin rosa
fra rudi arbusti era Rina in quel convegno; ma benchè non pochi dei
capitani vibrassero su di lei furtivi sguardi, nessuno ardì far pure un
cenno con atti o con parole che al pudore di lei potesse riuscire
offensivo, poichè oltre che i più s'erano avveduti dell'interessamento
di Gabriele per lei, era dello spirito dei tempi, che dominava anche
sugli animi più inverecondi, il non prorompere alla presenza di donne o
fanciulle in motti sconci od osceni.

Dopo alcun tempo da che durava quel convito, e da che i commensali,
consunte le vivande, non attendevano che al vuotare i calici ed al
novellare, s'udì elevarsi al di fuori un gran clamore con ripetuti
prolungati _evviva_. Erano applausi al Castellano che uscito dalla casa
delle sorelle si recava col Borromeo ed il rimanente di sua comitiva
alla volta dell'arsenale, con che soddisfacendo al desiderio dal Conte
enunciato di esaminare partitamente quel vasto edificio, famosa officina
d'armi e di navi, assecondava la propria mira che era di far nascere in
lui più grande ed energica l'idea della sua potenza per guadagnarne lo
spirito interamente.

Riferita nel padiglione di Gabriele la causa di quei clamori, tutti di
là si partirono dirigendosi la maggior parte all'arsenale, ove si
recarono pure Gabriele medesimo con Falco, Orsola e Rina. Entrati questi
colà s'aggirarono buona pezza pei cantieri, per le sale delle arti e
degli armaiuoli; ma della vista delle cose ivi esistenti non si
compiacque altri che Falco, nella cui mente s'aggiravano di continuo
immagini di navi, di spade, di pugnali, d'archibugi: Orsola, troppo
semplice ed inesperta, nulla comprendeva intorno ai complicati ordigni
d'armamento: Gabriele e Rina, l'un dell'altro indefessamente occupati,
poca attenzione prestavano a quegli oggetti che al pari d'ogni altro più
prezioso e singolare del mondo non potevano produrre ad essi alcuna
impressione aggradevole, poichè ogni loro facoltà era assorta
nell'infrenabile sentimento d'amore.

Trascorso tutto l'arsenale, ne riuscirono all'uscita nel momento appunto
in cui vi perveniva da un altro lato Gian Giacomo co' suoi nobili
seguitanti. Gabriele, rompendo l'ala di popolo che difilata nel cortile
attendeva il Castellano al passaggio, si presentò a lui indicandogli
essere colà Falco, il quale si rattenne indietro con sue donne compreso
da soggezione e rispetto. Gian Giacomo cercò tosto avidamente collo
sguardo quel suo valoroso Comandante di nave, e scortolo l'invitò della
voce e della destra a farsi innanzi. Non potendo rifiutarsi a tal
dimanda, s'avanzò desso, abbandonando però tra la folta le donne; ma
Gabriele il quale, benchè si fosse rivolto a complimentare il conte
Borromeo, se ne avvide, disse istantaneamente al fratello che col
guerriero di Nesso erano venute la di lui moglie e la figlia. Gian
Giacomo costrinse Falco a condurgliele davanti, e venute queste pure
alla sua presenza, veduta appena la rara beltà della giovinetta, e
accortosi dall'arrossire improvviso di Gabriele cosa passasse in lui,
vibrò su di esso un rapido sguardo, ma così severamente espressivo e
penetrante, che il giovine Medici impallidì di tal maniera, che se non
era l'elmetto che gli ombrava parte del viso, sarebbonsi tutti i
circostanti accorti di quel subitaneo tramutamento di colore. Si volse
però tosto il Castellano con cortese modo alle donne, e dopo averle di
nuovo guardate, sorridendo a Falco amichevolmente, disse:

"Tali fiori crescono sulla tua rupe? e tu ne li volevi tenere celati? ma
non sai tu che di simiglianti si trovano radamente nelle pianure e nelle
città?--Che ve ne pare, Conte d'Arona? (chiese al Borromeo.) Il nostro
Luino, l'Oggionno o il Da Vinci non avrebbero ritratta questa fanciulla
per farne un'angioletta o un serafino da porre nella gloria sull'alto
d'una chiesa?"

"Io ho conosciuto un Gaudenzio da Varallo, rispose il Borromeo, che
facendo ottimi dipinti e statue per le sacre cappelle del suo monte
soleva prendere a modello le donne Fobellesi, che quanto a perfezione di
forme portano il vanto fra le donne italiane, ma son convinto che
all'occhio di quel pittore questa fanciulla non sarebbe apparsa punto
inferiore alle stesse sue predilette montanine Valsesiane".

"Quant'essa leggiadra, riprese Gian Giacomo, altrettanto valente è il
padre suo. Questi è quel Falco abitatore della rupe di Nesso, quello il
cui nome suona così terribile ai nostri nemici. Due volte ei sottrasse
Gabriele ad imminente pericolo di morte; e fatto comandante d'una nave
dell'antiguardo della mia flotta, diede nell'ultima battaglia le più
segnalate prove di destrezza e coraggio, per cui l'ho caro e lo stimo
siccome uno de' miei più prodi guerrieri".

Il conte Borromeo, come tutti gli altri astanti, andava contemplando
curiosamente Falco, a cui l'ardito portamento, la fierezza, sebbene
alquanto mitigata, della guardatura e dei lineamenti, il giaco di maglia
che portava sotto la schiavina da rematore, i pugnali infissi nella
cintura, e la rete d'acciaio che gli copriva il capo davano il più
marcato aspetto d'un formidabile pirata. Il Conte s'era maravigliato
alle prime nel vedere il Medici accogliere con segni di tanto favore un
uomo di quelle sembianze, ma udite quest'ultime parole: "Vi sono anche
sul nostro lago Maggiore, disse, molti Locarnesi ed Intraschi che
adoperano con somma perizia tanto il remo quanto l'archibugio, ma dirò,
o Castellano, che nessuno può stare a petto di costui se giunge a
meritare sì aperta lode da un condottiero d'armati come voi siete".

"Egli non è ammirato soltanto da me: tutti quelli che salirono la flotta
dovettero palesamente convenire del suo valore. Or permettetemi, nobile
Borromeo, che mentre facciamo la via alla zecca di Musso, che mi diceste
vi piace vedere, io m'oda da lui la relazione del compimento d'un
incarico che gli confidai".

Uscirono così parlando dal cortile dell'arsenale: precedeva il conte
Giberto coi principali capitani del Medici, veniva poscia questo stesso
avente Falco a sinistra, e dietro Gabriele con Rina e la madre.

"Ebbene, che mi narri dei Ducali?" chiese Gian Giacomo a Falco con bassa
ma ansiosa voce.

"Sono tutti accovacciati dentro le mura di Como", rispose questi
sommessamente esso pure.

"Non lasciarono presidii? non munirono rocche? non devastarono od
incendiarono Terre?"

"No. I colpi che loro appoggiammo presso Bellaggio gli stordirono ed
ispaventarono in modo, che fuggendo tutti precipitosamente, non si
credettero in luogo di sicurezza che quando videro frapposti tra essi e
noi i baluardi e le torri di Como".

"Credi tu, mio Capitano (pronunciò Gian Giacomo abbassando maggiormente
la voce e stringendo il braccio a Falco presso la mano) che noi non
saressimo capaci di scambiare le nostre palle colle loro sotto le mura
stesse di Como? che ci sarebbe impossibile il farli sloggiare anche da
quella città? Il Baradello è stato da essi medesimi distrutto, ed i
bastioni ora esistenti non sono sì alti e massicci da non potervi far
breccia o montare colle scale all'assalto".

"Castellano (rispose Falco, sovrapponendo con calore la sua destra mano
a quella del Medici che gli stringeva il braccio, poichè quella proposta
fatta in tuono confidenziale infiammandogli la mente, il fece dimentico
d'ogni differenza di grado), datemi la vostra parola che il più presto
possibile ci condurrete innanzi a Como, ed io vi giuro, che se una palla
non mi trapassa il petto, pianterò pel primo la vostra bandiera sul
baluardo del porto di quella città".

"Parleremo di ciò in altri momenti", a lui rispose freddamente Gian
Giacomo ritraendo la propria mano, poichè gli parve improprio quel
calore e quella famigliarità con cui il montanaro s'era espresso: "e
appunto affinchè io possa aver agio di favellare con te ogni volta che
ne avrò piacimento, tu devi determinarti a rimanere qui meco colla donna
e la figlia, e rinunziare alla tua abitazione della rupe. Quella casa
che vedi là sulla destra al principiar dell'altura, apparteneva al
traditore Filippo Tressano; ora è posseduta da me e trovasi vuota
d'abitatori, io te ne faccio un dono; va ad albergarvi con tua famiglia,
poichè ho brama decisa che tu non ti discosti mai da Musso se non per
mio comando".

Falco, confuso e sorpreso da quel dono inaspettato, rimase alcuni
istanti in forse, mal sapendo se dovesse rendergliene grazie, o
apertamente rifiutarlo, poichè non fu invaso che dall'idea, occorsagli
troppo tardi un'altra volta, del sacrificio della propria indipendenza e
dell'amore del luogo natio, e mentre raccozzava parole di scuse per
temporeggiare a decidersi, essendo tutta la comitiva pervenuta in Musso
alla porta della zecca, il Castellano troncò a lui sulle labbra ogni
detto, pronunciando rivolto a Gabriele: "Tu che devi amar Falco, e so
che l'ami più che alcun altro dei nostri, tu ti assumerai la cura di
provvedere quanta fia d'uopo per rendere abitabile la casa di Tressano
che ho data a lui: fa ch'egli vi trovi tostamente quanto può desiderare
per rimanervi comodamente con sua famiglia, e quanto può valere a
compensarlo dell'abbandono che lo costringo a fare del suo abituro di
Nesso.--Addio, Falco... addio voi donne; d'ora innanzi noi ben ci
potremo più frequentemente vedere". Così dicendo s'accostò al conte
Borromeo e lo scortò nell'entrata dell'edificio ove si coniavano le sue
monete.

Falco rimase immobile e pensoso alcun momento presso la porta di quel
fabbricato, poscia dirigendo la parola a Gabriele che gli si era
accostato premuroso d'udire le sue risoluzioni: "Ho deciso, esclamò:
accetto il dono che m'ha voluto fare il signor Castellano: lascierò la
mia capanna della rupe e verrò a stabilirmi in Musso. Nessuno osi dire
però che io mi sono condotto a questo passo per desiderio di dimorare in
una grossa Terra all'ombra d'un potente castello: no, per l'anima mia:
se Falco si stacca dal suo vecchio nido, se si decide a non rivedere più
mai i sassi e gli alberi della sua montagna, è solo per amor tuo, o Rina
(e mirò la figlia con uno sguardo da cui trapelava il vivo paterno
affetto frammisto al dolore del sacrificio a cui, in suo pensiero,
quell'affetto il forzava); per te soltanto io darò un eterno addio alla
mia rupe; rinunzierò interamente alla libera disposizione di me stesso
per procurarmi la certezza che il piede d'un ribaldo nemico non possa
calcare inosservato il sentiero che guida al casolare dove tu dimori e
vendicarsi di me nel tuo sangue".

Invaso Gabriele a tali espressioni da inesprimibile contento: "Così
operando, disse, tu confermi e dài finalmente esecuzione a quanto ti eri
proposto allorchè mi conducesti libero a Musso: allora dicesti che
volevi, prima di chiedere altri favori a Gian Giacomo, aver combattuto e
vinto i Ducali; la sorte ci ha assecondati, e come tu bramasti, il dono
di mio fratello non è che un premio meritato dal tuo valore. Rimane a me
solo l'obbligo presentemente di dimostrarti la mia gratitudine, e il
farò occupandomi all'istante del fare addobbare d'ogni arredo la casa
dei Tressani, che i nostri soldati spogliarono di tutto nel dì che
Filippo ci si chiarì traditore". Ciò detto s'incamminava già frettoloso
a ricercare uomini ed artieri onde dessero mano sul momento a disporre
alcune camere della casa in modo d'essere quella notte medesima
abitabili, riservandosi a procurare con miglior ordine e diligenza le
altre cose necessarie nella susseguente giornata. Ma il guerriero
montanaro richiamandolo il trattenne, poichè sebbene si fosse risolto di
cangiare luogo di dimora, non voleva che tale sua deliberazione avesse
sì subito compimento, e "Non v'angustiate, a lui disse, onde far
preparare la casa per noi, giacchè debbono passare alquanti giorni prima
che io abbia fatto interamente sgombro il mio abituro della rupe per
venirmene a stare a Musso: ora dobbiamo ricondurci colà, ed io
ritornando poscia a questa Terra recherò la maggior parte di quelle cose
che debbono bastare all'ammobigliamento dell'abitazione d'un povero
alpigiano: Ora Trincone e il Tornasco ci staranno attendendo; essi
avranno già staccata la barca e disposto il tutto pel viaggio, e il sole
già calato dietro i monti ci avverte che è d'uopo che ci avviamo al lido
per partire".

Gabriele nulla osò rispondere, conoscendo per prova quanto fosse vano il
replicare contro le risoluzioni di quell'irremovibile montanaro; diede,
benchè molto a malincuore e non senza un interno moto di rabbia, segno
d'aderire a' suoi detti e si diresse con lui e colle donne verso la
sponda. Siccome il battello di Falco era rimasto sin dal mattino presso
l'arsenale a poca distanza dalle navi da guerra, ed il luogo ove essi si
trovavano al momento che fu risoluto il partire era in una parte di
Musso a quella opposta, Falco condotte alla più vicina riva le donne,
accennò loro di colà attenderlo, e recossi al sito ove stava il suo
navicello per venire quivi a riprenderle, per il che Gabriele restò da
solo con Orsola e Rina.

Era sul principiare della sera: l'ultima purpurea tinta del sole sparita
ben anco dall'acuta sommità del Legnone lasciava risplendere in tutta la
sua argentina luce la luna che apparsa col colmo disco in cielo, i monti
di fianco e di prospetto vestiva di bianco lume, e ne dipingeva come
brune macchie le fosche masse selvose: terse e placidissime stendeva le
sue acque il lago, solo leggiermente increspate qua e là dalle aurette
vespertine che uscendo dalle valli aleggiavano di tratto in tratto su di
esso, spandendosi come un alito gentile che appanna la lucida superficie
d'un cristallo.

Mentre Orsola s'accostava alle acque inoltrandosi alcun poco pel lido
onde spiare se fosse lontano il battello, Rina e Gabriele rimasero soli
vicini, e i loro sguardi s'incontrarono e si sostennero fisi, dimentichi
nel contemplarsi d'ogni cosa creata, sinchè l'eccesso del sentire li
costrinse entrambi a divergere le pupille: la fanciulla abbassandole al
suolo, e Gabriele alzandole all'eterea volta ver' la regina della notte,
ripetendo più fervido colla mente il voto da lui fatto sul baluardo del
Forte d'aver Rina o morire. Una potenza irresistibile però ricondusse a
poco a poco lo sguardo di questo ardente amatore al volto dell'adorata
giovinetta, e quale non fu il suo affanno e la sorpresa veggendola
immobile in un mesto atteggiamento col capo inclinato e le guancie
rigate di pianto! non seppe resistere a tal vista Gabriele, e piegandosi
verso di lei, serrandole una mano con ambedue le proprie: "Che miro mai!
pronunciò con agitata e repressa voce: Voi piangete? voi vi mostrate
afflitta, addolorata? per pietà, Rina, spiegatemi la cagione della
vostra angoscia; fate ch'io possa rasciugare il vostro pianto: non
potrei vivere un istante lontano da voi se vi sapessi dolente e
sconsolata".

"Io doveva o non mai qui venire, o scostarmene mai," rispose Rina con
voce lenta e interrotta dai sospiri, tenendo sempre lo sguardo rivolto a
terra. "Sì, Rina, disse con trasporto d'amore Gabriele: tu qui verrai
per sempre, e allora non vi sarà forza d'uomo che potrà mai più
staccarti dal mio fianco: la mia vita è sacra a te, e nessuna terrena
potenza potrà togliermi ciò che tengo più caro d'ogni tesoro". Levò Rina
su di lui teneramente gli occhi: essi erano pieni di lagrime, di quelle
lagrime preziose che l'amore elíce dalla regione più pura del cuore:
brillavano quelle stille come gemme ai raggi della luna, e facevano più
celeste il lievissimo sorriso con che l'innamorata fanciulla rispondeva
e il pagava delle sue amorose parole. Il battere dei remi annunziò il
giungere della barca: ritto in mezzo ad essa si stava Falco appoggiato
al suo moschetto che aveva ripreso: s'accostò il navicello un momento a
terra: Gabriele diè mano ad Orsola, poscia a Rina a salirvi, e appena
fatto e ricevutone da esse e da Falco un saluto, la barca s'allontanò
rapidamente.

Piena l'anima dei più vivi e soavi sentimenti e d'ogni cara speranza, il
giovine Medici rimase sul lido per tutto quello spazio di tempo in cui
gli fu dato distinguere al lume di luna le forme di chi sedeva in quella
barca che vogava al largo; si mosse quindi di là, percorrendo la strada
che sulla sponda guidava al Castello.

Il conte Giberto Borromeo, preso congedo da Gian Giacomo quella sera
stessa, nel mattino seguente di buon'ora partì con sua comitiva da
Musso, avendo contratto l'impegno d'un nodo nuziale che doveva dare a
Milano l'uno de' più illustri suoi Arcivescovi, ed alla Chiesa un
famosissimo santo, quale si fu Carlo Borromeo, che nacque nel 1538, cioè
sette anni dopo l'epoca del nostro racconto, da questo conte Giberto e
da Margherita, secondogenita tra le sorelle del Medici, la quale colle
germane e le cugine stava allora in quella casa foggiata a monastero,
che sorgeva in vicinanza di Musso, ove il giovine Conte era stato
condotto a pranzo dal Castellano.

Gian Giacomo, che tutta conosceva la possanza della casa Borromeo, di
cui i conti Lodovico, Giberto il senatore, e Pietro Francesco avevano
allora recentemente ottenuti tante dignità e favori da Duchi e da
Monarchi, calcolò che un'alleanza stretta da legami nuziali con quella
stirpe patrizia non poteva che tornargli oltremodo proficua, e pensava
che, estendendo coll'aiuto de' Borromei i confini de' proprii dominii
sino a congiungerli coi loro feudi, tutto il paese compreso fra il Lario
e il Verbano poteva un giorno cessare d'appartenere alla corona Ducale.
Come però le vicende facessero vani simiglianti ambiziosi progetti, si
vedrà nel seguito di questo racconto.

Alcuni giorni dopo la battaglia discese dai monti Mattia Rizzo colla sua
schiera di cacciatori e di uomini d'armi, poichè s'aveva avuta certa
notizia che i Grigioni e gli altri Svizzeri della Lega, conosciuto per
mezzo dei montanari l'esito infelice del combattimento navale, avevano
interamente abbandonate le montagne e le valli circonvicine.
Quest'ultimo favorevole avvenimento venne però controbbilanciato in gran
parte dalle novelle che recarono i messi spediti a Monguzzo: narrarono
essi che Battista Medici nell'assalto tentato dai Ducali contro quel
Castello era rimasto gravemente ferito, buon numero di soldati uccisi, e
le mura in più luoghi aperte e diroccate in modo, da renderne
disastrosissimo e forse impossibile ogni difendimento se il nimico
avesse insistito nella sua intrapresa; ma che per buona ventura i Ducali
che s'erano duplicati di numero due giorni dopo aver posto l'assedio, al
quarto dì scomparvero nel momento appunto che gli assediati si credevano
ridotti a disperato partito.

Ecco come era avvenuto il fatto: Rinaldo Lonato, retrocesso da Lecco,
ove, veduti gli apparecchi di difesa, aveva considerato vano ogni
tentativo d'espugnazione, era venuto a congiungersi sotto Monguzzo col
capitano Tridelberg, che in un assalto dato al Castello, sebbene
respinto dagli assediati, aveva fatto loro provare gravissima perdita:
allorchè questi duci, congiunte le loro forze, stavano per ispingerle ad
una più formidabile scalata, dovettero dimetterne ogni pensiero e
partirsi frettolosamente colle loro truppe da Monguzzo, chiamati a Como
da lettere pressanti dei Commissarii Ducali e del Governatore Pedraria,
i quali appena venuti in chiaro, con indescrivibile cordoglio, della
sconfitta della flotta e della morte dell'ammiraglio Gonzaga, paventando
una sorpresa del Medici in Como stessa, che si trovava affatto sguernita
d'armi e di difensori, si affrettarono a richiamarvi le sparse bande
d'armati.

Il Castellano quando seppe l'infermità del fratello Battista, spedì
tosto a Monguzzo il capitano Mandello con cento uomini d'armi onde
rafforzasse il presidio, comandandogli desse prontissima mano a
ristaurare e rimettere nel primiero stato le fortificazioni, non
perdonando a spesa od a fatica, poichè forte gli premeva il conservarsi
in possesso di quel Castello ch'egli considerava come l'antemurale de'
suoi dominii del lago. Partito il Mandello e assecurata la difesa di
Monguzzo, Gian Giacomo non aveva altro pensiero che il travagliasse,
fuorchè quello dello scarso numero a cui trovavansi ridotti i suoi
soldati, poichè ben vedeva che i dì delle battaglie non erano tutti
trascorsi, e che era per lui urgente necessità di avere a' suoi ordini
numerosa gente per sostenere i futuri inevitabili conflitti.

Si compì però di que' giorni un avvenimento che anche a tale bisogno
promise certo riparo. Il conte Volfango Teodorico d'Altemps, invaghitosi
di Clara la maggiore sorella del Castellano, a lui la richiese in donna,
ed esso gliela concedette, a patto però si recasse in Alemagna alla
terra di Altemps, possedimento di Marco Sittico suo padre, ed assoldate
molte schiere tedesche, inviandole pel Tirolo e pei monti della
Valtellina, le facesse prontamente pervenire a lui in Musso. Il conte
Volfango aderì alla proposta: vennero celebrate le nozze, e partito
colla sposa, giunto in Germania, ove il padre lo accolse con sontuosi
festeggiamenti di conviti e tornei, si diede ad adunare bande armate per
adempiere alla promessa contratta col Castellano.

Un mese all'incirca dopo il matrimonio del Conte d'Altemps arrivò a
Musso un ricco Milanese, feudatario ducale, certo Galeazzo Messaglia,
uomo giovialone in apparenza e dato al motteggiare, ma fino ed accorto
conducitore di politici negozii: mostrò essere colà venuto per sue
private faccende, ed a guarentigia di sua persona offrì commendatizie di
Gio. Angelo Medici, fratello di Gian Giacomo, monaco in un convento di
Milano.

Il Castellano, già svegliatissimo per natura e allora sempre in sospetto
di nemiche macchinazioni, volle subito conoscere dappresso il messere
Milanese che gli fu riferito essere arrivato a Musso, e tale per
l'appunto era il desiderio del Messaglia, il quale non venne inviato
colà per altro fine che per proporre trattative di pace al Medici;
secretamente però, e quasi le esponesse in nome proprio in qualità
d'intermediario tra il Castellano ed il Duca, senza che ne avessero
sentore i Grigioni e senza che in caso di rifiuto il decoro ducale
restasse compromesso. Dopo varii colloquii tenutisi da Gian Giacomo col
Messaglia, in cui questi seppe destramente cattivarsi l'interesse di lui
svelandosi per famigliare e confidente del Duca, venuto un giorno il
buon destro, il Milanese gli fece un quadro assai animato dei mali
gravissimi che quella guerra partoriva ad ambe le parti, e della
carestia che cominciava a regnare d'intorno; parlò poscia della
possibilità di porre un termine alle tante tribolazioni dei popoli di
queste contrade, e disse che sapeva di certo che il Duca non sarebbe
stato lontano dall'accordare la pace sotto certe condizioni: il richiese
tosto Gian Giacomo s'ei conosceva quali potevano essere le condizioni
assolute sotto le quali lo Sforza segnerebbe un trattato che dovesse
mettere un fine alle ostilità. Messaglia rispose ch'egli non poteva
asserirle fondatamente, perchè non era munito delle necessarie facoltà
per ciò fare, ma che era convinto di non colpire lungi dal vero dicendo
essere le seguenti: (erano quelle da lui previamente concertate alia
Corte) I.° "Che al Castellano dovesse restare Musso e Lecco colle
riviere del lago ed altri luoghi vicini di qualche importanza: II.° Che
egli potesse comandare assolutamente senza eccezione di maggior
magistrato, ed in somma che potesse nel suo stato tutto ciò che può un
principe, solo ch'ei riconoscesse nel Duca il supremo e diretto dominio,
sebbene il Duca non potesse sotto qualunque pretesto a lui comandare.
III.° Che il Duca si sarebbe obbligato a somministrargli negli anni
avvenire senza pagamento di gabelle quella quantità di grano e sale che
potesse abbisognare per i suoi paesi. IV.° Che il Duca parimenti darebbe
fede di riputare e trattare in ogni circostanza i soldati ed ufficiali
del Castellano come suoi proprii. V.° Che il Castellano all'incontro
lasciasse Monguzzo con tutto il territorio che possedeva al di là di
Lecco, e pagasse al Duca quaranta mille scudi in una o più rate, e nei
modi e termini che si sarebbero convenuti". Aggiunse il Messaglia che
qualora esso Gian Giacomo fosse disposto ad accettare tali proposizioni,
s'assumeva egli medesimo l'incarico di farsi autorizzare dal Duca a
proporgliele nella forma più autentica onde venire alla stipulazione
solenne d'un trattato di pace. Il Castellano udito il tutto
attentamente, a lui rispose che si riservava manifestargli le proprie
risoluzioni in altra vicina giornata; e licenziatolo, chiamò intorno a
sè il Pellicione cogli altri suoi più fidi, ed espose loro quanto eragli
stato proposto da quel segreto Ambasciatore del Duca, che per tale egli
bene l'aveva riconosciuto. Ai primi quattro capitoli, come il Medici
medesimo, anche i suoi consiglieri opinarono potersi liberamente
aderire, perchè il riconoscere nel Duca il supremo dominio, mentre non
inceppava affatto la sovranità di Gian Giacomo, dava anzi un carattere
di legittimità a quel suo dominio, ch'era ciò appunto che egli
maggiormente desiderava: l'ultimo articolo però fu rigettato ad una
voce, e Gian Giacomo che pendeva dubbio se dovesse sottoporvisi o
rifiutarlo, volle, pria di decidersi, che si sviluppassero estesamente i
motivi del negato assentimento: dopo varii ragionamenti fatti sotto
diversi aspetti da que' suoi cortigiani contro la pretesa dei
quarantamila scudi, che a que' tempi era ingente somma, il Pellicione,
balzato in piedi, esclamò:

"Per la spada di san Michele! hanno da venire a chiedere a noi tutto
questo danaro per lasciarci quello che non ci possono togliere, e per
far terminare una guerra in cui essi hanno sempre avuta la peggio? Ma
che dico, terminare la guerra? Chi ci accerta che quando noi avremo
comperata la pace dal Duca saremo lasciati tranquilli dalla Lega Grisa?
Non è invece più probabile che se gli Svizzeri riportassero
nell'avvenire qualche vantaggio sopra di noi, i Ducali, in luogo di
soccorrerci, si tornerebbero ad unire ad essi per tentare di compire la
nostra ruina? Rammentatevi, Castellano, delle prove che ci hanno già
date della loro mala fede: se vogliono monete, mandate ad essi quelle
che ancora vi rimangono di cuoio colla effe spezzata [17]; ma gli scudi
lucenti del sole che si coniano ora con buon argento nella zecca di
Musso, riserbateli onde comperare botti di vino e cacio per le truppe
Tedesche che saranno qui tra poco condotte da vostro cognato il conte
Volfango d'Altemps".

[Nota 17: Vedi Capitolo III, pag. 83.]

