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Title: Delitto ideale
Author: Capuana, Luigi, 1839-1915
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Delitto ideale" ***

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                  Luigi Capuana



                   Delitto
                        Ideale



                       1902

             REMO SANDRON -- Editore

             Libraio della Real Casa

              MILANO-PALERMO-NAPOLI



       _Proprietà letteraria dell'Editore_

                   REMO SANDRON



               Palermo, Tip. ANDO'.



A EDOARDO ROD


    _Carissimo Amico,_

Terminando di leggere la semplice storia dell'umile famiglia e
dell'umile lite che vi ha fatto scrivere nell'_Eau courante_ pagine
così schiette e così evidenti da far dimenticare che si tratti di
finzione d'arte--e questo mi sembra il più bel elogio a cui un
romanziere possa aspirare--io pensavo:

L'amico Rod, come tanti altri, ha abbandonato la novella e da un
pezzo!

E il caso vostro mi ha spinto a riflettere che non si tratta di un
fenomeno personale quasi eccezionale, ma di tendenza, spiccata, del
lavoro letterario di questi ultimi anni.

Il romanzo già uccide la novella?

A un novelliere impenitente come me il fatto dà molto da pensare.
Anche nella ricca produzione francese i volumi di novelle cominciano a
divenire di mano in mano più rari. Siamo lontani dal tempo in cui Guy
de Maupassant conquistava la celebrità con parecchie serie di
narrazioni, la più lunga delle quali non sorpassava le cinquanta
pagine, e che ottenevano l'onore di frequenti ristampe.

A chi attribuire la colpa del quasi abbandono di un genere letterario
fiorito riccamente per tanti secoli e in grande onore fino a pochi
anni fà?

Nell'ansiosa fretta di vivere e di di godere che ci urge, avrebbe
dovuto accadere altrimenti. Con narrazioni brevi, spigliate,
sorridenti d'ironia e di umore, o piene di sentimento e di tragico
raccapriccio, dove le figure tracciate alla lesta, di scorcio, dove le
passioni condensate, rettificate come l'alcool, sembravano di
corrisponder meglio alla febbrile richiesta di impressioni e di
sensazioni rapidamente diverse, la novella avrebbe dovuto guadagnare
terreno invece di perderne.

È avvenuto l'opposto, e quando più essa mostrava la sua grande
facilità di adattarsi a ogni genere di soggetti, di poter quasi fare a
meno dei soliti casi passionali e di spingersi verso regioni elevate,
senza diminuire per questo la genialità della sua forma.

Peccato!

Per quali ragioni il romanzo ha preso in questi ultimi anni il
sopravvento su la novella?

Ragioni puramente letterarie non ho saputo scoprirne. Veggo, però, che
molti romanzi odierni, come contenuto, sono novelle più o meno
abilmente diluite in trecento e più pagine, a furia di descrizioni e
di pretesa analisi psicologica. Gli stessi fatti richiederebbero in
una novella (Voi lo sapete meglio di me) sforzi d'ingegnosità tecnica
infinitamente maggiori. La novella è il sonetto dell'arte narrativa.

E Voi non mi accuserete di esagerazione se affermerò che è più facile
lo scrivere un mediocre romanzo anche di cinquecento pagine, che non
un'eccellente novella di dieci paginette soltanto. È vero che le
eccellenti novelle sono rare quanto gli eccellenti romanzi: ma io non
ho ritegno di aggiungere che una mediocre novella vale qualche cosa di
più di un mediocre romanzo, non fosse per altro, per la brevità; non
ha tempo di annoiare i lettori.

Tutto questo, detto in testa a un volume di novelle, potrebbe sembrare
un'orazione _pro-domo sua_. Voi non lo sospetterete, e voglio
augurarmi che non lo sospetterà nessuno dei miei pochi lettori.

Certamente io desiderei che qualcuno si accorgesse dell'intenzione con
che è stato messo insieme questo volume per mostrare i diversi
atteggiamenti di cui è capace la novella odierna, se mai, per caso,
qualcuno stimasse che metta conto perdere il suo tempo in simili
osservazioni. E desiderei che se ne accorgesse non per interesse del
mio volume--ormai l'età e l'esperienza mi han guarito da certe
fisime--ma per ragioni più importanti e più generali quelle, intendo,
che riguardano l'esistenza stessa della novella.

Ma forse queste ingenue malinconie faranno sorridere di compassione
lettori e critici. Sono morte tante belle e nobili cose: possiamo
lasciar morire tranquillamente e oscuramente la Novella!

E scusate, caro Rod, se per avere un pretesto di dirvi che vi ammiro e
che vi voglio bene, Vi ho chiamato a parte di un inutile sfogo.

    Roma, 5 aprile, 1902.

                            LUIGI CAPUANA.



DELITTO IDEALE

    A FEDERICO DE ROBERTO.


--E la giustizia?--esclamò Lastrucci.

--Quale?--replicò Morani.--Di quella del mondo di là, nessuno sa
niente; la nostra, l'umana, è cosa talmente rozza, superficiale,
barbarica, da non meritar punto di essere chiamata giustizia. Condanna
o assolve alla cieca, per fatti esteriori, su testimonianze che
affermano soltanto l'azione materiale, quel che meno importa in un
delitto. Il vero delitto, lo spirituale, resultato del pensiero e
della coscienza, le sfugge quasi sempre; e così essa spessissimo
condanna quando dovrebbe assolvere e assolve, pur troppo! quando
dovrebbe condannare.

--Ecco i tuoi soliti paradossi! La giustizia umana fa quel che può.
Vorresti dunque punire fin le intenzioni nascoste?

--Certamente. Un omicidio pensato, maturato con lunga riflessione in
tutti i suoi minimi particolari e poi non eseguito perchè l'energia
dell'individuo si è già esaurita nell'idearlo e prepararlo, è forse
delitto meno grave d'un omicidio realmente compiuto?

--Tu foggi un caso strano, eccezionale.

--Più comune di quanto immagini. Ed io ho conosciuto un uomo, degno
veramente di questo nome, il quale si è giudicato da sè per un delitto
di tal genere, e si è punito come se avesse proprio commesso
l'omicidio soltanto fantasticato e progettato.

--Era pazzo costui.

--Era un gran savio, dovresti dire. La sua coscienza non gli dava
pace. E siccome egli non poteva presentarsi a un giudice e
accusarsi--il giudice avrebbe ragionato come te e lo avrebbe fatto
chiudere in un manicomio--così per attutire i rimorsi, si è giudicato
e si è condannato da sè ad espiare la stessa pena che il magistrato
gli avrebbe inflitta, se avesse potuto giudicarlo secondo la legge
ordinaria.

--Come ha fatto? E perchè avea voluto ammazzare?

--Per gelosia.

--Si sarà accordato almeno le attenuanti!--disse Lastrucci sorridendo.

--Nessuna attenuante--riprese Morani.--Oh! Non era uomo volgare. La
profonda cultura e la esperienza della vita avrebbero dovuto metterlo
in guardia contro i subdoli suggerimenti di quella bassa passione;
infatti, riconosciutosi illuso dalle apparenze, egli pensava che
sarebbe stato suo dovere sottrarsi al loro inganno. Invece, non aveva
fatto nessuno sforzo; si era lasciato travolgere senza resistenza; e
ciò rendeva imperdonabile agli occhi suoi l'intenzionale delitto.

--Non capisco. Siamo forse padroni di noi stessi in certe circostanze?

--Il mio amico giudicava che dobbiamo esser sempre padroni di noi
stessi, se vogliamo dirci creature ragionevoli.

--Dal dovere all'essere ci corre un bel tratto. Costui, stimandosi
creatura ragionevole, ragionava assai male.

--No. Tullio Dani ha fatto una nobilissima azione. La sua sublime
eccezionalità consiste appunto in essa. Ascolta. Aveva preso moglie un
po' tardi, a quarantacinque anni; e la sua signora, bellissima, ne
aveva appena vent'otto. Bell'uomo anche lui, serio, indipendente, avea
potuto sodisfare ogni suo desiderio, coltivando lo studio prediletto
delle cose letterarie e filosofiche, intraprendendo lunghi viaggi in
Europa e in America per aumentare la sua cultura, che l'eccessiva
modestia gli ha impedito di mostrare agli altri con lavori d'arte o di
riflessione. Non ha mai pubblicato neppure un articolo, e avrebbe
potuto scrivere libri assai meglio di parecchi. Aveva anche, come suol
dirsi, goduto la vita. La sua virile bellezza gli avea procacciato
facilmente molte buone fortune presso le donne. E fino ai
quarantaquattro anni gli era riuscito di conservare intatta la sua
libertà di cuore, forse per un sentimento di egoismo prodotto dalla
passione dello studio, forse perchè fino allora non gli era avvenuto
d'incontrare la donna ideale da lui vagheggiata. La solitudine della
sua vita--era rimasto orfano giovanissimo e non aveva stretti
parenti--non gli era parsa mai grave. Pagava unicamente con la carità
il suo debito di uomo sociale; e non attendeva che la gente si
rivolgesse a lui. Andava incontro a coloro che soffrivano, e tra
questi sapeva indovinare coloro che soffrivano più chiusamente in
miseria schiva e rassegnata.

Dopo i quarantaquattro anni, egli cominciò ad accorgersi che il
celibato stava per divenirgli increscioso. Sentiva di aver sodisfatto
a bastanza le esigenze dell'intelletto, e di aver trascurato troppo
quelle del sentimento.

Annunziandomi il suo prossimo matrimonio, mi avea domandato:

--Ti sembra che ci sia molta sproporzione tra la mia età e quella
della futura mia moglie?

--No davvero--risposi.

Questa idea che lo aveva tenuto esitante parecchi mesi, dovette
riaffacciarglisi, sei mesi dopo, alla mente quando egli sentì i primi
sintomi della gelosia che parve invecchiarlo di dieci anni in
pochissimo tempo. Credendolo colpito da male occulto che gli
insidiasse la vita, lo sollecitavo caldamente di consultare un medico
e di curarsi.

--Sto benissimo--rispondeva.

--La tua signora è impensierita--gli dissi una volta.

--Per così poco?--soggiunse con accento d'ironia e di tristezza.

Non osai d'insistere oltre, sospettando intime ragioni inesplicabili
per me. La giovane sposa mi sembrava in continua adorazione davanti a
lui. Bionda, piccola, gracile, sufficientemente colta da potere
apprezzarne l'elevatissima intelligenza e la immensa bontà d'animo, io
la stimavo vinta dal doppio fascino della virilità di quel bruno, alto
e forte, e della luminosità dello spirito che gli raggiava negli occhi
nerissimi e nell'ampia fronte. Sapevo che lo aveva amato lei prima di
essere amata, e che questa circostanza avea molto contribuito ad
affrettare la risoluzione e la decisione di lui.

Un anno dopo, la febbre tifoidea troncava quasi improvvisamente quella
giovane vita. Il dolore di Tullio per tale perdita fu così
straordinario, che io, ripensando molti particolari da me notati e
parecchie sue strane risposte, fui indotto a sospettarlo esagerato ad
arte per scancellare le impressioni che essi avean dovuto lasciarmi
nell'animo.

Ero suo amico d'infanzia. Da che gli era passata la smania dei viaggi,
ci vedevamo quasi tutti i giorni; e soltanto così avevo potuto
intravvedere il terribile dramma che si era rapidamente svolto nella
vita intima di lui. Conoscendo però la sua indole taciturna per quel
che riguardava certi fatti personali, non mi attendevo più di poter
essere un giorno o l'altro l'unico confidente di quel segreto che avea
sconvolto all'ultimo la sua felice esistenza.

Una mattina lo vidi apparire in casa mia con un grosso plico di carte
in mano.

--Ho bisogno dell'opera tua. Vengo a chiederti il grave sacrificio di
essere per parecchi anni l'amministratore dei miei beni.

--Intraprendi un lungo viaggio?--domandai.

--No.

E, dopo breve pausa, soggiunse:

--Non ti faccio una confidenza; quel che ora ti dirò potrai ridirlo,
se ti sembra opportuno. Vorrei anzi, come i primi cristiani,
confessarmi in pubblico, ma temo di veder male interpretata la mia
azione, di apparire ridicolo. Tu saprai intendermi e compatirmi.

Lo guardai ansioso, e con un breve gesto di assentimento lo invitai a
proseguire.

--Sono stato un miserabile vigliacco!--egli disse energicamente.--Ho
commesso l'infamia di contristare, calunniandola con indegni sospetti,
la più buona, la più santa creatura che io abbia conosciuta in questo
mondo. La morte è stata giusta privandomi di così gran tesoro; non ero
più degno di possederlo. Ho fatto anche peggio; sono stato
assassino... con l'intenzione soltanto; ma questa circostanza non
significa niente. Ho goduto intera la malvagia sodisfazione che quel
delitto mi avrebbe dato nel caso che avessi avuto la forza di
compirlo, e ne sento vivissimo rimorso, quasi lo avessi davvero
compiuto. La giustizia umana non può colpirmi; io però non mi reputo
meno assassino per ciò. Mi son giudicato da me, inesorabilmente, e mi
son condannato alla pena che avrei meritata se la mano avesse già
posto in atto quel che il pensiero si è lungamente compiaciuto di
architettare con la più raffinata malizia.

--Oh, Tullio!--esclamai.

--Ti meravigli di scoprir cascato tanto in basso colui che ha
vagheggiato in tutta la sua vita i più eccelsi ideali d'arte e di
pensiero? La miseria dello spirito umano è così grande, che dovresti
piuttosto maravigliarti di non vedermi cascato ancora più in basso!
Sappi però che, se non sono stato effettivamente assassino, la mia
volontà non c'entra per nulla.

Si fermò un istante, scosse la testa, strizzando un po' gli occhi, poi
riprese:

--Non riesco a spiegarmi neppur io come abbia cominciato a sospettare.
Avrei dovuto reagire sùbito contro le prime impressioni prodotte da
indizi riconosciuti fallaci. L'amor proprio, l'orgoglio lievemente
feriti mi spinsero invece a dubitare di quel riconoscimento, a
rimuginare quegli indizi, a ricercarne con intensa dolorosa voluttà
altri nuovi. Forse li creò la mia fantasia, o forse un crudele destino
mi ordì perfidi inganni con cento piccoli fatti facili ad apparire
molto diversi da quel che essi erano in realtà.... Mia moglie,
innocente, e senza nessun sospetto, non poteva evitare certe
circostanze che congiuravano fatalmente a dar corpo alle ombre e
mettermi l'inferno nel cuore. Avrei dovuto chiederle spiegazioni,
avvertirla, ammonirla; non volli, sperando di sorprenderla in qualche
atto da non permetterle sotterfugio alcuno per continuare ad
ingannarmi. E più le mie ricerche, i miei agguati non ottenevano
nessun convincente risultato, più io m'ostinavo a immaginare che la
sua diabolica malizia riuscisse a farmi sfuggir di mano l'atroce
vendetta il cui proponimento mi aveva già invasato l'animo. Non posso
diffondermi in minuti particolari; il ricordo mi è insopportabile ora
che sono convinto del mio inganno. Importa soltanto che tu sappia la
vendetta meditata giorno e notte contro il creduto suo complice.

In quanto a lei, inattesamente, mi ero sentito a poco a poco
sopraffare da compassionevole tenerezza; le perdonavo in grazia
dell'amore che aveva avuto per me quando ancora ignoravo di essere
amato da lei; le perdonavo per la sua bellezza, per la sua giovinezza,
per l'inesperienza della vita, che avea dovuto agevolarne la trista
caduta. Tutto il mio odio si concentrava su colui, sul creduto
seduttore che non poteva avere scusa di sorta alcuna, che doveva aver
operato il male sapendo di far male, e con lo squisito piacere di
farlo a danno del mio onore, della mia felicità, anzi principalmente
per questo. Volevo toglierlo dal mondo senza che si potesse mai
scoprire qual braccio lo avesse colpito. E la lunga ricerca del mezzo
arrivava talvolta fino a calmare i miei strazi. Avevo scelto l'arma:
il rasoio. Da un mese mi mostravo in fidente relazione con lui. È
inutile dirti il suo nome; è già molto l'averlo stimato capace di
un'infamia; non voglio offenderlo ancora col far sapere ad altri che
ho potuto crederlo tale. Il peggior tormento prodotto dalla gelosia è
quel non sentirsi mai sicuri, quel vivere di dubbi e di sospetti che
si vorrebbero veder distrutti, e che si teme di veder distrutti perchè
un giorno essi potrebbero servire a farci raggiungere la paventata e
pur desiderata certezza. Per ciò io attendendo il terribile momento in
cui non avrei potuto dubitar più, maturavo il mio disegno, lo studiavo
nei minimi particolari dell'atto vibrante, e arrivavo al punto di
sentire nella concezione del delitto la stessa selvaggia voluttà che
mi avrebbe dato l'attuazione di esso quando l'istante della certezza
sarebbe scoccato. Per le vie, nel mio studio, a letto accanto a lei
fingendo di dormire profondamente, io assalivo l'odiato, gli
sprofondavo nel collo l'affilata lama del rasoio che doveva recidergli
la carotide con tale rapidità da non fargli quasi accorgere di morire;
e sentivo su la mano convulsa il caldo schizzo del sangue, e udivo il
rantolo della gola squarciata, e vedevo l'annaspare di quel corpo che
stramazzava con sordo rumore sul selciato. Ho assaporato, per due
lunghi mesi, dieci, venti volte al giorno, questa feroce gioia
assassina; ho assistito dieci, venti volte al giorno, al tetro
immaginario spettacolo di quella morte; e tale crescente evidenza esso
aveva raggiunto all'ultimo, che io mi riscotevo dall'impressione con
lo stesso brivido di orrore e di brutale sodisfazione che mi sarebbe
stato prodotto dalla realtà. Potrei dire di avere commesso non uno ma
cento assassinî, giacchè ognuna di quelle ossessionanti
rappresentazioni era una variante sempre più perfezionata, sempre più
efficace della precedente; e così, alla fine, fui talmente pago di
quelle fantasticate sensazioni, da sentir venir meno il bisogno di
attuare la mia vendetta; lo sforzo del pensiero avea esaurito ogni mia
fisica energia. Mi ero così internamente compiaciuto di ammazzare
pensando, da non provar più nessun bisogno di altra sodisfazione
materiale.... La realtà avrebbe, forse, potuto darmi sodisfazione più
sincera e più acuta? Per questo, per questo soltanto, io non sono
stato omicida nel volgare senso di questa parola! Appunto allora il
caso mi faceva scoprire qual viluppo di incredibili circostanze era
concorso a illudermi, a trarmi in inganno. Oh!... È orribile! A che
cosa mi era servito dunque l'aver tanto studiato, osservato, meditato?
Ho chiesto perdono a mia moglie inginocchiato davanti la sponda del
suo letto di morte. La intelligenza offuscata dal male le ha impedito
di comprendere. Nei vaneggiamenti del delirio, ella ripeteva
continuamente:--Tullio, che cosa hai contro di me?... Che ti ho fatto?
Perchè non mi ami più?--Ed è morta con questo affettuoso rimpianto su
le labbra.

--Ebbene?--dissi io, vedendolo caduto in grave abbattimento.--Tutto
ciò è naturale, è umano.

--Non può essere umano il delitto se rimane impunito!--egli esclamò,
rilevando alteramente la testa.--Chi desidera la donna altrui,
commette adulterio. Chi pensa di ammazzare, commette omicidio. Ed io
mi sento omicida.

--Tullio! Tullio!--lo rimproverai.

--Non ho smarrito il senno!--egli riprese.--Per la pace del mio
spirito, per la giustizia ideale ho voluto far questo: giudicarmi e
condannarmi con la stessa imparzialità e serenità con che avrei
giudicato qualunque persona accusata del mio stesso delitto. Domani
l'altro partirò pel luogo da me scelto ad espiarvi la pena. La mia
prigionia non differirà in niente da quella legale. Sarà dura,
inesorabile, ed io diverrò tra pochi giorni il carceriere di me
stesso....

--Era pazzo il tuo Tullio Dani!--ripetè Lastrucci stato fin allora ad
ascoltare intentissimo.--Ed ha finito di espiare?

--Non ancora!--rispose Morani.



SUGGESTIONE

    A L. ANTONIO VILLARI.


Alla risposta di Efisio Chiardi, Bedini fece una mossa d'incredulità.

--E non solamente--soggiunse Chiardi--non sono innamorato di quella
signorina, ma non la posso soffrire! Mi è antipatica.... Non la posso
soffrire!

--Ora eccedi!--disse quegli.--Capisco, fino a un certo punto, la tua
riserbatezza. Ma da questo al volermi dare a intendere che ti è
antipatica, che non la puoi soffrire... scusa....

--Riserbatezza?... Con te, caro Bedini? Eh, via!

--E se ti rivelassi da quale fonte ho potuto attingere la notizia?

--Ti convincerei con due parole che è fonte inquinata.

--Ebbene... L'ho saputo dalla mamma!

--Tua?

--No, di lei.

--Dalla signora Carlotta?... Casco dalle nuvole!

Infatti, due giorni avanti, incontrata in piazza di Spagna la signora
Carlotta Nerucci con un gran mazzo di crisantemi bianchi in mano,
Bedini l'aveva fermata per chiederle notizie della salute del marito
che, l'ultimo giovedì--i Nerucci ricevevano gli amici ogni giovedì
sera--non era comparso nella stanza da giuoco a farvi la immancabile
partita a scopa, suo gradito divertimento.

--Ancora indisposto?

--Alla caccia delle quaglie, a Fiumicino! Io non m'impensierisco mai
per lui, quando dice di non sentirsi bene. È di acciaio. Mi
impensierisce invece... Ah queste benedette figliuole!

--La signorina Amelia? Eppure sembra un fior di salute!

--Non faccia l'ignaro! Come sa fingere bene!

Se fingeva bene! Sfido! Non sapeva niente.

--Ma...! È possibile?

La signora Carlotta non rinveniva dalla sorpresa.

Bedini era proprio mortificato d'ignorare quel che, come diceva la
signora Carlotta, già sapevano tutti. E forse per farlo
caritatevolmente uscire da quell'incredibile stato di inferiorità in
cui si trovava di fronte a _tutti_, tràttolo per un braccio in
disparte, verso la salita di San Sebastiano, ella gli aveva raccontato
per filo e per segno la dolorosa istoria che faceva ora strabiliare
Efisio Chiardi udendola ripetere, quasi con le stesse parole, da lui.

--Insomma--conchiuse Bedini--è vero o non è vero che tu hai fatto
tacitamente la corte alla signorina Amelia?

--Io? Io, invece, sono scappato via da quella casa, e non vi sono più
ritornato, appunto quando sospettai che certe letture insieme,
impostemi dalla signorina e da me sopportate per eccesso di cortesia,
potevano far supporre...

--Ah, le letture insieme!... _Noi leggevamo un giorno!_... Dovevi
immaginare dove saresti andato a finire.

--Si trattava, per me, di un po' di esercizio di inglese... e di
nient'altro.

--È vero o non è vero, inoltre, che la signora Carlotta, da mamma
seria e oculata, una sera si fece trovar lei in salotto, invece della
figliuola, e ti disse che quelle letture potevano essere male
interpretate dalle persone leggere, e che, se tu avevi buone e oneste
intenzioni...?

--Non la lasciai finire; risposi:--Signora mia, non ho intenzioni di
nessuna sorta, nè buone nè cattive; e quand'anche le avessi e
onestissime, le mie condizioni finanziarie mi impedirebbero di
manifestarle; so il mio dovere di galantuomo.--Che cosa dovevo dirle?
Sua figlia è brutta, antipatica, ed io non frequento i suoi giovedì
per lei, ma per un'altra persona?

--Chi sa che aria contrita hai preso parlando! La signora Carlotta ti
ha visto frenare a stento le lagrime....

--Le risa, avrebbe dovuto dire.

--Era profondamente commossa anche lei; e per ciò disse alla
figlia:--Poverino! Bisogna rassegnarsi ad attendere; è andato via più
morto che vivo!--

--Zufolando per le scale! Sono matte, madre e figlia!

--E la signorina Amelia ora si tormenta per lei e per te, più per te
che per lei; ha fin paura che un giorno o l'altro tu non disperi e non
t'induca a commettere qualche pazzia!... Si consuma a vista d'occhio,
gratissima del tuo riserbo, della tua eroica sincerità. Sarà tua, o di
nessun altro! E la mamma, per non contrariarla e non far peggio,
l'approva, la seconda:--Sì, sua, o di nessun altro!--

--Sono matte, madre e figlia!

--Senti: qualche rimorso devi averlo. Probabilmente non ti figuravi
che un po' di corte poteva produrre così gravi conseguenze.

--Niente! Niente! Te lo giuro. E da quella sera in poi non mi sono più
fatto vivo. Se le incontro per via, scantono; evito di andare nelle
riunioni dove sospetto che potrei imbattermi in loro....

--Troppe cautele! Hanno ragione di figurarsi che non sai come
consolarti.

--Ma se non c'è verso di disingannarle!

--Dunque già sapevi....

--Sì, qualche cosa sapevo; non potevo però immaginare che la loro
stoltezza fosse arrivata fino al punto che tu mi dici.

--Va' là! Mi sembri già invanito di aver prodotto così grave guasto
nel cuore di una ragazza.

--Fosse bella almeno!

--È giovane.

--Leziosa, pretenziosa, ridicolmente sentimentale!

--Eppure io credo che non sarebbe una cattiva moglie, non ostante la
bruttezza, che non è poi tanta. A prima vista, sì, non dico di no....

--Spòsala!

--O tua o di nessun altro!--esclamò comicamente Bedini.--Quando certe
ragazze si mettono in testa un'idea... sono tremende! Quella, vedi, è
capace di consumarcisi!

--La compiango.

Aveva notato che da quel giorno in poi, ogni volta che si trovavano
insieme, Efisio Chiardi, con questo o con quel pretesto, faceva cadere
il discorso intorno alla fissazione, come la chiamava, della signorina
Nerucci.

--Sembra che la gente si sia messa d'accordo per rendermela più
uggiosa!--esclamava.--Tutti mi parlano di lei, della sua gran
passione; e parecchi mi hanno già fatto capire che mi reputano, se non
disonesto a dirittura, certamente poco delicato.... Mi ci arrabbio!

--Lasciali ciarlare. La tua coscienza è tranquilla?

--Tranquillissima.

--Io però posso dirti che madre e figlia hanno non solamente
grandissima stima di te, ma che si affliggono profondamente della tua
sorte. Sono convinte che tu soffri, che non hai pace, che non dormi
più, che non ridi più, col pensiero fisso...!

--È un'aberrazione, a dirittura!

