Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Rassegnazione
Author: Capuana, Luigi, 1839-1915
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Rassegnazione" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense
- Milano)



                       RASSEGNAZIONE

                          ROMANZO

                             DI

                       LUIGI CAPUANA



               MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO
      _Via Palermo, 12; e Galleria Vittorio Emanuele, 64 e 66._
  ROMA: Corso Umberto I, 174. NAPOLI: Via Roma 258, (Palazzo Berio).
 FIRENZE: presso Bemporad e figlio. BOLOGNA: presso Nicola Zanichelli
                  TRIESTE: presso Giuseppe Schubart.
           LIPSIA, BERLINO, VIENNA: presso F. A. Brockhaus.



                       RASSEGNAZIONE.



                    DEL MEDESIMO AUTORE:

    _Semiritmi_                                           L. 3 --
    _C'era una volta..._ Fiabe illustrate da Montalti In-8   7 50
    _Homo_. Nuova edizione con aggiunti due racconti         1 --
    _Il Marchese di Roccaverdina_, romanzo (1901)            4 --



                       RASSEGNAZIONE

                          ROMANZO

                       LUIGI CAPUANA



            MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1907



                    PROPRIETÀ LETTERARIA


    _I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati
    per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

        Published in Milan, January 15th, 1907. Privilege of
        copyright in the United States reserved under the
        Act approved March 3rd, 1905, by Fratelli Treves.



                   Tip. Fratelli Treves.



            A RENATO EDOARDO E ADELE MANGANELLA.

    _Carissimi_

Nel dicembre del 1897, per festeggiare le vostre nozze, staccavo da
questo romanzo, tuttora inedito, un capitolo--il primo--e ve
l'offrivo.... interessatamente--scrivevo--perchè la vostra felicità di
quel giorno fosse di buon augurio al mio lavoro.

"È impossibile--aggiungevo--che tanta giovinezza e tanto amore non
portino buona fortuna all'opera di uno che vi vuol molto bene, che ha
trepidato e sofferto con voi quando pareva vano sogno quel che oggi è
lietissima realtà; di uno che, aguzzando lo sguardo nel vostro avvenire,
si veda sorridere dinanzi agli occhi il raro spettacolo di due felici
creature che alla bellezza, alla giovinezza e all'eletto ingegno seppero
accoppiare quel che corona degnamente la vita, un fortissimo amore.

"Allora si saranno avverate come tu, Renato, hai cantato augurando,

            del focolare
    le giovini gioie celate;
      la lampada, il tizzo, e due bimbi
      che intreccian tra risa beate
    di riccioli biondi due nimbi,
      com'alte in autunno le piante
      fiorenti riannodan corimbi.
                       (LUCIO D'AMBRA. Monile)."

Oggi invece, i bimbi sono già tre, e _Rassegnazione_ viene a compire la
promessa da me fattavi nella letizia di quel giorno, e invoca di nuovo
il buon augurio.

È libro un po' triste, come se ne possono scrivere soltanto dopo lunga
esperienza della vita; ma è anche, in un certo senso, libro di
entusiasmo e di fede non ostante lo scoramento che traspare dalle sue
ultime parole. E se qualcuno degli illusi, come il mio Dario, ne
ricevesse conforto e insegnamento a non chiedere alla vita più di quel
che essa può dare, e ad amarla anche pel poco che talvolta concede,
sarei orgoglioso che la mia opera d'arte riuscisse qualcosa di più che
lo studio coscenzioso di una crisi dello spirito di parecchi nostri
contemporanei.

Cordialissimi augurii pel nuovo anno; affettuosissimi baci ai vostri
cari bambini.

    _Catania, 31 dicembre del 1906._
                                          LUIGI CAPUANA



RASSEGNAZIONE



I.


Ogni volta che ricordo mio padre, lo rivedo come in quel giorno, presso
la finestra del suo largo studio, alto, aitante della persona, coi folti
capelli brizzolati che gli mettevano una specie di aureola attorno alla
fronte, con la barba fluente su l'ampio torace; e mi par di sentirne
risonare la parola a scatti, accompagnata da vivacissimi gesti che
rivelavano tutta la foga della sua anima forte ed equilibrata.

Era tornato da un viaggio in Francia e in Inghilterra per affari.

--Ora pensiamo a te!--mi aveva detto.

Avevo compiuto i miei studi liceali ed ero rimasto quattro anni incerto,
esitante intorno alla professione da scegliere. Egli mi aveva lasciato
libero di studiare a modo mio per scoprire in me l'indizio di qualche
vocazione più spiccata; e non avevo scoperto niente. Vivevo appartato
dalla società, divorando da mattina a sera libri di ogni genere,
prendendo appunti, disegnando nelle ore in cui mi sentivo affaticato
dalla lettura, ricevendo qualche visita di pochi amici studiosi al pari
di me, ma che tramezzavano gli studi coi divertimenti, con gli esercizi
corporali, e che io ammiravo grandemente perchè non potevo imitarli.

Ero timido, ombroso per la coscienza, della mia debole costituzione
fisica che i medici avevano tentato invano di fortificare con
ricostituenti di ogni sorta. L'aria della campagna--mia madre aveva
passato due anni, con me in una villa comprata a posta dal babbo--mi era
giovata pochino.

--Il ragazzo è sano,--aveva concluso finalmente il dottore.--Non sarà
mai un atleta come il babbo; bisognerebbe rimpastarlo. Cessiamo di
rimpinzarlo con troppi intrugli farmaceutici. La natura farà da sè, tra
qualche anno.

Ero però rimasto mingherlino, palliduccio, serio più che all'età mia non
convenisse. Avevo studiato bene, ma senza entusiasmo; continuavo a
studiare. Ed ora, sul punto di varcare il limite della giovinezza ed
entrare nella virilità--avevo vent'anni--mi sentivo tuttavia fanciullo
di corpo e di spirito.

Riflettendo, certe volte mi sembrava di essere qualcosa di mostruoso,
una creatura il cui regolare sviluppo fosso stato impedito da misteriose
circostanze e che rimarrebbe tale per tutta la vita.

Per ciò, quel giorno, appena mio padre mi domandò che cosa pensassi di
fare pel mio avvenire, io non seppi rispondere altrimenti che con uno
scoppio di pianto dirotto.

Egli mi prese affettuosamente per le mani, stupito, domandandomi
replicatamente:

--Perchè?

E siccome io non davo nessuna risposta, così, rilasciatemi, con un gesto
d'impazienza e di contrarietà, le mani, si mise a passeggiare su e giù
per lo studio, borbottando:

--Sei un fanciullo! Proprio un fanciullo!

Poi mi si accostò di nuovo, accigliato. Avevo alzato la testa per
guardarlo in viso, per chiedergli scusa di quel pianto che tentavo
invano di frenare.

--Il torto è mio,--esclamò.--Ti ho abbandonato troppo a te stesso. Avrei
dovuto farti dolce violenza, sospingerti nella vita, iniziarti
all'azione, strapparti ai libri.... Me ne accorgo in tempo. Per gli
affari--soggiunse dopo breve pausa--non hai fibra resistente; e poi,
bisognava cominciar di buon'ora, intendo per gli affari che ho fatto e
faccio io....

Si era fermato quasi gli fosse sembrato meglio riserbare per sè quel che
stava per dirmi. E, mutando tono di voce, continuò:

--Ho lavorato per te, com'era mio dovere. Tu non mi avevi chiesto di
metterti al mondo; era giusto che pensassi io a renderti la vita meno
triste e meno difficile che non fosse stata per me. Ci son riuscito. Non
ti ho fatto milionario; i milioni, checchè ne dicano, non si trovano a
ogni piè sospinto. Sei però ricco a bastanza da poter dire:--Voglio
questo, con questi mezzi.--Ma risolviti. La vita è azione; ormai
dovresti saperlo. Se i libri e lo studio non te l'hanno fatto capire,
vuol dire che non giovano a niente. Quelli che io ho letti mi son
serviti sempre a qualche cosa. Non ho mai studiato pel solo gusto di
studiare, neppure quando avevo la tua età. Già allora me ne mancava il
tempo; dovevo lottare contro la cattiva sorte. Per me, se il pensiero
non diventa azione, azione di qualunque natura, è assolutamente cosa
vana. Che intendi di fare?

--Non lo so; non ho nessun'idea chiara, intorno alle mie forze, intorno
a una vocazione determinata. Non mi capisco.... Forse non sarò mai buono
a niente!

Avevo risposto con voce commossa, abbassando la fronte, quasi mi
vergognassi di quel che dicevo.

--Rifletti,--riprese mio padre;--ti do un mese di tempo. Prima di
morire, voglio sapere che è mai diventato mio figlio; voglio andarmene
all'altro mondo con la coscienza tranquilla anche su questo punto. Un
figlio è l'opera più importante di cui si deve render conto a sè stessi,
alla società, a Dio.... giacchè io credo in Dio, tu lo sai. Dando la
vita a una creatura umana, si introduce nel mondo un elemento di forza,
che può fare gran bene e gran male. Spasso il padre non è
responsabile....

E credendo, a una mia lieve mossa d'impazienza, che intendessi di
contraddirlo, si era interrotto, domandandomi:

--Non è vero forse?

Risposi con un gesto affermativo, volendo evitare una discussione.

Mi guardò un istante per convincersi della sincerità della mia risposta
e riprese:

--Chi sa mai, procreando, se farà un delinquente o un grande uomo? La
responsabilità comincia dopo. Per ciò mi piace di avere la coscienza
netta; se occorre, voglio anticipatamente domandar perdono a Dio del
male che mio figlio farà per colpa mia; voglio rallegrarmi del bene che
opererà, se riesce un galantuomo. Galantuomo tu sarai senza dubbio. Non
ti ho dato cattivi esempi. Ho lavorato, lavoro ancora, lavorerò finchè
avrò forze. Forse ti paio uomo materiale, perchè uomo di affari;
t'inganni. Ho fatto quel che sapevo far meglio, coscienziosamente, non
risparmiandomi mai. Lavorando per me, ho giovato molto agli altri, ora
senza volerlo, ora di proposito; nella vita accade così, anche pel male.
Essere galantuomini però non è tutto; si può esser tali anche
negativamente; almeno il mondo giudica così; chiama pure galantuomini,
onesti coloro che si limitano a non fare danno agli altri. Io la intendo
diversamente. Non fare il male è poco; bisogna, anche fare il bene,
secondo le proprie forze, le proprie attitudini, servendosi delle
circostanze. In che maniera vorrai tu farlo? È tempo che tu prenda una
decisione e una risoluzione. Sei già uomo, capisci!

Non avevo mai sentito parlare mio padre con tanta serietà e tanta
elevatezza. La sua voce mi penetrava nel più profondo dell'anima, mi
turbava, mi sconvolgeva. Il suo sguardo, fissato nei miei occhi, mi
pareva un raggio di luce che illuminasse quella profondità e me ne
facesse scorgere tutta la miseria e tutto l'orrore.

Non valse l'ultimo addolcimento di voce con cui egli aveva pronunziato
le parole: «Sei già uomo, capisci!»; non valse la carezza della sua mano
robusta, passata amorevolmente sui miei capelli nel momento in cui mi
alzavo dalla seggiola dove ero rimasto seduto mentre egli parlava, in
piedi, davanti a me.

Uscii dal suo studio con un inesplicabile sentimento di rancore, che in
quel punto non intendevo se contro di lui o contro le cose da lui dette;
e andai a rifugiarmi nella mia camera. Non volevo pensare, non volevo
riflettere. Avrei voluto dimenticare; ma era impossibile.

Mentr'egli parlava, la mia attenzione, più che dalle sue parole, era
stata attratta dalla sua persona. Mi era parso un gigante, una creatura
diversa da me, capace di ammaccare il mondo con un formidabile colpo di
pugno; capace di sconquassarlo con una scossa delle braccia nerborute,
con una spinta del suo petto di bronzo. Nella fronte ampia e negli occhi
vivacissimi lampeggiava indomabile la volontà; e la tenacità dei
propositi risaltava evidentissima da quelle labbra ombreggiate dai folti
baffi, dall'espressione della testa che richiamava alla memoria quella
del Mosè di Michelangelo, quantunque in proporzioni ridotte. Come mai da
quel colosso ero potuto scaturire io, fragile creatura vissuta quasi a
stento?

E mentr'egli mi diceva: «Tu non mi avevi chiesto di metterti al mondo;
era giusto che io pensassi a renderti la vita meno triste e meno
difficile che non sia stata per me», una risposta cupa, indefinita, una
specie di accusa, mi fremeva dentro:--Perchè non hai saputo farmi forte
come te? Dovevi cominciare da questo.--E mentr'egli mi diceva: «La vita
è azione, ormai dovresti saperlo!», un'altra risposta non meno cupa non
meno indefinita e non meno accusatrice, mi fremeva, non dirò nella
mente, ma in tutte le fibre:--E perchè tu intanto mi hai fatto appunto
così inetto all'azione?



II.


La mia timidezza proveniva, in gran parte, dal convincimento della
inferiorità fisica a cui mi credevo condannato, e dal sentimento della
mia inferiorità intellettuale che giudicavo dovesse risultare da quella.

Non già che io mi stimassi uno sciocco, no; sapevo benissimo quel che
valevo; valevo quanto molti altri. Ma che importava? Non valevo però
tanto da essere assai più di molti altri. Misuravo la distanza frapposta
tra quel che sapevo di essere e quel che avrei voluto e non avrei potuto
mai essere, e mi sentivo preso da scoraggiamento che mi rendeva
eccessivamente severo con me stesso, fino a farmi giudicare inutile
qualunque sforzo, anzi inutile la vita medesima! Avrei voluto essere un
braccio, una mano; e potevo appena fare la funzione di un meschino
strumento in mano altrui, caso che ci fosse stato chi avesse voluto
adoprarmi in qualche umile circostanza. Non sapevo rassegnarmi.

In quei quattro anni, ero passato per una serie di prove tentate una
dietro all'altra, non la speranza che, forse, quando meno me l'attendevo
e da dove meno l'attendevo, sarebbe venuta fuori la coscienza della mia
vita, la ragione del mio avvenire.

Ecco, invece, quel che n'era venuto fuori.

Ma prima debbo dire di un'altra anomalia del mio organismo.--Debole, ero
poco sensibile; e avrei dovuto essere l'opposto.

Non mi eccitavo per nulla; non avevo scatti di ribellione o di allegria,
come gli altri fanciulli. Ripensando, oggi, le mie sensazioni di allora,
rimettendomi con la immaginazione in quello stato, mi sento intorpidito,
impacciato, incapace di ricevere intero l'urto delle impressioni
esterne, di trasformarlo, di assimilarlo; quasi mi mancasse l'attitudine
della resistenza, quasi i miei nervi fossero stati di bambagia.

Era proprio così. Tutto veniva a posarvisi, ad adagiarvisi cautamente,
dolcemente, sofficemente. E non posso prolungar molto questo sforzo
dell'immaginazione per rivivere la mia fanciullezza e spiegarmela.
Soffro ora quel che non soffrivo allora; mi sento mancar l'aria, mi
sento imprigionato dentro me stesso; e mi vengono le lagrime agli occhi
per quegli anni così smorti, così tristi, per quella, sto per dire, mia
anticipata vecchiezza.

Soltanto una volta avevo avuto un lampo di coscienza durante il grigio
torpore dei primi anni di scuola. Uno dei miei compagni mi aveva
chiamato:--Mummia! Mummiaccia!--Dal tono della voce avevo capito che
quella parola, di cui non intendevo il significato, doveva esprimere
un'ingiuria; e, tornato a casa, avevo subito domandato alla mamma:

--Mummia, che vuol dire?

La mamma, poverina, me lo aveva spiegato bene; ed io ero rimasto
pensieroso tutta la giornata, intento a indovinare quale relazione
passasse tra una mummia e me.

--Non sono una persona morta!--pensavo.

Intanto l'idea che uno avesse potuto ingiuriarmi con quel nome, cioè che
avesse potuto giudicarmi quasi persona morta, imbalsamata,
fasciata--questi particolari avevano fatto maggiore impressione su la
mia fantasia--mi die' per parecchi giorni un profondo senso di
tristezza.

--Se colui ha potuto dirmi: Mummia!--riflettevo,--significa che ha
veduto in me qualcosa che gli ha richiamato la mummia alla memoria.

Barlume di coscienza infantile, sparito presto e non rinnovatosi più.

Non godevo e non soffrivo.

Ricordo le sensazioni della mia vita di campagna, nella deliziosa villa
comprata a posta dal babbo. Vi sono tornato spesso, in questi ultimi
tempi, e principale occupazione colà è stata sempre quella di
ricostruirmi con tutti i particolari la mia vegetazione di allora; non
posso chiamarla altrimenti.

Le belle giornate, il verde dei campi, il canto degli uccelli, le acque
scorrenti, le stesse affettuose premure della mamma, la compagnia dei
bambini del mezzadro, niente penetrava a fondo dentro di me, niente
riusciva a produrre un'eco di sentimento nella mia povera animuccia.

Restavamo soli colà, mia madre ed io, per mesi e mesi. Il babbo era
costretto a viaggiare spesso dagli affari, dalle speculazioni
commerciali, o era trattenuto in città. Scriveva quasi ogni giorno per
avere notizie di me e s'impazientiva di non riceverle quali le avrebbe
volute. Capivo questo dall'espressione del viso della mamma mentre
leggeva la lettera tenendomi tra i ginocchi; lo capivo dalla sua
invariabile esclamazione:

--Benedett'uomo!... Quasi fosse colpa mia!

--Che vuole il babbo?--le domandavo.

--Vuole che tu ti diverta, che tu corra, che tu faccia il chiasso con
gli altri bambini, per diventar grande e forte come lui.

In quel tempo avevo per mio padre un sentimento di affettuoso terrore;
sì, di affettuoso terrore. Mi compiacevo di sapermi voluto bene da lui;
ma quand'egli arrivava, improvvisamente alla villa per uno o due giorni,
avevo proprio una sensazione di terrore nel sentirmi sballottare tra le
sue braccia, strusciar dalla sua barba allorchè mi baciava, trascinar
per mano lungo i viali, pei sentieri delle colline, forzandomi a correre
mentre egli camminava regolarmente coi larghi passi da gigante; nel
vedermi tutt'a un tratto sollevato di peso, con un braccio, perchè
potessi staccare un ramo, o cogliere un frutto da un albero che mi
pareva toccasse il cielo, guardato da terra.

A tavola mi stupivo egualmente di mio padre, sgranando gli occhietti.
Montagne di vivande sparivano dai piatti davanti a lui, rapidamente
maciullate dai solidi denti dell'ampia bocca, inghiottite con vorace
avidità, inaffiate da copiosi bicchieri di vino. La mamma, al confronto,
mi sembrava un uccellino che beccasse appena le vivande; io, non occorre
dirlo, mi riconoscevo assai meno: una mosca, un insettuccio.

Dopo desinare, quando non mi conduceva via con sè, lo guardavo dalla
finestra; lo udivo gridare coi contadini, lo vedevo gesticolare,
lontano; lo perdevo di vista tra gli alberi, e, poco dopo, lo rivedevo
lassù, in cima alla collina, quasi vi fosse giunto con una volata; poi,
in brevi minuti, di ritorno, frettoloso, pronto a partire.

--Vuoi venire con me?

Non rispondevo, interrogando con gli occhi la mamma.

--Lo porto in carrozza fino alla stazione.

La mamma non voleva. Era distante la stazione; avrei fatto troppo tardi.

Egli mi afferrava con le ossute mani, mi sollevava fino alle sue labbra,
come un giocattolino, come un fuscello, mi strusciava di nuovo la faccia
coi baffi e con la barba, per farmi il solletico--ci si divertiva--mi
dava parecchi baci, mi riponeva a terra con atto rapido da sembrare che
volesse buttarmi via, e spariva.

Quell'impressione di abbrividimento mi durava tutta la giornata.

La mamma mi faceva da maestra perchè almeno non dimenticassi il poco che
avevo appreso a scuola, e le sue lezioni oltrepassavano di rado il
quarto d'ora. Aveva paura di affaticarmi. Scambiava per stanchezza la
nessuna curiosità di apprendere che io dimostravo.

Ella, sì, leggeva molto, in camera o nel prato all'ombra di un albero,
mentre io giocavo fiaccamente coi bambini del mezzadro, che,
vivacissimi, si sentivano impacciati della mia indifferenza. Qualche
volta essi si arrestavano per guardarmi bene, stupiti di scorgermi così
dissimile da loro, quantunque fanciullo come loro.

Una volta, accorso dalla mamma per domandarle la spiegazione di non so
che cosa, la trovai che piangeva, pur continuando a leggere. Mi fermai a
pochi passi da lei, non osando di avvicinarmi.

--Che hai? Perchè piangi, mamma?

Dalla sua risposta capii che la faceva piangere quel libro.

--Buttalo via,--le dissi,--è un libro cattivo!

--No, è anzi un bel libro,--rispose.--Un giorno, quando sarai grande,
piangerai anche tu talvolta, leggendo. Non si piange di dolore, ma di
piacere.

Non compresi; e tornai dai miei compagni, facendo dentro di me
proponimento che quando sarei stato grande non avrei letto mai, mai,
libri che potessero farmi piangere.

Ora mi sembra strano che io abbia potuto pensare una cosa simile.
Ordinariamente, niente mi spingeva a riflettere anche un istante da
fanciullo, come soltanto avrei potuto fare con la mia piccola
intelligenza. Le sensazioni mi sfioravano appena, si smussavano nel mio
contatto. Ero simile a una di quelle larghe foglie di piante acquatiche
nuotanti nella vasca davanti a la villa, che non si bagnavano mai, e
lasciavano scivolar l'acqua in goccioline iridate, senza neppur
ritenerne l'umidore.



III.


Allo stesso modo avevo attraversato la giovinezza nelle scuole superiori
imparando attentamente quel che m'insegnavano, riponendolo, con ordine,
nei varii scompartimenti della memoria, come avrei potuto disporre nelle
vetrine d'un museo minerali, conchiglie, farfalle, oggetti rari e
preziosi, senza che tutto quel materiale prendesse realmente possesso di
me, o, per dir meglio, senza che me lo assimilassi, lo rendessi pensiero
mio; se non pensiero--era troppo presto--sentimento mio, insomma, intima
parte del mio organismo spirituale.

Le cose da studiare giornalmente erano troppe. Le mie scarse forze vi si
esaurivano. Non me ne rimanevano affatto per prender parte al chiasso,
agli scherzi, alle scapataggini dei miei compagni. I quali, per qualche
tempo, mi canzonarono spietatamente, chiamandomi: «la signorina». Poi,
mi lasciarono in pace, non occupandosi più di me, quasi non esistessi
per loro e non fossi un collega.

Tre di essi, cinque anni dopo, si stringevano con me in amicizia di
studio; un po' forse, per la ragione che potevano approfittare delle
nuove pubblicazioni italiane e francesi che io avevo i mezzi di comprare
e che compravo perchè un libraio, per ordine di mio padre, me le mandava
in osservazione a casa, e rimanevano sul mio tavolino, non badando io a
restituirle neppure quando non facevamo per me; un po' anche perchè la
mia attenzione allo studio, la facilità con cui apprendevo e ritenevo le
cose apprese mi davano agli occhi loro una superiorità di cui non potevo
insuperbirmi, non avendone nessuna coscienza.

Essi possedevano--specialmente due--assai più ingegno di me. Erano
infatuati dell'arte, e cominciavano già a scrivere in certi giornali. Il
terzo suppliva con la faccia tosta, con la presunzione, a l'ingegno che
gli mancava. Discuteva con tutti schiamazzando, trinciando giudizi
sbalorditivi, dicendo spropositi con aria così tranquilla, così
convinta, che io lo stimavo quasi più di quegli altri, quantunque lo
sapessi mediocrissimo. La sua faccia tosta, la sua presunzione mi
parevano indizio di forza.

Ci riunivamo in casa mia nei giorni di vacanza. Facevamo qualche
lettura--Bissi leggeva benissimo, con un po' di teatralità, se si vuole,
ma efficacemente--e poi ci mettevamo a ragionare intorno ai lavori
letti: poesia, novella, capitolo di romanzo. Dovrei dire--si mettevano a
ragionare: il Lenzi e il Bissi avendo sempre molte belle cose da dire;
il Lostini spropositando e chiacchierando per lo meno quanto quei due
presi insieme.

Io mi meravigliavo di quel che il Lenzi e il Bissi potevano e sapevano
cavare dal fondo dell'anima loro, suggestionati dalla lettura. Mi
meravigliavo egualmente di quell'ammasso di cose strampalate che il
Lostini sbrodolava; quasi spiattellasse le cose più nuove e più
interessanti di questo mondo. A me non riusciva di dir nulla. Eppure mi
pareva che avrei potuto dire le stesse cose che il Lenzi e il Bissi
dicevano. Provavo la strana sensazione che essi parlassero pure per
conto mio e che quelle idee me le cavassero di mente per mezzo di
qualche operazione magica a me ignota; tanto le riconoscevo conformi al
mio modo di sentire e di pensare. Se non che ero convinto che, da me,
non avrei mai saputo metterle fuori, anzi che non avrei mai avuto, senza
l'aiuto dei miei amici, neppure il sospetto che esse esistessero nel mio
cervello.

A poco a poco intanto cominciavo ad avventurarmi nelle discussioni, a
tentar di formolare con la parola quel che mi ribolliva in istato di
indefinitezza nella mente e nel cuore. La parola, dapprima restìa, vaga,
scialba, diveniva facile, colorita. La mia attitudine all'osservazione
arguta e giusta si svolgeva lentamente ma gradualmente. Ora, infine, si
meravigliavano essi di quel che dicevo; ma io me ne stupivo più di loro.
Sentivo un piacere doppio, squisitissimo, e per la cosa detta e perchè
l'avevo detta io, senza che altri me la cavasse fuori a mia insaputa.

Ma quando, dopo due o tre ore di questo esercizio, essi mi lasciavano
perchè io non volevo seguirli a una passeggiata, a un divertimento dove
sapevo che sarei rimasto estraneo per la mia timidezza e la mia
ombrosità, mi sentivo riafferrare dal mio solito torpore; quasi l'anima
mia tornasse a rinchiudersi dentro quel guscio da cui si era affacciata
un istante per impulso altrui e non per sua propria virtù.

Il Lenzi e il Bissi erano due bei giovani: l'uno, biondo, con folti
baffi e occhi cilestri, svelto della persona, di modi signorili, che
l'accuratezza del vestire faceva spiccare meglio; l'altro, bruno, con
occhi nerissimi, vivacissimi, barbetta fina, appuntata, baffetti un po'
radi e capelli densi, tagliati a spazzola, sui quali il cappello a
larghe tese non era mai calcato, quasi pesasse troppo e impacciasse la
spaziosa fronte dentro cui si agitavano tante e tante cose--sogni d'arte
e lieti fantasmi di avvenire. Il Lostini, alto, magrissimo, con mani che
sembravano granfie, andava sempre in tuba e abito chiuso, con enormi
colletti, enormi polsini, enormissime cravatte rosse o azzurre, spille
da dar nell'occhio lontano un miglio, vistosi fiori all'occhiello e
mazza con pomo di argento, ogni cosa all'ultima foggia e così
esageratamente da far fermare le persone per via. Eppure io lo ammiravo;
mi pareva che occorresse un bel coraggio per mascherarsi a quel modo.

Tutti i giovedì e tutte le domeniche egli arrivava in casa mia con un
gran rotolo di manoscritto. Il Lenzi e il Bissi lo prendevano in giro
spietatamente; gli davano senza cerimonie dell'asino e del cretino; ma
egli non se ne offendeva. Spiegava il manoscritto sorridendo, lasciava
passare la sturata dei motti pungenti, delle sanguinose ironie, e
cominciava a leggere. Notavo che, alla fine, egli riusciva sempre a
farsi ascoltare e discutere.

--Via, ditemelo francamente: non c'è male, mi pare. Questa volta l'ho
imbroccata.

Non l'aveva imbroccata affatto. Io stupivo, riflettevo come mai non si
accorgesse della miseria dell'opera sua, che il Lenzi e il Bissi gli
analizzavano punto per punto, riducendogliela in minuzzoli,
polverizzandola.

--E non parlo delle sgrammaticature!--conchiudeva il Bissi.

--Sgrammaticature poi! È un po' troppo!--egli protestava ridendo.--Lo
dite per farmi arrabbiare. No; questa volta l'ho imbroccata!

E andava via con tale convinzione, annunziando tronfiamente che
preparava un volume di versi giovanili, editi e inediti, per mettere in
evidenza il proprio nome, per forzar la mano al pubblico. Aveva già
trecento abbonati; le spese di stampa erano coperte. I guadagni
sarebbero venuti dopo.

Il Lenzi e il Bissi parlavano anch'essi del loro avvenire, ma entravano
nella mischia, nella lotta per la vita, ben altrimenti preparati ed
armati.

Il Lenzi, studiando diritto, mirava alla deputazione, o alla diplomazia;
avrebbe scelto quando fosse arrivato il momento opportuno; non disperava
di diventare, un giorno o l'altro, ministro del regno d'Italia. Intanto,
per rifarsi dell'aridità degli studi scientifici, si divagava con studi
d'arte; li stimava valevoli mezzi, armi poderose, anche per un uomo
politico.

Il Bissi, invece, odiava la politica, regno delle mediocrità, secondo
lui, della volgarità, della materialità. L'attuale decadenza degli
ingegni e dei caratteri non si doveva tutta ad essa? E non leggeva
giornali quotidiani, viveva chiuso nel suo mondo estetico, ambizioso
soltanto di guadagnarsi un bel posto nel gran movimento di rinnovazione
artistica, che affermava prossimo a rivelarsi. In questa nuova fase
della vita italiana, egli voleva trovarsi alla testa del movimento.... o
tirarsi un colpo di pistola. Non cercava vie di mezzo; e si preparava
benissimo anche lui.

Io soltanto non scorgevo nessun avvenire per me.

Non osavo fermarmi un momento a riflettere quale avrebbe potuto mai
essere, nel caso che mi fossi deciso a rappresentare una parte attiva
nella società. Non mi riconoscevo nessuna attitudine speciale, spiccata,
per l'arte, nè per la politica, e molto meno per l'azione di qualunque
natura. Mi sentivo condannato a vivere da parassita, a consumare senza
produrre, a trascinarmi impotente tra la folla portata via dal turbine
dell'attività industriale, letteraria, politica; oggetto di compassione
o di riso o di disprezzo; fantasma tra tanti vivi. Niente altro!

Era possibile?

Eppure potevo osservare che qualche non lieve mutamento era avvenuto in
me durante quegli anni di apparente inerzia. Un fine senso della
concezione d'arte già traspariva dai miei ragionamenti. A ogni nuova
lettura, mi sembrava che i confini della mia intelligenza si fossero
spostati; intravedevo che un sordo lavorìo era dovuto accadere e
accadeva tuttavia dentro di me; lavorìo di digestione, di chilificazione
delle immense letture, operato nei più misteriosi recessi del pensiero,
dell'energia intellettuale, allo stesso modo della digestione e della
chilificazione dell'organismo fisico, se in certi momenti mi riconoscevo
cresciuto e fortificato spiritualmente come prima non ero.

Perchè non mi provavo a fare, a produrre?

Il Lostini non riusciva perchè non sapeva, e intanto aveva l'illusione
di poter fare, ingannato dalla sua fatuità e dalla sua presunzione. Col
Lenzi e col Bissi non ardivo di paragonarmi. Erano organismi perfetti,
delicatissimi; sapevano quel che volevano, dove tendevano e dovevano
arrivare, e già coordinavano ogni loro minimo atto con quello scopo,
sicuri delle loro forze, pronti ad abbattere gli ostacoli e col
presentimento dell'immancabile vittoria in fondo al cuore.

Come li ammiravo e come li invidiavo!



IV.


Avevo probabilmente un'istintiva coscienza del mio difetto essenziale;
capivo forse, senza possederne ancora netta intuizione, quel che c'era
d'immensamente sproporzionato tra gli ideali che mi brillavano nella
mente e le mie forze fisiche e intellettuali che avrebbero dovuto
metterli in atto. Perciò evitavo di tentare. Avevo paura della delusione
che subito sarebbe venuta dietro al tentativo. Pure, una volta, mi
lasciai trascinare.

La virtuosità del Lenzi non mi produceva più il gran senso d'ammirazione
di prima. Egli poteva scrivere una poesia, una novella, un articolo di
critica--con noi parlava di arte soltanto; i suoi saggi di scienze
giuridiche non ce li faceva neppur vedere--e non far mai cosa volgare.
Versi e prose però non lasciavano trasparire una personalità originale.
I riflessi altrui vi venivano fuori evidentissimi, quantunque assimilati
con garbo. Egli stesso non dava nessuna importanza a quei capricci che
rivelavano, qua e là, un'anima aperta alle diverse espressioni
dell'arte.

Pel Bissi, l'arte era cosa sacra. Gli tremava la voce parlandone.
Sapevamo che lavorava, lavorava; ma niente di preciso egli ci diceva dei
suoi lavori, impedito da quella sua profonda riverenza religiosa, da
quel suo gran pudore di artista che non voleva profanare la bellezza,
mostrando gli abbozzi informi dov'essa non era riuscita a palesarsi
intera.

Un giorno, finalmente, lo vedemmo arrivare a casa mia col cappello a
larghe falde sulla nuca, con gli occhi raggianti, quasi spauriti.

--Vorrei leggervi....

E si era arrestato, per guardarci in viso.

Non dimenticherò mai le impressioni di quella giornata, l'urto, la
spinta ricevuti, per cui potei illudermi che un uomo nuovo si fosse
improvvisamente rivelato dentro di me, ricco di facoltà inattese e
stupende. Per la prima volta non mi trovavo più di fronte a un'opera
d'arte della quale non potevo penetrare tutti i misteri perchè ignoto mi
era il processo d'incubazione che l'aveva formata ignota la persona
dentro il cuore e la mente della quale esso aveva avuto luogo, ignoto
l'ambiente che aveva contribuito ad agevolarlo.

Mentre il Bissi leggeva, io avevo la pura visione del miracolo creativo
in atto. In quei personaggi della sua novella, nel loro sentimenti,
nelle loro passioni, nelle azioni, nelle parole, nel paesaggio, in ogni
minimo particolare, io riconoscevo qualcosa; ne indovinavo la
provenienza; scoprivo relazioni intimissime. Assistevo al mirabile
lavoro di fusione e di organamento, all'esplosione della vita, e senza
che quell'analisi nuocesse punto all'effetto dell'insieme. Vedevo, per
dir così, le parole, le immagini accorrere spontaneamente, come per
virtù di attrazione, aggrupparsi, combinarsi. E con le parole e con le
immagini le cose, i colori, i sentimenti; particelle di osservazioni
fatte insieme; fitto pulviscolo di sensazioni, di reminiscenze sue e
mie, che si era agglomerato, ed era diventato unità, forma, avvenimento,
opera d'arte insomma. La quale era l'anima di colui che leggeva, e,
nello stesso tempo, cosa affatto diversa; riproduceva in sè l'accento
della voce di lui, ne rivelava i gesti, tutta l'aria della persona,
eppure non poteva dirsi precisamente lui, perchè quelle poche creature,
di cui la novella narrava i casi, svolgeva le passioni, riferiva i
dialoghi, erano poi creature viventi da per loro, col loro accento, coi
loro gusti, con la loro distinta individualità, proprio come colui che
le aveva create e che non aveva niente di comune con noi tre intenti ad
ascoltarlo, rapiti!

La potentissima corrente che si era sprigionata, da quell'opera d'arte
mi aveva penetrato, abitato, reso convulso.

Producendo una benefica rivelazione di me a me stesso, mi aveva infuso
potenza di creazione artistica, quasi essa non fosse stata opera del mio
amico, ma mia; quasi il Bissi non avesse fatto altro che leggerla
benissimo, come io non avrei saputo, prestandomi soltanto la voce,
l'accento, e nulla più.

E quando la lettura fu terminata, e il Lostini, levando in alto le
scarne mani, esclamò scioccamente, al suo solito:--Tu sarai il primo
simbolista d'Italia!--io, che ordinariamente tacevo e lasciavo prima
parlare gli altri, scoppiai in un energico:

--Zitto! Non dire bestialità!

E abbracciai e baciai il Bissi che invocava, umile e commosso, il
giudizio del Lenzi e il mio.

Attesi con impazienza che essi fossero andati via per raccogliermi, per
mettermi subito al lavoro. Avevo dentro di me un confuso ribollimento da
cui credevo dovesse immediatamente scaturire una consimile opera d'arte:
novella, romanzo, non avrei saputo specificarlo; ma qualcosa di vivo, di
nuovo.

E per due settimane l'illusione persistette, diminuendo a poco a poco
d'intensità, senza che io me n'accorgessi.

Lottavo accanitamente contro la resistenza che la forma mi opponeva;
mettevo il mio stento a carico dell'inesperienza, delle difficoltà d'un
primo serio tentativo; chiudeva gli orecchi alla voce della coscienza
critica che si andava risvegliando e mi faceva intravedere tutta la
inettezza del mio lavoro. Alla fine, non ebbi neppure il coraggio di
consultare gli amici; avevo riconosciuto la mia impotenza creativa in
maniera così evidente, che ne sentivo vergogna e rimorso come di un
delitto commesso di nascosto. Ero riuscito a far peggio, molto peggio
del Lostini!

Negli scritti di lui v'era la volgarità, la sciattezza, ma qualcosa di
organico; nel mio lavoro questo qualcosa mancava.

Il Lostini, studiando, avrebbe potuto riuscire a far meglio, forse a far
bene; io no. In quel cervello bislacco e incolto esisteva quel tal «che»
indefinibile che nessuno studio può far acquistare.

Oh, non era più possibile illudermi! Avrei potuto divenire qualunque
cosa; grande artista, no, mai! E la mediocrità, che a quel giovane non
dava ombra, a me faceva orrore. Quest'orgoglioso sentimento era il mio
supplizio.

Allora, con spietata insistenza, presi a studiare tutti i sintomi della
malattia che mi affliggeva.

Che cosa avrei potuto essere?

L'avvocatura richiedeva mezzi diversi da quelli dell'arte; ma mi mancava
la fluidità della parola, l'arditezza e la rapidità della concezione che
fanno dell'avvocato un mirabile stratego. Mi mancava, sopratutto,
quell'elasticità di coscienza da permettermi di credere alla bontà di
qualunque causa, purchè vi fossero stati un'imboscata, un tranello da
tendere al codice o alla procedura; e mi ripugnava il sapere che sarei
stato cosa del cliente, suo schiavo!

La medicina e la chirurgia mi venivano interdette dalla mia debole
costituzione; il male fisico mi dava nausee invincibili; e mi repugnava
inoltre, egualmente, il dover essere cosa del cliente, suo schiavo!

Gli affari?

Avevo l'esempio di mio padre. Ne avevano assorbito tutta la forza, tutta
l'attività, tutto l'ingegno. Era stato forse un uomo libero lui,
attanagliato dalle grosse speculazioni, dai grossi appalti, dai giuochi
di borsa, sempre agitato dall'ansia di un tracollo e dalla crescente
smania di guadagnare sempre più?

Aveva avuto però un ideale, uno scopo: suo figlio; questo sangue del suo
sangue, questa carne della sua carne, questo misero inetto, che la
cecità dell'affetto paterno non gli faceva riconoscere tale; questa
infelice creatura in cui il dissidio tra il pensiero e l'azione si
rivelava così mostruosamente, così irreparabilmente alla luce di quella
stessa cultura che avrebbe dovuto dargli vigore!

Col gran numero di volumi di ogni genere divorati in quei quattro anni,
tutto lo scibile umano ripensato, analizzato, rifatto dalla positiva
scienza moderna, era passato a traverso il mio cervello e vi aveva
lasciato un germe di orgoglio. Vivevo soltanto con la testa. Il cuore,
la immaginazione mi si erano dunque atrofizzati? Infatti, niente di
fresco, di giovanile sentivo in me. Invano avevo vent'anni! L'unico mio
svago era stato disegnare; disegnare aridamente; copiando disegni
altrui. Quando però mi convinsi che pure in questa meschina operazione
la secchezza dell'anima mia traspariva nella rigidità delle linee, nella
durezza degli scuri, smisi subito nauseato.

Mi sentivo invadere da profonda pietà di me stesso e insieme da profondo
disprezzo. Mi pareva che si adempisse sopra di me una giusta vendetta
per tutti quegli agi immeritati che mi rendevano facile la vita e mi
toglievano da ogni bassa occupazione manuale.

Chi più infelice di me, che pure stavo comodamente seduto in quel vasto
studio invaso dal sole, ornato di belle piante esotiche, cinto torno
torno da eleganti scaffali dove si allineavano centinaia e centinaia di
volumi pronti a ogni appello, capaci di rivelarmi i più riposti misteri
della scienza, le più eccelse bellezze dell'arte, e che quasi non
avevano nessun segreto per me?

Mi ero seppellito, sì, da me stesso in quella tomba ridente, ma che
altro avrei potuto fare?

E là avevo sorbito, a stilla, a stilla, il sottile veleno del pensiero,
per cui ora credevo che la vita avesse valore soltanto quando poteva
raggiungere il suo più alto grado di espressione e di forza; là mi ero
inorgoglito di essere uomo, e avevo voluto riuscir tale nel più nobile
significato di quella parola!

Artista o pensatore, giacchè uomo di azione non era il caso; ma grande
artista, gran pensatore.... o niente! Non aggiungevo come il Bissi:--O
un colpo di pistola!--Mi mancava l'energia di pensarlo.

E tutto quel lieto sorriso di sole che inondava lo studio, quella
luminosità che si riverberava nei mobili, nei quadri, nei ninnoli di
bronzo e di porcellana, nel verde delle trasparenti foglioline dei bambù
presso la finestra, mi parevano un'amara irrisione, un insulto in quel
momento; m'incombevano, peso enorme, su l'anima trambasciata
dall'evidenza della mia inanità. Mobili, quadri, ninnoli, piante avevano
brividi di vita sotto la carezza del sole e dell'aria primaverile che
penetrava dalle aperte finestre. La sola cosa morta colà ero io, disteso
su la poltrona, davanti alla vasta scrivania ingombra di libri e di
carte! No, un'altra cosa morta mi faceva compagnia: quell'aborto, quello
sciagurato tentativo di arte su quei fogli rabbiosamente brancicati,
strappati a metà e buttati alla rinfusa parte su la scrivania, parte per
terra; e che io guardavo con occhi sbarrati, quasi brani di me squartati
da spaventevole mostro, nei quali mi pareva di scorgere gli ultimi
sussulti della vita che si spegneva!



V.


Perciò non mi ero mosso, sentendo replicatamente picchiare all'uscio;
perciò non mi ero sollevato dalla poltrona vedendo quel bel bambino
biondo, coi riccioli spioventi attorno al collo e i grandi occhi
interroganti e il sorriso ancora più interrogante degli sguardi,
affacciatosi all'uscio cautamente da lui aperto.

--Dormi?--mi domandò.

E non vedendomi muovere, era entrato saltandomi addosso, gettandomi le
braccia al collo per baciarmi.

--C'è la mamma di là, in salotto, dalla tua mamma. Io mi annoiavo, e
sono venuto da te. Mi mandi via?

--No.

--Stai così zitto! Che hai?

--Niente.

Lo sollevai tra le braccia, lo baciai, lo misi a terra, stirandomi tutto
per scacciare il torpore che mi aveva invaso; osservandolo con intenso
piacere, mentre lo tenevo per le mani un po' discosto, quasi lo vedessi
allora per la prima volta.

Bello, sano, forte, con quei lunghi capelli e lo svelto vestito alla
marinaia, più che bambino, mi pareva già uomo, tanta espressione
d'intelligenza aveva negli occhi e nella fronte, tanta pienezza di
energia mostrava nell'atteggiamento della persona.

--Oggi è vacanza!--mi disse, accompagnando le parole con un vivacissimo
atteggiamento della testa.

--Non ami la scuola?

--Sì; ma mi piace pure fare il chiasso e andare attorno con la mamma o
col babbo.

Moveva rapidamente gli sguardi in giro per la stanza, come se volesse
abbracciare ogni cosa con una occhiata; poi si era fermato ad osservare
i libri che riempivano gli scompartimenti degli scaffali.

--Li hai letti tutti?--domandò, additandomeli.--Anche il babbo ne ha
molti--non tanti--e me li darà quando sarò grande. Ma io voglio
piuttosto le sciabole, le pistole, le lance, i fucili appesi alla
panoplia--si dice così?--nello studio del babbo. Voglio essere generale
io, andare in Africa e ammazzare tutti gli abissini che hanno scannato a
Dogali i nostri soldati.

--Chi te l'ha detto?

--Il babbo; lo leggeva nel giornale e io stavo a sentire. E poi ho visto
i ritratti.... le figure. Come sono brutti gli abissini! Senti. Ho messi
in fila i miei soldatini di piombo, ne ho più di cinquanta, e ho
detto:--Voi siete abissini!--Poi, presa la mia sciabola di latta, piff!
paff! gli ho buttati per terra e gli ho lasciati là.

--E se gli abissini, quando andrai in Africa, ammazzeranno te?--replicai
per provocarlo.

Fece una spallucciata sdegnosa, aggrottando le sopracciglia, stringendo
le labbra, e arditamente rispose:

--Prima ne ammazzerò almeno un centinaio! Non sarò solo; comanderò tanti
soldati, su un bel cavallo come quello del re.

E moveva le gambe per imitare lo scalpito del cavallo, ergendo la vita,
facendo il gesto di infrenarlo per le redini, quasi in quel momento
stesse proprio sul dorso di un focoso animale.