Le vittorie recenti, l'aspettativa delle bande ausiliarie indicate dal
Pellicione, la supposizione che se il Duca era disceso a tanto da fare
pel primo proporre capitoli di accordo doveva essere ridotto a
stringente necessità d'aver pace, per la penuria dei viveri che in
Milano cominciava a regnare, e che quindi non sarebbe stato restio
all'accedere a patti meno vantaggiosi, determinarono Gian Giacomo
Medici, richiamato il Messaglia, a rispondere: che se voleva si
prendesse a trattare sui capitoli da lui esposti, allorquando presentati
verrebbero in nome del Duca medesimo, era d'uopo toglierne l'ultimo
interamente, poichè egli intendeva di non sborsare pure un cavallotto:
che quanto a Monguzzo, l'avrebbe volontieri cangiato con qualche altra
Terra del dominio Ducale, ma che voleva che lo Sforza gli spedisse il
diploma che lo investisse della Signoria di Musso e di Lecco. Il
Messaglia, da sperimentato ed astuto negoziatore qual era, cercò ogni
via di determinare il Medici ad aderire al pagamento dei quarantamila
scudi, esponendo l'incertezza della militare fortuna, il bene della
patria, la tranquillità del possesso, e proponendo varie altre
concessioni in compenso di quella somma, giacchè era stato il solo
bisogno di danaro che aveva costretto il Duca a far tentare
quell'accordo: ma Gian Giacomo fu irremovibile, e il feudatario Milanese
dovette partirsi da Musso senza avere ritratto il più picciolo frutto
dalla sua missione.

L'infelice successo di queste trattative portò vivissimo cordoglio
nell'animo del duca Francesco Sforza, che tante avversità e proprie e
dello Stato tenevano di già in continue agitazioni e tristezze.

Era nell'epoca di cui parliamo prossima a scoccare l'ultim'ora
dell'indipendenza del lombardo regime. Dopo il dominio de' Romani,
cessato nel quinto secolo dell'era nostra, dopo quello de' Longobardi,
de' Franchi e de' Germani, che finì di fatto verso il mille, Milano si
resse per tre secoli, sebbene non senza interruzioni, con governo libero
municipale; alla metà del secolo decimoterzo i Visconti se ne fecero
signori e furono pei maneggi di Giovan Galeazzo nel 1395 investiti dalla
Corte imperiale del titolo di Duchi, che serbarono sino al 1447, nel
qual anno, morto Filippo Maria Visconte, s'estinse con esso la linea
legittima maschile di quella casa e la sua sovrana grandezza. Lungi i
Milanesi dal trar profitto da tale favorevole occasione per riassumere
gli antichi loro diritti, decaduti pur troppo da quella fama di prodezza
e valentía che s'erano acquistata ai tempi del Barbarossa e della Lega
Lombarda, giacquero in uno stato d'obbrobriosa anarchia per tre interi
anni, nel qual tempo i _Capitani del popolo_ o _Difensori della libertà
di Milano_, che così vollero essere denominati quelli che si posero a
capo dell'informe governo della città, nulla mai operarono che
all'assunto titolo corrispondesse.

Sapendo quanto fosse la città infiacchita, miseri ed impotenti i
cittadini, il conte Francesco Attendolo, celebre condottiero d'armati,
che dal soprannome di suo padre era detto Sforza, ponendo in campo il
pretesto d'aver per moglie una figlia del duca Filippo Maria, la quale
pur legittima non era, aspirò alla signoria di Milano, ed assediatola
nel 1450 la ridusse ben presto a tale che, prevalendo nel popolo il di
lui partito, gli furono aperte le porte, ed accolto con acclamazioni e
festeggiamenti, fu proclamato Principe e s'ebbe tosto della ducale
corona fregiata la fronte. Il dominio sforzesco giunse al massimo grado
di potenza e splendore al cadere del secolo decimoquinto, quando sotto
la paterna mano di Lodovico (per la bruna tinta del volto chiamato il
Moro) Milano ricca e pacifica vide fiorire in se splendidissime le arti,
le lettere e le scienze. Ma, per fatale sventura d'Italia, la Francia e
l'Alemagna divenute possenti nazioni trascelsero a campo di loro disfide
questo bel paese, da cui sembrava dovesse l'Alpi escluderle per sempre:
in breve periodo di anni i monarchi francesi Carlo VIII, Luigi XII,
Francesco I visitarono colle loro armate Milano, a vicenda con quelle
dei Germanici Imperatori, il più possente dei quali Carlo Quinto vi
lasciò finalmente stabili presidii e un Generale supremo.

In mezzo ai tanti e diversi avvenimenti delle guerre che gli stranieri
qui combattevano, gli Sforza erano alternamente apparsi e spariti come
picciol legno sopra mare in tempesta. Francesco, figlio dello sventurato
Lodovico ed unico rampollo della famiglia Sforzesca, per magnanimità e
giustizia di Carlo si riassise al fine più stabilmente del fratello
Massimiliano, sul lombardo seggio principesco che sostenne lui ultimo
Duca, e dappoi si cangiò per sempre in uno sgabello da governatore.

Sebbene però il Germanico Cesare avesse riposto lo scettro nelle mani di
Francesco secondo Sforza, non è però a dirsi che questi le tenesse
libere e sciolte come a sovrano signore si conveniva. Antonio De-Leyva,
che sotto colore di rimanersi a difesa del Ducato pel caso d'una temuta
invasione delle armi Francesi si stava a Milano a capo di molte schiere
imperiali, teneva il Duca in quasi totale soggezione: era De-Leyva uno
spagnuolo vigilante, ardito, prepotente, odiato da tutti per le
estorsioni da lui commesse nel suo lungo soggiorno in questo paese, il
quale non aveva altro di mira che di affievolire la podestà ducale per
estendere la propria.

Il Duca, oltre l'importuna ed imperiosa presenza di questo straniero
nella capitale del suo Stato, era angustiato e tenuto in pensiero dalla
prossimità delle armate Romagnole e Viniziane, dai moti popolari di
varie città e più di tutto dall'usurpazione ch'aveva fatta Gian Giacomo
Medici d'una parte importante del ducale dominio, nella quale si
manteneva con tanto vigore ed ostinazione e da dove nuove circostanze
gli facevano ogni dì più tenui i mezzi per iscacciarnelo. Dopo l'esito
infelice della battaglia di Bellaggio, il De-Leyva, che aveva tentato di
troncare il male alla radice con un colpo arrischiato per tre soli, e
che andò fallito come sanno i nostri lettori, richiamate da Como le sue
truppe, dichiarò di non volere più cooperare in modo alcuno alla
continuazione di quella guerra, dicendo essere dessa di privato
interesse del Duca, per cui non doveva l'Imperatore sagrificare uomini e
danari suoi proprii. Questa inaspettata defezione d'un soccorso su cui
Francesco Sforza faceva tanto appoggio, riuscì dolorosissima a lui che
le avversità avevano reso di cuor timido ed affannoso e fattane
cagionevole la salute; poichè sebbene contasse allora soli trentanove
anni, aveva perduto il vigore, era pallido e macilente, e ben mostrava
non dovere, come avvenne, protrarre in lungo i suoi giorni: appariva di
consueto taciturno, ed era dato ad una costante melanconia, abbenchè
quelli che l'approssimavano, asserissero essere egli di carattere dolce
ed umano.

Abitava allora la Corte Ducale in Milano nel Castello di Porta Giovia
[18], una parte interna del quale edificio era conformata a sontuosa
dimora, siccome si scorge tutto giorno ad onta dei travisamenti, delle
mutazioni, delle aggiunte fatte nei secoli posteriori. Poco meno della
metà dello spazio ove ora si estende la vastissima piazza d'armi era
occupata da una specie di parco che andava unito al Castello, intorno al
quale dalla parte della città in luogo dei maestosi viali, dei regolari
erbosi tappeti che presentemente fanno colà sì vaga mostra, era tutto un
incolto ineguale terreno con qualche rozza o diroccata casupola, e più
propinquamente alla Fortezza una gran fossa con barricate e palafitte.
Dentro però al Castello era, come dicemmo, una magnifica abitazione con
ricchi appartamenti ove albergava lo Sforza colla ducale sua corte, la
quale mostravasi splendida e sontuosa come era sempre stata la Corte di
Milano, quantunque scarse omai fossero divenute le entrate.

[Nota 18: L'attuale Castello.]

Allorchè Galeazzo Messaglia ritornò alle soglie ducali narrando essergli
andato fallito lo scopo per cui era stato spedito a trattare col
dominatore di Musso, fu quivi generale la costernazione, poichè tutti
avevano sperato trovare rimedio ai pressanti bisogni nei quarantamila
scudi che alcuno non dubitava avrebbe il Medici pagati per mantenersi ed
essere legittimato negli usurpati possedimenti. Il Duca, più irritato da
quel rifiuto, voleva ad ogni modo domare e punire quel fellone, onde
tentò di procacciarsi i modi d'avere soldati e danaro imponendo nuove
taglie e gravezze; ma la miseria ch'era grande, e la carestia che
s'andava aumentando, fecero non solo inefficaci le gabelle, ma il
travagliato popolo eccitarono a turbolenze e sedizioni che costrinsero
lo Sforza a deporre ogni pensiero di continuare la guerra.

Ai primi di gennaio del seguente anno 1532, pervenne a Milano la novella
che l'imperatore Carlo, per consiglio dei potentati d'Italia, stava
trattando le nozze tra sua nipote Cristina figlia del re di Danimarca ed
il duca Francesco: una tale notizia ed ordini imponenti venuti dalla
Corte d'Alemagna fecero cangiare interamente la condotta del De-Leyva
verso il Duca. Recossi incontanente da lui e gli si proferse disposto
qual vassallo ad assecondarlo in tutto colle proprie schiere,
dichiarandogli ad un tempo che i suoi uomini d'armi verrebbero per lo
innanzi assoldati dall'Imperatore, e che cessava per tal modo
l'obbligazione al tesoro Ducale di versare le grosse mensili somme che a
tal uopo necessitavano.

Consolato da tali esibizioni e proteste, primo pensiero del Duca fu di
trarne profitto per riassumere la guerra contro il Medici: rese grazie
al De-Leyva di sue offerte, e gli fece tostamente conoscere il proprio
desiderio di riprendere le ostilità contro il ribelle Castellano di
Musso onde reintegrare in ogni parte il Ducato. Il duce Spagnuolo ripetè
non essere altra brama in lui che di favorire con ogni potere la volontà
del Duca, e che tutte le truppe imperiali erano a sua disposizione: lo
Sforza volle determinassero tostamente insieme la persona che si doveva
porre a capo dell'armata da spedirsi a Como, onde i fatti d'armi
riuscissero più efficaci e decisivi di quello che non fossero stati per
l'addietro.

Trovavasi allora in Milano Lodovico Vestarino, capitano rinomatissimo
che aveva battagliato a lungo al soldo dei Veneziani e degli Svizzeri, e
s'aveva quindi acquistata somma perizia nei combattimenti navali e nelle
guerre pei monti: nessun altro parve al Duca ed al De-Leyva più adatto
ad aversi il comando dell'esercito destinato ad agire contro Gian
Giacomo Medici. Chiamato a Corte ed affidato a lui l'incarico di quella
guerra, prese sotto i suoi ordini numerose colonne d'uomini d'armi; ne
mandò notizia alla Lega Grisa; e poco dopo la metà di gennaio mosse alla
volta di Como. Il governatore Dom Lorenzo Mugnez Pedraria attendeva
quivi ansiosamente quei rinforzi, poichè temeva ad ogni istante venisse
la città assalita dal Castellano, divenuto per esso tanto più terribile
ed odioso da che un'armata spedita contro di lui per espresso volere
dell'Imperatore non aveva potuto nè vincerlo nè domarlo.



                            CAPITOLO UNDECIMO.

     Avvolto in mezzo un turbine
       Che il passo, il fiato aggreva,
       Di nevi che giù fioccano,
       Di nevi che solleva
       Dagli scheggioni il vento
       A periglioso evento
       Affretta il suo cammin.

     E che non può l'indomito
       Che in altri scontri i lutti
       De' suoi compagni esanimi
       Vide con occhi asciutti,
       Se a disperato scampo
       Contro il nemico inciampo
       S'avventa battaglier!

         IL CONTRABBANDIERE.
         _Esper.° di Mel. Liriche._


Era un'invernata delle più rigide e perverse: intenso oltre modo durava
il freddo, il cielo mostravasi sempre coperto da fosche nebbie, tutto il
piano ed i monti biancheggiavano per alte nevi che frequentissime
cadevano e venivano congelate al suolo dai gelidi soffii settentrionali.
Sembrava non dovere esservi tempo che meno di quello fosse propizio
all'armeggiare, nè più indicato al riposo delle truppe negli
alloggiamenti, pure Lodovico Vestarino, sia che avesse sentore che
all'aprirsi della stagione giungere dovevano rinforzi di bande tedesche
al Castellano, sia che non potesse per altre cause frapporre indugio
all'incominciamento delle ostilità, appena giunto in Como dispose
quant'era d'uopo per dar principio alle militari operazioni. Egli
vedeasi a capo di squadre ben munite e numerose, condotte da capitani
sottomessi e preparati alla guerra; era certo di non venire incagliato
ne' suoi divisamenti da commissarii e sopraintendenti ducali o
spagnuoli, poichè il Duca e il De-Leyva avevano affidato a lui solo il
supremo comando, quindi non dubitava punto che con tali mezzi,
adoperando eziandio molta cautela e prudenza contro un nemico
audacissimo ma affievolito, le sue intraprese fussero per ottenere
felice risultamento. Spedì per via sicura un messo ai Capi della Lega
Grigia onde interpellarli se intendevano agire subito in quella guerra
di concerto colle armi Ducali; ma essi risposero che le profonde nevi,
le valanghe, le bufere invernali delle montagne ove abitavano, non
concedevano loro d'abbandonare i casolari, nè di raccogliersi in
ischiere e discendere a prendere parte ai combattimenti, il che
avrebbero effettuato appena i sentieri divenissero praticabili. Il
Vestarino s'ebbe più contento che doglia da tale annunzio, poichè, duce
accortissimo ed avido di gloria, ardeva di cimentarsi da solo contro il
celebrato dominatore di Musso, affinchè se il vinceva, come aveva
speranza, nessuno gli contrastasse o pretendesse dividere con lui gli
onori della vittoria. A differenza del Gonzaga e dello Speziano che
immaginarono complicati piani di battaglia, egli stabilì di non
disperdere sopra molti punti le proprie forze, ma di tenerle quanto più
poteva concentrate ed unite per assalire con una massa poderosa i
singoli luoghi che intendeva combattere.

La prima spedizione che immaginò fu contro Monguzzo: ne serbò il
pensiero con gelosa secretezza, e quando tutto fu pronto in Como, un bel
mattino fece spargere la voce che, per ordine del Duca, l'esercito
doveva ritornarsene la notte a Milano. Comandò si ponessero sopra i
carri le artiglierie, si tenessero preparati in duplice numero cavalli e
buoi pel traino di quelle, delle bagaglie e delle salmerie; ed i soldati
si ponessero in armi sul far della sera. Verso quest'ora, mentre
foltamente nevicava, diede l'ordine della partenza, e quando l'ultime
schiere, ed egli dietro a tutte, furono usciti da Como, volle se ne
chiudessero diligentemente le porte, onde nessuno di quelli che avevano
seguíto l'esercito potesse rientrarvi; e lasciato perfettamente
oscurare, raggiunto da espertissime guide, abbandonò la via verso
Milano, facendo volgere l'armata sulla strada della Brianza per riuscire
inaspettatamente al Castello di Monguzzo.

Gian Giacomo dal giorno della partenza dell'Ambasciatore ducale erasi
sempre rimasto tranquillo co' suoi nella propria fortezza di Musso,
riputandosi sicuro d'ogni nemica molestia per l'inopia in cui sapeva
trovarsi il Duca, e pel rifiuto de' nuovi soccorsi che gli venne
riferito essere al medesimo stato fatto dal De-Leyva, e specialmente per
la crudezza della sopraggiunta stagione che pareva dovesse frapporre
ostacoli insormontabili ad ogni movimento d'armata. Cominciò però desso
a provare vive inquietudini allorchè ebbe cognizione che la novella
giunta a Milano dei meditati sponsali del Duca con Cristina di Danimarca
aveva fatta rinascere la primitiva amichevole relazione del Generale
spagnuolo collo Sforza, ed i suoi sospetti del prossimo rinnovamento
della guerra divennero certezza quando gli fu riferito che s'avviava a
Como un forte esercito condotto da un nuovo comandante.

Nondimeno per quanto fosse esercitata ed acuta la sua previdenza, egli
non giunse ad immaginarsi che i Ducali moverebbero ad assalirlo nel
cuore d'un sì ruvido inverno, e ben lungi dal temerli, considerava che,
venuta la primavera, avrebbe recati ad essi gravi nocumenti sia colle
schiere tedesche dell'Altemps, sia colla propria flotta assai superiore
a quella dei nemici.

Mentre viveva in tale persuasione, ecco giungere a Musso un messaggiero
venuto rapidamente da Lecco colla nuova che s'erano vedute numerose
squadre Ducali dirigersi alla volta di Monguzzo. Gian Giacomo e la
maggior parte de' suoi supposero sulle prime che tale annunzio fosse
cagionato da panico terrore o dai falsi rapporti di qualche contadino;
ma a togliere loro ogni dubbio ne pervenne indi a poco un altro,
narrando che quel Castello, circondato da ogni lato, era aspramente dai
nemici combattuto. Il Castellano, benchè sorpreso da simile inaspettato
avvenimento, non si perdette d'animo; destò ne' suoi l'usato coraggio,
ordinò le difese ne' luoghi della costiera, e prese seco le migliori
squadre che gli rimanevano, navigò a Lecco, per di là recarsi a portare
soccorso al suo assediato Monguzzo. L'accorrere però ch'egli fece colà
riuscì vano, poichè nel mentre ch'approdava coll'armata al porto di
Lecco, giungeva al ponte presso quella Terra il capitano Mandello con
turbe di soldati fuggenti e sanguinosi, che s'erano colle armi aperta la
strada tra le schiere dei Ducali, entrati poche ore prima dalle breccie
nel Castello, e fattisine padroni, prendendo prigionieri il rimanente
del presidio e lo stesso Battista Medici, il quale mal riavutosi
dall'infermità cagionatagli dalle ferite, non ebbe campo in
quell'estremo caso di sottrarsi alle mani del nemico.

Non si può descrivere quanto un tal fatto eccitasse lo sdegno e il
dolore nell'animo di Gian Giacomo, che, oltre la perdita di
quell'importante fortezza, oltre la prigionia del fratello, vedeva a
quali progressi con somigliante conquista s'aprivano l'adito i suoi
avversarii. Pensò a primo tratto di fare ogni sforzo per cercare di
ricuperare Monguzzo, ma lo scarso numero de' proprii soldati a fronte di
quello in che trovavansi i Ducali, siccome gli narrò il Mandello, lo
persuasero non essere avveduto consiglio l'esporsi nel pian paese a
campale giornata. Molti pensamenti e progetti volse egli nello spirito,
e comunicò in parte a' suoi Capitani, onde vendicarsi e riparare quella
perdita, pensando anche d'assalire la stessa Como, ma dovette
convincersi al fine null'altro allora potersi prudentemente disporre che
una difesa pronta e generale di tutti i suoi possedimenti del lago.
Mandò quindi avviso ad ogni banda lontana de' suoi soldati si radunasse
in Lecco, perchè ben previde che i primi tentativi del nemico verrebbero
diretti contro questa fortificata Terra; lasciò colà la maggior parte di
esse, e il rimanente ricondusse seco sulle navi a Musso, dove fece
accelerare l'assestamento della flotta, che accrebbe dei legni presi ai
Ducali nella battaglia di Bellaggio.

Il Vestarino, lieto fuor di misura pel felice successo della sua prima
intrapresa, ne mandò le novelle alla Corte di Milano, la quale fu tanto
più contenta e paga di tale evento, in quanto che lo stimava di decisiva
importanza, poichè le dava per prigioniero un fratello stesso del
formidabile Castellano, l'avere il quale poteva esserle mezzo
d'assicurare il progetto d'una pace più vantaggiosa. Il Vestarino,
lasciata metà dell'esercito a stanza nel Castello di Monguzzo sotto il
comando del capitano Ricciardo Acursio, ritornò coll'altra a Como,
meditando di dar subito mano alla presa di Lecco. Non vide egli un
ostacolo alla nuova conquista nella povertà del navilio Comasco; pensava
che le otto navi che sole rimanevano tuttora, fossero più che
sufficienti al parziale trasporto delle truppe, la maggior parte delle
quali voleva marciasse per terra, poichè aveva stabilito di evitare
colla massima cura ogni scontro navale. Per dare esecuzione al suo
disegno, formò de' suoi uomini d'armi tre distinte schiere: ordinò alla
prima di prendere i sentieri che alla sponda destra del lago, partendo
da Como, passano per Geno, Blevio, riescono a Torno, e di là, or
sull'alto dei monti, or rasente il lido, giungono a Nesso, e pervengono
sino all'estrema punta di Bellaggio; comandò alla seconda s'avviasse dal
lato opposto per la stradicciuola, più che mai alpestre anch'essa e
difficile, che tocca Cernobio, Moltrasio, arriva ad Argegno, e
progredisce per la Tramezzina; finalmente si pose egli stesso colla
terza sulle navi, ove erano state collocate tutte le artiglierie e le
necessarie munizioni da guerra e da bocca, veleggiando alla stessa volta
delle truppe di terra. Aveva dato avviso contemporaneamente al capitano
Acursio che movesse da Monguzzo per l'alta Brianza, si recasse a
prendere posizione presso il lago di Lecco, cercando d'impadronirsi dei
paesi più prossimi a quella Terra che si trovavano al di qua del lago,
ed in ispecial modo di Malgrate che sta ad essa di fronte. Duplice si
era lo scopo cui il Vestarino mirava con que' combinati movimenti
d'armate: primo, d'avere in qualunque circostanza soccorso ed appoggio
nelle truppe che camminavano su ciascuna delle sponde; secondo, di
giungere con grosso numero d'uomini in un momento stesso al promontorio
di Bellaggio per impossessarsene, potersi quivi fortificare e discendere
più agevolmente verso Lecco a congiungersi coll'Acursio, e così assalire
da due parti quel Borgo, la cui conquista era d'alta importanza in
quella guerra. Aveva desso pure stabilito che le sue truppe che
s'avanzavano sulla riva sinistra del lago, giunte alla punta di Lavedo,
dovevano quivi alzare trincee e rimanersi in gran parte per difendere
quel passo, proteggere al bisogno la ritirata delle sue navi, e impedire
alla flotta nemica d'oltrepassare lo stretto.

Non rimase però questa seconda spedizione del Vestarino celata al Medici
come era avvenuto della prima: il mal successo di quella aveva fatto sì
ch'egli aumentò con efficaci mezzi la vigilanza e il numero delle sue
spie in Como, per cui appena il Vestarino ebbe date le prime
disposizioni pel nuovo piano d'attacco, egli ne ricevette a Musso
l'esatta novella, e radunati i suoi Capitani la partecipò loro.

"Questo maladetto Vestarino vuole adunque farci a forza mettere i piedi
nella neve? È veramente stanco dello starsi ad abbruciar legna sui
focolari di Como? Quanta baldanza perchè glie n'è andata una bene! Ma
per la spada di san Michele! s'egli ha risoluto di riscaldarsi al fuoco
della nostra polvere, può essere che si scotti la pelle in modo da
sentirne il bruciore per lungo tempo". Così esclamò con irata voce il
Pellicione, acuminandosi i mustacchi all'udire la relazione delle
disposizioni guerresche del Vestarino che uno spione venuto da Como
andava facendo alla presenza di Gian Giacomo e degli altri Capitani
nella sala d'armi del forte più elevato del Castello di Musso.

Gian Giacomo, che stava assiso in mezzo a loro sovra un seggiolone di
cuoio, dopo essere rimasto lungo tempo silenzioso, colle braccia
incrocicchiate al petto e gli occhi fissi al suolo in atto d'uomo che va
profondamente meditando, scosso al suono della voce, anzichè dal
significato delle parole del suo Luogotenente, a cui non sembrò punto
prestare alcuna attenzione, alzò su di lui lo sguardo con certa
espressione di rimprovero e di dispetto che era prodotto dalla serie de'
suoi pensieri, e non già da quella subitanea interruzione, e con tuono
d'ironia pronunciò:

"Vivremo persuasi tuttavia che sarebbero stati mal impiegati trenta o
quarantamila scudi per rimanerci almeno quest'inverno in riposo, e dar
tempo, se non altro, alle truppe tedesche di venirci a raggiungere? Se
davamo retta alle parole di quell'Ambasciatore del Duca avressimo
perduto Monguzzo in sì malo modo, sarebbe Battista prigioniero, e Lecco
in periglio? Io doveva sborsare sin l'ultimo mio soldo per istabilirmi
fermamente..." Troncò qui ad un tratto gli accenti che tradivano i suoi
secreti pensieri ed il suo intimo rancore cagionato dal riflettere a
quella nuova guerra che si presentava con sì formidabile apparato, e se
l'era tratta addosso per propria ostinazione, resa maggiore dal
consiglio de' suoi, e specialmente del Pellicione, a non volere accedere
a tutti i capitoli di pace ch'era venuto a proporre il Messaglia.

I marcati e severi lineamenti del volto del Castellano si fecero più
oscuri e indegnati, quasi rimproverasse a se stesso quelle imprudenti
rivelazioni dell'animo suo, che l'incertezza e il pentimento d'una
perduta occasione agitavano; ma ciò non fu che un lampo, e tale che non
se ne avvidero i suoi Capitani medesimi, i quali si stavano pensando tra
loro stessi con istupore al significato di que' suoi detti che non
sapevano comprendere, poichè erano i primi usciti dalla sua bocca che
indicavano titubanza, e davano sospetto in lui di timore. Egli balzò
subitamente in piedi, scosse il capo quasi volesse dissipare una
vertigine che l'avesse assalito, e rianimando il volto coll'usata
espressione autorevole e ardimentosa, riponendo sulla fronte il
berretto, disse: "Avete tutti, o miei Capitani, inteso quanto ci narrò
questo nostro fedele esploratore? Ebbene, che ne dite voi? Dobbiamo
attendere il temerario Ducale a piè fermo, oppure credete più utile
partito il recarsi ad affrontarlo sul lago e pei monti e respingerlo
pria che s'approssimi di più alle mura delle nostre fortezze?"

L'importanza della domanda, il modo confidenziale insieme e imponente
con cui fu pronunciata, attirò tutta l'attenzione dei Comandanti d'armi
e Consiglieri del Castellano, che compresi dalla gravità dell'inchiesta,
stettero qualche istante in silenzio, alcuni col capo piegato al suolo,
altri colle mani appoggiate all'impugnatura della spada, altri colle
braccia raccolte al petto in atto di meditare una conveniente risposta,
e primo di tutti a rompere il silenzio fu il Mandello che così
s'espresse: "Io per me porto opinione essere di maggiore convenienza
l'attendere il nemico dentro le nostre fortificazioni. Operando in tal
modo noi lo costringiamo a sopportare da solo tutta l'inclemenza ed i
disagi di questa rigida stagione: esso dovrà rimanersi accampato allo
scoperto, dovrà superare immensi ostacoli per cercare d'accostarsi ai
nostri baluardi, innanzi ai quali, vanamente tentando di conquistarli,
deperirà consumando le sue forze sotto i colpi che noi da luogo comodo e
sicuro a lui scaglieremo".

"Pensa, o Mandello, a ciò che dici! rispose a lui il Pellicione: non ti
sovvieni di quanto t'accadde a Monguzzo? non eravi colà freddo, neve e
quante mai altre intemperie può avere l'inverno, e pure, sebbene essi di
fuori, e tu di dentro, dimmi un poco chi è stato il più forte? È ben
vero che Monguzzo si può chiamare una bicocca in paragone de' nostri
forti del lago; ma, per la spada di san Michele! comunque sia, non
bisogna lasciarsi chiudere in gabbia che il più tardi possibile, e prima
di concedere loro di guastare colle artiglierie le nostre mura, dobbiamo
mostrare che siamo abituati al freddo al pari di essi, e sappiamo
camminar per le nevi e pei ghiacci con maggiore prontezza e facilità di
loro".