                        *
                       * *

Un mese dopo, Efisio Chiardi, passeggiando con lui pel gran viale del
Pincio, che in quell'ora era quasi deserto, gli diceva:

--La signorina Amelia mi fa pietà. Si è potuta illudere; è scusabile.
Forse nessuno si era mostrato con lei così compiacente come me.
Imperdonabile però è la sua mamma. Avrebbe dovuto capire lei, donna di
età e di esperienza, il vero significato delle mie parole e della mia
condotta. Invece, che cosa ha fatto? Ha alimentato, ha rafforzato
l'illusione della figlia, forse per la stupida vanità di far credere che
ha potuto ispirare una gran passione e sentirne il contraccolpo.... Come
spiegare altrimenti la manìa di raccontare alla gente che sua figlia è
infelice e che c'è un'altra persona--io--infelice altrettanto? Il bello
è che più io protesto di non sentirmi punto infelice, e più esse si
incaponiscono a credere che parli così per nascondere alla signorina il
grave stato del mio cuore, perchè mi dimentichi almeno lei, non potendo
dimenticarla io!--

E qualche settimana appresso, riprendendo lo stesso argomento a
proposito delle nozze di un comune amico che aveva avuto il coraggio
di sposare una ragazza un po' gobba,--o un po' sciancata, non ricordo
bene--ma molto ricca, Efisio Chiardi declamava:

--Ecco, io capisco che uno sposi anche una brutta o una non
bella--spesso la bruttezza e la bellezza della donna sono modi
di vedere di chi guarda--purchè lo faccia per amore, per
passione; lo capisco. L'amore è una grande scusa, specialmente
se reciproco--giacchè non di rado qualcuno sposa unicamente per
cavarsi una donna dal cuore; pare assurdo, ed è vero.--Ma
sposare, come ha fatto Sarti, una specie di mostro perchè
fornita di ricca dote, è cosa indegna di uomo onesto. Sarà un
affare come un altro, una speculazione ben riuscita; ma è pure
un vendere il proprio nome, un alienare la propria libertà... Io
stesso, vedi, mi reputerei inescusabile se arrivassi a fare
questo ragionamento nel caso mio:--Sei amato; spòsala dunque,
quantunque tu non l'ami. Può anche darsi che in te l'amore nasca
dopo.--

--E non ragioneresti male--lo interruppe Bedini.

--Malissimo. Mi piegherei a subire una soperchieria.

--Quale?

--La passione altrui. Oh bella! Ti confesso che più ci ripenso su e
più mi indigno.

--Perchè ci ripensi?

--Perchè pare che tutti vi siate messi d'intesa per non farmi pensare
ad altro. Non posso avvicinare un amico, un conoscente anche di quelli
che non frequentano i giovedì di casa Nerucci, senza sentirmi
dire:--Dunque?... Questi confetti quando?... Si decida una buona
volta!--Vogliono prendermi pel collo, violentarmi; e mi rendono
maggiormente odiosa quella povera ragazza, che infine poi--come
figura--non è forse un ideale, ma è buona, virtuosa, rara donna di
casa, e probabilmente sarebbe, sono di accordo con te, ottima
moglie...

--Certamente--soggiunse Bedini.

--Ma che vuoi?--riprese Chiardi.--Con questo modo d'imporsi! Con
questo voler far credere che io sia innamorato pazzo e pazzamente
riamato! Devi convenirne, è troppo. Se mi lasciassi lusingare, se in
un momento di debolezza... Oh! Dopo, arriverei a sentire orrore di me
stesso. Ho un solo orgoglio, quello della mia libertà. Io torcerei il
collo a quella mamma. La ragazza--sono giusto--la metto fuori di
quistione. È illusa, ma sincera. Ieri, appunto, pensavo di scriverle
una lunga lettera per disingannarla, per far cessare quel suo stato di
tormentoso eccitamento... Mi fa pietà, te l'ho detto più volte. Mi
dispiace di essere involontaria cagione... Involontariissima, te lo
giuro... con te non farei misteri. Se avessi una minima ombra di
colpa, se per leggerezza, o anche per inavvertenza, sentissi di aver
contribuito a farle sospettare... Niente! Te lo giuro. Per questo
m'ispira pietà. Debbo confessartelo? Quasi quasi, ora, guardata da
lontano con gli occhi dell'immaginazione, non la giudico più tanto
brutta quanto mi è parsa sempre. Ha un bel personale. Non è poco... E
una certa grazia di modi... E quella stessa sua sentimentalità,
riflettendoci bene, non è infine grave difetto... Ieri, dunque,
pensavo di scriverle una lunga lettera; l'avevo anzi scritta a metà;
ma poi mi son detto:--Che concludi? Non ti crederà. Potrà supporre che
sia una cosa combinata coi parenti, o pure un altro tuo atto
eroico...--A quel che pare mi stima capace di ogni eroismo...--Ed ho
stracciato il foglio... Oh! Sono seccato, seccato, seccato!

--Me ne accorgo; per questo non te ne ho riparlato più. Sei tu ora...

--Mi sfogo con te che mi conosci meglio degli altri, che comprendi, e
non sei sciocco da ripetermi come gli altri:--Questi confetti,
quando?--

Bedini intanto osservava quanto mutato era il linguaggio di Efisio
Chiardi dalla prima volta che gli aveva accennato della signorina
Nerucci:--Mi è antipatica; non la posso soffrire. È brutta, leziosa,
pretensiosa, ridicolmente sentimentale!--Ora, invece, per poco non la
diceva bella... Le riconosceva certa grazia di modi, e più non ne
trovava biasimevole la sentimentalità... Che cosa voleva dire questo
cangiamento? Non riusciva a spiegarselo.

In fatto di amori specialmente, Efisio Chiardi amava il mistero.
Soltanto per caso Bedini aveva scoperto qualche relazione femminile
del suo amico; e tanta circospezione gli piaceva, quantunque egli
fosse molto curioso--non lo nascondeva--dei fatti altrui. Lo
interessavano, lo divertivano, forse perchè era uno sfaccendato e non
sapeva come impiegar meglio il suo tempo. Direte che aveva istinti
polizieschi... Ebbene, sì! Non arrossiva di confessare che qualche
volta aveva seguito, per settimane, per mesi, le peste d'un intrigo
amoroso e di persone che conosceva appena di vista, unicamente perchè
un gesto, un'occhiata gli avevano fatto scorgere che sotto l'apparente
indifferenza esse tramavano chi sa che cosa meritevole di essere
scoperta. Nè si era mai acchetato fino a che non l'avea scoperta.

Quell'inatteso cangiamento di linguaggio gli aveva fatto rizzare le
orecchie, e lo aveva messo in attenzione. Che l'amico Efisio volesse
farsi giuoco di lui? Che le signore Nerucci, madre e figlia, avessero
ragione? Gli sembrava che Chiardi, suo malgrado, si fosse tradito. La
contraddizione tra le parole del primo giorno e queste ultime era
evidentissima. Al solito, voleva fare il misterioso. Anche con lui? A
che scopo? E il suo istinto poliziesco vedeva balzarsi davanti,
nell'ombra, una bella impresa da tentare: afferrare il filo messogli
in mano da Chiardi con quell'involontaria contradizione, e penetrare,
guidato da esso, nel laberinto dei fatti e più nel cuore di lui e poi,
all'ultimo dirgli sorridendo:--Perchè non sei stato sincero? Non sei
riuscito a sviarmi. So quanto te, e forse meglio di te stesso, come
stanno le cose!--Sarebbe stata una gran soddisfazione, una bella
rivincita!

                        *
                       * *

Ma appunto in quel tempo Bedini aveva dovuto assentarsi da Roma, e la
sua curiosità era stata acuita durante i tre mesi di lontananza, dalle
lettere che Efisio Chiardi gli scriveva ogni settimana regolarmente;
lettere di due pagine dapprima, poi di quattro, poi di otto, e che
avrebbero raggiunto la grossezza d'un opuscolo e di un volume, se la
missione di Bedini presso la Biblioteca Nazionale di Firenze non fosse
finalmente terminata.

Con la scusa di tenerlo informato dei pettegolezzi romani, del circolo
dei loro amici specialmente, Efisio Chiardi gli parlava soltanto della
signorina Nerucci che gli ispirava crescente e sempre più profonda
pietà.

«Ma sai che è un bel caso questo! Non vorrei affatto occuparmi di lei
e intanto sono costretto a non occuparmi quasi di altro. Quella strega
della sua mamma sembra vada attorno unicamente per far sapere a tutti
la mia disgrazia; parla più di me che di sua figlia. Sono oggetto
della sua commiserazione; mi copre di ridicolo. Ora non posso più
stare un minuto soprappensiero senza che qualcuno non mi dica
compassionevolmente:--Eh, via! Lascia andare. Non c'è lei sola al
mondo!--Protesto, mi stizzisco, e faccio peggio. Nessuno vuol
credermi; debbo passare per forza da innamorato infelice!»

E alcuni giorni dopo:

«Sono furibondo. Ho incontrato Babolani, il gran chiacchierone; lo
rammenti? Quel coso lungo, magro e col naso storto, che tempo addietro
avea tentato di tirarsi su _reporter_ di giornali, ed ora fa l'agente
di annunzi per non so quale ditta? Non lo vedevo da un secolo. Mi ha
rotto le scatole due eterne ore! Capisci? Ora viene in iscena anche il
padre! Babolani dice che il signor Nerucci gli ha parlato di
me.--Elogi, al solito, della mia delicatezza di sentire. Le mie
condizioni? Oh, io esagero! Dovrei avere maggior fiducia in me stesso.
E poi la sua famiglia potrebbe facilmente aiutarmi a trovare un
impiego, caso mai! Con tante conoscenze! Sarei adorato in quella casa.
I genitori, pur di vedere felice la loro figliuola, farebbero
qualunque sacrificio... E non occorre. Perchè mi ostino? Non mi
accorgo dunque come mi sono ridotto? Mi consumo e faccio consumare
quella povera creatura!--Anche questo! Mi consumo! E non sono stato
mai così bene in salute, così allegro, così spensierato! C'è da
ammattire... L'ho mandato al diavolo!»

E all'ultimo:

«Ci siamo trovati faccia a faccia! È stato impossibile evitarla.

«Era sola... Appena si accorse di me... Ho avuto, ti giuro, una di
quelle paure!... Se si avvicinava? Se mi domandava...? Non so che cosa
temessi che ella potesse mai domandarmi, a bruciapelo, in quel
momento. So però che non sapevo che cosa avrei potuto risponderle...
Mi è parsa un'altra!... In meglio... Già dovrei dirti che di lei ho
visto soltanto gli occhi... che sono stati sempre belli, cioè grandi,
espressivi. Allora, mi sembrava che di questa loro efficace
espressività ella abusasse un pochino per posa sentimentale; lo dicevi
anche tu; ma forse ci siamo ingannati. Ora, te lo confido con la più
segreta intimità epistolare, erano proprio bellissimi, così pietosi,
così imploranti!... E così rassegnati! Mi ha dato un solo sguardo ed è
passata oltre, dignitosamente. Devo esserle parso uno stralunato...
Infatti...! Fortuna che nessuno ci abbia visti! Altrimenti chi sa
quanti e quali paralipomeni alla leggenda del nostro sventuratissimo
amore!

«Ho capito in questa occasione che l'amore può fin operare il miracolo
della trasformazione fisica della persona che ama. Figurati se io
posso essere disposto a giudicare benevolmente Amelia, io che ho avuto
per cagion sua tanti dispiaceri, tante noie, tante seccature!... Credo
di essere diventato un po' verde dalla grande bile smossami da lei e
dalla sua sciocchissima mamma. Se dunque io, così prevenuto contro di
lei, ho dovuto riconoscere la straordinaria trasformazione avvenuta
nella sua persona, vuol dire che questa è proprio grande, ed
evidentissima. Me ne rallegro con Amelia; tanto è vero che tutti i
guai non vengono per nuocere! E così quando la nostra commediola
finirà--presto, amo di lusingarmi; ogni bel gioco dovrebbe durar poco,
e questo dura da un buon pezzetto!--Amelia dovrà restarmi grata di tal
beneficio, quantunque involontariamente arrecàtole; cosa assai rara,
perchè ordinariamente gli amori morti lasciano dietro un'eredità di
odi, di sdegni...»

--Filosofeggi troppo, caro mio!--esclamò Bedini, ripiegando la
lettera.--E poi, come mai la signorina Nerucci, l'antipatica,
l'insoffribile signorina Nerucci è diventata ora Amelia, e non
soltanto buona ma quasi bella, per te?

                        *
                       * *

E non vedeva l'ora di tornare a Roma per poter dire sul viso all'amico
Efisio:--Eh via! Finitela! Sposatevi, se ne avete voglia; o fate
all'amore tranquillamente, come gli altri fedeli cristiani, senza
smorfie, senza posa per farvi compassionare!

Trovò Efisio Chiardi alla stazione. Pareva un uomo che stèsse su le
spine. Impaziente di ogni minimo indugio, vedendo che non si
avvicinava nessun facchino, aveva preso lui una delle valigie del
Bedini e si avviava verso l'uscita, quando questi gli disse:

--Ma io ho bisogno di fermarmi al ristorante; ho proprio fame.

Chiardi non potè frenare una mossa di disappunto.

--Ti dispiace?--fece il Bedini.--Se hai fretta...

--Sì, ho fretta di parlarti, di consultarti...

--Parlerai mentre io mangerò, se non vuoi prendere qualche cosa anche
tu.

--Grazie!

--Che ti accade?... Laggiù, a quel tavolino in disparte...
Dunque...--soggiunse Bedini appena data l'ordinazione al cameriere.

--Credi tu alla suggestione?--cominciò Chiardi.--Eccone qui una
vittima! Mi guardi negli occhi? Ridi? Non c'è niente da ridere. A
furia di sentirmi ripetere da tutti che sono un innamorato infelice, a
furia di esser costretto, dalla mattina alla sera e dalla sera alla
mattina, a dover pensare incessantemente alla mia fantastica
disgrazia...

--Bene, bene! Ho capito!

--Darei la testa ai muri! Vuol dire che era destinato così.

--Rispàrmiati la testa! Non occorrevano tante precauzioni oratorie per
farmi sapere che finalmente...

--Precauzioni oratorie?

--Come vorresti chiamarle? Hai voluto fare, al tuo solito, il
misterioso, ma non ci sei riuscito. Ti confesso, giacchè siamo a
questo, che non ho mai creduto alle tue negazioni, e veggo con piacere
che non mi sono ingannato. L'hai trovata bene: Suggestione! Serbala
per gli altri. Io intanto ora posso domandarti:--E questi confetti,
quando?--È inutile stralunare gli occhi, fingere di arrabbiarti...

--Mi arrabbio seriamente! Suggestione, sì, caro Bedini. E se volessi
darti a intendere che ne sia dispiacente, mentirei. Dicevo:--darei la
testa ai muri--pensando alla figura che farò presso molte persone...
Ma, infine, che dovrà importarmene, è vero? Rendo felice una creatura
che merita di esser tale; e rendo felice anche me, perchè non capita
tutti i giorni essere amato fino al punto che sono amato io. Come sia
accaduto, non saprei spiegartelo io stesso. Picchia oggi, picchia
domani... E un bel mattino mi sono svegliato, proprio così! innamorato
cotto, con mia grandissima maraviglia... Era destino! Se fosse
diversamente, non avrei ora bisogno di te, della tua opera di amico...
Ti attendevo con impazienza; voglio uscir sùbito da questa situazione
imbarazzante. Bisogna che qualcuno vada a spiegare... vada a
scusarmi... Non è facile. Conto su la tua abilità diplomatica... Io
sono stato d'una crudezza sconveniente nel negare a tutti... Era la
verità. Oggi non più... Se non è suggestione questa...! Non ridere, te
ne prego.

--Meglio, meglio così!--esclamò all'ultimo Bedini, convinto che il suo
amico non gli avrebbe fatto fare una parte ridicola quantunque si
trattasse di commedia.

E il giorno dopo, verso le cinque, si presentava alla signora Nerucci
lieto e sorridente, sicuro di apportarle una bella e inattesa notizia.
Aveva creduto opportuno, per finezza diplomatica, pigliarla molto
larga, ed era rimasto interdetto vedendo scattar infuriata la signora
Carlotta appena egli aveva pronunciato il nome di Efisio Chiardi.

--Quel che ha fatto costui è un'infamità senza nome!

--Rifletta, signora mia!

--Ammogliato, con figli! Che cosa si era immaginato dunque?...

--Signora! Ammogliato, chi?

--Lui! Lui!... L'abbiamo scoperto per caso.

--Non può essere!

--Con un tegame, di cui ora si vergogna... Al suo paese, ad Oneglia!

Il povero Bedini non sapeva che cosa rispondere. Il contegno
misterioso del Chiardi lo rendeva perplesso. Gli sembrava però
impossibile che il suo amico avesse potuto spingere la sfacciataggine
fino al punto di mettere in mezzo anche lui e in una faccenda così
delicata... Ma la signora Carlotta gli chiudeva la bocca ripetendogli.

--Infamità senza nome! Per fortuna, mia figlia è già rinsavita, e
sposerà, tra un mese, un gentiluomo degno di lei!

Bedini uscì di casa Nerucci rallegrandosi che la diplomazia lo avesse
salvato dall'apparire complice di un brutto inganno, furioso contro
Chiardi... ammogliato con un tegame di cui si vergognava, come gli
aveva affermato la signora Carlotta.

Efisio Chiardi lo attendeva al Caffè del Parlamento, con una tazza di
caffè che gli si era freddato davanti e in mano un giornale inglese
illustrato di cui sfogliava distrattamente le pagine, senza neppure
guardarle.

--Hai fatto presto!--gli disse.

--Senti!... Se è vero...--balbettò Bedini.

--Che cosa?

--Se è vero che tu hai moglie e figli...

--Io?

--Al tuo paese.

--Io?...

--Intanto sappi che la signorina, tra un mese, sposa!...

--Oh, Dio!... Ma è un'infamità!

--Così dice pure la signora Carlotta!

--Chi ha potuto inventare?...

--Certe cose non s'inventano!

--Ma che moglie! Che figli! Sono scapolo, scapolissimo!... Te lo
giuro!

--Tanto, è inutile che tu ti affanni a protestare... Sarà, che posso
dirti? un pretesto per giustificare il voltafaccia suo e della sua
figlia... Non è pensata male!.... Oh le donne!

--Ma come? Deve finire così? Ora che io...

--Ti consolerai, va' là, anche tu! Ci si consola di tutto a questo
mondo!

--No, devo scolparmi; non voglio che mi si creda capace di così
vigliacca azione! E non voglio, no! no! lasciarmi rubare la
felicità... Io l'amo... capisci... io l'amo ora!

--Amerai un'altra. Chiodo scaccia chiodo! In quanto a scoprire donde
sia venuta fuori questa fandonia...

--Calunnia!--urlò il Chiardi, dimenticando di essere in un caffè.

--Zitto! Non far voltare la gente... Lascia fare a me.

--Chi è costui?... Tu lo sai: il nome! Ce la sbrigheremo tra noi due!

--Il mio stupore era tale in quel momento, che ho dimenticato di
domandare alla signora Carlotta chi sposava sua figlia.

--Lo saprò; non sarà un mistero!

--Vuoi aggiungere ridicolo a ridicolo? Lasciami fare. E se scopro
qualcosa di losco, giacchè devi anche ammettere che tutto questo può
essere avvenuto semplicemente, naturalmente....

--Appiopparmi moglie e figli che non ho?... Semplicemente?
Naturalmente?... Bedini! Tu hai voluto mettermi alla prova! Indovino?
Di'? Hai voluto convincerti se amo davvero Amelia....

--Non fantasticare; niente affatto. Hai moglie--e brutta da
vergognartene--e figli... secondo la signora Carlotta... E vi è chi ti
libera dal commettere un delitto di bigamia... secondo la signora
Carlotta. Non ho inventato niente; non ho voluto metterti alla
prova... E sii omo! Chi sa se tu non debba un giorno ringraziare colui
che forse ti impedisce di fare una grande sciocchezza. Suggestione,
hai detto. Dunque la tua volontà non c'entra punto; il tuo cuore,
nemmeno. La tua vanità, scusa, probabilmente per molta parte; il
calcolo, inconsapevolmente, un pochino... E se poi la suggestione
finisse? E tu ti ritrovassi allo stato di prima?

--Ero un imbecille allora, un cieco... Non può finire così! Non deve
finire così! Vedrai! Vedrai!

--Lasciami fare, ti ripeto. Dammi due, tre giorni di tempo. Tu lo sai;
quando mi metto in testa di scoprire una cosa!...

Ai curiosi succede come ai grandi scienziati o ai grandi inventori: il
caso li aiuta in modo sorprendente.

Era stato Babolani, il gran chiacchierone Babolani. Due giorni dopo se
ne vantava con Bedini incontrato per caso.

--Che vuoi, caro mio! Quella ragazza mi faceva pena. Allora pensai:
Non c'è altro modo di guarirla.--E dissi al padre... Non ho detto una
bugia sai?... Efisio Chiardi ha moglie e figli... ma non è lui, il
nostro Efisio. Di Oneglia però; credo che in quel paese si chiamino
tutti Efisio e tutti Chiardi. Non lo credi?... Ed è andata bene,
magnificamente! L'amico Chiardi dovrà accendermi un bel cero di
ringraziamento... È andata anche, se vogliamo, troppo bene. La
signorina, lo sai? prende marito... Si è consolata presto; se pure non
lo prende per dispetto, per vendetta; le donne sono capaci di tutto!
Guarda com'è il mondo! Ho confidato a cinque o sei persone: «Dicono
che Efisio Chiardi ha moglie al suo paese; così brutta, ch'egli se ne
vergogna, e figli... Che ne sapete?» E tutte e sei, via, dai Nerucci a
farsi un merito della scoperta. Guarda com'è il mondo!... Se non fosse
stato a fin di bene... Perchè ridi?... Che pensi?

--Rido--rispose Bedini--perchè mi accorgo che in questo mondo si fanno
più commedie che non se ne scrivano.

--E più divertenti dovresti aggiungere--disse Babolani.

--Secondo.

Per Chiardi non fu davvero molto divertente questa qui. Ma egli ora fa
il bravo; e quando incontra a braccetto del marito colei che avea
giurato di essere sua o di nessun'altro, si consola come da scampato
pericolo, esclamando:

--Oh! Era troppo brutta! E diventerà peggio!... Se la goda!



IN BARCA

    A JOLANDA.


Quantunque a Catania da otto giorni, mia moglie era tuttavia sotto il
gran fascino dello spettacolo del mare, nuovo per lei. A ogni po',
mentre la conducevo attorno per farle osservare chiese, monumenti,
negozi, ella mi si attaccava al braccio e, con accento da bambina che
vuol essere accontentata, mi sussurrava all'orecchio:

--Andiamo alla Marina?

--Ci siamo stati un'ora fa!

--Che importa? Oh, il mare! Mi sembra di non aver potuto ancora
ammirarlo a bastanza. Andiamo?

La sentivo trasalire, sotto braccio, dal godimento anticipato che la
prossima vista del mare le avrebbe prodotto. E appena ne scorgeva un
lembo a traverso gli archi del viadotto e i rami degli alberi di Villa
Pacini, prorompeva in esclamazioni che mi facevano sorridere e già mi
sembravano esagerazioni femminili. Per contradirla, allora le dicevo:

--Ecco! È sempre lo stesso: acqua, acqua, acqua!

--Non è vero. Muta di aspetto da un'ora all'altra. Un'ora fa era
azzurro; ora, guarda, è cenericcio.

--Effetto della luce.

--Bravo! Grazie della spiegazione!... Ma di qui non si vede bene;
andiamo laggiù, su la panchina del Molo.

--Perchè non usciamo in barca fuori del porto?

--Ho paura.

--Di che cosa?

--Dell'acqua. Se sopravvenisse una tempesta....

--Le tempeste non scoppiano all'improvviso.

--Se la barca si capovolgesse....

--In che modo? Le barche paion cullate dalle onde allorchè il mare è
tranquillo come in questo momento.

--Ho paura.

--Bada! Quando saremo andati via, rimpiangerai di non aver gustato il
gran piacere di una gita in barca.

--Lo credo!--E soggiungeva:--Se si andasse con uno di quei grossi
bastimenti, con un piroscafo, mi sentirei sicura; ma con queste barche
che si direbbero tanti gusci di noce! Quante, in fila, là! Non
sembrano grossi pesci a fior d'acqua? Si agitano, saltellano come cosa
viva.... Oh, su un bastimento, su un piroscafo, sì!

--Hai torto. Nelle tempeste, le barche valgono assai meglio di quei
grandi legni. Quando questi stanno per affondare, passeggeri ed
equipaggio si salvano, lo sai bene, su le fragili imbarcazioni. Via!
Dovresti vincere così sciocca paura.

--Un'altra volta. Ora sta' zitto; lasciami ammirare.

Di cima al muraglione della panchina del Molo, spalancava i begli
occhi neri su la immensa distesa del Jonio scintillante di sole, e non
aveva parole, non gesti per esprimere le diverse sensazioni che la
invadevano in quel punto. Ed io, osservandola, le invidiavo la gioia
della novità di quelle sensazioni che stentavo quasi a comprendere,
abituato ormai, sin da quando ero studente, alla vista del mare,
quantunque nato, come mia moglie, in cima alle rupi di Troina
nell'interno della Sicilia.

                        *
                       * *

La più profonda impressione del nostro viaggio di nozze era stata per
Paolina quello spettacolo; non finiva di riparlarne.

--Che cosa ti eri immaginato?--le domandavo, canzonandola un po'.

--Qualcosa di grande, d'immenso... e non sono arrivata alla realtà.
Ora più lo guardo, più lo contemplo, e più vi scorgo particolari che
da prima mi erano sfuggiti. Tu dici:--Il mare è azzurro come il cielo
che vi si riflette.--Non è vero. Il mare è di cento colori, qua
azzurro, là turchino, più in là violetto, più in là verde chiaro,
verde cupo, giallastro, grigio, bianco.... di cento colori. Se non lo
avessi visto, non lo avrei creduto. Ed ora che ho preso un po' di
confidenza con lui...--soggiunse finalmente una mattina.

--Ah! Ti sei decisa!

--Sì, mi sono informata dalla cameriera dell'albergo: potremmo andare
in barca fino a Ògnina e tornare, in poche ore, dopo aver fatto
colazione colà.

--E se sopraggiungesse una tempesta?

--Non ridere di me!

--E se la barca si capovolgesse?

--Annegheremmo, abbracciati stretti... e addio!

--Sei diventata coraggiosa tutt'a un tratto?

--Avevo paura... per te. Giacchè ora dici che non c'è pericolo....

La guardai maravigliato e con un vivissimo impeto di gioia; di
sollievo, dovrei dire.

Io credo che il viaggio di nozze sia, spesso, la prima e la più
irrimediabile delusione della vita matrimoniale. Il passaggio
dall'ideale fantasticato alla realtà è così brusco e così inatteso,
che lascia un'orma profonda nell'animo, qualche cosa che forma poi
l'infelicità delle due fidenti creature unitesi, forse un po'
sbadatamente, per sempre.