Io lo guardavo stupito. Che rigoglioso sviluppo di facoltà in quella
creaturina di sette anni! Come le mosse della persona, la prontezza
della parola ne mostravano la ferma volontà, la coscienza di potere, la
sicurezza di sottomettere tutto alla sua forza! Non riflettevo in quel
momento che poteva trattarsi di una spavalderia di bambino; pensavo
soltanto che io non ero mai stato capace di sentire e di immaginare
qualcosa di simile, e non ne ero capace neppur ora!

Si era avvicinato al tavolino dov'erano ammucchiati tutti i miei lapis,
le carbonelle, i pennelli, accanto ad una scatola di colori per
acquarello; li esaminava attentamente.

--Faccio un pupazzo?

E senza attendere il mio permesso, aveva intinto un pennello, sorridendo
della propria arditezza, mentre prendeva un foglio di carta e se lo
aggiustava dinanzi. Mutò pensiero a un tratto:

--Fammelo tu, ma bello! Un soldato con cappello da bersagliere.

--Un'altra volta,--risposi:--Oggi sono occupato.

--Allora me ne vado.

Era corso verso una pianta di bambù. Ne accarezzava le foglioline, ne
piegava gli esili rami.

--Come si chiama questa pianta?

--Bambù.

--Quella di cui si fanno le mazzettine?

--Sì.

--Me ne farai una? Bisogna che la pianta cresca, è vero? perchè il fusto
s'ingrossi. Mi hanno chiamato?

--Mi è parso.

Mi tese la mano, con agile atto di persona matura, e, nel socchiudere
l'uscio, affacciò la testa tra i battenti per rammentarmi:

--Con cappello da bersagliere, hai capito?

Che misera creatura ero io, se sentivo di valere assai meno di quel
bambino di sette anni!



VI.


Mio padre arrivava in mal punto.

Ero, da più giorni, tormentato da questa convinzione della mia inettezza
a qualunque cosa che veramente meritasse di occupare l'intelligenza di
un uomo. In certi momenti mi domandavo se quella sproporzione tra la mia
idea e le mie forze fisiche e mentali non fosse grave sintomo di
degenerazione o di pazzia.

Riflettevo:

--Un gran poeta, un gran romanziere, un gran drammaturgo, qualunque
grande artista, qualunque gran pensatore è tale quasi senza saperlo. A
nessuno di essi dev'essere mai passato per la testa:--Voglio essere
questo! Voglio essere quest'altro!--Si sono sentiti artisti, pensatori,
o meglio hanno operato da artisti, da pensatori, creando, ragionando,
facendo naturalmente, semplicemente la loro funzione. Chi dice, come
me:--Vorrei essere questo! Vorrei essere quest'altro!--ha già la
coscienza di essere tutt'altro.

Che sono io? Un orgoglioso, un vanitoso! Un uomo mancato!

E inutilmente soggiungevo:

--Al pari di mille e mille altri!

Questo non mi consolava, non leniva il mio tormento.

Fino al giorno però in cui mio padre venne improvvisamente a disperdere
le mie ultime illusioni, io non avevo ancora sentito l'abbattimento così
disperato che quel giorno mi faceva singhiozzare bocconi sul letto,
brancicando la coperta con mani convulse.

Mi sembrava che il mondo fosse crollato attorno a me e che fosse sparita
ogni luce.

--Dario! Dario!--sentii chiamare.

Era la voce di mia madre.

Mi asciugai in fretta il viso bagnato di lacrime, cercai di dissimulare
la mia angoscia e corsi ad aprire l'uscio.

--Dario!...

Mio padre le aveva accennato qualche cosa di ciò che mi aveva detto poco
prima, e la povera donna accorreva per temperare l'asprezza da lei
sospettata nelle parole di lui.

--Oh, mamma!--esclamai, gettandole le braccia al collo e chinando
desolatamente la testa, sul suo petto ansante.

--Coraggio! Tuo padre ti vuol bene. Non prendere in mala parte i suoi
consigli, la sua insistenza.

--Il babbo ha ragione,--risposi con voce cupa.

--Ascoltami, Dario!--ella soggiunse affettuosamente.

E mi condusse per mano verso il canapè forzandomi a sedere accanto a
lei.

Era un po' pallida, ma sorrideva con tale espressione di dolcezza e di
benignità, che io sentii dileguare quasi tutt'a un tratto quel fremito
di rancore destatosi nel mio animo mentre mio padre parlava.

--Ho fatto come tuo padre,--cominciò;--ti ho lasciato pienissima libertà
riguardo al tuo avvenire. È giusto che i genitori non pesino per nulla
su questa scelta perchè possono facilmente ingannarsi e indurre in
inganno.

--Ah! Non ho da scegliere,--la interruppi.--Ogni via mi è chiusa.

--Credi tu dunque di averle esaminate tutte?

--Tutte!

--Lo so; tu vorresti farti onore nel mondo con le opere del tuo ingegno;
vorresti arrivare in alto, alla cima; la mediocrità ti fa orrore; me lo
hai detto più volte. Hai tentato, ti è parso di non aver forza da
riuscire, ed hai perduto la fiducia che ti aveva sostenuto finora. Sei
orgoglioso e modesto nello stesso punto, e ciò onora molto la tua
intelligenza e il tuo cuore. Io non m'intendo di queste materie; la mia
cultura è troppo scarsa da poter giudicare se hai torto o ragione.
Mettiamo che tu abbia ragione. Che vuol dire? Se tutti la pensassero
come te, la società perirebbe d'inerzia. Ciascuno di noi porta dentro di
sè qualche sogno non mai potuto realizzare; ed io credo che sia bene che
avvenga così. Non è certo, figliuolo mio, che avremmo raggiunto la
felicità o la gloria, realizzando quel sogno. Nella vita poi vi sono
còmpiti umili o modesti non meno necessarii nè meno utili del còmpito
dell'artista e dello scienziato. E ci vuole grandezza d'animo e quasi
eroismo per eseguirli senza rimpianto di maggiori cose, attentamente,
amorosamente, non come penoso dovere, per non sopportarli soltanto come
inevitabile croce. Non ti meravigliare che io parli così. Non ripeto
cose imparate dai libri; esprimo quel che ho pensato e meditato da anni,
silenziosamente, portando dentro di me il mio sogno rimasto tale, ed
eseguendo il mio còmpito rassegnatamente, con lo stesso amore con cui lo
avrei eseguito, se lo avessi scelto di mia libera volontà.

--Anche tu, mamma?--la interruppi stupito.

--Oh, non immaginare niente che possa eguagliarsi a quel che tu
desidereresti di raggiungere! Raramente il pensiero di una donna va più
in là della famiglia, di quel nido di amore dove ella vorrebbe essere
schiava e regina nello stesso punto. Mia madre è stata un'eletta. Tu non
l'hai conosciuta. Avresti avuto una nonna adorabile. Era bellissima e di
bontà immensa. Più che coi precetti, mi ha educata con l'esempio.
Creatura felice, ha fatto felice l'uomo del suo cuore, e quanti le
stavano attorno. Credevo che avrei dovuto avere la stessa sorte; potevo
ambirne una migliore?... Invece!... Non accuso qualcuno, e meno di tutti
tuo padre.

--Anche tu, mamma?--replicai guardandola fisso negli occhi, quasi
temessi che ella, non volesse svelarmi il suo doloroso segreto, e
tentassi di carpirglielo per forza.

--Non accuso qualcuno,--ella riprese,--e meno di tutti tuo padre. La sua
condizione era molto diversa della tua. Un disastro economico della sua
famiglia lo ha costretto a rifare col lavoro quel che l'imprevidenza di
suo padre e la furfanteria degli altri gli aveva improvvisamente rapito.
Poi, quando la fortuna ebbe aiutato i grandissimi sforzi di attività che
egli era riuscito a fare, quella stessa febbre di speculazioni, di
imprese, di appalti, di scommesse di borsa che lo aveva risollevato in
alto, lo ritenne, quasi sua preda, lo sopraffece, gli die' la vertigine.
Fu marito e padre soltanto nei primi anni del nostro matrimonio; dopo, è
stato, in famiglia, una macchina creatrice di ricchezza; non ha avuto
tempo di esser altro. Sballottato di qua, di là, pel mondo, si ricordava
di me unicamente per farmi sapere che mi voleva felice, assieme col
figlio, e che tutta la sua vita era consacrata a questo scopo. Ma per
lui la felicità consisteva nella ricchezza; in niente altro. Io gli sono
stata e gli sono gratissima di questa buona intenzione; e ringrazio
Iddio che lo ha aiutato in ogni sua impresa. Egli però, te lo dico senza
ombra di rancore, ha voluto altrimenti. Io avevo te, ero assorta nelle
cure della tua malferma salute, nella tua educazione, e mi mancava il
tempo di essere gelosa, di dolermi di esser messa da parte nella sua
vita, di essergli divenuta presto, se non un'estranea, certamente non
più la donna sua, come sposandolo avevo sognato. Sono stata rispettata,
stimata infinitamente; amata, no!

--Povera mamma!--esclamai.

--Non mi compiangere. Ho avuto la buona ventura di rassegnarmi. Quel mio
sogno di ragazza mi si è rifugiato in fondo al cuore, vi si è nascosto e
addormentato; ed oggi è la prima volta che lo sveglio e torno a
guardarlo. Tuo padre non ha mai sospettato che io soffrissi in silenzio,
e che rimpiangessi qualche cosa. Mi ha creduto forse indifferente,
fredda, anima creata a posta per stare sottomessa, formata per servire
un padrone.

--Oh! Tu sei stata dunque una martire, mamma?--dissi, prendendole le
mani e baciandogliele ripetutamente.

--Martire è troppo, figlio mio!

Sorrideva serena. Ma negli occhi e in certe pieghe delle labbra le si
scorgevano facilmente segni di profonda tristezza.

--Non sono stata felice--continuò--come tuo padre probabilmente ha
creduto. Forse, un po', la colpa è mia. Ho avuto un senso di orgoglio
che mi ha chiuso la bocca. Nessuno ha mai saputo quel che avveniva
dentro il mio cuore. Non mi sono mostrata espansiva neppure con te. E
questa casa invidiata, creduta albergo di felicità, ha spesso visto tre
ombre aggirarsi per le sue stanze: una, quella di tuo padre, agitata da
fantasmi di speculazioni, di intraprese industriali, di progetti di
nuovi guadagni; l'altra, la mia, muta, passiva, con una maschera sul
viso che impediva alla gente di penetrare il mio doloroso segreto;
terza, la tua, povero figlio, tormentata da una gran visione di
creazione artistica e di gloria. E siamo vissuti quasi non fosse stato
tra noi niente di comune, intendo niente d'intimo; lasciando che ognuno
agisse a modo suo, legati unicamente da quelle relazioni materiali di
famiglia che bastavano a tenerci insieme. Può darsi che io esageri; può
darsi che io giudichi con parzialità. Giacchè tuo padre, in mezzo alla
ressa, alla tormenta degli affari, ha pensato sempre a te, al tuo
avvenire. Egli ha goduto la vita di viaggiatore che prende qualche cosa,
via via, nei _buffet_ delle diverse stazioni, in piedi, senza aver tempo
di scegliere, di far lo schizzinoso. Ha cercato il meglio che poteva
avere sottomano, si è servito spensieratamente ed ha ripreso il treno,
soddisfatto, contento della corsa che lo avrebbe fatto presto arrivare
alla mèta del suo viaggio. E viaggiando, ha pensato che coloro che
rimanevano in casa sua, dovevano anch'essi essere soddisfatti e contenti
perchè potevano godere il frutto del lavoro di lui senza darsi pensiero
di nulla. Sono stata forse una donna per tuo padre? Ha supposto che
potesse bastarmi l'essere madre quasi per caso. Egli aveva avuto da me
quel che desiderava: un figlio. Non voleva averne altri, per non
disperdere tra parecchi una sostanza che gli sembrava appena sufficiente
a concedere piena indipendenza a un solo. Non me l'ha mai detto; me l'ha
fatto capire dal suo contegno; ed io non ho voluto contristarlo
ribellandomi. Pensavo:--Chi sa ch'egli non abbia ragione?--E l'idea che
facendo diversamente avrei potuto mettere qualche ostacolo al tuo futuro
benessere, mi ha infuso la gran forza di rassegnarmi.

Io non osavo d'interromperla, e l'ascoltavo vinto da un senso di
maraviglia e di compassione. Una dolce vena di tenerezza mi scaturiva,
inattesamente, nel cuore, e me lo inondava tutto. Mi sembrava che quanto
di umano, di affettuoso, di carezzevole era fin allora rimasto quasi
condensato in ghiaccio nella profondità del mio organismo, si
liquefacesse soavemente, cominciasse a circolarmi per le vene, mi
infondesse una vitalità nuova di cui non avevo nessuna idea.

Mi sembrava di essere tornato bambino, di crescere di mano in mano, là,
sotto gli occhi di colei che mi guardava amorosamente pronunciando, con
voce flebile ma armoniosa, quelle significative parole che non erano
suoni soltanto ma onde luminose e benefiche.

Così capivo di essere ancora giovane, di avere aperta davanti ai miei
passi una via di vita, di gioia, di attività assai ben diversa da quella
che l'aridità dei miei studi mi aveva fatto fin allora intravedere. Così
mi balenava allo sguardo interiore dell'anima la possibilità di essere
qualche cosa anch'io, quantunque non più quel che avevo fantasticato
nell'orgoglioso raccoglimento in cui ero vissuto tant'anni.

--Parla, parla ancora, mamma!--avevo esclamato con voce tremante, e
sentendomi riafferrare dalla disperazione appena l'avevo creduta quasi
vinta.

--Io ho atteso con fiducia questo momento,--ella rispose.--Ricordi? Ogni
volta che mi confidavi i tuoi alteri progetti di avvenire e mi mettevi a
parte delle tue angosce, delle tue delusioni, delle tue nuove illusioni,
io ti dicevo:--Tu puoi giudicare meglio di me, povera donna quasi
ignorante. Sei troppo giovane, hai tempo di riflettere!

--E soffrivo per te, non già perchè il tuo sogno mi sembrasse
irraggiungibile, ma perchè diffidavo di quel sogno, da donna, da madre.
Ti vedevo, con profondo dolore, cercare la soddisfazione della tua
anima, la tua felicità là dove ero convinta che non avresti potuto
trovarle. Ma non osavo dirtelo; non me ne riconoscevo l'autorità, per
quanto il mio dovere di madre potesse scusarmi, se mai lo avessi
tentato. Ora però....

--Parla, parla, mamma!--imploravo.

--Ora che tu stesso....

--Ah!... È orribile, mamma! Mi par di morire!

--No, la vita non consiste tutta nell'intelletto; somiglia a una immensa
gradinata. È bello aspirare di salirne la cima, di poter parlare al
mondo da quell'altezza con la parola dell'arte o della scienza; ma non è
avvilente fermarsi a metà o più giù....

--Confuso tra la folla, zero che dà valore a un'unità!--la
interruppi amaramente, sentendomi tutt'a un tratto affluire alla
bocca il fiotto attossicato della mia delusione, vedendo sparire,
quasi irridendomi, gli ultimi lembi del miraggio che mi aveva
abbagliato e sedotto.--Oh!--continuai rizzandomi in piedi.--Rinuncio
a tutto! Vegeterò, non vivrò. Tu mi aiuterai a sopportare la lunga
agonia, se questo miserabile mio corpo si ostinerà a durare! Non
aprirò più un libro, non penserò più! La mia intelligenza dovrà
atrofizzarsi alfine, e lasciarmi bestialmente tranquillo. Oh!...
Rinuncio a tutto; vegeterò, non vivrò!

E così esclamando, avevo la strana sensazione che un'altra persona
parlasse a quel modo per bocca mia.

Allo sdegno, al rancore si mescolava intanto quel senso di tenerezza che
la rivelazione di mia madre mi aveva fatto, poc'anzi, scaturire nel
cuore. E pur balbettando con rabbia, quasi per fissarmelo bene nella
memoria:--Rinuncio a tutto! Vegeterò, non vivrò!--la carezza di quel
sentimento m'insinuava:

--Vivrai! Vivrai! La vita ha ben altro di quel che tu, miope, vi scorgi!



VII.


Non saprei dire se mia madre rispose qualche cosa a quella sfuriata, o
se il ricordo delle sue parole mi è sparito dalla memoria. Rivedo il
triste caro volto, anzi soltanto quegli occhi umidi di lagrime, pieni
d'immensa pietà fissi su me per tentar di calmarmi; e non rammento
altro.

Che cosa avvenne quella notte nelle profondità del mio spirito? Qual
lavorìo si compì senza che la mia coscienza vi prendesse parte?

Mi svegliai quasi tranquillo, con un gran bisogno di aria libera, di
luce diffusa.

Una delle finestre del mio studio dava sul giardino della casa vicina.
Il sole già dorava la cima degli eucalypti che vi si elevavano
rigogliosi, e i passeri facevano allegra gazzarra tra i rami. Un tumulto
quasi simile mi si destava a poco a poco nel cuore, come se la
giovinezza incominciasse quella mattina a pispigliare dentro di me le
sue prime note gioconde.

Ed ecco la voce di mia madre, grido doloroso di appello:

--Dario! Dario!

Ed eccola apparire su la soglia, pallida, agitando le braccia, senza
poter profferire parola, con gli occhi smagriti dal terrore....

--Tuo padre!...--balbettò finalmente, trascinandomi via con una mano.

Quel colosso che ieri avevo visto davanti a me, esuberante di vita e di
salute, giaceva rovesciato per terra, come una quercia sradicata
dall'uragano, con le dita attrappite sul cuore, con gli occhi stravolti
e la bocca contorta dal colpo apoplettico che lo aveva fulminato nel
punto di stender la mano alla tazza di caffè fumante ancora su la tavola
da pranzo.

Parlava con mia madre, lieto che un suo affare già si fosse avviato
bene, contrariamente di quel che egli temeva.... e tutto a un tratto,
senza un grido, senza un gesto, era barcollato ed era cascato col capo
indietro. Un rantolo, un rapido scomporsi della sua bella fisionomia....

Tutto era dunque finito?...

Mi sembrava impossibile che fosse proprio così!

La mamma e io lo sollevammo a stento, lo adagiammo sul divano credendo
ancora che si trattasse di uno svenimento, di un malessere passeggero.
Infatti il corpo aveva fremiti, sussulti che illudevano.

--Babbo! Babbo!--chiamavo quasi per destarlo, reggendogli il capo,
intanto che la mamma dava gli ordini per un dottore.

Gli occhi si chiusero lentamente, i muscoli contorti della faccia si
distesero, e il capo mi si appesantì su le braccia, chinandosi da un
lato!

Mia madre, ritornata con due guanciali, volle insinuarli ella stessa
sotto la testa del babbo, ignara dell'irrimediabile disastro; ingannata
anche dall'apparente tranquillità--invece era istupidimento--che mi
leggeva sul volto.

Non piangeva neppure lei, non poteva piangere; si torceva le dita
guardando, di tratto in tratto, all'uscio da cui doveva entrare il
dottore, smaniando pel ritardo; ed ora accarezzava la faccia del babbo
con lievi passaggi delle mani tremanti, ora rivolgeva a me timide
occhiate interrogatrici che facevano intravedere lo spavento di una
possibile tremenda risposta.

Quel quarto d'ora di angosciosissima attesa mi parve un secolo.

Che mi attendevo dal dottore? Ero impietrito, convinto che la sua
presenza oramai fosse inutile; eppure respiravo con ansia, celeremente,
quasi il mio ansare potesse influire ad affrettarne l'arrivo. E in quel
momento, con lo spettacolo sotto gli occhi di colui che ormai sapevo
cadavere in cui nessuno avrebbe potuto infondere un nuovo respiro di
vita, tendevo l'orecchio al cinguettìo dei passeri che entrava,
clamoroso, dalla finestra, e riflettevo intorno alla grande indifferenza
della Natura per le nostre gioie e pei nostri dolori, pur indignandomi
di poter pensare a simili cose in quel tragico istante.

Finalmente il dottore arrivò. Tastò i polsi, introdusse una mano nello
sparato della camicia, chinandosi per ascoltare i battiti del cuore, o
meglio per fingere di ascoltarli, giacchè il primo sguardo gli era
bastato per capire l'inutilità della sua opera. E rizzandosi su la
persona, si volse verso mia madre, la prese delicatamente per un braccio
e fece atto di volerla allontanare.

La povera mamma, copertosi il viso con le mani, balbettando:--Oh, Dio!
Oh, Dio!--si lasciò trascinare fuori della stanza, opponendo debole
resistenza.

Io caddi ginocchioni davanti al divano; baciavo e ribaciavo il cadavere
ancora caldo, senza un lamento, senza un singhiozzo, soffocato dal
groppo di pianto che non riusciva a versarsi per gli occhi; e dietro un
velo di nebbia, quasi nella fluida trasparenza di un sogno, intravedevo
le persone di casa, gli inquilini accorsi, e il corpo giacente che aveva
tuttavia, nonostante quel nebbioso velo, le rigogliose apparenze della
vita e della forza.... Poi improvvisamente, non vidi più nulla, come se
un nero abisso mi avesse inghiottito.

Il povero babbo era stato previdente.

Fra le sue carte, e serbata in un posto dove avrebbe potuto essere
subito ritrovata, io rinvenni una lettera diretta a me, scritta sei mesi
prima del luttuoso avvenimento, quasi il cuore gli presagisse quel che
doveva, tra non molto, accadere. Mi dava minutissimi schiarimenti
intorno ai suoi affari, m'indicava la persona a cui avrei potuto, con
piena fiducia, affidarne il disbrigo, e si diffondeva in lunghi consigli
di pratica saggezza, ripetendo con diverse parole--e leggendo mi
sembrava di riudirne la voce--quel che mi aveva detto la mattina del
nostro ultimo colloquio.

Ancora, dopo parecchie settimane, io non sapevo rassegnarmi a credere
ch'egli fosse sparito per sempre!

La mamma vestita a lutto, la tristezza che incombeva su tutta la casa,
le insolite occupazioni alle quali dovevo concedere quel tempo fin
allora riserbato esclusivamente ai miei studi, e che mi infastidivano
per la loro volgare minuzia, non erano sufficienti a darmi un vivo senso
della realtà, delle tristi circostanze intervenute a sconvolgere
l'andamento ordinario della mia vita.

Il dolore di mia madre era intenso. Capivo che ella evitava, quanto più
era possibile, di rammentare il povero nostro caro assente per non
accrescere lo strazio del mio cuore; ma, in certi momenti, ripensando le
rivelazioni di quel giorno, io non riuscivo a vincere il sospetto che
ella si sforzasse di far apparire il suo dolore più grande e più intenso
che veramente non fosse. La scusavo, la giustificavo; avrei voluto però
che ella avesse già perdonato e dimenticato; che più non fosse
perdurata, tra l'assente e lei, quella scissura che le aveva fatto
portare chiuso in cuore tant'anni il suo bel sogno di donna non potuto
attuare, com'ella si era espressa.

E a tavola, o quando veniva a sedersi nel mio studio per leggere là
qualcuno dei tanti volumi nuovi che il mio libraio continuava a inviarmi
(ora che non aveva altri all'infuori di me, voleva sentirsi
confortata--diceva--standomi silenziosamente vicino) a tavola, o mentre
ella leggeva, io la fissavo, evitando di farmi scorgere, e tentavo di
penetrarla per indovinare se, sospettando in quel modo, non la
calunniassi indegnamente.

Un giorno, alla fine, per dissipare il tormentoso dubbio--soffrivo assai
ogni volta che esso, scacciato via, tornava a riaffacciarmisi
nell'animo--un giorno, vedendo che la mamma, deposto su le ginocchia il
libro di lettura, chiusi gli occhi e abbandonata la testa indietro su la
spalliera della poltrona, si era immersa nel dolce fantasticamento
prodotto dalle sensazioni delle cose lette, la riscossi bruscamente:

--Mamma!...

E mi arrestai, già pentito di quel che intendevo di fare. Ella mi fissò
con sguardo così affettuoso da incoraggiarmi a dirle subito:

--Che cosa pensavi, mamma?

--Pensavo,--rispose dopo un istante di esitanza,--che io non avrei mai
creduto ch'egli occupasse, vivendo, tanto posto nel mio cuore. Si vede
che l'amore è capace di assumere tali forme da rendersi quasi
irriconoscibile. Sento oggi nel cuore lo stesso vuoto lasciato dalla sua
sparizione in questa casa e nella nostra esistenza. Ora riconosco che ha
avuto ragione lui, stimandomi uno strumento in mano sua, da dover
adoprare secondo i suoi fini. Egli possedeva un senso sano ed integro
della vita. Se ha avuto qualche torto.... parecchi anche.... più che a
lui, essi debbono venir attribuiti--lo capisco ora--alle circostanze.
Non è stato egoista, cattivo, crudele, oh, no! È stato uno con cui si
dev'essere indulgente perchè ha lavorato molto; uno che aveva bisogno di
cogliere qua e là qualche fiore, lungo la strada, per distrarsi, per
riposarsi.... Allora ne soffrivo. Da che non è più.... lo scuso, e
spasso gli chiedo perdono del non avergli sempre nascosto che ne
soffrivo, e di averglielo rimproverato con la freddezza e col silenzio,
talora peggiori di ogni aperto rimprovero.

--Mamma cara! Che consolazione mi dài dicendomi questo!

--Che cosa credevi tu dunque?

--Credevo che tu serbassi qualche rancore alla sua memoria!

--Oh! figlio mio!

--C'è stato un momento in cui sono stato ingiusto anch'io verso il
babbo!

Chiuse il libro, si rizzò in piedi e, presomi per le mani, soggiunse:

--Non mi hai più parlato del tuo avvenire, Dario. Io attendevo da te una
parola, come tuo padre e forse assai diversa da quella che attendeva tuo
padre. Non me l'hai detta. Perchè, Dario?

--Non so, mamma! C'è un gran buio nel mio spirito. L'orgoglio mi acceca
tuttavia. Non so rassegnarmi a non essere niente nel mondo, pur avendo
un altissimo concetto di quel che vi vorrei essere. Sarò un infelice,
mamma; lo sento. Non mi consolerò mai della mia miseria rimpetto allo
splendore di quel sogno! Se avessi, come te, la fortuna, di credere in
Dio, andrei a chiudermi in una Certosa, a vivervi la lunga agonia della
preghiera e del silenzio; ma la mia mente non può credere.... Mai, come
in questo momento, io non ho compreso la terribile verità di quella
sentenza biblica: La scienza è dolore! Vorrei dimenticare, diventare
tutt'a un tratto un ignorante, un povero di spirito.... Ecco perchè non
ho potuto dirti la parola da te attesa.... C'è un gran buio nel mio
spirito!

--Io non oso suggerirti....

--Parla, mamma! Le tue parole dell'altra volta mi avevano aperto uno
spiraglio di luce. La mattina della disgrazia, già avveniva un insolito
risveglio di giovinezza, nel mio cuore.... Non mi ero mai sentito
giovane come in quel momento. Ah! Il mio male consiste qui,
nell'intelligenza; non sono stato mai giovane, quantunque io abbia
appena vent'anni. Non potrò ridivenirlo, oramai ne sono convinto. Vi è
una maturità dello spirito che talvolta precede quella del corpo; ed è
stato di malattia forse incurabile. La sanità consiste nell'equilibrio.

--T'inganni, Dario! T'inganni! Io sono una povera donna che non può
opporre profonde ragioni alle tue; ma nel mio cuore materno c'è qualcosa
che vale, mi sembra, quanto codeste ragioni. Siedi qui; non sdegnare di
ascoltarmi. Io ti riguardo come superiore a me, sebbene mio figlio. Sei
uomo, sai tante cose che io non intenderei anche se mi applicassi a
studiarle come te; non per questo mi sembra atto di vanità o di superbia
il dirti quel che sento. Tuo padre ti parlava altrimenti. Era uomo di
azione, a modo suo. Avrebbe voluto che suo figlio lo somigliasse, anche
non facendo quel che faceva lui. Sai che fantasticava di te?--Un uomo
politico, un deputato al Parlamento.--E poichè ci vogliono belle
migliaia di lire per riuscire ad essere eletto,--diceva, stropicciandosi
le mani,--io gliele preparo. Saranno bene spese; e vorrei che mio figlio
non avesse scrupolo di spenderle. Quando si vuoi raggiungere uno
scopo....

--Vorrei adoperarle meglio.... in ogni caso!...--la interruppi
sorridendo tristamente.

--Lo dico anch'io. E, nota: egli che riponeva in te ogni sua speranza;
che non aveva voluto altri figli per non disgregare la sua fortuna; che
era orgoglioso di veder sopravvivere in te il suo nome onorato, non
accennò mai, mai, alla speranza di vederti creare una famiglia. Una
volta io gli dissi:--Mi dispiace che Dario viva a questo modo, tutto
immerso negli studi. Andrà incontro a un pericolo il giorno in cui dovrà
scegliere una sposa.--Alzò le spalle, e non rispose nemmeno. E un'altra
volta mi rispose:--Troverà facilmente; è il meno di cui mi
preoccupo.--Infatti.... egli mi aveva sposato unicamente per avere un
figlio. Le dolcezze della famiglia non avevano significato o valore per
lui. Ebbene, Dario, io desidererei che tu agissi altrimenti. Io
desidererei che la tua vita si raccogliesse tutta in quelle gioie intime
e sicure che egli non ha voluto conoscere, che non ha goduto. C'è
dell'egoismo in quel che ti dico, ma forse assai meno che non sembri.
L'arte, la scienza sono belle e grandi cose; ma la vita è così breve,
così precaria, che la suprema saggezza a me sembra consistere nel
goderla il più tranquillamente possibile, quando si hanno, come tu li
hai, tutti i mezzi di goderla in tal modo. Crearsi una famiglia è azione
bella e grande quanto l'arte e la scienza. Amare, essere amato, dar vita
ad esseri che ci perpetuano e che possono contribuire alla felicità o
almeno alla prosperità sociale non è spregevole cosa. Io ti parlo da
donna, da madre. Prima d'ora ho taciuto per non impormi alla tua scelta,
per non mettermi in contrasto con le intenzioni di tuo padre. Davanti a
lui mi sentivo piccina piccina, non osavo aprir bocca; ma oggi mi sembra
che sia mio dovere....

S'interruppe.

Dolcissime lagrime mi scorrevano silenziosamente per le gote e non
pensavo di asciugarle.

Perchè piangevo?

Le parole di mia madre significavano l'estrema condanna del mio sogno di
grandezza spirituale, ed io gli dicevo, con quelle lagrime, il mio
addio?

Erano esse segno di fiacchezza nervosa?

--Non ti dispiaccia, che io ti abbia parlato così--riprese mia
madre.--Tu sei libero, e puoi fare quel che vuoi. Va', figlio mio, verso
la felicità che intravedi, per qualunque strada, con qualunque mezzo,
secondo giudichi opportuno. Tuo padre aveva detto:--Ti do un mese di
tempo!--Egli aveva fretta, era impaziente. Io no, Dario!

--Tu sei una santa!--esclamai.



VIII.


Il Bissi era venuto da me più volte nei primi giorni del lutto. Si
sedeva in un canto, silenzioso, assorto nelle sue fantasie letterarie,
quasi volesse farmi capire che soltanto l'arte purifica, eleva,
trasportandoci in un'atmosfera dove i casi della vita, lieti o tristi,
non hanno più nessuna importanza o hanno soltanto quella che loro
proviene dalla possibilità di trasformarli in elementi di creazione. Poi
non si era fatto più vivo.

Una mattina lo vidi ricomparire.

--Vengo a congedarmi--disse.--Parto per Desenzano.

--A che farvi?--risposi.

--Indovina.

--Risparmiami la fatica d'indovinare.

--Ho ottenuto un impiego nelle Dogane. Bisogna vivere, mio caro!

Lo guardai, incredulo.

--Questa notizia ti stupisce?--egli soggiunse.

--Ormai non mi stupisco più di niente!

--Fra una bolletta e l'altra, se mi rimarrà tempo....

Voleva mostrarsi tranquillo, ma aveva il pianto nella voce.

--E tu che farai?--mi domandò, quasi per sviare il discorso.

Non seppi che cosa rispondere. Allora egli riprese:

--È per mia madre. La poveretta ha fatto troppi sacrifizi per la mia
educazione; bisogna che non abbia una vecchiaia di miseria e di stenti.
L'arte, quale io la intendo, non dà pane in Italia e, forse, neppure
altrove. Se fossi solo, lotterei; il mio stomaco non è esigente. Ma non
mi sento in diritto di costringere a combattere chi non ha il mio stesso
ideale. Se tu vedessi come la santa donna è felice di sapere che almeno
ora avremo qualche cosa di sicuro!... Non rinunzio al mio avvenire;
sarebbe assai peggio che rinunziare alla vita. Mi riserbo. Darò le
giornate alle bollette, le nottate all'arte.... Mi scriverai di tanto in
tanto, è vero?

E, vedendo che io restavo pensieroso e muto, continuò:

--Molti altri si sono trovati in più tristi circostanze di me, e non si
sono persi di coraggio. Ancora non ho potuto far niente da autorizzarmi
ad assumere l'aria di persona delusa. E poi.... chi lo sa?... Può darsi
che io m'inganni intorno al valore delle mie forze. Se valgo davvero
qualche cosa, vincerò, riuscirò; soltanto gli inetti non riescono. Cioè,
riescono qualche volta; ma vuol dire che hanno altre qualità. Ho questa
convinzione. Guarda Lostini. Arriverà, ne sono certo, a farsi un bel
posto al sole. Ha l'improntitudine, la vanità.... e un certo
ingegnaccio. Sa dare gomitate per spingersi innanzi tra la folla, e non
si cura se gli urtati protestano anche con male parole; finge di non
udirle e tira via. Io, per paura di pestare, nella ressa, i calli a un
vicino, preferisco di restare immobile, di attendere che mi sia
sgombrato il passo. Il torto è mio. Dovrei pestare i calli e, tutt'al
più, dire: scusi! Lostini non dice neppure: scusi; ed ha la forza di non
sdegnarsi se li pestano a lui. Gli par naturale che tra la folla avvenga
così. Ed è pratico. E poi.... anche un'altra cosa. Credi tu che metta
conto oggi di darsi interamente all'arte?

--Senti,--gli risposi,--se tu pensassi davvero questo, significherebbe
che sei più scoraggiato che non vuoi sembrare.

--Lo penso, altrimenti non lo direi. Mi sono però espresso male. Volevo
dire che oggi non mette conto di pensare all'arte per gli altri. Essa è
divenuta un oggetto di lusso, da oggetto di prima necessità che era una
volta. E del lusso si può far senza o, piuttosto, per tale scopo basta
l'arte antica, la vera, la pura, la inimitabile. Che cosa produciamo noi
oggi? Abilissime contraffazioni e le spacciamo per cose nuove. Quel po'
che vi mettiamo di nuovo è un elemento estraneo all'arte, il pensiero,
la riflessione; e non sappiamo o forse non possiamo più conservare una
certa misura. Poco, è insufficiente pel bisogno del nostro spirito;
molto, è dannoso all'arte, perchè la snatura, e non è molto a bastanza.
La nostra disgrazia è di essere arrivati troppo tardi. Ciò non ostante,
qualche cosa c'è ancora da fare; ma le difficoltà materiali e morali
sono incredibili. Gesù ha detto che l'uomo non vive di solo pane. Ma non
ha affermato che possa vivere di solo spirito. Quando rifletto che la
mia opera d'arte è come non avvenuta prima che trovi un editore o uno
stampatore, e che può rimanere ignorata, se l'editore non sa fare il suo
mestiere e se i giornali non spingono il pubblico a comprarla, mi viene
nausea di lavorare....

--Ma l'arte dà oggi fin milioni!

--Ah! vorrei però sapere che rimarrà di cotest'arte.

--Precisamente quel che è rimasto dell'antica; il meglio. La zavorra va
sempre a fondo.

--Basta!... Questo non è discorso da congedo. Attendendo che possa
mettere insieme anche io il mio milioncino, mi contenterò per ora delle
cento cinquanta lire di stipendio. Per l'ufficio di riempire bollette il
compenso è anche troppo.

--Perchè non hai cercato qualche cosa di meglio?

--Ho avuto un santo protettore. Anche i santi sono come le botti: dànno
il vino che hanno.

Rideva, con qualche stento. Poi tornò a domandarmi:

--E tu che farai?

Neppure questa volta gli risposi. Pensavo che quel caro e valente
giovane forse aveva bisogno di qualche aiuto e orgogliosamente non me lo
chiedeva. Non mi aveva chiesto mai nulla, quantunque la nostra intimità
fosse stata grande. Cercavo il miglior modo di fargli una profferta,
senza offendere il suo amor proprio.

--Partirai subito?--gli domandai.

--Appena avrò raggranellato certa piccola somma. Vendiamo i mobili.

--Mille lire ti basterebbero?

--Chi me le dà?

--Uno che ti vuol bene e che ha fiducia in te.

--Grazie!... Ma potrei mai rendertele?... Grazie!... Non le accetto.
Ricaveremo dalla vendita quattro, cinquecento lire; sono sufficienti.

--Fammi fare un'opera buona; non ne ho fatta nessuna finora. Immagina
che io sia un editore; ti prendo un volume, il tuo primo volume, e ti
anticipo mille lire.

--E se non lo scriverò?

--Ne scriverai parecchi.

Era divenuto rosso in viso, non saprei dire se per gioia o per modestia.
Non gli diedi tempo di riflettere, nè di ringraziarmi; dissi:

--Che farò io?... Mi sento come travolto fra le macerie di un vasto
edificio improvvisamente rovinatomi addosso. Hai inteso parlare di
persone vissute due o tre giorni sotto le rovine delle loro case nei
grandi tremuoti? Tratte fuori miracolosamente incolumi, avevano perduto
la nozione del tempo trascorso in quell'orribile stato. Tra esse e me la
differenza consiste in questo: esse credevano che i giorni fossero stati
ore; a me sembra che le ore siano state, non giorni, ma anni. E non so
se qualcuno arriverà in tempo a sottrarmi al mio orrendo destino!

--Che ti manca?

--L'essenziale.... Non ne parliamo!

Gli fui gratissimo della sincerità del suo silenzio. Un altro, per
gratitudine, non avrebbe mancato di adularmi. Bissi abbassò la testa e
rispose soltanto:

--Bisogna prendere la vita com'è. Tempo fa io solevo dire: O essere alla
testa del futuro movimento letterario.... o darsi un colpo di
pistola!--Sciocchezze da vanitoso.... In ogni modo sarò sempre in tempo.

E questo fu pronunziato così seriamente e con tale accento, che mi
sentii scorrere un brivido per le ossa, quasi egli mi avesse detto:--Tu
che speri? Sei nel caso di fare come farò io, occorrendo; ma non ti
basta l'animo!

Forse si avvide dell'impressione prodottami dalle sue parole e volle
attenuarla.

--Ma prima ci penserò due volte,--soggiunse.--Finchè vive mia madre, ho
il dovere di vivere. È per lei.... Grazie, Dario!... E se sarai editore
sfortunato, ricordati che lo hai voluto tu!

Questo distacco mi lasciò più triste. E durante una settimana, assieme
col senso di soffocamento sotto le macerie di un vasto edifizio
crollatomi addosso, mi tenne nel solito stato di sonnambolico
sbalordimento. Andavo, venivo, deliberato di dare un assesto definitivo
agli affari lasciati in tronco da mio padre; ma mi sembrava di agire
automaticamente per impulso esteriore di mia madre e dell'amico
indicatomi da mio padre come persona di fiducia. Le questioni da
risolvere non erano poche, nè di facile riuscita. Mia madre e il signor
Bardi discutevano, deliberavano; io assentivo, perchè mi si chiedeva di
dire anch'io il mio parere. Non vedevo l'ora di uscirne.

E mia madre s'illudeva; ma io ero avvilito davanti a me stesso, come se
fossi venuto meno a una parola data. Mi figuravo che tutti dovessero
ridermi in faccia o additarmi con scherno:--Ecco un genio fallito!--E
non valeva a rendermi rassegnato il pensare che avevo accennato soltanto
a mia madre l'ambizioso sogno di grandezza che ancora mi tumultuava
nell'anima, quasi stentasse a dileguarsi.

Mi immergevo in letture difficili. Libri lasciati sdegnosamente da parte
mi attiravano con la lusinga che dovessero ispirarmi ripugnanza. Così
presi a leggere parecchi dialoghi di Platone tradotti dal Bonghi; e,
invece, ne rimasi ammirato e mi vergognai di avere appena tagliato quei
volumi quando mi erano stati mandati dal libraio. Inoltre, mi parve
segno di maturità di mente l'essermi lasciato allettare dalle lettere di
dedica fitte di pensiero, dalle introduzioni piene di tanta dottrina.
Dei dialoghi avevo rispetto per sentita dire, e un po' per averne scorso
qualcuno, il «Convito» e il «Fedone», più per curiosità che per altro;
ora mi stupivano con la loro freschezza drammatica.

Platone mi fece ricordare del vecchio prete napoletano che mio padre mi
aveva dato per professore di filosofia--era intimo amico della sua
famiglia--e che allora mi era parso mente bislacca per la strana maniera
d'insegnare. Era venuto, cinque o sei mesi, due volte la settimana, in
casa mia, con la pipa, già ripiena di tabacco, in fondo a una delle
immense tasche che gli pendevano dalla cintura sotto la zimarra.
Ripeteva ogni volta ironicamente:

--La filosofia è fumo. Non le disdice la pipa.... che serve anche per
allontanare qualche signora, caso mai volesse venire a disturbarci.

Intanto che l'accendeva, tra una boccata di fumo e l'altra, annunziava
l'argomento della lezione. Lezione per modo di dire. Hegeliano dalla
cima dei capelli fino alle ugne dei piedi, al lirismo dell'Essere e del
Non-essere, inframmetteva terribili sfuriate contro il Comte, lo
Stuart-Mill, il Darwin e tutti quanti i positivisti. Li attaccava
violentemente, li apostrofava quasi fossero là, davanti a lui; li
metteva in gastigo, ginocchioni in mezzo al mio studio, col berretto di
carta e le orecchie di asino su la testa. E, nello stesso tempo, diceva
cose profonde, con tale chiarezza di frasi incisive, ma immaginose, da
far credere che filosofia potesse pure significare: poesia. Infatti,
secondo lui, la «Fenomenologia dello Spirito» del maestro era il più
maraviglioso poema che l'ingegno umano abbia saputo creare.

Mi divertiva, ma non mi convinceva. E, dopo un'ora e talvolta due, di
corsa a tutta briglia pel mondo delle astrattezze, pel vero mondo
reale--egli diceva--mi guardava in viso ed esclamava ridendo:

--Non ne mastichiamo, è vero? Non importa. Hegel è onnipotente; è fuoco;
dove tocca brucia e lascia il segno. Domani te ne avvedrai, come diceva
il pievano Arlotto, quando aspergeva le sue pecorelle con l'olio invece
di acqua santa. Che cosa vorresti essere? Poeta?... Ah, figliuolo
mio!... Romanziere? Ah, figliuolo mio!... Drammaturgo? Ah, figliuolo
mio!... Hai sbagliato secolo.

E ricaricava la pipa.

Me lo ripetè tante volte che un giorno gli risposi impertinentemente:

--E lei ha sbagliato uscio!

Ora, ripensandoci, riconoscevo quanto avesse ragione quel vecchio prete
che vestiva la zimarra, portava il tricorno, ma più non diceva messa e
più non recitava l'uffizio.--Domani te ne avvedrai!--Sì: il mio
orgoglio, quel sogno di grandezza che mi aveva fatto e mi faceva tanto
soffrire, proveniva da lui, dalle teoriche del suo Maestro fermentatemi
nella mente senza che io me ne avvedessi, commiste e confuse con tante
altre idee di opposta natura.

Povero vecchio! Se sapesse il gran male che mi ha recato, certamente
senza sua colpa. Egli aveva trovato modo di vivere, con lo spirito, in
quella che per lui era la vera realtà; e col corpo, in questa nostra
misera realtà apparente. Amava il vino, la buona tavola abbondante,
tutti i piaceri dei sensi, con ampia conciliazione, a cui forse serviva
di tramite la pipa corta, di radica. Dalla materia, il fumo del tabacco
lo trasportava via nell'ideale. È morto d'indigestione.

Lo avevo dimenticato. Quel suo ritornello:--Figliuolo mio, hai sbagliato
secolo!--me lo aveva reso antipatico. E quel suo:--Domani te ne
avvedrai!

Me ne avvedevo, infatti, dopo sei o sette anni; e in quali circostanze!

Ogni volta che io sognavo, mi piaceva indagare da quali impressioni
recenti o remote il mio sogno fosse stato prodotto. E quando giungevo a
scoprirle, la maraviglia che sentivo per la strana creazione incosciente
spariva a un tratto. Quando non arrivavo a rinvenire nessun elemento del
mio sogno, in guisa che esso mi appariva come qualcosa di reale, fuori
di me, quasi visione di cose di un altro mondo, la maraviglia e il
piacere rimanevano intatti.

Il giorno in cui si presentò alla memoria la figura del vecchio prete
hegeliano, io provai la stessa delusione che pei sogni di cui giungevo a
scoprire gli elementi. Rimasi stupìto accorgendomi della influenza delle
sue idee su la mia vita, e sentii un acuto dolore, quasi una mano
spietata ma benefica mi avesse strappato, in quel punto, un pezzo di
carne viva dal cuore. E mi parve di esser tornato in pace con me stesso
e con gli altri.



IX.


Il giorno dopo dissi a mia madre:

--Consigliami; che cosa vuoi che faccia? Ti obbedirò ciecamente.

--Prendi moglie, figlio mio!

--Tròvamela. L'istinto materno ti guiderà bene nella scelta.

--Oh, no! Cèrcala. Il cuore ti suggerirà assai meglio di me. Se mi
sembrasse che tu stèssi per cadere in qualche inganno, ti avvertirci.