"Sono anch'io del tuo parere, disse Achille Sarbelloni, perchè rifletto
che ci sarebbe di vergogna e di danno il lasciar credere ai nemici che
noi non abbiamo il coraggio di assalirli, il che darebbe idea d'una
diminuzione notevole delle nostre truppe o della svanita nostra
prodezza, e se loro concediamo d'accostarsi ai nostri Castelli, essi
metteranno a sacco e distruggeranno ben anco le Terre e le case a cui
non possiamo prestare difesa".

"E dove lasciate, aggiunse il capitano Domenico Matto, l'inutilità a cui
si ridurrebbe, o piuttosto la distruzione a cui verrebbe condannata la
nostra flotta, colla quale più che in qualunque altro modo abbiamo tante
volte fiaccato l'orgoglio del Duca e de' suoi alleati, e fatta
sventolare vittoriosa la vostra bandiera, o Castellano, per sino al
cospetto delle mura di Como? Sì: disponete una guerra aperta e decisa
nella maniera che i nemici hanno l'ardire di provocarla, e noi
dimostreremo che anche trovandoci in poco numero sappiamo affrontarli
dovunque, e li prendiamo a scherno se osano venire al paragone
sull'acque".

Gli altri Capitani che quivi erano adunati in consiglio, o fossero
realmente d'avviso conforme agli ultimi tre, o anche tenendo
all'opinione del Mandello non osassero ad essi di contraddire (perchè
nelle cose ove havvi rischio e periglio, l'opinare per prudenti partiti
ha sempre aspetto di pusillanimità e di vigliaccheria) null'altro
esposero che il proprio assentimento in brevi parole; per lo che Gian
Giacomo, cui riusciva aggradevole quel fervoroso e franco inclinare alla
guerra che lo faceva più certo del coraggio e delle disposizioni de'
suoi, e ciò che assai gli importava del non avere ad essi recata
sinistra impressione le parole a lui inavvedutamente sfuggite, levò alto
la testa, guardò alteramente, e alzando l'indice in atto di minaccia,
crollando il capo, così s'espresse, accompagnando i detti con fiero
sorriso: "Ah Vestarino, Vestarino! tu non hai bene pensato al passo che
movesti, e la tua mente affascinata da una stolta vanagloria t'ha fatto
scagliare la pietra al leone in riposo, ed il leone si desta: tu non hai
calcolata la velocità de' suoi passi, e la forza delle sue mascelle;
ascolta il suo ruggito! guai a te se t'aggiunge! Tu pagherai a caro
prezzo la tua temerità! Sì, Capitani, accetto il consiglio del maggior
numero di voi: riprenderemo immediatamente le armi; questo è ciò che
meglio conviene a uomini nati al combattere come noi siamo. Se col gelo
e le nevi escono in campo i Ducali che sono fanciulli a nostro paraggio,
che non dobbiamo essere capaci di far noi? Andate, disponete i soldati:
darò tosto gli ordini onde sia allestita la flotta e munita di tutto
l'occorrente. Domani saprete quali fazioni s'avranno ad intraprendere, e
mostrerete ben presto, come il desiderate, all'imprudente comandante
nemico chi siamo noi e cosa sappiamo operare".

Usciti di là i Capitani, chiamate a raccolta ciascuno le proprie
squadre, che stavano nelle rocche del Castello e ne' quartieri di Dongo
e di Musso, esposero i voleri del Castellano facendo che mettessero in
pronto l'armi e gli arnesi per partire al primo annunzio: le navi furono
tratte dai cantieri e dal porto, fornite d'ogni cosa necessaria al
veleggiare ed al combattere, e caricate d'abbondanti vettovaglie. Il dì
seguente cominciò il movimento delle schiere secondo i comandi che
venivano dati da Gian Giacomo.

Siccome egli aveva certezza che i Grigioni non si sarebbero mossi ad
assalirlo perchè conosceva l'impraticabilità delle strade del loro paese
in quella stagione, e perchè sapeva positivamente che gli uomini della
Lega s'erano ritirati ne' loro casolari delle alpi, non fece appostare
che piccoli drappelli a guardia de' luoghi eminenti, e lasciò poche
soldatesche a Gravedona, a Sorico, e nell'altra parte allo sbocco della
Valtellina per trattenere gli Svizzeri in caso di discesa tutto quel
tempo necessario ad accorrere egli stesso al riparo. Mandò di nuovo il
capitano Bologna a Rezzonico; spedì il Mandello a Varenna, e diede ad
entrambi quel maggior numero d'uomini ohe gli fu possibile nella
scarsezza in cui si trovava di truppe, di cui alcune dovette pur
lasciare nel Castello di Musso sotto il comando del fratello Agosto.
Divise poi il corpo più grosso d'armata in tre schiere: la prima più
numerosa montata sopra cinque navi volle condurre egli stesso alla
difesa di Lecco; la seconda con tre navi destinolla a presidiare
Bellaggio per impedire ai nemici di impossessarsene; mise la terza sotto
i comandi del Pellicione, onde per la via di terra che fiancheggiava il
lago pervenisse a Menaggio e di là inoltrandosi incontro alla colonna
dei Ducali, che veniva sulla strada della Tramezzina, togliesse loro
l'avanzarsi e si opponesse al ricongiungimento di quella coll'altra che
progrediva sui legni per isbarcare a Bellaggio: delle tre navi destinate
a guernire questo paese aveva il comando supremo Achille Sarbelloni che
saliva la Donghese; le altre due erano la Salvatrice e l'Indomabile
capitanate da Falco e da Gabriele.

Falco, dopo quel dì delle feste per la vittoria, ritornato colla moglie
e la figlia alla sua capanna della rupe, aveva durato alcun tempo nella
determinazione già fatta, ed espressa a Gabriele, di recarsi a dimorare
in Musso; ma poscia veggendo interamente acquetate le cose della guerra,
allontanati tutti i nemici, sgombro il lago d'insidie, pensò
soprassedere a quella risoluzione, e non abbandonare il suo abituro sino
a tanto che non fosse trascorsa l'invernata. Il Castellano l'andò più
volte affabilmente rampognando del suo ritardo nel non approfittare del
dono della casa a lui fatto, ma veggendo irremovibile la costui
ostinazione, e non avendo urgente bisogno dell'opera sua, lo lasciò in
pace al fine, concedendogli agisse a suo grado. Invano pure Gabriele lo
sollecitò innumerevoli fiate ed in tutti i modi a trasferirsi presso a
lui stabilmente, che fermo il Montanaro guerriero nella gelosa custodia
della propria indipendenza, e legato di troppo tenace affetto ai siti
nativi, non volle cedere mai alle di lui istanze, il cui secreto scopo
era, approfittando della prossimità, indurre il fratello ad accordargli
Rina. Per lo che irrequieto il giovine Medici, nel quale si faceva ogni
dì più ardente la passione che l'infiammava per la bellissima abitatrice
della solitaria rupe, avendo avuto il comando da Gian Giacomo di recarsi
una fiata a Rezzonico, un'altra a Bellano per militari faccende, non
seppe trattenersi dallo spingere la sua corsa ambedue le volte insino a
Nesso all'abituro di Falco, poichè quivi soltanto poteva trovare calma e
sollievo all'agitato suo cuore. Andando colà s'infingeva cercare di
Falco, che aveva quasi certezza di non ritrovare, poichè sul finire
dell'autunno, infastidito della tranquillità che regnava d'intorno,
andava co' suoi compagni sino nelle acque di Como a molestare i Ducali.
Gabriele, accolto ed ospitato cortesemente in quel casolare da Orsola,
passava alquante ore felici in compagnia di Rina, ora dentro la casa,
ora seduto accanto a lei sotto il fronzuto castagno che ne ombrava la
soglia, La leggiadra fanciulla, fatta meno pavida e di meno austero
riserbo da poi che aveva più volte seco lui conversato, rispondeva alle
sue parole con semplici ma sì vivi ed affettuosi modi, che tutto
appalesavano il rapimento soave del suo spirito per la cara presenza del
giovine guerriero. Questi, benchè inebriato di gioia, sentivasi commosso
sino alle lagrime, quando, coll'accento delle tenere e dolorose memorie,
ella gli narrava l'ansia dei lunghi giorni trascorsi in aspettarlo, e la
perduta speranza del rivedersi. Oh felici! e si rivedevano ed erano
dappresso, e non le sole parole, ma l'anima che traspariva per gli
occhi, e l'atteggiarsi spontaneo delle persone, l'una ver' l'altra
dolcemente inclinate, era ad entrambi certo e prezioso argomento
d'amore, che gli appagava con perfetta inesprimibile delizia.

Venuto il tristissimo verno, Falco era tornato al Castello di Musso
quando appunto giunse colà la notizia dei nuovi preparativi di guerra
per parte dei nemici e dell'assalto di Monguzzo. Retrocesso colla flotta
dall'infruttuosa spedizione fatta a Lecco per accorrere alla difesa di
quel Castello, egli accettò con molto contento il comando di recarsi
sulla Salvatrice carica di soldati ad impedire al nemico di pervenire a
Bellaggio insiememente alle schiere condotte da Gabriele e da
Sarbelloni.

Allo spuntare d'un freddo mattino salparono le navi del Castellano dal
porto di Musso: era il lago coperto da una folta nebbia che toglieva ai
naviganti ogni distinta vista del legno in fuori su cui ciascuno
veleggiava e delle acque per poco spazio dintorno; l'altre navi che
solcavano di conserva le onde, si scorgevano in forma offuscata e
confusa, e le più lontane non si vedevano affatto. I soldati armati
grevemente stavano parte raccolti sul cassero cogli archibugi caricati,
parte vicini alle bombarde, silenziosi e disposti al combattere ad ogni
cenno che indicasse essere prossimo uno scontro col nemico. Alcuni
battelli leggieri, su cui stavano uomini espertissimi de' luoghi,
correvano a forza di remi dinanzi alle grosse navi e colle grida
indiziavano il cammino ai piloti di quelle. Giunta la flotta nelle acque
di Varenna, quattro navi col Brigantino e l'altre minori barelle volsero
le prore verso Lecco, e i tre prefissi legni vogarono dritto a
Bellaggio. Mentre questa squadra s'avanzava all'accennata punta
diradossi la nebbia e, sollevandosi, lasciò scorgere il promontorio e
gli altri monti che fiancheggiano il lago biancheggianti di neve; le
acque apparvero d'un colore più bruno-cilestrino a causa di quella
candidezza delle montagne fra cui stavano rinchiuse.

Falco, che incappucciato nella sua schiavina stava ritto sul bordo della
_Salvatrice_, la quale veniva innanzi a tutte, mirando attentamente per
iscoprire ove si trovasse il nemico, fu il primo a vedere, non senza
rabbia e dispetto, le navi Comasche già lontane che si ritiravano dietro
il dosso di Lavedo. Egli fece i segnali a Gabriele e ad Achille
Sarbelloni che s'avanzassero coll'_Indomabile_ e la _Donghese_
disponendossi a inseguire il nemico; ma que' due Comandanti gli
accennarono di dovere arrestarsi, poichè loro fazione si era non altro
che occupare e difendere Bellaggio.

Falco, benchè cupido di combattere, non osò trasgredire gli ordini del
Castellano, che tali erano appunto; fece trattenere la nave a poca
distanza da terra, e fatto esplorare se vi fossero Ducali pel borgo,
saputo che non ve n'erano, discese egli colle proprie schiere, e quindi
Gabriele e Sarbelloni sul lido. Gli abitatori, benchè dolenti per quella
comparsa d'armati che doveva far scena di battaglia la loro terra,
dovettero accoglierli nelle case, ove si distribuirono piantando
artiglierie, ed affortificando i siti più eminenti circonvicini, ed in
ispecial modo la sommità del colle, ove eravi un palazzo a modo di
rocca, di proprietà in allora degli Stampa.

Il dì seguente al sorgere dell'aurora, resa fosca dai nebbioni che
ingombravano tutto il lago ed i monti, s'udì un lontano trarre
d'archibugi che destò e pose in allarme i Capitani ed i soldati del
Medici che stavano in Bellaggio; accorsero le schiere armate alla sponda
ed alle navi per vedere che fosse, ma la nebbia, che come un fitto velo
copriva ogni cosa, impedì che scoprissero ove precisamente accadeva il
combattimento, che ben però arguirono essere ingaggiato sulla sponda di
prospetto presso Tramezzo fra la schiera del Pellicione e la colonna
nemica. Falco, impaziente di recarsi a combattere, corse in traccia di
Gabriele e di Sarbelloni, e trovatili nel palazzo Stampa, dove in una
gotica sala stavano deliberando in proposito, disse loro con gran
premura: "Udite, udite! i nostri di là del lago danno già la mattinata
ai camiciotti rossi; essi rompono loro il digiuno con qualche cosa di
più solido che i migliacci e le ricotte: e noi che credete voi che
abbiamo a fare? starcene qui colle mani alla cintola ad udire il suono
senza prender parte alla festa? No, per l'anima mia! sarebbe questa
un'indegna viltà. Voi, signor Capitano (e si volse al Sarbelloni),
rimanete qui coi vostri uomini in guardia di Bellaggio; io ed il signor
Gabriele passeremo il lago, e favoriti dalla nebbia, giungeremo quando
meno se la pensano alle spalle dei Ducali, prestando così una mano al
capitano Pellicione a trattare come si merita quella canaglia".

Sarbelloni esitava ad acconsentire a tale proposta, poichè il comando
era di mantenersi in quella posizione; e non voleva esporsi al pericolo
di perderla dividendo, contro il divieto, le forze: Gabriele aderiva in
cuor suo al progetto di Falco, ma non osava proferire un parere
contrario a quello che poteva esporre il Sarbelloni, a cui il Castellano
gli aveva comandato d'obbedire, siccome più provetto ed esperimentato di
lui. Intollerante il belligero Montanaro delle dubitanze e del silenzio
di que' due: "A che perdiamo inutilmente il tempo, esclamò battendo
focosamente col suo moschetto il suolo: ordiniamo alle truppe
d'imbarcarsi, e voghiamo all'altra riva prima che tutto sia finito;...
ma che c'è?... ascoltate... colpi... nuovi colpi... vicini... i nemici
son qui... assalgono il borgo... presto, corriamo, non c'è tempo da
perdere, chiamiamo tutti gli uomini e scendiamo loro incontro".

Queste ultime parole furono pronunciate da Falco pel tuonare improvviso
d'una scarica d'archibugi che s'intese tanto fragorosa e distinta che
indicava non essere stata fatta più lontana delle ultime case di
Bellaggio. I tre Capitani scendendo rapidamente decisero in brevi detti
qual ordine ciascuno dovesse tenere. Gabriele cogli armati di sua truppa
prese il cammino d'un bosco sul colle superiore alla borgata; Sarbelloni
recossi al luogo ove era cominciata la zuffa; e Falco, fatta salire la
sua schiera parte sulla _Salvatrice_, parte sui battelli presi nel
porto, costeggiando il lido, si recò a sostenere il combattimento dal
lago.

Il Vestarino aveva il giorno antecedente avuta notizia per mezzo di sue
spie che la flotta del Medici uscita da Musso s'avanzava verso
Bellaggio, per lo che egli, che s'era prefisso d'evitare ogni pugna
navale, non avendo potuto a causa della nebbia vedere la direzione presa
dalla maggior parte della flotta all'altura di Varenna, s'era ritirato
colle proprie navi dietro la punta di Lavedo già antecedentemente da'
suoi soldati fortificata: venuto in cognizione però che soli tre legni
erano quelli giunti a Bellaggio, benchè sapesse in pari tempo che una
divisione di Mussiani si avanzava lungo la sponda dalla parte di
Menaggio, pentito di non essersi prima impadronito del promontorio
Bellaggiano, pensò di farlo immantinenti. Aveva per ciò ordinato quel
mattino ad una squadra d'inoltrarsi per terra contro a quella del
Pellicione, e queste si scontrarono presso a Tramezzo, e fece un'altra
mettere dalle navi a sponda poco in su della terricciuola di
San-Giovanni lungi un miglio da Bellaggio, conducendola egli stesso ad
assalire questo borgo. Allorchè sopravvenne Achille Sarbelloni co' suoi
guerrieri al luogo della zuffa, i Ducali s'erano già impossessati delle
prime case entro le quali erano state poste le sentinelle avanzate dei
Mussiani, e vi si erano fatti forti. Sarbelloni gli assalì
vigorosamente, ma il sovrabbondante numero dei Ducali lo ributtò
uccidendogli coi moschetti alquanti uomini. Gabriele non potè come aveva
creduto discendere prontamente in suo soccorso dal bosco in cui s'era
cacciato per riuscire celatamente sul fianco del nemico: l'alta neve,
gl'incespicamenti e l'incontro che fece dentro la selva d'alcuni Ducali
che erano stati mandati innanzi dal Vestarino a modo di bersaglieri, e
per uno scopo eguale al suo, contro i quali dovette combattere a lungo
per sloggiarli da mezzo quelle piante, il trattennero gran pezza. Falco
fu quindi il primo a frenare i progressi del nemico: s'erano dessi
appena avveduti dell'accostarsi della Salvatrice, coperta per varii
istanti dalla nebbia e dal fumo ai loro sguardi, che provarono gli
effetti della sua terribile presenza, poichè vennero fulminati dalle
bombarde di questo legno caricate a scheggia con colpi frequentissimi
che fecero immensa strage. Difettando essi colà d'artiglierie, e non
sapendo come schermirsi da quelle offese, furono costretti parte col
Vestarino a retrocedere, parte a cacciarsi tra le case, e parte su pel
colle nella selva: questi ultimi s'incontrarono in quelli che
retrocedevano respinti da Gabriele, e collegatisi tornarono uniti più
furiosi all'assalto contro di lui. Falco veggendo i Ducali sbandarsi, nè
potendo più dirigere in pieno i suoi colpi, lasciò alcuni bombardieri
sulla nave per trarre al nemico se si presentava allo scoperto, e
balzato cogli altri uomini sui battelli, afferrò il lido e, ordinate le
schiere, piombò addosso a quelli che s'erano spinti nelle prime
abitazioni di Bellaggio.

Durò lunga pezza furiosissimo il combattimento corpo a corpo sulla riva,
dentro le case e su pel colle, e siccome anche dall'altra parte del lago
continuava la pugna, ambedue quelle sponde risuonavano di spessi colpi e
di grida. A poco a poco però il rumore della battaglia s'andò scemando e
allontanando dalla riva di Tramezzo, e gli spari d'archibugio rari e
dispersi indicarono che era piuttosto un inseguirsi che un combattere
regolarmente. Presso Bellaggio i Ducali vennero finalmente ricacciati
dalle case di cui s'erano sulle prime impadroniti; e mentre incoraggiati
dal Vestarino, ch'era ritornato con fresche truppe presso il borgo, vi
si spingevano con nuovo urto, Gabriele, sbaragliati gli oppositori del
colle, li prese di fianco e li costrinse a cedere il campo e ritirarsi
fuggendo.

Tolse ai Mussiani l'inseguire il nemico la neve che incominciò
foltissima a cadere, e il considerare che più oltre potevano essere
disposti agguati, per cui i Capitani richiamarono gli uomini d'armi
dentro la Terra, ricollocando le sentinelle e facendo formare duplici
barricate all'intorno di essa. Falco condusse di nuovo la _Salvatrice_
in porto, e poscia recossi cogli altri due Comandanti alla rocca degli
Stampa.

Venuta la sera, dopo aver preso abbondante ristoro, si ridussero essi
tre presso un gran fuoco, acceso in una spaziosa sala adorna d'armi e
dipinti antichi, e quivi Falco e Sarbelloni, vuotando di quando in
quando le tazze, riandando gli eventi della pugna, si congratulavano
seco medesimi della vittoria, scagliando imprecazioni contro il nemico,
e invitando all'allegria Gabriele che si mostrava mesto e pensoso.
Quand'erano più caldi in que' ragionamenti s'intese battere a colpi
replicati la porta: alcuni uomini d'armi del drappello che stava in un
camerone inferiore, accorsi a vedere chi fosse, vennero frettolosi nella
sala ad annunziare essere un frate che chiedeva con molta istanza di
parlare ai Capitani del Medici. Questi ordinarono entrasse, e Falco,
riconosciuto in esso lui frate Andrea della Casa dei Malati in Nesso,
sentì un gelo scorrergli per l'ossa, chè paventò un tristo annunzio, e
non s'ingannò; poichè appena entrato quel frate, che aveva la barba ed i
capegli scarmigliati, lacera e tutta bagnata la tunica, mostrando la
spossatezza di chi ha fatto lungo e disastroso cammino, disse con voce
tremante agli atterriti Capitani, che una banda di nemici giunti
improvvisamente in Nesso aveva cercato di penetrare nella Rocca, al che
si opposero a viva forza i terrazzani: ma che comparve colà ben tosto
una nave di Ducali, i quali scesi a terra, ed unitisi agli altri
assalirono e dispersero i più vigorosi, e penetrarono poscia nelle case
uccidendo e ferendo quanti ne trovavano, e incendiando casolari,
presepi, masserizie, per cui tutta Nesso era in fiamme; proseguì dicendo
che venuti alla Casa dei Malati fecero macello di tutti quelli che vi
trovarono, e ch'egli era scampato al loro furore fuggendo per la via dei
monti onde ricoverarsi a Bellaggio, essendo il giorno antecedente corsa
la voce ch'erano quivi pervenuti i soldati del Castellano.

Tremavano a tale narrazione per convulsi moti di rabbia i muscoli di
Falco, le sue labbra s'erano impallidite, e gli occhi di lui
tramandavano sinistri lampi: udì tutto, e non osò domandare della sua
donna e della figlia; s'alzò d'un balzo; prese il moschetto, indossò la
schiavina, e pronunciato un _addio_, s'appressò per uscire alla porta:
ma s'oppose al suo passaggio Gabriele, che fuori quasi dei sensi, con
voce disperatamente sicura disse: "Ecco a che ti condusse l'ostinato tuo
resistere alle mie istanze di abbandonare la rupe: essa forse a
quest'ora... Ma qualunque sia la sua sorte, aspettami; io debbo esser
teco, e perire con lei, o salvarla: così ho giurato irrevocabilmente al
Cielo!"

Falco restò muto a tali accenti, guardò quel giovine con occhio di
compianto, chè certo non era solo in quel punto che scopriva l'arcano
dell'amor suo, e quando Gabriele s'ebbe ricinta la spada che aveva
deposta, presolo per mano, uscì di là frettoloso. Achille Sarbelloni non
osò impedire nè frapporre indugio a quella dipartita, comprendendo
l'imperiosa necessità che l'aveva causata, e accorgendosi dai modi
assoluti con che que' due s'erano allontanati l'inutilità del
trattenerli.

Era nera la notte, cessato il nevicare, spirava gelido un vento che le
acque del lago frangeva alla sponda con reco mormorio: terra terra però
scorgevasi un debolissimo chiarore, prodotto dal biancheggiare della
neve, che faceva meno incerto il cammino ai due guerrieri, i quali
avevano a quell'ora abbandonata la Rocca Stampa. Falco andava innanzi
siccome esperto conoscitore di tutte le vie di que' monti, e Gabriele a
lui teneva dietro dappresso; camminavano a passi veloci quanto il
comportava il terreno, taciturni entrambi ed assorti in tormentosi
dubbii che li angosciavano e li affrettavano sempre più a giungere alla
meta.

Su per dirupi, giù per vallate, dentro sfrondate selve attraversano
macchie e torrenti, ora sostenuti dalla congelata neve, ora per i clivi
sprofondando co' piedi in essa, ma destri e infaticabili vincendo mille
ostacoli, oltrepassano gli eretti scogli di Grosgaglia, valicano il
torrente di Villa, e trascorsa al di fuori Lezzeno occupata dai Ducali,
pervengono sul monte all'alto della punta della Cavagnola. Appena giunti
al di là del profilo della montagna, da cui si scorgono le acque di
Nesso, ferì i loro sguardi un chiarore inusato che illuminava d'una luce
rossiccia tutto quello spazio: s'arrestarono essi ad un tratto su
quell'eminenza colpiti da terrore a tal vista: ardevano i casolari di
Nesso ardevano altre Terre vicine; e le fiamme alte sventolanti,
rompendo la tetra oscurità dell'aria, spandevano una tinta di sangue
sulla neve dei monti circostanti e facevano rosseggiare le acque in cui
si riflettevano, e sulle quali alcuni legni Ducali correvano in diverse
direzioni, lumeggiati pur essi da quel lume funesto.

Falco erasi soffermato e stava immobile appoggiato al suo moschetto
mirando quel tremendo spettacolo: luccicavano allo splendore
dell'incendio il suo giaco di maglia e la rete d'acciaio, ed i suoi
lineamenti, improntati d'una selvaggia fierezza, prendevano dal colore
delle fiamme un aspetto sì straordinario, che avrebbesi potuto
rassembrarli a quelli d'uno spirito infernale apparso a contemplare una
scena di desolazione. Splendeva pure la lorica sul petto a Gabriele che
s'era arrestato a lui vicino, ma nel suo viso scorgeasi tuttavia un non
so che di pietoso ed umano che faceva bello su quel volto il dolore.

"Guardateli, esclamò Falco coll'accento della rabbia più intensa;
guardateli quei lupi iracondi e vigliacchi! essi vogano e s'aggirano per
queste acque contenti di ciò che hanno fatto. Fuggono la mattina innanzi
a noi cacciati dalle nostre palle e dai nostri ferri, e vengono sulla
sera ad infuocare le abitazioni senza difesa e ad uccidere le donne e
gli inermi terrazzani. Ah sgherri incendiarii, assassini! Ma guai a voi,
se avete poste le mani su di esse! Falco respira ancora, e le punte de'
suoi pugnali entreranno tante volte ne' vostri cuori quanti capegli
avrete torti a loro".

"Il piano della tua rupe è oscuro, disse con ansietà Gabriele;
certamente la tua capanna non fu veduta; essa non arde, ed è d'uopo dire
che i Ducali non vi pervennero ancora: affrettiamo i nostri passi, e
giungeremo a sottrarre le donne prima che i nemici se ne avveggano".

Si mossero immantinenti, e giù per la china del monte, risalirono l'erta
al di sopra dell'affuocata Nesso, udendo i gridi ed i lamenti disperati
dei miseri abitatori, di cui alcuni vedevansi fuggire pei sentieri del
monte sottraendosi così alla rabbia dei soldati, i quali in gran numero
coperti di ferro, nude le spade, s'aggiravano, intorno a quelle ardenti
e crollanti ruine sterminando chiunque degli abitanti a loro
s'affacciava.



                           CAPITOLO DUODECIMO.

     Minacciose le fiaccole ardenti,
     Son degli astri ne' cieli roventi;
     Su la nube la nube ricade,
     Ed i venti--con lunghi lamenti
     Van dicendo "ritorna chi fu".
         Tu sei pallida pallida;
         Tu sei tremante e tacita,
         Chè l'aleggiar de' spiriti
         Nell'aere già senti,
         E l'appressar terribile
         E lo gridar de' spenti
         Di morte annunziator.
            DIODATA SALUZZO. _Ipazia_, poema.


Batte forte il cuore ad entrambi mentre a rapidi passi salgono l'erto
sentiero della rupe. Pervengono finalmente sul picciol piano dietro il
casolare, s'avvicinano a questo, la porta è chiusa, l'interno è muto, nè
luce alcuna trapela dalla finestra e dagli spiragli. Falco bussa la
porta; chiama prima sottovoce, poscia chiaramente, ma nessuno risponde;
ne scuote i cardini, ma resiste perchè saldamente serrata. Gabriele non
sa che pensare; ambedue rimangono silenziosi investigando col pensiero
che mai potesse essere avvenuto delle donne.

"Qui i Ducali non sono montati di certo, disse Gabriele, perchè non
avrebbero lasciato incolume il tuo abituro: quindi io spero che tua
moglie e la figlia alla vista dei nemici e dell'incendio si saranno
poste in salvo cercando rifugio in qualche casolare della montagna".