Appunto in quegli otto giorni di vita di albergo, io avevo ricevuto
dal contegno di Paolina, se non una cattiva impressione, un senso
confuso di... di... non so come esprimermi. Insomma, mi era sembrato
ch'ella mancasse di tenerezza, di abbandono, e che il suo spirito
fosse più superficiale, più fanciullesco ch'ella non avesse mai
lasciato trasparire in un anno di fidanzamento e di quasi quotidiana
intimità. In certi momenti, sorprendevo in fondo al mio cuore un sordo
e allora inesplicabile rancore contro di lei; e me ne indignavo come
di un'ingiustizia verso la bella creatura di diciotto anni che io
pretendevo diversa da quella che il sesso e l'età dovevano farla.

Non ero io assai più fanciullo e più leggero di lei, sentendo una
specie di gelosia del mare che la invasava con la sua immensità? Non
ero ridicolo?--sì, ridicolo--specialmente in quegli ultimi giorni,
nell'accompagnarla alla marina con aria annoiata, musona e nel
compiacermi di punzecchiarla, di canzonarla, di non nasconderle che la
sua insaziabilità cominciava a sembrarmi indegna di lei?

--Avevo paura, per te!

Queste parole intanto erano state un'improvvisa rivelazione,
soprattutto per l'accento con cui ella le aveva dette e per
l'affettuosissimo sguardo con cui le aveva accompagnate.

Le presi il braccio, e poco dopo eravamo alla Marina in cerca di una
barca e di un barcaiuolo che ci portasse a Ògnina, come Paolina aveva
progettato.

                        *
                       * *

A farlo apposta, quella mattina non trovavamo barche nè barcaiuoli
disponibili, forse perchè giornata di domenica, forse perchè il bel
tempo aveva suggerito a parecchi altri la stessa idea, forse perchè la
più parte dei marinai erano usciti per la pesca.

--Pare impossibile! Proprio oggi!--esclamò Paolina.

All'ultimo un vecchietto, dopo di essersi consultato con due altri
vecchi che fumavano tranquillamente in un canto e non si erano neppur
degnati di rispondere alla nostra richiesta, venne ad offrirci l'opera
sua.

--Basterete a remare voi solo?--gli dissi.

--Montino!

E il gesto e la voce del vecchio rivelarono l'orgoglio offeso da quel
dubbio da me espresso.

Il mare non poteva essere più tranquillo. La barca scivolava su la
superficie con leggere scossettine. E la riva sfilava di fianco a noi
a poca distanza, elevandosi sempre più con nere rocce di lava che già
nascondevano la campagna. Grotte si aprivano qua e là; stormi di
palombi selvatici sbucavano da esse, di tratto in tratto, involandosi
verso terra, mentre gli alcioni ci accompagnavano sfiorando l'acqua
con ali spiegate che non producevano nessun lieve fruscìo.

Paolina era in èstasi, ed io dovevo impedirle di chinarsi ogni volta
ch'ella tentava di afferrare qualcuna delle meduse erranti a fior
d'acqua, opaline, iridate, simili a funghi cristallini portati via
dalla corrente.

Mi maravigliavo ch'ella non sentisse nessun sintomo di mal di mare.

--Sei contenta di questa gita?

--Che delizia!

--Ecco Ògnina,--disse il barcaiolo.

                        *
                       * *

Eravamo appena a metà della nostra colazione, quando il vecchio, che
era andato a trovare un suo conoscente, si presentava annunziandoci:

--Bisogna partire sùbito. Si è levato un po' di vento, il mare si
guasta.

Infatti pareva che avesse dei brividi; si increspava, si sollevava con
frequenti crestine spumanti.

--Facciamo presto--insisteva il vecchio.

--Ci sarà pericolo?--domandò Paolina.

--No, padrona mia; ma è meglio far presto. Col mare non si sa mai....

Partimmo un po' sballottati. Paolina mi guardava negli occhi quasi per
scrutarmi, e poi guardava il barcaiuolo, che faceva forza coi remi per
resistere agli urti crescenti delle ondate. Io cominciavo a
impensierirmi per lei. Questa volta certamente il mal di mare
l'avrebbe fatta soffrire.

La barca balzava, si avvallava, si rialzava. Sprazzi di spuma
arrivavano agli orli di essa.

Tutt'a un colpo il mare diventò più agitato. Il barcaiuolo stentava a
farci procedere; ansimava, sudava, guardava attorno, lontano, e
scoteva la testa. Certi scogli a fior d'acqua, che io avevo notati
nell'andare, non si scorgevano più, sommersi sotto le ondate che si
succedevano fitte, accavallandosi, spumeggiando.

--Ah, Madonna Santa!... Ah, sant'Agata benedetta!--brontolava il
barcaiuolo.

Non era incoraggiante; ma io mi sforzavo di sorridere a Paolina, e di
farle animo con gli sguardi.

--Sangue di...! Corpo di...!--bestemmiava sotto voce il barcaiolo,
come più il mare si faceva cattivo.

--Hai paura?--domandai a Paolina.

--No.

--Tienti forte al panchetto.

--Sta' tranquillo, non occorre.

--Sant'Agata benedetta!... Madonna delle Grazie!--tornava e brontolava
il vecchio, che sosteneva male le spinte delle onde e non riusciva più
a filar diritto.

--Badate!--urlai.

Al mio grido egli fece uno sforzo, accompagnato da due o tre energiche
bestemmie, e così lo scoglio in cui stavamo per investire fu,
fortunatamente, evitato. Io lo avevo scorto mentre le ondate,
rovesciandosi dall'altra parte, lo avevan lasciato per un istante
scoperto. Era uno di quelli a fior d'acqua, pericolosissimo.

--Che cosa è stato?--domandò Paolina.

--Niente. Appoggiate più a sinistra--soggiunsi, rivolto al barcaiuolo.

--Sarebbe peggio--rispose.--Aah! Aah! Aah!

E aiutava con la voce lo sforzo di tutta la persona.

Allora fui stupito di veder Paolina calma, sorridente, e di udirla,
prima, canticchiare a mezza voce, poi cantare a voce spiegata, quasi
gli sbalzi della barca fossero cosa aggradevole. Ora non ricordo più
che cosa ella cantasse, ma ho ancora nell'animo l'impressione di
quella voce limpida, ferma, che gettava in mezzo al rumore delle onde
agitate una dolce melodia del Bellini, o forse piuttosto del Verdi....
Io dovevo farmi violenza per non farle capire che cominciavo a temere
qualche pericolo con quel barcaiolo vecchio, mezzo sfinito, che
alternava con maggior frequenza invocazioni alla Madonna e a
sant'Agata e brutali bestemmie. Eravamo lontani mezzo chilometro dalla
punta del Molo; e Paolina, terminata una melodia, aveva impreso a
cantarne un'altra più allegra, più squillante, senza mostrar di
curarsi della crescente violenza del mare.

La punta del Molo era affollata di gente che pareva seguisse ansiosa
con gli occhi la nostra barca lottante contro le onde.

--Vira, vira più al largo!--udii gridare.--Forza! Coraggio!

E quando fummo vicini, un marinaio ci gittò una fune che il vecchio
afferrò. Saltato il primo su la banchina si buttava ginocchioni,
scoppiando in lagrime, e toccava con la fronte il terreno,
ringraziando la Madonna e sant'Agata dell'averlo salvato!

Paolina, appena posto piede a terra, impallidiva improvvisamente e mi
si sveniva tra le braccia.

                        *
                       * *

--Hai potuto far questo? Tu!

Mi pareva incredibile.

Ella aveva compreso assai meglio di me il pericolo in cui ci eravamo
trovati; e intanto, per non farmi perdere coraggio col mostrarsi
atterrita, si era messa a cantare, stando ferma al suo posto.

--Mi sentivo morire dallo spavento di annegare! Come abbia avuto
quella forza non lo so neppur io.... Ti volevo tanto bene in quel
punto!

--E dopo, ora?--dissi abbracciandola e coprendola di baci.

Fece soltanto un gesto, un rapido indimenticabile gesto.



FORZE OCCULTE

    A GUELFO CIVININI.


D'accordo, Aldo Sàmara e la sua fidanzata avevano rinunziato al loro
viaggio di nozze.

Èlvia era stata lietissima di veder accettata la sua proposta. Le
repugnava quell'andare a disperdere per gli alberghi, sotto gli
sguardi importuni dei camerieri e dei viaggiatori, le prime dolci
impressioni della loro vita di sposi.

Aldo Sàmara, che per una strana serie di circostanze non aveva fin
allora potuto effettuare il suo sogno di visitare Venezia, si era
proposto di associare il ricordo della fantastica città con quello del
giorno in cui avrebbe raggiunto il più elevato scopo della sua
esistenza; e per ciò aveva mostrato un po' di esitazione
nell'acconsentire a una proposta che gli sembrava raffermasse quella
specie di fatalità dalla quale gli era stata più volte impedita la sua
partenza per Venezia quasi sul punto di chiudere le valige o di
avviarsi per la stazione.

--Ti dispiace?--aveva detto Èlvia.

--Oh, no, se fa piacere a te!

--Venezia è sempre là, non ce la porta via nessuno--avea soggiunto
Èlvia sorridendo.--Potremo andarvi dopo.

--Non sarà la stessa cosa.

--Sarà forse meglio. Saremo meno assorti, meno distratti
nell'ammirarne le bellezze.

--Hai ragione.... Hai sempre ragione!... Però....

--Sentiamo!

--Può darsi che sia un pregiudizio alimentato dall'uso, o
un'impressione mia personale, ma la luna di miele passata in città non
mi sembra più luna di miele. Non potremo segregarci in casa, chiudere
l'uscio di essa ai parenti, agli amici, alle tue amiche soprattutti.
Quel primo mese del nostro matrimonio in che cosa differirà poi dagli
altri, quando la vertigine della vita sociale, degli affari
specialmente, riprenderà te e me, per quanto noi si abbia l'intenzione
di menare vita modesta, come la nostra condizione richiede?

--E perchè mai dovrebbe differire?--replicò Èlvia.

--Hai ragione.... Hai sempre ragione!... Però....

--Un altro però?

--Ricordi? Un giorno, in una delle nostre passeggiate in gran comitiva
per la campagna, lo scorso autunno, tu mi facesti osservare quella
villa mezza nascosta tra gli alberi, in cima a una collinetta, e mi
dicesti sottovoce:--Colà!--Il lampo degli occhi e il sorriso finirono
di esprimere l'intimo significato di quella parola. Vi ho ripensato
parecchie volte, e un giorno--mi pare di avertelo raccontato--ho
commesso la fanciullaggine di andare a visitare la villa turrita che,
vista dallo stradone sembrava un edifizio medioevale.

--Non me n'hai detto mai nulla.

--Probabilmente perchè mi pareva di aver commesso una fanciullaggine.
È una villetta dei primi anni di questo secolo. I mezzadri abitano al
pianterreno. I padroni non vanno mai a villeggiarvi e neppure a
visitarla di tanto in tanto.--Perchè?--domandai--Chi lo sa?--rispose
la mezzadra.--E sarebbero disposti ad affittarla?--Certamente. Abbiamo
le chiavi noi, per dar aria alle stanze. Vuol vederle?--Sono cinque al
primo piano e due al piano superiore, in quella che vorrebbe essere
una torretta merlata; stanze ariose, pulite, con discreta mobilia un
po' invecchiata, di trent'anni addietro o poco più. E un silenzio, una
pace! Vista maravigliosa dal lato di levante, con tutti i colli
laziali torno torno; da ponente, Roma con la cupola di San Pietro
troneggiante nell'azzurro.... In una settimana, quella villetta
potrebbe esser pronta a riceverci--concluse Aldo insinuante.

--Sì, sì--rispose Èlvia.--È una bella idea.

                        *
                       * *

Aldo Sàmara aveva voluto lasciare a quelle stanze la impronta
caratteristica del tempo in cui erano state mobiliate; ed eccettuata
la camera degli sposi, esse erano rimaste quali egli le aveva trovate
nella sua prima visita, senza spostar nulla, anche perchè i mezzadri
avevano raccomandato, in nome dei padroni, di conservare, per quanto
più era possibile, la disposizione degli oggetti che vi si trovavano.

Non erano punto preziosi i tavolini, i canterali, i divani, le
seggiole, le poltrone, le litografie e le incisioni in cornici di
ebano, i quattro o cinque quadri a olio, di soggetto sacro,
mediocrissime copie di originali del Guercino e di Carlo Dolce, i due
specchi ridotti quasi inservibili dall'umido che ne avea macchiato e
corroso l'argentatura.

Eppure Èlvia ed Aldo si erano adattati sùbito a quell'aria di
vecchiezza--di stanchezza, diceva Èlvia--quantunque si sentissero
stranamente trasportati in un ambiente affatto diverso da quello delle
loro case sorridenti di tutta la gaia freschezza dell'ammobiliamento
moderno.

Le prime due giornate eran passate come in sogno. I due giovani sposi
avevano avuto appena tempo di dare un'occhiata al paesaggio e di fare
qualche breve passeggiata all'aperto. Ma, il terzo giorno, nelle ore
pomeridiane, una pioggerella fina, insistente, li aveva confinati in
casa. Si erano un po' svagati leggendo alcuni capitoli di uno dei
tanti romanzi nuovi comprati per quell'occasione, e le ombre della
sera li avevano sorpresi dietro i vetri della finestra del salotto,
silenziosi, intenti a guardare la pioggia che veniva giù più fitta,
velando e quasi sfumando la campagna attorno e i colli laziali
lontani.

Aldo avea cinto col braccio la vita di Èlvia, ed ella si era
abbandonata carezzevolmente col capo su la spalla di lui. Tutt'a un
tratto, ella trasalì.

--Che cosa è stato?

--Niente.... Non so!

Intanto spalancava gli occhi spauriti, voltandosi a guardare nella
stanza già invasa dall'oscurità.

--Insomma?...--fece Aldo.

--Un brivido per tutta la persona, come se qualcuno mi avesse posato
una mano diaccia su la spalla.

--Chi sa che cosa fantasticavi!

--Non pensavo niente, guardavo fuori.

--Facciamo accendere i lumi.

Tutta la gran luce che due lumi diffusero poco dopo nel salotto non
valse però a rassicurarla pienamente. Avevano ripreso la continuazione
della lettura interrotta. Aldo leggeva ad alta voce, alzando, di
tratto in tratto, gli occhi in viso a Èlvia, che coi gomiti appoggiati
sul piano del tavolino e col mento sul dorso delle mani congiunte,
stava ad ascoltare. Evidentemente era un po' distratta. Due o tre
volte, Aldo aveva notato che ella, pur restando immobile, girava le
pupille attorno, con aria di diffidente paura; e credette opportuno di
sgridarla con dolce severità.

--Non sei una bambina!... Eh, via!... O ti senti male?

--Sarei proprio imbarazzata--rispose Èlvia--se dovessi spiegarti quel
che provo.... Ora voglio dirtelo--soggiunse:--Ho provato qualcosa di
simile sin dalla prima sera che arrivammo qui, nell'intervallo che tu,
sceso a parlare col mezzadro, dovesti lasciarmi sola per qualche
istante.

--Che cosa provasti?

--Un senso di freddo, come al contatto di persona disaggradevole...
invisibile.

--Oh!...

--Sarà una ridicolaggine... che vuoi che ti dica?... Anche
tu?...--esclamò Èlvia, vedendo diventare serio serio il marito e
prendere l'atteggiamento di chi sta in osservazione di qualcosa
d'insolito.

Aldo tardò a rispondere.

--Anche tu?--ella replicò afferrandolo, atterrita, per una mano.

--Volevo spiegarmi--disse Aldo con qualche imbarazzo--che cosa può mai
averti prodotto tale strana suggestione in questo salotto. La vecchia
consolle? Lo specchio? Quei quadri anneriti e dai quali non si è
potuto togliere la polvere resa aderente dal tempo e dall'umido? Il
soffitto troppo alto? La tappezzeria nova delle pareti? I nervi di una
giovine signora sono impressionabilissimi, la immaginazione troppo
facile ad essere eccitata....

Ma, così parlando, Aldo nascondeva a stento che aveva in quell'istante
anche lui un'indefinibile sensazione di malessere, precisamente come
pel contatto di persona disaggradevole, invisibile. Chiuse il libro,
si alzò da sedere, e sforzandosi di sorridere, disse a Èlvia:

--Non piove più!

E aperse la finestra. Il cielo era sereno. Le nuvole si addensavano
sui monti in fondo all'orizzonte, e la luna inondava con la sua luce
argentea la campagna, che esalava l'odore speciale dei terreni bagnati
da pioggia recente.

Richiusa l'imposta, egli prese Èlvia sottobraccio, e la condusse nella
sala da pranzo. La tavola era già apparecchiata per la cena.

--Com'è curiosa questa villa, di sera!--esclamò Nannina, la donna di
servizio, portando in tavola.

--Perchè dite così?--domandò Èlvia.

--Mah!...--fece Nannina.

--Anche lei?--pensò Aldo.

                        *
                       * *

Egli si era rammentato di un libro inglese letto anni addietro, col
quale si pretendeva di dare una prova scientifica dell'immortalità
dell'anima e dell'esistenza di Dio. L'autore, o gli autori--erano due,
se mal non ricordava--credevano di aver dimostrato che fin i più
impercettibili movimenti del nostro pensiero, non che gli atti e le
parole, vengono registrati e fissati nell'universa materia cosmica
come sur una lastra fotografica, anzi meglio che su una lastra
fotografica. E da questa nozione rimastagli chiara nella mente,
rannicchiato nel suo cantuccio di letto e fingendo di dormire, egli
era venuto fantasticando, durante la nottata, una probabile
spiegazione di quel fenomeno ormai innegabile perchè avvertito
contemporaneamente da tre persone. Le pareti di quella casa dovevano
essere certamente sàture di misteriosi fluidi, di pensieri e di atti
là registrati, e con tale forza da produrre terrificanti sensazioni
rivelatrici.

Gli erano rivenute alla memoria le notizie del mezzadro intorno
all'abbandono in cui i padroni lasciavano quella villa da anni ed
anni, senza mai venire a darvi una fuggevole occhiata. Ora gli
sembrava di non aver notato allora certe esitanze nelle risposte del
mezzadro e della sua moglie, e si proponeva di interrogarli quella
mattina, prima che Èlvia si alzasse da letto.

E durante la lunga nottata insonne non gli era anche parso di sentire
una specie di formicolìo dappertutto, nelle pareti, nella volta,
dietro gli usci, nelle stanze accanto; un formicolìo sordo sordo, che
l'orecchio non percepiva ma che intanto non gli sembrava meno reale,
quantunque percepito dai nervi di tutto il suo organismo quasi per
immediato contatto?

Egli s'interessava molto, da un anno in qua, di certi fenomeni di cui
soltanto da poco tempo alcuni scienziati osavano spregiudicatamente di
occuparsi, e cominciava a sospettare di trovarsi di fronte a qualcuno
di tali fenomeni; giacchè non poteva credere di essersi lasciato
vincere dalla nervosità di Èlvia e della donna di servizio per
suggestione di seconda mano.

--Hai dormito bene?--gli domandò Èlvia vedendolo saltar giù dal letto.

--Ho fatto tutt'un sonno. E tu?

--Io non ho chiuso occhio. C'è mancato poco che non ti svegliassi.

--Perchè?

--Non sgridarmi; avevo paura.

--Ancora?--egli esclamò, fingendo di mostrarsi un po' in collera per
questa debolezza femminile.--Intanto che tu ti vesti--poi
soggiunse--scendo a fumar un sigaro all'aria aperta. Ti mando Nannina.

Non aveva potuto cavar nulla di bocca ai mezzadri. Quando essi avevano
preso quella mezzadria, la villa stava chiusa e abbandonata da un
pezzo.

--Giacchè i padroni non se ne curano, perchè non abitate le stanze
superiori?

--Queste a terreno, capisce, sono più comode per noi.

--E dite, prima di me e della mia signora, nessun altro ha preso in
affitto la villa?

--Sì, quattro anni addietro, due forestieri, un vecchio con la figlia,
bellissima creatura, che volle andar via dopo una settimana.

--Perchè?

--Lo dissero forse; ma chi li capiva? Scapparono quasi, brontolando,
facendo certi gesti! Già quel vecchio doveva essere mezzo matto.
Andava attorno da mattina a sera, raccogliendo erbacce, riportandone a
casa mazzi, fasci interi. La figlia dipingeva.

La giornata passò tranquilla. Èlvia ed egli avevano quasi dimenticato
le tristi impressioni della sera avanti, perchè le stanze illuminate
dal sole, assumevano durante il giorno aspetto gaio. Ma la sera, dopo
il tramonto, sembrava si trasfigurassero; e non valeva l'accendere
molti lumi. Qualcosa d'indefinibile, d'inesplicabile vibrava dalle
pareti, dagli oggetti; si sarebbe detto anche dall'aria che vi
circolava.

Èlvia, per vergogna di apparire bambinescamente paurosa, non osava di
manifestare ad Aldo l'opprimente sensazione che la invadeva; ed Aldo
si guardava bene dal confessarle la repugnanza che gli ispirava, di
sera, tutta la casa, in qualunque stanza essi si intrattenessero fino
all'ora di cenare e di andare a letto. Èlvia si stringeva a lui,
voleva esser presa tra le braccia, quasi per trovarvi un rifugio; ed
egli era contento di tenerla così, di accarezzarla, di baciarla, di
mormorarle dolci parole a intervalli.... Giacchè, a mano a mano che la
sera più s'inoltrava, essi si sentivano costretti a restare
silenziosi; e avevano ancora--pensavano--tante dolci cose da dirsi in
quelle ore di raccoglimento, in mezzo alla gran pace della vasta
campagna!

Aldo non poteva più dubitare che si trattasse di sensazioni reali.
Èlvia era un organismo solido, ricco di salute, come lui. Egli, è
vero, si era occupato di fenomeni anormali, ma solamente leggendo quel
che ne scrivevano, pro e contro, scienziati d'alto valore. Non si era
mai provato a osservare direttamente, quantunque spesso invitato da
persone che volevano iniziarlo ai misteri del magnetismo e dello
spiritismo. Èlvia lo aveva qualche volta graziosamente punzecchiato
per questi suoi studi, mostrandosi piuttosto incredula che no. Egli
non poteva per ciò supporre che quel che essi e Nannina sentivano
nella villa provenisse da eccessiva nervosità o da preconcetti capaci
di alterare le ordinarie funzioni dei loro sensi.

                        *
                       * *

Avevano trascorso la intera giornata vagando per la campagna. Fatto
colazione in una vaccheria, si erano inoltrati per sentieri e
sentieroli verso le colline, cogliendo bellissimi fiori selvatici,
fermandosi, per riposarsi, nelle case dei contadini incontrate qua e
là, prendendo istantanee coi loro Kodack, fotografando ognuno un punto
di vista diverso per sfida di vedere chi di loro due avrebbe saputo
scegliere il paesaggio più artistico; ed erano tornati tardi alla
villa, un po' stanchi ma contentissimi della bella escursione, e
leticando allegramente intorno ai resultati delle pellicole dei
rispettivi Kodack. Peccato che bisognasse attendere il ritorno a Roma
per svilupparle!

Intanto si erano seduti a tavola con grand'appetito, quantunque la
cena non fosse ancora pronta.

--Hai sonno?--domandò Aldo, scorgendo che sua moglie stentava a tener
aperte le pàlpebre.

--Èlvia!... Èlvia!...--egli gridò vedendole travolgere gli occhi fino
al bianco.

Ella non rispondeva. Rigida, eretta sul busto, con gli occhi chiusi e
le sopracciglia corrugate, sembrava guardasse attentamente e vedesse a
occhi chiusi.

Aldo capì sùbito che si trattava d'un caso di catalessi spontanea e
ne fu atterrito, non potendosi render conto della cagione da cui
veniva prodotto, nè delle conseguenze che avrebbero potuto seguirne.
E continuava a chiamare, scotendola pel braccio:--Èlvia!
Èlvia!--osservando ansiosamente gli atteggiamenti ch'ella prendeva
quasi assistesse a uno spettacolo che la faceva inorridire.

Poi le labbra di lei si agitarono; suoni inarticolati le uscirono di
bocca. In piedi, con le mani sporte in avanti, ella indietreggiava,
voltando il capo da una parte come per evitar di vedere. Diè un grido,
cadde tra le braccia di Aldo che furon pronte a riceverla... E vi
aperse gli occhi.

--Perchè?--domandò, stupita.

--Ti sei lasciata sorprendere dal sonno--balbettò Aldo per non
spaventarla.--Volevo metterti a giacere sul canapè.

Èlvia non si rammentava di niente. Che cosa avea visto? Aldo non
glielo domandò. Ma egli era ormai certo che in quella villa era dovuto
accadere qualche terribile tragedia rimasta ignorata. Le pareti
vibravano terrore. Si sentiva sopraffare anche lui dalla misteriosa
forza ogni giorno più. Sarebbe soggiaciuto alla catalessi pure lui?

Con sua grande meraviglia, quella sera Èlvia fu tranquillissima. Non
mostrò di sentire nessuna impressione di paura durante la cena nè
dopo. Fu anzi più allegra del solito; se non che, tutt'a un tratto,
nell'alzarsi da tavola domandò:

--Dimmi: dove ho letto o dove ho veduto rappresentare....

--Che cosa?

--È strano!--ella esclamò dopo breve pausa.--Mi torna in mente una
scena di non so più qual dramma, di non so più qual capitolo di
romanzo.... Come mai mi ritorna in mente così viva, così fresca, quasi
l'avessi letta recentemente o veduta rappresentare?

--Quale scena?

--Mah!... È strano! Mi sfugge.... Di quel marito che ordina alla
moglie creduta colpevole:--Punisciti da te stessa!--E lei non vuol
morire di veleno nè di pugnale... E vorrebbe gridare, chiamare aiuto;
e urta agli usci chiusi a chiave, e picchia alle imposte delle
finestre inchiodate... e perde la parola e muor di terrore davanti
all'inesorabile marito, che l'ha condotta in una villa lontana!...
Dove ho letto questo? O dove l'ho veduto rappresentare?... È strano! È
strano!

--Lascia andare!--la interruppe Aldo.--Dimmi piuttosto un'altra cosa:
Non ti sei già annoiata di star qui?

--No. E tu?

Quell'inatteso fenomeno di serenità mise in maggior sospetto Aldo
Sàmara. Gli parve di vedere la sua Èlvia in balìa delle misteriose
forze spadroneggianti nelle stanze superiori della villa abbandonata,
e volle sottrarla e sottrar se stesso al loro occulto potere.

Tornàti a Roma, egli soffrì per qualche tempo l'irragionevole
ossessione di una malefica influenza che avrebbe nociuto a tutti e
due; ma, dopo alcuni mesi di chiusa ansietà, ebbe a convincersi
perfettamente che si era ingannato.

Soltanto, accadde--due o tre volte, a lunghi intervalli,--che Èlvia
ripetesse, come quella sera:

--Dimmi: Dove ho letto.... O dove ho visto rappresentare?... È strano!
È strano!

