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Title: Nella lotta
Author: Castelnuovo, Enrico, 1839-1915
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

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NELLA LOTTA


      *      *      *      *      *


                    DELLO STESSO AUTORE:

       _Alla finestra_, novelle               L. 3 --

       _La Contessina_, racconto                 3 --

       _Sorrisi e lagrime_, nuove novelle        3 50

       _Dal primo piano alla soffitta_, romanzo  3 50


      *      *      *      *      *


NELLA LOTTA

ROMANZO

DI

ENRICO CASTELNUOVO

SECONDA EDIZIONE



MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI.

1884.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

Tip. Fratelli Treves.



NELLA LOTTA



I.


--A rivederci, signora Giulia, a rivederci, Lucilluccia mia--disse il
giovine ingegnere Roberto Arconti, stendendo la mano alle due signore
Dal Bono, madre e figliuola, ch'entravano in un negozio di mode nella
Galleria Vittorio Emanuele a Milano.

La signora Giulia fece una piccola smorfia sentendo il tono di
confidenza con cui Roberto salutava la sua ragazza; pure quella
smorfia finì in un sorriso, ed ella rispose--Addio, capo
scarico,--mentre Lucilla non diceva nulla e si contentava di avvolgere
il giovinotto in uno di quegli sguardi, che, a ventidue anni
sopratutto, come ne aveva l'Arconti, penetrano fino alle midolle.

Era pur bella, Lucilla. Svelta della persona, con due grandi occhi
neri, una bocca e un nasino da statua greca, e dei capelli d'ebano,
lucidi, folti, un po' indocili, che facevano risaltare il candore
d'una fronte squisitamente modellata.

Era pur bella e sapeva d'esser tale, e molti glielo avevano detto. Ma
nessuno era andato più in là. Era opinione comune ch'ella avrebbe
finito collo sposar Roberto Arconti, il quale, del resto, era un
partito convenientissimo.

Ufficialmente i due giovani non erano ancora fidanzati. Lucilla aveva
appena compiuto i sedici anni; Roberto, come sappiamo, ne aveva
soltanto ventidue. Egli s'era laureato da pochi mesi al Politecnico e
suo padre aveva deciso di mandarlo a fare un viaggio d'istruzione in
Francia, in Belgio e in Inghilterra prima di cercargli una posizione.
Dopo questo viaggio, sarebbe avvenuta per parte degli Arconti la
domanda formale di matrimonio. Intanto Roberto e Lucilla avevano una
certa libertà di vedersi e di chiacchierare anche da soli. A
quattr'occhi usavano del tu confidenziale; in presenza dei terzi si
davano del lei, ma quel caro e simpatico tu faceva di tratto in tratto
capolino nella conversazione, salvo a rintanarsi timidamente a uno
sguardo severo dei rispettivi babbi. In quanto alle mamme, esse
lasciavano correre.

Roberto, lieto d'aver incontrata l'amata fanciulla, tornava a casa col
viso giocondo e col passo elastico di chi trova bella la vita. Sì
davvero; per lui la vita era sparsa di fiori. Nulla gli era mancato,
nulla, tranne la prova della sventura. Quanti baci, quanti sorrisi,
quante cure avevano rallegrato, avevano protetto la sua puerizia e la
sua infanzia! Adolescente, egli era stato fornito di tutti i mezzi
necessari ad acquistare una solida e varia istruzione; nè lo studio
gli era riuscito difficile. Immaginoso, pronto d'ingegno, dotato di
singolare memoria, era stato sempre fra i primi della scuola e aveva
mostrato uguale attitudine per le lettere e per le scienze. Tutti
facevano i più lieti pronostici pel suo avvenire; chi conosceva la
famiglia diceva: Non sarà da meno di suo padre che ha saputo
conquistarsi la stima universale. Nè la natura era stata avara con
Roberto di quelle doti esteriori che solo gli spiriti molto ingenui
possono spregiare in buona fede. Egli era bello di una virile
bellezza; aveva la fisonomia aperta, intelligente, vivace, vestiva con
naturale eleganza, ed era peritissimo negli esercizi che si associano
volentieri all'eleganza e alla gioventù, come la ginnastica,
l'equitazione, la scherma. A coronar questa giovinezza felice era
venuto l'amore, l'amore di una tra le fanciulle più leggiadre di
Milano, una fanciulla, soggiungevano gli spiriti positivi, che aveva
circa duecentomila lire di dote.

Giunto a casa, in via Monte Napoleone, Roberto si fermò un minuto a
scherzare col bimbo della portinaia, e quindi fece in quattro salti le
scale.

Il servo, che venne ad aprirgli l'uscio, gli disse:--Il padrone la
prega di passar subito nel suo studio.

--È già in casa il babbo?--chiese Roberto, facendo una di quelle
domande inutili che sono uno dei tanti modi di esprimere la propria
sorpresa.

--Sì, signore, da circa mezz'ora.

Il giovine entrò un momento nella sua camera a mutarsi vestito; poi si
avviò allo studio di suo padre.

Il cavaliere Mariano Arconti era un uomo sulla cinquantina, i cui
lineamenti ricordavano molto quelli del figlio. Appena qualche pelo
bianco spuntava nella sua barba e ne' suoi folti capelli castani,
tantochè egli avrebbe potuto parer più giovine che non era, se non lo
avesse tradito una certa aria di stanchezza diffusa nella fisonomia. E
siffatta stanchezza fu avvertita forse per la prima volta da Roberto nel
momento in cui, aprendo l'uscio dello studio paterno,--disse--Babbo, mi
hai fatto chiamare?

--Sì--rispose il cavaliere Mariano sforzandosi di nascondere la sua
agitazione--debbo parlarti di cosa seria.

--Di cosa seria?--esclamò il giovine che cominciava a turbarsi.--C'è
qualche disgrazia?

--Roberto--soggiunse il signor Mariano--finora la vita fu tutta rose
per te; io speravo che tale sarebbe stata ancora per un pezzo.... ma
la Provvidenza dispose altrimenti.... Non impallidire, figliuol
mio.... Forse è meglio così.... Guai a chi non si addestra per tempo
alla lotta.

--Babbo, io sono forte, ma il tuo esordio mi fa paura.... Vuoi ch'io
ti ascolti imperterrito, e tu stesso sei imbarazzato a dirmi
precisamente di che si tratta....

--Hai ragione.... Leggi questa lettera.... Or ora ti spiegherò.

E gli porse un foglio aperto il quale conteneva due sole righe.
«Egregio signor cavaliere. Siamo dispiacentissimi di non poter
accettare la nota operazione. Con la massima stima

/# _«per la Compagnia Reale Italiana «di Assicurazioni sulla vita
dell'uomo_

«IL SEGRETARIO, ecc. ecc.» #/

--Ebbene.--chiese Roberto che non capiva nulla.

--L'operazione che si rifiuta--rispose il signor Mariano--è una
sicurtà di 60 mila lire a tuo benefizio, pagabile alla mia morte.

--Oh babbo!--esclamò Roberto, che amava sinceramente suo padre.--Che
idee son queste? La tua morte!... Ma non voglio nemmeno sentirne a
parlare.... Ho piacere anzi che non si sia accettata la sicurtà....

--Povero ragazzo,--disse il cavaliere sorridendo
tristamente.--L'affetto toglie al tuo spirito l'ordinaria
lucidezza.... Si può non voler parlar della morte, ma si muore. E
quando questo fatto inevitabile non si presenta più come una cosa
remota, allora, se ne parli o non se ne parli, bisogna pensarci e
preoccuparsi di quelli che resteranno dopo di noi.... allora vengono i
rimorsi della negligenza passata, allora si vuol riparare alla propria
leggerezza, alle proprie colpe.... e spesso è troppo tardi....

--Ma di che colpe puoi accusarti, tu il migliore dei mariti, il
migliore dei padri?...

Il cavalier Mariano tentennò il capo.

--È duro doversi accusare davanti ai figli, ma è quello che mi tocca
far oggi. Sì, io ho amato tua madre, ho amato svisceratamente te, ma
mi è mancata una tra le qualità essenziali del capo di famiglia, la
previdenza.... Mi dicono un uomo d'ingegno....

--Lo sei.

--Forse.... È vero, ho fatto da me la mia educazione, la mia carriera.
A quattordici anni, i miei genitori, ch'eran poveri, dovettero
ritirarmi dalla scuola e mettermi in un banco di cambia valute. Non mi
scoraggiai per questo; continuai a studiare da me, e seppi uscire
dalla mia umile posizione; fui un po' giornalista, un po' letterato,
un po' uomo d'affari, e finalmente consigliere d'amministrazione e
direttore di questa _Unione_, che è tra i più cospicui istituti di
credito del paese. M'han fatto cavaliere, hanno agitato la mia
candidatura al Parlamento....

--E saresti stato un ottimo deputato....

--Sì, sì, ma intanto ho sempre vissuto giorno per giorno, pieno d'una
fiducia baldanzosa in me, senza curarmi dell'indomani. Bada ch'io non
approvo quelli che sagrificano il presente all'avvenire; l'avvenire è
dubbio, il presente è certo, ed è una sciocca speculazione quella di
viver male oggi per l'idea di viver bene domani; ma chi ha famiglia e
non ha una sostanza propria non può a meno di mettere in serbo qualche
cosa. Noi si vive da gran signori, tu lo sai; la tua mamma possiede
forse ancora meno di me l'istinto del risparmio; si vive da gran
signori, ma non s'avanza nulla, e se io morissi oggi, vuoi sentire
cosa resterebbe a voi altri poveretti? La roba di casa, la dote di mia
moglie (ventimila lire), poche azioni della Compagnia, insomma meno di
quanto siamo avvezzi a spendere in un anno.... E volesse il cielo che
non restasse anche qualche debituccio!...

--Ma perchè torni a parlar di morire, padre mio?--ripetè Roberto che
cominciava a sentire nell'anima un vago sgomento.--Tu sei ancora nel
fior dell'età, sei vigoroso; hai ancora tanti e tanti anni da vivere
con noi.... e prima che avvenga.... oh non voglio nemmeno pensarci....
prima che avvenga una disgrazia, insomma, mi sarò fatto una bella
posizione anch'io.... Non sono poi uno sciocco.... via, babbo, scaccia
da te queste ubbie; diverremo vecchi insieme, conteremo insieme i
nostri capelli bianchi.... T'ho detto che quella biricchina di Lucilla
sostiene che ce ne sia già uno.... qui.... in mezzo a questa folta e
ammiratissima capigliatura?... Ma già non dev'esser vero....

--Ottimo figliuolo!--proruppe intenerito il signor Mariano.--Quanto mi
costa il dover amareggiare il tuo cuore! Eppure non posso, non posso
farne a meno.... Sai tu perchè volevo far quella sicurtà, sai tu
perchè me l'hanno ricusata?

--Perchè te l'abbiano ricusata, no; ma in quanto alla ragione per cui
volevi farla, l'hai detta prima....

--Sì, ma ignori sempre il primo movente.... Sono parecchi mesi,
Roberto mio, che non ho più la salute di una volta.

--Hai qualche incomodo di tratto in tratto--osservò Roberto
impallidendo--ma son cose da nulla... lo dicevi tu stesso.... Infatti
non hai mai voluto il medico....

--Non l'ho mai voluto perchè temevo che le sue parole fossero una
rivelazione dolorosa. E quella rivelazione mi avrebbe impedito
d'effettuare il mio piano.... Anche noi uomini onesti facciamo i
nostri compromessi gesuitici con la nostra coscienza.

--A che compromessi alludi?... Non ti intendo.

--Se io avessi saputo positivamente che la mia salute era rovinata,
non avrei potuto proporre a nessuna Compagnia una sicurtà sulla mia
vita.... Ma finchè non avevo che un dubbio, la faccenda era
diversa.... Ora, fin dal primo giorno in cui m'accorsi d'essere un
altr'uomo da quel ch'ero un tempo, mi si affacciò il pensiero della
morte vicina, e dello stato non lieto in cui avrei lasciato la mia
famiglia.... Ma se io potevo garantire ai miei eredi una sessantina di
mila lire, tutto mutava aspetto.... Tra queste sessanta mila lire e la
dote di tua madre, c'era abbastanza per affrontare e vincere le prime
difficoltà. Tu avresti potuto perfezionare la tua educazione e non
correre il rischio di rovinare il tuo avvenire accettando il primo
impiego che ti fosse capitato.... Io sarei stato contento e (chi sa?)
sarei forse vissuto di più. Il rifiuto della Compagnia rovescia il mio
bell'edifizio....

--Ma tu esageri la tua indisposizione, tu vuoi assolutamente veder
tutto in nero, oggi.

--Non son io, Roberto, che mi creo dei fantasmi. In primo luogo la
Compagnia assicuratrice non volle concluder l'affare appunto in vista
della mia salute.

--Ne sei sicuro?

--Che altro motivo potrebbe esserci?... Dovetti sottopormi a una
visita medica, non superficiale come d'ordinario, ma minuziosa,
lunghissima.... Il medico non disse nulla; era però facile accorgersi
che egli non era soddisfatto... La visita ebbe luogo ieri; questa
mattina ricevetti la lettera.

--Ciò non basta ancora a provare....

--Non basta; ma io passai due ore fa da Rebaldi....

--Il nostro dottore?

--Sì; gli feci la storia de' miei incomodi e lo pregai di esaminarmi
accuratamente. Egli lo fece con quello scrupolo che è una delle sue
caratteristiche principali, e io leggevo sul suo volto ordinariamente
impassibile le impressioni non buone che egli andava via via
ricevendo.... Quando ebbe finito e prima ancora ch'egli aprisse la
bocca, io lo scongiurai in nome della nostra vecchia amicizia, in nome
dei nostri ricordi di giovinezza, in nome delle ore passate insieme
nel 48 sotto la medesima tenda, di spiattellarmi tutta la verità,
tutta quanta, per amara che potesse essermi. Rebaldi esitò un momento,
ma poi mi disse queste precise parole: «Ti conosco da un pezzo; sei un
uomo, e con un uomo si può parlar chiaro. Tu hai una malattia di
cuore.»

Roberto represse un gemito.

--«Una malattia di cuore abbastanza avanzata. Sono malattie insidiose
di cui pur troppo non ci si accorge che quando sono al punto da
lasciar un campo ben angusto, all'arte medica.» Ma si muore presto? io
chiesi, «Come vai dritto per la tua strada!» egli soggiunse. «Nelle
tue condizioni si può viver qualche anno, si può morire in pochi mesi,
quando meno si crede.»

--Ma, padre mio--proruppe Roberto nel massimo turbamento.--Rebaldi non
deve saper quello che si dice.... Non è possibile ch'egli abbia
ragione.... Tu così sano, così vigoroso fino a poco tempo fa....
Bisogna consultare qualche altro medico.... Vedrai che non sarà vero
niente.... Se fosse vero, sarebbe necessario che tu ti sottoponessi a
una cura, che ti mettessi in riposo....

--La cura me l'ha suggerita Rebaldi. Non consulterò altri. In quanto
al mettermi in riposo, ci penserò di qui ad alcuni mesi.... se sarò
ancora al mondo.... Adesso è impossibile.

--Perchè?

--Perchè son direttore di una Società ch'io stesso feci entrare in
alcune speculazioni piuttosto avviluppate, e non m'è lecito di
rallentar l'opera mia finchè queste difficoltà non sian tolte. Ce ne
va del mio onore e quindi dell'onor tuo.... Io ho fatto grande e
rispettata l'_Unione_, io devo restar sulla breccia finchè la veggo al
sicuro dalle tempeste.... È inutile che tu insista. Ritirarmi oggi
sarebbe anche peggio per la mia salute.... L'inquietudine morale mi
sarebbe ben più funesta dell'attività fisica.... Non più di ciò,
adunque. È un'altra cosa ch'io voglio dirti. In primo luogo, di quanto
ti rivelai, non una parola, per ora almeno, ad anima viva; e meno di
tutti a tua madre. Tu la conosci; ella è buona, ma il suo spirito si
smarrisce facilmente.... Non troveremmo in lei un aiuto, ma un
ostacolo.... O non vorrebbe credere, o cadrebbe nel parossismo della
disperazione.... E ora più che mai ho bisogno di calma. Siamo intesi
su ciò?

Roberto chinò il capo. Pur troppo suo padre diceva il vero.

--Adesso parliamo di te--riprese il cavaliere Mariano.--Nelle
condizioni nuove della famiglia è forza che tu rinunci al viaggio
d'istruzione che avevi stabilito di fare.

--O babbo, e potrei partire sapendoti malato?

--No, non potresti partire se non nel caso che tu avessi una
posizione.

--Una posizione lontana da te?

--Speriamo che non sia necessario. Quello ch'è necessario si è che tu
ti ponga presto in grado di guadagnare.... Lo vedi, non abbiamo più
tempo da perdere.... Non bisogna lasciarsi cogliere alla sprovveduta
dalla sventura.... Oh lo so, lo so, Roberto, non era questo l'avvenire
che tu avevi il diritto di aspettarti.... Il lavoro sì, perchè senza
il lavoro cos'è la vita?... Ma il lavoro alla fine de' tuoi studi, il
lavoro cercato come un coronamento indispensabile dell'esistenza, non
come il mezzo di sottrarsi alla miseria.... Con un po' meno di
spensieratezza da parte mia questo scopo si sarebbe raggiunto, ma
ormai al fatto non c'è rimedio.... Tu mi perdonerai, non è vero?

--Perdonarti? O padre mio, consigliami, guidami tu.... Io sono
giovane, inesperto, ho bisogno di te....

--E io sono ancora al tuo fianco--rispose il cavaliere Mariano.--Noi
cercheremo insieme ciò che può convenirti.... Intanto sai che mi fa un
gran bene il vederti così ragionevole, così disposto a compiere il tuo
dovere.... È un destino.... Tocca a te quello ch'è toccato a tuo
padre... Coraggio, Roberto... Ci si fa uomini a questo modo....
Coraggio e silenzio con tutti. Riprenderemo il colloquio in altro
momento....

Roberto non si decideva ad andarsene.

--Hai da chiedermi qualche cosa?

--E a Lucilla--disse il giovine con peritanza--a Lucilla posso dir
nulla?

La fronte del signor Mariano si annuvolò.

--Lucilla--proseguì Roberto--è la fanciulla che amo, è quella che
dovrebbe essere un giorno mia sposa. Non ha diritto a tutte le mie
confidenze?

--Sei tu ben sicuro di attingere da lei la forza che ti
occorre?--domandò il cavaliere Arconti.--Sei tu ben sicuro ch'ella ti
reggerà nei virili propositi?

--O padre mio--proruppe Roberto--oggi dunque crolla tutto l'edifizio
della mia felicità? Dovrei dubitare anche di Lucilla?

--No, povero ragazzo, non dubitarne. Colei che ti amò nei giorni
lieti, ti amerà pure, io ne ho fede, ne' giorni tristi e procellosi,
ma Lucilla è assai giovane, è allevata nel cotone; non si può esiger
troppo da lei.... Bada a me, non precipitare.... Aspetta a parlare più
tardi, quando sarai rimesso un poco dal tuo turbamento.... Aspetta.

Il signor Mariano capiva benissimo che i suoi argomenti valevano poco,
che in massima suo figlio aveva ragione, ma ciò che lo faceva parlar
così era il timore che Roberto dovesse esporsi a un nuovo e più amaro
disinganno. Egli non aveva mai visto di molto buon occhio l'amore di
Roberto per Lucilla, che gli pareva una ragazza non cattiva, ma
frivola. E nessuno meglio di lui poteva sapere quanto grave fosse il
non aver a compagna una donna di tempra salda e vigorosa.

Egli si alzò in piedi sforzandosi di sorridere, e disse a Roberto che
non s'era ancora mosso:--Su, su, va nella tua camera, mettiti a far
qualche cosa....

Roberto esitò un momento; poi scattando dalla seggiola, si gettò fra
le braccia di suo padre e ruppe in singhiozzi.

Il cavaliere Mariano, ch'era riuscito a mantenersi quasi impassibile
fino a quel momento, strinse al petto il figliuolo, ch'era il suo
amore e il suo orgoglio, e confuse le sue lagrime con quelle di lui.
Poi ripetè con tenerezza:--Va, Roberto, rasciugati gli occhi, che tua
madre quando torna a casa ti trovi composto e sereno.

Roberto si lasciò accompagnar per mano fino all'uscio, poi si avviò
macchinalmente alla sua camera.--Mettiti a far qualche cosa--gli aveva
detto suo padre. Oh sì davvero! Egli sentiva proprio l'animo disposto
a far qualche cosa! Che poteva fare se non tornare col pensiero alla
terribile rivelazione che gli aveva poc'anzi straziato il cuore? Come
tutto l'avvenire, come tutta la vita aveva mutato aspetto per lui! Gli
oggetti, gli uomini, gli parevano diversi affatto da prima, come
accade a chi, dopo aver visto un panorama attraverso un vetro nitido,
lo rivede attraverso un vetro affumicato. E non poteva versare la sua
angoscia nè in sua madre, nè in Lucilla! Roberto divideva, suo
malgrado, l'opinione paterna; egli sentiva che nè da sua madre, nè da
Lucilla avrebbe potuto sperare efficace conforto.


II.

Siccome non c'è male a cui non si mesca qualche cosa di bene, così
anche l'aver a che fare coi caratteri leggeri ha, di fronte ai
gravissimi inconvenienti, qualche piccolo vantaggio. E uno di tali
vantaggi è la facilità di dissimular con loro lo stato del proprio
animo. Eravate lieti alla mattina e siete mesti la sera; essi se ne
accorgeranno al primo momento, ve ne domanderanno conto forse, ma poi
s'appagheranno di qualsiasi risposta, e, purchè non li turbiate nelle
loro abitudini, vi lasceranno in pace. La tempra del loro spirito li
dispone a interpretar tutto nel modo più tranquillante; c'è così poca
serietà nella loro vita; perchè devono supporre che ce ne sia nella
vita altrui? Roberto era cambiato, profondamente cambiato. Ma nè la
signora Federica, nè Lucilla attribuivano questo mutamento a ragioni
gravi.--Roberto ebbe anche nella sua infanzia di questi periodi di
_spleen_. Ma passano--diceva la signora Federica. In quanto a Lucilla,
ella trovava che Roberto voleva far l'uomo d'importanza. Dacchè aveva
ricevuto elogi speciali dai professori del Politecnico, non era più
quello d'una volta. Roberto soffriva di questa spensieratezza della
fanciulla amata; egli avrebbe voluto ch'ella si mostrasse sollecita di
saper le ragioni vere della sua mestizia, che gli strappasse di bocca
quelle confidenze ch'egli non poteva farle spontaneamente; ma poi
cercava di giustificarla, cercava di persuadersi ch'è un egoismo
l'affliggere gli altri con la scusa che siamo afflitti noi. Del resto
era inevitabile tra non molto una spiegazione. S'avvicinava il tempo
in cui Roberto avrebbe dovuto partire pel suo viaggio, e poichè egli
non partiva più, sarebbe ben convenuto dirne il motivo.

Lo stato del signor Mariano non peggiorava visibilmente. Egli era
sotto una cura, ma il dottor Rebaldi aveva accondisceso al desiderio
dell'infermo, e non s'era lasciato sfuggire una parola con la signora
Federica circa alla gravità della malattia. Dal canto suo, la signora
Federica era irritatissima contro il medico, il quale secondava le
ubbie di suo marito.--A badare a tutto--ella diceva--si sta freschi.
Anch'io, se dèssi retta a' miei nervi, dovrei prendere medicine tre
volte alla settimana. Ci vuol altro! Mariano ha sempre avuto il vizio
di ascoltarsi troppo.

Era un'abitudine della signora Federica di trovar un precedente a
tutto ciò che avveniva. Spesso questo precedente ella lo inventava di
pianta, ma esso le serviva a ogni modo per concludere:--Ciò che è
passato una volta passerà ancora.

La signora Federica era stata bellissima in gioventù, ed era sempre
piacente, quantunque avesse una certa tendenza alla pinguetudine. Già
non aveva che quarantadue anni e conservava le sue pretese di donna
galante. Bisogna dir per altro, a onor del vero, che la sua era stata
sempre una galanteria innocente. Vestir bene, andare a teatro, in
società, lasciarsi fare un po' la corte, tutto finiva lì. Le sue amiche
non avevano mai potuto accusarla di nessun intrigo serio, e quando non
lo potevano le sue amiche! Anzi esse dicevano che la sua vera
salvaguardia era la sua frivolezza.--La Arconti--continuavano--non è
capace d'innamorarsi. Noi, più giusti, diremo, che, in fondo, a modo
suo, ella amava suo marito, e siccome non le mancava nulla, le
tentazioni grosse non venivano ad assalirla.

L'assalivano le piccine. Aveva la mania delle toilettes, delle
acconciature, dei gingilli d'ogni specie, e, quand'ella passava per la
galleria Vittorio Emanuele, tutti i bottegai sentivano allargarsi il
cuore. A casa piovevano i conti, e il signor Mariano aveva sempre
pagato con rassegnazione. Adesso però gli pareva che fosse tempo di
por argine a questa prodigalità, e si lasciava sfuggir qualche parola
in proposito. Egli non era più giovine, non aveva più la lena d'un
tempo; gli affari dell'_Unione_ non eran più brillanti come per lo
passato; c'era la crisi commerciale; tutte le cose costavano il
doppio; bisognava moderarsi nei desideri, non gettar via le proprie
entrate fino all'ultimo centesimo; e avanti di questo tono. Ma la
signora Federica si stringeva nelle spalle.--Quante volte ho sentito
questi discorsi! Sempre la crisi, sempre gli affari che non van bene,
e poi tutti gli anni hai dovuto finire per confessarmi che tra le tue
competenze e la tua parte di profitto guadagnavi tra le quaranta e le
cinquanta mila lire. O che si deve logorarsi la vita per un po' di
danaro?--La signora Federica, come si vede, era superiore alla
_question d'argent_, o, a meglio dire, l'aveva risolta a suo modo: ci
fossero quattrini o no, a lei bastava spendere. Nondimeno, ella aveva
la degnazione di concludere che aveva capito e che farebbe volentieri
qualche sacrifizio, pur di non turbare la pace domestica. E infatti
per una settimana ella si metteva in economia; poi l'acqua tornava a
correr giù per la sua china. Roberto s'infastidiva, avrebbe voluto dir
la sua opinione anche lui, ma la signora Federica non lo lasciava
parlare.--Quel Roberto diventa intollerabile--ella brontolava.--Un
ragazzo moralista! Si può dar di peggio?--C'erano momenti in cui il
giovane si sentiva salire alle labbra la rivelazione della catastrofe
ch'era sospesa sul capo della famiglia, ma ne lo tratteneva la
promessa fatta a suo padre. E il signor Mariano, egli pure, aveva
strane indulgenze verso sua moglie. In fin dei conti--egli osservava
talvolta al figliuolo--ella avrà abbastanza privazioni da imporsi
dopo; lasciamo che adesso faccia a suo talento. Il cavaliere Arconti
era uno di quegli uomini, e son tanti, che, dotati di una singolare
energia di carattere, spiegano tutta questa energia nella loro vita
esteriore, e non ne esercitano affatto entro le pareti domestiche.

Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava
impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso
non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato
necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto
era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si
riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti:
Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di
guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che
questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace
opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?

Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della
famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il
cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender
una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa
erano sempre le stesse.

La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo
marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare
Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì
coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo
viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano
fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per
divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far
entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica
tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto
non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione
decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la
gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto _un'idea_.
Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All'_Unione_ c'erano
impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel
che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche
per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società
come l'_Unione_ alcune migliaia di lire sarebbero state una vera
bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi
verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.

Il fatto si è che l'_idea_ della signora Federica era la meno
effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier
Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato
sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per
procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa
influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione
e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad
ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato
un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo
poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che
non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua
se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più
compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol
far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi
colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno
dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In
tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi
che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso
eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto
le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra
gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da
parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da
lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per
basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È
una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper
sopportare il peso della gratitudine. _Pro gratia odium redditur_; lo
disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.

Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a
impiegar Roberto presso l'_Unione_. Aggiungasi che a lui, ingegnere,
sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La
signora Federica dovette quindi intascare _la sua idea_ brontolando, e
dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là
di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il
suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.

Presso l'_Unione_ si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè
dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio
e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si
sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti
azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state
ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli
valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un
mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine
del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della
revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era
accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima
di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso
e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di
nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si
sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse
nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione
parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma
era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra
gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere
sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua
posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa
all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate
presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi
i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose
all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe
forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma
Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe
stato il peggiore supplizio.

Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori
tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e
tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli
sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la
speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva
avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo
l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano
convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a
ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi
argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla
sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe
parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo
esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano
la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima.
Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la
sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che
avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse
aperta.

Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla
salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la
quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire
che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe
venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle
a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla
realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza
misericordia.

Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle
confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani
soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per
alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria,
egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere
almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche
settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime
illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che
la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al
giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più
necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano
davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno
più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.

Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee.
Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino
egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir
col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante
cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava
l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di
discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo,
quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a
Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun
corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita
pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato
i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava
d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli
aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito
l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva
seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde
speranze.



III.


Il signor Benedetto Dal Bono era di pessimo umore, e sfogava il suo
_spleen_ dando molestia alla diletta consorte.

--Finalmente la ho saputa giusta sulla salute d'Arconti. La signora
Federica diceva che non è nulla, tu come un pappagallo ripetevi le sue
parole, e Lucilla, anche lei, faceva un terzetto con voi altre due. Oh
nulla! Una malattia di cuore! Piccole bazzecole!... Già, con un
deperimento di quella fatta, sfido io che non ci fosse sotto qualche
cosa di serio.... Si è aperta la finestra.... quella lì.... chiudi....
Sono mezzo sudato, e un malanno si fa così presto a buscarlo.... Sono
più giorni che non istò bene.... Chiudi anche l'uscio.

--Ma, babbo, si soffoca--esclamò la Lucilla, ch'era in un angolo del
salotto con la sua cagnetta Gipsy.

--Se soffochi, va in un'altra stanza.

Lucilla non se lo fece dire due volte, e sgattaiolò via seguita da
Gipsy. La signora Giulia avrebbe fatto lo stesso assai volentieri, ma
suo marito la trattenne.

--Ho certe punture qui.... e qui.... non vorrei che ci fosse qualche
ingorgo nella circolazione.... Il medico dice di no....

--Ma se non hai nulla....

--Bravissima, nulla!... È la solita parola.... Bell'aiuto che si ha da
voi donne.... Intanto Mariano Arconti se ne va col treno direttissimo
all'altro mondo.... E in quanto all'età, c'è così poca differenza tra
noi.... Siamo nati nello stesso anno, egli in gennaio, io in dicembre;
coetanei non ci si può dire, io sono più giovine, ma di undici mesi
soltanto.... È vero--continuò il signor Benedetto con piglio più
soddisfatto--è vero ch'io mi sono strapazzato meno.... Non feci il
volontario, io, nel 48.... Non mutai mestiere tre o quattro volte....
Non ebbi mai i capricci della galanteria, mentre lui.... basta....
aggiusti i conti con la signora Federica, chè per noi non ci si deve
entrare.... Dopo tutto, la sua malattia di cuore se l'è voluta.... Me
ne dispiace, ma _chi è causa del suo mal pianga sè stesso_.... Però
son cose che fanno sempre un gran senso.... Impossibile non pensare
che quello che accade agli altri può accadere anche a noi.... Povero
Mariano! Lo conosco da tanto tempo....

Il signor Benedetto si soffiò il naso in attestato di simpatia pel suo
vecchio amico; poi prese una pastiglia da una scatola che teneva in
tasca.

--Che disgrazia per quella famiglia!--esclamò la signora Giulia.

--Disgrazia!... Una rovina addirittura. Ma! spendevano e spandevano
come se fossero principi.... Non si è pensato mai all'avvenire....
Solo adesso Mariano voleva fare sulla sua vita una sicurtà, che
naturalmente gli fu rifiutata.... Una gran lezione, una gran lezione!
Specchiati in questo esempio, tu, che avresti ogni momento qualche
nuova spesa da suggerire....

--Io?--proruppe la signora Giulia nella massima maraviglia.

--Già..... non più tardi di ieri sera t'era venuto il ghiribizzo delle
tendine nuove in salotto.

--Son tutte sdruscite.

--Si rattoppano.

--Si son già rattoppate due volte....

--E si rattoppano anche la terza....

--Se fossimo poveri, direi....

--E che ne sai tu se siam poveri o no?... La casa in via Principe
Umberto spigionata; ad Abbiategrasso una grandine che ha distrutto il
frumento; belle allegrie davvero!... Poveri! E chi lo sa se non si
diventa tali anche noi?... Gli Arconti intanto....

--Ma gli Arconti erano imprevidenti, lo hai detto tu stesso....

--Una ragione di più per non imitarli.

Si sentì il suono di un pianoforte nella stanza vicina. Era Lucilla
che scorreva colle dita sui tasti.

--Mi dispiace anche per quei ragazzi--disse la signora Giulia
guardando verso l'uscio.

--Che? Che?--borbottò il signor Benedetto.--Riscaldi di gioventù.....
Impegni non ce ne sono.... Grazie a Dio, la promessa formale non ha
ancora avuto luogo.... In ogni modo, quando cambiano le
circostanze....

--Ma si amano come due colombi....

--Colombi o tortore, chi non ha quattrini non prende moglie.... E
sarebbe ora di farla finita con quelle sdolcinature di promessi
sposi....

--Si riguardan come tali da parecchi anni....

--Male, malissimo; colpa tua.... Non bisognava permettere....

--S'era tutti d'accordo....

--D'accordo nella massima, forse.... Ma potevano accader tante cose, e
infatti sono accadute. E bisogna far intender ragione agli Arconti....

--In questo momento?... Io non ho certo il coraggio.... Parla tu, se
credi....

--Io? Io?--proruppe il signor Benedetto mettendo in mostra un'altra
faccia del suo carattere, ch'era la vigliaccheria.--Non l'ho mica
arruffata io la matassa.... Parlare? Sicuro che parlerò.... a suo
tempo.... Quei due Arconti, padre e figlio, son certa gente
furiosa.... Piglian fuoco per un nonnulla.... E già m'immagino che
Roberto capiterà qui anche stasera....

--È probabile.... Povero giovine! Che si deve fare! Ha tanto bisogno
d'un po' di sollievo....

--Bei discorsi questi! Intanto, invece di allentare il nodo, lo si
stringe di più.... Oh parlerò, giacchè chi dovrebbe parlare si
rifiuta, parlerò io....

--Ma non adesso, Benedetto, te ne prego--soggiunse in tono
supplichevole la signora Giulia.--Sarebbe un colpo mortale per quel
disgraziato....

--E chi dice adesso?--rispose il Dal Bono, che non vedeva senza
apprensione questo colloquio.--Dico che parlerò.... Intanto passerò
nella mia camera.... Ahi!... Sempre queste punture.... Se Bruni
s'ostina a non voler ordinar nulla, bisognerà chiamare un altro
medico.

Mentre il signor Benedetto si alzava dalla poltrona, entrò il servo
portando due lettere appena giunte.

Erano due circolari che si riferivano al medesimo argomento. L'una,
firmata dalla Presidenza dell'_Unione_, sollecitava i soci a
intervenire o a farsi rappresentare nell'Assemblea generale che
avrebbe avuto luogo la prima domenica di maggio; l'altra, sottoscritta
da _Alcuni azionisti_, invitava a una seduta preparatoria per
discutere la linea di condotta da tenersi appunto nell'Assemblea
generale nell'interesse della Società.

--Non andrò nè all'Assemblea generale, nè alla seduta preparatoria
degli oppositori--disse con magnanimità il signor Dal Bono, gettando
via dispettosamente le due lettere.

--È l'Assemblea dell'_Unione_?--chiese la signora Giulia.

--Già, di quella famosissima _Unione_ che, a sentir Arconti, doveva
diventar quasi una seconda _Banca Nazionale_, che adesso invece ha le
azioni al disotto del pari.... Grazie al cielo, di queste azioni io ne
ho poche.... A dar retta a Mariano, avrei dovuto comperarne qualche
centinaio....

La signora Giulia domandò timidamente.--Non andrai davvero
all'Assemblea?

--Non andrò, non andrò; che c'è?

--Oh.... nulla.... ma Federica sperava che avresti votato per la
Presidenza....

--Io non voterò nè pro, nè contro.... Io non andrò in persona, nè darò
procura a nessuno; ecco quello che farò.... Mi si vorrebbe mettere in
impicci, ma non ci si riuscirà.... Non intendo perder la mia
quiete.... Non intendo guadagnarmi una malattia di cuore, io.... Oh su
questo punto non transigo.... Già non avrei che due voti.... E due
voti di più o di meno non fanno nè caldo, nè freddo.... Io me ne lavo
le mani, me ne lavo le mani affatto.

Dopo aver espresso questa idea conforme ai più rigidi precetti della
pulizia, il signor Dal Bono prese un'altra pastiglia e uscì dalla
stanza, lasciando ordine che non lo si disturbasse per nessuna
ragione.

Lucilla non tardò a ricomparire nel salotto. Gipsy le era alle
calcagna, secondo il solito.

--Adesso che non c'è' più il babbo, si potrà riaprire.... Sta quieta,
Gipsy.... Non salir sulle sedie.

--Senti, Lucilla--cominciò la signora Giulia, che avrebbe pur voluto
preparar l'animo della figliuola agli ostacoli che stavano per sorgere
sul suo cammino. Ma in quel punto si spalancò l'uscio ed entrò
Roberto.

--Dunque, come va?--chiesero le due donne ad una voce.

Roberto tentennò il capo.

--Poco bene sempre.

--Però tu esageri--osservò la ragazza.

--Oh fosse pur vero ch'io esagero--esclamò il giovane tristamente.--Ma
non è così, non è così.

Roberto s'era seduto; la cagnetta Gipsy, posandogli le due zampe
anteriori sulle ginocchia, tentava di attrarre la sua attenzione.

--Non le hai portato lo zucchero, oggi?--domandò Lucilla.

--Oh! come posso ricordarmi dello zucchero in questi giorni?

--Venga qua, _madamigella Gipsy_--riprese la fanciulla;--il signorino
non vuol più saperne di lei.

Roberto alzò la testa e fissò gli occhi malinconici in viso a Lucilla,
che non potè a meno di arrossire.

--Ho detto per ischerzo, sai--ella soggiunse in tono carezzevole.

Egli si mise a camminare per la stanza, poi si avvicinò all'adorata
giovinetta, e posandole la mano sulla spalla:--Sento che la disgrazia
è irreparabile, è vicina--egli disse--e nello stesso tempo non oso
fermarvi la mente. O Lucilla, perduto mio padre, che mi rimane? La
mamma è buona, mi vuol bene, io ne voglio a lei; ma ella considera le
cose sotto un punto di vista tanto diverso dal mio! O Lucilla, mi
resti tu.... Mi amerai sempre?

--Sicuro che ti amerò.... Che discorsi!

--Mi amerai molto?

--Molto, s'intende.... Che aria solenne hai!

--Via, ragazzi, smettete--disse un po' imbarazzata la signora
Giulia.--Se mio marito fosse qui....

--Il signor Benedetto ha ragione--ripigliò Roberto con qualche
amarezza.--Ormai è necessario di trattarsi con sussiego.... non sono
più quello d'una volta.... Domani forse sarò povero....

--Un'altra esagerazione!--esclamò Lucilla.

--Oh no.... In casa abbiamo avuto le mani bucate.... Quando non ci sia
più mio padre, il cui stipendio ci permette di passarcela da gran
signori, bisognerà pur campare con l'interesse della dote della mamma
e con quello che guadagnerò io, che ancora non guadagno nulla.

--Ebbene tu mi sposerai, io son ricca.

--Lucilla!--interruppe la signora Giulia, ch'era sempre più sulle
spine.

--Non abbia paura; signora Giulia. Non consentirei io stesso a questo
matrimonio prima d'avere una posizione.

--Soliti eroismi--osservò Lucilla indispettita.

--Non sono eroismi; è una legge d'onore... Un marito che voglia essere
rispettato non deve vivere a spese della moglie.... Io non consentirei
a sposarti finchè non fossi in grado di mantener la mia famiglia; ma
tu aspetterai fino a quel momento, non è vero? Anche se sarò costretto
ad andar lontano di qui, mi aspetterai?... Oh questo, signora Giulia,
non può sembrarle indiscreto.... La Lucilla ed io ci si ama fin da
fanciulli.

--Figliuoli miei--rispose la signora Dal Bono cedendo suo malgrado
all'intima commozione dell'animo--lo sapete se ho visto di buon occhio
quest'affetto che è cresciuto con voi. Può dirlo la tua mamma,
Roberto, quante volte s'è discorso di farvi marito e moglie.... Io
spero che tutto andrà secondo i nostri desideri; ma adesso ci vuol
pazienza, ci vuol prudenza.... Mio marito ha le sue idee; non conviene
prenderlo di fronte.... Già siete tanto giovani tutti e due.... E tu,
Roberto, hai ingegno, hai buon volere; vedrai che il diavolo non sarà
così brutto come pare.

--Grazie, signora Giulia--proruppe l'Arconti, stringendo la mano della
buona donna.--Avrò dunque una difesa in lei?

--Sì.... ma se cominciassi col chiederti qualche sacrifizio?

--Che sacrifizio?

--Per esempio.... di rallentare un po' le tue visita a Lucilla....

--Oh mamma!--disse la ragazza in tono di rimprovero.

--Adesso dovrei rallentare le mie visite?--esclamò Roberto con
l'accento della più viva commozione.--E non ho altro conforto che
questo! E ho tanto bisogno di veder chi mi vuol bene!

La signora Giulia chinò il capo in silenzio. Ella sentiva che Roberto
aveva ragione.

Il giovine le prese la mano di nuovo:

--Fra poco, forse, io andrò peregrinando pel mondo in cerca di
fortuna; allora nessuno potrà lagnarsi della frequenza delle mie
visite. Finchè son qui, non m'invidii l'unica gioia che mi rimane....

--E avrai proprio questa necessità di andartene in giro pel
mondo?--interruppe Lucilla.

--Credi che lo farò apposta?... Ma prevedo che sarà inevitabile.... E
nel mio esiglio mi consolerà un'immagine, la tua, mi sosterrà una
fede, la fede del tuo amore.... Nelle ore più tristi penserò a te, e
tu forse nel momento stesso tornerai con la fantasia a questo povero
diavolo sbalestrato dalla fortuna.

--Sì sì--saltò a dire Lucilla battendo i suoi piedini con un movimento
d'impazienza.--Farò la Penelope.

--Non ischerzare, Lucilla, te ne scongiuro. La vita è seria....

--Eh me ne accorgo. Vuoi vedermi triste, ingrugnata....

--No, Lucilla, voglio veder sempre il tuo bel sorriso, ma non il folle
sorriso di chi non cura il domani, bensì il sorriso pensoso di chi si
apparecchia a combattere e non trema perchè è a fianco della persona
da cui è amato e che ama.... Me ne vado adesso.... Il babbo mi
aspetta.

Si avvicinò al tavolino su cui aveva deposto il cappello, e l'occhio
gli cadde sulle due circolari che il signor Benedetto aveva lasciate
lì aperte.

--Il signor Benedetto non farà mica causa comune coi nostri
avversari,--disse Roberto.

--Oh no--rispose vivamente la signora Giulia.

--Voterà con noi?

A questo punto la signora Dal Bono non potè dissimulare il suo
imbarazzo.

--Ma.... credo.... spero.... sai.... mio marito è timido.... nel primo
momento dichiarò che voleva restar neutrale.

--Ah!... neutrale--ripetè Roberto con un amaro sorriso.--Pazienza....
Buon giorno, signora Giulia.... Addio, Lucilla.

La ragazza lo accompagnò sino all'uscio della scala, quantunque sua
madre la chiamasse ripetutamente--Lucilla, Lucilla!

--Se tu non avessi quegli slanci da Don Chisciotte--ella susurrò
all'orecchio del giovine--le cose prenderebbero una piega molto
migliore.... Io m'impegnerei di far fare a modo mio il babbo e la
mamma, e ricco o spiantato, tu mi sposeresti entro l'anno....

--No, Lucilla, è impossibile....

--Vedi, sei tu che non vuoi.... Sei tu a cui non importa niente di me.

--Non m'importa di te?... Oh come sei ingiusta!

Roberto cinse col braccio lo svelto corpicino della fanciulla. Ella
arrovesciò la testa con un dolce abbandono, fissò negli occhi di lui i
suoi occhi neri, grandi, pieni di fuoco, e mostrò due labbretti di
rosa che parevano dire--baciatemi.

Sono inviti a cui non si risponde di no, e Roberto non mancò di fare
il debito suo. Gipsy, che aveva raggiunto la sua padroncina, scosse in
aria d'approvazione i sonagli che le pendevano al collo.

--Lucilla! Lucilla!--chiamò di nuovo la signora Giulia, avanzandosi
nell'andito.

I due giovani si separarono in fretta.



IV.

Il giorno solenne dell'assemblea generale non tardò ad arrivare.
Quella mattina la signora Federica si alzò piena di fiducia. Suo
marito avrebbe senza dubbio sgominato gli avversari come tante altre
volte, e tutta questa burrasca si sarebbe risolta in nulla. Le cose
avrebbero ben presto ripreso il loro andamento normale, e la salute di
Mariano, un po' scossa dalle agitazioni degli ultimi tempi, si sarebbe
rimessa con due o tre mesi di riposo in un luogo di cura sui laghi.
Era ben giusto che Mariano chiedesse due o tre mesi di riposo, era ben
naturale che la Società glieli accordasse.

L'ottimismo della signora Federica non era diviso nè dal cavaliere
Mariano, nè da Roberto, i quali sapevano come stessero le faccende, e
come fossero falliti i tentativi di accomodamento tra il Consiglio di
amministrazione e i gruppi ostili. Ci sarebbe stata battaglia, e la
sconfitta era certa. Roberto tremava per suo padre. Il medico non gli
aveva dissimulato che la tensione d'animo in cui si trovava il
cavalier Mariano gli era fatale e poteva precipitare la crisi. Ma come
rimediarvi? Il cavaliere era uno di quegli uomini pronti a morire
piuttosto di ritirarsi il giorno della battaglia.

Un paio d'ore prima dell'adunanza, uno tra i membri del Consiglio
d'amministrazione, ch'era anche amico personale suo, si recò da lui
per sottoporgli un'ultima proposta dei dissidenti. I suoi colleghi,
egli soggiunse, non volevano esercitare alcuna pressione sul suo
animo, nè sciogliersi dalla solidarietà che avevano con lui; pesasse
il pro e il contro del partito che gli era offerto, e ch'era il
seguente. Gli avversari parevano disposti a recedere da ogni voto di
biasimo, purchè l'Arconti domandasse addirittura un congedo di un anno
per motivi di salute, e consentisse quindi a non ingerirsi per un anno
negli affari della Società. In questo periodo di tempo si sarebbe
veduto di combinar le cose in modo di comune soddisfazione.

Roberto, ch'era presente al colloquio, e teneva gli occhi fissi su suo
padre, il cui volto andava avvampando di collera, disse in tono
supplichevole:

--Non agitarti, babbo, riflettici con calma; ti si offre un anno di
riposo, e quest'anno di riposo può conservarti alla tua famiglia, può
arrestare, può vincere la tua malattia....

Il signor Mariano scattò come una molla.--Un anno di riposo! Oh prima
che finisca l'anno, il riposo, e un ben più lungo riposo, sarà venuto
da sè.

--Babbo, non dirlo--interruppe Roberto.

--Si vuol la mia dimissione. Si vuole ch'io ceda il campo senza
battaglia. Ebbene, no, assolutamente no. Se si vuole la mia dimissione
forzata, si venga a intimarmela, se si spera d'avere la mia dimissione
spontanea, la si avrà, ma non oggi.... Quando avrò messo a nudo queste
cabale, questi intrighi, queste coalizioni indecenti, quando avrò
difeso la mia opera di quindici anni, allora mi dimetterò....
Vergognati, Roberto, del tuo falso amor filiale. Chi ama davvero,
rispetta, e tu devi rispettare e voler rispettata la dignità di tuo
padre. Ma non intendi che si direbbe: Arconti ha capito che bisognava
metter tutto in tacere, non far pubblicità, accomodarsi alla meglio? E
allora s'inventerebbero le favole più assurde, le calunnie più
odiose....

--No, Arconti, no,--interruppe il consigliere ch'era venuto a far la
proposta--io vi garantisco che l'assemblea voterebbe oggi stesso un
ordine del giorno tale da porre la vostra fama al coperto....

--Sogni, apparenze. Gli ordini del giorno dell'assemblea non
potrebbero toglier l'impressione che farebbe il veder che io non
difendo la mia amministrazione accusata, e che lascio il mio posto nel
giorno del pericolo. È inutile insistere. Fossi moribondo, fossi
agonizzante, oggi mi farei portare all'adunanza e brucerei la mia
ultima cartuccia.

Il colloquio fu troncato così. Il cavalier Mariano, rimasto solo con
suo figlio, misurò per qualche tempo in lungo e in largo il suo studio
a passi concitati; poi guardò l'orologio e disse a Roberto:--Andiamo,
mi accompagnerai alla seduta. Animo, giovinotto, alla tua età dovrebbe
piacere l'odor della polvere.... A proposito, la Direzione delle
Meridionali mi scrive offrendomi un posto per te sulla linea
Taranto-Reggio.... È molto lontano.... Ne parleremo dopo desinare.

--Andar via adesso?... Lasciarti! Oh no....

--Forse hai ragione--soggiunse il signor Mariano, tentennando
tristamente il capo.--Mi dorrebbe troppo che tu non ci fossi
quando.... Basta.... Passiamo a salutare tua madre....

La faccia seria di suo marito e di suo figlio non bastarono a scuoter
la fede della signora Arconti. Per lei quella era una giornata di
pieno trionfo, ed ella rimproverava gravemente Roberto della sua
pusillanimità!

--Povera donna!--sospirò il cavalier Mariano, allontanandosi a braccio
del giovine.--Lasciamole le sue illusioni.... È il suo carattere.... È
vero che in tanti anni dacchè siamo marito e moglie non ha mai dovuto
misurarsi con le avversità.

Da molto tempo la sala delle adunanze generali dell'_Unione_ non s'era
vista così affollata. Come avviene sempre in simili casi, molti fra i
presenti non erano azionisti di fatto, ma rappresentavano un certo
numero d'azioni inscritte in loro favore per la circostanza. E questi
signori non sapevano nemmeno di che si trattasse; sapevano soltanto
ch'erano lì per votare in un dato modo.

Due giovinotti di primo pelo, adocchiatisi da due lati della sala, si
mossero incontro e si strinsero cordialmente la mano.

--Anche tu qui?--disse uno d'essi che portava l'occhialino inforcato
al naso.

--Anch'io. Rappresento dieci azioni della casa Baggelli,--rispose
l'altro, che aveva un soprabito color cannella.

--E io rappresento Larice. Ma non sono il solo. Quello lì ha tante
azioni che, se non le ripartisce fra parecchie persone nei giorni
dell'assemblea generale, non può mai esercitare l'influenza che gli
spetta.

--Dunque siamo dell'opposizione tutti e due. Tutti e due cospiratori,
come nell'_Ernani. Ad Augusta._

--_Per Augusta_.

--Abbasso la camorra! Abbasso il Consiglio!

--Abbasso il Direttore sopratutto!

--Conti di prender la parola?

--Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno
dell'opposizione. E tu?

--Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i
voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo,
ma andò fallito.

--Battaglia all'ultimo sangue, allora.

--All'ultimo sangue.

Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano
sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul
Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito
l'incarico di sostenere la lotta.

Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua
maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano
pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore,
l'antica energia.

Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede
la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.

Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea
generale dell'_Unione_ erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo
stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era
maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano
aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione
delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle
varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli
appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti
risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed
erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di
quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai
pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più
improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare
i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.

La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da
un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due
terzi.

L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei
censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione
critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da
darsi agli affari.

Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari
dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le
osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi
presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà
materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni
apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse
l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita
commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.

Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio
una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia,
e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli,
nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto.
Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo
degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine
del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore
più formidabile del Consiglio.

Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la
facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose
ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite
ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità
indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in
mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in
quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli
logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli
sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche
alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.

--Bravo!--esclamò il giovinotto dall'occhialino--_Voilà ce qui
s'appelle parler._

Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino,
lo tirò per la falda del vestito.--Applaudi?

--Sicuro. Io sono un uomo indipendente.

--E il voto?

--Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma
applaudo per conto mio.

Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo
corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se
alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari
avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato
sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si
limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore
non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul
bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non
doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente
della lealtà dei preposti all'_Unione_, ma si trattava di mettersi
d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva
sui risultati finali del bilancio.

Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in
ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar
mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali
d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero
conciliato tutto e tutti!

--Ai voti! Ai voti!--si cominciò a gridar da più parti.

Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole
maggioranza.

Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua
dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una
prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli
altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari
consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.

Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni
parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I
vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di
andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della
Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano
parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto
andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del
Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di
molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un
rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al
credito dell'_Unione_.

Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria
agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e
chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i
propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo
parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori.
Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era
cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti
per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora
parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e
accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore
della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava
di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non
poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino,
andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi
il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava
all'orecchio.--Vuoi far venire un medico?--Ma il cavalier Mariano
rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al
braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero
alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad
aspettarlo.--È un uomo morto--si bisbigliava sommessamente intorno a
lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in
carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito
dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere
ripetendo alla sua famiglia:--Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano
non passerà più questa soglia.

Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove
la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo
invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata
secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il
figliuolo e a inveire contro gli azionisti.

--Non parliamo adesso degli azionisti--le disse Roberto.--Il peggio si
è che il babbo sta male davvero.

--Male! Male!--replicò la signora Federica.--Sarà una cosa
passeggera.... effetto della commozione....

--Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio
padre è gravissima.

Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima,
il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era
sdraiato su una poltrona.

Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui
d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la
verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta
tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura!
Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in
tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra
Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era
invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che
dava sempre ragione a suo padre.

Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che
dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi
agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della
signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva
fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla
malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una
malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto
che c'era.

Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva
ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato,
che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era
quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.

E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò
persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un
pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio,
proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di
farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi,
è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai
parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La
mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire,
come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina
diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti;
la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee
speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito.
Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza
di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni
sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona
e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più
nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova
_toilette_.

Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di
sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico,
il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella
che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:--Lasciala
stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.

Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli
sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli
comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le
migliori compagne della vita.--La moglie--gli scappava detto qualche
volta con suo figlio--dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri
pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar
coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una
donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.

Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era
bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto
commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.



V.


Era una giornata d'ottobre. Il cielo era bigio, scendeva
un'acqueruggiola fina fina, e i pochi passanti (chè metà della
popolazione di Milano si trovava in campagna) avevano un'aria scura ed
uggita.

In casa Arconti la costernazione si dipingeva su tutti i volti. Il
cavalier Mariano era proprio agli estremi. Il dottor Rebaldi gli
teneva tra le dita il polso che s'indeboliva sempre più. Roberto,
curvo sulla sponda opposta del letto, copriva di baci e di lagrime
l'altra mano che penzolava fuor dalle coltri, fredda e già molle del
sudor della morte. La signora Federica, in preda a convulsioni
nervose, aveva dovuto esser trasportata nell'angolo opposto
dell'appartamento, ed era assistita dalla Giulia Dal Bono e da altre
pietose conoscenti. Nella stanza attigua a quella del moribondo si
trovavano raccolti alcuni vecchi amici, ora guardando in silenzio le
goccie di pioggia che colavano lungo le vetrate, ora porgendo
l'orecchio ai menomi rumori che venivano dalla camera vicina.

--Non parlerà più? Non si sveglierà più?--disse Roberto.

--Forse sì--rispose il Rebaldi, che teneva gli occhi fissi
nell'infermo.

Infatti, sul mezzogiorno, il cavalier Mariano si scosse, sollevò
faticosamente le palpebre, e riconobbe le due persone che erano chine
sopra di lui.--Addio, Rebaldi--egli balbettò con voce fioca--grazie
delle tue cure.... Addio, Roberto, figliuolo mio.... E la mamma?

--Vuoi che la faccia venire?

--No, Roberto.... Mi par confusamente di ricordarmi che l'abbian
portata di là, e han fatto bene.... soffriva troppo.... Abbi pazienza
con lei, Roberto. Ella è buona e ti ama.... e fu una buona compagna
per me.... oh sì.... si adatterà anche alle nuove condizioni della
famiglia.... Roberto, frugherai ne' miei cassetti per veder se ci
siano altre carte che appartengono all'_Unione_.... Se ce ne sono, le
porterai all'ufficio.... Ah! soffoco.... Passami il tuo braccio qui
sotto la testa.... così.... Dunque sii forte, Roberto.... non
lasciarti spezzare dalla sventura.... Ora che non hai più da
assistermi, potrai cercarti sul serio un impiego. Riscrivi a quelli
che ci furon larghi delle loro promesse.... facile generosità.... E
non farti una famiglia finchè tu non sia in grado di mantenerla....
Non è bello viver sulla dote della moglie.

--Oh! E puoi credermi capace di una tale bassezza?

Vi furono alcuni istanti di silenzio.

Il dottor Rebaldi, che s'era tirato un poco in disparte, si avvicinò.

--Non ancora--disse il signor Mariano. E soggiunse rivoltosi di nuovo
a suo figlio:--Povero Roberto! S'io fossi vissuto alcuni anni di più,
o se fossi stato meno imprevidente, che avvenire poteva essere il
tuo!... Con tanto ingegno, con tanta cultura!... Le lotte della
politica, i trionfi del Parlamento, chi sa che cosa ti avrebbe
aspettato!... E l'ambizione più santa dei padri è che i loro figliuoli
salgano ov'essi non hanno potuto salire, ottengano ciò ch'essi non
hanno potuto ottenere.... E invece....

--Oh babbo--interruppe il giovane--tu non sai che male mi faccia a
sentirti a parlare così.... tu mi lasci ciò che vale più della fortuna
di un Rothchild; mi lasci l'esempio della tua vita, della tua energia,
della tua probità.... Fin ch'io respiri, ti benedirò sempre, tu il
migliore, tu l'ottimo dei padri....

--Grazie--bisbigliò il signor Mariano--grazie, figliuol mio.

E lasciò cader la testa sui guanciali. A un cenno di Roberto, il
medico si chinò sul moribondo.

--La lucerna si spegne--disse con un filo di voce l'Arconti,
riconoscendo il dottore.

La sua pupilla si dilatò straordinariamente come se volesse arrestare
le ultime immagini della vita; un fremito gli corse tutte le membra;
la mano che Roberto teneva stretta nella sua si contrasse ed irrigidì.
Successe una breve agonia, e poi la morte.

Non si durò poca fatica a trascinar via Roberto, che s'era gettato
bocconi sul letto del defunto e non voleva staccarsene. Alla fine egli
si lasciò condur da sua madre, la quale capì che cosa significava
quella venuta e si abbandonò senza freno alla sua disperazione. Ma,
come accade nei caratteri deboli e malati, il suo dolore prendeva le
forme più stravaganti ed assurde, e a' suoi lamenti ella mesceva
ingiuste accuse contro gli altri. L'infermità di suo marito era stata
trascurata perchè non s'era voluto dir niente a lei. Se la si fosse
avvertita in tempo, ella avrebbe ben saputo evitar la catastrofe. Un
po' di svago, un po' di riposo avrebbe vinto appieno la malattia.
Invece Mariano s'era ammazzato a forza di lavoro, e la seduta pubblica
del maggio gli aveva dato l'ultimo crollo. Bisognava tener
responsabile l'_Unione_ della disgrazia.... Già a questo proposito
ella aveva _le sue idee_, da cui non si doveva sperar di rimoverla.

Poi, s'interrompeva per battere i piedi, per prendersi la testa fra le
mani e strapparsi i capelli, e gridava ch'ella era la più disgraziata
delle donne, che in casa nessuno aveva tenuto conto di lei, nemmeno
Mariano, che il meglio ch'ella poteva fare era di morire, e via di
questo tono.

Quando Roberto s'avvide che nè le sue parole, nè le sue carezze
potevano calmare sua madre, egli cedette al bisogno irresistibile che
provava di rimaner solo, e andò a chiudersi nella sua camera da
studio. Avrebbe veduto volontieri, oh quanto! una persona, ma quella
persona non c'era. La signora Dal Bono non aveva stimato opportuno di
condur Lucilla ad assistere ad una così dolorosa tragedia, nè si
poteva darle torto.

Seduto su una poltrona, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, con la
faccia nascosta tra le mani, il giovine rimase a lungo come
trasognato. Le lagrime gli si erano rasciugate sul ciglio, non
piangeva più, non pensava nemmeno; vedeva passarsi confusamente
davanti agli occhi le terribili immagini degli ultimi giorni, vedeva
il suo babbo adorato steso senza moto sul letto, ma credeva ancora di
vaneggiare, credeva che non fosse il suo babbo. Da mesi e mesi la
catastrofe era prevista, era ritenuta inevitabile, eppure, in quel
dormiveglia dello spirito, Roberto non sapeva ancora capacitarsi
ch'essa avesse colpito la sua casa. Curioso stato dell'animo, nel
quale si ha la coscenza dei fatti avvenuti, ma si presume ch'essi
siano avvenuti ad altri che a noi.