"Le capanne dei pastori, rispose Falco, sono disabitate a cagione delle
nevi, ed esse non avevano pratiche colle genti d'intorno. Non so
immaginarmi dove mai possono avere rivolti i loro passi... E se mai
(aggiunse con fuoco) avessero nel fuggire dato ad essi nelle mani?..."

"Come mai saperlo? esclamò Gabriele: terribile incertezza!...
Vedi?...molti Ducali si sono raccolti sul lido; scendiamo giù verso le
case dove il fuoco è già spento, e tentiamo spiare se mai le avessero
prese, onde adoperare tostamente ogni mezzo per liberarle".

Calarono così dicendo frettolosi dalla rupe al sentiero per entrare nel
borgo, quando Falco, guardando verso il ponte del torrente, vide un uomo
che cautamente s'avanzava su di esso: s'arrestò, osservò attentamente e
disse con ansia a Gabriele: "Quello è Negretto il Tornasco: egli saprà
sicuramente darci qualche indizio intorno alle donne". E portando la
mano alla bocca per dirigergli la voce, gridò: "Tornasco, Tornasco!"
"Falco". "Sei tu?" "Son io". "Sai nulla?" "So tutto". Le mie donne..?"
"Son esse che mi mandano: ora ti dirò ogni cosa". S'avvicinarono gli uni
all'altro a rapidi passi, e Negretto narrò con spedite parole che
trovandosi in Nesso nel momento ch'erano quivi giunti i Ducali, fu de'
primi a combattere contro di loro, ma che forzato a cedere fuggì dal
Borgo allorquando cominciava l'incendio; che però avendo voluto essere
spettatore di ciò che avveniva, s'era postato sul monte poco in su del
sentiero che entra nella Valle del Noce; che dopo alcun tempo vide al
chiarore delle fiamme due donne che venivano a quella volta, e ch'ei
riconobbe per la moglie e la figlia di Falco, onde tosto discese verso
di esse, offrendosi a scortarle nella loro fuga; che le medesime lo
pregarono invece istantemente andasse per la via de' monti a Bellaggio,
perchè sapevano ch'era quivi giunta la nave di Falco, cercasse di lui, e
lo avvertisse che per sottrarsi all'imminente periglio esse recavansi,
per quella valle alla Cappelletta dell'Eremita nel bosco di Zelbio, che
quivi sino al mattino lo avrebbero atteso, e che di là non sarebbero
retrocesse se non quando si fossero affatto allontanati i nemici. Falco
e Gabriele, respirando contenti, e giubilando per quel fortunato
incontro che dissipava il funesto dubbio che aveva sino allora oppresso
i loro spiriti, ringraziarono replicatamente il Tornasco, e presero
tosto cammino insieme ad esso su per l'erta onde passare il ponte del
torrente, vicino a cui s'apre l'ingresso della Valle del Noce.

Pervenuti al ponte, il guerriero Montanaro si rivolse per dare un ultimo
doloroso sguardo al suo luogo natío fatto scopo del nemico furore, ed al
suo casolare che paventava di non dover più rivedere; ed ecco appunto
che scorge in quell'istante un grosso branco di soldati salire con
fiaccole accese verso la rupe, gridando, tumultuando, e facendo udire
tra infernali grida i nomi di _Falco_, di _Pirata_, di _Musso_. Si
volsero a quel rumore anche il giovine Medici e il Tornasco, e videro i
soldati ascendere al piano della rupe, atterrare a ripetuti colpi di
scure la porta dell'abituro, entrarvi ed uscirne caricati d'ogni arnese
e masserizia, dividersi le più minute, accatastare il rimanente sul
piano stesso e darvi fuoco. Falco, furibondo a quella vista, si slanciò
per discendere, scagliarsi in mezzo a que' distruttori di sue cose e
vendicarsi; ma Gabriele e il Negretto a tutta possa il trattennero,
dissuadendolo da tal atto in cui avrebbe posta a grave repentaglio e
vanamente la propria vita. Il Montanaro s'acquetò per un momento, ma
allorchè vide un gran fumo uscire a densi globi da tutte le aperture di
sua casa, e subito dopo manifestarsi le fiamme ai quattro angoli di
essa, non volle lasciare inulta quella barbara intrapresa: discese
alquanto pel sentiero, appuntò il suo moschetto, e trasse un colpo su
quella turba di Ducali, che, urlando di gioia, pascevano avidamente gli
sguardi nelle fiamme divoratrici. Due di essi caddero, ferito l'uno,
l'altro ucciso; e mentre tutti gli altri, storditi a quel colpo
inaspettato, miravano per iscoprire d'onde fosse partito, Falco
riguadagnò il ponte, e salutato di nuovo il Tornasco che si separò da
loro, entrò con Gabriele nella Valle del Noce.

Orsola e Rina dopo avere camminato assai per il sentiero che rimonta la
valle, e che l'obbliqua posizione, i seni del monte e i rami delle
grosse piante che il fiancheggiavano avevano riparato in parte dalla
neve, rendendo così meno disastroso il trascorrerlo nel buio della notte
a chi com'esse l'aveva tante volte praticato, giunsero finalmente nel
bosco di Zelbio, ove internandosi alcun tratto ritrovarono la
Cappelletta dell'Eremita, e v'entrarono. Era questa una picciola rotonda
aperta sul davanti, guasta allora e spoglia d'ogni arredo, ma dove altre
volte si vedeva un altare con varie immagini sculte in legno, custodite
e mantenute in venerazione da un Eremita che s'era costrutto in quel
bosco una cella. La moglie e la figlia di Falco si assisero colà l'una
presso all'altra, cercando col rinserrarsi i panni che avevano indosso
di difendersi alla meglio dal rigore del freddo notturno. Oltre lo
sgomento che durava nel loro spirito pel funesto avvenimento che le
aveva costrette a fuggire fra le tenebre in quella dirupata valle,
quando cessarono dal camminare e si videro solinghe sotto quella
ristretta volta dentro un antico disabitato bosco, furono assalite
altresì da un terrore che aveva più antica origine nei loro cuori. In
fondo di quella valle trovansi le vaste e profonde grotte del monte del
Tivano, che le popolari tradizioni fecero sempre albergo e convegno di
enti spaventosi e malefici [19]: quivi, secondo l'opinione di que'
montanari, recavansi in tregenda dai luoghi più lontani maghe e
stregoni, che uniti ai demonii che sbucavano dalla terra, dopo lunghe
infernali tresche formavano gli incantesimi, e preparavano filtri e
simboli fatali. Le due donne, allorchè concentrate in se stesse
cominciarono poco a poco a riflettere che si trovavano in prossimità di
quel tremendo luogo, provarono in tutta la forza il sentimento della
paura, che è tanto più potente quanto più è indefinito e misterioso il
soggetto che lo cagiona. Quell'oscurità, quel silenzio, il fantastico
aspetto che prendevano ai loro occhi i neri tronchi delle piante che
sorgevano presso il limitare dell'edifizio ove s'erano ricoverate, tutto
insomma aumentava in esse l'angustia del cuore e la tema.
S'abbracciarono strette l'una l'altra, e "Ohimè, incaute! esclamò Orsola
con voce smarrita, perché mai siamo noi venute così presso alla montagna
del Tivano? perché non abbiamo scelta un'altra strada meno pericolosa?
chi sa cosa avverrà di noi in questo luogo!" Rina, a cui la tenerezza
manteneva la mente in uno stato di continua esaltazione, e s'aveva
quindi l'immaginazione ardente, e suscettiva di più profonde
impressioni, senti a questi accenti della madre frizzarsi una punta al
petto, onde serrandosi a lei più strettamente, e nascondendole il volto
in seno: "Madre mia, proferì tremando, fuggiamo, retrocediamo, usciamo
da questo bosco prima che si avveggano di noi! guai se si accorgano che
stiamo qui sole, potrebbero prepararci le più gravi sventure!"

[Nota 19: Chiamasi anche al dì d'oggi _Buco di Nicolino_ (sopranome che
si dà in que' paesi al Diavolo) una grotta in forma d'un gran pozzo che
vaneggia in mezzo al Piano del Tivano, e nell'interno del monte ha
molteplici comunicazioni con altre caverne.--Vedi Amoretti, _Viaggio ai
tre Laghi_.]

"Ah Santa Vergine, soccorreteci! disse Orsola: fate che presto spunti il
giorno, e che noi rimaniamo intanto illese dalla potenza dei nemici
infernali, come v'è piaciuto di salvarci da quelli di Como, che l'ira
vostra confonda e disperda!... Ma facciamoci coraggio, o Rina: io spero
che il Tornasco, che abbiamo incontrato, giungerà prima dell'alba a
Bellaggio, e sono certa che se Falco è colà, in poche ore verrà a
raggiungerci in questa valle: altrimenti ne usciremo, e cercheremo da
noi una strada verso il lago per recarci a Musso".

"A Musso sì!" pronunciò Rina rilevandosi inanimita come da un magico
tocco "per rimanere colà, per non più scostarci da quel Castello?-Ma,
ohimè! o madre, udite! mi pare d'intendere rumore di pedate: qualcuno di
certo s'avanza pel bosco!"

Stettero quasi senza trar fiato ascoltando perché si fece per la selva
sentire distintamente un veloce mutare di passi diretti a quella volta;
ma ad entrambe fu per balzare dal petto il cuore trasportato dalla gioia
improvvisa quando udirono la robusta e sonora voce di Falco far
rintuonare la valle dei loro nomi. Esse risposero subitamente alla
chiamata affacciandosi unite all'ingresso di quel diroccato edifizio:
Falco riuscì in quel punto fuori dall'intricamento delle piante,
precedendo Gabriele che lo seguiva per quell'oscurità con un palpito
veemente di speranza: le donne gli vennero incontro, non dubitando che
la persona che seco era, e che distinsero al suono dei passi, fosse il
Tornasco, od altro de' suoi compagni montanari. Quando però furono
dappresso, Rina s'accorse tostamente al contorno delle forme che
s'intravedevano a quell'ignoto anche nelle tenebre, che esso non era
l'uno de' rozzi seguaci del padre; quando poi sentì il di lui respirare
gentile e un po' affannoso, un dubbio, un lampo le passò per la mente, e
il di lei cuore aveva già sobbalzato ripetutamente prima che Falco
dicesse ad Orsola: "È venuto meco il signor Gabriele, che da valente e
generoso giovine, com'egli è, allorquando udì il disastro di Nesso, si
dispose ad affrontare con me anche i più gravi pericoli, se fosse stato
d'uopo, per liberarvi dalle mani feroci dei nostri nemici".

Sparì ogni tenebria dagli occhi di Rina in quell'istante, e le parve
vedere come di pieno giorno l'adorato viso del suo guerriero, provando
all'anima la dolcezza che dagli sguardi di lui le suoleva
immancabilmente derivare; pari fu il contento del giovine Medici, nel
cui spirito subentrò all'angosciosa incertezza una tranquillità ed un
appagamento inesprimibile.

Il Montanaro di Nesso aveva nell'antecedente cammino convenuto con
Gabriele del proprio torto, nell'essersi rifiutato sempre ad andare a
prendere dimora in Musso, lo che stabilirono tra loro avrebbe fatto
immantinenti: quindi pensando al modo di condurre le donne a Musso senza
farle passare vicino ai nemici, Falco disse ch'ei conosceva una strada
da cui avrebbero potuto recarsi al lago di Lecco, ove imbarcarsi per
Musso, senza retrocedere dalla valle del Noce in cui s'internavano; ma
soggiunse che a causa delle alte nevi, era d'uopo passare il monte che
chiudeva quella valle per una via inusitata e strana, cioè dentro le
profonde caverne che perforavano la montagna stessa. Gabriele rispose
che se per le donne non v'erano colà pericoli od oggetti di spavento,
s'offriva pronto a seguirlo dovunque. Falco lo accertò che correva bensì
voce che quivi apparissero streghe e diavoli, ma ch'egli aveva fatta
altre volte co' suoi compagni quella via, e che nulla mai gli era
accaduto incontrare che gli recasse danno o terrore. Questa
determinazione presa con Gabriele fu da Falco comunicata alla moglie, la
quale, restia per alcun poco ad aderirvi, fu finalmente convinta, o
piuttosto forzata, dalle parole e dalla volontà del marito, la cui
scorta unita a quella del giovine guerriero le temperava in gran parte
nell'animo la paura, che a pensare a quel tremendo luogo tutta
l'invadeva.

Procedettero tutti insieme, guidando Falco gli altri, per quel bosco,
usciti dal quale, e sempre rimontando la valle per via più aspra, e in
quell'oscurità difficilissima, vennero in luogo dove restringendosi è
chiusa dalle erette spalle del monte, ingombro d'alte piante. Quivi
salirono un breve tratto, e trovaronsi alla bocca d'una spaziosa caverna
tutta ingombra all'entrata da grossi alberi e sfrondate boscaglie. Le
donne si strinsero intimorite a Falco, scongiurandolo a non por piede
colà; ma egli cercando con animate parole dì dissipare il loro terrore,
raccolse un fascetto di rami, lo strinse insieme, e coll'esca del
moschetto, avendolo acceso a guisa di fiaccola, entrò intrepidamente
nella grotta obbligando la moglie e la figlia condotte da Gabriele a
seguirlo.

Levò alto quel lume, mirò d'intorno, e null'altro si presentò al suo
sguardo che lo sterminato masso in che era incavato quell'antro:
continuando con vivaci e risoluti detti a togliere dal seno di chi lo
seguiva ogni temenza; raccolse molti frantumi d'alberi diseccati che
erano sparsi sul suolo, li radunò in una catasta, intorno alla quale
fece assidere le donne e Gabriele, e colla fiaccola v'appiccò fuoco.

Splendette ampia la fiamma investendo d'una luce viva il sasso
giallo-rossiccio che formava la vôlta e le pareti laterali di quella
caverna, riflettendosi sugli ineguali e rotti scaglioni che ne
costituivano il fondo, il quale alla superiore estremità s'internava con
un nero sprofondamento. Mentre, seduti intorno a quel fuoco sovra pietre
dalla vôlta stessa cadute, quei quattro ivi venuti, le cui ombre si
proiettavano in gigantesche proporzioni sul pavimento e sulle scabre
pareti, stavano ragionando dei tristi avvenimenti di quel giorno, giunse
al loro orecchio come un lontano e lieve rumore di pedata che venendo
dal fondo dell'antro destava un tenue ma cupo rimbombo. Colpiti da quel
suono, divenuti all'istante silenziosi ed immobili, attentamente
ascoltarono, ed il rumore di que' lontani passi andava facendosi più
distinto, indicando che alcuno dall'interno di que' recessi s'avanzava.
Balzarono tutti in piedi, e Falco pel primo, che sollevò il moschetto
piantandosi in attitudine di scagliare il colpo; Gabriele gli si pose a
lato sguainando rapidamente la spada: dietro a loro rimasero le donne
l'una accanto all'altra. Appena s'erano dessi così atteggiati, che ecco
sul ciglio del più elevato masso che chiudeva in parte il fondo di
quell'antro comparire una figura femminile, appoggiata a due mani ad un
bastone, che l'incerto chiarore che là perveniva fuor disegnandola
dall'oscura cavità che dietro le stava, davale aspetto di straordinaria
e fantastica apparizione. Gelò a quella vista il sangue per terrore
anche nelle vene dell'intrepido Montanaro, che come gli altri che seco
erano pensò che quello uno si fosse dei tremendi abitatori della caverna
comparso a punire gli audaci colà penetrati. Di grado in grado per i
rialzi sporgenti negli smisurati scaglioni calò l'apparsa vecchiarda, e
giunta al piano della grotta s'avanzò verso il luogo ove quei quattro si
stavano immobili ed atterriti. Era dessa Imazza, la vecchia comare di
Palanzo, che all'accostarsi dei nemici a quella terra aveva abbandonato
anch'ella il proprio abituro, ed era per la Valle del Noce venuta colà,
penetrando per un altro ingresso nella caverna, ove soleva
frequentemente venire, e dove gli abitatori di que' monti supponevano
stesse in consorzio cogli spiriti maligni. Vedendo dalle oscure latebre
in cui s'aggirava, splendere lontano il fuoco sotto la più spaziosa
vôlta, essendo pressochè intirizzita dal freddo, s'avviò per riscaldarsi
verso di quello. Andò dritto colà, e senza nemmeno guardare in volto a
chi vi era già vicino, coricò al suolo il suo bastone, e si rannicchiò
presso la fiamma stendendo verso di essa ambe le scarne mani.

Allorchè Falco e le donne la riconobbero, sebbene non riuscisse ad essi
gradita la sua presenza colà, pure essendo dessa loro comare, mirandola
lacera ed abbrividita, lasciarono che s'accostasse a quel fuoco,
sembrando troppa crudeltà il non concederle che sgelasse le membra.
Gabriele guardava con occhio di meraviglia e di ribrezzo quella vecchia,
il di cui strano aspetto annunziava una strega uscita quasi per incanto
dal seno del monte, e mirando Falco e le donne, rimise il ferro nella
vagina, non sapendo però rendersi ragione nè del loro silenzio, nè della
calma ritornata sui loro volti nel momento che la vecchia approssimatasi
s'accosciò quivi senza proferire parola.

Falco comprendendo dall'incerto movere degli occhi del giovine Medici
chè volesse chiedere, bramando rassicurarlo inclinò il capo verso
l'orecchio di lui, e con voce sommessa come di chi parla alla presenza
d'uno che sonnecchia o vaneggia, disse:

"Questa è una donna di Palanzo: è la nostra comare Imazza: la madre di
quel Grampo che rimase ferito a morte la notte che foste liberato dai
Ducali. Essa conosce questa grotta assai meglio di noi, poichè si dice
che da anni ed anni vi sia solita venire ogni notte; non vi saprei
spiegare da qual parte è ora penetrata, poichè le vie da essa praticate
sono ignote a tutti: non vi potrei dire neppure cosa sia qui venuta a
fare. Se non vi si è ritirata per fuggire anch'essa i Ducali saliti a
Palanzo, sarà venuta per trovarvi certi amici che il Cielo ci guardi
dall'incontrare giammai. Comunque sia, noi non dobbiamo prenderne
spavento: la lasceremo ben tosto qui sola, poichè l'alba non è lontana,
e fa d'uopo mettersi in cammino, attraversando la grotta per riuscire
dall'altra parte del monte e proseguire il nostro viaggio".

Mentre Falco così parlava, Gabriele e le donne guardavano attentamente
la vecchia, a cui il calore che intiepidiva le carni faceva sparire dal
viso e da tutto il corpo le rigide contrazioni prodotte dal freddo, e
per la sensazione di quel ristorante tepore vedevansi i suoi lineamenti
ricomporsi, gli occhi divenire poco a poco meno stravolti, sino al punto
che le riuscì così grato quel sollievo, che mirando la fiamma colle
spalancate pupille, sorrise, abbassando replicatamente la testa come
salutasse un ente animato che la beneficasse; e benchè quel sorriso e
quel moto avessero un indefinito carattere di demenza, si scopriva però
che venivano dal cuore. Ad un tratto si fece di nuovo sconvolta in viso,
raccolse le braccia al petto, i suoi occhi divennero vitrei ed immoti;
stette come aggruppata in se stessa, poscia allungò una mano lentamente;
la abbassò al suolo allargata, e fece l'atto di stringere alcun che di
morto e resistente e di sollevarlo, aprì poscia le dita ad un colpo e
rimase in quell'atteggiamento.

Un tetro pensiero assalì Falco a quell'atto, poichè gli richiamò
vivamente alla memoria il moto fatto da lei col braccio di Grampo steso
cadavere sul letto nel casolare di Palanzo e le parole che seguirono
quel gesto tremendo: i suoi tratti si fecero oscuri e mormorò fra i
denti:

"Ah vecchia maga, or ti ricordi del figlio! M'accorgo che ti sta
presente come quando lo ricopriva il lenzuolo inzuppato del suo sangue,
e tu lo vedi come allora sfigurato e irrigidito... Ma che pretendi? (ed
alzò la voce) Hai tu il potere di far risorgere i morti dal luogo ove
essi dormono? Puoi tu far apparire gli estinti in queste caverne?... Che
guardi?... Che ascolti? forse qualche spirito uscito dalle viscere della
terra, non visibile a noi, qui s'aggira e ti parla?"

"È ben la tua voce che io sento, o uomo di Nesso?" pronunciò Imazza in
tuono lento e sepolcrale; ma cangiando poscia affatto l'espressione del
volto, poichè la voce e la vista di Falco la richiamarono a passate
abituali idee, proseguì, con manifesto delirio della mente: "Sì... sei
tu... Oh ti conosco!.. è molto tempo che io non ti vedo. Il mio Grampo
non viene più con te?... egli non pronuncia mai il tuo nome: ma ora che
fa? dove sarà egli andato? oh Dio! non vorrei che s'incontrasse cogli
uomini di Como! Che si sia perduto per la valle, o l'hai tu mandato col
tuo battello lontano sul lago?"

Il guerriero Montanaro stette muto a tali inchieste; Gabriele stupì, e
Orsola disse:

"Il vostro figlio, o Comare, è al sicuro di tutti i pericoli di questa
terra: esso si trova certamente in un luogo dove non ha bisogno che
delle vostre preghiere, e dove chiede al Signore che vi conceda
misericordia".

Imazza non parve punto intendere questi detti, alzò lo sguardo a
Gabriele, e dopo averlo considerato a lungo, pronunciò le seguenti
parole con voce raddolcita, che annunziava un improvviso commovimento
dell'anima, il quale la ritornava alla ragione: "Chi sei tu, o giovine?
Tu non abiti certo nel nostro paese? Perche abbandonasti la tua casa?
Hai tu colà tua madre? Perchè la lasciasti sola?... Essa ti aspetterà...
ti chiamerà... ritorna a lei... fuggi di qui! (aggiunse in tuono più
aspro e solturno) Tu non sai con chi ti trovi... Anch'io... anch'io
aveva un figlio, giovine, vigoroso come sei tu, e per causa di
quest'uomo io l'ho perduto... esso me lo condusse a morire: ed ora son
sola..." Qui le mancò la voce, ma subitamente si riaccese in volto,
stralunò gli occhi, drizzò verso Falco l'irto capo, contraendo convulse
le labbra, protese le braccia con adunche le dita, sì ch'esso e Gabriele
arretrarono inorriditi, e le donne si coprirono colle mani il volto, e
furibonda esclamò: "Perchè non posso lacerarti il cuore con queste mani;
perchè non mi è dato trascinarti con me nel sepolcro? Ma va! che s'anche
or ti salvi, tu non vivrai lungamente. Faccia il cielo però che prima di
morire ti possi mirare cader estinto dinanzi ciò che tu hai di più caro,
che il tuo sangue sia sparso con infamia e che nessuno de' tuoi abbia
altro fine che negli strazii e ne' tormenti".

Gabriele strinse tra le braccia Falco bollente d'ira a quell'imprecare
della vecchia, e tal atto dell'affettuoso giovine gli temprò lo sdegno,
per cui appena il rimbombo della rauca e stridente voce d'Imazza svanì
per quell'antro, il fiero Montanaro, fatto mite e calmo, guardolla con
occhio di disprezzo e pietà, dicendo: "Misera vecchia! il tuo spirito è
dominato da malefiche potenze: tu non sai ciò che dici; io ti
perdono!--Andiamo, lasciamola qui da sola a riscaldarsi più agiatamente
le membra, che fra poco la morte le gelerà del tutto".

Così detto, Falco accese una fiaccola che aveva contesta con resinosi
rami, e gettato a spalle il moschetto, procedette per quell'antro
innanzi alle donne seguíte da Gabriele che recava un'altra face;
abbandonando per tal modo colà la vecchia Imazza che soprapposte molte
legna al fuoco vi si rannicchiò nuovamente dappresso. Giunti al fondo
della prima grotta salirono pei dirupati scaglioni formati dal passaggio
di voluminose sobbalzanti acque ivi scorrenti la state, e s'internarono
nell'andito superiore più oscuro e ristretto. Progredendo per quella via
cavernosa che or ritorta or diritta, ma sempre ascendente, cammina per
le viscere del monte, udivano il rumore dei loro passi risuonare con
cupo e prolungato mormorio, e allo splendore delle loro faci che spesso
squassavano per rinvigorirne la fiamma, rompenti quell'eterna tenebria,
miravano variarsi la forma, il colore e l'ampiezza dell'antro per cui
s'avanzavano. Ora nella vôlta e nelle pareti ristrette e basse
nereggiava liscia l'ardesia; ora lo scisto verdastro cilestrino o
giallognolo rigato da fili d'acqua offriva l'aspetto d'un drappo steso,
di cangiante colore frastagliato da lucide striscie; in alcuni luoghi
strati di bianca marna formavano lunghe zone compatte, in altri
brillavano al lumeggiare delle faci mille e mille punte argentine nella
scabra arenaria: qui miravasi la vôlta vasta e piana formata d'un solo
masso di granito che spaccato dai lati in larghe fenditure presentava
enormi arcate sostenute da informi colonne fra cui s'apriva il varco ad
altri spechi; là perpetue stille gocciavano dalle acute stallatiti
pendenti dall'alto.

I quattro che battevano quello strano e cupo calle contemplavano con
istupore misto a meraviglia, fatta maggiore dalle tremende idee di che
erano stati poco prima agitati, il variato succedersi di tanti ciechi
ravvolgimenti, dai quali non avrebbero creduto potere riuscire mai
all'aperto, se Falco stesso non avesse assicurato d'averli altre volte
percorsi, ed egli medesimo pensando ai timori ed all'esitanza che
dovevano naturalmente durare nel cuore di quelli ch'ei conduceva per una
sì lunga sotterranea via, rallentò d'alcun poco il passo, e rompendo pel
primo il silenzio, disse:

"Se fossimo andati tanto all'ingiù quanto siamo saliti per questa
strada, io credo che saressimo già arrivati dove si comincia a vedere il
fuoco a trasparire dalle porte della casa dei dannati; ma finalmente per
quanto sia grosso il monte dentro cui camminiamo, m'accorgo che
l'abbiamo quasi attraversato. Vedete quest'altra grotta che s'interna a
destra: essa si apre in forma di pozzo in mezzo al piano del Tivano, da
dove entrano le acque quando si sciolgono le nevi, e trascorrendo per
queste gole sboccano in parte dalla caverna per cui siamo entrati nella
valle del Noce, e in parte nella Valle del Lambro dalla caverna per cui
usciremo, ed alla quale ora siamo vicinissimi".

"Perchè non si ponno scavare sì lunghi e profondi i sotterranei dei
nostri castelli? pronunciò Gabriele; oh allora daremmo cattivo giuoco
all'inimico in caso d'assedio, e se per isventura si cedesse
all'assalto, potremmo per tale strada condurre in salvo le persone che
non saprebbero aprirsela col ferro alla mano, e serbarci anche nella
sconfitta ciò che abbiamo di più caro e prezioso!"

"Ah, rispose Orsola, che la Madonna ci guardi dall'essere mai costretti
a praticare simili sorta di cammini! Chi sa chi passa di solito qui
dentro; chi sa chi va svolazzando colle ali di pipistrello per i luoghi
che abbiamo lasciati dietro a noi e ci segue da lontano spiando i nostri
passi! Io per me non mi sento il coraggio di volgere indietro la testa.
Avete osservato che qualità di siti? In un luogo è tutto nero, in un
altro tutto bianco e giallo, e per sino coperto d'argento. Non ponno
essere stati che i demonii e gli stregoni che hanno fatti questi buchi;
ed io sceglierei piuttosto di camminare cento anni sulle bragie, anzichè
trovarmi da sola nel luogo ove abbiamo acceso il fuoco e dove s'è venuta
a sedere la comare di Palanzo, perchè essa sta ora certamente in mezzo
un circolo di diavoli. E non sentiste la vecchia strega quali parole
pronunciò per rabbia e quali imprecazioni ci ha scagliate perchè stavamo
colà a sturbare la sua tresca cogli spiriti maligni a cui ha venduta
l'anima sua?"