Fui spaurito dal consiglio e più dal modo indicatomi di metterlo in
pratica. Mi sembrò di trovarmi, nell'oscurità di una notte senza luna e
senza stelle, al confine di una immensa regione ignota, e che una voce
mi ordinasse:--Procedi! Indovina la via! La felicità è laggiù, laggiù in
qualche parte. Raggiungila, a tuo rischio e pericolo!

Risorsero, vigorosissime, tutte le mie prevenzioni contro la donna.
Solevo chiamarla la gran nemica, l'avversaria, per esprimere quel che
reputavo esistere in essa di malefico, di diabolico.

La donna! La sensazione, la immaginazione, il sentimento tutto al più,
ma ristretto, egoistico, quasi non umano! Hegel e i positivisti si erano
trovati di concerto per infiltrarmi nella mente tale convinzione. Che
poteva esservi di comune tra questa creatura inferiore, anello
intermedio fra gli antropoidi e l'uomo, e me che volevo essere l'uomo
superiore, l'uomo perfetto, vivente soltanto di pensiero, e che rifà il
mondo con la riflessione, penetrandone il processo; o almeno, l'artista
che crea un mondo più nobile, più perfetto di quello materiale, non
soggetto al caso, e per ciò immutabile, immortale mentre ogni cosa
cangia e gli muore attorno, nella Natura?

Così mi ero reso--e le circostanze della mia debole costituzione e della
mal ferma salute nella fanciullezza e nei prim'anni della giovinezza vi
avevano molto contribuito--così mi ero reso una creatura refrattaria
alle attrattive femminili, fino a far dubitare della mia virilità gli
amici, che qualche volta mi avevano espresso brutalmente il loro
pensiero.

Io avevo risposto con orgoglio:

--Vorrei che fosse pure così!

Il vecchio prete hegeliano che, idealmente, era gran spregiatore della
donna, e la escludeva dall'arte, dalla religione, dalla scienza, cioè
dalla filosofia, concedendole, appena, di poter essere una comtiana, una
darwiniana, una positivista, e di praticare la farmacia, la umile
medicina curatrice, la chirurgia, il notariato, l'avvocatura e le arti
minute quasi meccaniche, il vecchio prete però mi aveva ammonito:

--Bada! Non confondere! Lo spirito da un lato, in alto; la carne,
dall'altro, in basso. Sono distinti, ma non scissi, non ognuno per sè. E
come la mente si ritempra nell'Idealismo Assoluto, il corpo dee
ritemprarsi nella realtà materiale. Ci vuole la sensazione, il
sentimento, la fantasia.... cioè la donna. Sissignore! Eh! Eh! La donna!
Beato te, che non hai ancora vent'anni! Tutto sta nel modo e nella
misura. Platone si ritemprava in Acherneasse; Aristotile in Herpyllis;
Dante, non in Beatrice.... non dargli retta.... ma nella cognata,
sembra, e in parecchie altre; e il canonico Petrarca, non in Laura,
ma.... più non ricordo in chi mai.... Senza la Fornarina, Raffaello
avrebbe forse potuto dipingere la Trasfigurazione? Io, vedi, sarei
riuscito qualche cosa, se non vi fossero stati di mezzo la zimarra ed il
tricorno.... Me ne sono accorto troppo tardi! La tonsura svirilizza; e
se questo vocabolo non c'è, lo invento io. Quei della Crusca non lo
accetteranno, per non far torto a loro stessi. Mettiamolo in
circolazione noi altri, e forse attecchirà.... Ah, la donna e il tabacco
nella pipa corta, di radica!

In quel momento il vecchio prete hegeliano mi era parso un lurido
scimmione. Si esprimeva a modo suo, come sempre; ma oggi riconoscevo che
diceva la verità.

--Prendi moglie, figlio mio!

Oh! Potevo confessare a mia madre quel che io pensavo della donna?

Ella aveva parlato nobilmente: «Crearsi una famiglia, mettere al mondo
creature destinate a far progredire la società è azione grande e bella
quanto l'arte e la scienza!» Quest'azione bella e grande avrei però
voluto compirla in maniera da non dover rinunziare interamente alle mie
aspirazioni. Tornavo, di tratto in tratto, a lusingarmi. Mi sarei
afferrato ai rasoi, pur di riuscire ad essere un uomo.

Allora la parola «superuomo» non era stata coniata; ma anche allora
l'avrei creduta superflua, giacchè dicendo: uomo, io intendevo
significare l'individuo della specie che ha raggiunto la maggiore
eccellenza, che ha incarnato più largamente un certo ideale, una certa
perfezione; quello soltanto, per me, era uomo; gli altri, prove e
riprove sbagliate e corrotte. Non ero modesto, ma ingenuo! Non mi
accorgevo che rappresentavo anch'io una prova sbagliata e delle
peggiori.

Non potevo perciò andare incontro al matrimonio spensieratamente o per
calcolo. Intanto mi inorgoglivo di potermi accostare ad esso vergine di
animo e di corpo. Era già un'eccellenza questa rara condizione.

E a poco a poco, frammezzo a lunghe dolorosissime lotte, mi convincevo
che non sarebbe stata impresa facile nè volgare creare un'opera d'arte
in azione, realizzare un ideale di vita con mezzi e intenti forse non
mai adoprati riflessivamente fin allora. Vi avrei potuto trovare alte
soddisfazioni, gioie intense. Mi esaltavo o meglio mi sforzavo di
esaltarmi per prendere una decisione; ma poi venivo riafferrato dalla
paura dell'ignoto. E l'ignoto era Colei che avrei dovuto scegliere a
compagna della mia impresa. Oggi ero libero di fare questo o quello;
domani, non solamente non sarei stato più libero, ma anche alla mercè di
un carattere, di un temperamento che forse non avrei potuto modificare
nè domare. Donna, mistero! Dovevo abbandonarmi al caso? Quali
precauzioni adottare per opporsi alla sua cieca opera?...

Ricordo benissimo; mi trovavo nel mio studio. Era una mattina verso la
fine di aprile, quando i profumi di esso quasi si confondono coi tepori
del maggio che sta per arrivare. Dalle quattro finestre spalancate alla
dolce frescura e al sole irrompeva nella stanza ora un inno di lieta
giovinezza, ora una solenne sinfonia di vita nuova; suoni, rumori
indistinti, voci umane, canti di uccelli, bagliori di luce, festa di
colori, trepidare di foglie recenti, che dava apparenza di cose animate
agli alberelli di bambù davanti a le finestre, contro il sole.

Da mesi, io entravo nel mio studio con la stessa riluttanza con cui si
penetra in un sepolcro che racchiude resti carissimi al nostro cuore.

Libri, quadri, statuette, ninnoli, tutto mi sembrava già in via di
dissoluzione, emanante il nauseabondo odore delle cose imputridite; i
libri specialmente, quei libri che più avevano contribuito a formare, ad
alimentare il mio orgoglio, a ridurmi miseranda creatura invecchiata
anzi tempo e che sentiva nelle vene il gelo e l'angoscia della morte.

E, tutt'a un tratto, un fremito m'invase, quasi i miei occhi lungamente
chiusi o coperti da velo sentissero l'impressione della luce, vedessero
vicino, lontano, con miracoloso potere. Una sfilata, una folla! Figure
bionde, brune, con occhi azzurri, neri, con labbra porporine, schiuse a
sorrisi accoglienti.... Le riconoscevo! Mi ero figurato che esse fossero
passate, tempo fa, inavvertite o sdegnate davanti a me, che non avessero
lasciato traccia alcuna.... E invece mi si erano fissate, vivacissime,
nella memoria e nel cuore; e il cuore, felicissimo di ricordare, di
rivederle, si sentiva commosso, palpitava, con rapido moto di gioia
mista a un po' di rimorso.

E guardavo, guardavo la sfilata, la folla, ansioso, come chi cerca, come
chi attende di ritrovare una persona diletta. E mi dicevo:

--Osserva bene! Non stancarti di ricercare! Sei vissuto fino a questo
giorno non nella realtà, ma in un pallido riflesso di essa.... Tu credi
di non avere mai amato, ed hai amato a traverso i lirici, a traverso i
romanzieri, a traverso i drammaturgi, affascinato dai fantasmi da loro
creati; fantasmi immortali, ma perciò insufficienti ai bisogni della
vita che cangia e si trasforma, e si rinnova.... Sì, tu hai amato Sita,
Elena, Nausica, Didone, Fedra, Giulietta, Desdemona e tante e tante
altre ancora!... Vanamente però, solitariamente.... Con queste qui oh!
non amerai solo: sarai riamato!... Tra le mille ce n'è una--osserva
bene! cèrcala! Non stancarti di cercarla!--che sarà tua, che ti vorrà
suo!... E con essa adempirai al tuo destino, farai opera grande, divina;
perchè colui che agisce secondo le sue forze non fa mai opera bassa e
vile; è venuto al mondo per tale scopo e non per altro. Quel che deve
fare lui non può farlo nessun altro! Guarda! Cerca! Non stancarti!...
Povera scienza la tua, che non ha saputo rivelarti la complessità, della
vita! Pensare sì, ma anche agire, cioè amare, amare, amare!...

Come? Io sapevo tutto questo e ignoravo di saperlo? Perchè? In che
maniera?... O si trattava di una nuova illusione che prendeva il posto
dell'altra, che mi avrebbe ingannato come l'altra, che mi avrebbe fatto
terribilmente soffrire e vanamente, come l'altra?

Distornavo gli occhi, diffidente, con indefinibile senso di paura.

Ma tornavo subito a guardare, simile a un fanciullo che si trova faccia
a faccia con un oggetto non mai visto, di cui ignora il congegno e l'uso
e che stende una mano per toccarlo e la ritira, torna a stenderla e
finalmente lo tocca e lo prende in mano, maravigliato che non gli faccia
male, ma non compiutamente rassicurato.

Ricordo benissimo!

E poche ore dopo, quel sepolcro del mio studio, dove prima sentivo il
nauseabondo odore delle cose imputridite, mi sembrò tramutato in una
serra nella quale era stato necessario riporre tutti i delicati germi
della mirifica fioritura improvvisamente scoppiata, e che non avrebbe
potuto fiorire altrimenti. Ora potevo aprire, abbattere anche le pareti
vetrate, esporre ogni cosa al diretto contatto della luce, all'aria
libera; non c'era più timore che quella ricca bellezza ne soffrisse.

--Cèrcala tu!--mi aveva detto anche mia madre.

E cercai, e trovai!



X.


Più rifletto intorno ai casi della mia vita e più mi convinco che c'è
una Forza Superiore, che guida e regola le nostre azioni, spingendole
dove vuol essa anche quando noi crediamo di agire con la più capricciosa
libertà. E non è sopraffazione, violenza arbitraria, ma ragione elevata
che ci difende contro l'accidentalità delle circostanze e ci rimena allo
scopo della nostra esistenza. Spesso noi chiamiamo Caso questa
misteriosa Forza coordinatrice, perchè ignoriamo quali intimi rapporti
annodino i più insignificanti nostri atti ai più grandi e più remoti
movimenti dell'Universo. La nostra ignoranza attuale dovrebbe però
renderci meno vanitosi, meno superbi, o indurci almeno a riconoscere
che, mentre noi immaginiamo di fare soltanto il nostro personale
interesse, lavoriamo inconsapevolmente a quel che il Montesquieu
chiamava: «Le grand oeuvre», e un nostro illustre pensatore
semplicemente: «La storia». E così accade talvolta che colui che crede
di compire una mirabile cosa ne faccia una meschinissima; e che un
altro, rassegnatosi ad opere umili e modeste, ne compia, invece, quasi
senza ch'egli ne sappia niente, una grande davvero.

Infine, l'importante è che ognuno faccia quel che deve fare; la felicità
umana consiste in questo soltanto. Ma io che ora, quasi vecchio, senza
illusioni di sorta alcuna, ragiono in questo modo e chino il capo
davanti a quella che stimo sacra fatalità della vita, provo un riverente
terrore riandando con la memoria per quali vie dolorose, per quali
erramenti, per quali inganni sono arrivato al punto estremo dove ormai
nient'altro più mi rimane che chiudere gli occhi e sparire dalla scena
del mondo.

Tutti i miei castelli in aria sono miseramente crollati; tutte le mie
più orgogliose speranze sono andate a vuoto; eppure oggi sento la grande
soddisfazione di esser vissuto come sono vissuto, di aver attraversato
tante dolorosissime prove e di aver fatto per mezzo di esse quel po' di
bene che mette in pace la mia coscienza e mi fa attender tranquillamente
la morte.

In certi momenti, è vero, io non so come giudicare il resultato finale
delle mie azioni che è ancora un'incognita o che può essere affatto
diverso da quello che mi figuro. Ma mi conforto, riflettendo: Forse sarò
in tempo di correggere il mio sbaglio; o, forse, quel che può sembrarmi
uno sbaglio è tale soltanto in apparenza. L'avvenire lontano sfugge a
ogni nostra previsione; e nel mistero che lo circonda, consistono le
forti e lusinghiere attrattive della vita.

Per ciò io ero felice nei giorni in cui cercavo qua e là Colei che
doveva essere la mia cooperatrice nella sovrana opera di creazione assai
diversa, della creazione d'arte, e che già mi sembrava più nobile e più
elevata di questa.

Mi apprestavo alla eccelsa funzione come a un atto supremo. Non i sensi,
ma la riflessione mi spingeva a dedicare tutte le mie forze fisiche e
intellettuali a un fatto che la maggior parte degli uomini compie con
colpevole spensieratezza, per impulso di voluttà, per calcolo di
meschini interessi spesso, quasi ignara di quel che opera, certamente
ignara di quel che dovrebbe operare.

Ero orgoglioso di sapere che pochi o nessuno si erano accinti con degna
preparazione, con intera e limpida coscienza all'atto più elevato che un
uomo possa compire: la generazione di un'altra creatura umana. Io davo
il primo esempio. Questa idea mi esaltava.

Non ero capace di mettere al mondo un capolavoro immortale, nè una di
quelle poderose scoperte di idee che rinnovano la vita civile e fanno
progredire l'umanità; ma forse potevo dare la vita a colui che avrebbe
creato il capolavoro d'arte a me negato di produrre, o rivelato alla
società l'idea nuova e feconda che avrebbe allargato i confini
dell'intelligenza, dominato le menti e creato l'avvenire.

Il mio orgoglio divergeva per altra via, ed io non me ne accorgevo. Mi
sembrava di fare modestissimo atto di sottomissione accettando questo
còmpito, e non vedevo le immense difficoltà, dell'attuazione di esso, o
la vanità del tentativo.

Non ne parlavo con nessuno, neppure con mia madre.

Ero certo che, se avessi esposto quella idee ai miei pochi amici, essi,
quantunque intelligentissimi e capaci di comprendermi, mi avrebbero
deriso. Troppo pratici, travolti dalle agitazioni immediate della vita
comune, avrebbero giudicato strambe idealità i miei proponimenti, sogni
di uomo vissuto solitario, fantasie da poeta.

Mia madre si sarebbe certamente rallegrata di vedermi interessare con
tanta serietà e con tanto entusiasmo, della mia futura situazione; e
avrebbe, senza dubbio, apprezzato più di ogni altra la intensità di quel
sentimento che mi dava, assieme con una profonda commozione, la
risolutezza e l'energia mancatemi fino allora. Ma temevo di vederla
impaurita dall'eccitazione che questo nuovo stato d'animo mi produceva;
temevo di udirle pronunziare qualche parola di richiamo, qualche
femminile osservazione di senso comune che mi avrebbe tarpato le ali, e
tolto, con le illusioni, ogni coraggio di andare avanti.

Giacchè in certe ore, in certi giorni, la stanchezza delle inutili
ricerche mi faceva balenare nella mente il sospetto che anche
quest'altra mia intrapresa potesse fallire,... E allora una tetra
risoluzione mi si affacciava al pensiero. Questa volta facevo mie le
sdegnose parole del Bissi:--Se la vita mi rifiuterà ogni consolante
mezzo di azione, io dirò risolutamente alla vita: Non voglio più saperne
di te!--Ma erano fiacchezze di istanti.

La vita, intanto, mi sembrava bella, immensamente bella, anche nei
ristretti limiti dentro i quali ora volevo circoscrivermi. Non mi
stimavo più uno scopo, ma un mezzo. Lo scopo era molto, oh, molto! di là
da me. Quando io fossi riuscito a formare quella creatura pel cui
avvenimento mi preparavo con trepidanza quasi religiosa, avrei fatto
opera così inestimabilmente elevata che la mia personale nullità non mi
avrebbe potuto più ispirare commiserazione nè sdegno.

Avevo ricercato il Lenzi, il Lostini e altri giovani compagni di studi,
che furono lietissimi di vedermi entrare, dopo tanti anni di
segregazione, nel turbine della vita sociale assieme con loro. Ero stato
presentato in varie famiglie, frequentavo riunioni, feste, teatri. Lenzi
e gli altri anzi credevano che intendessi rifarmi del tempo perduto; e
perciò si maravigliavano che avessi tuttavia ripugnanze e astinenze
inconcepibili.

Infatti mi mescolavo apparentemente con loro, ma non partecipavo al loro
genere di vita, che mi sembrava sciocco e qualche volta bestiale.

--Insomma, quale chimera ti attrae?--mi domandò un giorno il Lenzi.

--Cerco moglie!--mi lasciai scappare di bocca.

Riflettè un momento; poi riprese:

--Se la mia proposta non potesse sembrarti interessata....

E s'interruppe, alzando le spalle.

--Di' pure. Tu capisci che parlo seriamente e non vorrai propormi nulla
da ispirarmi tale sospetto.

--Sposa mia sorella. Non ha una gran dote, ma ha doti rare e non è
brutta. Rientrerà tra qualche mese dal collegio. Ha diciassette anni....

Mi parve una bravata sconveniente. E risposi con tono rigido:

--Grazie! Tua sorella merita più degno marito.

--Tu non la conosci.

--Non mi conosce neppure lei.

--È la migliore condizione per sposarsi.

--Perchè?

--Perchè non c'è di mezzo l'amore, che guasta ogni buona relazione tra
l'uomo e la donna destinati a formare una famiglia. Dovresti saperlo; i
matrimoni d'amore riescono quasi sempre malissimo.

--Quasi sempre, hai detto.

--In questo caso il matrimonio diventa un giuoco dove si corre il
maggior rischio di perdere. Bisogna esser matti da avventurarsi a un
irrimediabile disastro.

--Forse hai ragione.

--Senza forse. Io ho giurato di restar celibe. Voglio essere un uomo
forte, e soltanto chi è solo può esser forte. Quando il matrimonio non
sarà più un contratto nè un sacramento....

--Potrà non essere un contratto, ma un sacramento sarà sempre.

--Ah, ti riconosco! L'Hegel ti tiene ancora tra gli artigli. E il tuo
Hegel era anche prete!

--La storia naturale dà ragione all'Hegel. L'uomo è animale monogamo,
come i piccioni.

--E i mussulmani? Non sono uomini forse? E i Mormoni? Si chiamano:
Santi! Ma lasciamo andare. Qui stiamo davanti a un caso particolare. Tu
vuoi prender moglie, secondo le leggi e le costumanze del tuo tempo e
del tuo paese. L'hai trovata? Sei già innamorato? Me ne dispiacerebbe,
per te. Se non l'hai ancora trovata, dàmmi retta: sposa mia sorella. È
una donnina seria, buona, affettuosa e non brutta, ti ripeto. Ne sarei
contentissimo per tutti e due, giacchè non ci sono sentimenti nè azioni
completamente disinteressati in questo mondo.... Dimmi la verità, sii
sincero: Tu ami!

--No.

--Tu ami e non hai il coraggio di farlo sapere alla persona amata!

--No, no; te l'assicuro.

--Allora rifletti un po' su la mia proposta. No è uno scherzo. E non
pensare all'amore.... «Amore alma è del mondo, amore è mente!...» Lascia
dire i poeti; sono la peste dell'umanità. L'amore? È un divertimento,
come il «capanniscondere», come «ladri e birri», come le rincorse, con
la sola differenza che questi ci svagano durante la fanciullezza, e
quello ci fa perdere il tempo e qualche altra cosa quando siamo grandi e
dovremmo badare a tutt'altro. Il guaio per te consiste nel non essere
mai stato fanciullo. Così potrebbe darsi che il giochetto dell'amore ti
attiri, invece del «capanniscondere» e di «ladri e birri» che non sei
più in età di praticare. L'amore? È anche una malattia infettiva, contro
la quale conviene vaccinarsi in tempo. Senti; vedendoti apparire tra
noi, avevo pensato appunto che tu volessi far questo. Ma tu hai avuto la
sventura di un'inoculazione di hegelismo; vivi tuttavia tra le nuvole, e
ti dispiace di discenderne. Bene. Con mia sorella staresti tra cielo e
terra, nè tutto in cielo, nè tutto in terra. Se la posizione non ti
sembra scomoda....

--Rifletterò--risposi sorridendo.

--E manda Hegel al diavolo! Quel tuo professore, dovresti ricordartene,
predicava bene e razzolava male. Portava l'Hegel nel cervello e seguiva
Epicuro nella pratica.

--Bada,--gli dissi,--tu sei il primo e il solo che abbia ricevuto questa
mia confidenza. Conto su la tua discrezione.

--Figurati! Sono interessato a mantenere il segreto. Tu però non credere
le mie parole una delle pretese eccentricità di cui voialtri amici mi
accusate di troppo compiacermi. Io sono sincero. Ho il coraggio di dire
ad alta voce quel che molti pensano nel loro interno e non osano
sostenere a viso aperto.--Va' a farti monaca!--rispondeva Amleto ad
Ofelia; ed era eccellente consiglio.--Sposa mia sorella!--ti ripeto io,
ed è eccellente consiglio anche questo, poichè tu hai intenzione di
sposare qualcuna.

--Perchè no?--pensai appena fui solo.

E me lo ripetei moltissime volte, durante una settimana. Era
un'incognita colei? Ma sarebbero state pure tali tutte le ragazze tra
cui potevo scegliere. Ne avevo già notate parecchie, ed ero rimasto
sempre indeciso. A una mancavano certe qualità intellettuali che mi
sembravano indispensabili; a un'altra certe condizioni fisiche da me
reputate non meno indispensabili di quelle. Non era forse più giudizioso
affidarsi al caso? L'amore infine non mi sembrava precisamente una
condizione assoluta nel mio intento. Sarebbe venuto dopo. Se non
l'amore, l'affetto, cioè qualche cosa di meglio e di più solido; e con
l'affetto, la stima.

--Perchè no?

E poi, con quella inattesa proposta mi sentivo quasi liberato dal grave
imbarazzo delle ricerche e della scelta. Lenzi era, senza dubbio,
sincero. Sarebbe stato capacissimo di darmi un consiglio contrario, di
dissuadermi di sposare sua sorella, se glien'avessi manifestato
l'intenzione ed egli avesse creduto che quella unione non poteva riuscir
bene.

Da mia madre mi era stato domandato più volte:

--Ebbene? Niente ancora?

--Cerco. Non ho fretta.

--Non vorrei,--ella mi disse una mattina,--che tu ti fossi formato un
concetto così elevato delle virtù da ricercare in una moglie....

--Oh, non dubitare!--le avevo risposto.--Sarò pratico.

Appunto quella mattina, levandomi da letto, mi ero tutt'a un tratto
deciso.

--Perchè no?

E, avanti le nove, m'avviavo verso la casa del Lenzi, col cuore in
tumulto, ma come chi vada incontro a inevitabile destino.

Il suo studio era al pianterreno.

Andavo sempre a cercarlo colà quando volevo vederlo, e nei giorni e
nelle ore che sapevo di trovarlo con certezza. Ma questa volta anticipai
a posta, e salii al terzo piano dov'egli abitava con la madre e una zia
paterna.

L'annunzio della mia visita lo maravigliò tanto, ch'egli venne in
salotto in maniche di camicia.

--Mi vestivo per scendere nello studio.... Scusa se mi presento così....
Che novità? Non ho saputo resistere.

--Finisci di vestirti; non c'è nessuna urgenza.

Ero imbarazzato. Avevo ideato il pretesto di non ricordo più qual libro
da farmi prestare. Fanciullaggine! Il vero motivo della mia visita era
quello di osservare, se mai lo avessi scoperto nel salotto, il ritratto
di sua sorella. Lo avrei riconosciuto dal posto in cui si sarebbe
trovato, certamente accanto al ritratto della madre o del padre morto, o
della zia. La madre e la zia le conoscevo per averle viste una o due
volte pochi mesi prima. Le due donne vivevano ritirate, non
frequentavano società, dedite a pratiche religiose e ad opere
caritatevoli, senza ostentazioni e senza eccessi.

Infatti!...

--Ah!... Sono lieto di coglierti in fallo--esclamò il mio amico
trovandomi intento a osservare alcuni ritratti schierati, in belle
cornici di velluto, sur una consolle.

Arrossii, e balbettai:

--Questa è tua sorella, è vero?

--Vieni a chiedermi la sua mano?--egli disse, affettando comica serietà.

--Quasi.

--Benissimo.... Ma.... come quasi?

--Se tu non hai nessuna difficoltà, ti prego.... di darmi, per poche
ore, questo ritratto. Voglio presentarlo a mia madre.

--È giusto. Portalo via. So a chi lo affido.

Non m'era parso di vedere quella gentile figura per la prima volta, ma
di riconoscerla, quasi ritrovassi incarnati in essa tutti i vaghi sogni
di quegli ultimi mesi, quasi dagli occhi vivacissimi, dalla fronte
spaziosa e dalle brevi labbra sorridenti si sprigionasse la modesta e
schietta promessa della intima felicità che andavo cercando, e che già
temevo di non trovare.



XI.


Andai via come un fanciullo a cui fosse stato regalato un giocattolo
desiderato ardentemente da gran tempo. È così: nello sviluppo dei nostri
sentimenti, noi dobbiamo attraversare, non fosse che per pochi istanti,
tutte le fasi dell'evoluzione ordinaria; neppure in questo caso la
Natura fa salti. Saremo fanciulli anche a sessant'anni, se non siamo
stati tali al tempo opportuno. La maturità della mia intelligenza non
m'impediva perciò di comportarmi come colui che si trova nel punto di
iniziarsi alle prime prove del sentimento. Mi sentivo riafferrato dalla
timidezza di una volta. Era certamente una timidezza più elevata, mista
con trepidazioni, con esitanze, con scoramenti di altra natura; ma, in
sostanza, era tutt'una con quella che mi aveva fatto rimanere confuso e
smarrito anche davanti agli allettamenti dei giuochi infantili nella
villa paterna.

Già mi stupivo di aver potuto prendere una risoluzione, e osato di
chiedere quel ritratto. Lo stringevo col braccio, quasi per accertarmi
che lo portassi con me nella tasca interna del vestito e nello stesso
tempo avrei voluto non averlo là, perchè l'idea che la mia chimera, come
aveva detto l'amico Lenzi, stesse già per divenire una realtà cominciava
a infondermi una strana sensazione di freddo e di paura.

Intanto affrettavo il passo verso casa mia. Volevo interporre tra questi
sentimenti e me un valido fatto in cui la mia volontà avesse preso parte
e pel quale mi dovessi poi sentire indissolubilmente legato.

Fui lieto di trovare nel salotto di mia madre anche il signor Bardi.
Amico fedele, quasi rappresentante di mio padre, dal quale era stato
creduto degno di affidargli i suoi complicatissimi affari, aveva
pienamente corrisposto alla fiducia da lui accordatagli e confermata da
mia madre e da me. La mamma, accòrtasi subito, dal mio aspetto, che
avevo una gran notizia da comunicarle, m'interrogò con un lieve
movimento del capo.

--Eccola!--dissi.

E mi sentii esaurito da questo sforzo di energia. Non occorreva darle
altre spiegazioni.

Ella osservò attentamente il ritratto, sorrise e lo porse ai signor
Bardi che, inforcati gli occhiali, tendeva il collo curiosamente.
L'osservò con attenzione anche lui, ma non comprese di che cosa si
trattasse.

--Chi è?--domandò.

Lasciai che rispondesse mia madre:

--La mia futura nuora!

--Ah! Dunque ci siamo?--egli fece, strizzando un occhio.

--L'accetti già!--esclamai, rivolto alla mamma.

--Io non la conosco,--ella riprese,--nè so come e perchè tu l'abbia
trovata e scelta tra tante. Ma giacchè finalmente ti sei deciso,
significa che essa corrisponde a tutti i tuoi desiderii, ed io la
benedico sin da questo istante come se già fosse mia figlia. Che Dio vi
faccia felici!

La povera mamma, estremamente commossa, aveva ripreso dalle mani del
signor Bardi il ritratto e tornava a guardarlo con viva compiacenza:

--Ha viso buono e attraente, occhi e labbra bellissimi.

--Non mi chiedi il suo nome?

--Chi è quel poeta che ha detto: La rosa, con qualunque nome, sarebbe
sempre un bel fiore?

--Shakespeare,--risposi.--Questa si chiama Fausta Lenzi.

--Ed è una bella e fresca rosa davvero!--soggiunse il signor Bardi.

--Dio vi faccia felici!--replicò la mamma.--Sorella del tuo amico?

--Unica sorella.

--Perchè non me ne hai parlato prima?

--Perchè io stesso non sapevo.... fino a qualche ora fa....

--O perchè l'amore ama il mistero....

--No.... veramente, signor Bardi....

Mia madre, udendomi così parlare e vedendo il mio imbarazzo, era
diventata tutt'a un tratto pensosa.

--Tu ormai sei un uomo,--disse,--tu sai tante cose; non puoi aver fatto
una scelta irriflessiva.

--Sì, mamma,--mi affrettai a rispondere per confortarla.

Ma mi tremava la voce, e mi rimordeva il cuore di ingannarla in parte:

--Poi ti dirò tutto; mi approverai.

Volevo impegnarmi per una sincera confessione.

--Non intendo di sapere altro,--ella riprese.--Neppur le mamme debbono
essere indiscrete. Fausta!... Bel nome, e di buon augurio.

--La famiglia è eccellente--intervenne il signor Bardi.--Ho inteso
parlare della signora Lenzi come di persona caritatevolissima e in
segreto; il miglior modo di fare il bene. L'avvocato--lo conosco un
po'.... gli ho procurato qualche cliente--l'avvocato è giovane e vuol
godersi la vita.... Brava persona però anche lui. Colto,
intelligentissimo, sa mettersi avanti e farsi valere.... Dario lo
conosce meglio di me.... Dicono che commetta.... delle pazzie, no.... ma
qualche scapataggine.... Dio mio! se non le fa ora che è in tempo.
Bisogna che la gioventù si sfoghi. Non sapevo che avesse una sorella.
Qui ella troverà una mamma migliore della sua.... Uguale alla sua--si
corresse;--non voglio offendere la vostra modestia, signora Maria.
Bravo, Dario! La tua bella risoluzione mi fa davvero gran piacere.
Avevamo qui ragionato più volte intorno a questo argomento. Anzi io--ma
ora è inutile dirlo--fantasticavo un progetto, e mi ero riserbato di
farne parola a cose finite, cioè quando i nostri affari....--nostri? Eh,
sì, li curo più che se fossero miei--sarebbero stati compiutamente in
assetto, cioè, tra poco. Arrivo troppo tardi. Tanto meglio. Certe cose è
bene sbrigarsele da sè; gli intermediari non hanno sempre la mano
felice. Bravo! Mi rallegro di tutto cuore. E vi lascio, perchè in
circostanze come questa si fa sempre la parte del terzo incomodo. Mi
rallegro anche con voi, cara signora!

E il signor Bardi scappò quasi, per lasciarci soli nella dolce intimità
di quel solenne momento.

Avrei voluto trattenerlo per sfuggire una immediata spiegazione con mia
madre.

--Non so se ho fatto bene o male,--dissi impetuosamente, per liberarmi
dal peso che mi sentivo sul cuore.--Sappiamo noi forse, con precisione,
se facciamo bene o male, nel momento che prendiamo una decisione
qualunque? Seguiamo o un impulso del cuore, o le conseguenze di un
ragionamento che ci sembra giusto e convincente. Non biasimarmi, mamma!
Ecco com'è stato.

E le narrai minutamente ogni cosa.

Mia madre mi aveva ascoltato grave, intenta, ora fissandomi in viso, ora
rivolgendo gli sguardi al ritratto che teneva, posato in grembo, con una
mano.

--Hai fatto bene,--mi disse all'ultimo.--E poi hai tempo ancora di
riflettere, di maturare la tua risoluzione e deciderti.

--No, mamma; non voglio più riflettere. È deciso.

Sorrise maravigliata.

--Godo di scoprire in te uno scatto di giovinezza!--ella esclamò.

Era uno scatto insolito; aveva ragione.

Mia madre portava ancora il lutto, quantunque fossero trascorsi più di
due anni dal giorno della morte del babbo. I capelli ondulati,
abbondanti, pettinati con semplicità in due bande che le coprivano le
orecchie contornandole il viso, e già in via di brizzolarsi di grigio,
davano, assieme col vestito nero, alla sua svelta ma robusta persona
un'aria imponente. Si era rizzata dal canapè pronunziando le ultime
parole, e mi avea teso le braccia. La tenni stretta al petto con forza
baciandole la fronte, mentre anche lei mi stringeva a sè e mi baciava,
bagnandomi la faccia con lacrime di tenerezza e di gioia.

--Grazie, mamma!--le dissi.

Il ritratto di Fausta era rimasto tra i nostri petti quasi per
partecipare a quell'amplesso. Stava per cadere sul tappeto nel
disgiungerci; ma fui pronto ad afferrarlo.

--Portiamolo con noi al camposanto. Andiamo a dare la dolce notizia
anche a Lui che ti voleva tanto bene.

Mai mia madre non mi era parsa così nobile e veneranda come nel momento
in cui delicatamente mi rimproverava di aver quasi dimenticato Colui
che, se fosse stato ancora in vita, avrebbe certamente gioito del mio
futuro matrimonio, non ostante le sue idee intorno a questo soggetto.

Un'ineffabile tenerezza m'invase. Gittai di nuovo le braccia al collo di
mia madre, mormorandole con effusione:

--Andiamo, andiamo sùbito!

Mi è rimasto indelebilmente impresso nella memoria lo strano spettacolo
del cielo di quella sera di settembre. Un gran velario di nuvole,
formato da larghe scaglie, simili a scaglie sovrapposte le une alle
altre, di un'immensa corazza che il sole in tramonto incendiava
fantasticamente con barbagli di oro agli orli, con splendore da rubini
nel centro. Il marmo del monumento si colorava in roseo pei riflessi di
quelle scaglie fiammanti che si facevano gradatamente più rosse, di mano
in mano che il sole declinava verso le montagne dell'orizzonte lontano;
e quel roseo comunicava un fremito di vita al busto, somigliantissimo,
quasi vi facesse circolare dentro, per inatteso miracolo, il sangue.

Mia madre si era inginocchiata a pregare, posando prima, su le fronde
della siepetta di bosso che circondava il monumento, il ritratto di
Fausta.

Io l'avevo imitata, e le invidiavo quella forte fede che le permetteva
di rivolgersi all'anima di mio padre con assoluta certezza di essere
udita, e di ricevere un'interiore risposta da lui, valevole quanto
quella che avrebbe potuto uscirgli dalle labbra se fosse stato ancora
vivo. Le mie idee erano allora orgogliosamente diverse. Convinto che
corpo e spirito di mio padre, disgregati dalla morte, si trovavano ormai
confusi con gli infiniti elementi dell'Universo, io non riuscivo a
concentrarmi in un'aspirazione, nè formulare una preghiera; per poco non
mi vergognavo di sentire in quel momento la suggestione di quell'umile
creatura che risolveva serenamente, con uno slancio, il più terribile
problema da cui sia turbato il nostro intelletto. Se non potevo credere
che qualche atomo dell'infinita sostanza conservasse tuttavia la
coscienza individuale di Colui che era stato mio padre, ne sentivo
un'eco, ne percepivo un riflesso nel mio cuore e nel mio spirito per la
evidente continuità degli esseri tutti; e così, a modo mio, mi
rallegravo di praticare un atto quasi simile alla preghiera di mia
madre.

Ci avviammo ad uscire dal camposanto silenziosi, a capo chino.

Le innumerevoli scaglie delle nuvole erano già diventate cineree. Una
gran pace aleggiava per quei viali deserti, tra quelle tombe
biancheggianti. Il rumore dei nostri passi su la fina ghiaia produceva
tale trista, indefinita sensazione che ci impediva di riprendere a
parlare. Soltanto quando rientrammo in mezzo alla vita cittadina,
trasportati celermente dalla carrozza che ci riconduceva a casa, mia
madre esclamò:

--Ora mi sento più tranquilla pel tuo avvenire.

Non chiusi occhio quella notte. Da alcune parole della mamma avevo
indovinato la ragione delle ansietà che la turbavano, quantunque
cercasse di nascondermele. Roberto Lenzi ed io avevamo fiduciosamente
combinato la cosa, senza punto pensare che il cuore o la volontà di
Fausta potevano rovesciare a un tratto il nostro magnifico edifizio e
spazzarlo via come fa il vento coi globi di fumo. E allora?

Verso le due dopo la mezzanotte mi ero levato da letto e avevo aperto la
finestra; mi sembrava che nella camera mi mancasse l'aria. Il cielo era
limpidissimo, trapunto qua e là da poche stelle che tremolavano
fiocamente, vinte dalla diffusa chiarità plenilunare. I tetti delle case
erano bianchi dalla rugiada; i campanili e le cupole delle chiese si
profilavano nel cielo quasi opalino con rigida nettezza.

Soltanto a grandi intervalli il vasto silenzio veniva interrotto dal
rumore delle pesanti ruote di un carro, dai passi di un nottambulo,
dallo strido di un uccello notturno che forse il lume della mia finestra
aveva attirato da lontano.

--E allora?--m'interrogavo.

La risposta si sperdeva nel torpore che m'invadeva la mente, proprio
come quella nebbia che vedevo inoltrarsi lieve, lenta, e che pareva
scancellasse le sembianze delle cose, coinvolgendo dentro i suoi taciti
veli biancastri la scura massa delle case, i campanili, le cupole, le
cime degli alberi dei giardini attorno, spegnendo i fanali, di mano in
mano che si accostava; prima, trasparente, simile a quei teli di garza
scendenti dall'alto di uno scenario, e poi sempre più e più densa, tanto
da coprire allo sguardo fin gli oggetti più vicini.

E quasi una mano invisibile agitasse di tanto in tanto quella vaporale
inconsistenza che il chiaro del plenilunio rendeva opacamente luminosa,
o un improvviso soffio di vento la diradasse per istanti, vedevo
riapparire, slontanati dalla sfumata tenuità, cupole e campanili, angoli
di case come galleggianti in quell'onda, che poco dopo tornava a
riavvolgerli e a farli sparire.

--E allora?

La mia vita verrebbe sommersa, sarebbe presto sparita anche essa nel
nulla, come le cose attorno, e non per qualche ora, ma per sempre?

Non mi ero accorto del tempo trascorso. La nebbia persisteva ancora
fitta, immobile, quando potei distinguere a traverso di essa il
luccicore dell'alba, quando l'aurora sopraggiunse più luminosa, tra i
rumori della città che si destava.

E allorchè il sole, saettando i tiepidi raggi mattutini, cominciò a
fugare la nebbia e a risuscitare attorno a me la realtà delle cose, mi
parve che una risposta consolante mi risonasse dentro il cuore e che la
gentile figura di Fausta mi sorridesse, lassù, nella limpida e dorata
profondità del cielo, assentendo!



XII.


Il timore di mia madre, fortunatamente, era stato vano.

E così il più delizioso istante della mia vita fu quello in cui vidi
Fausta venirmi incontro e tendermi le mani con tale grazia e semplicità,
da rendere doppiamente gradita la incondizionata dedizione di tutta se
stessa.

Rimandammo il nostro viaggio di nozze a sei mesi dopo il matrimonio--la
mamma ci avrebbe accompagnati--e andammo a nasconderci nella villa dove
io avevo passato due anni della mia scialba fanciullezza.

Ma prima di far la richiesta e appena ricevuta l'approvazione di mia
madre, io avevo scrupolosamente adempito il programma con cui intendevo
prepararmi al grande atto.

Stavo bene; il mio organismo, con lo sviluppo dell'età, si era
rafforzato. Avevo conservate intatte, per via delle mie convinzioni e
delle circostanze, quelle forze che i giovani sogliono spensieratamente
disperdere quando più sarebbe dovere di risparmiarle.

Pure mi parve giusto interrogare un dottore.

Non si passa una misera fanciullezza senza che un'impressione non
rimanga da farci dubitare e sospettare che qualche mal germe possa,
insidiosamente, ancora annidarsi dentro di noi. Volevo essere sicuro.

Entrai con profonda trepidanza in quel gabinetto a cui gli strumenti per
l'esame dei malati davano l'apparenza di una stanza da tortura.

--Dottore, mi dica crudamente la verità!

--Che cosa vi sentite?

--Niente. La prego di esaminarmi.

Il celebre professore al quale mi rivolgevo era famoso per la ruvidezza
dei suoi modi; lo avevo scelto appunto per questo.

Mi avvolse con una larga occhiata indagatrice, scosse la folta
capellatura grigia un po' in disordine, e cominciò a interrogarmi
intorno ai miei genitori, alla mia fanciullezza, al genere di vita e di
studi da me fatti.

--Siete stato malato qualche volta?

--Seriamente, mai.

--Perchè dunque venite da me?

--Devo prender moglie. Non vorrei contribuire a mettere al mondo
creature imperfette; preferirei di rimanere scapolo.

Sorrise, maravigliato.

--Spogliatevi; vediamo.

Il cuore mi tremava sotto i picchi delle sue dita che mi scrutavano le
viscere quasi impazientemente, sotto l'impressione della sua gota
carnosa contro il mio petto e le mie spalle.

--Siete sano come un pesce; suol dirsi così,--egli sentenziò, rizzandosi
su la persona, soddisfatto.

E brutalmente soggiunse:

--Avete però avuto torto di astenervi.... Tutti i nostri organi hanno
bisogno di esercizio, perchè non si atrofizzino.... Siete in tempo di
riparare. Affrettatevi. La natura è immorale, caro signore. Essa ha
ordinato l'accoppiamento non il matrimonio. Il resto lo abbiamo
inventato noi e malamente. Non vi scandalizzate; la scienza rifarà anche
la morale e le leggi sociali, e saprà impedire che l'umanità perisca.
Voi, intanto, pensate un po' meno, e sentite un po' più. Ricordatevi che
l'uomo è pure un animale e che gli istinti hanno carattere sacro. I
pregiudizii della civiltà sono una grande abominazione.... Potete andar
via!...

Mi licenziò così.

In altra circostanza, io non avrei lasciato senza risposta le sue troppo
recise affermazioni; ma, in quel momento, che poteva importarmi di esse?
Ero felice di sapermi sano, e sorridevo allegramente dei consigli di lui
e della solenne serietà con cui mi erano stati dati.

Andavo, due giorni dopo, dal dottore del collegio dove Fausta era stata
educata. E pregavo anche lui:

--Mi dica crudamente la verità.

--È mio dovere,--rispose.--Ho curato la signorina tre anni fa, d'una
febbre che minacciava di trasformarsi in tifoidea; ma la crisi fu
superata. Delle piccole indisposizioni, comuni a tutte le giovinette
della sua età, non è da tener conto. Un po' di nervi, si sa....
Ormai!... La signorina Lenzi, secondo quel che può osar di affermare la
povera scienza medica attuale, è assai ben costituita per l'opera della
maternità. Ma sarebbe audacia imperdonabile il supporre che la Natura
non sia capace di scombussolare tutte le nostre previsioni, tutti i
nostri calcoli. Il laboratorio della generazione è ancora un mistero per
noi. Quali impercettibili e pure potentissime influenze producono le
anormalità organiche, le voglie, i mostri? Non ne sappiamo nulla. Germi,
trasmessi per lunga via ereditaria, si svolgono tutt'a un tratto, quando
già avremmo avuto ragione di crederli estinti. Influenze morali si
rivelano con fenomeni fisici; difetti fisici si traducono in fenomeni
così detti spirituali. Precauzioni? Fino a un certo punto. Parlo così
perchè.... non si sa mai!... E non vorrei che un giorno ella venisse a
dirmi: Mi ha ingannato! Nel caso della signorina Lenzi abbiamo quasi la
certezza assoluta. E questo deve mettere in pace la sua coscienza e la
mia. Sangue purissimo; si vede dal bel colorito della carnagione.
Costituzione solida, seno ampio, bacino ben modellato, da far prevedere
parti agevolissimi....

--Basta!--lo interruppi, un po' indignato di questi minuti particolari
che mi parevano sconvenienti anche in bocca di un medico.

E, tornato a casa lietissimo del resultato delle due inchieste, dissi
alla mamma:

--Ora tocca a te!

Avevo voluto vedere Fausta appena uscita di collegio.

La fotografia la calunniava, esagerando certe linee del viso,
togliendole l'espressione ordinaria con la fissità della posa. Il
ritoccatore, dandosi gran pena per levar via la bella modellatura delle
guance, con la buona intenzione di attenuare gli inevitabili contrasti
dei chiari a delle ombre, aveva compiuto la sfigurazione. Di quel che di
virile, di rigoglioso, che imprimeva un carattere alla fisionomia e a
tutta la persona di lei, non era rimasta traccia nel ritratto datomi da
Roberto.

Avevo osservato Fausta a lungo, non visto, in chiesa, e ne avevo
ricevuto una consolante impressione di energia, di salute, di
equilibrio. Niente di sensuale, di bassamente voluttuoso; ma una armonia
dolce e tranquilla di bellezza esteriore e psichica che non avrebbe mai
suscitato in nessuno furori di passione morbosa.