Alla lunga Roberto si risentì dal suo torpore, si guardò intorno, e si
alzò da sedere. Che brividi aveva per l'ossa! Si avvicinò alla
finestra. La pioggia batteva sui vetri; non uno squarcio azzurro nel
cielo; per quanto la pupilla si protendeva lontano era una sola
nuvola, grigia, uniforme, ampia come la volta del firmamento. Roberto
si mosse di nuovo e diè un'occhiata alle sue biblioteche. I suoi
libri, i suoi cari amici, la cui schiera era cresciuta con lui, essi
che avevano alimentato il suo pensiero, che avevano svegliato la sua
immaginazione, erano lì raccolti in bell'ordine, legati quasi tutti in
marocchino col titolo in oro sul dorso, a ricordargli un tempo finito
per sempre, il tempo dei cari studi, degli ozi fecondi,
dell'agiatezza. Molti tra quei libri glieli aveva regalati suo padre,
o nel giorno della sua festa, o al capo d'anno, o dopo gli esami, o in
altra ricorrenza qualsiasi, chè già al signor Mariano non mancavano
mai pretesti per far regali, E con che gusto eran scelti! C'era il
meglio di cinque letterature, la latina, l'italiana, la francese, la
tedesca, l'inglese. Poi c'erano i volumi comprati da lui, spendendo
buona parte della mesata che suo padre aveva cominciato a passargli
quando aveva compiuto i dodici anni e che gli aveva a grado a grado
aumentata col passar del tempo. Egli non aveva da pensare che a' suoi
minuti piaceri e a provvedersi i suoi testi di scuola. S'era quindi
formato una buona biblioteca scientifica, che poteva essergli preziosa
anche in avvenire.

Ah, la sua camera da studio! Quante ore liete vi aveva passate! Come
in essa tutto gli rammentava la sua infanzia gioconda, la sua
adolescenza felice e cinta d'affetto! Quando i suoi condiscepoli
venivano a visitarlo--oh!--essi dicevano--il tuo non è uno studio, è
una reggia.--Quei mobili così di buon gusto, quel parafuoco che la sua
mamma gli aveva ricamato, quel tagliacarte d'avorio, dono di Lucilla,
quei gingilli sparpagliati sulla consolle, quelle stampe appese alle
pareti, quel ricco album di fotografie, tutto insomma rivelava
un'esistenza confortata dagli agi e dalla tenerezza domestica. Poi i
cassetti della sua scrivania chiudevano altri tesori. In uno v'erano i
suoi versi, poichè il suo ingegno aveva pari disposizione per le
lettere e per le scienze, e i suoi versi, senz'essere capolavori,
erano spontanei, affettuosi; in un altro c'era una cartella co' suoi
disegni; progetti di fabbriche con le relative piante, cogli spaccati
e coi vari dettagli decorativi; più basso si trovavano i suoi
quaderni, i suoi calcoli algebrici, le sue formule, tutti i ricordi
insomma della scuola.

Ah, la sua camera da studio! Com'ella si rallegrava quando Lucilla vi
faceva una rapida apparizione col pretesto di veder una nuova
litografia, di prender un libro, oppure, senza tanti preamboli, per
salutarvi il suo amico. Vi restava per tutta la giornata come un
torpore di sole, come un profumo di fiori. Ma non era soltanto la
venuta di Lucilla che vi era cara e desiderata. Spesso il signor
Mariano entrava nel santuario di suo figlio, e vi si tratteneva per un
paio d'ore a fumare e a discorrer di mille cose. Pareva impossibile
come in mezzo a tante faccende il signor Mariano conservasse una
freschezza di fantasia da disgradarne un giovine che si affaccia alla
soglia dell'esistenza, come sapesse tenersi a giorno di tutte le
novità scientifiche e letterarie, come in tutti gli argomenti
riuscisse a essere un colto e amabile parlatore. I condiscepoli di
Roberto non s'infastidivano della sua presenza, non ammutolivano
davanti a lui, ma rimanevano stupefatti di tante cognizioni e di tanta
festività.

Ma ormai questa camera da studio non aveva più pregio pel nostro
giovine. Essa apparteneva al passato, apparteneva al periodo felice
della sua vita, a quel periodo che la morte di suo padre chiudeva per
sempre.

E in ogni modo, fino a quando avrebbe potuto rimanervi? Gli era pur
forza romper gl'indugi, rinunciare agli agi, gettarsi a capo fitto
nella lotta. Forse suo padre s'apponeva al vero rimproverandosi di
averlo avvezzato troppo bene. Oh! d'ora in poi non avrebbe camminato
sui soffici tappeti, non avrebbe potuto adagiarsi nelle poltrone a
molle e fumare il sigaro contemplando gli stucchi del soffitto. Chi sa
quale sarebbe stata la sua prima tappa nel viaggio faticoso? Anche
rimanendo in Milano (ed egli contava di andarsene per sottrarsi alla
tentazione di continuar nelle vecchie abitudini), anche rimanendo in
Milano gli sarebbe stato indispensabile cambiar casa, e questo era
anzi uno dei primi provvedimenti a cui egli doveva persuadere sua
madre.

Roberto non si dissimulava le infinite difficoltà che lo aspettavano
al varco, ma egli non era accasciato sotto il peso di queste; sentiva
in sè una fibra virile più atta a spezzar gli ostacoli che disposta a
lasciarsi spezzare. Ciò che l'opprimeva era il peso del suo dolore. Oh
il suo povero babbo! Il suo povero babbo!

I tristi uffici che la morte impone nelle case da lei visitate non
consentirono a Roberto di perdersi in troppo lunghe meditazioni.
Alcuni amici suoi e amici del defunto si erano offerti di alleggerirlo
di molte cure strazianti: egli li ringraziò, ma volle far quasi tutto
da sè. Scrisse di suo pugno gli avvisi mortuari, diede egli stesso
tutte le istruzioni pei funerali. Sua madre, in un momento di calma,
l'aveva fatto chiamare, aveva voluto veder l'avviso che le era parso
troppo semplice, e con la frivolezza vanitosa ch'era una delle sue
caratteristiche, gli aveva detto:--Bada di far le cose per bene. I
funerali del tuo povero padre devono esser splendidi.... Bisogna che
tutta Milano si accorga dell'uomo che ha perduto.... E che vi siano
necrologie su tutti i giornali.

A questo punto s'era messa a piangere.... Poi aveva imposto a Roberto
di spedir gli inviti a parecchie famiglie dell'aristocrazia con cui
ella era in qualche relazione.--Non siamo da meno di loro.... E voglio
saper esattamente chi sarà venuto e chi no.... per regolarmi in
avvenire.

La signora Federica parlava sempre dell'avvenire come s'esso avesse
potuto esser uguale al passato, come se non ci fosse per lei la
necessità di cambiar radicalmente il suo sistema di vita.

Comunque sia, il desiderio della signora Federica circa allo splendore
del servizio funebre fu pienamente esaudito, non tanto pel lusso della
cerimonia, quanto pel concorso delle pubbliche rappresentanze e dei
cittadini. Il cavaliere Arconti poteva aver avuto i suoi difetti,
poteva aver abusato alquanto della sua influenza nell'_Unione_ per
trascinare la Società a qualche impresa un po' arrischiata e non
conforme appieno all'indole dello Statuto, ma le sue qualità eminenti
d'ingegno e di cuore, ma i sacrifizi da lui fatti in ogni tempo per la
sua patria gli avevano creato numerose simpatie e avevano reso
generale il compianto per la sua fine immatura. Vecchi commilitoni del
48, antichi conoscenti perduti di vista da un pezzo, Associazioni
operaie che noveravano il cavaliere Mariano fra i membri onorari,
avevano voluto far atto di presenza intorno alla sua bara, insieme
agli amici più intimi, alle rappresentanze del Municipio e della
Camera di Commercio, ai consiglieri, agli impiegati e a molti
azionisti dell'_Unione_, accorsi, malgrado le recenti vicende, a
rendere un estremo omaggio al già onnipossente direttore della
società. Nè erano mancate le carrozze dell'aristocrazia, il cui
intervento stava tanto a cuore alla signora Federica. E in mezzo al
dolore sincero ch'ella provava, quand'ella ebbe la relazione del
funerale, quando seppe che il carro mortuario era stato seguito
dall'equipaggio di casa X e di casa Y, quando lesse le numerose
necrologie comparse nei principali fogli della città, non potè a meno
di prender un'aria di trionfo e di esclamare:--Oh gli Arconti sono
qualche cosa in Milano!--indi la signora Federica ebbe un'_idea_, una
delle sue solite idee. Bisognava ordinare al Vela la statua di
Mariano. Non era possibile che Mariano non avesse un monumento, mentre
lo avevano tanti asini e tanti farabutti.



VI.


Erano giorni ben tristi per Roberto. Tutte le difficoltà della sua
nuova situazione gli si affollavano addosso imperiose e gli toglievano
quasi il respiro. In primo luogo, non era piccola noia per lui il
dover combattere le _idee_ strampalate che nascevano come funghi nel
cervello balzano della signora Federica. Sappiamo che le era venuto il
ghiribizzo del monumento; poi s'era fitta in capo che si avesse da far
causa all'_Unione_; finalmente una mattina era entrata per tempissimo
in camera di suo figlio a suggerirgli un'operazione sui fondi turchi.
Un amico d'una sua amica aveva guadagnato una bella sommetta in una
speculazione simile, ed ella non capiva perchè Roberto non dovesse
tentar la fortuna. _Chi non risica non rosica_,--ella soggiungeva
sentenziosamente. Il giovane cercava alla meglio di persuader sua
madre a lasciarlo cheto, ma non vi riusciva che a mezzo. Poichè,
sebbene la signora Federica non rimanesse a lungo sopra un pensiero,
appena le era passata una fantasia gliene veniva un'altra, e la sua
mente era un'instancabile officina di fuochi artificiali.

Comunque sia, questa non era che una delle tante brighe di Roberto.
Quantunque egli avesse consentito a farsi aiutare da qualche amico in
alcuni uffici di minor conto, come scambio di biglietti,
ringraziamenti ai giornalisti, ecc. ecc., c'erano lettere a cui doveva
rispondere egli stesso, c'erano visite ch'egli non poteva ommettere,
nè poteva delegare ad altri. E ciò gli lasciava pochissimo agio di
occuparsi delle cose più serie, vale a dire di cercar l'impiego che
gli era tanto necessario. Aveva scritto alla direzione delle Ferrovie
meridionali per sentire se fosse ancora disponibile il posto che gli
era stato offerto mesi addietro in Calabria, ma quel posto non c'era
più; era stato dato da tre mesi a uno dei sessant'otto postulanti che
s'erano presentati. E da ogni parte gli si rispondeva che bisognava
aver pazienza, che il paese attraversava un periodo di crisi, che
tutte le aziende pubbliche e private rigurgitavano di personale, che
in ogni modo si sarebbe veduto, si sarebbe cercato; era giovine tanto,
l'avvenire era per lui. Parole, sempre parole, nulla più che
parole--egli osservava malinconicamente.

Una mattina, reduce da alcune faccende, egli trovò nel suo studio uno
de' più servizievoli amici suoi, il giovane ingegnere Giorgio Leoni,
il quale stava scrivendo gli indirizzi su alcune buste che contenevano
delle carte da visita. Oh--disse Roberto--guardando uno di quegli
indirizzi.--Selmi aveva mandato il biglietto?

--Sì, eccolo qua.

Roberto lesse: _Odoardo Selmi, miniera di Valduria in Romagna_. Indi
soggiunse, rivolgendosi al suo amico.

--Lo sapevi che egli aveva quest'impiego?

--Io no. Da quando ha finito il Politecnico, e lo ha finito un anno
prima di noi, io non ne avevo più saputo novella.

--A ogni modo, fu una cortesia il ricordarsi di me in questa
circostanza. Gli si era mandata la partecipazione?

--No....

--Avrà letto qualche necrologia sui giornali.

--Povero Selmi--soggiunse Leoni--era un ottimo diavolaccio, leale,
affettuoso, ma non era un'aquila, nè aveva una grande istruzione.

--Era paziente, attivo.... Non so se avesse famiglia....

--I genitori eran morti.... Deve aver avuto una sorella minore. Forse
si sarà maritata.... La nominava spesso.

--Ebbene, intanto egli ha un impiego.

--Sì, in una miniera. Bel gusto! C'è da morire di malinconia.

--Chi sa?

Roberto si allontanò dall'amico e andò verso la sua scrivania, ove
s'immerse nell'esame di alcune carte. Ormai egli possedeva tutti gli
elementi necessari per farsi un'idea esatta della situazione economica
della famiglia. I conti non s'eran fatti aspettare; appena morto il
cavalier Mariano, i vari creditori s'erano affrettati a mandar le loro
polizze; dal canto loro, i nuovi preposti all'_Unione_, non avevano
perduto troppo tempo. Avevano trasmesso a Roberto una copia della
partita del defunto Direttore, partita che, per i prelevamenti fatti
nell'anno, si saldava con un piccolo _deficit_, anche accettando il
bilancio quale era stato presentato all'Assemblea generale e tenendo
conto del dividendo sulle dieci azioni del cav. Mariano. Tuttavia la
Società dichiarava non solo di rinunciare al ricupero del suo credito,
ma altresì di assegnare alla vedova del benemerito Direttore per una
volta tanto la somma di dieci mila lire. Quantunque fosse una
soluzione men disastrosa di quello che si poteva attendere con gli
umori che spiravano nella Società, la signora Federica montò sulle
furie, disse che diecimila lire erano un insulto, che dovevano essere
almeno quarantamila, e che bisognava assolutamente far lite, nè si
lasciò convincere del contrario dalle ragioni di Roberto. Bensì le
venne in soccorso anche questa volta la sua insanabile leggerezza, che
di lì a brevissimo tempo le fece volger ad altro il pensiero.

--Insomma--ella chiese un giorno a suo figlio--si può saper
positivamente quello che ci resta, pagati tutti i debiti?

Roberto l'aveva detto altre volte, ma non ebbe nessuna difficoltà di
ripeterlo.

--Le diecimila lire dell'indennità--egli rispose--possiamo ritenerle
assorbite dalle vecchie passività e dalle spese straordinarie di
questi mesi; ci restano ancora le tue ventimila lire di dote investite
in rendita, le dieci azioni dell'_Unione_ che appartenevano al babbo,
cioè altre diecimila lire, le cinque azioni mie, le cinque tue,
diecimila lire anche queste. Sono quarantamila lire da potersi
realizzare a nostro piacere. Poi c'è l'impianto della casa, poi ci
sono le tue gioie, che importeranno anch'esse qualche migliaio di
lire....

--Non curiamoci delle gioie--interruppe la signora Federica.--Hai
detto che c'è una quarantina di mila lire realizzabili quando si
voglia?

--Sì. Ebbene?

--Ebbene--continuò la signora Federica--quarantamila lire sono un
discreto capitale.

Roberto, che sapeva come in casa sua si fossero spese fino alla morte
di suo padre circa trentamila lire all'anno, non potè a meno di
sorridere.--Ti pare?--egli disse.

--Sicuro, non già per viverci sopra senza far nulla....

--In nome del cielo!--esclamò il giovine, cui non pareva vero di
sentir dalla bocca di sua madre una cosa ragionevole.

--Un discreto capitale--proseguì la signora Federica--per farlo
girare, per metterlo in commercio.

--In commercio? E chi dovrebbe metterlo in commercio?

--Oh bella! Tu stesso!... Vedi, Roberto, tu hai poca fede nel tuo
ingegno.... E sì che l'ingegno non ti manca.... Ti manca
l'iniziativa.... Capisco le tue obbiezioni alla proposta di far affari
di Borsa.... Quelli lì han rovinato molta gente.... Ma il commercio è
tutt'altra cosa.... E adesso anche i giornali dicono che ci sarà da
guadagnare un bel gruzzolo di moneta nei grani.... Guarda piuttosto,
guarda co' tuoi occhi.

Si tolse di tasca un numero d'un giornale, e segnò a suo figlio un
articolo che cominciava con queste parole: «Tutto sorride quest'anno
ai negozianti di cereali. La corrente dell'aumento è pronunziatissima,
e non si fermerà così presto.»

--Cara mammina--disse Roberto, restituendo il giornale piegato alla
signora Federica--quando ti persuaderai che di queste faccende me
n'intendo un pochino più di te.... e che nemmeno i tuoi grani fanno al
caso nostro?

--Il presuntuoso? Se ne intende?... Con quella pratica di mondo che
ha! Non sa che criticar tutto, e non suggerisce nulla, e così si
lascerà venir l'acqua alla gola.

Era uno strano modo d'invertire le parti, e Roberto si lasciò scappare
un punto ammirativo, che la signora Federica rilevò alquanto stizzita.

--Già; e tu, che ridi sempre delle mie idee, potresti farmi sapere un
po' quali sono le tue?

--Oh mi spiccio in due parole. Col primo del mese si cambia casa, si
smette la carrozza, si licenzia la servitù, ad eccezione d'una
persona....

--Questo vuoi fare?--proruppe scandalizzata la signora Federica.

--Sì, cara mamma--egli soggiunse, prendendole le mani nelle sue--e tu
mi aiuterai, perchè sei buona, e non puoi volere che il tuo Roberto
finisca coll'andare in prigione per debiti....

Ma la signora Federica non volle sentir altro. Si svincolò da suo
figlio, e uscì dalla stanza gridando ch'era vittima della peggiore di
tutte le tirannie.

Nondimeno, la sua resistenza si spuntava contro la volontà calma, ma
inflessibile, di Roberto. Prima che si compisse il termine stabilito,
egli aveva già posto ad effetto la massima parte dei suo programma. Lo
splendido appartamento in via Monte Napoleone era stato mutato in un
quartierino modestissimo in una delle nuove strade della città, la
servitù s'era ridotta ad una persona, la carrozza era scomparsa,
quantunque la signora Federica avesse dichiarato eroicamente che,
piuttosto d'uscire a piedi, ella sarebbe rimasta in casa tutta la
vita. Inoltre Roberto aveva provveduto in modo che sua madre non
potesse disporre senza il suo consentimento della modesta sostanza che
l'era rimasta. Ch'ella vivesse con la sola rendita non era possibile;
però il capitale non doveva essere toccato che a poco per volta.
Presto o tardi, Roberto sarebbe stato in grado di colmare il disavanzo
co' suoi guadagni.

Del matrimonio non si parlava più che come di cosa remota. Il giovine
Arconti sapeva che, prima d'acquistar il diritto di favellarne, egli
doveva vincere ben altre battaglie che quelle combattute sinora. Ma
egli vedeva spesso Lucilla, perchè le Dal Bono venivano sovente dalla
signora Federica, e perch'egli si recava qualche volta a casa loro.
Queste visite infastidivano il signor Benedetto, che ne rimproverava
le sue donne; ma non osava proibirle direttamente a Roberto. Il
temperamento focoso degli Arconti sbigottiva il valorosissimo uomo, il
quale, durante la malattia del signor Mariano, s'era fitto in capo di
avere anche lui un'affezione al cuore, e temeva che tutto potesse
esacerbarla.

La signora Federica andava pazza per Lucilla, che le dava ragione in
molte delle sue lagnanze contro il suo figliuolo, e specialmente in
quella relativa alla carrozza.

--Roberto è un esagerato--diceva la ragazza con la sua frase
preferita.--La carrozza non è una cosa di lusso. Chi c'è in Milano che
stia senza carrozza?--Indi rivolgendosi a Gipsy, che l'accompagnava
quasi sempre, soggiungeva sentenziosamente:--Ah Gipsy, questi uomini
son proprio tutti d'uno stampo.... Su, bella, ritta, sulle due zampe
di dietro.... così.... Brava, Gipsy, brava!

E la spensierata fanciulla batteva le mani alle prodezze ammirabili
della sua cagnetta.

Roberto vedeva tutto con gli occhi di innamorato, e si sforzava di
persuadersi che il tempo avrebbe dato a Lucilla la serietà che le
mancava. Ch'ella gli volesse bene era certo, ed egli gliene voleva
tanto!

Qualche volta egli riusciva ad aver un colloquio a quattr'occhi con lei,
e usava della sua eloquenza, che non era poca, per convincerla ch'egli
non poteva agir diversamente da quello che agiva.--Credilo--egli le
diceva--è anche nell'interesse del nostro matrimonio che tengo questa
via. Vedendomi assestato, economo, previdente, tuo padre avrà minor
difficoltà a consentire alle nostre nozze, quando, ottenuta una buona
posizione, io gli farò la domanda formale della tua mano.

--Sì, sì--rispondeva Lucilla, tentennando il capo--sarà verissimo che
tutte le strade conducono a Roma, ma quella che hai scelta è la più
lunga.... Con un po' di audacia....

--Oh! le ubbie della mamma....

--Ubbie fin che vuoi, ma intanto la famosa posizione che stai sempre
aspettando non si vede....

--Si vedrà.

--Ci sposeremo a ottant'anni. Nella cronaca dei giornali cittadini del
secolo venturo si leggerà: _Oggi si è celebrato davanti al Sindaco il
matrimonio di due venerabili...._

--Zitto--interruppe Roberto, e le mise la mano sulla bocca.--Dimmi
piuttosto, se in questo frattempo....

--In quale frattempo? Da oggi al 1920? Al 1930 forse?

--Bambina! Se nei tre o quattro anni ch'io impiegherò a conquistare il
mio posto nel mondo, ti si presenterà qualche gran signore...

--E mi chiederà in moglie?

--Sì.

--Risponderò: signore, scusi tanto, ma sono impegnata. Come a una
festa quando vi domandano una polka che si deve ballare con un altro.

--Non far queste similitudini....

--Oh l'uomo grave! Non permette scherzi....

--Se verrà qualche marchese, qualche conte con le sue nove palle sul
biglietto da visita?...

--Lo manderò pei fatti suoi....

--Non ti lusinga dunque una gran ricchezza, un bello stemma di
nobiltà?...

--E torni sempre a battere lo stesso chiodo. T'ho detto di no.... Mi
basta esser _madama_....

--Perchè _madama_?

--Via, _signora_, la _signora_ Arconti. Va bene?

--Oh va tanto bene.

E il colloquio finiva con un bacio scoccato da Roberto sulle floride
guancie della sua fanciulla.

Pure l'Arconti aveva i suoi momenti di scoraggiamento. Promesse
d'impieghi futuri ne aveva in gran quantità, ma le promesse non si
cambiavano in fatti, ed egli, assestate ormai alla meglio le cose
domestiche, sentiva di non poter restare in ozio. Avrebbe avuto i suoi
libri, i suoi studi; ma era inutile. Guai a lui se cedeva alle
lusinghe d'una vita puramente intellettuale!

Un giorno, mentre rovistava alcune carte, il suo sguardo tornò a
cadere sopra un biglietto da visita che aveva già attirato la sua
attenzione--_Odoardo Selmi, miniera di Valduria, in Romagna._--Aveva
scritto a tanta gente; perchè non poteva scrivere anche a questo
vecchio condiscepolo che s'era ricordato di lui? Se ci fosse
un'occupazione alla miniera?

Non potè a meno di riflettere che sarebbe stata un'occupazione poco
allegra, per lui sopratutto, avvezzo alla vita di Milano, ma scacciò
subito da sè questa pensiero. O che aveva il diritto di cercare
un'occupazione allegra? Qualunque fosse, pur che onesta, doveva esser
la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico
Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta
postale.--Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che
ho spedita per raccomandarmi?

--Che numero?

--Centoventitrè. E sai a chi è diretta?

--Come vuoi che lo sappia?

--A Odoardo Selmi.

--Oh diavolo?.... E speri ch'egli possa....

--Trovare un posto per me nella sua miniera.... Sia un posto
d'ingegnere, sia un posto nell'amministrazione, fa lo stesso....

--Andresti a seppellirti a Valduria?

--Perchè no?

--E tua madre?

--Resterà qui. Ella non lascerebbe certo Milano....

--Ma dev'essere una gran vita di privazioni la vita di miniera....

--Ho meno bisogni che tu non creda.

Leoni non seppe trattenersi dal guardarlo con una certa maraviglia.

--Oh!--disse Roberto--tu non puoi capacitarti.... Guardi alla mia
_toilette_ accurata, alla mia aria da zerbinotto.... È vero, nei primi
giorni del mio dolore non pensai a mutar sarto pel mio abbigliamento
di lutto; è vero, ho ancora l'apparenza elegante.... Non si può
cambiar natura in ventiquattr'ore.... Aspetta un poco, e vedrai....
Intanto non ti sei accorto che non fumo più d'un sigaro al giorno?

--Pazzie!

--Non sono pazzie.... Ne fumavo sei o sette.... È un risparmio da non
disprezzarsi.... Se poi fossi nelle miniere, capisci che, per amore o
per forza, bisognerebbe romperla con le vecchie abitudini.... È per
questo, vedi, che quasi quasi m'innamoro d'un impiego che mi strappi
per qualche anno alla vita cittadina.

Leoni chinò il capo in silenzio.

--Del resto--soggiunse Roberto--val proprio la spesa di discorrere
della mia partenza per la miniera.... Vedrai che è un'altra lettera
sprecata.... C'è una iettatura per me.



VII.


Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana,
egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in
cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli
cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli
mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi
che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la
sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva
fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed
egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua
sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse.
C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore
all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la
miniera apparteneva alla _Sulphur Society_ residente nella metropoli
inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni
amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di
assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione?
In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso
abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il
luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di
qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva
credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito
il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a
letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti.
Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci
sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior
numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni
cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio.
Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato
da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran
parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre
brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno _spleen_
terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si lagnava più.
Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto
prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe
accolto a braccia aperte.

Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose
accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che
sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era
necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo
di maggio. S'era allora verso la metà di aprile.

Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto
desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo
nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo
stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila
quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi
dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di
cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli
sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon
mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria;
tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si
rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani.

La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo
commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non
avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato
accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e
d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo
affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo
tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla
lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato
coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato
tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto
essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione
certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo:--Ormai
sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla.... Lucilla! Qui c'era un punto
nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una
miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il
consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto
si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego
da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva
sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo
egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio
gli si affacciava sotto forma dubitativa.

Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione
produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro
non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era
divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non
consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi
auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato
fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera,
o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a
rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il
pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè
offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra
d'Università. Professore d'Università, _transeat_; ma scribacchino di
miniera!

La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente.
Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di
perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si
capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però
un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere
presso la Società _L'Unione_, per un componimento più vantaggioso?
Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di
farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la
barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale _una
idea_. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto
indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di sè per la contabilità
dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E
allora tutto il rimanente sarebbe venuto da sè. Ma solo a parlarne di
lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta
sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso.
Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e
accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che
la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che
l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto
era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di
peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza
preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre,
lasciava Lucilla, non voleva pensare che a sè. Un egoista, un vero
egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni
mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le
piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva
di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a
parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur
troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno?
Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava
l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto,
non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza.
Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio,
egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li
collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un
terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura,
di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa
tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di
Valduria, lì senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale,
chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due
versi in vita sua!

Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a'
suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove
c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il
ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la
testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con
un sorriso malizioso sul labbro.

Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il
sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva
anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave.--Non dovrei
nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti--ella gli
disse.--Anzi, non ti voglio bene....

--Oh Lucilla, è una bugia--interruppe Roberto seguendo con lo sguardo
una lagrimetta che le colava giù per la guancia.

--Cosa c'è'?... Non è vero, non piango--ella rispose.--Anzi, sì,
piango, ma di rabbia.... Va via, sei cattivo.

E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso.

--Oh Gipsy è molto più buona--continuava la ragazza, carezzando la
cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo
vestito.

--Guarda--riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla.--Tu mi dai un
dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo
staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola
rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi....

Lucilla si strinse nelle spalle.

Egli proseguì.--Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai
per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che
non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel
mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni
ostacolo.

--Non lo dirò, non lo dirò--proruppe Lucilla battendo i piedi con
dispetto infantile.

La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona
parola.--Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati
tutti e due, e già non vi persuadereste.... Per me, non so chi abbia
torto e chi abbia ragione.... Speriamo nell'avvenire.

L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe
sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua
figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma
gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei
deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva
sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, nè le mutate
fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava
sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa
felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo
sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era
il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto
poc'anzi, sperava nell'avvenire.

Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora
Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che
avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor
Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi
sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in
testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una
lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta
sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese
abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro
mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli
N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della
casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra.

Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal
Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro.--Sicuro--egli
disse--benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano....
Speriamo buona fortuna.

Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar
troppo le confidenze di Roberto dandogli del _tu_ come il solito e non
sapeva d'altra parte come fare a dargli del _lei_.

Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il
discorso sull'avvenire.--Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi
parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave.

--Ventisette e sette trentaquattro e porto tre--disse il signor Dal
Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo.--Già....
anzi....

Temette di esser troppo laconico, e proseguì.

--Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto.... e un giovine solo
fa presto ad accomodarsi.

Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti
l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso.

--Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo.... Intendo
farmi una famiglia.

--Male--rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione.--Che le
donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie....

E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa
singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito
senza che gli uomini prendessero moglie.

Ma Roberto ormai era bene avviato.--Quando si ama ardentemente una
fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le
cose al mondo è di sposarla.

--Amare, amare!--disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa
di tabacco.--Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia.

--Oh non creda--proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi.--E
poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi
amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre.... Amo sua figlia....

Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella
contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a
meno di scuotersi.--Oh! Ah!... Via, ragazzate.... Son cose da dirsi,
son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere
al serio?...

--L'amo--continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione--l'amo,
ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di
sè.... E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia
ferma intenzione di sposar Lucilla....

--Ma.... adagio....

--Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata.... Stia sano,
signor Benedetto, e a rivederci.

--Servitor suo.... Però.... mi pare....

Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e
pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal
Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che
egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli
avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano
nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si
capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere.

--Intanto se ne va via--riflettè il signor Benedetto--e questo è
l'essenziale.... Il tempo.... la lontananza.... le distrazioni faranno
guarir Lucilla.... Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un
altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta
c'è di tirar fuori la dote?



VIII.


Un vetturale con una timonella a un cavallo attendeva Roberto alla
stazione più vicina a Valduria. Odoardo Selmi sarebbe venuto in
persona a incontrarlo, ma le sue occupazioni glielo avevano impedito,
e se ne scusava con una riga gettata giù in fretta.

Con una miglior disposizione d'animo il giovine Arconti avrebbe potuto
ridere dei fianchi prominenti del quadrupede, del naso fenomenale del
cocchiere e della costruzione primitiva della carrozza. Invece, con la
malinconia ch'egli aveva intorno, quella vista non fece che
contristarlo di più. Nè mancarono altre ragioni a crescere la sua
noia. Il baule ch'egli aveva portato seco non potè esser collocato a
posto che con immensa fatica, e in mezzo alle imprecazioni del
cocchiere Andrea, il quale non intendeva come un ingegnere non avesse
misurato da Milano la capacità della vettura con cui doveva far
l'ultima parte del suo viaggio. In quanto alla cassa di libri
bisognava assolutamente lasciarla alla stazione; la si sarebbe
ritirata il dì appresso.

La carrozza procedette per tre quarti d'ora lungo la strada postale,
sollevando con le ruote nembi di polvere. Indi essa prese una
stradicciuola angusta, sassosa, che saliva con leggero pendìo verso il
monte. Il cavallo correva un tratto, poi abbassando la testa, andava
innanzi al passo, con le redini allentate sul collo. Andrea fumava, e
la punta del suo naso monumentale compariva e scompariva a vicenda tra
i globi di fumo come la cima d'una montagna circonfusa di nuvole. Ogni
momento la vettura, ch'era priva di molle, urtando contro una pietra
più grossa, dava un sobbalzo e palleggiava Roberto da una parte
all'altra del sedile. Per solito Andrea non s'accorgeva nemmeno di
questi scossoni; solo quand'essi prendevano proporzioni eccessive egli
metteva una sonora bestemmia. Malgrado l'umore poco mansueto del
cocchiere, a Roberto non sarebbe stato difficile di attaccare
conversazione se la tristezza profonda ond'era compreso non gli avesse
reso impossibile di pronunciare una parola. Pensava al diverso
avvenire che aveva sognato, pensava agli altri viaggi che avrebbe
dovuto fare. Senza la sventura che lo aveva colpito, egli avrebbe
percorso la Francia, l'Inghilterra ed il Belgio affine di compiervi la
sua istruzione; poi, reduce a Milano, avrebbe fissato l'epoca del suo
matrimonio con Lucilla. Riscaldato dal tepido soffio dell'amore,
protetto dalla riputazione e dall'influenza paterna, sarebbe giunto
alla meta per un sentiero agevole e piano. E adesso invece che cosa
l'aspettava? Se sua madre, se Lucilla, se i suoi amici avessero avuto
ragione, se veramente egli avesse obbedito a un impeto irriflessivo,
se non avesse potuto durar nemmeno un paio di mesi in una carriera che
domandava gusti speciali e speciali attitudini?

La strada si faceva sempre più cattiva e più ardua. Il sole, già volto
al tramonto, lambiva le creste dell'Apennino, un venticello leggero
accarezzava le foglie dei mandorli e faceva ondeggiar le cime dei
pioppi, una fila di nuvolette rosee si svolgeva al lembo
dell'orizzonte, allegri gruppi di rondini fendevano l'azzurro del
cielo. Felici creature! Volavano a stormi, ora avvicinandosi alla
terra, ora perdendosi nelle profondità del firmamento, volavano
cantando, e il loro canto era un inno d'amore. Felici creature! Egli
era solo, oppresso dai ricordi, angustiato dai timori e dalle
incertezze. Chi sa dov'era Lucilla in quel momento? Chi sa a che cosa
pensava? Forse pensava a lui; forse era sul terrazzo della sua casa e
guardava la strada sottoposta, la strada per la quale egli soleva
venire e ch'egli non avrebbe percorso più per un anno, per due anni,
chi sa per quanto tempo; forse una lagrima le scendeva dal ciglio. Si
portò la mano agli occhi; piangeva anche lui. E, attraverso il velo
che si calava sulle sue pupille rivedeva le guglie del Duomo nuotanti
negli ultimi raggi del sole, rivedeva i suoi cari, rivedeva tutto il
suo passato così gaio, così promettente. Per la strada non
s'incontrava quasi nessuno; solo a lunghi intervalli si scorgeva
qualche casolare nella campagna, si sentiva qualche voce di contadino
reduce dal lavoro. Qua e là, sul dorso delle colline lontane, una
bianca villetta andava sfumando via nella luce fuggente del
crepuscolo. Di tratto in tratto veniva per l'aria un acre odore di
zolfo.

L'Arconti ruppe il silenzio, e chiese al vetturale.--Ci vuol molto ad
arrivare?

--Un quarto d'ora---fu la risposta.

--Tanto fa scendere--soggiunse Roberto. E balzò a terra senz'aver
bisogno di far arrestar la carrozza, la quale andava a passo di
lumaca.

Aveva lo spirito accasciato, le membra intormentite. Sperava che un
po' di moto gli facesse bene.

Cominciò col correre innanzi un tratto; poi, giunto a un bivio, si
addossò al tronco d'un albero e lasciò di nuovo passar la vettura.

Scendeva la sera, qualche lucciola brillava lungo i margini della via,
la carrozza, il cavallo, il cocchiere formavano una massa nera che si
staccava confusamente dal fondo grigio. Andrea si stropicciò sui
calzoni un fiammifero e accese la pipa che s'era spenta.

Finalmente s'intesero delle voci. Erano minatori, che tornavano dal
lavoro. Sfilarono davanti a Roberto, davanti alla carrozza, scambiando
qualche parola con Andrea, accorgendosi appena del giovine con cui
sino dal giorno successivo avrebbero dovuto far conoscenza. Apparsi
come ombre, come ombre si dileguarono. Tornò a regnare il silenzio, e
intanto le tenebre divenivano più fitte. Tremolavano le stelle nel
firmamento, cantavano i grilli, gracchiavano le cicale sugli alberi.
Era notte fatta. Roberto non ne poteva più. Non era la stanchezza del
viaggio, era la solitudine, era un senso penoso d'isolamento che
l'opprimeva. Se in quell'istante gli avessero detto: Rinuncia alla tua
idea di essere un impiegato di miniera, e sarai in un attimo a Milano
nella tua casa, vicino a Lucilla, vicino ai tuoi amici, forse egli non
avrebbe saputo resistere alla tentazione di accettar la proposta.

Un lumicino brillò nell'oscurità a un centinaio di metri. Fissando gli
occhi da quella parte, si vedeva sorgere un fabbricato.

--Ci siamo?--tornò a domandare Roberto.

--Io ci sono--rispose Andrea--perchè qui c'è l'osteria e qui si lascia
il cavallo. Ella deve fare ancora una salita di dieci minuti.

--Qualcheduno mi accompagnerà--soggiunse con piglio infastidito
l'Arconti--perchè io non ho l'obbligo di saper la strada. E il
bagaglio non lo posso già prender in ispalla.

--Adesso vedremo--disse il cocchiere di malavoglia.--Ci sarà il figlio
dell'oste.

Andrea scese dalla vettura e prese il cavallo pel morso. A quel punto,
un uomo d'alta statura uscì dall'osteria e gridò--Arconti, sei qui?

Era la voce di Odoardo Selmi.

--Sei tu, Odoardo?--chiese Roberto brancolando nel buio, e tutto
consolato di trovar finalmente una persona amica.


Si sentì cinto da due braccia poderose, e ricambiò di gran cuore due
baci scoccatigli sulle guancie dal suo condiscepolo.

--Bravo Roberto! Scusa se non ho potuto venire incontro. Esco da
mezz'ora appena dalla miniera.... Quanto piacere m'hai fatto ad
accettare la mia offerta! Ci vorrà in te una bell'abnegazione ad
acconciarti a questa vita, ma insomma alla lunga ci si avvezza a tutto
e vedremo di stare alla meno peggio....

--Grazie, Selmi, grazie di queste buone parole.... Avrò proprio
bisogno della tua affezione e della tua indulgenza.... Ma per bacco!
Sei cresciuto di volume da quand'eri a Milano.... Che spalle hai
fatto, e che torace!

--Eh, me la passo.... Son sempre quella materia greggia ch'ero al
Politecnico. A fronte di voi azzimati, eleganti, spiritosi, che figura
ci facevo!.... Povero Roberto! Che disgrazia doveva toccarti! E perchè
non iscrivermi prima?... Ma adesso non è tempo da chiacchiere....
Avrai fame.... Ancora pochi minuti e ci siamo.... Qui, per questa
scorciatoia.... A casa troveremo pronta la cena.... Il mio maggiordomo
fa le cose benino.

--Il tuo maggiordomo?--disse ridendo Roberto, mentre a braccio
dell'amico saliva per un sentiero erto e sassoso.

--Sì, mia sorella Maria.... Te la presenterò....

--Ah, tua sorella... Mi ricordo che me ne parlavi qualche volta.

--Sì, allora era una fanciulla.... Adesso è una ragazza fatta. Ma così
esile e mingherlina da non mostrar che quindici anni. E ne ha venti
compiti.... All'aspetto non par certo mia sorella.... E nemmeno
all'intelligenza.... Oh, quantunque non sia stata al Politecnico, val
tanto più di me.... Siamo rimasti soli, e me la son condotta meco....
Del resto, guai se non l'avessi.... E non è un angelo per me solo....
ma per tutti i nostri minatori, per la nostra valle.... È semplice,
modesta.... vedrai.... Ah, guardi quel coso nero laggiù?... È un
caminone.... E quelle baracche lì in fondo?... Sono magazzini.... E a
destra ci sono i forni per le fusioni. E più a basso le due caldaie a
vapore.... Nella miniera poi s'entra di là...

E accennò a sinistra. Indi soggiunse.--Ma, con questo buio, sfido a
vederci..... Domani, domani.

Chiacchierando così, si arrivò ben presto a una casa isolata in cima
alla collina. La porta d'ingresso era aperta, e lasciava veder una
tavola apparecchiata e rischiarata da un lume a petrolio. Nel vano
della porta si disegnava una figura di donna.

--Ecco mia sorella, ecco il nostro ospite Roberto Arconti--disse
Odoardo, facendo la duplice presentazione.--Roberto sarà il compagno
della nostra vita per un pezzo, spero.... Bisogna trattarlo come uno
di casa.

--Come un altro fratello--rispose senza enfasi, ma spontaneamente
Maria, mentre stringeva la mano al nuovo arrivato. E proseguì, non
lasciandogli tempo di ringraziare.--Vuol esser condotto nella sua
camera, o vuol cenar prima?

Roberto preferì di cenare. Non gli pareva vero di trattenersi ancora
un poco in quell'ambiente schietto, sereno, affettuoso.

Maria non era bella. Era magra, pallida, con fattezze piuttosto
irregolari; ma aveva due grandi occhi cilestri pieni di dolcezza e di
pensiero, e una bocca facile a sorridere e guarnita di bianchissimi
denti. Due anni addietro una malattia le aveva fatto cadere i capelli.
Aveva dovuto tagliarseli corti corti, e adesso le crescevano
lentamente, ciò che contribuiva a darle un'aria quasi infantile. La
sua vocina era melodiosa, insinuante, di quelle che fanno spiccare
ogni parola.

--Maria esercita la sua alta direzione anche sulla cucina--disse
Odoardo.

--Davvero? Mi congratulo con lei della sua abilità,--osservò
l'ingegnere Arconti, che trovava saporitissime le vivande.

Durante la cena, un ragazzo portò il baule, ch'era rimasto
all'osteria.

--Aspetta lì--disse la giovinetta--or ora bisognerà metterlo nella
camera dell'ingegnere.--Intanto bevi un bicchier di vino.

--Ci sarà poi anche una cassa--soggiunse Roberto.--La vettura non la
conteneva, e bisognò lasciarla alla stazione. Mi assicurarono che ci
sarà modo di averla qui domani.

--Senza dubbio--rispose il Selmi.--Dovevo immaginarmelo che in quella
timonella tutto non ci sarebbe stato....

--Se avessi badato a me--insinuò Maria.

--Avrei fatto meglio--assentì Odoardo. Indi rivolgendosi
all'amico:--Sarà una cassa di biancheria.

--Veramente--disse Roberto con qualche esitanza--è una cassa di libri.

Odoardo non seppe trattenere un'esclamazione di sorpresa.

--Libri? Che cosa vuoi farne? Qui? Quando avrai lavorato tutto il
giorno, avrai ben altra voglia che di leggere.

Maria slanciò a suo fratello un'occhiata di rimprovero.--Hai torto.
Un'ora per aprire un libro la si può trovar sempre, e il signor
Roberto ha fatto bene a portar con sè qualcheduno de' suoi vecchi
amici.

L'Arconti guardò con riconoscenza la giovinetta che prendeva le difese
della lettura.

--Sì, sì--ripigliò Odoardo vuotando un bicchiere di vino.--Capisco
ch'io non sono buon giudice.... Non ho mai vegliato _sulle dotte
pagine_, io.... ma rispetto i gusti degli altri. Del resto, quando
avrai i tuoi libri Maria ti aiuterà a metterli a posto.... È una
ragazza che trova tempo a far tutto.... anche a dar da mangiare ai
cani.

Infatti la fanciulla distribuiva i rilievi della mensa fra due cani da
caccia, che erano entrati silenziosamente nella stanza.

Di lì a poco, ella si alzò, accese una candela e disse:--Vado a vedere
se tutto è in ordine nella camera del signor Roberto.

I due giovinotti rimasero soli col bicchiere di vino davanti e col
sigaro in bocca. Ricorsero gli anni della scuola e si raccontarono le
vicende successe dacchè non si erano visti. Odoardo, modesto per sua
natura, attribuiva a una combinazione fortunata l'aver potuto trovar
così presto un ufficio onorevole e lucroso. Qualche volta gli pareva
che la responsabilità fosse superiore alle sue forze, ed era tentato
di rinunciarvi. Nel complesso però non si trovava male; la vita
attiva, faticosa si confaceva al suo fisico robusto; alcune delle
qualità richieste per la miniera sentiva di averle. Non mancava di
coraggio, di sangue freddo, di perseveranza.--Ma son sempre stato
corto di cervello, questo è il guaio--egli soggiungeva picchiandosi il
fronte.

E poichè Roberto rideva.--No, no, parlo sul serio--continuava il
Selmi, mentre vuotava allegramente uno dopo l'altro i bicchieri di
vino;--capisco che sono un buon generale di divisione, ma non sono un
buon generale in capo. E c'è stato dell'egoismo nel consigliarti di
venir qui; sentivo che tu avresti supplito alle mie deficienze.

--Io?

--Sì, sì, vedrai.... Oh me lo ricordo bene ch'eri il primo della tua
classe.

--Questo vuol dir molto!.... Si è portenti in iscuola e asini
fuori.... e viceversa.... Eh, caro Selmi, la voglia di far bene la ho,
ma volere non è sempre potere.... E sa Iddio se riuscirò anche negli
uffici che mi destini, e che, tra parentesi, ignoro ancora quali siano
precisamente.

--Domani intanto faremo un giro per la miniera, che tu devi conoscere
in ogni sua parte.... Vedrai i lavori compiuti, i lavori progettati, e
ti formerai un'idea delle difficoltà vinte e di quelle che restano da
superarsi. Ti presenterò ai minatori; c'è della scoria, ma c'è anche
della brava gente.... A proposito, hai un revolver?

--No.... Perchè?

--Perchè in questi luoghi il revolver bisogna sempre averlo. Te ne
darò uno io.

--Siamo dunque sul piede di guerra?

--Tutt'altro. Ma è opportuno di far sapere che non si sarà mai colti
alla sprovvista.

--_Si vis pacem, para bellum_--esclamò Roberto con una risatina.

--Appunto. Col latino non ho confidenza, ma questo motto lo conosco.
Del resto, tu per ora sei addetto all'amministrazione, ma se ci
troverai gusto, credo che finirai a poter occuparti della miniera.
Bisogna prima che tu metta un po' d'ordine alla contabilità. Tuo padre
era un bravo uomo d'affari, e qualche cosa avrai imparato da lui.

--Molto poco; pure mi ci proverò, ma ti confesso che, nella mia
qualità d'ingegnere, preferirei occuparmi di cose tecniche.

--Te ne occuperai a suo tempo: sta sicuro; ho intenzione di farti il
mio capo di stato maggiore.... Ma ecco di nuovo mia sorella.

--Forse il signor Roberto è stanco--disse la giovinetta entrando.--Se
vuole che lo accompagni nella sua camera.

--Stanco no--egli rispose--ma non so le abitudini della miniera.

--Abitudini da montanari--osservò il Selmi.--Coricarsi presto e
alzarsi presto.... Alle sei sono già nel sotterraneo. A ogni modo, per
te che sei nell'amministrazione non ci sarà adesso un orario così
faticoso.... Domani verrò a prenderti alle otto e mezzo, dopo la mia
prima ispezione.

--E adesso che ore sono?

--Le nove passate.

--Chiacchierando s'è fatto tardi.... Vado dunque.... Se la signorina
Maria m'indica la strada.

--Verrò io stessa,--disse la ragazza.

Riprese la candela, che non aveva ancora spenta, e si avviò. Roberto
la seguì dopo aver stretto cordialmente la mano all'amico.

Maria salì una piccola scala, infilò un corridoio e si fermò davanti a
un uscio.--Eccoci--ella disse--non s'immagini di trovare una bella
camera.... Però, domattina, aprendo le imposte, godrà di una magnifica
vista. È tutto quello che ci può esser qui.

Dopo questo preambolo, la giovinetta entrò nella stanza, ch'era
piccina, modesta, a muri bianchi, ma pulita assai.


--Se le manca qualche cosa, non ha che da suonare il campanello--ella
soggiunse.--Dall'altra parte del corridoio dorme la Caterina, la
nostra donna di servizio. Vede quell'uscio?--e additò un usciolino
laterale.--Lì c'è una camera ove di giorno lavoro, stiro, inamido la
biancheria; ma potrà servirsene anche lei; già io non ci sto mica da
mattina a sera... e in ogni modo non disturbo.... Faccia conto che sia
un salotto... Qui su questo tavolino ha il necessario per iscrivere...
non so se le penne le accomoderanno; son quelle che adopero io.... per
la nota del bucato.... Ecco l'armadio, ove riporrà la roba del baule,
che è la, nell'angolo.... O piuttosto, non ne levi adesso che quello
che le è indispensabile; pel resto l'aiuterò io domani... Buona
notte....

Maria accese una candela che si trovava sul tavolino, diede ancora
un'occhiata in giro per veder se tutto era in ordine; quindi strinse
la mano a Roberto, e lo lasciò solo.

L'ingegnere Arconti non ebbe agio per quella sera di fermarsi a
considerare la rustica semplicità della stanza che gli era assegnata
dai suoi ospiti; un prepotente bisogno di riposo lo vinse e si coricò
all'ora stessa in cui, a Milano, soleva uscir di casa per recarsi alla
_Scala_ o al _Club_.



IX.


Roberto dormì tutto d'un fiato sinchè la luce del giorno, penetrando
nella camera attraverso gli spiragli delle imposte mal commesse, venne
a svegliarlo ad un tratto. Balzò dal letto, si vestì a mezzo, e corse
a spalancar la finestra. Maria aveva avuto ragione. La prospettiva era
bellissima, e una leggera nebbietta che velava i piani più bassi del
quadro non faceva che dar risalto maggiore all'insieme. Non era lo
spettacolo imponente che Roberto aveva goduto in qualche punto
dell'Alta Italia, ove le Alpi cinte di nevi fanno cornice ai boschi
d'abeti e ai torrenti impetuosi; era una natura calma e serena, che
attraeva e riposava lo sguardo. La casa sorgeva sopra una collina
abbastanza elevata; a destra e a sinistra si vedevano altre
collinette, dietro a cui spuntava qualche cima più ardua, più nuda,
che lasciava indovinare i prossimi Apennini. Di fronte, verso levante,
si stendeva a perdita d'occhio una pianura ubertosa, seminata a
cereali ed a canape e frastagliata di mandorli, di viti, d'ulivi. Nè
mancavano altri alberi, che con l'abbondante fioritura davano larga
promessa di frutti. A capo di lunghi filari di pioppi o in mezzo a
brune macchie di cipressi biancheggiava qualche casinetto di campagna
illuminato dai primi raggi del sole. Qua e là, sulle pendici o nel
piano, un campanile intorno al quale si stringevano poche case. Un
fiumicello mezzo asciutto portava con tardo passo le sue scarse acque
verso l'Adriatico di cui, a cielo perfettamente sereno, si sarebbe
potuta distinguere la striscia azzurra al lembo estremo
dell'orizzonte.

Il nostro giovinotto rimase per alcuni minuti appoggiato al davanzale
della finestra. Egli non vedeva di là nè l'apertura del sotterraneo,
nè il capannone sotto al quale eran collocati i forni delle fusioni,
nè alcuna delle principali officine addette alla miniera, e per un
momento avrebbe potuto credersi in villa presso un amico, se non lo
avesse richiamato alla realtà delle cose l'odore di zolfo che si
spandeva per l'aria, e il via vai delle squadre dei minatori che si
davano il cambio. Roberto guardò l'orologio. Non erano che le sei. Ci
volevano due ore e mezzo prima che Odoardo venisse a prenderlo, e
l'Arconti arrossiva di starsene lì in muta contemplazione mentre
l'opera del giorno era principiata pegli altri. Anch'egli doveva
lavorare, anch'egli doveva lottare.

Lasciò la finestra e si accinse a terminare la sua _toilette_. Pure, a
questo punto, lo prese una tristezza invincibile. Girò gli occhi
intorno, e avvertì più viva che mai tutta la differenza tra l'ieri e
l'oggi. Quell'asciugamano pulito, ma ruvido, appeso a un chiodo
infisso nel muro, quel piccolo specchio malamente inquadrato in una
cornice di carta pesta, quella brocca e quel catino di terraglia
ordinaria, quelle pareti nude senz'altro fregio che un filo celeste
alla base, il complesso insomma di quella camera, che la sera innanzi
aveva appena osservata, lo ammoniva che la sua esistenza di giovinotto
elegante era finita per sempre, ed era finita non solo in teoria, ma
in pratica. Ed è appunto nella pratica che si manifestano le
difficoltà maggiori. Poichè l'essere in massima disposti a tutti i
sacrifici non toglie che il peso dei sacrifici si senta quando si
comincia a compierli.

E ora pell'Arconti il Rubicone era passato davvero, ora s'inaugurava
la vita nuova, una vita che imponeva il rifiuto di ogni raffinatezza,
di ogni superfluità. Non era senza un certo imbarazzo che egli
guardava la sua camicia diligentemente insaldata, e faceva il nodo
alla sua cravatta di seta, e passava nell'occhiello i bottoni di
pietra dura de' suoi polsini; e mentre si ravviava i capelli davanti
allo specchio, era combattuto fra la vecchia abitudine di spartirli
col pettine e il timore di rendersi ridicolo con una acconciatura
troppo ricercata. Per quanto semplice fosse il suo abbigliamento, egli
sentiva che agli occhi di quella popolazione di minatori egli doveva
parere come un animale esotico, o peggio ancora, come un gingillo di
porcellana che non si può toccar senza romperlo. D'altra parte, le
ulteriori trasformazioni che gli sarebbe convenuto subire per
acquistare il _color locale_, per diventar simile, per esempio, a
Odoardo Selmi, lo empivano d'un segreto sgomento. Che avrebbe detto
Lucilla a vederlo cambiato in tal modo?

E Lucilla intanto gli sorrideva dall'album ch'egli teneva aperto sul
tavolino, ed era così bella, così bella! Roberto non ebbe il coraggio
di disgustarla, e finì di vestirsi come se avesse dovuto passare da
lei. Indi si affacciò alla finestra.

Proprio sotto la finestra c'era in quel momento Maria, chinata a dar
da mangiare ai pulcini.

--Buon giorno, signora Maria--disse Roberto.

Ella alzò la testa, e rispose sorridendo:--Buon giorno, signor
Arconti. Bella occupazione, non è vero, la mia? Ma credevo che
dormisse ancora....

--Le strane idee ch'ella ha di noi cittadini...

--Ebbene, giacchè è alzato, vuol scendere?

--Sicuro.

--Scenda allora, le darò il caffè e latte... E poi la condurrò un poco
in giro.

Roberto fu in due salti nel salotto ove aveva cenato la sera innanzi e
ove la Caterina stava spolverando i mobili. Anche di quel salotto gli
era sfuggita la sera prima la rustica semplicità. Nel mezzo una tavola
rotonda dal piano non levigato e dalle gambe tentennanti, a una parete
una credenza di legno comune, la cui cornice non correva parallela al
soffitto, ma, prolungata, avrebbe fatto con esso un angolo acuto, in
giro alcune sedie di paglia, sui muri quattro litografie a colori
rappresentanti le quattro stagioni.

Maria s'era dileguata, ma comparve di lì a pochi secondi con un
vassoio sul quale c'era una tazza di caffè e latte e alcune fette di
pane.

--Troverà il latte piuttosto cattivo--osservò la giovinetta.--Odoardo
ricorda sempre quello di Milano... Qui bisogna avvezzarsi a una vita
di privazioni.

--Però--rispose Roberto--quest'aria libera, questi ampi orizzonti
hanno anch'essi il loro prezzo.

--Ah sì. Mi pare che fra muri non ci potrei vivere...

--A Milano non c'è mai stata?

--Che? Quando c'era Odoardo si viveva coi miei genitori nel nostro
paesuccio. Città grandi non ne ho nemmeno vedute... E forse non ne
vedrò mai.

--O che dice? È tanto giovine.

--Del resto, che importa?--ella soggiunse stringendosi nelle
spalle.--Si sta bene così.

--Ha ragione--replicò Roberto con accento convinto, mentre deponeva la
tazza del caffè e latte.

--Dunque vuol uscire?

--Eccomi.

--Non ci si può dilungar troppo perchè alle otto e mezzo deve trovarsi
con mio fratello. Dalla parte della miniera andrà con lui. Noi
scenderemo al villaggio per una scorciatoia. Passi.

Quando furono all'aperto, la giovinetta si avviò per un sentiero
scosceso saltando da un sasso all'altro con l'agilità d'un capriuolo.
Roberto, per non esser da meno di lei, faceva prodigi d'equilibrio. A
un tratto Maria ebbe uno scrupolo.--Vo troppo presto?

--Oh scusi--rispose l'ingegnere in tono semiserio--sono alpinista
anch'io.

--Davvero?

Egli le spiegò ch'era ascritto al Club alpino, che aveva la sua brava
aquila da poter appuntare al cappello, ma che in fondo non aveva
bazzicato molto con le montagne.

--Io, che non sono di nessun Club e che non ho nessun'aquila, sono più
alpinista di lei--osservò Maria, sorridendo.

Si sentì il mormorio dell'acqua corrente.

--Eccoci al nostro gran fiume--disse la ragazza.--Ora va umile e
dimesso, ma nell'inverno è ben altra cosa. Qualche volta fa il
cattivo, minaccia la strada e spianta gli alberi.

Giunti sulla via carrozzabile, incontrarono due barocci tirati da muli
e carichi di pani di zolfo.

--È zolfo della miniera?--chiese Roberto.

--Non della nostra; d'un'altra più addentro nei monti. E qui abbiamo
una raffineria.

Era un fabbricato a un sol piano, dal tetto ingiallito che destò
nell'Arconti una vaga reminiscenza dei risotti milanesi.

Due operai ritti sulla soglia salutarono Maria e guardarono con una
certa curiosità il bel giovinotto ch'era con lei. Un cane le si
avvicinò agitando festosamente la coda. Ella si chinò un momento a
lisciargli il pelo.

--La conoscono tutti qui, uomini e bestie--osservò Roberto.

--Sicuro; siamo buoni amici anche noi, non è vero, Leone?... Che cosa
c'è?

Questa domanda un po' in forma di rimprovero era rivolta al cane, che
s'era permesso di digrignare i denti all'indirizzo dell'Arconti.

Le parole della ragazza disarmarono subito i sospetti di Leone, che si
accostò all'ingegnere, lo fiutò, e poi strofinò il muso sulle sue
gambe lasciandovi una traccia di zolfo.

Maria si mise a ridere.--Bisogna pur che ci si avvezzi--ella disse a
Roberto, il quale si spolverava i calzoni col fazzoletto bianco.--Chi
va al mulino s'infarina, e qui lo zolfo non si schiva mai.... Veda il
povero Leone come ha la coda e le orecchie gialle.

L'Arconti osservava i suoi vestiti eleganti con lo stesso imbarazzo
che avrebbe provato trovandosi in arnese contadinesco a una festa di
ballo tra le signore scollate e gli uomini in coda di rondine.

--E questa è Valduria--ripigliò la giovinetta.

Saranno state un venti case distribuite ai due lati della via, alcune
assai miserabili, altre d'aspetto abbastanza civile e di costruzione
recente. C'era un Ufficio postale, una stazione di carabinieri, un
botteghino di caffè e _liguori_, un paio di bettole, teatro di
magnifiche sbornie, un banco di macellaio ove la domenica si vendeva
per carne di manzo della carne di vacca, una farmacia nella quale
all'imbrunire i magnati del luogo discorrevano di politica. La chiesa
sorgeva isolata sopra un piccolo rialto di terra.

Il villaggio si trovava sulla sponda sinistra del fiume; subito dopo
le ultime abitazioni c'era un ponte di pietra che metteva alla riva
opposta, e che per quella mattina segnò il punto estremo della
passeggiata.

Maria non ricondusse però l'ingegnere Arconti per la medesima strada,
ma prese una viottola che saliva a zig-zag sul dorso della collina.

--Mi lascia fare una visita, non è vero?--ella domandò al suo
compagno.

--Si figuri.

--Oh una visita di due minuti dalla madre d'uno de' soprastanti ch'è
infermiccia.... Ma c'è Giorgetto qui--ella soggiunse vedendo un bimbo
che si teneva le mani sugli occhi.--Piangi, Giorgetto? Cos'hai?

E corse verso il fanciullo, che poteva avere sei anni e che
apparteneva anche lui a una famiglia di minatori.

Giorgetto spiegò con molte lagrime la immensa sventura che gli era
toccata. Paolino, il pessimo Paolino, il figlio del direttore della
raffineria laggiù, gli aveva tolto a forza un bel bastoncello che il
suo babbo aveva tagliato per lui da un albero il giorno prima... Oh lo
direbbe al babbo e Paolino starebbe fresco.... Adesso era andato da
quella parte.--E segnò col dito alla sua destra.--Se Maria potesse
raggiungerlo e dargli uno scapaccione.

--Che spirito vendicativo!--osservò sorridendo la giovinetta.--Non
sarebbe meglio far così?

Ella si alzò in punta di piedi, e sfrappò un ramo da un arbusto che
cresceva lungo il sentiero. Poi levato di tasca un grosso temperino
che aveva una lama adunca a foggia di roncola, spogliò in un momento
quel ramo delle sue foglie, ne spianò i nodi e ne fece un bastone
simile a quello di cui Giorgetto piangeva la perdita. Il bimbo, nel
ricevere il prezioso regalo, spiccò un salto per la consolazione.

--Che armi ha!--esclamò Roberto con piglio scherzoso.

--Non è vero? Sono formidabile.

Salirono in silenzio fino a una casa bianca d'aspetto modesto, ma
pulito.

--Se non vuol entrare, mi aspetti qui--disse Maria.--Mi spiccio
subito.... Veda, può seder su questo muricciuolo.

--Ebbene, Gertrude, come va stamattina? Già alzata?--cominciò la
ragazza avvicinandosi carezzevole a una vecchia che lavorava di calze
davanti alla tavola d'una cucina a pian terreno.

--Eh, figliuola mia--rispose la vecchia tossendo.--A poltrire fra le
lenzuola non ci si guadagna nulla.... Tanto e tanto questa tosse dovrò
portarmela meco finchè vivo.

Maria si frugò nella saccoccia del vestito e ne trasse una scatola di
_Liebig_, che posò in silenzio sulla credenza.

--Oh bimba, bimba, non la finirai più con quei tuoi regali? E io che
posso fare per te?

--Volermi un po' di bene, ecco tutto.

--Oh di bene te ne voglio tanto.... E non son sola a volertene.