"Non temete pe' suoi detti, o Madre: la Vergine di Nobiallo ci protegge:
Ella che ha fatto giungere prima del tempo da noi sperato le persone che
ora sono con noi, saprà pure sventare i nefandi presagi della trista
vecchia: io so che a pregarla di cuore quella santa Madonna concede
sempre le grazie che le sono richieste". Così disse dolcemente Rina, a
cui le parole poco prima proferite da Gabriele avevano recato una
consolazione soave, confortatrice, che il tetro luogo in cui si
ritrovavano punto non sminuiva; e Gabriele a lei con entusiasmo: "Quando
pregano gli angeli, o Rina, sorridono i cieli, e beato chi è l'oggetto
dei loro voti". Così pronunciando le si mise accanto, poichè la grotta
che s'andava allargando il sofferiva, e posò lo sguardo sul volto di lei
nel momento che veniva investito da una luce purissima azzurrina che
penetrava dall'ampia apertura della caverna a cui erano finalmente
pervenuti.

Falco, gettata al suolo e spenta la fiaccola come fece Gabriele: "No,
non mi sono ingannato (disse con voce forte e contenta), benchè siano
scorsi molti anni da che feci questa via. Eccoci all'uscita della famosa
caverna del Tivano: ora scenderemo nella valle del Lambro, passeremo il
monte a Magreglio, e caleremo a Vassenna: questo è il cammino che
facevamo prima che il signor Gian Giacomo fosse padrone di Lecco, poichè
in quelle acque potevansi gettare le reti a buone tinche; ma era d'uopo
tenersi al largo dal capo di Bellaggio e da Limonta, ove stavano sempre
appostati i mastini per darci la caccia".

Toccata in questo mentre la soglia della caverna, s'offrì loro innanzi
apertissimo il vasto prospetto e della valle e dei monti circostanti,
tutti egualmente coperti di neve, e di cui le acute sommità splendevano
più abbaglianti disegnandosi nel fondo azzurro del cielo colorate in
lieve tinta di rosa dai primi raggi del sole nascente che le investiva.
Il gelido spirare della brezza mattinale, che aveva prodotta la serenità
dell'aria, recò sulle prime molesta sensazione ad essi loro che si erano
per molte ore aggirati entro quelle caverne, in cui, come suole in tutti
i sotterranei vacui, l'aere rinchiuso è sempre mite; ma avendo eglino
presa tostamente la via a discendere, il rapido mutare dei passi a cui
forzavali la pendente balza che al basso della valle declinava, fu
bastevole a temperare in loro l'effetto della rigidezza dell'aure.

Snella e leggiera calava Rina da quell'erta innanzi a tutti, l'orme
stampando appena sulla congelata nevosa superficie del terreno: quella
candidezza, quella luce effusa sfolgorante le destò nello spirito una
viva, completa gioia, che l'incendio, i perigli, il terrore e le tristi
ombre passate cancellavale interamente dal pensiero. Gabriele, non meno
ratto e pronto di lei, le scendeva dappresso; a passi più tardi e
alquanto dai giovani discosti discendevano Orsola e Falco impegnati in
particolari ragionamenti, battendo però le pedate da essi loro segnate.
Il giovine Medici contemplava sempre più rapito la vaga fanciulla che
procedeva sì spedita innanzi a lui, e che ad ogni rivolta del sentiero
alzava ad esso le pupille, movendo a lei più vicino sì ch'ella
intendesse agevolmente le sue parole. "Per voi, bella Rina, disse, i
sassi, gli sterpi, le nevi non sono di maggiore ostacolo al camminare
velocemente di quello che lo siano ad altri le distese pianure, e son
certo che i cacciatori delle nostre montagne potrebbero invidiare la
vostra rapidità quando inseguono le camoscie. Io per me non vorrei
essere spedito come siete voi ad altro fine che per potere seguirvi
sempre dappresso anche tra i ghiacci e le nevi de' più scabri monti".

"Non avreste d'uopo d'affrettarvi per raggiungermi, poichè io
rallenterei i miei passi dovunque fossi per attendervi"; rispose Rina
suffusa di lieve rossore le guancie: e guardandolo poscia teneramente,
aggiunse con ingenua ed animata espressione: "Non solo m'arresterei per
aspettarvi, ma appena vi vedessi scenderei a voi incontro colla maggiore
rapidità. Oh se la prima volta che veniste al nostro casolare di Nesso
non ne foste più partito, vi sareste recato con me ne' bei pascoli della
mia montagna: io v'avrei guidato nei tanti ameni luoghi sparsi per la
valle ove vanno i pastori, e saremmo andati insieme sull'alto del monte
ad una vetta da dove si vede quasi sino al vostro castello: mia madre
sarebbe venuta molte volte con noi, perchè vi ha tanto caro anch'essa, e
dopo quel giorno che ci foste così cortese nella vostra festa di Musso
abbiamo parlato insieme mille volte di voi; e, credetemi, desiderava
essa pure che mio padre ci avesse condotte colà, per abitare nella casa
ove voi volevate che fossimo andate quella sera. Ah! se ciò avveniva noi
si saremmo veduti ogni giorno, e non avrei pianto tante volte, nè
sarebbe venuta una notte come quella trascorsa da farci quasi morire di
spavento".

"Lasciate che io chiami anzi avventuratissima la passata notte, rispose
Gabriele, poichè per gli avvenimenti che sono accaduti ho finalmente
certezza che voi non abiterete più lontana dal mio castello, ed oltre
che resta così appagata la più ardente brama la quale da che vi conobbi
ho costantemente nutrita, sento che si fa più probabile l'adempimento
della viva speranza di farvi mia, d'avervi sempre al mio fianco,
onorata, adorata come l'oggetto da cui dipende ogni bene della mia vita,
la quale apprezzo unicamente per voi".

"Dunque potrei io entrare anche nel vostro castello, venire liberamente
in cerca di voi, anzi abitarvi colà sempre insieme?" Così esclamò Rina
con trasporto, fermandosi a piè della discesa ove erano giunti,
rimirando Gabriele con tutta la commozione d'un tenero abbandono; ma
portando lo sguardo sul di lui splendido corsaletto d'acciaio: "Ditemi,
aggiunse con mesta e più affabile voce, se il Cielo mi concedesse di
divenire vostra, vi mettereste voi ancora d'attorno questo ferro,
prendereste sempre le armi per andare e combattere, lasciandomi sola
come ci lascia mio padre per tanti e tanti giorni? Ah no! io vorrei
piuttosto avere la consolazione di vedervi un istante solo ogni giorno
nella mia capanna, che dimorare nel vostro castello coll'angoscia di
sapervi lontano ed a fronte dei soldati nemici".

"Se i santi il concederanno, avrà pur fine una volta questa guerra!" le
rispose il giovine Medici con melanconico accento, poichè pensò al
rinvigorire che anzi faceva più accanita in que' giorni; ma l'angelico
sguardo dell'amorosa fanciulla non patì che il suo spirito
s'addolorasse, onde tosto riprese con voce d'affettuoso contento: "Sì,
deporremo le armi, e liberi e sicuri non attenderemo che ai sollazzi,
alle feste, ai tornei, a passar l'ore l'uno all'altro vicino, e a
passeggiare insieme pei campi dei colli e sul lago".

"Prendete la via a sinistra, pel calo già fatto nella neve, che andremo
a passare il torrente su quel tronco d'albero che ne forma il ponte".
Così gridò Falco dall'alto, poichè veduti i due giovani sostare in
colloquio, credette il facessero per incertezza del cammino che avessero
a prendere: e quelli si misero per l'indicata strada sempre sì
dolcemente favellando, che tutta quella via dirotta e disagiata per le
nevi e i sassi parve ad essi più deliziosa che i fioriti sentieri d'un
ridente giardino.

Tragittato il ponte e fatto gran tratto di cammino per quella valle,
costeggiando il fiume Lambro e rimontando verso le sue sorgenti,
passarono presso le diroccate mura del Castello di Barni, indi montarono
a Magreglio, ove nel casolare d'un povero pastore presero cibo e riposo.
Di là per un dirupato sentiero che serpeggiando sul monte s'accosta alla
grotta detta la Menaresta, in cui sono le misteriose scaturigini del
Lambro, fiume ch'è tutto della bella terra Lombarda, formato dall'acque
colà fluenti a brevi intervalli, oltrepassarono la montagna che
fiancheggia a ponente il lago di Lecco, e scesi a Vassenna, che era già
d'assai inoltrato il giorno, noleggiata una barca, vi salirono, e Falco
ordinò ai rematori vogassero alla volta di Musso.

Seppero navigando da uno de' barcaiuoli che quel mattino stesso
sull'alba s'era udito dalla parte di Lecco un gran rumore di spari di
bombarde che aveva continuato sin presso al mezzodì, dal che Falco e
Gabriele arguirono essere accaduto uno scontro tra Gian Giacomo ed i
Ducali, onde chiesero premurosamente se si fossero vedute grosse navi
retrocedere di là, e se si fosse parimenti inteso in quel giorno
rimbombo d'artiglierie dalla parte di Bellaggio. Il Barcajuolo rispose
che non eransi veduti passare che pochi battelli provenienti da Lecco, e
che s'era ben sentito dire da alcuni pescatori di Menaggio che il giorno
antecedente s'erano in quelle sponde azzuffati quei di Musso con quei di
Como, ma che nulla s'era quel giorno udito che annunziasse essere
avvenuto un combattimento presso Bellaggio: questi detti misero di buon
animo tanto il Montanaro di Nesso quanto il giovine Medici, poichè
entrambi pensarono che non essendo retrocessa alcuna nave del Castellano
da Lecco, fosse indizio che egli avesse riportata vittoria, e sperarono
ad un tempo che la sconfitta da essi data nel giorno antecedente al
Vestarino sulla sponda di Bellaggio fosse riuscita a lui così funesta da
rendergli impossibile un nuovo attacco contro quel punto.

Ciò che avevano immaginato trovarono con sommo giubilo essere il vero
appena giunsero al Castello di Musso: colà Gabriele narrò al fratello
Agosto rimasto al comando della Fortezza, tutto l'evento, e senza nulla
celargli della passione che lo animava per la bella figlia di Falco,
raccomandò caldamente essa e la madre alle sue cure. Le due donne
presero stanza nella casa di Filippo Tressano, già da Gian Giacomo
donata al Comandante montanaro, che Gabriele aveva da gran tempo fatta
fornire d'ogni necessario arredo. Vedute allogate in comodo e sicuro
albergo Orsola e Rina, il giovine Medici e Falco, completamente
ristorati, risalirono sulla barca che li aveva colà condotti, e
pervennero a notte avanzata in Bellaggio, ove raccontarono il tutto al
capitano Achille Sarbelloni che era stato ansiosamente attendendoli.



                          CAPITOLO DECIMOTERZO.


     Flebil vista a mirarsi
     Sulla terra stillar vile e negletto
     Il tronco, onde Ellesponto anco paventa:
     Atro il bel volto e sparsi
     I crin fra il sangue, e del feroce aspetto
     La bella luce impallidita e spenta!


     CHIABRERA, _Ode in morte di Astore Baglione_.


Gian Giacomo Medici aveva riportata una nuova vittoria che poteva
riuscire terminativa delle contese se avesse avuto soldati in
sufficiente numero da potere conseguire tutti i vantaggi a cui apriva il
campo. Venuto colle navi a Lecco, seppe che il nemico erasi già
impossessato della prossima terra di Malgrate; prese quindi i necessarii
concerti col capitano Alvarez Carazon che comandava il suo presidio di
Lecco, ed il secondo mattino da che quivi era giunto s'accostò coi legni
a Malgrate, ed assalì quel borgo furiosamente vincendo ogni resistenza a
lui opposta dai Ducali. Ricciardo Acursio capitano di questi sostenne
con ogni sua possa il combattimento per mantenersi in quella posizione,
nutrendo sempre la speranza che fosse da un istante all'altro per
sopraggiungere il Vestarino o dal lago o da terra a recargli soccorso
colle sue squadre. Ma questo condottiero Ducale avendo tentato invano,
come abbiamo narrato, di impadronirsi di Bellaggio occupato dai
Mussiani, dai quali anzi venne respinto, non osò nè credette prudente
oltrepassare quel punto ed entrare nel lago di Lecco; per cui l'Acursio
rimasto solo colà, assalito anche di fianco dal Catalano colla
guarnigione di Lecco, fu forzato, dopo grave perdita, a darsi colle sue
genti a vergognosa fuga. Se Medici avesse in quel frangente potuto
inseguire a lungo i nemici, certa cosa è che avrebbe distrutto
interamente l'armata dell'Acursio, ripreso Monguzzo, minacciata Como, e
mandati a vuoto tutti i piani ed i progetti del Vestarino; ma nulla di
tutto ciò fu dato a lui operare, non avendo esso voluto inoltrarsi
dentro terra colle poche bande d'uomini d'armi che si trovava avere, le
quali traevano il loro maggior nerbo dall'appoggio delle navi che
sfilate alla sponda avevano colle artiglierie tanto coadiuvato all'esito
della pugna. Rimase pago però a quanto aveva ottenuto, munì Malgrate, e
sapendo dagli esploratori che l'Acursio rientrato in Monguzzo non poteva
per lunga pezza essere in grado d'intraprendere alcun fatto offensivo,
tornossene sul Brigantino a Musso, onde invigilare alla miglior difesa
del Castello e delle prossime sponde e per aumentare le sue bande
reclutando uomini per quelle terre.

Quasi contemporaneamente al suo ritorno a Musso giunse la notizia che i
Grigioni, eccitati da messi e lettere del Duca e del De-Leyva,
incominciavano a muoversi ed adunarsi dandosi posta a Chiavenna: tale
novella, sebbene riuscisse grave al cuore di Gian Giacomo, pure non lo
fece smarrire, poichè aveva poco addietro ricevuto un foglio da suo
cognato il Conte d'Altemps, in cui lo avvisava avere assoldato il numero
convenuto di schiere tedesche, ed essere queste pronte a mettersi in
cammino alla volta d'Italia al primo aprirsi della stagione onde unirsi
a lui. Per tutto ciò il Castellano pensò attenersi frattanto
strettamente al sistema di difesa, e lasciare che il nemico agisse:
richiamò quindi il Pellicione da Menaggio, in cui s'era tenuto
scaramucciando quasi giornalmente col nemico, che occupava da quel lato
tutta la Tramezzina sino alla Cadenabbia; richiamò pure da Bellaggio
Achille Sarbelloni, Gabriele e Falco, lasciando così libero ai Ducali
d'impadronirsi di quel borgo; il che fecero immantinenti. Rafforzò però
il presidio di Rezzonico, e mandò Sarbelloni col Mandello a Varenna,
tenendo seco gli altri colle navi a Musso.

Trascorse pressochè interamente il febbraio senza che giungesse avviso
al Castello d'alcun movimento nemico, talchè sembrava che tanto il
Vestarino quanto i Capi della Lega Grisa fossero accordati
nell'attendere che al Medici pervenissero gli aspettati soccorsi pria di
nuovamente cimentarsi con lui. Il Castellano nel frattempo adoperava
ogni mezzo per raccorre soldati dalle tre vicine pievi e dai dintorni,
ma l'opera sua e quella de' suoi capitani poco profittava, poichè era
già troppo grande il numero di quelli periti in suo servigio, ed i pochi
robusti terrazzani che ancora rimanevano si rifiutavano di prender parte
ad una guerra che non aveva mai fine, e nella quale s'avevano quasi
certezza di dovere rimanere sagrificati. Non potevansi adoperare le
lusinghe dell'oro per accrescere la leva, poichè quivi il danaro non
soprabbondava in modo da farne scialacquo, tanto più ch'era d'uopo
trovarsene ben provveduti pel momento che sarebbero giunte le truppe
Alemanne: servirsi della forza e delle minaccie era un mezzo forse vano
e certamente pericoloso e provocante le defezioni; onde fu forza a Gian
Giacomo lo starsene alle difese e collocare ogni sua speranza nei
sussidii del Cognato. Egli rimproverava soventi a se stesso, e nei
secreti colloquii anche al Pellicione, il non avere accettato il
trattato di pace fattogli proporre dal Duca; ma agli altri suoi Capitani
parlava con tanta fiducia di se e di loro, e con tanto dispregio delle
armi ducali, che l'eloquente e in apparenza veritiero suo dire manteneva
in essi un'audacia ed una sicurezza ch'egli era ben lungi dal dividere.

Trovavasi però in quel Castello una persona sul cui animo le belle
parole di _nuovo potente esercito_, di _vittoria strepitosa_, di
_conquiste_, d'_ingrandimenti_, proferite ad ogni tratto dal Medici, non
producevano alcun salutare effetto, ispirando invece tutt'altro che
tranquillità, e questo si era il povero Cancelliere, Maestro Lucio
Tanaglia. Ristabilitosi alquanto in salute, non soffriva desso più di
convulsioni, e non aveva avuta altra causa di secreto rancore, prima che
ricominciasse la guerra, fuorchè il silenzio da tutti serbato intorno
all'orazione da lui pronunciata nella chiesa di San-Biagio di Musso per
la morte dei capitani Borserio e Casanova. Ogni qual volta frugando
nelle sue carte gli venivano sott'occhio i fogli su cui era steso quel
discorso che rileggeva a squarci, "Oh! che razza di gente, andava
dicendo tra se, oh che ignoranti! un'orazione di questa sorta, degna non
di que' due barcaiuoli, ma degli almiranti della flotta genovese e
veneziana, beversela su da pappagalli come se fosse stata la storiella
d'un pecoraio! Ah se io ne avessi recitata una simile trent'anni
addietro in Milano ai tempi del duca Moro! sarei stato chiamato subito a
Corte, ed i padri predicatori di tutti i conventi avrebbero fatto a gara
per averne una copia; ma sono spariti quei bei tempi: qui poi non se ne
parli! in questo luogo l'occuparsi ad esporre cose ornate e belle è
veramente un _projicere margaritas ante_... (e si guardò d'intorno) sì
_ante porcos!_"

Quando seppe che nel fitto verno si rinnovavano le ostilità, ch'egli
aveva credute terminate per sempre, sentì rinascere in cuore tutte le
passate inquietudini; veggendo poi retrocedere il Castellano da Lecco, e
il Pellicione, Gabriele, Falco, Sarbelloni dagli altri punti, istruito
che i Ducali trovavansi a Bellaggio e presso Rezzonico, mirando
prendersi le più serie misure di difesa in quella medesima Fortezza pel
caso d'assedio, le sue ambascie e la sua paura giunsero al colmo "Il
signor Castellano, vostro fratello (diceva a Gabriele quando saliva a
ritrovarlo nella sua stanzuccia del Forte) va ripetendo che i Ducali
sono vigliacchi e buoni da nulla, che perderanno Como, che spariranno
dal lago, ed altre novelle di tal natura; ma essi frattanto hanno preso
Monguzzo, e non sono che a quattro passi da queste porte: ciò è tanto
vero, che si veggono ogni giorno trascinare bombarde sui bastioni del
Castello, perchè si teme che ci vengano a fare una visita. Ora come
ell'è questa faccenda? In sostanza chi è che vince e chi è che perde?
Voi siete un giovine prudente e con voi posso parlare: credetemi, vostro
fratello non sarà contento sino a che non ci avrà fatte schiacciare le
ossa sotto queste mura. Dovrebbe, per bacco! averla capita una volta,
che il Duca è un can grosso, e che quegli altri là su delle montagne non
canzonano essi pure: perchè non fare una buona pace, che è la cosa più
comoda del mondo? perchè volersi proprio ostinare a trarci tutti nel
precipizio?"

Il giovine Medici porgeva disattento l'orecchio alle tristi ripetute
elegie del Cancelliere, le quali non producevano altro effetto
sull'animo di lui che di passare come una striscia nubilosa sulla serena
faccia del cielo. Assorto in un'idea che lo rendeva felice, possibile
non era che lo sgomento penetrasse nel suo spirito, improvido d'ogni
infausto avvenire: ciascun giorno egli vedeva Rina, ciascun giorno
s'intratteneva seco lei lungamente, nella sua nuova abitazione di Musso,
e appagamento maggiore ei non sapeva sperare. Falco l'accoglieva colà
come proprio figlio, anzi soventi di lui ricercava, perchè nel forzato
riposo di quei giorni di tregua, non sentivasi soddisfatto se non quando
passava le ore narrando al giovine guerriero le sue passate armigere
vicende, e procurando coll'esempio de' proprii fatti di rendere più
indomito il di lui coraggio, che già s'aveva esperimentato di sì
vigorosa tempra. Orsola rivedeva ognora Gabriele con non minore diletto
di quello che lo facesse il marito: l'amabilità, la dolcezza, il
rispettoso suo contegno avevano guadagnato tutto l'animo di lei, prima
ben anco che si fosse esposto a gravi perigli per la loro salvezza; egli
era inoltre l'unica persona con cui dopo la cangiata dimora avesse
stretta confidenza; e siccome non ignorava i reciproci sentimenti della
propria figlia e di Gabriele, immaginava nei sogni ridenti della sua
fantasia compiti i loro ed i proprii voti, ed accertata per la sua casa
una splendida sorte, ahi! quanto dalla vicina realtà diversa.

Gabriele soleva, dato termine alle militari faccende, partire ogni
mattino dal Castello ed avviarsi là dove la sua venuta era ardentemente
sospirata. Appena egli poneva il passo sul punto dove la strada da mezzo
ai baluardi della Fortezza ed alle mura del porto sboccava aperta sul
lido, sapeva che uno sguardo vigilante riconosceva il suo berretto e il
mantello che lo involgeva, ed un cuore batteva con maggiore veemenza. Al
primo giungere alla casa di Falco, la vista della fanciulla, la cui
beltà riceveva maggiore risalto da un'animata purpurea tinta e dallo
sfolgorare delle pupille che svelavano l'interno giubilo di quel
momento, recava sempre al giovine amante un'impressione, che quantunque
le tante volte sentita e ripensata, sembravagli pur sempre nuova e
vivissima, sì che ne addoppiava l'affettuoso trasporto.

Assiso in quella casa presso un gran fuoco, che ardeva entro un cerchio
di pietre in mezzo ad una camera adorna delle sole armi del belligero
Montanaro, Gabriele ragionava intorno ai nemici, udiva avidamente gli
animati racconti delle gesta di Falco, pascendo ad un tempo gli sguardi
negli sguardi di Rina, e colmando in tal modo il suo cuore dei due più
preziosi alimenti della giovinezza, la gloria e l'amore. Partito di là
il mattino, vi ritornava sul cader del giorno, e allora, se era sgombra
e temperata l'aria, recavasi con Rina e la madre lungo la sponda del
lago, o rimanendo entro la casa stessa, faceva a Rina dai rotondi vetri
d'una gotica finestra, contemplare il lento e successivo degradarsi
della luce, e ottenebrato il vasto prospetto dei monti e delle acque,
miravano insieme il brillare in cielo degli astri scintillanti,
frammettendo sommesse parole d'amore, e talora mormoravano colla madre
le preci della sera a cui invitava l'interrotto squillare dei bronzi
delle torri lontane.

Oh come rapidi trapassarono quei giorni di pura inenarrabile felicità!
Venuti i primi di marzo giunse a Gian Giacomo avviso che nuove schiere
erano arrivate da Milano in Monguzzo al capitano Acursio, il quale aveva
già date tutte le disposizioni per muovere nuovamente contro Lecco, come
eragli stato ordinato; che il Vestarino, raccolte tutte le navi presso
Bellaggio, disponevasi a salpare alla volta di quella medesima Terra per
dar mano alla sua conquista. Il Castellano, sebbene avesse fatto
proponimento di non tenersi che sulle difese, pure sedotto
dall'occasione che stava per offrirgli il nemico di poterlo attaccare
navalmente, nel qual genere di combattimento sentiva quanto fosse
superiore ai Ducali, radunò i suoi Capitani, e fece loro aperto il suo
progetto che venne accolto con unanime applauso. Fu tosto spedito
secreto annunzio di quanto si era per intraprendere ai Capitani che
comandavano le navi Mussiane rimaste a Lecco, cogli ordini e le
istruzioni intorno ai modi che avessero a tenere onde mettere il
Vestarino co' suoi legni fra due fuochi nel momento che meno se lo
attendesse. Per poi determinare vie meglio il Comandante ducale ad
avviarsi per acqua colle truppe a Lecco, il Castellano comandò al
Mandello ed al Sarbelloni abbandonassero Varenna, il che giovavagli
eziandio onde accrescere gli equipaggi delle proprie navi cogli uomini
d'armi comandati da loro.

Tutto fu allestito in Musso colla massima secretezza, e l'avviso ai
soldati di partire sul far del giorno venne dato da Gian Giacomo Medici
quella sera stessa che il Vestarino lo diede in Bellaggio alle sue
squadre, il che egli seppe per mezzo d'avvedutissimi esploratori colà
appositamente mandati.

Gabriele era da poco rientrato nel Castello quando fu a tutti
significato il comando della partenza. Tale notizia fu per lui come un
colpo di fulmine, un gravissimo turbamento lo assalì, e quasi non
potendo persuadersene, corse alle camere del fratello, dalla cui bocca
ne ebbe la conferma: si ritrasse allora nella propria stanza di riposo,
e dopo essere stato seduto alcun tempo facendo molte amare riflessioni,
si diede a pulire le proprie armi e porle in assetto per vestirle il
mattino: ma l'elmo, la spada, la corazza che prendeva a vicenda Ira
mano, lungi dal risvegliare in lui lo spirito guerresco, gli aumentavano
in seno la mestizia e il terrore. Mille tristi presentimenti gli
ingombrarono il pensiero: gli si affacciò alla mente quella vecchia
donna apparsa in aspetto spaventoso nella caverna del Tivano, e le di
lei parole gli risuonarono all'orecchio in tuono magico, funesto:
sentiva che le maledizioni scagliate da quell'essere infernale contro
Falco e la sua casa involgevano esso pure, che era congiunto col cuore
sì strettamente a quella famiglia. Andava crescendo a tali idee il suo
tremore, e gli si fece insopportabile l'angoscia di doversi allontanare
da Rina, sebbene ciò non fosse che per breve spazio di tempo. Stanco,
affannato, appese le ripulite armi presso il capezzale e si sdraiò: il
sonno assopì ben tosto profondamente tutte le sue cure. Un fragore lungo
indistinto lo risvegliò; levossi esagitato: era il vento che fischiava
furioso contro le torri e le mura del Castello. Il suo lume ardeva
ancora ed era lontana l'ora del partire, ma esso più non potendo
sopportare le piume, pensò mettersi in arnese ed uscire di là. Il
languore e la tristezza lo opprimevano, ma alzato lo sguardo alla
parete, vedendovi la sua lucida armatura composta a trofeo, sentì
rinascere l'usato ardore delle battaglie: vestì l'armi prontamente,
s'avvolse nel mantello, e discese nel cortile del Forte. Era oscura
affatto la notte, ma pure vide nelle stanze di Gian Giacomo e dentro
tutti i quartieri del Castello splendere i lumi che indicavano stare i
soldati apprestandosi alla partenza: le sentinelle vegliavano ai loro
posti, le porte erano aperte, ond'egli potè senza difficoltà discendere
dal Forte agli ultimi baluardi ed uscire dal Castello.

Appena si trovò sulla via dirigendosi all'abitazione di Falco, il suo
immaginare cessò dall'essere tetro ed affannoso e benchè non ricuperasse
la primiera calma, il suo dolore non era sì cocente come lo era stato
poche ore addietro, nè provava sentimento alcuno di terrore, quantunque
densa fosse l'oscurità, e il lago agitato da foltissimo vento frangesse
sì grosse le onde al lido da farle salire di quando hi quando a bagnare
la strada su cui egli camminava. Vide alfine un chiarore splendere anche
per entro le finestre della casa di Falco; affrettò ver essa i suoi
passi e vi giunse: allorchè poneva il piede sul limitare, gli pervenne
all'orecchio il rumoreggiare dei tamburi del Castello chiamanti col
primo segno a raccolta; esso battè frettolosamente la porta. Falco, a
cui pure era stato comunicato il comando della partenza e aveva già
indossato il suo giaco e la schiavina, riconosciutolo, venne ad
aprirgli, dicendo: "Ren venuto, signor Gabriele: voi foste più pronto ad
alzarvi dei suonatori di tamburo che stanno adesso sui baluardi battendo
la diana per farci camminare al porto. Vogliamo correre velocemente sul
lago, perchè sento un gran vento, e mi pare che spiri da tramontana: ma
lasciamolo fare, questo è il suo mese; andremo però con un sol quarto di
vela, perchè lo sbattimento delle acque mi indica che il lago è coperto
di montoni". "Dove credi tu che raggiungeremo i Ducali?" richiese
Gabriele tosto che fu entrato in casa.