Il mio cuore infatti non ne era stato turbato, non aveva palpitato
insolitamente in quel primo incontro, nè dopo. Io ritrovavo in essa la
bella e ben costituita macchina di creazione che appunto ricercavo, e
non mi importava niente se in me o in lei mancasse qualcuno degli
accessori che dagli altri venivano strettamente reputati come cosa
principale.

--L'amore--pensavo--come lo concepiamo al dì d'oggi, ha caratteri
eccessivi. Abbiamo esagerato le insidie che vengono tese dalla Natura
per la conservazione della specie, dimenticando che esse sono simili
agli specchietti da allodole tremolanti e brillanti al sole per
attirarle sugli stecchi cosparsi di vischio, o sotto la rete. La Natura
è provvida, non fa sciupìo di forze. Essendo io disposto ad adempire
riflessivamente alle sue leggi, il sentimento e l'immaginazione non
hanno nessuna ragione di operare in me per allettarmi. Ecco perchè il
mio cuore rimane tranquillo.

Fui commosso però il giorno della presentazione, allorchè me la vidi
venire incontro tendendomi le mani con atto di gentile sincerità, dopo
di avere abbracciato affettuosamente mia madre.

--Io la ringrazio!--disse.--E farò ogni sforzo per mostrarmi degna della
preferenza che mi ha usata. Mio fratello mi ha parlato tante volte di
lei. Roberto le vuol bene. Ella non è ignoto per me.

Non ricordo quel che risposi; poche e imbarazzate parole certamente.

Fausta aveva una prontezza di spirito che mi maravigliava; un senno
pratico e indulgente che faceva contrasto con la sua età. Di giorno in
giorno, durante i rapidi preparativi delle nozze, mi stupivo di scoprire
in lei tale limpida ed esatta conoscenza della vita, quale non credevo
potesse acquistarsi vivendo segregati in collegio, come ella era vissuta
otto anni, e in un collegio diretto da suore, quasi monastero.

--Tanto meglio!--mi rallegravo.--Non entrerà ignara, con poetiche
illusioni, nella nuova condizione sociale. Sarà ben armata contro le
delusioni e le sventure.

Una sera, qualche settimana prima delle nozze, mia madre ed io, dopo di
aver desinato in casa Lenzi con la più affettuosa intimità, eravamo
usciti a prendere il caffè nella terrazza che rispondeva sul giardino,
come il padrone del casamento chiamava, con qualche enfasi, i pochi
metri quadrati, ornati di tre o quattro alberi frondosi, di una siepe di
bosso torno torno, e di una aiuola centrale che secondava le sinuosità
degli stretti viali.

Mi ero appoggiato alla ringhiera fumando una sigaretta. Roberto
discorreva con le signore, facendole ridere a furia di stranezze e di
aneddoti raccontati con la sua solita prodigalità di parole e di gesti.

Fausta, che stava ad ascoltare ridendo anch'essa, dovette credere che io
avessi udito quel che Roberto diceva in quel momento, giacchè venne a
mettersi al mio fianco per rassicurarmi:

--Oh, non dubitare! Non sarò mai gelosa del tuo passato.

--Non c'è di che--risposi, senza domandarle per quale ragione fosse
venuta a dirmi questo.

--Tutti gli uomini,--ella riprese,--affermano così, sul punto di
sposare. È un'ipocrisia che ormai non inganna nessuna ragazza. Potreste
farne a meno. Se io fossi un uomo, sarei più sincero.

--Sono sincerissimo.

--No, non mentire. Si capisce; la vita di un giovanotto è molto diversa
da quella di una di noi. Forse dev'essere così; almeno è convenuto--la
legge l'avete fatta voi--che debba essere così.

--Ma chi ti ha detto queste sciocchezze?

--Non mi cedere un'ingenua, una puppattola. In collegio apprendiamo
tante cose. E poi, abbiamo occhi per vedere, orecchie per udire. Non ti
dispiacerà se parlo in questo modo.

--Niente affatto.

--Mi basta che tu sappi che per me il tuo passato non esiste. Io non
frugherò nei tuoi cassetti per trovarvi qualche letterina dimenticata di
stracciare o di bruciare. Non vorrò mai sapere se hai amato altre donne
e quante e come. Saprò scancellare, m'ingegnerò di scancellare ogni loro
traccia dal tuo cuore. Da ora in poi però.... starò vigilante su la
soglia di esso perchè nessun'altra vi penetri.

--Potrai risparmiarti di vegliare--risposi prendendole una mano e
stringendogliela forte.--E in quanto al passato, vivi tranquilla. Sono
stato una ben misera creatura, per tante ragioni; e tu puoi varcare la
soglia del mio cuore senza timore di incontrare là dentro tracce di
altre donne.

Mi guardò, sorridendo un po' incredula, scosse il capo e soggiunse:

--Male! Male!

--Perchè?

--Sara diceva....

--Chi è questa Sara?

--Una delle mie amiche di collegio. Diceva: Non ci è niente di peggio di
un marito che non ha già fatto vita--si esprimeva così.--Vorrà cavarsi
il gusto dopo, appena....

--Ma....--la interruppi,--in collegio vi occupavate di questi soggetti?

--Riguardano il nostro avvenire. Come vedrai, così io non sarò una
moglina seccante. Il passato.... è passato. Nessuno di noi ha alcun
diritto su di esso.

La guardai con tale espressione di stupore, che Fausta capì subito quel
che mi spuntava nella mente.

--Oh, non parlo per metter le mani avanti, per interdire a te di
ricercare, no! Nessun amoretto, neppure per chiasso. Voialtri non potete
immaginare quanto si diventi serie in collegio. Ci sono anche là le
sventate, le romantiche, le sentimentali; poche; e vengono messe in
ridicolo. Quella vita così apparentemente segregata ci rende riflessive,
positive. Ognuna mette in comune il suo mucchietto di esperienza, e ne
formiamo un bel cumulo. Io ero la più sprovvista: una sciocchina. Non
sapevo niente, mi maravigliavo di tutto: del poco bene e del molto male
di cui sentivo ragionare dalle altre. Avevo però intelligenza svelta, e
intendevo spesso più in là che l'altre non intendessero o fingessero di
non intendere.--L'una parlava del babbo, l'altra della mamma; questa del
fratello, una quarta del cugino; e poi degli estranei, delle famiglie
amiche e conoscenti.... Quanti dolori, quante stoltezze, quante
brutture! Ed esclamavo, spaurita:--Dunque la società è fatta così?--Mi
confortavo riflettendo che i miei non somigliavano punto a tutta quella
gente. Roberto però--Sara lo sapeva, sapeva ogni fatto altrui quella
Sara!--Roberto non ha operato diversamente da quei fratelli e quei
cugini.... Tutti a un modo!--conchiudeva Sara. E perciò ho pensato:
Anche Dario dunque!

--Dario, no,--risposi sorridendo.--Il tuo Dario ha questo di buono.... o
di cattivo--chi lo sa? Prende la vita seriamente, troppo seriamente,
forse.

--Non mi dispiace. Sai? Le ragazze oggi rifuggono dai giovani leggeri,
superficiali. Roberto mi ha detto che tu sei appunto uno dei pochi che
prendono la vita seriamente. Come sono contenta di aver avuto occasione
di dirti questo, prima di essere legati per sempre!

--Grazie, Fausta!

E le baciai rapidamente la mano.

--Eccoci!--ella rispose alla chiamata del fratello.



XIII.


Quel mese da noi passato a Villa Fausta--mia madre mi aveva suggerito di
ribattezzarla così--lo rivedo nei ricordi come un'impressione di sogno,
quasi non ci fosse stata nessuna continuità nei nostri atti, quasi noi
fossimo sbalzati, volati da un punto all'altro con la facile incoerenza
della vita onirica, e da una circostanza all'altra, senza neppure quella
strana coscienza, che talvolta abbiamo, di sognare.

Mio padre aveva fatto scolpire sotto i capitelli del cancello il nome
della mamma; e rammentando i tristi due anni della mia fanciullezza
trascorsi colà, soleva chiamarla Villa Amara, invece di Villa Maria.
Allora--lo seppi assai dopo--egli temeva di perdermi; e ogni visita era
una angoscia nuova pel suo cuore di padre, quando non scorgeva in me il
rapido miglioramento che egli avrebbe voluto.

Vi ero tornato solo o con la mamma parecchie volte negli ultimi anni, e
la chiamavo anche io Villa Amara perchè non vi trovavo nessun ricordo
che potesse rallegrarmi, perchè neppure allora ne ricevevo nuove
impressioni che riuscissero a scancellare le grigie impressioni
infantili.

Ora rammento, vagamente, con che sorriso parvero accoglierci i viali, le
stanze, e come tutto mi sembrasse improvvisamente trasformato.

La mia trepidanza era straordinaria.

Quel che stavo per compire mi sembrava il più solenne atto religioso
della mia vita. Non credente, mi ero sottomesso molto volentieri alla
benedizione in chiesa, perchè stimavo anche allora che certe forme hanno
un gran valore, se non per sè stesse, per quel che contengono
d'aspirazione ideale. Trascurarle, rifiutarle mi sarebbe parso azione da
bestia, non da uomo.

Così Fausta non rappresentava per me la bellezza, la giovinezza, la vita
o l'amore soltanto,--giacchè mi sentivo, mi riconoscevo già amato da
lei,--ma qualcosa di talmente elevato, di talmente misterioso e divino,
che l'accostarmele e il possederla mi turbava, mi agitava con
sottilissima pena.

--In ugual modo,--pensavo,--deve turbare e agitare l'idea di sentirsi
vicino alla morte e nel punto di penetrare il grande Ignoto, l'Essere
infinito dove ogni forma vivente torna a confondersi, per poi riprodursi
con nuove apparenze nel creato!

Quel mio stato di muta adorazione, Fausta, nei primi istanti lo
interpretò per freddezza. Come farla partecipare ai miei sentimenti,
alle mie idee? Temevo di non sapermi esprimere e di non essere compreso.
Questa convinzione mi impediva di parlare. Che importava infine? Sapevo
di essere la Volontà, la Forza maschile, l'Elemento fecondatore e
creatore, quel che doveva vincerla e sottometterla. Eppure, in quei
momenti, avrei piuttosto voluto produrre il miracolo di compenetrarla
spiritualmente, senza che niente di basso, di sensuale si fosse
mescolato all'atto supremo.

Fortunatamente la Natura ha maggior potere di qualunque individuale
convincimento. Essa opera in noi, nostro malgrado. Perciò, soltanto
dopo, io potei riflettere che, fin dall'inconsapevolezza dell'abbandono,
avevo compito un atto di sacrificazione, una preghiera propiziatoria, e
mi auguravo che venissero accolti ed esauditi, come meritavano, per la
loro purezza e la loro intensità.

E, con che vivo senso di superstiziosa premura, il mattino appresso,
appena, l'aurora cominciava a colorire di roseo i lembi del cielo
all'orizzonte, io svegliai Fausta per condurla su l'alta terrazza della
villa affinchè vi ricevesse la benedizione dei primi raggi del sole!

Era incantata. Non aveva mai visto quel maraviglioso spettacolo che
rallegra la terra tutte le mattine.

Di lassù, a perdita d'occhio, la campagna appariva un vasto oceano di
verdura. I monti lontani, velati da vapori azzurrognoli, ergevano le
cime indorate dal sole che emergeva dalle nuvole come da un letto di
freschissime rose.

Fausta era un po' pallida, coi capelli in vago disordine, con
atteggiamento di soave languore, e si appoggiava al mio braccio,
sorridendo di ammirazione. Io ammiravo lei, che forse già portava in
seno la germinazione di vita da cui veniva resa sacra agli occhi miei!

Il sole, che la inondava e l'avviluppava con la sua luce, cooperava
probabilmente....

Ah!

Ora sorrido con immensa tristezza di tutte queste fantasticherie, di
tutta questa poesia, di tutto questo misticismo che mi straboccava dal
cuore e dalla mente in quei felici giorni, quando per poco non mi
sembrava che tutta la vita dell'universo fosse concentrata in noi due, e
che l'orgoglioso mio disegno, i miei grandiosi proponimenti fossero
proprio sul punto di attuarsi con la più piena misura!

La deformazione del mio spirito era tale, che mi rallegravo anche di non
sentire per Fausta qualche cosa che potesse somigliare lontanamente
all'amore. Che ella mi amasse, mi sembrava giusto, naturalissimo. Donna,
ella doveva usare delle sue facoltà primitive, l'immaginazione e il
sentimento. Pensare, riflettere, spettava a me. Nel mio cervello, quelle
primitive facoltà erano state assorbite, assimilate da facoltà
superiori, ed operavano sottomesse a queste. Senza dubbio, amavo
anch'io, ma in maniera così diversa, così elevata, che quel mio
sentimento meritava appena il nome di amore, unicamente per farmi
intendere e per intendermi! E m'insuperbivo di questa distinzione.

Facevamo lunghe passeggiate, soli soli, portando con noi una frugale
colazione, qualche libro di versi o un romanzo. Mangiavamo, spensierati
come due fanciulli, all'ombra di un albero, dentro una grotta, dove
gemeva, in una fonticina, acqua freschissima, limpidissima e di sapore
delizioso; su un ciglione di collina, tra i sassi, gli sterpi e le erbe;
e spesso le poche persone di servizio ci attendevano alla villa, con
ansia, vedendoci ritardare insolitamente.

Il Bissi mi ripeteva da Desenzano la sua solita domanda:

--Che fai? E l'arte?... Ne hai smesso ogni pensiero?

E mi dava la lieta notizia:

--Lavoro a un romanzo.

--E tu, non hai scritto niente?--mi domandò Fausta.--Hai studiato tanto!
Non t'impedisco io, è vero?

--Ho qualcosa di meglio da fare!--risposi.

--Eppure sarei orgogliosa di vedere il tuo nome su pei giornali, su la
copertina di un volume. Roberto dice che hai troppo ritegno, troppa
modestia.

--Roberto s'inganna. Non parliamo di questo.

Con mano inconsapevolmente crudele, ella aveva toccato la piaga non
ancora rimarginata in fondo al mio cuore.

--Anzi!--ella continuò.--Voglio essere la tua ispiratrice. Quando
torneremo in città, dovrai riprendere gli studi e i lavori interrotti,
mettermi a parte di essi. Non già che io possa consigliarti o aiutarti,
ma perchè me ne interessi quanto te, ed abbia il piacere di vederli
germogliare e crescere sotto i miei occhi e goderne prima degli altri;
ne ho il diritto.

--Ho rinunziato a tutto, da un pezzo!

--Giuramento da marinaio.

--Da marinaio che non ha mai tentato il mare e che ne ignora la furia e
le tempeste!--dissi, con desolata ironia.

--Dedicherai a me il tuo primo libro.

--Non scriverò mai un libro!

--Perchè?

--Perchè quello che vorrei scrivere.... è un libro impossibile.

--Che cosa?

--Un gran capolavoro!

--Hai ragione, Roberto s'inganna; non sei modesto. Mi piace. Le persone
modeste sono sempre mediocri. C'è pure una modestia che è gran vanità.
L'orgoglio, invece, mi sembra una forza. Sei orgoglioso tu!

--Oh, sì! Di te, di qualcosa che dee venirmi da te.

Avrei voluto ch'ella mi avesse risposto:

--Rallegrati! Già lo sento agitarsi nelle mie viscere.

Invece, otto mesi dopo, la confidenza, attesa con impaziente e smaniosa
ansietà, tardava ancora!

Neppure le distrazioni del viaggio di nozze avevano attenuata la
indefinita paura di un terribile disinganno che mi rendeva nervoso e
malinconico.

In certi giorni, al vederla serena, tranquilla, senza nessuna
preoccupazione di quel che, secondo me, avrebbe dovuto essere il suo
costante pensiero, sentivo un sordo dispetto contro di Fausta, quasi
ella fosse venuta meno alle sue promesse, a un giuramento; quasi il
grand'evento fosse stato in ritardo unicamente per colpa di lei. Sbuffi
momentanei che mi rimordevano subito.

E mi sforzavo di sorridere, di mostrarmi lieto.

Una sera, non ricordo più a che proposito, Fausta disse:

--Quando avremo una figlia....

--Perchè una figlia e non un figlio?--la interruppi.

Mi guardò maravigliata dello strano accento con cui avevo pronunziato
quelle parole.

--Ti dispiacerebbe di avere una figlia?

--Sì, se venisse prima d'un maschio.

--Vedi: ora mi farai stare in pensiero, pel caso....

--Devi volere un maschio, a ogni costo. La volontà influisce.

--Il Signore ci dà quel che piace a lui!

--Devi volerlo, fortemente.... Non farti il malaugurio!

Intervenne la mamma:

--Bastasse volere! Ha ragione Fausta. Infine, con chi vorresti
prendertela, se per disgrazia...?

--O mamma, non farmi il malaugurio anche tu!

Pochi giorni dopo, nel tornare da una passeggiata, Fausta, tutt'a un
tratto, a pie' della scala, sentendosi venir meno, si aggrappava al mio
braccio, esclamando fiocamente:--Oh, Dio!... Dario!

E mi si aggravò sul petto.

L'alzai di peso e la portai su quasi fosse stata una bambina. Era
pallidissima, diaccia. Mia madre non si smarrì al mio grido che chiamava
soccorso e a quella vista. Le spruzzò il viso con acqua fredda, le fece
odorare dei sali:

--Non è niente! Si è strapazzata troppo.

--Ha voluto andare sempre a piedi--balbettai.--Fausta! Fausta!

Aperse gli occhi, sbalordita; poi sorrise:

--Scusa, mamma! Non so.... Da questa mattina!... Hai avuto paura, povero
Dario?... Non mi è accaduto mai prima d'oggi.

--Ti senti meglio?

--Sì, Dario. Solamente.... una gran lassitudine.... E poi.... Ecco, mi
riprendono le nausee di poco fa, ma.... più forti.

Mia madre ed io scambiammo una lunga occhiata di tenerezza, di gioia
repressa.

Stesi le mani ad accarezzare delicatamente il viso di Fausta,
ritenendomi dallo stringerla al petto, come avrei voluto fare in uno
slancio di gratitudine immensa, per paura di nuocerle in quello stato.

Non ci ingannavamo, mia madre ed io? Era quella la rivelazione così
ardentemente invocata?

Quel giorno non le dicemmo niente del nostro sospetto, e neppure nei
giorni appresso, quando il sospetto fu lietissima certezza.

Io ero diventato un bambino. Avrei voluto correre, saltare, gridare per
dar qualche sfogo fisico alla mia intensa gioia. Due volte mi ero
sorpreso, nel mio studio, con le mani giunte e gli occhi rivolti al
cielo, in atto di ringraziamento e di preghiera; e, nonchè arrossire di
un atto che contradiceva alle mie convinzioni filosofiche, non me n'ero
nemmeno maravigliato.

Stavo attorno a Fausta, in gioconda ammirazione di quel fragile corpo di
donna che conteneva il misterioso germe, la mia speranza, la mia
vittoria!

E quando neppur essa potè più ignorare, e mi accorsi che era triste,
agitata dalla paura, che il mio desiderio potesse venire frustrato, mi
affrettai a rassicurarla:

--Non importa; qualunque sia l'esserino che ci verrà concesso, sarà
sempre accolto come una benedizione.

--Sei buono; me lo dici per confortarmi....

--No, sta' tranquilla.

--Vedrai, sarà un bambino!

Avevo sentito parlare di un mezzo per accertarsi del sesso di una
creatura in gestazione, e lo avevo giudicato superstiziosa sciocchezza.
Ebbene, non seppi trattenermi dall'adoprarlo.

Una mattina improvvisamente le dissi:

--Oh, Fausta!... Quelle mani!

Me le mostrò, voltando le palme, stupita della mia esclamazione.

L'abbracciai, commosso, credulo al pari di una femminuccia.

--Sì, sarà un bambino!--le dissi.

--Davvero?

--Certamente.

--Come lo sai?

Le spiegai il mezzo di cui mi ero servito.

--Eh, via!...--esclamò delusa.--È uno scherzo.

--Tante altre cose gli scienziati stimano scherzi e superstizioni e,
alla prova, non sono tali.

Parlavo gravemente, con convinzione, in quel momento.

--E poi,--conchiusi,--spesso la felicità consiste in un'illusione. Non
priviamoci di questo beneficio!

Sorvegliavo ogni movimento, ogni atto di Fausta. Le sue passeggiate, il
suo nutrimento, le sue più indifferenti occupazioni diventavano per me
tanti difficili problemi da studiare, da risolvere ponderatamente.
Qualunque commozione, qualunque impressione capace di avere influenza su
l'organismo del nascituro--non dubitavo più, era un figlio!--mi teneva
ansioso, mi atterriva, mi rendeva importuno, seccante con la povera
Fausta; e me ne scusavo e gliene chiedevo perdono, quando mi accorgevo
di eccedere troppo.

--Senti com'è irrequieto!--ella mi diceva.

Non potevo accertarmene. I movimenti interiori che ella notava non erano
ancora tanto sensibili da essere verificati esternamente.

E quando potei anch'io accertarmi dei calcetti, come diceva lei, che il
rabbiosino le dava, quei sintomi di vitalità, e di forza mi confermarono
nella convinzione che si trattasse proprio di un bambino.

--Lascialo fare. Si annoia al buio, nel ristretto spazio che lo
contiene; ha fretta di uscire all'aria libera.

--Tra due mesi!

Oh, quanto mi sembravano lunghi a scorrere! Due eterni mesi ancora! E
contavo i giorni, le ore, i minuti, con indefinito terrore del gran
momento, con immensa compassione di colei che sopportava così lietamente
il grave peso della maternità, e che passava le sue giornate a
preparare, insieme con la mamma, il corredino del nascituro.



XIV.


Ero come in attesa di un portento. In certi momenti mi paragonavo,
sorridendo, a quei maghi maravigliosi operatori di prodigi, che, avendo
asservito tutte le più arcane forze della natura, le costringono alla
creazione da loro ideata e voluta, e per ciò superiore alle ordinarie
produzioni, le quali risentono inevitabilmente gli influssi delle
circostanze e del caso. La loro opera non è diversa dalle creazioni
naturali; si serve degli elementi esistenti, ma li combina con piena
libertà, evitando gli impedimenti e i contrasti del cieco intervento di
altre forze.

Così credevo di aver potuto fare io, ed ero in vivissima impazienza di
vederne il risultato. Ne avevo parlato spesso nelle mie lettere al
Bissi, e mi ero indispettito delle sue obbiezioni. Egli mi aveva
risposto:

«Solo e vero mago è l'artista. Soltanto del nostro pensiero abbiamo
padronanza assoluta, e per questo, se sappiamo, possiamo fare il
portento dell'opera d'arte. Non c'è altra creazione umana possibile, ed
è superiore, infinitamente superiore, a qualunque più elevata creazione
della. Natura».

--E l'artista chi lo crea?--gli avevo risposto.

La nostra discussione epistolare era stata interrotta dalla malattia di
sua madre.

Una mattina me lo vidi inaspettatamente dinanzi, vestito a lutto.

--Oh, povero amico!--esclamai, abbracciandolo.

--È un dolore ineffabile!--rispose.--C'è stato un istante in cui mi
parve che tutto l'universo perisse assieme con me. Non avevo mai
immaginato niente di simile; mi sembrava di dover ammattire. Il lavoro
mi ha salvato.... Ne ho quasi rimorso.

--Perchè?

--Ho potuto fare una cosa orrenda. Stenterai a credermi. Tornato dal
cimitero dove avevo assistito, senza piangere, quasi inebetito, al
seppellimento della mia morta adorata, mi son chiuso nella cameretta
accanto a quella in cui mia madre era spirata due giorni avanti.... ho
ripreso il mio romanzo abbandonato da parecchie settimane, come se
niente di terribile fosse accaduto nella mia vita.... ed ho scritto, ho
scritto, notte e giorno per dieci giorni di sèguito, dormendo qualche
ora seduto nella poltrona, con la testa su le braccia appoggiate al
tavolino, sostentandomi con caffè e latte e pochi biscotti, domando così
lo sconvolgimento fisico dell'organismo che pareva dovesse annientarmi
l'intelletto. È stata, forse, azione istintiva, per proteggerlo, per
salvarlo.... Una mostruosità! Quando ripenso a questo, mi faccio
orrore!...

--Ed hai finito il romanzo?--gli domandai per non insistere sul triste
tema.

--Sì.

--Ne sei contento?

--Molto; a te posso dirlo senza falsa modestia. E riflettendo che,
probabilmente, non sarei riuscito a farlo quale ora è, se non fossi
stato sotto la terribile stretta di quel dolore senza nome, mi sento
preso da un impeto di indignazione contro la Natura che ha bisogno di
servirsi di tali mezzi per produrre certi fenomeni intellettuali. È una
gran profanatrice la Natura!

--Tu intanto devi essere felicissimo di aver già fatto quel che hai
voluto.

--Sì, è vero. Ho l'assentimento della mia coscienza. Ma corrisponderà
l'opera mia alla coscienza degli altri? Ti confesso che questo mi dà
pensiero fino ad un certo punto. Tanto peggio per me, se essa arriva in
ritardo; tanto meglio, se precorre l'avvenire. Lo saprò tra non molto,
appena avrò trovato un editore, e, dopo l'editore, un pubblico che
voglia leggerla. L'importante era che io giungessi a produrla quale l'ho
maturata nell'immaginazione e nel cuore; che nell'arduo passaggio dalla
concezione all'attuazione la mia opera d'arte non perdesse per via le
eccelse qualità di vita, di luce, di colore, di euritmia lungamente
vagheggiate e laboriosamente proseguite con l'intenso concorso della
forma che dà allo spirito dell'artista ansie e dolori di cui pochissimi
possono formarsi esatta idea. Ormai io sento lo sfinimento, la
lassitudine che seguono al lavoro compiuto; e guardo l'opera mia con la
stessa tenerezza, con la stessa compiacenza con cui una mamma deve
certamente guardare la creaturina che poche ore avanti le ha straziato
le viscere per venire alla luce.

--T'invidio!

--Forse hai ragione, forse hai torto. In questo momento io non so
giudicare se la generazione di una creatura vivente, cioè di un'anima,
di un cuore, d'un intelletto, non sia infinitamente superiore alla
creazione di un'opera d'arte; o se quest'altra creatura spirituale che
vive, che palpita anch'essa, e che è capace di produrre in migliaia
d'intelligenze e di cuori ripercussioni immortali di pensieri e di
affetti, non valga assai più, assai più del misero organismo formato di
fibre, di nervi e di sangue che potrà essere un genio, un cretino, un
delinquente senza che la nostra volontà c'entri per nulla.

--No! No!--esclamai.

--Scusa,--egli rispose, sinceramente mortificato.--Ti ho parlato di me e
delle cose, che possono interessarti fino a un certo punto, ed ho
trascurato di chiederti notizie....

Lo presi per le mani con slancio affettuoso.

--Non ancora.... Poche settimane, pochi giorni, forse, e il gran
miracolo sarà compiuto. Lasciami dire così. È la convinzione, anzi la
fede che mi regge, che mi conforta, che mi fa amare la vita. Chiamo
Fausta; voglio presentarti a lei che ti vuol bene come al più caro dei
miei amici. La gestazione ha un po' deformato le linee del suo giovane
corpo; a me però sembra più bella ora; c'è qualcosa di augusto, di sacro
nella maternità.

Ero orgoglioso di veder Bissi quasi timido davanti a Fausta.

--È un vecchio amico per me,--ella gli disse.

Si era fermata scorgendolo in lutto e mi interrogò con lo sguardo.

--Ha perduto la mamma,--spiegai.

--Povero signor Bissi!

Le tremava nella voce tale improvvisa commozione, che io, per impedirle
di continuare, la interruppi:

--Sarà nostro ospite. È inutile che tu dica di no--soggiunsi al gesto
negativo del mio amico.--Mando all'albergo a prendere la tua valigia.

Fausta lo fissava con gli occhi velati di lacrime. La rimproverai
dolcemente. La sua sensibilità si era molto esaltata in quegli ultimi
giorni; qualunque lieve impressione la turbava; e questo stato di
debolezza nervosa m'impensieriva, quantunque comprendessi che fosse
proveniente dalle condizioni del suo organismo, in via di prepararsi al
supremo sforzo del prossimo parto. Ricordo le dolcissime ore passate in
quella stanza dove Fausta e mia madre finivano di mettere in ordine il
corredo del «principino imperiale» come io mi compiacevo di chiamare il
nascituro; e Bissi ed io dimenticavamo di ragionare di arte,
interessandoci a quelle piccole cose eleganti che si accumulavano sui
tavolini e su le seggiole in gentile disposizione.

Fausta, di tanto in tanto, animava il nostro ammirativo silenzio con
parole di scherzo rivolte al Bissi:

--Beati voialtri romanzieri che non fate nessuna fatica e nessuna spesa
per abbigliare i vostri personaggi!

--Ah, se sapesse!--egli rispondeva, crollando il capo.

--Lo so che spessissimo li vestite male. Vi costerebbe tanto poco
sollecitare intorno a questo la collaborazione di una donna. Ma voialtri
artisti siete orgogliosi; stimate la donna un essere inferiore....

--Può darsi che abbiano ragione,--soggiungeva mia madre.--Però, però....

--Dica pure, signora Maria,--la incitava Bissi.

--I romanzi noi li facciamo e li facciamo fare nella vita. Non è poi
gran cosa, se loro li scrivono.

--T'inganni, mamma!--intervenivo io.

Nessuno sapeva meglio di me quanta gran differenza corresse tra il
viverli e lo scriverli. L'antica piaga del mio cuore si era riaperta in
quei giorni, assistendo alla lettura di parecchi maravigliosi capitoli
del lavoro di Bissi, dove la realtà e la poesia si fondevano con arte
squisita, organicamente, con originalità schietta e sincera, con robusto
impeto di stile. L'ammirazione e la gelosa invidia che riprendevano a
torturarmi col vivo ricordo della mia impotenza artistica venivano a
stento represse dall'idea che tra poco avrei veduto venire alla luce il
mio capolavoro, di natura diversa, Colui che avrebbe dovuto attuare quel
che al suo genitore era stato negato. Non osavo di dubitare un solo
momento che ciò non dovesse accadere. La ragione della mia esistenza
consisteva tutta là.

Tornavamo col mio amico da una lunga passeggiata, in aperta campagna. La
primavera era arrivata da parecchi giorni coi suoi tepori, coi suoi
profumi, col suo vasto sorriso di verde e di sole, con la lieta gazzarra
degli uccelli nidificanti tra i rami degli alberi, tra le siepi, con le
farfalle che ci volteggiavano su la testa, d'attorno, mentre noi
procedevamo per l'ampia strada, riandando con lieta spensieratezza i bei
giorni della giovanile comunanza di studi, di aspirazioni, di sogni ora
parte svaniti, e parte sostituiti da altre aspirazioni, da altri sogni,
o da tristi e dolci realtà. Le circostanze della vita ci avevano divisi.
Il fratello di mia moglie, con la madre e la zia, stava a Roma, dove
aveva aperto il suo studio di avvocato; il Lostini era andato a Milano e
già spadroneggiava nel basso giornalismo, poeta, novelliere, critico
letterario e teatrale. La sua improntitudine e la sua audacia lo
aiutavano a far rapida carriera più che il suo ingegno incolto,
bislacco, ma che però progrediva e si fortificava oltre di quel che da
principio non facesse sospettare.

--Noi due siamo rimasti, in disugual modo, sognatori ostinati,--diceva
Bissi sorridendo malinconicamente.--Il mondo è dei violenti.

--C'è violenza e violenza,--risposi.--Io preferisco quella che adopriamo
noi, tu più di me. È la più sicura.

Ci eravamo dilungati troppo. Una carrozza vuota ci veniva incontro. La
fermai. Bissi voleva ritornare a piedi; ma io sentivo una strana
agitazione, un'impazienza improvvisa di trovarmi a casa.

--È puerile. Devi perdonarmi; in certe circostanze si diventa
superstiziosi. Ho il presentimento d'una novità che mi attende. Infatti
nell'anticamera, ci venne incontro mia madre.

--Fausta ha cominciato tutt'a un tratto a soffrire. C'è di là la
levatrice. Ho mandato ad avvisare anche il dottore, per precauzione.

Avevo provato una gran stretta al cuore, come davanti a un pericolo di
morte; e per sorreggermi mi ero afferrato fortemente al braccio di
Bissi.

--Dario!... Eh, via.... coraggio!

Egli tentò di trascinarmi in salotto o nello studio; ma io volli, a ogni
costo, vedere Fausta prima che le sue sofferenze aumentassero.

Era in piedi, appoggiata alla spalliera di una seggiola, pallida, col
viso un po' contratto. Vedendomi entrare, si sforzò di sorridermi e mi
stese una mano.

--Non è niente.... Sono forte!

--Fausta!... Fausta!...--balbettai.

--Non è niente!... Va' di là; mi fa più male il vederti soffrire.

E mi offerse le labbra, ghiaccie come la mano.

Ah, quelle terribili ore, quando le sue grida strazianti arrivavano fino
al mio studio, dove andavo su e giù senza sapere quel che facessi,
cacciandomi le mani tra i capelli, invocando il nome di lei--Fausta!
Fausta!--sollevando le braccia in atto di supplicazione, stringendo
forte i denti quasi avessi potuto in quel modo aiutar Fausta a
sopportare lo strazio che la costringeva ad urlare.

Di tratto in tratto, mia madre si affacciava all'uscio per dirmi:

--Sta' tranquillo! Tutto procede regolarmente!

Com'era lenta la crudele Natura!... Le ore mi sembravano secoli. Le
lancette dell'orologio a pendolo si erano dunque fermate?

E nei momenti di tregua, quando all'orecchio ansiosamente intento non
arrivava nessun grido, io pensavo:--Eccolo! Eccolo!--E mi sembrava che
il miracolo valesse bene tutti gli strazi della madre e miei, e che
quanto più essi erano maggiori, tanto più grande e più stupendo sarebbe
il risultato che stava per essere prodotto.

Mia madre si fermò su l'uscio, esitante. Aveva su le labbra qualcosa che
avrebbe voluto essere un sorriso e che mi parve subito l'anticipazione
di tristissimo annunzio.

--Mamma!...--gridai.

--Fausta sta bene,--rispose.

--E....--feci senza aver forza di proseguire.

--Rassegnati, Dario!... È una bambina!

Ripensandoci sento di nuovo l'urlo bestiale che mi uscì dalla gola;
sento l'urlo, la violenza del colpo che mi piombò sul capo quasi
avessero tentato di atterrarmi con una mazzata! E mi lasciai cascare,
sbalordito, sur una seggiola, coprendomi il viso con le mani,
sussultando, smaniando, con uno sgorgo di odio nel cuore contro la
innocente creaturina che distruggeva in un istante il mio superbo sogno
di tanti mesi, quasi ella avesse fatto ciò con malvagia intenzione,
povera creaturina innocente!



XV.


Mia madre e Bissi erano attorno a me costernati. Mormoravano brevi
parole di conforto, tanto il mio dolore sembrava ad essi incapace di
qualunque umana consolazione.

Tutt'a un tratto mia madre alzò la voce severa:

--Dario! Dario! Non ti riconosco, figlio mio! È forse colpa di Fausta?
Tua? Della bambina? Io che sono una povera donna quasi ignorante dico:
Il Signore ha voluto così! E mi rassegno alla sua volontà. Questo per te
non vale. Se c'è però una legge, se c'è un ordine nelle cose che nessuno
di noi può mutare, la tua ragione faccia quel che fa in me la fede in
Dio. Il bambino che tu desideravi, che tu attendevi con inconcepibile
certezza, verrà dopo; e forse sarà meglio.... Sii uomo, Dario! Che dovrà
pensare Fausta non vedendoti accorrere da lei? Appreso che era nata una
bambina, ella si è sentita mancare, pensando a te.--Oh! Dio! Oh!
Dio!--ha esclamato desolatamente; non aveva forza di piangere; faceva
pietà. Vieni, Dario!... Ma ricomponiti. Nel suo stato la uccideresti, se
le facessi scorgere questa irragionevole disperazione. Sii uomo! Sii
uomo, Dario!

--Tua madre ha ragione,--soggiunse Bissi, scuotendomi per un braccio un
po' rudemente.

Mi rizzai, trassi un lungo respiro, stringendo i pugni, chiudendo gli
occhi, facendo stridere i denti: poi, riscossomi, gettai le braccia al
collo di mia madre, quasi singhiozzando:

--Mamma, perdonami! Mamma!

--Ti comprendo, Dario. Ma che cosa possiamo farci? Non c'è rimedio.

Oh! Nessuno poteva comprendermi. Per tutti gli altri, l'immenso mio
dolore doveva apparire, più che esagerato o artificiale, stranissimo,
quasi confinante con la pazzia. Era tale davvero; lo riconosco ora, dopo
molti anni. Allora però niente mi sembrava tanto ragionevole quanto quel
che io chiamavo il miracolo. Esso non doveva venir fuori dalla
sospensione di certe leggi della Natura, ma dalla intelligente
coordinazione di queste a uno scopo determinato.

E la mia vanità mi lusingava che io avessi già adempito a quella
intelligente coordinazione. La delusione perciò era tale, che mi
sembrava di non poter più vivere, quasi si fosse addensato fittissimo
buio intorno a me, quasi mi si fosse aperta davanti una profonda
voragine che niente avrebbe potuto colmare.

Eppure ebbi la forza di comporre il mio aspetto a serenità, di dare alla
voce un accento di dolcezza, di spiegare insomma una arte di finzione
per la quale credevo di non avere nessun'attitudine.

La camera era ancora sossopra. Fausta, sorretta da un mucchio di
guanciali, pallida, con gli occhi infossati e i capelli in disordine, mi
accolse atteggiando le labbra a un sorriso dubbio che pareva chiedesse
scusa e nello stesso tempo volesse confortarmi.

La vista della bella creatura sofferente mi die' uno slancio di pietà.
La presi delicatamente per le mani, la baciai, e con voce ferma e
carezzevole le dissi:

--Sii calma.... Sarà per un'altra volta. Possiamo attendere. Sii calma.

--Grazie, Dario!--rispose commossa, con gli occhi improvvisamente gonfi
di lacrime.--È là,--soggiunse, additandomi la neonata che riposava,
coperta da un velo, sur un guanciale a pie' del letto.

Mia madre la sollevò con cautela, per non svegliarla, e me la
presentò.... Un mostricino roseo, affogato fra le trine della cuffietta
e dello scollo della veste, dalle cui maniche, ornate di merletti,
venivano fuori due manine coi pugni chiusi, del color del sangue. I
lineamenti sembravano fluidi, inconsistenti, quasi le carni non avessero
ancora avuto tempo di raffermarsi. Dalla cuffietta scappavano fuori
alcune ciocchettine di capelli biondissimi; le sopracciglia si
confondevano col roseo della fronte; le labbra erano pavonazze.

Ebbi un senso di repulsione, ma lo vinsi subito e mi inchinai a baciarla
sfiorandola appena.

--Tra poche ore non la riconoscerai,--disse mia madre.

La bambina si agitò, aperse gli occhietti grigi e mosse le manine.

--Ti guarda, Dario!

--Vedrà come sarà bella domani,--soggiunse la levatrice che assisteva la
puerpera.

--Ti guarda, Dario!--replicò Fausta.

E c'era nella sua voce un invito, un'implorazione che mia madre capì
meglio di me, alzando la bambina, perchè la baciassi di nuovo.

Sentivo un inatteso turbamento davanti a quell'esserino, sangue del mio
sangue, carne della mia carne. Non era rancore, ma non era neppure
gioia, soddisfazione, compiacimento del nuovo fiore di vita non ancora
compiutamente schiuso, avviluppato dalla inconsapevolezza che guardava
senza discernere come scorgevo dalla pupilla non schiarita e dai
movimenti, vaghi, annaspanti, dei minuscoli ditini.

E fui lieto che mia madre la riponesse sul guanciale e tornasse a
ricoprirla col velo.

--Le vorrai bene, Dario?--domandò Fausta, esitante.

--Quanto gliene vorrai tu.

Ella spalancò gli occhi e sorrise con tale espressione di felicità, che
io non potei difendermi da una punta di rimorso per averle mentito.

--La signora ha bisogno di riposo,--fece la levatrice.

--Resta ancora un po', Dario! Resta anche tu, mamma!

--Per ora qui comanda lei,--rispose mia madre, accennando alla
levatrice.

Si era forse accorta di quel che cominciava ad accadere dentro di me per
la violenta costrinzione impostami e volle impedire che Fausta
finalmente indovinasse?

Avevo il cuore gonfio. Sentivo per tutto il corpo un fremito che sarebbe
scoppiato in un nuovo eccesso di disperata indignazione, se non ne
avessi avuto terrore; e non mi fosse venuta l'idea di sviarlo pregando
Bissi di leggermi altri capitoli del suo romanzo.

Egli mi guardò stupìto, e accondiscese col gesto compassionevole di chi
si presta ad appagare il desiderio di un malato.

Oh, la strana sensazione di quella lettura! Le parole mi penetravano
nell'orecchio perdendo il loro preciso significato, diventando suoni
musicali soltanto, che la voce del mio amico modulava con inflessioni
ora rapide, ora soavi e lente, ora gravi e solenni, in una specie di
melopea da cui venivano acchetati e quasi addormentati i miei nervi
senza affaticare la mente. Avrei voluto che con la lettura tutta la mia
vita avesse continuato a durare in quell'indeterminatezza, in quel
fluire indefinito che mi portava via con sè lontano, lontano, con
lassezza da dormiveglia dolce e triste, con un senso di benessere che mi
dava ineffabile ristoro. E quando la voce del mio amico a poco a poco,
secondo la drammatica situazione di un dialogo di amore, si abbassò di
tono, si affievolì e si smorzò nell'unisono di un sospiro dei due
amanti, mi parve che qualche cosa si arrestasse dentro di me.

--Non mi dici niente?--domandò Bissi, dopo alcuni istanti di silenzio.

Dispiacente di dover mortificarlo confessandogli la mia involontaria
distrazione, balbettai poche e sciocche parole ammirative, incapace
com'ero di precisar meglio le mie impressioni.

--Hai voluto fare un gentile sacrifizio,--egli disse.--Te ne sono grato.
Non era il momento più opportuno; capisco lo stato dell'animo tuo. E se
in qualche modo ti ho giovato....

--Non so esprimerti quel che ho sentito. Avevo bisogno di perdere la
coscienza di vivere.

Mi levai da sedere, ripreso dalla dolorosa rabbia della mia delusione, e
mi misi a passeggiare agitato pel salotto, strizzando le mani, con
l'immagine davanti agli occhi di quel mostricino mezzo affogato fra le
trine della cuffietta e i merletti della bianca veste che Fausta aveva
cucite con tanto amore, destinate a quell'altro, al desiderato, al non
arrivato e che forse non sarebbe arrivato mai più! Bissi non osava di
dirmi una parola di conforto.

Così passarono parecchi giorni. Entravo per pochi minuti, due, tre volte
il giorno nella camera di Fausta, ripetendo lo sforzo di costringimento,
senza sentirmi commovere dalla vista della creaturina attaccata al seno
della madre beata di sentir scorrere abbondante nella bocchina, che
suggeva il capezzolo, l'affluenza del latte.

--Se tu sapessi com'è ghiotta!--diceva.--La mamma mi raccomanda di non
avvezzarla male; di allattarla a ore determinate, sempre le stesse; ma
io appena la sento piangere, non resisto. E sembra che lei lo sappia, la
cattiva!

Se la stringeva al cuore, se la divorava dai baci; e vedendomi restar
là, freddo, quasi annoiato--non mi sforzavo più di frenarmi, di
dominarmi--soggiungeva rimproverandomi indirettamente:

--E per ciò il babbo non le vuol bene e non l'accarezza e non la bacia!

--I baci sformano il viso dei bambini; non dovresti baciarla neppure tu!

Protestò baciucchiandola con maggiore vivacità.

Finchè Fausta era restata a letto, ed io avevo avuto la distrazione
della compagnia di Bissi, l'irritazione che mi sconvolgeva l'animo per
la delusione sofferta aveva trovato facili momentanee diversioni.
Rimanevo però sotto il tormento durante la insonnia in quelle tiepide
notti di maggio che spesso passavo alla finestra, fumando, con qualcosa
somigliante a un chiodo calcato da crudelissima mano in mezzo alla
fronte, e che a poco a poco mi produceva tale stordimento da farmi
guardare, senza distinguer nulla, le case, la campagna, i monti lontani,
annegati nella diffusa luce lunare, e smarrire in torbide regioni dove
la facoltà di pensare rimaneva offuscata e quasi annullata. Allora
l'alba mi sorprendeva alla finestra, un po' intirizzito dalla brezza
notturna, con le braccia indolenzite dalla posizione in cui erano
rimaste per tante ore, con grave spossatezza intellettuale, quasi la
mente avesse fatto, nei più chiusi recessi del cervello, un intenso
lavorìo di cui non mi rimaneva coscienza; e mi mettevo a letto per
alcune ore a dormire un sonno agitato, interrotto da sussulti, e pieno
di sogni che finivano in incubi affannosi.

Un pomeriggio Bissi entrava nel mio studio col viso raggiante di gioia.
Il suo romanzo era stato accettato dal direttore di un giornale
quotidiano che lo avrebbe pubblicato prima nelle appendici di esso e poi
in volume. Ma più che di questa insperata fortuna, egli era lieto
dell'anticipazione concessagli, che gli permetteva di restituire le
mille lire dategli da me due anni addietro.

--Questo non era nei nostri patti--gli dissi.--Dovevo essere io il tuo
editore. Ti prendo in parola per un altro romanzo.

--Grazie,--rispose.--Sono solo; lo stipendio mi basta. Ti costituisco
mio banchiere. Se avrò bisogno di quattrini, mi rivolgerò a te.