Da allora in poi, Aldo Sàmara ha riletto più volte il libro di quei
due scienziati inglesi, e metterebbe la mano sul fuoco per attestare
che essi hanno ragione.



UN CONSULTO

    AD AMILCARE LAURIA.


Vedendo entrare il dottore, la bella signora si era alzata dalla
poltrona dove stava abbandonatamente sdraiata da un pezzo, in attesa.

Vecchio amico di casa, egli le accennò sorridendo di non muoversi e
affrettò il passo verso di lei che gli stendeva le mani.

Il salotto, tenuto in penombra dalle pesanti tende di stoffa delle
finestre, ingombro di seggiole, di poltrone, di tavolinetti
sovraccarichi di preziosi gingilli e di vasi giapponesi colmi di rose
gialle che spandevano per l'aria acutissimo profumo, con due antichi
arazzi alle pareti inquadrati dal fondo azzurro della tappezzeria di
broccato, prendeva in quell'ora vespertina, un'insolita aria di
mistero, accresciuta dalla severità dell'aspetto della bella signora.
Il dottore avea sùbito notato la mancanza dell'abituale gentile
sorriso con cui ella lo accoglieva anche quando stava a letto malata,
e nello stesso tempo una rapida occhiata gli aveva fatto comprendere
che il consulto per cui era stato invitato a venire da lei doveva
essere, più che altro, un pretesto. Di che cosa poteva voler
consultarlo? Se lo domandava, pensando che spesso le donne amano di
rivolgersi piuttosto al medico che non al confessore in certe delicate
circostanze.

--Mi perdoni se ho ritardato di qualche ora la mia venuta. La nostra
professione--disse il dottore--non ci lascia mai piena libertà.

--Non ha bisogno di scusarsi--ella rispose, stringendogli nuovamente
le mani.

--Non sta male, mi pare.

--Fisicamente, forse no; ma sono così turbata di spirito che ho paura
di ammalarmi.

--Di che si tratta?

--Della mia felicità.

--In questo caso, la miglior consigliera è lei stessa.

--Ho un terribile scrupolo.

--Sarei lietissimo, se potessi riuscire a dileguarlo. Si rivolge al
medico o all'amico?

--A tutti e due.

--L'amico vale più del medico in questo caso.

--Consulto l'amico perchè è medico.

--Ahi! La responsabilità si accresce, perchè il cuore dell'amico può
nuocere alla scienza del medico. È cosa grave, a quel che pare.

--Gravissima! Sono sul punto di prendere una gran decisione e non so
risolvermi. Quel terribile scrupolo mi trattiene, mi fa esitare. Non
vorrei commettere un delitto.

--Oh!--fece il dottore, stupito.--Lei non è capace di far male a una
mosca.

--Volontariamente, no; ma per leggerezza, per sbadataggine....

--Parli, e conti su la mia devozione, sul mio affetto, se non su la
mia scienza.

--Conto su questa soprattutto. Voglio una parola di certezza, di
certezza assoluta.

--Chi può sentirsi sicuro di essere in circostanza di darla?

--Ho letto un libro che mi ha sconvolta. Ignorare è una bella cosa!
Non lo avevo mai capito prima di ora.

--Ha i suoi inconvenienti anche l'ignorare. Una colta signora come è
lei sa che ogni faccenda di questo mondo può esser guardata da diversi
punti; così da uno si può veder bianco, e nero dall'altro, o grigio o
rosso o giallo.

--Il mio caso è meno complicato: o bianco o nero. Il cuore mi fa
vedere bianco; la mente, dopo quella malaugurata lettura, nero. A chi
devo dar retta?

--Una donna deve dar retta sempre al suo cuore.

--Probabilmente non direbbe così, se sapesse....

--Appunto, non ci perdiamo in preamboli.

--Ha fretta?

--Soltanto per toglierla, se è possibile, dalla morale sofferenza che
stimo acutissima, se non vedo su le labbra di lei il dolce sorriso che
la rende ordinariamente più bella.... Non è un complimento, ma
un'osservazione fatta appena l'ho veduta.

--Un'anima moribonda non può sorridere, dottore.

--Non esageri, via! Parli dunque.

--Ella sa la mia disgrazia; sono rimasta vedova a venticinque anni,
dopo due di matrimonio non consolato da prole.

--Forse sarebbe stata disgrazia maggiore la vedovanza con prole. La
vita è piena di dolorose sorprese.

--Un figlio o una figlia mi avrebbero compensata di ogni disinganno.
Il mio cuore avrebbe trovato una sublime occupazione; qualunque
sacrificio mi sarebbe parso gioia divina. La donna che non diventa
madre è una creatura sbagliata. In mio marito io amavo anticipatamente
i miei figli.

--A venticinque anni si può ricominciare ad amare un altr'uomo. La
fedeltà ai morti è atto assurdo.

--Infatti.... Ma sul punto di decidermi per un nuovo legame in cui
sarebbero appagate tutte le aspirazioni del mio cuore, un tristissimo
dubbio mi trattiene. Se potessi pensare soltanto a me....

--A chi altri?

--Alle mie creature, alle quali anelo.

--Le lasci prima venire.

--Ho io il diritto di compromettere la loro felicità? Preparar loro
una vita dolorosa, disgraziata, unicamente perchè il cuore mi dice:
Sposa l'uomo che tu ami e da cui sei riamata?

--Non capisco.

--Che c'è di certo per la scienza intorno all'eredità?

--Molto e poco. La natura ha misteri che non siamo ancora riusciti a
penetrare interamente.

--Nella famiglia di colui che dovrebbe essere il mio secondo marito
sono avvenuti casi di pazzia.

--Ereditaria?

--Chi lo sa? Ma sono avvenuti. Pazza l'ava, pazzo uno zio, pazzo un
fratello!--

Il dottore abbassò la testa, corrugando le sopracciglia, pensoso. Era
profondamente impressionato della desolazione vibrante nella voce di
quella donna innamorata che pareva attendesse da lui una sentenza di
vita o di morte. E non osava di alzarle gli occhi in viso per paura
che la sua minima esitanza non ferisse irrimediabilmente quel povero
cuore. L'avea vista crescere e fiorire, e le voleva bene come a
figlia. Da giovinetta, l'aveva strappata quasi a stento dagli artigli
della morte, e per ciò gli pareva cosa sua. Era stato testimone delle
nozze di lei, come amico più intimo di famiglia. L'aveva vista
agonizzare pel gran dolore della perdita del marito tòltole
improvvisamente da una subdola _angina pectoris_ proprio il giorno
della festa del secondo compleanno delle loro nozze. Non ignorava chi
fosse il prescelto tra tanti che ora aspiravano alla mano di lei,
bella, ricca, orfana di parenti; e si maravigliava che lo scrupolo
presentàtosele alla mente non si fosse affacciato prima al suo
pensiero di dottore e di amico. Sarebbe stato suo dovere metterla in
guardia, quantunque non consultato, sin dal primo giorno in cui egli
aveva acquistato la certezza che il marchese Attilio Volpes sarebbe
divenuto, presto o tardi, il secondo marito della baronessa Iole di
Rivierasco, vedova del barone di Camposparto. Per delicatezza, avea
mostrato d'ignorare, anche dopo la rivelazione della baronessa; e la
richiesta del consulto lo contristava e gli dava la profonda
sensazione di un rimorso.

Tutto questo gli era passato per la mente come un pauroso baleno.

--Ecco--egli disse.--Vi sono casi pei quali la scienza non può avere
dubbio alcuno. Ho conosciuto una famiglia in cui tutti i figli
ammattivano, per un anno, appena compiuti i vent'anni. La pazzia
scoppiava improvvisamente a giorno fisso, a ora fissa, con puntualità
incredibile. Dei tre maschi, il maggiore avea avuto una pazzia dolce,
idilliaca, restando a letto in una camera tutta parata di rami di
ulivo e di quercia preparati dalle sue mani, con la coperta cosparsa
di foglie di alloro. Il secondo avea passato l'anno doloroso suonando
uno zufolo di canna e il violino, appresi a suonare da sè durante la
pazzia; e la virtuosità perdurò quando egli ebbe riacquistato il
senno. Il terzo si credeva un gran capitano, depositario dei più
intimi segreti del Re e del Papa, e citava continuamente tutti i testi
latini studiati nelle scuole e che non ricordò più quando l'accesso
finì.... Ma un figlio del secondogenito, nel quale si riprodusse la
periodica pazzia, ammazzò un fratello.... Degli altri non so. In casi
come questi, ripeto, il consiglio del medico non potrebbe essere
incerto. Per gli alcoolici, pei delinquenti nati, pei deformi,
egualmente. Ma abbiamo anche moltissimi casi in cui avvengono salti,
sparizioni inesplicabili, più inesplicabili riprese. Germi, latenti
per due o tre generazioni, si sviluppano a un tratto. Come? Perchè? La
scienza non ne sa nulla. Nè sa in che modo si propaghino, nè può
prevedere come e quando. Certamente, trattandosi di una specie di
gioco d'azzardo, la prudenza consiglierebbe di non giocare. Ma se vi
sono altre e forti ragioni che consigliano il giuoco? Un amore come il
suo, per esempio, un amore che è la vita, la felicità di due buone
creature, per le quali un'interdizione sarebbe grandissima sventura?
Verrà forse il giorno che la scienza potrà dare infallibilmente i suoi
responsi su questo riguardo; e allora la legislazione dovrà
intervenire pel bene della società sacrificando quello, passeggero,
dell'individuo. Ma oggi....

La baronessa lo aveva ascoltato ansiosa, tremante, trattenendo il
respiro, tenendogli fissi gli occhi negli occhi per scrutare se mai le
parole non rivelassero tutto il pensiero di lui: ed era rimasta
sospesa, ansimante a quel _Ma oggi_ che le faceva penetrare nel buio
del cuore uno spiraglio di luce.

--Ella conosce la famiglia del marchese Volpes.

--Ah! si tratta del marchese?--esclamò il dottore con fina
simulazione di sorpresa.--La scelta è indizio di gran senno in
lui. Se lo perdesse dopo, la colpa potrebbe essere un po' di
lei; ma è un'ipotesi assurda.

--Dunque?

--Il suo scrupolo la onora.

--Questa è la parte dell'amico. Il dottore che cosa consiglia, che
cosa impone?

--Niente. Io credo che l'individuo non è obbligato a immolare la sua
breve felicità ai pretesi eterni diritti della Specie. Che farebbe lei
se io le dicessi: Non sposi?

--Ne morrei!... Forse, mi ammazzerei perchè la vita non avrebbe più
nessun'attrattiva per me.

--È un po' troppo. La vita ha sempre, finchè dura, nuove attrattive da
sostituire a quelle disperse dalla sua stessa inconsapevole ferocia.

--Non sempre, dottore!

--Può darsi. Nessuno però ha diritto di buttarla via come cosa
inutile; la religione e la scienza sono di accordo su questo punto.

--Sia esplicito; si curi della verità non di me.

--Più esplicito di così? È doveroso che la scienza risponda con un
forse e non con un'affermazione che potrebbe risultare sbagliata. Sia
felice, a modo suo, lasci che al resto pensi la Natura. Dio, il Caso,
insomma quella Forza occulta che regola l'Universo. Amare ed essere
amata valgon bene che si tenti il gioco.

La baronessa riflettè un momento, poi disse:

--Grazie!

Il dottore uscì dal salotto col cuore sconvolto. Aveva fatto bene?
Aveva fatto male? Forse aveva fatto male; ma poteva anche darsi che
avesse fatto bene.

Eppure il suo scetticismo di scienziato non lo rassicurava pienamente.

--La Specie!--brontolava, scendendo le scale del palazzo
Rivierasco.--Pensi essa ai casi suoi! Non è essa che fa amare a quel
modo?... Pensi essa ai casi suoi.



SEMPRE TARDI!

    A JANE GREY.


--Non l'amavi?--domandò, con gran maraviglia, Diego Punzi.

--Un po'--rispose Falcini.

--Un po'... in che senso?

--Non tutte le donne producono il famoso _coup de foudre_; molte, la
più parte anzi, s'insinuano lentamente nel nostro cuore e sono le più
pericolose.

--Non fare teoriche, alla Stendhal!--lo interruppe Punzi.

--No; voglio soltanto spiegarti....

--E allora raccontami. La spiegazione me la darò da me.

--T'interessa?

--Mi hai cagionato un gran dolore in quel tempo!

--Ah!--esclamò Falcini guardando fissamente negli occhi il suo amico.
E soggiunse:--Senza volerlo però e senza saperlo. Me ne dispiace per
te e per lei.

--Chi sa se non sia stato meglio?

--Bisognerebbe pensare così quando una cosa non avviene; ma non è
facile. E poi... non è sempre vero. Ora tu, con questa rivelazione, mi
fai sentire rimorso.

--Dàtti pace; fortunatamente sono riuscito a consolarmi.

--Non vuol dire. Io credo che in questo mondo sia assai più il male
che vien fatto senza volerlo, che non quello prodotto liberamente.

--Dunque?

--Dunque, capisci, mi trovai imbarazzato. Ricordo benissimo: era una
serata di maggio... no, di giugno, con un plenilunio maraviglioso. Il
padre, la madre, la cugina e gli altri due amici che li accompagnavano
salivano per via Quattro Fontane dalla parte del marciapiede inondato
dal lume di luna; noi due, invece, dalla parte dell'ombra delle case,
che tagliava quasi a mezzo la via. Improvvisamente ella mi disse:--Tra
una diecina di giorni parto.--Per Lione?--domandai (Aveva un fratello
colà, direttore d'una fabbrica di velluti).--Per Kiel--rispose.--Come
mai?--Vo da un'amica.... che fantastica per me non so qual
progetto.... Potrebbe darsi che io non ritornassi più a
Roma....--Oh!...--Consigliatemi: debbo andare? Affido il mio destino
alle vostre mani.--Assumerei una gravissima responsabilità dandovi un
consiglio qualunque.--

Ella saliva a capo chino, con gli occhi socchiusi, ed io sentivo
tremare il suo braccio attaccato al mio. La guardai; era pallida, e
alle mie ultime parole aveva atteggiato le labbra a una dolorosa
espressione di disinganno.--Sentite, Nelly,--le dissi.--Poco fa in
casa Olgani abbiamo scherzato e riso troppo. Le vostre parole di
questo momento sono serie e gravi, se io non mi illudo intorno al
loro significato. Non posso rispondervi sùbito. Vorrei potervi dire:
Restate! Ma sarebbe gran leggerezza da parte mia, se non riflettessi
qualche giorno. Vi dispiace di attendere fino a mercoledì prossimo?
Ci rivedremo in casa Olgani. Se me lo permetteste, potrei anche
scrivervi.--No; mi darete la risposta mercoledì. Sinceramente,
spero!--Sincerissimamente!--Ho, forse, fatto male a chiedervi
un consiglio!--esclamò dopo una breve pausa.--Ve ne sono
gratissimo.--Raggiungiamo gli altri--ella concluse, sorridendo
tristamente.

E nel traversare la via, le strinsi forte una mano, mormorando:--Avete
fatto bene; ve ne ringrazio.

Intanto ella riprendeva il suo aspetto ordinario; ma io mi sforzavo
invano di non apparire turbato; e osservandola, pensavo quanto le
donne siano superiori a noi nel dissimulare e nel padroneggiarsi. In
quel breve tratto di strada, ella aveva cominciato a parlarmi del
soggetto delle nostre risate in casa Olgani mentre un violinista
scorticava non so quale sonata di Saint-Saëns; e pareva che avesse
dimenticato le gravi cose dèttemi poco prima.

Tornando a casa e rifacendo la strada fatta insieme con miss Nelly, mi
sembrava di riudire, quasi ondulanti ancora per l'aria, il suono della
voce e l'accento incerto con cui ella mi aveva domandato:--Debbo
andare?--Mi rimproveravo di non essere stato sincero. Perchè non le
avevo detto immediatamente:--Siete libera! Io non sono in circostanza
di darvi una risposta concreta?--E nello stesso tempo che cominciavo a
sentire una specie d'irritazione contro di lei per quella domanda
intempestiva (non credevo di aver fatto niente che potesse
autorizzarla a rivolgermela), provavo pure un dolce compiacimento che
lusingava il mio amor proprio. Non leggevo ben chiaro nel mio cuore.
Quell'anno sfarfalleggiavo irrequieto tra le tante signorine che
intervenivano in casa Olgani. Ricordi? Noi chiamavamo la _Fiera_ quei
mercoledì affollatissimi, destinati dalla signora Olgani a combinare
matrimoni. Ella pensava soprattutti a sua figlia già sullo sfiorire,
ma non voleva farlo scorgere; e perciò gran richiamo di mamme e di
ragazze, e balli che dovevano sembrare improvvisati, e accademie di
musica e di canto.... e, ogni sera, novità di divertimenti.... Povera
signora! Vi ha rimesso le spese. Le quattro ossa spolpate della sua
figliuola le sono rimaste in casa; nessuno ha avuto il coraggio di
sposare quello scheletro che pure aveva una discretissima dote.

--Non divagare--lo interruppe Diego Punzi.

--Ricordi? Troppe ragazze! Per ogni scapolo, non meno di tre in
concorrenza. Tirati in qua, tirati in là, nessuno di noi riusciva a
fissarsi. Più che non corteggiassimo, eravamo corteggiati. Bei tempi!
Anche tu; non negarlo.

--Come gli altri; quantunque....

--Lo so; tu pensavi seriamente al matrimonio e volevi sceglier bene.
Io, convinto che nel matrimonio tutto è caso, intendevo di lasciare
che l'avvenimento, se mai, si compisse senza che dovessi metterci nè
sale nè pepe. E poi, in quella baraonda di serate, mi sembrava che
neppur le ragazze facessero sul serio; e rammentando una maccaronica
antifona del vecchio prete mio professore di latino, ripetevo spesso,
osservando gli altri:--_Canzonare te, canzonare me, Virgo
sacrata!_--Miss Nelly e sua cugina Jane però erano un'eccezione tra la
folla. Jane, bellissima, con la sua eccessiva rigidezza britannica
teneva un po' in distanza i corteggiatori; in miss Nelly, invece, si
scorgeva poco o niente d'inglese, cioè soltanto una dignità semplice e
schietta che imponeva rispetto. Si capiva, avvicinandola e conversando
con lei, che si aveva da fare con una signorina per la quale le parole
significavano precisamente quel che volevano dire e non altro. Non si
potevano adoperare sottintesi o esprimere leggermente sentimenti che
erano piuttosto madrigali senza costrutto, o complimenti, o
adulazioni, o maliziose canzonature da produrre lievi conseguenze. Per
ciò miss Nelly era diventata prestamente la mia preferita; mi sembrava
di sentirmi in ogni cosa all'unisono con lei. Mi piaceva soprattutto
quella sua dolce gaiezza di spirito.... Ma già io te ne parlo come se
si trattasse di persona a te ignota.

--Stavo per dirtelo. Insomma, che cosa rispondesti quel mercoledì?

--Passai parecchi giorni in un torpore strano, quasi volessi evitarmi
la fatica di ricercare in fondo all'animo la risposta da dare.
Evidentemente non ero innamorato, e sentivo dispiacere di non esser
tale. Miss Nelly mi ispirava una gran simpatia, ma non aveva ancora
operato così intensamente sul mio cuore da darmi la chiara coscienza
che ella fosse per me qualche cosa di più di una amica o di una
persona con cui avrei voluto passare insieme alcune ore della
giornata. Non mi trovavo maturo da decidermi a legarmi con lei per
tutta la vita. E poi, c'erano davvero circostanze di famiglia che non
mi avrebbero permesso di prendere impegni per un tempo lontano, senza
contare che i fidanzamenti a lunga scadenza mi sono sempre stati
odiosissimi. Eppure avrei voluto ch'ella avesse atteso ancora prima di
mettermi alle strette con quella domanda e con le gravi
parole:--Affido il mio avvenire alle vostra mani!--Chi sa? Tra qualche
mese, lasciando che gli avvenimenti operassero da sè, forse, mi
sarebbe stato facile risolvermi secondo quel che ella sembrava
desiderasse.... Ma in quei giorni, no; e non volevo mentire. È vero,
pur troppo, che spesso, una parola, una sola parola inopportunamente
pronunziata influisce senza rimedio su la intera esistenza di una
persona. Tu ti sei consolato facilmente.

--Non ho detto: facilmente.

--In ogni modo, ti sei consolato; io invece rimpiango ancora quel che
ho perduto. Il mercoledì, dunque, mi avviavo verso casa Olgani senza
che io sapessi precisamente quel che avrei dovuto dire a miss Nelly, o
almeno senza sapere in che modo avrei potuto formulare la mia
risposta. Non volevo mentire e non volevo neppure chiudermi ogni via
di riprendere quell'argomento nel caso che le circostanze mi avessero,
un giorno, permesso di dirle:--Restate!--o qualunque altra parola
equivalente. Entrando nel salotto, una rapida occhiata in giro mi
aveva consolato; miss Nelly non c'era.--Può darsi che non
venga!--pensai.... Ma proprio in quel punto ella appariva su l'uscio
preceduta dalla cugina. Le corsi incontro, come chi affronta
coraggiosamente un inevitabile pericolo, e le dissi:--Siete in
ritardo!--Mi guardò negli occhi, seria, quasi maravigliata di udirsi
dire quelle parole. E durante la serata mi sembrò che volesse
evitarmi. Uscendo di casa Olgani, qualcuno della comitiva propose una
passeggiata al Colosseo. Ci avviammo. Le offersi il braccio. La serata
era bellissima; le viuzze che conducono colà quasi deserte. Durante il
tragitto, Jane era rimasta a fianco della cugina troppo ostinatamente,
contro il solito; pareva che lo facesse a posta, d'accordo con lei. Ma
io manovrai in maniera da restare isolati per alcuni istanti. Avevo
riflettuto: È naturale che miss Nelly non si mostri impaziente di
ricevere la mia risposta; ora spetta a me d'aver premura di
darla.--Dunque--dissi, e si vedeva bene che non sapevo come cominciare
a parlare--quella vostra amica ha un progetto.... per voi? Io vi sono
gratissimo....--Ah!--ella esclamò.--Non ne ragioniamo. L'altra sera mi
sono sfuggite parole incoerenti. Scusate. Non val la pena di tornarci
su.--Perchè?--È inutile; ho deciso di partire. L'invito è così
affettuoso, così pressante.... E poi... ho bisogno di aria nuova, di
un po' di campagna. La villa della mia amica è in mezzo a una gran
foresta....--Parlava lentamente, con tono severo. Non osai
d'insistere, mortificatissimo. Poco dopo, sotto gli archi del
Colosseo, appena ella si staccò dal mio braccio, mi parve che qualche
cosa di decisivo fosse avvenuto per me.

--È tutto?

--No. Tre mesi dopo ella era già ritornata. Ma durante quei tre mesi,
io avevo commesso la stupidaggine di lasciarmi adescare--misteri del
cuore!--da.... Non importa che tu sappia da chi, perchè anche questo è
un avvenimento ormai passato, quantunque abbia lasciato dolorose
tracce nella mia vita. Avevo riveduto miss Nelly, fuggevolmente.
Facevo rare e brevi apparizioni in casa Olgani. Tre sere avanti
l'onomastico di sua madre, miss Nelly aveva avuto la precauzione di
rammentarmi quella data; io non avrei potuto mancare alla festa senza
mostrarmi scortese. C'eri anche tu quella sera.

--E appunto allora--lo interruppe Diego Punzi--io mi convinsi che nel
cuore di miss Nelly non c'era più posto per me. Vi eravate rifugiati
nel salottino in fondo, così stranamente illuminato con piccoli globi
a colore.... Vi avevo visti sparire e non avevo resistito all'ansietà
di sorprendere--ho vergogna di confessartelo--una parola, un gesto che
potesse confermare il mio sospetto.... Eravate seduti in un angolo....
Non vi accorgeste di me.... Fu un istante.... Tu stavi a capo chino,
con le mani strette accoste al mento e miss Nelly si asciugava gli
occhi....

--È vero.--Ho bisogno di parlarle--mi aveva detto sotto voce. E con
la scusa di mostrarmi un idolo giapponese, regalo di suo fratello
alla mamma, arrivato da Lione il giorno avanti, mi aveva condotto
nello strano salottino, dove quei piccoli lumi con globi a colore
diffondevano fantastica luce attorno all'idolo istallato in un
angolo su una specie d'altare.--Sono stata troppo dura e
inconsiderata con voi--disse.--Volevo chiedervene scusa per lettera
da Kiel; me n'è mancato il coraggio.--Eccesso di delicatezza da
parte vostra--risposi.--Lasciatemi parlare--continuò.--Avevate
ragione. Allorchè una donna dice a un uomo quel che io ho osato di
dire a voi l'altra volta, merita anche una risposta peggiore di
quella che voi mi dèste.... Ma io ero turbata da un'illusione;
credevo che il mio contegno v'impedisse di aprirmi l'animo vostro, e
pensai di porgervi un mezzo per vincere il ritegno che vi faceva
indugiare. Mi attendeva uno scatto.... Invece, voi foste glaciale,
riserbatissimo. Quando, il mercoledì appresso, già stavate per
parlare.... Oh, avevo sofferto tanto in quei giorni di intervallo!
Mi ero sentita così avvilita, così offesa dalla vostra inattesa
esitazione!.... E v'interruppi bruscamente, con la malvagia volontà
di prendermi una rivincita.... Vi prego di perdonarmi; sono stata
perversa. Me ne pentii quasi sùbito. L'orgoglio ci fa commettere
tante cattive azioni!--Ma niente affatto!...--Sì, sì!... Ditemi che
mi avete perdonato,... che mi perdonate! Io non ho saputo indovinare
quale sarebbe stata la risposta che stavate per darmi. Se fosse
quella che mi ero lusingata di ricevere....--Ah, Nelly!--la
interruppi, prendendole le mani che ella abbandonò tra le mie.--È
stata una disgrazia! La mia risposta non era, forse, quella che io
avrei voluto darvi e che voi desideravate, ma non tale però da
precluderci l'avvenire; mentre oggi....--Non mi resse l'animo di
andare innanzi. Vidi riempirsi di lagrime quei begli occhi che mi
fissavano con vivissima ansietà, e le sue labbra, improvvisamente
impallidite, agitarsi per balbettare:--È dunque vero.... quel che mi
hanno detto?--Non voglio ingannarvi, non posso mentire; sarebbe
pietà troppo crudele, e indegna di voi e di me.--Ella pianse un po'
in silenzio. Estremamente commosso, io la pregavo di frenarsi. Se
qualcuno fosse venuto a sorprenderci?--La colpa è stata mia!...
Debbo scontarne la pena!--ella disse, asciugandosi lestamente gli
occhi, e facendo sforzi per rimettersi. Io potevo padroneggiarmi a
stento. In quel punto ho capito come mai un'onesta persona possa
talvolta lasciarsi indurre a commettere un'inesplicabile infamia.
Pensavo all'_altra_, avevo il cuore, o meglio, i sensi invasati
dall'_altra_, che fidava nella mia parola come io fidavo nella sua,
e intanto ci mancò poco, assai poco, che io non mi lasciassi
lusingare dalla circostanza di giocare una partita doppia con lei e
con miss Nelly. E, guarda stranezza della vita! avrei fatto bene.
Per comportarmi onestamente, mi sono, forse, lasciato scappar di
mano la felicità!