S'interruppe guardando fuori della porta.

--C'è qualcheduno con te?

--Sì, un amico di mio fratello, che s'è impiegato nella miniera.

--Uno che viene a star qui?

--Già.

--E perchè l'hai lasciato fuori? Fallo entrare.

Maria si affacciò alla soglia e chiamò Roberto, che non s'era seduto
sul muricciuolo, ma girava lì presso.

Quando il giovine fu entrato, Maria ne disse il nome e il cognome, e
spiegò all'Arconti come Gertrude fosse madre d'uno tra i migliori e
più coraggiosi lavoranti della miniera.

--Lo conoscerò forse oggi stesso e spero che diventeremo
amici,--rispose Roberto.

La donna non parve provare una gran simpatia per questo nuovo ospite
di Valduria.

--Eh desidero anch'io che diventino amici--ella disse squadrando il
giovinotto d'alto in basso;--ma mio figlio è un povero minatore, ella
è un signorino della città, e mi sembra difficile che possa aver le
nostre idee e adattarsi alla nostra vita.

--Le idee si modificano--osservò Roberto--e quando si vuole sul serio,
ci si adatta a tutto.

--Sarà--soggiunse Gertrude con aria scettica. Poi, indirizzandosi a
Maria.--E non li prendi oggi i tuoi fiorellini? Cipriano li ha
lasciati lì apposta per te.

Maria si fece rossa e prese in silenzio alcune margherite che si
trovavano sulla tavola.--Ogni giorno, poi--ella balbettò alquanto
confusa.--Addio Gertrude, a rivederci.

--Via, te li devi metter nei capelli, quei fiori.

--Oh Gertrude--esclamò Maria in tono di rimprovero.--A rivederci.

Era chiaro che Gertrude aveva insistito sulla faccenda dei fiori
perchè c'era un estraneo, e non era men chiaro che Maria s'era
mostrata infastidita per la stessa ragione.

--C'è un romanzetto in aria--pensò Roberto, guardando di sottecchi la
fanciulla che aveva perduto la sua primitiva vivacità.--E quella
vecchia mi sbirciava con un certo piglio sospettoso come se credesse
ch'io potessi essere un rivale del suo figliuolo. Che idee!... Chi
sarà poi questo Cipriano?

Maria s'era messo un po' dispettosamente il mazzolino di margherite
nei capelli e affrettava il passo verso casa.

Si era già in vicinanza della miniera, quando comparve Odoardo.

--Ebbene--egli disse,--avete fatto un giro lungo?

Maria si rasserenò alla vista di suo fratello, e gli descrisse in
poche parole la passeggiata che aveva fatto fare al suo ospite.

--Non sei mica stanco?--ripigliò Odoardo prendendo per un braccio
l'Arconti.

--Stanco? Figurati.

--Ebbene, adesso verrai con me fino all'ora del desinare.... Ma
vestito così? ah nemmeno per sogno!

L'ingegnere Arconti dovette di buona o di mala voglia ricorrere al
guardaroba dell'amico Selmi. Indossò un vestito unto e bisunto, calzò
un paio di stivaloni inzaccherati di fango, e si acconciò in testa un
cappellaccio che aveva perduta la forma e il colore primitivo. Inoltre
Roberto, quantunque non fosse nè piccolo, nè esile di persona, non
poteva gareggiare col Selmi nella magnitudine delle forme, onde la
giubba gli era troppo ampia, i calzoni troppo lunghi, gli stivali e il
cappello troppo larghi. Avrebbe riso del suo aspetto grottesco se il
suo sucido abbigliamento non avesse offeso ad un tempo le suscettività
del suo odorato e quelle dei suo senso artistico.

--Hai l'aria d'un ragazzo che ha preso l'olio--gli disse Odoardo, che
si divertiva fuor di misura alle smorfie del suo antico
condiscepolo.--Se tu vedessi come arricci il naso e che sberleffi fai
con le labbra.

--In verità--rispose Roberto--se non ho preso l'olio per bocca, lo
prendo per infiltrazione.... A spremer questa roba....

--Bazzecole.... Qualche goccia colata dal lume con cui si scende in
miniera, un po' di grasso proveniente dall'essere stato troppo vicino
a una macchina.... ma il più è fango, sai.... Coraggio, coraggio;
anderemo prima sotterra, poi visiteremo i forni fusori e le altre
officine.... Avevo ordinato a Cipriano di esser qui.... Ah eccolo....

S'avanzò un giovinotto di statura alta, di carnagione e di capelli
bruni, con due occhi pieni d'intelligenza e di fierezza. Poteva avere
venticinque anni, era in abito da minatore, ma la lunga consuetudine
gli faceva portare il suo vestito con una disinvoltura non priva di
eleganza.

--Cipriano Regoli--disse Odoardo presentandolo a Roberto--il migliore
dei nostri soprastanti.--E finì la presentazione.--L'ingegnere
Arconti, che ormai viene a stare con noi.

--Ho già sentito il vostro nome--rispose Roberto porgendo la mano
all'operaio, che ne guardò con una singolare espressione di fisonomia
le dita bianche, affilate, aristocratiche.--Ho parlato di voi
stamattina con vostra madre....

--Ha visto mia madre?--domandò l'operaio con qualche sorpresa.

--Sì, or ora, nel tornare da una breve passeggiata colla signora
Maria.

Una nuvola passò sul fronte di Cipriano, che disse solamente--Ah!

--Il romanzo c'è--pensò in cuor suo Roberto.

Si avviarono verso l'apertura del sotterraneo.

--T'avverto che ci son centoquindici scalini da fare--osservò Odoardo
battendo sulla spalla dell'amico.

Cipriano staccò da uno dei pilastrini dell'arco in pietra cotta, che
costituiva la imboccatura della _discenderia_, tre di quei lumi dal
lungo manico uncinato onde sogliono servirsi i minatori di tutti i
paesi. Li accese in silenzio, ne consegnò uno al direttore, l'altro
all'Arconti, e tenne il terzo per sè.

--Vieni dietro a noi--riprese il Selmi, rivolgendosi di nuovo a
Roberto.--Andremo adagio.... Tu puoi con la sinistra tenerti alla
maniglia di legno che c'è per buona parte della scala.

La _discenderia_ poteva avere un metro e mezzo di larghezza. Di questo
metro e mezzo la metà era occupata dagli scalini, l'altra metà dai
tubi delle pompe a vapore destinate a cacciar fuori l'acqua dalla
miniera. Indi un continuo stillicidio, che aveva finito col far una
pozzanghera del piano d'ogni scalino. Le pareti erano anch'esse umide,
lubriche, viscose, rivestite in parte da travi massiccie. Grosse travi
sostenevano pure la vôlta alta forse due metri. Su quest'armatura
delle pareti e della vôlta, sui tubi delle pompe, sulla poltiglia
degli scalini, le lampade a mano proiettavano entro un breve spazio
una luce rossastra, fantastica; al di là di quello spazio era una
tenebra fitta; solo, voltandosi indietro, verso lo sbocco della
miniera, si vedeva un chiarore vago, scialbo, come di crepuscolo
mattutino. Cipriano camminava in capofila: dopo di lui veniva Odoardo,
e ultimo Roberto, in riguardo al quale i primi due rallentavano il
passo. Il Selmi era loquace e scherzoso; gli altri tacevano.

Quanto più si scendeva tanto più l'aria si faceva densa, tanto più
distinto si sentiva lo strepito delle pompe.

--Siamo a tre quarti di viaggio--disse a un certo punto Odoardo.

Di lì a poco si vide nel fondo agitarsi qualche fiammella, moversi
qualche ombra. Un romore cupo simile a tuono si mesceva di tratto in
tratto alla voce assordante delle pompe. Era lo scoppio delle mine.

La scala riusciva a una specie di pianerottolo rettangolare, chiuso
all'ingiro da un assito di legno. A destra un uscio aperto nel
tavolato metteva al serbatoio dove andavano a versarsi le acque della
miniera; per un altro uscio a sinistra si entrava nel locale delle
pompe; di fronte c'era l'ingresso a una delle principali gallerie.

Quel pianerottolo, ogni sei ore, era il punto più animato del
sotterraneo; tutti i minatori dovevano passarvi, sia nel recarsi al
lavoro, sia nell'andarsene, e nell'ora in cui si mutavano le squadre,
la scala veduta di laggiù offriva uno spettacolo singolare. Questi
salivano e quelli scendevano, cercando di occupar quanto meno spazio
fosse possibile per non urtarsi allorchè s'incontravano, talvolta
scambiandosi un saluto o una facezia, più spesso taciti e seri, di
quella serietà ch'è propria della vita sotterranea. Si sentiva lo
scalpitio dei piedi sprofondantisi nella melma, e alla fiamma delle
lanterne si vedevano strane faccie illuminarsi di sotto in su, strane
ombre allungarsi e accorciarsi sulle pareti e sul piano ripidamente
inclinato della scala.

Roberto fu condotto prima nella camera delle pompe dove regnava una
temperatura di serra calda e dove il vapore che usciva dalle valvole
impregnava l'atmosfera. In mezzo a quella nuvola, che rendeva ancor
più incerta la luce di due lampade appese alle pareti, si aggiravano i
pompisti, mezzo svestiti, con le maniche della camicia rimboccate fin
sopra il gomito, col viso annerito dal carbone e dal fumo, con la
fronte stillante sudore. Il movimento si arrestò per qualche minuto
affinchè l'Arconti potesse esaminar da vicino i congegni. Una delle
pompe non funzionava bene; Roberto la fece lavorare sotto i suoi occhi
e credette scoprire il motivo di quell'imperfezione. Era precisamente
ciò che aveva sempre detto il pompista anziano, il quale acquistò
subito molta stima pel nuovo ingegnere.

Nelle gallerie la temperatura ribassava repentinamente a pochi gradi
sopra zero. Erano corridoi alti abbastanza perchè un uomo aitante
della persona potesse starci ritto, e d'una larghezza sufficiente
perchè il passaggio dei carretti di minerale sopra un binario di ferro
non impedisse ai minatori di moversi ai lati. A ogni dieci metri si
trovava a destra e a sinistra, un'apertura simile a quella d'un enorme
forno che saliva per un buon tratto nelle viscere del monte in
direzione perpendicolare al piano della galleria, poi si piegava a
gomito, tantochè dal basso non si vedeva ove andasse a finire. Era lì
che si procedeva all'estrazione del minerale.

Odoardo s'era accinto a spiegare il sistema d'estrazione, ma Roberto
disse:--Vediamo.

Penetrarono così in uno di quei filoni, all'estremità del quale un
manipolo di minatori praticava dei buchi nella roccia col mezzo d'un
lungo bastone di ferro appuntito, detto _palo a mine_. Alla venuta del
direttore i minatori voltarono un momento la testa, ma il Selmi ordinò
che continuassero il lavoro. Ed essi continuarono infatti, animandosi
con la voce, picchiando in cadenza col martello sul capo del _palo a
mine_, mentre la punta si apriva faticosamente la strada nel sasso, e
ne sprigionava di tratto in tratto qualche favilla.

--Allorchè i fori hanno raggiunta la profondità voluta--osservò
Odoardo Selmi facendo da cicerone all'amico--li si riempie di polvere
a cui si dà fuoco mediante una miccia. Naturalmente i lavoranti
s'affrettano a mettersi al sicuro finchè la mina sia scoppiata.
Qualche volta lo scoppio ritarda, e allora c'è un pericolo serio per i
minatori, i quali vanno a verificare se la miccia si sia spenta prima
del tempo. In più d'un caso l'esplosione è successa proprio nel punto
in cui s'andava a esaminare il perchè dell'indugio.... Un brutto
accidente davvero.... Vi ricordate, Cipriano, del povero Matteo,
l'autunno scorso?

Cipriano si strinse nelle spalle.--Poichè bisogna morire, meglio così
che sopra un saccone di paglia.

Si continuò il giro della miniera.--E per di qua si manda sopra terra
il minerale--disse Odoardo fermandosi davanti a una _discenderia_, che
differiva dall'altra per esservi, invece che scalini, un doppio
binario.--I carretti pieni son tirati su pel binario a sinistra e
ritornan vuoti per quello a destra.

Un più minuto esame fu consacrato agli ultimi lavori. S'erano
incontrate difficoltà non previste. Minaccie d'avvallamenti, pericoli
d'inondazione e di scoppi di gaz, quanto bastava insomma per far venir
la voglia di smettere. A questo punto Cipriano, il quale fin allora
non aveva pronunciato che pochi monosillabi, entrò con vivacità nella
conversazione. Aveva la parola netta, incisiva, era pieno di fede
nell'avvenire della miniera; non lo diceva, ma lasciava intendere che
per lui Odoardo aveva la colpa d'essere timido. Roberto ascoltava con
vivo interesse e di tanto in tanto faceva qualche osservazione col
piglio d'uomo che non presume di saperne più degli altri, ma che si
limita a manifestar le sue impressioni. In complesso, egli mostrava di
propendere più per le idee ardite di Cipriano che per la circospezione
eccessiva del Selmi, e il giovine soprastante pareva contento di
trovare un ausiliario nel nuovo impiegato.

La visita alla parte esterna della miniera non occupò meno tempo di
quella all'interno. C'erano i forni che ardevano dì e notte e dai
quali si ricavava lo zolfo mediante la fusione; c'eran le caldaie a
vapore; c'era una enorme grù, che, mossa da una manovella, serviva a
far salire il minerale dal sotterraneo; c'erano le varie officine
inerenti all'opificio, officine di fabbri, di falegnami, ecc., ecc.,
c'era infine il deposito del combustibile, delle pietre cotte, del
legname. L'ingegnere Arconti osservava tutto. Molto di ciò ch'egli
vedeva era nuovo per lui, ma la naturale prontezza dell'ingegno e il
largo corredo di studi gli permettevano di colmar le lacune del suo
spirito e di esprimer su ogni cosa idee giuste e precise.

--È un uomo che la sa lunga--dicevano gli operai.--Non gli manca che
la pratica.

Odoardo Selmi era soddisfattissimo della buona impressione prodotta
dal suo amico sul personale della miniera, e sussurrava nell'orecchio
a Roberto fregandosi le mani.--Ti vedo già ingegnere in capo di
qualche grande Società mineraria.

--Canzonatore!

--No, no, parlo sul serio. Ingegnere in capo con quindici mila lire di
stipendio.... E allora sai, si può passar lietamente metà della
giornata sotto terra....

--Ah ti confesso che preferisco star sopra terra...

--Baje! Alla lunga ci s'innamora anche del sotterraneo. Anch'esso ha
il suo fascino, la sua poesia... e tu sei poeta... Ma, capisco, non
riesci a persuaderti che la poesia possa trovarsi a suo agio in una
miniera di zolfo.

--T'inganni. La poesia c'è dappertutto. Ma non la s'incontra mai alla
superficie.... È come un minerale prezioso..... Per trovarla bisogna
scavare.

Chiacchierando così, i due amici ritornavano lentamente verso casa.
Cipriano s'era accommiatato.

--Dev'essere un bravo giovinotto, colui--osservò Roberto.

--Ha molta intelligenza.... è un po' violento di carattere, è un po'
poeta nelle sue idee...

--A proposito del discorso che si teneva or ora.... Ebbene, la
violenza è certo un difetto, ma minore della freddezza,
dell'apatia.... E in quanto all'avere un granellino di poeta, tanto
meglio....

Odoardo Selmi tentennò il capo.--Meglio fino a un certo punto.... Non
quando ci fa correr dietro alle chimere.... Basta, non vorrei che quel
ragazzo lì avesse una certa inclinazione per Maria....

--Lo credi?--disse Roberto, che se n'era già accorto.

--Sì.... Io non me ne impiccio.... Maria ha più giudizio di me, e
saprà regolarsi benissimo. Non mi opporrei a un suo desiderio,
sopratutto in un argomento così delicato, ma non mi sembra partito per
lei.

--Eh sì.... A rifletterci bene, in confronto di tua sorella, Cipriano
non è poi che.....

--Mi fraintendi,--interruppe Odoardo.--Tu giudichi un po' con le idee
cittadinesche.... Non è che Cipriano sia di bassa estrazione per
Maria.... Siamo di origine popolana anche noi, e fumi non se n'è mai
avuti in casa. Cipriano ha intelligenza e istruzione quanto basta per
mia sorella che, poveretta, non ha mai potuto coltivarsi come avrebbe
voluto. In famiglia tutti i sacrifizi si son fatti per me; di lei si è
detto che ce n'era d'avanzo quando avesse saputo essere una buona
massaia. E vedi, se si fosse fatto tutto l'inverso, se si fosse
pensato a lei invece che a me, si sarebbe seminato in un terreno molto
più propizio.... Quello che voglio dire si è che Cipriano, forse
buonissimo di fondo, ha certe intemperanze, certi impeti che non mi
piacciono, e temo che quell'angiolo di mia sorella si pentirebbe
amaramente di avergli dato retta.... Ma eccoci giunti.... Avrai
fame....

Mancavano venti minuti al tocco, ch'era l'ora del desinare.--Salgo a
cambiarmi,--disse Roberto, a cui pareva mill'anni di deporre quei
vestiti non suoi e d'immergere la faccia in un catino d'acqua. Perciò
egli fu piuttosto sconcertato quando vide che c'era qualcheduno in
camera sua.

Era Maria, la quale, dopo aver, con l'aiuto di Caterina, rifatto il
letto dell'ingegnere, stava in muta contemplazione davanti all'_album_
di fotografie ch'egli aveva lasciato aperto sul tavolino alla pagina
ove si trovava il ritratto di Lucilla.

Côlta alla sprovveduta, la giovinetta si voltò in sussulto, divenne
rossa e balbettò:--Oh signor ingegnere.... Scusi.... l'album era
aperto.

--Scusarla? E di che?

--Che bel ritratto!--soggiunse Maria.--E che bella ragazza!

--Le piace?

--Oh tanto!... È una sua parente?

Ma si pentì subito della sua domanda, e tornò a dire in fretta:--Oh
scusi.... Sono un'indiscreta.

E si mosse per andarsene.

Malgrado la sua fretta di rimaner solo, Roberto la trattenne.--Ma no,
ma no, signora Maria, non se ne vada così.... La ringrazio anzi della
sua domanda.... Così avrò agio di parlar qualche volta con lei di
Lucilla.

--Si chiama Lucilla?

--Sì.

--Sarebbe la sua fidanzata?--ripigliò la ragazza con qualche
esitazione.

--Quasi.--E spiegò la sua condizione di fronte a Lucilla.--Se Lucilla
aspetta,--egli concluse,---sarà mia sposa.

--Vuole che non aspetti?--disse Maria, come offesa dal dubbio, e quasi
volesse prender le parti della giovine assente.

--_Lontan dagli occhi lontan dal core_--sussurrò Roberto.

--Oh ell'ama la sua Lucilla?

--Se l'amo?.... Quanto si può amare una donna.

--E non la stima?

Roberto comprese il significato di queste parole e disse:--Ha ragione.

Maria cambiò discorso.--La lascio... Or ora si va a pranzo.... A
proposito.... ha la nota della sua biancheria?

--Io? no....

--No? E la roba l'ha riposta tutta nel cassettone?

--No davvero. Ce n'è ancora molta nel baule.

--Tanto meglio. La metterò a posto io e farò l'inventario... A
rivederci; appena è pronto scenda.... Troverà già in tavola.



X.


--Signor ingegnere, è arrivata la sua cassa di libri.

Maria pronunziò queste parole entrando vivamente nella camera che suo
fratello aveva battezzata col pomposo nome di studio e nella quale
egli aveva insediato l'Arconti. Costui era immerso nell'esame di
alcuni quaderni, in cui cercava il bandolo dell'arruffatissima
contabilità della miniera. Non pretendeva d'essere un gran ragioniere,
ma ne sapeva abbastanza da capire che il sistema seguito fino allora
era fatto apposta per ingenerar confusione e che bisognava cambiarlo
da cima a fondo.

All'annunzio recatogli da Maria, egli si scosse, guardò l'orologio, e
parve combattuto fra il desiderio di rivedere i suoi vecchi amici e
quello di continuare il lavoro a cui s'era accinto.

--Venga, venga,--disse la giovinetta, che indovinò il suo
pensiero,--ha lavorato anche troppo. Son già le sei. Venga finch'è
giorno a dare un'occhiata alla sua cassa. Ho fatto restar di là l'uomo
che l'ha portata, e che si offerse d'aprirla davanti a lei.

--Allora eccomi qui,--esclamò Roberto. E il piacere che provava in
quel momento gli colorava d'un vivo incarnato le guancie.

La cassa era nella camera dell'ingegnere, accanto al baule. Appena fu
aperta, l'identica domanda venne sul labbro all'Arconti e a
Maria:--Dove si metteranno tutti questi libri?

Quantunque fossero cento volumi al più, in Valduria non s'era mai
visto una biblioteca simile; solo il brigadiere dei carabinieri
possedeva una ventina di romanzi _à sensation_, la cui lettura
manteneva in istato di umidità permanente gli occhi della maestra
comunale. L'ingegnere Selmi si contentava di tre o quattro opere
tecniche, e Maria, ch'era la letterata della famiglia, aveva di sua
esclusiva proprietà i _Promessi Sposi_, il _Marco Visconti_, i
_Bozzetti militari_ del De Amicis, e il primo volume della
_Gerusalemme liberata_. Il secondo mancava.

I libri del giovane Arconti erano tutti legati con gran cura e alcuni
anche con lusso. C'erano perfino due o tre edizioni illustrate
splendidamente. Ricordi d'altri tempi, ahimè, ormai tanto lontani.
Roberto stesso riconosceva che que' libri, a Valduria, fuori del loro
nido elegante, fuori della loro bella biblioteca di noce, facevano un
effetto singolare. Eppure non sapeva pentirsi di averli portati seco.
Se lo prendeva la nostalgia, se lo assaliva una subitanea e profonda
tristezza, a chi avrebbe potuto ricorrere se non a quei fidi compagni
del suo pensiero?


--Diavolo!--esclamò Maria, rispondendo alla domanda ch'ella stessa
s'era rivolta un momento prima.--Il posto è presto trovato. Qui no, ma
nella stanza attigua, dove, come le dissi jersera, passo parte della
giornata a lavorare... Ma potrò fare anche a meno di starci, io.... La
lascerò tutta per lei...

--A questo patto no.... Non accetto....

--Bene, bene... Ne riparleremo.... In quanto ai libri, sfido io, se
non li mette là, dove vuol metterli? lasci fare a me, ordinerò al
falegname gli scaffali... Oh, Bastiano fa le cose a modo....

Si rammentò che l'ingegnere veniva da una grande città, che aveva
abitudini raffinate e non poteva esser di così facile contentatura
com'era lei. Onde soggiunse un po' confusa:--Bisognerà, per altro che
abbia una grande indulgenza... Poveri libri! Alloggiavano molto meglio
una volta.

La giovinetta non seppe resistere alla tentazione di chinarsi sopra la
cassa e di prendere in mano qualcheduno di quei volumi. Poi li
riponeva con infinita delicatezza, e alzava gli occhi verso Roberto
come a chiedergli scusa della libertà che s'era presa.

Ma egli l'incoraggiava con lo sguardo e con la parola.--Faccia,
faccia; quando vedo festeggiare i miei libri, mi par d'essere una
mamma che si rallegra delle cortesie usate ai suoi bimbi.

Pur c'era una cosa che turbava Maria. Molti tra questi libri non erano
italiani, e la ragazza, dopo averne guardato il frontispizio, si
affrettava a ricollocarli a posto con una certa aria di
mortificazione.

--Che peccato,--ella disse finalmente,--di non poter sapere nessuna
lingua straniera, nemmeno il francese.

--Non sa proprio nulla di francese?--domandò Roberto con interesse.

--Odoardo aveva cominciato a insegnarmene i principii, ma poi ha
smesso.... Ha tanto poco tempo, ed io ero una scolara di testa così
dura!

Se Odoardo fosse stato presente, egli, con la ordinaria franchezza, si
sarebbe affrettato a smentire la sua troppo modesta sorella, e a
confessare che quelle lezioni erano state interrotte soltanto per
colpa del maestro, il quale doveva convincersi della sua
insufficienza.

--Vorrebbe ritentare la prova con me?--chiese l'ingegnere Arconti.

--Con lei!--esclamò Maria, quasi non credendo a sè stessa.--Si
prenderebbe questo disturbo?

--Si, davvero. Sarebbe uno svago.

--Oh com'è buono! Com'è gentile!--replicò la fanciulla, che per poco
non si metteva a saltare dalla contentezza.--E quando....

S'interruppe arrossendo... Egli sorrise e disse:--Quando che cosa?...
Oh via, non si confonda.... Vuol che la finisca io la frase.... Quando
si comincia?.... Ebbene, si comincerà domani sera.... Stasera voglio
scrivere a casa.

E infatti, subito dopo cena, Roberto si ritirò nella sua camera e
scrisse a sua madre. Gli era convenuto rinunciare, per qualche tempo
almeno, a una corrispondenza diretta con Lucilla, giacchè la signora
Giulia aveva subordinato a questa condizione la sua promessa di
patrocinar la causa de' due amanti. Del resto, la lettera di Roberto
alla signora Federica era, per tre quarti, consacrata a Lucilla. Il
nome della giovinetta ricorreva una quindicina di volte nelle sei
facciate dell'ingegnere. Se Lucilla avesse veduto lui, l'antico
frequentatore dei teatri e dei balli, camuffato da minatore! E poi
Roberto descriveva a sua madre (e a Lucilla) la famigliuola che lo
aveva accolto con tant'effusione: Odoardo un po' grossolano di gusti,
ma tutto cuore, tutto ospitalità, e Maria così buona, così
intelligente, così desiderosa d'apprendere. Egli s'era impegnato a
insegnarle un po' di francese. Non era però bella, Maria, e quantunque
fosse piuttosto alta di statura, aveva ancora l'aspetto d'una
fanciulla. Che confronto con Lucilla! Pure c'era qualcheduno a cui
questa Maria piaceva moltissimo. E qui Roberto discorreva di Cipriano
e della vecchia Gertrude, la quale pareva in sospetto di tutti gli
uomini che avvicinavano la ragazza. L'aveva vista anche lui, ed ella
gli aveva fatto il viso dell'arme, la buona femmina, come a un
possibile rivale di suo figlio. Che ne pensava Lucilla? Sarebbe
gelosa? Lucilla, sempre Lucilla, tanto è vero che, se alla lunga la
lontananza raffredda gli affetti, in principio li riscalda e li
avviva.

In complesso Roberto non si mostrava troppo scontento della sua sorte.
Se non fosse stata la separazione dalle persone care, a tutto il resto
si poteva adattarsi. A proposito, egli stimava suo dovere di
annunziare un gran cambiamento che stava compiendosi nel suo aspetto
esteriore. Si lasciava crescer la barba. Non aveva pazienza di radersi
da sè, e gli mancava il coraggio di affidarsi all'opera del barbiere e
veterinario di Valduria. Il periodo di transizione era scabroso, ma,
in meno d'un mese, egli sperava di esser di nuovo _un bel giovine_,
anzi più bello di prima.

Roberto chiudeva la sua lettera col pregar sua madre di scrivergli
diffusamente, e col prometterle l'invio d'un vaglia postale alla fine
del mese, appena avesse incassato il suo stipendio.

Quel giorno stesso, Cipriano tornò a casa cupo e taciturno.

--Cos'hai?--gli chiese sua madre.

--Nulla--egli rispose seccamente.

Ma Gertrude non era donna da smettere così presto.

--Lo so quello che hai--ella soggiunse. Egli si strinse nelle spalle.

--È odioso anche a te lo zerbinotto venuto iersera da Milano a
mangiare il pane della miniera. Dev'essere uno sciocco.

Cipriano fece un gesto d'impazienza:--Non è uno sciocco. Ecco il
peggio. Quell'uomo lì diventerà il vero direttore della miniera.

Gertrude inarcò le ciglia.--E l'ingegnere l'avrebbe fatto venir qui
per questo?.... Oh quel signor Odoardo non ha senso comune.... Se lo
tiene in casa, anche, con sua sorella.

La vecchia aveva proprio messo il dito sulla piaga.

A Cipriano salirono le fiamme al viso.--Cosa penseresti, mamma?

--Nulla, nulla, ma sono imprudenze che una persona di giudizio non
commette.

--Che l'ingegnere vagheggiasse un matrimonio di sua sorella con questo
signore?

--Potrebbe anche darsi, ma s'ingannerebbe a partito. Figurati se quel
bellimbusto lì è uomo da sposare una ragazza come Maria.... Sposarla,
no....

--E allora?

--Allora? Metti un giovinotto senza scrupoli vicino a una fanciulla
senza esperienza....

Cipriano balzò come un leone ferito, tantochè la vecchia Gertrude si
pentì delle sue reticenze maligne. Le accadeva spesso con le sue
parole imprudenti di andar oltre il segno.

--No, no,--ella riprese--non dar retta a me.... Ho avuto torto....
Maria è una ragazza troppo seria da lasciarsi accalappiare dalle
lusinghe d'un damerino.... E poi, anche l'altro, anche quell'ingegnere
l'ho accusato a caso....

E Gertrude esortava il figliuolo a mangiare la minestra ch'ella gli
aveva scodellata sulla tavola.

--Oh s'egli si provasse a toccar Maria--esclamò Cipriano stringendo il
manico d'un coltellaccio che portava sempre con sè.

--Per amor del cielo, Cipriano, non tiriamoci addosso i guai.... Via,
la minestra si raffredda.

Cipriano diede una spinta alla zuppiera rovesciandone mezzo il
contenuto, e soggiunse:--Anche stamattina era con lei....

--Sì, l'ho visto appunto allora.

--Ed ella prese ugualmente i fiori che le avevo lasciati?....

--Si è schermita un momento....

--Ah.... vedi....

--Ma li ha presi, li ha presi.... e se li è messi nei capelli....

--La mia disgrazia la so ben io qual è--proruppe Cipriano
abbandonandosi sulla sedia e prendendosi la testa fra le mani--la mia
disgrazia è d'essere un povero minatore.

--Oh.... come s'ella fosse una contessa....

--No, ma è più di me, è sempre una signorina in confronto.... La mia
disgrazia è d'essere un ignorante. E sì che qui dentro ci sarebbe
qualche cosa....

E si picchiò la fronte con le nocche delle dita.

--Perchè non mandarmi a una buona scuola in qualche grande
città?--egli continuò.--Perchè non farmi istruire?

--Oh Cipriano--disse Gertrude, colpita nel cuore da questo
rimprovero--come si doveva fare? Siamo sempre stati povera gente....
Tuo padre era un semplice minatore ed è morto a trent'anni; io non
avevo nulla di mio.... Si è sempre campato a fatica.... Cipriano,
Cipriano, non essere ingiusto.

E la vecchia, così spesso acre e maligna nel giudicare gli altri,
trovava nella sua voce una nota profondamente commossa.

Ma egli l'ascoltava appena.--E adesso la differenza tra noi due si fa
maggiore, adesso che c'è l'_altro_, il cittadino, con la sua eleganza,
con la sua facondia, co' suoi libri. Seppur ella non lo ama, seppur
egli non si cura di lei, lo sento, costui è un nuovo ostacolo alla mia
felicità.... Come se non ce ne fossero già abbastanza! Ma io perchè
l'amo, questa fanciulla?... Quante, più belle di Maria, sarebbero
orgogliose s'io rivolgessi loro uno sguardo, un sorriso!

--Oh sì,--esclamò Gertrude, enumerando con materna compiacenza una
dozzina di ragazze, che, a sentirla, ambivano la mano del suo
figliuolo. E ce n'erano di ricche, di quelle che avevano dei campi al
sole, mentre Maria non possedeva un soldo di dote. Fisicamente poi
valevano tutte assai meglio di questa creatura esile, dai capelli
corti, dalla tinta sbiadita.... Però si capiva che nemmeno Gertrude
era persuasa appieno di quanto diceva. Che le ragazze da lei nominate
languissero per Cipriano, quest'era naturalissimo; ma esse erano, qual
più qual meno, contadine zotiche e rozze, e Cipriano si sarebbe
abbassato a curarsi di loro.... Maria invece, a malgrado della sua
semplicità, pareva cresciuta in un altro ambiente; volere o non
volere, si doveva riconoscere in lei un essere superiore, e perciò
appunto Gertrude, ch'era ambiziosa, trovava ch'ella era la sola degna
dell'affetto di suo figlio.

Ond'egli non fece che interpretare il pensiero di lei quando
rispose:--Che mi importa di loro? Nè io le intendo, nè esse intendono
me. Esse vivono contente del loro stato, contente del mondo in cui
nacquero; io no.... Ma, le poche volte che io posso avvicinarmi a
Maria, mi par di respirare un'altr'aria, l'aria fatta pei miei
polmoni.... Ma ella non mi ama.... oh non mi ama!

--Abbi pazienza, e ti amerà--disse Gertrude, ansiosa di calmar la
tempesta ch'ella stessa aveva provocata.--Ella conosce il bene che tu
le vuoi, e non lo respinge....

--Non lo respinge per compassione--ruggì Cipriano.--Perchè è dolce,
perchè è soave, perchè non vorrebbe veder soffrire nessuno.... Oh da
questo lato non mi somiglia.... Soffrano pure quelli che non amo....
Soffro tanto anch'io....

E mentre parlava così, nelle contrazioni del volto e di tutta la
persona, gli si leggeva un dolore che ignora lo sfogo delle lagrime.

Gertrude, persuasa che, pel momento, a discorrere farebbe peggio,
s'era rassegnata a tacere, e non era piccolo sacrifizio per lei. Ella
rimetteva a posto in silenzio la zuppiera, e riempiva di vino il
bicchiere di Cipriano.

A un tratto fu colta da un eccesso di tosse e dovette sedersi.

Nella fisonomia del giovane si dipinse una cura diversa da quella che
l'aveva oscurata fino allora. Egli si alzò e si avvicinò dolcemente
alla vecchia che, nello sforzo, s'era tinta la faccia di pavonazzo e
dal cui petto usciva un suono cupo e profondo.

--Sempre quella tosse, mamma?

--Non è niente.... Passerà--ella rispose fra un colpo e l'altro.--Ma
tu, mettiti a mangiare.... fallo per me.

Cipriano sedette di mala voglia e prese alcune cucchiaiate di
minestra. Non aveva fame; pensava al suo povero amore, pensava alla
sua povera mamma, e al deserto che gli si sarebbe fatto d'intorno
quand'ella fosse morta. Ma nel suo animo altero e iracondo s'agitavano
anche altri pensieri. Era invidia, era odio verso quelli che a lui
parevano i privilegiati della fortuna e che egli avrebbe voluto
schiacciare sotto ai suoi piedi.



XI.


Una lettera da Milano! Una lettera listata di nero, con un acuto odore
di _patchouli_ e con la soprascritta in bella calligrafia:
_All'egregio signor ingegnere Roberto Arconti.--Miniera di Valduria,
in Romagna_.

Il procaccino la consegnò a Roberto una sera mentr'egli insegnava a
Maria Selmi a coniugare in francese i verbi ausiliari. La lezione
aveva luogo nel salottino terreno alla presenza di Odoardo, il quale
se ne stava sibariticamente fumando la sua pipa, ch'egli di tratto in
tratto levava di bocca per sorseggiare un bicchiere di vino. E quando
deponeva il bicchiere e ripigliava la pipa, non mancava mai di
dire:--Ci vuol proprio una vocazione speciale per mettersi a studiare
dopo cena!

La vocazione speciale Maria l'aveva. E il suo maestro stava
congratulandosi con lei del modo in cui ell'aveva ripetuto il
soggiuntivo presente del verbo _essere_ allorchè l'arrivo della posta
interruppe la lezione.

«Caro Roberto»--scriveva la signora Federica a suo figlio--«Sai che la
tua lettera è _extrémément bourgeoise_? Si direbbe che tu vada in
solluchero per codesti luoghi pieni di miseria e di sudiciume! Un
giovinotto come te, avvezzo a tutto il _chic_ di Milano, avvezzo a
vivere con la _fine fleur_ della società, come mai può adattarsi a un
ambiente simile a quello di Valduria? Ci sei voluto andare, non hai
voluto attendere un impiego migliore che con un po' di pazienza
avresti sicuramente trovato, e capisco che fino a un certo punto oggi
tu faccia _bonne mine à mauvais jeu_. Ma via, non bisogna prendere il
Purgatorio per il Paradiso, nè dimenticare che costì ci devi rimanere
meno che sia possibile. La Giulia Dal Bono, che è la _platitude_ in
persona, si sbracciava ieri a provarmi che in fin dei conti è meglio
che tu ti trovi bene che male. Niente affatto--saltò a dire
Lucilla:--Se si trova bene, finisce col non moversi più.--E Lucilla
aveva ragione.

«Santo Iddio! Quando mi figuro mio figlio in mezzo allo zolfo, al
carbone, all'unto, al grasso e a tutte le altre porcherie della
miniera, domando a me stessa s'è un cattivo sogno quello che faccio.
Anche il mio povero Mariano ne sarebbe scandalizzato. E sì che quello
lì ha lavorato pei suoi giorni. Ma alla cura della sua persona egli
non ci rinunciava per tutto l'oro del mondo, e non mi ricordo d'averlo
mai visto con una macchia sul vestito o con la cravatta a sghimbescio.

«E anche la gente con cui ti tocca a vivere, povero Roberto,
lasciamelo dire, che supplizio dev'essere! Saranno buone creature, lo
ammetto, e non ti nego che questa sia una qualità da tenersi in gran
conto. Ma l'educazione, mio caro, l'educazione! Quell'Odoardo Selmi
m'è bastato di vederlo una volta anni addietro per capire che zotico
egli sia, e sua sorella, di cui vanti l'intelligenza, farà una bella
figura in virtù del noto proverbio: Beati i monocoli in terra di
ciechi! Ma, in nome del cielo, cosa può essere una ragazza la quale,
ai tempi che corrono, non sa una parola di francese?

«S'è riso con Lucilla dell'idea _saugrenue_ che t'è venuta di
dirozzare questa mezza selvaggia, e ti auguriamo buona fortuna. Ma
vedrai che sarà un pestar l'acqua nel mortaio. Bada piuttosto che il
ciclope sentimentale il quale spasima per _mademoiselle_ non ti mangi
vivo, e che la sospettosa madre di lui non ti graffi gli occhi.... In
quanto a Lucilla, credi pure ch'ella non è gelosa. Ella non fa questo
onore alla tua scolara.

«Ma parliamo d'altro. Lucilla la vedo quasi ogni giorno, e sta bene.
Ieri la ho accompagnata da _Madame Chaillon_ a ordinarsi un vestito. È
il primo ch'ella si fa dalla Chaillon, e non c'è voluto poco a
persuadere il signor Benedetto che una ragazza come Lucilla ha diritto
d'avere almeno un abito all'anno fatto da una brava sarta. Scelsi io
la stoffa ed il taglio sull'ultimo figurino di Parigi.... Immaginati
un _piquet_.... oh ma c'è proprio sugo a discorrer con te di questa
roba!... La Chaillon mi diceva: E lei, madama Arconti, non comanda
nulla? Mi son sentita una stretta al cuore a pensar che una volta
commettevo due o tre _toilettes_ ogni stagione e che adesso invece mi
tocca prolungare il lutto intero per non aver quattrini da farmi un
vestito da mezzo lutto. Caro Roberto, ciò che ti proponi di mandarmi
ogni mese è molto se si considera il tuo stipendio, ma come si può
tirare avanti così? È necessario, è indispensabile che tu cerchi una
posizione migliore. E intanto non far troppo il puritano, e lasciami
mangiar la mia dote a porzioni meno omeopatiche. _Il faut bien vivre._

«T'assicuro che anche il tenere una sola persona di servizio alla
lunga non va, non va assolutamente. Ho dovuto licenziar la Teresa, che
cucinava abbastanza bene, ma non sapeva introdurre con un po' di garbo
le visite in salotto. Quella che ho preso ora, invece, il garbo l'ha,
ma non riesce a portarmi in tavola un piatto che non sappia di fumo. È
una disperazione. A ogni modo capisco che la terrò in virtù _de sa
bonne mine_.

«Delle mie relazioni non posso lagnarmi. Anche venerdì ebbi quasi una
dozzina di signore, e fra queste la marchesa Trivelli e la contessa
Lippi. E tutte queste visite dovrò restituirle a piedi, o in un
_fiacre_, che è ancora peggio. È dura, assai dura. Una dama che si
rispetta non è possibile che stia in Milano senza carrozza propria.
Per me è una mortificazione che mi accorcia la vita... Ma finirà. Mi
dirai visionaria, ma ho il presentimento che finirà presto. Al primo
del mese venturo c'è l'estrazione della gran lotteria, e scommetterei
che sortirà uno dei nostri biglietti. Qualcheduno deve pur vincere; e
perchè non possiamo noi esser quelli che vinceranno?

«L'altro ieri fui al cimitero a deporre una ghirlanda di semprevivi
sulla tomba del tuo povero babbo. Credimi, Roberto, l'epitaffio che
hai fatto incidere sopra la lapide è troppo semplice. Mariano Arconti
meritava di meglio. E tu dirai ch'è vanità, ma già io non so
rassegnarmi all'idea che non si sia eretto un piccolo monumento
all'uomo che abbiamo perduto. Se non si voleva ricorrere al Vela,
c'era il Barzaghi, che ha finito testè il busto di Giovanni Romilli
commessogli dalla vedova. E quel busto di marmo di Carrara, lo
collocheranno a giorni sopra un cippo di _bardiglio_ a poca distanza
dalla tomba di Mariano. Giovanni Romilli che guarda d'alto in basso
Mariano Arconti! Son cose da far strabiliare.

«Del resto, mi assicurano che all'_Unione_ ci sia _dégringolade_
completa. Ne ho piacere per quella petulante della nuova
_direttoressa_, che appena si degna di salutarmi quando m'incontra.

«Milano è un mortorio. Fa già un gran caldo, e non c'è uno spettacolo
tollerabile. Parlo _par oui dire_, perchè, come puoi credere, io non
andrei a teatro nemmeno se ci fosse la Patti. Per solito, sto la sera
a casa, e t'assicuro io che m'annoio. Brigola continua a spedirmi i
nuovi romanzi francesi, che rimando tali e quali. È molto se ogni mese
ne trattengo uno. Sfido io a prendermi il lusso dei libri con quegli
avanzi che ho.

«Per due giorni ebbi la compagnia di un bel pappagallo che m'era stato
ceduto a buon prezzo da un signore che va a stabilirsi a Firenze. Son
così sola che quella bestia mi sarebbe stata carissima, ma ho dovuto
sbarazzarmene rivendendola a metà del costo. Figurati! Aveva imparato
a dir tante parolaccie da far arrossire un soldato di cavalleria.

«Oh, ma è tempo di por termine a questa lettera _décousue_. Mille
saluti di Lucilla e di sua madre. Mi dimenticavo dirti che una sera
alla settimana gioco alle carte col signor Benedetto. È una seccatura
messa a frutto.... Sono una buona madre, io.... Gipsy ha imparato a
starsene ritta sulle due zampe di dietro, e in compenso di questa sua
bravura io le ricamerò un collarino nuovo.

«Addio, addio. Leoni t'ha scritto? A me non venne ancora a far visita!
Non si degna forse? Addio.

                                «_La tua affez. mamma._»

«_P.S._ A proposito, scordavo il meglio. Lucilla ed io disapproviamo
assolutamente la tua risoluzione di lasciarti crescer la barba. Ma già
codesto soggiorno ti fa diventare un uomo selvaggio».


Allorchè Roberto s'era accinto a leggere la lettera di sua madre,
Maria aveva chinato lo sguardo sul suo libro di temi. Però, mentr'egli
scorreva rapidamente i foglietti vergati dalla signora Federica, gli
occhi della giovinetta s'erano alzati più di una volta dal quaderno e
avevano cercato di indovinare nella fisonomia dell'ingegnere
l'impressione prodotta in lui da quella lettura. Una lettera della
mamma? Pareva a Maria che dovesse di là sprigionarsi tanta dolcezza
quanta può venirne da cosa alcuna nel mondo. Una lettera della mamma!
Oh se anche a lei fosse dato riceverne! Con che festa l'accoglierebbe!
Con che delizia pascerebbe lo sguardo nei rozzi e disadorni caratteri
di quella sua diletta!... Ma pur troppo la sua mamma non le avrebbe
scritto mai, pur troppo la sua mamma era morta. Invece Roberto, lui
felice, aveva la sua mamma viva, ed ella gli scriveva in foglietti
profumati di _patchouli_, e la sua calligrafia era elegante come la
sua persona, ed ella aveva lasciato correr la penna sulla carta e gli
aveva senza dubbio parlato di mille cose interessanti e di quella che
lo interessava più di tutte, di Lucilla. O perchè il viso di lui,
invece di atteggiarsi alla gioia, si atteggiava allo sconforto, perchè
talvolta sulla sua fronte passava una nuvola, come un segno
d'impazienza e di dispetto?

--Non ha mica ricevuto qualche cattiva notizia?--chiese Maria appena
egli ebbe ripiegata e posta in tasca le lettera.

--No, grazie,--egli rispose.--Tutt'altro.

E compose il labbro a un sorriso, ma era un sorriso così languido,
così forzato che metteva in maggior risalto l'espressione di mestizia
diffusa in tutto il suo volto. Nello stesso modo il raggio di sole che
sbuca furtivo e timido dalle nuvole fa spiccar di più la tristezza
d'una giornata d'inverno.

Maria non aveva diritto di chiedere altre confidenze; anche in questa
occasione forse ella era stata troppo indiscreta. Era un difetto che
non s'era accorta di avere prima della venuta dell'ingegnere Arconti.

Arrossì, e sfogliò con mano distratta il libro che teneva davanti a
sè.

Roberto si alzò dalla sedia, e porgendo la mano alla giovinetta,--Non
mi tenga il broncio,--le disse,--se oggi interrompo la lezione più
presto del solito. Ci rifaremo domani sera... Voglio lavorare ancora
un poco... Buona notte... Addio, Odoardo.

--Oh,--borbottò il Selmi che aveva chiuso gli occhi e stava per
prendere sonno con la sua pipa in bocca.--Buona notte, Roberto.... È
già ora di andare a letto?

--Forse no, ma vado a finire la relazione da spedirsi a Londra.

--Ih! Che furia....

--Cosa fatta capo ha.

Odoardo stirò le braccia, mise un lungo sbadiglio e soggiunse:--Tutti
i gusti son gusti.

L'ingegnere Arconti accese una candela ed uscì.

Giunto che fu nello studio, tirò fuori macchinalmente da un cassetto
un mucchio di carte e sedette davanti alla scrivania. Per qualche
tempo non gli venne fatto di raccapezzare un'idea. Era lì immobile,
coi gomiti appoggiati al piano della tavola, col viso nascosto fra le
palme. I bei conforti che gli venivano da Milano! I belli
incoraggiamenti a proseguir la sua via! Ma non doveva aspettarselo?
Sua madre non era stata sempre così? Ebbene, è vero, doveva
aspettarselo; tuttavia egli non aveva rinunciato alla speranza che a
poco a poco ella fosse andata formandosi un più giusto concetto della
situazione, ch'ella avesse finito col render giustizia a suo figlio.
Follie! Come se una donna potesse cambiar indole a più di
quarant'anni! Ma Lucilla almeno avrebbe dovuto considerar le cose da
un altro punto di vista, e invece, pur troppo, era evidente che
Lucilla si trovava all'unissono con la signora Federica. Roberto ebbe
un momento d'abbandono, di sfiducia tetra e desolata; ma ben presto lo
sovvenne la sua consueta energia. No, no, egli non aveva il diritto
d'esitare, non aveva il diritto di dubitare di sè, della rettitudine
della sua condotta e de' suoi propositi. Quand'anche gli mancasse ogni
altro appoggio, quand'anche si sentisse come un naufrago nell'Oceano,
la sua tavola di salvamento egli l'aveva. Era il lavoro. S'immerse
nelle sue carte, concentrò tutte le forze della mente nella relazione
che s'era prefisso di compiere in quella notte; non volle pensar ad
altro, e riuscì a non pensar ad altro. Le idee che si eran fatte tanto
aspettare accorsero in folla, e la forma si piegò docile ad esprimer
le idee. Egli scrisse per più ore di seguito, e, quand'ebbe finito,
rimase sorpreso egli stesso dell'opera sua. Gli pareva davvero
impossibile d'esser lui l'autore di una memoria, che nel nitido stile
acconcio agli affari riassumeva tutti i dati principali della gestione
della miniera e dava una guida sicura per non ismarrirsi in un
labirinto di cifre. Questa virtù della perspicuità egli l'aveva
ereditata dal padre suo, e nel rileggere il suo manoscritto un'intima
voce gli diceva che suo padre non avrebbe rifiutato di apporvi la
propria firma. Oh, come gli sarebbe stata dolce in quell'istante una
parola di suo padre, un sorriso, una lode! Tuttavia la coscienza che
se il cavalier Mariano fosse vissuto, quella lode non gli sarebbe
mancata, il convincimento ch'egli aveva di meritarla, gli riempiva
l'anima d'un'ineffabile dolcezza. Sua madre e Lucilla calunniavano la
sua vita dipingendola come gretta e prosaica; agli occhi di lui essa
era illuminata dalla forte poesia del dovere, e tutti gli scherni del
mondo non potevano bastare a fargliela tenere a vile.



XII.


Un giorno Cipriano ebbe un'ispirazione ardita. Vincendo la sua
antipatia pell'Arconti, gli rivelò il suo amore per la sorella di
Odoardo Selmi e i dubbi e i sospetti che gli laceravano l'anima.
Roberto accolse con orecchio benevolo quelle confidenze, che non gli
apprendevano nulla di nuovo, e dissipò le ombre che offuscavano la
mente del giovane minatore. Egli stimava assai le virtù di Maria, ma
non aveva per lei se non l'affetto che si può avere per una buona
amica. Il suo cuore apparteneva ad un'altra. C'era nelle parole
dell'ingegnere Arconti un tale accento di schiettezza che Cipriano ne
rimase convinto e fece un passo di più; egli chiese a Roberto di usare
in suo vantaggio il grande ascendente ch'egli aveva sull'animo della
fanciulla. A ciò Roberto non assentì; egli non aveva nessun titolo per
esercitare un'ingerenza di questa specie. Toccava a lui, a Cipriano,
farsi amar da Maria; toccava a lui rivolgersi alla sola persona che
avesse un'autorità legittima sulla giovinetta, a Odoardo. Cipriano si
mostrò più mansueto di quello che il suo carattere violento non
lasciasse supporre, e parve arrendersi alle ragioni dell'ingegnere. Se
però egli avesse potuto aiutarlo in una cosa! Si sentiva superiore
alla sua umile condizione; si sentiva agitato dalle inquietudini del
sapere, e non aveva mai agio di scambiare un'idea, non aveva un libro
che gli desse modo di colmar le lacune del suo spirito. Oh, non
pretendeva di diventare un letterato! Si rassegnava a fare spropositi
d'ortografia tutta la vita; la sua curiosità era d'un'indole
esclusivamente scientifica; egli aspirava soltanto a coordinare, mercè
qualche studio, le varie nozioni che aveva acquistato nella lunga
esperienza delle miniere. Così egli avrebbe anche reso a grado a grado
minore la distanza che lo separava da Maria, ora sopratutto che Maria
aveva trovato chi si occupava della sua educazione. C'era un fondo
d'amarezza in queste ultime parole di Cipriano, ma l'Arconti fece le
viste di non accorgersene, e mise a disposizione del suo interlocutore
le opere tecniche che formavan parte della sua piccola biblioteca.

Da quel momento, tra l'ingegnere Arconti e Cipriano si stabilì una
certa intimità. In primo luogo si trovavano sempre in miniera, ove
ormai l'ingegnere passava una buona parte della giornata, visto che le
sue funzioni amministrative non gli occupavano che poche ore. Inoltre
Cipriano, con la scusa dei libri, veniva spesso a casa dell'Arconti, e
vi si tratteneva qualche tempo a esporre i suoi dubbi e a sollecitar
spiegazioni. Era un fatto che la prontissima intelligenza sopperiva in
lui alla mancanza di studi, e gli permetteva di apprendere con una
singolare rapidità. Nè Roberto avrebbe voluto assumere verso il
giovane soprastante l'ufficio di maestro; nè Cipriano si sarebbe
acconciato alla parte umile di discepolo; nondimeno, in quei colloqui,
che, se non potevan dirsi lezioni, avevano però un carattere
scientifico, Roberto si prestava con vivo interesse a dirozzar la
mente del minatore.

Verso Maria, Cipriano aveva mutato tattica affatto. Gentile sempre e
ufficioso, non s'atteggiava più in modo così aperto ad innamorato; la
vedeva anche più spesso d'una volta, la invigilava, ma sapeva
nascondere la sua preoccupazione discorrendole di soggetti
indifferenti. Era ormai deciso ad aspettare. E Maria lo trattava
meglio quanto meno egli aveva l'aria di un pretendente; era lieta di
poter manifestargli la tranquilla, fraterna affezione che ella gli
aveva sempre portato. Forse non era persuasa nemmen lei ch'egli avesse
dimesso tutte le sue vecchie idee; a ogni modo, godeva il presente e
non le pareva vero della buona armonia stabilitasi contro ogni
aspettazione fra due uomini ch'ella stimava ambidue.... quantunque in
diversa guisa e in diversa misura.

Odoardo Selmi diceva:--L'Arconti fa miracoli. È persino riuscito ad
ammansar Cipriano.

In quanto a lui, era contentissimo della crescente influenza che il
suo amico andava acquistando nella miniera. La sua attività era tutta
fisica; intellettualmente era inerte. Non avrebbe saputo rinunziare
alle fatiche del corpo; rinunziava ben volentieri a quelle dello
spirito. Era una gran dolcezza per lui, alla fine d'una giornata
operosa, poter starsene cheto con la sua pipa in bocca, col suo fiasco
di vino davanti senza bisogno di pensare a innovazioni e a
miglioramenti. Ci pensava Roberto, e il Selmi gli lasciava libertà
piena per le piccole cose, e per quelle di maggior rilievo gli
consentiva di scrivere alla Direzione di Londra. Dal canto suo, si
limitava a firmare le lettere.

A Londra s'erano accorti che una mano più vigorosa, una mente più
ricca d'iniziativa aveva impresso un maggior movimento dell'usato a
Valduria, e nelle lettere particolari che spedivano all'ingegnere
Selmi si congratulavano con lui del nuovo impiegato. Una lode speciale
era toccata all'Arconti in seguito alla relazione trasmessa a Londra;
ove le sue proposte tecniche (e dico _sue_ perchè realmente
appartenevano a lui e perchè Odoardo non ne dissimulava punto
l'origine), sebbene non accettate tutte, avevano fatto crescer la
stima ch'egli aveva saputo inspirare. Per due cose principali egli era
riuscito ad ottener l'adesione della Società; per l'apertura d'una
nuova galleria e per gli studi e per gli esperimenti necessari
all'applicazione di un sistema da lui immaginato affine di risparmiar
combustibile nel riscaldamento dei forni. Egli vi si era accinto col
fervore proprio della sua tempra e della sua età, e non lo turbava
punto lo scetticismo che gli spirava intorno. Si risovveniva d'un
detto di suo padre: Guai a chi nei momenti critici della vita non
crede in sè stesso. Sarà come un fuscello palleggiato dal vento.

Del resto, solo affatto non era. Cipriano divideva tutte le sue idee,
Maria divideva la sua fede nel buon esito de' suoi tentativi. Quando
Odoardo Selmi tentennava il capo e borbottava fra i denti:--Ho paura
che si finirà col gettar danaro per nulla--sua sorella gli dava sulla
voce:--Lascialo fare. La sa più lunga di te.--E l'ottimo Selmi
assentiva:--Questo è vero.--Tutt'al più soggiungeva un _però_, come
principio d'una nuova proposizione che stimava meglio di non
continuare.

In pochi mesi Roberto aveva preso il _color locale_ al di là di ogni
ragionevole aspettazione. Gli restava sempre una cert'aria
cittadinesca, una certa nativa eleganza, ma l'antico _dandy_ era
scomparso. Indossava con disinvoltura il rozzo sajo del minatore,
aveva il volto abbronzito, le mani callose, e la folta barba lo faceva
parer men giovine di alcuni anni. Cosa singolare, egli non rimpiangeva
mai la sua vita d'un tempo, nè tradiva un soverchio disdegno verso la
società di Valduria che nella domenica e nelle altre feste di precetto
sfoggiava le sue grazie all'ora di messa e veniva a far visita alla
sorella del signor ingegnere in capo. Il sindaco, signor Ludovici,
possidentuccio sulla cinquantina, uomo timido e vano, lodava
nell'ingegnere Arconti la pratica delle cose amministrative, e diceva
che un giorno o l'altro lo si sarebbe potuto nominar consigliere del
Comune e poi assessore. La maestra comunale, ch'era la _lionne_ del
luogo, lo trovava proprio un _cavaliere_ a modo, e consacrava a lui in
segreto quella parte del suo cuore ch'era lasciata disponibile dal
grosso brigadiere dei carabinieri. Piccola, magra, giallognola, la
signora Stella non aveva in sè nulla di luminoso, ma gli scarsi suoi
pregi fisici non impedivano al brigadiere, ch'era un leone in armi e
un coniglio in amore, di farle delle dichiarazioni sotto forma di
sciarade. Questo esercizio erotico-letterario, a cui egli si dedicava
sopratutto nella domenica, gli aveva fruttato una riputazione di
poeta, della quale egli si pavoneggiava assai, quantunque dicesse
modestamente di non meritarla. Era celebre a Valduria fra gli altri
suoi componimenti quello sulla parola _galanteria_:

    Non osservando in ver
    Le leggi dell'_intier_,
    _Seconda_ io ti dirò
    Se non dai retta a me
    Che son _primier_ con te.

Sciarada, come ognun vede, stupenda, ma un po' contraria alla realtà
delle cose, perchè la signora Stella dava retta benissimo all'ottimo
brigadiere; solo avrebbe preferito che le sue dichiarazioni invece di
essere in versi enigmatici fossero in prosa paesana, e si traducessero
in una semplice domanda di matrimonio. Questa però non era l'opinione
del brigadiere, ostinatamente deciso a rimaner celibe.

Un personaggio che compariva immancabilmente la domenica a casa Selmi,
e vi si tratteneva spesso a desinare, era il signor Max Rundberg,
bavarese, ma domiciliato da più di trenta anni in Romagna, ove
dirigeva un'altra miniera di zolfo, appartenente essa pure a una
Società inglese e situata a Rignano, villaggio a sette chilometri da
Valduria. Il signor Max non era uno scienziato, ma un uomo pratico sul
taglio di Odoardo, rotto alla fatica e impavido davanti ai pericoli.
Godeva la riputazione di gran bevitore, e quand'egli onorava la mensa
dei Selmi, Maria doveva triplicare la razione di vino. Si calcolava
che la quantità di liquido da lui giudicata necessaria per inaffiare
il pranzo non fosse inferiore ai quattro litri. Per buona ventura,
tutto questo vino trangugiato non alterava la serenità del suo animo;
contribuiva soltanto a sciogliergli lo scilinguagnolo. E allora egli
narrava certe storie arrischiate delle _Bierhalle_ di Monaco e vantava
gli occhi, i capelli e i vari pregi palesi ed occulti delle
_Kellnerinnen_ de' suoi tempi, intercalando il racconto di vivaci
esclamazioni in lingua tedesca. A poco a poco il tedesco prendeva un
deciso sopravvento, e il signor Max finiva col parlare interamente nel
suo idioma nativo. Prima dell'arrivo di Roberto, non lo intendeva
nessuno; adesso l'ingegnere Arconti era in grado di gustare quegli
squarci d'eloquenza, che però non credeva opportuno di tradurre in
lingua volgare. Il signor Max chiudeva le sue arringhe col vantare le
dolcezze dello stato di vedovanza, nel quale per sua fortuna,
_glücklicherweise_, egli vivea da quattro lustri. Dopo di ciò, egli
lasciava cader la testa sul petto, intrecciava le mani sul ventre e si
addormentava, russando con lo strepito d'una stufa appena accesa.
Desto a capo d'un'ora circa, calcava in testa il suo _gibus_
(poich'era per lui un uso impreteribile di adoperar la domenica un
vecchio _gibus_ sgangherato) e s'avviava a piedi alla sua miniera.

Queste _macchiette_ offrivano a Roberto il modo d'infiorar di schizzi
gustosi le lettere ch'egli scriveva a Milano, e con le quali si
proponeva di divertir sua madre e Lucilla, Lucilla sopratutto. Nella
più candida affezione che l'uomo porta a una donna c'è sempre una dose
di vanità; noi non vogliamo soltanto persuadere quella donna che
l'amiamo, vogliamo persuaderla altresì che siamo persone di spirito e
d'ingegno. In questo caso però le compiacenze d'autore erano, pel
nostro Roberto, assai scarse. La signora Federica, che rispondeva per
sè e per Lucilla (soltanto un pajo di volte Lucilla aveva aggiunto una
riga di suo pugno), mostrava di pregiar mediocremente le descrizioni
che le faceva suo figlio; o non le rilevava nemmeno, e riempiva tutti
i suoi fogli di piagnistei, o, rilevandole, ne esagerava la portata, e
metteva in ridicolo anche le persone che a lui non parevan punto
ridicole, come per esempio Odoardo e Maria. Come va il francese di
_Mademoiselle_? gli si chiedeva. Ha ella imparato a dire: _Oui,
Monsieur_? Spesso la signora Federica, dopo aver canzonato la società
di Valduria, si diffondeva a discorrere della vita di Milano di cui
pur troppo ella non poteva approfittare, e perchè era ancora in lutto,
e perchè, a ogni modo, non avrebbe avuto quattrini da far _toilette_.
Le Dal Bono, invece, erano andate in tre o quattro famiglie, e Lucilla
aveva sempre riportato la palma su tutte le altre ragazze. Era così
bella, così graziosa, ballava così bene!