"Se quest'aria si mantiene sempre favorevole, partendo noi subito
potremo raggiungerli fra Olcio e Mandello, poichè essi non lasceranno
Bellaggio prima che aggiorni perfettamente. Ma voi siete assai pallido,
mio signor Gabriele: che avete? forse la brevità del riposo... il
vento... il freddo?.. Rina, ove sei? vieni ad accendere il fuoco; e tu,
Orsola, reca un vaso di vino. Sedetevi qui: partiremo quando verrà dato
il secondo segnale; intanto riscaldatevi e bevete, che fa d'uopo
scacciare per tempo il gelo dalle ossa per fare una buona giornata. Sta
finalmente per cadere nel laccio anche il Vestarino, quella volpe
vecchia che ci aveva presi per tante galline: chi sa che non siate voi
destinato anche questa volta a decidere le cose facendogli fare la
stessa fine del Gonzaga?"

"Lo volesse il cielo! Il desiderio e l'opera per parte mia non
mancheranno; ma temo che non mi si presenti favorevole l'occasione",
Così rispose Gabriele a cui brillò sul volto un raggio d'ardimento che
dissipò per un istante la grave melanconìa che vi si vedeva impressa.
Salutò cortesemente le due donne che dalla stanza vicina entrarono in
quel punto colà, e deposto il mantello e su esso l'elmetto, s'assise
presso il focolare. Aveva le guance e la fronte coperte d'eccessivo
pallore, cui i neri capelli cadenti dai lati davano maggiore risalto; il
suo sguardo raccolto ed afflitto non s'animò di tutta la vita che
allorquando s'affisò sovra Rina, la quale apparve succintamente vestita,
colle rose del viso scolorite essa pure, e la capigliatura rigettata
senz'arte dietro le orecchie. Ella fece splendere la fiamma, e ritta
presso a quella, al mirare il giovine guerriero, allo scorgerne la
pallidezza e il dolore, tutti i suoi lineamenti annunziarono un'interna
prorompente ambascia, le di lei pupille s'inumidirono e natarono indi a
poco nelle lagrime, che forzavasi invano di trattenere.

Falco prese una delle tazze offerte da Orsola e la presentò a Gabriele,
che fingendo di delibarla la ripose; il montanaro tracannò all'incontro
la sua d'un sorso solo; riconfortatosi appena con quella bevanda lo
stomaco, s'alzò in piedi d'un balzo, perchè s'intesero i tamburi della
Fortezza suonare la seconda chiamata: "Oh che fretta! veniamo, veniamo:
attendetemi un momento, signor Gabriele: vado a prendere il moschetto e
due buoni pugnali e partiremo" Così dicendo recossi nella camera vicina
preceduto da Orsola col lume.

Gabriele s'alzò dal sedile lentamente; un freddo sudore gli copriva la
fronte, s'accostò a Rina che stava come agghiacciata e immobile, le
prese la destra, e guardandola fisamente: "Addio, Rina, le disse, addio!
che le vostre labbra invochino dal cielo il favore di poterci ancora
rivedere". Diede la fanciulla a tai detti in uno scoppio di piatito sì
abbondante, sì rotto, che ben palesò come quelle parole le avessero
tocche le fibre più tese e sensibili dei cuore: coprì gli occhi colla
mano, che fu tosto inondata di lagrime, e con voce soffocata dai
singhiozzi rispose: "Potressimo noi non più rivederci? che dite mai? oh
Dio! è ciò possibile? Temete voi di non retrocedere questa sera con mio
padre dalla battaglia?"

"No, io non lo temo (rispose Gabriele straziato dal di lei crescente
affanno); tutto anzi mi fa sperare, e specialmente la forza delle vostre
preghiere...". Ma non potendo mentire al tremendo presentimento che
l'ingombrava, strinse a lei fortemente la destra, e coll'accento
d'un'angoscia disperata soggiunse: "Ma se mai fosse..? se una spada, un
colpo nemico... se io non dovessi insomma far più ritorno a voi?.. vi
ricorderete di me? pronuncerete soventi il nome di Gabriele, di quel
Gabriele che non sapeva vivere che per voi sola?" Si rizzarono pel
terrore a Rina le chiome, e "Oh cielo, gridò, non abbandonarmi!
Gabriele, uccidimi piuttosto che dir così". E cadendo con, ambe le
ginocchia a terra, esclamò: "Santa Vergine, se questa è l'ultima volta
che io lo debbo vedere, fate che prima ch'ei parta io rimanga qui
morta". S'alzò, e nel delirio dell'ambascia e dell'amore si slanciò ad
abbracciarlo, abbandonandosi colla persona sul petto di lui quasi
svenuta: Gabriele mirando lei posare la smarrita faccia sul suo
corsaletto d'acciaio, piegò ver quella con trasporto il capo e... il
rimbombo d'un colpo di cannone li fece trasalire. Rina rilevatasi corse
incontro alla madre che in quel mentre rientrava, frettolosamente nella
stanza con Falco che disse: "Presto partiamo: hanno dato l'ultimo segno,
è d'uopo affrettarci se non vogliamo essere in ritardo a salire le navi
e farci rimproverare dal signor Castellano". Gabriele ripose in capo
l'elmetto, si ravvolse nel mantello, pronunciò un addio, nè altro vide
nè udì colà eccetto un grido che lo ferì nel momento che oltrepassava la
porta.

Soffiava ancora furioso il vento e le acque del lago sospinte ed elevate
da esso avevano coperta interamente la strada del lido, per cui Falco e
Gabriele dovettero battere altro sentiero più elevato per giungere al
Castello. Pervenuti colà, videro, al chiarore delle fiaccole che
ardevano presso il porto, che le navi la Donghese e il Brigantino, oltre
varie Borbote, avevano già a bordo i rematori e tutti gli uomini d'armi,
non mancandovi che i Capitani, i quali stavano col Pellicione a terra
intorno al Castellano, che tutto coperto di ferro, ma senza penne sul
cimiero, andava comunicando i suoi ordini al fratello Agosto ed al
Cancelliere Tanaglia: quest'ultimo l'ascoltava con visibili segni
d'impazienza, perchè la zimarra che si serrava con gran cautela
d'intorno non valeva a difenderlo dagli acuti soffii del vento. Gabriele
e Falco comandarono tosto alle loro squadre salissero sul legno da
ciascun di loro capitanato, ch'erano l'_Indomabile_ e la _Salvatrice_, e
quando ciò fu fatto, s'accostarono essi pure come gli altri comandanti a
Gian Giacomo attendendo ch'ei si recasse sul Brigantino onde salire
anch'essi sulle proprie navi.

Il Castellano andava ripetendo le più precise istruzioni al fratello
Agosto che lasciava come di consueto al comando del Castello di Musso, e
gliene raccomandava caldamente l'esatto eseguimento: i suoi gesti ed i
suoi lineamenti non avevano però quell'impronta decisa, imperante,
ardimentosa che era ad esso lui abituale e che pareva s'addoppiasse
all'avvicinarsi del cimento: appariva in lui all'incontro
un'inquietudine, un'incertezza che sembrava diffondersi anche sugli
altri guerrieri che il circondavano. Dopo avere parlato a lungo e
ripetute più volte le stesse cose? conchiuse dicendo al fratello Agosto:
"Se mentre noi siamo nelle acque di Lecco accadesse mai che il nemico
s'approssimasse a questa sponda da qualch'altra parte, fa incendiare
l'arsenale, fa entrare i lavoratori nella Fortezza, mettili in armi per
servirtene alla difesa; ricordati di tenere, colle artiglierie più
basse, sgombre di navi Ducali le acque del porto per agevolare al
ritorno il nostro reingresso. Voi poi, Cancelliere, chiamerete a
conferenza il Maestro della mia Zecca, gli ordinerete di desistere dal
far coniare, rivederete i suoi conti, e farete trasportare tutto l'oro e
l'argento nel Forte. Prima però vi recherete alla casa di Musso da mia
sorella Margarita onde narrare ad essa la causa della mia partenza,
persuadendola a stare di buon animo, e sia vostra cura il far disporre
in Castello nella Rocca di Sant'Eufemia un quartiere convenevole a lei e
all'altre mie parenti e persone che seco si trovano, ove dovrete
condurle in caso di pericolo; e ciò farete pure coll'altre donne che
appartengono a' miei Capitani, le quali, abitando in Dongo o in Musso,
desiderassero rifuggirvisi".

Ciò detto, s'avviò col Pellicione dal braccio del molo al ponte del
Brigantino; gli altri Capitani discesero i gradini del porto e dai
battelli montarono alle navi. Gabriele pria di mettersi in acqua
abbracciò il fratello Agosto che quivi rimaneva, e strinse senza parlare
la mano al Cancelliere, che sbalordito dal vento, e colla mente confusa
dalle tante ricevute incumbenze, non s'avvide di lui che quando era già
con Falco sul lago, fece ad esso un saluto a due mani, cui il giovine
rispose, poscia sì tolse di là, e rientrato nel Castello risalì alle sue
stanze del Forte borbottando fra i denti: "L'ho sempre detto io che
vogliono finirla male per forza! Dov'è il giudizio a partire con un
vento di questa sorta che mette il lago sottosopra come un pentolone che
bolle? Di loro veramente non me ne importerebbe gran fatta; sarebbero
tanti pazzi furiosi di meno a questo mondo: mi duole per quel povero
ragazzo che trascinano alla mala fine: egli è un bravo figliuolo pieno
d'ingegno e di buon cuore; peccato che perda il suo tempo dietro la
figlia di quel barcaiuolo dalla rete in capo venuto a star là giù!
Potrebbe sapere a quest'ora tutto il trattato dell'inquartatura e delle
fascie negli stemmi semplici e figurati. Ma pazienza! s'ei trascura
d'approfittare de' miei insegnamenti, peggio per lui: non fa però male a
nessuno: il male chi lo fa veramente è suo fratello. Ha paura che quei
di Como e delle montagne vengano qui, e lui va ad inzigarli a bella
posta per farveli venire: tutti pensano che bisognerebbe starsene quatti
quatti, attendere ai fatti proprii e lasciar tranquillo il mondo, e il
suo bel gusto invece è di stuzzicare il vespaio..! E poi che maniera è
questa di far alzare un galantuomo all'ora dei gufi, e tenerlo lì a quel
vento che schianta gli alberi, per darci l'incarico di rivedere i conti
del Maestro della Zecca, che fa più colonne di numeri che non siano
corde in una nave e confonderebbe co' suoi scartafacci il capo ad
Archimede? L'andar giù nel monastero delle sue sorelle tanto non mi
dispiace: quelle brave signore hanno certe paste dolci, e certe
sucomelate eccellenti per lo stomaco... Uf!.. uf! che vento! sta a
vedere che mi precipita giù da queste lunghe scale così diritte! Oh! se
potessi lasciarti una volta, maledetta montagna, con tutti i tuoi sassi
e muraglie e bastioni e torri che ti stanno addosso, e non vedere altre
pietre che quelle ammucchiate in Milano per la fabbrica del Duomo,
potrei dire almeno di morire contento! ma temo che non ci sarà mai
verso, o Tanaglia, che ti possi sconficcare di qui. Eccole là le navi,
son già lontane, e vanno che il diavolo se le porta: il lago è tutto
bianco di schiuma; manco male che io mi trovo sul sodo: il giorno va
spuntando; è meglio che mi ritiri subito nella mia stanza per dormire un
paio d'ore, se oggi ho d'avere la forza da fare tante cose".

Veleggiavano i legni del Medici rapidamente, abbenchè sobbalzati dalle
onde che scagliavano i loro spruzzi a bagnare per sino la sommità delle
vele: correva innanzi a tutti il Brigantino veloce e snello come un
generoso destriero che anela ad essere il primo a giungere alla meta.
Quel celere moto ridestò tutta la primiera energia nell'animo del
Castellano; egli conobbe che l'elemento su cui si trovava, davagli sommo
predominio sui Ducali, e ne agognò ardentemente la prova. Oltrepassato
Rezzonico, ordinò alle sue navi radessero la sponda destra, per
mantenersi a sopravvento di quelle dell'inimico, caso che queste non
fossero ancora partite da Bellaggio:, giunto però a chiara vista di
quella terra, fatto accorto non esservi più alcun legno Ducale colà,
contento di ciò, fece drizzare a mancina le prore, e tagliando ritto,
per quanto lo concedeva la forza del vento, entrò a gonfie vele nel lago
di Lecco.

Il Vestarino allorchè stabilì il progetto della presa di Lecco, aveva
fatto riflessione che nel condurre quell'intrapresa impossibile quasi si
era l'evitare una pugna navale, se non con tutta la flotta del Medici,
con quella parte almeno che stanziava nel porto di Lecco medesima.
Qualunque però fosse la sua ripugnanza ad affrontarsi coi Mussiani
sull'acqua, vedendo la necessità di coadiuvare dalla parte del lago il
capitano Acursio che doveva agire da terra, determinossi ad esporvisi.
Allorchè però ebbe sentore che il Castellano divisava di accorrere cogli
altri legni onde prenderlo in mezzo, non volendo pur desistere
dall'intrapresa, pensò al modo di togliere ai Mussiani il vantaggio che
avevano sull'acqua, combattendoli anche da terra. La notte che
precedette il dì della battaglia egli partì con tutta la flotta da
Bellaggio alcune ore prima che Gian Giacomo partisse da Musso, benchè
avesse fatto spargere la voce che non sarebbesi fatto vela che al
mattino: si recò con tutto il navilio a Mandalo, grosso borgo che sorge
alla metà circa del ramo di Lecco; quivi fece recare dalle navi a terra
il maggior numero delle bombarde, e le fece postare in tre differenti
luoghi, formandone altrettante batterie a varie distanze: lasciò quindi
dappresso a ciascuna di queste una quantità sufficiente di artiglieri
con abbondanti munizioni, e distribuite due schiere d'archibugieri per
entro le case di Mandello, si trattenne con tutte le navi sfilate sulla
sponda presso quel paese.

Allo spuntar dell'alba seppe da un messo, che venuto per i sentieri dei
monti aveva attraversato il lago in faccia a Mandello, che l'armata
dell'Acursio, la quale partita il giorno antecedente da Monguzzo aveva
accampato la notte a Civate, scendeva a marcia forzata contro Lecco: a
tal avviso staccò immediatamente una squadra di cinque legni e la fece
inoltrare verso Lecco. Il capitano Pirro Rumo, cui era stato dal Medici
affidato il comando supremo delle quattro navi e delle altre barche che
stavano nel porto di quel borgo, già istruito da Gian Giacomo di quanto
avesse ad operare, trovandosi pronto cogli uomini d'armi sui legni,
vedute appena spuntare da lungi le vele Ducali, fece avvertito Alvarez
Carazon, che capitanava il presidio, attendesse gelosamente alla difesa,
e dati i segnali si mosse incontro alle navi di Como. Il vento quivi era
mite, perchè soffiando da tramontana era riparato in gran parte dai
monti della Valsasina, per cui i Mussiani, benchè s'avanzassero a forza
di remi, molto non istettero a trovarsi a gittata di bombarda dai
Ducali, e incominciarono infatti tostamente a fulminarli.

Giungeva Gian Giacomo in quel punto alla vista di Mandello, e mirando da
lungi i suoi legni azzuffarsi coll'inimico, e la parte più grossa della
flotta del Vestarino ferma innanzi a Mandello, presuppose tostamente
qual fosse lo scopo del suo avversario nel tenersi in quella posizione,
e calcolò ad un tempo non esservi altro partito da prendere che
oltrepassare Mandello, gettarsi sulle poche navi Ducali che stavano
combattendo contro le sue, affondarle o trascinarle a forza a Lecco, e
quivi scendere a terra per dar mano al Carazon a respingere l'Acursio.
Trovavasi, quando concepì tale disegno, ad un tiro e mezzo di cannone
superiormente a Mandello: il comunicò sull'istante al Pellicione, il
quale fatti dare i segnali alle altre navi che seguissero con somma
prontezza il Brigantino, comandò alla ciurma di questo progredisse a
tutta spinta di vele e di remi alla volta di Lecco. Inoltraronsi
velocemente i legni Medicei per alcuni minuti, ma una colonna di fumo
che s'alzò alla sponda di Mandello e una palla che cadde nell'acqua a
poche tese dalla prora del Brigantino diede avvertimento ai Mussiani che
il passaggio sarebbe stato contrastato. Ciò non per tanto le navi
s'avanzavano; allora una seconda scarica, da cui vennero lacerate varie
vele, scheggiato il bordo ed uccisi due uomini della nave stessa di Gian
Giacomo, persuasero questo intrepido condottiero essere perigliosissimo,
e non senza certezza di grave danno, l'arrischiarsi colle navi ad un
passaggio sotto il tiro retto e vicino di tante bombarde Ducali, che
essendo postate a terra, agevolmente coglievano in pieno, come erane un
saggio l'ultima scarica sebbene obbliqua e lontana. Vedendo rotto il suo
piano, ordinò si calassero le vele e si retrocedesse lentamente a forza
di remi, senza rivolgere le prore per mirare qual esito s'avesse il
combattimento dell'altra sua squadra che si trovava al di là di
Mandello. Vide esso e tutti i suoi con sommo soddisfacimento, dopo breve
spazio di tempo da che durava la pugna, una delle navi Ducali azzuffate
colà avvolgersi nelle fiamme e incenerirsi, e poco dopo le altre
retrocedere verso la sponda di Mandello, e Pirro Rumo inseguirle.

Essendo per quella fuga dei Ducali cessato il tuonare delle artiglierie
sul lago, s'udì un rimbombo lontano bensì e leggiero, ma più pieno e
seguito, che annunziava essere incominciata una regolare battaglia anche
a Lecco.

Gian Giacomo conoscendo di quanto nocumento gli riusciva il rimanere
inoperoso col fiore delle forze che comandava in un momento per lui sì
decisivo, stette un istante pensieroso sul ponte del Brigantino, poscia
gridò: "A terra, a terra: date i segnali d'avvicinarsi a terra: fa
d'uopo sbarazzare ad ogni costo la sponda di quelle batterie, e passar
oltre strascinando le loro navi con noi". Quest'ordine fu subitamente
comunicato, e tutti i legni del Medici si rivolsero all'istante verso il
lido di Mandello, più in qua però di quella Terra un mezzo miglia
all'incirca. Le bombarde delle batterie Ducali avevano frattanto diretto
il loro fuoco contro i legni di Pirro Rumo, che inseguendo le fuggenti
navi era pervenuto dall'altra parte a giusto tiro, ma quegli arditissimo
ripostava avanzandosi gradatamente. Il Vestarino scorgendo la flotta del
Medici accostarsi a terra, ne penetrò il divisamento, e per opporvisi
ordinò fuoco continuo anche da quel lato. Medici si diede a fulminare
terribilmente da' suoi legni esso pure, e mentre i Ducali trovavansi in
grave confusione perchè molte delle loro barche venivano fracassate
dalle palle mussiane contro il lido stesso presso cui erano, Gabriele,
Falco e Sarbelloni alla testa delle loro schiere presero terra, istruiti
di quanto avessero ad operare, lasciando nelle navi i soli bombardieri,
che trattisi al largo, continuarono, siccome il Brigantino, a sostenere
il fuoco contro i Ducali.

Le tre bande di soldati Mussiani, appena afferrato il lido, s'avviarono
per esso verso Mandello, condotte dai loro capitani, e riuscirono
rapidamente nel piano che si stende con lieve declivio dalla alpestre
valle di San-Giorgio al lago, sul qual piano sorge il Borgo. Giunti in
aperto terreno, i tre Capitani si divisero, Sarbelloni dirigendosi ad
espugnare una batteria formata in vicinanza al lago, Falco un'altra
postata su un picciolo promontorio più discosto, e Gabriele avviandosi
dentro Mandello per recarsi ad assalire quella che era eretta appena al
di là delle case. Mentre veniva tentata una tale audace intrapresa,
tutti i soldati del Vestarino che stavano sulle navi, vedendo la
micidiale ruina che cagionavano ad essi i colpi diretti dalla flotta
Medicea, balzavano disordinatamente a terra per trovare difesa dalle
palle nemiche dietro le mura delle abitazioni, onde sì grande regnava
colà la confusione aumentata dal rumore e dal fumo delle batterie
traenti incessantemente contro il Castellano, che i drappelli d'uomini
d'armi Mussiani venuti a terra pervennero presso Mandello prima che il
Vestarino, che se lì attendeva, fosse avvertito del loro accostarsi.

Piombato inaspettatamente il Sarbelloni addosso agli artiglieri che
tenevano vivo il fuoco della batteria più prossima al lago, gran parte
ne uccise, gli altri fugò prima che alcun'altra schiera giungesse ad
opporglisi; tanta agevolezza non ebbe Falco nel suo conquisto, poichè
essendo stato veduto da quelli che stavano in alto, anzichè potesse
giungere al luogo ove erano piantate le bombarde, ebbe più colpi tratti
a scaglia che diradarono la sua banda; ma pure montando accanitamente
all'assalto innanzi a tutti, percosse col suo moschetto i Ducali fra i
carri stessi delle artiglierie. Il giovine Medici, giunto co' suoi
presso le case di Mandello, si scontrò in varii soldati Ducali che,
discesi pei primi dalle navi, venivano disordinatamente per trovare
rifugio; non potendoli evitare, piombò loro addosso e ne fece macello.

Più uomini erano corsi intanto frettolosissimi ad annunziare al
Vestarino che il nemico stava alle porte di Mandello, e si rendeva
padrone delle batterie: il Vestarino fu non poco sorpreso da tanta
audacia e prosperità del nemico, ma non si smarrì d'animo: fece suonare
a raccolta, e mentre chiamava ad ordinanza i soldati dispersi pel lido,
mandò le due schiere d'archibugieri che stavano già disposte in Mandello
contro la più vicina truppa de' Mussiani, che era quella comandata da
Gabriele. Nacque tosto accanita la pugna, ma il giovine Capitano
combattendo da prode qual era, assecondato valorosamente da' suoi, ruppe
la schiera nemica e sì spinse dentro le stesse vie del Borgo, ostinato a
voler giungere allo scopo che s'era prefisso d'assalire la batteria al
di là di quello.

Essendo nel tempo stesso cessato per opera del Sarbelloni e di Falco il
fuoco delle due batterie al di quà di Mandello, Gian Giacomo
argomentando da tal fatto il trionfo de' suoi, si spinse avanti colle
navi e sempre più vicino a terra per compire la distruzione dei legni e
ottenere l'intera disfatta dei Ducali. Il Vestarino aveva però nel
frattempo riordinati numerosi drappelli, di cui mandò tosto alcuni alla
difesa della terza batteria che unica continuava a grandinare i
Mussiani, e corse cogli altri a riprendere le perdute. Successe una
pugna fierissima fra esso e Sarbelloni, ma il numero la vinse, e i
Ducali scacciarono gli oppositori, s'impadronirono di nuovo delle loro
bombarde, che assestarono e caricarono immantinenti traendo tosto contro
la flotta del Castellano che veniva a tutta voga ed era poco lungi dalla
costa, cagionando ad essa gravissimi irreparabili danni. Sarbelloni,
respinto dal Vestarino, erasi ritirato colla sua banda verso il picciolo
promontorio della batteria di cui s'era impossessato Falco, e quivi
unito a questo intrepido guerriero Montanaro, sebbene assalito da un
numero quadruplo di nemici, si difese a lungo, sinchè vedendo entrambi
che impossibile si era il sostenersi colà, Falco scagliossi come un
leone furibondo in mezzo ai nemici, e gettato a terra il moschetto,
ruotando una scure che aveva impugnata, si fece largo tra loro, seguíto
da Sarbelloni e dai pochi uomini di loro schiere sopravvissuti a
quell'assalto. Essi corsero verso il lido col pensiero di ricongiungersi
a Gabriele, e ritirarsi tutti unitamente sino ad un luogo propizio a
risalire le navi, ma più possibile non era che il valoroso giovine
Capitano si unisse a loro. Dopo esser egli riuscito combattendo
all'altra parte del villaggio, cacciossi tosto contro la batteria che
aveva sempre avuto di mira di conquistare, ma affrontato quivi dal nuovo
corpo di Ducali mandato dal Vestarino, dovette impegnarsi nel più
ineguale dei combattimenti: quante prove può fare un disperato coraggio
per giungere alla prefissa meta, egli tutte le adoperò, ma inutilmente,
che soverchiato dalle forze nemiche, e scemata d'una metà la sua
schiera, fu troppo tardi persuaso dell'impossibilità di quella
intrapresa: tentò allora retrocedere sperando di scontrarsi negli altri
amici, e porsi in salvo col loro soccorso, ma ogni via di scampo per
esso era chiusa. I Ducali continuavano ad accorrere facendosi più grossi
intorno a lui: quando la speranza del sottrarsi fu perduta, udendo
intimarsi ad alta voce d'arrendersi prigioniero, alzò uno sguardo al
cielo, pronunciò alcuni accenti, e rassicurata nella destra la spada, si
scagliò con tutto l'impeto del suo vigore contro il cerchio de' nemici
che lo serrava.

Il Montanaro di Nesso, apertasi col Sarbelloni e gli altri uomini d'armi
Mussiani la strada sino al lago, invece d'unirsi colà, come sperava, a
Gabriele, s'avvide con sommo dolore del grave periglio in che desso
trovavasi avvolto. Forsennato a tale scoperta cercò colle più energiche
parole di rattenere i soldati che, sbandandosi, procuravano fuggendo per
la sponda di farsi riprendere dalle navi, e vedendo finalmente vana ogni
via di portare utile soccorso a quel giovine che tanto amava,
trasportato dall'amore per lui e dal furore contro i nemici: "Io, io
solo, gridò, andrò a trarlo un'altra volta dalle unghie di quei
demonii!: via, codardi, che lasciate perire sotto i vostri occhi un
fratello del Castellano, un giovine tanto valoroso, l'unico tra voi che
meriti il nome di soldato; andate, o vili! egli morirà di spada, voi
altri di capestro!". Ciò detto, slanciossi tutto solo in un navicello
che stava legato presso la sponda, spezzò la catena che lo fermava a
terra, nella quale erano infissi i remi, e presi questi, maneggiandoli
rapidamente, si spinse verso il luogo della spiaggia ove durava tuttavia
la pugna: una grandine di palle venne scagliata a quell'intrepido dal
lido, ma nessuna lo colse, ed ei giunto alla riva, balzato appena a
terra, udì alzarsi lungo la sponda feroci grida, e intese il rimbombo
contemporaneo della scarica di due batterie, per lo che rivolgendo il
capo a riguardare il lago, vide una Borbota mussiana zeppa d'uomini che
a tutta spinta veniva essa pure audacemente a quella sponda. Lieto di
fiera gioia a tal vista, saltò su un sasso, e levando in aria la scure,
con voce possente esclamò verso la barca: "Viva Musso! coraggio...
venite... non siamo vinti... Gabriele resiste ancora"; e balzando sui
cadaveri di che era ingombro il terreno, si spinse al luogo dove durava
la mischia. A ripetuti colpi dell'arma ponderosa e tagliente che ruotava
con incredibile forza e celerità il fiero Montanaro atterrava da una
parte e dall'altra chiunque s'opponeva al suo passaggio, volendo egli
giungere là dove combatteva il suo Gabriele, che andava avidamente
ricercando dello sguardo fra il balenare delle spade e l'offuscamento
prodotto dal fumo e dal polverio. Nol giungendo a ravvisare, egli lo
chiama ad alta voce, e sente allora gridarsi alle spalle: "Medici è sul
terreno... lo trascinano a Mandello". Cieco di rabbia e d'affanno supera
ogni ostacolo, ogni resistenza, si spinge più avanti, e, spettacolo
atroce! vede due Ducali che abbrancato ciascuno per un piede il corpo
esangue del valoroso giovine lo trascinavano col capo nella polvere
fuori del campo. La testa d'un d'essi è spiccata dal busto, la somma
destrezza dell'altro può solo salvarlo dall'ira dì Falco, che rialza
quella salma da terra, la sostiene col sinistro braccio, e sempre
rotando il ferro tenta trasportarla verso il lido. Il capo del giovine
estinto sobbalzando grondava sangue sul petto anelante di Falco, quel
sangue di cui aveva tutta bagnata e lorda la chioma. Falco, ferito in
più parti, impedito da quel peso, non trovava forza per sostenere il
combattimento fuor che nell'estrema energia che in lui destavano a
vicenda lo sdegno e la pietà.