--E forse--soggiunse Punzi--l'hai fatta perdere a un altro!

--Mi è rimasto nella memoria l'idolo giapponese che ci guardava da
quell'angolo con gli occhi di vetro enormemente spalancati, nelle cui
pupille si riflettevano le fiammelle colorate dei lumi, e non ho
potuto dimenticare le ultime parole di miss Nelly, quasi un
singhiozzo:--Sempre tardi!--

--Sempre tardi?... Perchè?...

--È il segreto di quell'anima dolorosa, ed io non ho ardito di
domandarle una spiegazione. Sempre tardi! Potrebbe essere il motto di
tante buone creature di questo mondo. Motto esplicativo di mille
oscure tragedie della vita, non meno triste, anzi assai più triste di
quelle che finiscono con un veleno o con un colpo di pistola; tragedie
che tormentano lunghe esistenze, e non hanno neppure il compenso di
destare interesse e commozione attorno a loro.

--Magro compenso!--esclamò Punzi.

--Dopo, quando miss Nelly non era più qua ed io non sapevo dove poter
rintracciarla, ho sentito schiudersi nel mio cuore il germe nascosto
di un affetto che avrebbe dato certamente un altro indirizzo alla mia
vita. Ed ora che la so morta a Calcutta....

--È morta?

--Lo ignoravi?... Ora mi par di avere qualche cosa che mi si
imputridisca nel cuore e vi spanda miasmi deleteri.

--Oh, rassicùrati!--fece Punzi.--_Vita mors est, et mors vita_, ha
detto qualcuno.



DOLORE SENZA NOME

    A SALVATORE LI GRECI.


Quella figura di donna sembrava non riuscisse a liberarsi
dall'opprimente involucro della creta che ne accennava le forme.
Soltanto la testa si ergeva con fierezza, quasi tirasse violentemente
in su la massa dei capelli spioventi su le spalle ignude e la schiena
arcuata, ma che si confondevano con le carni per mancanza di
modellatura. E siccome la stecca dello scultore non le aveva ancora
aperto gli occhi, così il bellissimo volto ovale prendeva espressione
di tale disperata angoscia da far proprio male a guardarlo.

Che cosa volesse rappresentare con essa il giovane scultore Vittorio
D'Arèba non avrebbe saputo dirlo neppur lui.

Quel doloroso atteggiamento gli era balenato nella fantasia con tanta
precisione di particolari, ch'egli si era illuso di poter terminare il
bozzetto in due o tre giorni. Invece eran trascorse parecchie
settimane, e la tormentata figura femminile apparsagli dinanzi, come
balzata a un tratto fuori dal nulla e con tutta l'armoniosa perfezione
della forma scultoria, non arrivava punto a vincere le inattese
esitanze della mano.

Dati qua e là rapidi colpi di pollice e di stecca, impostati i
pezzettini di creta nervosamente spiaccicati o arrotondati tra le
dita, e tòltine via, con rabbiosa scontentezza, altri riconosciuti
superflui dal severo giudizio dell'occhio, egli rimaneva ritto,
immobile, davanti al bozzetto che gli pareva non acquistasse nelle
linee e nella fattura l'impronta di spontaneità, di vigore e di vita
del bozzetto rappresentatogli dall'immaginazione con mirabile
evidenza.

Non avrebbe dovuto far altro che copiarlo, come uno scolare il gesso
indicatogli dal professore; e intanto, appena la mano si accostava
alla creta accumulata in fretta in fretta sul cavalletto e rozzamente
atteggiata nella mossa di quel modello ideale che gli aveva dato il
maggior entusiasmo da cui si fosse sentito avvampare finora nei più
felici momenti di creazione artistica, egli incontrava una strana
invincibile resistenza, quasi il pollice e la stecca si rifiutassero
di obbedire all'intelletto che voleva adoprarli.

Caso affatto nuovo per Vittorio D'Arèba, che sapeva di possedere il
dono d'una rara facilità di improvvisazione, senza nessun pregiudizio
dell'efficace modellatura appropriata a un bozzetto.

Più nuovo assai però era il sentimento di profonda tristezza da cui si
sentiva invadere di giorno in giorno nella lotta contro
quell'incredibile impotenza che lo teneva ostinatamente chiuso nello
studio dalle otto di mattina alle sei di sera, e che gli faceva
sfuggire gli allegri ritrovi di amici e di confratelli d'arte da lui
frequentati per riposarsi dall'assiduo lavoro giornaliero e per
prendervi anche alimento di forze produttive tra le calorose
discussioni.

Alcuni dei più intimi amici eran venuti a picchiare più volte alla
porta del suo studio nella solitaria casa, in piena campagna, in una
traversa di via Flaminia; ma la porta era rimasta inesorabilmente
chiusa davanti ai seccatori che lo irritavano con quelle interruzioni
e che pareva venissero a posta per fargli smarrire l'impeto di
esecuzione proprio sul punto che stava per prorompere trionfante.

Allora egli si lasciava cascare, sfinito, sul vecchio canapè addossato
al muro, con le braccia rotte da inesplicabile stanchezza, la testa
abbandonata sul petto, e non osava di guardare la maledetta figura che
si contorceva, appena abbozzata, col fiero gesto di tirar
violentemente in su la massa spiovente dei capelli.

E come quella figura ancora informe sembrava soffrisse orrendamente
per l'inane sforzo contro la inesorabile fatalità che la teneva
impigliata nell'umido blocco di creta dove si disegnavano appena le
curve del seno, del ventre e delle anche, così egli sentiva, ora, di
soffrire quanto non aveva mai sofferto, quasi pure il suo spirito si
dibattesse impacciato da nodi interiori e non potesse liberamente
trasfondersi in quell'opera, che ormai aveva il fascino delle cose
vietate o stimate impossibili a esser raggiunte e, ciò non ostante,
desiderate e rincorse con indomabile ardore.

Immenso fu poi il suo stupore la mattina in cui si accorse che il
sentimento di profonda tristezza dal quale veniva torturato da una
settimana, non riguardasse se stesso e la inettitudine di raggiungere
la giusta forma della sua opera d'arte, ma fosse invece vivissima
partecipazione al disperato dolore di quella figura che cominciava a
sembrargli persona viva, forse--egli aveva voluto darsi una
spiegazione del fenomeno--per l'intensa e lunga contemplazione che gli
faceva scorgere nell'opera non finita di abbozzare l'espressione che
gli stava in mente e che avrebbe dovuto animarla se egli fosse
riuscito a modellarla fortemente.

--Ma non riuscirò!--sospirava.

Gli sembrava anzi di aver già commesso un delitto, condannando
la bellissima creatura--Dove l'avea vista? Come l'aveva
conosciuta?--all'ineffabile tortura di quell'atteggiamento da
cui egli più non si sentiva capace di liberarla. E quest'idea,
dapprima pàrsagli sciocca o pazza, lo penetrava ogni giorno più,
gli dava un senso di rimorso, che però non era senza mistura di
compiacimento, giacchè non a tutti poteva accadere un caso
uguale; ed esso indicava una forza, un potere intelligentissimo
in colui che era arrivato, sia pure inconsapevolmente, a quel
tentativo.

E per ciò egli tornava tuttavia a chiudersi nello studio di buon'ora e
ne usciva a sera tarda. Ma chi avesse potuto osservarlo ritto davanti
al bozzetto, con gli occhi fissi in esso, e che guardavano e non
vedevano, distratti da qualche oscuro fascino dal quale veniva
interrotta la corrente di impressioni tra i sensi e lo spirito; chi
avesse potuto osservarlo, specie in quegli ultimi giorni, quando stesa
la mano verso la figura con un briciolo di creta su la punta
dell'indice, egli si arrestava esitante con un tremito nel braccio,
quasi temesse di compire una profanazione posando quel briciolo sul
nudo corpo della formosissima donna, quantunque la modellatura ne
fosse rimasta più accennata che sviluppata; chi lo avesse, finalmente,
osservato nei lunghi intervalli di sosta, buttato sul canapè, col viso
contratto, con le mani brancicanti la stoffa di esso in atto di
strapparla, non avrebbe mai immaginato che il giovane artista avesse
perduto la giocondità di spirito, con cui riusciva gratissimo nei
ritrovi e nelle relazioni sociali, unicamente perchè la mancata
creazione artistica gli dava la pazza convinzione che una creatura
umana soffrisse nell'opera sua.

--Dove l'aveva vista?... Come l'aveva conosciuta?--se lo domandava
spesso e inutilmente.

Quella mattina, avviatosi per lo studio, aveva indugiato davanti a una
vetrina di acqueforti moderne e di riproduzioni fotografiche di
capilavori di pittura.

--Ah!... Sei vivo?

E sentì afferrarsi un braccio dalla poderosa mano dell'amico che lo
apostrofava con quelle parole.

--Che fai? Lavori almeno, o ti sei perduto anche tu dietro qualche
gonna, come l'imbecille di Dorini?

--Lasciami stare!--rispose Vittorio D'Arèba.

--Scoraggiamenti dunque? Tanto meglio. Soltanto gli sciocchi sono
contenti di loro stessi.

--Se tu sapessi quel che mi accade!

--Quel che accade a tutti e che ognuno di noi suppone caso speciale,
eccezionale.... Sentiamo!

Giulio Nolli soleva parlare così, con aria tra autorevole e beffarda,
che lasciava incerti coloro che non ne conoscevano la vasta cultura e
il fine ingegno di critico d'arte, s'egli fosse un gran pedante o un
pallone gonfiato di vento.

Vittorio D'Arèba, che ne apprezzava moltissimo i giudizi e i consigli,
a quel _Sentiamo!_ si scosse, pentito di essersi lasciato scappar di
bocca un principio di confidenza che sarebbe stato assai scortese
interrompere.

--Può darsi--rispose.--Tu forse non lo crederai, tu che non stimi,
come tanti altri, che la facilità d'esecuzione sia tra le qualità
inferiori dell'ingegno artistico (e spesso ti sei compiaciuto di
rallegrartene con me) tu non crederai che io stenti da un mese e mezzo
a tirar innanzi... una cosina da niente... una figura di donna in
vigoroso atteggiamento. Mi è apparsa così davanti agli occhi, mi sta
fissa così davanti agli occhi, meglio di un modello reale... e
intanto....

--Chi sa che concetto, chi sa che simbolo ti sei messo in testa di
esprimere! Giacchè ormai anche voialtri scultori volete contribuire al
benessere sociale, alla civiltà, all'emancipazione delle plebi...! E,
col pretesto del concetto e del simbolo, fate brutte statue
inguardabili o non riuscite a farne neppure brutte.

--Niente affatto, caro mio. Ho veduto, meglio, ho fantasticato, o,
meglio ancora, mi si è presentata improvvisamente all'immaginazione
questa figura che.... che non so dirti che cosa voglia esprimere con
quel suo doloroso atteggiamento; e mi son messo subito ansiosamente a
ritrarla, a eseguirla. Credevo di sbrigarmene in due o tre giorni; e
son là, da un mese e mezzo, non sapendo come finir di abbozzarla, di
abbozzarla soltanto! Questo stranissimo fatto mi ha talmente
impressionato, che in certi momenti--non stralunare gli occhi!--mi par
d'impazzire.

--Eh! Eh!

--Perchè l'immaginazione mi fa vedere tanta vita in quella figura di
donna, da darmi un pungentissimo senso di pena, quasi....--non
stralunare gli occhi!--quasi io non mi trovi davanti a un'incompiuta
opera d'arte, ma assista, impotente di soccorrerla, al martirio di una
creatura umana attratta in un agguato per colpa mia.

--Eh! Eh! Bisogna vedere questo miracolo!

--Quest'infamia, dovresti dire. Mi vergogno di me. Sono
incretinito!.... Sto per smarrire la ragione!

--Il primo caso è più probabile.

Ma un'affettuosa stretta di mano fece capire a Vittorio D'Arèba che il
suo amico scherzava.

Il giovane scultore si schermì un pezzo contro le insistenze del
critico d'arte che voleva accompagnarlo a ogni costo allo studio; alla
fine si arrese.

--Mi saprai consigliare.

--Non occorrerà.

Giulio Nolli si arrestò, increspando le sopracciglia, alla vista del
bozzetto e, con grande stupore dell'artista, rimase lungamente assorto
a contemplarlo da tutti i lati, senza punto curarsi dell'ansietà con
cui quegli doveva attendere il responso di lui.

--Oh! È un portento!--esclamò all'ultimo il Nolli.--Hai fatto il tuo
capolavoro. Non farai niente di meglio in avvenire, te lo dico io.

--Ti beffi di me?

--E sei davvero incretinito, se non comprendi il valore di
quest'opera, che ha un solo irrimediabile difetto--soggiunse il Nolli
non ancora sazio di ammirare:--dovrà rimanere quel che è, un bozzetto.
Nessuna abilità di esecutore potrà tradurlo in marmo conservandone la
freschezza del tocco, l'incompleto. Non ardire di lavorarvi più;
sciuperesti questa terribilità di espressione che risulta appunto da
quel che il tuo istinto d'artista ti ha preservato di alterare dando
maggiore finitezza alla modellatura.

Vittorio D'Arèba era commosso, con gli occhi pieni di lagrime che gli
velavano l'opera sua.

Intanto il critico, continuato a profondersi in elogi, a sviluppare
ampiamente il concetto risultante da quella tormentata figura,
domandava all'artista:

--Tu dunque non hai pensato niente di tutto questo?

--Niente!

--Benissimo. Le vive forze della Natura creano così, con misteriosa
inconsapevolezza; e l'ingegno artistico, che è una delle tante forze
naturali, non può agire altrimenti. Fa' formare sùbito e poi fondere
in bronzo il tuo bozzetto. Sentirai che scoppio alla prossima
esposizione!

--Mah...?--fece il D'Arèba con trepidante gesto interrogativo.

--Come battezzarlo? Ecco: _Dolore senza nome!_

--Grazie!... È proprio così! balbettò lo scultore.

E sentiva dentro di sè tutta l'angoscia di quel dolore senza nome, che
intanto gli si trasformava--prodigio dell'arte!--in infinita dolcezza.



L'INGENUITÀ DI DON ROCCO

    A GRAZIA DELEDDA.


Dall'anno che gli avevano fatto nascere il dubbio che l'edizione del
_Barbanera_ da lui comprata era falsa--e don Rocco Aragona aveva
dovuto convincersene perchè di tante predizioni di guerre, di disastri
di terra e di mare, di morti di regnanti, terremoti etc., non se n'era
avverata neppur una!--egli aveva usato la precauzione di farsi spedire
l'almanacco dall'editore di Fuligno, _raccomandato_: e il giorno che
il postino gli recava a casa il grazioso volumetto con la copertina
azzurra, era proprio una festa per don Rocco, che si metteva subito a
leggere le _predizioni_, unica cosa di cui s'interessasse.

Il _Barbanera_ gli arrivava ordinariamente verso i primi di novembre,
ed egli stava in ansiosa aspettativa fino a' primi mesi dell'anno
nuovo, rileggendo di tratto in tratto, le terribili pagine che
annunziavano tutti i guai dell'annata, mese per mese, e che, secondo
lui, non mancavano mai di avverarsi.

La sua fede nell'astrologo disegnato sul frontispizio era
straordinaria.

Ogni volta che suo fratello don Lucio, a desinare o a cena, gli
riferiva la notizia letta nei fogli in _Casino_, don Rocco scattava:

--Barbanera lo aveva predetto!... Terremoto?

--Ma non dice dove--rispondeva don Lucio ridendo sarcasticamente.--A
questo modo faccio l'astrologo anche io!

--Barbanera li aveva predetti!... Disastri in mare?

--Sfido! È la stagione.

E così quel lunario era divenuto tra i due fratelli una delle tante
occasioni di dissensi, quasi ne mancassero tra loro, a cominciare
dalle discordanze che si era compiaciuta di produrre tra essi madre
Natura.

Don Lucio passava i due metri di altezza: don Rocco era nàchero.

Magro, vestito sempre di nero, col gran palamidone miracolosamente
conservato quasi nuovo, da una dozzina di anni, a furia di spazzole e
di cure meticolose, con la tuba ricambiata ogni tre anni, e la grossa
canna d'India corrispondente alla statura, don Lucio aveva una gravità
di aspetto e di modi da ingannare chi lo vedeva la prima volta avanti
di sentirlo parlare. L'illusione spariva appena egli apriva bocca.
Siete più bestia di quanto siete lungo!--gli diceva spesso il dottor
Lepiro nella farmacia del _Gobbo_. E non aveva torto.

Basso, tondo, roseo di carnagione, con la pancia sporgente su le
gambine un po' curve come quelle di un cavallerizzo, con gli occhi
azzurri ma stupidi e la fronte mangiata da capelli folti ed irsuti,
don Rocco faceva capire subito quanto poco cervello dovesse essere
dentro quella testa piccola a foggia di pera; esso aveva la
discrezione di parlar poco e di parlare soltanto di cose di campagna.
Mentre don Lucio se la spassava tra il _Casino_ e la farmacia del
_Gobbo_, spropositando di politica e di cose municipali, egli badava
alle seminagioni, alla raccolta del grano e degli ulivi dei due
possedimentucci che formavano il loro comune patrimonio, e non aveva
tempo di occuparsi delle sciocchezze di cui s'interessava tanto suo
fratello e che lo rendevano ridicolo.

Don Rocco però era l'amministratore e teneva a stecchetto il fratello
che non guardava molto pel sottile nello spendere qualche paio di
lire, di tanto in tanto, per certe leccornie ch'egli ordinava alle
monache del Monastero vecchio famose pei dolci. A don Rocco quelle
poche lire sembravano gran sciupìo: egli solo sapeva quel che ci
volesse per metterle insieme. E così al dolce si mescolava sempre per
don Lucio l'amaro di una lite a tavola, e il broncio di don Rocco che
durava parecchi giorni.

Quell'anno l'almanacco del _Barbanera_ era arrivato appunto dopo una
di queste liti, in giorni di broncio, e don Rocco, che soleva
comunicare al fratello le predizioni, aveva spinto la dimostrazione
del suo malumore fino a nascondere sotto chiave l'almanacco, perchè
don Lucio non potesse leggerle neppure nell'assenza di lui.

Don Lucio, che era anche piccoso, gli aveva domandato:

--Che cosa predica l'Astrologo per l'anno nuovo? La prossima fine del
mondo?

Don Rocco, guardatolo compassionevolmente, non gli aveva risposto
nulla.

Qualche settimana dopo, don Lucio stupiva di veder in tavola uno di
quei famosi dolci, pretesto di liti e di bronci tra loro.

--Come mai? Sei ammattito?

--Me l'ha regalato la Badessa, per ringraziarmi di un servizietto.

Don Rocco ne prese appena una fettina e lasciò che il fratello
mangiasse golosamente tutto il resto.

La settimana appresso, nuovo dolce.

--Come mai? Regalo anche questo?

--Mangialo, e non badare ad altro.

Don Lucio non se l'era fatto dire due volte e non si era accorto che
il fratello avea dimenticato di gustarne un pezzettino.

Egli osservava, con maraviglia, quel mutamento di contegno e avrebbe
voluto trovarne la ragione. Don Rocco ora non lo contradiceva più,
anzi preveniva i suoi desideri; e siccome il gran debole di lui erano
i dolci, egli non ardiva, ogni volta che ne trovava uno in tavola,
domandare al solito:--Come mai?--Lo mangiava zitto zitto, ma un po'
impensierito. Suo fratello doveva essere vicino a morire, se si
mostrava cambiato tanto e quasi tutt'a un tratto!

Da un mese e mezzo, nessuna lite, nessun'ombra di broncio tra loro.
Don Lucio si vedeva guardato con una specie di tenerezza
compassionevole e s'inteneriva alla sua volta. Ne aveva fin parlato
nella farmacia del _Gobbo_, ripetendo:--Mio fratello morrà presto, non
lo riconosco più!--

E trovando ora, quasi ogni giorno, un nuovo piatto dolce in tavola,
pur lasciandosi vincere dalla gola, lo mangiava con un senso di
rimorso che gliene guastava il sapore.

--E tu? Tu non ne mangi? Perchè?

Due lagrime spuntarono negli occhi di don Rocco e gli scivolarono su
per le gote rosee e paffute.

--Che hai? Che cosa è stato?

--Niente!

E don Rocco si levò di tavola per andare a chiudersi nella sua camera.

Don Lucio rimase interdetto.

Prima di mettersi a tavola, suo fratello gli aveva domandato più
volte:

--Come ti senti?

Perchè? Egli si sentiva benissimo, non si era anzi mai sentito così
bene come allora. Che cosa significava dunque quella domanda? Era
malato e non se n'accorgeva? E volle saperlo.

--Mi hai domandato più volte: Come ti senti? Perchè? Che ti pare?

Invece di rispondere alla domanda, don Rocco avea domandato alla sua
volta:

--Non ti senti proprio niente?

--Che cosa dovrei sentirmi? Mi metti paura.

--Non badarmi. Mi sono ingannato... Credevo....

Il giorno dopo, don Lucio fu stupito di due cose; della vista di due
piatti dolci invece di uno e della presenza del dottor Lopiro
straordinariamente invitato a desinare.

Il dottore, prima di mettersi a tavola, gli avea sussurrato in un
orecchio:

--Vostro fratello vuol proprio morire! Inviti a pranzo, dolci!... o
ammattisce, come voi dite.

Don Rocco aveva un viso così strano, così funebre che suo fratello
proruppe:

--Ma che hai? Si può sapere?

--Che ho?... Che ho?... Ne abbiamo quindici oggi?

--Ebbene?--fece il dottore.

--Dottore, non mi chiedete altro! E tu mangia tranquillo.... Due
dolci!... Voglio mangiarne anche io.... quantunque mi piacciano
poco....

Ma si vedeva benissimo che faceva un gran sforzo per apparire allegro.
Teneva fissi gli occhi in viso al fratello, quasi si aspettasse da un
istante all'altro qualcosa di straordinario, e nello stesso tempo si
maravigliasse di non vederlo accadere. Verso la fine del pranzo
arrivava il canonico Stella.

--Avete voluto che venissi a prendere il caffè da voi.... Che belle
notizie?... Sponsali prossimi?

Don Rocco sembrava istupidito, e don Lucio peggio di lui. Nel versare
il caffè al canonico la mano di don Rocco tremava.

--Avete sentito?--disse il canonico.--È morto _Bismarco_. I francesi
saranno contenti.... Sì, molto zucchero.... altrimenti il caffè non mi
fa digerire... E anche voi, don Rocco.

--Io? chi lo conosce costui?--rispose don Rocco.

--Il vostro _Barbanera_ ha indovinato. _Morte di un alto personaggio!_
annunziava per la prima quindicina di questo mese.

--Era alto!... Più alto di Lucio?--balbettò don Rocco.

--Un omaccione, dicono. Ma non si tratta di questo. _Alto_ significa:
importante: _alti personaggi_ sono i re, il papa, certi ministri....

E vedendo il viso che faceva don Rocco nell'udire questa spiegazione,
il canonico Stella e il dottor Lopiro scoppiarono in una gran risata.
Il canonico, preso da un colpo di tosse, sbrufava il caffè che stava
per sorbire.

--Che vi eravate... figurato? Ah! Ah! Ah!

Don Rocco piangeva dalla contentezza. Sì, si era figurato--lo
confessava ingenuamente--che il _Barbanera_ indicasse.... E non avea
voluto dir niente al suo povero fratello, e avea cercato di farlo
morire sazio di piatti dolci... almeno!... Un alto personaggio!... Oh!
Egli aveva passato due mesi d'inferno, con la gran paura di vederselo
cascar davanti, morto di un colpo!... Sapeva assai lui che _alto_
volesse anche dire!...

Solo don Lucio non rideva, pensando che il fratello ora gli avrebbe
fatto scontare tutti quei piatti dolci datigli a mangiare in due mesi!

E infatti....



=OH, QUEL SILENZIO!=

    AL DOTTOR MARIANO SALLUZZO.


Perchè non rispondeva mai? Perchè--visto che le mie recriminazioni
erano ingiuste,--ella non si ribellava, con la parola, col gesto, con
lo sguardo almeno? Taceva! E dal suo bianco volto non traspariva
niente di quel che doveva certamente vibrare in fondo alla sua anima
contristata.

Ora io capisco quanto sono stato crudele, e per ciò non so perdonarle
neppur dopo morta. E se talvolta penso che forse ella mi ha compatito
e mi ha perdonato, il profondo rancore contro di lei, mi rende quasi
pazzo. La sua vendetta è terribile!

Ero geloso, sì, stupidamente geloso, irragionevolmente geloso; ma non
doveva ella intendere che la mia gelosia proveniva da eccesso di
amore?

Lo ha compreso e per questo taceva? No, amico mio; lo avrei
indovinato. Quella sua anima è rimasta un tetro mistero per me.

Me la veggo sempre dinanzi, bianca, esile, con gli occhi azzurri
limpidi e luminosi che sembravano un lembo di cielo sorridente; con le
labbra leggermente rosee, che conservarono fino all'ultimo la loro
freschezza simile a quella di un fiore umido di rugiada; con la
espressione di dolcissima grazia, che dava alla sua persona
l'apparenza di una creazione di arte più che di terrena realtà. Ed ho
sempre nell'orecchio il suono della sua voce, le inflessioni della sua
parola che si modulavano in deliziosa melodia, e mi commovevano e mi
turbavano come una carezza spirituale anche nei momenti più spietati
delle mie gelose irruzioni; e all'idea che ella ha potuto sopportare
rassegnatamente le torture che le ho inflitto per due anni, ora per
ora, giorno per giorno, incessantemente, raddoppiando tanto più la mia
ferocia quanto più la vedevo docile, rassegnata a quella tortura, e
senza che io abbia mai potuto scoprire quali sentimenti si
nascondessero sotto così incredibile docilità, sotto così
inesplicabile rassegnazione, sento vacillarmi la ragione; e sento di
odiar Gemma, ora che non è più, per lo meno quanto l'ho amata ed
adorata vivente.

Ti sembra forse possibile che una donna rimanga la stessa, di fronte a
un'inattesa e quasi improvvisa mutazione dell'animo di colui che le
avea promesso la felicità e le dava l'inferno?

Non dirmi: Perchè no? Tenti invano d'illudermi e di consolarmi. Non
voglio essere consolato. La mia sciagura è ormai irreparabile.