I trionfi della fanciulla ch'egli voleva far sua lusingavano da un
lato l'amor proprio di Roberto, ma non potevano a meno di destargli
qualche apprensione. Chi lo assicurava che Lucilla, se si metteva
davvero a frequentare le conversazioni ed i balli, non finisse
coll'appassionarsi troppo per una vita ch'egli non avrebbe potuto
offrirle mai? Chi lo assicurava che di tante galanterie che le
sarebbero suonate all'orecchio, nessuna avrebbe trovato la via del suo
cuore? Ed egli non era lì per difendersi, egli non poteva nemmeno
scriverle direttamente! Chi sa come sua madre riferiva a Lucilla le
parole di lui, e a lui le parole di Lucilla? Pure da questo medesimo
pensiero, che soleva essere un gran dolore per lui, gli veniva
talvolta un raggio di conforto. Era certo la signora Federica che
faceva apparir Lucilla un po' frivola; se avesse scritto ella stessa,
sarebbe stato ben altra cosa.

In ogni modo, quando la mente del nostro giovinotto correva a Milano,
essa ne tornava indietro piena di gravi preoccupazioni. La buona e
savia Maria se ne accorgeva, e s'accorgeva sopratutto che le lettere
che gli venivano da casa non lo colmavano di allegrezza. Avrebbe
voluto esser la sua confidente, si ricordava ch'egli le aveva detto un
giorno che avrebbero parlato insieme di Lucilla, ma non osava
intavolare il discorso. Dal canto suo, egli sfuggiva quest'argomento;
c'è un pudore naturale che ci fa riluttanti a esprimere i nostri dubbi
sulle persone che amiamo.

Non sarebbe stato difficile all'ingegnere Arconti di ottenere un
congedo d'una diecina di giorni e approfittarne per fare una corsa a
Milano; ma egli sentiva che non gli era lecito abbandonar Valduria
finchè rimanevano sospesi gli esperimenti da lui iniziati. Da essi
dipendeva l'avvenire della miniera, ed essi non potevano riuscire che
per opera sua, perchè, fuori di lui, di Cipriano e di Maria, nessuno
credeva che sarebbero riusciti. Ora, non si vince quando non si crede
nella vittoria. D'altra parte, lasciare, fosse pur per poco, la
sopraintendenza dei lavori a Cipriano non era nè conveniente nè
opportuno. Cipriano era dotato di molto ingegno, ma gli mancavano
parecchie cognizioni indispensabili; inoltre, malgrado la deferenza
che da qualche tempo egli mostrava verso Roberto, c'era nel suo
carattere qualche cosa che impediva di fidarsene appieno.



XIII.


La battaglia in cui Roberto s'era impegnato non era di quelle che
durano un giorno. Essa era cominciata già da più mesi, e l'Arconti
aveva bisogno di tutta la sua energia per non abbandonar la partita. A
ogni piè sospinto, sorgevano nuove difficoltà che esigevano nuovi
studi, nuovi espedienti, e... nuovi quattrini. Pei quattrini era forza
ricorrere a Londra, e la _Sulphur Society_, assai ben disposta sulle
prime, andava a poco a poco mostrandosi più restia. Non era lontano il
momento in cui alla domanda d'ulteriori rimesse si sarebbe risposto
con un bel no, e quel momento non poteva non coincidere con una crisi
dolorosa, per lo meno col licenziamento degli operai che s'erano
arruolati in virtù dei cresciuti lavori. C'era già una vaga
inquietudine nel personale. Gli ultimi venuti presentivano la loro
sorte, gli altri si turbavano al pensiero d'una possibile diminuzione
di guadagni in seguito alla concorrenza, che sarebbe stata fatta loro
dai licenziati. Si sparlava di Roberto che, senza nessuna esperienza,
aveva voluto metter sossopra la miniera, si biasimava Cipriano che,
pur non potendolo soffrire, s'era lasciato prender all'amo dalle sue
parolone, e finalmente si dava del babbeo al direttore, il quale si
contentava d'esser capo soltanto di nome.

Nella visita ch'ella faceva a parecchie famiglie di minatori, Maria
era messa a parte di queste lagnanze e di queste apprensioni e
s'adoperava del suo meglio a calmarle.--Vedrete, si riuscirà;
l'Arconti è un bravo giovine e non agisce alla leggera.

Una tra le più arrabbiate oppositrici era la vecchia Gertrude, la
quale detestava Roberto e non perdonava a suo figlio d'avergli dato
retta.--Quello lì--ella diceva a Maria--ci rovinerà tutti. Quello li è
il cattivo genio di Valduria.... Va là, Mariuccia, che anche tuo
fratello ha un gran rimorso sulla coscienza. Le cose non andavan bene
quando il vero e solo direttore era lui? E se gli occorreva proprio un
aiutante, non lo aveva pronto? Non c'era Cipriano? Il Cipriano d'una
volta, veh! non quello d'adesso.... Dacchè si sciupa gli occhi e la
testa coi libri, dacchè crede alle fanfaluche di quel bellimbusto, è
diventato un altr'uomo.... Oh se un anno fa avessero chiamato lui,
avresti visto se Cipriano si sarebbe fatto onore.... E allora anche la
tua superbietta.... oh basta.... so quel che mi voglio dire.

La fede di Maria in Roberto non diminuiva, ma la sua anima era
amareggiata da questi discorsi e glielo si leggeva sul viso.

--Comincia anch'ella, Maria, a non creder più in me?--le domandava
tristamente l'Arconti.

Ed ella gli rispondeva pronta:--No, mai, mai, glielo assicuro.... Ma
che posso far io, povera fanciulla?....

--Oh può far tanto!.... Se non altro può tener vivo il mio coraggio.

Ella arrossiva, ma queste parole le versavano in cuore una dolcezza
infinita.

Chi non ha qualche volta dubitato di sè? Allorchè la meta sperata
s'allontana inopinatamente, allorchè tutti ci gridano: _Avete
sbagliato strada_; chi non prova un gran turbamento nell'animo, chi
non prova il bisogno di ripiegarsi su sè medesimo e di chiedersi: Ho
ragione io, oppure hanno ragione gli altri? Ebbene; quando l'impresa a
cui ci siamo accinti è frutto d'una convinzione profonda e matura, noi
trionferemo delle nostre incertezze, noi proseguiremo a ogni modo la
nostra via, ma come più facile ci sarà la vittoria se un sorriso, se
una parola verrà a rinfrancare il nostro spirito avvilito dallo
scherno e dal biasimo della folla, se fra tanti spettatori lieti di
vederci presso al naufragio uno almeno ci tenderà la mano dal lido! E
che gratitudine serberemo a quest'uno!

L'animo nobile ed elevato di Roberto apprezzava Maria più ch'egli non
lo dicesse a lei, più che non lo confessasse a sè stesso. I due
giovani non avevano agio di far lunghe conversazioni; le lezioni di
francese erano divenute assai rare, perchè i lavori della miniera
assorbivano quasi tutto il tempo dell'Arconti e lo costringevano
sovente anche a passar la notte fuori di casa; nondimeno, a qualunque
ora egli tornasse per prendere un po' di riposo, trovava Maria che gli
veniva incontro, e più con lo sguardo che con la voce gli domandava
che cosa vi fosse di nuovo. E se un barlume di speranza gli balenava
negli occhi, anche il viso di lei si rischiarava d'una subita luce, e
se la sua fisonomia era abbattuta, ella seria, ma composta e
tranquilla, gli diceva.--Coraggio, sarà per domani.--Oh perchè Lucilla
non gli faceva dire altrettanto? perchè da Milano non sapevano
presagirgli che disinganni e amarezze, non sapevano ripetergli che la
solita antifona:--Vieni via da quella bolgia. Cercati un mestiere più
da galantuomo?

Un giorno in cui Roberto prima di scendere nel sotterraneo
accompagnava Maria sulla strada di Valduria ov'ella si recava per
alcune spesuccie, apparve loro da lungi Cipriano.

--Non mi lasci ora--disse Maria all'ingegnere.--Mi conduca a casa.
Andrò a Valduria più tardi.

E così dicendo, si fece rossa rossa.

--Come desidera,--rispose Roberto. E i due giovani ritornarono sui
loro passi in silenzio.

Cipriano non li seguì, ma, prendendo una scorciatoia, giunse in due
minuti alle falde della collina che Maria doveva risalire per tornare
alla propria abitazione. Senza dubbio egli credeva di trovarla sola.
Allorchè vide che l'Arconti era sempre con lei, aggrottò le ciglia,
fece un segno d'impazienza e si dileguò di nuovo rapidamente.

Roberto, che aveva taciuto fino allora, toccò per la prima volta un
soggetto delicatissimo. Si ricordava delle parole dettegli da
Cipriano, si ricordava della preghiera che questi gli aveva fatto di
perorar la sua causa. Egli se n'era schermito, ma se l'occasione
favorevole si presentava, perchè lasciarla sfuggire? Non aveva
simpatia per Cipriano, ma non poteva dissimularsene il valore, non
poteva negar lode al suo contegno negli ultimi tempi.

--È cattiva con Cipriano--egli disse alla ragazza.

Ella, ch'era già rossa, divenne scarlatta e balbettò.--Io?... Perchè?

--Egli la cerca ed ella lo sfugge....

Maria non rispose.

--Eppure vi fu un tempo in cui credevo....--ripigliò Roberto.

--Che cosa credeva?--interruppe vivamente Maria.

--Scusi, sa, non dovrei entrarci....

--Ma parli, parli.

--Credevo che ci fosse un po' di simpatia fra di loro....

--Oh, signor ingegnere, perchè mi tormenta?....

--Smettiamo, se le dispiace....

--Adesso che ha incominciato!... Io sono per Cipriano quella d'una
volta.... È colpa sua se lo sfuggo.... Perchè non si contenta che gli
voglia bene come una sorella?

--Perchè le vuol bene più che come un fratello, ecco la
ragione,--rispose Roberto.

--E allora non c'intenderemo mai--replicò la ragazza, mentre i suoi
occhi s'inumidivano di pianto.--Sconsigliato Cipriano! Perchè ha
voluto guastar la nostra amicizia? Non era bella? Non era santa? Non
era piena di confidenza e d'abbandono?

--Eppure, cara Maria,--riprese l'Arconti--è nell'ordine naturale delle
cose che un uomo desideri di sposar la donna che ama, e che la donna,
anche lei, miri ad avere una famiglia sua, ad avere dei figli.

--Ma io non intendo sposarmi.

--E perchè? Sarebbe una così buona moglie, una così buona mamma....

--No, no, non mi sposerò.

--Cose che si dicono.

--Vedrà.

--O che vuol farsi monaca?

--Monaca io? mi farebbe ridere senza voglia.... Chiudermi fra quattro
muri, io che amo tanto l'aria, la luce, il moto, la libertà dei
campi?... Che idea!... Come se ci fosse bisogno di farsi monache
quando non ci si marita.... Una famiglia propria, dice.... O non l'ho
una famiglia? Non ho Odoardo, che ha tanto affetto per me e a cui devo
tanto?... Per ora non si sposa nemmen lui.... Se si sposerà, sarò una
buona cognata, una buona zia.... Mi parla di bambini? Si figuri se non
li amo.... Ce ne son tanti in questa valle che mi fanno una festa....
Se li vedesse quando entro nelle loro case, come mi si aggrappano alle
sottane, come mi si arrampicano fin sulle spalle!... E se son malati,
mi vogliono al loro letto.... Me ne ricordo uno, poverino, ch'è morto,
e fino all'ultimo momento voleva che gli tenessi la mano sulla
fronte....

--Ha le lagrime agli occhi per quel bimbo che non le apparteneva, e
dice che non vuole esser madre....

--No, no....

--Via, senta ancora una parola--proseguì Roberto infervorandosi nella
sua parte d'avvocato.--Non sa che il giovine ch'ella respinge anela a
una migliore posizione per amor suo, studia per essere degno di
lei....?

--Oh, degno di me!--interruppe Maria.--È anzi degno di molto
meglio.... Ci son tante belle ragazze nelle vicinanze.... E saran
superbe d'esser corteggiate da Cipriano.... Ma mi lasci stare.... Non
si ostini a una cosa impossibile....

--Nientemeno!--esclamò l'Arconti.

--Non insista, signor Roberto,--disse la giovinetta, e le lagrime, non
più rattenute, le colavan giù per le guancie.--Che male le ho fatto
perchè mi esponga a questa tortura?

--Male, povera Maria? del bene mi ha fatto, e tanto bene.... Ed io non
posso desiderare che la sua felicità.

--Grazie di queste parole--rispose Maria con voce commossa.--Quand'è
così, se ne avessi bisogno, mi difenderebbe, non è vero?

--Oh sì, con tutta l'anima.

Il colloquio, che abbiamo riferito, lasciò una singolare impressione
in Roberto.--Strana creatura quella Maria!--egli riflettè fra sè,
incamminandosi soletto verso la miniera.--Non ama Cipriano.... Non
vuole sposarsi.... Amerebbe qualchedun altro?... E chi?... Adesso poi
la nostra amicizia con Cipriano è finita sicuramente.... Gli
torneranno le stolide ubbie d'una volta, e nessuno potrà levargliele
dal capo.... Del resto, perchè m'accalorava tanto in suo favore?...
Che m'importa che Maria lo sposi?... Buona Maria! Ella non deve essere
sacrificata, ella non lo merita, e se suo fratello non basterà a
difenderla, ci sarò anch'io.... La vecchia Gertrude aveva ragione.
Cipriano ed io eravamo destinati a farci la guerra.... Sarebbe però un
gran male che le ostilità scoppiassero in questo momento.... Con tanto
bisogno d'accordo che c'è pei lavori della miniera!

Le apprensioni di Roberto erano infondate. Cipriano era più torvo, più
chiuso del consueto, ma non fece all'ingegnere Arconti nessun discorso
relativo a Maria. Sentiva che, prima d'iniziare altre battaglie,
bisognava decider quella terribile che si era impegnata con le forze
della natura.... O si vinceva, e la vittoria avrebbe fatto anche di
lui un altr'uomo, e gli avrebbe dato il diritto di parlare alto; o
s'era sconfitti, e chi sa allora che cosa sarebbe avvenuto? In
quest'ultima ipotesi un conforto restava a Cipriano. L'ingegnere
Arconti non avrebbe potuto rimaner più oltre a Valduria, perchè sul
suo capo sarebbe ricaduta la responsabilità maggiore dell'insuccesso.
Così lo scorno dell'uomo che in fondo del cuore egli odiava, avrebbe
risarcito in parte Cipriano dell'infausto esito d'un'impresa a cui
egli stesso consacrava tutte le forze dell'ingegno e del braccio.

Intanto egli non mancava a nessuno de' suoi doveri, non si ritraeva nè
davanti alla fatica, nè davanti ai pericoli. Era pur doloroso per
Roberto di presentire un nemico in un così valido e intelligente
alleato.

E la fortuna, che si lascia spesso domare dalla perseveranza, cedette
infine all'energia e all'attività dei due uomini che non s'erano
sgomentati alle sue ripulse. Dopo mesi e mesi di prove, nello spazio
di una settimana, si potè dir d'avere trionfato su tutta la linea. I
difficili esperimenti pel risparmio di combustibile, intorno ai quali
l'ingegnere Arconti s'era torturato così a lungo il cervello, e da cui
era lecito aspettarsi un risparmio del trenta per cento sul costo di
produzione, riuscirono nel modo più luminoso; la resa del minerale
nella nuova galleria divenne ad un tratto abbondante oltre ogni
aspettazione, dopo d'essere stata povera e scarsa in maniera da
permettere appena agli operai che lavoravano a cottimo di guadagnarsi
da vivere.

Fu una gioia immensa in tutta la valle. La miniera di Valduria, che
dava sostentamento a tante famiglie e che pe' suoi meschini profitti
era stata più volte sul punto di esser abbandonata, aveva ormai un
avvenire brillante dinanzi a sè. Quelli che avevano maggiormente
gridato contro le tentate innovazioni erano adesso i più pronti
all'entusiasmo. I nomi di Roberto Arconti e di Cipriano Regoli erano
su tutte le bocche, e nessuno li lodava con maggiore spontaneità del
buono e leale Odoardo Selmi, quantunque il trionfo de' suoi due
giovani aiutanti non potesse che contribuire a mettere nell'ombra chi
avrebbe dovuto essere il vero direttore della miniera. Ma nell'animo
schietto del Selmi non allignava l'invidia bassa e volgare; a chi
voleva dare anche a lui una parte di merito, egli rispondeva.--Non ne
ho affatto, o forse ho soltanto quello di aver chiamato a Valduria
l'ingegnere Arconti. Senza di lui, non saremmo oggi a questo punto.
Cipriano è un bravo caporale, ma non può essere che uno stromento
subalterno. La mente direttiva è Roberto; quello lì ha cervello per
tutti.

Odoardo Selmi era veramente orgoglioso del suo Roberto; di Cipriano
ammetteva il valore, ma non lo amava; a Roberto invece egli voleva un
bene dell'anima. Oh se Roberto non avesse ancora conservato i gusti
cittadineschi, se non avesse avuto la fanciulla del suo cuore a
Milano, che bei progetti si sarebbero potuti fare!

E Maria? Come dipingere la contentezza di Maria? Ella aveva diviso
tutti i palpiti di questa lotta, ella aveva conosciuto meglio di ogni
altra persona le angustie di Roberto, aveva dovuto difenderlo contro
chi lo attaccava, aveva dovuto difenderlo contro sè stesso, aveva
sentito che, s'egli non riusciva, gli sarebbe stato forza di lasciare
Valduria, e questa idea l'aveva empita di una così profonda tristezza!
Ella non era nulla per Roberto, non poteva esser nulla, ma Roberto era
per lei un amico sì dolce! Oh sì, un amico, soltanto un amico. Il
pensiero della giovinetta non osava andare più in là. Non bella, non
elegante, non istruita, era già molto s'ella non credeva baldanza
soverchia il dire che nutriva per Roberto quel sentimento d'amicizia
il quale suppone una certa parità di condizioni.... Pur troppo, neppur
questo bene le sarebbe durato a lungo. L'ingegnere Arconti, o presto o
tardi, avrebbe finito coll'andarsene, e allora a lei non sarebbe
rimasto altro conforto che quello di ricordarsi, e di ricordarsi da
sola, perchè, in quanto a lui, avrebbe tutto dimenticato sicuramente.
Ma intanto era per l'Arconti un impegno d'onore il non abbandonare
Valduria finchè le innovazioni introdotte non fossero entrate nelle
abitudini della miniera. Ciò significava per lo meno un periodo di
alcuni mesi, ed è appunto nella giovinezza, quando l'avvenire è più
lungo davanti a noi, che noi siamo più disposti ad appagarci del
presente.

Per sentire una nota stridula in mezzo alla soddisfazione universale,
bisognava recarsi dalla vecchia Gertrude, la quale non usciva mai di
casa, e sfogava le sue bizze con suo figlio e coi pochi che andavano a
visitarla. Profetessa eterna di disastri, ella vedeva un subisso di
guai che dovevano precipitar nella miseria Valduria. Erano tutti
sogni, erano tutte imposture di quell'intrigante ch'era cascato giù
dalle nuvole per la rovina di quei poveri paesi. E anche Cipriano si
lasciava abbindolare da lui, anche Cipriano lo aiutava a farsi un
piedestallo. Questo era il gran dolore, questa era la gran
mortificazione della inferocita femmina, che abborriva Roberto senza
saper precisamente perchè.

Cipriano aveva troppa intelligenza da porgere ascolto alle filippiche
di sua madre. Egli aveva saputo domare il suo carattere impetuoso e
violento; e vincendo la sua naturale avversione per l'Arconti, aveva
saputo apprezzarne la dottrina e l'ingegno, e trarne profitto per
colmare in parte le innumerevoli lacune del suo spirito. S'era fatto
suo alleato in tentativi accolti con diffidenza da tutti, era riuscito
insieme a lui, e non intendeva certo di scemar il valore d'una
vittoria ottenuta con sì gran fatica. Egli attendeva ora un
miglioramento radicale nella sua posizione. Conseguìto questo scopo,
avrebbe chiesto formalmente a Odoardo Selmi la mano di Maria. Non gli
si sarebbe più potuto rinfacciare ch'era un operaio volgare, che aveva
un salario meschino; e con quale altra ragione si avrebbe osato di
respinger la sua domanda? Maria lo amava? Oh s'ella non lo amava,
voleva dire che amava un altro, e quest'altro non poteva essere che
Roberto. In tal caso, guai, guai a lui! L'ingegnere Arconti aveva
visto ciò che Cipriano valeva come ausiliario; egli avrebbe imparato a
sue spese ciò che significava averlo nemico.



XIV.


Le liete notizie di Valduria giunsero a Londra quando la direzione della
_Sulphur Society_, un po' infastidita delle continue richieste di danaro
per esperimenti che non venivano mai a un risultato pratico, aveva
deciso di spedir sul luogo un apposito funzionario per veder davvicino
come andassero realmente le faccende della miniera. Giacchè M.^r Black
era sulle mosse per partire, si stimò opportuno di lasciar correre il
suo viaggio, malgrado della mutata condizione delle cose. La differenza
era questa, ch'egli partiva con diverse disposizioni d'animo e con
istruzioni diverse. Prima gli si dava facoltà di sospendere gran parte
dei lavori, adesso gli si consentiva, ove i fatti rispondessero alle
relazioni trasmesse da Valduria, di prendere gli accordi necessari per
ordinare su più larghe basi l'amministrazione. Ed egli aveva pure
l'incarico di visitare qualche altra miniera di zolfo posta nelle
vicinanze e di riferirne a Londra, affinchè la Società potesse in caso
di convenienza trattarne l'acquisto dagli attuali proprietari.

M.^r Black era un tecnico di molto valore, che aveva traversato due
volte l'Oceano per recarsi negli Stati Uniti, ma non aveva mai passato
la Manica, nè posto piede in terre dove non si parlasse l'inglese. Il
primo suo viaggio sul continente europeo era destinato a procurargli
un'amara disillusione. Egli credeva di conoscere a fondo le lingue
straniere, ma giunto in Francia, s'accorse che non sapeva il francese;
toccato il suolo germanico, dovette convincersi che non c'era anima
viva che capisse il suo tedesco; al di qua delle Alpi, fu costretto a
riconoscere che nessuno intendeva lui e ch'egli non intendeva nessuno.
Ciò lo metteva in qualche imbarazzo circa alla sua missione a
Valduria. Come si sarebbe spiegato?

Il cuore gli si aperse quando nel povero villaggio in cui s'aspettava
di dover lottare con difficoltà infinite per esprimere il suo
pensiero, trovò una persona misericordiosa che lo tolse d'impiccio
parlandogli la sua lingua. Questa persona era l'ingegnere Arconti, il
quale, senza essere un professore d'inglese, ne sapeva abbastanza da
mandare avanti alla meglio una conversazione, sopratutto con l'aiuto
d'un prezioso dizionarietto tecnico che formava parte della sua
piccola biblioteca.

Sentir l'idioma natale in paese straniero è dolcezza sì grande che
predispone l'animo a trovar belle e giuste le cose che ci si dicono e
a trovar simpatico chi ce le dice; figuriamoci poi quando le cose
dette son belle e giuste davvero, e quando chi le dice ha in sè tutto
ciò che occorre per farsi amare.

M.^r Black non era uomo di facili entusiasmi, ma egli provò subito una
singolare ammirazione per Roberto Arconti. Gli piaceva quell'aria
modesta a un tempo e sicura, quella volontà risoluta, quel coraggio
senza spavalderia, quel senso pratico nudrito da sì largo corredo di
studi. Egli capiva, per quanto l'altro si schermisse, che ormai il
direttore vero della miniera era l'Arconti e che a lui dovevasi
attribuire la maggior parte di merito in ciò che si era fatto da un
anno a Valduria. Agli occhi di M.^r Black l'ingegnere Arconti non
aveva che un solo difetto, quello di non essere inglese.

--Peccato--egli soleva ripetere--dovevate appartenere alla nostra
razza. L'energia, la perseveranza sono qualità nostre; voi ce le avete
rubate.

Infaticabile malgrado dei suoi cinquanta anni, l'inviato della
_Sulphur Society_ era in moto dall'alba al tramonto, ora nel
sotterraneo, ora nelle officine, prendendo conoscenza d'ogni più
minuto particolare, esaminando con occhio attento ed intelligente i
processi d'estrazione e di fusione del minerale. Lo accompagnavano il
Selmi e l'Arconti; qualche volta a loro s'aggiungeva Cipriano, ma chi
doveva far da interprete era sempre Roberto, ed era a lui solo che
M.^r Black dirigeva le sue osservazioni. È facile immaginarsi se
Cipriano se ne rodesse nel fondo dell'anima.

Per una settimana e più M.^r Black rimase a Valduria alloggiato alla
buona nella stessa casa in cui viveva Odoardo Selmi con sua sorella e in
cui era ospitato l'Arconti. Maria adempiva con la usata sollecitudine
agli uffici di massaia, e anche a proposito di lei M.^r Black osservava
che ella avrebbe dovuto nascere al di là della Manica. In prova della
sua stima, egli le insegnava a preparare il thè, che, da buon inglese,
aveva portato seco nel suo bagaglio insieme a una macchinetta per farlo
bollire. E siccome la ragazza riusciva egregiamente nella non difficile
operazione, M.^r Black le promise di spedirle in dono da Londra una
scatola della pianta preziosa insieme a un servizio di porcellana. Egli
non capiva come si potesse vivere senza questa bibita ristoratrice.
Odoardo Selmi invece lo capiva benissimo, e protestava che non avrebbe
mai sostituito quell'insulso decotto al fiasco di Chianti che rallegrava
le sue serate. M.^r Black, più equanime, non disprezzava il Chianti, ma
sosteneva la tesi che il vino dovesse beversi tra uomini, e che quando
si voleva far entrar la donna nel crocchio, bisognava prendere il thè
mesciuto da lei. E in questa idea conveniva pure Roberto. Una volta
partecipò all'interessante discussione anche il signor Max Rundberg,
denigratore acerrimo del thè, estimatore del vino, ma entusiasta d'una
sola cosa al mondo, della birra tedesca. Pur troppo, alla sua venuta in
Italia, gli erano toccate due grandi disgrazie. Non aveva trovato più
birra buona, e aveva trovato invece un basilisco di moglie.
_Glücklicherweise_, dopo cinque anni, la moglie era volata fra gli
angioli, e le dolcezze dello stato vedovile lo avevano confortato della
mancanza della birra buona. Ormai si contentava del vino. Sperava però
di potersene tornar presto in Germania e di ritrovar la sua birra.

Gli ultimi due giorni della dimora di M.^r Black a Valduria furono
consacrati alla visita d'un paio di miniere poco discoste, fra cui
c'era appunto quella di Rignano, la più antica e in altri tempi la più
importante della regione. Esercitata fiaccamente da parecchi anni,
aveva perduta la sua supremazia, e la sua produzione era ormai
inferiore a quella di Valduria. Ma una volontà energica avrebbe potuto
restituirle il passato splendore, ed era a questo appunto che pensava
M.^r Black, mentre Roberto Arconti andava enumerando con foga
giovanile i lavori che sarebbero occorsi.

I due uomini scendevano a piedi lentamente dall'altura su cui è posto
il villaggio di Rignano. Era l'ora del crepuscolo. Una tinta vermiglia
colorava il lembo occidentale del cielo; a levante, dalla parte
dell'Adriatico, tremolava sopra un fondo opalino il disco della luna
illuminato dai rosei riflessi del tramonto. Anche l'anima poco poetica
di M.^r Black si sentì commossa da quell'armonia ineffabile che pareva
fondere insieme tutte le cose; egli salì sopra un rialzo di terra da
cui l'occhio spaziava in un largo orizzonte, e dal suo labbro fuggì un
_beautiful!_ che veniva proprio dall'anima. Indi sedette sopra un
sasso su cui c'era posto per due, e disse a Roberto di metterglisi
accanto. Roberto pensava a Lucilla.

In quanto a M.^r Black, egli non era uomo da rimaner lungo tempo in
estasi.

--Ebbene, giovinotto--egli ripigliò dopo una breve pausa--se la nostra
Società comperasse la miniera di Rignano, vorreste voi esserne il
direttore?

--La Società comprerebbe Rignano?--esclamò Roberto ancora mezzo
assorto nelle sue fantasie.

--Badate, è un segreto e dovete conservarlo gelosamente, tanto più che
per adesso non c'è nulla di positivo. Io non venni qui solo per
esaminare i lavori di Valduria, ma anche per vedere se fra le miniere
vicine ce ne fosse qualcheduna che meritasse di essere comperata.
Rignano ha un avvenire, lo avete detto voi stesso.

--È vero.

--Orsù, da quel che mi consta, la Compagnia inglese che ne è
proprietaria non sarebbe aliena in massima dal disfarsene, e alla
_Sulphur Society_ potrebbe convenire di prenderne il posto. I
negoziati devono però esser condotti con molta prudenza per non
suscitar concorrenti. Ne parlerò al Consiglio appena giunto a Londra.
Ma nulla si potrebbe concludere senza essersi prima assicurati della
persona a cui affidarne la Direzione. In queste imprese, giovinotto
mio, l'uomo è tutto. E voi sareste il nostro uomo....

--Il vostro ottimismo potrebbe ingannarvi--rispose l'Arconti;--io non
faccio questo mestiere che da tredici mesi, e non ho l'esperienza
necessaria....

--I lavori compiuti a Valduria--interruppe M.^r Black--sono la miglior
confutazione delle vostre parole.

--Oh! A Valduria, io non ero solo.... v'era l'ingegnere Selmi, c'era
Cipriano Regoli....

--Via, via, non fate il modesto.... Siano pur soli tredici mesi dacchè
siete entrato in questa carriera, voi avete tutte le qualità che
occorrono per riuscirvi.... E vi ripeto che abbiamo bisogno di voi. Se
ci dite di no, è da scommetter cento contro uno che il nostro bel
progetto va in fumo.

--Questo poi....

--Del resto--continuò M.^r Black senza badargli--quando pur
comperassimo la miniera, difficilmente l'avremmo in poter nostro
subito.... Voi avreste agio d'impratichirvi ancora per qualche tempo a
Valduria....

--Ma perchè non dovrei restare dove, a parer vostro, ho fatto qualche
cosa di buono e dove la mia presenza può ancora esser utile?

--Lo chiedete? La ragione è semplice. Quando la Società avesse due
miniere, il vostro posto sarebbe ove le difficoltà sono ancora da
superare, non dove sono già superate. A Valduria resterebbe
l'ingegnere Selmi, che, a cose avviate, è un buon direttore....

--Senza dubbio....

--Ma a Rignano ci vorrebbe ben altro.... ci vorreste voi, insomma....
Sarebbe una bella posizione. Comincereste per lo meno con uno
stipendio di diecimila lire, aumentabili più tardi.... Impegno
reciproco dalle due parti per cinque o sei anni....

--Cinque o sei anni da restar qui?

--Naturale.... Avete scelto una professione, ci fate un'eccellente
figura, e vorreste cambiarla?... E continuando la vita di miniera,
meglio qui che altrove.... Qui c'è' un buon clima, un'aria
balsamica.... Sul serio, provate la nostalgia della città?....

Invero, questa nostalgia l'Arconti l'aveva provata i primi mesi, ma
non la provava più. Gli pareva anzi che non avrebbe saputo acconciarsi
a occupazioni sedentarie e che un impiego tranquillo avrebbe finito
presto col riuscirgli intollerabile. Ma lo crucciava il pensiero di
Lucilla. Come offrirle di venir ad abitare fra quei monti, come
sperare ch'ella accettasse l'offerta?

--A Rignano--riprese M.^r Black--la situazione è anche molto più
pittoresca che a Valduria. Ci sono, in prossimità della miniera, due o
tre casette che farebbero venir la voglia d'andarci a stare, pur
d'introdurvi prima il _comfort_ inglese.... E conosco io una persona
che quel _comfort_ saprebbe introdurlo egregiamente.....

--Che persona? Non vi capisco.....

--Quella stessa che ha imparato a far così bene il thè.


--Maria!.... v'ingannate, M.^r Black. Fra la signorina Maria e me non
c'è e non ci sarà mai altra relazione che quella di due buoni amici.

M.^r Black chinò la testa e rimase taciturno per alcuni
secondi.--Questo non significa nulla--egli soggiunse poi.--Il mio
progetto cammina lo stesso.... Se non volete decidervi su due piedi,
prendete tempo un mese, due mesi. Mi scriverete a Londra.

--Intanto chiederò a Selmi un congedo di quindici giorni--disse
Roberto.--Non vedo mia madre da oltre un anno.

--Desiderate consultarla? È giusto.... Però non le parlate che
vagamente del nostro piano. Fatele capire soltanto che restando qui,
il vostro avvenire è assicurato. E s'ella vi ama davvero, vedrete che
non esiterà un momento a consigliarvi di rimanere.... Una madre
inglese, almeno, farebbe così.

Roberto sapeva perfettamente che sua madre avrebbe agito in modo
affatto diverso; pur non era l'opposizione di lei quella che lo
turbava.

--Dunque mi scriverete?--ripigliò M.^r Black.

--Sì, vi scriverò.... Ma è tempo d'incamminarci.

Infatti era già tardi, e c'erano tre quarti d'ora di strada per
arrivare a Valduria.

L'ingegnere Arconti e M.^r Black s'avviarono in silenzio. Faceva
notte, le lucciole brillavano sugli orli dei fossi, le cicale
cantavano sugli alberi.

--Siete pure un giovine strano--disse alfine l'inglese al suo
compagno.--Dopo un anno di lotte trovate la fortuna davanti a voi....
Non avete da far che un passo per impadronirvene, e voi, non solo
esitate, ma prendete un'aria contrita come se vi fosse capitata
addosso chi sa quale calamità.

--È giusto--rispose Roberto--io debbo parervi non solo strano, ma
incivile.

--Incivile! Perchè?

--Perchè non vi ho ancora ringraziato della fiducia che mi dimostrate,
dell'interesse che avete per me. Credetemi, M.^r Black, la mia
riconoscenza è grandissima, e tale che non saprei esprimervela a
parole.... Nella vostra offerta c'è per me più che una prospettiva di
benessere materiale, c'è una soddisfazione d'amor proprio che io non
avevo diritto di attendermi.... Dovrei esser felice, eppure, è vero,
sono frastornato da cento pensieri tristi.... Se sapeste?... Ma, no,
adesso è inutile.... Prima che passino due mesi vi scriverò a
Londra....

--Eccoli, eccoli!--gridò una voce femminile. E due persone vennero
rapidamente incontro a M.^r Black e a Roberto. Erano Maria Selmi e suo
fratello.

--Finalmente!--esclamò Odoardo.--Maria s'era fitta in capo che vi
fosse toccata qualche disgrazia.

--Esagerazioni!--disse la giovinetta arrossendo.--Era dal mio punto di
vista di cuoca.... Non capivo più a che ora si dovesse andar a cena.
Adesso corro avanti.

E si dileguò leggera come una piuma e cantando come un usignolo.

Quella sera medesima però un'ombra si stese sulla fronte serena della
giovinetta, quando Roberto chiese ed ottenne da Odoardo Selmi una
licenza di due settimane. Nulla di più naturale ch'egli desiderasse
rivedere sua madre e la fanciulla che amava, nulla di più naturale
ch'egli volesse tornar fra loro per qualche giorno a ricever le loro
congratulazioni pei successi ottenuti nella carriera in cui s'era
avviato. Maria gli dava ragione, Maria gli augurava un accoglimento
festoso, entusiastico, eppure stentava a trattenere le lagrime.

--Partiremo insieme--disse M.^r Black a Roberto--io non aspetto che
una lettera da Londra, la quale non può indugiar troppo.

Infatti la lettera giunse il dì appresso. Essa conteneva adesione del
Consiglio alle proposte fatte da M.^r Black circa all'aumento degli
stipendi al personale amministrativo di Valduria. L'ingegnere Arconti
era il più favorito, ma anche il Selmi aveva un'aggiunta di
millecinquecento lire alla sua paga, e a Cipriano Regoli era fatta una
posizione bella e decorosa. Non tale però da rispondere alle
aspettative dell'ambiziosissimo giovine, il quale si credette
sagrificato, e giurò di vendicarsene. Nè avrebbe tardato a protestar
fieramente, se le condizioni sempre peggiori della salute di sua
madre, ch'egli amava davvero, non lo avessero pel momento occupato
sopra ogni altra cosa, e se la speranza di ottener la mano di Maria
non fosse venuta a calmar le agitazioni del suo spirito indomito.



XVI.


La mattina della partenza Odoardo e Maria accompagnarono fino alla
carrozza i due viaggiatori.

--Siamo intesi--disse Roberto al suo amico Selmi.--Io sarò qui domani
quindici; ma, se accadesse cosa alcuna da render necessario più presto
il mio ritorno, non hai che a scrivermi o a telegrafarmi.

--Non accadrà nulla sicuramente.

--Lo credo anch'io. A ogni modo, hai capito.... Buon giorno,
Maria--continuò l'Arconti rivolgendosi alla giovinetta e stringendole
forte la mano.--Stia bene, e a rivederci presto.

--A rivederci--ripetè Maria con voce commossa.

Anche M.^r Black rinnovò i suoi saluti; poi il cocchiere fece
schioccare la frusta, la carrozza diede tre o quattro scossoni e si
mosse lentamente giù pel pendio.

L'ingegnere Selmi e sua sorella rimasero immobili finchè la vettura
non fu scomparsa dietro una macchia d'alberi. All'ultimo momento,
Maria agitò il fazzoletto e fece un segno con la testa a Roberto, che
s'era voltato anche lui. Poscia si passò rapidamente quel medesimo
fazzoletto sugli occhi.

M.^r Black aveva deciso di soffermarsi un giorno a Bologna insieme
all'Arconti, che egli voleva presentare a un ingegnere inglese suo
amico domiciliato colà. Per conseguenza, Roberto, prima di partire da
Valduria il lunedì, aveva scritto a sua madre che sarebbe arrivato a
Milano il martedì sera, tenendo conto appunto della sosta in Bologna.
Senonchè, per accidente, M.^r Black venne a sapere durante il viaggio
che la persona in questione era a Napoli, ond'egli deliberò di
proseguire difilato per l'Inghilterra. E Roberto, il quale non aveva
nulla da fare in Bologna, fu ben lieto di poter giungere a casa sua
ventiquattr'ore più presto. Ebbe un momento la tentazione di mandare
un dispaccio a Milano, ma poi pensò che non ne valeva la pena, e
ch'era meglio procurarsi il gusto d'arrivare all'improvviso.

Separatosi a Piacenza dal suo compagno, che prese la linea
Alessandria-Torino, egli si rincantucciò in un angolo del vagone e
procurò di abbandonarsi senz'altro alla gioia del ritorno, alla gioia
di riveder fra poco la sua città natale, sua madre, la sua Lucilla. Ma
invano. Alle immagini gioconde si mescevano, suo malgrado, tetre
preoccupazioni. Sentiva che non solo da sua madre, ma anche da Lucilla
egli avrebbe dovuto attendersi un'opposizione feroce a' suoi piani.
Qualche volta gli si affacciava alla mente questo terribile dilemma: o
rinunciare alla vaga fanciulla che aveva prima fatto battere il suo
cuore, o abbandonare la via su cui aveva in pochi mesi fatto passi
insperati. Se pensava che Lucilla era stata per tanto tempo la pupilla
degli occhi suoi, non riusciva nemmeno ad intendere come, posto al
bivio, avrebbe potuto esitare un istante; se poi rifletteva al tesoro
d'energia e di attività che aveva speso in un anno, non sapeva reggere
all'idea di averlo speso per nulla, di dover ricominciare da capo. Ora
si rimproverava d'amar poco Lucilla, ora rimproverava a Lucilla d'amar
poco lui. Ora diceva a sè stesso che il cuore della giovinetta gli
sfuggiva, ora si domandava con una vaga inquietudine se non era invece
il suo proprio cuore che non palpitava più come una volta. Oh! ma
perchè crucciarsi così? Forse di lì a poco uno sguardo, una parola
avrebbe dissipate tutte queste incertezze.

Un guasto sulla linea Piacenza-Milano ritardò di due ore l'arrivo del
treno.

L'ingegnere Arconti non giunse a casa di sua madre che dopo le otto
pomeridiane. Una donna di servizio, ch'egli non conosceva e da cui non
era conosciuto, gli disse che la signora Federica era dai Dal Bono,
ove si sarebbe trattenuta tutta la sera.

Nell'idea fissa che il signor ingegnere doveva arrivar solo il dì
appresso, la prudente femmina rimase alquanto in forse prima
d'accoglier la dichiarazione di Roberto ch'egli era appunto il signor
ingegnere aspettato, e ch'era venuto un giorno prima perchè tale era
stato il piacer suo.

--Non doveva arrivar che domani--ella continuava a brontolare,
conducendo con qualche riluttanza il viaggiatore nella camera che gli
era destinata. E mentr'egli faceva un po' di _toilette_, la sentiva
ancor borbottare fra i denti.--Non doveva arrivar che domani. Se non
fosse il signor ingegnere?

Roberto non aveva preso nulla dal mezzogiorno in poi. Ma in casa non
c'era nè un pane, nè una tazza di brodo. La signora Federica era stata
a desinare dai Dal Bono, non s'era acceso il fuoco dopo l'ora di
colazione, la dispensa era vuota. Come prevedere che il signor
ingegnere avrebbe anticipato di un giorno il suo arrivo?

Così il signor ingegnere fu costretto a recarsi a un _restaurant_, ove
mangiò frettolosamente un boccone, dolendosi seco medesimo del cattivo
esito della sua improvvisata. Sarebbe stato meglio, assai meglio,
ch'egli avesse quella mattina spedito un telegramma.

Prese un _fiacre_ per recarsi dai Dal Bono. Mal disposto com'era, non
voleva essere veduto da nessuno de' suoi amici.

In casa Dal Bono trovò finalmente un servitore che lo conosceva.
Domandò della signora, della signorina, domandò di sua madre. La
signora e la signorina stavano vestendosi; sua madre era con loro, ma
la si sarebbe chiamata.

Rimase ad attendere nel salotto da pranzo, sulla cui tavola ardeva una
candela. Tutti questi contrattempi gli sembravano di pessimo augurio;
capiva che non ne aveva colpa nessuno, che nessuno prevedeva il suo
arrivo per quella sera.... Eppure, malgrado di tutto, si sentiva
l'anima oppressa dalla malinconia. Perchè le signore Dal Bono facevano
_toilette_ a quell'ora? Dove andavano? Non le avrebbe dunque viste che
un momento?

Queste riflessioni durarono pochi secondi perchè la signora Federica
non tardò a comparire, corse incontro a suo figlio e lo abbracciò e
baciò con molta tenerezza.

--Mamma, cara mamma--disse Roberto, che le voleva un gran bene
malgrado dei suoi difetti e che in quel momento aveva un immenso
bisogno di espansione.--Tu sei sempre più giovane, sempre più
bella!... e Lucilla?

--Lucilla verrà fra poco.... Ma lascia ch'io ti guardi.

La signora Federica osservò attentamente suo figlio, poi tentennò il
capo in aria di persona non soddisfatta.

--No, proprio no--ella soggiunse.--Questa barba non può restare....
T'imbruttisce.

--Che sogni!

--T'imbruttisce davvero.... Te la raderai adesso....

--No, no, mammina mia.... Non c'è prezzo dell'opera a tagliarla qui
per lasciarla crescere di nuovo a Valduria.


--Ma che Valduria? Tu non ci devi tornare laggiù.

--Vorresti che piantassi il mio impiego? che lasciassi a mezzo tante
cose che ho incominciate?

--Ci tornerai per qualche settimana, capisco.... Ma quello non è
impiego per te.... Ho io una idea.

--Eccola la mamma colle sue idee--disse Roberto accarezzandole i
capelli ancora folti e bruni.

--Oh signor canzonatore, le mie idee, le mie idee! Sono forse migliori
delle sue, e se avesse dato retta a me.... Ma mi darà retta questa
volta, ne son sicura.

Il giovine atteggiò le labbra a un sorriso d'incredulità, e poi
soggiunse:--Ne riparleremo.... Ma questa Lucilla?

--Verrà, verrà a momenti.

--Parlamene almeno. Sta bene? Pensa spesso a me? Dove va stassera!

--Ih! Che gragnuola di domande! Sta benone, si ricorda perfettamente
del signorino, e stassera va a una festicciuola in casa d'amici.
Dovevo andarci anch'io, ma adesso che sei qui tu, ci rinuncio.

--Una festicciuola di questa stagione?

--Che vuoi? Sono gli Osnaldi che si son fitti in capo di far divertire
una cugina ch'è loro ospite per qualche settimana.... Lucilla è
l'ornamento della festa.... Vedrai come....

--Ah! Eccola--gridò Roberto che aveva sentito il suo passo e il
tintinnio dei sonagli di Gipsy. E s'avviò verso l'uscio.

Lucilla entrò tenendo in mano una candela, la cui fiamma illuminava il
suo viso bellissimo. Aveva sulle spalle un lungo accappatojo bianco
che le scendeva giù fino quasi ai piedi e che faceva risaltare il vago
incarnato delle sue guancie e la tinta bruna de' suoi lucidi e
abbondanti capelli raccolti con arte dietro la nuca.

--Oh Roberto--ella disse posando il lume sopra la tavola e tendendo la
destra al giovinotto.

--Lucilla, Lucilla mia--egli esclamò. E chinatosi sopra di lei, le
diede un bacio in fronte.

--Adagio, signorino--gridò la giovinetta indietreggiando un
passo.--Prima di tutto mi sciupi l'acconciatura, e poi, ti pare?... Se
fossero qui il babbo e la mamma, cosa direbbero?... Ma non saluti
nemmeno Gipsy, che ti fa tanta festa?

Infatti Gipsy, dopo qualche esitazione, aveva riconosciuto Roberto e
gli saltellava attorno alle gambe abbaiando sommessamente.

--Cattiva Lucilla!--disse l'Arconti un po' sconcertato.--Dopo tredici
lunghi mesi che non ci si vede, vuoi farmi carezzar la cagnetta....
Seccantissima bestia!

E Roberto infastidito diede a Gipsy un piccolo calcio, che la fece
rotolar sul pavimento.

--Sei pure sgarbato!--proruppe Lucilla, mentre raccoglieva in grembo
la cagnetta come fosse un bambino.

--Via, ragazzi, non bisticciatevi--interruppe la signora Federica.

--Povera Gipsy!--soggiunse Lucilla in tuono lamentevole.--Trattarla
così!... Quel Roberto a star fra i monti è divenuto un selvaggio....
Già, basta guardarlo.... Con quella barba!...

--Lucilla, Lucilla, vien qui, facciamo la pace.... Vuoi che domandi
scusa a Gipsy?

--Meriteresti che te lo imponessi per penitenza.

L'arrivo della signora Giulia pose termine al grave contrasto.

La signora Giulia salutò Roberto con molta cordialità e parve lieta di
rivederlo. Anche Benedetto, ella soggiunse, l'avrebbe visto con
piacere, ma faceva il suo chilo ed era meglio lasciarlo stare.
Roberto, dal canto suo, non provava nessuna impazienza di abbracciare
quell'insigne personaggio.

Si stette così a chiacchierare per una mezz'ora, finchè la signora
Giulia, dopo aver guardato l'orologio, osservò ch'ella aveva ancora da
cominciare a vestirsi e che anche Lucilla doveva compiere la sua
_toilette_. Indi, rivoltasi alla Arconti, le disse--E tu che fai?
Vieni dagli Osnaldi, o no?

--Rimango con Roberto--ella rispose.--Sarei venuta volentieri, ma non
posso lasciar solo mio figlio....

--Oh, se desideri andare--disse Roberto.

--No, no--replicò la signora Federica.--Andremo un'altra volta
insieme.

--Sicuro--saltò su Lucilla--la sera dei _quadri viventi_.

--Che quadri viventi?--domandò l'ingegnere.

--Oh bella! Quadri viventi. Non sai che cosa siano? Figuriamoci! A
vivere in mezzo allo zolfo si dimentica tutto.... Vedrai che
_Margherita_ coi fiocchi io sarò.

--Farai tu da Margherita?

--Io stessa.... Avrò una parrucca bionda....

--E ci sarà.... anche Fausto?

--Naturale.... Il marchesino Moschi.... Un Fausto compitissimo.... Oh
ma è tardi.... Aspetta qui.... Ci aiuterai a salire in carrozza....
Aspetta anche lei, non è vero, signora Federica?

--Sì, andate pure.

--Vieni, mamma.... Su, Gipsy, ps, ps.

--Cos'hai?--disse la signora Federica, quando fu rimasta sola col
figlio che s'era messo a passeggiar concitato per la stanza.

--Non ho nulla.... Però dovrai convenire che non potevo arrivare in un
momento peggiore.

--Non ti si aspettava. Le Dal Bono s'erano impegnate con gli
Osnaldi....

--E a Lucilla non è neppur venuta in capo l'idea di restare in casa.

--Come si fa?... Che scusa trovare?... Se tu fossi ufficialmente il
fidanzato!

--Non lo sono, e capisco che non lo sarò mai.... Era meglio che
restassi a Valduria, che non mi mettessi fra Margherita e Fausto.

--Saresti geloso del marchesino Moschi?... Non lo conoscevi?

--No.

--È vero. Egli non è qui che da poco tempo. Viveva a Firenze con sua
madre, che è vedova.... Un giovine di garbo, gentilissimo anche con
me.... Svolazza un po' intorno a Lucilla....

--Ah, sì?

--Oh! puerilità.... Ella non gli dà retta, sai. È sempre a te che vuol
bene.

--Lo vedremo alla prova....

--Anche per te ci sarà la prova. Ho la mia idea.

Roberto si strinse nelle spalle.

--Bisogna che tu ti persuada--continuò la signora Federica--che, a
star laggiù, ti riempi la mente di stravaganze tantochè finiscon col
parerti enormità le cose più naturali del mondo....

--Dio buono--esclamò Roberto, che principiava a perder la
pazienza--avete voi altri da offrirmi una posizione che valga quella
che ho in miniera, che soddisfaccia il mio amor proprio, che mi dia la
speranza di un bell'avvenire?

--Eh! Chi sa?--disse la signora Federica con aria di mistero.

Roberto fissò sua madre con curiosità.--E sarebbe?

--Oh! Questo non è il momento.... Domani... oppure più tardi.

Il giovine non rispose.

Di lì a poco tornarono la signora Giulia e Lucilla vestite per il
ballo. Lucilla indossava un abito di velo bianco un po' scollato e con
le maniche corte; nei capelli s'era messa una camelia rossa; dal suo
sguardo, da tutta la sua persona, spirava un fascino irresistibile. E
vinto da questo fascino, Roberto non voleva porgere ascolto a una voce
interna che gli ripeteva: Bada, la giovinetta a cui un uomo come te
può dare il suo cuore dev'essere più modesta, più vereconda, e
soprattutto deve saper amare di più.

--Dunque addio, Roberto--ella disse con grazia, tirando fuori della
mantellina il suo braccio nudo fin sopra il gomito e tendendogli la
sua bella mano chiusa in un guanto _gris-perle_.--Addio, e a domani.

Egli pensò che fra poco quello svelto corpicino sarebbe stato
trascinato da altri nel turbine delle danze, che altri avrebbero
stretto quella mano, sentito il contatto di quel braccio morbido,
aspirato voluttuosamente il profumo di quei capelli ondeggianti, pensò
che altri avrebbero passeggiato con la stupenda fanciulla per le sale
piene di luce, si sarebbero affacciati con lei alla finestra a
inebbriarsi nell'aria tepida d'una notte estiva, le avrebbero forse
susurrato all'orecchio parole d'amore, e provò nell'anima tutti gli
spasimi della gelosia.

Non più padrone di sè,--Lucilla--egli disse con accento
appassionato--non puoi sacrificarmi questa festa da ballo?

Ella gli diede col ventaglio un colpettino sulla mano,--Bisogna venir
dalle miniere per aver queste idee.... Come vorresti fare?... A
quest'ora, dopo che mi son vestita, dopo che mi aspettano.... Nemmen
per sogno....

--E in tal caso--egli balbettò--perchè non verrei anch'io dagli
Osnaldi?... La mamma doveva pure andarci.... E poi, li conoscevo una
volta.... In ogni modo, non è vero, signora Giulia, che mi
presenterebbe?

--Ti presenterò sicuramente un'altra sera, ma oggi, ragazzo mio, è
impossibile.... Non vedi in che _toilette_ sei?

L'osservazione era giusta, e Roberto guardò mortificato il suo vestito
da viaggio tutto sudicio e polveroso. Pur non si diede per
vinto.--Potrei cambiarmi....

--Oh sì--interruppe Lucilla--è già tardi, e aspetteremo finchè tu vada
a casa a mutarti da capo a piedi?...

Quindi la giovinetta continuò con un tono di protezione:--Sei caparbio
come un fanciullo viziato.... Non sei più riconoscibile dopo il tuo
soggiorno a Valduria.... Buona sera, signor minatore, si rifaccia
cittadino, e poi la condurremo in società.... Andiamo.... No, Gipsy,
non si viene.... Leonilda, prendila in braccio.

Affidata l'interessantissima bestia alle cure della cameriera, Lucilla
uscì dalla stanza insieme a sua madre. Roberto e la signora Federica
scesero anch'essi le scale e videro a partir la carrozza. Poscia
s'avviarono a casa a piedi.

Roberto soffriva fuor di misura, ma avrebbe preferito tacere, perchè
pur troppo sapeva che sua madre con la miglior volontà del mondo non
avrebbe potuto che inacerbir la sua piaga. Ella invece era
loquacissima e catechizzava assai gravemente suo figlio. Era un
fenomeno curioso quello a cui l'ingegnere Arconti doveva assistere. A
Valduria tutti riconoscevano la sua superiorità; a Milano finora
parevano trattarlo tutti dall'alto al basso; per poco non lo aveva
trattato così anche la serva di casa.

--Eh caro amico--sentenziava la signora Federica--il tuo capriccio
d'andare a Valduria fu uno sproposito sotto tutti i punti di vista.
Per quanto riguarda me, ti farò toccar con mano la mia situazione. Tu
mi spedisci quello che puoi, e mi spedirai ancora di più.... Ma ci
vuol altro perchè io possa vivere decentemente, come deve vivere una
Arconti, come mi aveva avvezzato il mio Mariano.... Sono umiliazioni
continue.... Le mie conoscenti ne arrossiscono per me.... Ogni momento
sento chiedermi: Perchè non cerchi casa in una via centrale? Perchè
non ti fai un cappellino all'ultima moda? Perchè non ti abbuoni a
teatro?... Senza parlare poi della carrozza.... Quella lì, credilo, è
una privazione superiore alle mie forze....

--Senti, mamma--rispose l'ingegnere--se si realizza un certo progetto,
io potrò tra non molto fissarti un assegno che ti consenta di tener
carrozza.

--Un progetto che ti farebbe restare a Valduria?

--A Valduria, o lì presso.

--Ma sei matto? Quelli non son luoghi per te. Mi fisseresti un assegno
che mi consentirebbe di tener carrozza?... Me n'importa molto!... Per
me tanto è lo stesso.... Mi lagno forse?

Roberto non si curò di rilevare questa strana domanda, e la signora
Federica proseguì:--È nel tuo interesse che parlo.... Ma credi tu che
lo startene lontano giovi al tuo amore per Lucilla?...

--Se Lucilla è tanto frivola da non sapermi conservare il suo
affetto--replicò Roberto con amarezza--ebbene, sarà un gran dolore, ma
io rinunzierò a lei.

--No, no, povero grullo, c'è la tua mamma che vigila per te, la tua
mamma che tu stimi poco, oh lo so, ma che non ha perduto il suo tempo
durante la tua assenza.... E la tua mamma ti dice che quella Lucilla,
a cui vorresti rinunziare, non hai forse da far che un passo per
averla....

--Oh, sempre castelli in aria.

--Non sono castelli in aria.... È una realtà bell'e buona.

--In nome di Dio, spiegati. Dimmela questa tua famosissima _idea_.

--Sappi dunque che tra la Giulia Dal Bono e io siamo quasi riuscite a
persuadere il signor Benedetto che il miglior modo in cui egli possa
sposar Lucilla è quello di cercarsi un genero che venga a stargli in
casa, che assuma l'amministrazione de' suoi beni e che, invece di
costringerlo a tirar fuori dal suo scrigno la dote, si contenti di
riscuoterne ogni anno l'interesse, più un congruo stipendio....

--E questo genero di buona pasta dovrei esser io?--chiese Roberto, non
lasciando nemmeno che sua madre terminasse il discorso.--Io dovrei
essere a un tempo lo sposo di Lucilla, e l'amministratore, il
commesso, l'ospite del signor Benedetto?

--Che c'è! Mi pare che sarà una posizione più decorosa che quella di
starsene tra i fornelli di zolfo.

--E Lucilla acconsentirebbe?

--Naturalmente. Poichè ti ama.

--Ah poichè mi ama vorrebbe che io.... Non discorriamone più per
questa sera, non ho la calma necessaria.... Non turbiamo con una
disputa i primi momenti in cui ci rivediamo dopo tredici mesi....
Lascia piuttosto ch'io confidi nell'esito d'un colloquio a
quattr'occhi con Lucilla, lascia ch'io m'illuda nella speranza di
farle preferire il mio piano a quello che avete combinato fra voi
altre.

--Roberto, Roberto--esclamò la signora Federica--tronchiamo pure il
discorso, dacchè ti piace così; ma permettimi di dirti che tu sarai
certo un buono e valente giovine, ma che hai un carattere molto
bisbetico e irragionevole.

Pronunziate queste parole, la signora Federica, convinta più che mai
della sua grandezza morale e intellettuale, si chiuse in un maestoso
silenzio.



XVI.


Il signor Benedetto Dal Bono era divenuto negli ultimi tempi più
apprensivo e fastidioso che mai. Vedeva la sua salute in rovina, la
sua fortuna in dissoluzione. Ogni momento gli saltava il ghiribizzo
d'esser malato, e si cacciava in letto, o per lo meno rimaneva chiuso
in camera, costringendo sua moglie a tenergli compagnia e ad ascoltar
le sue paternali. E la signora Giulia, donna di bontà passiva, stava
rassegnata a sentirlo, e gli rispondeva con monosillabi. Pel signor
Benedetto era prossima una rivoluzione. E il gran problema era quello
di mettere al coperto i propri averi pel momento del cataclisma. La
maggior parte della sostanza Dal Bono era investita in case, ma il
signor Benedetto era convinto che le case de' ricchi sarebbero state
abbruciate, e voleva quindi trovare un diverso impiego al suo danaro.
Voleva, così per modo di dire, giacchè non sapeva mai risolversi a
nulla. Le terre gli sembravano destinate alla devastazione, i fondi
pubblici alla riduzione dell'interesse, le azioni industriali al
fallimento. Pronosticava in tuono lamentevole che avrebbe finito col
dover morire sulla paglia, e lo spaventava l'idea di dover esborsar la
dote per Lucilla, una dote che l'opinione pubblica s'ostinava a
ritenere di duecentomila lire. Invero Lucilla era la sola persona
ch'egli amasse, per quanto l'amare fosse conciliabile col suo
temperamento egoista. Ella aveva a ogni modo un'influenza reale
sull'animo suo; forse la bellezza di lei lusingava la sua vanità. E la
lasciava vestire con una certa eleganza, la lasciava andare a qualche
festa da ballo accompagnata da sua madre, il cui abbigliamento era
sempre più dimesso e che finiva coll'aver l'aria d'una cameriera.
Quest'orgoglio paterno del signor Benedetto gli avrebbe certo fatto
desiderare per sua figlia un matrimonio cospicuo; un matrimonio che le
avesse dato una corona di contessa, se non fosse stato l'affar della
dote. Il signor Dal Bono non era uomo da credere che i conti sposino
le borghesi non coperte d'oro. Inoltre egli era un po' scettico
rispetto alle condizioni economiche dell'aristocrazia, e non intendeva
di sostenere co' suoi scudi qualche impalcatura cadente. Aggiungasi a
tutto ciò la disposizione sincera a secondare i gusti di Lucilla in
quanto la cosa potesse farsi anche a vantaggio dei propri interessi.
Trovare uno sposo che si contentasse di vivere in casa ricevendo un
assegno annuo invece del capitale, era un'idea che aveva il suo lato
buono, e per questo la signora Federica non aveva tutto il torto di
dire che il signor Benedetto porgeva benevolo ascolto ai piani di sua
moglie e di lei. Di sua iniziativa, il signor Dal Bono non avrebbe
scelto sicuramente per genero Roberto Arconti, ch'era a' suoi occhi un
sognatore, un poeta, ma se Lucilla persisteva nella sua preferenza per
lui, e s'egli dal canto suo si piegava alle condizioni volute, chi sa?
il signor Benedetto avrebbe forse avuto la magnanimità di adattarsi a
rispondere di sì. Per arrivare a questo punto la signora Federica
aveva dovuto usare un'arte infinita, poichè, a sentirla, la signora
Giulia, da sola, non sarebbe venuta a capo di nulla. Ella invece, con
le sue moine, aveva a poco a poco mansuefatto quell'orso. Approvava le
sue idee politiche e sociali, mostrava di dividere le sue paure d'un
cataclisma, faceva eco alle sue censure ai ricchi per il loro sfarzo e
ai poveri.... perchè erano poveri; giocava spesso alle carte con lui e
perdeva quasi tutte le partite lodando la sua rara abilità. Riparava
insomma verso il signor Benedetto Dal Bono i torti del suo Mariano.
Poichè Mariano aveva mostrato troppo chiaro di non tener nel menomo
conto il signor Dal Bono, e queste sono arroganze da non permettersi
mai con persone milionarie.... Già Mariano, malgrado dei suoi meriti,
certe cose non le capiva. E non aveva capito nemmeno sua moglie, che
per lui era una donna di poco cervello, mentre invece ella spiegava
una furberia degna di Bismark. È vero che la signora Federica
attribuiva all'amor materno lo svolgimento ammirabile delle sue
facoltà. In passato era stata un po' visionaria, aveva avuto una certa
esuberanza d'idee; adesso era molto più positiva. Infatti le sue idee
s'erano condensate in un'idea sola. Sposar Roberto con Lucilla, far
anche lei la mezza padrona in casa Dal Bono e aspettar pazientemente
che il signor Benedetto, il quale era cagionevole di salute, passasse
a miglior vita e lasciasse la figlia ed il genero eredi di tutto il
suo pingue patrimonio. Allora Roberto sarebbe diventato ricco davvero,
lo avrebbero fatto deputato, senatore, ministro, ed ella avrebbe
potuto scialar da gran signora, tener circolo, esser segnata a dito
per le strade!... Possibile che Roberto rifiutasse per sè e per sua
madre un avvenire simile? Malgrado della dichiarazione esplicita di
suo figlio, la signora Federica non sapeva persuadersene. Doveva
essere un impeto del momento, bisognava lasciargli tempo di
riflettere, bisognava ch'egli vedesse co' propri occhi che non c'era
altro modo di possedere Lucilla, di assicurarsi la felicità. Aveva un
progetto anche lui? Un progetto bislacco senza dubbio; nè la signora
Federica si curava di conoscerlo. Già le ragioni di lei non lo
avrebbero convinto. Ne parlasse pure con Lucilla; ella sì avrebbe
sfatato i suoi entusiasmi, ella lo avrebbe ricondotto a più umani
consigli. Una sola cosa temeva la savia genitrice; ella temeva, cioè,
che Roberto non serbasse col signor Benedetto un contegno tale da
affidarlo appieno. Ella lo aveva dipinto al Dal Bono come una specie
di convertito. A sentirla, le dure prove della miniera avevano fatto
di lui uno spirito positivo, tranquillo. A Valduria egli aveva
mostrato ch'era un giovine di grande abilità, e i suoi superiori erano
pronti a certificarlo, ma nello stesso tempo s'era persuaso che la
soverchia baldanza era un difetto, che non conveniva disprezzar
l'appoggio degli uomini d'esperienza, e che, al momento della morte
del padre, egli aveva fatto male a non gettarsi addirittura nelle
braccia di una persona affezionata alla famiglia, quale era il signor
Benedetto. E il signor Benedetto, che non avrebbe fatto nulla per
l'Arconti, se questi avesse commesso la corbelleria di rivolgersi a
lui, si compiaceva di veder riconosciuta l'autorità del suo giudizio e
l'efficacia del suo patrocinio. Adesso poi lo lusingava l'idea di
trattare con una tal qual aria di protezione il figlio di
quell'orgogliosissimo Mariano, che lo aveva sempre tenuto per un
dappoco. E se finalmente si fosse risolto a fare di Roberto suo
genero, come avrebbe voluto calcargli i piedi sul collo!