Andava intanto crescendo intorno a lui il numero de' nemici: nessuno
però dei quali ardiva accostarsi di troppo a quel furente che solo collo
sguardo e l'aspetto incuteva terrore: in tal modo egli era quasi
pervenuto a raggiungere gli altri Mussiani venuti sulla Borbota, che ad
onta della resistenza nemica erano scesi a terra e s'andavano avanzando.
Allorchè stava per unirsi a loro, un gran colpo che di dietro il colse
sul capo, e glielo avrebbe spezzato se non l'avesse avuto saldamente
difeso dalla fitta rete d'acciaio, gli fece allentare le braccia, per
cui lasciò cadere col cadavere di Gabriele anche il proprio ferro, e
vacillando piombò al suolo avendo perduti i sensi. Mentre i Ducali
s'assicuravano del caduto Falco, i Mussiani irrompendo tutti ad un
tratto pervennero al luogo ove era il corpo di Gabriele, e presolo,
retrocedettero rapidamente difendendosi, e risalirono la barca non senza
aver sofferta molta strage.

Il Castellano fuggì da quelle acque con poco e lacero navilio: delle
navi che formavano la squadra comandata da lui medesimo non rimaneva
altro che il Brigantino e la Salvatrice, di cui aveva assunto il comando
Achille Sarbelloni, oltre poche Borbote, essendo tutti gli altri legni
affondati, o rotti fuor d'uso del navigare. De' suoi capitani, Mandello
era ferito, il Negri ucciso, e il Matto che aveva condotta la Borbota al
lido di Mandello, colto nel retrocedere da una palla di bombarda in una
coscia, era spirante. La squadra capitanata da Pirro Rumo, meno guasta e
con minor numero di morti e di feriti, non avendo potuto mai
oltrepassare la punta di Mandello per unirsi al Castellano, fu costretta
a ritornare a Lecco, ove dovette rendersi prigioniera all'Acursio, che
si era impadronito di Malgrate, del Ponte sull'Adda, del Porto e di
tutta Lecco, eccetto il Castello che aveva però già circondato di
numerosa artiglieria, e di cui breve poteva essere la resistenza.



                         CAPITOLO DECIMOQUARTO

                                 In cento parti
     Gli aspri monton colla ferrata fronte
     Urtan, doppiando i colpi, il saldo muro,
     E ne tremano i boschi, e n'ha spavento
     L'onda del Lario e il monte alto ne geme.
     E di tant'armi il fulminar non lascia
     Le conquassate torri e i merli e i tetti,
     I cari tetti che già volti in fiamme
     Piomban qua e là con subita ruina.

     GASTONE DELLA TORRE DI REZZONICO, _L'eccidio di Como._


Era notte: il Castellano e il suo più fido amico il Pellicione stavano
in una stanza appartata del Forte entrambi muti e pensosi seduti ai lati
opposti d'una massiccia tavola su cui ardeva una lampada infissa in un
lucerniere di bronzo. Medici teneva incrocicchiate le braccia, socchiuse
le ciglia e fiso lo sguardo nella parete di contro: portava il corsale
di ferro e il rimanente dell'abito stretto al corpo; il suo capo era
scoperto, per cui il lume rischiarava liberamente di profilo il suo
volto, a cui i neri ricciuti capelli, il pelo del mento e dei mustacchi
davano un carattere più deciso e severo. Pellicione vestiva un
giustacuore di panno bruno, con maniche larghe listate, serrate al
pugno; aveva in testa un cappello alto acuminato, con larghe falde che
gli ombreggiavano il volto sostenuto dalla sinistra mano, mentre teneva
la destra arrampinata negli intrecciamenti della complicata impugnatura
di sua spada che sopravanzava alla tavola.

Sulla faccia del Castellano, di quell'ardito avventuriero la cui sovrana
fortuna era prossima al tramonto, si vedevano dipingersi
alternativamente ora una dignitosa calma con cui sembrava assopisse
tutta la tempesta della mente, ora un lieve sogghigno minaccioso,
disfidatore, che tramutavasi in una maestosa guerresca alterezza con cui
pareva dire: "_Io mi son io ancora: nessuno m'ha interamente vinto o
domato_". Pellicione alzò gli occhi su di lui nel momento che il suo
viso aveva tale impronta, e come se gli avesse letti appunto in cuore
quelle parole, gli disse:

"Non è poi la prima volta che noi ci vediamo chiusi dai nostri nemici in
questo Castello. Sono trascorsi pochi anni da che i Grigioni venuti a
Bongo credevano averci ridotti, come l'orso, all'orlo del precipizio,
che è costretto a lasciarsi prendere od a balzarvi da se; pure non solo
se ne siamo liberati, ma li ricacciammo lontani, e divorammo assai del
loro: e in quel tempo questo Castello non contava la metà dei baluardi
da cui è riparato attualmente; nè v'era traccia di questo Forte e del
taglio: ora, oltre le difese murali ne possiamo sperare una più efficace
nei soccorsi del Conte d'Altemps che non può tardare gran fatto a qui
giungere co' suoi Tedeschi".

"Se fosse altri che il conte Volfango, rispose Gian Giacomo i cui
pensieri erano già divenuti più tristi, direi che mi ha tradito: ma egli
non è di ciò capace; e m'è forza pensare che sia stato incagliato nel
viaggio da secreti comandi dell'Imperatore che protegge il Duca. Se ciò
non fosse, una parte almeno delle bande Alemanne, in vista delle
pressanti istanze da me fatte, e delle sue promesse, doveva essere da
più giorni qui pervenuta, e avremmo impedito che ci stringessero
d'assedio. Ora che vuoi, mio caro? Abbiamo Grigioni a sinistra, Ducali a
destra. Dongo e Musso rigurgitano di soldati della Lega e del Vestarino,
che si sono stesi anche in tutto il paese all'intorno:, gli edificii che
m'appartengono vennero cangiati per loro in quartieri fortificati, i
monti circostanti muniti d'artiglierie, e il lago innanzi a questo
Castello coperto dalla loro flotta. Corenno, Gravedona, Rezzonico sono
cadute in loro potere, ed oggi si seppe che il Forte di Lecco fu preso
esso pure dall'Acursio, il quale vi fece crudelmente appiccare ai merli
il nostro Alvarez Carazon, siccome disertore di Spagna".

"Povero Catalano! (esclamò Pellicione lasciando cadere il braccio sul
tavolo, e guardando in alto sì che la metà inferiore del volto uscì
dall'ombra del suo largo capello.) Un buon compagnone di quella fatta!
che non aveva eguale sia colla spada, sia colla tazza in pugno! Dopo
essere stato al di là dì tanti mari quasi sin dove termina il mondo,
dopo avere incontrato tutti i pericoli del ferro, del fuoco, dell'acqua,
finire di corda per man d'un Ducale! Ah per la spada di san Michele! è
un insulto che non si può inghiottire!... Tu, sventurato Alvarez, avrai
resistito a lungo sperando sempre che noi giungessimo colà ad assalire
l'Acursio: sappi che tale appunto era la nostra brama, ma che le
maladette bombarde di Mandello ce lo impedirono ostinatamente...
quelle... sì quelle cagionarono la tua e la nostra ruina". Stette un
momento silenzioso, poi proseguì a mezza voce, come se parlasse tra se e
se, contando sulle dita, e facendo pausa ad ogni nome che proferiva:
Pirro Rumo prigioniero... il Catalano appiccato: morti di ferite...
Mandello,.. Matto... Negri... Falco... e il signor Ga.....!" Non osò
pronunciare intero questo nome, perchè il Castellano si scosse:, ed ei,
guardandolo, gli vide in faccia l'espressione del più cupo e profondo
dolore: i suoi occhi non s'inumidivano, perchè natura l'aveva privato
del dono delle lagrime, ma vi si scorgeva per entro una commozione che
indicava tutta la costernazione del pianto senza poterne avere il
sollievo. "Anch'esso pur troppo! disse, così giovine e dotato di tanto
valore! Il minore d'età di noi fratelli, e fu il primo! qual ferita
sarebbe al cuore di nostro padre s'ei vivesse ancora! Il buon vecchio lo
prediliggeva fra tutti i suoi figli, perchè l'ultimo, e perchè sperava
che non inclinasse alla guerra come io, Battista ed Agosto, nè alla
Chiesa come Giovan Angelo. Mi fu riferito che quando, io lasciai Milano,
e venni a prendere le armi sul lago, egli diceva a Gabriele allor
fanciullino: tu solo fra i miei figliuoli sarai sostegno del nome di tua
famiglia; tutte le mie speranze sono appoggiate sopra di te, ed ho
fiducia di vederti agiato e tranquillo, quando i tuoi fratelli saranno
tolti al mondo. Misero padre! egli morì ed io ho già fatto dar sepoltura
anche al suo Gabriele... e fu col sacrificio della vita di Falco, di
quell'intrepido e generoso montanaro che si giunse a togliere il
cadavere di mano ai nemici, che se non era quel mio Capitano, il suo
corpo sarebbe stato vituperato, o rimaneva pasto ai corvi sul lido di
Mandello!"

"V'ha chi dice, rispose il Pellicione, che Falco non sia perito nella
pugna, ma che fatto prigioniero, sia stato poscia ucciso dai Ducali".
"Assassini! Io accordai dopo pochi giorni la libertà ai loro soldati che
feci prigionieri nella battaglia di Bellaggio; essi scannano i miei da
vili e crudeli quali sono. Visitando ieri mia sorella e le cugine, che
feci ritirare qui abbasso in Castello, vidi seco loro la moglie e la
figlia di Falco: quanto sono desolate quelle donne! Veramente le
meschine perdettero tutto perdendo il padre e il marito; ma io non le
lascierò mai abbandonate sin che possederò anche il più debole mezzo per
sostenerle".

Dopo varii altri ragionamenti intorno l'esito sventurato dell'ultima
battaglia, Gian Giacomo considerando le sciagure che a lui sovrastavano
non seppe trattenersi dal nuovamente rimprocciare con acri parole al
Pellicione il mal consiglio datogli di rifiutare le trattative". A che
v'avrebbe giovato, rispose con ira a quei rimproveri il Pellicione,
l'essere in pace con quei di Milano, mentre gli Svizzeri, come vedete,
stavano già in procinto di piombarci addosso?"

"S'io fossi stato in accordo col Duca, le schiere dell'Altemps non
avrebbero trovati ostacoli a scendere in Italia, e con alcune centinaia
d'uomini di più mi bastava l'animo di rompere la Lega in modo da levarle
ogni forza da potersi riannodare".

"E con che volevate voi pagare le truppe del Conte, quando aveste
sborsati i quarantamila scudi, condizione principale del trattato, e si
foste rimasto colle casse vuote? Credete voi che senza prontissime paghe
quelle bande d'avventurieri v'avrebbero obbedito un sol giorno? Non vi
rammentate gli eccessi a cui si abbandonarono in Italia quelli venutivi
sette anni sono coll'esercito del Contestabile Borbone, e il saccheggio
dato a Roma ad onta dei comandi di Carlo, causato dalla loro insaziabile
cupidigia?" Il Castellano fremette, e nulla rispose ingolfandosi in
altri pensamenti: Pellicione rimase nella primiera attitudine silenzioso
e meditabondo esso pure.

Al suonare che fecero i tamburi indicando l'ora del mutarsi delle
sentinelle Pellicione si levò in piedi per partire; Medici, il cui
sembiante era ritornato tranquillo, alzatosi d'un tratto, s'accostò a
lui, gli prese la destra, e disse: "Ho l'intima persuasione che la sorte
non ci sarà tanto nemica da condurci al passo estremo; ma comunque sia,
non è agli uomini, la cui mano ha giammai abbandonata la spada, che il
morire pugnando reca spavento; e noi siamo in grado di far sentire a
molti e molti nemici quanto sia periglioso cimento l'accingersi a
penetrare sin dove siam noi. Or va, invigila le scolte, provvedi onde i
bombardieri non s'allontanino dalle batterie, desta la vigilanza delle
guardie alle vedette, e riconosci tu stesso dai baluardi se il nemico ha
prese nuove posizioni: io m'affido interamente a te; tu conosci quanto
ti tengo caro, ed io so quanto mi sei fedele".

Pellicione uscì di là compiutamente riconciliato in cuore col
Castellano, e si recò alle mura onde osservare se i posti venivano
diligentemente guardati e se tutto era disposto alla difesa. Sebbene la
notte fosse a mezzo il suo corso, trovò tutti i drappelli d'uomini
d'armi vegliare alla custodia del Castello di distanza in distanza come
erano stati distribuiti: s'affacciò ai merli del vallo e guardando dalle
feritoie, vide splendere abbasso e su pel monte vicino gran numero di
fuochi ch'erano accesi dai soldati del Duca commisti agli Svizzeri, di
cui s'udiva un lontano e confuso schiamazzare che si confondeva col
mormorío delle acque del lago che un notturno venticello rompeva alla
sponda: osservato il tutto attentamente, persuaso che il nemico nè
pensava nè poteva tentare una sorpresa, ripetè il moto di vigilanza, e
si ritrasse a riposo.

I guerrieri, e quasi tutte le poche persone d'altra qualità che si
trovavano rinchiuse in quella assediata Fortezza, benchè stordite dal
rapido ravvolgimento avvenuto nella fortuna del Castellano, pure siccome
legati a lui per tante cause, confidavano ancora ciecamente nella sua
indomabile intrepidezza, nella sua avvedutezza ed esperienza somma, di
cui avevano avute tante rimarchevoli prove, e si tenevano certi ch'egli
sarebbesi sciolto da quella stringente briga, ed avrebbe allontanato il
periglio, e restituita a tutti la libertà e la sicurezza ricuperando il
pristino potere.

Pei soli cuori d'Orsola e Rina non eravi più sollievo, non eranvi più
speranze, e la vita di queste donne infelici dir si poteva una
successione di lamenti e di pianti. Quel mattino della partenza delle
navi per la battaglia, appena Falco fu uscito con Gabriele dalla propria
casa onde recarsi al Porto del Castello, Rina crudelmente desolata dalle
dolorose parole dell'amante, pallida, travolta, s'abbandonò nelle
braccia della madre a lei con soffocati e rotti accenti palesando i
presentimenti funesti di che le si era mostrato ingombro il giovine
guerriero unico oggetto di tutte le sue cure: la madre volle
riconsolarla tentando di farle sparire dalla mente ogni sinistra
aspettativa; ma siccome ella stessa prestava somma fede agli interni
presagi, partecipò a poco a poco, riguardo al marito, ai timori della
figlia, che nell'animo suo più debole e pregiudicato presero quasi il
carattere d'una spaventevole certezza. Passarono le due donne tutto quel
giorno in un'angoscia inesprimibile, la quale non si sminuì che vicino a
sera quando Rina, non mai staccatasi dalla finestra verso il lago,
chiamò precipitosamente la madre facendole vedere in lontananza due
legni della flotta del Castellano che ritornavano a Musso. Si fece più
oscuro, e la figlia e la moglie di Falco scorsero palpitando que' due
legni passare nelle acque innanzi a loro rapide come due nere nubi
spinte, dalla tempesta, ed entrare nel Porto della Fortezza. Rina sentì
un moto fatale a quella vista, come se una voce misteriosa le avesse
mormorato all'orecchio: _là sta il cadavere di Gabriele_. Nulla poterono
penetrare quella notte intorno all'esito del combattimento; ma quanto
non s'accrebbe la loro ambascia il mattino quando seppero la notizia,
che si sparse prontamente per tutto, della terribile sconfitta ricevuta
dai Mussiani a Mandello? Orsola corse alla Fortezza e per Musso
richiedendo, implorando da cento persone che le venissero date novelle
del marito; ma tra lo spavento e la confusione generale, non raccolse
che voci vaghe e contraddittorie, le quali però le lasciarono sussistere
in cuore un raggio di speranza, poichè tra le narrative dei più che
asserivano essere Falco rimasto ucciso con Gabriele sul campo, v'erano
alcuni che narravano essersi invece questi due recati sulle navi col
capitano Mandello al soccorso di Lecco, e tale novella era fatta
spargere ad arte dal Castellano per tenere sospesi gli animi degli
abitanti di quelle borgate e temperare il pernicioso effetto della
narrativa della tristissima realtà del fatto.

Due giorni dopo la battaglia essendo giunto l'avviso che i Grigioni
avevano preso Sorico, e s'avanzavano dalle Pievi verso Dongo per cingere
d'assedio il Castello, e vedendosi ad un tempo apparire alle alture di
Varenna la flotta Ducale che veleggiava essa pure verso Musso, Gian
Giacomo Medici, conoscendo di non aver forza bastante per opporsi
all'aperto ad entrambe quelle armate nemiche, fece incendiare l'arsenale
con tutte le barche, e con sommo dolore anche il proprio famoso
Brigantino; radunò nel Castello tutti gli uomini d'armi che gli
rimanevano, v'invitò i terrazzani de' paesi vicini atti alla difesa, e
fattevi entrare le donne che a lui od a' suoi Capitani appartenevano,
inchiodati e appuntellati i portoni, calate le saracinesche e muniti di
spesse artiglierie i baluardi, attese il nemico.

Orsola e Rina, venute esse pure a chiudersi là dentro, seppero tosto la
verità dei fatti, e svanì per tal modo dai loro cuori anche quel lieve
dubbio consolatore che le contraddittorie novelle v'avevano lasciato
sino a quel momento sussistere. Maestro Lucio Tanaglia la prima volta
che discese dal Forte a visitare quelle donne nella Rocca di
Sant'Eufemia, ove era stato alle medesime assegnato l'albergo presso
quello di Margarita sorella del Medici e delle di lui cugine, narrò ad
esse con grave cordoglio d'avere veduto egli stesso, la notte che
susseguì la terribile battaglia, a seppellire secretamente Gabriele, il
suo giovine alunno, nella Chiesa del Castello.

"Il signor Castellano tre ore dopo circa da che fu ritornato colle poche
navi a lui rimaste, salito alla Fortezza, mandò il Pellicione a
chiamarmi premurosamente (così diceva il Cancelliere per isfogare il
proprio rammarico, senza avvedersi di quali punte mortali le sue parole
trafiggevano un cuore già lacerato). Io mi recai tosto nella sua stanza,
ove lo trovai che passeggiava a gran passi, e lo vidi sì stravolto in
viso e contraffatto, che n'ebbi gran paura, e stava quasi per
partirmene, quand'esso rivolto a me, disse con voce rabbiosa, come se io
ne avessi colpa: Maestro, i Ducali hanno vinto, e ciò ch'è più essi
m'hanno ucciso Gabriele; fra pochi istanti porteranno su il suo corpo
nella Chiesa della Rocca: voi assisterete alla sua tumulazione onde
tutto proceda con ordine e silenzio. Mi gelò il sangue nelle vene e
rimasi come una statua all'udire una sì orrenda sventura: voleva
rimproverare a Gian Giacomo la sua caparbietà, voleva... ma egli mi fece
cenno che partissi, ed io uscii dalla stanza. Venuto fuori, accesi il
mio lanternino e discesi qui giù che era oscuro come in bocca al lupo;
mi posi presso la porta della Chiesa, che era aperta e rischiarata da
due lampade, attesi quivi un istante sulla soglia, e vidi venire il
Vicario, due altri preti, due Capitani e quattro soldati che portavano
il corpo sovra una bara avvolta in un drappo nero. Entrarono essi tutti
meco in chiesa, posarono la bara su due panche, e mentre noi
pronunziavamo le preghiere dei morti, gli uomini d'armi alzarono il
coperchio dell'avello su cui v'è disteso quell'uomo di sasso, e che sta
sotto il finestrone che guarda la torre, trassero da un lato alcune
poche ossa che v'erano dentro, poscia due rimasero là colle fiaccole, e
due vennero a prendere Gabriele per collocarvelo. Tolsero il drappo che
il ricopriva, il sollevarono dalla bara e là portatolo ve lo calarono
dentro. Io che ho sempre avuto gran paura dei morti, era tanto l'amore
per quel povero figliuolo che volli accostarmi all'avello per vederlo
un'ultima volta prima che vi fosse rinchiuso. Esso era là colle sue mani
in croce sulla corazza, aveva l'elmo allacciato sotto il mento e la sua
faccia bella ancora...". "Ah Dio!" gridò Rina vinta dalla pena, e cade
svenuta: Orsola, che piangeva, la rialzò da terra, chiamando con alte
grida soccorso: il Cancelliere, che non s'aspettava quella scena, tutto
smarrito corse ad avvertire le altre donne dell'accaduto, e si ritrasse
poscia nella propria camera compassionando in suo cuore quella povera
fanciulla. Rina tornò in se stessa, ma da quel momento la sua anima non
fu occupata che da un solo pensiero, il quale non riguardava
l'esistenza, e se pure alcuna volta in lei si mitigava l'ambascia, era
quando sul far della sera sola sotto la silenziosa vôlta della chiesa
inginocchiata presso l'avello ove giaceva quell'unico oggetto che aveva
a lei deliziata la vita, bagnava di sue lagrime quel sasso, e pregava
con tutta l'effusione dell'anima appassionata la pace del cielo a lui ed
al padre che credeva estinto, e invocava per se stessa d'essere tolta
con loro. Margarita Medici e l'altre che seco erano, benchè tristissime
esse pure per la perigliosa ed insueta loro situazione, tocche però in
cuore dall'affanno profondo di quella giovinetta d'angeliche forme,
prodigavanle ogni parola ed ogni cura per riconsolare lei e la madre che
era da un forse più cupo dolore martoriata.

Alla metà del ventesimo giorno da che durava l'assedio, il soldato che
stava alla vedetta sull'alto della torre del Forte avvertì che giungeva
a Musso una barca che veniva dalla parte di Como condotta da sei
rematori, e nella quale stava seduto un personaggio che all'abito
dovevasi giudicare assai ragguardevole. Un'ora dopo la stessa sentinella
diede avviso che un soldato Ducale, il quale portava nella destra una
bandiera parlamentaria, uscito dalle trincee degli assedianti s'avanzava
verso le mura della Fortezza. Il Castellano a tale annunzio comandò
tosto si lasciasse accostare senza offese quel messaggiero, e ordinò al
Pellicione andasse ad udire per qual causa fosse stato inviato.
Pellicione montato sull'alto del muro a cui erasi approssimato il
messaggiero Ducale, gli intimò ad alta voce esponesse l'oggetto di sua
venuta. A tale richiesta, quel guerriero si tolse una carta ripiegata e
suggellata che teneva riposta nella fascia che il cingeva, e levandola
alto disse: "Vengo per ordine del mio Generale a recare questo foglio al
signor Gian Giacomo Medici:" Il Pellicione fece subito calare una
cordicella, a cui il Messaggiero attaccò la lettera che venne tirata su,
ed esso se ne ritornò al proprio accampamento.

Portato il piego a Gian Giacomo, che con grande ansietà attendeva gli
fosse riferito lo scopo di quell'ambasciata, l'aprì con premura e lesse
in un foglio, che ne conteneva un altro, le seguenti parole:

"Signor Castellano,

"Per comando del Duca mio Signore le spedisco l'inclusa lettera giunta
al mio campo da pochi momenti. Quegli che l'ha consegnata a me, ha
l'incarico di riportarne a Milano la risposta, onde se le piace
trasmettermela faccia innalzare una bandiera bianca sul muro alla
seconda Rocca, e spedirò un soldato a prenderla a piedi del baluardo.
Dal campo di Musso questo giorno 25 marzo 1532.

_Lodovico Vestarino_".

Gian Giacomo portò tosto lo sguardo sul foglio che stava in quello
rinchiuso, e vedendo nella soprascritta il carattere del proprio
fratello Giovan Angelo, l'aprì frettolosamente e vi lesse:

"Amato fratello! Battista, che qui fu condotto ferito e prigioniero nel
mese di gennaio, e fu tenuto per volontà del Duca in questo Castello di
Porta Giovia, narrommi il triste evento della presa di Monguzzo, e
presentommi il quadro esatto di tutte le forze che ti rimanevano sia di
uomini, sia di navi e munizioni per far fronte alla guerra
inaspettatamente scoppiata. All'udire l'esiguo numero al quale erano
ridotte le tue truppe, io esclamai con dolore che vano sarebbe stato per
te un più lungo resistere ai nemici per la smisurata loro preponderanza,
da cui ogni altro meno eccellente oppositore sarebbe stato da gran tempo
vinto e distrutto. Ma Battista mi disse che tu attendevi grosse bande
Alemanne che dovevano essere a te condotte da nostro cognato il Conte
d'Altemps, col sussidio delle quali tu avevi certezza di respingere il
nemico e costringerlo a rispettarti per l'avvenire. Io faceva voti per
la tua prosperità e invocai per te giorni di potenza e di pace, allorchè
appunto il Cielo mostrò chiaramente di non esaudirmi, poichè giunsero le
novelle delle grandi vittorie riportate su di te dal Vestarino e
dall'Acursio a Mandello ed a Lecco, che colmarono di gioia questa Corte
di Milano, e noi riempirono d'afflizione ed amarezza. A fare più
irreparabile il caso noi seppimo cinque giorni sono da certi Tirolesi
qui arrivati, che le bande assoldate per te dal conte Volfango, giunte
che furono a Trento, quel Vescovo, per comando dell'Imperatore, si
oppose al loro passaggio[20]; onde furono costrette a retrocedere, per
la qual cosa ci è fatto evidente esserti omai tolta ogni possibilità di
riparare agli assalti delle armi Ducali e della Lega.

[Nota 20: _Vita di Gian Giac.º Medici_.]