Ella ha voluto andar via, senza darmi la sodisfazione di una risposta
qualunque. Si è lasciata morire, impenetrabile al pari di quelle
Sfingi che spalancano gli occhi privi di sguardo in faccia ai
viaggiatori tra le arene che circondano le Piramidi egiziane, e non
interrogano nè rispondono da mille e mille anni. Così lei.

Ho quasi perduto, a furia di pensarci su, la nozione del tempo. La
interrogo da quattro anni, o da un'infinità di anni questa misteriosa
Sfinge che mi è stata davanti prima viva e mi sta egualmente davanti
morta, e che da morta non risponde alle mie insistenti interrogazioni,
come non rispose mai, mai, da viva! In certi momenti non saprei dirlo.

Mi sembra che tutta la mia vita sia trascorsa in questo atteggiamento
di continua interrogazione, in quest'ansiosa aspettativa di una
risposta, in questa desolata disperazione di riceverla, un giorno!

Ella ha voluto vendicarsi in questo modo, e non poteva trovarne un
altro più straziante e più crudele.

Se fosse stata rassegnata davvero, negli ultimi istanti, quando mi
fissava in viso gli azzurri occhi già velati dall'agonia, dicendomi
con un fil di voce:--Non ti vedo più! Una nebbia mi circonda!--in
quegli ultimi momenti almeno ella avrebbe dovuto dirmi una parola
rivelatrice, una sola parola.... Niente!

Fosse anche stata una parola di disprezzo, di odio, di maledizione, ne
sarei stato sodisfatto; almeno avrei saputo qualche cosa,
all'ultimo!... Ma no, ha voluto andarsene muta, chiusa, senza uno
sguardo, nè un gesto, nè una sillaba che mi rivelasse il segreto del
suo cuore, del suo spirito. Ella! Ella che, prima, quando l'amavo e
non ero ancora geloso, mi sembrava trasparente come un cristallo,
limpida come un purissimo diamante. Allora mi bastava guardarla negli
occhi per scoprire le più lievi sfumature di sentimento nei fondi
penetrali del suo cuore, per afferrare i più rapidi pensieri che le
illuminavano come lampi la mente, dietro quell'ampia fronte che sotto
i neri capelli ondulati sembrava di finissimo avorio!

E appena gli artigli del _mostro dagli occhi verdi_ mi si conficcarono
nel cuore, appena le prime mie ruvide mosse d'impazienza, di sospetto,
di rimprovero le fecero intendere la divoratrice passione che
cominciava ad invasarmi, ella mi apparve un'altra tutt'a un tratto. Il
suo cuore si ottenebrò, ed io non potei più leggervi nulla; la sua
fronte diventò opaca, quasi la bella creatura vivente si fosse mutata
in statua che non ha anima, ma soltanto linee e rilievo di bellezza,
espressione esteriore che fa comprendere il concetto voluto
significare dall'artista, ma che non penetra, non pervade il legno la
creta o il marmo di cui essa è formata.

Se non che, invece, io sapevo che dentro quella statua c'erano e il
cuore e l'anima e lo spirito; e intanto, tra essi e me si opponeva,
insuperabile, quel silenzio che pareva mi tenesse chiusa in faccia una
porta di bronzo a cui invano picchiavo; di cui le mie mani, battendo,
quasi sentivano il diaccio; e che non risonava neppure, tanto era
solida, fusa tutta d'un pezzo. L'immagine di questa bronzea porta, in
certi momenti, si mutava nella mia alterata immaginazione in cosa
reale.

E mentre il mio geloso furore provocato da un nonnulla (ora lo
capisco) prorompeva in parole sconnesse, in urli, in gesticolazioni da
mentecatto, e Gemma mi stava immobile davanti, senza mutar di colore,
senza che nei bei occhi le si accendesse un baleno d'indignazione o di
pietà, senza che le sue rosee labbra s'increspassero lievemente sotto
il vituperio di accuse, di sospetti, di insulti che la investiva, io
ero tentato di percuoterla al petto, dove mi sembrava fosse quella
inespugnabile porta di bronzo.... E non mi spauriva l'idea di
commettere anche un delitto!

No, ella non ha avuto nessuna pietà di me! Se ne avesse avuta, si
sarebbe difesa, avrebbe protestato, avrebbe pianto; avrebbe risposto
alle accuse con altre accuse, ai sospetti con altri sospetti, agli
insulti con altri insulti, a torto o a ragione, non voleva dir
nulla.... No, no, ti ripeto, non ha avuto nessuna pietà di me! Si è
vendicata con quel terribile silenzio, con quell'orrida rassegnazione,
e senza mostrare, neppur con un cenno, che si stimasse vittima
innocente.... della mia stolta gelosia!

Fece peggio! Mi nascose il suo male, si lasciò struggere a poco a
poco; e soltanto pochi giorni prima della catastrofe, quando ogni sua
energia era finalmente esaurita, soltanto allora mi annunziò con voce
esile ma ferma:

--Dino, mi sento morire!

Ed io, sciagurato, non lo credetti! E il giorno che non potei più
dubitare,... sai tu qual fu il pensiero che mi sconvolse, che mi
riempì gli occhi di infocate lagrime di rabbia?--Ella mi sfugge! Ella
mi sfugge! Ella se ne va senza dirmi il suo segreto!--Ed è stato così!
Così!

E tu dici: Era una santa!--Una santa senza pietà? Senza carità? Oh no!
Il perdono non è muto....



UN'ARIA DI CIMAROSA

    A BRUNA.


Tra i ricordi della mia fanciullezza--disse Forcelli--c'è una gentile
figura....

--Vizioso fin da bambino!--lo interruppe Miozzi, ridendo.

--.... una gentile figura di vecchina--continuò Forcelli senza
badargli--che mi torna alla memoria ogni volta che sento qualche
spigliata melodia del secolo scorso. Era cugina di mio padre e viveva,
sola sola, in una casetta più vecchia di lei, dove tutto era vecchio
come lei e d'onde tutto è sparito con lei, molti e molti anni fa. Si è
salvata dal disastro--e non so come--soltanto una spinetta barcollante
sui tre piedi, con la cassa tarlata anche allora, coi tasti ingialliti
e sconnessi e col pedale rotto e accomodato alla meglio con spago. Ho
voluto lasciarla tal quale, e la tengo in un canto del mio studio per
ricordo di colei che mi ha fatto godere le più dolci impressioni
musicali di vita mia. Ho detto: più dolci e non più intense, caro
maestro--egli soggiunse, rivolgendosi a colui che scoteva la testa
protestando e quasi commiserandolo, da quel rabbioso wagnerista che
era.

--Volevo ben dire!--rispose questi.

--Andavo spesso dalla cugina, come tutti la chiamavamo in famiglia,
perchè ella mostrava una grande predilezione per me. Ero il vivente
ritratto del nonno, secondo lei; e infatti ella mi aveva imposto il
soprannome di Nonnino. Confesso che abusavo volentieri di questo
privilegio, permettendomi in casa sua tante e tali capestrerie, delle
quali il babbo e la mamma non avrebbero tollerato le più piccole e più
innocenti.

--Ah, Nonnino! Nonnino!--ella mi sgridava, minacciando con l'indice
della mano destra.

Ma subito rideva.

Ora, uno dei miei più piacevoli divertimenti consisteva, in principio,
appunto nel tempestare con le mani, quasi coi pugni, sui tasti di
quella misera spinetta, che fremeva e strideva con tutte le corde di
rame e sembrava chiedere aiuto contro lo strazio che le infliggevo.

La cugina accorreva da qualunque punto della casa, curva, strascicando
le ciabatte, sgridandomi da lontano:

--Ah, Nonnino! Nonnino! No, no; la spinetta, no! Questa non si tocca.

E infatti non la toccai più dal giorno, che la cugina, per indurmi a
lasciare in pace il suo caro strumento, mi disse:

--Quando vuoi, suono io la spinetta e ti canto anche una bella
canzonetta che potrai imparare a memoria.

--E a suonare m'insegnerai?

--Non saprei insegnarti, Nonnino mio!

Così mi contentai della canzonetta, accompagnata dall'argentino
frinire di quelle corde, che oggi, a confronto del suono di un
pianoforte, sembrerebbe ronzìo di zanzara.

Oh, non era una sonatrice e nemmeno un'abile cantante! Sapeva fare
pochi accordi e replicava sempre quell'unica canzonetta allegra,
spigliata, che assumeva nello stesso tempo un'espressione malinconica
pel suono tremulo della voce. Anche gli accordi tremolavano, perchè le
dita della vecchierella avevano perduto ogni agilità. A me, canzonetta
ed accordi sembravano cosa maravigliosa, e volevo riudirli più di una
volta, di sèguito, quando andavo dalla cugina.

--Come si chiama questa canzonetta?--le domandai un giorno.

--Il matrimonio segreto.

--E chi l'ha fatta?

--Il maestro Cimarosa.

--Lo conosci?

--No.

--Dunque, come l'hai appresa?

--Me l'ha insegnata... mia madre.

--Che vuol dire: matrimonio segreto?

--Vuol dire che si sono maritati di nascosto.

--Perchè?

--I parenti forse non volevano.

--Ti sei maritata di nascosto tu?

--Non mi sono maritata mai!

--Perchè?

Oh, gli importuni e inevitabili perchè dei bambini!

La cugina, quella volta, tentò di sorridere: ma, accarezzandomi i
capelli e balbettando:--Perchè.... Perchè....--aveva le lagrime agli
occhi.

Ella era morta da un pezzo quando, tornato dall'Università, rividi in
casa nostra la spinetta a lei così cara. Mi rivenne subito alla mente
quella scena dimenticata, e fui commosso per l'intimo triste dramma
che l'aria o la canzonetta (come ella diceva) di Cimarosa lasciava
immaginare.

Io non ho visto rappresentare il _Matrimonio segreto_ del gran
musicista d'Aversa, o non ho mai voluto riudire da altra voce la
canzonetta della quale ho dimenticato le parole e il motivo, pur
conservando la indefinita sensazione dell'allegra e alata melodia, a
cui la tremula voce della cugina comunicava anche un senso di dolce
tristezza. Mi sarebbe parso di profanare qualche cosa di sacro,
sovrapponendo all'infantile e delicata sensazione una sensazione
recente che, forse, avrebbe potuto affievolirla o farla sparire.

E, per ciò, conservo nel mio studio la tarlata spinetta, di cui
parecchie corde sono già rotte e attorcigliate e i tasti più sconnessi
di una volta e il pedale guasto e accomodato con spago.

Spesso, fumando una sigaretta, sdraiato su una poltrona, mi compiaccio
di fantasticare la misteriosa tragedia del cuore della vecchia cugina,
e penso che la canzonetta di Cimarosa ha dovuto essere per lei
un'ineffabile consolazione nella lunga tristezza della solitaria sua
vita.



NON PREDESTINATO?

    A GIUSEPPE COSTANZO.


--Io non credo alla fatalità--disse Oddo Remossi--almeno nel modo in
cui generalmente s'intende. Per quanto si voglia ingrandire l'azione e
l'influenza delle circostanze esteriori ed ereditarie, resta sempre un
largo margine dove può trovar posto la libertà individuale. Solamente
avviene che noi non ci opponiamo a bastanza a quelle forze, diciamo,
nemiche che ci stanno dattorno. Spesso, pur troppo! non ne abbiamo il
tempo, nè il modo. La vita c'incalza; la stessa civiltà che dovrebbe
renderci più indipendenti e più liberi, ci costringe a una schiavitù
di atti e di pensieri di cui non ci rendiamo mai conto. Oggi nessuno
di noi avrebbe il coraggio di soffiarsi il naso con le dita, come il
gran Cavaliere della Mancia e qualche raro contadino attuale. La
schiavitù del fazzoletto vi sembra poca cosa? Ne ridete? Ebbene,
tant'altre schiavitù di idee non sono meno ridicole di essa.
Rifletteteci un po', e ve ne avvedrete.

--Che c'entra tutto questo con la fatalità?--disse Mazzani.

--C'entra--rispose Remossi--perchè noi sogliamo chiamare _fatali_ quei
fatti dei quali non riusciamo a scorgere la concatenazione e la
logica.

--Troppa filosofia e, mi sembra, sprecata a proposito di un
avvenimento così meschino e comune come quello di cui ragioniamo!

Gramoglia aveva parlato senza togliersi di bocca il sigaro gustato
beatamente, stando sdraiato su la poltrona, su la _sua_ poltrona, da
lui chiamata così perchè ogni volta che si trovava nello studio
dell'amico Remossi la voleva per sè, o preferiva di restare in piedi
se era già occupata da un'altra persona.

--Secondo te--soggiunse continuando a fumare--io dovrei ribellarmi
alla schiavitù della _mia_ poltrona che stimo tanto comoda e tanto
dolce. Perchè?

--Con voialtri è impossibile ragionare!--esclamò Remossi.--Ne volete
la prova? Vi racconterò un fatto. È autentico, autenticissimo; non lo
invento per comodo della discussione. So già, anticipatamente, il
giudizio che ne darete, e sarà la conferma di quel che sostengo.

--Non usciamo però dalla specie di fatti dei mariti fatalmente
predestinati.... Ce n'è parecchie categorie. Quella di coloro che non
hanno occhi per vedere, nè orecchie per sentire; quella di coloro che
vedono e sentono e si rassegnano al loro destino; quella di coloro che
si ribellano inutilmente, giacchè un fatto è un fatto e niente può
annullarlo dopo che esso è avvenuto. Un marito che ammazza la moglie
infedele o l'amante....

--È superfluo che tu _balzaccheggi_; la _Fisiologia del matrimonio_
l'ho letta anch'io. Che cosa voglio provarvi? Che noi ci siamo appunto
resi schiavi di un pregiudizio, o di un sentimento ridotto tale. Non
ci sono _predestinati_ nel matrimonio, ma, invece, mariti sciocchi,
imprevidenti, incuranti, mariti nervosi, irragionevoli,
delinquenti....

--Se non è zuppa è pan molle--lo interruppe Mazzani.--Ma è meglio che
tu racconti il fatto. Riprenderemo a discutere dopo.

--Eccolo--fece Remossi--coi tre soliti personaggi _Ella, Egli, Lui_.
Dispensatemi dal dire i nomi, quantunque non ci sarebbe niente di male
se io li rivelassi. Ma si tratta di un fatto intimo, saputo per caso,
e la malvagità umana è tale da poter sospettare che le cose siano
andate altrimenti di come io le ho apprese.

--Non sei assolutamente certo, dunque!--disse Gramoglia.

--Certissimo. Non ho conosciuto un uomo più savio di.... (Mi avvedo
che bisogna ribattezzare i miei personaggi per evitare confusione) di
Roberto Cagli. La natura e le circostanze lo avevano singolarmente
dotato. Era quasi ricco, di eccellente famiglia, e bell'uomo per
giunta. Aveva studiato molto, senza prendere una professione. Le
professioni stimava tiranne, e voleva godersi le fortunate circostanze
che gli permettevano di restare indipendente da tutto e da tutti.
Soleva dire:--Uomo perfetto è colui che può conservarsi selvaggio in
mezzo alla civiltà.--Per lui selvaggio era sinonimo di libero. A
trentacinque anni aveva sposato la donna eletta dal suo cuore, bella e
colta a bastanza. Vero matrimonio di amore, perchè la signorina...
Balestri poteva portargli appena un modesto corredo per dote. I primi
anni del loro matrimonio erano trascorsi felici, e la felicità,
evidentissima, dei due sposi destava ammirazione ed invidia. Nessuno
però osava pensare d'intorbidirla. La signora Cagli veniva stimata una
di quelle donne che, anche per indole, rimangono superiori a ogni
insidia. Ma, pur non essendo diversa la convinzione di suo marito,
egli non tralasciava di tenerla d'occhio, di osservarla senza averne
l'aria e lasciandole amplissima libertà. Qui entra in scena _lui_, il
terzo, il serpente tentatore, secondo la leggenda, se può dirsi tale
uno che in un certo momento, nel momento più pericoloso e quasi
decisivo, rinunziava alla sua parte: era, naturalmente, il più intimo
amico del marito. Conformità di sentimenti e di idee, oltre a
circostanze delle due famiglie, avevano legato Roberto Cagli ad Adolfo
Gissi con un'amicizia più che fraterna sin dai primi anni della loro
giovinezza. Avevano studiato insieme, e fatto insieme qualche piccola
stravaganza. Il matrimonio dell'uno, che sembrava avesse dovuto
rallentare la loro intimità, l'aveva anzi rafforzata. Era un bell'uomo
anche Gissi, di carattere gioviale però, e con parola facile e
colorita, che formava un po' di contrasto col carattere più serio e
contegnoso del suo amico.

La signora Cagli, da principio, si sentiva quasi intimidita davanti a
quell'espansione di allegria che il Gissi metteva nella conversazione
ogni volta che veniva a trovarli o che era invitato a pranzo, cosa che
accadeva una volta la settimana, a giorno fisso. (Cagli aveva voluto
mantenere quella sua abitudine di scapolo). Poi....

Una mattina, non ricordo per quale circostanza, Roberto Cagli era
andato dal suo amico, e lo aveva sorpreso occupatissimo a preparare le
valige.

--Parti?

--Intraprendo un lungo viaggio.

--Come mai non me n'hai detto niente?

--Sarei venuto ad accomiatarmi questa sera.

--E dove vai?

--Non lo so; lontano.

--Che mistero è questo? Hai tu dunque dei segreti per me che per te
non ne ho avuti mai?

Gissi lo guardò negli occhi; anche il suo amico lo guardava
intentamente; pareva volessero scrutarsi a vicenda.

--Che ti accade?--disse Cagli.--La nostra amicizia mi dà il diritto di
farti questa domanda con la certezza di ottenere una schietta e
sincera risposta.

--Forse non hai bisogno che te la dia--rispose Gissi.

--Non capisco. Commetteresti una indegna azione se non mi dicessi la
verità.

--Vi sono cose in questo mondo che non si possono nè si devono
confidare neppure al più intimo amico.

--A un intimo amico qualunque, sì; non a me.

E tutti e due rimasero interdetti di parlarsi con tanta insolita
severità.

--Hai ragione!--esclamò Gissi dopo un istante di esitanza.

Si passò due o tre volte una mano su la fronte, fece qualche sforzo
quasi per trattenere le parole che stavano per sgorgargli dalle
labbra, poi, prorompendo, disse:

--Parto perchè... amo tua moglie!

--Ella lo sa?--domandò tranquillamente Cagli.

--Sì--rispose Gissi, chinando dolorosamente la fronte.

--Non c'è altro?...

--Oh! Sono gentiluomo e sopratutto amico; non dovresti dubitarne un
solo momento.

--Non ne ho dubitato, e non ne dubito. Mi ero accorto che mia moglie
cominciava ad amarti. È un'anima nobile ed onesta anche lei. Di che
cosa avete paura tutti e due?

--Della nostra fragilità. Come non intendi...?

--La tua partenza, in ogni caso, non rimedierebbe a nulla.
Peggiorerebbe la situazione. Sei un uomo?

--Lo vedi. Un altro....

--Precisamente perchè non sei quest'altro tu devi restare. Se ti
ostinassi a partire, io avrei ragione di supporre che cedi a un
tardivo rimorso.

--No, te lo giuro!

--Non occorreva giurarmelo.

--Restando non potrei più frequentare la casa tua. Che direbbe la
gente?

--Non mi sono mai curato di quel che la gente può pensare o dire di me
e dei fatti miei; intanto non avrà da pensare e da dir niente, perchè
tu continuerai, tu devi continuare a frequentare la mia casa come hai
fatto finora. Sei un uomo? Il tuo dovere è di vincere te stesso. Dammi
la tua parola di onore che farai come io voglio.

Per quanto Gissi conoscesse l'animo del suo amico, non rinveniva dallo
stupore di sentirlo parlare a quel modo. Gli era balenato il sospetto
che quella tranquillità apparente nascondesse un tranello; l'uomo non
è sempre un eroe, in ogni circostanza, anche quando è dotato di tutte
le qualità che producono l'eroismo, egli pensava. Ma il rapido
sospetto era sparito dopo le ultime parole del suo amico.

--Ti dò la mia parola di onore!... Rifletti però... te ne prego.

--Per lei, forse? Senti: io sono sicuro di vedere un prodigio. Non
credo alle passioni fulminanti, al _coup de foudre_ dello Stendal. Noi
commettiamo cattive azioni, perchè ci diciamo che non sapremmo non
commetterle, intendo parlare specialmente delle cattive azioni
passionali. Se guardi bene dentro te stesso, vedrai che tu hai
lusingato, accarezzato, e non inconsapevolmente, sensazioni che
avresti potuto con facilità soffocare nel momento che cominciavano a
determinarsi. La tua rettitudine di animo ti ha ora suggerito un mezzo
violento che, come tutte le violenze, può produrre, anzi, produrrà
certamente effetti contrari a quelli preveduti. Se vuoi la tua, la mia
e la tranquillità di lei....

Insomma Gissi dovette arrendersi in faccia a così incredibile mitezza.

Avvenne, lo stesso giorno, una scena che può sembrarvi strana ma che
raggiunse lo scopo voluto. Gissi non se l'aspettava. Era andato, come
per una solita visita, in casa del suo amico. La signora Cagli si
trovava in salotto col marito che l'avea pregata di suonare mentre
egli finiva un sigaro dopo la colazione.

--Continua!--disse alla moglie che cessava di suonare all'inattesa
apparizione.

Ella sapeva che Gissi doveva partire senza più rivederla, dopo che in
un istante di debolezza si erano lasciati sfuggir di bocca il loro
reciproco segreto, o piuttosto dopo che l'imprudenza di Gissi le aveva
strappato una confessione che l'aveva fatta piangere indignata contro
di lui e di sè stessa.

E soltanto per nascondere il suo turbamento, riprese a suonare; smise
dopo poche battute.

--Dunque--disse Roberto Cagli--voi due vi amate o state per amarvi...?

Gissi scattò in piedi, pallido, portando disperatamente le mani alla
testa; la signora chinò la fronte sul leggìo del pianoforte mezza
svenuta.

--Non vi sembra di essere ridicoli?--soggiunse Cagli.--Vorreste
diventare due volgari adulteri? Eh, via! Eh, via!

Il colpo era fatto.

Gissi e la signora si trovarono, con una mossa involontaria, l'una di
faccia all'altro, l'una con gli occhi in quelli dell'altro, ridicoli
come quegli aveva detto, nient'altro che ridicoli, e rossi tutti e due
dalla vergogna di riconoscersi tali, mentre nei giorni scorsi si erano
creduti sopraffatti da fiero tragico destino.

E tutto finì là!

--Caro Remossi--disse maliziosamente Gramoglia--dobbiamo proprio
crederti?... Tutto finì là?

--Io ti credo--soggiunse il Mazzani.--Hai raccontato con troppa
calorosa sincerità e con troppi particolari, da non lasciar nessun
dubbio su la veridicità del fatto.... Ma esso non prova niente contro
la teorica dei _predestinati_. Il tuo amico Roberto Cagli non era del
bel numero; ecco tutto.



CHI SA?

    A FANNY ZAMPINI-SALAZAR.


Era scettico ed egoista? O si compiaceva, per vanità, di mostrarsi
tale?

Io gli volevo bene, non ostante i suoi grandi difetti; probabilmente
per essi. Vi sono cattive qualità che attraggono in modo
straordinario; forse perchè dànno l'illusione di nascondere, sotto la
loro malvagia apparenza, qualità opposte, degne di ammirazione e che
servono da compenso. Il fascino di certi delinquenti, di certe
malefiche donne può spiegarsi così.

Federico Toacci aveva l'impudenza delle sue azioni, e questo faceva
qualche volta sospettare ch'egli esagerasse raccontandole.

Soleva dire:

--Io non credo all'abnegazione e al sacrificio perchè le stimo virtù
inumane; e per ciò non li pratico.

Il dovere di ogni individuo consiste nel procurarsi, con qualunque
mezzo, quel che può soddisfare i suoi bisogni, i suoi desideri, e
renderlo felice.

La morale è stata inventata da colui che voleva impedire agli altri il
conseguimento di un bene creduto degno di esser riserbato a lui solo.

Il codice è il libro più prezioso del mondo perchè indica la maniera
come si possa nuocere agli altri, evitando di nuocere a sè stessi.

L'amore non vale il tempo, le forze e i quattrini che si sciupano per
acquistarlo. Bisogna prenderlo come viene, quando viene, da chiunque
viene, senza guardar molto pel sottile. Tanto, esso è una
sciocchissima cosa, di cui abbiamo fatto il pernio della vita forse
per dimostrare che la vita non vale niente di meglio.--

E se qualcuno gli faceva notare che parecchie sue azioni
contradicevano gli aforismi da lui solennemente e ripetutamente
proclamati, egli rispondeva:

--Il poter fare il contrario di quel che si pensa e si sente è la
miglior prova che uno possa dare a sè stesso della propria assoluta
indipendenza e della libertà che possiede.

Una volta mi disse:

--Cattiva giornata oggi! Ho dovuto fare una buona azione, con la
semplice lusinga che essa ne faccia commettere parecchie cattive.

--Che cosa hai fatto?

--Ho prestato mille lire a un tale che non ardiva di chiedermele
perchè era certo--diceva--di non potere restituirmele.

--Ebbene?

--Non capisci che se fosse stato vero, me le avrebbe invece
insistentemente richieste?

--Te le restituirà dunque.

--No, giacchè ora sa che io non conto più su la sua restituzione.

--Perchè gliel'hai date?

--Per togliermi la tentazione di credere che vi sia una persona onesta
in questo mondo.

--E se, contrariamente a quel che tu sospetti, costui verrà a
restituirti, presto o tardi, le mille lire?

--Penserò che, tra qualche tempo, vorrà chiedermene dieci mila, per
fare un colpo più grosso. L'onestà è un calcolo profondo; è l'impiego
d'un capitale ideale con gl'interessi al mille per cento....

--Oh!...

--.... in questo, o nell'altro mondo per coloro che credono.

--Eppure tu fai tante cose in ossequio alla morale, alle leggi, alle
convenienze sociali!

--L'uomo non è perfetto. Vuol dire che sono un onesto anch'io, a
intervalli, a grandi intervalli per fortuna.

Sì, era vero: Federico Toacci godeva la vita senza scrupoli, senza
ritegni, al pari di tanti altri, che però si guardano bene di
formulare in ispietati aforismi le norme della loro condotta.

Rimasto libero a ventidue anni da ogni soggezione di famiglia, educato
fuori di casa, lontano, a Parigi e a Londra--perchè i suoi genitori si
erano divisi quasi subito dopo la nascita di lui e il padre non avea
voluto impacci tenendolo presso di sè come gli era stato accordato
dalla legge, nè la madre si era più ricordata, nel disordine della sua
esistenza, di avere un figliuolo--bello, straricco, sviluppato
precocemente in ambienti dov'era difficile farsi una ben chiara idea
del bene e del male, egli si era formato da sè una particolare
filosofia sperimentale e aveva conformato ad essa tutti gli atti della
sua vita.