Però, fin dal primo incontro che il signor Dal Bono ebbe con
l'ingegnere Arconti, gli fu forza persuadersi che l'impresa non era sì
facile come egli credeva, ciò che gli fece tentennare il capo e dire
fra sè.--Eh, Lucilla, mia moglie e la signora Federica possono
discorrere a loro talento. Se il signorino non cangia tuono, di questo
matrimonio non ne faremo nulla.

Non era che il _signorino_ fosse sgarbato; tutt'altro. Egli non voleva
mancar di riguardi col padre di Lucilla, ma voleva avere le sue
opinioni, e le sue opinioni non erano quelle del signor Benedetto. Non
imprecava al progresso, non vedeva imminente un cataclisma sociale,
non trovava giusto di non far nulla per la paura di tutto. Magnificava
le virtù della lotta in cui lo spirito s'affina e il corpo si
ritempra, pareva innamorato della sua miniera, parlava con trasporto
dei successi che vi aveva ottenuti, e di quelli che contava ottenervi
nell'avvenire; nulla accennava in lui al proposito di mutar carriera.

--Vostro figlio--disse il signor Dal Bono alla signora Federica--è
sempre un cervello esaltato. Ed ha poi tanta voglia di venir via da
Valduria quanta ne ho io d'andarci.

--Lasciate fare a Lucilla--rispose la signora Federica, ch'era sempre
piena di fede.

La signora Giulia non divideva queste rosee speranze, ma non
contrastava con la sua amica, tanto più ciarliera e procacciante di
lei.

Roberto non potè discorrer di proposito con Lucilla che due giorni
dopo il suo arrivo. Egli era stato invitato a desinare dai Dal Bono
insieme a sua madre, e, durante il pranzo, aveva avuto il piacere di
sentir le dissertazioni del suo ospite sul rincaro dei viveri e sulla
necessità di restringer le spese della tavola. Appena preso il caffè
il signor Benedetto si ritirò brontolando, le due donne si ammiccarono
con l'occhio, e con un pretesto si allontanarono anch'esse.

--Finalmente siam soli--disse Roberto--e spero sentirai tu pure il
bisogno che ci parliamo col cuore in mano.... Fammi la grazia di
metterti a sedere e di badare a me e non a Gipsy.

--Ih! Che solennità!... Via, mi sederò.... Su, Gipsy.

--Ma lasciala andare.

--No, no, quand'è in grembo mio, Gipsy sta tranquilla.... Non è vero,
Gipsy, che non fiaterai nemmeno?....

La cagna saltò sulle ginocchia della giovinetta e si fece in gomitolo,
proponendosi di schiacciare un sonnellino.

Roberto frenò un gesto d'impazienza e prese una mano di Lucilla nelle
sue. Poi, guardandola, negli occhi bellissimi, le domandò:--Mi vuoi
sempre bene?

--Ma sì. Non lo sai?

--È così dolce sentirselo ripetere.... Il tempo, la lontananza non ti
hanno mutata?

--E perchè dovrebbero avermi mutata?

--Tanto meglio allora. Tu m'intenderai più facilmente.

--Ma scusa.... A che scopo tutto questo preambolo?.... Tua madre non
ti ha comunicato un progetto?....

--Prima ch'io ti risponda su quel progetto, devi ascoltare il mio....

--Saran castelli in aria--interruppe la ragazza stringendosi nelle
spalle.

--Non giudicare senza saper di che si tratti...

--Oh!... M'immagino già....

--Senti, Lucilla. Io non ho forse da dire che una parola perchè la mia
posizione attuale si cambi radicalmente....

--Nella tua bella Valduria?...

--Non a Valduria, ma lì vicino....

--Sempre in una miniera di zolfo?

--Si, potrei diventar io il direttore di una miniera di zolfo.

--E vorresti condur me in quei paesi?

--Lucilla, Lucilla, lasciami parlare.... Ti condurrei, è vero, in
paesi poveri e rozzi, ma dappertutto, credilo, due cuori che s'amano
possono trovare la pace e la felicità.... Stammi a sentire.... Non
ritirar la tua mano.... Non far quei moti d'impazienza.... Oh
fanciulla mia, questo mondo in cui tu vivi non è tutto il mondo.... Ci
sono altre gioie oltre a quelle che la tua mente vagheggia.... ci sono
anche per la donna altre soddisfazioni oltre a quelle d'andar in
carrozza sul Corso, o di far spese in Galleria _Vittorio Emanuele_, o
di assistere da un palchetto di seconda fila alla prima
rappresentazione d'un'opera nuova alla _Scala_.... Prendere interesse
ai lavori dell'uomo a cui vuol bene, godere dei suoi trionfi, aiutarlo
nelle sue difficoltà, esser la confidente de' suoi pensieri, la regina
del suo cuore e della sua casa.... E tu saresti la mia regina,
Lucilla, ed io ti cingerei di tanto amore che un giorno tu dovresti
chiedermi perdono di aver esitato un momento a esser mia a questi
patti.

Roberto era riuscito a incatenar l'attenzione di Lucilla, che sulle
prime pareva volerlo interrompere ad ogni istante. Il suo accento
sincero, caloroso, commosso, non poteva a meno di far vibrar qualche
corda nell'anima d'una giovinetta diciottenne, per quanto ella fosse
aliena dagli entusiasmi. Il volto di lei s'era atteggiato ad una
espressione pensosa che ne cresceva la bellezza, già una lagrimetta le
spuntava sul ciglio, era vinta forse, quando le si affacciò alla mente
la immagine di Roberto in costume da minatore, annerito dal fumo,
puzzolente di zolfo, cinto da una turba di operai sudici come lui,
vide con la fantasia una casa nuda, disadorna, impregnata di vapori
molesti, sentì in anticipazione il tedio delle lunghe giornate
solinghe e delle lunghe sere monotone, e si meravigliò, si ribellò
all'idea che un tale avvenire potesse essere offerto a lei, cresciuta
in tutte le raffinatezze della vita cittadina.

Ebbe un impeto subitaneo, si svincolò da Roberto, che le teneva sempre
la mano, e, senza badar nemmeno a Gipsy, si alzò in piedi, lasciando
che la cagnetta, sorpresa di modi così fuor del comune, andasse
ruzzoloni sul pavimento.

--Caro mio--ella disse--siamo pazzi tutti e due; tu a farmi queste
proposizioni, io a star lì a darti retta.

--Oh Lucilla!

--Sì, te lo ripeto, la tua è una vera pazzia. Se tu hai la fissazione
di sagrificare la tua gioventù in un paese barbaro e in un mestiere
bestiale, io non posso certo secondarti.... Vuol dire che tu metti i
tuoi capricci al disopra del tuo amore.

--Le tue parole sono ben crudeli, Lucilla. Anche tu parli de' miei
capricci come la mamma. Fu dunque per un capriccio ch'io andai a
relegarmi in una miniera di zolfo?... Rimasto povero e orfano, i miei
amici, gli amici della mia famiglia, gli amici tuoi non seppero darmi
che vane parole.... Solo da Valduria mi venne un aiuto, solo di là mi
fu offerto un modo di provvedere dignitosamente a me stesso. Dovevo
respingere la mano che m'era tesa? E una volta accettato l'ufficio
offertomi con tanta generosità, non dovevo portarci tutto il mio ardor
giovanile, tutto il mio ingegno, tutta la mia perseveranza? Mi fai una
colpa se sono riuscito, e se, come gli altri uomini, non so odiare,
non so disprezzare le cose in cui sono riuscito? Oggi vedo la
possibilità di conseguire, in quei paesi che tu chiami barbari e in
quel mestiere che tu chiami bestiale, un posto onorifico, largamente
rimunerato, tale da assicurarmi, più che l'indipendenza, l'agiatezza,
e tu ti sdegni perchè non lo rigetto, e ti chiami offesa perchè ti
dico: Vieni con me, sii la mia compagnia, sii la mia sposa... Basterò
io a mantenerti... Che m'importa della tua dote?

--Oh insomma, no, no.... Non mi persuaderò mai.... Perchè rifiuti ciò
che ti si offre qui?

--Ma lo sai proprio ciò che mi si offre?.... Invece dell'indipendenza,
mi si offre la schiavitù; invece della lotta che rinvigorisce le
membra e lo spirito, mi si offre un lavoro umiliante: invece
d'un'agiatezza dovuta a me stesso, mi si offre un salario dovuto alla
mia qualità di marito tuo, di genero di tuo padre.... Ma non senti
salirti al viso i rossori per me?... Ma non capisci che l'obbligo più
sacro di chi ama, è di voler salva la dignità della persona amata?

--Insomma--replicò infastidita Lucilla--io non capisco niente, io non
conosco i miei obblighi. Sono una sciocca.... Le ragazze di garbo si
trovano a Valduria.

--Oh Lucilla, quanto sei ingiusta!...

--Ma sì, sono ingiusta, son tutto quello che piace al
signorino--proseguì con petulanza la fanciulla.--Bisogna venir di
laggiù per aver la sapienza infusa.... Le ragazze di Valduria, quelle
sopratutto che studiano il francese....

--Le ragazze di Valduria--interruppe Roberto--studino o non istudino
il francese, possono valere di più di certi marchesini azzimati che
sento lodar molto da qualche ragazza di Milano....

--Dunque, figliuoli, vi siete intesi!--domandò la signora Federica,
entrando all'improvviso nella stanza per informarsi dell'esito del
colloquio.

--Oh perfettamente!--esclamarono i due giovani con un tòno che scosse
un pochino anche la saldissima fede della signora Arconti.



XVII.


A malgrado di tutto, le due madri cui stava a cuore il trionfo del
loro piano, non si diedero per vinte. La pazzia di Roberto, poich'eran
concordi nel giudicarla tale, non sarebbe durata a lungo; piuttosto di
perder Lucilla, egli si sarebbe assoggettato alla gran disgrazia di
diventar ricco. La signora Federica sopratutto si stimava sicura del
fatto suo; nè con ciò ella credeva menomamente di metter sotto i piedi
ogni sentimento di dignità, per sè e per suo figlio. La dignità,
secondo lei, era salva appieno. Se i Dal Bono avevano più quattrini,
gli Arconti, mercè il defunto Mariano, avevano goduto d'una posizione
più elevata in società, e quindi i conti eran pari. Queste belle cose
la signora Federica non si stancava di ripeterle a Roberto, ed ella
era così facile ad illudersi che ogni leggero sintomo di resipiscenza
da parte di lui bastava a farle credere imminente la vittoria. E
invero, benchè egli fosse convinto d'aver ragione, benchè fosse
deliberato a tirar diritto sul suo cammino, non si può dire che
qualche dubbio non lo assalisse talora.

Avrebbe voluto scacciar dal suo cuore l'immagine di Lucilla, e non gli
riusciva. La trovava frivola e calcolatrice ad un tempo, priva di
quella sacra fiamma di poesia senza della quale par fredda ogni virtù
femminile; ma la trovava anche più bella e più seducente di quando
l'aveva lasciata. Le sue parole lo disgustavano spesso, ma a un suo
sguardo, a un suo sorriso, al tocco della sua mano, egli sentiva il
sangue affluirgli al cervello e turbargli i sensi e lo spirito. Non
era così che l'aveva amata una volta, non era così che avrebbe voluto
amarla; eppure l'amava così. Vissuto come un anacoreta nella
solitudine di Valduria, si risvegliavano adesso nel suo corpo giovine
e gagliardo i desiderî tempestosi dell'età sua. La Musa ispiratrice
de' suoi primi versi era scomparsa, l'angioletto che la sua fantasia
aveva vestito d'ali e cinto d'un nimbo era disceso a terra e s'era
mutato in un demone tentatore al cui fascino egli non sapeva
sottrarsi. _Non amare una donna soltanto per la sua bellezza_, gli
aveva detto suo padre poco tempo avanti di morire; e quelle parole gli
sonavano all'orecchio come una verità sacrosanta. Tuttavia egli
sentiva, arrossendo, d'amare una donna soltanto perchè era bella.

Ed era geloso. Un giorno, a casa Dal Bono, s'era incontrato col
marchesino Moschi, ch'era venuto a fare una visita, e quell'incontro
lo aveva stranamente agitato. I due giovani, presentati l'uno
all'altro, non s'erano nascosta l'antipatia reciproca che
s'inspiravano. Roberto capì che aveva nel Moschi un rivale, e che
Lucilla non isdegnava di civettare con lui. S'informò del marchesino e
gli dissero ch'era un giovine di assai scarse fortune senz'altro
merito che un po' di vernice di società e una bella presenza. Su
quest'ultimo punto Roberto aveva un'opinione affatto diversa; egli lo
giudicava bruttissimo. Bello o brutto, il marchesino non era secondo a
nessuno nel dirigere una quadriglia o un _cotillon_, e ciò lo rendeva
gradito alle ragazze. Andava a caccia d'una dote, e quella di Lucilla
gli sarebbe venuta molto a proposito, ma il vecchio Dal Bono,
guardingo come era, non gliel'avrebbe sborsata sicuramente. Era però
da scommettere che il Moschi, ad onta della sua albagia aristocratica,
si sarebbe adattato a ricevere solo gl'interessi, e forse per far la
sua formale domanda egli non aspettava che una parola favorevole di
Lucilla. Ora, Lucilla questa parola non voleva dirla finchè aveva la
speranza di vincere le ritrosie di Roberto, che senza dubbio ella
preferiva ad ogni altro. Se poi Roberto persisteva ne' suoi orgogliosi
propositi, la faccenda poteva bene mutar d'aspetto!

Queste considerazioni, che chiudevano in sè molto di vero, avrebbero
dovuto, a fil di logica, piuttosto raffreddare che accendere il cuore
di Roberto. Ma la logica, si sa, entra pochissimo nell'amore, e, se
c'entra troppo, si può giurare che l'amore non è di quel buono.
Avvezzo sin dall'adolescenza a riguardar Lucilla quasi come cosa sua,
l'ingegnere Arconti fremeva pensando che un altro potesse esserle
accetto, che ella potesse diventar la donna d'un altro. Cedere il
campo al marchesino Moschi, ecco un'idea che lo metteva su tutte le
furie, ecco lo spauracchio che la signora Federica agitava sovente
davanti a lui.

Nè fra' suoi amici mancavano alcuni che gli consigliavano di
rimeditare pacatamente la proposta che gli era fatta.--In fin dei
conti--essi dicevano--la tua suscettività è eccessiva. Un uomo del tuo
merito non sarà mai il servitore di chicchessia. Quando pure tu
consentissi a vivere in casa Dal Bono, ad aiutare il signor Benedetto
nell'amministrazione delle sue sostanze, in breve tempo il vero
padrone non sarebbe lui, saresti tu. E poi, una volta sposata la tua
Lucilla, chi potrebbe impedirti di cercare un'occupazione più conforme
a' tuoi gusti, ma tale nello stesso tempo da non costringer tua moglie
a una vita che non può a meno di ripugnarle? Coll'ingegno e cogli
studi che hai, devi tu stesso esercitare la tua attività in un campo
più vasto che non sia una miniera di zolfo. Se resti qui, qual'è la
cosa a cui tu non possa aspirare? Un giorno disporrai a tuo talento
d'una pingue fortuna, e il bene ch'essa ti permetterà di fare, ti
compenserà largamente delle piccole noje che avrai dovuto soffrire per
ottenerla.

Ragioni fiacche che non persuadevano Roberto, ma contribuivano ad
infastidirlo, a crescere le angustie del suo spirito. Era convinto che
non gli restasse ormai che un solo partito degno di lui: dire addio
per sempre ad una fanciulla che non sapeva comprenderlo, dire addio a
sua madre bamboleggiante in vane illusioni, tornar fra la gente
semplice e schietta che l'aveva circondato di benevolenza e di stima,
scrivere a M.^r Black dichiarandosi pronto ad accettare la direzione
della nuova miniera, ripigliare i suoi lavori, seguir la sua stella.
Era convinto di ciò, eppure la passione, il puntiglio, la gelosia
gl'impedivano di prendere una risoluzione definitiva. Egli, così
pronto fino allora a scegliere la sua via, avrebbe avuto bisogno di un
consiglio virile che dissipasse i suoi ultimi dubbi. Ma nessuno voleva
mettersi ne' suoi panni; i suoi intimi amici, o erano mutati da quelli
d'una volta, o non erano più in Milano. Ed egli si pentiva d'una gita
che gli procacciava tante disillusioni, che faceva di lui uno spostato
nella sua patria e nella sua casa.

Del resto, si può dire in tesi generale che il rivedere il proprio
paese dopo una lunga assenza è cosa che reca infinite dolcezze, ma che
non è scevra mai di dolori. Se, partendo, si credeva di lasciar in
molte anime un vuoto che avrebbe stentato ad essere riempiuto, non si
tarda ad accorgersi che nella maggior parte almeno di queste anime il
vuoto fu colmato interamente. Lo hanno colmato nuove abitudini e nuove
simpatie, e chi ritorna s'avvede che, ripigliando l'antico posto nei
crocchi fidati d'un tempo, egli deve disturbar qualcheduno. Gli si
lascierà forse la sedia ch'egli soleva occupare prima della sua
partenza, ma chi si alza per cedergliela non presta sempre di buon
grado questo servizio, e non sempre quelli che gli seggono ai lati
sono lieti del cambiamento. Certo, anche chi è lontano e oggi ritorna
ha in questo frattempo vissuto in mezzo ad altra gente e ha patito di
nostalgia meno di quanto avesse temuto prima; ma per lui l'idea della
patria si associa a tutto ciò ch'egli aveva di caro all'istante di
lasciarla. Capisce l'esiglio, non capisce la patria diversa da quella
ch'egli ha abbandonata. È la ragione per la quale molti che
cominciarono ad essere esuli forzati finiscono coll'esser esuli
volontari.

Il colloquio tra l'ingegnere Arconti e Lucilla non aveva condotto i
due giovani a un'aperta rottura. Non la volevano essi medesimi;
l'avrebbe a ogni modo evitata l'interposizione delle rispettive
genitrici. Roberto e Lucilla si vedevano ogni giorno, ora discorrendo
confidenzialmente, ora punzecchiandosi a vicenda, ma schivando
l'argomento capitale che doveva decidere della loro sorte.--Oh farà
giudizio--diceva fra sè la giovinetta. E aspettava sempre di veder
l'amante a' suoi piedi. Roberto invece non aveva che una debole
speranza nel cambiamento di Lucilla. Le visite ch'egli le faceva lo
lasciavano triste: a casa sua sentiva le prediche di sua madre che lo
accusava d'essere un figlio snaturato, perchè non sapeva sacrificarle
il suo orgoglio e le sue ubbie di delicatezza: al passeggio, ai caffè,
ai teatri s'annoiava, tanto i suoi gusti s'eran trasformati nel
periodo di tredici mesi. Anche in mezzo ai suoi libri (e la maggior
parte della sua biblioteca era rimasta a Milano), anche in mezzo ai
suoi libri provava un senso di tedio. Essi non bastavano più a
riempiere il suo pensiero: la vita contemplativa non era più fatta per
lui; aveva bisogno d'azione. Tutto contribuiva a fargli ridesiderare
Valduria! oh perchè, perchè Lucilla non voleva seguirlo?

Lucilla aveva ben altro pel capo. La prossima rappresentazione dei
_quadri viventi_ a cui doveva prender parte l'assorbiva tutta, ed ella
passava almeno un paio d'ore al giorno davanti allo specchio a studiar
l'atteggiamento nel quale si sarebbe mostrata al colto pubblico la
sera dello spettacolo. A ciò s'aggiungevano le prove in casa Osnaldi,
prove fatte naturalmente in compagnia del marchesino Moschi e dei
personaggi destinati a figurare negli altri quadri. Ella vi si recava
in compagnia di sua madre, e talvolta anche della signora Federica,
cui non pareva vero di cacciarsi dappertutto, querelandosi sempre
delle sciagure che l'avevano colpita e che le impedivano di divertirsi
in alcun luogo.

La partecipazione di Lucilla a questi _quadri viventi_ era per Roberto
uno spino nell'occhio, ma le preghiere ch'egli aveva rivolte alla
ragazza affinch'ella si dispensasse dal comparire come _Margherita_
insieme al marchesino Moschi erano cadute a vuoto. Prima di tutto, si
trattava d'un impegno preso da un pezzo e a cui non era lecito di
mancare; poi le obbiezioni di Roberto non avevano senso comune; e
finalmente con che diritto Roberto domandava sacrifici agli altri,
egli che agli altri non voleva sacrificar nulla?--Eh carino--gli
diceva sua madre--per aver voce in capitolo bisognerebbe essere
ufficialmente il promesso sposo di Lucilla. Avresti torto a ogni modo,
perchè un uomo non deve mai fare il tiranno, ma almeno potresti
parlare. Invece il tuo contegno ti chiude la bocca, e puoi anzi
ringraziare Lucilla e i suoi genitori se ti permettono ancora di
bazzicar in casa loro.

La vigilia della rappresentazione, la signora Federica, reduce
dall'ultima prova, fece a suo figlio uno sproloquio più lungo.--Gli
Osnaldi ti aspettano senza fallo domani sera, e io mi sono impegnata
formalmente per te. Mancando, useresti uno sfregio a loro e a
Lucilla.... Vedrai, vedrai come Lucilla sta bene abbigliata da
_Margherita_.... E anche il marchesino Moschi è un bel _Faust_.... Non
nego però ch'è un poco svenevole.... Non ha quel _chic_.... so io ciò
che voglio dire.... quel _chic_ che avevi tu una volta, prima di
andarti a seppellire, povero grullo che sei, fra quei montanari di
Valduria... Gli altri quadri sono mediocri.... Bisogna confessare che
le belle persone son rare. La cugina degli Osnaldi, per esempio, che
fa da Giuditta nel momento in cui ammazza Oloferne, ha due occhi che
non son brutti, ma è tozza e le si legge in viso la provinciale a un
miglio di distanza.... È di Vimercate, come gli Osnaldi, che si
stabilirono qui dal 1860 e non hanno mai acquistato l'aria cittadina.
Adesso poi, dopo una nuova eredità che han fatta, paiono ancora più
_parvenus_ d'una volta.... Spendono e spandono per farsi metter nelle
gazzette.... tutta vanità.... Leggeremo i panegirici della festa e
dell'appartamento, e sì che ci sarebbe molto da ridire.... Ma a noi
poco monta.... Se diverremo ricchi, sapremo far le cose con assai
miglior garbo....

--Cara mamma, noi non diverremo mai ricchi, e di queste cose non ne
faremo nè bene nè male--interruppe Roberto.

--Aspetta a parlare domani sera--ripigliò la signora Federica in tuono
solenne.--Quando avrai visto Lucilla sotto le spoglie di Margherita
capirai che il vero Faust di quella Margherita devi esser tu....
Intanto preparati a ballare, che già come tutti i salmi finiscono in
gloria, così tutte le feste dove c'è gioventù finiscon col ballo....
Io dovrò raffazzonare alla meglio una vecchia _toilette_.... Pur
troppo son ridotta a tal punto.... io che mi facevo ogni mese un
vestito nuovo!



XVIII.


La sera della rappresentazione, l'ampio salotto di casa Osnaldi era
pieno di gente.

Dalla parte delle finestre s'era improvvisato un piccolo palco
scenico; il resto della stanza era occupato dal pubblico; le signore
sedute sul davanti, gli uomini ritti e pigiati dietro le sedie. Quelle
si facevano fresco col ventaglio, questi col cappello, quando però
riuscivano a mover le braccia. In generale, si diceva che non eran
trattenimenti da darsi in giugno. Ma lo si diceva a bassa voce, perchè
la signora Osnaldi, sottile, instancabile, era onnipresente come
domeneddio. Ora si cacciava nell'interstizio di due sedie, ora fendeva
l'angusta corsia che divideva le sedie dalle pareti e lungo la quale
s'eran disposti dei panchettini pei bimbi, ora faceva capolino dietro
il sipario del palcoscenico, ora compariva nell'anticamera, ora
riusciva a insinuarsi nella folla degli uomini scambiando sorrisi,
complimenti e strette di mano. La signora Osnaldi non era nè bella nè
giovine, ma la sua bassa statura, la sua magrezza, la rapidità de'
suoi movimenti le davano una certa aria infantile, sopratutto se la si
paragonava al marito, ch'era grande e grosso come una balena ed era
altrettanto tenero della quiete quant'ella era appassionata del moto.
Infatti il signor Amilcare Osnaldi, con la scusa d'essere il primo a
ricevere gl'invitati, aveva quella sera preso domicilio
nell'anticamera e si dondolava in un seggiolone di canna d'India. Ogni
momento sua moglie, la signora Elvira, sbucando fuori d'improvviso da
destra o da sinistra, gli si avvicinava, e gli susurrava qualche
parola all'orecchio.

Fu in uno di questi momenti che l'ingegnere Arconti giunse insieme a
sua madre, e potè così presentar i suoi omaggi contemporaneamente ai
due padroni di casa.

--Entri, entri in salotto--disse la signora Elvira--e veda di trovarsi
un buon posto.... C'è folla, proprio folla.... Davvero non avrei
creduto.... E lei, signora Federica, venga con me. Già m'immagino che
vorrà assistere alla _toilette_ della nostra _Margherita_... Cara
ragazza! Non s'è fatta aspettare. È qui con sua madre dalle otto...
Venga, venga, signora Arconti.... Ah scusi, son subito con lei....

E la minuscola signora andò incontro con molta effusione ad un
giovinetto di primo pelo che s'avanzava con incesso maestoso.--Bravo,
signor Dalla Noce, ha tenuta la sua parola.... Osnaldi, saluta il
signor Dalla Noce.... Ci sarà un posticino apposta per lei, un
posticino da cui potrà veder tutto e prendersi i suoi appunti....
Adesso la condurrò io.... Sappiamo che per lor signori giornalisti ci
vogliono speciali riguardi.

Il signor Dalla Noce si levò l'occhialino che aveva inforcato al naso
e s'inchinò con molta gravità.

Allora la padrona di casa si ricordò che doveva prima condurre la
signora Federica nella camera ove c'erano le signore Dal Bono, e
chiese un istante di sofferenza al sacerdote della libera stampa. Ma
la Arconti, che non era donna da confondersi pei troppi riguardi e
conosceva benissimo la disposizione della casa Osnaldi, se n'era già
andata senza bisogno di guida, onde la signora Elvira potè insediar
subito il grave pubblicista nel posto distinto ch'ella gli aveva
serbato. Colà giunto, il signor Dalla Noce si rimise l'occhialino e
girò uno sguardo dominatore sull'adunanza. Indi si levò i guanti, li
voltò e piegò con grandissima cura e li ripose in tasca del soprabito.
Quei guanti, che gli avevano già servito in un pajo di solennità,
dovevano servirgli ancora per assistere ad un banchetto che stava
preparandosi in onore d'un celebre uomo politico straniero, di
passaggio per Milano, banchetto a cui la stampa cittadina si sarebbe
fatta rappresentare da' suoi direttori o da' suoi cronisti. E il
signor Dalla Noce era appunto un cronista, com'era facile indovinare
da quella sua aria di uomo che ha bisogno di persuadersi della propria
importanza per giustificare a sè stesso il suo intervento gratuito
dappertutto.

Intanto l'ingegnere Arconti era penetrato nella sala e s'era confuso
cogli altri invitati. Perchè era venuto dagli Osnaldi? Non lo sapeva
nemmen lui; sapeva soltanto che soffriva immensamente a trovarsi colà,
e che avrebbe sofferto anche di più a veder Lucilla esposta agli
sguardi d'un pubblico indiscreto e curioso, insieme ad un uomo ch'egli
abborriva e sprezzava. Pure una forza maggiore di lui lo teneva
inchiodato al suo posto.

--Arconti,--gli disse un antico conoscente che gli era vicino--non
saluti nemmeno gli amici?

--Oh--rispose Roberto,--scusa, non ti avevo visto.

--Resti ancora a Milano un pezzo?

--Oh no.... pochissimo.

--E torni laggiù alla tua miniera?

--Sì....

Questo breve dialogo ricordò all'ingegnere Arconti che il suo congedo
di quindici giorni non era lontano dal termine e che egli non aveva
ancor preso un partito definitivo. I Dal Bono e sua madre non
dubitavano di finire coll'indurlo a fare a modo loro, e il suo
silenzio contribuiva a mantenerli nella loro illusione. No, non era
possibile di durar più a lungo così. Domani, quella sera stessa forse,
egli avrebbe fatto un ultimo tentativo con Lucilla, e se anche questo
gli fosse fallito, ebbene, a costo di morire poi di dolore, egli
avrebbe, senz'altri inutili indugi, ripreso la via di Valduria, e
spezzato un vincolo che gli imponeva il sacrifizio della sua dignità.

Nella sala s'era fatto quel profondo silenzio che precorre i grandi
avvenimenti. La padrona di casa, allontanandosi dal signor Dalla Noce
a cui aveva dato alcune spiegazioni da lui richieste pel suo
_entrefilet_ di cronaca, salì sopra uno sgabello, per rendersi
visibile ai servi, e battè le mani palma a palma. Le fiamme della
lumiera a gas, che rischiarava la stanza, si abbassarono d'improvviso
in mezzo a un _oh_ sommesso e prolungato degli spettatori adulti e a
un _uh_ clamoroso e festante dei bimbi. In pari tempo si alzò la
tenda, e nel palcoscenico, illuminato dalla luce elettrica, apparve
Caino in atto di uccidere Abele. La luce elettrica in questo primo
quadro ne fece delle sue, brillò a sprazzi, ora fulgida come un sole,
ora tremula e fioca come un lumicino da notte. Poi, sul più bello,
l'apparato si mosse, e il fascio di raggi invece di cadere su Caino ed
Abele, li lasciò perfettamente al bujo, e venne ad abbagliare gli
spettatori, obbligandoli a ripararsi gli occhi con le mani, o coi
fazzoletti, o coi ventagli o coi cappelli. Il successo di questo primo
quadro fu mediocre. Il secondo ci trasportava in Egitto ai tempi della
grandezza romana. Era la morte di Cleopatra. La superba regina,
sdrajata sopra un letto, stendeva la mano verso un canestro di frutta,
che le era presentato da una schiava, e nel quale si trovava l'aspide
che doveva por fine ai suoi giorni. Il personaggio di Cleopatra era
rappresentato da una signora assai grassa e matura, e più di
qualcheduno osservava sommessamente che Antonio aveva avuto un gran
torto ad innamorarsene. Nondimeno, al calar del sipario, gli applausi
scoppiarono unanimi, e la signora Osnaldi colse l'occasione favorevole
per insinuarsi tra le sedie e venir a raccogliere le congratulazioni
del pubblico.--Pare la biscia di Cleopatra--disse un bell'umore al suo
vicino.

Per la terza volta la sala rimase nell'ombra, e il sipario, alzandosi,
scoprì il triste caso di Oloferne. L'esito di questo quadro fu
compromesso da un'inezia. L'Oloferne di quella sera era un pacifico
cittadino ammogliato con prole, e i teneri figlioletti si trovavano
appunto fra gli spettatori. Vedendo Giuditta che stringeva in una mano
i capelli del genitore, e con l'altra gli teneva sospesa una spada
sulla testa, essi si misero a battere i piedi e gridare.--No, ferma,
ferma!--Dal canto suo, Oloferne, nell'udir le grida strazianti delle
sue creaturine, non potè a meno di sollevare il capo, e di chiedere a
Giuditta che cosa fosse accaduto. La tela calò in fretta, per
nascondere un incidente non rammentato dai libri sacri.

La signora Elvira, un po' turbata dall'inatteso contrattempo, affrettò
la riscossa, facendo anticipare il quadro su cui ella contava di più;
il primo incontro di Fausto con Margherita. Margherita, con gli occhi
chini al suolo, con le treccie bionde che le scendevano giù per le
spalle, col suo libriccino di preghiere in mano, era in atto di
schermirsi da Fausto che le offriva il braccio per accompagnarla. Un
pianoforte invisibile intuonava sommessamente il famoso _Permetteresti
a me_, ecc., dell'opera di Gounod. Un applauso immenso e spontaneo
scoppiò nella stanza, e si chiese e si ottenne il _bis_ una prima e
una seconda volta. Fu davvero un grande successo. Margherita non
poteva esser più bella, la sua parrucca bionda dava maggior risalto
allo splendore delle sue pupille nere, le linee scultorie della sua
persona si disegnavano mirabilmente sotto il semplice e succinto
vestito azzurro ch'ella indossava. Anche Fausto faceva una discreta
figura, ma, come si può immaginarsi, non era su lui che s'appuntavano
tutti gli sguardi.--Chi non darebbe l'anima al diavolo per quella
Margherita?--susurravano gli uomini fra di loro.

E Roberto non l'aveva ammirata meno degli altri, ma la sua ammirazione
era mista di tanto dolore! Gli faceva male vederla lì sopra una specie
di palcoscenico insieme ad un damerino sciocco e ridicolo, al quale
egli avrebbe voluto somministrare una buona lezione. Egli capiva
benissimo che, dato il carattere di Lucilla, gli applausi ond'ell'era
l'oggetto non potevano a meno d'inebbriarla, di alienarla maggiormente
dall'ideale casalingo e modesto a cui le era dato aspirare unendosi a
lui.

Seguirono ancora alcuni quadri, ma non ebbero che un successo di
stima, e, a spettacolo terminato, il nome della seducentissima
Margherita continuava ad essere su tutte le labbra. I personaggi della
rappresentazione si mescolarono al pubblico nei loro rispettivi
abbigliamenti. Abele riconciliato con Caino, Oloferne scampato al
ferro di Giuditta, Giuditta dimentica de' suoi feroci propositi, e
Cleopatra guarita dalla puntura dell'aspide, passeggiavano per la
sala, ricevendo congratulazioni e strette di mano dai parenti e dagli
amici. La padrona di casa conduceva in giro l'astro più fulgido della
serata, Lucilla, al fianco della quale ella faceva una ben meschina
figura. E Lucilla sentiva d'esser la regina della festa; ella passava
sotto quel fuoco di sguardi infiammati, in mezzo a quel bisbiglio
lusinghiero che non giunge mai impunemente all'orecchio d'una donna.
Tutti volevano esserle presentati, tutti le dirigevano parole piene di
sincero entusiasmo. La signora Elvira stimò suo dovere di farle
conoscere anche il signor Dalla Noce, il grave cronista, il quale, con
un sorrisetto a fior di labbro, le lasciò intendere che l'indomani la
stampa si sarebbe occupata di lei. E Lucilla, orgogliosetta con gli
altri, fu affabilissima con l'insigne scrittore. Ella stava già
leggendo con la fantasia la prosa fiorita del signor Dalla Noce quando
le si avvicinò Roberto.

--Oh!--diss'ella.--Finalmente si fa vedere, signor Arconti.--Poi
soggiunse, rivolta alla signora Elvira.--Questo è l'uomo selvaggio,
l'orso bianco della Norvegia. Vive gran parte dell'anno sotto terra,
fugge la luce e il consorzio civile.

Il giovine ingegnere rimase alquanto sconcertato dal tuono burlesco
della fanciulla, e specialmente dal _Lei_ cerimonioso ch'ella, del
resto con ragione, aveva usato parlandogli. Tuttavia egli riprese:--La
bella Margherita consentirebbe a fare un giro con me?

--Volentieri--rispose Lucilla--se la signora Elvira lo permette.

La signora Elvira lo permise.--Vado--ella disse--a dar le disposizioni
perchè sbarazzino questa sala. Intanto passeremo tutti di là.

L'appartamento degli Osnaldi era vasto e la folla si disperse nelle
altre stanze.

--Come sei bella!--susurrò l'Arconti all'orecchio di Lucilla, mentre
premeva sotto il suo braccio il braccio di lei.

Ella si finse sorpresa di sentir questo complimento da Roberto, e
osservò con l'aria scherzosa di prima:--Anche l'uomo selvaggio si
occupa di queste cose?

--L'uomo selvaggio, Lucilla, tu lo sai benissimo, non ha mai trovato
bella altra donna che te. Ed egli vorrebbe dar tutta la sua vita per
questa donna, vorrebbe che questa donna fosse sua, unicamente sua.

--Sulla cima d'una montagna?

--Tu ridi sempre!

--Parla adagio, non farti sentire a darmi del _tu_.

I due giovani entrarono in un gabinetto ove in quel momento non
c'erano altre persone, e si appoggiarono al davanzale d'una finestra
aperta, respiciente un giardino, da cui esalava un soave odore di
caprifoglio.

--Ti ricordi--disse Roberto abbassando la voce--del tempo in cui,
fanciulli, giocavamo insieme? Noi si stava allora verso Porta Venezia,
avevamo un bel giardino più grande di questo, e tu ti divertivi tanto
a correre pe' suoi sentieri tortuosi. Mi par di sentire la ghiaja
scricchiolare sotto i tuoi piedini.... Io t'inseguivo, ti raggiungevo,
ti tenevo prigioniera.... E allora ci giuravamo di restar sempre
uniti, _fino alla morte_. Te ne ricordi?.... Adesso io sto per
ripartire.... sì, la mia licenza finisce lunedì, e se ci separeremo
così sarà lo stesso ch'esserci detto addio per sempre.

--Di chi la colpa?

--Lascia ch'io ti parli ancora una volta, Lucilla....

--Non in questo momento.... Bisogna tornar nella sala....

--Non in questo momento; ma stasera stessa... più tardi. Abbandona
presto la festa.... Persuadi tua madre a ritornar a piedi.... Io vi
accompagnerò.... È una notte d'incanto....

--Abbandonar presto la festa? Ma è impossibile....

--Chi te lo vieta?

--Sono impegnata per quasi tutti i balli....

--Trova una scusa.... Di' che non ti senti bene....

--No, no, non mi crederebbero, farei una cattiva figura.... Ah, che
cosa suonano adesso?

--Non so, una polka, un valzer, che mi importa?

--È una polka. Il marchesino Moschi mi cercherà.

--È il tuo cavaliere?

--Sì, per la prima polka e per il _cotillon_.

--Lucilla, balla pure la polka, ma se mi vuoi ancora un po' di bene,
sciogli l'impegno pel _cotillon_.

--Perchè? Per darti il gusto di farmi un nuovo sermone questa notte
istessa?.... Non puoi venire domani a casa? Già se non hai mutato
idea, mi dispiace, sprecherai il fiato.

--Lucilla--ripetè il giovine con passione.--Ha ben ragione chi dice
che l'amore è cieco. Non dovrei amarti, e t'amo tanto.

--È una sgarberia, o è un complimento?

--È la verità, crudele che sei.... Non lo vedi che fai di tutto per
tormentarmi?

--Insomma, adesso non posso più darti retta.... Riconducimi in sala, o
ci vado da me.

E si mosse dalla finestra.

--Ti riconduco subito--disse Roberto trattenendola.--Ma promettimi di
lasciar la festa prima del _cotillon_.

--La lascerei volentieri se non fossi impegnata.

--È appunto per questo che ti supplico di lasciarla:

--Per questo?

--Sì, perchè quel tuo Moschi m'è antipatico, m'è odioso, e non voglio
che tu balli con lui.

--Non vuoi? Con che diritto?

--Col diritto di un uomo che t'ha amata fin da bambino....

--Sì, e che rifiuta l'unico mezzo possibile per farmi sua moglie.

--Non l'unico, non l'unico....

--L'unico possibile, ripeto....

--Ascoltami, Lucilla....

--Riparleremo domani.... Andiamo adesso....

--Un'ultima parola.... Se, dopo questa polka, tu balli ancora col
marchesino, ti giuro ch'io provoco quello stupido bellimbusto.

--Uno scandalo?

--E sia pure.

--Fa quello che ti piace.... Io non ricevo intimazioni....

Il tuono freddo con cui furono proferite queste parole fece
impallidire Roberto. Lucilla parve un momento pentirsene, e col piglio
carezzevole ch'era una tra le sue maggiori seduzioni, soggiunse:--Sei
un fanciullo.

Egli non le rispose, ma le porse il braccio in silenzio, e
l'accompagnò nella sala, ove la padrona di casa l'accolse con un _oh_
prolungato, e ove il marchesino Moschi s'affrettò a venire a reclamare
il suo giro di _polka_.

La giovinetta ebbe un istante di esitazione, guardò Roberto, ch'era
serio, impassibile; poi si lasciò condur via dal suo ballerino.

--Ecco Fausto e Margherita--dicevano gli spettatori ammirando la
elegantissima coppia.

Lucilla fu più volte sul punto di annunziare al suo cavaliere che non
avrebbe potuto ballare con lui il _cotillon_ perchè si sarebbe
assentata prima da casa Osnaldi. Ma le si affacciavano difficoltà
insuperabili; le avrebbero chiesto il motivo di questa sua partenza,
la signora Elvira avrebbe giudicato in lei una scortesia il privar la
festa del _suo più bell'ornamento_, sua madre stessa, quantunque
sempre disposta a far a modo suo, non si sarebbe mossa senza
infastidirla con una infinità di domande. La verità si era che i
trionfi di quella sera l'inebbriavano, e ch'ella non aveva voglia di
rinunciarvi così presto.

Inoltre, perchè non doveva avere anche ella _la sua dignità_, come
Roberto, che ne discorreva a ogni piè sospinto? Che figura avrebbe
fatto cedendo? Ma s'egli avesse avuto davvero l'intenzione di
provocare il marchesino? Lucilla si sforzava di persuadersi che gli
umori di Roberto sarebbero sbolliti naturalmente, che sarebbero stati
lampi senza tuoni. E poi, chi può dire che nel suo cervellino leggero
ella non si sentisse lusingata dall'idea di far nascere un duello per
cagion sua? Già ella vedeva dalle cronache dei giornali che i duelli
si risolvono in graffiature.



XIX.


Ad onta della stagione poco propizia, il ballo di casa Osnaldi
continuava abbastanza animato. Lucilla era quasi sempre in movimento.
Ne' suoi brevi riposi ella veniva a sedere vicino a sua madre, o alla
signora Federica, o alla signora Elvira, seguita da un nugolo di
ammiratori. La signora Federica non riusciva ad intendere il contegno
di suo figlio, che stava ritto in fondo alla sala, addossato allo
stipite di un uscio, vicino a tre o quattro uomini seri, con cui
probabilmente discorreva della sua miniera. Ella lo aveva visto prima
insieme a Lucilla, ma non sapeva ciò che i due giovani s'erano detto,
e non aveva potuto chiederlo nè a lui, nè alla ragazza. Intanto ella
pativa nel suo amor proprio di madre. Perchè Roberto si teneva in
disparte? Perchè non ballava? È vero, egli non era mai stato un
ballerino appassionato, nemmeno a' suoi tempi brillanti; ma chi non sa
ballare una quadriglia o una polka? Perchè non aveva mai invitato
Lucilla a fare un giro con lui? E se era geloso, perchè non suscitava
alla sua volta la gelosia della fanciulla corteggiando qualche altra
donna? Aveva dunque disimparato i primi rudimenti del viver sociale,
egli che prometteva d'essere uno fra i giovani più vivaci, più
eleganti, più graditi d'una città come Milano? Un anno in mezzo allo
zolfo l'aveva ridotto a tal punto? E pensare che s'era incaponito di
tornar laggiù, anzi di fissarvi stabile dimora, e di condurvi Lucilla,
se ella avesse avuto l'ingenuità di andarci! La signora Federica non
poteva a meno di osservare, in seguito a tutte queste riflessioni,
come siano avventati i giudizi del mondo. Roberto era reputato
generalmente un uomo d'ingegno; ella invece godeva d'una mediocrissima
considerazione; eppure a lei non pareva dubbio di avere il cervello a
segno assai più di suo figlio.

L'ingegnere Arconti continuava a discorrere di soggetti scientifici,
senza mai perder di vista Lucilla. Ella se n'era accorta, ed evitava
di rivolgere l'occhio dalla sua parte, ma sentiva ugualmente sopra di
sè quello sguardo indagatore, e non sapeva sottrarsi a una vaga
inquietudine. C'era qualche cosa di sforzato, di eccessivo nel suo
brio, nella sua gajezza; parlava per istordirsi, non badando più che
tanto a ciò che le veniva sul labbro. Però lo spirito d'una donna
giovane e bellissima passa sempre per spirito di buona lega; l'editore
fa accettar l'edizione.

Erano quasi le due dopo mezzanotte, e il momento critico si
avvicinava, perchè gli Osnaldi non desideravano che la loro
festicciuola durasse fino a un'ora troppo avanzata del mattino.

Non si tardò a dare il segnale del _cotillon_, e i giovinotti di
maggiore iniziativa si affrettarono a disporre convenientemente le
sedie intorno alla sala.

Il crocchio degli uomini seri, che discorrevano con Roberto, s'era
sciolto appena la parola _cotillon_ aveva risuonato nell'aria; il
giovine ingegnere era invece rimasto immobile al suo posto insieme con
un suo vecchio amico, di alcuni anni maggiore di lui, già ufficiale
d'artiglieria e ora direttore tecnico in un'officina.

Però alla prima battuta della musica anche costui fu preso dalla
voglia di andarsene pe' fatti suoi, e porse la mano all'Arconti per
congedarsi.

--Se ti pregassi di restare?--disse Roberto.

--Perchè? Io non ballo e non ho voglia di stare alzato tutta la notte.
Inoltre mi pare che la nostra conversazione muoja per mancanza di
alimento. Tu sei occupatissimo a guardar laggiù.

--È vero. Potrei aver bisogno di te.

L'altro si fece serio.--Allora la cosa è diversa. Ma che c'è mai? Un
duello in aria?

--Forse.

I cavalieri andavano alla ricerca delle loro dame: alcune coppie
passeggiavano a braccetto su e giù per la sala. Il marchesino Moschi
si avvicinò a Lucilla, che si alzò in piedi, consegnò a sua madre il
ventaglio, e prese il braccio che le era offerto.

L'ingegnere Arconti divenne pallidissimo, si arricciò i baffi con un
movimento convulso, e respingendo una sedia che gli impediva il passo,
si diresse verso la parte onde venivano Fausto e Margherita.

Ma s'era mosso appena quando sentì dietro di sè una voce che
chiamava--Signor Arconti, signor Arconti.

Era la signora Osnaldi in persona, la quale lo avvertiva esserci in
vestibolo un fattorino del telegrafo che chiedeva di lui. Roberto
dovette subito andar a vedere di che si trattasse. C'era infatti un
telegrafista, che, non avendolo trovato a casa, gli portava presso gli
Osnaldi un dispaccio.

Il nostro giovine ne ruppe la busta con viva curiosità, e corse tosto
con l'occhio alla firma. Non c'era che un nome: _Selmi_.

Quel telegramma veniva da Valduria e diceva così:

_Ammutinamento e sciopero di minatori. Tua presenza indispensabile.
Scongiuroti affrettare ritorno._

Roberto rientrò nella sala da ballo. L'amico ch'egli aveva poc'anzi
pregato di rimanere a sua disposizione era sulla soglia ad aspettarlo
e lo interrogava con lo sguardo.

--Senti--gli disse l'Arconti--credi che ci voglia più coraggio a
battersi in duello o ad affrontare una massa d'operai ammutinati?

--Ad affrontare gli operai, non c'è dubbio.

--E quale delle due imprese stimi più utile, più degna d'un uomo?

--E puoi chiederlo? La seconda.... Badiamo però.... La sfida non è
ancora successa?

--No, vi rinuncio e parto per la mia miniera, ove mi chiamano per
telegrafo. Qual'è la prima corsa per la via di Piacenza e Bologna?

--Ma.... quella delle 6.10, credo.

--Ebbene, prenderò quella.

A Lucilla non era sfuggito alcuno dei movimenti di Roberto. Allorchè
l'aveva visto in atto di dirigersi dalla sua parte, tutta la sua
baldanzosa spensieratezza non aveva potuto difenderla da un certo
sgomento; ella aveva, suo malgrado, dovuto confessare a sè stessa che
non era senza responsabilità in ciò che stava per accadere. Quando
invece Roberto era uscito dalla sala, la giovinetta, ignorandone la
ragione, s'era stretta nelle spalle e aveva detto in cor suo:--Lo
sapevo ch'erano fuochi di paglia.--E nella tranquillità succeduta alla
sua inquietudine entrava forse una piccola dose di dispetto.

Comunque sia, al ricomparire dell'Arconti, Lucilla, già _in figura_
col suo cavaliere, provò per un istante le apprensioni di prima. Però,
con sua immensa sorpresa e con una mortificazione pari allo stupore,
Roberto questa volta si curò appena di lei. Cogliendo il momento
propizio, egli traversò la sala, e andò difilato da sua madre, la
quale s'era fatta un piccolo uditorio di signore mature, e le
intratteneva col racconto delle sue passate grandezze.

Ella parve sbalordita di ciò che Roberto le sussurrò in un orecchio,
e, dopo aver detto alle sue vicine:--Scusino, torno subito--si
ritrasse con suo figlio in un angolo della sala.

--Ma è una pazzia--ella disse.--Partire questa mattina stessa,
senz'aver nulla concluso....

--Non ho più nulla da concludere--rispose Roberto--e non posso mancare
al mio dovere.

--Che dovere? La tua licenza finisce soltanto di qui a tre giorni.

--Non importa, hanno bisogno di me, e io non ho il diritto d'esitare
un minuto.

Roberto guardò l'orologio e soggiunse:

--Sono le due passate. È meglio andar via subito, alla sordina,
senz'accommiatarsi dai padroni di casa.

--No, no, è impossibile.... sarebbe una increanza.... E poi voglio
prevenire la Giulia Dal Bono.... Dio mio. Dio mio, che uomo sei! Non
puoi aspettare almeno fino a posdomani, fino a domani sera, fino a una
corsa più tardi?

--Non lo posso, mamma. È meglio che tu non insista.

Roberto aveva un piglio così risoluto che la signora Federica s'era a
poco a poco andata persuadendo ch'era inutile cozzar con lui.

Pur fece un ultimo tentativo.--E puoi lasciar Lucilla in questo modo?
Senza una parola? Senza un saluto?

--Le scriverò una riga prima di partire--rispose il giovine.--È meglio
ch'io non le parli. Ella è occupatissima.... Non disturbiamola.

Oramai la signora Federica avvertiva tutta la gravità della
situazione. Il matrimonio sul quale ella fondava lo splendido edifizio
delle sue speranze si rendeva sempre più improbabile; Roberto pareva
deciso a condannar sè, a condannar lei a un'ignobile mediocrità.

--Mio figlio ebbe una chiamata per telegrafo dalla sua miniera, e vuol
partire con la prima corsa per Piacenza--ella disse alla signora
Osnaldi, scusandosi di lasciar la festa. Indi, facendo segno alla
Giulia Dal Bono di avvicinarsi, la ragguagliò in due parole
dell'accaduto, e le soggiunse a bassa voce:--Se tu potessi
trattenerlo....

Ma la flemmatica signora Giulia non era donna da esercitare
un'influenza su Roberto Arconti.

--La ringrazio, signora Giulia, della bontà ch'ella ha sempre avuto
per me--le rispose Roberto, stringendole affettuosamente la mano.--La
ringrazio dei piani che aveva concepiti e favoriti per l'avvenire mio
e d'una persona a lei carissima. Se quei piani non son destinati a
compiersi, io le conserverò sempre la mia gratitudine.... Sia felice e
possa veder felice sua figlia.

Questo dialogo aveva luogo nella stanza ove gli invitati avevano
deposto la loro roba, mentre la signora Federica, ajutata da un
cameriere, si metteva la mantiglia e il cappuccio.

Intanto Lucilla, che aveva visto allontanarsi sua madre insieme alla
signora Federica e a Roberto, fu punta da una grande curiosità, e
approfittando di quella indipendenza di movimenti che è consentita dal
_cotillon_, si affacciò all'uscio che dalla sala metteva alla
guardaroba.

Quando la signora Giulia si accorse della sua presenza, ella lasciò
Roberto e si avvicinò a lei.

--Che cosa c'è?--chiese Lucilla.

--Roberto fu richiamato per telegrafo a Valduria e parte tra poche
ore--rispose la signora Giulia.

--Parte?--esclamò la giovinetta colpita da questa notizia.

L'Arconti vide che non era più possibile esimersi da una spiegazione,
e domandò licenza alla signora Dal Bono di dire una parola a sua
figlia.

--Non ti trattengo che due minuti--egli cominciò appena ebbe condotta
Lucilla in disparte.--Potrai tornar subito al tuo _cotillon_. Ho
dimesso l'idea di provocare il tuo stupido marchesino. C'è qualche
cosa di meglio da fare a questo mondo, e me n'è capitata in buon punto
l'occasione.

Ella lo guardava con aria un po' scettica.

--Leggi--e' gli disse, estraendo di tasca il telegramma. E soggiunse,
mentr'ella ne scorreva con l'occhio le poche frasi.--Il pericolo che
affronto è maggiore di quello che fuggo. Qui non avrei davanti a me
che un floscio bellimbusto, laggiù mi troverò faccia a faccia con
uomini avvezzi a sfidare ogni giorno la morte.... E, vedi, ringrazio
il destino che mi ha fatto giunger questo dispaccio in tempo. S'esso
arrivava un momento più tardi, sarei adesso impicciato in una
cosidetta questione d'onore, perchè quando la signora Osnaldi mi
avvertì che un fattorino del telegrafo chiedeva di me, io ero in
procinto di venir a dire una grossa impertinenza al tuo bel cavaliere.
È meglio, è mille volte meglio così.

Lucilla cercò di nascondere il suo turbamento sotto un'affettata
ironia.

--Ci sarà anche da difendere una donna in quella famosa Valduria. La
signorina che studia il francese.... Maria, se non isbaglio.

--Maria--replicò l'Arconti--è una ragazza seria, esercitata sin
dall'infanzia alla rigida disciplina del dovere. Non è bella, è appena
mezzanamente istruita, ma ha il sentimento di tutto ciò che è nobile e
generoso, e l'uomo che ella amasse sarebbe degno d'invidia.... Io non
l'amo, io non devo esser nulla per lei; ella non ignora per altro che
può contar su me ogni volta che la minacci un pericolo.

La vispa e petulante Lucilla s'era ammutolita.

Roberto le ritolse di mano il dispaccio; poi riprese con voce
commossa.--Addio, Lucilla, io non so se tu meriti più di essere amata,
ma so che il cuore non muta in un giorno, che in un giorno non si
scancella tutto il passato. Verrà un tempo forse in cui la tua
immagine non empirà più la mia mente; oggi io non posso fingere
un'indifferenza che non ho. Sento che ti amo ancora, sento che sarei
ancora il più felice degli uomini se tu volessi dividere con me le
aspre battaglie della vita. Ma ora te lo dico più fermamente che mai;
non ti farei mia ad altro patto. Addio, Lucilla, torna nella sala dove
ti aspettano. Domani, quando i fumi della festa si saranno dissipati,
il tuo pensiero si volgerà al compagno della tua infanzia.... Tu sai
dove puoi fargli giungere una tua parola.... Addio, addio.

Sentendosi soverchiare dalla commozione, Roberto afferrò il braccio di
sua madre e uscì con lei nel vestibolo prima che Lucilla potesse
rispondergli.

Intanto nella sala da ballo il direttore del _cotillon_, col piglio
risoluto d'un generale che riordina sul campo di battaglia il suo
esercito côlto dal panico, gridava a piena gola--_A vos dames et à vos
places. Grande ronde_.

Lucilla approfittò della momentanea confusione per riprendere il suo
posto. Ma aveva perduto la sua ilarità, nè le svenevolezze del
marchesino Moschi valevano a ridonargliela.

Mentre si compiva tristamente per lei una festa principiata sotto
auspici così brillanti, Roberto doveva rinunziare all'impresa di
calmare gli spiriti esacerbati di sua madre. Poichè tutti i suoi
argomenti non riuscivano che a convincerla sempre più della
dissennatezza e della perversità del figliuolo, egli s'era rassegnato
a lasciar libero corso alle sue querimonie e a terminare in silenzio i
preparativi per la partenza.

--Vedi--gli disse la signora Federica nel momento in cui egli
s'accommiatava--io non ti guarderei nemmeno in viso se non avessi la
sicurezza che, appena giunto in quella tua maledetta Valduria, mi
scriverai una lettera di scusa e mi supplicherai di riannodar le
pratiche coi Dal Bono.

Roberto non volle toglierle questa illusione.



XX.


Riconduciamoci adesso col pensiero a Valduria, nel giorno in cui
Roberto ne era partito insieme a M.^r Black per recarsi a Milano.
Maria, la quale, come sappiamo, aveva accompagnato fino alla carrozza
i due viaggiatori, nel tornare a casa trovò un contadino tutto
trafelato che veniva a chiamarla per parte di Gertrude Regoli. La
vecchia, inferma da un pezzo, s'era aggravata improvvisamente nella
notte ed era ormai in fin di vita.

Solita a correr senz'indugio dove c'era bisogno di lei, Maria non si
fece attendere nemmeno questa volta. Allorchè ella giunse, Gertrude
aveva già perduta la parola. Ma negli occhi le si leggeva ancora la
piena coscienza di sè, e alla vista di Maria quegli occhi brillarono
d'una luce più viva. Ella accennò alla ragazza d'avvicinarsi. Maria
s'inginocchiò fra Cipriano, che stava ritto al capezzale in
atteggiamento di cupo dolore, e il curato che sedeva a piedi del
letto, recitando le orazioni degli agonizzanti.

Gertrude fece un altro segno a Cipriano, che pendeva da ogni suo
movimento. Il giovine la sollevò a sedere e con infinita cura le
acconciò il guanciale sotto la testa. Quindi cadde egli pure in
ginocchio accanto al letto. La moribonda con uno sforzo supremo alzò
ambe le braccia e impose le mani sul capo dei due giovani, come
accomunandoli in un'ultima benedizione. Le sue pupille dilatate si
fissarono prima sul volto fieramente contratto di Cipriano, poi sulla
faccia pallida e mesta della dolce Maria, e parvero voler esprimere un
voto, una preghiera che il labbro non era più capace d'articolare. Un
tremito convulso le agitò tutta la persona, un gemito lungo le uscì
dal petto, e la sua testa canuta si piegò sulle spalle del rude
minatore, che la stringeva fra le braccia chiamando--Mamma, mamma!

--È morta!--disse il prete avvicinandosi.

Cipriano mise un ruggito--Non è vero!--

E seguitava a chiamare--Mamma, mamma!

--Coraggio, Cipriano!--susurrò Maria con accento pieno di soavità.