--Ora sai la via della mia casa; troverai sempre la tua camera.

--L'occasione non mancherà. Mi vedrai arrivare travestito da Re
d'Oriente con incenso e mirra--con oro ahimè! no--in omaggio al tuo
secondogenito che non si farà aspettare molto!

Mi salirono le lagrime agli occhi. Quelle parole esprimevano un augurio,
o una garbata ironia? Esitai un istante, guardandolo fisso; poi me lo
strinsi al petto senza pronunziare parole, che non avrebbero aggiunto
niente alla desolazione di quell'abbraccio.

Alcuni giorni dopo, il dottore venuto a visitare la puerpera, mi disse
sottovoce:

--Desidero di parlarle in disparte.

Lo condussi nel mio studio col pretesto di mostrargli un recente
opuscolo di fisiologia.

--Compio un triste dovere,--egli cominciò appena fummo soli.

E alla mia mossa di ansiosa aspettazione, soggiunse subito:

--Si rassicuri. Noi medici siamo spesso uccelli di malaugurio. Questa,
volta invece io faccio l'ufficio di preammonitore. Il parto della
signora è stato laboriosissimo. So che sua madre non ha voluto dirgliene
nulla, per non affliggerlo inutilmente, trascorso il pericolo. Il
pericolo però può ripresentarsi e grave in una seconda gravidanza;
bisogna assolutamente evitarla. Se avessi qualche dubbio intorno alla
mia diagnosi, non le parlerei così. Disgraziatamente sono certissimo di
quel che affermo. Commetterei un delitto tacendo.

Lo guardavo in viso con lo stupore di chi non ha capito bene quel che ha
udito.

--Ha già la consolazione di una bambina,--egli riprese,--non chieda
altro alla Natura. Quel giorno dovetti andar via da casa sua chiamato di
urgenza presso un malato. Sono stato assente una settimana per affari di
famiglia; sarei stato sempre in tempo di avvertirla. Ma non ho voluto
più indugiare. Comprendo il suo dolore; è proprio un peccato che tanta
giovinezza debba vedersi interdetta la gioia della procreazione. Ma la
vita è sacra, e può dare altri compensi.

Stentavo a rinvenire da quest'altro colpo inatteso.

--Eppure,--risposi quasi balbettando,--ho avuto la precauzione di
consultare il medico del collegio dove mia moglie era stata per parecchi
anni. Mi aveva assicurato....

--Le previsioni non basate sui fatti sono quasi sempre fallaci. Non oso
di dire che non potrei ingannarmi anche io. In ogni modo, credo che lei
non vorrà correre il rischio di attentare ai giorni della sua signora.
Si tratta di questo.

--Che terribile disgrazia!--esclamai.

--Ho fatto il mio dovere; lei farà certamente il suo,--soggiunse il
dottore.--In quanto al modo di far comprendere a sua moglie il crudele
divieto segua il mio consiglio: nei mesi dell'allattamento, il grave
dispiacere di quest'annunzio potrebbe riuscire fatale alla bambina per
un'inevitabile turbazione del latte della madre. Attenda fino all'epoca
dello spoppamento. Che brutto mestiere è il nostro! Ci consente assai di
rado il piacere di parlare di cose liete. Non mi porti rancore.

--Anzi!

Ed ebbi la forza di ringraziarlo con una stretta di mano.

Ero così sconvolto, che, accompagnatolo fino all'uscio, tornai nel mio
studio, e presi macchinalmente a rassettare i libri e le carte della
scrivania, quasi non avessi altro da pensare e da fare.

E quando cominciai a destarmi da quello stordimento non sapevo se avessi
dovuto rallegrarmi o dolermi di ciò che avevo appreso.

Durante la settimana, la partenza di Bissi mi aveva lasciato libero di
abbandonarmi tutto alla mia desolazione. E il veder Fausta, orgogliosa
di allattare da sé la bambina, e immersa talmente nelle delicate e
minuziose cure di nutrice da non accennare neppure una volta alla
delusione che mi sconvolgeva mente e cuore e alla quale avrei voluto
ch'ella mostrasse di prendere parte, m'insinuava un senso di crescente
indignazione contro di lei, che in certi momenti diventava di odio a
dirittura.

Avevo farneticato:

--Che inganno! Quel suo organismo, creduto capace di un perfetto
concepimento, è fiacco, fiacchissimo per la creazione di un maschio! Non
me lo darà mai, o, se riuscirà a darmelo, non sarà mai il maschio che
dovrebbe attuare la elevatissima idea da me pensata e maturata!

Mi sembrava che ormai, dopo quest'altra prova andata a male, la mia vita
non avesse più nessuno scopo. Mi vedevo confuso con la moltitudine che
ingombra il mondo, condannato a quella volgarità quasi animale da cui
rifuggivo con orrore, ridotto a essere un marito come tanti altri, un
padre come tanti altri, una forza sperduta nel complicato ingranaggio
sociale: niente!

Fausta non si accorgeva di nulla, lieta che la lasciassi interamente
dedicata alla sua creaturina. Mia madre però osservava con sguardi
inquieti il mio contegno, e non osava di interrogarmi, quasi avesse
paura di veder confermati i sospetti che il mio silenzio, il pallore del
mio volto, la cupezza della mia voce nelle brevi risposte che davo, le
avevano fatto concepire. Dopo il mio primo scoppio all'annunzio della
nascita della bambina, mi ero sforzato di dissimulare quel che mi
ribolliva nell'animo. Non ero un bruto, non ero un selvaggio; ero,
interiormente, qualcosa di peggio, sì; ma all'esterno i miei atti, i
miei modi avevano tutta la raffinatezza dell'uomo civilizzato che si
stima obbligato a mentire.

Col divinatore affetto materno però non c'è finzione che basti.

Mia madre, una mattina, venne da me mentre tentavo, leggendo, di
dimenticare quello che giudicavo immane, irrimediabile disastro: e
accostatasi, mi battè dolcemente con la mano sur una spalla.

--Ma non pensi,--mi disse,--che Fausta, se tu continui così, morirà di
dolore?

Alzai la testa, e risposi:

--Se si morisse di dolore, a quest'ora io....oh!

E mia madre, crollando dolorosamente il capo, era andata via senza
aggiungere altro.

Ora però, dopo la rivelazione del dottore, mi sembrava di non poter
misurare l'immensità della mia sventura. Se l'illusione fosse tornata ad
afferrarmi, se io avessi voluto ritentare la prova, mi sarei trovato di
fronte a una porta di bronzo, ermeticamente chiusa, davanti a cui stava
disteso il bellissimo corpo di Fausta che avrei dovuto calpestare e
sacrificare per passare oltre.

Oh! Avrei commesso il sacrilegio, il delitto, se avessi avuto la
certezza di poter così attuare il mio sublime sogno. Esso valeva bene la
vita di una creatura, se soltanto a prezzo di questa la realizzazione
n'era possibile! Ma, di certo, non mi si presentava altro che
un'immolazione spietata! E così alla tristezza si era aggiunto l'orrore
di un segreto che mi rendeva più odiosa la esistenza!



XVI.


Eravamo andati a passare l'estate a «Villa Fausta». Leggendo in cima ai
pilastri del cancello questo nome sostituito per consiglio di mia madre
a quello di «Villa Maria», riflettevo che avrei dovuto farvi incidere
l'altro di «Villa Amara», come l'aveva chiamata il babbo al tempo della
mia malinconica fanciullezza.

E una mattina, mentre per desiderio di Fausta noi due ci inoltravamo nei
boschetti in cerca dei fiori di campo, lasciai sfuggirmi di bocca:

--Chi sa che mio padre non avesse ragione di chiamar questa villa «Villa
Amara»!

--Tu la farai divenir tale per tua madre e.... per me!--rispose Fausta
con insolito accento di tristezza.

Mi fermai per guardarla in viso. Era impallidita, tutt'a un tratto,
quasi si sentisse mancare.

Avrei dovuto scusarmi di aver profferito quelle stolte parole, darle una
spiegazione qualunque che avesse potuto almeno attenuarne il
significato. Invece stetti zitto, attendendo con severa aria
interrogativa che ella riprendesse a parlare.

--È inutile,--disse dopo alcuni istanti di pausa,--che tu continui nella
tua misera finzione; non inganni nessuno; me, molto meno degli altri. E
se crederai che io me ne lagni per mio personale interesse, prenderai un
grande abbaglio. Quel che mi ha fatto passare tanti terribili mesi di
ansia sopportati in silenzio è, sventuratamente, arrivato. Tu non mi ami
più. Forse non mi hai amato mai. Amavi in me il tuo sogno; e quando esso
è svanito, io sono rimasta per te uno strumento inservibile, un
ingombro. Non mi importerebbe che sia così, se non ci fosse di mezzo mia
figlia. Tu la stimi tanto poco tua che io non ho saputo mai dir «nostra»
parlando di lei. Ieri ti ho accennato di quella contadina che vorrei
scegliere per balia. Ti sei maravigliato della mia risoluzione.... È
necessaria, è urgente; sarebbe un'infamia ostinarmi più oltre ed
avvelenare col mio latte guasto la povera creaturina che ha avuto la
disgrazia di venire al mondo mal gradita dal suo babbo. Tu non te ne sei
accorto, perchè non la guardi; ma essa, da qualche mese in qua,
deperisce; ha continui dolorini.... Non voglio vedermela morire di
sfinimento.... Il mio latte si è mutato in veleno.

L'ascoltavo a capo chino, con le sopracciglia corrugate, come un
accusato che sente pronunziare contro di sè un'ingiusta sentenza. Ella
interruppe un istante lo sgorgo della parola, quasi per rifiatare; poi,
riprese lentamente:

--Senza la bambina, sarei stata più forte di te; avrei sopportato il
disinganno.... Giacchè avevo il mio sogno anch'io; sogno di affetto, di
dedizione, di sottomissione, di sacrifici, non meno bello, non meno
elevato del tuo e che avrei saputo attuare, perchè più ragionevole, più
naturale. In altre circostanze mi sarei rassegnata. Non ti avrei mai
rimproverato:--Perchè non mi ami più? Che cosa ti ho fatto?--So che non
si ama quando si vuole, ma quando si può.... Mi sarei rassegnata senza
cercare distrazioni o compensi; e avrei atteso il tuo nuovo risveglio,
lusingandomi che potesse avvenire.... Ora no! Tu sei di quegli infelici
che hanno superbamente difformato la propria intelligenza, il proprio
cuore, e li hanno resi inumani.... Se non sentissi una gran pietà di te,
non ti avrei detto niente. Non vorrei vederti fingere, perchè capisco
quanto deve costarti. A che scopo, Dario? Rispondi: a che scopo?

C'era tanto dolore e tanta tenerezza nella sua voce, che avrei dovuto
sentirmi spietrare il cuore, e buttarmele ai piedi per chiederle
perdono. Le rivolsi una dura occhiata, mordendomi le labbra. Si era
appoggiata con le spalle al tronco di un albero, e il pallore del suo
viso risaltava tra i riflessi verdi delle foglie, tra le piccole chiazze
d'oro con cui il sole, infiltrandosi a traverso i rami, ne punteggiava i
folti capelli neri, la camicietta grigia, stretta ai fianchi da larga
cintura di cuoio, e la gonna di color rosso cupo che il sole sembrava
avesse spruzzata qua e là di vivo sangue.... La ho davanti agli occhi,
dopo tanti anni, fissata nella memoria dall'iroso dispetto che in quel
momento mi rendeva più avverso a colei della cui pietà mi sentivo
offeso, quasi al danno fattomi ella osasse di aggiungere ora anche lo
scherno.

Ma ella insisteva:

--Rispondi, Dario: a che scopo?

--Tu e mia madre,--feci cupamente,--dovreste lasciarmi covare il mio
dolore, non occuparvi di me, tollerarmi se vi riesce. Ho fatto di tutto
per nascondervelo. Passerà, forse, come passa ogni cosa in questo mondo.
Mi sento però mortalmente colpito.

--È mai possibile, Dario, che un uomo come te si lasci abbattere dal
crollo di una fantasticheria?...

--Era l'unica ragione della mia esistenza!

--Come sei spietato, Dario!

--Non vuoi tu che non finga, che non mentisca?

--Vorrei pure ben altro da te: uno sforzo, uno scatto di virilità, un
impeto di resistenza.

--Non sono mai stato giovane. Non sono mai stato neppure fanciullo. Il
mio triste destino è cominciato a svolgersi fin dalla culla. Mia madre
mi ha visto crescere con lungo stento. Mio padre, un forte, aveva quasi
sdegno di me. Forse, se egli fosse vissuto ancora, mi avrebbe
risparmiato di commettere lo sbaglio che contrista te e mia madre. Io
avrei dovuto vegetare e morire come una di quelle gracili pianticine
selvatiche che non si sa perchè nascano, che non fanno fiori, che non
danno frutto, che il sole inaridisce o il vento strappa alle rocce dove
han trovato quasi un rifugio....

--T'inganni, Dario!

Mi prese per una mano, attirandomi. Ebbi la durezza di svincolarmi.

--Ero venuta da te con tanta gioia,--ella continuò dolorosamente,--con
tanta ferma risoluzione di sollevarmi fino alla tua altezza e riuscire
di esser degna del tuo nobile affetto. Ah, se allora, avessi saputo che
tu avresti preteso da me l'impossibile, quel che nessuna volontà, nessun
estremo sacrificio mi avrebbe mai concesso di darti!... E tu mi porti
rancore di questo, come di una colpa, volontariamente commessa, come di
un vilissimo tradimento.... Non dire di no!... Ne ho pianto in segreto,
per non affliggerti di più. Tua madre ed io vorremmo confortarti,
consolarti, e non sappiamo come. Abbiamo quasi paura di te noi due
povere donne che daremmo volentieri la nostra vita per renderti felice.

--Paura di me?

--Non sdegnarti, se non so esprimermi bene. Son tante settimane che
avrei voluto dirti quel che finalmente ti ho detto oggi. Tua madre mi
consigliava:--Lascialo stare! Se sapesse il male che ti fa, diverrebbe
più intrattabile, non per cattiveria.--è buono, immensamente buono--ma
per vedersi ridotto suo malgrado a far del male a qualcuno.--Ed io
invece ho pensato: E perchè devo permettere che egli inconsapevolmente
mi faccia del male? Mi sarà grato di averlo avvertito; dovrebbe essermi
grato! Per questo ho disobbedito alla mamma. Ne sono punita! Dunque tra
te e me non c'è più niente, niente oltre il legame civile e religioso
che ti è divenuto pesante catena?

--Oh, Fausta! Me ne fai accorgere ora tu; non mi è passato per la mente
neppure un istante in questi miserrimi mesi! Perchè non hai taciuto?
Perchè hai voluto rendermi più infelice? Ero così sopraffatto dal mio
dolore che non mi preoccupavo punto del dolore degli altri!... Quel mio
sogno distrutto....

--Possiamo riprendere e sognarlo. Sarebbe così bello, così dolce! Non mi
dicesti un giorno: Sarà per un'altra volta; possiamo attendere?

--Non spero più! Certi sogni non si risognano!

--E dovremo vivere come due estranei che si sono incontrati
accidentalmente per via?

--Voglio essere più forte del mio destino. Voglio vincere la brutalità
del caso. Voglio aver l'orgoglio di proclamare: Non mi son sottomesso!

--Sottomesso a chi? A tua madre? A me?

--Vedi? Non mi comprendi!

Potevo dire: C'è qualcosa di peggio di quel che tu immagini?

E per sfogare tutta l'acredine che mi sentivo nel cuore, mi misi a
calpestare furiosamente le erbe e le pianticine fiorite che smaltavano
il suolo. Due lunghe lacrime rigavano le guance di Fausta. Ed io godei
che ella piangesse!

Tornavamo verso la villa come due sconfitti, uno dietro all'altro.

--Non contristare la mamma, facendole sapere quel che è avvenuto tra
noi.

--Non dubitare,--risposi un po' scosso dall'accento supplicante di
Fausta. Avrei voluto aggiungere qualche parola cortese se non
affettuosa; ma mi si fermò a mezza gola.

--E i fiori?--ci domandò mia madre, venendoci incontro.

--Non ne abbiamo trovati,--si affrettò a dire Fausta.

E corse verso la culla di vimini a ruote, dove la bambina armeggiava,
con le manine, all'ombra della palma dai grandi rami quasi spioventi.

La seggiola là accanto indicava che la nonna si era intrattenuta durante
la nostra assenza a sorvegliarla, a svagarla.

--Non ha pianto,--ella disse rivolta a Fausta.

Mi accostai e feci una lieve carezza alla bambina, solleticandole il
mento. Sorrise, guardandomi fisso, quasi avesse indovinato che quella
mano compiva un atto insolito e avesse voluto mostrarmi che lo gradiva.

--Povera piccina!--mormorò Fausta, mentre mi allontanavo temendo che
ella non sapesse contenersi. Paventavo una scena alla presenza di mia
madre.

Ero irritato profondamente di sapere che ella e Fausta si erano accorte
di quel che io intanto non mi curavo molto di nascondere; avrei voluto
che avessero finto di non avvedersi di niente, di abbandonarmi alla mia
tristezza che esse, pensavo, non potevano intendere. Il mio
convincimento delle inferiorità dell'intelligenza femminile aveva
ricevuto una gran conferma dal recente colloquio con mia moglie. Quel
che essa avea chiamato inumana disformazione della mente e del cuore era
tuttavia per me il solo atto che mi rendeva degno del nome di uomo,
un'elevazione oltre il senso, oltre l'immaginazione: la riflessione
ridotta vita, carattere. Non voleva dir nulla, se circostanze
accidentali ne avevano attraversato la compiuta azione. Il semplice
tentativo mi inorgogliva; e il vederlo miseramente abortito non
m'ispirava nessuna fiducia per rinnovarlo, anche se avessi ora ignorato
il divieto fatale!

Una grave tristezza era piombata sulla nostra casa, un lutto di anime,
di cui gli estranei non potevano avvedersi. Credevano che con la nascita
di quella bambina ci fosse arrivata tale felicità da renderci gelosi di
farla conoscere agli altri, da staccarci da tutto e da tutti, per
concentrarci in un egoistico godimento di intense gioie domestiche. E
tra quelle mura dove l'agiatezza, l'amore, la paternità spandevano,
secondo la gente, gran luce di sorrisi, regnava invece la desolazione,
della quale non sapevo riconoscermi, in parte, autore; vi si aggiravano,
come ombre desolate, due caricature umane: Fausta, la bellezza
intelligente, la giovinezza amorosa; mia madre, la sacrificata per tutta
la vita, che non si era lamentata mai della sua sorte, e che aveva
indarno sperato di veder consolati almeno gli ultimi suoi anni dalla
felicità di un figlio costatole tante lacrime e tante cure.

E il sapermi anche invidiato a torto rendeva più vivo, più intenso il
mio rancore contro le brutali forze della Natura, davanti a cui la
sovranità del pensiero umano rimaneva impotente.



XVII.


Ripensando il mio stato di animo di quel tempo, non mi stupisco di aver
potuto resistere al doloroso spettacolo che avevo ogni giorno sotto gli
occhi. La mia intelligenza era talmente ossessionata dalle prepotenti
idee metafisiche insinuatemi dal vecchio professore di filosofia, che
pur sapeva contemperare per conto suo l'ideale col reale, da rendermi
una specie di macchina dove il raziocinio avea distrutto ogni vestigio
di sentimento.

E così mi spiego in che modo potei assistere con crudele indifferenza
alla morte della mia bambina.

Il latte alterato dai dispiaceri l'aveva, pur troppo, come diceva
Fausta, avvelenata. Il mutar latte non valse a niente.

Nei primi giorni dell'autunno eravamo ritornati in città, per avere più
pronta l'assistenza del medico.

Ogni altra preoccupazione di Fausta e di mia madre era sparita davanti
al pericolo che minacciava il piccolo organismo. Fausta sembrava dovesse
impazzire. Vegliava la malatina giorno e notte, e le esortazioni e i
consigli di mia madre non riuscivano a moderarne gli eccessi.

--Ti ammalerai anche tu!

--Non importa,--rispondeva.--Voglio far guarire mia figlia, anche a
costo della mia esistenza!

E quando il dottore, che mi credeva desolato dall'angoscia di poter
perdere la bambina, mi annunziò, sottovoce, che non c'era più speranza
di salvarla, lasciando a me l'incarico di preparare l'afflittissima
madre alla imminente sventura, io risposi seccamente:

--Grazie!

--Le dia coraggio lei che è un uomo,--egli soggiunse.--Il disastro può
accadere da un momento all'altro. Vuole che ne parli anche alla signora
Maria?

--Si, sì!

E chiamai io stesso mia madre. Sentivo che non avrei saputo trovare le
parole opportune. Nel cuore non mi vibrava niente. Mi sembrava anche
giusto che quel testimone del mio disinganno sparisse; e già m'invadeva
nuova sorda irritazione contro Fausta, che non sapeva più sperare nel
rifiorimento della mia illusione da cui avrei potuto essere ricondotto a
lei. Non le avevo detto un giorno:--Possiamo attendere?--Avevo
dimenticata la smentita data recentemente a quelle mie parole; e non
riflettevo che sarebbe stato peggio se fosse avvenuto altrimenti.

Vedendomi aggirare, cupo, per la camera dove la bambina agonizzava, e
fermare davanti al lettino di ottone, sotto le coperte del quale si
scorgeva appena il corpicino ridotto pelle e ossa, irriconoscibile,
Fausta mi guardava ansiosa a traverso il velo di lagrime che le
offuscava gli occhi. Poteva mai immaginare che non mi sarei neppure
commosso in faccia alla dissoluzione di quell'esserino innocente, nelle
cui vene davano le ultime pulsazioni il suo e il mio sangue? E per ciò,
lei, la buona creatura che aveva tanto bisogno di conforto, riusciva a
trovare parole di conforto per me.

--La salveremo, è vero, Dario? Io la ristoro col mio alito, Dario! Non
ci sarà concessa altra gioia, mai più, mai più, se questa ci manca!...
Dobbiamo salvarla!... Non mi rispondi, Dario?

Assentii fiaccamente col capo, stupìto del profetico senso delle sue
strazianti parole.

Poco dopo, mia madre ed io la trascinavamo mezza svenuta di là, per
impedirle di accorgersi che la bambina era spirata!

Provai subito un senso di sollievo, di liberazione; qualcosa di così
feroce, di cui ho orrore ricordando.

Quando però tornai dal camposanto dove avevo accompagnato la piccola
cassa mortuaria, coperta di raso bianco che spariva sotto il cumulo di
fiori sciolti profusovi sopra e attorno, fui preso da improvvisa
commozione alla vista di Fausta stesa come una morta sul letto,
sussultante pei singhiozzi che non arrivavano a risolversi in pianto.

--Fausta! Per carità! Fausta!--balbettai, chinandomi a baciarla,
passandole la mano sui capelli con carezzevole gesto da molti mesi
obbliato.

Aperse gli occhi, mi fissò, e li richiuse senza pronunziare una sola
sillaba. Era sfinita.

Baciai anche mia madre che, seduta presso il capezzale, con la testa
appoggiata al guanciale accanto a quella di Fausta, le teneva strette
amorosamente le mani.

--Lasciala riposare,--mi disse sottovoce.

I singhiozzi erano cessati; sul pallido volto di Fausta già si scorgeva
la benefica calma del sonno.

Accostai un po' più gli scuri della finestra, evitando di far rumore, e
mi sedei a pie' del letto, con un lieve sbalordimento che mi dava
l'impressione di aver sognato e di continuare a sognare.

Che cosa accadeva dentro di me? Non sapevo rendermene conto.
Nell'istante del contatto delle mie labbra con quelle di Fausta avevo
sentito un leggiero brivido corrermi dalla nuca lungo la schiena. Le
labbra di lei erano ghiaccie, sì, ma il brivido o non proveniva da
quella sensazione, o la oltrepassava. Un principio di vano risveglio?
Una iniziale e oramai stolta ripresa della vita trascorsa con gentile
delizia dal giorno della nostra unione fino al terribile momento in cui
mi era parso che tutto fosse crollato attorno a me? Vita punto sensuale,
vita di affetto purissimo, quasi i nostri corpi fossero rimasti
verginalmente intatti per virtù dell'esaltazione prodotta dal grandioso
scopo che aveva reso il nostro congiungimento un atto di adorazione,
celebrazione di un sacro rito.

E nella penombra, proprio come in dormiveglia, mi passavano quasi sotto
gli occhi tutti i particolari, dal momento in cui avevo portato via
dalla sua casa il ritratto confidatomi dal fratello, fino al nostro
primo incontro e a le settimane passate nella villa ribattezzata allora
allora col suo nome; settimane d'ineffabile intimità, quasi di estasi da
parte mia, di cui Fausta sorrideva, ammonendomi:--Mi farai insuperbire!

La visione si arrestava là; la memoria rifuggiva di andare più avanti.
Tutto il resto doveva essere dunque come non avvenuto?

Ahimè, no! Mi riafferrava lo scoramento, il terrore della spietata
sentenza pronunziata dal dottore. Ma, anche senza di essa, quel che
sentivo dentro di me da qualche ora mi sarebbe sembrato da lì a poco
atto di fiacchezza intellettuale, contro cui dovevo tenermi in guardia;
seduzione alla quale dovevo assolutamente resistere; forse, anche
principio di infermità del corpo che influiva sullo spirito. No! No!

Intanto, con contradizione che mi meravigliava, di mano in mano che
Fausta andava superando l'abbattimento prodottole dall'immenso dolore,
tornavo a sentirmi spingere verso di lei da soave corrente di
compassione e di tenerezza che m'ispirava parole di gentile
affettuosità, gesti di carezze da un pezzo inusate. E mi affliggevo di
vedergliele accogliere con glaciale indifferenza.

--Non affaticarti ancora a mentire!--mi disse una sera che volevo
indurla a suonare al pianoforte alcuni pezzi dell'opera nuova di un
maestro da lei tenuto in gran pregio.

Fui spaventato della devastazione avvenuta nell'animo della dolente
creatura, e tentai di disingannarla, di rassicurarla.

--Non respingermi, Fausta!--esclamai,--Non sono stato mai così sincero
come in questo momento....

Un incredulo sorriso accompagnò la sua risposta:

--Può darsi!

Mi era parso che la calma fosse rientrata nel suo cuore, vedendole
riprendere le sue cure della casa dov'ella aveva messo un'impronta di
squisita eleganza che formava l'orgoglio e l'ammirazione di mia madre.
Mi compiacevo del ritorno dei fiori in tutte le stanze, disposti da lei
con mirabile senso di arte nei molti vasi e vasetti di porcellana e di
cristallo, su i tavolini e le mensole, e che spargevano una gaiezza di
colori e un'ebbrezza di profumi specialmente nel mio studio, nel suo
salottino, e in quello di mia madre.

Assistevo, lieto, a queste operazioni di ornamento, quasi il riapparire
dei fiori fosse emblema della rifioritura del suo cuore intristito.
Seguivo Fausta, con intima compiacenza, su la terrazza affollata di vasi
con piante di ogni sorta, alcune in isboccio nella mitezza di
quell'autunno che aveva tepori primaverili.

Erano state la sua passione. Voleva innaffiarle di sua mano, ripulirle
delle foglie morte, liberarle dai polloni soverchi, curarle come
creature sensibili, che le esprimevano la loro gratitudine col verde
rigoglio dei rami e i tenui colori delle corolle. Ora però ella faceva
tutto questo senza l'entusiasmo di una volta, quando mi invitava ad
ammirare ogni manifestazione di vita vegetale, quasi ne comprendesse il
segreto, quasi ne sentisse una sottile ripercussione nella sua.

Allora udendola parlare delle piante con tanta squisitezza di immagini,
la interrompevo sorridendo:

--Poetessa! Poetessa!

--La miglior poesia,--ella rispondeva,--è quella che si sente e non si
scrive.

--La più grande è quella, che si fa,--replicavo, pensando al germe che
già sapevo le palpitasse nel seno.

Ora attendevo invano una sola parola dalle sue labbra ridivenute rosee,
un guizzo di luce nei suoi occhi che avevano cessato di piangere. Quelle
cure, che ella era tornata a prodigare alle piante, sembravano
unicamente l'esecuzione di un dovere se non gravoso neppur piacevole.

E come più io mostravo di voler vincere la sua diffidenza, più ella mi
faceva apertamente capire che non credeva affatto alla sincerità dei
miei atti, e che non si sarebbe lasciata lusingare e illudere come la
prima volta, quando mi era venuta incontro--me lo aveva detto un
giorno--quasi con le mani cariche di rose da sfogliare ai miei piedi,
fidente e lieta di ricoverarsi così tra le mie braccia, come in un
rifugio di gioia e di pace. E vedendomi continuare in quel che lei
stimava gioco di astuzia infantile, una sera, su la terrazza dove mia
madre, dopo cena, ci aveva lasciati soli senza che noi ci fossimo
accorti della sua discreta sparizione, mi parlò duramente:

--Sono stata la tua disgrazia, lo capisco. Soltanto la mia morte
potrebbe renderti libero di rinnovare la vita; ma io non ho il coraggio
necessario per sparire volontariamente....

--Non dire così, Fausta!

--Ormai!

--La vita,--replicai,--non ostante le nostre aberrazioni, le nostre
miserie, le nostre colpe, è bella, Fausta; massime quando le sorride una
giovinezza come la tua, massime quando possiamo adoprarla per qualcosa
di nobile, di eccelso, da soddisfare la nostra coscienza, da appagare il
nostro cuore.

--Tu insegui sempre il tuo sogno!

--No, Fausta. Ormai! ripeto come te. In questo momento, te lo giuro per
la nostra morticina, non lo rimpiango neppure.

--È la prima volta che la ricordi.

--Non volevo inacerbirti la piaga.

--Me la inacerbiva peggio il tuo silenzio. Parlami di lei, mi farai
bene. Io la sogno ogni notte; non so ancora persuadermi che ci abbia
abbandonati!... Ma no,--s'interruppe a un tratto,--dimentichiamo, Dario;
facciamo di tutto per dimenticare. È finita! Non possiamo far altro che
trascinarci, stanchi, delusi, pel corso degli anni che ci rimangono a
vivere. Siamo già due ombre!... È finita! Vi sono istanti in cui ti sono
grata degli sforzi di addolcire la fatalità che si è aggravata sopra di
noi; ma, più spesso, io provo--perchè celartelo?--un grande sdegno della
tua pietosa menzogna.... Non ostinarti.... È finita!

Chinai la testa, colpito dall'improvviso mutamento che aveva fin
alterato la dolcezza della voce con cui aveva pronunziato le parole:
Parlami di lei, mi farà bene!

--Se è finita per un verso,--ripresi dopo lunga pausa,--potrà
ricominciare da un altro.

--In che maniera, Dario? Tu non mi ami più.

--Si può amare in tanti modi.

--In un solo ed unico modo! Quel che tu chiami amore è una
falsificazione di esso; l'amicizia larvata. Che cosa vuoi fartene di me?

--La cara compagna della mia vita.

--Ero, potevo essere tale tuttavia; ora non più. Ti ho atteso; non
sapevo convincermi che tu fossi arrivato al punto di sentir repugnanza
dei miei baci, dei miei abbracci.... E perciò ti attendevo,
pensando:--Gli ho voluto immensamente bene! La mia più grande gioia, il
mio più grande orgoglio consistevano nel contribuire alla sua felicità
con tutte le forze dell'anima e del corpo. E se, contro ogni mia
intenzione, la cattiva sorte mi ha fatto complice del gran dolore che
gli ha scombuiato la vita, l'ingiusto rancore con cui mi gastiga non
potrà essere durevole.... Tornerà da me più affettuoso, più amante, come
forse non è mai stato--dopo l'arrivo della bambina cominciavo a
capirlo.--Tornerà! E attendevo, spiando ogni tuo atto, ogni tuo gesto,
con l'orecchio intento a indovinare, dal suono della tua voce, quel che
la parola non diceva.... Invano! Invano! Poi non ressi più all'ansia
angosciosa, e tentai di scuoterti, di strapparti un gesto, una parola
che potessero darmi lena di attendere ancora.... ricordi? Nel
boschetto.... Fosti senza pietà! E te ne fui grata.... Da alcune
settimane intanto, vuoi farmi vedere che qualche cosa di nuovo avviene
nel tuo cuore.... Oh, se fosse vero! Non è vero, povero Dario! Tuo
malgrado probabilmente, ma non è vero!

--Ah, Fausta! se tu sapessi!...

--Che cosa? Parla.... Vorrei crederti.... Parla!... Ma no; non voglio
udir niente.... Voglio sentir stringermi violentemente tra le tue
braccia! Voglio sentir soffocarmi dai tuoi baci.... se è proprio vero,
Dario! Così! Così! Così!...

Non avevo saputo resistere alla malìa del suo accento, al contatto delle
sue mani che, brancicando, avevano afferrato le mie con predente
carezza. Mi sentii tutt'a un colpo trasportato indietro, alle prime
settimane del nostro matrimonio, quando Fausta mi era sacra come futura
cooperatrice nel gran miracolo di creazione per cui l'avevo prescelta.
Se non che, ora mi ritornava sacra, diversamente, pel suo dolore, per la
sciagura da lei ignorata e che non avrei più a lungo potuto nasconderle;
e perciò mi abbandonavo a quest'effusione che mi faceva assaporare i
suoi baci, le sue carezze per loro stessi, per quel che avevano di
umano, fin di sensuale; per tutto quel che m'era parso di dover
trascurare e sdegnare al tempo della mia infatuazione, quando Fausta era
desiderata e voluta soltanto come mezzo, come strumento del mio sogno
superbo.

Ella mormorava:--Così! Così! Così!--insaziata, insaziabile di sentirsi
baciare e ribaciare al cospetto del cielo stellato, nella oscurità
notturna, rischiarata appena dal fil di luna che si affacciava incerto
dietro una cupola.

--Ah, Fausta!... Se tu sapessi!--replicai, sciogliendomi con uno sforzo
di riflessione dalle sue braccia.

--Oh, Dio!... Parla dunque, Dario!

Non ricordo con quali parole le appresi il terribile divieto.

Ricordo soltanto che la vidi balzare indietro, con gli occhi spalancati,
con le labbra contorte da un riso sarcastico, quasi io le facessi
orrore.

--Mentisci!--gridò.--Ti sei messo d'accordo col dottore!

--No, Fausta!

--Mentisci!--replicò.--Che cosa ti figuri.... Oh!

--No, Fausta!--esclamai, così vivamente che ne fu impressionata.

--È forse infallibile costui?...--riprese.--Quand'anche? Voglio
sacrificare la mia vita al tuo e al mio sogno! Non me n'importa! Fammi
morire così, Dario!... Sarò felice di morire così!...

E mi si gettò tra le braccia con un delirio di baci.



XVIII.


--C'è il signor Lostini--mi annunziò il cameriere.

E avanti che io mi rizzassi dalla seggiola, per andargli incontro, egli
entrava nel mio studio, con un libro in mano, un gran fiore bianco
all'occhiello, vistosa cravatta bleu a fiorellini bianchi, ornata da
spilla con grosso brillante, corpetto a colori, calzoni chiari sotto il
kraus; elegantemente inguantato, proprio come parecchi anni addietro,
quasi giovane come allora, ma con un che di più serio in tutta la
persona, non ostante i baffi straordinariamente ritti, o i capelli un
po' diradati, pettinati con cura per celarne i guasti sofferti.

--Ah!--esclamò--mi sembra di rivivere i bei giorni di una volta in
questo tuo studio che mi ricorda....

E s'interruppe per abbracciarmi.

--Come qui?--domandai.

--Per pochi giorni. Ho voluto portarti io stesso il mio ultimo romanzo.
Lo leggerai? Spero che ti piacerà. Ho saputo.... Ma non parliamo di cose
tristi! Tu stai bene. E tua moglie? Mi presenterai; ho vivissimo
desiderio di conoscerla. Ho visto a Roma suo fratello. È stato appunto
lui che mi ha informato.... E tua madre? Voglio salutarla. Si ricorderà
di me la buona signora? Tu ti sei chiuso tutto nella vita di
famiglia.... Forse hai fatto bene. Io, sempre scapolo impenitente.
L'arte assorbe, e non dà, almeno in Italia, le soddisfazioni, le
consolazioni che noi abbiamo la dabbenaggine di chiederle.... Io,
veramente, non posso lagnarmi. A furia di ostinazione, di buona
volontà--vedrai--mi sono conquistato il mio posticino. Non so se tu
leggi i giornali. Un coro unanime di lodi per questo romanzo che pure è
una terribile sferzata contro il mondo bancario e gli affaristi di ogni
sorta. Non ho risparmiato nessuno: deputati, senatori, giornalisti
politici, critici di letteratura e di arte.... socialisti, clericali....
donne emancipate, donne così dette intellettuali.... Tutti! Provavo,
scrivendolo, una gioia feroce.... Mi sembrava proprio di sentire gli
urli delle bestie del mio «Serraglio».... E con tutto ciò.... Un gran
successo, quasi ognuno dei maltrattati voglia far credere che non si
tratti di lui; successo di lettura e di vendita; il secondo migliaio va
a ruba.... Oh, io non sono modesto! La modestia, a questi lumi di luna,
è merce che non va.... Ma già parlo, parlo, e non penso a domandarti: E
tu? Hai dunque compiutamente rinunziato?

--Si rinunzia a qualcosa che si potrebbe avere.

--Hai torto. E sappi che son venuto appunto per scuoterti, per
spronarti; ti voglio con me nell'impresa che sto per tentare. La
gratitudine è il mio forte. Le vostre critiche di allora, quando tu,
Lenzi e Bissi ridevate tanto di me, mi hanno fatto gran bene. Anche
Bissi sarà con noi. Un capolavoro il suo romanzo. È disgrazia talvolta
cominciare così.... Ma quel giovane ha tanto ingegno!... Lenzi è perduto
per la letteratura; sta per diventare il primo avvocato di Roma;
guadagna quattrini a palate.... Hai dunque indovinato quel che sto per
fare?

--No.

--Metto su una grande «Rassegna», da buttar giù la «Nuova Antologia» e
le altre rassegne minori. Ho centomila lire a mia disposizione.... per
cominciare. Ah! Milano è la città delle grandi imprese! Là tutto è
possibile; anche l'impossibile. «Nemesis!» Eh? Titolo indovinato.
Giacchè io voglio fare una rassegna viva, battagliera. Ogni suo
fascicolo dovrà sembrare lo scoppio di una bomba di dinamite da mandar
per aria tutte le fame usurpate, tutte le pedanterie, tutto il misero
ingombro dei grafomani prosatori, e poeti.... tutti i falsi genii della
musica, della pittura, della scultura....

--Purchè le bombe--gli dissi ridendo--non mandino alla fine per aria chi
si diverte a lanciarle!

--«Audaces», etc. Ricordo ancora un po' di latino.

Lo guardavo con grande ammirazione, ma senza invidia. Fin questo
sentimento era morto in me. Mentre Lostini parlava, mi sembrava che
ragionasse di cose alle quali mi ero interessato un po' in tempi così
lontani da ricordarle appena. Da un pezzo ogni velleità letteraria era
sparita dalla mia mente; mi ero già rassegnato ad assistere da semplice
spettatore a quel che facevano gli altri, convinto che la natura si era
crudelmente divertita a mettere in me la misera contradizione tra le
aspirazioni, tra la facoltà della riflessione e quella immaginativa. È
vero che avevo là, davanti a me, un esempio di quel che potevano far
ottenere la volontà e l'accanimento al lavoro anche a un ingegno che dai
suoi primi tentativi sembrava destinato alla più meschina mediocrità, e
invece era arrivato a produrre qualcosa superiore a ogni nostra
previsione.... Ma Lostini già si contentava di essere arrivato a un
punto più in là della mediocrità; io non me ne sarei contentato mai.
Probabilmente egli avrebbe oltrepassato quel punto; era giovane ancora.
L'improntitudine gli sarebbe forse giovata ad innalzarlo più che egli
non osasse di sperare. A me questa qualità faceva difetto. Per ciò lo
ammiravo senza punto invidiarlo.

E quando mi disse:--Tu dovrai essere mio assiduo collaboratore; il
critico letterario di «Nemesis», uno dei grandi dinamitardi della mia
rassegna,--scoppiai in una risata che lo confuse.

Si rinfrancò subito.

--Oh, io non ti lascio prima di aver avuta la tua formale promessa....
So quel che vali, so quel che puoi. Non ho dimenticato la finezza delle
tue osservazioni quando facevamo qui la piccola accademia.... Voglio
rivelare all'Italia un gran critico nato.

--È una pazzia!

--Chiamerò in mio aiuto la tua signora, tua madre.

--Povere donne! Lasciale in pace.

--Se ti vogliono bene, mi aiuteranno a vincere la tua sciocca
repugnanza; scusa se dico così.

E infatti, appena lo presentai a Fausta, le prime parole che egli le
disse furono:

--Lei dovrà essere la mia alleata! Anche lei,--soggiunse rivolto a mia
madre.

Lo trattenni a desinare con noi. Quella sua foga di parole e di gesti mi
divertiva, mi distoglieva dal pensare alle mie tristi circostanze. Da
molti mesi non avevo più visto Fausta ridere con tanta scioltezza come
alle strabilianti uscite di ogni sorta che Lostini profondeva. Mia madre
lo guardava maravigliata, ripetendogli a ogni po':

--Sempre lo stesso!

Rideva anche lui, soddisfatto, con un po' di fatuità, di quel che
diceva. Pareva che ripetesse a memoria brani di sue novelle, di suoi
articoli, e si ascoltasse con piacere.

--E non prenderà moglie?--gli domandò mia madre.

--Per certe sciocchezze si è sempre in tempo--rispose. Ma si corresse
immediatamente.-Parlo di me. Non sono serio. Le donne finora mi hanno
fiutato, e non si sono mai risolute a darmi retta, le rare volte che ho
avuto la debolezza di parlare di matrimonio. Non avrò più la tentazione
di riparlarne. E poi mi trattiene una tremenda paura....

--Di che cosa?--fece Fausta.

--Stavo per dire una storditaggine; me la rimangio.

--Dilla, pure: una di più non importa.

--Una di meno, sì, caro Dario.

--Di che cosa?--insistè Fausta incuriosita.

--Mi dispiacerebbe, se lei indovinasse.

Compresi e feci deviare il discorso, ma troppo tardi.

--Ha ragione,--disse Fausta con voce commossa,--I figli sono spesso un
gran dolore; ma sono anche una gioia senza pari.

--Ne ho già messi parecchi al mondo,--rispose Lostini ridendo,--i miei
libri. Non sono un portento di bellezza, di salute, di spirito.... Ma,
che vuole? gli voglio bene; anche ai mostricciattoli, ai primi.... Un
padre non può essere parziale.... E quando ne sentivo dir male.... (non
mi hanno adulato i critici) ebbene, francamente, ne provavo pena.
Domandi a Dario che risate facevano lui, il fratello di lei e Bissi ogni
volta che infliggevo ad essi la lettura di un mio aborto.... Facevo lo
sforzo di riderne anch'io.... Ridevo verde. Li ho benedetti dopo. Li
benedico ancora. E perciò ora voglio smuovere questo poltrone.... Che
fiammeggiare di ideali allora! Non è possibile che tutto sia morto nel
suo Dario.

Non sapeva come riparare la sua storditaggine, vedendo il viso di Fausta
improvvisamente rabbuiato. E continuò:

--Dovrà fare lei il prodigio. Tanti studi, tanta cultura, tanto acume
critico non devono andar perduti. Sarà un'occupazione, una distrazione
per lui; un articolo ogni due mesi! Non chiedo troppo.

--Io influisco così poco!--rispose Fausta.

--Non può essere.

--Te ne prego!--intervenni.--Non insistere. Da due anni non ho scritto
più una sola parola. Mi sento irrugginito. L'ideale?... È un gran
malanno.

--Come? Parli così, tu, hegeliano fino alla punta delle unge?

--Non insistere più!--replicai, e con tale accento che il povero
Lostini, mortificatissimo, soggiunse a bassa voce:

--Scusa. Credevo di mostrarti che ti voglio bene.

--E te ne ringrazio,--conclusi.

Uscimmo a prendere il caffè su la terrazza.

Lostini tornò loquace, divertente.

--A Milano ci si trovava bene?--gli domandò mia madre.

--Quasi ci fossi nato. Là è impossibile rimanere inoperosi. Io mi son
buttato nella mischia a corpo perduto. Mischia incruenta,
d'inchiostro--non si spaventi--ma che tiene agitati come se si trattasse
di botte, di colpi di sciabola o di coltello. Se ne soffre, ma non vuol
dire. Si fa anche soffrire. È la vita! Io pubblico un romanzo; un
critico rinomato me lo stronca, me lo riduce in poltiglia.... Ne soffro,
è naturale. Ed ecco che il critico rinomato pubblica un suo volume. Alla
mia volta, glielo stronco, lo riduco in poltiglia.... E allora soffre
lui, con mio vivissimo piacere. È la vita!

--Credevo che la letteratura fosse ben altro,--disse Fausta.

--Ed è ben altro,--rispose Lostini,--ma anche questo. Come accade in
tutte le cose, coloro che la manipolano ne hanno quasi nausea; coloro
che se ne servono la giudicano secondo il piacere ricavatone.... In
certi momenti, più che romanziere, novelliere, articolista, versaiuolo,
preferirei di esser fabbricante di saponi; in certi altri, non
scambierei il mio mestiere con quello di un milionario. Forse esagero su
questo punto: i milioni servono a tante cose; ma qualche volta non
servono a niente.... o a far male agli altri. Un romanzo, un cattivo
romanzo anche, come qualcuno dei miei, fa sempre un po' di bene ai
lettori imbecilli e promove la secrezione della bile ai signori critici.
Senza contare che quando si è occupati a scriverlo, ci dà la sensazione,
il convincimento di essere in procinto di mettere al mondo un
capolavoro.... Sensazione, convincimento che spesso i grandi ingegni non
hanno. Dubitano, esitano davanti a le difficoltà, guardano troppo in
alto (come un certo signore di mia conoscenza) e rimangono inerti, con
gli occhi alle nuvole.... Lei mi approva, signora Fausta. Ecco: io non
guardo in alto, nè in basso, ma diritto davanti a me, e procedo....