Spesso mi viene il sospetto ch'egli fosse un sentimentale camuffato da
scettico e da egoista. Era certamente un orgoglioso che non voleva
essere ingannato da nessuno, e che pel timore di far ridere della sua
bontà naturale e della sua buona fede, s'inducesse, come ho detto, ad
esagerare le apparenze dal lato cattivo.

Ricordo, a questo proposito, due fatti.

Primo, un gran pranzo dato da lui. La lettera d'invito diceva: _Per
celebrare un mesto avvenimento. N. B. In abito chiaro_.

La tavola era sparsa di crisantemi bianchi. La tovaglia e i tovaglioli
orlati a lutto. Le massicce fruttiere d'argento, velate di crespo
nero.

Nessuno degli invitati si era maravigliato di quella stravaganza, ma
tutti eravamo curiosissimi di saperne la ragione.

Allo sciampagna, rizzatosi in piedi e tenendo con una mano la coppa
ricolma, egli disse con tono scherzevole:

--Un'umile ragazza si è suicidata... per me. È il primo caso che mi
càpita. Lascio cascare una lagrima nella mia coppa, e bevo in onore di
quest'avvenimento, che può essere una verità o una menzogna. Amici,
fate altrettanto!

Nessuno di noi osò di bere.

Egli vuotò la coppa, ci guardò sorridendo ironicamente ed esclamò:

--Mi compiaccio di apprendere che ho ancora qualcosa da insegnare ai
miei amici.

Io gli dissi:

--Tu hai paura di sembrare commosso a chi fai pena.

--Mi mancava soltanto la commiserazione di qualcuno!

E accese con indifferenza una sigaretta.

Il pranzo finì freddamente.

Due anni dopo, accompagnavo un amico di provincia che voleva osservare
non ricordo più qual monumento al camposanto.

In quella sera di ottobre, col cielo coperto di nuvole, un po' umida e
fredda, la città dei morti era deserta. Per ciò fui stupito di
scoprire, in fondo a un viale, un uomo inginocchiato davanti a un
monumento che non avevo avuto occasione di vedere prima e che sembrava
bello anche da lontano. Sur un piedistallo di marmo scuro, un angelo
di bronzo spiegava le ali levando in alto le braccia aperte, quasi
stesse per spiccare il volo verso il cielo e in atto di offerta.

Ci accostammo.

--Tu!--esclamai maravigliato, riconoscendo Federico Toacci.

E mi chinai a leggere l'iscrizione. Essa diceva:

                    A UN'UMILE
                 MORTA PER AMORE

Guardai Federico con lunga occhiata significativa.

--T'inganni--egli disse col solito ironico accento, tirandomi da
parte.--Questo monumento mi è servito bene presso altre donne. Ho dato
appuntamento qui a una bellissima signora che vuol essere commossa
prima di tradire il marito. Ha tante furberie il cuore umano!... Mi
rincresce che ella sia in ritardo. Volevo farmi sorprendere
ginocchioni davanti a questo monumentino.... Fammi il piacere di
allontanarti col tuo amico.... Eccola--soggiunse, indicandomi una
signora vestita a bruno che s'inoltrava pel viale.

Invece, quella signora, brutta e vecchia inglese, ci passò davanti, si
fermò un istante ad osservare con l'occhialino l'angelo che spiegava
le ali, e torse a destra infilando un altro viale.

Io feci in modo da accertarmi, non visto, se Federico Toacci si fosse
ingannato, e mi avesse detto la verità.

Lo vidi andar via dopo un pezzo, guardando cautamente attorno, senza
che nessuna signora fosse venuta a sorprenderlo ginocchioni davanti al
monumento da lui eretto all'umile suicida per amore.

Così mi è nato il sospetto che ci siano al mondo anche gl'ipocriti
dello scetticismo e dell'egoismo, e che il mio amico fosse di questi.

È morto di tifo a trentacinque anni, e nessuno ha potuto conoscere con
certezza se egli sia stato proprio scettico ed egoista, e se si sia
compiaciuto, per vanità, di mostrarsi sempre tale.



LA EVOCATRICE

    A CORDELIA.


--Andiamo! Voi credete agli Spiriti, come le donnicciole?

--Che maraviglia? Ci credono tanti grandi scienziati, il Crookes, il
Vallace, ecc.

--Scienziati falliti! Scienziati per modo di dire!

--Siete temerario, caro amico--riprese il dottor Maggioli--giudicando
così alla lesta lo scopritore della materia radiante e l'emulo del
Darwin. In quanto a me, sono modesto come si conviene a chi non si è
occupato di questo genere di studi venuti in voga quando l'età non mi
consentiva più di sperimentare. Non ho detto, intanto, che credo agli
Spiriti; ma mi stimerei presuntuoso, se osassi di affermare che non
posso crederci affatto. Non ho nessuna ragione per esprimere un
giudizio di questa sorta. Ho settant'anni, e tra poco mi sarà dato
conoscere _de visu_ come stanno le cose dell'altro mondo. Ne ho una
grande curiosità, ve lo confesso.

--Non capisco, mi scusi.

--Forse mi sono spiegato male. Insomma io dichiaro di non avere nessun
solido argomento per affermare o negare scientificamente l'esistenza
degli Spiriti quantunque, l'unica volta che mi son lasciato indurre a
tentar di vederli, la prova sia riuscita negativa.

--Lo credo bene!

--Io però, da quella prova mal riuscita, non mi stimo autorizzato a
dire che il Crookes, il Vallace e tanti altri sperimentatori di buona
fede si siano ingannati o siano stati ingannati.

--Ma la Scienza....

--La Scienza la fanno gli scienziati a furia di sbagliare. Quella di
ieri non è più questa di oggi; e quella di domani sarà un'altra cosa.
Risolto un problema, se ne presentano nuovi e più complicati e più
astrusi. Certe volte gli scienziati si seccano di vederseli affacciare
davanti, e chiudono gli occhi e si turano gli orecchi per vivere un
po' in pace e non guardare nè udire. Ma non per ciò i nuovi problemi
dileguano. Allora qualche scienziato, più curioso o più ardito degli
altri, socchiude gli occhi e osserva, timidamente dapprima, per non
scandalizzare i colleghi; poi l'amore della verità ne può più
dell'orgoglio personale; e così la Scienza fa un altro passo, e
l'assurdo di oggi diviene la conquista assodata del giorno dopo.

--Lo sappiamo, dottore! Ma, riguardo agli Spiriti, non si tratta di
fatti che possono cadere sotto gli occhi, da osservarsi col
microscopio, da analizzare col crogiuolo. Fantasie di menti deboli,
allucinazioni di sensi malati, credenze di femminucce, resti di
tradizioni primitive, quando l'uomo ancora selvaggio si dava una
spiegazione superficiale dei fenomeni della natura e credeva l'ombra
un duplicato della sua persona.... Se la scienza dovesse tener conto
di tali sciocchezze, starebbe fresca!

--Di tutto deve tener conto. Per ciò io, che sono scienziato così così
per aver studiato e praticato la più materiale tra le scienze, la
medicina, non arrossisco di far sapere che ho tentato anche di _vedere_
gli Spiriti il giorno che un amico venne a dirmi:--Vuoi vederli? Io ho
avuto paura e ho interrotto a mezzo l'esperimento.--Quel mio amico, uomo
serio, coltissimo, un po' artista, un po' filosofo nel miglior senso di
questa parola, intelligenza aperta ai quattro venti del pensiero,
s'interessava dei grandi problemi contemporanei, politici, economici,
religiosi, scientifici, leggendo tutto, approfondendo tutto con ardore
indomabile. Non aveva altro da fare; il suo largo patrimonio gli
permetteva questo lusso intellettuale senza fargli trascurare il resto.
Ultimamente dunque aveva preso, com'egli diceva, il dirizzone degli
studi spiritici, e si era formato la convinzione che gli Spiriti sono
una realtà come un'altra, d'ordine superiore, se si voleva, ma da non
poterne più dubitare. E siccome io gli rispondevo:--Bisogna attendere
ancora!--egli si spazientiva delle mie esitanze in faccia a tante e
tante prove, quante forse--soggiungeva--non ne hanno parecchi fatti
ormai entrati nel dominio della storia e tenuti per certi da tutti. Io
veramente non negavo i fenomeni, i fatti; dubitavo della spiegazione di
essi. Alla mia età non s'intraprendono neppur con la mente esplorazioni
in regioni ignote, e si diffida sempre un po' delle relazioni dei
viaggiatori che le hanno visitate la prima volta.

Il giorno però ch'egli venne a dirmi:--Vuoi vedere gli Spiriti? Io ho
avuto paura e ho interrotto a mezzo l'esperimento--mi lasciai vincere
dalla curiosità. Perchè non aver fiducia in un uomo come lui?

--Che cosa bisogna fare per vederli?--gli domandai dopo qualche
istante di riflessione.

--Venire domani a casa mia. Io avviserò la _evocatrice_.

--La _medium_ vuoi dire.

--No. La persona di cui ti parlo non cade in _tranche_, cioè: non si
addormenta, non entra in catalessi; èvoca, con potere misterioso, in
pieno giorno, semplicemente, per via di certi suoi scongiuri.

--È una maga, a quel che pare.

--È una povera donna, secca, pallida, malaticcia, vestita
sciattamente, che vive, credo, di elemosina....

--E col mestiere di fattucchiera,--lo interruppi, ridendo.

--Niente affatto. Chiede soltanto cose strane che dice indispensabili
all'evocazione: un po' di sale, un po' di olio, una candela benedetta,
di quelle che si adoprano nella settimana santa.

--Uh!--feci, alzando le spalle.

--Probabilmente nemmeno il sale, l'olio e la candela benedetta sono
necessari; forse servono per provocare l'azione fluidica del suo
organismo; mezzi meccanici, più che altro, da eccitare la sua
fantasia.

--Tu spieghi tutto!

--Ho detto probabilmente; e quando la vedrai operare, la mia ipotesi
non ti parrà stramba.

--Com'è che tu hai avuto paura?

--Ecco: eravamo nel mio studio, io e lei, con l'uscio aperto sul
corridoio. Ella cominciò a brontolare le sue evocazioni inginocchiata
dietro una tenda del balcone, con davanti l'orciolino di terracotta
pieno di olio, la candela accesa e il piattino col sale. Di tratto in
tratto, prendeva un pizzico di sale e lo buttava nell'orciolino. Mi
ero situato in maniera da poter seguire, sbirciando da un lato della
tenda, l'operazione. Ero tranquillo, in vivissima aspettativa, sì, ma
anche un po' incredulo. Mi pareva impossibile che quella povera donna,
quel fantasma di donna dovrei dire, possedesse così alto potere....

--E allora....

--Allora, tienlo a mente, di pieno giorno, all'improvviso, veggo il
corridoio illuminarsi con luce più splendida della solare e sento
sùbito un fruscio di passi e di stoffa.... Ho avuto paura!... Mi son
messo a gridare:--No! No!... Basta!--coprendomi gli occhi con le mani.
Tremavo come un bambino, sudavo freddo.

--Quella donna aveva contato su la tua immaginazione, l'aveva eccitata
con lo strano apparecchio di quei riti....

--T'inganni. Ho pensato così di primo acchito; ma poi, riflettendo
bene.... In due, saremo più forti. Vuoi provare?

--Proviamo!

Il dottor Maggioli s'interruppe per guardare attorno, nel salotto, e
interrogare le signore che erano state ad ascoltare con evidenti segni
di abbrividimento.

--Non vuol farci dormire questa notte!--disse la baronessa Lanari.

--Appunto, volevo sapere da lei se debbo o no proseguire....

--Ormai!--fece la baronessa.--E poi ella ha detto che la prova è
fallita....

--Non ricordo più--rispose il dottore--chi abbia scritto: «Se venissero a
riferirmi che un tale ha portato via il Colosseo, prima di rispondere:--È
impossibile--andrei a vedere.» Io la penso come costui; e gli scienziati,
secondo me, dovrebbero comportarsi così. Fui puntuale, all'ora fissata;
la donna arrivò poco dopo. Il severo studio del mio amico aveva due
balconi, uno a levante, l'altro a mezzogiorno, e una larga ondata di sole
lo invadeva in quel punto.--Ho avuto a stento il permesso--disse la
evocatrice.--Da chi?--domandai.--Dai miei superiori--rispose
semplicemente.--Questo signore è un incredulo--soggiunse rivolta al mio
amico.--E gli spiriti non si mostrano volentieri a chi non crede.--Voglio
credere--dissi.--Sono qui per questo. Costei--pensavo intanto--mette le
mani avanti! E la osservai attentamente mentre si accingeva a disporre
dietro la tenda del balcone l'orciolo con l'olio, la candela accesa e il
piattino col sale. Nessun indizio di furberia su quel viso, ma una grande
stanchezza, la stanchezza della miseria.--E chi vi ha insegnato?--le
domandai.--Mia madre--rispose. Stiano attenti. Gli spiriti non entreranno
qui; attraverseranno il corridoio, passando davanti all'uscio.--E si
nascose dietro la tenda. Parlava con tale sicurezza, da spingermi a
pensare: Tu forse stai per vedere un prodigio! Eravamo, il mio amico ed
io, in piedi, in faccia all'uscio. A un tratto, il mio amico mi afferra
una mano, e comincia a stringermela forte. Non mi distolsi dal guardare
verso il corridoio, pur comprendendo che quegli aveva paura. Io mi
sentivo tranquillissimo, senza diffidenza.... Dieci minuti di intensa
aspettazione.... e la donna uscì fuori dalla tenda.

--Ha veduto?--disse.

--No.

--Non li hai veduti?--esclamò il mio amico quasi balbettando.

Era pallido come un morto.

--Sette--soggiunse.--Li ho contati; quattro donne e tre uomini....
come fatti di nebbia, con lunghe tuniche bianche.... Sono passati
lentamente.... Ti ho stretto forte la mano nel terribile momento. E
quella gran luce?

--Non ho visto nulla!

--Non crede!--disse la donna.--Per vedere bisogna avere la grazia....

Forse è così: bisogna avere la grazia, come ella si esprimeva, cioè
una disposizione naturale, una facoltà speciale.... Che ne sappiamo? E
il mio amico è rimasto talmente convinto di non essere stato vittima
di un'allucinazione, che è morto sospettando sempre della mia buona
fede. Ha creduto che io abbia negato di aver visto per cocciutaggine
di medico materialista. E non è vero.



L'INESPLICABILE

    A GIUSEPPE DRAGONETTO.


--Vorrei spiegarmi meglio, caro dottore, ma non so. Più ripenso al mio
caso, più tento di veder bene tra la nebbia che mi avvolge la mente, e
più sento sconvolgermi l'intelligenza. Sono già al confine della
pazzia? Un altro passo e la mia ragione si smarrirà per sempre nella
tenebra dell'incoscienza?... È terribile, dottore! No, non mi dite
niente, state ad ascoltarmi; abbiate pazienza. Siccome il mio male è
tutto qui, nella testa, e non ha sintomi fisici, voi non indovinereste
nulla se io non parlassi. E per parlare, anzi per far lo sforzo di
pensare e di parlare con qualche ordine, ho bisogno di non essere
interrotto. Il mio cervello non funziona regolarmente; ha strane
intermittenze. L'imbroglio consiste in questo: io non distinguo più
tra sogno e realtà, tra fatti fantasticati in momenti di strana
esaltazione e fatti realmente avvenuti.... Così, proprio così! Voi
sorridete incredulo.... M'inganno? Tanto meglio.

Intorno ad alcuni avvenimenti non ho nessun dubbio.

Notiamo la data: nove mesi fa. Notiamo il luogo: Firenze. Ero arrivato
la sera avanti. Due giorni prima, mi trovavo a Napoli, deciso di
starvi fino alla metà di giugno. Nella stagione di primavera Napoli è
un paradiso. Vi ero andato per godermi questo paradiso, e per
nient'altro.

Avevo passato mezza giornata nell'Aquario tra le meraviglie della vita
sottomarina.... Improvvisamente, quasi mi fosse stato suggerito
all'orecchio da qualcuno, io pensai:--Va' a Firenze!... Va' a
Firenze!--Mi stava davanti agli occhi una mirabile aiuola di attinie e
di coralli che si agitavano, che palpitavano con le loro creste
filamentose: e tra i coralli e le attinie, magnifici polipi, di cui
ora non ricordo il nome, allungavano i tentacoli, si gonfiavano, si
aprivano simili a viventi ventagli, si restringevano e quasi sparivano
confondendosi con la vegetazione rosata. Altri piccoli molluschi,
cavallini di mare, se non sbaglio, idre, meduse, salivano e scendevano
nella limpidissima acqua dietro il grosso cristallo; paguri, che si
eran formati una casa con grosse conchiglie, erravano qua e là, ora
lenti ora rapidi, sul suolo ghiaioso, movendo le gambe rimaste fuori
dal guscio.... E, di nuovo, quel suggerimento quella inattesa
ispirazione: Va' a Firenze!

In quei giorni, io non vi avevo pensato neppur di sfuggita.... Ma,
ecco, ora ricordo bene. Mentre guardavo intentamente quel maraviglioso
spettacolo acquatico, due signore si erano fermate un istante vicino a
me. Fiorentine, si capiva dall'accento.... Quale di esse aveva quella
voce così melodiosa, da spingermi a guardarla? Ed ero rimasto deluso.
La voce mi aveva fatto supporre una bellezza giovane e fresca....
Invece!... Colei non era giovane, nè bella. Può darsi che il
suggerimento:--Va' a Firenze!--sia stato prodotto dalla malìa di quel
suono. Malìa, ho detto benissimo; giacchè non potei sottrarmi alla sua
azione.

Quando uscii dall'Acquario, l'incantevole tratto di marina là accanto
era suffuso della tenera luce del tramonto; i viali della Villa quasi
deserti, e pieni di misteriose ombre e di frescura; e laggiù, il
Vesuvio con un sottile pennacchio di fumo, tutto dorato dagli ultimi
raggi del sole, e quasi sorgente dalle onde per ottica illusione....
Guardai distrattamente il divino scenario che venivo ad ammirare ogni
giorno insaziabilmente, scoprendolo rinnovato sempre dalla varietà
della luce, secondo le ore della giornata.... E tornai a pensare: Va'
a Firenze!

Non vi sembra strana questa insistenza suggestiva? Oh, non sembrerebbe
strana neppure a me, se poi non fosse accaduto quel che accadde!....
Partii il giorno dopo, senza maravigliarmi della mia risoluzione,
quasi la gita a Firenze fosse stata segnata nell'itinerario del mio
viaggio. Soltanto arrivato colà, mi domandai stupito:--Che cosa son
venuto a farvi? Ormai!...--e uscii dall'albergo e infilai la prima via
che mi capitò davanti.... Cinque minuti dopo, mi trovavo in _Piazza
dell'Indipendenza_....

Oh, questo non è sogno! Ricordo benissimo, ho coscienza della
realtà....

La bionda signora mi era passata accanto inondando l'aria del suo
profumo, sotto l'ombrellino con strisce gialle e bianche ornato di
larghe trine.... La veste di leggerissima stoffa, con strisce gialle e
bianche anch'essa ma più strette, ne modellava elegantemente la
persona svelta e sottile. Non avevo potuto osservarla in viso, così
rapidamente mi aveva oltrepassato. Vedevo, sotto i riflessi
dell'ombrellino, l'oro dei suoi copiosi capelli rialzati su la nuca,
dai quali sfuggivano alcune ciocchettine che tremavano a ogni passo,
come cosa viva.

Fui tentato di seguirla, di raggiungerla, per la sola curiosità di
conoscere se l'aspetto corrispondeva alla elegantissima linea della
persona.

In quel punto, ella svoltava per via _Enrico Poggi_--via appartata,
silenziosa, con case che paiono villini--e suonava a un portoncino. Si
era voltata al rumore dei miei passi, un po' contrariata, mi parve,
che qualcuno l'avesse seguita.... Così potei accertarmi che ella era
bellissima. Visione di un istante! All'aprirsi del portoncino avevo
intravveduto un andito con busti in marmo, grandi vasi con piante e,
in fondo, una vetrata con vetri colorati.... Il portoncino si era
richiuso.

Tornai addietro lentamente, conturbato dalla rapida visione, quasi
qualche parte di me fosse penetrata là, dietro a colei, ed io ne
sentissi la mancanza. Giacchè sùbito provai la viva sensazione di
rivedere con l'imaginazione quell'andito e d'inoltrarmi dietro a
l'incognita per le stanze, oltre la vetrata con vetri a colori.

Quel giorno no, ma qualche settimana dopo, sono io davvero entrato
colà? Dev'essere stato così, perchè altrimenti come avrei ora quasi
davanti agli occhi quel salottino parato di damasco azzurro, col gran
ritratto di lei, in piedi, appeso alla parete di faccia; quella
lampada di Murano con grandi foglie rosee che si accartocciavano
attorno ai bracci e si arrampicavano al fusto capricciosamente; e il
tavolinetto ingombro di ninnoli; e le poltroncine di un azzurro più
pallido del damasco delle pareti?

Come mai potrei ricordarmi precisamente la nostra conversazione, di
quattro o cinque giorni dopo?.... Mi sembra di riudirla.... Eppure in
certi momenti dubito della mia memoria.... Può mai essere che io abbia
sognato quel colloquio o che lo abbia fantasticato a occhi aperti e
con tale intensità da crederlo, poi, realmente avvenuto?... In che
modo dunque io rivedo la signora vestita diversamente, con ampia
vestaglia color crema, tutta spumante di pizzi rari, con le sottili
dita delle bianchissime mani cariche di anelli, con quella grossa
perla pendente da una stella di diamanti attaccata su la parte
sinistra del petto, quasi sotto la spalla?... In che modo ho negli
orecchi il suono esotico della sua voce che dava alle parole della
nostra lingua un fascino nuovo? E, finalmente, se non fosse stato
vero, in che modo nel dialogo trovo accennati fatti che non ricordo e
che pure debbono essere avvenuti?

--Vi ho sùbito riconosciuto--ella diceva.

--Perchè lo avete taciuto?

--Perchè non mi interessava di farvelo sapere, in quella casa, davanti
alla persona che vi presentava a me.

--E vi è dispiaciuto?

--No. È inutile dispiacersi di quel che non si può evitare. Io mi
rassegno facilmente; filosoficamente direi, se non fosse un po' troppo
per una donna.

--Avreste voluto evitarmi potendo?

--Certamente. Gli uomini come voi sono una sciagura nella vita di una
donna.

--Perchè?

--Perchè presto affermano di amarla, illusi forse, o vanitosi
d'ispirare un sentimento che lusingherebbe il loro amor proprio. Voi
avete su la punta della lingua una dichiarazione che soltanto le
convenienze di un primo colloquio v'impediscono di farmi.

--Indovinate, in parte. Non le convenienze però, ma il timore di non
esser creduto mi impedisce di parlare.

--Attendete per ciò, è vero? occasione più opportuna.

--Ormai è impossibile.

--Voi forse ignorate che ho marito.

--No; vi chiamano signora, non signorina.

--Capisco; il marito non vi sembra un ostacolo.

--Non è mai tale, quando l'amore vuole.

--Per certe donne, sì.

--E per voi?

--Io... io credo che l'individuo non ha altra norma di vita
all'infuori di quella che la sua felicità richiede; e che di questa
felicità è giudice inappellabile egli solo.

Parlava lentamente e non perchè l'esprimersi in italiano le
richiedesse uno sforzo. Sembrava che ogni parola da lei pronunziata
avesse un riposto significato e che ella volesse darmi tempo
d'intenderlo bene, prima di risponderle. Ebbi fretta di mostrarle che
avevo interpretato in favor mio la sentenza. M'interruppe:

--Siete fatuo, come tutti gli uomini.

È chiaro? È preciso? La presentazione, in quella casa da lei
accennata, io non la ricordo affatto; ma la conversazione è fissata
qui, parola per parola, col suono della voce, con l'accento, con
l'atteggiamento di tutta la persona, coi fieri gesti della mano
destra, dove uno stranissimo anello in forma di serpente si
attorcigliava, flessibile, al dito medio simulando cinque o sei
anelli, con la testa schiacciata che si piegava di lato alla radice
dell'ugna. Tanti particolari non può averli inventati la mia
fantasia.... Eppure io non sono certo che questa visita sia proprio
avvenuta. Di quando in quando, un dubbio mi attraversava la mente: che
quell'anello io lo abbia veduto, per caso, in un'altra mano, e che
quelle parole io le abbia udite da un'altra bocca, in altra
occasione.... o le abbia lette in qualche romanzo.....

Perchè?.... Perchè non so spiegarmi il ricordo, nettissimo,
precisissimo, di una passeggiata solitaria pel _Viale dei Colli_ dove
io la rividi alcuni giorni dopo, sempre come una sconosciuta il cui
fascino mi attirava, ma senza che ancora sentissi un forte desiderio
di avvicinarla, anzi provando un istintivo movimento di resistenza
contro quel fascino. Non era sola quel giorno; ed io, seguìtala un
po', indovinando da alcune mosse che le tre signore parlavano di me,
mi ero fermato, indispettito di riuscire, a quel che sembrava,
importuno; e avevo interrotto la salita. Se fossi stato presentato a
lei, se avessi avuto davvero quella conversazione con lei in casa sua,
perchè non l'avevo almeno salutata?

Non confondo date. Tra il primo e il secondo incontro ci fu un
intervallo di due o tre giorni.... Ma ogni volta che mi metto a
ripensare il passato, la conversazione e l'incontro hanno lo stesso
valore di realtà.... Sono tutti e due veri? Tutti e due falsi?....

Niente mi tratteneva in Firenze. Vi ero venuto per subitaneo e quasi
inesplicabile capriccio: e non entravo in nessuna chiesa, non visitavo
gallerie o musei, non mi fermavo davanti ai monumenti. Erravo per le
vie con aria sbadata. Se non che, di tratto in tratto, mi accorgevo
che tra le persone dei passanti ne ricercavo una, colei, che più non
avevo riveduta da una settimana.

Ne ero invasato. Mi aggiravo per _Piazza dell'Indipendenza_,
attraversavo spesso la via _Enrico Poggi_ smanioso di imbattermi in
lei.... E mi sembra che mi domandassi spesso:

--Perchè non ritorni a casa sua?...

Dunque c'ero stato; non potrei rammentarmi di questo, se non ci fossi
stato davvero.

Capisco quel che volete dirmi: La nostra memoria è labile! o tale
confusione vi sembra spiegabilissima con qualche complicazione nervosa
sopravvenuta.... Ma io non sono stato malato. I miei nervi hanno
conservato sempre un equilibrio perfetto, prima e dopo.... Cioè fino a
pochi mesi fa, fino al giorno in cui mi sono accorto che avveniva
nella mia mente una confusione tra fatti soltanto pensati, immaginati,
e fatti realmente accaduti. E, sul principio, l'esitazione,
l'incertezza di giudizio erano rapide, mi lasciavano tranquillo....
Poi, a poco a poco.... Ora non riesco più a fare distinzione alcuna. E
l'idea, il sospetto che io abbia davvero potuto commettere.... È
orribile, dottore!... Lasciatemi continuare.