"Tu sai che io, quantunque caldo amico e fautore della pace fra gli
uomini, per l'indole mia propria che abborre dal sangue, e per la
venerazione alle sacre e pietose leggi evangeliche di cui sono per mio
stato propagatore, non ho mai insinuato a te di desistere dalla guerra
sinchè mi parve che essere ti potesse una sicura guida a quella nobile
indipendenza ed ingrandimento di stato che le belligere tue virtù
sembravano accertarti. Ma ora che chiaramente veggo la Fortuna, dea
nemica agli esimii ingegni, avere da te rivolta la volubile sua ruota,
il fraterno amore mi move a consigliarti di deporre le armi, mentre fare
lo puoi con onorate condizioni, evitando la più funesta sorte che
altrimenti operando incontreresti tu non solo, ma i dipendenti tuoi ed i
tuoi famigliari. Ho detto che ora fare lo puoi con onorate condizioni,
perchè conosco l'animo umano e generoso del magnifico signor Duca,
scrivendoti la presente con sua saputa, anzi aggiungerò con suo espresso
consentimento e promessa di farla pervenire al tuo assediato Castello,
rimettendomi la risposta che non dubito sarai per ispedirmi. E per tutto
narrarti, dei sapere che il signor Duca mandò per me, e recatomi io
innanzi a lui, mi spiegò lo stato delle cose a tuo riguardo, e soggiunse
con molta bontà, che in questa guerra non ha avuto altro di mira che
reintegrare il suo dominio, e riprendere quanto ha sempre appartenuto
alla Ducale corona, ch'egli è lungi dal bramare di spingere le cose sino
al totale tuo sterminio, come vorrebbero gli Svizzeri e gli Spagnuoli,
ma che se sapesse da me che tu acconsenti a cedere tostamente il
Castello di Musso ed abbandonare il lago, egli solverebbe te e tutti i
tuoi da ogni colpa verso di lui, comprerebbe le tue artiglierie, a ti
assegnerebbe una rendita vitalizia investendoti del Marchesato di
qualche feudo ducale. Resi vive grazie al duca Francesco per tanta sua
benignità e indulgenza verso di te, e l'accertai che avrei fatto tutto
quanto fosse da me per ottenere l'immediata tua adesione a simiglianti
patti, e l'incominciamento delle trattative. Implorai poscia mi
concedesse di vedere Battista, il che ottenuto, ripetei ad esso lui le
parole del Duca, ed egli medesimo s'unisce a me consigliandoti a volere
piegarti di buon grado all'avverso destino, metterti in accordo col
Duca, approfittando della sua liberale disposizione, e cedendo
volonteroso ciò che cedere dovresti tra poco di forza. Ti muovano, oltre
le mie preghiere, il considerare eziandio che prolungheresti e faresti
più dura la cattività d'un fratello, che porresti a repentaglio la
libertà dell'altro, che trarresti nella tua ruina la sorella, le cugine
ed Agosto che sono teco rinchiusi nel tuo Castello, oltre i tanti
valorosi che ti furono fedeli per sì lungo spazio di tempo: ti commova
lo sventurato fine del nostro Gabriele, caduto vittima del guerreggiare
nell'età più verde, e che lasciò in lagrime anche i più lontani
congiunti.

"Attendendo ansiosamente una risposta per parteciparla al signor Duca,
invoco dall'Altissimo che t'ispiri pel tuo e pel nostro maggior bene, e
ti do un amoroso fraterno abbraccio.

"Milano 23 marzo 1532.

_Giovan Angelo_".

Umiliazione, orgoglio, ira e pietà assalirono a vicenda l'animo di Gian
Giacomo alla lettura di questa lettera, ciò però che in essa ferì più
vivamente il suo cuore fu la novella relativa alle truppe del Conte
d'Altemps. Sebbene avesse da più giorni mostrato di disperare dei
soccorsi del Cognato, pure quando lesse la positiva notizia della loro
dispersione, tanto più indubitabile, in quanto che coincideva
perfettamente co' suoi antecedenti sospetti, gli parve che in quel
momento si decidesse contro di lui l'esito della guerra, e sentì allora
soltanto che gli sfuggiva di mano il sovrano potere. S'assise, meditò:
fece chiamare il Pellicione, gli diede a leggere il foglio, e
conchiusero insieme che conveniva piegarsi al potere della contraria
fortuna, ed accettare le condizioni che sarebbe per proporre il Duca. Il
Castellano rescrisse una tale determinazione al fratello, mostrando di
rassegnarsi al destino, ma con tale dignità e fermezza che confinava
coll'alterigia d'un vincitore: la lettera fu mandata al Campo del
Vestarino, mediante il segnale della bandiera, e dal Vestarino spedita
immediatamente a Milano. Pellicione per ordine del Castellano medesimo
fece noto la causa di quella corrispondenza a tutti gli altri Capitani
ed agli uomini d'armi, dimostrando loro gli svantaggi e l'impossibilità
d'una resistenza, e quanto fosse conveniente il trattare della resa,
quando si potevano ottenere per tutti larghe ed onorevoli condizioni.

Quattro giorni dopo la spedizione della risposta a Milano giunsero al
Campo di Musso Agostino Ferrerio vescovo di Vercelli e messere Galeazzo
Messaglia, quali ambasciatori del Duca. Prima di conferire col Medici
essi chiamarono ad adunanza i Condottieri principali della Lega Grisa ed
esposero loro che era intenzione del duca Francesco Sforza di porre un
termine a quella guerra per mezzo d'amichevoli trattative, a cui il
nemico comune erasi mostrato disposto ad aderire. Fecero vivo contrasto
a simile determinazione i Capi Grigioni, accaniti avversarii del Medici,
che vedere lo volevano sterminato, e non vi si piegarono che quando fu
fermo il patto che il Castello di Musso, uscitone appena il Castellano,
verrebbe demolito da capo a fondo, nè più sarebbe ricostruito onde mai
vi stanziasse persona che riuscire potesse molesto vicino a quegli
abitatori delle Retiche montagne. Ciò convenuto, venne mandato avviso a
Gian Giacomo della venuta degli ambasciatori Ducali. Medici fece
tostamente aprire una delle porte della Fortezza, e mandò un suo
Capitano con due sergenti d'armi al Campo del Vestarino per concertare
il modo ed il luogo in cui dovesse avvenire la conferenza, offrendo di
accogliere i due Ambasciatori nel Castello, dando inviolabile parola di
rispettarli ed onorarli come al loro sacro carattere si conveniva.

Il Vescovo di Vercelli, già intimo amico della casa Medici, e il
Messaglia, altra volta dal Castellano cortesemente ricevuto, non
dubitarono d'accettare l'offerta, ed il giorno seguente entrarono col
loro seguito nel Castello, e furono condotti nella sala d'armi della
Rocca Visconti addobbata con gran pompa, ove stava il Castellano in
ricco e completo guerresco abbigliamento circondato da tutti i suoi
Capitani. Sedutisi tutti quivi, ed i due Ambasciatori in posto eminente,
il Vescovo di Vercelli fece una fina allocuzione a Gian Giacomo sulla
convenienza e la giustizia della pace, sulla bontà del Duca, sopra i
suoi diritti, e presentò in un foglio in pergamena improntato del ducale
suggello i seguenti Capitoli che dovevano tra le parti fermarla:

"Che il Castellano lasciasse Musso e Lecco e tutte le altre Terre che
possedeva nello Stato di Milano, con tutte le munizioni da guerra e
tutte le vettovaglie;

"Che le artiglierie già tolte a' Veneziani si restituissero loro;

"Che il Duca si obbligava far pagare diecimila scudi del sole in
Vercelli in mano di chi piacesse al Medici, e nella detta città dar
cauzione per altri venticinquemila scudi da essere pagati in termine di
otto mesi in due volte;

"Che l'investiva di Marignano eretto in Marchesato in ampia forma con
entrata perpetua di scudi mila, e che se mancava l'entrata di Marignano
si obbligava a supplire con altre entrate sopra i dazii di Milano;

"Che il Duca liberava Gian Giacomo Medici, fratelli, soldati e suoi
dipendenti da qualsivoglia sorte di eccesso o delitto commesso anche
contro la Maestà del Principe;

"Che concedeva a' detti fratelli Medici di potere riscuotere i crediti
che avevano nello Stato di Milano, così entrate di beni stabili come
entrate pubbliche, e avrebbe fatto che gli ufficiali Ducali non
mancassero di render loro buona e sommaria giustizia;

"Che il Duca lascierebbe godere tutti i beni che legittimamente
appartenevano a detti Fratelli nei suoi Stati, ovvero in termine di due
mesi gliene pagherebbe il valore all'arbitrio del Vescovo di Vercelli, e
d'altra persona da nominarsi da essi medesimi;

"Che il modo e il tempo di consegnare il Castello verrebbero
amichevolmente stabiliti fra gli ambasciadori Ducali e Gian Giacomo
subito dopo la ratifica del trattato".

Letti questi Capitoli da Galeazzo Messaglia ad alta e posata voce,
parvero a tutti sì onorevoli e generosi, avuto riguardo allo stato a cui
erano ridotte le cose, che nessun d'essi dubitò fosse il Castellano per
aderirvi con lieto e volonteroso animo, ed a lui stesso infatti quella
larghezza di retribuzione riuscì maggiore assai dell'aspettativa, ma
allorquando il Ferrerio ed il Messaglia alzatisi s'accostarono alla
tavola ov'era la scrivania e spiegati su quella due esemplari del
trattato di pace, invitarono il Medici a sottoscriverli, egli levossi,
fece un passo innanzi e con generale sorpresa s'arrestò. I due
Ambasciatori e tutti i circostanti rimasero stupiti portando attoniti
gli sguardi su di lui: una contrazione di fibre, un pallore improvviso
apparvero sul suo volto indicando lo strazio d'un tormentoso pensiero:
era l'ultimo saluto ch'egli dava alla bella speranza di regnare. Si
scosse, s'avanzò, impugnò la penna e scrisse il nome; un susurro di
letizia universale applaudì a quell'atto che molti sospiravano.

Subito dopo fu, senza contrasti, determinato che Gian Giacomo quel
giorno stesso farebbe stendere un quadro numerizzato di tutte le armi e
le salmerie che si trovavano nel Castello che dovevano passare, com'era
convenuto, in proprietà del Duca, e farebbe trasportare tutti quegli
oggetti nei cameroni inferiori delle case del Maresciallo, per essere,
dopo la consegna, immediatamente caricati sulle navi e portati lontani
dal Castello che doveva essere dato in mano ai Grigioni: che il mattino
seguente egli farebbe uscire dalla Fortezza i suoi soldati e
v'entrerebbero i Ducali e gli Svizzeri a prenderne possesso,
eccettuatone però il Forte, in cui Gian Giacomo rimarrebbe sino al terzo
giorno, allo spuntare del quale verrebbe su una nave ducale condotto a
Lecco con quelle persone e con quegli effetti che stimerebbe meglio, e
di là gli sarebbe poscia stato libero recarsi ove più gli piacesse.

Gian Giacomo aveva fatto disporre un sontuoso pranzo, al quale sedettero
oltre gli Ambasciatori Ducali anche il Generale Lodovico Vestarino, cui
egli mandò cortese invito al campo di Musso. Quei due famosi guerrieri
che pochi giorni addietro avevano guidati i loro eserciti ad azzuffarsi
con tanto accanimento, quando si videro nelle sale del pacifico desco
s'onorarono a vicenda con molte parole, ma non saprebbe dirsi se le
espressioni di lode e di stima che suonarono in quell'incontro sulle
loro labbra non velassero un astio ed un'invidia profonda, perchè è noto
che anche gli uomini dotati di sommo ingegno e valore, allorchè vengono
delusi nelle loro ardenti brame, non sanno sottrarsi all'impero delle
più basse passioni.

Il giorno seguente, ch'era il primo d'aprile 1532, le truppe del
Castellano incominciarono di buon mattino ad uscire dalla Fortezza, e
mano mano che giungevano od a Musso od a Dongo, venivano sbandate,
recandosi quegli uomini che erano abitatori delle Terre del lago nelle
proprie case, e gli altri parte facendosi in drappelli per recarsi come
soldati venturieri allo stipendio dei principi d'Italia o d'oltremonte,
parte unendosi all'armata Ducale, e parte finalmente scostandosi di là
col reo pensiero d'infestare i luoghi difficili delle pubbliche strade.

Usciti questi, e ritiratosi Gian Giacomo con pochi de' suoi più fidi e
colle donne nel Forte più eminente del Castello, entrarono in esso i
Ducali ed i Grigioni. I primi si diedero tostamente a trasportare sulle
navi tutti gli attrezzi di guerra e le munizioni cedute dal Castellano
per spedirli a Como. I secondi, quasi forsennati pel contento di quella
conquista, fattisi cedere dai Ducali grossa parte della polvere del
Castellano medesimo, si misero con gran possa a scavare ampie e profonde
mine agli angoli delle rocche, sotto le torri ed i baluardi, caricandole
e mettendovi le micce per non perdere punto di tempo a dar opera alla
demolizione di quelle per loro sì tremende mura, da cui erano usciti
uomini che avevano portato tante volte il terrore sino nel centro delle
loro più inospite valli.

I soldati del Duca, che volevano essi pure dare qualche sfogo alla loro
vendetta delusa dal trattato di pace, non essendo spinti da alcun
impulso a cooperare alla distruzione di quel Castello, fecero il
progetto, ancor più barbaro, di trucidare in esso i Mussiani fatti
prigionieri nella battaglia di Mandello e che avevano posti sulle navi,
tenendovili gelosamente celati, per tema che il Medici ne chiedesse la
liberazione.

Verso il cader del giorno li fecero scendere a terra pesantemente
incatenati, e fattili entrare dal portone nella Fortezza, li chiusero
separatamente in certe casematte sotto i baluardi del Maresciallo,
attendendo il mattino per sacrificarli appena Gian Giacomo avesse
abbandonato il Castello. Tra que' prigionieri trovavasi Falco, che per
sottrarre il cadavere di Gabriele dal furore dei nemici cadde, come
narrammo, stordito da un colpo sul cranio, e fu facile preda ai Ducali,
che vedutolo inerme ed annodato inferocirono a lungo contro di lui coi
fatti e le parole: ma quel guerriero Montanaro, d'animo quanto ardito
altrettanto vigoroso e fiero, tutto sostenne con eroica fermezza: e mai
un sospiro uscì dal profondo del suo petto, se non quando, tratto dalle
navi a terra, passò, stretto in catene, sotto la volta del portone del
Castello di Musso che aveva quasi sempre varcato tornando vincitore di
quegli stessi che lo trascinavano a morte. Un soldato che Gian Giacomo
teneva presso di se come servo, uomo per indole curioso e indagatore,
vedendo dal Forte un movimento giù abbasso d'uomini d'armi Ducali dalle
navi al Castello, di cui in quell'ora quasi tenebrosa non appariva la
causa, s'adombrò d'alcuna trama, e uscito dalla porta, slisciò pian
piano lungo le mura, evitando i Grigioni, sino in fondo della Fortezza,
ove appiattatosi vide condur dentro i prigionieri Mussiani, e fra essi
riconobbe distintamente Falco: ciò scoperto, si rivolse, e su su rientrò
nel Forte. S'ignora s'egli palesasse la cosa a Gian Giacomo, e caso che
gliene avesse fatto racconto, non si saprebbe comprendere per quali
motivi quel Condottiero rimanesse inoperoso, e non tentasse strada
alcuna onde salvare la vita a' suoi guerrieri facendoseli ridonare dal
Vestarino. Ciò che è certo si è che trascorsa d'assai la mezzanotte, lo
stesso soldato battè all'uscio della camera di Orsola chiamandola
istantemente, e venuta questa donna ad aprirgli, le narrò a bassa voce
che il marito di lei si trovava in quel medesimo Castello in mano dei
Ducali. Orsola fu per isvenire a tale notizia, e appena riebbe la
parola, pregò ardentemente quel soldato la guidasse tosto al luogo ove
stavano i prigionieri, che avrebbe implorato dalla pietà dei custodi di
rivedere e favellare al marito. Ella insistette onde ve la conducesse
all'istante, perchè allo spuntare dell'aurora Gian Giacomo e tutti gli
abitatori del Forte dovevano partire per Lecco, quindi essa stessa con
loro, e la propria figlia Rina che si stava nelle stanze di Margarita
Medici allestendo con altre donne gli equipaggi per essere disposte alla
mattutina partenza: e nel cuore di Orsola sorse sorridente la speranza
che Falco le avrebbe dato il desiderato comando di non seguire Gian
Giacomo Medici, di ritornare invece a Nesso colla figlia, ove egli,
liberato dai Ducali per effetto della celebrata pace, le raggiungerebbe,
e condurrebbe con esse una più tranquilla vita.

Il soldato cedendo alle replicate inchieste di Orsola, aderì ad esserle
scorta ai baluardi occupati dai Ducali, ed ella allora tutta gioiosa
fece rapidamente un involto di sue poche masserizie ed oggetti di
vestimento che pose da canto col pensiero di riprenderle quando sarebbe
venuta a levare la figlia, e via col soldato alla porta del Forte che
questi fece aprire e giù per quelle tenebre di bastione in bastione sino
alle case del Maresciallo. Pervenuti colà scorsero un lume dentro un
camerone, che era quello da cui si discendeva alle case matte: il
soldato fecelo rimarcare ad Orsola e le disse d'avviarsi quivi da sola,
ch'egli starebbe ad attenderla più in su al ritorno, e si scostò
immediatamente da lei. Orsola, trepidante di tema e di contento,
s'avanzò con incerti passi, ed entrò colà: al fosco chiarore d'una
lampada vide quattro uomini d'armi che dormivano, due stesi sulle panche
e due col capo piegato sulle braccia appoggiate alla tavola. Tremò la
meschina non osando risvegliare que' feroci, ma l'un d'essi destato dal
rumore de' suoi passi levò la testa e diè un grido d'allarme; balzarono
in piedi i tre altri brandendo le armi: allora la donna gettossi ai
piedi di quel primo, espose la causa di sua venuta, e colle lagrime agli
occhi e le mani giunte implorò la grazia di vedere il marito.

"Al levare del sole, le rispose desso ruvidamente, quando lo condurremo
fuori per fargli la festa, potevi vederlo a tuo bell'agio senza che
fosti qui venuta a romperci il sonno, che non so come diavolo vi sii
riuscita: ma sei fortunata: trovi un uomo di buon cuore che non può
vedere a piangere le donne: Tacco, va con Lisca a condurla là giù dove
abbiamo messo Falco; ch'egli se la becchi pure prima che gli storciamo
il collo".

Quei due uomini d'armi, che s'avevano volti più da sgherri che da
soldati, presa una fiaccola per ciascuno, guidarono Orsola da un uscio
che s'apriva quivi ad un corritoio, in fondo al quale vedevasi una porta
ferrata. Tacco, che portava appeso alla cintola un mazzo di grosse
chiavi, ne tentò bestemmiando tre o quattro alla toppa, sin che
scontrata la corrispondente, dischiuse, traendo il chiavistello, spinse
pesantemente l'imposta, che cigolando s'aprì di poco, e consegnata la
sua fiaccola ad Orsola, questa palpitando vi penetrò. Appena ebbe dessa
posto il piede là dentro, Tacco richiuse il battente e vi girò la
chiave; la donna, oppresso il cuore dal terrore e dall'angoscia mista
però alla speranza, discese lentamente una lunga scala, e giuntane in
fondo, s'arrestò, temendo inoltrarsi prima di sapere chi vi fosse in
quella sotterranea stanza.

Falco, che stava colà seduto su un masso a piedi d'una grossa colonna,
colpito da quel lume improvviso, alzò il capo e conobbe egli pel primo
la moglie: levossi, e il rumore di sue catene fece di lui avvertita la
donna, che, vedutolo, diè un grido, e posta a terra la fiaccola,
s'abbandonò quasi svenuta nelle sue braccia. Avevano a Falco strappata
d'addosso coll'armi la schiavina e la rete che gli formava berretto,
onde non portava sulla persona che il lacerato giaco di maglia, aveva
nudo il collo, sparsi i capelli, e pallide oltremodo le guancie pel
sangue versato ed i tremendi suoi casi: una pesante e lunga catena lo
serrava a mezzo il corpo e metteva capo in un grosso anello di quella
colonna.

"Oh, moglie mia! disse egli con voce addolorata, come mai potesti tu
penetrare in questo orrido luogo? Come hai avuto il coraggio d'affidarti
ai Ducali?"

"E tu me lo domandi? rispose Orsola con flebile ed affannato accento.
V'è pericolo, v'è tormento che io non avrei superato o sofferto per
venirti a vedere?"

"Ti ringrazio (e la strinse al cuore)! morirò più contento per averti
abbracciata! Oh così potessi serrarmi al petto almeno una volta ancora
mia figlia: ma dimmi, dove lasciasti Rina? si trova ella in luogo di
sicurezza? non v'è possibilità che sia scoperta e rapita? Vorrei provare
le pene dell'inferno anzichè sapere che un nemico vituperando mia
figlia, dicesse al mirare le sue lagrime, questo è pianto della figlia
di Falco, del fiero abitatore della rupe. Ah toglimi, toglimi un tal
pugnale dall'anima!"

"Rina è sicura: essa sta nel Forte presso la sorella del signor
Castellano, colla quale dovevamo entrambe partire tra poche ore:... ma
adesso che felicemente ho scoperto che tu vivi, non lasceremo queste
mura se non per venir teco quando sarai liberato, e ritornarcene insieme
alla nostra Terra di Nesso".

"Tu partirai con loro e colla figlia (pronunciò Falco in tuono
autorevole). Datti pace e ti calma, la mia morte è decisa. Io rendo
grazie al Cielo che mi ha concessa quest'ultima consolazione d'udire
dalle tue labbra che mia figlia è salva per sempre dall'ira dei nemici,
nè più abbisogna con te del mio sostegno.--La mia ora è venuta, è d'uopo
partire.--Non è Falco che deve paventare la morte: sai tu chi ho veduto
affrontarla intrepidamente e cadere reciso nel più bel fiore della
vita?"

"No, no, tu non morrai! (disse Orsola animato il viso di viva gioja):
non sai dunque che il Castellano ha fatta la pace coi Ducali, e che
tutti i suoi soldati sono usciti di qui liberamente, e si sono recati
senza molestia ai loro paesi? Così faranno anche con te: appena Gian
Giacomo sarà partito, ti lasceranno andare onde possi condurre tua
moglie e tua figlia lontane da questi tristi luoghi".

"Oh quanto t'inganni! (rispose Falco crollando il capo ed abbracciandola
con maggiore affetto): noi eravamo creduti estinti e non fummo compresi
nel patto della pace. No, per me non vi sono più speranze: è l'ultima
volta che ti vedo: fra pochi momenti i Ducali bagneranno le loro mani
nel mio sangue".

Orsola impallidì, tremò, e cadeva se Falco non le prestava appoggio.
"Non ti uccideranno (singhiozzando esclamò) se hanno una scintilla di
pietà nel cuore... pregherò... griderò... stringerò loro le ginocchia
sino a che non ti abbiano reso a tua moglie, a tua figlia, a quella
povera figlia innocente che morirà di dolore".

"Ah non straziarmi di più! va, torna nel Forte, prendi la figlia e
partì: dalle un bacio per me, e non palesarle mai il misero fine di suo
padre... Oh cielo!.. esci... corri... fu tratto un colpo... il giorno
s'avvicina, Gian Giacomo starà per partire".

S'udì un colpo e due e molti, poscia un gran calpestio al di sopra della
vôlta; indi nel corritojo superiore alla carcere, e un trarre e chiudere
di catenacci. Orsola si mosse replicate volte per partire, ma sempre
retrocesse disperata ad abbracciare il marito: quando alla fine, spinta
da lui, stava per salire la scala, spalancossi l'uscio di sopra, e
discesero rapidamente molti soldati con faci accese, i quali staccarono
la catena di Falco dall'anello, e su il condussero. Orsola lo seguì,
afferrando or per le braccia, or per gli abiti quegli armati che la
ributtavano, invocando invano da essi pietà.

Venuti allo spianato sul baluardo, qual orrida scena! vi stavano
ammucchiati i cadaveri detroncati degli altri prigionieri già trucidati:
a tal vista mancò la voce ad Orsola, e cadde tramortita su quei corpi
istessi.

Falco non se ne avvide, poichè aveva rivolto lo sguardo al lago, su cui
una nave veleggiava spinta lontana da Musso da prospero vento: era il
Castellano che abbandonava per sempre quel lido. Il Montanaro di Nesso
mandò appena un sospiro e il suo capo spiccò dal tronco, e dall'uno
degli sgherri afferrato pei capegli venne squassato in segno di trionfo.

Uno scoppio orrendo ed una pioggia di sassi seguirono d'appresso
quell'atroce fatto, e furono i Grigioni che, impazienti di mandare a
ruina il Castello, appiccarono il fuoco senza darne avviso alla mina più
alta. I Ducali fuggirono di là a rompicollo, nessuno si curando di
Orsola, che rimase dagli scagliati massi uccisa e sepolta. Alcun tempo
dopo la prima scoppiarono le altre mine, e con rumore infinito si
squarciarono le torri, e, crollando, ruinarono sugli altri edifizii e li
spaccarono, ed immensi frantumati macigni sollevati dalla potenza del
fuoco ripiombarono cagionando nuove ruine. Tremò il lido e rimbombarono
i monti a quel fragore smisurato, ed un polverio formando una densa
vastissima nube coprì di fitto velo quello spazio: allorquando si
diradò, gli attoniti abitatori mirarono in luogo dell'imponente turrito
Castello un ammasso di ruine e di macerie spazzate poi dall'ala
infaticabile del Tempo.

La bella e sventurata figlia di Falco, condotta ad Arona da Margarita
Medici fatta sposa al conte Giberto Borromeo, si chiuse in un chiostro e
consunta dalle lagrime incessanti e dai dolore, morì tra quelle mura
prima dello spirare di un anno.

Gian Giacomo Medici, divenuto marchese di Marignano, dopo avere
assegnato sul proprio feudo un picciol reddito al suo vecchio
Cancelliere Maestro Lucio Tanaglia, il quale ritornò come aveva sempre
desiderato a terminare i suoi giorni in Milano, si recò in Piemonte agli
stipendii del Duca di Savoia. Richiesto poscia dal Marchese Del Vasto
che successe al De-Leyva in qualità di Generale supremo, passò al
servizio dell'imperatore Carlo Quinto resosi assoluto signore del Ducato
di Milano per la morte del duca Francesco Secondo Sforza avvenuta nel
1535. Accusato di fellonia, venne dal Generale Del Vasto fatto
imprigionare col fratello Battista: ma protetto da don Alvaro di Luna
primo Castellano spagnuolo in Milano, fu liberato e chiamato
dal-l'Imperatore presso di lui in Ispagna. Elevato al grado di Generale
negli eserciti imperiali, guerreggiò nelle Fiandre, in Ungheria, in
Sassonia, in Italia sempre con molta gloria e prospero successo anche
nelle più arrischiate intraprese.

Si sposò a Marzia Orsina sorella del conte Francesco di Pitigliano, la
quale morì senza lasciargli prole; addolorato di ciò, e desideroso il
Marchese di Marignano di mantenere la successione nella propria
famiglia, fece dono di gran parte delle sue sostanze al fratello Agosto,
consigliandolo ad ammogliarsi. Agosto Medici condusse in isposa Barbara
Maina, da cui ebbe un figlio a nome Gian Giacomo che successe allo zio
nel Marchesato di Marignano, che tramandò quindi ai proprii discendenti,
e fa stipite retto del nobile casato che esiste tuttora con tal nome in
Milano.

     "Morì Gian Giacomo Medici (sono parole del Missaglia)
     l'anno mille cinquecento cinquanta cinque a' gli otto di
     Novembre a hore ventitrè in Venerdì di anni sessanta della
     sua vita. Giace il suo corpo nella Chiesa Maggiore di Milano
     nella quale dalla pietà di Pio Quarto (Giovan Angelo
     Medici suo fratello creato Pontefice nel 1559) gli fu
     eretta una capella con perpetua et quotidiana celebratione
     di Messe, con un superbo deposito di finissimi marmi,
     con leggiadri ornamenti e molte figure di bronzo con
     ingegnosissimi significati, et una statua pur di bronzo a
     lui somigliantissima fatta per mano dell'eccellente Cavalier
     Leon d'Arezzo scultore rarissimo de' nostri tempi con
     questi due epitafii l'uno a se et l'altro a Gabrio suo fratello."

     JO JACOBO MEDICI MARCHIONI MARIGNANI EXIMIJ ANIMI ET
     CONSILIJ VIRO, MULTIS VICTORIIS PER TOTAM FERE EUROPAM
     PARTIS APUD OMNES GENTES CLARISSIMO CUM AD EXITUM VITÆ
     ANNO ÆETATIS LX PERVENISSET.

     GABRIELI MEDICI INGENII ET FORTITUDINIS EXIMLE ADOLESCENTI,
     POST CLADEM RHETIS ET FRANCISCO SECUNDO SFORTIÆ
     ILLATAM, NAVALI PRÆLIO DUM VINCIT CUM INVICTI ANIMI GLORIA
     INTERFECTO.

Questo monumento, che è l'uno de' più ricchi e riguardevoli che si
ammirano nel nostro Duomo, fu sgombro non ha guari dagli impedimenti che
da più anni lo toglievano allo sguardo, e vedesi ora integro e ripulito
in fondo alla navata destra entrando presso la porticella per cui si
sale all'aguglia.

FINE.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Falco della rupe - O, La guerra di Musso" ***

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