Continuò a parlare fino a tardi; sembrava che il mio silenzio,
l'attenzione e le risate di Fausta e di mia madre lo eccitassero. E per
quattro giorni la nostra vita fu invasa dalla sua voce, dalla sua
allegria, dai suoi gesti, quasi ravvivata da un'onda di luce, quasi
scossa da quella vivacità eccessiva, che a me intanto ispirava un senso
di repulsione per la inconsapevole volgarità che col mio modo di
giudicare scorgevo nelle parole e negli atti di Lostini.

--Buon giovane, del resto,--dissi a Fausta.

--E anche savio,--rispose.--Prende il mondo com'è. Non fantastica
irraggiungibili felicità, e non avrà mai disinganni.

--Soltanto l'aver potuto pensare l'irraggiungibile, come tu dici, vale
più di qualunque azione.

--Ti credo, senza comprenderti.

Com'era sottomessa, umiliante, affettuosa Fausta dal giorno della
terribile rivelazione! Come era silenziosamente implorante che io mi
decidessi ad accettare la generosa offerta della sua vita! Ora, lo
capivo, il pudore le impediva di ripetermi le disperate parole:--Fammi
morire così, Dario! Sarò felice di morire così!--Ma c'era nei suoi
sguardi, nella sua voce commossa, nelle sue contegnose carezze qualcosa
che mi esprimeva mutamente la stessa offerta. Io ero alla tortura.

Avevo avuto una scena quasi violenta con mia madre.

--Perchè non torni a dormire in camera? Durante l'allattamento stava
bene; ma ora....

Per espresso desiderio di Fausta, ella ignorava ancora.

--È più igienico,--risposi.

--Tuo padre diceva pure così.

L'espressione dell'accento fu di tale strazio, quasi tutti i dolori
della sua desolatissima vita le si fossero ridestati nel cuore in
quell'istante, che io infransi la promessa giurata a Fausta, e le
rivelai il triste segreto.

Stentava a credermi.

--E la povera figlia?

--Sa, da una settimana. Non riesce a consolarsene. Non vuol convincersi.
Dice:--Ma cotesto dottore è forse infallibile?

--Lo dico anche io. Faremo un consulto. Sì, il parto fu difficile; te
l'ho taciuto per non angustiarti inutilmente, dopo che tutto era finito
bene. Ma da questo, al pericolo che ci annuncia costui.... oh!... ci
corre.... e di molto. E tu la prendi così freddamente? Ti sei già
rassegnato?

--Come ci si rassegna all'inevitabile!

--Oh, Dario! Ho l'animo riboccante di amarezza. Pesa dunque su questa
casa la fatalità che nessuna donna debba esservi amata? Io vedo
riprodursi in Fausta la mia sorte: ho ripreso a rivivere e a soffrire in
lei tutti i miei dolori che credevo di poter dimenticare davanti allo
spettacolo della vostra giovinezza felice! Tu sei un egoista diverso da
tuo padre, ma egoista quanto lui; peggio di lui, lasciamelo dire. Quegli
sacrificò tutto all'idea di accumulare per un unico figlio la ricchezza,
i mezzi da poter renderlo considerato e onorato nella società, benefica
forza di azione per via dell'intelligenza, come egli era stato benefica
forza di produzione industriale e commerciale. Tu intendi di sacrificare
tutto a non so quale superbo tuo sogno, a non so quale delusa vanità, a
non so quale feroce idolo della tua immaginazione; e non ti accorgi che
stai per commettere l'assassinio della bella e buona creatura che ti ha
dato il suo cuore, la sua anima, tutta sè stessa, e che sarebbe pronta
infine a immolarti la vita--te l'ha, detto--in ricambio di un po' di
affetto sincero! E perchè uno sciocco dottore ti ammonisce:--Bada!--tu
chini il capo; cioè no, tu non sai nascondere la tua perversa
soddisfazione di essere sciolto da ogni dovere di uomo e di marito....
perchè il tuo orgoglio ha avuto una disfatta, e non vorresti esporti a
una seconda!

--Mamma! Mamma!--balbettai protendendo le mani in atto di
preghiera.--Non inveire così contro di me. Hai torto! Non sono più
quello di prima; ma la sola idea della possibilità di attentare alla
vita di Fausta m'ispira tale orrore!...

--Facciamo un consulto. Come non ti è passato pel capo?

--A Fausta repugna fortemente di doversi esporre alla indiscreta
curiosità dei dottori.

--I medici sono i confessori del corpo; non bisogna nasconder loro
niente, allo stesso modo che a quegli altri.

--Parlagliene tu; convincila tu!

--È ragionevole Fausta.

--Che punizione, mamma, è stata oggi la mia, sentendo parlare con tanta
durezza te, che mi avevi detto finora soltanto qualche parola di
affettuoso rimprovero, addolcita dalla benignità dell'accento commosso!
Ti ho contristata inconsapevolmente. Perdonami, mamma!... Sono un grande
infelice!

E parlai a lungo di Fausta e con tale effusione di tenerezza, con tale
foga di adorazione, che vidi a poco a poco schiarirsi la fronte e gli
occhi della mamma insolitamente rabbuiati, e riapparire il sorriso su
quelle labbra poco prima illividite dallo sdegno.

--Peccato che Fausta non sia in un canto ad ascoltarci!--ella disse.

E si affacciò alla finestra per nascondermi le lacrime di consolazione
che non poteva più trattenere.



XIX.


Non era stato possibile neppure a mia madre di persuadere Fausta della
necessità di un consulto. Il suo pudore si ribellava, indignato; si
ribellava anche il suo cuore. Più volte le aveva risposto:

--Ma perchè Dario non vuole accettare il sacrifizio della mia vita?...
Sarebbe così bello, mamma!

La sua ostinazione mi irritava. E avrei dovuto essere invece
profondamente commosso, orgoglioso, pur respingendo la triste offerta.
Ero convinto della sincerità del suo atto, quantunque essa avesse
tentato di farmi credere che sacrifizio non sarebbe occorso e che
l'avvenire avrebbe smentito le cattive previsioni del dottore.

Questi però, nuovamente consultato da me, era stato più esplicito
dell'altra, volta.

--La chirurgia non fonda la sua diagnosi su intuizioni, come la
medicina, ma su fatti che si possono ripetutamente osservare.

E aveva parlato a lungo, con qualcosa di compassionante, di ironico
nella voce, dopo che io gli avevo risposto:

--È orrendo che la Natura o l'accidente vietino a una donna di esser
madre!

--Perchè? È consolante anzi che agli uomini la Natura abbia concesso una
cosa da lei interdetta agli animali: il piacere.

--Ah!--risposi col mio hegelismo.--L'istinto è in noi già divenuto
ragione; essa deve farne le veci.

--Lasci andare--continuò--cotesti sofismi da metafisici, che la scienza
positiva non può ammettere. Il piacere è una gran bella realtà, e il
genere umano non sarà mai disposto a rinunziarvi. Gli antichi sapienti
ne hanno fatto una Dea; alcune religioni hanno popolato i templi dei
loro idoli di sacerdotesse dell'amore. La vita è così piena di tristezze
di ogni sorta, che sarebbe follia, delitto il privarla di una gioia che
dà il pieno oblìo, non importa se per rapidi istanti. Non assumiamoci il
superbo còmpito di correggere la Natura; siamo piuttosto grati ad essa
di non aver creata la donna unicamente per la generazione. E per un
falso concetto metafisico, lei, a cui la sorte ha dato in dono una delle
più belle, fresche e sontuose coppe di amore, vorrebbe astenersi di
accostarvi le labbra?

--Le profanazioni mi ripugnano,--risposi con accento severo.

--Lei è vittima del cristianesimo e della metafisica, o, per dire più
esattamente, delle loro esagerazioni, che hanno mortificato per tanti
secoli l'intelligenza umana e continueranno a mortificarla, fino a che
la scienza positiva non avrà fatto rifiorire la schietta coscienza della
vita. Vede? Oggi la Natura si vendica. Noi le impediamo il libero
svolgimento, ed essa, per ripicco, torna a rimbestialire l'uomo. Il
piacere non deve essere vizio, non deve essere eccesso, ma igiene
dell'organismo sano. Religione e metafisica non pensano a questo; vi
porrà rimedio la scienza, tardi, nell'avvenire, quando potrà. E non è
fantasticamente superbo, è anticipazione della realtà ciò che le dico.
Un uomo come lei avrebbe dovuto fare queste riflessioni prima che un
povero chirurgo mio pari sentisse il bisogno di suggerirgliele per suo
conforto e per consolazione della sua buona signora. Stia tranquillo;
non oprerà niente di male, d'indegno, di brutto seguendo i consigli che
le darò; le parla la Scienza per bocca mia.

--Grazie!--lo interruppi, rizzandomi dalla seggiola e prendendo
commiato.--Su questo punto non potremo intenderci mai!

Quella pretesa scienza positiva mi faceva schifo. Immensamente più
accettabile mi sembrava il generoso sacrifizio propostomi da
Fausta:--Prendi la mia vita! Ti voglio tanto bene!

--E chi sa che non sia il grido sincero, inconsapevole
dell'istinto,--pensavo,--che vede ben più in là delle fallaci previsioni
della scienza!

Neppur oggi, dopo tanti anni, so dire se sia stata questa lusinga o
l'irrompente rigoglio della virilità che mi travolsero e mi spinsero mio
malgrado. So certamente che vi contribuì sopratutto la invincibile
repugnanza di ridurre mia moglie a coppa di piacere, come si era
espresso il dottore. Mi sarebbe parso di diventare, tutt'a un tratto,
peggio delle bestie accettando i suoi consigli. Egli aveva parlato da
uomo pratico, secondo la sua convinzione, ripetendo a me le stesse cose
ridette a tanti altri con la medesima indifferenza con cui prescriveva
una cura profilattica, o un'operazione di chirurgia a coloro che
andavano a consultarlo.

Alla sua indifferenza scientifica si mescolava, quel giorno, un senso di
gaiezza da satiro, che traspariva dallo scintillìo degli occhi, piccoli
e arguti, e dal sorriso delle labbra grosse, sensuali, su cui egli
passava spesso la punta della lingua, quasi volesse assaporar meglio la
voluttà delle parole lentamente pronunziate. E questo avea concorso a
rendermi più odiosi i suoi consigli.

Fausta mi attendeva con mia madre in un angolo del giardinetto che
circondava la nostra casa. Il sole di quel pomeriggio di autunno
inondava di splendore quasi roseo la bianca vestaglia di lana, guarnita
di mostre azzurre, che ella indossava. Il bruno della carnagione
risultava attenuato dai riflessi della stoffa e della parete della casa
investita dal sole.

Arrivato davanti al cancello mi ero fermato alcuni istanti a guardare.
Un mucchio di rose gialle, rosse avvampanti, candidissime, era deposto
sul tavolinetto di ferro accanto a cui sedeva mia madre, mentre Fausta,
in piedi, intenta a comporre diversi mucchietti, assortiva con cura i
colori, le forme, la grandezza. Al lieve stridìo del cancello, ella si
volse e con impeto di gioia mi lanciò addosso molte delle rose già
scelte.

--Non le meriti,--disse ridendo.--Come sei maldestro!

Avevo tentato di afferrarne al volo qualcuna e non ero riuscito. Mi
chinai a raccoglierle tutte, e gliele riportai sul tavolino.

--Perchè mi guardi così?--domandò Fausta.

Infatti la guardavo con una specie di stupore e di ineffabile
compiacenza, quasi la rivedessi dopo lungo intervallo e la trovassi
trasformata. Mai la sua delicata bellezza mi era apparsa tanto attraente
dopo il tristissimo avvenimento che aveva portato la desolazione nella
nostra casa. In quel momento mi sentivo liberato da ogni rimpianto, da
ogni seduzione di alti ideali; mi sentivo uomo e innamorato, senza
nessuna ombra di sospetto che tutto ciò potesse nascondere un'atroce
insidia della sorte.

--Perchè mi guardi così?--replicò Fausta.

--Osservavo certi effetti di luce,--risposi imbarazzato.

--Ah!--ella fece, un po' delusa.

E si rimise a scegliere le rose, a distribuirle in mucchietti di varia
grandezza. Io seguivo il rapido movimento delle sue mani che
sconvolgevano il grosso mucchio, affondando le dita tra il verde delle
foglie, distrigando i gambi, rizzando ogni rosa per giudicare a qual
mucchietto avrebbe dovuto destinarla; e mi pareva di scorgervi tremiti,
e vibrazioni che non provenivano soltanto dalla gentile occupazione alla
quale ella era intenta.

--E non comunichi a Dario la bella notizia ricevuta da Roma?--disse a
Fausta mia madre.

Alzai il capo con vivissima curiosità, fissando Fausta negli occhi.

--Roberto si è fidanzato. Sposerà in ottobre.

--Davvero?--esclamai.--Questa sua risoluzione mi stupisce. Ha detto
sempre di voler conservare la sua libertà. Credevo che si preparasse
alle lotte della vita politica.

--Il matrimonio glielo impedisce forse?

--No, mamma, non glielo impedisce. Ma per certi ufficii esso, più che un
peso, è un ostacolo. Io credo che l'artista e l'uomo politico dovrebbero
imitare il missionario: votarsi al celibato.

--Gli artisti e gli uomini politici non cessano di essere uomini come
tutti gli altri,--intervenne Fausta.

--Non sono come tutti gli altri, o almeno non dovrebbero esser tali. La
loro funzione sociale è più nobile e più elevata: ha scopi assai diversi
che non quella delle persone ordinarie.

--Non fanno da artisti o da uomini politici anche quando mangiano e
dormono!

--Mangiano e dormono pure le bestie. L'uomo è uomo soltanto quando pensa
e agisce secondo che pensa, Ora tra l'artista, l'uomo politico, e il
matrimonio, c'è assoluta incompatibilità. Vuol dire, che si può essere
uomo mezzo e mezzo. A me però non piace. O Cesare o niente, diceva il
Valentino; e aveva ragione.

--Sposa una bella e ricca signorina.

--Lo pensavo; Roberto è uomo pratico.

--Intende giustamente la vita; non si smarrisce tra le nuvole.

--Guarda!--le dissi, additando il cielo verso ponente.

Le nuvole invadevano lo spazio, leggere, rosee, scure, bianchiccie e
orlate di oro, spinte in su da un soffio di vento che pareva si
divertisse a farle mutare di aspetto. Si allungavano in isolotti nello
smeraldo del cielo, si trasformavano in figure di mostri, cavalcati da
esseri strani, che la corsa disfaceva; si elevavano in torri, in
scalinate, in collinette che si confondevano insieme, annullandosi
lentamente, assumendo da lì a poco altri aspetti bizzarri.

--Guarda!--soggiunsi.--Smarrirsi lassù, in mezzo a quel visibile sogno
di vapori acquei, dev'essere una gran bella sensazione! Ma il cielo
della Intelligenza ha nuvole anche più meravigliose, ed è sensazione
infinitamente più bella lo smarrirsi tra esse.

--Io rassomiglio a mio fratello; preferisco la realtà.

--Fantasticare ha, talvolta, il suo vantaggio,--concluse mia madre.--Non
bisogna però abusarne.

In quel punto le nuvole del mio fantasticamento assumevano la forma di
una bruna creatura, bianco-vestita che mi prendeva per mano e mi portava
via con sè, sorridente, felice, col capo abbandonato indietro, con gli
occhi socchiusi, le labbra atteggiate a un sorriso di beatitudine
intensa.... E non sapevo distinguere se questa visione era accidentale
aspetto delle nuvole additate poco prima a Fausta, e che si sarebbe
subito alterato e difformato, o se gentile realtà, intraveduta quasi in
sogno dal cuore!

Tutto questo era durato pochi istanti. La mia abitudine di riflettere
prendeva subito il sopravvento; e osservando Fausta, che, terminato il
lavoro di scegliere e di assortire le rose, si era allontanata
silenziosamente, protestavo, nell'intimo, contro l'enormità del
sacrifizio della sua vita, che io, nell'indignazione contro i consigli
del dottore, mi ero sentito quasi disposto ad accettare.

A che scopo avrei immolato quella giovinezza, giacchè (non potevo più
dubitarne) l'immolazione era sicura? La vita di una donna, sì, aveva per
fine supremo la maternità; ma a quante le condizioni fisiche, le
circostanze sociali non impedivano di raggiungerlo?

Agli altri era stato facile sciogliere questo problema della vita
coniugale; a me ispiravano orrore tutte e due le soluzioni che mi si
presentavano davanti come possibili. Non si muta compiutamente il
complesso di sentimenti e di idee che ha formato il nostro carattere, la
nostra personalità; allora credevo così. Mi ero rassegnato al mio
destino; pensavo soltanto, come a lontanissimo passato, alla orgogliosa
illusione sostituita all'altra mancata illusione di riuscire un grande
artista. Mi sarei contentato ormai di vivere da umile borghese, tra mia
madre, mia moglie e i miei figli.... Ed ecco la crudeltà del caso che
sopraggiungeva a interdirmi anche questa ultima, umilissima
soddisfazione!

Ero rimasto seduto accanto al tavolino di ferro ingombro di fiori dal
lato opposto a quello di mia madre che aveva ripreso a leggere un
fascicolo di non ricordo più quale rivista illustrata. Vedevo Fausta
laggiù, presso il muro di cinta coperto di piante rampichine; e il
bianco della sua vestaglia risaltava sul verde dei fitti rami, come
qualcosa di vaporoso che si moveva lentamente. Le sue braccia si
alzavano a staccare una foglia inaridita, ad aggiustare un ciuffo di
fronde troppo denso, e mi pareva compissero una strana opera
d'invocazione e di preghiera nei momenti che indugiavano in alto. La
seguivo, intento, conturbato dal suo silenzioso allontanamento. Le mie
parole accennanti alle nuvole avevan dovuto ferirla, e si era mossa
lentamente lungo il breve viale, avea girato attorno a una aiuola, ed
ora seguiva la linea retta del muro di cinta, fermandosi, tornando
indietro di qualche passo, riprendendo a procedere con l'atteggiamento
rigido di una sonnambula.

E di nuovo, mi sentivo invadere da quello stupore, da quella ineffabile
compiacenza che avevo provato trovando Fausta nel giardinetto con quel
mucchio di rose davanti. Scattai da sedere e mi avviai verso di lei,
quasi accorressi a un suo appello. Al rumore dei miei passi su l'arena
del viale, ella si voltò con un incerto sorriso su le labbra, e una
timida interrogazione nello sguardo.

--Che cosa vuoi dirmi?--domandò Fausta.

--Voglio dirti,--risposi, e mi tremava la voce,--che sarebbe una grande
infamia della Natura se le tristi previsioni del dottore dovessero
avverarsi!

--Ah!--esclamò subito.--Credevo che non mi amassi più!

E mi si buttò tra le braccia.

Sussultava di gioia, mormorando il mio nome, sollevando fieramente la
fronte in atto di sfida al destino; e in quell'istante mi sentii forte
anch'io contro di esso, e quasi mi parve di aver vinto!



XX.


Oso appena di riandare i terribili mesi vissuti sotto l'incubo del
dubbio che io avessi commesso un delitto. Non so spiegarmi come mai
l'organismo umano possa reggere il tormento dell'ossessione di un orrido
insistente inevitabile pensiero, senza che vi si produca una lesione al
cervello, o un disordine nelle più delicate funzioni vitali.

Una mattina, su la terrazza, mentre assistevamo armati di cannocchiali
alle manovre militari che si svolgevano su la collina lontana, e nella
sottostante pianura, Fausta die' un piccolo grido.

--Che cosa è stato?

--Niente!

Ma i suoi occhi brillavano di allegrezza, e le sue guancie si erano
improvvisamente imporporate. E, dopo breve pausa, mi sussurrava in un
orecchio:

--È arrivato!

--Chi?

--Il Sospirato, l'Atteso!

--Possibile? Senza che nessun sintomo lo abbia preannunziato?

--Qualcuno, sì; ma l'ho taciuto, temendo di ingannarmi.

--E ora?

--L'ho sentito agitare!... Sono certa.

--E ti senti bene?

--Benissimo. Nessuno dei fastidi della prima volta. Non sei contento?

--Sì.... Mi sembra però....

Ero atterrito appunto da quella quasi completa assenza di sintomi. Che
giorni! Che settimane! Che mesi! E la povera vittima sorrideva! E si
sarebbe detto che la Natura volesse darle il compenso d'una salute
eccezionale, e anche d'una bellezza eccezionale! Mai Fausta non era
stata così bene, così florida come in quegli ultimi mesi di gestazione
che mi tenevano attanagliato da un'angoscia senza nome, perchè dovevo
nasconderla a lei e a mia madre, fingendo un'allegria quasi più penosa
dell'angoscia che voleva celare.

Ancora un mese, e avrei saputo che la speranza ci aveva ingannati! In
quei giorni mi arrivava il nuovo romanzo di Bissi con la dedica
affettuosissima a Fausta e a me, augurando che il bel sogno dei nostri
cuori diventasse anche più bello nella realtà. Leggendo queste parole mi
ero sentito salire le lacrime agli occhi. Fausta, oltre che per
l'augurio, era felice di veder stampato il suo nome in testa al lavoro
d'arte di un amico già consacrato dalla gloria. Diceva che
quell'augurio, ripetuto a migliaia di pagine, letto da migliaia di
occhi, e forse pronunziato ad alta voce da migliaia di bocche, non
sarebbe rimasto augurio vano. E me lo ripeteva spesso, con espressione
di birichineria bambinesca che mi faceva tremare di pietà.

--Eh? Che il bel sogno dei vostri cuori.... diventi anche più bello
nella realtà!... Più bello! Capisci?

Aveva divorato il libro, segnando molte parti che le sembravano quasi
scritte per me.

--Senti,--rileggeva con enfasi:--«Tentando d'intravedere l'avvenire,
l'uomo spesso dimentica la bontà del presente, e si stima
infelice».--Senti: «Amare è quasi niente, se non s'intende e non si
apprezza in che modo e fino a che punto ci corrisponda il cuore della
persona da noi amata».

Ho sotto gli occhi le pagine segnate dalla sua mano col lapis bleu; e mi
par di scorgere, dalle linee diritte, vibrate o ondulanti, sui margini,
il sentimento che ha prodotto il gesto e la traccia del segno; qualcosa
che vive ancora là dopo tanti anni, e non potrà più sparire.

La lettera di ringraziamento che Fausta scrisse a Bissi era un
capolavoro di grazia e di finezza epistolare; tra le altre cose
gli diceva: «Ho gradito l'onore della sua dedica quanto il
cordialissimo augurio, e significa: immensamente. Ma forse esagero
un po': per l'augurio vorrei trovare una parola che vada più in là
dell'immensamente; la cerchi lei per conto mio. Quando lo riavremo
ospite nostro? Venga a convincersi che il suo romanzo non è
soltanto un bellissimo libro, ma un vero porta-fortuna».

Povera Fausta!... Neppure un momento di dubbio mi parve che la turbasse
in quegli ultimi giorni. La vedevo andare incontro al destino come una
vittima coronata di fiori. Ne profondeva in ogni stanza, specialmente
nel suo salottino, spargendoli fin per terra con strana soddisfazione.
Diceva di voler così infiorare la via all'Atteso, al Nascituro; pensava
di ridurre la culla una cesta di fiori, tra cui doveva riposare e
dormire il fiore più bello e più raro, Colui che in quegli ultimi giorni
la faceva soffrire come non aveva mai fatto durante la gestazione.

E una settimana dopo!...

Mi buttai ginocchioni, davanti a la sponda del letto, baciando la sua
mano esangue, quasi fredda per l'invadente gelo della morte.

--Perdonami, Fausta! Perdonami!--balbettavo convulso, senza lacrime.

Ebbe la forza di sorridere e di agitar le labbra, per parlare.

--Addio!... Muoio.... contenta!

Quasi fievole suono di voce che arrivava da lontano, dal confine
dell'ignota regione dove ogni esistenza va a perdersi.... E subito un
travolger di occhi, un impietrarsi delle pupille, un lieve sussulto....
e poi nient'altro!

Il doppio gran sacrificio, della madre e della creatura, era compiuto!

E non potevo piangere! Non potevo urlare! Non riuscivo a sfogarmi in
nessuna maniera!

Ero impietrito dall'orrore di aver contribuito, per debolezza, a quel
delitto; e il rimorso, che mi ha avvelenato tutta l'esistenza, mi fa
rabbrividire anche oggi, come d'infamia recente.

Avrei dovuto resistere a ogni lusinga, a ogni illusione io che mi
reputavo il più forte, il più savio, e non prestar mano a un suicidio
qual è stato il sacrifizio di Fausta:--Prenditi la mia vita!--Giacchè
(ora lo comprendo) ella ha voluto morire pel dolore, per la disperazione
di non poter essere più la donna capace di darmi la gioia per cui
l'avevo sposata; ed è andata incontro alla morte sorridendo, fingendo di
esser convinta che le tristi previsioni sarebbero state smentite, felice
di aver travolto me in un inganno senza il quale non avrebbe potuto
attuare il suo reciso proposito di sparire.... Forse, povera creatura,
ha avuto dei momenti di illusione, di speranza anche lei; o si è
risoluta a scegliere quel mezzo, non sentendosi il coraggio di uccidersi
diversamente; lottando col sentimento religioso che le faceva apparire
il suicidio come il più imperdonabile dei peccati, transigendo con la
sua coscienza e acchetandone la voce col ripetersi nelle esitanze:--Chi
sa? Chi sa?

La maggior colpa però è mia; e consiste nel superbo intento di voler
mettere la ragione nelle piccole irragionevolezze della Natura; consiste
nell'invincibile repugnanza di profanare la donna riducendola soltanto
vile strumento di piacere. Ma questo dignitoso sentimento è ora l'unica
forza che mi permette di ricordare Fausta con continuo atto di
adorazione. Io non ho inflitto alla sua bellezza, alla sua giovinezza,
alla sua purezza, quel che giudico anche oggi la suprema mortificazione,
il supremo oltraggio che si possa fare mai infliggere a una moglie. E
per questo benedico all'inganno di lei. Ella è rimasta santa,
immacolata; ella mi ha permesso, a costo della sua vita, di aver
l'orgoglio di sentire che la unità della mia intelligenza e dei miei
atti non è stata violata un solo istante.

Mia madre era inconsolabile:

--Perchè non ho avuto fiducia nelle parole del dottore? Ho contribuito
stoltamente io pure a spingerla, cara figlia, verso la morte!

E vedendomi quasi ebete pel dolore, spaventata da quella falsa calma che
mi inaridiva gli occhi, che non mi consentiva neppure il lieve conforto
dei singhiozzi, mi passava le mani sulla testa e sul viso,
accarezzandomi come un bambino, e ripetendomi, quasi per incoraggiarmi,
per determinarmi:

--Piangi, Dario! Piangi!

E il pianto venne, straziante, abbondante, con singhiozzi che pareva
volessero soffocarmi. Ma quando fu il momento di comporla nella cassa
che doveva custodirla per l'eternità, tornai improvvisamente tranquillo,
quasi inconsapevole di quel che operavo. Mia madre l'aveva fatta
rivestire col bianco abito nuziale. Il viso di Fausta aveva assunto
un'espressione di placido sonno. Cereo, un po' più affilato
dell'ordinario, conservava, ciò non ostante, tutta la delicatezza dei
lineamenti, con qualcosa di severo che ella soleva prendere in rare
occasioni quando il suo cuore si indignava per le ingiustizie della
sorte e della prepotenza degli uomini.

Io la sollevai, insinuando le braccia sotto il corpo rigido e
appesantito; la collocai con precauzione, quasi temessi di destarla da
benefico sonno, dentro la cassa, aggiustando le pieghe della veste,
sospingendo un po' il guanciale perchè la testa vi si adagiasse
comodamente, e--lo ricordo bene--mi chinai a parlarle sommesso vicino
alle labbra:

--Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

E non mi parve assurdo che io le dicessi così.

Mia, madre aveva fatto recare una cesta di rose, e cominciò a
spargergliele addosso a piene mani.... Ne versai a piene mani anch'io,
lasciando libero soltanto il viso.... E ripetei sommessamente:

--Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

Soltanto al ritorno dal cimitero io ebbi coscienza del gran vuoto che la
morte di Fausta aveva fatto nel mio cuore e nella mia casa. Mi sembrava
quasi impossibile che la presenza di quell'esile corpo avesse potuto
occupare tanto posto, e animare ogni cosa col suo sorriso, col suono
della sua voce. Mi sembrava quasi impossibile che tutti gli oggetti del
suo salottino, della nostra camera fossero rimasti dov'ella li aveva
collocati con squisito senso di arte; che niente del mio dolore si
rivelasse nelle linee delle loro forme, nello scintillìo dei loro
colori. Il pianoforte era aperto come lo aveva lasciato lei il giorno
fatale, e sul leggìo stava la «Cavalcata delle Walchirie», quasi le
ultime pagine attendassero ancora le mani che dovevano riprendere ad
eseguirla.

E tutto è rimasto così com'ella lo aveva lasciato; e tutto, ancora per
qualche tempo dopo la mia morte, sarà religiosamente conservato così.
Poi.... Anche nel mio cuore, nei miei ricordi non avverrà altrimenti.
Fausta, diventerà una dolce visione lontana, verso la quale gli occhi
del mio spirito si rivolgeranno, di tanto in tanto, in certi momenti di
sfiducia, di tristezza. La vita ci sopraffà; scancella o appiana tracce
che abbiamo creduto incancellabili, profonde; altri dolori, altre gioie
si sovrappongono a quelli che ci sono stati più cari, e il gran mondo
fluisce, fluisce, e finalmente porta via pure noi, versandoci nel cuore
l'oblìo.



XXI.


Bissi era accorso, appena conosciuta la mia disgrazia. Era arrivato, il
giorno dei funerali, anche Roberto fratello di Fausta; ma aveva dovuto
ripartire quasi subito per Roma dove aveva lasciato sua madre malata e
ancora ignara della perdita della figlia.

Bissi, mio ospite, non mi abbandonava un solo minuto. Tentava di
distrarmi, e con gentile avvedutezza mi parlava anche di Fausta; avea
capito, col suo cuore d'artista, che questo era l'unico modo di
consolarmi un po'. Sapeva poi far deviare con arte la conversazione, se
poteva chiamarsi tale quella in cui io dicevo qualche parola, qualche
breve frase, e che si riduceva, il più delle volte, a un suo lungo
soliloquio. Egli non si interrompeva neppure quando si accorgeva che la
mia attenzione gli era già venuta meno. Allora sentivo attorno a me il
suono della sua voce quasi errasse per lo studio, in alto, in basso, a
destra, a sinistra, smanioso di penetrarmi nell'orecchio, senza
riuscirvi; e i miei occhi guardavano intenti, o abbassavano le palpebre,
in una specie di annullamento di ogni facoltà per quell'interruzione
della luce di penombra che le imposte socchiuse raccoglievano
specialmente nell'angolo dov'era la scrivania e dove noi sedevamo.

Mia madre, a intervalli, veniva a prender parte alla conversazione.

--E non si annoia in quel paesetto di confine?--domandava a Bissi.

--Lavoro; non sono mai solo. I fantasmi della mia immaginazione mi
tengono compagnia giorno e notte. Sono le uniche persone con cui mi
compiaccio di vivere. Godo, soffro con loro, rido con loro talvolta,
quasi siano persone reali. La casetta che abito è situata in piena
campagna, in mezzo agli olivi, e la mia camera ha due finestre che dànno
in un orto. Per arrivarvi, dal mio ufficio, faccio una bella passeggiata
zufolando, canterellando, cogliendo alcuni fili di erbe pel mio
passerotto che, appena, mi scorge in fondo al viale, cinguetta, pigola,
si arrampica alle stecche della gabbia per festeggiarmi. È la mia
delizia. Intelligentissimo, addomesticato, ammaestrato anzi, mi serve di
svago quando sono stanco di lavorare nei giorni di festa. Lo trovai una
mattina, cascato dal nido e appena rivestito di piume. Ora, quando
scrivo, lo lascio libero per la stanza; e vedendo che non mi occupo di
lui, vola su la scrivania, viene a darmi fitti colpettini di becco alle
dita, tenta di strapparmi la penna, quasi capisca che sia essa la sua
rivale nel mio cuore. E--tu non lo crederai, Dario--pare che capisca
talvolta, che sto per scrivere una sciocchezza, e mi ammonisca:--Bada!
Rifletti!--E siccome mi distrae, mi fa riflettere davvero e mi fa
accorgere. Insomma, è il mio collaboratore. Per un passerotto non c'è
male.

--Avrà altre.... distrazioni....

--Oh, no, signora mia! Vivo da eremita.... Ed è curioso il vedere come
tutti i ricordi, tutte le osservazioni del tempo che stavo qui mi
rifioriscano nella memoria e riprendano vita nella mia opera d'arte con
intensità che mi maraviglia. È un'evocazione inconsapevole. Figure che
credevo dimenticate, che mi eran sembrate senza interesse quando le
avevo sotto gli occhi mi si affollano davanti con qualche lor segreto da
comunicarmi: una passione, una speranza, un'illusione, un dolore, una
follia, un gesto disperato, una smorfia. Così la mia solitudine si
popola, e non ho tempo di annoiarmi. Non sono stato mai tanto
accompagnato come da che vivo lassù solo solo!

Povero Bissi, se avesse potuto immaginare che male mi facevano al cuore
quelle sue parole pronunziate con intonazione indefinibile, tra seria e
scherzosa! Povera mamma, se avesse sospettato che la esclamazione--Beato
lei!--con cui gli aveva risposto forse pensando a me, mi era parsa
un'irritante inutile commiserazione contro la quale sdegnosamente mi
ribellavo!

Dal dolore rampollava a poco a poco il rancore, e al rancore teneva
dietro l'odio di tutto e di tutti. Mi sentivo rinascere nella mente le
aspirazioni giovanili e nello stesso tempo la convinzione della loro
piena inanità. Il mio desiderio era volato alto, nello spazio infinito,
come un'aquila incontro al sole, e quasi immediatamente lo avevo sentito
piombar giù, colpito da un proiettile arrivato all'improvviso a
stroncargli un'ala. E provavo di nuovo il dolore della ferita e la
vertigine del precipizio!... Dopo la gran delusione dell'arte, l'altra,
quasi più triste, della famiglia! Perchè mai la Natura, che si era
compiaciuta di darmi un'intelligenza non comune, i mezzi per coltivarla,
la forte volontà di raggiungere lo scopo intellettuale verso cui mi
sentivo attratto e che reputavo l'unico pel quale avrei potuto credermi
degno del nome di uomo; perchè mai, nello stesso tempo, mi aveva negato
quella facoltà d'immaginazione creatrice prodigata a tanti altri, senza
sostituirla con la profonda riflessione che crea essa pure, divinando,
dall'immensa moltitudine dei piccoli fatti, le ampie intime leggi
dell'Universo?

Perchè mai la Natura mi aveva concesso una intelligenza capace di
formarsi la grandiosa illusione di una potenza dominatrice del Caso, e
si era poi accanita a distruggerla, quasi l'orgogliosa idea che avrebbe
voluto eliminarlo, almeno una volta, dell'atto supremo della
generazione, fosse stato un tentativo di diminuire il suo dominio, di
circoscrivere la sua libertà, di impedire il suo capriccio?

E nell'impeto dell'indignazione dimenticavo Fausta, mia madre, tutti i
nobili sentimenti che mi avevano guidato e sostenuto fin allora; e mi
lasciavo sopraffare dalla nausea di dover vivere una vita così vacua,
così meschina, così immeritevole fin del sacrificio delle basse gioie e
dei vili piaceri, principale occupazione della maggior parte degli
uomini. A che cosa mi era valsa la rinunzia a quei piaceri, a quelle
gioie, che aveva reso grave ed austera la mia giovinezza? E perchè mai
dovevo continuare a persistere in tale rinunzia senza ragione e senza
scopo, senza compensi di sorta alcuna?

Bissi poteva benissimo rassegnarsi alla solitudine della sua vita di
provincia. Quel gran silenzio di cose e di uomini attorno a lui era
incitamento alla produzione, allo svolgimento libero e geniale della sua
bella facoltà di narratore che forse, in un centro diverso, avrebbe
risentito influenze mortificatrici, tentazioni di ravvicinamenti che le
avrebbero nociuto; ma io, io che cosa dovevo farmene di un'esistenza a
cui era venuta meno ogni ragione di continuare?

Se non avessi avuta mia madre (ridotta un fantasma di se stessa,
incanutita, infiacchita, sembrava si trascinasse per le stanze in cerca
della Morte che tardava a venire), io avrei accolta la idea del suicidio
balenata a insidiarmi in quei mesi di impetuosa ribellione contro la
spietata violenza del mio Destino. Pensavo di essere nel diritto di
rinunziare alla vita che non avevo chiesta, che mi era stata imposta e
che era risultata una serie di delusioni, di dolori, di inutilissimi
sacrifizi.

La vista di mia madre mi impediva di fermarmi a riflettere su
quell'idea. Volevo però far atto di ribelle, mostrare i pugni al
Destino, ridergli vittoriosamente in faccia, gridargli:--Tu mi hai
inoculato un vacuo senso di dignità umana, un'irrisoria aspirazione alle
più pure gioie dell'intelligenza; ed io voglio diventare un bruto, per
farti oltraggio, per sputarti in viso il mio disprezzo, per mostrarti
che ho una volontà superiore alla tua, che sono forte quanto te, più di
te!

Ma non sapevo decidermi dopo la risoluzione presa; c'era ancora dentro
di me qualcosa che resisteva, che mi inceppava, che mi faceva stupire,
in certi momenti, di aver potuto pensare, formulare quella risoluzione
così opposta a tutto il mio passato, così contraria alla mia indole, al
mio carattere; e lo stupore m'irritava, m'incitava, senza mai arrivare
al punto di spingermi, con un salto, di là dall'ostacolo che mi si
elevava dinanzi.

Una lettera di Lostini fu come un grande urto alle spalle che mi fece
balzare oltre l'ostacolo quasi mio malgrado. Inaugurava gli uffici della
sua «Nemesis»; voleva che almeno fossi presente col corpo, se mi
ostinavo ad essere assente con lo spirito, cioè con la collaborazione.

«Non mi privare di questo piacere; anche Bissi sarà qui. E pensa che un
po' di vita agitata, in questo centro di attività di ogni specie, farà
certamente molto bene al tuo animo esulcerato. La vita è triste; perchè
commettere la stoltezza di volercela volontariamente peggiorare? Vieni;
conduci con te, se è possibile, la tua buona mamma. La mia casa di
scapolo può offrirvi una modesta ospitalità. Vieni! Non ammetto scuse nè
pretesti. «Nemesis» ti attende!»

--Va'--disse mia madre.--Lostini ha ragione. Io ti accompagnerò col
cuore, ti sarò vicina col pensiero. Sarei un impiccio per te e per
lui.... Mi scriverai ogni giorno, una parola, due righe; e mi farai
avere i giornali che parleranno della vostra festa. Voglio annunziargli
io la tua partenza, ringraziarlo dell'invito e mandargli i miei augurii.
Come gli sono grata!

E mentre il treno mi portava via, mi sembrava di lasciarmi dietro, anzi
di sfuggire non solamente un posto di orrore, ma un «me» che abbandonavo
alla sua sorte, quasi non mi appartenesse più, e col quale non sapevo
come mai avessi potuto convivere tant'anni!

Affacciato al finestrino, respiravo a pieni polmoni l'aria che mi
sferzava il viso, e gli occhi bevevano lo spazio, trionfanti in quella
improvvisa libertà, in quella rapidissima corsa che mi dava la deliziosa
sensazione di veder accorrere incontro a me alberi, case, colline,
montagne, paesetti, città! Avrei voluto che il viaggio non avesse avuto
soste; ogni minuto di ritardo nelle stazioni intermedie mi faceva
spazientire. E, nella notte, che ansia, che trepidazione, quasi il treno
avesse potuto smarrire la via, e allontanarmi dalla meta! I fischi della
locomotiva, mi sembravano gridi angosciosi, di appello, gridi sinistri,
di minaccia; e quando l'alba cominciò ad imbiancare l'orizzonte, e il
paesaggio a uscire dalla penombra, ebbi un senso di soddisfazione
puerile, e trassi un respiro di gioia.

Alla stazione di Milano, ero un uomo nuovo! L'espressione non è
esagerata.

Ah, quel Lostini! Maraviglioso addirittura. Che aria di sufficienza, di
indulgenza benevola, di cordialità che si concedeva e non si profondeva,
di protezione paterna!

--Come non ti senti formicolare le mani? Come non ti viene l'impeto di
afferrare una penna?

--Non mi parlare di cose intellettuali,--gli dissi.--Voglio
imbestialirmi.

--Se non cerchi altro! È la cosa più facile.

Mi guardava stupito.

--T'intendo però,--soggiunse,--e ti invidio. Io comincio ad essere
stufo. Tu invece puoi gustare il piacere con la ingenua ingordigia del
collegiale; non ti offenda il paragone. Corri forse il pericolo di
prenderlo sul serio; non ne vale la pena. Il vizio è come la virtù; non
bisogna abusarne, ma usarne discretamente; levarsi da tavola con un
resto di appetito è prezioso dettato di igiene. Dico vizio per modo di
dire, perchè i moralisti han ribattezzato così il piacere, forse per
disgustarne gli altri e serbarselo tutto per loro. I moralisti, caro
mio, sono capaci di ben altro. Quando ne incontro uno che predica le
grandi attrattive della virtù, penso a quei negozianti che fanno la
réclame ai fondi di bottega, per darli via al più presto. Io non sono
precisamente un virtuoso, figurati! E perciò ti dico che fai bene a
voler divertirti. Ma sono anche uomo di esperienza, e ti posso dare
qualche prudente consiglio.

--Zitto; vo' andare incontro all'impreveduto!--lo interruppi.

--No, caro; anche il piacere deve essere un calcolo. Su questo soggetto
ho tutta una teorica che potrebbe far la fortuna di un pensatore. Non ci
tengo, e non ne ho preso la privativa. E prima di ogni cosa sappi che
non ci sono piaceri di prima, di seconda, o di terza classe, come i
vagoni della ferrovia. Ne hanno l'etichetta, ma è bugiarda, per
canzonare i creduloni. Io ho trovato, per esperienza, che è meglio pei
viaggi corti prendere un biglietto di terza; e il piacere è un viaggio
corto, cortissimo; non mette conto di prendere per esso un biglietto di
prima. Coloro che parlano di piaceri raffinati sono, come dicono qui,
dei «bagoloni» che si vogliono dare aria di intenditori. Il piacere non
è una raffinatezza, è anzi--se vuoi che ti dica la mia schietta
opinione--una grossolanità. Tant'è vero che l'uomo ha sentito il bisogno
di lardellarlo--non ti dispiaccia la parola, hegeliano mio--di
lardellarlo d'ideale! Ed ha fatto malissimo: l'ha ridotto un'altra cosa,
come quei cuochi sciagurati che a furia d'intingoli....

--Eh, via, Lostini!

--Tu m'interessi come un'esperienza scientifica; voglio studiarti;
intravedo un bel soggetto di romanzo; un raro caso di osservazione
diretta. Sarà la tua indiretta collaborazione a «Nemesis», se arriverò a
scrivere quel che tu stai per fare. E lo intitolerò.... Come potrò
intitolarlo?

--«Vanitas vanitatum!»--gli suggerii scherzando.

--Ben trovato; grazie!

--Certe sciocchezze è molto farle; sarebbe troppo scriverle.

--Specialmente dovendo scriverle io, tu pensi.

--Oh, niente affatto!

--Guarda!--mi disse, additandomi una donna che ci veniva incontro in
carrozza, sotto i riflessi di un ombrellino azzurro, elegantemente
vestita, con un gran cappello piumato posato con bizzarria su i capelli
troppo biondi da esser di color naturale.--Guarda!... Biglietto di prima
classe, che non ne vale uno di terza.... Dio ti preservi dalle sue pari!



XXII.


Vorrei cancellare dalla mia memoria il ricordo dei sei mesi passati a
Milano. Arrossisco ripensando quella specie di frenesia di godimenti di
ogni sorta a cui mi abbandonavo con ansiosa avidità che talvolta
raggiungeva l'acuta sensazione di violentissima sofferenza. Ne rimanevo
prostrato per parecchi giorni, con gran maraviglia di Lostini e dei
nuovi amici della redazione di «Nemesis», tra i quali avevo trovato un
compiacente iniziatore.

Questo personaggio di età incerta, che vestiva con pretenziosa eleganza,
e affettava la rigidezza quasi meccanica delle maniere inglesi, da
principio mi aveva ispirato un senso di diffidenza e di repugnanza per
lo straordinario cinismo delle sue opinioni. Sembrava avesse adottato
l'istigazione di Otello a Jago:--Esprimi la tua peggiore idea con la tua
peggior parola.--Ma quando capii che era un deluso della vita mio pari,
mi divenne simpatico.

Lostini aveva detto parlando di me:

--Non c'è peggio di coloro che non si sono mai permessa qualche piccola
follia in gioventù. Hanno fretta di riguadagnare il tempo perduto.