Ho il ricordo di un'altra conversazione con lei, su una terrazza, o
nello studio di un pittore in via S. Paolo....--Un po' di incertezza
anche qui, ma intorno al luogo. È naturale; l'immagine di lei
scancella ogni altro particolare. Potevo vedere qualche cosa
all'infuori di lei?.... Ed è ricordo di conversazione futile, quale
tra persone che si trovano insieme la prima volta.... O ella finse di
non avermi conosciuto prima, ed io fui costretto a secondarla per non
infliggerle una smentita?

--Preferite la pittura o la musica?

--Tutt'e due--risposi--Certi quadri, come questo che abbiamo visto ora
ora... (O, dissi: come questo che abbiamo sotto gli occhi?... Non
importa... Si parlava di un quadro che era un'armoniosa festa di
colori, di una Processione fiorentina del quattrocento? Sì, sì, mi
pare appunto di questo....) Certi quadri sono anche una musica per gli
occhi. Le due arti si confondono insieme talvolta. La pastorale del
Beethoven non fa l'impressione di un paesaggio dipinto?

--Con un po' di buona volontà, sì. E sorrise.

Questa volta portava un abito di colore azzurro cinereo, con sprone
sul petto di seta chiara, lameggiata di oro, e collare della stessa
stoffa; e sotto il cappellino di tulle nero con ricami gialli, i
capelli arruffati su la fronte spiccavano con toni dorati più ardenti,
e gli occhi sembravano più azzurri, più limpidi, sorridenti come cieli
di primavera.

Com'è dunque che io potei dirle il giorno dopo--il giorno dopo, perchè
da prima riparlammo del quadro veduto insieme--com'è che potei dirle:

--Voi siete di ghiaccio. Avete nel cuore le nevi della vostra Russia.
Perchè mi fate soffrire? Perchè non mi dite una parola di speranza?

--Perchè certe parole non si dicono mai; s'indovinano.

Ebbi un sussulto, e le presi la mano inanellata. Non me la concedette,
ma non la ritirò.... Questa indifferenza m'impedì di baciargliela.
Guardai il serpentello col dorso punteggiato di rubini.

È un simbolo?--domandai.

--Forse. Un'ammonizione, certamente: Abbi prudenza!

Che fascino nella voce e nello sguardo!

--Lasciatevi adorare!--esclamai.

--Non posso vietarlo.

--Che sarò per voi?

--Chi lo sa!

--Ci siamo incontrati invano?

--Può darsi.

--Per me, no!

--Si dicono tante cose senza aver coscienza di dire una falsità!

Tremavo, intimidito dal suo sguardo glaciale, con un senso di
ribellione e di furore in fondo al petto. Così devono tremare i leoni
e le tigri sotto il fascino della domatrice che li percuote con lo
scudiscio e li fa rannicchiare in un angolo della gabbia di ferro.

--Sentite!--esclamai--Mi avete attratto da lontano, per via di una
forza misteriosa. Non pensavo affatto di venire qui. Un impulso
improvviso mi suggerì: Va' a Firenze! E sono venuto e vi ho veduta lo
stesso giorno del mio arrivo, quasi fossi accorso apposta per voi.
Sono rimasto qui unicamente per voi.... Rompete l'incanto; liberatemi!
Siete una maga?

L'amavo e la odiavo. Mi sentivo in piena balìa di costei, e n'ero
felice e avevo paura....

Ma è vero che io abbia avuto quest'altra conversazione con lei?... In
certi momenti mi sembra che io sia soltanto rimasto lunghe ore nella
camera del mio albergo a fantasticare questi incontri, queste
conversazioni, compiacendomi di creare le avventure di un romanzo
possibile, dopo che il portoncino di via _Enrico Poggi_ si era chiuso
dietro a lei, ed ella era sparita e non avevo potuto rivederla.

Non è incredibile? Eppure è così. Ma il resto? Sono dunque vissuto
nove mesi in continuo sogno, in continua allucinazione?.... Se sapeste
quel che provo qui alla fronte, e alla tempia! Una stretta, fiere
trafitture!... Non sono già pazzo, dottore?.... Ditemelo.... No: me lo
direte all'ultimo, e tenterete di guarirmi.... O mi ammazzerò.... Non
può durare a questo modo!

Non dovrei dubitare; è assurdo. Si possono fantasticare alcuni fatti,
intensamente, secondo il desiderio dell'istante, pensando:--Oh, se
avvenisse così e così!--e credere per un momento che il desiderio
vivissimo si fosse mutato in realtà.... Crederlo a lungo però, agire
in conseguenza dell'avvenimento fantasticato e goderne e soffrirne e
sentirne così sconvolta la vita, quasi tra esso e la realtà non ci
fosse stato intervallo nè contraddizione.... è anche più assurdo!

Non posso sospettare che io non l'abbia riveduta alle _Cascine_, in
carrozza, con un bell'uomo che le parlava calorosamente, gesticolando,
ridendo.... Che cosa le raccontava? Ella stava ad ascoltarlo quasi
sdraiata, con la faccia rivolta verso di lui, stupita di quel che
udiva; si scorgeva dagli occhi intenti e dai lievi accenni del capo.

Si fermarono un minuto davanti al monumento del principe indiano; e fu
così che io potei osservarla bene e notare che il pallore del mio
volto e il fosco lampeggiare dei miei sguardi avevano attirato la sua
attenzione. Perchè anche questa volta ella finse di non riconoscermi?
Perchè anche questa volta io secondai la sua finzione?

La vidi sparire allo svolto del viale; avevo la morte nel cuore. Chi
era colui? Il marito o un amante? Dissi sùbito, risoluto: Dovrà
confessarmelo.

Se io non mi fossi riconosciuto in diritto di domandarglielo, se io
non avessi avuto la certezza che avrei potuto domandarglielo, avrei
mai pensato: Dovrà confessarmelo?

Intanto perchè spesso mi nasce il dubbio se io sia andato quello
stesso giorno in via _Enrico Poggi_? Ci sono andato, questo è certo;
ma ho proprio suonato il campanello del portoncino? Sono stato
ricevuto da lei? O la mia immaginazione ha creato il dialogo, che pure
rammento parola per parola, tanto da riudire oggi la mia voce e quella
di lei con le più minute particolarità di accento e di gesti? Si può
giungere a questo estremo d'illusione?

Appena mi vide entrare ella fece una mossa di sorpresa.... Non ero più
capace di contenermi; quella sua mossa però m'impose di forzarmi ad
essere calmo.

--Mi permetterete un'indiscrezione--dissi.

--Chi era colui?.... Ho indovinato.

--Non siete maga per nulla. Sì, chi era colui?

--Un mio concittadino, di Pietroburgo.

--Nient'altro?

--In ogni caso, è un segreto che mi riguarda.

--Non vedete dunque che io fremo... di gelosia?

--Avete torto. Soltanto il possesso di una donna può giustificare in
qualche modo la gelosia. Bisogna essere barbari per essere gelosi. La
creatura umana non può appartenere a nessuno: è libera. Esser gelosi
significa esser padroni assoluti di un cuore, di un'anima. È
bestiale... scusate la cruda parola.

--E impossessarsi violentemente di un cuore, di un'anima,
maltrattarli, torturarli come lo chiamate?

--Io rispetto il diritto degli altri quanto il mio. Ho fatto forse
qualche cosa per sedurvi? Due mesi fa ignoravo fin la vostra
esistenza.

--Voi sapete già quel che ha operato la vostra bellezza.

--Me lo avete detto voi; non ho obbligo di credervi, perchè non ho la
possibilità di accertarmi se dite la verità o se mentite per
raggiungere uno scopo qualsiasi.

--Che cosa debbo fare per essere creduto?

--Niente. Non c'è modo di arrivare alla certezza.

--Siete così scettica?

--Così ragionevole intendete dire.

--Mi avete messo l'inferno nell'anima!

--Ci sono degli esorcismi, affermano i popi, per debellare l'inferno.

La vedevo in nuovo aspetto. Sul bellissimo viso tremolava
un'espressione di crudeltà, di maligna ferocia, di spietata
raffinatezza nel godere del tormento altrui. I ceruli occhi
limpidissimi sembravano intorbidati da improvviso rimescolamento
fangoso. Ai lati delle rosee labbra apparivano due pieghettine lievi
ma rigide che davano alla fisonomia il carattere ripugnante di una
maschera.

Rimasi a guardarla, interdetto. La trasfigurazione durò un baleno.
Sorrise, mi stese una mano e soggiunse:

--Siete un bambino!

Non avevo forza di risponderle.

--Voglio essere creduto!--esclamai.

--Voglio la luna!--rispose, contraffacendo il mio accento.

--Che cosa debbo fare?

--Continuate ad amarmi! È assai lusinghiero per una donna.

--Oh, Kitty!

Era la prima volta che la chiamavo per nome, e mi parve di rivelarle
così l'immenso amor mio, come non avevo saputo mai fare fino a quel
giorno.

Sorrise nuovamente; ma tosto che feci atto di voler baciarle le mani,
si rizzò in piedi, severa. Mi par di vederla qui, davanti a me, con le
mani vietanti, col gesto di congedamento.......

Dovrei dubitare? No, no!... Per qual ragione avrei inventato questo
significativo dialogo? Non una ma cento volte l'ho ripensato, senza
mutarvi neppure una sillaba; e non una ma cento volte alla convinzione
della realtà del fatto son seguiti sempre quel senso di perplessità,
di incertezza, quella sensazione ineffabilmente dolorosa che mi
stringe la fronte con un cerchio di ferro, che mi conficca due chiodi
qui alle tempia....

Credete voi alla malìa? Io sì. Credo che l'uomo possa acquistare, per
via d'iniziazione, un quasi illimitato potere su la natura e sui suoi
simili; benefico e malefico; malefico più spesso, sventuratamente....
Avete letto il recente romanzo dell'Huysman, _Au de là_? Non è un
romanzo come gli altri; è storia antica e contemporanea nello stesso
punto.... Oh! La mia fede nella magìa non proviene soltanto da quel
libro. I giornali francesi, mesi fa, hanno parlato a lungo dell'atroce
vendetta di uno di questi maghi contro un infelice che era incorso
nell'ira di colui, prete, a quel che dicevano.... Fate tacere per un
momento i vostri pregiudizi scientifici, riflettete intorno al mio
caso. Io ero a Napoli, tranquillo, spensierato... e mi sento
consigliare, mi sento anzi ordinare, non è eccessiva la parola: Va' a
Firenze!--Quella spiegazione che mi davo poco fa, la malìa della
melodiosa voce udita per caso nell'Acquario, è insufficiente. Mi si è
presentata discorrendo, ed ho voluto manifestarvela, perchè debbo
dirvi tutto quel che può aiutarvi nella diagnosi del mio male.... Ma
la vera spiegazione è là; ne ho avuto coscienza sin dal giorno in cui
dissi a Kitty:--Rompete l'incanto! Liberatemi!--Il mistero però non si
schiarisce. Perchè ella ha scelto me per sua vittima? Me ignoto a lei,
lontano, che non posso averle fatto niente di male?... Glien'ho fatto
poi.... sono stato inesorabile, se è vero che.... Giudicherete....
Procediamo intanto ordinatamente, finchè mi riesce.

In poco più di tre mesi, la mia passione era giunta al parosismo. La
resistenza che colei mi opponeva, le scarse concessioni che si degnava
di farmi, seguite sùbito da altre e più vive resistenze, mi tenevano
in uno stato di eccitazione di cui non può farsi nessuna idea chi non
ha amato a quel modo. E la gelosia era sopravvenuta a metter legna al
fuoco che mi divampava nel cuore, terribile! Ella aveva detto:--In
ogni caso, è un segreto che mi appartiene.--Dunque avevo indovinato!
Qual altro genere di segreti poteva mai esistere tra lei e quel
giovane veduto in carrozza con lei alle _Cascine_? Avevo farneticato
una settimana: Cercarlo, domandargli impertinentemente:--Siete suo
amante?--Insultarlo, sfidarlo.... E avevo insistito presso Kitty....
Mi aveva risposto ridendo.

--Ah, non ridete, per carità!--le avevo detto supplicandola a mani
giunte.

Si era fatta seria tutt'a un tratto:

--Io non metto la mia libertà alla mercè di nessuno! Con qual diritto
pretendete di strapparmi una confessione, ammesso che ne abbia una da
farvi?

--Vi amo!

--Non è una ragione per me.

--Mi avete detto: Continuate ad amarmi!

--Visto che vi fa piacere!

--Che cosa sono dunque per voi?

--Uno che dice di amarmi.

--Nient'altro?

--Anche questo è un segreto che mi appartiene. Può arrivare un giorno,
un momento che stimerò opportuno di rivelarvelo.

--Come siete crudele!

--Sincera piuttosto.

E mentre ella pronunziava queste brevi risposte, mi fissava con gli
occhi cerulei, limpidissimi, che però mi turbavano profondamente quasi
rafforzassero l'opera della sua malìa. Quel giorno sembrava proprio
una maga, con quella scura vestaglia trasparente su fodera di seta
gialla e con pizzi neri che le coprivano le mani e facevano risaltare
gli anelli delle dita e i braccialetti ai polsi, di foggia
stranissima, quasi rami attorti, di simboliche piante--immaginavo--con
foglioline di smeraldi.

Non erano state incoraggianti, subdolamente incoraggianti le sue
parole?.... Allora io le domandai:

--Lo avete riveduto?

--È stato qui mezz'ora fa.

--Volete farmi la grazia di promettermi....

--Che non lo rivedrò più?.... E se lo amassi?

Mi avesse detto effettivamente lo amo, non avrei potuto sentirmi
trafiggere con maggiore strazio. Impallidii, mi parve di morire!

Ebbe pietà di me in quel punto? Mentì per confortarmi?

--Non l'amo, no!.... Siete contento?

Scattai con tale impeto ch'ella non fece in tempo per impedirmi di
prenderle una mano e di coprirgliela di baci. Dio mio! Com'era fredda
quella mano! Infatti pareva esangue, tanto era bianca, senza traccia
di vene sotto la pelle fina e lucente.

Ho vivissimo il ricordo di questa sensazione di cosa ghiaccia.... Non
è un'aberrazione della mia fantasia.... Eppure sono arrivato a
dubitare anche di essa. Perchè? Ecco: rammento di averla incontrata un
giorno nei giardini di _Pitti_ con le sue due amiche dell'altra volta.
Mi passò davanti senza guardarmi, e levava appunto in alto una mano
per indicare non so che cosa; ed io, vedendo quella mano così bianca
che pareva esangue, pensai così: Dev'essere fredda come il
ghiaccio!.... Se l'avessi realmente baciata, avrei pensato: È fredda
come il ghiaccio! Avrei ricordato la impressione ricevuta....

Ah, se poteste sentire che male mi produce questo cerchio qui! Se
poteste sentire come mi si conficcano più addentro i chiodi delle
tempie!.... Vorrei non poter pensare! Soltanto non pensando avrei un
po' di requie!.... Ma ci accostiamo alla fine. Sopporterò questa
tortura; voi troverete un rimedio per addormentarmi il pensiero....
C'è un rimedio? Ah!... Benissimo!

Vivevo di odio, di gelosia, di amore sfrenato.... Avrei voluto fuggire
lontano, ma non potevo. Restavo per lunghissime ore nella camera del
mio albergo; mi aggiravo per _Piazza dell'Indipendenza_ passavo e
ripassavo davanti al fatale portoncino di via _Enrico Poggi_ senza
osare di stendere la mano al campanello, quasi quel portoncino non
fosse mai stato aperto per lasciarmi entrare, e con l'angoscia che
forse non si sarebbe aperto mai, mai per me!

Non è strano che mi torturassi per questo, se ormai bastava che
stendessi la mano al campanello per venire introdotto nel salottino
azzurro, varcando l'andito coi busti, coi vasi di spetriste e di
cactus, e in fondo, la vetrata medievale con vetri a colori?

Passavo e ripassavo, sconvolto dal sospetto:

--In questo momento forse egli è là!... Forse la stringe tra le
braccia! Forse ella si abbandona a lui, follemente! O, forse lo fa
soffrire al pari di me, assaporando il maligno godimento della sua
potenza di nuocere...!

Suonai violentemente. Il campanello ondulò a lungo per l'andito,
mentre io mi pentivo di essermi annunziato a quel modo; e il ritardo
del servitore che doveva venir ad aprire mi faceva imaginare che ella
avesse ordinato di fingere che nessuno era in casa. Invece ella mi
accolse con aria lieta.

--Oh!... E venite qui così fosco?

--L'unico mezzo di farmi accorrere raggiante di felicità, voi lo
sapete, è in mano vostra.

--Non posso adoperarlo. Una fatalità mi perseguita....

--Siete voi, voi, la terribile fatalità!

--È vero! E non so più attristarmene, nè commovermene. Contro
l'ineluttabile non si combatte.

La sua fisonomia aveva mutato espressione; la qual cosa mi faceva
pensare che l'aria lieta con cui ella mi aveva accolto non fosse stata
sincera.

--Eravate... sola?

--Sola... coi miei pensieri, come dicono i personaggi di certi drammi.

Voleva riapparir gaia.... E anche questo mi mise in sospetto. Guardavo
attorno, se mai scoprissi nel salotto un indizio di disordine, nelle
seggiole, nelle poltrone, non potuto riparare per la fretta....
Niente!

--Che cercate con quegli occhi gelosi? Il vostro preteso rivale?--E,
dopo una breve pausa, soggiunse:--Si è ucciso ieri; per me, ha
lasciato scritto. Che pazzia!... Voi non ne commettereste una
simile....

--Forse!...--risposi cupamente.

E la lasciai. Mi era parsa coperta dal sangue del misero che si era
ucciso per lei. E non aveva nell'accento nessun fremito di
compassione! Non una lagrima negli occhi azzurri limpidi, impassibili!
Che terribile creatura era ella dunque? Aveva bisogno di sangue umano
per le sue orrende incantagioni?

--Forse!--mi era fuggito.

Ma sentivo che mi spingeva furiosamente verso l'abisso, verso la
morte. Chi sa di quanti altri disastri era colpevole!.... Ed io non
volevo morire! Amarla, possederla volevo, sentirla tremare sotto la
forza della mia volontà, domarla... annullarla, volevo!

Annullarla! Per parecchi giorni fui sotto l'ossessione di questa idea!
Vendicare gli altri e me, impedirle di esercitare sopra nuove
innocenti creature la sua malefica influenza! Nello stesso tempo, mi
sembrava di compire un gran sacrilegio attentando soltanto col
pensiero alla sua perfetta bellezza. Chi ero io da pretendere di
essere riamato da lei? Non era anche troppo ch'ella mi avesse permesso
di continuare ad amarla e di ripeterglielo quante volte mi fosse
piaciuto?--Può arrivare un giorno, un momento!....--Non significava:
Sperate?

Cercai nei giornali la notizia di quel suicidio; nessuno ne faceva
cenno. Aveva ella mentito?... Riflettei che non mi aveva detto che
colui si fosse ammazzato a Firenze o in qualche altra città italiana.
Era tornato, probabilmente a Pietroburgo, lusingandosi di sfuggire al
letale potere di lei.... Ma inutilmente! Ella aveva reciso il filo di
quella vita come una inesorabile parca, da lontano!.. Neppure io avrei
potuto evitarla, se tardavo ancora, se non mi decidevo.... E mi
decisi, una notte, dopo lungo dibattermi tra le smanie dell'insonnia e
della passione che più non distinguevo se fosse amore o odio, o l'uno
e l'altro insieme. E mi immersi sùbito in un sonno così profondo da
impensierire le persone dell'albergo. Quando risolsero di accertarsi
se stavo male, erano le due pomeridiane.

Mi sentivo calmo, e non me ne maravigliavo. Il mio primo pensiero,
appena scosso dalla voce del cameriere, era stato:

--Annullarla!

Certamente il mio spirito aveva continuato durante il sonno l'intenso
lavorìo della giornata precedente, e aveva maturato e rafforzato la
mia decisione.

Io non so qual uso voi farete della rivelazione che sto per farvi. Se
la vostra professione di dottore v'impone dei doveri, adempiteli senza
esitare. Ho preveduto questo caso. Qualunque cosa sia per accadere,
non potrà mai raggiungere quel che dovrei continuare a soffrire
tacendo....

Notate: ho la visione netta, evidentissima della terribile scena, come
se fosse accaduta poche ore fa. Ciò non ostante.... Oh! È
spaventevole, dottore!

Aveva ella qualche tristo presentimento? Non si sedette accanto a me
al solito posto, ma dietro al tavolino con la scusa di accendere una
sigaretta. Io rifiutai quella che mi era stata offerta, sottilissima,
troppo profumata pel mio gusto.

--Non dite nulla? Che guardate? Questo spillone?

--Sembra un pugnaletto.

--È un ornamento femminile di certe regioni del Caucaso.

--D'argento?

--Di acciaio, e ben temprato.

Tirò due o tre boccate di fumo, socchiudendo gli occhi deliziata, poi
soggiunse:

--Vi do una notizia che vi farà gran piacere.

--Finalmente!

--Non quella che voi imaginate. Parto.

Balzai in piedi, sbarrando gli occhi.

--Non è vero!--balbettai.

--Poichè ve lo dico!

--E io?....

Ogni possibilità mi era passata per la mente all'infuori di questa
ch'ella partisse, che si sottraesse così alla mia vendetta!...
Credetti che me lo annunziasse quasi ad irrisione, per sfida, mentre
io non avrei potuto mai levarmi di addosso il funesto dominio del suo
filtro, del suo misterioso potere, che forse avrebbe operato più
terribilmente da lontano.... Infatti, se ella mi avesse detto in quel
momento, invece di: Parto!--Domani non spunterà più il sole, tutto
rimarrà sepolto in tenebra eterna!...--anche credendole, ne sarei
stato assai meno atterrito.

--E io? Io?...--replicai.

--Che volete che ne sappia? Farete quel che vi piacerà.... Mi
dimenticherete, innanzi tutto.

--Fatemi prima dimenticare! Datemi qualche vostra magica bevanda di
oblìo!

--Si dimentica così facilmente!

--Non quando si ama come io vi amo! Neppure in questo momento mi
credete? E mi vedete agonizzare!

Parlavo a stento, ansavo; sentivo gorgogliarmi nel petto un rantolo di
morte; gli occhi mi si erano annebbiati, un lentore mi invadeva.
Dovetti appoggiarmi al tavolinetto per non cadere.

--Ho visto uno dei vostri grandi attori fare qualche cosa di simile.
Siete inarrivabili voialtri italiani nella espressione di certi stati
d'animo.

Era come dirmi: commediante!

Afferrai lo spillone, lo brandii minacciosamente.

--Bravo!--esclamò--Ferite!

E si rizzò e mi offerse il seno coperto di trine.

Ebbi la forza di sorridere, di rispondere con profonda dissimulazione:

--Sapete bene che non posso!.... Ah, Kitty!

--Non mi amate fino al delitto? Misero amore, il vostro!

Mi provocava, mi aizzava.... Era proprio sicura che non avrei potuto
colpirla? Con una mano si tolse la sigaretta di bocca, esalò
lentamente con voluttuosissimo godimento il fumo dalle labbra
ristrette e dalle rosee narici, e aperse le braccia, ripetendo:

--Ferite!

--Sì, è vero--dissi--Se vi amassi in modo estremo....

Mi accostai, scartai con una mano la trina, appuntai lo spillone in
direzione del cuore....

--... farei... così!

Lo spillone era penetrato senza nessuna resistenza fino alla
capocchia....

Non diè un grido.... Travolse gli occhi e mi si rovesciò addosso, con
un lieve sussulto per tutto il corpo.

Che cosa io abbia fatto dopo non so. Ricordo soltanto che passai la
nottata presso San Domenico su la strada di Fiesole, seduto su un
muricciolo, e che la luna inondava la campagna col suo pieno lume
sereno, e che i grilli zirlavano tra le erbe dei prati attorno e che
un cane abbaiava, a intervalli, lontano.

Ricordo che, a giorno alto, tornai a Firenze e che dovetti mettermi a
letto con la febbre....

Volli leggere i giornali.... E vidi con stupore che nessuno di essi
parlava dell'assassinio della bella signora russa in via _Enrico
Poggi_.

Tre giorni dopo, non interamente guarito, mi levai da letto, e mi feci
condurre colà da un fiacchere, senza dare indicazione precisa.... La
via era silenziosa, come al solito; tutti i portoncini chiusi; tutte
le persiane delle finestre o chiuse o socchiuse.... Nessun indizio che
in quella via, in quella nota casa fosse avvenuta qualche cosa di
straordinario.

Sapevo che gli assassini sentono una irresistibile attrazione verso i
luoghi dov'essi hanno commesso un delitto, e pensavo: È vero! È vero!
giacchè un vivo impulso mi dominava, un imperativo suggerimento mi
diceva:

--Scendi dal legno!... Domanda a qualcuno.... Saprai!

E il terrore che mi invadeva non era quello di ottenere la certezza
del mio delitto, ma l'opposto.

Suonai replicatamente al portoncino. Nessuno venne ad aprirmi.

Una donna che usciva dalla casa accanto si fermò a guardarmi esitante,
poi mi disse:

--Sa? Non c'è nessuno.

--Abitava qui... una signora....

--È partita, da un pezzo. L'appartamento è sfitto.

--Da un pezzo?--domandai stupito.

--Eh! Da tre settimane, almeno. Mi sentii dare un tuffo al sangue....
E da quell'istante ho questo cerchio, qui, attorno alla fronte, e
questi chiodi confitti nelle tempie....

Com'era possibile! Non l'avevo uccisa giorni addietro? Partita da tre
settimane!... O dunque? In che modo io sono vissuto questi ultimi due
mesi? In che modo tutto quel che vi ho narrato si è andato formando
nella mia mente con la suprema evidenza della realtà? Io la ho
vista... le ho parlato, ho udito la sua voce. È certo che ella abitava
colà, in quel villino di via _Enrico Poggi_. È certo che io sono stato
più volte in quel salottino azzurro....

Visitai la casa, col pretesto di prenderla in affitto.... Non c'erano
più i mobili, niente; le dure pareti.... E c'era tuttavia il suo
profumo, il profumo acutissimo di quelle sue sigarette.... Se non
fossi stato colà altre volte, avrei potuto riconoscerlo?

Il guasto è qui, nel mio cervello.... Dottore, liberatemi da questo
cerchio alla fronte!... Strappatemi questi chiodi dalle tempie!... Non
voglio impazzire!.... È orribile!... Se non è morta, se ha potuto
soppravvivere al colpo dello spillone conficcatole nel seno... è lei,
la maga, che continua a tormentarmi!... Non crollate la testa.... È
lei!... Che male le ho fatto? L'amavo!.... Oh! Immensamente!....

FINE.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Delitto ideale" ***

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