Al suono della nota voce, le guancie illividite del giovine si tinsero
d'un lieve rossore; un'espressione più calma si diffuse sulla sua
fisonomia. Egli si lasciò persuadere a deporre sul capezzale il peso
inerte che gli si era abbandonato sull'ómero; e mentre Maria con atto
pietoso chiudeva gli occhi dell'estinta, egli, ritto ed immobile, con
le braccia ciondoloni, con le mani intrecciate, ricorreva nel pensiero
i giorni della sua infanzia, quando sua madre lavorava con indomita
energia per fargli men dura la vita; e, aspra con gli altri e con sè,
prodigava solo per lui tesori d'affetto e di tenerezza. Anch'egli per
molto tempo aveva amato lei sola; poscia insieme a lei, un'altra
persona. E il suo avvenire dipendeva tutto da _quella persona_. Ella
poteva farlo felice o sventurato senza fine, poteva farlo buono o
malvagio. Ma bench'ella gli fosse vicina, in quell'ora, in quella
stanza, bench'ella si associasse al suo lutto, come sua madre l'aveva
associata a lui nella sua benedizione suprema, egli se ne sentiva più
lontano che mai; il suo bel sogno gli pareva più che mai destinato a
rimanere un sogno. Nè sapeva rassegnarvisi, e il suo sangue ribolliva,
e le sue vene si gonfiavano all'idea che un altr'uomo potesse essere
amato da Maria.

--Coraggio!--ripetè la fanciulla nel prender commiato.

Egli le afferrò con forza la mano e la portò alle labbra ardenti.

Maria uscì di là con una profonda tristezza nell'anima. S'era
affezionata alla vecchia Gertrude, che l'aveva assistita un pajo
d'anni addietro nella sua malattia e che la trattava sempre quasi come
una figliuola. Però, assai più che l'estinta, le faceva compassione
Cipriano, pel quale ella teneva in serbo un così gran dolore. Poichè
non le era dato ignorare ch'egli l'amava, che voleva farla sua sposa,
ella invece era decisa di non appartenergli mai, nè vedeva senza
sgomento approssimarsi l'istante in cui le sarebbe convenuto dissipar
le ultime illusioni del giovine. Talora ella ricordava il passato, e
chiedeva a sè medesima se ella avesse sempre pensato ad un modo, se il
suo contegno non fosse mai stato tale da alimentare le speranze di
Cipriano. Le pareva di no; tuttavia non poteva dissimularsi che un
cambiamento era successo in lei, che la sua risoluzione di restar
fanciulla era adesso più salda, più irremovibile d'un tempo. Sì, di
restar fanciulla; il secreto del suo cuore non aveva preso ancora
altra forma.

Nel pomeriggio del dì seguente ebbe luogo il funerale di Gertrude. La
vecchia non era amata in paese. I suoi modi acri, la sua incapacità a
veder altro di bello al mondo fuor che suo figlio, le avevano alienato
gli animi. Così, pochi accompagnarono il suo feretro al camposanto.

Tra i pochi c'era Maria, che quando la bara fu calata nella fossa e
coperta di terra, sparse sul tumulo alcuni fiori, poi s'avviò a casa
meditabonda e soletta. Non aveva fornito ancora metà del cammino
quando si sentì chiamare per nome.

Era Cipriano, che aveva seguito di lontano i suoi passi e ora la
raggiungeva per una scorciatoia.

Ella non avrebbe voluto incontrarlo in quel momento; pur gli tese la
destra in atto amichevole, e gli domandò con dolcezza:--Come state,
Cipriano?

Il giovine le si pose a fianco. Era pallido, più negletto del solito
nel vestire; aveva la barba e i capelli rabbuffati.

--Grazie di quello che ha fatto per la mia povera mamma--egli
disse.--Oh, la mamma le voleva tanto bene!

--Lo so, Cipriano....

--Le ultime parole ch'ella potè pronunziare jeri mattina furono
queste: _E Maria non verrà?_

--Io sono accorsa appena fui avvertita....

--Oh sì, ma pur troppo mia madre aveva ormai perduto la favella....
Però la sua mente era limpida, e le leggevo negli occhi tutti i
pensieri.... E quand'ella ci benedisse entrambi, lo ha compreso,
Maria, ciò ch'ella voleva dire?

Maria sentì ove mirava il discorso di Cipriano, e chiamò a raccolta
tutta la sua energia.

--Voleva dire--ella rispose chinandosi sul margine della strada a
raccogliere un fiorellino di campo--_Siate sempre buoni amici._ E lo
saremo, non è vero, Cipriano?

--No, no, non voleva dir questo solo--soggiunse il minatore con
enfasi.--Voleva dire più che _buoni amici_...

--Cipriano, ve ne prego, smettete.... Parliamo di vostra madre, che fu
sepolta pochi minuti or sono....

--È giusto, signora Maria, questo non sarebbe il momento, ma ho il
cuore che mi trabocca.... Son due anni, sa, son due anni che combatto,
che peno, che non ho il coraggio di aprirle tutto l'animo mio.... Oh
ma non è un segreto per lei, ella non può dirmi che sia un segreto.

Maria tacque. Ella non voleva mentire.

--Ad ogni modo--proseguì Cipriano--nell'immensità del mio dolore trovo
oggi la forza che non ho trovato mai.... L'amo, Maria, l'amo come un
pazzo....

La fanciulla voleva interromperlo; egli continuò:--E non mi son
dissimulato gli ostacoli. Mi son detto tante volte: Cosa sei tu di
fronte a Maria? Ella è una signorina, e tu sei un rozzo operajo; ella
è un angelo di bontà e tu sei cattivo.... Oh, sì, la natura mi ha dato
istinti perversi; sento che ho la capacità di fare il male.... sento
che guai a me se si scatena il demonio che tengo chiuso qui dentro....
Vede, io non mi faccio la corte.... ipocrita, no, non lo sono....
Insomma mi son detto, mi son ripetuto che non avevo il diritto
d'amarla, e l'ho amata lo stesso.... E quando mi sono accorto che non
potevo fare altrimenti, ho cambiato tattica; mi son prefisso di
rendermi degno di lei.... Ho studiato quel poco che potevo studiare,
ho messo in opera tutta la mia forza di volontà per sollevarmi dalla
mia posizione subalterna, e ci son riuscito, e non son più il meschino
minatore d'una volta, e ho anch'io un avvenire, e quantunque non esca
dall'Università, dai Politecnici, posso sperare anch'io d'essere un
giorno a capo di una miniera come tanti altri. Ma non è la sola cosa
che abbia fatto. Ho represso i miei impeti, le mie collere, i miei
odî, ho cercato di domare il mio carattere.... tutto per lei, per lei
sola.... Oh s'ella mi manca, Maria, l'uomo di prima ritorna....

--Non lo dite, Cipriano. Noi non dobbiamo far dipender da un'altra
persona le nostre virtù e i nostri vizi.

--Avrà ragione, ella ha sempre ragione.... ma io non diventerei
virtuoso per amore della virtù, lo diventerei per amor suo.... Maria,
mi dica una parola, mi dia una speranza.... o, piuttosto, no.... se
non ha vinto le sue incertezze, si prenda tempo a rispondermi....
Aspetterò.... Ho aspettato tanto.

Maria comprese che al punto in cui eran le cose bisognava rimover per
sempre ogni equivoco. Sentiva ch'era in procinto di fare un gran male
a Cipriano, ella che, in vita sua, non aveva fatto male a nessuno, e
gliene doleva nell'anima, ma non c'era rimedio. No, il sacrificio del
suo cuore nessuno aveva il diritto di chiederglielo. Alzò verso
Cipriano i suoi occhi dolci e profondi, e con un tremito nella voce
cominciò:--Cipriano, lo sa Iddio, lo sa vostra madre che adesso forse
vede i pensieri miei più riposti, se il cuore mi si spezzi all'idea
d'amareggiarvi di più in questo giorno.... Io non lo volevo....

--L'ho voluto io, l'ho voluto io. Parli--esclamò Cipriano la cui
fisonomia s'era penosamente contratta a quest'esordio di cattivo
augurio.

--Ebbene--ripigliò Maria--non domandatemi più di quello che posso
darvi. Siate ragionevole; io vi stimo, io ho per voi tutto l'affetto
d'una buona amica....

--Ma non mi ama, ma non mi ha amato mai--interruppe il giovine con
impeto--ecco la conclusione.

--Come intendete voi, no, non vi ho amato.

In viso a Cipriano era evidente lo sforzo ch'egli faceva per non
prorompere.

--Eppur no, non è vero, non fu sempre così--egli disse.

--Spiegatevi.... Non vi capisco.

--Perchè accettava i miei fiori? Perchè se ne adornava i capelli?
Perchè? Perchè? Era meglio che li calpestasse allora come calpesta
adesso tutte le mie speranze.

--Ebbene--rispose Maria--se la paura di recarvi offesa con un rifiuto,
se la simpatia che realmente avevo per voi mi fece commettere una
leggerezza, io ve ne chiedo perdono.... Sarei tanto lieta di poter
espiare la mia colpa.... E lo potrei se lo voleste... Lasciatemi
essere la vostra confidente, la vostra amica.... O Cipriano, che
minaccia c'è nei vostri sguardi?

--C'è.... c'è questo.... Qualcheduno s'è posto fra lei e me,
qualcheduno è venuto dal di fuori a impedirle d'amarmi.... Oh, è un
pezzo che lo so....

--Le vostre parole non hanno senso--disse la fanciulla.--La persona a
cui alludete è oggi presso la sua fidanzata.

--Che importa? Quell'uomo amerà forse un'altra donna, ma egli mi ha
tolto il suo cuore, Maria, ed io l'odio.

--Vergognatevi, Cipriano. Parlar d'odio in un giorno come questo!

--Oh, anche mia madre odiava _colui_.... E mia madre aveva l'istinto
sicuro.... Se gli facessi del male, ella ne esulterebbe sotterra.

--Voi bestemmiate....

--Lasci pur ch'io bestemmi, poichè non m'ama.... Chi si cura più di
me?... Mia madre è morta.... ed ella, Maria, è la sua ultima parola
quella che ha detto?

--Calmatevi, Cipriano....

--No, no, è la sua ultima parola? Non vuol esser mia moglie?

--Vostra moglie, no--disse Maria con accento risoluto.

I suoi occhi s'incontrarono con quelli di Cipriano che mandavano lampi
sinistri. Egli voltò la testa quasi temendo l'influenza pacificatrice
di quello sguardo dolce a un tempo e sicuro, di quello sguardo che
pareva ansioso di medicare le ferite recate dal labbro. Ella non lo
amava, ed egli non voleva ad altro patto sacrificarle la ferocia
ingenita del suo carattere.

--Addio--egli balbettò con voce soffocata dalla collera.--Qualcheduno
dovrà pentirsi....

--Quanto vi compiango, Cipriano!

--Oh! Il compianto!...

--Sì, vi compiango, perchè capisco che avevate ragione... Non siete
buono.

--Ella poteva farmi buono e non ha voluto... Ma basta... A lei non
torcerò mai un capello... Non abbia paura....

--Paura?--esclamò Maria con alterezza.--Non ne ho mai avuta.

--Tutta la soavità della donna e tutto il vigore dell'uomo--pensò
Cipriano.--E non deve esser mia?

Le si riavvicinò come se volesse riattaccare il discorso, ma ella,
allungando il passo e prendendo una scorciatoja, gli disse--Addio--e
gli fece segno di non seguirla.

Egli non ebbe il coraggio di disubbidire, e si diresse da un'altra
parte.



XXI.


Tutta la forza d'animo di Maria non bastò a farle dissimulare il
turbamento prodotto in lei da questa scena. Nel vedersela comparir
davanti pallida e stravolta, Odoardo comprese che doveva esserle
accaduto qualche cosa di grave e la incalzò di domande. Ella voleva
schermirsi, attribuendo la sua commozione all'aver assistito ai
funerali di Gertrude, ma non potè trarre in inganno il fratello,
avvezzo a trovarla calma e serena anche in mezzo alle cure più
fastidiose. Messa alle strette, narrò del suo colloquio con Cipriano,
smorzandone le tinte quanto più le fosse possibile e supplicando
Odoardo a non darsene pensiero. Ormai tutto doveva ritenersi finito.

Il Selmi però non era di questo parere, e si pentiva anzi della sua
passata indulgenza.

--Sono una bestia--egli disse.--Mi ero accorto da un pezzo delle
intenzioni di colui, e avrei dovuto immischiarmene. In casi ordinari
forse il meglio era affidarmi al tuo buon criterio. Tu hai più
giudizio di me e sai regolarti senza bisogno de' miei consigli..... Io
non potrei che accogliere a braccia aperte l'uomo a cui tu dessi la
preferenza, e non direi parola a favore di quello che tu
respingessi... Ma nel caso presente, col carattere violento di
Cipriano, dovevo impedire che le cose arrivassero a questo punto.

Maria, addoloratissima delle confidenze che si era lasciata sfuggire,
fece quant'era in lei per indurre Odoardo a conservar la neutralità,
ma egli non volle prometterle cosa alcuna. E infatti, quella sera
stessa, intimò molto recisamente a Cipriano di non turbar più la pace
di sua sorella. Contro l'aspettazione di Odoardo, il fiero giovine non
accolse le sue parole nè con uno scoppio di collera, nè con un
silenzio minaccioso. Per un istante egli riuscì a domare la sua
fierezza, il suo orgoglio, e le sue labbra si piegarono alla
preghiera.--Non lo si respingesse così.... Amava tanto Maria che
l'avrebbe fatta felice. Per lei sola si sarebbe corretto dei suoi
difetti, ella sola poteva essere il suo angiolo salvatore. Lo si
mettesse alla prova, un anno, due anni, quanto tempo si voleva....
Egli avrebbe taciuto, avrebbe seppellito dentro di sè il suo
segreto.... Ma non gli si togliesse ogni speranza.

Odoardo gli parlò con molta benevolenza; gli disse che apprezzava le
sue eccellenti qualità, che non considerava certo una colpa in lui il
suo amore per Maria, ma poichè questo amore non poteva condurre a
nessun risultato, era assolutamente necessario di soffocarlo.

Le lagrime che inumidivano gli occhi di Cipriano si rasciugarono, la
sua fisonomia prese una espressione cupa e dura; egli si morse il
labbro inferiore, e si ritirò senza soggiunger nulla.

Per qualche giorno non si avvertì in lui alcun mutamento che il dolore
della madre perduta non bastasse a giustificare. Ma egli era in preda
a una fiera tempesta. Tutte le malvagie passioni che un affetto nobile
e puro aveva sopite nella sua anima si svegliavano più violente e
imperiose, come ridomandando il posto ch'era stato loro conteso. Esse
gli dicevano con amaro sarcasmo: Che ti valse disciplinar la tua
tempra indomita, aprire il tuo cuore agli affetti gentili, armarti di
pazienza e di mansuetudine? Quello che varrebbe alla vipera lo
spogliarsi del suo veleno. Cessando d'esser temuta, non sarebbe amata.
La natura t'aveva dato le qualità onde l'uomo divien formidabile;
torna come la natura ti fece. Se non puoi aver le voluttà dell'amore,
procurati quelle dell'odio; se non puoi esser tra i felici del mondo,
vendicati di loro, fa soffrire quelli che ti fanno soffrire.

Queste voci gli suonavano insistenti all'orecchio nelle profondità
della miniera, nelle passeggiate solitarie fra i monti, nel deserto
della sua casa, ove nessuno domandava più le sue cure e gli prodigava
le proprie, ove nessuna mano gli si posava più sulla fronte, ove
nessun saluto amichevole lo accoglieva all'arrivo e lo accompagnava
alla partenza.

Pure egli si forzava di resistere ai perfidi impulsi che lo spingevano
al male. Chi ha visto zampillare la sorgente cristallina torna
riluttante a dissetarsi all'acqua limacciosa, chi porta negli occhi i
riflessi d'un cielo azzurro stenta ad avvezzarsi alle tenebre.

E anch'egli aveva, come in un sogno, pregustato le gioie sane della
vita. Anch'egli, nella sua fantasia, aveva evocato l'immagine geniale
di una cameretta modesta che una donna semplice e vereconda riempiva
con le grazie ineffabili del suo sorriso. Da lei egli attingeva il
coraggio nell'ore dello sconforto, sul suo seno egli trovava il riposo
nell'ore della stanchezza, al suo sguardo limpido e soave egli
chiedeva il segreto dell'indulgenza e della bontà.

Questa visione fuggente aveva lasciato dietro a sè come un solco di
luce che illuminava l'abisso in cui egli era sul punto di precipitarsi
seguendo le suggestioni dell'odio e della vendetta. Se avesse potuto
resistervi! Se avesse potuto soffrir con calma serena le ingiustizie
della fortuna e degli uomini! Se con la condotta laboriosa, paziente,
tranquilla, avesse potuto vincere l'inesorabile fanciulla che lo
respingeva da sè!

No, no; eran vane illusioni; erano esitanze codarde. Qualcheduno dovrà
pentirsi--egli aveva detto a Maria, e la sua minaccia si sarebbe
compiuta. Come? Su chi? Non lo sapeva ancora; sentiva soltanto un
prepotente bisogno di nuocere.

E cercava di persuadersi delle mille ragioni che aveva per abborrire
il Selmi, per abborrire l'Arconti, per agognar la rovina della
miniera. Non lo si era stimato mai al suo vero valore; per più anni
egli era rimasto confuso nella folla degli operai; se l'ingegnere
Arconti l'aveva distinto dagli altri, era stato per servirsi di lui;
se la Società gli aveva reso una tarda giustizia, essa non aveva fatto
in suo pro la metà di quello che egli meritava. Lo si condannava
sempre ad essere un esecutore degli ordini altrui, ed egli non
ammetteva la superiorità intellettuale dei suoi capi. Non teneva in
nessun conto il Selmi e non si reputava da meno dell'Arconti,
quantunque l'ingegno e la dottrina di quest'ultimo lo avessero colpito
in passato. Ma egli aveva particolari ragioni per detestarlo; era lui,
era lui sicuramente che gli rapiva il cuor di Maria; era su lui più
che su tutti ch'egli doveva sfogare il suo livore. Gli avrebbe aizzato
contro il personale della miniera, avrebbe intralciato la riuscita de'
suoi lavori, avrebbe fatto il possibile per distruggere la sua
riputazione.

Non mancavano a Valduria gli elementi torbidi. Odoardo Selmi aveva fin
dal principio additato a Roberto alcuni minatori su cui pesava un
delitto di sangue. Erano nature fiere, iraconde, uomini pronti a
metter mano al coltello, spregiatori della vita altrui e della
propria.--Sono belve addomesticate--diceva Odoardo.--Quando meno si
crede, possono digrignare i denti e spiegare gli artigli.--E all'amico
che gli domandava se fosse davvero indispensabile di tener nella
miniera gente siffatta, egli rispondeva che, in fin dei conti, ormai
avevano espiato la loro condanna, che non era giusto metterli al bando
della società, che, respinti da tutti, avrebbero finito coi gettarsi
alla campagna, mentre invece, posti a lavorare e assicurati d'un pane,
potevano forse correggersi. L'essenziale era di mostrar sempre che non
si aveva paura di loro.

Invero essi non avevano dato nemmeno a Roberto argomento a serie
lagnanze. Avevano preso a rispettarlo subito, e poichè egli era fermo
senza esser aspro, lo vedevano di buon occhio.

Cipriano non s'era mai sentito attratto verso costoro. Non vedeva in
essi che l'energia brutale, ed egli apprezzava soltanto la forza
congiunta all'intelligenza. Nè finchè aveva potuto sperar di
conseguire i suoi scopi per le vie regolari, s'era curato di farsene
dei docili stromenti. Essi sarebbero stati i primi sui quali egli
avrebbe aggravato la sua mano, sui quali avrebbe sfogato la sua
libidine di dominio. E neppur essi lo amavano. Per loro, come del
resto per tutti gli operai della miniera, egli aveva il gran torto di
essersi fatto strada da sè. Uscito dalle file degl'infimi, si era
creato a poco a poco, dicevano, una posizione brillante, e l'alterigia
gli era cresciuta con lo stipendio. Dalle riforme introdotte a
Valduria essi non avevano tratto il menomo vantaggio; egli sì; avevano
lavorato, avevano faticato per lui. Così pei livellatori era anche lui
un'altezza da spianare, era un naturale nemico.

Ad onta di ciò, allorchè Cipriano fu invaso dal demone della vendetta,
egli comprese che doveva rimestare in questi bassi fondi. Uscì dal suo
riserbo sdegnoso, e con la scusa che dopo la morte della madre la casa
gli era divenuta intollerabile, si cacciò nei crocchi più turbolenti,
tentando di scandagliare gli animi. Accolto sulle prime con
diffidenza, potè notar tuttavia che il momento era abbastanza propizio
per suscitare un'agitazione. Che importava agli operai che la miniera
fosse serbata a grandi destini se la retribuzione del loro lavoro
rimaneva la stessa? La Direzione aveva pensato ai capi, ma in quanto a
loro, s'era limitata a dir belle parole, a far vaghe promesse per
l'avvenire. C'erano bensì le sue brave prediche, i soliti eccitamenti
al risparmio, a inscriversi alla Società di mutuo soccorso, tutti
consigli ipocriti e interessati per metter meglio i piedi sul collo ai
poveri proletari.

Le idee e le frasi del socialismo, come si vede, principiavano a
infiltrarsi a Valduria, fra quella gente rozza, inquieta, settaria per
indole e per tradizioni. Lo spirito positivo di Cipriano non si era
mai lasciato abbagliare da dottrine fantastiche, e in massima le
disuguaglianze del mondo non gli spiacevano, pur di poter essere fra
coloro che stavano in alto. E adesso ci stava infatti, sebbene non ci
stesse in proporzione al concetto smisurato che aveva di sè medesimo.
Comunque sia, se Cipriano soffiava nel fuoco, non era già perchè si
fosse convertito al verbo socialista, ma perchè voleva servirsi di
quella materia infiammabile. La passione gli aveva posto una benda
agli occhi. Non vedeva che mediante la rovina altrui consumava la
propria. O piuttosto lo vedeva, e si gettava spontaneamente nel
baratro. Il danno ch'egli sperava di fare lo compensava di quello
ch'egli temeva di subire.

--Tu sei fra i gaudenti--gli dicevano.--Parli contro il tuo interesse
e non puoi essere in buona fede. Avrai i tuoi secondi fini.

Egli si sbracciava a dimostrare che non era vero; che un salario
eguale al suo avrebbero potuto averlo tutti gli altri minatori, quando
si fosse risparmiato il danaro che si gettava in tante cose inutili, e
quando gli azionisti si fossero contentati di men lauti dividendi.
C'erano due direttori de' quali ormai si poteva fare a meno....

--Senza l'ingegnere Arconti però la miniera sarebbe forse
liquidata--osservava qualcheduno.

Nè Cipriano lo negava; soltanto sosteneva che adesso non c'era più
bisogno di lui, nè di Selmi.

--Vorresti essere il direttore tu;--mormoravano i più maligni.

--No, no--gridavano altri--nessun direttore fisso. I soprastanti, uno
dopo l'altro, per turno....

--Che diamine?--urlavano i radicali.--I soprastanti soli? Bel gusto
aver tanti padroni! Tutti devono poter dirigere, uno per settimana.

--E la miniera dev'esser nostra--soggiungevano ingrossando ancora più
la voce gli arrabbiati della _montagna_.--Siamo noi che ci rischiamo
la nostra pelle, siamo noi che ci mettiamo le nostre fatiche. Perchè
il frutto del nostro sudore e del nostro sangue deve impinguare quei
signori di Londra, i quali non hanno da fare altro che raccogliersi
una volta per settimana in un salotto ben riscaldato a dir quattro
chiacchiere?....

--E le ore di lavoro devono essere diminuite--interrompeva uno che
badava ai risultati positivi e palpabili.

--E la misura del compenso aumentata--diceva un altro.

--Non ci devono esser più nè salari fissi, nè compensi a cottimo.

--Come?

--Naturalmente.... Ci saranno i dividendi.

--Ma se non ci sono?

--Devono esserci.... I capitalisti si son tutti arricchiti coi
dividendi. Vuol dir che i dividendi ci sono.

Cipriano s'impensieriva di questo crescendo di bestialità, e prevedeva
quanto gli sarebbe stato difficile di dominar l'incendio ch'egli
voleva far divampare. Egli cercava nondimeno di calmare gli spiriti.
Non era possibile, ripeteva, di ottener tutto in una volta. A mettersi
in lotta aperta con la Direzione, si rischiava di tornarsene indietro
malconci. Bisognava proceder con cautela e veder intanto di ottenere
un aumento nella misura dei compensi. Quanto meglio l'operajo è
pagato, tanto meno esso è alla mercede de' suoi padroni, tanto più è
in grado di far economie e di dettar legge in avvenire.

Questo suggerimento pareva più pratico degli altri e raccoglieva
perciò i maggiori suffragi. Cipriano diceva che a lui non ispettava
alcuna iniziativa verso l'ingegnere, che la sua interposizione poteva
anzi compromettere il buon successo; che a ogni modo, se fosse stato
chiamato a dir la sua opinione, avrebbe appoggiato senza dubbio i suoi
compagni. Ove poi non si riuscisse a nulla, egli discuterebbe
volentieri con loro i provvedimenti da prendersi.

--Ci lascia in ballo--borbottavano alcuni.

--Vuol stare al coperto.

--Non bisogna fidarsene.

Però il seme gettato fruttava, e l'idea di domandare un aumento di
paghe si faceva strada non solo tra gli operai riottosi, ma anche tra
i buoni. A loro pure sembrava che la venuta dell'ispettore della
Direzione non avrebbe dovuto esser utile soltanto ai capi. Non
pensavano che pochi mesi addietro s'era discorso sul serio di
sospendere o almeno di ridur considerevolmente i lavori, e quindi il
numero delle braccia occupate nella miniera; pensavano soltanto alla
disillusione presente. È proprio del cuore umano il dimenticare i mali
evitati per ricordarsi soltanto dei beni che non si sono potuti
conseguire. I migliori avrebbero voluto attendere il ritorno
dell'ingegnere Arconti, ch'era un uomo equo e avrebbe sostenuto
validamente la loro causa. Ma le impazienze dei pochi soverchiavano la
calma dei molti; anche in questa occasione, come in tante altre, i
meno tiravano i più.

Cipriano aveva tutto l'interesse a far sì che la cosa venisse a
maturità prima dell'arrivo dell'Arconti, di cui egli sapeva
l'influenza sull'animo degli operai. Perciò tenendosi apparentemente
in disparte, faceva del suo meglio per organizzare al più presto un
movimento ch'egli sperava dovesse rispondere alle sue mire, quale pure
ne fosse il risultato. Poichè, o si faceva ragione ai reclami dei
minatori, e il suo potere sopra di essi ne sarebbe cresciuto; o le
loro domande erano respinte, ed egli avrebbe tratto partito dal
malcontento inevitabile che ne sarebbe stato l'effetto.



XXII.


Quella naturale indolenza di spirito che, come sappiamo, faceva
riscontro in Odoardo Selmi alla vigoria delle membra e al coraggio nei
momenti del pericolo, gl'impedì di sorprendere le machinazioni dei
minatori. Non gli sfuggì forse la premura che alcuni d'essi mettevano
ad evitarlo, nè gli passarono inosservati i capannelli che si
scioglievano al suo avvicinarsi; pure non vi diede importanza. Solo un
giorno chiese ridendo ad uno dei lavoranti, che aveva visto più
accalorato in un crocchio, se c'era in aria una congiura; ma l'altro
ebbe pronta una spiegazione qualunque, e Odoardo non approfondì le sue
indagini. Continuava la solita vita; in miniera quel tanto che
occorreva, poi a casa davanti al suo fiasco di vino e con la sua pipa
in bocca, oppure nella valle dietro a qualche amorazzo.

Invece Maria era piena di ansietà. Non avrebbe voluto pensar male di
Cipriano, pure il cuore le diceva che le minacce di lui non erano
ciance vane. Spesso domandava timidamente a suo fratello--Cipriano
l'hai visto?

--Sicuro che l'ho visto.

--E com'era d'umore?

--Non ci ho badato. Che t'importa? Si direbbe ch'egli ti preme molto,
e che sei pentita di non averlo accettato in isposo.

Ella non soggiungeva nulla, ripugnandole il destar sospetti a carico
d'una persona già troppo infelice per cagion sua; pur non era
tranquilla, e si turbava sopratutto pensando a ciò che poteva accadere
al ritorno dell'ingegnere Arconti, così ferocemente odiato da
Cipriano. Questo ritorno, da una parte, ella lo avrebbe desiderato con
tutte le forze dell'animo; Roberto era una compagnia, una difesa, la
casa era tanto vuota senza di lui! Ma se poi lo aspettava un pericolo,
se Valduria doveva essergli fatale, s'egli doveva espiare il delitto
d'averle ispirato una simpatia di cui forse non s'era nemmeno accorto,
alla quale in ogni modo non avrebbe conceduto altro ricambio che una
sterile compassione? Del resto, che fare? Dirgli che ritardasse la sua
venuta? Dirgli che facesse ciò che non avrebbe fatto sicuramente, ciò
che Maria non avrebbe voluto vedergli fare, una viltà?

La ragazza non osava confidar le sue angustie al fratello. Egli
avrebbe indovinato il suo segreto, ed ella non voleva scoprirlo a
nessuno.

Mentr'era in queste incertezze, la bomba scoppiò.

Una mattina Odoardo tornò dalla sua prima visita alla miniera con
aspetto sì frastornato che sua sorella, tutta sgomenta, gliene chiese
la cagione. Egli le raccontò subito come una deputazione d'operai gli
avesse presentato con gran solennità un _memorandum_, nel quale si
chiedeva in primo luogo un aumento nella misura delle retribuzioni,
poi la soppressione di alcune discipline di non lieve importanza.

--La faccenda non è liscia--soggiunse il Selmi.--C'è qualche
mestatore. Ma se credono di farmi paura, la sbagliano.

--Povera gente!--interpose Maria, che aveva l'animo inclinato alla
pietà.--Se vogliono migliorar la loro condizione, bisogna scusarli....
Non ci sarebbe modo di secondare i loro desideri, almeno in parte?

--Ecco le donne!--esclamò Odoardo infastidito.--Anche le più
intelligenti, di certe cose non ne capiscono nulla. Gli operai di
Valduria sono i meglio pagati di tutta la regione, e per uno di loro
che se ne vada, ne capitan cento ad offrirsi.

--Ed hai già risposto di no?

--Per quello che riguarda il regolamento, ho risposto un _no_ chiaro e
tondo; pel resto ho telegrafato a Londra.

--E intanto?

--Intanto c'è tregua, e i lavori continuano al solito.

--Chi sa che a Londra non facciano qualche concessione....

--Non ne faranno nessuna, e non devono farne... Quello che preme è che
si decida subito perchè non v'è nulla di peggio che lasciar marcire la
piaga.... Non perdonerò mai a me stesso d'essermi fatto cogliere alla
sprovveduta.... Bisogna sfrattare i caporioni; l'essenziale è di
conoscerli... Ad ogni modo scommetterei che c'è la zampa di Cipriano
in questo brutto garbuglio.... Si guardi, però.

Maria n'era persuasa anche troppo, e la riprovevole condotta del
giovine la giustificava a' suoi propri occhi del non aver dato ascolto
alle sue parole d'amore; nondimeno, era una grande afflizione per lei
il pensare ch'ella era la prima cagione d'un avvenimento dal quale
potevano derivar tanti guai. Fino allora s'era compiaciuta nell'idea
che la sua presenza a Valduria potesse essere utile a qualcheduno;
adesso ella si disperava pensando che tutto il bene che aveva fatto
non equivaleva certo al male che stava per accadere.

Fu una giornata assai triste per lei. Nè contribuì a fargliela finir
lietamente la risposta recisa, categorica che giunse da Londra verso
sera al telegramma di Odoardo, e ch'egli si affrettò a comunicare a
sua sorella.

_Respingete in modo assoluto domande operai. Procedete con energia,
informandoci giorno per giorno._

--Almeno questi non tentennano--esclamò il Selmi soddisfatto.

--Bella bravura!--disse Maria.--Son lontani, loro.

--Bah!... Pur di mostrare i denti, la faremo finita presto. Domani una
parlatina in regola, e se ci saran riottosi, tanto peggio per loro.
Non entreranno più in miniera... Certo che se fosse qui Roberto
sarebbe meglio. Egli ha la lingua più spedita di me, e farebbe
intender ragione più presto a costoro.... Ma non importa, saprò ben
levarmi d'impiccio anch'io.

La mattina seguente, però, egli dovette accorgersi che l'impresa non
era così agevole come aveva creduto, giacchè dopo ch'egli ebbe
chiamato a sè la deputazione del giorno prima e partecipatole il
dispaccio di Londra, corse una parola d'ordine fra gli operai, e pel
mezzodì i lavori furono sospesi tanto nell'interno quanto nell'esterno
della miniera. Evidentemente il rifiuto era previsto e al rifiuto
s'era deliberato di opporre lo sciopero. La solita deputazione venne
con grande solennità a darne l'avviso all'ingegnere, soggiungendo in
nome proprio e dei propri mandanti che questo sciopero sarebbe durato
finchè non fossero state accolte le comuni rimostranze.

Odoardo mise sott'occhio ai delegati le conseguenze d'un passo sì
grave, e li prevenne che come oggi non si lasciava intimidire dalle
minacce, così più tardi non si sarebbe lasciato commovere dalle
preghiere, e avrebbe inesorabilmente ricusato di riammettere nella
miniera gl'istigatori di questo movimento. Ci pensassero finch'erano
in tempo. Egli accordava loro ventiquattr'ore per venire a
resipiscenza.

Poi tentò prendere a parte qualcheduno degli operai ch'egli conosceva
per pratica come più alieni da tumulti e da chiassi. Ma essi, o
procuravano d'evitarlo, o cercavano di cavarsela con monosillabi. Era
chiaro che parecchi non erano entrati spontaneamente in quel brutto
impiccio; senonchè, una volta entratici, non sapevano come uscirne.
Chi si sentiva vincolato da una specie d'impegno d'onore verso i
compagni, chi aveva paura di tirarsi addosso qualche peggior malanno
facendo causa da sè.

Cipriano, com'è naturale, non aveva partecipato allo sciopero. Egli
era _tra i gaudenti_, come dicevano i minatori, e non poteva chieder
nulla per conto suo. Ma reso cieco dalle sue passioni, spingeva gli
altri in una via a capo della quale c'era un abisso che avrebbe
ingoiato anche lui.

S'era vantato con Maria di non essere ipocrita, e fino allora non era
parso mai tale; ma la sua condotta in quest'occasione smentiva le sue
parole e i suoi precedenti. Quand'era coll'ingegnere biasimava gli
scioperanti, o tutt'al più suggeriva qualche piccola concessione che,
secondo lui, avrebbe calmato gli animi; appena poteva recarsi nei
ritrovi dei collegati, li confortava a resistere assicurandoli che la
notizia dello sciopero avrebbe indotto la Direzione di Londra ad aprir
subito le trattative per un componimento amichevole. Odoardo, sebbene
non fosse un fino osservatore, non era però tratto in inganno
dall'ambiguo contegno del giovine, e si riservava di colpirlo al
momento propizio.

Le ventiquattr'ore accordate dal Selmi trascorsero senza che i
minatori dessero alcun segno di voler venire a patti. Tuttavia non
accadevano ancora disordini. È il solito di queste faccende; il primo
stadio è più ch'altro d'allegria e di spensieratezza. Quell'audace
sfida contro la fortuna ha in sè qualche cosa d'inebbriante, quel
trovarsi raccolti in grandi masse, fermi (almeno si crede) in un solo
proposito, dà un concetto esagerato della propria forza; la stessa
interruzione dei lavori contribuisce ad eccitar favorevolmente gli
spiriti. Non è ancora l'ozio; è una tregua da fatiche incresciose.

Gli operai s'erano agglomerati nelle due osterie di Valduria, ove non
s'era spacciato mai tanto vino in un giorno. Gli osti però si
rallegravano poco di questa cuccagna, giacchè bisognava vendere a
credito con limitate speranze di rimborso, sopratutto se lo sciopero
durava un pezzo. D'altra parte, come rifiutarsi di servire questi
rispettabili avventori che si presentavano a dozzine e avevano l'aria
di essere pronti a spillar le botti da sè?

Mentre in paese c'era tanto chiasso, nel recinto della miniera regnava
il silenzio e l'immobilità della morte. I forni che solevano arder
sempre s'erano spenti per mancanza di braccia che li alimentassero di
nuovo combustibile; la grù e le caldaje a vapore erano inoperose, i
carretti pieni di minerale non giravano lungo i binarii, non si vedeva
più il fumo del caminone, non si sentiva lo strepito delle pompe e il
cupo rimbombo delle mine, segnale della vita sotterranea. Solo nelle
officine dei fabbri e dei falegnami, ove la coalizione non aveva
trovato proseliti, si attendeva per forza d'inerzia a qualche lavoro
già iniziato nei giorni precedenti; ma vi si attendeva con quella
malavoglia che deriva dall'incertezza del domani.

In risposta al secondo dispaccio di Odoardo Selmi che annunziava lo
sciopero, la Direzione di Londra aveva telegrafato:

_Nessuna concessione. Se gli operai non capitolano, chiamatene altri._

Era ciò appunto che si disponeva a fare il Selmi, ma prevedendo che la
cosa non sarebbe passata senza tumulti, ne aveva avvertito la
Prefettura da cui dipendeva Valduria, affinchè desse in tempo le
disposizioni per la tutela dell'ordine. Un delegato di questura, un
brigadiere e pochi carabinieri non potevano certo tenere in freno più
centinaia d'operai.

Ma sia che Odoardo non sapesse presentare al vivo lo stato delle cose,
sia che la Prefettura non ne intendesse tutta la gravità, fatto si è
che i rinforzi spediti furono assolutamente insufficienti, tali da
esacerbare gli animi, non da impedire ogni violenza. Cosicchè, quando
al terzo giorno dello sciopero, comparve a Valduria la prima squadra
di lavoranti (una trentina circa) che il Selmi era riuscito con molta
fatica a raccozzare nelle vicinanze, lo sciopero si mutò in vero
ammutinamento, e i collegati, messi già sull'avviso, assunsero un
contegno tanto minaccioso verso i nuovi venuti, che questi, temendo di
rimetterci la pelle, abbandonarono subito la partita. Le poche guardie
che s'erano provate a far qualche arresto tra i più turbolenti furono
anch'esse costrette a rinunciare all'impresa, e dovettero limitarsi a
difender la miniera dai colpi di mano dei sediziosi. Correvano già
sinistri propositi; s'eran sentite grida di _morte_: si diceva che
qualcheduno avesse in animo di far saltare il deposito della polvere;
che altri volessero dar fuoco alla casa dell'ingegnere e rubare il
denaro che doveva esserci in cassa, altri distruggere i forni, e così
via, Era, come si dice, un darsi la zappa sui piedi, perchè, se gli
operai mandavano in rovina la miniera, di che avrebbero poscia
vissuto? Ma chi non sa che, nello scoppio delle selvaggie passioni, le
moltitudini smarriscono affatto il criterio del loro utile e il male
diventa scopo a sè stesso?

Se l'ingegnere Selmi aveva mancato di previdenza, non si poteva certo
accusarlo di mancar di coraggio. Egli si mostrava dovunque c'era un
pericolo, e raccogliendo intorno a sè i pochi addetti alla miniera che
non avevano partecipato al movimento, si preparava, se fosse stato
necessario, a far pagar cara la propria vita. I carabinieri si
lasciavan dirigere da lui, come da persona che conosceva i siti ed era
in grado di disporre opportunamente le difese.

La situazione di Cipriano diventava intanto sempre più delicata.
Odoardo non gli nascondeva la sua diffidenza, e deciso di non trovarsi
un nemico in casa, l'aveva allontanato con un pretesto.

Gli operai lo accusavano di doppiezza, e gl'intimavano di gettar giù
la maschera e di fare apertamente causa comune con loro. I più
tranquilli, quelli che s'eran lasciati rimorchiare dagli altri, non
gli perdonavano di averli cullati nell'illusione che quest'impiccio si
sarebbe risolto in modo conforme ai loro desideri. Invece dove si
andava a finire? Con che mezzi si sarebbe prolungata la resistenza?

Cipriano era ormai in grado di misurare l'enormità dello sproposito
commesso. Egli aveva procurato, è vero, delle molestie agli altri, ma
quanti maggiori guai tirava addosso a sè medesimo! Non era un aumento
di credito ch'egli avrebbe trovato alla fine del conto, era la perdita
di una posizione che aveva conquistato a palmo a palmo a forza di
lavoro e d'ingegno, era il disprezzo, era l'odio di quelli ch'egli
aveva ingannati, era l'odio, il disprezzo di Maria.... E quest'ultimo
pensiero gli era il più penoso di tutti.... Maria egli l'amava
sempre.... Talora nell'animo esacerbato egli si raffigurava la voluttà
di una suprema vendetta. Portar la devastazione e la morte nella
miniera, sottraendo al disastro la sola Maria. Presentarsi a lei come
un salvatore e come un padrone: difenderla contro tutti, ma volerla
per sè.

Follie! L'intelligenza di Cipriano non era tanto offuscata da non
capire ciò che vi fosse di assurdo in questi propositi di mente
inferma. Quand'anche il resto gli fosse riuscito, Maria non avrebbe
mai accondisceso a esser sua. Bensì promovendo, secondando gl'istinti
brutali che si manifestavano nella schiuma dei collegati, egli avrebbe
potuto far di lei una creatura derelitta ed infelicissima. Combattuto
così da affetti diversi, spesso tentava di moderare quelli che aveva
aizzati, e sentiva l'aura della popolarità ritirarsi rapidamente da
lui e il terreno vacillare sotto i suoi piedi.

Comunque sia, il contegno risoluto di Odoardo Selmi impose rispetto ai
minatori, e nella notte successiva all'ammutinamento nessun colpo di
mano fu tentato contro la miniera. I peggiori soggetti (una quarantina
circa) costrinsero gli osti a tener aperte le bettole e a dar loro
vino senza risparmio. Pagherebbe, dicevano, la Direzione di Londra.

Col sorger del giorno finì la baldoria. Le notizie dei nuovi disordini
avevano commosso le autorità del capoluogo, e alla mattina i pacifici
abitanti di Valduria furono rinfrancati dall'arrivo di uno squadrone
di cavalleria. Più tardi giunsero il Procuratore del Re e il giudice
istruttore, e procedettero ad alcuni arresti dopo aver sentito
l'ingegnere Selmi e il segretario comunale. Il sindaco Ludovici non
c'era. Non volendo uscire da una savia neutralità, egli s'era recato
altrove fin dal primo manifestarsi dello sciopero.--A trovarsi in
mezzo a queste cose non ci si guadagna mai--egli osservava
prudentemente. Fu detto da un bell'umore che il conte Ugolino
mangiasse i figli per conservar loro un padre; così il signor Ludovici
lasciava nelle male peste i suoi amministrati per conservar loro un
Sindaco.

Se la neutralità era sì cara al signor Ludovici, lo star con le mani
alla cintola durante questo scompiglio riusciva invece intollerabile a
Maria. Odoardo aveva dovuto usare poco men che la forza per indurla a
rimanersene in casa mentr'egli s'esponeva al pericolo. Nella notte
ella non aveva mai chiuso occhio, pronta sempre ad accorrere ove
avesse visto o sentito un segno d'allarme. Alla mattina poi, quando
l'arrivo della truppa l'ebbe assicurata che suo fratello non correva
pel momento alcun rischio, il suo cuore gentile fu commosso dall'idea
d'altri dolori. Pensò alle povere famiglie che questa crisi avrebbe
piombate nella miseria, alle donne e ai bambini che avrebbero pagato
il fio delle colpe dei mariti e dei padri. Che squallore in quelle
capanne ov'ella, visitatrice pietosa, aveva portato tante volte il
conforto d'un sorriso e d'una parola di simpatia!

Ubbidì agl'impulsi dell'animo, e senza dir nulla a Odoardo intraprese
un pellegrinaggio per la valle. Chi sa ch'ella non avesse potuto
esercitare un apostolato di pace e di carità! A lei forse avrebbero
dato retta. Avrebbero capito ch'ella non parlava che per desiderio del
bene.

E infatti quasi dappertutto ella fu accolta con affetto e con
deferenza. In qualche famiglia la si aspettava, s'era avvezzi a
vederla nei giorni del dolore. Nella maggior parte delle abitazioni
non c'erano soltanto le donne, i vecchi, i fanciulli; c'era anche
l'elemento vigoroso della casa, l'uomo che per solito lavorava,
guadagnava, sostentava gli altri. Torvo o accasciato, con le braccia
ciondoloni e con la testa china sul petto, egli non aveva più la
baldanza dei primi giorni di battaglia; soffriva delle sofferenze dei
suoi cari, o imprecava al destino che l'aveva condannato a servire.
Maria cercava di persuadere uomini e donne a non ostinarsi in una
contesa inutile; quei signori di Londra erano ricchi e potevano
attendere; invece, loro, poveri operai, che avrebbero fatto se fossero
stati licenziati definitivamente? La sua voce non si perdeva nel
deserto; quand'anche non le si dava ragione, quand'anche si voleva
sostenere il diritto dei minatori a un maggior salario, si riconosceva
d'aver agito con precipitazione, di essersi lasciati abbindolare da
quelli che pescan nel torbido. In quanto a capitolare, alcuni ci
sarebbero stati disposti, ma come si faceva? C'era un vincolo coi
compagni: bisognava che fosse una cosa fatta d'accordo fra tutti.

Maria usciva da queste visite con uno stringimento al cuore. Dopo aver
visto quelle cucine senza pentola al fuoco, quegli uomini sparuti,
quelle donne avvizzite, quei bimbi macilenti, che pur si sforzavan di
sorriderle in mezzo alle lagrime, ella avrebbe voluto arrivar d'un
balzo a Londra, penetrare nei palazzi degli azionisti della miniera e
dir loro: Siate generosi, siate misericordiosi, sacrificate una parte
del vostro lusso per dare un pane di più alla povera gente. Maria non
s'era mai curata di far la diagnosi delle società anonime; ella
credeva in buona fede che gli azionisti fossero gli esseri più felici
del mondo, e non si preoccupava punto del rapporto tra i salari e il
costo di produzione.

Un nome aveva suonato spesso all'orecchio della giovinetta nel suo
pellegrinaggio, un nome pronunciato per lo più con accento d'ira e di
sprezzo: quello di Cipriano. Dov'era costui? Perchè, dopo aver
sobillato gli altri, si nascondeva? Tra gli arrestati ce n'erano di
meno colpevoli. A loro non si sarebbe badato; si sapeva che erano
cervelli malati e spiriti guasti; ma quando si sparse la voce che un
uomo come Cipriano prometteva il suo appoggio e assicurava il buon
successo, allora fu cosa diversa.... Invece Cipriano li aveva
abbandonati, li aveva traditi.... oh ma ne pagherebbe il fio!

Non c'era più dubbio! Era veramente da Cipriano ch'era partita la
prima scintilla destinata a far divampar tanto incendio. Nè Maria
poteva ignorare le cagioni che avevano travolto in tal guisa la sua
intelligenza. Così allo sdegno ch'ella provava si mesceva un senso
d'infinita pietà. Com'egli doveva essere infelice!

Una forza maggiore di lei la indusse, nel ritorno, ad avviarsi dalla
parte ove abitava il giovine soprastante. Era forse desiderio
d'incontrarlo? E che gli avrebbe detto? E s'egli, ormai alla
disperazione, le avesse fatto ingiuria?


Ella non si dissimulava il suo sgomento, eppure non si ritraeva dal
suo cammino. Già nell'ombra del crepuscolo biancheggiava la casa
ov'ella era andata tante volte a visitare la vecchia Gertrude; il
pioppo alto e sottile che cresceva lì vicino dondolava gravemente il
capo con un lieve stormire di fronde. Maria si avvicinò trattenendo il
respiro. L'uscio dell'abitazione era chiuso, eran chiuse le imposte.
Maria chiamò timidamente--Cipriano!--Nessuno rispose. Non c'era
nessuno.



XXIII.


In quel giorno medesimo, Odoardo Selmi spediva all'ingegnere Arconti
il dispaccio che i lettori conoscono. Non lo aveva chiamato nel
momento del maggiore pericolo, ma adesso sentiva di non poter far a
meno del suo aiuto e del suo consiglio. La presenza dello squadrone di
cavalleria a Valduria sino a cose finite era una guarentigia contro il
ripetersi dei disordini; non bastava però a far cessare lo sciopero.
Gli operai non potevano esser ricondotti per forza nella miniera.
Bisognava rappacificare gli animi, e inoltre c'erano parecchie
quistioni da risolvere. Chi si doveva riammettere, chi escludere; come
si dovevano colmare i vuoti? Certo l'Arconti era molto più adatto del
Selmi a sciogliere tutte queste difficoltà, e Odoardo operava
saviamente invitandolo ad affrettare la sua venuta.

Roberto, noi lo sappiamo, non aveva esitato un istante. Egli era
partito da Milano poche ore dopo ricevuto il dispaccio, e nel partire
ne aveva dato avviso telegrafico all'amico.

Quando Maria seppe che Roberto era in viaggio per Valduria, il suo
primo movimento fu di gioia schietta e vivissima. Ma alla gioia
successe il terrore. Cipriano odiava Roberto com'egli sapeva odiare, e
non aveva certo dimesso l'idea di rifarsi sopra di lui dei mali che
aveva attirati sul proprio capo. Scomparso momentaneamente perchè si
sentiva inviso a tutti e non era ben sicuro di non esser tratto in
arresto se si mostrava, egli avrebbe ben trovato il modo d'uscire dal
suo nascondiglio per compiere o per tentare una vendetta.

Maria rivelò le sue angustie al fratello, che ne rimase alquanto
impensierito, ma alla fine si strinse nelle spalle e disse:--Che vuoi
farci? Staremo in guardia. Ad ogni modo, un uomo ne vale un altro, e
Arconti non ha paura di nessuno.

Con queste inquietudini nell'anima, la giovinetta s'accinse a preparar
la camera dell'ingegnere. Non aveva però soltanto queste inquietudini.
Altri pensieri non lieti le passavano pel capo.

--Egli torna--ella diceva fra sè.--Per dividere i nostri pericoli
lascia più presto la sua splendida Milano, lascia sua madre, la sua
fidanzata. Ma per quanto tempo starà con noi? Adesso che ha riveduta
la sua città natale, adesso che ha riveduta la sua Lucilla, gli parrà
mille volte più squallido e triste questo soggiorno.... Aver negli
occhi una cara immagine, aver l'anima piena di sogni d'amore, e venir
qui in questo tugurio, in mezzo alle malinconie d'uno sciopero.... Che
prepotente bisogno sentirà d'andarsene!


--Si sposeranno presto--continuava Maria.--Roberto troverà una bella
posizione in qualche città... dev'essergli tanto facile di ottener ciò
che vuole..... E se invece persuadesse la sua sposa a venir qui?...
Lei, avvezza a tutti gli agi, a tutte l'eleganze di una capitale? Come
potrebbe adattarvisi?... A ogni modo, se ci venisse?

Questa idea faceva spuntar le lagrime agli occhi di Maria. Si vedeva
mortificata, avvilita da quell'altera bellezza cittadinesca che le
avrebbe tolto persino l'amicizia di Roberto. Apriva istintivamente
l'album di fotografie ch'era sul tavolino dell'ingegnere, e
contemplava il ritratto di Lucilla. Oh sì, ell'era bella, assai bella,
e Roberto aveva ragione d'amarla.... Però quest'amore lo rendeva
felice davvero? Perchè, dopo essersi ripromesso di parlarne sovente
con lei, non gliene aveva parlato più? Perchè aveva pronunziato così
di rado il nome di Lucilla? Aveva forse indovinato, aveva forse
compreso?...

Un vivo rossore copriva le guancie di Maria. No: egli non poteva aver
nulla indovinato, nulla compreso. Che concetto si sarebbe fatto di lei
se avesse compreso, se avesse indovinato? Come l'avrebbe trovata
temeraria, come l'avrebbe trovata ridicola!... No, s'egli non parlava
di Lucilla, era soltanto perchè non poteva dirne tutto il bene che
avrebbe voluto.... Forse Lucilla non lo amava abbastanza, non lo amava
com'egli meritava... Ed egli meritava tanto amore, ed egli meritava
tanta felicità...

Mentre Maria seguiva il corso di questi pensieri, Roberto Arconti
viaggiava verso Valduria nello stato d'animo che ci è facile
immaginare. Ormai non lo legava che un ben tenue filo al passato; la
speranza, ahi debole tanto, che Lucilla si pentisse del contegno
serbato con lui a Milano e ne facesse ampia ammenda per lettera. Oh se
ell'avesse trovato quelle frasi appassionate che vengon dal cuore,
egli le avrebbe perdonato tutto! S'ella gli avesse parlato quel
linguaggio che non lascia dubbio sulla sincerità dell'affetto, le
avrebbe perdonato anche di non voler venire a Valduria! Non avrebbe
accettato certo la posizione subalterna che gli si offriva in casa Dal
Bono; avrebbe detto: aspettiamo ancora; e fiducioso nell'avvenire si
sarebbe posto in traccia di un altro impiego. Più assai che il rifiuto
di Lucilla di abitare nelle solitudini inospitali d'una miniera, lo
aveva afflitto, lo aveva offeso la sua frivolezza. E pur troppo questa
frivolezza gli faceva presentire che il male era senza rimedio. Si
correggono le opinioni, non si mutano i sentimenti e gli istinti.

Ma la persuasione che una rottura con Lucilla era inevitabile non era
fatta per consolar Roberto. Quando per tanti anni s'è vissuti in un
pensiero, quando non s'è compresa la vita che confusa nella vita
d'un'altra persona, il bel gusto a dover dire: m'ero sbagliato; quella
persona non è adatta per me!

In questo triste ritorno a Valduria la prospettiva più lieta per
l'ingegnere Arconti era quella delle difficoltà che l'aspettavano. La
febbre della lotta e del pericolo poteva solo fargli dimenticare le
mille angustie che gli travagliavano lo spirito.

Così, quando alla stazione più vicina a Valduria, gli dissero che i
tumulti erano già cessati, egli n'ebbe più noia che soddisfazione.
Nondimeno, giunto alla miniera, gli si allargò il cuore
all'accoglienza di Odoardo e di Maria. Maria era profondamente
commossa, la sua mano tremava nello stringere la mano di Roberto, un
vivo incarnato s'era diffuso sulle sue guancie pallide, e in tutto il
suo aspetto splendeva quella bellezza che la natura concede anche ai
volti meno regolari nei momenti in cui l'anima s'affaccia agli occhi.
Del resto, Maria s'era cambiata in modo notevole da quando l'ingegnere
Arconti l'aveva vista la prima volta. I suoi capelli corti eran
cresciuti, e ricadendole a ricciolini sulle tempie incorniciavano
leggiadramente la sua fronte candida; le sue spalle esili, le sue
braccia sottili s'erano un po' arrotondate; all'aria di bontà e
d'intelligenza, che l'aveva sempre resa simpatica, s'era aggiunta
un'espressione di dolce malinconia, che le dava un'attrattiva tanto
maggiore quanto meno in quella malinconia si poteva sospettare
l'artifizio.

--Ci perdonerai d'aver troncato prima del termine stabilito le tue
beate vacanze di Milano?--disse Odoardo all'amico.


--Non parliamo di ciò--rispose Roberto, rannuvolandosi e mostrando una
fretta di sfuggire questo argomento, che non passò inosservata a
Maria.--Raccontami piuttosto per filo e per segno tutto ciò ch'è
successo.

Il Selmi espose i fatti che già conosciamo, soffermandosi
particolarmente sopra la condotta di Cipriano, la cui disparizione
era, del resto, la miglior conferma delle accuse che gli si movevano.

--Oh si guardi, si guardi--disse in tono supplichevole Maria
all'Arconti.--Cipriano odia lei più di tutti gli altri, ed è capace di
tutto.

--E perchè mi odia tanto?

Maria arrossì e non rispose.

--T'odia--rispose Odoardo--perchè s'è sognato di veder in te un
ostacolo al suo matrimonio con mia sorella.... Sciocchezze! Se Maria
l'ha respinto, non fu pei suggerimenti d'alcuno, ma perchè ha capito
che Cipriano non era sposo per lei.... E aveva ragioni da vendere.

Roberto avrebbe potuto soggiungere che, per un momento, egli aveva
piuttosto patrocinato che osteggiato presso Maria la causa del giovine
minatore, ma non voleva aver l'aria di persona che cerca d'attenuare
la sua responsabilità.

--Checchè egli pensi sul conto mio--disse fieramente l'ingegnere
Arconti--e checchè egli mediti a mio danno, io non ho paura di lui.

--Oh per carità, per carità--esclamò Maria, giungendo le mani--non
faccia imprudenze. Se le accadesse una disgrazia non me lo perdonerei
più per tutta la vita.

--Buona Maria--rispose Roberto--non si accori così. Vedrà che non
succede nulla.... Se tutte le minaccie avessero effetto! pensiamo
piuttosto al resto.

Entro la giornata si concertarono tra i due amici i provvedimenti da
prendersi.

E infatti nella mattina successiva venne affisso a Valduria un
manifesto, in cui si annunciava che sarebbero riammessi nella miniera
alle condizioni di prima quelli fra gli operai che si presentassero
nel termine di ventiquattr'ore, trascorso il quale non si farebbe più
grazia a nessuno.

Da questa specie d'amnistia erano esclusi però dodici fra i più noti
caporioni del movimento, e i loro nomi figuravano appiedi del
manifesto.

Di Cipriano non era fatta menzione. Selmi e Arconti avevano deciso di
licenziar lui pure, ma non credevano di poterlo fare senza
preavvisarne la Direzione di Londra, dalla quale recentemente il
Regoli era stato encomiato e promosso. Si stabilì quindi di
trasmettere a Londra la formale proposta del congedo in base al
contegno ambiguo di Cipriano nei primi giorni dello sciopero, alla
voce pubblica che lo chiamava colpevole, e alla sua misteriosa
disparizione.

La baldanza dei collegati era svanita da un pezzo. Nessuno sciopero
era mai stato iniziato così all'impazzata, senza un fondo di riserva,
senza una probabilità al mondo di trovar lavoro nei paesi vicini.
S'era calcolato d'intimorire la Direzione, non riflettendo che la
violenza ben di rado assicura agli operai la vittoria nella questione
dei salari. Per vincere bisogna essere in grado di opporre a lungo la
resistenza passiva dell'inazione, e per oppor questa resistenza
bisogna aver quattrini da parte, o trovar chi ne somministri. Ora, ai
minatori di Valduria mancava l'una e l'altra cosa.

È facile argomentare da ciò che, quando comparve il manifesto,
moltissimi avevano già una gran voglia di cedere; di maniera che,
prima che spirassero le ventiquattr'ore, tre quarti e più degli
scioperanti s'erano ripresentati a far atto di sommissione. Le lacune
furono colmate scegliendo i migliori fra i molti ch'erano venuti od
offrir l'opera loro, guarentiti ormai contro ogni molestia dalla
presenza d'uno squadrone di cavalleria.

Alla mattina del quarto giorno dopo l'arrivo di Roberto, le cose erano
pienamente assestate. Prima però che ricominciassero i lavori,
l'ingegnere Arconti raccolse tutti i minatori sulla spianata davanti
all'apertura del sotterraneo, e tenne loro un discorso pieno di belle
parole e di savi pensieri. «C'è corso un equivoco fra noi--egli
concluse;--dimentichiamolo. Riprendiamo d'accordo il nostro
combattimento d'ogni giorno e d'ogni ora contro le forze della natura,
e nel bene della miniera cerchiamo il bene di tutti noi altri quanti
siamo, grandi e piccini, a cominciare dal più ricco fra gli azionisti
per andar fino all'infimo degli operai. Se l'azionista, questo avaro
azionista che sinora ha perduto sempre, principierà a guadagnar
qualche cosa, sarà sperabile anche al lavorante di migliorare la sua
sorte. In caso diverso, la miniera sarà piantata e non so che utile ne
avrà chi ci vive sopra. Eh, cari amici, la buona armonia fra il
capitale e il lavoro sarà spesso un sogno e non basterà a dare il
segreto della felicità; ma si può esser certi che tutte l'altre teorie
che si predicano con tanto fracasso e che si risolvono nell'aizzare il
lavoro contro il capitale, sono assai più sbagliate e creano molte più
miserie intorno a sè.

Che la bontà di questi argomenti apparisse con uguale evidenza a tutti
gli ascoltatori, non oseremo affermarlo, quantunque l'Arconti credesse
aver letto nella fisonomia degli adunati un esplicito assenso alle sue
idee. Ma si sa che la prima persuasione di ogni oratore è quella di
aver persuaso il suo uditorio.

Mischiandosi nella folla, l'Arconti avrebbe sentito qualcheduno
borbottare a mezza voce:--Tutti i salmi finiscono in gloria: State
cheti, state buoni; non avete ragione di lagnarvi.--Oppure:--Il sugo
del discorso è questo: Voi siete deboli e avete torto.--O
finalmente:--Non la deve mica andar sempre così.... Basta, s'è pagato
il maestro, e la lezione non sarà perduta.

Il fatto si è che queste osservazioni parziali non esprimevano che il
pensiero di una piccolissima minoranza. I più applaudivano senza
riserva il simpatico ingegnere, e parecchi dicevano:--Se ci fosse
stato lui nei giorni passati, non sarebbe accaduto nulla di quel ch'è
accaduto.



XXIV.


La miniera di Valduria aveva ripreso il solito aspetto. La campana
annunziava regolarmente il principio e la fine del lavoro e il cambio
delle squadre, i forni ardevano senza interruzione, le caldaie a
vapore mettevano in movimento le pompe e la grù, un denso fumo usciva
dai caminoni e si svolgeva in spire capricciose nell'aria, i carretti
carichi di minerale correvano lungo i binari, lo scoppio delle mine
rimbombava nel sotterraneo; e su e giù per la _discenderia_, e lungo
le gallerie, era un andirivieni continuo d'operai e un agitarsi di
fiammelle fantastiche.