--È un inganno--aveva risposto Grigoni (si chiamava così).--Il tempo
perduto non si riguadagna mai. Le follie non valgono per loro stesse, ma
pel sentimento con cui noi le apprezziamo. A vent'anni l'amore, il
piacere sono assolutamente diversi da quel che ci appaiono a trenta, a
quarant'anni; e la loro diversità consiste soltanto nell'animo nostro.
Essi rimangono immutati, misera e spregevole occasione di sensazioni
irritanti che la nostra immaginazione trasforma ed esalta. La deficienza
dell'educazione attuale sta appunto nel divieto che quasi interdice il
godimento sensuale, come se nella vita ci fosse qualcosa di meglio. La
vita è fango, e la maggior soddisfazione di vivere dovrebbe ridursi
unicamente nell'avvoltolarcisi bene. L'animale più ragionevole è, senza
dubbio, il maiale. Io ho un gran rispetto per esso; e quando ne mangio
le carni fresche o salate, mi par di praticare un atto religioso, una
comunione, augurandomi di poter divenire altrettanto maiale quanto lui.

--Ci sei riuscito!--gli gridò Lostini dalla scrivania dove correggeva,
alcune bozze.

Grigoni non gli rispose; e rivolgendosi a me, soggiunse:

--Lo compiango, caro signore, se è vero quel che ha detto di lei il
nostro amico. Egli, vede? ha il suo particolar modo di avvoltolarsi nel
brago: s'immagina, o finge di immaginarsi, che la letteratura sia
qualcosa.... di superiore, di elevato. E se gli dico che essa è un brago
come un altro, protesta; ma ciò non significa niente. Abbiamo il brago
dell'arte, il brago della politica, il brago della filosofia o delle
filosofie, perchè credo che ce ne siano parecchie per comodo dei diversi
temperamenti; abbiamo in fine il brago della Scienza che stimo il più
delizioso di tutti. Ah! La Scienza è furba; si tiene bene afferrata al
reale, al positivo. Ed io, così dimesso come le appaio, li ho provati un
po' quasi tutti questi e gli altri braghi che non ho enumerati. Ora però
il mio residuale godimento è di guardare in che modo vi si ravvòltoli la
gente. Ed è la ragione della mia frequenza in questo ufficio messo con
tanto lusso e tanta eleganza dall'amico Lostini, a cui voglio bene....
non so perchè. Romanzieri, poeti, critici--tutti questi bravi giovani
qui si stimano tali, e, più o meno, sono tali o ne hanno l'apparenza; io
non giudico--mi consentono di assistere allo spettacolo del loro brago
letterario. Vo poi a godermi, nei ricevimenti eleganti, nei circoli, lo
spettacolo, non meno interessante, del brago mondano. Oh! Non ho voluto
specializzarmi. Dovrebbe fare così anche lei. È romanziere? No? Poeta?
No? Filosofo.... No!

--È stato,--lo interruppe Lostini che rideva.

Ridevano anche gli altri che gli facevano corona, in piedi, fumando,
stando ad ascoltarlo con deferenza non ostante le risa.

Mi era parso di udir predicare un nuovo vangelo, quello del Fango. Mi
era parso, anzi, di sentir formolare chiaramente quel che si trovava nel
mio spirito in istato di incubazione, e di confusione. E fummo amici
inseparabili; lui maestro, io discepolo. L'amarezza delle sue parole mi
produceva un appagamento che mi gonfiava, il cuore con senso di
tenerezza puerile. Mi compiacevo di sentir vilipese da lui tutte le cose
belle e sante che avevo adorato, e che non avrei saputo vilipendere
neppur ora che mi apparivano inutili e vane.

E nel primo mese era stato un oblìo intenso, quasi avessi sorbito un
possente filtro che aveva addormentato dentro di me ogni sensazione,
ogni idea del passato. Mi sembrava di ricominciare a ogni istante una
vita novella, di rinascere giorno per giorno con la invincibile
curiosità di scoprire il mistero della esistenza che mi si preparava
dall'istante in cui aprivo gli occhi stanchi alla luce alta del sole,
fino alla tarda ora notturna che me li avrebbe richiusi nella
spossatezza del sonno.

Grigoni mi ammoniva:

--Non bisogna avere entusiasmo neppure pel piacere; se ne esaurisce
presto la virtù. Centellinare è profonda sapienza....

Questo io non lo intendevo. Inconsapevolmente proseguivo la mia idea di
un tempo: Raggiungere anche nel piacere il grado supremo. Soltanto così
mi sembrava che mettesse conto di ricercarlo. E giacchè, secondo la
teorica di Grigoni, il piacere era qualcosa di amorfo a cui la nostra
immaginazione doveva dar forma, volevo foggiarmelo in guisa che anche
quella bassissima cosa riuscisse, sì, una bassa opera d'arte, ma
creazione vissuta, in azione.

Nel delizioso quartierino che avevo mobiliato per la Savina, questa
bella, umile e quasi sentimentale creatura, si trovava come sperduta. Mi
guardava con occhi stupiti, non sapeva rispondere alle mie
interrogazioni, aveva paura dei miei scatti, delle mie pretese che la
facevano strabiliare.

Mi piaceva appunto per questo. Mi aveva raccontato la sua triste storia;
non le avevo creduto, per suggerimento di Grigoni.

--Non credere a quel che raccontano coteste infelici, mentiscono tutte;
ma fingi di crederle. È un modo di godimento anche l'ascoltare la
menzogna che fiorisce su le loro labbra, specialmente quando, a furia di
ripeterla, finiscono col credervi esse pure.

E se in certi momenti mi persuadevo che la Savina fosse sincera,
esclamavo:

--Tanto meglio! Sarà più arrendevole al mio scopo di trasformazione.

Forse, se avesse potuto intendermi, ella si sarebbe piegata ad
assecondarmi nell'opera di raffinamento--di pervertimenti dovrei dire--a
cui volevo ridurla. Invece mi resisteva con inconcepibili ritrosie, con
inattesi pudori, che qualche volta assumevano, involontariamente,
atteggiamenti di rimprovero.

Fu in uno di questi momenti che io ebbi l'impressione di una scossa, di
un lampo, di non saprei dire che cosa che mi spinse a rigettare indietro
Savina, col gesto e con l'espressione di un uomo colto in fallo e che
vorrebbe nascondersi.

--Perchè?--mi domandò, stupita del mio atto.

Io la guardavo come chi non presta fede ai suoi occhi. E, da prima,
credetti proprio a una allucinazione. Appena però potei riflettere, mi
spiegai facilmente la sensazione provata. Savina aveva fatto un'insolita
mossa delle pupille e delle labbra.... E immediatamente....

Ne fui atterrito. In quei primi mesi di intenso oblìo, poche volte il
fantasma di Fausta mi si era affacciato alla mente. Mi era perdurata
l'impressione di quel «me» malato che mi era parso di lasciarmi addietro
partendo per Milano; mi era perdurata anche la impressione di sentirmi
divenuto affatto un altro appena arrivatovi.

--Ed ora?--mi domandavo.

Mi accomiatai bruscamente, senza darle nessuna spiegazione del mio
contegno. Quella mossa delle sue pupille e delle sue labbra era stata
così identica alle mosse di pupille e di labbra che Fausta adoprava in
certe circostanze, per dar maggiore evidenza al ragionamento, che io
stetti parecchi giorni senza tornare da Savina.

Povera Fausta! Era sparita dal mio cuore. Il vedermela però ricomparire
nella memoria mi produceva una vivissima sorda irritazione, quasi ella
commettesse una soverchieria venendo ad intorbidarmi la vita nuova che
volevo assoluta negazione della precedente.

Questa volta neppure il cinismo di Grigoni valse a serenarmi.

--Eh, via! Il rinascere dei ricordi è una forma delicatamente sottile di
godimento, se possiamo gridar loro in faccia tutto il nostro disprezzo.
È bello, è fiero poter dire al passato:--Tu mi avevi foggiato così, mio
malgrado; ed io mi son foggiato volontariamente tutt'altro!--C'è poi una
forma di godimento ancora più sottile, più raffinata: il rimorso
artificiale, la ironia rimordente, come io la chiamo. Ma per arrivare a
questa superiorità, bisogna disumanarsi molto, imbestialirsi molto; e tu
sei alle prime prove.

No: io volevo soltanto dimenticare, non commettere nessun sacrilegio
contro il passato. E mi sembrava una debolezza lo irritarmi contro
quella sensazione, il fantasticare una stupida gelosia postuma da parte
della morta. Non ero convinto che ormai tutti gli atomi del suo corpo
erano dispersi per lo spazio, e forse già entrati in altre combinazioni
di vita? Eppure eran bastate quelle mosse degli occhi e delle labbra di
Savina per darmi la impressione che qualcosa fuori di me ora interveniva
a turbarmi, a menomarmi lo stordimento, l'ebbrezza, il tentativo di
crearmi il piacere supremo!

Quella sera avevo giocato sfrenatamente al club, e avevo sfrenatamente
vinto. Mi ero quasi vergognato di così costante fortuna. Mi sembrava di
barare contro tutti quei visi pallidi, sconvolti, quelle mani increspate
che buttavano le puntate su le carte con gesti imprecanti,
raddoppiandole colpo su colpo, sperando che la Fortuna avesse dovuto
stancarsi e voltare indietro la sua ruota, secondo i calcoli loro.

E il giorno dopo scrivevo alla Savina:

«Sei libera. Tieni tutti i mobili dell'appartamentino per ricordo di me.
Aggiungo seimila lire per le pigioni future, se vorrai restare costì. Ti
auguro un nuovo amante migliore di me».

Non era trascorsa una settimana, ed io istallavo la Gilda in un
quartierino più elegante, intonato alla figura scultoria di questa
ragazza fredda, quasi insensibile e nello stesso tempo ben pervertita,
come diceva Grigoni.

L'attrattiva di tale scelta era stata il maligno piacere di toglierla al
suo nobile giovane amante allora malato e quasi moribondo. Ella lo aveva
abbandonato con squisita indifferenza.

--Ti voleva molto bene, è vero?

--Era noioso con la sua gelosia.

--Tu lo tradivi?

--Facevo il comodo mio. Dovevo essere la sua schiava?

--Farai lo stesso con me?

--Chi lo sa? Tu non sarai geloso, mi figuro.

Aveva un'inconsapevolezza da bellissimo animale. Con lei il piacere
supremo doveva consistere nel far vibrare quei nervi ben difesi dalla
bianca opulenza delle carni, nel riuscire ad infondere almeno un tepore
di sentimento in quel cuore di ghiaccio.

--La guasti! Bisogna prenderla come è. A certe donne non si deve mai
chiedere più di quel che sono capaci di dare.

Grigoni aveva ragione; ma io cominciavo a sentire la stanchezza, la
sazietà, la nausea di quella vita, che non manteneva nessuna delle sue
promesse per le quali mi ero lusingato di rinnovarmi.

La Gilda mi resisteva diversamente dalla Savina. Si arrendeva,
compiacente, ai miei capricci, ma rimaneva sempre padrona di sè, fredda,
insensibile, libera da ogni soggezione, quasi fosse convinta che il
possesso del suo perfettissimo corpo era già concessione superiore a
tutto quel che io facevo per lei. E per lei spendevo pazzamente; la
portavo attorno quasi in trionfo.

Ella gradiva poco questa ostentazione. Spesso non la trovavo in casa; mi
toccava di attenderla lunghe ore; e rientrando, non si scusava, si
levava tranquillamente il cappellino, si fermava davanti allo specchio
per aggiustarsi i capelli. Io mi spazientivo, ma non volevo farglielo
scorgere.

--Dove sei stata?

--Ho passeggiato un po'.

--Dovevi figurarti che ero qui ad attenderti.

--Saresti per caso geloso anche tu?

Sembrava che dicesse:--Saresti, per caso, imbecille anche tu?--E volevo
mostrare che non mi importava niente di quel che lei faceva o avrebbe
voluto fare; tanto, appena me ne fosse venuto il capriccio, avrei potuto
prenderla per le spalle e metterla fuori l'uscio. Con lei non mi
sembrava il caso di comportarmi con qualche delicatezza, come con la
Savina.

Lo pensavo, per scusare la mia debolezza, ma capivo benissimo che non
avrei avuto la forza di farlo. Già provavo uno spossamento fisico uguale
per lo meno a quello morale. Un gran senso di tristezza mi invadeva ogni
giorno più.

--Tu non sei un temperamento da buttarsi anima e corpo tra i
piaceri,--mi diceva Grigoni con intonazione sarcastica.--Che cosa ti eri
immaginato? Vorresti idealizzare il fango? Pena perduta! La vita ha
qualche valore soltanto per chi è convinto che essa non ha nessun
valore. È.... è....

E pronunziava solennemente una famosa parola, ripetendola due, tre
volte, con enfasi crescente. Ma così dicendo, produceva in me un effetto
contrario a quel che intendeva di ottenere.

Più non mi confidavo con lui. La bellezza plastica della Gilda mi
ossessionava, ridestando nel mio spirito aspirazioni, sentimenti, che
credevo di già distrutti. Diventavo veramente geloso di lei. Non volevo
che quella magnifica euritmia di forma e di colore fosse esposta
all'avvilimento di prodigarsi a chi non se ne curava perchè non la
intendeva e non poteva intenderla; il mio supremo piacere doveva
consistere nell'esclusività.

E soffrivo di non avere il coraggio di dichiararglielo, e di esser
convinto che, forse, non avrei potuto ottenerla da quella invincibile
sua indifferenza morale.

E, a poco, a poco, timidamente, mi voltavo indietro, verso il passato,
senza che mi fissassi precisamente su qualche punto di esso, senza che
ne rievocassi un particolare, una figura; quasi tutto si fosse oramai
ridotto a qualche cosa di astratto, a una specie di nebbia che i miei
occhi non riuscivano a penetrare, ma che mi dava dolci e consolanti
sensazioni di rimpianto. Da una frase sfuggitami, Lostini indovinò quel
che stava per accadere.

--Bada: tu corri un grave pericolo. Tu sei già in procinto di
innamorarti della Gilda.... È una miserabile creatura, indegna di
qualunque riguardo. Ti rende ridicolo. Ho l'obbligo di avvertirti.... Mi
ha scritto tua madre.

Mi sentii avvampare il viso. Da parecchi giorni trascuravo fin di
mandare a mia madre le brevi letterine con cui solevo darle mie notizie.
Ella non si era mai lagnata della mia troppo prolungata assenza.
Probabilmente non immaginava neppure dalla lontana a quali eccessi mi
abbandonavo; probabilmente si augurava che la tumultuosa vita milanese
servisse a distrarmi, e sopratutto a darmi quel senso pratico delle cose
di cui difettavo. Ah, se avesse saputo!

--Mi ha scritto tua madre,--replicò Lostini.--Ti vorrebbe con lei
nell'imminente anniversario....

Un improvviso groppo di pianto mi salì dal cuore alla gola.

In quel momento il cameriere mi annunciava la inaspettata visita del
Bissi.

Mi buttai tra le braccia del mio amico, con un senso di rifugio, quasi
chiedendogli protezione.

--Che cosa avviene?--egli domandò a Lostini.

--Una guarigione, se non mi inganno,--rispose questi commosso.

Aveva ricevuto una lettera di mia madre anche lui, e chiesto e ottenuto
un permesso di otto giorni, era accorso a Milano.

--Milano, Dario mio, non è città pei sognatori come te. Avresti dovuto
andare a Venezia. Là, chi non vi è nato, vive davvero come in sogno.

--Ha voluto conoscere un altro lato della vita,--rispose Lostini a Bissi
che mi guardava stupito.--Ed è andato un po' in là. Dario è stato sempre
eccessivo.

Feci uno sforzo per uscire dallo stato di prostrazione che mi teneva
come istupidito davanti ai miei amici.

--È finita anche questa!--esclamai, tentando di sorridere.

E pensavo che aveva ragione Grigoni quando mi ripeteva che la vita ha
qualche valore soltanto per chi è convinto che essa non ha nessun
valore.

--No, Dario,--fece Bissi.--Niente finisce, tutto continua. La nostra
esistenza è una evoluzione indefinita, un crescente germogliare di cose
nuove da quelle che ci sembrano morte e rivivono sotto forma più
perfetta; tu lo sai meglio di me.

--E qui consiste l'inganno! Non si dovrebbe tornar addietro; e invece io
sono la dolorosa riprova che niente c'impedisce di cascare molto in
basso.

--Hai tentato un'esperienza--disse Lostini.--L'eccesso non significa
niente; tornerà l'equilibrio.

E da quel giorno mi sembrava di sentirmi liberare lentamente da nodi che
mi avevano tenuto stretto e quasi imbavagliato. Riprendevo possesso
della mia intelligenza, del mio cuore con commozione straordinaria. Una
ventata di pazzia mi aveva certamente travolto, se ero potuto arrivare
fino al punto di essere vicino a precipitare in un abisso di
depravazione in cui sarei rimasto soffocato.

Ma assieme con questa immensa gioia di rivivere, quanta tristezza,
quanto scoramento! Non potevo più illudermi intorno al mio avvenire; non
mi balenava davanti agli occhi nessun elevato intento, nessun nobile
scopo. Niente vedevo mutato nella mia sorte, nei miei sentimenti, nelle
mie idee; c'era invece nella mia vita qualcosa, che non avrebbe dovuto
mai esserci, una bassezza, un avvilimento, inutili anch'essi quanto
l'orgoglio dei miei vani ideali!



XXIII.


Qualche cosa del nostro corpo e dell'anima nostra si espande forse
attorno a noi e si attacca indelebilmente alle mura della casa che
abbiamo lungamente abitata, agli oggetti di ogni sorta che ci hanno
tenuto compagnia per tutta la vita e sono stati muti, inerti testimoni
delle nostre gioie e dei nostri dolori.

Non so spiegarmi altrimenti le impressioni ricevute dopo solo sei mesi
di assenza.

Mia madre, venuta ad incontrarmi all'arrivo, mi aveva abbracciato con
straordinaria commozione.

--Sei stato malato?

Avevo tale cera da giustificare l'ansiosa domanda. Ero pallido,
dimagrito, e la grande tristezza che non sapevo dissimulare aumentava la
mia aria di sofferente.

--No, mamma--risposi.--Lo strapazzo del viaggio, la perdita del
sonno.... Pochi giorni di riposo basteranno a rimettermi nello stato di
prima.

Sorrideva, un po' incredula.

--Ero certa che ti saresti trovato qui per domani l'altro. Milano è
città maliarda; fa dimenticare facilmente. Non ti rimprovero, Dario. Le
mamme sono un po' egoiste; bisogna compatirle.

Con che dolcezza mi guardava e mi parlava! Sentivo rimorso di aver
mentito, scrivendole che avevo pensato anche io di trovarmi presente al
primo anniversario della morte di Fausta.

--Ho già disposto ogni cosa,--soggiunse.--Molti fiori, oh, molti! Li
amava tanto! Durante questi sei mesi glien'ho portati io stessa ogni
venerdì, giorno della sua morte. Non le mancheranno mai finchè campo....

E mi parve che intendesse di dire:

--Morta io, forse non li avrà più. Povera Fausta!

Volevo protestare; ma non ebbi animo di aggiungere una probabile
menzogna a quella che le avevo scritto da Milano.

Passando da una stanza all'altra, quasi per istintiva sollecitudine di
riprenderne possesso, provavo la strana sensazione di sentirmi
risospingere molto addietro, agli anni più fecondi di illusioni, alle
lotte contro me stesso, a quella specie di sottomissione a un ideale
meno elevato, ma consolantissimo che mi aveva fatto stendere la mano a
Colei che avrebbe dovuto avverare il mio nuovo sogno. E questa
sensazione era così fresca, così «presente»--non trovo un'espressione
più esatta--da farmi credere, come l'altra volta, che la mia vita si
fosse arrestata a quel punto e che dovessi allora riprendere a procedere
innanzi, quasi le delusioni non fossero arrivate, quasi il disastro non
fosse avvenuto, ed io non avessi commesso l'atto disperato di tentar di
ammazzarmi moralmente, non avendo forse il coraggio di ammazzarmi
realmente.

Se non che notavo un particolare. Niente mi parlava di Fausta, come se
ella sdegnasse di ripresentarsi alla mia mente, di far ripalpitare il
mio cuore. Non la ritrovavo in nessun angolo di quella casa che pure era
stata illuminata dai suoi sorrisi, che avea risonato della sua voce,
delle sue gaie risate nei bei giorni dell'attesa.

Il suo salottino, che conservava qualche traccia di disordine nei libri,
nei ninnoli, negli oggetti di arte, da dover dare la idea che ogni cosa
fosse stata recentemente smossa dalla mano della signora del luogo, era
significantemente silenzioso, di un silenzio inesprimibile, di un
silenzio di orgoglio--mi pareva--e di dispetto.

I ritratti, belli, somigliantissimi, in varie pose, rimanevano muti
anch'essi, come di persona ignota, di cui potevo ammirare la purezza
delle linee, l'espressione degli occhi e delle labbra, senza che mi
producessero la più lieve tristezza di ricordi.

Questa inaspettata aridità di cuore mi stupiva grandemente; non sapevo a
che cosa attribuire l'impressione negativa di quei giorni, quantunque
mia madre, immaginando di farmi piacere, mi parlasse spesso di Fausta,
con voce piena di lacrime, con tenerezza profonda.

La giornata era grigia, senza sole. In quell'ora mattutina, pei viali
del cimitero non si incontrava anima viva. Mia madre mi precedeva con
passo affrettato. La modesta tomba di Fausta, era sparita sotto un gran
cumulo di fiori; emergeva soltanto, tra le rose gialle e bianche, la
breve colonnina sormontata da una piccola urna di porfido. Al cancello
di ferro battuto si erano, torno torno, avviluppati rami di piante
rampichine con penduli fiori di colore amaranto; otto grossi ceri già
ardevano agli angoli.

Mentre mia madre, inginocchiata sul gradino sporgente dalla base pregava
in gran raccoglimento, io, rimasto in piedi dietro a lei, mi sentivo
invadere da un tormentoso senso di invidia per Colei che dormiva
sotterra il sonno da cui nessuno si desta. Non riuscivo a immaginarmela
disfatta, ridotta orrido scheletro, irriconoscibile. Ora mi si
ripresentava proprio quale l'avevo veduta allora appena da me composta
nella cassa mortuaria, col viso cereo, con gli occhi chiusi, e le labbra
smorte, serena; e mi sembrava che avesse dovuto continuare a dormire,
forse a sognare come io le avevo affettuosamente sussurrato nell'istante
del distacco.

--Felice te!--pensavo.--Vorrei già poter dormirti accanto, ora che non
ho più niente che mi lega alla vita!

E a poco a poco quel tormentoso senso di invidia si calmava per dar
luogo a un sentimento di compassione di me stesso, che tornava a farmi
zampillare nel cuore inaridito la sincera e copiosa onda di affetto di
cui era stato capace negli ultimi mesi della vita di Fausta, quando
l'avevo amata umanamente, senza sottintesi, senza secondi fini, per la
sua bellezza, pel suo affetto, pel suo sacrifizio; e avevo tremato
dall'angoscia di perderla, dal rimorso di aver affrettato
sconsigliatamente la sua misera fine; e l'avevo pianta come non avevo
mai pianto fino allora, nè dopo.

E così Colei, che nei giorni scorsi mi era parsa assente da ogni angolo
della casa, rientrava trionfatrice nella riposta intimità dell'anima
mia; consolatrice anche, suaditrice di andarle incontro con la stessa
ferma volontà con la quale ella aveva affrontato il terribile enimma da
cui dipendeva per lei la vita e la morte.

Mia madre mi rivolse un'occhiata supplicante, allorchè, rientrati in
casa, le dissi:

--Lasciami qualche ora solo con lei!

Sentendomi parlare di Fausta come di persona ancora viva, ella esitò un
istante, temendo forse per la mia ragione; la indifferenza dei giorni
scorsi doveva esserle parsa uno sforzo per ingannarla intorno al vero
stato dell'animo mio. La rassicurai con una stretta di mano; ed entrato
nel salottino, chiusi l'uscio dietro a me.

Spalancai la finestra. Il sole, diradato il fitto velo di nuvole che lo
aveva nascosto nella mattinata, penetrava nella stanza infondendo un
palpito di vita su tutti gli oggetti sparsi attorno che la sapiente mano
di Fausta aveva disposti sui tavolinetti, su le mensoline, alle pareti,
con squisito senso di armonia. Fin i fiori, già inariditi nei vasi
senz'acqua, sembravano rinverdire i brevi rami e rianimare il colorito
delle foglie risecchite e ingiallite.

Non ostante la diffusa luce, io guardavo attorno come chi entrato in un
luogo mezzo buio strizza gli occhi per scorgere gli oggetti che vi si
trovano, e li vede a poco a poco quasi venir fuori dalla penombra per
virtù di tenue propria luminosità. Non mi bastavano la forma, il colore
degli oggetti; volevo che essi mi rivelassero qualcosa delle mani che li
avevano toccati, e disposti qua e là: il profumo, la essenza vitale che
avean dovuto rimanere attaccati ad essi nei ripetuti contatti.

E, quasi come una realtà, Fausta si aggirava pel salotto, ripetendo
nella mia memoria gesti, atteggiamenti, mosse che ora mi rappresentavano
tanti lieti e tristi momenti della nostra vita di sposi; si aggirava pel
salotto, muta però, perchè io non riuscivo a produrmi, ricordando,
l'illusione di udirne la voce, allo stesso modo che mi riproducevo un
movimento delle mani, un passo, un sorriso, un balenar di occhi, un
cruccio che le aveva velato improvvisamente la dolce serenità del viso,
un'espressione di dolore che le aveva contratto le labbra.

Avrei voluto che mi fosse avvenuta una compiuta allucinazione; i soli
ricordi non mi appagavano. E se, anche per un istante, avessi potuto
vedermela comparire davanti, le avrei gridato:--Portami via, portami via
con te! O dammi la forza di venir volontariamente a raggiungerti!

Era stata sublime. Se non era arrivata precisamente alla decisione di
voler morire, aveva dato prova di eroico coraggio affrontando
l'incognita del pericolo preavvisato dal dottore. Aveva dovuto dubitare
qualche volta, e certamente esclamare:--Che importa? In ogni caso,
meglio così!--Era stata sublime!

Io, invece, avevo commesso la vigliaccheria di rinnegare ogni mio
ideale, la profanazione di stringere tra le braccia quasi consacrate dal
suo bellissimo corpo, di baciare con le labbra che erano state ribaciate
dalle sue, vilissimi corpi e impure labbra insozzati dell'imbrattamento
di altri contatti non meno vili ed impuri. Mi sentivo soffocare dalla
nausea di esser potuto giungere a tanto. La grande idealità che aveva
rallegrato e confortato la mia giovinezza, che mi aveva preservato da
ogni bassa azione ed era stata il mio unico grandissimo orgoglio, mi
rigurgitava nuovamente nell'intelletto e nel cuore, operava nel mio
spirito un misterioso purificamento, adempiva la redenzione iniziata
poche ore addietro dall'influsso di Fausta davanti alla sua tomba
infiorata.

Oh! Se lei non veniva a portarmi via, ora mi sentivo degno di andarle
incontro nell'indefinita serenità dell'Ignoto, che in questo momento la
fantasia mi animava, contro ogni mia convinzione, di persistenti forme
di vita.

--Dario!--chiamò mia madre, picchiando leggermente all'uscio e aprendolo
a mezzo.

Mi riscossi e le feci cenno di entrare.

--Senti:--disse dopo di aver guardato tristamente attorno.--Io credo che
noi dobbiamo pensare ai nostri morti senza dolore e senza rimpianto. Se
è vero, che essi ci stiano attorno, vivano, invisibili, la stessa vita
di una volta o almeno ritornino di tanto in tanto per aiutarci e
ispirarci qualche buona azione--ho questa fede, da donna mezza
ignorante, e non la cambierei con la opposta certezza di voialtri
sapienti--se ciò è vero, noi non dovremmo affliggerli con lo spettacolo
di un dolore inconsolabile, che non giova ad essi nè a noi. Senti,
Dario: tu mi dai una gran pena restando così chiuso con me; mi sento
come esclusa dal tuo cuore.

--Oh, mamma!--esclamai.

--Poco fa,--ella proseguì,--hai avuto il coraggio di dirmi:--Lasciami
solo con lei!--Perchè? Non le ho voluto bene anche io? Non l'ho pianta
anche io? Parliamone insieme, Dario. Onoriamone la memoria con una
bell'opera di carità. Ho fatto qualche cosa a tua insaputa, e non
soltanto per conto mio. Prendi ora tu una generosa iniziativa.

--Ho pensato appunto a questo!--risposi, mascherando con un sorriso il
tetro significato delle mie parole.



XXIV.


In pochi giorni l'idea del suicidio mi aveva talmente invasato, che io
ne sentivo una specie di esaltazione, di ebbrezza gioconda. Non dovevo
fare nessuno sforzo per ingannare mia madre e il signor Bardi che
avevano voluto informarmi di alcuni particolari di amministrazione, e
consultarmi intorno allo impiego di un grosso capitale inaspettatamente
recuperato.

--Sono stato uno sciupone nei mesi scorsi,--avevo detto scherzando.

--Se tutti gli sciuponi somigliassero a lei! Di tanto in tanto è bene
però dare una scossettina alle rendite, per impedire che ammuffiscano.

Era una delle tante curiose teoriche del signor Bardi. L'altra, più
savia, era questa:

--Sapere come si fa il denaro è il miglior insegnamento per goderselo.

Io, secondo il signor Bardi, ero per ciò un cattivo goditore.

--Dovresti sollevarmi un po' dal peso della responsabilità....

--Quale responsabilità, mamma?--la interruppi.--Non ne hai nessuna. Tu
sei padrona assoluta in questa casa, ed io mi stimo felicissimo di poter
rimanere ancora figliuolo di famiglia e nient'altro.

L'idea della morte volontaria ha un fascino incredibile. Stordisce o
annulla la nostra sensibilità; forse lusinga anche il nostro amor
proprio o, meglio, la nostra vanità col farci credere superiori alla
maggioranza degli uomini così attaccati alla vita. Quel che dà la spinta
verso la morte è il meno, nella più gran parte dei casi. Il coraggio, la
freddezza nell'esecuzione provengono dall'anestesia morale che tien
dietro alla decisione di finirla con la esistenza. Non so spiegarmi
altrimenti la serenità, la imperturbabilità con cui facevo i preparativi
senza badare menomamente al dolore che avrei cagionato a mia madre,
senza sentirmi commosso dalla vista della povera donna che mi voleva
tanto bene e che aveva tanto sofferto per me. Pensavo solamente di
evitarle lo spettacolo del mio corpo insanguinato; e per questo avevo
risoluto di prendere il pretesto di andare a sorvegliare gli urgenti
lavori di riparazione nella casa dei contadini a Villa Fausta.
Precauzione superflua, perchè mia madre non aveva nessuna ragione di
sospettare di me. Infatti non sospettò neppure quando io, sul punto di
partire, l'abbracciai e la baciai con insolita insistenza.

Oh come mi parve che Fausta mi venisse incontro per l'ombrato viale! Oh
come mi parve di rivederla sotto il portico, su per la rampe della scala
esterna, o affacciata alla terrazza tra i vasi di azalee in fiore che la
ornavano! Così l'avevo vista più volte in quel mese della luna di miele
che rimaneva tuttavia il più puro, il più eccelso, il più commovente
ricordo della mia vita coniugale.

E mi sembrava, nei primi momenti, che io fossi andato colà non per
cercarvi la morte, ma per rivivervi quasi realmente, con
l'immaginazione, le ore, i giorni, le settimane passativi insieme, a
rinnovare con essi il mio cuore e la mia intelligenza, e a prendervi
nuove forze per impiegare la vita in modo assai più degno che non pel
passato.

E trascorsi tutta la giornata, cercando di qua e di là, frugando i posti
consacrati dalle nostre deliziose passeggiate, dalle nostre soste
sull'erba, all'ombra degli alberi e delle siepi; dolcemente scosso dalla
scoperta di un fiore di campo nello stesso punto dove allora ne avevo
raccolto uno simile per lei, contento di sedermi sul ciglione di un
sentiero dove mi ero seduto accanto a lei; maravigliato di scorgere che
l'aspetto dei luoghi e la vita vegetale erano poco o niente cambiati,
quantunque già cominciassi a riprendere coscienza che intanto tutto era
cambiato, e irrimediabilmente, dentro di me.

--Oh! signor Dario! Buon giorno!

Era il medico condotto di campagna, vecchietto grasso, rubicondo, sempre
di buon umore, grande amico di mia madre da lui chiamata la «Tesoriera
dei poveri», o pure il suo «braccio diritto» nelle opere di carità.

--Solo, questa volta? Peccato!

--Mia madre,--risposi,--mi ha investito delle sue funzioni di
«Tesoriere»; disponga di me.

--Grazie pei malati. Ne ho parecchi. Cattiva stagione l'estate!
Dominedio ha avuto torto di creare i contadini. Che cosa poteva
costargli di far fruttificare la terra senza bisogno della mano
dell'uomo? Lavorano peggio delle bestie, soffrono come le creature
ragionevoli, e non sono interamente nè l'uno nè l'altro. Io che li
pratico da quarant'anni ne so qualcosa.

--Le macchine,--dissi,--a poco a poco emanciperanno l'uomo dal lavoro
manuale.

--Non me ne parli! Le hanno ridotte così perfette da sembrare che
vogliano vendicarsi di essere costrette a lavorare per conto altrui; e
di tanto in tanto storpiano, mutilano, stritolano un povero diavolo che
non c'entra. Giusto un mese fa.... che orrore! Un misero padre di
famiglia... Quella trebbiatrice ha qualche diavolo negli ingranaggi. Non
è la prima volta.... Non me ne parli!

--E lei, sempre contento di vivere in campagna, tra' contadini?

--È il mio mestiere; non saprei farne altro. Ognuno deve fare quel che
può, se vuol oprare un po' di bene. Io sarei stato un cattivo medico di
città; sono troppo rozzo e troppo allegro. I contadini mi prendono come
sono, ed io li ricambio della stessa moneta. Una buona parola, una
barzelletta, certe volte, valgono meglio di una medicina. Per questo il
farmacista mi vuol bene quanto il fumo agli occhi. I contadini mi
compensano. Povera gente! Ma cominciano a guastarmeli. Non si contentano
più del loro stato, messi su da certi apostoli.... Prima erano
contadini, di padre in figlio, buoni fittavoli, buoni giornalieri.... È
questo il gran guaio: non adattarsi alla propria sorte.... Si figuri me,
se mi fossi messo in testa di voler essere professore di clinica! La mia
felicità è stata di riconoscere che avrei potuto essere soltanto un
mediocre medico condotto. Non l'ho sbagliata.... Salute, appetito, buon
umore, e non importa se pochi quattrini. Svaghi? La caccia, la pesca con
la lenza, quando i malati me lo permettono. Ho un roccolo famoso. Ma io
chiacchiero, chiacchiero, e non ero venuto precisamente per questo.
Appena seppi:--Alla Villa Fausta c'è gente--dissi: È arrivata la
Tesoriera dei poveri.... E son venuto.... prima che si presentasse il
parroco.... Mi fa la concorrenza.... E la signora Maria gli usa un po'
di maggior riguardo, per via della veste. Si sa; coi servi di Dio....
Bisogna portar rispetto al cane per amor del padrone.... Lei faccia pure
come la mamma: un po' a me, un po' a lui. Spesso ci troviamo attorno
allo stesso letto di miseria, io pel corpo, colui per l'anima; e
facciamo ognuno del nostro meglio. Quando mi accorgo che non c'è più
speranza di guarigione, gli dico:--Tocca a lei!--E, poverino, li fa
andar via contenti all'altro mondo, promettendo un paradiso, che sarebbe
proprio un'infamia se non ci fosse, che ci sarà, spero.... quantunque,
in certi momenti.... Non capisco, ecco, perchè il Signore non ha voluto
darcene una piccola anticipazione anche quaggiù.

Non lo interrompevo. Quella figura tozza, un po' volgare, mi si
trasformava sotto gli occhi, mi si spiritualizzava quasi, e per le cose
che diceva, e per la giocondità con cui le diceva. Lo conoscevo da un
pezzo; ma quando veniva a farci spesse visite, io lo lasciavo volentieri
in compagnia di mia madre. La serenità, l'inesauribile buon umore di lui
mi riuscivano, per le mie idee di allora, un pochino antipatici. E per
ciò ora mi maravigliavo di stare ad ascoltarlo volentieri, e di sentirmi
penetrare nell'animo conturbato qualcosa di quella sua semplice, dolce
filosofia ch'egli metteva in pratica da tanti anni, che lo aveva fatto
arrivare alla sana robusta vecchiezza, e gli permetteva di adempire,
senza stancarsi, le gravi fatiche di quel che egli chiamava umilmente il
suo mestiere.

Si era arrestato ridendo, per esclamare:

--Guardi: il mio concorrente!

Il parroco veniva verso di noi, con passi così frettolosi, che sembrava
dovesse impigliarsi da un momento all'altro nella scolorita zimarra di
mussola nera, stretta attorno al corpo lungo e magro. Invece di
tricorno, portava calcato su la testa un rozzo cappellone di paglia.
Salutava da lontano, agitando le braccia.

--Sta bene? E la signora Maria? Sente che caldo?... I miei poveri
l'attendevano.... Io ho il brutto viziaccio di correre invece di
camminare; non so frenare le gambe. Se avessi una giumenta come il
nostro dottore.... La signora Maria non ci mancherà quest'anno, voglio
augurarmi.... Le fa specie il mio cappellone di paglia?... Qui in
campagna, possiamo permetterci tutto.

--L'abito non fa il monaco,--dissi io.

--Eh!... Lo fa, lo fa! Sembra una sciocchezza, ma se non avessi addosso
questo straccio di zimarra, non mi stimerei prete neppure da me. Il
dottore mi ha preceduto.... Ci sarà però qualcosina anche pei miei
poveri....

--Perchè non dire: nostri?--fece il dottore.

--È vero. Ma, infine, essi non sono di nessuno, o di chi fa loro la
carità.... Starebbero freschi se dovessero contare soltanto su noi!...
Riparazioni, eh? Lavoro; è la miglior carità. Non umilia, non degrada.
Io, se fossi signore, non darei un soldo di elemosina: lavoro, lavoro,
lavoro; nient'altro.

--E a chi non può lavorare?

--Stia zitto, dottore; in famiglia c'è sempre qualcuno che può lavorare
per gli altri. Dico bene, signor Dario? Non lavora anche lei, a modo
suo? Siamo stati messi al mondo per fare ognuno qualcosa; tant'è vero,
che chi non può e non sa fare il bene, fa il male, pur di non stare
inoperoso, con le mani in mano.

--Oh, questo poi!--esclamò il dottore, dando in una delle sue rumorose
risate.

--Non dovrebbe essere così, ma è così,--rispose il parroco.--Tante cose
noi pensiamo che dovrebbero andare in un modo e, invece, vanno in un
altro. Lei mi aveva dato per ispacciata la povera moglie di
Testagrossa.... Io le ho amministrato il viatico e l'estrema unzione. Le
hanno profittato meglio del chinino; non me lo aspettavo neppure io. La
ho vista ora ora, davanti a l'uscio di casa; pettinava una bambina.... E
i famosi uccelletti che mi ha promesso, da mangiare con la polenta?

Il parroco mi divertiva per quel passare da una cosa all'altra, senza
transizioni, ruzzolando le parole con la stessa nervosità con cui moveva
le gambe.

Egli e il dottore mi seguirono, invitati, fino alla villa. La serata era
dolcissima. Mi sentivo compenetrato tutto dalla divina serenità della
campagna. E quei due, così diversamente semplici, buoni e allegri, sotto
il portico, attorno al tavolino di ferro coi bicchieri e due bottiglie
di vino, ragionando, ridendo, mi producevano un inatteso sollievo, che
somigliava a un soave sbalordimento.

Mi avevano guardato in viso un po' stupìti di quel che avevo dato in
nome della «Tesoriera dei poveri».

--È anche troppo!--aveva esclamato il parroco, ringraziandomi.

--Non è mai troppo!--soggiunse il dottore ridendo.

Era già tardi quando andarono via, con quello splendido lume di luna
piena che pareva piovesse calma e riposo dattorno. E quasi
immediatamente fui ripreso dalla tristezza, dal cupo proposito per cui
ero andato colà.

Perchè indugiavo? Perchè rimanevo alla finestra, dopo di averli
accompagnati con l'occhio fino allo svolto della strada, laggiù? Perchè
quel grido lontano della botta che interrompeva il gran silenzio
notturno mi teneva intento ad ascoltarlo quasi potesse avere un qualche
significato per me?

Avevo fatto un'opera buona a nome della mamma, e (quei due non se
n'erano accorti) mi eran tremate le mani vuotando il portafoglio di
tutti i biglietti di banca che mi trovavo per caso. Riflettevo.

--A quest'ora, certamente il suo pensiero è qui, ed io mi preparo ad
abbandonarla!

La vedevo, con l'immaginazione, andare da una stanza all'altra,
osservare attentamente ogni cosa, riparare un piccolo disordine,
chiudere bene un uscio, borbottando, intanto, le preghiere della
sera....

La botta continuava lo stridulo grido. Anch'essa vegliava, invocava
forse il maschio; forse esprimeva soltanto un rudimentale sentimento di
gioia per la frescura, pel silenzio, per la bianca luce lunare.

--Perchè indugiavo?

Pensavo a quel ritratto di Fausta che non avevo voluto portare con me
per non far insospettire mia madre; sarebbe stato un atto così insolito!
Eppure sentivo che, se lo avessi avuto sotto gli occhi, mi sarei deciso
subito, senza esitare un istante, quasi per precipitarmi tra le braccia
in attesa, o immergermi assieme con lei nella gran pace del Nulla.

Tornavo a pensare a quei due che adempivano modestamente,
tranquillamente il loro dovere di uomini; consapevoli della loro
pochezza, contenti del loro stato, come altri ne avevo osservati quella
mattina, contadini, operai che lavoravano alacremente, cantando,
scherzando, soffrendo in silenzio, accettando la vita quale l'avevano
ricevuta in sorte, rendendosi utili a sè stessi ed agli altri,
contribuendo, per quanto era in loro, al benessere comune.

Era forse la prima volta che osservavo questo? No. Ma allora sentivo un
profondo disdegno per tutto quel che non era pensiero o opera di
pensiero; non mi ero mai fermato a riflettere che tutte quelle creature
umane condannate a rimanere nei bassi strati della vita sociale
esercitavano una necessaria e benefica funzione, preparatrice di
materiali, di alimenti a coloro che si trovavano destinati a funzioni
più alte; e che questi, alla lor volta, lavoravano per quei pochi nei
quali funzionava, per così dire, soltanto il cervello, artisti,
scienziati, pensatori, e che erano la somma di tutte le altre attività,
il resultato complesso di tante funzioni diverse ma indirizzate a unico
fine.

E mi tornavano in mente le allegre parole del dottore:

--Si figuri me, se mi fossi messo in testa di voler essere professore di
clinica!

Io avevo voluto tentare qualcosa di simile; e la mia superbia delusa mi
spingeva a finirla con la vita!

Ma subito mi rimproveravo:

--Tu già ti lasci lusingare dalla vigliaccheria!

E subito rispondevo a me stesso:

--Non è forse maggiore vigliaccheria disertare dalla vita unicamente
perchè essa non ha soddisfatto la tua vanità, il tuo orgoglio, i superbi
tuoi sogni?

Mi sembrava impossibile che l'insegnamento, la salvezza, forse la
redenzione, dovessero venirmi appunto dalle umili cose e dalle umili
persone tanto da me misconosciute e disprezzate!



XXV.


All'alba, ero su l'alta terrazza della villa. Quattro anni addietro,
dallo stesso posto, avevo avuto la gioia di assistere assieme con Fausta
allo spuntare del sole, spettacolo nuovo per lei. L'avevo condotta lassù
con strano senso di superstizione, per farla benedire dal sole appena
uscita dal mio abbraccio nuziale, quasi il tepore di quei primi raggi
dovesse investirla di vive forze cooperatici al gran mistero della
concezione.... E la rivedevo come quella mattina, un po' pallida, un po'
sbalordita del suo nuovo stato, sorridente, stretta al mio braccio; e mi
sembrava di riudire le sue parole di esclamazione ammirativa:

--Oh, che bellezza! È una festa!...

E pensavo che quella festa si era ripetuta da allora in poi,
indifferentemente ogni giorno, e che si sarebbe ripetuta ancora ogni
giorno, per anni, per secoli indefiniti senza che le creature riflettano
quali correnti di vita, quali correnti di pensiero arrivino ad esse con
le vibrazioni di quella luce e le impressioni di quel calore!

Un irresistibile bisogno di aria libera, di frescura mi aveva spinto a
salire su la terrazza. Venere scintillava nel cielo opalino; tutta la
campagna attorno era ancora immersa nell'ombra, in una specie di
torpore, di dormiveglia, di soddisfazione di benessere, e me ne sentivo
compenetrare, quasi quello stato corrispondesse alla mia condizione
interiore. Un senso di stanchezza, di prostrazione, era seguìto infatti
all'esaltazione nervosa della giornata.

L'abbattimento però si accresceva di mano in mano che l'ampia vallata
usciva dalla penombra, che l'orizzonte si tingeva di un roseo dorato,
che i contorni dei monti e delle colline si accendevano ai primi raggi
del sole quasi scoppiassero in fiamme al loro tocco, e tutta la campagna
vibrava di sussurri, di canti di uccelli, in un delizioso fremito di
risveglio che mi sembrava, più che un'irrisione, un rimprovero. Che cosa
ero io venuto a fare colà, in mezzo a tanto rigoglio di vita, se neppure
sapevo ritrovare in me la forza di darmi la morte, con orgoglioso gesto
di rinunzia in faccia alla irragionevole prepotenza della Natura?

E non attesi che il sole si levasse alto su l'orizzonte.

Sul tavolino della mia camera luccicava il revolver, accanto ad esso era
spiegato il foglio nel quale, all'arrivo, avevo scritto in fretta poche
parole con cui chiedevo perdono a mia madre dell'atto disperato che
stavo per compire. Mi parve di vedere la povera donna nel momento di
leggerle, e mi sentii correre un brivido per tutta la persona. Strappai
il foglio.

--Ormai!

Fu l'unica parola che mi sfuggì di bocca. E significava che la vita e la
morte avevano lo stesso valore per me. Non dovevo riputarmi come morto
da un pezzo?

I muratori erano già al lavoro sul tetto della casa del colono. Uno di
essi cantava, interrompendosi per dire delle buffonate che facevano
ridere gli altri. Li osservavo con tristezza compassionevole per quella
loro serenità di creature umane, condannate a una esistenza quasi
animalesca, senza barlume di pensiero.

Lavoravano intentamente a rizzare un muricciolo, sovrapponendo pietre su
pietre, mattoni su mattoni, manovrando di cazzuola, e tutto il
funzionamento del loro cervello si riduceva a quella misera opera di
muratura.... Così, un po' più distante, sei contadini sarchiavano curvi,
movendo in cadenza le braccia, sgretolando con le mani, di tratto in
tratto, la terra smossa, e buttando via da parte qualche sasso,
anch'essi condannati a un'esistenza quasi animalesca, senza barlume di
pensiero.

E non era forse meglio per loro che fosse così?

--È la Provvidenza!--mi rispondeva poco dopo il parroco.

Andava attorno di buon'ora, sgambettando per le viottole,
accompagnandosi coi contadini avviati al lavoro, dando consigli, facendo
paternali, e tutto alla lesta, quasi avesse qualcuno che lo stimolasse
col pungolo e lui volesse liberarsene.

Vistomi affacciato alla finestra mi aveva dato la voce.

--Bravo! L'occhio del padrone ingrassa il cavallo, come suol dirsi....
Ha dormito bene? Veggo che è mattiniero. Bravo! In campagna si va a
letto coi polli.... ma ci è lo svegliarino dei galli e degli uccelli....
Sì, quel tetto pericolava; il rinforzo del muricciolo.... sì, sì. Fa
bene a sorvegliare i lavoranti, anche a distanza. Non bisogna fidarsi
troppo.

--Guardi. Povera gente!--risposi additando i sarchiatori.

--Perchè?

--Che colpe ha commesso da essere punita a quel modo?

--È la Provvidenza!

--Poteva, mi pare, provvedere altrimenti.

--Se non l'ha fatto, vuol dire che doveva essere così.

--Voi la proclamate onnipotente.

--La proclamiamo? È, figliuolo mio! È!... Ma già lei va d'accordo col
dottore.... nelle stramberie. E ci vuol tanto poco a pensare giusto!

--Salga su, venga a prendere una tazza di caffè....

--Ecco la Provvidenza! Ieri ho finito la mia piccola provvista.... e per
ciò sono uscito dalla canonica a stomaco vuoto; i fondi ribolliti non mi
piacciono.... Neghi la Provvidenza se può!... Eh? Eh?

Mentre egli faceva il giro del muro di cinta per entrare dal cancello,
io avevo fatto preparare nella sala da pranzo le tazze pel caffè.

--Anche i biscotti!--esclamò.--Mi vizia, come la sua mamma.... Le ha
mandato i miei ossequi?... Il caffè bisogna prenderlo in piedi,
sorseggiarlo, centellinarlo.... Squisito! Il mio è un lontano, molto
lontano parente di questo.... Ma lo bevo e lo gusto lo stesso: tutto sta
nell'abituarsi.... E lei dice male della Provvidenza!

--Ne dice male lei, attribuendole certi fatti.... Dandone la colpa al
caso, che non sa quel che fa, e se sbaglia....

--Quistione di nomi. Noi diciamo Provvidenza, anche quando non sappiamo
spiegarci la ragione dei suoi atti; li accettiamo quali sono, li
rispettiamo, e la nostra ignoranza è confortata dalla Fede che la
Provvidenza sa quel che fa e che fa tutto a fin di bene. Loro dicono
Caso perchè non vogliono confessare la loro ignoranza, e trovano comodo
di attribuire a un cieco tante belle cose che farebbero onore anche a
chi possedesse quattro paia di occhi.... Un'altra tazzina?
Volentieri.... Ben zuccherato; il caffè, dicono, così è più
digestivo.... E poi rimettendoci alla Provvidenza, a Dio, noi viviamo
tranquilli.... Loro, invece, si beccano il cervello e.... che cosa
concludono?

--Il guaio è, caro don Luca, che la vita resta ugualmente una brutta
cosa sia che la prepari la Provvidenza o ce la intrugli il Caso.

--E ne dice male, lei, lei a cui niente manca per essere felice?

--Crede che la felicità stia nei quattrini?

--No, perchè in tal caso io sarei tra i più disgraziati del mondo. La
felicità sta nel contentarsi, nell'adoprare alla meglio tutti i mezzi
che Dio ci ha messi a portata di mano. Quei contadini sarchiano, cosa
che lei non sa fare nè può fare; non resisterebbe. Sarchiare per loro è
come.... studiare per lei; come dir messa, recitar l'ufficio,
confessare, portare il viatico.... per me; ognuno al suo posto; ogni
frutto alla sua stagione.... Lei mi fa parlare, mi fa distrarre.... e
questo è il quarto o quinto biscotto che mangio senza punto badarci....

--E non ci badi!

--Eh, no! Avrei fatto meglio a mettermeli in tasca e portarli a qualche
povera malata; ne ho rimorso....

--Porti questi altri che rimangono.

--Ma allora la buona azione non la faccio io.

--Che importa? Purchè sia fatta!

--È vero.... E intanto non dica più che la vita è una brutta cosa. È
quello che è; secondo si prende. E inoltre c'è la consolazione del
compenso che riceveremo nell'altra....

--Ne è sicuro?

--Sicurissimo! Se non fosse così....

--E se davvero non fosse così?

--Dove vuol condurmi? Cotesti «se» non li ammetto. Se li ammettessi un
solo istante, in certi momenti.... Dio me ne scampi.... non ci penserei
due volte. Ma, no, no: la vita è bella anche quando.... è brutta. Se lo
immagina lei il mondo senza la vita? Buio fitto, freddo intenso.... Eh,
no! Questo bel sole, questo bel verde.... Ah! E quest'aria che rinfresca
i polmoni.... Ah!

--E la Morte non la conta?

--Passaggio! Passaggio!... Un po' duro, se vuole.... specialmente quando
bisogna farlo troppo presto, all'inaspettata.... Ma passaggio e niente
altro.... E per ciò non è male portarsi via, nel mondo di là, un
fagottino di buone azioni sotto braccio....

--Lei dunque fa il bene in vista della ricompensa che può venirle....

--Certamente, e mi astengo dal male pel castigo che mi attirerebbe
addosso. Sono sincero. Coloro che dicono di fare il bene unicamente pel
bene, se non mentiscono, sono illusi dalla loro vanità.... Ed ecco un
sesto biscotto andato di mezzo! È un'indecenza.... Io non posso star
fermo; mentre la lingua parla, le mani armeggiano, afferrano.... quasi
quasi non lo finirei.... Ma che significa quel gran fumo laggiù...
dietro gli ulivi?

E dopo aver guardato un momento, gridava a uno dei sarchiatori:

--Ehi! Pietro!... Corri, va' a vedute che cosa avviene nella fattoria
dei Contardi.... Correte in due, in tre, per dar soccorso se mai!...
Vado io, sarà meglio. Il fumo aumenta!...

--L'accompagno.

Stentavo a tenergli dietro. La fattoria dei Contardi distava dalla villa
mezzo chilometro. Don Luca scavalcava viottole, improvvisava
scorciatoie, saltava fossati, lasciando indietro me, i contadini, che
pure correvano vedendo correre il loro parroco a cui volevano bene.

Ora si sentiva il crepitìo delle fiamme, e un grido invocante aiuto. Era
la voce di un ragazzo che strillava, piangendo, spaventato, davanti a la
casa che bruciava.

Bruciava da tutte le parti con terribile impeto. Globi nerissimi di fumo
uscivano dalle finestre e dal tetto, lingue di fuoco vibravano tra il
fumo, alimentate dal vento che sembrava vi soffiasse su con maligna
violenza.

Al nostro arrivo, don Luca interrogava il ragazzo, s'interrompeva per
chiamare i contadini che non rispondevano, tornava a interrogare quel
poverino, guardiano di una mucca, e non riusciva a ottenere risposte
concludenti.

--I tuoi padroni dove sono?

--Non lo so!

--Non li hai visti questa mattina?

--Non li ho visti.

--Li hai visti ieri sera?

--Non li ho visti.

Una gran confusione. Mancavano recipienti per l'acqua, mancavano scale,
mancava tutto! Era difficile di accostarsi specialmente dalla parte
davanti; le fiamme, il fumo che il vento spingeva da tutti i lati, in
basso, quasi per tener discosta la gente che avrebbe voluto dare qualche
soccorso, ci facevano rimanere spettatori del disastro, in attesa che i
muratori e i contadini, spediti alla villa, portassero recipienti,
scale, picconi.

Don Luca smaniava, alzava le braccia al cielo, si aggirava attorno a la
casa, chiamando per nome il Contardi e sua moglie, che dovevano essere
là dentro soffocati dal fumo e forse carbonizzati dal fuoco se non
davano nessun segno di vita; forse erano andati in città, e questa
ipotesi ci consolava.

Intanto parte del tetto crollava con gran fracasso; e parve per pochi
minuti che il materiale di tegole e di calcinacci venuto giù attutisse
l'incendio. Già ferveva l'opera di estinzione ora che dalla villa erano
arrivati recipienti di ogni sorta. Venivano riempiti alla meglio
attingendo acqua dal pozzo, e a una gora poco distante. Due scale erano
state appoggiate a un albero, che il fumo avvolgeva tra le sue spire, e
ai muratori montati fino agli ultimi scalini, i contadini, don Luca ed
io porgevamo i secchi e le brocche ripiene che quelli si sforzavano di
vuotare su i muri, su le imposte delle finestre mezzo consumate, dentro
quella voragine apertasi al crollo di parte del tetto.

Duo o tre volte i muratori avevano dovuto scendere per non essere
soffocati dal fumo, sostituiti subito dai contadini. Don Luca, buttata
via la zimarra, era montato su anche lui, per dare l'esempio, esortando
con la voce arrochita, mostrando un'agile forza proprio straordinaria
per la sua età. Pensava, anche a me:

--Lasci fare; non si affatichi.... Vede?

Avevo rovesciato un secchio nel fare lo sforzo di porgerlo al contadino
in basso della scala....

--Regoli meglio la catena!... Passando da una mano all'altra secchi,
orci, brocche, si fa più presto....

Le mura fumigavano, ma le fiamme già si abbassavano....

Mi era parso di udire un grido, di sentir picchiare; in una grata.... Ed
ero accorso dietro la casa. C'era una sola finestra in alto, da dove
usciva poco fumo; e tra quel fumo, due manine che picchiavano con una
chiave, e una figurina incerta tra il fumo che, mezzo soffocata, poteva
appena gridare.

--La ragazzina! La ragazzina!...

Don Luca saltò giù dalla scala col pericolo di fiaccarsi il collo.

Anche oggi io ho un'idea molto confusa di quel che oprai in quel
momento. Ricordo soltanto che mi sentii preso da un impeto di vigoria e
di coraggio, che respinsi bruscamente don Luca e un muratore che
volevano impedirmi di afferrare una scala. Ricordo il mio grido:

--Il piccone! Il piccone!

E mi rivedo, come in un sogno, arrampicato alla scala, dar furibondi
colpi per scassinare la grata. Il fumo aumentava, mi accecava. Dietro la
grata, aggrappata ad essa, con gli occhi atterriti, il respiro
affannato, intravedevo la ragazzina che pareva stentasse a reggersi. Ah,
quella maledettissima grata come resisteva!... Finalmente!... Da una
sola parte però.... La spinsi indietro, per aprire un varco alla
ragazza.... E gettai un urlo di orrore! La poverina non aveva potuto
reggersi più!

Ricordo soltanto che, tardi, a notte avanzata, mi svegliai quasi da
sonno profondo, che avevo la testa fasciata, che mia madre, il dottore e
il parroco mi stavano ansiosamente dattorno, e che il dottore mi disse:

--Non è niente!

--Sì, Dario; fortunatamente, non è niente!--soggiunse mia madre.

E le tremava la voce.



XXVI.


--E la ragazzina?--domandai.

--Salva!--rispose don Luca.--Lei si è già conquistato un bel posticino
in Paradiso. Non sorrida; si va in Paradiso anche senza volerlo, e senza
saperlo, quando si fanno opere buone. C'è lassù Chi tutto vede, e premia
e gastiga.... Ma è inutile, io predico per abitudine; bisogna
tollerarmi.... E lei, dottore, su, come spiega il fenomeno della signora
che si sente ispirata ad accorrere qui?

--Io non ho l'obbligo di spiegare; mi basta il fatto, che non è nuovo,
che accade anzi tutti i giorni.... Presentimento.... Vuol vederci un
miracolo?...

--Tutto è miracolo!

--Allora!... Tutto è naturale; è lo stesso.

La ferita alla testa, quantunque non grave, mi aveva dato però un po' di
febbre. Don Luca, in piedi davanti al letto, raccontava a mia madre quel
che era, avvenuto. Mi ero precipitato dentro, dietro la ragazzina quasi
soffocata....

--Ah, signora mia!... È stato un momento.... un momento!... Si
figuri.... Mi è fin scappata di bocca una parolaccia.... In certe
circostanze, uno non sa più quel che si dica..... Avrei voluto veder
lei, dottore!... Se si tardava soli dieci minuti, invece di due si
avrebbero avute quattro vittime.... Quei poveri Contardi!
Irriconoscibili.... Un orrore! Li avrò davanti agli occhi fin che
campo.... E ne ho visti morti! Ammazzati, annegati, stritolati da carri;
di ogni specie. Ma questi qui, specialmente l'uomo!... E ora dovremo
pensare per l'orfanella. Non le è rimasto neppure un cencio....

Mia madre era così commossa, così sbalordita, dal pericolo da me corso,
che rispondeva soltanto con movimenti affermativi del capo. Io pensavo
tristamente:

--Peccato! Sarebbe stata finita!

E socchiudevo gli occhi fantasticando:

--A quest'ora starei steso su questo letto, freddo, inerte, forse
sfigurato, e non vedrei, non udrei niente, e sarebbe calato il sipario
su la commedia o tragedia della mia vita; tragedia piuttosto che
commedia.... E sarei morto almeno facendo un atto di energia....
inutile, come tutto quel che ho tentato finora; mentre ora dovrò
ricominciare da capo a trascinarmi simile a un fantasma in mezzo
all'attività che mi circonda. Che cosa vuoi farci? Ne avrai ancora per
un po'; continua a rappresentare la tua parte di fantasma, rappresentala
bene...!

E feci un involontario gesto di sconforto.

--Ti dà molta noia la ferita?

--No, mamma! Riflettevo....

--È meglio che non affatichi la mente--intervenne il dottore.--Ne avrà
per una settimana. La febbre è in decrescenza. Sono un po' in pensiero
per la ragazzina. L'asfissia, anche non inoltrata, lascia dei disturbi
nella circolazione del sangue; è una specie di avvelenamento. E poi, è
così gracile, così patita quella poverina! Chi sa dove le par di essere?
Guarda attorno nella camera, stupita di veder i fiori della tappezzeria,
i bei mobili, il grande specchio dell'armadio, i quadretti alle
pareti....--E la mamma? E il babbo?--mi ha domandato timidamente. Le ho
risposto:--Sono andati al paese; torneranno tra due giorni.--E stavo per
dirle:--Avrai un'altra mamma, anche migliore della tua!

--Le mamme sono tutte uguali.

--Così fosse! L'amore materno è una delle tante generalizzazioni di cui
non sappiamo disfarci. Conosco mamme così crudeli e spietate verso i
loro figli, che il paragonarle con le tigri.... sarebbe un'offesa per le
tigri. La Contardi non era precisamente di queste; la miseria però
l'aveva inasprita. Da due anni a questa parte poi, in seguito a un
aborto, era anche malandata di salute; e la ragazza, poverina, scontava
ogni cosa. Quando don Luca dice: La Religione! Costei aveva la casa
piena di santi appiccicati ai muri; teneva accesa la lampadina a non so
quale madonna,...

--Sarebbe stata peggio, se non fosse stata credente,--lo interruppe don
Luca.

--Era peggio a bastanza; ma non sparliamo dei morti.

--E non diciamo male della Provvidenza,--dissi io, ridendo,--se no, don
Luca si arrabbia!

--Ma che cosa s'immagina? Che io non ne senta dir male anche dai
miei parrocchiani? Questi qui però li compatisco; sono ignoranti, e
poi non ragionano, parlano per impeto di sentimento, in certe
circostanze.... e dopo vengono a confessarsi. Senta: anni fa una
povera vedova perdè l'unico figliuolo di vent'anni, un giovanone più
alto di me, un gigante; pareva scoppiasse di salute e di forza, e
una febbre maligna glielo portò via in tre giorni. Da allora in poi
non la vidi più venire a messa le domeniche, nè a nessuna funzione
religiosa. Un giorno, incontratala per caso da una sua parente,
tentai di consolarla esortandola a rassegnarsi alla volontà di Dio.
Scattò da sedere.... Bisogna averla veduta, per figurarsi quella
persona, vestita tutta di nero, pallida, con le braccia in alto,
imprecanti, la voce ferma, la parola impetuosa a tu per tu con
Domeneddio che le aveva tolto il figliuolo.--Un'infamia!... Glielo
grido in faccia! Che m'importa se mi manda all'inferno? Non lo
sapeva che non ne avevo un altro? Non lo sapeva che era la colonna
della mia casa?...--Io non osai d'interromperla. E quando si lasciò
cascare, quasi sfinita, su la seggiola, per poco non le diedi
ragione, così eloquente, così furioso era stato lo sfogo di quella
madre desolata. Capisce? A me fa rabbia il freddo ragionamento che
sragiona.

--Ma così--esclamò il dottore--si giustifica tutto, anche l'incendio e
la disgrazia di ieri l'altro! Se la moglie.... No, non diciamo male dei
morti. Ma il povero Contardi era buono, lavoratore onestissimo. E la
ragazzina? Che peccati può aver commessi la ragazzina?

--Sono in due contro di me, cara signora; ed io non voglio sprecare il
mio fiato. Mi basta di aver lei dalla mia parte. Dobbiamo pensare
all'orfanella; metterla in un ricovero....

--Non c'è fretta,--rispose mia madre.

E appena, fummo soli, soggiunse:

--Per ora la terremo con noi. Sarà l'opera di carità, con cui potremo
onorare la memoria di Fausta. Te l'ho accennata l'altra volta; ma allora
non avevo nessuna idea concreta.... E ancora non ti ho raccontato i
particolari del mio incredibile presentimento. Avevo dormito male la
notte avanti; un'irrequietezza insolita mi scoteva dal sonno quasi di
soprassalto. Mi ero alzata dal letto di buon'ora, con un'oppressione al
cuore, con una angoscia sorda sorda che mi spingeva ad aggirarmi per le
stanze senza scopo; così ero entrata, nel salotto di Fausta. È la mia
cappella familiare; vo a pregarvi ogni giorno, in comunione con la
nostra cara morta. Tutt'a un tratto.... non saprei dire se abbia udito
davvero una voce fievolissima o se le parole mi siano risonate nel
cervello proprio come quando noi ricordiamo la voce di qualcuno....
Tutt'a un tratto, insomma, mi parve di sentirmi dire da Fausta:--Dario
vuol venire con me! Dario è in pericolo!--Forse mi esprimo male; era un
sentimento confuso, forte, quasi violento.... E non potei più stare su
le mosse. Volevo mandar a chiamare il signor Bardi; ma sentivo che non
dovevo frapporre nessun indugio. Quell'agitazione così insolita, così
persistente....

--Oh, mamma!... Perdonami! Hai indovinato! Perdonami! Ero venuto qui con
un pazzo proposito.... Perdonami, mamma!

--Dario! Dario!... E non pensavi...?

--Non più, mamma! Ora voglio vivere per te, qualunque sia la vita che mi
si prepara. Mi sono già rassegnato. Mi rassegno! Perdonami, mamma!

Ripetevo queste parole affannosamente, invocando una risposta. La povera
donna sembrava atterrita dalla mia rivelazione. Rizzatasi da sedere,
stringendo le mani con le dita conserte, mi guardava senza poter
pronunziare altro che il mio nome; e c'era nella voce tanta angoscia,
tale accento di rimprovero da farmi pentire di essere stato sincero.

--Da oggi in poi,--disse quasi balbettando,--non potrò più stare
tranquilla.... Giurami, Dario...!

--Lo giuro a te.... e a Fausta!--risposi.

E le apersi le braccia.

La mia ferita si era rimarginata più presto che il dottore non
prevedesse. Stava bene anche l'orfanella. Mia madre aveva provveduto a
rivestirla, ma non a lutto. Don Luca si era incaricato di comunicarle la
disgrazia che l'aveva colpita, ed ella aveva accolto la notizia con
stupore, senza lacrime, esclamando:

--Ed ora.... come faccio? Ed ora.... come faccio?

--Non dubitare, la Madonna ti aiuterà.

Ripulita, ravviata, sembrava un'altra. Era esile, bionda, con un
profilino delicato, occhi cilestri, bocca piccola, con labbra un po'
tumide, e un'espressione di sgomento che le faceva fissare gli occhi su
le persone e le cose, quasi ancora non credesse a quel che era accaduto
e a quel che accadeva attorno a sè.

Mia madre la incoraggiava con le parole e con le carezze.

--Come ti chiami?

--Rosa.

--Vuoi restare con noi?

--Se mi vogliono.... Che ne so?

--Resterai con noi; verrai con noi in città.

Io sentivo una lieve tenerezza, pensando che quella ragazzina era viva
per me. La interrogavo anch'io, quasi in qualche modo mi appartenesse.

Passato il primo sbalordimento, pensando ai suoi genitori, ella piangeva
zitta zitta.

--Non devi piangere più. Quanti anni hai?

--Dieci anni--mi rispondeva, asciugandosi le lacrime col grembiulino.

--Che cosa facevi a casa tua?

--Davo il becchime alle galline, governavo il porcellino, accendevo il
fuoco, raccoglievo la legna....

--Non farai niente di tutto questo. Ti piace?

--Che ne so?

Il giorno precedente al nostro ritorno in città, avevamo a desinare don
Luca e il dottore. Rosa sedeva tra mia madre e me.

--Già sembra della famiglia!--esclamò il parroco.

--I bambini si adattano subito. La Natura li protegge.

--Diciamo la Natura!--replicò ironicamente don Luca al dottore.

--Oggi, niente discussioni,--dissi.--Ho una lieta notizia da dare; e tu,
mamma, mi scuserai se non ti ho messo a parte anticipatamente di quel
che sto per annunziare; ne sarai, forse, un po' maravigliata, ma il tuo
cuore sussulterà di gioia. Noi adotteremo Rosa!

Don Luca e il dottore si rizzarono in piedi, battendo le mani,
gridando:--Bravo! Bravo!

--Io non so quali formalità legali occorrano per quest'atto.
Consulteremo un avvocato. Intanto l'adozione è già fatta dal cuore; è
l'essenziale e l'importante. Di', mamma, pensavi tu a questo parlandomi
di un'opera, di carità in omaggio della memoria di Fausta? Se sì, sono
lietissimo di aver interpretato il tuo sentimento.

--No, Dario; io non arrivavo fino a questo; ma approvo, commossa, la tua
idea. Almeno tu ed io avremo una bella ragione di vivere, tu
specialmente.

--Io specialmente, dici bene!--risposi con espressione di grande
tristezza.

In quel momento mi parve che lo stuolo di tutti i miei sogni mi passasse
davanti agli occhi, fuggendo via come uno stormo di uccelli migratori,
in cerca di miglior stagione e di suolo più clemente.

Dicono che coloro che stanno pur morire annegati, abbiano una
rapidissima visione degli avvenimenti della loro esistenza, rivivendola
in pochi istanti con tutti i più minuti particolari. Qualcosa di simile
accadeva in me, mentre ripetevo le ultime parole di mia madre: Io
specialmente! E mi sembrava di sentirmi sprofondare a poco a poco in
fondo a un abisso silenzioso, proprio in fondo a un oceano stranamente
illuminato dai raggi del sole che stentavano a penetrare tra i verdi
mobili riflessi delle acque.

Quando mi destai da questa specie di sogno, ebbi la paurosa impressione
di essere diventato un altro. Certi sentimenti, certe idee, certi sogni
anche, formano così gran parte della nostra individualità, da far
provare la impressione di uno strappo di carne viva, da darci la
sensazione dello sprizzar del sangue da larga ferita quando avviene
qualcosa che abbatte dentro di noi tutto il passato e ci fa scorgere
l'aridità del presente e l'inanità del futuro.

Tutta la mia vita ormai si riduceva a un'opera di carità, all'adozione
di quella gracile creaturina che aveva già conosciuto dolori,
avvilimenti, miserie la cui impronta forse sarebbe rimasta visibile, non
ostante le amorose cure che mia madre ed io le avremmo prodigate.

--Hai capito?--le diceva don Luca.--Da ora innanzi la tua nuova mamma
sarà questa buona signora, e questo signore sarà il tuo nuovo babbo. E
tu diventerai una signorina. Dovrai voler bene a tutti e due, obbedirli
in tutto, se no ti rimanderanno in campagna a far la vita che hai fatto,
peggio anzi; dovrai andare a servire, comandata da padroni che non ti
useranno riguardi. Hai capito? Hai capito?

La poverina lo guardava spalancando gli occhi, con un sorriso di stupore
che dimostrava com'ella non avesse compreso chiaramente il gran
mutamento avvenuto nella sua sorte; qualcosa però avevo compreso a modo
suo, mentre le mani di mia madre le accarezzavano la testa,
delicatamente, passando e ripassando su i capelli già domati dal
pettine. Ed ebbe un inatteso slancio, si lasciò scivolare dalla
seggiola, ginocchioni accanto a mia madre e cominciò a baciarle le mani
che cercavano di sollevarla.

--Bada,--le dissi:--non ti chiamerai più Rosa, ma Fausta.

E volli baciarla e accarezzarla anch'io.

Mia madre, colpita dal tono un po' enigmatico con cui avevo pronunziato
queste parole, mi guardò intentamente e mosse le labbra, per farmi una
domanda. Non disse motto, e gliene fui grato.

--È strano!--esclamò il dottore, facendo uno sforzo per nascondere la
commozione.--La gioia stimola l'appetito. Io ricomincerei a mangiare.

Ma il buon vecchio si levava intanto da tavola, e non finiva neppur di
bere il vino che si era versato.



XXVII.


Mia madre si era accorta che io agivo per impulso di un esaltamento
probabilmente morboso e ne rimaneva impensierita. Infatti in quei giorni
ero nervosissimo, eccitabilissimo. L'articolo 202 del Codice civile che
metteva un insormontabile divieto all'atto di adozione, almeno per
allora, mi sembrava una nuova infamia del destino contro di me.

--Ebbene, che importa? Attenderemo,--disse mia madre.--Nessuno però può
impedirci di agire come se l'adozione fosse avvenuta.

Il signor Bardi non approvava la mia intenzione, e sosteneva che la
legge, in questo caso, operava saggiamente.

--È una sopraffazione!--esclamavo io.

--È una tutela!--ripicchiava il signor Bardi.--Fingiamo, per poco, che
la condizione di aver compiuti i cinquant'anni non esistesse. Tra uno,
cinque, dieci anni, potrebbe venirti l'idea di riprender moglie; e tu ti
troveresti su le braccia una figlia non tua, che i figli legittimi non
vedrebbero certamente di buon occhio.

--L'ipotesi è assurda,--risposi.--L'adozione sarebbe anzi un ostacolo,
che con me poi non occorre. L'ostacolo consiste nella mia volontà.

--Caro Dario, la volontà non comanda, obbedisce. Comandano la passione,
il capriccio, le circostanze sociali; e per ciò noi troviamo sempre
pronta una scusa per tutti i nostri mutamenti di condotta. È vero; tu
sei savio, ma la vita, spessissimo, è più savia di noi.... quando non è
pazza addirittura. In tutto, come negli affari, è prudente non
impegnarsi troppo. È l'assioma praticato da tuo padre, che se ne trovò
sempre bene. Ma noi facciamo una vana discussione. Il Codice civile
pensa appunto per tutti coloro che non possono pensare. Tu intanto avrai
tempo di riflettere; e dice bene tua madre, niente t'impedisce di
operare come se l'adozione fosse avvenuta.

--È una sopraffazione della società che si sostituisce al diritto
individuale! Barbarie di legislazione pagana! Rimasuglio di prepotenza
medioevale!

Parlavo concitato, quasi la sopraffazione venisse dal povero signor
Bardi che infine, se fosse dipeso da lui, sarebbe stato lietissimo di
accontentarmi a dispetto di quell'articolo del Codice, pur di evitare a
me e a mia madre la contrarietà che ci affliggeva.

Sì, noi potevamo operare come se l'adozione avesse ottenuto tutte le
sanzioni richieste dalla legge; ma era una finzione, non una realtà; e
questo m'indignava, quasi da un momento all'altro avesse potuto
sopraggiungere qualcuno e rapirmi la bambina che ormai mi sembrava
m'appartenesse perchè salvata col pericolo della mia vita.

--Tu sei eccessivo,--mi diceva mia madre.--O tutto o niente è una bella
insegna, non lo nego; ma quando non è possibile ottener tutto, è bene
contentarsi di qualcosa che sarà sempre meglio del niente. Un grande
ambizioso, un forte può adottarla e metterla in atto; può adottarla però
anche un poltrone, e trovarvi il pretesto di non far nulla.

--Sono ambizioso, orgoglioso, mamma; ma non più come prima. Tu lo vedi a
che cosa mi rassegno: a beneficare una creaturina, a fare anche opera di
espiazione per la memoria della povera Fausta! Io non la ho amata quanto
meritava, quanto dovevo; l'ho fatta soffrire, mamma! Forse ella è morta
non tanto per un difetto dell'organismo, quanto per l'immenso dolore di
non essere riuscita ad imporsi al mio cuore.... Oh, mamma! Tu non sai;
forse sai, e temi di accrescere il mio rimorso dandomi ragione. La ho
amata quando non ero più in circostanza di consolarla, di compensarla;
ho commesso l'infamia, per disperazione, di tentar di dimenticarla. Tu
non sai, mamma! Tu non sai! Voglio punirmi, voglio redimermi.... E
voglio pure, mamma, crearmi ancora un sogno nella vita, un'illusione,
fosse pure a costo di rimpiangere, dopo, di non aver saputo resistere
alla seduzione di esso nè alla fallace malìa di quella. E saranno nello
stesso tempo sogno e illusione anche tuoi. Mi aiuterai almeno a
produrmelo, a foggiarmela. In Rosa dovrà rivivere Fausta. Dobbiamo farne
una creatura di bontà, d'intelligenza, di bellezza; e sarà in gran parte
opera tua. Hai già cominciato. Io ammiro il miracolo di trasformazione
che hai saputo produrre. Chi non l'ha conosciuta quando era una misera
contadinella sfigurata dagli stenti e dalle fatiche, non potrà credere
che Rosa non è stata sempre quel fiore di grazia timida e inconsapevole
che rallegra oggi la nostra casa. E sono passati appena dieci mesi!

--Quando torneremo a Villa Fausta, don Luca e il dottore non la
riconosceranno.

--Certamente. E mi piace che perdurino in lei, che quasi resistano un
po', certe mosse, certi piccoli impeti selvaggi. Usufruiremo anche di
queste forze nell'educarla.

--Tu però la vizii un po', condiscendendola in tutto.

--Penso a quel che ha sofferto.

Non mi accorgevo di ricadere nell'eccesso che aveva contristato tutta la
mia vita. Volevo da questa sempre qualcosa di più che non potesse darmi.
Dovevo esser io il dominatore, il creatore; sotto forme diverse, per
scopi diversi, la mia stolta ambizione era quella di imprimere
l'impronta del mio spirito nelle persone e nelle cose delle quali
m'interessavo. Tardi, molto tardi, ho finalmente compreso che l'opera
dell'intelligenza riesce efficace soltanto quando l'uomo intende il
preciso valore delle sue facoltà, e sa adoprarle secondo la loro
potenza, secondo il loro sviluppo. Quanti spostati di meno, se tutti
avessimo questa coscienza! E, forse, anche questa mia ultima convinzione
è sbagliata. Ogni individuo è, probabilmente, un tentativo della Natura
per attingere la forma perfetta della specie; c'è dentro di ognuno di
noi la forza impellente del tentativo, e, fuori, l'ostacolo delle
circostanze, del Caso.... E così tutti i mezzi-artisti, i
mezzi-scienziati, i mezzi-uomini politici, tutte le mille mediocrità che
ingombrano il mondo vengono giustificati davanti alla riflessione, ma
non per questo soffrono meno, e fanno soffrir meno gli altri. La gran
sapienza consisterebbe nel rassegnarsi, nel limitarsi ad essere quel che
le circostanze esteriori ci costringono ad essere. Ed, ecco, pure in
questo momento mi abbandono alla Sirena dell'astrazione che è stata la
mia malefica Fata!

Malefica? Chi lo sa? Pensare è agire. Perseguire un ideale e non
raggiungerlo mai, è godimento ineffabile; e in questo caso--non sembri
contradizione--fin la sofferenza può mutarsi in godimento, ripensandola.

In quei giorni m'isolavo sempre più, dedicato interamente alla nuova
creazione intrapresa. Assistere al risveglio dell'organismo di
Fausta--più non chiamavo Rosa col suo nome di battesimo e godevo
ch'ella se ne compiacesse--assistere alle continue manifestazioni del
suo spirito in formazione, che talvolta erano deliziose sorprese per
un osservatore attento come me, bastava a riempire le mie giornate,
quando ero stanco di leggere o di occuparmi di affari, da che il
signor Bardi si ostinava a volermi informare dei misteri--diceva
così--dell'amministrazione dei miei beni, pel caso ch'egli dovesse
rinunziare al suo incarico o venisse a mancarmi.

Povero signor Bardi! Era invecchiato, molto stanco, e una lenta malattia
viscerale gli minava la salute. Mia madre ed io gli volevamo bene per la
sua onestà, per quel che di sornione e di gioviale che gli si leggeva in
viso.

--Bisogna prepararsi ad andarsene e tener pronta la valigia, per non
esser colti alla sprovveduta. È vero che con la morte non c'è pericolo
di perdere il treno!

E rideva.

--Ma come le passano per la testa queste malinconie?

--Per forza. Quasi ogni giorno, cara signora, mi capita di sentire che
un amico, un conoscente--di quelli che son cresciuti con me....--E fa
impressione. Spariti, portati via da una febbre, da un colpo.... Il
tale? Ma siamo stati insieme sere fa.... Il tal altro?... È naturale che
si pensi: Verrà presto la mia volta!... Oh, non me ne affliggo. La mia
esistenza non è stata cattiva; ho goduto un pochino; ho pure penato....
Ma infine.... Posso andarmene tranquillamente, coi miei conti
sottobraccio, per presentarli al Gran Giudice di lassù. Li troverà in
regola? Spero.

E rideva.

Povero signor Bardi! Tre mesi dopo era andato serenamente a sottomettere
i suoi conti al Gran Giudice di lassù, come aveva, detto, scherzando. Ed
oggi, io credo che il Gran Giudice li ha trovati in piena regola. Ma
allora, quasi per attutire il dolore della sua perdita, dissi a mia
madre:

--Come sarà rimasto male il signor Bardi non trovando di là il Gran
Giudice revisore dei conti degli uomini!

--Oh, Dario!--fece mia madre.--Non celiare su certi soggetti. Rispetta
le credenze e i sentimenti altrui. Tuo padre credeva in Dio; ci credo
ciecamente anch'io, lo sai. Comprendo: l'amarezza che ti trabocca dal
cuore ti spinge a parlare così. Non voglio che Fausta senta qualcosa di
simile dalle tue labbra. La turberesti crudelmente.

--Hai ragione,--risposi mortificato.--Non mi accadrà più!

Assistevo ai progressi di Fausta come al lento sbocciare di un fiore di
cui non si conoscono la forma e le tinte. La sua timidezza mi incantava;
la sua vita si riduceva a una continua sorpresa davanti alle cose, a una
specie di stordimento che la teneva per alcuni istanti perplessa e poi
la faceva scattare in sussulti di gioia. Ho notato, giorno per giorno,
le più minute osservazioni, i fatti più insignificanti che assumevano
grande importanza perchè riguardavano un cuore e uno spirito, che pure
talvolta si chiudevano inconsapevolmente, istintivamente, e si rendevano
impenetrabili. Ed io rimanevo deluso e turbato davanti al mistero
dell'avvenire di quella creatura che così si sottraeva all'influenza mia
e di mia madre, quando più ci lusingavamo di averla compenetrata e
domata. Riflettendo però, ero contento di vederla agire liberamente, di
vederla riapparire quasi subito piena di tenerezza, di effusione, di
gratitudine, di sentirla esprimere con parole di una semplicità così
profonda da far dubitare che fossero sue.

Grande consolazione era per me il rifiorire di una seconda giovinezza
che avveniva in mia madre, quasi il contatto con quella fresca
adolescenza partecipasse anche a lei liete correnti di energie.

Gli anni intanto passavano. A intervalli, sentivo rinascere nel mio
cuore qualche bell'entusiasmo, mi accasciavo con rapida vicenda sotto il
peso della delusione di vederlo svanire; e mi confermavo sempre più nel
convincimento che fossi destinato a qualche inesplicabile funzione con
quell'accogliere, con quel ruminare tanti sentimenti, tante idee che a
me sembravano inutili perchè non approdavano a niente e che forse, nel
vasto organismo della società, servivano, senza che io ne avessi
coscienza, a qualche remoto scopo che non mi era permesso di intendere.

E fantasticavo:

--Che misere creature noi siamo! Crediamo di agire per conto nostro,
secondo i fini calcoli del nostro orgoglio, del nostro amor proprio....
E quando più stimiamo di aver servito il nostro interesse, di aver
soddisfatto il nostro orgoglio, ci accorgiamo finalmente che abbiamo
lavorato per tutt'altro!

Così, più tardi, ho sentito il bisogno di riandare il mio passato, di
fissarlo nei suoi tratti principali, con queste pagine schiette e
sincere; e lascerò al Bissi la cura di pubblicarle dopo la mia morte, se
crederà che possano interessare e giovare a qualcuno.

Glielo dissi quella volta ch'egli venne a passare un mese a Villa Fausta
per la villeggiatura di autunno.

Bissi aveva rinunciato all'impiego; i suoi libri gli davano, se non la
ricchezza, un po' di agiatezza. Si era fatto fabbricare un delizioso
villino in un paesetto della Riviera Ligure, e vi passava l'inverno e la
primavera, lavorando in invidiabile solitudine, interrotta da brevi
corse a Milano e a Venezia. Era divenuto tutto grigio, ma il volto e
l'aria della persona conservavano una freschezza virile, e l'agilità di
parola e di gesto della sua bella giovinezza. Io sembravo un vecchio
accanto a lui, ed eravamo della stessa età. Egli viveva tutt'assorto nel
suo gran sogno artistico, producendo regolarmente uno o due volumi
all'anno che circondavano di gloria il suo nome anche fuori d'Italia; e
quella vita di lavoro e d'isolamento avea lasciato intatta l'indole
modesta, ritrosa, che me lo faceva prediligere tra i miei compagni di
studi, quando sognavo inutilmente anche io e soffrivo per la coscienza
dei miei vacui tentativi.

Lo vidi arrossire come un fanciullo sentendosi dire da Fausta:

--Come è bello il suo ultimo romanzo!

--Le hai permesso di leggerlo?--mi domandò maravigliato.

--Mi permettono di legger tutto; non sono più una bambina,--rispose
Fausta.

--Veramente, io....--intervenne mia madre.--Ma Dario pensa che i libri
come i suoi sono quasi un'anticipazione dell'esperienza della vita, una
preparazione; e forse non ha torto.

--Li ho letti tutti, ed anche riletti,--soggiunse Fausta.--Spesso mi
metto nei panni di qualcuna di quelle donne e penso: Che cosa avrei
fatto io nello stesso caso? E, sa? Qualche volta mi sembra che le sue
signore commettano grosse sciocchezze, quasi non sapessero ragionare....
Ma già è lei che le fa agire come le torna comodo, poverine!

--Agiscono anche peggio, signorina. Noi romanzieri non siamo mai tanto
audaci quanto la realtà; e questo diminuisce il valore dell'opera
nostra.

Io ero felice di udir ragionare Fausta a quel modo, come ero stato
felice poco prima sentendole eseguire al pianoforte un «notturno» dello
Chopin, con squisitissima interpretazione. Dalla crisalide della
contadina era già uscita fuori la splendida farfalla che Bissi non si
saziava di ammirare.

--In che modo siete riusciti a fare questo prodigio? E dico «siete»
perchè lei, buona signora Maria, ha dovuto contribuirvi più di lui.

--Oh! Non disconoscere il merito che mi spetta!--feci io con una mossa
di finto risentimento.

Si era fatto tardi. Mia madre e Fausta erano andate a letto; e noi due
rimanevamo nel terrazzino del salotto, a fumare dondolandoci su le
seggiole di bambù, scambiando rare parole, assorti nel silenzio della
sottoposta vallata, sotto la cupa serenità del cielo fitto di stelle.

--Penso alla tua nuova Fausta,--esclamò Bissi, scotendosi tutt'a un
tratto.--È una vera creazione; te la invidio!

--Hai torto. Il più meschino dei tuoi personaggi vale assai più di
questa creatura, che ha ricevuto dalla generazione l'eredità di
un'impronta particolare, incancellabile, un germe la cui essenza sfugge
alla mia azione, e può scombussolare da un momento all'altro tutti i
miei calcoli.

--Non è precisamente vero. Anche i personaggi delle creazioni d'arte si
ribellano alla nostra volontà, e noi siamo costretti a seguirli nulla
logica dei loro errori, senza poter farli deviare. Io ne soffro, ma essi
resistono, proprio come nella vita.

--È diverso. E questo è il punto nero che mi dà qualche volta fin le
ansie di un rimorso. Da mesi e mesi io riando tutto il mio passato e non
a memoria soltanto. Ho voluto fissare, anche per gli altri, i miseri
avvenimenti che hanno fatto di me un impotente della vita; e tu
immaginerai facilmente l'acre sensazione di rivivere, quasi giorno per
giorno, con straordinaria intensità, tanti particolari che in questi
ultimi anni di torpore credevo scancellati per sempre dalla mia memoria.
Che trista visione, caro Bissi! E di mano in mano che scrivevo, di mano
in mano che rileggevo alcune pagine, mi sembrava di sentir l'alto mio
grido di protesta contro la fatalità della Sorte. Può darsi che questo
sia l'atto estremo della mia inguaribile vanità; può, però, anche darsi
che sia la mia più compiuta giustificazione, caso mai....

--Caso mai?...--ripetè Bissi, con accento di vivissima curiosità.

--I miei ricordi si arrestano alla fine dell'anno scorso. Non vorrò
aggiungervi altro. Non è più vita questa mia, è vegetazione quasi
ingombrante. Dopo tanti sforzi andati a vuoto, mi sono già rassegnato. È
il più serio gesto di tutta la mia stupida e dolorosa esistenza.

--Sei troppo severo con te stesso!

--No, Bissi, sono giusto.

--Tu hai realizzato un ideale di carità che dovrebbe bastare a
compensarti di tutti i precedenti disinganni. Pochi possono dire come
te: Ho trovato una creatura informe e la ho resa buona, intelligente,
bella. Ho impedito così alla Natura di perpetrare uno dei tanti suoi
atroci misfatti, allorchè mette al mondo un essere umano, e l'abbandona
alla miseria, all'abiezione, al delitto, senza punto curarsene.

--E se non fosse così? Se, al contrario, ho svegliato in quella, che tu
chiami creatura informe sentimenti, desideri, passioni che sarebbero
rimasti inerti senza il mio intervento? Se invece di renderla felice,
come forse sarebbe stata nella inconsapevolezza della sua condizione, ho
destato nel suo cuore vampe violente, scatenato tempeste che la faranno
piangere e disperare? Se dalle sue labbra contratte dall'angoscia
dovranno uscire parole di maledizione contro colui che ha avuto l'idea
di trasformarla, di elevarla, per soddisfare il proprio orgoglioso
capriccio di uomo annoiato e deluso?

--Ma perchè pensi a questo e non al contrario?

--Perchè lo sviluppo di Fausta mi fa paura. E così la mia vita si chiude
con un desolatissimo punto interrogativo. Non sono mai riuscito, con
tanto slancio di volontà, ad attuare uno solo dei miei sogni; e il
giorno che ho potuto compire un'azione che dovrebbe appagare la mia
coscienza, mi veggo spinto a domandarmi:--Ho fatto bene? Ho fatto
male?--E forse verrà a sorprendermi la morte prima che io ottenga una
risposta. Potessi almeno raggiungere l'età legale per l'adozione di
Fausta!--conclusi con un profondo sospiro, rizzandomi da sedere.

Bissi non disse nulla. Buttò via il sigaro che gli si era spento tra le
labbra e mi strinse affettuosamente e lungamente le mani.

La vallata dormiva nella tenebra notturna. Lievi rumori indistinti
arrivavano da lontano. Poco dopo, nell'alta quiete, proruppe il lugubre
«chiù» d'un assiolo. Mi sentii stringere il cuore.

--Per chi crede ai presagi...!--mormorai con voce turbata.

E mi affrettai a rientrare.


FINE.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Rassegnazione" ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home