Insomma tutto s'era rimesso al suo posto, ma non era tornato Cipriano,
sia che gli fossero giunte all'orecchio le minacce dei lavoranti, i
quali si credevano traditi da lui, sia che meditasse un nuovo colpo,
come temeva Maria. Si sapeva che, lasciata la miniera uno dei primi
giorni dopo lo sciopero, era andato a casa, vi si era trattenuto
pochissimo e n'era uscito per non rientrarvi più. Qualcheduno lo aveva
visto nei dintorni, ma egli aveva schivato ogni incontro e non aveva
discorso con anima viva. Intanto, coll'assenso della Direzione di
Londra, era stato pubblicato un avviso che lo sfrattava dalla miniera.

Maria era piena di tristi presentimenti.--Si guardi, si guardi--ella
ripeteva a Roberto ogni volta ch'egli usciva di casa. Ed era
travagliata da affannose inquietudini nelle assenze di lui, e quando
lo vedeva riapparir di lontano provava una consolazione così forte da
durar fatica a nasconderla. Poi Roberto partiva, ed ella ripiombava
nelle ansietà di prima. Il cuore è buon profeta, e il cuore di Maria
non s'ingannava ne' suoi presagi.

L'ingegnere Arconti tornava un giorno dall'aver visitato una fornace
ove si stavano fabbricando delle pietre cotte da servire ad alcune
opere di muratura occorrenti a Valduria. Era solo, malinconico,
assorto ne' suoi pensieri. La calma che egli aveva contribuito a
ristabilire nella miniera non era penetrata nel suo spirito, anzi,
dileguate le gravi cure che avevan richiesto l'esercizio di tutte le
sue facoltà, gli si addensava nella mente una folla d'idee dolorose.
Simile a chi s'aggira tra le rovine della sua patria, egli errava con
la fantasia tra le rovine del suo povero amore, che avrebbe voluto, e
non poteva, divellere dalle radici. Ogni tanto estraeva di tasca una
lettera, l'apriva, vi scorreva su con l'occhio e pareva ritrarne un
sentimento indicibile d'uggia e di pena. Era una lettera profumata,
con monogramma, una lettera la cui fisonomia aristocratica faceva uno
strano effetto in quei luoghi e nelle mani di Roberto che aveva
dimessa ogni eleganza cittadinesca e aveva ripreso l'abito e l'aspetto
di minatore. Quel foglietto conteneva uno sproloquio della signora
Federica, vano e sconclusionato, secondo il solito. Ma la leggerezza
di sua madre non era cosa nuova per l'Arconti; ciò che però l'accorava
era il vedere ch'esisteva una uniformità assoluta d'idee e di
carattere tra lei e Lucilla. Se, diventando suocera e nuora, si
fossero mantenute così, sarebbero state da citare a modello. In questa
lettera la signora Federica mostrava di aspettarsi dal figliuolo un
atto di contrizione; per lei era chiaro come la luce del giorno
ch'egli aveva torto marcio, e solo la sua caparbietà naturale
gl'impediva di riconoscerlo. Appena se ne fosse persuaso, si sarebbero
potuti riappiccare i negoziati; già Lucilla, a condizioni pari, gli
dava la preferenza; la signora Giulia non aveva mutato opinione.
L'osso più duro sarebbe stato il signor Benedetto, ch'era
sdegnatissimo della condotta di Roberto; ma siccome per lui
l'essenziale era di non esborsare la dote, non sarebbe stato
impossibile di strappargli un nuovo consenso. Tutti questi
_sragionamenti_ erano diluiti in un mare d'inezie e di volgarità,
sulle chiacchiere della gente, sulle _toilettes_ di Lucilla, sulle
bravure di _Gipsy_, ecc., ecc. I pericoli a cui Roberto era andato
incontro a Valduria non parevano nemmeno ricordati da quelle creature
frivole, e alla miniera appena si alludeva con ironia sprezzante per
chieder conto della _damigella d'alto affare_ che vi dimorava.

--Povere donne!--pensava Roberto.--Quanto più cuore e quanto più
ingegno di voi ha _la damigella d'alto affare_ di cui discorrete con
quest'aria di superiorità!

Per abbreviare il cammino, egli aveva preso una viottola che
s'insinuava serpeggiando tra fitte macchie d'arbusti. L'ora ed il
luogo erano pieni di solitudine e di silenzio. Non si sentiva che il
ronzio degl'insetti e il mormorio lievissimo delle fronde accarezzate
dalla brezza vespertina. Ma ad un tratto parve a Roberto di udir
rumore come di una persona che s'avanzasse cautamente da un lato della
strada... Tese l'orecchio; non sentì più nulla; aguzzò l'occhio e non
riuscì a veder nulla. Pur non era tranquillo: si risovvenne delle
ammonizioni di Maria; rammentò il carattere violento di Cipriano, le
sue minaccie, la sua scomparsa, e temette un'insidia. Non era uomo da
cercar salvezza nella fuga, nè, a ogni modo, sarebbe stato più in
tempo di fuggire. L'aggressore, se non era tutta un'allucinazione dei
sensi, doveva trovarsi ormai a pochi passi. Deliberò di affrontarlo
risolutamente, armò il revolver che portava sempre con sè, e si
diresse dalla parte ond'era venuto il rumore, procurando quanto più
fosse possibile, di coprirsi colle fronde e coi rami. Non aveva fatto
due passi quando la doppia canna d'una pistola luccicò tra le foglie,
due colpi echeggiarono uno dopo l'altro, due palle gli fischiarono
rasente alla testa e andarono a configgersi nell'esile tronco d'un
arbusto dietro di lui. Nello stesso punto s'intese un grido di dolore
e di rabbia, e un uomo livido in viso, con gli occhi injettati di
sangue, con la barba incolta, coi capelli arruffati, sbucò dalla
macchia. Era Cipriano, o piuttosto la larva di Cipriano. Le veglie, il
digiuno, i patimenti d'ogni sorta, i malvagi pensieri avevano fatto di
lui un altr'uomo. Restava appena una traccia della sua maschia
bellezza; la sua fisonomia aveva l'espressione dei momenti peggiori;
qualche cosa di sinistro, di selvaggio, di feroce. Parve sulle prime
ch'egli volesse scagliarsi sull'Arconti, ma, quando vide che questi
teneva il revolver appuntato contro di lui, comprese che era inutile
ogni attacco, gettò lungi da sè la pistola scarica, e preferì di
aspettare impavido la morte.--Perchè non fa fuoco?--egli chiese a
Roberto, arrestandosi e incrociando le braccia.

Roberto abbassò lentamente l'arma e senza rispondere alla domanda
disse:--Non vi credevo un assassino.

--Volevo ucciderla. Se l'avessi sfidato a duello, mi avrebbe riso in
faccia, non si sarebbe degnato di battersi meco.... Non avevo altro
modo che questo.... Se fossi riuscito, direbbero che sono un furfante;
ho sbagliato il colpo, e diranno che sono anche un imbecille....... La
finisca lei; faccia fuoco; meglio così che sulla forca.

--Disgraziato, e perchè volevate uccidermi?

--Non lo sa? Perchè vedo in lei la sorgente di tutti i miei mali...
Non ne avrà colpa forse, ma che importa? Il fatto non muta per
questo... E poi non è un mistero per nessuno.... Io sono cattivo....
C'era un'unica persona che poteva trasformarmi, e non ha voluto....
Per causa di chi? Per causa di lei.... Oh sicuro, lei non se n'è
immischiato; la sua amante, la sua fidanzata è a Milano; lei a questa
non pensa, ma che vuol dir ciò? Se non fosse mai venuto qui, Maria
avrebbe finito coll'amarmi, Maria sarebbe oggi mia sposa.... Invece
m'ha rifiutato, e lo vede, il suo rifiuto m'ha travolto il
cervello.... Avevo conquistato una brillante posizione nella miniera,
e ho perduto tutto; se mi mostrassi, i miei capi mi chiuderebbero la
porta in viso e i miei subalterni mi lapiderebbero.... Non vivevo più
che per questa vendetta, e m'è fallita anch'essa, e porto ugualmente
in fronte un marchio d'infamia... È vero, ho commesso un delitto, ho
commesso una viltà.... Bisogna espiarla. Faccia fuoco.... Sarà
un'opera di misericordia.

Roberto si guardò intorno. Poi disse con piglio solenne:--Avete
ragione; la vostra vita è in mano mia; posso togliervela, e _di me_
nessuno dubiterà ch'io sia un assassino; posso denunziarvi alla
giustizia, e nessuno dubiterà ch'io sia un calunniatore... Ma se non
volessi fare nè una cosa, nè l'altra?

--E che vorrebbe fare?

--Voglio dirvi: nessuno ci ha visto: quello che è avvenuto può
rimanere un secreto fra noi, purchè partiate subito da questi paesi,
purchè andiate lontano, purchè non turbiate più la pace d'una persona
ch'io giuro di difendere contro le vostre insidie..... Che decidete?

--Mi uccida o mi denunzi. Rimango.

--Sciagurato! Quanti anni avete?

--Ventisei. Che le importa saperlo?

--E a ventisei anni la vita non ha per voi altri allettamenti che
l'odio e il pensiero della vendetta? E piuttosto di rinunziare ai
vostri feroci propositi, vi rassegnate a chiudere i vostri giorni tra
i quattro muri d'una carcere confuso coi delinquenti volgari.... voi
che forse eravate nato a qualcosa di meglio?

Cipriano ebbe un istante di esitazione. L'ingegnere Arconti se ne
avvide, e continuò con più calore.--Siete giovine, Cipriano, voi
potete ancora diventare un altr'uomo, potete spendere la vostra
energia, il vostro ingegno in opere sane e feconde, potete conquistare
la stima dei buoni, potete amare ed essere amato. Vedete, io credo in
voi più che non ci crediate voi stesso; vi credo un traviato più che
un malvagio. Badate a me, giacchè v'è aperta una via di scampo,
approfittatene prima che sia troppo tardi... Perchè, ve lo giuro, oggi
io sono disposto ad agevolare la vostra fuga, a procurarvene anche i
mezzi, se non li avete, a tacere, a obliare il triste fatto che mette
in mia balìa il vostro nome, la vostra esistenza; ma domani.... oh
domani sarò inesorabile.... Valduria non deve essere infestata dagli
aggressori di strada.

Mentre l'ingegnere Arconti parlava, cento pensieri diversi
attraversavano lo spirito di Cipriano e si dipingevano sulla sua
fisonomia mobile ed espressiva. All'ammirazione pel nemico generoso
che voleva salvarlo succedeva un odio tanto più fiero ed intenso
quanto più egli pativa d'essere umiliato da questa generosità; al
sentimento della vita che gli si ridestava nell'anima succedeva la
persuasione che tutto era finito, che non c'era più avvenire per lui.
La vergogna del delitto tentato contrastava col dolore della vendetta
rimasta incompiuta, il nobile impulso di chiedere perdono all'uomo che
aveva voluto uccidere era soffocato in Cipriano dall'orgoglio nativo
ribelle ad ogni atto di resipiscenza.

E l'orgoglio prevalse. Rilevando solo l'ultima parte del discorso di
Roberto, egli rispose con voce cupa e velata dalla collera.--Domani.....
Ha detto domani.... Prima di domani saprà mie notizie.

Si chinò rapidamente, raccolse la pistola che aveva gettato a terra, e
si dileguò in un baleno.

L'Arconti stette un momento in forse se doveva inseguirlo e
strappargli il segreto delle sue parole; poi riflettè ch'era miglior
consiglio il lasciarlo meditare da solo sull'insidia codarda che aveva
teso, sulla proposta di salvezza che gli era fatta; possibile che
qualche cosa di buono, che qualche cosa di sano non gli si svegliasse
nell'anima? Ma se invece tentasse un nuovo delitto? Contro di chi?
Contro di lui per la seconda volta? Ebbene, si difenderebbe. Contro di
Maria? Quest'idea turbò singolarmente Roberto, che giurò a sè stesso
di vigilar sulla giovinetta fino all'indomani. L'indomani, poi, se
Cipriano non dava serie guarentigie di allontanarsi per sempre da
Valduria, la giustizia sarebbe stata informata di tutto. Non aveva
diritto di tacere; non si trattava soltanto di lui; era Maria, era
Odoardo che conveniva tutelare contro gli eccessi d'un forsennato.
Giunto a casa, non fece parola dell'accaduto, nè lo sguardo scrutatore
di Maria avvertì alcuna alterazione nel suo volto. Ma per quel giorno
non volle più scendere in miniera, disse che aveva da rivedere alcuni
conti, e si ritirò nello studio per non uscirne che a ora di cena. La
sera rimase col Selmi e con sua sorella. Odoardo in maniche di
camicia, col colletto sbottonato, fumava, beveva, sonnecchiava,
stirando ogni tanto le braccia e mettendo degli sbadigli rumorosi.
Maria aveva preso silenziosamente da un cassetto un libro francese e
pareva voler dire a Roberto: Quand'è che ripiglieremo le nostre
lezioni? Egli indovinò il suo pensiero, e le chiese:--Dunque ha
studiato da sola? Ormai capisce quello che legge?

--Mi par di sì.

--Via, mi faccia sentire.

Avvicinò la sedia a quella di lei, e si mise in ascolto.

Ella incominciò a leggere. La sua voce tremava.

--Ha il timor panico?--disse sorridendo Roberto.--Le faccio tanto
soggezione?

Ella divenne rossa rossa.

Proprio in quel punto si picchiò forte all'uscio e comparve un giovine
lavorante che venia spesso in casa per piccoli servigi e che Maria
trattava con molta confidenza.

--Cosa c'è, Luigi?--ella chiese amichevolmente.

--Nulla, signorina--rispose il giovine, che aveva una cera da
spiritato.--Volevo....

E fece segno ai due uomini di uscire un momento.

--Dio mio, qualche disgrazia in miniera!--esclamò Maria impallidendo.

Odoardo e Roberto erano balzati tutti e due dalla seggiola.

--Resta qui tu con tua sorella--disse l'Arconti al Selmi.--Sentirò io
di che si tratta. Torno subito....

E uscì nell'andito insieme a Luigi.

Il lavorante raccontò molto confusamente che sul far della sera,
passando davanti all'abitazione di Cipriano ch'era chiusa da un pezzo,
ne aveva visto con sorpresa l'uscio e le imposte spalancate. In una
camera, quella in cui era morta la vecchia Gertrude, si vedeva chiaro.
La sua prima impressione fu una gran paura, onde se la diede a gambe;
ma mentre fuggiva, incontrò il figlio dell'oste, un pezzo di
giovinotto alto quasi due metri, che non avrebbe avuto scrupolo a
misurarsi col diavolo e che volle a forza andar a verificare coi suoi
occhi se la vecchia Gertrude fosse risuscitata.--Meno male se ci fosse
andato lui solo--soggiunse Luigi--ma mi prese per un braccio e mi
costrinse a seguirlo. Non avevo più sangue nelle vene.

--Spicciati, via.

--Arrivati sul luogo, entrammo. Io tremavo come una foglia...

--Finiscila. Cos'hai trovato? La vecchia Gertrude?

--No, no, la vecchia Gertrude dorme sempre in camposanto, e domani suo
figlio le terrà compagnia.

--Cipriano è morto?

--Sì..... In che stato l'abbiamo visto! Era lungo disteso per terra in
un lago di sangue..... Stringeva ancora in pugno una pistola. Sulla
tavola ardeva un lume, e c'erano queste due lettere....

--Per me?

--Una è per lei--disse Luigi consegnandogliele tutte e due.--L'altra
per la signorina.

Odoardo e Maria s'erano affacciati sulla soglia inquietissimi.

--Dunque!... Un'esplosione?...

--No--rispose Roberto--la miniera non c'entra....

--E allora?

L'Arconti rientrò nella stanza, riluttante a parlar davanti a Maria.
Ma ella lo costrinse a uscir dal suo riserbo.--Dica la verità, c'è
qualche bricconeria di Cipriano?

--Non una bricconeria; un atto di disperazione. Insomma,
quell'infelice s'è ucciso....

--Ucciso!--gridarono a una voce Maria ed Odoardo.

--Sì.... E ha lasciato una lettera per me e una per lei, signora
Maria.

--Me la dia qui--ella disse.--E appena l'ebbe, ne ruppe il suggello
con mano convulsa. In pari tempo Roberto leggeva il foglio diretto a
lui.

Non c'erano che queste poche parole: «Non accetto benefizi da chi
detesto. Oggi non ha voluto uccidermi. M'uccido io stesso. È il solo
partito che mi rimane da prendere. Ha fatto la mia rovina, procuri di
non far anche quella d'_un'altra persona_.»

La lettera per Maria era più lunga, e conteneva una rivelazione, che
gelò il sangue della giovinetta.

«Alcune ore fa--scriveva Cipriano--ho tirato due colpi di pistola
contro l'ingegnere Arconti, che, colpevole o no, è la prima origine
delle mie sciagure. L'occhio e il braccio m'hanno tradito. La mia vita
apparteneva al mio nemico, che non volle prendersela e mi promise di
non denunziarmi purchè io acconsentissi ad andarmene per sempre da
questi paesi. Non gliene sono riconoscente. Accettar la sua offerta
sarebbe stato un subire la peggiore delle umiliazioni. Ciò che egli
non ha voluto fare lo faccio io. Allorchè riceverà questa lettera,
Cipriano avrà cessato di vivere. C'era un ostacolo alla sua felicità,
signora Maria; quest'ostacolo è tolto.... Si ricordi di me con
benevolenza. Del giudizio degli altri non m'importa; del suo, sì.
Pensi che l'ho amata molto, che non ho amato al mondo che mia madre e
lei.»

--Oh Dio, è possibile?--gridò Maria nel leggere le prime righe di
questa lettera. E quando l'ebbe finita, ridomandò con voce affannosa e
tenendosi alla spalliera d'una seggiola:--Ma è vero dunque, ma perchè
non m'ha detto nulla?

--Si calmi, cara Maria--rispose Roberto.--Lo vede, aveva promesso di
tacere pel momento, e, se quel disgraziato di Cipriano mi avesse dato
ascolto, avrei taciuto sempre.... Ma ora si calmi; per me non c'è più
pericolo, e per _lui_ pur troppo non c'è più rimedio.... Povero
giovine!

--Che povero giovine d'Egitto!--scappò fuori Odoardo, che aveva
raccolto il foglio caduto di mano a Maria.--Era un pazzo e un
furfante, e il meglio che poteva fare era di levarci l'incomodo....

--Odoardo!--interruppero in tono di rimprovero Roberto e Maria.

--Sì, sì, io non ho i vostri sentimentalismi ridicoli. Non ci sarebbe
stata pace a Valduria finchè colui fosse vissuto.... La sua morte è
una vera liberazione, e per lui non meno che per gli altri. Con quei
caratteri lì non si vive mai bene nel mondo.

--Forse è vero, ma ciò non toglie che Cipriano sia più da compiangere
che da condannare. Aveva la stoffa d'un uomo superiore; e se fosse
nato in condizioni diverse, chi sa che cosa avrebbe potuto
divenire.... Basta tanto poco a determinare il destino degli uomini!

Odoardo tentennò la testa in segno d'incredulità. Maria invece guardò
l'Arconti in un modo che voleva dire:--Come parla bene, come sono
d'accordo con lei!



XXV.


Con la morte di Cipriano cessò l'ultimo soggetto d'inquietudine
rimasto a Valduria dopo lo sciopero. L'ingegnere Arconti e Maria, le
due persone per le quali Cipriano era stato più direttamente una
minaccia e un pericolo, furono forse le sole che provarono un dolore
sincero della sua tragica fine. Non si accetta mai volentieri l'idea
di aver cagionato la morte di qualcheduno, e i due giovani, per quanto
rassicurati dalla loro coscienza, non potevano negare di aver avuto
una parte in questa catastrofe. N'era derivato poi un imbarazzo molto
naturale nelle loro relazioni. Ciò che aveva sconvolto la mente di
Cipriano era il pensiero fisso che l'Arconti gli avesse rapito il cuor
di Maria, e Maria sapeva e l'Arconti indovinava che questo pensiero
non era falso del tutto. Ella era ormai convinta di amar Roberto e
Roberto era convinto di essere amato, ma ella non avrebbe osato
confessare il suo amore, ed egli non sentiva ancora di poter
ricambiarlo. L'imagine di Lucilla non gli usciva dall'anima;
riconosceva ch'ella era indegna di lui, era forse vicino a non amarla
più, ma diceva a sè stesso: Se non amerò lei, non amerò più
nessuna.--Proponimenti che si fanno.... e non si mantengono.

Sia quel ch'esser si voglia, questa situazione era penosa per tutt'e
due, ed era intollerabile in particolar modo a Roberto, che ne
comprendeva meglio i pericoli. Che la lettera di Cipriano avesse
pronosticato il vero? Che realmente egli fosse destinato a far la
rovina d'un'altra persona, e proprio di quella che meritava su tutte
di esser felice, e pel cui bene egli avrebbe con entusiasmo sparso il
suo sangue? Era dunque una fatalità che pesava su lui? Dover nuocere
quando voleva giovare; trovar l'indifferenza dove cercava l'amore;
trovar l'amore dove si sarebbe contentato dell'amicizia? Adesso
invece, dell'amicizia gli eran negati, se non i sentimenti, i
conforti, perchè come discorrere a Maria di ciò che più gli stava a
cuore? Come dire a lei (che lo amava) ch'egli non sapeva decidersi a
non amare un'altra? Come svelare i disinganni che per colpa
_dell'altra_ aveva provato? Come chiederle consiglio prima di tagliar
l'ultimo filo che lo univa all'affezione di tutta la sua giovinezza?

Mentre s'agitava in questi contrasti, gli capitò molto opportuna una
lettera di M.^r Black, il quale lo sollecitava a decidersi circa alla
proposizione che gli aveva fatta poco più d'un mese addietro a
Valduria. Le trattative per l'acquisto della miniera di Rignano erano
tanto avanzate da potersi dire conchiuse, semprechè egli accettasse il
posto di direttore. Un buon direttore era indispensabile, e nessuno
poteva esser migliore di lui. Nè si pretendeva più di tener segreto
l'affare. Oltre che all'Arconti, M.^r Black scriveva anche a Odoardo
Selmi, pregandolo d'interporsi presso l'amico affinchè troncasse
gl'indugi e desse senz'altro una risposta favorevole. Per la miniera
di Valduria, si diceva, non c'era ormai bisogno d'un secondo ingegnere
della levatura dell'Arconti; le cose erano bene avviate, e bastava un
buon impiegato che assistesse il Selmi negli uffici amministrativi.
Invece a Rignano c'era da rifar tutto di pianta, e ci voleva
precisamente un uomo ricco d'idee e di iniziativa. Del resto, la
Direzione di Londra non intendeva di togliere all'Arconti ogni
ingerenza nell'andamento della miniera di Valduria; essa desiderava
anzi ch'egli vi facesse un paio d'ispezioni all'anno e che lo si
consultasse in ogni difficoltà. A Roberto in particolare M.^r Black
dimostrava poi una maraviglia alquanto stizzosa che gli occorressero
sì lunghe meditazioni per afferrar la fortuna. Non ostante tutti i
suoi meriti, si vedeva che egli non era inglese. Non sapeva se sua
madre gli avesse messo degli scrupoli in testa: a ogni modo, egli
soggiungeva, per degne di rispetto che siano le opinioni e i desideri
di sua madre, un uomo non può sagrificare ad essi tutta la propria
carriera.

M.^r Black faceva un inutile spreco di eloquenza. Egli predicava ad un
convertito. La miniera di Rignano s'affacciava ora a Roberto come una
tavola di salvamento che non gli era lecito di respinger da sè. Un
_sì_ detto a M.^r Black gli precludeva la strada a ogni debolezza
verso Lucilla e lo allontanava da Valduria, ove la sua presenza non
riusciva che a insidiar la pace della buona Maria. E poi egli avrebbe
avuto nuovi ostacoli da vincere, nuovi rischi da affrontare, e solo in
una attività raddoppiata egli poteva sperare di dimenticar le sue
pene. Pareva un destino che la sua esistenza dovesse essere una
perpetua battaglia. Nè se ne rammaricava; s'era avvezzo a non sentir
la pienezza della gioventù e della vita che nell'ansie affannose della
lotta.

Tuttavia non si sarebbe risolto ad accettar l'ufficio onorifico che
gli era offerto se avesse creduto, accettandolo, di recar dispiacere a
Odoardo Selmi, alla cui schietta amicizia, alla cui fraterna
ospitalità andava debitore di tanto. Ma il Selmi, spensierato,
indolente, mediocre d'intelligenza, aveva un cuor d'oro, ed era
incapace di considerazioni piccine. Trovava la cosa più naturale del
mondo che il suo amico, del quale riconosceva la superiorità, salisse
più in alto di lui, e com'era stato il primo a metterlo in vista, così
era il primo ad applaudire ai suoi lieti successi. Egli accolse quindi
con vera letizia l'annunzio datogli da M.^r Black ed eccitò
calorosamente Roberto a far pervenir subito a Londra la sua adesione.

--Non sei fatto per una posizione subalterna--diceva l'ottimo Selmi--e
nemmeno per dividere il comando con altri. Tu devi essere il padrone
assoluto. Se ci lasci, abbiamo il conforto che non vai che a pochi
chilometri di qui. Inoltre, non ci abbandoni del tutto; sei il nostro
ispettore, e sarai il nostro consulente nei casi dubbi.... Non l'avevo
predetto che saresti in breve tempo direttore d'una miniera?

E Maria? Maria soffriva assai, ma faceva del suo meglio per non
mostrarlo e per rassegnarsi. Non poteva succedere altrimenti; non era
lecito supporre che l'ingegnere Arconti rimanesse sempre a Valduria. E
sarebbe forse stato desiderabile che vi rimanesse? Già le confidenze
d'un tempo non erano più possibili; Roberto aveva indovinato almeno
una parte del vero, e ciò li costringeva tutti e due a un inusato
riserbo. Ebbene, meglio così; meglio ch'egli se ne andasse via. Ella
sarebbe tornata quella ch'era prima di conoscerlo; avrebbe fatto la
pace, vivendo soltanto per suo fratello, soccorrendo i malati, amando
e facendosi amare dai bambini della valle. Era decisa più che mai a
restar zitella, a non pensare mai, mai ad un altr'uomo. Alzar gli
occhi fino a _lui_ era stata una pazzia; lo sapeva e non aveva diritto
di lagnarsi di nessuno. Di quando in quando lo avrebbe rivisto, e
quest'idea la consolava. Forse anch'egli avrebbe sentito qualche volta
il desiderio della sua compagnia. Era vissuto fino allora come in
famiglia; invece a Rignano si sarebbe trovato solo.... Solo? E
Lucilla? No, Lucilla non sarebbe venuta. Maria n'era sicura. E su
questa sicurezza ricostruiva timidamente, involontariamente, il suo
bel castello di carte. Ma era così debole, così fragile da non durar
che un istante.

Eccitato da tutte le parti a far una cosa di cui era già persuaso,
l'ingegnere Arconti non esitò più. E in pochi giorni gli venne da
Londra la notizia che la miniera di Rignano era stata comperata dalla
_Sulphur Society_, e ch'egli n'era nominato ingegnere capo per cinque
anni con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili fino a
dodicimila se i risultati del primo biennio fossero favorevoli. La
consegna doveva succedere entro il mese con l'intervento di due
rappresentanti delle due Società contraenti. Era in facoltà
dell'ingegnere Arconti di tenere il personale esistente, o di
cambiarlo. In quanto al vecchio direttore, il signor Max Rundberg, non
c'era nessun provvedimento da prendere perchè egli si era inteso coi
primi proprietari e si ritirava in Baviera. Per tutti i nuovi lavori
da farsi, per tutte le riforme da introdursi, l'ingegnere Arconti
avrebbe a suo tempo presentato delle proposte concrete alla Direzione
Centrale.

L'annunzio della vendita fu accolto con gran favore dagli operai di
Rignano, i quali erano convinti da un pezzo che le cose non potevano
andare innanzi a quel modo, e che la miniera doveva passare in altre
mani, o essere abbandonata. L'ingegnere Arconti vi avrebbe certo
infuso una nuova vita come l'aveva infusa a Valduria, e la _Sulphur
Society_ come mostrava di saper scegliere i suoi uomini, così aveva
mostrato di non lesinare all'occasione i suoi capitali, onde c'era da
aspettare in breve la resurrezione di Rignano, già la prima delle
zolfatare di quella provincia.

Roberto aveva bruciato i suoi vascelli. Per cinque anni almeno egli
non poteva pensare più a tornare in patria o a stabilirsi in altra
città. Nè s'illudeva sulle conseguenze di questa risoluzione. Lucilla
non sarebbe venuta ad abitare con lui. Lucilla non l'avrebbe
aspettato. L'amore ch'ella gli portava non era nè forte abbastanza da
farle tollerare il soggiorno d'una miniera, nè abbastanza tenace da
resistere alla prova del tempo.

Ma mentr'egli stava per comunicare a sua madre la gran novità, gli
giunse da lei un dispaccio che lo fece strabiliare. Ella aveva bisogno
urgente di vederlo e di parlargli; veniva quindi in persona, non a
Valduria, ma alla città più vicina sulla linea ferroviaria. Sarebbe
arrivata con la tal corsa per fermarsi poche ore. Fosse ad aspettarla
alla stazione.

Che mai poteva aver indotto una donna così sedentaria e amante dei
propri comodi ad alzarsi all'alba e intraprendere questo viaggio
precipitoso? Roberto non sapeva proprio che cosa pensare. Che la
signora Federica avesse fatto dei debiti? Ma perchè non gliene avrebbe
discorso quando s'erano veduti poche settimane prima? E, a ogni modo,
perchè non gliene avrebbe scritto? Possibile ch'ella avesse gli
uscieri alla porta di casa? O che si trattasse invece del matrimonio?

Pieno di curiosità e d'inquietudine l'ingegnere Arconti si recò alla
stazione di... all'ora indicata. Maria s'era offerta di accompagnarlo
pel caso che la signora Federica potesse aver bisogno de' suoi
servigi, ma Roberto non aveva voluto esporre la buona giovinetta ai
superbi disdegni di sua madre. Ed ella non aveva insistito; s'era
contentata di mettere a disposizione della signora Arconti la propria
camera, se mai ella si fosse risolta a passar qualche giorno a
Valduria.

--Mamma, come mai qui?--domandò Roberto con ansietà, aprendo lo
sportello d'una carrozza di prima classe, e aiutando la signora
Federica a scendere.

--Un momento--ella rispose con solennità, ravviando le pieghe del suo
elegante vestito da viaggio e asciugando il sudore con un fazzoletto
di batista profumato di muschio.--Capisci che, se son venuta sin qui
col caldo che fa, avrò avuto le mie buone ragioni.

--Sicuro. E son queste ragioni che desidero di sapere.... Ci sono
disgrazie? Lucilla?

--Lucilla è un fiore.

Roberto respirò.--Vuoi venire a Valduria? C'è una discreta camera per
te.

--A Valduria?--esclamò inorridita la signora Federica.--Dio me ne
guardi... Qui ci sarà un albergo, m'immagino...

--Diamine. Adesso ci andremo.

E fece salir sua madre in una vettura.

--Bella carrozza, non faccio per dire.... Non c'è di meglio in questi
disgraziati paesi?... Figuriamoci poi Valduria.

--Bisogna adattarsi--soggiunse Roberto sorridendo.--E dunque... queste
ragioni?

--Son venuta apposta per dirtele, ma lasciami pigliar fiato...

Tentennò la testa in aria patetica e continuò:--In che arnese sei!
Pensare che il mio figliuolo potrebbe essere uno dei _lions_ di
Milano!... Sarà un'idea mia, ma giurerei che tu puzzi di zolfo.

--Possibile. Però credi pure che non faccio economia d'acqua.

La signora Federica tirò fuori da un _nécessaire_ di bulgaro una
boccetta d'acqua di Colonia e l'avvicinò al naso.

L'aspetto del principale albergo del paese produsse nella signora
Arconti un effetto analogo a quello prodottole dalla vettura.

--È il migliore?--ella chiese a suo figlio, facendo una smorfia come
il fanciullo che deve prendere una medicina.

--Appunto.

Ella trasse un profondo sospiro, ed entrò, inchinata con grande
ossequio dal padrone dell'albergo, che non era avvezzo a ricevere
viaggiatori così eleganti. Anche il cuoco, in giacchetta e berretto
bianco, si affacciò alla soglia della cucina per veder passare la
maestosissima forestiera; poi tornò a' suoi fornelli pensando ch'era
venuto il momento di farsi valere.

La signora Federica girò tutte le stanze dell'albergo senza trovarne
una che le convenisse; finalmente dovette accomodarsi alla meno
peggio.

--In mezz'ora sono con te--ella disse al figlio.--Ordina intanto il
desinare.

Si chiuse nella camera, ma siccome le mancava ora questa cosa, ora
quella, suonò il campanello almeno una dozzina di volte e mise in
iscompiglio tutta la servitù. Non ci sono rose senza spine, e il
padrone del _Grand Hôtel Royal_ di.... scontò con qualche piccola noja
l'insigne onore di alloggiare la signora Arconti.

Ella non comparve nella _salle à manger_ che dopo un'ora e più di
_toilette_. Roberto, sui carboni accesi, l'aspettava seduto a tavola,
sbocconcellando il pane per ingannar il tempo. Il desinare aveva
sofferto dell'indugio ed era freddo; la signora Federica lo trovò
pessimo, come pure trovò _shocking_ l'ambiente, indecorose le
stoviglie, sudicia la biancheria, orribili le posate. E pensare che
tutto doveva esser peggio a Valduria! La signora Federica, dopo aver
fatto le sue critiche in lingua francese per darsi più tono e per non
esser capita dai camerieri, concluse con un'osservazione
filosofica:--Gli uomini sono come le bestie; finiscono a vivere in
mezzo alla sporcizia senza accorgersene.

Roberto la lasciò sfogarsi, ma quando gli parve ch'ella avesse vuotato
il sacco delle sue querimonie,--Mamma--le disse giungendo le mani in
atto supplichevole--toglimi di pena; spiegati...

--Il motivo del mio viaggio?... Eccomi qua...

Basta che tu non m'interrompa.... Hai sempre quel brutto vizio...

--Non t'interromperò... Parla.

--Devi dunque sapere... Ma fa prima portare un lume, perchè è quasi
notte.



XXVI.


--Devi dunque sapere--ripigliò la signora Federica dopo che il
cameriere ebbe posato sulla tavola un lume a petrolio--che da un paio
di settimane il marchesino Moschi stringe un po' i panni addosso a
Lucilla.

Roberto si lasciò scappare un--Imbecille!--che veniva dal cuore.

--No--soggiunse la signora Federica con gravità--il marchesino Moschi
non è un imbecille. È un giovine per bene, pieno di riguardi anche per
me, quantunque non possa ignorare ch'io invigilo tutti i suoi passi e
combatto le sue mire.... Ma questo non importa.... Il fatto sì è che,
dopo la sera dei quadri viventi, il marchesino s'è messo a frequentar
la casa Dal Bono molto più assiduamente di prima e, a quel che mi
consta, è entrato abbastanza nelle grazie di quell'orso che è il
signor Benedetto.

--E di quella colomba ch'è Lucilla--osservò Roberto con ironia.

--Tu sai--continuò la signora Federica--se quella cara ragazza abbia
confidenza in me. Si può dire anzi che se la intende più con me che
con sua madre. Anche questa volta mi ha parlato col cuore in mano. Il
marchesino Moschi, ella mi disse, è un buon giovine, è un bravo
giovine, è nobile e ben veduto in società, è insomma un eccellente
partito; ma io non ho alcun entusiasmo per lui, e preferirei sempre
Roberto, malgrado della sua stravaganza... (Scusa, ha detto proprio
così). C'è però da considerare una cosa, continuò Lucilla (pare
impossibile come quella ragazza abbia le idee nette), c'è da
considerare che Moschi fa proprio sul serio, e ha già lasciato
intendere che verrebbe ad abitare in casa, e per la dote si
accomoderebbe alle disposizioni del babbo... Roberto invece ha le sue
idee matte, ha la sua superbia, non si degna, e sì che quando si degna
un marchese... A questo punto puoi credere che m'è salita un po' la
mosca al naso, e ho detto che gli Arconti non la cedono a nessuno, che
se non hanno titoli, è perchè non hanno voluto rovistare negli
archivi....

--Questo hai detto?

--Già, ho detto questo. E non ho parlato a caso, perchè un professore
che pratica dai Dal Bono mi assicurò un giorno che c'erano degli
Arconti ai tempi degli Sforza, e ch'erano una gran famiglia...
Mariano, senz'alcun dubbio, discendeva da quelli....

--Tira via.

--Tu pur troppo non capisci più nulla delle cose del mondo.

--Sarà, ma veniamo alla conclusione.

--La conclusione è questa. Lucilla mi dichiarò che non può essere la
serva umilissima de' tuoi capricci, nè può restar zitella
indefinitamente, e che quindi sposerà il marchesino Moschi se tu non
ti decidi ad agire da uomo ragionevole...

--Cioè a lasciar questi luoghi e a supplicare il signor Benedetto Dal
Bono che mi dia un posticino in casa sua, e mi faccia l'onore di
prendermi per genero e per commesso.

--L'onore lo fai tu a lui.....

--Va benissimo--disse Roberto con calma forzata.--E tu cos'hai
risposto?

--Ho pensato che non era più tempo da ciarle ma da fatti. Ho detto a
me stessa. Per vincere la cocciutaggine di mio figlio non c'è che un
modo, andar in persona a parlargli.

--Povera mamma!

--Fu una decisione presa lì per lì, in ventiquattr'ore.... Non avevo
nemmeno una _toilette_ da viaggio. Figurati, non m'ero più mossa da
Milano dopo la morte del mio povero marito.... Ma la Chaillon ha fatto
miracoli.... Dalla mattina alla sera mi ha approntato questo vestito,
ch'è un _bijou_.... È inutile, le altre sarte non hanno quel _chic_
che ha lei... Basta; questa mattina mi son levata all'alba, ti ho
spedito un telegramma, e mi son messa in viaggio.... Guai se noi altre
mamme non si sapesse, nei casi estremi, prendere di queste risoluzioni
disperate.

--Povera mamma!--ripetè Roberto commosso all'idea di dover togliere
l'ultime illusioni a lei, che credeva in buona fede di avergli reso un
servigio inestimabile.

--Adesso tocca a te a parlare--disse la signora Federica.--Vuoi che
usciamo all'aperto?... Questa sala mi fa oppressione di respiro.

--Usciremo or ora--osservò l'ingegnere.--Se non ti dispiace, la mia
risposta la darei a Lucilla con due righe in iscritto....

--Come? Io non saprò nulla?

--Mi son spiegato male..... Le due righe le scriverò qui sotto i tuoi
occhi e le consegnerò a te.

--Ma...

--Credi, mamma, è meglio così.

Roberto scosse il campanello, e ordinò al cameriere qualche foglietto
di carta da lettere e qualche sopraccoperta.

Quand'ebbe l'occorrente, egli scrisse l'intestazione: «Cara Lucilla.»
La mano gli tremava; si alzò, e fece un pajo di giri per la sala,
sperando di calmare un poco l'agitazione de' suoi nervi.

La signora Federica aveva un vago presentimento che le cose non
sarebbero andate a seconda de' suoi desideri. Pure la sua insanabile
leggerezza le fece fare un'osservazione stupida:--Dev'essere
impossibile scrivere su quella carta.

--Il marchesino Moschi ne avrà certo di migliore--rispose Roberto,
rimettendosi a sedere. La signora Federica avrebbe voluto soggiungere
qualche cosa, ma suo figlio la supplicò di lasciarlo tranquillo mentre
scriveva. E scrisse infatti poche righe, interrompendosi ogni momento,
come se avesse bisogno di riprender lena.

Alla fine porse in silenzio il foglio a sua madre. La signora Federica
lesse:

«Cara Lucilla. L'offerta ch'io t'avevo fatta era una prova di amore e
di rispetto, perchè alla donna rispettata ed amata l'uomo non può
offrir nulla di più onorevole che di divider con lui la posizione
ch'egli ha saputo conquistarsi col suo lavoro. L'offerta che tu mi
rinnovi col mezzo di mia madre mi avvilisce e mi umilia. Pur troppo
noi intendiamo in modo diverso i sentimenti e i doveri su cui si fonda
un'unione destinata a durar tutta la vita. Cresciuti insieme sin dalla
prima età, nutriti nella speranza di non dividerci mai, noi ci
troviamo invece costretti a una separazione penosa. Addio, Lucilla.
Che tu possa esser felice. Io non sarò più tale sulla terra. Da quando
è morto mio padre, non ho sofferto mai come oggi. Addio, saluta i tuoi
genitori, e specialmente la buona signora Giulia.

                                «ROBERTO ARCONTI.»

La lettura di questa lettera strappò alla signora Federica una serie
di esclamazioni che esprimevano la sorpresa, lo sdegno, il dolore.
Giunta alla fine, non seppe più tenersi, e, rossa in viso dalla
collera, lacerò il foglio, protestando che non avrebbe certo
acconsentito a portare un simil messaggio.

Roberto, spiegando una sovrumana energia per non prorompere, raccolse
i frammenti della lettera e disse.--Quand'è così ricopierò il mio
scritto e mi servirò della posta.

Ma una tale tranquillità non riusciva che a irritare maggiormente la
signora Federica.

--È un'infamia--ella disse.--Tu non hai nè testa, nè cuore. Rovini il
tuo avvenire, pianti Lucilla, e getti nella miseria tua madre.

--Povera mamma! Tu fai i conti in una certa maniera.... Credi sul
serio che saremmo più ricchi di adesso il giorno in cui fossi in casa
Dal Bono a godermi i frutti della dote di Lucilla e il piccolo
stipendio che forse mi darebbe il signor Benedetto come suo agente?

--Oh il signor Benedetto non vive molti anni, e allora....

--Via, non facciamo questi calcoli vergognosi.... Sappi invece che,
quando mi capitò il tuo dispaccio, io stavo per iscriverti che ero
nominato direttore della miniera di Rignano a pochi chilometri da
Valduria, e che la mia posizione è mutata in modo da permettermi di
portare il tuo assegnamento mensile a cinquecento lire. Aggiungi a
questo il frutto della tua dote, e l'altre piccole entrate che ti
rimangono.... È la miseria?

In altri tempi questa notizia avrebbe prodotto un gran piacere alla
signora Federica, ma infatuata com'era nell'idea del matrimonio, ella
si strinse nelle spalle e disse:--L'interesse? Mi curo forse
dell'interesse? È il decoro che mi preme.... Un Arconti minatore,
mentre potrebbe essere accolto a braccia aperte nella miglior società
di Milano come marito d'una ricca ereditiera.... Oh, questo colpo non
me l'aspettavo....

--Eppure, cara mamma, ho parlato sempre ad un modo.

--Non lo nego, ma chi poteva immaginarsi un'ostinazione simile? Anche
Mariano era ostinato, ma non così, non così.... Già per me è
finita.... È come se non avessi più figlio.

--Vuoi venirci a stare con questo figliolo snaturato?

--Io in questi luoghi? Io ridurmi una contadina?

--È vero, qui tu staresti a disagio, e io non insisto. Ma sappi che le
braccia e la casa di tuo figlio ti son sempre aperte. Un giorno gli
darai forse ragione.

--Mai, mai--rispose la signora Federica. E soggiunse:--Adesso voglio
partire al più presto; anche questa notte, se c'è una corsa.

--Non puoi partire che domattina.... Avrai bisogno di riposo.... Va
nella tua camera.... Dormirò anch'io in questo albergo, e ti
accompagnerò domani alla stazione.... E, a proposito, hai tutto il
denaro occorrente pel viaggio?

La signora Federica guardò nella borsa e si accorse di non aver che
poche lire. Sulle prime ne fu maravigliata perchè le pareva d'esser
uscita di casa col portamonete ben fornito, ma poi si ricordò che alla
stazione di Milano aveva avuto la debolezza di comperare un
piccolissimo pappagallo offertole per quaranta lire, una miseria.
L'aveva consegnato alla cameriera perchè lo mettesse nel salottino;
sarebbe stata una compagnia; era così sola! Sperava poi che questo
pappagallo non farebbe la riuscita dell'altro che ella aveva avuto in
passato; questo era giovine, se lo sarebbe educato lei.

Roberto, malgrado della tristezza che l'opprimeva, non potè a meno di
sorridere.

--Ecco, i pappagalli non si possono proprio ritenere una spesa
necessaria.... Pazienza.... Domattina comprerò io il biglietto.... E
questo vestito da viaggio quanto ti costa?

--Non lo so, non ho fissato il prezzo.

--Quando ricevi il conto, mandalo a me.... T'avrò fatto un piccolo
regalo.

--Se speri di ammansarmi con queste moine, t'inganni--rispose la
signora Federica, che aveva però rimesso alquanto della sua baldanza
dopo la confessione dell'acquisto del pappagallo.

Fatto si è che la mattina seguente ella si alzò molto più calma. Non
che si fosse persuasa delle ragioni di suo figlio; tutt'altro.
Persisteva sempre a volerlo sposare con Lucilla, ma aveva una nuova
idea. Avrebbe parlato con un tale, persona molto influente in paese,
raccomandandogli di trovar subito a Milano un posto per Roberto che
gli rendesse quanto la direzione della miniera. Allora, per Bacco, non
ci sarebbero più obiezioni.

--Ce ne sarebbero due sole--osservò Roberto--la prima ch'io sono
impegnato con la _Sulphur Society_ per cinque anni, la seconda che il
matrimonio tra Lucilla e me ormai è impossibile. Tu non vuoi portare a
Lucilla la mia lettera, e sia pure. Questa lettera la imposterò alla
stazione io medesimo.

--Sei un caparbio--disse la signora Federica, arrabbiandosi di
nuovo.--Ma io farò che Lucilla non dia retta a quello che tu scrivi,
io ti salverò tuo malgrado.

--Povera mamma!--esclamò Roberto, ripetendo ancora una volta una frase
che gli era venuta sulle labbra così spesso nello spazio di poche ore.

Prima di salire in vagone, la signora Federica sussurrò all'orecchio
di suo figlio:

--E le cinquecento lire cominci a spedirmele il mese venturo?

--Sì, mamma. Bada però di non comperare altri pappagalli.

Il treno si mosse portando seco la signora Arconti, che non poteva
certo lodarsi dell'esito del suo viaggio, ma si consolava nella
fiducia di esser presa per una gran dama da due inglesi i quali si
trovavano nello stesso scompartimento.

Roberto seguì con l'occhio il convoglio che si dileguava, poi s'avviò
tristamente in cerca d'una vettura che lo riconducesse a Valduria. Era
dunque finito tutto? Con la lettera scritta a Lucilla egli aveva
dunque messa la pietra sepolcrale sul suo passato? Addio sogni
lungamente accarezzati con la fantasia, addio speranze di chiuder la
vita accanto alla donna che, prima, gli aveva svegliato nel petto i
palpiti dell'amore! A voltarsi indietro col pensiero, Roberto vedeva
sempre Lucilla. La vedeva bambina, vispa, snella, ricciuta, dai labbri
di corallo e dai grand'occhi neri, ch'erano un incanto; poi fanciulla
capricciosetta e bellissima, più bella di quant'erano le fanciulle
della sua età, poi si ricordava d'un periodo assai breve, quattro o
cinque mesi forse, in cui quella bellezza s'era alquanto offuscata per
rifiorire dopo più splendida, più superba di prima. E si ricordava
d'aver protetto la bambina, d'aver diviso i giochi della fanciulla,
d'aver detto alla giovinetta tante dolci parole, d'averne tante
sentite da lei. Si credevan da un pezzo due promessi sposi; e si
prendevan le confidenze di due promessi sposi. Quante volte le loro
labbra s'eran toccate, quante volte il braccio di Roberto aveva cinto
la svelta e flessuosa persona di Lucilla! Ed egli le aveva aperto
tutto il suo cuore; l'aveva messa a parte di tutto ciò che c'era in
lui di più geloso e di più segreto.... e adesso, adesso ella era in
procinto di diventar moglie d'un altro, e quelle confidenze, ch'egli
aveva deposte nella sua anima come in un santuario, stavano per essere
profanate da un'intimità nuova. Quest'idea era intollerabile a
Roberto, e lo faceva dubitare di ciò che poc'anzi gli appariva limpido
e chiaro come la luce del sole. Perchè aveva gettato Lucilla nelle
braccia del marchesino Moschi? Perchè le aveva scritto una lettera
secca, recisa, che toglieva l'adito a ogni riconciliazione? Perchè non
aveva studiato un mezzo termine? E infine, a Milano, perchè non s'era
almeno preso il gusto di dare una sciabolata al temerario che aveva
osato insidiare il suo bene? Santo Iddio! Queste domande non se le era
già fatte un milione di volte? Non vi aveva risposto in modo
soddisfacente? Non aveva acquistato la convinzione d'aver seguito
l'unica via che un uomo d'onore potesse seguire? E come mai ricadeva
ora nelle antiche incertezze?

Egli arrivò così a Valduria col proponimento di scendere nelle
gallerie sotterranee appena si fosse cambiato vestito. Odoardo era in
giro per la miniera; Maria invece era in casa occupata a rimendare un
abito di suo fratello.

Come spesso le accadeva, ella era tranquilla d'aspetto, agitatissima
di spirito. La venuta della signora Arconti era parsa anche a lei un
fatto così singolare da non poter trovare la sua spiegazione che in
qualche avvenimento straordinario. Aveva perciò atteso con impazienza
febbrile il ritorno di Roberto; ora che egli era tornato, la paura
d'esser indiscreta l'ammutoliva. Pur si fece coraggio, e sentendolo
passare nell'andito gli disse:--Signor Roberto, non viene nemmeno a
salutarmi? Non ha bisogno di nulla?


--Venivo anche da me, sa--rispose l'ingegnere, sforzandosi di assumere
un fare scherzoso, ed entrò nella stanza con la mano tesa verso
Maria,--Venivo anche da me, e non perchè avessi bisogno di qualche
cosa.

Quand'ella lo vide, il doppio istinto della donna, e della donna che
ama, le rivelò subito che, se egli aveva il sorriso sul labbro, aveva
la morte nell'anima.--Dio mio--ella esclamò--soffre?

In viso alla giovinetta era dipinta una simpatia così vera, così viva,
così profonda che Roberto ne fu scosso in tutte le fibre. Il bisogno
di espansione, di confidenza, prevalse in lui ad ogni altro riguardo;
si abbandonò sopra una seggiola e disse:--Sì, soffro.

--Una disgrazia?

--Quando giunsi a Valduria--replicò Roberto--le raccontai il principio
d'una storia d'amore. Poi tacqui. Quella storia d'amore mi costava
tante pene!... Vuol saperne la fine?

Allora Roberto espose in tutti i loro particolari i fatti che già
conosciamo. Alla fine estrasse di tasca i frammenti della lettera a
Lucilla che sua madre aveva lacerato in un impeto di collera, e li
ricompose sotto gli occhi di Maria, dicendole:--legga e poi giudichi.

--Giudicare io?.... No, no--supplicò Maria turbata, commossa, frenando
a stento le lagrime. E intanto divorava con gli occhi le poche righe
contenute in quel foglio.

--Giudichi lei--ripetè Roberto--lei che ha il cuore così buono e il
criterio così giusto. Potevo subire le umiliazioni che mi si
offrivano? Potevo continuar ad amare una fanciulla che non voleva fare
per me nessun sacrificio e mi imponeva quello della mia dignità?

--Ma, signor Roberto, perchè vuol che pronunzi un giudizio? Sono
anch'io una povera donna.... direi uno sproposito....

--Ciò significa che non vuol condannare un'altra donna.... Condanna
piuttosto me....

--Ah no!--ella proruppe con un grido sublime d'impeto e di verità.

--Grazie, buona Maria, di questa parola--esclamò l'ingegnere
afferrandole la mano.

Ella era trasfigurata da una folla di sentimenti e d'impressioni che
non avrebbe saputo definire. Era immensamente felice, e arrossiva, si
vergognava pensando che ciò che l'aveva fatta felice era l'annunzio
d'una sventura che aveva colpito l'amico suo. Nella confusione in cui
si trovava non seppe dire altro che:--Coraggio! l'avvenire la
compenserà di quello che soffre oggi.... Merita tanto d'essere amato..

Capì d'aver detto troppo, e si fece del color della porpora.

Ma Roberto non raccolse quest'ultima frase. Lasciò la mano di Maria, e
tentennando tristamente la testa, disse a mezza voce:--Oh!
l'avvenire....

Poi si affacciò alla finestra, e stendendo il braccio verso un punto
lontano nella campagna riprese:--Si ricorda di quel pioppo laggiù,
colpito dal fulmine l'estate scorsa, poche settimane dopo il mio
arrivo? si regge ancora, vivo forse, ma senza foglie. La primavera non
ne ha fatto una sola sui suoi rami intristiti. Così sarà di me...
Anch'io fui colpito dal fulmine... M'hanno schiantato il cuore... A
lei, Maria, serberò gratitudine eterna.

La commozione gli troncò la voce; si passò rapidamente la mano sulla
fronte e uscì dalla stanza. Nè vide che gli occhi di Maria si erano
nuovamente riempiuti di lagrime. Era troppo occupato del suo dolore da
accorgersi del dolore altrui.



XXVII.


Da oltre quindici giorni la zolfatara di Rignano era stata consegnata
alla _Sulphur Society_. Il signor Max Rundberg era partito per Monaco,
sperando di trovarvi la buona birra e le floride _Kellnerinnen_ che
avevano rallegrato la sua prima gioventù; e l'ingegnere Roberto
Arconti aveva assunto la direzione d'una miniera nella quale le cose
erano da anni e anni trasandate a un punto da non potersi credere. Si
lavorava appena in un pajo di gallerie, la fusione del minerale era
fatta coi metodi più antiquati, le pompe vecchie e logore adempivano
malissimo al loro ufficio, onde l'acqua invadeva ogni tanto il
sotterraneo, recando gravi danni e cagionando grandi pericoli. Il
signor Tranquilli, mugnajo e sindaco del paese, nel salutare il nuovo
ingegnere a nome dell'intera _cittadinanza_, gli aveva rivolto un
discorso assai involuto, concludendo col dire che la miniera di
Rignano, esercitata fin dai _tempi mitologici_, doveva, per merito
suo, tornar ad esser la prima di tutto l'_orbe terraqueo_.

Roberto non aveva mire così ambiziose, ma egli non era uomo da
mettersi a mezzo in un'impresa ed era anche in tali disposizioni
d'animo da non trovar pace che in un lavoro assiduo e febbrile. La sua
attività, sempre maravigliosa, pareva essersi raddoppiata; delle
ventiquattr'ore del giorno si può dire che non ne consacrasse cinque
al riposo. Aveva pel momento preso alloggio in un paio di stanze già
occupate dal suo predecessore, ma non ci stava che per dormire.... La
solitudine gli era intollerabile, e finchè la stagione glielo
permetteva amava meglio di attendere alla parte amministrativa del suo
ufficio sotto una tettoia fradicia e scompaginata che serviva come
luogo di deposito provvisorio del minerale e ove c'era un viavai di
gente. Aveva bisogno che nulla lo distraesse dalle cure della miniera;
ogni sosta, ogni interruzione era una breccia aperta ai tristi
pensieri che lo assediavano. Nè questi pensieri si riferivano soltanto
ai suoi disinganni amorosi; egli confrontava anche il vecchio col
nuovo soggiorno, e ridesiderava Valduria, ove nella casa del suo amico
Selmi aveva trovato una seconda famiglia. Rammentava con commozione le
sere passate nel salottino mentre Odoardo fumava la sua pipa e
sorseggiava il suo bicchiere, e Maria lavorava d'ago o studiava il
francese. Povera Maria! S'egli non fosse andato a Valduria con
l'immagine di Lucilla nel cuore, se non avesse poi per un anno
continuato a idoleggiar questa fanciulla ad onta delle prove più
patenti d'indifferenza, se oggi la grandezza medesima della sua
disillusione non lo avesse reso incapace di aprir l'anima ad un nuovo
affetto, Maria avrebbe potuto esser sua sposa e farlo felice. E
sarebbe stata felice anche ella, perchè lo amava, e per amor suo aveva
soffocata forse un'altra simpatia nascente, e aveva spinto alla
disperazione quello sciaguratissimo uomo di Cipriano. Povera Maria!
Gli era pur forza convenire che la mancanza di lei era un vuoto nella
sua vita. Gli pareva vederla, bella di quella bellezza che dà la bontà
accoppiata all'intelligenza, girar tranquillamente operosa nella casa
attendendo alle faccende domestiche, o accingersi semplice e modesta a
uno di que' suoi pellegrinaggi nella valle di cui ell'era l'angelo
tutelare e ove ella, senza saperlo, ingentiliva i modi e i costumi.
Che cos'era al paragone Lucilla, malgrado della sua splendida
avvenenza, e delle sue eleganze cittadine, e del suo cinguettare in
più lingue, e della sua cultura di frontispizi? Ah, Lucilla stava per
anteporgli un nobiluccio floscio e linfatico? Ed egli perchè non le
aveva risposto mostrandole che sapeva farsi amare da donne migliori di
lei? No; nè egli poteva così ad un tratto cambiar l'oggetto del suo
culto, nè Maria meritava l'offesa d'essere amata per far dispetto ad
un'altra. E poi egli le aveva detto il vero. Egli era simile al pioppo
di Valduria colpito dal fulmine: la sua esistenza era distrutta, il
suo cuore era morto.

E pareva realmente che ormai egli amasse ben poco la vita. Il suo
coraggio naturale era spinto fino all'audacia, fino alla temerità, e
destava maraviglia ne' più intrepidi fra i minatori. Pure a vederlo
uscire incolume dai maggiori pericoli, quella gente rozza andava via
via formandosi l'opinione che egli fosse invulnerabile. E qualche
fatto singolare aveva dato credito a quest'opinione. Un giorno, per
esempio, in cui una mina tardava molto a scoppiare, l'ingegnere
Arconti insieme a un pajo d'uomini s'avvicinò per vedere se la miccia
era spenta. Accortisi subito ch'essa ardeva ancora ed era quasi
consumata per intero, si ritirarono a precipizio, e riuscirono ad
imboccare in tempo una galleria laterale, tantochè, quando successe
l'esplosione, i rottami non vennero a colpirli. Non poterono però
evitare d'essere avviluppati dai vapori di zolfo e di prendersi ciò
che nelle miniere di Romagna chiamano una _fumata_. Ma mentre i due
che avevano seguito l'ingegnere furono a un pelo di rimanerne
asfissiati e non poterono lavorare per una settimana, egli se la cavò
con una leggera raucedine. In un'altra occasione una scala a piuoli
per la quale si discendeva in una delle gallerie più profonde s'era
rotta appena egli aveva messo il piede a terra. Un secondo prima lo
avrebbe travolto nel precipizio. Ora, quello che crea la riputazione
d'invulnerabilità non è già che i pericoli, anche affrontati, non si
presentino, ma che presentatisi, si scampino.

Finchè la zolfatara di Rignano era esercitata dalla vecchia Società
non la si poteva dire più malsicura dell'altre. Ma la sicurezza si era
acquistata a prezzo dell'inerzia abbandonando tutti i punti ove
sarebbe stato necessario un maggiore impiego di forza o una maggior
ricchezza d'espedienti. Adesso invece si trattava di rimettere in
opera anche quella parte della miniera ch'era trascurata da lungo
tempo e per la quale non s'eran voluti fare nemmeno i lavori
indispensabili per la conservazione dello _statu quo_. Così i rischi
presenti erano frutto della negligenza passata.

Il render praticabili le vecchie gallerie era una delle prime cose a
cui si doveva pensare, e non era certo nè la più facile nè la meno
costosa. Le armature di legname che le rivestivano, infracidite per
l'umidità e non racconciate mai, avevano ceduto in parecchi luoghi e
minacciavano di cedere dappertutto sotto il peso che sostenevano.
Bisognava rinnovarle di pianta, ma anche in ciò era necessaria una
grande circospezione, perchè, solo a porvi la mano, succedevano
parziali avvallamenti che potevano finire in un vero disastro.
L'ingegnere Arconti, molto più cauto pegli altri che per sè, dirigeva
i lavori con somma prudenza, nè permetteva agli operai di avanzarsi
oltre quei punti ch'erano già muniti di valide difese. Se c'erano
ricognizioni ardite da fare, preferiva farle egli stesso.

Una mattina, volendo vedere co' propri occhi lo stato d'una di queste
gallerie, nella quale erano appena principiate le riparazioni, egli
s'era spinto avanti da solo, ordinando a tre o quattro minatori, che
l'avevano seguito fino all'imboccatura, di fermarsi ad attenderlo. La
galleria era stretta e bassa per modo da non potervi star ritti; le
due file di travi che sostenevano le pareti, premute dai due lati,
mostravano una tendenza irresistibile a gettarsi l'una sull'altra e
già, invece di formar due linee parallele, formavano due linee
convergenti. Sulla loro superficie poi l'umidità aveva fatto spuntare
certe strane escrescenze, alcune della natura dei funghi, tenacemente
abbarbicate al legno, altre somiglianti a bioccoli di lana, che, a
toccarle, restavano attaccate alle dita. Il piede si sprofondava nel
terreno inuguale e melmoso, e giù dalla vôlta e lungo le pareti
l'acqua gocciava con un rumore assiduo, monotono, come dalle gronde
dopo una giornata di pioggia.

L'Arconti, tenendo in mano la lampada, aveva percorso tutto
quest'angusto corridojo lungo forse una trentina di metri ed era
giunto a una specie di stanza a vôlta (se si può chiamarla così), che
portava ancora nei fianchi i segni delle mine con cui era stata
scavata. Ci si stava comodamente in piedi, e ad arrivarci dopo aver
dovuto camminar quasi carponi, si provava un senso di sollievo come di
chi è alleggerito di un incubo. Senza dubbio, in altri tempi, di là
doveva esser estratto il minerale in gran copia, e il giovine
ingegnere s'era messo ad esaminare ansiosamente la natura della
roccia, picchiando in vari punti con un piccolo martello che aveva
portato seco.

Ma nel passar davanti all'apertura della galleria in fondo alla quale
brillavano, come stelle nelle tenebre, i lumi dei minatori che
attendevano il suo ritorno, lo assalì d'improvviso un pensiero
orribile. Non ci era altra uscita che quella; se per un accidente essa
si fosse otturata, sarebbe stato sepolto vivo! Intrepido com'era,
quest'idea gli gelò il sangue nelle vene; afferrò la lampada che aveva
confitta nella roccia, e chinando la persona entrò nella galleria. Ma
appena vi aveva posto il piede, fu costretto a retrocedere spaventato.
Pochi passi avanti a lui l'armatura della vôlta e delle pareti
crollava con uno scroscio; per un momento attraverso uno spiraglio
rimasto si videro i lumi lontani avvicinarsi, s'intesero delle voci
angosciate che gridavano--Si salvi, si salvi;--poi si sentì un nuovo
scroscio, anche quello spiraglio si chiuse, i lumi disparvero, le voci
umane s'ammutolirono.

Come ci sono dei sogni che pajono realtà, così ci sono delle realtà
che pajono sogni. Nel suo sbalordimento, Roberto si stropicciò gli
occhi in atto di persona che vuol destarsi, chiamò a raccolta i suoi
pensieri, riandò in un baleno tutto ciò che aveva fatto nell'ultima
mezz'ora, e dovette convincersi che non era, no, in preda a una
allucinazione dei sensi, ch'era veramente prigioniero là dentro senza
modo di scampo, che forse ogni tentativo di salvarlo sarebbe fallito,
che forse egli sarebbe morto di fame. Inorridì, i capelli gli si
drizzarono sulla testa, e dal petto gli usci un urlo di disperazione e
di rabbia, che echeggiò lugubremente nella sua tomba. Aveva sfidato
con animo risoluto i multiformi pericoli della miniera, lo scoppio
delle mine, l'esplosione dei gaz, le cadute giù per le scale lubriche
ed erte; aveva affrontato senza impallidire le collere della natura e
le vendette degli uomini, ma questo supplizio, ma questa fine
probabile oltrepassava le sue previsioni. O a meglio dire, l'aveva
prevista, ma troppo tardi, quando non aveva più tempo di sfuggire alla
catastrofe che s'era dipinta con la fantasia. La sua stoica fortezza
l'abbandonava; egli maledisse l'istinto codardo che gli aveva fatto
preferire una morte lenta e terribile a una morte immediata. Perchè,
quando vide rovinar la galleria da tutte le parti, non si precipitò
avanti invece di chiudersi volontario nella sua carcere? Non era
meglio restar seppellito all'istante sotto le macerie che penar lunghe
ore in una dolorosa agonia? E forse i minatori lo credevano bell'e
spacciato, e in questa persuasione non si curavano nemmeno di
accorrere in suo ajuto.

Chiamò, e nessuno gli rispose; ascoltò attentamente e gli giunse
all'orecchio uno strepito sinistro, come d'una rotta di fiume; certo
di là dalla frana, l'acqua aveva invaso la galleria. Crescevano così
le difficoltà di salvarlo. E a ogni modo, chi si sarebbe messo a capo
dell'impresa? Chi avrebbe conservato il sangue freddo necessario per
adottare gli espedienti opportuni, la perseveranza indispensabile per
non iscoraggiarsi ai primi insuccessi? Ah! se uno de' suoi operai si
fosse trovato nel caso suo, ed egli fosse stato fuori a dirigere
l'opera di salvamento, aveva fede che sarebbe riuscito, aveva la
coscienza che nessun ostacolo sarebbe bastato ad intimidirlo. Egli era
simile al medico che giace infermo, e crede di conoscere il farmaco
richiesto dalla sua malattia, ma non può nè parlare nè scrivere, e
intanto ha ragione di ritenere che i dottori i quali circondano il suo
letto sbaglieranno la cura.

Era istupidito, inchiodato al suo posto, facendo dondolare
macchinalmente la lampada che teneva in mano. Un sudor freddo gli
colava dalla fronte e dalle gote, le sue membra tremavano tutte. A un
tratto si tastò in una saccoccia del soprabito, e un lampo fuggitivo
di gioia brillò sul suo viso livido. Egli aveva con sè il suo
revolver, e quell'arma, in quel momento, gli apparve come un'amica,
come una benefattrice. A lei, quando avesse perduto ogni altra
speranza, quando i suoi patimenti fossero intollerabili, egli poteva
sempre chiedere la liberazione suprema. Questo pensiero gli rese un
po' di calma; egli infisse nuovamente il lume nella parete, raccolse
da terra l'orologio che gli era caduto nel primo sforzo fatto per
islanciarsi fuori della sua prigione, e sedendo su una sporgenza del
masso, incrociò le braccia e stette ad attendere. Aveva ancora negli
occhi il sole veduto un'ora prima, e il verde dei prati, e l'azzurro
immacolato del cielo; le gioconde immagini della vita gli danzavano
innanzi, e non sapeva persuadersi di dover morire....



XXVIII.


Nel partir da Valduria, Roberto aveva detto a Maria Selmi:--Lascio qui
per ora i miei libri; prevedo che non avrò tempo di leggere, e poi non
saprei dove metterli. Quando avrò un quartierino decente, verrò a
prenderli. Intanto li affido a lei; dia loro talvolta un'occhiata e
procuri che non sian guasti dalle tignuole. Beninteso che deve
servirsene come di cose sue.

--Farà qualche visita a questi suoi amici?--gli aveva chiesto Maria.

--Che intende per _questi_?

--I suoi libri.

--Oh, ne ho qui di molto più cari, e cercherò di vederli quanto più
spesso potrò--aveva risposto l'ingegnere Arconti stringendo la mano
della giovinetta.

Non ostante la sua promessa, Roberto non aveva trovato il momento di
far una corsa a Valduria. Erano giunte bensì parecchie imbasciate sue
coi suoi saluti e con le sue scuse. Diceva d'essere affranto dal
lavoro e di dover restar quasi senza interruzione, dì e notte, in
miniera.

--Non potrebbe darci retta nemmeno se andassimo noi a
cercarlo--osservò un giorno Odoardo, dopo aver preso in esame l'idea
d'una gita a Rignano.

La mancanza di Roberto pesava immensamente anche a Odoardo, il quale,
non solo s'era avvezzato a pender dal suo labbro in tutto ciò che si
riferiva alla miniera, ma lo considerava come uno di famiglia. Così
avesse voluto entrare nella famiglia davvero!

Maria soffriva molto più di suo fratello, ma faceva il possibile per
nasconderglielo, per andargli incontro col viso sereno e ridente. Però
non ci riusciva che a mezzo, e Odoardo si lasciava scappar qualche
volta un sospiro e un'esclamazione:--Povera sorellina mia!

Ella non gli permetteva di continuare, e mettendosi un dito sulla
bocca, diceva in tono di comando;--Zitto. Non voglio questi compianti.

Quando non aveva testimoni, quand'era sola, le accadeva spesso di
sentirsi le guancie inondate di lagrime.

Un'occupazione estremamente geniale per lei era quella di tener in
ordine i libri del suo amico lontano. Li tirava fuori dagli scaffali a
uno a uno, li spolverava con diligenza, e poi li riponeva
delicatamente al loro posto. Allorchè le capitava sott'occhio un
volume che aveva visto più spesso in mano di Roberto o del quale aveva
letto qualche squarcio con lui, ci fermava l'occhio più a lungo,
evocando i bei giorni fuggiti.

A quest'occupazione ell'aveva atteso appunto nella mattina in cui
successe a Rignano il tragico fatto che già conosciamo. Poi s'era
avvicinata alla finestra, e tenendo sollevato un lembo della cortina
guardava la campagna ubertosa, e la poca acqua del fiume che si
svolgeva nella valle come un nastro d'argento, e le cime dei monti
velati da tenui vapori. In mezzo a quei monti c'era Rignano, e il
pensiero di Maria volava a Roberto. Dov'era in quel momento? Che
faceva? si ricordava di lei? Era la stagione in cui l'estate muor
nell'autunno, e l'uva s'indora sui tralci, e i campi s'allegrano delle
biade mature. L'anno scorso, proprio in quel tempo, i due giovani
imprendevano delle lunghe passeggiate insieme, e l'ingegnere Arconti,
non ancora invaghito della vita di miniera, aveva detto una volta alla
sua compagna--Gli uomini sono pur curiosi! La terra è così bella alla
superficie, ed essi vanno a tormentarla a parecchie centinaia di metri
di profondità; è così bella la luce, ed essi cercano le tenebre;
possono inebbriarsi nel profumo delle rose, e si divertono a empir
l'aria di odori antipatici, come per esempio quest'odore di zolfo che
fa venir la tosse....

Oh! A poco a poco egli s'era ben avvezzato all'odore di zolfo.

E Maria pensava a tante altre cose successe in un anno! La vecchia
Gertrude era morta benedicendola e augurandosi ch'ella fosse la sposa,
la confortatrice del figlio suo. Ella invece aveva sdegnosamente
respinto quel suo innamorato, ed egli, reso quasi pazzo dal dolore,
era divenuto assassino e suicida, e riposava ora presso alla madre nel
camposanto. Riposava? Chi sa se i morti riposano? Se non maturano nel
silenzio della tomba, se non compiono per mezzo di strumenti
invisibili le vendette che meditarono in vita? Maria provò un senso di
freddo e di paura. Le parve che Cipriano sorgesse dal suo sepolcro a
minacciar Roberto. Lasciò cader la tendina, e si ritrasse dalla
finestra.

Erano le dieci, e bisognava apparecchiare il desinare per quando
Odoardo tornava dalla miniera. Maria discese in cucina, e infilò nello
spiedo un pezzo di montone che il carrettiere aveva portato poco prima
dalla città e ch'era una delle vivande favorite di suo fratello, il
quale le diceva sempre che nessuna cuoca la pareggiava nell'arte di
rosolare un arrosto. E anche l'ingegnere Arconti s'era ripetutamente
congratulato con lei di questa sua abilità.

La donna di servizio, lagnandosi che quel giovinastro di Luigi non si
fosse fatto ancora vedere nella giornata, era andata a prendere un
paio di secchi d'acqua, e Maria era sola davanti al focolare quando
sentì i passi affrettati di Odoardo.

--Non sarai mica venuto per desinare--ella gli gridò dalla
cucina.--Non sono che le dieci.

--Ah Maria, sei qui--egli rispose con voce alterata.

--Sì, cos'hai?

Ciò ch'egli aveva non avrebbe voluto dirlo, ma il segreto era
impossibile.

--Nulla--egli replicò entrando in cucina.--Cioè...

--Dio mio!--proruppe Maria, correndogli incontro.--Sei pallido come un
morto... Un'altra disgrazia, sicuro. Che vita! Che vita!

--No, calmati... A Valduria non c'è niente di nuovo.

--Dove dunque?--Per carità, Odoardo, non tenermi in queste angustie.
Una disgrazia c'è; basta guardarti in viso per accorgersene. E se non
è successa qui, dov'è successa?

--Senti, Mariuccia--riprese con dolcezza Odoardo accarezzando i
capelli della giovinetta--è accaduto qualche cosa a Rignano, e
Roberto....

--Roberto?

--Mi scrive pregandomi di mandargli subito dei soccorsi....

--Mandargli? Andrai tu....

--Appunto... Vado io, con alcuni fra i nostri migliori lavoranti.

--Sì, va subito... Ma di che si tratta precisamente? Lasciami vedere
il biglietto che t'ha scritto Roberto....

--Il biglietto?... Ah non so dove sia, l'avrò smarrito....

Si frugò nelle tasche come per cercarlo, ma si capiva che non era
avvezzo a far la commedia.

Maria gli teneva inchiodati gli occhi addosso.

--Odoardo--ella esclamò ad un tratto, prendendogli tutte e due le
mani--Odoardo, tu mi inganni, tu mi nascondi il vero. Se le cose
fossero come tu dici, non saresti così turbato... Ci dev'esser di
peggio, di peggio assai... No, Roberto non t'ha scritto, Roberto non
t'ha mandato nessun'ambasciata; la disgrazia della quale tu parli ha
colpito lui, lui solo forse...

Odoardo esitava. Ella gli gettò le braccia al collo, e con voce
strozzata dal terrore, soggiunse:--Dimmi tutta la verità. È morto?

--No, Maria, no.... almeno lo spero... anzi può darsi ch'egli sia
rimasto illeso....

--Come? Illeso?... Ma allora?... Chi è che ha mandato a chiamarti?
Cosa t'han detto?

Odoardo le riferì confusamente quello che sapeva, nè certo il racconto
era tale da acquetare le apprensioni di sua sorella. Ella sentiva
venirsi meno, e vi fu un istante in cui credette di non poter più
reggersi in piedi. Ma la forza della volontà vinse in lei la debolezza
fisica.--Non c'è un minuto da perdere--ella disse.--Andiamo.

--Tu, Maria?--esclamò Odoardo, stupito della risoluzione annunciata in
questa parola.--Che vuoi far tu?

--Aiutarti a salvarlo--ella rispose con impeto. E soggiunse con
accento supplichevole:--Non puoi lasciarmi morire d'inquietudine
qui.... Andiamo.

E s'avviava.

--Aspetta. Già non si parte finchè non abbian preparata una pompa da
portare a Rignano... Cosa dirà la gente a veder te, una ragazza?...

--Dirà che c'era una creatura umana da sottrarre alla morte, e che non
ho voluto restar inoperosa neppur io.

--Maria, Maria, come lo ami!

--Ebbene, è vero, lo amo--singhiozzò la fanciulla abbandonando la
testa sull'òmero di Odoardo.--Ma anche se non lo amassi, vorrei oggi
seguirti.

Quantunque vinto a mezzo, il Selmi tentò un'altra obbiezione.

--Riflettici ancora, Maria...--Io spero che riusciremo.... Ma se non
riuscissimo... se dovessimo arrivare troppo tardi... saresti
abbastanza forte da resistere a questa scossa?

--Sì, sì, Odoardo.... Lo sai che sono forte... Sono preparata a tutto,
fuori che ad aspettare qui.

Visto ch'ell'era irremovibile nel suo proponimento, egli la baciò in
fronte e disse--Poichè lo vuoi proprio, andiamo.

Di lì a poco, Odoardo e Maria lasciarono Valduria insieme a una
dozzina d'uomini scelti fra i più robusti, fra i più intelligenti, fra
i più agguerriti contro i pericoli della vita sotterranea. Del resto,
tutti i lavoranti della miniera avrebbero voluto dividere i rischi e
gli onori della spedizione, giacchè l'ingegnere Arconti era amato e
stimato da tutti, e la notizia giunta da Rignano aveva singolarmente
commosso tutti gli animi.

Nel partire. Maria sentì cento voci intorno a lei che dicevano:--Lo
salvino, Lo salvino--e vide dipinta su cento faccie un'ansietà
schietta e profonda. E nessuno mostrava maraviglia ch'ella
accompagnasse il fratello, e nessuno dubitava che la sua presenza sul
luogo del disastro potesse essere un imbarazzo. Si sapeva già che cuor
d'eroina battesse in quel corpo esile. E si sapeva anche ch'ella amava
Roberto, perchè i segreti del cuore sono i più difficili a custodirsi.
_Corinna_ osservava con ragione che _les âmes passionnées se
trahissent de mille manières et ce que l'on contient toujours est bien
faible_.

La strada da Valduria a Rignano era ripida e imbrecciata di ghiaia
grossa, e non la si percorreva ordinariamente in vettura. Bensì, per
trasportare lo zolfo della miniera, si soleva far uso di carri
massicci tirati da buoi o da muli. Su due muli erano appunto montati
l'ingegnere Selmi e sua sorella; gli altri venivano dietro, parte a
piedi, parte in un baroccio, sul quale era caricata una pompa.

Si andava avanti in silenzio con la maggior celerità concessa dal
terreno inuguale e dall'erto pendio che bisognava salire. Le poche
case sparse qua e là lungo la strada erano quasi tutte abitate da
famiglie di minatori, nelle quali il triste fatto di Rignano destava
una simpatia dolorosa, come un avvertimento di ciò che poteva accadere
un giorno ai loro cari. Ritte sulla soglia, o affacciate alla
finestra, o appoggiate alla ringhiera della rustica scala di legno, le
donne accompagnavano la comitiva coi loro voti e con le loro
benedizioni, mentre i bambini guardavano attoniti Maria, che scuoteva
impaziente le briglie sul collo della sua cavalcatura e non trovava
per essi l'usato sorriso. Giù nella valle intanto, fuori del raggio
della miniera, nulla turbava l'andamento ordinario della vita. E l'eco
portava in alto le allegre canzoni dei mietitori e le voci dei
mandriani che richiamavano la gregge dispersa, e il tintinnio dei
sonagli appesi al collo degli armenti.

La strada saliva, saliva, bianca, luminosa, nuotante nel sole. Maria
ne aveva gli occhi abbarbagliati. Ella affogava in un mare di luce....
E Roberto?



XXIX.


La calma ch'era subentrata nell'animo di Roberto al primo scoppio di
dolore e di rabbia non durò che pochi istanti. Egli si levò da sedere,
e si mise a girare a passi concitati per la sua cella combattuto di
nuovo fra il sentimento della realtà e la speranza d'essere vittima di
un'allucinazione. Si avvicinò al lume, e guardò l'orologio. Era fermo.
L'urto della caduta ne aveva sconquassato la macchina, e la lancetta
s'era arrestata alle 7 e 35, cioè all'ora precisa in cui era successa
la catastrofe. Roberto n'ebbe un triste presagio, come se qualcheduno
gli avesse detto: Alle 7 e 35 il tempo ha cessato di scorrer per te,
ed è cominciata l'eternità. Era orribile, era orribile.

Per quanto egli tendesse l'orecchio, nessun rumore gli veniva dal di
fuori, nemmeno quello dell'acqua, che forse aveva ormai riempito senza
contrasto tutta la galleria e che principiava già a penetrare in
sottilissimi rigagnoli nella sua carcere.

Misurati solo dall'angoscia, i minuti gli parevano eterni; c'erano
momenti in cui avrebbe creduto d'esser chiuso lì dentro da più giorni,
se il veder che la lampada ardeva ancora non lo avesse persuaso del
contrario. Essa ardeva ancora, e gli consentiva di mirar la sua ombra
profilarsi sulle tetre pareti del suo sepolcro, e di contar le
venature del sasso, e di penetrar con lo sguardo nei solchi profondi
che il martello dei minatori vi aveva scavato in altri tempi. Ma a
poco a poco la fiamma cominciò ad oscillare; s'illanguidì
gradatamente, ora più debole si rianimò a un tratto, e si spense. Per
qualche secondo lo stoppino continuò a mandare una luce rossastra, ora
più intensa, simile a quella d'un carbone acceso che si avvivi col
fiato; poi anche quella luce finì in uno scoppiettìo di scintille, e
le tenebre avvolsero il povero prigioniero. Gli venne un dubbio; era
proprio il lume che s'era spento, o erano i suoi occhi che non
vedevano più? Aveva in tasca una scatola di fiammiferi; tentò di
accenderne uno, poi un altro, poi un terzo, ma non vi riuscì in causa
dell'umidità che s'era infiltrata ne' suoi vestiti. Però, a ognuno di
quei tentativi, il fosforo lasciava sul dorso della scatola una
striscia azzurrognola, che rompeva l'oscurità.

Roberto ristette dalle inutili prove. E invero, che gl'importava
persuadersi che i suoi occhi ci vedevano ancora, se il sole non doveva
venir più a visitarli? Gli astri brillano invano pel cieco, ma per chi
è circondato d'ombre profonde non vale l'esser veggente.

Si accosciò in un angolo cercando di non pensare, di assopirsi, di
uccidere in sè, prima che la vita, il sentimento della vita. Gravi
sofferenze fisiche non ne aveva; aveva un peso alla testa, aveva un
languore allo stomaco, ma nulla d'acuto, nulla d'intollerabile; segno
che non si trovava da un pezzo laggiù. Oh se avesse potuto dormire, se
avesse potuto passar da un sonno ad un altro!

Dicono che agli orientali non sia difficile conseguire questa
immobilità rassegnata, questo annichilamento dell'essere. Ma gli
sforzi che Roberto faceva per sopprimere le sue facoltà parevano
invece aguzzarle. Non distratto ormai da nessun oggetto esteriore, si
ripiegava con una sensibilità più squisita su sè medesimo, numerava le
pulsazioni del suo cuore, scendeva nella sua anima. Gli alti e solenni
pensieri della morte gli si affacciavano alla mente. Il _to be or not
to be_ di Amleto gli risonava all'orecchio. Era giunto dunque a quel
limitare tremendo che nessuno ha mai varcato due volte? Stava per
trovare l'incognita di quel problema che affatica gl'intelletti più
poderosi e che, col chiudersi della vita, si risolve da sè anche al
povero ilota? Poche ore ancora, e tutto sarebbe finito... o tutto
ricomincierebbe da capo.

Roberto Arconti era figlio del suo secolo e del suo paese. La
questione religiosa non aveva mai assorbito il suo spirito; però la
sua anima era troppo elevata da appagarsi d'un indifferentismo
volgare. Aveva avuto nella sua giovinezza i suoi periodi di lotte,
d'ansietà cupe e profonde; se non s'era acquetato nella fede, era
perchè non aveva potuto credere. Gli pareva che le varie teologie
avessero rimpicciolito il concetto grandioso della potenza regolatrice
dell'universo; non sapeva piegar le ginocchia davanti a questo Dio che
gli uomini hanno creato a immagine loro, prestandogli i loro odi e le
loro passioni, facendone lo strumento delle loro vendette e della loro
libidine di dominio. Alle affermazioni dogmatiche di tutte le chiese
gli piaceva contrapporre il procedimento cauto ed onesto della scienza
che muove alla ricerca del vero, non d'altro, sollecita che
d'accrescere il patrimonio dello spirito umano. Eppure.... eppure la
scienza stessa lasciava in lui un vuoto, che non poteva colmarsi; essa
non gli spiegava ogni cosa. Era costretto a riconoscere ch'essa non
bastava nè sempre, nè a tutti; che pei deboli, che pegli umili essa
non chiudeva in sè la virtù redentrice d'una speranza immortale, che
per nessuno essa offriva sufficiente compenso alle ingiustizie del
mondo. Ciò non lo aveva indotto ad accettare dottrine che gli
ripugnavano, ma lo aveva reso nemico d'ogni specie d'intolleranza, e
aveva fatto del suo scetticismo pensoso una cosa ben dissimile dalla
negazione provocante e sguajata. Nè adesso, all'avvicinarsi dell'ora
suprema, mutava tenore. Era stato sincero e non voleva per viltà
mentire a sè medesimo. Se un tribunale incomprensibile, misterioso,
aspetta al varco gli estinti, egli poteva affrontarlo impavido, certo
della rettitudine de' suoi atti e delle sue intenzioni. Il male, gli
era lecito dirlo senza jattanza, egli non lo aveva fatto mai, forse
aveva fatto del bene, aveva ubbidito a quella legge di simpatia che ci
affratella con gli altri uomini e ch'è certo la prima fra tutte le
religioni, la più vera e divina. Così da queste escursioni oltretomba
il suo spirito si ritraeva piuttosto rinfrancato che sbigottito.
Sentiva che non avrebbe temuto la morte se non avesse amato la vita.

Sì; aveva creduto d'odiare la vita, ma s'era ingannato. L'amava
perch'era giovine, perchè il sangue gli correva rapido nelle vene,
perchè aveva intatte le forze del corpo e dell'intelletto, perchè
malgrado dei recenti disinganni, il futuro aveva pur sempre qualche
attrattiva per lui.

Ebbe un altro accesso di disperazione. Gridò ancora, tese ancora
l'orecchio. Nulla, nulla.

Non aveva più nozione del tempo; sapeva che la lampada poteva aver
durato due o tre ore: ma quante n'eran passate dopo ch'essa era
spenta? Possibile che nessuno si curasse di lui, che non si tentasse
nemmeno di soccorrerlo? Oh se ci fosse stato Odoardo Selmi! Ma Odoardo
Selmi non c'era; egli si trovava in mezzo a gente poco meno
ch'estranea.

Pensò a quelli che gli erano più cari; pensò a sua madre, a cui la
natural leggerezza dell'indole non avrebbe in questo caso bastato a
temperare un'angoscia mortale; a sua madre, ch'egli lasciava, non
povera affatto, ma priva di quegli agi che erano per lei una
necessità, e, ciò ch'era peggio, priva di quei consigli che le erano
indispensabili per regolarsi nella vita. Sventuratissima donna! Poche
settimane addietro, egli l'aveva vista ancora giovine, ancora
vigorosa, ancora piena d'illusioni. Che crollo darebbero adesso le sue
illusioni, la sua gioventù, il suo vigore!

E Lucilla? Egli non era più il suo amante, il suo promesso sposo, ma
si poteva per questo distruggere il passato? Nel sentirsi dire:
Roberto è morto! quante memorie dovevano svegliarsi nell'anima della
leggiadra fanciulla!... Oh! Ella aveva appena diciotto anni; era bella
e felice, era corteggiata, avrebbe presto dimenticato!

Un'altra immagine si presentava allo spirito di Roberto, e gli empiva
l'animo di commozione e gli occhi di lagrime. Nella dolce sembianza di
donna evocata dalla sua fantasia era dipinto un dolore diverso, ma non
meno profondo di quello ch'egli si raffigurava in sua madre, uno di
quei dolori che non cercano e non ammettono conforti, ma inaridiscono
le fonti stesse dell'esistenza. Nessuno, nessuno lo aveva amato come
Maria! E dover morire senza lasciarle un addio, senza stringerle la
mano, senza dirle che se non l'aveva ricambiata di pari amore, le
aveva pur voluto tanto bene, tanto bene da non saper più in che
differisse dall'amore una tenerezza sì grande!... Oh se fosse uscito
di là!

Si alzò ancora una volta, e si mise a brancolare nel buio. Ma
camminava con fatica, sia perchè l'acqua infiltratasi da varie parti
aveva reso il terreno fradicio e molle, sia perchè le gambe stentavano
a reggerlo. Aveva un gelo nell'ossa; solo la testa gli ardeva come se
fosse tra le vampe d'una fornace. Era già tormentato dalla fame, ma
più che la fame, lo divorava la sete. Nè poteva estinguerla, nè poteva
raccogliere nessuna delle goccie che, a lunghi intervalli, cadevano
dalla vôlta e andavano a mescolarsi alla densa e ributtante poltiglia
che gli stava ai piedi. Ormai ogni minuto gli aggiungeva uno spasimo
nuovo; erano contrazioni violente, erano impeti subitanei che gli
mettevano addosso un bisogno irresistibile di franger qualcosa coi
denti. Nel maciullare il fazzoletto, si morse per inavvertenza la
mano, e la ritrasse inorridito, parendogli, che, se ne fosse spillata
una sola goccia di sangue, una selvaggia voluttà d'antropofago si
sarebbe impadronita di lui. Ormai anche nel suo cervello c'era una
confusione orribile; la sua ragione si smarriva; urli disperati gli
prorompevano dal petto, simili piuttosto a ruggito di belva che a voce
umana. Ma in quel caos della mente, in quel naufragio della coscienza
sornuotava un pensiero, il pensiero cioè ch'egli poteva, volendo,
accorciare i suoi patimenti... Ebbene? Non aveva già sofferto
abbastanza?

Afferrò il revolver e lo avvicinò alle tempie. Il freddo dell'acciaio
brunito gli recò un leggero sollievo, ed egli appoggiò per qualche
secondo la fronte sulla canna a cui stava per chiedere un riposo più
lungo.

Era però sul punto di troncare gl'indugi e premere il grilletto,
quando gli ferì l'orecchio un mormorio vago, lontano. Forse era
un'illusione dei sensi, una delle tante allucinazioni che precedono
l'agonia. Forse era una nuova frana, forse era il romore dell'acqua
che s'era aperta un'altra strada. Si mise in ascolto cercando di
calmarsi, di raccoglier le poche forze che gli rimanevano, di
raccapezzar le sue idee. E quel romore continuava, nè Roberto sapeva
spiegarsi che fosse; pur non pareva strepito d'acqua che irrompe o di
terra che si scoscende; era, per dir così, un romore fatto di romori
diversi. Il povero sepolto vivo, che ormai non poteva più reggersi in
piedi, si trascinò carponi dalla parte ond'esso veniva, e, appoggiato
l'orecchio al suolo, stette lì immobile, trattenendo il respiro,
comprimendo con una mano il cuore che minacciava di scoppiargli nel
petto. In questa posizione, le onde sonore gli arrivavano più
distinte, avvicinandosi e allontanandosi con alterna vicenda, facendo
con le loro vibrazioni traballare il terreno. Non riusciva ancora ad
afferrare bene quei suoni, non avrebbe ancora saputo dar loro un nome;
aveva acquistato però la certezza che qualche cosa si moveva al di là
della sua prigione, e gli era lecito indurne che non era abbandonato,
dimenticato del tutto. Col rinascere della speranza riebbe un po' di
vigore, si rizzò con mezza la persona puntellandosi ai gomiti, e con
quanto fiato gli restava invocò ripetutamente soccorso. Poi ricadde
esausto. Vi furono alcuni istanti di silenzio profondo, spaventoso,
durante i quali Roberto credette di aver sognato; ma il silenzio non
tardò ad esser rotto da un romore nuovo, che somigliava a quello di
più voci confuse in una voce sola. Si era dunque sentito il suo grido,
si era dunque risposto al suo appello? Si sapeva dunque non di andar
alla ricerca d'un cadavere, ma alla liberazione d'un vivo? Vivo? Non
c'era una amara ironia in questa parola e in questo pensiero? Era ben
sicuro di esser vivo al giungere de' suoi salvatori? Era sicuro che la
morte non li avrebbe preceduti?

Alla gioia della prima impressione succedette in lui un accasciamento
profondo. Che giova al naufrago di veder la spiaggia se non ha lena
per arrivarvi? Lo sforzo fatto in un momento di esaltazione l'aveva
lasciato sfinito. Le sue pene, per poco sospese, s'erano rinnovate con
maggiore intensità, la sua intelligenza, rischiarata da un raggio
improvviso, era di nuovo ravvolta d'ombre. Egli giaceva inerte al
suolo con la testa e col corpo nel fango, inzuppato d'una melma
infetta e nauseabonda. Non riusciva più a connettere due idee; le cose
anche più vicine gli facevano l'effetto di pallide reminiscenze. Il
suo stato era un sopore doloroso, in cui egli smarriva a tratti ogni
consapevolezza di sè. C'era lì una persona che soffriva fuor di
misura, ma egli non avrebbe potuto dire chi fosse quella persona; un
respiro affannoso e grave gli suonava all'orecchio, ma egli non capiva
di chi fosse quel respiro. Si ricordava d'aver assistito a un tremendo
disastro. Una galleria era crollata e _qualcheduno_ era rimasto
dietro, le rovine.... Un lume aveva illuminato per breve tempo
l'oscura prigione, e s'era spento; _qualcheduno_ aveva patito la
fame.... Si ricordava d'un'arma ch'era stata afferrata, poi gettata in
un canto, si ricordava di rumori esterni, di voci lontane che avevano
rotto il silenzio di quella tomba, che vi avevano portato il conforto
d'una speranza ineffabile... Dopo d'allora, che cos'era avvenuto?
Perchè quella speranza non mandava più la sua luce? Eppure quei rumori
non erano svaniti, anzi lo scuotevano di quando in quando dal suo
dormiveglia, gli eccheggiavano nel capo com'entro le pareti di una
camera vuota, ma il significato gliene sfuggiva. Solo una voce interna
gli ripeteva: troppo tardi! troppo tardi!

I lavori di salvamento continuavano da due giorni con un'attività
febbrile. Principiati un po' alla cieca prima dell'arrivo di Odoardo
Selmi, erano stati ripresi con maggior vigore dacchè egli ne aveva
assunto la direzione. L'idea di sottrarre il suo amico a una morte
crudele s'egli viveva ancora, o di render gli estremi uffici al suo
corpo s'egli era già stato sepolto sotto le macerie, affinava il suo
ingegno, centuplicava le sue forze e il suo coraggio. Maria non aveva
voluto staccarsi da lui. Confusa coi minatori, con le sottane
rimboccate, immersa nell'acqua fin sopra il ginocchio, dimentica di
tutto fuor che del suo amore e di ciò ch'ella giudicava il suo dovere,
l'esile fanciulla partecipava alle fatiche e ai pericoli dell'impresa.
Ella sentiva che non sarebbe sopravvissuta ad un insuccesso. Ma non si
lamentava, ma non spendeva vane parole a stimolar l'energia degli
altri. La sua presenza colà ed il suo esempio valevano più d'ogni
eccitamento. Chi si sarebbe stancato finchè non si stancava lei, chi
avrebbe disperato finch'ella non disperava? Del resto era in tutti un
ardore uguale. Bisogna dirlo ad onore di questa povera natura umana;
ci sono momenti nei quali in ogni anima, anche nella più pigra, si
sprigiona la scintilla del bene, scatta la molla del sacrifizio e
dell'abnegazione.

Le difficoltà da superare erano di due specie. Conveniva prima liberar
la galleria dall'acqua che l'aveva resa impraticabile affatto;
conveniva poscia aprirsi un passaggio attraverso una frana dello
spessore di parecchi metri. A più riprese parve d'esser giunti a buon
porto, a più riprese tutto fu rimesso in questione. L'acqua scacciata
da una parte tornava dall'altra parte, e quando alla fine essa fu
ridotta a un livello abbastanza basso da permetter d'avanzarsi e di
cominciare ad adoperar le vanghe, si corse per ben due volte il
pericolo di rimaner sepolti sotto un nuovo avvallamento di terra. Onde
la necessità di batter ritirata e di rimettersi all'opera.

Allorchè la voce di Roberto riuscì a farsi sentire al di là della
barriera che lo separava dai vivi, nell'animo dei più era, non già
scemata la risoluzione di combattere, ma scossa la fede di vincere.
Quel grido, a cui si rispose con un urrà strepitoso, trionfò d'ogni
stanchezza e d'ogni dubbio.--Lo sapevo che lo avremmo salvato--disse
Maria, padroneggiando a fatica la violenta emozione che le toglieva il
respiro.

Si guadagnava terreno a oncia a oncia lavorando con lena raddoppiata,
in quegli atteggiamenti disagiati ch'erano concessi dall'angustia
dello spazio, in mezzo a un'aria densa, che rendeva debole e incerta
la luce delle lampade.

Ma già la meta era vicina. Potevano restar da scavarsi due o tre metri
al più, e Odoardo Selmi moderava l'ardore dei minatori per non mettere
a repentaglio con una soverchia precipitazione i risultati ottenuti.
Quella galleria improvvisata gli pareva un miracolo; gli pareva che un
nonnulla dovesse farla crollare. A ogni modo, non era da illudersi;
essa non avrebbe durato che pochi giorni, poche ore forse. Non
importa; pur che durasse finchè Roberto era salvo.

Una nuova preoccupazione s'era impadronita degli animi ed era dipinta
sui volti. Perchè Roberto non aveva ripetuto il suo grido di soccorso?
Perchè, chiamato a nome, non aveva risposto?... Se quel grido fosse
stato il suo ultimo grido?

Maria leggeva negli occhi di tutti quel sentimento di terrore che le
labbra non osavano esprimere. Ma non voleva dubitare della
Provvidenza. Diceva fra sè:--Sarà forse spossato, come sono spossata
io.

Infatti la stanchezza la soverchiava. Già due volte, seduta sopra una
motta di terra, aveva suo malgrado abbassate le palpebre e lasciata
cader la testa sul petto.

Ora però era ben desta. Il momento decisivo era giunto; ancora pochi
colpi di zappa, e poi ogni dubbio sarebbe stato rimosso. L'ansietà
rallentava i palpiti di tutti i cuori.

Odoardo tentò di allontanar sua sorella. Ma ella gli si strinse
addosso e gli susurrò:--Se mi movessi di qui, sento che non
soppravviverei un minuto.

La sua voce era un soffio. Lo notò ella stessa, soggiungendo:--Anche
la voce di lui sarà così... È per questo che non risponde.

Aveva le pupille fisse ad un punto; tremava da capo a piedi.

--Ecco--gridarono i due minatori che smovevano la terra, mentre gli
altri erano occupati a puntellare la vôlta.

S'era aperto un breve spiraglio, non tale però che una persona potesse
passarvi.

L'ingegnere Selmi si cacciò avanti chiamando--Roberto, Roberto!

Nessuna risposta, nessun gemito, nessun movimento.

Si ricominciò a lavorare in silenzio con l'animo pieno di tristi
presentimenti.

Quando il foro fu abbastanza largo, Odoardo vi avvicinò la lampada e
tentò di perlustrar con lo sguardo la buja caverna. Ma non se ne
vedeva che una piccolissima parte, ed egli non riuscì a discerner
nulla.

La breccia fu ampliata di nuovo e il Selmi entrò seguìto da alcuni
minatori.

Roberto giaceva supino, bruttato di fango, con le guancie livide e
smunte, coi capelli arruffati, più simile a un cadavere che ad un
corpo in cui s'agiti ancora la vita.

Inginocchiato accanto all'amico, Odoardo Selmi cercava invano di
sorprendergli in viso un moto, una contrazione.

Una mano gli si posò lieve lieve sulla spalla. Era Maria, penetrata lì
dentro senza che alcuno osasse di opporsele.

--Lascia che provi io--ella disse con dolcezza.

Si chinò su Roberto, e gli accostò l'orecchio al cuore. I minatori le
si stringevano intorno; le loro lampade illuminavano in modo
fantastico la scena pietosa.

Qualcheduno bisbigliò:--È morto!

Ella alzò fieramente la testa--Non è morto; il suo cuore batte; lo
salveremo.



XXX.


Poche ore dopo, Roberto Arconti era già fuori di pericolo, ajutato
dalla sua tempra vigorosa e da quella segreta virtù rinnovatrice che
c'è nella giovinezza. Maria, seduta accanto al suo letto, il pallido
viso raggiante d'una gioia ineffabile, gli misurava con savia
parsimonia il cibo e la bevanda, temendo a ragione che ogni abuso
potesse nuocere al suo stomaco indebolito da un digiuno di quasi tre
giorni. E come il cibo e la bevanda, così ella misurava al suo
convalescente la luce, la quale non entrava nella cameretta che da uno
spiraglio dell'imposte socchiuse.

Per un certo tempo lo spirito di Roberto non seguì che lentamente il
ridestarsi delle forze fisiche. Quando si rivolgeva indietro col
pensiero, c'era un punto in cui si smarriva. Ricordava benissimo
l'orrore provato vedendosi chiuso in una specie di sepoltura,
ricordava la prima parte del suo supplizio, i primi patimenti
sofferti; poi non aveva più che la reminiscenza confusa d'un infinito
malessere. Come fosse stato salvato, chi lo avesse collocato in quel
letto egli non lo sapeva, nè sapeva perchè Maria fosse lì al suo
fianco, perchè Odoardo Selmi facesse ogni tanto una fuggevole
apparizione sulla soglia. Maria non aveva voluto rispondere alle sue
domande; s'era accontentata di dirgli che non c'era fretta, che
avrebbe appagato più tardi la sua curiosità, che pel momento era
necessario ch'egli stesse in riposo senza parlare e senza far parlare
gli altri.

A poco a poco però gli accadeva quel che accade a chi, dal piano, vede
sorger il sole sulla cima d'un monte avvolto di nebbia. Prima c'era un
fitto velo che non lasciava discerner nulla, che non lasciava nemmeno
sospettare la presenza della montagna, poi quel velo si squarcia in un
punto, poi in un altro; qua appare una macchia d'alberi, là una
casetta bianca, più in su una striscia di neve, finchè alla lunga la
nebbia si dissolve tutta, e i contorni del monte si disegnano netti
sull'azzurro del cielo.

Così quel che c'era di sconnesso, d'oscuro nelle idee di Roberto
andava via via riordinandosi e prendendo forma e colore per effetto
della memoria che si risvegliava, o per le induzioni d'un facile
raziocinio. Egli capiva ormai perchè Odoardo e Maria gli fossero
vicini, e il cuore gli diceva ch'era debitore a loro della sua
salvezza.

Quando questo concetto fu ben chiaro nella sua mente, egli afferrò con
impeto la mano di Maria, e la portò alle labbra. E poich'ella,
agitata, sorpresa, voleva ritirarla:--Ebbene--egli le disse con un
filo di voce--se non mi lascia la mano, trasgredirò i suoi ordini e
parlerò.

Ella non opponeva più resistenza. In quella stretta c'era tanta
dolcezza da compensarla di ciò ch'ell'aveva sofferto in passato, di
ciò ch'ella avrebbe sofferto in avvenire. Non per lui solo; anche per
lei era meglio che Roberto tacesse. Le sue parole, per quanto piene
d'affetto, non potevano che richiamarla alla realtà delle cose. Invece
ella sognava e voleva continuar a sognare.

Pur se le fosse stato concesso di vedere ciò che si passava in quel
momento nell'animo di Roberto, la realtà non l'avrebbe atterrita, ma
le sarebbe anzi parsa più bella dei sogni. Non era, no, una sterile
pietà, non era una volgare riconoscenza; era un'ammirazione profonda
per la donna che univa a modi così semplici e schietti tanta copia di
virtù e d'eroismo, era un acuto rimorso di non averle reso giustizia,
era una brama impaziente di riparare ai torti che le aveva fatti. Non
sapeva intendere come avesse potuto preferirle Lucilla, come a questa
frivola giovinetta avesse potuto dare un impero tale sopra di lui che,
anche dopo averle scritta la lettera di congedo, non gli riusciva di
evocarne l'immagine senza un turbamento indescrivibile. Cessando di
regnare, ella aveva però conservato abbastanza potere da impedir che
altri regnasse in sua vece. Ma ora l'idolo era infranto, ora la sua
catena era finalmente spezzata. La stessa avvenenza di Lucilla gli
pareva fredda e scolorita: era una bellezza di statua, e la statua non
aveva più un'anima dacchè egli non le prestava la propria. Noi non
sapremo mai per quanta parte l'aspetto delle cose vedute dipenda dagli
occhi con cui le vediamo.

Roberto Arconti si riaffacciava libero alla vita, e la libertà gli era
tanto più cara quanto migliore era l'uso che poteva farne. A chi
offrirla se non alla vereconda fanciulla, il cui amore intenso e
discreto aveva vegliato su lui sin dal primo giorno ch'egli era giunto
a Valduria? Ed egli aveva creduto di non amarla perchè il suo affetto
per essa non era una fiamma divoratrice, non era una febbre dei sensi
come la passione che l'aveva acceso per Lucilla? Ma s'ingannava.
L'amore veste forme diverse, e il più violento non è sempre il più
vero. Così i mari più tempestosi non sono i più profondi.

E l'amore in ciò che ha di più gentile e soave si rivelava a Roberto
mentr'egli teneva stretta la mano di Maria e figgeva lo sguardo nel
viso di lei, che non osava alzar gli occhi per tema di veder fuggire
la sua felicità.

Un raggio di sole entrò nella stanza e andò a posarsi, tremolando, sul
soffitto. Maria si scosse e fece atto d'alzarsi.

--Dove va?--chiese Roberto.

--Vado a chiuder meglio le imposte, ella rispose.

--No--ripigliò il giovine, sollevandosi alquanto sui gomiti--non ce
n'è bisogno.... Ormai non sono più tanto debole... Posso guardare il
sole... e, se ne persuada, posso anche parlare. Rimanga qui. Devo
dirle una cosa.

--Una cosa a me?--susurrò Maria con voce strozzata dalla commozione.

In quel punto si aperse l'uscio. Era Odoardo.

--Oh bravo!--egli esclamò, vedendo Roberto a sedere sul letto.--Così
mi piace.

E soggiunse ridendo:--Il medico te l'ha permesso?

Maria gli diede sulla voce.--Zitto! Che strepito fai!

--Eccola, la dottoressa. In questi paesi dove i dottori veri non si
possono avere quando si vuole, le donne fanno il mestiere di
contrabbando. Mia sorella poi...

--Odoardo--disse l'Arconti, troncandogli a mezzo la frase--tua sorella
non mi ha ancora spiegato come siate qui voialtri e che parte abbiate
preso alla mia salvezza. Ma già me l'immagino senza che nessuno me lo
spieghi... Fàtti più vicino, Odoardo, ch'io ti dia un bacio.....
Così... Questo bacio val più di tutti i ringraziamenti... E
adesso--egli continuò--dobbiamo discorrere d'un'altra faccenda.

--Un momento--replicò Odoardo.--Il procaccino ha portato or ora due
lettere per te.

Roberto le prese, e ne guardò la soprascritta. La prima che gli cadde
sott'occhio era di sua madre.

--Povera mamma!--egli disse.--Credo che domani sarò in grado di
scriverle. Speriamo ch'ella non abbia saputo nulla... A spedirle un
telegramma si farebbe peggio...

Mise da parte quella lettera e fermò la sua attenzione sull'altra. Ma
appena n'ebbe vista la calligrafia, gli sfuggì un piccolo grido.

--Cosa c'è?--gridarono spaventati Odoardo e Maria.

--Nulla--disse Roberto ricomponendosi subito.--O piuttosto è
passato.--Indi ripigliò coi tono serio che s'addice ad un argomento
grave:--Prima ch'io apra quella lettera, Odoardo e Maria, amici miei,
rispondete a una mia domanda. Tu, Odoardo, mi accordi la mano di tua
sorella, e lei, Maria, consente ad esser mia moglie?

--Se ti accordo la mano di mia sorella?--proruppe Odoardo fuor di sè
dalla gioja.--E puoi chiederlo? E puoi chiedere a Maria se consente ad
esser tua moglie? Ma non sai come ti ama?

--Io so unicamente--osservò con tristezza Roberto--ch'ella non ha
ancora risposto alla mia interrogazione.

Infatti Maria si nascondeva con le mani la faccia e piangeva in
silenzio.

--Maria, Maria--esclamò Odoardo stupito.

--Perchè taci? Lo amavi tanto! Non lo ami più?

--Se lo amo?--ella disse giungendo le palme e scoprendo il viso
inondato di lagrime.--Se lo amo? Chi può amarlo al pari di me? Esser
sua sposa sarebbe più che la felicità, sarebbe un paradiso in terra.

--E quand'è così?--interruppe Roberto che pendeva dal labbro della
giovinetta.

--Ma egli non mi prenderebbe che per compassione--proseguì Maria
rivolgendosi a suo fratello.--Egli ha un'altra donna nel cuore.

--Come puoi dir questo?--gridò Roberto.--Tu sai pure, Maria (vedi, ti
do già del _tu_), tu sai che fra me e l'_altra donna_ è finita ogni
cosa.

Maria si alzò e gettò le braccia al collo di Odoardo.--Sì, egli le ha
scritto restituendole la sua libertà e riprendendo la propria, ma una
lettera di lei può cambiar tutto. E quella lettera è là, è arrivata or
ora, ed egli vuol essersi impegnato prima di aprirla, perchè dopo
potrebbe non sentirsi più la forza di disporre di sè.

--È questa la cagione della tua esitanza?--esclamò Roberto afferrando
la lettera, mentre Odoardo doveva confessare a sè stesso che il
discorso di Maria gli riusciva piuttosto oscuro, e brontolava fra
sè:--Questo è voler tormentarsi apposta. Ma come mai mia sorella ha
capito di chi sia quella lettera?

--È vero--continuò l'Arconti.--Questo foglio viene da Lucilla.... Ed è
la prima volta ch'essa mi scrive dacchè son qui... Tutt'al più s'era
contentata di mandarmi finora qualche riga sotto le lettere di mia
madre. Io non so ciò ch'essa mi dirà, e, facendo la mia proposta prima
di saperlo, io non credevo che tu interpretassi così male il mio
pensiero, o Maria. Non era, no, per tagliarmi la ritirata, per
mettermi al coperto da ogni possibile debolezza; era anzi per
dimostrarti che la mia risoluzione non dipende da altri che da me,
ch'io non agisco sotto l'influenza d'un dispetto, ch'io non ti domando
di esser mia moglie unicamente perchè quella che amavo un tempo non
può esserlo più... Tu supponi che Lucilla mi scriva per fare ammenda
della sua leggerezza. Vedrai che si tratterà invece di ben altra
cosa... Ma qualunque sia il contenuto di questa lettera, esso non può
mutare l'animo mio. Ormai amo te, amo te sola, e di te sola voglio far
la mia donna, la compagna della mia vita... Non ti basta ancora?

--Oh fratello mio, s'egli m'ingannasse, s'egli dovesse pentirsi, io ne
morrei--balbettò Maria senza sollevar la testa dalla spalla d'Odoardo.

--In verità--disse questi--non riesco ad intenderti. Roberto non può
parlar più chiaro di così... Perchè vuoi che t'inganni? Perchè vuoi
che si penta? Non deve parergli vero d'essersi liberato da quella
civetta.

--Odoardo!--esclamò Maria in tono di rimprovero.

--Oh lascia un po' che spifferi la mia opinione anch'io. Quella
signorina Lucilla è una civetta e chi la sposerà starà fresco.

--Non auguriamo disgrazie a nessuno--gridò Roberto, che in questo
intervallo aveva aperto e scorso rapidamente la lettera.--Dopo aver
gettato sopra di me la responsabilità della nostra rottura, Lucilla mi
annunzia ch'è fidanzata al marchesino Moschi.

Chi fosse disceso in quel momento nel cuore dell'ingegnere Arconti
avrebbe forse potuto trovarvi un po' d'amarezza, perchè noi siamo
fatti in maniera che una certa dose di vanità non ci lascia mai, e
anche quando vogliamo troncar ogni relazione con una persona, ci
dispiace che questa persona ci si rassegni troppo facilmente.

Comunque sia, quest'annunzio troncò gli ultimi dubbi di Maria.
Scioltasi dall'amplesso di suo fratello, ella si lasciò cadere a'
piedi del letto di Roberto, e fissando nel giovine i suoi occhi pieni
di tanta luce di pensiero e di tanta fiamma d'affetto, gli disse con
accento ineffabile:--Adesso sono contenta. Adesso son proprio _tua_.

Egli si chinò sopra di lei, e le cinse il collo con ambe le braccia.

--O mia salvatrice, o mio angelo, quanto bene ti voglio!

--Sia ringraziato il cielo!--esclamò Odoardo.--Se c'è un matrimonio
che debba esser felice, è il vostro. Perchè, dà retta a me, Roberto,
una ragazza simile a Maria non la trovi a girar mezzo mondo.

--Lo so, lo so.

--Che sciocchezze dici, Odoardo!

--Adesso ne dico una più grossa ancora. Il mio maggior dispiacere è
quello d'esser tuo fratello.

--Oh questo poi.....

--Sì, perchè altrimenti t'avrei sposata io.

--Pazzo che sei!

--Ora che siamo intesi--ripigliò Roberto--mi racconterete un po' come
vi sia giunta la notizia della mia disgrazia, e come siate arrivati a
salvar questo povero sepolto vivo.

--Mi vien freddo al solo pensarci--rispose Maria.--Parla tu, Odoardo.

Il Selmi cominciò allora un racconto che, in parte, non sarebbe per
noi che una ripetizione di cose già dette, in parte, non diletterebbe
punto i lettori.



XXXI.


Prima che passassero due mesi, si celebrarono in Valduria le nozze fra
Roberto e Maria.

La signora Federica non vi assisteva. Quando suo figlio, rispondendo
alla lettera in cui ella gli partecipava con l'animo straziato il
matrimonio di Lucilla col marchesino Moschi, le annunziò alla sua
volta che aveva deciso di sposar Maria Selmi, la buona donna montò su
tutte le furie. Nè valse a calmarla il racconto fattole da Roberto del
pericolo corso e della parte che Maria aveva avuto nella sua salvezza.
Senza dubbio, pensava la signora Federica, quell'artificiosa ragazza
lo fece cadere in una trappola per aver poi il merito di tirarnelo
fuori. Sotto quest'impressione la signora Federica scrisse un'epistola
di sei facciate, ch'era un miracolo di logica. Ella gli diceva che
questo avvenimento era inaudito ed imprevedibile, quantunque pur
troppo ell'avrebbe scommesso che l'andava a finir così, visto che
Roberto discorreva molto di dignità, ma non ne aveva punto. Una
_mésalliance_ simile! Un Arconti, che avrebbe potuto aspirare a una
nobile, sposare una _contadina_! Un Arconti, che avrebbe potuto sedere
sullo scanno dei ministri, seppellirsi in una zolfatara! E prendere
una risoluzione di questa fatta senza consultare la madre! E sì
ch'ella aveva un'_idea_, e contava di potergli offrire di giorno in
giorno una splendida posizione in Milano, e più tardi forse, chi sa?
anche il matrimonio con una ricca ereditiera. A questo punto, la
signora Federica passava, con un rapido movimento oratorio, a
lamentarsi delle sue miserie, che ormai sarebbero state tali da
muovere a compassione le pietre. Se suo figlio, ch'era uno spiantato,
si ammogliava con una spiantata, senza dubbio egli le avrebbe
soppressa o diminuita la pensione. E in questo caso che le restava? La
sua piccolissima dote col cui interesse ella non poteva certo vivere,
e del cui capitale ella non poteva disporre a suo talento. Le si
lasciasse almeno consumar questa; già ella non aveva da campar molti
anni; e poi, alla peggio, non le sarebbe mancato un posto al Pio Luogo
Trivulzio, in qualche altro Istituto di Carità, ov'ella sarebbe
apparsa a tutti come accusatrice d'un figlio snaturato. Dopo un sì
bello squarcio d'eloquenza la signora Federica dava alcuni particolari
sulle prodezze del suo pappagallo.

Roberto non mostrò questa lettera a Maria, che ne avrebbe avuto molto
dolore; ma si affrettò a calmare le inquietudini di sua madre circa
all'_indigenza_ che la minacciava. Egli l'assicurò che pel momento
tanto egli quanto Maria avrebbero vissuto benissimo senza diminuire
d'un soldo ciò che la signora Federica riceveva ogni mese; che se in
futuro fossero cresciute le gravezze, era sperabile che crescessero
anche i profitti; che, in ogni modo, la sua mamma poteva venir sempre
ad abitar con loro, e poteva esser certa di trovar la più affettuosa,
la più cordiale accoglienza. E Maria aveva insistito perchè
quest'offerta fosse fatta alla signora Federica anche in nome di lei.
In quanto a Roberto, egli era sicuro che sua madre non sarebbe venuta
a viver in quei luoghi per tutto l'oro del mondo, e in cuor suo non
desiderava che ci venisse, certo com'era che ci si sarebbe trovata
male e avrebbe fatto star male anche gli altri.

Comunque sia, nel corso di questa corrispondenza gli spiriti bollenti
della signora Federica si calmarono alquanto, ed ella spinse la sua
magnanimità fino al punto di manifestare a suo figlio una nuova
luminosissima idea. Egli doveva, appena sposato, abbandonare il suo
impiego, e trasportarsi con la moglie a Milano, alla ricerca
d'un'occupazione degna d'un Arconti. Ella intanto si sarebbe
incaricata di dirozzare la nuora, e in tre mesi prometteva di ridurla
una signora di garbo, simile a lei.

E poichè Roberto rispose con uno dei suoi soliti rifiuti, la signora
Federica si lagnò molto della sua incorreggibile caparbietà, e
dichiarò che alle nozze non ci verrebbe assolutamente, tanto più che
quelli non eran paesi dove una persona civile potesse passar la notte.
Nondimeno volle mandare il suo regalo a Maria, e le spedì infatti
alcuni gingilli di qualche valore che non potevano servirle a nulla.

Il banchetto nuziale fu dato all'osteria di Valduria sotto la
direzione di Odoardo Selmi, e con l'intervento di tutti i notabili del
luogo e di tutti i soprastanti delle due miniere di Valduria e
Rignano. All'ora dei brindisi e dopo che l'eloquenza degli altri si fu
sfogata appieno, Roberto Arconti si levò anch'egli a ringraziare degli
augurî che gli erano rivolti, e pronunziò un bel discorsetto,
concludendo all'incirca così:--Qualcheduno di voi mi fece un merito
speciale perchè, nato fra gli agi, seppi adattarmi a un'esistenza di
fatiche e di privazioni. È vero, pochi anni fa io non m'aspettavo
sicuramente di dover finire in una miniera. Ero ricco, ero elegante,
amavo tutti i piaceri della società. Però in fondo del cuore, mi
risuonava sempre una frase di mio padre, una frase ch'egli, sorto da
modeste origini, illustrò con l'esempio: _La vita non ha pregio che
nella lotta_. Prima o poi, in una forma o nell'altra, in questa lotta
ci sarei entrato. La fortuna, volgendomisi contro, mi costrinse a
spiegare più presto il mio spirito battagliero. Non mi dolgo nè della
cosa, nè del modo. Affrontar le forze della natura, governarle,
raffermar sovr'esse il dominio dell'uomo non esige minore ardimento
che slanciarsi nei vortici della speculazione o nelle gare della
politica. E l'anima si conserva più incorrotta, e la vittoria non ha
rimorsi, e la sconfitta non ha vergogna. Io son dunque lieto d'esser
con voi a combattere queste battaglie, a sfidar questi pericoli d'ogni
giorno. Nè mi curo della gloria, ch'è facile premio a tante altre
specie d'operosità. La mia unica ambizione si è che in queste valli,
su questi monti, di cui noi ricerchiamo l'intime viscere, si possa
dire un tempo, ricordando il mio nome: Fu coraggioso, fu attivo, fu
onesto, e insegnò, praticandola, la religione del lavoro e del
dovere.--

Entusiastici applausi accolsero le parole dell'ingegnere. Solo Maria,
quand'egli sedette, gli susurrò all'orecchio:--Cattivo, la vita non ha
dunque altro di bello che la lotta?

Egli sorrise,--No, Maria, ha di bello anche l'amore... Vuoi che lo
dica ad alta voce?

--Oh no, mi basta che tu lo pensi.

Nè ormai Maria può dubitar più che Roberto lo pensi davvero. I due
giovani vivono felici in una piccola e linda casetta posta sulla cima
d'un colle che domina altri poggi minori e consente di abbracciar con
lo sguardo un'ampia distesa di valli. Al di là dei poggi, al di là
della pianura, quando l'aria è limpida, l'occhio si spinge fino
all'Adriatico e, ajutato dal cannocchiale, discerne le candide vele
dei bastimenti e la striscia di fumo che i piroscafi lasciano dietro
di sè. Dalla parte opposta, verso Occidente, sorgono erti e severi i
monti dell'Appennino.

La miniera ha sempre i suoi rischi e le sue tribolazioni. La natura è
spesso ribelle, gli uomini son rozzi e violenti, pronti alle minaccie,
pronti alle offese. Ma l'ingegnere Arconti continua a esercitar sulle
cose e sugli uomini quell'impero che un forte ingegno, una volontà
risoluta, e un rigido senso della giustizia sogliono dare a chi li
possiede. Maria è a Rignano quel ch'era a Valduria, l'angiolo tutelare
dei deboli e degli afflitti. Quante collere ella riesce a disarmare
con la sua parola, su quante piaghe ella sparge un balsamo col suo
sorriso!

Quand'è sola, ella ha le sue ore angosciose, in cui la mente le si
popola di tristi memorie e di tristi presagi. Però l'arrivo di Roberto
basta a dissipare le nuvole che le si sono addensate sulla fronte, e,
allorchè nella sera, spicciate l'ultime faccende, egli viene a sedersi
vicino a lei nella cameretta ov'ella lavora, ella sente che non
cambierebbe il suo stato con una regina.

Di quella cameretta i due sposi hanno fatto un nido tranquillo, ove
non giungono le cure della giornata. Prima d'entrarvi, Roberto lascia
i suoi vestiti da minatore; se i lavoranti vengono a cercarlo
mentr'egli è là, essi devono fermarsi sulla soglia. Tutto il resto
della casa tradisce le occupazioni del padrone; quello stanzino
potrebbe far credere di trovarsi, in una città, presso qualche
famiglia borghese. Maria vi ha collocato le migliori suppellettili, i
libri di Roberto, l'album di fotografie, l'elegante servizio da thè
che M.^r Black ha spedito da Londra, i gingilli che la signora
Federica ha mandato in dono da Milano.

E quasi ogni sera Maria prepara il thè con le sue mani, e Roberto si
mette a sfogliare uno dei volumi che gli ricordano la sua prima
giovinezza, e legge ad alta voce qualche poesia d'uno o d'altro autore
favorito. Passandogli un braccio intorno al collo, Maria sta intenta
ad ascoltarlo, e le sue guancie s'imporporano, e i suoi occhi
s'illuminano, e l'espressione del suo viso mostra chiaramente che non
le sfugge nulla di ciò ch'è bello, di ciò ch'è nobile, di ciò ch'è
gentile.

--Come volan via presto queste ore!--ella esclama talvolta. E
soggiunge maliziosamente:--Eppure non son ore di lotta!

--No, son ore di pace, rese più care dalle ore tempestose che le han
precedute. Credi forse che le gusteremmo così senza le fatiche e le
inquietudini della giornata?

--Già, tu vuoi aver sempre ragione--dice Maria, sorridendo. Indi a
voce più bassa:--E di _lui_ ci sarà proprio bisogno di farne un
minatore?

Chi è _lui_? _Lui_ è un personaggio misterioso, del quale si discorre
da qualche tempo con grande interesse come d'un viaggiatore che deve
arrivare e che prenderà il nome di Mariano. È vero che _lui_ potrebbe
benissimo esser _lei_, e lasciar tutti con un palmo di naso, ma i
conti fatti servirebbero per un'altra volta. _Quod differtur non
aufertur._

--Non sarà necessario di farne un minatore--risponde con gravità
Roberto--ma sarà necessario, a ogni modo, di farne un uomo che
affronti coraggiosamente le difficoltà della vita.

--Anche lui nella lotta, dunque?

--Anche lui.


FINE.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Nella lotta" ***

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